                        LETTERA ENCICLICA
                       DEL SOMMO PONTEFICE
                           PIO  PP. VI
                           "ADEO NOTA"
                      AI VENERABILI FRATELLI
       L'ARCIVESCOVO DI AVIGNONE, E AI VESCOVI DI CARPENTRAS,
                 DI CHALON SUR SAONE E DI VAISON,
                  E AI DILETTI FIGLI CAPITOLARI,
                      AL CLERO E AL POPOLO
         DELLA CITT DI AVIGNONE E DEL CONTADO VENESINO
                     DI NOSTRA GIURISDIZIONE
              VENERABILI FRATELLI E DILETTI FIGLI,
                SALUTE ED APOSTOLICA BENEDIZIONE.
1. Sono cos noti e divulgati presso le Nazioni i delitti
perpetrati contro le leggi del santuario sia ad Avignone sia nel
Contado Venesino di Nostra giurisdizione, e contro i diritti di
sovranit, tanto che non hanno bisogno di lunga e
particolareggiata descrizione.
Gravemente infatti si  peccato contro di Noi da parte di ambedue
i popoli; ma la defezione del popolo avignonese  assai peggiore
di quella del popolo del Contado. Gli Avignonesi infatti, per
nulla preoccupati d'aver seguito la malvagit di pochi uomini
che, per Nostra clemenza, erano sfuggiti alle pene dovute per i
loro delitti, come se avessero impugnato con le loro mani il
vessillo della ribellione, hanno tanto progredito in prepotenza,
da indurre quelli del Contado, anche a mano armata, a formare con
loro una nefanda societ e a costringere a seguire il loro
partito sia quelli del Contado sia gli Avignonesi che si fossero
opposti, convincendoli con ogni genere di minacce, di stragi e di supplizi.
2. Ma di codesto delitto, come di altri, non parleremo; possono
essere di validissima prova i rispettabili cittadini e gli uomini
di Chiesa rapiti a morte, la citt di Chalon sur SaTne occupata
con la forza e saccheggiata, le irruzioni ostili nella citt di
Carpentras, ed altri generi di sfrenata violenza, che
macchieranno gli scellerati autori di eterna ignominia e
d'infamia. Essi infatti, imitando la crudelt di Giasone, nemico
delle patrie leggi e di Dio, come le sacre pagine di lui
attestano, al fine di allontanare i cittadini e quelli del
contado dalle leggi della patria e di Dio, non risparmiarono di
stragi i loro concittadini, n pensarono che la prosperit
acquisita contro gli amici fosse il massimo dei mali, come se
essi catturassero trofei di nemici, non dei concittadini: degni
perci che essi, non diversamente come fu di Giasone, fossero
dichiarati a tutti odiosi, dissacratori delle leggi e traditori 
della patria.
3. Fra il popolo cominciarono a diffondersi la causa e il peso di
quelle ribellioni, dalle quali il popolo era oppresso sempre di
pi. Ma quando a ciascuno parve chiaro che la motivazione di
tutto ci era assolutamente fittizia e piena di calunnia, in
quanto gli Avignonesi e il popolo del Contado, oppressi da nessun
genere di tasse, usufruivano di un regime tanto leggero e
temperato che le altre Nazioni invidiavano, non senza motivo, la
loro felicit, apparve evidente che l'unica vera causa era il
desiderio di una sfrenata libert: per raggiungere la quale si
dichiar essere necessaria l'integrale Costituzione
dell'Assemblea Francese che s'impegna tanto nelle materie
politiche quanto in quelle ecclesiastiche e religiose, e porta ad
una maggiore e pi duratura felicit, e conseguentemente i popoli
di Avignone e del Contado passassero sotto la sovranit francese.
4. Fra queste scellerate perversit non abbiamo cessato di
manifestare all'uno e all'altro popolo quanta e quale sia la
Nostra benevolenza di padre e di sovrano verso gl'ingrati. Fu
infatti Nostra cura, non senza rilevante dispendio dell'erario
pontificio, liberare tali popoli dagl'impegni incombenti con
grande carit; e li abbiamo paternamente ammoniti di guardarsi
dalle insidie occulte, che si offrivano loro, alla Religione e
anche alla pubblica utilit sotto la chimera della libert. Se
tuttavia per la stessa variet dei tempi, od anche per l'umana
prevaricazione, fosse insorta qualche trasgressione contro le
leggi, o si fosse introdotto qualche abuso particolare, abbiamo
apertamente dichiarato che Noi, ascoltate le Comunit, avremmo
prestato la Nostra opera e l'aiuto perch tutto ritornasse, con
la debita correzione, al retto ordine. E affinch nessuno
dubitasse che per quanto era in Nostro potere saremmo intervenuti
con la Nostra autorit, abbiamo immediatamente deliberato di
inviare cost il diletto figlio Giovanni Celestini, uomo ben noto
a molti ad Avignone, gestore di affari del Contado Venesino,
affinch al pi presto raggiungesse Avignone e Carpentras, ed
ivi, col Nostro pro-legato e con i pi esperti e prudenti
cittadini trattasse di quei capitoli, cio di quei punti che
soprattutto si desiderava conoscere, affinch con voti unanimi
potessimo assecondare la determinazione di quelle cose che
fossero giudicate convenienti ed opportune. In tal senso si
espressero due Nostre lettere in forma di Breve, l'una scritta il
21 aprile dell'anno scorso ai diletti figli nobili e al popolo
della Nostra citt di Avignone, l'altra scritta il 24 febbraio
dello stesso anno al Venerabile Fratello il Vescovo di
Carpentras, e ai diletti figli designati dai comizi generali
della stessa citt.
