                       LETTERA ENCICLICA
                      DEL SOMMO PONTEFICE
                         PIO PP. XI
                       "QUADRAGESIMO ANNO"
                AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI
                   PRIMATI ARCIVESCOVI VESCOVI
                      E AGLI ALTRI ORDINARI
                  AVENTI CON L'APOSTOLICA SEDE
                        PACE E COMUNIONE.
       "Per l'instaurazione dell'ordine sociale cristiano,
 nel quarantesimo anniversario dell'Enciclica "Rerum novarum"".
                       VENERABILI FRATELLI
                 SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE
Introduzione.
Quarant'anni sono passati dalla pubblicazione della magistrale
Enciclica "Rerum novarum", di Leone XIII, Nostro Predecessore di
felice memoria e tutto il mondo cattolico, mosso da un impeto di
calda riconoscenza, ha preso a celebrarne la commemorazione con
uno splendore degno di s memorabile documento.
Vero  che a quell'insigne testimonianza di sollecitudine
pastorale il Nostro Predecessore aveva gi in certo modo spianata
la via con altre Encicliche, come quella sui fondamenti della
Societ umana, la famiglia cio ed il venerando Sacramento del
matrimonio (Enc. "Arcanum", del 10 Febbraio 1880); sull'origine
del potere civile (Enc. "Diuturnum", del 29 Giugno 1881);
sull'ordine delle sue relazioni con la Chiesa (Enc. "Immortale
Dei", del 1 Novembre 1885); sui principali doveri del cittadino
cristiano (Enc. "Sapientiae Christianae", del 10 Gennnaio 1890);
contro gli errori del socialismo (Enc. "Quod apostolici muneris",
del 28 Dicembre 1878) e per la prava dottrina intorno all'umana
libert (Enc. "Libertas", del 20 Giugno 1888) ed altre di simil
genere, dove Leone XIII aveva gi espresso ampiamente il suo
pensiero. Ma l'Enciclica "Rerum novarum", rispetto alle altre,
ebbe questo di proprio che, allora appunto quando ci era
sommamente opportuno ed anzi necessario, diede a tutto il genere
umano norme sicurissime, per la debita soluzione degli ardui
problemi della societ umana che vanno sotto il nome di questione
sociale.
Verso la fine del secolo XIX, il nuovo sistema economico da poco
introdotto e i nuovi incrementi dell'industria erano veramente
giunti a far s che la societ in quasi tutte le nazioni
apparisse sempre pi recisamente divisa in due classi: l'una,
esigua di numero, che godeva di quasi tutte le comodit in s
grande abbondanza apportate dalle invenzioni moderne; l'altra,
composta da una immensa moltitudine di operai i quali, oppressi
da rovinosa penuria, invano s'affannavano per uscire dalle loro
strettezze.
A tale condizione di cose non trovavano certo difficolt ad
adattarsi coloro che, ben forniti di ricchezze, la ritenevano
effetto necessario delle leggi economiche e perci volevano
affidata soltanto alla carit la cura di sovvenire agli
indigenti, come se alla carit corresse l'obbligo di stendere un
velo sulla violazione manifesta della giustizia, sebbene
tollerata non solo, ma talvolta sancita dai legislatori. Ma di
tale condizione erano pi che mai insofferenti gli operai
oppressi dall'ingiusta sorte, e perci ricusavano di restare pi
a lungo sotto quel giogo troppo pesante. Alcuni perci,
abbandonandosi all'impero di malvagi consigli, miravano ad una
totale rivoluzione della societ; mentre altri, trattenuti da una
solida educazione cristiana a non trascorrere in cos insani
propositi, persistevano tuttavia nel credere che molte cose in
questa materia fossero da riformare interamente e al pi presto.
N altrimenti opinavano quei molti cattolici, sacerdoti e laici,
i quali mossi da un sentimento di carit certamente ammirabile,
si sentivano gi da lungo tempo sospinti a lenire l'immeritata
indigenza dei proletari, n riuscivano in alcun modo a
persuadersi come un cos forte e ingiusto divario nella
distribuzione dei beni temporali potesse davvero corrispondere ai
disegni del Sapientissimo Creatore.
In tale lacrimevole disordine della societ essi cercavano bens
con sincerit un pronto rimedio e una salda difesa contro
pericoli peggiori: ma per la fiacchezza della mente umana anche
nei migliori, vedendosi respinti da una parte quasi perniciosi
novatori, dall'altra intralciati dagli stessi compagni di opere
buone, ma seguaci di altre idee, esitando tra le varie opinioni,
non sapevano dove rivolgersi.
In cos grande urto e dissenso di animi, mentre dall'una parte e
dall'altra si dibatteva, e non sempre pacificamente, la
controversia, gli occhi di tutti, come in tante altre occasioni,
si volgevano alla Cattedra di Pietro, sacro deposito di ogni
verit da cui si diffondono le parole di salute in tutto il
mondo; e accorrendo con insolita frequenza ai piedi del Vicario
di Cristo in terra, s gli studiosi di cose sociali, come i
datori di lavoro e gli stessi operai, andavano supplicando
unanimi perch fosse loro finalmente additata una via sicura.
Tutto ci il prudentissimo Pontefice ponder a lungo tra di s e
al cospetto di Dio, richiese di consiglio i pi esperti, vagli
attentamente gli argomenti che si portavano da una parte e
dall'altra, e in ultimo, ascoltando la voce della coscienza
dell'Ufficio Apostolico (Enc. "Rerum novarum", del 15 Maggio
1891) per non sembrare, tacendo, di mancare al proprio dovere
(ibidem), deliber, in virt del divino magistero a Lui affidato,
di rivolgere la parola a tutta la Chiesa, anzi a tutta l'umana
societ. Risuon dunque, il 15 Maggio 1891, quella tanto
desiderata voce, la quale, non atterrita dalle difficolt
dell'argomento n affievolita dalla vecchiaia, ma anzi da
ridestato vigore rafforzata, ammaestr l'umana famiglia a
mettersi per nuove vie in materia di dottrina sociale.
Voi conoscete, Venerabili Fratelli e diletti Figli, anzi avete
familiare la mirabile dottrina, per la quale l'Enciclica "Rerum
novarum" rester gloriosa nei ricordi dei secoli. In essa
l'ottimo Pastore, lamentando che una s grande parte degli uomini
"si trovino ingiustamente in uno stato misero e calamitoso", con
animo invitto prende a tutelare in persona la causa degli operai
che "le circostanze hanno consegnati soli ed indifesi alla
inumanit dei padroni e alla sfrenata cupidigia della
concorrenza" (ibidem), senza chiedere aiuto alcuno n al
liberalismo, n al socialismo, dei quali l'uno s'era mostrato
affatto incapace di dare soluzione legittima alla questione,
l'altro proponeva un rimedio che, di gran lunga peggiore del
male, avrebbe gettato in maggiori pericoli la societ umana.
Il Pontefice, dunque, nel pieno esercizio del suo diritto e quale
buon custode della Religione e dispensatore di quanto con essa in
stretto vincolo si connette, trattandosi di un problema "del
quale nessuna soluzione plausibile si potrebbe dare, senza
richiamarsi alla Religione e alla Chiesa" (ibidem), movendo
unicamente dagli immutabili principi attinti dal tesoro della
retta ragione e della divina Rivelazione, con tutta sicurezza e
"come avente autorit" (Matth. 7, 29), indic e proclam "i
diritti e i doveri dai quali conviene che vicendevolmente si
sentano vincolati e ricchi e proletari, e capitalisti e
prestatori d'opera" (ibidem) come pure le parti rispettive della
Chiesa, dei poteri pubblici e anche di coloro che pi vi si
trovano interessati.
N quella voce apostolica risuon invano; anzi, l'udirono con
stupore e l'accolsero con il pi grande favore non solo i figli
obbedienti della Chiesa, ma anche buon numero di uomini lontani
dalla verit e dall'unit della fede, e quasi tutti coloro che
indi in poi s'occuparono della questione sociale ed economica,
sia come studiosi privati sia come pubblici legislatori.
Ma pi di tutti accolsero con giubilo quell'Enciclica gli operai
cristiani, i quali si sentirono patrocinati e difesi dalla pi
alta Autorit della terra, e tutti quei generosi i quali gi da
lungo tempo solleciti di recare sollievo alla condizione degli
operai, sino allora non avevano trovato quasi altro che la
noncuranza degli uni, e persino gli odiosi sospetti, per non dire
l'aperta ostilit di molti altri. Meritamente dunque tutti
costoro d'allora in poi tennero sempre in tanto onore
quell'Enciclica, che  venuto in uso di commemorarla ogni anno
nei vari paesi con varie manifestazioni di gratitudine.
Tuttavia la dottrina di Leone XIII, cos nobile, cos profonda e
cos inaudita al mondo, non poteva non produrre anche in alcuni
cattolici una certa impressione di sgomento, anzi di molestia e
per taluno anche di scandalo. Essa infatti affrontava
coraggiosamente gli idoli del liberalismo e li rovesciava, non
teneva in nessun conto pregiudizi inveterati, preveniva i tempi
oltre ogni aspettazione; ond' che i troppo tenaci sostenitori
dell'antico disdegnavano questa nuova filosofia sociale, e i
pusillanimi paventavano di ascendere a tanta altezza; taluno
anche vi fu che, pure ammirando questa luce, la reputava un
ideale chimerico di perfezione pi desiderabile che attuabile.
Per queste ragioni, Venerabili Fratelli e diletti Figli, mentre
con tanto ardore da tutto il mondo, e specialmente dagli operai
cattolici che d'ogni parte convengono in quest'alma Citt, si va
solennemente celebrando la commemorazione del quarantesimo
anniversario dell'Enciclica "Rerum novarum", stimiamo opportuno
servirCi di questa ricorrenza, per ricordare i grandi beni che da
quell'Enciclica ridondarono alla Chiesa, anzi a tutta la umana
societ; per rivendicare la dottrina di tanto Maestro sulla
questione sociale ed economica contro alcuni dubbi sorti in tempi
recenti e per svolgerla con maggior ampiezza in questo o in quel
punto; e in fine, dopo una accurata disamina dell'economia
moderna e del socialismo, per discoprire la radice del presente
disagio sociale, e insieme additare la sola via di una salutare
restaurazione, cio la cristiana riforma dei costumi.
I.
E anzitutto, per cominciare di l donde avevamo appunto in animo
di esordire, seguendo l'avvertimento di Sant'Ambrogio che diceva
"non esservi nessun dovere maggiore del ringraziare" (Sant'Ambr.
De excessu fratris sui Satyri, Lib. I, 44), non possiamo
trattenerCi dal rendere amplissime grazie a Dio Onnipotente per
gli insigni benefizi dall'Enciclica Leoniana provenuti alla
Chiesa e alla umana societ. I quali benefizi se volessimo anche
di volo accennare, dovremmo richiamare alla memoria quasi tutta
la storia dell'ultimo quarantennio per quanto riguarda la
questione sociale. Ma li possiamo tutti ridurre a tre capi
principali, secondo le tre specie di aiuti che il Nostro
Antecessore desiderava per il compimento della sua grande opera
restauratrice.
In primo luogo lo stesso Leone XIII aveva splendidamente
dichiarato che cosa si dovesse aspettare dalla Chiesa: "Di fatti
la Chiesa  quella che trae dal Vangelo dottrine atte a comporre
o certo a rendere assai meno aspro il conflitto; essa procura con
gli insegnamenti suoi, non solo di illuminare la mente, ma
d'informare la vita e i costumi di ognuno; essa con un gran
numero di benefiche istituzioni migliora le condizioni medesime
del proletario" (ibidem).
Ora la Chiesa non lasci stagnare nell'inerzia queste preziose
fonti, ma ad esse attinse copiosamente per il bene comune della
pace desiderata. Lo stesso Leone infatti e i suoi Successori non
restarono mai dal proclamare ed inculcare ripetutamente, ora a
voce, ora con gli scritti, la dottrina stessa dell'Enciclica
"Rerum novarum" sulle materie sociali od economiche, e adattarla
opportunamente secondo le esigenze delle circostanze e dei tempi,
mostrando sempre carit di padri e costanza di pastori nella
difesa massimamente dei poveri e dei deboli (basti indicarne
alcuni documenti: Leone XIII, "Prclara", del 20 Giugno 1894. -
Enc. "Graves de communi", del 18 Gennaio 1901. - Pio X, "Motu
Proprio", 8 Dicembre 1903. - Benedetto XV, Enc. "Ad Beatissimi",
del 1 Novembre 1914. - Pio XI, Enc. "Ubi arcano", del 23
Dicembre 1922. - Enc. "Rite expiatis", del 30 Aprile 1926).
Lo stesso fecero tanti Vescovi, spiegando la medesima dottrina
con assiduit e saggezza, chiarendola con i loro commenti e
applicandola alle condizioni dei paesi diversi, secondo la mente
e le istruzioni della Santa Sede (La Hirarchie Catholique et le
Problme Social depuis l'Encyclique "Rerum Novarum" 1891-1913,
pp. XVI-335, 17. Fs. 11-12).
Non fa quindi meraviglia che sotto il magistero e la guida della
Chiesa molti uomini dotti, ecclesiastici e laici, prendessero a
trattare con ardore la scienza sociale ed economica secondo le
esigenze dei nostri tempi, mossi particolarmente dall'intento di
opporre con pi efficacia la dottrina immutata e immutabile della
Chiesa alle nuove necessit.
Cos additata e rischiarata la via dell'Enciclica Leoniana, ne
sorse una vera sociologia cattolica, che viene oggi giorno
alacremente coltivata ed arricchita da quelle scelte persone che
abbiamo chiamato ausiliarie della Chiesa. E questi non la
lasciano gi confinata all'ombra di eruditi convegni, ma la
propalano alla pubblica luce, come ne danno splendida prova e le
scuole istituite e frequentate con molta utilit nelle Universit
Cattoliche, nelle Accademie, nei Seminari; e i Congressi o
"settimane" sociali, tenuti con una certa frequenza e fecondi di
lieti frutti; l'istituzione di circoli di studi, e infine la
larga e industriosa diffusione di scritti sani e opportuni.
N va ristretto a questi limiti il bene derivato dal Documento
Leoniano, perch gli insegnamenti dell'Enciclica "Rerum novarum"
a poco a poco fecero breccia anche in persone che stando fuori
della cattolica unit non riconoscono il potere della Chiesa:
sicch i princip cattolici della sociologia penetrarono a poco a
poco nel patrimonio di tutta la societ. E non raramente avviene
che le eterne verit, tanto altamente proclamate dal Nostro
Predecessore di felice memoria, non solamente siano riferite e
sostenute in giornali e libri anche acattolici, ma altres nelle
Camere legislative e nelle aule dei tribunali.
