Titolo: Le Odi
Autore: Pndaro
Lingua originaria: Greco
Traduttore: Ettore Romagnoli
Casa Editrice: Nicola Zanichelli Editore - Bologna
Luogo di Pubblicazione: Bologna
Data di pubblicazione: 1927
Volumi: Due
Codice ISBN: Non esistente
Collana: I POETI GRECI TRADOTTI DA ETTORE ROMAGNOLI

VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA AMEDEO MARCHINI

Le Odi
di Pndaro
Traduzione di Ettore Romagnoli

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Indice:
Ode Pitica Decima - 1
Le Odi Siciliane: - 2
Ode Pitica Sesta  - 3
Ode Pitica Dodicesima - 4
Ode Pitica Seconda - 5
Ode Olimpia Terza - 6
Ode Olimpia Prima - 7
Ode Olimpia Seconda - 8
Ode Istmica Seconda - 9
Ode Nema Prima - 10
Ode Nema Nona - 11
Ode Pitia Prima - 12
Ode Olimpia Sesta - 13
Ode Pitia Terza - 14
Ode Olimpia Dodicesima - 15
Ode Olimpia Quarta - 16
Ode Olimpia Quinta - 17
Odi per Locri Epizefiria: - 18
Ode Olimpia Undicesima - 19
Ode Olimpia Decima - 20
Odi per Cirene: - 21
Ode Pitia Nona - 22
Ode Pitia Quarta - 23
Ode Pitia Quinta - 24
Odi per Opunte, Corinto, Rodi: - 25
Ode Olimpia Nona - 26
Ode Olimpia Tredicesima - 27
Ode Olimpia Settima - 28


,1, ODE PITICA DECIMA
Per Ippcle di Tessaglia
Vincitore nella doppia corsa dei fanciulli a Pito

         Primo
Strofe
Sparta felice! Tessaglia
beata! Su l'una e su l'altra
la stirpe d'Alcde
guerriero, da un padre discesa, ha lo scettro.
Ma che? Forse impronto m'esalto? No. Pito
mi chiama, e la rocca Pelnnia,
e i figli d'Alva, che braman per ppocle
si desti nell'gape, a gloria, la voce dei cori.

Antistrofe
Gode egli i prem; ed il grembo
parrasio, fra il popolo accolto,
a lui la vittoria
grid tra i fanciulli, nel duplice corso.
O Apollo, gli eventi degli uomini han prospero,
se un Dio li sospinge, l'inizio
e il fine: tal gesta compi per tua grazia;
ma pure per insita virt su le tracce egli mosse

Epodo
del padre, di Fricia, che, chiuso nell'armi
di Marte, due volte ebbe il serto
d'Olimpia; e sott'esse le balze
feraci di Cirra,
la corsa gli diede vittoria.
Prosegua Fortuna; e nei giorni
venturi, fiorisca magnanima ricchezza per essi.

         Secondo
Strofe
Parte non scarsa dei beni
che l'llade porge, ora godono:
deh, mai non tramuti
lor sorte l'invidia dei Speri!  un Dio
chi cuore ha sereno: felice, e cantato
dai vati,  colui, che, vincendo
col pugno e col piede veloce, consegue
il premio supremo per possa e fiero animo; e vede,

Antistrofe
vivo tuttora, La Sorte
largire a un suo figlio fanciullo
i serti di Pito.
Il bronzo cielo cos non ascende;
ma d'ogni delizia concessa ai mortali
il limite estremo egli attinge.
N a piedi, n sopra naviglio tu trovi
la via prodigiosa che ai ludi iperborei mena.

Epodo
Un d fra quei popoli giunse, a banchetto
con essi fu il duce Perso.
Li colse che offrivano al Nume
insigni ecatombi
d'ongri: ch assai Febo ha cari
i loro festini e le preci;
e l'irta miranda salacia dei bruti, sorride.

         Terzo
Strofe
N dai loro usi  proscritta
la Musa: carole di vergini
l sempre s'aggirano,
e grida di lire, di flati strepiti.
Ed oro di lauri cingendo a le chiome,
banchettan con animo lieto:
n morbi, n uggiosa vecchiezza la sacra
progenie contamina; e senza travagli n guerre,

Antistrofe
passan la vita, schivando
la Nmesi. Il figlio di Dnae,
spirante prodezza
dal cuore, pervenne, guidandolo Atna,
fra questo consesso di genti beate;
e uccise la Grgone; e il capo
chiomato di lucidi guizzi di serpi
- lapidea morte - fra genti isolane port.

Epodo
Nessuna fra l'opre dei Numi, s strana
mi sembra, che fede io le nieghi. -
Il remo trattieni, da prora
di sbito l'ncora
affonda, e gli scogli a fior d'acqua
evita: ch il fiore degl'inni
su quest'argomento e su quello, come ape, si lancia.

         Quarto
Strofe
Spero che quando gli Efir
d'intorno al Peno verseranno
la dolce mia voce,
merc del mio canto, pi fulgido Ippcle
sar pei suoi serti, fra quanti ha compagni
negli anni, fra quanti provetti,
e dolce pensiero di tenere vergini.
Infiamman desiri diversi la mente degli uomini.

Antistrofe
Quello che alcuno desidera,
se a sorte lo trova, ghermisca
la brama fuggevole
che ai piedi si scorge: ch niuno l'evento
degli anni prevede. - Confido in Torce
che ospizio mi die', che dei cantici
miei vago, aggiogava per me la quadriga
peria: che ama ed onora chi l'ama e l'onora.

Epodo
A chi su la pietra lo saggia, ben l'oro
rifolgora, e l'animo schietto.
E noi leveremo la lode
pei buoni fratelli
che alta la legge dei Tssali
mantengono; e pregio  dei buoni
secondo le leggi dei padri guidar le citt.


,2,      LE ODI SICILIANE

,3, ODE PITICA SESTA
Per Sencrate d'Agrigento
Vincitore col carro a Pito

         Primo
Udite! Ch il suol de le Criti, ch il suol d'Afrodite
pupilla fulgente
solchiam: de la terra sonora
cerchiam l'umbilico, ed il tempio
l dove, o felici rampolli
d'Emmno, o Agrigento che siedi sul fiume, o Sencrate,
 pronto, pel pitico trionfo, un tesoro
di cantici, estrutto nel grembo selvoso
che luccica d'oro, d'Apollo.

         Secondo
N pioggia d'inverno che piombi con impeto fitto,
esercito crudo
di nube sonora, n turbine
con furia d'avversi lapilli,
potr mai scalzarlo, rapirlo
nei gorghi del mar: la sua fronte fulgente nel sole,
la insigne vittoria che cinse, o Trasbulo,
nei grembi di Crisa, tuo padre e tua stirpe,
dir, che la dicano, agli uomini.

         Terzo
Ed or, su la palma reggendola, ben alta tu serbi
la legge che un giorno
di Flira il figlio, raccontano,
fra i monti insegnava al magnanimo
Pelde, lontano ai suoi cari:
che prima il figliuolo onorasse di Crono, signore
dei tuoni e dei folgori dal mugghio profondo:
che poi non privasse di simile onore
la vita dei suoi genitori.

         Quarto
E Antloco anch'esso, negli evi remoti, tale animo
nutr; che pel padre
dar valse la vita, affrontando
il re degli Etopi, Mnnone
feroce. Il corsiere, trafitto
dai dardi di Paride, impaccio faceva di Nestore
al cocchio: gi Mnnone vibrava la lancia:
e il cuore del vecchio Messenio, sgomento,
un grido a suo figlio lanci.

         Quinto
N al suolo cadde rrito il grido. L saldo piantato,
quell'uomo divino
compr col suo sangue la vita
del padre. Onde ai posteri parve
che, altissima gesta compiuta,
ei sommo in amore filiale tra gli uomini prischi
si fosse. - Ben questi son fatti remoti.
Ma pure fra quei d'ora Trasbulo eccelle,
seguendo la norma del padre,

         Sesto
e in ogni suo fregio emulando lo zio. Pone freno
di senno a ricchezza:
n ingiusto e protervo fruisce
di sua giovent: de le Muse
negli diti, falcia saggezza:
Posdone, a te che dirigi l'ardor dei corsieri,
s'accosta con lare cuore: la gaia
sua mente, in simpos d'amici,  pi dolce
che il frutto del cribro dell'api.


,4, ODE PITICA DODICESIMA
A Mida d'Agrigento
Vincitore col flauto a Pito

         Primo
Te invoco, citt di Persfone, citt la pi bella fra quante
albergo son d'uomini, o amica del fasto, che presso Agrigento
ferace di greggi, ti levi su clivo turrito: o Signora,
gradisci benevola, e teco si accordino gli uomini e i Numi,
da Mida le foglie del serto di Pito gradisci, e lui stesso,
che vinse gli Ellni nell'arte cui Pllade
un giorno rinvenne, intrecciando
la nenia feral de le Grgoni.

         Secondo
La nenia che gi da le vergini cervici di serpi tutte orride
stillare con misero spasimo udiva Perso, quando l'una
spengea delle suore trigemine; e il capo fatale, dei Srifi
all'isola addusse. Le Frcidi cos nella tenebra immerse;
cos di Medusa bellissima la testa rap; di Poldete
all'epula pose funereo fine;
e sciolse sua madre dal giogo
perenne, e dal tlamo ingrato,

         Terzo
il figlio di Dnae, cui padre, si narra, fu l'oro piovuto
dall'tere. Or Pllade, quando l'eroe prediletto ebbe salvo
da questo travaglio, sul flauto compose un multsono canto,
volendo il lungo lulo lugubre dal fitto guizzar delle fauci
sprizzante, imitare. La Dea compose quell'aria, ed agli uomini
presente ne fece, la disse canzone
dai capi molteplici; e fosse
compagna all'agon popoloso.

         Quarto
Sgorga essa, dei balli compagna fedel, fra la tene lamina
di rame, e la canna che cresce nei prati cui bagna il Cefso,
vicino a la bella contrada d'Orcmeno, sacra a le Criti. -
Se prospera sorte  tra gli uomini, da pena non mai si scompagna.
Ma un Nume segnare oggi stesso pu fine alla pena. Non s'vita
la sorte. Ma un giorno, giungendo imprevisto,
un bene avverr che ti neghi,
e l'altro, inatteso, t'accordi.


,5, ODE PITICA SECONDA
Per Ierone di Siracusa
Vincitore col carro a Pito

         Primo
Strofe
O Siracusa, o tu grande citt, Santuario di Marte,
del Nume di guerra,
nutrice beata d'eroi, di validi in guerra corsieri,
io giungo da Tebe opulenta, recandoti un canto
che della rombante quadriga t'annunzi il trionfo.
Vincendo sovr'essa, Ierone
col miro fulgore dei serti recinse la fronte d'Ortigia,
la sede fluviale d'Artmide, che forza gl'infuse,
s ch'egli le redini
dipinte reggendo con mano leggera, dom le puledre.

Antistrofe
Poi che con ambe le mani la Vergine vaga di frecce
e il ginnico Ermte
le flere lucide adattano, quand'egli il vigor dei corsieri
costringe alla biga sua fulgida e ai docili cocchi,
chiamando il possente Signore che vibra il tridente. -
Per altri sovrani compose
un altro poeta gi l'inno sonoro, compenso a prodezza:
sovente le ciprie canzoni si levano a gloria
di Cnira bello,
cui Febo, che d'oro ha le chiome, dilesse dal cuore profondo,

Epodo
di Cnira, allievo e ministro
di Cpride - mira la Crite,
e premia le nobili gesta:
e te, di Deinmene figlio, dinanzi alle case di Locri
Zefiria, la vergine or canta,
che, salva dai rischi di guerra,
merc di tua possa, pu il ciglio levare secura. -
Si narra che Issone, via tratto dall'ali del disco
perenne rotante, per legge dei Superi,
insegni ai mortali tal norma:
che devesi rendere grata
mercede a chi bene ti fece.

         Secondo
Strofe
Chiaro ei l'apprese: ch vita felice gli aveano a s presso
largita i Crondi;
n poi la sua grande fortuna serb: ch con brama delira
s'accese per Era, consorte del letto di Giove.
E lui la protervia sospinse ad immane rovina.
Punito fu subito. Un degno
castigo, ei mortale, sofferse. S'aggrava in eterno la pena
su lui, per un duplice fallo: perch fra le genti
mortali, egli, primo
d'ogni altro, non senza la frode, mesc consanguinea strage;

Antistrofe
e perch un giorno, nel talamo superbo, d'amore tent
la sposa di Giove.
Convien che ciascuno i suoi limiti conosca. L'adultera brama
lo spinse a fatale rovina, mentr'esso al giaciglio
movea. D'una nuvola a fianco si giacque lo stolto,
illuso alla dolce parvenza:
ch simile in tutto alla figlia di Crono, all'eccelsa regina,
l'aveano plasmata, fallacia, specioso supplizio,
le palme di Giove.
Cos per mercede, fu Issone legato alla ruota quadruplice.

Epodo
 questo il suo strazio. Ed avvinto
nei ceppi infrangibili, insegna
agli uomini tale sentenza. -
E senza le Grazie, la Nuvola, solo essa feconda, gli diede
un solo, un orrendo rampollo,
che pregio non ha presso gli uomini
n presso i Celesti. Lo crebbe, lo disse Centauro.
Ed esso alle falde del Pelio s'un con puledre
Magnesie; e una turba stranissima nacque,
che simile a entrambi i parenti
aveva l'aspetto: di sopra
al padre, di sotto alla madre.

          Terzo
Strofe
Esito certo prefigge, a ci che desidera, il Nume:
il Nume, che coglie
le penne dell'aquila a volo, che giunge nel mare il delfino,
che alcuno prostr dei superbi mortali, e concesse
ad altri ognor florida gloria. Ma io dell'oltraggio
il morso veemente bandisco
ch vidi, sebbene da lunge, sovente il maledico Archiloco,
che impingua tra l'odio e le scede, restar di miseria
nei lacci irretito.
Avere ricchezza e saggezza,  bene supremo per gli uomini.

Antistrofe
Senno e ricchezza tu hai: tu cuor liberale a mostrarla.
O Sire, o Signore
di molte citt cui ghirlandano torri, e d'eserciti molti,
se dice talun che ne l'llade altr'uomo, fra quanti
or vivon, t'avanza per beni, per fama onorata,
con futile mente s'affanna,
con vane parole. La tua virt celebrando, io disciolgo
le vele per prospero corso. Conviene ai gagliardi
garzoni l'ardire
di zuffe terribili; e gloria perenne tu pure trovasti,

Epodo
tra furie d'equestri cimenti
pugnando, azzuffandoti a piede.
E il tuo ben maturo consiglio,
fa s ch'io lodare ti possa con voce che inganno non teme,
per ogni argomento. - Salute!
Al pari di merce fenicia
per te questo canto s'invia su le spume del mare.
E tu, di buon animo, di Cstore l'aria, sposata
ad ole corde contempla: tu accoglila
merc della lira settemplice. -
Conosci te stesso, sii tu.
Ai pargoli sembra vezzosa

         Quarto
Strofe
sempre vezzosa, la scimmia. Ma in fama sal Radamanto
perch di saggezza
spicc l'impeccabile fiore; n l'animo allieta alle illecebre
che sempre aderiscono all'arti di chi piaggia e mormora.
 male incurabile calunnia che all'uno ed all'altro
si volga:  volpina saggezza.
E a queste volpecole furbe, quale utile arreca tale arte?
La rete gravata dai piombi, profondasi tutta
nei gorghi del mare;
ed io, come sughero, illeso galleggio sul fiore dei flutti.

