                            ENCICLICA
                    "DIVINO AFFLANTE SPIRITU"
                        LETTERA ENCICLICA
                AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI
                   PRIMATI ARCIVESCOVI VESCOVI
                      E AGLI ALTRI ORDINARI
                  AVENTI CON L'APOSTOLICA SEDE
                        PACE E COMUNIONE.
    "Sul modo pi opportuno di promuovere gli studi biblici"
                           PIO PP. XII
                     SERVO DEI SERVI DI DIO
                       VENERABILI FRATELLI
                 SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE
Ispirati dal divino Spirito, i Sacri Autori scrissero quei Libri
dei quali Dio, nel suo paterno amore verso l'uman genere, si 
degnato far dono "per ammaestrare, per convincere, per
correggere, per educare alla giustizia, affinch l'uomo di Dio
sia perfetto e reso adatto a qualsiasi opera buona" (II Tim. III,
16-17). Non fa quindi meraviglia se la Santa Chiesa, che questo
tesoro dal Cielo donatole tiene qual fonte preziosissima e norma
divina del dogma e della morale, come lo ricevette illibato dalle
mani degli Apostoli, cos con ogni cura lo conserv, lo difese da
qualsiasi errata e storta interpretazione e con premura lo
adoper allo scopo di arrecare alle anime l'eterna salute. Di ci
fanno eloquente testimonianza quasi innumerevoli documenti d'ogni
secolo. Ma nei tempi pi recenti, venendo minacciata da speciali
assalti la divina origine dei Sacri Libri e la retta loro
interpretazione, con ancor maggiore impegno e diligenza la Chiesa
ne prese la difesa e la protezione. Perci il sacro Concilio di
Trento con solenne decreto stabil doversi riconoscere "per sacri
e canonici i Libri interi con tutte le loro parti, quali si us
leggerli nella Chiesa cattolica e stanno nell'antica edizione
latina volgata" (Sessione IV, decr. I; Ench. Bibl. n. 45).
Nell'et nostra il Concilio Vaticano, a riprovazione delle false
dottrine intorno all'ispirazione, dichiar che la ragione del
doversi quei medesimi Libri tener dalla Chiesa per sacri e
canonici "non  che, dopo essere stati composti per sola
industria umana, la Chiesa li abbia poi con la sua autorit
approvati, ne soltanto il fatto che contengono la rivelazione
senza alcun errore, ma bens che, scritti sotto l'ispirazione
dello Spirito Santo, hanno Dio per autore e come tali alla stessa
Chiesa furono affidati" (Sessione III, Cap. 2; Ench. Bibl. n. 62). 
Tuttavia anche dopo, in contrasto con questa solenne
definizione della dottrina cattolica, la quale ai Libri "interi
con tutte le loro parti" rivendica tale autorit divina, che va
esente da qualunque errore, alcuni autori cattolici non si
peritarono di restringere la verit della Sacra Scrittura alle
sole cose riguardanti la fede e i costumi, e di considerare le
rimanenti, sia di scienze naturali sia di storia, come "dette
alla sfuggita" e senza alcuna connessione, secondo loro, con le
verit di Fede. Perci il Nostro Predecessore di immortale
memoria Leone XIII, con l'Enciclica "Providentissimus Deus" del
18 novembre 1893, come inflisse a quegli errori la ben meritata
condanna, cos lo studio dei Libri Divini regol con prescrizioni
e norme sapientissime.
Di quella Enciclica, che va tenuta come la Magna Charta degli
studi biblici,  ben giusto che si celebri il compiersi del
cinquantesimo anno dalla sua pubblicazione. Quindi  che Noi per
quella cura della quale, sin da quando salimmo al Sommo
Pontificato, circondammo gli studi sacri (Sermo ad alumnos
Seminariorum... in Urbe 24 giugno 1939; A. A. S. XXXI, 1939, p.
245-251), abbiamo stimato opportunissimo Nostro cmpito, da una
parte confermare e inculcare quanto gi quel Nostro Predecessore
ha con tanta saggezza stabilito ed i Successori di Lui hanno
contribuito a rassodare e perfezionare, dall'altra insegnare
quanto sembrano al presente richiedere i tempi, per maggiormente
spronare tutti i figli della Chiesa, che a tali studi si
dedicano, in cos necessaria e lodevole impresa.
Prima e somma cura di Leone XIII fu quella di esporre la dottrina
della verit dei Sacri Libri e difenderla dagli attacchi
avversari. Perci con gravi parole afferm non esservi errore
quando l'agiografo, parlando di cose fisiche, "si attenne a ci
che appare ai sensi", come scrisse l'Angelico (Cfr. I. q. 70,
art. I ad 3), esprimendosi "o con qualche locuzione metaforica o
in quella maniera che ai suoi tempi si usava nel comune
linguaggio ed ancor oggi si usa di molte cose nel quotidiano
conversare anche fra la gente pi dotta". Infatti "non fu
intenzione dei sacri autori - o meglio, per usare le parole di
Sant'Agostino (De Gen. ad litt. 2, 9, 29; P. L. XXXIX, col. 270
sq.; CSEL. XXVIII, III, 2, p. 46) - dello Spirito di Dio, che per
mezzo di essi parlava, di insegnare agli uomini queste cose, e
cio l'intima costituzione degli oggetti visibili, che nulla
importano pella salute eterna" (Leone XIII, Acta XIII, p. 355;
Ench. Bibl. n. 106). Tale principio "giover applicarlo anche
alle scienze affini, specialmente alla storia", confutando cio
"in maniera non molto diversa i sofismi degli avversari" e
sostenendo "contro le loro obiezioni la verit storica della
Sacra Scrittura" (Cfr. Benedetto XV, Enc. "Spiritus Paraclitus").
N pu essere tacciato di errore il sacro scrittore, se in
qualche luogo "ai copisti, nel trascrivere i codici,  sfuggito
qualche sbaglio", ovvero se "rimane dubbio il senso preciso di
qualche frase". Infine non  assolutamente permesso "restringere
l'ispirazione soltanto ad alcune parti della Sacra Scrittura o
concedere che lo stesso autore sacro abbia errato", perch la
divina ispirazione "di sua natura non solo esclude ogni errore,
ma con quella medesima necessit lo esclude e lo respinge, con la
quale  d'uopo che Dio, somma Verit, non possa essere autore
d'alcun errore. Tale  L'antica e costante fede della Chiesa"
(Leone XIII, Acta XIII, p. 357 sq.; Ench. Bibl. n. 109 sq.).
Questa dunque  la dottrina che il Nostro Predecessore Leone XIII
con tanta gravit ha esposta, e che Noi pure con la Nostra
autorit proponiamo e inculchiamo perch sia da tutti
scrupolosamente mantenuta. N minor impegno vogliamo che si ponga
anche oggi nel seguire i consigli e gli incitamenti che egli, in
conformit al suo tempo, con somma saggezza vi aggiunse. Infatti
vedendo sorgere nuove e non lievi difficolt e questioni, sia per
i preconcetti del razionalismo dilagante, sia, soprattutto, per
gli antichissimi monumenti scavati ed investigati in Oriente, il
medesimo Nostro Predecessore, spinto dallo zelo del suo
apostolico ufficio, e bramoso che ad una cos segnalata fonte
della rivelazione cattolica non solo si desse pi sicuro e pi
fruttuoso adito per utilit del gregge del Signore, ma insieme
non si recasse alcun nocumento, espresse il suo vivo desiderio
"che molti intraprendessero e saldamente sostenessero la difesa
delle divine Carte, e che specialmente coloro che dal la grazia
divina sono chiamati ai sacri Ordini, con diligenza ogni di pi
grande si applicassero, come  pi che giusto, alla lettura,
meditazione e spiegazione di esse" (Cfr. Leone XIII, Acta XIII,
p. 328; Ench. Bibl. n. 67 sq.).
