Francesco Petrarca

Sommario: 1. La vita. 2. Le opere ascetico-morali. 3. Petrarca e il
mondo classico. 4. Verso l'unit: i Trionfi e il De remediis utriusque
fortunae. 5. Il Canzoniere.

La vita.
Francesco Petrarca  nacque ad Arezzo il 20 luglio del 1304. Il padre,
ser Petracco, notaio fiorentino, era stato mandato in esilio nell'autun-
no del 1302 per l'ostilit di un potente personaggio della parte Nera,
che da poco si era impadronita del potere in Firenze: era dunque un
fuoruscito politico come Dante; ed  probabile, come affemma Fran-
cesco stesso, che avesse anche rapporti di amicizia personale con il
grande poeta. Nel 1309, revocata la- condanna, ser Petracco sarebbe
potuto tomare in patria, ma, nella speranza di trovare una pl SICU-
ra sistemazione, prefertrasferirsi con la famiglia ad Avignone, dove
allora risiedeva la Curia papale.
     Francesco, dopo i primi studi, fu inviato appena dodicenne al-
I'Universit di Montpellier per apprendere le discipline giuridiche. A
sedici anni pass, con il fratello Gherardo, a Bologna, uno dei mag-
giori centri universitari d'Europa. Ma lo studio del diritto lo interes-
sava poco, nonostante la riverenza ispiratagli da alcuni maestri, in
cui gli pareva di veder rivivere la maest degli antichi giuristi roma-

     Nel tracciare il profilo della persorullit e dell'opera petrarchesche abbiamo
soprattutto tenuto presenti il capitolo dedicato al Petrarca in N. Sapegno, ll Tte-
cento, 3' ed., Milano, Vallardi, 1966, e la monografia di U. Bosco, Franccsco Pe-
trarca, Bari, Universale Laterza, 1968.

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ni. Le sue tendenze erano gi ehiaramente indirizzate verso le lettere,
e forse proprio a Bologna eominci a comporre i primi versi in vol-
gare. Alla morte del padre, nel 1326, torn ad Avignone senza com-
pletare gli studi. Qui cominci a condurre vita frivola e dissipata, ot-
tenendo rapidamente fama e favori presso la societ aristocratica per
le sue doti di arguzia e di eleganza. Scriver anni dopo al fratello,
rievoeando quel periodo giovanile:  Che paura che i eapelli mi si
scompigliassero, che un soffio di vento mi arruffasse i ricci! Come
fuggivo i quadrupedi che mi venivano incontrO o dietro, perch la
veste profumata e nitida non si insudiciasse o perdesse le pieghe! .
Contemporaneamente, cominci l'esercizio di raffinato rimatore. Sul-
le orme dei poeti stilnovisti, come Dante e Cino da Pistoia, volle rac-
cogliere tutti i motivi della sua poesia intorno a un'unica immagine
femminile, Laura, la donna da lui incontrata nella chiesa di S. Chiara
ad Avignone il Venerd Santo del 1327. Si  a lungo discusso sull'ef-
fettiva realt di questo amore, e si  persino dubitato dell'esistenza
storica della donna; ora pare certo che si tratti di una vicenda reale,
tuttavia nella vita pratica dell'uomo Petrarca l'amore per Laura non
dovette essere che un episodio effimero; e nella poesia assunse pi
che altro il valore di un simbolo, in cui il poeta concentr tutto un
mondo complesso di interessi e problemi morali, religiosi, politici e
letterari.
    Ma la vita del giovane Petrarca non era solo occupata dalle ari-
stocratiche conversazioni, dall'amore e dalla poesia: egli sentiva an-
che fortemente l'esigenza di una vita sicura, il bisogno degli agi e
della tranquillit. Perci prese gli ordini minori, che aprivano la stra-
da a cariche e benefici lucrosi, e si valse delle sue doti mondane e
letterarie per entrare nelle grazie di personaggi nobili e potenti della
Curia papale: ottenne cos la protezione del vescovo Giacomo Colon-
na, e fu per molti anni alle dipendenze del fratello di questi, il cardi-
nale Giovanni.
    A questo bisogno di sicurezza materiale e di tranquillit si con-
trappone per, nella complessa e contraddittoria personalit del poe-
ta, un'insoddisfazione perpetua per il luogo e il momento presenti,
un'ansia di viaggiare, di mutare climi e ambienti: perci nel '33 per-
corre la Francia settentrionale, le Fiandre e la Renania, nel '37  a
Roma, e la sua fantasia  colpita dai grandiosi monumenti dell'anti-
ca citt. Tutto questo viaggiare del Petrarca ci fa intrawedere una
spiritualit ormai ben diversa, pi inquieta e insieme aperta a pi