Antistrofe
Mai cittadin frodolento potr suggerir fra gli onesti
parola ch'abbia esito.
Ma pur, verso tutti scodinzola, intreccia ogni subdola astuzia.
Codesto umor suo non partecipo. Amico agli amici;
ma contro i nemici nemico, a guisa di lupo m'avvento
qua e l, per obliqui sentieri.
E l'uomo che ha franca parola giovare pu in ogni governo:
e nella tirannide, e quando la rude plebaglia
dirige lo stato,
e quando governano i saggi. Col Nume lottar non conviene,

Epodo
che ora solleva la sorte
degli uni, ora ad altri concede
purissima gloria. Ma questo
pensiero non placa degl'invidi le menti, che a mta troppo ardua
volgendo le brame, nel seno
s'infiggono piaga d'angoscia,
ben pria d'ottenere quanto essi vagheggiano in cuore.
Val meglio l'impostoci giogo con animo calmo
portar: contro il pungolo vibrare lo zoccolo
mi par sdrucciolevole tramite.
A me sia concesso fra i buoni
trovarmi, e goderne l'affetto.

,6, ODE OLIMPIA TERZA
Per Terone d'Agrigento
Nelle Feste Ospitali dei Discuri

         Primo
Strofe
Voglio piacere ai Tindridi amici degli ospiti, e ad Elena fulgida chioma,
cantando l'illustre Agrigento,
un cantico, fregio ai cavalli che vinsero a Olimpia, levando a Terone.
Cos mi stia presso la Musa: ch, armonico modo trovato, di nuovo fulgore costringo
la voce, ch' luce alle feste, nei lacci di dorio calzare.

Antistrofe
Gi le corone costrette sui crini reclaman che un debito sacro ai Celesti
io sciolga, ed insieme la ctera
dal vario tinnito, ed il grido dei flauti, e di versi compagini mescoli
coi modi dell'arte, ed esalti il prode figliuol d'Enesdamo. E un grido a me Pisa lanci,
da cui verso gli uomini i canti largiti dai Numi si lnciano,

Epodo
verso i mortali a cui l'tolo, veridico giudice per gli lleni, d'racle
seguendo l'antico precetto, componga
fra i crini, ghirlanda sui cigli di glauco lucore, l'ulivo selvaggio:
l'ulivo selvaggio che Alcde, dall'onde dall'ombre de l'Istro port,
che fosse alle gare d'Olimpia bellissimo premio.

         Secondo
Strofe
Degli Iperbrei la gente devota d'Apollo gliel die'. La convinse ei, parlando
leale. Pel bosco di Giove
un albero chiese che ombre porgesse alle turbe, corona a prodezza.
Ch a Giove eran gi consacrati gli altari: la Luna gli aveva dall'aureo carro vibrata,
a mezzo del mese, la sera, gi colma l'ardente pupilla:

Antistrofe
gi dall'Alfeo su le rupi santissime aveva fondato dei ludi il giudizio
solenne, e il festivo quinquennio;
ma non di begli alberi il suolo fioria ne le valli di Plope Cronio.
Ei vide che l'esserne spoglio di troppo rendeva il giardino soggetto agli sguardi roventi
del Sole. Ed il cuore lo spinse che andasse alle terre dell'Istro,

Epodo
dove la figlia di Lato che sferza i cavalli l'accolse quel giorno
ch'ei giunse dai culmini, dai sinuosi
recessi d'Arcadia. Sospinto l'avevano il fato di Giove, l'imperio
d'Eurstio, a cacciare la cerva dall'auree corna, che un d Taigta
offriva ad Artmide Ortsia, rendendola sacra.

         Terzo
Strofe
Quella inseguendo, anche vide la terra lontana che stendesi di l dagli spiri
del gelido Bora. E ristette
agli alberi innanzi, stupito. E tosto lo invase dolcissima brama
di quelli piantare d'intorno la mta che in dodici spire circondano i cocchi. - Alla festa
qui giunge or, beato, coi figli gemelli divini di Leda.

Antistrofe
Quando egli ascese fra i Superi, ad essi commise dirigere il fulgido agone
che saggia il valore degli uomini
e il volo dei carri precipite. - Predco a Terone, ch il cuore mi spinge,
e ai figli d'Emmno, alta gloria. Di Tndaro i figli dai vaghi corsieri la porgno ad essi,
perch pi d'ogni altro mortale li onoran con mense ospitali,

Epodo
e dei Beati le feste osservan devoti. - Se il pregio dell'acqua
va sopra ogni cosa, se l'oro val meglio
che ogni altra ricchezza, Terone, movendo dal suolo natale, pervenne
ai limiti estremi, tocc d'Alcde i pilastri. Pi lungi, non vanno
n savi, n ignari. Io nol tento. Sarebbe follia.

,7, ODE OLIMPIA PRIMA
Per Ierone di Siracusa
Vincitore col cavallo Fernico in Olimpia

         Primo
Strofe
Ottima  l'acqua: pi d'ogni ricchezza magnanima, l'oro
risplende, s come di notte una fiamma:
mio cuore, e se brami
cantare gli agoni,
ch cerchi nell'etra deserto
un astro pi ardente del sole?
ch cerchi un agone pi celebre di quello d'Olimpia?
Da Olimpia alle menti dei vati
avvolgesi l'inno che vola su tutte le labbra,
s ch'essi il figliuolo di Crono
esaltino, giunti alla reggia
beata, ospital di Ierone,

Antistrofe
che regge in Sicilia, di greggi feconda, lo scettro di re,
che falcia le cime di tutte virtudi,
che pure s'adorna
del fior della musica,
per cui ci stringiam, noi poeti,
d'intorno a l'amabile mensa.
Su, dunque, dal chiovo la dorica ctera spicca,
se pure di Pisa e Fernico
la fama t'impose dolcissima cura a la mente,
quand'ei, senza sprone lanciandosi
lunghesso l'Alfeo, ne la dura
vittoria, il signore mesc,

Epodo
il sire d'Ortigia, a cui sono graditi i corsieri. In sua gloria
rifulge la stanza di Plope lidio.
Di Plope onde arse amoroso del pelago il Nume possente,
poich l'ebbe Cloto via tratto dal puro lebte,
con l'omero candido per nitido avorio.
Son molti i prodigi; ma pur molte favole adorne
di versicolori menzogne
il labbro degli uomini sviano lontan dalla strada del vero.

         Secondo
Strofe
Spesso la Grazia, ch' fonte per gli uomini d'ogni dolcezza,
di fregi abbellendola, fe' s che Menzogna
credibile fosse.
Ma i giorni futuri
saggissimi giudici sono.
L'uom dica dei Numi le lodi
soltanto:  la colpa minore. Figliuolo di Tntalo,
ora io narrer, contro quanti
narrarono prima, che quando tuo padre imbandi
a Spilo l'gape santa
che offriva reciproca ai Superi,
il Dio del corrusco tridente

Antistrofe
te sovra l'auree cavalle rap, vinto il seno d'amore,
ch primo ascendessi di Giove alla reggia,
l dove pi tardi
sal Ganimede,
anch'esso coppiere dei Numi.
Or, come nessun pi ti scorse,
nessuno, per quanto cercasse, t'addusse a tua madre,
di furto, qualcuno degli invidi
vicini, narr che reciso te in brani col ferro,
nel fiore dell'acqua bogliente
sul fuoco, divise e ingollate
avevano a mensa tue carni.

Epodo
Non io dir cannibale un Nume saprei: da me lunge il pensiero!
Chi lingua ha maledica, lo coglie sciagura.
Se mai de l'Olimpo i Signori pregiarono alcun dei mortali,
fu Tntao quello: anzi, furono soverchi i suoi beni:
s ch'ei non li resse. La sua tracotanza
su lui trasse l'orrida pena: ch Giove gli appese
sul capo un immane macigno:
ond'ei, paventando che sopra gli cada, bandito  da pace.

         Terzo
Strofe
Tale  la grama sua vita perenne: tormento che segue
a un triplice cruccio, perch'egli, rapita
l'ambrosia ed il nettare
col quale i Celesti
lo resero eterno, ne fece
presente agli amici mortali.
Se un uom si lusinga d'eludere i Numi, ei s'inganna.
Per questo, i Celesti di nuovo
a efimera vita mortale respinsero il figlio.
Ed ei, poi che il fiore degli anni
di negra lanugine il mento
gli ombrava, bram sua consorte

Antistrofe
Ippodama: ch le nozze il padre ne offra, re di Pisa.
Soletto nel buio, venuto alla spiaggia
del mare spumoso,
il Dio del tridente
dall'lulo lungo chiam.
Dinanzi gli apparve. Egli disse:
Se i doni di Cpride han grazia per te, d'Enomo
la cuspide bronzea spezza,
Posdone, e me sovra cocchio fulmino spingi
nell'lide, scrami a gloria.
Gi tredici eroi, convenuti
suoi generi, spense; e le nozze

Epodo
schiv. Non seduce un eccelso pericolo l'anime imbelli.
Ma chi sacro  a morte, perch la vecchiaia,
ignoto, nel buio confitto, vorr vanamente durare,
orbato di tutti gli onori? Ben io questa prova
affronto; e tu prospero concedi l'evento.
Cos favell; n i suoi voti rimasero vani.
Onore prestandogli, il Nume
alati corsieri instancabili, e un auro cocchio gli porse.

         Quarto
Strofe
Vinse Enomo, fe' sua sposa la vergine. Ed essa gli diede
sei figli guerrieri, bramosi di gloria.
Ed ora  partecipe
dei fulgidi riti
cruenti, proteso lunghesso
l'Alfo, presso l'ara ospitale,
nel tumulo celebre; e lunge rifulge la gloria
di Plope re, per gli agoni
d'Olimpia, ove in gara si prova la possa dei piedi,
e il valido fior de la forza.
E tutta la vita, chi vince,
poi gode serena dolcezza.

Antistrofe
Bene supremo per gli uomini  Sorte che duri perenne.
Io devo a Ierone ghirlande intrecciare,
col numero equestre
d'eolia canzone.
Ben penso che mai con le armoniche
volute degl'inni famosi
ornare un altro uomo, fra quanti ora veggono il sole,
dovr pi possente, pi sperto
di belle virtudi. - Presiede, o Ierone, a tue brame
un Dio tutelare, e le compie:
e s'egli non muti improvviso,
io spero pi fulgida gloria

Epodo
cantar del tuo cocchio, trovare pi dolce sentiero di carmi
sul poggio di Crono baciato dal sole.
Per me validissimo strale di forza la Musa nutr;
per altre virtudi altri  grande: pei re s'incorona
la vetta: pi oltre non volger lo sguardo!
Tu possa i tuoi giorni trascorrere in loco sublime:
ed io favellar con chi vince,
e andar per poetico pregio ne l'Ellade tutta preclaro.

,8, ODE OLIMPIA SECONDA
Per Terone d'Agrigento
Vincitore col carro in Olimpia

         Primo
Strofe
Inni, che legge date alla ctera,
quale dei Numi, qual degli Eroi, qual dei mortali celebreremo?
Pisa  di Giove: le olimpie gare
fondava Alcde
con le primizie
di guerra: ed ora, per la quadriga vittorosa,
cantar Terone convien, che gaudio giusto  degli ospiti,
 d'Agrigento
colonna, savio dator di leggi, fior d'avi illustri,

Antistrofe
che dopo lunghi gravi travagli
giunsero a questa sede fluviale, della Sicilia furon pupilla;
e venne il tempo sacro al Destino,
e aggiunse all'nsite
virt fortuna.
Su via, figliuolo di Rea, Cronde, tu che proteggi
d'Olimpo i vertici, dei giuochi il fiore, dell'Alfeo l'onde,
t'allegra ai cantici,
ed ai nepoti benigno serba la terra avita.

Epodo
Neppure il Tempo, padre del tutto,
far s potrebbe che non compiuto l'esito fosse
d'opra compiuta, giusta od ingiusta. Ma con la sorte
prospera, nasce l'oblivone. Sottesso il bene,
sottesso il gaudio, giace domato, per quanto incalzi,
si spenge il duolo,

         Secondo
Strofe
quando pel cenno del Dio, la Parca
tragga la sorte d'eccelso bene. S'attaglia quanto dico alle figlie
di Cadmo. Molto soffrr; ma il duolo
dinanzi ai beni
pi grandi cadde.
Semle, chioma fiorita, spenta giacque alla romba
della saetta; ma tra gli Olimp vive ora eterna,
e l'ama Pllade,
l'amano Giove padre, ed il figlio d'ellera cinto.

Antistrofe
D'Ino, raccontano che gi nel plago,
tra le marine figlie di Nreo, le fu perenne vita concessa,
pel tempo eterno. Niuno degli uomini
sa di sua morte
securo il punto,
n quando un giorno, figlio del sole, trascorreremo
godendo un bene scevro di cure. Sovressi gli uomini,
or queste, or quelle
di contentezze, di pene, volgono correnti alterne.

Epodo
Cos la Moira, che il fato avito
felice regge di questi prenci, con la fortuna
data dai Numi, pur di rovesci talor li oppresse,
da quando il figlio fatal, scontrato suo padre Laio,
l'uccise; ed esito s'ebbe l'oracolo che in d remoti
mosse da Pito.

         Terzo
Strofe
Erinni, aguzza pupilla, vide,
e con reciproca strage gli spense la prode schiatta; ma su Polnice
piombato al suolo, rest Tersandro,
che fra certami,
fra guerre e zuffe,
riscosse onore. Da tal rampollo quindi risursero
degli Adrastdi le case; ond'ebbe sua stirpe il figlio
d'Enesidmo.
Giusto  che cantici d'encomio, e suoni di lira ei goda,

Antistrofe
poi ch'egli stesso vinse in Olimpia;
e a Pito, e sovra l'Istmo, le Criti al suo germano, ch'ebbe qui simile
sorte, concessero fiori e ghirlande,
premio pei dodici
rapidi giri
della quadriga. - Vincer le gare, dai crucci libera.
Ricchezza, quando di virt s'orna, copia opportuna
porge di molte
bell'opre; e lungi tien l'incalzante profonda cura;

Epodo
ricchezza, stella fulgente, luce
per l'uom verissima, quand'ei, godendola, sappia il futuro:
che de gli spenti l'anime tristi quaggi le colpe
purgano; e i falli commessi in questo regno di Giove,
giudica alcuno sotterra, dando, per fatal norma,
sentenza ostile.

         Quarto
Strofe
Ma nella notte sempre, nel giorno
sempre, il fulgore del sol mirando, godono i buoni la vita immune
d'ogni fatica; n con le mani
scalzando il suolo,
n il mar solcando
dietro ad un misero sostentamento. Ma presso i Numi
pi venerandi, quanti mantennero lor sacri giuri,
senza mai lacrime
vivono: gli altri reggono il peso d'orrida pena.

Antistrofe
Quanti poi valsero sopra la terra,
sotto la terra, tre volte vivere con l'alma scevra d'ogni nequizia,
di Zeus pel tramite, giungon di Crono
presso alla torre.
Qui dei Beati
l'isole cingono l'aure marine: qui fiori flagrano
d'oro, dagli alberi fulgidi, sovra la terra; ed altri
l'acqua ne nutre;
essi ne fanno serti, ne avvolgono le braccia e il capo,

Epodo
sotto le leggi di Radamanto
giusto, che siede presso allo sposo di Rea, figliuolo
di Gea, regina sul trono eccelso dell'universo.
Tra quei beati Cadmo con Pleo dimora. E Ttide,
poi ch'ebbe indotta con le sue preci l'alma di Giove,
v'addusse Achille:

         Quinto
Strofe
Achille, ch'Ettore spense, incrollabile
pilastro invitto di Troia, e Cigno diede alla morte col figlio Etope
d'Aurora. - Molti son dardi pronti
nella faretra
sotto il mio cubito,
che a chi comprende favellan chiaro; ma per le turbe
non hanno interprete. Saggio  chi molto sa per natura;
ma quanti appresero
alla rinfusa, gracchiano invano, garruli corvi

Antistrofe
contro l'augello di Zeus divino.
Ora alla mta rivolgi l'arco: su via, mio cuore, chi mai, lanciando
pure una volta le frecce fulgide
dal pensiero agile,
saetteremo?
Ad Agrigento volgi la mira. Con cuor veridico
pronuncio un giuro: che da cent'anni questa citt
non diede a luce
uom pi benevolo pi liberale verso gli amici.