Che pi? Dopo l'immane guerra, quando i governanti delle nazioni
principali, al fine di reintegrare una vera e stabile pace con un
totale riassetto delle condizioni sociali, ebbero sancito fra le
altre norme allora stabilite quelle che dovevano regolare secondo
equit e giustizia il lavoro degli operai, tra quelle norme non
ne ammisero forse molte, cos concordanti coi principi e i moniti
Leoniani, da sembrare di proposito dedotte da quelli? E veramente
l'Enciclica "Rerum novarum" resta un monumento memorando a cui si
possono applicare, con diritto, le parole di Isaia: "Alzer un
vessillo alle nazioni" (Is. 11-12).
Frattanto, mentre le prescrizioni Leoniane, previe le
investigazioni scientifiche, avevano larga diffusione nelle
menti, si venne pure alla loro applicazione pratica. E anzitutto
con un'operosa benevolenza si rivolsero tutte le cure
all'elevazione di quella classe di uomini che, per i moderni
progressi dell'industria immensamente cresciuta, non occupava
ancora nella societ umana un posto o grado convenevole e perci
giaceva quasi trascurata e disprezzata la classe operaia. Alla
sua cultura, seguendo l'esempio dell'Episcopato, lavoravano
quindi alacremente, con gran profitto delle anime, sacerdoti
dell'uno e dell'altro clero quantunque gi sopraffatti da altre
cure pastorali. E questa costante fatica, intrapresa per
informare a spirito cristiano gli operai col propor loro con
chiarezza i diritti e doveri della propria classe, giov pure in
gran maniera a renderli pi consapevoli della loro vera dignit,
atti a progredire per vie legittime e feconde nel campo sociale
ed economico, e a divenir altres guide agli altri.
Quindi un pi sicuro rifornimento di pi copiosi mezzi di vita;
giacch non solo si moltiplicarono mirabilmente le opere di
beneficenza e di carit secondo le esortazioni del Pontefice, ma
si vennero pure istituendo dappertutto associazioni nuove e
sempre pi numerose, nelle quali, col consiglio della Chiesa e
per lo pi sotto la guida di sacerdoti si danno e ricevono mutua
assistenza ed sento operai, artigiani, contadini, salariati di
ogni fatta.
Quanto al potere civile, Leone XIII, superando arditamente i
limiti segnati dal liberalismo, insegna coraggiosamente che esso
non  meramente guardiano dell'ordine e del diritto, ma deve
adoperarsi in modo che "con tutto il complesso delle leggi e
delle politiche istituzioni... ordinando e amministrando lo
Stato, ne risulti naturalmente la pubblica e privata prosperit"
(ibidem).  bens vero che si deve lasciare la loro giusta
libert di azione alle famiglie ed agli individui, ma questo
senza danno del pubblico bene e senza offesa di persona. Spetta
poi ai reggitori dello Stato difendere la comunit e le parti di
essa, ma nella protezione dei diritti stessi dei privati si deve
tener conto principalmente dei deboli e dei poveri. Perch, come
dice il Nostro Antecessore, "il ceto dei ricchi, forte per se
stesso, abbisogna meno della pubblica difesa: le misere plebi
invece, che mancano di sostegno proprio, hanno somma necessit di
trovarlo nel patrocinio dello Stato. E per agli operai che sono
nel numero dei deboli e bisognosi, deve lo Stato a preferenza
rivolgere le cure e la provvidenza sua" (ibidem).
Non neghiamo che alcuni reggitori di popoli, anche prima
dell'Enciclica di Leone XIII, provvidero ad alcune necessit pi
urgenti degli operai e repressero le ingiustizie pi atroci loro
fatte. Ma  certo che allora finalmente, quando risuon dalla
Cattedra di Pietro la parola pontificia per tutto il mondo, i
reggitori dei popoli, fatti pi consci del proprio dovere,
rivolsero i pensieri e l'attenzione loro a promuovere una pi
ricca politica sociale.
In verit l'Enciclica "Rerum novarum", mentre vacillavano le
massime del liberalismo, che da gran tempo intralciavano l'opera
efficace dei governanti, mosse i popoli stessi a promuovere con
maggiore sincerit e maggiore impegno la politica sociale, e
indusse i migliori tra i cattolici a prestare in questo il loro
utile concorso ai reggitori dello Stato: sicch spesso si
dimostrarono nelle Camere legislative sostenitori illustri di
questa nuova politica; anzi le stesse leggi sociali moderne
furono non di rado proposte ai voti dei rappresentanti della
Nazione e la loro esecuzione fu richiesta e caldeggiata da
Ministri della Chiesa, imbevuti degli insegnamenti Leoniani.
Da tale continua e indefessa fatica sorse un nuovo ramo della
disciplina giuridica affatto ignorata nei tempi passati, la quale
difende con forza i sacri diritti dei lavoratori che loro
provengono dalla dignit di uomini e di cristiani; giacch queste
leggi si propongono la protezione degli interessi dei lavoratori,
massime delle donne e dei fanciulli: l'anima, la santit, le
forze, la famiglia, la casa, le officine, la paga, gli infortuni
sul lavoro; in una parola tutto ci che tocca la vita e la
famiglia dei lavoratori. Se tali statuti non si accordano
dappertutto e in ogni cosa con le norme di Leone XIII, non si pu
tuttavia negare che in molti punti vi si sente un'eco
dell'Enciclica "Rerum novarum", alla quale pertanto , in parte
assai notevole, da attribuirsi la migliorata condizione dei
lavoratori.
Insegnava per ultimo il sapientissimo Pontefice come i padroni e
gli operai medesimi possono recarvi un gran contributo "con
istituzioni cio ordinate a porgere opportuni soccorsi ai
bisognosi e ad avvicinare ed unire le due classi tra loro"
(ibidem). Ma il primo luogo fra tali istituzioni Egli voleva
attribuito alle corporazioni che abbracciano o i soli operai o
gli operai ed i padroni insieme. E nell'illustrarla e
raccomandarle insiste a lungo, dichiarandone con mirabile
sapienza la natura, la causa, l'opportunit, i diritti, i doveri,
le leggi.
Quegli insegnamenti furono pubblicati in un tempo veramente
opportuno, quando in parecchie nazioni i pubblici poteri,
totalmente asserviti al liberalismo, poco favorivano, anzi
avversavano apertamente le menzionate associazioni di operai; e
mentre riconoscevano consimili associazioni di altre classi e le
proteggevano, con ingiustizia esosa negavano il diritto naturale
di associarsi proprio a coloro che pi ne avevano bisogno per
difendersi dallo sfruttamento dei potenti. N mancava tra gli
stessi cattolici chi mettesse in sospetto i tentativi di formare
siffatte organizzazioni, quasi sapessero di un certo spirito
socialistico o sovversivo.
Sono dunque sommamente commendevoli le norme date autorevolmente
da Leone XIII, perch valsero a infrangere le opposizioni e
dissipare i sospetti. E d'importanza anche maggiore riuscirono
per aver esse esortato i lavoratori cristiani a stringere fra
loro simili organizzazioni, secondo la variet dei mestieri,
insegnandone loro il modo; e molti di essi validamente
rassodarono nella via del dovere, mentre erano fortemente
adescati dalle associazioni dei socialisti, le quali, con
incredibile impudenza, si spacciavano per uniche tutrici e
vindici degli umili e degli oppressi.
Ma assai opportunamente l'Enciclica "Rerum novarum" dichiarava
che, nel fondare tali associazioni, "queste si dovevano ordinare
e governare in modo da somministrare i mezzi pi acconci e
spediti al conseguimento del fine, il quale consiste in questo,
che ciascuno degli associati ne tragga il maggior aumento
possibile di benessere fisico, economico, morale"; ed  evidente
che bisogna avere di mira "come scopo precipuo, il
perfezionamento religioso e morale, e che a questo
perfezionamento vuolsi indirizzare tutta la disciplina sociale"
(ibidem). Poich "posto il fondamento nella Religione  aperta la
strada a regolare le mutue attinenze dei soci per la tranquillit
della loro convivenza e per il loro benessere economico"
(ibidem).
Ad istituire simili sodalizi si consacrarono dappertutto con
lodevole ardore sacerdoti e laici in gran numero, bramosi di
attuare davvero integralmente il disegno di Leone XIII. E cos
queste associazioni formarono lavoratori schiettamente cristiani,
i quali sapevano ben congiungere insieme la diligenza pratica del
loro mestiere con i salutari precetti della Religione, e
difendere con efficacia e fermezza i propri interessi e diritti
temporali, ma tenendo il debito ossequio alla giustizia e il
sincero intento di cooperare con le altre classi della societ al
rinnovamento cristiano di tutta la vita sociale.
Questi consigli poi e questi moniti di Leone XIII furono messi in
atto dove in un modo dove in un altro, secondo le varie
circostanze dei vari luoghi. Cos in alcuni paesi una stessa
associazione si propose di raggiungere tutti insieme gli scopi
assegnati dal Pontefice; in altri, cos richiedendo o
consigliando le condizioni locali, si venne ad una certa
divisione di lavoro e furono istituite distinte associazioni, di
cui le une si assumessero la difesa dei diritti e dei legittimi
vantaggi dei soci nei contratti di lavoro, altre si occupassero
del vicendevole aiuto da prestarsi nelle cose economiche, altre
finalmente si dedicassero tutte alla cura dei doveri morali e
religiosi e di altri obblighi consimili.
Questo secondo metodo fu adoperato principalmente l dove i
cattolici non potevano formare sindacati cattolici perch
impediti dalle leggi del paese o da altre cotali istituzioni
economiche, o da quel lacrimevole dissidio delle intelligenze e
dei cuori, tanto largamente disseminato nella societ moderna, e
dalla stringente necessit di resistere con fronte unico alle
irrompenti schiere dei partiti sovversivi. In tali circostanze
pare che i cattolici siano quasi costretti ad ascriversi a
sindacati neutri, i quali tuttavia professino sempre la giustizia
e la equit e lascino ai loro soci cattolici la piena libert di
provvedere alla propria coscienza e obbedire alle leggi della
Chiesa. Spetta per ai Vescovi, dove secondo le circostanze
credano necessarie tali associazioni e le sappiano non pericolose
per la Religione, l'acconsentire a che gli operai cattolici vi
aderiscano, avendo sempre l'occhio ai principi e alle garanzie,
che il Nostro Predecessore Pio X, di santa memoria, raccomandava
(Pio X, Enc. "Singulari quadam", del 24 Settembre 1912); delle
quali garanzie la prima e principale  questa, che insieme con
quei sindacati, sempre vi siano altri sodalizi, i quali si
adoperino con diligenza a educare profondamente i loro soci nella
parte religiosa e morale, affinch questi possano di poi
compenetrare le associazioni sindacali di quel buon spirito, con
cui si devono reggere in tutta la loro condotta: e cos avverr
che tali sodalizi rechino ottimi frutti, anche oltre la cerchia
dei loro soci.
All'Enciclica Leoniana dunque si deve attribuire se queste
associazioni di lavoratori fiorirono dappertutto in tal modo che
ormai, sebbene purtroppo ancor inferiori di numero alle
corporazioni dei socialisti e dei comunisti, raccolgono una
grandissima moltitudine di operai e possono vigorosamente
rivendicare i diritti e le legittime aspirazioni dei lavoratori
cristiani, tanto nell'interno della propria nazione, quanto in
convegni pi estesi, e con ci promuovere i salutari principi
cristiani intorno alla societ.
Le verit saggiamente discusse e validamente propugnate da Leone
XIII circa il diritto naturale di associazione, inoltre, si
cominciarono ad applicare con facilit anche ad altre
associazioni e non solo a quelle degli operai: onde alla stessa
Enciclica Leoniana si deve in non poca parte il tanto rifiorire
di simili utilissime associazioni, anche tra agricoltori e altre
classi medie, come pure altre istituzioni consimili nelle quali
felicemente si accoppia col vantaggio economico la cultura delle
anime.
Non si pu dire lo stesso delle Associazioni, vivamente
desiderate dal Nostro Antecessore, tra gli imprenditori di lavoro
e gli industriali Se di queste dobbiamo lamentare la scarsezza,
ci non si deve attribuire unicamente alla volont delle persone,
ma alle difficolt molto pi gravi che si oppongono a consimili
associazioni e che Noi conosciamo benissimo e teniamo nel giusto
conto. Ci arride tuttavia la ferma speranza che anche questi
impedimenti si possano tra breve rimuovere, e fin d'ora con
intima consolazione del cuore Nostro salutiamo alcuni non inutili
tentativi fatti in questa parte, i cui frutti copiosi
ripromettono una pi ricca messe in avvenire (S. Congr. del
Concilio al Vescovo di Lilla, 5 Giugno 1929).
Tutti questi benefizi dell'Enciclica Leoniana, Venerabili
Fratelli e diletti Figli, da Noi accennati piuttosto che
ricordati, sorvolando piuttosto che dichiarandoli, sono tanti e
cos grandi che dimostrano chiaramente come quell'immortale
documento sia ben lungi dal rappresentarci un ideale di societ
umana bellissimo s ma fantastico e troppo lontano dalle vere
esigenze economiche dei nostri tempi e per ci stesso
inattuabile. Per contrario, essi dimostrano che il Nostro
Antecessore attinse dal Vangelo, e perci da una sorgente sempre
viva e vitale, quelle dottrine che possono, se non subito
comporre, almeno mitigare in grande misura quella esiziale lotta
intestina che dilania la famiglia umana. Che poi una parte di
quel buon seme, tanto copiosamente sparso or sono quaranta anni,
sia caduta in terra buona, vediamo dalle messi lietissime che la
Chiesa di Cristo, e quindi l'intero genere umano, con la grazia
di Dio, ne ha raccolto a sua salvezza. E bene a ragione si pu
dire che l'Enciclica Leoniana nella lunga esperienza si 
dimostrata come la Magna Charta sulla quale deve posare tutta
l'attivit cristiana del campo sociale come sul proprio
fondamento. Coloro poi che mostrano di fare poco conto di
quell'Enciclica e della sua commemorazione, bisogna ben dire che
bestemmiano quel che non sanno, o non capiscono quello di cui
hanno solo una superficiale cognizione, o se lo capiscono
meritano d'essere solennemente tacciati d'ingiustizia e di
ingratitudine.
Se non che, nello stesso decorso di anni, essendo sorti alcuni
dubbi circa la retta interpretazione di parecchi punti
dell'Enciclica Leoniana o circa le conseguenze da trarsene, dubbi
che hanno dato adito a controversie non sempre serene fra gli
stessi cattolici; e d'altra parte le nuove necessit dei nostri
tempi e la mutata condizione delle cose richiedendo una pi
accurata applicazione della dottrina Leoniana o anche qualche
aggiunta, cogliamo ben volentieri questa opportuna occasione per
soddisfare quanto  da Noi ai dubbi esigenze dei tempi moderni,
secondo l'apostolico Nostro mandato per cui siamo a tutti
debitori (Rom. I, 14).
II.
