





                         traduzioni telematiche a cura di

        Rosaria Biondi, Nadia Ponti, Giulio Cacciotti, Vincenzo Guagliardo

                           (casa di reclusione - Opera)




                                 Luigi Pirandello.

                                   UNA GIORNATA.




      "Una giornata"  l'ultimo dei quindici volumi delle  "Novelle  per  un

      anno" di Luigi Pirandello,  la cui pubblicazione avvenne tra il 1922 e

      il 1937.




                                      INDICE.


      Effetti d'un sogno interrotto: pagina 3.

      C' qualcuno che ride: pagina 11.

      Visita: pagina 20.

      Vittoria delle formiche: pagina 28.

      Quando s' capito il giuoco: pagina 37.

      Padron Dio: pagina 50.

      La prova: pagina 60.

      La casa dell'agonia: pagina 67.

      Il buon cuore: pagina 74.

      La tartaruga: pagina 82.

      Fortuna d'esser cavallo: pagina 93.

      Una sfida: pagina 102.

      Il chiodo: pagina 110.

      La signora Frola e il signor Ponza, suo genero: pagina 118.

      Una giornata: pagina 131.






                          EFFETTI D'UN SOGNO INTERROTTO.


      Abito in una vecchia casa che pare la  bottega  d'un  rigattiere.  Una

      casa che ha preso chi sa da quanti anni, la polvere.

      La  perpetua  penombra  che  la opprime ha il rigido delle chiese e vi

      stagna il tanfo di vecchio e d'appassito dei decrepiti  mobili  d'ogni

      foggia che la ingombrano e delle tante stoffe che la parano,  preziose

      sbrindellate e scolorite,  stese e appese da per tutto,  in  forma  di

      coperte,  di  tende  e  cortinaggi.  Io  aggiungo di mio a quel tanfo,

      quanto pi posso,  la peste delle mie pipe intartarite,  fumando tutto

      il giorno. Soltanto quando rivengo da fuori, mi rendo conto che a casa

      mia  non  si  respira.  Ma  per  uno  che viva come vivo io...  Basta;

      lasciamo andare.

      La camera da letto ha una specie d'alcova su un ripiano a due scalini;

      il soffitto in capo;  l'architrave sorretto da due  tozze  colonne  in

      mezzo.  Cortinaggi anche qui,  per nascondere il letto,  scorrevoli su

      bacchette d'ottone, dietro le colonne. L'altra met della camera serve

      da studio.  Sotto le colonne  un divanaccio,  per dir la verit molto

      comodo,   con  tanti  cuscini  rammucchiati  e,  davanti,  una  tavola

      massiccia che fa da scrivania;  a sinistra,  un grande camino che  non

      accendo mai;  nella parete di contro,  tra due finestrette,  un antico

      scaffale con cadaveri di libri  rilegati  in  cartapecora  ingiallita.

      Sulla  mensola  di  marmo  annerito  del  camino    appeso  un quadro

      secentesco,   mezzo  affumicato,   che  rappresenta  la  MADDALENA  IN

      PENITENZA,  non so se copia o originale ma,  anche se copia, non priva

      d'un certo pregio.  La figura,  grande al vero,   sdrajata bocconi in

      una  grotta;  un braccio appoggiato sul gomito sorregge la testa;  gli

      occhi abbassati sono intenti a leggere un libro al lume d'una  lucerna

      posata  a terra accanto a un teschio.  Certo,  il volto,  il magnifico

      volume dei fulvi capelli sciolti,  una spalla e il seno  scoperti,  al

      caldo lume di quella lucerna, sono bellissimi.

      La  casa    mia  e non  mia.  Appartiene con tutto l'arredo a un mio

      amico che tre anni  fa,  partendo  per  l'America,  me  la  lasci  in

      garanzia d'un grosso debito che ha con me. Quest'amico, s'intende, non

      s' fatto pi vivo,  n, per quante domande e ricerche io abbia fatte,

      son riuscito ad averne notizie.  Certo per non posso ancora disporre,

      per riavere il mio, n della casa n di quanto vi sta dentro.

      Ora, un antiquario di mia conoscenza fa all'amore con quella MADDALENA

      IN  PENITENZA  e  l'altro  giorno  mi  condusse  in  casa  un  signore

      forestiere per fargliela vedere.

      Il signore,  sulla quarantina,  alto,  magro,  calvo,  era  parato  di

      stranissimo  lutto,  come usa ancora in provincia.  Di lutto,  pure la

      camicia.  Ma aveva anche impressa sul volto scavato la sventura da cui

       stato di recente colpito. Alla vista del quadro si contraffece tutto

      e  subito  si  copr  gli  occhi con le mani,  mentre l'antiquario gli

      domandava con strana soddisfazione:

      - Non  vero? Non  vero?

      Quello, pi volte, col viso ancora tra le mani,  gli fece segno di s.

      Sul  cranio  calvo  le vene gonfie pareva gli volessero scoppiare.  Si

      cav di tasca un fazzoletto listato di nero e se lo port  agli  occhi

      per  frenare  le  lagrime irrompenti.  Lo vidi a lungo sussultar nello

      stomaco, con un fiotto fitto nel naso.

      Tutto - merdionalmente - molto esagerato.

      Ma fors'anche sincero.

      L'antiquario mi volle spiegare che conosceva fin da bambina la  moglie

      di  quel  signore,  ch'era del suo stesso paese: - Le posso assicurare

      ch'era precisa l'immagine di questa MADDALENA.  Me  ne  son  ricordato

      jeri,  quando  il  mio  amico  venne  a dirmi che gli era morta,  cos

      giovane,  appena un mese fa.  Lei sa che son venuto da poco  a  vedere

      questo quadro.

      - Gi, ma io...

      - S, mi disse allora che non poteva venderlo.

      - E neanche adesso.

      Mi  sentii  afferrare per il braccio da quel signore,  che quasi mi si

      butt a piangere sul  petto,  scongiurandomi  che  glielo  cedessi,  a

      qualunque  prezzo: era lei,  sua moglie,  lei tal'e quale,  lei cos -

      tutta - come lui soltanto,  lui,  lui  marito,  poteva  averla  veduta

      nell'intimit (e,  cos dicendo,  alludeva chiaramente alla nudit del

      seno),  non poteva pi perci lasciarmela l sotto gli  occhi,  dovevo

      capirlo, ora che sapevo questo.

      Lo  guardavo,  stordito  e  costernato,  come si guarda un pazzo,  non

      parendomi possibile che dicesse una tal cosa sul  serio,  che  potesse

      cio  sul serio immaginarsi che quello che per me non era altro che un

      quadro su cui non avevo mai fatto alcun pensiero potesse ora diventare

      anche per me il ritratto di sua moglie cos col petto tutto  scoperto,

      come lui solo poteva averla veduta nell'intimit e dunque in uno stato

      da non poter pi lasciarla sotto gli occhi a un estraneo.

      La  stranezza  di  una  tale  pretesa  mi  promosse uno scatto di riso

      involontario.

      - Ma no, veda, caro signore: io, sua moglie, non l'ho conosciuta;  non

      posso  dunque  attaccare a questo quadro il pensiero che lei sospetta.

      Io vedo l un quadro con un'immagine che... s, mostra...

      Non l'avessi mai  detto!  Mi  si  par  davanti,  quasi  per  saltarmi

      addosso, gridando:

      - Le proibisco di guardarla ora, cos, in mia presenza!

      Per  fortuna  s'intromise  l'antiquario,  pregandomi  di  scusare,  di

      compatire quel povero forsennato,  ch'era stato sempre fin quasi  alla

      follia  geloso  della  moglie,  amata fino all'ultimo d'un amore quasi

      morboso.  Poi si rivolse a lui e  lo  scongiur  di  calmarsi;  ch'era

      stupido  parlarmi  cos,  farmi  un  obbligo  di cedergli il quadro in

      considerazione  di  cose  tanto  intime.   Osava  anche  proibirmi  di

      guardarlo?  Era impazzito?  E se lo trascin via, di nuovo chiedendomi

      scusa della scenata a cui non s'aspettava di dovermi fare assistere.

      Io ne rimasi talmente impressionato che la notte me lo sognai.


      Il sogno, a dir pi precisamente, dovette avvenire nelle prime ore del

      mattino e proprio nel  momento  che  un  improvviso  fracasso  davanti

      all'uscio della camera, d'una zuffa di gatti che m'entrano in casa non

      so  di  dove,  forse  attratti  dai tanti topi che l'hanno invasa,  mi

      svegli di soprassalto.

      Effetto del sogno cos di colpo interrotto fu che i fantasmi di  esso,

      voglio  dire  quel  signore  a  lutto  e  la  immagine della MADDALENA

      diventata sua moglie,  forse non ebbero il tempo di rientrare in me  e

      rimasero fuori, nell'altra parte della camera oltre le colonne, dov'io

      nel sogno li vedevo; dimodoch, quando al fracasso springai da letto e

      con   una   strappata   scostai  il  cortinaggio,   potei  intravedere

      confusamente un viluppo di carni e panni rossi e  turchini  avventarsi

      alla mensola del camino per ricomporsi nel quadro in un baleno;  e sul

      divano, tra tutti quei cuscini scomposti, lui, quel signore, nell'atto

      che,  da disteso,  si levava per mettersi seduto,  non pi vestito  di

      nero  ma in pigiama di seta celeste a righine bianche e blu,  che alla

      luce man mano crescente delle due finestre si andava dissolvendo nella

      forma e nei colori di quei cuscini e svaniva.

      Non voglio spiegare ci che non si spiega.  Nessuno  mai  riuscito  a

      penetrare  il  mistero dei sogni.  Il fatto  che,  alzando gli occhi,

      turbatissimo,  a riguardare il quadro sulla  mensola  del  camino,  io

      vidi,  chiarissimamente  vidi  per un attimo gli occhi della MADDALENA

      farsi vivi,  sollevar le plpebre dalla lettura e gettarmi uno sguardo

      vivo,  ridente  di  tenera diabolica malizia.  Forse gli occhi sognati

      della moglie morta di quel signore,  che per un attimo s'animarono  in

      quelli dipinti dell'immagine.

      Non potei pi restare in casa.  Non so come feci a vestirmi.  Di tanto

      in tanto, con un raccapriccio che potete bene immaginarvi,  mi voltavo

      a  guardar  di sfuggita quegli occhi.  Li ritrovavo sempre abbassati e

      intenti alla lettura,  come sono nel quadro;  ma non ero  pi  sicuro,

      ormai,  che  quando  non  li guardavo pi non si ravvivassero alle mie

      spalle per  guardarmi,  ancora  con  quel  brio  di  tenera  diabolica

      malizia.

      Mi  precipitai  nella bottega dell'antiquario,  che  nei pressi della

      mia casa.  Gli dissi che,  se non potevo vendere il quadro a quel  suo

      amico,  potevo  per  cedergli  in affitto la casa con tutto l'arredo,

      compreso il quadro, s'intende, a un prezzo convenientissimo.

      - Anche da oggi stesso, se il suo amico vuole.

      C'era,  in quella mia  proposta  a  bruciapelo,  tale  ansia  e  tanto

      affanno,  che  l'antiquario ne volle sapere il motivo.  Il motivo,  mi

      vergognai a dirglielo. Volli che m'accompagnasse l per l all'albergo

      dove quel suo amico alloggiava.

      Potete figurarvi come restai, quando in una stanza di quell'albergo me

      lo vidi venire avanti,  appena alzato dal  letto,  con  quello  stesso

      pigiama  a  righine  bianche  e  blu  con cui l'avevo visto in sogno e

      sorpreso, ombra,  nella mia camera,  nell'atto di levarsi per mettersi

      seduto sul divano tra i cuscini scomposti.

      -  Lei  torna da casa mia - gli gridai,  allibito - lei  stato questa

      notte a casa mia!

      Lo vidi crollare su una sedia, atterrito, balbettando: oh Dio,  s,  a

      casa mia, in sogno, c'era stato davvero, e sua moglie...

      - Appunto,  appunto,  sua moglie  scesa dal quadro.  Io l'ho sorpresa

      che vi rientrava.  E lei,  alla luce,  m' svanito l sul  divano.  Ma

      ammetter  ch'io  non potevo sapere,  quando l'ho sorpreso sul divano,

      che lei avesse un pigiama come  questo  che  ha  indosso.  Dunque  era

      proprio lei,  in sogno,  a casa mia;  e sua moglie  proprio scesa dal

      quadro,  come lei l'ha  sognata.  Si  spieghi  il  fatto  come  vuole.

      L'incontro,  forse, del mio sogno col suo. Io non so. Ma non posso pi

      stare in quella casa,  con lei che ci viene in sogno e sua moglie  che

      m'apre  e  chiude  gli occhi dal quadro.  Il motivo che ho io d'averne

      paura,  non pu averlo lei,  perch si tratta di se stesso  e  di  sua

      moglie.  Vada dunque a ripigliarsi la sua immagine rimasta a casa mia!

      Che fa adesso? Non vuole pi? Sviene?

      - Ma  allucinazioni,  signori  miei,  allucinazioni!  -  non  rifiniva

      intanto d'esclamare l'antiquario.

      Quanto son cari questi uomini sodi che,  davanti a un fatto che non si

      spiega,  trovano subito una parola che non dice nulla e  in  cui  cos

      facilmente s'acquetano.

      - Allucinazioni.













                              C'E' QUALCUNO CHE RIDE.


      Serpeggia una voce in mezzo alla riunione:

      - C' qualcuno che ride.

      Qua,  l,  dove la voce arriva,   come se si drizzi una vipera,  o un

      grillo  springhi,   o  sprazzi  uno  specchio  a  ferir  gli  occhi  a

      tradimento.

      Chi osa ridere?

      Tutti si voltano di scatto a cercare in giro con occhi fulminanti.

      (Il  salone  enorme,  illuminato  sopra  la folla degli invitati dallo

      spendore di quattro grandi lampadarii di cristallo,  rimane  in  alto,

      nella  tetraggine  della  sua  polverosa  antichit,  quasi  spento  e

      deserto;  solo pare allarmata,  da un capo all'altro della  volta,  la

      crosta  del  violento  affresco  secentesco  che  ha  fatto  tanto per

      soffocare e confondere in un nerume di notte  perpetua  le  truculente

      frenesie  della  sua  pittura;  si  direbbe  non  veda  l'ora che ogni

      agitazione cessi anche in basso e il salone sia sgombrato.)

      Qualche  faccia  lunga,  forzata  con  pietoso  stiracchiamento  a  un

      afflitto sorriso di compiacenza,  forse,  a guardar bene, si trova; ma

      nessuno che rida,  propriamente.  Ora,  sorridere di compiacenza  sar

      lecito,  sar  credo anzi doveroso,  se  vero che la riunione - molto

      seria -  vuole  anche  aver  l'aria  d'uno  dei  soliti  trattenimenti

      cittadini  in tempo di carnevale.  C' difatti sulla pedana coperta da

      un tappeto nero un'orchestrina di calvi  inteschiti  che  suona  senza

      fine  ballabili,  e coppie ballano per dare alla riunione un'apparenza

      di festa da ballo, all'invito e quasi al comando di fotografi chiamati

      apposta.  Stridono per talmente il rosso,  il celeste di certi  abiti

      femminili ed  cos ribrezzosa la gracilit di certe spalle e di certe

      braccia nude, che quasi quasi vien fatto di pensare quei ballerini non

      siano  stati  estratti  di  sotterra per l'occasione,  giocattoli vivi

      d'altro tempo,  conservati e ora ricaricati  artificialmente  per  dar

      questo spettacolo.  Si sente proprio il bisogno, dopo averli guardati,

      di attaccarsi a un che di solido e rude: ecco, per esempio, la nuca di

      questo vicino aggrondato che suda  paonazzo  e  si  fa  vento  con  un

      fazzoletto  bianchissimo;  la  fronte  da  idiota  di  quella  vecchia

      signora.  Strano intanto: sulla squallida  tavola  dei  rinfreschi,  i

      fiori non sono finti, e allora fa tanta malinconia pensare ai giardini

      da  cui  sono  stati colti questa mattina sotto una pioggerella chiara

      che spruzzolava lieve pungente;  e che peccato questa pallida rosa gi

      disfatta  che  serba  nelle  foglie  cadute  un morente odore di carne

      incipriata.

      Sperduto qua e l tra la folla,  c' anche qualche invitato in domino,

      che sembra un fratellone in cerca del funerale.


      La   verit     che  tutti  questi  invitati  non  sanno  la  ragione

      dell'invito.  E' sonato in citt come  l'appello  a  un'adunata.  Ora,

      perplessi  se convenga meglio appartarsi o mettersi in mostra (che non

      sarebbe neanche facile tra tanta folla) l'uno osserva l'altro,  e  chi

      si  vede osservato nell'atto di tirarsi indietro o di cercare di farsi

      avanti,  appassisce e resta l;  perch sono anche in  sospetto  l'uno

      dell'altro e la diffidenza nella ressa d smanie che a stento riescono

      a  contenere;  occhiate  alle  spalle s'allungano oblique che,  appena

      scoperte, si ritraggono come serpi.

      - Oh guarda, sei qua anche tu?

      - Eh, ci siamo tutti, mi pare.

      Nessuno intanto osa chiedere perch,  temendo di essere  lui  solo  ad

      ignorarlo,  il  che  sarebbe  colpa nel caso che la riunione sia stata

      indetta per prendere una grave  decisione.  Senza  farsene  accorgere,

      alcuni  cercano  con  gli  ochhi quei due o tre che si presume debbano

      essere in grado di saperlo;  ma non li trovano;  si saranno riuniti  a

      consulto  in  qualche sala segreta,  dove di tanto in tanto qualcuno 

      chiamato e accorre impallidendo e lasciando gli altri  in  un  ansioso

      sbigottimento.  Si  cerca  di  desumere  dalle  qualit di chi  stato

      chiamato e dalla sua posizione e dalle sue aderenze  che  cosa  di  l

      possa essere in deliberazione,  e non si riesce a comprenderlo perch,

      poco prima,   stato chiamato un altro di qualit opposte e d'aderenze

      affatto contrarie.

      Nella   costernazione  generale  per  questo  mistero,   l'orgasmo  va

      crescendo di punto in punto.  Si sa un'inquietudine come fa  presto  a

      propagarsi e come una cosa, passando di bocca in bocca, si alteri fino

      a  diventare  un'altra.  Arrivano cos da un capo all'altro del salone

      tali enormit da far restare tramortiti.  E dagli animi cos tutti  in

      fermento  vapora  e  si diffonde come un incubo,  nel quale,  al suono

      angoscioso e spasimante di quell'orchestrina,  tra il  bruso  confuso

      che  stordisce  e  i  riverberi  dei lumi negli specchi,  i pi strani

      fantasmi guizzano davanti agli occhi di ciascuno,  e come un fumo  che

      trabocchi  in  dense volute,  dalle coscienze che covano in segreto il

      fuoco  d'inconfessati  rimorsi,   apprensioni  traboccano  e  paure  e

      sospetti d'ogni genere;  in tanti la smania istintiva di correr subito

      a un riparo ha i pi impreveduti effetti:  chi  sbatte  gli  occhi  di

      continuo,  chi  guarda  un  vicino  senza  vederlo  e  teneramente gli

      sorride,  chi  sbottona  e  riabbottona  senza  fine  un  bottone  del

      panciotto.  Meglio  far  vista  di niente.  Pensare a cose aliene.  La

      Pasqua ch' bassa quest'anno.  Uno che si chiama  Buongiorno.  Ma  che

      soffocazione intanto questa commedia con noi stessi.

      Il   fatto  (se  vero)  che  qualcuno  ride  non  dovrebbe  far  tanta

      impressione,  mi sembra,  se tutti sono in quest'animo.  Ma altro  che

      impressione! Suscita un fierissimo sdegno, e proprio perch tutti sono

      in  quest'animo:  sdegno  come  per un'offesa personale,  che si possa

      avere  il  coraggio  di  ridere  apertamente.   L'incubo  grava   cos

      insopportabile  su tutti,  appunto perch a nessuno par lecito ridere.

      Se uno si mette a ridere e  gli  altri  seguono  l'esempio,  se  tutto

      quest'incubo  frana  d'improvviso  in una risata generale,  addio ogni

      cosa! Bisogna che in tanta incertezza e sospensione d'animi si creda e

      si senta che la riunione di questa sera  molto seria.


      Ma c' poi veramente questo qualcuno che seguita a ridere,  nonostante

      la voce che serpeggia ormai da un pezzo in mezzo alla riunione? Chi ?

      Dov'? Bisogna dargli la caccia, afferrarlo per il petto, sbatterlo al

      muro,  e,  tutti  coi pugni protesi,  domandargli perch ride e di chi

      ride.  Pare che non sia uno solo.  Ah s,  pi d'uno?  Dicono che sono

      almeno tre.  Ma come, di concerto, o ciascuno per s? Pare di concerto

      tutt'e tre.  Ah s?  venuti dunque col deliberato proposito di ridere?

      Pare.

      E' stata prima notata una ragazzona, vestita di bianco, tutta rossa in

      viso,  prosperosa,  un po' goffa,  che si buttava via dalle risa in un

      angolo della sala di l.  Non ci s'  fatto  caso  in  principio,  sia

      perch  donna,  sia per l'et.  Ha solo urtato il suono inatteso della

      risata e alcuni si sono voltati come  per  una  sconvenienza,  diciamo

      pure impertinenza, tracotanza l, se si vuole, ma perdonabile, via: un

      riso  da  bambina,  del  resto  subito troncato,  vedendosi osservata.

      Scappata via da quell'angolo, curva, comprimendosi, con tutte e due le

      mani sulla bocca, ha fatto senso - questo s - udirla ancora ridere di

      l, in un prorompimento convulso, forse a causa della compressione che

      fuggendo s'era imposta. Bambina?  Ora si viene a sapere che ha,  a dir

      poco,  sedici  anni,  e due occhi che schizzano fiamme.  Pare che vada

      fuggendo da una sala all'altra, come inseguita.  S,  s,   inseguita

      difatti,    inseguita da un giovinotto molto bello,  biondo come lei,

      che ride anche lui come un pazzo inseguendola;  e di tratto in  tratto

      si  ferma  sbalordito  dall'improntitudine  di lei che si ficca da per

      tutto; vorrebbe darsi un contegno ma non ci riesce;  si volta di qua e

      di  l  come sentendosi chiamare,  e certo si morde cos le labbra per

      tenere a freno un impeto d'ilarit che gli gorgoglia dentro e  gli  fa

      sussultare lo stomaco.  Ed ecco che ora hanno scoperto anche il terzo,

      un certo ometto elastico che va ballonzollando e battendo i due  corti

      braccini  sulla  pancetta tonda e soda come due bacchette sul tamburo,

      la calvizie specchiante tra una rossa corona di capelli ricciuti e una

      faccia beata in cui il naso gli ride pi della bocca,  e gli occhi pi

      della bocca e del naso,  e gli ride il mento e gli ride la fronte, gli

      ridono perfino le orecchie. In marsina come tutti gli altri.  Chi l'ha

      invitato?  Come si sono introdotti nella riunione? Nessuno li conosce.

      Nemmeno io.  Ma so che  lui il padre di  quei  due  ragazzi,  signore

      agiato  che  vive  in campagna con la figlia,  mentre il figlio  agli

      studii qua in citt.  Saranno capitati a questa finta festa  da  ballo

      per combinazione.  Chi sa che cosa,  venendo, si saran detta tra loro,

      che intese e scherzi segreti si saran tra  loro  da  tempo  stabiliti,

      burle  note  soltanto a loro,  polveri in serbo,  colorate,  da fuochi

      d'artificio, pronte a esplodere a un minimo incentivo,  sia pure d'uno

      sguardo  di  sfuggita:  fatto  si   che non possono stare insieme: si

      cercano per con gli occhi da lontano e, appena si sbirciano,  voltano

      la  faccia  e  sotto le mani sbruffano certe risate che sono veramente

      scandalose in mezzo a tanta seriet.

      L'ossessione  di  questa  seriet    cos  su  tutti   incombente   e

      soffocante,  che  nessuno  riesce  a  supporre che quei tre ne possano

      esser fuori,  lontani,  e possano avere in s invece una  innocente  e

      magari  sciocca  ragione  di  ridere  cos di nulla;  la ragazza,  per

      esempio,  solo perch ha sedici anni e perch  abituata a vivere come

      una puledra in mezzo a un prato fiorito, una puledra che imbizzarrisca

      a ogni alito d'aria  e salti e corra felice, non sa lei stessa di che:

      si  pu  giurare  che  non  s'accorge  di nulla,  che non ha il minimo

      sospetto dello scandalo che sta sollevando insieme  col  padre  e  col

      fratello cos anch'essi festanti, alieni e lontani d'ogni sospetto.

      Sicch quando, riuniti alla fine tutt'e tre su di un divano della sala

      di  l,  il  padre  in  mezzo  tra  il figlio e la figlia,  contenti e

      spossati,  con un gran desiderio di abbracciarsi per  il  divertimento

      che  si  son  presi,  sgorgato dalla loro stessa gioja in tutte quelle

      belle risate come in un fragoro d'effimere spume,  si  vedono  venire

      incontro dalle tre grandi porte vetrate,  come una nera marea sotto un

      cielo  d'improvviso  incavernato,   tutta  la  folla  degli  invitati,

      lentamente,   lentamente,   con   melodrammatico  passo  di  tenebrosa

      congiura,  dapprima non capiscono nulla,  non credono che quella buffa

      manovra possa esser fatta per loro e si scambiano un'occhiata,  ancora

      un po' sorridenti;  il  sorriso  per  va  man  mano  smorendo  in  un

      crescente  sbalordimento,  finch,  non  potendo  n fuggire e nemmeno

      indietreggiare, addossati come sono alla spalliera del divano, non pi

      sbalorditi ma atterriti ora,  levano istintivamente  le  mani  come  a

      parar  la  folla  che,  seguitando a procedere,  s' fatta loro sopra,

      terribile. I tre maggiorenti,  quelli che,  proprio per loro e non per

      altro,  s'erano riuniti a consulto in una sala segreta, proprio per la

      voce che serpeggiava del loro riso inammissibile a cui han  deliberato

      di dare una punizione solenne e memorabile,  ecco,  sono entrati dalla

      porta di mezzo e sono avanti a tutti, coi capucci del domino abbassati

      fin sul mento e burlescamnte ammanettati con tre tovaglioli,  come rei

      da  punire che vengano a implorare da loro piet.  Appena sono davanti

      al divano,  una enorme  sardonica  risata  di  tutta  la  folla  degli

      invitanti  scoppia  fracassante  e  rimbomba  orribile pi volte nella

      sala. Quel povero padre, sconvolto,  annaspa tutto tremante,  riesce a

      prendersi  sotto  braccio  i due figli e,  tutto ristretto in s,  coi

      brividi che gli spaccano le reni,  senza poter  nulla  capire,  se  ne

      scappa, inseguito dal terrore che tutti gli abitanti della citt siano

      improvvisamente impazziti.


