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vasti orizzonti di quella di Dante, I'esule che andava peregrinando
per tutte le regioni d'Italia recando sempre in cuore il suo  bel San
Giovanni , e che non pensava che a ritornare al  bell'ovile  dove
aveva  dormito agnello . Inoltre ogni viaggio  per il Petrarca l'oc-
casione di un ampliamento della propria cultura: sia attraverso la
scoperta di testi degli autori classici dimenticati nelle biblioteche di
monasteri e abbazie, sia attraverso le amicizie strette con vari letterati
europei, con cui intratterr poi sempre una fitta corrispondenza.
Tuttavia con questa irrequietudine che lo spinge a esplorare insazia-
bilmente il mondo esterno contrasta ancora una tendenza di segno
opposto, il bisogno di chiudersi nell'intimit della propria anima, di
approfondire la conoscenza di s. Il 26 aprile 1336 il poeta sale con
il fratello Gherardo sul monte Ventoso vicino ad Avignone, e, come
narra in una lettera famosa, si allieta a lasciar spaziare libero lo
sguardo per il vasto paesaggio, al vedere le nubi sotto i propri piedi,
allo scorgere in lontananza le Alpi coperte di ghiacci e di neve e il
mare di Provenza. Mentre  assorto in meditazione, apre le Confes-
sloni di sant'Agostino che ha portato con s e legge questa frase illumi-
nante:  E vanno gli uomini ad ammirare le alte cime dei monti, e i
grandi flutti del mare e le vastissime correnti dei fiumi e la distesa
de'l'oceano e il corso delle stelle, e trascurano se stessi . La pagina
pu essere assunta a simbolo di tutta l'esperienza spirituale del Pe-
trarca, divisa tra il richiamo prepotente delle cose terrene e il biso-
gno di una vita pi pura e raccolta, indirizzata al raggiungimento
della perfezione interiore e della salvezza. Perci, dopo tanti viaggi,
egli si ritira in una casa sorgente nell'ameno paesaggio di Valchiusa,
a poca distanza da Avignone. Qui pu concretare il suo sogno di
una vita appartata e tranquilla, libera dalle preoccupazioni quotidia-
ne, remota dallastuono della vita cittadina; una vita tutta dedicata
a riposate letture di classici, al raccoglimento e alla meditazione. Da
questo ozio operoso nascono molti dei suoi scritti, latini e volgari.
   Nell'esercizio letterario per il Petrarca non si propone solo lo
scopo di elevare e affinare il proprio spirito, bens anche di consegui-
re la gloria, di cui nutre un appassionato desiderio. Tale desiderio 
appagato dall'incoronazione poetica, ottenuta a Roma nel 1341, in
una solenne cerimonia in Campidoglio che agli occhi del poeta pare
quasi rinnovare i fasti di Roma antica da troppo tempo caduti in
oblio. Dopo il soddisfacimento di questa terrena vanit, nell'animo
sempre inquieto del Petrarca tocca il culmine una crisi religiosa, gi
in atto da alcuni anni. Il poeta  soprattutto colpito dal gesto del
fratello Gherardo, che, dopo una giovinezza dissipata, nel 1343 si riti-
ra nella certosa di Montrieux. Ma Francesco non riesce ad approdare
a una decisione cos risoluta e definitiva: in lui la crisi si traduce in
un lungo e tortuoso processo interiore, in cui si alternano l'ansia di
purificazione, nutrita di sottili esami di coscienza che mettono impie-
tosamente a nudo la sua umana debolezza, e il risorgere di interessi
mondani, letterari e politici.
   In questi anni si colloca anche l'impegno politico e civile del Pe-
trarca, parallelo alla crisi spirituale e in certa misura con essa contra-
stante. Egli usa la sua eloquenza per perorare una crociata contro
gli infedeli e il ritorno a Roma del papa, partecipa ad ambascerie e
missioni diplomatiche; ma soprattutto si entusiasma per i grandiosi
piani politici di Cola di Rienzo, che, restaurata la Repubblica nella
Roma abbandonata dal papa, sogna di riportare la citt alla sua
grandezza antica e di renderla di nuovo il centro del mondo. Il Pe-
trarca, nutrito degli stessi ideali classicheggianti, invia varie lettere al
tribuno per esortarlo e guidarlo; si pone anche in viaggio per poter
essere al suo fianco; ma, giunto a Genova, la notizia del degenerare
dell'azione di Cola lo distoglie dai suoi propositi.
   Al sogno della restaurazione di Roma antica si accompagna nel
Petrarca quello del ritorno della Chiesa alla purezza evangelica; cre-
sce perci la sua insofferenza per la corruzione della Curia avignone-
se, che sferza duramente in alcuni sonetti e in una serie di lettere
(dette Sine nomine, perch pubblicate senza il nome del destinatario,
per ragioni di prudenza). In cerca di un soggiorno pi confacente
alle sue aspirazioni, tra il '48 e il '51 compie numerosi viaggi in Ita-
lia, sinch, nel maggio del '53, decide di stabilirvisi definitivamente,
scegliendo come dimora la corte di Giovanni Visconti, signore di Mi-
lano. Presso i Visconti rimane parecchi anni, sino al '61. Non ha in-
carichi precisi:  soprattutto un illustre ospite, che onora la Corte
con la sua fama di dotto e di poeta, e viene talvolta impiegato come
ambasciatore in occasioni di particolare riguardo. I lunghi ozi di cui
pu godere, la tranquillit della sua casa milanese che sorge fuori
delle mura, quasi in mezzo ai campi, gli permettono di dedicarsi con
intensit al compimento e alla correzione di numerose opere.
   Ma dopo alcuni anni il gi anziano poeta  riassalito dall'inquie-
tudine, che gli impedisce di fissarsi a lungo in un solo luogo. Per fug-
gire una pestilenza, nel '61 si rifugia a Venezia, poi nel '67 passa a

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Padova, e trascorre gran parte dei suoi ultimi anni in una villecta
presso Arqu, assorto nelle attivit a lui pi care, il leggere e lo scri-
vere, accompagnate da preghiere e meditazioni religiose; nel frattem-
po continua instancabile a tessere la trama delle relazioni con la folta
schiera dei suoi amici letteratitra cui, devotissimo, il Boccaccio. E
in questo sereno soggiorno ad Arqu la morte lo coglie nella notte
fra il 18 e il 19 luglio 1374.



2. LE OPERE ASCETICO-MORALI

Tra Dante e Petrarca corre solo lo spazio di una generazione, ma le
due esperienze umane e culturali sono divise da una frattura incol-
mabile. Tale frattura appare subito evidente esaminando le idee filo-
sofiche del Petrarca, quali sopraKutto troviamo esposte nelle due
opere polemiche Invective contra medicum quendam lInvettive con-
tro un medico] e De sui ipsius et multorum aliorum ignorantia [Sul-
I'ignoranza propria e di molti altri], scritte rispettivamente tra il
'52-'55 e il '67-'70. Qui il Petrarca esprime il suo fastidio per la fi-
losofia della Scolastica, che raccoglieva il pi compiuto sforzo di si-
stemazione concettuale del Medio Evo, e che aveva costituito l'im-
palcatura di pensiero della Commedia dantesca. Per lui la vera filo-
sofia non  quella che presume di catalogare in schemi astratti tutti
gli aspetti della realt, della natura e di Dio stesso, ma quella che
tende a comprendere l'uomo, a esplorare l'intimo della sua anima,
per insegnargli a sopportare le miserie della sua esistenza e additargli
la via della vera felicit e della salute eterna.
   Queste posizioni testimoniano che nel Petrarca  venuta meno
l'incrollabile fede dantesca in un ordine perfetto che racchiuda tutta la
realt, e quindi anche la certezza di poter dominare questa realt
con rigorosi schemi concettuali. Perci egli rinuncia ad affrontare la
realt esterna nella sua concretezza e nella molteplicit dei suoi
aspetti, dato che non possiede pi gli strumenti necessari per com-
prenderla, e si chiude esclusivamente nella contemplazione del pro-
prio io, nell'analisi delle proprie inquietudini e contraddizioni interiori.
   Questo infaticabile esame di coscienza si traduce soprattutto nelle
opere di meditazione religiosa, ispirate agli ideali ascetici del Cristia-
nesimo. La pi importante  il Secretum [Il segreto], concepito fra
il '42 e il '43, nel momento di pi intensa crisi spirituale. Il Petrarca,
attraverso un dialogo con sant'Agostino, vi compie una sottile e im-
pietosa esplorazione del tormentato paesaggio della propria anima.
In primo luogo il santo gli rimprovera la debolezza della volont,
che gli impedisce di concretare le sue vaghe aspirazioni a una vita
pi pura e virtuosa in un'autentica e duratura conversione. Passa poi
in rassegna particolareggiatamente tutti i suoi vizi e le sue debolezze:
l'orgoglio della propria intelligenza e dottrina, il desiderio di onori e
di agi, la lussuria. Ma due sono le colpe pi gravi: lo smodato deside-
rio di gloria terrena, che lo svia dal pensiero delle cose eterne, e l'a-
more per Laura, che non  stato affatto uno stimolo alla purificazio-
ne e alla virt, come si illude il poeta, ma l'inizio del suo traviamen-
to. Tl dialogo  tutto pervaso dall'ansioso desiderio di raggiungere,
mediante il lucido esame di coscienza, la pace dell'anima, ma quan-
do si conclude tutte le contraddizioni del poeta restano ancora aper-
te. In ci si pu misurare la distanza che ormai separa l'esperienza
spirituale di Petrarca da quella di Dante. Petrarca non riesce pi a
delineare la simbolica vicenda dell'anima che dalla selva del peccato
attraverso la purificazione del pentimento riesce a giungere alla pace
divina. Dal suo orizzonte sono escluse le soluzioni definitive, le salde
e confortanti certezze: egli  ormai l'uomo della crisi 2, Crisi che
varca i limiti di una vicenda person~le per assumere un pi vasto si-
gnificato storico. Il dissidio sempre aperto tra l'ideale e il reale, tra
l'imperioso richiamo dell'ascesi e gli allettamenti delle pi belle realt
mondane, la gloria e l'amore; la nostalgia di un totale annegamento
in Dio, sentito ormai come impossibile, e d'altro lato l'incapacit di
elaborare una nuova sintesi armonica tra umano e divino fanno del
Petrarca il rappresentante tipico di un'et di transizione, che assiste
da un lato al tramonto della spiritualit medievale e dall'altro al
profilarsi lontano di una civilt nuova, quella del Rinascimento.
     Ma  anche importante rilevare che, se il Petrarca non giunge a
una soluzione reale dei suoi conflitti, sa tuttavia osservarli con sguar-
do lucido e sicuro, e trova conforto e appoggio nella sapienza morale
attinta ai testi degli antichi (che costantemente richiama nel suo di-
scorso), e nel comporre i suoi tormenti e i suoi dubbi nel nitore della
bella pagina, seguendo il loro modello. La fede nei valori della cultu-
ra consente dunque al poeta una forma di superamento dei dissidi

