





    Traduzioni telematiche a cura di
    Rosaria Biondi, Nadia Ponti, Giulio Cacciotti, Vincenzo Guagliardo
    (Casa di Reclusione - Opera)




    Emma Perodi.
    LE NOVELLE DELLA NONNA.
    Fiabe fantastiche.






    INDICE.

    Nota biobibliografica: pagina 5.

    PARTE PRIMA.
    Lo scettro del re Salomone e la corona della regina Saba: pagina 8.
    La storia del turbante: pagina 29.
    L'ombra del Sire di Narbona: pagina 50.
    Il frate con la gamba di legno: pagina 72.
    Il morto risuscitato: pagina 94.
    La calza della Befana: pagina 115.
    Il Diavolo che si fece frate: pagina 137.
    Adamo il falsario: pagina 159.
    Il Romito dell'Alpe di Catenaia: pagina 181.
    Il teschio di Amalziabene: pagina 202.

    PARTE SECONDA.
    La Stella consolatrice: pagina 224.
    Il Diavolo alla festa: pagina 247.
    La corona della Madonna: pagina 269.
    La matrigna di Lavella: pagina 290.
    La fidanzata dello scheletro: pagina 311.
    La mula della badessa Sofia: pagina 333.
    La morte di messer Cione: pagina 353.
    La gobba del Buffone: pagina 374.
    La sorte di Biancospina: pagina 396.
    Il nascondiglio del Diavolo: pagina 417.
    L'anello della bella Caterina: pagina 439.
    Monna Bice e i tre figli storpi: pagina 460.

    PARTE TERZA.
    Messer Gentile e il cavallo balzano: pagina 482.
    La campana d'oro fino: pagina 504.
    La pastorella del Pian del Prete: pagina 527.
    Il barbagianni del Diavolo: pagina 548.
    Il ragazzo con due teste: pagina 569.
    Il fortunato Ubaldo: pagina 592.
    I Nani di Castagnaio: pagina 614.
    L'Incantatrice: pagina 637.
    Il grembiule di madonna Chiara: pagina 659.
    Il gatto del Vicario: pagina 681.
    L'Albergo Rosso: pagina 702.


    PARTE QUARTA ED ULTIMA.
    La criniera del leone: pagina 723.
    L'impiccato vivo: pagina 744.
    Il naso del Podest: pagina 765.
    Il coltello del traditore: pagina 786.
    Il talismano del conte Gherardo: pagina 807.
    Lo stemma sanguinoso: pagina 829.
    Il berretto della saggezza: pagina 850.
    Il lupo mannaro: pagina 871.
    Lo sposo d'Oretta: pagina 893.
    Il Diavolo e il Romito: pagina 914.
    Il Cero umano: pagina 936.
    Il velo della Madonna: pagina 957.
    La sorte della famiglia Marcucci: pagina 968.








    Nota biografica.

    Nata a Firenze nel 1850 Emma Perodi  la  pi  prolifica  e  originale
    delle scrittrici per l'infanzia nate come lei alla met del secolo nel
    capoluogo toscano.  La sua narrativa,  soprattutto fiabesca,  si serve
    non soltanto  di  una  vivissima  fantasia,  peraltro  supportata,  da
    precise  ricerche  in campo antropologico e delle tradizioni popolari,
    ma anche di un linguaggio  sempre  attento  che  poteva  indubbiamente
    proporsi come modello nel paese da poco unito.  Non  per caso che fra
    i suoi amici  e  maestri  ci  siano  Pitr,  fondatore  della  scienza
    folklorica, e Fanfani, illustre vocabolarista.
    Dal  1883 diresse a Roma il "Giornale per i bambini",  dove apparve il
    capolavoro di Collodi con il titolo di "Storia  di  un  burattino".  A
    Roma  la Perodi strinse un solido rapporto con l'editore Perrino,  nel
    cui catalogo  figuravano  opere  di  gran  successo  presso  il  nuovo
    pubblico  dei  lettori  di  fresca alfabetizzazione.  Con "Giornalai e
    lustrascarpe" (1889) la Perodi inaugurava inoltre  un  inedito  genere
    per  l'infanzia: il "reportage" redatto in modo da risultare invitante
    per i piccoli lettori. Ai quali si rivolse comunque soprattutto con la
    fiaba ("Al tempo dei tempi", "Il Paradiso dei folletti", "La bacchetta
    fatata",  "Le Fate Belle",  "Le Fate d'Oro",  "Le  Fate  e  i  Bimbi",
    "Nell'antro  dell'Orco"...),   narrazione  nella  quale  raggiunse  il
    massimo successo con le "Novelle  della  nonna"  (1892)  dove  metteva
    compiutamente  a frutto la sua traduzione della "Storia Sacra" di Lam
    Fleury e  le  indagini  condotte  per  anni  intorno  alle  tradizioni
    popolari del mondo contadino toscano.
    Dopo  la  morte  di Perrino (1895) si trasfer a Palermo,  li chiamata
    dall'editore Biondo che la volle accanto a s  per  rinnovare  il  suo
    catalogo. E' proprio a Palermo che la Parodi porta a compimento la sua
    ormai  annosa  esperienza  per  diventare  un'abile  organizzatrice di
    cultura,  cominciando a diversificare ora  i  suoi  interlocutori.  Ai
    bambini rivolge libri come "A veglia" o "Nel canto del fuoco",  mentre
    riserva   agli   adolescenti   vicende   pi   complesse   e    mirate
    all'inquietudine  di quell'et: "Sorellina",  "L'abbandonata",  "Cuore
    del popolo", "Il brigante Ciriminna".
    N va dimenticato il suo impegno nella veste di autrice per la scuola.
    Compil infatti sillabari vivaci, curandone anche le illustrazioni,  e
    libri  di  letture ricreative fra i quali risaltano i cinque volumi di
    "Cuoricini d'oro" (sulla scia del successo deamicisiano)  gradualmente
    adeguati man mano a ognuna delle classi elementari. E si prov perfino
    nel  racconto  storico e cronachistico rivelandosi capace di combinare
    il  documento  con  l'inventiva  del  racconto  ("Adelaide   Ristori",
    "Marchesa Capranica del Grillo" e "Passeggiate al Pincio").
    Gran  parte  della  sua  opera fu poi stampata dall'editore Salani che
    ripropose anche i libri che la Perodi aveva dedicato agli adulti:  "Il
    cavalier Puccini",  "La tragedia di un cuore", "Miserie", "Il principe
    della Magliana", "Caino e Abele", "Il cadavere"..., a testimonianza di
    una frenetica attivit che  la  vide  anche  traduttrice  impegnata  e
    attenta (tradusse, fra l'altro, "Le affinit elettive" di Goethe).
    Mor a Palermo sessantottenne, nel 1918.
















    PARTE PRIMA.
    Lo scettro del re Salomone e la corona della regina Saba.

    Tutte  le  campane  di Poppi e della valle suonavano a festa in quella
    notte chiamando i  fedeli  alla  messa  di  Natale,  e  pareva  che  a
    quell'invito  rispondessero  le  campane  di  Soci,  di  Bibbiena,  di
    Maggiona e di tutti i paesi e i castelli eretti sui monti brulli,  che
    s'inalzano  fino all'Eremo di Camaldoli e al Picco della Verna,  tanto
    era lo scampano che si udiva da ogni lato.
    In una casa di Farneta,  piccolo borgo  sulla  via  di  Camaldoli,  la
    famiglia  del contadino Marcucci era tutta riunita sotto l'ampia cappa
    del camino basso,  che sporgeva fin quasi  a  met  della  stanza.  Il
    camino,  nel  quale  crepitava  un  bel  ceppo  di faggio,  era grande
    davvero, altrimenti non avrebbe potuto contener tanta gente,  perch i
    Marcucci erano un subisso!
    Il vecchio capoccia era morto, la moglie gli sopravviveva, e intorno a
    lei erano aggruppati i cinque figliuoli maschi,  i quali avevano tutti
    moglie, meno l'ultimo, Cecco,  che era tornato da poco dal reggimento,
    e  aveva  sempre  addosso la tunica d'artiglieria.  I quattro fratelli
    maggiori si ritrovavano di gi la bella caterva di quindici figliuoli,
    fra grandi e piccini,  cos che fra la vecchia  Regina,  le  nuore,  i
    figliuoli  e  quei quindici nipoti,  facevano venticinque persone.  E'
    vero che il podere era grande, ma se i ragazzi maggiori non si fossero
    ingegnati ad accompagnare col  trapelo  le  carrozze  che  andavano  a
    Camaldoli,  facendo  in  su e in gi l'erta via tre o quattro volte il
    giorno, la famiglia Marcucci non avrebbe attecchito il desinare con la
    cena.
    Quella sera la vecchia Regina  stava  seduta  sopra  una  panca  molto
    vicina al fuoco crepitante,  e le sue mani operose,  che intrecciavano
    di consueto i fili di paglia per farne cappelli,  restavano inerti  in
    grembo.  I pi piccoli fra i nipotini le sedevano accanto guardando un
    grandissimo paiuolo appeso sopra il  fuoco,  nel  quale  bollivano  le
    castagne.  Lo scampano continuava, e tutti quei bambini, che solevano
    andare a letto come i polli per alzarsi a giorno,  non  chiedevano  di
    coricarsi,  n  le  mamme  davano loro il solito imperioso comando: A
    letto! poich in quella notte era consuetudine  dei  Marcucci  che  i
    giovani andassero alla messa notturna alla abbazia di San Fedele,  sul
    monte dove s'erge gigante il castello di Poppi,  con  la  sua  immensa
    torre  che  si  vede  quasi  da ogni punto del Casentino,  e i piccini
    rimanessero a casa a far compagnia alla  nonna,  la  quale  li  teneva
    desti  narrando  loro  fiabe meravigliose,  che ella aveva udito a sua
    volta dalla propria nonna e dalle vecchie del vicinato.
    Il maggiore dei figli della Regina,  l'austero  Maso,  che  faceva  da
    capoccia dopo la morte del padre, li comandava tutti a bacchetta; egli
    si  alz  e,  aprendo  la  porta  della cucina che guardava sulla aia,
    disse, rivolto alla moglie e alle altre donne:
    - La nottata  brutta e la neve  tutta ghiacciata, che vogliamo fare?
    Mentre Maso teneva ancora l'uscio  aperto  strologando  le  nubi,  che
    correvano  da  tramontana,  un  soffio  di  vento gelato penetr nella
    cucina e fece rabbrividire grandi e piccini.
    Ma la Carola era stata pronta a dire:
    - E da quando in qua il freddo e la neve ci metton paura?  Alla  messa
    di  Natale ci siamo sempre andati e ci andremo anche stanotte,  se Dio
    vuole.
    La Carola,  come moglie del capoccia,  godeva in famiglia di una certa
    autorit; cos le altre donne annuirono con la testa, e mentre ella si
    alzava  per  vedere se le ballotte eran cotte nel paiuolo,  le cognate
    salirono al piano superiore a prendere lo  scialle,  il  rosario  e  i
    cappotti  di  panno  pesante foderati di flanella verde dei rispettivi
    mariti.
    Quando esse riscesero,  la Carola  aveva  gi  posato  il  paiuolo  in
    tavola,  dopo  averne  scolato  l'acqua,  e  con  una mestola di legno
    distribuiva ai bambini le castagne. Anche le cognate se ne empirono le
    tasche dei grembiuli  di  rigatino,  e  quando  Maso  disse:  Dunque,
    vogliamo andare? tutte si strinsero bene sotto il mento il fazzoletto
    di  lana  a  colori  vivaci,  e  su  quello  si  misero  lo scialle di
    flanellone.
    - E tu non vieni?  - domand Maso a Cecco vedendo che s'era seduto  di
    nuovo sulla panca nel canto del fuoco.
    - Sentir tre messe domani,  per ora resto qui;  tanto che non ho pi
    fatto il Natale a casa,  e mi struggo di sentir raccontare dalla mamma
    la  novella  dello  scettro  del  re Salomone e la corona della regina
    Saba.
    Cecco non diceva tutto il suo pensiero.  Tornato a casa dopo tre  anni
    passati al reggimento,  parte ad Alessandria,  parte a Palermo,  aveva
    trovata la sua vecchietta molto deperita,  e il timore di perderla  da
    un  momento  all'altro lo aveva assalito tanto da inchiodarlo a fianco
    della mamma in tutte le ore che non lavorava.  E anche quando era  nel
    campo, pensava sempre:
    La trover viva quando torno a casa?.
    Quel  pensiero angoscioso e continuo gl'impediva d'imbrancarsi con gli
    amici  e  di  andarsene  a  veglia  nei  casolari  vicini,   dove   il
    bell'artigliere  sarebbe  stato  festosamente  accolto  dalle ragazze,
    curiose di sentir parlare  della  vita  di  citt  e  delle  avventure
    militari.
    Maso  apr  l'uscio e s'incammin alla testa della comitiva,  composta
    delle  cognate,  dei  fratelli  e  dei  tre  ragazzi  maggiori,  ormai
    giovinotti anch'essi.  Appena tutta quella gente fu uscita, Cecco and
    a sedersi accanto alla Regina, e mettendole una mano sulla spalla,  le
    disse scherzando:
    -  Badate,  mamma,  la  novella  la  so  quasi  a  mente,  e se non la
    raccontate bene,  vi tolgo la parola e  la  narro  io!  Vi  rammentate
    quante  volte  sono  stato  a  occhi  spalancati,  con le gomita sulle
    ginocchia, a sentirla?
    - Quelli erano bei tempi!  - sospir la vecchia.  - Allora era vivo il
    babbo  tuo,  tutte  le  figliuole  erano  in  casa  e  io non ero cos
    grinzosa.
    - Nonna, la novella!  - dissero i piccini,  che erano tutti ansiosi di
    udire  per  la  centesima  volta  il meraviglioso racconto,  che aveva
    sempre la virt di commuoverli.
    La vecchietta fin di sbucciare una castagna,  e dopo che l'ebbe  data
    alla  minore  delle  nipotine,  prese  a  dire  con la voce dolce e il
    purissimo accento, proprio degli abitanti delle montagne toscane:

    -  Dovete  sapere  che  al  tempo  dei  tempi  arriv  un   giorno   a
    Montecornioli un vecchio con la barba bianca, i capelli lunghi che gli
    scendevano fin quasi alla cintola, vestito di una cappamagna di seta e
    con  un turbante in testa.  Questo vecchio cavalcava una mula bianca e
    dietro a lui veniva un carro tutto coperto trascinato da  un  paio  di
    bovi,  e  guidato  da  un  altro vecchio,  pure con la barba lunga e i
    capelli  lunghi,   ma  vestito  pi  miseramente.   Attorno  al  carro
    cavalcavano  cinque  uomini  armati  di lancia,  e tenevano a distanza
    chiunque si volesse accostare.
    N l'uomo dalla cappamagna,  n il carro,  n i  soldati  erano  stati
    veduti  passare per il Casentino.  Essi erano arrivati a Montecornioli
    senza valicare l'Appennino, senza battere le strade maestre.  La gente
    li aveva veduti soltanto sul Pian del Prete,  quando salivano la vetta
    di Montecornioli.  Poi erano spariti col carro  dentro  un  vano,  che
    mette  a  una  grande  caverna.  Soltanto  l'uomo dalla cappamagna era
    rimasto a guardia di quel vano, e la mattina, quando i montecorniolesi
    si alzarono,  rimasero a bocc'aperta nel vedere che,  proprio in  quel
    punto,  dove prima non crescevano nemmeno le cicerbite e i cardi,  era
    sorta, come per incanto, una casetta con le finestre chiuse e la porta
    sbarrata.
    La mia parola sarebbe insufficiente se volessi dirvi la meraviglia che
    dest in tutti la comparsa in paese di quella comitiva, e poi il veder
    sorgere quella casetta dalla sera  alla  mattina.  Prima  accorsero  a
    Montecornioli,  per  sincerarsi del fatto,  gli abitanti di Poppi e di
    Bibbiena;  poi quelli di Certamondo,  di Romena,  di Pratovecchio,  di
    Stia; e finalmente vennero anche da lontano. Ma guarda e riguarda, non
    vedevano nulla, e la casa rimaneva chiusa come se dentro non ci stesse
    nessuno.  Per i pi curiosi, mettendo l'orecchio contro il buco della
    chiave,  sentivano un rimugino di monete e certe parole  che  nessuno
    capiva.
    Venne l'inverno, e la casa, che era bassa, rimase quasi nascosta nella
    neve.  Quel  mistero  dei  sette  uomini seppelliti in quella caverna,
    metteva in moto tutti i cervelli e faceva dimenare tutte le lingue. Ci
    fu un montecorniolese pi curioso dei suoi paesani,  un  certo  Turno,
    che,  senza  dire  nulla  a nessuno,  si mise in testa di scoprir quel
    mistero,  e,  aspettata una notte che non ci fosse luna,  s'infil  un
    coltellaccio alla cintura,  prese un'asta pi lunga di lui, e si avvi
    alla casetta.  Era buio come in gola al lupo e il vento mugolava nelle
    insenature  dei monti e spazzava gi una neve fine fine e gelata,  che
    tagliava la faccia a Turno; ed era giusto che fosse freddo, perch era
    appunto la notte del Natale.
    I rami degli alberi,  sfrondati,  battevano fra loro facendo un rumore
    di ossa cozzate insieme,  e,  un po' il buio,  un po' quel mugolo del
    vento, e pi di tutto quel rumore,  gelarono il sangue a Turno;  ma la
    curiosit  fu  pi  forte  della paura ed egli si accost alla casetta
    misteriosa.  Quando fu l,  avvicin l'occhio al buco della serratura,
    ma  non  vide nulla;  allora vi pose l'orecchio,  e sent un tintinno
    d'oro e di argento e un parlare strano,  che egli non  capiva.  Stette
    cos un pezzo,  incerto se doveva bussare o no, ma finalmente, vedendo
    il fumaiolo del camino,  dal quale non usciva  punto  fumo,  sal  sul
    tetto  per tentar di penetrar con l'occhio nella stanza.  La neve alta
    attutiva i suoi passi,  e siccome il tetto era basso,  con poca fatica
    vi  sal;  ma  cap  subito  che non era riuscito a nulla,  perch dal
    fumaiolo si vedeva il focolare spento e basta.
    Turno per, che aveva le scarpe grosse e il cervello fine,  pens: E'
    tardi,  e prima o poi questi uomini misteriosi andranno a letto. Anche
    a contare i quattrini finiranno per stancarsi,  e allora io,  che sono
    secco come un fuscello,  mi calo gi per la cappa del camino e mi levo
    da dosso questa curiosit, che non mi d pace.
    Infatti si accoccol come meglio pot  da  un  lato  del  fumaiolo,  a
    riparo dalla neve e dal vento,  e aspett. Ma aveva un bell'aspettare!
    Quelli di gi, conta che ti conto, non finivan mai di maneggiar monete
    e di ciarlare.
    A un tratto cess il rumore, i lumi furono spenti gi nella stanza,  e
    tacquero  tutti i discorsi.  In quello stesso momento,  al castello di
    Soci scocc la mezzanotte.
    Ho capito, - pens Turno, - sono stregoni,  e a quest'ora se ne vanno
    in giro; tanto meglio, cos vedr senz'essere disturbato; aspettiamo.
    Ma  non  ebbe  molto da attendere perch di l a poco fu colpito da un
    gran chiarore e si vide passar davanti agli occhi una figura bianca  e
    lucente,  e dopo questa una seconda,  una terza,  e poi tutte e tante.
    Avevano i capelli biondi e inanellati,  due ali bianchissime attaccate
    alle  spalle,  e portavano in mano una cesta coperta.  Appena sbucavan
    fuori dal fumaiolo, si dirigevano verso un casolare o un villaggio. Le
    pi volavano alto alto e poi sparivano  fra  le  macchie  di  faggi  o
    d'abeti  verso  l'Eremo di Camaldoli,  nei punti dove sono le case dei
    carbonai o dei mulattieri.
    - Sono angioli!... - diceva fra s Turno.  - E io che li avevo creduti
    stregoni!
    E  quando ne ebbe veduti uscire un centinaio,  e che gli parve che non
    ne dovessero venir pi su per la cappa del camino,  Turno si leg  una
    corda  alla  cintola,  ferm quella fune intorno al fumaiolo e si cal
    gi.  La cucina era grande e,  a giudicarne dalla sua vastit,  doveva
    essere  l'unica stanza della casa;  ma sulle due lunghe tavole e sulle
    panche non c'erano  n  monete  n  altro.  Dirimpetto  all'uscio  che
    metteva sulla campagna,  v'era una specie di volta chiusa da un sasso.
    Turno stacc un lumicino di ferro dal muro,  e  dopo  aver  girata  la
    pietra,  entr in un corridoio buio. Egli cammin per un pezzo, sempre
    in discesa,  e finalmente sbocc in una caverna bellissima che  pareva
    una sala.
    La  volta  era  tutta  tempestata  di ghiaccioli di cristallo di forma
    curiosa,  e nel mezzo c'era una grandissima colonna,  tanto grande che
    quattro uomini non l'avrebbero abbracciata. Quando si fu fermato cost
    a  guardare,  Turno  riprese la via,  e scendi scendi,  a un tratto fu
    colpito da una grandissima luce.  Quel chiarore veniva  da  una  sala,
    molto  pi  bella  della prima,  che si trovava in fondo alla discesa,
    proprio nelle viscere del monte. Codesta sala era illuminata a giorno,
    e nel mezzo c'era una  cassa  d'oro  col  coperchio  di  cristallo,  e
    intorno  tante casse pi piccole.  Sulla parete di fondo v'era poi una
    specie di trono,  tutto d'oro,  e su quello dormiva il  vecchio  dalla
    cappamagna di seta.
    Turno trem tutto nel vederlo e non os accostarsi a lui.  Si avvicin
    peraltro alle casse d'oro col coperchio di cristallo, e rimase a bocca
    aperta a guardarle. In quella di mezzo,  che era la pi grande,  v'era
    uno scettro d'oro tutto tempestato di perle grosse come nocciole.  Sul
    fondo d'ebano nel quale era posato lo scettro, stava scritto in pietre
    preziose: Salomone.  In un'altra cassetta  c'era  una  corona  d'oro
    tutta  ornata di brillanti,  e su quella stava scritto: Regina Saba.
    Nelle altre poi vi erano alla rinfusa braccialetti, collane,  pugnali,
    spilloni,  il  tutto  lavorato  stupendamente  e tutto scintillante di
    gemme lucenti come tanti soli.
    Turno,  a veder tutta quella grazia di Dio,  rimase  di  sasso,  e  il
    diavolo  in  quel momento lo tent.  Con una sola di quelle collane si
    sarebbe potuto comprare un podere,  fabbricarsi una casa e cessare  la
    vita di stenti che aveva fatto dacch era nato.  Alz gli occhi e vide
    che il vecchio dalla cappamagna dormiva come un ghiro, e il diavolo lo
    tentava sempre,  facendogli pensare che  nessuno  si  sarebbe  accorto
    della  mancanza  di  un gioiello.  Per chi possiede tanti tesori,  un
    oggetto pi o meno, non fa nulla, gli suggeriva lo spirito del male.
    Turno alz il coperchio di una  di  quelle  cassette,  ficc  la  mano
    dentro e la rilev piena di gioie, che si nascose subito in seno; poi,
    tutto  guardingo  e tremante,  riprese il lumicino che aveva posato in
    terra, e rifece la via percorsa prima per uscire dalla caverna.
    Giunto che fu alla seconda sala,  grondava di sudore e le gambe gli si
    erano  fatte  pese come di piombo.  Ogni momento si fermava,  stava in
    ascolto perch gli pareva udir dietro a s rumore di passi e voci.  La
    salita  che doveva fare lo sgomentava,  e se non fosse stato il timore
    di trovare il vecchio desto, sarebbe tornato addietro per rimettere al
    posto i gioielli rubati,  tanto se li sentiva pesare  sul  petto  come
    ciottoli di torrente.
    In  quella  seconda  sala  si gett un momento a sedere,  ma subito si
    rialz perch aveva sentito nitrire un cavallo a poca distanza,  e  si
    die'  a  salire  di  corsa  per il lungo corridoio.  Egli giunse tutto
    trafelato in cucina,  e senza concedersi  un  momento  di  riposo,  si
    attacc alla fune e in un momento fu sul tetto.
    Appena  Turno  fu all'aria aperta vide venire volando da tutti i punti
    cardinali gli angioli bianchi e luminosi, che gli erano passati a poca
    distanza quando era nascosto dietro  il  fumaiolo.  Tutta  l'aria  era
    imbiancata  dalla  luce che mandavano i loro corpi,  e da ogni lato si
    sentiva cantare: Osanna!  Osanna!... mentre le campane delle  chiese
    sonavano  il  mattutino.  Turno,  impaurito  da quella vista e da quei
    canti,  senza pensar nemmeno a levar la corda,  spicc  un  salto  dal
    tetto,  e invece di correre in direzione del paese,  si nascose in una
    buca in mezzo alla neve e cost rimase intirizzito fino a giorno, come
    un ladro che ha paura di essere scoperto.  Soltanto all'alba  torn  a
    casa,  e  quando  la  madre  gli domand dov'era stato tutta la notte,
    rispose arrossendo:
    - Sono stato alla messa.
    E invece di aiutare la sua vecchia mamma nelle faccende di casa,  sal
    in camera,  nascose la roba rubata sotto un mattone dell'impiantito, e
    si coric.  Ma il sonno,  che era  il  suo  compagno  fedele  dopo  le
    fatiche,  quella  mattina non and a chiudergli le palpebre,  e,  dopo
    essersi rivoltato per diverse ore da una parte e  dall'altra,  dovette
    alzarsi.
    Appena scese in cucina e si affacci sulla porta di casa, vide passare
    due  contadini  tutti  lieti,  che parlavano fra di loro gesticolando.
    Essi eran tanto infatuati a parlare, che neppur si accorsero di Turno.
    - Sai, - diceva il pi vecchio, -  proprio un miracolo. Stanotte alla
    mezzanotte s' veduto sopra la casa mia un gran  chiarore  e  poi  s'
    sentito un frusco d'ali sul tetto.  Camillo, il mio bambino maggiore,
    che dorme in cucina, s' destato e ha veduto scendere un angiolo dalla
    cappa del camino. Quell'angiolo si  chinato sul letto,  lo ha baciato
    in  fronte  e gli ha detto: Eccoti i doni che ti manda il Bambin Ges
    perch sei stato buono.  Ogni anno,  se continuerai a essere onesto  e
    timorato di Dio, verr a visitarti. Poi l'angiolo  sparito cantando:
    Osanna!  e Camillo racconta che tutta la stanza era piena di un odor
    acutissimo di gigli e di rose. Sul letto il ragazzo ha trovato inoltre
    un  sacchetto  di  monete  d'oro,  vestiti  caldi  per  ripararsi  dal
    tramontano,  e ghiottonerie di ogni specie. Io vengo a Montecornioli a
    raccontare il fatto al curato e a fargli vedere le monete.
    - In casa mia  avvenuto lo stesso,  - disse l'altro  contadino,  -  i
    regali  sono toccati soltanto alla mia Maria,  perch i maschi son tre
    forche,  e l'angiolo,  che lo sapeva,  lo ha detto alla bambina mentre
    l'ha baciata.
    Turno,  tutto  commosso,  aveva  seguito i due uomini fin davanti alla
    chiesa e li vide imbrancarsi con tanti altri,  i quali aspettavano che
    il  curato avesse detto l'"Ite missa est" per interrogarlo al pari dei
    due contadini. Ora capiva dov'erano volati gli angeli! ora si spiegava
    perch aveva sentito contare tante monete!  E quello  che  egli  aveva
    rubato era dunque il tesoro dei bimbi buoni, dei bimbi poveri!
    Ebbe vergogna del suo furto e gli pareva che tutti dovessero leggergli
    in  fronte  la  sua  mala  azione.  In quel giorno non pot entrare in
    chiesa, non lo pot davvero!  Le gambe non ce lo volevano portare;  si
    mise  a  fuggire,  e corri corri giunse in un bosco di castagni,  dove
    rimase come un bandito fino a notte.  Quando torn a  casa,  trov  la
    mamma  che  piangeva  davanti  alla  tavola  apparecchiata.  La povera
    vecchia, non vedendolo tornare a mezzogiorno, s'era messa a smaniare e
    non aveva potuto ingollare neanche un boccone del pranzetto  preparato
    per quel giorno di grande solennit. E ora che lo rivedeva e le pareva
    cos  stralunato,  non  si  poteva  consolare,  perch  era sicura che
    qualche cosa di grosso gli fosse accaduto.  Ma a tutte le domande  che
    gli rivolgeva, Turno rispondeva sempre che non aveva nulla, che si era
    imbrancato con i compagni e per questo aveva fatto tardi.
    Madre  e  figlio  mangiarono  di  malavoglia  e,  per  la prima volta,
    andarono a letto senza neppure dirsi:  Felice  notte,  tanto  Turno,
    arrabbiato  con se stesso,  se la ripigliava con la povera vecchia;  e
    tanto lei era  convinta,  convintissima,  che  il  figlio  suo  avesse
    commesso una cattiva azione.
    N la vecchia afflitta,  n Turno perseguitato dal rimorso, dormirono;
    anzi,  il giovane a  una  cert'ora  si  lev,  perch  gli  pareva  di
    soffocare,  alz  il  mattone,  si  mise  di  nuovo in seno i gioielli
    rubati,  e s'avvi verso la  casetta  all'imboccatura  della  caverna.
    Voleva  vedere  se gli riusciva di riscendere in cucina e rimettere al
    posto quelle gioie, perch gli pesavano sul petto come macigni, ed era
    pentito, arcipentito della sua birbanteria.
    Ma appena  fu  salito  sul  tetto  della  casetta,  dovette  di  nuovo
    nascondersi,  perch  sent  gi nella cucina un gran tramesto,  e un
    momento dopo vide gli angioli comparire a uno a  uno,  e  poi,  quando
    furono  tutti usciti dalla cappa del camino,  prendere il volo come un
    branco di uccelli che vadano dal monte alla palude.
    Turno si accorse che i volti degli angeli  erano  seri  e  accigliati.
    Volavano  velocemente,  e  dalle  loro  bocche non usciva nessun suono
    melodioso.  A un tratto uno di essi si volt e  fece,  sul  paese  che
    abbandonavano,  un  gesto  di  maledizione.  Turno  si  gett di sotto
    impaurito e cadde sulla neve.  In quello stesso momento ud un  rumore
    tremendo,  e  la casetta croll e scomparve gi nelle profondit della
    terra,  per incanto com'era sorta.  I montecorniolesi videro in quella
    notte, sull'apertura della grotta, due diavoli col piede di capro, che
    tramandavano  un  cos  acuto  odore di zolfo,  da soffocare quanti si
    accostavano. Quei due diavoli avevano in mano spade fiammeggianti.
    I montecorniolesi non solo,  ma anche gli  abitanti  delle  valli  pi
    basse  e  dei  casolari di montagna s'impaurirono di questo succedersi
    d'incantesimi,  e nessuno osava pi passare,  neppur di pieno  giorno,
    davanti alla bocca della caverna. Di notte poi non se ne parla, perch
    stavano  tutti rintanati in casa,  e dopo la prima notte nessuno volle
    pi esporsi a vedere quei brutti ceffi di  diavoli  con  le  spade  di
    fuoco.
    La  notizia  di  questo fatto giunse fino al beato Romualdo,  abate di
    Camaldoli,  il quale scese con una lunga processione di frati del  suo
    Eremo,  portando in mano la croce, e si rec a benedire la bocca della
    caverna di Montecornioli.  Il santo abate per disse  che  sotto  quel
    fatto ci doveva essere un mistero,  quando gli fu assicurato da un suo
    frate che dopo poche notti che la caverna era stata  benedetta,  erano
    ricomparsi i demoni a farvi la guardia.
    L'abate Romualdo ordin preci e digiuni a tutti gli abitanti del paese
    di Montecornioli, per impetrare da Dio la liberazione da quel tremendo
    flagello;  ma  neppur  questi  valsero,  e  i  demoni  continuavano  a
    mostrarsi.
    In quel frattempo Turno era ridotto al lumicino.  Nella  notte  stessa
    dalla scomparsa degli angioli e della casa, egli, sentendosi opprimere
    da  quelle  gemme  rubate  ai  poveri,  invece  di portarsele a casa e
    nasconderle sotto il mattone del pavimento,  aveva scavato una buca in
    cantina  e ve le aveva rimpiattate,  e poi era andato a letto.  Ma non
    aveva potuto dormire in tutta la notte,  e nell'uscire la mattina  per
    andare  nel  bosco  a segar le legna,  come faceva ogni giorno,  aveva
    sentito tutta la gente sgomenta dall'apparizione dei  demoni  e  dalla
    scomparsa degli angeli, che avevano recato nella notte di Natale tanti
    doni  ai  bimbi  buoni,  ai bimbi poveri di tutta la contrada.  Quelle
    lamentazioni che udiva gli arrivavano  al  cuore,  perch  sapeva  che
    senza la sua curiosit e il suo furto, gli angeli avrebbero continuato
    a beneficare i poverelli del paese.  Egli si sentiva un gran malessere
    dentro e le braccia cionche come se non potesse  fare  nessun  lavoro.
    Tutto  il  giorno  vag per il bosco evitando d'imbattersi negli altri
    boscaiuoli,  e non si avvi a casa altro che a ora tarda.  Ma prima di
    oltrepassare  gli  ultimi  alberi,  sent  uno sbatter d'ali sulla sua
    testa, e a un tratto vide un pipistrello,  grosso come un'aquila,  con
    gli occhi e la lingua di fuoco.
    Il pipistrello rimase ad ali aperte davanti a lui, e gli disse:
    -  Turno,  tu  hai  reso  al Diavolo un gran servigio,  scacciando gli
    angioli dalla caverna.  Devi sapere che essi vi  avevano  nascosto  il
    tesoro  della  regina  Saba e del re Salomone,  salvato da Gerusalemme
    dopo la distruzione di quella citt.  Si erano ridotti qui dopo lunghe
    peregrinazioni e ad essi lo aveva confidato il "Nazzareno".  Se occhio
    umano riusciva a mirarlo,  essi ne perdevano la custodia,  e il tesoro
    passava  nelle  mani  del nostro signore,  Belzeb.  Egli ora ti vuole
    ricompensare e ti permette di penetrare nella caverna  e  di  sceglier
    magari lo scettro di Salomone e la corona di Saba.
    -  Non voglio nulla!  - diceva Turno tremando.  - Non voglio nulla;  
    roba del Diavolo! - e si fece il segno della croce.
    Il pipistrello con gli occhi di fuoco cadde in terra come fulminato, e
    dove era caduto si apr una buca fonda fonda,  che  ancora  si  chiama
    Buca del Diavolo e chi ci precipita non riesce a tornar pi su.
    Turno,  dopo questo fatto, torn a casa come immelensito. La sua mamma
    non gli pot cavar  di  bocca  neppur  una  parola  assennata,  perch
    vaneggiava come un matto.  La sera gli venne la febbre,  una febbre da
    cavalli, e nessuno sapeva da che derivasse.  Cos rimase un mese,  fra
    la morte e la vita.  Sua madre chiam i medici a curarlo,  ma essi non
    ci capivano nulla in  quella  malattia;  chiam  le  donne  che  sanno
    togliere  il  mal  d'occhio,  ma neppure quelle riuscirono a guarirlo;
    finalmente chiam il curato a benedirlo,  e allora Turno si sent a un
    tratto  sollevato,  cess  di  gridare  e  volle confessarsi.  Dopo la
    confessione si comunic, e appena si sent in forze, scese in cantina,
    prese le gioie che vi aveva nascoste e  se  ne  and  col  bordone  da
    pellegrino e col capo coperto di cenere, prima alla Verna, dove rimase
    in preghiera tre giorni, poi all'Eremo di Camaldoli, e finalmente alla
    Madonna di San Fedele a Poppi. Dinanzi a quella immagine egli deposit
    le gemme prese nel tesoro della caverna, e la collana e il diadema che
    nei  giorni  di  festa ornano il collo e la testa della Madonna,  sono
    ancora formate delle stesse perle  e  delle  stesse  gemme  donate  da
    Turno.  Il quale,  finch visse sua madre men un'esistenza laboriosa,
    alternando il lavoro con le preghiere; ma alla morte della madre vend
    la casetta,  distribuendone il prezzo ai poveri,  e poi and  a  farsi
    frate a Camaldoli e per le sue virt fu tenuto in concetto di santit.
    I  montecorniolesi  non  hanno  pi  veduto  i  diavoli  con  le spade
    fiammeggianti a guardia della caverna,  ma nessuno  ha  osato  mai  di
    scavare il monte per impossessarsi delle ricchezze. Due ladri soltanto
    una  volta vennero da lontano per rubare quello che sta nascosto nella
    caverna, ma sull'imboccatura furono tutti e due colpiti da una saetta,
    che li incener.
    Ma neppure i bimbi buoni,  i bimbi poveri dei  casolari  sparsi  sulla
    montagna  hanno  avuto pi i ricchi doni,  e questo fa supporre che in
    paese gli angeli non siano pi tornati.
    La Regina tacque, e Cecco, il bell'artigliere, esclam:
    - Mamma,  la memoria vi regge,  ma una cosa sola avete dimenticato  di
    raccontare a questi bimbi, che vi stanno a sentire a bocca aperta.
    - Che cosa? - domand la Regina.
    - La storia del turbante!
    - Non l'ho dimenticata;  gliela serbo a domani sera,  e per ogni festa
    del Natale ne ho un'altra.
    - Dunque, mamma,  ne sapete tre solamente,  perch tre son le feste di
    Ceppo?  - esclam l'Annina,  una bimba vispa,  che gi aiutava in casa
    come una donnina.
    - No,  no;  intendo dire che ne ho in serbo anche per la sera di  Capo
    d'anno, per quella di Befana e per le domeniche di gennaio.
    -  Siete  una  gran nonna!  - disse,  mettendo la testa in grembo alla
    vecchia,  un maschietto di  capello  rosso,  con  una  testina  sempre
    arruffata e certi occhietti furbi, nei quali si leggeva tutto quel che
    gli  passava  nella  mente.  -  Peraltro  la novella di stasera non mi
    capacita.
    - Perch?  - domand Cecco alzando Gigino e mettendoselo a cavalluccio
    sulle ginocchia.
    -  Perch  gli  angioli  non  se la dovevano prendere con i bambini se
    Turno era sceso nella caverna.  Mi pare che paghi  il  giusto  per  il
    peccatore,  e a noi,  a noi che ci si sforza di non far birichinate in
    tutto l'anno, quando vien la vigilia di Natale, non ci tocca nulla.
    - Son novelle!  - sentenzi l'Annina,  -  e  si  raccontano  cos  per
    divertire.  Se  ci  credessi,  io non porterei mai le pecore a pascere
    dalla parte di Montecornioli: avrei paura.
    - Per Gigino ha ragione,   un'ingiustizia!  - dissero a  mezza  voce
    altri due piccinucci, che erano sempre del parere del Rossino.
    In  quel  momento  si sent alzare il saliscendi dell'uscio e le mamme
    tornarono con lo scialle tutto tempestato di sottilissimi cristalli di
    ghiaccio.  Esse vuotarono sulla tavola una fazzolettata di brigidini e
    di confetti, sui quali i bimbi si gettarono avidamente.
    - Eccoli i nostri angioli! - esclam l'Annina.
    - Ecco il mio angiolo! - disse Cecco abbracciando la sua vecchina.
    Dopo poco,  grandi e piccini, tutti riposavano al podere dei Marcucci,
    e i bei sogni rallegravano la mente dei bimbi dormenti.




















    La storia del turbante.

    La sera dopo, sparecchiata la tavola che aveva servito al lauto pranzo
    di Natale,  gli uomini di casa Marcucci non  misero  neppure  il  naso
    fuori dell'uscio per strologare il tempo, poich non ce n'era bisogno.
    Il  vento  mugolava furiosamente nella cappa del camino,  facendo ogni
    tanto turbinare la cenere e le faville,  e la neve batteva tanto forte
    contro i vetri delle due finestrine della cucina,  da spaccarli. Erano
    le  cinque  appena,   ma  gi  era  buio  pesto  nella  grande  stanza
    affumicata,  e, senza la fiamma del focolare e la lucerna a sei becchi
    posata sulla tavola,  nessuno avrebbe veduto neppure  chi  gli  sedeva
    accanto.
    Gli  uomini avevano acceso la pipa e stavano a scaldarsi nel canto del
    fuoco;  le donne erano sedute in qua e in l senza  far  nulla,  e  la
    vecchia  Regina  snocciolava  i  chicchi  del  rosario.   Quando  ebbe
    terminato di pregare, l'Annina le disse:
    - Nonna,  o che non vi rammentate pi quello  che  ci  prometteste  la
    notte passata?
    - La storia del turbante,  la vogliamo,  sapete! - esclamarono in coro
    gli altri bambini.
    - Aspettate,  - rispose la nonna.  - Quando  i  vostri  babbi  saranno
    usciti, ve la racconter.
    -  Avete  paura  di  noi?  -  disse Maso.  - E da quando in qua non ci
    credete degni di sentire  le  novelle?  Raccontate  pure,  e  cos  ci
    aiuterete ad ammazzare il tempo.
    - Raccontate, mamma, - prosegu Cecco mettendosele accanto. - Io sto a
    sentirvi a bocca aperta.
    - Come noi! - esclamarono i bimbi.

    -  Dunque,  -  incominci  ella,  -  dovete  sapere che nella notte di
    Natale,  quando Turno fu uscito dalla caverna dopo  aver  commesso  il
    furto, avvenne una scena tremenda nella bellissima sala sotterranea di
    Montecornioli.  Gli angeli,  tornando,  trovarono il vecchio guardiano
    del tesoro addormentato,  ma bast che volgessero  uno  sguardo  sulle
    cassette d'oro col coperchio di cristallo per accorgersi che mancavano
    dei gioielli.
    Svegliarono allora il vecchio dalla cappamagna e gli domandarono:
    - Chi hai introdotto qui?
    - Nessuno,  - rispose egli. - Del resto, come avrei fatto ad aprire la
    porta se  chiusa a cento chiavi e ognuno di voi ne ha una?
    - Allora sei tu che hai ceduto alla tentazione e ti sei  impossato  di
    una parte del tesoro che ti avevamo confidato?
    -  Per l'anima mia,  sono innocente!  - esclamava il vecchio.  - Se ho
    avuta una colpa,   quella di aver ceduto alla stanchezza;  per questo
    punitemi, ma non per altro.
    Gli  angeli  non  gli  credevano,  bench da secoli quel vecchio fosse
    preposto alla custodia del tesoro.  Dovete sapere che per gli  angioli
    era un grande scorno il non aver saputo vegliare su quel tesoro. Iddio
    glielo aveva affidato, ma nella Sua somma giustizia aveva detto che se
    non  avessero  saputo  serbarlo  per  sollevare la miseria dei poveri,
    glielo avrebbe ritolto e sarebbe passato nelle mani dei diavoli. E gli
    angeli avevano sperato di far molto bene in quel paese  e  conquistare
    alla gloria del paradiso tante anime di madri,  di padri e di bambini;
    anime intenerite dalla gratitudine per il bambino  Ges,  che  pensava
    agli afflitti e ai miseri. Il dolore di dover abbandonare il paese era
    cos grande in loro, che li rendeva ingiusti verso il povero vecchio.
    -  Mostraci  dove  hai  nascosto  le  gioie,  - disse uno degli angeli
    alzando sul capo del guardiano la grande spada di fuoco.
    - L'infelice rispose con un singhiozzo,  e gli angioli,  credendo  che
    quello  gli  fosse  strappato  dal  rimorso  della cattiva azione,  lo
    condannarono a esser cacciato dalla caverna ed  eseguirono  subito  la
    sentenza.   Infatti  andarono  nella  stalla  a  prendere  la  mula  e
    trascinarono il povero vecchio fino alla porta  della  casetta;  cost
    ognuno  degli  angioli cav la propria chiave,  e quando tutti e cento
    ebbero  schiuso  detta  porta,   cacciarono  il  vecchio   nell'aperta
    campagna,  in mezzo alla neve.  Egli rimase sbalordito, come fulminato
    da quel fatto, senza volont e senza forza.
    - Dunque anche gli angioli che siedono vicino al trono di Dio  possono
    essere ingiusti! - esclam. - Chi mi far giustizia?
    - Io, - rispose una voce aspra e roca.
    La  notte  era  s buia che l'uomo dalla cappamagna e dal turbante non
    potea scorgere da  chi  partiva  la  voce,  ma  appena  quell'io  fu
    proferito,  la  mula  bianca,  che era accanto al padrone,  si diede a
    correre a precipizio gi per la scesa,  e il rumore  dei  ferri  sulla
    neve gelata si perd soltanto nella valle. Il vecchio domand:
    - Sei amico o nemico?
    -  Amico,  s'intende.  Non  c' che un amico che possa consolare in un
    momento di dolore,  - rispose l'altro.  - Ma  allontaniamoci  di  qui,
    perch il luogo non  adattato per parlare.
    -  Ahim!  -  disse il vecchio,  - io sono cos affranto che non posso
    fare un passo.
    Allora egli si sent sollevare da due braccia poderose,  e trasportare
    per  un  buon  tratto  nella  notte  buia,  in direzione del monte che
    s'inalza dietro a Montecornioli.  Giunti  che  furono  nel  fitto  del
    bosco,  il vecchio sent di nuovo il terreno sotto i piedi,  e di l a
    poco scorse un lumicino a breve distanza,  che  si  vedeva  dall'uscio
    aperto di una capanna di carbonari. Allora solamente si avvide che chi
    lo  aveva  sollevato  da  terra  e  portato fin l,  era un uomo tutto
    villoso,  con un viso arcigno da metter paura,  e due  corna  che  gli
    uscivano  da  un berretto di pelo.  Il vecchio trem tutto e disse fra
    s:
    - Son perduto; costui  il Diavolo in persona!
    Ed era il Diavolo davvero, quello stesso che aveva tentato Turno,  che
    aveva  raccolto il guardiano del tesoro del re Salomone e della regina
    Saba, non certo per compassione del vecchio, ma per rubare un'anima al
    Paradiso,  e che girava e rigirava intorno alla caverna,  sapendo  che
    quel tesoro sarebbe caduto nelle sue mani.
    -  Vecchio  venerando,  - disse il Diavolo quando furono entrati nella
    capanna,  salutando rispettosamente  l'uomo  dalla  cappamagna  e  dal
    turbante,  -  tu  mi  hai  reso  un segnalato servigio addormentandoti
    mentre dovevi vegliare, ed io intendo ricompensarti. Vuoi esser ricco?
    - Non ho mai ambito alle ricchezze; ne ho vedute tante e tante che non
    mi tentano pi.
    - Sei un saggio, - rispose il Diavolo, - e mi congratulo teco.  - Vuoi
    vivere lunghissimamente, non anni, ma secoli?
    - Sono gi tanto vecchio, ho veduti tanti paesi e tanti uomini che non
    desidero di rimanere molto a questo mondo.
    -  Vuoi  la  giovent,   la  bella  giovent,  la  forza,  la  letizia
    dell'animo?
    - Neppure.
    - Tu non vuoi nulla dunque? - disse il Diavolo stupito.
    - Da te non voglio nulla.
    - Bada, vecchio, ti pentirai di avere ricusato le mie offerte.
    - Non ti temo,  - disse il vecchio in tono di sfida,  e fece  atto  di
    alzar la mano destra alla fronte, per farsi il segno della croce.
    Ma  per  quanto provasse e riprovasse,  non riusciva ad alzar la mano,
    che  rimaneva  cionca  come  il  braccio  e  pareva  inchiodata   alla
    cappamagna.
    Il Diavolo fece un ghigno e, sedutosi davanti al fuoco, disse:
    -  Vedi se ora sei in mio potere!  Credevi di cacciarmi con quel segno
    dinanzi al quale io devo fuggire, come i soldati vinti fuggono dinanzi
    alla insegna spiegata dal vincitore;  e io ti ho impedito la mano.  Tu
    non vuoi esser mio alleato, e fra noi sar guerra.
    Il  vecchio dalla cappamagna e dal turbante non si degn di pregare il
    Diavolo, ma rimase muto e accigliato nel mezzo della stanza,  pregando
    il  Signore  di  liberarlo  dalle granfie del nemico.  La morte non lo
    spaventava,  lo sgomentava bens l'eterna dannazione,  e desiderava di
    morire santamente com'era vissuto.
    Il Diavolo pareva che non si curasse pi del vecchio.  Batt col piede
    di capro sul pavimento,  e comparve una gatta nera,  che  si  diede  a
    preparare  da  mangiare,  trafficando in cucina come avrebbe fatto una
    massaia.  Per quando ud cantare il  gallo,  mentre  incominciava  ad
    albeggiare,  la gatta piant baracca e burattini e spar, senza metter
    neppure in tavola le pietanze che aveva cotte.  Il Diavolo le prese da
    s  sul  focolare e mangi con grande appetito;  ma quando il cielo si
    fece  biancastro,   spar  anche  lui.   Il  vecchio   respir   dalla
    contentezza,  e  appena vide giorno chiaro,  cerc di uscire da quella
    casa di Satana;  ma le gambe non lo reggevano e ricadde a sedere sopra
    lo sgabello sul quale stava prima.
    - Ecco un altro tiro di quel grande nemico!  - esclam,  - prima mi ha
    storpiato il braccio  destro,  e  poi  la  gamba;  ma  san  Luca,  mio
    protettore,  e Voi,  mio Angelo custode, volete proprio abbandonare la
    mia anima al Diavolo?
    Appena ebbe invocato quei due nomi,  sent che il  turbante,  che  gli
    cingeva il capo ed era formato di finissima tela bianca,  si alzava in
    aria.  Dopo averlo veduto volteggiare per la stanza,  come farebbe una
    rondine che sbadatamente penetra in una casa e vola di qua e di l per
    cercar  di  uscire,  il  turbante  prese  la direzione della cappa del
    camino,  e il vento lo spinse in modo da farlo uscire dal fumaiolo,  e
    quindi lo sollev a grande altezza, facendolo volare in aria.
    Era  quella  una  mattinata serena,  e la neve,  caduta in abbondanza,
    faceva sperare ai cacciatori buona preda.
    Per questo il conte Guido,  preceduto dai  falconieri  e  seguito  dai
    paggi, era sceso dal suo castello di Poppi, e lo stesso aveva fatto il
    conte di Lierna.  Fra questi due signori,  bench fossero della stessa
    famiglia,  era nato da molti anni un odio tremendo per una ingiustizia
    che il conte Odeporico di Lierna credeva gli fosse stata fatta dal suo
    potente cugino di Poppi.
    Le due comitive s'incontrarono sul ponte a Poppi,  mentre traversavano
    l'Arno,  e i due nemici,  che si avanzavano uno contro  all'altro,  si
    riconobbero  da  lontano,  perch il conte Odeporico,  dopo l'affronto
    sofferto,  vestiva  tutto  di  nero,  e  il  conte  Guido  portava  il
    giustacuore  celeste,  ricamatogli  dalla  sua  donna.  Ma n l'uno n
    l'altro si fissarono per molto tempo, perch nello stesso punto videro
    volare al disopra del ponte un uccello sconosciuto in quelle parti, un
    uccello tutto bianco e del quale non si scorgeva n testa  n  ali.  I
    due  conti  scappucciarono  il falco,  che tenevano in pugno,  e i due
    uccelli rapaci si volsero  entrambi  verso  lo  strano  volatile,  che
    campeggiava  nell'aria.  Ma  appena  lo ebbero raggiunto e stavano per
    ghermirlo, caddero fulminati ai piedi dei loro padroni. Allora,  tanto
    il  conte Guido quanto il conte Odeporico armarono l'arco e scoccarono
    i dardi contro l'uccello bianco. I due strali lo colpirono nel momento
    istesso, poich i Conti erano abili tiratori,  e il volatile cadde nel
    mezzo del ponte. Entrambi i feritori si slanciarono per ghermirlo.
    - Io l'ho ferito il primo!  - grid da lungi il conte di Poppi, - e la
    preda spetta a me.
    - Fu il mio strale che lo colp avanti, - disse il signor di Lierna, -
    ed io lo esigo.
    Queste  parole  erano  scambiate  dai  due  contendenti  a  una  certa
    distanza,  e  nessuno  di  loro  si  era  peranco accorto che razza di
    selvaggina avessero ucciso.
    - Ti proibisco di toccarlo, - diceva il conte Guido.  - Qui sono sulle
    mie terre ed  predone chiunque osa cacciare senza il mio permesso.
    Il  conte  Odeporico,  che  nutriva  gi  tanto risentimento contro il
    cugino,  offeso  maggiormente  da  queste  parole,  senza  pi  badare
    all'oggetto  della  contesa,  spron  il cavallo e giunto in faccia al
    signore di Poppi, sguain la spada e gli disse:
    - Mettiti in guardia e rispondimi ora di tutte le villanie che mi  hai
    fatte,  -  e  appena  ebbe  pronunziate queste parole si gett come un
    fulmine sul signore di Poppi.
    L'altro pure aveva cavato la spada,  e le due  armi  s'incrociarono  e
    mandarono  fiamme;  ma per quanto i due Conti menassero colpi da orbi,
    nessuno riusciva a  ferire  l'avversario,  anzi,  ogni  volta  che  si
    toccavano,  rompevasi un pezzetto di spada, cos che essi si trovarono
    alla fine con la sola impugnatura in mano.
    - Qui c' un incantesimo! - esclam il conte Guido, - e io vi propongo
    di cessare il duello e di vedere prima  che  razza  di  preda  abbiamo
    uccisa.
    Il  signor di Lierna a sentir parlar di incantesimo si fece pallido in
    viso e voltato il cavallo corse a spron battuto a rinchiudersi nel suo
    forte castello sul monte,  e per maggior precauzione ordin che  fosse
    alzato il ponte levatoio e si armassero le saracinesche.
    Il signor di Poppi,  rimasto padrone del campo, si avanz, e, sceso da
    cavallo,  raccolse la preda abbandonata dal suo  competitore;  ma  nel
    vedere  che  i due strali avevano colpito un fagotto di cenci bianchi,
    die' in una sonora risata;  poi,  ripensando che quel fagotto di cenci
    era  stato  cagione della morte del suo bel falco,  cos sapientemente
    ammaestrato,  ordin a  uno  de'  suoi  paggi  di  raccoglierlo  e  di
    bruciarlo  nel cortile del castello di Poppi,  tanto pi che egli pure
    credeva agli incantesimi e  temeva  che  da  quei  cenci  gli  venisse
    qualche grande malore.
    Il  fiero  conte  Guido rifece dunque l'erta salita che conduceva alla
    sua dimora, e,  giuntovi,  ordin si preparasse un rogo sul quale fece
    porre   il   turbante.   Appiccato   il   fuoco  alle  legna,   queste
    incominciarono a friggere, si fecero nere come se fossero state verdi,
    mentre da esse si sprigionava una bava bianca e molto fumo, ma nessuna
    fiamma viva.  Le legna furono cambiate tre volte,  ma  ogni  volta  si
    spensero,  senza  bruciare  il turbante.  Il signor di Poppi si faceva
    sempre pi cupo e accigliato. Ormai non dubitava pi che quel turbante
    fosse incantato e possedesse una virt nascosta.
    - Gettatelo nei vortici dell'Arno, - ordin ai suoi uomini.
    Ma appena ebbe espresso questo comando,  il turbante vol  in  aria  e
    and a posarsi sopra uno dei merli ghibellini dell'altissima torre che
    si ergeva nel centro del castello, e vi rimase come inchiodato.
    Ora  torniamo  un  passo  addietro  e  andiamo  a  vedere che cosa era
    successo al vecchio dalla  cappamagna,  rinchiuso  nella  capanna  del
    Diavolo.  Egli  non  cessava  d'invocare  i suoi santi protettori,  ma
    nessuno veniva in suo soccorso, perch la casa apparteneva al Diavolo,
    e in casa del nemico i santi non potevano operare miracoli.  Il povero
    vecchio vedeva con raccapriccio calare il sole, poich temeva che allo
    scoccar  della mezzanotte il Diavolo sarebbe tornato a molestarlo.  Ma
    pass la notte senza che nessuno  si  presentasse,  perch  Satanasso,
    nelle  poche ore che poteva scender sulla terra,  aveva altre faccende
    da sbrigare e doveva  cacciar  gli  angeli  bianchi  dalla  grotta  di
    Montecornioli,  e insediarvi i suoi angeli neri. Ma intanto la fame, e
    pi  il  freddo,  scemavano  le  forze  del  vecchio,  e  il  Diavolo,
    abbandonandolo in quel modo a tutte le intemperie, aveva calcolato che
    alla fine il vecchio,  sentendosi morire,  lo avrebbe invocato, e cos
    quell'anima sarebbe stata conquistata all'inferno. Ma il vecchio tenne
    saldo, e,  finch ebbe fiato,  invoc tutti i santi del Paradiso e per
    ultimo san Francesco,  che aveva ricevute da Ges le stimate sul fiero
    monte della Verna.  Il gran Santo,  che non aveva  temuto  il  Diavolo
    sull'orlo  del  precipizio  e si era abbrancato con fede al masso,  il
    quale,  fattosi molle come cera,  gli aveva permesso di  piantarvi  le
    mani,  non  lo tem neppure in questa occasione,  ed impietosito della
    sorte del vecchio,  scese in terra sotto le spoglie di  un  fraticello
    cercatore  del  suo  ordine,  sal il monte di Poppi.  Giunto colass,
    vedendo tutto il popolo radunato in  piazza  a  mirare  quel  turbante
    posato sul merlo della torre,  e udendo narrare le meraviglie avvenute
    a Montecornioli in quei due giorni,  si diresse verso  il  castello  e
    chiese del conte Guido.
    -  Signore,  - gli disse quando fu ammesso alla sua presenza - odo che
    tu sei stato turbato da avventure soprannaturali;  vuoi  permettere  a
    me,  umil fraticello, di usare contro queste maraviglie il segno della
    salute?
    - Fa' ci che ti aggrada,  buon frate,  - rispose il conte,  -  se  tu
    riesci  a  liberarmi da quel fagotto di cenci che s' posato sul merlo
    della mia torre, io far larghe elemosine alla Verna.
    San Francesco and sotto la torre, e alzando le palme,  in cui erano i
    segni gloriosi della passione di Ges, disse:
    -  San  Luca  ti  ha  mandato qual messaggio di dolore;  io ti comando
    d'indicarmi  la  via  che  conduce  al  tuo  padrone,   per  liberarlo
    dall'eterno nemico.
    Appena  il  Santo  ebbe  pronunziate queste parole,  il turbante scese
    dinanzi a lui e incominci  a  volare  lentamente  nell'aria  come  un
    augello. I due dardi conficcati nel turbante dal signor di Poppi e dal
    signor  di  Lierna,  gli facevano da ali.  Il Santo si pose in cammino
    dietro al turbante e il conte Guido,  meravigliato de miracolo,  segu
    il fraticello e travers il paese,  scese all'Arno e poi and su per i
    monti boschivi fino alla capanna del Diavolo.
    Il conte Guido non era stato solo a tener dietro a  san  Francesco.  I
    suoi  famigli,  i  suoi  vassalli e la gente che incontravano per via,
    ingrossava il corteo.
    San Francesco pregava a voce alta,  e tutti quelli  che  lo  seguivano
    rispondevano  a  quella  prece.  Le  fiere  uscivano  dai  boschi e si
    prostravano dinanzi al Santo;  dalle cime  dei  monti  scendevano  gli
    uccelli a stormi e formavano uno stuolo,  che precedeva la processione
    gorgheggiando come se la terra fosse stata coperta di erbe  novelle  e
    di fiori, invece che di neve gelata.
    Il turbante si ferm a poca distanza dalla capanna,  e cos fecero gli
    uccelli,  le belve,  il conte Guido e  tutti  i  suoi  terrazzani.  Il
    fraticello si avanz solo, e con la sua dolcissima voce, disse:
    -  Che in nome del Signore,  morto in croce per il suo popolo,  tu sia
    liberato!
    Subito  dalla  capanna  usc  il  vecchio  che  aveva  miracolosamente
    riacquistato  l'uso  delle  gambe  e del braccio destro,  e si prostr
    dinanzi al Santo piangendo  di  gioia.  In  quel  momento  la  capanna
    incominci a crepitare ed arse come un fascio di paglia.
    Mentre  il  popolo,  che  era caduto in ginocchio come il conte Guido,
    pregava, una nuvoletta bianca scese dal cielo, avvolse il fraticello e
    lo sollev nell'aria.
    Il vecchio dalla cappamagna riprese il suo turbante e se  lo  mise  in
    testa  piangendo di gioia,  e alzando le palme verso la nuvola bianca,
    che si perdeva nel cielo, esclam:
    - Gloria a san Francesco!
    - Gloria! - risposero i terrazzani in coro.
    Il conte Guido allora si accost al vecchio e gli  rivolse  la  parola
    nella  lingua  d'Oriente,  che egli aveva appresa da un monaco di quel
    paese, e lo invit ad esser suo ospite,  assicurandolo che gli avrebbe
    fatto  un onore abitando il suo castello,  poich un uomo per il quale
    san Francesco scendeva dal Cielo, era una benedizione per una casa.
    Il vecchio accett l'invito,  e la  lunga  processione  si  rimise  in
    cammino  cantando  le lodi del poverello d'Assisi,  del gran Santo che
    proteggeva il Casentino.
    Nel castello di Poppi,  il vecchio fu accolto con ogni riguardo  dalla
    contessa,  che  era figlia di un altro Guido da Romena,  signore di un
    forte castello verso Pratovecchio.  La Contessa era  giovine  e  molto
    bella  e  di  un  carattere  cos compassionevole che non poteva veder
    uccidere una mosca.  Costei viveva in continue angustie a  fianco  del
    marito,  uomo  battagliero,  che era sempre in guerra con i signori di
    Chiusi e Caprese,  e con  i  castellani  di  altri  luoghi  forti  sul
    versante dell'Appennino di Romagna.
    Ella non sapeva farsi intendere dal vecchio, perch non parlava la sua
    lingua,  ma  ponendogli sotto gli occhi il libro delle preghiere,  che
    era scritto in latino, e accennandogli alcune parole,  gli fece capire
    che sperava che egli riuscisse a distogliere il Conte dal guerreggiare
    di continuo ed a volger la mente del Signore, alle opere pacifiche dei
    campi e alle opere di carit, che meritano il Paradiso.
    Il  vecchio  promise il suo aiuto alla nobile dama e incominci subito
    ad ammansire il Conte;  ma questi,  che gi aveva dimenticato  le  sue
    promesse,  noiato  dalle  prediche del vecchio,  gli disse che nessuno
    aveva mai osato riprenderlo, e che, se continuava, gli avrebbe dato un
    bordone da pellegrino e lo avrebbe mandato con Dio.
    Al pio vecchio quelle parole arrivarono prima all'osso che alla pelle,
    e preso il bastone,  come soleva per andare all'abbazia di San Fedele,
    scese al piano; quindi, mirando sempre il gran sasso della Verna, pian
    piano  come  glielo  concedevano  le  sue gambe,  alquanto intorpidite
    dall'et,  sal a  Bibbiena.  Cost,  fermatosi  a  pernottare  in  un
    convento, a giorno riprese l'aspra via.
    Ma  il  crudo inverno era stato cacciato dalla ridente primavera,  e i
    boschi erano tutti coperti di erba fresca e di fiori odorosi.
    Il vecchio giunse senza intoppo alla Verna,  e siccome fin lass erasi
    propagata  la fama del miracolo operato da san Francesco in favore del
    vecchio di Gerusalemme, come lo chiamava il popolo dei dintorni,  cos
    i  frati  lo accolsero festosamente e lo trattarono con ogni specie di
    riguardi.
    Ora avvenne che il conte di Lierna,  che  serbava  sempre  rancore  al
    conte  di  Poppi,  aveva  riunito nel suo forte castello quanti uomini
    armati aveva potuto, e le sue fucine avean lavorato giorno e notte per
    preparare aste,  lance,  dardi ed altre armi.  Quando cred di  essere
    abbastanza  forte  per  circondare  d'assedio  Poppi,  fece  alzare di
    nottetempo il ponte levatoio del castello, e, traversato l'Arno,  sal
    quatto quatto con i suoi al forte dominio del conte Guido, e in quella
    notte  stessa  si  diede  a  batter  le  mura  e  a  lanciar dei sassi
    nell'abitato.
    I terrazzani si destarono sgomenti e corsero  ad  avvertire  il  conte
    Guido,  il  quale gi era sveglio e armato,  e disponeva i suoi uomini
    alla difesa. La Contessa pure era balzata dal letto, e, circondata dai
    figli, andava in cerca del marito;  raggiuntolo,  lo chiam da parte e
    gli disse:
    -  Signor  mio,  prima  ancora che io fossi scossa dal sonno da questo
    trambusto, ho avuto una visione che debbo narrarti.
    - Non  tempo questo di ascoltare le parole di una femmina,  - rispose
    il Conte con disprezzo, - ritirati nelle tue camere e lasciami fare.
    - Signor mio ascoltami, - insist la Contessa. - Io ho veduto in sogno
    il poverello d'Assisi,  il quale, mostrandomi le palme trafitte, mi ha
    detto: Che ne ha fatto il tuo Signore del pio vecchio che  gli  avevo
    affidato?  Sappi che egli era una benedizione per la vostra casa, e se
    il conte Guido  non  lo  riconduce  a  Poppi,  tutte  le  sventure  si
    abbatteranno  sulla  sua famiglia,  sulla sua casa,  su tutti voi.  Il
    conte Guido aveva promesso larghe  elemosine  alla  Verna,  e  non  ha
    mantenuto  la  parola.  Io  sono  impotente  a  stornar  da  lui l'ira
    celeste.
    - Quando avremo battuto quel ribaldo conte  di  Lierna,  penseremo  ai
    tuoi  sogni,  - rispose il Conte,  e spinse la moglie e i figli dentro
    una stanza, di cui tolse la chiave.
    La Contessa piangeva come  una  vite  tagliata,  ma  nessuno  l'udiva,
    perch  ogni persona era intenta alla difesa del castello.  L'infelice
    rimase in quella stanza fino a sera,  ma in quel giorno il conte Guido
    vide  cadere il fiore dei suoi soldati,  e quando la moglie a notte lo
    rivide,  egli non era pi il  baldo  cavaliere  della  mattina,  tutto
    infiammato dal desiderio della pugna.
    -  Signor  mio,  - ella disse,  - io non posso esserti di aiuto alcuno
    nella difesa del nostro castello. Lascia che,  passando per il cammino
    sotterraneo,  che  scavato nei fianchi del monte, io esca nell'aperta
    campagna e mi riduca alla Verna a portar le elemosine da  te  promesse
    al  convento,  e  a supplicare il vecchio di Gerusalemme di tornar fra
    noi.
    - Va', e che Dio t'accompagni!
    Quella notte stessa la Contessa spogli i ricchi  guarnelli  di  seta,
    trapunti di oro,  tolse le gemme che le ornavano il collo e i polsi e,
    indossata una gonnella di mezza lana e un busto di  panno,  scese  nei
    sotterranei  del  castello  senza  nessuna  scorta,   varc  l'Arno  e
    s'inerpic sul monte.
    Ella aveva le bisacce ben guarnite di gigliati d'oro,  ma sotto quelle
    umili  vesti  nessuno supponeva si nascondesse la nobile signora,  che
    vedevano di tanto in tanto cavalcare da  Romena  a  Poppi  e  fino  ad
    Arezzo,  sulla  giumenta  bianca,  riccamente bardata,  e con numerosa
    scorta di cavalieri, paggi, valletti ed armigeri.
    Senza esser molestata da alcuno,  giunse la pia donna al  convento,  e
    dopo aver deposta sull'altare della Cappella degli Angeli la sua ricca
    elemosina,  fece  chiamare  il  vecchio  di  Gerusalemme  e  lo  preg
    umilmente di seguirla,  facendogli capire coi cenni  pi  che  con  le
    parole, il pericolo che minacciava la propria casa.
    Il  vecchio  accondiscese  alle preci di lei e,  indossato il saio dei
    Francescani per non dar nell'occhio alla gente,  scese insieme con lei
    al  piano,  e  per il cammino sotterraneo giunse al castello.  Bisogna
    sapere che il vecchio non aveva lasciato alla Verna la sua  cappamagna
    n  il  turbante,  perch  gli  rincresceva molto di separarsi da quei
    ricordi della sua patria.  Egli aveva nascosto l'una e l'altro in  una
    bisaccia, come usano portare i frati che vanno alla cerca.
    Appena  che  la  Contessa  e il vecchio giunsero al castello di Poppi,
    appresero che la giornata era stata ancor pi funesta  agli  assediati
    che  quella  precedente,  perch  molti  altri soldati del conte Guido
    erano caduti,  e il signore stesso era stato colpito da un dardo  alla
    spalla sinistra.
    Pallido  e  affranto,  questi  stava  nella  sala d'armi del castello.
    Allorch vide la sua donna e il vecchio,  li chiam accanto a s e  li
    ringrazi con grande effusione.
    - Che cosa mi consigli di fare,  saggio vecchio? - domand quindi allo
    straniero.
    - Eccoti il mio turbante,  - rispose questi.  - Sai come il  conte  di
    Lierna  fuggisse  quando  lo  vide sul ponte che  a valico dell'Arno.
    Ordina che  questo  turbante  sia  posto  a  una  delle  finestre  del
    castello. Quando il conte Odeporico lo vedr, toglier l'assedio.
    - Che tu possa dire il vero! - esclam il conte Guido.
    E  quella  notte stessa fece issare un'asta alla finestra centrale del
    castello, e in cima a quella ordin fosse infilato il turbante.
    Allorch le tenebre furono diradate dal sole nascente e  il  conte  di
    Lierna vide quel turbante in cima all'asta,  disse: Povero me; qui si
    combatte con armi disuguali;  io  col  ferro,  e  il  mio  nemico  con
    gl'incantesimi!,  e  come  aveva  predetto il vecchio di Gerusalemme,
    Odeporico riun le sue genti, e tolse l'assedio in un battibaleno.
    Da quel giorno nessuno os pi molestare il conte  di  Poppi,  che  si
    diceva  in  possesso  di un talismano,  e la Contessa visse tranquilla
    finch la morte non  la  colse.  Il  vecchio  di  Gerusalemme  l'aveva
    preceduta  nella  tomba,  e  il conte Guido gli aveva fatto erigere un
    mausoleo nella cappella  del  castello.  Il  turbante  poi  era  stato
    rinchiuso  in una cassa d'argento di lavoro pregevolissimo,  e i conti
    Guidi lo conservarono nel tesoro di famiglia finch il conte Francesco
    fu battuto da Neri Capponi, capitano de' fiorentini, il quale lo port
    a Firenze con le altre robe.
    - E qui la storia del turbante  finita, - disse la Regina,  - e se mi
    sono scordata di qualche cosa, Cecco ve l'aggiunga.
    - Di nulla, mamma; voi la raccontate ora come vent'anni fa.
    - Come trentacinque!  - ribatt Maso,  - e io provo piacere a sentirvi
    ora, come quando ero alto quanto un soldo di cacio.
    - Anche noi ce l'abbiamo il nostro turbante,  il nostro  talismano,  -
    disse Cecco battendo una palma sull'altra,  - e non saranno di certo i
    fiorentini che ce lo porteranno via!
    - E qual ? - domand la vispa Annina.
    - E' la nostra vecchietta, la nostra mamma,  che Iddio ce la conservi!
    Ora  bevete  un buon bicchieretto di vino,  perch dovete aver la gola
    secca.  E preso il fiasco ne mesc prima alla Regina e poi agli altri.
    Quando tutti i bicchieri furono colmi, Maso per il primo alz il suo e
    disse:
    - Alla salute del nostro talismano!
    I fratelli, i bimbi e le nuore fecero coro al capoccia, e dopo essersi
    trattenuti un altro po' a ragionare del pi e del meno,  i Marcucci se
    ne andarono a letto e tutti i lumi si spensero al podere  di  Farneta,
    sul quale vegliava la concordia e la pace,  meglio che il turbante del
    vecchio di Gerusalemme sul castello del conte Guido di Poppi.










    L'ombra del Sire di Narbona.

    La terza festa di Natale la neve era cessata e il vento erasi  calmato
    come  per  incanto.  Nonostante,  anche in quel giorno,  dopo desinare
    nessuno usc  dal  podere  dei  Marcucci,  perch  gli  uomini  stessi
    rammentavano  di  aver  provato grandissimo diletto a udir dalla bocca
    della Regina quelle novelle con  cui  ella  aveva  allietata  la  loro
    infanzia, e che avevano il vago presentimento di sentir raccontare per
    l'ultima  volta.  La  vecchia massaia,  dopo la morte del marito,  col
    quale aveva diviso in  pace  gioie  e  dolori  per  quarant'anni,  era
    ridotta uno spettro e aveva,  come si suol dire, un piede nella fossa.
    I figli,  che non l'avevano lasciata mai,  non s'erano accorti del suo
    deperimento,  avendola sempre sott'occhio; ma lo avevano notato dacch
    Cecco era tornato a casa,  e non aveva fatto altro che domandare se la
    mamma era stata ammalata. Allora anch'essi avevano aperto gli occhi, e
    il  timore di perderla presto s'era insinuato nell'animo di que' figli
    affezionati.
    - Nonna,  la novella;   festa anche stasera!  - disse  l'Annina,  pi
    impaziente degli altri di udire i racconti meravigliosi.
    - Che sia festa,  vero; ma appunto perch  festa lasciate riposar la
    nonna,  - osserv la Carola,  che aveva sempre per la suocera un mondo
    di riguardi.
    - Non mi stanco affatto; - replic la buona vecchia,  - e poi anche se
    il  narrare  mi  costasse  un po' di fatica,  che male ci sarebbe?  Un
    giorno tutti questi piccini,  ripensando alle nostre veglie di Natale,
    si ricorderanno di me e mi diranno un "De profundis"!
    -  Che razza d'idee vi vengono,  stasera,  mamma!  - esclam Cecco.  -
    Sapete che io non voglio sentir parlare di malinconie;  s'ha da  stare
    allegri!
    Quelle  parole  della  vecchia  avevano fatto correre un brivido nelle
    vene ai figliuoli e alle nuore,  e nessuno avrebbe pi fiatato per  un
    pezzo, se i bimbi non avessero proseguito ad insistere col dire:
    - Nonna, dunque, ce la raccontate la novella?
    -  S,  piccini,  stasera  vi racconter quella dell'ombra del Sire di
    Narbona, - e subito incominci:

    - Tanti e tanti anni fa,  quando il conte Guido Novello era signore di
    Poppi  e di molte altre castella del Casentino,  avvenne gi nel piano
    di Campaldino e Certamondo una grande battaglia fra i fiorentini e gli
    aretini, comandati dal vescovo Guglielmo degli Ubertini d'Arezzo,  che
    teneva in mano pi volentieri la spada che il pastorale,  e i vassalli
    del conte Guido Novello.  Tutto il Casentino era  in  armi,  perch  i
    nemici  venuti da Firenze erano in tal numero,  fra fanti e cavalieri,
    che duraron giorni e  giorni  a  passar  dalla  Consuma.  Comandava  i
    cavalieri di Firenze,  che avevano il giglio rosso negli stendardi, un
    francese che si chiamava Amerigo di Narbona, un signore biondo e bello
    come un cherubino.  Fra i fiorentini c'era anche quel Dante,  che fece
    il viaggio, Dio ci liberi, nell'inferno, e lo raccont poi in poesia.
    Il  giorno  11  di  giugno  (era un sabato e ricorreva la festa di san
    Barnaba), i due eserciti vennero a battaglia, e tanto di qua che di l
    mor un subisso di gente;  ma la vittoria rimase ai fiorentini,  e san
    Barnaba  stesso  vol  a Firenze ad annunziarla ai Signori del Comune,
    che dopo aver vegliato tutta la notte, sentiron bussar all'uscio della
    camera dove dormivano,  e udirono una voce che diceva: Levatevi,  che
    gli aretini sono sconfitti!. Infatti era vero, e la sera ne ebbero la
    conferma;  fu  in seguito a questo fatto che venne eretta la chiesa di
    San Barnaba.
    Ma torniamo a noi.  Nella battaglia,  dei nostri era morto il  vescovo
    d'Arezzo,  riconosciuto  nella mischia per la sua chierica;  fu ucciso
    poi Bonconte di Montefeltro,  padre della contessa  Manentessa,  sposa
    del  conte  Selvatico di Pratovecchio,  e tanti altri.  Il conte Guido
    Novello riusc a salvarsi,  perch  si  die'  alla  fuga  con  i  suoi
    cavalieri.  Dalla  parte  dei  fiorentini era rimasto morto Amerigo di
    Narbona, capitano dei cavalieri, e molti altri. Non si sa come nessuno
    pensasse dopo la battaglia a ricercare il cadavere di un  capitano  di
    tanti  soldati,  ma  il  fatto  si    che  il  suo corpo rimase senza
    sepoltura,  e i fiorentini si dettero  prima  pensiero  di  portare  a
    Firenze  lo  scudo,  l'elmo  e  la spada del vescovo Ubertini,  che di
    metter in terra santa il loro capitano.

    - Io a Firenze non ci son mai stata,  - osserv la Regina,  - e  ormai
    non ci andr pi;  ma se qualcuno ci va,  guardi se in San Giovanni ci
    son pi quelle cose prese in guerra... Basta, ora torniamo a noi.

    I fiorentini,  dunque,  se ne tornarono a casa loro,  e  sul  pian  di
    Campaldino,  invece di covoni di grano falciati,  vi rimasero monti di
    cadaveri, sui quali i corvi facevan baldoria,  e la gente di qui aveva
    tanta paura ad accostarsi a quel campo di morti,  che tutti quelli che
    dovevano andare a Firenze o ad  Arezzo,  facevano  piuttosto  un  giro
    lungo che passar per la via maestra.
    Signore  di  Pratovecchio  era  un  certo  Guido  Selvatico,  il quale
    assicurava di non sapere di che colore fosse la paura.  Di notte e  di
    giorno se ne andava solo a cavallo per i boschi, passando per i luoghi
    pi pericolosi,  e ridendosi di tutte le cose che incutevano timore ad
    ognuno.
    Una sera, mentre Manentessa,  sua consorte,  stava in mezzo alle donne
    in un angolo della sala d'armi del castello, e il Conte vantava le sue
    prodezze in un crocchio di cavalieri, un di essi prese a dire:
    -  Io  scommetto,  conte  Selvatico,  che  non  ti  basta  il cuore di
    cavalcare di notte sul pian di Campaldino!
    - Se non lo facessi,  - rispose il Conte,  -  sarei  un  vile.  Questa
    stessa notte io lo percorrer ben dieci volte da un capo all'altro.
    -  Ma qual garanzia ci darai tu di aver compiuto l'impresa?  Io non so
    chi di noi verrebbe a vederti cavalcare,  poich  tutti,  dal  pi  al
    meno, abbiamo orrore di quel campo.
    -  Non  occorre  che  nessuno  si  esponga  a  incontrar  le ombre dei
    combattenti insepolti,  - disse il conte  Selvatico.  -  Salite  sulla
    torre  del  mio  castello  e tenete l'occhio rivolto a Campaldino.  Io
    stringer nella sinistra una torcia accesa,  e voi potrete contare  le
    mie  dieci  corse  a  traverso  il campo.  Ma quale sar il premio per
    questa prodezza?
    - Ognuno sa che io possiedo,  - replic il cavaliere che aveva parlato
    prima,  -  una  forbitissima  armatura  tolta  al  francese Amerigo di
    Narbona.  Quando ti avr  veduto  percorrere  dieci  volte  il  campo,
    quell'armatura sar tua.
    - Cavalieri,  voi avete udito qual guiderdone mi aspetta; - esclam il
    conte Selvatico,  - fra un'ora,  o io sar  in  possesso  della  ricca
    armatura, o non mi vedrete mai pi!
    Vltosi allora a uno dei suoi famigli, ordin che gli fosse sellato un
    cavallo molto veloce nella corsa.
    Manentessa,  che  teneva gli occhi sul ricamo e aveva gli orecchi tesi
    per ascoltare i discorsi del marito, udendo la terribile scommessa, si
    alz, ed accostatasi al Conte, gli disse in tono supplichevole:
    - Signor mio,  desisti dal tuo pensiero.  Rammenta che  quel  campo  
    coperto  ancora  delle  ossa di tanti cristiani che non ebbero pietosa
    sepoltura,  e che forse fra quegli scheletri vi  ancora lo  scheletro
    del padre mio, che niuno ha potuto rinvenire.
    -  Torna ai tuoi lavori,  madonna,  - replic il conte Selvatico,  - e
    lascia a me la cura del mio onore,  che  affidato in buone  mani;  ho
    promesso  e  debbo mantenere...  Messeri,  - aggiunse poi rivolto agli
    amici,  - salite sulla torre  e  tenete  gli  occhi  bene  aperti.  Vi
    convincerete  fra poco che il conte Selvatico non ha paura n dei vivi
    n dei morti.
    Di l a un momento si ud lo scalpicco di un cavallo nel cortile  del
    palazzo,  e  nella  sala,  rimasta  quasi  vuota,  Manentessa cadde in
    ginocchio e disse alle sue donne:
    - Preghiamo!
    Il conte Selvatico galopp fino al piano  di  Campaldino;  ivi  giunto
    accese la torcia di resina,  e spinse il cavallo nel campo bagnato dal
    sangue di tanti combattenti.
    Ma aveva fatto poco cammino quando ud un grido  ripercosso  da  mille
    bocche,  e  da quei monti di ossami,  che spiccavano nella notte buia,
    vide alzarsi a centinaia gli  scheletri  dei  guerrieri  insepolti,  e
    tender tutti le mani per afferrare chi la coda,  chi la criniera,  chi
    le briglie del suo cavallo.  Selvatico  ficc  gli  sproni  nel  corpo
    dell'animale  e raddoppi la corsa;  ma per quanto facesse per evitare
    di essere abbrancato da quelle mani scheletrite,  ogni  tanto  sentiva
    sfiorarsi il volto, la nuca o le spalle, e rabbrividiva tutto.
    Il  Conte  correva  come  un  pazzo,  e  il  cavallo,  nel suo impeto,
    rovesciava gli scheletri,  li calpestava,  e le imprecazioni dei morti
    giungevano  al  suo  orecchio.  Egli  non dieci,  ma bens venti volte
    percorse il pian  di  Campaldino,  e  avrebbe  continuato  ancora  se,
    proprio  sul  limitare di esso,  quando stava per voltare,  non gli si
    fosse parata davanti un'ombra  ravvolta  in  un  bianco  lenzuolo.  Il
    cavallo,  vedendola,  fece  uno  scarto;  il cavaliere rimase saldo in
    sella,  ma se gli avessero aperto le vene,  non ne sarebbe  uscito  il
    sangue.
    - Conte Selvatico,  - disse l'ombra,  - qual barbaro diletto ti prendi
    turbando i morti,  che gi hanno la sventura di non essere coperti  da
    un  palmo  di  terra  benedetta?  Avevi nome di buon cristiano,  ma ti
    dimostri pi inumano degli stessi pagani,  che non lasciano  i  morti,
    amici  o  nemici che sieno,  esposti alla voracit delle belve e degli
    uccelli di rapina.
    - Chi sei che mi parli con tanta alterigia?  - domand  il  Conte  con
    voce tremante.
    -  Io  non sono pi,  - rispose l'ombra,  - io fui Amerigo di Narbona,
    servo del re Carlo, e capitano dei cavalieri fiorentini,  i quali,  in
    ricompensa  del  sangue  versato  per  loro,  non mi hanno dato neppur
    sepoltura.
    - E che vuoi da me, signor di Narbona?
    - Poca cosa,  conte Selvatico;  un pezzetto di terra che celi  le  mie
    ossa.
    - E dove sono esse? - domand il Conte.
    -  Vedi quel fosso che traversa quasi a met il piano fatale?  Tu devi
    alzare un alto mucchio di cadaveri,  e sotto a tutti vi  il  mio.  Le
    piogge  autunnali  lo  han travolto col;  tu lo riconoscerai all'alta
    statura e pi ancora a un anello d'argento con l'immagine della  Santa
    Vergine, che mia madre mi aveva fatto ribadire al polso destro.
    -  Io  cercher il tuo cadavere,  messer Amerigo di Narbona,  quanto 
    vero che son cavaliere, - disse il Conte.
    E,  spronato il cavallo,  fugg atterrito da quella corsa sfrenata sul
    pian  di  Campaldino,  e  pi di tutto dalla comparsa dell'ombra.  Ora
    sapeva anch'egli che cos'era la  paura,  ma  sarebbe  morto  prima  di
    confessarlo!
    Nel  cortile  del  castello  lo  attendevano  gli ospiti e gli amici e
    vedendolo giungere lo accolsero con grida di gioia.
    - Messer il Conte,  l'armatura del Sire di Narbona  tua,  - disse  il
    cavaliere  che aveva fatto la scommessa,  - io ho visto scintillare la
    tua face ben venti volte sul campo  di  battaglia.  Tu  sei  un  prode
    cavaliero!
    - E che vedesti? - chiese un altro.
    - Nulla, messeri, soltanto le ossa bianche, e...
    Il  conte Selvatico parlava a stento e tremava come una vetta,  ma non
    voleva che nessuno si accorgesse del suo turbamento.
    Lasciati gli amici,  ascese nella vasta sala d'armi,  dove la Contessa
    pregava ancora in mezzo alle sue dame.
    - Signor mio, qual sventura ti ha colpito? - domand Manentessa al cui
    occhio non sfuggiva quello che il Conte si studiava di nascondere.
    - Nessuna, madonna; ho vinto la prova e il mio onore  salvo.
    La Contessa non os chieder di pi,  ma si ridusse tutta pensosa nelle
    sue stanze;  ella non aveva mai veduto il suo signore cos  pallido  e
    stralunato.
    Il  conte Selvatico penetr nella sua camera preceduto dai servi,  che
    recavano i doppieri;  ma appena ebbe posto il piede sulla  soglia,  vi
    rimase inchiodato, perch aveva veduto un'armatura completa di acciaio
    sul cui elmo,  dalla visiera calata,  era lavorato a rilievo lo stemma
    di Amerigo di Narbona.
    Era l'armatura che aveva vinto e che l'amico aveva fatto portare nella
    sua camera.
    Il conte Selvatico avrebbe voluto dar ordine che quell'armatura  fosse
    recata  altrove,  ma  avendo  timore  che  quel fatto venisse notato e
    potesse  far  nascere  il  sospetto  che  egli  avesse  paura,  lasci
    l'armatura dov'era.
    Essendo oltremodo stanco,  non pass molto che egli si addorment;  ma
    appena ebbe chiusi gli occhi gli parve di vedere vicino al  suo  letto
    l'ombra avvolta nel bianco lenzuolo, e mandando un grido si dest.
    L'ombra era infatti ritta davanti a lui.
    - Che vuoi? Lasciami in pace e vai con Dio, - disse il Conte.
    -  Mi  sono  accorto,  - rispose il fantasma,  - che tu mi avevi fatto
    quella promessa sotto il dominio della paura...
    - Paura io!  - esclam il conte Selvatico alzandosi a sedere sul letto
    e cercando la spada, che teneva appesa a portata di mano.
    -  S,  mi  sono  accorto  che  in quel momento avresti promesso tutto
    quello che ti chiedevo,  ma,  in quanto a mantenere,  non  ci  pensavi
    neppure, e ho creduto bene di mettermi accanto a te per rammentarti la
    promessa. Dipende da te liberarti presto della mia presenza.
    Il Conte chiuse gli occhi per non veder l'ombra, ma sentiva che quella
    non  si  moveva dal suo letto ed egli non poteva dormire.  Si lev col
    sole,  ma gi l'ombra era  sparita;  quella  armatura,  peraltro,  gli
    rammentava  di continuo la promessa fatta.  Era una vera persecuzione.
    Il d seguente il conte Selvatico mont a cavallo e solo si diresse al
    pian di Campaldino. Ivi giunto, leg l'animale a un albero, rivolse il
    passo al fossato  indicatogli  dal  Sire  di  Narbona  e  si  diede  a
    rimuovere  tutti i cadaveri,  che formavano un mucchio di ossami,  per
    liberare quello che cercava.  Sudava freddo,  il povero signore,  e  i
    contadini  che  lo  vedevano,  dalle colline vicine,  occupato in quel
    raccapricciante lavoro,  posavano il piede sulla vanga  e  dicevano  a
    bassa voce:
    - Il Conte cerca i tesori sotto i cadaveri!... Guarda, guarda!
    Dopo molto lavorare il Conte mise allo scoperto uno scheletro intatto,
    si  chin  ad esaminarlo e,  vedendo che aveva un cerchio d'argento al
    polso,  come gli aveva indicato l'ombra,  fece per alzarlo  e  deporlo
    sulla proda del fosso.  Ma in quel momento le membra si disgregarono e
    lo scheletro and in pi pezzi,  i  quali  si  mescolarono  alle  ossa
    ammucchiate a poca distanza.
    Il  Conte  rabbrivid,  ma  continu nonostante a ricercare fra quegli
    ossami le membra del  Sire  di  Narbona,  e  quando  cred  di  averle
    riunite,  le ammucchi da un lato e,  scavata una fossa, ve le depose.
    Quindi,  con due rami d'albero form una croce rozza e la piant sulla
    terra smossa, da poco.
    Domani condurr un prete a benedirlo;  intanto il lavoro pi penoso 
    fatto, pensava il signor di Pratovecchio.
    Ma la sera, appena fu a letto ed ebbe chiusi gli occhi, si accrse che
    l'ombra gli era accanto.
    - Che vuoi da me? - disse il Conte seccato.
    -  Conte  Selvatico,   il  mio  corpo    in  parte   esposto   ancora
    all'intemperie;  tu  non  lo  hai  sepolto  tutto  e mi hai imposto la
    compagnia di una gamba e di un braccio di ghibellini.
    - Che posso farci! Il tuo corpo, Sire di Narbona,  s' disgregato,  ed
    io non saprei riconoscere quello che ti spetta da quel che non  tuo.
    -  E'  impossibile  che io tolleri la compagnia che mi hai imposto,  e
    fino a tanto che tu non avrai riunito le mie sparse membra, io passer
    tutte le notti in quell'armatura che mi vest in guerra, e ad ogni ora
    ti rammenter la tua promessa.
    Infatti,  ogni volta che l'orologio della torre  del  castello  faceva
    udire  i  tocchi delle ore,  dall'armatura partiva una voce cavernosa,
    che diceva:
    - Conte Selvatico,  se  vero che sei cavaliere,  devi cercare le  mie
    ossa!
    Quell'avvertimento, ripetuto a brevi intervalli, impediva al signor di
    Pratovecchio di prender sonno.  Stanco di quella seconda notte passata
    a occhi aperti, all'alba egli era gi in sella, e i contadini,  che lo
    vedevano  da  lontano  razzolare  nel  pian di Campaldino fra i mucchi
    d'ossa biancastre, ripetevano con maggior insistenza:
    - Il conte Selvatico  ammattito!
    Egli,  infatti,  aveva quasi perduto il senno,  nel  brancicare  tutte
    quelle  rovine  umane  e  misurare  gambe e braccia con quelle che gi
    aveva sepolte nella fossa,  di  sulla  quale  era  stato  costretto  a
    toglier la terra per poi ricoprirla.
    Stanco, spossato, il conte Selvatico cavalc fino a Pratovecchio, e la
    Contessa,  nel vederlo cos abbattuto e coperto di sudore,  ebbe paura
    che fosse stato colpito da qualche  malore  e  fece  avvertire  messer
    Cosimo, il medico sapiente che soleva curarlo.
    Il vecchio, dopo aver tastato il polso al Conte, gli ordin di porsi a
    letto, di sudare e di prendere certi decotti di erbe da lui preparati,
    che soleva amministrare contro le febbri maligne.
    Manentessa  non si stacc pi dal letto del suo signore,  assistendolo
    amorevolmente;  ma appena giunse la notte,  ella ud la voce cavernosa
    che partiva dall'armatura, ripetere, allo scoccar di ogni ora:
    -  Conte  Selvatico,  il mio corpo  ancora in parte insepolto e tu mi
    hai imposto l'incresciosa compagnia della testa e  della  mano  di  un
    ghibellino ribaldo!
    Il  suono  di quella voce faceva dare in ismanie l'infermo,  il quale,
    piangendo,  descriveva le angosce patite sul piano di Campaldino e  si
    raccomandava  al  Sire  di  Narbona  perch  lo  liberasse  da  quella
    persecuzione.
    - Abbi piet dello stato mio ed io m'impietosir delle tue sofferenze,
    - rispondeva l'ombra implacabile.
    La malattia del signor di Pratovecchio dur due settimane,  e in  quel
    tempo  la  Contessa apprese dalla bocca di lui,  assalito dal delirio,
    tutto ci che gli era accaduto.  La  gentil  dama  non  sapeva  a  chi
    ricorrere per aver consiglio. C'era peraltro, su a Camaldoli, un frate
    che  non poteva alzarsi mai dal suo strapunto,  e perfino in chiesa lo
    portavano a braccia su quello.  Egli non apriva mai gli occhi,  ma  in
    compenso  parlava  senza  chetarsi un minuto solo.  Si diceva che fra'
    Celestino avesse continue  visioni,  e  comunicasse  direttamente  coi
    santi,  onde  a lui ricorreva tutto il contado e anche persone di alto
    lignaggio.  A lui pens di andar Manentessa,  e fattasi preparare  una
    mula  e  buona  scorta,  cavalc un d fino all'Eremo.  La contessa di
    Pratovecchio fece come i monaci le avevan detto di fare, e, appoggiate
    le palme su quelle del frate, gli domand:
    - Sapresti tu suggerirmi un rimedio per liberare il signor  mio  dalla
    persecuzione del Sire di Narbona? Egli fu ucciso a Campaldino e il suo
    cadavere  rimase insepolto;  il conte Selvatico lo ha cercato e gli ha
    dato sepoltura;  ma siccome le membra erano disgregate  fra  di  loro,
    egli  ha fatto una confusione,  e nella fossa di Amerigo di Narbona vi
    sono membra che al suo corpo non  appartennero.  L'ombra  si    posta
    accanto  al  marito mio e non gli concede tregua n d n notte se non
    rinviene tutte le ossa sue,  che ancora rimangono esposte alla pioggia
    e  al  sereno.  E il Conte,  per questa persecuzione dell'ombra,  si 
    ammalato e non ha requie.
    - Se vuoi  salvare  il  tuo  signore,  -  rispose  di  l  a  poco  il
    fraticello,  - devi prendere il cero pasquale che  nella cappella del
    tuo castello,  e  recarti  con  quello,  a  mezzanotte,  sul  pian  di
    Campaldino,  nel  luogo  ov' la tomba di Amerigo.  Quella tomba tu la
    riscaverai con le tue mani e colerai,  sulle ossa che vi  son  dentro,
    della  cera.  Se  la  cera si raffredda,  puoi esser certa che le ossa
    appartengono al pio cavaliere,  devoto della Santa Vergine;  se invece
    si  liquef,    segno che sono le ossa di qualche dannato.  Lo stesso
    farai con le ossa che giacciono insepolte l intorno;  e quando  avrai
    ricomposto tutto lo scheletro, il Conte riacquister salute. Amen.
    Manentessa   lasci   larghi  donativi  all'Eremo  e  cavalc  fino  a
    Pratovecchio,  ove trov il marito in uno stato tale da farne supporre
    prossima la fine.  La coraggiosa donna cerc di calmarlo,  e quando fu
    vicina la mezzanotte, vincendo la ripugnanza e la paura,  usc sola da
    una  porticina  del  suo castello,  col cero in mano,  pregando,  e si
    diresse verso il campo di battaglia.  Dalla croce rozza piantatavi  da
    Selvatico ella riconobbe la fossa del Sire francese, e con le sue dita
    delicate si die' a scavarla. Appena le ossa furono allo scoperto, fece
    la  prova  della  cera  e  si  accorse  infatti che la testa e la mano
    sinistra non appartenevano allo scheletro  di  Amerigo.  Allora  ella,
    tremante e smarrita,  si diede a versar la cera sulle ossa sparse,  e,
    dopo lungo cercare e dopo lunghe prove,  ricompose lo scheletro;  poi,
    fatta una croce delle braccia del morto, disse:
    - Ombra vagante,  riposa in pace e non turbare pi il sonno del signor
    mio!
    Durante le ricerche e le prove,  la  contessa  di  Pratovecchio  aveva
    consumato  tutto  il  cero  pasquale,  ed  ella  doveva tornare al suo
    palazzo al buio. Era una notte burrascosa, e fitte nuvole correvano da
    mezzogiorno a tramontana;  il vento scrosciava  fra  il  fogliame  dei
    pioppi,  che  contornavano il campo cosparso di ossami.  Manentessa si
    raccomandava l'anima a Dio e raddoppiava il passo per giungere  presto
    al  capezzale dell'infermo marito;  ma prima che ella ponesse il piede
    sulla via maestra,  si vide circondata da uno stuolo di  ombre,  tutte
    avvolte nei bianchi lenzuoli,  le quali alzando verso di lei le palme,
    spoglie di carne, supplicavano:
    - Donna pietosa,  com'hai dato sepoltura alle ossa di  Amerigo,  dalla
    pure  a noi e salvaci da questo errare continuo in terra!  Manentessa,
    salvaci!
    Ella si fece pi volte il segno della croce,  ma  quelle  non  essendo
    ombre  di  dannati,  non  sparivano,  e lo stuolo si faceva sempre pi
    numeroso.  Pareva che uscissero dalle viscere della terra,  dal  fondo
    dei fossi, dall'erba, dalle siepi, e la donna si sentiva afferrare per
    le braccia, di modo che il passo le era quasi impedito.
    - Lasciatemi,  anime sante, - diceva ella, - il mio signore mi attende
    e io debbo andare a consolarlo!
    - Una promessa,  facci una promessa!  - gridavano le ombre con le voci
    fioche.
    - Ebbene, vi prometto di dar sepoltura a quanti scheletri io trover.
    -  Bada,  Manentessa,  di  rammentarti di queste parole,  - dissero le
    ombre.
    E lasciato libero il passo alla dama,  tornarono a  vagare  nell'ampia
    pianura.
    Pi morta che viva ella torn al suo castello,  ma appena fu penetrata
    nella camera dell'infermo marito,  si sent  il  cuore  sollevato.  Il
    conte Selvatico riposava col capo abbandonato sui guanciali, e nessuna
    visione  incresciosa  ne  turbava  il sonno.  Allorch egli aperse gli
    occhi, la mattina seguente, domand alla moglie:
    - Come mai, madonna, l'ombra del Sire francese mi ha dato tregua?
    - Gli , signor mio,  - replic Manentessa,  - che il suo corpo riposa
    in pace, ed io per amor tuo feci atto di cui non mi credevo capace.
    E  cost ella raccont al conte Selvatico come aveva fatto a rinvenire
    le ossa del Sire di  Narbona.  Peraltro  ella  non  pales  al  marito
    l'incontro con le altre ombre,  e la promessa che le avevano strappata
    ma che non poteva mantenere,  perch non  c'erano  pi  ceri  pasquali
    nella cappella del castello
    Furono   fatte   grandi   feste  per  la  guarigione  del  signore  di
    Pratovecchio,  ma intanto che Selvatico riacquistava  la  forza  e  la
    baldanza,  la  Contessa si faceva bianca come un giglio e si struggeva
    ogni giorno pi. Questo dipendeva dalle angosce che pativa ogni notte,
    quant'era lunga,  poich appena ella si riduceva nella sua camera,  lo
    stuolo delle ombre incontrate sul limitare del pian di Campaldino,  le
    si faceva d'attorno,  e con minacce e con preghiere le  rammentava  la
    promessa.
    -  Non  vi  sono  pi  ceri  pasquali e non posso tentare la prova,  -
    rispondeva.
    - Non importa, sotterraci, sotterraci! - gridavano le ombre.
    E la trascinavano a forza fuori della sua camera e  del  suo  castello
    fino al pian di Campaldino, dove la costringevano a prender la terra e
    a coprirne i monti d'ossami.  Quel lavoro durava pi ore di seguito, e
    all'alba la povera  perseguitata  si  riduceva  mezza  morta  nel  suo
    palazzo, dove celava a tutti le angosce della notte.
    Una  febbre continua la limava,  ma le ombre implacabili ogni notte la
    costringevano al duro lavoro,  e in breve i mucchi d'ossami non furono
    pi  esposti  al sole e al sereno,  ed ella ebbe un po' di tregua.  Ma
    allora ricominciarono le tribolazioni del signore di Pratovecchio.
    Una notte, mentre egli dormiva placidamente, sent la voce del Sire di
    Narbona,  la voce tremenda che lo aveva  cos  a  lungo  turbato,  che
    diceva:
    -  Le mie ossa sono di nuovo sopra la terra;  io non ti lascer requie
    finch non  le  avrai  riunite  tutte  in  un  sepolcreto.  I  predoni
    scavarono  la  fossa  e  rubarono  il cerchio d'argento che portavo al
    polso destro; ricuperalo.
    Il conte Selvatico apr gli occhi e vide a fianco del letto la  solita
    ombra. Allora, rivoltosi a lei, cos disse:
    -  All'alba monter a cavallo con i miei uomini e batter i boschi per
    iscoprire i predoni e ricuperare il tuo anello.  Ma facciamo un patto;
    lasciami otto giorni di tregua.
    - Accetto,  - disse l'ombra, - fra otto giorni soltanto mi rivedrai, -
    e spar.
    Il Conte si arm di tutto punto e part infatti all'alba per i  boschi
    di  Prataglia,  dove  sapeva  si  annidavano  i predoni,  che facevano
    scorrerie nel contado.  Era seguto da un forte  drappello  di  gente,
    parte a piedi parte a cavallo.  La Contessa lo accompagnava con le sue
    preghiere, ma era afflitta,  molto afflitta di vederlo partire per una
    spedizione cos pericolosa.
    Dopo  lungo  cavalcare  per  monti  e per boschi,  giunse il signor di
    Pratovecchio a un casolare basso e affumicato. In sulla porta vi erano
    alcuni uomini che, al vederlo,  si barricarono nella capanna,  e dalle
    finestrine  incominciarono  a  scoccar  dardi contro di lui e contro i
    suoi.
    - Arrendetevi! - grid il Conte,  che intanto aveva fatto circondar la
    capanna da ogni lato.
    Gli altri risposero con una pioggia di sassi.
    - Appiccate il fuoco! - ordin il Conte.
    In  un  momento  furono  radunate  molte fascine ai quattro angoli del
    casolare, e le fiamme in breve ne lambivano le mura.
    I predoni,  vedendo che non restava  loro  pi  scampo,  salirono  dal
    camino sul tetto,  e continuarono a lanciare dardi e tegole.  Il conte
    di Pratovecchio abbatt la porta con l'asta,  e quindi,  precipitatosi
    in mezzo alle fiamme, si diede a cercare. Vi erano ammassate in quella
    stamberga spade,  misericordie,  elmetti,  contesti d'oro,  cinture di
    prezioso metallo,  ma il Conte non si curava  di  tutti  quei  tesori.
    Cercava  il  cerchio  d'argento del Sire di Narbona,  che trov ancora
    infilato all'osso attorno al quale era stato ribadito, e appena l'ebbe
    intascato usc da quella voragine.  Di l a poco il tetto  croll  con
    gran  rumore,  e  i  predoni caddero nelle fiamme trovandovi la morte.
    Allorch  l'incendio  fu  spento,   gli  uomini  del  conte  Selvatico
    rinvennero fra le ceneri gran copia di argento e di oro fusi,  e molte
    pietre preziose.  Essi caricarono tutto sopra una mula  e  cavalcarono
    verso Pratovecchio.
    Due  giorni  dopo il Conte e la Contessa si recarono in processione al
    pian di Campaldino,  e quivi riuniti in una cassa di quercia  i  resti
    mortali del Sire di Narbona li deposero nella cappella della chiesa di
    San Giovanni Evangelista.  Con l'oro e l'argento tolto ai predoni essi
    fecero scolpire a Firenze, da Giotto istesso, un mausoleo di marmo con
    l'effigie del Sire di  Narbona,  vestito  della  armatura  e  posto  a
    giacere sulla cassa.
    Da  quel tempo l'ombra del cavaliere non funest pi i sonni del conte
    di Pratovecchio,  ma  certo che la pia Manentessa non riusc  con  le
    sue  mani  a  coprir  di terra le ossa di tutti i morti di Campaldino,
    perch ancora si dice che chi viene a passar di  notte  in  prossimit
    del campo, vede delle ombre avvolte in lenzuoli bianchi.
    Per anni e anni l'aratro non  mai passato su quei campi,  che bevvero
    il sangue de' guelfi di Firenze e de' ghibellini di Casentino,  ma ora
    che il piano  di nuovo coltivato, ogni tanto si trovano mucchi d'ossa
    bianche,  sulle  quali  la  contessa  di  Pratovecchio aveva sparso la
    terra. E qui la novella  finita.

