






      Traduzioni telematiche a cura di

      Rosaria Biondi, Nadia Ponti, Giulio Cacciotti, Vincenzo Guagliardo

      (Casa di reclusione - Opera)





      Luigi Pirandello.

      UNO, NESSUNO E CENTOMILA.








      INDICE.


      LIBRO PRIMO: pagina 6.

                                  1. Mia moglie e il mio naso.

                                  2. E il vostro naso?

                                  3. Bel modo d'esser soli!

                                  4. Com'io volevo esser solo.

                                  5. Inseguimento dell'estraneo.

                                  6. Finalmente!

                                  7. Filo d'Arianna.

                                  8. E dunque?


      LIBRO SECONDO: pagina 35.

                                  1. Ci sono io e ci siete voi.

                                  2. E allora?

                                  3. Con permesso.

                                  4. Scusate ancora.

                                  5. Fissazioni.

                                  6. Anzi ve lo dico adesso.

                                  7. Che c'entra la casa?

                                  8. Fuori all'aperto.

                                  9. Nuvole e vento.

                                 10. L'uccellino.

                                 11. Rientrando in citt.

                                 12. Quel caro Geng.


      LIBRO TERZO: pagina 70.

                                  1. Pazzie per forza.

                                  2. Scoperte.

                                  3. Le radici.

                                  4. Il seme.

                                  5. Traduzione d'un titolo.

                                  6. Il buon figliuolo feroce.

                                  7. Parentesi necessaria, una per

                                     tutti.

                                  8. Caliamo un poco.

                                  9. Chiudiamo la parentesi.

                                 10. Due visite.


      LIBRO QUARTO: pagina 98.

                                  1. Com'erano per me Marco di Dio e sua

                                     moglie Diamante.

                                  2. Ma fu totale.

                                  3. Atto notarile.

                                  4. La strada maestra.

                                  5. Sopraffazione.

                                  6. Il furto.

                                  7. Lo scoppio.


      LIBRO QUINTO: pagina 137.

                                  1. Con la coda fra le gambe.

                                  2. Il riso di Dida.

                                  3. Parlo con Bib.

                                  4. La vista degli altri.

                                  5. Il bel giuoco.

                                  6. Moltiplicazione e sottrazione.

                                  7. Ma io intanto dicevo tra me.


      LIBRO SESTO: pagina 169.

                                  1. A tu per tu.

                                  2. Nel vuoto.

                                  3. Seguito a compromettermi.

                                  4. Medico? Avvocato? Professore?

                                     Deputato?

                                  5. Io dico, poi, perch?

                                  6. Vincendo il riso.


      LIBRO SETTIMO: pagina 183.

                                  1. Complicazione.

                                  2. Primo avvertimento.

                                  3. La rivoltella tra i fiori.

                                  4. La spiegazione.

                                  5. Il Dio di dentro e il Dio di fuori.

                                  6. Un vescovo non comodo.

                                  7. Un colloquio con Monsignore.

                                  8. Aspettando.


      LIBRO OTTAVO: pagina 218.

                                  1. Il giudice vuole il suo tempo.

                                  2. La coperta di lana verde.

                                  3. Remissione.

                                  4. Non conclude.







      Libro primo.


      1. MIA MOGLIE E IL MIO NASO.


      "Che  fai?"  mia  moglie  mi  domand,   vedendomi   insolitamente

      indugiare davanti allo specchio.

      "Niente," le risposi,  "mi guardo qua,  dentro il naso,  in questa

      narice. Premendo, avverto un certo dolorino." Mia moglie sorrise e

      disse:

      "Credevo ti guardassi da che parte ti pende."

      Mi voltai come un cane a cui qualcuno avesse pestato la coda:

      "Mi pende? A me? Il naso?" E mia moglie, placidamente:

      "Ma s, caro. Gurdatelo bene: ti pende verso destra."


      Avevo ventotto anni e sempre fin allora ritenuto il mio  naso,  se

      non  proprio  bello,  almeno molto decente,  come insieme tutte le

      altre  parti  della  mia  persona.  Per  cui  m'era  stato  facile

      ammettere  e  sostenere  quel che di solito ammettono e sostengono

      tutti coloro che non hanno avuto la sciagura di sortire  un  corpo

      deforme:  che  cio  sia  da  sciocchi  invanire  per  le  proprie

      fattezze. La scoperta improvvisa e inattesa di quel difetto perci

      mi stizz come un immeritato castigo.

      Vide forse mia moglie molto pi  addentro  di  me  in  quella  mia

      stizza e aggiunse subito che,  se riposavo nella certezza d'essere

      in tutto senza mende, me ne levassi pure, perch,  come il naso mi

      pendeva verso destra, cos...

      "Che altro?"

      Eh,  altro!  altro!  Le  mie sopracciglia parevano sugli occhi due

      accenti circonflessi,  le mie orecchie erano attaccate  male,  una

      pi sporgente dell'altra; e altri difetti...

      "Ancora?"

      Eh  s,  ancora: nelle mani,  al dito mignolo;  e nelle gambe (no,

      storte no!),  la destra,  un pochino pi arcuata dell'altra: verso

      il ginocchio, un pochino.

      Dopo  un  attento  esame  dovetti  riconoscere  veri  tutti questi

      difetti. E solo allora,  scambiando certo per dolore e avvilimento

      la maraviglia che ne provai subito dopo la stizza,  mia moglie per

      consolarmi m'esort a non affliggermene poi tanto,  ch anche  con

      essi, tutto sommato, rimanevo un bell'uomo

      Sfido a non irritarsi, ricevendo come generosa concessione ci che

      come  diritto  ci  stato prima negato.  Schizzai un velenosissimo

      "grazie"  e,  sicuro  di  non  aver  motivo  n  d'addolorarmi  n

      d'avvilirmi,  non diedi alcuna importanza a quei lievi difetti, ma

      una grandissima e straordinaria al fatto che tant'anni ero vissuto

      senza mai cambiar  di  naso,  sempre  con  quello,  e  con  quelle

      sopracciglia  e  quelle  orecchie,  quelle mani e quelle gambe;  e

      dovevo aspettare di prender moglie per aver  conto  che  li  avevo

      difettosi.

      "Uh  che  maraviglia!  E  non si sa,  le mogli?  Fatte apposta per

      scoprire i difetti del marito."

      Ecco, gi - le mogli, non nego. Ma anch'io, se permettete, di quei

      tempi ero fatto per sprofondare, a ogni parola che mi fosse detta,

      o  mosca  che  vedessi  volare,   in  abissi  di   riflessioni   e

      considerazioni che mi scavavano dentro e bucheravano gi per torto

      e su per traverso lo spirito, come una tana di talpa; senza che di

      fuori ne paresse nulla.

      "Si vede," voi dite, "che avevate molto tempo da perdere."

      No,  ecco.  Per l'animo in cui mi trovavo.  Ma del resto s, anche

      per  l'ozio,  non  nego.  Ricco,  due  fidati  amici,   Sebastiano

      Quantorzo  e Stefano Firbo,  badavano ai miei affari dopo la morte

      di mio padre;  il quale,  per quanto ci si fosse adoperato con  le

      buone  e  con le cattive,  non era riuscito a farmi concludere mai

      nulla; tranne di prender moglie,  questo s,  giovanissimo;  forse

      con  la  speranza che almeno avessi presto un figliuolo che non mi

      somigliasse punto;  e,  pover'uomo,  neppur  questo  aveva  potuto

      ottenere  da  me.  Non  gi,  badiamo,  ch'io  opponessi volont a

      prendere  la  via  per  cui  mio  padre  m'incamminava.  Tutte  le

      prendevo.  Ma  camminarci,  non  ci  camminavo.  Mi fermavo a ogni

      passo;  mi mettevo prima alla lontana,  poi sempre pi da vicino a

      girare attorno a ogni sassolino che incontravo,  e mi maravigliavo

      assai che gli altri potessero passarmi  avanti  senza  fare  alcun

      caso  di  quel  sassolino  che  per  me  intanto  aveva assunto le

      proporzioni d'una montagna insormontabile,  anzi d'un mondo in cui

      avrei potuto senz'altro domiciliarmi.

      Ero  rimasto  cos,  fermo  ai  primi  passi di tante vie,  con lo

      spirito pieno di mondi, o di sassolini,  che fa lo stesso.  Ma non

      mi  pareva affatto che quelli che m'erano passati avanti e avevano

      percorso tutta la via, ne sapessero in sostanza pi di me. M'erano

      passati avanti, non si mette in dubbio,  e tutti braveggiando come

      tanti  cavallini;  ma poi,  in fondo alla via,  avevano trovato un

      carro: il loro carro; vi erano stati attaccati con molta pazienza,

      e ora se lo tiravano dietro.  Non tiravo nessun carro,  io;  e non

      avevo  perci  n  briglie n paraocchi;  vedevo certamente pi di

      loro; ma andare, non sapevo dove andare.

      Ora,  ritornando alla scoperta di quei lievi  difetti,  sprofondai

      tutto,  subito,  nella  riflessione che dunque - possibile?  - non

      conoscevo bene neppure il mio stesso corpo,  le cose mie  che  pi

      intimamente  m'appartenevano: il naso,  le orecchie,  le mani,  le

      gambe. E tornavo a guardarmele per rifarne l'esame.

      Cominci da questo il mio male.  Quel male che doveva  ridurmi  in

      breve  in condizioni di spirito e di corpo cos misere e disperate

      che certo ne sarei morto o impazzito,  ove in  esso  medesimo  non

      avessi trovato (come dir) il rimedio che doveva guarirmene.



      2. E IL VOSTRO NASO?


      Gi  subito  mi  figurai  che tutti,  avendone fatta mia moglie la

      scoperta,  dovessero accorgersi di quei miei difetti  corporali  e

      altro non notare in me.

      "Mi  guardi il naso?" domandai tutt'a un tratto quel giorno stesso

      a un amico che mi s'era accostato  per  parlarmi  di  non  so  che

      affare che forse gli stava a cuore.

      "No, perch?" mi disse quello.

      E io, sorridendo nervosamente:

      "Mi pende verso destra, non vedi?"

      E  glielo imposi a una ferma e attenta osservazione,  come se quel

      difetto del mio naso fosse un irreparabile guasto sopravvenuto  al

      congegno dell'universo.

      L'amico mi guard in prima un po' stordito; poi, certo sospettando

      che  avessi  cos all'improvviso e fuor di luogo cacciato fuori il

      discorso del mio naso perch non stimavo degno n d'attenzione  n

      di  risposta  l'affare di cui mi parlava,  diede una spallata e si

      mosse per lasciarmi in asso. Lo acchiappai per un braccio, e:

      "No,   sai,"  gli  dissi,   "sono  disposto  a  trattare  con   te

      codest'affare. Ma in questo momento tu devi scusarmi"

      "Pensi al tuo naso?"

      "Non  m'ero mai accorto che mi pendesse verso destra Me n'ha fatto

      accorgere, questa mattina, mia moglie."

      "Ah,  davvero?" mi domand allora l'amico;  e gli occhi gli risero

      d'una incredulit ch'era anche derisione.

      Restai  a  guardarlo  come gi mia moglie la mattina,  cio con un

      misto d'avvilimento,  di stizza e di maraviglia.  Anche lui dunque

      da un pezzo se n'era accorto?  E chi sa quant'altri con lui!  E io

      non lo sapevo,  e non sapendolo,  credevo d'essere  per  tutti  un

      Moscarda  col naso dritto,  mentr'ero invece per tutti un Moscarda

      col naso storto;  e chi sa quante volte m'era avvenuto di parlare,

      senz'alcun  sospetto,  del naso difettoso di Tizio e Cajo e quante

      volte perci non avevo fatto ridere di me e pensare:

      "Ma guarda un po' questo pover'uomo che parla di difetti del  naso

      altrui!"

      Avrei potuto,   vero,  consolarmi con la riflessione che alla fin

      fine, era ovvio e comune il mio naso,  il quale provava ancora una

      volta  un  fatto  risaputissimo,  cio  che  notiamo  facilmente i

      difetti altrui e non ci accorgiamo dei nostri.  Ma il primo  germe

      del  male  aveva  cominciato a metter radice nel mio spirito e non

      potei consolarmi con questa riflessione.

      Mi si fiss invece il pensiero ch'io non ero per  gli  altri  quel

      che finora, dentro di me, m'ero figurato d'essere.

      Per il momento pensai al corpo soltanto e,  siccome quel mio amico

      seguitava a starmi davanti con quell'aria d'incredulit derisoria,

      per vendicarmi gli domandai se egli, dal canto suo, sapesse d'aver

      nel mento una fossetta che glielo divideva in due  parti  non  del

      tutto eguali: una pi rilevata di qua, una pi scempia di l.

      "Io?  Ma che!" esclam l'amico.  "Ci ho la fossetta, lo so, ma non

      come tu dici."

      "Entriamo l da quel barbiere, e vedrai," gli proposi subito.

      Quando l'amico, entrato dal barbiere, s'accorse con maraviglia del

      difetto e riconobbe ch'era vero, non volle mostrarne stizza; disse

      che, in fin dei conti, era una piccolezza.

      Eh s,  senza dubbio,  una piccolezza;  vidi per,  seguendolo  da

      lontano,  che si ferm una prima volta a una vetrina di bottega, e

      poi una seconda volta, pi l, davanti a un'altra; e pi l ancora

      e pi a lungo,  una terza volta,  allo specchio d'uno  sporto  per

      osservarsi  il  mento;  e son sicuro che,  appena rincasato,  sar

      corso all'armadio per far con pi agio a quell'altro  specchio  la

      nuova conoscenza di s con quel difetto. E non ho il minimo dubbio

      che,  per vendicarsi a sua volta,  o per seguitare uno scherzo che

      gli parve meritasse una  larga  diffusione  in  paese,  dopo  aver

      domandato  a  qualche  suo amico (come gi io a lui) se mai avesse

      notato quel suo difetto  al  mento,  qualche  altro  difetto  avr

      scoperto lui o nella fronte o nella bocca di questo suo amico,  il

      quale,  a sua volta - ma s!  ma s!  -  potrei  giurare  che  per

      parecchi giorni di fila nella nobile citt di Richieri io vidi (se

      non    fu    proprio    tutta   mia   immaginazione)   un   numero

      considerevolissimo di miei concittadini passare da una vetrina  di

      bottega all'altra e fermarsi davanti a ciascuna a osservarsi nella

      faccia  chi  uno  zigomo  e  chi la coda d'un occhio,  chi un lobo

      d'orecchio e chi una pinna di naso. E ancora dopo una settimana un

      certo tale mi si accost con aria smarrita per domandarmi  se  era

      vero  che,  ogni  qual  volta  si  metteva  a  parlare,  contraeva

      inavvertitamente la plpebra dell'occhio sinistro.

      "S, caro," gli dissi a precipizio. "E io, vedi?  il naso mi pende

      verso destra; ma lo so da me; non c' bisogno che me lo dica tu; e

      le  sopracciglia?  ad  accento  circonflesso!  le  orecchie,  qua,

      guarda, una pi sporgente dell'altra; e qua, le mani: piatte,  eh?

      e la giuntura storpia di questo mignolo;  e le gambe?  qua, questa

      qua, ti pare che sia come quest'altra?  no,  eh?  Ma lo so da me e

      non c' bisogno che me lo dica tu. Statti bene."

      Lo piantai l, e via. Fatti pochi passi, mi sentii richiamare.

      "Ps!"

      Placido placido, col dito, colui m'attirava a s per domandarmi:

      "Scusa, dopo di te, tua madre non partor altri figliuoli?"

      "No: n prima n dopo," gli risposi "Figlio unico Perch?"

      "Perch," mi disse, "se tua madre avesse partorito un'altra volta,

      avrebbe avuto di certo un altro maschio."

      "Ah s? Come lo sai?"

      "Ecco:  dicono  le donne del popolo che quando a un nato i capelli

      terminano sulla nuca in un codiniccio  come  codesto  che  tu  hai

      cost, sar maschio il nato appresso."

      Mi  portai  una  mano  alla nuca e con un sogghignetto frigido gli

      domandai:

      "Ah, ci ho un com'hai detto?"

      E lui:

      "Codiniccio, caro, lo chiamano a Richieri."

      "Oh, ma quest' niente!" esclamai. "Me lo posso far tagliare."

      Neg prima col dito, poi disse:

      "Ti resta sempre il segno, caro, anche se te lo fai radere."

      E questa volta mi piant lui.



      3. BEL MODO D'ESSER SOLI!


      Desiderai da quel giorno ardentissimamente  d'esser  solo,  almeno

      per un'ora.  Ma veramente, pi che desiderio, era bisogno: bisogno

      acuto urgente smanioso,  che la presenza o  la  vicinanza  di  mia

      moglie esasperavano fino alla rabbia.

      "Hai sentito, Geng , che ha detto jeri Michelina? Quantorzo ha da

      parlarti d'urgenza."

      "Guarda, Geng, se a tenermi cos la veste mi paiono le gambe."

      "S' fermata la pndola, Geng."

      "Geng,  e  la  cagnolina non la porti pi fuori?  Poi ti sporca i

      tappeti e la sgridi. Ma dovr pure,  povera bestiolina...  dico...

      non pretenderai che... Non esce da jersera."

      "Non temi,  Geng, che Anna Rosa possa esser malata? Non si fa pi

      vedere da tre giorni, e l'ultima volta le faceva male la gola."

      "E' venuto il signor Firbo,  Geng.  Dice che ritorner pi tardi.

      Non potresti vederlo fuori? Dio che nojoso!"

      Oppure la sentivo cantare:


      "E se mi dici di no,

      caro il mio bene, doman non verr;

      doman non verr...

      doman non verr..."


      Ma  perch non vi chiudevate in camera,  magari con due turaccioli

      negli orecchi?

      Signori, vuol dire che non capite come volevo esser solo.

      Chiudermi potevo soltanto nel mio scrittojo,  ma  anche  l  senza

      poterci mettere il paletto, per non far nascere tristi sospetti in

      mia  moglie  ch'era,  non dir trista,  ma sospettosissima.  E se,

      aprendo l'uscio all'improvviso, m'avesse scoperto?

      No.  E poi,  sarebbe stato inutile.  Nel mio scrittojo non c'erano

      specchi.  Io avevo bisogno d'uno specchio.  D'altra parte, il solo

      pensiero che mia moglie era in casa bastava a tenermi  presente  a

      me stesso,  e proprio questo io non volevo.  Per voi,  esser soli,

      che vuol dire?

      Restare in compagnia di voi stessi, senza alcun estraneo attorno.

      Ah s,  v'assicuro ch' un bel modo,  codesto,  d'esser  soli.  Vi

      s'apre  nella  memoria  una  cara  finestretta,  da cui s'affaccia

      sorridente,  tra un vaso di garofani e un altro di  gelsomini,  la

      Titti  che lavora all'uncinetto una fascia rossa di lana,  oh Dio,

      come quella che ha al collo  quel  vecchio  insopportabile  signor

      Giacomino,   a   cui  ancora  non  avete  fatto  il  biglietto  di

      raccomandazione per il presidente della Congregazione  di  carit,

      vostro buon amico,  ma seccantissimo anche lui, specie se si mette

      a parlare delle marachelle  del  suo  segretario  particolare,  il

      quale jeri...  no, quando fu? l'altro ieri che pioveva e pareva un

      lago la piazza con tutto quel  brillo  di  stille  a  un  allegro

      sprazzo di sole,  e nella corsa,  Dio che guazzabuglio di cose, la

      vasca, quel chiosco da giornali, il tram che infilava lo scambio e

      strideva spietatamente alla girata, quel cane che scappava: basta,

      vi  ficcaste  in  una  sala  di  bigliardo,  dove  c'era  lui,  il

      segretario  del  presidente  della Congregazione di carit;  e che

      risatine si faceva sotto i baffoni peposi per la  vostra  disdetta

      allorch  vi  siete  messo  a  giocare  con  l'amico Carlino detto

      "Quintadecima".  E poi?  Che avvenne poi,  uscendo dalla sala  del

      bigliardo?  Sotto un languido fanale,  nella via umida deserta, un

      povero  ubriaco  malinconico  tentava  di  cantare   una   vecchia

      canzonetta  di  Napoli,  che  tant'anni  fa,  quasi  tutte le sere

      udivate cantare in quel borgo montano tra i  castagni,  ov'eravate

      andato  a villeggiare per star vicino a quella cara Mim,  che poi

      spos il vecchio commendator Della Venera,  e mor un  anno  dopo.

      Oh,  cara  Mim!  Eccola  a  un'altra finestra che vi s'apre nella

      memoria...

      S,  s,  cari miei,  v'assicuro che  un bel modo di esser  soli,

      codesto.



      4. COM'IO VOLEVO ESSER SOLO.


      Io volevo esser solo in un modo affatto insolito,  nuovo.  Tutt'al

      contrario di quel che pensate voi: cio SENZA ME e appunto CON  UN

      ESTRANEO ATTORNO.

      Vi  sembra  gi questo un primo segno di pazzia?  Forse perch non

      riflettete bene.

      Poteva gi essere in me la  pazzia,  non  nego;  ma  vi  prego  di

      credere  che  l'unico  modo d'esser soli veramente  questo che vi

      dico io.

      La solitudine non  mai con voi;  sempre senza di voi, e soltanto

      possibile con un estraneo attorno: luogo o persona  che  sia,  che

      del tutto vi ignorino,  che del tutto voi ignoriate, e cos che la

      vostra volont e il vostro sentimento restino sospesi  e  smarriti

      in un'incertezza angosciosa e,  cessando ogni affermazione di voi,

      cessi l'intimit stessa della vostra coscienza. La vera solitudine

       in un luogo che vive per s e che per  voi  non  ha  traccia  n

      voce, e dove dunque l'estraneo siete voi.

      Cos  volevo  io esser solo.  Senza me.  Voglio dire senza quel me

      ch'io gi conoscevo, o che credevo di conoscere. Solo con un certo

      estraneo,  che gi sentivo oscuramente di non poter pi levarmi di

      torno e ch'ero io stesso: L'ESTRANEO INSEPARABILE DA ME.

      Ne avvertivo uno solo,  allora!  E gi quest'uno, o il bisogno che

      sentivo di  restar  solo  con  esso,  di  mettermelo  davanti  per

      conoscerlo bene e conversare un po' con lui, mi turbava tanto, con

      un senso tra di ribrezzo e di sgomento.

      Se  per  gli  altri non ero quel che finora avevo creduto d'essere

      per me, chi ero io?

      Vivendo, non avevo mai pensato alla forma del mio naso; al taglio,

      se piccolo o grande,  o al colore dei miei occhi;  all'angustia  o

      all'ampiezza  della mia fronte,  e via dicendo.  Quello era il mio

      naso, quelli i miei occhi, quella la mia fronte: cose inseparabili

      da me,  a cui,  dedito ai  miei  affari,  preso  dalle  mie  idee,

      abbandonato  ai  miei  sentimenti,  non  potevo  pensare.  Ma  ora

      pensavo:

      "E gli altri? Gli altri non sono mica dentro di me.  Per gli altri

      che  guardano  da fuori,  le mie idee,  i miei sentimenti hanno un

      naso. Il mio naso.  E hanno un pajo d'occhi,  i miei occhi,  ch'io

      non vedo e ch'essi vedono.  Che relazione c' tra le mie idee e il

      mio naso? Per me, nessuna.  Io non penso col naso,  n bado al mio

      naso,  pensando.  Ma  gli altri?  gli altri che non possono vedere

      dentro di me le mie idee e vedono da fuori il mio  naso?  Per  gli

      altri  le  mie  idee  e il mio naso hanno tanta relazione,  che se

      quelle,  poniamo,  fossero molto serie e questo per la  sua  forma

      molto buffo, si metterebbero a ridere."

      Cos,  seguitando,  sprofondai  in  quest'altra  ambascia: che non

      potevo,  vivendo,  rappresentarmi a me stesso negli atti della mia

      vita;  vedermi  come  gli altri mi vedevano;  pormi davanti il mio

      corpo e vederlo vivere come quello d'un altro.  Quando  mi  ponevo

      davanti  a  uno  specchio,  avveniva  come un arresto in me;  ogni

      spontaneit era finita,  ogni  mio  gesto  appariva  a  me  stesso

      fittizio o rifatto. Io non potevo vedermi vivere.

      Potei  averne  la  prova nell'impressione dalla quale fui per cos

      dire  assaltato,  allorch,  alcuni  giorni  dopo,   camminando  e

      parlando  col mio amico Stefano Firbo,  mi accadde di sorprendermi

      all'improvviso in uno specchio per via,  di cui non mi  ero  prima

      accorto.  Non  pot durare pi d'un attimo quell'impressione,  ch

      subito segu quel tale arresto e fin la spontaneit e cominci lo

      studio. Non riconobbi in prima me stesso.  Ebbi l'impressione d'un

      estraneo che passasse per via conversando. Mi fermai. Dovevo esser

      molto pallido. Firbo mi domand:

      "Che hai?"

      "Niente,"  dissi.  E tra me,  invaso da uno strano sgomento ch'era

      insieme ribrezzo, pensavo:

      "Era proprio la mia quell'immagine intravista in  un  lampo?  Sono

      proprio cos, io, di fuori, quando- vivendo - non mi penso? Dunque

      per gli altri sono quell'estraneo sorpreso nello specchio: quello,

      e  non  gi  io  quale  mi  conosco: quell'uno l che io stesso in

      prima, scorgendolo,  non ho riconosciuto.  Sono quell'estraneo che

      non  posso  veder vivere se non cos,  in un attimo impensato.  Un

      estraneo che possono vedere e conoscere solamente gli altri,  e io

      no."

      E  mi  fissai  d'allora  in  poi  in  questo  proposito disperato:

      d'andare inseguendo quell'estraneo ch'era in me e che mi sfuggiva;

      che non potevo  fermare  davanti  a  uno  specchio  perch  subito

      diventava  me quale io mi conoscevo;  quell'uno che viveva per gli

      altri e che io non potevo conoscere; che gli altri vedevano vivere

      e io no.  Lo volevo vedere e conoscere anch'io cos come gli altri

      lo vedevano e conoscevano.

      Ripeto,  credevo  ancora  che  fosse uno solo questo estraneo: uno

      solo per tutti, come uno solo credevo d'esser io per me. Ma presto

      l'atroce mio dramma si complic: con  la  scoperta  dei  centomila

      Moscarda  ch'io ero non solo per gli altri ma anche per me,  tutti

      con questo solo nome di Moscarda, brutto fino alla crudelt, tutti

      dentro questo mio povero corpo ch'era uno anch'esso, uno e nessuno

      ahm,  se me lo mettevo davanti allo specchio e  me  lo  guardavo

      fisso  e immobile negli occhi,  abolendo in esso ogni sentimento e

      ogni volont.

      Quando cos  il  mio  dramma  si  complic,  cominciarono  le  mie

      incredibili pazzie.



      5. INSEGUIMENTO DELL'ESTRANEO.


      Dir  per  ora  di quelle piccole che cominciai a fare in forma di

      pantomime, nella vispa infanzia della mia follia,  davanti a tutti

      gli  specchi  di casa,  guardandomi davanti e dietro per non esser

      scorto da mia moglie,  nell'attesa smaniosa ch'ella,  uscendo  per

      qualche visita o compera, mi lasciasse solo finalmente per un buon

      pezzo.

      Non volevo gi come un commediante studiar le mie mosse,  compormi

      la faccia all'espressione dei varii sentimenti e moti  dell'anima;

      al contrario: volevo sorprendermi nella naturalezza dei miei atti,

      nelle  subitanee  alterazioni  del volto per ogni moto dell'animo;

      per un'improvvisa maraviglia,  ad esempio  (e  sbalzavo  per  ogni

      nonnulla  le  sopracciglia  fino  all'attaccatura  dei  capelli  e

      spalancavo gli occhi e la bocca,  allungando il volto come  se  un

      filo  interno  me  lo  tirasse);  per  un  profondo  cordoglio  (e

      aggrottavo la fronte,  immaginando  la  morte  di  mia  moglie,  e

      socchiudevo  cupamente  le plpebre quasi a covar quel cordoglio);

      per una rabbia feroce (e digrignavo i denti, pensando che qualcuno

      m'avesse  schiaffeggiato,  e  arricciavo  il  naso,   stirando  la

      mandibola e fulminando con lo sguardo).

      Ma,  prima  di tutto,  quella maraviglia,  quel cordoglio,  quella

      rabbia erano finte,  e non potevano esser vere,  perch,  se vere,

      non avrei potuto vederle, ch subito sarebbero cessate per il solo

      fatto  ch'io  le  vedevo;  in secondo luogo,  le maraviglie da cui

      potevo esser preso erano tante  e  diversissime,  e  imprevedibili

      anche le espressioni, senza fine variabili anche secondo i momenti

      e le condizioni del mio animo;  e cos per tutti i cordogli e cos

      per tutte le rabbie.  E infine,  anche ammesso che per una sola  e

      determinata maraviglia,  per un solo e determinato cordoglio,  per

      una sola e determinata rabbia io avessi veramente  assunto  quelle

      espressioni,  esse  erano  come  le  vedevo  io,  non  gi come le

      avrebbero vedute gli altri. L'espressione di quella mia rabbia, ad

      esempio,  non sarebbe stata la stessa per uno che l'avesse temuta,

      per un altro disposto a scusarla, per un terzo disposto a riderne,

      e cos via.

      Ah! tanto bel senno avevo ancora per intendere tutto questo, e non

      pot  servirmi  a  tirare dalla riconosciuta inattuabilit di quel

      mio  folle  proposito  la  conseguenza  naturale   di   rinunciare

      all'impresa  disperata  e  starmi contento a vivere per me,  senza

      vedermi e senza darmi pensiero degli altri.

      L'idea che gli altri vedevano in me uno che non ero  io  quale  mi

      conoscevo; uno che essi soltanto potevano conoscere guardandomi da

      fuori  con  occhi  che non erano i miei e che mi davano un aspetto

      destinato a restarmi sempre  estraneo,  pur  essendo  in  me,  pur

      essendo il mio per loro (un "mio" dunque che non era per me!); una

      vita  nella  quale,  pur  essendo  la mia per loro,  io non potevo

      penetrare, quest'idea non mi diede pi requie.

      Come sopportare in me quest'estraneo?  quest'estraneo che  ero  io

      stesso per me? come non vederlo? come non conoscerlo? come restare

      per sempre condannato a portarmelo con me, in me, alla vista degli

      altri e fuori intanto della mia?



      6. FINALMENTE!


      "Sai che ti dico,  Geng?  Sono passati altri quattro giorni.  Non

      c' pi dubbio: Anna Rosa dev'esser malata. Andr io a vederla."

      "Dida mia, che fai? Ma ti pare! Con questo tempaccio? Manda Diego;

      manda Nina a domandar  notizie.  Vuoi  rischiare  di  prendere  un

      malanno? Non voglio, non voglio assolutamente."

      Quando  voi  non  volete  assolutamente  una  cosa,  che fa vostra

      moglie?

      Dida, mia moglie, si piant il cappellino in capo. Poi mi porse la

      pelliccia perch gliela reggessi.

      Gongolai. Ma Dida scorse nello specchio il mio sorriso.

      "Ah, ridi?"

      "Cara, mi vedo obbedito cos..."

      E allora la pregai che, almeno, non si trattenesse tanto dalla sua

      amichetta, se davvero era ammalata di gola:

      "Un quarto d'ora, non pi. Te ne scongiuro."

      M'assicurai cos che fino a sera non sarebbe rincasata.

      Appena  uscita,   mi   girai   dalla   gioja   su   un   calcagno,

      stropicciandomi le mani.

      "Finalmente!"



      7. FILO D'ARIANNA.


      Prima  volli  ricompormi,  aspettare  che mi scomparisse dal volto

      ogni traccia d'ansia e di gioia e  che,  dentro,  mi  s'arrestasse

      ogni  moto di sentimento e di pensiero,  cos che potessi condurre

      davanti allo specchio il mio corpo come  estraneo  a  me  e,  come

      tale, pormelo davanti.

      "Su," dissi, "andiamo!"

      Andai,  con gli occhi chiusi,  le mani avanti,  a tentoni.  Quando

      toccai la lastra dell'armadio,  ristetti ad aspettare,  ancora con

      gli occhi chiusi, la pi assoluta calma interiore, la pi assoluta

      indifferenza.

      Ma  una  maledetta  voce  mi diceva dentro,  che era l anche lui,

      l'ESTRANEO, di fronte a me, nello specchio. In attesa come me, con

      gli occhi chiusi. C'era, e io non lo vedevo.

      Non mi vedeva neanche  lui,  perch  aveva,  come  me,  gli  occhi

      chiusi.  Ma in attesa di che,  lui?  Di vedermi?  No.  EGLI POTEVA

      ESSER VEDUTO;  NON VEDERMI.  Era per me quel che io  ero  per  gli

      altri,  che  potevo esser veduto e non vedermi.  Aprendo gli occhi

      per, LO avrei veduto cos come un altro? Qui era il punto.

      M'era accaduto tante volte d'infrontar gli occhi  per  caso  nello

      specchio con qualcuno che stava a guardarmi nello specchio stesso.

      Io nello specchio non mi vedevo ed ero veduto;  cos l'altro,  non

      si vedeva, ma vedeva il mio viso e si vedeva guardato da me. Se mi

      fossi sporto a vedermi anch'io nello specchio,  avrei forse potuto

      esser  visto  ancora  dall'altro,  ma io no,  non avrei pi potuto

      vederlo. Non si pu a un tempo vedersi e vedere che un altro sta a

      guardarci nello stesso specchio.

      Stando a pensare cos, sempre con gli occhi chiusi, mi domandai:

      "E' diverso ora il mio caso,  o  lo  stesso?"  Finch  tengo  gli

      occhi  chiusi,  siamo  due:  io  qua  e lui nello specchio.  Debbo

      impedire che,  aprendo gli occhi,  egli diventi me e  io  lui.  Io

      debbo vederlo e non essere veduto.  E' possibile? Subito com'io lo

      vedr, egli mi vedr e ci riconosceremo.  Ma grazie tante!  Io non

      voglio  riconoscermi;  io  voglio  conoscere  lui fuori di me.  E'

      possibile? Il mio sforzo supremo deve consistere in questo: di non

      vedermi IN ME, ma d'essere veduto DA ME, con gli occhi miei stessi

      ma come se fossi un altro: quell'altro che tutti vedono e  io  no.

      S,  dunque,  calma,  arresto d'ogni vita e attenzione!  Aprii gli

      occhi. Che vidi?

      Niente. MI vidi.  Ero io,  l,  aggrondato,  carico del mio stesso

      pensiero, con un viso molto disgustato.

      M'assal una fierissima stizza e mi sorse la tentazione di tirarmi

      uno  sputo in faccia.  Mi trattenni.  Spianai le rughe;  cercai di

      smorzare l'acume dello sguardo;  ed ecco,  a mano a  mano  che  lo

      smorzavo,  la mia immagine smoriva e quasi s'allontanava da me; ma

      smorivo anch'io di qua e quasi cascavo; e sentii che,  seguitando,

      mi sarei addormentato.  Mi tenni con gli occhi.  Cercai d'impedire

      che mi sentissi anch'io tenuto da quegli occhi che mi  stavano  di

      fronte;  che  quegli  occhi,  cio,  entrassero  nei miei.  Non vi

      riuscii. Io MI SENTIVO quegli occhi. Me li vedevo di fronte, ma li

      sentivo anche di qua, in me; li sentivo miei; non gi fissi su me,

      ma in se stessi.  E se per poco riuscivo a non sentirmeli,  non li

      vedevo pi.  Ahim, era proprio cos: io potevo vedelmeli, non gi

      vederli.

      Ed ecco: come compreso di questa verit che riduceva a  un  giuoco

      il mio esperimento,  a un tratto il mio volto tent nello specchio

      uno squallido sorriso.

      "Sta' serio,  imbecille!" gli gridai allora.  "Non c'  niente  da

      ridere!"

      Fu   cos  istantaneo,   per  la  spontaneit  della  stizza,   il

      cangiamento dell'espressione nella mia  immagine,  e  cos  subito

      segu  a  questo  cambiamento  un'attonita  apatia in essa,  ch'io

      riuscii a vedere staccato dal mio spirito imperioso il mio  corpo,

      l,  davanti a me,  nello specchio. Ah, finalmente! Eccolo l! Chi

      era?

      Niente era.  Nessuno.  Un povero corpo mortificato,  in attesa che

      qualcuno se lo prendesse.

      "MOSCARDA..." mormorai, dopo un lungo silenzio.

      Non si mosse;  rimase a guardarmi attonito. Poteva anche chiamarsi

      altrimenti.

      Era l, come un cane sperduto, senza padrone e senza nome, che uno

      poteva chiamar "Flik", e un altro "Flok", a piacere. Non conosceva

      nulla, n si conosceva; viveva per vivere, e non sapeva di vivere;

      gli batteva il cuore, e non lo sapeva; respirava, e non lo sapeva;

      moveva le plpebre, e non se n'accorgeva.

      Gli guardai i capelli rossigni; la fronte immobile, dura, pallida;

      quelle sopracciglia ad accento circonflesso;  gli occhi verdastri,

      quasi  forati  qua  e  l nella crnea da macchioline giallognole;

      attoniti, senza sguardo; quel naso che pendeva verso destra, ma di

      bel taglio aquilino;  i baffi rossicci che nascondevano la  bocca;

      il mento solido, un po' rilevato.

      Ecco,  era  cos:  lo  avevano  fatto  cos,  di quel pelame,  non

      dipendeva da lui essere altrimenti, avere un'altra statura; poteva

      s alterare in parte il  suo  aspetto:  radersi  quei  baffi,  per

      esempio;  ma  adesso  era  cos;  col  tempo sarebbe stato calvo o

      canuto,  rugoso e  floscio,  sdentato;  qualche  sciagura  avrebbe

      potuto  anche  svisarlo,  fargli un occhio di vetro o una gamba di

      legno: ma adesso era cos.

      Chi era? Ero io? Ma poteva anche essere un altro!  Chiunque poteva

      essere,  quello  l .  Poteva avere quei capelli rossigni,  quelle

      sopracciglia ad accento circonflesso e quel naso che pendeva verso

      destra,  non soltanto per me,  ma anche per un altro che non fossi

      io. Perch dovevo esser io, questo, cos?

      Vivendo,  io non rappresentavo a me stesso nessuna immagine di me.

      Perch dovevo dunque vedermi in quel corpo l come in  un'immagine

      di me necessaria?

      Mi  stava  l davanti,  quasi inesistente,  come un'apparizione di

      sogno, quell'immagine.  E io potevo benissimo non conoscermi cos.

      Se non mi fossi mai veduto in uno specchio, per esempio? Non avrei

      forse  per  questo  seguitato  ad  avere  dentro  quella  testa l

      sconosciuta i miei stessi  pensieri?  Ma  s,  e  tant'altri.  Che

      avevano  da  vedere  i  miei  pensieri  con quei capelli,  di quel

      colore,  i quali avrebbero potuto non esserci pi o essere bianchi

      o  neri o biondi;  e con quegli occhi l verdastri,  che avrebbero

      potuto anche essere neri o azzurri;  e con quel naso  che  avrebbe

      potuto essere diritto o camuso? Potevo benissimo sentire anche una

      profonda antipatia per quel corpo l; e la sentivo.

      Eppure,  io ero per tutti,  sommariamente,  quei capelli rossigni,

      quegli occhi verdastri e quel naso; tutto quel corpo l che per me

      era niente; eccolo: niente!  Ciascuno se lo poteva prendere,  quel

      corpo l, per farsene quel Moscarda che gli pareva e piaceva, oggi

      in  un  modo e domani in un altro,  secondo i casi e gli umori.  E

      anch'io... Ma s!  Lo conoscevo io forse?  Che potevo conoscere di

      lui? Il momento in cui lo fissavo, e basta. Se non mi volevo o non

      mi  sentivo  cos  come  mi  vedevo,  colui  era  anche  per me un

      estraneo,  che aveva quelle fattezze,  ma  avrebbe  potuto  averne

      anche altre. Passato il momento in cui lo fissavo, egli era gi un

      altro; tanto vero che non era pi qual era stato da ragazzo, e non

      era  ancora  quale sarebbe stato da vecchio;  e io oggi cercavo di

      riconoscerlo in quello in jeri, e cos via.  E in quella testa l,

      immobile  e  dura,  potevo  mettere  tutti  i pensieri che volevo,

      accendere le pi svariate visioni: ecco: d'un bosco che nereggiava

      placido e misterioso sotto il  lme  delle  stelle;  di  una  rada

      solitaria,  malata  di nebbia,  da cui salpava lenta spettrale una

      nave all'alba;  d'una via cittadina brulicante di  vita  sotto  un

      nembo  sfolgorante  di  sole  che accendeva di riflessi purpurei i

      volti e faceva guizzar di luci variopinte i vetri delle  finestre,

      gli specchi,  i cristalli delle botteghe.  Spengevo a un tratto la

      visione,  e quella testa restava l  di  nuovo  immobile  e  dura,

      nell'apatico attonimento.

      Chi era colui? Nessuno. Un povero corpo, senza nome, in attesa che

      qualcuno se lo prendesse.

      Ma,  all'improvviso,  mentre cos pensavo, avvenne tal cosa che mi

      riemp di spavento pi che di stupore.