     2 Sull'inquieta ricerca interiore del Petrarca si veda S. Battaglia, Alitografia
del personaggio, Milano, Rizzoli, 1968, pp. 54-61, e A. E. Quaglio, Francesco
Petrarca, Milano, Garzanti, 1967, pp. 126-139.

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interiori e gli fornisce un centro stabile, intorno a cui organizzare le
forze disperse della propria anima. Se di tutte le cose del mondo il
Petrarca sente la vanit e la peccaminosit, solo nei libri ripone
un'incondizionata fiducia. Per lui non vi  alcun contrasto tra la cul-
tura classica e la religione cristiana: la saggezza degli antichi non 
che un'anticipazione di quelle verit che saranno poi consacrate dal-
la rivelazione divina.
   Questa tendenza alla conciliazione tra cultura classica e cristiane-
simo  confermata dalle altre opere ascetico-morali del Petrarca. Nel
De vita solitaria [La vita solitaria], concepito pochi anni dopo il Se-
cretum, viene esaltata la solitudine, tema caro all'ascetismo cristiano.
Ma per il Petrarca essa deve essere qualcosa di profondamente diver-
so dal selvatico isolamento degli eremiti: deve cio essere rallegrata
dalla bellezza della natura, dalla visita di pochi ed eletti amici, e so-
prattutto dalla presenza dei libri, perch  senza il conforto delle let-
tere, la solitudine  esilio, carcere, tormento; al letterato invece  pa-
tria, libert, diletto . Cio la solitudine  fonte di purificazione inte-
riore mediante la meditazione e la preghiera, ma anche elevazione
dell'animo mediante il colloquio con i classici e l'esercizio della poe-
sia. Si fondono cos intimamente l'ideale cristiano della rinuncia al
mondo e quello classico dell'otium, cio del distacco dagli affari
mondani e dalle attivit pratiche per un impegno totale nella cultura
dello spirito.
   Dopo una visita al fratello Gherardo, che si era ritirato nel mo-
nastero di Montrieux, fu scritto il De otio religioso. Il poeta, profon-
damente colpito dalla vita serena e gioiosa dei monaci, nell'operetta ne
tesse un commosso elogio, contrapponendola alla vita vana di coloro
che si affannano dietro a ricchezze e onori. Ma, nonostante questa am-
mirazione, il rigore ascetico resta per il Petrarca un ideale irraggiun-
gibile: egli ha piena coscienza di essere troppo debole per rifiutare le
dolcezze del mondo. Quindi, rinunciando a un ideale assoluto di
eroica ascesi, ripiega verso un ideale pi modesto e praticabile, la vita
quieta e appartata del letterato, che non contraddice gli ideali reli-
giosi, perch la poesia non  solo vano ornamento, ma mezzo per
giungere a una vita migliore.
3. PETRARCA E IL MONDO CLASSICO

Sar ormai chiaro, a questo punto, come la cultura classica rivesta
un'importanza fondamentale nella personalit petrarchesca, e ne co-
stituisca uno dei tratti pi caratteristici. Anche in Dante avevamo
notato un vero e proprio culto dei grandi poeti e pensatori antichi:
basti solo ricordare la figura di Virgilio, I'episodio del Limbo, l'in-
contro con Stazio. Ma l'atteggiamento del Petrarca  orrnai ben di-
verso. Dante, come tutto il Medio Evo, non aveva coscienza del di-
stacco esistente tra il mondo classico e il mondo a lui contempora-
neo, perci poteva assimilare motivi e figure della classicit, adattan-
doli alla propria visione del mondo e ai propri problemi; ne  prova
evidente lo stesso personaggio di Virgilio, con i complessi significati
assunti nella trama allegorica del poema. Invece il Petrarca, proprio
perch di tale distacco ha ormai una coscienza pi chiara, awerte
l'esigenza di riattingere al mondo classico nella sua fisionomia pi
genuina, liberandolo da ogni deformazione e adattamento medievale.
   Di qui prende le mosse la sua attivit filologica, importantissima
perch costituir un modello per le generazioni successive degli uma-
nisti. Il Petrarca sentiva innanzitutto il bisogno di leggere anche que-
gli autori che il Medio Evo aveva ignorati o dimenticati; perci,
durante i suoi viaggi per l'Europa, visitava le antiche biblioteche dei
monasteri, in cerca dei testi di quei grandi autori latini che nessuno
leggeva pi. Giunse cos a compiere scoperte assai rilevanti, come
quella delle epistole ad Attico di Cicerone. Ma voleva anche che i
testi che leggeva fossero il pi possibile fedeli all'originale, perci
compiva un minuto lavoro di confronto tra i vari manoscritti che po-
teva consultare, al fine di correggere eventali errori di trascrizione
dei copisti; parallelamente muniva i suoi testi di note, di delucidazio-
ni storiche ed erudite, di richiami a luoghi di altri autori; infine di-
vulgava il risultato del suo lavoro tra gli amici letterati e i corrispon-
denti italiani ed europei. In una parola, con il Petrarca vediamo
muovere i primi passi quella che diventer la moderna filologia.
   La coscienza del distacco determina anche il particolare atteggia-
mento con cui il Petrarca si accosta agli scrittori antichi. In essi egli
scorge, con un senso di trepida venerazione e di nostalgia, un model-
lo insuperato di perfezione letteraria, di bellezza e di sapienza, di
equilibrio e serenit dell'animo, di magnanimit e grandezza nell'a-
zione. Perci, dal contatto assiduo con le loro pagine. nasce in lui il