                                      VISITA.


      Cento  volte  gli  avr  detto  di  non introdurmi gente in casa senza

      preavviso. Una signora, bella scusa:

      - T'ha detto Wheil?

      - Vil, sissignore, cos.

      - La signora Wheil  morta jeri a Firenze.

      - Dice che ha da ricordarle una cosa.


      (Ora non so pi se io abbia sognato o se sia davvero  avvenuto  questo

      scambio  di  parole  tra  me  e il mio cameriere.  Gente in casa senza

      preavviso me n'ha introdotta tanta;  ma che ora m'abbia fatto  entrare

      anche  una  morta non mi par credibile.  Tanto pi che in sogno io poi

      l'ho vista, la signora Wheil,  ancora cos giovane e bella.  Dopo aver

      letto  nel  giornale,  appena svegliato,  la notizia della sua morte a

      Firenze,  ricordo infatti d'aver ripreso a dormire,  e l'ho  vista  in

      sogno  tutta confusa e sorridente per la disperazione di non saper pi

      come fare a  ripararsi,  avvolta  com'era  in  una  nuvola  bianca  di

      primavera  che  s'andava  a  mano  a  mano  diradando  fino  a lasciar

      trasparire la rosea nudit di tutto il corpo di lei, e proprio l dove

      pi il pudore voleva ch'esso rimanesse nascosto;  tirava con la  mano;

      ma come si fa a tirare un vano lembo di nuvola?)


      Il  mio  studio  tra i giardini.  Cinque grandi finestre,  tre da una

      parte e due  dall'altra;  quelle,  pi  larghe,  ad  arco;  queste,  a

      usciale,  sul lago di sole d'un magnifico terrazzo a mezzogiorno;  e a

      tutt'e cinque, un palpito continuo di tende azzurre di seta. Ma l'aria

      dentro  verde per il riflesso degli alberi che vi sorgono davanti.

      Con la spalliera volta contro la finestra che sta nel mezzo  un  gran

      divano di stoffa anch'essa verde ma chiara,  marina; e tra tanto verde

      e tanto azzurro e tanta aria e tanta luce,  abbandonarvisi,  stavo per

      dire immergervisi,  veramente una delizia.

      Ho  ancora  in mano,  entrando,  il giornale che reca la notizia della

      morte della signora Wheil, jeri, a Firenze.  Non posso avere il minimo

      dubbio  d'averla  letta:    qua  stampata;  ma  anche qua seduta sul

      divano ad aspettarmi la bella signora Anna  Wheil,  proprio  lei.  Pu

      darsi che non sia vera, questo s. Non me ne stupirei affatto, avvezzo

      come  sono  da  tempo  a  simili  apparizioni.  O  se no,  c' poco da

      scegliere,  sta tra due,  non sar vera la  notizia  della  sua  morte

      stampata in questo giornale.

      E'  qua  vestita come tre anni fa d'un bianco abito estivo d'organdis,

      semplice e quasi infantile, sebbene ampiamente aperto sul petto. (Ecco

      la nuvola del sogno, ho capito).  In capo,  un gran cappello di paglia

      annodato  da  larghi  nastri  di  seta nera.  E tiene gli occhi un po'

      socchiusi  a  difesa  dalla  luce  abbagliante  dei   due   finestroni

      dirimpetto;  ma poi,  strano, espone invece a questa luce, reclinando

      il capo indietro con intenzione,  la meravigliosa dolcezza della gola,

      come   le   sorge   dal  caldo  trasognato  candore  del  petto  e  s

      dall'attaccatura del collo fino al purissimo arco del mento.

      Quest'atteggiamento senza dubbio voluto m'apre  tutt'a  un  tratto  la

      mente:  ci  che  la bella signora Anna Wheil ha da ricordarmi  tutto

      l, nella dolcezza di quella gola, nel candore di quel petto;  e tutto

      in  un  attimo solo,  ma quando un attimo si fa eterno e abolisce ogni

      cosa,  anche la morte,  come la vita,  in una  sospensione  d'ebbrezza

      divina,  in  cui dal mistero balzano d'improvviso illuminate e precise

      le cose essenziali, una volta per sempre.


      La conosco appena (morta, dovrei dire: "la conoscevo appena", ma lei 

      qua ora come nell'assoluto d'un eterno presente,  e posso dir  dunque:

      la conosco appena), l'ho veduta una volta sola in una riunione festiva

      nel  giardino  d'una  villa  di  comuni amici,  a cui lei  venuta con

      quest'abito bianco d'organdis.

      In quel giardino,  quella mattina,  le donne pi giovani e  pi  belle

      avevano  quell'ardore  sfavillante che nasce in ogni donna dalla gioja

      di  sentirsi  desiderata.   S'eran  lasciate  prendere  nel  ballo  e,

      sorridendo,  ad accendere di pi quel desiderio, avevan guardato sulle

      labbra cos d'accosto l'uomo da sfidarlo irresistibilmente  al  bacio.

      Ma di primavera,  momenti di rapimento,  col tepore del primo sole che

      inebria,  quando nell'aria molle  pure un vago  fermento  di  sottili

      profumi e lo splendore del verde nuovo,  che dilaga nei prati,  brilla

      con vivacit cos eccitante in tutti gli alberi intorno;  strani  fili

      di suono luminosi avviluppano; improvvisi scoppii di luce stordiscono;

      lampi  di  fughe,  felici invasioni di vertigini;  e la dolcezza della

      vita non par pi vera,  tanto  fatta di tutto e di  niente;  n  vero

      pi,  n da tenerne pi conto,  ricordando poi nell'ombra, quando quel

      sole  spento, tutto ci che s' fatto e s' detto. S,  m'ha baciata.

      S,  gliel'ho promesso.  Ma un bacio appena sui capelli, ballando. Una

      promessa cos per ridere.  Dir che non l'ho avvertito.  Gli domander

      se non  matto a pretendere ch'io ora mantenga sul serio.

      Si  poteva  esser  certi  che  nulla di tutto questo era accaduto alla

      bella signora Anna Wheil, la cui piacenza sembrava a tutti cos aliena

      e placida che nessuna bramosia carnale avrebbe osato sorgere davanti a

      lei.  Io per avrei  giurato  che  per  quel  rispetto  che  tutti  le

      portavano  lei  avesse  negli  occhi  un  brillo  di  riso  ambiguo e

      pungente,  non perch sentisse in segreto di non meritarselo,  ma anzi

      al contrario perch nessuno mostrava di desiderarla come donna a causa

      di  quel  rispetto  che pur le si doveva portare.  Era forse invidia o

      gelosia,  o forse sdegno o malinconica  ironia;  poteva  anche  essere

      tutte queste cose messe insieme.

      Me  ne potei accorgere in un momento,  dopo averla seguita a lungo con

      gli occhi nei balli e nei giuochi a cui anche lei aveva  preso  parte;

      in  ultimo anche nelle corse pazze che,  forse per offrirsi uno sfogo,

      aveva fatte sui prati coi bambini.  La padrona di  casa,  con  cui  mi

      trovavo, mi volle presentare a lei mentre era ancor china a rassettare

      le  testoline scapigliate e le vesti in disordine a quei bambini.  Nel

      rizzarsi d'improvviso per rispondere alla  presentazione,  la  signora

      Anna  Wheil  non  pens  di  rassettarsi  anche  lei sul petto l'ampia

      scollatura di quel suo abito d'organdis;  sicch io non potei  fare  a

      meno  d'intravedere del suo seno forse pi di quanto onestamente avrei

      dovuto. Fu solo un attimo. Subito port la mano a ripararselo.  Ma dal

      modo  con  cui,  in  quell'atto  che  volle parer furtivo,  mi guard,

      compresi che della mia involontaria e quasi inevitabile  indiscrezione

      non  s'era  per  nulla dispiaciuta.  Quel brio di luce che aveva negli

      occhi sfavill anzi diversamente da prima,  sfavill d'un estro  quasi

      folle  di  riconoscenza,  perch  nei  miei  occhi  rideva  senz'alcun

      rispetto una gratitudine cos pura di quel che  avevo  intravisto  che

      ogni  senso  di  concupiscenza  restava  escluso  e solo si appalesava

      lampante il pregio supremo che io attribuivo alla  gioja  che  l'amore

      d'una  donna come lei,  bella tutta come lei,  coi tesori d'una divina

      nudit con cos pudica fretta ricoperta,  poteva dare a  un  uomo  che

      avesse saputo meritarselo.

      Questo le dissero chiaramente i miei occhi,  splendenti ancora di quel

      baleno d'ammirazione;  e questo fece subito che io diventassi per  lei

      il  solo  Uomo,  veramente  uomo,  tra  tutti quelli che erano in quel

      giardino;  nello stesso tempo che lei m'appariva tra tutte le altre la

      sola Donna,  veramente donna.  E non ci potemmo pi separare per tutto

      il tempo che dur quella riunione.  Ma  oltre  questa  tacita  intesa,

      durata un attimo, per sempre, non ci fu altro tra noi. Nessuno scambio

      di  parole,  fuori  delle  comuni  e  usuali,  sulla  bellezza di quel

      giardino,  sulla giocondit di quella festa e la  graziosa  ospitalit

      dei  nostri  comuni  amici.  Ma,  pur  parlando  cos di cose aliene o

      casuali,  le rimase negli occhi,  felice,  quel brillo  di  riso  che

      pareva  rampollasse  come un'acqua viva dal profondo segreto di quella

      nostra intesa e se ne beasse senza badare ai sassi e alle erbe tra cui

      ora scorreva.  E un sasso fu anche il marito in cui c'imbattemmo  poco

      dopo allo svoltare d'un viale.

      Me lo present. Alzai un istante gli occhi a guardarla negli occhi. Un

      battito  appena  di ciglia vel quel brio di luce,  e solo con esso la

      bella signora mi confid che lui,  quel bravo  uomo  del  marito,  non

      s'era  mai  neppur sognato di comprendere ci che avevo compreso io in

      un attimo solo;  e che questo non era da ridere,  no;  era anzi la sua

      mortale afflizione,  perch una donna come lei certo non sarebbe stata

      mai d'altro uomo.  Ma non importava.  Bastava che uno almeno lo avesse

      compreso.

      No,  no,  io non dovevo pi,  neppur senza volerlo,  seguitando ora ad

      andare e a parlare noi due soli,  non dovevo pi posarle gli occhi sul

      seno  e  obbligar la sua mano ad accertarsi di furto ch'io non potessi

      pi  essere  indiscreto;  sarebbe  stato  ormai  peccaminoso,  per  me

      insistere,  e  per lei tornare a compiacersene.  C'eravamo gi intesi.

      Doveva bastare. Non si trattava pi di noi due; non era pi da cercare

      n di sapere e neppur d'intravedere com'era lei,  ch'era tutta  bella,

      s, come lei sola si conosceva; ci sarebbe stato allora da considerare

      tant'altre  cose  che  riguardavano  me: questa sopra tutto: che avrei

      dovuto avere per  lei,  a  dir  poco,  vent'anni  di  meno:  una  gran

      malinconia di inutili rimpianti;  no, no; una cosa bella, da riempirci

      della pi pura gioja tra tanto splendore  di  sole  e  tanto  riso  di

      primavera,  s'era  rivelata  a noi: questa cosa essenziale che  sulla

      terra,  con tutto il nudo candore delle sue carni,  in mezzo al  verde

      d'un  paradiso  terrestre,  il  corpo  della  donna,  concesso  da Dio

      all'uomo come premio supremo di tutte le sue pene,  di  tutte  le  sue

      ansie, di tutte le sue fatiche.

      - Se dovessimo pensare a te e a me...

      Mi voltai.  Come!  Mi dava del tu?  Ma la bella signora Anna Wheil era

      sparita.

      Me la ritrovo ora qua accanto, in quest'aria verde, in questa luce del

      mio studio, vestita come tre anni fa del suo abito bianco d'organdis.

      - Il mio seno, se sapessi! Ne sono morta. Me lo hanno reciso.  Un male

      atroce  ne fece scempio due volte.  La prima,  un anno appena dopo che

      tu,  di qua,  ricordi?  me lo intravedesti.  Ora posso  allargare  con

      tutt'e  due  le  mani  la  scollatura  e  mostrartelo tutto,  com'era,

      guardalo! guardalo! ora che non sono pi.

      Guardo; ma sul divano  solo il bianco del giornale aperto.















                             VITTORIA DELLE FORMICHE.


      Una cosa per s forse ridicola ma,  agli effetti,  terribile: una casa

      invasa tutta dalle formiche.  E questo pensiero folle: che il vento si

      fosse alleato con esse. Il vento con le formiche. Alleato,  con quella

      sconsideratezza che gli  propria,  da non potersi nell'impeto fermare

      neppure un minuto per riflettere a  quello  che  fa.  Detto  fatto,  a

      raffica,  s'era  levato giusto sul punto che lui prendeva la decisione

      di dar fuoco al formicajo davanti la porta.  E detto fatto,  la  casa,

      tutta  in fiamme.  Come se per liberarla dalle formiche lui non avesse

      trovato altro espediente che il fuoco: incendiarla.

      Ma prima di venire a questo punto decisivo  sar  bene  ricordarsi  di

      molte cose precedenti che possono spiegare in qualche modo sia come le

      formiche  avevano potuto invadere fino a tanto la casa e sia come pot

      nascere a  lui  il  pensiero  stravagante  di  quest'alleanza  tra  le

      formiche e il vento.


      Ridotto  alla fame,  da agiato come il padre l'aveva lasciato morendo,

      abbandonato dalla moglie e dai figli che s'erano acconciati  a  vivere

      per conto loro alla meglio,  liberati alla fine dalle sue soperchierie

      che  si  potevano  qualificare  in  tanti   modi,   ma   sopra   tutto

      incongruenti;  lui che al contrario si credeva loro vittima per troppa

      remissione e non corrisposto mai da nessuno di  loro  nei  suoi  gusti

      pacifici  e nelle sue vedute giudiziose;  viveva solo,  in un palmo di

      terra che gli era restato di tutti i beni che prima possedeva,  case e

      poderi; un palmo di terra bonificata, sotto il paese, sul ciglio della

      vallata,  con una catapecchia di appena tre stanze, dove prima abitava

      il contadino che aveva in affitto la terra.  Ora ci  abitava  lui,  il

      signore  ridotto  peggio del pi miserabile contadino;  vestito ancora

      d'un abito da signore che addosso  a  lui  appariva  orribilmente  pi

      strappato  e  unto  che  addosso a un mendicante che l'avesse avuto in

      elemosina. Pur tuttavia quella sua signorile spaventosa miseria pareva

      a volte quasi allegra, come certe toppe di colore che i poveri portano

      sui loro abiti e quasi fanno loro  da  bandiera.  Nella  lunga  faccia

      smorta,  negli  occhi  pesti  ma  vivi,  aveva  un  che  di  gajo  che

      s'accordava coi ricci svolazzanti del capo, mezzi grigi e mezzi rossi;

      e certi ilari guizzi negli  occhi,  subito  spenti  al  pensiero  che,

      scorti  per  caso da qualcuno,  lo facessero creder pazzo.  Capiva lui

      stesso ch'era molto facile che gli altri si facessero di  lui  un  tal

      concetto.  Ma  era  proprio  contento  di farsi ormai tutto da s come

      piaceva a lui;  e assaporava con gusto  infinito  quel  poco  e  quasi

      niente  che  poteva  offrirgli la povert.  Non aveva nemmeno tanto da

      accendere il fuoco tutti i giorni per cucinarsi una minestra di fave o

      di lenticchie.  Gli sarebbe piaciuto,  perch nessuno sapeva cucinarla

      meglio  di  lui,  dosandovi  con  tanta  arte  il  sale  e  il  pepe e

      mescolandovi certe verdure appropriate che, durante la cottura, solo a

      odorarla la minestra inebriava;  e poi,  a  mangiarla,  un  miele.  Ma

      sapeva  anche farne a meno.  Gli bastava,  la sera,  uscir fuori a due

      passi dalla porta,  cogliere nell'orto un pomodoro,  una  cipolla  per

      companatico alla solida pagnotta che con meticolosa cura affettava con

      un coltellino e con due dita,  pezzetto per pezzetto,  si portava alla

      bocca come un boccone prelibato.

      Aveva scoperto questa nuova ricchezza,  nell'esperienza che pu bastar

      cos poco per vivere;  e sani e senza pensieri; con tutto il mondo per

      s, da che non si ha pi casa n famiglia n cure n affari;  sporchi,

      stracciati,  sia pure,  ma in pace;  seduti,  di notte,  al lume delle

      stelle,  sulla soglia d'una  catapecchia;  e  se  s'accosta  un  cane,

      anch'esso  sperduto,  farselo  accucciare  accanto  e carezzarlo sulla

      testa: un uomo e un cane, soli sulla terra, sotto le stelle.


      Ma senza pensieri, non era vero.  Buttato poco dopo su un pagliericcio

      per terra come una bestia,  invece di dormire si metteva a mangiare le

      unghie e,  senza badarci,  a strapparsi coi denti fino  al  sangue  le

      pipite  delle  dita,  che  poi  gli  bruciavano gonfie e suppurate per

      parecchi giorni.  Ruminava tutto ci che avrebbe dovuto fare e che non

      aveva  fatto  per  salvare  i  suoi beni;  e si torceva dalla rabbia o

      mugolava per il rimorso,  come se la sua rovina fosse  accaduta  jeri,

      come  se  jeri avesse finto di non accorgersi che sarebbe accaduta tra

      poco e che ormai non era pi rimediabile.  Non ci poteva credere!  Uno

      dopo  l'altro  s'era lasciati portar via dagli usuraj i poderi,  e una

      dopo l'altra le case,  per  poter  disporre  d'un  po'  di  danaro  di

      nascosto   dalla  moglie,   per  pagarsi  qualche  piccola  passeggera

      distrazione (veramente,  non piccola n passeggera;  era  inutile  che

      cercasse  adesso  attenuazioni;  doveva  rotondamente  confessarsi che

      aveva vissuto di nascosto per anni come  un  vero  porco,  ecco,  cos

      doveva  dire:  come  un  vero porco;  donne,  vino,  giuoco) e gli era

      bastato che la moglie non  si  fosse  ancora  accorta  di  nulla,  per

      seguitare  a  vivere  come  se  neppur  lui sapesse nulla della rovina

      imminente;  e sfogava intanto le bili e le smanie segrete  sul  figlio

      innocente che studiava il latino. Sissignori. Incredibile: s'era messo

      a ristudiare il latino anche lui, per sorvegliare e ajutare il figlio;

      come  se  non avesse altro da fare e fosse davvero un'attenzione e una

      cura,  questa sua,  che potesse compensare  il  disastro  che  intanto

      preparava  a  tutta la famiglia.  Questo disastro,  per la sua segreta

      esasperazione, era lo stesso di quello a cui andava incontro il figlio

      se non riusciva a comprendere il valore dell'ablativo assoluto o della

      forma avversativa;  e s'accaniva a  spiegarglielo,  e  tutta  la  casa

      tremava dalle sue grida e dalle sue furie per l'imbalordimento di quel

      povero ragazzo, che piano piano forse lo avrebbe alla fine compreso da

      s.  Con  che  occhi  lo aveva guardato una volta,  dopo uno schiaffo!

      Nell'impeto del rimorso,  ripensando a quello sguardo del suo ragazzo,

      si  sgraffiava  ora  la  faccia con le dita artigliate e s'ingiuriava:

      porco, porco, bruto: prendersela cos con un innocente!

      Lasciava il pagliericcio; rinunziava a dormire; tornava a sedere sulla

      soglia della catapecchia;  e l il silenzio smemorato  della  campagna

      immersa nella notte,  a poco a poco,  lo placava. Il silenzio, non che

      turbato,  pareva accresciuto dal remoto scampanello  dei  grilli  che

      veniva  dal  fondo  della  grande  vallata.  Era gi nella campagna la

      malinconia della stagione declinante;  e lui amava le  prime  giornate

      umide velate,  quando cominciano a cadere quelle pioggerelle fine, che

      gli davano,  chi sa perch,  una vaga nostalgia dell'infanzia lontana,

      quelle  prime  sensazioni meste e pur dolci che fanno affezionare alla

      terra, al suo odore.  La commozione gli gonfiava il petto;  l'angoscia

      gli  serrava  la  gola,  e si metteva a piangere.  Era destino che lui

      dovesse finire in campagna. Ma non s'aspettava cos veramente.


      Non avendo n la forza n i mezzi di  coltivare  da  s  quel  po'  di

      terra,  che  fruttava  appena tanto da pagar la tassa fondiaria di cui

      era gravata,  l'aveva ceduta al contadino  che  aveva  in  affitto  il

      podere  accanto,  a  condizione che pagasse lui quella tassa e che gli

      desse soltanto da mangiare: poco,  quasi per elemosina,  di  quel  che

      produceva la terra stessa: pane e verdura,  e da farsi, se gli andava,

      una minestra ogni tanto.

      Stabilito quest'accordo, aveva preso a considerare tutto quello che si

      vedeva attorno, mandorli, olivi,  grano,  ortaglie,  come cose che non

      appartenessero  pi a lui.  Sua era soltanto la catapecchia;  ma se si

      metteva a guardarla come la sua unica propriet,  non  poteva  fare  a

      meno  di  sorriderne  col pi amaro dileggio.  Gi l'avevano invasa le

      formiche.  Finora s'era divertito a vederle  scorrere  in  processioni

      infinite  su  per le pareti delle stanze.  Erano tante e tante,  che a

      volte pareva che le pareti tremolassero  tutte.  Ma  pi  gli  piaceva

      vederle  andare in tutti i sensi da padrone sui buffi mobili signorili

      di quella ch'era stata un tempo la sua  casa  in  citt,  relitti  del

      naufragio della sua famiglia, ammassati l alla rinfusa e tutti con un

      dito di polvere sopra.  Nell'ozio,  per distrarsi, s'era messo anche a

      studiarle, quelle formiche, per ore e ore.

      Erano formiche piccolissime e  della  pi  lieve  esilit,  fievoli  e

      rosee,  che  un  soffio  ne poteva portar via pi di cento;  ma subito

      cento altre ne sopravvenivano da tutte le parti;  e il da fare che  si

      davano;  l'ordine  nella fretta;  queste squadre qua,  quest'altre l;

      viavai senza requie;  s'intoppavano,  deviavano per un tratto,  ma poi

      ritrovavano la strada, e certo s'intendevano e consultavano tra loro.

      Non  gli  era  parso  ancora,  per,  forse  per quella loro esilit e

      piccolezza,  che potessero  essere  temibili,  che  volessero  proprio

      impadronirsi  della  casa  e di lui stesso e non lasciarlo pi vivere.

      Pur le aveva trovate da per tutto,  in  tutti  i  cassetti;  le  aveva

      vedute  venir  fuori  donde  meno  se  le sarebbe aspettate;  se l'era

      trovate anche in bocca  talvolta,  mangiando  qualche  pezzo  di  pane

      lasciato  per  un  momento  sulla  tavola o altrove.  L'idea che se ne

      dovesse seriamente difendere,  che le dovesse  seriamente  combattere,

      non  gli  era  ancora venuta.  Gli venne tutt'a un tratto una mattina,

      forse per l'animo in cui era,  dopo una  nottataccia  pi  nera  delle

      altre.

      S'era levata la giacca per portar dentro la catapecchia alcuni covoni,

      una  ventina,  che  dopo  la  mietitura  il contadino non aveva ancora

      trasportato nel suo podere di l e aveva lasciato qua  all'aperto.  Il

      cielo,  durante  la  notte,  s'era  incavernato,  e  la pioggia pareva

      imminente. Abituato a non far mai nulla,  per quella fatica insolita e

      per quella sciocca previdenza,  che poi del resto non spettava neanche

      a lui perch quei covoni di grano appartenevano come tutto il resto al

      contadino, s'era tanto stancato, che quando fu per trovar posto dentro

      la catapecchia, gi tutta stipata, all'ultimo covone, non ne pot pi,

      lasci quel covone davanti la porta, e sedette per riposarsi un po'.

      A capo chino,  con le braccia appoggiate alle gambe  discoste,  lasci

      penzolare tra esse le mani. E a un certo punto ecco che si vide uscire

      dalle  maniche della camicia su quelle mani penzoloni le formiche,  le

      formiche che dunque sotto la camicia gli passeggiavano sul corpo  come

      a  casa loro.  Ah,  perci forse la notte lui non poteva pi dormire e

      tutti i pensieri e i rimorsi lo riassalivano.  S'infuri e  decise  l

      per  l  di  sterminarle.  Il  formicajo  era a due passi dalla porta.

      Dargli fuoco.

      Come non pens al vento?  Oh bella.  Non ci pens perch il vento  non

      c'era,  non  c'era.  L'aria  era  immota;  in attesa della pioggia che

      pendeva sulla campagna, in quel silenzio sospeso che precede la caduta

      delle prime grosse gocce.  Non crollava foglia.  La  raffica  si  lev

      d'improvviso  a  tradimento,  appena  lui accese il fascetto di paglia

      raccolta per terra; lo teneva in mano come una torcia; nell'abbassarlo

      per dar fuoco al formicajo, la raffica, investendolo, port le faville

      a quel covone rimasto davanti la porta,  e subito il covone avvampando

      appicc  il  fuoco  agli  altri  covoni riparati dentro la casa,  dove

      l'incendio d'un tratto divamp crepitando e riempiendo tutto di  fumo.

      Come  un  pazzo,  urlando con le braccia levate,  lui si cacci dentro

      alla fornace, forse sperando di spegnerla.

      Quando dalla gente accorsa fu tratto fuori,  fu uno  spavento  vederlo

      tutto orribilmente arso e non ancor morto, anzi furiosamente esaltato,

      annaspante con le braccia,  le fiamme addosso, sugli abiti e nei ricci

      svolazzanti sul capo.  Mor  poche  ore  dopo  all'ospedale,  dove  fu

      trasportato.  Nel  delirio,  sparlava  del  vento,  del  vento e delle

      formiche.

      - Alleanza... alleanza...

      Ma gi lo sapevano pazzo. E quella sua fine,  s,  fu commiserata,  ma

      pur con un certo sorriso sulle labbra.

















                           QUANDO S'E' CAPITO IL GIUOCO.


