                        LETTERA ENCICLICA
                       DEL SOMMO PONTEFICE
                          PIO  PP. XI
                         "QUAS PRIMAS"
                AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI
                   PRIMATI ARCIVESCOVI VESCOVI
                      E AGLI ALTRI ORDINARI
                  AVENTI CON L'APOSTOLICA SEDE
                        PACE E COMUNIONE.
                   "Sulla Regalit di Cristo"
                       VENERABILI FRATELLI
                 SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE
Introduzione
Nella prima Enciclica che, asceso al Pontificato, dirigemmo a
tutti i Vescovi dell'Orbe cattolico - mentre indagavamo le cause
precipue di quelle calamit da cui vedevamo oppresso e angustiato
il genere umano - ricordiamo d'aver chiaramente espresso non solo
che tanta colluvie di mali imperversava nel mondo perch la
maggior parte degli uomini avevano allontanato Ges Cristo e la
sua santa legge dalla pratica della loro vita, dalla famiglia e
dalla societ, ma altres che mai poteva esservi speranza di pace
duratura fra i popoli, finch gli individui e le nazioni avessero
negato e da loro rigettato l'impero di Cristo Salvatore.
Pertanto, come ammonimmo che era necessario ricercare la pace di
Cristo nel Regno di Cristo, cos annunziammo che avremmo fatto a
questo fine quanto Ci era possibile; nel Regno di Cristo -
diciamo - poich Ci sembrava che non si possa pi efficacemente
tendere al ripristino e al rafforzamento della pace, che mediante
la restaurazione del Regno di Nostro Signore.
Frattanto il sorgere e il pronto ravvivarsi di un benevolo
movimento dei popoli verso Cristo e la sua Chiesa, che sola pu
recar salute, Ci forniva non dubbia speranza di tempi migliori;
movimento tal quale s'intravedeva che molti i quali avevano
disprezzato il Regno di Cristo e si erano quasi resi esuli dalla
Casa del Padre, si preparavano e quasi s'affrettavano a
riprendere le vie dell'obbedienza.
L'Anno Santo e il Regno di Cristo
E tutto quello che accadde e si fece, nel corso di questo Anno
Santo, degno certo di perpetua memoria, forse non accrebbe
l'onore e la gloria al divino Fondatore della Chiesa, nostro
supremo Re e Signore?
Infatti, la Mostra Missionaria Vaticana quanto non colp la mente
e il cuore degli uomini, sia facendo conoscere il diuturno lavoro
della Chiesa per la maggiore dilatazione del Regno del suo Sposo
nei continenti e nelle pi lontane isole dell'Oceano; sia il
grande numero di regioni conquistate al cattolicesimo col sudore
e col sangue dai fortissimi e invitti Missionari; sia infine col
far conoscere quante vaste regioni vi siano ancora da
sottomettere al soave e salutare impero del nostro Re.
E quelle moltitudini che, durante questo Anno giubilare, vennero
da ogni parte della terra nella citt santa, sotto la guida dei
loro Vescovi e sacerdoti, che altro avevano in cuore, purificate
le loro anime, se non proclamarsi presso il sepolcro degli
Apostoli, davanti a Noi, sudditi fedeli di Cristo per il presente
e per il futuro?
E questo Regno di Cristo sembr quasi pervaso di nuova luce
allorquando Noi, provaLa l'eroica virt di sei Confessori e
Vergini, li elevammo agli onori degli altari. E qual gioia e qual
conforto provammo nell'animo quando, nello splendore della
Basilica Vaticana, promulgato il decreto solenne, una moltitudine
sterminata di popolo, innalzando il cantico di ringraziamento
esclam: Tu Rex glori, Christe!
Poich, mentre gli uomini e le Nazioni, lontani da Dio, per
l'odio vicendevole e per le discordie intestine si avviano alla
rovina ed alla morte, la Chiesa di Dio, continuando a porgere al
genere umano il cibo della vita spirituale, crea e forma
generazioni di santi e di sante a Ges Cristo, il quale non cessa
di chiamare alla beatitudine del Regno celeste coloro che ebbe
sudditi fedeli e obbedienti nel regno terreno.
Inoltre, ricorrendo, durante l'Anno Giubilare, il sedicesimo
secolo dalla celebrazione del Concilio di Nicea, volemmo che
l'avvenimento centenario fosse commemorato, e Noi stessi lo
commemorammo nella Basilica Vaticana tanto pi volentieri in
quanto quel Sacro Sinodo defin e propose come dogma la
consustanzialit dell'Unigenito col Padre, e nello stesso tempo,
inserendo nel simbolo la formula "il regno del quale non avr mai
fine", proclam la dignit regale di Cristo.
Avendo, dunque, quest'inno Santo concorso non in uno ma in pi
modi ad illustrare il Regno di Cristo, Ci sembra che faremo cosa
quanto mai consentanea al Nostro ufficio apostolico, se,
assecondando le preghiere di moltissimi Cardinali, Vescovi e
fedeli fatte a Noi sia individualmente, sia collettivamente,
chiuderemo questo stesso Anno coll'introdurre nella sacra
Liturgia una festa speciale di Ges Cristo Re.
Questa cosa Ci reca tanta gioia che Ci spinge, Venerabili
Fratelli, a farvene parola; voi poi, procurerete di adattare ci
che Noi diremo intorno al culto di Ges Cristo Re,
all'intelligenza del popolo e di spiegarne il senso in modo che
da questa annua solennit ne derivino sempre copiosi frutti.