      Vidi davanti a me, non per mia volont,  l'apatica attonita faccia

      di   quel   povero   corpo   mortificato  scomporsi  pietosamente,

      arricciare il naso, arrovesciare gli occhi all'indietro, contrarre

      le labbra in su e  provarsi  ad  aggrottar  le  ciglia,  come  per

      piangere; restare cos un attimo sospeso e poi crollar due volte a

      scatto per lo scoppio d'una coppia di sternuti.

      S'era commosso da s,  per conto suo, a un filo d'aria entrato chi

      sa donde,  quel povero corpo mortificato,  senza dirmene  nulla  e

      fuori della mia volont.

      "Salute!" gli dissi.

      E guardai nello specchio il mio primo riso da matto.



      8. E DUNQUE?


      Dunque, niente: questo. Se vi par poco! Ecco una prima lista delle

      riflessioni   rovinose  e  delle  terribili  conclusioni  derivate

      dall'innocente momentaneo piacere che Dida mia moglie aveva voluto

      prendersi.  Dico,  di farmi notare che il naso  mi  pendeva  verso

      destra.


      Riflessioni:


      1  -  CHE  IO  NON ERO PER GLI ALTRI QUEL CHE FINORA AVEVO CREDUTO

      D'ESSERE PER ME;

      2 - CHE NON POTEVO VEDERMI VIVERE;

      3 - CHE NON POTENDO VEDERMI VIVERE,  RESTAVO ESTRANEO A ME STESSO,

      CIOE'  UNO  CHE GLI ALTRI POTEVANO VEDERE E CONOSCERE,  CIASCUNO A

      SUO MODO; E IO NO;

      4 - CHE ERA IMPOSSIBILE PORMI DAVANTI QUESTO ESTRANEO PER  VEDERLO

      E CONOSCERLO; IO POTEVO VEDERMI, NON GIA' VEDERLO;

      5 - CHE IL MIO CORPO,  SE LO CONSIDERAVO DA FUORI, ERA PER ME COME

      UN'APPARIZIONE DI SOGNO;  UNA COSA CHE NON SAPEVA DI VIVERE E  CHE

      RESTAVA LI', IN ATTESA CHE QUALCUNO SE LA PRENDESSE;

      6 - CHE,  COME ME LO PRENDEVO IO,  QUESTO MIO CORPO,  PER ESSERE A

      VOLTA A VOLTA QUALE MI VOLEVO E MI SENTIVO,  COSI'  SE  LO  POTEVA

      PRENDERE QUALUNQUE ALTRO PER DARGLI UNA REALTA' A MODO SUO;

      7  -  CHE INFINE QUEL CORPO PER SE STESSO ERA TANTO NIENTE E TANTO

      NESSUNO,  CHE UN FILO D'ARIA  POTEVA  FARLO  STARNUTIRE,  OGGI,  E

      DOMANI PORTARSELO VIA.


      Conclusioni:


      Queste due per il momento:

      1  -  CHE COMINCIAI FINALMENTE A CAPIRE PERCHE' DIDA MIA MOGLIE MI

      CHIAMAVA GENGE';

      2 - CHE MI PROPOSI DI SCOPRIRE CHI ERO IO ALMENO PER QUELLI CHE MI

      STAVANO PIU' VICINI,  COSI' DETTI CONOSCENTI,  E  DI  SPASSARMI  A

      SCOMPORRE DISPETTOSAMENTE QUELL'IO CHE ERO PER LORO.

















      Libro secondo.


      1. CI SONO IO E CI SIETE VOI.


      Mi si pu opporre:

      "Ma come mai non ti venne in mente,  povero Moscarda,  che a tutti

      gli altri avveniva come a te,  di non vedersi vivere;  e che se tu

      non eri per gli altri quale finora t'eri creduto, allo stesso modo

      gli  altri  potevano  non essere quali tu li vedevi,  ecc.  ecc.?"

      Rispondo:

      Mi venne in mente.  Ma scusate,   proprio vero che sia venuto  in

      mente anche a voi?

      Ho  voluto  supporlo,  ma  non  ci credo.  Io credo anzi che se in

      realt un tal pensiero vi venisse in mente e vi si radicasse  come

      si  radic  in me,  ciascuno di voi commetterebbe le stesse pazzie

      che commisi io.

      Siate sinceri: a voi non  mai passato  per  il  capo  di  volervi

      veder vivere. Attendete a vivere per voi, e fate bene, senza darvi

      pensiero di ci che intanto possiate essere per gli altri; non gi

      perch  dell'altrui  giudizio non v'importi nulla,  ch anzi ve ne

      importa moltissimo;  ma perch siete nella beata illusione che gli

      altri,  da  fuori,  vi  debbano rappresentare in s come voi a voi

      stessi vi rappresentate.

      Che se poi qualcuno vi fa notare che il naso vi pende  un  pochino

      verso  destra...  no?  che jeri avete detto una bugia...  nemmeno?

      piccola piccola,  via,  senza conseguenze...  Insomma,  se qualche

      volta  appena  appena avvertite di non essere per gli altri quello

      stesso che per voi; che fate?  (Siate sinceri.) Nulla fate,  o ben

      poco.  Ritenete al pi al pi, con bella e intera sicurezza di voi

      stessi,  che gli altri vi hanno mal  compreso,  mal  giudicato;  e

      basta.   Se  vi  preme,  cercherete  magari  di  raddrizzare  quel

      giudizio,  dando  schiarimenti,  spiegazioni;  se  non  vi  preme,

      lascerete  correre;  scrollerete le spalle esclamando: "Oh infine,

      ho la mia coscienza e mi basta". Non  cos?

      Signori miei, scusate. Poich vi  venuta in bocca una cos grossa

      parola, permettete ch'io vi faccia entrare in mente un magro magro

      pensiero.  Questo: che la vostra coscienza,  qua,  non ci  ha  che

      vedere. Non vi dir che non val nulla, se per voi  proprio tutto;

      dir,  per farvi piacere, che allo stesso modo ho anch'io la mia e

      so che non val nulla.  Sapete perch?  Perch so che c' anche  la

      vostra. Ma s. Tanto diversa dalla mia.

      Scusatemi  se parlo un momento a modo dei filosofi.  Ma  forse la

      coscienza qualcosa d'assoluto che possa bastare a  se  stessa?  Se

      fossimo  soli,  forse s.  Ma allora,  belli miei,  non ci sarebbe

      coscienza. Purtroppo, ci sono io, e ci siete voi. Purtroppo.

      E che vuol dunque dire che avete la  vostra  coscienza  e  che  vi

      basta?  Che  gli  altri  possono  pensare di voi e giudicarvi come

      piace a loro,  cio ingiustamente,  ch voi siete intanto sicuro e

      confortato di non aver fatto male?

      Oh  di  grazia,  e  se  non  sono gli altri,  chi ve la d codesta

      sicurezza? codesto conforto chi ve lo d? Voi stesso? E come?

      Ah, io lo so, come: ostinandovi a credere che se gli altri fossero

      stati al vostro posto e fosse loro capitato il vostro stesso caso,

      tutti avrebbero agito come voi, n pi n meno.  Bravo!  Ma su che

      lo affermate?

      Eh,  so  anche questo: su certi principii astratti e generali,  in

      cui,  astrattamente   generalmente,  vuol  dire  fuori  dei  casi

      concreti  e particolari della vita,  si pu essere tutti d'accordo

      (costa poco).

      Ma come va che tutti intanto vi condannano o non  vi  approvano  o

      anche vi deridono?  E' chiaro che non sanno riconoscere, come voi,

      quei principii generali nel caso particolare che v'  capitato,  e

      se stessi nell'azione che avete commessa.

      O a che vi basta dunque la coscienza? A sentirvi solo? No, perdio.

      La solitudine vi spaventa.  E che fate allora?  V'immaginate tante

      teste.  Tutte come la vostra.  Tante teste che sono anzi la vostra

      stessa.  Le quali a un dato cenno,  tirate da voi come per un filo

      invisibile,  vi dicono s e no,  e no e s;  come  volete  voi.  E

      questo vi conforta e vi fa sicuri.

      Andate  l  che    un  giuoco  magnifico,  codesto  della  vostra

      coscienza che vi basta.



      2. E ALLORA?


      Sapete invece  su  che  poggia  tutto?  Ve  lo  dico  io.  Su  una

      presunzione  che  Dio  vi  conservi sempre.  La presunzione che la

      realt,  qual  per voi,  debba essere e sia ugualmente per  tutti

      gli altri.

      Ci  vivete  dentro;  ci  camminate fuori,  sicuri.  La vedete,  la

      toccate;  e dentro anche,  se vi piace,  ci fumate un  sigaro  (la

      pipa?  la pipa),  e beatamente state a guardare le spire di fumo a

      poco a poco vanire nell'aria.  Senza il minimo sospetto che  tutta

      la  realt  che  vi  sta  attorno  non  ha  per gli altri maggiore

      consistenza di quel fumo.

      Dite di no?  Guardate.  Io abitavo con mia moglie la casa che  mio

      padre  s'era  fatta costruire dopo la morte immatura di mia madre,

      per  levarsi  da  quella  dov'era  vissuto  con  lei,   piena   di

      cocentissimi  ricordi.  Ero  allora ragazzo,  e soltanto pi tardi

      potei rendermi conto che proprio all'ultimo quella casa era  stata

      lasciata da mio padre non finita e quasi aperta a chiunque volesse

      entrarvi.  Quell'arco  di porta senza la porta che supera tutta la

      cntina da una parte e dall'altra i  muri  di  cinta  della  vasta

      corte  davanti,  non  finiti;  con  la  soglia  sotto  distrutta e

      scortecciati agli spigoli i pilastri;  mi fa ora pensare  che  mio

      padre lo lasci cos quasi in aria e vuoto, forse perch pens che

      la casa, dopo la sua morte, doveva resta a me, vale a dire a tutti

      e a nessuno; e che le fosse inutile perci il riparo d'una porta.

      Finch  visse  mio  padre,  nessuno  s'attent a entrare in quella

      corte.  Erano rimaste per terra tante  pietre  intagliate;  e  chi

      passava, vedendole, pot dapprima pensare che la fabbrica per poco

      interrotta,   sarebbe  stata  presto  ripresa.  Ma  appena  l'erba

      cominci a crescere tra i ciottoli e lungo i muri,  quelle  pietre

      inutili  sembrarono  subito  come  crollate e vecchie.  Col tempo,

      morto mio padre, divennero i sedili delle comari del vicinato,  le

      quali,   titubanti   in   principio,   ora   l'una   ora  l'altra,

      s'arrischiarono a varcare la soglia,  come  in  cerca  d'un  posto

      riparato  dove  ci  si  potesse mettere seduti bene all'ombra e in

      silenzio; e poi,  visto che nessuno diceva nulla,  lasciarono alle

      loro  galline la titubanza ancora per poco,  e prese a considerare

      quella corte come loro,  come loro l'acqua della cisterna  che  vi

      sorgeva  in  mezzo;  e  vi  lavavano  e  vi  stendevano i panni ad

      asciugare; e in fine,  col sole che abbarbagliava allegro da tutto

      quel  bianco di lenzuoli e di camice svolazzanti dai cordini tesi,

      si  scioglievano  sulle  spalle  i  capelli  lustri   d'olio   per

      "cercarsi" in capo, come fanno le scimmie tra loro.

      Non  diedi  mai  a  divedere n fastidio n piacere di quella loro

      invasione, bench m'irritasse specialmente la vista d'una vecchina

      sempre pigolante,  dagli occhi risecchi  e  la  gobba  dietro  ben

      segnata  da  un giubbino verde scolorito,  e mi dsse allo stomaco

      una lezzona grassa squarciata, con un'orrenda cioccia sempre fuori

      del busto  e  in  grembo  un  bimbo  sudicio  dalla  testa  grossa

      schifosamente piena di croste di lattime tra la veluria rossiccia.

      Mia moglie aveva forse il suo tornaconto a lasciarle l, perch se

      ne  serviva a un bisogno,  dando poi loro in compenso o gli avanzi

      di cucina o qualche abito smesso.

      Acciottolata come la strada,  questa corte  tutta in  pendo.  Mi

      rivedo ragazzo,  uscito per le vacanze dal collegio, affacciato di

      sera tardi a uno dei balconi della casa  allora  nuova.  Che  pena

      infinita  mi  dava  il  vasto  biancore  illividito  di tutti quei

      ciottoli  in  pendo  con  quella  grande   cisterna   in   mezzo,

      misteriosamente  sonora!  La  ruggine  s'era  quasi  mangiata  fin

      d'allora la vernice rossigna del gambo di ferro che in cima  regge

      la carrucola dove scorre la fune della secchia; e come mi sembrava

      triste quello sbiadito color di vernice su quel gambo di ferro che

      ne pareva malato!  Malato fors'anche per la malinconia dei cigoli

      della carrucola quando il vento, di notte, moveva la fune; e su la

      corte deserta era la chiarit del cielo stellato ma velato, che in

      quella chiarit vana, di polvere,  sembrava fissato l sopra,  per

      sempre.

      Dopo  la  morte di mio padre,  Quantorzo,  incaricato di badare ai

      miei affari,  pens di chiudere con un tramezzo le stanze che  mio

      padre s'era riservate per sua abitazione e di farne un quartierino

      da affittare.  Mia moglie non s'era opposta. E in quel quartierino

      era venuto,  poco dopo,  ad  abitare  un  vecchio  silenziosissimo

      pensionato,  sempre vestito bene,  di pulita semplicit, piccolino

      ma con un che di  marziale  nell'esile  personcina  impettorita  e

      anche  nella  faccina  energica,   sebbene  un  po'  sciupata,  da

      colonnello  a   riposo.   Di   qua   e   di   l,   come   scritti

      calligraficamente,  aveva  due  esemplari occhi di pesce,  e tutte

      segnate le guance d'una fitta trama di venuzze violette.

      Non avevo mai badato a lui,  n m'ero curato di sapere chi  fosse,

      come vivesse.  Parecchie volte lo avevo incontrato per le scale, e

      sentendomi dire con molto garbo: "Buon  giorno"  o  "Buona  sera",

      senz'altro  m'ero  fatta  l'idea che quel mio vicino di casa fosse

      molto garbato.

      Nessun sospetto mi aveva destato un suo lamento per le zanzare che

      lo molestavano la notte e che,  a  suo  credere,  provenivano  dai

      grandi magazzini a destra della casa ridotti da Quantorzo,  sempre

      dopo la morte di mio padre, a sudice rimesse d'affitto.

      "Ah,  gi!" avevo esclamato,  quella volta,  in  risposta  al  suo

      lamento.

      M  ricordo  perfettamente che in quella mia esclamazione c'era il

      dispiacere,   non  gi  delle  zanzare  che  molestavano  il   mio

      inquilino,  ma  di  quegli  ariosi puliti magazzini che da ragazzo

      avevo veduto costruire e dove correvo,  stranamente esaltato dalla

      bianchezza   abbarbagliante   dell'intonaco   e   come   ubriacato

      dall'umido  della  fabbrica  fresca,  sul  mattonato  rintronante,

      ancora  tutto spruzzato di calce.  Al sole ch'entrava dalle grandi

      finestre ferrate,  bisognava chiudere gli occhi da come quei  muri

      accecavano.

      Tuttavia,  quelle  rimesse  con  quei vecchi land d'affitto,  con

      l'attacco a tre,  per quanto impregnati di tutto  il  lezzo  delle

      lettiere  marcite  e del nero delle risciacquature che stagnava l

      davanti,  mi facevano anche pensare all'allegria  delle  corse  in

      carrozza,  da ragazzo,  quando si andava in villeggiatura,  per lo

      stradone,  tra le  campagne  aperte  che  mi  parevano  fatte  per

      accogliere e diffondere la festivit delle sonagliere. E in grazia

      di quel ricordo mi pareva si potesse sopportare la vicinanza delle

      rimesse;  tanto pi che,  anche senza questa vicinanza, era noto a

      tutti che a Richieri si soffriva il fastidio delle zanzare, da cui

      comunemente  in  ogni  casa  ci  si  difendeva  con  l'uso   delle

      zanzariere.

      Chi sa che impressione dovette fare al mio vicino di casa la vista

      d'un sorriso sulle mie labbra, quando egli con la faccina fiera mi

      grid che non aveva mai potuto sopportare le zanzariere, perch se

      ne  sentiva  soffocare.   Quel  mio  sorriso  esprimeva  di  certo

      maraviglia e compatimento.  Non poter  sopportare  la  zanzariera,

      ch'io  avrei  seguitato  sempre  a usare anche se tutte le zanzare

      fossero sparite da Richieri,  per la delizia che mi  dava,  tenuta

      alta  di  cielo  com'io la tenevo e drizzata tutt'intorno al letto

      senza una piega.  La camera che si vede e non si vede  traverso  a

      quella  miriade  di  forellini del tulle lieve;  il letto isolato;

      l'impressione d'esser come avvolto in una bianca nuvola.

      Non mi feci caso di ci  che  egli  potesse  pensare  di  me  dopo

      quell'incontro. Seguitai a vederlo per le scale, e sentendomi dire

      come prima "Buon giorno" o "Buona sera", rimasi con l'idea ch'egli

      fosse molto garbato.

      Vi  assicuro  invece  ch'egli,  nello  stesso  momento  che  fuori

      garbatamente mi diceva per le scale "Buon giorno" o "Buona  sera",

      dentro di s mi faceva vivere come un perfetto imbecille perch l

      nella  corte  tolleravo  quell'invasione  di  comari  e quel puzzo

      ardente di lavatojo  e  le  zanzare.  Chiaro  che  non  avrei  pi

      pensato:  "Oh Dio com' garbato il mio vicino di casa",  se avessi

      potuto vedermi dentro di lui che, viceversa,  mi vedeva com'io non

      avrei potuto vedermi mai,  voglio dire da fuori, per me, ma dentro

      la visione che anche lui aveva poi per  suo  conto  delle  cose  e

      degli  uomini,  e  nella  quale  mi  faceva  vivere a suo modo: da

      perfetto imbecille.  Non lo sapevo e seguitavo a pensare: "Oh  Dio

      com' garbato il mio vicino di casa".



      3. CON PERMESSO.


      Picchio all'uscio della vostra stanza.

      State,  state pure sdrajato comodamente su la vostra greppina.  Io

      seggo qua. Dite di no?

      "Perch?"

      Ah,  la poltrona su cui, tant'anni or sono, mor la vostra povera

      mamma. Scusate,  non avrei dato un soldo per essa,  mentre voi non

      la  vendereste  per tutto l'oro del mondo;  lo credo bene.  Chi la

      vede, intanto, nella vostra stanza cosi ben mobigliata, certo, non

      sapendo,  si domanda con maraviglia come la possiate  tenere  qua,

      vecchia scolorita e strappata com'.

      Queste  sono le vostre seggiole.  E questo  un tavolino,  che pi

      tavolino di cos non potrebbe essere. Quella  una finestra che d

      sul giardino. E l fuori, quei pini, quei cipressi.

      Lo so.  Ore deliziose passate in questa stanza che  vi  par  tanto

      bella,  con quei cipressi che si vedono l. Ma per essa intanto vi

      siete guastato con l'amico che prima veniva a visitarvi quasi ogni

      giorno e ora non solo non viene pi ma  va  dicendo  a  tutti  che

      siete pazzo, proprio pazzo ad abitare in una casa come questa.

      "Con tutti quei cipressi l davanti in fila," va dicendo. "Signori

      miei, pi di venti cipressi, che pare un camposanto." Non se ne sa

      dar pace.

      Voi socchiudete gli occhi; vi stringete nelle spalle; sospirate:

      "Gusti!"

      Perch  vi  pare  che  sia  propriamente  questione  di  gusti,  o

      d'opinioni, o d'abitudine; e non dubitate minimamente della realt

      delle care cose, quale con piacere ora la vedete e la toccate.

      Andate via da codesta casa;  ripassate fra  tre  o  quattr'anni  a

      rivederla con un altro animo da questo d'oggi; vedrete che ne sar

      pi di codesta cara cara realt.

      "Uh guarda, questa la stanza? questo il giardino?"

      E  speriamo  per  amor di Dio,  che non vi sia morto qualche altro

      parente prossimo,  perch vediate anche  voi  come  un  camposanto

      tutti quei cari cipressi l.

      Ora  dite  che  questo si sa,  che l'animo muta e che ciascuno pu

      sbagliare.

      Gi, storia vecchia, difatti.

      Ma io non ho la pretesa di dirvi niente di nuovo. Solo vi domando:

      "E perch allora, santo Dio,  fate come se non si sapesse?  Perch

      seguitate  a  credere  che  la  sola realt sia la vostra,  questa

      d'oggi,  e vi maravigliate,  vi stizzite,  gridate che sbaglia  il

      vostro amico,  il quale, per quanto faccia, non potr mai avere in

      s, poverino, lo stesso animo vostro?"



      4. SCUSATE ANCORA.


      Lasciatemi dire un'altra cosa, e poi basta.

      Non voglio offendervi. La vostra coscienza,  voi dite.  Non volete

      che sia messa in dubbio. Me n'ero scordato, scusate. Ma riconosco,

      riconosco che per voi stesso,  dentro di voi,  non siete quale io,

      di fuori,  vi vedo.  Non per cattiva  volont.  Vorrei  che  foste

      almeno persuaso di questo. Voi vi conoscete, vi sentite, vi volete

      in  un modo che non  il mio,  ma il vostro;  e credete ancora una

      volta che il vostro sia giusto e il mio sbagliato. Sar, non nego.

      Ma pu il vostro modo essere il mio e viceversa? Ecco che torniamo

      daccapo!

      Io posso credere a tutto ci che voi mi dite.  Ci credo.  Vi offro

      una sedia: sedete; e vediamo di metterci d'accordo.

      Dopo   una   buona  oretta  di  conversazione,   ci  siamo  intesi

      perfettamente.

      Domani mi venite con le mani in faccia, gridando:

      "Ma come? Che avete inteso? Non mi avevo detto cos e cos?"

      Cos e cos,  perfettamente.  Ma il guajo    che  voi  caro,  non

      saprete  mai,  n io vi potr mai comunicare come si traduca in me

      quello che voi mi dite. Non avete parlato turco. Abbiamo usato, io

      voi, la stessa lingua, le stesse parole. Ma che colpa abbiamo,  io

      e voi, se le parole, per s, sono vuote? Vuote, caro mio. E voi le

      riempite  del  senso  vostro,  nel dirmele;  e io nell'accoglierle

      inevitabilmente,  le  riempio  del  senso  mio.   Abbiamo  creduto

      d'intenderci; non ci siamo intesi affatto.

      Eh,  storia  vecchia  anche questa,  si sa.  E io non pretendo dir

      niente di nuovo. Solo torno a domandarvi:

      "Ma perch allora,  santo Dio,  seguitate a fare come  se  non  si

      sapesse?  A parlarmi di voi, se sapete che per essere per me quale

      siete per voi stesso, e io per voi quale sono per me,  ci vorrebbe

      che  io,  dentro  di me,  vi dssi quella stessa realt che voi vi

      date, e viceversa; e questo non possibile?"

      Ahim caro, per quanto facciate, voi mi darete sempre una realt a

      modo vostro,  anche credendo in buona fede che sia a modo  mio;  e

      sar,  non dico;  magari sar; ma a un "modo mio" che io non so n

      potr mai sapere; che saprete soltanto voi che mi vedete da fuori:

      dunque un "modo mio" per voi, non un "modo mio" per me.

      Ci fosse fuori di noi,  per voi e per me,  ci  fosse  una  signora

      realt  mia  e  una signora realt vostra,  dico per se stesse,  e

      uguali,  immutabili.  Non c'.  C' in me e per me una realt mia:

      quella  che  io mi do;  una realt vostra in voi e per voi: quella

      che voi vi date;  le quali non saranno mai le stesse n per voi n

      per me. E allora?

      Allora,  amico  mio,  bisogna consolarci con questo: che non  pi

      vera la mia che la vostra,  e che durano un momento cos la vostra

      come la mia.

      Vi gira un po' il capo? Dunque dunque... concludiamo.



      5. FISSAZIONI.


      Ecco,  dunque,  volevo venire a questo,  che non dovete dirlo pi,

      non lo dovete dire che avete la vostra coscienza e che vi basta.

      Quando avete agito cos? Jeri, oggi, un minuto fa? E ora? Ah,  ora

      voi  stesso  siete  disposto  ad ammettere che forse avreste agito

      altrimenti. E perch? Oh Dio,  voi impallidite.  Riconoscete forse

      anche voi ora, che un minuto fa VOI ERAVATE UN ALTRO?

      Ma s, ma s, mio caro, pensateci bene: un minuto fa, prima che vi

      capitasse  questo  caso,  voi eravate un altro;  non solo,  ma voi

      eravate anche cento altri,  centomila altri.  E non c' da  farne,

      credete a me, nessuna maraviglia. Vedete piuttosto se vi sembra di

      poter  essere  cos  sicuro  che  di  qui a domani sarete quel che

      assumete di essere oggi.

      Caro mio,  la verit  questa: che sono tutte fissazioni.  Oggi vi

      fissate  in  un  modo  e  domani  in un altro.  Vi dir poi come e

      perch.



      6. ANZI VE LO DICO ADESSO.


      Avete mai veduto costruire una casa? Io, tante, qua a Richieri.  E

      ho pensato:

      "Ma  guarda  un  po'  l'uomo,  che    capace  di fare!  Mutila la

      montagna;  ne cava pietre;  le squadra;  le dispone le  une  sulle

      altre  e,  che  che non ,  quello che era un pezzo di montagna 

      diventato una casa."

      "Io" dice la montagna "sono montagna e non mi muovo."

      Non ti muovi,  cara?  E guarda l quei carri tirati da buoi.  Sono

      carichi di te,  di pietre tue.  Ti portano in carretta,  cara mia!

      Credi di startene cos?

      E gi mezza sei due miglia lontano,  nella pianura.  Dove?  Ma  in

      quelle case l,  non ti vedi? una gialla, una rossa, una bianca; a

      due, a tre, a quattro piani. E i tuoi faggi,  i tuoi noci,  i tuoi

      abeti?

      Eccoli qua, a casa mia. Vedi come li abbiamo lavorati bene? Chi li

      riconoscerebbe  pi in queste sedie,  in questi armadi,  in questi

      scaffali?

      Tu montagna, sei tanto pi grande dell'uomo; anche tu faggio, e tu

      noce e tu abete;  ma l'uomo  una bestiolina piccola,  s,  che ha

      per in s qualche cosa che voi non avete.

      A  star sempre in piedi,  vale a dire ritta su due zampe soltanto,

      si stancava;  a sdrajarsi per terra come le altre bestie non stava

      comoda e si faceva male,  anche perch,  perduto il pelo, la pelle

      eh! la pelle le  diventata pi fina. Vide allora l'albero e pens

      che  se  ne  poteva  trar  fuori  qualche  cosa  per  sedere   pi

      comodamente.  E poi sent che non era comodo neppure il legno nudo

      e lo imbott;  scortic le bestie soggette,  altre ne tos e vest

      il  legno  di cuoio e tra il cuoio e il legno mise la lana;  ci si

      sdraj sopra, beato:

      "Ah, come si sta bene cos!"

      Il cardellino canta  nella  gabbietta  sospesa  tra  le  tende  al

      palchetto   della   finestra.   Sente   forse   la  primavera  che

      s'approssima?  Ahim,  forse la sente anch'esso l'antico ramo  del

      noce da cui fu tratta la mia seggiola, che al canto del cardellino

      ora scrcchiola.

      Forse  s'intendono,  con  quel  canto  e  con questo scricchiolo,

      l'uccello imprigionato e il noce ridotto seggiola.



      7. CHE C'ENTRA LA CASA?


      Pare a voi che non c'entri  questo  discorso  della  casa,  perch

      adesso la vedete come ,  la vostra casa, tra le altre che formano

      la citt.  Vi vedete attorno i vostri mobili,  che sono quali  voi

      secondo  il  vostro  gusto  e i vostri mezzi li avete voluti per i

      comodi vostri.  Ed essi  vi  spirano  attorno  il  dolce  conforto

      familiare,  animati  come sono da tutti i vostri ricordi;  non pi

      cose,  ma quasi intime parti di voi  stessi,  nelle  quali  potete

      toccarla  e  sentirla  quella che vi sembra la realt sicura della

      vostra esistenza.

      Siano di faggio o di noce o d'abete, i vostri mobili sono,  come i

      ricordi  della  vostra  intimit  domestica,  insaporati  di  quel

      particolare alito che cova in ogni casa e che d alla nostra  vita

      quasi un odore che pi s'avverte quando ci vien meno, appena cio,

      entrando  in un'altra casa,  vi avvertiamo un alito diverso.  E vi

      secca, lo vedo, ch'io v'abbia richiamato ai faggi,  ai noci,  agli

      abeti  della montagna.  Come se gi cominciaste a compenetrarvi un

      poco della mia  pazzia,  subito,  d'ogni  cosa  che  vi  dico,  vi

      adombrate; domandate:

      "Perch? Che c'entra questo?"



      8. FUORI ALL'APERTO.


      No,  via,  non  abbiate  paura  che  vi guasti i mobili,  la pace,

      l'amore della casa.

      Aria!  aria!  Lasciamo la casa,  lasciamo la citt.  Non dico  che

      possiate fidarvi molto di me;  ma,  via,  non temete.  Fin dove la

      strada con quelle case sbocca nella campagna potete seguirmi.

      S, strada, questa. Temete sul serio che possa dirvi di no? Strada

      strada.  Strada brecciata;  e attenti alle scaglie.  E quelli sono

      fanali. Venite avanti sicuri.

      Ah,  quei  monti azzurri lontani!  Dico "azzurri";  anche voi dite

      "azzurri", non  vero? D'accordo.  E questo qua vicino,  col bosco

      di castagni: castagni, no? vedete, vedete come c'intendiamo? della

      famiglia  delle cupulifere,  d'alto fusto.  Castagno marrone.  Che

      vasta pianura davanti ("verde" eh?  per  voi  e  per  me  "verde":

      diciamo cos,  che c'intendiamo a maraviglia); e in quei prati l,

      guardate guardate che bruciare di rossi papaveri al  sole!  -  Ah,

      come?  cappottini rossi di bimbi?  - Gi, che cieco! Cappottini di

      lana rossa,  avete ragione.  M'erano sembrati papaveri.  E codesta

      vostra  cravatta pure rossa...  Che gioja in questa vana frescura,

      azzurra e verde, d'aria chiara di sole!  Vi levate il cappellaccio

      grigio di feltro?  Siete gi sudato? Eh, bello grasso, voi, Dio vi

      benedica!  Se vedeste i quadratini bianchi e neri dei calzoni  sul

      vostro deretano. Gi, gi la giacca! Pare troppo.

      La campagna!  Che altra pace, eh? Vi sentite sciogliere. S; ma se

      mi sapeste dire dov'? Dico la pace. No,  non temete,  non temete!

      Vi  sembra  propriamente  che ci sia pace qua?  Intendiamoci,  per

      carit!  Non rompiamo il nostro  perfetto  accordo.  Io  qua  vedo

      soltanto  con  licenza  vostra,  ci  che  avverto in me in questo

      momento, un'immensa stupidit, che rende la vostra faccia, e certo

      anche la mia,  di beati idioti;  ma che noi pure attribuiamo  alla

      terra  e  alle  piante,  le quali ci sembra che vivano per vivere,

      cos soltanto come in questa stupidit possono vivere.

      Diciamo dunque che  in noi ci che chiamiamo pace. Non vi pare? E

      sapete da che proviene?  Dal semplicissimo fatto che siamo  usciti

      or ora dalla citt;  cio,  s,  da un mondo COSTRUITO: case, vie,

      chiese, piazze; non per questo soltanto, per, COSTRUITO, ma anche

      perch non ci si vive pi cos per  vivere,  come  queste  piante,

      senza saper di vivere; bens per qualche cosa che non c' e che vi

      mettiamo  noi;  per qualche cosa che dia senso e valore alla vita:

      un senso, un valore che qua, almeno in parte,  riuscite a perdere,

      o  di  cui  riconoscete l'affliggente vanit.  E vi vien languore,

      ecco, e malinconia. Capisco, capisco. Rilascio di nervi.  Accorato

      bisogno d'abbandonarvi. Vi sentite sciogliere, vi abbandonate.



      9. NUVOLE E VENTO.


      Ah,  non  aver pi coscienza d'essere,  come una pietra,  come una

      pianta! Non ricordarsi pi neanche del proprio nome!  Sdrajati qua

      sull'erba,  con le mani intrecciate alla nuca,  guardare nel cielo

      azzurro le bianche nuvole abbarbaglianti che veleggiano gonfie  di

      sole;  udire il vento che fa lass, tra i castagni del bosco, come

      un fragor di mare. Nuvole e vento.

      Che avete detto? Ahim, ahim. Nuvole? Vento?  E non vi sembra gi

      tutto,  avvertire e riconoscere che quelle che veleggiano luminose

      per la sterminata azzurra vacuit sono nuvole?  Sa forse  d'essere

      la  nuvola?  N  sanno  di lei l'albero e la pietra,  che ignorano

      anche se stessi; e sono soli.

      Avvertendo e  riconoscendo  la  nuvola,  voi  potete,  cari  miei,

      pensare  anche  alla  vicenda dell'acqua (e perch no?) che divien

      nuvola per divenir poi acqua di nuovo. Bella cosa,  s.  E basta a

      spiegarvi questa vicenda un povero professoruccio di fisica.  Ma a

      spiegarvi il perch dei perch?



      10. L'UCCELLINO.


      Sentite, sentite: su nel bosco dei castagni, picchi d'accetta. Gi

      nella cava, picchi di piccone.

      Mutilare la montagna,  atterrare alberi per  costruire  case.  L,

      nella vecchia citt,  altre case.  Stenti, affanni, fatiche d'ogni

      sorta; perch? Ma per arrivare a un comignolo, signori miei; e per

      fare uscir poi da questo comignolo un po' di fumo, subito disperso

      nella vanit dello spazio.

      E come quel fumo, ogni pensiero, ogni memoria degli uomini.

      Siamo in campagna qua;  il languore ci ha  sciolto  le  membra;  

      naturale  che illusioni e disinganni,  dolori e gioje,  speranze e

      desiderii ci appajano vani e transitorii,  di fronte al sentimento

      che   spira  dalle  cose  che  restano  e  sopravanzano  ad  essi,

      impassibili.  Basta guardare l quelle alte montagne oltre  valle,

      lontane lontane, sfumanti all'orizzonte, lievi nel tramonto, entro

      rosei vapori.

      Ecco:  sdraiato,  voi  buttate all'aria il cappellaccio di feltro;

      diventate quasi tragico; esclamate: "Oh ambizioni degli uomini!"

      Gi. Per esempio,  che grida di vittoria perch l'uomo,  come quel

      vostro cappellaccio,  s' messo a volare,  a far l'uccellino! Ecco

      intanto qua  un  vero  uccellino  come  vola.  L'avete  visto?  La

      facilit  pi  schietta  e lieve,  che s'accompagna spontanea a un

      trillo di gioja.  Pensare adesso al goffo apparecchio  rombante  e

      allo sgomento,  all'ansia, all'angoscia mortale dell'uomo che vuol

      fare l'uccellino!  Qua  un  frullo  e  un  trillo;  l  un  motore

      strepitoso e puzzolente,  e la morte davanti. Il motore si guasta;

      il motore s'arresta; addio uccellino!

      "Uomo," dite voi,  sdraiati  qua  sull'erba,  "lascia  di  volare!

      Perch vuoi volare? E quando hai volato?"

      Bravi.  Lo dite qua,  per ora,  questo;  perch siete in campagna,

      sdrajati  sull'erba.  Alzatevi,  rientrate  in  citt  e,   appena

      rientrati, lo intenderete subito perch l'uomo voglia volare.

      Qua, cari miei, avete veduto l'uccellino vero, che vola davvero, e

      avete  smarrito  il  senso  e il valore delle ali finte e del volo

      meccanico.  Lo riacquisterete subito l,  dove  tutto    finto  e

      meccanico,  riduzione  e  costruzione:  un  altro mondo nel mondo:

      mondo manifatturato, combinato, congegnato; mondo d'artificio,  di

      stortura,  d'adattamento,  di  finzione,  di vanit;  mondo che ha

      senso e valore soltanto per l'uomo che ne  l'artefice.

      Via,  via,  aspettate che vi dia una mano per  tirarvi  s.  Siete

      grasso,  voi.  Aspettate:  su  la schiena v' rimasto qualche filo

      d'erba... Ecco, andiamo via.



      11. RIENTRANDO IN CITTA'.


      Guardatemi ora questi alberi che scortano di qua e di l,  in fila

      lungo  i  marciapiedi,  questo nostro Corso di Porta Vecchia,  che

      aria smarrita, poveri alberi cittadini, tosati e pettinati!

      Probabilmente non pensano, gli alberi;  le bestie,  probabilmente,

      non ragionano.  Ma se gli alberi pensassero,  Dio mio, e potessero

      parlare,  chi sa che direbbero questi poverelli,  che,  per  farci

      ombra,  facciamo crescere in mezzo alla citt!  Pare che chiedano,

      nel vedersi cos specchiati in quelle  vetrine  di  botteghe,  che

      stiano  a  farci  qua,  tra tanta gente affaccendata,  in mezzo al

      fragoroso tramesto della vita cittadina.  Piantati da tanti anni,

      sono rimasti miseri e squallidi alberelli.  Orecchi,  non mostrano

      d'averne. Ma chi sa, forse gli alberi, per crescere, hanno bisogno

      di silenzio.

      Siete mai stati nella piazzetta dell'Olivella,  fuori le mura?  al

      conventino  antico  dei  Trinitarii  bianchi?  Che aria di sogno e

      d'abbandono, quella piazzetta, e che silenzio strano, quando dalle

      tegole nere e  muschiose  di  quel  convento  vecchio,  s'affaccia

      bambino, azzurro azzurro, il riso della mattina!

      Ebbene,  ogni  anno  la  terra,  l,  nella  sua  stupida  materna

      ingenuit, cerca d'approfittare di quel silenzio.  Forse crede che

      l  non  sia  pi  citt;  che gli uomini abbiano disertato quella

      piazzetta: e tenta di riprendersela, allungando zitta zitta,  pian

      pianino, di tra il selciato, tanti fili d'erba. Nulla  pi fresco

      e  tenero  di  quegli  esili  timidi fili d'erba di cui verzica in

      breve tutta la piazzetta.  Ma ahim non durano pi d'un  mese.  E'

      citt  l;  e  non  permesso ai fili d'erba di spuntare.  Vengono

      ogni anno quattro o cinque spazzini;  s'accosciano in terra e  con

      certi loro ferruzzi li strappano via.

      Io vidi l'altr'anno,  l, due uccellini che, udendo lo stridore di

      quei ferruzzi sui grigi scabri quadratini del  selciato,  volavano

      dalla  siepe  alla  grondaja  del  convento,  di qua alla siepe di

      nuovo,  e scotevano il capino  e  guardavano  di  traverso,  quasi

      chiedessero,  angosciati,  che  cosa stssero a fare quegli uomini

      l.

      "E non lo vedete,  uccellini?" io dissi loro.  "Non lo vedete  che

      fanno?  Fanno  la barba a questo vecchio selciato." Scapparono via

      inorriditi quei due uccellini.

      Beati loro che hanno le ali e possono scappare! Quant'altre bestie

      non possono,  e sono prese e imprigionate e addomesticate in citt

      e anche nelle campagne;  e com' triste la loro forzata obbedienza

      agli strani bisogni degli uomini!  Che  ne  capiscono?  Tirano  il

      carro, tirano l'aratro.

      Ma forse anch'esse,  le bestie,  le piante e tutte le cose,  hanno

      poi un senso e un valore per s,  che l'uomo  non  pu  intendere,

      chiuso  com'  in quelli che egli per conto suo d alle une e alle

      altre,  e che la natura spesso,  dal  canto  suo,  mostra  di  non

      riconoscere e d'ignorare.

      Ci  vorrebbe  un  po' pi d'intesa tra l'uomo e la natura.  Troppo

      spesso la natura si diverte a buttare  all'aria  tutte  le  nostre

      ingegnose costruzioni.  Cicloni,  terremoti... Ma l'uomo non si d

      per vinto.  Ricostruisce,  ricostruisce,  bestiolina pervicace.  E

      tutto  per lui materia di costruzione. Perch ha in s quella tal

      cosa  che  non  si  sa che sia,  per cui deve per forza costruire,

      trasformare a modo suo la materia che gli offre la natura  ignara,

      forse,  e,  almeno  quando  vuole,  paziente.  Ma  si  contentasse

      soltanto delle cose,  di cui,  fino  a  prova  contraria,  non  si

      conosce che abbiano in s facolt di sentire lo spazio a causa dei

      nostri adattamenti e delle nostre costruzioni!  Nossignori. L'uomo

      piglia a materia anche se stesso,  e  si  costruisce,  sissignori,

      come una casa.

      Voi  credete di conoscervi se non vi costruite in qualche modo?  E

      ch'io possa conoscervi se non vi costruisco a modo mio?  E voi me,

      se  non  mi  costruite a modo vostro?  Possiamo conoscere soltanto

      quello a cui riusciamo a dar forma.  Ma che conoscenza pu essere?

      E' forse questa forma la cosa stessa? S, tanto per me, quanto per

      voi;  ma  non  cos  per me come per voi: tanto vero che io non mi

      riconosco nella forma che mi date voi,  n voi in quella che vi do

      io;  e  la stessa cosa non  uguale per tutti e anche per ciascuno

      di noi pu di continuo cangiare, e difatti cangia di continuo.