5. Ma del tutto inutili furono i Nostri benefici, inutili le
paterne ammonizioni, inutile il viaggio del delegato. Infatti, i
cittadini di Avignone, costretti poco legalmente ad intervenire
ad una riunione per sostenere quei decreti che avevano estorto al
Nostro pro-legato, e che da Noi erano gi stati dichiarati nulli
e irriti, gli Avignonesi, diciamo, costretti alla riunione
rifiutarono di accogliere il delegato e minacciarono persino che
l'avrebbero ritenuto un perturbatore pubblico se avesse messo
piede in citt o nel territorio. Inoltre cercarono il modo di
esautorare il diletto figlio Filippo Casoni, pro-legato, e gli
altri Nostri ministri, fra i quali non manc chi, per le insidie
subite, fu costretto a darsi alla fuga; infine presero la
decisione di sottomettersi alla giurisdizione e al comando del
carissimo in Cristo figlio Nostro il cristianissimo Re delle
Gallie, e a questo fine furono mandati deputati allo stesso Re e
all'Assemblea Francese. Da questo momento per mezzo della
Municipalit fu ordinato allo stesso pro-legato di allontanarsi
da Avignone; ed effettivamente egli part il 12 giugno 1790,
avendo prima espresso le proteste del caso sia a voce davanti
agli stessi ufficiali della Municipalit, che gli avevano
ordinato di andarsene, sia con uno scritto davanti a testimoni,
poich ad Avignone non si trov alcun notaio che registrasse
quelle proteste. Pertanto lo stesso pro-legato, partito per
Carpentras, rinnov tosto le proteste il 16 e il 21 del medesimo
mese davanti al notaio Oliveiro, cancelliere della Rettora, e
ordin che esse fossero conservate fra gli atti della Segreteria,
affinch non morisse mai il ricordo di tale evento. Nello stesso
tempo da parte dell'Assemblea di Avignone fu pensato
all'adeguamento delle materie politiche ed ecclesiastiche con la
Costituzione generale dell'Assemblea Francese, e per far questo
rapidamente si oper con tale e tanto furore da ogni parte, che
nulla di simile nessuno vide neppure nei comizi Gallicani.
6. Da questo deriv che da una parte al legittimo ed antico
principato subentr un misero stato di anarchia, e dall'altra
furono tolte dai canoni leggi secolari, s da sovvertire la sacra
gerarchia, l'autorit della Chiesa e la stessa Religione
Cattolica. Infatti le Chiese furono spogliate dei loro beni; le
suppellettili d'argento furono rubate; i sacri vasi sottratti da
mani sacrileghe e trasportati a Marsiglia col ricavo di ingenti
somme di danaro; infranti i recinti dei monasteri; maltrattate le
sacre vergini e costrette a bussare ad altri monasteri o a
ritornare ai patrii lari. Inoltre con pubblico editto del 30
novembre dello scorso anno, sia al Venerabile Fratello
Arcivescovo di Avignone, che si era ritirato a Villanova,
localit della sua Diocesi, sia a tutti i parroci e a tutti gli
uomini di Chiesa si ordinava che nel pi breve spazio di tempo si
portassero ad Avignone ed ivi si vincolassero con giuramento alla
civica religione: giuramento dal quale nacque la causa maggiore
di tutti i mali. Se fosse stato altrimenti, tutti avrebbero
dovuto ritenersi decaduti dal loro grado e le loro Chiese
ugualmente, come se mancassero del loro Pastore.
Questo atto Ci richiama alla mente quello scellerato editto
contro i buoni e legittimi Pastori emanato dall'imperatore
Costante su consiglio e per iniziativa degli Ariani: il che tutti
gli scrittori hanno condannato con giustificato orrore. Infatti,
anche questo editto, mentre praticamente chiedeva un impegno
dagli ecclesiastici, al contempo formulava minacce concepite con
queste parole: "O firmate, o vi allontanate dalle Chiese".
7. Alle minacce contenute nell'editto risponde un episodio pieno
di profana scelleratezza e traboccante immane sacrilegio.
Infatti il 26 febbraio di quest'anno entr nella Chiesa
cattedrale un ufficiale municipale, di nome Duprazio, abile
nell'uso delle armi, con la spada nella mano destra, seguito da
un ingente reparto di soldati del Comitato. Egli os costringere
i Canonici della Chiesa, che stavano uscendo dal coro, ad entrare
nella sala capitolare per eleggere, in nome della Municipalit,
un Vicario capitolare, col pretesto che, secondo i decreti
dell'Assemblea Gallicana adottati dagli Avignonesi, dovevano
ritenere l'Arcivescovo civilmente morto e la sua Chiesa priva del
pastore perch egli da qualche tempo non si trovava ad Avignone e
non aveva prestato il giuramento civico.