Ges Cristo  Re
Ges Cristo Re delle menti, delle volont e dei cuori
Da gran tempo si  usato comunemente di chiamare Cristo con
l'appellativo di Re per il sommo grado di eccellenza, che ha in
modo sovraeminente fra tutte le cose create. In tal modo,
infatti, si dice che Egli regna nelle menti degli uomini non solo
per l'altezza del suo pensiero e per la vastit della sua
scienza, ma anche perch Egli  Verit ed  necessario che gli
uomini attingano e ricevano con obbedienza da Lui la verit;
similmente nelle volont degli uomini, sia perch in Lui alla
santit della volont divina risponde la perfetta integrit e
sottomissione della volont umana, sia perch con le sue
ispirazioni influisce sulla libera volont nostra in modo da
infiammarci verso le pi nobili cose. Infine Cristo 
riconosciuto Re dei cuori per quella sua carit che sorpassa ogni
comprensione umana ("Supereminentem scientiae caritatem", cfr.
Ef. 3, 19) e per le attrattive della sua mansuetudine e
benignit: nessuno infatti degli uomini fu mai tanto amato e mai
lo sar in avvenire quanto Ges Cristo.
Ma per entrare in argomento, tutti debbono riconoscere che 
necessario rivendicare a Cristo Uomo nel vero senso della parola
il nome e i poteri di Re; infatti soltanto in quanto  Uomo si
pu dire che abbia ricevuto dal Padre la potest, l'onore e il
regno, (Dan. 7, 14) perch come Verbo di Dio, essendo della
stessa sostanza del Padre, non pu non avere in comune con il
Padre ci che  proprio della divinit, e per conseguenza Egli su
tutte le cose create ha il sommo e assolutissimo impero.
La Regalit di Cristo nei libri dell'Antico Testamento.
E non leggiamo infatti spesso nelle Sacre Scritture che Cristo 
Re? Egli invero  chiamato il Principe che deve sorgere da
Giacobbe (Num. 14, 19), e che dal Padre  costituito Re sopra il
Monte santo di Sion, che ricever le genti in eredit e avr in
possesso i confini della terra (Ps. 2, 6). I1 salmo nuziale, col
quale sotto l'immagine di un re ricchissimo e potentissimo viene
preconizzato il futuro Re d'Israele, ha queste parole: "II tuo
trono, o Dio, sta per sempre, in eterno: scettro di rettitudine 
il tuo scettro reale" (Ps. 44, 6).
E per tralasciare molte altre testimonianze consimili, in un
altro luogo per lumeggiare pi chiaramente i caratteri del
Cristo, si preannunzia che il suo Regno sar senza confini ed
arricchito coi doni della giustizia e della pace: "Fiorir ai
suoi giorni la Giustizia e somma pace... Dominer da un mare
all'altro, e dal fiume fino alla estremit della terra" (Ps. 44,8). 
A questa testimonianza si aggiungono in modo pi ampio gli
oracoli dei Profeti e anzitutto quello notissimo di Isaia: " Ci 
nato un bimbo, ci fu dato un figlio: e il principato  stato
posto sulle sue spalle e sar chiamato col nome di Ammirabile,
Consigliere, Dio forte, Padre del secolo venturo, Principe della
pace. Il suo impero crescer, e la pace non avr pi fine. Seder
sul trono di Davide e sopra il suo regno, per stabilirlo e
consolidarlo nel giudizio e nella giustizia, da ora ed in
perpetuo" (Is. 9, 6-7). E gli altri Profeti non discordano punto
da Isaia: cos Geremia, quando predice che nascer dalla stirpe
di Davide il "Rampollo giusto" che qual figlio di Davide "regner
e sar sapiente e far valere il diritto e la giustizia sulla
terra" (Jer. 23, 5); cos Daniele che preannunzia la costituzione
di un regno da parte del Re del cielo, regno che "non sar mai in
eterno distrutto... ed esso durer in eterno" (Dan. 2, 44) e
continua: "Io stavo ancora assorto nella visione notturna,
quand'ecco venire in mezzo alle nuvole del cielo uno con le
sembianze del figlio dell'uomo che si avanz fino al Vegliardo
dai giorni antichi, e davanti a lui fu presentato. E questi gli
confer la potest, l'onore e il regno; tutti i popoli, le trib
e le lingue serviranno a lui; la sua potest sar una potest
eterna che non gli sara mai tolta, e il suo regno, un regno che
non sar mai distrutto" (Dan. 7, 13-14). E gli scrittori dei
santi Vangeli non accettano e riconoscono come avvenuto quanto 
predetto da Zaccaria intorno al Re mansueto il quale "cavalcando
sopra un'asina col suo piccolo asinello" (Zach. 9, 9) era per
entrare in Gerusalemme, qual giusto e salvatore fra le
acclamazioni delle turbe?