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bisogno di emularli, di conformare al loro esempio la vita quotidiana
e l'attivit letteraria, anzi di trasportarsi idealmente in mezzo ad essi,
divenendo loro contemporaneo e dimenticando l'epoca meschina e
barbara in cui gli  toccato di vivere. Questo atteggiamento si rispec-
chia soprattutto nelle lettere in prosa latina che il Petrarca raccolse
nei 24 libri delle Familiari e nei 17 delle Senili (al di fuori delle
quali si collocano le lettere rintracciate e riunite da amici e ammira-
tori del poeta, le Varie). Gi nella stesura originale queste lettere
non erano solo confidenziali colloqui con i destinatari, ma componi-
menti letterari squisitamente rifiniti. Ma nell'organizzare unitaria-
mente tutto il materiale per la pubblicazione, il Petrarca lo sottopose
a un'ulteriore elaborazione, togliendo ogni riferimento a persone, fat-
ti, luoghi precisi, sostituendo ai nomi reali pseudonimi o perifrasi
classicheggianti, e trasformando fatti, sentimenti e situazioni sul mo-
dello di quelli incontrati nei testi classici, in specie nelle epistole cice-
roniane. Ne deriva che le lettere petrarchesche sono non gi documenti
immediati di vita, ma trasfigurazione letteraria della realt. C' bens
in esse il bisogno di confessarsi, di scrutarsi nell'intimo, mettendo in
luce le proprie debolezze e i propri tormenti, che  tipica di tutto il
Petrarca, ma questa viva sostanza autobiografica per essere espressa
ha bisogno delle parole perfette degli scrittori antichi, e deve essere
tradotta nelle forme composte e limpide da essi consacrate. Sul mo-
dello dei classici il Petrarca vuole creare un'immagine ideale del let-
terato e del dotto, alla quale si sforza di adeguarsi nella sua quotidia-
na esperienza; ed  l'immagine dell'intellettuale che rimarr ferma
nei secoli successivi sin quasi ai giorni nostri, con la sua fede nella
cultura disinteressata che raffina ed eleva l'animo, il suo fastidio per
le attivit pratiche e gli affari quotidiani che lo distraggono dall'eser-
cizio delle lettere, il sogno idillico di una vita quieta e appartata, nel-
la solitudine agreste propizia alla meditazione e alle riposate letture.
   Gli epistolari costituiscono dunque la chiave per intendere un
aspetto fondamentale della personalit del Petrarca; ma valgono an-
che a chiarire il gusto letterario che presiede all'intera sua opera. In
queste pagine, nell'accurata selezione a cui sono sottoposti i partico-
lari della vita quotidiana, nella costante trasfigurazione letteraria che
conferisce ad essi dignit e nobilt, vediamo ricomporsi una visione
della vita che era stata propria del mondo classico e che il Medio
Evo aveva ignorato. A intendere appieno la portata di questa rivolu-
zione del gusto e dell'ideale letterario consacrata dal Petrarca, basti

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pensare all'impavida mescolanza di sublime e di quotidiano, di nobi-
le e di turpe, che, come si  visto, caratterizzava la Commedia dante-
sca: con il Petrarca tutta una zona della realt, la scabra e umile
realt di tutti i giorni, viene di nuovo esclusa dalla letteratura, dove
trova diritto di cittadinanza soltanto ci che  pi nobile, degno ed
elevato.
    Tuttavia l'ideale di restaurazione classica si fonde intimamente,
come gi sappiamo, con un diverso ideale, cristiano e medievale, che
porta a svalutare la vita terrena e gli interessi mondani, a cercare la
via della purificazione e dell'ascesi attraverso il ripiegamento interio-
re e la sofferta coscienza del peccato e della fragilit umana. Perci,
come nelle opere religiose era affermata la fedc nei valori della cul-
tura, cos i mesti accenti del pessimismo cristiano risuonano in quelle
opere che pi direttamente sono ispirate al culto dei classici.
    L'Africa  un poema epico, concepito nella solitudine di Valchiu-
sa nel '38 o '39 e ripreso pi volte sino agli anni pi tardi senza mai
essere compiuto. In esso il poeta canta, prendendo a modello l'Enei-
de virgil cna c ricavando la materia dalle Storie di Livio, la seconda
guerra punica. Il poema nasce dal proposito di esaltare la gloria e la
grandezza di Roma, ed  animato dall'entusiasmo per le gesta eroi-
che di Scipione l'Africano, o meglio per il racconto di quelle gesta
trovato nelle belle pagine degli storici e dei poeti antichi. Ma accan-
to agli spunti epici, che derivano da una accensione tutta letteraria e
si risolvono essenzialmente in un'oratoria altamente intonata, com-
paiono nel poema altri motivi, pi intimamente sofferti, che risalgono
alla visione sconsolata dell'ascetismo cristiano. Soprattutto sulle lab-
bra del giovane Magone morente compaiono, chiusi in eleganti e
concise sentenze, i terni pi cari alla meditazione del Petrarca: la va-
nit della gloria, della potenza, dell'onore; la vita che trascorre tra
sogni e perpetui travagli; I'inquietudine umana che non ha mai sosta:
 Heu sortis iniquae / natus homo in terris! Animalia cuncta quie-
scunt, / irrequietus homo, perque omnes anxius annos / ad mortem
festinat iter [A che sorte iniqua  nato l'uomo sulla terra! Gli ani-
mali tutti trovano quiete; I'uomo irrequieto e ansioso per tutto il cor-
so dei suoi anni affretta il passo verso la morte] . Al fondo di tutto si
staglia l'immagine della morte, unica cosa certa tra tante apparenze,
prova suprema dell'effettivo valore dell'uomo:  Moriturus ad astra
/ scandere quaerit homo; sed Mors docet omnia quo sint / nostra
loco [L'uomo, destinato a morire, tenta di scalare le stelle; ma la