Epodo
Ma suole a laudi seguir Fastidio,
che con Giustizia non s'accompagna, bens coi tristi
soffocar tenta plauso che suoni per le belle opere
dei buoni. E dimmi, chi numerare potr le arene?
I benefizi che da Terone sugli altri caddero,
chi mai dir?

,9, ODE ISTMICA SECONDA
A Trasbulo d'Agrigento
In memoria di una vittoria riportata da suo padre
col carro nei giuochi istmici

         Primo
Strofe
Trasbulo, gli uomini prischi che il carro salian de le Muse
d'oro velate, trattando la ctera insigne,
gl'inni, saette soavi, spontanei lanciavano ai giovani,
quanti eran vaghi e toccavano la florida et
che d'Afrodite dal trono vezzoso la cura suade.

Antistrofe
Ch allora venale non era, n a prezzo locata, la Musa,
n le melliflue canzoni solean di Terscore
dolce canora, d'argento la faccia adornarsi, e far lucro.
Ora la massima  forza seguir dell'Argivo;
ch'essa ben prossimo il piede conduce ai sentier del vero.

Epodo
L'uomo  denaro,  denaro, quei disse, vedendo sparire
coi beni gli amici.
Saggio tu sei, tu m'intendi. N ignori l'equestre
istmia vittoria ch'io canto:
la concedette a Sencrate Posdone; e il serto
d'apo dorico, a lui
mand, che al suo crin lo stringesse,

         Secondo
Strofe
e l'uomo di cocchi maestro, fulgor d'Agrigento, onor.
Anche lo vide, e gli diede nei giuochi di Crisa
Febo vittoria; e in Atene fulgente, partecipe ai premi
degli Erettdi famosi, non ebbe a lagnarsi
dell'abilissima destra che a tempo Nicmaco tese,

Antistrofe
illeso spingendo il suo cocchio, le briglie allentando. Gli araldi
lui ben conobber dell'Ore, ministri di Giove
Cronio, gli Ellni, che un giorno di lui furono ospiti. E dolci
a salutarlo levaron le voci, quand'egli
su le ginocchia cadeva d'un aurea Diva, di Nice,

Epodo
nella lor terra, che detta dagli uomini  bosco di Giove.
Qui stretti ad onore
che non morr, d'Enesdamo furono i figli. -
Ma sconosciuti alle case
vostre, non sono, o Trasbulo, n i lieti banchetti
risi da grazia, n gl'inni
che suonan pi dolci del miele. -

         Terzo
Strofe
N rupe n impervio sentiero trattiene chi brama l'elogio
dell'Elicnidi addurre agli uomini chiari.
Oh, se potessi, vibrandolo, s lunge scagliare il mio disco
quanto ne l'impeto nobile Sencrate tutti
gli altri mortali vinceva! Pregiato dai suoi cittadini,

Antistrofe
volgea la sua mente ai corsieri, qual patrio costume  degli Ellni:
tutte onorava dei Superi le mense: n mai
su la sua mensa ospitale piegr senza vento le vele;
ma sino al Fasi nei giorni d'Est si spingeva,
ma navigava l'Inverno fin presso alle spiagge del Nilo.

Epodo
Oh, poi che l'invide spemi circondan le menti degli uomini,
tu mai non celare
n la virt di tuo padre, n questi miei canti.
Non perch immoti restassero
io li composi in tua lode. Su via, Nicasppo,
rcati all'ospite mio
diletto, e quest'inno a lui porgi.

,10, ODE Nema PRIMA
Per Cromio da Siracusa
Vincitore nella corsa dei cavalli a Nemea

         Primo
Strofe
O fulgida requie d'Alfeo,
o di Siracusa
vermena tu florida, Ortigia,
d'Artmide talamo, di Delo sorella,
da te l'inno armonico lanciasi,
per laudi comporre ai corsieri dal pie' di tempesta, merc
di Giove, signore dell'Etna;
e il carro di Cromio e Nema mi pingon, che a belle vittorie
l'encomio dei cantici aggioghi.

Antistrofe
I Numi son fulcro all'elogio
ch'io levo al valore
divino di Cromio. Di gloria
il vertice in prospera sorte risplende;
e grato  alla Musa il ricordo
di prospera sorte. Ora semina un fregio per l'isola cui
donava a Persfone Giove,
signore d'Olimpo; e, scotendo le chiome, assent che la pingue
Sicilia, ferace pi d'ogni

Epodo
contrada, anche insigne per fiore supremo d'acropoli fosse.
E gente le diede il Cronde maestra di bronzee mischie,
di fieri cavalli, e partecipe dei serti d'ulivo in Olimpia.
Di molte prodezze il ricordo
toccai, n a menzogna m'attenni. -

         Secondo
Strofe
Io stetti su l'atrio e la soglia
dell'uomo ospitale,
levando canzoni soavi,
l dove a me ricca s'appresta la mensa.
N chi peregrino qui giunga
respingon le case. Chi gitta censure sui buoni, fa come
chi l'acqua rovescia sul fumo.
Son varie degli uomini l'arti. Conviene per tramiti retti
pugnare con l'nsita forza.

Antistrofe
La possa si mostra nei fatti;
il senno, se all'uomo
Natura lo die', nei consigli,
s'ei scorga il futuro. Figliuol d'Agesdamo,
tu questo, tu quella possiedi.
Non piacemi, no, gran ricchezze nascondere in casa e tenermele;
bens, dei miei beni godendo,
partecipi farne gli amici, e udirne la lode: ch spemi
comuni han gli oppressi mortali.

Epodo
Ora io, ridestando un racconto sui vertici sommi d'avite
prodezze, con tutto il mio cuore mi faccio vicino ad Alcde
com'egli, progenie di Giove, dal grembo doglioso materno
usc col germano gemello,
del giorno alla fulgida luce;

         Terzo
Strofe
e come entro fasce di Croco
fu avvolto; n ad Era
rimase nascosto. Trafitta
nell'anima, sbito mand due dragoni.
Dischiuse eran tutte le porte;
e quelli, diritti, ai recessi del talamo andaron, bramosi
di cingere ai pargoli attorno
le ingorde mascelle. Ed Alcde, levando su erta la testa,
compie' quella prima sua zuffa,

Antistrofe
le strozze ghermendo ai due draghi
con ambe le mani; n quelli
sfuggiron la stretta; e breve ora
spazz le loro anime dall'orride membra.
Spavento terribil percosse
le femmine, quante a custodia l stavan dei letti d'Alcmna.
Ed essa la madre, balzata
in pie' dal giaciglio, discinta com'era dai pepli, tentava
schermire dai mostri i fanciulli.

Epodo
E a furia correvano in folla i duci tebani, con l'armi
di bronzo. E Anfitrone, ignuda scotendo nel pugno la spada,
moveva, ferito d'acuto travaglio: ch il duolo domestico
ci schiaccia: pei danni degli altri,
ben presto serenasi il cuore.

         Quarto
Strofe
E stette, sospeso fra gaudio
e immenso stupore;
ch vide l'ardire incredibile
del figlio, e la possa. Cos gl'Immortali
gli dieder sentenza contraria
da quella dei messi. Ed ei fece venire il vicino Tiresia,
solenne, verace profeta
di Giove possente. E alle turbe quei disse fra quante venture
il pargolo avvolto sarebbe,

Antistrofe
e a quante darebbe la morte
crudissime belve
per terra, ed a quante nel pelago;
e disse che alcuno degli uomini, avvezzi
a obliqui soprusi, da lui
verrebbe anche spento; e soggiunse che quando i Giganti, nel piano
flegro pugneranno coi Numi,
sottessa la furia dei dardi d'Alcde, le fulgide chiome
dovranno insozzar nella polvere.

Epodo
E ch'ei, nelle case beate, godendo una pace perenne,
un placido eterno riposo, compenso ai suoi duri travagli,
unitosi ad Ebe fiorente, con lei celebrate le nozze,
vicino al Cronde, l'elogio
dir delle sante sue leggi.

,11, ODE NEMA NONA
Per Cromio d'Etna
Vincitore sul carro a Sicione

         Primo
Musa, rechiam da Sicione, da Febo, la pompa ed i cantici
d'Etna alle mura novelle rechiamo, e alla casa felice
di Cromio, l dove le porte
s'aprono agli ospiti, vinte. Di versi melliflui s'intrecci
l'inno: ch il cocchio dai saldi corsieri egli ascese, e a Latona
e ai gemini figli, di Pito
l'eccelsa concordi custodi, il canto annunzi trionfale.

         Secondo
Vige tal detto tra gli uomini: che mai non si dee col silenzio
l'opere buone sotterra nascondere; e il suono divino
dei versi, ai gran fatti s'addice.
Su, con tinniti di ctere, con voci di flauti, si esalti
l'alto fastigio dell'ippico certame che Adrasto per Febo
fond su le rive de l'Asopo.
Ben io lo rammento; e fo adorno con inclite lodi l'eroe.

         Terzo
Argo ei fuggendo e la furia civile, fuggendo il superbo
Anfaro, da la casa paterna qui giunse; ed eletto
sovrano, con feste e con gare
d'uomini saldi e di cocchi politi, die' lustro a Sicione:
poi che prostrati da lotta civile, i figliuoli di Tlao
non pi regno avevano in Argo
ch spesso il signor pi possente pon fine all'antico diritto.

         Quarto
Anfaro s'ebbe sposa di poi la vezzosa Erifle,
suora d'Adrasto: fu pegno di pace; e allor furon supremi
signori dei Dnai biondi.
E contro Tebe settemplice l'esercito mossero un giorno,
senza favore d'auspici. N Giove, scagliando la folgore,
quando essi furenti lasciarono
la patria, incorava l'impresa, bens da la via li distolse.

         Quinto
Verso palese sciagura cos s'affrettsvan le schiere
con i corsieri ed i cocchi, con l'arme di bronzo; e sui rivi
d'Ismno, mentre essi anelavano
il dolce ritorno, coi corpi il candido fumo fer pingue.
Sette bruciavano roghi le giovani membra: il Cronde
ad Anfaro sotto i piedi
la terra sprofonda col folgore, e lui coi cavalli inabissa,

         Sesto
prima che, a tergo colpendolo con l'asta, l'onor suo guerresco
potesse macchiar Periclmeno. Ch quando nei cuori terrore
infondono i Numi, anche i figli
fuggon dei Numi. - Cronde, stia lunge, se tanto i miei voti
possono, questo cimento feroce di vita e di morte,
di lance sanguinee: concedi,
ti prego, durevole sorte, durevoli leggi agli Etni.

         Settimo
Giove, e di feste magnifiche partecipe il popolo sia:
ch di corsieri son vaghi qui gli uomini; e l'alme dispregiano
ricchezze. Incredibile cosa!
Poi che buon nome ed onore spariscon, se il lucro li soffoca.
Ma se tra fanti e cavalli, tra zuffe di mare, pugnato
a lato di Cromio tu avessi,
avresti ben dato giudizio se rigido fosse il suo cuore:

         Ottavo
ch solo Onor nelle pugne fu il Nume che il petto gli armava,
s che le lance ed il lutto d'Enalo tenesse lontani.
Ben pochi la nube di strage
presso a piombar, sanno provvidi, con opra di senno e di mano,
sopra i nemici stornare. Raccontan che ad Ettore gloria
fior di Scamandro vicino
ai flutti: vicino alle rive scoscese rupestri d'Elro,

         Nono
dove le genti designano il passo di Marte, la gloria
volse al figliuol d'Agesdamo, negli anni suoi primi, gi gli occhi,
e quanto fra polve di campi,
e sui finitimi flutti negli anni seguenti compieva,
io canter. Dei travagli che onesti l'uom giovine compie
si allegrano gli anni cadenti.
Conosci che diedero i Numi a te felicissima sorte:

         Decimo
ch quando un uomo consegue con grande opulenza alta gloria,
lecito a lui, sacro a morte, non  muovere oltre, poggiare
le piante su vetta pi eccelsa. -
Ama il simposio la pace. E il fior di vittorie novelle
levasi al morbido suono dei cantici. Acquista baldanza
la voce vicino al cratere,
profeta soave ai convivi. Di vino ora alcuno lo infonda,

         Undicesimo
e de la vite il gagliardo figliuol ne le coppe d'argento
mesca, che un d le cavalle vincevano a Cromio; ed insieme
coi serti intrecciati ad Apollo
nella divina Sicione a lui li recaron. Concedi,
Giove, che insiem con le Criti io celebri tanta prodezza,
la gloria di tante vittorie;
e possa, lanciando i miei dardi, la mta colpir de le Muse.

,12, ODE PITIA PRIMA
Per Ierone d'Etna
Vincitore col carro a Pito

         Primo
Strofe
Ctera d'oro, comune dovizia d'Apolline
e de le Muse, che mammole
han su le chiome, te ascoltano i passi, spiccandosi a danza,
e seguon tuoi cenni i cantori,
quando con musiche spire
svolgi dei balli i preludi.
Tu de la fiamma perenne spengi la folgore acuta
Sovra lo scettro di Giove sopita sta l'aquila: da entrambi i suoi fianchi
le penne veloci abbandona

Antistrofe
pendule, il re degli augelli: ch al capo grifagno
tu negro nuvolo avvolgi,
dolce serrame a le palpebre: vinto da l'impeto tuo
canoro, sopiscesi; e il dorso
agile un palpito corre.
Ares il crudo, egli pure
lascia dell'asta la cuspide aspra, ed il cuore nel sonno
placa: ch i suoni vibrati da te, grazie al figlio di Lato e alle Muse,
molciscono l'alma anche ai Dmoni.

Epodo
Quanti poi Giove non ama, sgomentano, udendo la voce
de le Pridi, sopra la terra e l'indomito mare:
sgomenta il nemico dei Numi, che giace nel Trtaro,
Tifne dai cento cerbri. Un d l'ospitava
l'antro famoso Cilicio:
ora le spiagge di Cuma, ch'n siepe di flutti, e Sicilia,
gli premono il petto villoso: lo schiaccia, colonna del cielo,
Etna nevosa, nutrice perenne di fulgida neve,

         Secondo
Strofe
dalle cui ltebre rugghiano fonti purissime
d'orrido fuoco. Di giorno,
fiumi travolgono flutti di fumi e faville: nel buio
purpurea vampa gi rotola,
rocce portando con lungo
strepito al ponto profondo.
Tali d'Averno terribili flutti su avventa quel drago:
miro spettacolo, a scorgerlo da presso: chi l'oda narrare da quanti
lo videro, auch'egli stupisce,

Antistrofe
come de l'Etna sui vertici negri di boschi,
gi sino al piano, legato
stendesi, e il crudo giaciglio tutto aspro gli lacera il dorso. -
Deh, possa, deh, possa io piacerti,
Giove che guardi quest'alpe,
fronte del suolo ferace!
Su la citt che le sorge presso, che prende il suo nome,
piovere gloria fe' il celebre signor che l'estrusse: ch a Pito l'araldo
insieme fe' d'Etna e Ierone

Epodo
per la vittoria del cocchio, suonare i due nomi. - Ai nocchieri
prima fortuna  che s'alzi un prospero vento, presagio
d'ancora pi fausto ritorno. Cos la ragione
da questa fortuna trae fede che pur nel futuro
Etna per serti e cavalli
celebre, e molto evocata sar nei conviti sonori.
O Febo, di Licia e di Delo re, ch'ami la fonte castlia,
tu questi eventi abbi a cuore, tu questa citt di gagliardi.