Ges Cristo si  proclamato Re
Del resto questa dottrina intorno a Cristo Re, che abbiamo
sommariamente attinto dai libri del Vecchio Testamento, non solo
non viene meno nelle pagine del Nuovo, ma anzi vi  confermata in
modo splendido e magnifico. E qui, appena accennando all'annunzio
dell'arcangelo da cui la Vergine viene avvisata che doveva
partorire un figlio, al quale Iddio avrebbe dato la sede di
David, suo padre, e che avrebbe regnato nella Casa di Giacobbe in
eterno e che il suo Regno non avrebbe avuto fine (Lc. 1, 32-33)
vediamo che Cristo stesso d testimonianza del suo impero:
infatti, sia nel suo ultimo discorso alle turbe, quando parla dei
premi e delle pene, riservate in perpetuo ai giusti e ai dannati;
sia quando risponde al Preside romano che pubblicamente gli
chiedeva se fosse Re, sia quando risorto affida agli Apostoli
l'ufficio di ammaestrare e battezzare tutte le genti, colta
l'opportuna occasione, si attribu il nome di Re (Matth. 25, 31-40), 
e pubblicamente conferm di essere Re (Joh. 18, 37) e
annunzi solennemente a Lui era stato dato ogni potere in cielo e
in terra (Matth. 28, 18). E con queste parole che altro si vuol
significare se non la grandezza della potest e l'estensione
immensa del suo Regno?
Non pu dunque sorprenderci se Colui che  detto da Giovanni
"Principe dei Re della terra" (Apoc. 1, 5), porti, come apparve
all'Apostolo nella visione apocalittica "scritto sulla sua veste
e sopra il suo fianco: Re dei re e Signore dei dominanti" (Apoc.19, 16). 
Da quando l'eterno Padre costitu Cristo erede
universale (Hebr. 1, 2),  necessario che Egli regni finch
riduca, alla fine dei secoli, ai piedi del trono di Dio tutti i
suoi nemici (I Cor. 15, 25).
Da questa dottrina dei sacri libri venne per conseguenza che la
Chiesa, regno di Cristo sulla terra, destinato naturalmente ad
estendersi a tutti gli uomini e a tutte le nazioni, salut e
proclam nel ciclo annuo della Liturgia il suo autore e fondatore
quale Signore sovrano e Re dei re, moltiplicando le forme della
sua affettuosa venerazione. Essa usa questi titoli di onore
esprimenti nella bella variet delle parole lo stesso concetto;
come gi li us nell'antica salmodia e negli antichi
Sacramentari, cos oggi li usa nella pubblica ufficiatura e
nell'immolazione dell'Ostia immacolata. In questa laude perenne a
Cristo Re, facilmente si scorge la bella armonia fra il nostro e
il rito orientale in guisa da render manifesto, anche in questo
caso, che "le norme della preghiera fissano i principi della fede".
Ges Cristo  Re per diritto di natura e di conquista
Ben a proposito Cirillo Alessandrino, a mostrare il fondamento di
questa dignit e di questo potere, avverte che "egli ottiene, per
dirla brevemente, la potest su tutte le creature, non carpita
con la violenza n da altri ricevuta, ma la possiede per propria
natura ed essenza" (In Lucam, 10); cio il principato di Cristo
si fonda su quella unione mirabile che  chiamata unione
ipostatica. Dal che segue che Cristo non solo deve essere adorato
come Dio dagli Angeli e dagli uomini, ma anche che a Lui, come
Uomo, debbono essi esser soggetti ed obbedire: cio che per il
solo fatto dell'unione ipostatica Cristo ebbe potest su tutte le
creature.
Eppure che cosa pi soave e bella che il pensare che Cristo regna
su di noi non solamente per diritto di natura, ma anche per
diritto di conquista, in forza della Redenzione? Volesse Iddio
che gli uomini immemori ricordassero quanto noi siamo costati al
nostro Salvatore: "Non a prezzo di cose corruttibili, di oro o
d'argento siete stati riscattati... ma dal Sangue prezioso di
Cristo, come di agnello immacolato e incontaminato" (I Petr. 1,
18-19). Non siamo dunque pi nostri perch Cristo ci ha
ricomprati col pi alto prezzo (I Cor. 6, 20): i nostri stessi
corpi sono membra di Cristo (I Cor. 6, 15).
Natura e valore del Regno di Cristo
Volendo ora esprimere la natura e il valore di questo principato,
accenniamo brevemente che esso consta di una triplice potest, la
quale se venisse a mancare, non si avrebbe pi il concetto d'un
vero e proprio principato
Le testimonianze attinte dalle Sacre Lettere circa l'impero
universale del nostro Redentore, provano pi che a sufficienza
quanto abbiamo detto; ed  dogma di fede che Ges Cristo  stato
dato agli uomini quale Redentore in cui debbono riporre la loro
fiducia, ed allo stesso tempo come legislatore a cui debbono
obbedire (Ss. Conc. Trid., Sess. VI, can. 21).
I santi Evangeli non soltanto narrano come Ges abbia promulgato
delle leggi, ma lo presentano altres nell'atto stesso di
legiferare; e il divino Maestro afferma, in circostanze e con
diverse espressioni, che chiunque osserver i suoi comandamenti
dar prova di amarlo e rimarr nella sua carit (Joh. 15, 10). Lo
stesso Ges davanti ai Giudei, che lo accusavano di aver violato
il sabato con l'aver ridonato la sanit al paralitico, afferma
che a Lui fu dal Padre attribuita la potest giudiziaria: "Il
Padre non giudica alcuno, ma ha rimesso al Figlio ogni giudizio"
(Joh. 5, 22). Nel che  compreso pure il diritto di premiare e
punire gli uomini anche durante la loro vita, perch ci non pu
disgiungersi da una propria forma di giudizio. Inoltre la potest
esecutiva si deve parimenti attribuire a Ges Cristo, poich 
necessario che tutti obbediscano al suo comando, e nessuno pu
sfuggire ad esso e alle sanzioni da lui stabilite.