      Eppure,  non c' altra realt fuori di questa,  se non cio  nella

      forma  momentanea  che riusciamo a dare a noi stessi,  agli altri,

      alle cose.  La realt che ho io per voi  nella forma che  voi  mi

      date;  ma   realt per voi e non per me;  la realt che voi avete

      per me  nella forma che io vi do;  ma  realt per me e  non  per

      voi; e per me stesso io non ho altra realt se non nella forma che

      riesco a darmi. E come? Ma costruendomi, appunto.

      Ah,  voi  credete  che  si  costruiscano  soltanto le case?  Io mi

      costruisco di continuo e vi costruisco, e voi fate altrettanto.  E

      la costruzione dura finch non si sgretoli il materiale dei nostri

      sentimenti e finch duri il cemento della nostra volont. E perch

      credete  che vi si raccomandi tanto la fermezza della volont e la

      costanza nei sentimenti?  Basta che quella vacilli un poco,  e che

      questi  si  alterino  d'un  punto  o cangino minimamente,  e addio

      realt nostra!  Ci accorgiamo subito che non  era  altro  che  una

      nostra illusione.

      Fermezza  di volont,  dunque.  Costanza nei sentimenti.  Tenetevi

      forte, tenetevi forte per non dare di questi tuffi nel vuoto,  per

      non  andare  incontro  a  queste  ingrate  sorprese.  Ma che belle

      costruzioni vengono fuori.


      12. QUEL CARO GENGE'.


      "No no, bello mio,  statti zitto!  Vuoi che non sappia quel che ti

      piace e quel che non ti piace?  Conosco bene i tuoi gusti,  io,  e

      come tu la pensi."

      Quante volte non  m'aveva  detto  cos  Dida  mia  moglie?  E  io,

      imbecille, non ci avevo fatto mai caso.

      Ma  sfido  ch'ella  conosceva  quel  suo  Geng  pi  che  non  lo

      conoscessi  io!  Se  l'era  costruito  lei!  E  non  era  mica  un

      fantoccio. Se mai, il fantoccio ero io.

      Sopraffazione? Sostituzione? Ma che!

      Per  sopraffare  uno,   bisogna  che  questo  uno  esista;  e  per

      sostituirlo, bisogna che esista ugualmente e che si possa prendere

      per le spalle e strappare indietro,  per mettere un altro  al  suo

      posto.

      Dida mia moglie non m'aveva n sopraffatto n sostituito.  Sarebbe

      sembrata  a  lei,   al  contrario,   una   sopraffazione   e   una

      sostituzione,  se  io,  ribellandomi  e  affermando  comunque  una

      volont d'essere a mio modo,  mi fossi tolto dai  piedi  quel  suo

      Geng.

      Perch  quel  suo  Geng esisteva,  mentre io per lei non esistevo

      affatto,  non ero mai esistito.  La realt mia era per lei in quel

      suo Geng ch'ella s'era foggiato,  che aveva pensieri e sentimenti

      e gusti che non erano i miei e che io non avrei potuto minimamente

      alterare,  senza correre il rischio di diventar  subito  un  altro

      ch'ella  non  avrebbe  pi riconosciuto,  un estraneo che ella non

      avrebbe pi potuto n comprendere n amare.

      Purtroppo non avevo mai saputo dare una  qualche  forma  alla  mia

      vita;  non  mi  ero mai voluto fermamente in un modo mio proprio e

      particolare,  sia  per  non  avere  mai  incontrato  ostacoli  che

      suscitassero  in  me  la  volont  di  resistere  e  di affermarmi

      comunque davanti agli altri e a me  stesso,  sia  per  questo  mio

      animo disposto a pensare e a sentire anche il contrario di ci che

      poc'anzi pensava e sentiva,  cio a scomporre e a disgregare in me

      con assidue e spesso opposte riflessioni ogni formazione mentale e

      sentimentale;  sia infine per la mia  natura  cos  inchinevole  a

      cedere,  ad  abbandonarsi  alla discrezione altrui.  non tanto per

      debolezza,  quanto per noncuranza e  anticipata  rassegnazione  ai

      dispiaceri che me ne potessero venire.

      Ed ecco,  intanto,  che me n'era venuto! Non mi conoscevo affatto,

      non avevo per me alcuna realt mia propria,  ero in uno stato come

      di fusione continua,  quasi fluido, malleabile; mi conoscevano gli

      altri, ciascuno a suo modo,  secondo la realt che m'avevano data;

      cio  vedevano  in  me  ciascuno  un Moscarda che non ero io,  non

      essendo io propriamente nessuno per me; tanti Moscarda quanti essi

      erano,  e tutti pi reali di me  che  non  avevo  per  me  stesso,

      ripeto, nessuna realt.

      Geng,  s,  l'aveva, per mia moglie Dida. Ma non potevo in nessun

      modo consolarmene perch vi assicuro  che  difficilmente  potrebbe

      immaginarsi  una  creatura pi sciocca di questo caro Geng di mia

      moglie Dida.

      E il bello,  intanto,  era questo: che non era mica senza  difetti

      per lei quel suo Geng. Ma ella glieli compativa tutti! Tante cose

      di lui non le piacevano,  perch non se l'era costruito in tutto a

      suo modo, secondo il suo gusto e il suo capriccio: no.

      Ma a modo di chi allora?

      Non certo a modo mio,  perch io,  ripeto,  non riuscivo davvero a

      riconoscere  per  miei i pensieri,  i sentimenti,  i gusti ch'ella

      attribuiva al suo Geng.  Si vede dunque  chiaramente  che  glieli

      attribuiva perch, secondo lei, Geng aveva quei gusti e pensava e

      sentiva  cos,  a  modo SUO,  c' poco da dire,  propriamente SUO,

      secondo la SUA realt che non era affatto la MIA.

      La vedevo piangere  qualche  volta  per  certe  amarezze  ch'egli,

      Geng, le cagionava. Egli, sissignori! E se le domandavo:

      "Ma perch, cara?"

      Mi rispondeva:

      "Ah,  me  lo domandi?  Ah,  non ti basta quello che m'hai detto or

      ora?"

      "Io?"

      "Tu, tu, s!"

      "Ma quando mai? Che cosa?"

      Trasecolavo.

      Era manifesto che il senso che io davo  alle  mie  parole  era  un

      senso per me; quello che poi esse assumevano per lei, quali parole

      di Geng,  era tutt'altro.  Certe parole che,  dette da me o da un

      altro,  non le avrebbero dato dolore,  dette da Geng la  facevano

      piangere,  perch  in  bocca a Geng assumevano chi sa quale altro

      valore; e la facevano piangere, sissignori.

      Io dunque parlavo per me solo.  Ella  parlava  col  suo  Geng.  E

      questi  le rispondeva per bocca mia in un modo che a me restava al

      tutto ignoto.  E non    credibile,  come  diventassero  sciocche,

      false,  senza costrutto tutte le cose ch'io le dicevo e ch'ella mi

      ripeteva.

      "Ma come?" le domandavo. "Io ho detto cos?"

      "S, Geng mio, proprio cos!"

      Ecco:  erano  di  Geng  suo  quelle  sciocchezze;  ma  non  erano

      sciocchezze: tutt'altro! Era il modo di pensare di Geng, quello.

      E io, ah come lo avrei schiaffeggiato, bastonato, sbranato! Ma non

      lo  potevo  toccare.  Perch,  non  ostanti  i  dispiaceri  che le

      cagionava, le sciocchezze che diceva, Geng era molto amato da mia

      moglie Dida; rispondeva per lei,  cos com'era all'ideale del buon

      marito,  a  cui qualche difetto si perdona in grazia di tant'altre

      buone qualit.

      Se io non volevo che Dida mia moglie andasse a cercare in un altro

      il suo ideale, non dovevo toccare quel suo Geng.

      In principio pensavo che forse  i  miei  sentimenti  erano  troppo

      complicati;  i miei pensieri, troppo astrusi; i miei gusti, troppo

      insoliti; e che perci mia moglie,  spesso,  non intendendoli,  li

      travisava.  Pensavo,  insomma, che le mie idee e i miei sentimenti

      non potessero capire,  se non cos  ridotti  e  rimpiccoliti,  nel

      cervellino  e  nel  coricino  di  lei;  e  che i miei gusti non si

      potessero accordare con la sua semplicit.

      Ma che!  ma che!  Non li travisava lei,  non li rimpiccoliva lei i

      miei pensieri e i miei sentimenti.  No,  no.  Cos travisati, cos

      rimpiccoliti come le arrivavano dalla bocca di Geng,  mia  moglie

      Dida li stimava sciocchi; anche lei, capite?

      E chi dunque li travisava e li rimpiccoliva cos?  Ma la realt di

      Geng,  signori miei!  Geng,  quale ella se l'era  foggiato,  non

      poteva avere se non di quei pensieri,  di quei sentimenti, di quei

      gusti. Sciocchino ma carino. Ah s, tanto carino per lei! Lo amava

      cos: carino sciocchino.  E lo amava davvero.  Potrei recar  tante

      prove. Baster quest'una: la prima che mi viene a mente.

      Dida,  da  ragazza,  si pettinava in un certo modo che piaceva non

      soltanto a lei, ma anche a me, moltissimo. Appena sposata,  cangi

      pettinatura.  Per  lasciarla  fare  a suo modo io non le dissi che

      questa nuova pettinatura non mi piaceva affatto.  Quand'ecco,  una

      mattina,  m'apparve  all'improvviso,  in accappatoio,  col pettine

      ancora in mano, acconciata al modo antico e tutt'accesa in volto.

      "Geng!" mi grid, spalancando l'uscio,  mostrandosi e rompendo in

      una risata.

      Io restai ammirato, quasi abbagliato.

      "Oh," esclamai, "finalmente!"

      Ma  subito  ella  si  cacci  le  mani  nei capelli,  ne trasse le

      forcinelle e disfece in un attimo la pettinatura.

      "Va' l!" mi disse.   Ho  voluto  farti  uno  scherzo.  So  bene,

      signorino, che non ti piaccio pettinata cos!"

      Protestai, di scatto:

      "Ma chi te l'ha detto, Dida mia? Io ti giuro, anzi, che..."

      Mi tapp la bocca con la mano.

      "Va'  l!"  ripet.  "Tu  me lo dici per farmi piacere.  Ma io non

      debbo piacere a me,  caro mio.  Vuoi che non sappia  come  piaccio

      meglio al mio Geng?"

      E scapp via.

      Capite?  Era  certa  certissima  che  al  suo Geng piaceva meglio

      pettinata in quell'altro modo,  e si pettinava in quell'altro modo

      che non piaceva n a lei n a me.  Ma piaceva al suo Geng;  e lei

      si sacrificava.  Vi par poco?  Non sono veri e proprii  sacrifici,

      questi, per una donna? Tanto lo amava!

      E  io  -  ora  che  tutto  alla fine mi s'era chiarito cominciai a

      divenire terribilmente geloso - non di  me  stesso,  vi  prego  di

      credere: voi avete voglia di ridere!  - non di me stesso, signori,

      ma di uno che non ero io,  di un imbecille che s'era cacciato  tra

      me e mia moglie; non come un'ombra vana, no, - vi prego di credere

      - perch egli anzi rendeva me ombra vana,  me,  me, appropriandosi

      del mio corpo per farsi amare da lei.

      Considerate bene. Non baciava forse mia moglie,  su le mie labbra,

      uno che non ero io? Su le mie labbra? No! Che mie! In quanto erano

      MIE,  propriamente MIE le labbra ch'ella baciava? Aveva ella forse

      tra le braccia il mio corpo?  Ma in quanto REALMENTE poteva  esser

      mio,  quel corpo, in quanto REALMENTE appartenere a me, se non ero

      io colui ch'ella abbracciava e amava?

      Considerate bene.  Non vi sentireste traditi da vostra moglie  con

      la  pi  raffinata delle perfidie,  se poteste conoscere che ella,

      stringendovi tra le braccia,  assapora e si  gode  per  mezzo  del

      vostro  corpo  l'amplesso  d'un  altro  che  lei ha in mente e nel

      cuore?

      Ebbene,  in che era diverso dal mio questo caso?  Il mio caso  era

      anche peggiore!  Perch,  in quello, vostra moglie - scusate - nel

      vostro amplesso si finge soltanto l'amplesso d'un  altro;  mentre,

      nel mio caso,  mia moglie si stringeva tra le braccia la realt di

      uno che non ero io!

      Ed  era  tanto  realt  quest'uno,   che  quando  io  alla   fine,

      esasperato,  lo volli distruggere imponendo, invece della sua, una

      mia realt,  mia moglie,  che non era stata mai mia moglie  ma  la

      moglie di colui,  si ritrov subito, inorridita, come in braccio a

      un estraneo,  a uno sconosciuto;  e dichiar di  non  potermi  pi

      amare,  di  non  poter  pi  convivere  con me neanche un minuto e

      scapp via. Sissignori, come vedrete, scapp via.









      Libro terzo.


      1. PAZZIE PER FORZA.


      Ma voglio dirvi prima, almeno in succinto, le pazzie che cominciai

      a fare per scoprire tutti quegli altri Moscarda che  vivevano  nei

      miei pi vicini conoscenti, e distruggerli a uno a uno.

      Pazzie  per  forza.  Perch,  non  avendo  mai  pensato  finora  a

      costruire di me stesso un Moscarda che consistesse a' miei occhi e

      per mio conto in un modo d'essere che mi  paresse  da  distinguere

      come  a  me  proprio  e  particolare,  s'intende  che  non  mi era

      possibile agire con una qualche logica coerenza.  Dovevo a volta a

      volta  dimostrarmi  il  contrario  di  quel  che  ero  o supponevo

      d'essere in questo e in quello dei miei conoscenti,  dopo  essermi

      sforzato  di  comprendere  la realt che m'avevano data: meschina,

      per forza, labile, volubile e quasi inconsistente.

      Per ecco: un certo aspetto,  un  certo  senso,  un  certo  valore

      dovevo  pur  averlo  per gli altri,  oltre che per le mie fattezze

      fuori della veduta mia e della mia  estimativa,  anche  per  tante

      cose  a  cui  finora non avevo mai pensato.  Pensarci e sentire un

      impeto di feroce ribellione fu tutt'uno.


      2. SCOPERTE.


      Il nome, sia: brutto fino alla crudelt. MOSCARDA. La mosca,  e il

      dispetto del suo aspro fastidio ronzante.

      Non aveva mica un nome per s il mio spirito, n uno stato civile:

      aveva  tutto  un suo mondo dentro;  e io non bollavo ogni volta di

      quel mio nome,  a cui non pensavo affatto,  tutte le cose  che  mi

      vedevo dentro e intorno.  Ebbene, ma per gli altri io non ero quel

      mondo che portavo dentro di me senza nome, tutto intero,  indiviso

      e pur vario.  Ero invece,  fuori, nel loro mondo, UNO - staccato -

      che si chiamava Moscarda,  un piccolo  e  determinato  aspetto  di

      realt  non  mia,  incluso  fuori di me nella realt degli altri e

      chiamato MOSCARDA.

      Parlavo con un amico: niente di strano: mi rispondeva;  lo  vedevo

      gestire;  aveva  la  sua  solita  voce,  riconoscevo i suoi soliti

      gesti; e anch'egli, standomi a sentire se gli parlavo, riconosceva

      la mia voce e i miei gesti. Nulla di strano, s;  ma finch io non

      pensavo che il tono che aveva per me la voce del mio amico non era

      affatto lo stesso di quella ch'egli si conosceva,  perch forse il

      tono della sua voce egli non  se  lo  conosceva  nemmeno,  essendo

      quella, per lui, la sua voce; e che il suo aspetto era quale io lo

      vedevo,  cio quello che gli davo io, guardandolo da fuori, mentre

      lui,  parlando,  non aveva  davanti  alla  mente,  certo,  nessuna

      immagine di se stesso,  neppur quella che si dava e si riconosceva

      guardandosi allo specchio.

      Oh Dio, e che avveniva allora di me?  avveniva lo stesso della mia

      voce? del mio aspetto? Io non ero pi un indistinto IO che parlava

      e  guardava  gli  altri,  ma  uno che gli altri invece guardavano,

      fuori di loro,  e che aveva un tono di voce e un aspetto ch'io non

      mi conoscevo.  Ero per il mio amico quello che egli era per me: un

      corpo  impenetrabile  che  gli  stava   davanti   e   ch'egli   si

      rappresentava  con  lineamenti a lui ben noti,  i quali per me non

      significavano nulla;  tanto  vero  che  non  ci  pensavo  nemmeno,

      parlando,  n  potevo vedermeli n saper come fossero;  mentre per

      lui erano tutto,  in quanto gli rappresentavano me quale  ero  per

      lui,  uno tra tanti: MOSCARDA. Possibile? E MOSCARDA era tutto ci

      che esso diceva e faceva in quel mondo a me ignoto;  MOSCARDA  era

      anche la mia ombra;  MOSCARDA,  se lo vedevano mangiare; MOSCARDA,

      se lo vedevano fumare; MOSCARDA, se andava a spasso; MOSCARDA,  se

      si soffiava il naso.

      Non lo sapevo,  non ci pensavo, ma nel mio aspetto, cio in quello

      che essi mi davano, in ogni mia parola che sonava per loro con una

      voce ch'io non potevo sapere,  in ogni mio  atto  interpretato  da

      ciascuno a suo modo, sempre c'erano per gli altri impliciti il mio

      nome e il mio corpo.

      Se  non  che,  ormai,  per quanto potesse parermi stupido e odioso

      essere bollato cos per sempre e non potermi dare un  altro  nome,

      tanti  altri  a  piacere,  che  s'accordassero a volta a volta col

      vario atteggiarsi de' miei sentimenti e  delle  mie  azioni;  pure

      ormai, ripeto, abituato com'ero a portar quello fin dalla nascita,

      potevo  non farne gran caso,  e pensare che io infine non ero quel

      nome;  che quel nome era per gli altri un modo di  chiamarmi,  non

      bello ma che avrebbe potuto tuttavia essere anche pi brutto.  Non

      c'era forse un Sardo a Richieri che si chiamava Porcu? S.

      "Signor Porcu..."

      E non rispondeva mica con un grugnito.

      "Eccomi, a servirla..."

      Pulito pulito e sorridente rispondeva.  Tanto  che  uno  quasi  si

      vergognava di doverlo chiamare cos.

      Lasciamo dunque il nome, e lasciamo anche le fattezze, bench pure

      -  ora  che  davanti  allo specchio mi s'era duramente chiarita la

      necessit di non poter dare a me stesso un'immagine di me  diversa

      da quella con cui mi rappresentavo - anche queste fattezze sentivo

      estranee  alla mia volont e contrarie dispettosamente a qualunque

      desiderio potesse nascermi d'averne altre, che non fossero queste,

      cio questi capelli cos,  di questo colore,  questi  occhi  cos,

      verdastri,  e questo naso e questa bocca; lasciamo, dico, anche le

      fattezze,  perch alla fin fine dovevo riconoscere  che  avrebbero

      potuto   essere   anche  mostruose  e  avrei  dovuto  tenermele  e

      rassegnarmi a esse, volendo vivere; non erano, e dunque via,  dopo

      tutto, potevo anche accontentarmene.

      Ma  le  condizioni?  dico le condizioni mie che non dipendevano da

      me? le condizioni che mi determinavano, fuori di me,  fuori d'ogni

      mia volont?  le condizioni della mia nascita, della mia famiglia?

      Non me l'ero mai poste davanti,  io,  per valutarle come  potevano

      valutarle gli altri,  ciascuno a suo modo,  s'intende, con una sua

      particolar bilancia, a peso d'invidia, a peso d'odio o di sdegno o

      che so io.

      M'ero creduto finora un uomo nella vita. Un uomo,  cos,  e basta.

      Nella  vita.  Come se in tutto mi fossi fatto da me.  Ma come quel

      corpo non me l'ero fatto io,  come non me l'ero dato io quel nome,

      e  nella  vita  ero stato messo da altri senza mia volont;  cos,

      senza mia volont,  tant'altre cose m'erano  venute  sopra  dentro

      intorno,  da altri;  tant'altre cose m'erano state fatte,  date da

      altri,  a cui effettivamente io non avevo mai  pensato,  mai  dato

      immagine,  l'immagine  strana,  nemica,  con  cui mi s'avventavano

      adesso. La storia della mia famiglia! La storia della mia famiglia

      nel mio paese: non ci pensavo;  ma era in me,  questa storia,  per

      gli altri;  io ero uno, l'ultimo di questa famiglia; e ne avevo in

      me, nel corpo,  lo stampo e chi sa in quante abitudini d'atti e di

      pensieri,  a  cui  non  avevo  mai  riflettuto,  ma  che gli altri

      riconoscevano chiaramente in me,  nel mio modo  di  camminare,  di

      ridere,  di  salutare.  Mi  credevo  un  uomo nella vita,  un uomo

      qualunque,  che vivesse cos alla giornata una scioperata vita  in

      fondo,  bench  piena di curiosi pensieri vagabondi;  e no,  e no:

      potevo essere per me uno qualunque,  ma per gli altri no;  per gli

      altri avevo tante sommarie determinazioni, ch'io non m'ero date n

      fatte  e a cui non avevo mai badato;  e quel mio poter credermi un

      uomo qualunque,  voglio dire quel mio  stesso  ozio,  che  credevo

      proprio  mio,  non era neanche mio per gli altri: m'era stato dato

      da mio padre,  dipendeva dalla ricchezza di mio padre;  ed era  un

      ozio feroce, perch mio padre...

      Ah, che scoperta! Mio padre... La vita di mio padre...



      3. LE RADICI.


      M'apparve.  Alto,  grasso, calvo. E nei limpidi quasi vitrei occhi

      azzurrini il solito sorriso gli  brillava  per  me,  d'una  strana

      tenerezza,  ch'era un po' compatimento, un po' derisione anche, ma

      affettuosa,  come se in fondo gli piacesse  ch'io  fossi  tale  da

      meritarmela,  quella sua derisione,  considerandomi quasi un lusso

      di bont che impunemente egli si potesse permettere.

      Se non che, questo sorriso,  nella barba folta,  cosi rossa e cos

      fortemente  radicata  che  gli  scoloriva le gote,  questo sorriso

      sotto  i  grossi  baffi  un  po'  ingialliti  nel  mezzo,   era  a

      tradimento, ora, una specie di ghigno muto e frigido, l nascosto;

      a cui non avevo mai badato.  E quella tenerezza per me, affiorando

      e brillando negli occhi da quel ghigno  nascosto,  m'appariva  ora

      orribilmente  maliziosa:  tante cose mi svelava a un tratto che mi

      fendevano di brividi la schena.  Ed ecco,  lo  sguardo  di  quegli

      occhi  vitrei  mi  teneva,  mi teneva affascinato per impedirmi di

      pensare a quelle cose,  di cui pure era fatta la sua tenerezza per

      me, ma che pure erano orribili.

      "Ma  se tu eri e sei ancora uno sciocco...  s,  un povero ingenuo

      sventato,  che te ne vai appresso  ai  tuoi  pensieri,  senza  mai

      fermarne uno per fermarti; e mai un proposito non ti sorge, che tu

      non ti ci metta a girare attorno,  e tanto te lo guardi che infine

      ti ci addormenti, e il giorno appresso apri gli occhi,  te lo vedi

      davanti  e  non  sai  pi come ti sia potuto sorgere se jeri c'era

      quest'aria e questo sole; per forza, vedi, io ti dovevo voler bene

      cos. Le mani? che mi guardi? ah, questi peli rossi qua, anche sul

      dorso delle dita?  gli anelli...  troppi?  e questa grossa  spilla

      alla cravatta,  e anche la catena dell'orologio... Troppo oro? che

      mi guardi?"

      Vedevo stranamente la mia angoscia distrarsi con sforzo da  quegli

      occhi,  da  tutto  quell'oro  e  affiggersi  in  certe venicciuole

      azzurrognole che  gli  trasparivano  serpeggianti  s  s  per  la

      pallida fronte con pena,  sul lucido cranio contornato dai capelli

      rossi,  rossi come i miei - cio,  i miei come i suoi- e che  miei

      dunque,  se cos chiaramente m'erano venuti da lui?  E quel lucido

      cranio a poco a poco,  ecco,  mi svaniva davanti come ingojato nel

      vano dell'aria. Mio padre!

      Nel vano,  ora,  un silenzio esterrefatto,  grave di tutte le cose

      insensate e informi,  che stanno nell'inerzia mute e impenetrabili

      allo spirito.

      Fu  un attimo,  ma l'eternit.  Vi sentii dentro tutto lo sgomento

      delle necessit cieche,  delle cose che non si possono mutare:  la

      prigione del tempo; il nascere ora, e non prima e non poi; il nome

      e il corpo che ci  dato;  la catena delle cause;  il seme gettato

      da quell'uomo: mio padre senza volerlo; il mio venire al mondo, da

      quel seme; involontario frutto di quell'uomo;  legato a quel ramo;

      espresso da quelle radici.


      4. IL SEME.


      Vidi  allora  per  la  prima volta mio padre come non lo avevo mai

      veduto: fuori, nella sua vita;  ma non com'era per s,  come in s

      si  sentiva,  ch'io non potevo saperlo;  ma come estraneo a me del

      tutto,  nella realt che,  tal quale egli ora  m'appariva,  potevo

      supporre gli dessero gli altri.

      A tutti i figli sar forse avvenuto.  Notare com'alcunch d'osceno

      che ci mortifica,  laddove  il padre per  noi  che  si  rispetta.

      Notare,  dico, che gli altri non dnno e non possono dare a questo

      padre quella stessa realt che noi gli  diamo.  Scoprire  com'egli

      vive ed  uomo fuori di noi,  per s,  nelle sue relazioni con gli

      altri, se questi altri,  parlando con lui o spingendolo a parlare,

      a ridere, a guardare, per un momento si dimentichino che noi siamo

      presenti,  e  cos ci lascino intravedere l'uomo ch'essi conoscono

      in lui, l'uomo ch'egli  per loro.  Un altro.  E come?  Non si pu

      sapere.  Subito nostro padre ha fatto un cenno,  con la mano o con

      gli occhi, che ci siamo noi.  E quel piccolo cenno furtivo,  ecco,

      ci  ha scavato in un attimo un abisso dentro.  Quello che ci stava

      tanto vicino,  eccolo balzato lontano  e  intravisto  l  come  un

      estraneo.  E sentiamo la nostra vita come lacerata tutta, meno che

      in un punto per cui resta attaccata ancora a quell'uomo.  E questo

      punto    vergognoso.  La nostra nascita staccata,  recisa da lui,

      come un caso comune, forse previsto, ma involontario nella vita di

      quell'estraneo,  prova d'un  gesto,  frutto  d'un  atto,  alcunch

      insomma  che ora,  s,  ci fa vergogna,  ci suscita sdegno e quasi

      odio. E se non propriamente odio,  un certo acuto dispetto notiamo

      anche  negli  occhi  di nostro padre,  che in quell'attimo si sono

      scontrati nei nostri. Siamo per lui, l ritti in piedi,  e con due

      vigili occhi ostili,  ci che egli dallo sfogo d'un suo momentaneo

      bisogno o piacere, non si aspettava: quel seme gettato ch'egli non

      sapeva,  ritto ora in piedi e con due occhi fuoruscenti di  lumaca

      che  guardano  a  tentoni  e  giudicano  e gl'impediscono d'essere

      ancora in tutto a piacer suo,  libero,  UN ALTRO anche rispetto  a

      noi.



      5. TRADUZIONE D'UN TITOLO.


      Non  l'avevo  mai  finora  staccato  cos da me mio padre.  Sempre

      l'avevo pensato, ricordato come padre,  qual era per me;  ben poco

      veramente,  ch  morta  giovanissima  mia  madre,  fui messo in un

      collegio lontano da Richieri, e poi in un altro, e poi in un terzo

      ove rimasi fino a diciott'anni,  e andai poi all'universit  e  vi

      passai per sei anni da un ordine di studi all'altro,  senza cavare

      un pratico profitto da nessuno;  ragion  per  cui  alla  fine  fui

      richiamato a Richieri e subito, non so se in premio o per castigo,

      ammogliato.  Due  anni  dopo mio padre mor senza lasciarmi di s,

      del suo affetto  altro  ricordo  pi  vivo  che  quel  sorriso  di

      tenerezza,  ch'era  -  com'ho detto - un po' compatimento,  un po'

      derisione.

      Ma ci ch'era stato per s? Moriva ora, mio padre, del tutto.  Ci

      ch'era  stato  per gli altri...  E cos poco per me!  E gli veniva

      anche dagli altri, certo,  dalla realt che gli altri gli davano e

      ch'egli  sospettava,  quel sorriso per me...  Ora l'intendevo e ne

      intendevo il perch, orribilmente.

      "Che cos'  tuo  padre?"  mi  avevano  tante  volte  domandato  in

      collegio i miei compagni. E io:

      "Banchiere."

      Perch mio padre, PER ME, era banchiere.

      Se  vostro  padre  fosse  boja,  come  si tradurrebbe nella vostra

      famiglia questo titolo per accordarlo con l'amore  che  voi  avete

      per lui e ch'egli ha per voi? oh, egli tanto buono per voi, oh, io

      lo  so,  non  c'  bisogno  che  me  lo  diciate;  me  lo immagino

      perfettamente l'amore d'un tal padre  per  il  suo  figliuolo,  la

      tremante  delicatezza  delle sue grosse mani nell'abbottonargli la

      camicia bianca attorno al collo. E poi,  feroci domani,  all'alba,

      quelle  sue  mani,  sul  palco.  Perch anche un BANCHIERE,  me lo

      immagino perfettamente,  passa dal dieci al venti e dal  venti  al

      quaranta per cento,  man mano che cresce in paese con la disistima

      altrui la fama della  sua  usura,  la  quale  peser  domani  come

      un'onta  sul  suo  figliuolo  che  ora  non sa e si svaga dietro a

      strani  pensieri,  povero  lusso  di  bont,  che  davvero  se  lo

      meritava,  ve  lo  dico  io,  quel  sorriso  di  tenerezza,  mezzo

      compatimento e mezzo derisione.



      6. IL BUON FIGLIUOLO FEROCE.


      Con gli occhi pieni dell'orrore  di  questa  scoperta,  ma  velato

      l'orrore   da  un  avvilimento,   da  una  tristezza  che  pur  mi

      atteggiavano le labbra a un sorriso vano, nel sospetto che nessuno

      potesse  crederli  e  ammetterli  in  me  davvero,  io  allora  mi

      presentai davanti a Dida mia moglie.

      Se ne stava - ricordo - in una stanza luminosa,  vestita di bianco

      e tutta avvolta entro un fulgore di sole,  a disporre  nel  grande

      armadio  laccato  bianco  e  dorato  a tre luci i suoi nuovi abiti

      primaverili.

      Facendo uno sforzo, acre d'onta segreta,  per trovarmi in gola una

      voce che non paresse troppo strana, le domandai:

      "Tu lo sai, eh Dida, qual  la mia professione?"

      Dida,  con  una  gruccia  in  mano da cui pendeva un abito di velo

      color isabella,  si volt a guardarmi dapprima,  come  se  non  mi

      riconoscesse. Stordita, ripet:

      "La tua professione?"

      E  dovetti riassaporar l'agro di quell'onta per riprendere,  quasi

      da un dilaceramento del mio spirito, la domanda che ne pendeva. Ma

      questa volta mi si sfece in bocca:

      "Gi," dissi "che cosa faccio io?"

      Dida,  allora,  stette un poco a mirarmi,  poi scoppi in una gran

      risata:

      "Ma che dici, Geng?"

      Si  fracass  d'un  tratto  allo  scoppio  di quella risata il mio

      orrore, l'incubo di quelle necessit cieche in cui il mio spirito,

      nella  profondit  delle  sue  indagini,  s'era  urtato  poc'anzi,

      rabbrividendo.

      Ah,  ecco - un usurajo,  per gli altri;  uno stupido qua, per Dida

      mia moglie. Geng io ero; uno qua, nell'animo e davanti agli occhi

      di mia moglie;  e chi sa quant'altri Geng,  fuori,  nell'animo  o

      solamente negli occhi della gente di Richieri. Non si trattava del

      mio  spirito,  che si sentiva dentro di me libero e immune,  nella

      sua intimit originaria, di tutte quelle considerazioni delle cose

      che m'erano venute, che mi erano state fatte e date dagli altri, e

      principalmente di questa del danaro e  della  professione  di  mio

      padre.

      No?  E  di  chi si trattava dunque?  Se potevo non riconoscere mia

      questa realt spregevole che mi davano gli altri, ahim dovevo pur

      riconoscere che se anche me ne fossi data una, io, per me,  questa

      non sarebbe stata pi vera,  COME REALTA', di quella che mi davano

      gli altri,  di quella in cui gli altri mi facevano consistere  con

      quel corpo che ora,  davanti a mia moglie,  non poteva neanch'esso

      parermi MIO,  giacch se l'era appropriato quel Geng SUO,  che or

      ora  aveva  detto  una  nuova sciocchezza per cui tanto ella aveva

      riso. Voler sapere la sua professione! E che non si sapeva ?

      "Lusso di bont..." feci,  quasi tra me,  staccando la voce da  un

      silenzio  che mi parve fuori della vita,  perch,  ombra davanti a

      mia moglie, non sapevo pi donde io - io come io - le parlassi.

      "Che dici?" ripet lei,  dalla solidit certa della sua vita,  con

      quell'abito color isabella sul braccio

      E com'io non risposi,  mi venne avanti,  mi prese per le braccia e

      mi soffi sugli occhi,  come a cancellarvi uno sguardo che non era

      pi  di  Geng,  di quel Geng il quale ella sapeva che al pari di

      lei doveva fingere di non conoscere come in paese si traducesse il

      nome della professione di mio padre.

      Ma non  ero  peggio  di  mio  padre,  io?  Ah!  Mio  padre  almeno

      LAVORAVA...  Ma io!  Che facevo io?  Il buon figliuolo feroce.  Il

      buon figliuolo che parlava di cose aliene (bizzarre anche):  della

      scoperta  del  naso che mi pendeva verso destra: oppure dell'altra

      faccia della luna;  mentre la cos detta banca di mio  padre,  per

      opera  dei  due  fidati  amici  Firbo  e  Quantorzo,  seguitava  a

      LAVORARE, prosperava. C'erano anche socii minori,  nella banca,  e

      anche i due fidati amici vi erano - come si dice cointeressati,  e

      tutto andava a gonfie vele senza  ch'io  me  n'impicciassi  punto,

      voluto  bene  da  tutti  quei  consoci,   da  Quantorzo,  come  un

      figliuolo,  da Firbo come un fratello;  i quali tutti sapevano che

      con me era inutile parlar d'affari e che bastava di tanto in tanto

      chiamarmi a firmare;  firmavo e quest'era tutto. Non tutto, perch

      anche di tanto in tanto qualcuno veniva a pregarmi d'accompagnarlo

      a Firbo o a Quantorzo con un bigliettino di raccomandazione;  gi!

      e  io  allora  gli  scoprivo  sul  mento  una  fossetta che glielo

      divideva in due parti non perfettamente uguali,  una pi  rilevata

      di qua, una pi scempia di l.

      Come  non  m'avevano  finora  accoppato?  Eh,  non  m'accoppavano,

      signori,  perch,  com'io non m'ero  finora  staccato  da  me  per

      vedermi,  e vivevo come un cieco nelle condizioni in cui ero stato

      messo, senza considerare quali fossero,  perch in esse ero nato e

      cresciuto e m'erano perci naturali;  cos anche per gli altri era

      naturale ch'io fossi  cos;  mi  conoscevano  cos;  non  potevano

      pensarmi  altrimenti,  e  tutti  potevano  ormai  guardarmi  quasi

      senz'odio e anche sorridere a questo BUON FIGLIUOLO FEROCE.

      Tutti?

      Mi sentii a un tratto confitti nell'anima due  paja  d'occhi  come

      quattro  pugnali  avvelenati:  gli  occhi di Marco di Dio e di sua

      moglie Diamante,  che incontravo ogni  giorno  sulla  mia  strada,

      rincasando.



      7. PARENTESI NECESSARIA, UNA PER TUTTI.


      Marco  di Dio e sua moglie Diamante ebbero la ventura d'essere (se

      ben ricordo) le prime mie vittime. Voglio dire, le prime designate

      all'esperimento della distruzione d'un Moscarda.

      Ma con qual diritto ne parlo?  con qual diritto do qui  aspetto  e

      voce ad altri fuori di me?  Che ne so io?  Come posso parlarne? Li

      vedo da fuori, e naturalmente quali sono per me, cio in una forma

      nella quale certo essi  non  si  riconoscerebbero.  E  non  faccio

      dunque agli altri lo stesso torto di cui tanto mi lamento io?

      S,  certo;  ma con la piccola differenza delle fissazioni, di cui

      ho gi parlato in principio; di quel certo modo in cui ciascuno si

      vuole,   costruendosi  cos  o  cos,   secondo  come  si  vede  e

      sinceramente  crede di essere,  non solo per s,  ma anche per gli

      altri. Presunzione, comunque, di cui bisogna pagar la pena.

      Ma voi, lo so, non vi volete ancora arrendere ed esclamate:

      "E i fatti? Oh, perdio, e non ci sono i dati di fatto?"

      "S, che ci sono."

      Nascere  un fatto.  Nascere in un tempo anzich in un  altro,  ve

      l'ho gi detto;  e da questo o da quel padre, e in questa o quella

      condizione;  nascere maschio o femmina;  in Lapponia o nel  centro

      dell'Africa;  e bello o brutto; con la gobba o senza gobba: FATTI.

      E anche se perdete un occhio,  un fatto;  e potete anche perderli

      tutti  e  due,  e se siete pittore  il peggior fatto che vi possa

      capitare.

      Tempo,  spazio: necessit.  Sorte,  fortuna,  casi: trappole tutte

      della  vita.  Volete  essere?  C'  questo.  In astratto non si .

      Bisogna che s'intrappoli l'essere in una forma,  e per alcun tempo

      si finisca in essa,  qua o l,  cos o cos.  E ogni cosa,  finch

      dura, porta con s la pena della sua forma, la pena d'esser cos e

      di non poter pi essere altrimenti.  Quello sbiobbo l,  pare  una

      burla,  uno  scherzo  compatibile s e no per un minuto solo e poi

      basta; poi dritto, s,  svelto,  agile,  alto...,  ma che!  sempre

      cos,  per tutta la vita che  una sola; e bisogna che si rassegni

      a passarla tutta tutta cos. E come le forme, gli atti.

      Quando un atto  compiuto,   quello;  non si cangia  pi.  Quando

      uno,  comunque,  abbia  agito,  anche  senza che poi si senta e si

      ritrovi negli atti compiuti,  ci che ha fatto,  resta:  come  una

      prigione per lui. Se avete preso moglie, o anche materialmente, se

      avete rubato e siete stato scoperto; se avete ucciso, come spire e

      tentacoli vi avviluppano le conseguenze delle vostre azioni;  e vi

      grava  sopra,  attorno,  come  un'aria  densa,  irrespirabile,  la

      responsabilit che per quelle azioni e le conseguenze di esse, non

      volute  o  non  previste,  vi  siete  assunta.  E  come potete pi

      liberarvi ?

      Gi. Ma che intendete dire con questo?  Che gli atti come le forme

      determinano la realt mia o vostra?  E come? perch? Che siano una

      prigione,  nessuno  pu  negare.  Ma  se  volete  affermar  questo

      soltanto,  state  in guardia che non affermate nulla contro di me,

      perch io dico appunto  e  sostengo  anzi  questo,  che  sono  una

      prigione e la pi ingiusta che si possa immaginare.

      Mi  pareva,  santo  Dio,  d'avervelo  dimostrato!  Conosco  Tizio.

      Secondo la conoscenza che ne ho,  gli do una realt:  per  me.  Ma

      Tizio lo conoscete anche voi, e certo quello che conoscete voi non

       quello stesso che conosco io,  perch ciascuno di noi lo conosce

      a suo modo e gli d a suo modo una realt. Ora anche per se stesso

      Tizio ha tante realt per quanti di noi conosce, perch in un modo

      si conosce con me e in un altro con voi e con  un  terzo,  con  un

      quarto  e via dicendo.  Il che vuol dire che Tizio  realmente uno

      con me, uno con voi, un altro con un terzo, un altro con un quarto

      e  via  dicendo,  pur  avendo  l'illusione  anche  lui,  anzi  lui

      specialmente, d'esser uno per tutti.

      Il  guajo    questo;  o lo scherzo,  se vi piace meglio chiamarlo

      cos.  Compiamo un atto.  Crediamo in buona fede d'esser tutti  in

      quell'atto. Ci accorgiamo purtroppo che non  cos, e che l'atto 

      invece  sempre  e  solamente  dell'uno  dei  tanti che siamo o che

      possiamo   essere,   quando,    per   un   caso   sciaguratissimo,

      all'improvviso   vi   restiamo   come  agganciati  e  sospesi:  ci

      accorgiamo, voglio dire, di non essere tutti in quell'atto,  e che

      dunque  un'atroce  ingiustizia  sarebbe giudicarci da quello solo,

      tenerci agganciati e sospesi a esso,  alla  gogna,  per  un'intera

      esistenza,  come  se  questa  fosse  tutta assommata in quell'atto

      solo.

      "Ma io sono anche questo,  e quest'altro,  e poi quest'altro!"  ci

      mettiamo a gridare.