8. I Canonici negarono di poter eseguire quell'ordine, contrario
a tutte le regole della Chiesa, ma l'ufficiale minacci che non
li avrebbe lasciati muovere piede da l finch non avessero
eletto il Vicario. Allora i Canonici chiesero che si facesse
venire un notaio, il quale recasse la testimonianza della
violenza loro inferta.
Ma, rifiutata la loro richiesta, l'ufficiale present loro una
carta nella quale erano scritti otto nomi di uomini, fra i quali
dovevano scegliere il Vicario, e nello stesso tempo fece chiamare
ed introdurre il notaio Poncezio e il segretario della
Municipalit Escuierio, affinch presenziassero alla elezione.
Invano i Canonici si opposero nuovamente, ma, costretti a dare il
proprio voto, le cose si svolsero in modo tale che nessuno
potesse dirsi regolarmente eletto. Infatti, dei dieci Canonici
presenti in capitolo, il Canonico della Cattedrale Malierio ebbe
soltanto quattro voti, l'altro Canonico della Cattedrale Depretis
due voti e altrettanti Messangeanio, Canonico della Collegiata di
San Genesio; gli altri cinque nessun voto. Tuttavia Duprazio
volle che siffatta elezione di Malierio, per il quale non la
maggior parte del capitolo, com' prescritto, ma solo quattro
avevano votato, fosse ritenuta valida; volle inoltre che i
canonici, sebbene contrari e riluttanti, la sottoscrivessero con
la loro firma; e con la minaccia di gravi pene viet ai notai
della citt, tanto ai presenti quanto agli assenti, di registrare
nei loro atti qualsiasi protesta dei Canonici.
9. Quando l'ufficiale ebbe estorto ai Canonici questa fittizia
elezione che i voti e i consigli della Municipalit chiedevano,
simul di non ricordare affatto se il civico giuramento fosse
stato prestato dagli stessi Canonici. Pertanto si adoper
affinch lo prestassero. Ma rifiutando i Canonici di volersi
vincolare con quel tipo di giuramento, come egli stesso aveva
previsto, tosto, in nome della Municipalit, dichiar che il
Capitolo era estinto e che d'ora in poi i Canonici non potevano
svolgere nessun ufficio nella Chiesa e in alcun modo formare un
solo corpo e riunirsi.
10. Benedetto Francesco Malierio era cos avanzato in et da
somigliare ad Eleazaro, illustre vecchio della storia sacra:
poteva anch'egli lasciare alla giovent e a tutto il popolo un
glorioso esempio, cercando di imitarlo mediante importantissime e
santissime leggi. Ma egli si comport molto diversamente da
Eleazaro, il quale, reputando nel suo animo che pi dell'et,
della veneranda vecchiaia, della nobile canizie era preferibile
una gloriosissima morte, piuttosto che abbracciare una vita
odiosa, decise di non fare cose illecite per un breve tempo di
vita corruttibile.
Invece Malierio, non solo davanti ai soldati presenti nell'aula
capitolare non rifiut l'ufficio di Vicario capitolare, che,
essendo ancora vivo il suo Arcivescovo, le leggi della Chiesa e
quelle pi sante di Dio vietavano potesse essere trasferito a
chicchessia, ma lasciato totalmente libero ringrazi
pubblicamente la Municipalit, e il 6 marzo - dopo la Messa
celebrata dal sacerdote dell'Oratorio, Mouvansio vestito
dell'insegna municipale sopra i sacri paramenti - non esit ad
iniziare in Cattedrale, con un rito pi solenne, l'ufficio che
gli era stato affidato e a prenderne possesso in mezzo ai
soldati. Inoltre non disdegn ricevere gli elogi che gli venivano
fatti, come se fosse la colonna della rivolta, sia da Ricarzio,
prefetto della citt, sia da Vinaio, sostituto procuratore della
stessa; infine non tard ad aggiungere a tutte queste cose
un'altra scelleratezza. Infatti davanti a tutti si vincol con il
civico giuramento verso la Nazione, le leggi e il Re della
Francia, usando tali parole che neppure i pi sfrontati usavano
in Francia, e promise di rispettare anzitutto la civile
Costituzione del clero, qualsiasi ostacolo si frapponesse e
qualsiasi critica venisse mormorata contro di lui, sia dai nemici
che lo guardavano di traverso, sia dagli amici dai quali si
vedeva abbandonato.
11. Per confermare ci ancor pi coi fatti, lo stesso giorno
comand che si facesse pervenire ai parroci un certo scritto in
cui parlava di sede vacante, ed osava sciogliere il vincolo del
precetto quaresimale. Il giorno 9 dello stesso mese, con un altro
scritto simile, interdisse dai loro uffici tutti coloro che in
qualsiasi modo presiedevano ai seminari, perch avevano rifiutato
di prestare giuramento; elimin due seminari; e infine con tanta
temerariet, quanta nessuno a stento possa credere, con lettera
del 5 dello stesso mese Ci inform della sua elezione, pregandoci
di non disapprovarla affatto. Che le cose stiano cos nessuno
dubiter, senza che egli cerchi di attribuire la vergogna e il
giuramento alla propria vecchiaia.