      Tutte le fortune a Memmo Viola!

      E  se  le  meritava davvero quel buon Memmone,  che cacciava le mosche

      allo stesso modo con cui guardava la moglie, cio con l'aria di dire:

      - Ma perch v'ostinate, santo Dio, a molestarmi cos?  Non sapete gi,

      che non riuscirete mai a farmi stizzire? E dunque sci, care; sci...

      Le mosche,  la moglie,  tutte le noje piccole e grandi della vita,  le

      ingiustizie  della  sorte,  le  malignit  degli  uomini,   le  stesse

      sofferenze corporali,  non avrebbero potuto mai alterare la sua stanca

      placidit,   n  scuoterlo  da  quella  specie  di  perpetuo   letargo

      filosofico,  che  gli  stava nei grossi occhi verdastri e gli ansimava

      nel nasone tra i peli dei baffi arruffati e quelli che gli uscivano  a

      cespugli dalle narici.

      Perch  Memmo  Viola diceva di aver capito il giuoco.  E quando uno ha

      capito il giuoco...

      Invulnerabile al dolore,  per,  impenetrabile  anche  alla  gioja.  E

      questo era un vero peccato, perch Memmo Viola era quel che suol dirsi

      un beniamino della fortuna.

      Forse per il giuoco, ch'egli diceva d'aver capito, era questo, che la

      fortuna  lo  favoriva  tanto,  appunto  perch egli era cos,  appunto

      perch sapeva che egli non le sarebbe corso  mai  dietro,  neppure  se

      essa gli avesse profferto, dopo due gambate, tutti i tesori del mondo,

      e  che  non  si sarebbe rallegrato n punto n poco,  neanche se fosse

      venuta da s a portarglieli in casa.

      Tutti i tesori del mondo, no;  ma ecco che un giorno gli aveva proprio

      portato  in  casa  la  grossa eredit di chi sa qual vecchia zia,  una

      vecchia zia sconosciuta,  morta in  Germania;  per  cui  aveva  potuto

      rinunziare all'impiego,  che gli pesava tanto,  sebbene, povero Memmo,

      come tutto il resto, da dieci anni lo sopportasse in santa pace.  Poco

      tempo dopo, la moglie, stanca di vedersi guardata a quel modo e di non

      esser  buona  a farlo arrabbiare,  per quante gliene facesse sotto gli

      occhi, di tutti i colori, gli aveva aperto,  anzi spalancato la porta,

      e  lo  aveva  spinto  fuori,  a  viver  libero  per  conto suo,  in un

      quartierino da scapolo; a patto, per, che egli lasciasse libera anche

      lei,   allo  stesso  modo,   e  con  un  congruo  assegno  debitamente

      assicurato.

      S?  E  quando  mai  Memmo Viola s'era sognato di porre un limite o un

      freno alla libert della moglie?  Ma ella voleva  cos?  AMEN.  E  con

      tutti i libri di scienze fisiche e matematiche e di filosofia, e tutte

      le stoviglie di cucina,  che rappresentavano le due pi forti passioni

      della sua vita, era andato ad allogarsi in tre stanzette modeste. Dopo

      aver dato allo spirito il nutrimento pi gradito, attendeva a preparar

      da s, con le sue mani,  anche il pi gradito nutrimento al suo corpo:

      cuoco dilettante e dilettante filosofo.

      Una  vecchia  serva  veniva  ogni  mattina  a  fargli  la  spesa,  gli

      apparecchiava la tavola,  gli rigovernava la cucina,  gli rifaceva  il

      letto e la pulizia delle tre stanzette, e se ne andava.

      Se  non  che,  dopo  appena  due  mesi di questa seconda fortuna,  una

      mattina per tempissimo,  ch'egli se ne stava ancora a letto a fare  il

      sonnellino dell'oro,  sua moglie venne a svegliarlo di soprassalto nel

      suo quartierino con una furiosa scampanellata e, investendolo come una

      bufera,  lo trascin afferrato per il petto,  povero  Memmo,  cos  in

      camicia  come  si  trovava  e  con le brache ancora in mano,  verso un

      angolo della camera,  dietro un paraventino coperto di mussola  rasata

      color  di  rosa,  ove  s'immagin  dovesse  star nascosto il lavabo e,

      versandogli lei stessa, per non perder tempo,  l'acqua nel catino,  lo

      costrinse  a  lavarsi e poi subito a vestirsi,  subito subito,  perch

      doveva uscire, doveva correre, precipitarsi in cerca di due amici.

      - Ma perch?

      - Lvati, ti dico!

      - Ecco, mi lavo... Ma perch?

      - Perch tu sei sfidato!

      - Sfidato? io? Chi m'ha sfidato?

      - Sfidato...  non so bene: o sei sfidato o devi  sfidare.  Non  so  di

      queste cose...  so che ho qua il biglietto di quel mascalzone. Lvati,

      vstiti,  spcciati,  ma  non  mi  star  davanti  con  codest'aria  di

      mammalucco intronato!

      Memmo  Viola,  venuto  fuori  dal paraventino con le mani bollicose di

      saponata,  guardava veramente la moglie,  se non come  un  mammalucco,

      certo  come  intronato.  Non  lo costernava tanto l'annunzio di quella

      sfida,  quanto la grave agitazione  della  moglie,  fuori  di  casa  a

      quell'ora e in quel disordine d'abbigliamento.

      - Abbi pazienza,  Cristina mia...  Dimmi almeno,  mentre mi lavo,  che

      cosa  accaduto...

      - Che? - gli grid la moglie, avventandoglisi di nuovo addosso,  quasi

      con  le mani in faccia.  - Sono stata vigliaccamente,  sanguinosamente

      insultata in casa mia,  per causa tua...  perch  sono  rimasta  sola,

      senza difesa,  capisci?...  Insultata... oltraggiata... Mi hanno messo

      le mani addosso, capisci? a frugarmi, qua, in petto,  capisci?  Perch

      hanno sospettato ch'io fossi...

      Non pot seguitare; si copr furiosamente il volto con le mani e ruppe

      in un pianto stridulo, convulso, d'onta, di ribrezzo, di rabbia.

      - Oh Dio, - fece Memmo. - Ma quando  stato? Chi ha potuto osare?

      E allora la moglie,  prima tra i singhiozzi e storcendosi le mani, poi

      di punto in punto rieccitandosi vieppi, gli narr che la sera avanti,

      mentr'era a cena,  aveva sentito un gran fracasso alla  porta,  grida,

      risate,  scampanellate, pugni, pedate. La serva, accorsa, era venuta a

      dirle che quattro signori mezzo ubriachi,  cercavano d'una  Spagnuola,

      di una certa PEPITA, e che non se ne volevano andare e s'erano buttati

      a sedere sconciamente nella saletta d'ingresso.  Appena avevano veduto

      comparir  lei,  le  erano  saltati  tutti  e  quattro  addosso  e  chi

      pigliandola  per il ganascino,  chi cingendole con un braccio la vita,

      chi frugandole in petto,  l'avevano pregata,  scongiurata di  conceder

      loro una visitina alla piccola PEPITA.  Al suo divincolarsi,  alle sue

      grida,  ai suoi morsi,  avevano risposto con risa  e  gesti  sguajati,

      finch,  a quel pandemonio,  non erano accorsi dai piani di sopra e di

      sotto  tanti  vicini  di  casa.  Scuse...   chiarimenti...   c'era  un

      equivoco...  mortificazione...  Uno s'era finanche inginocchiato... Ma

      ella non aveva voluto sentir nulla; aveva preteso che le dessero conto

      e soddisfazione dell'oltraggio, e tanto aveva insistito, che alla fine

      uno dei quattro,  che forse era stato il meno insolente,  s'era veduto

      costretto a lasciare il suo biglietto da visita.

      -  Eccolo qua!  A te,  prendi!  Sei ancora in maniche di camicia?  Che

      aspetti? Non ti muovi?

      Memmo Viola aveva gi bell'e capito che quello non era n il  caso  n

      il  momento di ragionare e,  senza neppur dare uno sguardo di sfuggita

      al nome stampato in quel biglietto da visita, ritorn al lavabo dietro

      il paraventino.

      - Che fai?

      - Finisco di lavarmi.

      - A chi pensi di rivolgerti? Non andare dal Venanzi, sai! Gigi Venanzi

      non accetta;  puoi star sicuro che  non  accetta.  Perderai  il  tempo

      inutilmente!

      -  Permetti?  -  disse Memmo,  che aveva gi riacquistato tutta la sua

      placidit. - Il tempo, cara,  me lo fai perdere tu,  adesso.  Lasciami

      lavare,  senza  tirarmi a discutere.  Non hai voluto saper d'equivoci.

      Scuse,  non hai voluto accettarne.  Hai voluto il duello: cio,  farmi

      dare una sciabolata. Bene, ti servo subito. Ma lascia ora che provveda

      io a garantire, come meglio posso, la mia pelle. Dici che Gigi Venanzi

      non accetter? E come lo sai?

      La moglie, un po' sconcertata alla domanda, abbass gli occhi.

      - Lo... lo suppongo...

      - Ah,  - fece Memmo,  asciugandosi la faccia - lo supponiii...  Vedrai

      che accetter! Vuoi che si tiri indietro per me, giusto per me, quando

      presta a tutti i  suoi  ufficii  cavallereschi?  Non  passa  un  mese,

      perdio,  che  non  si  trovi  in mezzo a due o tre duelli,  padrino di

      professione!  Ma sarebbe da ridere!  Che direbbe la gente,  che lo  sa

      tanto amico mio,  e tanto pratico di queste cose,  se mi rivolgessi ad

      altri?

      La moglie,  brancicando la  borsetta  con  le  dita  irrequiete,  dopo

      essersi un tratto morsicchiato il labbro, scatt, levandosi in piedi.

      - E io ti dico che non accetter.

      Memmo  scopr  di tra lo sparato della camicia,  nell'infilarsela,  il

      faccione ridente e disse, fissando acutamente la moglie:

      - Me ne deve dire la ragione... E non pu! Dico, non pu averne,  via!

      Lasciami, lasciami vestire...

      Vestito, domand con un certo risolino timido:

      - Scusa,  hai visto per caso,  entrando, se fuori della porta c'era il

      fiaschetto del latte?

      S'aspettava un nuovo prorompimento d'ira a quella domanda,  e  insacc

      il capo nelle spalle e lev le mani in atto di parare:

      - Zitta, zitta... vado, corro...

      E usc insieme con la moglie, per recarsi in casa di Gigi Venanzi.

      Lo  trov  fortunatamente  per  istrada,   a  pochi  passi  dalla  sua

      abitazione. Scorgendogli in viso un'improvvisa alterazione di rabbioso

      dispetto,  Memmo Viola comprese che l'amico era uscito cos presto  di

      casa,  perch  si  aspettava  la  sua  visita.  Gli  si  par davanti,

      sorridendo e gli disse:

      - Cristina mi manda da te. Andiamo s. La cosa  grave.

      Gigi Venanzi gli piant in faccia gli occhi torbidi e gli domand:

      - Che c'?

      - Oh, non facciamo storie - esclam Memmo. - Ti leggo in faccia che lo

      sai. Dunque non mi far parlare. Sono sfinito; casco a pezzi. E' venuta

      a svegliarmi come una furia nel meglio del  sonno,  e  non  m'ha  dato

      neanche il tempo di prendere un po' di latte e caff.

      Appena risalito in casa, Gigi Venanzi si volt come un cane idrofobo a

      Memmo e gli grid:

      - Ma lo sai chi  Miglioriti?

      Memmo lo guard balordamente:

      - Miglioriti?  No... Che c'entra Miglioriti? Ah...  forse... aspetta!

      Non l'ho neanche guardato.

      Ficc due dita nel taschino del panciotto e ne trasse, tutto gualcito,

      il biglietto da visita che gli aveva dato la moglie:

      - Ah,  gi...  Miglioriti - disse,  leggendo.  - ALDO  MIGLIORITI  DEI

      MARCHESI DI SAN FILIPPO. Il nome non m'arriva nuovo... Chi ?

      - Chi ?  - ripet col sangue agli occhi Gigi Venanzi. - La prima lama

      tra i dilettanti di Roma!

      - Ah, s? - fece Memmo Viola. - Tira bene? Di spada?

      - Di spada e di sciabola!

      - Mi fa piacere. Ma  pure un gran mascalzone,  va' l!  Quello che ha

      fatto...

      Gigi  Venanzi  gli  salt  addosso quasi con la stessa furia,  con cui

      poc'anzi gli era saltata addosso la moglie.

      - Ma se ha domandato scusa! Ma se  stato un equivoco!

      Memmo Viola,  allora lo guard,  ammiccando con la  coda  dell'occhio,

      timido e furbo a un tempo, e domand, quasi fuor fuori:

      - C'eri?

      Il  volto  di  Gigi  Venanzi  si scompose,  come in uno smarrimento di

      vertigine:

      - Come? dove? - balbett.

      Memmo Viola, come se nulla fosse, ritrasse sorridendo il suo amico dal

      precipizio,  a cui con quella lieve,  breve domanda s'era divertito  a

      spingerlo, e riprese:

      - Ah...  gi... s... tu hai saputo. Era anche ubriaco, mezzo ubriaco,

      s... Ma che vuoi farci? Caro mio, Cristina non vuole scuse!  tanto ha

      detto, tanto ha fatto, che lo ha costretto a lasciare il suo biglietto

      da visita,  in presenza di tanti testimonii.  Ora bisogna che qualcuno

      lo raccolga, questo biglietto. Il marito sono io, e tocca a me.  Ma da

      che ci siamo,  oh, Gigi, bisogna far le cose sul serio. L'oltraggio 

      stato grave, e gravi debbono essere le condizioni.

      Gigi Venanzi lo guard stordito; poi, in un nuovo impeto di rabbia gli

      grid:

      - Ma se tu non sai neanche tener la spada in mano!

      - Alla pistola, - disse Memmo placidamente.

      - Ma che pistola  d'Egitto!  -  si  scroll  Gigi  Venanzi.  -  Quello

      imbrocca un soldo incastrato in un albero a venti passi di distanza!

      - Ah s?  - ripet Memmo.  - E allora,  prima alla pistola, e poi alla

      spada. Me, vedrai che non m'imbrocca di certo.

      Gigi Venanzi si mise ad andare s e gi,  s e gi per la stanza;  poi

      facendo animo risoluto:

      - Senti, Memmo: io non posso accettare.

      - Che?  - fece subito Memmo,  afferrandogli un braccio. - Non facciamo

      scherzi,  Gigi,  e non perdiamo tempo!  Tu non puoi tirarti  indietro,

      come  non  posso  tirarmi indietro io.  Tu farai la tua parte,  com'io

      faccio la mia. Pensa al secondo testimonio, e sbrgati.

      - Ma vuoi che ti porti al macello?  - gli grid Gigi Venanzi al  colmo

      dell'esasperazione.

      - Uh,  - sorrise Memmo. - Non esageriamo... Del resto, caro mio, tutte

      sciocchezze.  Inutile parlarne!  Cristina vuole lavato l'oltraggio,  e

      non se n'esce. Perderei la libert; e invece, con questa occasione, io

      me  la  voglio guadagnare intera.  Vedrai che ci riuscir.  Va',  va';

      pensa a tutto, tu che te n'intendi. Io ti aspetto a casa. Sto leggendo

      un bel libro sai? su i Massimi Problemi. Tu non ci hai mai pensato; ma

      il problema dell'oltretomba  formidabile, Gigi! No,  scusa,  scusa...

      perch...  senti  questo:  l'Essere,  caro  mio,  per uscire dalla sua

      astrazione e determinarsi ha bisogno dell'Accadere.  E che  vuol  dire

      questo? dammi una sigaretta. Vuol dire che... - grazie - vuol dire che

      l'Accadere,  poich l'Essere  eterno,  sar eterno anch'esso.  Ora un

      accadere eterno,  cio senza fine,  vuol dire  anche  senza  UN  fine,

      capisci? un accadere che non conclude, dunque, che non pu concludere,

      che  non  concluder  mai nulla.  E' una bella consolazione.  Dammi un

      fiammifero.  Tutti i dolori,  tutte le fatiche,  tutte  le  lotte,  le

      imprese, le scoperte, le invenzioni...

      - Sai? - disse Gigi Venanzi, che non aveva udito nulla di tutta quella

      tiritera. - Forse Nino Spiga...

      -  Ma  s,  Nino Spiga o un altro,  prendi chi ti pare,  - gli rispose

      Memmo. - E per il medico, sceglilo tu, caro,  di tua fiducia.  Oh,  se

      hai bisogno...

      E accenn di prendere il portafogli. Gigi Venanzi gli arrest la mano.

      - Poi... poi...

      - Perch ho sentito dire,  - concluse Memmo - che per farsi bucare con

      tutte le regole cavalleresche ci vogliono dei  bei  quattrini.  Basta,

      poi mi farai il conto. Addio, eh? Mi trovi in casa.

      Lo  trov in casa,  difatti,  Gigi Venanzi,  quella sera,  ma sotto un

      aspetto che non si sarebbe mai immaginato.

      Memmo Viola litigava con la vecchia serva a cui  mancavano  tre  soldi

      nel conto della spesa. E le diceva:

      - Cara mia,  se tu mi metti nel conto: RUBATI, SOLDI 8, O SOLDI 10, io

      tiro pacificamente la somma, e non ne parlo pi.  Ma questi tre soldi,

      cos,  non te l'abbono.  Vorrei sapere che gusto ci provi,  tentare di

      pigliare in giro uno come me,  che ha capito cos  bene  il  giuoco...

      Parlo bene, Gigi?

      Costernatissimo,  esasperato,  stanco  morto,  Gigi  Venanzi  stava  a

      mirarlo con tanto d'occhi.  La calma di quell'uomo,  alla  vigilia  di

      battersi  alla  spada,   nientemeno  che  con  Aldo  Miglioriti,   era

      stupefacente.  E  il  suo  stupore  crebbe,  quando,  enunciategli  le

      condizioni   gravissime  del  duello,   volute  e  imposte  anche  dal

      Miglioriti, vide che quella calma non s'alterava per niente.

      - Hai capito? - gli domand.

      - Eh, - fece Memmo.  - Come no?  Domattina alle sette.  Ho capito.  Va

      benissimo.

      -  Io  sar qui,  bada,  alle sei e un quarto.  Baster,  - avvert il

      Venanzi. - Con l'automobile si far presto. Ho preso per medico Nofri.

      Non andar tardi a letto, e procura di dormire, eh?

      - Sta' tranquillo, - disse Memmo. - Dormir.

      E tenne la parola.  Alle sei e un quarto,  quando venne Gigi Venanzi a

      bussare alla porta,  dormiva ancora profondissimamente. Venanzi buss,

      due,  tre,  quattro  volte;  alla  fine  Memmo  Viola,   nelle  stesse

      condizioni  in cui la mattina avanti era andato ad aprire alla moglie,

      cio in camicia e con le brache in mano, venne ad aprire all'amico.

      Venanzi, a quell'apparizione, rest di sasso.

      - Ancora cos?

      Memmo finse una grande meraviglia.

      - E perch? - gli domand.

      - Ma come?  - inve Gigi Venanzi.  - Tu ti devi battere!  Ci sono  gi

      Spiga e Nofri... Che scherzo  questo?

      - Scherzo? Mi devo battere? - rispose placidissimamente Memmo Viola. -

      Ma scherzerai tu,  caro! Io ti ho detto che a me tocca di far la parte

      mia, e a te la tua. Sono il marito e ho sfidato; ma quanto a battermi,

      abbi pazienza,  non tocca pi a me,  caro Gigi,  da un pezzo: tocca  a

      te... Siamo giusti!

      Gigi  Venanzi si sent sprofondare la terra sotto i piedi,  seccare il

      sangue nelle vene;  vide giallo,  vide rosso;  afferr  Memmo  per  il

      petto,  gli  scagli,  gli sput in faccia le ingiurie pi sanguinose;

      Memmo lo lasci fare, ridendo. Solo, a un certo punto, gli disse:

      - Bada,  Gigi,  che non fai pi a tempo,  se devi trovarti sul terreno

      alle sette. Ti conviene esser puntuale.

      Dall'alto della scala,  poi,  reggendosi ancora le brache con la mano,

      gli augur:

      - In bocca al lupo, caro, in bocca al lupo!






                                    PADRON DIO.


      Tanti anni fa, a un pittore non si sa donde venuto, egli che viveva da

      selvaggio s per le spalle dei monti,  guardiano di  mandrie,  si  era

      prestato  a  far  da  modello  per  una  pala d'altare,  di cui quegli

      preparava i cartoni e altri studii preliminari.

      Che parte fosse destinato a rappresentare in quel quadro sacro, non si

      era neppur curato di sapere: si era lasciato vestire di strana  foggia

      e atteggiar d'un gesto violento, con una verga in mano. Ma, poco dopo,

      consacrata  la  chiesa nuova,  e accorso egli con tutto il popolo alla

      prima funzione,  vedendosi nella pala effigiato in uno dei giudici che

      colpivan Ges legato alla colonna,  s'era messo a gridar furibondo e a

      piangere e a strapparsi i capelli, pestando i piedi per terra:

      - Levatemi di l! Son cristiano!

      Tratto fuori fra la confusione generale (risa di quelli che lo avevano

      ravvvisato nella pala e domande e supposizioni disparate  degli  altri

      che non se n'erano accorti),  non si era calmato e non aveva smesso la

      minaccia di  uccidere  quel  pittore  insolente,  finch  dal  vecchio

      mansionario  della  nuova  chiesa  non aveva ottenuto la promessa d'un

      ritocco alla immagine di quel giudeo per modo che ogni somiglianza con

      lui fosse cancellata.  Non pertanto,  il nomignolo di GIUDE'  gli  era

      rimasto;  e ora,  dopo tant'anni, chiamavasi Giud lui stesso. Ma cos

      il volto come la persona  avevan  perduto  quell'espressione  di  dura

      fierezza  per cui il pittore lo aveva scelto a rappresentar nella pala

      quella parte odiosa. Era vecchio ormai il Giud e non pi buono neppur

      da condurre al pascolo le mandrie:  viveva  di  elemosina,  senza  mai

      chiederla,  o meglio,  chiedendola in un modo suo particolare.  Spinto

      dalla fame,  dopo aver vagato come un cane  randagio  per  le  pianure

      deserte,  si  appressava  a  una  villa  e  al  primo contadino in cui

      s'imbattesse diceva:

      - Di' al tuo padrone che c' l'esattore.

      Tutti adesso intendevano e sorridevano, ma la prima volta che il Giud

      us questa frase per la sua questua dov spiegarla.  E la spieg cos:

      che  noi  tutti  sulla  terra  siamo  inquilini del Signore,  il quale

      sarebbe per ciascuno allo stesso modo buon padrone di casa,  se  molti

      uomini  non  si  fossero fatta della terra casa propria,  senza volere

      intendere n riconoscere che essa dovrebbe invece esser  casa  comune.

      Debbono  per  questi  tali ricordarsi che il Signore  pur padrone di

      un'altra casa, di l (e il Giud aveva additato il cielo), della quale

      vuol che ciascuno paghi anticipata qui la pigione.  I poveri la pagano

      coi patimenti quotidiani del freddo e della fame; basta ai ricchi, per

      pagarla,  che  facciano ogni tanto un po' di bene.  Ecco dunque perch

      egli era pei ricchi l'esattore.

      Ottenuta  l'elemosina  in  natura,   si   allontanava;   e,   andando,

      riconosceva  qua  e l per la campagna gli alberi che avrebbero dovuto

      esser suoi: suoi,  perch quell'ulivo,  quel ciliegio,  quel  nespolo,

      quel  melograno  eran  nati per lui che tant'anni addietro,  passando,

      aveva scavato e buttato il seme alla terra;  e  la  terra,  ecco,  gli

      aveva dato l'albero; lo aveva dato a lui... Perch la terra sa forse a

      chi appartenga?

      Ed  egli  per  quegli alberi aveva affetto paterno: gli parevano i pi

      belli e i pi rigogliosi  di  tutta  la  campagna;  e  si  fermava  ad

      ammirarli  a  lungo  e scoteva il capo folto di capelli grigi,  ricci,

      quasi ferrugginei.  I rami  sovraccarichi  lo  invitavano  a  cogliere

      almeno un frutto,  poich tutti eran suoi (ah, essi lo sapevano bene!)

      - ecco, e glieli offrivano... Ma lui,  no: non cedeva alla tentazione;

      sospirando abbassava la mano che gi s'era levata.


      Cos, per le campagne altrui, viveva senza tetto.

      Dormiva in un casale smantellato e abbandonato;  si destava all'alba e

      si metteva a errar senza meta,  per le solitudini immense e pur  piene

      di tanta vita,  in quel silenzio palpitante di foglie e d'ali, a ora a

      ora tentato dal trillo d'un uccello che s'allontanava.

      Sdrajato per terra,  s'immergeva in quel silenzio e  guardava  i  fili

      d'erba che si movevano appena,  di tanto in tanto,  a un alito d'aura;

      guardava qualche lucertola che si beava del sole sopra una  pietra,  e

      le farfalle bianche che volitavan sicure in tanta pace.

      O perch mai nascevano certe erbe?  Non per gli uomini,  certo, n per

      le bestie,  che non ne mangiavano...  Nascevano perch Dio le voleva e

      la  terra  le  faceva,  senza  curarsi  del dispiacere che recava agli

      uomini prepotenti, i quali credono d'aver dominio su lei; tanto  vero

      che,  strappate,  tornava a farle;  e l che nessuno le toccava,  esse

      crescevano senza fine - come la terra le voleva...

      -  Dio  ha  voluto anche me,  - il Giud pensava - e intanto non ho un

      palmo di terra in cui  mi  possa  stare,  dicendo:    mio.  Son  come

      quest'erbacce,  che  nessuno  vuole  nel proprio campo.  Solo dov'esse

      crescono indisturbate posso stare anch'io.  Vuol dire che  il  padrone

      non c' o non se ne cura.

      Parecchie  volte  era  stato  colpito da questa idea.  Conosceva certe

      terre abbandonate,  per cui non passava mai anima viva,  e nelle quali

      egli,  dacch  era  vivo,  cio  per tant'anni che non si ricordava il

      numero,  aveva sempre veduto quell'erbacce;  n  mai  alcuna  traccia,

      anche lontana,  di coltivazione; n mai alcun segno, anche antico, del

      dominio di qualcuno.  Quelle terre adunque,  da tempo almeno  per  lui

      immemorabile,  appartenevano a se stesse, libere di produrre, non quel

      che gli uomini vogliono, ma quel che a loro piaceva.