         Terzo
Strofe
Dono dei Numi son tutte degli uomini l'arti:
quanti han saggezza, o di mani
possa, o fiorita loquela. Or ch'io mi sobbarco a esaltare
tant'uomo, non essere m'auguro
come colui che, rotando
bronzo dardo, lo vibra
fuor dell'agone; ma lunge pi che i rivali scagliarlo.
Possa ogni giorno donargli successi felici, gran copia di beni,
oblio delle pene gli arrechi,

Antistrofe
e gli rammenti che prove di guerra ei sostenne,
animo intrepido, quando
s'ebber dai Superi onore qual mai niun fra gli uomini d'llade
falci, degno serto a ricchezza.
Ora, dove' careggiarlo,
scodinzolargli dinanzi,
tal ch'era gi tracotante: ch'egli emul Filottete
partecipando l'agone. Raccontan che un giorno gli Eroi Seminumi
l'arciero figliuol di Peante

Epodo
d'ulcera immane consunto cercarono; ed egli di Priamo
strusse la rocca, ed a fine condusse il travaglio dei Dnai,
pure egre movendo le membra: ch quello era il fato.
Oh, il Dio nel futuro a Ierone sia fausto, e maturi
l'ora opportuna a sue brame.
Musa! Ed ancora ti piaccia cantare a Dinmene il premio
pel cocchio dei quattro cavalli: non  la vittoria del padre
gaudio straniero: su, l'inno troviamo ch'esalti il re d'Etna.

         Quarto
Strofe
Questa citt costruiva Ierone per esso,
libera, cara ai Celesti,
ligia alle norme e alle regole d'Illo: ch sempre osservare
le doriche leggi d'Egimio
bramano quei che son sangue
d'Eracle e Panfilo, e ch'ebbero
stanza sottesso il Taigeto. Scesi dall'alpe di Pindo
essi abitavano Amcla, vicino ai Tindridi dai bianchi cavalli,
onde alta  la fama guerriera.

Antistrofe
Giove, che i voti compisci, su l'acque d'Amna
ai cittadini e al sovrano
sempre tal sorte la fama decreti; e sia fama perenne.
E a te bene accetto, Ierone
guidi il suo figlio, e al suo popolo
dia la concordia serena.
Ora annuisci al mio voto, Cronde, che lunge si freni
l'urlo tirreno e il fenicio, veggendo lo scempio di navi
nell'acque di Cuma, veggendo

Epodo
quanto patiron fiaccati dal duce dei Siracusani,
che dalle rapide navi nei flutti la lor giovent
sommerse, che l'llade trasse dal grave servaggio.
La gloria dir che ad Atene rec Salamina:
dir la pugna di Sparta
al Citerone, ove il Medo dall'arco ricurvo fu domo;
e presso la bella corrente d'Imra cantar di Dinmene
i figli conviene: ch degni ne son, pei nemici sconfitti.

         Quinto
Strofe
Se molte fila giungendo nell'ora opportuna
breve tu parli, minore
segue degli uomini il biasimo: poich le veloci speranze
sfiorisce il molesto fastidio.
Pubblica lode al successo
d'altri, amareggia i cuor' torvi.
Prima per che il compianto, scegli l'invidia. Persevera
nel bene operare. Conduci le genti con retto timone: su incudine
veridica tempra la lingua;

Antistrofe
ch se uscir dal tuo labbro, pur essa una inezia
grande parr. Sei di molte
genti ministro; e sovr'esse, su te, molti tengon lo sguardo.
Se cara hai la fama, tenacia
mostra nei nobili impulsi;
n ti dispiaccia esser prodigo:
come nocchiere le vele lascia dischiuse alla brezza.
N con le blande menzogne, diletto, in inganno te traggano i furbi.
Sol vanto che a morte consegua

Epodo
indica ai vati e alla storia la vita di chi pi non .
Non  distrutta di Creso ancor la bont, la virtude;
ma Flari, cuore feroce, che ardeva le genti
nel tauro di bronzo, lo avvolge la fama odosa:
n fra le mense le ctere
nelle canzoni dei giovani l'accolgono. Il primo dei beni
 compier bell'opre: secondo aver buona fama. Se un uomo
ambe consegue e possiede, tocc la ghirlanda suprema.

,13, ODE OLIMPIA SESTA
Ad Agsia figlio di Sstrato
Vincitore col carro guidato da mule in Olimpia

         Primo
Strofe
Sostegno al saldo atrio del tlamo, confitte voglio auree colonne,
s come per fulgida reggia:
da lungi visibile dev'essere il fronte
dell'opera impresa. - Se un uomo vincesse le gare in Olimpia;
se in Pisa dell'ara di Giove fatidica fosse ministro;
se lui Siracusa la illustre dicesse suo figlio: che lode,
che inno dei suoi cittadini potrebbe tal uomo evitare?

Antistrofe
Or sappia il figliuolo di Sstrato che cinto  il suo piede beato
da tale calzare. - N in terra
n in curvi navigli pregio hanno virtudi,
se immuni da rischi; ma tutti rammentan gl'insigni travagli.
Agsia, e a te addicesi il motto, la giusta sentenza, che  Adrsto
per Anfiaro, pel profeta figliuolo d'Iclo, pronunciava,
quel giorno che lui con le fulgide cavalle la terra inghiott.

Epodo
Sette fumavano roghi di spenti guerrieri; ed Adrsto
disse, al cospetto di Tebe: Dei miei guerrier la pupilla
piango io: ben verace profeta, ben valida lancia di guerra.
E questo conviene ripetere per l'uomo ch' re del mio carme.
Di tanto sono io testimone. Non io vago sono di liti,
non bramo contese; ma pure di ci presto giuro solenne,
palese; ed a me lo concedono le Muse che miele han sui labbri.

         Secondo
Strofe
O Fntide, in fretta ora aggioga la forza per me delle mule,
s ch'io, sovra tramite sgombro
spingendo il mio cocchio, pervenga alla stirpe
remota d'Agsia. Pi ch'altre sanno esse varcar quella via,
poich guadagnarono i serti d'Olimpia. Dischiudere ad esse
le porte si devon degl'inni: ch presso Pitne, lunghesse
le rive d'Eurota, quest'oggi conviene si giunga per tempo.

Antistrofe
Pitne, che, narrano, amata dal Cronio signore del pelago,
die' vita alla parvola Evdne
dai riccioli azzurri. - La doglia materna
nel peplo ascondeva; e, venuto il mese fatale, sped
per man de le ancelle la pargola ad pito, figlio d'Elto,
degli Arcadi re, che abitava Fesna, lunghesso l'Alfeo.
Qui crebbe; e per opra d'Apollo pria seppe l'incanto d'amore.

Epodo
N sino all'ultimo eluse ad pito il germe divino.
Egli, premendo nel cuore furore indicibile, punto
da cruccio acutissimo, and a Pito, per chiedere al Nume
consiglio nell'onta insoffribile. - Evdne, deposta la zona
di porpora e d'oro, e la clpide argentea, sotto una macchia
cerulea, die' a luce un fanciullo di mente divina - ad assisterla,
il Dio chioma d'oro le Moire e Ilizia benigna invi.

         Terzo
Strofe
Dal grembo doglioso d'amore d'un subito Vamo a luce
appare. La madre dogliosa
a terra lo lascia. Ma, grazie a' Celesti,
due draghi di glauca pupilla gli stettero a guardia, gli diedero
ristoro col succo dell'api purissimo. - E quando il monarca
da Pito rupestre alla reggia sul cocchio torn, chiese a tutti
del pargolo nato ad Evdne. Dicea ch'era germe d'Apollo;

Antistrofe
dicea che sarebbe fra gli uomini famoso su tutti i profeti;
n mai la sua stirpe morrebbe.
Diceva cos: rispondevano quelli:
n udito n visto l'avevano; e cinque eran giorni trascorsi. -
Ch il pargolo ascoso giaceva fra giunchi, fra impervi cespugli,
infuso le tenere membra dai raggi che porpora e gialli
piovean le viole. Onde a lui provenne il suo nome immortale.

Epodo
Or, quando Vamo il frutto spicc d'Ebe, amabile Diva
ch' d'oro il serto, disceso di notte, fulgendo le stelle,
in mezzo all'Alfeo, l'avo suo Posdone e il vigile arciero
di Delo divina invoc, chiedendo per s tale onore
che fosse al suo popol proficuo. Di contro suon la parola
del padre veridica, e disse: Su, figlio, incamminati dietro
al suon di mia voce, a una terra famosa per pubblici ludi.

         Quarto
Strofe
All'arduo pervennero eccelso dirupo del Crono, dove
di scienza profetica un duplice
tesoro gli diede: di sbito udire
ignara del falso una voce; e quando fosse Eracle giunto,
l'audace divin degli Alcidi rampollo, a fondare la festa
di popol frequente, e la norma solenne dei ludi, gl'impose
che presso l'altare sublime del padre fondasse un oracolo.

Antistrofe
Per gli Iamdi famosi ne l'llade sono. E Fortuna
li segue, mentre essi, onorando
virt, sopra tramite di luce procedono. -
Giudizio a ciascuno  il cimento; pur biasimo gittano gl'invidi
su chi primo il cocchio sospinse nei dodici giri, e le Grazie
su lui di bellezza profusero fulgor. Ma se gli avoli tuoi
materni, che furono, o Agesia, signori dell'alpe cillenia,

Epodo
spesso di preci e di vittime copiose con animo pio
gratificarono Ermete, araldo dei Numi, che regge
dei ludi le sorti, e gli agoni, e Arcadia la prode protegge:
Ermete ed il padre che tuona profondo, tua prospera sorte,
di Sstrato o figlio, tutelano. - Mi par che una cote sonora
la lingua m'affili, e mi spinga con gli aliti dolci del canto.
A Stnfalo pur l'ava mia nascea, la fiorente Metpa,

         Quinto
Strofe
che a luce die' Tebe l'equestre, dove io l'acque limpide bevo,
pei prodi intrecciando la varia
corona degl'inni. - Su, sprona i compagni,
o Enea, che pria cantino d'Era Prtenia, e poi tentin la prova
se noi con verace parola l'adagio vetusto d'ingiuria,
la scrofa Beozia schivare possiamo: ch araldo sincero
sei tu delle Muse, cratre soave d'armonici canti.

Antistrofe
Ortigia di' pur che ricordino, di' pur Siracusa. Lo scettro
qui tiene incorrotto Ierone,
che alberga nel cuore pensier' di giustizia,
e onora Demtra dal sandalo roggio, e la figlia dai bianchi
corsieri, e la forza di Giove signore dell'Etna. Lui sanno
le lire soavi ed i canti. Il tempo futuro che repe
non franga il suo bene; e con animo cortese egli accolga quest'inno

Epodo
che per Egesia, lasciata l'Arcadia ferace di greggi,
vien dalle mura di Stnfalo, vien da una patria a una patria.
 bene, se infuria notturna burrasca, gittar dal naviglio
due ancore. A questi ed a quelli dia prospera sorte un Celeste. -
Del pelago re, d'Anfitrte dall'aurea rocca consorte,
Signore, una rotta sicura, lontana da tutti i perigli
m'arrida: e dei cantici miei l'amabile pianta fiorisca.

,14, ODE PITIA TERZA
A Ierone signore di Siracusa
Vincitore col cavallo da corsa a Pito

         Primo
Strofe
Vorrei che di Flira il figlio,
Chirone, se pu dal mio labbro tal pubblico voto levarsi,
vivesse, ei ch' spento, il signore
possente, figliuolo di Crono: vorrei
che ancor negli anfratti del Pelio regnasse, Centauro silvestre
dal cuore benigno ai mortali. Tale era; ed un giorno educ
Asclepio, benevolo fabbro di salda salute,
eroe domatore di tutte le specie dei morbi.

Antistrofe
La figlia di Flegia l'equestre
concetto lo aveva; ma prima che Ilizia sciogliesse il suo grembo,
fiaccata dagli aure strali
d'Artmide, scese nei regni dell'Ade,
per opra d'Apollo: ch vano lo sdegno non  dei figliuoli
di Giove. Pure, essa spregiarlo pot, per ambage di mente;
e un tlamo nuovo a lei piacque, n il padre lo seppe,
a lei, che, con Febo chiomato gi stretta d'amore,

Epodo
in grembo recava del Nume purissimo un germe.
Attender non seppe il convivio
di nozze, n il vario concento degl'inni d'Imene,
cui godon le vergini amiche
levare, con molle blandizie, nel vespero;
ma il cuore svi dietro cose remote: che a molti pur segue.
Poich c' fra gli uomini certa stoltissima razza, che schifa
le patre cose, e all'estranie rivolge bramoso lo sguardo,
con irrita speme sviandosi dietro fantasime varie.

         Secondo
Strofe
S grave sciagura pun
l'audace Cornide peplo leggiadro. - D'un ospite giunto
d'Arcadia essa il tlamo ascese.
N all'occhio del Nume sfugg. Soggiornava
in Pito opulenta di vittime il Dio dagli ambigui responsi,
e n'ebbe contezza: gliel disse, ben fido ministro, il suo cuore
che tutto conosce, e menzogna nol tange, n inganno
pu tendergli Nume n uomo, n in detti, n in opere.

Antistrofe
E d'Ische, del figlio d'Elto
saputo l'adultero tlamo e l'empia frode, mand
Artmide, ardente d'indomito
furore, a Laceria: ch qui, su le ripe
Bebadi, aveva sua stanza la femmina. Or questa, sospinta
nel male dal Dmone infesto, fu spenta: e il suo morbo s'apprese
a molti vicini, e perirono. Cos sopra un'alpe
incende gran selva la fiamma sprizzata da un germe.

Epodo
Ma poi che i parenti sul mucchio di legna deposero
la figlia, ed intorno guizzava
la vampa rapace d'Efsto, ecco Apolline disse:
Non mai patir che il mio germe
soccomba pel misero destin de la madre.
Parl; d'un sol passo l giunse; rap dal morto alvo il fanciullo;
e il rogo dinanzi al Signore dischiuse le fiamme. - E lo addusse,
lo diede a Chirone, al magnesio Centauro, che sperto il rendesse
i morbi a sanare che ambasciano con vario tormento i mortali.

         Terzo
Strofe
E quanti giungevano afflitti
d'ingenite piaghe, o trafitti da lucido bronzo le membra,
o dall'avventar di macigni,
o sfatti dall'alido estivo, o dal gelo,
mandava disciolti dai vari travagli, di blandi scongiuri
cingendo talun, beverato quell'altro di miti pozioni,
o tutte di farmachi succhi fasciando le membra;
ed altri rimisene in piedi con abili tagli.

Antistrofe
Ma cade nei lacci di Lucro
finanche Saggezza; ma l'oro che in man luccicava, suase
Asclepio, con lauta mercede,
che surger facesse da morte un defunto.
Fra entrambi scagliando una folgore, il soffio dal seno il Cronde
gli tolse: e l'ardente saetta infisse su loro la morte.
Ai Superi brame discrete levare conviene,
pensando il presente ed i limiti segnati ai mortali.

Epodo
Non chiedere, o cuore diletto, la vita perenne,
ma esercita l'opra concessa.
Or dico, se il saggio Chirone tuttora abitasse
lo speco, e i miei canti di miele
in cuor gli versassero un filtro, saprei
indurlo che un medico ai buoni spedisse, a sanarli dai morbi
cocenti, spedisse il figliuolo d'Apollo, o il figliuolo di Giove.
E il pelago ionio sopra agile naviglio solcando, venuto
al fonte sarei d'Aretusa, in casa dell'ospite etno,

         Quarto
Strofe
che regge, egli re, Siracusa,
benigno pei suoi cittadini, non invido ai buoni, agli estranei
amabile padre. Ch s'io
giungessi, recandogli un duplice dono,
la cara salute, ed il canto ch' luce pei serti di Pito
che ottenne Fernico un giorno, vincendo nei giuochi di Cirra,
io credo che sopra gli abissi del mare profondi
a lui giungerei pi fulgente d'un astro del cielo.

Antistrofe
Bene io pregar voglio la Madre
cui presso al vestibolo della mia casa le vergini a notte
invocano, Dea veneranda,
insieme con Pane. Se bene tu intendi
il fiore dei detti, o Ierone, appreso hai tu ci dagli antichi:
due mali vicino ad un bene partiscono i Superi agli uomini.
E questo non sanno gli stolidi in pace soffrire;
ma il soffrono i buoni; e in rilievo sol pongono il bene.