12. La citt di Avignone si  comportata con Noi secondo codesto
criterio. Per quanto riguarda la citt di Carpentras e le altre
comunit del Contado, Ci arrideva la speranza che sarebbero
tornate in breve tempo ai loro doveri. Esse infatti, costrette ad
un'assemblea rappresentativa, non solo accolsero il pro-legato
espulso da Avignone e Giovanni Celestini mandato da Roma, ma il
27 maggio dell'anno scorso dichiararono apertamente che avrebbero
abbracciato la Costituzione Francese solo in ci che conveniva ai
loro interessi, al loro paese e alle circostanze, e che potesse
accordarsi con l'ossequio a Noi dovuto, ed affermarono di voler
rimanere sempre sotto il Nostro governo e la Nostra
giurisdizione. Ma poi, a seguito di violenze o di allettamenti o
di insidie dei rivoltosi di Avignone, esse mostrarono apertamente
che veneravano il Sommo Pontefice e onoravano i suoi ministri
soltanto formalmente, ma in realt i loro consigli a null'altro
miravano se non che il Pontefice e i suoi ministri approvassero,
sancissero ed eseguissero tutta la Costituzione Francese sia per
gli affari ecclesiastici, sia per quelli politici.
13. Senza dire con inutili parole tutte le deliberazioni prese
dall'Assemblea del Contado, baster citare quei diciassette
articoli dove i diritti dell'uomo erano pressappoco accolti come
erano stati spiegati e proposti nei decreti dell'Assemblea
Francese, ossia quei diritti che erano contrari alla Religione e
alla societ; essi venivano accolti come fossero base e
fondamento della nuova Costituzione. Altrettanto baster
ricordare gli altri diciannove articoli, che erano i primi
elementi della nuova Costituzione, presi e attinti dalla stessa
fonte della Costituzione Francese. Pertanto, poich non poteva
assolutamente accadere che Noi sancissimo tali deliberazioni e
che i Nostri ministri, dovunque fossero, le osservassero, avvenne
che l'Assemblea rappresentativa tosto manifestasse quel furioso
ardore di ribellione per il quale gi da tempo combatteva e che
fino ad oggi aveva nascosto.
14. Perci, presa dall'odio nei confronti del Nostro pro-legato
perch non aveva accolto le sue richieste n aveva prestato il
giuramento civico, l'Assemblea lo spogli di qualsiasi potere
giurisdizionale e dichiar che non poteva pi considerarlo come
Nostro ministro. N diversamente si ag nei confronti del diletto
figlio Cristoforo Pieracchi, rettore di Carpentras, e di tutti
gli altri ministri pontefici. Poscia in luogo del pro-legato fu
istituito un nuovo tribunale, furono nominati tre conservatori di
stato, e furono mandati a Noi due deputati preparati secondo un
preciso ordine pieno d'arroganza e d'insulti, indice di aperta
defezione: questa la ragione per cui abbiamo negato qualsiasi
udienza a deputati siffatti.
Esautorati cos i Nostri ministri, Giovanni Celestini dovette
ritornare a Roma, e gli altri delegati pontifici, allontanatisi
di l, giunsero prima ad Aubignano, luogo vicino a Carpentras,
poscia a Bucheto, vicino ai confini del Contado Venesino, quindi,
crescendo il tumulto, a Montelimarzio, nel Delfinato, e infine a
Camberiaco, ove il 5 marzo di quest'anno rinnovarono le opportune
proteste, curando di farle inserire negli atti della cancelleria vescovile.
15. Chi mai avrebbe creduto che questa partenza dei Nostri
ministri, determinata da nessun'altra causa se non che essi erano
stati spogliati di ogni giurisdizione e vedevano la loro vita in
pericolo, come dimostrano le loro ripetute e frequenti proteste,
che questa partenza - ripetiamo - sarebbe stato l'appiglio per il
Consiglio municipale di Carpentras e per altre comunit di
raccontare e ripetere alla gente che i popoli erano stati
abbandonati dal loro Principe?
Sciolti pertanto dal giuramento di fedelt, potevano, se
volevano, sottomettersi al Re cristianissimo, come in realt essi
decretarono di fare.
Il popolo Avignonese e del Contado si sottrasse alla Nostra
sovranit osando violare le leggi umane e divine. Ma Noi mai
pensammo di abbandonare quei popoli, e pertanto presteremo la
Nostra opera e daremo il Nostro aiuto in futuro, come in passato,
affinch ritornino a Noi. Per questa ragione a coloro che si
fossero allontanati da Noi abbiamo perdonato, senza alcuna
condizione. Ma questo singolare atto della Nostra clemenza, sia
ad Avignone sia a Carpentras, fu accolto con sfrenata arroganza e
furono anche adottate dall'una e dall'altra parte deliberazioni
indegne, che  meglio passare sotto silenzio e coprire con le
tenebre, piuttosto che metterle in luce.