      Tanti,  eh gi; tanti ch'erano fuori dell'atto di quell'uno, e che

      non avevano nulla o ben poco da vedere  con  esso.  Non  solo;  ma

      quell'uno  stesso,  cio  quella realt che in un momento ci siamo

      data e che in quel momento ha compiuto l'atto,  spesso poco dopo 

      sparito  del  tutto;  tanto vero che il ricordo dell'atto resta in

      noi, se pure resta,  come un sogno angoscioso,  inesplicabile.  Un

      altro,  dieci  altri,  tutti quegli altri che noi siamo o possiamo

      essere,  sorgono a uno a uno in  noi  a  domandarci  come  abbiamo

      potuto  far  questo;  e  non  ce lo sappiamo pi spiegare.  Realt

      passate. Se i fatti non sono tanto gravi, queste realt passate le

      chiamiamo disinganni. S, va bene;  perch veramente ogni realt 

      un  inganno.  Proprio  quell'inganno  per  cui  ora dico a voi che

      n'avete un altro davanti.

      "Voi sbagliate!"

      Siamo molto superficiali, io e voi.  Non andiamo ben addentro allo

      scherzo,  che  pi profondo e radicale,  cari miei. E consiste in

      questo: che l'essere agisce necessariamente per forme, che sono le

      apparenze ch'esso si crea,  a cui noi diamo valore di  realt.  Un

      valore che cangia,  naturalmente, secondo l'essere in quella forma

      e in quell'atto ci appare.

      E ci deve sembrare per forza che gli altri  hanno  sbagliato;  che

      una  data  forma,  un  dato  atto  non   questo e non  cos.  Ma

      inevitabilmente,  poco  dopo,  se  ci  spostiamo  d'un  punto,  ci

      accorgiamo  che abbiamo sbagliato anche noi,  e che non  questo e

      non  cos; sicch alla fine siamo costretti a riconoscere che non

      sar mai n questo n cos in nessun modo stabile e sicuro; ma ora

      in un modo ora in un altro, che tutti a un certo punto ci parranno

      sbagliati o tutti veri, che  lo stesso;  perch una realt non ci

      fu data e non c',  ma dobbiamo farcela noi, se vogliamo essere: e

      non sar mai una per tutti,  una per  sempre,  ma  di  continuo  e

      infinitamente  mutabile.  La  facolt  di  illuderci che la realt

      d'oggi sia la sola vera, se da un canto ci sostiene, dall'altro ci

      precipita in un vuoto  senza  fine,  perch  la  realt  d'oggi  

      destinata a scoprircisi illusione domani.  E la vita non conclude.

      Non pu concludere. Se domani conclude,  finita.



      8. CALIAMO UN POCO.


      Vi pare che l'abbia presa troppo alta? E caliamo un poco. La palla

       elastica; ma per rimbalzare bisogna che tocchi terra.  Tocchiamo

      terra e facciamola rivenire alla mano.

      Di  quali  fatti volete parlare?  Del fatto ch'io sono nato,  anno

      tale,  mese tale,  giorno tale,  nella nobile citt  di  Richieri,

      nella  casa  in via tale,  numero tale,  dal signor Tal dei Tali e

      dalla signora Tal dei  Tali;  battezzato  nella  chiesa  madre  di

      giorni  sei;  mandato  a  scuola  d'anni  sei;  ammogliato  d'anni

      ventitr;  alto di statura un metro e sessantotto;  rosso di  pelo

      ecc. ecc.?

      Sono  i  miei  connotati.  Dati  di  fatto,  dite voi.  E vorreste

      desumerne la mia realt?  Ma questi stessi dati  che  per  s  non

      dicono  nulla,  credete  che  importino una valutazione uguale per

      tutti? E quand'anche mi rappresentassero intero e preciso, dove mi

      rappresenterebbero? in quale realt?

      Nella vostra, che non  quella d'un altro; e poi d'un altro; e poi

      d'un altro.  C' forse una realt  sola,  una  per  tutti?  Ma  se

      abbiamo  visto  che  non  ce  n' una neanche per ciascuno di noi,

      poich in noi stessi la nostra cangia di continuo! E allora ?

      Ecco qua, terra terra. Siete in cinque? Venite con me.

      Questa  la casa in cui sono nato,  anno tale,  mese tale,  giorno

      tale.  Ebbene, dal fatto che topograficamente e per l'altezza e la

      lunghezza e il numero delle finestre poste qua sul davanti  questa

      casa  la stessa per tutti;  dal fatto che io per tutti voi cinque

      vi sono nato, anno tale, mese tale,  giorno tale,  rosso di pelo e

      alto  ora  un  metro  e  sessantotto,  segue forse che voi tutti e

      cinque diate la stessa realt a questa casa e  a  me?  A  voi  che

      abitate una catapecchia,  questa casa sembra un bel palazzo; a voi

      che avete un certo gusto artistico,  sembra una volgarissima casa;

      voi  che passate malvolentieri per la via dov'essa sorge perch vi

      ricorda un triste episodio  della  vostra  vita,  la  guardate  in

      cagnesco;  voi, invece, con occhio affettuoso perch - lo so - qua

      dirimpetto abitava la vostra povera mamma che fu buona amica della

      mia.

      E io che vi sono nato?  Oh  Dio!  Quand'anche  per  tutt'e  cinque

      voialtri  in  questa casa,  che  una e cinque,  fosse nato l'anno

      tale, il mese tale,  il giorno tale un imbecille,  credete che sia

      lo  stesso  imbecille  per tutti?  Sar per l'uno imbecille perch

      lascio Quantorzo direttore della banca e Firbo consulente  legale,

      cio  proprio  per  la  ragione  per  cui  mi  stima avvedutissimo

      l'altro, che crede invece di veder lampante la mia imbecillit nel

      fatto che conduco a spasso ogni giorno la cagnolina di mia moglie,

      e cos via.

      Cinque imbecilli. Uno in ciascuno.  Cinque imbecilli che vi stanno

      davanti, come li vedete da fuori, in me che sono uno e cinque come

      la casa, tutti con questo nome di Moscarda, niente per s, neanche

      uno,  se  serve  a  disegnar cinque differenti imbecilli che,  s,

      tutt'e cinque si volteranno se chiamate: "MOSCARDA!"  ma  ciascuno

      con  quell'aspetto  che  voi  gli date;  cinque aspetti;  se rido,

      cinque sorrisi, e via dicendo.

      E non sar per voi, ogni atto ch'io compia, l'atto d'uno di questi

      cinque?  E potr essere lo stesso,  quest'atto,  se i cinque  sono

      differenti?  Ciascuno  di  voi  lo interpreter,  gli dar senso e

      valore a seconda della realt che m'ha data. Uno dir:

      "Moscarda ha fatto questo."

      L'altro dir:

      "Ma che questo! Ha fatto ben altro!"

      E il terzo:

      "Per me ha fatto benissimo. Doveva fare cos!"

      Il quarto:

      "Ma che cos e cos! Ha fatto malissimo. Doveva fare invece..."

      E il quinto:

      "Che doveva fare? Ma se non ha fatto niente!"

      E sarete capaci d'azzuffarvi per ci che Moscarda ha fatto  e  non

      ha fatto, per ci che doveva o non doveva fare, senza voler capire

      che il Moscarda dell'uno non  il Moscarda dell'altro; credendo di

      parlare d'un Moscarda solo,  che  proprio uno,  s, quello che vi

      sta davanti cos e cos, come voi lo vedete,  come voi lo toccate;

      mentre parlate di cinque Moscarda;  perch anche gli altri quattro

      ne hanno uno davanti, uno per ciascuno, che  quello solo,  cos e

      cos,  come  ciascuno  lo vede e lo tocca.  Cinque;  e sei,  se il

      povero Moscarda si vede e  si  tocca  uno  anche  per  s;  uno  e

      nessuno,  ahim, come egli si vede e si tocca, se gli altri cinque

      lo vedono e lo toccano altrimenti.



      9. CHIUDIAMO LA PARENTESI.


      Tuttavia mi sforzer di darvi, non dubitate, quella realt che voi

      credete d'avere; cio a dire, di volervi in me come voi vi volete.

      Non  possibile,  ormai lo  sappiamo  bene,  giacch,  per  quanti

      sforzi io faccia di rappresentarvi a modo vostro,  sar sempre "un

      modo vostro" soltanto per me,  non "un modo vostro" per voi e  per

      gli altri.

      Ma scusate: se per voi non ho altra realt fuori di quella che voi

      mi date,  e sono pronto a riconoscere e ad ammettere ch'essa non 

      meno vera di quella che potrei darmi io;  che essa anzi per voi  

      la sola vera (e Dio sa che cos' codesta realt che voi mi date!);

      vorreste lamentarvi adesso di quella che vi dar io,  con tutta la

      buona volont di rappresentarvi quanto pi  mi  sar  possibile  a

      modo vostro?

      Non presumo che siate come vi rappresento io. Ho affermato gi che

      non siete neppure quell'uno che vi rappresentate a voi stesso,  ma

      tanti a un tempo, secondo tutte le vostre possibilit d'essere,  e

      i casi,  le relazioni e le circostanze.  E dunque, che torto vi fo

      io? Me lo fate voi il torto,  credendo ch'io non abbia o non possa

      avere  altra  realt fuori di codesta che mi date voi;  la quale 

      vostra soltanto,  credete: una vostra idea  quella  che  vi  siete

      fatta di me,  una possibilit d'essere come voi la sentite, come a

      voi pare, come la riconoscete in voi possibile; giacch di ci che

      possa essere io per me,  non solo non potete saper per nulla  voi,

      ma nulla neppure io stesso.



      10. DUE VISITE.


      E  sono  contento che or ora,  mentre stavate a leggere questo mio

      libretto col sorriso un po' canzonatorio che fin da  principio  ha

      accompagnato  la vostra lettura,  due visite,  una dentro l'altra,

      siano venute improvvisamente a dimostrarvi quant'era sciocco  quel

      vostro  sorriso.  Siete  ancora  sconcertato - vi vedo - irritato,

      mortificato della  pessima  figura  che  avete  fatto  col  vostro

      vecchio  amico,  mandato via poco dopo sopravvenuto il nuovo,  con

      una  scusa  meschina,  perch  non  resistevate  pi  a  vedervelo

      davanti,  a  sentirlo parlare e ridere in presenza di quell'altro.

      Ma  come?  mandarlo  via  cos,  se  poco  prima  che  quest'altro

      arrivasse, vi compiacevate tanto a parlare e ridere con lui?

      Mandato  via.  Chi?  Il  vostro  amico?  Credete  sul serio d'aver

      mandato via lui? Rifletteteci un poco.

      Il vostro vecchio amico, in s e per s, non aveva nessuna ragione

      d'esser mandato via, sopravvenendo il nuovo. I due, tra loro,  non

      si conoscevano affatto; li avete presentati voi l'uno all'altro; e

      potevano  insieme trattenersi una mezz'oretta nel vostro salotto a

      chiacchierare del pi e del meno. Nessun imbarazzo n per l'uno n

      per l'altro .

      L'imbarazzo l'avete provato voi, e tanto pi vivo e intollerabile,

      quanto pi, anzi,  vedevate quei due a poco a poco acconciarsi tra

      loro a fare accordo insieme.  L'avete subito rotto, quell'accordo.

      Perch ?  Ma perch voi  (non  volete  ancora  capirlo  ?  )  voi,

      all'improvviso,  cio all'arrivo del vostro nuovo amico,  vi siete

      scoperto due,  uno cos dall'altro diverso,  che per  forza  a  un

      certo  punto,  non resistendo pi,  avete dovuto mandarne via uno.

      Non il vostro vecchio amico,  no;  avete mandato via  voi  stesso,

      quell'uno  che siete per il vostro vecchio amico,  perch lo avete

      sentito tutt'altro da quello che siete,  o volete essere,  per  il

      nuovo.

      Incompatibili  non  erano  tra  loro  quei  due,   estranei  l'uno

      dall'altro,   garbatissimi  entrambi  e   fatti   fors'anche   per

      intendersi  a  maraviglia;  ma  i due VOI che all'improvviso avete

      scoperto in voi stesso.  Non avete potuto tollerare  che  le  cose

      dell'uno fossero mescolate con quelle dell'altro,  non avendo esse

      propriamente nulla di comune tra loro. Nulla,  nulla,  giacch voi

      per  il  vostro  vecchio  amico avete una realt e un'altra per il

      nuovo,  cos  diverse  in  tutto  da  avvertire  voi  stesso  che,

      rivolgendovi   all'uno,   l'altro   sarebbe  rimasto  a  guardarvi

      sbalordito; non vi avrebbe pi riconosciuto; avrebbe esclamato tra

      s:

      "Ma come?  questo?  cos?"

      E   nell'imbarazzo   insostenibile   di   trovarvi,   cos,   due,

      contemporaneamente,   avete   cercato   una   scusa  meschina  per

      liberarvi,  non d'uno di loro,  ma d'uno dei due che quei  due  vi

      costringevano a essere a un tempo.

      S s,  tornate a leggere questo mio libretto, senza pi sorridere

      come avete fatto finora.

      Credete  pure  che,   se  qualche  dispiacere  ha  potuto  recarvi

      l'esperienza or ora fatta,  quest' niente,  mio caro,  perch voi

      non siete due  soltanto,  ma  chi  sa  quanti,  senza  saperlo,  e

      credendovi sempre uno. Andiamo avanti.


      Libro quarto.



      1. COM'ERANO PER ME MARCO DI DIO E SUA MOGLIE DIAMANTE.


      Dico  "erano";  ma  forse sono in vita ancora.  Dove?  Qua ancora,

      forse, che potrei vederli domani. Ma qua,  dove?  Non ho pi mondo

      per me; nulla posso sapere del loro, dov'essi si fingono d'essere.

      So  di  certo  che  vanno per via,  se domani li incontro per via.

      Potrei domandare a lui:

      "Tu sei Marco di Dio?"

      E lui mi risponderebbe:

      "S. Marco di Dio."

      "E cammini per questa via?"

      "S. Per questa via."

      "E codesta  tua moglie Diamante?"

      "S. Mia moglie Diamante."

      "E questa via si chiama cos e cos?"

      "Cos e cos.  E ha tante case,  tante traverse,  tanti  lampioni,

      ecc. ecc."

      Come in una grammatica d'Orlendorf.

      Ebbene, questo mi bastava allora, come adesso a voi, per stabilire

      la realt di Marco di Dio e di sua moglie Diamante e della via per

      cui potrei ancora incontrarli,  come allora li incontravo. Quando?

      Oh, non molti anni fa.  Che bella precisione di spazio e di tempo!

      La via, cinque anni fa.

      L'eternit  s'  sprofondata  per  me,  non tra questi cinque anni

      solamente,  ma tra un minuto e l'altro.  E il mondo in cui  vivevo

      allora mi pare pi lontano della pi lontana stella del cielo.

      Marco di Dio e sua moglie Diamante mi sembravano due sciagurati, a

      cui per la miseria,  se da un canto pareva avesse persuaso essere

      inutile ormai che si  lavassero  la  faccia  ogni  mattina,  certo

      dall'altro  poi  persuadeva  ancora  di  non lasciare nessun mezzo

      intentato,  non gi per  guadagnare  quel  poco  ogni  giorno  che

      bastasse  almeno a sfamarli,  ma per diventare dall'oggi al domani

      milionarii: MI-LIO-NA-RI-I come diceva lui,  sillabando,  con  gli

      occhi truci, sbarrati.

      Ridevo  allora,  e  tutti con me ridevano nel sentirgli dire cos.

      Ora ne provo raccapriccio,  considerando che  potevo  ridere  solo

      perch   non   m'era   ancora   avvenuto  di  dubitare  di  quella

      corroborante provvidenzialissima cosa che si chiama la  regolarit

      delle  esperienze;  per  cui  potevo stimare un sogno buffo che si

      potesse diventare milionarii dall'oggi al domani.  Ma  se  questo,

      ch' stato gi dimostrato un sottilissimo filo,  voglio dire della

      regolarit delle esperienze,  si fosse spezzato in me?  se per  il

      ripetersi  di due o tre volte avesse acquistato invece REGOLARITA'

      per me questo sogno buio?  Anche  a  me  allora  sarebbe  riuscito

      impossibile dubitare che realmente si possa da un giorno all'altro

      diventare milionarii.  Quanti conservano la beata regolarit delle

      esperienze non possono immaginare quali cose possono essere  reali

      o  verosimili  per  chi  viva  fuori  d'ogni regola,  come appunto

      quell'uomo l. Si credeva inventore. E un inventore, signori miei,

      un bel giorno,  apre gli occhi,  inventa una cosa,  e l:  diventa

      milionario!

      Tanti  ancora lo ricordano come un selvaggio,  appena venuto dalla

      campagna a Richieri.  Ricordano che fu accolto allora nello studio

      d'uno  dei nostri pi reputati artisti,  ora morto;  e che in poco

      tempo vi aveva imparato a lavorare con molta perizia il marmo.  Se

      non  che il maestro,  un giorno,  volle prenderlo a modello per un

      suo gruppo che,  esposto in gesso in una  mostra  d'arte,  divenne

      famoso sotto il titolo "Satiro e fanciullo".

      Aveva  potuto  l'artista  tradurre  senza  danno  nella  creta una

      visione  fantastica,   non  certo  castigata  ma   bellissima,   e

      compiacersene e averne lode. Il delitto era nella creta.

      Non sospett il maestro che in quel suo scolaro potesse sorgere la

      tentazione  di  tradurre  a  sua  volta quella visione fantastica,

      dalla  creta  ov'era  lodevolmente  fissata  per  sempre,   in  un

      movimento momentaneo e non pi lodevole, mentre, oppresso dall'afa

      d'un  pomeriggio estivo,  sudava nello studio a sbozzare nel marmo

      quel gruppo.

      Il fanciullo vero non volle avere la sorridente  docilit  che  il

      finto  dava  a veder nella creta;  grido ajuto;  accorse gente;  e

      Marco di Dio fu sorpreso in un atto ch'era della bestia  sorta  in

      lui d'improvviso in quel momento d'afa.

      Ora, siamo giusti: bestia, s; schifosissima in quell'atto; ma per

      tanti altri atti onestamente attestati, non era pi forse Marco di

      Dio  anche  quel  buon  giovine che il suo maestro dichiar d'aver

      sempre conosciuto nel suo sbozzatore?

      So che offendo con questa domanda la vostra moralit.  Difatti  mi

      rispondete che se in Marco di Dio pot sorgere una tale tentazione

        segno  evidente  ch'egli  non  era quel buon giovine che il suo

      maestro diceva.  Potrei farvi osservare  intanto,  che  di  simili

      tentazioni  (e  anche  di  pi  turpi)  sono pur piene le vite dei

      santi. I santi le attribuivano ALLE DEMONIA e, con l'ajuto di Dio,

      potevano vincerle.  Cos anche i freni che abitualmente imponete a

      voi stessi impediscono di solito a quelle tentazioni di nascere in

      voi,  o  che  in  voi  scappi  fuori  all'improvviso  il  ladro  o

      l'assassino.  L'oppressione dell'afa d'un pomeriggio estivo non  

      mai  riuscita  a liquefare la crosta della vostra abituale probit

      n ad accendere  in  voi  momentaneamente  la  bestia  originaria.

      Potete condannare.

      Ma  se io ora mi metto a parlarvi di Giulio Cesare,  la cui gloria

      imperiale vi riempie di tanta ammirazione ?

      "Volgarit!" esclamate. "Non era pi,  allora,  Giulio Cesare.  Lo

      ammiriamo l dove Giulio Cesare era veramente LUI."

      Benissimo.  Lui.  Ma vedete?  Se Giulio Cesare era LUI soltanto l

      dove voi l'ammirate,  quando non era pi  l,  dov'era?  Chi  era?

      nessuno? uno qualunque? e chi?

      Bisogner domandarlo a Calpurnia sua moglie,  o a Nicomedemo re di

      Bitinia.

      Batti e batti,  alla fine v' entrato in mente anche  questo:  che

      Giulio Cesare,  uno,  non esisteva.  Esisteva s, un Giulio Cesare

      qual egli,  in tanta parte della sua  vita,  si  rappresentava;  e

      questo  aveva  senza dubbio un valore incomparabilmente pi grande

      degli altri; non per quanto a realt, vi prego di credere, perch

      non meno reale di questo Giulio Cesare imperiale era quel  lezioso

      fastidioso  tutto  raso  e  discinto e infedelissimo di sua moglie

      Calpurnia: o quello impudicissimo di Nicomede re di Bitinia.

      Il guajo  questo,  sempre,  signori: che  dovevano  tutti  quanti

      esser  chiamati  con quel nome solo di Giulio Cesare,  e che in un

      solo corpo di sesso maschile dovevano coabitare tanti e anche  una

      femmina;  la quale, volendo esser femmina e non trovandone il modo

      in quel corpo maschile, dove e come pot, innaturalmente lo fu,  e

      impudicissima e anche pi volte recidiva.

      Il satiro in quel povero Marco di Dio scapp fuori,  a buon conto,

      una volta sola e tentato da quel gruppo del suo maestro.  Sorpreso

      in  quell'atto d'un momento,  fu condannato per sempre.  Non trov

      nessuno che volesse avere considerazione di  lui;  e,  uscito  dal

      carcere,  si  diede  ad  almanaccare  i  pi bislacchi disegni per

      sollevarsi dall'ignominiosa miseria in cui era caduto, a braccetto

      con una donna,  la quale un bel giorno era venuta a  lui,  nessuno

      sapeva come n da che parte.

      Diceva  da una decina d'anni che sarebbe partito per l'Inghilterra

      la settimana ventura.  Ma erano forse passati per lui questi dieci

      anni? Erano passati per coloro che glielo sentivano dire. Egli era

      sempre deciso a partire per l'Inghilterra la settimana ventura.  E

      studiava l'inglese. O almeno,  da anni teneva sotto il braccio una

      grammatica  inglese,  aperta e ripiegata sempre allo stesso punto,

      sicch quelle due  pagine  dell'apertura  con  lo  strusciare  del

      braccio e il sudicio della giacca erano ridotte ormai illeggibili,

      mentre  le  seguenti erano rimaste incredibilmente pulite.  Ma fin

      dove era il sudicio egli sapeva.  E di tratto in  tratto,  andando

      per via,  rivolgeva di sorpresa,  aggrondato, qualche domanda alla

      moglie, come a saggiarne la prontezza e la maturit:

      "Yes, Jane is a happy child"

      E la moglie rispondeva pronta e seria.

      "Yes, Jane is a happy child."

      Perch anche la moglie la settimana ventura  sarebbe  partita  per

      l'Inghilterra con lui.

      Era  uno  sgomento,  e insieme una piet,  questo spettacolo d'una

      donna,  com'egli fosse riuscito ad attirarla,  e farla  vivere  da

      cagna  fedele  in  quel  suo  sogno buffo,  di diventar milionario

      dall'oggi al domani  con  un'invenzione,  per  esempio  di  "cessi

      inodori per paesi senz'acqua nelle case".  Ridete? La loro seriet

      era cos truce per questo;  dico,  perch tutti ne  ridevano.  Era

      anzi  feroce.  E tanto pi feroce diventava quanto pi crescevano,

      attorno ad essa, le risa.

      E ormai erano arrivati a tal punto,  che se qualcuno per  caso  si

      fermava ad ascoltare i loro disegni senza riderne,  essi,  anzich

      compiacersene,  gli lanciavano oblique  occhiatacce,  non  pur  di

      sospetto,  anche d'odio. Perch la derisione degli altri era ormai

      l'aria in cui quel  loro  sogno  respirava.  Tolta  la  derisione,

      rischiavano  di  soffocare.  Mi  spiego  perci  come  per loro il

      peggior nemico fosse stato mio padre.

      Non si permetteva infatti solamente con me mio padre quel lusso di

      bont di cui ho parlato pi s.  Si compiaceva anche  d'agevolare,

      con  munificenza  che  non  si  stancava,  e  ridendo  di quel suo

      particolar sorriso,  le stolide illusioni  di  certuni  che,  come

      Marco di Dio, venivano a piangere davanti a lui la loro infelicit

      di  non  aver  tanto da ridurre a effetto i loro disegni,  il loro

      sogno: la ricchezza !

      "Quanto?" domandava mio padre.

      Oh,  poco.  Perch era sempre poco ci che bastava a  costoro  per

      diventar ricchi: mi-lio-na-ri-i. E mio padre dava.

      "Ma come! dicevi che ci voleva cos poco..."

      "Gi. Non avevo calcolato bene. Ma adesso, proprio..."

      "Quanto?"

      "Oh, poco!"

      E mio padre dava,  dava. Ma poi, a un certo punto, basta. E quelli

      allora,  com' facile intendere,  non gli restavano grati del  non

      aver  voluto godere beffardamente fin all'ultimo della loro totale

      disillusione e del potere attribuire a lui invece,  senza rimorso,

      il fallimento, sul meglio, delle loro illusioni. E nessuno con pi

      accanimento di costoro si vendicava chiamando mio padre usuraio.

      Il  pi accanito di tutti era stato questo Marco di Dio.  Il quale

      ora, morto mio padre, rovesciava su di me, e non senza ragione, il

      suo odio feroce.  Non senza ragione,  perch anch'io,  quasi a mia

      insaputa,  seguitavo  a  beneficarlo.  Lo tenevo alloggiato in una

      catapecchia di mia propriet,  di cui n Firbo  n  Quantorzo  gli

      avevano  mai richiesto la pigione.  Ora questa catapecchia appunto

      mi diede il mezzo di tentare su di lui il mio primo esperimento.



      2. MA FU TOTALE.


      Totale, perch bast muovere in me appena appena, cos per giuoco,

      la volont di rappresentarmi diverso da uno dei centomila  in  cui

      vivevo,  perch  s'alterassero  in centomila modi diversi tutte le

      altre mie realt.

      E per forza questo giuoco,  se considerate bene,  doveva fruttarmi

      la  pazzia.  O  per  dir meglio,  quest'orrore: la coscienza della

      pazzia,  fresca e  chiara,  signori,  fresca  e  chiara  come  una

      mattinata d'aprile, e lucida e precisa come uno specchio.

      Perch,  incamminandomi  verso  quel  primo esperimento,  andavo a

      prre graziosamente la mia volont fuori di me, come un fazzoletto

      che mi cavassi di tasca.  Volevo compiere un atto che  non  doveva

      esser mio,  ma di quell'ombra di me che viveva realt in un altro;

      cos solida e vera  che  avrei  potuto  togliermi  il  cappello  e

      salutarla,  se per dannata necessit non avessi dovuto incontrarla

      e salutarla viva, non propriamente in me, ma nel mio stesso corpo,

      il quale, non essendo per s nessuno,  poteva esser mio ed era mio

      in quanto rappresentava me a me stesso,  ma poteva anche essere ed

      era  di  quell'ombra,   di   quelle   centomila   ombre   che   mi

      rappresentavano  in  centomila  modi  vivo  e diverso ai centomila

      altri.

      Difatti,  non andavo forse incontro al signor  Vitangelo  Moscarda

      per  giocargli un brutto tiro?  Eh!  signori,  s,  un brutto tiro

      (scusatemi tutti questi ammiccamenti;  ma ho bisogno di ammiccare,

      d'ammiccare  cos,  perch,  non  potendo  sapere come v'appajo in

      questo momento, tiro anche, con questi ammiccamenti, a indovinare)

      cio,  a fargli compiere un atto  del  tutto  contrario  a  lui  e

      incoerente: un atto che, distruggendo di colpo la logica della sua

      realt  lo  annientasse  cos  agli  occhi di Marco di Dio come di

      tanti altri?

      Senza intendere,  sciagurato!  che la conseguenza d'un simile atto

      non  poteva  esser  quella che m'immaginavo: di presentarmi cio a

      domandare a tutti, dopo:

      "Vedete adesso,  signori,  che  non    vero  niente  che  io  sia

      quell'usurajo che voi volete vedere in me?"

      Ma quest'altra, invece: che tutti dovessero esclamare, sbigottiti:

      "O oh! Sapete? l'usurajo Moscarda  impazzito!"

      Perch  l'usurajo  Moscarda poteva s impazzire,  ma non si poteva

      distruggere cos d'un  colpo,  con  un  atto  contrario  a  lui  e

      incoerente.  Non  era  un'ombra da giocarci e da pigliare a gabbo,

      l'usurajo  Moscarda:  un  signore  era  da  trattare  coi   dovuti

      riguardi, alto un metro e sessantotto, rosso di pelo come pap, il

      fondatore  della  banca,  con  le  sopracciglia,  s,  ad  accento

      circonflesso e quel naso che gli pendeva verso destra come a  quel

      caro  stupido Geng di mia moglie Dida: un signore,  insomma,  che

      Dio liberi, impazzendo,  rischiava di trascinarsi al manicomio con

      s  tutti  gli altri Moscarda ch'io ero per gli altri e anche,  oh

      Dio,  quel  povero  innocuo  Geng  di  mia  moglie  Dida;  e,  se

      permettete, anche me che, leggero e sorridente, ci avevo giocato.

      Rischiai,   cio,   rischiammo  tutti  quanti,  come  vedrete,  il

      manicomio,  questa prima volta;  e non ci  bast.  Dovevamo  anche

      rischiar  la  vita,  perch io mi riprendessi e trovassi alla fine

      (uno,   nessuno  e  centomila)  la  via  della  salute.   Ma   non

      anticipiamo.



      3. ATTO NOTARILE.


      Mi  recai  dapprima  nello  studio  del notaro Stampa,  in Via del

      Crocefisso, numero 24. Perch (eh, questi sono sicurissimi dati di

      fatto) a d... dell'anno...,  regnando Vittorio Emanuele Terzo per

      grazia  di  Dio e volont della nazione re d'Italia,  nella nobile

      citt di Richieri,  in Via del Crocefisso,  al numero  civico  24,

      teneva  studio  di  regio  notaro  il signor Stampa cav.  Elpidio,

      d'anni 52 o 53.

      "Ci sta ancora?  Al  numero  24?  Lo  conoscete  tutti  il  notaro

      Stampa?"

      Oh,  e allora possiamo essere sicuri di non sbagliare. Quel notaro

      Stampa l,  che conosciamo tutti.  Va bene?  Ma io  ero,  entrando

      nello  studio,  in  uno  stato  d'animo,  che  voi  non  vi potete

      immaginare.  Come potreste  immaginarvelo,  scusate,  se  vi  pare

      ancora  la  cosa  pi naturale del mondo entrare nello studio d'un

      notaro per stendere un atto qualsiasi,  e se dite che lo conoscete

      tutti questo notaro Stampa?

      Vi  dico  che  io  ci  andavo,  quel  giorno,  per  il  mio  primo

      esperimento. E insomma, lo volete fare anche voi, s o no,  questo

      esperimento con me, una buona volta? dico, di penetrare lo scherzo

      spaventoso che sta sotto alla pacifica naturalezza delle relazioni

      quotidiane,  di quelle che vi pajono le pi consuete e normali,  e

      sotto la quieta apparenza della cos detta realt delle  cose?  Lo

      scherzo,  santo  Dio,  per  cui  pure  v'accade d'arrabbiarvi ogni

      cinque minuti e di gridare all'amico che vi sta accanto:

      "Ma scusa! ma come non vedi questo? sei cieco?"

      E quello no,  non lo vede,  perch vede un'altra cosa lui,  quando

      voi credete che debba vedere la vostra,  come pare a voi.  La vede

      invece come pare a lui, e per lui dunque il cieco siete voi.

      Questo scherzo, io dico; com'io gi lo avevo penetrato.

      Ora entravo in quello studio,  carico di tutte  le  riflessioni  e

      considerazioni  covate  cos  lungamente;  e  me  le  sentivo come

      friggere dentro, insieme,  in gran subbuglio;  e mi volevo intanto

      tenere  cos,  in  una  lucida  fissit,  in  una  quasi  immobile

      frigidezza,  mentre figuratevi in quale risata fragorosa mi veniva

      di  prorompere nel vedermelo davanti serio serio,  poverino,  quel

      signor notaro Stampa,  senza il minimo sospetto ch'io potessi  per

      me  non essere quale mi vedeva lui,  e sicurissimo d'esser lui per

      me quello stesso che ogni giorno nell'annodarsi la cravattina nera

      davanti allo specchio si vedeva, con tutte le sue cose attorno.

      Capite,  adesso?  Mi veniva d'ammiccare,  d'ammiccare anche a lui,

      per  significargli  furbescamente  "Bada sotto!  Bada sotto!".  Mi

      veniva anche, Dio mio,  di cacciar fuori all'improvviso la lingua,

      di  smuovere  il naso con una subitanea smusatina per alterargli a

      un tratto,  cos per giuoco e senza malizia,  quell'immagine di me

      ch'egli credeva vera.  Ma serio eh?  Serio,  s, serio. Dovevo far

      l'esperimento.

      "Dunque,  signor notaro,  eccomi qua.  Ma  scusi  lei  sta  sempre

      sprofondato in questo silenzio?"

      Si volt brusco a squadrarmi. Disse:

      "Silenzio? Dove?"

      Per  Via  del  Crocefisso  era difatti in quel momento un continuo

      transito di gente e di vetture.

      "Gi;  non nella via,  certo.  Ma ci sono qua tutte queste  carte,

      signor notaro,  dietro i vetri impolverati di questi scaffali. Non

      sente?"

      Tra turbato e stordito, torn a squadrarmi; poi tese l'orecchio:

      "Che sento?"

      "Ma questo raspo! Ah,  le zampine,  scusi,  le zampine l del suo

      canarino; scusi scusi. Sono unghiute quelle zampine, e raspando su

      lo zinco della gabbia..."

      "Gi. S. Ma che vuol dire?"

      "Oh,  niente. Non le d ai nervi, a lei, lo zinco, signor notaro?"

      "Lo zinco? Ma chi ci bada? Non l'avverto..."

      "Eppure, lo zinco, pensi! in una gabbia,  sotto le gracili zampine

      d'un  canarino,  nello studio d'un notaro...  Ci scommetto che non

      canta, questo canarino."

      "Nossignore, non canta."

      Cominciava a guardarmi in un certo  modo  il  signor  notaro,  che

      stimai  prudente  lasciar  l  il  canarino  per non compromettere

      l'esperimento; il quale,  almeno in principio,  e segnatamente l,

      alla presenza del notaro, aveva bisogno che nessun dubbio sorgesse

      sulle mie facolt mentali.  E domandai al signor notaro se sapesse

      d'una certa casa,  sita in via tale,  numero tale,  di  pertinenza

      d'un certo tale signor Moscarda Vitangelo, figlio del fu Francesco

      Antonio Moscarda...

      "E non  lei?"

      "Gi, io si. Sarei io..."

      Era  cos bello,  peccato!  in quello studio di notaro,  tra tutti

      quegli incartamenti ingialliti in quei vecchi scaffali  polverosi,

      parlare cos,  come a una distanza di secoli,  d'una certa casa di

      pertinenza d'un certo tal Moscarda Vitangelo... Tanto pi che, s,

      ero io l; presente e stipulante,  in quello studio di notaro,  ma

      chi  sa come e dove se lo vedeva lui,  il signor notaro,  quel suo

      studio;  che odore ci sentiva diverso da quello che ci sentivo io;

      e chi sa come e dov'era, nel mondo del signor notaro, quella certa

      casa di cui gli parlavo con voce lontana;  e io, io, nel mondo del

      signor notaro, chi sa come curioso...

      Ah,  il piacere della storia,  signori!  Nulla pi riposante della

      storia.  Tutto nella vita vi cangia continuamente sotto gli occhi;

      nulla di certo;  e quest'ansia senza  requie  di  sapere  come  si

      determineranno i casi,  di vedere come si stabiliranno i fatti che

      vi  tengono  in  tanta  ambascia  e  in  tanta  agitazione!  Tutto

      determinato,  tutto  stabilito,  all'incontro,  nella  storia: per

      quanto dolorose le vicende e tristi i casi,  eccoli l,  ordinati,

      almeno,  fissati in trenta, quaranta paginette di libro: quelli, e

      l; che non cangeranno mai pi almeno fino a tanto che un malvagio

      spirito critico non avr la mala contentezza di  buttare  all'aria

      quella  costruzione  ideale,  ove tutti gli elementi si tenevano a

      vicenda cos bene congegnati,  e riposavate  ammirando  come  ogni

      effetto  seguiva  obbediente  alla sua causa con perfetta logica e

      ogni avvenimento si  svolgeva  preciso  e  coerente  in  ogni  suo

      particolare,  col signor duca di Nevers,  che il giorno tale, anno

      tale, ecc. ecc.

      Per  non  guastare  tutto,   dovetti  ricondurmi   alla   sospesa,

      temporanea e costernata realt del signor notaro Stampa.

      "Io,  gi," m'affrettai a dirgli.  "Sarei io,  signor notaro. E la

      casa, lei non ha difficolt  vero?  ad ammettere che  mia,  come

      tutta l'eredit del  fu Francesco Antonio Moscarda mio padre. Gi!

      E che  sfitta adesso questa casa, signor notaro.

      Oh piccola, sa... Saranno cinque o sei stanze, con due corpi bassi

      -  si dice cos?  - Belli i corpi bassi...  Sfitta dunque,  signor

      notaro; da poterne disporre a piacer mio. Ora dunque, lei..."

      E qui mi chinai e a bassa voce,  con molta  seriet,  confidai  al

      signor  notaro l'atto che intendevo fare e che qui,  per ora,  non

      posso riferire, perch - gli dissi:

      "Deve restare tra' me e  lei,  signor  notaro,  sotto  il  segreto

      professionale, fintanto che parr a me. Siamo intesi?"

      Intesi. Ma il signor notaro mi avvert che per fare quell'atto gli

      bisognavano  alcuni  dati e documenti per cui mi toccava andare al

      banco, da Quantorzo. Mi sentii contrariato; tuttavia m'alzai. Come

      mi mossi,  una maledetta voglia mi sorse di  domandare  al  signor

      notaro:

      "Come  cammino?   Scusi:  mi  sappia  dire  almeno  come  mi  vede

      camminare!"

      Mi trattenni a stento.  Ma non potei  fare  a  meno  di  voltarmi,

      nell'aprir  l'uscio  a  vetri,  e  di  dirgli  con  un  sorriso di

      compassione:

      "Gi, col mio passo, grazie!"

      "Come dice?" domand, stordito, il signor notaro.

      "Ah, niente, dico che me ne vado col mio passo, signor notaro.  Ma

      sa  che  una  volta  io  ho veduto ridere un cavallo?  Sissignore,

      mentre il cavallo camminava.  Lei ora va a guardare il muso  a  un

      cavallo per vederlo ridere, e poi viene a dirmi che non l'ha visto

      ridere.  Ma che muso!  I cavalli non ridono mica col muso!  Sa con

      che cosa ridono i cavalli,  signor  notaro?  Con  le  natiche.  Le

      assicuro che il cavallo camminando ride con le natiche,  s,  alle

      volte,  di certe cose che vede o che gli passano per il  capo.  Se

      lei  vuol  vederlo  ridere il cavallo,  gli guardi le natiche e si

      stia bene!"

      Capisco che non c'entrava dirgli cos. Capisco tutto io.  Ma se mi

      rimetto  nelle condizioni d'animo in cui mi trovavo allora,  che a

      vedermi addosso gli occhi della gente mi pareva  di  sottostare  a

      una  orribile  sopraffazione  pensando  che  tutti quegli occhi mi

      davano un'immagine che non era certo quella che io mi conoscevo ma

      un'altra ch'io non potevo n  conoscere  n  impedire;  altro  che

      dirle, mi veniva di farle, di farle, le pazzie, come rotolarmi per

      le  strade  o  sorvolarle  a  passo  di ballo,  ammiccando di qua,

      cacciando fuori la lingua e facendo sberleffi di  l...  E  invece

      andavo  cos serio,  cos serio,  io,  per via.  E anche voi,  che

      bellezza, andate tutti cos serii...



      4. LA STRADA MAESTRA.


      Mi tocc dunque andare al banco per quelle carte della casa di cui

      aveva bisogno il signor notaro.

      Erano mie quelle carte,  senza dubbio,  poich mia era la casa,  e

      potevo disporne.  Ma se ci pensate bene, quelle carte, bench mie,

      non avrei potuto averle se non di furto o strappandole di mano con

      violenza pazzesca a un altro che agli  occhi  di  tutti  n'era  il

      legittimo  proprietario:  voglio  dire al signor usurajo Vitangelo

      Moscarda.

      Per me, questo, era evidente, perch io lo vedevo bene fuori, vivo

      negli altri e non in me,  quel signor usurajo Vitangelo  Moscarda.

      Ma   per   gli  altri  che  in  me  non  vedevano  invece  se  non

      quell'usurajo, per gli altri io,  l al banco,  andavo a rubarle a

      me stesso quelle carte o a strapparmele di mano pazzescamente.

      Potevo dir forse che non ero io?  o che io ero un altro? N era in

      nessun modo da ragionare un atto che agli occhi  di  tutti  voleva

      appunto apparire contrario a me stesso e incoerente.

      Seguitavo a camminare,  come vedete,  con perfetta coscienza su la

      strada maestra della pazzia,  ch'era la strada appunto  della  mia

      realt,  quale mi s'era ormai lucidissimamente aperta davanti, con

      tutte le immagini di me, vive, specchiate e procedenti meco.

      Ma  io  ero  pazzo  perch  ne  avevo  appunto  questa  precisa  e

      specchiante  coscienza;  voi che pur camminate per questa medesima

      strada senza volervene accorgere,  voi siete savii,  e  tanto  pi

      quanto pi forte gridate a chi vi cammina accanto:

      "Io, questo? io, cos? Tu sei cieco! tu sei pazzo!"