Epodo
Un fato di beatitudine te segue. Tu sire,
tu duce. Su te pose il guardo
se mai sovra alcun dei mortali, sublime destino.
Ma incolume vita non ebbe
n d'aco il figlio, n Cdmo divino,
che pure sortirono, dicesi, fra gli uomini eccelsa fortuna.
Ch quando sposarono, un d'essi la diva occhiazzurra Armonia,
e Ttide l'altro, la figlia di Nreo saggissimo, udirono
a Tebe e su l'Ida cantare le Muse dagli aurei serti,

         Quinto
Strofe
e i Numi ospitarono a mensa,
e videro i regi, figliuoli di Crono, negli aurei troni,
e n'ebbero doni; e per grazia
di Giove, mutati gli antichi travagli,
il cuore tornarono in pace. E poi, nuovo tempo trascorso,
a Cadmo rapiron tre figlie, piombate in orrende sciagure,
gran parte del viver beato - ma Giove nel letto
amabile ascese di Smele dall'omero bianco;

Antistrofe
e il figlio dell'altro, che in Ftia
a luce diede unico Ttide, trafitto dagli archi in battaglia,
lo spirto esalato, sfacendosi
sul rogo, alto l'lulo dei Dnai eccit.
Se alcuno ricetta nell'animo del vero la via, quando i Dmoni
gli porgono un bene, lo gode. Or qua, or l spirano gli aliti
dei venti precipiti. A lungo non dura fortuna
per gli uomini, quando soverchia sovra essi s'abbatte.

Epodo
Sar negli eventi modesti modesto: solenne
sar nei solenni, onorando
il Nume che il sen mi precinge con l'arte ch'io so.
Se un Dio mi largisse gran beni,
trovare alta gloria saprei pel futuro.
Le gesta del Licio Sarpdone, le gesta di Nstore, eroi
famosi fra gli uomini, note ci sono pei carmi sonori
che artefici sommi composero. A lungo prodezza fiorisce
nei celebri canti; ma pochi di celebri canti son degni.

,15, ODE OLIMPIA DODICESIMA
Ad Ergtele d'Imra
Vincitore nella corsa lunga ad Olimpia

Strofe
Figlia di Giove eleterio, Fortuna che di la salvezza,
tieni lo sguardo, t'imploro, su Imra gagliarda.
Tu dei veloci navigli nel pelago reggi le sorti;
tu de le pugne sanguinee sui campi: se il popol si aduna,
tu nei consigli. Ma vanno travolte le spemi degli uomini,
or alto, ora basso, solcando di varia fallacia i marosi.

Antistrofe
Niun dei mortali terrgeni pot de l'evento futuro
certo presagio trovare da parte dei Numi:
tutti i responsi di cose venture hanno cieche pupille.
Molti si avverano casi contrari alla speme. Uno attende
giubilo, e giunge dolore: da orrenda procella  travolto
un altro; e breve ora il cordoglio in bene supremo tramuta.

Epodo
Vedi, figliuol di Filnore! Ignoto il vigor dei tuoi rapidi
piedi, perdeva le frondi vicino a la cenere
del focolare paterno,
simile a gallo pugnace
che in casa  costretto, se furia civile
te non privava di Cnosso, che a luce ti diede.
Or, ghirlandato in Olimpia,
e a Pito due volte, e su l'Istmo,
sul suolo tuo patrio movendo, t' gaudio
lodar delle Ninfe i lavacri.

,16, ODE OLIMPIA QUARTA
A Psumide da Camarina
Vincitore col carro tirato da mule in Olimpia

O supremo Signor de la folgore dal pie' non mai stanco,
o Zeus, l'Ore tue
che danzano al tinnulo snito
di ctere, me testimone
mandr dagli altissimi agoni.
Se gli ospiti compion belle opere, esultano subito i buoni
pel fausto annunzio.
Su, figlio di Crono, che domini l'Etna,
la mora ventosa dell'orrido
Tifon centocpite,
accogli, merc de le Criti,
l'olimpia canzon trionfale

Antistrofe
che perpetua luce diffonde su somme virtudi.
Giunge essa dai cocchi
di Psaumi, che in Pisa, precinto
d'ulivo, di gloria procaccia
coprir Camarna. Benevolo
agli altri suoi voti si mostra il Nume: ch molto, io lo affermo,
ei vale a domar corridori,
e prodigo  agli ospiti tutti, e cordiale,
e volge il pensiero alla pace,
ch' bene alla patria.
Non macchio il mio dir di menzogna:
ch prova ai mortali  il cimento;

Epodo
ch un d da lo spregio
salv tra le femmine lemnie
il figlio di Clmeno.
Coperto de l'arme di bronzo, vinse egli nel corso.
E disse ad Ipspile, quando moveva a recingere il serto:
Cos son veloci i miei piedi;
son pari le mani ed il cuore.
Sovente, anche ai giovani crescono
in tempo non debito canuti capelli.

,17, ODE OLIMPIA QUINTA
A Psumide da Camarina
Vincitore col carro da mule in Olimpia

         Primo
Strofe
Delle sublimi virtudi, delle corone d'Olimpia,
o Camarina, figliuola d'Ocano, accogli
il fiore con placido cuore,
e dai cocchi dal pi non mai stanco
il premio che Psaumide vinse.

Antistrofe
Te, Camarina, di genti madre, d'onore coperse;
ed i sei gmini altari, nei riti dei Numi,
per molti giovenchi immolati
rese adorni, e coi premi cui dierono
cinque d nelle gare consunti,

Epodo
con i cavalli, coi muli, nel singolo corso.
E vinse; ed onore
a te procacciando, e a suo padre
Acrone, fe' celebre la patria risorta.

         Secondo
Strofe
Palla, che l'arte proteggi, or da le terre di Plope
belle, e d'Enmao giunto, nel canto egli celebra
il bosco divino a te sacro,
ed il corso d'Oni, e la patria
palude, ed i sacri canali,

Antistrofe
onde le roride linfe l'Ippari effonde a le genti.
Ed in brev'ora di tlami ben saldi una selva
dai rami sublimi compagina,
dalle tnebre a luce traendo
quanti abitan questa citt.

Epodo
Sempre, anelando la gloria, dispendio e fatica
s'azzuffan, per l'opera
avvolta dal rischio. Ma chi
trionfa, ben saggio sembra anche ai vicini.

         Terzo
Strofe
Giove che siedi fra i nembi, ch'abiti il clivo di Crono,
che de l'Alfeo le correnti proteggi opulente,
e l'antro divino dell'Ida,
a te supplice io vengo, e melodi
intono di flauti lid.

Antistrofe
E ti dimando che adorni questa citt di belle opere.
Psaumide, e te che in Olimpo vincesti, fo voto
che gli anni pi tardi t'adducano
verso prospero fin, con la mente
rivolta ai corsier' di Posdone,

Epodo
cinto dai figli. Ch quando coltiva un mortale
fortuna e salute,
ed ha quanta basti ricchezza
e fama, d'ascendere non tenti l'Olimpo.


,18, ODI PER LOCRI EPIZEFIRIA
,19, ODE OLIMPIA UNDICESIMA
Per Agesdamo di Locri Epizefiria
Vincitore nel pugilato tra fanciulli in Olimpia

Strofe
Spesso utilissimi sono per gli uomini i venti;
spesso le pluve Ninfe del cielo,
figlie di nuvole;
ma se talun con travaglio compie opere egregie, conviene
ch'inni risuonino melliflui, principio
dei posteri vanti, e segnacoli fedeli dell'alte virtudi.

Antistrofe
Oltre ogni invidia fruisce chi vinse in Olimpia
tale compenso; e lo vuole il mio labbro
cupido pascere.
Dono  del Nume, se un uomo fiorisce per savio consiglio.
Sappilo, o figlio d'Archstrato, adesso
merc del trionfo che avesti nel pugile giuoco, o Agesdamo,

Epodo
celebrer nel mio canto soave
l'aureo fregio d'olivo,
volta la mente ai Locresi
d'Epizefiria. Qui, Muse, a banchetto
venite: ben io v'assicuro:
gente n d'ospiti ignara
n di finezze, ma saggia, ma prode alla guerra
qui troverete: ch l'indole innata
mutare, n fulvida volpe
pu mai, n rugghiante leone.

,20, ODE OLIMPIA DECIMA
Per Agesdamo di Locri Epizefiria
Vincitore nella gara pugile tra giovinetti in Olimpia

         Primo
Strofe
Additatemi il figlio d'Archstrato
che vinse in Olimpia, in qual punto
scritto  di mia mente: ch un canto soave gli debbo, ed oblio
men colse. Su, Musa, e tu, figlia
di Zeus, Verit, con la giusta
tua mano tien lungi l'accusa
ch'io sia frodolento con gli ospiti.

Antistrofe
Da lontano giungevano i giorni
futuri, e crescea la vergogna
del debito grande. Ma il frutto pu sciogliere il biasmo, pur grave.
Non vedi tu come l'ondare
dei flutti trascina i lapilli?
Cos pagheremo la lode,
in guisa che grato ei ci resti.

Epodo
Lealt fra le mura dei Locri Zefir dimora. A Callope
si volgono pure, ed a Marte
precinto di bronzo. La possa di Cigno
fe' volger le piante perfino ad Alcide saldissimo.
Se vinse in Olimpia Agesdamo
fra i pugili, ad Ila
sia grato, s come
Patrclo ad Achille.
Chi tempera l'uomo d'innata virt,
potr, con l'aiuto del Nume, sospingerlo a gloria infinita.

         Secondo
Strofe
Senza stenti, ben pochi conseguono
la gloria, ch' luce suprema
del viver. Di Giove mi spinsero le Norme a cantare l'altissimo
agone, cui presso alla tomba
vetusta di Plope, Alcide
fond con sei are, quand'ebbe
ucciso il figliuol di Posdone,

Antistrofe
l'impeccabile Ctato, ed urito,
per trre ad Auga reluttante,
a forza il dovuto salario. Sottessa Cleona, li attese
fra macchie imboscato, e li uccise.
Ch quelli, i superbi Moloni,
gi pria, nei recessi appiattati
dell'lide, aveano sconfitto

Epodo
le tirinzie sue schiere: n corse gran tempo, che il re degli Epi,
Auga, frodatore degli ospiti,
la patria opulenta sua rocca mir
tra furia di fiamme, tra colpi di ferro, piombare
in tramite cupo di strage.
Lottar coi pi forti
possibile cosa
non . Poi che vide,
pel poco suo senno, distrutta la patria,
soccombere anch'ei dov, l'ultimo, all'orrido fato di morte.

         Terzo
Strofe
E il figliuolo gagliardo di Giove,
in Pisa l'esercito tutto
sospinto, e le prede, a suo padre fe' sacro quel bosco. De l'Alti
il nitido giro segn
coi limiti infissi; e nel mezzo
il luogo per l'epule pose,
d'Alfeo le fluenti onorando

Antistrofe
con i dodici Numi sovrani.
E Cronio quel colle chiam.
Ch gi senza nome, mentre era sovrano Enomo, da tormente
di neve coperto sempre era.
E a questo primissimo rito
le Parche assisterono, e il Tempo,
ch' giudice solo del vero.

Epodo
E col tempo, ben chiaro si vide qual dono fu il suo, dei trofei
di guerra, che offerse su l'are,
scegliendone il fiore: qual gaudio di festa
fond quinquennale, insiem con la prima olimpiade,
coi premi dei ginnici ludi.
Chi primo ebbe dunque
il sbito serto,
per forza di mani,
di piedi, di cocchi? Chi primo la lode
pot col trionfo, e la fama, con l'opra, rapir negli agoni?

         Quarto
Strofe
Trionf ne lo stadio, lanciandosi
a corso diritto, il figliuolo
En di Licimnio, venuto coi suoi da Mida. Ne la lotta
Echmo, e fe' onore a Tega.
Del pugile gioco la meta
Doricio Corinzio tocc.
E Samo, figliuol d'Alirozio,

Antistrofe
da Mantnea, con quattro cavalle.
Al segno pervenne di Frstore
il dardo. E rotando la mano, scagli pi lontano di tutti
Nica la gran pietra: gli amici
levarono altissime grida.
Calava la sera; e la luna
raggi la sua placida luce.

Epodo
E suon tutto il sacro recinto di canti, di feste gioconde,
di riti d'encomio; ed anche ora,
seguendo l'origine prisca, diremo
la gioia dell'inclita vittoria; diremo il fragore
del tuono, ed il dardo vibrato
da fiammea mano,
il rutilo folgore
rombante di Giove,
che con la sua forza soggioga ogni forza:
e al suono d'armonici calami si mescano i cantici molli

         Quinto
Strofe
che gi presso all'acque di Dirce
suonarono. Or, come un figliuolo
legittimo  caro al mortale che va per la via che dilungasi
dagli anni pi giovani, e il seno
gl'infiamma d'amor: ch odosa
all'uom presso a morte  ricchezza
che spetti ad erede straniero,

Antistrofe
cos pure, chi compie, o Agesdamo,
belle opere, e all'Ade gi scende
ignoto a le Muse, con vano travaglio concesse a sue pene
efimero gaudio. Te il flauto
soave e l'armonica lira
cospergon di grazia. Le Piridi
per te nutron celebre gloria.

Epodo
Di lor zelo partecipe anch'io, la nobile gente di Locri
cantai, cospargendo di miele
la loro cittade, che albergo  di prodi.
L'amabile figlio d'Archstrato lodai: ch lo vidi
con valida man trionfare
vicino all'altura
d'Olimpia in quel giorno.
Bello era d'aspetto:
ed era negli anni che gi Ganimede
scherman, col favor della diva di Cipro, dal fato di morte.

,21, ODI PER CIRENE
,22, ODE PITIA NONA
A Telescrate di Cirene
Vincitore della corsa in arme a Pito

         Primo
Strofe
Telescrate io voglio cantare
dal clipeo di bronzo: giungendo
con le Grazie dai pepli fluenti, vi annunzio che a Pito
ei vinse, e, felice, d'un serto recinse l'equestre Cirene.
Cirene, cui Febo chiomato, dai gioghi del Pelio rombanti di vento
un giorno rapiva; e l'addusse, sovra aureo cocchio, selvaggia fanciulla,
l dove la fece signora d'un suolo ferace di greggi, ferace di biade,
ch il terzo pollone del mondo le fosse gradita dimora.

Antistrofe
Afrodite dal socco d'argento
accolse qui l'ospite delio,
su la biga divina poggiando la palma leggera.
E infuse per essi nel dolce giaciglio pudore ed amore,
in nozze concordi stringendo col Nume la figlia del valido Isso,
eroe che dei fieri Lapti reggeva in quegli evi lo scettro: disceso
egli era secondo da Ocano: nei celebri anfratti del Pindo, la figlia di Gea,
Cresa, la Ninfa che il tlamo god di Peno, gli die' vita.

Epodo
Ed ei gener la fanciulla
Cirene dall'omero bianco, che mai non am del telaio
le vie ricorrenti, n in casa restare e danzar con le amiche;
ma s con zagaglie di bronzo,
col ferro affilato, le fiere selvagge cacciar, procacciando
ai greggi del padre durni sereni riposi;
e il sonno, compagno a chi giace soave, ben poco accoglieva,
sol quando ai lucori dell'alba
repale sovresse le ciglia.

         Secondo
Strofe
Il Signor dall'immane fartra,
Apollo, la colse mentr'ella
combatteva un orrendo leone, soletta, senz'arme.
E tosto, levando la voce, chiam dai suoi tetti Chirone:
O figlio di Flira, lascia la sacra spelonca, stupisci l'ardire,
l'immane vigor d'una donna. Che lotta sostiene l'impavido cuore!
Fanciulla: ma l'anima supera la gesta che affronta; n il seno terrore le ingombra:
qual uomo la dice sua figlia? Da quale radice divelta,

Antistrofe
tra gli ombrosi recessi dei monti
cimenta l'immensa prodezza?
 concesso ad un Nume distendere sovr'essa la mano?
Il miele dell'erbe falciare dai floridi prati  concesso? -
E a lui l'animoso Centauro, raggiando la mite serena pupilla
d'un placido riso, rispose: Oh Febo, Suada saggissima tiene
nascoste le chiavi dei sacri sponsali; ed i Numi e i mortali s'adontan del pari
con brama palese il d primo ascendere il tlamo dolce.