16. Ma non per questo il Nostro amore venne meno. Non ignoriamo
infatti, Venerabili Fratelli, che non v' nessuno fra voi che non
detesti con grande orrore i delitti fin qui commessi e da essi
non si allontani, per meglio adempire al suo ufficio di pastore.
Sappiamo anche che fra voi, diletti figli, canonici, parroci, ed
ecclesiastici di Avignone e del Contado vi sono molte persone
eccellenti per virt, accese di fervore religioso, pronte per ci
a sopportare qualsiasi sacrificio per difendere la causa di Dio,
della Chiesa e della Patria. Sappiamo infine, diletti figli, che
nel vostro nobile e civico rango si trovano molti dotati di
apprezzabile devozione verso la Chiesa e di ottimo animo verso di
Noi, sia ad Avignone, sia molto di pi nel Contado, dove intere
comunit conservano intatte ed intemerate la Religione e la
fedelt. Da qui, ammaestrati dalla divina sapienza, deduciamo che
abbiano ragione i probi e i giusti; conseguentemente sopportiamo
con mansuetudine i cattivi. E quantunque scorgendo tanti delitti
siamo afflitti da grandissimo dolore, vogliamo tuttavia parlare
paternamente agli uni e agli altri, affinch i buoni perseverino
nel proposito di bene, e i cattivi vi ritornino e, con la
penitenza, purghino le loro colpe. Inoltre, giacch scriviamo per
questo tempo, nulla  pi santo di ci che porta con s il giorno
della riconciliazione e della pace.
Non siamo pertanto inorriditi per le cose contrarie che sono
avvenute sia cost che nel regno dei Galli, come se Dio Ci avesse
abbandonato. Ma pensiamo e reputiamo che le cose siano accadute
sia per i Nostri peccati, sia per quelli del popolo, e non per la
morte, ma per la correzione della Nostra stirpe. Pertanto
confidiamo che in futuro il Dio ottimo e massimo, davanti al
quale tanto spesso Ci siamo prostrati per chiedere perdono a
favore del popolo affidato alla Nostra cura, si riconcili con i
suoi servi, non allontani mai la sua misericordia da Noi, ma,
abbracciando nelle disgrazie il suo popolo, non lo abbandoni: chi
 abbandonato nell'ira di Dio onnipotente, di nuovo sar esaltato
nella riconciliazione del grande Signore.
17. Ascoltate, Venerabili Fratelli e diletti Figli, le Nostre
paterne parole, che, seguendo il consiglio dei Nostri Venerabili
Fratelli Cardinali Santa Romana Chiesa, vi rivolgiamo come
pastore universale e vostro principe sul divario delle cose
ecclesiastiche e politiche. Per quanto riguarda il regime
ecclesiastico, nei confronti di coloro che con giuramento lo
abbracciarono e seguirono, o mai abbracceranno e seguiranno cost
la Costituzione civile del clero, agiremo con la stessa benignit
con la quale abbiamo agito nei confronti di coloro che fecero lo
stesso nelle Gallie, ove nacque la medesima Costituzione, in
parte eretica, in parte scismatica, e nel complesso lontana dalle
regole e avversa alla disciplina ecclesiastica; cos  Nostro
proposito di non fare altro che comminare ed estendere le stesse
pene canoniche che reca la Nostra lettera del giorno 13 di questo
mese, mandata ai diletti Nostri figli i Cardinali di Santa Romana
Chiesa e ai Venerabili Fratelli Arcivescovi e Vescovi, ai diletti
figli del capitolo, al clero e al popolo del regno delle Gallie.
Di questa lettera mandiamo a voi molte altre copie, Venerabili
Fratelli, affinch le facciate pervenire alle mani dei capitoli,
del clero e dei popoli di codesta Nostra giurisdizione.
18. Pertanto, con la Nostra autorit apostolica, dichiariamo
irriti, illegittimi e sacrileghi tutti gli atti che con qualsiasi
nome, sia ad Avignone, sia a Carpentras, sia altrove siano stati
compiuti per fare abbracciare o seguire, sia tacitamente, sia
esplicitamente, tutta la Costituzione civile del clero od anche
soltanto una parte, e tutti questi atti che diamo per espressi li
condanniamo, respingiamo ed aboliamo.
19. Soprattutto annulliamo ed aboliamo l'editto dell'8 ottobre
1790, col quale il Consiglio municipale di Avignone, non solo
temerariamente, ma anche empiamente, tent di costringere il
Venerabile Fratello Arcivescovo di quella citt, i canonici, i
parroci e gli altri ministri ecclesiastici ad unirsi a s con
civico giuramento, essendo proprio di qualsiasi indegno uomo
cattolico, una volta promulgata la dichiarazione, considerare
vacanti la sede arcivescovile, le parrocchie e tutti gli altri
uffici se non viene espresso un giuramento di tal fatta: tale
editto perci  invalido, sacrilego, e per sua natura idoneo a
favorire lo scisma.