    - Voi, babbo,  - domand l'Annina,  rivolta a Maso,  - voi che passate
    dal  pian  di  Campaldino  anche  di  notte,  per andare alla fiera di
    Pratovecchio o di Stia, l'avete viste le ombre?
    - Io no; ho visto bens qualche volta delle ombre nere sul terreno, ma
    eran le ombre dei pioppi.
    L'Annina tempest di domande tutti gli zii a uno a uno,  ma  da  tutti
    ebbe  la  medesima  risposta.  Ombre  non ne avevan vedute.  Cecco poi
    l'assicur che i morti non tornano.
    - Ma io non ci passerei davvero,  di notte,  da  Campaldino,  -  disse
    l'Annina,  dopo che Cecco si fu sgolato a dimostrarle che le ombre non
    si vedevano.
    - Domani sera,  - disse la Regina,  - vi racconter  una  novella  pi
    allegra.
    - Come si chiama? - domandarono i bimbi.
    - La Novella del frate zoppo;  - rispose ella,  - ora andate a letto e
    dormite in pace, come in pace riposa il Sire di Narbona.









    Il frate con la gamba di legno.

    La terza festa di Natale i Marcucci erano ancora seduti  davanti  alla
    tavola apparecchiata, e gli uomini centellinavano il vino ciarlando di
    caccia,  quando incominci a entrare nella cucina,  prima un gruppo di
    bambini,  poi un altro,  tanto che la grande stanza affumicata e bassa
    fu piena di estranei.
    -  Che  vuol  dire  tutto questo concorso?  - domand la Carola che ne
    aveva assai dei bambini di casa.
    Uno rispondeva:
    - Ci ha invitato l'Annina.
    Un altro soggiungeva, quasi scusandosi:
    - Gigino ci ha detto che la Regina racconta certe novelle da restare a
    bocca aperta!...
    Un terzo aveva avuto un invito da un altro ragazzo  di  casa,  e  cos
    venne  in  chiaro  che  i  bambini Marcucci in quei giorni non avevano
    fatto altro che magnificare  con  i  loro  compagni  del  vicinato  le
    novelle della nonna.
    - Lo vedete,  mamma: la fama ha le ali,  - disse Cecco,  - e le vostre
    novelle fanno sui nipoti lo stesso effetto che producevano su di  noi.
    Vi rammentate, quando ero piccino, anch'io per Natale v'empivo la casa
    di monelli come me,  e allora voi, mentre raccontavate, ci preparavate
    una  bella  pattona;   stasera  non  c'  nessuno  che  si  senta   di
    rimuginarla?
    - Che s'ha a far davvero? - domand la Carola al capoccia.
    - Io ci sto a mangiarla,  - rispose Maso, - e gli altri non diranno di
    no,  specialmente tutta questa marmaglia che ha  per  la  pattona  una
    tendenza speciale.
    La Carola and alla madia a stacciare la farina di castagne, mentre le
    altre donne sparecchiavano e rigovernavano i piatti.
    - Ragazzi,  - disse Cecco a tutta la comitiva piccina,  - la mamma ora
    fa un sonnellino,  e voi intanto andate a fare  il  chiasso  sull'aia;
    quando si dester vi chiamer.
    Le donne trafficavano,  e la vecchia,  alla quale per diritto spettava
    il riposo,  si era seduta nel canto del fuoco e aveva cavato di  tasca
    il  rosario;  ma,  dopo  che  ebbe  snocciolate  due  poste,  la testa
    incominci a inchinarsi ora da una parte,  ora dall'altra,  e le  mani
    che stringevano la corona rimasero inerti in grembo.
    Cecco le stava accanto fumando la pipa e la guardava con amore, mentre
    ella  placidamente  dormiva;  ma  il  sonno  dei  vecchi  d alla loro
    fisonomia una espressione di profondo abbattimento,  come se  stessero
    per  morire,  e  Cecco,  che  non  toglieva gli occhi dal volto di sua
    madre, scroll il capo come per dire: Ce n' per poco!.
    Dopo  un  breve  sonno  la  Regina  apr  gli  occhi  e  gli  sorrise,
    mostrandogli  le gengive sdentate,  e,  colpita dal turbamento di quel
    figliuolo,  che era il suo  cucco,  gli  domand,  mentre  nessuno  li
    ascoltava:
    - Te ne accorgi,  Cecco,  che il giorno della separazione  vicino? Mi
    dispiaceva di morire senza che tu mi chiudessi gli occhi;  ma ora  son
    tranquilla.
    Cecco non rispose,  e per dare ai pensieri della madre un altro corso,
    and sull'uscio e si mise a gridare:
    - Ragazzi,  la mamma ha fatto il pisolino;  venite a sentir la novella
    del frate con la gamba di legno!
    La  gaia  masnada  entr  di corsa in cucina e ci fu un po' di baruffa
    prima che tutti i bambini si fossero seduti,  perch  quelli  Marcucci
    volevano  di  riffa  o  di  raffa  aver  accanto questo o quello degli
    invitati,  e spesso erano in due o tre ad esigere la stessa vicinanza.
    Intanto  la  Carola  aveva  attaccato il paiuolo all'uncino;  le altre
    avevano acceso la lucerna,  e in quello stanzone  nero  e  triste  era
    penetrata la vita e la luce.
    La vecchia Regina,  vedendo attorno a s tutto quell'uditorio, sorrise
    e prese a narrare:

    - C'era una volta un villan di Signa, per nome Lapo, che si arrol fra
    i fanti della Signoria fiorentina. Era costui un uomo rozzo, ma faceto
    quanto mai,  e avrebbe riso anche  sulla  forca.  In  quei  tempi  non
    facevano  altro che battersi,  e non vi crediate che le citt stessero
    in pace come oggi. La guerra avveniva frequente fra le citt vicine, e
    poi anche fra cittadini e cittadini,  cos che era sempre un  carnaio.
    Firenze poi, per prepotenza, bisogna lasciarla stare. Oggi pigliava un
    paese,  domani un altro, e cos un boccon dopo l'altro si mangi tutto
    il Casentino,  e pi ancora.  Lapo non stava davvero con le mani  alla
    cintola e si divertiva un mondo a menar botte da orbi. Egli si sarebbe
    divertito  cos  per  un pezzo,  se appunto nel pian di Campaldino non
    avesse riportato alla gamba sinistra una ferita che lo fece cadere  in
    terra.  Per  buona  sorte  sua,  il  punto ove egli cadde venne presto
    abbandonato, perch fiorentini e aretini accorsero in massa: quelli ad
    assalire il vescovo Ubertini;  questi a difenderlo;  in caso  diverso,
    Lapo  sarebbe  stato  schiacciato  da' cavalli e dai pedoni,  e il suo
    corpo sarebbe diventato una frittata. Ma se da un lato fu bene per lui
    di restar solo in quel punto, senz'altra compagnia che i morti,  da un
    altro  lato  fu  male  perch  nessuno  lo udiva gemere e niuno poteva
    soccorrerlo.
    Dalla ferita gli usciva il sangue, non a gocce,  ma a bocca di barile,
    e Lapo,  che si sentiva mancare il fiato, si raccomandava alla Madonna
    e a tutti i santi del Paradiso.  Intanto annottava,  ed egli,  vedendo
    che  nessuno  veniva  a  soccorrerlo,  cess di pregare e incominci a
    dire:
    - Ma non c' neppur un cane che abbia piet di me!
    Queste parole furon da lui ripetute tre volte;  alla terza  giunse  di
    corsa un can da pastori,  scodinzol,  e poi,  accucciatosi accanto al
    ferito, si diede a leccargli la ferita.
    - Saremo amici, e, se campo,  ti prometto che non soffrirai mai fame e
    non  annuserai  mai bastone,  - disse Lapo,  che sentiva rallentare il
    fiotto del sangue sotto quella continua medicatura.
    Il soldato pass cos buona parte della notte,  ma si  sentiva  ardere
    dalla  sete  e  provava  allo  stomaco un certo stringimento,  che gli
    rammentava di non aver mangiato da pi ore.
    - Mi hai salvato dalla morte, - disse Lapo, - ma dovr forse crepar di
    sete o di fame?
    Non aveva finito di parlare che il  cane  si  alz  e,  scodinzolando,
    batt  la  coda sulla mano destra del soldato,  il quale,  afferratala
    come se fosse un canapo,  si mise l'altra mano sotto la gamba ferita e
    si lasci trascinare attraverso il campo pieno di soldati e di cavalli
    morti,  in  cui  i  predoni  si  aggiravano  a frotte per ispogliare i
    cadaveri.
    Il cane tirava,  e Lapo  si  strascicava  dietro  a  lui,  lasciandosi
    condurre come fanno i ciechi dalle loro guide.
    Giunti che furono in prossimit di un fosso,  nel quale scorreva acqua
    chiara e abbondante, il cane si ferm, e il ferito pot chinarsi sulla
    sponda e attinger acqua per dissetarsi. Il cane bevve pure e poi batt
    di nuovo la coda nella palma della mano  destra  di  Lapo,  e  questi,
    afferratala,  riprese la via col suo curioso compagno;  ma non andaron
    molto oltre perch il cane si ferm accanto  a  un  carro  che  pareva
    abbandonato e sotto al quale giaceva morta una mula.
    Lapo  non ne poteva pi e non avea pi forza d'alzare un dito,  perci
    si lasci cadere supino e disse:
    - Corri pure,  cane mio,  ma io non mi muovo pi!  Se  destinato  che
    muoia qui, tu mi farai da becchino.
    Il  cane  pareva che intendesse non soltanto quel che Lapo diceva,  ma
    anche quello che pensava,  perch fatto  un  lancio  entr  nel  carro
    abbandonato e si diede ad annusare,  frugando da un lato e dall'altro.
    Dopo aver armeggiato un pezzo, fece un altro lancio e depose a portata
    di mano del ferito una fiaschetta, scodinzolando dall'allegria. Quella
    fiaschetta conteneva del vino generoso, e dopo che Lapo ne ebbe bevuto
    alquanto si sent ristorato.
    Il cane era tornato sul carro,  e ogni volta  che  ne  usciva  portava
    accanto al soldato pane, formaggio, salame e ogni grazia di Dio, senza
    addentare nulla per satollarsi.
    - Sei una vera provvidenza,  - diceva Lapo,  - e se guarisco ti voglio
    fare un collare d'argento.
    Il sonno chiuse ben presto le palpebre di Lapo di Signa,  e  il  cane,
    accucciatoglisi  accanto,  tenne  a  distanza  da lui i predoni,  che,
    vedendolo inetto a difendersi, gli avrebbero tolto anche le calze, che
    allora era uso portare affibbiate alla cintola.
    Per Lapo non dorm di un sonno tranquillo. Gli pareva di essere in un
    bosco foltissimo e di vedersi sulla testa un uccello smisurato e  nero
    come  la  pece,  che  faceva larghi giri per carpirlo.  Vide in questo
    mentre un altro uccello,  tutto bianco,  piombare dal cielo,  dare una
    beccata  nel  cervello  all'altro  e farlo cader morto.  Lapo si dest
    spaventato, mentre albeggiava, e disse:
    - Si vuole che i sogni che si  fanno  verso  la  mattina,  sien  veri.
    Cerchiamo  di spiegare questo.  L'uccello nero non pu esser altri che
    il Diavolo,  che mi vuol portare all'inferno;  e quello bianco che  mi
    salva, qualche santo; ma son tanti i santi che ho pregati di aiutarmi,
    che  non  so davvero chi si sia rammentato di me.  Sia forse san Rocco
    che m'abbia mandato il suo cane?
    Appena egli ebbe nominato quel santo,  il cane fece un lancio di gioia
    e  si  diede  ad abbaiare festosamente come soglion fare i cani quando
    odono mentovare il padrone.
    Intanto s'era fatto giorno,  e Lapo incominciava a perdersi  di  animo
    vedendo  intorno  a  s  tutta  quella  caterva  di morti e sentendo i
    lamenti di quei feriti che nessuno soccorreva.  Prima si mise le  mani
    agli  orecchi,  poi  chiuse  gli  occhi,  ma se per disavvedutezza gli
    veniva fatto di lasciare entrare il suono nel timpano o  di  alzar  le
    palpebre,  di  nuovo  lo  colpivano  quelle  voci  dolorose  o  quello
    spettacolo che gli metteva i brividi addosso.
    - Bisogna che cerchi di sloggiare di qui;  -  disse  Lapo,  -  ma  con
    questa gamba cos rovinata, come far mai!
    Il  cane  gli  lecc  le mani,  come se volesse dirgli di aspettare un
    momento e poi corse via.
    - La morte  brutta quando la viene fra i piedi,  -  diceva  Lapo  che
    aveva l'uso di dire a voce alta tutti i pensieri che gli passavano per
    la  mente.  - Finch si vede da lontano,  ci si scherza;  ma ora gli 
    un'altra faccenda.  Se non c' qualcuno che mi  soccorra,  son  bell'e
    fritto,  perch  di  peccatucci non ne ho pochi sulla coscienza,  e il
    Diavolo mi porter all'inferno dritto dritto! Povero Lapo,  ieri tanto
    arzillo  e  oggi  mogio  mogio!  Si dice che dopo la burrasca viene il
    sereno, ma per me non verr pi e non rivedr neppure la mi' Signa!
    Cos lamentandosi sulla propria sorte egli  s'era  intenerito,  e  ora
    piangeva a calde lacrime.
    -  San  Rocco  benedetto,  -  aggiunse col viso nero e polveroso tutto
    solcato di lacrime,  - se siete proprio voi che mi avete mandato  quel
    cane,  non mi abbandonate cos. Se mi aiutate, non vi posso promettere
    n una tavola d'altare,  n qualche voto di argento  o  d'oro;  ma  vi
    prometto di far,  per devozione,  un pellegrinaggio alla Verna, magari
    con una gamba sola,  perch quell'altra ormai   ita,  e  vi  prometto
    anche  di  mordermi le dita tutte le volte che una di quelle maledette
    bestemmie mi corra alle labbra.
    Intanto che si lamentava a quel modo, impetrando l'aiuto di san Rocco,
    ecco che la gamba gl'incomincia a dolere terribilmente  e,  riscaldata
    dal sole ardente di giugno, gli scottava come un tizzo di fuoco.
    - San Rocco  sordo come tutti gli altri santi,  - disse Lapo, - e son
    bell'e fritto!
    Frattanto egli stava  per  coricarsi  sulla  nuda  terra,  spossato  e
    scoraggiato, quando vide tornare di corsa il cane e non fece a tempo a
    difendere la gamba ferita, che gi quello aveva addentato la calza che
    gliela copriva, e la stracciava furiosamente con le zanne.
    Lapo, anche in quel momento, espresse a voce alta i suoi pensieri:
    - Morte,  come sei brutta;  se mi vuoi davvero, pigliami subito, e non
    mi fare sbrandellare cos da un cane da pastore!
    Ma il cane, appena ebbe strappato la calza,  and a tuffare il muso in
    un  rivo e ne bagn la ferita.  E tante volte torn all'acqua,  finch
    non  ebbe  tolto  dalla  piaga  tutto  il  sangue  che  v'era  rimasto
    aggrumato;  poi raccolse di terra certe erbe che aveva recato in bocca
    giungendo, e le stese sulla gamba.
    - Che cane! - esclam Lapo sentendosi sollevato dal dolore dopo quella
    medicatura.  - Io scommetto,  sapiente animale,  che tu hai imparato a
    curar le piaghe stando al servizio di san Rocco?
    Il  ferito  s'aspettava  una  risposta,  perch ormai da quella bestia
    nulla pi lo meravigliava; ma il cane non fece altro che scodinzolare,
    poscia fugg, e Lapo rimase di nuovo solo, ma per poco, ch di l a un
    momento l'animale torn strascinando un lenzuolo.  Rise il  soldato  a
    quella vista, e non cap l per l per qual ragione glielo recasse; ma
    quando osserv che il cane,  tirandolo con i denti e reggendolo con le
    zampe,  come se volesse spolpare  un  osso,  lo  stracciava  in  tante
    strisce, fece un lancio di meraviglia e grid:
    -  Evviva  il  cane  cerusico  ed  il suo santo protettore!  - e butt
    all'aria l'elmo in segno di gioia.
    Raccolse infatti le sottili bende,  con quelle si fasci la ferita,  e
    dopo  essersi  ristorato  con  le  vivande  che il cane avea prese nel
    carro, disse all'animale:
    - Vogliamo andarcene da questo campo di morte prima che cali la  sera?
    Se te lo devo dire,  la vicinanza di questi ceffi di morti e i lamenti
    dei feriti non mi vanno a genio. Aiutami, e io ti vorr pi bene che a
    tutte le creature della terra e dell'aria.
    Il cane non si fece ripetere due volte  l'invito,  e,  alzatosi  sulle
    gambe  di  dietro,  infil  una delle zampe davanti sotto l'ascella di
    Lapo,  il quale,  appoggiandosi sopra un troncone di asta raccolto  in
    terra  e  camminando  a  pi zoppo,  pot allontanarsi da Campaldino e
    cercar  rifugio  in  una  casa  di  contadini  verso  Soci,  dove  per
    compassione lo misero in un fienile.
    Lapo,  appena  coricato  su  quel letto di fieno,  dorm come un ghiro
    senza pensare a nulla,  e cos,  ben nutrito dal cane e ben  riposato,
    non  stette  molto  a  rimettersi in salute;  ma la prima volta che si
    prov a posare il piede in terra, s'accorse che la gamba non la poteva
    pi raddrizzare e che doveva camminare a pi zoppo.
    - Sono un uomo rovinato, sono un uomo perduto! - diceva. - Era meglio,
    cane mio,  che tu mi avessi lasciato morire dove  ero,  piuttosto  che
    farmi tanta assistenza per poi avere questo bel risultato!  Lapo senza
    una gamba  un uomo morto!
    Il cane gli leccava le mani e guaiva.
    - Lo capisci anche tu,  - continuava Lapo,  - che per me non  v'  pi
    salvezza?  Che  cosa  vuoi  che faccia a questo mondo con una gamba di
    meno?
    E senza rammentarsi la promessa  fatta  a  san  Rocco,  snocciol  una
    filastrocca di bestemmie degne di un turco.
    Il cane corse a rintanare il muso fra il fieno,  e Lapo,  accorgendosi
    di aver mancato di parola al suo santo protettore,  si morse le dita a
    sangue.
    La sera di quel giorno, Lapo, appoggiandosi sul troncone d'asta, scese
    dal  fienile  e,  ringraziati  i contadini,  stava per andarsene tutto
    sconsolato, quando il vecchio capoccia gli disse:
    - Ma come farai a tornartene a casa tua con una gamba sola?
    - Non ci penso neppure a tornare a casa!  Signa  lontana,  e poi cos
    mutilato non avrei faccia di presentarmi a nessuno.
    - E che vuoi fare allora?
    -  Quel che vorr san Rocco;   lui che m'ha tenuto in vita e che m'ha
    mandato questo cane;  mi figuro che per qualche cosa egli abbia voluto
    che non crepassi.
    - Aspetta,  - rispose il capoccia,  - ho visto una volta uno storpiato
    come te che si serviva di  un  certo  armeggio  per  poter  camminare;
    guardiamo se mi riesce di fartene uno.
    E  preso  dalla  legnaia un ceppo di lecciolo,  lo misur al ginocchio
    dello storpio  per  vedere  se  era  largo  abbastanza  per  potervelo
    appoggiare;  poi, lo assottigli da un lato con l'accetta, vi fece con
    lo scalpello  una  specie  di  buco  dal  lato  opposto,  e,  fasciato
    quell'armeggio  con  alcune  cinghie  di  cuoio  che  tolse da una sua
    bisaccia, lo affibbi alla gamba inferma.
    - Cammina, - ordin il contadino a Lapo.
    Lo storpiato non se lo fece dir due volte e incominci  a  battere  in
    terra, gridando:
    - Ora il mio passo  accompagnato dalla musica: bim, bum; bim, bum!
    Nella  sua  allegria  di  potersi  movere,  Lapo  aveva dimenticato la
    promessa fatta a san Rocco,  e appena fu sulla strada maestra,  invece
    di  domandare al primo che incontrava quale via avrebbe dovuto seguire
    per giungere al gran sasso della Verna,  domand dove  poteva  trovare
    un'osteria,  e, saputolo, si diresse a quella volta. Sotto una pergola
    v'erano alcuni soldati della sua compagnia che bevevano  e  giuocavano
    ai  tarocchi.  Appena lo videro gli corsero incontro dicendogli che lo
    avevan creduto morto, e domandandogli come aveva fatto a scampar dalla
    ferita.  Lapo si mise a raccontare per filo e per segno quello che gli
    era  occorso,  ma quando chiam il cane per mostrare agli amici il suo
    salvatore, chiama che ti chiamo, il cane non c'era pi. Lo storpio non
    ci fece caso, perch era assuefatto a vederlo sparire ogni momento,  e
    una  volta  imbrancato  con  gli antichi compagni bevve e giuoc tutto
    quanto aveva in tasca,  finch,  disperato di trovarsi senza un soldo,
    bestemmi tutti i santi del Paradiso,  compreso san Rocco, per non far
    parzialit.
    L'oste, sapendo che era al verde, non volle dargli da dormire,  e Lapo
    dovette   passare   la   notte  allo  scoperto.   Ma  trovandosi  cos
    abbandonato,  gli venne il pentimento per quello che  aveva  fatto,  e
    pianse e si raccomand come un bambino, non solo a san Rocco, ma anche
    agli altri santi,  che non gli levassero la loro protezione.  Peraltro
    il cane non ricomparve,  ed egli rimase tutta la notte con  le  spalle
    appoggiate ad un albero a pensare alla sua sorte.
    La mattina dopo,  all'albeggiare, appoggiandosi sul troncone dell'asta
    e zoppicando,  si avvi sulla  via  maestra  chiedendo  l'elemosina  a
    quanti incontrava; ma tutti gli rispondevano:
    - Ben ti sta del tuo malanno, can d'un fiorentino!
    -  Ma che si son dati l'intesa,  che tutti mi rispondono a un modo?  -
    esclam Lapo, che sempre parlava a voce alta con se stesso. - Forse mi
    riconoscono a questo giglio che mi feci rapportare sul giustacuore; ma
    se arrivo alla Verna voglio vestire il saio, e allora il giglio non mi
    far pi inviso a nessuno.
    E senza sgomentarsi per l'erta via, passa sotto Bibbiena e si inerpica
    sull'aspro monte.
    Quella salita si fa male con due gambe;  figuriamoci quel che  sia  il
    farla con una gamba sola ed a stomaco vuoto! Lapo doveva fermarsi ogni
    momento,  e  quando  si sedeva sopra un sasso,  si lamentava pi della
    notte dopo la battaglia, quando era in mezzo ai morti e ai feriti.
    Mentre era col in preda alla disperazione,  vide salire per l'erta un
    frate cercatore, che guidava un asino carico di bisacce.
    - Frate benedetto, - gli disse con voce piagnucolosa, - ho promesso al
    mio santo protettore, a san Rocco, di compiere il pellegrinaggio della
    Verna;  ma  con una gamba sola mi  assai disagevole il far la salita;
    mi faresti portar dal tuo asino?
    - Non vedi, - rispose il Frate,  - che egli gi s'inginocchia sotto il
    peso?
    - Ma di quello lo liberer io,  - replic Lapo, - e lo caricher sulle
    mie spalle.
    Il Frate,  che era un semplicione e al  convento  non  lo  impiegavano
    altro  che  alla  cerca,  non s'accorse che l'asino avrebbe portato lo
    stesso il carico, ed aiut Lapo a salire sul ciuco. Ma questi, a forza
    di frusta mosse due passi e poi fece  una  genuflessione  come  se  si
    fosse veduto davanti san Francesco in carne e ossa, che aveva virt di
    comandare agli uccelli, ai pesci e persino ai lupi.
    - Il tuo asino  stanco, - disse Lapo cui era tornato l'umor faceto. -
    Fa'una  cosa: caricati sulle spalle queste bisacce e tu guadagnerai il
    Paradiso,  perch avrai sudato per portare al convento l'elemosina per
    i poveri.
    Il Frate, assuefatto all'ubbidienza, si mise le bisacce sul groppone e
    arriv  al  convento,   rosso  e  trafelato,  mentre  Lapo  vi  giunse
    comodamente.
    Lass,  come avviene a tutti  i  pellegrini,  egli  fu  refocillato  e
    ospitato.
    -  Ora che ci sono e che ho compiuta la penitenza,  - disse Lapo,  - 
    bravo chi mi manda via. Per fare il soldato non son pi buono,  ma per
    vestire il saio, s.
    Per  molti  giorni  Lapo  rimase alla Verna,  e gli pareva d'essere in
    Paradiso in mezzo a quella frescura,  fra quella gente che gli  diceva
    buone parole.
    Dipingeva  allora  una cappelletta detta degli Angeli,  un certo frate
    Bigio fiorentino, il quale,  attaccato discorso con lo zoppo,  si fece
    narrare  come  era  rimasto  impedito  nella  gamba  nonch  tutte  le
    avventure capitategli dopo,  e financo il sogno.  Lapo  non  aveva  la
    lingua punto legata,  sicch frate Bigio, dopo esserlo stato a sentire
    una mezz'ora,  sapeva vita,  morte  e  miracoli  di  lui,  ed  essendo
    persuaso che il sogno e l'aiuto miracoloso del cane significassero che
    lo   storpiato   aveva  in  Cielo  qualche  santo  protettore,   volle
    acquistarlo al convento, affinch la protezione si estendesse anche su
    questo.  Cos con bei modi prese a dimostrargli come il  mestiere  del
    soldato portava gli uomini alla eterna perdizione, perch oltre i vizi
    che  in  quella  vita  randagia  s'incontrano e l'uso del mal parlare,
    avviene sovente che sieno colpiti improvvisamente dalla  morte,  senza
    che abbiano tempo di raccomandar neppure l'anima a Dio.
    - Frate Bigio,  lo so anch'io,  - rispondeva Lapo,  - e anche prima di
    esser ferito, avrei voluto campare altrimenti;  ma non sono atto a far
    nulla.
    -  Vedremo,  vedremo,  - replicava il Frate.  - Ti contenteresti,  per
    esempio, d'indossar l'abito e andare in giro per la cerca?
    - Magari mi contenterei; ma come volete che me ne vada per le salite e
    per le scese con questa gamba unica?
    - C' il somaro che ne ha quattro e che ti potrebbe portare.
    - Allora dico di s subito,  e se mi  fate  presto  toglier  da  dosso
    quest'abito e questo elmetto, che mi rivelano per fiorentino in questo
    paese  dove i fiorentini sono discacciati come se fossero diavoli,  io
    vi prometto, frate Bigio, che dir per voi tutti i giorni la coroncina
    a san Rocco, mio protettore.
    - Io te ne sar grato,  e avr caro che tu resti fra noi,  poich  ci
    che  m'hai  narrato   cos strano che io voglio raffigurarti,  mentre
    ricevi la visione di san Rocco in qualcuno degli affreschi di cui vado
    ornando il refettorio.  Perci conserva  codesti  abiti  anche  quando
    avrai vestito il saio, affinch io possa farteli riprendere al momento
    in cui mi occorrer di ritrarti.
    Lapo  non  tard ad ascriversi all'Ordine,  ma senza aspirar per n a
    dir messa n a confessare, poich non conosceva l'a dalla zeta e anche
    il "pater noster" lo seminava di una ventina di strambotti.
    Appena ebbe vestito il saio se ne and alla  cerca,  e  nessuno  degli
    altri  cercatori  riportava  al convento tanti donativi quanti egli ne
    recava.
    - Come fai? - gli domandavano gli altri frati.
    - San Rocco mi aiuta, - rispondeva egli.
    Ma non era, davvero,  merc l'aiuto di san Rocco,  che Lapo mangiava e
    beveva  a  crepapelle e poi riportava tanta roba su alla Verna.  Tutta
    quella grazia di Dio la doveva alle sue ladre fatiche, perch  d'uopo
    sapere che sebbene egli avesse vestito l'abito di san  Francesco,  era
    pi ribaldo che mai.
    Ecco  che  cosa aveva fatto.  Prima di tutto aveva pregato frate Bigio
    che gli facesse un quadretto da appendersi nella chiesa del  convento,
    nel  quale egli fosse raffigurato mentre san Rocco gli mandava il cane
    a leccargli la ferita; e,  non contento di questo,  aveva ottenuto dal
    buon Frate che da un lato della tavola dipingesse il sogno, poi la sua
    conversione,  e  che  sotto  al  quadro  scrivesse il racconto di quel
    periodo della sua vita.  Poi,  dallo stesso Frate si fece fare un buon
    numero di abitini di tela da portarsi al collo,  con l'immagine di san
    Rocco e il cane.
    Naturalmente ogni  giorno  una  gran  quantit  di  gente  saliva  per
    devozione alla Verna,  vedeva il quadro di frate Bigio,  era informato
    del miracolo, e quando quella gente tornava a casa,  spargeva in tutto
    il contado la notizia.  Cos, quando fra' Lapo si presentava a chieder
    la carit con la  gamba  di  legno  e  il  saio,  tutti  lo  pregavano
    d'intercedere  per loro san Rocco,  e non lesinavano nel dare al Frate
    ogni ben di  Dio.  Lapo  ringraziava  umilmente,  e  ai  donatori  pi
    generosi lasciava l'abitino.
    A  pregare  per  gli oblatori non ci pensava neppure,  anzi,  se aveva
    alzato il gomito pi del consueto,  snocciolava a voce alta per la via
    una litania di bestemmie da far venir la pelle d'oca.
    Cos dur il Frate alcun tempo,  e pi grande si faceva nel contado la
    sua nomea di sant'uomo,  e pi prendeva baldanza.  N  si  limitava  a
    regalare  soltanto gli abitini,  ma se era richiesto da qualche malato
    per ottenere da san Rocco la guarigione, portava delle erbe che diceva
    gli erano state additate dal Santo come salutari, e pronunziava parole
    che non appartenevano a nessuna lingua.
    E di questi inganni fra' Lapo non provava nessun rimorso.  Egli non si
    dava cura altro che di mangiare e bere.
    Una sera,  mentre tornava sull'imbrunire al convento,  egli diceva fra
    s:
    - Con queste erbe e con questi esorcismi ho trovato un  tesoro.  Oltre
    il  grano,  il  vino  e  i polli,  mi dnno anche elemosine in denari.
    Quando ne avr raggruzzolati abbastanza, butto il saio in un burrone e
    mi metto la via fra le gambe per tornare a Signa. E allora,  Lapo mio,
    che baldorie!
    Mentre  cos  diceva,  era giunto a un bosco molto folto,  e il somaro
    s'impunt senza voler fare un passo avanti.  Lapo gli dette un paio di
    frustate,  ma l'asino tenne duro. Allora a un tratto usc dal bosco il
    solito can da pastori,  che un tempo aveva soccorso  Lapo,  e  con  un
    morso  gli  stacc  tre  dita della mano destra;  poi fugg di nuovo a
    rintanarsi fra gli alberi.
    Fra il dolore e la paura,  Lapo cred di morire,  e non trovava neppur
    la  forza  di  spronare  il  somaro  per  uscire  da quel luogo cupo e
    solitario.  Prima che il somaro si rimettesse in moto,  tal quale come
    nel  sogno,  Lapo  vide  scendere  dalla  vetta altissima di un poggio
    un'aquila con le ali spiegate,  che si mise a fare cerchi sulla  testa
    di lui.
    - E' finita! San Rocco pietoso aiutatemi, mi pento, salvatemi!
    E si butt di sotto dal somaro.
    Alla  invocazione di san Rocco il cane era tornato accanto a Lapo e lo
    aveva afferrato per la gamba sana, mentre l'aquila s'era attaccata con
    gli artigli a quella di  legno  e  tirava  anch'essa.  Tira  tira,  le
    cinghie   cederono,   e   l'aquila   scapp   via   scorbacchiata  con
    quell'armeggio fra le zampe;  anche il cane lasci la presa,  e,  come
    aveva  stagnato  a  Lapo il sangue della gamba sul campo di battaglia,
    cos questa volta gli stagn quello che gli usciva dalle dita mozzate.
    Come Dio volle fra' Lapo risal sul ciuco e si diresse al convento.
    - Torno in un bello stato,  - disse al frate portinaio,  - mi  mancano
    tre dita e la gamba.
    - Foste forse assalito dai predoni? - domand l'altro.
    -  Cos m'hanno ridotto il Cielo e l'Inferno,  - rispose fra' Lapo.  -
    Fratello, qui non si scherza, bisogna prepararsi a morire!
    - Noi ci prepariamo ogni giorno e ad  ogni  ora  al  gran  passo.  Per
    questo la morte non ci coglie mai alla sprovvista.
    - Cos potessi dir io! - esclam Lapo tutto afflitto, - ma sono ancora
    un gran peccatore.
    - Fate pubblica confessione.
    - La far domattina.
    Infatti  la  mattina  dopo,  Lapo si fece portare nella chiesina degli
    Angeli, perch non poteva pi camminare senza l'armeggio di legno;  ma
    quando  a  voce  alta si mise a narrare tutti i suoi inganni,  i frati
    incominciarono a gridare:
    - E' maledetto! E' maledetto!
    E lo fecero portare fuori del recinto della Verna.
    - Ieri l'Inferno e il Paradiso si disputavano l'anima mia; oggi non mi
    vuole n Cristo  n  il  Diavolo.  Aspettiamo  per  veder  quello  che
    succede, - disse Lapo.
    E  tanto  per  consolarsi,  trasse  fuori  dalla scarsella i quattrini
    accumulati con frode e con inganni e si diede a  contarli;  ma  eccoti
    che mentre contava gli vola in grembo una gazza,  piglia i fiorini nel
    becco e fugge.
    - Ora son bell'e spacciato!  - disse,  - mi pigli anche il Diavolo non
    me ne importa pi nulla!
    E difatti,  nel colmo della notte scese il Diavolo, e, afferratolo, se
    lo port all'Inferno.

    I ragazzi capirono che  la  novella  era  finita  e  ringraziarono  la
    vecchia, la quale trattenne i piccoli invitati, dicendo loro:
    - O che la pattona non la volete?
    - Ors, servitevi! - disse la Carola.
    Nessuno si fece pregare.  E ne mangiarono anche i grandi, specialmente
    Cecco, che al reggimento non l'aveva mai neppur veduta.
    - Ora andate a casa,  - diss'egli agli amici dei nipoti,  -  e  se  la
    novella  e  la  pattona  vi  son piaciute,  tornate la vigilia di Capo
    d'anno.
    - Verremo! - risposero i bambini uscendo tutt'allegri.









    Il morto risuscitato.

    - E stanotte incomincia l'anno nuovo! - disse Maso. - Ragazzi, bisogna
    metter giudizio,  perch pi si cammina nella vita,  e maggiore    il
    dovere  che  abbiamo  di spenderla utilmente.  Se ce la siamo sciupata
    nell'ozio,  in vecchiaia si provano dei rimorsi,  e allora si  farebbe
    come quell'uomo, che, si racconta, sciupava il pane, e fu condannato a
    raccattar  le briciole in Purgatorio,  facendosi lume col dito mignolo
    acceso.  Ma il male  che neppure con quella fiammella si  pu  correr
    dietro al tempo perduto,  e quand' ito,  non c' rimedio.  Sapete chi
    non ha rimorsi per aver sciupato il tempo?
    - Chi?  - domandarono i bimbi Marcucci alzando la testa da quel gruppo
    allegro,  che essi,  insieme con i compagni del vicinato, formavano in
    un cantuccio della cucina.
    - Non lo indovinate? - domand Maso, - la vostra nonna!  Stasera,  che
    ella compie sessant'anni, tutti spesi per il bene della famiglia, s'ha
    da farle un po' di festa. Io far il suo elogio.
    - Zitto,  che lo voglio far io,  - disse Cecco. - Tu sei pi vecchio e
    non ti puoi rammentare come me ne rammento io,  tutto quello che  essa
    ha fatto per noi quando si era piccini.
    - Come!  - ribatt Maso,  - me ne ricordo benissimo;  e io che sono il
    maggiore ho visto quello che tu non  hai  potuto  vedere,  perch  eri
    ancora nella mente di Dio.
    A  quest'argomento Cecco non seppe che rispondere,  e lasci la parola
    al fratello  maggiore,  a  colui  che  faceva  da  capo  di  casa,  ed
    esercitava una grande autorit sugli altri,  come usava nelle famiglie
    antiche.
    - Sentite dunque.  La nostra vecchietta,  che Dio ce la  conservi  per
    cent'anni  ancora,  era la pi bella ragazza del contado quando nostro
    padre se la condusse sposa in questa casa.
    - Che te ne rammenti,  tu,  se ero bella o brutta?  - disse ridendo la
    Regina rivolta al figlio.
    -  Altro  se  me  ne  rammento!  Non  dico  di  quando  veniste sposa,
    s'intende,  ma so che quando ero piccino e mi menavate,  la  domenica,
    alla  messa  al ponte a Poppi,  tutti i contadini che eran sul sagrato
    della chiesa  si  scansavano,  e  sorridendovi  vi  dicevano:  Felice
    giorno, Regina bella!.
    -  Pareva  che  allora  tu  non  capissi  nulla!  -  osserv la Regina
    sorridendo.
    - Il fatto sta che rivedo quegli  aggruppamenti  di  persone,  che  vi
    facevano largo, e rivedo voi col vestito di seta turchina, che v'aveva
    fatto la marchesa Corsi quando andaste per balia, col vezzo di corallo
    al  collo,  e  i  pendenti  di  perle agli orecchi,  e vi rivedo bella
    com'erano le mie sorelle quando andarono a marito.  E vi rivedo  anche
    sempre affaccendata, con noi piccini intorno alla sottana, ora a pulir
    la casa,  ora a fare il pane, ora a lavare il bucato nel vivaio, ora a
    tessere,  ora a cucire.  Io non rammento mai di avervi sorpresa con le
    mani in mano, e non ci avete mai fatto mancar nulla, perch col ricavo
    della tessitura e dei polli, ci avete sempre vestiti e calzati, mentre
    nostro   padre  ci  dava  da  mangiare.   Se  volessi  dire  tutta  la
    riconoscenza che vi porto, durerei a parlare fino domani; ma i ragazzi
    aspettan la novella e non voglio che la desiderino troppo.
    - Evviva la mamma operosa! - url Cecco.
    - Evviva! - ripeterono tutti, grandi e piccini.
    Regina s'era messa le mani agli orecchi e piangeva di gioia sentendosi
    cos amata dalla sua cara famiglia,  e siccome le grida non  finivano,
    Maso, con voce di comando, grid:
    - Zitti, la mamma comincia la novella.
    Si  fece un gran silenzio nella cucina;  quelli che stavano lontani si
    avvicinarono al focolare, e la vecchia prese a dire:

    - Molti,  ma molti anni fa,  alla Corte di Poppi c'era un emigrato  di
    Ravenna, che aveva nome ser Grifo. Quest'uomo, di nobile famiglia, era
    stato  cacciato  dalla sua citt per una contesa avuta con un signore,
    molto potente in allora,  e dopo essere andato ramingo  per  un  certo
    tempo,  fu  ricoverato  dai  conti Guidi,  che lo conoscevano da molti
    anni.
    Ser Grifo non era un uomo amante di guerre, n di giostre.  Era lungo,
    secco, giallo, preferiva i libri alla spada. Si dice che da quei libri
    avesse  appreso la scienza e l'arte di scrivere in versi.  Il Conte lo
    stimava poco,  poich egli non si compiaceva che  in  guerreggiamenti,
    giostre,  e cacce; ma la contessa Margherita, che menava vita ritirata
    nel suo grandissimo palazzo,  si dilettava  molto  udendo  narrare  la
    storia  dei  Reali  di Francia e specialmente quella di Berta dal gran
    pi,  da questo poeta,  che metteva spesso in versi le laudi della sua
    bellezza e cortesia.  Per questo ella lo proteggeva,  e tutte le volte
    che il Conte e gli amici di lui  lo  sbeffeggiavano,  Margherita,  con
    gentil  modo,   prendeva  a  difenderlo.   Soffriva  assai  ser  Grifo
    sentendosi dar la baia dalla nobile  compagnia;  ma  quando  udiva  la
    dolce  voce  della  castellana  alzarsi  per  difenderlo,   al  dolore
    subentrava la gioia,  e questa gioia egli la esprimeva  in  dolcissimi
    versi.
    Una sera il Conte era a cena, dopo aver bevuto pi del consueto, e gli
    stavano  accanto  i suoi parenti di Romena e di Porciano.  La Contessa
    non era uscita dalla camera,  perch da pi giorni era assai ammalata.
    Uno  dei convitati domand al Conte come mai quella sera ser Grifo non
    assistesse alla cena.
    - Il pover'uomo, - rispose il Conte, - non ha cavato la testa di sotto
    le coltri da ieri sera in poi.
    - Come mai? - chiesero gli altri.
    - Dovete sapere,  - disse il castellano,  - che egli ha  un  cuore  da
    femminuccia, e tutto lo impaurisce. Iersera dopo cena ci separammo; io
    mi  ritirai nelle stanze attigue a questa sala;  egli sal alla camera
    dietro alla cappella, dove dorme. Recava in mano una lanterna, ma pare
    che il vento gliela spengesse.  Il fatto sta,  che appena fu giunto in
    cima  alla scala ebbe le traveggole,  poich narra che la cariatide di
    pietra,  la quale rappresenta il conte Guido,  di Simon da Battifolle,
    nostro  glorioso  antenato,  si stacc dalla parete e stese le braccia
    per afferrarlo.
    - Ser Grifo  allucinato! - esclam il conte di Porciano.
    - Ser Grifo  pazzo! - disse il conte di Romena. - Cugino,  perch non
    gli facciamo una burla?
    - Egli la meriterebbe davvero, - rispose il conte di Poppi. - Ma se si
    ostina a stare a letto  difficile.
    - Perch?  - domand il conte Oberto di Romena.  - Anzi,  io saprei il
    modo di fargliela bellissima anche questa notte  istessa.  Nella  sala
    d'armi si conserva l'armatura del conte Guido, quale fu scolpita nella
    pietra.  Che  uno  di  noi  la  indossi  e  vada  in  camera  di  quel
    pusillanime,  e con modo aspro finga di volerlo cacciare dal  letto  e
    dal  palazzo,  come indegno di abitarvi per la sua vilt.  Vedrete che
    quel messere avr una paura da dannato,  e per pi  giorni  non  sapr
    trovare una rima.
    - La burla mi pare atroce, - disse il conte Bandino di Porciano. - Ser
    Grifo  capace di morir di paura.
    - Non credere,  - rispose il conte di Poppi.  - Quel viso di pergamena
    ha la pelle dura,  e nonostante che esali tutto il giorno  l'anima  in
    quei  versacci,  pure essa  fortemente attaccata al corpo e non se ne
    dipartir per cos poco.  Vesti tu,  Oberto,  che sei il pi  alto  di
    tutti,  l'armatura,  e noi assisteremo alla scena dalla cappella,  fra
    l'ombra del nostro glorioso antenato e il misero poeta di Ravenna.  Le
    ombre si dice che appariscano alla mezzanotte, e a quell'ora in punto,
    quando  l'ultimo  tocco  sar scoccato dalla torre,  ti presenterai in
    camera sua.
    Il conte di Poppi alz dalla tavola un doppiere  di  ferro  nel  quale
    erano infilzati diversi ceri, e preced i cugini nella sala d'armi. Il
    conte Oberto rivest l'armatura, che pareva fatta per lui, e quindi si
    avvi su per la scala.  Il suo piede calzato di ferro faceva un rumore
    sinistro  battendo  sulla  pietra  degli  scalini,  e  chi  lo  avesse
    incontrato in quel momento, avrebbe supposto davvero che la statua del
    conte  Guido  si  fosse staccata dalla parete a cui era,  ed  ancora,
    addossata, per passeggiare di nottetempo nel palagio che fu suo.
    I tre parenti si fermarono nella cappellina,  che era vagamente adorna
    d'immagini di santi, e rimasero cheti attendendo la mezzanotte. Quando
    fu  suonata,  Oberto prese in mano il doppiere,  scosse l'armatura per
    far rumore e quindi apr l'uscio della camera dove stava ser Grifo. Il
    conte Bandino e il signor di Poppi  s'erano  nascosti  nella  cappella
    aspettando ansiosi come sarebbe andata a finire quella scena.  Un urlo
    disperato usc dal petto del misero poeta. Il conte Oberto si avanzava
    nella stanza battendo i piedi sul pavimento,  e quando fu  accanto  al
    letto  pos  la  mano  coperta  di ferro sul collo di ser Grifo;  poi,
    contraffacendo la voce, disse lentamente:
    - Anima vile,  che cosa fai in queste mura,  dove non abitarono  altro
    che prodi?
    -  Anima  santa,  lasciami  in pace;  io sono un povero esule a cui la
    piet del tuo discendente mi accorda un letto  e  un  posto  alla  sua
    tavola.
    -  Io  non  ti  voglio  nel  mio  palazzo,  strimpellatore  di liuto e
    improvvisatore di cattivi versi con i quali tu offendi la nobile  dama
    Margherita, che credi di esaltare.
    - Dove debbo andarmene? Abbi piet di un povero poeta!
    -  Tu non m'ispiri piet alcuna.  Domani mettiti il liuto a tracolla e
    va altrove a cercar fortuna.  Ti giuro che se domani tu non sei  molte
    miglia  lontano  dai  domini  dei  Guidi,  io torno e ti precipito nel
    trabocchetto,  che ben sai dove sia,  e quanti felloni pari tuoi abbia
    inghiottiti!
    - Piet! - supplicava ser Grifo con un fil di voce.
    Il  conte Oberto,  camuffato della armatura del suo antenato,  fece un
    gesto di sdegno e disse:
    - Ho parlato. A buon intenditor poche parole!
    E facendo lo stesso rumore di ferro, usc dalla stanza col doppiere in
    mano e richiuse l'uscio.
    Il  conte  Bandino  e  il  conte  di  Poppi  avevan  udito  tutto   ed
    esclamarono:
    - Tu hai fatto benissimo la parte dell'ombra!
    - Lo credo, e se domani quel viso di zucca non  lontano molte miglia,
    vuol  dire che si prepara a partire per un viaggio pi lungo,  per non
    tornar pi.
    - Misericordia,  lo scherzo  forse andato  tropp'oltre!  -  disse  il
    conte di Poppi, che era di animo meno crudele degli altri. - E se male
    incoglie a questo poeta,  madonna Margherita se ne affligger,  poich
    ella ha compassione di lui.
    - Ringrazia Iddio e san Fedele che in un modo o in un altro te  ne  ho
    liberato, - rispose il conte Oberto.
    I  tre  signori  scesero,  e,  dopo aver deposta l'armatura nella sala
    d'armi, ciascuno and a coricarsi nella propria camera.
    La mattina dopo il conte di Poppi dorm lungamente,  e quando  il  suo
    servo  entr  in  camera  per  aiutarlo  a vestirsi,  gli narr che il
    cappellano,  il quale dormiva in una stanza poco distante da quella di
    ser  Grifo,  udendolo  gridare  nella  notte  era accorso;  e lo aveva
    trovato in terra, con gli occhi fuori della testa, pronunziando parole
    sconnesse e facendo atto  di  volere  fuggire.  Il  prete,  credendolo
    insatanassato,  aveva  preso nella cappella la croce e l'acqua santa e
    con questa l'aveva asperso,  pronunciando le preci contro  lo  spirito
    maligno; ma tutto era stato inutile. Ser Grifo urlava pi che mai e si
    trascinava  bocconi  sul  pavimento come una bestia.  Fino a giorno il
    cappellano era rimasto presso il poeta senza riuscire  a  calmarlo,  e
    allora aveva chiamato in aiuto il cerusico,  che,  visitato il malato,
    aveva scrollato la testa,  assicurando che non aveva febbre  n  alcun
    male palese e si trattava di qualche cattiva influenza.
    Il conte di Poppi, udendo questa narrazione rimase perplesso e domand
    al servo:
    - E ora come sta ser Grifo?
    -  Al  solito;  ma  il  cerusico  lo ha lasciato perch le donne della
    nostra padrona lo hanno chiamato per visitarla.
    - E tu mi serbavi per ultimo  questa  notizia,  villano  che  non  sei
    altro!  Che  m'importa  di  ser  Grifo  quando  madonna  Margherita  
    ammalata!
    E terminando di vestirsi in un battibaleno,  il conte di Poppi and  a
    visitare l'inferma.
    I due cugini,  che non erano angustiati come il loro parente,  vollero
    veder con i propri occhi in che stato fosse ser Grifo.  Essi  salirono
    nella camera di lui e seppero mostrarsi afflitti del male che lo aveva
    colto.  Il poveretto smaniava come una bestia e non li riconobbe. Egli
    batteva la testa contro le pareti, e due uomini robusti non riuscivano
    a impedirgli di farsi danno.
    - Voglio andarmene!  - urlava.  - Se il conte Guido mi trova qui  alla
    mezzanotte, mi precipita nel trabocchetto. Lasciatemi!
    Ma  i  due  servi,  credendolo  impazzato,  invece  di cedere alle sue
    preghiere, lo reggevano nel letto, e pregarono i signori di scendere e
    mandar loro altri due compagni,  per tentare  se  fra  tutti  potevano
    legarlo.
    -  L'abbiamo  conciato  bene!  -  disse  Bandino  mentre scendevano la
    bellissima scala. - Io credo che quel poetastro sia bell'e spacciato.
    - Meglio per lui, - rispose Oberto. - La tomba credo sia preferibile a
    una vita come la sua.  Anche a Dante pareva che il pane altrui sapesse
    di  sale,  e  quello  era  un poeta;  figurati come deve parer amaro a
    questo inettissimo verseggiatore!
    I due signori non pensavano pi a ser Grifo dopo quella breve  visita.
    La  malattia  della contessa Margherita e le smanie del loro cugino li
    occupavano ben altrimenti;  e il palazzo era tutto sottosopra  per  il
    pericolo  che  correva la castellana,  la quale era stata colta da una
    febbre calda, e il suo bel volto, di consueto bianco e vermiglio,  era
    acceso  come  un tizzo,  mentre la sua bocca sorridente non pareva dir
    altro, che:
    - Signore mio, aiutatemi!
    Il marito, cui rivolgeva continuamente questa supplica, non sapeva che
    cosa farle,  e il cerusico meno di lui.  Intanto la febbre bruciava la
    contessa ogni giorno pi.
    In questo frattempo ser Grifo era stato avvolto in un lenzuolo,  messo
    in  una  cassa  e  portato,  senza  che  nessuno  lo  piangesse,   nel
    sotterraneo  dove  solevano seppellire i signori,  perch sapevano che
    era di sangue nobile. Il povero poeta aveva passata tutta una giornata
    a gridare ed a sbatacchiarsi volendo fuggire. Sull'imbrunire le smanie
    erano cresciute,  e quando aveva sentito scoccare il primo colpo della
    mezzanotte, s'era chetato a un tratto, chiudendo gli occhi.
    - E' morto, - avevan detto quelli che gli erano intorno; e chiamato in
    fretta il prete lo avevan fatto benedire.
    Il giorno dopo,  senza avvertire neppure il signore,  lo avevano messo
    nel sotterraneo.
    Intanto  al  palazzo  giungevano  tutti  i  parenti   della   contessa
    Margherita.  Chi da Stia,  chi da Pratovecchio, chi da una parte e chi
    dall'altra,  e tutti portavano seco i loro cerusichi,  perch i  messi
    che avevan recato loro la notizia della malattia, avevano aggiunto che
    messer  Biagio,  il cerusico di casa,  non ne capiva nulla.  Ognuno di
    questi cerusichi suggeriva un rimedio,  ma la febbre non cedeva,  e la
    notte del terzo giorno la contessa spir.
    Il  marito pareva pi nel mondo di l che di qua,  tanto era il dolore
    di vedersi separato da una cos bella,  virtuosa e  cara  compagna,  e
    dimentic  tutto,  meno che di renderle tutti gli onori che spettano a
    gentildonna.
    Egli ordin che la bellissima salma fosse rivestita  del  ricco  abito
    d'argento  e  di  seta  celeste che indossava il d delle nozze: che i
    biondi e lunghi capelli fossero racchiusi in  una  reticella  d'oro  e
    perle  orientali;  che  ai  piedi  le  fossero  messe  scarpe  di raso
    ricamate;  che al collo,  ai  polsi,  alla  vita  e  sulla  fronte  le
    brillassero  le gemme di cui soleva adornarsi nei d dei torneamenti e
    delle feste solenni.  Quando il bel corpo fu adorno  in  questo  modo,
    egli stesso pose fra le mani di Margherita un bellissimo crocifisso di
    smalto e la fece portare dai paggi nella sala di arme dov'era inalzato
    un  catafalco  di drappo nero e d'oro circondato di faci ardenti.  Gli
    armigeri, vestiti di maglia, stavano a guardia del catafalco; i monaci
    salmodiavano e l'immensa sala era piena  di  dame,  di  cavalieri,  di
    famigli e di terrazzani.
    Il Conte seguiva la salma della sua sposa, tutto vestito a lutto e con
    un  volto  cos stravolto da far piet.  Appena giunse in sala egli si
    gett in ginocchio e vi rimase sino a sera.
    Tutto il contado correva a vedere la bellissima signora;  e  la  gente
    che  usciva  di  sala aveva piet della giovane,  morta nel fior degli
    anni,  ma pi ancora ne provava per quel fiero  signore  singhiozzante
    accanto  al  cadavere  della  sua Margherita.  Infatti il Conte pareva
    ridotto un mucchio d'ossi, senza energia, senza volont.
    Per due giorni la castellana rimase esposta nella grande  sala,  e  il
    Conte preg sempre accanto a lei;  preg e pianse.  In quei due giorni
    il signor di Poppi,  col pensiero sempre rivolto alla  sua  carissima,
    non  si  accorse  che  ser  Grifo  mancava,  ma quando giunse l'ora di
    chiudere Margherita in  una  cassa  per  trasportarla  nell'avello  di
    famiglia, il Conte disse:
    -  Chiamatemi  ser  Grifo;  da lui voglio sia vergata una pergamena da
    porsi in una custodia d'oro,  affinch i lontani nepoti  sappiano  che
    questo   il cadavere della pi bella,  pi cortese e pi virtuosa fra
    le donne.
    - Signore, ser Grifo non pu venire, - rispose uno dei servi.
    - E' vero! - avevo dimenticato che fosse ammalato! - esclam il Conte.
    - E come sta al presente?
    - Non possiamo sapere come stia,  perch ci ha lasciati,  - replic il
    servo.
    - E quando  partito?
    -  Son quattro d,  signore,  che lo racchiudemmo nella cassa la quale
    ponemmo poi nell'avello dei conti Guidi in San Fedele.
    - Morto! - esclam il Conte.
    - S, morto;  ma non sappiamo se arrabbiato o insatanassato.  Egli non
    ha ricevuto neppure i sacramenti, ed  spirato a mezzanotte precisa.
    Il  Conte ebbe un brivido,  ma non aggiunse parola.  Ora la notizia di
    quella morte lo colpiva doppiamente,  facendogli nascere nell'anima il
    rimorso  che il povero ser Grifo fosse morto in seguito a quell'atroce
    burla; e poi, quell'uomo secco,  giallo e di animo semplice al pari di
    un bambino di nascita,  non era forse una delle persone che Margherita
    apprezzava,  e non aveva forse pi  volte  raccomandato  di  trattarlo
    umanamente  per riguardo alla sventura che lo aveva colpito al pari di
    tanti e tanti nobili,  che gli odi di  parte  condannavano  ad  andare
    raminghi per il mondo?
    Il conte di Poppi cacci questi pensieri per dedicar soltanto la mente
    alla  sua  dilettissima,  e  non potendo valersi pi dell'opera di ser
    Grifo, chiam un suo cancelliere dal quale fece scrivere la pergamena.
    Poi, dopo avervi apposto il suo sigillo,  la racchiuse con le sue mani
    in una custodia finamente lavorata da un abilissimo orafo fiorentino.
    Terminati  tutti  questi  preparativi,  si  form  il corteo,  che dal
    palazzo doveva recare la  salma  della  Contessa  all'abbazia  di  San
    Fedele, traversando il paese.
    La  cassa della bellissima donna,  che pareva dolcemente addormentata,
    era stata lasciata dischiusa,  e il volto era coperto soltanto  da  un
    sottil velo,  come le signore solean portare in testa.  Precedevano il
    corteo i monaci dell'abbazia,  vestiti di bianco secondo la  legge  di
    san Romualdo,  loro fondatore;  venivano dopo i preti, gli araldi, gli
    uomini d'arme,  e,  attorno alla salma,  i paggi e il lungo stuolo dei
    parenti,  e  per  ultimo i terrazzani,  che piangevano ripensando alla
    bont e cortesia dell'estinta.
    Il corteo era lunghissimo e lo accompagnava il suono delle campane  di
    tutte le chiese della rocca e dei castelli vicini.
    Quando giunse in chiesa, la cassa fu deposta nel centro della navata e
    i  frati  salmodiarono  per  un  bel pezzo,  mentre il conte di Poppi,
    seduto solo sotto il baldacchino di  drappo,  guardava  ora  il  volto
    della sua donna illuminato dalle faci, ora il posto vuoto accanto a s
    dov'era solito vederla.
    Terminata la cerimonia, la cassa venne assicurata a una fune, fu tolta
    la  grande  lapide  marmorea  che ne chiudeva la bocca,  e dopo che il
    Conte ebbe lungamente baciato la sua donna,  la bella salma fu  calata
    gi, nello scuro avello, che accoglieva le ossa di tanti e tanti della
    famiglia Guidi.
    Appena  un  rumore sordo annunzi che la cassa aveva toccato il suolo,
    un becchino scese per una scaletta di pietra a fine di  sciogliere  le
    funi e collocare il coperchio alla cassa,  ma non era giunto ancora in
    fondo che gettava un grido d'angoscia.  Credendo che gli fosse  venuto
    male  o  che  si  fosse  ferito  nel  trascinare la cassa,  un secondo
    becchino scese in fretta, ma anche questi si mise a gridare come se lo
    ammazzassero, e cadde producendo un tonfo sordo.
    Intanto in chiesa tutti  s'erano  fatti  gialli  dalla  paura,  e  chi
    scappava  di  qua  chi  di  l,  senza  poter uscire,  perch la porta
    dell'abbazia era chiusa.
    Il conte di Poppi,  turbato anch'egli dal suo doloroso  raccoglimento,
    si  alz e rivolse il passo alla bocca dell'avello.  In un momento gli
    furono accanto Oberto e Bandino,  anzi,  il primo prese una delle faci
    che  erano  infilate agli angoli del catafalco e preced gli altri nel
    sotterraneo.  Ma appena ebbe scesi gli scalini,  gett  egli  pure  un
    grido  e  fece  per  voltarsi a risalire,  ma s'imbatt nei cugini che
    gl'impedivano il passo.
    - Ma Oberto!  - esclam il signore di Poppi,  - pensa chi sei  e  dove
    siamo.
    - Lasciami risalire! - supplicava l'altro atterrito e sgomentato.
    Ma   il   vedovo  Conte,   per  rispetto  al  cadavere  calato  allora
    nell'avello,  costrinse il suo parente a  scendere  insieme  con  lui.
    Peraltro  anche  il  conte  di  Poppi  rimase inchiodato in fondo alla
    scala, perch quel che vide era cosa da mettere spavento a chiunque.
    Ser  Grifo,   pallido  come  un  morto,   con  gli   occhi   infossati
    nell'occhiaie,  l'alta  e magra persona avvolta in un lenzuolo bianco,
    stava curvo  sulla  cassa  che  accoglieva  il  cadavere  della  bella
    contessa   Margherita  e  piangeva  fissandola.   In  terra  giacevano
    tramortiti i due becchini.
    - E' resuscitato! E' resuscitato! - diceva Oberto.
    Il conte di Poppi consider il poeta per un momento e disse:
    - Anima buona,  ritorna nel regno dei morti,  ti far dire delle messe
    per la tua salvezza.
    Il poeta piangeva sempre, con gli occhi rivolti sulla morta.
    - Anima buona, ritorna nel regno della morte, e lascia a me la cura di
    piangere sulla salma della mia diletta.
    - Parli a me, Conte? - domand ser Grifo.
    Nell'udire  quella voce,  Oberto,  cui il cugino non contendeva pi il
    passo, risal in chiesa preceduto da Bandino.
    Ser Grifo allora narr al Conte che,  destatosi  dopo  un  lunghissimo
    assopimento,  s'era trovato in quell'avello oscuro,  dove,  a tastoni,
    aveva fatto sforzi inauditi per sollevare la lapide che lo chiudeva, e
    quando ormai era ridotto a rassegnarsi a morir d'inedia,  aveva veduto
    aprire  il  sotterraneo  e  calarvi  la  cassa.  Il poeta,  piangendo,
    aggiunse:
    - Ma allorch ho veduto per chi si dischiudeva quest'avello, ti giuro,
    nobile Conte,  che avrei preferito rimanesse sempre chiuso  e  morirvi
    fra gli strazi della fame.
    Appena  il  Conte  ebbe  sciolta  la  fune  che  legava  la bara della
    Contessa,  la baci  sulle  guance,  e,  scuotendo  fortemente  i  due
    becchini, li fece alzare e risal la scala dell'avello.
    Il  conte  Oberto e il conte Bandino avevano gi narrato che ser Grifo
    era risuscitato,  e la gente che empiva  la  chiesa  stava  in  grande
    trepidazione  attendendo  il  ritorno  del  poeta,  del  Conte  e  dei
    becchini. Primo a presentarsi fu il signor di Poppi, che fu accolto da
    un mormoro di soddisfazione;  ma quando comparve ser Grifo,  con quel
    viso di cadavere e avvolto nel lenzuolo bianco,  la gente incominci a
    urlare e molte donne caddero prive di sentimento.
    Il Conte,  per calmare lo spavento dei suoi terrazzani,  pose una mano
    sulla spalla dell'infelice, che si reggeva a stento, e insieme con lui
    travers la chiesa.
    Giunti  che  furono al palazzo,  lo fece ristorare con buone bevande e
    con cibi, e da quel giorno lo tenne sempre al suo fianco, ascoltandolo
    con le lacrime agli occhi quando esaltava  in  versi  le  virt  e  la
    bellezza  della  sua  dilettissima.  Ogni  giorno  il Conte e il poeta
    scendevano nell'avello dell'abbazia di San Fedele,  mentre i  frati  a
    coro  pregavano per l'anima della defunta;  e ogni giorno bagnavano di
    nuove lacrime quella salma bellissima che la morte non era riuscita ad
    offendere.
    Il  signor  di  Poppi,  dopo  la  sua  vedovanza,   aveva  cessato  di
    compiacersi  della  compagnia  dei  suoi cugini e spendeva la vita nel
    sollevare i bisognosi,  nelle preci e nei ricordi di un breve e  lieto
    passato,  che rimpiangeva incessantemente.  Ogni volta che usciva,  lo
    accompagnava ser Grifo,  che la gente del contado non chiamava pi col
    suo  nome.   Da  tutti  egli  era  designato  con  quello  del  Morto
    risuscitato!.
    Egli sopravvisse al Conte, e quando mor davvero,  non si trov chi lo
    volesse  sotterrare.  Perci  lo  lasciarono nella camera attigua alla
    cappella,  sul letto stesso dov'era morto,  e  allorch  la  carne  fu
    consunta e non vi rimasero che le ossa, vi fu un prete che le raccolse
    in una piccola urna e le depose in terra santa.
    Peraltro  v' chi dice che nel palazzo di Poppi si aggiri ancora nelle
    notti burrascose un'ombra avvolta in un lenzuolo bianco,  che da tutti
      chiamata il Morto risuscitato.  Io per non l'ho mai veduta e non
    ho mai conosciuto nessuno che mi potesse dire di averla mirata  con  i
    suoi occhi.

    Gli sguardi di tutti i bambini si diressero involontariamente dal lato
    in cui sorge il grande palazzo,  ma l'oscurit impediva che attraverso
    le finestre se ne scorgesse l'alta torre.
    - La novella  terminata,  - disse  Cecco,  -  e  spero  che  vi  sar
    piaciuta  tanto  da  invogliarvi  di  udirne un'altra la vigilia della
    Befana.
    - Davvero! - risposero in coro i bambini.
    - Quella sera,  - disse la Regina,  - vi racconter appunto la  storia
    della calza della Befana.  Sono molti anni che non l'ho pi narrata, e
    in questi giorni ci penser per non dimenticarmi neppure una parola.
    - E quando torneremo a casa troveremo le calze che  avremo  appese  al
    camino, tutte piene, - disse uno dei bambini invitati.
    - Di che?  Di cenere e carbone, oppure di zuccherini? - domand Cecco.
    - Quando ero piccino sapevo sempre quel  che  mi  avrebbe  portato  la
    Befana.
    - Come si fa a indovinarlo? - domand l'Annina allo zio.
    - Non  difficile.  La sera, prima di addormentarsi, si ripensa a quel
    che abbiamo fatto nell'anno,  e se  non  ci  rammentiamo  impertinenze
    grosse,  cattiverie con i fratelli,  rispostacce alla mamma,  possiamo
    star sicuri che la calza sar  piena  di  bei  regali;  se  invece  la
    memoria  ci  dice  che  fummo oziosi,  cattivi,  impertinenti,  quella
    benedetta calza non conterr altro che fuliggine,  cenere  e  carbone.
    Fate  questo  discorsetto  con  voi  stessi,   e  vedrete  che  l'arte
    dell'indovino la imparerete subito.
    Era tardi,  e i bimbi si separarono,  dopo aver ringraziato la Regina.
    Cecco ricondusse la mamma in camera,  e quando furono soli le butt le
    braccia al collo e ambedue si baciarono forte forte.
    - Cos potessi baciarti sempre, figlio mio!  - disse la buona vecchia.
    - Ma almeno Iddio mi ha concesso la grazia che tu ritornassi prima che
    io lasci il mondo per sempre, e lo ringrazier di questo favore finch
    le mie labbra potranno parlare.
    Cecco era commosso e per distrarla le disse:
    -  Ora pensate a rammentarvi bene la novella della calza della Befana,
    perch voglio che vi facciate onore, avete capito?
    E con un nuovo bacio si separ dalla madre.











    La calza della Befana.

    La sera della vigilia di Befana,  i bambini del vicinato giunsero  pi
    tardi a veglia al podere dei Marcucci;  alcuni allegri,  altri con una
    faccia lunga come se qualcuno li avesse ben ben rimproverati.
    - Dunque,  l'avete fatto l'esame di  coscienza?  -  domand  Cecco  ai
    bambini.  -  Siete  sicuri  di  quello  che vi metter la Befana nella
    calza?
    I pi allegri  risposero  di  s;  gli  altri  stettero  mogi  mogi  e
    chinarono gli occhi a terra.
    - Ho capito,  - disse Cecco, - chi ha l'animo pieno di speranza, ride;
    chi ha la coscienza nera, tace.  Io spero che anche a questi ultimi la
    novella della nostra cara vecchina far passare le paturne. E i nostri
    ragazzi dove sono?
    -  Se  vai  su,  - rispose la Carola,  - li trovi tutti affaccendati a
    spiegar le calze per cercar le pi  lunghe.  Essi  aspettano  che  sia
    terminata la veglia per attaccarle al camino, ma vogliono che le calze
    sien grandi per contenere pi roba.
    Infatti  dopo  poco  si  ud uno scalpicco per le scale,  e i ragazzi
    Marcucci entrarono tutti in cucina con la  loro  calza  in  mano.  Chi
    aveva  preso  quelle  della  mamma,  chi  quelle  della  nonna.  Certi
    piccinucci le avevano scelte tanto lunghe, che le pestavano.
    - La Befana bisogna che venga carica  se  vuol  contentarvi  tutti,  -
    disse la Carola facendo l'occhietto alla Regina e alle cognate.  - Non
    siete punto discreti;  ognuno doveva prendere una  calza  propria.  Io
    credo che quella buona vecchia non potr empirvele tutte.
    I  bambini  si strinsero nelle spalle e,  seduti accanto ai loro amici
    dei poderi vicini, si misero le calze sulle ginocchia e le rivoltavano
    da tutte le parti.  Allorch  la  nonna  se  li  vide  tutti  dintorno
    incomincio:

    -  Dovete  sapere  che  al  tempo  dei  tempi  abitava sopra una vetta
    chiamata Monte Fattucchio, una vecchia lunga lunga,  con certe braccia
    che  parevano pertiche e una testa di capelli bianchi tutti arruffati.
    Nessuno aveva mai conosciuto da giovane codesta donna, eppure in paese
    vi  erano  de'  vecchi  di  novanta  e  anche  di  cent'anni,  che  si
    rammentavano di tutto quel che era accaduto da un mezzo secolo in poi;
    ma la Befana l'avevan sempre vista vecchia, sempre vestita allo stesso
    modo,  sempre  a  lavorare una calza rossa,  che non finiva mai.  Come
    campasse nessun lo sapeva,  e neppure di che famiglia ella fosse.  Non
    aveva  parenti,  e  in casa non teneva altro che un gattone nero e una
    gallina spennacchiata. Tutti i giorni dell'anno, col solleone o con la
    neve, partiva di casa all'alba e andava nel bosco a far legna; la sera
    tornava col fastello della legna in testa e con la calza in  mano.  Se
    le donne di Monte Fattucchio le domandavano:
    -  Dite,  Befana,  che  ne fate di codeste legna che vi caricate sulle
    spalle tutti i giorni, indistintamente?
    Lei rispondeva:
    - Ne faccio tizzi e cenere.
    Non vi so dire quanti  si  fossero  scervellati  per  spiegare  quella
    risposta,  ma  nessuno  aveva  mai  colpito  nel giusto,  e la vecchia
    continuava a raccattar legna. Il bello  che,  se avesse serbato tutte
    le  fascine  che prendeva di qua e di l,  la sua catapecchia dovrebbe
    esserne stata piena;  invece,  chi per curiosit spiava dal buco della
    chiave  o dai vetri della cucina,  vedeva la stanza nuda nuda,  e,  di
    giorno,  il fuoco sempre spento.  La sera,  invece,  e tutta la  notte
    usciva  dalla  finestra  un gran chiarore,  e il camino fumava come un
    forno;  ma nessuno ci faceva caso,  perch d'aria non si  campa  e  la
    pattona  e  la  zuppa  doveva  farsela  anche la Befana se voleva star
    ritta.  Peraltro quel  chiarore  non  poteva  far  supporre  che  ella
    bruciasse  tutte le legna che portava a casa,  e c'era in paese chi le
    faceva i conti addosso e assicurava che  l  sotto  ci  doveva  essere
    qualche mistero. Gi, quella vecchia nessuno la vedeva di buon occhio,
    perch  in  chiesa non ci metteva mai piede e a confessarsi non vi era
    mai stata.
    Ogni anno la Befana spariva verso Natale,  e non si vedeva ricomparire
    altro  che  dopo  la festa dell'Epifania.  Se qualche donna curiosa le
    domandava dov'era stata in quei giorni, ella rispondeva:
    - Sono andata a far le feste con la mia sorella.
    Ma come si chiamasse questa sorella e dove abitasse,  non l'aveva  mai
    detto a nessuno.
    Un anno capit a Monte Fattucchio un uomo del paese, che mancava di l
    da molto tempo.  Da ragazzo era andato a lavorare a Firenze, e siccome
    era abilissimo falegname,  avea ammucchiati quattrini facendo soffitti
    per le stanze dei ricchi.  Costui si chiamava maestro Bertino,  ed era
    il pi brutto uomo che vi fosse al mondo; ma siccome tutti lo sapevano
    danaroso, eran pi quelli a Monte Fattucchio che gli usavan gentilezze
    sperando  di  essere  beneficati,  che  quelli  che  fingevan  di  non
    riconoscerlo, e moltissimi vantavano con lui parentela, sicch egli si
    ritrovava ad avere pi cugini e cugine che capelli in capo.
    Una  sera,  mentre  egli era in casa di un tal Bernardo,  la moglie di
    questi,  che tornava da aver visitata una sua  sorella  in  un  podere
    vicino, disse:
    - Volete saper la novella? La Befana se ne va.
    - Che  sempre viva? - domand maestro Bertino.
    -  Io  credo,  - rispose la donna,  che aveva nome Lena,  - che quella
    Strega abbia fatto un patto col Diavolo.  Oggi l'ho incontrata con  la
    solita  calza rossa in mano e il fastello di legna sul groppone,  e le
    ho domandato se quest'anno faceva le feste a Monte Fattucchio. Essa mi
    ha detto che se ne va dalla sorella,  e  io,  che  volevo  saper  dove
    stesse questa sorella, non sono riuscita a cavarglielo dalla bocca. Mi
    ha  detto  che  doveva  camminar  tanto,  quasi fino ad Arezzo,  ma io
    scommetterei che la vecchia piglia un'altra direzione.
    - Se sapeste,  Lena,  - disse Bertino,  - quanta curiosit  ho  sempre
    avuto di scoprire vita,  morte e miracoli di quella vecchia! Quand'ero
    piccino non passava giorno che non andassi a ronzare  intorno  a  casa
    sua,  e  una  sera che trovai la porta socchiusa,  entrai e mi nascosi
    sotto il letto.  Ma non  dubitate  che  dovetti  scappare  presto!  Un
    maledetto  gatto  nero mi s'avvent agli occhi e,  come vedete,  porto
    ancora il segno di quelle carezze.
    Continuarono cos per un bel pezzo a parlar della vecchia,  e dopo che
    Bertino  ebbe  cenato  dal compar Bernardo,  se ne and;  ma invece di
    avvicinarsi alla casetta della sua  famiglia,  abitata  dai  fratelli,
    usc dal paese e si diresse verso la casetta della Befana.
    Dal  finestrino  si  vedeva  un  gran  chiarore,  perch  nel focolare
    ardevano le fascine ammonticchiate e i ciocchi di querciolo.
    Bertino,  senz'esser veduto,  mise gli occhi al finestrino,  e vide la
    vecchia  che  spargeva  a  manciate  il becchime in cucina,  e ud che
    mentre faceva questo, diceva:
    - Gallina mia,  ti preparo il mangiare per otto giorni.  Se io penso a
    te, tu pensa a me, e fammi trovare tante uova belle quando torno.
    Poi la vecchia si diede a preparare uno zibaldone,  e frattanto diceva
    al gatto, accovacciato sul focolare:
    - Neppure tu patirai in questi giorni,  perch ti preparo da  mangiare
    per un mese;  ma pensa in questo tempo di non impoltronirti e di farmi
    trovare molti polli dei pollai del vicinato.  Quando torno  faremo  un
    festino.
    Bertino  non  perdeva  n  una  parola  n  un gesto della vecchia,  e
    aspettava,  perch era sicuro che dopo tutti quei preparativi ella  si
    sarebbe messa in cammino. Difatti, quando ebbe vuotato lo zibaldone in
    un catino, prese da una cassa tante ma tante calze rosse; quindi scese
    in  cantina e torn su con un corbello pieno di cenere e carbone,  con
    cui riemp le calze. Ma eran tante e tante, che la vecchia dovette far
    pi viaggi prima  di  empirle  tutte.  Quando  ebbe  terminato  questo
    lavoro,  leg  ogni  calza  in  cima  con uno spago,  acciocch non ne
    uscisse nulla, e, preso uno sciallone,  si mise ad aspettare.  Di l a
    poco  si ud il rumore di un baroccio,  e Bertino si nascose dietro il
    pozzo per non essere veduto.  Il baroccio si ferm  davanti  all'uscio
    della vecchia.  Lo tirava una mula,  e la donna che lo guidava era pi
    brutta della Befana.  Questa apr l'uscio,  e,  scambiate poche parole
    con la vecchia che era giunta, incominci a portare tutte le calze che
    aveva  riempite  di cenere e di carboni.  Ne portava delle grembiulate
    piene, e appena le aveva caricate, tornava a prenderne delle altre.
    - Ora capisco quel che fa delle legna che raccatta!  - diceva  Bertino
    tra  s,  - ma che voglia farsi di tutte quelle calze,  non lo capisco
    davvero! Basta vedremo.
    Cos pensava Bertino,  che ormai aveva  stabilito  di  seguir  le  due
    vecchie.  Il baroccio era carico,  le strade cattive,  la mula zoppa e
    certo non sarebbe andata di trotto. Lui poteva sempre camminare quanto
    quella bestia, che pareva avesse cent'anni per gamba.
    La Befana, terminato che ebbe di caricar le calze sul carro, accarezz
    la gallina,  lisci il gatto,  poi spense il lume e,  dato due giri di
    chiave  alla  serratura  di  casa,  sal sul carro,  adagiandosi su un
    mucchio di fieno.
    L'altra vecchia frust la mula,  il baroccio si allontan sulla strada
    buia e Bertino gli tenne dietro.
    Cos camminarono per pi ore,  sempre sulla strada mulattiera,  con un
    vento gelato che tagliava la faccia,  su per i  monti  e  gi  per  le
    scese, finch furono poco distanti dalla Badia a Prataglia.
    - Guarda un po' dove mi menan queste due Streghe! - diceva Bertino; ma
    nonostante che la via gli paresse lunga e disagiosa, non pens punto a
    tornarsene a Monte Fattucchio,  perch la curiosit di vedere quel che
    facevano le vecchie era pi forte del disagio.
    Invece di entrare in paese,  la vecchia che guidava diresse la mula su
    per  una viottola.  Pareva che l'animale conoscesse la via,  perch si
    ferm accanto a un abete pi alto degli altri  e  col  piede  sinistro
    batt tre volte il terreno.
    - Eccomi! - disse una voce che pareva venisse di sotterra.
    Infatti  eran passati pochi minuti che si vedeva girare,  come avrebbe
    fatto un uscio  sui  cardini,  una  parte  del  tronco  dell'abete,  e
    comparire una vecchia che pareva la nonna di quella che guidava,  e la
    bisnonna della Befana.
    Camminava tutta curva appoggiandosi sopra  un  bastoncino,  aveva  una
    bazza  che  le  toccava quasi la pancia,  e una gobba pi grossa di un
    cocomero di Rassina,  e voi sapete se son grossi!  Bertino  la  vedeva
    bene, perch la vecchia aveva in mano una lanterna.
    Appena  ella  ebbe  scorto  le  visitatrici,  fece  loro  un  mondo di
    salamelecchi.
    - Poverette! - diceva,  - viaggiar con questo freddo!  Ma non dubitate
    che vi ho preparato un fuoco e una cena che vi ristoreranno. Scendete,
    scendete, sorelle mie!
    -  Carine!  -  diceva  Bertino  fra  s.  -  Scommetto  che  le  Furie
    dell'Inferno sono meno brutte!  Guarda come  si  baciano,  con  quelle
    boccacce sdentate!
    Ma  intanto  che lui stava a rispettosa distanza a canzonarle,  le tre
    vecchie spinsero la mula col baroccio sotto una capanna di frasche, la
    chiusero e scomparvero tutte e tre nel tronco dell'abete.
    - E ora felicissima notte!  - disse  Bertino.  -  Quelle  tre  Streghe
    ciarleranno, mangeranno, si riscalderanno, e io eccomi qui a gelare!
    E gelava davvero, perch dal Monte Acuto soffiava un vento tremendo.
    -  Non  sar  mai  detto  che  io passi la notte al sereno e domani mi
    trovino morto in  questo  bosco!  -  esclam  Bertino.  -  Quelle  tre
    Streghe,  po'  poi,  non mi mangeranno;  i denti  un bel pezzo che li
    hanno sputati nella pappa!
    E,  senza riflettere,  buss con un piede sul  terreno  in  prossimit
    dell'abete, come aveva veduto fare alla mula.
    -  Eccomi!  -  disse la solita voce;  e poco dopo una parte del tronco
    dell'abete gir sui cardini  come  se  fosse  stato  un  uscio,  e  si
    affacci la vecchia che pareva la bisnonna della Befana.
    - Che vuoi? - disse alzando la lanterna per meglio vederlo in faccia.
    -  Io  non  ho chiamato;  sono un viaggiatore che vado in Romagna,  e,
    sentendomi gelare dal freddo,  battevo  i  piedi  per  isgranchirmeli.
    Giacch vi vedo, per, vi chiedo per carit che mi facciate scaldare a
    una buona fiammata.
    La vecchia stette un momento soprappensiero, e poi disse:
    - Ti conceder l'ospitalit, se mi farai una promessa.
    - Purch non si tratti dell'anima mia, ve ne faccio cento.
    -  E' una cosa semplice,  - replic la vecchia.  - Tu entrerai in casa
    mia,  purch tu mi prometta  d'infilarti  la  calza  rossa  della  mia
    sorella.
    - Se si tratta di una calza, mi pare che non ci sia nulla di male.
    - Allora vieni, - disse la vecchia.
    E lo spinse avanti a s, gi per una scala a chiocciola.
    Le pareti di quella scala erano tutte tappezzate di pipistrelli morti,
    con  le ali spiegate,  ma eran cos grandi che Bertino da principio li
    aveva presi per aquile.
    Dopo la scala veniva un corridoio con le pareti  tappezzate  di  corvi
    morti,  e  poi  una sala piena di gatti vivi,  neri come la pece,  che
    miagolarono vedendo la vecchia.
    - Vedo, nonna, che ci avete numerosa compagnia.
    - Sono i miei amori, - rispose la vecchia.
    E and oltre in uno stanzone dove vi erano per lo meno venti  vecchie,
    tutte  sedute  davanti al fuoco,  con la calza in mano come la Befana,
    con la differenza per che, quella cui ella lavorava, era rossa,  e le
    altre erano bianche.
    -  Ecco  un  viaggiatore  che  ha  bisogno di riscaldarsi,  - disse la
    vecchia che accompagnava Bertino e che  era  la  padrona  di  casa.  -
    Naturalmente  gli  ho  fatto  promettere che si sarebbe messo la calza
    rossa della Befana!
    - Benvenuto!  Benvenuto!  -  gridarono  tutte  le  vecchie  ridendo  e
    mostrando le gengive sdentate.
    E  tutte  gli  si misero d'intorno facendo a gara a servirlo.  Chi gli
    levava il mantello, chi gli toglieva il cappello,  chi lo spingeva nel
    canto   del   fuoco,   mentre  la  vecchiona  che  gli  aveva  aperto,
    apparecchiava per lui ogni sorta di vivande.
    Intanto la Befana,  che pareva la Regina di  tutto  quel  sinedrio  di
    vecchie, si spicciava a intrecciare la punta della calza.
    Bertino,  appena si fu riscaldato, and a sedersi a tavola, e tutte le
    vecchie si affrettarono a portargli il pane,  a tagliargli gli uccelli
    arrosto,  che  la  padrona  di  casa  aveva  sfilati  dallo spiedo,  a
    mescergli il vino, a servirlo, insomma, come se fosse il loro padrone.
    - Buona questa minestra! - disse Bertino leccandosi i baffi.
    - E' fatta col brodo di quelle belle bestioline che si chiamano rospi,
    - rispose la padrona di casa.
    Bertino si sent rabbrividire e  respinse  la  scodella.  Una  vecchia
    gliela  tolse  davanti  e  gli  present un piatto su cui c'era un bel
    fritto. Bertino, che aveva una fame da lupi, ne mangi e disse che non
    aveva mai gustato un fritto pi appetitoso.
    - Lo credo, - rispose la vecchiona.  - E' fatto di coscine di gatti di
    latte  e  di cervello di lupo.  Le prime son tenere come il burro,  il
    secondo ha un raro sapore.
    Che razza d'ingredienti! pens Bertino, e respinse il piatto. Allora
    una delle vecchie fu pronta a mettergli davanti certi uccelli grassi e
    belli come piccioni.
    Qui non ci saranno intrugli!  - pens Bertino.  - Questi uccelli sono
    starne, grasse pinate e cotte a puntino!
    E  con  la  fame  che  aveva,  mangi  con  grande appetito un intiero
    uccello.
    - Eccellenti queste starne! - disse.
    E gi stava per mettersene un'altra nel piatto,  quando la vecchia gli
    disse:
    -  Ma  che  starne!  Sono  corvi  di questi dintorni.  Devi sapere che
    d'inverno,  per questa strada che mena  in  Romagna,  periscono  molti
    viandanti, perci i corvi non si pascono d'altro che di carne umana, e
    sono perci gustosissimi.
    Bertino  si  sent  rivoltar  lo  stomaco e,  alzatosi di scatto,  gi
    imboccava l'uscio per scappare,  quando tutte le  vecchie  gli  furono
    addosso  per  trattenerlo.  La  pi  accanita,  la  pi furente era la
    Befana.
    - Birbante,  ora che ti sei scaldato e hai la pancia piena,  non  vuoi
    mantenere la promessa; ma dalle mie mani non sfuggirai.
    E  intanto,  con  quelle  dita  che  parevano  artigli  di belva,  gli
    stringeva il collo tanto da soffocarlo.
    - Piet!  misericordia!  - balbettava Bertino facendosi bianco in viso
    come un cencio lavato.
    La  Befana  schiuse le dita,  ma a scappare non c'era pi da pensarci,
    perch le altre vecchie avevano sbarrato la porta.
    - Sono nelle vostre mani, - disse Bertino.
    E guardava ora una ora l'altra delle vecchie per vedere se  sopra  uno
    di  quei visi grinzosi leggeva un po' di compassione.  Ma purtroppo si
    somigliavan tutte e gongolavano nel vederlo soffrire.
    Mentre Bertino volgeva supplichevolmente gli  occhi  intorno,  due  di
    quelle Streghe lo legarono alla seggiola con una fune lunga lunga, che
    pendeva da un gancio del soffitto, e salirono sulla tavola per fare un
    nodo cos alto che egli non giungesse a scioglierlo.  Poi, due di esse
    lo presero per la gamba destra,  mentre la Befana gli  infilava  nella
    sinistra  la  calza  rossa  pronunziando  certe parole che Bertino non
    cap.
    Pare che il vedere quella calza rossa infilata nella gamba di Bertino,
    procurasse alle vecchie una grande contentezza;  il  fatto  si    che
    tutte  si  raddrizzarono,  dettero  calci alla tavola e alle sedie per
    levarle di mezzo,  e,  facendo una catena delle braccia,  si misero  a
    ballare intorno al disgraziato, cantando e ridendo.
    Alla fine smisero, e la Befana, accostatasi a Bertino, tagli la corda
    che lo legava alla sedia e gli disse:
    - Ora, Bertino, vattene pure.
    Le  altre scoppiarono in una risata beffarda,  e Bertino non si mosse,
    ma incominci a capire  che  quelle  Streghe  dovevano  avergli  fatto
    qualche  incantesimo,  perch  con  tutto  il  desiderio  che aveva di
    scappare, non riusciva a muovere un passo.
    - Vedi, carino,  come ti ho ridotto obbediente!  - gli disse la Befana
    dandogli  uno  scappellotto.  -  Dacch  ti  sei infilato quella calza
    rossa, che non ti potrai togliere altro che con la volont mia, tu hai
    preso la mia livrea e bisogna tu mi ubbidisca come un  cane  ubbidisce
    al  padrone.  Anzi,  i cani debbono udire la voce o veder il gesto per
    seguire il comando; tu,  invece,  non hai bisogno che io parli: quando
    penso a una cosa, sei costretto ad eseguirla. Guarda!
    Si  vede  che  la Befana gli ordinava in quel momento col pensiero che
    egli mangiasse il rimanente dell'arrosto di corvi ingrassati  a  carne
    umana,  perch  Bertino  and  a  cercare  nella  madia e mangi tutto
    l'arrosto che vi era riposto,  facendo certe bocche che suscitarono le
    risa di quelle brutte Streghe.
    - Lo vedi se devi ubbidirmi per forza?  Ora  inutile ogni ribellione:
    tu sei mio per sempre! - sentenzi la Befana.
    - Suo per sempre!  - dissero le vecchie,  non pi ridendo,  ma con una
    voce da metter paura.
    In  quella stanza sotterranea non penetrava mai il giorno,  e Bertino,
    cos  spaventato  com'era,   pensava  di  essere  gi  nelle   tenebre
    dell'inferno  e  che quella di ubbidire in tutto e per tutto la Befana
    fosse la sua eterna punizione.  Come si pentiva di  aver  ceduto  alla
    curiosit  seguendo  la vecchia,  e come rimpiangeva le fatiche durate
    per raggranellare un capitale  sufficiente  a  campar  di  rendita  in
    vecchiaia! Ora gli toccava a servire una vecchiaccia che metteva paura
    a vederla!
    Le   Streghe   non  dormivano  mai.   O  mangiavano,   o  ballavano  o
    costringevano Bertino a raccontar  loro  storielle  da  farle  ridere.
    Figuriamoci con che cuore egli lo facesse!
    Cos pass un certo tempo.  Un giorno la Befana disse a tavola, mentre
    Bertino la serviva di tutto punto:
    - Domani  il sei gennaio,  il giorno della mia festa,  e stanotte  tu
    devi  lavorare  assai.  Io sono vecchia e mi annoia di andare in giro.
    Salirai a cavallo al bastone della granata e porterai i regali a tutti
    i bambini pi impertinenti del Casentino.
    Bertino si sent gelare e impallid.  Per ischivare  il  freddo  aveva
    venduto la sua libert,  e ora doveva viaggiare per aria,  di notte, a
    cavallo a un bastone!
    La Befana lo guard ridendo.
    - Questa  la mia volont; - gli disse, - pensaci,  e ora mettiti bene
    in mente le istruzioni che ti dar.
    E  qui  gli  fece  una  filastrocca  di  nomi  di  paesi  e di case di
    contadini.  Pover a lui se sbagliava!  Doveva  ovunque  calarsi  dalla
    cappa  del  camino,  prendere  la calza che i bimbi avevano appesa,  e
    attaccarvi quella rossa gi piena di cenere e di  carbone.  E  sarebbe
    stato costretto a sbrigarsi, perch all'alba doveva esser di ritorno.
    La  Befana  aveva  dato  questi ordini a Bertino non in presenza delle
    altre vecchie,  ma in una camera grande e tutta tappezzata di scaffali
    come lo studio di un notaro.  Bertino guardava quella filza di carte e
    la Befana gli disse:
    - Capisco che sei curioso di sapere quel che  contengono;  ebbene,  ti
    appago  subito.  Qui  ci  sono  registrate  tutte  le impertinenze dei
    ragazzi durante tutto l'anno.  Le mie compagne recano questi  rapporti
    qui una volta ogni dodici mesi.  Io giungo,  li spoglio, faccio la mia
    lista,  e porto cenere e carbone.  Pi la lista dei bambini cattivi  
    lunga,  e  pi  son  contenta,  perch  quelli  di Monte Fattucchio mi
    tormentano tutti i giorni dell'anno.
    La vecchia rideva dicendo questo,  e Bertino pensava che se la vecchia
    lo  avesse riconosciuto,  si sarebbe rammentata che egli,  da piccolo,
    era stato uno dei suoi pi accaniti tormentatori.
    Quando Bertino torn in cucina,  trov imbandito un vero  festino.  In
    cima  alla  lunga  tavola  era stato preparato una specie di trono,  e
    sulla mensa fumavano vassoi pieni di pasticci,  arrosti,  dolci e ogni
    sorta di cibi squisiti.
    All'apparire  della  Befana,  da tutte quelle bocche sdentate usc un:
    Evviva!  fragoroso,  e poi avidamente si diedero a  far  ripulisti  di
    tutto.  Bertino  vedeva sparire le pietanze in un battibaleno mentre i
    piatti delle vecchie si empivano di  ossi  che  esse  sputavano  o  di
    bocconi troppo duri.
    L'infelice  doveva servirle tutte a bacchetta,  e se non stava attento
    non si sentiva dire altro che:
    - Bertino sbrigati!  Bertino non  sei  buono  a  nulla!  Bertino,  che
    maniera  questa di farmi cos aspettare?
    Se   Bertino   avesse   potuto  prendere  un  frustone  e  con  quello
    accarezzarle tutte!
    Ben presto in tavola non ci rimase pi  nulla,  e  allora  la  Befana,
    voltandosi al suo servo con aria canzonatoria, gli disse:
    - Ora, Bertino mio, va' tu a mangiare; devi rinforzarti lo stomaco per
    sopportare la fatica di stanotte!
    - Non c' pi nulla! - os rispondere Bertino.
    -  Non  c' pi nulla?  - ripeterono in coro le vecchie.  - Ti abbiamo
    serbato tutti gli ossi nei piatti,  e  sono  ossi  squisiti  di  corvi
    ingrassati a carne umana!
    Nonostante  che  quel  cibo  gli  facesse  schifo,  non solo perch si
    trattava di ossi di corvo,  ma perch erano stati biascicati da quelle
    bocche  bavose,  pure  egli  dovette sgranocchiare quegli ossi come un
    cane affamato, perch la sua padrona voleva cos.
    Mentre mangiava,  sent battere tre colpi sulla volta della cucina,  e
    la vecchiaccia che aveva aperto a lui,  prese il bastone e la lanterna
    ed and ad aprire. Dopo poco essa ricomparve a cavallo a un bastone di
    granata e fece su quello tre giri per la stanza. Le altre vecchie pure
    vollero inforcare quel cavallo di legno e  facevano  le  matte  risate
    quando il bastone,  passando veloce come il vento, batteva nelle gambe
    a Bertino.
    - Ora basta! - url a un certo punto la Befana. - Bertino,   tempo di
    partire; ma prima dammi un bacio.
    E con la bocca bavosa gli sbaciucchi tutto il viso.
    - Qua un bacio! Qua un bacio! - dicevano le altre vecchie.
    Ed  egli  dovette  abbracciarle  tutte,  compresa la vecchiona che gli
    aveva strappato la promessa, e che era la pi ributtante e bavosa.
    Questa lo accompagn all'aperto e gli dette la chiave della capanna di
    frasche, dove aveva rimesso il baroccio carico di calze. Bertino apr,
    il bastone della granata and a metterglisi fra le gambe,  e subito la
    mula e il baroccio si alzarono per aria come aveva fatto il bastone, e
    la strana comitiva vol nella notte buia.
    Il  cavallo  di legno era ubbidientissimo,  perch bastava che Bertino
    gli dicesse: Va' nel tal posto! perch subito ve lo conducesse.
    Allora la mula trascinava il  baroccio  in  terra,  vicino  alla  casa
    indicata;  Bertino prendeva una calza rossa,  o pi, secondo il numero
    dei bambini che erano cattivi in quella famiglia,  e scendeva  per  la
    cappa del camino in cucina, staccava la calza vuota, vi metteva invece
    quella piena, risaliva, e via.
    Aveva  fatto  pi  di  cinquanta  discese e non ne poteva pi,  quando
    capit in una  casa  dove  in  cucina  vegliavano  ancora  attorno  al
    focolare.   Appena   Bertino   si  accorse  che  c'era  gente,   volle
    arrampicarsi e fuggire,  ma un contadino,  credendolo  un  ladro,  era
    stato  pronto  a  chiapparlo  per la gamba sinistra e tirava a pi non
    posso.  Bertino,  che  s'era  attaccato  con  le  mani  a  una  pietra
    sporgente,  faceva  sforzi  per  risalire,  e  il  contadino per farlo
    riscendere. Stavano cos a tira tira,  quando il contadino ebbe l'idea
    di  attaccarsi  all'orlo  della calza e gliela sfilz.  La calza rossa
    cadde sul fuoco e fece una fiammata come se fosse stata di paglia.
    Appena la calza fu bruciata,  Bertino tir un gran respiro e gli parve
    di tornar libero.  Nulla ora lo costringeva pi a seguitare il viaggio
    per aria,  e,  lasciatosi cadere mezzo abbrostolito sulla  pietra  del
    focolare, raccont in poche parole ai contadini chi era e chi non era,
    e quel che pretendeva da lui la Befana.  Intanto, sul tetto, il baston
    della granata s'impazientiva e batteva sui tegoli a pi non posso;  la
    mula raspava il terreno e i cani di casa abbaiavano.
    - Non vengo, andate via senza di me, - diceva Bertino.
    E il bastone a batter pi forte e la mula a raspare.
    - Sapete un po' quel che s'ha da fare?  - disse il contadino che aveva
    tirato Bertino per la zampa.  - S'ha  da  bruciare  il  bastone  della
    granata, o per meglio dire il cavallo della Strega.
    Detto fatto. Ecco, appoggia una scala al tetto, piglia il bastone e lo
    tira  gi  per  la cappa sul fuoco.  In due minuti,  del bastone della
    scopa non c'era rimasto altro che un mucchietto di cenere.
    Allora riscese e,  afferrata la mula per il morso,  la trascin fino a
    un  precipizio e ve la butt dentro insieme col barroccio con le calze
    e tutto.
    La mattina dopo,  Bertino,  alla testa di una  comitiva  di  contadini
    armati  di  bastoni,   si  diresse  verso  la  Badia  a  Prataglia  e,
    riconosciuto l'abete che nascondeva la scala delle Streghe,  invece di
    bussare,  abbatt la porta e seguto dai contadini scese nella cucina.
    Le Streghe erano a desinare e ridevano  pensando  che  fosse  accaduto
    qualche  guaio  a  Bertino che ritardava.  I contadini le presero,  le
    legarono a due a due,  e poi  le  spinsero  fuori  del  loro  antro  a
    bastonate,  e,  condottele alla Badia,  le consegnarono ai soldati. Il
    processo fu breve e tutte furon condannate,  come streghe,  ad  essere
    arse vive.  Il giorno dopo fu alzato un altissimo rogo in piazza, e su
    quello furono arrostite.
    Bertino allora ritorn a Monte Fattucchio,  dove gi lo piangevan  per
    morto,  e  raccont  tutto  alla  Lena  e  a compar Bernardo,  i quali
    empirono il paese delle avventure occorse al loro amico.
    In tutto il contado non ci fu  chi  volesse  andare  alla  casa  della
    vecchia,  anzi,  nessuno  vi  pass  pi davanti per molti anni,  e un
    giorno quella catapecchia croll.
    Ma dopo la morte delle Streghe,  nessun bambino ha pi trovato  appesa
    la calza rossa piena di cenere, carbone e fuliggine.
    E qui la novella  terminata.