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Morte insegna quale posto tocchi alle cose umane] . La mestizia di
queste parole  accresciuta dall'impressione di solitudine e di deserto
che circonda il giovane morente. E l'episodio si chiude infine con la
visione dell'anima di Magone che, libera dal peso del corpo, guarda
orrnai dall'alto le due citt rivali, Roma e Cartagine, ignara delle
stragi e del disonore che attendono la patria in un prossimo futuro.
    Anche il De viris illustribusGli uomini illustri], concepito con-
temporaneamente all'Africa come raccolta di biografie di illustri per-
sonaggi romani, nasce da un proposito di celebrazione della grandez-
za di Roma, sulle orme delle Storie di Tito Livio. Ma anche qui tor-
nano gli stessi spunti pessimistici sulla fugacit della gloria e sulla mi-
seria della condizione umana; per di pi il racconto dei fatti storici
si fa spesso autobiografico, poich lo scrittore proietta nei personaggi
le sue inquietudini, le sue perplessit e le sue stanchezze. Altra opera
storica del Petrarca sono i Rerum memorandarum libri [Fatti me-
morabili], una raccolta di aneddoti raggruppati in categorie, a illu-
strare vari tipi di virt. Il fine moralistico degli exempla e la pedan-
teria delle suddivisioni fanno sentire ancora la vicinanza della storio-
grafia medievale. Ma uno spunto notevole di novit  nella cura di
confrontare le fonti e di discuterne la verosimiglianza, che prelude al
metodo critico moderno.
    La sostanza autobiografica, I'impulso ad analizzarsi e confessarsi
prevale decisamente in altre opere latine del Petrarca, pur dietro l'a-
bituale schermo letterario classicheggiante. Il Bucolicum carmen
[Carme bucolico, pastorale]  una raccolta di egloghe di imitazione
virgiliana, che sotto l'allegoria pastorale trattano di argomenti storici
e morali. Significativa  la prima, impostata proprio sul contrasto tra
la cultura classica da un lato, nutrita delle belle forme letterarie, e
dall'altro la vita contemplativa e ascetica, che il poeta vagheggia e
ammira, ma a cui non riesce ad aderire totalmente. Le Epistulae me-
tricae [Epistole metriche, in versi], scritte tra il 1331 e il 1350, rac-
colgono, accanto a temi politici e morali, i motivi pi intensi dell'e-
sperienza petrarchesca, che troveranno il loro accento definitivo nel
Canzoniere: la labilit di tutte le cose e la fuga del tempo, I'incom-
bere della morte, il dissidio interiore, il rifugio offerto dalla solitudine
e dalla bella natura, e soprattutto l'amore per Laura, che provoca
ardori e tormenti, ma che si attenua e impallidisce con il trascorrere
degli anni.
4. VERSO L UNIT: I TRIONFI

E IL DE REMEDIIS UTRIUSQUE FORTUNAE

Le opere sin qui esaminate ci offrono il diagramma delle contraddi-
zioni intime del poeta e del loro riscatto operato mediante la creazio-
ne della bella forma letteraria. Ma nel Petrarca resta sempre viva
I'esigenza di superare realmente i suoi dissidi in una superiore unit,
in una sintesi organica e coerente. Questa aspirazione si concreta nel
proposito di raccogliere le sue esperienze non pi in opere occasionali
o frammentarie, ma in opere di vasto disegno, complesse e conclusi-
ve. E non a caso, per tradurre in atto questi intenti costruttivi e siste-
matici, il Petrarca deve ricorrere a schemi formali tipicamente me-
dievali: il poema allegorico con i Trionfi e l'enciclopedia morale con
il De remediis utriusque fortunae [I rimedi della buona e della catti-
va sorte], due opere iniziate probabilmente all'epoca del soggiomo
milanese e portate avanti sino alla vecchiaia. Nel De remediis il Pe-
trarca vuole esporre tutti i mezzi con cui l'uomo pu resistere sia agli
allettamenti sia ai colpi della fortuna, indicando cos una via sicura
alla felicit, fondata sulla base di una personale, dolorosa esperienza.
I Trionfi sono un poema costruito in forma di visione, sul modello
della Commedia, in cui il poeta narra di assistere a una serie di
trionfi di varie figure allegoriche, quali l'Amore, la Pudicizia, la
Morte, la Fama, il Tempo, I'Eternit, al cui seguito si presentano
schiere di personaggi tratti dal mito e dalla storia, antica e recente.
Il Petrarca vi riversa la sua vicenda personale, quella stessa che  an-
che sottilmente indagata nel Canzoniere. I momenti di questa vicen-
da sono: la passione d'arnore, il freno a essa imposto dalla castit di
Laura, la morte che placa le inquietudini della carne, la sete di glo-
ria che dovrebbe vincere la morte, il senso del tempo che cancella
ogni cosa, e infine l'ansia della pace eterna, in cui si compone ogni
contrasto. Anche i Trionfi dunque, come il Secretum e le Rime, vor-
rebbero offrire la storia di un'ascesa dall'umano al divino; ma, a dif-
ferenza delle due opere precedenti, e sulle orme invece della Comme-
dia, il Petrarca intende abbandonare il piano soggettivo e individua-
le, per innalzarsi a un piano universale, indicando nella propria espe-
rienza il destino di tutti gli uomini e proponendola come occasione
di meditazione e di ammaestramento morale. Non per questo tutta-
via l'anima stanca del poeta riesce a raggiungere il riposato porto 
della pace vagheggiata; se egli tende alla costruzione unitaria, non sa

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poi effettivamente costruire, perch gli manca quella salda e organi-
ca concezione del mondo che sorreggeva le architetture del poema
dantesco. Quindi la trama concettuale dei Trionnon  animata
dalla vita potente della Commedia, e si riduce a una serie di simboli
astratti, soffocati da una minutissima quanto arida erudizione. An-
che i Trionfi perci dimostrano l'impossibilit da parte del poeta di
giungere a una sistemazione coerente e stabile delle sue contraddizio-
ni; e, a confermare il fallimento dei suoi propositi, il poema  rima-
sto incompiuto.