Con tali intenti lo stesso Pontefice aveva ancor prima lodato e
approvato la Scuola Biblica eretta a Gerusalemme presso la
Basilica di Santo Stefano per cura del Maestro Generale del Sacro
Ordine dei predicatori, perch da essa, come egli medesimo si
espresse, "erano venuti agli studi biblici grandi vantaggi, e
maggiori ancora se ne aspettavano" (Litt. Apost. "Hierosolym in
coenobio", 17 Sett. 1892; Leone XIII, Acta XII, pp. 239241, v.
pag. 240); l'ultimo anno di sua vita aggiunse poi un nuovo mezzo,
per cui questi studi tanto raccomandati nell'Enciclica
"Providentissimus" venissero sempre meglio coltivati e con tutta
sicurezza promossi. In fatti con la Lettera Apostolica
"Vigilanti" (30 ott. 1902) istituiva un Consiglio o Commissione,
come suol dirsi, di gravi persone, "le quali avessero per proprio
loro cmpito l'adoperarsi con ogni mezzo a far si che le divine
Lettere siano dai nostri universalmente maneggiate con quella pi
squisita cura che richiedono i tempi, e si tengano immuni non
solo da qualsivoglia soffio di errore, ma anche da ogni temerit
di opinione" (Cfr. Leone XIII, Acta XIII, p. 232 ss.; Ench. Bibl.
n. 130-142; v. nn. 130, 132). Questa Commissione Noi pure, dietro
l'esempio dei Nostri Predecessori, l'abbiamo con fermata e
rafforzata col fatto, valendoCi, come pi volte per l'innanzi,
della sua opera per richiamare gli espositori dei Sacri Libri a
quelle sane leggi di interpretazione cattolica, che i Santi
Padri, i Dottori della Chiesa e i Sommi Pontefici stessi hanno
tramandate (Lettera della Pontificia Commissione Biblica agli
Ecc.mi Arcivescovi d'Italia del 20 Ag. 1941; A. A. S., 1941, vol.
XXXIII, pp. 465-472).
Qui non sembra fuori di luogo ricordare con animo grato i
principali e pi utili contributi dei Nostri Predecessori al
medesimo fine: quelli che si potrebbero dire o compimenti o
frutti della felice iniziativa di Leone XIII. E anzitutto Pio X,
volendo "fornire un mezzo pratico di preparare buon numero di
maestri, stimati per solidit e sincerit di dottrina, i quali
nelle scuole cattoliche spiegassero i Sacri libri", istitu "i
gradi accademici di Licenziato e di Dottore in Sacra Scrittura,
da conferirsi dalla Commissione Biblica" (Lett. Ap. "Scriptur
Sanct", 23 febbr. 1904; Pio X, Acta I, pp. 176-179; Ench. Bibl.
nn. 142-150, v. nn., 143-144); poi dett leggi "sul programma
degli studi di Sacra Scrittura nei Seminari" al lo scopo che gli
Ecclesiastici "non solo avessero essi una profonda cognizione
della Bibbia, del suo valore e dottrina, ma anche sapessero poi
rettamente esercitare il ministero della divina parola e di
fendere dalle obiezioni i libri scritti sotto l'ispirazione di
Dio" (Lett. Apost. "Quoniam in re biblica", 27 marzo 1906; Pio X
Acta III, pp. 72-76; Ench. Bibl. nn. 155-173, v. n. 155); infine
"affinch si avesse in Roma un centro di alti studi biblici, il
quale, nel modo pi efficace che sia possibile, facesse
progredire la scienza della Bibbia e delle materie con essa
connesse", fond, affidandolo all'inclita Compagnia di Ges, il
Pontificio Istituto Biblico, il quale volle fosse "fornito di
scuole superiori e di ogni attrezzatura di istruzione biblica", e
ne prescrisse il funzionamento e le regole, dichiarando di
eseguire per tal guisa "il salutare e fruttuoso proposito" di
Leone XIII (Lett. Ap. "Vinea electa", 7 maggio 1901); A. A. S.,
1909, vol. I, pp. 447-449, Ench. Bibl. nn. 293-306, v. nn. 296 et
294).
A tutto questo infine diede il coronamento il Nostro immediato
Predecessore Pio XI, di felice memoria, decretando fra l'altro
che nessuno fosse nominato "Professore di Sacra Scrittura nei
Seminari, se prima, compiuto uno speciale corso di studi biblici,
non avesse regolarmente conseguiti i gradi accademici presso la
Commissione Biblica e l'Istituto Biblico"; gradi che volle
equiparati, per i diritti e gli effetti, ai gradi debitamente
conferiti in Sacra Teologia o in Diritto Canonico: stabilendo
inoltre che a nessuno sia conferito "un beneficio, a cui vada
canonicamente annesso l'obbligo di spiegare la Sacra Scrittura al
popolo, se oltre il resto, non abbia ottenuta la licenza o la
laurea in Sacra Scrittura". In pari tempo, dopo aver esortato sia
i Generali degli Ordini regolari e delle Congregazioni religiose,
sia i Vescovi dell'orbe cattolico a mandare i pi idonei fra i
loro chierici a frequentare i corsi dell'Istituto Biblico per
conseguirvi i gradi accademici, tale esortazione ravvalor col
suo esempio, fondando appunto a quell'effetto, con sua
elargizione, annue rendite (Motu proprio "Bibliorum scientiam",
27 aprile 1924; A.A.S., 1324, vol. XVI, pp. 180-182; Ench. Bibl.
nn. 518-525).
Il medesimo Pontefice, poich l'anno 1907, col favore e
l'approvazione di Pio X di f. m. "era stato commesso ai monaci
Benedettini l'incarico di fare ricerche e preparativi per una
nuova edizione della versione latina della Bibbia, che suol
chiamarsi Volgata" (Lettera al Rev.mo D. Aidano Gasquet, 3 dic.
1907; Pio X Acta IV, pp. 177-179; Ench. Bibl. n. 285 sq.),
volendo dare pi solida base e maggior sicurezza a questa
"faticosa ed ardua impresa", che se richiede lungo tempo e grandi
spese, mostra per la sua somma utilit negli eccellenti volumi
gi dati alla luce, eresse dalle fondamenta il monastero di San
Girolamo in Urbe, interamente dedicato a quell'opera, e
riccamente lo dot di biblioteca e d'ogni altro mezzo di indagine
(Const. Apost. "Inter prcipuas", 15 giugno 1933; A. A. S., 1934,
vol. XXVI, pp. 85-87).
N si vuole qui passare sotto silenzio quanto i medesimi nostri
Predecessori, presentandosene l'occasione, abbiano raccomandato
sia lo studio sia la predicazione sia infine la pia lettura e
meditazione delle Sacre Scritture. Infatti Pio X diede calorosa
approvazione alla Societ di San Girolamo, che ha per scopo di
indurre i fedeli alla tanto lodevole usanza di leggere e meditare
i santi Vangeli, e di rendere per quanto  possibile pi facile
questa pia pratica. La esort poi a perseverare con alacrit
nell'impresa, affermando "esser cosa fra tutte la pi utile e pi
adatta ai tempi", contribuendo essa non poco a "sfatare il
pregiudizio, che la Chiesa si opponga al la lettura delle Sacre
Scritture in lingua volgare o vi metta ostacolo" (Lettera
dell'Em.mo Card. Cassetta "Qui piam", 21 gennaio 1907, Pio X Acta
IV, pp. 23-25). Benedetto XV poi al compiersi del quindicesimo
secolo dalla morte del Dottor Massimo nell'esposizione delle
Sacre Scritture, dopo avere scrupolosamente inculcato sia gli
insegnamenti e gli esempi del medesimo Dottore, sia i principi e
le norme da Leone XIII e da lui stesso dettate, dopo altre
opportunissime raccomandazioni di questo genere che sempre si
debbono tener presenti, esort "tutti i figli della Chiesa, e
soprattutto i Chierici, alla venerazione delle Sacre Scritture
congiunta con la pia lettura e l'assidua meditazione"; ed avvert
che "in quelle pagine si deve cercare il cibo, che la vita dello
spirito fa crescere verso la perfezione"; che "il principale uso
della Scrittura consiste nel valersene per esercitare santamente
e con frutto il ministero della divina parola". E poi di nuovo
lod l'operato della Societ detta di San Girolamo, che fa la pi
larga propaganda dei Vangeli e degli Atti degli Apostoli, "sicch
ormai non c' famiglia cristiana, che ne sia priva, e tutti
prendono l'abitudine di leggerli e meditarli ogni giorno"
(Enciclica "Spiritus Paraclitus").