      5. SOPRAFFAZIONE.


      Il furto, intanto, non era possibile, almeno l per l. Non sapevo

      dove stessero quelle carte. L'ultimo dei subalterni di Quantorzo o

      di Firbo era in quella banca pi padrone di me. Quando vi entravo,

      invitato per la firma, gl'impiegati non alzavano nemmeno gli occhi

      dai loro registri, e se qualcuno mi guardava, chiarissimamente con

      lo sguardo dimostrava di non tenermi in nessun conto.

      Eppure  l  lavoravano  tutti con tanto zelo per me,  per ribadire

      sempre pi con quel loro assiduo lavoro il tristo concetto che  in

      paese si aveva di me,  ch'io fossi un usurajo. E a nessuno passava

      per il capo ch'io potessi di quel loro zelo, non che esser grato e

      disposto a compiacerli della mia lode, sentirmi offeso.

      Ah che rigido e attediato squallore in quella  banca!  Tutti  quei

      tramezzi  vetrati  che  correvano  lungo  i  tre stanzoni in fila,

      tramezzi di vetro diacciato,  con  cinque  sportellini  gialli  in

      ciascuno, come gialla era la cornice e gialla l'intelajatura delle

      ampie  lastre;  e qua e l macchie d'inchiostro;  qua e l qualche

      striscia di carta incollata  sulla  rottura  d'una  lastra;  e  il

      pavimento  di  vecchi mattoni di terracotta,  strusciato in mezzo,

      lungo  la  fila  dei  tre  stanzoni;  strusciato  davanti  a  ogni

      sportellino: triste corridojo,  con quei vetri dei tramezzi di qua

      e i vetri delle due ampie  finestre  di  l,  per  ogni  stanzone,

      impolverati;  e quelle filze di cifre nei muri,  a penna, a lapis,

      sopra i tavolini sporchi d'inchiostro, tra una finestra e l'altra,

      sotto le cornici scrostate di certe telacce affumicate  qua  e  l

      gonfie e polverose, appese l; e un tanfo di vecchio da per tutto,

      misto  con  quello acre della carta dei registri e con quell'alido

      esalante da un forno gi a pianterreno.  E la malinconia disperata

      di  quelle poche seggiole d'antica foggia,  presso i tavolini,  su

      cui nessuno sedeva, che tutti scostavano e lasciavano l, fuori di

      posto,  dove e come per quelle povere seggiole inutili  era  certo

      un'offesa e una pena esser lasciate.

      Tante volte, entrando, m'era venuto di far notare:

      "Ma perch queste seggiole?  Che condanna  la loro, di stare qua,

      se nessuno se ne serve?"

      Me n'ero trattenuto,  non gi perch avessi avvertito a tempo  che

      in  un  luogo  come  quello la piet per le seggiole avrebbe fatto

      strabiliare tutti e  rischiato  fors'anche  d'apparir  cinica:  me

      n'ero  trattenuto,  avvertendo invece che avrei fatto ridere di me

      per quel  badare  a  una  cosa  che  certamente  sarebbe  sembrata

      stravagante a chi sapeva quanto poco badassi agli affari.

      Quel  giorno,  entrando,  trovai  i commessi affollati nell'ultimo

      stanzone,  che  si  zuccheravano  di  tanto  in  tanto  in  risate

      assistendo  a  un  diverbio  tra Stefano Firbo e un certo Turolla,

      burlato da tutti anche per il modo con cui si vestiva.

      Una giacca lunga, diceva quel povero Turolla, a lui cos corto, lo

      avrebbe  fatto  sembrare  pi  corto.   E  diceva  bene.   Ma  non

      s'accorgeva  intanto,  cos  tracagnotto  e serio serio,  con quei

      mustacchioni da brigadiere,  come gli stava ridicola di dietro  la

      giacchettina accorciata, che gli scopriva le natiche sode.

      Ora l l per piangere,  avvilito,  congestionato,  frustato dalle

      risate dei colleghi, alzava un braccino e badava a dire a Firbo:

      "Oh Dio, come le piglia lei le parole!"

      Firbo  gli  era  sopra  e  gli  gridava  in  faccia,  scrollandolo

      furiosamente per quel braccio levato:

      "Ma che conosci?  che conosci?  tu neanche l'o conosci;  eppure ti

      somiglia!"

      Come venni a sapere che si trattava di un tale che  aveva  chiesto

      un prestito alla banca,  presentato appunto dal Turolla che diceva

      di  conoscerlo  per  un  brav'uomo,   mentre  Firbo  sosteneva  il

      contrario, mi sentii travolgere da un impeto di ribellione.

      Ignorando  la  tortura  segreta  del  mio  spirito,  nessuno  pot

      intenderne la ragione,  e tutti restarono quasi  basiti  quand'io,

      strappando indietro due o tre di quei commessi:

      "E  tu?"  gridai a Firbo,  "che conosci tu?  con qual diritto vuoi

      importi cos a un altro?"

      Firbo si volt sbalordito a guardarmi e,  quasi non credendo a  se

      stesso nel vedermi cos addosso, grid:

      "Sei pazzo?"

      Mi  venne,  non  so  come,  di  buttargli  in  faccia una risposta

      ingiuriosa, che agghiacci tutti:

      "S; come tua moglie, che ti conviene tener chiusa al manicomio!"

      Mi si par davanti pallido e convulso:

      "Cos'hai detto? Mi conviene?"

      Diedi una spallata e seccato dello sgomento che  teneva  tutti  e,

      nello  stesso  tempo,  entro  di me come improvvisamente assordito

      dalla coscienza dell'inopportunit di  quella  mia  intromissione,

      gli risposi piano, per troncare:

      "Ma s, lo sai bene."

      E  non  potei  udire,  come  se dopo queste parole fossi diventato

      subito,  non so,  di pietra,  ci che Firbo mi grid tra  i  denti

      prima  di  scappar  via  sulle  furie.  So  che  sorridevo  mentre

      Quantorzo,  sopravvenuto all'alterco,  mi trascinava  via  con  s

      nella  stanzetta della direzione.  Sorridevo per dimostrare che di

      quella violenza non c'era pi bisogno  e  che  tutto  era  finito,

      quantunque  sentissi bene in me,  che in quel momento,  pur mentre

      sorridevo,  avrei potuto uccidere  qualcuno,  tanto  la  concitata

      severit di Quantorzo mi irritava. Nella stanzetta della direzione

      mi  misi  a  guardare  intorno,  stupito  io  stesso che lo strano

      stordimento in cui ero cos di colpo  caduto  non  m'impedisse  di

      percepire  lucidamente e precisamente le cose,  fin quasi ad avere

      la tentazione  di  riderne,  uscendo  apposta,  tra  quella  fiera

      riprensione che Quantorzo mi dava, in qualche domanda di curiosit

      infantile su questo o quell'oggetto della stanza.  E intanto,  non

      so, quasi automaticamente pensavo che a Stefano Firbo, da piccolo,

      avevano dato i bottoni alla schiena e che sebbene la gobba non gli

      si vedesse, tutta la cassa del corpo era per da gobbo: eh s,  su

      quelle  esili  e  lunghe zampe da uccello: ma elegante;  s s: un

      falso gobbo elegante; ben riuscito.

      E, cos pensando, mi parve chiaro tutt'a un tratto ch'egli dovesse

      valersi della sua non comune intelligenza  per  vendicarsi  contro

      tutti coloro che, da piccoli, non avevano avuto come lui i bottoni

      alla schiena.

      Pensavo queste cose,  ripeto,  come se le pensasse un altro in me,

      quello che d'improvviso era diventato cos  stranamente  freddo  e

      svagato,  non  tanto per opporre a difesa,  se occorresse,  quella

      freddezza, quanto per rappresentare una parte,  dietro la quale mi

      conveniva  tenere ancora nascosto ci che della spaventosa verit,

      che gi mi s'era chiarita, m'avveniva sempre pi di scoprire:

      "Ma s!  qui tutto" pensavo,  "in questa sopraffazione.  Ciascuno

      vuole  imporre agli altri quel mondo che ha dentro,  come se fosse

      fuori, e che tutti debbano vederlo a suo modo, e che gli altri non

      possano esservi se non come li vede lui."

      Mi ritornavano davanti agli occhi le stupide facce di  tutti  quei

      commessi, e seguitavo a pensare:

      "Ma  s!  Ma  s!  Che realt pu essere quella che la maggioranza

      degli uomini riesce a costituire in s? Misera, labile, incerta. E

      i sopraffattori, ecco, ne approfittano! O piuttosto, s'illudono di

      poterne profittare,  facendo subire o accettare quel senso e  quel

      valore ch'essi dnno a se stessi,  agli altri, alle cose, per modo

      che tutti vedano e sentano, pensino e parlino a modo loro."

      Mi  levai  da  sedere;  m'avvicinai  alla  finestra  con  un  gran

      refrigerio;  poi  mi  voltai  verso Quantorzo che,  interrotto nel

      meglio del suo discorso,  stava a guardarmi con tanto d'occhi;  e,

      seguitando il pensiero che mi torturava, dissi:

      "Ma che! ma che! s'illudono!"

      "Chi s'illude?"

      "Quelli  che  vogliono sopraffare!  Il signor Firbo,  per esempio!

      S'illudono perch in verit poi, caro mio,  non riescono a imporre

      altro che parole.  Parole,  capisci? parole che ciascuno intende e

      ripete a suo modo.  Eh,  ma si formano  pure  cos  le  cosiddette

      opinioni correnti!  E guai a chi un bel giorno si trovi bollato da

      una di queste parole che tutti ripetono. Per esempio: USURAJO! Per

      esempio: PAZZO!  Ma di' un po': come si pu star quieti a  pensare

      che  c' uno che s'affanna a persuadere agli altri che tu sei come

      ti vede lui,  e  fissarti  nella  stima  degli  altri  secondo  il

      giudizio  che ha fatto di te e ad impedire che gli altri ti vedano

      e ti giudichino altrimenti?"

      Ebbi appena il tempo di notare lo sbalordimento di Quantorzo,  che

      mi rividi davanti Stefano Firbo. Gli scorsi subito negli occhi che

      m'era diventato in pochi istanti nemico.  E nemico subito anch'io,

      allora; nemico, perch non capiva che, se crude erano state le mie

      parole,  il sentimento che poc'anzi aveva fatto impeto in me,  non

      era  contro  di lui direttamente;  tanto vero che di quelle parole

      ero pronto a chiedergli scusa.  Gi come  ubriaco,  feci  di  pi.

      Com'egli, venendomi a petto, torbido e minaccioso, mi disse:

      "Voglio  che  tu  mi  renda  conto  di  ci  che hai detto per mia

      moglie!"

      M'inginocchiai.

      "Ma s! Guarda!" gli gridai, "cos!"

      E toccai con la fronte il pavimento.

      Ebbi subito orrore del mio atto, o meglio, ch'egli potesse credere

      con Quantorzo che mi  fossi  inginocchiato  per  lui.  Li  guardai

      ridendo, e tnfete, tnfete, ancora due volte a terra, la fronte.

      "Tu,  non io,  capisci?  davanti a tua moglie,  capisci?  dovresti

      stare cos!  E io,  e lui,  e tutti quanti,  davanti ai cos detti

      pazzi, cos!"

      Balzai  in  piedi,  friggendo.  I  due  si guardarono negli occhi,

      spaventati. L'uno domand all'altro:

      "Ma che dice?"

      "Parole nuove!" gridai.  "Volete ascoltarle?  Andate,  andate  l,

      dove  li  tenete  chiusi:  andate,  andate a sentirli parlare!  Li

      tenete chiusi perch cos vi conviene!"

      Afferrai Firbo per il bavero della giacca e lo scrollai, ridendo:

      "Capisci,  Stefano?  Non ce l'ho mica soltanto con te!  Tu ti  sei

      offeso.  No,  caro  mio!  Che diceva di te tua moglie?  Che sei un

      libertino,  un ladro,  un falsario,  un impostore,  e che non  fai

      altro che dire bugie!  Non  vero.  Nessuno pu crederlo. Ma prima

      che tu la chiudessi, eh? stavamo tutti ad ascoltarla,  spaventati.

      Vorrei sapere perch!"

      Firbo  mi  guard  appena,  si  volt  a  Quantorzo  a  chiedergli

      consiglio con scimunita angustia e disse:

      "Oh bella! Ma appunto perch nessuno poteva crederlo!"

      "Ah no, caro!" gli gridai. "Guardami bene negli occhi!"

      "Che intendi dire?"

      "Guardami negli occhi!" gli ripetei. "Non dico che sia vero!  Stai

      tranquillo."

      Si sforz a guardarmi, smorendo.

      "Lo vedi?" gli gridai allora,  "lo vedi?  tu stesso!  lo hai anche

      tu, ora, lo spavento negli occhi!"

      "Ma  perch  mi  stai  sembrando  pazzo!"  mi  url   in   faccia,

      esasperato.

      Scoppiai a ridere, e risi a lungo, a lungo, senza potermi frenare,

      notando la paura,  lo scompiglio che quella mia risata cagionava a

      tutt'e due.

      M'arrestai d'un tratto, spaventato a mia volta dagli occhi con cui

      mi guardavano.  Quel che avevo fatto,  quel che dicevo  non  aveva

      certo  n  ragione  n  senso  per  loro.  Per ripigliarmi,  dissi

      bruscamente:

      "Alle corte. Ero venuto qua, oggi, per domandarvi conto d'un certo

      Marco di Dio.  Vorrei sapere com' che costui da anni non paga pi

      la pigione, e ancora non gli si fanno gli atti per cacciarlo via."

      Non  m'aspettavo di vederli cascare,  a questa domanda,  in un pi

      grande stupore.  Si guardarono come  per  trovare  ciascuno  nella

      vista   dell'altro  un  sostegno  che  li  ajutasse  a  sorreggere

      l'impressione che ricevevano  di  me,  o  piuttosto,  d'un  essere

      sconosciuto che insospettatamente scoprivano in me all'improvviso.

      "Ma che dici? che discorsi fai?" domand Quantorzo.

      "Non vi raccapezzate? Marco di Dio. Paga o non paga la pigione?"

      Seguitarono  a  guardarsi  a  bocca  aperta.  Scoppiai  di nuovo a

      ridere;  poi d'un tratto mi feci serio e dissi come a un altro che

      mi stsse di fronte, spuntato l per l davanti a loro:

      "Quando mai tu ti sei occupato di codeste cose?"

      Pi  che  mai  stupiti,  quasi  atterriti,  rivolsero  gli occhi a

      cercare in me  chi  aveva  proferito  le  parole  ch'essi  avevano

      pensato e che stavano per dirmi. Ma come! Le avevo dette io?

      "S" seguitai,  serio. "Tu sai bene che tuo padre lo lasci l per

      tanti anni senza molestarlo, questo Marco di Dio.  Come t' venuto

      in mente, adesso?"

      Posai  una  mano  sulla spalla di Quantorzo e con un'altr'aria non

      meno seria, ma gravata d'un'angosciosa stanchezza, soggiunsi:

      "T'avverto, caro mio, che non sono mio padre."

      Poi mi voltai a Firbo e, posandogli l'altra mano sulla spalla:

      "Voglio che tu gli faccia subito gli atti.  Lo sfratto  immediato.

      Il  padrone sono io,  e comando io.  Voglio poi l'elenco delle mie

      case con gl'incartamenti di ciascuna. Dove sono?"

      Parole chiare. Domande precise. Marco di Dio. Lo sfratto. L'elenco

      delle  case.  Gl'incartamenti.   Ebbene,   non  mi  capivano.   Mi

      guardavano  come due insensati.  E dovetti ripetere pi volte quel

      che  volevo  e  farmi  condurre  allo  scaffale  dove  si  trovava

      l'incartamento  di  quella  casa  che  bisognava al notaro Stampa.

      Quando fui nello stanzino ov'era quello  scaffale,  presi  per  le

      braccia  Firbo  e  Quantorzo,  che mi avevano condotto l come due

      automi, e li misi fuori, richiudendo l'uscio alle loro spalle.

      Sono sicuro che dietro quell'uscio  rimasero  ancora  un  pezzo  a

      guardarsi negli occhi,  istupiditi, e che poi uno disse all'altro:

      "Dev'essersi impazzito!"



      6. IL FURTO.


      Quello scaffale,  appena fui  solo,  mi  occup  subito,  come  un

      incubo.   Proprio  come  viva  per  s  ne  avvertii  la  presenza

      ingombrante,  d'antico inviolato custode di tutti gli incartamenti

      di cui era gravido, cos vecchio, pesante e tarlato.

      Lo guardai, e subito mi guardai attorno, con gli occhi bassi.

      La finestra;  una vecchia seggiola impagliata;  un tavolino ancora

      pi vecchio,  nudo,  nero e coperto di polvere: non c'era altro l

      dentro.

      E  la luce filtrava squallida dai vetri cos intonacati di ruggine

      e polverosi, che lasciavano trasparire le sbarre dell'inferriata e

      i primi tegoli sanguigni d'un tetto, su cui la finestra guardava.

      I tegoli di quel tetto,  il legno verniciato di quelle imposte  di

      finestra,  quei vetri per quanto sudici: immobile calma delle cose

      inanimate.

      E pensai all'improvviso che le mani di mio  padre  s'erano  levate

      cariche   d'anelli   l  dentro  a  prendere  gl'incartamenti  dai

      palchetti di quello scaffale;  e le vidi,  come di cera,  bianche,

      grasse,  con  tutti  quegli  anelli e i peli rossi sul dorso delle

      dita; e vidi gli occhi di lui, come di vetro, azzurri e maliziosi,

      intenti a cercare in quei fascicoli.

      Allora, con raccapriccio,  a cancellare lo spettro di quelle mani,

      emerse  ai  miei  occhi e s'impose l,  solido,  il volume del mio

      corpo vestito di nero;  sentii il  respiro  affrettato  di  questo

      corpo  entrato  l  per  rubare;  e  la  vista  delle mie mani che

      aprivano gli sportelli di quello scaffale mi diede un brivido alla

      schiena. Serrai i denti; mi scrollai; pensai con rabbia:

      "Dove sar, tra tanti incartamenti, quello che mi serve?"

      E tanto per far subito qualche  cosa,  cominciai  a  tirar  gi  a

      bracciate i fascicoli e a buttarli sul tavolino.  A un certo punto

      le braccia mi s'indolenzirono,  e non seppi se dovessi piangerne o

      riderne. Non era uno scherzo quel rubare a me stesso?

      Tornai  a guardarmi intorno,  perch improvvisamente non mi sentii

      pi, l dentro, sicuro di me.  Stavo per compiere un atto.  Ma ero

      io?  Mi  riassal l'idea che fossero entrati l tutti gli ESTRANEI

      inseparabili da me,  e che stssi a commettere quel furto con mani

      non mie.

      Me le guardai.

      S:  erano  quelle  che  io  mi conoscevo.  Ma appartenevano forse

      soltanto a me?

      Me le nascosi subito  dietro  la  schiena;  e  poi,  come  se  non

      bastasse, serrai gli occhi. Mi sentii in quel bujo una volont che

      si  smarriva  fuori  d'ogni precisa consistenza;  e n'ebbi un tale

      orrore,   che  fui  per  venir  meno  anche  col  corpo;   protesi

      istintivamente  una mano per sorreggermi al tavolino;  sbarrai gli

      occhi:

      "Ma s!  ma s!"  dissi.  "Senza  nessuna  logica!  senza  nessuna

      logica! cos!"

      E mi diedi a cercare tra quelle carte.

      Quanto cercai?  Non so. So che quella rabbia di nuovo cedette a un

      certo  punto,  e  che  una  pi  disperata  stanchezza  mi  vinse,

      ritrovandomi seduto sulla seggiola davanti a quel tavolino,  tutto

      ormai ingombro di carte ammonticchiate,  e con  un'altra  pila  di

      carte  io  stesso  qua  sulle  ginocchia,  che mi schiacciava.  Vi

      abbandonai la testa e desiderai,  desiderai proprio di morire,  se

      questa disperazione era entrata in me di non poter pi lasciare di

      condurre a fine quell'impresa inaudita.

      E ricordo che l, con la testa appoggiata sulle carte, tenendo gli

      occhi chiusi forse a frenar le lagrime, udivo come da una infinita

      lontananza,   nel  vento  che  doveva  essersi  levato  fuori,  il

      lamentoso chioccolare d'una gallina che aveva fatto l'uovo,  e che

      quel  chioccolo mi richiam a una mia campagna,  dove non ero pi

      stato fin dall'infanzia; se non che, vicino,  di tratto in tratto,

      m'irritava  lo scricchiolo dell'imposta della finestra urtata dal

      vento.  Finch due  picchi  all'uscio,  inattesi,  non  mi  fecero

      sobbalzare. Gridai con furore:

      "Non mi seccate!"

      E subito mi ridiedi a cercare accanitamente.


      Quando  alla fine trovai il fascicolo con tutti gl'incartamenti di

      quella casa,  mi sentii come liberato;  balzai in piedi esultante,

      ma subito dopo mi voltai a guardar l'uscio.  Fu cos rapido questo

      cangiamento dall'esultanza al sospetto,  che MI VIDI - e n'ebbi un

      brivido. Ladro! Rubavo. Rubavo VERAMENTE. Andavo a mettermi con le

      spalle  contro  quell'uscio;   mi  sbottonavo  il  panciotto;   mi

      sbottonavo il petto  della  camicia  e  vi  cacciavo  dentro  quel

      fascicolo ch'era abbastanza voluminoso.

      Uno  scarafaggio non ben sicuro sulle zampe sbuc in quel punto di

      sotto lo scaffale, diretto verso la finestra. Gli fui subito sopra

      col piede e lo schiacciai.

      Col volto strizzato dallo schifo,  rimisi alla rinfusa  tutti  gli

      altri incartamenti dentro lo scaffale, e uscii dallo stanzino.

      Per  fortuna Quantorzo,  Firbo e tutti i commessi erano gi andati

      via;  c'era solo il vecchio custode,  che non poteva sospettare di

      nulla.

      Provai nondimeno il bisogno di dirgli qualche cosa:

      "Pulite per terra l dentro: ho schiacciato uno scarafaggio."

      E corsi in Via del Crocefisso, allo studio del notaro Stampa.



      7. LO SCOPPIO.


      Ho  ancora  negli  orecchi  lo scroscio dell'acqua che cade da una

      grondaja  presso  il  fanale  non  ancora  acceso,   davanti  alla

      catapecchia  di  Marco  di  Dio,  nel  vicolo  gi  bujo prima del

      tramonto;  e vedo l ferma  lungo  i  muri,  per  ripararsi  dalla

      pioggia,  la  gente  che  assiste  allo sfratto e altra gente che,

      sotto gli ombrelli, s'arresta per curiosit vedendo quella ressa e

      il mucchio  delle  misere  suppellettili  sgomberate  a  forza  ed

      esposte  alla  pioggia l davanti alla porta,  tra le strida della

      signora Diamante che,  di tratto in  tratto,  scarmigliata,  viene

      anche  alla  finestra  a  scagliare  certe sue strane imprecazioni

      accolte con fischi e altri rumori sguajati dai monellacci scalzi i

      quali, senza curarsi della pioggia, ballano attorno a quel mucchio

      di miseria,  facendo schizzar l'acqua delle pozze addosso  ai  pi

      curiosi, che ne bestemmiano. E i commenti:

      "Pi schifoso del padre!"

      "Sotto la pioggia,  signori miei!  Non ha voluto aspettare neanche

      domani!"

      "Accanirsi cos contro un povero pazzo!"

      "Usurajo! usurajo!"

      E ne sorrido. Forse, s,  un po' pallido.  Ma pure con una volutt

      che  mi  tien  sospese  le  viscere e mi solletica l'ugola e mi fa

      inghiottire.  Solo che,  di  tanto  in  tanto,  sento  il  bisogno

      d'attaccarmi  con  gli  occhi  a qualche cosa,  e guardo quasi con

      indolenza   smemorata   l'architrave   della   porta   di   quella

      catapecchia,  per  isolarmi  un po' in quella vista,  sicuro che a

      nessuno,  in un momento  come  quello,  potrebbe  venir  in  mente

      d'alzar  gli  occhi  per  il  piacere d'accertarsi che quello  un

      malinconico architrave, a cui non importa proprio nulla dei rumori

      della   strada:   grigio   intonaco   scrostato,    con    qualche

      sforacchiatura  qua  e  l,  che  non  prova  come  me  il bisogno

      d'arrossire quasi per un'offesa al pudore per conto  d'un  vecchio

      orinale  sgomberato  con  gli  altri  oggetti dalla catapecchia ed

      esposto l alla vista di tutti, su un comodino, in mezzo alla via.

      Ma per poco non mi cost caro questo piacere di alienarmi.  Finito

      lo sgombero forzato, Marco di Dio, uscendo con sua moglie Diamante

      dalla  catapecchia  e  scorgendomi nel vicolo tra il delegato e le

      due  guardie,   non  pot  tenersi,   e  mentre  stavo  a   fissar

      quell'architrave,  mi  scagli  contro  il suo vecchio mazzuolo di

      sbozzatore.  M'avrebbe certo accoppato,  se il delegato non  fosse

      stato pronto a tirarmi a s.  Tra le grida e la confusione, le due

      guardie si lanciarono per  trarre  in  arresto  quello  sciagurato

      messo  in  furore  dalla  mia  vista;  ma  la  folla  cresciuta lo

      proteggeva e stava per rivoltarsi  contro  me,  allorch  un  nero

      omiciattolo,  malandato ma d'aspetto feroce, giovine di studio del

      notaro Stampa,  montato su di un tavolino l tra il mucchio  delle

      suppellettili sgomberate in mezzo al vicolo,  quasi saltando e con

      furiosi gesticolamenti, si mise a urlare:

      "Fermi!  Fermi!  State a sentire!  Vengo a nome del notaro Stampa!

      State a sentire!  Marco di Dio!  Dov' Marco di Dio?  Vengo a nome

      del notaro Stampa ad avvertirlo che c'  una  donazione  per  lui!

      Quest'usurajo Moscarda..."

      Ero,  non  saprei  dir  come,  tutto  un  fremito,  in  attesa del

      miracolo: la mia trasfigurazione,  da un istante  all'altro,  agli

      occhi  di  tutti.  Ma  all'improvviso  quel  mio  fremito  fu come

      tagliuzzato in mille parti e tutto il mio essere come scaraventato

      e disperso di qua e di l a un'esplosione  di  fischi  acutissimi,

      misti  a urla incomposte e a ingiurie di tutta quella folla al mio

      nome,  non potendosi capire che la donazione  l'avessi  fatta  io,

      dopo la feroce crudelt dello sgombero forzato.

      "Morte! Abbasso!" urlava la folla. "Usurajo! Usurajo!"

      Istintivamente, avevo alzato le braccia per far segno d'aspettare;

      ma  mi vidi come in un atto d'implorazione e le riabbassai subito,

      mentre quel giovine di  studio  sul  tavolino,  sbracciandosi  per

      imporre silenzio, seguitava a gridare:

      "No!  No!  State a sentire! L'ha fatta lui, l'ha fatta lui, presso

      il notaro Stampa, la donazione! La donazione d'una casa a Marco di

      Dio!"

      Tutta la folla,  allora,  trasecol.  Ma  io  ero  quasi  lontano,

      disilluso,  avvilito.  Quel  silenzio della folla,  nondimeno,  mi

      attrasse.  Come quando s'appicca il fuoco a un mucchio  di  legna,

      che  per  un momento non si vede e non si ode nulla,  e poi qua un

      ttolo,  l una stipa  scattano,  schizzano,  e  infine  tutta  la

      fascina crpita lingueggiando di fiamme tra il fumo:

      "Lui?"  "Una  casa?"  "Come?"  "Che cosa?" "Silenzio!" "Che dice?"

      Queste e altrettali domande cominciarono a  scattar  dalla  folla,

      propagando rapidamente un voco sempre pi fitto e confuso, mentre

      quel giovane di studio confermava:

      "S,  s,  una casa! la sua casa in Via dei Santi 15. E non basta!

      Anche la donazione di diecimila lire per l'impianto e gli attrezzi

      d'un laboratorio."

      Non potei vedere quel che segu;  mi tolsi di goderne,  perch  mi

      premeva in quel momento di correre altrove.  Ma seppi di l a poco

      qual godimento avrei avuto, se fossi rimasto.

      M'ero nascosto nell'ndito di quella casa in  Via  dei  Santi,  in

      attesa  che  Marco  di Dio venisse a pigliarne possesso.  Arrivava

      appena,  in quell'ndito,  il lume della  scala.  Quando,  seguto

      ancora  da  tutta  la  folla,  egli apr la porta di strada con la

      chiave consegnatagli dal notaro e mi scorse l addossato  al  muro

      come  uno spettro,  per un attimo si contraffece,  arretrando;  mi

      lanci con gli occhi atroci uno sguardo,  che non dimenticher mai

      pi; poi, con un arrangolo da bestia, che pareva fatto insieme di

      singhiozzi  e  di  risa,  mi salt addosso,  frenetico,  e prese a

      gridarmi,  non so se per esaltarmi o  per  uccidermi,  sbattendomi

      contro al muro:

      "Pazzo! Pazzo! Pazzo!"

      Era lo stesso grido di tutta la folla l davanti la porta:

      "Pazzo! Pazzo! Pazzo!"

      Perch avevo voluto dimostrare,  che potevo,  anche per gli altri,

      non essere quello che mi si credeva.














      Libro quinto.


      1. CON LA CODA FRA LE GAMBE.


      Mi valse,  per fortuna,  almeno l per l,  la  considerazione  di

      Quantorzo,  che anche mio padre ai suoi tempi s'era dati "lussi di

      bont" come questo mio,  commisti d'una certa allegra  ferocia;  e

      che,  a  lui  Quantorzo,  non era mai passato per il capo di poter

      proporre che mio padre fosse da chiudere in un manicomio o  almeno

      almeno  da  interdire  come  ora Firbo sosteneva a spada tratta si

      dovesse fare per me,  se si voleva salvare il credito della banca,

      seriamente compromesso da quel mio atto pazzesco.

      Oh mio Dio,  ma non sapevano tutti in paese che negli affari della

      banca io non m'ero mai immischiato n punto n poco? Come e perch

      la minaccia di quel discredito ora?  Che aveva da vedere con  quel

      mio atto la banca?

      Gi.  Ma  allora  cadeva la considerazione di Quantorzo,  intesa a

      ripararmi dietro le spalle di mio padre.  Che se pur di  tanto  in

      tanto  aveva  avuto  di  quegli  estri,   mio  padre;   poi  nella

      trattazione degli affari aveva saputo dimostrare cos bene  d'aver

      la  testa  a segno,  che certo a nessuno poteva venire in mente di

      chiuderlo in un manicomio o d'interdirlo; mentre la mia dichiarata

      insipienza e quel mio disinteressamento mi scoprivano invece pazzo

      da  legare   e   nient'altro,   buono   soltanto   a   distruggere

      scandalosamente  ci  che  mio padre aveva con nascosta accortezza

      edificato.

      Ah, non c' che dire, stava tutta dalla parte di Firbo, la logica.

      Ma non stava meno, se vogliamo, dalla parte di Quantorzo, allorch

      questi (non ne ho il minimo  dubbio)  gli  dovette  far  notare  a

      quattr'occhi  che,  essendo  io  il padrone della banca,  quel mio

      disinteressamento dagli affari e la mia insipienza  non  erano  da

      assumere come armi contro di me, perch, grazie ad essi appunto, i

      veri padroni l dentro erano divenuti loro due; e che dunque, via,

      era meglio non toccare questo tasto e star zitti, almeno fin tanto

      ch'io non dssi altro segno di voler commettere nuove pazzie.

      Altro,  segretamente,  dal  canto  mio,  avrei potuto far notare a

      Firbo, se - schiacciato com'ero in quel momento dalla prova or ora

      fatta - non mi fosse convenuto di starmi con la coda tra le gambe,

      mentre tra lui e Quantorzo pendeva quella lite,  o meglio,  mentre

      ancora  rimaneva  incerto  se  ai  miei danni dovesse prevalere la

      brama dell'uno di vendicarsi dell'affronto  che  gli  avevo  fatto

      davanti  ai  commessi,  o  non  piuttosto l'interessata indulgenza

      dell'altro.


      2. IL RISO DI DIDA.


      M'ero, mogio mogio,  rinchioccito tra le gonnelle di Dida,  dentro

      la  sorda  tranquilla  e  oziosa  stupidit del suo Geng,  perch

      apparisse chiaro non pure a lei ma  a  tutti  che,  se  si  voleva

      proprio  tenere  in  conto di pazzia l'atto da me commesso,  fosse

      ritenuto come una pazzia di quel Geng l,  vale a dire  piuttosto

      un vaporoso e momentaneo capriccio da innocuo sciocco.

      E intanto alle sgridate ch'ella gli dava,  a quel suo Geng, io mi

      sentivo ora finir lo stomaco da un avvilimento che non so  ridire,

      ora  crepare  in  corpo  da  certe  risate  che  non  sapevo  come

      trattenere, per l'aspetto che pur dovevo conservare a lui, non gi

      compunto,  Dio liberi!  ma anzi da cocciuto che non si voleva dare

      al tutto per vinto,  anche riconoscendo che,  s, l'aveva fatta un

      po'  troppo  grossa.   E  la  paura,   nello  stesso  tempo,   che

      all'improvviso, non pi contenuta, s'affacciasse da quegli occhi a

      spiarla  di  traverso,  o  prorompesse  da quella bocca in qualche

      orribile grido l'atroce disperazione della mia angoscia segreta  e

      inconfessabile.

      Ah  inconfessabile,  inconfessabile,  perch solo del mio spirito,

      quell'angoscia,   fuori  d'ogni  forma  che  potessi  fingermi   e

      riconoscere per mia oltre questa qua,  per esempio, che mia moglie

      dava,  vera e tangibile in me,  a quel  suo  Geng  che  le  stava

      davanti  e che non ero io;  anche se non potevo pi dire chi fossi

      io allora,  e di chi e dove,  fuori di lui,  quell'angoscia atroce

      che mi soffocava.

      E  tanto  ormai,  fisso  in questo tormento,  m'ero alienato da me

      stesso,  che come un cieco davo il mio corpo in mano  agli  altri,

      perch ciascuno si prendesse di tutti quegli estranei inseparabili

      che  portavo  in  me  quell'uno che ero per lui e,  se voleva,  lo

      bastonasse; se voleva, se lo baciasse; o anche andasse a chiuderlo

      in un manicomio.

      "Qua, Geng. Siedi qua. Qua, cos. Guardami bene negli occhi. Come

      no? Non vuoi guardarmi?"

      Ah  che  tentazione  di  prenderle  il  viso  tra  le   mani   per

      costringerla  a  guardare  nell'abisso  di  due occhi ben altri da

      quelli da cui voleva essere guardata!

      Era l davanti a me;  m'acciuffava con una mano i capelli;  mi  si

      metteva  a sedere sulle ginocchia;  sentivo il peso del suo corpo.

      Chi era? Nessun dubbio in lei ch'io lo sapessi, chi era.

      E io avevo intanto orrore dei suoi occhi che mi guardavano ridenti

      e sicuri; orrore di quelle sue fresche mani che mi toccavano certe

      ch'io fossi come quei suoi occhi mi vedevano; orrore di tutto quel

      suo corpo che mi pesava sulle ginocchia,  fiducioso nell'abbandono

      che  mi  faceva  di  s,  senza il pi lontano sospetto che non si

      dsse realmente a me, quel suo corpo, e che io, stringendomelo tra

      le  braccia,  non  mi  stringessi  con  quel  suo  corpo  una  che

      m'apparteneva totalmente, e non un'estranea, alla quale non potevo

      dire  in alcun modo com'era,  perch era per me qual io appunto la

      vedevo e la toccavo: questa - cos con questi capelli -  e  questi

      occhi  -  e  questa  bocca,  come  nel  fuoco del mio amore gliela

      baciavo;  mentre lei la mia,  nel suo fuoco cos diverso dal mio e

      incommensurabilmente  lontano,  se tutto per lei,  sesso,  natura,

      immagine e senso delle cose, pensieri e affetti che le componevano

      lo spirito,  ricordi,  gusti e il contatto stesso della mia ruvida

      guancia  sulla  sua  delicata,   tutto,  tutto  era  diverso;  due

      estranei,  stretti cos - orrore - estranei,  non solo  l'uno  per

      l'altra,  ma  ciascuno  a se stesso,  in quel corpo che l'altro si

      stringeva.

      Voi non lo avete mai provato,  quest'orrore,  lo so,  perch avete

      sempre  e  soltanto  stretto  fra le braccia tutto il vostro mondo

      nella donna vostra,  senza il minimo avvertimento ch'ella  intanto

      si stringe in voi il suo,  che  un altro,  impenetrabile.  Eppure

      basterebbe,  per  sentirlo,  quest'orrore,  che  voi  pensaste  un

      momento, che so! a un'inezia qualunque, a una cosa che a voi piace

      e a lei no: un colore, un sapore, un giudizio su una tal cosa; che

      non vi facessero soltanto pensare superficialmente a una diversit

      di gusti, di sensazioni o d'opinioni; che gli occhi di lei, mentre

      voi la guardate, non vedono in voi, e come i vostri, le cose quali

      voi le vedete,  e che il mondo, la vita, la realt delle cose qual

       per voi, come voi la toccate,  non sono per lei che vede e tocca

      un'altra  realt nelle stesse cose e in voi stesso e in s,  senza

      che vi possa dire come sia,  perch per lei   quella  e  non  pu

      figurarsi che possa essere un'altra per voi.

      Mi  cost  molto  dissimulare  la  freddezza  d'un  rancore che mi

      s'induriva nell'animo sempre pi, vedendo che Dida, in fondo,  per

      quanto  si  sforzasse  di far viso fermo,  rideva di quello spasso

      brutale  che  il  suo  Geng  s'era  preso,   evidentemente  senza

      riflettere che non tutti come lei avrebbero compreso ch'egli aveva

      voluto fare una burla e niente pi.

      "Ma  guarda un po',  se sono scherzi da fare!  Lo sfratto sotto la

      pioggia;   e  assistervi,   provocando  l'indignazione  di  tutti,

      scioccone! A momenti t'accoppavano!"

      Cos  mi  diceva,  e  voltava la faccia per nascondere il riso che

      intanto le provocava la  vista  di  quel  mio  rancore,  il  quale

      naturalmente  nell'aspetto  del  suo Geng,  come se lo vedeva ora

      davanti e come s'immaginava che dovesse  essere  in  quel  momento

      dello  sfratto tra l'indignazione di tutti,  le appariva dispetto,

      nient'altro che un buffo dispetto di quel suo " scioccone" a causa

      della burla mancata e mal compresa.

      "Ma che ti figuravi?  Ti figuravi che dovessero ridere delle furie

      di  quel pazzo mentre tu gli facevi buttare in mezzo alla strada i

      suoi cenci sotto la pioggia?  E intanto lui - guardtelo l  -  si

      teneva  in  corpo  la  sorpresa  della  donazione!  Oh bada che ha

      ragione il signor Firbo,  sai!  Cosa da manicomio,  uno scherzo di

      cos cattivo genere,  pagarlo un cos caro prezzo. Va' l, va' l!

      pigliati qua Bib, e prtala un po' fuori."

      Mi vedevo mettere in  mano  il  laccetto  rosso  della  cagnolina;

      vedevo  ch'ella  si  chinava,  con  la facilit con cui sulle loro

      anche si chinano le donne,  per aggiustare al musetto di  Bib  la

      museruola senza farle male, e restavo l come un insensato.

      "Che fai? Non vai?"

      "Vado..."

      Chiusa  la  porta  alle  mie  spalle,  m'appoggiavo  al  muro  del

      pianerottolo con  una  voglia  di  mettermi  a  sedere  sul  primo

      scalino, per non rialzarmene mai pi.



      3. PARLO CON BIBI'.


      E mi vedo,  rasente ai muri,  per via, che non so pi come n dove

      guardare,  con quella cagnolina dietro,  che  pare  me  lo  faccia

      apposta di dare a vedere che,  com'io non vorrei andare,  cos non

      vorrebbe venire con me neanche lei,  e si fa  tirare  pontando  le

      zampine,  finch  stizzito  non le do uno strattone,  a rischio di

      spezzare quel laccetto rosso.

      Vado a nascondermi a pochi passi da casa,  dentro il recinto  d'un

      terreno  venduto per una casa che vi doveva sorgere,  grande e chi

      sa come brutta,  a giudicare dalle  altre  vicine.  Il  terreno  

      scavato in parte per le fondamenta;  ma i mucchi di terra non sono

      stati portati via;  e qua e l sono sparse tra l'erba  ricresciuta

      folta,  le  pietre per la fabbrica,  come crollate e vecchie prima

      d'essere usate.

      Seggo su una di queste pietre;  guardo il  muro  che  para,  alto,

      bianco,   stagliato  nell'azzurro,  della  casa  accanto.  Rimasto

      scoperto,  senza una finestra,  tutto cos bianco e  liscio,  quel

      muro,  col sole che ci batte sopra,  acceca. Abbasso gli occhi qua

      nell'ombra di questa erba vana,  che respira grassa  e  calda  nel

      silenzio immobile,  tra un bruso d'insetti minuti; c' un moscone

      fosco che mi d addosso,  ronzando,  irritato dalla mia  presenza;

      vedo  Bib  che  mi  s'  acculata  davanti con le orecchie ritte,

      delusa e sorpresa, come per domandarmi perch siamo venuti qua, in

      un luogo che non s'aspettava, ove tra l'altro... ma s,  di notte,

      qualcuno, passando...