    Era  tardi,  e i ragazzi avevano fretta di andare a letto per destarsi
    di buon'ora a vedere quel che la Befana aveva messo loro nella  calza;
    ma  coloro  che  al  principio  della  serata  eran mogi mogi,  avevan
    riacquistato la parlantina perch non temevano  di  esser  puniti  col
    brutto donativo.
    Quando  i  ragazzi  del  vicinato  ebbero ringraziato la Regina per la
    novella,  se ne andarono,  e i bimbi Marcucci si aggrupparono ciascuno
    attorno alla propria mamma, raccomandandole di metter loro molti dolci
    nella calza.
    - Come ci credono alla Befana! - esclam Cecco. - La Befana buona, voi
    lo  sapete,    la mamma;  quella della fuliggine,  della cenere e del
    carbone,  morta arrostita; dunque dormite tranquilli!
    I bimbi salirono di corsa la scala che metteva  nelle  camere,  e  non
    sognarono la Befana che serve di spauracchio ai monelli,  ma sognarono
    bens la Befana buona,  la mamma o la  nonna  che  si  studia  di  far
    piacere ai bambini,  e dona ai buoni,  per ricompensarli,  e chiude un
    occhio con quelli impertinenti, con la speranza che si emendino.


















    Il Diavolo che si fece frate.

    La vigilia dell'Epifania era capitata di gioved,  e i bimbi Marcucci,
    che  capivano di avere la domenica successiva una novella della nonna,
    andarono a invitare i loro amici del vicinato.  Si  capisce  bene  che
    nessuno degli invitati manc;  anzi, essi avevano gi tanto parlato in
    famiglia delle  novelle  precedenti,  narrate  dalla  Regina,  che  la
    domenica l'uditorio fu numerosissimo, e ai bimbi si unirono le sorelle
    maggiori e anche qualche mamma.
    - Regina, non vi si d incomodo? - domandarono entrando le donne.
    - Anzi,  mi fate piacere,  - rispondeva la vecchia. - Io racconto come
    so,  e non mi piglio soggezione di nessuno.  Per  se  la  novella  vi
    riesce uggiosa,  andatevene pure, anche a met, che io non me n'ho per
    male.
    Ma se la Regina non si pigliava soggezione della gente,  non era  cos
    di Cecco,  il quale parlava molto finch era in famiglia o in mezzo ai
    bambini, ma diventava muto e impacciato come uno scolaretto, appena si
    accorgeva che c'erano delle  persone  grandi  che  lo  ascoltavano,  e
    specialmente  una  certa Vezzosa,  una bella ragazza di un podere poco
    distante.  Cecco s'era messo in testa che Vezzosa lo canzonasse,  e in
    presenza di lei non c'era caso che aprisse bocca.
    Cos  la Regina,  sentendo che tutti tacevano,  aspettando la novella,
    prese a dire:

    - Al tempo dei tempi,  quando il nostro Signor  Ges  Cristo  scendeva
    ancora  in  terra  per aiutare i bisognosi,  avvenne che,  tornando un
    giorno da una piaggia vicina alla Verna dov'era stato a piantar  certe
    querce per una povera vecchia, affinch crescessero subito e facessero
    ghiande  per  i  maiali  di  lei,  che  non avevano da mangiare,  egli
    s'imbattesse,  sopra una via costeggiata da  siepi,  in  un  uomo  che
    cavalcava un asino e aveva un sacco davanti a s.  Quell'uomo aveva un
    fior di papavero in bocca e cantava  una  canzonaccia,  come  sogliono
    cantare quelli che non hanno timor di Dio.  Ges Cristo,  credendo che
    costui non fosse altri che  un  contadino  che  portasse  il  grano  a
    macinare  al  mulino  sull'Archiano,  si  tir  da parte,  perch egli
    evitava sempre d'imbattersi con  i  cattivi,  e  costui  era  un  uomo
    cattivo  di certo,  altrimenti non avrebbe cantato quella canzonaccia;
    ma quando il finto contadino si avvicin,  il Signore riconobbe in lui
    il Diavolo in carne ed ossa.
    -  Che  fai in questo paese,  spirito maledetto?  - domand il Signore
    sorpreso di vederlo nei dintorni del santo luogo,  dove san  Francesco
    aveva sparso i tesori della sua carit.
    -  La  strada  maestra  di tutti,  - rispose con sfacciataggine il Re
    dell'Inferno.
    - E di dove vieni? - gli domand Ges Cristo.
    - Vengo dalla Verna, dove ho compiuto un pellegrinaggio,  - rispose il
    Diavolo in tono derisorio. - Ho scelto questa stagione per fare un po'
    di raccolta di anime; ho tagliato le spighe, le ho battute e ora porto
    via il loglio, dopo aver lasciato il gran gentile.
    - Dunque il sacco che porti sull'asino  pieno di anime di dannati?  -
    domand il Signore.
    - S,  - disse Satana - e non ci  sono  soltanto  anime  di  osti,  di
    giuocatori,  di  soldati  e di contadini taccagni,  ma anche quelle di
    monachelle e di fraticelli della regola di san Francesco.
    Ges scroll il capo mestamente:
    - E' dunque inutile che io abbia bevuto il fiele e l'aceto sulla croce
    per riscattare il genere umano dal peccato!  Vedr gli uomini ricadere
    sempre nei tuoi tranelli. Che diritto hai tu sul popolo mio?
    - Quello che la volpe ha sul pollaio, - rispose Satana ridendo.
    -  Ebbene,  stammi  a  sentire,  -  riprese  Ges Cristo,  - io voglio
    proporti un patto.  Se tu rinunzi alle  anime  che  tieni  chiuse  nel
    sacco,  ti  lascer vivere un giorno intero sulla terra,  senza che tu
    provi nessuna sofferenza.
    - Ma conserver il mio potere? - domand il Diavolo.
    - S,  - replic Ges Cristo,  - a  patto  per,  che  tu  non  potrai
    servirtene  altro  che  per  avvantaggiare  gli  uomini,   e  non  per
    tormentarli.
    -  Prenditi  allora  questo  sacco  di  anime,  Nazzareno!  -  esclam
    Satanasso.   -  Il  patto    concluso,  e  tu  vedrai  che  io  sapr
    rispettarlo.
    Ges prese le anime salvate  dalla  sua  misericordia,  e  domand  al
    Diavolo sotto quale aspetto voleva comparire fra gli uomini.
    - C' un fraticello,  alla Verna,  che scende alla cerca,  e che tutti
    ascoltano nei palazzi, come nelle case di contadini, perch lo credono
    un santo. Oggi fra' Leonardo  ammalato, e non scender; cos la gente
    mi prender per lui.
    - Prendi pure le sembianze del Frate;  ma bada bene di non far male  a
    nessuno, e specialmente di rispettare tre famiglie di Bibbiena, che mi
    sono care.  Queste famiglie son gli Sbrigoli,  i Verri e i Dovizii. Ti
    tolgo dunque di sul tuo capo la maledizione per un giorno  intiero,  e
    per  questo  breve  periodo  di tempo la croce e l'acqua benedetta non
    avranno pi il potere di metterti in  fuga.  Va',  povero  reprobo,  e
    concediti  alcune ore di riposo,  prima che torni a pesare su di te la
    maledizione eterna.
    Quando il Diavolo fu rimasto solo, cambi subito aspetto e,  indossata
    la tonaca di saio e rialzatosi il cappuccio sulla testa per nascondere
    le  corna,  prese  il viso umile del buon Fraticello,  e s'incammin a
    piedi a Bibbiena, con le bisacce vuote in ispalla.
    Appena ebbe messo piede in paese,  le donne che eran  sulla  porta  di
    casa, gli si fecero incontro per baciargli la corda che gli cingeva la
    vita,  e tutte gli portavano una qualche elemosina per il convento. Il
    Frate ringraziava e benediva a destra e  a  sinistra,  come  se  fosse
    stato  davvero  fra'  Leonardo,  e  prima  d'andare nelle tre famiglie
    designategli da Ges Cristo,  entr alla Pieve e,  inginocchiatosi sul
    marmo, finse di pregare. Ma la preghiera del Diavolo  una maledizione
    per  la  povera  umanit,  e  mentre fingeva di parlare con Dio,  egli
    meditava la rovina di molte persone.
    Terminata la lunga visita alla chiesa il falso Frate si alz e rivolse
    il passo verso la casa  degli  Sbrigoli.  Erano  questi,  due  vecchi,
    marito e moglie, i quali non avevano mai avuto la consolazione di aver
    figliuoli.  Erano invecchiati nella miseria e nelle privazioni,  senza
    lagnarsi  della  loro  sorte,  sempre  timorati  di  Dio,   e  avevano
    rispettato le leggi divine e quelle umane
    Quando il Frate entr in casa loro, stavano per mettersi a tavola. Era
    venerd  e  non avevan davanti altro che un tegame di fagioli e un pan
    duro di saggina.
    Il Frate finse di essere mosso a compassione dalla loro miseria.
    - Mangiate sempre di magro, poveretti? - disse.
    - No, fra' Leonardo, - rispose la vecchia.  - Mangiamo la minestra col
    brodo  per  Natale,  per  Pasqua  e per l'Assunta;  e il pan bianco la
    domenica.
    - E non avete desiderato mai cibi pi sostanziosi e delicati?
    - Magari!  Desiderare si pu  tutti,  e  i  poveri  sono  tentati  dal
    desiderio cento volte al giorno.  Specialmente quando vediamo i cuochi
    del Vicario,  che vanno a far la spesa e comprano tanta grazia di Dio,
    ci  vien  fatto  di desiderare un pranzo da signori,  almeno una volta
    prima di morire.
    - Ebbene,  il vostro desiderio sar appagato,  poveretti,  - disse  il
    Frate con voce compassionevole.  - Ecco un tagliere di legno di cedro,
    che la madre del Signore dette una volta  a  un  gran  santo.  Chi  lo
    possiede,  non  deve far altro che dire di quali pietanze vuol vederlo
    coperto,  perch il tagliere gliele procuri subito.  Siccome   giusto
    che  tutti  i  poveri  che  incontro  per  via,  e  i nostri monaci ne
    approfittino, cos non posso prestarvelo altro che fino a stasera,  ma
      abbastanza perch assaggiate una volta quei pranzi dei ricchi,  che
    fanno nascere in voi tanti desideri.
    Il vecchio Sbrigoli e la moglie ringraziarono con grande effusione  il
    Frate,  il  quale  raccomand loro prima di andarsene di trar profitto
    del tagliere, senza perder tempo.
    Appena che il Diavolo fu uscito,  i due vecchi,  che non  avevano  mai
    mangiato  a  saziet,  posarono il tagliere sulla tavola e pensarono a
    quello che dovevano chiedere.
    - Voglio un pasticcio di maccheroni,  - disse la vecchia guardando  il
    tagliere con occhio di cupidigia.
    Subito comparve un pasticcio di maccheroni, coperto di una bella pasta
    color d'oro, e che mandava un odore che pareva dicesse: Mangiami!.
    I  due  vecchi  gettarono  un  grido di meraviglia e allungarono nello
    stesso tempo il coltello per partirlo.  Ma dopo i  primi  bocconi,  il
    marito disse:
    - Mi pare una sciocchezza di cominciare con una cosa dolce; perch non
    abbiamo  chiesto  invece una buona minestra di taglierini nel brodo di
    cappone! Domandiamola?
    - Chiedi invece un bel prosciutto di maiale,  cotto in forno,  - disse
    la moglie.
    - O un arrosto di tordi, - aggiunse il marito.
    - Con un pan di lepre, - ribatt la donna.
    - E un fritto di cervello, - continu il vecchio.
    - Non bisogna dimenticare il pan fine.
    - N il vin di Pomino.
    Tutto  quello  che  avevan  nominato copriva non solo il tagliere,  ma
    anche la tavola,  e i due poveretti guardavano tutta quella grazia  di
    Dio  con  certi  occhi  e  stavano per mettersi a mangiare,  quando la
    moglie esclam a un tratto:
    - Ges mio! non avevamo pensato che oggi sono le quattro tempora.
    Lo Sbrigoli rimase a testa bassa.
    - Le quattro tempora! - ripet, - giorno di magro e di astinenza.
    - Non si pu mangiar la carne senza far peccato, - osserv la donna.
    - Eppure, - disse il marito - se non mangiamo oggi,  domani non avremo
    pi il tagliere miracoloso!
    - E' vero! la festa andr a monte.
    - E non torner pi.
    - Dio mio, lasciare il pan di lepre!
    - E non assaggiare il prosciutto, cotto in forno!
    - E non saper se i tordi sono cotti a puntino!
    - E neppure il pasticcio di maccheroni!
    Il  vecchio  e la vecchia guardavano tutte quelle pietanze,  da cui si
    sprigionava un fumo grasso e appetitoso  che,  entrando  loro  per  le
    narici faceva da stimolo all'appetito.
    -  Sarebbe  per  un  peccato  anche quello di non mangiare tanta roba
    buona, - osserv il vecchio.
    - Senza contare, - aggiunse la vecchia,  - che il frate ci ha permesso
    di mangiarne.
    - Davvero? ...
    -  Oh  bella!  Se  no;  che  ci avrebbe egli dato a fare il miracoloso
    tagliere?
    - Hai ragione;  eppoi il tagliere non fu regalato dalla Madonna  a  un
    santo? - In questo caso non pu indurci a peccare;  una cosa sacra.
    - Come tutto quello che viene dalla gran madre di Dio, Maria.
    -  E  si  pu  mangiare tutto quello che il tagliere ci fornisce senza
    scrupolo.
    - Mangiamo allora.
    - Mangiamo.
    Tutti e due  incominciarono  dalla  minestra,  quindi  attaccarono  il
    prosciutto  di  maiale,  poscia il pan di lepre,  i tordi arrosto e il
    pasticcio di maccheroni,  senza pensar pi alle  quattro  tempora;  la
    gola li aveva rovinati.
    Il Diavolo,  che era stato a guardarli dal buco della chiave, si freg
    le granfie convertite in mani di frate,  e tutto contento  si  diresse
    verso l'abitazione della famiglia Verri.
    In quella casa vi era una vedova insieme con la figlia sua e un cugino
    di  questa,  il  quale  aveva  coltivato la vigna e il campo delle due
    donne e ora stava per condurre in moglie la  ragazza.  In  cucina  due
    sarte  erano  occupate  a  cucire il corredo della sposa,  e nel resto
    della casa un falegname accomodava i mobili della camera  nuziale.  Il
    giovane  conte  Marco  Saccone,  signore  del  paese,  stava gi in un
    piccolo orticello e parlava con il futuro sposo  della  compra  di  un
    cavallo.
    La  vedova  e  la figlia accolsero affabilmente il Frate cercatore,  e
    dopo aver parlato del tempo cattivo,  della  malattia  che  colpiva  i
    polli e che aveva distrutte tutte le loro galline,  nonch della festa
    della Verna,  la madre usc  per  andare  in  dispensa  a  prender  le
    elemosine che era solita di fare a fra' Leonardo.
    Il Frate rimase a parlare con la ragazza del suo prossimo matrimonio.
    - Ragazza mia, voi state per abbracciare uno stato molto aspro, e, per
    sopportarlo,  occorre una grande forza,  - disse il Diavolo facendo la
    voce di predicatore.  - Le spose dei gentiluomini,  una volta maritate
    non  debbon  pensare ad altro che a indossare ricchi vestiti di seta o
    di vaio, andare in chiesa, seguir le cacce ed assistere a conviti;  ma
    la  moglie di uno che lavora la terra deve dire addio a ogni piacere e
    a ogni riposo;  deve coricarsi tardi,  perch  durante la veglia  che
    ella  fila,  cuce  e  fa il pane;  deve svegliarsi ad ogni momento per
    allattare i figli ed esser la prima alzata ad accendere il fuoco.
    - E' vero, fra' Leonardo, la vita delle maritate povere  molto aspra,
    - disse Nicolina sospirando.
    - E poi,  - continu il falso Frate,  - la meschina rendita dei poveri
    non  al coperto dalle sventure,  come quella dei ricchi.  La grandine
    rovina la vigna,  e la famiglia non ha di che sfamarsi.  Allora    la
    moglie  soprattutto  che  soffre,  perch intanto che il marito lavora
    fuori,  lei che sente le offese dei creditori e le grida dei bambini.
    - E' vero,  fra' Leonardo,  quel che dite   verissimo!  -  ripet  la
    ragazza spaventata.
    -  Senza  contare  che  gli  uomini,  i quali si affaticano nei lavori
    manuali,  sono spesso di pessimo umore,  - continu il  Diavolo,  -  e
    invece  di  esser  cortesi  con le mogli come i signori lo sono con le
    loro, le trattano come bestie da soma.
    - Ges mio! - esclam Nicolina, - e Piero che bastona tanto le bestie!
    - Vedete dunque che Iddio vi sottopone a una dura prova, - continu il
    Diavolo con fare umile.  - Ma voi  benedite  la  croce  che  vi  d  a
    portare,  figlia  mia,  e gioite in cuor vostro di non essere una dama
    nobile,  la quale non conoscerebbe altro che i  piaceri  e  le  vanit
    della esistenza.
    - S,  s,  fra' Leonardo,  - disse Nicolina singhiozzando, - gioisco;
    ma, Dio mio, a questo che mi dite non ci avevo pensato!
    Nicolina prese la cocca del grembiule per asciugarsi le lacrime che le
    scendevano sulle gote bianche e rosse.
    Il Frate parve che s'intenerisse.
    - Statemi a sentire, povera innocente,  - disse.  - Io voglio aiutarvi
    in  questa afflizione e assicurarvi l'affetto del vostro futuro sposo.
    Prendete quest'anello di ferro,  nero  come  i  vostri  capelli.  Esso
    apparteneva  a  un  santo  vescovo  e  possiede la virt miracolosa di
    costringere l'uomo cui  lo  metterete  in  dito,  di  fare  la  vostra
    volont.  Anche  se  l'uomo  fosse un conte o un duca,  appena porter
    quest'anello lo vedrete divenire vostro schiavo fedele.
    La ragazza prese l'anello e ringrazi caldamente il Frate,  il  quale,
    dopo  aver  posto nella bisaccia l'elemosina della vedova,  se ne and
    accompagnato fino all'uscio da Nicolina.
    Questa and nell'orto per cercarvi di Piero,  ma esso era uscito dalla
    porta di dietro, ed invece incontr il Conte, che stava per portar via
    il cavallo comprato poco prima.
    Il conte Marco Saccone era un giovine alto e robusto, col viso acceso,
    e  in  tutto  il  Casentino  passava  per il pi bel gentiluomo che vi
    fosse.
    Nicolina, vedendolo,  si mise a pensare a quel che le aveva detto fra'
    Leonardo, e l'anello di ferro che le aveva dato.
    Ella  paragonava la vita di una donna nobile a quella di una contadina
    e poi guardava quell'anello, che, al dir del Frate,  aveva la virt di
    farla amare da un conte o da un duca.
    Se  provassi  su di lui,  soltanto per vedere se il Frate ha detto il
    vero! pensava Nicolina,  mentre traversava l'orticello per  rientrare
    in casa.
    Il Conte la vide e le disse:
    - Nicolina bella, dunque si fanno le nozze, e presto avrai un padrone?
    - L'ho gi, - rispose la ragazza abbassando la testa, volendo dire che
    lei   come   tutti   gli   abitanti  di  Bibbiena,   erano  sottoposti
    all'ubbidienza della famiglia Saccone,  che era  entrata  nei  diritti
    dell'arcivescovo Tarlati di Arezzo.
    -  Se  io dunque sono il tuo padrone,  Nicolina,  a me spetta il primo
    bacio.
    E il Conte l'abbracci; ma mentre la ragazza tentava di svincolarsi da
    lui,  il signore vide l'anello di ferro che portava nell'indice,  e le
    domand  da  chi  l'aveva avuto.  Nicolina rispose che l'aveva trovato
    sulla proda di un fosso nel far l'erba.
    - Se  cos l'anello mi spetta, perch sono il padrone della terra.
    E ridendo lo tolse di dito alla ragazza e se lo mise nel  mignolo.  Ma
    subito  sent accendersi il sangue e il cuore da un violento amore per
    Nicolina,  e guardandola fisso con gli occhi scintillanti,  le disse a
    bassa voce:
    - Bisogna che questo anello sia quello della nostra unione,  Nicolina.
    Sali meco su questo cavallo e ti condurr in una villa dove c'  tutto
    quello che puoi desiderare; avrai vesti di seta, gioielli e paggi.
    Nicolina fu cos stupefatta da queste parole che non seppe rispondere;
    allora il Conte la sollev da terra, la pose a sedere sulla sella e il
    cavallo part di trotto facendo le faville sui ciottoli della strada.
    Il Diavolo,  che era nascosto dietro un muricciolo,  fece una capriola
    dalla  contentezza  e  poi,  riprendendo  l'aspetto  umile  del  Frate
    cercatore, si diresse verso la casa dei Dovizii.
    Questi erano tre fratelli,  possidenti di terreni. Ognuno aveva la sua
    parte di terra,  che coltivava a modo suo;  ma il  patrimonio  paterno
    restava indiviso, e i fratelli vivevano fra loro d'amore e d'accordo.
    Il  Frate  li  trov riuniti in una stanza terrena occupati a tagliare
    col coltello i dentali per l'aratro.
    Nel veder fra' Leonardo si alzarono e vollero offrirgli da bere, ma il
    Diavolo li ringrazi.
    - No,  brava gente,  son venuto soltanto a prendere l'elemosina per il
    convento.
    - Scusateci,  fra' Leonardo,  ora siamo da voi. Si preparano i dentali
    per l'aratro,  ch quelli  che  abbiamo  son  consumati,  -  disse  il
    maggiore de' tre fratelli.
    -  Eppure,  - continu il secondo,  - furon fatti da poco col legno di
    querciolo; ma la nostra terra  dura come il sasso,  e si suda molto a
    lavorarla.
    -  Figuratevi,  -  aggiunse  il  terzo fratello Dovizii,  - che in una
    giornata si stancano due paia di manzi;  a mantenere tante bestie  c'
    da andare in rovina.
    -  Capisco che vi lamentiate,  figli miei,  - rispose il Diavolo,  - e
    voglio aiutarvi. Questo dentale fu fabbricato da san Giuseppe.  Quando
    vi  s'innesta il vomero,  esso lavora tutto il giorno da s e fa tanti
    solchi quanti non  ne  farebbero  quattro  aratri  tirati  dai  manzi.
    Disgraziatamente  questo  dentale non pu avere altro che un padrone e
    bisogna che appartenga a uno solo di voialtri.
    - Tiriamo a sorte per vedere a chi tocca! - esclamarono i fratelli.
    Il Frate acconsent,  e quando i Dovizii  ebbero  tirato,  il  dentale
    tocc al minore, che aveva nome Ciapo.
    Fra'  Leonardo  glielo  diede  e  and  via  avendo ricevuto una larga
    elemosina,  dopo di aver raccomandato ai due fratelli maggiori di  non
    esser gelosi del minore.  Questi and a prender l'aratro,  lo port in
    un campo,  che non era stato lavorato da tre anni,  e inser il vomero
    nel nuovo dentale.
    Subito il vomero si mise in moto,  volando sulla terra come un uccello
    cacciato dalla tempesta e facendo un solco pi profondo per due  volte
    di quello che suol fare il vomero.
    I  due  fratelli  maggiori,  che  erano  andati  per vedere,  rimasero
    immobili dalla sorpresa,  ma in quel  momento  spar  dall'animo  loro
    l'affetto  per  il fratello e provarono per lui un'invidia indicibile.
    Ciapo, invece, si gonfiava d'orgoglio.
    - E' stato fortunato davvero di vincere  il  dentale!  -  sussurrarono
    essi a bassa voce,  - noi avevamo tanti diritti quanto lui, ma il caso
    lo ha favorito.
    Ciapo ud questi discorsi e si volse irato.
    - Non fate come i reprobi, - disse,  - che chiamano caso la volont di
    Dio.  Se  ho ottenuto questo dono prezioso,  vuol dire che ero stimato
    pi degno di voi di riceverlo.
    I due fratelli gli risposero per le rime e lo chiamarono vanaglorioso.
    Quest'epiteto fece andare in bestia Ciapo.
    - Andatevene! Andatevene! - esclam, - non mi fate uscir dai gangheri,
    perch con il mio aratro posso ammassare in breve molte  ricchezze,  e
    quando  sar  un  signore,  se  mi  salta  il ticchio,  vi riduco alla
    miseria.
    Questa minaccia fece salire ai due fratelli maggiori tutto  il  sangue
    alla testa. Essi erano ciechi di rabbia e dissero:
    -  Abbi  giudizio,  borioso  maledetto,  perch  se tu ci minacci,  ti
    spoglieremo di ci che costituisce la tua superbia!
    - Se avete il coraggio,  fatelo  pure,  -  rispose  Ciapo  alzando  il
    roncolo che portava alla cintura e ponendosi a difesa del suo tesoro.
    I fratelli, pazzi di furore, vedendogli in mano quel ferro, estrassero
    i coltelli e lo crivellarono di ferite, cessando soltanto quando Ciapo
    cadde morto davanti a loro.
    Una risata maligna echeggi in quel momento dietro a una siepe. Era il
    Diavolo  che rideva dalla contentezza e se ne andava felice dell'opera
    sua.
    Prima di giungere in Bibbiena,  lasci le vesti di Frate cercatore,  e
    prendendo  l'aspetto  di  un mercante di buoi,  entr in una osteria e
    chiese da cena.  La serva gli port in tavola  un  par  di  rocchi  di
    salsicce, una frittata e un fiasco di vino.
    Mentre il Diavolo mangiava, entr un uomo tutto commosso, narrando che
    i  vecchi  Sbrigoli  erano  crepati a tavola dal troppo mangiare e dal
    troppo bere.
    Il Diavolo si strofin le mani e ordin alla serva un altro fiasco  di
    vino, ma di quello vecchio, stravecchio.
    Mentre  sorseggiava  il  primo  bicchiere  entr nell'osteria un altro
    uomo,  annunziando che il conte Marco,  mentre cavalcava per recarsi a
    una  sua  villa,  dopo aver rubato la bella Nicolina Verri,  era stato
    sorpreso dalla piena, guadando l'Archiano, ed era morto.
    - Anche la ragazza? - domand il Diavolo.
    - S'intende,  e il cavallo pure,  - rispose l'uomo.  - Il cadavere del
    conte  Marco    stato  ripescato,  ma  nessuno  ha avuto ancora tanto
    coraggio da portare la notizia del disastro al padre suo.
    Il Diavolo,  dalla  contentezza,  scese  nell'orto  e  ball  come  un
    burattino.
    Quando si fu rimesso a tavola, altri giunsero nell'osteria raccontando
    che i due fratelli Dovizii avevano ucciso Ciapo, e poi, dallo spavento
    del delitto commesso, si erano dati alla fuga.
    Il  Diavolo  mand  un  grido  di gioia e chiese che gli portassero un
    fiasco di vin santo.
    Intanto la gente era sgomenta da quel succedersi  di  disgrazie  e  di
    delitti  in  poche  ore,  e si faceva il segno della croce temendo che
    fosse  prossimo  il  giorno  del  giudizio.  Il  Diavolo  centellinava
    l'ultimo  bicchierino  di  vin  santo  quando  Ges Cristo si present
    sull'uscio.
    - Satana,  - disse,  - la giornata  trascorsa e tu devi tornare  alle
    fiamme dell'Inferno.
    - Son pronto,  Nazzareno, - rispose Satanasso asciugandosi la bocca, -
    ma ti assicuro che non far il viaggio solo.  Porto meco tutti  quelli
    che ti eran cari in questo paese.
    -  Quali  arti  diaboliche  hai  tu impiegato per condurre a te quelle
    anime timorate di Dio? - domand Ges Cristo.
    - Un mezzo semplicissimo: li ho beneficati.  Tu mi avevi  proibito  di
    tormentare gli Sbrigoli,  i Verri e i Dovizii, e io non ho trasgredito
    la tua volont; invece di molestarli,  li ho arricchiti.  Questo fatto
    ti  servir  d'esempio,  Nazzareno.  Tu  saprai un'altra volta che per
    perdere gli uomini vi  un mezzo ben sicuro;  quello  di  beneficarli.
    Addio!
    E il Diavolo fece un lancio e spar nell'oscurit della notte.
    Mentre  Ges  Cristo,  afflitto  dalla  dannazione  di  quelle  anime,
    riprendeva il pellegrinaggio,  alla luce delle torce vide recare sopra
    una  barella il cadavere del conte Marco,  che riportavano al palazzo.
    Poi,  ammanettati in mezzo ai soldati,  scorse i due fratelli Dovizii.
    Il Signore si copr la faccia e pianse esclamando:
    - Il Diavolo  pi potente di me!

    - Come raccontate bene,  Regina! - esclam Vezzosa. - Vi si starebbe a
    sentir degli anni.  Me l'avevano detto che  non  ci  era  nessuno  che
    narrasse  le  novelle come voi,  ma non ci credevo.  Ora non posso pi
    dire cos, ed  un piacere davvero l'ascoltarvi.
    - La mamma,  - rispose la Carola,  -  ci  fa  parer  corte  le  veglie
    d'inverno, e se tu ci fai bene attenzione, ogni novella contiene uno o
    pi ammaestramenti.  Io lo dico sempre, ai miei figliuoli, che son ben
    felici di avere una nonna come lei.
    Cecco aveva una voglia matta di unire le sue lodi a quelle altrui,  ma
    la presenza delle donne di fuori lo tratteneva e avrebbe taciuto se la
    Vezzosa non l'avesse stuzzicato dicendo:
    - Scommetto che di quanti siamo qui, il solo che non piglia gusto alle
    novelle della Regina,   Cecco.  Lui, assuefatto in citt, deve ridere
    delle nostre fandonie.
    - Io? - rispose Cecco arrossendo.
    - S,  proprio voi;  al reggimento disimparate  tutte  le  usanze  del
    paese,  e  invece  di  sentir  raccontare  volentieri  i  fatti veri o
    immaginari  che  riguardano  il  Casentino,  leggete  i  fattacci  che
    stampano  i giornali.  Ne ho visti tanti che sono ritornati da fare il
    soldato,  e tutti avevan cambiato pensiero  e  disprezzavano  ci  che
    prima piaceva loro.
    -  Vi sbagliate,  Vezzosa,  - rispose Cecco vincendo il ritegno.  - Io
    sono stato volentieri sotto le armi,  perch ho imparato a  montare  a
    cavallo, a puntare un cannone, a sopportare le fatiche delle marce, e,
    all'occorrenza,  sarei buono anch'io a difendere il nostro paese,  che
    non  il Casentino solo, ma bens tutta l'Italia.  Ma anche quando ero
    nelle  grandi  citt,  il  mio  pensiero si volgeva sempre qui,  e non
    vedevo il momento di tornare a casa per abbracciare la mia  vecchietta
    e aiutare i fratelli.  Io non credo che si possa essere buoni soldati,
    se non si comincia dal fissare le proprie affezioni a una casa,  a  un
    pezzetto  di  terra,  e da queste non si estendano a una regione e poi
    alla grande patria, che il soldato deve essere pronto a difendere.
    - Cecco,  voi parlate come un libro e non l'avrei mai creduto;  ma gi
    siete  figliuolo  della Regina.  Godo davvero di sentire che voi siete
    rimasto un buon casentinese anche sotto le armi;  vuol dire  che  alla
    vostra casa e alla vostra mamma siete affezionato davvero.
    Cecco  non  rispose,  ma  scambi  con  la  Regina  uno  sguardo pieno
    d'affetto.
    - Quand' mamma che ci racconterete un'altra  novella?  -  domand  la
    Carola.
    - Domenica, se non c' nulla in contrario.
    -  Allora,  Vezzosa,  non  mancare  domenica prossima;  e siccome sar
    entrato il carnevale,  dopo la novella farete due  salti.  Avverti  le
    compagne, e Cecco suoner l'organino.
    -  Cecco  baller,  -  disse Vezzosa.  - In paese non ce n' tanti dei
    ballerini come lui,  ed  meglio che suoni  chi  non  pu  dimenar  le
    gambe.
    Il bell'artigliere non poteva soffrire che quella ragazza si occupasse
    sempre di lui, e per levarle ogni speranza disse:
    - Su di me non ci contate, io non so ballare.
    - Si vedr! - rispose Vezzosa che non voleva darsi per vinta.
    Per dare un'altra piega al discorso, Cecco disse:
    - Si pu sapere, mamma, quello che ci racconterete domenica?
    -  Se  posso rammentarmene bene,  vi racconter la novella di Adamo il
    falsario; me la raccontava sempre la mia nonna;  ma sono tanti e tanti
    anni che pu essermi uscita di mente.
    -  Oh,  ve  la  rammenterete,  nonna!  -  esclam l'Annina,  - voi non
    dimenticate mai nulla,  e domenica saprete farvi onore davanti a molta
    gente! Poi balleremo e voi ci starete a vedere.
    - Io andr a letto, bimba; alla mia et si ha bisogno di riposo.
    - Ora ne avete bisogno davvero, andate a letto, mamma.
    La  vecchia,  aiutata  da Cecco,  si alz e and in camera.  Quando il
    bell'artigliere fu tornato in cucina,  Vezzosa gli si piant  davanti,
    dicendogli:
    - Siamo tutte donne sole; vi dispiace, Cecco, di accompagnarci?
    Egli  non  pot  rifiutarsi  e usc fischiando;  ma invece di mettersi
    accanto alla  Vezzosa,  com'ella  avrebbe  voluto,  s'imbranc  con  i
    bambini, e con lei non scambi altro che la felice notte sull'uscio di
    casa.















    Adamo il falsario.

    Quella  domenica  la  Carola  e le altre donne s'eran date da fare per
    preparare la cucina in modo che i  giovani  potessero  ballarvi  senza
    inciampar  nelle panche e nelle tavole,  perch l'Annina avea detto di
    voler  fare  quattro  salti.  Avevano  allineate  le  tavole  al  muro
    coprendole  di tovaglie di bucato.  Avean preparato diversi fiaschi di
    vino, molti bicchieri e quattro schiacciate unte,  che mettevan voglia
    di  mangiarle  al  solo  vederle.  Sulla  madia  poi  avevan messo tre
    seggiole,  perch l'orchestra non si componeva pi del solo  organetto
    di Cecco,  ma anche di un suonatore di chitarra e di uno di violino, i
    quali  si  erano  offerti  sapendo  che  dai  Marcucci   si   ballava.
    L'illuminazione,  fatta  con  lucerne a olio,  non avrebbe diradato le
    tenebre della vasta cucina affumicata, senza il fuoco del camino.
    La Vezzosa quella sera arriv tutta in fronzoli,  e quando si lev  lo
    scialle,  l'Annina  non pot trattenere un grido di meraviglia.  S'era
    pettinata alta, s'era messa un giacchetto chiaro,  il vezzo di corallo
    e  una  pezzuola  di  seta  celeste  incrociata sul petto,  che faceva
    risaltare i colori vivi delle sue guance.
    Cecco finse  di  non  accorgersi  neppure  che  ella  avesse  cambiato
    vestito,  e  salut  appena lei e le altre ragazze,  rincantucciandosi
    accanto alla Regina,  dalla quale pareva che non si potesse  spiccicar
    mai.  Gli uomini che erano stati invitati,  dovevano arrivare verso le
    otto,  quando la novella fosse sulla fine.  Quella sera l'Annina e  le
    altre ragazzette,  che erano impazienti di ballare, pregarono la nonna
    di narrar subito la novella e quella incominci:

    - Al tempo  dei  tempi  erano  signori  di  Romena  e  di  Lierna,  di
    Montemignaio,  di  Partina  e  di tanti altri castelli,  di cui ora si
    rammenta solo il nome, tre fratelli per nome Alessandro,  Guido Pace e
    Aghinolfo.  Questi  tre  signori,  bench avessero molti palazzi e due
    ville,  una a Pratovecchio e  l'altra  al  Borgo  alla  Collina,  pure
    stavano tutti a Romena,  perch il tenere una casa aperta,  costa meno
    che il tenerne tre.
    I tre fratelli erano cos avari da fare schifo.  Invece di divertirsi,
    di  cacciare e di dar conviti,  essi stavano sempre rintanati nel loro
    palazzo di Romena in vetta al monte,  e se  qualche  povero  andava  a
    bussare alla loro porta per aver la carit, lo cacciavano come un cane
    e  non  davano mai un centesimo a nessuno,  neppur a baciare.  In casa
    loro v'eran pochi servi, pochissimi cavalli, punti cani n falchi, e i
    signori contavano i bocconi che si mettevano in bocca.
    Chi l'incontrava per via non avrebbe mai creduto che fossero nipoti di
    Guido Guerra, che teneva corte bandita come un re, ed era nominato per
    la sua generosit in tutto il Casentino e anche altrove.  Parevano tre
    pitocchi,  e  non  si vergognavano di portar abiti rattoppati e montar
    brenne, invece che focosi palafreni.
    Alessandro,  Guido Pace e Aghinolfo non avevano altra passione che  il
    danaro,  specialmente  i  fiorini  d'oro  della Repubblica fiorentina,
    quelle belle monete  col  giglio  da  un  lato  e  san  Giovanbattista
    dall'altro,  che  si  coniavano  alla  zecca  della Repubblica ed eran
    conosciute in tutto il mondo. Pi ne potevano avere,  di quei fiorini,
    e pi eran felici,  e acciocch non glieli rubassero, li riponevano in
    una stanza senza porta,  nella quale si  scendeva  per  mezzo  di  una
    botola,  che era nella camera dove dormivano tutti e tre; e, se due di
    loro uscivano,  uno restava sempre in  camera  a  far  la  guardia  al
    tesoro.
    Per aumentare di un solo il numero di quei bei fiorini gigliati, i tre
    avaroni  riducevano  alla  fame  una  povera  famiglia  senza provarne
    rimorso.  Le domeniche essi scendevano tutti insieme nella stanza  del
    tesoro e passavan delle ore a contare e a lustrare i loro fiorini.
    Una  notte,  mentre  dormivano,  Aghinolfo fece un sogno,  e appena si
    dest, and a svegliare Alessandro e Guido Pace e, tutto lieto, disse:
    - Sentite che sogno ho fatto.  Mi pareva di  essere  sulla  via  della
    Consuma, in quel punto detto la Casaccia, e me ne venivo gi di notte,
    a cavallo,  sotto un turbine di neve,  quando odo un gemito che pareva
    venisse di sotterra.  Scendo  da  cavallo,  prendo  l'animale  per  la
    briglia  e mi avvicino a un precipizio,  che sta a sinistra.  I gemiti
    continuano.  Io chiamo e domando chi  che si lamenta,  e una voce  mi
    risponde: Sono un povero vecchio.  Chi avr piet di me non conoscer
    penuria di fiorini d'oro. In questo punto il sonno mio si  rotto, ed
    io ho voluto destarvi per narrarvelo.
    - Tu sai, fratello, - rispose Alessandro, - che spesso vedesi in sogno
    quello che si crede con piacere;  e tu hai sognato i fiorini perch li
    desideri.
    - Io invece credo,  - osserv Guido Pace,  - che il sogno di Aghinolfo
    sia vero,  perch se egli ha udito una voce di un  vivo,    segno  di
    chiamata,  e  alle  chiamate occorre rispondere.  - Dunque che cosa mi
    consigli? - domand il minore dei fratelli.
    - Io ti consiglio di tornare a letto e dormire, - disse Alessandro.
    - Io ti consiglio di montare a cavallo e di percorrer la  via  che  tu
    hai sognata, - disse Guido Pace.
    -  Seguir  il  tuo  parere,  perch mi pare il pi saggio,  - rispose
    Aghinolfo.
    E, vestitosi in fretta, si avvolse in un mantello, scese nella stalla,
    sell il suo cavallo e se ne and senz'armi e senza  scorta  verso  il
    luogo  dove aveva sognato di udir la chiamata.  La neve turbinava,  ma
    Aghinolfo non temeva le intemperie,  e il desiderio che  il  sogno  si
    avverasse  gl'infiammava  il  cuore,  che batteva di gioia al pensiero
    dell'oro, mentre non si commoveva alla vista di nessuna miseria.
    Cavalc per pi ore, l'avaro signore, in mezzo alle tenebre,  e gi si
    avvicinava trepidante alla Casaccia, quando il suo orecchio fu colpito
    da  un  gemito.  Era  la  medesima voce udita in sogno e partiva dallo
    stesso luogo.
    Aghinolfo balz da cavallo,  si avvolse  le  redini  al  pugno,  e  si
    diresse verso l'orlo del precipizio. Di lass si mise a gridare:
    - Chi sei, che cosa vuoi?
    La voce lamentevole, di un uomo sfinito, rispose:
    -  Sono  un  povero  vecchio;  abbi piet di me e non avrai penuria di
    fiorini.
    Aghinolfo grid al vecchio:
    - Scendo a salvarti e, come ben capisci, arrischio per te la vita;  ma
    tu saprai mantenere la tua promessa?
    - Per Adamo,  di cui porto il nome,  per Mos,  per tutti i patriarchi
    gloriosi del popolo d'Israele, te lo giuro!
    Il giovane signore cap che il vecchio era un ebreo; ma il pensiero di
    salvare un miscredente non lo  trattenne  dall'adempier  la  promessa.
    Leg il suo cavallo a un albero e,  toltosi il mantello, scese gi sul
    terreno coperto di neve senza  fermarsi  mai,  finch  non  fu  giunto
    accanto al vecchio, il quale era tutto intirizzito e spossato.
    - Vieni, - gli disse.
    E  dopo aver tolta la cintura che fermava attorno alla vita dell'ebreo
    il lungo gabbano foggiato all'orientale, ne dette a reggere un capo al
    vecchio,  prese l'altro in  mano  e  incominci  a  salire  il  primo,
    trascinando  dietro  a  s,  per  la ripida salita,  il vecchio ebreo.
    Questi scivolava, inciampava e sarebbe caduto di nuovo nel precipizio,
    se Aghinolfo fosse stato meno forte e meno assuefatto a salir  per  le
    montagne.
    Quando furono sulla via, il vecchio disse:
    -  Ora hai salvato me,  e ti sono grato;  ma non hai compiuto che met
    dell'impresa.  Se non fai  l'altra  met  io  non  posso  mantener  la
    promessa.
    - Come sarebbe a dire? - domand il Conte irato.
    -  Non  ti  lasciar  vincer  dalla  collera,   -  replic  il  vecchio
    pacatamente.  - Devi sapere che io montavo una mula  per  compiere  il
    viaggio  da  Firenze a Romena,  poich mi dirigevo a quel palazzo.  La
    mula  caduta insieme con me  nel  precipizio,  ed  essa  porta  nelle
    bisacce tutto ci che ti ho promesso.
    Aghinolfo storse la bocca,  perch gli pareva fatica, dopo aver tirato
    su il vecchio,  di trascinarsi dietro la mula;  ma la promessa di aver
    molti  fiorini  era  s lusinghiera,  che affront senza fiatare anche
    quel disagio, e, come Iddio volle, scese.
    La neve  aveva  quasi  ricoperto  l'animale,  cos  Aghinolfo  dovette
    cercarlo  a  tastoni,  e  non gli ci volle poca fatica a farlo alzare,
    tanto pi  che  era  carico  di  roba  e  si  moveva  mal  volentieri.
    Nonostante  riusc  a  ricondur  la mula sulla via,  ed albeggiava gi
    quando,  l'ebreo sulla mula,  e Aghinolfo sul cavallo,  si  misero  in
    cammino.
    Il vecchio,  sbalordito dalla sua caduta,  intirizzito dal freddo, non
    parlava.
    Aghinolfo aveva una paura matta che gli morisse per la strada,  e ogni
    tanto  si  fermava  alle case del contado e faceva ristorare Adamo con
    bevande e con cibi.
    Con  molta  fatica  essi  giunsero  a  Romena  alcune  ore   dopo   il
    mezzogiorno.
    Alessandro  e  Guido Pace,  quando videro il fratello in compagnia del
    vecchio,  si guardarono in faccia,  e fu tanta l'allegrezza,  che  non
    poterono parlare.
    Maestro Adamo fece scaricare,  in presenza sua,  la mula, poi segu il
    servo che si era caricato in spalla le bisacce; ma appena fu in camera
    cadde come un ciocco per terra e pareva morto.
    Non si pu dire quante cure gli usassero i  tre  fratelli  per  fargli
    riprendere  i  sensi.  Per  lui  fecero  apprestare brodi sostanziosi,
    aprirono una botticella di vino prelibato,  bruciarono grande quantit
    di legna,  ma Adamo non dava segno di riaversi. Era pallido, smunto, e
    la lunga barba che gli scendeva sul petto pareva  che  circondasse  il
    volto di un cadavere.
    Cos  rimase  ad  occhi  chiusi per tre giorni interi,  e durante quei
    giorni i tre fratelli sentivano svanire sempre  pi  le  speranze  che
    avevano  fondate  sul  vecchio.  Aghinolfo  per era il pi desolato e
    rammaricavasi di essersi esposto a tanto disagio e a  un  cos  grande
    pericolo  per  tirar su da un precipizio un vecchio,  che aveva gi un
    piede nella fossa, se non tutti e due, e una mula zoppa. Egli guardava
    con cupidigia le pesanti bisacce che erano accanto al letto, ma poi lo
    assaliva il dubbio che invece di esser piene di fiorini,  contenessero
    soltanto vile moneta di rame.
    La sera del terzo giorno Adamo apr gli occhi,  e i tre fratelli,  nel
    vederlo ritornare alla vita,  non  poterono  trattenere  un  grido  di
    gioia.
    -  Ho  dormito,  - disse il vecchio,  - perch ne avevo bisogno.  Quel
    maledetto Bargello fiorentino mi dava  la  caccia  da  pi  giorni,  e
    m'impediva  ogni  riposo.  Per  gliel'ho  fatta in barba,  - aggiunse
    ridendo.  - Il caso mi ha portato appunto in questo palazzo,  al quale
    ero diretto quando precipitai nel burrone, e di qui, se voi mi porgete
    aiuto,  o  signori,  io  voglio  farvi molto ricchi con grave danno di
    quella citt di Firenze, che io odio.
    I tre fratelli s'erano  stretti  intorno  al  letto  dell'ebreo  e  lo
    incitavano a parlare. Maestro Adamo narr che, fuggendo da Brescia per
    sottrarsi  alla  persecuzione,  si  era  rifugiato a Firenze con molte
    ricchezze e vi aveva esercitato il commercio delle pietre preziose. Un
    signore della famiglia degli Acciaiuoli,  non potendo  pagargli  molte
    gemme  acquistate  da lui per donare alla sposa,  lo aveva accusato di
    avergli venduto pietre false.  Maestro Adamo era  stato  condannato  a
    pagare  una  somma maggiore del suo avere,  e cos era stato rovinato.
    Allora,  per vendicarsi della ingiustizia patita,  erasi dato a coniar
    fiorini  falsi,  i  quali  avrebbero  scemato  il credito della moneta
    fiorentina nei paesi con i quali Firenze faceva i suoi traffichi,  e a
    forza  di  pazienza  era  riuscito a fare dei conii perfetti.  Di quei
    fiorini ne aveva gi spacciati molti,  e quando  aveva  saputo  che  i
    sospetti  pesavan  su  di  lui  e  che  il  Bargello  era sul punto di
    arrestarlo,  aveva fatto fagotto e si era diretto  a  Romena,  dove  i
    fiorentini, nemici dei Guidi, non lo avrebbero raggiunto.
    Quand'ebbe  terminato  di  narrare,  apr le bisacce e fece cadere sul
    letto una pioggia di fiorini.
    - Belli!  belli!  - dicevano i tre fratelli mettendo le mani  in  quei
    mucchi di oro per avere il piacere di toccarli.
    -  Molti sono di quelli coniati alla zecca,  ma alcuni sono fabbricati
    da me,  e in questi l'oro c'entra in piccolissima  parte.  Cercate  di
    conoscere i buoni dai falsi, - disse l'ebreo.
    I giovani avari soppesavano le monete,  se le mettevano sottocchio, le
    giravano e le rigiravano e poi dicevano:
    - Questa  buona, questa pure, questa ancora.
    E le porgevano al vecchio,  che rideva di un riso maligno  assicurando
    che fra quelle giudicate buone ce n'eran delle false.
    -  Vedete,  messeri,  - disse a un tratto,  - col mio segreto io posso
    farvi possessori d'immense ricchezze.  In questo  palazzo  voi  avrete
    certamente  un  sotterraneo.  In  quello  costruir un fornello per le
    leghe dei metalli;  l terr i miei conii,  l lavorer,  e da  Romena
    usciranno  a  centinaia  e  a migliaia i fiorini falsi che spender ad
    Arezzo,  a Orvieto,  nell'Umbria e in Romagna,  e nelle  vostre  casse
    rientreranno  soltanto  fiorini  buoni,  perch  io  li distinguo a un
    piccolo segno speciale.  Voi mi avete salvato dalla morte,  ma  io  vi
    far  pi  ricchi  di  tutti  quei  ribaldi  mercanti fiorentini messi
    insieme.
    La gioia dei tre signori era cos grande che non potevano esprimerla a
    parole. Essi non si saziavano di rimuginare quelle monete,  e il suono
    che  producevano  era  pi dolce al loro orecchio che quello del liuto
    toccato da mano appassionata.
    Il giorno dopo,  maestro Adamo era sano ed arzillo come un  giovanetto
    e,  senza concedersi un momento di riposo, si diede subito a costruire
    il fornello ed a preparare la fabbricazione dei fiorini  di  similoro.
    Non era passato un mese dacch era giunto a Romena,  che gi spacciava
    ad Arezzo un sacchetto di quelle monete in cambio di tante gemme,  che
    poi  andava  a  rivendere  a  Perugia.  E  in grazia di questo scambio
    entrarono nel tesoro dei Guidi  di  Romena  tanti  fiorini  di  quelli
    buoni, che essi contavano con gioia, benedicendo l'ora e il momento in
    cui maestro Adamo era capitato al palazzo.
    Cos  andarono  le  cose per un certo tempo.  Maestro Adamo fabbricava
    fiorini, li spacciava, ed intanto il tesoro dei suoi padroni aumentava
    ogni d pi.  Ormai la stanza sottostante alla camera de' signori  non
    poteva  pi contenere tante ricchezze,  e dovettero sfondare un muro e
    collocarle anche in un'altra stanza.
    Per il Diavolo,  che aveva insegnato a maestro Adamo a far l'inganno,
    aiut anche un altro a scoprirlo.
    Ecco come andaron le cose.
    Naturalmente,  la  presenza  di  quell'ebreo al castello di Romena era
    stata osservata.  E' vero che i signori del palazzo  per  spiegare  la
    permanenza  in casa loro di quel miscredente,  avevan detto che era un
    abilissimo medico,  e ogni volta che partiva per ispacciare i  fiorini
    falsi,  dicevano  che  andava  sui monti in cerca di piante,  oppur si
    recava a Arezzo, a Perugia e anche a Roma per curar personaggi di alto
    affare.
    Peraltro,  se questi pretesti eran buoni per la gente  che  lo  vedeva
    soltanto da lontano,  non erano egualmente buoni per quelli di casa, i
    quali vedevan bene che maestro Adamo passava la giornata e talvolta le
    notti nel sotterraneo.  Fra i pochi  servi  di  casa,  c'era  un  tale
    addetto  alla  stalla,  che  doveva governare la mula del giudeo e per
    questo aumento di lavoro non aveva avuto mai neppur un centesimo.
    Costui, che aveva nome Marco, un poco per l'antipatia che gli ispirava
    quell'ebreo,  che doveva esser riverito  e  servito  pi  dei  padroni
    stessi,  un po' per non avere avuto mai da lui nessun regalo di danaro
    o di robe, incominci a pedinarlo,  e tutte le volte che maestro Adamo
    entrava  o usciva dal sotterraneo,  Marco trovava modo di vederlo e di
    sapere quel che portava in mano.
    Questo Marco,  oltre al vedere che maestro Adamo portava talvolta  nel
    sotterraneo  delle verghe di piombo e ne usciva con sacchetti pieni di
    monete,  aveva una volta sorpreso un discorso fra l'ebreo e  il  conte
    Aghinolfo,  che  gli aveva fatto nascere il sospetto che il medico non
    fosse altro che un falsario, perch Aghinolfo, rivolto al vecchio, gli
    aveva detto:
    - Quanto sarei curioso di conoscere il segno  che  vi  fa  distinguere
    quelli veri da quelli falsi!
    E l'ebreo aveva risposto
    - E' un segreto che voi conoscerete soltanto dopo la mia morte.
    Bisogna  sapere  che  questo  Marco  era  povero come Giobbe e per sua
    disgrazia s'era innamorato  di  una  bella  ragazza  di  una  famiglia
    agiata.  I  parenti  di Telda,  quando gliela aveva chiesta in moglie,
    avevan detto un  no  tondo  tondo,  senza  nascondergli  che  a  uno
    spiantato  come  lui  non  avrebbero  mai  dato una ragazza che poteva
    accasarsi bene.
    Marco non  si  sgoment  per  quella  risposta;  ma  si  persuase  che
    bisognava  mettere  assieme un po' di soldi,  cosa che non poteva fare
    finch serviva i signori di Romena,  che eran  larghi  come  una  pina
    verde.
    Appena  Marco  ebbe  sorpreso  quel  discorso fra il conte Aghinolfo e
    maestro Adamo, disse:
    - Se ho giudizio, arricchisco e sposo Telda.
    Pensa e ripensa, stabil di prendere consiglio da un suo compare,  pi
    vecchio di lui, che godeva fama di astuto.
    Marco  raccont a questo tale dall'a alla zeta quel che aveva veduto a
    Romena dopo che vi era giunto maestro Adamo, e il compare disse:
    - E' certo che quegli spilorci dei conti Guidi non terrebbero in  casa
    a  ufo  un  giudeo,  se questo maestro Adamo non procurasse loro molto
    utile.  Senza dubbio l'ebreo fabbrica le monete nel sotterraneo e  poi
    le spaccia.
    - Fin qui c'ero arrivato anch'io;  ma volevo sapere da te,  - aggiunse
    Marco, - quale utile si pu ricavare dalla scoperta di questo segreto.
    - Un utile grande, poich la Signoria fiorentina ha sommo interesse di
    conoscerlo.
    - Ma io non posso  andare  a  Firenze  a  rivelarlo.  I  miei  padroni
    s'insospettirebbero se io fuggissi, e farebbero sparire maestro Adamo;
    io  poi  non  potrei  pi  tornare a Romena,  e la Telda sposerebbe un
    altro.
    - Hai ragione, - replic il compare.  - A Firenze potrei andar io,  ma
    la  Signoria  non si contenter di sapere che a Romena si fabbricano i
    fiorini falsi: essa vorr bens aver nelle mani maestro Adamo,  e  qui
    non pu venirlo a prendere senza fare una guerra.
    -  Ma  potrebbe  farlo  arrestare  sul territorio della Repubblica!  -
    esclam Marco.
    - E dove?
    - Alla Consuma, per esempio, dove maestro Adamo va spesso non so a che
    fare, - disse Marco.
    - La cosa mi par difficile, ma intanto io andr a Firenze.
    E il compar di Marco una mattina si avvi su per  la  Consuma  con  un
    pane  in tasca e pochi soldi nella scarsella,  e dopo tre giorni era a
    Firenze e informava la Signoria che a Romena si facevano monete false.
    Prima, peraltro, di rivelare il segreto,  l'astuto villano s'era fatto
    dare  una  buona  somma,  e  gliene fu promessa un'altra,  dieci volte
    maggiore, se riusciva a dare il falsario nelle mani della giustizia.
    Il compare rifece tutto allegro la via e rec a Marco la buona notizia
    spartendo con lui, da buoni amici, il denaro avuto.
    - Ora il pi difficile  di avvertire  in  tempo  la  Signoria  quando
    l'ebreo va alla Consuma,  - disse il compare a Marco.  - Tu che sei in
    casa, se apri bene gli orecchi e gli occhi, ci riuscirai.
    Marco, per non perder l'occasione, si mostr da quel momento premuroso
    e servizievole con maestro  Adamo  per  meglio  osservare  quello  che
    faceva.
    L'ebreo partiva spesso, ma prendeva sempre la via d'Arezzo, e Marco si
    mordeva  le mani dalla rabbia,  perch aveva timore di sentir dire che
    la sua Telda era andata sposa a un altro.
    Un giorno, per, che era nella stalla, capit maestro Adamo a veder la
    sua mula, e, imbattutosi in Marco, gli domand se per fare una ventina
    di miglia occorreva farla ferrare,  perch dopo l'ultimo  viaggio  non
    era stata ferrata.
    - Secondo che miglia sono, - disse Marco che voleva saper dove andava.
    - Se deve camminare in piano non ce n' bisogno, ma in monte s.
    - In monte, - rispose l'ebreo.
    - Allora  meglio farla ferrare.
    - Conducila dunque dal manescalco domani,  perch doman l'altro voglio
    partire, - disse l'ebreo.
    Appena questi fu uscito,  Marco corse dal  compare  e  gli  disse  che
    prendesse un cavallo,  lo ammazzasse magari per via,  ma che giungesse
    la mattina dopo a Firenze affinch in capo  a  due  giorni  i  soldati
    della Signoria fossero alla Consuma per arrestare maestro Adamo.
    Il  compare  non si fece pregare,  e,  senza ammazzare il cavallo,  in
    dodici ore giunse a Firenze e ne ripart poco dopo con una schiera  di
    uomini armati sotto gli ordini del Bargello in persona.
    Marco intanto era a Romena a struggersi dall'impazienza.  Da una parte
    avrebbe voluto che maestro Adamo fosse partito subito,  dall'altra che
    avesse  aspettato  per  timore  di  perdere  la  somma  che sperava di
    guadagnare.  La mattina del terzo giorno  maestro  Adamo  scese  nella
    stalla  per vedere se la mula era ferrata,  la fece sellare,  e poi la
    caric di due pesanti bisacce e prese la via della Consuma.
    Marco, nel vederlo partire, era mezzo matto e non capiva pi nulla.  A
    momenti  gli  pareva  di  esser  pi felice dei santi del Paradiso,  a
    momenti  pi  angustiato  dei  dannati  dell'Inferno;  e  pi  le  ore
    passavano e pi lui smaniava per saper qualche cosa.
    Ma  lasciamolo smaniare a Romena e torniamo al compare con i soldati e
    il Bargello.  Essi giunsero alla Consuma dopo venti  ore  di  viaggio,
    perch  non  viaggiavano  all'impazzata  come  il  compare,  e  quando
    vedevano un'osteria si fermavano,  e non ripartivano  se  non  avevano
    mangiato, bevuto e ciarlato.
    Come  Dio  volle  giunsero  al valico,  e allora il Bargello,  che non
    voleva entrare sul territorio del Casentino,  rimpiatt i suoi  uomini
    in  un bosco a poca distanza dalla via,  e mand il compare a scoprire
    se l'ebreo si vedeva.  Passarono diverse ore e finalmente  il  villano
    torn  dicendo che quattro miglia pi gi,  in un luogo detto lo Spino
    dei Pomponi, aveva veduto in una macchia maestro Adamo rimpiattato. Il
    villano aggiunse che l'ebreo doveva aspettare qualcuno.
    Infatti poco dopo,  sulla  via  che  da  Firenze  mena  in  Casentino,
    comparve un giovine a cavallo, che, all'aspetto, pareva un artiere. Il
    Bargello  lo  fece arrestare e lo minacci di morte se non diceva dove
    andava.  Egli rispose che si recava dal conte di Poppi a portare certi
    drappi commessigli per la Contessa. Infatti egli recava drappi di seta
    preziosi.  Ma nonostante questa risposta, il Bargello non gli concesse
    di continuare il  viaggio,  e,  lasciati  due  uomini  a  guardia  del
    giovine,  si  fece  accompagnare  dal  villano al luogo ove si trovava
    maestro Adamo.  Questi,  appena lo scorse,  si  trasse  di  tasca  una
    boccetta di veleno e la trangugi. Il Bargello fece frugar le bisacce,
    e,  trovatele  piene di fiorini falsi,  che egli seppe distinguere dai
    buoni,  ordin che fosse preparato un  rogo  e  vi  fece  porre  sopra
    maestro Adamo agonizzante.  In poco tempo le fiamme avvolsero il corpo
    dell'ebreo, e le sue ceneri andaron disperse ai quattro venti.
    Il Bargello,  il compare,  il giovine artiere e i soldati tornarono  a
    Firenze,  e  la  Signoria  pag  al  villano il prezzo pattuito per la
    consegna dell'ebreo;  ma Marco non  ebbe  nulla,  poich  il  villano,
    tentato  dalla  somma  ottenuta,  pens bene di non farsi pi vedere a
    Romena e di comprare un poderetto verso  Signa.  Cos  Marco  ebbe  il
    dolore  di  veder  andar la Telda all'altare con un altro,  e prov il
    rimorso di essere stato cagione  della  morte  di  un  uomo.  Egli  si
    accusava pubblicamente, e spese nel far dire delle messe, in suffragio
    dell'anima dell'ebreo, tutto quel poco che aveva.
    Siccome quelli che andavano alla Consuma dicevano di veder sempre allo
    Spino de' Pomponi l'ombra di maestro Adamo,  cos un vescovo, andato a
    Roma, ottenne un'indulgenza per tutte le persone che, passando da quel
    luogo, gettassero pietre ove fu eretto il rogo;  e ancora si vede col
    un monte di sassi, che si chiama: la Maca dell'uomo morto.
    - Io so appena leggere, - aggiunse la Regina, - ma mi rammento di aver
    sentito dire che anche il poeta Dante,  nell'Inferno,  parla di questo
    maestro Adamo da Brescia,  il quale era condannato a bramare un goccia
    d'acqua, e si vedeva scorrer davanti

    "Li ruscelletti che da' verdi colli
    Del Casentin discendon giuso in Arno".

    E al poeta il falsario dice:

    "Ivi  Romena, l dov'io falsai
    La lega suggellata del Battista,
    Perch'io il corpo suso arso lasciai.
    Ma s'io vedessi qui l'anima trista
    Di Guido o d'Alessandro o di lor frate,
    Per Fonte Branda non darei la vista".

    Fonte Branda,  avete a sapere,  era una fonte non lungi dalla terra di
    Romena dove l'ebreo aveva falsificato  i  fiorini  per  soddisfare  la
    cupidigia dei tre fratelli.  E ora la novella  finita,  e tu,  Cecco,
    suona l'organetto, e voi ragazzi, ballate:

    La vecchia Regina,  dopo aver fatto questo gaio invito alla  giovent,
    si  era alzata per andarsene a letto,  ma la Carola era stata pronta a
    tagliare una fetta di schiacciata, e Vezzosa a offrirle un bicchier di
    vino, ringraziandola della novella.
    - Vengo a sentirvi per impararle,  - aveva detto,  - cos quando  sar
    nonna anch'io, i nipotini mi staranno ad ascoltare a bocca aperta.
    - Ne devon passar degli anni prima di quel tempo,  - aveva risposto la
    Regina,  e s'era fermata  a  guardare  la  bella  ragazza  da  vicino,
    pensando che non avrebbe sfigurato fra le sue nuore.
    Cecco  prese  la  mamma  dolcemente  per  un braccio e l'accompagn in
    camera.
    - Non ti piacerebbe la Vezzosa? - gli domand la madre sorridendo.
    - Mamma, - rispose Cecco scherzando. - Nessuna ragazza,  per bella che
    sia, mi piace quanto voi.
    - Mattarellone! - disse la vecchia battendogli sulla spalla.
    Cecco  scese  e  and a collocarsi fra i suonatori sulla madia,  e per
    quanto la Vezzosa e le altre ragazze lo invitassero  a  ballare,  egli
    rifiut  dicendo che non voleva fare una brutta figura dal momento che
    non sapeva muovere le gambe a tempo.
    Quando scese per prendere un bicchier  di  vino,  la  Vezzosa  gli  si
    accost e gli disse:
    - Sapete,  Cecco,  che cosa v'invidio?  La vostra mamma. Beato voi che
    l'avete ancora;  se sapeste qual disgrazia  di  vedere  al  posto  di
    quella  che  ci  ha  fatto  tante  carezze  e ci ha voluto tanto bene,
    un'altra donna che non ci pu soffrire!
    Cecco,  che non aveva ascoltato la Vezzosa quando  la  domenica  prima
    faceva  il  chiasso,  n  quando  quella  sera  lo aveva ripetutamente
    invitato a ballare,  ora non perdeva una parola di quello che ella gli
    diceva  sulla  afflizione costante di vedersi in casa una matrigna;  e
    quella ragazza,  che gli era parsa leggerina e  un  poco  vanesia,  gl
    ispirava compassione,  e l'avrebbe ascoltata ancora, se le ballerine e
    i ballerini non lo avessero costretto a riprendere il suo posto  sulla
    madia e a sonare tutte le polche e i valzer del suo repertorio.
    Erano goffi a vederli ballare quelle danze esotiche, e tale apparivano
    a  Cecco,  il quale fatto un cenno ai suonatori,  attacc un trescone.
    Allora,  smessa la  scimmiottatura  cittadina,  quei  bravi  contadini
    presero  a  ballare  con  garbo  e  con grazia quel ballo paesano.  La
    Vezzosa poi era cos  aggraziata  nei  movimenti,  che  Cecco,  posato
    l'organino, fece un salto e, toltala al suo ballerino, ball anche lui
    il trescone.
    Quando ebbero terminato, tutti gli dettero la baia, dicendo:
    - Guarda, guarda quello che non sapeva ballare!
    -  Non  so ballare infatti n polche n valzer perch quei balli vanno
    lasciati a chi ha imparato dai maestri e alla  gente  meno  zotica  di
    noi;  ma il trescone lo facciamo fino da piccini, come giuochiamo alla
    ruzzola e a palla. Che volete, io son fatto cos, e mi pare che ognuno
    debba fare il proprio mestiere,  e che i contadini,  anche nei  balli,
    debbano  far  da  contadini.  Forse  sbaglier,  ma  anche negli abiti
    bisogna mantenere le antiche usanze,  e le donne nostre mi  paion  pi
    belle  vestite  di  bordatino,  con  un  bel  grembiale  davanti  e lo
    sciallino incrociato sul petto,  che con tanti fronzoli da  cittadine,
    che non sanno portare.
    Mentre  Cecco  parlava,  la Vezzosa teneva gli occhi bassi e arrossiva
    sentendo che quel rimprovero era diretto specialmente a lei.
    Verso le dieci  il  ballonzolo  in  casa  Marcucci  era  terminato,  e
    nonostante  vi  fossero  molti uomini,  pure Cecco,  senza farsi tanto
    pregare,  accompagn a casa la Vezzosa e  l'ascolt  mentre  essa  gli
    parlava dolcemente del dolore di non aver pi la madre.


















    Il Romito dell'Alpe di Catenaia.

    Quella  domenica  la  Vezzosa giunse al podere dei Marcucci,  prima di
    ogni altro,  insieme con due sorelline poco minori a lei.  Nella  casa
    non  erano  stati  ancora  accesi i lumi;  la vecchia Regina diceva il
    rosario al suo solito posto,  e le nuore erano andate in chiesa,  alla
    benedizione,  mentre  gli  uomini avevano preso il fucile per tirare a
    qualche tordo.  Le sorelline di Vezzosa furon trattenute  sull'aia  da
    Annina,  che  dirigeva  i  giuochi dei fratelli e dei cugini.  Era una
    serata mite e pareva impossibile che si fosse nel cuore  dell'inverno,
    in mezzo ai monti, tanto l'aria era temperata.
    - Buona sera, - disse Vezzosa sottovoce entrando in cucina.
    Nessuno le rispose,  perch la vecchia era un po' sorda e, nel dire il
    rosario, s'era appisolata; cos Vezzosa, non vedendo nessuno,  si sed
    sotto  una finestra,  e,  preso un libro che era posato sul davanzale,
    incominci a leggere.  Era il volume  "Le  mie  prigioni",  di  Silvio
    Pellico: un volumetto logoro,  tutto pieno di segni, che dicevano come
    fosse stato letto e riletto dal suo primo proprietario.
    Vezzosa leggeva bene e sapeva anche scrivere una lettera,  perch  era
    stata  a scuola,  ma le sue letture erano state scarsissime ed il nome
    del prigioniero dello Spielberg le riesciva del tutto nuovo. Per, fin
    dalle prime pagine,  la lettura di quel libro  la  commosse  tanto  da
    farle dimenticare dov'era e da impedirle di udire che la stanza andava
    man mano empiendosi. Si scosse soltanto quando sent la voce di Cecco,
    che le diceva:
    - Vezzosa, la mamma fra poco incomincia la novella.
    - Scusate,  - rispose la ragazza chiudendo il libro. - Scusate, Cecco,
    se mi son messa a leggere.  Avevo incominciato cos  per  far  qualche
    cosa e non disturbare la Regina,  ma che volete! Son rimasta attaccata
    a questo racconto come gli uccelli alla pania.
    Cecco,   mentre  l'ascoltava  esprimere  cos  ingenuamente   la   sua
    ammirazione  per quel libro che ha fatto piangere tante anime gentili,
    la guardava fissa.
    Allorch  ella,  accorgendosi  di  essere  osservata,  s'interruppe  e
    abbass gli occhi, Cecco le disse:
    - Ma che cosa avete fatto, Vezzosa? Da domenica non vi riconosco pi?
    - Nulla,  - rispose ella arrossendo,  - mi son vestita come si costuma
    da noi.
    E per non sentire quel che le avrebbe detto  Cecco,  vergognandosi  di
    aver  seguto il gusto di lui,  and verso il camino e si imbranc con
    le altre donne,  che gi pigliavan posto  per  ascoltare  la  novella.
    Anche Cecco vi si avvicin,  e, furtivamente, guardava la Vezzosa, che
    era vestita semplicemente di bordatino,  col  giacchetto  di  flanella
    rossa  e  nera a quadri,  la pezzuola incrociata sul petto,  pettinata
    liscia liscia;  gli pareva bella davvero,  bella come deve essere  una
    contadina che non ha ghiribizzi per la testa, e sa che la sua missione
    consiste nel lavorare e nel farsi amare dai suoi, pi per la sua bont
    che per altro.
    Vezzosa  sentiva  quello  sguardo  persistente di Cecco,  ed era tanto
    felice che appena udiva quel che diceva la Regina,  la quale gi aveva
    preso a narrare la Novella del Romito.