5. IL CANZON}ERE

Il tortuoso percorso interiore che abbiamo sin qui seguito  la via in-
dispensabile per penetrare nel mondo del capolavoro petrarchesco, il
Canzoniere. curioso rilevare come il Petrarca si aspettasse la glo-
ria poetica e l'ammirazione dei posteri non gi dalle opere in volga-
re, ma da quelle latine. Egli si riteneva il continuatore dei classici
dopo secoli di decadenza, rozzezza e barbarie, in cui la nobilt di
sentire e il gusto del bello che erano propri della civilt di Grecia e
di Roma erano stati indegnamente dimenticati. Perci si propone-
va di eguagliare i poeti antichi scrivendo poemi epici come Virgilio,
storie come Livio, epistole come Cicerone, e si poneva idealmente al
fianco di questi grandi, indirizzando a essi delle lettere come se fosse-
ro suoi contemporanei. Di contro affettava di tenere in poca conside-
razione i propri versi in volgare, come opere di minore dignit, e li
chiamava nugae, bazzecole. Tuttavia, come testimoniano i suoi auto-
grafi, lavor sino agli ultimi anni con assidua cura a limarli e a ren-
derli perfetti. Questo rivela che il dispregio delle opere italiane era
dettato pi che altro da una posa di letterato e di umanista, che non
rispondeva alle autentiche convinzioni del poeta. In realt egli si ren-
deva conto che gli scrittori latini avevano toccato un culmine di per-
fezione, che non poteva pi essere superato, mentre la lingua volgare
offriva un campo pressoch illimitato di possibilit per chi volesse
raggiungere l'eccellenza poetica. Perci si impegna in una duplice
impresa: da un lato risuscitare la lingua antica, cercando di egua-
gliare i classici, ma dall'altro innalzare la lingua nuova alla dignit
della prima. Se la lingua poetica per eccellenza  il latino, il Petrarca
vuol dimostrare che  possibile far alta poesia anche in volgare. Si
prefigurano cos nel Petrarca ambedue le tendenze che saranno pro-
prie della letteratura dell'et successiva, da un lato il predominio
ideale del latino, dall'altra la nascita di una letteratura in volgare
modellata sui classici (cfr. p. 153 s.). Ma a voler spingere lo sguardo
anche verso il passato, un atteggiamento del genere ci fa misurare
tutta la distanza che ormai separa il Petrarca da Dante: questi pun-
tava tutto sul volgare, e in questa lingua osava scrivere il <poema sa-
cro  che doveva abbracciare  e cielo e terra ; col Petrarca il latino
riconquista la sua supremazia; solo che non  pi il latino medievale,
bens l'idioma letterario antico ricercato in tutta la sua purezza; e se
accanto a esso viene accolto anche il volgare, non  pi una lingua
scabra e multiforme come quella dantesca, in cui si riflettano gli infi-
niti aspetti e le contraddizioni del reale, ma una lingua selezionata e
raffinatissima, che vuole uniforrnarsi alla dignit e regolarit del mo-
dello latino.
   Il Petrarca cominci a scrivere versi in volgare sin dalla prima
giovinezza, e continu sino agli ultimi anni della sua vita. Ben presto
pens anche a raccogliere organicamente le sue liriche, e copie di
queste prime e parziali redazioni sono giunte fino a noi. Ma la siste-
mazione definitiva risale al 1374, l'ultimo anno di vita del poeta.
Noi possediamo fortunatamente il testo scritto di pugno dal Petrarca
stesso, che reca il titolo di Rerum vulgarium fragmenta [Frammenti
di cose volgari]; ma l'opera si suole anche designare con la formula
di Rime sparse, ricavata dal sonetto proemiale ( Voi ch'ascoltate in
rime sparse il suono / di quei sospir... ), oppure semplicemente co-
me Canzoniere. Essa consta di 366 componimenti, tra cui si contano
in gran maggioranza sonetti (317), ma anche canzoni, sestine, ballate,
tutte le forme metriche consacrate dalla tradizione lirica precedente.
   La materia quasi esclusiva del Canzoniere  costituita dall'amore
del poeta per una donna, Laura, incontrata  il d sesto d'aprile 
del 1327 in una chiesa d'Avignone. L'orizzonte della poesia, che con
la Commedia dantesca si era allargato ad abbracciare il reale in tut-
te le sue manifestazioni, dal turbolento e caotico mondo della storia
umana all'immobile perfezione del mondo divino, torna nuovamente
a restringersi entro i limiti di un'esperienza squisitamente soggettiva,
interiore e privata. Il Canzoniere traccia il diagramma di una passio-
ne tutta umana e terrena, di un amore perpetuamente inappagato
che si nutre dei suoi tormenti e si awolge in una morbida volutt di
sofferenza e di pianto. Ora il poeta contempla l'immagine della don-
na, creata dal sogno, dalla fantasia o dal ricordo, ora lamenta la sua
crudelt e indifferenza, e invoca piet per i propri affanni; talvolta,
stanco di tendere a una meta irraggiungibile e di sostenere vani tor-
menti, anela alla liberazione e alla pace, ma ben presto la forza della
passione lo riassale e lo domina, riconducendolo alla vicenda consue-
ta di sogni, fantasticherie e lacrime. Alla morte di Laura il mondo
pare improvvisamente scolorire, farsi vuoto e squallido per la scom-
parsa definitiva di tutte le speranze. Ma la passione non per questo
si estingue, e il poeta continua a vagheggiare la sua donna in cielo,
dove si  trasferita lasciando in terra il  bel velo  corporeo che tanti
desideri aveva suscitato. Laura torna ancora nei suoi sogni, ma meno
altera e inattingibile di un tempo, pi mite e compassionevole verso
le sue sofferenze. Dopo il lungo  vaneggiare  il poeta sente il peso
della carne e del peccato, il desiderio di purificazione; guarda con
angoscia il trascorrere del tempo, vede nella morte che si avvicina
inesorabile non un porto e un rifugio, ma un  dubbioso passo , pie-
no di insidie e di pericoli. La tommentata vicenda interiore si chiude
con una preghiera alla Vergine, in cui il poeta esprime il desiderio
struggente di superare ogni conflitto, di trovare infine la pace; e
 pace   appunto la parola che chiude e suggella il Canzoniere.
   Il poeta stesso, nel raccogliere le sue liriche scritte in varie occa-
sioni, si preoccupa di comporle secondo un disegno unitario, in modo
da dare l'apparenza e-steriore di una storia reale. Certo alla base del
Canzoniere sta un'esperienza autenticamente sofferta: tuttavia  im-
possibile ravvisarvi la confessione immediata di vicende autobiografi-
che, trame insomma un "romanzo" con un suo intemo svolgimento.
 questo un modo di leggere modemo e romantico, del tutto inade-
guato alla sottile e intellettualistica tessitura della lirica medievale, e
quindi anche di un prodotto dell' "autunno" del Medio Evo come
la poesia del Petrarca. L'atmosfera rarefatta e irreale in cui era im-
mersa la vicenda d'amore della Vita nuova di Dante diviene nel
Canzoniere ancora pi impalpabile. vero, come  facile rendersi
conto anche a una prima lettura, che Laura  molto pi umana del-
le remote immagini femminili degli stilnovisti; tuttavia  lontanissima
dall'avere la concretezza e la corposit di un personaggio reale. La
sua figura fisica  oltremodo evanescente: i vari particolari che il
poeta richiama, i << capei d'oro >>, i  begli occhi soavi  e  lucenti ,
il  dolce riso , le << rose vemmiglie >> delle labbra, la  neve  del viso,
il collo << ov'ogni latte perdera sua prova , il  bel giovenil petto ,
 I'angelico seno , le a man bianche e sottili , il  bel fianco , il  bel
pi , gli a atti soavementi alteri ,1' andar  che non   cosa morta-
le, ma d'angelica fomma , non compongono un'immagine netta e defi-
nita, ma rientrano tutti in un formulario tradizionale, e hanno l'ele-
ganza astratta di una cifra, di un emblema. L'immagine complessiva
che resta nella memoria dopo la lettura del Canzoniere  il vago pro-
filo di una bella donna bionda, perpetuamente immersa in una ri-
dente natura. Ma anche il paesaggio  poverissimo di notazioni sensi-
bili; non si presenta nell'urgenza immediata, materiale e concreta
delle sue fomme, dei suoi colori, dei suoi odori, ed  anch'esso compo-
sto di elementi estremamente stilizzati: erbe, fiori, fronde, colli, ac-
que limpide, cieli sereni. Eguale mancanza di evidenza realistica pre-
sentano gli episodi e le situazioni in cui si articola la vicenda amoro-
sa del Canzoniere: apparizioni di Laura, saluti e sguardi negati o
concessi, sbigottimenti del poeta, sogni e fantasticherie, solitarie pas-
seggiate, lacrime e sospiri: sono tutte le situazioni rese tipiche dalla
lirica volgare precedente, dalla Provenza cortese alla Toscana stilno-
vistica. In breve, nel Canzoniere non si compone una trama di acca-
dimenti esteriori, di fatti corposi, che segnino lo sviluppo cronologico
di una vicenda concreta. E come la natura si assottiglia in un raffi-
nato arabesco, e la privata vicenda amorosa sfuma in una successio-
ne vaga di situazioni stereotipe, cos  quasi del tutto assente dal Can-
zoniere il mondo della storia contemporanea, la nostalgia del passato
feudale e cavalleresco, il disprezzo per la nuova realt borghese, che
si imponevano con tanto rilievo nella Commedia. Leggendo il Can-
zoniere si ha l'impressione che la realt esterna non esista, se non co-
me remota e diafana memoria, o cifra puramente allusiva, e che l'u-
nica e autentica realt sia l'interiorit del poeta, il mondo della sua
anima.
   In effetti la poesia del Petrarca non vuole essere tanto il racconto
di una vicenda d'amore, quanto una lucida analisi della coscienza.
La tommentata esperienza d'amore diviene il simbolo di una pi va-
sta e complessa esperienza intellettuale e sentimentale, quella gi
analizzata nelle prose latine di confessione. Il tema amoroso per il
Petrarca non  che lo strumento per tradurre in poesia e concentrare
intorno a un nucleo stabile e certo i suoi sentimenti fluttuanti e con-
trastanti, le sue preoccupazioni morali e religiose, il senso del peccato
e il peso della carne, gli aneliti di purezza e i ripiegamenti disillusi.
Emerge cos in piena luce anche dai versi del Canzoniere quel dissi-