Ma prima di por mano a dare queste spiegazioni, occorre
premettere il principio, gi da Leone XIII con tanta chiarezza
stabilito: che cio "risiede in Noi il diritto e il dovere di
giudicare con suprema autorit intorno a siffatte questioni
sociali ed economiche" (ibidem). Certo alla Chiesa non fu
affidato l'ufficio di guidare gli uomini a una felicit solamente
temporale e caduca, ma all'eterna. Anzi "non vuole n deve la
Chiesa senza giusta causa ingerirsi nella direzione delle cose
puramente umane" (Enc. "Ubi arcano", del 23 Dicembre 1922). In
nessun modo per pu rinunciare all'ufficio da Dio assegnatole,
d'intervenire con la sua autorit, non nelle cose tecniche, per
le quali non ha n i mezzi adatti n la missione di trattare, ma
in tutto ci che ha attinenza con la morale. Infatti in questa
materia il deposito della verit a Noi commesso da Dio e il
dovere gravissimo impostosi di divulgare e d'interpretare tutta
la legge morale ed anche di esigerne opportunamente l'osservanza,
sottopongono ed assoggettano al supremo Nostro giudizio tanto
l'ordine sociale, quanto l'economico.
Giacch, sebbene l'economia e la disciplina morale, ciascuna nel
suo ambito, si appoggino su principi propri, sarebbe errore
affermare che l'ordine economico e l'ordine morale siano cos
disparati ed estranei l'uno all'altro, che il primo in niun modo
dipenda dal secondo. Certo, le leggi che si dicono economiche,
tratte dalla natura stessa delle cose e dall'indole dell'anima e
del corpo umano, stabiliscono quali limiti nel campo economico il
potere dell'uomo non possa e quali possa raggiungere, e con quali
mezzi: e la stessa ragione, dalla natura delle cose e da quella
individuale e sociale dell'uomo, chiaramente deduce quale sia il
fine da Dio Creatore proposto a tutto l'ordine economico.
Ma soltanto la legge morale, come ci intima di cercare nel
complesso delle nostre azioni il fine supremo ed ultimo, cos nei
particolari generi di operosit ci dice di cercare quei fini
speciali, che a quest'ordine di operazioni sono stati prefissi
dalla natura, o meglio da Dio autore della natura, e di
subordinare armonicamente questi fini particolari al fine
supremo. Ed ove a tal legge da noi fedelmente si obbedisca,
avverr che tutti i fini particolari, tanto individuali quanto
sociali, in materia economica perseguiti, si inseriranno
convenientemente nell'ordine universale dei fini, e salendo per
quelli come per altrettanti gradini, raggiungeremo il fine ultimo
di tutte le cose, che  Dio, bene supremo e inesauribile per se
stesso e per noi.
Ed ora, per venire ai singoli punti, cominciamo dal dominio o
diritto di propriet. Voi conoscete, Venerabili Fratelli e
diletti Figli, come il Nostro Predecessore, di felice memoria,
abbia difeso gagliardamente il diritto di propriet contro gli
errori dei socialisti del suo tempo, dimostrando che l'abolizione
della propriet privata tornerebbe, non a vantaggio, ma ad
estrema rovina della classe operaia. E poich certuni, con la pi
ingiuriosa delle calunnie, accusano il Sommo Pontefice e la
Chiesa stessa, quasi abbia preso o prenda ancora le parti dei
ricchi contro i proletari, e poich tra i Cattolici stessi si
riscontrano dissensi intorno alla vera e schietta sentenza
Leoniana, Ci sembra bene ribattere ogni calunnia contro quella
dottrina, che  la cattolica, su questo argomento, e difenderla
da false interpretazioni.
In primo luogo si ha da ritenere per certo che n Leone XIII, n
i teologi che insegnarono sotto la guida ed il vigile magistero
della Chiesa, negarono mai o misero in dubbio la doppia specie di
propriet, detta individuale o sociale, secondo che riguarda gli
individui o spetta al bene comune: ma hanno sempre unanimemente
affermato che il diritto del dominio privato viene largito agli
uomini dalla natura, cio dal Creatore stesso, sia perch gli
individui possano provvedere a s e alla famiglia, sia perch
grazie a tale istituto i beni del Creatore, essendo destinati a
tutta l'umana famiglia, servano veramente a questo fine: il che
in nessun modo si potrebbe ottenere senza l'osservanza di un
ordine certo e determinato.
Pertanto occorre guardarsi diligentemente dall'urtare contro un
doppio scoglio. Come negando o affievolendo il carattere sociale
e pubblico del diritto di propriet si cade nel cosiddetto
"individualismo" o lo si rasenta, cos respingendo o attenuando
il carattere privato e individuale del medesimo diritto,
necessariamente si precipita nel "collettivismo" o almeno si
sconfina verso le sue teorie. E chi non tenga presenti queste
considerazioni va logicamente a rompere negli scogli del
modernismo morale giuridico e sociale, da Noi denunciati nella
Nostra prima Enciclica (Enc. "Ubi arcano", del 23 Dicembre 1922).
E di ci si persuadano coloro specialmente che, amanti delle
novit, non si peritano d'incolpare la Chiesa con vituperose
calunnie, quasi abbia permesso che nella dottrina dei teologi
s'infiltrasse il concetto pagano della propriet, al quale
bisognerebbe assolutamente sostituire un altro, che con strana
ignoranza essi chiamano cristiano.
Per contenere poi nei giusti limiti le controversie sorte
ultimamente intorno alla propriet e ai doveri ad essa inerenti,
rimanga fermo anzi tutto il fondamento stabilito da Leone XIII:
che il diritto cio di propriet si distingue dall'uso di esso
(Enc. "Rerum novarum"). La giustizia, infatti, che si dice
commutativa, vuole che sia scrupolosamente mantenuta la divisione
dei beni, e che non s'invada il diritto altrui col trapassare i
limiti del dominio proprio; che poi i padroni non usino se non
onestamente della propriet, ci non  ufficio di questa speciale
giustizia, ma di altre virt dei cui doveri non si pu esigere
l'adempimento per vie giuridiche (ibidem). Onde a torto certuni
pretendono che la propriet e l'onesto uso di essa siano
ristretti dentro gli stessi confini, e molto pi  contrario a
verit il dire che il diritto di propriet venga meno o si perda
per l'abuso o il non uso che se ne faccia.
Compiono quindi opera salutare e degna di ogni encomio tutti
coloro che, salva la concordia degli animi e l'integrit della
dottrina, quale fu sempre predicata dalla Chiesa, si studino di
definire l'intima natura e i limiti di questi doveri, con i quali
il diritto stesso di propriet ovvero l'uso o esercizio del
dominio vengono circoscritti dalle necessit della convivenza
sociale. S'ingannano invece ed errano coloro che s'argomentano di
diminuire talmente il carattere individuale della propriet, da
giungere di fatto a distruggerla.
E veramente dal carattere stesso della propriet, che abbiamo
detta individuale insieme e sociale, si deduce che in questa
materia gli uomini debbono aver riguardo non solo al proprio
vantaggio, ma altres al bene comune. La determinazione poi di
questi doveri in particolare e secondo le circostanze, e quando
non sono gi indicati dalla legge di natura,  ufficio dei
pubblici poteri. Onde la pubblica autorit pu con maggior cura
specificare, considerata la vera necessit del bene comune e
tenendo sempre dinanzi agli occhi la legge naturale e divina, che
cosa sia lecito ai possidenti e che cosa no, nell'uso dei propri
beni. Anzi Leone XIII aveva sapientemente sentenziato "avere Dio
lasciato all'industria degli uomini e alle istituzioni dei popoli
la delimitazione delle propriet private (ibidem). E invero, come
dalla storia si provi che, al pari degli altri elementi della
vita sociale, la propriet non  affatto immobile, Noi stessi gi
lo dichiarammo con le seguenti parole: "Quante diverse forme
concrete ha avuto la propriet dalla primitiva forma dei popoli
selvaggi, della quale ancora ai d nostri si pu avere una certa
esperienza, a quella propriet nei tempi e nelle forme
patriarcali, e poi via via nelle diverse forme tiranniche
(diciamo nel significato classico della parola), poi attraverso
le forme feudali, poi in quelle monarchiche e in tutte le forme
susseguenti dell'et moderna!" (Allocuzione al Comitato
dell'Azione Cattolica per l'Italia, del 16 Maggio 1926). La
pubblica autorit, per, come  evidente, non pu usare
arbitrariamente di tale suo diritto, poich bisogna che rimanga
sempre intatto e inviolato il diritto naturale di propriet
privata e di trasmissione ereditaria dei propri beni: diritto che
lo Stato non pu sopprimere, perch "l'uomo  anteriore allo
Stato" (Enc. "Rerum novarum") ed anche perch "il domestico
consorzio  logicamente e storicamente anteriore al civile"
(ibidem). Perci il sapientissimo Pontefice aveva gi dichiarato
non essere lecito allo Stato di aggravare tanto con imposte e
tasse esorbitanti la propriet privata da renderla quasi
stremata. "Poich non derivando il diritto di propriet privata
da legge umana, ma dalla naturale, lo Stato non pil annientarlo,
ma semplicemente temperarne l'uso ed armonizzarlo con il bene
comune" (ibidem). Quando poi la pubblica autorit mette cos
d'accordo i privati domini con le necessit del bene comune, non
fa opera ostile ma piuttosto amichevole verso i padroni privati,
come quella che in tal modo validamente impedisce che il privato
possesso dei beni, voluto dal sapientissimo Autore della natura a
sussidio della vita umana, generi danni intollerabili e cos vada
in rovina; n abolisce i privati possessi, ma li assicura, n
indebolisce la propriet privata, ma la invigorisce.
Non sono neppure abbandonate per intero al capriccio dell'uomo le
sue libere entrate, quelle cio di cui egli non abbisogna per un
tenore di vita conveniente e decoroso, che anzi la Sacra
Scrittura e i Santi Padri chiarissimamente e continuamente
denunciano ai ricchi il gravissimo precetto onde sono tenuti di
esercitare l'elemosina, la beneficenza, la liberalit.
Quanto all'impiegare pi copiosi proventi in opere che diano pi
larga opportunit di lavoro, purch tale lavoro sia atto a
procurare beni veramente utili, dai principi dell'Angelico
Dottore (S. Thom., Summa Theol., II-II, Q. CXXXIV) si pu dedurre
che non solo ci  immune da ogni vizio o morale imperfezione, ma
deve ritenersi opera cospicua della virt della magnificenza e in
tutto corrispondere alle necessit dei tempi.
Che la propriet poi originariamente si acquisti o con
l'occupazione di una cosa senza padrone (res nullius) o con
l'industria e il lavoro, ossia con la specificazione come si suoi
dire,  chiaramente attestato sia dalla tradizione di tutti i
tempi, sia dall'insegnamento del Pontefice Leone XIII Nostro
Predecessore. Non si reca infatti torto a nessuno, checch alcuni
dicano in contrario, quando si prende possesso di una cosa che 
in bala del pubblico, ossia non  di nessuno; l'industria poi
che da un uomo si eserciti in proprio nome e con la quale si
aggiunga una nuova forma o un aumento di valore, basta da sola
perch questi frutti si aggiungano a chi vi ha lavorato attorno.
Assai diversa  la natura del lavoro che si presta ad altri e si
esercita sopra il capitale altrui. A questo lavoro tutto si
addice quel che Leone XIII afferm essere cosa verissima: cio
che "non d'altronde  prodotta la pubblica ricchezza, se non dal
lavoro degli operai" (Enc. "Rerum novarum"). Non vediamo infatti
con gli occhi nostri, come l'ingente somma dei beni di cui 
fatta la ricchezza degli uomini, esce prodotta dalle mani degli
operai, le quali o lavorano da sole, o mirabilmente moltiplicano
la loro efficienza valendosi di strumenti ossia di macchine? Non
v' anzi chi ignori come nessun popolo mai dalla penuria e
dall'indigenza sia arrivato ad una migliore o pi alta fortuna,
se non mediante un grande lavoro compiuto insieme da tutti gli
abitanti del paese, tanto da coloro che dirigono, quanto da
coloro che eseguono. Ma non meno chiaro appare che quei sommi
sforzi sarebbero riusciti del tutto inutili, anzi non sarebbe
stato neppure possibile il tentarli, se Dio creatore di tutti non
avesse prima largito, per sua bont, le ricchezze e il capitale
naturale, i sussidi e le forze della natura. Che cosa  infatti
lavorare, se non adoperare ed esercitare le forze dell'animo e
del corpo circa queste cose e con queste cose medesime? Richiede
poi la legge di natura, e la volont di Dio mediante essa legge
promulgata, che si osservi il retto ordine nell'applicare agli
usi umani il capitale naturale: e siffatto ordine consiste in ci
che ogni cosa abbia il suo padrone.
Pertanto, tolto il caso che altri lavori intorno al proprio
capitale, tanto l'opera altrui quanto l'altrui capitale debbono
associarsi in un comune consorzio, perch l'uno senza l'altro non
valgono a produrre nulla. Il che fu bene osservato da Leone XIII
quando scrisse: "Non pu sussistere capitale senza lavoro, n
lavoro senza capitale" (ibidem). Per il che  al tutto falso
ascrivere o al solo capitale o al solo lavoro ci che si ottiene
con l'opera unita dell'uno e dell'altro, ed  affatto ingiusto
che l'uno arroghi a s quel che si fa, negando l'efficacia
dell'altro.
Per lungo tempo certamente il capitale troppo aggiudic a se
stesso. Quanto veniva prodotto e i frutti che se ne cavavano,
ogni cosa il capitale prendeva per s, lasciando appena
all'operaio tanto che bastasse a ristorare le forze e riprodurle.
Si andava dicendo che per una legge economica affatto
ineluttabile tutta la somma del capitale apparteneva ai ricchi, e
per la stessa legge gli operai dovevano rimanere in perpetuo
nella condizione di proletari, costretti cio ad un tenore di
vita precario e meschino.  bens vero che con questi principi
dei liberali, che volgarmente si denominano di Manchester,
l'azione pratica non s'accordava n sempre n dappertutto; pure
non si pu negare che gli istituti economico-sociali avevano
mostrato di piegare verso quei principi con vero e costante
sforzo. Ora che queste false opinioni, questi fallaci supposti
siano stati fortemente combattuti, e non da coloro solo che per
essi venivano privati del naturale diritto di procurarsi una
migliore condizione di vita, nessuno vi sar che se ne meravigli.
Perci agli operai angariati si accostarono i cosiddetti
intellettuali, contrapponendo ad una legge immaginaria un
principio morale parimenti immaginario; che cio quanto si
produce e si percepisce di reddito, trattone quel tanto che basti
a risarcire e riprodurre il capitale, si deve di diritto
all'operaio. Questo errore, quanto  pi lusinghevole di quello
di vari socialisti, i quali affermano che tutto ci che serve
alla produzione si ha da trasfondere allo Stato o come dicono, da
"socializzare", tanto  pi pericoloso e pi atto ad ingannare
gli incauti: blando veleno, che fu avidamente sorbito da molti,
cui un aperto socialismo non aveva mai potuto trarre in inganno.