Epodo
Te pur, cui Menzogna non tange,
sospinse ad infinte parole la brama d'amore. La stirpe
qual sia della vergine chiedi, Signor, tu che l'esito certo,
che i tramiti sai d'ogni evento,
e quante vermene germogliano pei campi alla nuova stagione,
e quante nel mare e nei fiumi si volgono sabbie
agli urti dei flutti e dei venti, che quanto sar ben prevedi,
e donde sar? Pur, se debbo
oracoli esporre al profeta,

         Terzo
Strofe
parler. Queste balze cercasti
per esser suo sposo. E fra poco
oltre il mare con te l'avrai tratta, di Giove al verziere;
e qui di citt la farai signora, una gente isolana
insieme adunando su clivo recinto di piani. Qui Libia, l'augusta
dai pascoli grandi, benevola nell'aura sede la sposa accorr;
e sbito a lei della terra dar, che rimanga legittimo suo bene, una parte
ove alberi dnno ogni sorta di frutti, e dimorano fiere.

Antistrofe
Un fanciullo qui genera. Ermte
lo toglie alla madre diletta,
e lo reca alla Terra ed all'Ore dai fulgidi troni,
che il pargolo bello depongono sui loro ginocchi, stupite
lo ammirano, e nttare e ambrosia gli stillan sui labbri, lo fanno immortale;
e Giove lo chiamano, e Apollo, diletto degli uomini puro, custode
dei greggi, signore dei campi, dei pascoli; ed anche Aristo nomato sar. -
Cos favellando, lo accese a compier le nozze soavi.

Epodo
Or quando lo affrettano i Numi,
veloce  l'evento, le vie son brevi. Compiuto quel giorno
fu quello: si strinser d'amore nel tlamo d'oro di Libia. -
Or Febo la insigne nei giuochi
citt luminosa tutela: e lei di Carnade il figlio
partecipe fe' di sua gloria coi serti di Pito.
Qui giunse, coprendo Cirene d'onore; e le donne sue belle
l'accolgon, che torna da Delfo
recando l'amabile gloria.

         Quarto
Strofe
Sono fonte di molte parole
le insigni virt; ma l'uom saggio
presta orecchio a chi poco fra il molto sa eleggere ed orna;
e nulla val meglio che cogliere l'istante opportuno. Ben Tebe
conobbe che non lo spregiava Iolo; con la tempra del brando recise
il capo d'Euriste; e i Tebani sotterra lo ascosero, nel tumulo fondo
dell'avo Anfitrone: quivi giaceva il signor che di Sparta fu ospite un giorno,
e poscia abit le contrade cadme dalle bianche puledre.

Antistrofe
Fu sua sposa e fu sposa di Giove
Alcmna animosa, che a un parto
gener la possanza guerriera dei gemini figli.
Ben muto  quell'uomo che tace la gloria d'Alcide, n sempre
rammemora l'acque di Dirce che lui con Ifcle nutrirono. Ad essi,
che un bene invocato concessero a me, debbo un canto di grazia levare. -
Deh, mai delle Criti il puro fulgor non mi lasci! Vi affermo che vinse in Egina
tre volte, e sul clivo di Nisa, di gloria cingendo Cirene,

Epodo
sfuggendo al Silenzio, retaggio
d'inetti, con l'opera. Onde ora gli amici, e, se n'ha, gli avversar,
la gesta a comune vantaggio compiuta, non tacciano, e onorino
del Vecchio del mar la sentenza.
Ei disse che pure al nemico, quand'operi bene, equa lode
largire convien di gran cuore. Nei giuochi di Pllade
te videro vincer sovente le vergini - e senza parola
o sposo o figliuolo ciascuna
bramava d'aver Telescrate -

         Quinto
Strofe
e in Olimpia, e nei giuochi di Gea
dal seno profondo, ed in quanti
la sua terra ne celebra. - Or mentre la sete di canto
che m'arde io lenisco, qualcuno mi spinge che pure la gloria
io desti degli avoli tuoi remoti, che per la donzella di Libia
andaron d'Irsa alla rocca, a gara chiedendo la nobile figlia
d'Anto, dalla fulgida chioma. Lei molti cercavano sposa signor' di sua patria,
lei molti stranieri: ch troppo lucea la persona sua bella.

Antistrofe
E a lei d'Ebe dall'aureo serto
il florido pomo rapire
desavan. Ma il padre, apprestando pi illustri sponsali,
pens come in Argo gi Dnao le sue quarantotto figliuole
in nozze sollecite strinse avanti che il giorno toccasse il suo mezzo.
Schierato lo stuolo di tutte le vergini presso la mta del circo,
stim che la gara del corso decider dovesse tra tutti gli eroi convenuti
suoi generi, quale ognun d'essi tenere sua sposa dovrebbe.

Epodo
Cos pure il sire di Libia
eletto consorte alla figlia cerc. Tutta adorna la pose
al limite presso del corso, mta ultima: e via l'adducesse
chi primo sfiorava il suo peplo.
Or quivi Alessdamo, il corso rapace compiuto, per mano
prendendo la vergine pura, fra i Nomadi accolti
l'addusse. Su lui molte frondi gittarono, molte ghirlande.
E gi pria, col serto dell'ali
l'avea redimito Vittoria.

,23, ODE PITIA QUARTA
Ad Arcesilo di Cirene
Vincitore col carro a Pito

         Primo
Strofe
Presso al Signor dell'equestre Cirene, a me caro,
frmati, Musa, quest'oggi: con Arcesilo che trionfa
debita un'aura di cantici leva ai Letidi od a Pito,
dove la donna, che all'aquile di Giove seduta vicino
oracoleggia, predisse - n Febo era lungi - che Batto
ne la pomifera Libia colono verrebbe: che avrebbe,
l'isola sacra di Tera lasciando, in un poggio lucente
fondata una rocca famosa pei carri:

Antistrofe
che dopo sette con dieci progenie avverrebbe
quanto la figlia d'Eta, regina dei Colchi, Medea,
piena d'afflato profetico, a Tera, dal labbro immortale
disse:  Porgetemi ascolto, di Numi figliuoli e d'eroi:
d'pafo un giorno la figlia, vi dico, da questa contrada
cinta e percossa dal mare, sar, nella terra d'Ammne,
radice di rocche dilette ai mortali:

Epodo
essi, lasciato il guizzante delfin pei corsieri veloci,
e per le redini i remi, i cocchi dai pie' di procella
governeranno; e metropoli di grandi citt sar Tera,
come l'augurio predisse che un d, su la foce tritonia,
Eufmo, disceso da prora, accolse da un Nume, che d'uomo
aveva sembianza: gli offerse
un dono ospitale di terra; e un tuono di Giove romb.

         Secondo
Strofe
Giunse che sopra la nave gi stavano issando
l'ncora dente di bronzo, la redine d'Argo veloce:
 - ch per i miei consigli, lasciato l'Ocano, sul dorso
delle deserte contrade, per dodici giorni la nave
tratta avevamo - : in quel punto il Dmone apparve soletto.
D'uom venerabile assunta aveva la bella parvenza;
e cominci con parole soavi, s come i gentili,
che gli ospiti invitano da prima al lor desco.

Antistrofe
Ma ci contese il pretesto del dolce ritorno
quivi indugiare. Ei ci disse ch'Euripilo egli era, figliuolo
d'Enosigo sempiterno. Ci vide solleciti; e sbito,
tolto qual prima alla destra gli occorse presente ospitale,
porse una zolla. N stette Eufmo: balz su la spiaggia,
tese la mano alla mano, prese la zolla divina.
So che poi cadde, in un vespro, dal legno; e, rapita dal mare,
disfatta rimase nell'umido gorgo.

Epodo
Spesso i famigli ammoniti avevo io che ben la guardassero:
quelli, infingardi, non n'ebbero pensiero: cos pria del tempo
sparso nei pressi di Tera fu il germe di Libia ferace.
Ch se l'avesse gittato vicino alla bocca dell'Ade,
appena tornato alla sacra sua Tnaro, Eufmo, rampollo
del Nume del mare, e d'Europa,
figliuola di Tizio, che a luce sui clivi lo die' del Cefiso,

         Terzo
Strofe
dopo la quarta progenie la sua discendenza
presa la vasta contrada avrebbe coi Dnai, che allora
via dall'argolico seno, da Sparta e Micene migrarono.
Or trover nei giacigli di donne straniere una stirpe
nobile, cara ai Signori d'Olimpo, che, giunta a quest'isola,
d nascimento ad un uomo signore del nubilo piano.
Anni trascorrono; e questi si reca all'oracol di Pito:
e Febo risposta gli d dal suo tempio

Antistrofe
rutilo d'oro: gli dice che guidi coloni
sopra navigli al fecondo niliaco chiostro di Giove.
Si susseguirono i detti cos di Medea. Muti, immobili,
i Semidei sbigottirono, udendo il profetico spirito.
E, come quella predisse, te, Batto, beato figliuolo
di Polimnsto, te l'ape di Delfo, con grido spontaneo
magnific: quando tu le chiedesti se i Numi concedono
riscatto dell'aspra tua voce, tre volte

Epodo
ti salut di Cirene fatale signore. E tuttora,
qua tra i purpurei calici nel pieno suo fior primavera,
Arcesilo, fra i rampolli ottavo virgulto germoglia.
Pito ed Apollo or concessero a lui la vittoria nei cocchi
fra tutte le genti vicine. Lui voglio alle Muse affidare
e l'auro vello: ch quando
i Min passarono a Colco, piantata fu loro grandezza. -

         Quarto
Strofe
Qual fu la causa che i lini sciogliesser? Qual rischio
con adamntini chiovi li strinse? Era fato di Pelia
che per le man' degli Elidi fulgenti, o per loro indomabili
arti cadesse. E un responso un giorno gl'invia l'umbilico
della frondifera terra, che il cuore scaltrito gli aggela:
Gurdati, gurdati bene dall'uomo d'un solo calzare,
sia cittadino o straniero, che giunga da balze rupestri
ai campi solivi dell'inclita Jolco.

Antistrofe
Anni trascorsero; e un uomo mirabile giunse.
Due giavellotti nel pugno: cingeva i suoi fianchi una veste
quale i Magnes costumano, stretta alle fulgide membra;
ed una pelle di pardo il brivido scherma delle piogge:
n delle fulgide chiome caduti, mietuti dal ferro
erano i ricci; ma tutto di raggi gli empievano il dorso.
Giunse repente nell'gora gremita di popolo, e stette
nel mezzo, campione d'intrepido cuore.

Epodo
Niun conoscealo: pur tutti stupivano; e alcuno diceva:
Certo costui non Apollo: lo sposo dal cocchio di bronzo
non  d'Afrodite: si narra che in Nasso fulgente ebbe morte
d'Ifimeda la prole, tu, Oto, tu audace Eflte:
e dalla faretra invincibile vibrato, lo strale d'Artmide,
percosse fulmino Tizio,
esempio ai mortali che solo di leciti amori s'infiammino.

         Quinto
Strofe
Cos chiedevano garruli, cos rispondevano.
E, tratto a furia dai muli, sul lucido carro, sollecito
Pelia ivi giunse. E, mirando d'intorno al pie' destro il calzare
unico, trasecol. Ma pure, nel fondo dell'animo
dissimulando il terrore: Straniero, gli chiese, qual terra
vanti chiamare tua patria? Qual mai delle donne terrgene
te diede a luce dal grembo fecondo? Favella; e il tuo dire
macchiar non ti piaccia d'esosa menzogna.

Antistrofe
Saldo ne l'animo, mite nei detti, Giasone
questo rispose: Ti dico che fu mio maestro Chirone.
Giungo dall'antro ove Cricla dimora con Flira: quivi
me del Centauro educarono le pure fanciulle. Venti anni
senza macchiare il decoro con atto n motto, l vissi.
Ora alla terra natale ritorno; e l'antico potere
cerco del mio genitore, che, a torto rapito, altri usurpa:
ch ad Eolo e ai suoi figli lo diede il Cronde.

Epodo
Pelia, non giusto, so bene, cedendo a sue brame leggere,
ai miei parenti, legittimi sovrani, di forza lo tolse.
Quelli, temendo l'oltraggio di s tracotante signore,
come pria venni alla luce, la casa velarono a lutto,
e in mezzo a plorare di femmine, la fuga affidando alle tnebre,
di furto, entro fasce di porpora,
mi dirono, ch'ei m'allevasse, di Crono al figliuolo, a Chirone.

         Sesto
Strofe
Ma ben v' nota la somma di questi discorsi.
Or dei miei padri dai bianchi corsieri le case mostratemi,
nobili concittadini, Figliuolo d'Esne,  mia patria
questa ove io giungo, non terra straniera. Solea la divina
fiera chiamarmi Giasone. Cos favell. - Come giunse,
lui ben conobbero gli occhi del padre. Dai cigli vetusti
lagrime ardenti stillarono; e gioia lo invase; ch bello
pi d'ogni mortale, vedeva suo figlio.

Antistrofe
Corse la fama. Ed entrambi d'Esne i fratelli
vennero ad essi. Ferte da presso, dal fonte d'Ipria:
Amitan da Messene; e, fidi al cugino, pure essi
presto Melanto ed Admeto correvano. A mensa imbandita,
con amorevoli detti, li accolse Giasone, di ricchi
doni fe' gli ospiti lieti, profuse per cinque continui
giorni, per cinque continue notti ogni gaudio, falciando
i petali sacri di vita e di gioia.

Epodo
Ma gravi detti nel sesto parl: dal principio i congiunti
rese partecipi d'ogni disegno. Assentirono; e sbito
sursero via dalle tende, di Pelia al palagio pervennero,
ruppero dentro. E il figliuolo di Tiro chiomata li ud,
si fece a lor contro. E Giasone, con voce soave stillando
parole tranquille, gitt
le basi di saggio discorso. Figliuolo del Nume di Petra,

         Settimo
Strofe
pi che giustizia, le menti degli uomini pronte
sono a lodar frodolento guadagno, sebben della crapula
triste  il dimani. Ma io, ma tu, meglio val che, deposta
l'ira, tessiamo un futuro felice. Favello a chi sa:
Crteo, Salmneo superbo da sola una madre ebber vita:
noi, per tre evi discesi da quelli, miriamo la possa,
l'oro del sole. Via fuggono le Parche a nascondere l'onta,
se scoppiano liti fra genti cognate.

Antistrofe
Non ci conviene spartire coi brandi di bronzo
n con le lance l'immenso retaggio dei nostri maggiori.
Dunque, le greggi e le fulvide mandre dei bovi io ti lascio;
tutte le terre ti lascio, che ai miei genitori predate,
ari, ed impingui il tesoro: che crescea per ci la tua casa,
grave non m'. Ma lo scettro regale, ma il trono ove al popolo
dei cavalieri impartiva giustizia il figliuolo di Crete,
tu rendimi, ed vita un pubblico scempio,

Epodo
vita nuove sciagure che apprestino a noi tali eventi.
Disse Giasone. Tranquillo pure esso, a lui Pelia rispose:
Qual mi bramate sar. Ma su me di vecchiaia gi volgonsi
gli anni: a te schiudesi turgido il fior della vita. Tu puoi
da me tener lungi lo sdegno degl'Inferi. Frisso m'impose
che andassi alla reggia d'Eta,
il vello a predar dell'arete, sul quale dal mare, dall'arti

         Ottavo
Strofe
della noverca mia subdola, un giorno fui salvo.
Tanto mi giunge a svelare mirabile un sogno. A Castalia
mando a cercare se fede prestare gli debba; e risposta
m'ebbi che appena ch'io possa prepari una nave e una schiera.
Or compi tu quest'impresa; e regno e potere a te giuro
ch'io ceder. Testimonio del giuro solenne, ad entrambi
Giove, comune parente, sar. Stabilito tal patto,
di l si partirono. Ed ecco, Giasone

Antistrofe
messi sped che annunciassero la gesta proposta
per ogni terra. E tre figli di Giove, guerrieri indomabili,
sbito giunsero: i nati d'Alcmna e di Leda. E due prodi
floride chiome, rampolli del Nume del pelago, mossero
consci del loro valore, da Pito, da Tnaro eccelsa:
e giunse al vertice allora la gloria d'Eufmo, e la tua,
Periclimno gagliardo. E Orfeo venne, figlio d'Apollo
signor della ctera, padre dei canti.