      - E se io - pensava il Giud - da un lembo qui nel mezzo,  che nessuno

      se n'accorga,  strappo le male erbe,  e vi butto un pugno di frumento,

      non mi dar questa terra un po' di grano?  Lo  darebbe  a  me  come  a

      chiunque...  Il  padrone,  ammesso che ci sia,   chiaro che ha sempre

      rinunziato a trar da questo podere qualsiasi  profitto.  Non  sar  lo

      stesso  per  lui  se  in  un  pezzetto  qui in giro,  invece di sterpi

      inutili,  crescer un po' di grano per me?  Egli,  queste terre le  ha

      abbandonate,  n io me le piglio: far soltanto che un breve tratto di

      esse, almeno per una volta,  invece di sterpi inutili produca grano...

      Del resto, chi  il padrone?

      Vinto  da questa idea,  il Giud nelle sue questue si mise d'allora in

      poi a chiedere,  oltre al tozzo di pane  consueto,  una  manatella  di

      frumento.

      - O che ha rincarato la pigione padron Dio,  Giud?  - gli domandavano

      scherzando i  fattori  delle  ville,  a  cui  egli  si  presentava  da

      esattore.

      Il Giud, sorridendo umilmente, si stringeva nelle spalle:

      - Se volete...

      E  intanto che raccoglieva cos da seminare,  apparecchiava l,  nella

      solitudine,  il terreno - oh,  alla meglio,  sprovvisto com'era  degli

      arnesi  necessarii.  Aveva  soltanto  un  logoro  marrello,  tolto  in

      prestito,  col quale,  zappettando,  cav prima via l'erbacce maligne;

      poi scav,  scav quanto pi a fondo gli permise la forza delle povere

      braccia sfibrate dagli stenti e dalla vecchiaja: e questo  al  terreno

      doveva bastare.  Non al suo desiderio per,  che gli faceva seguir con

      gli occhi invidiando l'opera  degli  aratri  negli  altri  campi  e  i

      seminatori    che    gittavano   il   grano   fiduciosi   nel   lavoro

      coscienziosamente  fornito.   Ah,   egli  non  aveva  nemmeno   potuto

      incalcinare i semi, perch non involpassero: li aveva cos, quasi alla

      ventura, consegnati alle zolle appena appena rimosse...

      Vennero  le  prime  acque,  e  il Giud,  udendo dal suo covo notturno

      scrosciar la pioggia,  pens che anche su quel suo lembo di  terra  in

      quel momento pioveva... Poi, con un gaudio che lo fece lagrimare, vide

      il  grano  sbullettare e poi dalla terra umida spuntar timide le prime

      pipite.  Ah,  ecco,  ecco,  la terra gli dava il grano!  era suo!  Poi

      guard il cielo donde l'acqua benefica era caduta anche per lui, anche

      per quel suo primo tesoro;  ma la vista del cielo lo sconsol: avrebbe

      voluto vederlo cos basso da chiudere e nascondere quel piccolo  lembo

      coltivato,  perch  nessuno  lo  scoprisse,  l,  tra  quelle  erbacce

      intorno.

      E man mano le pipite sfronzarono,  accestirono.  E ormai il Giud  non

      sapeva  staccarsi pi da quel pezzetto di terra,  nonostante il freddo

      acuto e le intemperie: quasi covava con gli occhi quel  suo  grano;  e

      nel  veder  l'aura  avvivare  di  tremiti le tenere foglioline,  tutta

      l'anima gli tremava.


      Se non che, un giorno di quelli,  non si sent la forza di sbucare dal

      casale abbandonato in cui s'era fatto il covo.

      Il sole era gi alto,  e il Giud,  seduto per terra, con le spalle al

      muro, le ginocchia abbracciate, guardava innanzi a s, stordito ancora

      dai sogni della notte,  e tremava  tutto  di  freddo  e  i  denti  gli

      battevano.

      Che  era  avvenuto?  Dov'era il suo campicello?  E i granaj dov'erano?

      tutti quei granaj pieni,  con tanti e  tanti  misuratori  allegri  che

      davan via frumento,  frumento, frumento, cantando e senza togliere con

      la rasiera il colmo dello stajo? E quella povera donna che era accorsa

      con un grembiale bucato,  donde gi tutti i chicchi scorrevano cos  a

      sgorgo, che la grembiata si votava prima ch'ella raggiungesse la porta

      del  granajo?  Ah,  la  poverina  tornava  sempre  indietro,  daccapo,

      disperatamente,  urtata,  spinta  tra  la  ressa  degli  altri  poveri

      accorrenti senza fine, e mai nessun chicco le restava in grembo...

      - Date via! date via! - incitava il Giud i misuratori. - Cos mi pago

      la pigione dell'altra casa del Signore, lass...

      E i granaj non si votavano mai: dalle finestre in alto, sopra i mucchi

      addossati alle pareti,  il frumento sgorgava,  veniva gi come cascata

      d'acqua, continuamente, frusciando. E ora, ecco, quel frusco continuo

      nel sogno gli era rimasto nelle orecchie... Ah, la febbre!  egli aveva

      la febbre, e tremava di freddo.

      Si  lev  in piedi a stento: vacillava...  Si trascin fuor del casale

      diruto per ritornare al campicello lontano, ma dopo un breve tratto di

      cammino s'accasci, in un completo abbandonamento di membra.


      Si ritrov dopo alcuni giorni,  stupito e sgomento,  su  un  lettuccio

      d'ospedale, in un lungo camerone silenzioso.

      - Ah,  segno che son morto, se mi hanno accolto qui - pens il Giud.

      La testa gli pesava come se fosse di piombo, e non aveva forza neanche

      d'aprir le plpebre. Quel filo d'anima che gli restava si rincantucci

      sotto  la  superstiziosa  paura  che  il  luogo  gl'ispirava;  ed egli

      abbandon disajutato il vecchio corpo affranto e inerte alle cure  dei

      medici e degli infermieri, senza neppur domandare che male avesse.

      Con  gli  occhi  chiusi,  tutto  rannicchiato quasi per schermirsi dai

      brividi incalzanti della febbre, spingeva il pensiero lontano lontano,

      al campicello suo; e l,  sovr'esso,  a poco a poco s'addormentava.  E

      attorno a lui,  allora, sentiva e vedeva il grano gi accestito mandar

      s s  s  il  gambo  della  spiga...  ma  troppo  alto...  non  cos,

      possibile?  ogni  gambo  pi  alto d'un pioppo?  Il Giud,  smaniando,

      voleva impedir quel rigoglio dispettoso e inverosimile, ma non poteva:

      i gambi gli si allungavano da ogni lato,  visibilmente,  fino a quella

      altezza,  l'uno  dopo l'altro,  e a poco a poco lo seppellivano.  Ora,

      smaniando l'aria, il Giud si rizzava, ma - o stupore! - anch'egli era

      pi alto assai delle  spighe...  Si  guardava  attorno  smarrito,  poi

      guardava il cielo,  ed ecco la luna,  a portata della sua mano: alzava

      un braccio e la prendeva e con essa si metteva a falciare. Poi, tutt'a

      un tratto, il sogno crollava, e il Giud si destava di soprassalto.

      Vedeva allora in contrapposto venir s gracile e pallido e rado il suo

      grano e i  poveri  gambi  acquattati  dalla  pioggia  o  spezzati  dal

      vento...  E sospirava: - L'aratro!  ci voleva l'aratro!... - Ch certo

      la terra da quel  suo  logoro  marrello  non  si  era  neppur  sentita

      vellicare...

      Intanto i giorni passavano,  ma non le febbri al Giud.  Aveva perduto

      la memoria del tempo, e non chiedeva nemmeno in che stagione si fosse,

      per paura che gli rispondessero:  finita l'estate.

      Si provava a levare un po' il capo dal guanciale per guardar sopra gli

      altri letti l'ampia finestra in fondo al camerone: intravedeva  appena

      il  cielo limpido fiammante di sole.  Ma forse era ancor primavera.  -

      Chi sa per: - pensava il Giud - qualcuno forse, passando di l, avr

      scoperto tra le erbacce il grano,  e l'avr fatto  suo...  Ma  se  poi

      nessuno  lo  scopre,  non    anche  peggio?  Quella  grazia di Dio si

      perder,  aspettando invano sotto il sole la falce.  E la  terra  avr

      dato il grano inutilmente...


      Come  Dio  volle per (e fu Dio,  certo,  dietro tante preghiere),  il

      Giud pot lasciar l'ospedale - uscir di prigione - guarito, sui primi

      del giugno.

      Subito  vol  di  lungo  al  suo  campicello;  scorse  da  lontano  il

      biondeggiar  del  grano,  ma  a  un  tratto  sent  mancarsi le gambe,

      cascarsi le braccia... Tutt'intorno alla messe quasi miracolosa (tanto

      era alta e folta!) correva una siepe;  a un canto sorgeva un pagliajo,

      e un cane,  udendo tra le erbacce oltre la siepe frusco di passi,  si

      mise a latrare.

      Si affacci alla siepe il contadino di guardia,  con una mano a riparo

      degli occhi.

      - Oh, benvenuto, Giud! T'aspettavo... Dimmi che vuoi tu ora qui.

      Il Giud,  affranto dalla corsa e dal cordoglio,  si pose a sedere per

      terra, calandosi pian piano, appoggiato al lungo bastone.

      - Non voglio nulla... - poi disse, rattenendo le lacrime.  - Quieta il

      tuo  cane.  Son  venuto soltanto per vedere codesto miracolo: il grano

      che t' nato solo, e cos bello, da s...

      - E di chi era la terra, Giud?

      - Era di quest'erbacce qui, che non fanno pane...  - rispose il povero

      vecchio. - Dillo, dillo al tuo padrone...

      E rimase a lungo l,  per terra, a guardar quelle spighe alte e piene,

      che, mosse dal vento, tentennando, pareva lo commiserassero.


                                     LA PROVA.


      Vi parr strano che io ora stia per fare entrare un orso in chiesa. Vi

      prego di lasciarmi fare perch non sono propriamente  io.  Per  quanto

      stravagante  e spregiudicato mi possa riconoscere,  so il rispetto che

      si deve portare a una chiesa e una simile  idea  non  mi  sarebbe  mai

      venuta  in  mente.  Ma  venuta a due giovani chierici del convento di

      Tovel, uno nativo di Tuenno e l'altro di Flavn,  andati in montagna a

      salutare i loro parenti prima di partire missionarii in Cina.

      Un  orso,  capirete,  non entra in chiesa cos,  per entrarci;  voglio

      dire,  come se niente fosse.  Vi entra per un vero e proprio miracolo,

      come l'immaginarono questi due giovani chierici.  Certo, per crederci,

      bisognerebbe avere n pi n meno della loro facile fede.  Ma convengo

      che  niente  pi difficile ad avere che simili cose facili.  Per cui,

      se voi non l'avete, potete anche non crederci;  e potete anche ridere,

      volendo,  di  quest'orso  che  entra  in chiesa perch Dio gli ha dato

      incarico di mettere alla prova il coraggio dei due novelli missionarii

      prima della loro partenza per la Cina.

      Ecco intanto l'orso davanti alla chiesa che solleva con  la  zampa  il

      pesante coltrone di cuojo alla porta. E ora, un po' sperduto, ecco che

      s'introduce  nell'ombra e tra le panche in doppia fila della navata di

      mezzo si china a spiare, e poi domanda con grazia alla prima beghina:

      - Scusi, la sagrestia?

      E' un orso che Dio ha voluto far degno di un Suo incarico, e non vuole

      sbagliare.   Ma  anche  la  beghina  non  vuole  interrompere  la  sua

      preghiera,  e,  stizzita,  pi  col  cenno  della mano che con la voce

      indica di l,  senza alzare la testa n levar gli occhi.  Cos non  sa

      d'aver risposto a un orso. Altrimenti, chi sa che strilli.

      L'orso non se n'ha a male; va di l e domanda al sagrestano:

      - Scusi, Dio?

      Il sagrestano trasecola:

      - Come, Dio?

      E l'orso, stupito, apre le braccia:

      - Non sta qui di casa?

      Quello non sa ancor credere ai suoi occhi,  tanto che esclama quasi in

      tono di domanda:

      - Ma tu sei orso!

      - Orso, gi, come mi vedi; non mi sto mica dando per altro.

      - Appunto, orso vuoi parlar con Dio?

      Allora l'orso non pu fare a meno di guardarlo con compassione:

      - Dovresti invece meravigliarti che sto parlando con te. Dio,  per tua

      norma,  parla con le bestie meglio che con gli uomini. Ma ora dimmi se

      conosci due giovani chierici che partono domani missionarii in Cina.

      - Li conosco. Uno  di Tuenno e l'altro di Flavn.

      - Appunto. Sai che sono andati in montagna a salutare i loro parenti e

      che debbono rientrare in convento prima di sera?

      - Lo so.

      - E chi vuoi che m'abbia dato tutte queste informazioni  se  non  Dio?

      Ora sappi che Dio vuol sottometterli a una prova e ne ha dato incarico

      a me e a un orsacchiotto amico mio (potrei dir figlio,  ma non lo dico

      perch noi bestie non riconosciamo pi per nostri figli i nostri  nati

      pervenuti  a  una  certa et).  Non vorrei sbagliare.  Desidererei una

      descrizione pi precisa  dei  due  chierici  per  non  fare  ad  altri

      chierici innocenti una immeritata paura.


      La  scena    qui  rappresentata con una certa malizia che certo i due

      chierici,  nell'immaginarla,  non ci misero;  ma che Dio parli con  le

      bestie  meglio  che con gli uomini non mi pare che si possa mettere in

      dubbio,  se si consideri che le  bestie  (quando  per  non  siano  in

      qualche  rapporto  con  gli  uomini)  sono sempre sicure di quello che

      fanno, meglio che se lo sapessero; non perch sia bene, non perch sia

      male (ch queste  son  maliconie  soltanto  degli  uomini)  ma  perch

      seguono  obbedienti la loro natura,  cio il mezzo di cui Dio si serve

      per parlare con loro. Gli uomini all'incontro petulanti e presuntuosi,

      per voler troppo intendere pensando con la loro testa,  alla fine  non

      intendono  pi  nulla;  di nulla sono mai certi;  e a questi diretti e

      precisi rapporti di Dio con le bestie restano del tutto estranei; dico

      di pi, non li sospettano nemmeno.

      Il  fatto    che  sul  tramonto,  tornandosene  al  convento,  quando

      lasciarono  il sentiero della montagna per prendere la via che conduce

      alla vallata,  i due giovani chierici si videro questa via impedita da

      un orso e un orsacchiotto.

      Era  primavera  avanzata;  non  pi  dunque  il  tempo che orsi e lupi

      scendono affamati dai monti.  I due giovani chierici avevano camminato

      finora  lieti  in  mezzo  ai  lavorati  gi  alti  che promettevano un

      abbondante raccolto e con la  vista  rallegrata  dalla  freschezza  di

      tutto quel verde nuovo che, indorato dal sole declinante, dilagava con

      delizia nell'aperta vallata.

      Impauriti,  si  fermarono.  Erano,  come  devono  essere  i  chierici,

      disarmati. Solo quello di Tuenno aveva un rozzo bastone raccattato per

      strada, discendendo dalla montagna. Inutile affrontare con esso le due

      bestie.

      D'istinto,  per prima cosa,  si voltarono a guardare indietro in cerca

      d'aiuto  o  di  scampo.  Ma  avevano lasciato poco pi s soltanto una

      ragazzina che con un frusto badava a tre porcellini.

      La videro che s'era anch'essa voltata a guardare verso la vallata,  ma

      senza  il minimo segno di spavento cantava lass,  agitando mollemente

      quel suo frusto. Era chiaro che non vedeva i due orsi.  I due orsi che

      pure erano l bene in vista. Come non li vedeva?

      Stupiti  dell'indifferenza di quella ragazzina ebbero per un attimo il

      dubbio che, o quei due orsi fossero una loro allucinazione,  o che lei

      gi li conoscesse come orsi del luogo addomesticati e innocui;  perch

      non era in alcun modo ammissibile  che  non  li  vedesse:  quello  pi

      grosso,  ritto l e fermo a guardia della strada,  enorme controluce e

      tutto nero,  e l'altro pi piccolo che si veniva pian piano accostando

      dondolante  su  le  corte  zampe  e  che  ora ecco si metteva a girare

      intorno al chierico di Flavn e a mano a mano  girando  l'annusava  da

      tutte le parti.

      Il  povero giovane aveva alzato le braccia come in segno di resa o per

      salvarsi le mani e, non sapendo che altro fare,  se lo guardava girare

      attorno,  con tutta l'anima sospesa.  Poi, a un certo punto, lanciando

      uno sguardo di sfuggita al compagno,  e vedendosi pallido in lui  come

      in uno specchio, chi sa perch, si fece tutto rosso e gli sorrise.

      Fu il miracolo.

      Anche  il compagno,  senza saper perch,  gli sorrise.  E subito i due

      orsi,  alla vista di quello scambio di sorrisi,  come se a loro  volta

      anch'essi si fossero scambiati un cenno, senz'altro tranquillamente se

      n'andarono verso il fondo della vallata.

      La prova per essi era fatta e il loro cmpito assolto.

      Ma  i  due chierici non avevano ancor capito nulla.  Tanto vero che l

      per l,  vedendo andar via cos tranquillamente i due orsi,  restarono

      per  un buon tratto incerti a seguire con gli occhi quell'improvvisa e

      inattesa ritirata,  e poich essa per la naturale goffaggine delle due

      bestie non poteva non apparir loro ridicola,  tornando a guardarsi tra

      loro,  non trovarono da far di meglio che scaricare tutta la paura che

      s'erano  presa in una lunga fragorosa risata.  Cosa che certamente non

      avrebbero fatto,  se avessero subito capito che quei  due  orsi  erano

      mandati  da  Dio  per mettere il loro coraggio alla prova e che perci

      ridere di loro cos sguajatamente era lo stesso che ridersi di Dio. Se

      mai una supposizione di questo genere fosse passata per la loro testa,

      piuttosto che a Dio per la paura che s'erano presa  avrebbero  pensato

      al  diavolo  che  all'uno e all'altro aveva voluto farla mandando quei

      due orsi.

      Capirono che invece era stato proprio Dio e non  il  diavolo  allorch

      videro  i  due  orsi  voltarsi alla loro risata,  fieramente irritati.

      Certo in quel momento i due orsi attesero che Dio,  sdegnato da  tanta

      incomprensione,  comandasse  loro  di  tornare indietro e punire i due

      sconsigliati, mangiandoseli.

      Confesso che io, se fossi stato dio, un dio piccolo, avrei fatto cos.

      Ma Dio grande  aveva  gi  tutto  compreso  e  perdonato.  Quel  primo

      sorriso,  per quanto involontario,  dei due giovani chierici, ma certo

      nato dalla vergogna di aver tanta paura,  loro  che,  dovendo  fare  i

      missionarii in Cina, s'erano imposti di non averne, quel primo sorriso

      era bastato a Dio,  proprio perch nato cos, inconsapevolmente, nella

      paura; e aveva perci comandato ai due orsi di ritirarsi.  Quanto alla

      seconda risata cos sguajata era naturale che i due giovani credessero

      di rivolgerla al diavolo che aveva voluto far loro paura,  e non a Lui

      che aveva voluto mettere il loro coraggio alla prova. E questo, perch

      nessuno meglio di Dio pu sapere per  continua  esperienza  che  tante

      azioni, che agli uomini per il loro corto vedere pajono cattive, le fa

      proprio Lui, per i suoi alti fini segreti, e gli uomini invece credono

      scioccamente che sia il diavolo.













                               LA CASA DELL'AGONIA.


      Il  visitatore,  entrando,  aveva detto certamente il suo nome;  ma la

      vecchia negra sbilenca venuta ad aprir la porta come una  scimmia  col

      grembiule,  o  non  aveva inteso o l'aveva dimenticato;  sicch da tre

      quarti d'ora per tutta quella casa silenziosa lui era, senza pi nome,

      "un signore che aspetta di l".

      Di l, voleva dire nel salotto.

      In casa,  oltre quella negra che doveva essersi rintanata  in  cucina,

      non  c'era nessuno;  e il silenzio era tanto,  che un tic-tac lento di

      antica pendola, forse nella sala da pranzo,  s'udiva spiccato in tutte

      le altre stanze,  come il battito del cuore della casa; e pareva che i

      mobili di ciascuna stanza,  anche delle pi remote,  consunti  ma  ben

      curati,  tutti  un  po'  ridicoli perch d'una foggia ormai passata di

      moda,  stessero ad ascoltarlo,  rassicurati che nulla in  quella  casa

      sarebbe  mai avvenuto e che essi perci sarebbero rimasti sempre cos,

      inutili,  ad ammirarsi o a commiserarsi tra loro,  o  meglio  anche  a

      sonnecchiare.

      Hanno una loro anima anche i mobili,  specialmente i vecchi,  che vien

      loro dai ricordi della casa dove sono stati per  tanto  tempo.  Basta,

      per accorgersene, che un mobile nuovo sia introdotto tra essi.

      Un  mobile nuovo  ancora senz'anima,  ma gi,  per il solo fatto ch'

      stato scelto e comperato, con un desiderio ansioso d'averla.

      Ebbene,  osservare come subito i mobili vecchi lo  guardano  male:  lo

      considerano quale un intruso pretenzioso che ancora non sa nulla e non

      pu dir nulla;  e chi sa che illusioni intanto si fa.  Loro,  i mobili

      vecchi,  non se ne fanno pi nessuna e sono perci cos tristi:  sanno

      che  col  tempo i ricordi cominciano a svanire e che con essi anche la

      loro anima a poco a poco si affievolir; per cui restano l, scoloriti

      se di stoffa e,  se di legno,  incupiti,  senza dir pi nulla  nemmeno

      loro.

      Se  mai  per  disgrazia  qualche  ricordo  persiste e non  piacevole,

      corrono il rischio d'esser buttati via.

      Quella vecchia poltrona,  per esempio,  prova un vero  struggimento  a

      vedere  la polvere che le tarme fanno venir fuori in tanti  mucchietti

      sul piano del  tavolinetto  che  le  sta  davanti  e  a  cui    molto

      affezionata. Lei sa d'esser troppo pesante; conosce la debolezza delle

      sue  corte  cianche,  specialmente  delle due di dietro;  teme d'esser

      presa, non sia mai,  per la spalliera e trascinata fuor di posto;  con

      quel tavolinetto davanti si sente pi sicura, riparata; e non vorrebbe

      che  le tarme,  facendogli fare una cos cattiva figura con tutti quei

      buffi mucchietti di polvere sul piano,  lo facessero anche prendere  e

      buttare in soffitta.


      Tutte  queste  osservazioni  e considerazioni erano fatte dall'anonimo

      visitatore dimenticato nel salotto.

      Quasi assorbito dal silenzio della casa,  costui,  come vi  aveva  gi

      perduto  il  nome,  cos  pareva  vi avesse anche perduto la persona e

      fosse diventato anche lui uno  di  quei  mobili  in  cui  s'era  tanto

      immedesimato,  intento ad ascoltare il tic-tac lento della pendola che

      arrivava spiccato  fin  l  nel  salotto  attraverso  l'uscio  rimasto

      semichiuso.

      Esiguo  di corpo,  spariva nella grande poltrona cupa di velluto viola

      sulla quale  s'era  messo  a  sedere.  Spariva  anche  nell'abito  che

      indossava.  I braccini,  le gambine si doveva quasi cercarglieli nelle

      maniche e nei calzoni.  Era soltanto una testa calva,  con  due  occhi

      aguzzi e due baffetti da topo.

      Certo  il  padrone  di  casa  non aveva pi pensato all'invito che gli

      aveva fatto di venirlo a trovare;  e gi pi  volte  l'ometto  si  era

      domandato  se  aveva  ancora  il  diritto  di  star  l ad aspettarlo,

      trascorsa oltre ogni termine di comporto l'ora fissata nell'invito.

      Ma lui non aspettava pi adesso il padrone di  casa.  Se  anzi  questo

      fosse finalmente sopravvenuto, lui ne avrebbe provato dispiacere.

      L  confuso  con la poltrona su cui sedeva,  con una fissit spasimosa

      negli occhietti aguzzi e un'angoscia di punto in punto  crescente  che

      gli  toglieva il respiro,  lui aspettava un'altra cosa,  terribile: un

      grido dalla strada: un grido che gli annunziasse la morte di qualcuno;

      la morte d'un viandante qualunque che al momento giusto,  tra i  tanti

      che  andavano  gi  per la strada,  uomini,  donne,  giovani,  vecchi,

      ragazzi, di cui gli arrivava fin lass confuso il bruso,  si trovasse

      a passare sotto la finestra di quel salotto al quinto piano.

      E  tutto  questo,  perch  un  grosso  gatto bigio era entrato,  senza

      nemmeno accorgersi di lui, nel salotto per l'uscio semichiuso,  e d'un

      balzo era montato sul davanzale della finestra aperta.

      Tra tutti gli animali il gatto  quello che fa meno rumore. Non poteva

      mancare in una casa piena di tanto silenzio.

      Sul  rettangolo  d'azzurro  della finestra spiccava un vaso di geranii

      rossi. L'azzurro, dapprima vivo e ardente, s'era a poco a poco soffuso

      di viola,  come d'un fiato d'ombra appena che vi  avesse  soffiato  da

      lontano la sera che ancora tardava a venire.

      Le  rondini,   che  vi  volteggiavano  a  stormi,  come  impazzite  da

      quell'ultima  luce  del  giorno,   lanciavano  di  tratto  in   tratto

      acutissimi  gridi  e  s'assaettavano contro la finestra come volessero

      irrompere nel salotto, ma subito,  arrivate al davanzale,  sguizzavano

      via. Non tutte. Ora una, poi un'altra, ogni volta, si cacciavano sotto

      il davanzale, non si sapeva come, n perch.

      Incuriosito,  prima che quel gatto fosse entrato, lui s'era appressato

      alla finestra, aveva scostato un po' il vaso di geranii e s'era sporto

      a guardare per darsi una spiegazione:  aveva  scoperto  cos  che  una

      coppia  di  rondini  aveva fatto il nido proprio sotto il davanzale di

      quella finestra.