Regno principalmente spirituale
Che poi questo Regno sia principalmente spirituale e attinente
alle cose spirituali, ce lo dimostrano i passi della sacra Bibbia
sopra riferiti, e ce lo conferma Ges Cristo stesso col suo modo
di agire.
In varie occasioni, infatti, quando i Giudei e gli stessi
Apostoli credevano per errore che il Messia avrebbe reso la
libert al popolo ed avrebbe ripristinato il regno di Israele,
egli cerc di togliere e abbattere questa vana attesa e speranza;
e cos pure quando stava per essere proclamato Re dalla
moltitudine che, presa di ammirazione, lo attorniava, Egli
rifiut questo titolo e questo onore, ritirandosi e nascondendosi
nella solitudine; finalmente davanti al Preside romano annunci
che il suo Regno "non  di questo mondo".
Questo Regno nei Vangeli viene presentato in tal modo che gli
uomini debbano prepararsi ad entrarvi per mezzo della penitenza,
e non possano entrarvi se non per la fede e per il Battesimo, il
quale bench sia un rito esterno, significa per e produce la
rigenerazione interiore. Questo Regno  opposto unicamente al
regno di Satana e alla "potest delle tenebre", e richiede dai
suoi sudditi non solo l'animo distaccato dalle ricchezze e dalle
cose terrene, la mitezza dei costumi, la fame e sete di
giustizia, ma anche che essi rinneghino se stessi e prendano la
loro croce. Avendo Cristo come Redentore costituita con il suo
sangue la Chiesa, e come Sacerdote offrendo se stesso in perpetuo
quale ostia di propiziazione per i peccati degli uomini, chi non
vede che la regale dignit di Lui riveste il carattere spirituale
dell'uno e dell'altro ufficio?
Regno universale e sociale
D'altra parte sbaglierebbe gravemente chi togliesse a Cristo Uomo
il potere su tutte le cose temporali, dato che Egli ha ricevuto
dal Padre un diritto assoluto su tutte le cose create, in modo
che tutto soggiaccia al suo arbitrio. Tuttavia, finch fu sulla
terra si astenne completamente dall'esercitare tale potere, e
come una volta disprezz il possesso e la cura delle cose umane,
cos permise e permette che i possessori debitamente se ne
servano. A questo proposito ben si adattano queste parole: "Non
toglie il trono terreno Colui che dona il regno eterno dei cieli"
(Brev. Rom. Inno del Mattutino dell'Epifania). Pertanto il
dominio del nostro Redentore abbraccia tutti gli uomini, come
affermano queste parole del Nostro Predecessore di immortale
memoria Leone XIII, che Noi qui facciamo Nostre: "L'impero di
Cristo non si estende soltanto sui popoli cattolici, o a coloro
che, rigenerati nel fonte battesimale, appartengono, a rigore di
diritto, alla Chiesa, sebbene le errate opinioni Ce li
allontanino o il dissenso li divida dalla carit; ma abbraccia
anche quanti sono privi di fede cristiana, di modo che tutto il
genere umano  sotto la potest di Ges Cristo".
N v' differenza fra gli individui e il consorzio domestico e
civile, poich gli uomini, uniti in societ, non sono meno sotto
la potest di Cristo di quello che lo siano gli uomini singoli. 
lui solo la fonte della salute privata e pubblica: "N in alcun
altro  salute, n sotto il cielo altro nome  stato dato agli
uomini, mediante il quale abbiamo da essere salvati" (Act. 4,
12),  lui solo l'autore della prosperit e della vera felicit
sia per i singoli sia per gli Stati: "poich il benessere della
societ non ha origine diversa da quello dell'uomo, la societ
non essendo altro che una concorde moltitudine di uomini" (S.
Agostino, Lettera a Macedone, III).
Non rifiutino, dunque, i capi delle nazioni di prestare pubblica
testimonianza di riverenza e di obbedienza all'impero di Cristo
insieme coi loro popoli, se vogliono, con l'incolumit del loro
potere, l'incremento e il progresso della patria. Difatti sono
quanto mai adatte e opportune al momento attuale quelle parole
che all'inizio del Nostro pontificato Noi scrivemmo circa il
venir meno del principio di autorit e del rispetto alla pubblica
potest: "Allontanato, infatti - cos lamentavamo - Ges Cristo
dalle leggi e dalla societ, l'autorit appare senz'altro come
derivata non da Dio ma dagli uomini, in maniera che anche il
fondamento della medesima vacilla: tolta la causa prima, non v'
ragione per cui uno debba comandare e l'altro obbedire. Dal che 
derivato un generale turbamento della societ, la quale non
poggia pi sui suoi cardini naturali" (Pio Pp. XI, Enc. Ubi arcano Dei).
Regno benefico
Se invece gli uomini privatamente e in pubblico avranno
riconosciuto la sovrana potest di Cristo, necessariamente
segnalati benefici di giusta libert, di tranquilla disciplina e
di pacifica concordia pervaderanno l'intero consorzio umano. La
regale dignit di nostro Signore come rende in qualche modo sacra
l'autorit umana dei principi e dei capi di Stato, cos nobilita
i doveri dei cittadini e la loro obbedienza.