    - Sono anni e anni, - diceva la vecchia, - che su in vetta all'Alpe di
    Catenaia,  in  quel  luogo  detto ora l'Eremo di Casella,  comparve un
    giovine cavaliere, tutto vestito a lutto,  con un viso magro e pallido
    che metteva compassione a vederlo.  Questo cavaliere aveva seco un bel
    cavallo morello,  ma non era seguto da nessun  servo,  come  solevano
    condursene dietro i signori.  Era giunto lass dalla Valle Tiberina, e
    invece  di  cercare  un  alloggio  nel  castello  del  Cerbone,   o  a
    Chitignano,  o  a  Chiusi,  s'era  fatto  con  le sue bianche mani una
    capanna di frasche in mezzo al prato,  e cost si riparava insieme col
    suo  cavallo,  al  quale voleva pi bene che alle pupille degli occhi.
    Dopo pochi giorni che era lass, aveva spogliati gli abiti signorili e
    s'era vestito di saio, alla moda de' contadini; e poi,  a poco a poco,
    portando  da s le pietre che trovava staccate dai massi,  la rena che
    andava a prendere nel letto della Rassina, e la calce, s'era costruito
    una cappellina e dietro a quella una stanzetta e una stalla.
    Il giovane era taciturno,  ma  non  selvatico,  e  quando  scendeva  a
    Chitignano  per  comprare il pane e le poche cose che bastavano al suo
    nutrimento,  parlava affabilmente con la gente del  paese,  la  quale,
    sapendo che dormiva sulla nuda terra,  con una pietra per guanciale, e
    che pregava quasi tutto il giorno, incominci a chiamarlo il Romito, e
    a tenerlo in grande venerazione.
    Le donne dei vicini paesi,  quando avevano  qualche  bambino  ammalato
    ricorrevano  al  Romito,  ed egli dava dei semplici,  clti con le sue
    mani, ma soprattutto le rimandava consolate, assicurandole che avrebbe
    pregato per i loro infermi, e scendeva dall'Eremo per visitarli.  Se i
    bambini  guarivano,  egli  si  mostrava  cos contento come se fossero
    stati figli suoi; se morivano,  li componeva nella bara,  e aveva tali
    parole di conforto per le madri, parlava loro di una prossima riunione
    in  Paradiso con i loro figli,  convertiti in angioli bianchi e alati,
    che le donne, invece di disperarsi,  aprivano l'anima alla speranza di
    esser protette da quegli spiriti eletti alla gloria celeste, e il loro
    dolore era meno straziante.
    -  E'  un  santo!  -  diceva  la  gente,  vedendolo  passare  calmo  e
    sorridente,  e correva a baciargli il rozzo saio,  che pareva un manto
    reale, tanta era la dignit con cui egli lo portava.
    Se  qualcuno  lo  ringraziava  per aver guarito un infermo,  il Romito
    rispondeva:
    - Sono io che debbo ringraziare questa buona  popolazione  che  mi  ha
    concesso il passare il resto dei miei giorni in un luogo ameno,  nella
    solitudine dei monti,  in mezzo ai fiori.  Oh!  se sapeste  come  sono
    calmo dopo tante sventure!
    Anche  se  il Romito non avesse fatto allusione a un passato doloroso,
    tutti avrebbero capito che egli aveva molto sofferto e  che  sotto  il
    rozzo  saio  si  nascondeva un signore di quelli che sono assuefatti a
    comandare e a vedersi ubbiditi e riveriti.
    Intanto passavano gli anni, e il Romito, che quando giunse al prato di
    Casella era giovane,  s'era gi  fatto  tutto  canuto.  La  barba  gli
    scendeva  sul  petto  e i capelli gli toccavano quasi la cintura.  Del
    resto si manteneva sempre buono e benefico verso tutti  i  miseri,  ed
    essendogli morto il cavallo, si recava a piedi anche nel crudo inverno
    a molte miglia di distanza per visitare gli infermi.
    Certo il Romito non era ricco,  ma se vedeva dei vecchi,  dei malati e
    dei bambini,  che avessero bisogno di un'elemosina,  li soccorreva  di
    danaro  pi  largamente  di  quel  che non facesse lo stesso Farinata,
    signore del castello di  Chitignano  e  parente  di  quell'arcivescovo
    Ubertini, che, come vi ho narrato, fu ucciso a Campaldino.
    Un giorno quando il Romito era gi vecchio,  una misera vedova sal al
    prato di Casella. Essa era poverissima, e domand per grazia al Romito
    che volesse scendere alla sua casa a visitare un suo figliuolo che era
    il sostegno di lei e degli altri figli.  La donna narr piangendo  che
    questo  giovane  si  struggeva come una candela,  e nessuno riusciva a
    guarirlo n a capire che cosa avesse.
    - Pregate per vostro figlio;  io pure implorer l'aiuto del  Cielo,  e
    domani  verr da voi,  - disse il Romito ponendo in mano una elemosina
    alla povera madre.
    Preg infatti il vecchio tutta la notte,  prostrato sulle pietre della
    cappellina,  dinanzi  a una croce formata da due rami di faggio,  e la
    sua preghiera non era fatta con le labbra, ma col cuore.
    A giorno,  bench la neve cadesse a turbine,  il Romito si  part  dal
    prato,  scalzo,  col  capo  scoperto come se andasse in pellegrinaggio
    alla Verna; e mentre scendeva il monte, pregava per l'afflitta vedova.
    Nel tugurio ov'ella abitava,  il santo vecchio fu accolto con profonda
    venerazione. La donna gli and incontro baciandogli il saio, le figlie
    si  inginocchiarono  chiedendogli che le benedisse,  e il malato,  non
    potendosi muovere dalla seggiola su cui stava seduto,  stese verso  di
    lui le mani, mentre dagli occhi gli sgorgavano lacrime abbondanti.
    Il  Romito  si avvicin al giovane Francesco e lo interrog dolcemente
    per sapere da  quando  gli  era  incominciato  il  male,  e  che  cosa
    soffriva. Seppe che s'era cominciato a sentire sfinito dopo una grande
    scalmana, ma per non affliggere sua madre aveva nascosto il male e non
    aveva detto nulla, finch proprio gli era rimasto un fil di forza. Ora
    non  ne  poteva  pi,  e  se non fosse stato peccato invocar la morte,
    perch la sua famiglia,  sparito lui,  sarebbe  rimasta  senza  alcuna
    risorsa,  avrebbe  pregato  il  Signore  di  richiamarlo a s,  perch
    soffriva tanto da considerare la morte come un sollievo.
    Il vecchio Romito lo esort a non perdersi d'animo ed a sperare  nella
    misericordia  divina,  e,  sempre scalzo,  orando,  risal al prato di
    Casella.
    I semplici,  che il giorno dopo egli port al malato,  non  lo  fecero
    punto riavere;  anzi,  lo stomaco,  indebolito dal male,  neppure pot
    reggerli,  e  il  Romito,  che  aveva  tanto  sperato  in  quelli,  si
    scoraggi,  senza  per  mostrare  n  a  Francesco  n alla madre che
    dubitava dell'efficacia di quel rimedio.  Ritornato a capo chino  alla
    sua cappelletta,  il Romito si prostr sulla nuda terra, e cos rimase
    un giorno e una notte senza  prender  cibo  n  bevanda,  pregando  di
    continuo  per  l'afflitta  vedova e il suo figliuolo.  Dalla porta mal
    connessa entrava il vento  gelato  dell'Alpe  di  Catenaia,  e  faceva
    intirizzire il vecchio,  il quale offriva a Dio tutti quei tormenti in
    cambio della grazia che gli chiedeva.
    A un certo punto della notte il freddo,  lo sfinimento e la stanchezza
    vinsero il Romito, il quale cadde in terra addormentato.
    Mentre  dormiva,  gli  parve  di  essere  in quella stessa cappelletta
    inginocchiato,  e di vedere a un tratto aprirsi il  tetto  e  scendere
    dall'alto   un   angiolo   bianco,   avvolto   in  un  gran  chiarore.
    Quell'angiolo scendeva fino a lui e gli diceva:
    - Poich hai avuto fede,  sarai esaudito: il Signore mi manda a te per
    indicarti l'acqua che deve sanare il giovane infermo. Seguimi!
    Il  Romito  vide  l'angiolo  bianco  uscire dal piccolo oratorio e gli
    parve  di  seguirlo  per  la  scesa  che  conduce  a  Chitignano.   Il
    messaggiero  di Dio oltrepass la casa della vedova e ristette dinanzi
    a un monticello che batt tre volte  con  la  sua  bacchetta,  e  poi,
    dicendo al vecchio: Ave,  s'innalz nella notte buia,  circondato di
    luce, e spar su, dove brillano le stelle.
    Nel destarsi, il Romito rammentava cos bene il sogno,  che gli pareva
    di aver veduto davvero l'angiolo e di averlo seguito fino al di l del
    paese.  Cos fu meravigliato di trovarsi nella cappellina,  illuminata
    da una piccola lampada di ferro,  che il vento  faceva  oscillare.  Ma
    presto  cap  che  il  sogno  gli  veniva  dal  Cielo,  e dopo di aver
    ringraziato,  piangendo,  il Signore,  di quella grazia,  scese  senza
    neppur  prendere  un  poco  di  cibo,  al luogo dove lo aveva condotto
    l'angiolo in sogno.
    Pareva che il Romito  volasse,  tanto  camminava  spedito  sulla  neve
    gelata, e l'ardore che provava lo rendeva insensibile al freddo.
    In  breve giunse al monticello dove l'angiolo s'era fermato,  e rimase
    meravigliato vedendo che la neve,  che copriva tutta la terra intorno,
    s'era  liquefatta sul monticello,  e che dalla vetta di esso scaturiva
    una fonte.
    Il vecchio cadde in  ginocchio  e  ringrazi  Iddio  di  quella  nuova
    grazia;  poi  and  alla  casa  di  quella  vedova e,  fattosi dare un
    boccale,  lo emp dell'acqua della nuova fonte e  ne  fece  bevere  al
    malato.
    Lo  stomaco  indebolito  di  Francesco resse quell'acqua tepida,  e il
    poveretto si sent da quella ristorato.
    - Sperate,  - diceva il Romito,  senza parlar del sogno e della  fonte
    che era scaturita per miracolo dalla terra.
    Francesco bevve nella giornata tutto il boccale d'acqua,  e la mattina
    dopo,  quando il Romito and a portargliene un fiasco,  non pareva pi
    lo  stesso,  e pot camminare incontro al santo vecchio e chinarsi per
    baciargli il saio.
    A farla breve,  in capo a una settimana Francesco era  guarito,  e  la
    voce del miracolo si sparse in tutto il paese.
    - Ringraziate Iddio, - diceva il vecchio umilmente.
    Egli aveva provato la virt di quell'acqua sopra molti bambini ridotti
    al lumicino;  sopra ragazze consunte dalla tosse; su vecchi infermi, e
    tutti miglioravano e guarivano in capo a un certo tempo.  Allora egli,
    riconoscendo  che Iddio si era servito di lui per dare quella fonte di
    salute e di guadagno al povero paese di Chitignano,  e sentendo vicina
    la sua fine,  and un giorno dal conte Orlando, che era il padrone del
    castello,  e gli espose il miracolo,  pregandolo di far nota la  virt
    dell'acqua di Chitignano.
    Il  Conte,  e  specialmente  la  contessa Sofia,  che era dei Guidi di
    Romena,  promisero al vecchio tutto  ci  che  egli  desiderava  e  lo
    invitarono anzi a chiedere loro un favore.
    -  Io  non  ho bisogno di nulla,  signori;  - rispose il Romito,  - ma
    chiedo per altri che ha non bisogno, ma necessit; e,  come sono stato
    esaudito  dal Signore,  spero di essere esaudito da voi.  La madre del
    giovane risanato per virt dell'acqua miracolosa,   molto povera;  io
    vi  supplico di concedere a lei la propriet della sorgente,  affinch
    ella, vendendo l'acqua agli infermi, possa ricavarne un utile.
    - La tua domanda  esaudita,  - rispose  il  conte  Orlando,  -  e  la
    sorgente si chiamer la Buca del Tesoro. Questo nome che io le impongo
    significa  che  desidero  che  essa  sia un tesoro per la famiglia cui
    appartiene.
    Il Conte fece chiamare il notaio,  e venne  immediatamente  rogato  un
    atto  col  quale  riconosceva  propriet  della  vedova  Belli  e  dei
    discendenti di lei,  la sorgente miracolosa.  Il Conte e  la  Contessa
    tennero  parola e scrissero lettere ai loro parenti per informarli che
    a Chitignano si era trovata un'acqua che guariva molte malattie, e non
    dimenticarono di dire da chi e come era stata trovata. Peraltro, anche
    se non avessero scritto tante lettere, la notizia si sarebbe sparsa lo
    stesso,  perch non c'era chitignanese che non parlasse  del  miracolo
    con quanti di Chiusi,  di Rassina e anche di pi lontano s'incontrava,
    e incominci una processione di  malati  dal  Romito.  Gli  storpiati,
    quelli che avevano piaghe,  i malati inguaribili,  si facevano portare
    al prato di Casella, se non ci potevano andare con le loro gambe; e in
    tutto il Casentino,  e anche nella Valle Tiberina e in Val di  Chiana,
    non  si  parlava  d'altro  che  dei  miracoli del Romito e della virt
    dell'acqua di Chitignano.
    Ormai il bel prato  coperto  di  fiori,  nel  quale  il  Romito  aveva
    stabilito  la  sua  dimora  per  vivere  nella  solitudine e rivolgere
    l'occhio e la mente a Dio, era ogni giorno pieno di ammalati, di gente
    che implorava soccorso ai propri mali.
    Il vecchio era accasciato dalla fatica di visitare gl'infermi,  ma non
    si  lagnava  mai.   Sempre  sereno,  sempre  affettuoso,  consolava  i
    sofferenti con la parola,  se non poteva consolarli con la guarigione,
    e pregava sempre per loro.
    Intanto  la vedova e la sua famiglia non soffrivano pi le privazioni.
    Il conte Orlando aveva fatto  bandire  ovunque  che  chi  voleva  bere
    l'acqua della Buca del Tesoro,  dovesse pagare un tanto,  e i danari e
    anche i bei fiorini d'oro entravano in casa Belli ed  eran  convertiti
    in  campi  e  in vigne.  Anche la cappellina del Romito si ornava ogni
    giorno.  Francesco stesso aveva fatto fare per  quella,  da  un  abile
    pittore,  un  quadro  che rappresentava il sogno del Romito;  altri vi
    avevano recato voti d'argento,  lampade di finissimo  lavoro,  vasi  e
    candelabri.  Le donne che avevano riacquistata la salute, vi portavano
    i loro oggetti preziosi e ne adornavano una immagine  di  legno  della
    Vergine, che era stata collocata sopra un altare.
    Il  Romito  lasciava  che i doni affluissero alla cappellina,  ma egli
    pregava sempre prostrato sulla nuda terra,  davanti alla  rozza  croce
    costruita dalle sue mani e che egli ornava di fiori alpestri l'estate,
    e di rami d'abete l'inverno.
    Le  persone  cui  aveva  resa  la  salute,  vedendolo  ogni giorno pi
    macilento e pi curvo,  lo supplicavano di accettare qualche dono  che
    gli permettesse di ripararsi meglio dalle intemperie e di riposare pi
    comodamente;  ma  egli  rifiutava tutto quello che gli era offerto,  e
    rispondeva sempre:
    - La mia vita avr una durata limitatissima;  quello che ambisco  una
    cosa  tanto  elevata  che  per  ottenerla  posso  ben  sottopormi alle
    privazioni.
    E mentre cos parlava i  suoi  occhi  fissavano  il  Cielo,  mta  dei
    desideri e delle aspirazioni di quell'anima santa.
    Era  Pasqua,  e la contessa di Chitignano,  volendo onorare il vecchio
    tanto benemerito del paese,  aveva invitato tutti i suoi terrazzani  a
    una processione all'Eremo di Casella. Il popolo accorse anche da altri
    paesi all'appello della Contessa,  la quale,  salita su di una cavalla
    bianca e seguta da paggi e da  scudieri,  si  avvi  alla  testa  del
    lunghissimo  corteo,  che  camminava  cantando preghiere.  La Contessa
    portava alla cappella un ricco stendardo trapunto con le sue  mani,  e
    quelli che la seguivano recavano doni, voti e fiori.
    Quando  la  testa della processione sbocc sul viale,  si ferm,  e la
    contessa Sofia  dette  un  grido.  Disteso  in  terra  in  mezzo  alle
    ginestre,  alle  margherite,  ai  ranuncoli  e all'erbe aromatiche del
    prato, stava il vecchio,  col volto scarno come quello di un cadavere,
    e gli occhi, che avevano tanto pianto, vlti verso il cielo.
    La castellana scese e, avvicinatasi al vecchio, gli baci la mano, che
    gi pareva di cera, e gli disse:
    -  Santo  vecchio,  il  popolo  di  questi  luoghi  che  tu  hai tanto
    beneficato,     venuto  a  renderti  omaggio  e  a  pregarti  di  una
    benedizione. Vedi, eccolo che giunge.
    Il  Romito  alz  con  fatica  il capo,  e appoggiando il gomito sulla
    terra, prese a dire:
    - Madonna,   il Signore che vi manda e  manda  questo  popolo,  ed  
    questo  un nuovo segno della Sua grazia,  poich,  sentendomi vicino a
    morte,  io lo pregavo  che  mi  concedesse  di  fare  in  pubblico  la
    confessione de' miei peccati. Volete benignamente ascoltarla, madonna?
    Io, alleggerito da questo peso, morir contento.
    - Confessati pure, santo vecchio, - rispose la signora.
    E  a  un  cenno di lei tutto il popolo s'inginocchi sul prato con gli
    occhi fissi sul vecchio e gli orecchi aperti per raccogliere il debole
    suono che gli usciva di bocca.
    Dopo essersi fatto il segno della croce, il Romito prese a dire:
    - Non vi riveler il nome della  mia  famiglia,  perch  non  desidero
    pervenga ai miei discendenti notizia di me.  Da molti e molti anni, io
    sono morto per essi, e le maledizioni che potrebbero mandarmi e che ho
    meritate, forse mi offenderebbero anche nella tomba.
    - Dovete sapere che io  nacqui  nell'isola  di  Sicilia,  da  genitori
    nobilissimi e potenti. Mio padre per, giovane ancora, in guerra, e il
    fratello  primogenito  ed  io  rimanemmo  affidati alle cure di nostra
    madre.  Crescendo e udendo  ripetere  che  le  baronie  di  mio  padre
    sarebbero tutte passate nelle mani del fratello mio,  io fui preso per
    costui da  una  invidia  tremenda,  accresciuta,  forse,  da'  malvagi
    consiglieri,  i quali mi dicevano che io,  pi bello,  pi ardito, pi
    desto di mente e pi agile di corpo, avrei maggiormente figurato fra i
    signori della Corte del Re nostro,  e avrei saputo  difendere,  meglio
    che Roberto, i feudi paterni.
    - Ero ancora un fanciullo, e gi l'ambizione e il desiderio di dominio
    mi  torturavano  a  segno  tale,  da far tacere in me ogni affetto per
    colui  che  io  consideravo  come  l'usurpatore  dell'eredit  che  mi
    spettava.
    - Intanto Roberto aveva raggiunto la maggiore et,  ed aveva avuto dal
    Re l'investitura di tutti i feudi della mia famiglia.  Ritornato dalla
    Corte  baldanzoso  e  superbo,  ordin una giostra per misurarsi con i
    baroni pi prodi dell'isola.  Io ero da  lui  considerato  quanto  uno
    straccio,  e,  a tavola,  a caccia,  ovunque, ero sempre collocato nel
    posto peggiore. Di questo mi affliggevo molto, ma non ne facevo parola
    con nostra madre,  la  quale,  abbandonato  il  governo  dei  feudi  a
    Roberto,  passava  la  vita  ritirata nelle sue stanze,  in mezzo alle
    donne, occupata in lavori d'ago e in preghiere.
    - Giunse il giorno malaugurato della giostra,  e quei malvagi  che  mi
    avevano sempre incitato contro il fratel mio,  presero a dirmi che non
    dovevo lasciarmi sfuggire  quella  occasione  e  dimostrargli  che  lo
    vincevo in prodezza,  in valore, e che pi di lui ero degno di portare
    il titolo di duca.
    - Mi guardi il Cielo di accusare loro soli del  mio  peccato;  se  non
    avessero  trovato  in  me  un  uditore  compiacente,  se  la  perfidia
    dell'anima mia non  fosse  stata  loro  palese,  non  avrebbero  osato
    parlarmi in cotal maniera.  Stava a me a non prestare ascolto a quelle
    parole malvage, e purtroppo non seppi n volli farlo!
    - Da tutte le parti della Sicilia i baroni avevan risposto  all'invito
    del  duca  Roberto,  e il prato dinanzi al nostro fortissimo castello,
    che cinge tutta la cima di  un  alto  e  aspro  monte,  era  pieno  di
    cavalieri pronti a scendere nella lizza, coperti di ricche armature, e
    montati sopra corsieri impazienti.
    - In un palco,  eretto sul fondo del prato, stava mia madre, e aveva a
    fianco la fidanzata  di  Roberto,  la  contessina  Costanza,  bella  e
    riccamente  adorna  di  monili  gemmati,  poich  le nozze si dovevano
    celebrare il giorno successivo al torneo.
    - Roberto scese in campo,  e io,  nel vederlo,  mi sentii ribollire il
    sangue, perch le trombe lo salutarono e i baroni abbassarono la spada
    in segno d'omaggio.
    -  Corse  egli contro un barone e lo scavalc,  e mentre si formava di
    nuovo il campo,  mi presento io con  la  visiera  calata,  vestito  di
    un'armatura senza stemma,  e cavalcando un cavallo preso a prestito da
    un signorotto, che era fra i pi acerbi nemici del duca Roberto. Mi si
    domanda il mio nome;  io altero la voce  e  rispondo  che  non  voglio
    rivelarlo,  ma desidero misurarmi col Duca. Questi accetta l'inusitato
    invito;  corriamo,  io lo incalzo,  lo assalgo come un forsennato  per
    aver la soddisfazione di vederlo dinanzi a me per terra,  e ci riesco.
    Ma che vanto doloroso!
    - Roberto,  nel cadere,  era rimasto con un piede nella staffa,  e  il
    cavallo,   spaventato,  s'era  dato  a  correre  trascinando  seco  il
    cavaliere.
    - Accorsero i valletti a fermarlo;  i baroni circondarono il duca,  ma
    quando  gli  ebbero  sciolto il cimiero e slacciata la maglia,  il suo
    cuore non batteva  pi.  Vidi  mia  madre  cadere  svenuta,  la  bella
    contessina Costanza piangere,  ed io, preso dal rimorso, approfittando
    di quel momento di confusione,  mi diedi a fuggire gi  per  il  monte
    spronando  il cavallo a corsa precipitosa,  e non mi sarei mai fermato
    se l'animale,  a un certo punto,  non avesse rifiutato di andar oltre.
    Ormai il rimorso mi perseguitava e non avevo pi pace.
    - Entrai in una casa di contadini e domandai ricovero per la notte. Mi
    fu  concesso  in  una  capanna;  ma  appena mi fui addormentato,  cos
    vestito e armato come ero,  sopra un mucchio di fieno accanto  al  mio
    cavallo,  cui non avevo tolta la sella,  venni destato da un rumore di
    voci.  Aprii gli occhi e  vidi  intorno  a  me  molta  gente  in  atto
    minaccioso, che mi gridava:
    - Ecco l'uccisore di Roberto! Ecco il fratricida!
    -  Balzai  in  sella,  mi feci largo con la spada e corsi a precipizio
    nella campagna,  inseguto da quelle grida che mi giungevano al  cuore
    come una maledizione.
    -  Giunto  a  Messina,  volli  imbarcarmi  sopra una nave che andava a
    Reggio,  per fuggire l'isola,  sperando di fuggire il rimorso del  mio
    delitto.
    -  A  Messina incontrai quei malvagi che mi avevano incitato nell'odio
    contro il fratel mio,  i quali ad ogni costo mi volevano ricondurre al
    nostro   castello   dicendomi   che   io   non  dovevo  soverchiamente
    affliggermi,  poich non avevo ucciso mio fratello.  Se era morto,  lo
    doveva alla sua imperizia nel maneggiar l'armi e nello stare in sella,
    e che non era giusto che, per una fisima, io rinunziassi a ereditare i
    titoli e le baronie che mi spettavano.
    - Chiusi gli orecchi a quei suggerimenti e volli andarmene ramingo per
    il mondo a espiare il mio peccato.  M'imbarcai infatti,  e,  giunto in
    Calabria,  mi diedi a difendere i deboli contro i forti,  gli oppressi
    contro gli oppressori.  Ma non ero stato un giorno in paese,  che, per
    mia punizione, non venisse scoperto l'essere mio, e non fossi additato
    come l'uccisore di mio fratello.
    - Cos pellegrinai  fino  a  Roma,  cibandomi  scarsamente,  pregando,
    combattendo  per i miseri.  Quivi,  in San Giovanni Laterano,  feci la
    confessione generale dei miei  peccati,  e  il  buon  vescovo  che  mi
    assolse,  mi  disse di sperare nella misericordia divina e di far vita
    da eremita.
    - Ripresi quindi  il  pellegrinaggio  cercando  un  luogo  alpestre  e
    solitario,  vicino  a un paese dove potessi giovare in qualche modo al
    prossimo mio, e mi stabilii su questo prato.  Or sono quarant'anni che
    vi dimoro,  ed  quass che ho avuto la suprema consolazione di sapere
    che il mio peccato era perdonato.  Me ne sono accorto vedendo  che  il
    Signore  si    servito  di me per beneficarvi,  ed ha esaudito le mie
    preghiere.
    - Ora sono presso alla morte,  e  questa  confessione  spero  vi  sar
    d'esempio a non cedere alle passioni,  e a non dare ascolto ai cattivi
    suggerimenti.
    Il vecchio ricadde estenuato su quel tappeto di erbe aromatiche  e  di
    fiori,  e il popolo si affoll intorno a lui, piangente, per baciargli
    la mano e il saio.
    La contessa Sofia  fece  cenno  che  l'agonia  del  Romito  non  fosse
    turbata,  e ordin alla folla di pregare. E mentre tutti rivolgevano a
    Dio preci per il morente,  l'anima di lui si sprigionava dal corpo  e,
    accompagnata da quel coro unanime,  saliva lentamente al cielo. Allora
    avvenne un fatto non mai accaduto.  Si alz una brezza dolcissima e in
    un momento si videro turbinare nell'aria migliaia e migliaia di fiori,
    che andarono a coprire il corpo del santo Romito,  mentre su nel cielo
    tante e tante voci dolcissime cantavano: Osanna!  Quando  la  contessa
    Sofia,  a capo della processione,  torn piangendo in paese,  vide che
    non era pi la sola fonte detta Buca del Tesoro  che  gettava  l'acqua
    salutare,  ma  che  dal  terreno sgorgavano in molti punti delle fonti
    della stessa acqua.  Da quel tempo in poi Chitignano sal in rinomanza
    per  le  sue  sorgenti,  e quell'acqua ha sanato pi malati che non ci
    sono stelle in cielo e pesci in mare.

    La Regina tacque e Maso disse:
    - Mamma, avete fatto bene a raccontar questa novella. Non si sa mai se
    nell'anima di qualcuno dei bambini che vi ha ascoltata non vi  sia  la
    pianta   velenosa   dell'invidia.   Quest'esempio   baster   loro  ad
    estirparla, perch quel Romito, prima di giungere al prato di Casella,
    deve aver patito quanto Caino. Noi, se Dio vuole, - aggiunse guardando
    sorridente i fratelli,  - l'invidia non abbiamo mai saputo che  faccia
    avesse, e ci siam voluti bene davvero.
    -  E spero che ve ne vorrete anche quando io sar sottoterra,  - disse
    la Regina.
    - Fratelli, non  un miracolo che vi vogliate bene,  - salt su a dire
    la  Carola.  - Ma che non  una cosa rara di veder quattro cognate che
    van d'accordo pi che sorelle?  Scommetto che se giraste mezzo  mondo,
    non ne trovereste altre quattro come noi!  E ora tocca a te,  Cecco, a
    mettere in casa una  donna  buona,  e  che  sia  del  nostro  medesimo
    sentimento.  Moglie  la  devi  pigliare,  e di gusto tuo;  ma prima di
    prenderla guarda che sia davvero una donna come si deve.
    Cecco sorrise e non disse n s n no;  ma siccome  quel  discorso  lo
    noiava, rispose alla Carola che ne lasciava a lei la scelta.
    Durante questo discorso, Vezzosa s'era tirata da parte e adagio adagio
    aveva preso a leggere "Le mie prigioni".
    Cecco le si avvicin e le disse:
    -  Pigliate  pure codesto libro,  poich non  di quelli che mettono i
    grilli in testa;  anzi,   uno di  quei  libri  che  tutti  dovrebbero
    leggere.
    -  Grazie,  Cecco,  -  rispose  la  ragazza,  e  lo  nascose  sotto il
    grembiale.
    Quella sera,  nel percorrere il breve tragitto che separava il  podere
    dei Marcucci da quello del Vezzosi,  padre della bella ragazza,  i due
    giovani parlarono soltanto della  bont  d'animo  che  traspariva  dal
    libro  del  Pellico  fin  dalle  prime pagine.  Peraltro,  Cecco,  nel
    lasciare la Vezzosa, le disse:
    - A domenica, non  vero?
    - A domenica, - rispos'ella.







    Il teschio di Amalziabene.

    La domenica successiva era un tempo da lupi, una di quelle giornate in
    cui,  come si suol dire,  chi non ha casa la cerca;  ma  l'acqua,  che
    veniva gi a torrenti,  i fulmini,  i lampi, non trattennero a casa la
    Vezzosa.  Ella si gett sulle spalle il cappotto di  suo  padre,  apr
    l'ombrellone  d'incerato,  e se n'and al podere de' Marcucci.  Questi
    non aspettavano nessuno con quel tempo,  e quando la videro  giungere,
    l'accolsero ridendo e burlandola.
    - Guarda la bimba! Senza la novella non poteva andare a letto!
    La  Vezzosa,  come era suo solito,  divent in faccia come un tizzo di
    brace, ed evitando di guardare Cecco,  che non aveva unito la sua voce
    a quella dei fratelli e delle cognate, rispose arditamente:
    - S, e che male c' se le novelle mi piaccion tanto? Non val forse la
    pena di bagnarsi un po' per venire ad ascoltare la Regina?
    La vecchia sorrise a quel complimento,  e Maso, scherzando, disse alla
    ragazza:
    - Chi t'ha insegnato a esser tanto gentile?
    - Nessuno. Che si chiama gentilezza il dire la verit?
    - Via,  par che tu abbia il cuor di zucchero!  Eppure non eri cos  un
    tempo, e quando ti si dava il buon giorno rispondevi con le spallate.
    - Allora ero una bambina, e ora ho messo giudizio.
    - Via,  Maso, lasciala in pace. Perch la punzecchi sempre? La Vezzosa
     una brava e buona figliuola,  e se le si chiede un  piacere  non  si
    ricusa mai, - disse la Carola.
    - Non vedi che faccio per burla?
    - S,  lo so, - rispose la Vezzosa, - ma mi pare che si perda tempo, e
    c' la Regina che sta l ad aspettare che ci chetiamo  per  raccontare
    la novella.
    - Mamma, incominciate, - disse Cecco, che ci pativa a veder la Vezzosa
    alla berlina.
    La vecchia ripose in tasca il rosario e prese a dire:

    - Quando il beato san Francesco mor, lasci fra i suoi frati un certo
    Amalziabene,  un  mezzo santo anche lui,  il quale,  se non parlava ai
    pesci e agli uccelli e non  domava  le  fiere  come  il  poverello  di
    Assisi,  aveva  per  un  cuore  d'oro  e  si  sentiva  morire  quando
    incontrava dei bisognosi e non li poteva aiutare.
    Questo frate Amalziabene, dopo la morte di san Francesco,  se ne venne
    alla Verna,  attratto dall'asprezza del luogo, nel quale gli pareva di
    potersi dedicare meglio alla penitenza che in Assisi.  Quando  giunse,
    il  suo  nome era gi molto venerato,  e i frati lo accolsero con ogni
    sorta di riguardi, meno che il frate cuoco, certo fra' Gaudenzio,  che
    non seppe dire altro che queste parole:
    -  Padre  guardiano  cresciuto un frate.  Brodo lungo e seguitate!  -
    volendo significare che non si sarebbe messa pi carne in pentola  per
    l'aumento  di  fra'  Amalziabene e per conseguenza la minestra sarebbe
    stata meno saporita che al solito.
    Bisogna sapere poi che questo fra' Gaudenzio stava proprio in convento
    come un'anima nel purgatorio,  perch lui non aveva nessuna  vocazione
    di  diventar  santo;  e,  se non batteva il tacco e non buttava via la
    tonaca, era per evitare il capestro, perch a Firenze,  dov'era nato e
    cresciuto,  ne  aveva  fatta d'ogni erba un fascio,  e non vedendo pi
    scampo possibile,  dopo di avere  ucciso  uno  di  casa  Bardi,  aveva
    passato  la  Consuma  e  s'era  nascosto  alla Verna sotto il saio del
    frate.  Ma senza la paura di far quella morte sarebbe gi  passato  in
    Romagna o in Val di Chiana per andarsene a Roma, non per divozione, ma
    perch  in  quella  baraonda  c'era  pi speranza di campar bene senza
    tanta fatica.
    Per suo gastigo il Padre guardiano prima  di  accettarlo  fra  i  suoi
    frati zoccolanti,  gli aveva domandato, vedendolo rozzo d'aspetto, che
    mestiere soleva fare.
    - L'ortolano no, il fornaio no,  il falegname no,  il pittore meno che
    mai; il muratore neppur per ombra, - aveva risposto il fiorentino.
    - Sai fare il cuoco, fratello?
    - Il cuoco s, e son bravo! - esclam Gaudenzio.
    - Della tua bravura non ce ne importa,  fratello; - gli aveva detto il
    padre guardiano, - noi mangiamo frugalmente.  Va' in cucina,  dove c'
    un frate che soffre a stare al fuoco, e prepara tu il desinare.
    Fra'  Gaudenzio  non se l'era fatto dir due volte,  ed essendo infatti
    abilissimo nel cucinare,  perch era un ghiottone e aveva fatto  anche
    l'oste,  prepar subito un pranzo squisito ai buoni frati, i quali gli
    fecero anche troppo onore,  perch per il cuoco non ci rimasero  altro
    che gli ossi.
    -  Sei  contento  di  me,  Padre  guardiano?  -  aveva  domandato fra'
    Gaudenzio.
    - Anche troppo, fratello mio; anzi,  temo che tu solletichi il peccato
    della gola nei miei frati, - rispose il superiore.
    - Ho capito!  - pens fra' Gaudenzio,  - non bisogna avvezzarli troppo
    male.
    E da quel momento prese per s il primo brodo e i pezzi  scelti  della
    carne  nei  giorni  di  grasso,  e in quelli di magro si serb i pesci
    migliori e i legumi pi conditi.
    Per, nonostante che fra' Gaudenzio si facesse la parte migliore, pure
    la sua cucina piaceva tanto ai frati, che in poco tempo,  da quanto si
    nutrivano,  ingrassarono  tutti,  e  presero  a  volere un gran bene a
    quell'omaccione, che li faceva mangiare con tanto appetito.
    Cos stavano le cose quando capit alla Verna fra' Amalziabene,  e  fu
    ricevuto  dai  frati  con  tutto il rispetto che meritava il discepolo
    caro a san Francesco.  Giunse il frate  di  sera,  e,  poco  dopo,  la
    campanella suon per la cena;  ma appena fra' Amalziabene ebbe gustato
    le vivande preparate da fra' Gaudenzio, respinse il piatto e disse che
    cibi cos delicati e cos succolenti non si convenivano a' frati,  che
    avevano fatto voto di povert e vivevano di elemosine. Aggiunse che se
    il  poverello  d'Assisi  fosse capitato in quella casa e avesse veduto
    come mangiavano i suoi fratelli,  si sarebbe coperto la  faccia  dalla
    vergogna e avrebbe pianto.
    Il  Padre guardiano e i frati furono punti dal meritato rimprovero,  e
    si pentirono di aver ceduto al peccato della gola.
    Fra' Gaudenzio seppe tutto e ricev ordine di non  cucinare  per  otto
    giorni  altro  che  minestra di ceci sull'acqua,  e radicchio cotto in
    insalata.
    - Che c' venuto a far quass quel  frate  nemico  delle  consolazioni
    terrene?  -  brontolava fra' Gaudenzio,  e intanto i ceci brontolavano
    pi di lui nel paiuolo.  - Ci vuol ridurre tutti al  lumicino;  ma  il
    primo  a  fare una fine brutta sar lui.  Con quel viso giallo ci vuol
    altro che ceci e radicchio!
    Ben presto nel convento si  formarono  due  partiti;  quello  di  fra'
    Amalziabene  era  il  pi numeroso e si componeva di tutti i frati che
    avevano abbracciato la regola per  fede  del  Santo  fondatore  e  per
    desiderio  di meritarsi il Paradiso,  lasciando dietro a s esempio al
    popolo;  il partito di fra' Gaudenzio si componeva di tutti quelli che
    s'eran  fatti  frati per nascondere qualche marachella e campare senza
    fatica, pacificamente. E questi, che si lagnavano dei digiuni e non la
    intendevano di esser ridotti a quel magro cibo cui li aveva  costretti
    fra' Amalziabene, armeggiavano fra di loro per fargli dispetti tali da
    costringerlo  a  ritornare al convento di Santa Maria degli Angioli ad
    Assisi.
    Questi malcontenti bazzicavano in  cucina  da  fra'  Gaudenzio,  e  il
    fiorentino un giorno disse loro:
    - Sapete,  fratelli; io ho pensato di legare un gatto in un sacco e di
    metterlo sotto la finestra  di  fra'  Amalziabene  per  impedirgli  di
    dormire.
    - Ben trovata! - risposero i frati ridendo e stropicciandosi le mani.
    Infatti, mentre fra' Amalziabene e gli altri frati erano in coro, fra'
    Gaudenzio  rinchiuse un gattaccio spelacchiato e rabbioso in un sacco,
    e attacc questo a un chiodo fuori della finestra del frate. Dopo cena
    tutti andarono nelle celle,  e fra' Amalziabene  incominci  a  sentir
    miagolare. Si alz, cerc per la cella e, non vedendo nessun gatto, si
    coric;  ma  la  musica  non cessava e fra' Amalziabene si lev per la
    seconda volta,  apr la finestra e si accorse che  il  gatto  era  nel
    sacco. Con quella piet che gl'ispiravano anche gli animali, egli tir
    in casa il sacco,  lo sciolse e vide la povera bestia impaurita. Se la
    prese in collo,  l'accarezz e le fe' posto  accanto  a  s  sotto  le
    coltri.  Il giorno dopo il gatto seguiva fra' Amalziabene come avrebbe
    fatto un cagnolino,  e fra' Gaudenzio si mordeva le mani  per  avergli
    procurato una compagnia, invece che un tormento.
    La sera dopo,  fra' Gaudenzio, d'accordo coi congiurati, leg a' piedi
    della roccia sulla quale era costruita la cella di  fra'  Amalziabene,
    un  ringhioso  cane  di un pastore che era ospitato dai frati.  Questo
    cane abbai furiosamente tutta la notte e imped al frate di  dormire;
    ma  egli,  invece  di  muoverne  rimprovero  a qualcheduno,  il giorno
    seguente disse:
    - Stanotte ho potuto lungamente pregare e ne ringrazio chi ha posto un
    cane sotto la mia finestra.
    Fra' Gaudenzio si mordeva le mani.
    - Ma che cosa gli possiamo fare a questo frate per  farlo  fuggire?  -
    domandava ai compagni.
    Ma  questi  si  stringevano  nelle spalle e intanto si arrabbiavano di
    mangiar sempre la stessa brodaglia di ceci per minestra,  e la  stessa
    insalata di radicchio cotto per pietanza.
    -  Se non vuole andarsene vivo,  lo far portar via morto,  - disse un
    giorno fra' Gaudenzio.
    E,  senza aggiunger altro,  salito su di un certo abbaino  del  tetto,
    mentre gli altri frati erano a processione, cammin fin sulla cella di
    fra'  Amalziabene  e,  rimossi  che  ebbe  alcuni  tegoli  ed embrici,
    scoperchi in pi punti il soffitto per modo che l'aria fredda potesse
    entrare nella camera. Poi discese e disse:
    - Fra' Amalziabene  servito!
    Il giorno dopo,  l'esile e scarno fraticello incominci a  tossire,  e
    per una settimana si trascin fuori della cella con la febbre addosso;
    ma  poi  non  pot  pi  levarsi,  e  in  capo  a  pochi  giorni spir
    serenamente con gli occhi rivolti al cielo.
    I frati piangevano,  fra' Gaudenzio e i suoi partigiani si calarono il
    cappuccio  sulla  fronte  e si finsero afflitti,  ma invece eran tutti
    contenti che fra' Amalziabene avesse tolto loro l'incomodo.
    Il giorno stesso della morte del suo nemico,  fra' Gaudenzio  mise  in
    pentola un pezzo di carne invece dei ceci,  e il Padre guardiano,  con
    la mente rivolta al morto, non se ne accorse neppure.
    Pass qualche tempo,  e fra' Gaudenzio era  contentissimo,  perch  il
    Padre  guardiano  non gli diceva nulla e lo lasciava spadroneggiare in
    cucina.  Neppure  i  frati  fiatavano,  e  rimettevano  la  collottola
    mangiando buone minestre e arrosti migliori.  Un giorno,  per, mentre
    eran tutti a refettorio, il Padre guardiano fece chiamare il cuoco.
    - Fratello,  - gli disse,  - hai forse fatto un patto col Diavolo  per
    trascinarci tutti all'Inferno?
    - Perch? - domand fra' Gaudenzio.
    -  Gi  quel santo frate Amalziabene ci rimprover di aver ceduto alla
    gola e di trascurare i digiuni e le regole dell'Ordine, mangiando cibi
    grassi e ghiotti.  Sparito lui da questa terra,  tu hai ricominciato a
    cucinare  cibi  che  non  si  convengono a chi vive di elemosine ed ha
    fatto voto di povert.  Stanotte,  fra' Amalziabene mi    apparso  in
    sogno e mi ha rimproverato.  Dunque,  fratello, pensa di non espormi a
    nuovi rimproveri.
    Fra' Gaudenzio  torn  in  cucina  a  capo  basso,  umile  e  contrito
    d'aspetto,  ma fra i denti sfilava contro il morto una giaculatoria di
    bestemmie da far venir gi il convento.
    - Anche da morto mi perseguita,  quel nemico del benestare;  ma gliela
    voglio far io! - borbottava.
    Quel che voleva fargli non lo diceva. Aspett che tutti dormissero nel
    convento,  poi  scese  nel sotterraneo dove si collocavano i morti,  e
    trovato il cadavere di fra' Amalziabene gi interamente spoglio  della
    carne, ne prese il teschio, se lo port nella cella e ve lo nascose.
    Il  d  seguente  fra'  Gaudenzio  and l dove scorre un limpidissimo
    ruscello e,  lavato quel teschio con cura,  vi tolse con  un  coltello
    tutte  le  ossa  che  formano il viso,  cos che il rimanente serb la
    forma di un piccolo bacile;  poscia egli ritorn alle sue  pentole,  e
    mentre per il convento cuoceva ceci e fagioli,  fagioli e ceci, per s
    si cucinava starne,  lepri e tordi,  ai quali aveva imparato a dar  la
    caccia,  e poi,  per ispregio a fra' Amalziabene,  li mangiava nel suo
    teschio dicendo:
    -  Senti  che  buon  odore  di  cacciagione!   Vuoi  favorire?   Senza
    complimenti !
    La  cosa dur per alcuni giorni,  e fra' Gaudenzio era tutto felice di
    far quello spregio al suo nemico e di aver  trovato  mezzo  che  tutti
    facessero astinenza,  meno che lui, quando una mattina, che , che non
    ,  il Padre guardiano adun tutti i frati,  anche quelli addetti alla
    foresteria e alla cucina, e disse:
    - Fratelli,  qui si commette un sacrilegio.  Mi  apparso il poverello
    d'Assisi,  col viso lacrimante,  e mi ha detto: Fra'  Bonifacio,  non
    permettere  che  nel  luogo  dove  Ges  mi dette le sue stimmate,  si
    profani una cosa sacra. Dopo questo avvertimento, fratelli,  io vi ho
    adunati. Chi di voi  colpevole si accusi.
    I frati rimasero tutti a testa china e nessuno di essi si alz a dire:
    Il colpevole sono io!.
    E poich nessuno parlava, il Padre guardiano aggiunse:
    -  Se  il  colpevole  non  ha coraggio di accusarsi,  cessi almeno dal
    peccare. Fratelli, preghiamo per lui!
    A quell'invito, tutti congiunsero le mani sul petto, tutti chiusero le
    palpebre  in  segno  di  raccoglimento  e  tutti  pregarono,  anche  i
    partigiani di fra' Gaudenzio, tutti insomma, meno che lui.
    Dopo, la radunanza si sciolse e ognuno torn alle proprie occupazioni,
    compreso  fra'  Gaudenzio,  che  aveva  nascoste  certe  starne  in un
    panierino per accorrere alla chiamata del superiore,  e temeva che  il
    gatto gliele rubasse.
    Ma  nonostante  le  preghiere  dei  frati,  fra'  Gaudenzio continu a
    servirsi del teschio del morto come di una scodella,  e a ogni boccone
    ghiotto ripeteva il sacrilego detto:
    -  Senti  che  buon  odore  di  cacciagione!   Vuoi  favorire?   Senza
    complimenti !
    Passarono cos altri otto giorni senza che accadesse  nulla  di  nuovo
    nel  convento,  quando  una  sera  fra' Gaudenzio,  entrando nella sua
    cella,  ud un gran trambusto e vide  il  teschio  che  ruzzolava  sul
    pavimento.
    - E' pien di topi! - disse.
    E  preso  il  teschio  lo ripose nel nascondiglio e si coric.  Ma era
    appena entrato a letto,  che gli convenne rialzarsi,  e  credendo  che
    fossero i topi che facevano quel rumore, disse:
    - Ora vi servo io!
    Ma avea un bel dire che li avrebbe serviti: egli era al buio, e, prima
    che  avesse  battuto  l'acciarino  per  accendere  il lume,  il rumore
    continuava e fra' Gaudenzio si sentiva ora  addentare  un  piede,  ora
    tirar per la tonaca, ora mordere il naso.
    - Che topi impertinenti! - ripeteva, - or ora vi servo io!
    Ma  per  quanto  facesse  non riusciva ad accendere il lume,  e i topi
    intanto pareva che si moltiplicassero in  un  battibaleno,  perch  lo
    addentavano  in  ogni  parte  del corpo e non era a tempo a impedire i
    morsi e gli sgraffi.
    Mentre egli si lamentava dal dolore e,  scoraggiato,  aveva cessato  i
    tentativi per accendere la lucernina, vide a un tratto nella sua cella
    un  gran  chiarore,  che partiva dall'alto.  Alzati gli occhi,  scorse
    un'apertura nel tetto, e, affacciato a questa, un mostro con la faccia
    di drago e  la  gola  di  fuoco  da  cui  cadevano  a  migliaia  certi
    Diavoletti  piccoli,  neri  e pelosi,  con i denti lunghi e le granfie
    aguzze e che fra' Gaudenzio aveva presi per topi.
    Bench fosse un gran burlone e non avesse paura n di  Cristo  n  del
    Diavolo,  pure in quel momento fra' Gaudenzio non ebbe coraggio di far
    bravate e disse soltanto: E' finita!.
    - No,  - gli rispose  il  mostro,  cessando  un  momento  di  vomitare
    Diavoletti,  - non  punto finita, purch tu mi consegni il teschio di
    fra' Amalziabene, che nella tua cella non  ben custodito.
    - Prendilo pure, - rispose il frate.
    I Diavoletti pareva che non aspettassero altro che quel  permesso  per
    portarlo  su.  Lo  addentarono in cento,  poi spiegaron le ali e in un
    momento il teschio  fu  consegnato  al  mostro,  il  quale,  prima  di
    sparire, disse:
    - Tu mi rendi con questo dono un segnalato servigio, perch mi aiuti a
    fare un gran dispetto a quel Francesco d'Assisi, che quasi quasi mi ha
    portato via pi anime del Nazzareno stesso. Che cosa vuoi in compenso?
    - Sanit, lunga vita e un buon arrosto tutti i giorni.
    - E poi?
    - Nulla;  quando dovr morire portami pure all'Inferno,  purch non ci
    sia  fra'  Amalziabene  n  altri  che  predichi  di  mangiar  ceci  e
    radicchio.
    I  Diavoletti apriron l'ali ed uscirono tutti dall'apertura del tetto,
    lasciando nella cella un puzzo di zolfo cos forte che fra'  Gaudenzio
    dovette spalancare le imposte della finestra per non morir soffocato.
    Quell'apparizione del Diavolo in persona e di tutti i Diavoletti,  non
    gl'imped poco dopo di dormire saporitamente,  n di sognar l'arrosto,
    che si era assicurato vita naturale durante.
    Per  la  mattina  dopo  ebbe  una chiamata che gli fece arricciare il
    naso.  Un novizio and in cucina a dirgli che il  Padre  guardiano  lo
    aspettava.
    -  Che  vorr?  -  diceva  fra se stesso fra' Gaudenzio,  prendendo un
    aspetto umile per presentarsi al superiore. - Qui gatta ci cova!
    Fra'  Bonifacio  lo  attendeva  ritto  in  una  stanzetta  attigua  al
    refettorio,  e  appena lo vide lo squadr da capo a piedi come farebbe
    un giudice.
    - Fra' Gaudenzio,  chi non pu mentire n sbagliare mi ha detto che tu
    hai  commesso  un  sacrilegio;  dov'  il  teschio  del  glorioso fra'
    Amalziabene?
    Allorch Iddio domand a Caino che cosa aveva  fatto  del  fratel  suo
    Abele,  il  fratricida  non  ebbe maggiore spavento che fra' Gaudenzio
    quando si sent fare quella domanda a bruciapelo dal suo superiore.
    Trem, impallid e non ebbe fiato di rispondere.
    - Dico a te, fratello, - ribatt il Padre guardiano in tono fermo.
    - Sono forse un becchino,  io,  Padre reverendo?  Non mi muovo mai dal
    focolare  e  non  bazzico certo nelle tombe!  - rispose fra' Gaudenzio
    dopo un momento.
    - Le tue parole non significano nulla.  Io ti ho rivolto  una  domanda
    precisa,  perch il tuo sacrilegio mi  noto,  e voglio da te risposta
    eguale.
    - Io non posso darvene, Padre reverendo, perch non so nulla.
    - Ebbene,  va' nella tua cella e medita sul tuo peccato.  Da qui a tre
    giorni,  se  non  mi  avrai  detto  dov' il teschio del glorioso fra'
    Amalziabene, tu sarai cacciato dal convento.
    - Faccio la santa ubbidienza; ma dopo tre giorni, Padre reverendo,  vi
    dar  la  stessa  risposta  d'oggi;  e  intanto,  chi  cuciner per il
    convento?
    - Non ci pensare;  rifletti piuttosto sul tuo peccato e pntiti.  Dopo
    la  fondazione  dell'Ordine  nessun  frate ha meritato la pena che san
    Francesco stesso,  apparsomi in chiesa,  mi ha imposto  di  darti  per
    servire d'esempio agli altri.
    Fra'  Gaudenzio  non  fiat,  e appena fu nella sua cella incominci a
    tremare e piangere, dicendo:
    - Diavolo,  rendimi il teschio di fra' Amalziabene;  rendimelo,  te ne
    supplico, te ne scongiuro!
    Ma  il  Diavolo  non  gli  rispondeva,  e  fra' Gaudenzio continuava a
    piangere come una vite tagliata.  Era sgomentato  dalla  punizione  di
    esser  cacciato dal convento e di dover andar ramingo per il mondo,  e
    forse morir sulla forca.  In convento ci stava al sicuro,  e ora  cosa
    sarebbe accaduto di lui?
    - Povero me! - ripeteva.
    E  intanto  si faceva notte e nessuno si rammentava che egli non aveva
    mangiato dalla sera avanti. Per i frati era un reprobo,  un dannato al
    quale nessuno osava pi accostarsi.
    Quando  sul  grande  bosco  di  abeti e cipressi che circonda la Verna
    furono scese le tenebre,  fra' Gaudenzio cadde stanco di  sonno  e  di
    fame  sullo  strapunto;  ma  appena ebbe chiusi gli occhi vide un gran
    chiarore e,  alzando lo sguardo al soffitto,  scorse il drago  con  la
    gola di fuoco.
    -  Eccoti l'arrosto,  fra' Gaudenzio,  - disse il Diavolo lasciandogli
    cadere accanto un porcellin di latte,  di un bel color d'oro,  cotto a
    puntino, e che faceva gola soltanto a vederlo.
    - Non ne voglio del tuo arrosto,  Satana. Mi hai da rendere il teschio
    di fra' Amalziabene, se no son rovinato.
    Il Diavolo fece una risataccia e spar.
    L'odore che tramandava il porcellin di latte era tanto  appetitoso,  e
    la  fame  di  fra'  Gaudenzio era cos grande,  che,  senza pensare ad
    altro,  stacc una coscina e la mangi,  e dopo quella le altre tre  e
    poi la schiena,  la testa;  insomma,  a farla breve, in capo a un'ora,
    dell'arrosto del Diavolo non ci restavano altro che gli ossi, e quelli
    li mangi un gatto,  che aveva gli occhi che facevan lume,  e che  era
    entrato nella cella senz'aprir l'uscio.
    Ma  appena  fra'  Gaudenzio  ebbe  nello  stomaco  il  cibo  preparato
    nell'Inferno,  svan ogni timore  della  pena  promessagli  dal  Padre
    guardiano,  e  prov  molta  contentezza per avere fatto lo spregio al
    teschio di fra' Amalziabene.
    - Son contento,  - diceva stropicciandosi le mani.  - Cos quel  frate
    giallo  quando sentir sonare la tromba del Giudizio Finale,  si dovr
    arrabattare per ritrovare il suo teschio;  e se non va  all'Inferno  a
    cercarlo, rester senza!
    Dopo aver fatto quella buona cena,  fra' Gaudenzio si riaddorment,  e
    la mattina, nel destarsi,  prov desiderio che il termine assegnatogli
    dal Padre guardiano giungesse presto.
    - Ieri,  - diceva,  - sono rimasto davanti a lui tutto impappinato; ma
    quando m'interrogher gli sapr  rispondere  a  tono,  e  se  mi  vuol
    cacciare dal convento,  tanto meglio: l'arrosto me lo sono assicurato,
    e a procacciarsi il pane non ci vuol gran fatica.
    La sera,  alla solit'ora,  si spalanc di  nuovo  il  soffitto,  e  il
    Diavolo con la testa di drago gli disse:
    - Buona sera, fra' Gaudenzio.
    -  Buona  sera.  Tienlo  pure  quel  teschio  di frate,  io non so che
    farmene, - disse il cuoco.
    - Mi fa piacere che tu abbia messo giudizio,  - replic il Diavolo.  -
    Tanto  quel  teschio  non  te  lo  rendevo  n  con le buone n con le
    cattive. La sera, quando siamo tutti a cena nell'Inferno,  ci versiamo
    il  vino che,  in quel boccale,  acquista un sapore squisito.  Mangia,
    fra' Gaudenzio, e non ti far cattivo sangue.
    Nel dir cos lasci cadere nella cella una bella lombata  di  vitella,
    cotta a puntino,  che mandava un odore capace di risuscitare un morto;
    poi spar.
    Fra' Gaudenzio pens che quell'arrosto sarebbe  stato  anche  migliore
    mangiato  con  un  pezzo  di  pane  e  annaffiato  da un fiasco di vin
    vecchio,  e sapendo che a  quell'ora  tutti  i  fratelli  dormivan  la
    grossa,  and  in  dispensa,  prese il pane,  e poi scese in cantina e
    prese un fiasco di quel vino che serbavano per dir la messa. Ritornato
    in cella mangi l'arrosto fin all'osso,  e questo lo dette  al  solito
    gatto con gli occhi che facevan lume,  e dopo aver veduto il fondo del
    fiasco, si coric e dorm come un ghiro.
    Il giorno dopo si dest tardi, svegliato dal rumore del tuono. Si alz
    e stava al buio,  non osando aprire le imposte di legno,  quando sent
    avvicinarsi gente all'uscio della cella e bussare.
    Fra' Gaudenzio, che aveva messo il paletto, disse fra s:
    -  Per due giorni mi hanno dimenticato,  e se avessi aspettato la loro
    carit, sarei morto di fame; se ora si rammentano di me, vuol dire che
    mi preparan qualche brutto tiro;  tutto  sommato    meglio  lasciarli
    bussare.
    Il  rumore continuo del tuono rintronava tutta la cella,  e i bagliori
    dei lampi la illuminavano ogni momento;  ma fra' Gaudenzio  non  aveva
    paura  e  gongolava,  sentendo  che  di  fuori  continuavano a bussare
    all'uscio.
    Finalmente si fece udir la voce di fra' Bonifacio,  non pi  imperiosa
    come due giorni prima, ma supplichevole.
    - Apri, fra' Gaudenzio, per l'amor di Dio!
    -  Padre reverendo,  - rispose il frate facendo la voce debole,  - son
    due giorni che non ho preso cibo, e non ho forza di scender dal letto.
    - Dimmi,  fra'  Gaudenzio,  dove  hai  nascosto  il  teschio  di  fra'
    Amalziabene.  Non  senti  che  il  Cielo si scatena contro il convento
    perch accoglie un sacrilego?
    - Non sento nulla, - disse il frate ridendo.
    - Fra' Gaudenzio,  non ti ostinare nel diniego.  Gi tre fulmini  sono
    caduti sulla casa, ma per fortuna nessun fratello  morto. Dimmi dov'
    il teschio!
    Fra'  Gaudenzio si ricord di aver veduto un teschio in un sotterraneo
    della chiesa di San Salvadore,  che era in Valle Santa,  e  rispose  a
    fra' Bonifacio:
    -  Giacch  son  vicino  a morte,  voglio confessare il mio fallo;  il
    teschio  di  fra'  Amalziabene  lo  portai  nel  sotterraneo  di   San
    Salvadore, per avere una reliquia del nostro glorioso fratello.
    Fra'  Bonifacio,  appena  ebbe udito questo,  s'incammin salmodiando,
    sotto la pioggia battente,  alla testa dei suoi frati,  verso la detta
    chiesa, e, trovato il teschio nel luogo indicato dal cuoco, lo sollev
    da terra con grande venerazione e lo port con le sue mani nella tomba
    di fra' Amalziabene.
    Il temporale cess, e fra' Bonifacio pensava qual punizione infliggere
    al cuoco,  quando un frate and di corsa ad avvertirlo che il lato del
    convento dove era la cella di fra' Gaudenzio ardeva, probabilmente per
    la caduta di un fulmine.
    Il  Padre  guardiano  dimentic  in  quell'istante  tutto  il   giusto
    risentimento che nutriva verso fra' Gaudenzio,  e direttosi alla cella
    di lui, buss forte all'uscio, dicendogli:
    - Fratello, fa' uno sforzo e apri; le fiamme salgono sulla tua cella.
    - Lasciale salire, Padre reverendo, io non ho forza di muovermi.
    Allora di fuori i frati si diedero ad urtare con pali  contro  l'uscio
    per abbatterlo;  e fra' Gaudenzio,  che non vedeva le fiamme,  rideva,
    sentendo che si affannavan  tanto  per  salvarlo  mentre  non  correva
    nessun pericolo.
    Batti  e  batti,  l'uscio  alfine  ced,  e quando i frati stavano per
    penetrare nella cella,  videro il Diavolo con la testa di drago  e  la
    gola di brace,  che stava nel vano a impedire loro il passaggio.  Essi
    fuggirono spaventati, e in un momento le pareti della cella crollarono
    con gran fracasso e attorno al letto su cui giaceva fra' Gaudenzio, si
    form come una fornace ardente;  le  fiamme  salivano  dal  pavimento,
    penetravano  dalle  stanze  vicine  e gi il frate si sentiva ardere i
    capelli e la barba e scottare le carni.
    - E' questa la lunga vita che mi hai promesso?  - diss'egli al Diavolo
    in tono di rimprovero.
    - Se ti preme la vita, te la concedo eterna, - rispose Satana.
    - Ma l'arrosto? - domand fra' Gaudenzio.
    - L'avrai tutti i giorni.
    - Allora son tuo.
    Appena fra' Gaudenzio ebbe detto queste parole, si sent sollevato dal
    mostro dalla faccia di drago e dai Diavoletti, i quali formarono sotto
    a  lui  come una nube densa,  e dopo averlo spinto sopra al tetto,  lo
    trascinarono in un burrone profondo, che si spalanc per inghiottirlo.
    Il convento continu a ardere dal lato della cella di fra'  Gaudenzio,
    e  i  frati,  che si erano tutti rifugiati in chiesa a pregare,  e non
    avevan veduto come egli fosse stato portato via, credettero che avesse
    trovato la morte nelle fiamme.
    Per capirono che fra' Gaudenzio, prima di morire,  aveva ingannato il
    Padre guardiano,  perch il teschio portato in processione nella tomba
    di lui, fu trovato il giorno dopo sul praticello dinanzi alla cappella
    degli Angioli, e per quante volte lo collocarono accanto alla salma di
    fra' Amalziabene, per altrettante lo trovarono or qua or l, ma mai al
    posto ove lo mettevano.
    E qui la novella  finita.

    Intanto il temporale era cessato e la Vezzosa staccava gi, dal chiodo
    cui l'aveva appeso,  il cappotto del babbo,  per  tornarsene  a  casa,
    quando Maso le disse:
    - Aspetta che ti accompagnamo; due passi non ci faranno male: e poi ho
    da dire una cosa a tuo padre
    Un istante dopo tutti i Marcucci erano fuori con la Vezzosa, la quale,
    accostatasi a Cecco, gli disse:
    - Sentite, Cecco, ho da chiedervi un favore.
    - Dite pure.
    -  Me  lo  potete  lasciare  per  qualche  giorno quel libro di Silvio
    Pellico? L'ho letto gi ma non so staccarmene, e mentre mi fa piangere
    mi pare che mi renda pi buona  e  m'insegni  a  esser  tollerante,  e
    sapete se della tolleranza ne ho bisogno!
    - Tenetelo pure per sempre, - rispose il giovane. - Ma ad un patto.
    - Quale?
    -  Che  nel leggerlo pensiate a chi l'ha tanto letto prima di voi e ve
    l'ha dato.
    - Non dubitate, - rispose la Vezzosa.
    E siccome era giunta a casa sua, lasci i Marcucci a parlare col babbo
    e corse in camera.






    PARTE SECONDA.
    La Stella consolatrice.

    Dall'ultima serata in casa dei Marcucci,  quando la  Regina  narr  la
    novella del teschio di fra' Amalziabene,  sono passati quasi due mesi,
    e da quel tempo,  intorno alla vecchia nonna non si sono riuniti pi i
    nipotini  intenti,   n  gli  altri  bimbi  del  vicinato.  Il  luned
    successivo a quella domenica di pioggia,  la Regina  era  stata  zitta
    zitta,  e  alle  domande  di  Cecco  e  a quelle premurose degli altri
    figliuoli, aveva risposto che non era ammalata,  ma che quel tempaccio
    le metteva il freddo nell'ossa e la malinconia nel cuore.
    La sera, peraltro, and a letto pi presto del solito, senza cenare, e
    per due o tre giorni si alz, ma strascicava le gambe e non atteggiava
    mai la bocca al sorriso.
    Una  mattina  Vezzosa  capit  al  podere  di Farneta per domandare in
    prestito un po' di lievito per fare il pane,  e in  cucina  non  trov
    altri che la vecchia, che le parve cos malandata, in quel poco tempo,
    da  non  riconoscersi  pi.  A  lei non disse nulla e,  avuto quel che
    chiedeva,  usc;  ma imbattutasi sull'aia con Cecco,  che tornava  dal
    mulino, gli and incontro seria seria, dicendogli:
    -  Cecco,  mi  rincresce dirvelo,  ma vostra madre mi par che non stia
    bene.  Io vado a Poppi oggi a far qualche  spesuccia,  volete  che  vi
    mandi il dottore?
    -  Mandatelo,  ma  avvertitelo  che  non  dica che s' chiamato;  deve
    fingere di capitar da noi per caso,  perch la mamma non ha voluto che
    si chiamasse,  ed io,  nonostante che stia tanto in pena,  ho fatto la
    sua volont.
    - Non dubitate; poi stasera verr a vedere come sta! Povero Cecco!
    E non aggiunse  altro,  fuggendo  via  per  non  far  vedere  che  era
    diventata  rossa  rossa.  Il  medico era andato a visitare la vecchia,
    uniformandosi alle raccomandazioni della Vezzosa,  e le aveva  trovato
    un  po'  di  febbre;  ma  nulla  di grave per il momento.  Per quella
    febbriciattola  era  ricomparsa  tutte  le  sere  per  dieci   giorni,
    spossando interamente la Regina,  che non si alzava pi,  non mangiava
    nulla,  e ogni movimento le costava fatica.  Durante quella  malattia,
    Vezzosa, ora con un pretesto, ora con un altro, andava due o tre volte
    al  giorno  a visitare la malata,  e si sedeva accanto al capezzale di
    lei,  dalla parte opposta dove era seduto Cecco,  e non parlava  altro
    che a bassa voce per non affaticarla;  ma lo sguardo dolce che fissava
    sulla vecchia era una carezza al cuore del figlio.
    La Regina si riebbe con la stagione pi mite,  e fu una  festa  quando
    ricomparve  gi  in  cucina  appoggiandosi  da  una  parte  a  Cecco e
    dall'altra alla Vezzosa;  ma pass quasi tutto il carnevale prima  che
    si  riparlasse  di  veglie  e di novelle,  e soltanto la domenica dopo
    Berlingaccio, la Regina, che si sentiva bene, disse:
    - Stasera la volete, la novella?
    Un grido festoso,  mandato da una ventina di  bocche,  accolse  quella
    proposta, e si ud subito uno scalpicco e un rumore di sedie sospinte
    verso  il cantuccio del fuoco dove stava la vecchia.  La Vezzosa,  che
    dopo la malattia le era divenuta cos cara, prese posto accanto a lei;
    Cecco,  a poca distanza dall'altra parte del  camino,  e  la  vecchia,
    contenta  di  poter  divertire ancora la sua famiglia e i suoi vicini,
    incominci:

    - Dovete sapere che tanti,  ma tanti anni  fa,  viveva  ad  Arezzo  un
    celebre  armaiolo,  nominato  ser  Baldo.  Quest'uomo  era tanto abile
    nell'arte sua,  che i re,  i principi,  i duchi,  e quanti signori che
    erano  allora  in Italia,  volevano spade,  scudi,  pugnali e armature
    uscite dalle sue mani,  perch non soltanto sapeva fabbricar  lame  di
    acciaio  solide  e  forbite,  ma  le ornava d'impugnature di finissimo
    lavoro.  Quest'uomo era vedovo con  un  figlio  unico,  un  bellissimo
    giovanetto,  bianco  e  rosso  e  tutto  ricciuto che era un piacere a
    vederlo. Ora avvenne che ser Baldo aveva avuto commissione da un certo
    Forese degli Adimari,  ricco e potente fiorentino,  di fabbricare  per
    lui una spada e uno scudo con lo stemma di quel gentiluomo,  che era a
    fasce d'azzurro in campo bianco.  Quando ser Baldo accett il lavoro e
    la  caparra,  tacevano  per  un  momento  gli odi fra Firenze guelfa e
    Arezzo ghibellina, ma subito dopo questi odi si riaccesero,  e intanto
    messer  Forese tempestava di messi l'armaiuolo per avere la spada e lo
    scudo.  Ser Baldo,  che era uomo onesto,  aveva terminato gi da molto
    tempo il lavoro commessogli, ma non osava di mandarlo, perch se colui
    che  recava  a  Firenze  le armi fosse stato arrestato nel passare dal
    Casentino,  quelle armi sarebbero state prese,  e ser Baldo stesso  ne
    avrebbe  risentito  non  solo  il  danno di dover rifare la spada e lo
    scudo,  ma anche uno molto  maggiore:  quello  di  esser  trattato  da
    traditore e di venir rinchiuso forse in carcere.
    Ser  Baldo non era uomo di sentimenti guerreschi e non capiva le lotte
    fra citt e citt,  fra terra e  terra.  Da  giovanetto  era  stato  a
    imparar l'arte a Firenze;  poi aveva lavorato per guelfi e ghibellini,
    per bianchi e neri,  e l'unica cosa che gli stesse a cuore si  era  di
    superare gli altri armaiuoli con l'eccellenza dell'opera sua. Di animo
    mite,  egli componeva canti, mentre tirava in lamine sottili l'argento
    e l'oro, o con la punta del bulino fregiava di ornamenti le lame e gli
    scudi.
    Ma ogni volta che un messo  giungeva  da  Firenze  a  sollecitarlo  di
    rimandare lo scudo e la spada per messer Forese, il canto moriva sulle
    labbra  di  ser  Baldo,  e il figlio suo,  che lavorava accanto a lui,
    accorgendosi dell'angoscia del babbo,  cessava anch'egli di cantare  e
    lo fissava con occhio mesto.
    Un  giorno  il  giovine Piero vedendo suo padre con lo sguardo pensoso
    fisso sulla bellissima spada e sul ricco scudo del signore fiorentino,
    gli disse:
    - Giacch vi cruccia tanto di non poter consegnare quel lavoro, perch
    non lo affidate a me?  Nascondiamo questi due oggetti in un  carro  di
    fieno,  mi  vestir da contadino e li porter sani e salvi a Firenze a
    messer Forese.
    - E se ti scoprono, Piero mio?
    - Non dubitate; ho la lingua sciolta; e poi che delitto commetto?  Non
    sarebbe  forse  maggior peccato il non mantenere la promessa,  che non
    consegnare queste armi,  che il cavaliere non adoprer mai in  guerra,
    ma nei torneamenti, poich sono armi di lusso?
    -  Tu ragioni bene,  figlio mio,  e domani il carro e il fieno saranno
    provveduti.
    Ser Baldo mand subito per un suo contadino,  che stava poco  distante
    dalla fortezza,  gli ordin di portargli in citt un baroccio di fieno
    per il suo cavallo,  e la sera,  quando il baroccio  arriv,  lo  fece
    rimettere  carico  com'era nella stalla,  e nascose sotto i!  fieno le
    armi preziose.  Poi bened il figlio e lo guard dalla finestra mentre
    partiva, travestito da contadinello.
    Piero  guid  il cavallo fino a Poppi senza che nessuno badasse a lui;
    ma, giunto al ponte, fu fermato da due uomini d'arme, che gli dissero:
    - Dove vai, ragazzo?
    - Porto questo fieno a Stia,  - rispose Piero con voce sicura,  bench
    dentro di s tremasse.
    - Mi pare,  - soggiunse uno dei soldati, squadrandolo fisso, - che per
    portare il fieno abbiano scelto un giovinetto troppo bianco  e  troppo
    roseo; non saresti per caso qualche fiorentino maledetto?
    - Son casentinese,  e d'Arezzo,  e io non m'intendo n di Guelfi n di
    Ghibellini.  Faccio il mio mestiere e mi annoio  di  veder  le  strade
    impedite.  Anzi,  se  mi lasciaste andare per i fatti miei ve ne sarei
    grato, perch  quasi buio e fino a notte inoltrata non potr arrivare
    a Stia. Addio!
    E frustato il cavallo si allontan  cantando  come  chi  non  teme  di
    nulla.
    I  due  soldati ebbero per un momento l'intenzione di trattenerlo,  ma
    vedendolo cos allegro e indifferente, lo lasciarono andare.
    Aveva fatto appena un miglio,  quando Piero incontr una donna lacera,
    con due bambini attaccati alla sottana e uno in collo,  che gli chiese
    l'elemosina per l'amor di Dio.
    Piero ferm il cavallo ed ebbe tanta piet della donna, che le mise in
    mano due soldi, che erano allora una moneta che aveva assai valore.
    - Dio te ne renda merito, - disse la mendicante,  - e,  se la sventura
    ti coglie,  guarda sempre verso il Cielo,  sia di giorno o di notte, e
    se scorgi quella stella,  - e gliene indic una molto risplendente,  -
    non temer di nulla, che sarai salvo.
    Piero la ringrazi e frust il cavallo;  ma era appena giunto sotto il
    colle su cui s'erge Romena,  che non pi due,  ma dieci uomini armati,
    gli  si avvicinarono.  Uno di questi prese per la briglia il cavallo e
    lo guid per una viottola.
    -  Lasciatemi  proseguire!  -  esclam  Piero,  offeso  da  quel  modo
    prepotente di operare.
    - Taci,  - rispose il soldato,  - i nostri cavalli hanno fame e questo
    fieno  una benedizione del Cielo.
    Era notte scura,  e  Piero,  rammentando  quel  che  gli  aveva  detto
    poc'anzi  la  mendicante,  volse gli occhi al cielo e vide brillare la
    stella amica,  che gli aveva indicata.  Allora riprese coraggio e  non
    fiat.
    La  comitiva  armata  aveva  fatto appena pochi passi in quell'angusto
    sentiero che pareva conducesse al castello,  quando ad  un  tratto  si
    ferm.
    L'uomo  che guidava il cavallo scambi alcune parole con gli altri,  a
    bassa voce, e ad un tratto si sbandarono tutti per i campi.
    Piero non sapeva spiegarsi quella  fuga  precipitosa,  quando  scrse,
    poco  distante  dalla  testa  del  cavallo,  un  cavaliere  seguto da
    valletti e da uomini armati.
    - Che fai qui?  - gli domand il cavaliere,  che aveva in testa l'elmo
    piumato.
    - Messere,  - rispose Piero con la sua dolce voce,  - fui arrestato da
    una masnada che voleva rubarmi questo po' di fieno,  che mio padre  mi
    ha  dato da portare a un suo conoscente;  fui condotto qui,  ma io son
    diretto per altra via.
    - Volta briglia, ragazzo, e se tu incontrassi ancora dei mariuoli, di'
    che questo fieno  del signor di Romena, e nessuno oser toccartene un
    filo.
    - Grazie, messere, - rispose Piero e frustando il cavallo si allontan
    cantando:

    Era di maggio e ben me ne ricordo,
    Quando ci cominciammo a ben volere;
    Eran fiorite le rose nell'orto,
    E le ciliege diventavan nere;
    Le diventavan nere in sulla rama,
    Quando ti vidi e fosti la mia dama;
    Pass l'estate e gi casc la foglia...
    Di far teco all'amor non ho pi voglia.

    E cos cantando, Piero andava avanti, sempre avanti.
    Quando fu poco distante da Stia,  un vecchio in abito  di  pellegrino,
    gli s'accost e gli disse:
    - Ragazzo,  io sono stanco; tu canti, dunque vuol dire che sei forte e
    allegro. Vuoi farmi montar sul baroccio?
    - Volentieri, - rispose Piero,  - ma vengo di lontano,  ho ancor molto
    da  camminare e non voglio stancare il cavallo;  salite voi,  io me ne
    verr passo passo.
    Il vecchio non si fece pregare e,  salito sul baroccio,  si stese  sul
    fieno.  Era taciturno e cupo, e non disse una parola a Piero il quale,
    per ammazzare il tempo,  continu a  cantare  la  interrotta  canzone,
    trillando come un usignolo.
    Poco  prima  di  Stia il vecchio scese,  e accostandosi al ragazzo gli
    disse:
    - Fra poco t'imbatterai  in  alcuni  soldati  che  ti  condurranno  in
    prigione a Porciano;  se vuoi salvare lo scudo e la spada che ti preme
    di portare a Firenze, di' che sai curar la rogna. Eccoti un vasetto di
    balsamo e ungine la testa alla bella Matelda, figlia del Conte; addio!
    Nel sentire che il pellegrino  era  informato  di  quello  che  recava
    nascostamente nel baroccio, Piero rimase di sasso, e la sua bella voce
    non echeggi pi nella campagna silenziosa.
    Aveva  voglia  di tornare ad Arezzo,  invece che proseguir la via,  ma
    volto lo sguardo al cielo, vide brillar la stella,  e pieno di fiducia
    continu il viaggio.
    Quando ebbe oltrepassato Stia e si fu internato in un bosco, vide a un
    tratto  saltar  su  da  un fosso quattro uomini,  che gli fermarono il
    cavallo, gridandogli:
    - Che fai di notte per la strada?  Questa non    ora  di  portare  il
    fieno; che cosa rechi nascosto nel baroccio?
    - Quel che mi pare; - rispose Piero, - io non ho da render conto a voi
    de' fatti miei.
    - Non sai che siamo i soldati del conte di Porciano e che non lasciamo
    impunemente  passare chi reca roba o messaggi a quei ribaldi di guelfi
    fiorentini!
    - Io non lo sapevo, - rispose Piero. - Se volete frugarmi addosso,  io
    non  ho  nessun  messaggio  n per la Signoria n per altri;  questo 
    fieno del signor di Romena.
    - Baie!  Noi conosciamo tutti i terrazzani del Conte,  e il  messaggio
    puoi portarlo a voce;  si arma da ambe le parti, e bisogna premunirsi;
    tu verrai con noi. Avanti!
    Piero dovette ubbidire,  e poco dopo,  scortato dagli uomini del conte
    di Porciano,  pass sul ponte levatoio del castello.  Il baroccio e il
    cavallo furono posti in una stalla, e il ragazzo venne rinchiuso in un
    sotterraneo umido e buio,  dal quale non si scorgeva neppure un  lembo
    di cielo.
    - Non vedo la stella,   finita per me!  - mormorava il prigioniero. -
    Messer Forese non avr pi lo scudo n la  spada,  e  mio  padre  sar
    disonorato!
    In  quel  momento  non  pensava  pi neppure al balsamo.  Ma Piero era
    giovane,  e la stanchezza fu pi forte della sua  angoscia,  cos  che
    poco  dopo  dormiva  saporitamente  e in sogno gli pareva di vedere la
    stella, che lo guidava fino alla casa di messer Forese, una ricca casa
    poco distante da quella chiesa di San Giovanni,  che era nota anche in
    Casentino.
    Da  questo bel sogno Piero fu desto malamente con un calcio.  Apr gli
    occhi, balz in piedi e si vide davanti una delle brutte grinte che lo
    avevano arrestato la sera prima.
    - Vieni su, - gli disse aspramente. - Non recavi messaggio, ma qualche
    cosa di meglio, eh? - aggiunse,  e lo guid in una grande sala d'armi,
    col soffitto di legno e le pareti coperte di armature,  di spade, aste
    guarnite di gonfaloni, di scudi e di pugnali-misericordie.
    In quella sala,  sopra un seggiolone,  al quale si saliva per mezzo di
    quattro gradini,  sedeva un signore dall'aspetto fiero, col volto raso
    ed i capelli spioventi sulle spalle.
    Piero trem nel vederlo e trem ancora pi quando il conte di Porciano
    gli disse con voce aspra:
    - Tu sei molto giovane, ma molto astuto, mio bel ragazzino.  Chi ti ha
    data  quella  bella  spada e quel bello scudo per recare a uno di quei
    ribaldi degli Adimari?
    - Non posso dirlo, - rispose Piero.
    - Vedremo se dopo tre giorni di carcere tu mi darai una risposta  cos
    fiera! Legategli i polsi e i garetti e non gli date per cibo altro che
    il pane dei cani.
    Piero porse i polsi agli uomini di arme,  che si eran trattenuti sulla
    porta della sala, e usc a testa alta, senza dire parola.
    I suoi carcerieri lo rinchiusero nello stesso sotterraneo dopo avergli
    messo accanto una brocca d'acqua e una pagnotta di pane.
    Lasciamo il prigioniero alla sua solitudine e  torniamo  al  conte  di
    Porciano.  Dopo  che  il  signore  aveva  veduto  la  spada e lo scudo
    destinati a un fiorentino,  era stato tutto lieto d'avere impedito che
    quelle ricche armi giungessero a destinazione;  per non aveva pensato
    neppure a prenderle per s.  Egli non avrebbe mai potuto  scendere  in
    campo  con  quelle armi,  che non erano spoglie di guerra.  Bens egli
    sperava, facendo parlar Piero,  di scoprire una congiura a danno della
    famiglia Guidi,  che era anche la sua, e a danno di tutti i ghibellini
    del Casentino,  che opponevano tanta  e  cos  fiera  resistenza  alla
    Signoria fiorentina.
    Quando  vide  che  Piero  si  rinchiudeva nel silenzio,  il signore di
    Porciano si turb, ma non per questo si perdette d'animo. Il soggiorno
    nella carcere era  abbastanza  penoso,  e  se  quello  non  bastava  a
    scioglier  la  lingua al ragazzo,  c'era la minaccia del trabocchetto,
    che aveva reso arrendevoli molti uomini forti,  ed avrebbe certo fatto
    parlare quel ragazzetto dal viso di femminuccia.
    Il  Conte  attese quindi alle consuete occupazioni,  cupo e accigliato
    come sempre,  e la sera se ne stava nell'ampia  sala  ascoltando  fra'
    Odone,  che  gli  parlava  di  fare  intraprendere alla bella contessa
    Matelda un pellegrinaggio alla Verna, per ottenere la guarigione della
    terribile malattia che le  aveva  fatto  cadere  i  morbidi  e  lunghi
    capelli,  quando  entr  in  sala  un  valletto ad annunziargli che il
    signor di Romena chiedeva di essere  ammesso  nel  palazzo.  Il  Conte
    ordin che fosse subito introdotto,  e poco dopo un rumore di ferro si
    udiva nel corridoio, e si presentava sulla soglia, col morione piumato
    in testa, il bel conte Alessandro.
    Il vecchio signore si alz per muovere incontro al cugino; il valletto
    che lo aveva scortato si ritir,  e il frate Odone and in fondo  alla
    sala per lasciar liberi i due signori.
    -  Cugino,  -  disse il conte Alessandro di Romena,  - un pellegrino 
    venuto oggi a dirmi di aver veduto buon  numero  di  fiorentini  verso
    Montemignaio.  Sono venuto ad avvertirti affinch domani muoviamo loro
    incontro prima di lasciarli scendere al piano.  Fa' vegliare  sul  tuo
    palazzo e lascialo in buone mani,  poich alla testa dei fiorentini vi
     quell'anima dannata di Forese degli Adimari.
    - Forese, hai detto?
    - Egli appunto; sai bene che non vi  fiorentino pi crudele di lui, e
    dove passa, brucia, trucida e ruba;  un vero flagello.
    - Che mi si conduca il prigioniero!  - ordin il conte di Porciano  al
    valletto,  che attendeva sulla porta; e in breve raccont al cugino la
    cattura fatta dai suoi.
    Pochi minuti dopo Piero era condotto nella sala e vi entrava con passo
    fiero,  con la testa alta.  Il conte di Romena lo riconobbe e gli fece
    un lieve cenno del capo. Piero s'inchin.
    - Vuoi parlare?  - gli domand il conte di Porciano.  - Chi ti ha dato
    quelle armi per portare a Forese degli Adimari?
    - Non posso dirlo,  signore,  - rispose con tono fermo Piero.  - Io vi
    giuro che non sono un cospiratore,  vi giuro che non voglio nuocere ad
    alcuno.  Mi sono stati confidati quei  due  oggetti  da  consegnare  a
    Firenze. Io non so altro.
    -  Ma  il nome,  il nome di colui che te li ha affidati!  - esclam il
    vecchio signore.
    - Non posso rivelarlo.  Non sono gentiluomo,  ma  so  che  un  segreto
    bisogna serbarlo anche a costo della vita.
    - Bada,  ragazzo,  tu mi spingi agli estremi.  Nel mio castello c' un
    trabocchetto profondo,  tutto rivestito di acutissime punte di  ferro;
    se non parli io ti far precipitare l dentro,  - disse il vecchio col
    volto acceso di collera.
    - Quando nascosi la spada e lo scudo fra il fieno  sapevo  quello  che
    facevo,  signore, e sapevo anche che andavo incontro alla morte; n mi
    spaventa.
    - Ma non sai che i fiorentini sono scesi  nel  Casentino  e  che  alla
    testa di quei ribaldi c' appunto Forese degli Adimari?
    - Se lo avessi saputo, signore, invece di affrontare il viaggio, avrei
    atteso  che  egli fosse venuto a prendere le sue armi;  ma io non sono
    stato educato nei castelli;  vivo lavorando e non so quando si arma  e
    quando si preparano invasioni.
    - Parla subito!
    - Non posso, - rispose il fanciullo.
    - Allora al trabocchetto! - grid il Conte infuriato.
    Il signor di Romena s'interpose dicendo:
    - Cugino,  calma il tuo risentimento e, prima di condannare alla morte
    questo ragazzo caparbio, mostrami le armi che egli aveva celate tra il
    fieno; forse quelle armi mi riveleranno quello che egli non vuol dire.
    Le armi erano appoggiate da un lato della  sala,  e  appena  Piero  le
    vide,  sorrise come se gli stesse dinanzi persona amica e cara, poich
    esse gli rammentavano i  lieti  giorni  trascorsi  nella  bottega  del
    padre,  tirando  lamine di sottil metallo o forbendo armature,  mentre
    ser Baldo lasciava la briglia alla fantasia e cantava le belle canzoni
    d'amore o di guerra.
    Il conte di Romena esamin lo scudo e  poi  la  spada,  provandone  la
    punta, ammirandone gli ornamenti da buon conoscitore, e quindi disse:
    -  Questa  spada  mi ha parlato infatti,  e mi ha detto che esce dalla
    bottega di ser Baldo d'Arezzo,  il pi abile armaiuolo che io conosca.
    Non  vero, giovinetto?
    Piero  taceva  e  dalle  finestre  aperte  della sala fissava la bella
    stella indicatagli dalla mendicante.
    - Dico a te,  sai?  - ribatt il conte Alessandro.  - Non  forse  una
    spada di Baldo, questa?
    - Pu darsi, - replic Piero, - se essa non vi dice altro,  segno che
    sa al pari di me serbare un segreto.
    -  Tu  sei un testardo!  - esclam il conte di Porciano,  - ed io sono
    stanco di tollerare la tua insolenza. Torna dunque in prigione,  e tu,
    Frate,  dirai  la  messa  a giorno;  il condannato l'ascolter fino al
    "Pater" e quindi  sar  gettato  nel  trabocchetto.  Se  Forese  degli
    Adimari vuol la sua spada, deve venirla a prendere fra queste mura.
    -  Mi dispiace di morire senza aver guarito la bella contessa Matelda,
    - disse Piero impavido;  e senza aggiungere altro si diresse verso  la
    porta, dove era la scorta per riaccompagnarlo in prigione.
    Mentre usciva, il conte di Porciano disse:
    -  E'  astuto quel furfante!  Voleva acquistar tempo,  col pretesto di
    curare Matelda,  sperando forse nell'aiuto dei fiorentini;  ma io  non
    sono cos da poco per credergli. All'alba morr.
    -  Signore,  -  osserv  a  voce  bassa  fra' Odone,  - di qui non pu
    fuggire;  perch non gli date tempo  di  provare  la  cura  su  vostra
    figlia?
    Il vecchio alz le spalle senza rispondere e il conte di Romena,  dopo
    aver cenato col cugino,  usc  dal  palazzo  per  andare  in  tutti  i
    castelli dei suoi congiunti a dar l'allarme.
    Dopo  che  la  contessa  Matelda  era  stata  colpita  dalla terribile
    malattia che l'aveva privata dei  lunghi  e  morbidi  capelli,  viveva
    ritirata nelle sue stanze senza mostrarsi pi a nessuno, e piangeva di
    sovente  pensando che a lei non avrebbero mai arriso le gioie di sposa
    e di madre,  perch nessuno avrebbe pensato a unirsi con  una  ragazza
    colpita da una infermit come quella.
    Ogni  sera  fra'  Odone andava da lei dopo cena,  e mentre le donne di
    Matelda  trapuntavano  ricchi  tappeti  e  gonfaloni  di  seta,   ella
    ascoltava  la  lettura della vita dei Santi che il Frate le faceva,  e
    intanto alluminava messali e copiava libri di orazione.
    Il conte di Porciano non sapeva  leggere,  ma  Matelda  era  dotta  in
    latino, e scriveva come un maestro.
    Quella sera il Frate, invece di leggere, la intrattenne dei casi della
    giornata,   e  le  narr  che  il  prigioniero  aveva  detto  che  gli
    rincresceva di morire per non poter guarire Matelda dalla malattia che
    l'affliggeva.
    - Fra' Odone, quel prigioniero non deve morire! - esclam Matelda.
    - Voi conoscete il Conte;  non gli  far  la  grazia,  neppure  se  lo
    supplicate voi, cui vuol tanto bene.
    - Fra' Odone, bisogna salvarlo. Fate gettare nel trabocchetto un cane,
    ingannate mio padre, ma salvate il prigioniero. Se guarisco, mio padre
    vi ringrazier.
    - E se non guarite?
    Matelda stette un momento soprappensieri e poi rispose:
    - Ho fede e guarir. Voglio subito vedere il prigioniero.
    Le  donne di Matelda chiamarono il carceriere,  e questi accompagn la
    Contessa nel buio sotterraneo,  rischiarandole la via con  una  torcia
    accesa che teneva in mano.
    La  chiave  fu  introdotta nella serratura,  fu tirato il catenaccio e
    Matelda vide il fanciullo bello e roseo  inginocchiato,  con  le  mani
    congiunte in atto di preghiera.
    - Fanciullo,  - gli disse la castellana,  - ti sei vantato assicurando
    che mi avresti guarito dal mio male.
    - Madonna, io ho qui un balsamo: provatelo.
    - Se tu avrai detto il vero, ti strapper alla morte.
    - Non credo che da qui all'alba l'infermit possa  esser  guarita;  ma
    chi  sa:  Iddio  vede  la  mia  innocenza  e  forse  operer per me un
    miracolo.  Eccovi il balsamo,  e se un giorno voi riavrete i  capelli,
    nel lisciarveli pensate a Piero.
    La  contessa  Matelda  prese il vasetto che le porgeva il giovinetto e
    disse:
    - Tu non morrai, neppure se Iddio non operer il miracolo; conta su di
    me.
    La bella contessa Matelda  usc  dalla  prigione,  e  Piero  cadde  in
    ginocchio e preg ardentemente. A un tratto gli parve che la sua cella
    s'illuminasse,  e  volgendo  lo  sguardo  al  soffitto  vide la stella
    splendente, e fu consolato; ma non per questo cess di pregare.  Di l
    a poco,  senza che la pesante porta girasse sui cardini, scrse, ritta
    dinanzi a s,  la mendicante del ponte di Poppi,  non pi  con  i  due
    bambini attaccati alla sottana, ma sola e circonfusa di luce. La dolce
    visione gli disse:
    - Spera, Piero; io non ti abbandono, - e spar.
    Piero,  ancor pi consolato, riprese a pregare, e in capo a un'ora gli
    comparve il pellegrino,  non pi cadente e appoggiato sul bastone,  ma
    circonfuso  egli  pure  di  una  luce  soave  e pi mite di quella che
    avvolgeva la donna.
    - Il balsamo gi opera il miracolo,  Piero,  spera!  -  gli  disse,  e
    spar.
    Nel sotterraneo umido e buio rimase,  dopo quelle due apparizioni,  un
    profumo di rose e di gigli,  come si sente in chiesa durante il maggio
    fiorito;  ma Piero neppure dopo quelle assicurazioni cess di pregare.
    Gli pareva impossibile che qualcuno lo potesse salvare,  e le sinistre
    parole del Conte gli risuonavano sempre all'orecchio.
    A un tratto sent aprire la porta della prigione,  e due uomini armati
    lo condussero alla cappella dove frate Odone, pallido e sconvolto, era
    pronto a dir la messa.
    Una lampada e due ceri accesi davanti a  una  immagine  della  Madonna
    illuminavano  debolmente  la piccola chiesa.  Piero pregava ancora con
    gli occhi fissi nel volto della Vergine,  e si  raccomandava  che  gli
    desse  aiuto  per  morire da forte,  quando al solito vide brillare la
    stella consolatrice sulla testa della immagine santa.
    La messa era giunta al "Pater," e affinch il  condannato  non  avesse
    l'assoluzione dei peccati fu condotto via,  venne bendato e spinto nel
    trabocchetto, che fu richiuso sulla testa dell'infelice.
    Ma questi,  invece di sentirsi lacerare le carni da centinaia di  lame
    aguzze,  conficcate  torno torno a quel pozzo profondo,  e precipitare
    gi,  si trov mollemente adagiato sopra un mucchio di fieno  odoroso.
    In  quel  momento  ud  delle  grida  al  disopra della sua testa,  il
    trabocchetto fu riaperto e la bella contessa  Matelda  si  affacci  a
    quell'apertura, gridando:
    - Piero ! Piero !
    Il giovinetto rispose con voce allegra, che era vivo e sano.
    Allora,  per ordine di Matelda,  furono calate delle funi. Piero torn
    sul prato,  e con sua grande meraviglia  vide  due  lunghe  trecce  di
    capelli morbidi scendere sulle spalle alla bella castellana.
    La  stella  consolatrice  splendeva  pi  che mai nel cielo imbiancato
    dall'alba.
    Al fianco di Matelda era anche il Conte.
    - Sei protetto dal  Cielo,  -  disse  questi  vedendolo  risalire  dal
    trabocchetto,  -  e  non  puoi essere un traditore.  Chiedi quello che
    vuoi.
    - Domando, signore,  - rispose Piero,  - che mi rendiate la spada e lo
    scudo,  e  quando  li avr consegnati a messer Forese,  vi prometto di
    tornare qui e fabbricarvi due oggetti perfettamente simili.
    - Va' e torna presto.
    Piero non ebbe bisogno  di  nascondere  le  armi  nel  fieno.  Sal  a
    cavallo,  e,  con un salvacondotto del conte di Porciano, pass immune
    in mezzo ai soldati,  che si riunivano in ogni  parte  del  Casentino,
    chiamati dal signore.
    La   sera   stessa   il   giovinetto  incontrava  i  fiorentini  verso
    Montemignaio e consegnava a messer Forese la spada e lo scudo.
    Di ritorno a Porciano scrisse al padre di raggiungerlo,  e fra tutti e
    due  lavorarono  alla  spada  e allo scudo del vecchio Conte e intanto
    rifecero maglie,  forbirono pugnali e riaccomodarono tutte le armi che
    dovevano servire alla difesa del castello.
    Il vecchio Conte prese tanto affetto per Piero, e Matelda lo ascoltava
    cos  volentieri  quand'egli  cantava  sul  liuto la canzone delle sue
    avventure,  che non sapeva pi staccarsi  da  lui.  Anzi,  il  vecchio
    ottenne   per   Piero,   dall'Imperatore,   il  titolo  di  Conte,   e
    l'investitura di Porciano, che gli trasmise alla sua morte. Matelda lo
    accett per isposo, e volle che allo stemma dei Guidi,  fosse aggiunta
    una  stella.  Ora,  del  palazzo  di  Porciano rimangono le torri e la
    porta, ma che il trabocchetto vi fosse,  cosa incerta.

    - E ora che la novella  finita, io vado a letto,  perch sono stanca,
    - disse la Regina.
    Quella  sera  Cecco  non  accompagn a casa la Vezzosa,  perch doveva
    andar col baroccio a Firenze;  ma ella dopo poco che era a  letto  ud
    cantare da lontano:

    A sentir la mia voce io spero, o bella
    Io spero ben che t'abbia a rallegrare;
    Mando invece di me la mia favella,
    Perch gli  tardi e mi conviene andare;
    Non t'adirar perch non sia venuto,
    S'io non posso venir mando un saluto;
    S'io non posso venir mando un sospiro,
    Ti do la buona notte e mi ritiro.
















    Il Diavolo alla festa.