Certo ad impedire che con queste false teorie non si chiudesse
l'adito alla giustizia ed alla pace tanto per il capitale quanto
per il lavoro, avrebbero dovuto giovare le sapienti parole del
Nostro Predecessore, che cio "la terra, sebbene divisa tra i
privati, resta nondimeno a servizio ed utilit di tutti"
(ibidem). E ci stesso Noi pure abbiamo insegnato poc'anzi nel
riaffermare che la spartizione dei beni in private propriet 
stabilita dalla natura stessa, affinch le cose create possano
dare agli uomini tale comune utilit stabilmente e con ordine. Il
che conviene tenere di continuo presente, se non si vuole uscire
dal retto sentiero della verit.
Ora, non ogni distribuzione di beni e di ricchezze tra gli uomini
 tale da ottenere il fine inteso da Dio o pienamente o con
quella perfezione che si deve. Onde  necessario che le
ricchezze, le quali si amplificano di continuo grazie ai
progressi economici e sociali, vengano attribuite ai singoli
individui ed alle classi in modo che resti salva quella comune
utilit di tutti, lodata da Leone XIII, ovvero, per dirla con
altre parole, perch si serbi integro il bene comune dell'intera
societ. Per questa legge di giustizia sociale, non pu una
classe escludere l'altra dalla partecipazione degli utili. Se per
ci questa legge  violata dalla classe dei ricchi, quando
spensierati nell'abbondanza dei loro beni stimano naturale
quell'ordine di cose che riesce tutto a loro favore e niente a
favore dell'operaio;  non meno violata dalla classe proletaria,
quando aizzata per la violazione della giustizia e tutta intesa a
rivendicare il solo suo diritto, di cui  conscia, esige tutto
per s, siccome prodotto dalle sue mani, e quindi combatte e
vuole abolita la propriet e i redditi o proventi non procacciati
con il lavoro, di qualunque genere siano o di qualsiasi ufficio
facciano le veci nell'umana convivenza, e ci non per altra
ragione se non perch sono tali. A questo proposito occorre
osservare che fuori di argomento e bene a torto applicano alcuni
le parole dell'Apostolo: "Chi non vuole lavorare non mangi" (II
Thess. III, 10); perch la sentenza dell'Apostolo  proferita
contro quelli che si astengono dal lavoro, quando potrebbero e
dovrebbero lavorare e ammonisce a usare alacremente del tempo e
delle forze del corpo e dell'anima, n aggravare gli altri,
quando da noi stessi ci possiamo provvedere; ma non insegna punto
che il lavoro sia l'unico titolo per ricevere vitto e proventi
(II Thess. III, S-10).
A ciascuno dunque si deve attribuire la sua parte di beni e
bisogna procurare che la distribuzione dei beni creati, la quale
ognuno vede quanto ora sia causa di disagio, per il grande
squilibrio fra i pochi straricchi e gli innumerevoli indigenti,
venga ricondotta alla conformit con le norme del bene comune e
della giustizia sociale.
Tale  l'intento che il Nostro Predecessore proclam doversi
raggiungere: la elevazione del proletariato. E ci si deve
asserire tanto pi forte e ripetere tanto pi istantemente, in
quanto non di rado le prescrizioni cos salutari del Pontefice
furono messe in dimenticanza, o perch di proposito passate sotto
silenzio, o perch l'eseguirle si reput non possibile, mentre
pure si possono e si debbono eseguire. N sono esse diventate ai
nostri giorni meno sagge ed efficaci, perch meno imperversa oggi
quell'orrendo "pauperismo" da Leone XIII considerato. Certo, la
condizione degli operai s' fatta migliore e pi equa, massime
negli Stati pi colti e nelle Nazioni pi grandi, dove non si pu
dire che tutti gli operai siano afflitti dalla miseria o
travagliati dal bisogno. Ma dopo che le arti meccaniche e le
industrie dell'uomo sono penetrate e si sono diffuse con tanta
rapidit in regioni senza numero, tanto nelle terre che si dicono
nuove, quanto nei regni del lontano Oriente, gi famosi per
antichissima civilt,  cresciuta smisuratamente la moltitudine
dei proletari bisognosi, e i loro gemiti gridano a Dio dalla
terra. S'aggiunga il grandissimo esercito di braccianti della
campagna, ridotti ad una infima condizione di vita, privi di ogni
speranza d'ottenere mai "alcuna porzione di suolo" (Enc. "Rerum
novarum") e quindi sottoposti in perpetuo alla condizione
proletaria se non si adoperino rimedi convenevoli ed efficaci.
Ma bench sia verissimo che la condizione proletaria deve ben
distinguersi dal pauperismo, pure la stessa fortissima
moltitudine dei proletari  un argomento ineluttabile, che le
ricchezze tanto copiosamente cresciute in questo nostro secolo
detto dell'industrialismo non sono rettamente distribuite e
applicate alle diverse classi d'uomini.
 necessario dunque con tutte le forze procurare che in avvenire
i capitali guadagnati non si accumulino se non con equa
proporzione presso i ricchi, e si distribuiscano con una certa
ampiezza fra i prestatori di opera, non perch questi si
rallentino nel lavoro essendo l'uomo nato al lavoro, come
l'uccello al volo, ma perch con l'economia aumentino il loro
avere e amministrando con saggezza l'aumentata propriet possano
pi facilmente e tranquillamente sostenere i pesi della famiglia
e, usciti da quell'incerta sorte di vita in cui si dibatte il
proletariato, non solo siano in grado di sopportare le vicende
della vita, ma possano ripromettersi che alla loro morte saranno
convenientemente provveduti quelli che lasciano dopo di s.
Tutti questi suggerimenti furono dal Nostro Predecessore, non
soltanto insinuati, ma apertamente proclamati; e Noi con questa
Nostra Enciclica torniamo a vivamente inculcarli. Se ora non si
prende finalmente a metterli in esecuzione senza indugio e con
ogni vigore, nessuno potr ripromettersi possibile un'efficace
difesa dell'ordine pubblico e della tranquillit sociale contro i
seminatori di novit sovversive.
Ma tale attuazione non sar possibile se i proletari non
giungeranno, con la diligenza e con il risparmio, a farsi un
qualche modesto patrimonio, come abbiamo detto, riferendosi alla
dottrina del Nostro Predecessore Leone XIII. Orbene chi per
guadagnarsi il vitto e il necessario alla vita altro non ha che
il lavoro, come potr, pur vivendo parcamente, mettersi da parte
qualche fortuna, se non con la paga che trae dal lavoro?
Affrontiamo dunque la questione del salario da Leone XIII
definita "assai importante" (ibidem), svolgendone e
dichiarandone, ove occorra, la dottrina e i precetti.
Dapprima, l'affermazione che il contratto di offerta di
prestazione d'opera sia di sua natura ingiusto, e quindi si debba
sostituire con un contratto di societ,  affermazione gratuita e
calunniosa contro il Nostro Predecessore, la cui Enciclica "Rerum
novarum" non solo lo ammette, ma tratta a lungo sul modo di
disciplinarlo secondo le norme della giustizia.
Tuttavia, nelle odierne condizioni sociali, stimiamo sia cosa pi
prudente che, quando  possibile, il contratto del lavoro venga
temperato alquanto con il contratto di societ, come gi si 
cominciato a fare in diverse maniere, con non poco vantaggio
degli operai stessi e dei padroni. Cos gli operai diventano
cointeressati o nella propriet o nella amministrazione, e
compartecipi in certa misura dei lucri percepiti.
N la giusta proporzione del salario deve calcolarsi da un solo
titolo, ma da pi, come gi sapientemente aveva dichiarato Leone
XIII scrivendo: "Il determinare la mercede secondo la giustizia
dipende da molte considerazioni" (ibidem). Con le quali parole
fin da allora confut la leggerezza di coloro i quali credono che
una questione tanto grave si possa sciogliere facilmente,
ricorrendo a un'unica misura, ben lontana dalla realt.
Sono certamente in errore coloro i quali non dubitano di
proclamare come principio, che tanto vale il lavoro e altrettanto
deve essere rimunerato quanto valgono i frutti da esso prodotti,
e che perci il prestatore del lavoro ha il diritto di esigere
quanto si  ottenuto col suo lavoro: principio la cui assurdit
appare anche da quanto abbiamo esposto, trattando della
propriet.
Ora  facile intendere che, oltre al carattere personale e
individuale, deve considerarsi il carattere sociale come della
propriet, cos anche del lavoro, massime di quello che per
contratto si cede ad altri; giacch se non sussiste un corpo
veramente sociale e organico, se un ordine sociale e giuridico
non tutela l'esercizio del lavoro, se le varie parti, le une
dipendenti dalle altre, non si collegano fra loro e mutuamente
non si compiono, se, quel che pi conta, l'intelligenza, il
capitale e il lavoro non si associano quasi a formare una cosa
sola, l'umana attivit non pu produrre i suoi frutti; e quindi
non si potr valutare giustamente n retribuire adeguatamente,
dove non si tenga conto della sua natura sociale e individuale.
Da questo doppio carattere insito nella natura stessa del lavoro
umano, sgorgano gravissime conseguenze, a norma delle quali il
salario vuol essere regolato e determinato.
In primo luogo, all'operaio si deve dare una mercede che basti al
sostentamento di lui e della sua famiglia (Enc. "Casti connubii",
del 31 Dicembre 1930).  bens giusto che anche il resto della
famiglia, ciascuno secondo le sue forze, contribuisca al comune
sostentamento, come gi si vede in pratica specialmente nelle
famiglie dei contadini, e anche in molte di quelle degli
artigiani e dei piccoli commercianti; ma non bisogna che si abusi
dell'et fanciullesca n della debolezza della donna. Le madri di
famiglia prestino l'opera loro soprattutto in casa o nelle
vicinanze della casa, attendendo alle faccende domestiche. Che
poi le madri di famiglia, per la scarsezza del salario del padre,
siano costrette ad esercitare un'arte lucrativa fuori delle
pareti domestiche, trascurando cos le incombenze e i doveri loro
propri e particolarmente la cura e l'educazione dei loro bambini,
 un pessimo disordine, che si deve con ogni sforzo eliminare.
Bisogna dunque fare di tutto perch i padri di famiglia
percepiscano una mercede tale che basti per provvedere
convenientemente alle comuni necessit domestiche. Se nelle
presenti circostanze della societ ci non sempre si potr fare,
la giustizia sociale richiede che s'introducano quanto prima
quelle mutazioni che assicurino ad ogni operaio adulto siffatti
salari. Sono altres meritevoli di lode tutti coloro che con
saggio e utile divisamento hanno sperimentato e tentato diverse
vie, onde la mercede del lavoro si retribuisca con tale
corrispondenza ai pesi della famiglia, che aumentando questi,
anche quella si somministri pi larga; e anzi, se occorra, si
soddisfaccia alle necessit straordinarie.
Nello stabilire la quantit della mercede si deve tener conto
anche dello stato dell'azienda e dell'imprenditore di essa;
perch  ingiusto chiedere esagerati salari, quando l'azienda non
li pu sopportare senza la rovina propria e la conseguente
calamit degli operai.  per vero che se il minor guadagno che
essa fa  dovuto a indolenza, a inettezza e a noncuranza del
progresso tecnico ed economico, questa non sarebbe da stimarsi
giusta causa per diminuire la mercede agli operai. Se l'azienda
medesima non ha tante entrate che bastino per dare un equo
salario agli operai, o perch  oppressa da ingiusti gravami, o
perch  costretta a vendere i suoi prodotti ad un prezzo minore
del giusto, coloro che cos la opprimono si fanno rei di grave
colpa, perch costoro privano della giusta mercede gli operai, i
quali, spinti dalla necessit, sono costretti a contentarsi di un
salario inferiore al giusto.
Tutti adunque, operai e padroni, in unione di forza e di mente,
si adoperino a vincere gli ostacoli e le difficolt, e siano
aiutati in quest'opera tanto salutare dalla sapiente provvidenza
dei pubblici poteri. Se poi il caso fosse arrivato all'estremo,
allora dovr deliberarsi se l'azienda possa proseguire nella sua
impresa, o se sia da provvedere in altro modo agli operai. Nel
qual punto, che  certo gravissimo, bisogna che si stringa ed
operi efficacemente una certa colleganza e concordia cristiana
tra padroni e operai.
Finalmente la quantit del salario deve contemperarsi con il
pubblico bene economico. Gi abbiamo detto quanto giovi a questa
prosperit o bene comune, che gli operai mettano da parte la
porzione di salario che loro sopravanza alle spese necessarie,
per giungere a poco a poco ad un modesto patrimonio; ma non  da
trascurare un altro punto di importanza forse non minore e ai
nostri tempi sommamente necessario: che cio a coloro i quali e
possono e vogliono lavorare, si dia opportunit di lavorare. E
questo non poco dipende dalla determinazione del salario; la
quale, come pu giovare l dove  mantenuta in giusti limiti,
cos alla sua volta pu nuocere se li eccede.
Chi non sa infatti che la troppa tenuit o la soverchia altezza
dei salari sono state la cagione per la quale gli operai non
potessero aver lavoro? Il quale inconveniente, riscontratosi
specialmente nei tempi del Nostro Pontificato in danno di molti,
gett gli operai nella miseria e nelle tentazioni, mand in
rovina la prosperit della vita collettiva e mise in pericolo la
pace e tranquillit di tutto il mondo.  contrario dunque alla
giustizia sociale che, per badare al proprio vantaggio senza aver
riguardo al bene comune, il salario degli operai venga troppo
abbassato o troppo innalzato; e la medesima giustizia richiede
che, nel consenso delle menti e della volont, per quanto 
possibile, il salario venga temperato in maniera che a quanti pi
 possibile sia dato di prestare l'opera loro e percepirne i
frutti convenienti per il sostentamento della vita.
A ci parimenti giova la giusta proporzione tra i salari; con la
quale va strettamente congiunta la giusta proporzione dei prezzi
a cui si vendono i prodotti delle diverse arti, quali sono
stimate l'agricoltura, l'industria e simili. Con la conveniente
osservanza di queste cautele, le diverse arti si comporranno e si
uniranno come in un sol corpo e, come le membra, si presteranno
vicendevolmente aiuto e perfezione. Allora l'economia sociale
veramente sussister e otterr i suoi fini, quando a tutti e
singoli i soci saranno somministrati tutti i beni che si possono
apprestare con le forze e i sussidi della natura, con l'arte
tecnica, con la costituzione sociale del fatto economico; i quali
beni debbono essere tanti quanti sono necessari sia a soddisfare
ai bisogni e alle oneste comodit, sia a promuovere gli uomini a
quella pi felice condizione di vita, che quando la cosa si
faccia prudentemente, non solo non  d'ostacolo alla virt, ma
grandemente la favorisce ( S. Thom. De regimine principum, I,
15).
Le indicazioni finora date intorno all'equa divisione dei beni e
alla giustizia dei salari riguardano gli individui e solo
indirettamente toccano l'ordine sociale, alla cui restaurazione
sopra tutto, secondo i principi della sana filosofia e i precetti
altissimi della legge evangelica che lo perfezionano, applic
ogni sua cura e attenzione il Nostro Antecessore Leone XIII.