      "S,  Bib,"  le dico.  "Questo puzzo...  Lo sento.  Ma mi pare il

      meno,  sai?  che possa ormai venirmi dagli uomini.  E'  di  corpo.

      Peggio, quello che esala dai bisogni dell'anima, Bib. E veramente

      sei da invidiare, tu che non puoi averne sentore."

      La tiro a me per le due zampine davanti, e seguito a parlare cos:

      "Vuoi sapere perch sia venuto a nascondermi qua? Eh, Bib, perch

      la  gente mi guarda.  Ha questo vizio,  la gente,  e non se lo pu

      levare.  Ci dovremmo allora levare tutti quello  di  portarci  per

      via,  a  spasso,  un corpo soggetto a essere guardato.  Ah,  Bib,

      Bib, come faccio?  Io non posso pi vedermi guardato.  Neanche da

      te.  Ho  paura  anche di come ora mi guardi tu.  Nessuno dubita di

      quel che vede, e va ciascuno tra le cose,  sicuro ch'esse appajano

      agli  altri  quali sono per lui;  figuriamoci poi se c' chi pensa

      che ci siete anche voi bestie  che  guardate  uomini  e  cose  con

      codesti  occhi  silenziosi,  e chi sa come li vedete,  e che ve ne

      pare. Io ho perduto,  perduto per sempre la realt mia e quella di

      tutte le cose negli occhi degli altri,  Bib!  Appena mi tocco, mi

      manco. Perch sotto il mio stesso tatto suppongo la realt che gli

      altri mi dnno e ch'io non so n potr mai sapere. Cosicch, vedi?

      io - questo che ora ti parla  -  questo  che  ora  ti  tiene  cos

      sollevate da terra queste due zampine - le parole che ti dico, non

      so, non so proprio, Bib, chi te le dica."

      Ebbe   a  questo  punto  un  soprassalto  improvviso,   la  povera

      bestiolina,  e volle sguizzarmi dalle mani che le reggevano le due

      zampine.  Senza  indugiarmi a riflettere se quel soprassalto fosse

      per lo spavento di quel che le avevo detto, per non spezzargliele,

      gliele lasciai,  e subito allora essa si sfog abbajando contro un

      gatto bianco intravisto tra l'erba in fondo al recinto: se non che

      il  laccetto  rosso trascinato tra i piedi in corsa a un tratto le

      s'impigli in uno sterpo e le diede un tale strappo,  che la  fece

      arrovesciare all'indietro e rotolare come un batuffolo.  Friggendo

      di rabbia si raddrizz, ma rest l,  puntata su le quattro zampe,

      non  sapendo pi dove avventare la sua furia interrotta: guard di

      qua, di l: il gatto non c'era pi.

      Starnut.

      Io  potei  ridere  di  quella  sua  corsa,  prima,   poi  di  quel

      capitombolo all'indietro,  e ora di vederla restar cos; tentennai

      il capo e la richiamai a me.  Se ne venne leggera  leggera,  quasi

      ballando sulle esili zampine;  quando mi fu davanti, lev da s le

      due anteriori per appoggiarsi a un mio  ginocchio,  quasi  volesse

      seguitare il discorso rimasto a mezzo,  che invece le piaceva.  Eh

      s, perch, parlando, io le grattavo la testa dietro le orecchie.

      "No no, basta, Bib" le dissi. "Chiudiamo gli occhi piuttosto."

      E le presi tra le mani la testina. Ma la bestiola si scroll,  per

      liberarsi; e la lasciai.

      Poco dopo,  sdrajata ai miei piedi, col musino allungato sulle due

      zampette davanti, la udii sospirare forte,  come se non ne potesse

      pi dalla stanchezza e dalla noja,  che pesavano tanto anche sulla

      sua vita di povera cagnetta bellina e vezzeggiata.



      4. LA VISTA DEGLI ALTRI.


      Perch, quand'uno pensa d'uccidersi, s'immagina morto, non pi per

      s, ma per gli altri?

      Tumido e livido,  come il cadavere d'un annegato,  rivenne a galla

      il  mio tormento con questa domanda,  dopo essermi sprofondato per

      pi d'un'ora nella meditazione, l in quel recinto, se non sarebbe

      stato quello il momento di farla finita,  non tanto per  liberarmi

      di  esso tormento,  quanto per fare una bella sorpresa all'invidia

      che molti mi portavano o anche per dare una prova dell'imbecillit

      che molti altri m'attribuivano.

      E allora,  tra le diverse immaginazioni della mia morte  violenta,

      come potevo supporre balzassero improvvise, tra la costernazione e

      lo sbalordimento,  in mia moglie, in Quantorzo, in Firbo, in tanti

      e tanti altri  miei  conoscenti;  costringendomi  a  rispondere  a

      quella  domanda,  mi  sentii  pi che mai mancare,  perch dovetti

      riconoscere che nei miei occhi non c'era veramente una  vista  per

      me,  da  poter  dire in qualche modo come mi vedevo senza la vista

      degli altri,  per il mio stesso corpo e per ogni altra  cosa  come

      potevo figurarmi che dovessero vederli; e che dunque i miei occhi,

      per  s,  fuori  di  questa  vista degli altri,  non avrebbero pi

      saputo veramente quello che vedevano.

      Mi corse per la  schiena  il  brivido  d'un  ricordo  lontano:  di

      quand'ero  ragazzo,  che  andando  sopra  pensiero per la campagna

      m'ero visto a un tratto smarrito,  fuori di ogni traccia,  in  una

      remota  solitudine  tetra  di sole e attonita;  lo sgomento che ne

      avevo avuto e che allora non avevo saputo chiarirmi.  Era  questo:

      l'orrore  di  qualche  cosa  che  da  un momento all'altro potesse

      scoprirsi a me solo, fuori della vista degli altri.

      Sempre  che  ci  avvenga  di  scoprire  qualcosa  che  gli   altri

      supponiamo  non  abbiano  mai  veduta,  non  corriamo  a  chiamare

      qualcuno perch subito la veda con noi?

      "Oh Dio, che ?"

      Ove la vista degli altri non ci soccorra a costituire comunque  in

      noi  la  realt  di ci che vediamo,  i nostri occhi non sanno pi

      quello che vedono; la nostra coscienza si smarrisce, perch questa

      che crediamo la cosa pi intima nostra,  la coscienza,  vuol  dire

      gli altri in noi;  e non possiamo sentirci soli.. Balzai in piedi,

      esterrefatto. Sapevo, sapevo la mia solitudine; ma ora soltanto ne

      sentivo e toccavo veramente l'orrore,  davanti a  me  stesso,  per

      ogni cosa che vedevo;  se alzavo una mano e me la guardavo. Perch

      la vista degli altri non  e non pu essere nei  nostri  occhi  se

      non per un'illusione a cui non potevo pi credere; e, in un totale

      smarrimento,  parendomi  di  vedere  quel  mio stesso orrore negli

      occhi della cagnetta che s'era levata anche lei  di  scatto  e  mi

      guardava,  per togliermelo davanti,  quell'orrore,  le allungai un

      calcio;  ma subito ai guaiti laceranti della bestiolina,  mi presi

      disperatamente la testa tra le mani, gridando:

      "Impazzisco! impazzisco!"

      Se  non che,  non so come,  in quel gesto di disperazione tornai a

      vedermi, e allora il pianto che stava per prorompermi dal petto mi

      si mut d'improvviso in uno scoppio  di  riso,  e  chiamai  quella

      povera Bib ch'era mezza azzoppata,  e mi misi a zoppicare anch'io

      per burla, e tutto in preda a una gaja smania feroce, le dissi che

      avevo giocato,  giocato,  e che volevo  seguitare  a  giocare.  La

      bestiolina starnutiva, come per dirmi:

      "Rifiuto! rifiuto!"

      "Ah s? Rifiuti, Bib, rifiuti?"

      E  allora  mi  misi  a  starnutire  anch'io  per rifarle il verso,

      ripetendo a ogni starnuto:

      "Rifiuto! rifiuto!"



      5. IL BEL GIUOCO.


      Un calcio? io? a quella povera bestiolina?

      Ma no!  Che  io!  gliel'aveva  appioppato  in  campagna  un  certo

      ragazzaccio  smarrito,  per  non so che strano sgomento da cui era

      stato invaso,  di tutto  e  di  niente:  d'un  niente  che  poteva

      d'improvviso  diventare QUALCHE COSA che sarebbe toccato allora di

      vedere a lui solo.

      Qua in citt,  ora,  per  via,  non  c'era  pi  questo  pericolo.

      Diamine!  Ognuno,  bello,  dentro l'illusione dell'altro; da poter

      essere sicuri che tutti gli altri sbagliavano se dicevano  di  no,

      che  cio ciascuno non era come l'altro lo vedeva.  E mi veniva di

      gridarlo a tutti quanti:

      "Ma s! Eh eh! Giochiamo, giochiamo!"

      E anche di farne segno a chi stava per caso a guardare  dai  vetri

      di qualche finestra.  Ma s!  Eh eh! Anche aprendo quella finestra

      per buttarsi di sotto.

      "Bel giuoco!  E chi sa poi che graziose  sorprese,  caro  signore,

      cara signora, se, dopo esservi buttati fuori cos d'ogni illusione

      per voi,  poteste ritornare per un momentino,  da morti,  a vedere

      nell'illusione degli altri  ancora  vivi  quel  mondo  in  cui  vi

      figuraste di vivere! Eh eh!"

      Il guajo era che ancora da vivo stavo a vederlo io, questo giuoco,

      tra  gli  altri  ancora  vivi: bench non lo potessi penetrare.  E

      quest'impossibilit di penetrarlo,  pur sapendo  ch'era  l  negli

      occhi  di  tutti,  esasperava  fino alla ferocia quella mia smania

      gaja.

      Il calcio  poc'anzi  sparato  alla  povera  bestiolina  perch  mi

      guardava, Dio me lo perdoni, mi veniva di spararlo a tutti quanti.



      6. MOLTIPLICAZIONE E SOTTRAZIONE.


      Rientrando  in  casa,  vi trovai Quantorzo in seria confabulazione

      con mia moglie Dida.

      Com'erano a posto, sicuri,  seduti tutt'e due nel salottino chiaro

      in  penombra,  l'uno  grasso  e nero,  affondato nel divano verde;

      l'altra esile e bianca nella sua veste tutta a falbal,  in  punta

      in  punta e di tre quarti sulla poltrona accanto,  con una freccia

      di sole sulla nuca. Parlavano certo di me, perch,  come mi videro

      entrare, esclamarono a un tempo:

      "Oh, eccolo qua!"

      E  poich  erano due a vedermi entrare,  mi venne la tentazione di

      voltarmi a cercare L'ALTRO che entrava con me,  pur  sapendo  bene

      che  il  "caro  Vitangelo"  del mio paterno Quantorzo non solo era

      anch'esso in me come il "Geng" di mia  moglie  Dida,  ma  che  io

      tutto  quanto,  per  Quantorzo,  altri  non  ero  che il suo "caro

      Vitangelo",  proprio come per Dida altri che il suo "Geng".  Due,

      dunque,  non agli occhi loro, ma soltanto per me che mi sapevo per

      quei due UNO e UNO; il che per me,  non faceva un PIU' ma un MENO,

      in  quanto  voleva  dire  che ai loro occhi,  io come io,  non ero

      nessuno.

      Ai loro occhi soltanto? Anche per me,  anche per la solitudine del

      mio  spirito  che,  in  quel  momento,  fuori  d'ogni  consistenza

      apparente,  concepiva l'orrore di vedere il proprio corpo  per  s

      come  quello  di  nessuno  nella  diversa  incoercibile realt che

      intanto gli davano quei due.

      Mia moglie, nel vedermi voltare, domand:

      "Chi cerchi?"

      M'affrettai a risponderle, sorridendo:

      "Ah, nessuno, cara, nessuno. Eccoci qua!"

      Non compresero,  naturalmente,  che cosa intendessi dire con  quel

      "nessuno"   cercato   accanto   a   me;   e   credettero  che  con

      quell'"eccoci" mi riferissi anche a loro due,  sicurissimi che  l

      dentro quel salotto fossimo ora in tre e non in nove; o piuttosto,

      in otto, visto che io - per me stesso - ormai non contavo pi.

      Voglio dire:

      1) Dida, com'era per s;

      2) Dida, com'era per me;

      3) Dida, com'era per Quantorzo;

      4) Quantorzo, com'era per s;

      5) Quantorzo, com'era per Dida;

      6) Quantorzo, com'era per me;

      7) il caro Geng di Dida;

      8) il caro Vitangelo di Quantorzo.

      S'apparecchiava  in  quel  salotto,  fra gli otto che si credevano

      tre, una bella conversazione.



      7. MA IO INTANTO DICEVO TRA ME.


      (Oh Dio mio,  e non sentiranno ora venir meno a un tratto la  loro

      bella  sicurezza,  vedendosi guardati da questi miei occhi che NON

      SANNO QUELLO CHE VEDONO?

      Fermarsi per un poco a guardare uno che stia facendo anche la cosa

      pi ovvia; guardarlo in modo da fargli sorgere il dubbio che a noi

      non sia sia chiaro ci che egli stia facendo  e  che  possa  anche

      non  essere  chiaro  a  lui  stesso:  basta  questo  perch quella

      sicurezza s'adombri e vacilli.  Nulla turba e sconcerta di pi  di

      due occhi vani che dimostrino di non vederci,  o di non vedere ci

      che noi vediamo.

      "Perch guardi cos?"

      E nessuno pensa che tutti dovremmo guardare sempre cos,  ciascuno

      con  gli  occhi  pieni  dell'orrore della propria solitudine senza

      scampo.)



      8. IL PUNTO VIVO.


      Quantorzo difatti,  cominci presto a turbarsi,  non appena i suoi

      occhi s'incontrarono coi miei;  a smarrirsi,  parlando;  tanto che

      senza volerlo accennava di tratto in tratto di  levare  una  mano,

      come per dire: "No, aspetta".

      Ma non tardai a scoprire l'inganno.

      Si  smarriva  cos,  non  gi  perch  il  mio sguardo gli facesse

      vacillare la sicurezza di s,  ma perch gli era parso di leggermi

      negli  occhi che io avessi gi compreso la ragione riposta per cui

      era venuto a farmi quella visita: che era di legarmi mani e piedi,

      d'intesa con Firbo, protestando che non avrebbe potuto pi fare il

      direttore della banca,  se io intendevo d'arrogarmi il diritto  di

      compiere  atti  improvvisi  e  arbitrarii,  di cui n lui n Firbo

      avrebbero potuto assumersi la responsabilit.

      Allora,  certo di questo,  mi proposi di  sconcertarlo,  non  per

      subitaneamente  come avevo fatto l'altra volta parlando e gestendo

      come un pazzo davanti a lui e a Firbo,  ma al  contrario;  per  il

      gusto di vedere come se ne sarebbe andato via,  dopo essere venuto

      cos fermo in quel proposito;  il gusto,  dico,  che poteva  darmi

      quella  sua  guerriera  fermezza  di dimostrarmi ancora una volta,

      senza che n'avessi pi bisogno, come un nonnulla sarebbe bastato a

      fargliela crollare: una parola che avrei detta,  il tono  con  cui

      l'avrei detta; tale da frastornarlo e da fargli cangiar l'animo, e

      con l'animo,  per forza, tutta quella sua solidissima realt, come

      ora dentro di s se la sentiva,  e fuori se  la  vedeva  e  se  la

      toccava.  Appena mi disse che Firbo specialmente non si poteva dar

      pace di quanto avevo fatto, gli domandai con un sorriso fatuo, per

      farlo stizzire:

      "Ancora?"

      Difatti si stizz:

      "Ancora? Eh, caro mio! Gli hai fatto trovare tutti gl'incartamenti

      dello scaffale in tale scompiglio,  che gli ci vorranno a dir poco

      due mesi per rimetterli in ordine."

      Mi feci allora molto serio e, rivolto a Dida:

      "Vedi, cara, tu che credevi una burla?"

      Dida mi guard subito incerta;  poi guard Quantorzo; poi di nuovo

      me; e in fine domand, con apprensione:

      "Ma insomma, che hai fatto?"

      Con la mano le  feci  segno  d'aspettare.  Ancora  pi  serio,  mi

      rivolsi a Quantorzo e gli dissi:

      "Ha trovato lo scompiglio nello scaffale il signor Firbo? E perch

      non ti provi ora a domandare, tu a me, che cosa vi ho trovato io?"

      Ed  ecco  che  Quantorzo s'agit sul divano e una ventina di volte

      batt   le   plpebre   come   per   richiamarsi    istintivamente

      all'attenzione  dallo sbalordimento in cui cadeva,  pi che per la

      domando, per il tono di sfida con cui l'avevo proferita.

      "Che.!. che vi hai trovato?" balbett.

      Risposi subito, accompagnando le parole col gesto:

      "Un palmo di polvere: cos!"

      Si guardarono negli occhi,  storditi;  perch quel tono  escludeva

      che  per  sciocchezza  avessi  detto quella cosa in s sciocca;  e

      nello stordimento Quantorzo ripet:

      "Un palmo di polvere? che significa?"

      "Significa, oh bella, che dormivano tutti quegli incartamenti.  Da

      anni!  Un  palmo,  dico un palmo di polvere.  E difatti,  una casa

      sfitta;  e di quell'altra l,  chi  sa  da  quanto  tempo  non  si

      riscoteva pi la pigione!"

      Quantorzo  -  non  me  l'aspettavo  -  finse  lui  questa volta di

      trasecolare pi che mai:

      "Ah," fece, "e tu allora le svegli cos, le case: regalandole?"

      "No, caro mio," gli gridai subito, riscaldandomi, un po',  s,  ad

      arte, ma anche sul serio un po'.

      "No,  caro  mio!  Per dimostrarvi che v'ingannate di molto,  ma di

      molto sul conto mio,  tu e Firbo  e  tutti  quanti  siete!  Parlo,

      parlo,  dico sciocchezze,  faccio lo svagato;  ma non  vero, sai?

      perch osservo tutto io, invece; osservo tutto!"

      Quantorzo - questa volta s,  come m'aspettavo tent di reagire ed

      esclam:

      "Ma  che  osservi?  Ma  fa' il piacere!  La polvere dello scaffale

      osservi!"

      "E le mie mani," mi venne  d'aggiungere  subito,  non  so  perch,

      presentandole: con un tal tono di voce che dest all'improvviso in

      me stesso un brivido,  rivedendomi col pensiero in quello stanzino

      dello scaffale nell'atto di sollevar  le  mani  per  rubare  a  me

      stesso  l'incartamento,  dopo avere immaginato l dentro quelle di

      mio padre, bianche,  grasse,  piene di anelli e coi peli rossi sul

      dorso delle dita.

      "Vengo alla banca," seguitai,  stanco tutt'a un tratto e nauseato,

      tra il crescente sbalordimento dell'una e dell'altro,  "vengo alla

      banca solo quando mi chiamate a firmare;  ma state attenti che non

      ho neanche bisogno di venirci,  io,  alla banca,  per sapere tutto

      ci che vi si fa."

      Guardai  di  traverso  Quantorzo;  mi parve pallidissimo.  (Ma oh,

      badiamo,  dico sempre quello mio;  perch forse  il  Quantorzo  di

      Dida,  no;  che  seppure  anche  a  Dida  sar  parso  che  il suo

      impallidisse,  avr forse creduto per isdegno  e  non  per  paura,

      com'io  del mio avrei potuto giurare.) A ogni modo,  le mani se le

      port subito al petto per davvero;  e  gli  occhi,  tanto  d'occhi

      sgran nel domandarmi:

      "Ah, ci tieni dunque le spie? Ah dunque tu diffidi di noi?"

      "Non  diffido,   non  diffido;  non  tengo  spie,"  m'affrettai  a

      rassicurarlo.   "Osservo,   fuori,   gli  effetti   delle   vostre

      operazioni; e mi basta. Rispondi a me: tu e Firbo,  vero? seguite

      nel trattare gli affari le norme di mio padre?"

      "Punto per punto!"

      "Non ne dubito.  Ma siete riparati, voi, dico per la vostra parte,

      dall'ufficio che tenete: l'uno di direttore, l'altro di consulente

      legale. Mio padre, per disgrazia,  non c' pi.  Vorrei sapere chi

      risponde degli atti della banca davanti al paese."

      "Come,  chi  risponde?" fece Quantorzo.  "Ma noi,  noi!  E appunto

      perch ne rispondiamo noi, vorremmo essere sicuri che tu non abbia

      ancora a immischiartene, intervenendo con certi atti: senti,  dico

      inconsulti per non dire altro!"

      Negai prima col dito; poi dissi, placido:

      "Non   vero.  Voi no;  se seguite punto per punto le norme di mio

      padre. Davanti a me, tutt'al pi, potreste risponderne voi, se non

      le seguiste e io ve  ne  domandassi  conto  e  ragione.  Ora  dico

      davanti  al  paese:  chi  ne risponde?  Ne rispondo io che firmo i

      vostri atti: io! io!  E mi devo veder questa: che voi la mia firma

      s,  la volete sotto tutti gli atti che fate voi;  e mi negate poi

      la vostra per quell'uno che faccio io."

      Doveva essersi impaurito ben bene,  perch a questo punto gli vidi

      dare tre allegri balzi sul divano, esclamando:

      "Oh  bella!  oh bella!  oh bella!  Ma perch noi,  i nostri,  sono

      quelli normali della banca! Mentre il tuo,  scusa,  me lo fai dire

      tu,  stato proprio da pazzo! da pazzo!"

      Scattai  in  piedi;  gli  appuntai  l'indice  d'una mano contro il

      petto, come un'arma.

      "E tu mi credi pazzo?"

      "Ma no!" fece, smorendo subito sotto la minaccia di quel dito.

      "No, eh?" gli gridai tenendolo fermo con gli occhi. "Resta intanto

      assodato questo tra noi, bada!"

      Quantorzo,  allora,  rimasto come a  mezz'aria  vagell:  non  gi

      perch  gli  nascesse  l  per l di nuovo il dubbio ch'io potessi

      anche esser pazzo per davvero, no; ma perch,  non comprendendo la

      ragione  per  cui  mi  premeva  d'assodare ch'egli non m'aveva per

      tale,  nell'incertezza,  temendo un'insidia da  parte  mia,  quasi

      quasi  si  pentiva  d'aver  detto di no cos in prima,  e tent di

      disdirsi con un mezzo sorriso.

      "No, aspetta... ma devi convenire..."

      Che bella cosa! ah che bella cosa! Ora Dida, seguitando a guardare

      accigliata un po' me e un po' Quantorzo, dava a vedere chiaramente

      che non sapeva pi che pensare cos di lui come di  me.  Quel  mio

      scatto, quella mia domanda a bruciapelo, che per lei - s'intende -

      erano  stati  uno scatto e una domanda del suo Geng;  e del tutto

      incomprensibili come di lui,  se non  a  patto  che  Quantorzo  l

      presente e il signor Firbo avessero commesso qualche mancanza cos

      enorme  da renderlo ora,  Dio mio,  proprio irriconoscibile il suo

      Geng,  di fronte al momentaneo smarrimento di  Quantorzo;  quello

      scatto,  dico,  e  quella domanda avevano avuto l'effetto di farla

      dubitare pi  che  mai  della  posata  assennatezza  di  quel  suo

      rispettabile Quantorzo. E cos palesemente esprimeva con gli occhi

      questo dubbio,  che Quantorzo,  appena pens di rivolgersi anche a

      lei, in quel tentativo di disdirsi col suo mezzo sorriso,  pi che

      pi  si  smarr,  avvertendo  subito  che  gli mancava accanto una

      certezza di consenso,  su cui  finora  aveva  creduto  di  potersi

      fidare.

      Scoppiai  a  ridere;  ma  n  l'uno  n l'altra ne indovinarono la

      ragione; fui tentato di gridarglielo in faccia,  scrollandoli: "Ma

      vedete?  vedete? E come potete essere allora cos sicuri, se da un

      minuto all'altro una minima impressione basta a farvi dubitare  di

      voi stessi e degli altri?".

      "Lascia andare!" troncai con un atto di sdegno,  per significargli

      che la stima che poteva essersi fatta  di  me,  della  mia  sanit

      mentale,  non aveva pi, almeno per il momento, alcuna importanza.

      "Rispondi a me.  Ho visto  alla  banca  bilance  e  bilancine.  Vi

      servono per pesare i pegni,   vero?  Ma tu, dimmi un po': tu, tu,

      sulla tua coscienza, li hai mai pensati, tu,  col peso che possono

      avere  per  gli  altri,  codesti che chiami gli atti normali della

      banca?"

      A questa domanda Quantorzo si guard di nuovo attorno,  quasi  che

      da altri,  oltre che da me,  si sentisse ancora,  proditoriamente,

      tirare fuor di strada.

      "Come, sulla mia coscienza?"

      "Credi che non c'entri?" ribattei subito.  "Eh,  lo  so!  E  forse

      credi che non c'entri neppure la mia,  perch ve l'ho lasciata per

      tanti  anni  alla  banca,   con  tutto  l'altro   patrimonio,   ad

      amministrare secondo le norme di mio padre."

      "Ma la banca..." si prov a obiettare Quantorzo.

      Scattai di nuovo:

      "La banca...  la banca... Non sai veder altro che la banca, tu. Ma

      tocca a me poi, fuori, a sentirmi dare dell'usurajo!"

      A questa uscita inattesa Quantorzo balz in  piedi  a  sua  volta,

      come  se  avessi  detto  la  pi  fiera  delle  bestemmie e la pi

      madornale delle bestialit; e, fingendo di scapparsene:

      "Uh, Dio benedetto!" esclam con le braccia levate;  e,  di nuovo:

      "Uh,  Dio benedetto" ritornando indietro, con la testa tra le mani

      e guardando mia moglie,  come per dirle: "Ma sente,  ma sente  che

      bambinate?  E  io  che  supponevo  che  avesse  da  dirmi una cosa

      seria!".  M'afferr per le  braccia,  forse  per  scuotermi  dallo

      sbalordimento  che  a  mia  volta m'aveva cagionato istintivamente

      quella sua mimica furiosa e mi grid:

      "Ma ti di sul serio pensiero di questo? Eh via! eh via!"

      E per prendersi la rivincita m'addit in prova a  mia  moglie  che

      rideva, ah rideva, si buttava via dalle risa, certo per quello che

      avevo  detto,  ma fors'anche per l'effetto di quelle mie parole su

      Quantorzo,  nonch per lo sbalordimento che n'era seguito in me  e

      che  senza  dubbio  ridestava  in  lei  finalmente la pi lampante

      immagine della nota e cara sciocchezza del suo Geng.

      Ebbene,  da quella risata mi sentii ferire all'improvviso come non

      mi  sarei  mai  aspettato  che  potesse accadermi in quel momento,

      nell'animo con cui un po' m'ero messo e un po' lasciato  andare  a

      quella discussione: ferire addentro in un punto vivo di me che non

      avrei saputo dire n che n dove fosse, tanto finora m'era apparso

      chiaro ch'io alla presenza di quei due, io come io, non ci fossi e

      ci  fossero  invece  il  "Geng"  dell'una  e  il "caro Vitangelo"

      dell'altro; nei quali non potevo sentirmi vivo.

      Fuori d'ogni immagine in cui  potessi  rappresentarmi  vivo  a  me

      stesso,  come  qualcuno anche per me,  fuori d'ogni immagine di me

      quale mi figuravo potesse essere per gli altri; un "punto vivo" in

      me s'era sentito ferire cos addentro,  che perdetti il lume degli

      occhi.

      "Finiscila di ridere!" gridai,  ma con tal voce a mia moglie,  che

      questa,  guardandomi (e chi sa  che  viso  dovette  vedermi)  d'un

      tratto ammutol, scontraffacendosi tutta.

      "E  tu  stai bene attento a quello che ti dico," soggiunsi subito,

      rivolto a Quantorzo.  "Voglio che la banca sia chiusa questa  sera

      stessa."

      "Chiusa? Che dici?"

      "Chiusa!  chiusa!" ribattei, facendomegli addosso. "Voglio che sia

      chiusa! Sono il padrone, s o no?"

      "No,  caro!  Che padrone!" insorse.  "Non  sei  mica  tu  solo  il

      padrone!"

      "E chi altri? tu? il signor Firbo?"

      "Ma tuo suocero! ma tanti altri!"

      "Per la banca porta soltanto il mio nome!"

      "No, di tuo padre che la fond!"

      "Ebbene, voglio che sia levato!"

      "Ma che levato! Non  possibile!"

      "Oh guarda un po'!  Non sono padrone del mio nome? del nome di mio

      padre?"

      "No, perch  negli atti di costituzione della banca, quel nome, 

      il nome della banca: creatura di tuo padre,  tal quale come te!  E

      ne porta il nome con lo stesso stessissimo tuo diritto!"

      "Ah  cos?"

      "Cos, cos!"

      "E il danaro? Quello che mio padre ci mise, di suo? Lo lasci alla

      banca o a me, il danaro, mio padre?"

      "A te, ma investito nelle operazioni della banca."

      "E  se  io  non  voglio  pi?  Se  voglio ritirarlo per investirlo

      altrimenti, a piacer mio, non sono padrone?"

      "Ma tu cos butti all'aria la banca!"

      "E che vuoi che me n'importi? Non voglio pi saperne, ti dico!"

      "Ma importa agli altri, se permetti! Tu rovini gli interessi degli

      altri, i tuoi stessi, quelli di tua moglie, di tuo suocero!"

      "Nient'affatto! Gli altri facciano quello che vogliono;  sguitino

      a tenerci il loro: io ritiro il mio."

      "Vorresti mettere dunque in liquidazione la banca?"

      "So un corno io di queste cose!  So che voglio,  "voglio" capisci?

      voglio ritirare i miei danari, e basta cos!"

      Vedo bene adesso che questi violenti  diverbii,  cos  a  botta  e

      risposta, sono veri e proprii pugilati tra due avverse volont che

      cercano  d'accopparsi a vicenda,  colpendo,  parando,  ribattendo,

      sicura ciascuna che il colpo assestato  debba  atterrare  l'altra;

      fin  tanto  che  all'una  e  all'altra  non venga dalla resistente

      durezza  d'ogni  ribattuta  avversaria   la   prova   sempre   pi

      convincente che inutile  insistere poich l'altra non cede.  E la

      pi ridicola figura l'hanno fatta intanto i pugni  veri  levandosi

      istintivamente  ad  accompagnare  irosi quelli parlati,  o meglio,

      urlati,  proprio fino all'altezza del grugno avversario  ma  senza

      toccarlo,  e i denti che si serrano e i nasi che s'arricciano e le

      ciglia che s'aggrottano e tutta la persona che freme.

      Con l'ultima scarica di  quei  tre  "voglio",  "voglio",  "voglio"

      dovevo  aver  bene ammaccata la resistenza di Quantorzo.  Gli vidi

      congiungere le mani in atto di preghiera:

      "Ma si pu sapere almeno perch? Cos da un momento all'altro?"

      Ebbi,  vedendolo in quell'atto,  come una vertigine.  D'improvviso

      avvertii che spiegare l per l a lui e a mia moglie che pendevano

      da  me,  l'uno  supplichevole  e  l'altra ansiosa e spaventata,  i

      motivi di quella mia testarda risoluzione,  di tanta  gravit  per

      tutti,  non  mi  sarebbe  stato  possibile.  Quei motivi,  che pur

      sentivo in me aggrovigliati in quel momento e sottili  e  contorti

      dai  lunghi  spasimi  delle  mie tante meditazioni,  non erano pi

      chiari del resto neanche a me stesso, strappato dalla concitazione

      dell'ira a quella terribile fissit di luce che folgorava tetra da

      quanto avevo cos solitariamente scoperto: tenebra per  tutti  gli

      altri  che  vivevano  ciechi  e sicuri nella pienezza abituale dei

      loro sentimenti. Avvertii subito che, a svelarne appena appena uno

      solo,  sarei parso irremissibilmente pazzo  all'uno  e  all'altra:

      che,  per esempio, NON M'ERO MAI VEDUTO fino a poco tempo addietro

      com'essi mi avevano sempre veduto, cio uno che vivesse tranquillo

      e  svagato  sull'usura  di  quella  banca,   pur   senza   doverla

      riconoscere  apertamente.  L'avevo  appena  appena riconosciuto in

      loro presenza,  ed ecco  che  all'uno  e  all'altra  era  sembrata

      un'ingenuit cos inverosimile da suscitare nell'uno quella comica

      furiosa  mimica  e  nell'altra quell'interminabile risata.  E come

      dunque dir loro che su questa "ingenuit" appunto,  ai loro  occhi

      quasi incredibile, io fondavo tutto il peso di quella risoluzione?

      Ma  se  usurajo  ero  sempre  stato,  sempre,  da prima ancora che

      nascessi?  Non m'ero visto io stesso sulla  strada  maestra  della

      pazzia  incamminato  a  compiere  un  atto che agli occhi di tutti

      doveva apparire  appunto  contrario  a  me  stesso  e  incoerente,

      ponendo  fuori  di  me  la mia volont,  come un fazzoletto che mi

      cavassi di tasca?  Non avevo io stesso riconosciuto che il  signor

      usurajo  Vitangelo Moscarda poteva s impazzire,  ma non si poteva

      in alcun modo distruggere?

      Ebbene, ma questo,  proprio questo,  era il "punto vivo" ferito in

      me,  che  m'accecava e mi toglieva in quel momento la comprensione

      di tutto: che usurajo no,  quell'usurajo che non ero mai stato per

      me,  ora  non  volevo pi essere neanche per gli altri e non sarei

      pi stato, anche a costo della rovina di tutte le condizioni della

      mia vita.  Ed era finalmente in  me  un  sentimento,  questo,  ben

      cementato  dalla  volont  che  mi  dava (bench lo avvertissi fin

      d'allora  con  una  certa  apprensione  e  diffidenza)  la  stessa

      consistente  solidit  degli altri,  sorda e chiusa in s come una

      pietra.  Sicch  bast  che  mia  moglie,  approfittando  del  mio

      improvviso  smarrimento,  scattasse,  imponendo  al  suo  Geng di

      finirla una buona volta con quella ridicola aria  di  comando  che

      voleva  darsi,  e mi venisse,  cos dicendo,  quasi con le mani in

      faccia,  bast questo perch io perdessi di nuovo  il  lume  degli

      occhi  e  le  afferrassi  i  polsi  e scrollandola e respingendola

      indietro la ributtassi a sedere sulla poltrona:

      "Finiscila tu,  col tuo Geng che non sono io,  non sono  io,  non

      sono io! Basta con codesta marionetta! Voglio quello che voglio: e

      come voglio sar fatto!"

      Mi voltai a Quantorzo:

      "Hai capito?"

      E uscii, furioso, dal salotto.







      Libro sesto.


      1. A TU PER TU.


      Poco  dopo,  chiuso in camera come una bestia in gabbia,  sbuffavo

      per quella violenza su  mia  moglie  (la  prima)  senza  potermela

      levare  dagli occhi,  nel bianco vagellare della lieve persona che

      pareva si sfaldasse tutta  agli  scrolli  con  cui  la  respingevo

      indietro,  afferrata  per  i polsi,  e la ributtavo a sedere sulla

      poltrona.

      Ah come lieve,  con tutti quei falbal intorno all'abito di  neve,

      all'urto brutale della mia violenza !

      Rotta  ormai,  come  una  fragile bambola,  l ributtata con tanta

      furia sulla poltrona,  non l'avrei di certo  raccapezzata  pi.  E

      tutta  la  mia vita,  qual era stata finora con lei,  il giuoco di

      quella bambola: spezzato, finito, forse per sempre.

      L'orrore della mia violenza mi  fremeva  vivo  nelle  mani  ancora

      tremanti.   Ma   avvertivo   che  non  era  tanto  della  violenza

      quell'orrore,  quanto del cieco insorgere in me d'un sentimento  e

      d'una  volont  che  alla  fine mi avevano DATO CORPO: un bestiale

      corpo che aveva incusso spavento e rese violente le mie mani.

      Diventavo "uno"

      Io.

      Io che ora mi volevo cos.

      Io che ora mi sentivo cos.

      Finalmente!

      Non pi usurajo (basta con quella banca!): e non pi Geng  (basta

      con quella marionetta!).

      Ma  il  cuore  seguitava  a  tumultuarmi in petto.  Mi toglieva il

      respiro.  Aprivo e chiudevo le mani,  affondandomi le unghie nella

      carne.  E appena, senza saperlo, mi grattavo con una mano il palmo

      dell'altra,  raggirandomi ancora per la stanza,  gangheggiavo come

      un cavallo che non soffra ii morso. Farneticavo.

      "Ma io, uno, chi? chi?"

      Se  non  avevo  pi occhi per vedermi da me come uno anche per me?

      Gli occhi,  gli occhi di tutti gli  altri  seguitavo  a  vedermeli

      addosso,  ma  ugualmente  senza  poter sapere come ora m'avrebbero

      veduto in questa mia neonata volont,  se  io  stesso  non  sapevo

      ancora come sarei consistito per me.

      Non pi Geng.

      Un altro.

      Avevo proprio voluto questo.

      Ma  che  altro  avevo  io  dentro,  se  non questo tormento che mi

      scopriva nessuno e centomila?

      Questa mia nuova volont,  questo mio  nuovo  sentimento  potevano

      insorgere  ciechi  per  la  ferita  in un punto vivo di me che non

      sapevo; ma subito cadevano, cadevano sotto la terribile fissit di

      quella luce che folgorava tetra da quanto avevo scoperto.

      Volevo tuttavia intravedere,  per raccapezzarmi,  che  cosa  avrei

      potuto mettere s col po' di sangue di quella ferita, con quel po'

      di sentimento,  lacerato, macerato, su lo sgangherato scheletro di

      quel po' di  volont:  oh,  un  povero  omicello  sparuto,  sempre

      spaventato  dagli  occhi  degli altri;  col sacchetto in pugno dei

      danari ricavati dalla  liquidazione  della  banca.  E  come  avrei

      potuto tenermeli pi ormai, quei danari?

      Li avevo forse guadagnati io col mio lavoro ?  Averli ora ritirati

      dalla banca perch non fruttassero altra usura,  bastava  forse  a

      mondarli di quella da cui erano venuti?  E allora,  che?  buttarli

      via? E come avrei vissuto? Di che lavoro ero capace ? E Dida ?

      Era anche lei - lo sentivo bene,  ora che non la avevo pi in casa

      -  era anche lei un PUNTO VIVO in me.  Io l'amavo,  non ostante lo

      strazio che mi veniva dalla perfetta coscienza di non appartenermi

      nel mio stesso corpo  come  oggetto  del  suo  amore.  Ma  pur  la

      dolcezza  che  a questo corpo veniva dal suo amore,  la assaporavo

      io,  cieco nella volutt dell'abbraccio;  anche  se  talvolta  ero

      quasi  tentato  di  strozzarla  vedendole,  tra  le  umide  labbra

      convulse,  come una smania di sorriso o di  sospiro,  tremare  uno

      stupido nome: GENGE'.



      2. NEL VUOTO.


      L'immobilit  sospesa  di  tutti  gli oggetti del salotto,  in cui

      rientrai come attratto dal silenzio che vi si  era  fatto:  quella

      poltrona  dov'ella  dianzi  stava seduta;  quel canap dove dianzi

      stava  affondato  Quantorzo;  quel  tavolinetto  di  lacca  chiara

      filettato  d'oro  e  le altre seggiole e le tende,  mi diedero una

      cos orribile impressione di vuoto che  mi  voltai  a  guardare  i

      servi,  Diego e Nina, i quali mi avevano annunziato che la padrona

      era andata via col signor Quantorzo lasciando l'ordine  che  tutte

      le  sue  robe fossero raccolte,  chiuse nei bauli e mandate a casa

      del padre;  e ora stavano a mirarmi  con  lo  sbalordimento  nelle

      bocche aperte e negli occhi vani.  La loro vista m'irrit. Gridai:

      "E sta bene, eseguite l'ordine."

      Un ordine da eseguire era gi, in quel vuoto,  qualche cosa almeno

      per gli altri. E anche per me, se mi levava dai piedi quei due per

      il momento.

      Come fui solo, stranamente quasi ilare d'improvviso, pensai: "Sono

      libero!  Se  n'  andata  via!".  Ma  non  mi  pareva vero.  Avevo

      l'impressione curiosissima che se ne fosse andata via per farmi la

      prova della giustezza della mia scoperta, la quale assumeva per me

      un'importanza cos grande e assoluta,  che a confronto ogni  altra

      cosa  non  poteva averne se non una molto minore e relativa: anche

      se mi faceva perdere la moglie; anzi proprio per questo.

      "Ecco se  vero!"

      Nient'altro che la prova era terribile.  Tutto il resto -  ma  s,

      via!  -  poteva parere anche ridicolo: quell'andarsene cos su due

      piedi  con  Quantorzo,   come  quel  mio  insorgere   per   quella

      stupidaggine l, della gente che mi credeva usurajo.

      Ma  come,  allora?  ero  gi  ridotto  a questo?  di non poter pi

      prendere nulla sul serio?  E la mia ferita di  poc'anzi,  per  cui

      avevo avuto quello scatto violento? Gi. Ma dove la ferita? In me?