In questo senso 1'Apostolo Paolo, inculcando alle spose e ai
servi di rispettare Ges Cristo nel loro rispettivo marito e
padrone, ammoniva chiaramente che non dovessero obbedire ad essi
come ad uomini ma in quanto tenevano le veci di Cristo, poich
sarebbe stato sconveniente che gli uomini, redenti da Cristo,
servissero ad altri uomini: "Siete stati comperati a prezzo; non
diventate servi degli uomini" (I Cor. 7, 23). Che se i principi e
i magistrati legittimi saranno persuasi che si comanda non tanto
per diritto proprio quanto per mandato del Re divino, si
comprende facilmente che uso santo e sapiente essi faranno della
loro autorit, e quale interesse del bene comune e della dignit
dei sudditi prenderanno nel fare le leggi e nell'esigerne l'esecuzione.
In tal modo, tolta ogni causa di sedizione, fiorir e si
consolider l'ordine e la tranquillit: ancorch, infatti, il
cittadino riscontri nei principi e nei capi di Stato uomini
simili a lui o per qualche ragione indegni e vituperevoli, non si
sottrarr tuttavia al loro comando qualora egli riconosca in essi
l'immagine e l'autorit di Cristo Dio e Uomo.
Per quello poi che si riferisce alla concordia e alla pace, 
manifesto che quanto pi vasto  il regno e pi largamente
abbraccia il genere umano, tanto pi gli uomini diventano
consapevoli di quel vincolo di fratellanza che li unisce. E
questa consapevolezza come allontana e dissipa i frequenti
conflitti, cos ne addolcisce e ne diminuisce le amarezze. E se
il regno di Cristo, come di diritto abbraccia tutti gli uomini,
cosi di fatto veramente li abbracciasse, perch dovremmo
disperare di quella pace che il Re pacifico port in terra, quel
Re diciamo che venne "per riconciliare tutte le cose, che non
venne per farsi servire, ma per servire gli altri" e che, pur
essendo il Signore di tutti, si fece esempio di umilt, e questa
virt principalmente inculc insieme con la carit e disse
inoltre: "II mio giogo  soave e il mio peso leggero"? (Matth. 11, 30)
Oh, di quale felicit potremmo godere se gli individui, le
famiglie e la societ si lasciassero governare da Cristo! "Allora
veramente, per usare le parole che il Nostro Predecessore Leone
XIII venticinque anni fa rivolgeva a tutti i Vescovi dell'orbe
cattolico, si potrebbero risanare tante ferite, allora ogni
diritto riacquisterebbe l'antica forza, tornerebbero i beni della
pace, cadrebbero dalle mani le spade, quando tutti volentieri
accettassero l'impero di Cristo, gli obbedissero, ed ogni lingua
proclamasse che nostro Signore Ges Cristo  nella gloria di Dio
Padre" (Leone Pp. XIII, Enc. Annum sanctum, 25.V.1899).
La Festa di Cristo Re
Scopo della festa di Cristo Re
E perch pi abbondanti siano i desiderati frutti e durino pi
stabilmente nella societ umana,  necessario che venga divulgata
la cognizione della regale dignit di nostro Signore quanto pi 
possibile. Al quale scopo Ci sembra che nessun'altra cosa possa
maggiormente giovare quanto l'istituzione di una festa
particolare e propria di Cristo Re.
Infatti, pi che i solenni documenti del Magistero ecclesiastico,
hanno efficacia nell'informare il popolo nelle cose della fede e
nel sollevarlo alle gioie interne della vita le annuali festivit
dei sacri misteri, poich i documenti, il pi delle volte, sono
presi in considerazione da pochi ed eruditi uomini, le feste
invece commuovono e ammaestrano tutti i fedeli; quelli una volta
sola parlano, queste invece, per cos dire, ogni anno e in
perpetuo; quelli soprattutto toccano salutarmente la mente,
queste invece non solo la mente ma anche il cuore, tutto l'uomo
insomma. Invero, essendo l'uomo composto di anima e di corpo, ha
bisogno di essere eccitato dalle esteriori solennit in modo che,
attraverso la variet e la bellezza dei sacri riti, accolga
nell'animo i divini insegnamenti e, convertendoli in sostanza e
sangue, faccia si che essi servano al progresso della sua vita
spirituale.
D'altra parte si ricava da documenti storici che tali festivit,
col decorso dei secoli, vennero introdotte una dopo l'altra,
secondo che la necessit o l'utilit del popolo cristiano
sembrava richiederlo; come quando fu necessario che il popolo
venisse rafforzato di fronte al comune pericolo, o venisse difeso
dagli errori velenosi degli eretici, o incoraggiato pi
fortemente e infiammato a celebrare con maggiore piet qualche
mistero della fede o qualche beneficio della grazia divina. Cos
fino dai primi secoli dell'era cristiana, venendo i fedeli
acerbamente perseguitati, si cominci con sacri riti a
commemorare i Martiri, affinch - come dice Sant'Agostino - le
solennit dei Martiri fossero d'esortazione al martirio
(Sant'Agostino, De Sanctis, Serm. 47). E gli onori liturgici, che
in seguito furono tributati ai Confessori, alle Vergini e alle
Vedove, servirono meravigliosamente ad eccitare nei fedeli
l'amore alle virt, necessarie anche in tempi di pace.