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dio interiore cos acutamente indagato nel Secretum. Caratteristica
della spiritualit petrarchesca  l'ansia d'infinito, il bisogno di attin-
gere a un assoluto in cui l'anirna si quieti in una pace perfetta. Per
questo egli sente dolorosamente il peso della vita umana, sottoposta
senza difesa agli urti di una realt ostile, e awerte con sgomento la
labilit di tutte le cose, trascinate dalla fuga del tempo verso la di-
sgregazione e la morte. Come attesta l'ultimo verso del sonetto proe-
miale del Canzoniere, il frutto della sua terrena esperienza   '1 co-
noscer chiaramente / che quanto piace al mondo  breve sogno .
Tutte le gioie che gli uomini ricercano nelle cose terrene sono sogni
effimeri, destinati a svanire al contatto con la realt suprema, la
morte. La gloria  cosa vana, che non appaga l'animo; anche l'amo-
re, dal poeta accarezzato e vagheggiato per tutta la vita,  un sogno
che la realt delude. Gli occhi di Laura, i a duo bei lumi assai pi
che '1 sol chiari , con la morte della donna sono divenuti anch'essi
 terra oscura ; e la misera fine dell'amore insegna, a prezzo di la-
crime e sofferenze,  come nulla qua gi diletta, e dura . Di qui de-
riva al Petrarca un senso continuo di inappagamento, un'inquietudi-
ne perpetua. Gi nel Secretum egli affermava, riecheggiando sant'A-
gostino:  Sento qualcosa di insoddisfatto nel mio cuore, sempre .
Deluso da ci che  umano e terreno, stanco per il  fascio antico 
della carne che pesa su di lui, vorrebbe rivolgersi interamente a Dio,
condurre una vita pura, ispirata a un assoluto rigore morale. Perci
il Canzoniere vorrebbe proporsi, secondo il modulo medievale gi
consacrato da Dante, come la storia di un'anima che si libera dal-
le impurit terrestri e si eleva a Dio, in cui pu trovare la pace e la
beatitudine eterna. Il proposito  evidente nell'ordinamento stesso del-
la raccolta, che, dopo aver tracciato il lungo e tormentato percorso dei
 perduti giorni  e delle  notti vaneggiando spese , si conclude con
la preghiera alla Vergine, il rinnegamento di tutti gli errori passati e
l'invocazione alla pace. Ma il Canzoniere non  la Commedia: il
viaggio dell'anima a Dio non pu concludersi, e il dissidio interiore
al termine del libro non si compone. Se il poeta  perpetuamente
inappagato dell'umano, non riesce neppure a trovare la liberazione e
la pace in Dio. E ci awiene perch il suo ideale autentico non  il
rifiuto del mondo, ma la conciliazione del divino e dell'umano: con-
ferire alle cose della terra la stabilit delle cose celesti, che le preservi
dal fluire del tempo e dal fatale trasformarsi e perire e attingere a
una realt divina che non escluda le gioie della terra, l'amore di
Laura e la gloria, ma le comprenda e le giustifichi. E il suo tormento
 determinato non solo dalla coscienza dell'impossibilit di questo so-
gno, ma anche della sua peccaminosit. Quindi l'autentico dissidio
del Petrarca non si apre tanto fra la carne e lo spirito, l'umano e il
divino, bens tra una concezione ascetica, che impone la totale rinun-
cia al mondo per attingere alla pace di Dio, e il sogno impossibile di
una conciliazione tra la terra e il cielo. Perci anche il Canzoniere,
come il Secretum, attesta che i conflitti interiori del Petrarca non ri-
specchiano solo una crisi individuale, ma la crisi intera di un'et:
sentire il conflitto fra terra e cielo, carne e spirito era tipico della co-
scienza medievale; la conciliazione tra umano e divino sar invece il
grande sogno filosofico del Rinascimento.
   Se materia della poesia petrarchesca  questo groviglio di con-
traddizioni e di inquietudini che si agita nelle pi profonde regioni
dell'anima, la forma in cui essa si presenta  limpida, equilibrata, ar-
moniosamente perfetta, dotata di una miracolosa trasparenza musi-
cale. Il fatto  che per il Petrarca la poesia  bens indagine sottile
della coscienza, ma non sfogo immediato dei sentimenti; i conflitti
interiori non si riversano sulla pagina con il calore e la violenza in-
composta con cui nascono nell'intimo, ma devono sempre passare co-
me attraverso un filtro, che li purifica e li ordina: questo fi'tro  la
letteratura. Il Petrarca, come si  visto, ha un concetto altissimo del
decoro e della disciplina formali, ed  colmo di ammirazione per i
modelli letterari antichi, che ha sempre presenti nello scrivere, e di
CUi Si studia di riprodurre le forme perfette ed eleganti. La presenza
di una vasta tradizione poetica  evidente nel Canzoniere, in cui si
possono trovare in gran copia le reminiscenze di immagini, sentenze,
costrutti e soluzioni stilistiche non solo degli autori claslsici, ma anche
dei testi biblici, degli scrittori cristiani, dei poeti volgari, dai Proven-
zali ai Siciliani allo Stil novo. Non bisogna credere tuttavia che la so-
vrapposizione di questi materiali letterari privi i sentimenti del poeta
della loro sincerit e ne riduca l'espressione entro pure formule con-
venzionali. Per il Petrarca l'impiego di parole e immagini degli altri
poeti non  un esercizio artificioso e freddamente erudito, ma un
processo spontaneo: quelle parole, quelle immagini fanno parte della
sua sostanza spirituale a'lo stesso modo dei suoi sentimenti, perci il
suo mondo interiore, a'l momento di esprimersi, si riveste natural-
mente di reminiscenze letterarie. Di conseguenza i materiali letterari
sono riscaldati dalla sincerit e verit dei sentimenti del poeta e inti-