Fu allora aperta la via; ma perch siano perfezionate molte cose
che ancora restano da fare e ne ridondino pi copiosi ancora e
pi lieti vantaggi all'umana famiglia, sono soprattutto
necessarie due cose: la riforma delle istituzioni e la
emendazione dei costumi.
E quando parliamo di riforma delle istituzioni, pensiamo in primo
luogo allo Stato, non perch dall'opera sua si debba aspettare
tutta la salvezza, ma perch, per il vizio dell'individualismo
che abbiamo detto, le cose si trovano ridotte a tal punto, che
abbattuta e quasi estinta l'antica ricca forma di vita sociale,
svoltasi un tempo mediante un complesso di associazioni diverse,
restano di fronte quasi soli gli individui e lo Stato. E siffatta
deformazione dell'ordine sociale reca non piccolo danno allo
Stato medesimo, sul quale vengono a ricadere tutti i pesi, che
quelle distrutte corporazioni non possono pi portare, onde si
trova oppresso da una infinit di carichi e di affari.
 vero certamente e ben dimostrato dalla storia, che, per la
mutazione delle circostanze, molte cose non si possono pi
compiere se non da grandi associazioni, laddove prima si
eseguivano anche dalle piccole. Ma deve tuttavia restare saldo il
principio importantissimo nella filosofia sociale: che siccome 
illecito togliere agli individui ci che essi possono compiere
con le forze e l'industria propria per affidarlo alla comunit,
cos  ingiusto rimettere ad una maggiore e pi alta societ
quello che dalle minori e inferiori comunit si pu fare. Ed 
questo insieme un grave danno e uno sconvolgimento del retto
ordine della societ; perch oggetto naturale di qualsiasi
intervento della societ stessa  quello di aiutare in maniera
suppletiva le assemblee del corpo sociale, non gi distruggerle
ed assorbirle.
Perci  necessario che l'autorit suprema dello Stato rimetta ad
associazioni minori e inferiori il disbrigo degli affari e delle
cure di minor momento, dalle quali essa del resto sarebbe pi che
mai distratta; ed allora essa potr eseguire con pi libert, con
pi forza ed efficacia le parti che a lei sola spettano, perch
essa sola pu compierle: di direzione, cio di vigilanza, di
incitamento, di repressione a seconda dei casi e delle necessit.
Si persuadano dunque fermamente gli uomini di governo, che quanto
pi perfettamente sar mantenuto l'ordine gerarchico tra le
diverse associazioni, conforme al principio della funzione
suppletiva dell'attivit sociale, tanto pi forte riuscir
l'autorit e la potenza sociale e perci anche pi felice e pi
prospera la condizione dello Stato stesso.
Questa poi deve essere la prima mira, questo lo sforzo e dello
Stato e dei migliori cittadini: mettere fine alle competizioni
delle due classi opposte, risvegliare e promuovere una cordiale
cooperazione delle varie professioni dei cittadini.
La politica sociale porr dunque ogni studio a ricostituire le
professioni stesse; giacch la societ umana si trova al presente
in uno stato violento, quindi instabile e vacillante, per ci
appunto che si fonda su classi di diverse tendenze, fra loro
opposte e propense quindi a lotte e inimicizie. E per verit,
quantunque il lavoro, come spiega egregiamente il Nostro
Predecessore nella sua Enciclica, non sia una vile merce, anzi vi
si debba riconoscere la dignit umana dell'operaio e quindi non
sia da mercanteggiare come una merce qualsiasi, tuttavia, come
stanno ora le cose, nel mercato del lavoro l'offerta e la domanda
divide gli uomini come in due schiere; e la disunione che ne
segue, trasforma il mercato come in un campo di lotta ove le due
parti si combattono accanitamente. E a questo grave disordine,
che porta al precipizio l'intera societ, ognuno vede quanto sia
necessario portare rimedio. Ma la guarigione perfetta si potr
ottenere allora soltanto, quando tolta di mezzo una tale lotta,
le membra del corpo sociale si trovino bene assestate e
costituiscano le varie professioni, a cui ciascuno dei cittadini
aderisca non secondo l'ufficio che ha nel mercato del lavoro, ma
secondo le diverse parti sociali che i singoli esercitano.
Avviene infatti per impulso di natura che, siccome quanti si
trovano congiunti per vicinanza di luogo si uniscono a formare
municipi, cos quelli che si applicano ad un'arte medesima,
formino collegi o corpi sociali; di modo che queste corporazioni,
con diritto loro proprio, da molti si sogliono dire se non
essenziali alla societ civile, almeno naturali.
Siccome poi l'ordine, come ragiona ottimamente San Tommaso (S.
Thom. Contra Gent., III, 71; Summ. Theol., I, Q. LXV, a. 2 i.c.),
 l'unit che risulta dall'opportuna disposizione di molte cose,
il vero e genuino ordine sociale esige che i vari membri della
societ siano collegati in ordine ad una sola cosa per mezzo di
qualche saldo vincolo. La qual forza di coesione si trova infatti
tanto nell'identit dei beni da prodursi o dei servizi da farsi,
in cui converge il lavoro riunito dei datori e prestatori di
lavoro della stessa categoria, quanto in quel bene comune, a cui
tutte le varie classi, ciascuna per la parte sua, devono
unitamente e amichevolmente concorrere. E questa concordia sar
tanto pi forte e pi efficace, quanto pi fedelmente i singoli
uomini e i vari corpi professionali si studieranno di esercitare
la propria professione e di segnalarsi in essa.
Dal che facilmente si deduce che in tali corporazioni primeggiano
di gran lunga le cose che sono comuni a tutta la categoria. Tra
esse poi principalissima  il promuovere pi che mai intensamente
la cooperazione della intera corporazione dell'arte al bene
comune, cio alla salvezza e prosperit pubblica della nazione.
Quanto agli affari, invece, in cui si devono specialmente
procurare e tutelare i vantaggi e gli svantaggi speciali dei
padroni e degli artieri, se occorrer deliberazione, dovr farsi
dagli uni e dagli altri separatamente. Occorre appena ricordare
che, con la debita proporzione, si pu applicare alle
corporazioni professionali quanto Leone XIII insegn circa la
forma del regime politico, che cio resta libera la scelta di
quella forma che meglio aggrada, purch si provveda alla
giustizia e alle esigenze del bene comune (Enc. "Immortale Dei",
del l Novembre 1885).
Orbene, a quel modo che gli abitanti di un municipio usano
associarsi per lini svariatissimi, e a tali associazioni ognuno 
libero di dare o non dare il suo nome, cos quelli che attendono
all'arte medesima si uniranno pure fra loro in associazioni
libere per quegli scopi che in qualche modo vanno connessi con
l'esercizio di quell'arte. Ma poich su tali libere associazioni
gi furono date ben chiare e distinte spiegazioni nell'Enciclica
del Nostro Predecessore di illustre memoria, crediamo che basti
ora inculcare questo solo: che l'uomo ha libert non solo di
formare queste associazioni che sono di ordine e di diritto
privato, ma anche di introdurvi quell'ordinamento e quelle leggi
che si giudichino le meglio conducenti al fine (Enc. "Rerum
novarum"). E la stessa libert si ha da rivendicare per le
fondazioni di associazioni che sorpassino i limiti delle singole
parti. Le libere associazioni poi, che gi fioriscono e portano
frutti salutari, si debbono aprire la via alla formazione di
quelle corporazioni pi perfette, di cui abbiamo fatto menzione,
e con ogni loro energia promuoverla secondo le norme della
sociologia cristiana.
Un'altra cosa ancora si deve procurare, che  strettamente
connessa con la precedente. A quel modo cio che l'unit della
societ umana non pu fondarsi nell'opposizione di classe, cos
il retto ordine dell'economia non pu essere abbandonato alla
libera concorrenza delle forze. Da questo capo anzi, come da
fonte avvelenata, sono derivati tutti gli errori della scienza
economica individualistica, la quale, dimenticando o ignorando
che l'economia ha un suo carattere sociale non meno che morale,
ritenne che l'autorit pubblica la dovesse stimare e lasciare
assolutamente libera a s, come quella che nel mercato o libera
concorrenza doveva trovare il suo principio direttivo o timone
proprio secondo cui si sarebbe diretta molto pi perfettamente,
che per qualsiasi intelligenza creata. Sennonch la libera
concorrenza, quantunque sia cosa certamente equa e utile se
contenuta in limiti ben determinati, non pu essere in nessun
conto il timone dell'economia: il che  dimostrato anche troppo
dall'esperienza, quando furono applicate nella pratica le norme
dello spirito individualistico.  dunque al tutto necessario che
l'economia torni a regolarsi secondo un vero ed efficace suo
principio direttivo. Ma tale ufficio direttivo molto meno pu
essere preso da quella supremazia economica, che in questi ultimi
tempi  andata sostituendosi alla libera concorrenza; poich,
essendo essa una forza cieca e una energia violenta, per
diventare utile agli uomini ha bisogno di essere sapientemente
frenata e guidata. Si devono quindi ricercare pi alti e pi
nobili principi da cui questa egemonia possa essere vigorosamente
e totalmente governata: tali sono la giustizia e la carit
sociali. Perci  necessario che alla giustizia sociale si
ispirino le istituzioni dei popoli, anzi di tutta la vita della
societ; e pi ancora  necessario che questa giustizia sia
davvero efficace, ossia costituisca un ordine giuridico e sociale
a cui l'economia tutta si conformi. La carit sociale poi deve
essere come l'anima di questo ordine, alla cui tutela ed efficace
rivendicazione deve attendere l'autorit pubblica: e lo potr
fare tanto pi facilmente se si liberer da quei pesi che non le
sono propri, come abbiamo sopra dichiarato.
Conviene anzi che le varie nazioni, unendo propositi e forze
insieme, giacch nel campo economico stanno in mutua dipendenza e
debbono aiutarsi a vicenda, si sforzino di promuovere con sagge
convenzioni e istituzioni una felice cooperazione di economia
internazionale.
Se cos pertanto le membra del corpo sociale saranno rinfrancate,
e cos raddrizzato il loro principio direttivo, quale timone
dell'economia sociale, si potr dire di esse in qualche modo ci
che l'Apostolo dice del Corpo mistico di Ges Cristo, che "tutto
il corpo compaginato e connesso per via di tutte le giunture di
comunicazione, in virt della proporzionata operazione sopra di
ciascun membro, prende l'aumento proprio del corpo per sua
perfezione mediante la carit" (Eph. IV, 16).
Recentemente, come tutti sanno, venne iniziata una speciale
organizzazione sindacale e corporativa, la quale, data la materia
di questa Nostra Lettera Enciclica, richiede da Noi e un qualche
cenno e qualche opportuna considerazione.
Lo Stato riconosce giuridicamente il sindacato e non senza
carattere monopolistico, in quanto esso solo, cos riconosciuto,
pu rappresentare rispettivamente gli operai ed i padroni, esso
solo concludere contratti e patti di lavoro. L'iscrizione al
sindacato  facoltativa, e soltanto in questo senso
l'organizzazione sindacale pu dirsi libera; giacch la quota
sindacale e certe speciali tasse sono obbligatorie per tutti gli
appartenenti ad una data categoria, siano essi operai o padroni,
come per tutti sono obbligatori i contratti di lavoro stipulati
dal sindacato giuridico. Vero  che venne autorevolmente
dichiarato che il sindacato giuridico non esclude l'esistenza di
associazioni professionali di fatto.
Le Corporazioni sono costituite dai rappresentanti dei sindacati
degli operai e dei padroni della medesima arte e professione, e,
come veri e propri organi ed istituzioni di Stato, dirigono e
coordinano i sindacati nelle cose di interesse comune. Lo
sciopero  vietato: se le parti non si possono accordare,
interviene il Magistrato.
Basta poca riflessione per vedere i vantaggi dell'ordinamento,
per quanto sommariamente indicato: la pacifica collaborazione
delle classi, la repressione delle organizzazioni e dei conati
socialisti, l'azione moderatrice di una speciale magistratura.
Per nulla negligere in argomento di tanta importanza ed in
armonia con i principi qui sopra richiamati, e con quello che
subito aggiungeremo, dobbiamo pur dire che vediamo non mancare
chi teme che lo Stato si sostituisca alle libere attivit invece
di limitarsi alla necessaria sufficiente assistenza ed aiuto, che
il nuovo ordinamento sindacale e corporativo abbia carattere
eccessivamente burocratico e politico, e che, nonostante gli
accennati vantaggi generali, possa servire a particolari intenti
politici piuttosto che all'avviamento ed inizio di un migliore
assetto sociale.
Noi crediamo che a raggiungere quest'altro nobilissimo intento,
con vero e stabile beneficio generale, sia necessaria innanzi e
soprattutto la benedizione di Dio e poi la collaborazione di
tutte le buone volont. Crediamo ancora e per necessaria
conseguenza che l'intento stesso sar tanto pi sicuramente
raggiunto, quanto pi largo sar il contributo delle competenze
tecniche, professionali e sociali e pi ancora dei principi
cattolici e della loro pratica, da parte, non dell'Azione
Cattolica (che non intende svolgere attivit strettamente
sindacali o politiche), ma da parte di quei figli Nostri che
l'Azione Cattolica squisitamente forma a quei principi ed al loro
apostolato sotto la guida e il Magistero della Chiesa; della
Chiesa, la quale anche sul terreno pi sopra accennato, come
ovunque si agitano e regolano questioni morali, non pu
dimenticare e negligere il mandato di custodia e di magistero
divinamente conferitole.
Sennonch, quanto abbiamo detto circa la restaurazione e il
perfezionamento dell'ordine sociale non potr essere attuato in
nessun modo, senza una riforma dei costumi, come la storia stessa
ce ne d splendida testimonianza. Vi fu tempo infatti in cui
vigeva un ordinamento sociale che, sebbene non del tutto perfetto
e in ogni sua parte irreprensibile, riusciva tuttavia conforme in
qualche modo alla retta ragione, secondo le condizioni e la
necessit dei tempi. Ora quell'ordinamento  gi da gran tempo
scomparso; e ci veramente non perch non abbia potuto, col
progredire, svolgersi e adattarsi alle mutate condizioni e
necessit di cose e in qualche modo venirsi dilatando, ma
piuttosto perch gli uomini induriti dall'egoismo ricusarono
d'allargare, come avrebbero dovuto secondo il crescente numero
della moltitudine, i quadri di quell'ordinamento, o perch
traviati dalla falsa libert e da altri errori e intolleranti di
qualsiasi autorit si sforzarono di scuotere da s ogni
restrizione.
Resta dunque che, dopo aver nuovamente chiamato in giudizio
l'odierno regime economico e il suo acerrimo accusatore, il
socialismo, e aver dato giusta ed esplicita sentenza sull'uno e
sull'altro, indaghiamo pi a fondo la radice di tanti mali e ne
indichiamo il primo e pi necessario rimedio, cio la riforma dei
costumi.
III.
E veramente, profonde sono le mutazioni che dai tempi di Leone
XIII in qua hanno subito tanto il regime economico quanto il
socialismo.