20. Parimenti condanniamo ed annulliamo l'elezione di Malierio a
vicario capitolare, e la dichiariamo empia, violenta, irrita e
sacrilega poich  del tutto ignorato nella Chiesa di Dio che si
possa togliere al pastore legittimo ancora vivente il governo del
suo gregge, se non per cause canoniche, previste dalla stessa
Chiesa o da questa Santa Sede; e poich manca dei necessari
suffragi ed  priva di ogni libert, cos l'elezione non pu
essere considerata n canonica, n ecclesiastica, ma un atto
militare ed ostile. Infatti la forza militare estorse i suffragi;
con la forza militare avvenne che codesta fittizia elezione
venisse presentata al popolo fra le giuste proteste dei canonici
che precedettero e seguirono l'atto profano; si deve perci
ritenere che lo stesso possesso dell'eletto sia stato accreditato
con la forza militare.
A questa vicenda si possono dunque applicare le parole che furono
scritte dal Sinodo di Alessandria nella lettera ai Vescovi della
Chiesa Cattolica, quando Sant'Atanasio fu cacciato dalla sua sede
nel conciliabolo di Tiro: "Quando il capo presiedeva, quando il
capo parlava, gli altri stavano in silenzio, o piuttosto
prestavano ossequio al capo; ci che comunemente piaceva ai
Vescovi, da lui era impedito; egli usava il comando, noi eravamo
guidati dai soldati". Ottimamente il Sinodo afferm che siffatta
degradazione era da considerare "intrigo di comandanti, non atto
sinodale".
Ugualmente si confanno le parole dette da San Giulio, quando al
posto dello stesso Atanasio i Vescovi Ariani sostennero il
dissipatore Giorgio, e lo mandarono ad Alessandria protetto dal
braccio militare.
Egregiamente il Santo Pontefice scriveva che Giorgio era entrato
in Chiesa "non con i sacerdoti e i diaconi della citt, ma con i
soldati... credetemi, carissimi, poich parliamo con verit come
se fosse presente Dio: codesto non  un fatto pio, n giusto, n
ecclesiastico".
21. La dichiarata nullit dell'elezione porta con s la nullit
di tutti gli atti compiuti da Malierio fin dall'inizio, senza
giurisdizione, contro i rettori del seminario, contro i buoni
pastori, contro i religiosi privati dei loro uffici per
nessun'altra causa, se non perch rifiutarono di prestare il
giuramento di osservare una Costituzione assolutamente
acattolica.
A proposito della nostra questione, ancora San Giulio esclama:
"Gli atti compiuti da Giorgio nel suo ingresso, mostrano quale
sia stata la regola nella sua ordinazione; preti... indegnamente
fatti... rapiti i sacri misteri per costringere con la forza
alcuni ad approvare la costituzione di Giorgio. Queste cose ed
altre simili dimostrano chi siano i prevaricatori dei canoni.
Infatti... neanche con la prevaricazione della legge avrebbe
costretto ad ubbidire coloro che legittimamente ubbidivano ad essa".
22. Pertanto, quantunque siano gravi e molti i delitti commessi
da Malierio, tuttavia, volendo lasciargli tempo e possibilit di
ritirarsi e di purgare le sue colpe con pubblica e opportuna
riparazione, Ci asteniamo dall'imporgli le pene canoniche pi
gravi e gli comminiamo la pena pi mite di tutte, dichiarandolo
sospeso dall'Ordine sacerdotale e colpevole d'irregolarit se
osasse esercitare il predetto Ordine.
23. Ordiniamo inoltre al predetto Malierio, sotto pena di
sospensione, di non osare da qui in poi di chiamarsi Vicario
capitolare n di esercitare alcun ufficio inerente in qualche
modo a questa dignit, alla quale  giunto n per diritto n
canonicamente. Soprattutto vogliamo che gli sia interdetto
mandare lettere dimissorie a coloro che si apprestano a ricevere
gli ordini, e che non siano da lui nominati in alcun modo
parroci, rettori di seminari, funzionari ed altri ministri
ecclesiastici di qualsiasi genere, anche se eletti dal popolo,
dichiarando nulli ed irriti tutti i provvedimenti e gli incarichi
che fino a questo momento fossero stati disposti, con tutte le
relative conseguenze, e qualsiasi altro atto che osasse fare in seguito.
24. Comminiamo la stessa pena della sospensione dall'esercizio
dell'Ordine al predetto Mouvansio, prete dell'Oratorio, che
celebr la Messa quando lo pseudo-Vicario Malierio prese
possesso, e per somma temerit aggiunse le insegne della
Municipalit alle vesti sacerdotali che indossava.
25. Rivolgendoci a voi, diletti figli, canonici, ecclesiastici e
cittadini tutti di Avignone, vi preghiamo nel Signore di non
accogliere il predetto Vicario capitolare, o qualsiasi altro
ministro che per vie tortuose e sotterrane e tentasse di occupare
incarichi ecclesiastici; al contrario vi raccomandiamo di
ubbidire anzitutto all'Arcivescovo ed ai vostri legittimi
parroci; questi infatti saranno sempre i vostri pastori, anche se
costretti ad allontanarsi contro la loro volont; ci anche se,
con orribile sacrilegio, fosse eletto e consacrato un altro
Arcivescovo o si designassero altri parroci.