    La  domenica  successiva a quella in cui la Regina aveva raccontato la
    novella della Stella consolatrice, ricorreva la Pentolaccia, e in casa
    Marcucci avevano fatti grandi preparativi per festeggiarla. Nel centro
    della cucina era stata appesa al soffitto una pentola incrinata, piena
    di noci,  di nocciole,  di castagne secche e di  confetti,  che  Cecco
    aveva riportati da Firenze,  e dopo,  uno alla volta, grandi e piccini
    dovevano bendarsi e con una pertica  cercar  di  rompere  la  pentola,
    affinch quel che v'era dentro cadesse e tutti si gettassero per terra
    per  acchiappare frutte e dolci.  Questo divertimento doveva precedere
    la novella,  per farlo  godere  anche  alla  Regina,  che,  dopo  aver
    raccontato, era stanca e se ne andava a letto.
    Quella sera la Vezzosa non giunse sola a casa Marcucci. Era imbrancata
    fra  molte  ragazze  e  cercava  di  rimanere  in mezzo a loro per non
    trovarsi a parlare da sola a solo  con  Cecco.  Dopo  che  egli  aveva
    cantato, partendo, quel rispetto, la Vezzosa lo evitava, e Cecco se ne
    accorgeva bene e voleva avere una spiegazione con lei; ma l'altra, pi
    furba, riusciva a non dargli questa soddisfazione. Fu lei che si bend
    per  la  prima  e  almanacc  un  pezzo con la pertica in mano,  senza
    giungere mai a toccar la pentola, e Cecco la metteva in canzonella per
    incitarla  a  continuare  quel  giuoco;   ma  per   quanto   ella   si
    arrabattasse,  non  riusciva  a  nulla.  Alla  fine  si lev la benda,
    dicendo:
    - M' venuto a noia di stare a occhi chiusi;  chi  pi bravo di me si
    faccia avanti.
    La Carola si volle provare,  ma neppur lei colp nel segno;  allora si
    fece avanti Maso,  che era alto e forte,  e con pochi colpi la pentola
    cadde in mille bricioli,  e una pioggia di frutta secche e di confetti
    si rivers sul pavimento.
    - Bravo! Bravo! - urlarono da tutte le parti.
    Cecco era stato svelto a chinarsi e raccattare i confetti, e quando ne
    ebbe fatto una manciata, li present alla Vezzosa, dicendole:
    - Mangiateli e siate meno amara!
    - Come sarebbe a dire?
    - Nulla... vi dico che li mangiate, ch un po' di dolce in bocca e nel
    cuore fa piuttosto bene.
    La Vezzosa era diventata pallida,  ed  ora  era  lei  che  voleva  una
    spiegazione da Cecco, per quelle paroline velate che le aveva detto.
    -  Lo so,  - rispose l'artigliere,  - che vi siete avuta a male perch
    domenica cantavo quel rispetto; ma,  che volete,  quando passo da casa
    vostra mi verrebbe sempre voglia di cantare.
    Qui tacque, perch gli parve di aver detto troppo; e si chin di nuovo
    per disputare ai bambini i regali della Pentolaccia.
    Quando  sul  pavimento  non  rimase pi neppure una castagna secca,  i
    ragazzi,  con le tasche piene,  si fecero accanto  alla  vecchia,  che
    prese a dire:

    - Al tempo de' tempi, quando Ges Cristo e la Vergine Maria scendevano
    di tanto in tanto a visitare il Casentino,  e ci eran pi cappelline e
    croci sulle strade maestre  che  ville  e  osterie,  vivevano  su  nel
    castello di Papiano,  due giovanetti di casa Guidi, cos belli, che la
    madre loro non avrebbe potuto  scambiarli  con  nessun  cavaliere  del
    mondo.
    Il  maggiore  di  questi  signori  avea  nome  Tendegrimo e il secondo
    Tegrimo;  il primo aveva sedici anni,  e il  secondo  quattordici.  La
    contessa  Costanza  aveva  fatto  loro  insegnare  tutto  ci  che  si
    conveniva a giovani di gentil sangue,  e anche a  scrivere  ed  a  far
    versi,  tanto  in  latino  quanto  in italiano.  Tuttavia essi avevano
    approfittato diversamente di quegli  insegnamenti,  perch  Tendegrimo
    era  buono  e  pronto  a  soccorrere i bisognosi,  e il denaro non gli
    rimaneva a lungo nella scarsella,  come  il  risentimento  nel  cuore;
    mentre  Tegrimo era avaro,  e,  se riceveva un'offesa,  non aveva pace
    finch non si era vendicato.
    Il padre loro era morto quando erano  ancor  piccini,  e  la  contessa
    Costanza li aveva tenuti presso di s;  ma quando furono grandi, pens
    che era tempo di mandarli alla Corte del padre suo, che era signore di
    Ravenna,  e dal quale potevano imparare tutto ci che si addiceva agli
    uomini di nascita nobile.
    Un giorno,  dunque, dopo aver donato a ciascuno dei due figli un abito
    nuovo ricamato con le sue mani e foderato di  vaio,  una  borsa  piena
    d'oro,  un buon palafreno e una scorta numerosa,  la madre li bened e
    disse loro di mettersi in viaggio per la Romagna.
    I due fratelli partirono,  tutti lieti di veder nuovi  paesi.  I  loro
    cavalli   camminavano  lesto,   e  dopo  due  giorni  avevano  varcato
    l'Appennino e si trovarono in contrade di aspetto diverso e di diversa
    vegetazione.
    Una mattina,  mentre traversavano un  crocevia,  scrsero  una  povera
    donna,  seduta  a  pi  di  una  croce,  che si nascondeva il viso col
    grembiule.
    Tendegrimo, che aveva il cuore buono, si ferm per domandarle che cosa
    aveva,  e la poveretta gli rispose di aver perduto da poco un  figlio,
    il  quale  era  l'unico  appoggio  che le restasse al mondo,  e che si
    trovava abbandonata alla carit dei cristiani.
    Il giovanetto s'intener,  ma il fratello minore,  che s'era fermato a
    pochi passi, gli disse con piglio di canzonatura:
    -  Non prestar fede,  Tendegrimo,  a tutto quello che ti dice la prima
    venuta!  Scommetto che quella donna ha scelto questo luogo  dal  quale
    passano molti viaggiatori, per fare miglior bottino.
    - Chtati,  fratello mio,  - rispose Tendegrimo, - chtati per carit!
    Le tue parole la fanno pianger di pi. Non vedi che la misera ha l'et
    di nostra madre, che Iddio ci conservi, e che inoltre le somiglia!
    Poi si chin verso la mendicante e, porgendole la borsa, aggiunse:
    - Tenete,  poveretta,  io non posso  far  altro  che  soccorrervi,  ma
    pregher Iddio che vi consoli.
    La mendicante prese la borsa e disse:
    -  Poich  voi,  gentil  signore,  avete  voluto arricchire una povera
    donna,  spero non ricuserete questa noce che contiene  una  vespa  col
    pungiglione di diamante.
    Tendegrimo prese la noce, e, dopo aver ringraziato la povera donna del
    suo dono, prosegu il cammino.
    I due fratelli giunsero ben presto al limitare di un bosco e videro un
    bimbo  mezzo nudo che frugava nel tronco vuoto degli alberi,  cantando
    una canzone cos triste da far piangere. Ogni tanto cessava di frugare
    per battere insieme le manine gelate, e diceva:
    - Ho freddo! Ho freddo!
    Anche a distanza si sentiva che batteva i denti, e si vedeva che aveva
    il visino livido dal freddo.
    Tendegrimo s'intener alla vista del bimbo,  e volgendosi al  fratello
    disse:
    -  Ges  buono,  non  vedi,  Tegrimo,  come quella creatura soffre dal
    freddo?
    - Dev'essere molto freddoloso,  - rispose Tegrimo,  - poich a me  non
    pare che sia freddo.
    -  Perch  tu  hai  un  farsetto  foderato  di  vaio,  e sopra codesto
    mantello, mentre lui  quasi nudo.
    - E' vero, ma  un contadino.
    - Dio mio!  - esclam Tendegrimo,  - se penso che  tu  saresti  potuto
    nascer  povero come lui,  sento spezzarmi il cuore e non posso vederlo
    soffrire!
    Cos dicendo ferm il cavallo e domand al bimbo che cosa faceva.
    - Raccatto le castagne che i contadini non hanno vedute,  e quando  ne
    avr molte le andr a vendere e potr comprarmi un vestito di saio.
    - E ne hai trovate gi molte? - gli domand Tendegrimo.
    -  Una sola,  signor mio;  - rispose il bambino aprendo la mano,  - ma
    questa contiene una mosca con le ali d'oro.
    - Ebbene,  te  la  prendo,  -  disse  Tendegrimo  gettandogli  il  suo
    mantello.  -  Ravvolgiti  in  questo e la sera recita un'avemmaria per
    Tendegrimo e una per colei che lo ha messo al mondo.
    I due fratelli ripresero la via,  e il maggiore,  che s'era  spogliato
    del mantello,  soffr assai,  in sulle prime, per il vento freddo, non
    avendo pi come ripararsi;  ma quando ebbero traversato il  bosco,  il
    vento si fece pi dolce,  e il sole,  squarciando le nubi, rallegr la
    campagna.
    Allora giunsero a un prato dove c'era una fontana,  e sul  margine  di
    quella  stava  seduto  un  vecchio  tutto coperto di stracci,  con una
    bisaccia sulla spalla.  Appena scrse i cavalieri e il  loro  seguito,
    costui si diede a chiamare con voce supplichevole.
    Tendegrimo   si   accost   a   lui   e   gli   domand,   salutandolo
    rispettosamente:
    - Che cosa volete, buon vecchio?
    - Ohim, signorini, - replic egli, - vedete come ho bianchi i capelli
    e rugose le guance? Invecchiando mi sono indebolito, e le gambe non mi
    reggono pi. Dovr dunque morire a questo posto,  se uno di voi non mi
    vende il suo cavallo!
    -  Venderti  uno dei nostri cavalli?  pezzente!  - esclam Tegrimo con
    aria di disprezzo. - E con che lo pagheresti?
    - Vedete questa ghianda bucata?  - riprese il  mendicante.  -  Ebbene,
    essa racchiude un ragno che sa fabbricar tele pi forti che se fossero
    fatte  di fili d'acciaio;  lasciatemi uno dei vostri palafreni e io vi
    dar in cambio la ghianda col ragno.
    Il minore dei due fratelli si mise a ridere.
    - Lo senti,  Tendegrimo;  bisogna che egli non abbia sale in zucca per
    farci una siffatta proposta.
    Ma il maggiore dei conti di Papiano rispose dolcemente:
    - Il povero non pu offrire altro che quello che ha.
    Poi, scendendo di sella e avanzandosi verso il vecchio, aggiunse:
    -  Vi  do  il  mio  cavallo,  buon  uomo,  non per il prezzo che me ne
    offrite,  ma per amor di Ges,  il quale ha detto che i poveri sono  i
    suoi eletti. Prendetelo, e io ringrazier Iddio che si  servito di me
    per beneficarvi.
    Il vecchio mormor tante e poi tante benedizioni,  e, salito a cavallo
    con l'aiuto di Tendegrimo, s'allontan nel prato.
    Tegrimo non pot perdonare al fratello quest'ultima  elemosina,  e  si
    mise a rimproverarlo, dicendogli:
    -  Stupido,  dovresti vergognarti di esserti spogliato di tutto per la
    tua pazzia!  Se hai pensato che quando tu fossi  stato  sprovvisto  di
    tutto  ti  avrei  permesso  di  prender  met del mio denaro,  del mio
    mantello e del mio cavallo, hai fatto i conti senza di me.  Voglio che
    la  lezione ti sia d'esempio e che,  sentendo le conseguenze della tua
    prodigalit, tu sia pi economo per l'avvenire.
    Gli uomini che la contessa Costanza aveva dato come scorta  ai  figli,
    offrirono  il  loro cavallo al conte Tendegrimo,  ma questi rifiut e,
    rispondendo al fratello, disse:
    - E infatti una buona lezione, e non mi rifiuto ad averla.  Non ho mai
    pensato a toglierti met del danaro, del mantello e del cavallo. Segui
    anzi la tua via e fatti scortare come si conviene a gentiluomo,  senza
    occuparti di me. Che la Signora del Cielo ti protegga!
    Tegrimo non rispose,  ma fece cenno alla scorta di seguirlo e part di
    trotto,  mentre  il  fratello  maggiore  continuava il viaggio a piedi
    senza movergli neanche in cuor suo nessun rimprovero.
    Il minore dei conti di Papiano giunse  cos  a  un  angusto  passaggio
    fiancheggiato  da due montagne altissime.  Quel passaggio era chiamato
    il Sentiero Maledetto,  perch un Orco abitava sulla vetta di uno  dei
    due monti,  e stava in agguato attendendo i viaggiatori,  come farebbe
    una fiera nel bosco.
    Quest'Orco era un omone cieco,  senza piedi,  ma  aveva  l'udito  cos
    fino,  che sentiva perfino una talpa se si scavava un buco sottoterra.
    Teneva al suo servizio  due  aquile  che  aveva  addomesticate  e  che
    mandava ad afferrar la preda, quando la sentiva vicina. Le persone del
    paese,  per  passar  da  quel  sentiero,  si  levavano le scarpe e non
    osavano respirare dalla paura d'esser sentite dall'Orco.
    Tegrimo, che non lo sapeva,  entr a cavallo nel sentiero con tutta la
    scorta.  Il  Gigante,  udendo  rumore  di ferri sui sassi,  si dest e
    disse:
    - Su, miei bracchi, dove siete?
    L'aquila bianca e l'aquila rossa accorsero alla chiamata.
    - Andatemi a ghermire chi passa,  e  cos  avr  la  cena!  -  esclam
    l'Orco.
    I  due  uccelli smisurati fenderono l'aria come due dardi,  piombarono
    sul sentiero scavato nella terra e,  afferrato che ebbero Tegrimo,  lo
    portarono alla casa dell'Orco.
    La scorta, spaventata, volt briglia e si diede alla fuga.
    In  quel  momento Tendegrimo giungeva all'imboccatura del sentiero,  e
    vedendo il fratello trasportato in aria dalle aquile, gett un grido e
    corse dietro a lui; ma Tegrimo e i suoi due assalitori sparirono in un
    battibaleno nelle nuvole, che avvolgevano le due montagne.
    Il giovinetto rimase per un momento fermo,  guardando il  cielo  e  le
    montagne   che  sorgevano  a  picco,   e  poi  cadde  in  ginocchio  e
    congiungendo le mani, esclam:
    - Iddio onnipotente,  che avete creato il mondo,  salvate Tegrimo,  il
    fratel mio!
    -  Non  scomodare  Iddio  per tanto poco,  - dissero tre vocine a poca
    distanza da lui.
    Tendegrimo si volse meravigliato.
    - Chi ha parlato? Dove siete? - domand.
    - Nella tasca del tuo farsetto, - risposero le tre voci.
    Il giovinetto tolse di tasca  la  noce,  la  castagna  e  la  ghianda,
    dov'erano rinchiusi i tre piccoli insetti.
    - Siete dunque voi che volete salvare Tegrimo?
    - Noi, noi, noi, - risposero in coro le tre vocine.
    - E come farete, poveri animalucci?
    - Apri le nostre prigioni e vedrai.
    Tendegrimo fece come volevano le tre bestioline,  e allora il ragno si
    accost ad un albero e su quello cominci a tessere una tela lucente e
    solida come se fosse stata d'acciaio;  poi mont in groppa alla  mosca
    dorata,  che  lo  sollev  pian  piano  nello spazio,  mentre il ragno
    continuava la trama i cui fili erano radi  per  modo  da  formare  una
    scala  che  si allungava sempre pi.  Tendegrimo seguiva i due insetti
    salendo per quella scala miracolosa finch non ebbe raggiunto la  cima
    della montagna. Allora la vespa si mise a volargli intorno al capo, ed
    egli,  seguendola,  giunse  alla  casa dell'Orco.  Questa casa era una
    grotta scavata nel masso e alta come la navata di una chiesa.
    L'Orco,  cieco e senza gambe,  stava seduto nel centro della caverna e
    cantava  una  canzonaccia  mentre  tagliava le fette di lardo per fare
    arrostir Tegrimo,  che era sdraiato per terra con le gambe legate e le
    braccia dietro la schiena.
    Le  due  aquile  stavano  a  poca  distanza;  una attizzava il fuoco e
    l'altra caricava il girarrosto.
    Il rumore che faceva il Gigante cantando,  e l'attenzione che prestava
    a preparar le fette di lardo,  gl'impedirono di sentire che Tendegrimo
    si avvicinava con i suoi  tre  insetti;  ma  l'aquila  rossa  vide  il
    giovinetto  e  stava  gi per afferrarlo,  quando la vespa le buc gli
    occhi col pungiglione di diamante.  L'aquila bianca accorse  in  aiuto
    della compagna,  ma fu accecata subito anche lei. Allora la vespa vol
    intorno al capo dell'Orco,  che s'era alzato udendo il grido dei  suoi
    servi, e si die' a pungerlo furiosamente nella faccia.
    Il  Gigante  muggiva  come un toro ferito e agitava le braccia a guisa
    delle ali di un mulino a vento,  ma non poteva  acchiappar  la  vespa,
    perch non la vedeva, e neppur poteva fuggirla perch non aveva piedi.
    Alla  fine  si  lasci  cadere  col  viso  in  terra  per sottrarsi al
    pungiglione del rabbioso animale; in quel momento per giunse il ragno
    e tess sopra a lui una rete,  nella quale rimase come un  topo  nella
    trappola.  L'Orco  urlava  chiamando le aquile;  ma queste,  che erano
    imbestialite dal dolore e s'accorgevano che egli  era  vinto,  avevano
    cessato  di  temerlo;  anzi,  volendo vendicarsi su di lui della lunga
    schiavit in  cui  le  aveva  tenute,  gli  si  gettarono  addosso  e,
    attraverso  la rete,  gli lacerarono le carni col becco.  A ogni colpo
    esse strappavano un lembo di carne sanguinante,  e non  cessarono,  se
    non quando furono giunte all'osso. Allora si coricarono sulla carcassa
    dell'Orco,  e siccome la carne del Diavolo non si digerisce, creparono
    d'indigestione.
    Intanto  Tendegrimo  aveva  sciolto  il  fratello,   e   dopo   averlo
    abbracciato  piangendo  dalla gioia,  lo aveva menato fuori della casa
    dell'Orco,  sul picco della montagna.  Cost giunsero la  vespa  e  la
    mosca coll'ali d'oro, attaccate a un carro, e pregarono i due fratelli
    di  salirvi.  Il  ragno  si  mise davanti sul timone,  e i due insetti
    volarono via rapidamente.
    Tendegrimo e Tegrimo attraversarono  cos  i  prati,  i  boschi  e  le
    montagne, e giunsero a Ravenna, dinanzi al palazzo del loro nonno.
    Il  carro pass sul ponte levatoio e i due fratelli videro nel cortile
    i loro cavalli, che li aspettavano, e la loro scorta.  Ma sull'arcione
    di Tendegrimo erano appesi la borsa e il mantello che aveva donati per
    via;  soltanto la borsa era pi grande e pi piena,  e il mantello era
    ornato di ricchi fermagli di diamanti.
    Il giovinetto avrebbe voluto rivolgersi ai tre insetti che lo  avevano
    aiutato a salvare il fratello, per saper qualche cosa, ma il carro era
    sparito  e,  invece  di  tre  insetti,  vide  dinanzi a s tre angioli
    splendenti di luce.
    Tendegrimo cadde in ginocchio. Allora uno dei tre angioli gli disse:
    - Non temere,  mio buon giovanetto,  perch la donna,  il bambino e il
    vecchio,  che tu hai soccorsi,  erano Maria,  Ges e san Giuseppe.  Ci
    hanno dati a te perch tu potessi fare il viaggio  senza  pericolo  e,
    ora che sei giunto, noi torniamo al Paradiso.
    Dette  queste  parole  gli  angioli  avevano allargate le ali ed erano
    volati su in Cielo, cantando la gloria del Signore.
    Ci che il fratello aveva operato per la sua salvezza  avrebbe  dovuto
    raddolcire  l'animo  duro  di Tegrimo;  invece lo inaspr maggiormente
    contro il fratello,  tanto pi che il  nonno,  che  era  il  conte  da
    Polenta, faceva pi festa a Tendegrimo che a lui, e, come si conveniva
    al primogenito della famiglia,  lo poneva alla sua destra a tavola e a
    cavallo,  e lo chiamava messer il Conte,  mentre a lui non dava nessun
    titolo.
    Il Diavolo forse,  che si attacca ai malvagi, sul cui animo ha maggior
    presa,  come la crittogama attacca le viti pi  deboli,  incominci  a
    insinuare a Tegrimo che non era giusto che egli non fosse onorato come
    Tendegrimo  e  che a questi spettasse tutta l'eredit paterna.  Questi
    pensieracci  infiammarono  il  giovine  alla  ribellione;   ma   seppe
    nasconderla  e  covarla  per  poterla  meglio  effettuare  al  momento
    opportuno.
    Intanto era trascorso il tempo che i  due  fratelli  dovevano  passare
    alla  Corte  del  nonno,  e  la  contessa  Costanza  li richiamava con
    insistenza presso di s,  tanto pi che aveva  chiesto  all'Imperatore
    l'investitura  della  contea  e  dei  feudi per il figlio maggiore,  e
    attendeva il ritorno del messo.
    Il vecchio conte da Polenta fece ricchi donativi ai nipoti  prima  che
    partissero;  egli raccomand al maggiore di osservare sempre le regole
    di buona cavalleria,  e al minore di ubbidire in tutto e per tutto  al
    fratello come suo signore e padrone.
    Queste  parole  fecero  fremere  Tegrimo;  ma  il  Diavolo,  che s'era
    impossessato dell'animo suo,  gli dette  la  forza  di  non  mostrarsi
    turbato,  anzi,  di  promettere  al nonno d'uniformarsi in tutto e per
    tutto ai voleri del fratello.
    Molta turba di cavalieri accompagn i due giovani oltre le porte della
    citt,  e Tendegrimo e Tegrimo continuarono il  viaggio  con  la  loro
    scorta.  Essi  dovevano  ripassare  dall'angusto  sentiero  fra le due
    montagne, nel quale il secondo era stato involato dalle aquile. Giunti
    in quel punto,  Tendegrimo scese  da  cavallo  e  ringrazi  Ges,  la
    Madonna e san Giuseppe per la liberazione del fratello. Quindi rimont
    a  cavallo e prosegu il viaggio scambiando poche parole col fratello.
    Tendegrimo era triste come se lo minacciasse una sventura,  e  Tegrimo
    ruminava nella mente pensieri malvagi ed evitava di guardare in faccia
    il suo primogenito.
    Quando  il loro arrivo fu segnalato alla contessa Costanza dal soldato
    che stava sempre in vedetta sulla pi alta torre merlata del castello,
    ella mosse incontro ai figli, lieta e sorridente,  e s'imbatt in essi
    mentre varcavano il ponte levatoio.
    I  due  giovani  balzarono  da cavallo per baciarle la mano,  ed ella,
    stendendo la sinistra a Tegrimo e  la  destra  a  Tendegrimo  disse  a
    questi:
    - Vi saluto,  conte di Papiano.  Per volont dell'Imperatore voi siete
    investito  de'  feudi  del  padre  vostro.   Che  possiate,   messere,
    difenderli ed aumentarli!
    Tegrimo  divenne  cupo  a  quella notizia e sent ribollirsi nel cuore
    tutto l'astio che aveva per  il  fratello,  mentre  questi,  con  fare
    umile, rispose alla madre:
    -  Madonna,  con  l'aiuto  di  Dio cercher d'esser buon figlio,  buon
    signore e buon cristiano.
    La Contessa ordin subito grandi feste per solennizzare  l'investitura
    di Tendegrimo nei feudi paterni,  e sped messi a Poppi,  a Romena,  a
    Porciano,  a Montemignaio,  per tutto dove avevano dominio i Guidi,  e
    anche ad Arezzo e a Firenze.
    Tegrimo,  dominato  il  turbamento  momentaneo,  si mostr lieto delle
    imminenti feste;  ma sotto  sotto  si  diede  a  cospirare  contro  il
    fratello.  Prima di tutto fece intendere ai terrazzani che Tendegrimo,
    inclinato alla devozione pi  che  alle  armi,  non  avrebbe  permesso
    scorrerie  sulle  terre vicine e si sarebbe mostrato severissimo con i
    predoni. Ora,  siccome era dalle scorrerie in Romagna o sul territorio
    della  Repubblica  fiorentina  che  i  terrazzani  traevano il maggior
    guadagno,  essi s'impensierirono di dover ubbidire al nuovo signore  e
    incominciarono a dire che i devoti dovevano rinchiudersi nei conventi,
    e  che  non  era  giusto  che  gli  uomini forti e valorosi avessero a
    poltrire nell'ozio.
    Quando  Tegrimo  fu  sicuro  di  aver  suscitato  nei  terrazzani   il
    malcontento contro il fratello,  parl dei suoi sentimenti,  disse che
    non sognava altro che guerre e conquiste,  e che  se  il  dominio  gli
    fosse  spettato,  egli  avrebbe  meritato  il  nome  del  pi ardito e
    intraprendente cavaliere d'Italia.
    Naturalmente, dopo questi discorsi, ci fu chi gli disse:
    - Peccato che voi non siate signore di Papiano!
    E siccome una parola detta abilmente tira un'offerta, cos ci fu anche
    chi gli propose  di  far  sparire  Tendegrimo.  Il  giovane  finse  di
    raccapricciare a quella proposta,  ma poi si lasci convincere,  e fra
    Tegrimo e i congiurati fu stabilito il come e il  quando  metterla  ad
    effetto.
    Intanto  il  castello di Papiano era pieno di ospiti,  e fra questi si
    trovavano molte dame e fanciulle, parenti della contessa Costanza.
    Una sera tutta la comitiva era adunata nella grande sala,  intenta  ad
    ascoltare   due   trovatori   provenzali,   che   sonavano   il  liuto
    accompagnando il  canto,  quando  sulla  porta  si  present  uno  dei
    congiurati,  cui  era  affidata  la guardia del castello,  e dopo aver
    rivolto uno sguardo d'intesa a Tegrimo,  si accost a Tendegrimo e gli
    disse:
    - Messer il Conte,   giunto ora un cavaliere seguto da due valletti,
    che chiede l'ospitalit.
    - Il suo nome? - domand Tendegrimo.
    - Ha detto che non pu rivelarlo in segretezza altro che al signore di
    Papiano.
    - Fatelo entrare nella sala terrena, - ordin Tendegrimo; e poco dopo,
    scusandosi con la radunanza, usciva per recarsi presso lo sconosciuto.
    Tegrimo lo segu  con  lo  sguardo,  e  siccome  i  trovatori  avevano
    interrotto il suono e il canto, egli disse:
    -  Gentili  dame,  diamo  principio  alle  danze  intanto che il Conte
    confabula col misterioso cavaliere.
    Al suo invito i trovatori ripresero a suonare,  le  dame  si  alzarono
    dagli  scanni  stemmati,  i giovani le pregarono del favore di poterle
    accompagnare,   e  ben  presto  la  sala  vastissima  echeggi   dello
    stropicco dei passi di tante e tante coppie allegre.
    La contessa Costanza e alcune matrone soltanto erano rimaste sedute, e
    guardavano  le  coppie  svelte  di  bei  cavalieri  e  di  belle dame,
    ammirando Tegrimo,  che si distingueva fra  i  giovani  per  la  bella
    persona e per la foga nella danza.
    A  un  tratto,  mentre  i  paggi  entravano  recando  i  preziosi vasi
    d'argento per mescer rinfreschi alla  nobile  comitiva,  si  sent  un
    rumore secco, come di fulmine caduto sul castello. Le danze cessarono,
    il liuto cadde dalle mani dei trovatori,  i paggi lasciarono scivolare
    in terra i vasi d'argento,  e le torce che  illuminavano  la  sala  si
    spensero a un tratto.
    Ma  subito  dopo  si vide un gran chiarore,  come d'incendio,  e dalle
    finestre, che si erano spalancate, penetr in sala il Diavolo;  piomb
    su  Tegrimo  e,  afferratolo  per un braccio,  lo port via.  Spar il
    chiarore,  e nella  sala  buia  nessuno  osava  fiatare.  La  contessa
    Costanza era caduta in terra, le altre dame avevano perduto i sensi; e
    gli uomini si facevano in silenzio il segno della croce.
    Nel castello per echeggiavano i gridi di trionfo dei congiurati.
    -  Evviva  il  conte  Tegrimo!  - urlavano avvicinandosi alla sala per
    annunziare al nuovo signore che la sua volont era compiuta.
    A quelle grida i signori  di  Poppi,  di  Romena,  di  Porciano  e  di
    Montemignaio,  tutti i Guidi, per farla breve, capirono che un delitto
    doveva essere stato commesso,  e sguainarono  tutti  la  spada.  Cos,
    quando  i  congiurati  entrarono  con  le  torce in mano per acclamare
    Tegrimo, furono assaliti e disarmati e rinchiusi in una torre. I prodi
    signori,  dopo aver  compiuto  quest'atto  di  giustizia,  scesero  al
    pianterreno,  e,  chiamando  in  loro  aiuto i valletti che li avevano
    accompagnati, s'impadronirono degli altri congiurati. Poscia,  entrati
    nella  sala dove era stato attratto Tendegrimo,  lo trovarono steso in
    terra  con  una  ferita  di  pugnale  al  petto,   da   cui   sgorgava
    abbondantissimo il sangue.
    Alcuni  dei congiurati,  impauriti,  rivelarono che il Conte era stato
    tratto in quell'agguato,  col pretesto del cavaliere  misterioso,  per
    ucciderlo  pi  facilmente  in  quella  sera  che  egli non vestiva la
    maglia, e che Tegrimo era stato l'istigatore del delitto.
    - Tegrimo lo ha preso il Diavolo,  - disse il conte di Romena.  Udendo
    questo,  i  congiurati  furono  assaliti da grande paura,  e colui che
    aveva  vibrato  il  colpo,  si  gett  in  terra  supplicando  che  lo
    lasciassero in vita, affinch potesse pentirsi e far penitenza.
    In  quel mentre il ferito,  che tutti avevano creduto morto,  apr gli
    occhi, si sollev a sedere, e disse:
    - Perdono a tutti, anche a mio fratello.
    - Troppo tardi! - esclam il conte di Romena.
    - Come, lo avete ucciso? - domand Tendegrimo spalancando gli occhi.
    - No, il Diavolo l'ha portato seco.
    - Ges, Giuseppe e Maria! - esclam il ferito,  e ricadde con la testa
    per terra.
    Fu  adagiato  sopra  una  barella e portato in camera sua,  dove frate
    Egidio gli cur la  ferita  con  certi  suoi  farmachi,  e  la  madre,
    ritornata in s, gli prepar le bende.
    La  ferita si rimargin in pochi giorni e il Conte non soffriva nulla,
    anzi diceva di sentirsi bene e di veder sempre tre angeli che  non  si
    staccavano mai dal suo letto.  Il poveretto non lamentava altro che la
    dannazione dell'anima del fratello.
    Quando fu guarito,  ced il suo feudo a un figlio del  suo  cugino  di
    Romena, ed egli si ritir nell'Eremo di Camaldoli, dove si raccolse in
    ardenti preghiere per riscattare i peccati del fratello e dove mor in
    concetto di santit.
    Se  qualcuno va a Papiano,  sentir raccontare ancora della visita del
    Diavolo che and a rapire in piena festa il conte Tegrimo.

    - E qui la novella  terminata, - disse la Regina.
    Tutti quelli che avevano ascoltato  la  narrazione,  rabbrividivano  e
    dicevano:
    - Ma sar vero?
    Maso,  per levar la paura da dosso ai bimbi, cominci a dire: - Non lo
    sapete che le son fole!  Uno comincia a dire che un uomo brutto capit
    in mezzo alla festa;  un secondo aggiunge che era brutto da far paura;
    un terzo afferma che era il Diavolo in persona,  e  cos  la  notizia,
    aumentata  dalle  fantasie,  passando  di  bocca in bocca,  fa come un
    torrente che raccolga l'acqua di tanti  fossi  prima  di  giungere  al
    piano.  Quando  arriva  a  noi,  quella  tale notizia ha perduto tutta
    l'apparenza della verit,  e serve soltanto  a  rallegrare  le  nostre
    veglie.  Ma  n  Diavolo  n Santi bazzicano nel mondo,  e i morti non
    risuscitano.
    La parola autorevole del capoccia rassicur i  bimbi,  che  si  fecero
    intorno  alla  Vezzosa  per  chiederle  i confetti che aveva cavato di
    tasca e che offriva.
    - Quando si mangeranno i vostri? - domand Maso.
    Ella fece spallucce e abbass gli occhi;  Cecco si volt  da  un'altra
    parte, e le cognate sorrisero guardandosi fra loro di sottecchi.
    Quella sera Cecco usc a fumare prima che si sciogliesse la veglia,  e
    poco dopo pass la Vezzosa,  imbrancata  con  le  altre  ragazze,  che
    cantava a squarciagola:

    Giovanottin che semini fra' sassi,
    Non lo sperar d'aver buona raccolta;
    Tu cerchi di venir dietro a' mi' passi,
    Ma sai che ci se' stato un'altra volta.

    -  Vorrei  sapere  se  canta cos per me!  - disse Cecco mordendosi un
    dito.





    La corona della Madonna.

    La domenica successiva a quella in  cui  Regina  aveva  raccontato  la
    novella "Il Diavolo alla festa", Vezzosa non comparve alla solit'ora a
    casa Marcucci.
    -  Che fa Vezzosa?  - domand la vecchia.  - In tutta la settimana non
    s' fatta mai viva, e manca anche stasera?
    La domanda della Regina era soprattutto rivolta a Cecco;  ma egli fece
    il  nesci  e  continu a tagliare col coltellino una pipa di legno che
    aveva in mano.
    - Dunque, si pu sapere quello che  accaduto a Vezzosa?  - domand di
    nuovo Regina,  che s'era assuefatta alla compagnia della ragazza e ora
    le dispiaceva di esserne priva.
    - Mamma, - rispose la Carola,  - non saprei dirvelo;  ieri l'incontrai
    con un muso lungo un braccio, e mi disse appena buon giorno.
    -  Io  lo  so  quello  che  ha,  -  salt  su  a  dire quel frugoletto
    dell'Annina.  - Per me l'ha confidato in segretezza la  sorellina  di
    Vezzosa, e non posso dirlo.
    Cecco aveva smesso di tagliare la pipa e pareva riflettesse.
    - Annina, di' quello che sai! - esclam egli a un tratto.
    - A te specialmente non lo posso dire, - rispose la ragazzina.
    - Perch? - domand il bell'artigliere.
    - Perch mi  stato proibito. Vezzosa non viene stasera a veglia e non
    ci verr pi.
    Regina  vedeva  bene  che  Cecco  s'era  turbato  a quella notizia,  e
    volgendosi alla Carola, le disse:
    - Fammi il piacere di dare una  scappata  da  Vezzosa  per  dirle  che
    stasera  la  novella  non    di quelle solite,  che  la pi bella di
    quante ne so; se non la sente raccontare stasera, forse non la sentir
    pi.
    La  Carola  prese  lo  scialle,   e  l'Annina  subito  si   alz   per
    accompagnarla; per disse:
    - Mamma, faremo il viaggio a ufo, credetemi.
    Nonostante  la Carola usc insieme con la figliola,  e in quel periodo
    di attesa i ragazzi si misero a fare il chiasso empiendo  di  urli  la
    cucina,  mentre Cecco and sull'aia a sfogare il malumore.  La Vezzosa
    l'aveva con lui certamente,  e,  per non  incontrarlo,  non  andava  a
    veglia.
    -  Ci  venga  pure,  -  diceva Cecco fra s,  - io non le dir pi una
    parola.
    La Carola e l'Annina tornarono sole.
    - Ho parlato con la matrigna,  - disse la Carola,  - e mi ha detto che
    Vezzosa  a letto;  dunque,  mamma,  raccontate pure, perch ormai lei
    non c' da aspettarla.
    Cecco avrebbe voluto domandare se era andata a letto perch si sentiva
    male; ma tacque indispettito, e la Regina prese a dire:

    - Tanti ma tanti anni fa,  il Papa  era  in  guerra  con  l'imperatore
    Federigo,  e questi,  per creargli impicci,  mand a chiamare un santo
    abate  del  monastero  di  Strumi,   che  apparteneva  all'ordine   di
    Vallombrosa,  per nome Giovanni Ungheri,  e lo cre Papa sotto il nome
    di Calisto Terzo.
    Questo abate, prima di partire dal monastero,  ordin a un orefice una
    bellissima corona d'oro e,  fattala ornare di pietre preziose, la pose
    in capo a una Madonna di legno,  grande al  naturale,  che  era  nella
    chiesa del monastero, considerando che la scelta dell'Imperatore fosse
    avvenuta per ispirazione della Madonna, di cui egli era devotissimo.
    Dopo  aver  fatto questo donativo,  Calisto Terzo lasci Strumi,  e fu
    eletto in sua vece un certo frate Lamberto,  di origine tedesca,  uomo
    molto avaro e cupido di ricchezze.
    Questo  abate  Lamberto,  tutte  le  volte  che si trovava in chiesa a
    pregare, posava gli occhi sulla corona d'oro della Madonna, e tutte le
    volte pensava che  era  un  peccato  di  lasciare  infruttifere  tante
    migliaia  di  fiorini  quanti  ne valeva quella corona,  mentre una di
    similoro avrebbe fatto la stessa figura.
    Un giorno capit nel monastero un orefice di Arezzo,  per ridorare una
    croce che l'abate soleva portare in processione, e fra' Larnberto, nel
    parlare  con  l'artefice,  venne  a ragionare della famosa corona e di
    quello che era costata.
    - Ora vale anche di pi, - disse l'orefice, - perch chi l'ha lavorata
     morto,  e tutto ci che  uscito dalle sue mani  ha  raddoppiato  di
    costo.
    L'abate,  nel sentir questo,  disse all'orefice: - E' un'imprudenza di
    lasciare una cosa di tanto valore esposta alla  tentazione  del  primo
    venuto;  sapresti  tu farmi una corona eguale a quella,  ma di metallo
    pi vile, e ornarla di gemme false? La vera allora si terrebbe riposta
    e non si metterebbe fuori altro che nei giorni solenni.
    - Saprei ben farla,  e  cos  somigliante  che  neppure  papa  Calisto
    riuscirebbe a riconoscere quella donata da lui, dalla mia.
    - Allora mettiti al lavoro;  - replic l'abate,  - ma bada bene di non
    rivelare a nessuno il segreto.
    L'orafo torn ad Arezzo,  e dopo poco tempo portava all'abate Lamberto
    una  corona  perfettamente  eguale  alla vera.  Il cupido frate,  dopo
    averlo pagato, si affrett a scendere in chiesa e, approfittando di un
    momento in cui nessuno lo vedeva,  tolse di sul capo della Madonna  la
    corona preziosa, vi pose la falsa e, nascondendo sotto lo scapolare il
    gioiello,  and  nella sua cella per guardarla bene e giudicare quanto
    ci  avrebbe  guadagnato  vendendola.   In  paese  c'era  un  uomo  che
    trafficava  in Romagna,  e pensava di affidarla a costui per venderla.
    L'abate era tutto occupato in questi  calcoli,  quando  sent  bussare
    all'uscio e comparve il frate sagrestano col viso tutto rabbuffato:
    - Padre abate, - disse tremando, - in chiesa  avvenuto un miracolo.
    -  I  miracoli  che avvengono in chiesa non possono spaventare un buon
    cristiano: parla.
    - Mentre accendevo le  lampade  dinanzi  all'immagine  della  Madonna,
    questa ha incominciato a scrollare il capo, prima piano e poi forte, e
    le  caduta di testa la corona.
    - L'avrai inciampata con la canna che regge il moccolino.
    - Padre abate,  no;  e poi in chiesa c'era molta gente,  e ora si sar
    gi sparsa per il paese a narrare il miracolo.
    La cella dell'abate, intanto,  si era empita di altri frati,  e uno di
    essi,  che  era  tenuto  in  conto  di  molto  sapiente perch copiava
    continuamente  antichi  manoscritti  ornandoli   di   belle   iniziali
    fregiate, disse:
    -  E'  naturale  che  la Madonna abbia gettata in terra la corona.  La
    Santa Madre del Signore non vuole il dono di un frate che    divenuto
    antipapa  a  dispetto  di  Sua  Santit  Alessandro Terzo,  eletto nel
    conclave dei cardinali.
    La spiegazione che fra'  Ilario  dava  del  miracolo,  confort  molto
    l'abate.
    - Avete parlato saggiamente,  - diss'egli,  - e noi metteremo un'altra
    corona sulla testa della Beatissima Vergine.
    E,  senza indugiare,  scese in chiesa,  raccolse la  corona  falsa,  e
    avviatosi nella stanza dov'eran conservati gli oggetti preziosi, tolse
    da un armadio una corona d'argento che egli stesso pos sul capo della
    Madonna.
    Quella sera,  a refettorio,  non si parl d'altro che del miracolo,  e
    nel castello di Strumi,  come pure in paese,  tutti traevano  da  quel
    rifiuto  della  Vergine  l'augurio  che  ella  si  volesse  costituire
    protettrice  di  papa  Alessandro  e  della  Lega  dei  comuni  contro
    l'imperatore Federigo Barbarossa.
    -  Vedete!  -  dicevano  i  paesani,  -  gi  due antipapi,  creati da
    Federigo, sono periti di mala morte;  presto toccher anche a Giovanni
    Ungheri,  il  quale  avrebbe  fatto meglio a non cambiare l'abbazia di
    Strumi con la tiara che non gli viene da Dio.
    L'abate Lamberto, impensierito da quel fatto e da tutti i discorsi che
    suscitava,  appena fu nella sua cella pens  esser  prudente  cosa  il
    nascondere  la corona in un ripostiglio a lui solo noto,  e non parlar
    di venderla con anima viva.  In seguito,  tutto si sarebbe calmato;  e
    quando il fatto fosse dimenticato,  poteva, senza pericolo, mandare il
    gioiello magari anche in Francia. Egli dorm pacificamente, e, destato
    dalla campana che sonava a mattutino,  and in chiesa.  Ma  appena  si
    present sulla porta che dal monastero metteva nel coro, ecco venirgli
    incontro molti frati spaventati.
    - Padre abate, - dicevano, - mentre stavamo a far la giaculatoria alla
    Madonna,  l'immagine ha incominciato a muovere la testa, prima piano e
    poi tanto forte che la corona d'argento  caduta in terra: questa  non
      la  corona  dell'abate  Giovanni,  dell'antipapa;  qui sotto c' un
    mistero!
    L'abate Lamberto li calm dicendo che probabilmente egli aveva  posato
    male  la  corona  e per questo era caduta;  ma tanto lui quanto i suoi
    monaci,  quella mattina,  dissero distrattamente il mattutino e  furon
    lieti  che terminasse: l'abate,  per tornar nella sua cella a meditare
    sull'accaduto; i monaci,  per riunirsi fra loro e commentare lo strano
    avvenimento,   del  quale,   ora,   neppur  fra'  Ilario  sapeva  dare
    spiegazione,  perch la corona d'argento era un donativo  della  buona
    contessa  Matelda  di  Toscana,  e  la Madonna non poteva rifiutare un
    ornamento che veniva dalla pia dama. Perch dunque quel fatto avveniva
    tanto per la corona dell'antipapa Calisto,  quanto per quella di colei
    che aveva lasciati i suoi feudi alla chiesa?
    - Misteri!  - sentenzi fra' Ilario,  e torn ai suoi manoscritti, che
    gli facevano dimenticare le cose di questo mondo,  e anche quelle  del
    mondo di l.
    Dopo la refezione, l'abate Lamberto adun i suoi monaci e propose loro
    di  mettere  un'altra corona alla Madonna e di legargliela sulla testa
    con un filo di argento.  E tutto il convento  and  in  processione  a
    togliere dall'armadio una bella corona di argento,  ornata di smalti e
    portata a Strumi da Guido di Besagne,  il  capo  dei  conti  Guidi  di
    Casentino, l'unico superstite della potente famiglia, che aveva i suoi
    feudi  in  Romagna.  Egli aveva regalata quella corona alla Madonna di
    Strumi in ringraziamento di una grazia da  lui  ottenuta,  ed  era  un
    pregevole lavoro di Bisanzio.  Questa volta l'abate non os mettere la
    corona in testa alla Madonna;  aveva la coscienza sudicia e temeva che
    l'immagine  santa  facesse  un  terzo  miracolo  per  isvergognarlo in
    presenza di tutti: perci disse a fra' Ilario:
    - Salite voi sulla scala e  legate  forte  la  corona  in  testa  alla
    Vergine.
    Fra' Ilario prese un filo d'argento e un paio di tanaglie,  e assicur
    ben bene la corona sulla  testa  della  Madonna,  per  modo  che,  per
    togliervela, sarebbe occorsa una lima.
    Quando  questo  lavoro  fu terminato,  l'abate Lamberto ordin ai suoi
    monaci d'inginocchiarsi,  e poscia intuon la Salve Regina.  Ma neppur
    dopo  questa  preghiera  era pi tranquillo,  perch gli pareva che la
    Madonna  tenesse  fissi  su  lui  gli  occhi   che   avevano   perduto
    l'espressione buona e dolce, e s'erano fatti severi.
    Neppur  quello  sguardo  crucciato della Madre di Ges,  bast a farlo
    ravvedere.  Con poca fatica avrebbe  potuto  togliere  la  corona  dal
    nascondiglio  e metterla nell'armadio al posto della falsa;  ma quando
    pensava al valore di quel gioiello,  sentiva ridestarsi in cuore tutta
    la sua cupidigia, e gli pareva gi di vedere le belle monete d'oro che
    ne avrebbe ricavate, vendendolo.
    Allora i due miracoli gli apparivano cosa naturalissima,  e diceva che
    la corona falsa e quella d'argento eran cadute perch nella fretta non
    le aveva bene  accomodate  sul  capo  della  sacra  immagine.  L'abate
    Lamberto  fece  anche  quella notte tutto un sonno,  e avrebbe dormito
    fino a tardi se le campane  non  lo  avessero  destato  per  andare  a
    mattutino.
    Scese in chiesa,  a passo lento, come si conveniva a un uomo rivestito
    di un'alta carica, ma giunto sulla porta si ferm.
    Che volevano dire quelle genuflessioni dei  monaci,  quel  silenzio  e
    tutte quelle lampade accese, nella chiesa ancor buia?
    Fra'  Ilario,  che  lo  aveva  scrto fermo sul limitare della chiesa,
    glielo disse in poche  parole.  Un  istante  prima,  mentre  i  monaci
    recitavano  la  giaculatoria,  la  Madonna  aveva alzato le braccia e,
    staccatasi la corona, l'aveva gettata sul pavimento dov'era ancora.
    A questo racconto  l'abate  Lamberto  impallid,  trem,  e  non  ebbe
    coraggio di accostarsi alla immagine.
    - Adunate il Capitolo, - sugger fra' Ilario all'abate.
    - Aduniamolo, - rispose questi.
    Prima  che  il  sole fosse alto,  tutti i monaci che facevan parte del
    Capitolo erano  convenuti  in  una  grande  sala  attigua  alla  cella
    dell'abate,  e  questi  stava  seduto  nel  fondo  di  essa,  sotto un
    baldacchino,  perch gli spettavano gli stessi onori che ai signori di
    feudi,  e  aveva  giurisdizione sulle terre dipendenti dall'abbazia di
    Strumi, e diritto di vita e di morte sugli abitanti.
    Tutti i monaci aspettavano  che  l'abate  cominciasse  a  parlare,  ma
    l'abate taceva. Fra' Ilario allora prese a dire:
    -  Fratelli,  finch si trattava della prima corona caduta dalla testa
    dell'immagine della Madonna, si poteva supporre che la Madre di nostro
    Signore avesse orrore di un donativo fattole da un antipapa,  cio  da
    un nemico della Chiesa fondata da Pietro per ordine di Ges; in quanto
    alla  seconda  corona  si  poteva  ammettere  che  il nostro abate non
    l'avesse collocata solidamente sul capo  dell'immagine;  ma  oggi  voi
    tutti avete veduto l'atto della Madonna; che cosa ne pensate?
    - Miracolo! Miracolo! Miracolo! - si ud ripetere da tutte le bocche.
    -  Miracolo  s,  ma  il miracolo  stato fatto a uno scopo;  questo 
    l'effetto, ma la causa di questo miracolo, qual ?
    Un profondo silenzio si fece nella sala,  e allora  l'abate  Lamberto,
    ripreso imperio su se stesso, prese a dire:
    -  Fratelli,  mi pare atto da ribelli il voler indagare la mente della
    gloriosa Madre di Ges; sottoponiamoci al volere di Lei e non tentiamo
    pi di alienare da Strumi la sua valida protezione, volendole porre in
    testa una corona che rifiuta; chiniamo la testa e preghiamo.
    L'astuto abate,  con questo scappavia,  aveva creduto di  rimediare  a
    tutto,  e i monaci, assuefatti all'obbedienza, accettarono la proposta
    dell'abate,  il  quale,  alzatosi  dal  ricco  seggiolone,  ordin  ai
    fratelli di seguirlo in chiesa, e congiungendo le mani si avvi avanti
    a  tutti  verso  l'altare.  Entrato  che  fu in chiesa,  s'inginocchi
    dinanzi alla Madonna, sopra un guanciale di drappo d'oro,  e inton le
    litanie.
    Si era fatto appena il segno della croce,  quando tutti i monaci,  che
    tenevano gli occhi fissi sull'immagine, dettero un grido.  La Madonna,
    lentamente,  aveva  alzato  il  braccio  destro  e,  puntando l'indice
    sull'abate,  lo accennava agli  altri.  Frate  Lamberto  spalanc  gli
    occhi, dette un grido e cadde tramortito per terra; i monaci fuggirono
    spaventati,  e  intanto l'abate rimase disteso sulle lastre di pietra,
    senza che nessuno gli desse aiuto.
    - E' dannato!  dannato! - si sentiva bisbigliare per il monastero dai
    monaci sgomenti, che andavano a rinchiudersi nelle celle per pregare.
    Il sagrestano e fra' Ilario ebbero compassione dell'abate, e dopo poco
    ritornarono in chiesa per veder se si era riavuto.
    - Io ritengo che sia morto,  - diceva il sagrestano,  - e  allora  che
    sar stato mai dell'anima sua?
    - No,  fratello, non  morto. La Madonna, che  cos pietosa anche per
    i pi ostinati peccatori e intercede il Divin Figlio per loro, non pu
    aver permesso che l'abate Lamberto muoia in  peccato,  poich  la  sua
    anima certo non  scevra di macchie.  Solleviamolo di qui,  portiamolo
    nella sua cella e forse potremo guarirlo.
    Fra' Ilario, che nel copiare manoscritti dell'abbazia aveva imparato a
    conoscere la virt di certe erbe  medicinali,  quando  ebbe  collocato
    l'abate sul letto, lasci il sagrestano a guardia del malato e and in
    cerca dei semplici che credeva lo potessero guarire; ma per quanto gli
    aprisse  la  bocca,  gli  facesse inghiottire decotti e gli applicasse
    degli empiastri,  l'abate Lamberto non apriva gli  occhi  e  non  dava
    segno di vita.
    I monaci, sempre impauriti, udendo fra' Ilario andare e venire sotto i
    loggiati  del  cortile,  mettevano ogni tanto il capo fuori dell'uscio
    della cella e domandavano notizie. Fra' Ilario passava,  scrollando la
    testa come per dire che non c'era nulla di nuovo.
    Il sagrestano rimase tutta la notte a vegliare l'abate;  ma il monaco,
    vinto dalla  stanchezza,  chin  il  capo  sul  petto  e  s'addorment
    saporitamente.
    Egli  avrebbe  dormito  fino  a  giorno,  senza  rammentarsi di suonar
    mattutino, se non lo avessero destato grida strazianti. Apr gli occhi
    e vide l'abate seduto sul letto,  con gli occhi sbarrati e fuori della
    testa,  che  accennava  la porta,  che era in faccia al letto,  ed era
    stata aperta senza sapere da chi n  come.  E  da  quella  porta  vide
    lentamente  entrare  l'immagine  della  Madonna,  col volto crucciato,
    fermarsi in fondo al letto e accennare l'abate.
    Il sagrestano non volle veder altro. Scapp via come un pazzo, facendo
    svolazzare la tonaca bianca per i loggiati e per i corridoi,  e giunto
    in sagrestia si attacc alle campane e suon all'impazzata, finch non
    gli rimase in mano la fune.
    I  monaci si destarono credendo che l'abbazia bruciasse;  la gente del
    paese si spavent,  e tutti,  senza pensare a vestirsi,  scapparon dal
    letto:  i  monaci,  per  correr in chiesa;  la gente,  per andar sulla
    piazza a veder quello che accadeva.
    Il  sagrestano  spalanc  le  porte  della  chiesa,  e  ai  frati  che
    giungevano  dal  convento  e  ai terrazzani che entravano di fuori non
    sapeva dir altro che:
    - La Madonna! La Madonna!
    Allora tutti guardarono,  e si accrsero che la sacra immagine non era
    pi al suo posto.  Questa sparizione agghiacci ognuno dalla paura,  e
    il popolo cadde in ginocchio  atterrito,  mentre  i  monaci  fuggirono
    nelle celle.
    Fra' Ilario and in quella dell'abate, e con grande meraviglia vide la
    Madonna  appi  del  letto  e il malato per terra,  malamente caduto e
    livido in faccia.
    Allora riun i monaci e disse che la Madonna bisognava  riportarla  in
    chiesa in processione e che probabilmente era voluta andare a benedire
    l'abate  prima  che  morisse,  perch  questa volta era morto davvero.
    Infatti le sue membra si erano irrigidite,  ed egli era ghiaccio  come
    un  pezzo  di  marmo.  Alcuni  monaci ubbidirono,  altri non poterono,
    perch lo spavento li teneva inchiodati nel letto; ma, come Dio volle,
    la processione si ferm e la Madonna, collocata sopra una barella,  fu
    riportata in chiesa sul piedistallo.
    Fra' Ilario,  aiutato da due monaci meno paurosi degli altri, vest il
    corpo dell'abate della bianca tonaca e dello scapolare;  lisci la sua
    lunga barba,  congiunse le mani del morto,  e,  dopo avergli messo sul
    petto la croce d'oro e le insegne del suo grado,  lo fece  portare  in
    mezzo alla chiesa per rimanervi esposto.
    Appena  la notizia della visita della Madonna nella cella dell'abate e
    della morte di lui si sparse nel contado,  venne la gente a frotte  e,
    credendo  che  Lamberto  fosse santo,  ognuno voleva toccarlo e portar
    seco una reliquia del defunto. Cos, chi gli stracciava un pezzetto di
    tonaca, chi qualche pelo della barba, chi i capelli.
    La sera,  quando due novizi furono lasciati a guardia del cadavere per
    pregare,  l'abate pareva un "Ecce Homo".  Ma la chiesa era quasi buia,
    la nottata lunga,  e i due novizi s'addormentarono a  un  certo  punto
    senza neppure terminare un "De profundis" che avevano incominciato;  e
    nel destarsi,  trovarono il cadavere con una gamba fuori  della  bara,
    per cui, invece di ricomporlo, scapparono per il monastero.
    Fra' Ilario, che fu tra i primi a correre in chiesa, confort i monaci
    dicendo  che  i  cadaveri  si  muovono  talvolta  perch  i muscoli si
    rilasciano; e alla meglio ricondusse la calma negli animi agitati,  ma
    consigli  che  il  cadavere  fosse  presto calato nell'avello per far
    cessare tutte le cause di paura e di sgomento.  E,  come  fra'  Ilario
    aveva suggerito, fu fatto.
    La  salma  dell'abate fu calata quella mattina stessa nel sotterraneo,
    dopo essere stata aspersa di acqua benedetta;  la  pesante  lapide  di
    pietra  cadde  con  fracasso  sul pavimento e ne fu chiusa l'apertura.
    Quel giorno fu detto l'uffizio dei morti,  e  la  mattina  dopo  venne
    cantata  una messa per il riposo dell'anima dell'abate.  Il popolo era
    tutto adunato in chiesa, i monaci avevano indossato i paramenti neri e
    gialli e stavano aggruppati intorno all'altare, quando tutti gettarono
    un grido.
    La lapide che chiudeva l'avello si  alzava  lentamente,  e  da  quella
    sbucava fuori la testa livida di fra' Lamberto, con gli occhi sbarrati
    e la barba spelacchiata dai fedeli.
    - E' risuscitato! E' risuscitato! - si sentiva gridare.
    Fu  un  fuggi  fuggi  generale.  La  gente si affollava alla porta per
    uscire,  le donne urlavano,  il monaco che diceva la messa scapp  col
    calice in mano, gli altri si sbandavano per il convento, e in breve in
    chiesa non rimase altri che l'abate,  il quale faceva sforzi sovrumani
    per sollevare sempre pi la lapide e aprire un varco alla sua persona.
    Vi riusc finalmente, ed estenuato,  cadendo ogni dieci passi,  giunse
    alla  sua  cella  senza  esser  veduto da alcuno.  Ma qui le forze gli
    mancarono e rimase lungamente disteso per terra.
    I monaci s'eran chiusi in tre o quattro  nelle  celle  e  non  osavano
    fiatare;  fra' Ilario soltanto,  dopo il primo momento di paura, torn
    in chiesa,  vide la lapide ancora  sollevata,  guard  nell'avello,  e
    scorgendo la bara vuota si diede a cercare l'abate per il convento.
    Forse  non  era morto;  - pensava,  - e chi sa,  poveretto,  quant'ha
    sofferto?
    Nell'entrare in camera lo vide lungo disteso  per  terra,  e  corse  a
    prendere vino e cibo per ristorarlo.
    Dopo  poco  l'abate  Lamberto  apr  gli occhi e,  veduto frate Ilario
    accanto a s, gli disse con voce spenta:
    - Fratello, volete farmi la carit di ascoltare la mia confessione?
    - Dite pure, abate reverendo, - rispose il monaco.
    Lamberto allora si accus di tutti i suoi peccati di cupidigia, fino a
    quello della sostituzione della corona.
    - Ora mi rimane da dire il pi grosso! - esclam.
    - Dite pure, abate reverendo, io vi ascolto,  e la misericordia di Dio
     grande.
    L'abate  narr minutamente le tentazioni alle quali aveva soggiaciuto,
    i calcoli avari che avea fatti,  l'indifferenza con cui aveva  accolto
    gli avvertimenti palesi della Madonna.
    - Sono un gran peccatore! - disse terminando la confessione.
    - Siete pentito, sinceramente pentito? - gli domand fra' Ilario.
    -  Tanto  pentito  e  sgomento del mio misfatto,  che se mi diceste di
    andare in Terra  Santa  in  pellegrinaggio  a  farmi  trucidare  dagli
    infedeli, vi andrei.
    - Non  questo che io v'impongo, ma bens di ripetere pubblicamente in
    chiesa  l'accusa  contro  voi  stesso,  e  di venire in processione al
    nascondiglio a prender la corona per rimetterla  con  le  vostre  mani
    sulla testa della Vergine Santissima.
    - Ebbene,  fra' Ilario,  fate bandire per tutta la terra di Strumi che
    oggi stesso tutto il popolo sia adunato in chiesa prima del vespro per
    udir la confessione dell'abate.
    E' inutile dire che la chiesa era gremita di gente quando  l'abate  vi
    scese sorretto da fra' Ilario e da un altro monaco. Egli s'inginocchi
    nel centro della navata maggiore,  sulla lapide che chiudeva l'avello,
    e,  a capo chino,  incominci a snocciolare la lunga corona  dei  suoi
    peccati.   Finch  disse  che  aveva  venduto  indulgenze,  che  s'era
    appropriato il denaro del povero, che aveva ingannata la gente in ogni
    modo,  il popolo tacque,  ma  quando  giunse  a  confessare  di  avere
    spogliato la Madonna del prezioso donativo di Giovanni Ungheri, allora
    da cento bocche usc una terribile parola infamante:
    - Ladro! Ladro!
    L'abate  Lamberto  chin  la  testa  e  continu la confessione;  poi,
    alzatosi,  si avvi alla sua cella seguto dai  monaci,  e  poco  dopo
    ritornava in chiesa recando sopra un guanciale la preziosa corona, che
    riponeva sulla testa della Madonna.
    Quindi,  come se non credesse completa la espiazione,  si fece portare
    la corona falsa, e, postasela in testa, disse:
    - Questa io la porter sempre affinch tutti sappiano del mio peccato.
    Quello stesso giorno l'abate  Lamberto  rinunziava  alla  sua  carica,
    vestiva  l'abito  da pellegrino e col capo grottescamente ornato della
    corona,  partiva per Terra Santa.  Da quel giorno la Madonna di Strumi
    rimase immobile sul piedistallo, e la preziosa corona non si mosse pi
    dalla testa di lei.
    Intanto  la  fortuna  dell'Imperatore  era assai scemata in Italia,  e
    Alessandro  Terzo,   il  Papa  eletto  nel  conclave  dei   cardinali,
    acquistava  sempre maggior potenza.  L'antipapa Calisto Terzo,  eletto
    dall'Imperatore, fu preso dal rimorso, e dopo lunghe incertezze depose
    la tiara e si riconcili col Papa vero,  con Alessandro.  Questi,  per
    ricompensarlo  della  sua  sottomissione,  gli  restitu  l'abbazia di
    Strumi abbandonata da fra' Lamberto,  che tornato dopo alcuni anni dal
    pellegrinaggio  di  Terra  Santa,  senza  essersi mai tolto di capo la
    corona che gli attirava le beffe di quanti lo  incontravano,  venne  a
    stabilirsi in un Eremo poco distante da Strumi, menando vita solitaria
    ed  esemplare.  Quando  Lamberto  venne  a  morte,  lasci  detto  che
    desiderava esser sepolto con quella corona,  che era stata per lui una
    vera corona di spine.
    L'abate  Giovanni  Ungheri  non  rimase molto a governare l'abbazia di
    Strumi.
    Papa Alessandro lo nomin arcivescovo di Benevento  e  la  sua  carica
    pass all'abate Ridolfo, il quale, edificata l'abbazia di San Fedele a
    Poppi, and a stabilirvisi abbandonando Strumi.
    Ora dell'abbazia e del palazzo non restano altro che pochi avanzi, sui
    quali    stata  costruita  una  casa  di contadini;  ma chi scava nei
    dintorni, trova scheletri grandissimi,  e chi dice che sian di monaci,
    chi dei conti Guidi.  In quella casa ci and sposa una mia sorella,  e
    per questo so tanto bene vita,  morte e miracoli dell'abate Lamberto e
    dell'antipapa.  Le mura non parlano,  la terra neppure, ma parlano gli
    uomini,  e cos parlando,  la storia dell'abate Lamberto si  risaputa
    di padre in figlio e io ho potuto raccontarvela, - termin la Regina.
    - Grazie,  mamma, - disse Maso, - ma non sar io che potr raccontarla
    come voi; farei un bel pasticcio se mi risolvessi a farlo.
    - Io per la so benissimo, - disse l'Annina, - e non dubitate,  nonna,
    che  questa  e  le altre novelle che ci avete raccontate,  le ho tutte
    qui,  - e accenn il capo.  - Cos potessi narrarle ai miei  nipotini,
    come fate voi!
    I Marcucci continuarono un bel pezzo a parlare del monastero di Strumi
    e  delle  sue  vicende,  senza  accorgersi  che Cecco era sparito alla
    chetichella.  Tutta la sera era stato inquieto,  pareva che non avesse
    terren fermo,  e appena la mamma aveva cessato di narrare,  era uscito
    dalla parte che metteva nel cortiletto della stalla, e una volta fuori
    s'era diretto a passi precipitati verso la casa di Vezzosa.  In cucina
    il  lume  ardeva  ancora  e  il padre della ragazza stava sull'uscio a
    fumar la pipa.
    - Buona sera, Momo? - aveva detto Cecco.
    L'altro aveva risposto,  e da un  discorso  all'altro  eran  venuti  a
    parlare delle veglie, e Cecco aveva domandato al contadino:
    - Come mai non ci avete mandate le vostre figliole stasera?
    - Oh!  queste donne!  - esclam Momo.  - Non sanno star d'accordo. Che
    volete che vi dica; la massaia ha rimproverato Vezzosa perch dice che
    coll'andar  fuori  a  veglia  la  domenica,   svia  tutti  quelli  che
    verrebbero da noi a far due chiacchiere; e Vezzosa se l' avuto a male
    ed   andata a letto.  Vedete,  io voglio bene alle figliuole ed  per
    loro che ho ripreso moglie;  ma se sapevo che sarebbero state  insieme
    come  cani e gatti,  vi giuro io che non avrei messo un'altra donna in
    casa.
    - La pace torner appena  avrete  maritate  le  figliuole,  -  rispose
    Cecco.
    - Maritarle!  E' una parola.  Per Vezzosa s'era presentato un partito;
    Felice del Masi, lo conoscete? Ebbene, lei non lo vuole; la mi' moglie
    vorrebbe darglielo, e da qui scene continue, e addio pace!
    Cecco sossult a quelle parole,  ma non ebbe  coraggio  di  spiegarsi.
    Bisognava che prima interrogasse la mamma,  i fratelli,  le cognate, e
    se il maggior numero  di  loro  si  fosse  opposto  al  parentado  con
    Vezzosa?
    Quella  sera  Cecco and a letto tutto turbato e dorm male,  cosa che
    non gli era accaduta mai.







    La matrigna di Lavella.

    La settimana successiva all'ultima novella era  stata  una  di  quelle
    settimane  piene d'ansiet per molti di casa Marcucci,  e anche per il
    padre di Vezzosa.  Della matrigna non voglio parlarne,  perch era una
    donna astiosa e bisbetica e se io la mettessi in scena,  turberebbe la
    serenit del quadro nel quale ho posto la Regina ed  i  suoi.  Bisogna
    sapere  che  la Vezzosa s'era data per malata,  e nessuno le aveva pi
    visto la punta del naso,  n quelli di casa n quelli di  fuori,  dopo
    una  certa scena,  abbastanza tempestosa,  in cui aveva detto chiaro e
    tondo alla matrigna,  che il marito se lo voleva scegliere  da  s,  e
    quello  che  ella  le  proponeva non l'avrebbe preso neppure ricoperto
    d'oro.  Il giorno ella stava sempre a letto con le coperte tirate  fin
    sopra  alla  testa,  e  la  notte,  quando  sentiva  che in casa tutti
    dormivano,  scendeva in cucina in punta di piedi a tagliarsi una fetta
    di pane, e poi tornava a letto, ma non dormiva. E nella veglia sentiva
    Cecco  cantare  per  lei  da  lontano,  e mandarle quel saluto che era
    solito ormai di darle ogni giorno.  Ma la voce  di  Cecco,  invece  di
    calmarla, la indispettiva, e diceva fra s:
    - Se mi volesse bene, mi leverebbe da quest'inferno! Son tutti buoni a
    parole,  ma  a  fatti!...  Anche  mio  padre dice che mi vuol bene,  e
    intanto mi lascia martoriare da quella donna dispettosa che  ha  preso
    il posto della povera mamma!
    E  dopo essersi sfogata cos,  invece di dormire,  pensava al mezzo di
    andarsene di casa. Voleva recarsi a Firenze al servizio,  almeno se un
    padrone  la  maltrattava,  ella  avrebbe  potuto  cercarsene un altro,
    mentre invece, di l non sarebbe uscita mai.
    Cecco,  che si sfogava a cantare la notte,  non se n'era stato con  le
    mani  in  mano.  Il  luned  aveva  parlato subito alla mamma di voler
    sposare Vezzosa, e la Regina lo aveva lasciato dire; e poi, aprendo la
    bocca sdentata a un sorriso, aveva risposto:
    - Lo sapevo,  e quella monella pu dire di avermi stregata;  sarei pi
    contenta di te di vedermela in casa.
    Cecco,  incoraggiato  da queste parole,  era andato a cercar Maso,  il
    quale non aveva risposto n si, n no.
    - Tutte le nostre donne hanno portato una dote,  - aveva  risposto  il
    contadino,  - e cos abbiamo potuto comprare due vacche,  i trapeli, i
    maiali, e metter qualche cosa da parte. Vezzosa non ha dote;  ma se le
    cognate e i fratelli son contenti, per me non ho nulla in contrario.
    I   fratelli,   interrogati  che  furono,   sollevarono  anch'essi  la
    difficolt della dote,  e cos la settimana pass  senza  che  nessuno
    andasse a chieder la Vezzosa.  Giunta la domenica,  Regina, ora con un
    pretesto,  ora  coll'altro,  sperando  di  vederla  giungere,  non  si
    risolveva  a  incominciare  la  novella,   quando  l'Annina,   vedendo
    sbadigliare i fratelli,  fece osservare alla nonna che  era  tardi,  e
    quella prese a dire:

    -  C'era  una  volta  un signore di Caprese,  qui in Casentino,  della
    famiglia Catani, che avea nome Beltramo, al quale era morta la moglie,
    dando alla luce una bambina che fu chiamata Lavella.
    Beltramo fece dare alla sua donna  onorata  sepoltura,  ma  appena  fu
    passato un po' di tempo pens di prendere un'altra moglie, e la scelse
    della casa Ubertini di Arezzo.  Costei non era n bella,  n graziosa,
    n buona di carattere,  ma di questo il conte Beltramo se  ne  accrse
    soltanto  quando  l'ebbe  menata a casa sua,  a Caprese,  e allora non
    c'era pi rimedio.
    Le prime parole che madonna Chiarenza disse a Lavella, furon queste:
    - Che brutta creatura!
    Per fortuna Lavella non cap, perch era ancora poppante; ma cap bene
    la sua balia,  la quale pens che quella non sarebbe stata  mai  altro
    che  una tormentatrice per la piccina,  e non permise che Chiarenza la
    vedesse mai.
    I primi anni della vita di Lavella trascorsero tranquilli,  perch  la
    buona  balia  ebbe  di  lei ogni cura;  ma quando ebbe toccati i sette
    anni,  Chiarenza volle  occuparsene,  dicendo  al  marito  che  se  la
    lasciava affidata alle mani della contadina, sarebbe cresciuta rozza e
    villana.
    Chiarenza  non  aveva  dato  al marito altro che una figlia,  la quale
    aveva  tre  anni  quando  Lavella  toccava  gi  i  sette;  ma  se  la
    primogenita  era  bella  e  bianca  come  un  giglio  e  rossa come un
    garofano,  l'altra era gialla come una mela vizza e stentata da parere
    pi una morticina che una creatura viva.
    Quando Chiarenza vide le due bambine,  una accanto all'altra, fu presa
    da una tremenda invidia per la figliastra, e non cessava un momento di
    tormentarla.
    Per ottenere che dal volto di Lavella scomparisse l'incarnato,  non la
    faceva  mai  uscire  dalle sue stanze,  e le imponeva di star tutto il
    giorno curva sul telaio a trapuntare tappeti o gonfaloni,  o a pregare
    inginocchiata  sulle lastre di pietra della scura cappella.  Ma neppur
    questa vita di reclusione alterava la bellezza della bambina;  ella si
    faceva  un po' pi delicata,  ma non pi brutta.  Anzi pareva che ogni
    giorno che passava  si  compiacesse  di  imprimerle  sul  volto  nuove
    attrattive, e nel cuore maggior dose di bont e di dolcezza. Dalla sua
    bocca  non usciva mai un lamento,  e i paggi e i valletti del castello
    di Caprese la chiamavano l'angioletta,  tanto dal suo volto emanava un
    sorriso  celestiale.  Le donne della contessa Chiarenza,  invece,  per
    secondare la loro  signora,  non  cessavano  di  parlare  di  lei  con
    disprezzo,  e  se  la potevano accusare di qualche cattiveria verso la
    sorella, se ne ingegnavano.
    Il conte Beltramo non udiva n le lodi dei valletti e dei paggi, n le
    denigrazioni delle donne.
    Egli passava la vita a  caccia  o  in  guerra,  e  quando  tornava  al
    castello,  non  permetteva  che  in  presenza sua alcuno parlasse,  ad
    eccezione del frate Uguccione, un monaco che in giovent aveva vestito
    l'armatura di cavaliere e avea visto  pi  battaglie  che  non  avesse
    capelli in capo.  Padre Uguccione allietava gli ozi del Conte narrando
    della corte di Urbino, dov'era stato, della corte di Rimini e di tanti
    prodi cavalieri incontrati nei suoi pellegrinaggi attraverso l'Italia,
    prima di vestir la tonaca.
    Durante quelle veglie, Chiarenza stava in un'altra parte della sala in
    mezzo alle sue donne,  ascoltando con  orecchio  attento  i  racconti,
    senza osare di metter bocca.
    Ma  quando  Beltramo  e la moglie si ritiravano nelle loro stanze,  il
    Conte non si stancava mai di dirle che era afflitto di  non  avere  un
    maschio, un erede bello e forte per addestrarlo nelle armi ed al quale
    trasmettere il suo nome ed i suoi feudi.
    -  Neppur la tua prima moglie seppe darti un maschio,  - rispondeva la
    Contessa.
    - Ma almeno Lavella  bellissima,  e la tua Selvaggia  un  mostro  di
    cui mi vergogno, - replicava Beltramo.
    Questo  confronto  faceva andare sulle furie madonna Chiarenza,  ma in
    faccia al suo marito e signore riusciva a dominarsi;  appena  per  le
    capitava Lavella davanti,  faceva scontare alla disgraziata figliastra
    tutto il suo risentimento.  Se Dio ne guardi la bambina  sbagliava  un
    punto  nei  ricami  che  le dava a fare,  eran nerbate sulle dita;  se
    piangeva,  ordinava che fosse rinchiusa per ore ed ore in uno stanzino
    buio;  ma  Lavella  taceva  sempre  e  non  si ribellava mai contro la
    matrigna,  che le infliggeva tante punizioni.  Per bisogna  dire  che
    ogni volta che aveva le nerbate sulle dita, sentiva farsi, da una mano
    invisibile  e  dolcissima,  tante  carezze  che le facevano passare il
    bruciore, e quando Chiarenza la rinchiudeva nello stanzino buio,  quel
    bugigattolo  s'illuminava  subito  di  una  luce chiara,  e varie voci
    armoniose cantavano cori sacri.
    Lavella univa la sua alle voci melodiose,  e cos il tempo le  passava
    presto.
    Appena per qualche passo si avvicinava,  le voci tacevano, spariva la
    luce,  ma sul bel volto di Lavella continuava  quella  espressione  di
    beatitudine, che tanto indispettiva la matrigna.
    Cos Lavella giunse ai quindici anni,  e tutti coloro che la vedevano,
    restavano a bocca aperta  a  guardarla,  tanto  era  bella  e  portava
    scritto in fronte la bont del cuore.  La matrigna,  nonostante che le
    sue donne non si stancassero di dirle: Lavella  imbruttisce,  Lavella
    si fa un mostro,  pure vedeva che ogni giorno la fanciulla acquistava
    grazia e leggiadra; e,  accorgendosi che Selvaggia,  invece,  restava
    gialla e grinzosa come quando era piccina,  se avesse potuto,  avrebbe
    sbranata la figliastra con le proprie mani.
    Lavella aveva quindici anni, e il conte Beltramo,  era altero di lei e
    incominciava  a  volerla condurre a caccia seco.  Molte volte,  quando
    egli cavalcava ai castelli di Chitignano o di Bibbiena,  oltre a farsi
    accompagnare dalla moglie, invitava anche Lavella a seguirlo.
    Lavella,  per  l'avarizia  e la perfidia della matrigna,  non aveva da
    vestirsi  come  si  conveniva  a  damigella  di  nobile  famiglia,   e
    nonostante  che  non  fosse  punto  vana della sua bellezza,  adduceva
    pretesti per non accompagnare il padre.  Ma su dieci volte  le  veniva
    fatto  di  potersene rimanere a Caprese appena due,  e intanto la fama
    della sua bellezza si spargeva per tutto il Casentino, e gi correvano
    di bocca in bocca le canzoni che  i  trovatori  avevano  inventate  in
    onore di lei.
    Una volta Lavella fu condotta a una giostra a Bibbiena, e il pi bello
    e  prestante  cavaliere  di  casa  Ubertini  vest i colori di lei per
    iscendere nella lizza.  Chiarenza  si  morse  le  mani  dalla  rabbia,
    vedendo  che  il cavaliere,  dopo aver vinto i suoi avversari,  and a
    inginocchiarsi dinanzi alla bella fanciulla e la proclam  Regina  del
    torneo.
    - Me la pagher! - diceva fra s la matrigna tutta indispettita.
    Poco  tempo dopo,  Beltramo partiva per andare per certi suoi affari a
    Siena.
    - Quando torno faremo le nozze;  - diceva  alla  moglie,  -  Guglielmo
    Ubertini    innamorato  di Lavella,  tutto il parentato  contento di
    questa unione,  e io non potrei desiderare per successore un cavaliere
    pi  prode  e  bello  del vincitore del torneo di Bibbiena.  Chiarenza
    storceva la bocca e diceva che Lavella era troppo giovane per  prender
    marito.
    - Ma che giovane! Eppoi io voglio concludere il matrimonio alla svelta
    perch  le  cose  lunghe  diventan  serpi.   Ti  consiglio,  anzi,  di
    profittare di questa mia assenza per preparare il corredo, e da Siena,
    dove si tessono cos bei drappi, io le porter abiti ricchissimi.
    Tu fai i conti senza di me,  - pens  Chiarenza,  -  Lavella  non  si
    mariter  e  soltanto  lo  sposo  di  Selvaggia  erediter  il  nostro
    castello.
    Il conte Beltramo part con i suoi valletti  e  con  buona  scorta  di
    armati,  e  prima  di  salire  in  sella abbracci la figlia maggiore,
    raccomandandole  di  starsene  allegra  durante  il  tempo  della  sua
    assenza,  ch  al ritorno le avrebbe data una notizia molto,  ma molto
    lieta.
    Sorrise Lavella,  e finch pot scorgere il padre scender gi  per  le
    balze  di Caprese,  lo salut col fazzoletto,  quindi torn nella sala
    dove la matrigna soleva lavorare insieme con le sue donne.
    - Lavella,  - le disse Chiarenza appena la vide,  - ora sei affidata a
    me soltanto,  e siccome so che tu hai molta avversione per me,  voglio
    risparmiarti il tedio della mia compagnia.  Va' nella tua camera e non
    ne uscire altro che al ritorno di tuo padre.
    Lavella,  senza  dir  nulla,  chin  la testa e usc;  ma quando fu in
    camera sua,  pianse tanto tanto tenendosi il bellissimo volto  fra  le
    mani. Mentre se ne stava cos angosciata, sent una carezza blanda sui
    capelli,  e,  alzando gli occhi,  vide dinanzi a s un angiolo, con le
    ali bianche, la veste bianca, e i gigli in testa a guisa di corona.
    - Chi sei, angiolo bello, e chi ti manda da me? - domand Lavella.
    - Sono il tuo angiolo custode.  Tua madre,  salendo al Cielo quando tu
    eri piccina piccina,  mi preg di vegliare su di te,  di rallegrare la
    tua infanzia e proteggerti sempre.  Ora la  tua  matrigna  vuol  farti
    morire,  prima  che torni il conte Beltramo.  Non accettare,  Lavella,
    nessun cibo  dalle  mani  di  lei,  n  da  quelle  delle  sue  donne;
    conterrebbe  certo  il veleno.  Mangia solo ci che ti porto io,  e il
    cibo che ti viene da altri,  sminuzzalo  sul  pavimento;  verranno  le
    formiche,  verranno i sorci a portarlo via. Sono io che ho accarezzato
    le tue manine colpite dalle nerbate,  io che  ho  chiamato  gli  altri
    angioli ad allietare col canto le lunghe ore di prigionia; abbi dunque
    fiducia in me.
    - In te solo, angiolo bello! - rispose Lavella sorridente.
    L'angiolo le pos in grembo un liuto e spar. La ragazza, consolata da
    quelle buone parole, trasse dal liuto alcuni accordi, ed accompagnando
    il suono con la voce, si mise a cantare una dolce canzone provenzale.
    - Sentite, canta quella dispettosa! - diceva alle sue donne Chiarenza.
    - Le avverr come alle cicale: dopo aver cantato un mese, creper.
    Le  donne,  per adulare la signora,  risero di quella stupida facezia,
    ripetendo:
    - Creper!  Creper!  - ma non sapevano il truce significato di quelle
    parole, perch non capivano il pensiero di madonna Chiarenza.
    Quella  perfida  donna,  che  conosceva  le  qualit  di  certe piante
    malefiche,  col pretesto di far respirare l'aria fresca del mattino  a
    Selvaggia,  andava  nei  boschi  con la figlia e non si faceva seguire
    altro che a distanza dalle sue donne.  Ella cercava sul terreno quelle
    piante velenose,  e quando le aveva trovate, le nascondeva fra i mazzi
    di fiori. Poi,  quando giungeva a casa,  pestava quell'erbe e le univa
    al cibo che mandava a Lavella.
    Ma la ragazza, appena il cibo le era presentato, lo deponeva per terra
    e  lo sminuzzava alle formiche ed ai topi,  i quali lo riportavano nei
    loro  ripostigli,  e  si  guardava  bene  dal  mangiarne,   aspettando
    l'angiolo  che  non  la lasciava mai digiuna e ogni notte volava sulla
    finestra della camera in cui Lavella era prigioniera, recandole frutti
    dei boschi e miele odoroso.
    - Come sta Lavella?  - domandava ogni mattina madonna  Chiarenza  alla
    servente che le recava il cibo.
    -  E' bianca come un giglio e rossa come un garofano,  - rispondeva la
    donna.
    La Contessa,  udendo quella risposta,  si mangiava le mani.  Come  mai
    tutto  il  veleno  che  le  metteva  nel  cibo non le produceva nessun
    effetto?
    Questo fatto ella non sapeva spiegarselo,  se non che  col  tradimento
    della  donna  alla  quale affidava il cibo destinato a Lavella,  e per
    questo disse:
    - Da mangiare glielo porter io!
    E glielo port infatti quel d stesso; ma la mattina dopo, quando apr
    la camera, Lavella cantava come una capinera e stava meglio di lei.
    Chiarenza,  furente,  prese per un braccio la  figliastra  e  la  fece
    uscire da quella prigione nella quale sospettava che alcuno penetrasse
    a sua insaputa, e, fattale imboccare una scala, le ordin di salire su
    su fino in cima. Lavella la ubbid, e la Contessa saliva dietro a lei,
    e tanti erano gli scalini che,  giunta in cima, aveva la lingua fuori.
    In vetta a quella scala c'era una specie di soffitta,  senza finestre,
    chiusa  da  una porta di ferro con tre chiavistelli e tre chiavi,  una
    differente dall'altra.
    - Qui, carina, non avrai visite, - le disse in tono canzonatorio.
    E, senza aggiunger altro, usc, chiuse i tre chiavistelli, gir le tre
    chiavi,  e quando fu giunta in fondo alla scala serr  pure  la  porta
    della torre e and a preparare il cibo avvelenato per la figliastra.
    Verso sera, quando sal nella torre per portarglielo, sent partire un
    canto dolcissimo dalla prigione, e supponendo qualche tradimento, fece
    gli scalini a due a due per scoprirlo;  ma quando giunse in cima tutta
    trafelata,  il canto cess a un tratto e nella prigione non trov  che
    Lavella.
    Allora  le  venne in mente che la figliastra fosse una strega,  ma non
    per questo rinunzi a offrirle il cibo avvelenato, anzi la costrinse a
    mangiarlo  in  sua  presenza.  Ma  Lavella,  che  rammentava  bene  la
    raccomandazione   dell'angiolo,   lasciavasi  cader  di  mano  pane  e
    companatico nel portarlo alla bocca,  e i topi correvano  a  frotte  e
    pulivano il pavimento senza che la Contessa si accorgesse di nulla.
    Ella  usc dalla prigione pensando che quella volta Lavella era bell'e
    spacciata, perch non era possibile che tutto il veleno che ella aveva
    messo nel cibo,  non producesse l'effetto  voluto;  ma  mentre  usciva
    dalla porta,  l'angiolo entrava da una fessura che si apriva nel muro,
    e faceva vedere alla ragazza  che  i  topi  pi  ingordi,  quelli  che
    avevano  mangiato il cibo recato dalla Contessa invece di portarlo nei
    nascondigli, si contorcevano sul pavimento dagli spasimi.
    - Ma che ho fatto alla Contessa perch mi voglia veder morta? - diceva
    la povera ragazza piangendo.
    - Nulla,  Lavella,  non piangere.  In breve tu sarai consolata ed ella
    pagher  il  fio  di  tanta  perfidia,  -  le rispondeva l'angiolo.  -
    Preparati a una grande gioia. Senti, - aggiungeva stando un momento in
    orecchio, - il corno echeggia su queste balze; uno dei valletti di tuo
    padre viene ad annunziare il suo prossimo ritorno. Sii forte, Lavella,
    non ti rimane altro che una prova da sormontare.
    L'angiolo, dopo averla cos confortata,  spar,  e Lavella si rasciug
    le lacrime e tese l'orecchio per afferrare il suono del corno,  che le
    annunziava la prossima liberazione.
    La torre ove la Contessa teneva rinchiusa la figliastra  era  l'ultima
    del  castello  e guardava il valico del monte;  perci,  essendo dalla
    parte opposta della via,  i suoni del corno vi giungevano  debolmente;
    ma  Lavella sent bene che a un tratto cessarono,  segno quello che il
    ponte levatoio era stato calato e il valletto si trovava  gi  fra  le
    mura del palazzo.
    Poco dopo che ella aveva cessato di udire i suoni del corno,  sent un
    rumor di chiavi e di chiavistelli e vide entrare la matrigna  con  gli
    occhi fuori della testa.
    Lavella si alz, la matrigna fece un passo addietro spaventata e fugg
    via senza neppure voltarsi.  Tuttavia non manc di chiudere la porta e
    di lasciare la ragazza a marcire in quella torre.
    - Non  crepata! E' una strega di certo; - borbottava la perfida donna
    scendendo le scale,  - ma se non crepa stanotte,  non so pi liberarmi
    di lei.
    Quella  sera  Lavella  fu  al solito visitata dall'angelo che le port
    gran copia di fragole odorose e  di  profumati  lamponi,  e  prima  di
    lasciarla  le  diede  un  vasetto,  raccomandandole  di  sciogliersi i
    capelli, e di ungerli bene avvolgendosi in essi a guisa di manto.
    Dopo la consueta preghiera, Lavella si ristor con quei frutti freschi
    e quindi si distese sulla nuda terra,  avendo cura di  avvolgersi  nei
    capelli unti prima col balsamo.
    Non  s'era ancora addormentata,  che sent un forte rumore alla porta.
    Le pareva che qualcuno vi accatastasse fascine sopra fascine.
    Ma non per questo  si  spavent,  poich  le  parole  dell'angiolo  le
    risuonavano  ancora  all'orecchio  e sperava nel ritorno del padre per
    essere liberata.
    Ella si addorment dunque fiduciosa,  ma dopo poco fu  destata  da  un
    crepitare  fortissimo  di legname.  Apr gli occhi e vide che la porta
    era in fiamme e queste si spingevano con furia dentro la prigione.
    Lavella non si perd d'animo. Balz in piedi, si avvolse nei capelli e
    con un  lancio  varc  quel  rogo  acceso  accanto  alla  porta  della
    prigione; quindi si diede a scender le scale per fuggire. Ma gi trov
    la  porta  della  torre  chiusa e le convenne di fermarsi.  Ogni tanto
    sentiva crollare un pezzo di muro e incominciava a dubitare che  fosse
    giunta  la  sua  ultima  ora.  Ma a un tratto la porta fu aperta e una
    turba di uomini si precipit sulla scala  per  salire  in  vetta  alla
    torre  e  abbatterla  affinch il fuoco non si comunicasse al restante
    del castello.  Per,  appena  la  videro,  rimasero  come  inchiodati,
    credendola  un'apparizione,  ed  ella  approfitt  di  quel momento di
    timore, per farsi largo ed uscire.
    Appena fu fuori si diede alla fuga,  e  trovando  abbassato  il  ponte
    levatoio,  perch  era stato sonato a stormo e i terrazzani giungevano
    gi per dar mano a spengere l'incendio,  ella corse per la campagna  e
    and  ad appostarsi in un bosco,  poco lungi dalla strada per la quale
    il conte Beltramo doveva giungere.
    A un certo momento della notte la torre cadde con grandissimo fracasso
    e la contessa Chiarenza,  che stava  dalla  sua  finestra  a  guardare
    l'incendio, esclam:
    -  Questa volta la perfida  ben sotterrata fra i rottami,  e il conte
    Beltramo non sapr rinvenirvela.  Dir che  fuggita,  e nessuno potr
    contraddirmi!
    La perfida Contessa,  che aveva vegliato tutta la notte attendendo che
    la torre crollasse, si coric;  ma il rimorso le imped di dormire,  e
    all'alba  era gi alzata e si faceva acconciare dalle sue donne,  alle
    quali raccontava che Lavella aveva appiccato il fuoco  alla  torre  ed
    era fuggita.
    Esse  fingevano  di  credere al racconto,  e,  per adulare la signora,
    dicevano che Lavella cos doveva  finire,  perch  era  insubordinata,
    altera e sprezzante.
    I  suoni  del  corno,  che  salivano  dalla valle,  fecero impallidire
    Chiarenza. Nonostante ella si fece animo e, terminatasi di acconciare,
    mosse incontro al suo signore, dando la mano a Selvaggia.
    Madonna Chiarenza attese il Conte nella grande sala d'armi e quando lo
    vide comparire fece per abbracciarlo;  ma  egli  la  respinse,  e  con
    piglio severo le chiese:
    - Dov' mia figlia?
    -  Eccola!  -  rispose  la  perfida  donna  spingendogli nelle braccia
    Selvaggia.
    - Io non intendo parlare di questa, - disse il Conte, - ma di Lavella,
    cos dolce, buona e leggiadra.
    - Ahim, signor mio!  Quella insubordinata mi ha dato molta pena nella
    vostra assenza. Ed io, per restituirvela come me l'avevate consegnata,
    avevo stimato bene di tenerla chiusa nella torre;  ma neppur l dentro
    ho potuto custodirla,  poich ella vi  ha  appiccato  il  fuoco  ed  
    fuggita.
    - Madonna,  voi siete una perfida,  - disse il Conte. - Che cosa avete
    fatto a Lavella?  Se l'infelice  perita per  mano  vostra,  voi  pure
    perirete.
    -  Pi  che  rinchiuderla  io  non  potevo  fare,  e chiamo il Cielo a
    testimonio delle mie intenzioni.
    - Non bestemmiate!  - url il Conte,  e fattosi sulla  porta  fece  un
    cenno.
    Pallida, con i capelli disciolti, le vesti bruciate, comparve Lavella.
    La Contessa mand un grido vedendola, ma ricompostasi subito disse:
    -  Vedete  che   vero quello che vi dicevo;  prima ha dato fuoco alla
    torre, e poi  fuggita.
    - No, non sono io che ho appiccato l'incendio,  ma colei che mi voleva
    morta,  -  rispose  Lavella  pacatamente.  -  Il  Signore,  la Vergine
    Santissima e il mio angelo custode,  mi hanno salvata dal  veleno  che
    ponevate  nei  miei  cibi,  e  dall'incendio.  Che  cosa  vi ho fatto,
    madonna, per meritare il vostro odio?
    - Sentite, signor mio, come mi accusa quella sfrontata; fatela tacere!
    - disse Chiarenza.
    Lavella,  colpita da quelle parole,  abbass gli occhi e tacque,  e il
    conte Beltramo non sapeva se credere al racconto delle sevizie patite,
    fattogli  da  Lavella,  o  alle  accuse  che la moglie aveva formulate
    contro di lei, quando Selvaggia, che era uscita per un momento,  entr
    con una fetta di torta in mano, nella quale poneva avidamente i denti.
    Chiarenza fece un lancio,  le strapp la torta di mano e poi aprendole
    la bocca, smarrita dal terrore, le gridava:
    - Sputa! Sputa! E' veleno!
    - Ecco il cibo che voi preparavate per  Lavella;  osereste  negare  il
    vostro delitto? - disse il Conte.
    Chiarenza non l'ud.
    Inginocchiata  accanto  alla  figlia,  la  guardava  ansiosamente e le
    poneva le dita in gola per farle rigettare  la  torta  avvelenata.  Ma
    Selvaggia, da gialla che era si era fatta livida.
    - Aiuto! Salvatela! - urlava la Contessa.
    Accorse  padre  Uguccione,   le  dette  subito  alcuni  farmachi,   ma
    Selvaggia,  invece di  riaversi,  si  contorceva  come  i  topi  nella
    prigione di Lavella, e strillava come se la uccidessero.
    La  figliastra  se  ne  stava in disparte,  guardando atterrita quella
    scena in cui riconosceva la giustizia di Dio.
    Selvaggia spir fra atroci dolori e la madre  se  la  strinse  fra  le
    braccia cercando di rianimarla col suo fiato.
    Il  Conte  fece  atto  di  trascinare  via  la  moglie,   ma  Lavella,
    guardandolo pietosamente, gli disse:
    - Non vi pare che ella sia abbastanza punita della sua perfidia?
    - Hai ragione, - rispose il Conte. - Lasciamola al suo dolore e al suo
    rimorso; e tu, figlia mia, va' a farti bella, perch fra poco giunger
    il bel cavaliere Guglielmo degli Ubertini,  colui  che  vest  i  tuoi
    colori alla giostra di Bibbiena, per domandarti in isposa.
    Lavella  usc,  e  quelle  stesse donne che avevano dimostrato per lei
    tanto odio quando Chiarenza la torturava,  le furono d'attorno facendo
    a gara ad acconciarla e a proclamarla bella.
    Gli  sponsali si fecero quel giorno stesso con molta pompa,  e Lavella
    sentiva dintorno a s un coro di voci celestiali,  che gli  altri  non
    udivano.
    La  contessa Chiarenza compose la figlia nella bara,  e mentre la sala
    echeggiava di suoni e di liete conversazioni,  lei sola  assisteva  ai
    funerali della figlia.
    Il  giorno  dopo,  madonna  Chiarenza  partiva per ordine del marito e
    andava a rinchiudersi in un convento di Arezzo, mentre Lavella, figlia
    e sposa felice, restava signora del castello.
    La novella non dice come finisse Chiarenza,  ma si sa che  Lavella  si
    mantenne  sempre buona e leggiadra,  e visse lungamente a fianco dello
    sposo, al quale die' numerosa figliuolanza.

    - Ma quanto pat quella poverina! - osserv l'Annina,  quando la nonna
    ebbe terminato di narrare.
    - Bambina mia,  - replic la vecchia,  - ogni creatura che resta senza
    madre  da compiangere, e Dio non vi faccia mai provare una matrigna.
    Appena ebbe pronunziato quel nome, Cecco divent rosso,  e,  facendosi
    forza, domand alla cognata e ai fratelli:
    - Dunque, la volete o no in casa la Vezzosa?
    - Come sarebbe a dire? - rispose Maso.
    - Io, ormai, ho fatto proposito di sposarla, - riprese l'artigliere. -
    Se l'accettate in casa e la mamma nostra  contenta,  la sposo subito;
    se no mi cerco un poderetto,  prendo meco la  nostra  vecchina,  e  la
    sposo lo stesso. Lavoreremo come cani da principio, ma non avr pi il
    martirio di saper quella povera ragazza nelle mani della matrigna.
    - La nostra vecchia non uscir di casa! - dissero tutti in coro.
    - E allora? - domand Cecco che aveva fatto una provvista di coraggio.
    - Senti, - disse Maso dopo aver riflettuto. - Noi si ha bisogno almeno
    di  un  po'  di  roba,  e non possiamo caricare il podere di una nuova
    famiglia.  Capisco che a te vada gi male di veder patire Vezzosa,  ma
    finch si piange soli, le lacrime non sono amare come quando si piange
    in compagnia.
    - Ma quella ragazza soffre, - os dire la Regina.
    - Allora che devo dire? Sposala, e facciamola finita, - replic Maso.
    - Lo sai che tocca a te a chiederla? - osserv la vecchia.
    - L'avrei da sapere; non ho gi chiesto tutte le cognate?
    - Chiedila, dunque, e fai contento Cecco.
    - Ebbene, la chieder.
    Cecco  non  pot  dire  una  parola,  e,  per  nascondere i lucciconi,
    abbracci la sua vecchia.



















    La fidanzata dello scheletro.

    Maso aveva mantenuto la  promessa,  e  la  mattina  del  luned  aveva
    chiesto in moglie Vezzosa per Cecco.
    -  Lo  sapete che io non vi posso dar nulla di dote?  - disse il padre
    della ragazza al capoccia dei Marcucci.
    - Lo so, - rispose il contadino a denti stretti, - e in casa non ce la
    volevamo una donna che non portasse nulla;  ma Cecco s' piccato e c'
    convenuto di cedere.
    - Dunque la mia figliuola ce la prendete per forza?
    - Non dico questo,  - rispose Maso, - ma se avesse avuto qualche cosa,
    sarebbe stato meglio;  tutte le nostre donne hanno portato un  po'  di
    dote,  e  cos si  potuto tirar avanti.  Ma ora sulla dote ci abbiamo
    fatto un pianto e un lamento,  e Vezzosa sposer  Cecco  senza  nulla.
    Interrogate la vostra figliuola, e, se dice di s, a Pasqua si faranno
    le nozze.
    - Domani vi dar una risposta, - disse Momo.
    I  due  contadini  si separarono;  Momo sal dalla figliuola,  che era
    sempre a letto.
    Senza tanti preamboli le disse che Cecco la voleva per moglie.
    - Ma dite davvero, babbo? - esclam la ragazza fissandolo.
    - Come se su certe cose  si  potesse  scherzare!  Se  vuoi  sincerarti
    meglio,  vai  a  parlare  con  la  Regina  e  lei  ti dir come sta la
    faccenda.
    - Dunque Maso mi ha chiesta davvero per Cecco?  Sono tanto felice  che
    mi pare impossibile.
    - Un giorno di felicit vien per tutti;  ne hai passate tante,  povera
    figliuola! - disse il contadino.
    E,  abbassando il capo senza aggiungere altro,  and  al  suo  lavoro,
    ripensando alla bestialit fatta col dare una matrigna alle figliuole.
    La  Regina conferm il fatto,  piangendo dalla felicit e raccomand a
    Vezzosa di essere per Cecco buona e affettuosa compagna.
    - Almeno quando non ci sar pi io per volergli bene, ci sarai tu,  ed
    egli potr consolarsi con te della mia mancanza, - diceva la vecchia.
    La domenica,  Vezzosa,  che non era pi malata, ma bianca e rossa come
    un fiore,  fu invitata a desinare a casa  Marcucci,  e  le  dettero  a
    tavola  il  posto  accanto  a  Cecco,  che doveva occupare in seguito,
    quando sarebbe stata la moglie di lui.
    Maso aveva invitato anche il resto della famiglia di  Vezzosa,  ma  la
    matrigna, che era in furore per non averla potuta accasare a modo suo,
    non volle accettare, e cos convenne anche a Momo di stare a casa sua.
    Non  fu  un  desinare,  ma  un  pranzo  in tutta regola,  quello che i
    Marcucci offrirono a Vezzosa.  Cappone lesso,  un buon  fritto,  tordi
    arrosto,  ammazzati  da  Cecco,  cenci dolci e vin buono.  E di questo
    pranzo non god soltanto Vezzosa,  ma anche il pievano e due amici  di
    Cecco,  che  erano stati soldati con lui e si erano recati da Bibbiena
    al podere di Farneta,  dietro invito dello sposo.  Vezzosa  non  s'era
    messa  in  fronzoli;  aveva la sua sottana di flanella,  il giacchetto
    eguale e un grembiule di seta.  Di gioie nulla,  altro che  i  piccoli
    pendenti  d'oro,  che Cecco le fece togliere per ornarla delle buccole
    con le perle,  regalo compratole a Firenze,  dove aveva fatto una gita
    il  venerd col pretesto di vendere della canapa.  Naturalmente quella
    domenica fu bevuto pi del consueto,  e il desinare  termin  quasi  a
    notte.  Mentre  gli  uomini fumavano a tavola,  Vezzosa si rimbocc le
    maniche del vestito, si mise un grembiale da cucina,  e aiut le altre
    donne a sparecchiare e a rigovernare. Cecco, non le toglieva gli occhi
    da dosso, badava a dire alla mamma sua:
    - L'ha gi preso il suo posto in casa, e vedrete come lo sapr tenere!
    Come  graziosa anche nel far le faccende; par fatta di un'altra pasta
    di noi, zotici villani!
    Ed  era  vero.  Vezzosa  non  si abbassava nel prestare umili servigi.
    Aveva un certo fare che  nobilitava  ogni  opera  delle  mani,  e  una
    destrezza  che gi le future cognate le invidiavano.  Quando la cucina
    fu tutta in ordine,  ella and a sedersi accanto a Regina,  e le disse
    sorridendole:
    - Mamma, aspettiamo la novella!
    La vecchia la guard con compiacenza e prese a dire:

    -  C'era  una  volta a Bibbiena una ragazza per nome Amabile,  che era
    reputata in paese la bella delle belle.  Il padre  di  lei  faceva  il
    tessitore di panni, dunque Amabile non era punto, ma punto ricca. Per
    le  piaceva  di  comparire,  e avrebbe fatto a meno di desinare pur di
    mettersi un fronzolo nuovo.
    Dovete sapere che da anni e anni a Bibbiena c' la costumanza  di  far
    baldoria  l'ultimo  giorno  di  carnevale.  In quel d una comitiva di
    Fondaccini,  con nastri celesti e merli,  vivi o morti,  legati per le
    zampe  al  cappello,  gira di giorno la citt suonando il trescone sul
    violino o sull'organetto. Ogni tanto questa comitiva dei Fondaccini si
    ferma davanti alla casa  di  qualche  persona  facoltosa,  acclama  il
    proprietario  che  dispensa  denari  e rinfreschi.  Nello stesso tempo
    un'altra comitiva,  detta dei Piazzolini,  percorre altre strade,  e a
    una  cert'ora  si  ferma  in  Piazza  Grande.  Cost uomini e donne si
    mettono in giro alla fonte e cantano la canzone del Pomo Bello. Appena
    suona la campana della torre,  tutta questa gente  va  in  Piazzolina,
    dove i Fondaccini hanno acceso il Pomo Bello, che  un rogo formato di
    fascine  di  ginepro.  Mentre  la  fiamma  avvolge  il  rogo,  anche i
    Fondaccini cantano la canzone del Pomo Bello,  suonano il trescone,  e
    le ragazze e i giovinotti ballano a pi non posso.
    Ora  avvenne  che  Amabile,  la  bella  fra  le belle di Bibbiena,  si
    trovasse sulla Piazzolina quando fu incendiato il Pomo Bello. Ella era
    accompagnata  dal  padre,   che,   essendo  uomo  faceto,   cantava  a
    squarciagola: e le ronzava intorno Bindo,  un altro tessitore, che era
    tanto innamorato di lei che pareva lo avesse  stregato.  Amabile,  che
    era  vana  e  ambiziosa,  lo  teneva  a  bada,  ma non gli dava troppe
    speranze, perch il giovanotto non aveva terre al sole.
    Quell'ultima sera di carnevale,  dunque,  era mescolato alla folla  un
    giovine signore di casa Dovizi, venuto da qualche giorno da Pisa, dove
    compieva  gli  studi.  Costui appena vide Amabile se ne innamor a tal
    segno che non  si  ramment  neppure  che  la  ragazza  era  di  bassa
    condizione,  e lui di famiglia nobile. Voleva lasciare gli studi e non
    moversi pi da Bibbiena,  e dopo aver ballato con lei e  averle  dette
    tante  dolci  parole,  consum  la  strada  davanti la casa di Amabile
    cantando le ultime strofe della canzone del Pomo Bello, che dicono:

    La Brunettina mia,
    Coll'acqua della fonte,
    La si bagna la fronte,
    Il viso e il petto.
    Un bianco guarnellino,
    Ell'ha con che si veste,
    E pel d delle feste,
    Quello adopra.