 dunque giusto e grato riconoscere che non pochi progressi hanno
fatto la scienza delle Sacre Scritture e il loro uso fra i
cattolici grazie alle disposizioni, ordini, eccitamenti dei
Nostri Predecessori, ma anche al concorso di tutti coloro, che,
secondando con premuroso ossequio le cure dei Sommi Pontefici,
spesero le loro fatiche nel meditare, nell'indagare, nello
scrivere, ovvero nell'insegnare, nel predicare, nel tradurre e
diffondere i Libri Santi. Infatti dalle scuole superiori di
Teologia e di Sacra Scrittura, e principalmente dal Nostro
Pontificio Istituto Biblico, uscirono e tuttora escono cultori
delle Divine Lettere, che, animati da vivo ardore per esse,
questo medesimo ardore accendono negli animi del giovane clero e
ad esso comunicano la dottrina da loro appresa. Di essi non
pochi, anche con gli scritti, in molte guise hanno fatto e fanno
progredire le scienze bibliche, ora col pubblicare i sacri testi
secondo le norme della vera critica, e con lo spiegarli,
illustrarli, tradurli nelle lingue moderne; ora col proporli alla
pia lettura e meditazione dei fedeli, ora infine col mettere a
profitto quelle scienze profane, che giovano alla intelligenza
della divina Scrittura. Queste ed altre opere, che ogni giorno
pi si vanno propagando e consolidando, come associazioni,
congressi, settimane di studi biblici, biblioteche, sodalizi per
la meditazione dei Vangeli, Ci fanno concepire ferma speranza che
nell'avvenire la venerazione, l'uso, e la scienza delle Sacre
Lettere andranno sempre pi progredendo a pro delle anime. Ma ci
non avverr se non a condizione che tutti con crescente fermezza,
alacrit e coraggio si attengano al programma di studi biblici da
Leone XIII prescritto, dai Successori di lui pi ampiamente e
compiutamente dichiarato, da Noi ancora confermato ed
accresciuto, programma che  il solo sicuro e dall'esperienza
comprovato; n si lascino trattenere dalle difficolt che, come
accade nelle cose umane, anche in questa esimia opera non
mancheranno mai.
In questi cinquant'anni nessuno  che non veda come le condizioni
dello studio della Bibbia e di quanto pu a quello giovare sono
grandemente cambiate. Infatti, per tacer d'altro, allorch il
Nostro Predecessore eman l'Enciclica "Providentissimus Deus",
per pochi luoghi di Palestina s'era cominciato ad esplorare con
opportuni scavi al detto scopo. Ora invece tali esplorazioni sono
cresciute enormemente di numero e si praticano con pi severo
metodo e con arte affinata dalla stessa esperienza, sicch pi
copiosi e pi certi derivano i risultati. Quanto poi da quelle
indagini si tragga lume a meglio e pi a fondo comprendere i
Sacri Libri, lo sanno gli esperti, lo sanno tutti coloro che si
applicano a questo genere di studi. Ad aumentare il valore dei
detti scavi ne vennero fuori sovente monumenti scritti, che
immensamente giovano a farci conoscere le lingue, le letterature,
gli avvenimenti, i costumi e i culti di antichissime popolazioni.
N minore importanza hanno le ricerche e le scoperte, cos
frequenti ai nostri giorni, dei papiri, che tanta luce
apportarono alla conoscenza delle lettere e delle istituzioni
pubbliche e private, specialmente al tempo del nostro Divin
Salvatore. Inoltre furono trovati e a rigor di critica pubblicati
antichi manoscritti dei Sacri Libri; l'esegesi dei Padri della
Chiesa venne con pi esteso e pi maturo esame investigata; il
modo di parlare, di narrare, di scrivere proprio degli antichi
con innumerevoli esempi fu messo in piena luce. Tutto questo, che
non senza provvido consiglio di Dio fu concesso alla nostra et,
invita ed in certo modo ammonisce gli interpreti a valersi
premurosa mente di tanta luce per scrutare pi a fondo le Divine
Pagine, il lustrarle con pi precisione, esporle con maggiore
chiarezza. Certo vediamo, con somma compiacenza dell'animo
Nostro, che a questo invito hanno corrisposto i detti interpreti
con lodevole zelo; orbene ci stesso  non ultimo n minimo
frutto dell'Enciclica "Providentissimus Deus", con la quale il
Nostro Predecessore, come presago di questa nuova fioritura di
studi biblici, chiam gli esegeti cattolici al lavoro, e con
sapiente intuito ne tracci ad essi la via e il metodo. Pertanto
far s che il lavoro non solo perduri continuamente, ma anche si
vada ogni di pi perfezionando e si renda pi fecondo,  lo scopo
di questa Nostra Enciclica, con la quale Ci proponiamo
principalmente di mostrare a tutti quel che resta a fare e con
quali disposizioni deve oggi l'esegeta cattolico accingersi a s
grave e sublime compito, e d'infondere nuovo coraggio e nuovi
stimoli agli operai che strenuamente lavorano nella vigna del
Signore.
All'interprete cattolico che si accinge all'opera di intendere e
spiegare le divine Scritture, gi i Padri della Chiesa, e in
prima linea Sant'Agostino, grandemente raccomandavano lo studio
delle lingue antiche e il ricorso ai testi originali (Cfr. per
es. S. Hieron., Praef. in IV Evang. ad Damasum, PL. XXIX, col.
526-527; August., De doctr. christ. II, 16; P.L. XXXIV, col. 42-
43). Tuttavia tali erano a quei tempi le condizioni degli studi,
che non molti, e quei medesimi soltanto in grado imperfetto,
possedevano la lingua ebraica. Nel medio evo poi, mentre era in
sommo fiore la Teologia Scolastica, anche la conoscenza del greco
era da grande tempo scemata in Occidente, sicch anche i pi
grandi Dottori di quel tempo nello spiegare i Sacri Libri non si
potevano basare che sulla versione latina della Volgata. Ai
giorni nostri al contrario non soltanto la lingua greca, che col
Rinascimento risorse, per cos dire, a novella vita,  pressoch
familiare a tutti i letterati e studiosi della antichit, ma
anche dell'ebraico e di altre lingue orientali  diffusa la
conoscenza fra le persone colte. Si ha poi adesso tanta
abbondanza di mezzi per imparare quelle lingue, che un interprete
della Bibbia, il quale trascurandole si precluda da s la via di
giungere ai testi originali, non pu sfuggire alla taccia di
leggerezza e di ignavia.
Dovere dell'esegeta per fermo  raccogliere con somma cura, e con
venerazione quasi afferrare ogni apice anche minimo, che provenga
dalla penna dell'agiografo sotto l'azione del Divino Spirito, al
fine di penetrarne a fondo ed appieno il pensiero. Perci
seriamente procuri di acquistarsi una perizia ogni d maggiore
nelle lingue bibliche, ed anche nelle altre lingue orientali, e
rincalzi la sua interpretazione con tutti quei mezzi, che
fornisce la filologia in ogni sua parte. Tutto ci si studi gi
di conseguire San Girolamo con le cognizioni della sua et e ad
altrettanto mirarono, con indefessa applicazione e frutto pi che
ordinario, non pochi dei grandi esegeti dei secoli XVI e XVII,
sebbene allora fosse assai minore, che adesso, la scienza delle
lingue. Per ugual via dunque occorre spiegare quel testo
originale, che, per essere immediato prodotto del sacro autore,
ha maggiore autorit e maggiore peso di qualunque traduzione,
antica o moderna, per quanto ottima; e ci per certo si otterr
con pi facilit e profitto, se alla conoscenza delle lingue si
accoppier una soda perizia della critica relativa al testo
medesimo.