Questo tipo di sacrilegio  stato da Noi denunciato e condannato
con Nostra lettera ai Vescovi delle Gallie trasmessa anche a voi.
Sar quindi compito dell'Arcivescovo guidare le sue pecore, e dei
buoni parroci offrire aiuti spirituali al proprio popolo come
meglio potranno. Ricordatevi che senza il giudizio canonico della
Chiesa non potete, anche in condizioni di violenza e di
necessit, sottrarvi o liberarvi da quel vincolo d'obbedienza con
il quale siete legati all'Arcivescovo ed ai vostri parroci, come
fu riconosciuto e dichiarato il 25 febbraio nel convegno
straordinario tenutosi presso la celebre Universit della Sorbona.
26. A questo punto riteniamo opportuno difendere sia il vostro
Arcivescovo sia gli altri funzionari dalle accuse con le quali
erano stati colpiti ingiustamente nell'editto del Consiglio
municipale, come se gli stessi non potessero essere lontani da
Avignone senza contravvenire a quanto prescritto dai canoni.
Effettivamente, secondo i canoni, non possono essere senza colpa
n l'Arcivescovo n gli altri ministri assenti, che per
l'esercizio del loro dovere sono obbligati ad essere presenti
alla Chiesa, sia quando l'Arcivescovo, per giusti e razionali
motivi inderogabili, si reca fuori diocesi e quivi si ferma oltre
il tempo consentito, sia quando gli altri ministri ecclesiastici
si allontanano dal servizio della Chiesa cui sono addetti. Ma se
ci accadesse, gli autori dell'editto non devono affatto ignorare
che a norma degli stessi canoni non  permesso ai laici
sentenziare contro gli ecclesiastici e castigarli con l'estrema
pena della privazione: ma devono essere lasciati alla Chiesa il
libero diritto e la facolt di trattare nei loro riguardi con
gradualit e con diverse pene, o privandoli dei redditi dei
benefici, o castigandoli con pene spirituali, o privandoli infine
degli stessi benefici. Cos come se si trattasse del
Metropolitano assente, "il Vescovo residente pi anziano, sotto
pena dell'interdetto da incorrere immediatamente,  tenuto a
denunciare entro tre mesi, per lettera o per mezzo di un
ambasciatore, al Romano Pontefice, il quale, secondo la maggiore
o la minore contumacia, con l'autorit della sua Sede suprema
potr riprendere gli assenti e provvedere le Chiese stesse di
pastori pi utili, cos come riterr pi salutare nel Signore e
come  stabilito con le stesse parole dal Concilio Tridentino".
27. Per la verit sono conosciute da tutti quelle grandi masse,
cost eccitate, che costrinsero i nobili e gli ecclesiastici ad
abbandonare la patria e il domicilio per evitare di giurare o per
sfuggire a quei danni che altri probi uomini miseramente
subirono; quei danni ai quali non poterono essere sottratti
neppure i loro patrimoni, come avvenne per la casa arcivescovile
e per gli altri beni dell'Arcivescovo. Si giunse a questo
ancorch l'Arcivescovo non avesse mai mosso un piede fuori della
sua Diocesi; infatti Villanova, dove egli ha dimorato e tuttora
dimora, si trova entro i confini della sua stessa Diocesi; cos
che per questo non si pu dire che egli si sia scostato dalla
disposizione Tridentina, che ordina ai Metropolitani di risiedere
nella Chiesa arcivescovile o nella Diocesi. Del resto a Noi, cui
spetta il giudizio su queste cose, consta per certo che niente
pi ardentemente desiderava l'Arcivescovo che ritornare cost e
sarebbe gi tornato da voi, anche con rischio della sua vita, se
non avesse temuto che la sua morte, pi che di utilit alle sue
pecore, fosse di danno e detrimento in questi infelicissimi tempi.
28. Le cose che abbiamo detto al clero e al popolo di Avignone
sull'ubbidienza dovuta all'Arcivescovo e ai pastori, ripetiamo
anche a voi, diletti figli, canonici, ecclesiastici, e genti
delle altre Chiese del Contado. State lontani da coloro che
invasero le Chiese altrui o che tentano ancora di invaderle,
evitateli, guardateli con orrore: amate invece i vostri legittimi
Vescovi e Parroci, ossequiateli ed ascoltateli.
29. Tutti gli abitanti di Avignone e del Contado formino unit di
animi e volont quando si tratta di argomenti religiosi:
rivolgete sempre gli occhi alle leggi divine, alle leggi
ecclesiastiche e a quelle di questa Sede Apostolica. La Chiesa
infatti e la Sede Apostolica sono mosse dallo Spirito di Dio. Se
cos vi comporterete, come confidando sulla vostra piet speriamo
per il futuro, l'ira di Dio si convertir in misericordia e da
questo riporterete trionfo; coloro che combattono contro la
Religione saranno costretti a dire di voi ci che i nemici dei
Giudei dicevano dei Maccabei, cio che i Giudei avevano Dio quale
protettore e per Lui erano invulnerabili perch osservavano le
leggi da Lui stabilite.