    La voce del giovane si  faceva  specialmente  forte  per  cantare  gli
    ultimi quattro versi, che sono questi:

    S'io fossi in campo acciso,
    Fra suoni e canti,
    Io mi vedrei davanti,
    Il suo bel viso.

    Amabile,  cui  non era sfuggita la cortesia del giovine signore,  cap
    che era lui che cantava, e disse fra s:
    - Bindo non mi avr certo;  di qui a poco,  sar  la  moglie  del  bel
    cavaliere.
    Il d appresso ella stava filando sull'uscio di casa, quando Desiderio
    Dovizi, passando di l, la salut cortesemente.
    Ella  rispose al saluto,  e con belle maniere lo invit a fermarsi per
    scambiare alcune parole.
    Desiderio accondiscese,  e da quel giorno non cess di  passare  dalla
    casa  di  Amabile,   finch  le  due  chiacchiere  diventarono  lunghi
    discorsi.  A farla breve,  egli,  che era sempre pi  consumato  dalla
    fiamma d'amore, le promise di sposarla appena terminati gli studi.
    Amabile  era  al colmo della felicit,  perch aveva sempre bramato di
    crescere di grado e di vestire abiti  di  drappo,  come  aveva  veduto
    portare alle signore del castello di Bibbiena.
    Ma intanto che i due giovani parlavano del loro avvenire,  il fratello
    maggiore di Desiderio,  cui non era sfuggita la passione  del  giovane
    per la bella fra le belle, gli ordin di tornarsene a Pisa agli studi.
    Desiderio,  prima di partire, pose in dito ad Amabile un ricco anello,
    e si fece promettere di restargli fedele.  In capo  a  tre  mesi  egli
    sarebbe tornato e allora avrebbero pensato a celebrare le nozze.
    Amabile  pianse  in  sulle  prime,  ma  il timore di guastarsi i begli
    occhi, che tutti decantavano,  la fece smettere,  e,  ripreso il fuso,
    torn sulla porta a cantare per svagarsi.
    I giovinotti,  che si erano allontanati per lasciare il campo libero a
    messer Desiderio,  appena lo videro partire ricominciarono  a  ronzare
    intorno  ad  Amabile,  la  quale li trattava gentilmente,  e alle loro
    parole melate rispondeva senza  scoraggiarli,  come  sogliono  far  le
    ragazze che desiderano di sentirsi sempre adulare.
    Intanto messer Desiderio non s'era fatto vivo, e Amabile si cominciava
    ad annoiare di doverlo attendere tanto tempo.
    Un  giorno ella era andata a merenda a Fonte Chiara da una sua comare,
    e verso sera se ne  tornava  a  Bibbiena,  quando  le  si  accost  un
    cavaliere montato sopra un bellissimo cavallo morello:
    - Che cosa desiderate,  signor cavaliere? - domand Amabile alzando su
    di lui i bellissimi occhi.
    - Bella fra le belle,  vorrei offrirti questa rosa,  meno fresca delle
    tue labbra, - rispose il signore.
    Amabile fece una risata.
    -  Voi  non  sapete certo che io sono promessa sposa,  e che non posso
    accettare neppure un fiore da altri che dal mio sposo.
    Il cavaliere non rispose,  ma balzato di sella infil il braccio nella
    briglia  e  si  mise  a  camminare  accanto ad Amabile,  sussurrandole
    nell'orecchio paroline dolci. Fra le altre cose egli le disse:
    - Se la bella fra  le  belle  non  vuole  accettare  una  rosa,  posso
    offrirle un bel fiore d'argento, poich mio padre mi ha lasciato tanti
    fiorini d'oro da caricare tre carri.
    -  Anche  il  mio sposo  ricco e non mi ricuserebbe nulla,  - rispose
    Amabile.
    Quand'ebbero fatto un pezzo di strada il cavaliere disse:
    - Oltre l'eredit di mio padre, ho anche i beni che mi ha lasciati mia
    madre,  i quali consistono in campi e vigneti;  e se la bella  fra  le
    belle ricusa il fiore d'argento, posso offrirglielo d'oro.
    - Non vi ascolto,  - rispose Amabile turbata. - Cos doveva parlare il
    serpente alla nostra prima madre.
    Fecero un altro pezzo di strada e il cavaliere disse:
    - Fin qui ho parlato  alla  bella  fra  le  belle  soltanto  dei  beni
    ereditati da mio padre e da mia madre; ma ho ancora dei boschi immensi
    lasciatimi da mio zio,  e se il fiore d'oro le par cosa troppo misera,
    posso offrirgliene uno tutto scintillante di diamanti e rubini.
    Questa volta Amabile rispose:
    - Tacete, messer lo cavaliere, voi volete la mia dannazione.
    Ma lo sconosciuto continu a parlare a voce bassa di  ci  che  voleva
    offrire  alla  bella fra le belle.  Prima di tutto abiti pi ricchi di
    quelli di una regina e un palazzo degno di un re di corona.
    Amabile non pot resistere a siffatte tentazioni.  Ella  si  tolse  di
    dito  l'anello da sposa e l'offr al cavaliere,  e invece di tornare a
    casa si lasci condurre lontano,  nel  luogo  ove  doveva  trovare  il
    palazzo  promessole.  Ma  pi che camminavano,  pi il cielo si faceva
    scuro,  e a una a una sparivan le stelle.  Nella campagna non si udiva
    altro canto che quello sinistro della civetta.
    Allora ella ebbe paura e disse allo sconosciuto:
    -  Signor  cavaliere,    tanto che camminiamo e non vedo dinanzi a me
    altro che una spianata, che somiglia a un camposanto.
    - E' il cortile del mio palazzo, - rispose il signore.
    - Vedo una croce come quelle che piantano sul margine delle  vie,  nel
    luogo ove fu commesso un delitto.
    - E' la banderuola del mio tetto, - rispose lo sconosciuto.
    Amabile fece alcuni passi e poi si ferm.
    -  Mi  par  di camminare sopra una cava abbandonata,  dove gettano gli
    animali morti.
    - E' la soglia della mia dimora,  - disse il cavaliere,  e la trascin
    gi per la discesa.
    Ma  appena  ebbero toccato il fondo della cava,  la luna ricomparve ed
    Amabile si vide dinanzi,  invece  del  bel  cavaliere,  uno  scheletro
    avvolto in un lenzuolo sbrandellato.
    Amabile cadde in ginocchio, gridando:
    - Misericordia!
    Allora il morto le disse:
    -  Non urlare: son Desiderio,  lo sposo tuo.  Tornavo per celebrare le
    nozze e sono stato aggredito da due  ladroni,  i  quali,  dopo  avermi
    spogliato,  mi hanno messo questa corda al collo e mi hanno gettato in
    questa cava.  Il mio cadavere marciva sopra a terra,  quando Ges  s'
    impietosito  e mi ha dato le sembianze d'uomo per provare la tua fede.
    Tu sei una spergiura,  ma io voglio mantenere le promesse  che  ti  ho
    fatte  poco  fa.  Avrai  abiti da regina,  perch anche le regine sono
    rivestite di terra dopo morte;  avrai un palazzo degno  di  un  re  di
    corona,  perch anche i re,  una volta spirati,  son posti sottoterra.
    Dammi la mano, sposa mia, e mettiti al mio fianco, perch  sonata per
    me l'ora di tornare in seno alla morte.
    Ci dicendo lo scheletro leg la corda attorno al collo della  ragazza
    con  un  nodo  cos forte che nessuno avrebbe potuto sciogliere;  e si
    coric sulla terra umida.
    Amabile pass tutta la notte a pregare la Madonna, che non la udiva.
    Verso l'alba vide qualche cosa che si moveva ai  suoi  piedi.  Era  un
    topolino  che  stava  fermo  a  guardarla.  Nel medesimo tempo apparve
    qualche cosa di nero sopra la casa,  e un corvo bigio and  a  posarsi
    sopra una pietra.
    Il  corvo  e  il  topo  erano due Maghi,  che andavano in quel luogo a
    pascersi di cadaveri.
    - Corpo del diavolo, compare! - disse il corvo.  - Sei giunto presto e
    scommetto  che  hai  gi  scelto  quel  che  ti piace meglio di quella
    ragazza!
    - Ma Satanasso non ci permette di toccar  carne  viva,  -  rispose  il
    topo.
    - Ebbene, aspetteremo che sia morta.
    - S, - disse il topo - io mi sono scelto le gote.
    - E io le labbra, - replic il corvo.
    - Le mangeremo gli occhioni neri.
    - E le orecchie rosee.
    Amabile si sentiva gelare, ma ebbe la forza di dire:
    -  Ahim!  sono  tanto  giovane  e smilza che avrete poco da mangiare;
    scommetto che vi tornerebbe pi conto di salvarmi.
    - Salvarti! E come si farebbe mai?
    - Non  difficile;  basta che il topo roda la corda che mi tien legata
    al cadavere, e che il corvo mi porti fuori da questa caverna.
    - Che cosa ci daresti se ti si contentasse? - domandarono i due Maghi.
    -  Supplicherei  mio  padre  di  tesservi  un bell'abito di drappo per
    ciascuno.
    I Maghi si misero a ridere.
    - Una camicia di finissimo lino.
    I Maghi risero pi forte.
    - Anche un mantello di velluto.
    - No,  - disse il topo,  - non ho bisogno di vestiti n di biancheria;
    ma voglio due ali per volare.
    - Ed io, - continu il corvo, - voglio quattro piedi per camminare.
    - Se domani non ci di quello che chiediamo,  l'anima tua  perduta, -
    aggiunsero tutti e due.
    Quelle condizioni parvero abbastanza dure a Amabile; ma accett tutto,
    piuttosto che restare in quella caverna legata allo scheletro.
    I Maghi le fecero  fare  un  giuramento  sulla  crocellina  d'oro  che
    portava appesa al collo, e appena ella ebbe giurato, il topo si mise a
    rosicare la corda, finch non fu spezzata, e poi il corvo si avvicin,
    se  la  fece  salire in groppa e la ricondusse fino dal padre.  Quando
    l'ebbe posata nell'orticello del tessitore,  l'avvert che  il  giorno
    dopo sarebbe tornato in quel luogo insieme col compagno, affinch ella
    mantenesse la promessa.
    Amabile  corse  subito  a  picchiare  all'uscio  di  cucina,  che dava
    sull'orto,  e il padre  and  ad  aprire.  Ma  vedendo  la  sua  bella
    figliuola  pallida,  infangata,  con  gli occhi sbarrati,  cominci ad
    urlare che doveva esserle accaduta qualche disgrazia, e dallo strepito
    dest tutta la gente del vicinato.  Amabile raccont tutto quello  che
    le  era  accaduto,  e  il  padre  disse che bisognava ricorrere a fra'
    Cirillo, che era un frate francescano, famoso per dar consigli.
    Appena fu giorno, Amabile and al convento, accompagnata dal suo babbo
    e in confessione raccont tutto a fra' Cirillo, che le disse:
    -  Figlia  mia,   tu  hai  giurato  sulla  croce  e  nessuno  ti   pu
    prosciogliere dal giuramento; ti conviene fare quanto hai promesso.
    - Dio mio, sar dannata! - esclam Amabile.
    - Stammi a sentire, - replic il Frate, - e fa quanto ti ordino.
    La ragazza promise di non dimenticar nulla.
    - Prenderai prima un coltello che non abbia mai toccato carne;  andrai
    lungo le siepi ascoltando il soffio del vento nell'erbe;  quando udrai
    un lieve rumor di sonaglio, taglia la parte superiore dell'erba, che 
    quella  del  sonno,  portala  nell'orto,  stendila in terra e torna ad
    avvertirmi.
    Amabile fece come le aveva ordinato il Frate  e,  trovata  l'erba,  la
    tagli  con  un  coltello nuovo e la stese nell'orto,  e poi torn dal
    Frate,  il quale la rimand a casa  dopo  averle  insegnato  quel  che
    doveva fare.
    Fino a sera l'Amabile rimase nell'orto in orazione, e quando fu notte,
    sent la voce del topo, che la chiamava.
    - Sono pronte le ali? - domand in tono di scherno.
    - Non ancora, - rispose Amabile, - ma presto s.
    - Sbrigati,  sbrigati,  - replic il Mago,  - ho furia,  e domani sera
    devo essere a Firenze per certi affari miei.
    - Riposatevi un momento, - rispose la ragazza, - e vi contento subito.
    Il topo,  che si sentiva volentieri trattato come persona di riguardo,
    si  sed sull'erba preparata da Amabile;  ma l'erba del sonno produsse
    il suo effetto e di l a poco il topo dormiva e russava.
    Dopo qualche momento comparve il corvo, e domand:
    - Ebbene, carina, dove sono i miei quattro piedi?
    - Ahim non ho potuto trovarli,  neppure pagandoli  a  peso  d'oro,  -
    rispose Amabile.
    - Ne ero sicuro, - disse il Mago sghignazzando. - Ora dunque mi spetta
    met della tua animaccia, e la voglio fra poco.
    - Concedetemi un po' di tempo,  caro Mago!  - esclam Amabile. - Spero
    che avrete compassione di una povera ragazza innocente, che vi reca da
    cena.
    - Come mai? - domand il corvo.
    - Ho acchiappato un topo con  la  trappola  e  l'ho  portato  qui  per
    offrirvelo, - disse accennando il topo che dormiva sdraiato sull'erba.
    Il corvo lo guard.
    -  E'  un  bocconcino  ghiotto  e  lo  accetto,  a  condizione  di non
    rinunziare ai miei diritti.
    - Fate quello che vi pare, - replic Amabile.
    Il corvo non si fece pregare: chiapp il topo per la collottola e  gi
    in un boccone.
    Ma quello,  svegliandosi,  si mise a gridare e a dimenarsi tanto forte
    che con le quattro zampe for lo stomaco del ghiottone.
    Allora comparve fra' Cirillo,  che aveva veduto tutto.  Egli recava la
    croce, e grid:
    -  Via,  razza nata dal Diavolo!  Questa ragazza non vi appartiene pi
    perch ha adempiuto la sua promessa.  A te,  topo,  ha  dato  le  ali,
    perch  oramai sei una cosa sola col corvo;  a te,  corvo,  ha dato le
    quattro zampe che volevi.  Andate dunque,  e restate cos  come  avete
    voluto essere, fino al giorno del Giudizio.
    I  due  Maghi,  scorbacchiati,  se  ne andarono,  ma non per questo la
    ragazza fu salva.
    Il grande spavento che aveva avuto nella caverna la fece  ammalare,  e
    presto  presto si ridusse al lumicino.  Il tessitore si rodeva le mani
    dal dispiacere.
    Avere una figliuola cos bella,  la bella fra le  belle,  e  vedersela
    morire nel fiore degli anni!
    Il padre mand a chiamare un forestiero che curava gl'infermi;  costui
    le dette intrugli sopra intrugli, ma Amabile non risano.
    Mand a chiamare fra' Cirillo,  e  fra'  Cirillo  l'asperse  di  acqua
    benedetta; ma Amabile non risan. Allora mand a chiamare una vecchia,
    che  stava  in  una  capannuccia  su  verso  la  Beccia,  e  che tutti
    chiamavano la Strega,  e costei,  guarda e riguarda,  esamina  che  ti
    esamino,  disse  che  Amabile non sarebbe guarita,  perch il suo male
    aveva sede nel cervello.
    E infatti non guar. Di giorno era un po' pi tranquilla,  ma la notte
    pareva  una  indemoniata,  perch  appena  l'aria  si faceva buia,  lo
    scheletro si alzava dal fondo della cava,  si avvolgeva  nel  lenzuolo
    sbrandellato,  e  via  accanto  a  lei  a  tormentarla,  a coprirla di
    rimproveri per la fede mancata e per esserle fuggita con l'inganno.
    - Spergiura!  Spergiura!  - le diceva,  e con le mani  scheletrite  le
    cingeva il collo,  e con le guance ghiacciate toccava il viso infocato
    di Amabile.
    La malata urlava,  si dibatteva tutta la notte,  e ogni momento faceva
    atto  di gettarsi gi dal letto;  ma lo scheletro la tratteneva con le
    lunghe braccia.
    Amabile lo vedeva e lo sentiva,  ma il  padre,  che  l'assisteva,  non
    vedeva  nulla  e  attribuiva quelle smanie alla febbre che divorava la
    figliuola.
    Una sera Amabile mor.  Le donne del vicinato la  vestirono  dei  suoi
    abiti  pi belli,  accesero molti ceri attorno al cadavere e le misero
    una croce fra le mani.  Prima esse pregarono per l'anima di lei,  poi,
    stanche, cederono al sonno.
    Quando  si  destarono  all'alba,  che    che  non ,  il cadavere era
    sparito.
    Figuriamoci lo spavento del padre e delle  donne!  Chi  diceva  che  i
    ladri lo avevano rubato per spogliarlo degli abiti!  Chi diceva che il
    Diavolo se l'era portato via!
    Figuriamoci se il padre cerc il cadavere della sua Amabile per fargli
    dare onorata sepoltura! Si mise alla testa di una comitiva di amici, e
    frug per le macchie,  per i burroni;  tutto fu inutile.  Allora  fece
    fare  delle  novene;  ma s,  il corpo d'Amabile era sparito e nessuno
    l'aveva veduto, n in citt, n nel contado. Poi, come succede sempre,
    egli si stanc di cercare e riprese a  tessere  pensando  sempre  alla
    figliuola. Ecco com'erano andate le cose.
    Il corvo e il topo,  che ormai formavano una sola persona, perfida per
    cento,  appena che furono burlati a quel modo da Amabile pensarono  di
    vendicarsi  atrocemente  di  lei,  e,  aspettato  il sabato notte,  si
    recarono a un luogo dove  sapevano  d'incontrare  il  Diavolo,  e  gli
    esposero l'accaduto.
    -  Che  cosa  posso  fare  per compiacervi,  figli diletti?  - domand
    Satanasso quando ebbe udita tutta la narrazione.
    - Noi vorremmo un piccolo favore soltanto,  - rispose il corvo che era
    molto  loquace  e  parlava anche per il compagno.  - Vorremmo cio che
    ogni notte lo scheletro di messer  Desiderio  si  destasse  dal  sonno
    della  morte  e  andasse  a  tormentare Amabile.  All'ora della di lei
    morte,  poi,  sarebbe nostra  brama  che  Desiderio  portasse  la  sua
    promessa  sposa nella cava abbandonata,  e se la tenesse a fianco fino
    al giorno del Giudizio.
    - Compare, - disse il topo, che vinceva in perfidia il corvo, - non ti
    pare che sarebbe meglio ottenere che tanto  Desiderio  quanto  Amabile
    tornassero  in  vita  per alcune ore;  cos il tradito continuerebbe a
    tormentare la spergiura?
    - Bravo! - esclam il corvo.
    Il Diavolo, che era stato a sentire,  si dette una fregatina alle mani
    in segno di allegrezza, e concesse ai due Maghi quello che volevano.
    -  Ora,  -  disse il topo,  - voliamo pur via e andiamo a godere dello
    spettacolo di Amabile alle prese con lo  scheletro.  Quella  vista  ci
    far buon sangue.
    Infatti il corvo,  nelle notti della malattia di Amabile, non si mosse
    pi di sul davanzale della finestra, e quando la ragazza fu morta vol
    dietro allo scheletro, che se la portava nella sua caverna umida.
    Nel destarsi in quel luogo d'orrore, Amabile gett un grido, e il topo
    le disse:
    - Perfida fra le perfide, ora non c' nessuno che ti roda la corda.
    - N che ti prenda sulle proprie ali per cavarti di qui, - aggiunse il
    corvo.
    - Sposa mia, sei diventata tanto brutta che mi fai orrore; - le diceva
    lo scheletro,  - ma posa la  testa  pi  qua,  affinch  mi  serva  da
    guanciale.
    E  allora  lo  scheletro  posava  il  teschio sul viso di Amabile e la
    copriva d'improperi.
    - Spergiura!... Vile!... Anima nera!... Strega!...
    Questa scena si ripeteva ogni notte,  e il corvo  e  il  topo  non  la
    perdevano  mai;  venivano  da lontano per assistervi,  e a tutti e due
    pareva di andare a nozze.
    - Ora avvenne che,  dopo un certo tempo,  fu stabilito a  Bibbiena  di
    costruire  una  nuova  chiesa  in onore della Madonna,  e pensarono di
    prender la pietra nella cava abbandonata dove  giacevano  insepolti  i
    cadaveri di Desiderio e di Amabile. Gli scavatori, appena vi scesero e
    videro quei due corpi,  corsero a Bibbiena a raccontare il fatto, e il
    povero tessitore,  che non aveva dimenticata la  figlia,  and  subito
    nella  cava  con la speranza di riconoscere in uno dei due cadaveri la
    sua Amabile.
    La  riconobbe  infatti  dalle  vesti,   e  con  molta  solennit  fece
    trasportare  la  salma nel sagrato della Pieve,  dove le dette onorata
    sepoltura. Le ossa di Desiderio furono poste in altro luogo.
    Da quel momento in poi Amabile ripos in pace,  aspettando  il  giorno
    del Giudizio, e Desiderio la cerc invano accanto a s.
    Si  dice  che  per anni e anni un corvo stesse sempre,  di notte,  sul
    sagrato della Pieve gracchiando. Era il Mago col topo in corpo. Nessun
    dei due aveva potuto dimenticare il tradimento. Ora saranno crepati di
    vecchiaia, almeno si spera.
    E qui la novella  finita.

    - Mamma, - disse Cecco,  - non so perch stasera ci abbiate raccontato
    questa  novella  che mette i brividi.  Pare che l'abbiate detta per la
    Vezzosa.
    La ragazza rise di cuore mettendo in mostra i bellissimi denti,  e  fu
    lei che rispose:
    - No, la mamma non l'ha detta per me, prima di tutto perch non son la
    bella fra le belle,  esposta a grandi tentazioni, e poi perch sa come
    la penso,  - e qui guard Cecco con occhio affettuoso.  - Se ha scelto
    stasera questa novella,  perch si suol raccontare alle future spose.
    La  mamma  ha fatto bene a seguir l'usanza;   tanto bello di fare ci
    che hanno fatto quelli che vissero prima  di  noi.  Ma  quell'Amabile,
    sentite,  mamma,   vero che fu cattiva, ma ebbe una punizione che pi
    tremenda,  credo,  non avrebbe saputo inventarla neppur Dante,  che ha
    scritto l'"Inferno"!
    - E che ne sai tu di Dante? - le domand Cecco.
    -  Poco  o  nulla.  Quand'ero piccola andavo per la vendemmia da certi
    cugini del babbo a Rassina,  e l c'era una vecchia che sapeva a mente
    il  canto del conte Ugolino,  quello dei Serpenti,  e non so pi quali
    altri.  Non sapeva neppur leggere,  ma li diceva cos  bene  da  farci
    piangere.  Ella  ci raccontava che al tempo dei tempi questo Dante era
    stato in Casentino,  a Poppi,  a Romena e altrove,  sempre ne' palazzi
    de' Guidi,  e qui aveva scritto anche qualcuno di quei canti. Dice che
    i fiorentini lo avevan messo al bando e lui, sdegnato, se n'era venuto
    in questi poggi a sfogare il suo risentimento.
    - Non sai che cosa  avvenuto di  quella  cugina  di  tuo  padre,  che
    sapeva  a mente i canti di Dante?  - domand la Regina alla sua futura
    nuora.
    - Ho sentito dire che era morta, - rispose la ragazza.
    - Morta s,  ma prima di scender nella fossa aveva fatto una tappa  al
    manicomio.  La  povera Rosa s'era tanto empita la testa di quei canti,
    della descrizione delle pene dei dannati, che si figurava di esser lei
    nell'inferno circondata  di  serpenti.  Era  uno  strazio  a  vederla.
    Credimi,  Vezzosa,  certi  libri  non son fatti per gli ignoranti come
    noi.  Se ci si comincia a riflettere,  s'ammattisce,  perch il nostro
    cervello non  avvezzo a certo cibo.
    Maso   fece   osservare   alla  Vezzosa  che  era  tardi  e  occorreva
    interrompere la veglia.  La ragazza salut tutti,  prese  in  collo  i
    bambini per baciarli,  e avanti d'uscire chiam da parte l'Annina e le
    regal le buccole che aveva prima agli orecchi.
    Maso la riaccompagn fino a casa, insieme con Cecco. Sulla porta c'era
    la matrigna ad aspettarla, che le url da lontano:
    - Dovevi farti aspettar dell'altro!  E' questa l'ora?  Se  tardavi  un
    momento, trovavi tanto di catenaccio.
    Cecco sussurr a Vezzosa:
    - Coraggio, ce n' per poco; lasciala urlare e dormi bene.






    La mula della badessa Sofia.

    Tutte  le  ragazze  del vicinato di Farneta avevan messo gli occhi sul
    bell'artigliere,  quand'era tornato a casa,  e ora digerivano male che
    la scelta di lui fosse caduta sulla pi povera tra loro.  Per spiegare
    questo fatto,  non volendo ammettere che Vezzosa le superasse tutte in
    bellezza,  poich  la  vanit regna nell'animo delle contadine come in
    quello delle grandi dame,  e non volendo neppur riconoscere  che  ella
    avesse maniere garbate e insinuanti, dicevano che Cecco era buono e la
    sposava per compassione, per levarla dalle mani della matrigna.
    Questi  discorsi  erano arrivati all'orecchio di Vezzosa,  ma ella era
    cos felice,  che non  ci  aveva  badato;  peraltro,  quando  giunsero
    all'orecchio  di  Cecco,  fu  un altro affare.  Egli non voleva che si
    dicesse che la compassione sola  lo  aveva  spinto  nella  scelta,  ed
    aspettava  che  la  domenica successiva alcune ragazze fossero in casa
    sua a udire la novella della Regina e a curiosare un  poco,  per  dire
    allora dinanzi a tutte quelle pettegole il fatto suo.
    Vezzosa  aveva desinato dai Marcucci anche quel giorno e,  vinto ormai
    il primo impeto d'avarizia di Maso, dei fratelli e delle cognate, ella
    era trattata da loro con una cordialit come  se  avesse  fatto  parte
    della  famiglia  fin  dalla  nascita.  Non  si  sentiva dir altro che:
    Vezzosa, vieni qua; che ne dici, Vezzosa? Vezzosa, aiutami;  ed ella
    andava  da  un punto all'altro della casa,  svelta,  senza far rumore,
    senza affannarsi, contentando tutti.
    Cecco la guardava,  e siccome molte ragazze del vicinato erano gi  in
    cucina,  sedute accanto alla vecchia, egli approfitt di un momento in
    cui Vezzosa era andata a mettere a letto il pi piccino dei bimbi, per
    dire alla cognata pi anziana:
    - Ditemi,  Carola,  non siete contenta dacch Vezzosa vi  aiuta  nelle
    faccende di casa?
    - Contentona,  - rispose la Carola. - Essa fa tutto tanto volentieri e
    con tanto garbo, che se in ogni casa ci fosse una ragazza come lei, le
    faccende anderebbero meglio.  Ora che la conosco,  ringrazio  Iddio  a
    mani  giunte;  e  se  tu  non  l'avessi  scelta per moglie,  ti direi:
    Sceglila subito!.
    La Carola era conosciuta nel vicinato come  donna  tutt'altro  che  di
    facile contentatura, e soprattutto molto attaccata all'interesse.
    Nel  sentirla  parlar  cos,  le  ragazze  si  dettero una guardata di
    sottecchi,  e certo non osarono pi dire che Vezzosa entrava  in  casa
    Marcucci per la finestra,  invece che per la porta spalancata. Non era
    Cecco solo che le voleva bene,  ma tutti,  anche la Carola,  di solito
    cos poco espansiva.
    Cecco  gongolava  per essere riuscito a dare a Vezzosa una riparazione
    morale, e quando ella scese, disse alla mamma:
    - Volete raccontarci la novella?
    - Volentieri, tanto pi che quella che ho in mente di dirvi,  credo di
    non  averla  narrata  mai.  Me  ne  son  rammentata  udendo parlare di
    Pratovecchio e del convento delle monache.

    - Dovete sapere che qualche centinaio di anni fa,  pi di  settecento,
    credo,  era signore di Pratovecchio un certo Guido de' conti Guidi. La
    moglie di questo signore si chiamava madonna Emilia,  e non aveva dato
    al  marito  che  un  figlio,  per nome Ruggero,  e una figlia per nome
    Sofia.  Pareva per che la natura si fosse compiaciuta  di  dare  alla
    femmina un animo maschile, e al ragazzo un animo portato pi alla vita
    effemminata  dei  castelli,  che  alle balde imprese di guerra.  Cos,
    mentre  Sofia,   appena  grandicella,   accompagnava  il  padre  nelle
    cavalcate  e  nelle  cacce,  col  falco  in pugno,  e ammirava pi una
    forbita armatura che  un  ricco  monile  da  gentildonna,  Ruggero  si
    dilettava  soltanto  nel  suonare  il liuto e nell'ascoltare le ciance
    delle donne del castello, intente ai lavori d'ago.
    Queste tendenze del figlio erano  di  grave  cruccio  al  fiero  conte
    Guido,  il quale temeva che l'erede del suo nome non sapesse difendere
    i feudi della famiglia e ne cagionasse la rovina.  Anche  all'aspetto,
    Ruggero non aveva certo presenza maschile.  Piccolo,  gracile, biondo,
    pallido in viso,  si stancava nel maneggiare la spada o la  lancia,  e
    ogni giuoco faticoso gli cagionava disagio e malessere. Sofia, invece,
    era  alta,  bruna,  correva  come un capriolo,  lanciava dardi,  e non
    sapeva vivere nelle stanze chiuse del palazzo di Pratovecchio.  Pronta
    al  comando,  ardita,  pareva  nata  per signoreggiare e farsi temere.
    Naturalmente Ruggero, stando pi accanto alla madre,  s'istruiva nelle
    arti  gentili,  mentre  Sofia  non  si  appassionava  altro che per le
    imprese di guerra.
    Quando fu in et da marito,  ella rifiut a uno a uno tutti i  signori
    che  la  chiedevano  in  isposa,  e  il  padre  non  la costringeva ad
    accasarsi, perch gli dispiaceva di perdere quella compagna di corse e
    di cacce, quella fanciulla di animo virile, che maneggiava le armi con
    tanta destrezza.  Cos passavano gli anni,  e il conte Guido si faceva
    sempre pi debole.
    Un   giorno   Sofia   era   seduta  nell'ampia  sala  del  palazzo  di
    Pratovecchio, sotto la cappa del camino di pietra, rozzamente scolpito
    e nel quale ardeva un ciocco di rovere.
    Era la stagione pi rigida dell'anno,  e il Conte,  che incominciava a
    sentire gli acciacchi della vecchiezza,  era molto triste. Pensava che
    alla sua morte  nessuno  rimaneva  per  difendere  il  castello  dagli
    assalti  guerreschi,  poich Ruggero non aveva nessuna delle virt che
    costituiscono un prode cavaliere.
    Sofia lesse questi pensieri angosciosi  sulla  fronte  del  padre,  e,
    ponendogli le mani sulle ginocchia e guardandolo fisso, gli disse:
    - Signor padre, sono disgraziatamente una femmina, e non posso vestire
    l'armatura n adoprarmi come vorrei per la difesa dei nostri feudi. Di
    Ruggero non parlo;  nelle sue mani, la nostra casata perirebbe. Tu sai
    che ho rifiutato le offerte di matrimonio di molti  gentiluomini,  non
    perch  li  credessi indegni della mia mano,  ma perch mi pareva che,
    allontanandomi di qui,  io avrei  tolta  una  valida  protezione  alla
    famiglia  e  ai  nostri  terrazzani.  Purtroppo,  padre  mio,  la vita
    dell'uomo ha breve durata,  e  il  giorno  in  cui  i  tuoi  occhi  si
    chiudessero,  io  non  vorrei  essere  lontana di qui per porre il mio
    braccio e il mio senno al  servigio  della  famiglia.  Per  questo  ti
    chiedo che tu eriga,  accanto a questo palazzo, un monastero, affinch
    io possa divenirne badessa.  Ho inteso dire e ho veduto che,  oltre  i
    signori di castelli, non vi sono che i vescovi, gli abati e le badesse
    che possano vivere liberamente e liberamente comandare. Tu sai, signor
    mio, che io sono nata per il comando e non per l'ubbidienza. Cos, non
    scostandomi  da questo luogo,  potr ad un tempo vegliare sui feudi di
    mio fratello e appagare il mio bisogno di dominio.
    - Quello che tu chiedi, figlia,  sar fatto.  Domani messer Baldo,  il
    nostro dottore,  rediger una lettera per l'Imperatore, nella quale io
    chieder che sieno aggiunti alla nuova abbazia alcuni terreni e borghi
    vicini.  Tu,  intanto,  pensa a qual Santo desideri  sia  dedicato  il
    monastero.
    Il  vecchio signore prese fra le mani tremule la fiera testa di Sofia,
    e la baci sulla fronte.  La giovane signora si ritir in camera sua e
    trasse  da un vecchio mobile di quercia un libro,  ornato di figure di
    santi.  Ella non sapeva leggere,  ma dalle immagini miniate dalla mano
    abile di un monaco Camaldolense,  ricavava la storia dei martiri e dei
    miracoli di molti beati. Il suo occhio si ferm specialmente sopra una
    pagina in cui era raffigurata la testa  sanguinante  di  san  Giovanni
    Evangelista,  deposta sul bacino,  pure insanguinato. Ed a Sofia parve
    che gli occhi di quella testa la mirassero supplichevolmente e che due
    lacrime scorressero su quelle livide guance.
    - Ecco il Santo al quale  dedicher  la  nuova  abbazia!  -  disse  la
    giovane.  -  E in memoria del frate Camaldolense,  che ha delineato la
    testa di san Giovanni Evangelista, le mie monache seguiranno la regola
    di san Romualdo.
    Quella notte Sofia non sogn altro che  la  testa  insanguinata  della
    vittima   di  Erode,   e  si  vide  vestita  del  lungo  abito  bianco
    dell'ordine, alla testa di una numerosa processione di monache.
    La mattina dopo, ella scese il ponte levatoio del castello per recarsi
    sul luogo ove  desiderava  sorgesse  il  suo  monastero.  Era  seguta
    soltanto  da  due  valletti e dal padre confessore.  Sofia aveva fatto
    pochi passi lungo i fossati del castello, quando vide distesa in terra
    una bianca mula, sfinita di forze e tutta coperta di guidaleschi sulla
    schiena e sulle gambe.  Pareva che la povera bestia stesse per mandare
    l'ultimo  respiro;  ma  quando vide Sofia,  fece uno sforzo supremo e,
    riunendo i quattro piedi,  si alz  all'improvviso  e  le  si  accost
    nitrendo.  La  giovane strapp pochi fili d'erba secca sulla proda del
    fossato e li offr alla mula,  la quale,  barcollando e tentennando il
    capo,  li  prese  e  si  diede a masticarli.  Sempre barcollando sulle
    malferme gambe,  la povera bestia segu Sofia fino al luogo  ove  ella
    aveva in mente di costruire il monastero, e giunta col cadde di botto
    in terra.
    La  signora  ordin  a  uno  dei  valletti  di tornare al palazzo e di
    chiedere una barella con quattro  portatori  robusti  per  trasportare
    nella  stalla  la bestia sfinita.  I portatori giunsero: ma per quanti
    sforzi essi facessero, non riuscivano a movere la mula.  Allora Sofia,
    sentendo  che il vento soffiava gelato dai monti e vedendo che la neve
    incominciava a turbinare,  ordin agli uomini di non turbare  l'agonia
    di quel povero animale e di fargli con alcune frasche un riparo, tanto
    per non lasciarlo seppellire dalla neve.
    Gli ordini di Sofia vennero subito eseguiti.  Fu portato acqua e fieno
    alla mula,  le fu gettato una coltre addosso,  e  soltanto  quando  la
    ragazza  vide  che  nulla  mancava  alla  bestia ammalata,  ritorn al
    castello.
    Quel  giorno  stesso  il   conte   Guido   di   Pratovecchio   mandava
    all'imperatore  Lotario,  un  messo recante una lettera,  con la quale
    egli chiedeva la creazione dell'abbazia di San  Giovanni  Evangelista,
    dell'ordine di San Romualdo, nonch l'investitura di quell'abbazia per
    la figlia.
    La  risposta  dell'Imperatore  doveva farsi aspettare molto tempo,  ma
    quel periodo d'aspettativa non doveva parer lungo a Sofia;  poich  in
    essa  si  compierono  avvenimenti  cos  meravigliosi  che  la tennero
    occupata notte e giorno.
    La mattina dopo,  nonostante che la neve ricoprisse il  terreno,  ella
    usc  con  la  solita  scorta per andare a visitare la mula;  ma aveva
    appena varcato il ponte levatoio,  che l'animale incominci a  nitrire
    in segno di gioia.
    -  Madonna,  questo    un  miracolo!  - esclam il giovine Corrado da
    Barberino,  uno dei valletti che l'accompagnavano.  - La mula  viva e
    io non avrei dato un soldo della sua carcassa, tanto era rifinita.
    La  mula,  infatti,  non  soltanto  era  viva,  ma  se  ne stava ritta
    gagliardamente sulle quattro zampe e con le narici fiutava  il  vento,
    come  se  fosse impaziente di slanciarsi alla corsa.  I guidaleschi in
    quelle  poche  ore  erano  sanati  come  per  incanto;   e  l'animale,
    ringagliardito, dimostrava di non essere una mula comune, ma di quelle
    bens  che  servivano  di cavalcatura ai papi,  agli abati e alle dame
    nobili.
    Sofia la condusse al castello e la fece collocare nella stalla dove si
    tenevano i cavalli del Conte;  le fece fare una  morbida  lettiera,  e
    ordin  alle  sue  donne  di trapuntarle una ricca gualdrappa di panno
    cremisi.  Da quel giorno Sofia non ebbe altra cavalcatura,  e la  mula
    era  cos  agile e sicura che nessun cavallo la vinceva alla corsa,  e
    nessuno s'inerpicava meglio di lei su per le vie scoscese dei monti.
    Intanto era incominciata la costruzione della chiesa  dedicata  a  san
    Giovanni  Evangelista  e  del  monastero.  Sofia  andava ogni giorno a
    vedere i lavori, impartiva ordini, e il conte Guido era pi impaziente
    di lei di veder presto terminato quell'edifizio,  che  doveva  servire
    d'asilo alla diletta sua figlia.
    Quando  giunse  la  risposta affermativa dell'imperatore Lotario,  gi
    l'edifizio,  che aveva  pi  l'aspetto  di  una  fortezza  che  di  un
    monastero,  era  coperto,  e  non  rimaneva  altro  che da benedire la
    chiesa.
    Nel nuovo monastero Sofia aveva fatto costruire,  sotto la camera sua,
    una bellissima stalla per la mula. Nell'impiantito stesso della camera
    vi  era  una  bodola,  e sotto a quella una scaletta che metteva nella
    stalla,  per modo che la Badessa potesse scendere  direttamente  dalla
    mula  e,  all'occorrenza,  salirle  in  groppa  e correre col dove il
    bisogno la chiamava.  Poich Sofia non aveva  dimenticato  che  doveva
    essere la difesa del fratello e dei beni della famiglia.
    Appena  si seppe in Casentino che la figlia del conte Guido fondava un
    monastero,  giunsero numerose le domande di ammissione per parte delle
    fanciulle di nobile casato, che preferivano la vita calma del chiostro
    a  quella agitata dei castelli;  e il giorno che l'abate scese in gran
    pompa dall'Eremo di Camaldoli per benedire la chiesa  e  il  convento,
    gi  venti ragazze nobili facevano corona a Sofia,  e molte contadine,
    che si contentavano dell'umile ufficio di converse.
    Il conte Guido e la contessa Emilia vollero  che  la  cerimonia  fosse
    oltre  ogni  dire  sontuosa  e  non trascurarono di donare alla chiesa
    ornamenti preziosi,  croci,  calici,  lampade,  candelabri e paramenti
    sacri.
    Pochi giorni dopo che Sofia ebbe vestito l'abito bianco dell'ordine di
    San  Romualdo,  il  vecchio  Conte  spir  fra  le  braccia  de' suoi,
    raccomandando anco una volta alla figlia di vegliare sulla  madre,  su
    Ruggero, sul loro castello, sui terrazzani.
    Furono  fatte  solenni  esequie,  e  il  corpo del Conte venne deposto
    nell'avello della chiesa, sotto la custodia della badessa Sofia.
    Appena il vecchio ebbe chiuso gli  occhi,  incominci  a  destarsi  la
    cupidigia del signor di Porciano. Tutti sapevano che Ruggero era molto
    debole,  e in quei tempi, in cui la forza e la prepotenza equivalevano
    al diritto, pensavano che un feudo cos importante non doveva rimanere
    nelle mani di chi non sapeva difenderlo. Si armarono dunque,  tanto il
    Conte,  che era un fiero cavaliere,  quanto i quattro figli, e scesero
    dalle loro balze seguiti  da  una  turba  di  soldati,  per  assediare
    all'improvviso Pratovecchio, che credevano indifeso, e impadronirsene.
    Ma Sofia vegliava, e soprattutto vegliava la mula. Appena i signori di
    Porciano erano scesi dal loro castello,  la mula s'era messa a raspare
    con le zampe, a sbuffare e a nitrire, e Sofia,  che credeva fermamente
    che  quell'animale  le  fosse  stato  inviato  da  san  Giovanni,   si
    insospett,  e nel cuor della notte corse al castello  per  prepararlo
    alla  difesa;  guarn di uomini armati tutte le feritoie,  e dopo aver
    dato gli ordini che credeva opportuni,  ritorn al  monastero  e  fece
    sonare  a  stormo.  Da  ogni  parte giungevano i terrazzani dipendenti
    dall'abbazia,  ed ella,  che aveva nelle mura  del  chiostro  un  vero
    arsenale da guerra, li armava e li incitava alla difesa. Cos quando i
    signori di Porciano sbucarono davanti al castello per assalirlo, ella,
    spiegando  il  gonfalone  su  cui era trapunto il capo di san Giovanni
    Evangelista, montata sulla bianca mula,  and loro incontro alla testa
    dei suoi uomini armati.
    - Perch giungete con tanto apparato di guerra, Conte? - domand Sofia
    fermandosi a pochi passi dal signor di Porciano.  - Quale offesa vi fu
    fatta da mio fratello o da me?
    - Io non sono uso di trattare di faccende guerresche  con  femmine,  -
    rispose il Conte. - Rientrate, dunque, madonna, nel vostro monastero e
    pensate alle cose dell'anima.
    - Ci penso quando non ci minaccia nessun pericolo; ma ora non ho altra
    cura che quella della difesa.
    Una risata di scherno part dalle file dei porcianesi.  Sofia si sent
    ribollire il sangue nelle vene e, afferrato lo scudo e la spada che le
    offriva il giovine valletto Corrado da Barberino,  mosse ardita contro
    i nemici, gridando:
    - Per san Giovanni Evangelista, a me, miei fidi!
    La mula non corse, ma vol a gettarsi nella mischia. Sbuffava, rompeva
    le  file  dei combattenti,  colpiva con la testa e con le zampe quanti
    cavalli le si paravano dinanzi, mentre la spada di Sofia faceva strage
    dei nemici.  Quella donna vestita  di  bianco  e  quella  mula  bianca
    parevano un solo fantasma distruggitore.
    La spada di Sofia, che mandava lampi, s'immerse nel collo del conte di
    Porciano,  dopo aver ferito molti dei suoi. Un grido di sgomento part
    subito dalle file degli assalitori,  vedendo cadere il  loro  capo,  e
    tutti si diedero a fuga precipitosa nella campagna.
    Sofia,  sventolando il gonfalone in segno di vittoria,  ordin ai suoi
    di raccogliere il ferito e di portarlo al monastero, dicendo:
    - Se i signori di Porciano vorranno il loro capo,  debbono  venirlo  a
    prendere nel castello.
    Gli  ultimi  fuggiaschi  dovettero  udir certo queste parole di sfida,
    perch due giorni dopo,  chiesto rinforzo ai loro dipendenti,  signori
    dei  piccoli castelli sulle balze dell'Appennino,  si presentarono ben
    pi  forti  della  prima  volta,   e  mandarono  un  messo  a   Sofia,
    dichiarandole  che  volevano  misurarsi  a  corpo a corpo con il conte
    Ruggero, e non con una monaca che chiamava in suo aiuto il Cielo...  e
    magari l'Inferno.
    Sofia ricev il messo, non nella sala della sua abbazia ma nel cortile
    del  castello,  mentre  ritornava  da una ispezione alle terre,  nella
    quale si era trascinata dietro il fratello.
    -  Direte  al  vostro  signore  che  domani  all'alba  il  signor   di
    Pratovecchio  scender  in  campo aperto attendendolo.  Egli parla mal
    volentieri,  ma si batte con piacere,  e  quando  avr  scavalcato  il
    primogenito dei signori di Porciano,  affronter il secondogenito,  il
    terzo e anche il quarto, - rispose la fiera monaca.
    Il messo s'inchin e fu riaccompagnato,  dai valletti e  dagli  uomini
    armati,  al di l del ponte levatoio. Sofia, appena il messo fu andato
    via, corse a sostenere il fratello, che stava per perdere i sensi.
    - Perch,  - diceva egli con voce tremante,  - perch hai fatto a nome
    mio  quella  promessa?  Io  non  mi  batter  mai;  morirei se dovessi
    scendere in campo!
    - Calmati, signore, - rispose la Badessa con un sorriso di scherno.  -
    Se ho promesso,  manterr, e il cavaliere che scavalcher il signor di
    Porciano, sar io e non tu.
    Dopo aver detto questo,  ricondusse Ruggero alla madre pi  morto  che
    vivo,  ed alla Contessa raccomand di vegliare sul figlio,  poich era
    in uno stato miserando.
    Poi ella distribu armi,  assegn a ogni  uomo  il  proprio  posto  e,
    scelta nella sala d'armi una forbita armatura,  una spada, un'asta, un
    pugnale e uno scudo, se li fece recare al monastero,  ordinando che le
    porte  del  castello  fossero sbarrate e non si aprissero altro che se
    ella avesse sventolato il gonfalone con san Giovanni Evangelista.  Nel
    monastero  ella  fece  pure  preparativi di guerra,  schier dinanzi a
    quello e al palazzo buon numero d'armati,  e prima dell'alba,  vestita
    l'armatura e inforcata la sua mula, scese in campo.
    Il  figlio  primogenito  del  prigioniero  non  tard  a giungere,  e,
    schierati i suoi uomini dal lato opposto di  quelli  di  Pratovecchio,
    salut  il  cavaliere  nemico,  e il duello ebbe principio con l'asta.
    Sofia,  portata dalla mula impaziente,  fu addosso in  un  momento  al
    cavaliere, e l'urto che questi ricev dall'asta della Badessa e che il
    cavallo si ebbe dalla mula,  li fecero precipitare per terra. Quando i
    fratelli del  caduto  videro  questo,  accecati  dall'ira,  piombarono
    subito sopra a Sofia,  e dietro a loro si avanz un forte drappello di
    soldati per aiutarli.  I colpi piovevano come grandine sul  morione  e
    sull'armatura  della Badessa,  la quale non poteva neppur sollevare il
    braccio  per  difendersi,  ma  intanto  la  mula  sbuffava,  calciava,
    calpestando il corpo del caduto, che spir fra atroci dolori.
    Appena l'anima di lui fu uscita dal corpo, la mula si sollev da terra
    come  se  fosse stata un uccello,  sgominando a calci i nemici,  e poi
    depose Sofia in un punto poco lontano dove potesse servirsi delle armi
    contro di loro.
    Oltre il  primogenito  dei  signori  di  Porciano,  la  prode  Badessa
    scavalc anche il secondogenito,  e avrebbe vinto anche gli altri due,
    se essi, sgomenti, non si fossero dati alla fuga.
    Allora ella prese dalle mani di Corrado da Barberino il gonfalone  con
    la  testa  di  san  Giovanni  Evangelista  e  lo  sventol in segno di
    vittoria, invitando i suoi a inseguire i fuggiaschi.
    Questi, il giorno dopo,  vennero umili a chieder pace.  Domandavano il
    cadavere  del  loro  fratello  morto,  la  liberazione  del padre e la
    consegna dell'altro fratello ferito. In cambio offrivano terre e molto
    denaro.
    Il messo fu ricevuto da Sofia in abito da cavaliere. Ella accondiscese
    ai patti, purch i signori di Porciano promettessero che non avrebbero
    pi molestato i signori di Pratovecchio. Queste condizioni le dovevano
    scrivere,   e  aggiungere  che  sarebbero  sleali   qualora   non   le
    mantenessero.
    Le promesse non costano nulla e si fanno facilmente,  ma  pi agevole
    romperle che osservarle,  e questo avvenne per i signori di  Porciano.
    Appena  riebbero  i loro prigionieri,  pensarono di vendicarsi.  Ormai
    avevano scoperto che era stata Sofia,  la fiera Badessa,  che li aveva
    vinti,  e  quest'umiliazione  inflitta  loro da una donna non potevano
    inghiottirla a nessun costo.  Ma che Sofia fosse valente  nelle  armi,
    non potevano negarlo, e non volevano misurarsi con lei per non esporsi
    a  nuova  vergogna;  perci  occorreva  rapirla e farle pagare con una
    lunga prigiona, e forse con la morte,  la baldanza dimostrata.  Sofia
    era   troppo   schietta   per  supporre  che  i  signori  di  Porciano
    macchinassero contro di lei un tradimento,  e non poteva supporre  che
    quattro cavalieri,  tra cui un vecchio,  mancassero alla parola data e
    si esponessero ad esser accusati da ognuno di  fellona.  Non  temendo
    dunque nessun attacco,  ella si dava alle cure del suo monastero, agli
    esercizi spirituali, e nelle ore che le rimanevano libere, visitava la
    madre ed il fratello,  il quale diveniva ogni giorno pi effeminato  e
    quasi stupido.
    Una sera dunque, mentre se ne tornava dal palazzo all'abbazia pensando
    alla  triste  impressione  ricevuta  nel trovare il fratello curvo sul
    telaio a ricamare un velo di seta come  una  femminuccia,  vide  uscir
    fuori  da  un  ciuffo  d'alberi  un branco d'uomini armati.  Prima che
    avesse il tempo di gridare,  essi l'avevano  legata,  imbavagliata,  e
    buttata  come  un  sacco  in  groppa  a  un  cavallo;   poi  si  erano
    allontanati, portandola seco prigioniera.
    All'abbazia aspettarono un pezzo la Badessa,  ma quando non la  videro
    giungere, inviarono a cercarla dovunque.
    - Che cosa sar successo? - si domandavano le monache fra di loro.
    Andarono nella camera,  era vuota;  scesero nella stalla,  la mula era
    legata alla mangiatoia;  soltanto sbuffava,  raspava,  e  dagli  occhi
    mandava  lampi.  Finalmente  die' uno strattone alla corda la quale si
    spezz;  allora la mula apr con una zampata la  porta  della  stalla,
    usc  nel  cortile,  e  con  un  lancio  salt  al  di  l  delle mura
    dell'abbazia e dei fossati, e via a corsa sfrenata verso Porciano.
    Le monache,  vedendo l'animale in  tanta  furia,  si  sbigottirono  e,
    cessate le ricerche, si riunirono in chiesa, davanti a una immagine di
    san Giovanni Evangelista,  che fecero ornare di lumi, e rimasero l in
    orazione per molte ore.  Intanto la mula correva verso Porciano  senza
    toccar  quasi  il  terreno,  tanto  aveva  il piede svelto.  Giunse al
    castello che era gi notte buia, e il ponte levatoio,  abbassatosi per
    lasciar  passare Sofia e i rapitori,  era rialzato.  La mula spicc un
    salto,  varc il fossato,  imbocc  la  pusterla,  rovesciando  quanti
    incontrava,  e  si ferm davanti all'uscio sbarrato di un sotterraneo.
    Pareva che udisse una voce a lei nota,  perch drizzava  le  orecchie,
    sbuffava e calciava contro l'uscio per farsi sentire.
    Gli  uomini  d'arme,   spaventati  nel  vedere  quell'animale  bianco,
    infuriato,  si rinchiusero frettolosamente in  una  stanza,  altri  si
    affacciarono  al  ballatoio  della  scala,  ma  non ebbero coraggio di
    scendere,  e intanto la mula continuava a  fare  un  rumore  d'inferno
    davanti alla porta del sotterraneo. Accorgendosi che l'uscio resisteva
    ai calci,  l'animale s'inferociva sempre pi, e imboccata la scala, la
    sal di corsa e penetr come un fulmine nella grande sala del palazzo,
    dove i giovani signori di Porciano erano aggruppati intorno al  padre,
    ridendo per essere riusciti nell'impresa di mettere in gabbia la fiera
    Badessa.
    Nel  vedere  la  mula bianca,  il vecchio Conte e i figli mandarono un
    grido di terrore e cercarono di rifugiarsi in altre stanze; ma la mula
    li rincorreva, li spingeva contro il muro, li gettava in terra e poi a
    suon di calci, di morsi, di zampate li uccideva.
    Quando li vide tutti distesi come tanti  cenci  per  terra,  scese  la
    scala,  e  afferrato  con  i  denti  il carceriere,  che traversava il
    cortile per  darsi  alla  fuga,  lo  trascin  davanti  all'uscio  del
    sotterraneo e non lo lasci andare altro che quando questi ebbe aperta
    la  prigione.  Allora la mula si diede a nitrire,  e Sofia,  udendola,
    sal l'angusta scala scavata nel masso, balz in groppa all'animale, e
    poco dopo giungeva sana e salva alla sua abbazia e  faceva  suonar  le
    campane per avvertire il popolo di Pratovecchio di armarsi;  ma non ce
    n'era bisogno,  perch quelli di Porciano avevano da seppellire i loro
    signori,  ed  era tanto il terrore che sentivano per la mula,  che non
    avrebbero mai pi osato di avvicinarsi all'abbazia e al castello.
    Dopo questo fatto nessuno turb pi la vita tranquilla di  Sofia.  Sua
    madre  e  il  fratello Ruggero si spensero placidamente,  e la Badessa
    sola rimase a guardia del castello.
    Ella visse lungamente e la mula si mantenne sempre forte e agile tutto
    il tempo che Sofia rimase a questo mondo.  Nell'abbazia e in tutto  il
    Casentino si attribuiva a miracolo quel lungo vivere di un animale,  e
    si diceva che la Madonna e san Giovanni  Evangelista  avevano  mandato
    quella  mula  a  Sofia  per  aiuto  e  sostegno  nelle  vicende di una
    esistenza divisa fra le cure del monastero e la difesa di vasti feudi.
    Infatti il giorno in cui Sofia si spense,  la mula ruppe la cavezza  e
    fugg via, n di lei si seppe altro.
    Morta   la   Badessa,   ricominciarono  gli  attacchi  al  castello  e
    all'abbazia, finch l'imperatore Corrado, che era succeduto a Lotario,
    non ebbe dato quel feudo a un altro conte Guidi.
    E cos la novella  finita.

    Ma se la novella era terminata,  la  veglia  non  si  sciolse  subito,
    perch  la Carola aveva preparato la pasta per fare i necci,  e appena
    Regina ebbe cessato di  parlare,  prese  i  testi,  li  arrovent,  li
    rivest di foglie di castagno e poi, versatavi sopra la pasta, li mise
    per un momento al fuoco.  Quei necci bollenti sono la ghiottoneria dei
    bimbi dell'Appennino  toscano,  e  anche  dei  grandi.  La  Carola  ne
    distribu a tutti una certa quantit,  coprendoli di burro fresco; per
    i grandi mise fuori una  bottiglia  di  vin  santo,  e  la  veglia  si
    protrasse lungamente.
    A  un  certo punto,  mentre tutti mangiavano,  comparve la matrigna di
    Vezzosa.
    - E' questa un'ora da stare fuori di casa?  -  disse  alla  figliastra
    senza neppur dar la buona sera. - Via subito!
    Vezzosa si alz per ubbidire, ma la Carola la trattenne.
    -  Finch   con noi,  voi non le potete far rimproveri,  - disse alla
    vecchiaccia.  - Andate pure  a  letto  e  non  vi  date  pensiero;  la
    riaccompagner Maso.
    La  donna se ne and scorbacchiata,  rifiutando di accettare i necci e
    il vino, e Cecco si accost a Vezzosa per dirle:
    - Sai, fra tre domeniche  Pasqua; ci hai poco pi da tribolare,  abbi
    pazienza!
    Ella  gli  rivolse uno sguardo pieno di gratitudine e non disse nulla.
    Il martirio era per finire, e ormai la pazienza non le mancava pi.


    La morte di messer Cione.

    Le tre settimane che  mancavano  alle  nozze  di  Vezzosa  con  Cecco,
    minacciavano di diventare sei e magari otto,  perch la matrigna s'era
    ammalata e non poteva andare ad Arezzo a far lo stacco delle cose  che
    ancora mancavano al corredo.  Intanto Vezzosa,  per pazientare, cuciva
    dalla mattina alla sera,  e le future cognate l'aiutavano con piacere.
    Ella  era  una ragazza molto precisa,  e voleva che,  entrando in casa
    Marcucci, non le mancasse nulla di quello che soglion portare le spose
    in casa dei contadini,  cio quel dato numero  di  lenzuola,  camicie,
    sottane, pezzuole da naso e da collo, grembiali e vestiti. E' vero che
    il  corredo  se  lo  stava preparando da parecchi anni,  ma all'ultimo
    momento rimane sempre qualche cosa da fare,  e le mancava  appunto  il
    vestito di seta, che la matrigna doveva comprarle.
    Quella domenica,  poich soltanto nei giorni di festa c'era veglia dai
    Marcucci,  tutti parlavano delle nozze,  e quando giunse Vezzosa fu un
    domandarle continuo come stava la matrigna.
    - Al solito, - rispondeva Vezzosa.
    Cecco la chiam da parte e le disse:
    -  Non  potresti  sposare  con uno dei vestiti che hai,  piuttosto che
    rimandare il matrimonio?
    - Per il vestito sarebbe poco male,  ce n'ho uno quasi nuovo dell'anno
    passato;  ma  che  direbbero in paese se mi vedessero andare in chiesa
    mentre lei sta male? Certi riguardi bisogna averli.
    - Hai ragione  e  non  se  ne  parli  pi;  ma  si  direbbe  che,  con
    l'ammalarsi proprio ora, abbia voluto farci un dispetto.
    -  In  ogni  modo sar l'ultimo,  - rispose la ragazza,  guardando con
    fiducia il suo promesso sposo.
    - Davvero, sar l'ultimo!
    - Che cosa avete da dirvi in segreto?  - domand a Cecco e  a  Vezzosa
    quella monelluccia dell'Annina.
    Il giovane rifer il loro colloquio e tutti dettero ragione a Vezzosa,
    e la proclamarono prudente e assennata.
    Ogni  giorno  quella  ragazza  conquistava maggiormente l'affetto e la
    stima dei suoi futuri parenti.  Regina poi  l'adorava,  e  pareva  che
    ringiovanisse  quando  l'aveva  accanto  e  la sentiva parlare col suo
    Cecco.
    Quella sera se l'attir nel canto del  fuoco,  che  non  aveva  ancora
    abbandonato, bench l'aprile fosse vicino, e le disse commossa:
    - Tu sei la mia ultima consolazione!
    Vezzosa,  per  interrompere  quel discorso,  la preg di raccontare la
    novella, e la Regina, dopo essersi asciugate le lacrime, prese a dire:

    - C'era una volta un oste di Poppi, che era l'uomo pi temuto di tutti
    questi dintorni.  Egli non conosceva scrupoli,  e,  pur  di  ammassare
    quattrini, avrebbe rinnegato Cristo. Non c'era affare losco in cui non
    fosse mescolato, ma nessuno osava accusarlo pubblicamente, perch avea
    noma di feroce, vendicativo e sanguinario.
    Messer  Cione  ogni  momento perdeva un parente,  e il popolo di Poppi
    diceva che questo avveniva in punizione dei  suoi  peccati.  In  pochi
    anni gli era morto il padre, poi la madre, i fratelli, due figli e per
    ultimo la moglie,  una creatura buona e paziente, che sopportava tutte
    le prepotenze del marito senza lagnarsi.
    Credete che per questo messer Cione si mostrasse abbattuto? Neppur per
    idea.  Non s'era vestito a lutto,  non aveva fatto dir  messe  per  il
    riposo dei suoi morti, e a chi gli porgeva consolazioni, rispondeva:
    - Chi muore giace, e chi resta si d pace!
    Il  giorno dei Morti era sempre un giorno di lutto per gli abitanti di
    Poppi,  com' anche ora,  e per tutti.  La  gente  pensava  ai  propri
    defunti, pregava per loro, assisteva alla messa e all'ufizio e portava
    ceri sulle tombe.
    Chi  poteva,  faceva  elemosine  e ordinava messe,  e sarebbe parso un
    sacrilegio, in quel giorno funebre, di divertirsi.
    Messer Cione  non  solo  non  pregava  n  si  mostrava  afflitto,  ma
    canzonava ben bene,  di sulla porta dell'osteria,  vuota di avventori,
    quelli che andavano in chiesa a pregare.
    - Chi muore giace, e chi resta si d pace! - ripeteva egli.
    Le donne, nell'udirlo dir cos, si facevano il segno della croce;  gli
    uomini  abbassavano  il  capo senza rispondergli: ma s gli uni che le
    altre lo riputavano empio,  e avrebbero scommesso chi sa che cosa  che
    era gi dannato avanti di morire.
    Un  anno,  il  d  dei Morti,  durante la messa,  s'era fatto vedere a
    tavola davanti all'osteria a mangiare e bere con due o tre soggettacci
    di Romena,  gente che lo aiutava nelle faccende  losche;  quando  ebbe
    mangiato a strippapelle,  si fece portare i dadi e si mise a giocare e
    giuoc tutto il santo giorno,  dando scandalo a quanti  passavano.  La
    sera, mezzo brillo, accompagn i tre soggettacci fino a Romena, e dopo
    di  aver  fatto  baldoria  anche l,  se ne torn a Poppi cantando una
    canzonaccia.  Quando passava  davanti  alle  immagini  della  Madonna,
    murate  nella  cappellina  o  sulle facciate delle case de' contadini,
    batteva col bastone l'erba delle prode,  senza aver paura di ferire le
    anime che in quella notte popolano la campagna.
    Cos  cantando e agitando il bastone,  giunse a un punto dove facevano
    capo due vie scendenti da Poppi.  La pi  lunga  era  posta  sotto  la
    custodia  del Signore,  mentre la pi corta era frequentata dai morti.
    Molta  gente,   nel  passarvi  di  notte,   aveva   veduto   cose   da
    raccapricciare; ma nessuno osava raccontarle, altro che in mezzo a una
    brigata numerosa.  Messer Cione, per altro, non aveva paura neppur del
    Diavolo, e prese la via pi breve fischiettando allegramente.
    Era una notte senza luna e senza stelle e il  vento  impetuoso  faceva
    turbinare  le  foglie;  i cespugli tremavano come persone che avessero
    paura, e in mezzo a quel silenzio i passi di messer Cione echeggiavano
    sinistramente; ma egli non aveva paura.
    Passando accanto a una  casa  abbandonata,  sent  la  banderuola  che
    diceva:
    - Torna addietro! Torna addietro! Torna addietro!
    Messer  Cione non bad a quell'avvertimento,  e giunse a un rigagnolo,
    ingrossato dalla pioggia caduta poco prima, che diceva:
    - Non passare! Non passare!
    Egli non bad neppure a questo  secondo  avvertimento,  e,  posato  il
    piede  sui  sassi  che  erano attraverso il rigagnolo,  pass dal lato
    opposto.
    Giunto che fu a una vecchia quercia,  col  tronco  vuoto  e  coi  rami
    scossi dal vento, sent dire:
    - Resta qui! Resta qui! Resta qui!
    Ma  ser  Cione  percosse  l'albero  col  bastone  che  aveva in mano e
    affrett il passo.
    Alla fine penetr  nel  luogo  dove  bazzicavano  le  anime.  In  quel
    momento,  all'orologio di Poppi e a quelli dei castelli vicini, scocc
    la mezzanotte.  Un altro sarebbe scappato;  ser Cione invece,  per dar
    prova di coraggio, si mise a cantare una canzonaccia. Ma nel tempo che
    cantava  la  quarta  strofa  sent il rumore di una carretta tirata da
    cavalli senza ferrare, e la vide, infatti, nel buio, che si avvicinava
    a lui, coperta di una coltre da defunto.
    Allorch la carretta fu a breve distanza, la riconobbe per la carretta
    della Morte.  Era tirata da quattro cavalli neri,  con  le  code  cos
    lunghe  che  spazzavano  il terreno.  Seduta sopra una stanga stava la
    Morte in persona, con una frusta di ferro in mano e ripeteva sempre:
    - Tirati da parte o ti metto sotto! Tirati da parte o ti metto sotto!
    Ser Cione si scans, ma senza turbarsi.
    - Che fai qui, madonna Morte? - le domand sfacciatamente.
    - Prendo, sorprendo e porto via, - rispose il brutto fantasma col viso
    di scheletro.
    - Sei dunque una ladra e una traditrice? - continu ser Cione.
    - Sono quella che colpisce senza sguardo e senza riguardo.
    - Cio una sciocca ed un'assassina.  Allora non mi stupirebbe  che  in
    codesta  carretta  tu  ci  avessi  dei  compari  per darti man forte a
    commettere le tue infamie. Ma, dimmi un po', perch hai tanta fretta e
    martorizzi i poveri cavalli con codesta frusta di ferro,  che  non  ho
    mai veduto usare da nessuno?
    - Sappi,  - rispose il fantasma,  - che debbo andare a prendere messer
    Cione, l'oste di Poppi. Addio!
    Ci detto frust i cavalli, e via.
    Ser Cione si mise a ridere e non si turb per questo.  Nel giungere  a
    una siepe di pruni,  che metteva al lavatoio, vide due donne bianche e
    belle, che sciorinavano i panni di bucato.
    - Perbacco!  - disse,  - ecco due ragazze  che  non  hanno  paura  del
    sereno!   Perch,   belle  fanciulle,  state  fuori  a  quest'ora?  Il
    coprifuoco  sonato da un bel pezzo,  e a Poppi  non  potrete  entrare
    fino  a  domattina.  Siccome io pure ho fatto tardi,  non sarebbe male
    d'ingannare il tempo ciarlando; che cosa fate?
    - Noi laviamo! - risposero le due donne.
    - Me ne rallegro tanto, ma ora non lavate.
    - Ora rasciughiamo, - soggiunsero le due donne.
    - Con questa nottata non rasciugherete neppure un moccichino.
    - Non dubitare, rasciugheremo, e intanto ci metteremo a cucire.
    - Che cosa? - domand l'oste.
    - Il lenzuolo del morto che cammina e parla ancora.
    - Ditemi un po', come si chiama questo morto?
    - Messer Cione, l'oste di Poppi, - risposero le donne.
    Ser Cione rise  pi  forte  della  prima  volta  quando  aveva  inteso
    pronunziare  il  suo  nome dal fantasma della carretta,  e sal per la
    viottola che menava al paese.
    Ma pi andava avanti e pi  gli  giungevano  distinti  all'orecchio  i
    colpi  che facevano altre lavandaie di notte,  sbattendo i panni sulle
    pietre del rigagnolo.  A un tratto le scrse e vide che  battevano  un
    lenzuolo funereo, cantando il triste ritornello:

    Se cristian non ci viene a salvare,
    Sempre sempre bisogna lavare;
    Prepariamo il lenzuolo pel morto,
    Che dev'esser qui dentro ravvolto.

    Appena  le  lavandaie  di  notte  videro giunger l'oste,  cessarono il
    canto, si misero a gridare, e, correndogli incontro,  gli presentarono
    il  lenzuolo  imponendogli  di  aiutarle  a  torcerlo  per farne uscir
    l'acqua.
    - Non si rifiuta mai un piccolo servigio... - rispose ser Cione.  - Ma
    aspettate un momento, perch non ho altro che due mani.
    Allora pos in terra il bastone, e preso uno dei due capi del lenzuolo
    che gli presentava la morta,  si diede a voltolarlo nello stesso senso
    in cui ella lo torceva,  perch aveva  sentito  dire  dai  vecchi  che
    quello  era  il  solo  mezzo  per  non essere torto come il lenzuolo e
    spremuto.
    Ma appena ebbe strizzato l'acqua dal lenzuolo della  prima  morta  che
    gli  s'era  avvicinata,  ne giunse una seconda,  poi una terza e molte
    altre ancora, e tutte circondarono ser Cione pregandolo di aiutarle.
    Fra tutte quelle donne riconobbe sua madre,  sua moglie,  le sorelle e
    le  figlie,  e  quando  s'era affaticato a torcere il lenzuolo che gli
    presentavano,   per  ringraziamento  glielo  sbattevano  in  faccia  e
    gridavano:
    -  Maledetto colui che lascia patire i suoi nel Purgatorio!  Maledetto
    in eterno!
    E tutte quelle morte scotevano i capelli, alzavano i lenzuoli bianchi,
    e lungo tutti i fossi del monte e della valle,  lungo tutte le  siepi,
    da tutte le vette, migliaia e migliaia di voci ripetevano:
    -  Maledetto colui che lascia patire i suoi nel Purgatorio!  Maledetto
    in eterno!
    Ser Cione si sent rizzare tutti i capelli sulla testa, ma seguitava a
    voltare il lenzuolo nel senso che torceva  la  morta  per  non  essere
    torto e spremuto anche lui.
    Cos lavor fino all'alba sudando freddo,  circondato da uno stuolo di
    morte, che urlavano:
    - Maledetto colui che lascia patire i suoi nel  Purgatorio!  Maledetto
    in eterno!
    E dalla valle,  dalle balze dei monti,  dalle vette, partiva lo stesso
    grido di maledizione, che l'eco ripeteva migliaia e migliaia di volte.
    Ma appena l'alba incominci a imbiancare il cielo,  le morte sparirono
    a una a una,  e ser Cione, spossato da tanto terrore, cadde in terra e
    dorm come un ciocco.
    Credete che ser Cione nel destarsi fosse pentito?
    Neppur per idea! Si stropicci gli occhi e disse fra s:
    - Guarda un po' che  brutti  sogni  si  fanno  quando  s'  bevuto  un
    bicchiere di vino di pi! Pare impossibile!
    E  cantando  torn  a casa sua,  apr l'osteria come al solito,  senza
    serbare sul faccione di luna piena nessuna traccia della  paura  della
    notte.
    E  per  tutto  quell'anno  seguit,  come se non fosse stato nulla,  a
    canzonar quelli che andavano in chiesa,  che  si  levavano  il  boccon
    dalla  bocca  per  fare  elemosine,  e  ascoltavano  messe  per i loro
    defunti.  E anche quell'anno ser Cione commise un sacco di  ribalderie
    insieme con altri furfanti del vicinato,  e and l l per esser preso
    sul fatto e impiccato.
    Ritorn il giorno dei Morti, la triste giornata autunnale in cui tutti
    avevano la mente rivolta ai loro defunti e pregavano, affinch fossero
    sollevati dalle pene del Purgatorio. Ser Cione, fin dalla mattina,  si
    mise  sulla  porta  dell'osteria  a  canzonare  quelli che andavano in
    chiesa,  e vedendo passare un lungo  stuolo  di  donne,  che  dicevano
    devotamente il "De profundis", si mise a urlare:
    - Sgolatevi pure, tanto i ragli degli asini non giungono in Paradiso!
    Tutto il paese era scandalizzato dalle parole di ser Cione,  il quale,
    avendo invitato come di solito a far baldoria tutti i malanni di Poppi
    e dei paesi vicini,  bevve per dieci,  e dopo si diede a percorrere la
    campagna  cantando  a  squarciagola.  A  uno  a uno i suoi compagni lo
    lasciarono per tornar alle loro case, ed egli, vedendo che aveva fatto
    tardi e che al paese non poteva tornare,  perch a quell'ora le  porte
    eran chiuse,  si rassegn a passar la notte al sereno, tanto la serata
    era calma e la pioggia n la neve minacciavano di cadere.
    Tagli dunque col coltello,  che  portava  sempre  seco,  alcuni  rami
    secchi  dalle siepi e dagli alberi,  e accese una bella fiammata in un
    punto riparato, a ridosso di un vecchio muro.
    Appena  la  fiamma  divamp,   ser  Cione  vide  un  fantasma  bianco,
    rinvoltato in un sudicio lenzuolo a brandelli, accostarsi a lui.
    - Vattene!  - disse ser Cione, - non permetto che altri si scaldi alla
    mia fiamma.
    - Lo so che sei un uomo senza cuore,  che non hai piet n dei vivi n
    dei morti,  ma per questa notte io non mi muover di qui, - rispose il
    fantasma, e si sed davanti alla fiamma.
    Poco dopo giunse un secondo fantasma avvolto in un lenzuolo anche  pi
    sudicio e pi sbrandellato di quello dell'altro.
    -  Vattene!  -  gli  disse  ser  Cione,  -  non voglio tanta marmaglia
    d'intorno a me.
    - So bene che hai una pietra nel posto del cuore, - rispose il secondo
    fantasma, - che non hai piet n dei vivi n dei morti;  ma per questa
    notte non mi mover di qui.
    Si sed accanto al fuoco,  e quindi soggiunse,  rivolgendosi all'altro
    fantasma:
    - Ti rammenti come eravamo felici quando ci nacque quel figlio, moglie
    mia?
    - Se me ne rammento!  Ogni lacrima che  mi    costato,  mi  ha  fatto
    ripensare   a   quel  momento  di  gioia,   marito  caro.   Io  ti  ho
    sopravvissuto,  e non puoi credere quello  che  egli  mi  abbia  fatto
    patire.  Mi  sottoponeva  alle  pi dure fatiche,  mi maltrattava,  mi
    contava i bocconi, e lui stava tutto il giorno a bere, a bestemmiare e
    a far di peggio.  Tuttavia gli avrei perdonato  tutto,  se  una  volta
    avesse ascoltato una messa,  o avesse fatto un'elemosina per sollevare
    l'anima mia  dalle  pene  del  Purgatorio;  ma  invece  quel  birbante
    gozzoviglia  in questo giorno sacro a noi,  e non ha un pensiero per i
    suoi morti.
    Ser Cione, seccato da quei discorsi,  si era gi alzato per andarsene,
    maledicendo  gl'importuni,  ma  sent due mani gelate prenderlo per il
    viso e trattenerlo dov'era.
    - Questo  troppo!  - esclam egli.  - Io voglio stare dove mi pare  e
    andarmene dove mi accomoda.
    -  Per  questa  notte,  -  disse  il  terzo  fantasma,  che  lo  aveva
    trattenuto, - tu devi ascoltare i nostri lamenti,  poich avrai capito
    che quei due che parlavano di te furon tuo padre e tua madre,  come io
    fui tua moglie. Ora verranno gli altri morti della nostra famiglia,  e
    spero che t'impediranno di andartene.
    Ser Cione,  di riffa o di raffa,  dovette star dov'era, e i due vecchi
    continuarono i loro lamenti,  intanto che la moglie guardava di qua  e
    di l come se aspettasse qualcuno. Finalmente si alz e corse incontro
    a  due  angioletti  bianchi,   che  volarono  a  lei  con  le  faccine
    sorridenti, soffuse di luce.
    La donna li baci piangendo di gioia:
    - Ecco i nostri figli, - diss'ella a ser Cione.  - Come vedi non hanno
    bisogno  delle  tue preghiere,  perch sono in Cielo;  ma se tu avessi
    fatto dire qualche messa per me,  non sarei pi  divisa  da  loro.  Di
    questo solo mi dolgo con te,  perch ti era cos facile far cessare la
    nostra separazione.
    Ser Cione non parlava e neppure osava avvicinarsi ai  due  angioletti,
    che  s'erano accostati alla mamma e le facevano mille carezze,  mentre
    per lui non avevano nessuno sguardo, nessuna parola.
    I due vecchi intanto  continuavano  a  imprecare  a  quello  snaturato
    figliuolo,  e  alla  loro  voce  si  univa quella delle sorelle di ser
    Cione, sopraggiunte allora e anch'esse avvolte in lenzuoli funerei.
    Il solo vivo,  in mezzo a tutti  que'  morti,  non  era  pi  calmo  e
    sprezzante  come l'anno prima quando capit in mezzo alle lavandaie di
    notte, che gli fecero torcere i lenzuoli funerei,  n come poco avanti
    quando  sentiva parlare il padre,  la madre e la moglie.  Dacch aveva
    veduto i suoi due bimbi, si sentiva una smania,  una irrequietezza che
    non aveva mai provate.  Avrebbe voluto baciare quei due angioletti, ma
    temeva di vedersi respinto da loro e  stava  a  guardarli  intenerito,
    ripensando a come era triste, ora, nel mondo, senza nessuno.
    Intanto il vecchio, la vecchia e le sorelle di ser Cione gridavano:
    -  Maledetto  colui  che  non  ha  piet dei suoi morti!  Maledetto in
    eterno!
    - Maledetto in eterno! - rispondevano le anime sparse nella campagna e
    alle quali  concesso, una volta l'anno, di tornare in terra.
    A un tratto ser Cione scoppi in singhiozzi.
    - Son dannato, - diceva, - chi mi salver? Tutti, tutti mi maledicono!
    La moglie del ribaldo strinse a s i due bambini e  alternava  i  baci
    con  le  parole  che  sussurrava  loro  nell'orecchio.  I  due piccini
    risposero alle suppliche di lei:
    - Non dubitare, mamma, addio!
    - E per me non c' neppure un saluto? - domand ser Cione ai figli.
    - Per ora no; ma torneremo presto, prestissimo.
    E volarono su,  agili come due colombi.  In  breve,  il  chiarore  che
    mandavano  si  confuse  con  quello  delle stelle che erano sparse nel
    firmamento.
    I fantasmi, adunati intorno a ser Cione,  non cessavano di lagnarsi di
    lui,  ma  egli  non  li  udiva.  Aveva nascosta la testa fra le mani e
    continuava a piangere dalla vergogna dei suoi peccati.  La moglie sola
    non  univa  la sua voce a quella degli altri,  non imprecava contro di
    lui,  ma sibbene pregava per il suo  ravvedimento  e  teneva  l'occhio
    rivolto  al  cielo,  da  cui  sperava  di  veder discendere i suoi due
    angioletti, che erano andati messaggieri a Dio.
    Ser Cione accost la bocca all'orecchio della moglie, e le disse:
    - Credi tu che un uomo macchiato di peccati possa salvarsi?
    - Lo credo fermamente, - rispose ella.
    - E con qual mezzo?
    - Col vero e sincero pentimento,  col pentimento  che  nasce  pi  dal
    dolore  di avere offeso Iddio e di aver recato danno al prossimo,  che
    dal desiderio di sfuggire una punizione eterna, meritata dai peccati.
    - Io lo provo,  questo pentimento,  perch ho vergogna di quel che  ho
    fatto, perch soffrirei mille pene, pure di cancellare la mia vita.
    - Ma senti tu,  insieme a questo pentimento,  la forza di incominciare
    un'altra vita, onesta, tutta diversa da quella passata?
    - La sento,  anima santa,  e il miracolo non l'hanno  operato  i  miei
    vecchi con le loro aspre parole, non l'hanno operato le altre anime di
    morti  con  le  loro  maledizioni,  ma  l'hai  operato tu,  con la tua
    dolcezza.  Nel vedermi guardare a quel modo dai nostri  angioletti  ho
    conosciuto la mia abiezione,  ho avuto vergogna e ho sentito che cos'
    rimorso e pentimento.
    In quell'istante ser Cione  vide  una  striscia  luminosa  solcare  lo
    spazio, e pochi secondi dopo ud due vocine dolci, due vocine care che
    cantavano:
    - Osanna! Iddio  grande e misericordioso verso i peccatori pentiti!
    -  Senti,  -  disse  il  fantasma della moglie di ser Cione,  - sono i
    nostri figli che tornano dal Cielo e ti portano la  grazia;  cerca  di
    meritarla.
    Il  solo vivente in quel consesso di morti,  cadde in ginocchio,  e le
    sue labbra mormorarono le preghiere imparate da bambino, mentre il suo
    cuore si dischiuse alla speranza.
    I due angioletti gli posarono le manine sulla testa,  accarezzarono il
    volto paterno e volarono su nell'etere cantando:
    - Osanna! Osanna!
    L'alba  incominciava  a imbiancare il cielo,  e i defunti di ser Cione
    sparirono a uno a uno, gridandogli:
    - Maledetto colui che non ha piet  dei  suoi  morti  !  Maledetto  in
    eterno!
    La moglie lo lasci, invece, dicendogli:
    -  Persevera nel pentimento,  lavora per meritarti il Cielo,  e allora
    saremo uniti, uniti per sempre.
    Il sole,  nel levarsi,  trov ser Cione allo stesso posto nel quale lo
    avevano  lasciato  i  suoi  morti,  con  le  mani congiunte e l'occhio
    rivolto al cielo, dove aveva veduto salire i suoi angioletti.
    - Che sia stato un sogno?  - esclam egli;  ma subito dopo aggiunse: -
    Anche se cos fosse, che bel sogno!
    Sal  a Poppi,  e invece di andare a casa sua e mettersi a schernire i
    devoti dalla porta dell'osteria,  entr nella chiesa  di  San  Fedele,
    s'inginocchi  in  un  angolo  e  si  mise  a  pregare  come ogni buon
    cristiano.  Dopo aver lungamente  pregato,  specialmente  per  i  suoi
    morti,  and  in sagrestia e pose nella mano di un frate tutti i soldi
    che aveva in tasca, dicendo:
    - Dite tante messe per le anime dei miei poveri defunti!
    Il frate, che lo conosceva per un malandrino, sgran tanto d'occhi,  e
    tutti  quelli che lo videro in chiesa,  andarono a sparger la voce che
    ser Cione s'era ravveduto, che ser Cione voleva diventar santo.
    Quel giorno egli non apr l'osteria e non  l'apr  mai  pi.  Dava  ai
    poveri larghe elemosine, pregava, faceva dir messe per i suoi morti ed
    evitava  d'incontrare i suoi antichi compagni di vita peccaminosa.  Se
    per li vedeva, diceva loro:
    - Fratelli,  ravvedetevi!  Le soddisfazioni terrene  sono  fugaci,  le
    punizioni sono eterne!
    A  Poppi  tutti  erano  edificati di quel cambiamento repentino,  e le
    persone buone e pie, che prima egli aveva offese,  ora si avvicinavano
    a  lui  e lo esortavano a perseverare nella via del pentimento,  nella
    via che conduce alla salvezza.
    Ma tutte queste esortazioni non  sarebbero  bastate,  se,  durante  la
    notte,  non  fossero  scesi  al  capezzale  dell'uomo  solo,  privo di
    famiglia,  i suoi due angioletti bianchi,  e non  gli  avessero  fatto
    sulla fronte una lieve e dolce carezza.
    Cos  pregando,   facendo  elemosine  e  lavorando  faticosamente  per
    alleviare le fatiche di quelli che erano deboli o  vecchi,  ser  Cione
    visse  un  anno  ancora,  e  la  notte  dei  Morti  spir  dolcemente,
    sentendosi accarezzare la fronte dai suoi  due  angioletti;  spir  da
    buon  cristiano,  e  le  benedizioni di quelli che aveva beneficati lo
    accompagnarono fin alla tomba e financo al di l,  perch molti  cuori
    sono riconoscenti anche dopo che il beneficio  cessato.
    Si dice che l'anima di ser Cione,  che sconta ancora in Purgatorio una
    parte dei peccati che non ha potuto scontare  in  vita,  torni,  nella
    notte  dei  Morti,  a  esortare i peccatori di Poppi a ravvedersi e li
    attenda per le vie.
    Almeno cos dicono molti che si sono  pentiti  e  che  da  quell'anima
    hanno saputo la storia della vita di ser Cione e della sua morte,  che
    altrimenti sarebbe da lunghi e lunghi anni dimenticata.

    - E qui,  figliuoli,  la novella    finita,  -  disse  la  Regina.  -
    Quest'altra domenica ve ne racconter una pi lieta,  pi gaia, che vi
    far ridere e non vi far sognare i morti e le anime del Purgatorio.
    - Come la intitolerete, nonna? - domand l'Annina.
    - Non te lo voglio dire; lo saprai domenica.
    - E domenica sapremo anche quando si faranno le nozze, perch fra otto
    giorni  la  tua  matrigna  sar  guarita,  -  aggiunse  la  bambinetta
    rivolgendosi a Vezzosa.
    - E domenica,  - disse la Carola,  - faremo anche i regali alla nostra
    cara sposina.  Non son doni ricchi,  ma glieli faremo col  cuore.  Noi
    donne  specialmente  non  abbiamo  altro  che  quei pochi soldi che si
    ricavano vendendo le uova,  i polli e i piccioni,  e possiamo  spender
    poco;  ma  quei  regalucci le mostreranno che le si vuol bene e che si
    accetta volentieri in casa nostra.
    La massaia, come al solito,  aveva parlato a nome di tutte le cognate.
    Cecco  era cos commosso da quelle buone parole,  che usc e si mise a
    fischiare per non far vedere i lucciconi; la Vezzosa si era stretta un
    bambino al petto e lo baciava,  tanto  per  isfogare  il  suo  bisogno
    d'espansione, e la Regina piangeva.
    - E che son cotesti lacrimoni! - esclam Maso. - Mamma, bisogna ridere
    e non far codesta faccia da funerale.
    -  Quando  siam  vecchi,  -  rispose la Regina,  - ci si commuove e si
    piange facilmente.  Ma vedrete che sapr ridere il giorno delle nozze,
    e voglio fare anch'io due sgambetti quando gli altri balleranno.
    - Cos va bene! - esclam Maso. - Gente allegra, Iddio l'aiuta!
    Uscirono tutti,  meno che le donne,  per riaccompagnare le ragazze che
    erano state a veglia, e s'imbatterono nel padre di Vezzosa, che veniva
    di corsa a chiamarla.
    - Che  stato? - gli domand la figlia.
    - Vieni presto,  devo correre dal medico,  la Maria  delira,  si  vuol
    levare dal letto e le tre ragazze non son buone a trattenerla.
    Vezzosa disse appena buona notte a tutti e corse via. Cecco la segu a
    distanza insieme con gli altri.
    E   quando   tutte   le  ragazze  che  erano  state  a  veglia  furono
    riaccompagnate a casa, egli,  invece di tornare insieme con i fratelli
    al podere di Farneta, se ne and mogio mogio a casa di Vezzosa. Ma per
    non disturbarla bussando, poich la porta era chiusa, si sed sopra un
    muricciuolo   aspettando  che  qualcuno  comparisse  alla  finestra  o
    sull'uscio;  e con l'occhio fisso sulla casetta bianca,  che pareva un
    masso  di  neve  illuminata  in  pieno  dalla luna,  si mise a pensare
    all'avvenire.  Egli si struggeva non potendo aiutare Vezzosa nelle sue
    faccende,  e  non vedeva il momento di essere unito a lei per sempre e
    di dividerne le gioie e i dolori.
    A un tratto,  senza riflettere,  si mise a  cantare  una  canzone  del
    paese.  Sentiva  il  bisogno di dire a Vezzosa che le era vicino e che
    vegliava anche lui.
    Dopo poco che aveva incominciato a cantare,  sent aprir l'uscio della
    cucina, e nel vano vide comparire la bella ragazza.
    Cecco  corse a lei con uno slancio,  come se non l'avesse veduta da un
    anno.
    - Grazie, - gli diss'ella, - di esser rimasto vicino a me.  Cecco mio,
    la  mia  matrigna  lotta  davvero  con  la  morte.  In  questo momento
    svaniscono in me tutti i risentimenti,  e mi pento e mi dolgo  di  non
    essere stata pi buona con lei in passato.
    Cecco strinse le mani della sua fidanzata,  quasi volesse ringraziarla
    di esser cos buona. In quel momento si ud un rumore di sonagli sulla
    via maestra, e di l a poco comparve il calesse del dottore.  Momo era
    stato a chiamarlo sull'imbrunire,  e il dottore, scendendo, si scusava
    di non esser potuto venir prima.
    Cecco entr in casa dietro al medico,  e fu lieto di perder la nottata
    per  potere ammirare la diligenza e l'affetto di cui dava prova la sua
    Vezzosa nell'assistere la matrigna.


    La gobba del Buffone.