Quanta importanza si debba annettere a tale critica, accorta
mente lo fa intendere Sant'Agostino, quando fra i precetti da
inculcare allo studioso del Sacri Libri mette in primo luogo la
cura di procacciarsi un testo corretto. "Ad emendare i codici -
cos quel chiarissimo Dottore della Chiesa - deve anzitutto
attendere la solerzia di coloro, che bramano conoscere le divine
Scritture, affinch gli scorretti cedano il posto agli emendati"
(De doct. christ. II, 21; PL. XXXIV, col. 46). Oggi poi
quest'arte, che suol chiamarsi critica testuale e nelle edizioni
degli autori profani s'impiega con grande lode e pari frutto, con
pieno diritto si applica ai Sacri Libri appunto per la riverenza
dovuta alla parola di Dio. Scopo di essa infatti  restituire con
tutta la possibile precisione il sacro testo al suo primitivo
tenore, purgandolo dalle deformazioni introdottevi dalle
manchevolezze dei copisti e liberandolo dalle glosse e lacune,
dalle trasposizioni di parole, dalle ripetizioni e da simili
difetti d'ogni genere, che negli scritti tramandati a mano pei
molti secoli usano infiltrarsi.  vero che di tal critica alcuni
decenni or sono non pochi abusarono a loro talento, non di rado
in guisa che si direbbe abbiano voluto introdurre nel sacro testo
i loro preconcetti. Ma oggi appena occorre dire che quell'arte ha
raggiunta una tale stabilit e sicurezza di forme, che
agevolmente se ne pu scoprire l'abuso, e con i progressi
conseguiti essa  divenuta un insigne strumento atto a propagare
la divina parola in una forma pi accurata e pi pura. Neppure fa
bisogno qui ricordare - essendo cosa nota e palese a tutti gli
studiosi della Sacra Scrittura - in quanto onore abbia tenuti la
Chiesa dai primi secoli all'et nostra, questi lavori di critica.
Oggi dunque, poich quest'arte  giunta a tanta perfezione, 
onorifico, bench non sempre facile, ufficio degli scritturisti
procurare con ogni mezzo che quanto prima da parte cattolica si
preparino edizioni dei Sacri Libri s nei testi originali, e s
nelle antiche versioni, regolate secondo le dette norme; tali
cio che con una somma riverenza al sacro testo congiungano
un'accurata osservanza di tutte le leggi della critica. E tutti
sappiamo che questo lungo lavoro di critica non solo e necessario
a rettamente comprendere gli scritti divinamente ispirati, ma
anche  imperiosamente richiesto da quella piet che deve
renderci sommamente grati a quel provvidentissimo Dio, che questi
libri a noi, quasi a propri figli, mand quali paterne lettere
dal trono della sua Maest.
E nessuno pensi che l'accennato uso dei testi originali condotto
a norma di critica venga in alcun modo a derogare a quanto il
Concilio di Trento saggiamente prescrisse sulla Volgata latina
(Decr. de editione et usu Sacrorum Librorum; Conc. Trid. ed. Soc.
Goerres, t. V, p. 91 s.).  un fatto documentato, che i
Presidenti del Concilio ebbero l'incarico da essi fedelmente
eseguito, di pregare a nome del Concilio stesso il Sommo
Pontefice, che facesse correggere, quanto meglio si potesse,
anzitutto l'edizione latina della Bibbia, e poi anche il testo
greco e l'ebraico, da pubblicare quando che fosse a vantaggio
della santa Chiesa di Dio (ibidem t. X, p. 171: cfr. t. V, pp.
29, 59, 65; t. X, pp. 446 ss,). A questo desiderio, se allora per
le difficolt dei tempi e per altri ostacoli non si pot dare
piena soddisfazione, al presente per con la collaborazione di
dotti cattolici si pu dare pi ampia e perfetta esecuzione, e
confidiamo che cos infatti avverr. Se il Concilio di Trento
volle che la Volgata fosse quella versione latina, "di cui tutti
dovessero valersi come autentica", anzitutto ci riguarda solo,
come tutti sanno, la Chiesa latina e l'uso che in essa si ha da
fare della Scrittura, e del resto non vi  dubbio che non
diminuisce punto l'autorit e il valore dei testi originali.
Infatti non era allora questione dei testi originali della
Bibbia, ma delle traduzioni latine, che a quel tempo circolavano,
e fra queste giustamente il medesimo Concilio stabil doversi
preferire quella che "per il diuturno uso di tanti secoli nella
Chiesa stessa aveva ricevuta l'approvazione". Questa preminente
autorit, ovvero, come suol dirsi, autenticit della Volgata fu
dal Concilio decretata non gi principalmente per motivi di
critica, ma piuttosto per l'uso legittimo che se ne fece nelle
Chiese lungo il corso di tanti secoli: il quale uso dimostra che
essa, nel senso in cui la intese e intende la Chiesa, va affatto
immune da errore in tutto ci che tocca la fede ed i costumi. Da
questa immunit, di cui la Chiesa fa testimonianza e d conferma,
proviene che nelle dispute, lezioni e prediche si possa citare la
Volgata in tutta sicurezza e senza pericolo di sbagliare. Perci
quell'autenticit va detta non critica, in prima linea, ma
piuttosto giuridica. Quindi l'autorit che la Volgata ha in
materia di dottrina non impedisce punto anzi ai nostri giorni
quasi esige che quella medesima dottrina venga provata e
confermata per mezzo dei testi originali, e che inoltre ai
medesimi testi si ricorra per dischiudere e dichiarare ogni d
meglio il vero senso delle Divine Scritture. Anzi neppur vieta il
decreto del Tridentino che, per uso e profitto dei fedeli e per
facilitare l'intelligenza della divina parola, si facciano
traduzioni nelle lingue volgari, e precisamente anche dai testi
originali, come sappiamo che in molti Paesi lodevolmente si 
fatto con l'approvazione dell'autorit ecclesiastica.
Fornito cos della conoscenza delle lingue antiche e del corredo
della critica, l'esegeta cattolico si applichi a quello che fra
tutti i suoi compiti  il pi alto: trovare ed esporre il genuino
pensiero dei Sacri Libri.
Nel far questo, gli interpreti abbiano ben presente che loro
massima cura deve essere quella di giungere a discernere e
precisare quale sia il senso letterale, come suol chiamarsi,
delle parole bibliche. Perci devono con ogni diligenza
rintracciare il significato letterale delle parole, giovandosi
della cognizione delle lingue, del contesto, del confronto con
luoghi simili: cose tutte, donde anche nell'interpretazione degli
scritti profani si suole trarre partito per mettere in limpida
luce il pensiero dell'autore. I commentatori per della Sacra
Scrittura, non perdendo di vista che si tratta della parola da
Dio ispirata, della quale da Dio stesso fu affidata alla Chiesa
la custodia e l'interpretazione, con non minore diligenza
terranno conto delle spiegazioni e dichiarazioni del Magistero
ecclesiastico, come pure delle esposizioni dei Santi Padri, ed
anche della "analogia della fede", secondo che Leone XIII
nell'Enciclica "Providentissimus Deus" con somma sapienza avvert
(Leone XIII, Acta XIII, pp. 345-346; Ench. Bibl. n, 94-96).
Particolare attenzione porranno a non limitarsi come purtroppo
avviene in alcuni commentari ad esporre ci che tocca la storia,
l'archeologia, la filologia e simili altre materie; diano pure a
luogo opportuno tali notizie in quanto possono contribuire
all'esegesi, ma principalmente mettano in vista la dottrina
teologica di ciascun libro o testo intorno alla fede ed ai
costumi. Per tal guisa la loro esposizione non solo giover dai
professori di teologia nel proporre i dogmi della fede, ma verr
pure in aiuto dei sacerdoti per la spiegazione della dottrina
cristiana al popolo, ed infine tutti i fedeli ne caveranno
profitto per condurre una vita santa, degna d'un vero cristiano.