E specialmente le festivit istituite in onore della Beata
Vergine fecero s che il popolo cristiano non solo venerasse con
maggior piet la Madre di Dio, sua validissima protettrice, ma si
accendesse altres di pi forte amore verso la Madre celeste, che
il Redentore gli aveva lasciato quasi per testamento. Tra i
benefici ottenuti dal culto pubblico e liturgico verso la Madre
di Dio e i Santi del Cielo non ultimo si deve annoverare questo:
che la Chiesa, in ogni tempo, pot vittoriosamente respingere la
peste delle eresie e degli errori.
In tale ordine di cose dobbiamo ammirare i disegni della divina
Provvidenza, la quale, come suole dal male ritrarre il bene, cos
permise che di quando in quando la fede e la piet delle genti
diminuissero, o che le false teorie insidiassero la verit
cattolica, con questo esito per, che questa risplendesse poi di
nuovo splendore, e quelle, destatesi dal letargo, tendessero a
cose maggiori e pi sante.
Ed invero le festivit che furono accolte nel corso dell'anno
liturgico in tempi a noi vicini, ebbero uguale origine e
produssero identici frutti. Cos, quando erano venuti meno la
riverenza e il culto verso l'augusto Sacramento, fu istituita la
festa del Corpus Domini, e si ordin che venisse celebrata in
modo tale che le solenni processioni e le preghiere da farsi per
tutto l'ottavario richiamassero le folle a venerare pubblicamente
il Signore; cos la festivit del Sacro Cuore di Ges fu
introdotta quando gli animi degli uomini, infiacchiti e avviliti
per il freddo rigorismo dei giansenisti, erano del tutto
agghiacciati e distolti dall'amore di Dio e dalla speranza della
eterna salvezza.
Ora, se comandiamo che Cristo Re venga venerato da tutti i
cattolici del mondo, con ci Noi provvederemo alle necessit dei
tempi presenti, apportando un rimedio efficacissimo a quella
peste che pervade l'umana societ.
Il "laicismo"
La peste della et nostra  il cos detto laicismo coi suoi
errori e i suoi empi incentivi; e voi sapete, o Venerabili
Fratelli, che tale empiet non matur in un solo giorno ma da
gran tempo covava nelle viscere della societ. Infatti si
cominci a negare l'impero di Cristo su tutte le genti; si neg
alla Chiesa il diritto - che scaturisce dal diritto di Ges
Cristo - di ammaestrare, cio, le genti, di far leggi, di
governare i popoli per condurli alla eterna felicit. E a poco a
poco la religione cristiana fu uguagliata con altre religioni
false e indecorosamente abbassata al livello di queste; quindi la
si sottomise al potere civile e fu lasciata quasi all'arbitrio
dei principi e dei magistrati. Si and pi innanzi ancora: vi
furono di quelli che pensarono di sostituire alla religione di
Cristo un certo sentimento religioso naturale. N mancarono Stati
i quali opinarono di poter fare a meno di Dio, riposero la loro
religione nell'irreligione e nel disprezzo di Dio stesso.
I pessimi frutti, che questo allontanamento da Cristo da parte
degli individui e delle nazioni produsse tanto frequentemente e
tanto a lungo, Noi lamentammo nella Enciclica "Ubi arcano Dei" e
anche oggi lamentiamo: i semi cio della discordia sparsi
dappertutto; accesi quegli odii e quelle rivalit tra i popoli,
che tanto indugio ancora frappongono al ristabilimento della
pace; l'intemperanza delle passioni che cos spesso si nascondono
sotto le apparenze del pubblico bene e dell'amor patrio; le
discordie civili che ne derivarono, insieme a quel cieco e
smoderato egoismo s largamente diffuso, il quale, tendendo solo
al bene privato ed al proprio comodo, tutto misura alla stregua
di questo; la pace domestica profondamente turbata dalla
dimenticanza e dalla trascuratezza dei doveri familiari; l'unione
e la stabilit delle famiglie infrante, infine la stessa societ
scossa e spinta verso la rovina.
Ci sorregge tuttavia la buona speranza che l'annuale festa di
Cristo Re, che verr in seguito celebrata, spinga la societ,
com' nel desiderio di tutti, a far ritorno all'amatissimo nostro
Salvatore. Accelerare e affrettare questo ritorno con l'azione e
con l'opera loro sarebbe dovere dei Cattolici, dei quali, invero,
molti sembra non abbiano nella civile convivenza quel posto n
quell'autorit, che s'addice a coloro che portano innanzi a s la
fiaccola della verit.
Tale stato di cose va forse attribuito all'apatia o alla
timidezza dei buoni, i quali si astengono dalla lotta o resistono
fiaccamente; da ci i nemici della Chiesa traggono maggiore
temerit e audacia. Ma quando i fedeli tutti comprendano che
debbono militare con coraggio e sempre sotto le insegne di Cristo
Re, con ardore apostolico si studieranno di ricondurre a Dio i
ribelli e gl'ignoranti, e si sforzeranno di mantenere inviolati i
diritti di Dio stesso.