Epodo
Ermes dall'aurea verga due figli al periglio mand
gmini: Echione ed rito, rigogli di giovine forza.
Due velocissimi giunsero dai piedi dell'Alpe di Pange,
Zeto e Calide, dal dorso tutto ispido d'ali di porpora:
ch Brea, signore dei venti, lor padre, con ilare cuore
sollecito, d'armi li cinse.
Ed Era nel petto agli eroi desire dolcissimo infuse

         Nono
Strofe
d'Argo, ch niuno restasse solingo in disparte,
presso la madre, a smaltire lontan dai perigli la vita;
ma, pure a prezzo di morte, cercasse un bellissimo farmaco
l'ansia di gloria a lenire. Or, poi che tal fiore di nauti
scesero a Jolco, Giasone accolse ciascuno con laude.
E con augur, Mopso profeta, con sacri responsi
vaticinando, la schiera fe' lieta salir su la nave.
E poi che sui rostri fu l'ancora issata,

Antistrofe
sovra la poppa Giasone, levando una tazza
d'oro, invoc degli Urnidi il re che lontano saetta,
e dei marosi e dei venti le rapide posse, e le notti,
e le bonacce, ed i valichi marini, ed il fausto ritorno.
Gi da le nubi rispose rombando la voce del tuono,
gi da la folgore franta scoscese un barbaglio di raggi.
Trassero, ai segni propizi del Nume, profondo respiro
gli Eroi. Quindi l'ordine die' ad essi il profeta

Epodo
che remigassero. Dolce speranza nei cuori s'infuse,
senza fastidio si tesero le palme veloci al remeggio.
Spinte dai soffi di Noto, la foce toccr dell'inospite
pelago; e un sacro sacello v'eressero al Nume del mare:
ch quivi rinvennero un gregge di fulgidi tauri, ed il cavo
d'un'ara costrutta di fresco.
E, al grave periglio andando, pregarono il Dio delle navi,

         Decimo
Strofe
che delle rupi cozzanti fuggire potessero
l'urto terribile. Due quelle erano; e vive; e sui flutti
rapide pi rotolavano che il volo e il frastuono dei venti.
Pure, segn la lor morte di quei Seminumi la gesta.
Quinci pervennero al Fasi, e ai negri abitanti di Colco;
ed al mirabile Eta dir di loro possanza.
Cpride saettatrice, qui pria gi d'Olimpo ai mortali
rec la torquilla, l'augello deliro,

Antistrofe
varopinto, costretto di laccio insolubile
ai quattro raggi d'un cerchio. E apprese all'Esnide saggio
preci e scongiuri, ch in cuore spengesse a Medea la vergogna
dei genitori; e dell'Ellade Desio, col flagel di Suada,
lei, gi infiammata nel cuore, domasse. I cimenti e i segreti
del genitore svel. Ed oli di farmachi antidoti
contro le piaghe di fiamma tempr, glie li die', che s'ungesse.
E insieme convennero le nozze soavi. -

Epodo
Or pianta Eta nel mezzo l'aratro adamntino e i bovi
che dalle fulve mascelle sprizzavano vampe di fuoco
rutilo; e al snito alterno dei zoccoli bronzei, la terra
sotto rombava. Da solo reggendoli, al giogo li avvinse,
aperse un gran solco diritto, li spinse, e alla terra glebosa
d'un cbito il dorso fend;
e disse cos: Gesta simile mi compia il signor della nave,

         Undicesimo
Strofe
e s'abbia il vello fulgente di bioccoli d'oro.
Disse. E Giasone, fidente nel Nume, gittata la veste
crocea, s'accinse all'impresa: schermivano il fuoco gl'incanti
della maliarda straniera. L'aratro piant, le cervici
sotto la forza del giogo dom, la molestia del pungolo
su la possanza dei fianchi vibr, tutto il solco propostogli
schiuse il gagliardo. Alto un urlo nel cuore, con muto dolore,
Eta, mirando tal possa, lev.

Antistrofe
Tesero al forte campione gli amici le palme,
serti di frondi gli cinsero, gli disser parole soavi.
Ed il mirabile figlio del Sol gli svel dove il fulgido
vello reciso dal ferro di Frisso giaceva. N ch'egli
mai quella impresa compiesse credea: ch giaceva in un bosco:
e lo tenevano stretto le orrende mascelle d'un drago
che per lunghezza e larghezza passava un naviglio che i colpi
dell'asce costrussero, che remi ha cinquanta.

Epodo
Ora  per ch'io ripigli mia strada; ch il tempo m'incalza.
Breve un sentiero conosco; e agli altri nell'arte son guida.
Quel maculato occhicerulo dragone spengea con l'astuzia:
seco rapiva Medea concorde, onde Pelia ebbe morte:
tra i gorghi d'Ocano, nel ponto purpureo, s'univa a una stirpe
di femmine lemnie omicide.
E qui dell'ignude lor membra mostrr negli agoni la possa.

         Dodicesimo
Strofe
Giacque con quelle; e nei solchi stranieri, quel giorno
e quelle notti accoglievano il germe fatale del raggio
di vostra prospera sorte. Ch, quivi piantata, d'Eufmo
sempre fior poi la stirpe, che, mista alla gente di Sparta,
l'isola bella di Tera negli anni venturi occup.
Donde il figliuol di Latona vi spinse nei piani di Libia,
ch col favore dei Numi pi floridi voi li rendeste,
e aveste a dimora Cirene divina,

Antistrofe
della celeste giustizia trovando le vie.
L'arte d'Edpo or ti valga. Se alcuno col fil della scure
tronca le rame di quercia gigante, e deturpa l'aspetto
fulgido, pur cos sterile, dimostra sua nobile stirpe,
sia che, nutrendo la fiamma, fra i geli del verno si strugga,
sia che, confitta nel suolo, fra erette colonne regali,
regga, fra mura straniere, gravoso increscioso travaglio,
lontana dal suolo che a luce la diede.

Epodo
Medico atteso tu giungi: Peane di luce t'irraggia:
devi alla piaga appressare leggera la mano, e curarla.
Facile  pure agli inetti turbar la citt; ma di nuovo
metterla salda sui piedi, difficile impresa, se un Nume
non giunge improvviso a guidare chi guida la nave. Le Criti
per te questo compito filano:
e tu con assidua cura provvedi a Cirene beata.

         Tredicesimo
Strofe
Medita pure ed onora quel detto d'Omero.
Disse che il nobile araldo di pregio ogni officio riveste.
Anche la Musa pei buoni messaggi s'allegra; e Cirene
sa bene, sa bene la casa di Batto famosa, qual mente
nutra Demfilo.  questi garzon fra i fanciulli; ma quando
uopo vi sia di consiglio,  vecchio, che un secolo visse.
Ei sa spogliar d'ogni illcebra sonora le lingue malediche;
apprese a odare ciascun tracotante;

Antistrofe
mai non contrasta le azioni dei buoni; di nulla
mai non procrastina il termine: ch presto il momento opportuno
fugge: ei lo sa; n qual servo, bens qual ministro lo segue. -
Dicon che nulla  pi triste che il bene conoscere, e a forza
lungi doverne restare. Atlante egli  quasi: col cielo,
lungi dai beni, e dal suolo che nascer lo vide, s'affronta.
Giove immortale i Titani pur sciolse. Col volger del tempo,
se cadono i venti, si mutan le vele.

Epodo
Ora egli implora che infine, sanato dal morbo fatale,
possa vedere il suo tetto: che presso la fonte d'Apollo
l'alma rivolga, fra lieti conviv, alle giovani cure,
e fra i poeti reggendo la ctera ornata, la tocchi,
innocuo fra i suoi cittadini, e incolume. Arcesilo,
ben egli narrarti potr
qual fonte di cantici ambros in Tebe ospitale rinvenne.

,24, ODE PITIA QUINTA
Per Arcesilo di Cirene
Vincitore col carro a Pito

         Primo
Strofe
Grande il potere della ricchezza,
quando, con pura virt commista,
l'adduca un uomo,
che l'ebbe in sorte, cara compagna,
nella sua casa
Arcesilo
diletto ai Superi, tu ben l'eserciti
con buona fama,
dai gradi primi della tua vita,
merc di Castore dal carro d'oro,
che, dopo il nembo vernale, effonde
su la felice tua casa fulgida serenit.

Antistrofe
Uso discreto della potenza
data dai Numi fa l'uomo saggio.
Te, che giustizia
segui, circonda beatitudine
molta: sei principe
di citt grandi,
e il sommo ingenito pregio che impresso
t' nell'aspetto,
in te si fonde col senno eccelso;
ed or, beato sei, che, riscossa,
coi tuoi cavalli, celebre gloria
da Pito, accogli questo corteggio, queste canzoni,

Epodo
giuoco d'Apollo. Dunque sovvengati, mentre in Cirene
te d'Afrodite presso i dolci orti
cantano gl'inni,
al Dio la causa recar d'ogni opera,
e pi d'ogni uomo gradire Crroto,
che non la scusa, figlia d'Epmete
mal previggente rec, tornando
alla magione giusta dei Bttidi;
ma poi che ospizio
gli diede l'onda Castalia, strinse
alla tua chioma dei cocchi il fregio,

         Secondo
Strofe
le briglie illese reggendo a dodici
giri nel suolo sacro alle corse.
Ch non infranse
niun degli arnesi; ma intatte pendono,
quant'egli seco
d'abili artefici
opre dal crisio clivo alla concava
valle del Nume
addusse: pendono dentro la stanza
ch' di cipresso pareti, presso
la statua, sculta da solo un tronco
che all'aula delfica diro i Cretesi saettatori.

Antistrofe
Dunque, chi bene ti fece, accogliere
convien con animo benigno. O Crroto,
o d'Alessibio
figlio, le Criti dal crine d'oro
di luce avvampano
te fortunato,
che, dopo gravi pene, riscuoti
di celeberrime
laudi ricordo, che fra quaranta
piombanti aurighi, con cuore impavido
salvato il cocchio, torni dai fulgidi
ludi alla patria Cirene, torni di Libia al suolo.

Epodo
Uomo non vive da pene immune, n mai vivr:
con vece alterna dura l'antica
sorte di Batto:
di Batto, fulgida per gli stranieri
pupilla, torre per la citt.
Sino i leoni dal rugghio orribile
fuggr sgomenti lui, poi che addusse
di l dal mare straniera lingua:
infuse in essi
terrore Febo: ch di Cirene
al sire, l'sito dei suoi responsi

         Terzo
Strofe
non fosse vano: Febo che agli uomini
porge e alle femmine filtri pei gravi
morbi, e la ctera
trov, che ispira l'estro in chi vuole,
che giuste norme
senza contrasti
nei petti induce, che di fatidici
recessi ha cura:
per esso in Argo, nella santissima
Pito, ed a Sparta, d'Egimio e d'Eracle
i prodi figli presero sede.
Ma io cantare debbo la gloria da Sparta uscita.

Antistrofe
Da Sparta vennero gli uomini Egdi
miei padri; e a Tera, non senza l'opera
dei Numi, giunsero:
ch un fato addusse quivi il banchetto
ricco di vittime
di qui redtolo,
o carno Febo, nel tuo convivio
cantiam Cirene,
la ben costrutta citt: la tengono
gli antenordi Troiani, gente
vaga di guerre: venner con Elena,
quando la patria videro in guerra fumar distrutta.

Epodo
E questa equestre gente sollecita, con sacrifizi,
con doni accolse le nuove turbe
cui su le celeri
navi Aristtele guid, schiudendo
la via del pelago profondo, e i chiostri
dei Numi rese pi amp: a lui
le salutifere pompe apollinee
debbon la dritta strada, dai lastrici
sodi allo scalpito
dei corridori. Quivi in disparte
ei giace, ai limiti di questa piazza.

         Quarto
Strofe
Sopra la terra beato ei visse:
eroe fu poscia, culto dal popolo.
E a parte giacciono
gli altri sovrani sacri, che ottennero
sepolcro innanzi
la reggia; e sentono
col cuor defunto la somma loro
virt di molle
rugiada aspersa dalla profluvie
degl'inni: onore per essi, debita
gloria per Arcesilo, progenie
loro, che Febo dall'arco d'oro deve esaltare

Antistrofe
con la canzone dei giovinetti:
ch'ebbe, in compenso dei suoi dispend,
l'inno di Pito.
I saggi onorano quest'uomo; ed io
quello che dicono
dir: che nutre
parola e senno maggior degli anni:
per l'ardimento
 come l'aquila fra gli altri augelli:
e negli agoni solida torre:
sin dalla nascita penne gli crebbero
per l'arti musiche: saggio di cocchi maestro or pare.

Epodo
E quante indigene strade si schiudono d'eccelse prove,
tutte affrontava. Benigno il Dmone
sinora fausto
gli diede l'esito. Deh, fate, o Superi,
che nei consigli, nell'opre, simile
sia l'avvenire. N mai la vita,
gli strugga soffio vernal che i frutti
macera. Giove d norma al Dmone
dei suoi diletti;
ond'io lo prego che pur l'olimpico
fregio alla stirpe doni di Batto.

,25, ODI PER OPUNTE, CORINTO E RODI
,26, ODE OLIMPIA NONA
Per Efarmosto di Opunte
Vincitore nel pugilato

         Primo
Strofe
La canzone d'Archiloco, l'inno
che, fregio a chi vinse la gara, tre volte risuona in Olimpia,
bast per guidare Efarmosto
insiem con gli amici festante ai piedi del clivo di Crono.
Ma or delle Muse che lunge saettan dagli archi
dirigi le cuspidi a Giove, Signor venerando
dal folgor purpureo,
e d'Elide al poggio,
cui Plope, eroe della Lidia,
ottenne, e fu dote bellissima d'Ippodama.

Antistrofe
Scaglia pure un dolcissimo strale
a Pito: di certo non lanci canzoni che cadano al suolo,
se tu su la ctera esalti
le gesta dell'uomo d'Opunte famosa, e lui lodi e suo figlio:
d'Opunte che a Temi e a Salute, che al giusto Governo
 sacra, e fiorisce per inclite prove, nei pressi
del fonte Castalio,
dei gorghi d'Alfeo,
che or lei, genitrice di Locri
famosa per gli alberi, esalta col fiore dei serti.

Epodo
Or io la citt prediletta
con la furia dei cantici ardendo,
pi veloce di nobil corsiero,
di alato naviglio, tal nuova
per tutta la terra vo' spargere,
se pure con mano fatale
edco l'eletto verzier delle Grazie:
dnno esse ai mortali il piacere:
ch forza e saggezza degli uomini sono opra dei Numi.

         Secondo
Strofe
E chi mai diede ad Eracle possa
che contro il tridente vibrasse la clava, quel giorno che in Pito
piombava su lui Posidne,
e Febo piombava, scoccando saette dall'arco d'argento,
n Ade ozosa la verga teneva con cui
i corpi degli uomini pel tramite adduce dei morti?
Mio labbro, respingi,
respingi l'istoria:
ch ai Numi lanciar contumelie
 infesta saggezza,  vanto che suona importuno,

Antistrofe
 canzon che s'accorda a follia,
Non dire pi a lungo: tralascia dei Numi ogni guerra, ogni lite;
e volgi il tuo canto alle mura
di Protogena, dove Pirra, con Deucalone, discesi
per fato di Zeus, dal Parnaso, fondava la casa
primiera; e da pietre produssero, senza imenei,
lapideo popolo
che detti fr Lai.
Per essi il suon desta degli inni
e loda il vin vecchio, e il fiore dei carmi novelli.