Una cosiffatta interpretazione, principalmente teologica, come
abbiamo detto, sar mezzo efficace per ridurre al silenzio coloro
che, asserendo di non trovare nei commenti biblici nulla che
innalzi la mente a Dio, nutra l'anima e fomenti la vita
interiore, mettono innanzi, quale unico scampo, un genere
d'interpretazione spirituale e, com'essi dicono, mistica. Quanto
poco giusta sia questa loro pretesa lo prova l'esperienza di
molti, che con la ripetuta considerazione e meditazione della
parola di Dio hanno santificate le loro anime e si sono
infiammati d'acceso amore verso Dio; ne dnno luminosa mostra la
costante pratica della Chiesa e gli insegnamenti dei pi grandi
Dottori. Certo non va escluso dalla Sacra Scrittura ogni senso
spirituale, poich quello che nel Vecchio Testamento fu detto o
fatto, venne da Dio con somma sapienza ordinato e disposto in tal
modo, che le cose passate prefigurassero le future da avverarsi
nel nuovo Patto di grazia. Perci l'esegeta come  tenuto a
ricercare ed esporre il significato proprio o letterale delle
parole inteso ed espresso dal sacro autore, cos la stessa cura
deve avere nella ricerca del significato spirituale, purch
realmente risulti che Dio ve lo ha posto. Solo Dio difatti pot
sia conoscere sia rivelare a noi quel significato spirituale. Ora
un tal senso ce lo mostra e ce lo insegna il divin Salvatore
medesimo nei Santi Vangeli, lo professano nel parlare e nello
scrivere gli Apostoli, seguendo l'esempio del Maestro, lo addita
la costante tradizione della Chiesa, lo dichiara infine
l'antichissimo uso della liturgia, nei casi in cui si pu
rettamente applicare il noto principio: la legge del pregare 
legge del credere. Questo senso spirituale, da Dio inteso e
ordinato, lo scoprano dunque e lo espongano gli esegeti cattolici
con quella diligenza che richiede la dignit della divina parola;
si guardino invece scrupolosamente dal presentare come genuino
senso della Sacra Scrittura altri valori figurativi delle cose.
Pu ben essere utile, specialmente nella predicazione, lumeggiare
e raccomandare le cose della fede e della morale cristiana con
uso pi largo del Sacro Testo in senso figurato, purch si faccia
con moderazione e sobriet; ma non bisogna mai dimenticare che un
tal uso delle parole della Sacra Scrittura e ad essa quasi
estrinseco ed avventizio, e che soprattutto ai giorni nostri non
va senza pericolo, perch i fedeli, segnatamente le persone
istruite nelle scienze sia sacre che profane, vogliono sapere ci
che Dio ci ha detto nelle Sacre Lettere, anzich quello che un
facondo oratore o scrittore, usando con destrezza le parole della
Bibbia, ne sa cavare. "La parola di Dio, viva ed operosa,
tagliente pi d'ogni spada a due tagli, penetrante sino a
divenire anima e spirito, giunture e midollo, scrutatrice dei
sentimenti e dei pensieri" (Hebr. IV, 12), non ha bisogno, per
commuovere i cuori e scuotere gli animi, di artifizi e di
accomodamenti umani; le Sacre Pagine, da Dio ispirate, sono di
per s ricche di nativo significato; dotate d'una forza divina,
valgono di per s; adorne di un superbo splendore, da s brillano
e risplendono, se l'interprete con una spiegazione accurata e
fedele ne sa trarre alla luce tutti i tesori di sapienza e di
prudenza che vi stanno nascosti.
Per fare questo, l'esegeta cattolico potr valersi del solerte
studio di quegli scritti, nei quali i Santi Padri, i Dottori
della Chiesa e gli illustri interpreti delle et passate hanno
commentati i Sacri Libri. Essi, bench fossero meno forniti
d'istruzione profana e di scienza delle lingue, che gli
scritturisti dei nostri giorni, per per l'ufficio da Dio loro
dato nella Chiesa spiccano per un certo soave intuito delle cose
celesti e per un meraviglioso acume di mente, con i quali
penetrano sin all'intimo le profondit della divina parola e
traggono alla luce quanto pu giovare ad illustrare la dottrina
di Cristo e a promuovere la santit della vita. Fa dispiacere che
s preziosi tesori della cristiana antichit a non pochi
scrittori dei nostri tempi siano mal noti e che i cultori della
storia dell'esegesi non abbiano ancora tutto fatto per meglio
approfondire e giustamente apprezzare un punto di tanta
importanza. Piacesse a Dio che molti si dessero a ricercare gli
autori e le opere d'interpretazione cattolica delle Scritture e,
traendone le ricchezze quasi immense ivi accumulate,
efficacemente concorressero a far s che sempre pi manifesto si
renda quanto quegli antichi hanno penetrata e dilucidata la
divina dottrina dei Libri Sacri, di maniera che gli odierni
interpreti ne prendano esempio e ne derivino opportuni argomenti.
Cos finalmente si attuer la felice e feconda fusione della
dottrina e soave unzione degli antichi con la pi vasta
erudizione e progredita arte dei moderni, il che di certo
produrr nuovi frutti nel campo, non mai abbastanza coltivato, n
mai esausto, delle Divine Lettere.
Anche dai nostri tempi possiamo aspettarci che si apporti del
nuovo per meglio approfondire e con pi accuratezza interpretare
le Sacre Carte. Infatti non poche cose, specialmente in ci che
riguarda la storia, a malapena o imperfettamente furono spiegate
dagli espositori dei secoli scorsi, mancando ad essi quasi tutte
le notizie necessarie per maggiori schiarimenti. Quanto ardui e
quasi inaccessibili agli stessi Padri siano rimasti alcuni punti,
ben lo mostrano, per tacer d'altro, i ripetuti sforzi di molti
fra essi per interpretare i primi capi della Genesi, ed anche i
ripetuti tentativi di San Girolamo per tradurre i Salmi in guisa
che il loro senso letterale, cio espresso nelle parole stesse
del testo, chiaramente trasparisse. In altri libri o testi
solamente l'et moderna scoperse difficolt prima insospettate,
poich una conoscenza ben pi profonda dei tempi antichi fece
sorgere nuove questioni, per le quali si getta pi addentro lo
sguardo nel soggetto. A torto perci alcuni, mal conoscendo lo
stato della scienza biblica, vanno dicendo che all'odierno
esegeta cattolico nulla resta da aggiungere a quanto ha prodotto
l'antichit cristiana; al contrario bisogna dire che il nostro
tempo molte cose ha tirato fuori, che nuovo esame richiedono le
nuove ricerche e non leggero sprone mettono all'attivit
dell'odierno scritturista.
Ed invero la nostra et, se accumula nuove questioni e
difficolt, per insieme, grazie a Dio, offre all'esegesi anche
nuovi mezzi e strumenti. Fra questi va messo in speciale rilievo
il fatto che i teologi cattolici, seguitando la dottrina dei
Santi Padri e principalmente del Dottore Angelico e Comune, con
maggior precisione e finezza che non solesse farsi nei secoli
andati, hanno esaminato ed esposto la natura dell'ispirazione
biblica ed i suoi effetti. Partendo nelle loro disquisizioni dal
principio che l'agiografo nello scrivere il libro sacro  organo,
ossia strumento dello Spirito Santo, ma strumento vivo e dotato
di ragione, rettamente osservano che egli sotto l'azione divina
talmente fa uso delle sue proprie facolt e potenze, che dal
libro per sua opera composto tutti possono facilmente raccogliere
"l'indole propria di lui e come le sue personali fattezze e il
suo carattere" (Cfr. Benedetto XV, Enc. "Spiritus Paraclitus").
Quindi l'interprete con ogni diligenza non trascurando i nuovi
lumi apportati dalle moderne indagini, procuri discernere quale
sia stata l'indole del sacro autore, quali le condizioni della
sua vita, in qual tempo sia vissuto, quali fonti scritte ed orali
abbia adoperate, di quali forme del dire si avvalga. Cosi potr
pi esattamente conoscere chi sia stato l'agiografo e che cosa
abbia voluto dire nel suo scritto. Nessuno ignora infatti che la
suprema norma d'interpretare  ravvisare e stabilire che cosa si
proponga di dire lo scrittore, come egregiamente avverte
Sant'Atanasio: "Qui - come in ogni altro luogo della Scrittura si
ha da fare - deve osservarsi in qual occasione abbia parlato
l'Apostolo, chi sia la persona a cui scrive, per quale motivo le
scriva; a tutto ci si deve attenta mente e imparzialmente
badare, perch non ci accada, ignorando tali cose o fraintendendo
una per L'altra, di andar lontano dal vero pensiero dell'autore"
(Contra Arianos, I, 54; PG. XXVI, col. 123).