      Ora  la  cosa  terribile  era  questa:  che  nessuno  dei  tanti   che

      continuamente passavano per via,  assorti nelle loro cure e nelle loro

      faccende,  poteva andare a pensare a un nido appeso sotto il davanzale

      d'una  finestra al quinto piano d'una delle tante case della via,  e a

      un  vaso di geranii esposto su quel davanzale,  e a un gatto che  dava

      la  caccia alle due rondini di quel nido.  E tanto meno poteva pensare

      alla gente che passava per via sotto la finestra  il  gatto  che  ora,

      tutto  aggruppato  dietro quel vaso di cui s'era fatto riparo,  moveva

      appena la testa per seguire con gli occhi vani nel cielo  il  volo  di

      quegli  stormi  di  rondini  che  strillavano  ebbre  d'aria e di luce

      passando davanti la  finestra,  e  ogni  volta,  al  passaggio  d'ogni

      stormo,  agitava  appena  la  punta  della  coda  penzoloni,  pronto a

      ghermire con le zampe unghiute la prima delle due rondini che  avrebbe

      fatto per cacciarsi nel nido.

      Lo  sapeva  lui,  lui  solo,  che quel vaso di geranii,  a un urto del

      gatto, sarebbe precipitato gi dalla finestra sulla testa di qualcuno;

      gi il vaso s'era spostato due  volte  per  le  mosse  impazienti  del

      gatto;  era ormai quasi all'orlo del davanzale;  e lui non fiatava gi

      pi dall'angoscia e aveva tutto il cranio imperlato di grosse gocce di

      sudore.  Gli era talmente insopportabile lo spasimo  di  quell'attesa,

      che gli era perfino passato per la mente il pensiero diabolico d'andar

      cheto e chinato,  con un dito teso,  alla finestra, a dar lui l'ultima

      spinta a quel vaso,  senza pi stare ad aspettare che  lo  facesse  il

      gatto.  Tanto,  a  un  altro  minimo urto,  la cosa sarebbe certamente

      accaduta.

      Non ci poteva far nulla.

      Com'era stato ridotto da quel silenzio in quella casa, lui non era pi

      nessuno.  Lui era quel silenzio stesso,  misurato  dal  tic-tac  lento

      della  pendola.  Lui  era  quei mobili,  testimonii muti e impassibili

      quass della sciagura che sarebbe accaduta gi nella strada e che loro

      non avrebbero saputa.  La sapeva lui,  soltanto per combinazione.  Non

      avrebbe pi dovuto esser l gi da un pezzo.  Poteva far conto che nel

      salotto non ci fosse pi nessuno, e che fosse gi vuota la poltrona su

      cui era come legato dal fascino di quella  fatalit  che  pendeva  sul

      capo d'un ignoto, l sospesa sul davanzale di quella finestra.

      Era   inutile  che  a  lui  toccasse  quella  fatalit,   la  naturale

      combinazione di quel gatto,  di quel vaso di geranii e di quel nido di

      rondini.

      Quel  vaso era l proprio per stare esposto a quella finestra.  Se lui

      l'avesse levato per impedir la  disgrazia,  l'avrebbe  impedita  oggi;

      domani  la  vecchia  serva negra avrebbe rimesso il vaso al suo posto,

      sul davanzale: appunto perch il davanzale, per quel vaso,  era il suo

      posto.  E il gatto,  cacciato via oggi, sarebbe ritornato domani a dar

      la caccia alle due rondini.

      Era inevitabile.

      Ecco,  il vaso era stato spinto ancora pi l;  era gi quasi un  dito

      fuori dell'orlo del davanzale.

      Lui  non  pot  pi  reggere;  se ne fugg.  Precipitandosi gi per le

      scale, ebbe in un baleno l'idea che sarebbe arrivato giusto in tempo a

      ricevere sul capo il vaso  di  geranii  che  proprio  in  quell'attimo

      cadeva dalla finestra.













                                  IL BUON CUORE.


      Uh  poi,  vendere  i  figliuoli:  come le piglia lei le cose!  Non s'

      voluto far danno a nessuno; anzi, il bene di tutti; e se la cosa poi 

      andata a finir cos male,  creda che la  colpa    soltanto  del  buon

      cuore.

      Del  resto,  i figliuoli,  c' anche il modo di comperarli legalmente.

      Quando non si possono avere, s'adttano. Ma questo non era un modo per

      il marito e la moglie di cui vi  parlo.  L'adottare  un  figliuolo,  a

      loro,  non  sarebbe  servito a niente.  Il figliuolo lo dovevano fare,

      fare carnalmente,  per via d'una  grossa  eredit  lasciata  a  questa

      condizione da una zia bisbetica: che se l'erede non fosse venuto entro

      i  dieci  anni,  l'eredit  sarebbe andata ai trovatelli d'un istituto

      detto degli Oblati. C' di queste zie bisbetiche, agre zitellone,  che

      si  sentono  venir  male  al  pensiero  di  beneficare  i  parenti che

      conoscono;  e assaporano in segreto il dispetto che faranno,  mettendo

      nei loro testamenti le vendette distillate o le minacce e i batticuori

      di certe arzigogolate disposizioni.

      Il nipote s'era accortamente premunito,  scegliendosi una bella moglie

      prosperosa,  che gli desse  garanzia  di  molti  figliuoli.  Come,  la

      garanzia?  Eh,  come!  Ho  capito  che lei mi vorrebbe tirare a parlar

      sboccato. A occhio, s'intende; stimando quanto la sposa prometteva dal

      seno, dai fianchi, dai bei colori della salute e della giovent.

      Ma neanche a farlo apposta, quando si dice la disgrazia!

      Il  primo  anno,  ancora  risero;  il  secondo  meno;   poi  al  terzo

      cominciarono  a  impensierirsi;  e  pi  al  quarto,  con sorde bili e

      segreti rancori; finch non proruppero, al quinto, nella sguajataggine

      di certi raffacci: ti vorrei far vedere per chi manca;  ringrazia  Dio

      che  sono  una  donna  onesta e certe prove non me le sogno nemmeno di

      fartele.

      La donna, si sa,  sempre quella che parla di pi.  Cimentosa: tocca a

      te e non a me.

      Tocca? che tocca?

      Per quel che toccava a lui,  sfidava a trovare una donna che avesse il

      coraggio di lamentarsi.

      Lei non si lamentava.

      E allora? Che altro voleva da lui? Per quel che lui ci doveva mettere,

      in cinque anni,  non uno,  ma un reggimento di  figli  avrebbe  potuto

      fargli.

      Figurarsi  dunque la gioja,  che dico la gioja,  il tripudio quando la

      moglie,  ammansita,  una mattina,  gli fece intendere che le pareva di

      aver motivo di credersi incinta.  Chi sa perch,  questa confidenza le

      donne la fanno sempre tenendo gli occhi bassi.  Lui  parve  impazzito;

      corse a gridarlo in casa di tutti i parenti e amici e conoscenti;  per

      miracolo non lo grid per le strade e non mise le bandiere a tutte  le

      finestre: il figlio! il figlio!

      Se non che,  tutt'a un tratto, quando la gravidanza gi pareva perfino

      esagerata, non giunta ancora neanche al quinto mese,  avvenne una cosa

      che potrei lasciare intendere, ma dire precisamente, no. Una di quelle

      disgrazie,  o,  a dir dei medici, fenomeni che, rari, ma pare sogliano

      avvenire.  Avete insomma veduto  quei  bei  palloni  colorati  che  si

      comprano  per  i bambini nelle fiere,  che a soffiar nel cannellino si

      gonfiano e poi, a levare il dito, si sgonfiano sonando? Cos, ma senza

      suono. Insomma, il figlio, fatto d'aria, sfum.

      Immaginatevi quel poveretto dopo tanta allegrezza,  la  mortificazione

      di  doverlo  annunziare,  la  prima  volta.  La  seconda  almeno se la

      risparmi,  perch ebbe la prudenza di non far sapere a nessuno che la

      moglie  credeva d'essere di nuovo incinta.  La terza...  Ecco,  fu per

      pura combinazione,  per uno di quei casi non  cercati  che  vengono  a

      proposito  e  si  dicono  mandati  da  Dio,  bench  a  una che faccia

      professione di portare al mondo dei figliuoli accadano di frequente.

      - Io? Osi venir da me, ragazza mia, per queste cose? E non sai che c'

      la galera?  Nascondi quanto vuoi,  poi si viene a  sapere,  e  chi  ci

      andrebbe di mezzo, sarei io. No, no. E poi, peccato mortale. Non te lo

      credevi, eh, lo so; dite tutte cos; ma  pure da aspettarselo, quando

      si fanno certe cose. E ora vieni da me, perch io abbia piet?

      Era  per,  veramente,  una  di  cui non si sarebbe detto che l'avesse

      fatto per vizio,  e  nemmeno  sapendo  il  male  che  si  faceva;  una

      ragazzona di diciassett'anni,  pastosa e vermiglia come una pesca, con

      certi occhi abbambolati, che ci s'era trovata senza sapere come, presa

      alla sprovvista mentre, s, un po' per ridere, faceva all'amore,  alla

      guerriera, e non capiva bene dove alla fine, nel calore dello scherzo,

      abbandonandosi, si pu arrivare.

      Ora,  ecco,  senza far male a nessuno,  anzi, com'ho detto, facendo il

      bene di tutti,  si combin cos: che lei,  la ragazza,  non doveva far

      saper  niente  a nessuno,  nemmeno alla sua mamma;  si sarebbe messa a

      servizio di una certa signora,  la quale al  contrario  avrebbe  fatto

      sapere  a  tutti  che  aspettava per la terza volta un bambino,  e che

      questa volta sperava di portarlo a compimento,  andando per  consiglio

      del  medico  a  maturarlo  in campagna,  all'aria sana;  l nessuno le

      avrebbe vedute, ma con discrezione e senz'esagerare;  anzi la signora,

      che  pareva veramente incinta,  si sarebbe,  occorrendo,  mostrata: in

      modo che la cosa venisse naturale. S,  sono incinta,  ma che c'entra?

      se c' bisogno, eccomi qua; e anche lei, la servetta, fino a tanto che

      la  grossezza  non  avesse dato nell'occhio,  per quanto in campagna a

      queste cose non ci si bada; alla fine,  al momento del parto,  i gridi

      dell'una sarebbero parsi quelli dell'altra,  e il bambino da un letto,

      appena nato,  sarebbe passato all'altro,  senza  che  lei  nemmeno  lo

      vedesse.  Tanto,  non  lo  voleva.  L'avrebbe  avuto  l'altra  che  lo

      desiderava invece cos ardentemente;  e sarebbe stato ricco e  felice,

      mentre  con  lei,  se  pure  fosse  arrivato  a  nascere,  chiss  che

      disgraziato sarebbe stato, senza padre, senza nome, senza stato, in un

      ospizio di trovatelli.  E poter dare per giunta,  una volta  tanto,  a

      questa  professione  di  portare al mondo i figliuoli in certe tane di

      miseria,  dove  patiranno  tutti  gli  stenti  e  anche  la  fame,  la

      soddisfazione  di  far  cangiare  almeno  a  uno  lo  stato: invece di

      portarlo in un covo di spine, portarlo in un letto di rose.

      Ma era andata anche meglio di cos,  perch il signore,  non  contento

      d'aver  salvato  dal disonore e fors'anche dal delitto la ragazza,  le

      volle assegnare anche una dote di venticinque mila  lire,  che  poi  i

      maligni,  quando si riseppe ogni cosa,  dissero il prezzo del bambino,

      brutto spilorcio,  usurajo profittatore;  venticinque mila lire per un

      bambino  che  avrebbe  invece  salvato  a lui una cos grossa eredit;

      senza voler pensare che per  quella  ragazza,  che  non  voleva  esser

      madre,  quel  bambino  non aveva altro prezzo che quello del peccato e

      del disonore;  e che quella dote  era  pur  bastata  a  richiamare  il

      giovine che aveva rovinata la ragazza e a fargliela sposare.  Giovani,

      e con  la  prova  gi  fatta,  se  avessero  voluti  altri  figliuoli,

      avrebbero  potuto  farne a piacer loro,  senza tener pi conto di quel

      primo,  che davvero non era poi da compiangere,  ricco e beato in  una

      casa di signori.

      Tutto,  cos,  era  andato liscio in porto: il matrimonio dei giovani,

      col pagamento della dote gi  fissato  in  un  assegno  da  riscuotere

      subito  dopo  il parto;  la gravidanza della signora che sembr vera a

      tutti,  e quella della ragazza di cui non riusc ad  accorgersi  n  a

      sospettar  nessuno;  ma  che paura nera,  specie negli ultimi mesi,  a

      sentirsi, sotto certi occhi che le guardavano,  come inghiottite dalla

      finzione  che  facevano,  l'una  d'essere  incinta,  e  l'altra di non

      esserlo;  lui,  il signore,  si faceva rivedere in citt di  tanto  in

      tanto;  riportava  ai  parenti e agli amici i progressi del nascituro,

      attecchito per davvero questa volta;  ma  s!  figurarsi  che  gi  si

      moveva;  gliel'aveva  fatto  tastar con la mano la moglie (ed era lei,

      invece,  la moglie,  che l'aveva tastato con la mano sul ventre  della

      ragazza,  esclamando  con  un tremor di gioja e di ribrezzo insieme: -

      Uh,  s,  davvero,  gi tira i calcetti!  tira i calcetti!),  e poi la

      felice  nascita  del bambino,  denunciata e iscritta sotto il nome dei

      finti genitori: e assicurata cos in tempo la grossa eredit.

      Fu il buon cuore.  La  colpa  fu  proprio  soltanto  del  buon  cuore,

      all'ultimo momento,  allorch la signora,  con tutto quel suo bel seno

      di cera,  da tenere esposto tra i merletti in vetrina,  si trov senza

      una  goccia  di  latte  da  dare al bambino affamato,  mentre di l la

      ragazza spasimava col petto gonfio,  da cui il latte sprizzava come da

      due  fontanelle.  Si perdettero proprio per questo: per quel latte che

      sprizzava e per quella boccuccia di bimbo che voleva succhiare.

      Tant' vero che avviene sempre cos,  che pi d'ogni ingegno  vale  la

      forza della natura.  Dovevano aver pronta una blia in citt, e subito

      partire col bambino,  senza nemmeno  lasciarlo  vedere  alla  ragazza;

      invece la signora si impietos,  pens che nessun'altra,  meglio della

      madre vera, avrebbe potuto allattare il bambino, e corse lei stessa ad

      attacarglielo al petto.  Tutto il male venne di qui.  Combinarono che,

      ritornati  in  citt,  la ragazza avrebbe figurato da blia;  tanto il

      marito gi l'aveva con s. Ma appunto, gi col marito accanto,  ch'era

      il padre vero del bambino, la madre, che per nove mesi l'aveva portato

      in  s e poi con tanto dolore partorito,  ora che se lo serrava tra le

      braccia,  attaccato al petto suo,  carne sua,  sangue suo,  poteva pi

      darlo a un'altra?

      S,  c'erano  i  patti,  c'erano tutte le ragioni in contrario,  tutti

      falsi che ora si sarebbero scoperti, l'eredit perduta, e la prigione,

      la prigione per tutti. Ebbene, la prigione, ma il figlio no; il figlio

      quella madre non lo poteva  pi  dare  a  nessuno  ora  che  se  l'era

      attaccato al seno: era suo e non lo poteva pi dare a nessuno.

      Cos furono tutti imprigionati,  il signore, la signora, la levatrice,

      il giovine,  la ragazza e per forza anche il bambino con  lei:  tutti,

      sotto una diversa imputazione;  e sotto pi imputazioni, una pi grave

      dell'altra, ciascuno; e alla fine, imprigionati per nulla,  perch per

      le  furie  con  cui  la ragazza aveva difeso il bambino contro tutti e

      contro il suo stesso marito,  il latte le si guast e  in  carcere  il

      bambino  mor,  e  tutti  rimasero come statue di sale in attesa della

      condanna, a mani vuote.


















                                   LA TARTARUGA.


      Parr strano,  ma anche in America c' chi  crede  che  le  tartarughe

      portino  fortuna.  Da  che sia nata una tale credenza,  non si sa.  E'

      certo per che loro,  le tartarughe,  non mostrano d'averne il  minimo

      sospetto.

      Mister  Myshkow ha un amico che ne  convintissimo.  Giuoca in borsa e

      ogni mattina, prima d'andare a giocare, mette la sua tartaruga davanti

      a uno scalino: se la tartaruga accenna di voler salire,  sicuro che i

      titoli che lui vuol giocare, saliranno; se ritira la testa e le zampe,

      resteranno  fermi;  se  si  volta  e  fa  per  andarsene,  lui  giuoca

      senz'altro al ribasso. E non ha mai sbagliato.

      Detto  questo,  entra  in  un  negozio dove si vendono tartarughe;  ne

      compra una e la mette in mano a Mister Myshkow:

      - Approfitttene.

      Mister Myshkow  molto sensibile: portandosi in casa la tartaruga (ih!

      ah!) freme in tutta l'elastica personcina  pienotta  e  sanguigna  per

      brividi, che son forse di piacere, ma anche di ribrezzo un po'. Non si

      cura  se gli altri per via si voltino a guardarlo con quella tartaruga

      in mano; lui freme al pensiero che quella che pare una pietra inerte e

      fredda,  non  una pietra no,    abitata  dentro  da  una  misteriosa

      bestiola  che  da  un  momento all'altro pu cacciar fuori,  sulla sua

      mano,  quattro zampini biechi rasposi e una testina di vecchia  monaca

      rugosa. Speriamo che non lo faccia. Forse Mister Myshkow la getterebbe

      a terra, raccapricciando da capo a piedi.


      In casa,  non si pu dire che i suoi due figli, Helen e John, facciano

      una gran festa alla tartaruga, appena lui la posa come un ciottolo sul

      tappeto del salotto.

      Non  credibile quanto vecchi appajano gli  occhi  dei  due  figli  di

      Mister Myshkow a confronto con quelli bambinissimi del padre.

      I  due  ragazzi,  su  quella  tartaruga  posata  come  un ciottolo sul

      tappeto, fanno cadere il peso insopportabile dei loro quattro occhi di

      piombo.  Poi guardano il padre con una cos ferma convinzione che  non

      potr  dar  loro una spiegazione plausibile della cosa inaudita che ha

      osato fare,  posare una tartaruga sul  tappeto  del  salotto,  che  il

      povero Mister Myshkow si sente subito appassire; apre le mani; apre le

      labbra  a un sorriso vano e dice che,  dopo tutto,  quella non  altro

      che un'innocua tartaruga con cui, volendo, si pu anche giocare.

      Da quel brav'uomo ch' sempre stato,  un po' ragazzone,  vuol darne la

      prova: si butta carponi sul tappeto e cautamente,  con garbo, si prova

      a spinger di dietro la tartaruga per persuaderla cos a cacciar  fuori

      gli  zampini  e  la  testa  e  farla  muovere.  Ma  s,  Dio mio,  non

      foss'altro,  per rendersi conto della bella gaja casa  tutta  vetri  e

      specchi,  dove  lui  l'ha  portata.  Non s'aspetta che suo figlio John

      trovi d'improvviso e senza tante cerimonie un pi  spiccio  espediente

      per  fare uscir la tartaruga da quello stato di pietra in cui s'ostina

      a restare.  Con la punta del piede John la rovescia sulla  scaglia,  e

      subito  allora  si  vede  la  bestiolina  armeggiar  con gli zampini e

      spinger col capo  penosamente  per  tentar  di  rimettersi  nella  sua

      posizione naturale.

      Helen,  a quella vista,  senza punto alterare i suoi occhi da vecchia,

      sghignazza come una carrucola  di  pozzo  arrugginita  per  la  caduta

      precipitosa d'un secchio impazzito.

      Non  c',  come  si  vede,  da  parte dei ragazzi alcun rispetto della

      fortuna che le tartarughe sogliono portare.  C' al contrario  la  pi

      lampante  dimostrazione  che tutti e due la sopporteranno solo a patto

      ch'essa si presti a esser considerata da loro  come  uno  stupidissimo

      giocattolo da trattare cos,  con la punta del piede.  Il che a Mister

      Myshkow dispiace moltissimo.  Guarda la tartaruga,  rimessa  subito  a

      posto da lui e ritornata al suo stato di pietra;  guarda gli occhi dei

      suoi ragazzi, e avverte di colpo una misteriosa relazione che lo turba

      profondamente tra la vecchiaja di quegli occhi e la  secolare  inerzia

      di  pietra  di quella bestia sul tappeto.  E' preso di sgomento per la

      sua inguaribile giovanilit, in un mondo che accusa con relazioni cos

      lontane e inopinate la propria  decrepitezza:  lo  sgomenta  che  lui,

      senza  saperlo,  sia  forse  rimasto  ad  aspettare  qualcosa  che non

      arriver mai pi,  dato  che  ormai  sulla  terra  i  bambini  nascono

      centenarii come le tartarughe.

      Torna  ad aprir le labbra al suo vano sorriso,  pi smorto che mai,  e

      non ha il coraggio di confessare per qual ragione il suo amico gli  ha

      regalato quella tartaruga.

      Ha  una  rara ignoranza di vita Mister Myshkow.  La vita per lui non 

      mai nulla di preciso,  n ha  alcun  peso  di  cose  sapute.  Gli  pu

      accadere  benissimo  qualche  mattina,  vedendosi  nudo  con una gamba

      alzata per entrare  nella  vasca  da  bagno,  di  restare  stranamente

      impressionato del suo stesso corpo,  come se,  in quarantadue anni che

      lo ha,  non l'abbia mai veduto e se lo  scopra  adesso  per  la  prima

      volta.  Un  corpo,  Dio mio,  non presentabile,  cos nudo,  senza una

      grande vergogna, neppure ai suoi propri occhi. Preferisce ignorarselo.

      Ma fa un gran caso tuttavia del fatto che non ha mai pensato  che  con

      questo  corpo,  cos  com' in tante parti che nessuno di solito vede,

      nascoste sotto gli abiti e la calzatura,  per quarantadue anni lui s'

      aggirato  nella vita.  Non gli par credibile che tutta la sua vita lui

      l'abbia vissuta in quel suo corpo. No, no.  Chi sa dove,  chi sa dove,

      senz'accorgersene.  Forse ha sempre sorvolato, di cosa in cosa, tra le

      tante che gli sono occorse fin dall'infanzia, quando certamente il suo

      corpo non era questo,  e chi sa come era.  E' davvero una pena  e  uno

      sgomento non riuscire a spiegarsi perch il proprio corpo debba essere

      necessariamente  quello  che  ,  e  non un altro diverso.  Meglio non

      pensarci.  E nel bagno,  torna  a  sorridere  del  suo  vano  sorriso,

      ignorando di trovarsi gi da un pezzo nella vasca. Ah, quelle luminose

      tendine  di mussola insaldate ai vetri della grande finestra,  e di su

      quelle bacchette  d'ottone  quel  lieve  grazioso  dondolo  nell'aria

      primaverile  delle  cime  degli alti alberi del parco.  Ora lui si sta

      asciugando quel corpo veramente brutto;  ma deve,  pur  non  di  meno,

      convenire  che  la  vita  bella,  e tutta da godere anche in quel suo

      corpaccio che intanto, chi sa come,  potuto entrare nella pi segreta

      intimit con una donna talmente impenetrabile qual  Mistress Myshkow,

      sua moglie.

      Da nove anni ch' ammogliato, lui  come avvolto e sospeso nel mistero

      di quella sua unione inverosimile con Mistress Myshkow.

      Non ha mai osato farsi avanti, senza restare incerto, dopo ogni passo,

      se potesse darne un altro;  e cos alla fine ha provato sempre come un

      formicolo   d'apprensione  in  tutto  il  corpo  e  di  sbigottimento

      nell'anima nel trovarsi arrivato gi parecchio lontano per tutti  quei

      passi  sospesi che gli han lasciato fare.  Doveva s o no inferire che

      dunque doveva farli?

      Cos, un bel giorno, quasi senz'esserne certo, s'era trovato marito di

      Mistress Myshkow.

      Lei  ancora,  dopo nove anni,  cos distaccata e  isolata  da  tutto,

      dalla  propria  bellezza  di  statuetta  di porcellana e cos chiusa e

      smaltata in un modo d'essere cos impenetrabilmente suo,  che  proprio

      pare  impossibile che abbia trovato il modo d'unirsi in matrimonio con

      un uomo cos  di  carne  e  sanguigno  come  lui.  Si  capisce  invece

      benissimo  come  dalla loro unione siano potuti nascere quei due figli

      imbozzacchiti.  Forse,  se Mister Myshkow avesse  potuto  portarli  in

      grembo lui,  invece della moglie,  non sarebbero nati cos; ma dovette

      portarli in grembo lei,  per nove mesi ciascuno,  e allora,  concepiti

      probabilmente  interi  fin  dal principio e costretti a rimaner chiusi

      per tanto tempo in  un  ventre  di  majolica,  come  confetti  in  una

      scatola, ecco, s'erano cos tremendamente invecchiati prima ancora che

      nascessero.

      Per  tutti  i  nove  anni  di matrimonio lui naturalmente  vissuto in

      apprensione continua che Mistress  Myshkow  trovasse  in  qualche  sua

      parola  impensata  o  gesto  inopinato  il  pretesto  di  domandare il

      divorzio.  Il primo giorno di matrimonio era  stato  per  lui  il  pi

      terribile  perch,  come si pu facilmente immaginare,  c'era arrivato

      non ben sicuro che Mistress Myshkow sapesse che cosa lui dovesse  fare

      per  potersi  dire  effettivamente  suo  marito.  Ma poi non gli aveva

      lasciato intendere in alcun modo che si  ricordasse  della  confidenza

      che lui s'era presa. Proprio come se nulla ci avesse mai messo di suo,

      perch  lui  se la potesse prendere,  e lei poi ricordare.  Eppure una

      prima figliuola, Helen, era nata; e poi era nato un secondo figliuolo,

      John. Mai niente. Senza dar segno di nulla, se n'era andata tutt'e due

      le volte alla clinica e, dopo un mese e mezzo,  era rientrata in casa,

      la prima volta con una bambina e la seconda con un bambino,  l'uno pi

      vecchio dell'altra.  Cosa da far cader le braccia.  Divieto  assoluto,

      tutt'e  due  le volte,  d'andarle a far visita alla clinica.  Cosicch

      lui,  non essendosi potuto accorgere n la prima n la  seconda  volta

      che  lei  fosse  incinta  e  non sapendo poi nulla n delle doglie del

      parto n della nascita,  s'era trovati in casa quei due figli come due

      cagnolini  comperati  in  viaggio,  senza  nessuna  vera  certezza che

      fossero nati da lei e che fossero suoi.

      Ma non ne ha il minimo dubbio Mister Myshkow,  tanto che crede d'avere

      ormai  in  quei  due  figli una prova antichissima e per ben due volte

      collaudata che Mistress Myshkow trova  nella  convivenza  con  lui  un

      compenso adeguato ai dolori che il mettere al mondo due figliuoli deve

      costare.