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mamente rinnovati; ma d'altro lato proprio nel calarsi entro formule
letterarie, nel comporsi entro la nitida e rigorosa dizione di un classi-
co, la sua esperienza interiore trova come una conferma e una consa-
crazione solenne, e al tempo stesso una chiarificazione e una purifi-
cazione; cos come a un bisogno di chiarezza e di stabile certezza ri-
sponde lo scrupolo della perfezione forma'ie, i'i minuzioso, incessante
lavoro di lima che il poeta esegue intorno ai suoi versi, affinch non
vi rimanga nulla di grezzo, di approssimativo, di incomposto. In tal
modo i'i dissidio interiore, se non pu essere risolto nella realt, viene
almeno fissato in una formula limpida e armoniosa e contemplato in
una luce ferma e pacata, e pu trovare una sdi renzione nel
nitore della bella pagina. Come afferma il poeta stesso,  cantando il
duol si disacerba : raggiungere il perfetto dominio della forma  per
lui l'unico modo di raggiungere i'i dominio del suo inquieto mondo
interiore.
   Ma per conquistare questo equi'iibrio  necessario un esercizio
quasi ascetico di rinuncia. Nella Commedia, come si  visto, aveva
toccato il culmine la tendenza medievale alla mescolanza degli stili:
nel  poema sacro a cui ha posto mano e cielo e terra  Dante rac-
coglieva impavidamente tutti gli aspetti della realt, dai pi elevati e
spirituali ai pi turpi e plebei. Petrarca torna a operare nella realt
una rigorosissima selezione, escludendo dalla poesia ogni aspetto con-
creto dell'umile e scabra vita quotidiana. La radice di questo mutato
modo di accostarsi alla realt  da ricercarsi nella crisi della coscien-
za petrarchesca. Petrarca non possiede pi come Dante un saldo e
organico sistema concettuale che gli permetta di inquadrare e domi~
nare tutto il reale ne'ila molteplicit dei suoi aspetti. Per questo esclu-
de tutte que'ile presenze che teme di non poter redimere e dominare
attraverso il raffinato esercizio letterario. Il classicismo formale del
Petrarca viene cos a essere la diretta conseguenza della sua crisi spi-
ritua'ie, della sua rinuncia ad affrontare nella poesia il vasto mondo
della storia e della sua concentrazione esclusiva sul mondo de'ila pro-
pria anima.
   La mutata esperienza della realt si riflette puntualmente anche
sulla lingua e sullo stile 3. Nella Commedia la molteplicit degli aspetti
reali si traduceva nella molteplicit dei piani 'iinguistici: Dante rac-
coglieva materiali da ogni campo, i dialetti, i'i latino, il provenzale,

   3 Sulla lingua e lo stile del Petrarca cfr. G. Contini, Preliminari sulla lingua
 del Petrarca, Introduzione a F. Petrarca, Canzoniere, Torino, Einaudi, 1964.
mescolava parole designanti le realt pi basse con quelle designanti
le realt pi sublimi, e le accostava cercando deliberatamente di
creare dissonanze e stridori, al fine di aumentare la forza espressiva
del suo linguaggio. La lingua del Petrarca invece conta un numero
ristrettissimo di vocaboli, attinti fra quelli pi piani e generici, rifiuta
ogni termine troppo corposo e realistico, ed  improntata a una ri-
cerca di rigorosa uniformit, che esclude ogni violenza ed OglU stridore.
Nessuna parola spicca mai, come intensa macchia di colore, nel tes-
suto poetico; il Petrarca tende piuttosto a creare un tono medio,
un'armonia d'insieme in cui nessun particolare predomini. Di qui
nasce l'impressione di levigatezza, di nitore, di semplicit, di piana
scorrevolezza comunicata dai versi petrarcheschi, e la musicalit dol-
ce e pacata che li governa. Come egli stesso afferma, il suo assiduo e
finissimo lavorio poetico tende a< far soavi e chiare :D le a rime aspre
e fosche ; e in queste parole si pu forse cogliere un implicito ri-
chiamo allo stile dantesco (di quel Dante che invocava le rime
aspre e chiocce  per dipingere il  tristo buco  infernale), e al tem-
po stesso un fermo, significativo ripudio, che testimonia un'inconci-
liabile discordanza di gusto.
   In sintesi, la fisionomia complessiva del capolavoro petrarchesco
risulta dalla fusione intima di due aspetti tra di loro antitetici: se da
un lato il Canzoniere riflette l'inquieta e tormentata spiritualit di
un'epoca di crisi e di trapasso della civilt, dall'altro inaugura un gu-
sto poetico classicheggiante destinato a dominare per molti secoli nel-
la letteratura italiana; un gusto le cui caratteristiche saranno appun-
to un ideale altissimo di perfezione formale e di aulica dignit, una
selezione schifiltosa degli aspetti della vita reale, e la sovrapposizione
costante di un velo letterario sulla rappresentazione della realt e sul-
l'espressione dei sentimenti. Per molti secoli la poesia petrarchesca
sar anche oggetto di una diretta imitazione: nel Cinquecento sar
assunta come modello supremo del genere lirico, determinando il va-
sto fenomeno del petrarchismo (cfr. p. 197); attraverso la media-
zione del Tasso agir poi nella civilt barocca europea, in cui si ri-
trovano, accanto a Marino, lo spagnolo Gngora e l'inglese Shake-
speare, per indicare solo due vette supreme; e via via attraverso l'i-
mitazione petrarchesca passeranno i poeti d'Arcadia, I'Alfieri lirico, il
Foscolo, il Leopardi; e il fascino della musicale voce del cantore di
Laura continuer a farsi sentire sino a D'Annunzio e Gozzano, alle
soglie del Novecento.