Quale poi sia il senso letterale di uno scritto, spesso non 
cos ovvio nelle parole degli antichi Orientali com' per esempio
negli scrittori dei nostri tempi. Ci che quegli antichi hanno
voluto significare con le loro parole non va determinato soltanto
con le leggi della grammatica o della filologia, o arguito dal
contesto; l'interprete deve quasi tornare con la mente a quei
remoti secoli dell'Oriente e con l'appoggio della storia,
dell'archeologia, dell'etnologia e di altre scienze, nettamente
discernere quali generi letterari abbiano voluto adoperare gli
scrittori di quella remota et. Infatti gli antichi Orientali per
esprimere i loro concetti non sempre usarono quelle forme o
generi del dire, che usiamo noi oggi; ma piuttosto quelle
ch'erano in uso tra le persone dei loro tempi e dei loro paesi.
Quali esse siano, l'esegeta non lo pu stabilire a priori, ma
solo dietro un'accurata ricognizione delle antiche letterature
d'Oriente. Su questo punto negli ultimi decenni l'indagine,
condotta con maggior cura e diligenza, ha messo in pi chiara
luce quali fossero in quelle antiche et le forme del dire
adoperate sia nelle composizioni poetiche, sia nel dettare le
leggi o le norme di vita, sia infine nel raccontare i fatti della
storia. L'indagine stessa ha pure luminosamente assodato che il
popolo d'Israele fra tutte le antiche nazioni d'Oriente tenne un
posto eminente, straordinario, nello scrivere la storia, sia per
l'antichit, sia per la fedele narrazione degli avvenimenti,
pregi che per verit si possono dedurre dal carisma della divina
ispirazione e dal particolare scopo religioso della storia
biblica. Tuttavia a nessuno che abbia un giusto concetto
dell'ispirazione biblica far meraviglia che anche negli
Scrittori Sacri, come in tutti gli antichi, si trovino certe
maniere di esporre e di narrare, certi idiotismi, propri
specialmente delle lingue semitiche, certi modi iperbolici od
approssimativi, talora anzi paradossali, che servono a meglio
stampar nella mente ci che si vuol dire. Delle maniere di
parlare, di cui presso gli antichi, specialmente Orientali,
servivasi l'umano linguaggio per esprimere il pensiero della
mente, nessuna va esclusa dai Libri Sacri, a condizione per che
il genere di parlare adottato non ripugni affatto alla santit di
Dio n alla verit delle cose. L'aveva gi, col suo solito acume,
osservato l'Angelico Dottore con quelle parole: "Nella Scrittura
le cose divine ci vengono presentate nella maniera che sogliono
usare gli uomini" (Comment. in Ep. ad Hebr. cap. I, lectio 4). In
effetto, come il Verbo sostanziale di Dio si  fatto simile agli
uomini in tutto, "eccettuato il peccato" (Hebr. IV, 15) cos
anche le parole di Dio, espresse con lingua umana, si sono fatte
somiglianti all'umano linguaggio in tutto, eccettuato l'errore.
In questo consiste quella condiscendenza (synkatbasis) del
provvido nostro Dio, che gi San Giovanni Crisostomo con somme
lodi esalt e pi e pi volte assever trovarsi nei Sacri Libri
(Cfr. Gen. I, 4; Gen. II, 21; Gen. III, 8; Hom. 15 in Joan. I,
18: PG. LIX, col. 97 e segg.).
Quindi l'esegeta cattolico, per rispondere agli odierni bisogni
degli studi biblici, nell'esporre la Sacra Scrittura e nel
mostrarla immune da ogni errore, com' suo dovere, faccia pure
prudente uso di questo mezzo, di ricercare cio quanto la forma
del dire o il genere letterario adottato dall'agiografo possano
condurre alla retta e genuina interpretazione; e si persuada che
in questa parte del suo ufficio non pu essere trascurato senza
recare gran danno all'esegesi cattolica. Infatti per portare solo
un esempio quando taluni presumono rinfacciare ai Sacri Autori
qualche errore storico o inesattezza nel riferire i fatti, se si
guarda ben da vicino, si trova che si tratta semplicemente di
quelle native maniere di dire o di raccontare, che gli antichi
solevano adoperare nel mutuo scambio delle idee nell'umano
consorzio, e che realmente si tenevano lecite nella comune
usanza. Quando dunque tali maniere si incontrano nella divina
parola, che per gli uomini si esprime con linguaggio umano,
giustizia vuole che non si taccino d'errore pi che quando
occorrono nella quotidiana consuetudine della vita. Con
l'accennata conoscenza e l'esatta valutazione dei modi ed usi di
parlare e di scrivere presso gli antichi, si potranno sciogliere
molte obbiezioni sollevate contro la veridicit e il valore
storico delle divine Scritture; e non meno porter un tale studio
ad una pi piena e pi luminosa comprensione del pensiero del
Sacro Autore. Attendano dunque i nostri scritturisti con la
dovuta diligenza a questo punto, e nessuna tralascino di quelle
nuove scoperte fatte dall'archeologia o dalla storia o
letteratura antica, che sono atte a far meglio conoscere qual
fosse la mentalit degli antichi scrittori, e la loro maniera ed
arte di ragionare, narrare, scrivere. In questa materia anche i
laici cattolici sappiano ch'essi non solo gioveranno alla scienza
profana, ma renderanno anche un segnalato servizio alla causa
cristiana, se con tutta la convenevole diligenza e applicazione
si daranno ad esplorare e indagare le cose dell'antichit, e
concorreranno cos, secondo le loro forze, alla soluzione di
questioni sinora non bene chiarite. Infatti ogni cognizione
umana, anche non sacra, ha bens una sua innata dignit ed
eccellenza, essendo essa una partecipazione finita dell'infinita
conoscenza di Dio, ma ottiene una nuova e pi alta dignit e
quasi consacrazione, quando si adopera a far brillare di pi
chiara luce le cose divine.
L'anzidetta molteplice esplorazione dell'antichit orientale, la
pi accurata ricerca del testo originale delle Scritture, la pi
estesa e pi esatta conoscenza delle lingue sia bibliche sia
orientali in genere, col divino aiuto ebbero per effetto, che
oggi sono gi sciolte e liquidate non poche di quelle questioni,
che al tempo del Nostro Predecessore Leone XIII da critici alla
Chiesa estranei od anche avversi venivano agitate contro
l'autenticit, l'antichit, l'integrit e la verit storica dei
Sacri Libri. Gli  che gli esegeti cattolici col retto maneggio
di quelle medesime armi della scienza, di cui gli avversari non
di rado abusavano, presentarono spiegazioni che insieme
concordano con la dottrina cattolica e col genuino pensiero
tradizionale, e in pari tempo tengono fronte alle difficolt sia
tramandateci senza soluzione dall'antichit, sia di fresco
portate dalle nuove scoperte della moderna indagine. Ne  venuto
che il credito della Bibbia e del suo valore storico, scosso fino
a un certo punto in alcuni da tanti attacchi, ora  pienamente
ristabilito presso i cattolici; anzi neppure mancano scritti
d'altra fede, che in seguito a ricerche condotte con seriet ed
animo spassionato, giunsero infine ad abbandonare le opinioni dei
moderni per tornare, almeno in parecchi punti, alle vecchie
sentenze. Questo cambiamento si deve in gran parte all'indefesso
lavoro col quale i commentatori cattolici della Bibbia, senza
lasciarsi intimorire da difficolt ed ostacoli d'ogni genere, con
tutte le forze si studiarono di fare convenevole uso di quanto i
dotti odierni nelle loro investigazioni hanno tirato fuori in
fatto di archeologia o storia o filologia per la soluzione delle
nuove questioni.