      Non  riesce  perci  a  rinvenire  dallo  stupore allorch sua moglie,

      rientrando in casa quel giorno da  una  visita  alla  madre  scesa  in

      albergo e prossima a ripartire per l'Inghilterra,  e trovandolo ancora

      in ginocchio sul tappeto del salotto davanti a quella  tartaruga,  tra

      la  derisione  sguajatamente  fredda  di quei due figli,  non gli dice

      nulla,  o meglio gli  dice  tutto  voltando  senz'altro  le  spalle  e

      ritornando immediatamente da sua madre all'albergo,  da cui dopo circa

      un'ora gli manda un biglietto,  nel quale  perentoriamente    scritto

      che, o via da casa quella tartaruga, o via lei: se ne partir, fra tre

      giorni con la madre per l'Inghilterra.

      Appena  pu rimettersi a pensare,  Mister Myshkow comprende subito che

      quella tartaruga non pu esser altro che un pretesto. Cos poco serio,

      via. Cos facile a levar di mezzo! Eppure,  proprio per questo,  forse

      pi  inovviabile  che  se  la moglie gli abbia posto per condizione di

      cangiar di corpo,  e almeno  di  levarsi  dalla  faccia  il  naso  per

      sostituirlo con un altro di suo maggiore gradimento.

      Ma non vuole che manchi per lui. Risponde alla moglie che ritorni pure

      a casa: lui andr a metter fuori in qualche posto la tartaruga. Non ci

      tiene affatto ad averla in casa. L'ha presa perch gli hanno detto che

      porta fortuna;  ma, agiato com', e con una moglie come lei, e con due

      figli come i loro, che bisogno ne ha lui? che altra fortuna avrebbe da

      desiderare?

      Va fuori, di nuovo con la tartaruga in mano,  per lasciarla in qualche

      posto  che  alla  povera bestiola scontrosa possa convenire pi che la

      sua casa.  S' fatto sera e lui se ne avvede  soltanto  ora  e  se  ne

      meraviglia. Pur abituato com' alla vista fantasmagorica di quella sua

      enorme  citt,  ha  sempre occhi nuovi per lasciarsene stupire e anche

      immalinconire  un  po',   se  pensa  che  a  tutte  quelle  prodigiose

      costruzioni  negato di imporsi come durevoli monumenti e stan l come

      colossali   e   provvisorie   apparenze   di  un'immensa  fiera,   con

      quegl'immobili sprazzi di  variopinte  luminarie  che  danno  a  lungo

      andare una tristezza infinita, e tant'altre cose ugualmente precarie e

      mutevoli.

      Camminando,  si  dimentica d'avere in mano la tartaruga,  ma poi se ne

      sovviene e riflette che avrebbe fatto meglio  a  lasciarla  nel  parco

      vicino  alla sua casa;  invece s' diretto verso il negozio dov'essa 

      stata comperata, alla 49ma Strada.

      Seguita ad andare, pur essendo certo che a quell'ora trover chiuso il

      negozio.  Ma si direbbe che tanto  la  sua  tristezza  quanto  la  sua

      stanchezza  hanno proprio bisogno di andare a sbatter la faccia contro

      una porta chiusa.

      Arrivato,   sta  un  po'  a  guardare  la  porta  del  negozio  chiusa

      effettivamente,  e  poi  si  guarda  in mano la tartaruga.  Che farne?

      Lasciarla l davanti? Sente passare un tass e lo prende.  Ne scender

      a un certo punto, lasciandovi dentro la tartaruga.

      Peccato che la bestiola, cos ancora rintanata nel suo guscio, non dia

      a  vedere  d'avere  molta  fantasia.  Sarebbe piacevole immaginare una

      tartaruga in viaggio di notte per le strade di New York.

      No no.  Mister Myshkow se ne pente,  come d'una crudelt.  Scende  dal

      tass.  E' ormai vicina la Park Avenue, con l'interminabile fila delle

      ajuole nel mezzo,  dalle ringhierine a canestro.  Pensa di lasciare la

      tartaruga in una di quelle ajuole;  ma appena ve la posa, ecco che gli

      salta  addosso  un  poliziotto  che    di  guardia  al  traffico  nel

      crocicchio  della  50ma Strada,  sotto una delle gigantesche torri del

      Wardolf Astoria.  Quel poliziotto vuol sapere che cosa  ha  posato  in

      quell'ajuola.  Una bomba?  Non proprio una bomba, no. E Mister Myshkow

      gli  sorride  per  dargli  a  vedere  che  non  ne   sarebbe   capace.

      Semplicemente  una  tartaruga.  Quello  allora  gl'impone di ritirarla

      subito. Proibito introdurre bestie nelle ajuole.  Ma quella?  Quella 

      piuttosto  una  pietra  che  una bestia,  vuol fargli osservare Mister

      Myshkow; non crede che possa disturbare;  e poi lui,  per gravi motivi

      di  famiglia,  ha  bisogno assolutamente di disfarsene.  Il poliziotto

      crede che voglia prenderlo in giro  e  si  fa  brutto.  Subito  allora

      Mister Myshkow ritira dall'ajuola la tartaruga che non s' mossa.

      -  M'hanno  detto  che  porta fortuna,  - soggiunge sorridente.  - Non

      vorreste prenderla voi? Ve la offro.

      Quello si scrolla furiosamente e con impero gli accenna di  levarglisi

      dai piedi.

      Ed  ecco ora di nuovo Mister Myshkow con quella tartaruga in mano,  in

      grande imbarazzo. Oh Dio, potrebbe lasciarla dovunque,  anche in mezzo

      alla  strada,  appena  fuor  della  vista  di quel poliziotto che l'ha

      guardato cos male,  evidentemente perch  non  ha  creduto  ai  gravi

      motivi di famiglia.  Tutt'a un tratto,  si ferma al baleno di un'idea.

      S,   senza dubbio un pretesto,  per la moglie,  quella tartaruga,  e

      levato  di  mezzo  questo,   lei  ne  trover  subito  un  altro;   ma

      difficilmente potr trovarne uno pi ridicolo di questo e che  pi  di

      questo possa darle torto davanti al giudice e a tutti quanti.  Sarebbe

      sciocco, dunque, non valersene.  L per l decide di rientrare in casa

      con la tartaruga.

      Trova  la  moglie  nel  salotto.  Senza dirle nulla si china e le posa

      davanti sul tappeto la tartaruga, l, come un ciottolo.

      La moglie balza in piedi,  corre in  camera,  gli  si  ripresenta  col

      cappellino in capo.

      - Dir al giudice che alla compagnia di vostra moglie preferite quella

      della vostra tartaruga.

      E se ne va.

      Come  se  la bestiola dal tappeto l'abbia intesa,  sfodera di scatto i

      quattro zampini, la coda e la testa e dondolando,  quasi ballando,  si

      muove per il salotto.

      Mister  Myshkow non pu fare a meno di rallegrarsene,  ma timidamente;

      batte  le  mani  piano  piano,  e  gli  pare,  guardandola,  di  dover

      riconoscere, ma senza esserne proprio convinto:

      - La fortuna! La fortuna!

                             FORTUNA D'ESSER CAVALLO.


      La  stalla    l,  dietro la porta chiusa,  subito dopo l'entrata nel

      cortile rustico in pendo,  dall'acciottolato logoro e la cisterna  in

      mezzo.

      La porta  imporrita;  verde un tempo, ora ha quasi perduto il colore;

      come la casa,  quello gialligno dell'intonaco,  per cui appare la  pi

      vecchia e misera del sobborgo.

      Questa  mattina  all'alba  la porta  stata chiusa da fuori col grosso

      catenaccio arrugginito;  e il cavallo che era  nella  stalla    stato

      messo fuori e lasciato l davanti,  chi sa perch, senza n briglia n

      sella n bisaccia; senza nemmeno la capezza.

      Vi sta paziente, quasi immobile, da parecchie ore. Sente attraverso la

      porta chiusa  l'odore  della  sua  stalla  l  prossima,  l'odore  del

      cortile;  e  pare  che  di  tanto  in tanto,  aspirandolo con le froge

      dilatate, sospiri.

      Risponde curiosamente a ogni sospiro  un  fremito  nervoso  del  cuojo

      sulla schiena, dov' il segno d'un vecchio guidalesco.

      Cos  libero  d'ogni  guarnimento,  la testa e tutto il corpo,  si pu

      vedere come gli anni l'han ridotto: la testa,  quando  la  rialza,  ha

      ancora  un  che  di nobile ma triste;  il corpo  una piet: il dosso,

      tutto nodi: sporgenti le  costole;  i  fianchi,  aguzzi;  spessa  per

      ancora la criniera e lunga la coda, appena un po' spelata.

      Un cavallo che non pu servire pi a nulla, per dir la verit.

      Che cosa aspetta l davanti alla porta?

      Chi, passando, lo vede, e sa che il padrone  gi partito dopo essersi

      portata  via  tutta  la roba di casa per andare ad abitare in un altro

      paese, pensa che qualcuno forse verr per incarico di lui a ritirarlo;

      bench, lasciato cos sguarnito di tutto,  abbia piuttosto l'aria d'un

      cavallo abbandonato.

      Altri passanti si fermano a guardarlo, e c' chi dice di sapere che il

      padrone,  prima di partire,  ha cercato in tutti i modi di disfarsene,

      tentando in principio di venderlo anche a poco prezzo,  poi offrendolo

      a  tanti  in  dono;  anche  a  lui;  ma  nessuno l'ha voluto,  nemmeno

      regalato; neppur lui.

      Non mangiasse, un cavallo, ma mangia. E per il servizio che quello pu

      ancora rendere cos vecchio e malandato,  siamo  giusti,  vi  par  che

      valga  la  spesa  del  fieno  o  anche di un po' di paglia da dargli a

      mangiare?

      Avere  un  cavallo  e  non  saper  che  farsene,   dev'esser  pure  un

      bell'impiccio.

      Tanti,  per levarselo,  ricorrono al mezzo sbrigativo d'ucciderlo. Una

      palla di fucile costa poco. Ma non tutti hanno il cuore di farlo.

      Resta per da vedere se non  pi crudele abbandonarlo cos. Certo,  a

      vederlo ora davanti la porta chiusa d'una casa vuota e deserta, povera

      bestia,  fa  una gran pena.  Quasi quasi verrebbe voglia di andargli a

      dire in un orecchio che non stia pi l ad aspettare inutilmente.

      Gli avesse almeno lasciato una corda al  collo  per  portarlo  via  in

      qualche  modo;  ma niente.  Si vede che i guarnimenti,  quelli s,  ha

      trovato da venderli: servono.  Forse per se  li  sarebbe  venduti  lo

      stesso,  chiunque se lo fosse preso, per poi lasciarlo nudo ugualmente

      in mezzo a un'altra strada.

      Intanto,  oh!  guardate le mosche.  Eh,  quelle non si dir mai che in

      tanta  disdetta  lo vogliano abbandonare.  E il povero cavallo,  se fa

      qualche movimento,   soltanto con la coda,  per cacciarsele quando si

      sente  pinzato  pi forte: cosa che gli avviene di frequente,  ora che

      non ha pi tanto sangue da dar loro a succhiare facilmente.


      Ma gi s' stancato di star ritto su le zampe e si piega con pena  sui

      ginocchi per riposarsi a terra, sempre con la testa verso la porta.

      Non pu proprio pensare d'esser libero.

      Ma gi,  un cavallo,  anche quando l'abbia davvero,  la libert, gli 

      forse dato di farsene un'idea? L'ha, e ne gode senza pensarci.  Quando

      gliela levano, dapprima per istinto si ribella; poi, addomesticato, si

      rassegna e adatta.

      Forse quello,  nato in qualche stalla,  libero non  stato mai. S, da

      giovane in campagna probabilmente, lasciato a pascolare sui prati.  Ma

      libert  per  modo  di dire: prati chiusi da staccionate.  Se pure c'

      stato, che ricordo pu pi averne?

      Sta l a terra finch la fame non lo spinge a rimettersi con  maggiore

      stento in piedi; e poich da quella porta, dopo una cos lunga attesa,

      non spera pi ajuto, volta la testa a guardar di lato, lungo la strada

      del sobborgo.  Nitrisce.  Raspa con uno zoccolo.  Pi di questo non sa

      fare. Ma dev'esser convinto che  inutile,  perch poco dopo sbruffa e

      scuote il capo; poi, incerto, muove qualche passo.

      C' ormai pi d'un curioso che sta a osservarlo.

      Pure  in  campagna,  dove sia coltivata,  non s'ammette che un cavallo

      vada libero;  figurarsi poi in mezzo a un abitato dove ci son donne  e

      bambini.

      Un  cavallo  non  come un cane che pu restar senza padrone e,  se va

      per via,  nessun ci fa caso.  Un cavallo  un cavallo: e se non lo sa,

      lo  sanno  gli altri che lo vedono,  il corpo che ha,  molto molto pi

      grande di quello d'un cane, ingombrante; un corpo che non riesce mai a

      ispirare un'intera confidenza e da  cui  tutti  ci  si  guarda  perch

      tutt'a un tratto,  non si sa mai, uno sfaglio imprevedibile; e poi con

      quegli occhi,  con  quel  bianco  che  a  volte  si  scopre  feroce  e

      insanguato;  occhi  cos  tutti  specchianti,  con un brio di guizzi e

      certi baleni, che nessuno comprende,  d'una vita sempre in ansia,  che

      pu adombrarsi di nulla.

      Non   per ingiustizia.  Ma non sono gli occhi d'un cane,  umani,  che

      chiedono scusa o piet,  che sanno anche fingere,  con certi sguardi a

      cui la nostra ipocrisia non ha pi nulla da insegnare.

      Gli occhi d'un cavallo, ci vedi tutto, ma non ci puoi legger nulla.


      E'  vero  che questo,  cos mal ridotto com',  non pare a nessuno che

      possa esser pericoloso. Ma, comunque, perch impicciarsene?

      Vada pure; se qualcuno sar molestato,  ci penser lui a scostarlo,  a

      cacciarlo; o ci penseranno le guardie.

      Ragazzi,  non tirate sassi.  Vedete che non ha pi nulla addosso? Cos

      libero e sciolto, se piglia la fuga, chi lo para?

      Stiamo piuttosto a vedere tranquillamente dove va.

      Ecco, prima da uno l che fabbrica pasta al tornio e la tiene stesa ad

      asciugare all'aperto su certi  telaj  di  rete  posati  su  cavalletti

      traballanti.

      Oh Dio, se s'accosta, li fa cadere.

      Ma il pastajo accorre in tempo a pararlo e lo spinge via.  Sacr...  di

      chi  questo cavallo?

      I monelli non reggono pi, gli corrono dietro, gridando, ridendo.

      - Un cavallo scappato?

      - No: abbandonato.

      - Come, abbandonato?

      - Ma cos. Lasciato dal padrone. Libero.

      - Ah s?  Allora un cavallo che se ne va a spasso per conto suo per le

      vie del paese?

      Eh via,  d'un uomo si vorrebbe sapere se non  pazzo.  Ma d'un cavallo

      che volete sapere?  Un cavallo sa soltanto che ha fame.  Ora,  pi l,

      allunga  il muso verso un bel cesto d'insalata esposto fra tanti altri

      davanti alla bottega d'un erbivendolo.

      E' respinto malamente anche da l.

      Alle botte  avvezzo,  e se le prenderebbe in pace,  se poi con questo

      lo  lasciassero  mangiare.  Ma  proprio  non  vogliono che mangi.  Pi

      resiste per dimostrare che non  gl'importa  delle  botte,  e  pi  gli

      storcono  il  collo  per tenergli il muso lontano da quel bel cesto di

      insalata.  E la  sua  ostinazione  fa  ridere.  Ma  ci  vuol  tanto  a

      comprendere  che  quell'insalata   l esposta per esser venduta a chi

      voglia mangiarsela?  E' una cosa cos semplice.  E,  perch il cavallo

      dimostra di non comprenderla, tutte quelle risa sguajate.

      Bestia!  non  ha  neppure  un  filo di paglia da mangiare,  e vorrebbe

      l'insalata.

      Nessuno s'immagina che una  bestia,  dal  canto  suo,  pu  vedere  in

      tutt'altro modo, veramente pi semplice, la cosa. Ma nulla da fare.

      E  il  cavallo se ne va,  col sguito di tutti quei monelli,  i quali,

      dopo la bella dimostrazione data,  di sapersi pigliar le botte cos in

      pace,  chi  li  tiene  pi?  Gli fanno attorno una gazzarra d'inferno.

      Tanto che il cavallo a un certo punto  si  ferma  stordito,  come  per

      cercare  il  modo  di  farla finita.  Accorre un vecchio ad ammonire i

      monelli che coi cavalli non si scherza.

      - Ecco, vedete?

      La prova giova per un momento.  I  monelli  riprendono  a  seguire  il

      cavallo tenendosi a distanza. Dove va?

      Avanti. Senza pi osare accostarsi ad altre botteghe, attraversa tutta

      la  strada  del  sobborgo  in cima al colle,  e dove questa comincia a

      discendere, disabitata per un lungo tratto, si riferma indeciso.

      E' chiaro che non sa pi dove andare.

      Spira, in quel tratto di strada, un po' di vento. E il cavallo alza la

      testa,  come a berlo,  e socchiude gli occhi,  forse perch  vi  sente

      l'odore dell'erba lontana, dei campi.

      Resta  l  fermo a lungo,  a lungo,  cos con gli occhi socchiusi e il

      ciuffo che,  ai soffii di quel vento,  gli si muove lieve sulla fronte

      dura.


      Ma non commoviamoci. Non dimentichiamo la fortuna che ha quel cavallo,

      come ogni altro: la fortuna d'esser cavallo.

      Se  i  primi monelli si sono alla fine stancati di starlo a guardare e

      se ne sono andati,  altri e altri in pi gran numero gli fanno allegro

      codazzo  quando  sul  tardi,  venendo  chi  sa  di  dove  come  nuovo,

      stranamente esaltato da una ebbra impazienza  per  la  fame,  ecco,  a

      testa  alta,  si  presenta in mezzo al corso principale del paese e si

      pianta l grattando con uno zoccolo il duro lastricato, come per dire:

      comando che mi si porti subito da mangiare qua, qua, qua.

      Fischi,  applausi,  risa,  gridi d'ogni genere si levano a quel  gesto

      imperioso;  la  gente  accorre,  lasciando  i  tavolini del Caff,  le

      botteghe;  tutti vogliono sapere di quel  cavallo  -  scappato  -  non

      scappato  -  abbandonato  -  finch  due guardie si fanno largo tra la

      ressa;  l'una afferra per la criniera il cavallo e  lo  trascina  via,

      mentre   l'altra  impedisce  ai  monelli  di  seguirlo,   ributtandoli

      indietro.

      Condotto fuori dell'abitato,  dopo le  ultime  case  e  le  fabbriche,

      passato  il ponte,  il cavallo,  che non s' reso conto di nulla,  una

      sola cosa avverte: l'odore dell'erba,  questa volta vicina,  l  sulle

      prode della strada oltre il ponte, che conduce alla campagna.

      Perch  tra  le  tante disgrazie che gli possono occorrere,  capitando

      sotto gli uomini,  un cavallo ha almeno sempre questa fortuna: che non

      pensa a nulla.  Nemmeno d'esser libero. N dove o come andr a finire.

      Nulla. Lo cacceranno da per tutto?  Lo butteranno a sfragellarsi in un

      burrone?

      Ora,  per il momento,  mangia l'erba della proda.  La sera  mite.  Il

      cielo  stellato. Domani sar quel che sar.

      Non ci pensa.




















                                    UNA SFIDA.


      Forse Jacob Shwarb non pensava nulla di  male.  Solo,  forse,  di  far

      saltare tutto il mondo con la dinamite.  Ma sarebbe stato male, certo,

      far saltare uno solo. Tutto il mondo, con la dinamite, non voleva dire

      proprio nulla.  A ogni buon fine,  credeva  gli  convenisse  tener  la

      fronte nascosta sotto un gran ciuffo arruffato di capelli rossastri.

      Gran  ciuffo.   Mani  affondate  nelle  tasche  dei  calzoni.  Operajo

      disoccupato.

      Si ribell quando,  ammesso all'ISRAEL ZION HOSPITAL di  Brooklyn  per

      una grave malattia di fegato,  fu tosato. Senza pi i capelli, ebbe la

      sensazione che gli fosse quasi svanita la testa.  Se la cerc  con  le

      mani. Non gli parve pi la sua e s'infuri.

      Voleva  sapere se,  con questa soperchieria che gli avevano fatta,  lo

      volevano considerare pi come ergastolano che come ammalato.

      Motivo d'igiene?

      Se n'infischiava lui dell'igiene.

      Oh guarda un po'!

      Meno male che, in mancanza di capelli,  gli restavano ancora le grosse

      sopracciglia  spioventi,  sempre  aggrottate,  per  covare negli occhi

      torbidi il rancore contro tutti e contro la vita stessa.


      Per tutto il tempo che rimase all'ospedale, Jacob Shwarb non pot dire

      di che colore propriamente fosse,  se pi giallo o pi verde,  a causa

      di  quella  malattia  di fegato che gli diede tormenti senza fine e un

      uomore che si pu bene immaginare.

      Coliche terribili.

      D'estate, due mesi,  in una corsia dove di giorno e di notte tutti gli

      ammalati si lamentavano e chi non si lamentava pi segno ch'era morto;

      smanie, sbuffi; coperte che facevano il pallone ora su un letto ora su

      un  altro  o,  in un moto d'esasperazione,  erano buttate all'aria,  e

      subito allora un accorrere precipitoso d'infermieri o di  sorveglianti

      notturni.

      Jacob Shwarb li conosceva tutti a uno a uno quei sorveglianti notturni

      e  per  ciascuno  aveva  un'antipatia  particolare.  Particolarissima,

      quella per un certo Jo Kurtz che  talvolta,  per  la  stizza  che  gli

      suscitava,  lo faceva perfino ridere; s'intende di quel riso che fanno

      i cani quando vogliono mordere.

      Infatti questo Jo Kurtz aveva  un  modo  tutto  suo  speciale  d'esser

      dispettoso. Non parlava mai, se non proprio forzato; non faceva nulla;

      sorrideva soltanto d'un frigido sorriso che, non contento di stirargli

      la  bocca dalle labbra bianche e sottili,  gli s'appuntiva anche negli

      occhi pallidi bigi;  e sempre teneva la testa piegata su  una  spalla,

      una testa d'avorio senza un pelo;  e sempre come appese al petto,  sul

      lungo cmice bianco, le grosse mani slavate.

      Forse non capiva quale e quanta incompatibilit ci  fosse  tra  questo

      suo perpetuo sorriso e i lamenti continui dei poveri ammalati,  perch

      veramente non si poteva ammettere che, capendolo,  potesse seguitare a

      sorridere cos.  Tranne che,  all'insaputa degli ammalati,  tutti quei

      loro lamenti  non  avessero  ai  suoi  orecchi  un  che  di  comico  e

      piacevole,  fatti  com'erano  in  varii  toni,  con diversa intensit,

      alcuni per abitudine,  altri per un modo di darsi sfogo o conforto,  e

      tutti  insomma  tali  da  comporre  per  lui  una curiosa e divertente

      sinfonia.

      Costretto a vegliar tutta la notte,  ognuno s'ajuta  contro  il  sonno

      come pu.

      Ma  poi  anche Jo Kutz aveva forse da sorridere cos ai suoi pensieri.

      Poteva anche essere innamorato, sebbene in tarda et. E forse da tutti

      quei lamenti s'astraeva in un beato silenzio ch'era soltanto della sua

      anima bennata.


      Ora, una notte che la corsia era insolitamente calma e lui solo, Jacob

      Shwarb, soffriva di non trovar pi requie un momento in quel letto che

      da due mesi sapeva tutti i  suoi  tormenti,  era  appunto  di  guardia

      questo sorvegliante Jo Kurtz.

      Spente tutte le lampade,  tranne quella per il sorvegliante,  riparata

      da una vntola di mantino verde sul tavolino della parete di fondo, un

      gran chiaro di luna  entra  da  tutti  i  finestroni  della  corsia  e

      segnatamente  da  quello  pi grande,  aperto,  nel mezzo della parete

      dirimpetto.

      Comprimendo quanto pi pu gli spasimi Jacob Shwarb  osserva  dal  suo

      letto  Jo  Kurtz  seduto  davanti  al  tavolino con la faccia d'avorio

      illuminata dalla lampada e,  per quanto abbia in  odio  l'umanit,  si

      domanda  come  si  possa sorridere a quel modo,  come si possa restare

      cos indifferente,  stando di guardia a una corsia d'ospedale dove  un

      ammalato  si  dibatta come si dibatte lui;  in un orgasmo crescente di

      punto in punto fin quasi a  farlo  diventar  pazzo,  pazzo,  pazzo.  E

      all'improvviso,  chi  sa  come,  gli salta in mente un'idea: quella di

      vedere se Jo Kurtz rimarr cos,  se ora lui lascia il letto  e  va  a

      buttarsi da quel finestrone aperto in fondo alla corsia.

      Non   vede  ancor  chiaro  da  che  sorga  propriamente  in  lui  cos

      d'improvviso   questa   idea:   se   pi   dall'esasperazione    ormai

      incontenibile  della  sua  sofferenza,   che  gli  appare  ferocemente

      ingiusta in quella notte di calma  di  tutta  la  corsia,  o  pi  dal

      dispetto che gli fa Jo Kurtz.

      Fino  al momento di lasciare il letto non sa ancor bene se la sua vera

      intenzione sia  quella  d'andarsi  a  buttare  dalla  finestra  o  non

      piuttosto  di  mettere  a  prova  quella indifferenza di Jo Kurtz,  di

      sfidare  quella  sorridente  placidit  per   il   disperato   bisogno

      d'offrirsi  uno  sfogo  con  lui:  con lui che certamente ha l'obbligo

      d'accorrere a trattenerlo,  vedendogli lasciare il letto  senza  prima

      averne ottenuto il permesso.

      Il  fatto  si    che Jacob Shwarb butta all'aria le coperte e springa

      ritto in piedi, proprio in atto di sfida, sotto gli occhi di Jo Kurtz.

      Ma Jo Kurtz non solo non si muove dal tavolino,  ma  non  si  scompone

      nemmeno.

      D'agosto, fa un gran caldo. Pu credere che l'ammalato voglia andare a

      prendere un po' d'aria alla finestra.

      Tutti  sanno che lui,  Jo Kurtz,   di manica larga e indulgente verso

      gli ammalati che  trasgrediscono  a  certe  inutili  prescrizioni  dei

      medici.