Epodo
Raccontan che un giorno la terra
fu sommersa da un impeto d'acque;
e che poi, per decreto di Giove,
d'un tratto, un rigurgito bevve
la morta palude. Discesero
da quelli i vostri avi, che scudi
reggevan di bronzo: dal ceppo remoto
venan di Giapto, figliuoli
di floride figlie di Crono, re indigeni sempre,

         Terzo
Strofe
pria del giorno che il re degli Olimp,
rapita la figlia d'Opunte dal suol degli Epi, di nascosto
con lei si mesceva sui gioghi
del Mnalo; e a Locro l'addusse, perch non cogliesse vecchiaia
lui privo di figli. Concetto fu il germe divino;
e molto l'eroe fu lieto del figlio supposto;
e il nome gli pose
dell'avo materno.
E fu per aspetto e per opere
mirabile; e popolo e regno gli diede in retaggio.

Antistrofe
E da lungi venivano estranei,
e d'Argo, e di Tebe, e d'Arcadia, e alcuni da Pisa. E fra tutti
a lui fu diletto il figliuolo
d'Attrre e d'Egina, Menezio; di cui fu rampollo l'eroe
che insiem con gli Atridi venuto a Teutrante, stie' saldo
a fianco d'Achille, solo ei, quando Tlefo contro
le navi incalzava
i Dnai fuggiaschi.
Chi bene intendeva, allor vide
di Ptroclo l'indole guerriera; onde il figlio di Teti

Epodo
gl'impose che mai nella zuffa
luttuosa, pugnasse lontano
dalla sterminatrice sua lancia.
Deh, possa, trovando bei cantici,
il cocchio io salir delle Muse,
e ardire e possanza mi seguano!
Ma qui son venuto per dire dell'ospite
Lamprmaco gl'istmici serti,
e quelli che insieme con lui riscosse Efarmosto:

         Quarto
Strofe
ch un sol d trionfarono entrambi.
Altre due di Corinto alle soglie vittorie otteneva Efarmosto:
ed altre nei grembi Nemi;
ed in Argo tra gli uomini vinse, fanciullo in Atene; e che gare
lo vide affrontar Maratona pei calici argentei
con gli uomini adulti, e appena lasciava gl'impuberi!
Prostr con precipite
astuzia infallibile
quei forti: e che grido suon,
ch'ei giovine e bello, s valido fosse ne l'opera!

Antistrofe
Pur mirabile apparve nei giuochi
solenni di Giove Lico, fra il denso convegno parrasio;
e quando port da Pellne
le lane, che calde riparano da rigide brezze; ed attestano
per lui di Iolo la tomba, ed Elusi marina.
 ottimo quanto natura form; ma troppi uomini anelano
lucrar con apprese
virt rinomanza.
Ogni opra che senza l'aiuto
del Nume si compia, non scapita ad esser taciuta.

Epodo
Qual pi, quale meno lontano
i sentieri conducon; n tutti
una sola passione nutriamo.
Cosa ardua, saggezza. Porgendo
tal premio, fa' cuore, e ruggi alto
che in prospera sorte quest'uomo
 nato, ch' forte di mani e di membra,
che spira valore, e d'Aiace
figliuol d'Oilo, nel banchetto, recinse l'altare.

,27, ODE OLIMPIA TREDICESIMA
A Senofonte di Corinto
Vincitore nello stadio e nel pentatlo in Olimpia

         Primo
Strofe
Celebrando la casa che vinse
tre volte in Olimpia, benevola ai suoi,
e amica degli ospiti, io visito
Corinto felice, vestibolo,
del Sire marino dell'Istmo, di giovani lieto.
Quivi abita, insieme con Ordine, Giustizia sua suora, per cui
in pie' le citt restan salde, e Pace, datrice di beni,
figlie auree di Ttide dal savio consiglio.

Antistrofe
Tracotanza, ch' madre superba
dell'Odio, sanno esse respinger lontano.
Prodezze ho da dirti; e baldanza
secura sospinge mia lingua.
 vano conato celare l'innato costume
figliuoli d'Alete, a voi spesso concessero l'Ore fiorite
fulgore d'eroi, vincitori son somma virt, negli agoni,
e infusero spesso nel cuor dei nepoti

Epodo
l'ingegno degli avoli. - Ogni opera
a chi la rinvenne appartiene.
Di dove le grazie comparvero del ditirambo
mugliante, ch' sacro a Dniso?
Agl'ippici freni chi diede la norma?
Sovr'esso il fastigio dei templi chi l'aquila indusse?
La Musa fiorisce pur essa
per voi: tra le pugne ferali fiorisce anche Marte.

         Secondo
Strofe
Tu, Signore, che Olimpia proteggi,
favor sempiterno concedi ai miei detti.
Fa' tu che sia salva Corinto,
che un Dio Senofonte beato
conduca con prospero vento: gradisci da lui
i serti, l'encomio ed il rito ch'ei reca dai campi di Pisa,
vincendo nel pntatlo, e insieme nel correr lo stadio. Nessuno
avea dei terrgeni mai tanto ottenuto.

Antistrofe
E due serti lo cinsero d'apio,
quand'egli comparve nei giuochi dell'Istmo:
Nemea non contrasta: sui gorghi
d'Alfeo, vedi estrutta la gloria
di Tessalo, il padre, che vinse nel corso; ed a Pito
gli diede un sol d nello stadio l'onore del duplice corso;
e ancora quel mese, in Atene rupestre, gli die' tre compensi
il giorno che premia le gare dei piedi,

Epodo
e sette in Ellotia; e nei riti
marini del sire del pelago,
i canti favellano a lungo del padre Tdoro,
di Tersia, d'Ertimo; e in Delfi,
che gloria, e nei paschi Nemei del leone,
fu vostra! Con troppi m'azzuffo, se debbo esaltare
la copia di vostre vittorie:
ch mai non saprei numerare le arene del pelago.

         Terzo
Strofe
A ogni cosa conviene misura;
ed  provvederla saggezza opportuna. Ora s'io,
spedito su pubblica nave
dir dei vostri avoli il senno,
l'eroica prodezza, non mento, esaltando
Corinto nei cantici, e Ssifo, che al pari d'un Nume fu scaltro,
e quella ch'elesse le nozze contrarie ai voleri del padre,
Medea, che salvezza die' ad Argo e a Giasone.

Antistrofe
Anche innanzi alle mura di Drdano,
apparver pugnando da entrambe le parti i Corinz,
per mettere fine alla guerra,
alcuni coi figli d'Atro,
per Elena togliere, ed altri a difesa di Troia.
Tremarono i Dnai per Glauco, venuto di Licia al soccorso.
Diceva ei che impero, che grandi sostanze e regale dimora
avea di Pirene fra i muri suo padre,

Epodo
che al giogo costringere Pgaso
volendo, figliuol della Grgone
chiomata di vipere, molto sovresse le fonti
soffr, pria che Pllade il morso
tutto aureo gli desse. Dal sonno, repente
il vero gli apparve: Tu dormi, signor degli Eol?
A te questo magico freno:
tu mostralo al Sire del pelago, tu sgozzagli un tauro.

         Quarto
Strofe
La fanciulla dall'egida fosca
cos fra le tenebre notturne gli disse,
mentr'egli dormiva. Di sbito
in piedi balz; quel prodigio
pigli; Polivde cerc, di sua patria indovino,
e tutto l'evento gli disse: com'egli, obbedendo ai suoi detti,
la notte a giacer s'era posto vicino all'altar della Diva,
e come la figlia del Sir della folgore

Antistrofe
gli avea dato quell'aureo morso.
Gl'impose che sbito al sogno ubbidisse;
e quando al possente Signore
avesse immolata la fiera
pie' saldo, un altare fondasse per Pllade equestre.
La possa dei Superi compie gli eventi oltre il giuro e la speme.
E Bellerofonte gagliardo, lanciatosi, cinse all'alato
corsier le mascelle col magico freno,

Epodo
domato lo tenne, gli ascese
in groppa, e, coperto di bronzo,
a danza guerresca lo spinse. Con quello, dai gorghi
deserti dell'aere di gelo,
colp delle Amzzoni le arciere falangi,
e spense Chimera che fuoco spirava, ed i Slimi.
La fine sua taccio. In Olimpo
accolgon la fiera gli aviti presep di Giove.

         Quinto
Strofe
Or, s'io scaglio la furia veloce
dei dardi, non giusto mi sembra che troppi
di l dalla mta ne avventi:
ch'io venni a servire le Muse
e i figli d'Olgete all'Istmo e a Nemea. Molte cose
ben chiare, con poche parole dir: testimonio giurato
a me cento volte in entrambe le gare sar dell'araldo
onesto la voce che suona soave.

Antistrofe
Le vittorie d'Olimpia gi prima
cantai, non m'inganno. Dir le venture
assai di buon grado: ora ho speme,
ma l'esito  in Dio. Pur mi sembra,
se il Dmone patrio li assista, che a Enalo e a Giove
vorran confidare tale esito. Ma quante sottesso il Parnaso
e in Argo ed in Tebe compieano bell'opere, dir, ch le seppe,
l'altare che domina i gioghi Lici;

Epodo
Pellne, Sicione e Megara,
e il bosco ch' siepe agli Ecidi
secura; il diran Maratona la pingue, e le belle
le ricche citt sotto l'Etna
sublime, e l'Euba. Se poi tutta l'Ellade
tu cerchi, a scoprir tutto quanto non basta lo sguardo.
Su', piedi leggeri, alla riva!
O Giove, e modestia tu accordaci, tu lieta ventura.

,28, ODE OLIMPIA SETTIMA
A Digora da Rodi
Vincitore nel pugilato in Olimpia

         Primo
Strofe
Come l'uomo che un calice d'oro, prezioso cimelio
di quante ricchezze ei possiede,
in cui la rugiada
dei grappoli bulica, leva con prodiga mano, e lo dona
al genero suo giovinetto, libando da un tetto a un tetto, e onora simposio e parente,
e segno d'invidia fra i giovani lui fa, per le nozze concordi:

Antistrofe
cos io, di mio spirito il frutto soave stillando,
gli eroi che in Olimpia ed in Pito
vincevan le gare,
col nettare vo' delle Muse propizi a me render. - Beato
chi cinto  di nobile fama. La Grazia che infiora la vita, or questo protegge, ora quello,
con note soavi di ctere, di flauti con vario sospiro.

Epodo
Ed ora con flauti e con ctere, cantando Dgora, io giunsi
a Rodi, alla Ninfa marina, di Cpride figlia e del Sole;
e l'uomo possente ed audace sublimo, che presso l'Alfo,
che presso la fonte Castalia,
vincendo la pugile gara, di serto fu cinto; e suo padre Damgeto, caro a Giustizia.
Essi hanno dimora, con gli uomini d'Argo, vicino allo sprone
dell'Asia infinita, nell'isola cui fanno tre rocche famosa.

         Secondo
Strofe
Menan vanto ch' Giove lor ceppo paterno: ch sono
gagliarda progenie d'Alcide:
ad Astidama
loro ava, fu Amntore padre. - Ora io, dai primi evi movendo,
a voi di Tleplemo voglio l'antica leggenda esplicare. Degli uomini attorno a le menti
si appendono errori infiniti, n alcuno pu mai prevedere

Antistrofe
quali fatti maturin per l'uomo pi prospera sorte.
Un giorno, in Tirinto, il signore
che venne a quest'isola,
salito in furore, vibr lo scettro di duro oleastro,
e uccise Licimnio, bastardo fratello d'Alcmna, nel tlamo nato di Midia: ch l'ira
sconvolge anche ai sav la mente. E al Nume un oracolo chiese.

Epodo
E il Dio chioma d'oro, dagli aditi fragranti del tempio, gl'impose
salpare dai lidi di Lerna a un pascolo cinto dal mare,
l dove il gran re dei Celesti un tempo la rocca innondava
coi fiocchi d'un'aurea neve,
quel d che per l'arte d'Efsto, pel cozzo di bronzea scure, dal sommo cerbro del padre,
Atna balz fuor, cacciando un urlo acutissimo, immane,
e tutta la terra ed il cielo un orrido brivido corse.

         Terzo
Strofe
Il figliuol d'Iperone, il Dmone datore di luce,
pensando al futuro vantaggio,
ai figli diletti
impose che primi alla Diva levassero un'ara fulgente,
e, offertivi sacri libami, molcessero al padre e alla figlia che in guerre dilettasi, il cuore:
ch agli uomini reca salute saper di Promteo l'arte.

Antistrofe
Ma una nube imprevista d'oblio su loro si stese;
e lunge dal giusto sentiero
svi le lor menti.
Asceser l'Acrpoli privi del germe divin della fiamma,
e il tempio sacraron senz'ardere vittime. Il padre, addensando su loro una nuvola gialla,
molto oro fe' piovere. E ad essi la Diva che glauche ha le ciglia

Epodo
concesse in ogni arte fra gli uomini ecceller con abili mani
e statue simili agli esseri ch'n moto portavan le vie;
onde alta s'effuse lor gloria: l'artefice saggio, ben grandi
miracoli fa, senza frode. -
Le antiche leggende degli uomini raccontan che un d si divisero Giove e i Celesti la terra;
che ancora fra i gorghi marini non era visibile Rodi,
ma l'isola gi negli abissi salmastri nascosta giaceva;

         Quarto
Strofe
e che il Sole non c'era; e niun trasse per lui la sua sorte.
Cos lo lasciarono senza
retaggio di terra,
il Dmone puro. Egli a Giove lo disse; e a ripeter la prova
gi quegli era pronto. Ma il Sole non volle, Dal fondo del mare, fra spume, vedeva, egli disse,
levarsi una terra ferace di biade, ridente di greggi.

Antistrofe
E Lachsi dall'auro velo preg che le palme
su alto levasse, e giurasse
di non volare
il gran giuramento dei Numi, ma insieme assentisse col figlio
di Crono, che l'isola, a luce venuta, perenne retaggio suo fosse. - Caduti nel vero,
quei voti fiorirono. E l'isola dall'umido gorgo sbocci.

Epodo
Ed or sua la tiene il Signore che genera i raggi corruschi,
che guida i cavalli dal fiato di fiamma. E qui un giorno s'un
con Rodi; e ne nacquero sette figliuoli, le menti pi sagge
che fosser fra gli uomini prischi.
E un d'essi fu padre a Ialso, che primo gli nacque, e a Camro, e a Lindo. E divisero il regno.
La terra paterna in tre parti divisero; ognuno una rocca
si tenne; ed ancor dai lor nomi le sedi derivano il nome.

         Quinto
Strofe
A espiar la fatale sciagura, pel re dei Tirinzi
Tleplemo, un dolce compenso,
come uso  pei Numi,
 qui stabilito: un corteo che fumiga d'ostie, e un giudizio
d'agoni; i cui fiori tre volte Digora cinse alle chiome; e quattro nell'Istmo famoso;
e l'una su l'altra a Nemea, e sovra le rocce d'Atene.

Antistrofe
Bene pure il conobbero i bronzi che foggiansi in Argo,
e l'opre d'Arcadia e di Tebe,
le gare beote,
Pellne ed Egina: qui vinse sei volte; n dicon diverso
Megara e gl'incisi suoi marmi. - Su', Giove, signore che reggi le balze del monte Atabirio,
onora la legge dell'inno che onora chi vinse in Olimpia,

Epodo
e l'uom che nel pugile gioco trov la sua gloria. Concedi
che grazie fra i suoi conterranei, che grazie riscuota fra gli ospiti.
Ch egli per vie s'incammina nemiche a superbia; e ben nota
 a lui la saggezza dei padri.
Di Calliantte la stirpe comune celar non ti piaccia. Se feste in onor degli Ertidi
si fanno, di feste sonora  pur la citt. Ma in un punto
del tempo, per tramiti var si sfrenan le Furie del vento.