Non deve per fare meraviglia se non tutte le difficolt sono
state superate e disciolte, ma rimangono ancor oggi gravi
questioni, che non poco agitano le menti dei cattolici. Non per
questo si ha da perdere coraggio; n va dimenticato che accade
negli umani studi come nelle cose naturali, e cio che le opere
crescono lentamente e non se ne cava frutto se non dopo molte
fatiche. Appunto cos  avvenuto che a tante discussioni, non
decise e rimaste sospese dai tempi andati, solo ai nostri giorni
col progresso degli studi  stata data una felice conclusione.
Non  quindi vano sperare che con una costante applicazione
saranno una buona volta pienamente chiarite anche quelle che ora
sembrano le pi complesse e difficoltose. Se la bramata soluzione
tardi assai, e non arrida a noi, ma sia forse riservata ai
posteri la felice riuscita, nessuno abbia a ridire, perch deve
valere anche per noi quello che i Padri, segnatamente
Sant'Agostino (Epist. 149 ad Paulinum, n. 34 (PL. XXXIII, col.
644); De diversis quaestionibus q. 53, n. 2 (ibidem, XL, col.
36); Enarr, in Ps. 146, n. 12 (ibidem, XXXVII, col. 2907), hanno
avvertito al loro tempo: che Dio nei Sacri Libri da Lui ispirati
ha voluto venissero sparse difficolt, per ch noi ci sentissimo
spronati a leggerli e scrutarli con maggior applicazione e
inoltre, sperimentando la nostra limitazione, vi trovassimo un
salutare esercizio di doverosa umilt. Non vi sarebbe pertanto
motivo di meravigliarsi se a questa o quell'altra questione non
si avesse mai a trovare una risposta appieno soddisfacente,
perch si ha da fare pi volte con materie oscure e troppo
lontane dai nostri tempi e dalla nostra esperienza, e perch
anche l'esegesi, come le altre pi gravi discipline, pu avere i
suoi segreti, che rimangono alle nostre menti irraggiungibili e
chiusi ad ogni sforzo umano.
Questo stato di cose non  un motivo perch l'interprete
cattolico, animato da forte e attivo amore della sua disciplina e
sinceramente attaccato alla Santa Madre Chiesa, si debba mai
trattenere dall'affrontare le difficili questioni sino ad oggi
non ancora risolte, non solo per ribattere le obbiezioni degli
avversari, ma anche per tentare una solida spiegazione che
lealmente s'accordi con la dottrina del la Chiesa e in ispecie
col tradizionale sentimento della immunit della Scrittura Sacra
da ogni errore, e dia insieme la conveniente soddisfazione alle
conclusioni ben certe delle scienze profane. Si ricordino poi
tutti i figli della Chiesa che sono tenuti a giudicare non solo
con giustizia, ma ancora con somma carit gli sforzi e le fatiche
di questi valorosi operai della vigna del Signore; inoltre tutti
devono guardarsi da quel non molto prudente zelo, per cui tutto
ci che sa di novit si crede per ci stesso doversi impugnare o
sospettare. Tengano presente, soprattutto, che nelle norme e
leggi date dalla Chiesa si tratta della dottrina riguardante la
fede ed i costumi e che tra le tante cose contenute nei Sacri
Libri legali, storici, sapienziali e profetici, poche sono quelle
di cui la Chiesa con la sua autorit ha dichiarato il senso, n
in maggior numero si contano quelle intorno alle quali si ha
l'unanime sentenza dei Padri. Ne restano dunque molte, e di
grande importanza, nella cui discussione e spiegazione si pu e
si deve liberamente esercitare l'ingegno e l'acume degli
interpreti cattolici, affinch ognuno per la sua parte rechi il
suo contributo a vantaggio di tutti, a un crescente progresso
della sacra dottrina, a difesa e onore della Chiesa.  la vera
libert dei figliuoli di Dio, che mantiene fedelmente la dottrina
della Chiesa e insieme accoglie con animo grato come dono di Dio
e mette a profitto i portati delle scienze profane. Questa
libert, secondata e sorretta dalla buona volont di tutti,  la
condizione e la sorgente di ogni verace frutto e di ogni solido
progresso nella scienza cattolica, come egregiamente avverte il
Nostro Predecessore di felice memoria, Leone XIII, ove dice: "Se
non si mantiene la concordia degli animi e non si pongono al
sicuro i principi, non si possono dai vari studi, anche di molti,
aspettare grandi progressi in quella disciplina" (Lett. Apost.
"Vigilanti"; Leone XIII, Acta XXII, p. 237; Ench. Bibl. n. 136).
Considerando le grandi fatiche sostenute dall'esegesi cattolica
per quasi duemila anni allo scopo di fare ogni d pi a fondo
comprendere e pi ardentemente amare la parola di Dio comunicata
agli uomini nelle Sacre Lettere, deve sorgere spontanea la
convinzione che ai fedeli, e specialmente ai sacerdoti, incombe
il grave obbligo di largamente e santamente profittare di quel
tesoro accumulato per tanti secoli da sommi ingegni. Infatti i
Sacri Libri non furono dati da Dio agli uomini per soddisfare la
loro curiosit o per fornire materia di studio e di ricerche, ma,
come insegna l'Apostolo, affinch questi divini oracoli ci
potessero "istruire a salute per la fede in Ges Cristo" e perch
"perfetto sia l'uomo di Dio, reso adatto ad ogni opera buona" (II
Tim. III, 15-17). I sacerdoti pertanto, che sono tenuti per
ufficio a procurare l'eterna salute dei fedeli, dopo aver essi
medesimi scandagliato con diligente studio le sacre pagine e dopo
averle fatte loro sostanza con la preghiera e la meditazione,
dispensino col dovuto zelo nelle prediche, nelle omelie e nelle
esortazioni, le celesti ricchezze della divina parola; confermino
la dottrina cristiana con sentenza dei Sacri Libri, e la
illustrino con acconci esempi tratti dalla storia sacra e
specialmente dal Vangelo di Nostro Signore Ges Cristo; e tutto -
questo schivando con attenta cura quei sensi accomodatizi,
escogitati da privata fantasia e stiracchiati da molto lontano,
sensi che sono un abuso, anzich l'uso della divina parola - lo
espongano con tale facondia e chiarezza, che i fedeli non solo si
sentano mossi e infervorati a migliorare la propria vita, ma
anche concepiscano una somma venerazione per la Sacra Scrittura.
La stessa venerazione i sacri Presuli procureranno che cresca e
si perfezioni ogni d pi nei fedeli al loro pastorale zelo
commessi, incoraggiando tutte quelle imprese d'uomini apostolici,
che portano ad eccitare e fomentare la conoscenza e l'amore dei
Sacri Libri tra i cattolici. Diano dunque il loro favore e il
loro appoggio alle pie societ che hanno per fine di propagare
tra i fedeli le stampe dei Libri Sacri, specialmente dei Santi
Vangeli, e di adoperarsi con sommo impegno perch nelle famiglie
cristiane se ne faccia ogni giorno regolarmente la lettura con
piet e devozione. Raccomandino efficacemente a voce e in
pratica, dove la liturgia lo consente, la Sacra Scrittura
tradotta, con l'approvazione dell'autorit ecclesiastica, nelle
lingue moderne; e tengano lezioni o conferenze scritturali o le
facciano tenere da altri oratori, ben versati nella materia. I
periodici, che con tanta lode e tanto frutto si pubblicano nelle
varie parti del mondo per la trattazione scientifica delle
questioni bibliche o per adattarne i risultati al sacro ministero
e a spirituale vantaggio dei fedeli, trovino in ogni sacro
ministro chi con solerte cura li sostiene e li divulga tra i vari
ceti e classi del suo gregge. Tutto questo e quanto altro uno
zelo apostolico e un sincero amore della divina parola sapranno
trovare di acconcio a quel sublime scopo, si persuadano i
sacerdoti tutti che sar per loro un efficace aiuto nella cura
delle anime.