      Forse,  a  osservar  bene  addentro,  si potrebbe scoprire in quel suo

      sorriso che lui  chiuderebbe  un  occhio,  anche  se  indovinasse  che

      l'intenzione  dell'ammalato  proprio quella d'andarsi a buttare dalla

      finestra.

      Ha forse  il  diritto  d'impedirglielo,  lui  Jo  Kurtz,  se  poverino

      quell'ammalato soffre da non poterne pi?  Lui ne ha,  se mai, solo il

      dovere, perch quell'ammalato  sotto la sua sorveglianza.  Ma potendo

      seguitare  a  supporre che l'ammalato abbia lasciato il letto solo per

      un momentaneo refrigerio,  ecco che la sua coscienza   a  posto,  pu

      render  ragione  di non essersi mosso;  e l'ammalato poi faccia quello

      che vuole: se vuol togliersi la vita, se la tolga pure;  affar suo.

      Intanto Jacob Shwarb s'aspetta d'esser trattenuto, prima d'arrivare al

      finestrone in fondo alla corsia;  gi quasi per arrivarci, e si volta

      fremente di rabbia a guardare Jo  Kurtz:  lo  vede  ancor  l,  seduto

      impassibile  al  suo  tavolino,  e  tutt'a  un  tratto  si  sente come

      disarmato: non sa pi n andare avanti n tornare indietro.

      Jo Kurtz seguita a sorridergli, non per fargli dispetto, ma per fargli

      comprendere che capisce benissimo  che  un  ammalato  pu  aver  tante

      necessit  di lasciare momentaneamente il letto: basta che ne domandi,

      anche  con  un  piccolo  segno,   il  permesso.   Ora  pu  senz'altro

      interpretare   che  con  quel  suo  fermarsi  a  guardarlo  l'ammalato

      gliel'abbia chiesto;  china pi volte la testa per dirgli che sta bene

      e gli fa cenno con la mano che vada pure, vada pure.

      E' per Jacob Shwarb,  il colmo del dileggio, la risposta pi insolente

      alla sua sfida. Ruggendo, leva i pugni, digrigna i denti,  corre verso

      il finestrone e si precipita gi.

      Non muore.  Si spezza le gambe; si spezza un braccio e due costole; si

      ferisce anche gravemente alla testa. Ma,  raccolto e curato,  guarisce

      di  tutte  le  sue  ferite  non solo,  ma per uno di quei miracoli che

      sogliono operare certi violenti insulti nervosi guarisce  anche  della

      malattia  di fegato.  Dovrebbe ringraziare Iddio,  se anche a costo di

      tutte quelle ferite  scampato,  fuggendo cos precipitosamente per la

      finestra,  alla morte che gli era forse riserbata, se fosse rimasto ad

      aspettarla fra i tormenti all'ospedale.  Nossignori.  Appena  guarito,

      consulta  un  avvocato  e cita l'ISRAEL ZION HOSPITAL a pagargli venti

      mila dollari di danni per le ferite riportate  nella  caduta.  Non  ha

      altro  mezzo  di  vendicarsi di Jo Kurtz.  L'avvocato gli assicura che

      l'ospedale pagher e che Jo Kurtz sar certamente licenziato. Difatti,

      se gli  avvenuto  di  buttarsi  dalla  finestra,  la  colpa    della

      negligenza e della mancata sorveglianza dell'ospedale.

      Il  giudice  gli domanda: - Ma t'ha forse preso qualcuno e costretto a

      buttarti dalla finestra?  Il tuo atto fu volontario.  -  Jacob  Shwarb

      guarda l'avvocato, e poi risponde al giudice:

      - Nossignore. Io ero sicuro che me l'avrebbero impedito.

      - Il sorvegliante?

      - Sissignore.  Era suo obbligo.  Invece, non si mosse. Aspettai che si

      movesse. Gli diedi tutto il tempo; tant' vero che, prima di buttarmi,

      mi voltai a guardarlo.

      - E lui che fece?

      - Lui? Niente.  Come fa sempre,  mi sorrise e,  con la mano,  mi fece:

      "vai pure, vai pure".

      Difatti Jo Kurtz,  anche l davanti al giudice, sorride. Il giudice se

      n'indigna e gli domanda se  vero ci che dice Jacob Shwarb.

      - S, Vostro Onore,  - gli rispose Jo Kurtz,  - ma perch credetti che

      volesse prendere un po' d'aria.

      Il giudice batte un pugno sulla tavola.

      - Ah, voi credete questo?

      E  condanna  l'ISRAEL ZION HOSPITAL a pagare a Jacob Shwarb venti mila

      dollari di danni.

















                                    IL CHIODO.


      Il ragazzo  ha  confessato  che,  quel  chiodo,  lui  l'aveva  trovato

      traversando  una  strada del quartiere negro di Harlem.  Era un grosso

      chiodo arrugginito caduto forse da un carro passato poco prima per  la

      strada.

      Caduto apposta.

      - Come, apposta?

      Inutile sgranar gli occhi,  o dare un balzo sulla seggiola.  Se non si

      voleva tener conto di questo,  e del modo come il ragazzo  lo  diceva,

      calmo,  convinto,  ma fissato negli occhi vitrei il terrore della cosa

      incomprensibile  e  inesplicabile  che  gli  era   accaduta,   inutile

      seguitare a interrogarlo.

      Quel chiodo era l, in mezzo alla strada deserta, e vi spiccava in tal

      maniera  che  irresistibilmente  attirava  a  s non pur lo sguardo ma

      anche la mano di chi si fosse trovato a passare,  forzato  a  chinarsi

      per raccattarlo,  anche senza sapere che farsene, anche per ributtarlo

      sulla strada poco dopo.

      Il ragazzo infatti dice che lui  non  pens  mai  che  se  ne  sarebbe

      servito;  che  non  ci  pens  neppure nell'atto stesso di servirsene.

      L'aveva in mano perch non aveva potuto fare a meno di raccattarlo; ma

      non ci pensava gi pi.  Il chiodo era ormai "quieto" nella  sua  mano

      (ha detto cos, e tutti hanno avuto un brivido nel sentirglielo dire),

      il chiodo era ormai "quieto" nella sua mano perch,  come voleva,  era

      stato raccattato.

      E cos,  sempre a suo dire,  ugualmente apposta due monelle di strada,

      mentre  lui  stava  per  svoltare  da  quella dove aveva raccattato il

      chiodo, due monelle,  l'una di circa quattordici anni e l'altra appena

      di  otto,  si erano azzuffate tra loro.  Incendiate dentro un nembo di

      fuoco del sole estivo al tramonto, facevano un groviglio di braccia di

      gambe di stracci di capelli; e l per l, d'impeto,  lui s'era gettato

      su  loro,  aveva alzato il pugno e ficcato il chiodo in testa alla pi

      piccola; poi,  subito dopo,  ma veramente dopo un tempo infinito,  nel

      vederla  morta  come  da  sempre,  stramazzare  ai  suoi  piedi  tutta

      insanguinata, era restato basito tra l'orrore della gente accorsa.

      Perch aveva colpito la piccola e non la grande non sapeva  dire.  Non

      conosceva n l'una n l'altra. Non aveva avuto tempo neppur di vederle

      in  faccia.  Aveva  veduto soltanto che la grande teneva acciuffata la

      piccola per i capelli sulle tempie, e che questi capelli della piccola

      erano erano rossi di rame,  e una sua  mano,  come  artigliata,  sulla

      faccia  della  grande,  che le tirava da sotto orribilmente un occhio,

      scoprendone tutto il bianco, fin quasi a farlo schizzar fuori.

      Era stato forse per quel colore dei  capelli,  per  quell'occhio  cos

      tirato.  Perch  poi  s'era  saputo  che il torto era della grande che

      voleva fare  alla  piccola  una  soperchieria,  approfittandosi  della

      gracilit  di  lei,  malatina,  come  s'era  visto bene dal suo visino

      smunto affilato,  che l per terra,  tra il sangue,  era  sembrato  di

      cera,   una  piet,   quel  nasino,  quella  boccuccia,  tutte  quelle

      lentiggini.  Nessun dubbio che nella zuffa avrebbe avuto lei,  infine,

      la peggio.

      E lui con quel chiodo l'aveva uccisa.

      Ora,  dopo l'interrogatorio,  ascolta, curvo sulla seggiola, e con una

      cupa maraviglia negli occhi, le mani gracili sui ginocchi,  segnate da

      graffii  che  forse  lui  stesso  s' fatti senza saperlo.  Ascolta le

      ragioni che gli altri escogitano per spiegare il suo atto.

      La sua maraviglia  che possano esser tante,  queste  ragioni,  mentre

      lui non sa vederne nemmeno una;  tante, e tutte parer vere e probabili

      sia quelle escogitate in suo favore, sia quelle contro di lui.

      Ma s, pajono vere e probabili anche a lui, se si lascia prendere per

      a  considerarle  come  un  costrutto  di  ingegnose   supposizioni   e

      invenzioni non propriamente riferibili a lui e al suo atto; altrimenti

      no;  talune lo farebbero persino ridere, se non si sentisse trattenuto

      dallo sbigottimento e da un'altra  cosa  che  gli  tengono  sotto  gli

      occhi,  sul tavolino del giudice: il chiodo,  la cui ruggine s' tinta

      d'un rosso pi cupo;  e da un'altra  cosa  ancora,  pi  terribile  di

      tutte,  che  lui  si  tien nascosta nel pi profondo del cuore,  quasi

      debba provarne vergogna.  Ma non  vergogna.  E' spavento.  E trema al

      solo  pensiero  che  possa essere scoperta.  Una disperata piet,  uno

      sconsolato amore che gli  nato e a mano a mano cresciuto per LEI, che

      solo adesso  venuto a sapere che si chiamava  Betty;  cos  soltanto,

      Betty;  perch cos soltanto di nome era conosciuta; e nessuno infatti

       venuto a presentarsi per lei.

      Con questo sentimento segreto, che lo cuoce, non gli importa se coloro

      che parlano offendono la verit, e dicono cose contro di lui; anzi n'

      contento perch ogni cosa ingiusta che dicono gli dimostra sempre  pi

      che vera  invece soltanto quell'altra a cui nessuno vuol credere,  di

      quel chiodo cio caduto apposta e di Betty e dell'altra  ragazza  che,

      proprio   mentre  lui  svoltava  dalla  strada,   si  erano  azzuffate

      ugualmente apposta perch lui da quella loro zuffa trascinato a  menar

      le  mani,  senza  pi  pensarci armato di quel chiodo,  commettesse la

      feroce ingiustizia d'uccidere una innocente. E non  vero, Betty,  dei

      tuoi capelli;  che i tuoi capelli rossi non erano belli.  Erano belli,

      erano belli e ti stavano bene.  E che importa che sul visino  affilato

      abbi  tutte  quelle  lentiggini?  Se  aprissi  gli  occhi che non t'ho

      nemmeno visti! Ah,  fosse avvenuto il miracolo  che tu,  l per terra,

      fra  tutto  quel  sangue,   per  far  passare  a  tutti  lo  spavento,

      d'improvviso scoprissi la furbizia di due occhietti vispi.  Ma  non  

      avvenuto  questo  miracolo.  Gli  occhietti  te  li  ho visti soltanto

      chiusi, per sempre.  Forse,  malatuccia,  non potevi pi averli vispi.

      Non importa,  non importa: aprili,  aprili, Betty, e sorridi. Forse ti

      manca qualche dentino; non li avrai ancora rimessi tutti; non importa,

      sorridi.  Ma queste labbra bianche,  queste  labbra  bianche;  bisogna

      lavare subito tutto questo sangue.

      Insulto epilettico? Chi dice insulto epilettico?

      Lo dicono per lui,  e spiegano i sintomi del male.  Ma lui  sicuro di

      non aver mai provato nulla di simile.  Pu darsi che  sia  affetto  di

      quel male senza saperlo,  rimasto nascosto fino al momento del delitto

      e tutt'a un tratto esploso in lui?

      Se seguitano a dire di queste cose gli faranno scoppiare il  cuore,  o

      lo faranno impazzire.

      Ma ora dicono istinto malvagio.

      Preferisce che dicano cos,  perch non  vero. Lui, istinto malvagio?

      Non ha mai potuto assistere senza ribellarsi alle  crudelt  dei  suoi

      compagni  di  ricreazione contro qualche bestiolina o un insetto.  Mai

      rivelato,  lui,  istinti malvagi.  E se credono che ne sia prova  quel

      chiodo  raccattato  per  terra,  fanno ridere.  Non lo conoscono.  Non

      parlano di lui.  Nessun istinto s'era risvegliato in lui nell'atto  di

      raccattare il chiodo; l'aveva raccattato senza neppur pensare a quello

      che  faceva;  ed  era  cos al tutto alieno che,  nel tratto di strada

      prima di svoltare,  pensava soltanto al carro,  a un carro da cui quel

      chiodo  poteva  esser  caduto;  un  carro che forse s'avviava verso la

      campagna lontana.  Perch lui tornava proprio dalla campagna  in  quei

      giorni,  dov'era stato a villeggiare con la famiglia,  l'estate,  e ne

      aveva visti passare tanti di quei carri lungo i sentieri tra  le  erbe

      alte.

      Ma,  del resto, dicano quello che vogliono; inventino; facciano le pi

      assurde supposizioni;  non gli importa pi di nulla:    gi  lontano,

      nella campagna di Old Lime dove ha passato l'estate; rivede la villa e

      tutti  i dintorni deliziosi nell'aria serena;  la barchetta a vela del

      padre ormeggiata presso la  sponda  del  fiume,  il  Connecticut,  pi

      azzurro  del  mare  tra  tanto verde d'intorno;   andato col padre su

      quella barchetta fino all'oceano;  pi oltre la mamma  non  permetteva

      che si andasse: la barchetta con tutta la vela era cos piccola; ma la

      villa era grande,  con tante colonne per finta sulla facciata, e tutta

      circondata da tanti grandi alberi  belli,  che  il  nonno  era  sicuro

      fossero  eucalipti  e  il  babbo  diceva  platani e faggi;  eucalipti,

      eucalipti; platani,  faggi;  ma il fatto era che facevano tanta ombra,

      che  dentro  la  villa quasi non ci si vedeva ed era meglio passare le

      giornate all'aperto;  del resto in campagna ci si va  per  questo;  ma

      attento,  gli gridava dietro la madre,  di non allontanarti troppo;  e

      loro, seduti sul davanti, restavano a spiegare agli amici che venivano

      a trovarli che quella villa era la pi antica di Old Lime, e una delle

      pi antiche di tutta l'America;  mentre lui o correva felice  come  un

      pazzo lungo le sponde del fiume o si perdeva nella campagna,  in mezzo

      all'erba cos alta e spessa e che sentiva cos di tutti i succhi della

      terra che quasi soffocava e ubriacava.  Ma ora non pu pi esser solo.

      Ora  l in mezzo a tutta quell'erba, con Betty; vuole giocar con lei;

      ma Betty dapprima non vuole;  poi gli d la manina,  una manina ancora

      fredda fredda, di gelo, che d un brivido a toccarla;  non bisogna pi

      pensarci;  si  china a guardarla;  lei ora lo segue a capo chino e col

      ditino dell'altra mano all'angolo della bocca. Vanno e vanno.  Ma cos

       inutile,  se non debbono giocare.  Non vuole pi giocare? Non pu? E

      allora? Si vuol gettare di nuovo a terra? No! No! Betty ora  guarita,

      e dev'esser vispa di nuovo, e ridere, ridere, s.  Ma Betty si ferma e

      con  la  manina  gli  fa  segno  d'attendere  un po'.  Che cosa?  Deve

      allontanarsi un momento, un momentino solo.  Un bisogno.  Lui resta un

      po' mortificato.  Non gli piace che le femminucce facciano saper certe

      cose.  Ma  ecco  che  invece  di  lei,  dal  punto  dove    andata  a

      nascondersi,  vien  fuori  un'altra  ragazza;  no,  non  quella della

      zuffa;   una sua cuginetta,  grassa e brutta,  quasi della  sua  et,

      venuta  da  Harlem  con  la  madre  per  passare  in campagna tutta la

      giornata;  lui non la pu soffrire.  Dov'  andata  Betty?  Eccola  l

      lontano che corre;  ha preso questo pretesto per fuggire;  ha paura di

      lui. No, no, Betty; lui non ti far pi male; lui dar la sua vita per

      farti rivivere e lascer che tu prenda in casa il suo posto.  Ora  sei

      qui;  ci  penser  la  mamma  a  lavarti  bene;  e  via  tutti  questi

      straccetti;  con un abitino nuovo ti vestir,  d'un colore che ti stia

      bene,  d'accordo  con  questi tuoi capellucci rossi,  un abitino color

      pervinca;  oh come ora sei carina cos;  peccato che lui non ci  debba

      esser  pi per vederti,  se ha dato per te la sua vita;  e tu resterai

      sempre piccina cos,  qua in campagna,  senza  mai  farti  grande  per

      nessuno; in campagna, come in un paradiso, Betty.


      Non l'hanno incriminato.

      Dichiarato  libero,  il ragazzo non ha dato segno di nulla.  Ha tratto

      soltanto un sospiro. E' sicuro che lui morr di pena per Betty.

      Ma forse non morr.  Passeranno gli anni.  E forse da  grande  penser

      qualche volta a Betty.  E la vedr,  sempre piccina, che lo aspetta in

      campagna a Old Lime, con l'abitino color di pervinca sempre nuovo, che

      s'accorda bene coi suoi capellucci rossi.







                  LA SIGNORA FROLA E IL SIGNOR PONZA, SUO GENERO.


      Ma insomma, ve lo figurate?  c' da ammattire sul serio tutti quanti a

      non poter sapere chi tra i due sia il pazzo, se questa signora Frola o

      questo signor Ponza, suo genero. Cose che cpitano soltanto a Valdana,

      citt disgraziata, calamta di tutti i forestieri eccentrici!

      Pazza  lei  o  pazzo lui;  non c' via di mezzo: uno dei due dev'esser

      pazzo per forza. Perch si tratta niente meno che di questo...  Ma no,

       meglio esporre prima con ordine.

      Sono,  vi giuro,  seriamente costernato dell'angoscia in cui vivono da

      tre mesi gli abitanti di Valdana, e poco m'importa della signora Frola

      e del signor Ponza,  suo genero.  Perch,  se   vero  che  una  grave

      sciagura  loro toccata,  non  men vero che uno dei due,  almeno,  ha

      avuto la fortuna d'impazzirne  e  l'altro  l'ha  ajutato,  sguita  ad

      ajutarlo  cos  che  non  si  riesce,  ripeto,  a sapere quale dei due

      veramente sia pazzo;  e certo una consolazione meglio di questa non se

      la  potevano  dare.  Ma  dico  di  tenere  cos,  sotto  quest'incubo,

      un'intera cittadinanza,  vi par poco?  togliendole  ogni  sostegno  al

      giudizio,  per  modo  che  non  possa  pi  distinguere tra fantasma e

      realt. Un'angoscia,  un perpetuo sgomento.  Ciascuno si vede davanti,

      ogni  giorno,  quei  due;  li  guarda in faccia;  sa che uno dei due 

      pazzo; li studia, li squadra,  li spia e,  niente!  non poter scoprire

      quale  dei due;  dove sia il fantasma,  dove la realt.  Naturalmente,

      nasce in ciascuno il sospetto pernicioso  che  tanto  vale  allora  la

      realt  quanto il fantasma,  e che ogni realt pu benissimo essere un

      fantasma e viceversa. Vi par poco?  Nei panni del signor prefetto,  io

      darei senz'altro,  per la salute dell'anima degli abitanti di Valdana,

      lo sfratto alla signora Frola e al signor Ponza, suo genero.


      Ma procediamo con ordine.

      Questo signor Ponza arriv a Valdana or sono tre mesi,  segretario  di

      prefettura.  Prese  alloggio  nel casolare nuovo all'uscita del paese,

      quello che chiamano "il Favo". L.  All'ultimo piano,  un quartierino.

      Tre finestre che danno sulla campagna,  alte,  tristi (ch la facciata

      di l,  all'aria di tramontana,  su tutti quegli orti pallidi,  chi sa

      perch, bench nuova, s' tanto intristita) e tre finestre interne, di

      qua,  sul  cortile,  ove  gira  la  ringhiera  del ballatojo diviso da

      tramezzi a grate.  Pendono da quella  ringhiera,  lass  lass,  tanti

      panierini pronti a esser calati col cordino a un bisogno.

      Nello  stesso tempo,  per,  con maraviglia di tutti,  il signor Ponza

      fiss nel centro della citt,  e propriamente in Via dei Santi n.  15,

      un  altro  quartierino  mobigliato  di tre camere e cucina.  Disse che

      doveva servire per la suocera, signora Frola.  E difatti questa arriv

      cinque  o  sei giorni dopo;  e il signor Ponza si rec ad accoglierla,

      lui solo, alla stazione e la condusse e la lasci l, sola.

      Ora,  via,  si capisce che una figliuola,  maritandosi,  lasci la casa

      della  madre  per  andare  a  convivere col marito,  anche in un'altra

      citt;  ma che questa madre poi,  non reggendo a  star  lontana  dalla

      figliuola,  lasci il suo paese,  la sua casa,  e la segua, e che nella

      citt dove tanto la figliuola  quanto  lei  sono  forestiere  vada  ad

      abitare in una casa a parte,  questo non si capisce pi facilmente;  o

      si deve ammettere tra suocera e genero una cos forte  incompatibilit

      da  rendere  proprio  impossibile  la  convivenza,   anche  in  queste

      condizioni.

      Naturalmente a Valdana dapprima si pens cos. E certo chi scapit per

      questo nell'opinione di tutti fu il signor Ponza. Della signora Frola,

      se qualcuno ammise che forse doveva averci anche lei un po' di  colpa,

      o  per  scarso  compatimento  o per qualche caparbiet o intolleranza,

      tutti considerarono  l'amore  materno  che  la  traeva  appresso  alla

      figliuola, pur condannata a non poterle vivere accanto.

      Gran  parte  ebbe  in questa considerazione per la signora Frola e nel

      concetto che subito del signor Ponza s'impresse nell'animo  di  tutti,

      che fosse cio duro,  anzi crudele,  anche l'aspetto dei due,  bisogna

      dirlo. Tozzo,  senza collo,  nero come un africano,  con folti capelli

      ispidi su la fronte bassa,  dense e aspre sopracciglia giunte,  grossi

      mustacchi lucidi da questurino, e negli occhi cupi, fissi, quasi senza

      bianco, un'intensit violenta, esasperata, a stento contenuta,  non si

      sa  se  di  doglia  tetra o di dispetto della vista altrui,  il signor

      Ponza non    fatto  certamente  per  conciliarsi  la  simpatia  o  la

      confidenza.  Vecchina gracile, pallida,  invece la signora Frola, dai

      lineamenti  fini,  nobilissimi,  e  una  aria  malinconica,  ma  d'una

      malinconia  senza peso,  vaga e gentile,  che non esclude l'affabilit

      con tutti.

      Ora di questa affabilit,  naturalissima in lei,  la signora Frola  ha

      dato  subito  prova in citt,  e subito per essa nell'animo di tutti 

      cresciuta l'avversione per il  signor  Ponza;  giacch  chiaramente  

      apparsa  a  ognuno  l'indole  di  lei,   non  solo  mite,   remissiva,

      tollerante,  ma anche piena d'indulgente compatimento per il male  che

      il  genero le fa;  e anche perch s' venuto a sapere che non basta al

      signor Ponza relegare in una casa a  parte  quella  povera  madre,  ma

      spinge la crudelt fino a vietarle anche la vista della figliuola.

      Se  non  che,  non crudelt,  non crudelt,  protesta subito nelle sue

      visite alle signore di Valdana la signora  Frola,  ponendo  le  manine

      avanti,  veramente afflitta che si possa pensare questo di suo genero.

      E s'affretta a decantarne tutte  le  virt,  a  dirne  tutto  il  bene

      possibile e immaginabile;  quale amore,  quante cure, quali attenzioni

      egli abbia per la figliuola, non solo, ma anche per lei, s, s, anche

      per lei; premuroso, disinteressato... Ah, non crudele, no, per carit!

      C' solo questo: che vuole tutta,  tutta per  s  la  mogliettina,  il

      signor Ponza,  fino al punto che anche l'amore,  che questa deve avere

      (e l'ammette,  come no?) per la sua mamma,  vuole che  le  arrivi  non

      direttamente,  ma  attraverso lui,  per mezzo di lui,  ecco.  S,  pu

      parere crudelt, questa, ma non lo ;   un'altra cosa,  un'altra cosa

      ch'ella,  la  signora  Frola,  intende  benissimo  e si strugge di non

      sapere  esprimere.  Natura,  ecco...  ma  no,   forse  una  specie  di

      malattia...  come dire? Mio Dio, basta guardarlo negli occhi. Fanno in

      prima una brutta impressione, forse,  quegli occhi;  ma dicono tutto a

      chi,  come lei, sappia leggere in essi: la pienezza chiusa, dicono, di

      tutto un mondo d'amore in lui,  nel quale la moglie deve vivere  senza

      mai uscirne minimamente,  e nel quale nessun altro,  neppure la madre,

      deve entrare.  Gelosia?  S,  forse;  ma a voler definire  volgarmente

      questa totalit esclusiva d'amore.

      Egoismo?  Ma un egoismo che si d tutto,  come un mondo,  alla propria

      donna! Egoismo, in fondo, sarebbe quello di lei a voler forzare questo

      mondo chiuso d'amore, a volervisi introdurre per forza,  quand'ella sa

      che  la  figliuola   felice,  cos adorata...  Questo a una madre pu

      bastare!  Del resto,  non  mica vero ch'ella  non  la  veda,  la  sua

      figliuola.  Due o tre volte al giorno la vede: entra nel cortile della

      casa;  suona il campanello e subito la  sua  figliuola  s'affaccia  di

      lass.

      - Come stai Tildina?

      - Benissimo, mamma. Tu?

      - Come Dio vuole, figliuola mia. Gi, gi il panierino!

      E  nel panierino,  sempre due parole di lettera,  con le notizie della

      giornata.  Ecco,  le basta questo.  Dura ormai da  quattr'anni  questa

      vita,  e ci s' abituata la signora Frola. Rassegnata, s. E quasi non

      ne soffre pi.


      Com' facile intendere,  questa  rassegnazione  della  signora  Frola,

      quest'abitudine ch'ella dice d'aver fatto al suo martirio, ridondano a

      carico del signor Ponza,  suo genero,  tanto pi,  quanto pi ella col

      suo lungo discorso si affanna a scusarlo.