Anzitutto, che le condizioni economiche siano profondamente
trasformate  una cosa a tutti evidente. E voi sapete, Venerabili
Fratelli e diletti Figli, che il Nostro Predecessore di felice
memoria nella sua Enciclica contemplava soprattutto
quell'ordinamento economico in cui generalmente si contribuisce
all'attivit economica dagli uni con il capitale, dagli altri con
il lavoro, secondo che egli definiva con felice espressione: "Non
pu esservi capitale senza lavoro n lavoro senza capitale"
(ibidem).
Orbene, Leone XIII si sforz a tutto potere di disciplinare
questo ordinamento economico, secondo le norme della rettitudine;
sicch  evidente che esso non  in s da condannarsi. E infatti
non  di sua natura vizioso: allora per viola il retto ordine,
quando il capitale vincola a s gli operai, ossia la classe
proletaria, con il fine e con la condizione di sfruttare a suo
arbitrio e vantaggio le imprese e quindi l'economia tutta, senza
far caso n della dignit umana degli operai, n del carattere
sociale dell'economia, n della stessa giustizia sociale e del
bene comune.
Vero  che neppure oggi  questo il solo ordinamento economico
vigente in ogni luogo; un'altra forma vi  che novera ancora
grande moltitudine di persone, importante per numero e potere,
quale ad esempio, la classe degli agricoltori, in cui la maggior
parte del genere umano si procura col probo e onesto lavoro
quanto  necessario alla vita. Anch'essa ha le sue angustie e le
sue difficolt, alle quali allude il Nostro Predecessore in
parecchi tratti della sua Enciclica e Noi pure in questa vi
abbiamo pi di una volta accennato.
Ma l'ordinamento capitalistico dell'economia, con il dilatarsi
dell'industrialismo per tutto il mondo, dopo l'Enciclica di Leone
XIII, si  venuto esso pure allargando per ogni dove a segno tale
da invadere e penetrare anche nelle condizioni economiche e
sociali di quelli che si trovano fuori della sua cerchia,
introducendovi insieme coi vantaggi anche gli svantaggi e i
difetti suoi propri, e lasciandovi in certo modo la sua impronta.
Perci quando invitiamo a studiare le trasformazioni che
l'ordinamento capitalistico dell'economia sort dopo il tempo di
Leone XIII, non solamente procuriamo il bene di coloro che
abitano in paesi dominati dal capitale e dall'industria, ma di
tutto intero il genere umano.
E in primo luogo ci che ferisce gli occhi  che ai nostri tempi
non vi ha solo concentrazione della ricchezza, ma l'accumularsi
altres di una potenza enorme, di una dispotica padronanza,
dell'economia in mano di pochi, e questi sovente neppure
proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di
cui essi per dispongono a loro grado e piacimento.
Questo potere diviene pi che mai dispotico in coloro che,
tenendo in pugno il danaro, la fanno da padroni, dominano il
credito e padroneggiano i prestiti; onde sono in qualche modo i
distributori del sangue stesso di cui vive l'organismo economico
e hanno in mano, per cos dire, l'anima dell'economia; sicch
nessuno, contro la loro volont, potrebbe nemmeno respirare.
Una tale concentrazione di forze e di potere, che  quasi la nota
specifica dell'economia contemporanea,  il frutto naturale di
quella sfrenata libert di concorrenza che lascia sopravvivere
solo i pi forti, cio, spesso i pi violenti nella lotta e i
meno curanti della coscienza.
A sua volta, poi, la concentrazione stessa di ricchezze e di
potenza genera tre specie di lotta per il predominio: dapprima si
combatte per la prevalenza economica: di poi si contrasta
accanitamente per il predominio sul potere politico, per valersi
delle sue forze e della sua influenza nelle competizioni
economiche: infine si lotta tra gli stessi Stati, o perch le
nazioni adoperano le loro forze e la potenza politica a
promuovere i vantaggi economici dei propri cittadini o perch
applicano il potere e le forze economiche a troncare le questioni
politiche sorte fra le nazioni.
Ultime conseguenze dello spirito individualistico nella vita
economica sono poi quelle che voi stessi, Venerabili Fratelli e
diletti Figli, vedete e deplorate. La libera concorrenza si  da
se stessa distrutta; alla libert del mercato  sottentrata
l'egemonia economica; alla bramosia del lucro  seguita la
sfrenata cupidigia del predominio; e tutta l'economia  cos
divenuta orribilmente dura inesorabile, crudele. A ci si
aggiungono i danni gravissimi che sgorgano dalla deplorevole
confusione delle ingerenze e servigi propri dell'autorit
pubblica con quelli della economia stessa: quale, per citarne uno
solo tra i pi importanti, l'abbassarsi della dignit dello
Stato, che si fa servo e docile strumento delle passioni e
ambizioni umane, mentre dovrebbe assidersi quale sovrano e
arbitro delle cose, libero da ogni passione di partito e intento
al solo bene comune e alla giustizia. Nell'ordine poi delle
relazioni internazionali, da una stessa fonte sgorg una doppia
corrente: da una parte, il nazionalismo o anche l'imperialismo
economico; dall'altra, non meno funesto ed esecrabile,
l'internazionalismo bancario o imperialismo internazionale del
danaro, per cui la patria  dove si sta bene.
Ora, con quali mezzi si possa rimediare a un male cos profondo,
gi l'abbiamo indicato nella seconda parte di questa Enciclica,
dove ne abbiamo trattato di proposito sotto l'aspetto dottrinale:
qui Ci baster ricordare la sostanza del Nostro insegnamento.
Poich l'ordinamento economico moderno  fondato particolarmente
sul capitale e sul lavoro, devono essere conosciuti e praticati i
precetti della retta ragione, ossia della filosofia sociale
cristiana, concernenti i due elementi menzionati e le loro
relazioni. Cos, per evitare l'estremo dell'individualismo da una
parte, come del socialismo dall'altra, si dovr soprattutto avere
riguardo del pari alla doppia natura, individuale e sociale,
propria tanto del capitale o della propriet, quanto del lavoro.
Le relazioni quindi fra l'uno e l'altro devono essere regolate
secondo le leggi di una esattissima giustizia commutativa,
appoggiata alla carit cristiana.  necessario che la libera
concorrenza, confinata in ragionevoli e giusti limiti, e pi
ancora che la potenza economica siano di fatto soggette
all'autorit pubblica, in ci che concerne l'ufficio di questa.
Infine le istituzioni dei popoli dovranno venire adattando la
societ tutta quanta alle esigenze del bene comune, cio alle
leggi della giustizia sociale; onde seguir necessariamente che
una sezione cos importante della vita sociale, qual  l'attivit
economica, verr a sua volta ricondotta ad un ordine sano e bene
equilibrato.
Non meno profonda che quella dell'ordinamento economico  la
trasformazione che dal tempo di Leone XIII ebbe il socialismo,
con il quale specialmente lott il Nostro Predecessore. Allora
infatti esso poteva quasi dirsi uno e propugnatore di principi
dottrinali ben definiti o raccolti in un sistema: ora invece va
diviso in due partiti principali, discordanti per lo pi fra loro
e inimicissimi, ma pur tali che nessuno dei due si scosta dal
fondamento proprio di ogni socialismo, e contrario alla fede
cristiana.
Un partito infatti del socialismo and soggetto alla
trasformazione stessa che abbiamo spiegato sopra, rispetto
all'economia capitalista, e precipit nel comunismo; il quale
insegna e persegue due punti, n gi per vie occulte o per
rigiri, ma alla luce aperta e con tutti i mezzi, anche pi
violenti: la pi accanita lotta di classe e l'abolizione assoluta
della propriet privata. E nel perseguire i due intenti non v'ha
cosa che esso non ardisca, niente che rispetti; e dove si 
impadronito del potere, si dimostra tanto crudele e selvaggio,
che sembra cosa incredibile e mostruosa. Di che sono prova le
stragi spaventose e le rovine ch'esso ha accumulato sopra
vastissimi paesi dell'Europa orientale e dell'Asia. Quanto poi
sia nemico dichiarato della santa Chiesa e di Dio stesso,  cosa
purtroppo dimostrata dall'esperienza e a tutti notissima. Non
crediamo perci necessario premunire i figli buoni e fedeli della
Chiesa contro la natura empia e ingiusta del comunismo; ma non
possiamo tuttavia, senza un profondo dolore, vedere l'incuria e
l'indifferenza di coloro che mostrano di non dar peso ai pericoli
imminenti, e con una passiva fiacchezza lasciano che si
propaghino per ogni parte quegli errori, da cui sar condotta a
morte la societ tutta intera con le stragi e la violenza. Ma
soprattutto meritano di essere condannati coloro che trascurano
di sopprimere o trasformare quelle condizioni di cose, che
esasperano gli animi dei popoli e preparano con ci la via alla
rivoluzione e alla rovina della societ.
Pi moderato  l'altro partito che ha conservato il nome di
socialismo; giacch non solo professa di rigettare il ricorso
alla violenza, ma se non ripudia la lotta di classe e
l'abolizione della propriet privata, le mitiga almeno con
attenuazioni e temperamenti. Si direbbe quindi, che, spaventato
dai suoi principi e dalle conseguenze che ne trae il comunismo,
il socialismo si pieghi e in qualche modo si avvicini a quelle
verit che la tradizione cristiana ha sempre solennemente
insegnate; poich non si pu negare che le sue rivendicazioni si
accostino talvolta, e molto da vicino, a quelle che propongono a
ragione i riformatori cristiani della societ.
La lotta di classe, infatti, quando si astenga dagli atti di
inimicizia e dall'odio vicendevole, si trasforma a poco a poco in
una onesta discussione fondata nella ricerca della giustizia:
discussione che non  certo quella felice pace sociale che tutti
vagheggiano, ma che pu e deve essere un punto di partenza per
giungere alla mutua cooperazione delle classi. Cos anche la
guerra dichiarata alla propriet privata si viene sempre pi
tranquillando e restringendo a tal segno, che infine non viene
pi assalita in s la propriet dei mezzi di produzione, ma una
certa egemonia sociale, che la propriet contro ogni diritto si 
arrogata e usurpata. E infatti tale supremazia non deve essere
propria dei semplici padroni, ma del pubblico potere. Con ci si
pu giungere insensibilmente fino al punto che le massime del
socialismo pi moderato non discordino pi dai voti e dalle
rivendicazioni di coloro che, fondandosi sui principi cristiani,
si studiano di riformare la societ umana. E in verit si pu ben
sostenere, a ragione, esservi certe categorie di beni da
riservarsi solo ai pubblici poteri, quando portano seco una tale
preponderanza economica che non si possa lasciare in mano ai
privati cittadini senza pericolo del bene comune.
Cotali giuste rivendicazioni e desideri non hanno pi nulla che
ripugni alla verit cattolica e molto meno sono rivendicazioni
proprie del socialismo. Quelli dunque che a queste sole mirano
non hanno ragione di dar il nome al socialismo.
N perci si dovr credere che quei partiti o gruppi di
socialisti, che non sono comunisti, siansi ricreduti tutti a tal
segno, o di fatto o nel loro programma. No, perch essi per lo
pi non rigettano n la lotta di classe, n l'abolizione della
propriet, ma solo la vogliono in qualche modo mitigata.
Sennonch, essendosi i loro falsi principi cos mitigati e in
qualche modo cancellati, ne sorge, o piuttosto viene mosso da
qualcuno, il dubbio: se per sorte anche i principi della verit
cristiana non si possano in qualche modo mitigare o temperare,
per andare cos incontro al socialismo e quasi per una via media
accordarsi insieme. Certuni nutrono la vana speranza di trarre a
noi in questo modo i socialisti. Vana speranza, diciamo. Quelli,
infatti, che vogliono essere apostoli tra i socialisti, devono
professare apertamente e sinceramente, nella sua pienezza e
integrit, la verit cristiana, ed in nessuna maniera usare
connivenza con gli errori. Se veramente vogliono essere banditori
del Vangelo, devono studiarsi anzitutto di far vedere ai
socialisti che le loro rivendicazioni, in quanto hanno di giusto,
si possono molto pi validamente sostenere coi principi della
fede cristiana e molto pi efficacemente promuovere con le forze
della cristiana carit.
Ma che dire nel caso che, rispetto alla lotta di classe e alla
propriet privata, il socialismo sia realmente cos mitigato e
corretto da non aver pi nulla che gli si possa rimproverare su
questi punti? Ha con ci forse rinunziato ai suoi principi, alla
sua natura contraria alla Religione cristiana? Qui sta il punto,
su cui molte anime si trovano esitanti. E non pochi sono pure i
cattolici, i quali, ben conoscendo come i principi cristiani non
possano essere n abbandonati n cancellati, sembrano rivolgere
lo sguardo a questa Santa Sede e domandare con ansia che
decidiamo se questo socialismo si sia ricreduto dei suoi errori a
tal segno, che senza pregiudizio di nessun principio cristiano,
si possa ammettere e in qualche modo battezzare. Ora per
soddisfare, secondo la Nostra sollecitudine paterna, a questi
desideri, proclamiamo che il socialismo, sia considerato come
dottrina, sia considerato come fatto storico, sia come "azione",
se resta veramente socialismo, anche dopo aver ceduto alla verit
e alla giustizia su quei punti che abbiam detto, non pu
conciliarsi con gli insegnamenti della Chiesa cattolica. Il suo
concetto della societ  quanto pu dirsi opposto alla verit
cristiana.
Infatti, secondo la dottrina cristiana, il fine per cui l'uomo
dotato di una natura socievole si trova su questa terra  questo
che, vivendo in societ e sotto un'autorit sociale ordinata da
Dio (Rom. XIII, 1), coltivi e svolga pienamente le sue facolt a
lode e gloria del Creatore; e adempiendo fedelmente i doveri
della sua professione o della sua vocazione qualunque sia, giunga
alla felicit temporale ed insieme alla eterna. Il socialismo, al
contrario, ignorando o trascurando al tutto questo fine sublime,
sia dell'uomo come della societ, suppone che l'umano consorzio
non sia istituito se non in vista del solo benessere.
Infatti, premesso che una divisione conveniente del lavoro, pi
efficacemente che lo sforzo diviso degli individui, assicura la
produzione, i socialisti ne deducono che l'attivit economica,
nella quale essi considerano solamente il fine materiale, deve
per necessit essere condotta socialmente. E da siffatta
necessit, secondo essi, deriva che gli uomini sono costretti,
per ci che spetta la produzione, a sottomettersi interamente
alla societ; anzi il possedere una maggiore abbondanza di
ricchezze che possa servire alle comodit della vita,  stimato
tanto che gli si debbono posporre i beni pi alti dell'uomo,
specialmente la libert, sacrificandoli tutti alle esigenze di
una produzione pi efficace. Questo pregiudizio, dell'ordinamento
"socializzato" della produzione portato alla dignit umana, essi
credono che sar largamente compensato dall'abbondanza dei beni
che gli individui ne ritrarranno per poterli applicare alle
comodit e alle convenienze della vita secondo i loro piaceri. La
societ dunque, qual  immaginata dal socialismo, non pu
esistere n concepirsi disgiunta da una costrizione veramente
eccessiva, e d'altra parte resta in bala di una licenza non meno
falsa, perch mancante di una vera autorit sociale: poich
questa non pu fondarsi sui vantaggi temporanei e materiali, ma
solo pu venire da Dio Creatore e fine ultimo di tutte le cose
(Enc. "Diuturnum", del 29 Giugno 1881).