La preparazione storica della festa di Cristo Re
E chi non vede che fino dagli ultimi anni dello scorso secolo si
preparava meravigliosamente la via alla desiderata istituzione di
questo giorno festivo? Nessuno infatti ignora come, con libri
divulgati nelle varie lingue di tutto il mondo, questo culto fu
sostenuto e sapientemente difeso; come pure il principato e il
regno di Cristo fu ben riconosciuto colla pia pratica di dedicare
e consacrare tutte le famiglie al Sacratissimo Cuore di Ges. E
non soltanto famiglie furono consacrate, ma altres nazioni e
regni; anzi, per volere di Leone XIII, tutto il genere umano,
durante l'Anno Santo 1900, fu felicemente consacrato al Divin Cuore.
N si deve passar sotto silenzio che a confermare questa regale
potest di Cristo sul consorzio umano meravigliosamente giovarono
i numerosissimi Congressi eucaristici, che si sogliono celebrare
ai nostri tempi; essi, col convocare i fedeli delle singole
diocesi, delle regioni, delle nazioni e anche tutto l'orbe
cattolico, a venerare e adorare Ges Cristo Re nascosto sotto i
veli eucaristici, tendono, mediante discorsi nelle assemblee e
nelle chiese, mediante le pubbliche esposizioni del Santissimo
Sacramento, mediante le meravigliose processioni ad acclamare
Cristo quale Re dato dal cielo.
A buon diritto si direbbe che il popolo cristiano, mosso da
ispirazione divina, tratto dal silenzio e dal nascondimento dei
sacri templi, e portato per le pubbliche vie a guisa di
trionfatore quel medesimo Ges che, venuto nel mondo, gli empi
non vollero riconoscere, voglia ristabilirlo nei suoi diritti regali.
E per vero ad attuare il Nostro divisamento sopra accennato,
l'Anno Santo che volge alla fine Ci porge la pi propizia
occasione, poich Dio benedetto, avendo sollevato la mente e il
cuore dei fedeli alla considerazione dei beni celesti che
superano ogni gaudio, o li ristabil in grazia e li conferm
nella retta via e li avvi con nuovi incitamenti al conseguimento
della perfezione.
Perci, sia che consideriamo le numerose suppliche a Noi rivolte,
sia che consideriamo gli avvenimento di questo Anno Santo,
troviamo argomento a pensare che finalmente  spuntato il giorno
desiderato da tutti, nel quale possiamo annunziare che si deve
onorare con una festa speciale Cristo quale Re di tutto il genere umano.
In quest'anno infatti, come dicemmo sin da principio, quel Re
divino veramente ammirabile nei suoi Santi,  stato magnificato
in modo glorioso con la glorificazione di una nuova schiera di
suoi fedeli elevati agli onori celesti; parimenti in questo anno
per mezzo dell'Esposizione Missionaria tutti ammirarono i trionfi
procurati a Cristo per lo zelo degli operai evangelici
nell'estendere il suo Regno; finalmente in questo medesimo anno
con la centenaria ricorrenza del Concilio Niceno, commemorammo la
difesa e la definizione del dogma della consustanzialit del
Verbo incarnato col Padre, sulla quale si fonda l'impero sovrano
del medesimo Cristo su tutti i popoli.
L'istituzione della festa di Cristo Re
Pertanto, con la Nostra apostolica autorit istituiamo la festa
di nostro Signore Ges Cristo Re, stabilendo che sia celebrata in
tutte le parti della terra l'ultima domenica di ottobre, cio la
domenica precedente la festa di tutti i Santi. Similmente
ordiniamo che in questo medesimo giorno, ogni anno, si rinnovi la
consacrazione di tutto il genere umano al Cuore santissimo di
Ges, che il Nostro Predecessore di santa memoria Pio X aveva
comandato di ripetere annualmente.
In quest'anno per, vogliamo che sia rinnovata il giorno trentuno
di questo mese, nel quale Noi stessi terremo solenne pontificale
in onore di Cristo Re e ordineremo che la detta consacrazione si
faccia alla Nostra presenza. Ci sembra che non possiamo meglio e
pi opportunamente chiudere e coronare l'Anno Santo, n rendere
pi ampia testimonianza della Nostra gratitudine a Cristo, Re
immortale dei secoli, e di quella di tutti i cattolici per i
benefic fatti a Noi, alla Chiesa e a tutto l'Orbe cattolico
durante quesl'Anno Santo.
E non fa bisogno, Venerabili Fratelli, che vi esponiamo a lungo i
motivi per cui abbiamo istituito la solennit di Cristo Re
distinta dalle altre feste, nelle quali sembrerebbe gi adombrata
e implicitamente solennizzata questa medesima dignit regale.
Basta infatti avvertire che mentre l'oggetto materiale delle
attuali feste di nostro Signore  Cristo medesimo, l'oggetto
formale, per, in esse si distingue del tutto dal nome della
potest regale di Cristo. La ragione, poi, per cui volemmo
stabilire questa festa in giorno di domenica,  perch non solo
il Clero con la celebrazione della Messa e la recita del divino
Officio, ma anche il popolo, libero dalle consuete occupazioni,
rendesse a Cristo esimia testimonianza della sua obbedienza e
della sua devozione.