30. Passando ora dal governo ecclesiastico a quello civile non
possiamo comportarci con voi nello stesso modo con il quale Ci
comportammo con i Galli. A questi, infatti, non abbiamo voluto
parlare della nuova legge relativa alle cose civili approntata
dalle Assemblee Generali e sancita dal Re per competenza. Al
contrario non possiamo tacere con voi che da molti secoli siete
sotto la Sede Apostolica, sotto il governo dei Sommi Pontefici, e
che senza la Nostra suprema autorizzazione non potete cambiare la
forma del regime temporale: ci richiedono sia le leggi umane,
sia quelle divine.
31. Perci, usando la Nostra suprema e legittima potest, in
qualit di Principe, annulliamo tutti e i singoli atti compiuti
contro i diritti del Nostro Principato sia ad Avignone, sia a
Carpentras, sia in qualunque parte del Contado, e riproviamo
innanzi tutto e annulliamo, in quanto irrite, le delibere piene
di violenza e di sedizione adottate cost con il proposito di
sottrarvi dalla Nostra sovranit per trasferirvi a quella
Francese; delibere - diciamo - che il carissimo Nostro figlio in
Cristo il cristianissimo Re insieme alla sua inclita Nazione non
pu approvare e neppure mettere in discussione senza ledere i
sacrosanti diritti delle genti, come abbiamo specificato allo
stesso Re con ripetute rimostranze.
32. Disapproviamo parimenti ed annulliamo le delibere ugualmente
assurde e sediziose di vivere cost con ordinamento repubblicano;
riproviamo e annulliamo anche le delibere con le quali per somma
pazzia si accolgono le leggi civili straniere, sia emanate sia da
emanare, e con le quali si antepongono leggi nuove, pericolose e
incerte, alla Costituzione antica, domestica e legittima, sotto
la quale voi ed i vostri antenati siete vissuti tranquillamente
ed in pace per tanti secoli.
33. E, tralasciando altre innovazioni compiute in massima parte
senza il Nostro consenso, nell'eccitazione degli animi e nello
stesso calore della sedizione, per cui si debbono ritenere
illecite come se a questo punto le avessimo ricordate
singolarmente, annulliamo soprattutto gli indegnissimi atti di
violenza, per i quali il Nostro pro-legato, il rettore e gli
altri ministri sono stati prima esautorati e poscia costretti ad
allontanarsi dai nuovi ufficiali e dai tribunali subentrati. E
affinch non si possa mai dubitare che Noi conserviamo intatto ed
integro il Nostro antico possedimento e custodiamo tutti i Nostri
antichi, legittimi e tutelati diritti, con queste parole e nel
modo pi solenne possibile, con diritto confermiamo non solo le
proteste sopra ricordate, spesso rinnovate per mezzo del Nostro
pro-legato e che qui vogliamo siano ricordate come se fossero
scritte parola per parola, ma anche i reclami che, seguendo
l'esempio dei Nostri predecessori, e imitando il costume di altri
principi, abbiamo curato di mandare al Re delle Gallie e ad altre
assemblee cattoliche con l'intento e la volont, se sar
necessario, di ricorrere a rimedi pi forti, che sono in Nostro
potere, per vincere la sempre pi insistente pervicacia.
34. Ci premesso, vi ammoniamo paternamente e vi esortiamo,
Venerabili Fratelli e diletti figli che siete rimasti fedeli,
affinch non solo con l'esempio, ma anche con la parola esortiate
coloro che tanto ed in tanti modi si allontanarono, ad
abbandonare quella sedizione, nella quale si sono miseramente
avviluppati e a ritornare a Noi, che li abbiamo sempre portati
nell'animo, in modo tale che, abbracciandoli nuovamente, non
possiamo non accoglierli in seno.
Si ricordino che per il precetto stabilito da Dio, e che le sacre
pagine tanto spesso ripetono, i sudditi devono ubbidire al loro
Principe, e debbono eseguire le patrie leggi che da lui furono emanate.
Si guardino diligentemente dalla ricerca di cose nuove, che
quantunque in apparenza sembrino utili, sono sempre collegate ad
un sommo pericolo. Se nelle patrie leggi entr qualche abuso (gi
altre volte abbiamo dichiarato e ancora dichiariamo) siamo pronti
a sradicarlo e a toglierlo di mezzo, ascoltando, per quanto star
in Noi, i vostri desideri.
Cessino le fazioni e le discordie fra i cittadini; le cose
tornino al loro posto; agli animi siano restituite la carit, la
giustizia e la pace. Infatti sarete felici ovunque se, osservando
le leggi di Dio, della Chiesa e del vostro Sovrano, godrete della
pace, dal momento che il Dio della pace e dell'amore sar con
voi, come promise l'apostolo Paolo ai suoi fedeli.
Noi intanto, in pegno di quella pace che per tutti invochiamo dal
Signore, a voi, Venerabili Fratelli, e a voi, diletti figli,
impartiamo con affetto la Nostra Apostolica Benedizione.
Dato a Roma, presso San Pietro, il 23 aprile 1791, anno
diciassettesimo del Nostro Pontificato.
PIO PP. VI