Ch se il socialismo, come tutti gli errori, ammette pure qualche
parte di vero (il che del resto non fu mai negato dai Sommi
Pontefici), esso tuttavia si fonda in una dottrina della societ
umana, tutta sua propria e discordante dal vero cristianesimo.
Socialismo religioso e socialismo cristiano son dunque termini
contraddittori: nessuno pu essere buon cattolico ad un tempo e
vero socialista.
Tutte queste verit pertanto, da Noi richiamate e confermate
solennemente con la Nostra autorit, si debbono applicare del
pari a una cotale nuova forma o condotta del socialismo, poco
nota finora in verit, ma che al presente si va diffondendo tra
molti gruppi di socialisti. Esso attende soprattutto a informare
di s gli animi ed i costumi; particolarmente alletta sotto
colore di amicizia la tenera infanzia per trascinarla seco, ma
abbraccia altres la moltitudine degli uomini adulti: per formare
infine l'"uomo socialista", sul quale vuole appoggiare l'umana
societ plasmata secondo le massime del socialismo.
Sennonch, avendo Noi spiegato gi largamente nella Nostra
Enciclica "Divini illius Magistri" su quali principi si fondi e
quali fini intenda l'educazione cristiana (Enc. "Divini illius
Magistri", del 31 Dicembre 1920),  tanto chiaro ed evidente che
ad essi contraddice quanto fa e cerca il socialismo educatore,
che non occorre altra dichiarazione. Ma quanto siano gravi e
terribili i pericoli che questo socialismo porta seco, sembra che
l'ignorino o non vi diano gran peso coloro che non si curano
punto di resistervi con zelo e coraggio secondo la gravit della
cosa.  Nostro dovere pastorale quindi mettere costoro in guardia
dal danno gravissimo e imminente e si ricordino tutti che di
cotesto socialismo educatore  padre bens il liberalismo, ma
l'erede  e sar il bolscevismo.
Da ci, Venerabili Fratelli, voi potete intendere con dolore
vediamo, in alcuni paesi specialmente, non pochi dei Nostri figli
- di cui non possiamo persuadersi che abbiano abbandonato del
tutto la vera fede e la buona volont - aver disertato il campo
della Chiesa per passare alle file del socialismo: gli uni
dichiarandosi apertamente socialisti e professandone le dottrine;
gli altri per indifferenza o anche con ripugnanza, per aggregarsi
alle associazioni che si professano o sono di fatto
socialistiche.
Con paterna ansiet Noi andiamo pensando e investigando come sia
potuta accadere una tanta aberrazione, e Ci sembra di sentire che
molti di essi Ci rispondano a loro scusa: la Chiesa e coloro che
alla Chiesa si proclamano pi aderenti, favoriscono i ricchi,
trascurano gli operai e non se ne danno pensiero alcuno: perci
aver essi dovuto, a fine di provvedere a s, aggregarsi alle
schiere dei socialisti.
Ed  questa, senza dubbio, cosa ben lacrimevole, Venerabili
Fratelli, che vi siano stati e ancora vi siano individui che,
dicendosi cattolici, quasi non ricordino la legge sublime della
giustizia e della carit, la quale non solamente ci prescrive di
dare a ciascuno quello che gli tocca, ma ancora di soccorrere ai
nostri fratelli indigenti come a Cristo medesimo (Lett. di San
Giacomo, cap. 2); e, cosa ancora pi grave, per ansia di guadagno
non temono di opprimere i lavoratori. E vi ha pure chi abusa
della Religione stessa, facendo del suo nome un paravento alle
proprie ingiuste vessazioni per potersi sottrarre alle
rivendicazioni pienamente giustificate degli operai. Noi non
resteremo mai di riprovare una simile condotta, poich sono
costoro la causa per cui la Chiesa, senza averlo punto meritato,
ha potuto aver l'apparenza, e quindi essere accusata, di prendere
parte per i ricchi e di non aver alcun senso di piet per le pene
di coloro che si trovano come diseredati della loro parte di
benessere in questa vita. Ma che questa apparenza e questa accusa
sia immeritata ed ingiusta, la storia tutta della Chiesa d
testimonianza; e l'Enciclica stessa, di cui celebriamo
l'anniversario,  la pi splendida prova della somma ingiustizia
di simili contumelie e calunnie, avventate contro la Chiesa e i
suoi insegnamenti.
Ma per quanto provocati dagli insulti e trafitti nel cuore di
padre, siamo ben lungi dal rigettare da Noi questi figli, sebbene
cos miseramente traviati, e lontani dalla verit e dalla
salvezza. Con tutto l'ardore anzi e con tutta la pi viva
sollecitudine li invitiamo a ritornare al materno seno della
Chiesa. E Dio faccia che prestino orecchio alla Nostra voce!
Ritornino donde sono partiti, alla casa cio del Padre e ivi
perseverino dove  il loro proprio luogo, tra le file cio di
coloro che seguendo gli insegnamenti di Leone XIII, da Noi ora
solennemente rinnovati, si studiano di restaurare la societ
secondo lo spirito della Chiesa, rassodandovi la giustizia e la
carit sociale. E si persuadano che non potranno mai trovare
altrove una felicit maggiore anche su questa terra, se non
vicino a Colui che per amore nostro "essendo ricco, divent
povero, affinch della povert di Lui diventassimo ricchi" (II
Cor. VIII, 9), che fu povero e in mezzo alle fatiche fino dalla
Sua giovinezza, che invita a S tutti gli oppressi dalla fatica e
dalle afflizioni per dar loro un pieno conforto nella carit del
Suo Cuore (Matth. XI, 28); e che infine, senza eccezione di
persone, richieder di pi da coloro ai quali avr dato di pi
(Luc. XII, 48) e "render a ciascuno secondo il suo operato"
(Matth. XVI, 27).
Ma se consideriamo la cosa con pi diligenza e pi a fondo,
chiaramente vediamo che a questa tanto desiderata restaurazione
sociale deve precedere l'intero rinnovamento dello spirito
cristiano, dal quale purtroppo si sono allontanati tanti di
coloro che si occupano di cose economiche; se no, tutti gli
sforzi cadranno a vuoto, non costruendosi l'edificio su la
roccia, ma su la mobile sabbia (Matth. VII, 24).
E infatti, Venerabili Fratelli e diletti Figli, abbiamo dato uno
sguardo all'odierno ordinamento economico e lo abbiamo trovato
guasto profondamente. Di poi, richiamato a nuovo esame il
comunismo e il socialismo, e tutte le loro forme, anche pi
mitigate, abbiamo trovato che sono molto lontani dagli
insegnamenti del Vangelo.
Quindi, per usare le parole del Nostro Predecessore, "se un
rimedio si vuole dare alla societ umana, questo non sar altro
che il ritorno alla vita e alle istituzioni cristiane" (Enc.
"Rerum novarum"). Giacch questo solo pu distogliere gli occhi
degli uomini affascinati e al tutto immersi nelle cose
transitorie di questo mondo, e innalzarli al Cielo: questo solo
pu portare efficace rimedio alla troppa sollecitudine per i beni
caduchi, che  l'origine di tutti i vizi. Del quale rimedio, chi
pu negare che la societ umana non abbia al presente un sommo
bisogno?
Quasi tutti si atterriscono unicamente degli sconvolgimenti,
delle stragi, delle rovine temporali. Ma se consideriamo i fatti
con occhio cristiano, com' dovere, che cosa sono tutti questi
mali in paragone della rovina delle anime? Eppure si pu dire
senza temerit essere tale oggi l'andamento della vita sociale ed
economica, che un numero grandissimo di persone trova le
difficolt pi gravi nell'attendere a quell'uno necessario,
all'opera capitale fra tutte, quella della propria salute eterna.
Di queste innumerevoli pecorelle costituiti Pastore e Tutore dal
Principe dei Pastori, che le ha redente col Suo sangue, non
possiamo contemplare con indifferenza tale sommo pericolo; anzi,
memori dell'ufficio pastorale, con paterna sollecitudine andiamo
di continuo ripensando come recare ad esse aiuto, ricorrendo
altres allo studio indefesso di altri, che vi sono impegnati per
debito di giustizia e di carit. Che cosa gioverebbe infatti che
gli uomini con un pi saggio uso delle ricchezze si rendessero
pi capaci di fare acquisto anche di tutto il mondo, se poi ne
ricevessero danno per l'anima? (Matth. XVI, 26). Che cosa
gioverebbe insegnare loro sicuri principi intorno all'economia,
se poi si lasciano trascinare dalla sfrenata cupidigia e dal
gretto amor proprio a tal segno che pur "avendo uditi gli ordini
del Signore, abbiano poi a fare tutto all'opposto"? (Judic. II,
17).
Questa defezione della vita sociale ed economica dalla legge
cristiana e l'apostasia che ne consegue di molti operai dalla
fede cattolica hanno la loro radice e la loro fonte negli affetti
disordinati dell'anima, triste conseguenza del peccato originale
che ha distrutto l'equilibrio meraviglioso delle facolt umane;
sicch l'uomo facilmente trascinato da perverse cupidigie viene
fortemente spinto ad anteporre i beni caduchi di questo mondo a
quelli imperituri del Cielo. Di qui una sete insaziabile di
ricchezza e di beni temporali che, se in ogni tempo fu solita a
spingere gli uomini a trasgredire le leggi di Dio e calpestare i
diritti del prossimo, oggi con il moderno ordinamento economico
offre alla fragilit umana incentivi assai pi numerosi. E poich
l'instabilit della vita economica e specialmente del suo
organismo richiede uno sforzo sommo e continuo di quanti vi si
applicano, alcuni vi hanno indurito la coscienza a tal segno che
si danno a credere lecito l'aumentare i guadagni in qualsiasi
modo e difendere poi con ogni mezzo dalle repentine vicende della
fortuna le ricchezze accumulate con tanti sforzi.
I facili guadagni, che l'anarchia del mercato apre a tutti,
allettano moltissimi allo scambio e alla vendita, e costoro
unicamente agognando di fare guadagni pronti e con minima fatica,
con la sfrenata speculazione fanno salire e abbassare i prezzi
secondo il capriccio e l'avidit loro, con tanta frequenza, che
mandano fallite tutte le sagge previsioni dei produttori. Le
disposizioni giuridiche poi ordinate a favorire la cooperazione
dei capitali, mentre dividono la responsabilit e restringono il
rischio del negoziare, hanno dato ansa alla pi biasimevole
licenza; giacch vediamo, che, scemato l'obbligo di dare i conti,
viene attenuato il senso di responsabilit nelle anime e, sotto
la coperta difesa di una societ che chiamano anonima, si
commettono le peggiori ingiustizie e frodi, e i dirigenti di
queste associazioni economiche, dimentichi dei loro impegni,
tradiscono non rare volte i diritti di coloro di cui avevano
preso ad amministrare i risparmi. N per ultimo si pu omettere
di condannare quegli ingannatori, che, non curandosi di
soddisfare alle oneste esigenze di chi si vale dell'opera loro,
non si peritano invece di aizzare le cupidigie umane, per venir
poi sfruttandole a proprio guadagno.
Questi cos gravi inconvenienti non potevano essere emendati, o
piuttosto prevenuti, se non da una severa disciplina morale,
rigidamente mantenuta dall'autorit sociale. Ma questa purtroppo
manc. Infatti, avendo il nuovo ordinamento economico cominciato
appunto quando le massime del razionalismo erano penetrate in
molti e vi avevano messo radici, ne nacque in breve una coscienza
economica separata dalla legge morale; e per conseguenza alle
passioni umane si lasci libero il freno.
Quindi avvenne che in molto maggior numero di prima furono coloro
che non si diedero pi pensiero di altro che di accrescere ad
ogni costo la loro fortuna e, cercando sopra tutte le cose e in
tutto i loro propri interessi, non si fecero coscienza neppure
dei pi gravi delitti contro gli altri. I primi poi che si misero
per questa via larga che conduce alla perdizione (Matth. VII,
13), trovarono molti imitatori della loro iniquit, sia per
l'esempio della loro appariscente riuscita, sia per il fasto
insolito delle loro ricchezze, sia per il deridere che fecero,
quasi vittima di scrupoli insulsi, la coscienza altrui, sia
infine schiacciando i loro competitori pi timorati.
Cos traviando dal retto sentiero i dirigenti dell'economia, fu
naturale che anche il volgo degli operai venisse precipitando
nello stesso abisso, e ci tanto pi che molti padroni di
officine sfruttavano i loro operai come semplici macchine, senza
curarsi delle loro anime, anzi neppure pensando ai loro interessi
superiori. E in verit fa orrore il considerare i gravissimi
pericoli a cui sono esposti nelle moderne officine i costumi
degli operai (dei giovani specialmente) e il pudore delle giovani
e delle donne; gli impedimenti che spesso il presente ordinamento
economico, e soprattutto le condizioni affatto irrazionali
dell'abitazione, recano alla unione e all'intimit della vita di
famiglia; la difficolt di santificare debitamente i giorni di
festa; l'universale indebolimento di quel senso veramente
cristiano, onde prima anche persone rozze e ignoranti sapevano
elevarsi ad alti ideali, laddove ora  sottentrata l'unica ansia
di procacciarsi in qualunque modo la vita quotidiana. E cos il
lavoro corporale, che la divina Provvidenza, anche dopo il
peccato originale, aveva stabilito come esercizio in bene del
corpo insieme e dell'anima, si viene convertendo in uno strumento
di perversione: la materia inerte, cio, esce nobilitata dalla
fabbrica, le persone invece vi si corrompono e avviliscono.
A una strage cos dolorosa di anime, che durando far cadere
vuoto ogni sforzo di rigenerazione della societ, non si pu
rimediare altrimenti se non col ritorno manifesto e sincero degli
uomini alla dottrina evangelica, ai precetti cio di Colui che
solo ha parole di vita eterna (Joan. VI, 70), e quindi parole
tali che, "passando Cielo e terra, esse non passeranno mai"
(Matth. XXIV, 35). Cos quanti sono veramente sperimentati nelle
cose sociali, invocano con ardore quella che chiamano perfetta
"razionalizzazione" della vita economica. Ma un tale ordinamento,
che Noi pure ardentemente desideriamo e con fervido studio
promoviamo, riuscir monco affatto e imperfetto, se tutte le
forme dell'attivit umana amichevolmente non si accordino ad
imitare ed a raggiungere, per quanto  dato all'uomo, la
meravigliosa unit del disegno divino: quell'ordine perfetto,
diciamo, che la Chiesa a gran voce proclama e la stessa retta
ragione richiede: che cio le cose tutte siano indirizzate a Dio
come a primo e supremo termine di ogni attivit creata, e tutti i
beni creati siano riguardati come semplici mezzi, dei quali in
tanto si deve far uso in quanto conducono al fine supremo. N si
deve credere che perci le professioni lucrative siano meno
stimate, ovvero ritenute come poco conformi alla dignit umana.