      A toccarmi,  a strizzarmi le mani,  s,  dicevo "io";  ma a chi lo

      dicevo?  e per chi?  Ero solo.  In tutto il mondo,  solo.  Per  me

      stesso, solo. E nell'attimo del brivido, che ora mi faceva fremere

      alle  radici  i  capelli,  sentivo  l'eternit e il gelo di questa

      infinita solitudine.

      A chi dire "io"?  Che voleva dire "io",  se per gli altri aveva un

      senso  e  un valore che non potevano mai essere i miei;  e per me,

      cos fuori degli altri, l'assumerne uno diventa subito l'orrore di

      questo vuoto e di questa solitudine?



      3. SEGUITO A COMPROMETTERMI.


      Venne a trovarmi, la mattina dopo, mio suocero.

      Dovrei  dir  prima  (ma  non  dir)  fin  dov'ero   arrivato   con

      l'immaginazione,  farneticando per gran parte della notte, a furia

      di trar conseguenze dalle condizioni in cui m'ero messo di  fronte

      agli altri, non solo, ma anche rispetto a me stesso.

      M'ero  sottratto  affannato  a  un  breve sonno di piombo,  con la

      sensazione dell'ostile gravezza di tutte le cose, anche dell'acqua

      raccolta nel cavo delle mani per lavarmi,  anche  dell'asciugamani

      di  cui  dopo  m'ero servito;  quando,  all'annunzio della visita,

      improvvisamente mi sentii tutto alleggerire da un pronto risveglio

      di quell'estro  gajo  che  per  fortuna  come  un  benefico  vento

      m'arieggia ancora a tratti lo spirito.  Feci volar l'asciugamani e

      dissi a Nina:

      "Bene,  bene.  Fallo accomodare nel salotto,  e  digli  che  vengo

      subito."

      Mi   guardai   allo   specchio   dell'armadio   con  irresistibile

      confidenza,  fino a strizzare un occhio  per  significare  a  quel

      Moscarda  l  che  noi  due intanto c'intendevamo a maraviglia.  E

      anche lui,  per dire la verit,  subito  mi  strizz  l'occhio,  a

      confermare l'intesa.

      (Voi mi direte,  lo so,  che questo dipendeva perch quel Moscarda

      l nello specchio ero io;  e ancora una volta dimostrerete di  non

      aver  capito niente.  Non ero io,  ve lo posso assicurare.  Tant'

      vero che, un istante dopo, prima d'uscire, appena voltai un po' la

      testa per riguardarlo in quello specchio, era gi un altro,  anche

      per me, con un sorriso diabolico negli occhi aguzzi e lucidissimi.

      Voi ve ne sareste spaventati;  io no;  perch gi lo sapevo;  e lo

      salutai con la mano. Mi salut con la mano anche lui,  per dire la

      verit.)

      Tutto questo,  per cominciare. La commedia seguit poi nel salotto

      con mio suocero. In quattro? No.

      Vedrete in quanti svariati Moscarda,  dacch c'ero,  mi spassai  a

      produrmi quella mattina.



      4. MEDICO? AVVOCATO? PROFESSORE? DEPUTATO?


      Senza  dubbio  era mio suocero la cagione dell'insperato risveglio

      del mio estro, per quella (s,  Dio mio) forse irrispettosa realt

      che  io  finora  gli  avevo  dato,  di  stupidissimo  uomo  sempre

      soddisfatto di s.

      Molto curato,  non pur  nei  panni,  anche  nell'acconciatura  dei

      capelli  e  dei  baffi  fino  all'ultimo  pelo;  biondo biondo,  e

      d'aspetto, non dir volgare,  ma comune a ogni modo;  tutte quelle

      cure  avrebbe  potuto  risparmiarsele,  perch gli abiti addosso a

      lui, di fattura inappuntabile, restavano come non suoi,  del sarto

      che  glieli  aveva  cuciti;  e  anche  quella  sua  testa cos ben

      ravviata e quelle  sue  mani  cos  tornite  e  levigate,  anzich

      attaccate  vive  e  di  carne  al  suo  solino e alle sue maniche,

      potevano figurare senza alcun scpito  esposte  mozze  e  di  cera

      nelle vetrine d'un parrucchiere e d'un guantajo. Sentirlo parlare,

      vedergli socchiudere gli occhi cilestri smaltati nella beatitudine

      d'un  perenne  sorriso  per  tutto ci che gli usciva dalle labbra

      coralline;  vedergli poi riaprire quegli occhi e la  plpebra  del

      destro restargli un po' tirata e appiccicata,  quasi non riuscisse

      a distaccarsi cos presto  dal  prelibato  sapore  di  una  intima

      soddisfazione che nessuno avrebbe mai supposto in lui;  non poteva

      non fare una stranissima impressione, tanto pareva finto,  ripeto:

      fantoccio da sarto e testa da vetrina di barbiere.

      Ora, mentre me l'aspettavo cos, la sorpresa di trovarmelo davanti

      tutto  scomposto  e  agitato  serv  soltanto  a  stuzzicare in me

      d'improvviso il desiderio di provare quel rischio squisito con cui

      uno muove inerme e sorridente contro  un  nemico  che  lo  minacci

      armato, dopo avergli intimato di non muoversi d'un passo.

      L'estro  riacceso in me m'imponeva difatti sulle labbra un sorriso

      di sfida e sulla fronte un'aria di smemorataggine,  per il  giuoco

      che voleva seguitare,  pericolosissimo, mentre erano in ballo cos

      gravi interessi e per quell'uomo l e per tanti  altri:  le  sorti

      della  banca;  le  sorti  della mia famiglia: avere altre prove di

      quella  terribile  cosa  che   gi   sapevo:   cio,   che   sarei

      inevitabilmente  sembrato  pazzo,  ancora  e  pi  di  prima,  coi

      discorsi che mi disponevo a fare,  gi a rotta  di  collo  per  la

      china  di  quell'incredibile  e  inverosimile INGENUITA' che aveva

      fatto strabiliare Quantorzo e buttar via dalle risa mia moglie.

      Difatti, anche per me ormai,  se consideravo bene a fondo le cose,

      non   poteva   esser  valida  scusa  la  coscienza  a  cui  volevo

      appigliarmi.  Potevo sentirmi rimordere sul serio  di  quell'usura

      che  non  m'ero  mai  inteso  di esercitare?  Avevo s firmato per

      formalit gli atti di  quella  banca;  ero  vissuto  fino  a  quel

      momento  dei  guadagni  di  essa  senza  mai pensarci;  ma ora che

      finalmente me ne rendevo conto,  avrei  ritirato  i  danari  dalla

      banca,  e  presto,  per  mettermi  del tutto a posto,  me ne sarei

      liberato come  che  fosse,  istituendo  o  un'opera  di  carit  o

      qualcosa di simile.

      "Come!  E  ti  par  niente tutto questo?  Ma Dio mio,  ma dunque 

      vero?"

      "Vero, che cosa?"

      "Che ti sei impazzito! E di mia figlia,  che vorresti farne?  Come

      vorresti vivere? di che?"

      "Ecco, questo s: questo mi pare importante. Da studiare."

      "Rovinare per sempre la tua posizione?  Ciascuno ha sempre fatto i

      suoi affari, da che mondo  mondo."

      "Benissimo. E dunque, d'ora in poi, anch'io i miei."

      "Ma come, i tuoi, se butti via i danari guadagnati da tuo padre in

      tanti anni di lavoro?"

      "Ho sei anni d'Universit."

      "Ah! Vorresti tornare all'Universit?"

      "Potrei."

      Accenn d'alzarsi. Lo trattenni, domandandogli:

      "Scusi: prima di venire alla liquidazione  della  banca,  ci  sar

      tempo, non  vero?"

      S'alz furente, con le braccia per aria.

      "Ma che liquidazione! che liquidazione! che liquidazione!"

      "Se non vuol lasciarmi dire..."

      Si volt di scatto.

      "Ma che vuoi dire? Tu farnetichi!"

      "Sono  calmissimo," gli feci notare.  "Le volevo dire che ho tante

      materie di studio gi a buon punto e lasciate l."

      Mi guard stordito.

      "Materie di studio? Che significa?"

      "Che potrei,  anche presto,  prendere una laurea  di  medico,  per

      esempio, o di dottore in lettere e filosofia."

      "Tu?"

      "Non  crede?  S.  M'ero  messo anche per medico.  Tre anni.  E mi

      piaceva.  Domandi,  domandi a Dida come  vedrebbe  meglio  il  suo

      Geng.  Se medico o professore. Ho la parola facile: potrei anche,

      volendo, far l'avvocato."

      Si scroll violentemente.

      "Ma se non hai voluto fare mai niente!"

      "Gi.  Ma non per leggerezza,  veda.  Anzi,  al contrario!  Mi  ci

      affondavo  troppo.  E non si riesce a nulla,  creda,  affondandosi

      troppo in qualsiasi  cosa.  Si  vengono  a  fare  certe  scoperte!

      Leggermente per,  le assicuro che il medico,  l'avvocato,  o,  se

      Dida preferisce, il professore, potrei farlo benissimo.  Basta che

      mi ci metta."

      Paonazzo  dalla  violenza  che  faceva  su  se stesso per starmi a

      sentire,  a questo punto  scapp  via.  O  schiattava.  Gli  corsi

      dietro, gridando:

      "Ma no,  ma senta,  ma dando via i danari di mio padre,  ma sa che

      popolarit! Mi potrebbero anche eleggere deputato: ci pensi!  Se a

      Dida  piacesse,  e  anche  a lei: il genero deputato...  Non mi ci

      vede? non mi ci vede?"

      Se n'era gi scappato via, urlando a ogni mia parola:

      "Pazzo! Pazzo! Pazzo!"



      5. IO DICO, POI, PERCHE'?


      Il tono era di scherzo, non nego, per via di quel maledetto estro.

      E poteva  anche  parere  ch'io  parlassi  con  molta  fatuit:  lo

      riconosco.  Ma  le  proposte  di  un  Geng  medico  o  avvocato o

      professore  e  perfino  deputato,   se  potevano  far  ridere  me,

      avrebbero   potuto   imporre  a  lui,   io  dico,   almeno  quella

      considerazione e quel rispetto che di solito si hanno in provincia

      per queste nobili professioni cos comunemente esercitate anche da

      tanti mediocri coi quali, poi poi,  non mi sarebbe stato difficile

      competere.

      La ragione era un'altra, lo so bene. NON MI CI VEDEVA neanche lui,

      mio suocero. Per motivi ben altri dai miei.

      Non poteva ammettere,  lui,  ch'io gli levassi il genero (quel suo

      Geng ch'egli vedeva in me,  chi sa come) dalle condizioni in  cui

      se  n'era  stato  finora,  cio  da  quella  comoda consistenza di

      marionetta che lui da un canto e la figlia dall'altro, e dal canto

      loro tutti i socii della banca gli avevano dato.

      Dovevo lasciarlo cos  com'era,  quel  buon  figliuolo  feroce  di

      Geng,  a  vivere  senza  pensarci  dell'usura di quella banca non

      amministrata da lui.

      E io vi giuro che l'avrei lasciato l,  per non turbare quella mia

      povera  bambola,  il  cui  amore  mi era pur cos caro,  e per non

      cagionare un cos grave scompiglio a  tanta  brava  gente  che  mi

      voleva  bene,  se,  lasciandolo  l per gli altri,  io poi per mio

      conto me ne fossi potuto andare altrove con un altro  corpo  e  un

      altro nome.



      6. VINCENDO IL RISO.


      Sapevo  altres  che  a  mettermi  in nuove condizioni di vita,  a

      rappresentarmi agli altri domani da medico, poniamo, o da avvocato

      o da professore,  non mi sarei ugualmente  ritrovato  n  uno  per

      tutti  n  io  stesso  mai  nella veste e negli atti di nessuna di

      quelle professioni.

      Troppo ero gi compreso dall'orrore di  chiudermi  nella  prigione

      d'una forma qualunque.

      Pur  non  di  meno quelle stesse proposte,  fatte per ridere a mio

      suocero, io le avevo fatte sul serio a me stesso durante la notte,

      vincendo il riso che mi provocavano le immagini di me  avvocato  o

      medico  o  professore.  Avevo  insomma  pensato  che una di quelle

      professioni,  o un'altra qual si fosse,  avrei dovuto prenderla  e

      accettarla  come  una  necessit  se Dida,  ritornando a me com'io

      volevo,  me n'avesse fatto l'obbligo per provvedere del mio meglio

      alla sua nuova vita con un nuovo Geng.

      Ma  dalla  furia  con  cui  mio  suocero  se n'era scappato potevo

      argomentare che, anche per Dida, nessun nuovo Geng poteva nascere

      dal vecchio.  Tanto questo vecchio  le  dava  a  vedere  d'essersi

      impazzito senza rimedio, se cos PER NIENTE voleva togliersi da un

      momento  all'altro  dalle  condizioni  di  vita in cui era vissuto

      finora felicemente.

      E davvero pazzo volevo esser io a pretendere che una bambola  come

      quella impazzisse insieme con me, cos PER NIENTE.




      Libro settimo.


      1. COMPLICAZIONE.


      Fui  invitato  la mattina dopo con un bigliettino recato a mano ad

      andar subito in casa di Anna Rosa,  l'amichetta di mia moglie  che

      ho nominato una o due volte in principio, cos di passata.

      M'aspettavo che qualcuno cercasse di mettersi di mezzo per tentare

      la  riconciliazione  tra  me e Dida;  ma questo qualcuno nelle mie

      supposizioni doveva venire da parte di mio suocero e  degli  altri

      socii  della banca,  non direttamente da parte di mia moglie;  gi

      che l'unico  ostacolo  da  rimuovere  era  la  mia  intenzione  di

      liquidare  la  banca.  Tra  me e mia moglie non era avvenuto quasi

      nulla.   Bastava  ch'io  dicessi  ad  Anna  Rosa  d'esser  pentito

      sinceramente dello sgarbo fatto a Dida scrollandola e buttandola a

      sedere  sulla  poltrona del salotto,  e la riconciliazione sarebbe

      avvenuta senz'altro.

      Che Anna Rosa si fosse  preso  l'incarico  di  farmi  recedere  da

      quella  intenzione,  ponendolo  come  patto  per il ritorno di mia

      moglie in casa, non mi parve in alcun modo ammissibile.  Sapevo da

      Dida  che la sua amichetta aveva rifiutato parecchi matrimoni cos

      detti  vantaggiosi  per  disprezzo  del  danaro,   attirandosi  la

      riprovazione  della  gente  assennata  e  anche di Dida che certo,

      sposando me (voglio dire il figlio  d'un  usurajo),  aveva  dovuto

      lasciare  intendere  alle sue amiche che lo faceva perch alla fin

      fine era un matrimonio "vantaggioso".

      Per questo "vantaggio" da  salvare  Anna  Rosa  non  poteva  esser

      dunque l'avvocato pi adatto.

      Era da ammettere piuttosto il contrario: che Dida avesse ricorso a

      lei per ajuto,  cio per farmi sapere che il padre,  d'accordo con

      gli altri socii,  la tratteneva in casa e le impediva di ritornare

      a me se io non recedevo dall'intenzione di liquidare la banca.  Ma

      conoscendo bene  mia  moglie,  non  mi  parve  ammissibile  neppur

      questo.

      Andai  pertanto  a  quell'invito  con  una  grande curiosit.  Non

      riuscivo a indovinarne la ragione.



      2. PRIMO AVVERTIMENTO.


      Conosceva poco Anna Rosa.  L'avevo veduta parecchie volte in  casa

      mia,  ma  essendomi sempre tenuto lontano,  pi per istinto che di

      proposito,  dalle arniche di mia moglie,  avevo scambiato con  lei

      pochissime  parole.  Certi mezzi sorrisi,  per caso sorpresi sulle

      sue labbra mentre mi guardava di sfuggita,  mi erano sembrati cos

      chiaramente  rivolti  a quella sciocca immagine di me che il Geng

      di mia moglie Dida le aveva dovuto far nascere  nella  mente,  che

      nessun  desiderio  m'era  mai  sorto d'intrattenermi a parlare con

      lei. Non ero mai stato a casa sua.

      Orfana di padre e di madre,  abitava con una vecchia zia in quella

      casa che pare schiacciata dalle mura altissime della Bada Grande:

      mura d'antico castello,  dalle finestre con le grate inginocchiate

      da cui sul tramonto s'affacciano ancora le poche vecchie suore che

      vi sono rimaste.  Una di quelle suore,  la meno vecchia,  era  zia

      anch'essa di Anna Rosa,  sorella del padre;  ed era, dicono, mezza

      matta. Ma ci vuol poco a fare ammattire una donna,  chiudendola in

      un  monastero.  Da  mia  moglie,  che fu per tre anni educanda nel

      convento di San Vincenzo,  so che tutte le suore,  cos le vecchie

      come le giovani, erano, chi per un verso e chi per un altro, mezze

      matte.

      Non trovai in casa Anna Rosa.  La vecchia serva che m'aveva recato

      il bigliettino parlandomi misteriosamente dalla spia  della  porta

      senza aprirla, mi disse che la padroncina era s alla Bada, dalla

      zia monaca, e che andassi pure a trovarla l, chiedendo alla suora

      portinaja d'essere introdotto nel parlatorietto di Suor Celestina.

      Tutto questo mistero mi stup. E sul principio, anzich accrescere

      la  mia  curiosit,  mi  trattenne  d'andare.  Per quanto mi fosse

      possibile in quello stupore,  avvertii il  bisogno  di  riflettere

      prima  sulla  stranezza  di  quel  convegno lass alla Bada in un

      parlatorietto di suora.

      Ogni nesso tra la mia futile disavventura coniugale e quell'invito

      mi  parve  rotto,   e  subito  rimasi   apprensionito   come   per

      un'imprevista  complicazione  che  avrebbe  recato  chi  sa  quali

      conseguenze alla mia vita.

      Come tutti sanno a Richieri,  poco manc non mi recasse la  morte.

      Ma  qui  mi  piace  ripetere ci che gi dissi davanti ai giudici,

      perch per sempre sia cancellato dall'animo di tutti  il  sospetto

      che  allora  la  mia deposizione fosse fatta per salvare e mandare

      assolta d'ogni colpa Anna Rosa.  Nessuna colpa da parte  sua.  Fui

      io,  o  piuttosto  ci  che  finora   stato materia di queste mie

      tormentose considerazioni, se l'improvvisa e inopinata avventura a

      cui  quasi  senza  volerlo  mi  lasciai  andare  per   un   ultimo

      disperatissimo esperimento, rischi d'avere un tal fine.



      3. LA RIVOLTELLA TRA I FIORI.


      Per  una  delle  straducole  a  sdrucciolo  della vecchia Richieri

      durante il giorno appestate dal lezzo  della  spazzatura  marcita,

      andai s alla Bada.

      Quando si sia fatta l'abitudine di vivere in un certo modo, andare

      in  qualche  luogo  insolito  e  nel  silenzio  avvertire  come un

      sospetto che ci sia qualcosa di misterioso a noi,  di cui,  pur l

      presente,  il  nostro  spirito    condannato a restar lontano,  

      un'angoscia  indefinita,   perch  si  pensa  che,   se  potessimo

      entrarci,  forse  la  nostra  vita  si  aprirebbe  in chi sa quali

      sensazioni nuove, tanto da parerci di vivere in un altro mondo.

      Quella Bada,  gi castello  feudale  dei  Chiaramonte,  con  quel

      portone  basso tutto tarlato,  e la vasta corte con la cisterna in

      mezzo, e quello scalone consumato,  cupo e rintronante,  che aveva

      il  rigido delle grotte,  e quel largo e lungo corridojo con tanti

      usci da una parte e dall'altra e  i  mattoni  rosi  del  pavimento

      avvallato  che lustravano alla luce del finestrone in fondo aperto

      al silenzio del cielo,  tante vicende di casi e  aspetti  di  vita

      aveva accolto in s e veduto passare,  che ora, nella lenta agonia

      di quelle poche suore che vi vagavano dentro sperdute,  pareva non

      sapesse  pi nulla di s.  Tutto l dentro pareva ormai smemorato,

      nella lunghissima attesa della morte di quelle ultime suore, a una

      a una;  perduta  da  gran  tempo  la  ragione  per  cui,  castello

      baronale,  era  stato  dapprima costruito,  divenuto poi per tanti

      secoli bada.

      La suora portinaja  apr  uno  di  quegli  usci  nel  corridoio  e

      m'introdusse nel parlatorietto. Una campanella malinconica gi era

      stata sonata da basso forse per chiamare Suor Celestina.

      Il   parlatorietto  era  bujo,   tanto  che  in  prima  non  potei

      discernervi altro che la grata in fondo,  appena  intravista  alla

      poca  luce  entrata dall'uscio nell'aprirlo.  Rimasi in piedi,  in

      attesa;  e chi sa quanto ci sarei rimasto se alla fine una fievole

      voce dalla grata non m'avesse invitato ad accomodarmi,  ch presto

      Anna Rosa sarebbe venuta s dall'orto.

      Non mi prover a esprimere l'impressione che mi fece  quella  voce

      inattesa nel bujo,  di l dalla grata.  Mi folgor in quel bujo il

      sole che doveva esserci in quell'orto della bada,  che non sapevo

      dove fosse,  ma che certo doveva essere verdissimo; e d'improvviso

      mi s'illumin in mezzo a quel verde la figura d'Anna Rosa come non

      l'avevo mai veduta, tutta un fremito di grazia e di malizia. Fu un

      baleno.  Ritorn il bujo.  O piuttosto,  non il bujo,  perch  ora

      potevo discernere la grata, e davanti a quella grata un tavolino e

      due seggiole.  In quella grata, il silenzio. Vi cercai la voce che

      mi aveva parlato,  fievole ma fresca,  quasi giovanile.  Non c'era

      pi nessuno. Eppure doveva essere stata la voce d'una vecchia.

      Anna Rosa,  quella voce, quel parlatorietto, il sole in quel bujo,

      il verde dell'orto: mi prese come una vertigine.

      Poco dopo, Anna Rosa,  apr di furia l'uscio e mi chiam fuori del

      parlatorietto  nel  corridojo.  Era  tutta  accesa  in volto,  coi

      capelli in disordine,  gli occhi sfavillanti,  la camicetta bianca

      di lana a maglia sbottonata sul petto come per caldo,  e aveva tra

      le braccia tanti fiori e un tralcio d'edera che le  passava  sopra

      una  spalla e le tentennava lungo,  dietro.  Corse,  invitandomi a

      seguirla,  in fondo al corridojo,  sal  sullo  scalino  sotto  al

      finestrone,  ma  nel  salire,  forse per riparare con una mano una

      parte dei fiori che stava per sfuggirle,  si lasci invece  cadere

      dall'altra  la  borsetta,  e  subito  il fragore d'una detonazione

      seguito da un altissimo grido fece rintronare tutto il corridojo.

      Feci appena in tempo a sorreggere Anna  Rosa  che  mi  s'abbatteva

      addosso. Nello sbalordimento, prima che riuscissi a rendermi conto

      di  ci  che  era  avvenuto,  mi  vidi attorno sette vecchie suore

      pigolanti spaventate,  le quali,  pur essendo accorse  per  quello

      sparo  nel  corridojo  e  pur  vedendomi  tra le braccia Anna Rosa

      ferita,  erano tuttavia in preda a un'altra costernazione ch'io in

      prima non potei intendere,  tanto mi pareva impossibile che non si

      dovesse aver quella per cui a gran voce io chiedevo loro un letto,

      dove adagiare la ferita; mi rispondevano "Monsignore ";  che stava

      per arrivare Monsignore.  A sua volta, Anna Rosa mi gridava tra le

      braccia: "La rivoltella! la rivoltella!",  cio che rivoleva da me

      la  rivoltella ch'era dentro la borsetta perch era un ricordo del

      padre.

      Che in quella borsetta caduta dovesse esserci  una  rivoltella  la

      quale, esplodendo, l'aveva ferita a un piede, m'era apparso subito

      evidente;  ma  non  cos  la ragione per cui la portava con s,  e

      proprio quella mattina che mi aveva dato convegno alla  Bada.  Mi

      parve stranissimo; ma non mi pass neppur lontanamente per il capo

      in quel momento che l'avesse portata per me.

      Pi  che  mai  stordito,  vedendo  che  nessuno  mi dava ajuto per

      soccorrere la ferita,  me la tolsi di  peso  sulle  braccia  e  la

      portai fuori della Bada, gi per la straducola, a casa.

      Mi  tocc,  poco  dopo,  risalire  alla  Bada  per riprendere dal

      corridojo sotto al finestrone quella rivoltella,  che  doveva  poi

      servire per me.



      4. LA SPIEGAZIONE.


      La  notizia  di  quello strano accidente alla Bada Grande e di me

      che ne uscivo  a  precipizio  reggendo  sulle  braccia  Anna  Rosa

      ferita,  si  propag  per  Richieri  in  un  baleno,  dando subito

      pretesto a malignazioni che per la loro assurdit  mi  parvero  in

      prima  perfino  ridicole.  Tanto  ero  lontano  dal  supporre  che

      potessero non solo parer verosimili,  ma addirittura essere tenute

      per vere; e non gi da coloro a cui tornava conto metterle in giro

      e  fomentarle,  ma  finanche  da  colei  che  reggevo ferita sulle

      braccia. Proprio cos.

      Perch Geng,  signori miei,  quello  stupidissimo  Geng  di  mia

      moglie Dida,  covava,  senza ch'io ne sapessi nulla, una bruciante

      simpatia per Anna Rosa. Se l'era messo in testa Dida;  Dida che se

      n'era accorta.  Non ne aveva detto mai nulla a Geng;  ma lo aveva

      confidato, sorridendone,  alla sua amichetta,  per farle piacere e

      fors'anche  per  spiegarle  che  c'era il suo motivo,  se Geng la

      schivava quand'ella veniva in visita; la paura di innamorarsene.

      Non mi riconosco nessun diritto di smentire  codesta  simpatia  di

      Geng per Anna Rosa.  Potrei al pi sostenere che non era vera per

      me;  ma non sarebbe giusto neppure questo,  perch  effettivamente

      non  m'ero  mai  curato di sapere se sentissi antipatia o simpatia

      per quell'amichetta di mia moglie.

      Mi parve d'aver dimostrato a sufficienza che la  realt  di  Geng

      non apparteneva a me, ma a mia moglie Dida che gliel'aveva data.

      Se Dida dunque le attribuiva quella segreta simpatia al suo Geng,

      importa  poco  ch'essa  non  fosse vera per me: era tanto vera per

      Dida,  che vi trovava la ragione per cui mi tenevo lontano da Anna

      Rosa;  e  tanto  vera anche per Anna,  che le occhiate che qualche

      volta  io  le  avevo  rivolte  di  sfuggita   erano   state   anzi

      interpretate  da lei come qualche cosa di pi,  per cui io non ero

      quel carino sciocchino Geng che mia moglie Dida si  figurava,  ma

      un  infelicissimo  Signor  Geng  che  doveva  soffrire chi sa che

      strazii in corpo a essere  stimato  e  amato  cos  dalla  propria

      moglie.

      Perch,  se  ci  pensate bene,  questo  il meno che possa seguire

      dalle  tante  realt  insospettate  che  gli   altri   ci   dnno.

      Superficialmente,   noi  sogliamo  chiamarle  false  supposizioni,

      erronei giudizii,  gratuite attribuzioni.  Ma tutto ci che di noi

      si pu immaginare  realmente possibile, ancorch non sia vero per

      noi. Che per noi non sia vero, gli altri se ne ridono. E' vero per

      loro.  Tanto vero, che pu anche capitare che gli altri, se non vi

      tenete forte alla realt che  per  vostro  conto  vi  siete  data,

      possono  indurvi  a  riconoscere  che pi vera della vostra stessa

      realt  quella che vi dnno loro.  Nessuno pi di  me  ha  potuto

      farne esperienza.

      Io mi trovai dunque,  senza che ne sapessi nulla,  innamoratissimo

      di Anna Rosa,  e per questa ragione impigliato  nell'accidente  di

      quello  sparo  nella  Bada  come  non  mi  sarei  mai  e  poi mai

      immaginato.

      Assistendo Anna Rosa, dopo averla trasportata a casa sulle braccia

      e adagiata sul suo letto, corso per un medico,  per un'infermiera,

      e  prestato le prime cure del caso,  sentii subito anch'io pi che

      possibile,  vero,  ci che ella aveva immaginato di me in  seguito

      alle  confidenze di Dida;  la mia simpatia per lei.  E potei avere

      dalla sua bocca,  stando a sedere a pi  del  letto  nell'intimit

      color  di  rosa  della  sua cameretta offesa dal cattivo odore dei

      medicinali,  tutte  le  spiegazioni.   E,   prima,   quella  della

      rivoltella nella borsetta, causa dell'accidente.

      Come  rise  di  cuore  immaginando  che  qualcuno potesse supporre

      ch'ella l'avesse portata per me nel darmi convegno alla Bada!

      La portava sempre  con  s,  nella  borsetta,  quella  rivoltella,

      dacch  l'aveva  trovata  nel  taschino  d'un panciotto del padre,

      morto improvvisamente da sei anni. Piccolissima, con l'impugnatura

      di madreperla e tutta lucida e viva,  le era  parsa  un  gingillo,

      tanto  pi  carino in quanto nel suo grazioso congegno racchiudeva

      il potere di dare la morte.  E pi d'una  volta,  mi  confd,  in

      qualche  non  raro  momento  che il mondo tutt'intorno,  per certi

      strani sgomenti dell'anima,  le si faceva come  attonito  e  vano,

      aveva  avuto  la tentazione di farne la prova,  giocando con essa,

      provando  nelle  dita  sul  liscio  lucido  dell'acciajo  e  della

      madreperla la delizia del tatto.  Ora,  che essa,  invece che alla

      tempia o nel cuore per volont di  lei,  avesse  potuto  per  caso

      MORDERLA a un piede, e anche col rischio come si temeva - di farla

      restar  zoppa,  le  cagionava uno stranissimo dispiacere.  Credeva

      d'essersela appropriata tanto,  che non dovesse avere pi  per  s

      quel potere. La vedeva cattiva, adesso. La traeva dal cassetto del

      comodino accanto al letto, la mirava e le diceva:

      "Cattiva!"

      Ma  quel  convegno  s  alla  Bada,  nel  parlatorietto della zia

      monaca, perch? E quelle sette suore che, invece di darsi pensiero

      di lei ferita, mi parlavano,  quasi oppresse,  della visita di non

      so qual Monsignore ? Ebbi la spiegazione anche di questo mistero.

      Ella  sapeva  che  quella  mattina Monsignor Partanna,  vescovo di

      Richieri,  sarebbe andato a far visita alle  vecchie  suore  della

      Bada  Grande,  come  soleva  ogni mese.  Per quelle vecchie suore

      quella visita era come un'anticipazione della beatitudine celeste:

      rischiare d'averla guastata da quell'accidente  era  stato  perci

      per loro la costernazione pi grave. Mi aveva fatto venire s alla

      Bada perch voleva ch'io parlassi subito,  quella mattina stessa,

      col vescovo.

      "Io, col vescovo? E perch?"

      Per ovviare a tempo ci che si stava tramando contro di me.

      Mi volevano proprio  interdire,  denunziandomi  come  alterato  di

      mente.  Dida  le  aveva  annunziato che gi erano state raccolte e

      ordinate tutte le prove, da Firbo, da Quantorzo, da suo padre e da

      lei stessa,  per dimostrare la mia lampante  alterazione  mentale.

      Tanti  erano  pronti a farne testimonianza;  finanche quel Turolla

      che avevo difeso contro Firbo e  tutti  i  commessi  della  banca;

      finanche Marco di Dio a cui avevo fatto donazione d'una casa.

      "Ma  la  perder,"  non  potei  tenermi dal fare osservare ad Anna

      Rosa.  "Se  sono  dichiarato  alterato  di  mente,   l'atto  della

      donazione diventer nullo!"

      Anna  Rosa  scoppi  a  ridermi in faccia per la mia ingenuit.  A

      Marco di Dio dovevano aver  promesso  che,  se  testimoniava  come

      volevano  loro,  non avrebbe perduto la casa.  E del resto poteva,

      anche secondo coscienza, testimoniarlo.

      Guardai sospeso Anna Rosa che rideva.  Ella se n'accorse e si mise

      a gridare:

      "Ma s, pazzie! tutte pazzie! tutte pazzie!"

      Se non che, lei ne godeva, le approvava, e pi che pi se con esse

      volevo  arrivare  veramente  a quella pi grande di tutte: cio di

      buttare all'aria la banca e d'allontanare  da  me  una  donna  che

      m'era stata sempre nemica.

      "Dida?"

      "Non crede?"

      "Nemica, s, adesso."

      "No, sempre! sempre!"

      E  m'inform  che  da tempo cercava di fare intendere a mia moglie

      ch'io non ero quello  sciocco  che  lei  s'immaginava,  in  lunghe

      discussioni  che  le erano costate una fatica infinita per frenare

      il dispetto che ]e cagionava l'ostinazione di quella donna a voler

      vedere in tanti miei atti o parole una sciocchezza che non c'era o

      un male che soltanto un animo  deliberatamente  nemico  vi  poteva

      vedere.

      Strabiliai.  D'un tratto, per quelle confidenze di Anna Rosa, vidi

      una Dida cos diversa dalla mia e pur cos  ugualmente  vera,  che

      provai  -  in  quel punto,  pi che mai - tutto l'orrore della mia

      scoperta.  Una Dida che parlava di me come  assolutamente  non  mi

      sarei  mai  immaginato  ch'ella  ne potesse parlare,  nemica anche

      della mia carne.  Tutti i ricordi della  nostra  intimit  comune,

      separati e traditi cos indegnamente che, per riconoscerli, dovevo

      superarne  con dispetto il ridicolo che prima non avevo avvertito,

      riparare una vergogna che prima,  in segreto,  non m'era parso  di

      dover  sentire.   Come  se  a  tradimento,   dopo  avermi  indotto

      confidente a denudarmi, spalancata la porta, m'avesse esposto alla

      derisione di chiunque avesse voluto entrare a vedermi cos nudo  e

      senza riparo.  E apprezzamenti sulla mia famiglia e giudizii sulle

      mie pi naturali abitudini, che non mi sarei mai aspettati da lei.

      Insomma, un'altra Dida; una Dida veramente nemica.

      Eppure,  sono certo certissimo che col suo Geng ella non fingeva:

      era  col  suo  Geng  quale  poteva essere per lui,  perfettamente

      intera e sincera.  Fuori poi della vita che poteva avere con  lui,

      diventava  un'altra: quell'altra che ora le conveniva o le piaceva

      o veramente sentiva di essere per Anna Rosa.

      Ma di che mi maravigliavo?  Non potevo io lasciarle intero il  suo

      Geng, cos com'ella se l'era forgiato, ed essere poi un altro per

      conto mio? Cos era di me, come di tutti.

      Non  dovevo  rivelare  il segreto della mia scoperta ad Anna Rosa.

      Fui tentato da lei stessa,  per ci che ella mi fece sapere,  cos

      improvvisamente,  di mia moglie. E non mi sarei mai immaginato che

      la rivelazione le avrebbe prodotto nello spirito il turbamento che

      le produsse, fino a farle commettere la follia che commise.

      Ma dir prima della mia visita a Monsignore,  a cui ella stessa mi

      spinse con gran premura, come a cosa che non comportasse pi altro

      indugio.



      5. IL DIO DI DENTRO E IL DIO DI FUORI.


      Al tempo che conducevo a spasso Bib,  la cagnolina di mia moglie,

      le chiese di Richieri erano la mia disperazione.  Bib a  tutti  i

      costi ci voleva entrare.

      Alle  mie  sgridate,  s'acculava,  alzava  e scoteva una delle due

      zampine davanti, sternutiva,  poi con un'occhiata s e l'altra gi

      stava  a  guardarmi,  proprio  con  l'aria  di credere che non era

      possibile,  non era possibile che a una cagnolina bellina come lei

      non fosse lecito entrare in una chiesa. Se non ci stava nessuno!

      "Nessuno?  Ma  come nessuno,  Bib?" le dicevo io.  "Ci sta il pi

      rispettabile dei sentimenti umani.  Tu non puoi  intendere  queste

      cose,  perch sei per tua fortuna una cagnolina e non un uomo. Gli

      uomini, vedi ?  hanno bisogno di fabbricare una casa anche ai loro

      sentimenti. Non basta loro averli dentro, nel cuore, i sentimenti:

      se li vogliono vedere anche fuori,  toccarli;  e costruiscono loro

      una casa."

      A me era sempre bastato finora  averlo  dentro,  a  mio  modo,  il

      sentimento di Dio. Per rispetto a quello che ne avevano gli altri,

      avevo  sempre  impedito  a  Bib di entrare in una chiesa;  ma non

      c'entravo nemmeno io.  Mi tenevo il mio sentimento  e  cercavo  di

      seguirlo  stando  in piedi,  anzich andarmi a inginocchiare nella

      casa che gli altri gli avevano costruito.

      Quel PUNTO VIVO che s'era sentito ferire in me quando  mia  moglie

      aveva  riso  nel sentirmi dire che non volevo pi mi si tenesse in

      conto d'usurajo a Richieri,  era Dio senza alcun dubbio:  Dio  che

      s'era sentito ferire in me, Dio che in me non poteva pi tollerare

      che gli altri a Richieri mi tenessero in conto d'usurajo.

      Ma  se fossi andato a dire cos a Quantorzo o a Firbo e agli altri

      socii della banca, avrei dato loro certamente un'altra prova della

      mia pazzia.

      Bisognava invece che il Dio  di  dentro,  questo  Dio  che  in  me

      sarebbe   a   tutti  ormai  apparso  pazzo,   andasse  quanto  pi

      contritamente gli fosse possibile a far visita e a chiedere  ajuto

      e  protezione  al  saggissimo Dio di fuori,  a quello che aveva la

      casa e i suoi fedelissimi e zelantissimi servitori e tutti i  suoi

      poteri  sapientemente  e  magnificamente  costituiti nel mondo per

      farsi amare e temere.

      A  questo  Dio  non  c'era  pericolo   che   Firbo   o   Quantorzo

      s'attentassero a dare del pazzo.



      6. UN VESCOVO NON COMODO.


      Andai dunque a trovare al Vescovado Monsignor Partanna.

      Dicevano  a  Richieri  che  era stato eletto vescovo per istanze e

      mali uffici di potenti prelati a Roma. Il fatto  che, pur essendo

      da alcuni anni a capo della diocesi,  non era  ancora  riuscito  a

      cattivarsi la simpatia, a conciliarsi la confidenza di nessuno.

      A  Richieri  si  era  avvezzi  al  fasto,  alle maniere gioconde e

      cordiali,  alla  copiosa  munificenza  del  suo  predecessore,  il

      defunto  Eccell.mo  Monsignor  Vivaldi;  e  tutti  perci si erano

      sentiti stringere il cuore allorch avevano veduto  per  la  prima

      volta   scendere  a  piedi  dal  Palazzo  Vescovile  lo  scheletro

      intabarrato di questo vescovo nuovo,  tra i due segretarii che  lo

      accompagnavano. Un vescovo a piedi?

      Dacch  il  Vescovado  sedeva come una tetra fortezza in cima alla

      citt,  tutti i vescovi erano sempre scesi in una  bella  carrozza

      con l'attacco a due, gale rosse e pennacchi.

      Ma  all'atto stesso della sua insediatura Monsignor Partanna aveva

      detto che  vescovado    nome  d'opera  e  non  d'onore.  E  aveva

      licenziato servi e cuoco,  cocchiere e famigli, smesso la carrozza

      e inaugurato la pi stretta economia,  con tutto che la diocesi di

      Richieri fosse tra le pi ricche d'Italia. Per le visite pastorali

      nella  diocesi,  molto  trascurate  dal  suo predecessore e da lui

      invece osservate con la massima  vigilanza  ai  tempi  voluti  dai

      Canoni, non ostanti le gravi difficolt delle vie e la mancanza di

      comunicazioni,  si serviva di carrozze d'affitto o anche d'asini o

      di muli.

      Sapevo poi da Anna Rosa che tutte le suore  dei  cinque  monasteri

      della citt,  tranne quelle ormai decrepite della Bada Grande, lo

      odiavano per le crudeli disposizioni emanate contro di loro appena

      insediatosi vescovo,  cio che non dovessero pi n  preparare  n

      vendere  dolci  e  rosolii,  quei  buoni dolci di miele e di pasta

      reale infiocchettati e  avvolti  in  fili  d'argento,  quei  buoni

      rosolii  che  sapevano d'anice e di cannella!  e non pi ricamare,

      neanche arredi e paramenti sacri,  ma far  soltanto  la  calza;  e

      infine  che non dovessero pi avere un confessore particolare,  ma

      servirsi tutte,  senza  distinzione,  del  Padre  della  comunit.

      Disposizioni  anche  pi  gravi  aveva  poi  dato per i canonici e

      beneficiali di tutte  le  chiese  e  insomma  per  la  pi  rigida

      osservanza d'ogni dovere da parte di tutti gli ecclesiastici.

      Un  vescovo  cos  non    comodo  per tutti coloro che han voluto

      mettere fuori di s il sentimento di Dio  costruendogli  una  casa

      fuori,  tanto  pi  bella  quanto  maggiore  il  bisogno  di farsi

      perdonare. Ma era per me il meglio che mi potessi augurare. Il suo

      predecessore, l'Eccell.mo Monsignor Vivaldi, benviso a tutti,  con

      tutti alla mano, avrebbe senza dubbio cercato il modo e la maniera

      d'accomodare   ogni   cosa,   salvando  banca  e  coscienza,   per

      accontentare me, ma anche Firbo e Quantorzo e tutti gli altri.