    Nella settimana  trascorsa  dopo  l'ultima  novella,  la  matrigna  di
    Vezzosa  era stata fra la morte e la vita.  Dinanzi a quella donna che
    soffriva orribilmente,  tutti i risentimenti  della  figliastra  erano
    svaniti. Ella aveva dimenticato quello che aveva patito in tanti anni,
    per  dato  e  fatto della Maria,  e la curava con un affetto da figlia
    vera.  Non andava mai a letto,  stava attenta a tutte le  prescrizioni
    del medico, ed era stata lei che s'era opposta quando il dottore aveva
    parlato di farla portare all'ospedale.
    -  Di  casa  nostra  non  c'  mai andato nessuno e non ci deve andare
    neppur lei, - aveva risposto. - E' vero che siamo poveri,  ma tanto da
    curarla ci sar sempre.
    Momo,  con  quanti  s'imbatteva nell'andare alla farmacia,  cantava le
    lodi della figliuola,  la quale scendeva  dalla  camera  dell'ammalata
    soltanto  per  preparare  i  brodi e le fomente.  Cecco ronzava sempre
    intorno  alla  casa  della  promessa  sposa,   e  quando  la  scorgeva
    affaccendata  in cucina entrava per aver notizie della Maria e sfogava
    il suo rincrescimento  per  quella  malattia  che  ritardava  la  loro
    felicit.
    - Abbi pazienza,  si tratta di giorni,  e poi nulla ci separer pi, -
    diceva ella guardandolo serenamente con quegli occhi sinceri  e  pieni
    di fiducia nel loro avvenire.
    Cecco  se  ne  andava  pi  consolato,  ma  poco  dopo l'impazienza lo
    spingeva di nuovo a casa di Vezzosa.
    Verso il venerd, la Maria incominci a migliorare,  e le prime parole
    che disse furon queste:
    - Vezzosa, non mi scorder mai di quello che hai fatto per me!
    Momo  gongolava  tutto,  un  po' dalla felicit di veder migliorare la
    moglie, un poco perch quella malattia gli aveva dato ragione. Egli lo
    diceva sempre, alla Maria,  che Vezzosa aveva un cuore d'oro,  e Maria
    sosteneva che era perfida.  Ora della bont della ragazza era convinta
    anche lei,  e il pover'uomo,  che aveva sofferto  assai  per  la  loro
    inimicizia, era tutto lieto nel saperla svanita.
    Il sabato e la domenica era continuato il miglioramento della Maria, e
    la  sera  della  festa ella stava tanto benino,  che fu lei che spinse
    Vezzosa ad andare a veglia dai Marcucci.
    - Ti svagherai un po',  n'hai tanto bisogno,  povera figliuola!  -  le
    disse.
    Vezzosa esitava;  ma poi,  vedendo che la matrigna,  verso sera, aveva
    preso sonno,  le prepar tutto  il  necessario  accanto  al  letto,  e
    raccomandando alle sorelline di non lasciarla, usc.
    -  Ecco  Vezzosa!  -  urlarono  i  bimbi Marcucci,  appena la scrsero
    dall'aia,  per avvertire  quelli  di  casa  della  venuta  di  lei;  e
    scherzando  la  trattennero,  socchiudendo  l'uscio  per aspettare che
    Cecco venisse a prenderla.
    Dopo pochi istanti comparve il bell'artigliere e,  infilato il braccio
    della sposina nel suo,  le raccomand di non aprir gli occhi altro che
    quando glielo avesse detto lui.
    Vezzosa rideva di tutto quell'apparato,  ma si prest volentieri a far
    quel che voleva Cecco, e lo segu a occhi chiusi.
    - Ora guarda! - diss'egli.
    Ed ella guard e die' un grido di meraviglia.
    La  lunga  tavola sulla quale desinavano i Marcucci era coperta di una
    bella tovaglia di bucato,  e su questa vi erano  asciugamani,  federe,
    grembiuli di seta,  calze, pezzuole con le frange colorate, fazzoletti
    da naso,  un bel cappello di paglia finissimo,  e  tante  altre  cose.
    Accanto  a  ogni  oggetto  era  collocato  un  cartellino col nome del
    donatore,  e i piccini si mettevano in punta di piedi per indicare  il
    proprio regalo, dicendo: Questo  mio! Questo  mio!.
    - Dunque tutti, tutti avete pensato a me? - domand Vezzosa commossa.
    - Tutti, - rispose la Carola, - per dimostrarti quanto siamo felici di
    vederti  entrare in casa;  e poi,  - soggiunse sottovoce,  - anche per
    farti vedere quanto ti stimiamo,  dopo quello che  hai  fatto  per  la
    matrigna.
    - Era dover mio! - disse semplicemente Vezzosa.
    La  Regina  era  rimasta  nel  canto  del fuoco lasciando che ciascuno
    mostrasse alla sposina il  regalo  che  le  faceva.  Quando  tutte  le
    esclamazioni di sorpresa furono cessate,  la vecchia si alz e disse a
    Vezzosa di seguirla.  Le due donne salirono le scale  e  si  fermarono
    sulla porta della camera della Regina, che era stata tutta trasformata
    per accogliere la sposa.
    - Mamma,  ma che cosa avete fatto? - esclam Vezzosa. - Questa  stata
    sempre la camera vostra e ora ve ne volete privare?
    La vecchia rispose:
    - Figlia mia, quando sar morta, tu penserai a me in questa camera,  e
    ti  rammenterai che a questo mondo ti ho chiesto una cosa sola: quella
    di render felice il mio Cecco.
    - Oh! per questo non temete! - esclam la ragazza.
    - Io non ho unito il mio regalo a quelli  del  resto  della  famiglia,
    perch  non  potevo portarlo gi.  Ma qui in quest'armadio ci sono sei
    paia di lenzuola senza rinnovare,  che ho filate e tessute con le  mie
    mani: sono tue.
    - Grazie!  Grazie,  mamma! Come far a rendere a voi, a tutti, il bene
    che mi fate?
    - S'aspetta la novella! - urlavano i bambini di fondo alla scala.
    Le due donne scesero, e la Regina, per contentare i nipotini,  prese a
    dire:

    - Tanti,  tanti anni fa, un certo conte Alessandro di Romena spos una
    signora di fuorivia.  La contessa era piuttosto bruttina e malaticcia,
    e s'annoiava sempre,  lontana dalla sua famiglia, in questi paesi dove
    c'erano pochi  divertimenti.  Madonna  era  figlia  di  un  siniscalco
    dell'Imperatore,  era  cresciuta  alla  Corte,  e  le  pareva di esser
    sepolta viva, dovendo abitare il castello di Romena.
    Il marito,  non sapendo che cosa fare per divertirla e non vederla pi
    sbadigliare,  scrisse  al suocero che gli mandasse uno di quei buffoni
    che i signori solevano tenere alla Corte e che chiamavano giullari.
    Il suocero non rispose nulla,  ma in capo a tre mesi comparve a Romena
    un  ometto  piccino piccino,  tutto vestito di panno a strisce rosse e
    gialle,  con una gobba che pareva un popone e  un  berretto  in  testa
    tutto  coperto  di  sonagli.  Cavalcava  sopra  un  cavallino  piccolo
    piccolo,  e quando arriv al castello disse con piglio altero all'uomo
    che era a guardia del ponte levatoio:
    - Dimmi, villano, dov' il tuo signore?
    - Dove gli pare,  - rispose l'altro, - e non si scomoder di certo per
    te.
    - Guarda con chi parli!  Io sono Riccio,  il celebre Riccio,  e giungo
    d'oltralpe per divertir la tua padrona.  Ho costretto pi volte baroni
    e Conti a inchinarsi dinanzi a me e a baciarmi la gobba; sapr imporre
    cosa anche pi umiliante a un paltoniere pari tuo.
    Il  gobbo  parlava  con  tanta  arroganza,   che  il  fante  non   os
    rispondergli per le rime,  e,  chiamato un compagno, fece avvertire il
    signore di Romena dell'arrivo di Riccio.
    L'ometto intanto era sceso da cavallo e passeggiava  nel  cortile  del
    palazzo  battendo fieramente gli sproni sulle lastre di pietra,  senza
    scomporsi, osservando che a uno a uno erano giunti, per vederlo, molti
    fanti,  famigli e valletti,  e si  reggevano  la  pancia  dalle  risa.
    Finalmente comparve anche il signor di Romena.
    - Chi ti manda, gobbo? - gli domand.
    Riccio  finse  di  non  vederlo  e  continu  a  batter gli sproni sul
    lastrico.
    - Chi ti manda, gobbo? - ripet il Conte.
    Il giullare pareva non sentisse.
    - Parlo con te, sai,  e non sono uso di domandar le cose due volte,  -
    disse  il  conte  di  Romena,  prendendolo per il braccio e scotendolo
    forte.
    - Neppur io sono uso di  rispondere  quando  non  mi  sento  chiamare,
    signore. Io ti ho fatto dire che mi chiamo Riccio e non gobbo.
    - Ma sei gobbo e anche gobbo reale! - disse il Conte.
    - Anche tu sei pelato come una zucca,  e se io ti chiamassi pelato non
    mi risponderesti certo.
    Il Conte non rise a questa  facezia,  ma  fanti,  famigli  e  valletti
    sparirono dietro le porte per dare sfogo all'ilarit.
    Riccio disse allora chi lo mandava e che veniva da Milano, sua patria;
    poi present al Conte la lettera del suocero.
    - E' inutile, signore, che tu l'apra e la sbirci, perch scommetto che
    se tu la guardassi un anno non capiresti neppur da che parte si legge.
    -  Le lettere non sono occupazione degna di signori,  - disse il Conte
    sprezzantemente.
    - Lo so che la pianta grassa, cosidetta ignoranza, cresce e vegeta nei
    castelli, e per questo permetti a un poverello, nato in un tugurio, di
    decifrare codesta  lettera.  Ma  questo  non    luogo  opportuno  per
    leggere;  non  supponevo  mai,  dopo un cos lungo viaggio,  di essere
    ospitato sotto la cappa del cielo,  nella reggia  di  tutti  i  venti.
    Dimmi,  cos ospitale il conte di Romena?
    Il Conte, che sapeva esser concesso ai giullari di parlare liberamente
    anche  a duchi ed a re,  non si offese di ci che diceva Riccio,  e lo
    invit a salire nella sala dov'era la contessa Berta.
    Questa stava rincantucciata in un seggiolone,  sotto l'ampia cappa del
    camino,  con  l'occhio  fisso  sulla  fiamma  come  persona  stanca  e
    annoiata. Le dame stavano in disparte intente a ricamare.
    Appena il giullare entr,  fece una  comica  riverenza  abbassando  la
    testa  e  ponendo  in evidenza l'enorme gobba.  Bast quella mossa per
    dileguare la tristezza della signora e farla ridere di cuore.
    - Madonna,  io posso inforcare  quella  lumaca  del  mio  destriero  e
    ritornare da tuo padre!
    - Perch? - domand la contessa Berta.
    - Fui mandato qui per farti ridere; tu ridi e io parto. Non vorrei che
    con me tu mettessi in opera il proverbio: Avuta la grazia, gabbato lo
    santo.  E'  vero  che  non sono un santo,  ma potresti in questo caso
    trattarmi come tale;  e io ho gabbato molta  gente,  ma  non  fui  mai
    gabbato.
    La Contessa continu a ridere e il gobbo prese a dire:
    -  Messere  e  madonna,  eccomi  qui nella vostra casa.  Se volete che
    restiamo amici, dobbiamo fare i nostri patti.
    - Che patti?  - esclam il Conte.  - Sarebbe  bella  e  nuova  che  un
    giullare c'imponesse la sua volont.
    Riccio  non  rispose,  ma  scroll il berretto coperto di sonagli e si
    avvi verso la porta.
    - Dove vai? - domand il Conte.
    - Dove mi pare.  Tu mi hai chiamato perch facessi quello che  tu  non
    sai fare, cio tenere allegra la tua sposa; tu vuoi da me un favore ma
    non permetti che io domandi un compenso,  e io me ne vado. Siamo tutti
    pari: arrivederci!
    - E la lettera di mio suocero?
    - E' inutile, messere, che io te la consegni, tu non sai leggerla.  Io
    torner  a  chi l'ha scritta e dir che venga a prendersi la figliuola
    se non vuole che crepi alle mani di un signore cos prepotente.
    - Tu non partirai, gobbo maledetto!
    - A chi dici,  messere?  Tu sai che mi chiamo Riccio;  se tu mi chiami
    gobbo, io ti chiamo pelato.
    A questo punto la Contessa rise,  e risero tutte le dame presenti;  il
    Conte soltanto frem nel sentirsi burlato in presenza della moglie,  e
    per  tagliar corto a quel discorso che lo seccava,  ordin a Riccio di
    leggergli la lettera del suocero.
    Il giullare l'apr, la rigir da tutte le parti e poi lesse:

    Un giullar mi chiedesti per madonna,
    Che dal tedio si rode e si consuma,
    Ecco Riccio; se il cuci alla gonna,
    Di Berta, il tedio tosto ne sfuma.

    - Come leggi spedito! - disse il Conte.
    - Ci vuol poco;  questi versacci sono miei,  proprio miei e di  nessun
    altro.  Ora ho letto la lettera,  che non  lunga, e ti snoccioler la
    filastrocca de' miei patti.
    - Sentiamola!  - disse la Contessa,  che si divertiva a far parlare il
    giullare.
    - Voglio un letto di piume finissime, che mi permetta di riposar bene,
    perch la mia met non pu giacere sul duro.
    - E dov' questa tua met, che non la vedo?
    - Sei forse cieco?  Eppure la porto bene in mostra; la mia cara met 
    unita a me da legami indissolubili, ed io,  meschino,  debbo chinar la
    testa e sopportare tutte le noie che m'impone.
    -  Questa  tua met,  sarebbe forse la gobba?  - domand il Conte,  il
    quale incominciava a divertirsi.
    - Non la chiamar cos, signor mio! Fra i suoi difetti,  v' pur quello
    di essere permalosa,  e freme a sentirsi dar quel brutto nome!  Invece
    vuol essere chiamata amena Collinetta, o Collinetta amena, ed allora 
    tutta latte e miele. Ma, intanto,  parlando e ciarlando,  dimentico il
    meglio: avr il letto di finissime piume?
    - L'avrai, - disse il Conte.
    -  Passiamo  al  secondo  patto:  io  ho  bisogno  di  quattro vestiti
    all'anno; uno per stagione.
    - L'avrai pure; non ci vuole a vestir te,  pi stoffa che a vestire un
    bambino.
    - La quantit  niente,  lo so pur io;  - rispose Riccio, - ma siccome
    quando vestite me,  vi conviene vestire anche l'amena Collinetta  mia,
    cos  dovete  sapere  che ella  alquanto sofistica;  vuole che il suo
    abito sia tutto imbottito di bambagia e che  non  faccia  una  grinza,
    altrimenti non mi d pace n tregua.
    -  Il nostro sarto ti far i quattro vestiti,  e Collinetta amena sar
    contenta! - disse il Conte ridendo.
    - Passiamo al terzo patto, - soggiunse il giullare. - Collinetta amena
    ha lo stomaco delicato;  i cibi  ordinari  non  li  digerisce,  ed  ha
    bisogno  di  brodi sostanziosi,  di carni tenere,  di caccia fine,  di
    gelatine e pasticcini.  Se mi prometti  di  trattarla  bene,  rimarr,
    altrimenti mi conviene di partire.
    -  Non  dubitare,  tu  mangerai  alla nostra tavola e Collinetta amena
    pure, dal momento che siete inseparabili.
    - Non vuol dir nulla questa vaga promessa.  Mangiare alla tavola di un
    signore,  non s'intende mangiare delicatamente come mangia il signore.
    Potresti dare a Collinetta amena da mangiar chiodi,  e tu  accomodarti
    lo stomaco con tordi e pernici. No, io voglio i patti chiari e intendo
    che la mia met abbia lo stesso trattamento di madonna.
    - L'avr,  l'avr!  - esclamarono marito e moglie. - E ora  terminata
    la filastrocca dei patti?
    - Ci rimane il pi e il meglio.  Collinetta amena   previdente,  essa
    pensa  alla  vecchiaia  e non fida troppo sulla generosit dei grandi.
    Ogni anno essa vuole tant'oro quanto ella  ne  pu  contenere,  perch
    bisogna che dica che ella vincola la sua libert soltanto per un anno.
    -  Madonna Collinetta avr l'oro che chiede,  - replic il Conte,  - e
    avr tutto il resto;  per,  col patto che la tristezza non  apparisca
    mai  sul  volto  della  mia  sposa e che il castello di Romena echeggi
    sempre di risa.
    - S'intende! - rispose il giullare.
    E abbassando la testa fece fare alla gobba tre inchini.  Questa  mossa
    bast,  come la prima volta, per far ridere a crepapelle la Contessa e
    le sue dame.
    Col giullare era entrata davvero l'allegria nel castello di Romena,  e
    quando  egli  vedeva che la Contessa era pensierosa,  si permetteva di
    far burle d'ogni genere,  e  raccontava  storielle  cos  ridicole  da
    costringerla a ridere.
    Se  erano  a  mensa  e  si  accorgeva  che non rimaneva per lui nessun
    boccone prelibato,  si alzava,  e senza tanti complimenti lo  prendeva
    dal piatto di madonna Berta;  dopo pranzo si metteva a cantare con una
    voce quasi chioccia le bellezze  di  Collinetta  amena,  e  sfogava  i
    supposti tormenti del suo cuore con parole cos buffe, accompagnate da
    gesti  cos  ridicoli,  che  madonna Berta si smascellava dalle risa e
    doveva imporgli di tacere.
    A Romena tutti eran pazzi di  Riccio  e  gli  permettevano  di  parlar
    liberamente  e  di far quello che gli pareva.  Il solo che non potesse
    vederlo era un certo messer Lapo,  un poetastro lungo e secco come una
    pertica, e noioso, aiutatemi a dire noioso. Questo tale non rideva mai
    alle facezie del gobbo e lo schivava quanto pi poteva. E il giullare,
    che  voleva  divertire  i  signori  alle  spalle  di  quel figuro,  lo
    tormentava sempre e non si lasciava sfuggire  qualunque  occasione  si
    presentasse per metterlo alla berlina.  Questo messer Lapo era un uomo
    alquanto pauroso;  aveva paura degli animali,  aveva paura dei  morti,
    delle streghe, e, soprattutto, degli spiriti.
    Ora Riccio,  saputo questo,  volle fargli una burla, e siccome dormiva
    in una camera vicina a quella del poetastro,  una sera,  mentre questi
    sfogava  alla  finestra  il  suo  estro  poetico  cantando  alla luna,
    s'introdusse in camera di lui e si nascose sotto il letto.
    Quando ser Lapo ebbe sfogato ben bene la voglia di cantare,  chiuse la
    finestra e si coric.  Ma era appena nel primo sonno,  che si dest di
    soprassalto sentendosi tirare le coperte.
    - Gli spiriti! - disse con un fil di voce.
    Le stratte alle coperte si ripeterono insistenti, e poi sent una mano
    diaccia che gli toccava i piedi:
    - Sono morto,  - url,  e con tutti e due i pugni si  diede  a  batter
    nella parete per destare Riccio.
    Ma Riccio non rispondeva e continuava a tirar le coperte, a smuover le
    panchette e a far l'ira di Dio.
    -  Anime sante!  vi far dire una messa,  due messe,  dieci messe,  ma
    lasciatemi in pace!
    Nulla.  Il diavolo aumentava,  gli sgabelli  andavano  per  terra,  i
    vestiti  volavano  come  pipistrelli,  battendo  nel viso di ser Lapo:
    pareva il finimondo,  e l'infelice non osava aprir gli occhi  e  tanto
    meno  scendere  dal  letto.  Quando  Riccio cred di averlo abbastanza
    impaurito, se ne and a letto e dorm saporitamente.
    La mattina dopo il poetastro e il giullare s'incontrarono  nella  sala
    del castello in presenza de' signori. Ser Lapo aveva un viso giallo da
    far piet e certi occhi tutti stralunati dalla paura.
    - Non hai dormito neppur tu, compare? - domand Riccio.
    -  No,  -  rispose  brevemente  l'altro,  che non voleva parlare degli
    spiriti.
    - Madonna e messere,  nelle nostre camere ci son gli spiriti!  - disse
    Riccio.  -  La mia Collinetta amena  tutta ammaccata dai colpi che le
    hanno dato.
    - Dunque li hai sentiti anche tu?  - domand ser  Lapo  sgranando  gli
    occhi.
    - Se li ho sentiti? Non mi hanno lasciato dormire un momento solo.
    - Perch non ti sei fatto vivo quando ho bussato nella tua parete?
    - Amico, la paura mi ha fatto morire la voce nella strozza.
    -  Io  non vi dormo pi in quella stanza,  con licenza di madonna e di
    messere, - disse Lapo.
    - Va' a dormire in Torre, - rispose il Conte.
    - E io neppure ci dormo, - disse Riccio. - Andr in Torre anch'io.
    Bisogna sapere che il castello di Romena era  fiancheggiato  da  molte
    torri,  ma ve n'era una pi alta delle altre,  che guardava il pian di
    Campaldino,  e che chiamavano soltanto Torre,  mentre le altre avevano
    tutte un nome speciale.
    Cos  il  gobbo  e  il  poeta  quel  giorno  stesso  presero  le  loro
    carabattole e andarono a stare nella Torre.  In essa non vi era  altro
    che  una stanza per piano.  Lapo prese quella di sotto e Riccio quella
    di sopra.
    Intanto il giullare aveva avvertito i signori che la  storiella  degli
    spiriti  era una burla preparata da lui al poeta per tenere allegra la
    nobile compagnia,  e aveva pregato il Conte di dar ordine che nessuno,
    di  notte,  rispondesse,  qualora Lapo si mettesse a urlare e chiedere
    aiuto.
    In quel giorno Riccio, approfittando dell'assenza di Lapo aveva smosso
    i mattoni che rispondevano sul letto del poeta e,  chiappati sul tetto
    una diecina di pipistrelli, l'aveva rinchiusi in una cassetta.
    Quando  fu  notte  e tutti erano a letto,  Riccio alz uno dei mattoni
    smossi, e, legati per una zampa i pipistrelli a un cordino,  li spinse
    gi.  Questi  si  abbatterono sul viso di ser Lapo e con le grandi ali
    sbatacchiavano  sulle  coltri,   sul  guanciale  e  facevano  un  vero
    diavolo.   Lapo,  che  dormiva  con  un  occhio  solo,  si  dest  di
    soprassalto,  e stava per balzare dal letto e  correr  su  da  Riccio,
    quando sent questi che urlava:
    - Salvatemi! Ho i diavoli in camera! Mi scorticano vivo!
    Allora  cap  che  era inutile ricorrere al buffone,  e messa la testa
    sotto le coltri si raccomand l'anima a Dio.
    Quando piacque a Riccio, i pipistrelli cessarono di sbatacchiar le ali
    sul letto di Lapo;  ma questi non si riaddorment pi,  e  la  mattina
    dopo  disse  al Conte che nella Torre non ci voleva pi stare,  perch
    c'erano i diavoli, e invoc la testimonianza di Riccio.
    - Guardami,  signor mio,  e ti accorgerai dal mio viso quello  che  io
    abbia  passato stanotte.  A centinaia sono comparsi i diavoli alati in
    camera mia e io ho gridato, ho tempestato, mi son fatto il segno della
    croce, ma tutto  stato inutile. Se non mi di un'altra camera,  io me
    ne torno oltralpe, da dove son venuto, - disse Riccio.
    La  contessa Berta,  che sapeva tutto,  non poteva trattenere le risa,
    vedendo la faccia impaurita che faceva il giullare nel raccontar a sua
    volta le avventure della notte,  e lo spavento vero che gli si leggeva
    negli occhi.
    - Ti dar un'altra camera e a te pure,  messer Lapo, - disse il Conte.
    - Voi dormirete nelle  stanze  terrene,  che  mettono  alle  prigioni;
    queste sono vuote,  e l non ho mai inteso dire che vi fossero spiriti
    n diavoli.
    Anche quel giorno il poeta e il buffone presero le loro carabattole  e
    le portarono in due stanzoni quasi bui.
    Riccio faceva animo al poeta dicendogli:
    - Stasera, prima di andare a letto, faremo venir qui fra' Leonardo con
    l'acqua  santa,  e quando avr benedetto le pareti non temeremo pi di
    nulla.
    Riccio,  nell'entrare in  quegli  stanzoni  disabitati,  aveva  veduto
    uscirne  impauriti  una  quantit  di  scarafaggi e la vista di quegli
    animali gli sugger un'idea,  che mise subito  ad  effetto  appena  fu
    solo, dando loro la caccia e acchiappandone una gran quantit.
    La sera, com'egli e Lapo avevano stabilito, fecero andar fra' Leonardo
    a benedir le camere,  e poi ognuno si ritir nella propria,  lasciando
    socchiuso l'uscio che le poneva in comunicazione fra loro.  Lapo  and
    subito  subito  a  letto,  perch  era stanco morto della veglia delle
    notti precedenti, e s'addorment; Riccio, invece,  cav con cura a uno
    a uno gli scarafaggi dalla cassetta ove li aveva riposti,  adatt loro
    un moccolino sulla schiena,  e poi li port  davanti  l'uscio  di  ser
    Lapo,  e, accesi che ebbe i moccolini, spinse gli scarafaggi dentro la
    camera del poeta. Poi socchiuse l'uscio in modo che gli animaletti non
    tornassero indietro, e si mise a gridare:
    - Aiuto! aiuto! Ecco i diavoli!
    Il poeta si dest,  spalanc gli occhi e vedendo quella processione di
    lumicini impazz quasi dalla paura, mentre Riccio continuava a urlare:
    -  Ahim!  Amico,  soccorrimi,  dei piccoli diavoli mi salgono nel mio
    letto, mi camminano sulle carni, mi entrano in bocca, sono indiavolato
    anch'io!
    Ser Lapo non parlava per non aprir la bocca e non esporsi alla  stessa
    sorte  del  compagno.  S'era  tirato  le coltri fin sopra al capo e si
    raccomandava a tutti i santi del Paradiso, promettendo a san Francesco
    un pellegrinaggio alla Verna,  e a san Jacopo di Campostella,  uno  in
    Gallizia, se avevano misericordia di lui e lo salvavano.
    Intanto Riccio urlava sempre:
    -  Son  dannato!  Me  ne  sono  entrati dieci in bocca,  mi brucian le
    viscere, mi dilanian lo stomaco, mi strappano il cuore!
    Tutta la notte il buffone continu a gridare e a smaniare, e quando fu
    giorno and in camera di ser Lapo, facendo gesti di ossesso e boccacce
    e sgambetti, come se avesse davvero avuto cento e non dieci diavoli in
    corpo.
    Ser Lapo era pi morto che vivo,  e  questa  volta,  senza  vedere  n
    messere  n  madonna,  fece  un  fagottino  e se ne and da Romena per
    compiere il pellegrinaggio prima alla Verna e poi in Gallizia.
    Quello che ridessero la Contessa e il  conte  di  Romena  al  racconto
    delle avventure di quella notte,  fatto da Riccio, non si pu dire con
    parole.  La Contessa badava a dirgli basta,  perch dal  tanto  ridere
    soffriva.  E quest'avventura continu a tenerla di buonumore per molto
    tempo e a rallegrare le veglie invernali.
    Intanto,  l'anno pattuito per il soggiorno di Riccio  al  castello  di
    Romena  stava  per terminare,  e il giullare non si sentiva disposto a
    rimanere  in  quella  solitudine.   Egli  era  assuefatto  alle  Corti
    numerose,  popolate  di  dame  e di cavalieri,  alle liete brigate,  e
    sentiva che a lungo andare avrebbe perduta  la  vena  comica  in  quel
    castello,  dove  convenivano poche persone e sempre le stesse.  Voleva
    dunque andarsene e,  senza prevenir nessuno,  la mattina che  compieva
    l'anno  si  present  nella sala dov'erano messer Alessandro,  madonna
    Berta, i loro valletti e le loro dame.
    - Salute alla  compagnia!  -  disse  Riccio  entrando  e  agitando  il
    berretto con i sonagli.
    - Salute a te!  - rispose la Contessa. - Che vuol dir, Riccio, codesto
    saluto diverso dal solito?
    - Gli , madonna, che oggi non  un giorno come tutti gli altri.
    - Come sarebbe a dire? Che io sappia, non ricorre nessuna solennit.
    - E' giorno d'addio,  madonna.  E' un anno che sono arrivato,  e oggi,
    che termina l'anno, me ne vado.
    - Parli da senno?
    - Da senno, madonna; l'aria di Romena non mi si conf.
    -  Ma  tu  sai,  Riccio,  che qui ti vogliamo bene e abbiamo mantenuto
    tutti i nostri  patti.  Hai  avuto  il  morbido  letto  di  piume  per
    Collinetta  amena,  hai  avuto quattro abiti di panno di velluto,  hai
    avuto buoni bocconi...
    - S,  madonna;  anche tu per hai avuto giorni lieti e hai imparato a
    ridere.
    - E' vero.
    -  Per  Collinetta  amena  deve  avere  ancora tant'oro quanto ne pu
    contenere.
    - E' giusto; - rispose il Conte, - ma tu non ci lascerai, non  vero?
    - Io vi lascer, e Collinetta amena vuole subito quello che le spetta.
    - Sia fatta la tua volont! - disse il Conte;  e presa una borsa d'oro
    da un forziere la fece scivolare dal collo nella gobba del giullare.
    Riccio  intanto  s'era  messo una mano sotto il farsetto e guardava il
    Conte.
    - Non ti basta? - domand messer Alessandro.
    - Collinetta amena pu contenere altre monete, - rispose Riccio.
    Il Conte torn al forziere, prese una manciata d'oro e la fece sparire
    nella  gobba.  Riccio  tir  gi  dall'imbottitura  del  farsetto  una
    manciata di stoppa e disse al Conte:
    -  Collinetta  amena  pu  contenere  altre monete;  signor di Romena,
    rammentati dei patti.
    Il Conte torn al forziere, prese altro oro, e lo mise nella gobba; ma
    pi lui ne buttava e pi Riccio cavava capecchio.
    A farla breve, per empir la gobba ci volle tutto l'oro del forziere.
    Messer Alessandro era su tutte le furie e madonna Berta rideva.
    Quando la gobba fu piena zeppa di monete  d'oro,  Riccio  si  lev  il
    berretto con i sonagli, e disse:
    - Collinetta amena contiene molte monete, ma l'allegria non si paga, e
    madonna,  che  ha imparato a ridere di cuore,  rider ancora per molti
    anni ripensando al falso gobbo. Salute alla compagnia e figli maschi!
    Dopo aver detto queste parole, usc.  Nel cortile,  il cavallino,  sul
    quale era giunto,  era gi sellato, un altro era carico della roba del
    giullare, e lo montava un villano.
    L'omino,  nonostante il carico che aveva nella gobba,  balz presto in
    sella,  perch  aveva paura che il Conte si pentisse e gli riprendesse
    l'oro che gli aveva dato, e via.
    La contessa Berta rimase in sala a  ridere  e  non  dimentic  pi  la
    consuetudine  presa di aprir la bocca alle franche e sonore risate,  e
    tutte le volte che il Conte si lagnava di essere stato  spogliato  dal
    giullare, essa gli rispondeva:
    - L'allegria non si paga!

    La  novella  aveva  messo  tutti  di  buonumore,  e Vezzosa aveva riso
    veramente di cuore.
    - Vedi se ti ho fatto dimenticare la tristezza di questa settimana?  -
    disse la Regina a Vezzosa.
    -  La  novella  mi  ha  fatto ridere,  ma quel che ha dileguato la mia
    tristezza  stata la vostra accoglienza,  la vostra bont per  me;  io
    sono felice,  felice,  e non rammento pi i brutti giorni passati.  Ma
    ora dico come Riccio. Salute alla compagnia! e me ne torno a casa.
    Cecco e Maso uscirono insieme con Vezzosa,  e per  tutta  la  via  non
    fecero  altro  che  parlare del bel modo col quale la Regina narrava e
    della freschezza di mente di quella donna gi tanto avanti negli anni.
    - E' stata una benedizione per la nostra famiglia;  -  disse  Maso,  -
    cerca d'imitarla.
    Vezzosa sorrise e rispose:
    - M'ingegner.
    E corse su dalla malata.







    La sorte di Biancospina.

    La domenica delle Palme, la Vezzosa era andata a desinare dai Marcucci
    e  aveva  portato  in casa tutto il corredo,  perch la matrigna,  che
    stava meglio,  non aveva voluto che si ritardassero di molto le nozze,
    e  aveva  mandato una sua sorella,  con la sposa,  a far lo stacco del
    vestito di seta.  Questo solo mancava;  del resto  tutto  era  pronto,
    tutto stirato, e Vezzosa aveva gi messo la biancheria nell'armadio, i
    mobili  al  posto,  e,  sul  cassettone,  i gingilli che via via s'era
    comprati o le avevano regalato.  Cecco poi era stato alla cura e aveva
    riportato  l'ulivo  benedetto  e  lo  aveva messo accanto alla piletta
    dell'acqua santa, a capo al letto.
    Il matrimonio era stato rimesso di otto  giorni  soltanto;  dunque  si
    doveva  celebrare la domenica in Albis invece che il d di Pasqua.  In
    casa Marcucci erano tutti cos impazienti  che  quei  quindici  giorni
    passassero,  per  veder  la  sposina  fra loro,  che quasi quasi se la
    pigliavan col tempo il  quale,  a  sentir  loro,  non  era  galantuomo
    abbastanza.
    La  domenica delle Palme era una bella giornata primaverile,  e invece
    di stare in cucina,  i Marcucci,  che avevano desinato presto,  s'eran
    seduti  sull'aia  a prendere il fresco;  le donne sul muricciolo,  gli
    uomini sopra una trave posata in terra,  e la Regina  sola  sopra  una
    seggiola.
    -  Oggi  ci  narrate  una  novella  allegra?  - domand la Carola alla
    vecchia.
    - Non tanto;  ma per vi prometto che non  vi  far  fare  sognacci  a
    nessuno.  Che  ho  da cominciare?  Non ho mai raccontato di giorno,  e
    chiss se con tutta questa luce avr la parola facile.
    - Per questo siamo sicuri che non vi impappinerete, - disse la Carola.
    - Se i nostri figliuoli sapessero parlare come voi,  potrebbero andare
    al Consiglio Comunale!
    -  E  magari  al  Parlamento  e  farci una bella figura fra tutti quei
    signori! - ribatt Maso ridendo. - Per noi ci voglion le braccia forti
    e il groppone duro;  con le chiacchiere non si vanga questa terra  che
    pare  un  masso.  E'  meglio  che noi abbiamo la forza,  e la mamma il
    cervello pronto e la lingua sciolta. Su, mamma, diteci la novella.
    E la Regina cominci:

    - Al tempo de'  tempi,  quando  gli  abeti  della  Verna  erano  ancor
    piccini, c'era a Rassina, gi verso Arezzo, una povera vedova per nome
    Maddalena; ma tutti la chiamavano Lena per far pi presto.
    Lena,  dunque,  era  figliuola d'un signore nobile e ricco,  il quale,
    morendo,  aveva lasciato un  castello,  molte  terre,  cavalli,  buoi,
    vacche,  pecore, e poi grano, olio e vino in quantit, senza contare i
    quattrini,  che li aveva  a  sacchi.  E  siccome  la  figliuola  s'era
    maritata maluccio e, rimasta vedova, era tornata a casa, cos, lui, al
    letto  di  morte,  aveva raccomandato ai figliuoli di metterla a parte
    dell'eredit.
    Ma i fratelli, quando il vecchio ebbe chiuso gli occhi,  fecero "tutto
    mio", come le civette, e non le dettero nulla.
    Piero,  che era il maggiore,  prese il castello, le terre e i cavalli;
    il secondo,  che aveva nome Cosimo,  prese  le  vacche,  le  pecore  e
    l'olio;  Cambio,  che era l'ultimo, ebbe i buoi, il vino e il grano, e
    cos a Lena non rimase  altro  che  una  capannuccia,  che  non  aveva
    neppure la porta, dove rimettevano qualche volta i carri.
    Ella vi faceva portare i suoi pochi mobili, quando Cosimo, fingendo di
    aver piet di lei, le disse:
    -  Voglio  condurmi  verso  di  te  come  un  buon  fratello e un buon
    cristiano.  C' nella stalla una vacca nera che d appena tanto  latte
    da  nutrire  un  bimbo  di nascita.  Puoi prenderla,  e Biancospina la
    condurr a pascere nei prati.
    Biancospina era la figliuola della vedova,  una bambinuccia  di  circa
    dieci anni,  ma cos pallida e esile che faceva piet.  Pareva davvero
    uno di quei delicati fiorellini di siepe di cui portava il nome.
    Lena se ne and dunque dalla  casa  paterna  insieme  con  la  pallida
    bambinuccia, la quale si trascinava dietro la magrissima vacca, donata
    da Cosimo alla sorella.  Biancospina stava tutto il giorno nei prati a
    guardare la vacca nera che raccapezzava a stento qualche  filo  d'erba
    esile,  seccato  dalle  brine,  ed  ella  passava il tempo a far delle
    crocelline di spini,  sulle quali infilava  i  fiori  di  ginestra,  e
    intanto diceva le orazioni alla Madonna, perch aiutasse la sua mamma,
    che era tanto povera.
    Un  giorno ella cantava l'"Ave Maris Stella",  che aveva imparata alla
    chiesa di Rassina,  quando vide a un tratto un pettirosso che  and  a
    posarsi  sopra  una  delle piccole croci di fiori di spini e ginestre,
    che ella aveva piantate in terra, e si mise a gorgheggiare, movendo la
    testa e guardandola come se volesse parlarle.
    La bimba,  meravigliata,  gli si avvicin e prest l'orecchio,  ma non
    pot capire che cosa diceva. L'uccellino aveva un bel gorgheggiare pi
    forte,  agitar  le ali,  svolazzare intorno a Biancospina,  questa non
    capiva nulla,  proprio  nulla.  Nonostante  provava  tanto  piacere  a
    vederlo  e a udirlo,  che non s'accrse neppure che s'era fatto notte.
    Finalmente l'uccello vol via, e quando Biancospina alz gli occhi per
    vedere in quale direzione andava,  s'accrse che il cielo era  coperto
    di stelle.
    Allora ella corse a cercare la vacca nera per condurla a casa; ma, per
    quanto  la  cercasse  e urlasse per chiamarla,  la vacca nera non dava
    cenno di s.  Biancospina cammin un pezzo,  frugando dietro le siepi,
    dentro  i  fossi,  e  avrebbe  cercato  ancora se non si fosse sentita
    chiamare da sua madre con voce spaventata.  Corse da lei  e  la  trov
    tutta sgomenta sul limitare del prato,  all'imboccatura della viottola
    che menava alla capanna.  Accanto alla vedova c'era la carcassa  della
    vacca nera.  I lupi,  scesi dalla montagna,  la avevano sbranata,  non
    lasciando altro che le corna e gli ossi.
    Biancospina si sent tutta rimescolare, e cadendo in ginocchio si mise
    a piangere disperatamente.  Era tanto tempo che portava a  pascere  la
    vacca  e  le  s'era  affezionata  molto.   La  bimba  ripeteva  fra  i
    singhiozzi:
    - Vergine Santa!  perch non mi avete  fatto  vedere  il  lupo.  Avrei
    tracciato il segno della croce col bastone e sarebbe fuggito.
    La  vedova,  che  era  davvero una santa donna,  cerc di consolare la
    figlia, e le disse:
    - Non bisogna piangere la  vacca  nera  come  piangeresti  un  parente
    morto,  piccina mia.  Se i lupi sono contro di noi,  il nostro Signore
    Iddio ci protegger.  Aiutami a  caricare  questo  fastello  di  legna
    secche e torniamo a casa.
    Biancospina  fece  quello che le comandava la madre,  ma ad ogni passo
    mandava un sospiro e le lacrime le cadevano a una a una sulle gote.
    Povera vacca, - pensava, - povera vacca, cos docile, che mangiava di
    tutto e cominciava a ingrassare!  Che peccato  che  i  lupi  l'abbiano
    divorata!
    Quella  sera Biancospina non riusc a buttar gi un boccone,  e and a
    letto senza cena.
    Nella notte poi si svegli  cento  volte  di  soprassalto,  perch  le
    pareva di sentir mugghiare la vacca nera, e quando era desta piangeva,
    e  inumidiva  il guanciale di lacrime.  La mattina dopo si lev avanti
    giorno e and scalza sul prato.
    Appena vi fu giunta,  vide  il  pettirosso  sulla  croce  di  spine  e
    ginestre che vi aveva piantata il giorno prima.  L'uccellino cantava e
    pareva che la chiamasse,  ma ella non  riusciva  a  capir  quello  che
    diceva,  e stava per andarsene,  quando vide brillare qualche cosa per
    terra.  Ella cred che fosse un fiorino d'oro,  e cerc di  rivoltarlo
    col  piede;  ma  non  ci riusc,  perch invece di una moneta era erba
    d'oro.  Per,  appena  l'ebbe  toccata,  cap  quello  che  le  diceva
    l'uccellino col suo gorgheggio.
    L'uccellino diceva:
    - Biancospina, ti voglio bene; Biancospina, ascoltami!
    -  Chi  sei?  - domand la bimba meravigliata di capire a un tratto il
    linguaggio degli uccelli.
    - Sono il pettirosso che segu Cristo al  Calvario  e  che  ruppe  una
    spina della corona che gli lacerava la fronte. In ricompensa di questo
    servigio  Iddio mi ha permesso di vivere fino al giorno del Giudizio e
    d'arricchire ogni anno una povera creatura. Quest'anno ho scelto te.
    - Ma dici davvero, pettirosso?  - esclam Biancospina tutta felice.  -
    Potr dunque comprarmi una crocellina d'argento e le scarpe?
    -  Avrai una croce d'oro e scarpe di seta e di velluto come le ragazze
    nobili.
    - E che cosa debbo fare?
    - Devi seguirmi dove ti condurr.
    Biancospina disse che era pronta e si  mise  a  correre,  guidata  dal
    pettirosso,  il quale le fece traversare dei prati, poi delle colline,
    e finalmente,  cammina cammina,  giunsero in un bel prato sull'Alpe di
    Catenaia.
    Quivi il pettirosso si ferm e disse alla bambina:
    - Non vedi niente sull'erba?
    - S,  - rispose Biancospina,  - vedo un paio di calzari da frate e un
    bastone da pellegrino.
    - Mettiti i calzari e prendi il bastone.
    - Eccoti ubbidito.
    - Ora, - soggiunse il pettirosso, - cammina su questa scogliera finch
    non troverai un picco di montagna,  fanne il giro e  fermati  soltanto
    quando scorgi una ginestra celeste come il firmamento; coglila e fanne
    un  laccio  con  lo  stelo.  Dopo  percuoterai  il sasso col baston da
    pellegrino e ne uscir fuori una vacca.  Legala col laccio e conducila
    a tua madre per consolarla della perdita della vacca nera.
    Biancospina  fece  quello  che le aveva detto il pettirosso,  e quando
    batt la pietra,  ne usc infatti una vacca,  con uno sguardo mansueto
    come  quello  di  un  cane,  e un pelo liscio come un gatto.  Aveva le
    mammelle rosee piene di latte e si lasci condurre alla capanna  della
    vedova,  che fu lietissima che il Cielo le avesse mandato quell'aiuto.
    Quando Lena si mise a mungerla, rimase a bocca aperta, perch il latte
    le usciva a fonte dalle mammelle senza smetter  mai.  Lena,  con  quel
    latte,  emp  tutti  i fiaschi che aveva,  poi le mezzine e finalmente
    dovette ricorrere alle damigiane perch il latte sgorgava sempre.
    - Santa Vergine,  ma questa non   una  vacca  come  tutte  le  altre!
    potrebbe nutrire tutti i bimbi del Casentino.
    In breve a Rassina e nei dintorni non si parl d'altro che della vacca
    della  vedova,  e  per vederla capitavano da tutte le parti.  Anche il
    curato and da Lena,  supponendo che quella vacca fosse  un  dono  del
    Diavolo;  ma  dopo averle fatto in fronte il segno della croce,  disse
    che non c'era nulla da temere.
    I possidenti dei dintorni offrivano a Lena prezzi  favolosi  per  aver
    quella vacca.  Per ultimo vi and anche Piero, il fratello maggiore, e
    disse alla vedova:
    - Rammentati che siamo figli dello stesso padre e che la stessa  madre
    ci  ha  partoriti;  dammi dunque la preferenza sugli altri acquirenti.
    Lasciami portar via questa vacca e te ne dar dieci in cambio.
    - Essa non vale soltanto quanto dieci vacche,  ma quanto tutte  quelle
    che pascolano in Casentino, - rispose la vedova.
    - Ebbene,  sorella, io ti dar, per averla, la villa dove sei nata con
    tutti i poderi e il bestiame che v'.
    Lena accett l'offerta e and a prender possesso della villa  e  delle
    terre,  e quindi consegn la vacca a Piero, che la condusse a Firenze,
    dove sperava di fornir di latte tutta  la  citt  e  far  quattrini  a
    palate.
    Biancospina  pianse  molto  quando  vide andar via la vacca,  e rimase
    afflitta tutto il giorno.  Allorch la  sera  and  nella  stalla  per
    rivedere il posto dove stava la vacca, si mise a dire:
    - Perch non c' pi la buona vacca? Quando la potr rivedere?
    Non  aveva  terminato  di dir queste parole,  che sent mugghiare alla
    porta e cap che la vacca diceva:
    - Eccomi ritornata, padroncina.
    Biancospina si volt e riconobbe la vacca.
    - Sei tu! - esclam tutta meravigliata. - E chi ti ha ricondotta?
    - Non potevo appartenere al tuo zio Piero, perch la mia natura non mi
    permette di rimanere con quelli che sono in  stato  di  peccato.  Cos
    sono ritornata per appartenerti come prima.
    - Allora bisogner che la mamma renda la villa e i poderi?
    -  No,  perch tutto questo le era stato usurpato ingiustamente da suo
    fratello.
    - Ma lo zio verr a cercarti qui e ti riconoscer?
    - No, no, a questo non ci pensare. Va' subito a cogliere tre foglie di
    genziana e ti dir quel che devi fare.
    Biancospina and sul monte,  e dopo poco torn  colle  tre  foglie  di
    genziana.
    - Ora,  - disse la vacca, - strofinami queste foglie dalla punta delle
    corna fino alla punta della  coda  e  di'  sottovoce  per  tre  volte:
    Sant'Antonio benedetto!.
    Biancospina  strofin  le  foglie  di genziana dalla punta delle corna
    alla punta della coda della vacca,  e quando ebbe detto per  la  terza
    volta  l'invocazione,  la  vacca  s'era  trasformata  in un bellissimo
    cavallo. La bimba rimase a bocca aperta a guardarlo.
    - Ora, - disse il cavallo, - tuo zio Piero non mi riconoscer davvero,
    perch fra una vacca e un cavallo c' una bella differenza.
    La vedova, nel sapere quel che era successo,  ebbe moltissimo piacere,
    e  il giorno dopo volle provare il cavallo per mandarlo a Pratovecchio
    a portare del grano.  Ma figuratevi un po'  come  rimase  meravigliata
    quando  vide  che  la  schiena  dell'animale s'allungava quanto pi lo
    caricavano,  cos che poteva portare da s solo tanti sacchi quanti ne
    portavano tutti i cavalli di Rassina!
    Questa  notizia  si  sparse  in breve per tutto il vicinato,  e giunse
    anche alle orecchie di Cosimo, il fratello secondogenito della vedova,
    il quale and alla villa,  e,  dopo aver guardato l'animale ed  averlo
    veduto caricare, disse alla sorella se voleva venderglielo.
    - Ben volentieri, - rispose, - ma questo cavallo vale molto.
    - Lo so, - disse il fratello, - e ti propongo di darti in cambio tutte
    le mie vacche.
    - E' poco, - replic la vedova.
    - Ci aggiunger anche le pecore, - disse Cosimo.
    Il  contratto  fu  conchiuso  e  Lena  and  a prendere possesso delle
    mandrie e del gregge, come aveva fatto dei poderi. Cosimo si port via
    il cavallo.
    La sera,  per,  l'animale era gi tornato da Biancospina,  che and a
    cogliere,  come  aveva  fatto  al  ritorno della vacca,  tre foglie di
    genziana,  e le strofin dalla punta degli orecchi  alla  punta  della
    coda del cavallo ripetendo tre volte: Sant'Antonio benedetto!.  Alla
    terza invocazione il cavallo si trasform in un montone coperto di  un
    pelame lungo, morbido e lucente come seta.
    La  vedova,  informata del fatto,  and nella stalla per vedere questo
    nuovo miracolo, e disse a Biancospina:
    - Figlia mia,  va' a cercare le  cisoie  del  pastore,  perch  questo
    povero montone non pu reggere tutto il suo vello.
    Ma  allorch  volle  tosare  l'animale,  Lena  s'accorse  che  la lana
    cresceva quanto pi la tagliava,  cos che quel  montone  solo  valeva
    quanto tutti quelli del Casentino messi insieme.
    Di  questo  nuovo  miracolo corse la voce fino ad Arezzo,  ove abitava
    Cambio,  il terzo fratello della vedova,  il quale and alla villa,  e
    die'  a  Lena  tutto  quello che possedeva,  purch gli consegnasse il
    montone.
    Ma mentre tragittava l'Arno col montone,  questo si butt nell'acqua e
    vi spar, inghiottito dalla corrente.
    Biancospina,  che  era solita veder tornare gli animali che i suoi zii
    compravano a cos caro prezzo,  aspett il montone tutta la  sera,  lo
    chiam  ripetutamente  senza  vederlo  giungere,   neppure  il  giorno
    seguente.
    Allora corse nel prato dove un tempo portava a pascere la vacca  nera,
    e vide il pettirosso posato sopra un ciuffo di ginestre.
    - Ti aspettavo,  padroncina mia.  Il montone non torner pi, ma avrai
    ancora bisogno  del  mio  aiuto  bench  tu  sia  divenuta  una  ricca
    signorina come ti avevo promesso,  e tu possa portare la croce d'oro e
    le scarpe di seta e di velluto.  Quando ti  accadr  qualche  cosa  di
    funesto, rammentati che il pettirosso del Calvario  qui per aiutarti.
    Biancospina   torn   a  casa  tutt'afflitta  e  raccont  alla  mamma
    l'accaduto,  e la vedova pure si turb alle parole  della  figlia;  ma
    aveva fiducia in Dio e sperava da Lui misericordia.
    Non  erano passati tre giorni dacch il pettirosso aveva parlato,  che
    giunse alla villa di Lena il fratello Piero,  armato fino ai denti,  e
    incominci  a tempestare che rivoleva i suoi poderi e ogni cosa perch
    la vacca gli era scappata, e per quanto l'avesse ricercata,  non aveva
    potuto trovarla.
    Appena  Biancospina lo vide,  corse tutta tremante nel prato,  dove un
    tempo conduceva a pascere la vacca nera, e chiam il pettirosso.
    - Che cosa vuoi, padroncina?
    - Lo zio Piero minaccia di spogliarci,  - diss'ella.  - Rivuol la roba
    sua di riffa o di raffa,  e se non gli si rende, mener il bargello, i
    soldati e chiss chi altro.
    - Non temere, Biancospina.  Tu devi rabbonirlo e farlo sedere a tavola
    per mangiare, promettendogli che indurrai la mamma a restituirgli ogni
    cosa.  Nel  vino  tu gli metterai tre granellini di sabbia d'Arno,  di
    quella su cui corre sempre l'acqua.  Vedrai che dimenticher la vacca,
    il  contratto  e  tutto,  e  non  rammenter  altro  che l'usurpazione
    commessa a danno della sorella.
    Biancospina,  prima di tornare a casa,  corse all'Arno,  prese  i  tre
    granellini di sabbia, e, tornata alla villa, si accost allo zio senza
    temere le sue minacce.
    Dopo  averlo  condotto  in disparte,  gli parl con tanta manierina di
    voler indurre la mamma sua alla  restituzione  dei  poderi,  che  egli
    incominci  a pensare che sarebbe meglio riaverli con le buone che con
    le cattive,  e si rabbon.  Quando Biancospina lo vide pi  calmo,  lo
    invit a sedersi a mensa e gli serv da colazione, non dimenticando di
    mettergli  nel  vino i tre granelli della sabbia d'Arno,  che dovevano
    dargli l'oblo.
    Essi operarono subito il miracolo.  Piero rimase a tavola  lungamente,
    senza rammentarsi pi n della vacca,  n d'altro, ciarlando del pi e
    del meno, e verso sera, tutto affabile,  prese commiato dalla sorella,
    e, risalito a cavallo, se ne torn a Firenze.
    - E uno! - esclam Biancospina. - Ora vedremo comparir gli altri due.
    La  mattina  dopo,  come  aveva previsto la bimba,  mentre tutti erano
    ancora a letto, udirono colpi ripetuti alla porta di casa.
    Era Cosimo, armato anche lui fino ai denti, che rivoleva di riffa o di
    raffa le sue vacche e le sue pecore,  dal momento che il  cavallo,  il
    famoso cavallo,  con la schiena che si allungava a seconda del carico,
    gli era scappato subito.
    Biancospina si vest in fretta e furia e scese gi ad aprire allo zio.
    - Rendetemi il cavallo e il resto! - urlava Cosimo.
    - Piano, - disse Biancospina tutta umile.  - La mamma dorme ancora,  e
    quando si sveglier,  voi le direte le vostre ragioni,  ed ella, che 
    cos giusta e rassegnata a  tutto,  vi  ascolter.  Intanto  venite  a
    vedere che il vostro cavallo non  davvero nella nostra stalla.
    Nel dir cos essa condusse Cosimo nella stalla e lo fece accertare che
    il cavallo non c'era, e non c'era stato da un pezzo.
    Lo zio sbraitava sempre,  perch l'avarizia lo pungeva, ma era meno in
    collera.
    - Vorreste mangiar qualche cosa? - gli domand Biancospina.
    - Mangiamo per aspettare che tua madre si desti, - rispose Cosimo.
    Biancospina finse di andare in dispensa  a  prender  da  colazione,  e
    invece in due salti fu nell'orto e di l sul greto dell'Arno a prender
    tre granelli di rena.
    Torn  a  casa,  raccomandandosi a Dio che facesse perder la memoria a
    Cosimo,  come l'aveva fatta perdere a Piero,  e si mise a preparare la
    colazione.
    - S'ha da aspettare un pezzo?  - domandava lo zio,  che incominciava a
    impazientirsi.
    - Un momento solo, - rispondeva Biancospina con la sua vocina dolce. -
    Rivolto la frittata e vengo. Abbiate pazienza!
    Essa port in tavola quello che aveva preparato,  e lo zio si  mise  a
    mangiare  brontolando,  ma  pi  mangiava  e  meno sbraitava.  Intanto
    Biancospina gli mesceva da bere del buon vino, nel quale aveva messo i
    tre granelli di sabbia.
    Quando egli ebbe visto il fondo del boccale,  non brontolava pi,  era
    invece  tutto ilare e sereno,  come colui che ha ben mangiato e meglio
    bevuto.  Certo non si rammentava pi del cavallo con la groppa che  si
    allungava secondo il carico,  n delle vacche e delle pecore che aveva
    date in cambio dell'animale.
    Biancospina,  a vederlo cos tranquillo,  supponeva che la rena avesse
    gi   prodotto  il  suo  effetto;   ma  ne  fu  convinta  quando  vide
    l'accoglienza che egli fece alla sorella e le cortesie  che  le  disse
    sulle gentilezze della figlia.
    Cosimo  si  trattenne  tutto il giorno,  e,  dopo aver pranzato con la
    sorella come se nulla fosse, mont a cavallo per tornare a casa sua.
    - E due! - disse Biancospina. - Ora c' da servire il terzo!
    E infatti,  il giorno dopo,  giunse pure Cambio,  rosso,  stizzito che
    pareva, Dio ci salvi, una bestia.
    Appena  arrivato  rovist  la  stalla,  la casa,  la cantina,  sal in
    soffitta brontolando:
    - Agli altri due l'avete fatta; me non mi gabbate, streghe!
    Questo insulto lo rivolgeva di continuo alla sorella  e  alla  nipote,
    che  lo  seguivano  in  su  e  in gi,  mogie mogie,  e avevano appena
    coraggio di dire ogni tanto una parola,  temendo di  farlo  andare  in
    furia pi che mai.
    Quando ebbe frugato per tutto ben bene, disse alla sorella:
    - Ora ti servo io! Non ti accuso di furto, ma di mala, e vedrai se mi
    levo il gusto di farti morire sulla forca. Strega, strega!
    Biancospina  soffriva a sentir trattare in quel modo la sua mamma;  ma
    offriva al Signore ogni umiliazione e ogni insulto,  e lo  pregava  di
    darle pazienza, molta pazienza.
    - Zio mio,  zio caro, - gli diceva, - rientrate in voi stesso: vi pare
    che si possa esser responsabili noi se il montone s' annegato?
    - Ma io sono povero,  povero,  perch vi ho dato tutto per  aver  quel
    montone, e io rivoglio il mio.
    - Venite a ristorarvi e poi parleremo.
    -  No;  non  mangerei neppure un uovo in casa vostra,  avrei paura del
    veleno. Streghe, streghe!
    - Almeno bevete!
    - Peggio! Non voglio altro che la mia roba.
    Cambio parlava con tanta stizza,  che Biancospina dovette perdere ogni
    speranza d'indurlo a mangiare e bere.
    Essa  lo  lasci  un momento insieme con la sua mamma e corse al prato
    dove invoc il pettirosso.
    - Che cosa comandi,  Biancospina?  - domand l'uccello presentandosi a
    lei.
    -  Non  comando,  chiedo,  e  chiedo umilmente.  Lo zio Cambio pare un
    diavolo per aver perduto il suo  montone;  non  vuol  bere,  non  vuol
    mangiare, e io non posso fargli buttar gi la sabbia dell'oblo.
    -  Sapresti  strofinargli la faccia con la rena,  oppure soffiargliela
    negli occhi?  Tre granellini entran presto in  bocca  o  nel  naso,  e
    appena entrati, addio memoria!
    - Ci prover, - rispose Biancospina.
    E and via di corsa.
    Quando ebbe fatti alcuni passi, si sent chiamare.
    - Biancospina! Biancospina!
    - Che vuoi, pettirosso?
    - Senti: ormai credo che tu non avrai pi bisogno di me; i fratelli di
    tua madre sono puniti, voialtre siete ricche, dunque ti dico addio.
    - Addio, pettirosso, e grazie di tutto!
    L'uccellino  vol  via  in  cerca  di un'altra bimba da arricchire,  e
    Biancospina,  dopo aver preso una grembiulata  di  rena  asciutta  sul
    greto dell'Arno, and a casa di corsa.
    -  Dunque,  zio,  non la volete fare un po' di colazione?  - domand a
    Cambio tutta umile.
    - La risposta te l'ho gi data: rendetemi la roba mia.
    - Non volete neppur bere? Dovete aver la lingua secca!
    - Neppure! Fossi matto!
    Allora Biancospina apr il grembiule e aspett il vento.
    Sottovoce ella pregava Ges, che ne mandasse una folata sola, tanto da
    sollevare un po' di sabbia e  portarne  tre  granellini  in  bocca  di
    Cambio.
    Il  vento invece si lev impetuoso,  la rena che Biancospina aveva nel
    grembiule si trasform in una nuvola che avvolse la bimba e lo zio.
    Il vento per cess subito e Cambio si mise a gridare con  altro  tono
    di voce:
    - Per carit, soccorretemi, sono accecato, ho la bocca piena di rena!
    Biancospina  corse  in  cerca  di un bacile pieno d'acqua e lo port a
    Cambio,  il quale la ringrazi tanto tanto.  Egli non  rammentava  pi
    nulla,  neppure  lo  scopo  della sua gita a Rassina,  e si affliggeva
    soltanto di aver la bocca e gli occhi pieni di rena. Si lav ben bene,
    ebbe parole di ringraziamento per la nipotina,  e dopo  aver  mangiato
    copiosamente,  rimont  a  cavallo,  e  tutto  in  pace se ne torn ad
    Arezzo.
    - E tre!  - disse Biancospina.  - Ora vedremo se si potr  campare  un
    poco in pace.
    La  pace,  infatti,  non  fu  turbata  da nessun avvenimento insolito.
    Biancospina si god le ricchezze donatele  dal  pettirosso,  e  a  suo
    tempo  spos  un signore ed ebbe nobilt molta,  ma si mantenne sempre
    affabile e compassionevole per i poveri.
    - E qui,  bambini e grandi,  la novella  finita,  e mi par  tempo  di
    entrare in casa, perch l'aria si fa pungente, - disse Regina.

    La cena era gi preparata, una cena frugale ma appetitosa.
    - Tu resti? - domand Cecco a Vezzosa.
    -  Per  stasera  no;  ma debbo chiederti un favore: Di' a Maso che per
    domenica, che  Pasqua,  inviti il babbo e la Maria.  Vorrei che anche
    lei  dimenticasse  il passato e i miei scatti;  che facesse come i tre
    zii di Biancospina, insomma!
    - Sarai contentata.  Ma ci credi tu alla virt della  rena  d'Arno?  -
    domand Cecco.
    -  No  davvero,  ma  credo  a quella della dolcezza,  che fa svanire i
    risentimenti,  piega i caratteri pi ribelli e cura tutte le  malattie
    dell'animo.
    - Dunque  la dolcezza che hai usato con la tua matrigna.
    - Forse!...  - rispose la ragazza, - ma chi  stato che me l'ha infusa
    nel cuore? Tu solo. Dunque il miracolo l'hai operato tu.
    Cecco non ci  credeva  ai  miracoli,  specialmente  ai  propri,  e  ne
    attribuiva invece la specialit a Vezzosa, che lo aveva corretto della
    selvatichezza e della ruvidezza, due mnde che s'era trascinate sempre
    seco  nella vita.  Il battibecco minacciava di durare un pezzo,  senza
    l'intromissione della Regina, che sentenzi fra i due contendenti:
    - Vezzosa ha operato  un  miracolo  incivilendo  Cecco;  Cecco  ne  ha
    operato  un altro facendo perdere a Vezzosa un monte di difettucci: la
    vanit,  l'alterigia e la smania di passar per vittima,  che inaspriva
    la Maria.
    - Dunque siamo due santi? - domand Vezzosa ridendo.
    -  No,  santi no;  siete due buone creature fatte per volervi bene,  -
    disse Regina ponendo le mani grinzose sulla testa degli sposi, i quali
    si avviarono soli verso la casa di Momo;  ma a un  certo  punto  furon
    raggiunti da Maso.
    -   Avevi   forse  paura  che  rubassi  Vezzosa?   -  gli  domand  il
    bell'artigliere scherzando.
    - Il sospetto  non  m'era  passato  davvero  per  il  capo.  Venivo  a
    domandarti  se ti farebbe piacere che si facesse la Pasqua insieme con
    la famiglia di Vezzosa.
    - Vezzosa lo desiderava, - disse Cecco.
    - E io son contento d'aver indovinato il  desiderio  della  cognatina.
    Ora lo dico a Momo, e nessuno mi dir di no.
    L'invito,   naturalmente,  fu  accettato  con  piacere,  e  la  Pasqua
    prometteva d'essere una vera solennit  per  quelle  due  famiglie  di
    contadini.





    Il nascondiglio del Diavolo.

    -  Che  bella  Pasqua!  - esclamavano i bimbi di casa Marcucci.  - Non
    abbiamo mai avuto tante ghiottonerie, n tanta allegria. Sei tu che ce
    la porti, Vezzosa.
    Infatti,  per lei avevano tirato il collo ai capponi,  per lei avevano
    messo  arrosto un capretto intiero,  per lei avevano fatto schiacciate
    grandi e piccine, affinch durassero per tutta la settimana.
    E il pranzo,  a cui venne invitata anche la famiglia di  Vezzosa  e  i
    testimoni del matrimonio,  dur dal tocco alle cinque, perch quando i
    Marcucci si mettevano a  far  qualche  cosa,  non  si  facevano  certo
    canzonare.  Il  pranzo  si  componeva  di  zuppa col brodo,  uova sode
    benedette, prosciutto del Casentino,  cappone in umido con contorno di
    taglierini, fritto, capretto arrosto, panna montata e vin vecchio.
    Era  stato,  insomma,  un  pranzo  solenne,  uno  di quelli che non si
    dimenticano mai pi.
    E alle pietanze s'era aggiunta l'allegria e la cordialit.  Si  capiva
    che tutti erano contenti: i Marcucci di aver Vezzosa;  questa del bene
    che le volevano;  Momo  di  collocare  bene  la  figlia,  e  la  Maria
    soprattutto  nel  veder  dissipata  quella  freddezza  che la gente le
    dimostrava,  accusandola di non trattar bene la figliastra.  Cecco poi
    era  al settimo cielo,  dove si dice che sieno i beati,  e la felicit
    gli si leggeva in faccia.  Egli si sfogava ad abbracciare  la  Regina,
    che  si  figurava  fosse  la sua sposa,  e diceva a lei tutte le dolci
    parole che non osava dire a Vezzosa, facendo ridere tutti.
    E quando,  dopo pranzo,  gli uomini andarono a  giuocare  alle  bocce,
    lasciando  alle donne la cura di sparecchiare e di ripulire la cucina,
    la vecchia Regina, alla quale non permettevano di far pi nulla,  usc
    sull'aia insieme con Cecco,  e,  prendendolo da parte, gli fece una di
    quelle prediche ispirate dall'affetto,  per esortarlo a  preparare  la
    felicit di Vezzosa.
    -  Non  devi  esaltarla tanto davanti alle cognate,  - diceva la buona
    vecchia.  - Esse non hanno avuto mai complimenti dai loro mariti,  che
    son  pi  rozzi  di te,  e allora se ne ingelosirebbero e le farebbero
    scontare con tanti dispettucci  le  tue  lodi.  Tu  devi  in  pubblico
    trattarla come i tuoi fratelli trattano le cognate, e serbare tutto lo
    sfogo  della  tua  ammirazione per lei quando sarete soli.  M'intendi,
    Cecco?
    - V'intendo,  mamma mia,  e questa  cura  che  voi  avete  del  nostro
    avvenire  m'interessa.  Sapete  perch  ho  scelto  Vezzosa  fra tante
    ragazze che potevo sposare?  Perch mi  parso che vi  somigliasse  di
    carattere, che avesse la vostra mente e il vostro buon cuore.
    -  Credo  che  tu  abbia  scelto  bene;  ma  appunto  perch Vezzosa 
    superiore alle cognate,  abbi riguardo di non offenderle,  e cerca  di
    non cambiare in avversione l'affetto che esse hanno per lei.
    La conversazione fu interrotta dai nipotini,  che correvano a chiedere
    alla nonna la novella.
    - Ve la narrer, - diss'ella,  - tanto pi che domenica starete senza;
    domenica  il gran giorno di festa.
    - Ma domenica balleremo! - esclam l'Annina.
    E portata sull'aia una sedia per la Regina,  and a chiamare la mamma,
    le zie, Vezzosa e tutti gli uomini,  i quali,  terminato che ebbero la
    partita, si aggrupparono intorno alla vecchia massaia.
    -  Stasera  ho  soggezione,  - disse la Regina.  - Finch raccontavo a
    quelli di casa e a qualche ragazza,  ero sicura di trovare indulgenza;
    ma ora  un altro affare.
    -  Ma  noi sappiamo,  - disse la Maria,  - che avete molta abilit nel
    raccontare,  e  due  persone  pi,   due  meno,   non  devon  mettervi
    soggezione. Nell'inverno me ne struggevo di venire a veglia, ma non mi
    sono mai attentata di accompagnare Vezzosa.
    - Avete fatto male, - rispose la vecchia.
    E  avrebbe  voluto  aggiungere  che  se fosse andata a veglia da loro,
    forse avrebbe evitato tanti attriti  con  la  figliastra,  alla  quale
    sapeva  che  ella  faceva  rimproveri  continui per quell'onesto svago
    domenicale;  ma la Regina,  che era donna prudente,  tacque su  quello
    scabroso argomento, e prese a dire:

    - Diverse centinaia di anni fa,  c'era a Stia,  che allora si chiamava
    Staggia,  un bellissimo castello di un ricco e ospitale signore  della
    famiglia  Guidi,  il  quale avea nome Romano.  Questo signore,  bench
    toccasse gi la trentina,  non aveva preso  moglie  e  viveva  lontano
    dalle  guerre,  dilettandosi  soltanto  di  poesia.  Per  questo aveva
    riunito nel castello una quantit di poeti,  i quali gareggiavano  fra
    loro per dilettarlo e ottenere la sua benevolenza e i suoi favori.  Ma
    essi eran tutti mediocri verseggiatori,  e il conte  Romano,  che  era
    uomo  molto dotto,  non si appagava di quello che essi scrivevano e si
    guardava bene dal dare a uno di quei tanti la preferenza.
    Ora avvenne che da  Firenze,  sua  patria,  fosse  fuggito  un  nobile
    cittadino,  per nome ser Bindo de' Bindi, il quale era il pi grande e
    gentile poeta di quel tempo.
    Appena il conte Romano seppe della fuga del poeta,  e conobbe il luogo
    ove  si  era  rifugiato,  pens  di  offrirgli  ospitalit,  e,  senza
    informare nessuno dei propri divisamenti,  part per  il  castello  di
    Nipozzano  sulla Sieve,  ove ser Bindo si tratteneva da alcuni giorni.
    Soltanto lasci l'ordine che fosse fatto  sloggiare  da  una  vasta  e
    spaziosa  camera  del castello uno dei tanti verseggiatori che erano a
    Staggia,  e che quella camera venisse arredata con  ricchi  tappeti  e
    mobili di molto pregio.
    Il  conte  Romano  part  dunque  con numerosa scorta di valletti e di
    famigli,  recando seco un cavallo in pi e due muli onde  caricare  le
    valigie  dell'ospite  desiderato.  Ser  Bindo,  vedendo  giungere quel
    signore, lo accolse con ogni sorta di cortesie, e siccome il soggiorno
    di Nipozzano, per la sua troppa vicinanza con Firenze,  non gli pareva
    molto sicuro,  accett di buon grado l'offerta e,  ringraziato l'amico
    che l'aveva ospitato,  caric le sue robe sulle mule e  part  per  il
    castello di Staggia.
    Bisogna sapere che ser Bindo, prima che gli capitasse fra capo e collo
    tutto quel malanno che lo costringeva alla fuga, aveva incominciato un
    poema  diviso  in canti,  di cui ne aveva scritti sette.  Questi canti
    egli li aveva letti agli amici raccolti a veglia in  casa  sua,  e  la
    lettura di essi era bastata perch tutta Firenze sapesse che ser Bindo
    aveva  scritto  una  cosa  tanto  pregevole  da  vincere tutti i poemi
    dell'antichit.  Ora,  quei sette canti erano stati riposti con  molta
    cura  in una busta di cuoio,  e questa busta era rinchiusa a sua volta
    in una certa valigia pi piccola delle  altre.  Ser  Bindo,  volendosi
    assicurare  che  quella  valigia era ben legata,  la tast da tutte le
    parti prima di partire,  e,  non fidandosi di alcuno,  prese da s  la
    mula per la briglia.
    La stagione era la meno favorevole dell'anno a un viaggetto attraverso
    l'Appennino.  Nel  marzo,  di solito,  imperversano fortissimi venti e
    spesso piove o nevica.  Quel giorno appunto,  mentre il conte Romano e
    il suo ospite passavano la Consuma, si scaten una tremenda bufera. Il
    vento  soffiava impetuoso,  l'aria s'era fatta a un tratto oscura come
    se fosse notte,  l'acqua scrosciava  e  i  fulmini  non  cessavano  un
    momento  solo di squarciare le nuvole e facevano somigliare il cielo a
    un mare di fuoco.
    Il conte Romano, assuefatto alle intemperie del nostro Casentino,  non
    se  ne meravigliava,  e messosi a riparo sotto una quercia,  aspettava
    che il temporale cessasse.  I valletti e  i  famigli  avevano  imitato
    l'esempio  del  loro  signore,  quindi  non v'era che ser Bindo che si
    ostinasse a rimaner nel mezzo della via reggendo a stento  il  cavallo
    che montava e la mula che conduceva a mano.
    Un  fulmine  scoppi  con  grandissimo  fracasso  a pochi passi da ser
    Bindo, il cavallo s'impenn,  e il cavaliere,  per non cader di sella,
    lasci la briglia dell'altro animale,  il quale,  imbizzarritosi pure,
    si diede  a  correre  per  la  scesa,  e  ser  Bindo,  per  quanto  lo
    inseguisse, non riusc a riacchiapparlo.
    - I miei canti!  I miei canti! - gridava il poeta tutto desolato dalla
    fuga della mula.
    Ma aveva voglia di urlare e di smaniare! I tuoni coprivano la sua voce
    e i compagni non potevano udirlo.
    Ser Bindo,  spaventato nel vedersi avvolto  in  un  turbine  di  neve,
    lasci di inseguire la mula e si rifugi anch'egli sotto un albero.
    Pass  il temporale,  i lampi cessarono di illuminare il cielo coperto
    di nuvole, e il conte Romano,  avventuratosi di nuovo con i suoi sulla
    via, si diede a chiamare e a cercare ser Bindo. Egli lo trov a riparo
    di un macigno, ritto accanto al cavallo e tutto piangente.
    - Quale sventura vi ha colpito?  - domand il Conte al poeta, mentre i
    valletti si guardavano fra di loro ammiccando  ser  Bindo  e  ridendo,
    poich supponevano che piangesse dalla paura del temporale.
    - I miei canti! I miei canti! - ripeteva il poeta smarrito. - Tutta la
    mia fama,  la gloria mia, se l' portata via quella mula maledetta! Io
    sono rovinato.
    Il conte Romano ebbe piet di tanto e sincero dolore e fece cercare la
    mula dai servi; ma tutto fu inutile, e,  per evitare di esser di nuovo
    sorpresi   dalla  bufera,   dovettero  tutti  proseguire  il  cammino,
    abbandonando la mula alla propria sorte.
    Quell'abbandono cost molto dispiacere al poeta,  il quale non  sapeva
    rinunziare ai sette canti del poema su cui aveva sudato tempo. Egli si
    pentiva di avere lasciato Nipozzano e soprattutto di non essersi messo
    addosso quel manoscritto, senza il quale non avrebbe saputo continuare
    l'opera intrapresa.
    Ser Bindo giunse,  dunque,  molto a malincuore a Staggia; il paesaggio
    invernale gli pareva triste, e il castello una vera prigione.
    Appena poi ne ebbe oltrepassata la pesante porta ferrata e ebbe veduto
    una doppia fila di gente,  stranamente vestita,  che il  conte  Romano
    salut,  dicendo al nuovo ospite: Eccovi i miei poeti! il fiorentino
    si sent ribollire il sangue nelle vene.
    E' bene dire che ser  Bindo  aveva  una  speciale  avversione  per  la
    ciurmaglia  di  fannulloni;   e,  in  genere,  i  poeti  da  strapazzo
    appartenevano a quella categoria.
    In antico era uso che alla stessa tavola, all'ora di pasto,  sedessero
    tanto il signore,  quanto l'ultimo famiglio. Soltanto la differenza di
    grado si vedeva dalla diversit del posto.  In capo tavola,  vicino al
    signore,  stavano le persone di riguardo, come ser Bindo; in fondo, la
    gente di nessun conto,  come i poetastri.  Ma anche questi  udivano  i
    discorsi che il signore faceva;  e infatti la ciurmaglia dei poetastri
    ud il racconto del temporale, dello smarrimento della mula,  e ud le
    lamentazioni di ser Bindo sulla perdita de' suoi canti.
    -  Io non potr pi scrivere un verso,  - diceva l'infelice,  - finch
    quei canti non saranno di nuovo  in  mano  mia.  La  loro  perdita  mi
    affligge tanto, che io non saprei pi esser poeta. Avete sentito dire,
    signor  di Staggia,  che quando l'uomo perde il filo di una idea non 
    pi capace di nulla, finch non l'ha ripreso? Ebbene,  in questi sette
    canti  sta  il  filo  del  mio  grandioso  poema,   ed  io  non  potr
    riafferrarlo finch non li avr sott'occhi.
    Tutti quei poetastri,  che fino a quel giorno erano stati fra di  loro
    come  cani  e  gatti,  udendo queste parole si scambiarono uno sguardo
    d'intesa,  e appena tolte le mense si riunirono a combriccola  in  una
    stanza  appartata  del  castello  e stabilirono di muovere sul far del
    giorno alla ricerca della mula,  affinch i sette canti del poema  non
    capitassero  mai  pi  nelle mani di quel presuntuoso,  che il signore
    trattava da pari a pari.
    Infatti, appena fu calato il ponte levatoio del castello di Staggia, i
    poetastri si misero in cammino,  e giunti a  un  certo  punto  presero
    ognuno una direzione differente per meglio cercare la mula.
    Uno  di essi,  quello appunto che avea pi livore contro ser Bindo per
    essere stato sloggiato per dato e fatto di lui dalla bella camera  che
    occupava  prima,  esplorando  il  terreno  a fianco della via maestra,
    rinvenne la mula mezza sotterrata dalla neve e morta stecchita  in  un
    fosso.  Ciapo,  che cos era nominato il poetastro, vi scese con molta
    precauzione,  rinvenne la valigia che ser Bindo  aveva  descritta,  e,
    aprendola,  trov  in  essa  la busta che conteneva i canti del famoso
    poema.
    In sulle prime ebbe voglia di gridare per  attrarre  l'attenzione  dei
    compagni,  ma subito un pensiero maligno gli travers la mente. Perch
    non teneva per s quei canti?  Per ora poteva nasconderli  in  qualche
    luogo,  e  quando  fosse  passato  un  poco  di tempo,  per non destar
    sospetti,  andarsene da Staggia alla  Corte  di  un  altro  signore  e
    gabellarli  per  suoi.  Cos avrebbe acquistata fama,  onori  denari,
    senza torturarsi il cervello.
    - Cos,  cos far;  - disse fra s,  - sarei un bello stupido se  non
    mangiassi la pappa che trovo gi scodellata.
    E senza impensierirsi per la cattiva azione che commetteva,  ripose la
    busta nel farsetto, gett manate e manate di neve sulla mula, affinch
    nessuno la  potesse  scorgere,  e  finse  di  cercare  ancora,  sempre
    avvicinandosi al luogo ov'erano gli altri compagni.
    - Quella mula doveva essere indemoniata,  - diss'egli allorch li ebbe
    raggiunti.  - Non si trova per quanto si cerchi,  e  di  lei  non  c'
    traccia.
    Intanto s'era fatto tardi e la comitiva,  intirizzita dal freddo, fece
    ritorno al castello, dove disse di essere andata a caccia,  invece che
    alla ricerca della mula.
    Ser Bindo e il suo ospite risentivano troppo gli strapazzi del viaggio
    per potersi mettere in campagna;  ma il Conte aveva disposto che fosse
    dato un premio a quello dei suoi terrazzani che  avesse  riportato  la
    mula,  viva  o  morta,  al  castello;  e  questa notizia l'aveva fatta
    bandire a suon di tromba per tutta la terra di Staggia.
    Ciapo rideva fra s e s,  sentendo i banditori che  si  sgolavano,  e
    appena  giunto nel palazzo si rinchiuse nella nuova camera che gli era
    stata assegnata,  e togliendo con molta fatica due mattoni di sotto il
    letto,  vi  nascose  la  busta.  Poi and a cena,  e gongolava vedendo
    l'abbattimento di ser Bindo e la  desolazione  che  gli  cagionava  la
    perdita dei suoi canti.
    Gli  altri  poetastri,  udendo  bandire  il premio per tutta la terra,
    avevano avuto una rabbia da non dirsi.
    Ormai non potevano pi  mettersi  in  campagna,  poich  si  sarebbero
    imbattuti  nei  terrazzani del conte Romano,  i quali,  pi cogniti di
    loro del paese,  avrebbero certo rinvenuta la  mula.  Ciapo,  per  non
    essere  scoperto,  diceva che avevano ragione,  che quella risoluzione
    del Conte era una vera disdetta,  che sarebbe stato tanto meglio se la
    mula fosse caduta in loro potere, per fare un dispetto a quell'intruso
    di fiorentino, tanto superbioso dell'opera sua.
    Quella  sera  i  poetastri  si separarono tardi,  e appena Ciapo fu in
    camera,  dette un'occhiata ai mattoni per assicurarsi  che  non  erano
    stati rimossi, e poi, stanco morto, si addorment come un ghiro. Ma il
    riposo  fu di breve durata perch fece un sogno spaventoso e gli parve
    di vedere quei  sette  canti  trasformarsi  in  altrettanti  serpenti,
    avviticchiarglisi addosso e stringergli la gola in modo da soffocarlo.
    Gett un grido,  balz dal letto,  e al lume della luna, che penetrava
    in camera sua attraverso ai vetri, non vide n canti n serpenti.
    - E' un fatto, - disse, - che quando uno  molto stanco dorme male.
    E col cuore che gli batteva ancora forte  dallo  spavento,  ritorn  a
    letto, e questa volta dorm fino alla mattina.
    Prima del mezzogiorno ud un gran scalpicco nel cortile.  Si affacci
    e vide l molti terrazzani che recavano la mula sopra una barella.
    Il Conte, avvertito,  scese,  e scese pure ser Bindo: il primo bramava
    di leggere i sette famosi canti,  mentre l'autore desiderava di averli
    fra mano per incominciare l'ottavo  e  condurre  a  termine  tutto  il
    poema,  col  quale  intendeva  di  sferzare  i  vizi  de' suoi ingrati
    concittadini.  Essi si curvarono sulla mula per afferrare la  valigia,
    ma questa non v'era pi, e sulla soma del morto animale non rinvennero
    che roba di vestiario e altri amminnicoli.
    -  Sono  rovinato!  Sono  morto!  -  url  ser  Bindo,  sgranando  sui
    terrazzani, che avevano recato la mula, certi occhi da spiritato.
    Ciapo, sull'alto della scala, osservava quella scena sorridendo.
    - Chi di voi ha osato impadronirsi della valigia?  - domand il  conte
    Romano.
    - Noi non abbiamo preso nulla, - dissero umilmente i terrazzani.
    - Vedremo, - replic il Conte.
    E,  furente  d'ira,  ordin  che tutti quelli che avevano riportata la
    mula fossero rinchiusi in una prigione buia, umidissima e sotterranea,
    finch non avessero confessato il misfatto.
    Ser Bindo avrebbe voluto intercedere per loro,  ma era pi  morto  che
    vivo  per  quella  speranza  delusa,  e fu assalito dal freddo e dalla
    febbre.
    Intanto il corpo della mula venne  gettato  in  uno  dei  fossati  del
    castello, e i terrazzani tenuti in prigione.
    Quella notte il conte Romano, che per il solito dormiva come un ghiro,
    non pot prendere sonno. Rivolta di qua, rivolta di l, gli pareva che
    nel  letto ci fossero le spine,  e ogni tanto sentiva una voce interna
    che gli diceva:
    - Ma sei proprio sicuro,  conte Romano,  di non aver colpito il giusto
    pel peccatore?
    E questa voce lo tormentava.
    Intanto  che  il Conte vegliava,  le mogli e le figlie dei terrazzani,
    imprigionati da lui,  passarono la lunga notte invernale  piangendo  e
    smaniando.  A giorno esse si recarono a un piccolo oratorio,  dove era
    conservata  con  molta  venerazione  una  immagine  miracolosa   della
    Madonna,  e  togliendosi i pendenti dagli orecchi e i vezzi dal collo,
    li deposero sull'altare dicendo:
    - Vergine santa, restituiteci i nostri mariti. Non abbiamo di prezioso
    che queste gemme e noi ve le offriamo.
    La Vergine ebbe compassione delle lacrime delle donne  e  fu  commossa
    dell'offerta che esse facevano. Ma prima di rivolgersi al Conte, volle
    impietosire Ciapo.  Egli dormiva ancora, quando la Vergine gli apparve
    e gli disse:
    - Se tu hai cara la salvezza eterna, devi restituire i setti canti del
    poema di ser Bindo,  affinch quell'infelice poeta,  quel  disgraziato
    esule,  compia  l'opera incominciata e tanti poveri innocenti rivedano
    la luce del sole.
    La visione era bellissima,  poich la Madonna,  che un insigne artista
    aveva dipinta sul muro dell'oratorio,  si presentava a Ciapo non irata
    in volto,  ma con espressione benigna di supplica,  e sulla  testa  le
    riluceva  una corona d'oro,  e dal collo le pendevano vezzi di perle e
    di ambra trasparente.
    Ciapo si dest,  ma non apr gli occhi,  temendo che la bella  visione
    sparisse  come  un sogno,  e sentendo la dolce voce della Madre di Dio
    che gli parlava con tanta gentilezza, disse:
    - Madonna,  io far quanto tu mi comandi per compiacerti,  e  i  sette
    canti del poema ritorneranno dentro oggi a chi li compose e li verg.
    Spar la Vergine dopo aver udita questa solenne promessa di Ciapo;  ma
    questi, aprendo gli occhi alla luce,  rise della promessa e del sogno,
    e  invece  di  restituire ci che aveva involato,  pass la giornata a
    comporre un'ode in ottava rima,  nella quale magnificava la generosit
    del conte Romano a fine di cattivarsi l'animo del Conte stesso.
    Quel  giorno ser Bindo non comparve a pranzo.  Egli era cos debole da
    non reggersi ritto e aveva invano cercato di  alzarsi  dal  letto  per
    assidersi alla mensa del suo ospite.  Questi si mostrava accigliato, e
    allorch Ciapo, tolte le mense, volle recitargli l'ode composta in suo
    onore, il Conte glielo imped con mal modo, dicendogli:
    - Cessa,  poetastro,  dal gracidare.  I tuoi versi mi annoiano.  Va' a
    dirli a chi ti pare, ma non tediarmi pi con la tua noiosa presenza.
    Era lo stesso che se gli avesse detto,  chiaro e tondo,  di far presto
    le sue valigie e di sloggiare dal castello.  Ciapo cap  benissimo,  e
    stabil  di  non  restare  un giorno di pi l dov'era.  In breve egli
    riun le sue robe,  tolse di sotto i mattoni la busta  e,  chiesto  un
    cavallo al signore, gli fece i suoi saluti e se ne and.
    Egli aveva appena discesa l'erta del castello,  che vide attraverso la
    via un bove furibondo, il quale gli and addosso a testa bassa,  quasi
    volesse sollevarlo sulle corna.  Smarrito dal terrore, Ciapo spinse il
    cavallo sulla proda di un fosso,  ma il bove lo incalzava  sempre  pi
    furibondo, e pareva che mirasse con le corna al farsetto, nel quale il
    poetastro teneva riposti i canti di ser Bindo.
    - Cavallo mio,  salvami!  - esclam Ciapo. - Se riuscissi a portare in
    salvo questo tesoro e ad assicurarmi la fortuna  e  la  gloria,  darei
    anche l'anima al Diavolo!
    Non aveva finito di pronunziare queste parole,  che il cavallo fece un
    lancio,  varc il fosso e si diede a  corsa  sfrenata.  Il  bove,  per
    seguirlo,  fece  un  lancio,  ma  invece  di toccar la sponda opposta,
    precipit nel fosso e vi rimase.
    Corri corri,  Ciapo giunse verso sera al castello di Poppi,  e  chiese
    l'ospitalit.
    Il  Conte,   che  era  persona  molto  generosa,  gliela  concesse,  e
    s'intrattenne dopo cena a parlare col  nuovo  venuto,  cui  dette  una
    camera per riposare fino alla mattina,  sentendo che voleva riprendere
    il viaggio per recarsi a Spoleto.
    In quella notte  Ciapo  fu  assalito  da  un  timore  che  non  sapeva
    spiegarsi.  Gli  pareva  che cento braccia lo afferrassero,  che cento
    bocche gli gridassero:
    - Restituisci i manoscritti all'esule poeta,  e non far  morire  tanti
    innocenti!
    Eppure nella camera non c'era nessuno, e se anche prestava l'orecchio,
    non udiva nessuna voce.  Gli  che le braccia che lo afferravano erano
    invisibili,  e le voci gli parlavano  al  cuore  e  non  all'orecchio.
    Ciapo,  che non aveva spento la lucerna e si era coricato col farsetto
    per meglio custodire la busta,  guard da tutti i lati per  vedere  se
    scopriva  un nascondiglio nella parete,  e non vide nulla.  Intanto le
    braccia lo  stringevano  sempre  pi,  e  cento  voci  minacciose  gli
    ripetevano:
    -  Restituisci  i manoscritti all'esule poeta,  e non far morire tanti
    innocenti!
    - Mai! - esclam Ciapo. - Satana, aiutami tu!
    A un tratto si videro molte fiamme invadere la camera e circondare  il
    poetastro. Le braccia cessarono di stringerlo, le voci di parlargli al
    cuore,  e nella parete a fianco del letto si apr una specie d'imposta
    che lasci vedere una cassa di ferro.  Ciapo ripose dentro a quella la
    busta  che  conteneva  i  canti,  e la cassa si richiuse con fracasso,
    l'imposta sbatacchi,  e nessun occhio umano avrebbe  potuto  trovarne
    traccia.
    Intanto  ser Bindo,  desolato per la perdita fatta,  si struggeva come
    una candela,  e i  poveri  terrazzani  rinchiusi  nelle  prigioni  del
    castello  di  Staggia vedevano sospesa di continuo sulla loro testa la
    tremenda pena di cui li aveva minacciati il conte Romano.
    Questi non osava ordinare che i terrazzani fossero messi  a  morte,  e
    una notte che era seduto accanto al letto del poeta agonizzante,  vide
    la immagine miracolosa della Vergine apparirgli e guardarlo con  occhi
    supplichevoli, stendendo verso di lui le mani in atto di preghiera.
    Quella  visione  lo colp,  e nel momento istesso ser Bindo,  con voce
    fievolissima, gli disse:
    - Messere il Conte, io mi accorgo che la mia fine  prossima. Ormai la
    gloria non mi alletta pi e sento di essere staccato completamente dai
    beni  terreni.   Restituite  la  libert  ai  terrazzani  che   tenete
    prigionieri;  essi sono innocenti,  poich non avevano alcun interesse
    di defraudarmi de' miei canti.  Io sono certo che il colpevole    gi
    lungi, ma anche a lui, in questo estremo momento, io perdono.
    -  Il colpevole  Ciapo!  - disse il Conte,  che ebbe in quell'istante
    come una rivelazione.
    E senza indugiare, ordin ad alcuni uomini di salir subito a cavallo e
    ricondurglielo vivo o morto,  volendo  sollevare,  con  la  vista  dei
    canti, i momenti estremi del morente. E appena il sole indor le vette
    dei  monti,  ordin  che la prigione fosse aperta ai suoi terrazzani e
    che essi venissero rimessi in libert.
    Intanto Ciapo ingrassava per il dispetto fatto a ser Bindo, e,  strada
    facendo per recarsi a Spoleto, ripeteva:
    -  Que' canti non li avr io,  ma neppur lui,  poich li custodisce il
    Diavolo.
    Ora, mentre ser Bindo languiva nel castello di Staggia, capit col un
    vecchio e santo frate francescano,  il quale,  udita  la  ragione  del
    malore  dell'esule,  disse  che avrebbe ricorso all'aiuto del santo di
    Assisi per consolarlo. E per ottenere quell'aiuto, digiun e preg con
    fervore.
    Il frate, dopo questo, prosegu la via per recarsi alla Verna e chiese
    l'ospitalit al signore di Poppi. Questi, naturalmente, gliela diede e
    gli assegn la camera abitata pochi giorni prima da Ciapo.
    Era costume del francescano di farsi dare l'aspersorio e  di  benedire
    ogni  stanza che doveva abitare anche per una notte sola.  Egli bened
    pure la  camera  di  Poppi,  e  quando  la  parete  che  conteneva  il
    nascondiglio  del  Diavolo  fu spruzzata dell'acqua santa,  avvenne un
    fatto strano. L'imposta del muro si spalanc con fracasso, la cassa di
    ferro s'apr,  la busta cadde per terra e da quella incominciarono  ad
    uscire tanti fogli.  Naturalmente il frate raccolse busta e carte,  e,
    appena vi ebbe gettato gli occhi, si accorse che su quelle carte erano
    scritti i sette canti rimati da ser Bindo.
    La notte parve lunghissima al frate,  perch non  vedeva  l'ora  e  il
    momento  di  portare  una  consolazione  all'esule infelice,  e appena
    giorno si rimise in cammino, e un passo dopo l'altro giunse a Staggia.
    Era sera quando fu ammesso nella camera del morente, il quale, vedendo
    la busta in mano al frate, non ebbe la forza di parlare n di stendere
    le  mani  per  riceverla.  Pianse,  invece,  lungamente,   amaramente,
    l'infelice,  e  quelle  lacrime  lo sollevarono molto.  Il giorno dopo
    stava assai meglio; la settimana seguente pot alzarsi, e un mese dopo
    che ser Bindo era di nuovo in possesso dei sette canti del poema,  gi
    dava  mano all'ottavo,  e senza interruzione portava a termine l'opera
    grandiosa.
    E ser Ciapo?  Si dice che la sua anima irrequieta  abbia  abitato  per
    anni  e  anni il nascondiglio del Diavolo nella camera del castello di
    Poppi.  Infatti,  in quella camera nessuno ci voleva  dormire,  perch
    dicevano  che  si  sentiva  una voce lamentevole talvolta,  e talvolta
    stizzosa,  che diceva per ore e ore: Che cosa ho fatto mai!  Che cosa
    ho fatto mai!.
    Ora  quella  stanza   murata da pi di cent'anni,  e qui la novella 
    finita.

    - Nonna, noi vogliamo una promessa, - disse l'Annina accostandosi alla
    vecchia e guardando dietro di s per vedere se i fratelli e  i  cugini
    la  seguivano per mostrare che ella aveva il diritto di parlare a nome
    di tutti.
    - Sentiamola; che cosa chiedi? - disse la Regina.
    - Vedete,  questi piccinucci,  bench si divertano  tanto  a  sentirvi
    raccontare,  pure  fanno fatica a star desti fino a quest'ora.  Da qui
    avanti non ci potreste dire la novella di giorno, sull'aia,  prima che
    suoni l'avemmaria?  Ora le giornate sono lunghe,  ed essi si levan coi
    polli e coi polli vorrebbero andare a letto.
    - La tua domanda sar esaudita,  - rispose la  nonna.  -  Ma  staranno
    buoni,  di giorno, quei monellucci, o non si alzeranno venti volte per
    correre dietro anche a una mosca che voli?
    - Non per nulla sono la maggiore di tutti.  Io sapr tenerli fermi,  e
    vi  prometto  che nessuno vi disturber,  - rispose l'Annina con molto
    sussiego.
    Dopo questo breve colloquio, la matrigna di Vezzosa si alz, ringrazi
    la  Regina  e  le  fece  mille  complimenti  per  la  novella;  quindi
    cominciarono  gli addii alla sposina.  Tutte le donne di casa Marcucci
    la vollero baciare,  tutti  gli  uomini  vollero  dirle  una  buona  e
    affettuosa  parola,  ed  ella,  commossa  da  tante  dimostrazioni  di
    simpatia, piangeva e rideva nel tempo stesso.
    - Via,   ora di andare a letto!  - disse Momo  per  tagliar  corto  a
    quell'intenerimento che vinceva anche lui.
    I bambini accompagnarono Vezzosa per un pezzetto di strada, dicendole:
    - Domenica non te ne andrai!
    Anche  Gigino  le  zampettava  accanto,  reggendola  per  la sottana e
    ripetendo ci che sentiva dire agli altri.  In mezzo  a  tutta  quella
    gente  che  manifestava  liberamente la gioia che sentiva,  Cecco solo
    stava zitto e seguiva Vezzosa a testa bassa.
    - Sei forse pentito? - gli domand la ragazza, quando i bimbi l'ebbero
    lasciata.
    - Pentito! - esclam egli. - Sono cos felice,  che non posso parlare.
    Non sai che mancano otto giorni soli a domenica?
    - Sette,  non otto,  - disse Vezzosa guardandolo affettuosamente,  - e
    fra sette giorni porteremo lo stesso nome e saremo uniti nella gioia e
    nel dolore.
    - Nella  vita  e  nella  morte,  -  rispose  Cecco  in  tono  solenne,
    stringendole la mano.





















    L'anello della bella Caterina.