Al contrario, anzi, noi impariamo a riconoscere in esse con
venerazione la manifesta volont del Creatore, il quale ha posto
l'uomo sulla terra perch venga lavorando e facendola servire
alle sue molteplici necessit. N si proibisce a coloro che
attendono alla produzione, d'accrescere nei giusti e debiti modi
la loro fortuna; anzi la Chiesa insegna essere giusto che
chiunque serve alla comunit e l'arricchisce con l'accrescere i
beni della comunit stessa, ne divenga anch'egli pi ricco,
secondo la sua condizione; purch tutto ci si cerchi con il
debito ossequio alla legge di Dio e senza danno dei diritti
altrui, e se ne faccia un uso conforme all'ordine della fede e
della Religione. Se queste norme saranno da tutti in ogni luogo e
sempre mantenute, non solamente la produzione e l'acquisto dei
beni, ma anche l'uso delle ricchezze, che ora si vede cos spesso
disordinato, verr tosto ricondotto nei limiti della equit e
della giusta distribuzione. Cos alla sordida cupidigia dei soli
interessi propri, che  l'obbrobrio e il grande peccato del
nostro secolo, si opporr davvero e col fatto la regola,
soavissima insieme ed efficacissima, della moderazione cristiana,
onde l'uomo deve cercare anzi tutto il regno di Dio e la sua
giustizia, ritenendo per certo che i beni temporali gli saranno
dati per giunta, in quanto sar bisogno, in forza della sicura
promessa della liberalit divina (Matth. VI, 33).
Se non che, per assicurare appieno queste riforme  necessario
che si aggiunga alla legge della giustizia la legge della carit,
"la quale  il vincolo della perfezione" (Coloss. III, 14).
Quanto dunque s'ingannano quei riformatori imprudenti, i quali
solo curando la osservanza della giustizia e della sola giustizia
commutativa rigettano con alterigia il concorso della carit!
Certo, la carit non pu essere chiamata a far le veci della
giustizia, dovuta per obbligo e iniquamente negata. Ma quando
pure si supponga che ciascuno abbia ottenuto tutto ci che gli
spetta di diritto, rester sempre un campo larghissimo alla
carit. La sola giustizia infatti, anche osservata con la
maggiore fedelt, potr bens togliere di mezzo le cause dei
conflitti sociali, non gi unire i cuori e stringere insieme le
volont. Ora tutte le istituzioni ordinate a consolidare la pace
e promuovere il mutuo soccorso tra gli uomini, per quanto
sembrino perfette, hanno il loro precipuo fondamento di saldezza
nel legame vicendevole delle volont, onde i soci vanno uniti fra
loro; e mancando questo, come spesso vediamo per esperienza,
riescono vane le migliori prescrizioni. Una verace intesa di
tutti ad uno stesso bene comune non potr dunque aversi
altrimenti, che quando tutte le parti della societ sentano di
essere membri di una sola grande famiglia e figli di uno stesso
Padre Celeste, anzi di essere un solo corpo in Cristo e "membri
gli uni degli altri" (Rom. XII, 5), di modo che "se un membro
patisce, patiscano insieme tutti gli altri" (I Cor. XII, 26).
Allora soltanto i ricchi e gli altri dirigenti muteranno la
primitiva loro freddezza verso i loro fratelli pi poveri, in
calda e operosa affezione; ne accoglieranno le giuste domande con
volto benigno e cuore largo; e, al bisogno, ne perdoneranno anche
cordialmente le colpe e gli errori. Gli operai poi, dal loro
canto, deposto sinceramente ogni sentimento di odio e di invidia,
che i fautori della lotta di classe sfruttano tanto astutamente,
non solo non disdegneranno il posto loro assegnato dalla
Provvidenza divina nella societ umana, ma l'avranno anzi in gran
pregio perch ben consapevoli che essi cooperano davvero
utilmente e onoratamente, ciascuno secondo il proprio grado e
ufficio, al bene comune, e seguono in ci pi da vicino gli
esempi di Colui che, essendo Dio, ha voluto essere sulla terra un
operaio e stimato figlio di un operaio.
Da questa nuova diffusione pertanto dello spirito evangelico nel
mondo, che  spirito di moderazione cristiana e di carit
universale, sorger, speriamo, quella piena e desideratissima
restaurazione della umana societ in Cristo e quella "pace di
Cristo nel regno di Cristo", a cui fin dall'inizio del Nostro
Pontificato abbiamo fermamente proposto di consacrare tutte le
Nostre cure e la Nostra pastorale sollecitudine (Lett. Enc. "Ubi
arcano", del 20 Dicembre 1922). E voi pure, Venerabili Fratelli,
che insieme con Noi per mandato dello Spirito Santo governate la
Chiesa di Dio (Act. XX, 28), con molto lodevole zelo allo stesso
intento, come a cosa capitale e al presente pi necessaria che
mai, indefessamente lavorate, in tutte quante le parti del mondo,
anche nei paesi delle Sacre Missioni tra gli infedeli. A voi
dunque siano date le meritate lodi ed insieme con voi tutti
coloro, siano chierici o laici, che vediamo con gioia esservi
ogni giorno compagni e validi cooperatori della stessa opera
grandiosa. Diciamo i diletti figli Nostri iscritti all'Azione
Cattolica, i quali con particolare studio si occupano con Noi
della questione sociale, in quanto questa spetta e compete alla
Chiesa per la sua stessa divina istituzione. E Noi li esortiamo
tutti caldamente nel Signore che non risparmino fatiche, non si
lascino vincere da difficolt, ma crescano ogni giorno di pi
nello zelo e nel vigore (Deut. XXXI, 7). Ardua per certo 
l'impresa che loro proponiamo, giacch ben sappiamo che da una
parte e dall'altra, sia tra le classi superiori come tra le
inferiori della societ, si oppongono in gran numero ostacoli e
difficolt da superare; ma non perci si perdano di animo, n si
lascino distogliere dal proposito. L'affrontare aspre battaglie 
proprio dei cristiani; sostenere gravi fatiche  proprio di
quelli che quali buoni soldati di Cristo lo seguono pi da vicino
(II Tim. II, 3).
Fiduciosi, dunque, nell'onnipotente aiuto di Colui, che "vuole
salvi gli uomini tutti" (I Tim. II, 4), procuriamo con tutte le
forze di giovare a quelle anime infelici, lontane da Dio, e
distaccandole dalle cure temporali nelle quali troppo si
avviluppano, insegniamo loro a volgere con fiducia il desiderio
alle cose eterne. Il che talvolta si otterr pi agevolmente di
quanto a prima vista non sembrava forse sperabile; poich, se
nell'intimo dell'uomo anche pi rotto all'iniquit si nascondono,
come faville sotto la cenere, mirabili forze spirituali,
testimoni non dubbie di quell'anima naturalmente cristiana,
quanto pi nel cuore di quei tanti che furono indotti in errore
piuttosto per ignoranza e per le circostanze esteriori.
Del resto, alcuni lieti indizi di sociale rinnovamento si
presagiscono gi nelle stesse ordinate schiere degli operai, tra
cui con somma Nostra allegrezza vediamo anche folti stuoli di
giovani cattolici, i quali con docilit ricevono le ispirazioni
della grazia divina, e con incredibile zelo si studiano di
guadagnare a Cristo i propri compagni. N meritano minor lode i
capi delle associazioni operaie, i quali, proposti i propri
interessi, si argomentano di conciliare e promuovere con prudenza
le loro giuste rivendicazioni con la prosperit di tutta la
maestranza, n per qualsivoglia impedimento o aspetto si lasciano
rimuovere da questo nobile impiego. Anzi vediamo pure in gran
numero giovani destinati o per ingegno o per ricchezze ad
occupare tra poco un bel posto tra i dirigenti della societ, i
quali si applicano con pi intenso studio alle questioni sociali
e danno liete speranze di dedicarsi un giorno pienamente
all'opera della restaurazione sociale.
Le condizioni presenti, o Venerabili Fratelli, ci additano la via
che occorre tenere. Come in altre et della storia della Chiesa,
noi dobbiamo lottare con un mondo ricaduto in gran parte nel
paganesimo. Ora per ricondurre a Cristo le classi diverse di
uomini che l'hanno rinnegato,  necessario anzitutto scegliere
nel loro seno e formare ausiliari della Chiesa che ne comprendano
lo spirito e i desideri e sappiano parlare ai loro cuori con
senso di fraterno amore. I primi e immediati apostoli degli
operai, devono essere operai; industriali e commercianti, gli
apostoli degli industriali e degli uomini di commercio.
A voi soprattutto, Venerabili Fratelli, e al vostro clero spetta
cercare con diligenza, scegliere con prudenza, formare ed
istruire con opportunit questa schiera di apostoli laici, sia di
operai come di padroni. Un'opera certamente ardua s'impone ai
sacerdoti e, per sostenerla, tutti coloro che crescono alle
speranze della Chiesa debbono venirsi preparando con lo studio
assiduo delle cose sociali. Ma soprattutto  necessario che gli
uomini da voi applicati in modo particolare a questo ministero si
mostrino tali, cio forniti di tanto squisito senso di giustizia,
da opporsi con una costanza al tutto virile alle rivendicazioni
esorbitanti ed alle ingiustizie, da qualunque parte vengano: 
necessario che siano segnalati per prudenza e discrezione lontana
da qualsiasi esagerazione; ma specialmente che siano intimamente
compenetrati della carit di Cristo, che sola vale a sottomettere
con forza e soavit i cuori e le volont degli uomini alle leggi
della giustizia e dell'equit. Questa  la via gi pi di una
volta raccomandata dal felice esito, e che ora si deve seguire
con ogni alacrit e senza titubanze.
Quanto poi ai cari figli Nostri scelti ad un'opera cos grande,
vivamente li esortiamo nel Signore a consacrarsi totalmente alla
formazione delle anime loro affidate; e nell'adempimento di
questo officio, il pi sacerdotale ed apostolico, con opportunit
si prevalgano di tutti i mezzi pi efficaci dell'educazione
cristiana, come istruzione della giovent, istituzione di
cristiane associazioni, fondazioni di circoli di studio conformi
alla regola della fede. Ma soprattutto facciano grande stima e
applichino a bene dei loro discepoli quel mezzo preziosissimo di
rinnovamento individuale e sociale che Noi abbiamo additato negli
Esercizi spirituali con l'Enciclica "Mens Nostra". Nella quale
Enciclica abbiamo esplicitamente ricordato e caldamente
raccomandato, con gli Esercizi a pro dei laici tutti, anche i
Ritiri in ispecie utilissimi per gli operai (Enc. "Mens Nostra",
del 20 Dicembre 1929). In questa scuola dello spirito, infatti,
non solo si formano gli ottimi cristiani, ma anche si addestrano
i veri apostoli per qualsiasi condizione di vita, riscaldandoli
alla fiamma del Cuore di Ges Cristo. Da questa scuola, come gli
Apostoli del Cenacolo di Gerusalemme, usciranno uomini fortissimi
nella fede, di costanza invitta nelle persecuzioni, ardenti di
zelo e premurosi unicamente di propagare per ogni dove il regno
di Cristo.
E certamente ai nostri tempi pi che mai si ha bisogno di tali
valorosi soldati di Cristo, che si affatichino con tutte le forze
a preservare la famiglia umana dalla spaventosa rovina che la
incoglierebbe, se, col disprezzo degli insegnamenti del Vangelo,
si lasciasse prevalere un ordine di cose che conculca le leggi
della natura non meno che quelle di Dio. La Chiesa di Cristo
edificata sulla pietra incrollabile non ha nulla da temere per
s, ben sapendo che le porte dell'inferno non prevarranno mai
contro di essa (Matth. XVI, 18); sicura come , per la prova
dell'esperienza di tanti secoli, che dalle tempeste anche pi
violente uscir sempre pi forte e gloriosa di nuovi trionfi. Ma
il suo cuore di madre non pu non commuoversi ai mali
innumerevoli che queste tempeste accumulerebbero sopra migliaia
di uomini, e soprattutto agli enormi danni spirituali che ne
sgorgherebbero e che porterebbero alla rovina tante anime redente
dal Sangue di Cristo.
Tutto dunque deve essere tentato per distogliere la societ umana
da mali cos grandi. A ci debbono tendere i nostri lavori, a ci
le nostre cure e le nostre continue e ferventi preghiere a Dio.
Perch mediante il soccorso della grazia divina noi abbiamo in
mano la sorte della famiglia umana.
Non permettiamo dunque, Venerabili Fratelli e diletti Figli, che
i figliuoli di questo secolo si mostrino pi accorti nel loro
genere, che noi i quali per divina bont siamo i figliuoli della
luce (Lue. XVI, 8). Noi infatti vediamo con quale meravigliosa
sagacia si adoperino a scegliersi aderenti operosi e formarseli
atti a diffondere sempre pi largamente i loro errori fra tutte
le classi e in tutte le parti del mondo. Quando poi prendono ad
impugnare la Chiesa di Cristo, li vediamo mettere a tacere le
varie loro interne dissensioni e costituire come un solo concorde
esercito per raggiungere con l'unione delle forze il comune
intento.
Ora, nessuno certamente ignora a quante e quanto grandi opere si
estenda, dappertutto, l'indefesso zelo dei cattolici, sia in
ordine al bene sociale ed economico, sia in materia scolastica e
religiosa. Ma questa azione mirabile e faticosa non di rado perde
di efficacia per la troppa dispersione delle forze. Si uniscano
dunque tutti gli uomini di buona volont, quanti sotto la guida
dei Pastori della Chiesa amano combattere questa buona e pacifica
battaglia di Cristo: e tutti sotto la guida ed il magistero della
Chiesa, secondo il genio, le forze, la condizione di ciascuno,
cerchino di contribuire in qualche misura a quella cristiana
restaurazione della societ, che Leone XIII auspic con
l'immortale Enciclica "Rerum novarum"; non mirando a se stessi e
agli interessi propri, ma a quelli di Ges Cristo (Phil. II, 21);
non pretendendo d'imporre le proprie idee, comunque belle ed
opportune esse sembrino, ma mostrandosi disposti a rinunziarvi
per il bene comune, affinch in tutto e sopra tutto Cristo regni,
Cristo imperi, al quale sia "onore e gloria e potere nei secoli"
(Apoc. V, 13).
Conclusione.
E perch cos felicemente avvenga, a voi tutti, Venerabili
Fratelli e diletti Figli, quanti fate parte dell'immensa famiglia
cattolica a Noi affidata, ma con un particolare affetto del
Nostro cuore agli operai e a quanti altri lavorano nelle arti
manuali, dalla divina Provvidenza a Noi pi vivamente
raccomandati, come pure ai padroni ed imprenditori cristiani,
impartiamo con paterno amore l'Apostolica Benedizione.
Dato a Roma, presso San Pietro, il d 15 Maggio del 1931, del
Nostro Pontificato l'anno X.
Pio PP. XI.