      Con vera indignazione perci,  e anche dir con paura,  le signore  di

      Valdana  che  hanno  ricevuto  la  prima  visita  della signora Frola,

      accolgono il giorno dopo l'annunzio di un'altra visita  inattesa,  del

      signor  Ponza,  che le prega di concedergli due soli minuti d'udienza,

      per una "doverosa dichiarazione", se non reca loro incomodo.

      Affocato in volto,  quasi congestionato,  con gli occhi pi duri e pi

      tetri che mai, un fazzoletto in mano che stride per la sua bianchezza,

      insieme  coi  polsini  e  il  colletto  della camicia,  sul nero della

      carnagione, del pelame e del vestito, il signor Ponza, asciugandosi di

      continuo il sudore che gli sgocciola dalla fronte bassa e  dalle  gote

      raschiose  e  violacee,  non  gi  per  il  caldo,  ma per la violenza

      evidentissima dello sforzo che fa su se stesso  e  per  cui  anche  le

      grosse  mani  dalle  unghie  lunghe  gli tremano;  in questo e in quel

      salotto,  davanti a quelle signore  che  lo  mirano  quasi  atterrite,

      domanda  prima se la signora Frola,  sua suocera,   stata a visita da

      loro il giorno avanti; poi,  con pena,  con sforzo,  con agitazione di

      punto in punto crescenti, se ella ha parlato loro della figliuola e se

      ha  detto  che  egli  le vieta assolutamente di vederla e di salire in

      casa sua.

      Le  signore,  nel  vederlo  cos  agitato,  com'  facile  immaginare,

      s'affrettano a rispondergli che la signora Frola, s,  vero, ha detto

      loro di quella proibizione di veder la figlia,  ma anche tutto il bene

      possibile e immaginabile di lui, fino a scusarlo, non solo, ma anche a

      non dargli nessun'ombra di colpa per quella proibizione stessa.

      Se non che, invece di quietarsi,  a questa risposta delle signore,  il

      signor  Ponza si agita di pi;  gli occhi gli diventano pi duri,  pi

      fissi, pi tetri;  le grosse gocce di sudore pi spesse;  e alla fine,

      facendo  uno  sforzo  ancor pi violento su se stesso,  viene alla sua

      "dichiarazione doverosa".

      La quale  questa, semplicemente: che la signora Frola, poveretta, non

      pare, ma  pazza.

      Pazza da quattro anni,  s.  E la  sua  pazzia  consiste  appunto  nel

      credere  che  egli  non  voglia  farle  vedere  la  figliuola.   Quale

      figliuola?  E' morta,   morta da quattro  anni  la  figliuola:  e  la

      signora Frola, appunto per il dolore di questa morte,  impazzita: per

      fortuna,  impazzita,  s,  giacch la pazzia  stata per lei lo scampo

      dal suo disperato dolore.  Naturalmente non poteva scamparne,  se  non

      cos,  cio  credendo  che non sia vero che la sua figliuola  morta e

      che sia lui, invece, suo genero, che non vuole pi fargliela vedere.

      Per puro dovere di carit verso un'infelice,  egli,  il signor  Ponza,

      seconda  da quattro anni,  a costo di molti e gravi sacrifici,  questa

      pietosa follia: tiene,  con dispendio superiore alle  sue  forze,  due

      case: una per s,  una per lei;  e obbliga la sua seconda moglie,  che

      per fortuna caritatevolmente si presta volentieri,  a secondare  anche

      lei questa follia.  Ma carit,  dovere,  ecco,  fino a un certo punto:

      anche per la sua qualit di pubblico funzionario,  il signor Ponza non

      pu  permettere che si creda di lui,  in citt,  questa cosa crudele e

      inverosimile: ch'egli cio,  per gelosia o  per  altro,  vieti  a  una

      povera madre di vedere la propria figliuola.

      Dichiarato   questo,   il   signor   Ponza   s'inchina   innanzi  allo

      sbalordimento delle signore,  e va via.  Ma questo sbalordimento delle

      signore  non  ha  neppure il tempo di scemare un po',  che rieccoti la

      signora Frola con la sua aria dolce di  vaga  malinconia  a  domandare

      scusa  se,  per  causa  sua,  le  buone  signore si sono prese qualche

      spavento per la visita del signor Ponza, suo genero.

      E la signora Frola, con la maggior semplicit e naturalezza del mondo,

      dichiara a sua volta,  ma in gran confidenza,  per carit!  poich  il

      signor  Ponza  un pubblico funzionario,  e appunto per questo ella la

      prima volta s' astenuta dal dirlo,  ma  s,  perch  questo  potrebbe

      seriamente pregiudicarlo nella carriera;  il signor Ponza, poveretto -

      ottimo,  ottimo inappuntabile  segretario  alla  prefettura,  compto,

      preciso in tutti i suoi atti, in tutti i suoi pensieri, pieno di tante

      buone  qualit  -  il  signor Ponza,  poveretto,  su quest'unico punto

      non...  non ragiona pi,  ecco;  il pazzo  lui,  poveretto;  e la sua

      pazzia  consiste  appunto  in  questo:  nel credere che sua moglie sia

      morta da quattro anni e nell'andar dicendo che  la  pazza    lei,  la

      signora  Frola che crede ancora viva la figliuola.  No,  non lo fa per

      contestare in certo qual modo innanzi agli altri  quella  sua  gelosia

      quasi  maniaca  e  quella  crudele  proibizione  a  lei  di  veder  la

      figliuola, no; crede,  crede sul serio il poveretto che sua moglie sia

      morta  e  che  questa  che  ha  con  s  sia una seconda moglie.  Caso

      pietosissimo! Perch veramente col suo troppo amore quest'uomo rischi

      in prima di distruggere,  d'uccidere la giovane moglietta  delicatina,

      tanto  che si dovette sottrargliela di nascosto e chiuderla a insaputa

      di lui in una casa di salute.  Ebbene,  il povero uomo,  a cui gi per

      quella  frenesia  d'amore s'era anche gravemente alterato il cervello,

      ne impazz;  credette che la moglie fosse morta davvero: e questa idea

      gli  si  fiss  talmente  nel  cervello,  che  non  ci fu pi verso di

      levargliela, neppure quando, ritornata dopo circa un anno florida come

      prima, la moglietta gli fu ripresentata.  La credette un'altra;  tanto

      che  si  dovette  con l'ajuto di tutti,  parenti e amici,  simulare un

      secondo matrimonio,  che gli ha ridato pienamente  l'equilibrio  delle

      facolt mentali.

      Ora la signora Frola crede d'aver qualche ragione di sospettare che da

      un  pezzo  suo  genero  sia del tutto rientrato in s e ch'egli finga,

      finga soltanto di credere che sua moglie sia una seconda  moglie,  per

      tenersela cos tutta per s,  senza contatto con nessuno, perch forse

      tuttavia di tanto in tanto gli balena la paura che di nuovo gli  possa

      esser sottratta nascostamente.  Ma s.  Come spiegare, se no, tutte le

      cure, le premure che ha per lei, sua suocera,  se veramente egli crede

      che    una seconda moglie quella che ha con s?  Non dovrebbe sentire

      l'obbligo di tanti riguardi per una che, di fatto, non sarebbe pi sua

      suocera,  vero? Questo,  si badi,  la signora Frola lo dice,  non per

      dimostrare ancor meglio che il pazzo  lui;  ma per provare anche a se

      stessa che il suo sospetto  fondato.

      - E intanto,  - conclude con un sospiro che su le labbra le s'atteggia

      in un dolce mestissimo sorriso, - intanto la povera figliuola mia deve

      fingere  di  non  esser lei,  ma un'altra,  e anch'io sono obbligata a

      fingermi pazza credendo che la mia figliuola sia ancora viva. Mi costa

      poco,  grazie a Dio,  perch  l,  la mia figliuola,  sana e piena di

      vita;  la vedo, le parlo; ma sono condannata a non poter convivere con

      lei,  e anche a vederla e a parlarle da  lontano,  perch  egli  possa

      credere,  o  fingere  di credere che la mia figliuola,  Dio liberi,  

      morta e che questa che ha con s  una  seconda  moglie.  Ma  torno  a

      dire, che importa se con questo siamo riusciti a ridar la pace a tutti

      e due? So che la mia figliuola  adorata, contenta; la vedo; le parlo;

      e  mi  rassegno  per  amore  di lei e di lui a vivere cos e a passare

      anche per pazza, signora mia, pazienza...

      Dico,  non vi sembra che a Valdana ci sia proprio da restare  a  bocca

      aperta,  a guardarci tutti negli occhi,  come insensati? A chi credere

      dei due? Chi  il pazzo? Dov' la realt? dove il fantasma?

      Lo potrebbe dire la moglie del signor Ponza. Ma non c' da fidarsi se,

      davanti a lui,  costei dice d'esser seconda moglie;  come non  c'  da

      fidarsi  se,   davanti  alla  signora  Frola,  conferma  d'esserne  la

      figliuola.  Si dovrebbe prenderla a parte e farle dire a  quattr'occhi

      la verit.  Non  possibile. Il signor Ponza - sia o no lui il pazzo -

       realmente gelosissimo e non lascia veder la  moglie  a  nessuno.  La

      tiene lass,  come in prigione,  sotto chiave;  e questo fatto  senza

      dubbio in favore della signora Frola;  ma il signor Ponza dice  che  

      costretto a far cos,  e che sua moglie stessa anzi glielo impone, per

      paura che la signora Frola non le entri in  casa  all'improvviso.  Pu

      essere  una  scusa.  Sta  anche di fatto che il signor Ponza non tiene

      neanche una serva in casa.  Dice che lo fa  per  risparmio,  obbligato

      com' a pagar l'affitto du due case;  e si sobbarca intanto a farsi da

      s la spesa giornaliera,  e la moglie,  che a suo dire non  la figlia

      della signora Frola,  si sobbarca anche lei per piet di questa,  cio

      d'una povera vecchia che fu suocera di suo marito, a badare a tutte le

      faccende di casa,  anche alle pi umili,  privandosi dell'ajuto di una

      serva.  Sembra a tutti un po' troppo. Ma  anche vero che questo stato

      di cose, se non con la piet, pu spiegarsi con la gelosia di lui.

      Intanto,   il  signor  Prefetto  di  Valdana  s'   contentato   della

      dichiarazione del signor Ponza.  Ma certo l'aspetto e in gran parte la

      condotta di costui non depongono in suo favore,  almeno per le signore

      di  Valdana  pi  propense  tutte  quante  a prestar fede alla signora

      Frola.  Questa,  difatti,  viene premurosa a mostrar loro le letterine

      affettuose  che  le  cala  gi  col  panierino  la figliuola,  e anche

      tant'altri privati documenti,  a cui per il signor Ponza toglie  ogni

      credito,  dicendo  che  le  sono  stati  rilasciati  per confortare il

      pietoso inganno.

      Certo  questo,  a ogni modo: che dimostrano  tutt'e  due,  l'uno  per

      l'altra, un meraviglioso spirito di sacrifizio, commoventissimo; e che

      ciascuno  ha  per  la presunta pazzia dell'altro la considerazione pi

      squisitamente pietosa. Ragionano tutt'e due a meraviglia;  tanto che a

      Valdana  non  sarebbe  mai venuto in mente a nessuno di dire che l'uno

      dei due era pazzo, se non l'avessero detto loro: il signor Ponza della

      signora Frola, e la signora Frola del signor Ponza.

      La signora Frola va spesso a trovare il  genero  alla  prefettura  per

      aver  da  lui  qualche  consiglio,  o  lo aspetta all'uscita per farsi

      accompagnare in qualche compera: e spessissimo,  dal canto suo,  nelle

      ore  libere  e ogni sera il signor Ponza va a trovare la signora Frola

      nel quartierino mobigliato; e ogni qual volta per caso l'uno s'imbatte

      nell'altra per via,  subito  con  la  massima  cordialit  si  mettono

      insieme;  egli le d la destra e,  se stanca,  le porge il braccio,  e

      vanno cos,  insieme,  tra il dispetto aggrondato e lo  stupore  e  la

      costernazione  della  gente  che  li  studia,  li squadra,  li spia e,

      niente!,  non riesce ancora in nessun modo a comprendere quale sia  il

      pazzo dei due, dove sia il fantasma, dove la realt.








                                   UNA GIORNATA.


      Strappato dal sonno,  forse per sbaglio,  e buttato fuori dal treno in

      una stazione di passaggio. Di notte; senza nulla con me.

      Non  riesco  a  riavermi  dallo  sbalordimento.  Ma  ci  che  pi  mi

      impressiona    che  non  mi  trovo addosso alcun segno della violenza

      patita;  non solo,  ma che non ne  ho  neppure  una  immagine,  neppur

      l'ombra confusa d'un ricordo.

      Mi trovo a terra, solo, nella tenebra d'una stazione deserta; e non so

      a chi rivolgermi per sapere che m' accaduto, dove sono.

      Ho  solo  intravisto  un  lanternino cieco,  accorso per richiudere lo

      sportello del treno da cui sono  stato  espulso.  Il  treno    subito

      ripartito.  E'  subito  scomparso  nell'interno  della  stazione  quel

      lanternino,  col  riverbero  vagellante  del  suo  lume  vano.   Nello

      stordimento,  non  m'  nemmen passato per il capo di corrergli dietro

      per domandare spiegazioni e far reclamo.

      Ma reclamo di che?

      Con infinito sgomento m'accorgo di non aver pi idea  d'essermi  messo

      in  viaggio su un treno.  Non ricordo pi affatto di dove sia partito,

      dove diretto; e se veramente, partendo, avessi con me qualche cosa. Mi

      pare nulla.

      Nel vuoto di questa orribile  incertezza,  subitamente  mi  prende  il

      terrore  di quello spettrale lanternino cieco che s' subito ritirato,

      senza fare alcun caso della mia espulsione dal treno.  E' dunque forse

      la cosa pi normale che a questa stazione si scenda cos?

      Nel  bujo,  non  riesco  a  discernerne  il  nome.  La citt mi  per

      certamente ignota.  Sotto i primi squallidi barlumi dell'alba,  sembra

      deserta. Nella vasta piazza livida davanti alla stazione c' un fanale

      ancora acceso. Mi ci appresso; mi fermo e, non osando alzar gli occhi,

      atterrito  come  sono  dall'eco  che  hanno  fatto  i  miei  passi nel

      silenzio, mi guardo le mani, me le osservo per un verso e per l'altro,

      le chiudo, le riapro, mi tasto con esse,  mi cerco addosso,  anche per

      sentire  come  son fatto,  perch non posso pi esser certo nemmeno di

      questo: ch'io realmente esista e che tutto questo sia vero.

      Poco dopo,  inoltrandomi fin nel centro della citt,  vedo che a  ogni

      passo mi farebbero restare dallo stupore, se uno stupore pi forte non

      mi  vincesse  nel vedere che tutti gli altri,  pur simili a me,  ci si

      muovono in mezzo senza punto badarci,  come se per loro siano le  cose

      pi  naturali  e  pi solite.  Mi sento come trascinare,  ma anche qui

      senz'avvertire che mi si faccia violenza.  Solo che io,  dentro di me,

      ignaro di tutto,  sono quasi da ogni parte ritenuto. Ma considero che,

      se non so neppur come, n di dove, n perch ci sia venuto, debbo aver

      torto io certamente e ragione tutti gli altri che,  non solo  pare  lo

      sappiano,  ma  sappiano  anche  tutto  quello  che fanno sicuri di non

      sbagliare,  senza la minima incertezza,  cos naturalmente persuasi  a

      fare come fanno,  che m'attirerei certo la maraviglia, la riprensione,

      fors'anche l'indignazione se, o per il loro aspetto o per qualche loro

      atto o espressione,  mi mettessi a ridere o mi mostrassi stupito.  Nel

      desiderio   acutissimo   di  scoprire  qualche  cosa,   senza  farmene

      accorgere,  debbo di continuo cancellarmi  dagli  occhi  quella  certa

      permalosit  che  di sfuggita tante volte nei loro occhi hanno i cani.

      Il torto  mio,  il torto  mio,  se non capisco nulla,  se non riesco

      ancora a raccapezzarmi. Bisogna che mi sforzi a far le viste d'esserne

      anch'io persuaso e che m'ingegni di far come gli altri,  per quanto mi

      manchi ogni criterio e ogni pratica nozione,  anche di quelle cose che

      pajono pi comuni e pi facili.

      Non  so  da che parte rifarmi,  che via prendere,  che cosa mettermi a

      fare.

      Possibile per ch'io sia gi tanto cresciuto, rimanendo sempre come un

      bambino e senz'aver fatto mai nulla? Avr forse lavorato in sogno, non

      so come. Ma lavorato ho certo; lavorato sempre, e molto,  molto.  Pare

      che tutti lo sappiano,  del resto, perch tanti si voltano a guardarmi

      e pi d'uno anche mi saluta,  senza ch'io lo conosca.  Resto  dapprima

      perplesso, se veramente il saluto sia rivolto a me; mi guardo accanto;

      mi  guardo dietro.  Mi avranno salutato per sbaglio?  Ma no,  salutano

      proprio me. Combatto, imbarazzato, con una certa vanit che vorrebbe e

      pur non riesce a illudersi, e vado innanzi come sospeso, senza potermi

      liberare da uno  strano  impaccio  per  una  cosa  -  lo  riconosco  -

      veramente  meschina:  non  sono  sicuro dell'abito che ho addosso;  mi

      sembra strano che sia mio;  e ora mi  nasce  il  dubbio  che  salutino

      quest'abito e non me.  E io intanto con me, oltre a questo, non ho pi

      altro!

      Torno a cercarmi addosso. Una sorpresa.  Nascosta nella tasca in petto

      della  giacca  tasto come una bustina di cuojo.  La cavo fuori,  quasi

      certo che non appartenga a me ma a quest'abito non mio. E' davvero una

      vecchia bustina di  cuojo,  gialla  scolorita  slavata,  quasi  caduta

      nell'acqua  di  un  ruscello  o  d'un pozzo e ripescata.  La apro,  o,

      piuttosto,  ne stacco la parte appiccicata,  e vi guardo  dentro.  Tra

      poche  carte  ripiegate,  illeggibili  per le macchie che l'acqua v'ha

      fatte  diluendo  l'inchiostro,   trovo  una  piccola  immagine  sacra,

      ingiallita,  di  quelle  che  nelle  chiese  si regalano ai bambini e,

      attaccata ad essa quasi dello stesso formato e anch'essa sbiadita, una

      fotografia.  La spiccico,  la osservo.  Oh!  E' la fotografia  di  una

      bellisima giovine,  in costume da bagno,  quasi nuda,  con tanto vento

      nei capelli e le braccia levate  vivacemente  nell'atto  di  salutare.

      Ammirandola,  pur con una certa pena, non so, quasi lontana, sento che

      mi viene da essa l'impressione,  se non proprio la  certezza,  che  il

      saluto  di  queste  braccia,  cos  vivacemente levate nel vento,  sia

      rivolto a me. Ma per quanto mi sforzi,  non arrivo a riconoscerla.  E'

      mai  possibile  che  una  donna cos bella mi sia potuta sparire dalla

      memoria,  portata via da tutto quel vento che le scompiglia la  testa?

      Certo,  in  questa  bustina  di  cuojo  caduta  un  tempo  nell'acqua,

      quest'immagine,  accanto all'immagine sacra,  ha il posto che si d  a

      una fidanzata.

      Torno a cercare nella bustina e,  pi sconcertato che con piacere, nel

      dubbio che non m'appartenga, trovo in un ripostiglio segreto un grosso

      biglietto di banca,  chi sa da quanto tempo l riposto e  dimenticato,

      ripiegato  in quattro,  tutto logoro e qua e l bucherellato sul dorso

      delle ripiegature gi lise.

      Sprovvisto come sono di tutto, potr darmi ajuto con esso?  Non so con

      qual  forza  di  convinzione,  l'immagine  ritratta  in quella piccola

      fotografia m'assicura che il biglietto  mio.  Ma c' da fidarsi d'una

      testolina  cos  scompigliata  dal  vento?  Mezzogiorno  gi passato;

      casco dal languore: bisogna che  prenda  qualcosa,  ed  entro  in  una

      trattoria.

      Con maraviglia,  anche qui mi vedo accolto come un ospite di riguardo,

      molto gradito.  Mi si indica una tavola apparecchiata e si scosta  una

      seggiola  per  invitarmi a prender posto.  Ma io son trattenuto da uno

      scrupolo.  Fo cenno al padrone e,  tirandolo con me in  disparte,  gli

      mostro   il   grosso  biglietto  logorato.   Stupito,   lui  lo  mira;

      pietosamente per lo stato in cui  ridotto,  lo esamina;  poi mi  dice

      che  senza  dubbio    di gran valore ma ormai da molto tempo fuori di

      corso. Per non tema: presentato alla banca da uno come me, sar certo

      accettato e cambiato in altra pi spicciola moneta corrente.

      Cos dicendo il padrone della trattoria esce con me  fuori  dell'uscio

      di strada e m'indica l'edificio della banca l presso.

      Ci  vado,  e tutti anche in quella banca mi si mostrano lieti di farmi

      questo favore.  Quel mio biglietto - mi dicono -  uno dei  pochissimi

      non  rientrati  ancora alla banca,  la quale da qualche tempo a questa

      parte non d pi corso se non a biglietti di piccolissimo  taglio.  Me

      ne danno tanti e poi tanti, che ne resto imbarazzato e quasi oppresso.

      Ho con me solo quella naufraga bustina di cuojo.  Ma mi esortano a non

      confondermi.  C' rimedio a tutto.  Posso lasciare quel mio danaro  in

      deposito  alla  banca,  in conto corrente.  Fingo d'aver compreso;  mi

      metto in tasca qualcuno di quei biglietti e un libretto che  mi  dnno

      in  sostituzione  di  tutti  gli  altri  che  lascio,  e  ritorno alla

      trattoria.  Non vi trovo cibi per il mio gusto;  temo di  non  poterli

      digerire.  Ma  gi  si dev'esser sparsa la voce ch'io,  se non proprio

      ricco, non sono certo pi povero; e infatti,  uscendo dalla trattoria,

      trovo  una  automobile  che m'aspetta e un autista che si leva con una

      mano il berretto e apre con l'altra lo sportello per farmi entrare. Io

      non so dove mi porti.  Ma com'ho un'automobile,  si  vede  che,  senza

      saperlo,  aavr anche una casa.  Ma s,  una bellissima casa,  antica,

      dove certo tanti prima  di  me  hanno  abitato  e  tanti  dopo  di  me

      abiteranno.  Sono  proprio  miei  tutti  questi  mobili?  Mi  ci sento

      estraneo, come un intruso. Come questa mattina all'alba la citt,  ora

      anche questa casa mi sembra deserta;  ho di nuovo paura dell'eco che i

      miei passi faranno,  movendomi in tanto silenzio.  D'inverno,  fa sera

      prestissimo;  ho  freddo  e  mi sento stanco.  Mi faccio coraggio;  mi

      muovo;  apro a caso uno degli usci;  resto stupito di trovar la camera

      illuminata,  la camera da letto, e, sul letto, lei, quella giovine del

      ritratto, viva, ancora con le due braccia nude vivacemente levate,  ma

      questa  volta  per  invitarmi ad accorrere a lei e per accogliermi tra

      esse, festante.

      E' un sogno?

      Certo, come in un sogno, lei su quel letto, dopo la notte,  la mattina

      all'alba, non c' pi. Nessuna traccia di lei. E il letto, che fu cos

      caldo nella notte,  ora, a toccarlo, gelato, come una tomba. E c' in

      tutta  la  casa  quell'odore  che  cova  nei luoghi che hanno preso la

      polvere,  dove la vita  appassita da tempo,  e quel  senso  d'uggiosa

      stanchezza  che  per  sostenersi  ha  bisogno  di ben regolate e utili

      abitudini.  Io ne ho  avuto  sempre  orrore.  Voglio  fuggire.  Non  

      possibile  che  questa sia la mia casa.  Questo  un incubo.  Certo ho

      sognato uno dei sogni pi assurdi.  Quasi per averne la prova,  vado a

      guardarmi  a  uno specchio appeso alla parete dirimpetto,  e subito ho

      l'impressione d'annegare, atterrito, in uno smarrimento senza fine. Da

      quale remota lontananza i miei occhi,  quelli che mi par d'avere avuti

      da  bambino,  guardano  ora,  sbarrati  dal  terrore,  senza potersene

      persuadere, questo viso di vecchio? Io,  gi vecchio?  Cos subito?  E

      com' possibile?

      Sento  picchiare  all'uscio.  Ho  un  sussulto.  M'annunziano che sono

      arrivati i miei figli.

      I miei figli?

      Mi pare spaventoso che da me siano potuti nascere figli. Ma quando? Li

      avr avuti jeri.  Jeri ero ancora  giovane.  E'  giusto  che  ora,  da

      vecchio, li conosca.

      Entrano,  reggendo per mano bambini,  nati da loro. Subito accorrono a

      sorreggermi;  amorosamente mi rimproverano d'essermi levato di  letto;

      premurosamente  mi  mettono a sedere,  perch l'affanno mi cessi.  Io,

      l'affanno? Ma s,  loro lo sanno bene che non posso pi stare in piedi

      e che sto molto molto male.

      Seduto,  li guardo,  li ascolto;  e mi sembra che mi stiano facendo in

      sogno uno scherzo.

      Gi finita la mia vita?

      E  mentre  sto  a  osservarli,   cos  tutti  curvi  attorno   a   me,

      maliziosamente,  quasi  non dovessi accorgermene,  vedo spuntare nelle

      loro teste,  proprio sotto i miei  occhi,  e  crescere,  crescere  non

      pochi, non pochi capelli bianchi.

      - Vedete, se non  uno scherzo? Gi anche voi, i capelli bianchi.

      E  guardate,  guardate  quelli  che or ora sono entrati da quell'uscio

      bambini: ecco,  bastato che si siano appressati alla mia poltrona: si

      son fatti grandi; e una, quella,   gi una giovinetta che si vuol far

      largo per essere ammirata. Se il padre non la trattiene, mi si butta a

      sedere  sulle ginocchia e mi cinge il collo con un braccio,  posandomi

      sul petto la testina.

      Mi vien l'impeto  di  balzare  in  piedi.  Ma  debbo  riconoscere  che

      veramente  non  posso  pi  farlo.  E con gli stessi occhi che avevano

      poc'anzi quei bambini,  ora gi cos  cresciuti,  rimango  a  guardare

      finch  posso,  con  tanta  tanta  compassione,  ormai dietro a questi

      nuovi, i miei vecchi figliuoli.