Ma ognuno vede che tutto questo non lo possono compiere a dovere
i sacerdoti, se essi medesimi negli anni dei loro studi in
Seminario non hanno succhiato un pratico e perenne amore alla
Sacra Scrittura. Perci i Vescovi, per quella paterna cura dei
loro Seminari che ad essi incombe, vigilino attentamente perch
anche in questo nulla si trascuri che possa giovare al detto
scopo. I professori di Sacra Scrittura compiano tutto il corso
biblico nei Seminari, di tal maniera che nei giovani destinati al
sacerdozio ed al sacro ministero infondano quella conoscenza e
quell'amore delle Sacre Lettere, senza cui vano  sperare copiosi
frutti d'apostolato. Quindi nell'esegesi facciano risaltare
principalmente il contenuto teologico schivando le dispute
superflue; e lasciato da parte quanto  piuttosto pascolo di
curiosit che fomento di vera dottrina e di soda piet, espongano
con tanta sodezza, dichiarino con tale maestria, inculchino con
tal calore il senso letterale e specialmente dogmatico, che nei
loro alunni si verifichi in certo modo ci che accadde ai due
discepoli di Ges diretti ad Emmaus, i quali, udite le parole del
Maestro, esclamarono: "Non ci sentivamo noi infiammare il cuore
mentre Egli ci spiegava le Scritture?" (Luc. XXIV 32). Cos le
Divine Carte ai futuri sacerdoti della Chiesa diverranno fonte
pura e perenne di vita spirituale per ciascuno personalmente e
alimento e sostanza per l'ufficio della predicazione che li
attende. Se a tanto saranno riusciti i Professori di questa
importantissima materia nei Seminari, con santa esultanza si per
suadano di aver fatto moltissimo per la salute delle anime, per
il progresso del cattolicismo, per l'onore e la gloria di Dio, e
di aver compiuto un'opera intimamente connessa coi doveri
dell'apostolato.
Questo che siamo venuti dicendo, Venerabili Fratelli e figli
diletti, se vale per ogni et, molto pi si adatta ai nostri
luttuosi tempi, mentre quasi tutti i popoli e le nazioni sono
immersi in un mare di calamit, mentre un'orrenda guerra accumula
rovine sopra rovine e stragi sopra stragi, mentre con l'eccitarsi
d'acerbissimi odi fra i popoli vediamo con sommo dolore spento in
non pochi ogni senso non solo di moderazione e carit cristiana,
ma anche di umanit. A queste mortali ferite dell'umano consorzio
chi altro pu portare rimedio se non Colui, al quale il Principe
degli Apostoli rivolge quelle parole: "Signore, da chi andremo
noi? Tu hai parole di vita eterna" (Joan. VI, 69). A questo
misericordiosissimo Redentore nostro dobbiamo dunque con tutte le
nostre forze ricondurre tutti gli uomini; Egli  il divino
consolatore degli afflitti; Egli che insegna a tutti tanto alle
autorit quanto ai sudditi la vera onest, l'incorrotta giustizia
e la generosa carit; Egli infine, ed Egli solo, che pu essere
stabile fondamento e sostegno di pace e di tranquillit, poich
"altro fondamento non si pu gettare fuor di quello che gi 
stato posto, cio Cristo Ges" (I Cor. III, 11). Di questo autore
della salute, che  Cristo, gli uomini tanto pi piena conoscenza
avranno, tanto pi ardente amore concepiranno; tanto pi
fedelmente imiteranno gli esempi, quanto pi affetto porteranno
alla conoscenza e alla meditazione delle Sacre Lettere,
principalmente del Nuovo Testamento, poich, come dice lo
Stridonese: "Ignorare la Scrittura  un ignorare Cristo" (S.
Girolamo, Comm. in Isaiam, prologo; PL. XXIV, col. 17), e "se c'
cosa che in questa vita sostenga l'uomo saggio e fra le sciagure
e gli sconvolgimenti del mondo lo induca a rimanere d'animo
sereno, io penso che sia in primo luogo la meditazione e la
scienza delle Scritture" (S. Girolamo, Comm. in Ep. ad Ephesios,
prologo, PL. XXVI, col. 439). Da esse infatti chiunque  colpito
e oppresso dalle avversit e dalle sventure attinger i veri
conforti ed una sovrumana forza a soffrire e sopportare con
pazienza; in esse, nei Santi Vangeli, a tutti si presenta Cristo,
sommo e perfetto esemplare di giustizia, di carit, di
misericordia; in esse a tutto l'uman genere straziato e
trepidante, sono dischiuse le fonti di quella divina grazia,
posponendo e trascurando la quale, popoli e reggitori di popoli
non possono dar principio n consolidamento a nessuna
tranquillit di stato e concordia di animi; in esse infine tutti
impareranno Cristo "che  capo di ogni principato e potest"
(Col. II, 10) e "fu da Dio fatto per noi sapienza e giustizia e
santificazione e redenzione" (I Cor. I, 30).
Esposte e raccomandate queste cose intorno alla necessit di
adattare gli studi di Sacra Scrittura agli odierni bisogni,
resta, o Venerabili Fratelli e figli diletti, che agli studiosi
di questa materia, che sono devoti figli della Chiesa e prestano
fedele osservanza alle sue dottrine e norme, Noi rivolgiamo con
paterno affetto non solo congratulazioni, perch sono stati
eletti e chiamati a s sublime ufficio, ma anche incoraggiamenti,
perch con ogni diligenza e premura, con energia ogni di
rinnovata proseguano a compiere l'opera felicemente incominciata.
Sublime ufficio, abbiamo detto, perch qual cosa  pi sublime
che investigare, dichiarare, esporre ai fedeli e difendere dagli
infedeli la stessa parola di Dio, comunicata agli uomini per
ispirazione dello Spirito Santo? Di questo spirituale cibo si
pasce l'animo dello stesso interprete e se ne nutre "a ricordanza
della fede, a consolazione della speranza, ad allenamento della
carit" (S. Agostino, Contra Faustum, XIII, 18; PL. XLII, col.
294; CSEL. XXV, p. 400).
"Vivere tra queste cose, queste meditare, non altro conoscere,
non altro cercare, non vi pare che sia un'oasi di paradiso gi
qui in terra"? (S. Girolamo, Ep. 53, 10; PL. XXII, col. 549,
CSEL. LIV, p. 463). Si pascano di questo medesimo cibo anche le
menti dei fedeli per attingervi la conoscenza e l'amore di Dio,
il profitto e la felicit della propria anima. Si diano dunque
con tutto il cuore a questa santa occupazione gli espositori
della divina parola. "Preghino per intendere" (S. Agostino, De
doctr. christ., III, 56; PL. XXXIV, col. 89), s'affatichino per
penetrare ogni d pi addentro i segreti delle Sacre Pagine;
parlino dalla cattedra e dal pulpito per dischiudere anche agli
altri i tesori della parola di Dio. Con quei preclari interpreti
che nei passati secoli, arrecando tanto frutto, hanno dichiarato
e illustrato la Sacra Scrittura, gareggino, secondo il potere di
ognuno, gli odierni, sicch anche al presente come nei tempi
trascorsi la Chiesa abbia esimi dottori nell'esporre le Divine
Lettere ed i fedeli cristiani per opera loro ricevano della Sacra
Scrittura tutta la luce, il conforto, la letizia. In questo
cmpito, per certo arduo e grave, essi ancora abbiano "per loro
sollievo i Santi Libri" (I Mach. XII, 9) e siano memori del
premio che li attende, poich "i dotti risplenderanno come lo
splendore del firmamento, e coloro che insegnano a molti la
giustizia come stelle per l'intiera eternit" (Dan. XII, 3).
Intanto, mentre a tutti i figli della Chiesa, segnatamente ai
professori delle bibliche discipline, al giovane clero e a tutti
i sacri oratori ardentemente auguriamo che, assiduamente
meditando la parola di Dio, gustino quanto buono e soave  lo
Spirito del Signore (Sap. XII, 1), auspice dei celesti favori e
pegno della Nostra benevolenza, a voi tutti s singoli, Venerabili
Fratelli e figli diletti, impartiamo con tutto affetto
l'Apostolica Benedizione.
Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno 30 settembre, nella
festa di San Girolamo, Dottor Massimo nell'esporre le Sacre
Scritture, l'anno 1943, V del Nostro Pontificato.
PIO PP. XII