      Ora io sentivo che non potevo pi accomodarmi n  con  me  n  con

      nessuno.



      7. UN COLLOQUIO CON MONSIGNORE.


      Monsignor  Partanna  mi  ricevette  nella  vasta  sala dell'antica

      cancelleria nel Palazzo Vescovile.

      Sento ancora  nelle  narici  l'odore  di  quella  sala  dal  tetro

      soffitto  affrescato,  ma cos coperto di polvere che quasi non vi

      si scorgeva pi nulla.  Le alte  pareti  dall'intonaco  ingiallito

      erano  ingombre di vecchi ritratti di prelati,  anch'essi bruttati

      dalla polvere e qualcuno  anche  dalla  muffa,  appesi  qua  e  l

      senz'ordine, sopra armadii e scanse stinte e tarlate.

      In fondo alla sala s'aprivano due finestroni,  i cui vetri,  d'una

      tristezza infinita sulla vanit del  cielo  velato,  erano  scossi

      continuamente dal vento che s'era levato d'improvviso, fortissimo:

      il  terribile  vento  di Richieri che mette l'angoscia in tutte le

      case.

      Pareva a momenti  che  quei  vetri  dovessero  cedere  alla  furia

      urlante del libeccio.  Tutto il colloquio tra me e Monsignore ebbe

      l'accompagnamento sinistro di sibili acuti e  veementi,  di  cupi,

      lunghi   mugolii   che,   distraendomi   spesso  dalle  parole  di

      Monsignore,  mi fecero sentire con un indefinibile  sbigottimento,

      come non l'avevo sentito mai,  il rammarico della vanit del tempo

      e della vita.

      Ricordo che da uno di quei finestroni si  scorgeva  il  terrazzino

      d'una  vecchia  casa  dirimpetto.  Su quel terrazzino apparve a un

      tratto un uomo,  che doveva essere scappato dal letto con la folle

      idea di provare la volutt del volo.

      Esposto l al vento furioso, si faceva svolazzare attorno al corpo

      magro, d'una magrezza che incuteva ribrezzo, la coperta del letto:

      una coperta di lana rossa, appesa e sorretta con le due braccia in

      croce,  sulle  spalle.  E rideva,  rideva con un lustro di lagrime

      negli occhi spiritati,  mentre  gli  volavano  di  qua  e  di  l,

      lingueggiando come fiamme, le lunghe ciocche dei capelli rossicci.

      Quell'apparizione  mi stup tanto,  che a un certo punto non potei

      pi tenermi di farne cenno a Monsignore, interrompendo un discorso

      molto serio sugli scrupoli della coscienza a cui egli da un  pezzo

      s'era lasciato andare con evidente compiacimento del suo eloquio.

      Monsignore si volt appena a guardare;  e, con uno di quei sorrisi

      che fanno benissimo le veci d'un sospiro, disse:

      "Ah, s:  un povero pazzo che sta l."

      Con tal tono d'indifferenza lo disse, come per cosa da tanto tempo

      divenuta ai suoi occhi  abituale,  che  mi  sorse  l  per  l  la

      tentazione di farlo sobbalzare, annunziandogli:

      "No,  sa:  non sta l.  Sta qui,  Monsignore.  Quel pazzo che vuol

      volare sono io."

      Mi  contenni,   e  non  lo  dissi.   Anzi,   con   la   stess'aria

      d'indifferenza gli domandai:

      "E non c' pericolo che si butti gi dal terrazzino?"

      "No,    cos,  da  tant'anni,"  mi rispose Monsignore.  "Innocuo,

      innocuo."

      Spontaneamente, proprio senza volerlo, mi scapp detto allora:

      "Come me."

      E Monsignore non pot fare a meno di sobbalzare. Ma io gli mostrai

      subito una faccia cos placida e sorridente,  che d'un  tratto  lo

      rimise  a  posto.  M'affrettai  a spiegargli che intendevo innocuo

      anch'io nel concetto del signor Firbo e del signor  Quantorzo,  di

      mio  suocero  e  di  mia moglie,  e insomma di tutti coloro che mi

      volevano interdire.

      Monsignore, rasserenato,  riprese il discorso sugli scrupoli della

      coscienza,  che a lui pareva il pi proprio al mio caso, e l'unico

      a ogni modo da far valere con l'autorit e il  prestigio  del  suo

      potere spirituale sulle intenzioni e le mene di quei miei nemici.

      Potevo fargli intendere che il mio non era propriamente un caso di

      coscienza com'egli s'immaginava?

      Se  mi fossi arrischiato a farglielo intendere,  sarei d'un tratto

      diventato pazzo anche ai suoi occhi.

      Il Dio che in me voleva riavere il danaro della  banca  perch  io

      non  fossi  pi  chiamato  usurajo,  era un Dio nemico di tutte le

      costruzioni.

      Il Dio,  invece,  a  cui  ero  venuto  a  ricorrere  per  ajuto  e

      protezione, era appunto quello che costruiva. Mi avrebbe dato, s,

      una mano per farmi riavere il danaro,  ma a patto ch'esso servisse

      alla  costruzione  di  almeno  una  casa  a  un  altro   dei   pi

      rispettabili sentimenti umani: voglio dire, la carit.

      Monsignore,  al termine del nostro colloquio,  mi domand con aria

      solenne se non volevo  questo.  Dovetti  rispondergli  che  volevo

      questo.

      E  allora  egli  son un vecchio annerito e insordito campanellino

      d'argento che stava timido timido sulla tavola. Apparve un giovane

      chierico biondo e molto pallido.  Monsignore  gli  ordin  di  far

      venire Don Antonio Sclepis,  canonico della Cattedrale e direttore

      del Collegio degli Oblati,  ch'era in anticamera.  L'uomo  che  ci

      voleva per me.

      Conoscevo pi di fama che di persona questo prete.  Ero andato una

      volta per incarico di mio padre a consegnargli una lettera  s  al

      Collegio   degli  Oblati,   che  sorge  non  lontano  dal  Palazzo

      Vescovile,  nel punto  pi  alto  della  citt,  ed    un  vasto,

      antichissimo  edificio  quadrato e fosco esternamente,  roso tutto

      dal tempo e dalle intemperie, ma tutto bianco,  arioso e luminoso,

      dentro.  Vi  sono accolti i poveri orfani e i bastardelli di tutta

      la provincia,  dai sei ai diciannove anni,  i quali vi imparano le

      varie arti e i varii mestieri.  La disciplina vi  cos dura,  che

      quando quei poveri Oblati alla mattina  e  al  vespro  cantano  al

      suono  dell'organo nella chiesa del Collegio le loro preghiere,  a

      udirle da gi,  quelle  preghiere  accorano  come  un  lamento  di

      carcerati.

      A  giudicarne  dall'aspetto,  non  pareva  che il canonico Sclepis

      dovesse avere in s tanta forza di dominio e  cos  dura  energia.

      Era un prete lungo e magro,  quasi diafano, come se tutta l'aria e

      la luce dell'altura dove viveva lo avessero non solo scolorito  ma

      anche  rarefatto,  e  gli  avessero  reso  le mani d'una gracilit

      tremula quasi trasparenti e su gli occhi chiari ovati le  plpebre

      pi esili d'un velo di cipolla. Tremula e scolorita aveva anche la

      voce  e  vani i sorrisi su le lunghe labbra bianche,  tra le quali

      spesso flava qualche grumetto di biascia.

      Appena entrato e informato da  Monsignore  dei  miei  scrupoli  di

      coscienza e delle mie intenzioni, si mise a parlare con me in gran

      fretta,  con grande confidenza, battendomi una mano sulla spalla e

      dandomi del tu:

      "Bene bene, figliuolo! Un gran dolore, mi piace.  Ringraziane Dio.

      Il  dolore ti salva,  figliuolo.  Bisogna esser duri con tutti gli

      sciocchi che non vogliono soffrire.  Ma tu  per  tua  ventura  hai

      molto,  molto  da soffrire,  pensando a tuo padre che,  poveretto,

      eh... fece tanto tanto male! Sia il tuo cilizio il pensiero di tuo

      padre! il tuo cilizio! E lascia combattere a me col signor Firbo e

      il signor Quantorzo! Ti vogliono interdire? Te li accomodo io, non

      dubitare!"

      Uscii dal Palazzo Vescovile con  la  certezza  che  l'avrei  avuta

      vinta  su  coloro che mi volevano interdire;  ma questa certezza e

      gl'impegni che ne derivavano,  contratti ora col vescovo e con  lo

      Sclepis,  mi  gettavano  in un mare d'incertezze senza fine su ci

      che sarebbe stato di me,  spogliato di tutto,  senza pi n stato,

      n famiglia.



      8. ASPETTANDO.


      Non mi restava per il momento che Anna Rosa,  la compagnia ch'ella

      voleva le tenessi durante la sua infermit.

      Se ne stava a letto,  col piede fasciato;  e diceva che non se  ne

      sarebbe  alzata pi,  se,  come ancora i medici temevano,  sarebbe

      rimasta zoppa.

      Il pallore e il languore della lunga degenza le avevano  conferito

      una grazia nuova,  in contrasto con quella di prima. La luce degli

      occhi le si era fatta pi intensa, quasi cupa. Diceva di non poter

      dormire. L'odore dei suoi capelli densi,  neri,  un po' ricciuti e

      aridi,  quando  la  mattina  se li trovava sciolti e arruffati sul

      guanciale,  la soffocava.  Se non era per il ribrezzo  delle  mani

      d'un parrucchiere sul suo capo,  se li sarebbe fatti tagliare.  Mi

      domand, una mattina,  se io non avrei saputo tagliarglieli.  Rise

      del  mio  imbarazzo  nel  risponderle,  poi  si  tir  sul viso la

      rimboccatura del lenzuolo e rimase cos un  gran  pezzo  col  viso

      nascosto, in silenzio.

      Sotto le coperte s'indovinavano procaci le formosit del suo corpo

      di  vergine matura.  Sapevo da Dida che ella aveva gi venticinque

      anni. Certo, standosene cos col viso nascosto,  pensava ch'io non

      avrei  potuto  fare  a  meno  di  guardare  il  suo  corpo come si

      disegnava sotto le coperte. Mi tentava.

      Nella penombra della cameretta rosea  in  disordine,  il  silenzio

      pareva  consapevole  dell'attesa  vana  d'una vita che i desiderii

      momentanei di quella bizzarra creatura non  avrebbero  potuto  mai

      far nascere n consistere in qualche modo.

      Avevo  indovinato  in  lei l'insofferenza assoluta d'ogni cosa che

      accennasse a durare e  stabilirsi.  Tutto  ci  che  faceva,  ogni

      desiderio  o pensiero che le sorgevano per un momento,  un momento

      dopo erano gi come lontanissimi da  lei;  e  se  le  avveniva  di

      sentirsene ancora trattenuta,  erano smanie rabbiose, scatti d'ira

      e perfino scomposte escandescenze.

      Solo del suo corpo pareva si  compiacesse  sempre,  per  quanto  a

      volte  non  se  ne  mostrasse per nulla contenta,  anzi dicesse di

      odiarselo. Ma se lo stava a mirare continuamente allo specchio, in

      ogni parte o tratto; a provarne tutti gli atteggiamenti,  tutte le

      espressioni  di cui i suoi occhi cos intensi lucidi e vivaci,  le

      sue narici frementi,  la sua bocca rossa  sdegnosa,  la  mandibola

      mobilissima,  potevano  essere  capaci.  Cos,  come  per un gusto

      d'attrice; non perch pensasse che per s,  nella vita,  potessero

      servirle  se non per giuoco per un giuoco momentaneo di civetteria

      o provocazione.

      Una mattina le vidi provare e studiare a lungo nello specchietto a

      mano che teneva con s sul letto un sorriso pietoso e tenero,  pur

      con un brillo negli occhi di malizia quasi puerile. Vedermelo poi

      rifare tal quale,  quel sorriso, vivo, proprio come se le nascesse

      or ora spontaneo per me,  mi provoc un  moto  di  ribellione.  Le

      dissi che non ero il suo specchio.

      Ma  non s'offese.  Mi domand se quel sorriso come ora gliel'avevo

      visto,  era quello stesso che lei s'era veduto  e  studiato  nello

      specchio dianzi. Le risposi, seccato di quell'insistenza:

      "Che vuole che ne sappia io? Non posso mica sapere come lei se l'

      veduto. Si faccia fare una fotografia con quel sorriso."

      "Ce  l'ho,"  mi  disse.  "Una,  grande.  L  nel cassetto di sotto

      dell'armadio. Me la prenda, per favore."

      Quel cassetto era pieno di sue fotografie. Me ne mostr tante,  di

      antiche e di recenti.

      "Tutte morte," le dissi.

      Si volt di scatto a guardarmi.

      "Morte?"

      "Per quanto vogliano parer vive."

      "Anche questa col sorriso?"

      "E codesta, pensierosa; e codesta, con gli occhi bassi."

      "Ma come morta, se sono qua viva?"

      "Ah,  lei s;  perch ora non si vede.  Ma quando sta davanti allo

      specchio, nell'attimo che si rimira, lei non  pi viva."

      "E perch?"

      "Perch bisogna che lei  fermi  un  attimo  in  s  la  vita,  per

      vedersi.  Come davanti a una macchina fotografica. Lei s'atteggia.

      E atteggiarsi  come diventare statua per un momento.  La vita  si

      muove di continuo, e non pu mai veramente vedere se stessa."

      "E allora io, viva, non mi sono mai veduta?"

      "Mai,  come posso vederla io.  Ma io vedo un'immagine di lei che 

      mia soltanto;  non  certo la sua.  Lei la sua,  viva,  avr forse

      potuto intravederla appena in qualche fotografia istantanea che le

      avranno fatta.  Ma ne avr certo provato un'ingrata sorpresa. Avr

      fors'anche stentato a riconoscersi, l scomposta, in movimento."

      "E' vero."

      "Lei non pu conoscersi che atteggiata: statua: non  viva.  Quando

      uno vive, vive e non si vede. Conoscersi  morire. Lei sta tanto a

      mirarsi  in  codesto  specchio,  in tutti gli specchi,  perch non

      vive; non sa, non pu o non vuol vivere.  Vuole troppo conoscersi,

      e non vive."

      "Ma nient'affatto! Non riesco anzi a tenermi mai ferma un momento,

      io."

      "Ma vuole vedersi sempre.  In ogni atto della sua vita. E' come se

      avesse davanti, sempre,  l'immagine di s,  in ogni atto,  in ogni

      mossa.  E  la  sua insofferenza proviene forse da questo.  Lei non

      vuole che il suo sentimento sia cieco.  Lo obbliga  ad  aprir  gli

      occhi e a vedersi in uno specchio che gli mette sempre davanti.  E

      il sentimento, subito come si vede, le si gela.  Non si pu vivere

      davanti a uno specchio. Procuri di non vedersi mai. Perch, tanto,

      non  riuscir  mai  a  conoscersi per come la vedono gli altri.  E

      allora che vale che si conosca solo per s? Le pu avvenire di non

      comprendere pi perch  lei  debba  avere  quell'immagine  che  lo

      specchio le rid."

      Rimase a lungo con gli occhi fissi a pensare.

      Sono certo che anche a lei,  come a me,  dopo quel discorso e dopo

      quanto le avevo gi detto di tutto il tormento  del  mio  spirito,

      s'apr davanti in quel momento sconfinata,  e tanto pi spaventosa

      quanto  pi   lucida,   la   visione   dell'irrimediabile   nostra

      solitudine.  L'apparenza d'ogni oggetto vi s'isolava paurosamente.

      E forse ella non vide pi la ragione di portare la sua faccia,  se

      in  quella  solitudine  neanche lei avrebbe potuto vedersela viva,

      mentre  gli  altri  da  fuori,  isolandola,  chi  sa  come  gliela

      vedevano.  Cadeva ogni orgoglio.  Vedere le cose con occhi che non

      potevano sapere come gli altri occhi intanto le vedevano.  Parlare

      per  non  intendersi.  Non  valeva pi nulla essere per s qualche

      cosa.

      E nulla pi era vero,  se nessuna cosa per s era  vera.  Ciascuno

      per  suo  conto  l'assumeva  come  tale  e  se  ne appropriava per

      riempire comunque la sua solitudine e far  consistere  in  qualche

      modo, giorno per giorno, la sua vita.

      Ai  piedi  del  suo  letto,  con  un aspetto a me ignoto,  e a lei

      impenetrabile, io stavo l,  naufrago nella sua solitudine;  e lei

      nella mia, l davanti a me, sul letto, con quegli occhi immobili e

      lontanissimi,  pallida,  un gomito puntato sul guanciale e il capo

      arruffato sorretto dalla mano.

      Sentiva verso tutto ci ch'io le dicevo un'invincibile  attrazione

      e  insieme  una  specie di ribrezzo;  a volte,  quasi odio: glielo

      vedevo lampeggiare negli occhi, mentre con la pi avida attenzione

      ascoltava le mie parole.

      Voleva tuttavia che seguitassi a parlare, a dirle tutto quello che

      mi passava per la mente: immagini,  pensieri.  E io parlavo  quasi

      senza pensare;  o piuttosto,  il mio pensiero parlava da s,  come

      per un bisogno di rilasciare la sua spasimosa tensione.

      "Lei s'affaccia a una finestra;  guarda il mondo;  crede  che  sia

      come le sembra.  Vede gi per via passare la gente,  piccola nella

      sua visione ch' grande,  cos dall'alto della finestra  a  cui  

      affacciata. Non pu non sentirla in s questa grandezza, perch se

      un  amico  ora  passa gi per la via e lei lo riconosce,  guardato

      cos dall'alto, non le sembra pi grande d'un suo dito. Ah,  se le

      venisse  in  mente di chiamarlo e di domandargli: "Mi dica un po',

      come le sembro io,  affacciata qua a  questa  finestra?".  Non  le

      viene  in  mente,  perch  non  pensa  all'immagine che quelli che

      passano per via hanno intanto della finestra e di lei che  vi  sta

      affacciata  a guardare.  Dovrebbe fare lo sforzo di staccare da s

      le condizioni che pone alla realt degli altri che passano  gi  e

      che  vivono  per  un  momento  nella  sua  vasta visione,  piccoli

      transitanti per una via.  Non lo fa questo sforzo,  perch non  le

      sorge  nessun sospetto dell'immagine che essi hanno di lei e della

      sua finestra, una tra tante, piccola, cos alta,  e di lei piccola

      piccola l affacciata con quel braccino che si muove in aria."

      Si  vedeva  nella mia descrizione,  piccola piccola a una finestra

      alta, col braccino che si moveva in aria, e rideva.

      Erano lampi, guizzi;  poi nella cameretta si rifaceva il silenzio.

      Ogni tanto compariva,  come un'ombra,  la vecchia zia con cui Anna

      Rosa  abitava:  grassa,  apatica,   con  gli  enormi  occhi  biavi

      orribilmente  strabi.  Stava  un po' sulla soglia,  nella penombra

      liquida della cameretta,  con le mani gonfie e pallide sul ventre;

      pareva un mostro d'acquario; non diceva nulla e se n'andava.

      Con  quella  zia  ella non scambiava che pochissime parole durante

      tutto il giorno. Viveva con s, di s; leggeva,  fantasticava,  ma

      sempre  insofferente,  cos  delle  letture  come delle sue stesse

      fantasticherie;  usciva a far compere,  a trovar questa  o  quella

      amica;  ma le sembravano tutte sciocche e vane;  provava piacere a

      sbalordirle;  poi,  rincasando,  si sentiva stanca  e  seccata  di

      tutto.  Certi invincibili disgusti,  che si potevano indovinare in

      lei da uno scatto o da un verso improvviso per qualche  allusione,

      forse  li  doveva  alla lettura di libri di medicina trovati nella

      biblioteca del padre, ch'era stato medico.  Diceva che non avrebbe

      mai preso marito.

      Io non posso sapere che idea si fosse fatta di me.  Mi considerava

      certo con uno  straordinario  interesse,  smarrito  come  in  quei

      giorni  le  apparivo nei miei stessi pensieri e nell'incertezza di

      tutto.

      Quest'incertezza che in me  rifuggiva  da  ogni  limite,  da  ogni

      sostegno,  e  ormai quasi istintivamente si ritraeva da ogni forma

      consistente come il mare si ritrae dalla  riva;  quest'incertezza,

      vaneggiandomi negli occhi,  senza dubbio la attraeva,  ma a volte,

      guardandola,  avevo pure la strana impressione che le  paresse  un

      po' divertente;  una cosa infine un po' anche da ridere,  avere l

      ai piedi del letto un uomo in  quelle  incredibili  condizioni  di

      spirito,  cos  tutto scisso e che non sapeva come avrebbe fatto a

      vivere domani,  quando,  riavuto per mezzo dello Sclepis il danaro

      della banca, si sarebbe spogliato e liberato di tutto. Perch ella

      era  certa  che  io  sarei ormai arrivato alle ultime conseguenze,

      come un perfettissimo pazzo.  E questo la  divertiva  enormemente,

      con   un  certo  orgoglio,   anche,   d'avere  indovinato,   nelle

      discussioni con mia moglie,  non  propriamente  questo,  ma  ch'io

      fossi ad ogni modo un uomo non comune, singolare dall'altra gente;

      da  cui ci si poteva aspettare,  un giorno o l'altro,  qualcosa di

      straordinario.  Come per dare subito agli altri,  e specialmente a

      mia moglie,  la prova ch'ella aveva avuto ragione nel pensare cos

      di me, s'era affrettata a chiamarmi, a informarmi delle intenzioni

      che si avevano contro di me,  a spingermi ad andare da Monsignore;

      e  adesso  era di me contentissima,  vedendomi l ai piedi del suo

      letto, come mi vedeva,  fermo e placido in attesa di quanto doveva

      necessariamente avvenire, senza pi cura di nulla n di nessuno.

      Eppure  fu  proprio  lei  a volermi uccidere,  e proprio quando da

      questa soddisfazione ch'io le davo, e che la faceva un po' ridere,

      pass a una grande piet di me, per rispondere,  come affascinata,

      a  quella  che,  certo,  io  dovevo  avere negli occhi,  mentre la

      guardavo come  dall'infinita  lontananza  d'un  tempo  che  avesse

      perduto ogni et.

      Non so precisamente come avvenne.  Quand'io, guardandola da quella

      lontananza,  le dissi parole che pi non ricordo,  parole  di  cui

      ella  dovette sentire la brama che mi struggeva di donare tutta la

      vita ch'era  in  me,  tutto  quello  che  io  potevo  essere,  per

      diventare  uno  come lei avrebbe potuto volermi e per me veramente

      nessuno,  nessuno.  So che dal letto mi tese le  braccia;  so  che

      m'attrasse a s.

      Da  quel  letto  poco  dopo  rotolai,   cieco,   ferito  al  petto

      mortalmente dalla  piccola  rivoltella  ch'ella  teneva  sotto  il

      guanciale.

      Devono  esser  vere  le ragioni ch'ella poi disse in sua discolpa:

      cio  che  fu  spinta   ad   uccidermi   dall'orrore   instintivo,

      improvviso,  dell'atto  a  cui  stava  per sentirsi trascinata dal

      fascino strano di tutto quanto in quei giorni io le avevo detto.














      Libro ottavo.


      1. IL GIUDICE VUOLE IL SUO TEMPO.


      Di solito,  alle normali  operazioni  della  giustizia  non    da

      rimproverare la fretta.

      Il  giudice  incaricato  d'istruire  il processo contro Anna Rosa,

      onesto per natura e per principio,  volle essere scrupolosissimo e

      perdere  mesi  e  mesi  di  tempo  prima  di  venire  al cosidetto

      accertamento dei fatti,  dopo aver  raccolto,  s'intende,  dati  e

      testimonianze.

      Ma  non  era stato possibile avere da me una qualunque risposta al

      primo interrogatorio  che  avrebbero  voluto  farmi,  subito  dopo

      trasportato dalla cameretta d'Anna Rosa all'ospedale. Quando poi i

      medici  mi  permisero d'aprir bocca,  la prima risposta che diedi,

      anzich   mettere   nell'imbarazzo   chi    m'interrogava,    mise

      nell'imbarazzo me.

      Ecco:  cos  fulmineo era stato in Anna Rosa il trapasso da quella

      piet,  per cui mi aveva teso le braccia  dal  letto,  all'impulso

      istintivo che l'aveva spinta a compiere su me quell'atto violento,

      ch'io,  gi  cieco  nel  sentirmi  accosto  il  calore  della  sua

      procacissima persona,  veramente non avevo avuto n il tempo n il

      modo d'accorgermi di come avesse fatto a cavare improvvisamente la

      rivoltella  di  sotto  al  guanciale  per tirarmi.  Cosicch,  non

      parendomi allora ammissibile ch'ella,  dopo avermi attratto a  s,

      avesse poi voluto uccidermi,  con la pi schietta sincerit diedi,

      a chi m'interrogava,  quella spiegazione del caso che mi  sembrava

      pi  probabile,  cio  che il ferimento,  anche quel mio ferimento

      come gi il suo al  piede,  fosse  stato  accidentale,  dovuto  al

      fatto,  certo  riprovevole,  di  quella  rivoltella che si trovava

      sotto il guanciale e che certo io stesso  dovevo  avere  urtato  e

      fatto  esplodere  nello  sforzo di sollevare l'inferma che m'aveva

      domandato d'essere messa a sedere sul letto.

      Per me la bugia (bugia  doverosa)  era  soltanto  in  quest'ultima

      parte  della  risposta:  a  chi m'interrogava apparve invece tutta

      quanta cos sfacciata,  che ne fui aspramente rimbrottato.  Mi  si

      fece  sapere  che  la  giustizia si trovava gi,  per fortuna,  in

      possesso della confessione esplicita della feritrice.  Io  allora,

      per  un bisogno irresistibile di dimostrare la mia sincerit,  fui

      cos ingenuo da dare a vedere,  nello sbalordimento,  la pi  viva

      curiosit  di  conoscere  qual  mai  ragione avesse potuto dare la

      feritrice del suo atto violento contro di me.

      La risposta a questa domanda fu una fragorosissima  sbruffata  che

      quasi mi lav la faccia.

      "Ah, lei voleva soltanto metterla a sedere sul letto?"

      Restai basito.

      La  giustizia  doveva  gi  anche trovarsi in possesso d'una prima

      deposizione di mia moglie,  la quale,  ora pi che mai con  quella

      prova  di fatto,  aveva certo potuto testimoniare in perfettissima

      coscienza dell'antica data del mio innamoramento per Anna Rosa.

      Cos sarebbe rimasto,  senza dubbio,  acquisito alla giustizia che

      Anna  Rosa  aveva  tentato  d'uccidermi  per difendersi da una mia

      brutale aggressione, se Anna Rosa stessa non avesse assicurato con

      giuramento il  giudice  che  non  c'era  stata  veramente  nessuna

      aggressione   da   parte   mia,   ma   solo   quel   tale  fascino

      involontariamente  esercitato  su  lei  con  le  mie  curiosissime

      considerazioni  sulla  vita:  fascino  da  cui ella s'era lasciata

      prendere cos fortemente, da ridursi a commettere quella pazzia.

      Il giudice scrupoloso, non soddisfatto del sommario ragguaglio che

      Anna Rosa aveva potuto dargli di quelle mie considerazioni,  stim

      suo  dovere  averne una pi precisa e particolare informazione,  e

      volle venire di persona a parlare con me.



      2. LA COPERTA DI LANA VERDE.


      Ero stato ricondotto dall'ospedale  a  casa  in  barella;  e,  gi

      entrato in convalescenza, avevo lasciato il letto e me ne stavo in

      quei  giorni  adagiato  beatamente  su  una  poltrona  vicino alla

      finestra, con una coperta di lana verde sulle gambe.

      Mi sentivo come  inebriato  vaneggiare  in  un  vuoto  tranquillo,

      soave,  di sogno. Era ritornata la primavera, e i primi tepori del

      sole mi davano  un  languore  d'ineffabile  delizia.  Avevo  quasi

      timore  di  sentirmi  ferire  dalla  tenerezza dell'aria limpida e

      nuova  ch'entrava  dalla  finestra  semichiusa,  e  me  ne  tenevo

      riparato;  ma  alzavo  di  tanto  in  tanto  gli  occhi  a  mirare

      quell'azzurro vivace di marzo corso da  allegre  nuvole  luminose.

      Poi  mi  guardavo  le  mani  che  ancora mi tremavano esangui;  le

      abbassavo  sulle  gambe  e  con  la  punta  delle  dita  carezzavo

      lievemente  la peluria verde di quella coperta di lana.  Ci vedevo

      la campagna: come se fosse tutta una sterminata distesa di  grano;

      e,  carezzandola,  me ne beavo,  sentendomici davvero,  in mezzo a

      tutto quel grano,  con un senso di cos smemorata lontananza,  che

      quasi ne avevo angoscia, una dolcissima angoscia.

      Ah,  perdersi l,  distendersi e abbandonarsi, cos tra l'erba, al

      silenzio  dei  cieli;   empirsi  l'anima  di  tutta  quella   vana

      azzurrit, facendovi naufragare ogni pensiero, ogni memoria!

      Poteva, domando io, capitare pi inopportuno quel giudice?

      Mi duole,  a ripensarci, se egli quel giorno se n'and da casa mia

      con l'impressione ch'io  volessi  burlarmi  di  lui.  Aveva  della

      talpa,  con quelle due manine sempre alzate vicino alla bocca, e i

      piccoli occhi plumbei quasi senza vista,  socchiusi;  scontorto in

      tutta  la  magra  personcina mal vestita,  con una spalla pi alta

      dell'altra. Per via, andava di traverso,  come i cani;  bench poi

      tutti dicessero che, moralmente, nessuno sapeva rigare pi diritto

      di lui. Le mie considerazioni sulla vita?

      "Ah  signor giudice," gli dissi,  "non  possibile,  creda,  ch'io

      gliele ripeta. Guardi qua! Guardi qua!"

      E  gli  mostrai  la  coperta  di  lana  verde,   passandoci  sopra

      delicatamente la mano.

      "Lei  ha  l'ufficio di raccogliere e preparare gli elementi di cui

      la giustizia domani si servir per  emanare  le  sue  sentenze?  E

      viene  a  domandare a me le mie considerazioni sulla vita,  quelle

      che per l'imputata sono state la cagione  d'uccidermi?  Ma  se  io

      gliele  ripetessi,  signor  giudice,  ho  gran  paura  che lei non

      ucciderebbe pi me, ma se stesso, per il rimorso d'avere per tanti

      anni esercitato codesto suo ufficio.  No,  no: io non gliele dir,

      signor  giudice!  E' bene che lei anzi si turi gli orecchi per non

      udire il terribile fragore d'una certa rapina  sotto  gli  argini,

      oltre i limiti che lei,  da buon giudice,  s' tracciati e imposti

      per comporre la sua scrupolosissima coscienza.  Possono  crollare,

      sa?  in  un  momento  di  tempesta  come  quello  che  ha avuto la

      signorina Anna Rosa.  Che rapina?  Eh,  quella della gran fiumana,

      signor  giudice!  Lei  l'ha incanalata bene nei suoi affetti,  nei

      doveri che s' imposti, nelle abitudini che s' tracciate;  ma poi

      vengono i momenti di piena, signor giudice, e la fiumana straripa,

      straripa  e  sconvolge tutto.  Io lo so.  Tutto sommerso,  per me,

      signor giudice!  Mi ci sono buttato e ora ci nuoto,  ci  nuoto.  E

      sono,  se sapesse,  gi tanto lontano!  Quasi non la vedo pi.  Si

      stia bene, signor giudice, si sia bene!"

      Rest  l,  stordito,   a  guardarmi  come  si  guarda  un  malato

      incurabile.  Sperando  di  scomporlo da quel penoso atteggiamento,

      gli sorrisi;  sollevai dalle gambe  con  tutt'e  due  le  mani  la

      coperta  e  gliela  mostrai  ancora  una volta,  domandandogli con

      grazia:

      "Ma davvero,  scusi,  non le  sembra  bella,  cos  verde,  questa

      coperta di lana?"



      3. REMISSIONE.


      Mi   consolavo   con  la  riflessione  che  tutto  questo  avrebbe

      facilitato l'assoluzione d'Anna Rosa.  Ma d'altra parte  c'era  lo

      Sclepis  che  pi  volte  con  un  gran  tremore  di  tutte le sue

      cartilagini era accorso a dirmi ch'io gli avevo reso e seguitavo a

      rendergli pi che mai difficile il cmpito della mia salvazione.

      Possibile  che  non  mi  rendessi  conto  dello  scandalo   enorme

      suscitato con quella mia avventura,  proprio nel momento che avrei

      dovuto dar prova d'avere pi di tutti la  testa  a  segno?  E  non

      avevo,  invece,  dimostrato  che  aveva avuto ragione mia moglie a

      scapparsene  in  casa  del   padre   per   l'indegnit   del   mio

      comportamento verso di lei?  Io la tradivo; e solo per farmi bello

      agli occhi di quella ragazza  esaltata  avevo  protestato  di  non

      volere  pi  che in paese mi si chiamasse usurajo!  E tanto era il

      mio accecamento per quella passione colpevole,  che avevo voluto e

      m'ostinavo a voler rovinare me e gli altri, con tutto che per poco

      non m'era costata la vita, questa colpevole passione!

      Ormai  allo  Sclepis,  di  fronte alla sollevazione di tutti,  non

      restava che riconoscere le mie deplorevoli colpe,  e per  salvarmi

      non  vedeva  pi altro scampo che nella confessione aperta di esse

      da parte mia. Bisognava per,  perch questa confessione non fosse

      pericolosa,  che  io  dimostrassi  nello  stesso tempo cos viva e

      urgente per la mia anima la necessit d'un eroico ravvedimento! da

      ridare a lui  l'animo  e  la  forza  di  chiedere  agli  altri  il

      sagrifizio dei proprii interessi.

      Io  non  facevo  che  dir di s col capo a tutto quello che lui mi

      diceva, senza forzarmi a scrutare quanto e fin dove quella che era

      soltanto  argomentazione  dialettica,  prendendo  a  mano  a  mano

      calore,  diventasse  in  lui realmente sincera convinzione.  Certo

      appariva sempre pi soddisfatto;  ma dentro di s,  forse,  un po'

      perplesso,  se  quella sua soddisfazione fosse per vero sentimento

      di carit o per l'accorgimento del suo intelletto.

      Si  venne  alla  decisione  che  io  avrei  dato  un  esemplare  e

      solennissimo  esempio di pentimento e d'abnegazione,  facendo dono

      di tutto,  anche della casa e d'ogni altro mio avere,  per fondare

      con quanto mi sarebbe toccato dalla liquidazione della la banca un

      ospizio  di  mendicit  con  annessa cucina economica aperta tutto

      l'anno,  non solo a beneficio dei ricoverati,  ma anche di tutti i

      poveri che potessero averne bisogno;  e annesso anche un vestiario

      per ambo i sessi e per ogni et, di tanti capi all'anno;  e che io

      stesso  vi  avrei preso stanza,  dormendo senz'alcuna distinzione,

      come ogni altro mendico,  in una branda,  mangiando come tutti gli

      altri  la  minestra in una ciotola di legno,  e indossando l'abito

      della comunit destinato a uno della mia et e del mio sesso.

      Quel che pi mi coceva era che questa mia totale remissione  fosse

      interpretata  come  vero  pentimento,  mentre  io davo tutto,  non

      m'opponevo a nulla,  perch remotissimo ormai  da  ogni  cosa  che

      potesse avere un qualche senso o valore per gli altri,  e non solo

      alienato assolutamente da me stesso e da ogni  cosa  mia,  ma  con

      l'orrore  di  rimanere  comunque QUALCUNO,  in possesso di qualche

      cosa.

      Non volendo pi nulla,  sapevo di non poter pi parlare.  E  stavo

      zitto,  guardando  e  ammirando  quel  vecchio diafano prelato che

      sapeva voler tanto e la volont esercitare con arte cos  fina,  e

      non per un utile suo particolare,  n tanto forse per fare un bene

      agli altri,  quanto per il merito che ne sarebbe venuto  a  quella

      casa  di  Dio,  di  cui  era fedelissimo e zelantissimo servitore.

      Ecco: per s, nessuno.

      Era questa, forse, la via che conduceva a diventare uno per tutti.

      Ma c'era in quel prete troppo orgoglio del suo potere  e  del  suo

      sapere.  Pur  vivendo per gli altri,  voleva ancora essere uno per

      s,  da distinguere bene dagli altri per la sua sapienza e la  sua

      potenza, e anche per la pi provata fedelt e il maggior zelo.

      Ragion  per  cui,  guardandolo  - s,  seguitavo ad ammirarlo - mi

      faceva anche pena.



      4. NON CONCLUDE.


      Anna Rosa doveva essere assolta;  ma io credo che in parte la  sua

      assoluzione fu anche dovuta all'ilarit che si diffuse in tutta la

      sala del tribunale,  allorch, chiamato a fare la mia deposizione,

      mi videro comparire col berretto,  gli  zoccoli  e  il  camiciotto

      turchino dell'ospizio.

      Non  mi sono pi guardato in uno specchio,  e non mi passa neppure

      per il capo di voler sapere che cosa sia avvenuto della mia faccia

      e di tutto il mio aspetto.  Quello che avevo per gli altri dovette

      apparir  molto mutato e in un modo assai buffo,  a giudicare dalla

      maraviglia e dalle risate con cui fui accolto.  Eppure mi  vollero

      tutti  chiamare ancora Moscarda,  bench il dire Moscarda,  avesse

      ormai certo per ciascuno un significato cos diverso da quello  di

      prima,  che avrebbero potuto risparmiare a quel povero svanito l,

      barbuto e sorridente, con gli zoccoli e il camiciotto turchino, la

      pena d'obbligarlo a voltarsi ancora a quel nome, come se realmente

      gli appartenesse.

      Nessun nome.  Nessun ricordo oggi  del  nome  di  jeri;  del  nome

      d'oggi,  domani.  Se  il  nome   la cosa;  se un nome  in noi il

      concetto d'ogni cosa posta fuori di noi; e senza nome non si ha il

      concetto,  e la cosa resta in noi come cieca,  non distinta e  non

      definita;  ebbene,  questo  che  portai tra gli uomini ciascuno lo

      incida,  epigrafe funeraria,  sulla fronte di quella immagine  con

      cui  gli  apparvi,  e  la lasci in pace e non ne parli pi.  Non 

      altro che questo, epigrafe funeraria, un nome.  Conviene ai morti.

      A  chi  ha  concluso.  Io  sono  vivo e non concludo.  La vita non

      conclude. E non sa di nomi, la vita. Quest'albero, respiro trmulo

      di foglie nuove. Sono quest'albero. Albero, nuvola; domani libro o

      vento: il libro  che  leggo,  il  vento  che  bevo.  Tutto  fuori,

      vagabondo.

      L'ospizio sorge in campagna,  in un luogo amenissimo. Io esco ogni

      mattina,  all'alba,  perch ora voglio serbare  lo  spirito  cos,

      fresco  d'alba,  con  tutte  le cose come appena si scoprono,  che

      sanno ancora del crudo della notte, prima che il sole ne secchi il

      respiro umido e le abbagli.  Quelle nubi d'acqua l  pese  plumbee

      ammassate  sui monti lividi,  che fanno parere pi larga e chiara,

      nella grana d'ombra ancora notturna,  quella verde plaga di cielo.

      E  qua  questi fili d'erba,  teneri d'acqua anch'essi,  freschezza

      viva delle prode.  E quell'asinello rimasto  al  sereno  tutta  la

      notte,  che  ora  guarda  con  occhi appannati e sbruffa in questo

      silenzio che gli    tanto  vicino  e  a  mano  a  mano  pare  gli

      s'allontani  cominciando,   ma  senza  stupore,   a  schiarirglisi

      attorno,  con la luce che dilaga appena sulle campagne  deserte  e

      attonite.   E  queste  carraje  qua,  tra  siepi  nere  e  muricce

      screpolate,  che su lo strazio dei loro solchi ancora stanno e non

      vanno.  E l'aria  nuova. E tutto, attimo per attimo,  com', che

      s'avviva per apparire.  Volto subito gli occhi per non vedere  pi

      nulla  fermarsi  nella  sua  apparenza e morire.  Cos soltanto io

      posso vivere, ormai. Rinascere attimo per attimo.  Impedire che il

      pensiero si metta in me di nuovo a lavorare?  e dentro mi rifaccia

      il vuoto delle vane costruzioni.

      La citt  lontana.  Me  ne  giunge,  a  volte,  nella  calma  del

      vespero,  il suono delle campane. Ma ora quelle campane le odo non

      pi dentro di me, ma fuori, per s sonare, che forse ne fremono di

      gioja nella loro cavit ronzante, in un bel cielo azzurro pieno di

      sole caldo tra lo strido delle  rondini  o  nel  vento  nuvoloso,

      pesanti  e  cos  alte  sui  campanili aerei.  Pensare alla morte,

      pregare. C' pure chi ha ancora questo bisogno, e se ne fanno voce

      le campane.  Io non l'ho pi questo  bisogno;  perch  muojo  ogni

      attimo,  io,  e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero,  non

      pi in me, ma in ogni cosa fuori.