Ci sembr poi pi d'ogni altra opportuna a questa celebrazione
l'ultima domenica del mese di ottobre, nella quale si chiude
quasi l'anno liturgico, cos infatti avverr che i misteri della
vita di Ges Cristo, commemorati nel corso dell'anno, terminino e
quasi ricevano coronamento da questa solennit di Cristo Re, e
prima che si celebri e si esalti la gloria di Colui che trionfa
in tutti i Santi e in tutti gli eletti.
Pertanto questo sia il vostro ufficio, o Venerabili Fratelli,
questo il vostro compito di far s che si premetta alla
celebrazione di questa festa annuale, in giorni stabiliti, in
ogni parrocchia, un corso di predicazione, in guisa che i fedeli
ammaestrati intorno alla natura, al significato e all'importanza
della festa stessa, intraprendano un tale tenore di vita, che sia
veramente degno di coloro che vogliono essere sudditi affezionati
e fedeli del Re divino.
I vantaggi della festa di Cristo Re
Giunti al termine di questa Nostra lettera Ci piace, o Venerabili
Fratelli, spiegare brevemente quali vantaggi in bene sia della
Chiesa e della societ civile, sia dei singoli fedeli, Ci
ripromettiamo da questo pubblico culto verso Cristo Re.
Col tributare questi onori alla dignit regia di nostro Signore,
si richiamer necessariamente al pensiero di tutti che la Chiesa,
essendo stata stabilita da Cristo come societ perfetta, richiede
per proprio diritto, a cui non pu rinunziare, piena libert e
indipendenza dal potere civile, e che essa, nell'esercizio del
suo divino ministero di insegnare, reggere e condurre alla
felicit eterna tutti coloro che appartengono al Regno di Cristo,
non pu dipendere dall'altrui arbitrio.
Di pi, la societ civile deve concedere simile libert a quegli
ordini e sodalizi religiosi d'ambo i sessi, i quali, essendo di
validissimo aiuto alla Chiesa e ai suoi pastori, cooperano
grandemente all'estensione e all'incremento del regno di Cristo,
sia perch con la professione dei tre voti combattono la triplice
concupiscenza del mondo, sia perch con la pratica di una vita di
maggior perfezione, fanno s che quella santit, che il divino
Fondatore volle fosse una delle note della vera Chiesa, risplenda
di giorno in giorno vieppi innanzi agli occhi di tutti.
La celebrazione di questa festa, che si rinnova ogni anno, sar
anche d'ammonimento per le nazioni che il dovere di venerare
pubblicamente Cristo e di prestargli obbedienza riguarda non solo
i privati, ma anche i magistrati e i governanti: li richiamer al
pensiero del giudizio finale, nel quale Cristo, scacciato dalla
societ o anche solo ignorato e disprezzato, vendicher
acerbamente le tante ingiurie ricevute, richiedendo la sua regale
dignit che la societ intera si uniformi ai divini comandamenti
e ai princip cristiani, sia nello stabilire le leggi, sia
nell'amministrare la giustizia, sia finalmente nell'informare
l'animo dei giovani alla santa dottrina e alla santit dei costumi.
Inoltre non  a dire quanta forza e virt potranno i fedeli
attingere dalla meditazione di coteste cose, allo scopo di
modellare il loro animo alla vera regola della vita cristiana.
Poich se a Cristo Signore  stata data ogni potest in cielo e
in terra; se tutti gli uomini redenti con il Sangue suo prezioso
sono soggetti per un nuovo titolo alla sua autorit; se, infine,
questa potest abbraccia tutta l'umana natura, chiaramente si
comprende, che nessuna delle nostre facolt si sottrae a tanto impero.
Conclusione
Cristo regni!
 necessario, dunque, che Egli regni nella mente dell'uomo, la
quale con perfetta sottomissione, deve prestare fermo e costante
assenso alle verit rivelate e alla dottrina di Cristo; che regni
nella volont, la quale deve obbedire alle leggi e ai precetti
divini; che regni nel cuore, il quale meno apprezzando gli
affetti naturali, deve amare Dio pi d'ogni cosa e a Lui solo
stare unito; che regni nel corpo e nelle membra, che, come
strumenti, o al dire dell'Apostolo Paolo, come "armi di
giustizia" (Rom. 6, 13) offerte a Dio devono servire all'interna
santit delle anime. Se coteste cose saranno proposte alla
considerazione dei fedeli, essi pi facilmente saranno spinti
verso la perfezione.
Faccia il Signore, Venerabili Fratelli, che quanti sono fuori del
suo regno, bramino ed accolgano il soave giogo di Cristo, e
tutti, quanti siamo, per sua misericordia, suoi sudditi e figli,
lo portiamo non a malincuore ma con piacere, ma con amore, ma
santamente, e che dalla nostra vita conformata alle leggi del
Regno divino raccogliamo lieti ed abbondanti frutti, e ritenuti
da Cristo quali servi buoni e fedeli diveniamo con Lui partecipi
nel Regno celeste della sua eterna felicit e gloria.
Questo nostro augurio nella ricorrenza del Natale di nostro
Signore Ges Cristo sia per voi, o Venerabili Fratelli, un
attestato del Nostro affetto paterno; e ricevete l'Apostolica
Benedizione, che in auspicio dei divini favori impartiamo ben di
cuore a voi, o Venerabili Fratelli, e a tutto il popolo vostro.
Dato a Roma, presso S. Pietro, il giorno 11 Dicembre dell'Anno
Santo, quarto del Nostro Pontificato.
PIO PP. XI.