    Quando la vecchia Regina,  dopo una domenica d'interruzione, riprese a
    narrare le  novelle  ai  nipotini,  alle  nuore  e  ai  figli  adunati
    sull'aia,  Vezzosa  non  era pi un'estranea per la famiglia Marcucci.
    Bench da otto giorni soli ella fosse moglie di Cecco,  pure aveva gi
    preso il suo posto in casa,  e varie faccende le faceva da s sola per
    alleggerire del molto lavoro le altre donne. Tutti la trattavano bene,
    ma le due persone che  dimostravano  alla  sposina  maggior  simpatia,
    erano la vecchia Regina e l'Annina,  la quale, per non separarsi dalla
    nuova zia, l'aiutava in ogni lavoro e prendeva da lei quelle manierine
    cortesi che erano la maggior attrattiva di Vezzosa.
    Se Cecco le volesse bene  inutile dirlo. Ognuno si forma un ideale di
    perfezione umana nella vita,  secondo le persone che in giovent hanno
    colpito maggiormente la propria fantasia per i loro pregi morali e per
    le  doti  fisiche.  La  persona  che  pi  profondamente  avea colpito
    l'immaginazione dell'ultimo dei Marcucci, era la Regina, la sua buona,
    la sua cara mamma; e appena egli conobbe Vezzosa, gli parve di trovare
    in lei la stessa gentilezza di volto, la stessa squisitezza di sentire
    che tanto ammirava nella sua vecchierella.
    Ora che Vezzosa era in casa sua,  gli  pareva  di  non  essersi  punto
    ingannato,  ed  era cos lieto di vederla andare e venire dalla cucina
    al podere,  sempre allegra,  sempre composta,  che non desiderava  pi
    nulla sulla terra, e si giudicava fortunato come pochi nella vita. Era
    una festa per lui di scorgerla da lungi,  con la canestra del desinare
    in capo,  camminare snella fra i solchi del grano tenero per portar da
    mangiare agli uomini nel campo; e non era meno felice quando, la sera,
    nel  tornare  a casa con la vanga sulla spalla,  la vedeva in mezzo ai
    nipotini,  intenta a insegnar loro a  leggere  e  a  scrivere,  poich
    Vezzosa,  fino  dal primo giorno che era entrata in casa,  aveva detto
    che era inutile di mandarli tanto distante,  per imparare quelle cose,
    che ella poteva loro insegnare. E tutti quei bimbi, che prima andavano
    svogliati  a  scuola,  e  spesso saltavan la lezione fermandosi a met
    strada a baloccarsi, ora studiavano di buona voglia con la zia, ed era
    una gara fra loro per imparar meglio e pi presto.
    Cecco, dacch aveva sposato Vezzosa,  non era pi neppur cos inquieto
    e  agitato per la salute della sua vecchierella.  E' vero che,  con la
    stagione pi mite, ella stava meglio;  ma quel buon figlio aveva anche
    trovato nell'affetto della sua compagna un conforto tale, da non temer
    pi il distacco dalla madre come lo temeva quand'era solo.  Capiva che
    Vezzosa aveva un'anima affezionata e buona,  e che si sarebbe studiata
    di  compensarlo  di ci che un giorno doveva inesorabilmente mancargli
    con la perdita della madre.
    Ma a questa perdita ci pensava meno che poteva, godendo della felicit
    presente,  che veniva soprattutto dal vedere la sua giovane sposa cos
    amata da tutti di casa.
    -  Mamma,  - disse la Vezzosa,  che leggeva l'impazienza negli sguardi
    dei nipotini, - quando volete incominciare la novella?
    - Subito, - rispose la compiacente vecchia.  - Ho pensato alla novella
    da narrare, e spero sarete contenti di me.

    -  C'era  dunque  una  volta,  non  so  precisarvi in qual tempo,  una
    contadina per nome Caterina. Era costei invidiata da tutti,  perch si
    diceva che le riusciva ogni cosa.  Infatti, nessuna massaia portava al
    mercato polli e piccioni pi grassi de'  suoi,  nessuna  portava  alle
    fiere  lino  pi  candido e meglio filato,  nessuna coltivava pesche e
    albicocche pi belle delle sue.
    L'agiatezza regnava nella casa di Caterina,  il marito la  portava  in
    palmo  di  mano,  e  i  figliuoli  di  lei crescevano sani,  robusti e
    laboriosi.
    Naturalmente,  tutti gli uomini del vicinato,  vedendo che per dato  e
    fatto di lei la casa prosperava,  la portavano sempre per esempio alle
    loro mogli e dicevan loro,  in tono di  rimprovero,  allorch  qualche
    cosa  andava  a  rovescio:  Imparate  dalla  Caterina!   Guardate  la
    Caterina!.
    E le donne, sentendola sempre vantare, l'avevan presa in uggia come il
    fumo agli occhi,  e chiudevano la bocca ai loro  mariti,  rispondendo:
    La Caterina ha l'anello e noi no.
    Infatti la Caterina aveva un anello che era le sette bellezze,  e come
    l'avesse avuto, merita il conto di narrarlo.
    Ella era ancora una ragazzina e stava in  casa  del  padre,  contadino
    degli Ubertini di Bibbiena, quando una sera d'estate, trovandosi a far
    l'erba  sulla  proda di un fosso,  vide sbucare dal fondo di quello un
    vecchio magro,  tutto  vestito  di  nero.  Caterina  era  una  ragazza
    coraggiosa,  ma  nonostante  dette un grido nel vedersi sorger davanti
    agli occhi, come se uscisse di sotto terra, quell'uomo magro e nero, e
    fece atto di fuggire.
    Lo sconosciuto  l'acchiapp  per  la  sottana,  e  le  disse  in  tono
    supplichevole:
    - Caterina, io non sono il Diavolo e tu non hai da temere nulla da me.
    Anzi,  sono  molto  potente,  perch  possiedo la saggezza.  In questo
    momento sono perseguitato,  e se tu mi levi la fame  e  mi  cerchi  un
    nascondiglio, io far di te la donna pi invidiata di questi luoghi.
    Lo  sconosciuto  parl  in  tono  imperioso,   bench  le  sue  parole
    contenessero una supplica,  e dagli abiti stessi dimostrava  di  esser
    persona pi avvezza a trattare coi grandi che coi miseri.
    Caterina fu colpita da quelle parole e rispose:
    - Signore,  io vi dar da mangiare e da dormire senza alcun interesse,
    poich mi sembrate bisognevole di soccorso;  e quando faccio la carit
    non sono solita chieder compenso.
    -  Parli  saggiamente,  ma  io  non voglio essere obbligato a te n ad
    altri.  Conducimi al nascondiglio che  mi  hai  assegnato,  -  replic
    l'uomo magro, vestito di nero.
    Mentre  Caterina  parlava  con lo sconosciuto,  il sole era tramontato
    dietro alle vette boschive  dei  nostri  monti,  e  una  luce  incerta
    illuminava i campi.
    Senza dire una parola,  Caterina si avvi,  non per la strada maestra,
    ma per una viottola che traversava i poderi,  e salito per un  piccolo
    tratto il piede del monte della Verna,  condusse lo sconosciuto in una
    capannuccia di paglia,  dove i garzoni  e  le  garzone  dei  contadini
    passavano  talvolta  la  notte,  quando  il temporale impediva loro di
    ricondurre i maiali al podere.
    V'era in quella capannuccia un  mucchio  di  paglia,  che  la  ragazza
    sprimacci affinch lo sconosciuto potesse comodamente coricarsi.  Poi
    and ad attinger acqua a un rio,  che  scorreva  a  poca  distanza,  e
    invit  il  viaggiatore a bere,  dopo avergli dato una targa di pane e
    alcune frutta, che s'era messe nel grembiale prima d'uscire di casa.
    - Domattina,  - diss'ella,  - vi porter altro  cibo;  per  ora  debbo
    correre al podere.
    Si rimise in testa il fascio dell'erba,  che aveva posato in terra,  e
    se ne and.
    La capannuccia era nascosta  in  mezzo  alle  fronde  delle  querci  e
    soltanto i guardiani di maiali sapevano che vi fosse.
    Era   dunque  un  asilo  sicurissimo;   ma,   nonostante  questo,   lo
    sconosciuto,  prima di mettersi a giacere sul letto di paglia,  chiuse
    la   porta   con  una  spranga  di  legno,   e  quindi  si  addorment
    saporitamente e dorm cos bene  e  cos  a  lungo  che  Caterina,  la
    mattina  seguente,  dovette  bussare  pi  volte  per destarlo e farsi
    aprire.
    Ella gli recava uova, frutta e pane in quantit,  credendo che volesse
    partire;  ma  lo  sconosciuto espresse il desiderio di rimaner in quel
    nascondiglio ancora fino al calar della notte, per evitare nel viaggio
    ogni incontro. Le disse peraltro che non occorreva che ella ritornasse
    a visitarlo,  ma che tuttavia sperava che avrebbe accettato da lui  un
    ricordo. E nel dir questo le porse un anello con una pietra rossa, una
    verde, e una color dell'alba.
    - Quest'anello,  - aggiunse, - non te lo caverai mai di dito. Se sarai
    attiva, sincera e coraggiosa,  esso conserver sempre lo splendore che
    ha adesso; se sarai pigra, invece, la pietra rossa si convertir in un
    pezzo di sasso;  se sarai finta,  quella verde diventer un vetro;  se
    sarai paurosa,  la pietra color dell'alba  diventer  un  calcinaccio.
    L'anello  ha  un  gran  valore,  ma bada bene di non venderlo,  perch
    andresti incontro a molte disgrazie.
    Caterina ringrazi lo sconosciuto e and a cogliere il  granturco  nel
    campo,  dove  gi  erano gli altri di casa;  ma nel tagliare gli steli
    delle pannocchie,  non faceva altro che  guardar  le  tre  pietre  per
    vedere  se  conservavano  il  loro  splendore,  e  fu  molto  contenta
    nell'accorgersi che esse non  cambiavano  punto.  Ma  quella  non  era
    davvero  una  prova,  e  un  momento dopo lo riconobbe anche Caterina,
    pensando:
    Non ho forse sempre lavorato nel campo come faccio adesso?.
    Per,  sebbene il  lavoro  fosse  il  medesimo,  pure  gli  steli  del
    granturco si facevano cos resistenti sotto la sua mano,  come rami di
    leccio o di rovere,  e la fatica che ci voleva a tagliarli  era  molto
    superiore alle forze di Caterina,  la quale, bench sudasse molto, non
    smetteva di lavorare.
    La sera essa torn a casa stanca morta e si coric, ma non pot neppur
    riposare come avrebbe voluto,  perch nella  notte  venne  destata  di
    soprassalto dalla madre.
    Il  capoccia  era  stato preso dalla febbre,  una di quelle febbri che
    mandano al Creatore in quattro e quattr'otto.  Furono destati anche  i
    fratelli  di  Caterina,  uno  dei  quali  and  a chiamare il medico a
    Bibbiena;  e intanto in casa nessuno poteva pi pensare a  dormire,  e
    tutti  erano  dintorno  al  malato  a  curarlo.  Tuttavia  la mattina,
    Caterina dovette andare, insieme con i fratelli,  nel campo a cogliere
    il granturco, a caricarlo, e lavor per tre.
    S'era appena coricata la sera, quando fu destata di nuovo. Non era pi
    il padre solo ammalato,  ma anche il fratello maggiore era stato preso
    dalla febbre.
    A farla breve,  i tre fratelli si  ammalarono,  uno  dopo  l'altro,  e
    Caterina  rimase sola a far la raccolta del granturco,  a governare le
    bestie,  a far lo spoglio delle pannocchie e a vegliare nella  capanna
    sull'aia.  Eran  faccende  che  bisognava farle,  e non poteva prender
    nessuno a opra,  perch quattrini,  in casa,  ce n'eran pochi,  e quei
    pochi  se  ne  andavano  come  il  vento per comprare tutto quello che
    occorreva ai  quattro  ammalati.  Caterina  era  costretta  dunque  ad
    arrabattarsi,  e  intanto  che  sfogliava  il  granturco  e metteva le
    pannocchie a seccare al  sole  sull'aia,  vedeva  l'uva  maturare  sui
    tralci di vite. Come avrebbe fatto a vendemmiare da sola?
    I suoi malati erano entrati in convalescenza sul finir di settembre, e
    se l'uva non era colta subito, poteva andar tutta in perdizione per le
    piogge e le nebbie autunnali.  Caterina era stanca di lavorare tanto e
    sentiva mancarsi le forze per  intraprendere  un  lavoro  come  quello
    della vendemmia; ma, se non lo faceva, aveva paura che la pietra rossa
    si  convertisse  in  un  pezzo  di  sasso,  come  le  aveva  detto  lo
    sconosciuto;  e senza indugiar pi,  attacc i  bovi  al  carro,  emp
    questo di ceste,  e and nei campi. Dalla mattina alla sera coglieva i
    grappoli dai tralci carichi,  e a notte soltanto tornava al podere  e,
    stanca com'era, pigiava l'uva nelle bigonce e poi la versava nel tino.
    Cos  ella  salv  tutta  la raccolta dell'uva;  e quando il padre e i
    fratelli furono ristabiliti, le fecero mille elogi per l'attivit sua,
    e con poca fatica poterono ottenere una grande quantit di  eccellente
    vino.
    Per  non  era  detto  che  Caterina potesse godere un poco di riposo,
    perch i fratelli di lei,  ormai assuefatti  a  vederla  lavorare  per
    tutti, non intendevano pi di faticare come prima.
    Caterina  tacque per un certo tempo,  finch non li vide perfettamente
    ristabiliti;  ma poi disse  loro  schiettamente  il  fatto  suo  e  li
    rimprover  ben  bene per la loro pigrizia.  Ma essi fecero orecchi da
    mercante e continuarono a sbirbarsela dalla mattina alla sera.  Allora
    Caterina, che voleva essere sincera e temeva che la bella pietra verde
    del  suo  anello  si  convertisse  in  un  pezzo di vetro,  fece serie
    lagnanze al padre e non  gli  nascose  che  i  fratelli  vendevano  di
    nascosto i prodotti del podere per giocare alla bettola.
    Questa rivelazione fece nascere in casa il finimondo e dest nel cuore
    dei   tre  fannulloni  un  odio  mortale  per  la  sorella.   Essi  la
    perseguitavano continuamente,  e tanta  era  la  loro  malvagit,  che
    stabilirono di farla sparire, gettandola nell'Archiano, che scorreva a
    poca distanza da casa loro.
    Infatti  aspettarono  che  il  torrente  fosse  in  piena,  e una sera
    d'inverno,  mentre Caterina riconduceva i maiali a casa,  carica di un
    fastello di legna,  l'assalirono, le tapparono la bocca e, dopo averle
    tolto il suo bell'anello, la trascinarono fin sulla riva del torrente,
    e gi, come se fosse stato un sacco di cenci.
    Caterina si raccomand l'anima a  Dio,  e  rivolse  un  pensiero  allo
    sconosciuto viaggiatore.
    I tre birbanti, dopo averla buttata nell'acqua, scapparono, e cos non
    videro  che  Caterina,  invece di essere travolta dalla corrente,  era
    rimasta attaccata per le sottane a un  macigno  e  non  s'era  bagnata
    neppur la punta dei piedi.
    Ella  stava  in quel modo sospesa sopra i gorghi del furioso torrente,
    quando si sent afferrare per la cintura,  e  prima  che  vedesse  chi
    cercava di salvarla, pos i piedi sulla ripa scoscesa.
    Caterina  alz gli occhi e vide dinanzi a s lo sconosciuto vestito di
    nero, che pochi mesi prima,  mentre faceva l'erba,  era sorto come per
    incantesimo dal fondo del fosso.
    - Sei stata operosa, sei stata sincera, sei stata coraggiosa, e meriti
    ricompensa.  Eccoti un anello simile in tutto e per tutto a quello che
    ti fu tolto. Non te lo levare mai dal dito, e qualora tu abbia bisogno
    d'aiuto,  rivolgi una fervente preghiera a  san  Romano,  ed  egli  ti
    soccorrer.  All'altro anello non ci pensare;  esso cagioner la morte
    dei tuoi perfidi fratelli,  e la pietra rossa,  che   un  rubino,  si
    convertir in un pezzo di sasso;  quella verde, che  uno smeraldo, in
    un pezzo di vetro;  e quella chiara,  che  una opale,  in un pezzo di
    calcinaccio.  E il tuo anello rimarr unico nel mondo per pregio e per
    valore.
    Caterina ringrazi caldamente il vecchio per averla salvata,  ma  egli
    spar a un tratto, com'era comparso, senza dir altro.
    La  ragazza,  ancora  commossa,  and in cerca dei maiali,  riprese il
    fastello della legna,  e corse a casa sua  per  preparar  da  cena  ai
    genitori  e  ai  fratelli.   Ma  questi,   aspetta  aspetta,   non  si
    presentarono,   e  Caterina  temeva  che  la  profezia   del   vecchio
    sconosciuto  si  fosse  avverata;  ma non diceva nulla per riguardo ai
    genitori; anzi, cercava di consolarli col dimostrar loro che pi volte
    quegli scapestrati avevan passato la notte alla bettola  e  non  erano
    tornati a casa altro che a giorno.
    Per il sole non era ancora levato, quando capit al podere il garzone
    di  un  contadino,  bianco come un panno lavato e tutto tremante dallo
    spavento.
    -  Sapete...  -  diceva  al  capoccia.  -  Sapete,  v'  successa  una
    disgrazia.
    - Quale? - domand il vecchio insospettito.
    - Una grande disgrazia...
    - Dimmi di che si tratta; parla!
    -  Il  maggiore  dei vostri figliuoli  disteso in una pozza di sangue
    sulla via.
    Il vecchio barcoll; ma, fattosi animo, disse al ragazzo:
    - Conducimi da lui; corriamo, vediamo se vive ancora.
    - Aspettate,  un'altra disgrazia vi ha colpito: il mezzano dei  vostri
    figli  morto scannato in un fosso.
    - E l'ultimo dov'? Dov'? - domand il vecchio.
    - L'ho visto penzolare impiccato da un ramo di quercia.
    Nel  sentir  questo,  il  povero padre cadde in terra come un ciocco e
    mand un grido disperato.
    Caterina,  che era su in camera a far le  faccende,  corse  per  veder
    quello che era accaduto, e dal ragazzo conobbe la triste verit.
    -  Si  sono  uccisi l'uno con l'altro per disputarsi il possesso di un
    anello, e l'ultimo, vedendo morti i due maggiori, s' impiccato per il
    rimorso.  Ora pensiamo a soccorrere il babbo,  a preparare la mamma  a
    questo colpo,  e poi daremo sepoltura ai morti,  - disse la coraggiosa
    ragazza.
    Infatti, con molte cure, fece riprendere conoscenza al vecchio,  disse
    alla mamma una parte della verit, e poi and ella stessa di corsa dal
    parroco  per invitarlo a rimuovere i tre cadaveri.  Ma i suoi fratelli
    erano morti in peccato mortale e  non  potevano  essere  benedetti  n
    seppelliti  in terra santa,  e correvano rischio di esser divorati dai
    lupi e dai corvi.
    Quindi ella, coraggiosamente,  senza domandare aiuto ad alcuno,  scav
    una  fossa appi della quercia alla quale si era impiccato il fratello
    minore, e ve lo depose insieme con gli altri due; e dopo aver piantata
    una croce per indicare il luogo ov'era accaduto il  misfatto,  riprese
    la  vita  attiva,  coraggiosa che si era imposta,  conducendo avanti i
    lavori dei campi da sola.
    Le tre pietre del secondo anello  acquistarono  un  magico  splendore;
    l'altro che aveva trovato accanto ai fratelli morti,  lo aveva sepolto
    insieme con loro per non vederlo pi.
    In tutto il Casentino si parl per un pezzo della  tragica  morte  dei
    tre  fratelli  di  Caterina,  ma  soprattutto  si  parl  di  lei  con
    ammirazione,  e moltissimi furono i giovani contadini e benestanti che
    la chiesero in moglie.
    Ma ella scelse Donato, un giovinotto povero come Giobbe, ma lavoratore
    infaticabile.  E  quando  si  furono sposati,  continuarono a stare al
    podere  del  padre  di  Caterina,   e  lo  fecero   prosperar   tanto,
    coltivandolo con cura, che in breve rese pi quello che una fattoria.
    Peraltro  un anno,  mentre il grano era gi segato e stava ammucchiato
    sull'aia,  pronto alla battitura,  si svilupp un incendio nei pagliai
    che erano eretti sul limitare dell'aia, e il fuoco si estese al grano,
    alla casa, e distrusse tutto. La coraggiosa Caterina, destata nel cuor
    della notte dalle fiamme,  prese in collo i suoi bimbi e fugg; Donato
    salv i due vecchi e il bestiame,  e della casa  e  del  raccolto  non
    rimase pi nulla.
    Caterina  era  in sulle prime mezza svenuta per quella disgrazia,  che
    distruggeva il frutto di tanti anni di fatiche e di sudori;  ma appena
    gett   gli  occhi  sul  ricco  anello  che  le  brillava  al  dito  e
    rammentandosi  della  raccomandazione  del  vecchio  sconosciuto   che
    l'aveva  salvata  dalla morte,  and in un punto appartato del podere,
    sotto un ciuffo di pioppi, e gettatasi in ginocchio, disse col cuore:
    - San Romano, aiutatemi!
    Non aveva appena fatta questa fervida invocazione,  che vide comparire
    dinanzi a s il vecchio vestito di nero.
    - So quale motivo ti spinge a ricorrere a me,  - le disse,  - e il mio
    soccorso non ti mancher. Gl'invidiosi hanno tentato di distruggere il
    frutto delle tue fatiche;  ma sii perseverante,  poni  mano  subito  a
    ricostruire la tua casa e te ne troverai contenta.
    Infatti,   la  coraggiosa  Caterina,  insieme  col  marito,  cerc  di
    sbarazzare il terreno dalle macerie,  e  se  durante  il  giorno  ella
    lavorava  per  uno  e  per uno lavorava il marito,  trovava la mattina
    seguente  tanto  lavoro  fatto  come  se  vi  avesse  impiegato  dieci
    muratori.  E  lo stesso avvenne quando si diede a ricostruire la casa,
    tanto che in un  mese  questa  era  terminata,  e  prima  dell'autunno
    Caterina la vide cos asciutta,  che vi and ad abitare insieme con la
    famiglia.  E quell'anno,  se la raccolta del grano and in perdizione,
    fu  invece  cos  abbondante quella dell'uva che al podere non sapevan
    pi dove mettere il vino.
    Figuriamoci un po' se gl'invidiosi che avevan dato fuoco alla casa  di
    Caterina si mangiavano le mani!
    A  sentir  loro  era  tutta  virt  dell'anello,  del  bell'anello che
    vedevano splender sempre in dito alla coraggiosa donna;  e intanto che
    ella  lavorava,  essi  non facevano altro che almanaccare il mezzo per
    distruggere ci che  ella  faceva,  e  cos  trascuravano  le  proprie
    faccende,  impoverivano,  e  quando  avevano  il  bisogno  alla  gola,
    ricorrevano a Caterina per imprestiti,  oppure al marito di lei.  Poi,
    quando  veniva il giorno di pagare,  erano pi imbrogliati che mai,  e
    allora offrivano,  invece di denaro,  chi un maiale,  chi  polli,  chi
    vino,  e  taluni  anche  un  pezzo  di  terra.  In  questo  modo tutti
    impoverivano,  meno Caterina,  che continuava a  lavorare  per  dieci,
    nonostante tutta l'agiatezza che s'era procurata.
    Ma  le  prove non era detto che fossero finite per lei;  anzi,  le pi
    dure stavano per incominciare.
    Come ho detto,  l'invidia dei compaesani li rendeva stolti al punto da
    trascurare ogni loro faccenda per non occuparsi altro che di Caterina.
    Essi  contavano le bestie che costei aveva nella stalla,  i maiali che
    mandava a pascere,  i polli che beccavano sull'aia,  i rotoli di  lino
    che  metteva  a  imbiancare alla guazza sui prati,  ed anche il vino e
    l'olio che rimetteva;  e dopo questi calcoli,  accorgendosi  di  tanta
    prosperit,  si mangiavano le mani e gridavano che nel mondo non c'era
    giustizia.
    Cos,  a forza di ripetere questo detto,  tre fra i peggiori vagabondi
    del paese congiurarono a danno di Caterina. Pensa e ripensa al modo di
    rubarle  il famoso anello,  che ritenevano cagione di tutta la fortuna
    di lei,  e non rammentando pi quello che era accaduto ai tre fratelli
    di  lei,  stabilirono  di  aspettare  la massaia un giorno di mercato,
    quand'ella andava a Bibbiena,  assalirla,  legarla,  e farsi dire  per
    forza  o  per  amore  le  parole  che si dovevano pronunziare affinch
    l'anello spiegasse le sue virt.
    Infatti i tre  vagabondi  aspettarono  Caterina  nascosti  dietro  una
    siepe, e quando la videro comparire col paniere dell'uova infilato nel
    braccio e due paia di capponi in mano,  fecero un salto, la misero nel
    mezzo e, sollevatala di peso,  la portarono nel fitto bosco.  Cost la
    legarono al tronco di un castagno.
    Caterina  non era impallidita,  non aveva incominciato a piangere od a
    supplicare com'avrebbe fatto un'altra donna. Essa diceva fra s:
    - San Romano, aiutatemi! - e basta.
    -  Caterina,  vogliamo  l'anello,  -  disse  il  pi  ardito  dei  tre
    assalitori.
    - Me lo potevate chiedere senza portarmi qui, e io ve lo avrei dato, -
    rispose  ella.  -  Cos mi farete giunger tardi al mercato e non potr
    pi vendere questa po' di roba.
    Tre mani si stendevano per afferrarlo, ed ella non sapeva a chi darlo.
    - Vedo che lo vorreste tutti e tre,  ma io  v'insegner  il  mezzo  di
    farvi  contenti.  Per  ora  lo  consegno a uno;  ma appena avete agio,
    rompetelo e prendetene ciascuno una pietra: ogni  pietra,  basta  dire
    certe parole, ha da s sola la virt che aveva tutto l'anello.
    - E queste parole quali sono? - domandarono gli uomini.
    - Nessuno me l'ha insegnate,  le ho scoperte da me.  Bisogna imprecare
    quanto meglio si pu contro san Romano,  che era un grande nemico  del
    Diavolo. Allora Satanasso, da cui viene l'anello, gli accorda tutta la
    virt.
    -  Grazie,  Caterina,  -  dissero  i  tre  uomini.  - E siccome ti sei
    mostrata compiacente, non ti faremo alcun male.
    Ci detto la sciolsero e la lasciarono andare.
    Ella aveva fatto  appena  pochi  passi,  che  ud  i  suoi  aggressori
    pronunziare  imprecazioni tremende contro san Romano.  Si volse e vide
    che l'anello a un tratto si era allargato tanto da formare un  cerchio
    sufficiente per contenere i tre uomini, i quali, lieti che l'oro fosse
    aumentato in modo cos prodigioso,  continuavano a imprecare contro il
    Santo. Ma quando tutti e tre furono presi dentro il cerchio, questo si
    ristrinse in un  momento  e  li  chiuse  uno  contro  l'altro.  E  pi
    imprecavano  e  pi  bestemmiavano,  e  pi il cerchio si ristringeva,
    soffocandoli.  Erano divenuti rossi in viso come tacchini e avevan  la
    lingua penzoloni e gli occhi fuori della testa.
    Caterina  anche  in  quel  momento  invoc  san  Romano,  ed allora le
    comparve il vecchio sconosciuto, che gi aveva veduto tre volte.
    Egli pass una corda nell'anello e strascin i tre furfanti, pi morti
    che vivi,  fin sulla piazza grande di Bibbiena,  dove in  quel  giorno
    eran tutti i contadini dei dintorni.
    -  Vedete,  - disse il vecchio vestito di nero,  quando si accorse che
    l'attenzione della folla era richiamata da  quello  strano  gruppo  di
    uomini,  -  questi tre manigoldi hanno assalito Caterina per toglierle
    il suo bell'anello,  e l'anello si  allargato tanto da  cingerli,  ed
    ora  li  stringe fino a farli morire.  Imparate da quest'esempio a non
    desiderare la roba d'altri ed a rispettarla.
    Un mormoro di riprovazione corse fra la folla.
    Intanto Caterina s'era accostata al vecchio e lo supplicava di  salvar
    la  vita  ai tre infelici per dar loro il tempo di confessare i propri
    peccati.
    Il vecchio tocc l'anello,  ed esso si spezz come se fosse  stato  un
    sottile  cerchio  di  vetro.  Allora  i  tre  liberati si gettarono in
    ginocchio davanti a lui e promisero di cambiar vita.
    L'anello, appena spezzato, riprese le proporzioni che aveva prima e il
    vecchio lo rese a Caterina; quindi spar.
    La contadina narr allora che il vecchio non era altri che san Romano,
    e disse che era sua intenzione di costruire un oratorio in  onore  del
    Santo.  I  tre  uomini,  ormai  pentiti,  si  offrirono di aiutarla in
    quell'opera, e infatti sorse in breve una cappella nel bosco,  l dove
    Caterina  era  stata  legata  all'albero,  e  i tre uomini,  pentiti e
    convertiti, andarono ad abitarvi, menando vita esemplare.
    L'anello  rimasto sempre nella famiglia di Caterina,  e i discendenti
    di  lei hanno continuato per molti anni a prosperare,  finch l'ultimo
    di essi, un fannullone di prima forza, lo vend,  dopo aver dato fondo
    a tutto.  Peraltro,  l'orefice d'Arezzo, che glielo aveva pagato molto
    salato,  gli fece causa,  perch le pietre preziose s'erano convertite
    una  in  un  sasso,  l'altra  in un vetro e la terza in un pezzetto di
    calcinaccio, e cos quel disgraziato,  condannato per truffa,  mor in
    galera.

    -  Dite,  nonna,  -  domand  l'Annina accorgendosi che la novella era
    finita,  - credete proprio che fosse la virt dell'anello  che  faceva
    essere la Caterina cos attiva, cos buona e coraggiosa?
    - Ci avrei i miei dubbi,  - rispose la vecchia.  - L'anello le serviva
    di sprone a bene operare,  ma la virt  era  tutta  in  lei,  nel  suo
    sentimento del dovere, nella sua coscienza.
    - Cos mi spiego io pure la novella, - disse Vezzosa, - e credo non ci
    sia  bisogno  dell'anello  per far prosperare una famiglia.  La nostra
    mamma non ha mai incontrato nessun santo;  non ha mai posseduto  gemme
    che  avessero  una virt nascosta,  eppure anche lei  stata l'invidia
    del vicinato,  e i suoi filati,  le frutta,  i polli,  che portava  al
    mercato,  sono  stati  sempre  vantati,  e la famiglia sotto di lei ha
    prosperato.
    - E se voialtri la imiterete, prosperer ancora,  - disse Maso.  - Ora
    per  tempo di andare a letto,  perch chi lavora non pu permettersi
    il lusso di vegliar fino a tardi, - soggiunse.
    E preso il lume, si avvi su per le scale.
    Vezzosa e Cecco rimasero ancora sull'aia.
    - Tu, tu sola sarai la Caterina della nostra casa!  - disse il giovane
    marito alla sua sposina.
    Ella sorrise e replic:
    -  Per  me l'anello prezioso con le pietre splendenti,  saranno i tuoi
    occhi. Se essi manterranno quella espressione lieta, io capir di aver
    fatto bene; se li vedr tristi, cercher di far meglio.
    - Sei una buona donnina! - esclam Cecco lusingato da quelle parole.
    E,  senza  indugiarsi  pi  fuori,   entr  in  casa,   tir  tutti  i
    chiavistelli  per  assicurarsi  dai  ladri,  e quindi and anch'egli a
    riposarsi per riprendere la mattina seguente il lavoro.


















    Monna Bice e i tre figli storpi.

    Una dolce aria primaverile faceva crescere a  occhiate  il  grano  nel
    podere  di  Farneta,  e  rivestiva  di fiori gli alberi e i prati.  Le
    speranze nella raccolta erano grandissime,  e  i  Marcucci  lavoravano
    instancabilmente  per  aiutare  l'opera  benefica  della natura.  Essi
    avevano gi seminato i fagioli,  le zucche,  i piselli e  le  fave,  e
    avevan  tolto  dai  solchi del grano tutte l'erbacce,  affinch quello
    crescesse rigoglioso e desse spighe pi granite.
    Le donne,  e la Vezzosa specialmente,  trapiantavano  le  insalate,  i
    cavoli,  le erbe aromatiche,  e facevano nascere i bachi da seta,  ora
    che i gelsi mettevan le foglie,  e non  sarebbe  mancato  ai  preziosi
    produttori della seta il loro naturale alimento.
    Tutti  erano  in  faccende: gli uomini non tornavano a desinare a casa
    altro che la domenica, perch c'era anche da legar le viti sui pioppi,
    e ogni pianta aveva bisogno dell'opera del contadino.
    La massaia non aveva braccia abbastanza per preparare da mangiare  per
    tutti e pensare ai suoi figlioli; le altre dovevano fare il bucato, il
    pane, e rassettare vestiti e biancheria. Anche i bimbi lavoravano: chi
    portava  via  i sassi dai fossi e dai campi,  chi conduceva i maiali a
    pascolare nel bosco,  chi faceva l'erba per le bestie e accompagnava i
    viaggiatori col trapelo fino al pian dell'Antenne, sotto Camaldoli.
    Tutta quella operosit,  aumentata in quell'anno, per la previdenza di
    Vezzosa  che  aveva  l'argento  vivo  addosso,   doveva,   senza  casi
    imprevisti, recare l'agiatezza alla famiglia Marcucci.
    -  Ma perch ti stanchi tanto?  - domandava la Regina all'ultima delle
    sue nuore.
    - Non mi stanco, mamma; sono assuefatta al lavoro e non so star con le
    mani in mano,  - ella rispondeva;  ma non diceva che s'era imposta  di
    lavorare  per due e di far dimenticare alla sua nuova famiglia che non
    aveva portato nulla, proprio nulla di dote.
    In casa l'avevano  soprannominata  Caterina,  in  memoria  dell'ultima
    novella,  e Maso e la Carola, scherzando, le domandavano se san Romano
    aveva dato anche a lei l'anello con le tre pietre.
    Vezzosa rispondeva sorridendo che la sua pietra  rossa  era  l'affetto
    per Cecco; quella verde, la speranza di rendersi utile; e quella color
    dell'alba,  la  fede  che  per  ogni  fatica  v'ha un premio e poi una
    ricompensa.
    Una domenica,  all'ora del tramonto,  erano tutti raccolti sull'aia  e
    parlavano  del  famoso  anello;  la  Regina,  vedendosi  tutta  la sua
    famiglia, e anche quella di Vezzosa, adunate d'intorno, prese a dire:
    - Non vi sar discaro,  suppongo,  che vi  narri  anche  oggi  di  una
    coraggiosa  donna,   giacch  diceste  che  l'ultima  novella  vi  era
    piaciuta.
    - Raccontate quella che volete; - risposero in coro i figli e i nipoti
    pi grandicelli,  - sapete bene che  vi  si  ascolta  sempre  a  bocca
    aperta.

    -  C'era  dunque molti,  ma molti anni addietro,  un vicario di Poppi,
    inviato dalla Repubblica Fiorentina,  che tutti temevano in paese  per
    la sua perfidia.  Questi avea nome Bindo Sergrifi,  ed era di famiglia
    nobilissima.  La moglie di lui,  madonna Bice,  lo  temeva  pi  degli
    altri,  perch,  se  era  duro  con  i  suoi  dipendenti,  si mostrava
    intrattabile in famiglia e non c'era caso che sorridesse mai.  Oltre a
    questo,  era  avaro e sprezzante quanto mai,  e non permetteva nemmeno
    che madonna Bice,  la quale tuttavia discendeva dalla nobile  famiglia
    degli Agli,  si sedesse a mensa insieme con lui, e le faceva indossare
    abiti pi adattati per una contadina che per  una  gentildonna.  Per,
    anche  vestita  poveramente,  madonna  Bice,  giovane  e amabile,  era
    bellissima e ser  Bindo  era  brutto  come  il  diavolo  nonostante  i
    giustacori  di  velluto  e  di seta e le zimarre di drappo foderato di
    pelliccia.
    Quando la Repubblica invi ser Bindo  a  Poppi,  egli  aveva  da  poco
    menato  in  moglie la bella madonna Bice,  ma gi la trattava come una
    serva,  ed ella sopportava tutto senza mai lagnarsi,  come si conviene
    ad una buona e devota moglie.
    Multe,  imprigionamenti, impiccagioni, furono gli atti con i quali ser
    Bindo inaugur la  sua  vicara;  madonna  Bice,  per  conto  proprio,
    visitava  i  poveri,  soccorreva  le famiglie dei carcerati ed aiutava
    tutti coloro che sapeva colpiti dalla prepotenza del marito.
    Questa piet della bella donna frenava le ire dei malcontenti,  e  ser
    Bindo  avrebbe dovuto ringraziarla dalla mattina alla sera per averlo,
    con queste sue opere caritatevoli,  salvato dal coltello degli offesi.
    Invece  non  faceva altro che rimproverarla,  e la povera donna doveva
    attendere che egli fosse partito a cavallo, per recarsi nelle case dei
    bisognosi e portarvi conforto.
    Dopo pochi mesi che madonna Beatrice era a Poppi,  mise  al  mondo  un
    maschietto;  ma  un  po'  forse per la vita disagiata,  un po' per gli
    spaventi avuti mentre lo portava nel seno,  il bambino nacque  con  un
    piede  rivoltato  in  dentro.  Ser  Bindo,  appena lo vide,  invece di
    consolare la madre piangente, disse con la sua vociaccia di disprezzo:
    - Meriterebbe che lo gettassi dal merlo pi alto della  torre;  per  i
    deformi non ci dovrebbe essere posto nel mondo.
    - Che nome gli daremo? - domand la signora piangente.
    -  Quello  che ti pare;  per me sar sempre lo storpio,  - rispose ser
    Bindo.
    La nascita del primo figlio,  che  sempre una gioia,  una grandissima
    gioia  per ogni donna,  fu dunque per madonna Bice un accrescimento di
    pena.  Il vicario,  irritato dalla vista di quel povero bimbo deforme,
    fuggiva   le  stanze  della  moglie  e  aggravava  la  mano  sui  suoi
    dipendenti. Le condanne fioccavano, e la gente era presa dal terrore.
    L'eco  di  questo  malcontento  giungeva  agli  orecchi  della  povera
    signora, la quale, cullando il suo bambino, lo copriva di lacrime.
    In  capo  a  un  anno madonna Bice mise al mondo un altro bambino,  ed
    anche questo aveva una gamba storpia.
    Figuriamoci le furie di ser Bindo!
    Divent una iena e copr di vituperi la moglie,  che non aveva nessuna
    colpa di quella doppia sventura che la colpiva.
    - Quale nome daremo a questo secondo figlio? - domand madonna Bice al
    marito.
    - Chiamalo pure come ti pare; per me sar sempre lo storpio, - rispose
    ser Bindo irato.
    E se dopo la nascita del primo figlio era diventato un cane per i suoi
    sottoposti,  ora  divent  un  orso,  ma  che dico?  un aspide,  e non
    sorrideva altro che quando,  a forza di  condanne,  di  torture  e  di
    supplizi vedeva tutti piangere dintorno a s.
    Per  un  raffinamento  di  barbarie,  tolse  i  due bimbi alle cure di
    madonna Bice e le proib di vederli.  Essi furono affidati alle balie,
    e vennero relegati in una stanza attigua alla torre del castello.
    La  povera  madre  correva su da loro appena vedeva ser Bindo uscire a
    cavallo, e allora si sfogava a baciarli e a coprirli di lacrime.
    In capo al second'anno, madonna Bice mise al mondo un terzo bambino, e
    l'infelice donna si sent morire quando  vide  che  invece  di  essere
    storpio da una gamba sola,  come i due fratellini maggiori,  costui lo
    era da tutte e due.
    - Questo  troppo!  - esclam ser  Bindo  quando  vide  il  suo  terzo
    figlio, - questo  un malefizio di madonna Bice; e se ella  capace di
    malefizio, deve esser trattata da strega.
    Pianse la povera donna udendo queste parole, che significavano per lei
    la condanna al rogo,  e vedendo il marito irremovibile nell'accusarla,
    lo supplic di risparmiarle la vita;  essa aggiunse che di  nottetempo
    avrebbe prese le sue tre creature,  e sarebbe andata a rimpiattarsi in
    qualche luogo selvatico,  affinch ser Bindo non vedesse pi n lei n
    i tre storpi. Cos egli non si sarebbe macchiato del sangue di quattro
    innocenti.
    - Va' pure; ma se hai la disgrazia di capitarmi dinanzi agli occhi con
    i tre mostri che hai fatti, per te  finita, e non vi sar tortura che
    io ti risparmi prima di farti morire.
    La  povera  signora,  bench  si reggesse appena in piedi,  non volle,
    rimanendo qualche giorno ancora nel castello,  esporre i suoi bimbi  a
    una  morte  sicura.  Ella  accomod i due maggiori in un gran canestro
    coprendoli bene di pannolini; prese il piccino in collo, e, postosi in
    tasca il poco denaro  che  aveva,  verso  sera  usc,  piangendo,  dal
    castello  e  cammin finch le forze la ressero,  per allontanarsi pi
    che poteva dalla dimora del marito;  ma ad un tratto cadde sfinita per
    terra e nel cadere disse:
    -  San  Francesco,  voi che aveste tanta piet dei poverelli,  abbiate
    piet dei miei piccini!
    Dopo aver proferito queste parole,  madonna Bice  rimase  distesa  per
    terra,  ma  non  lasci andare Landino,  che aveva in collo,  e neppur
    Grifo e Leone che aveva accomodati nel canestro.
    Il beato san Francesco scese dal Cielo, dove gode la gloria di Dio, si
    ferm sulla strada dove giaceva la sconsolata madre,  e toccandola con
    la mano che aveva operato tante guarigioni e miracoli, la fece passare
    istantaneamente dallo svenimento al sonno;  poi, con quella dolce voce
    cui ubbidivano tutti, dalle fiere agli uccelli, chiam a s una capra,
    la quale accorse subito e present le mammelle piene di latte a  Grifo
    ed  a  Leone,  mentre col contatto del suo corpo cercava di riscaldare
    Landino.
    I bimbi maggiori popparono in gran copia il latte caldo  della  capra,
    e,  quando  si  furono  satollati,  l'animale  present la mammella al
    minore.  Cos quando madonna Bice si dest dal  sonno,  trov  i  suoi
    bimbi  pi  freschi  e  pi tranquilli,  e vide accanto a s la capra,
    inviatale dal Santo e n'ebbe grande consolazione.
    Ma alzando gli occhi  la  colp  la  vista  dell'altissima  torre  del
    castello di Poppi, che le diceva com'ella fosse ancor troppo vicina al
    palazzo ove dimorava il persecutore suo e de' suoi piccini. Cos, dopo
    aver mangiato alcune castagne, che erano per terra, riprese la via, e,
    senza  curare  la  fatica,  sostenuta  e  spronata  dal  desiderio  di
    allontanarsi da Poppi, cammin buona parte del giorno,  sempre seguta
    dalla capra.
    Verso sera,  quando si sentiva mancar le forze,  s'intern in un bosco
    di querci per passarvi la notte a riparo;  ma aveva fatto appena pochi
    passi,  quando vide una capanna di paglia, spalancata, dentro la quale
    ardeva il fuoco sopra una pietra. Ella vi entr e la capra la segu.
    In quella capanna vi era un soffice giaciglio di fieno, del pane e del
    vino,  cos che madonna Bice pot ristorarsi,  dopo aver  custodito  i
    suoi bimbi, e dormire tranquillamente fino all'alba.
    Ma durante la notte incominci a nevicare, e nevic tanto, che la neve
    ottur  la  porta  della  capanna.  Quando  la  povera  madre  si vide
    circondata e quasi seppellita dalla neve,  alz gli occhi al  cielo  e
    invoc l'aiuto di san Francesco.
    Il   Santo  scese  dal  Cielo  per  visitare  la  povera  madre  nella
    capannuccia di paglia.
    Appena ella lo scrse,  si gett in ginocchio e gli  present  i  suoi
    piccini,  supplicandolo  di  non  sottoporla  allo  strazio di vederli
    morire di freddo e di fame.
    - Non temer nulla: - disse il Santo, - le mammelle della capra daranno
    sempre latte; il pane e il fuoco non ti mancheranno mai.
    Si consol madonna Bice alla promessa ricevuta dal Santo, e,  sedutasi
    accanto al fuoco, attese pazientemente.
    Intanto  ser  Bindo,  pentito  di  aver  lasciato  partire la moglie e
    temendo che ella se ne  andasse  a  Firenze  a  raccontar  tutto  alla
    propria famiglia e alla Signoria, era montato a cavallo e s'era dato a
    cercarla dovunque; ma la neve caduta nascondeva la capanna e sottraeva
    la madre e i bambini alle sue indagini.
    Le quali furono di breve durata,  come il suo pentimento,  e in capo a
    due giorni non pensava pi a madonna Bice,  quasi che ella  non  fosse
    mai stata sua moglie.
    La  stagione si mantenne crudissima,  e sulla neve gi caduta ne cadde
    altra,  per modo che la madre rimase davvero sotterrata per pi di  un
    mese;  ma il fuoco non si spense mai nella capanna,  perch ogni notte
    gli angioli scendevano gi dalla cappa del camino e mettevano legna  e
    legna sul focolare. E neppur manc mai erba fresca alla capra, n pane
    alla  donna,  poich  gli  angioli  portavano  ogni  notte  abbondanti
    provviste,  e si fermavano attorno al giaciglio di fieno,  che madonna
    Bice  aveva preparato ai suoi bambini,  cantando cori celestiali,  che
    Grifo e Leone ripetevano con le loro vocine infantili,  guardando  gli
    angioli con gli occhi sbarrati e i volti sorridenti.
    Era  un  paradiso  per  la  povera donna quel soggiorno nella capanna;
    almeno l non sentiva le aspre  parole  di  ser  Bindo,  non  udiva  i
    lamenti  della  gente  oppressa da lui,  non vedeva le occhiatacce che
    egli lanciava sui figli suoi ogni volta che li scorgeva  da  lungi  in
    collo alle loro balie.
    Ora ella non aveva altro che gioie e carezze; carezze dai bimbi, dalla
    capretta,  e  sorrisi  dagli  angioli bianchi e circonfusi di luce che
    andavano a visitarla.
    Con lo sparire delle nevi, madonna Bice ebbe timore di essere scoperta
    dal marito trattenendosi a cos breve  distanza  da  Poppi,  e  allora
    risolvette di partire; ma nel mettere la testa fuori della capanna, si
    accrse che giro giro,  a una certa distanza,  i pruni erano cresciuti
    cos folti da nasconderla a qualunque sguardo. Soltanto al di sopra la
    capanna era libera,  ed era di sopra che scendeva  il  sole  e  faceva
    nascere l'erba dintorno,  per modo da formare un bel prato,  nel mezzo
    al quale zampillava una purissima sorgente.
    Mentre madonna Bice, gettatasi in ginocchio, ringraziava san Francesco
    di quel nuovo miracolo operato per sottrarla,  insieme  con  i  figli,
    alle ire del marito, il Santo le apparve e le disse:
    -  Madonna,  non  tentar  di  uscire da questa fortezza di pruni.  Qui
    crescer tutto ci che  necessario al sostentamento del corpo tuo e a
    quello de' tuoi  figli;  il  sostentamento  dell'anima  cercalo  nella
    preghiera.  Con quest'acqua, che ha virt salutari, bagna le gambe de'
    tuoi storpiati ed esse saneranno.
    Il Santo benedisse la donna, i bambini,  l'acqua e la terra,  e risal
    al cielo.
    La madre,  consolata da quella apparizione,  prese subito il suo Grifo
    e,  condottolo accanto alla fontana,  bagn con quell'acqua  la  gamba
    storpia,   ma  nel  momento  non  vide  che  quella  si  raddrizzasse.
    Nonostante,  era tanta la fede che ella aveva  nel  Santo,  che  bagn
    anche  la  gamba  storpia  di  Leone e quelle di Landino,  e quindi li
    ripose sui loro giacigli di fieno,  lasciandoli alle cure della capra,
    che scherzava con loro, li nutriva e li riscaldava.
    Allora  madonna  Bice  si  diede  a esaminare lo spazio di terreno che
    correva fra la capanna e la barriera di pruni, e vide che quel tappeto
    verde,  che a prima vista le era parso di erba,  si componeva di tante
    pianticelle  di  legumi,  che  crescevano  miracolosamente  sotto  gli
    spruzzi dell'acqua che scaturiva dalla fontana. V'erano rape,  cavoli,
    fagiuoli, zucche, e, mentre nei campi quelle piante avevano bisogno di
    spazio  e di un lungo periodo di tempo per giungere a maturazione,  l
    crescevano una accanto all'altra,  e in una sola giornata erano  buone
    da mangiare.
    Lo stesso avveniva degli alberi, che crescevano a vista d'occhio e con
    tanti  rami  da fornir fascine per il fuoco alla povera donna,  nonch
    frutti succosi ai due bimbi pi grandicelli.
    Madonna Bice non aveva mai goduto  una  pace  pi  grande  dacch  era
    moglie di ser Bindo,  e dal suo cuore partiva a ogni ora del giorno un
    inno di ringraziamento al suo Santo protettore.  Ella non si  stancava
    di bagnare le gambe dei suoi bambini con l'acqua miracolosa,  e quelle
    gambe prendevano forza, si coprivano di carne e di muscoli,  tanto che
    i piccini incominciavano a potersene servire e a zampettare sul prato,
    rincorrendo la capra e i caprettini che ella aveva partoriti.
    A farla breve,  in capo a un anno,  madonna Bice era circondata da tre
    bimbi belli e forti,  che erano il suo orgoglio e la sua consolazione,
    e   in  quell'angusto  spazio  di  terreno  non  le  pareva  di  esser
    prigioniera,  ma bens  libera,  perch  in  quel  circuito  ristretto
    crescevano piante e fiori, e il suo sguardo poteva contemplare il sole
    e  le  stelle,  e  riportarsi  sui  bimbi,  che erano per lei il mondo
    intero.
    Ser  Bindo,  invece,   tormentato  da  una  terribile  malattia,   era
    inchiodato  da pi mesi nel letto,  con immensa soddisfazione dei suoi
    sottoposti.  Una specie di cancrena gli aveva mangiato la polpa  delle
    gambe,  e  da  tutto  il  suo  corpo emanava un puzzo cos forte,  che
    nessuno poteva avvicinarglisi.  Il temuto  e  prepotente  signore  era
    dunque costretto a raccomandarsi ai servi che gli portassero il vitto,
    i quali spesso,  neppur con le raccomandazioni pi umili, riuscivano a
    sormontare la ripugnanza che provavano.
    La sola persona che avesse misericordia di lui era una  vecchia  serva
    di  madonna Bice;  ma la vista di quella donna era un tormento per ser
    Bindo, poich ella invocava di continuo la buona padrona, e diceva:
    - Questa vostra malattia  una punizione mandata dal  Cielo  per  aver
    discacciato la moglie vostra e i figli.
    Per  non  udire  questi rimproveri,  che in altre condizioni sarebbero
    costati la vita alla imprudente donna,  ser Bindo  faceva  a  meno  di
    farsi assistere da lei,  e preferiva essere abbandonato giorno e notte
    come un cane.
    Il  dottore  l'aveva  bell'e  spacciato;   le  donne  del  paese   che
    conoscevano  la  virt  delle  piante,  non lo volevano curare;  e ser
    Bindo, in mezzo ad atroci spasimi, si vedeva davanti la morte, che gli
    metteva un grande spavento perch sapeva che,  una volta nel mondo  di
    l, avrebbe dovuto render conto delle sue azioni, e specialmente delle
    barbarie commesse verso il sangue suo.
    Un  giorno,  mentre  spasimava  e gridava come un cane arrabbiato,  si
    present sull'uscio della sua camera un servo,  annunziandogli che  un
    frate francescano si offriva di curarlo.
    - Fatelo entrar subito, - ordin ser Bindo.
    Il frate fu introdotto.
    Era un vecchio con la lunga barba bianca, curvo, cadente.
    -  Fratello,  - disse al malato,  - io ti reco la salute,  affinch tu
    abbia tempo di pentirti della vita che hai menato.
    Anche infermo,  ser Bindo conservava la  violenza  dell'animo.  Perci
    divenne  rosso  in volto a quel rimprovero,  e,  drizzatosi sul letto,
    rispose con voce minacciosa:
    - Frate,  inutile che tu rimanga presso il mio letto;  io non tollero
    accanto  a  me  chi  osa  giudicare  le mie azioni;  vattene!  - e con
    l'indice teso gli accennava la porta.
    - Non  sono  le  tue  ingiurie  che  mi  faranno  partire.  Vecchio  e
    cagionevole  come  sono,  ho  fatto il disagioso cammino dalla Verna a
    qui,  per ordine del beato san Francesco,  il quale mi ha ingiunto  di
    disputare  la  tua  vita  alla  malattia  e la tua anima al suo eterno
    nemico,  il demonio.  Tu potresti anche minacciarmi di  morte,  ma  io
    rimarrei!
    Ser Bindo,  non potendosi muovere,  url,  sbrait,  senza che nessuno
    accorresse alle sue grida;  e il frate pregava senza prestar  orecchio
    alle  villane che il vicario si lasciava uscir di bocca,  come se non
    fossero dirette a lui.
    Cos rimase il frate tutto il giorno accanto al letto dell'infermo,  e
    questi,  stanco  alfine d'inveire contro di lui,  e sentendo aumentare
    gli spasimi, disse con la sua solita manieraccia:
    - Se hai un rimedio, usalo, perch io mi sento morir dal dolore.
    Il frate era sicuro che si sarebbe venuti a questi ferri. Egli cav da
    una  bisaccia  un  vasetto  di  balsamo,   e,   sfasciate   le   gambe
    dell'infermo,  le  unse  tutte con quello,  recitando a bassa voce una
    preghiera.
    Dopo poco lo spasimo cess,  e ser Bindo,  il quale non sapeva pi che
    cosa fosse sonno, dorm profondamente per pi ore.
    Al  suo  destarsi  vide il frate inginocchiato che pregava,  bench la
    notte fosse nel colmo.
    - Che cosa fai cost? - gli domand il vicario.
    - Prego per te e attendo che tu mi chieda  di  assisterti,  -  rispose
    fra' Celestino.
    - Quale interesse ti spinge a questo?
    - Nessuno, fratello, altro che quello di redimere un'anima.
    - Non lo credo.
    Fra' Celestino non rispose e continu a pregare. Ser Bindo, invece, si
    addorment, ma poco dopo si dest, gridando come un dannato.
    -  Che  hai,  fratello?  -  gli  domand  fra'  Celestino  alzandosi e
    curvandosi su di lui. - Soffri forse nuovi spasimi?
    Il vicario accennava di no col capo,  e quando si fu riavuto  un  poco
    rispose:
    - Frate, io ho veduto in faccia la morte, che mi voleva acchiappare, e
    dietro a lei v'era una voragine ardente, che ella mi accennava. Dimmi,
    sull'anima tua, credi tu che quella sia la pena che mi aspetta?
    - Se non ti penti, lo credo fermamente.
    L'infermo  non aggiunse altro,  e poco dopo si riaddorment.  Il frate
    continu a pregare con maggior fervore di  prima,  implorando  da  san
    Francesco  che  intenerisse  con  un raggio della sua fede quell'anima
    indurita nel peccato.
    E san Francesco apparve in sogno al vicario e  gli  parl  con  quella
    voce dolce che ammansiva le fiere, dimostrandogli la sua perfidia, non
    solo  verso la gente affidata al suo governo,  ma principalmente verso
    la moglie e i figli suoi;  e gli fece vedere madonna Bice ramminga per
    i boschi,  portandosi faticosamente in collo i tre bimbi, i tre poveri
    bimbi storpi,  che ella guardava con beatitudine,  come se fossero tre
    angioli di bellezza.
    - Quella madre  felice,  - disse il Santo, - e tu pure potresti esser
    consolato, poich la felicit le viene dal sentimento di aver fatto il
    suo dovere, dalla consolazione di dedicarsi a quelle tre creature.
    Il cuore indurito del vicario si  commosse  a  quelle  parole  di  san
    Francesco.
    -  Se  potessi  ritrovare  madonna  Bice e ricondurla presso di me!  -
    esclam
    - Se il tuo pentimento  sincero,  - la ritroverai,  e io ti dar  una
    guida sicura per rintracciarla, - disse il Santo, e spar.
    Quella  volta  ser  Bindo si dest senza gridare,  senza spasimare,  e
    vedendo fra' Celestino inginocchiato e pregante, gli disse:
    - Frate, metti un poco del tuo balsamo sulle mie ferite: io ho bisogno
    di guarire, perch debbo rintracciare mia moglie e i miei figli.
    Il frate non si meravigli  udendolo  parlare  in  quel  modo,  perch
    sapeva  che  san  Francesco  aveva  la  virt  di  operare grandissimi
    miracoli; e col balsamo unse le piaghe del vicario.
    Quelle piaghe si rimarginavano  a  vista  d'occhio,  e  l'infermo  non
    cessava  di  domandare quando sarebbe stato guarito,  perch era punto
    dal desiderio di partire presto.
    Allorch in capo a tre giorni le gambe ritornarono  sane  come  prima,
    ser Bindo disse al frate:
    - Ora che il corpo  guarito, curiamoci l'anima, venerando fratello.
    E  inginocchiandosi  dinanzi  a  lui,  fece ampia confessione de' suoi
    peccati,   accompagnando  la  narrazione  con   lacrime   di   sincero
    pentimento.
    Il  frate  pure  piangeva  commosso,  vedendosi  dinanzi  quel  grande
    peccatore ammansito dalla  parola  di  san  Francesco,  e  ringraziava
    umilmente  il  venerato  capo  del  suo  ordine  di  averlo scelto per
    istrumento della conversione di ser Bindo.
    Appena il vicario si fu alleggerito la coscienza da quel peso, ed ebbe
    pronunziato l'atto di contrizione,  promettendo di scontare con  tante
    opere di carit le sue azioni malvage, ordin che gli fosse sellato un
    cavallo,  e, vestitosi in fretta, part alla ricerca di madonna Bice e
    dei suoi figli.
    Fra' Celestino lo accompagn con le sue preghiere,  e quando ser Bindo
    ebbe  sceso  il monte di Poppi,  vide avverarsi la promessa del Santo,
    poich da una siepe sbuc fuori un cane da pastori,  che prima  abbai
    per salutarlo e quindi si pose avanti al cavallo, servendo di guida al
    cavaliere.
    Cos camminarono lungamente,  finch il cane non si ferm sul limitare
    di un bosco.
    Il vicario vi spinse il cavallo e avrebbe voluto andar  oltre,  ma  il
    cane si diede a saltargli alle gambe, quasi lo volesse trattenere. Era
    gi notte, e ser Bindo cap che doveva pernottare in quel luogo, forse
    per non turbare il riposo della madre e dei bambini.
    Egli scese dunque da cavallo,  e dopo aver mangiato le poche provviste
    che aveva seco,  leg il cavallo a un albero sotto il quale si distese
    e  dorm  placidamente  come  non  aveva dormito dopo che la sua anima
    s'era macchiata da tanti peccati.
    Gli uccelli,  che salutavano il nuovo sole,  lo destarono al  far  del
    giorno. Allora ser Bindo rimont a cavallo, e questa volta il cane non
    si oppose alla sua andata;  anzi, abbaiando festosamente, lo guid fra
    i castagni,  fino a una siepe di foltissimi  pruni,  che  si  diede  a
    strappare con le zanne.
    Il cavaliere cap,  e,  balzando di sella,  trasse la spada e cerc di
    aprirsi un varco nel prunaio.  Ma in questo lavoro si forava le  mani,
    lasciava la pelle attaccata agli spini e sanguinava da tutte le parti.
    Nonostante  non cessava di tagliare per giungere alla moglie;  ma ogni
    tanto il pensiero di vedersi davanti i tre storpiati gli  toglieva  il
    coraggio  di  proseguire,  e  allora  gli  veniva la voglia di scappar
    lontano, di lasciare madonna Bice e i tre bimbi al loro destino.
    In quei momenti di scoraggiamento sentiva o gli pareva di  sentire  la
    dolce voce del Santo che gli diceva:
    - Prosegui nella via del pentimento;  non ti saranno rimessi i peccati
    altro che se tu ricondurrai a casa la infelice madre e i tre bimbi.
    E allora ser Bindo riprendeva coraggio e tagliava con  pi  energia  i
    pruni.
    Finalmente egli for quella folta parete,  e l'occhio suo si port nel
    centro della spianata dove sorgeva la fontana.  E quale non fu la  sua
    gioia  quando,  invece di tre bimbi macilenti e deformi,  vide saltare
    tre creature  sane,  belle  e  allegre,  che  si  baloccavano  con  un
    caprettino di latte e ridevano delle capriole della bestiolina.
    Ser  Bindo,  senza  pensare  ai pruni,  fece uno strappo alla pungente
    barriera,  e in pochi salti fu accanto ai bambini e se li  strinse  al
    cuore coprendoli di sangue.
    Essi  gettarono  un  grido,  e  madonna  Bice,  che era nella capanna,
    accorse spaventata.
    Ma quando ella vide il marito che accarezzava  le  sue  creature,  non
    pot pi camminare, non pot pi parlare, e cadde in ginocchio alzando
    le mani al cielo, in atto di profondo ringraziamento.
    Ella  non  disse  al  marito  una sola parola di rimprovero per le sue
    barbarie, e appena pot moversi, corse ad attingere acqua alla fontana
    e con quella gli lav le ferite.
    Il sangue si stagn improvvisamente,  e ser Bindo,  commosso da  tanta
    dolcezza, s'inginocchi dinanzi alla moglie e le disse umilmente:
    - Mi perdoni?
    Ella non pot rispondere, ma gli prese la mano e la bagn di lacrime.
    Poche  ore  dopo  ser  Bindo faceva salire a cavallo madonna Bice,  le
    poneva fra le braccia i due figli maggiori, ed egli,  tolto Landino in
    collo,  conduceva il cavallo per la briglia fino al castello di Poppi.
    In quel momento il cane  che  lo  aveva  guidato  fece  un  lancio  e,
    abbaiando, spar.
    La  gente  accorreva  meravigliata  sulle  porte delle case per vedere
    passare il prepotente signore,  ora  cos  umile,  e  bisbigliava  che
    soltanto un grande miracolo poteva averlo cambiato a quel modo.
    -  Salute,  fratelli!  Salute,  sorelle!  -  diceva ser Bindo passando
    accanto alla gente. - Pregate per l'anima mia!
    Da quel giorno il vicario non commise pi nessuna prepotenza  a  danno
    del  popolo a lui affidato,  e fu eccellente marito e padre esemplare.
    Egli spese tutte le sue ricchezze in elemosine e nella costruzione  di
    una  chiesa,  che fece erigere nel luogo dove la moglie e i figli suoi
    avevano passato un anno, e che dedic a san Francesco.
    L'acqua della fontana,  che aveva servito a togliere la  deformit  ai
    tre storpi di madonna Bice, sgorga ancora; ma ha perduto la sua virt;
    forse  perch  nessuno  l'ha  usata  con  la stessa fede dell'infelice
    madre, la quale mor in tarda et, venerata da tutti e invidiata dalle
    altre donne per il valore, la saggezza e la generosit dei suoi figli.

    Qui la Regina tacque e la Vezzosa prese a dire:
    - Anche voi, mamma,  siete invidiata per aver d'intorno una nidiata di
    figliuoli  sani,  buoni e operosi;  ma a voi sono state risparmiate le
    prove dolorose che ebbe a sopportare madonna Bice prima di  conseguire
    quella felicit, non  vero?
    La vecchia guard la giovine sposa, poi chin il capo, e il suo volto,
    di consueto cos sereno, si rannuvol.
    Cecco,  che aveva seguto quella scena muta,  si accost alla moglie e
    la tir per la manica,  affinch non ripetesse l'intempestiva domanda;
    poi and verso la mamma,  e, per toglierla dall'abbattimento nel quale
    l'avevano piombata le parole di Vezzosa, la invit ad andare a letto.
    Nessuno  os  pi  parlare  quella  sera,  e  la  veglia  incominciata
    gaiamente, termin molto triste.
    - Ma che mistero c' sotto? - domandava Vezzosa al marito.
    -  Lo  saprai,  ma  ora  taci;  non  vedi  come  tutti  si  sono fatti
    silenziosi?
















    PARTE TERZA.
    Messer Gentile e il cavallo balzano.

    La Vezzosa non aveva saputo resistere alla tentazione di domandare  al
    marito  quali erano i fatti dolorosi il cui ricordo bastava per render
    triste la vecchia Regina,  e Cecco le aveva narrato che nei primi anni
    del matrimonio, le era nato un figlio infelice, assolutamente scemo, e
    che  la  vista  di  quel  ragazzo con un testone che non poteva regger
    sulle spalle,  era il tormento del vecchio Marcucci.  Per quel  povero
    bambino egli non aveva sentito mai altro che repulsione,  e la Regina,
    che lo  idolatrava  appunto  perch  era  disgraziato,  si  affliggeva
    immensamente di vederlo trascurato dal padre. Quella creatura melensa,
    vogliosa soltanto di mangiare, era campata cinque anni, e quelli erano
    stati  cinque  anni  di  tortura  per  la  madre,  sopportati con vera
    abnegazione.
    - Dunque vedi, - concluse Cecco,  - che anche la mamma ha avuto le sue
    prove dolorose prima di conquistare la pace. Se ella non avesse saputo
    compatire  il  marito  per  l'avversione  che  sentiva per quel figlio
    mentecatto e  deforme,  che  egli  considerava  come  un'onta  per  la
    famiglia,  ci  sarebbe  stato  l'inferno in casa,  e chi sa quello che
    saremmo noi  ora.  Se  la  mamma,  dopo  tanto  tempo,  soffre  ancora
    ripensando a quella prova,  segno che deve essere stata tremenda.
    Dopo  aver  conosciuto  quel fatto,  la Vezzosa acquist anche maggior
    venerazione per colei che si compiaceva di chiamar  mamma,  e  fu  pi
    circospetta  nel  parlare,  temendo  di vederla di nuovo triste.  Cos
    quella domenica, quando furono tutti riuniti sull'aia per aspettare la
    novella,  Vezzosa si tenne in disparte,  senza ciarlare,  e attese che
    l'Annina  facesse  il  solito  invito  alla  nonna per accostarsi alla
    narratrice, la quale prese a dire:

    - C'era una volta una contessa Guidi, per nome Gualdrada, figlia di un
    conte di Porciano.  Questa ragazza era abbastanza  brutta,  e  i  suoi
    genitori,  disperando  di  maritarla,  la  spingevano  a  entrare  nel
    convento delle Camaldolesi di Pratovecchio;  ma Gualdrada  non  se  la
    sentiva  di  rinchiudersi  in  convento  e  aspettava  sempre  che  le
    capitasse un partito per maritarsi.
    Viveva a Staggia un esule fiorentino della nobile famiglia de' Cerchi,
    molto povero e alquanto avanzato in et,  il quale,  tanto  per  avere
    l'appoggio di una famiglia potente,  chiese Gualdrada in isposa.  E il
    Conte,  piuttosto che vedersi invecchiare in  casa  quella  figliuola,
    acconsent al matrimonio.
    C'era  un bel divario fra il castello turrito e la casetta ove and ad
    abitare la novella sposa;  ma a  Gualdrada  anche  quella  catapecchia
    pareva  pi  bella del convento nel quale avrebbe dovuto finire i suoi
    giorni,  e si mostr molto riconoscente a ser Berto per averla salvata
    da quella sepoltura di donne vive.
    I due sposi vissero alcuni anni tranquillamente,  facendosi veder poco
    a Porciano e  aspettando  un  figlio  che  rallegrasse  la  loro  vita
    solitaria.
    Questo figlio nacque alla fine,  ed era cos bello e delicato,  che il
    padre volle chiamarlo Gentile,  e non  vedeva  il  momento  che  fosse
    grande per addestrarlo nel mestiere delle armi.
    La famiglia Cerchi era una delle pi potenti di Firenze;  per parte di
    madre, Gentile era parente con i Guidi di Porciano e di Romena,  e ser
    Berto  sperava  che  tutte  queste  aderenze  fossero per il figlio un
    valido appoggio nella vita.  Quell'uomo che era cos modesto  per  s,
    aveva  ambizioni  smodate  per  l'unico  figlio suo,  e avrebbe voluto
    vederlo collocato fra i dominatori della terra.
    Ma prima che Gentile fosse in et di appagare  le  sue  speranze,  ser
    Berto mor a un tratto, lasciando i suoi privi di mezzi e di appoggio.
    Madonna  Gualdrada,  naturalmente,  ricorse  al  padre suo,  il quale,
    seccato di vedersela tornare a casa,  l'accolse  freddamente,  ma  non
    pot esimersi dal prendere il nipotino in qualit di paggio.
    Bisogna sapere che il Conte aveva un figlio maschio,  gi ammogliato e
    padre di due giovinetti,  press'a poco dell'et di Gentile.  Ma  tanto
    questi era bello,  cortese e nobile d'animo, altrettanto i suoi cugini
    erano brutti, screanzati e vili; perci appena seppero che la sventura
    toccata a Gentile lo costringeva a  chiedere  l'ospitalit  al  nonno,
    incominciarono  a trattarlo d'alto in basso,  quasi che nelle vene del
    giovinetto non scorresse lo stesso sangue che scorreva nelle loro,  ed
    egli non fosse di stirpe nobile.
    Gentile  rimase  offeso nel vedersi trattato a quel modo;  ma tacque e
    neppur si sfog  con  la  sua  mamma,  la  quale  abitava  una  camera
    appartata nel castello e sfuggiva la compagnia dei parenti,  sapendosi
    tollerata a malincuore da loro.
    Il Conte aveva voluto che un vecchio soldato, che era al suo servizio,
    ammaestrasse nelle armi i due nipoti;  e  quando  giunse  al  castello
    anche Gentile, ordin che egli pure fosse istruito dal vecchio Borso.
    Fino dai primi giorni,  Gentile,  che era agile e snello,  divenne pi
    destro dei cugini, e Borso,  che non aveva preferenze,  lo additava ai
    due fratelli come esempio da seguirsi e non cessava dal dirgli:
    - Ser Gentile, voi sarete un giorno un forte cavaliere!
    Queste  parole  facevano  digrignare  i  denti  a  ser  Guido  e a ser
    Salvatico, e li spingevano a odiare il cugino, il quale non desiderava
    altro che di giungere in et da lasciare il castello e conquistarsi la
    gloria con la prodezza e il coraggio. Ogni giorno che passava,  la sua
    condizione  di  parente  povero,  ospitato  per  carit,  trattato  da
    subalterno,  mentre si sentiva nell'animo la  fierezza  propria  delle
    genti assuefatte al dominio, gli pareva pi dura.
    Le cose erano a questo punto, quando capit al castello di Porciano un
    giullare,   o  buffone,   detto  Banfio.   Costui  faceva  tirare  una
    carrettella coperta da un cavallo balzano, che aveva ornato di sonagli
    e di stracci rossi,  e pretendeva  che  il  cavallo  avesse  virt  di
    leggere nel futuro.
    Banfio  era  noto alle corti e nei castelli,  e per le sue burlette il
    signor di Porciano gli die' l'ospitalit.
    - Te la pagher, non credere, - disse il buffone. - Anzi, voglio esser
    generoso e ordiner al mio Brancaleone,  - Brancaleone era il  cavallo
    balzano, - di leggere nell'avvenire la sorte tua e dei tuoi nipotini.
    Banfio,  vedendo attorno al vecchio i tre giovinetti, li aveva creduti
    fratelli,  non accorgendosi che Gentile vestiva in  lutto  e  Guido  e
    Salvatico, no.
    Il  Conte  prese  in  parola  il  giullare,  e gli disse che subito la
    mattina dopo doveva,  nel cortile del castello,  mantener la  promessa
    fatta e dilettarlo con le prodezze del suo cavallo.
    - Bada,  - rispose Banfio, - si tratta di un animale, e dice la verit
    ai signori come ai poveri.
    - Che la dica pure; - replic il Conte,  - anche ai buffoni  concesso
    questo privilegio,  eppure noi non andiamo in collera neppur quando ne
    abusate.
    Cos la mattina  seguente  il  Conte,  seguto  dal  figlio,  dai  tre
    nipotini,  dai  paggi  e dai valletti,  scese nel cortile dove gi era
    Banfio col suo cavallo,  al  quale  aveva  messo  pi  sonagli  e  pi
    fronzoli del giorno prima.
    -  Saluta  la  nobile  compagnia,  -  ordin  il  giullare al cavallo,
    toccandolo con un bastoncino.
    Il cavallo ubbid e, piegate le ginocchia, inchin tre volte la testa.
    - Messere il Conte, - disse allora Banfio,  - ordina tu a chi deve per
    primo   tirar  l'oroscopo  questo  sapiente  animale,   che  ha  fatto
    strabiliare re, imperatori e sultani.
    Il Conte indic che incominciasse da Guido,  e a un cenno del  padrone
    il cavallo si mise di fronte al giovinetto.
    - Vivr a lungo? - domand Banfio.
    Il  cavallo  stette un momento fermo,  e poi a una nuova toccatina del
    giullare si sdrai lungo disteso per terra alzando le zampe.
    - Quello che risponde il mio cavallo non  un lieto oroscopo,  - disse
    Banfio.
    - Non importa, - rispose il Conte, - palesa tutto.
    -  Ebbene,  egli  dice  che  messer Guido morir repentinamente in et
    giovanile.
    Il Conte rabbrivid,  ma  non  volendo  far  vedere  che  si  lasciava
    commuovere dalle predizioni, aggiunse:
    - Vorrei sapere di che morte morir?
    Intanto  messer  Guido s'era fatto bianco come un cencio di bucato,  e
    non batteva palpebra.
    - Hai capito la domanda? - disse Banfio al cavallo.
    Questo accenn di s e quindi gir un pezzo per il cortile; finalmente
    and a toccare col muso la misericordia, che il Conte portava infilata
    alla cintura.
    Il vecchio trem e Guido si sent vacillare  le  gambe,  ma  non  fece
    nessuna esclamazione.
    - Ordina al tuo cavallo di rivelare l'avvenire di messer Salvatico,  -
    disse il Conte.
    Banfio rivolse le solite  domande  al  cavallo,  il  quale  si  sdrai
    egualmente  in  terra  per  significare  che  anche  lui sarebbe morto
    presto, e interrogato di quale morte sarebbe perito, tocc col muso la
    spada del Conte.
    Il vecchio si fece sempre pi pallido e pensoso,  ma non fece  nessuna
    esclamazione  e  disse  al giullare di volergli rivelare l'avvenire di
    Gentile.
    Il cavallo, a un cenno di Banfio,  si mise di fronte a Gentile,  pieg
    le  ginocchia  e  inchin tre volte la testa salutandolo;  poi,  senza
    attendere ordini dal padrone,  squass la criniera e i  sonagli  e  si
    diede a correre allegramente.
    - Lo vedi, signore, il mio cavallo dice che messer Gentile figurer in
    molte giostre in campo chiuso, e sar prode cavaliere.
    Il cuore del discendente dei Cerchi balzava di giubilo.
    Intanto  il  cavallo  s'era  fermato nel centro del cortile,  e con la
    zampa scavava il terreno.
    - E questo che cosa significa? - domand il vecchio.
    - La spiegazione  facile. Il mio cavallo dice che ser Gentile avr il
    dominio di questo castello.
    Queste parole fecero tremare non solo il vecchio,  ma  anche  Guido  e
    Salvatico, i quali rivolsero sul cugino uno sguardo pieno d'ira.
    - Dimmi: di quale morte morir questo giovinetto?  - domand Banfio al
    cavallo.
    L'animale alz la testa,  fiss il vecchio Conte,  e con la testa  gli
    sfior i bianchi capelli.
    -  Morir  vecchio,  di  morte  naturale,  -  rispose il buffone senza
    domandar altro all'animale,  mentre questo  era  andato  a  collocarsi
    accanto  a  Gentile  e  nitrendo  e  sbuffando  pareva  lo invitasse a
    inforcarlo.
    Il giovinetto,  lieto della predizione,  senza riflettere a quello che
    faceva,  balz in sella.  Il cavallo si apr un varco fra la gente,  e
    via di corsa trasport il suo cavaliere attraverso il ponte e gi  per
    la ripida china.
    - Fermalo, Gentile! - gridava il vecchio.
    - Fermalo! - urlava Banfio disperato.
    Ma  o che Gentile non potesse o non volesse trattenerlo,  il fatto sta
    che il cavallo correva come il vento,  e  ben  presto  spar  fra  gli
    alberi dei boschi.
    - Signor mio,  sono rovinato!  - gridava Banfio, - quel cavallo era la
    mia consolazione; a lui dovevo il sostentamento.
    - Ne avrai un altro! - diceva il vecchio.
    - Tu non sai,  signore,  che da cavallo a cavallo ci corre quanto  fra
    questo  tuo  nipote  Guido  e  Gentile?  Sono tutti e due nipoti tuoi,
    eppure qual differenza!
    Aspetta,  aspetta,  era giunto il meriggio,  s'era fatto notte,  e ser
    Gentile  n  il cavallo si vedevano tornare.  La madre del giovanotto,
    avvertita dal fatto,  si struggeva in lacrime;  il Conte era afflitto;
    chi  gongolava  invece  erano  Guido  e  Salvatico.   Se  Gentile  era
    precipitato in un burrone,  se era morto,  essi  non  avevano  pi  da
    temere  che  un giorno o l'altro il dominio del castello e delle terre
    di Porciano passasse  nelle  mani  di  quell'odiato  parente,  che  li
    vinceva in bellezza,  in destrezza e in cortesia.  Tanto meglio se era
    sparito per sempre!
    Il Conte fece salire a cavallo molti uomini e ordin che percorressero
    i boschi e gli riportassero morto o vivo il nipote,  perch in fin dei
    conti non poteva veder Gualdrada disperarsi in quel modo.
    Essi  uscirono  dal  castello,  recando in pugno faci di resina,  e si
    dispersero per la campagna cercando e chiamando.
    La povera madre si struggeva in lacrime e, rinchiusa nella sua camera,
    s'era  gettata  in  ginocchio  dinanzi  a  un'immagine  della  Madonna
    addolorata e pregava che le fosse reso il figlio suo,  il suo Gentile,
    la consolazione  della  sua  vita.  Mentre  stava  cos  implorante  e
    supplicante,  vide  il  volto afflitto della Madonna illuminarsi di un
    sorriso e le labbra schiudersi.
    Gualdrada credeva di sognare, ma a un tratto dalla bocca della Madonna
    ud queste parole:
    - Non tremare per il figlio tuo;  qui l'invidia lo avrebbe cacciato in
    una prigione.  Ho fatto fuggire il cavallo per sottrarre il giovinetto
    a questo  supplizio.  Gentile    destinato  a  grandi  cose,  e,  per
    consolarti  della sua assenza,  te lo far vedere ogni notte in sogno.
    Spera!
    Il volto della sacra immagine si fece di nuovo afflitto,  ma nel cuore
    della  madre continu a brillare un raggio di viva consolazione.  Ella
    si rasciug le lacrime e, lieta, si pose a dormire. Appena il sonno le
    ebbe appesantite le palpebre,  Gualdrada vide il suo  Gentile  in  una
    camera signorile, disteso sopra un letto e sorridente nel sonno.
    La mattina dopo, quando gli uomini inviati sulle tracce del giovinetto
    tornarono  al castello,  non riportarono al Conte altro che un piccolo
    tocco di velluto guarnito di una penna di airone,  che  Gentile  forse
    aveva perduto nella corsa.
    Furono  fatte nuove ricerche,  ma senza risultato,  e il vecchio Conte
    pianse Gentile come se fosse morto.
    I due cugini invece si rallegrarono di non averlo pi per  compagno  e
    di non dover pi sostenere uno svantaggioso paragone con lui.
    Gentile  aveva  passato l'Appennino di Romagna e si trovava alla Corte
    dei Malatesta di Rimini,  dove il signore lo aveva creato suo paggio e
    lo  prediligeva  sopra ogni altro per la sua destrezza e cortesia.  La
    buona Gualdrada lo vedeva ogni notte in sogno,  ora seduto alla  ricca
    mensa del signore,  ora cavalcando il suo balzano nelle corse a fianco
    di lui,  ora sorridente in un circolo di nobili donne e  di  prestanti
    cavalieri,  sempre  pi  forte  della persona,  sempre pi bello e pi
    gentile.  Cos pass un anno,  e in quel tempo una grave  sventura  si
    abbatt sul castello di Porciano.
    Il  padre di Guido e di Salvatico,  l'unico figlio maschio del vecchio
    Conte,  s'era ammalato a un tratto di una malattia che  nessuno  aveva
    conosciuto, ed era morto dopo un mese di sofferenze.
    Il  vecchio  signore  s'era  afflitto  immensamente di quella perdita,
    tanto pi che  i  due  nipoti  che  gli  restavano  non  erano  capaci
    d'infondergli speranza, n di dargli consolazione di sorta.
    Nessuna  delle  occupazioni degne dei gentiluomini era a loro gradita.
    N la caccia, n il maneggio dell'armi, n il cavalcare.  Se non erano
    sorvegliati,  correvano  a  giuocare con i famigli e a udire le sconce
    narrazioni di quegli uomini  ignoranti  e  ineducati.  Al  fisico  poi
    divenivano  ogni  giorno  pi  brutti  e  pi  deformi,  e la rozzezza
    dell'animo si rispecchiava nei loro volti.
    Il vecchio Conte non poteva assuefarsi all'idea di  dover  trasmettere
    il  titolo  e  il dominio di Porciano nelle mani di Guido,  perch era
    sicuro che non avrebbe saputo far rispettare quel titolo, n difendere
    quel possesso dagli attacchi  dei  vicini.  Per  questo  si  crucciava
    immensamente e temeva di morire.
    Ora  avvenne  che  i  due  fratelli  andando un giorno a passeggiare a
    cavallo per la via maestra,  s'imbattessero in un cavaliere romagnolo,
    seguto da numerosa scorta, che era di passaggio nel Casentino.
    Quando  il  cavaliere  fu  a poca distanza dei due fratelli,  ferm il
    cavallo e  li  salut.  Essi,  che  si  vantavano  di  scortesia,  non
    risposero  al saluto.  Allora il cavaliere romagnolo spron il cavallo
    e, accostandosi a Guido, gli disse:
    - Perch, messere, non rispondi alla mia garbatezza?
    - Perch mi pare inutile rispondere, - rispose lo screanzato.
    Il cavaliere,  che gi era offeso di non vedersi restituire il saluto,
    lo  fu ancora pi da questa sgarbata risposta,  e,  fattosi pallido in
    viso, disse a denti stretti:
    - Difenditi, villano!
    In pari tempo cav la spada e assal Guido.
    Ma nell'assestargli un colpo di fendente sul capo,  l'arma gli scivol
    di mano.  Guido aveva pure cavata la spada e cercava di difendersi. Il
    cavaliere,  vedendosi disarmato,  assalito ora  dall'avversario,  cav
    dalla cintura una specie di pugnale, detto misericordia, e, fatto fare
    uno  scarto  al  cavallo per evitare la spada di Guido,  gl'immerse la
    misericordia nel collo.
    Guido cadde, e l'uccisore gi spronava il cavallo alla fuga, quando fu
    raggiunto da Salvatico,  che,  con  la  spada  sguainata,  cercava  di
    colpirlo alla schiena.
    Il  cavaliere  romagnolo  non  disse nulla,  ma fece fare un repentino
    voltafaccia al cavallo,  e dette con la misericordia  un  colpo  secco
    alla spada del giovine per modo da fargliela schizzar di mano.
    -  Ora  sei in mio potere;  ma io voglio essere generoso quanto tu sei
    vile. Vuoi batterti con armi eguali?
    Salvatico dovette rispondere  affermativamente,  e  allora  uno  della
    scorta  del cavaliere raccolse le due spade e le offr ai combattenti.
    Ma se le armi erano eguali,  era cos diversa la mano che  le  reggeva
    che il duello dur pochissimo e termin con un grido di Salvatico,  il
    quale cadde da cavallo.
    - Ora raccomandiamoci ai nostri cavalli, - disse il cavaliere alla sua
    scorta.  - Se essi non ci trasportano  molto  lontano,  prima  che  si
    conosca questa doppia morte,  noi saremo trucidati come cani,  e tutto
    il Casentino si lever a difenderli,  poich i due morti sono i  conti
    Guidi di Porciano!
    Gli uomini armati che seguivano il cavaliere,  invece di continuare il
    viaggio per la via maestra, voltaron briglia dietro il suo esempio,  e
    saliti  sino  a  Camaldoli  ripassaron  l'Appennino  e  ritornarono in
    Romagna,  di modo che essi erano assai distanti quando  si  sparse  la
    novella della uccisione dei due nipoti del conte di Porciano.
    Ma torniamo a messer Gentile.
    A  Rimini,  dov'egli  era rimasto tutto quel tempo,  ser Gentile aveva
    conquistato il cuore del conte Malatesta, che non vedeva pi altro che
    per gli occhi di lui.
    Divenuto valentissimo nelle armi,  il Conte lo aveva armato cavaliere,
    e dalla sua bocca non usciva altro che un rimpianto e un lamento:
    - Perch, perch non ho un figlio, e perch quel figlio non sei tu?
    Bisogna  sapere  che  il conte Malatesta aveva tre femmine,  ma nessun
    maschio, nessun erede della sua signoria; e siccome aveva da ogni lato
    pericolosi nemici,  il non poter affidare nelle mani di un discendente
    valoroso  e prode la sua eredit,  era il cruccio maggiore che potesse
    colpirlo.
    Per messer Gentile,  mentre non risparmiava parole di conforto al suo
    benefico signore,  non s'era mai lasciato sfuggir di bocca la promessa
    di restare a Rimini e di usare la sua  spada  in  difesa  dei  diritti
    della famiglia Malatesta.  Ricordava bene che nel castello di Porciano
    aveva la  madre  e  il  nonno,  e  nonostante  che  egli  fosse  ormai
    maggiorenne,  sentiva di dipender da loro. Inoltre rammentava anche la
    scena nel cortile del castello e le predizioni del cavallo balzano,  e
    anche se non le avesse rammentate,  la vista di quell'animale,  che lo
    faceva uscire vittorioso da ogni  giostra  e  da  ogni  combattimento,
    gliele avrebbe richiamate alla mente.
    La  fama  di  quel  cavallo  correva  in  Romagna  unita  a quella del
    cavaliere,  e ormai si contavano pochi campioni che osassero misurarsi
    con  messer  Gentile,  perch erano sicuri di essere scavalcati per la
    valenta di lui e la foga di quel balzano, che appena vedeva luccicare
    scudi e sentiva il tintinno delle  spade  pareva  avesse  il  diavolo
    addosso.
    Le  virt  di  messer Gentile meravigliavano non solo i cavalieri,  ma
    anche le dame,  tanto  vero che tutte  e  tre  le  figlie  del  conte
    Malatesta speravano, in segreto, di esser da lui preferite.
    Per messer Gentile non aveva occhi,  non aveva pensieri altro che per
    la minore, la bionda Clemenza, ed era l'affetto per la dolce fanciulla
    che lo tratteneva alla Corte di Rimini,  altrimenti egli avrebbe corso
    il mondo per lungo e per largo conquistando sempre maggior fama.
    Ma gli occhi di Clemenza avevano il potere di ammaliarlo, e la voce di
    lei era la musica pi dolce che potesse accarezzargli l'orecchio.
    Le cose erano a questo punto quando alla Corte dei Malatesta giunse un
    messo del conte di Porciano con una lettera per messer Gentile.
    Quella  lettera,  scritta  con mano tremante per il cordoglio e per la
    vecchiezza, ingiungeva al giovine di tornare in Casentino per prendere
    di fatto il governo del castello e delle terre di Porciano. Il vecchio
    Conte narrava la uccisione dei suoi nipoti e diceva di  sentirsi  cos
    debole  e affranto per tante sciagure da temer di morire da un momento
    all'altro.
    Messer Gentile, senza quel dolce affetto per Clemenza, sarebbe partito
    subito per ubbidire alla volont del  nonno;  ma  la  separazione  gli
    riusciva dolorosa. Per, siccome nel castello di Rimini si era parlato
    dell'arrivo del messo, cos egli non pot celare al conte Malatesta il
    contenuto della lettera.
    Sospir  profondamente  il signore udendo che la morte dei due giovani
    rendeva necessaria la presenza di messer Gentile  a  Porciano,  e  gli
    disse con gli occhi umidi di lacrime:
    -  Va',  figlio mio,  poich il dovere ti chiama;  ma prima di partire
    prendi tutto ci che ti  caro,  affinch tu serbi grata  memoria  del
    tuo soggiorno presso di me.
    Il  cuore  di messer Gentile balz a quelle parole,  ed egli stava gi
    per dire al Conte che gli lasciasse portar via la bella  Clemenza;  ma
    il  pensiero  di dover prima ottenere il consenso del nonno,  gli fece
    morire le parole sulle labbra, e, chinato il capo, rimase pensoso.
    I giorni passavano dopo l'arrivo  del  messo,  e  messer  Gentile  non
    poteva risolversi a partire da Rimini.  Dal canto suo il Conte cercava
    con mille pretesti di trattenerlo,  tanto  gli  riusciva  dolorosa  la
    separazione.
    A un primo messo ne tenne dietro un altro, munito di una lettera ancor
    pi  stringente;  e  allora  messer  Gentile dovette fare gli addii ed
    inforcare il suo balzano.  Prima di partire,  per,  egli ricev dalle
    mani  di  Clemenza  una sciarpa azzurra,  finamente trapunta di seta e
    d'oro.  Ma la fanciulla nel consegnargliela impallid e non  pot  dir
    altro che queste parole:
    - Vi sovvenga di me!
    Il  conte  Malatesta  offr al giovane signore ricchi doni,  gli diede
    numerosa scorta, e gli fece una sola raccomandazione:
    - Torna, torna presto!
    Dopo pochi giorni di viaggio,  messer Gentile giunse  al  castello  di
    Porciano,  e  appena la vedetta annunzi il suo arrivo,  Gualdrada gli
    corse incontro nel cortile ed abbracciandolo gli disse:
    - Io vedevo le tue esitazioni e ne conosco la causa, poich la Madonna
    ogni notte mi dava la consolazione di farmiti vedere in sogno;  ma  se
    tu  tardavi ancora,  non rivedevi pi il nonno e non ricevevi il feudo
    dalle mani di lui.
    Sal presto il giovane nella camera del Conte e lo trov  agonizzante.
    Per il vecchio,  prima di morire, ebbe la forza di cavare da un libro
    di preghiere una lettera gi scritta molto tempo prima all'Imperatore,
    con  la  quale  gli  chiedeva  per  il  nipote,  Gentile  de'  Cerchi,
    l'investitura  del  castello  di  Porciano,  e raccomand al nipote di
    spedirla immediatamente.
    Quindi volle che lo vestissero,  e,  fattosi portare nella sala d'armi
    del castello,  dove gi erano adunati tutti i suoi terrazzani,  ordin
    loro di prestar giuramento di fedelt a  Gentile  e  di  ubbidirlo  in
    tutto e per tutto come avrebbero ubbidito a lui stesso.
    Compiuta  questa  cerimonia,  il  vecchio  si fece riportare a letto e
    spir tranquillamente.
    Ma appena di questa morte furono informati i  Guidi  di  Pappiano,  di
    Montemignaio  e  di  Staggia,  che  vantavano diritti sull'eredit del
    conte, si collegarono, e, uniti, mossero all'attacco di Porciano.
    Messer Gentile,  che aveva preveduto questo,  ordin che si munisse di
    provviste il castello,  che si alzasse il ponte levatoio, si armassero
    le torri, e,  fatto accendere il fuoco nella fucina,  fece riparare le
    armi e costruirne delle nuove.  Egli,  come talismano,  aveva cinta la
    sciarpa donatagli da Clemenza,  e  col  pensiero  rivolto  alla  bella
    fanciulla,  nel  cui  nome  voleva  lottare  e vincere,  sorvegliava i
    preparativi  della  difesa,   intanto  che  la   contessa   Gualdrada,
    inginocchiata dinanzi alla immagine della Madonna addolorata,  pregava
    per la salvezza del figlio.
    Il vecchio Conte era appena chiuso nell'avello dove riposavano i suoi,
    che gi un piccolo esercito era adunato attorno ai fianchi  del  colle
    dove  sorge  il  castello,  e  dopo aver devastato le terre batteva in
    breccia le porte e le torri.
    Per gli assalitori non credevano di trovare tanta valida  resistenza.
    A ogni loro attacco,  Gentile faceva rispondere a dovere e non cessava
    un istante di molestarli,  ora ordinando che fossero scagliate pietre,
    ora facendo volare quadrella.
    Ogni   giorno   le   fila   dei  collegati  a  danno  di  Porciano  si
    assottigliavano; era morto un figlio del conte di Pappiano,  era morto
    un  Guidi  di  Staggia,  erano morti molti validi campioni del piccolo
    esercito;  ma il desiderio  della  conquista  era  cos  potente  che,
    nonostante  queste  morti,  gli  assalitori continuarono a tener campo
    intorno a Porciano; e intanto nel castello le provvisioni venivano man
    mano a mancare.
    Messer Gentile,  per non esporre i suoi uomini agli strazi della fame,
    tent una mossa disperata per far togliere l'assedio.
    Lasciati  pochi uomini soltanto a difesa delle solide torri,  affinch
    non apparissero sguarnite,  riun gli altri in un sotterraneo  e  fece
    loro  scavare  un  passaggio  che  mettesse nella campagna.  Quando fu
    terminato,  prese di nottetempo per  la  briglia  il  suo  cavallo  e,
    seguto da buon numero dei suoi,  riusc in un bosco;  poi,  prendendo
    alle spalle gli assalitori,  invase come un  fulmine  il  loro  campo.
    Quelli, credendo che fosse giunto un rinforzo ai porcianesi, si videro
    perduti.  Il  cavallo  balzano  faceva  nella  mischia  veri miracoli.
    Saltava contro i nemici,  li atterrava,  li calpestava,  ed essi,  non
    potendo fuggire, non vedendo scampo, si arrendevano.
    A giorno,  quando si accorsero del tranello,  si mordevano le mani; ma
    era tardi.  Gi molti dei capi eran rinchiusi nelle torri di  Porciano
    come  ostaggi,   molti  erano  morti,  e  i  porcianesi  esultavano  e
    acclamavano il loro signore.
    Quel giorno  stesso  giunse  la  risposta  dell'Imperatore,  il  quale
    investiva nel titolo e nei feudi del defunto Conte, messer Gentile de'
    Cerchi.
    Allora,  quando  il  conte  Gentile  vide  assicurato  il suo dominio,
    ripens con tenerezza sempre crescente alla bella Clemenza,  e confid
    alla madre il segreto del suo cuore.
    - Lo conoscevo,  - rispose Gualdrada, - come conoscevo ogni atto della
    tua vita,  ogni pensiero della tua mente.  Ma se tu vuoi ottenerla  in
    moglie,  parti, corri, figlio mio, poich Clemenza sta per farsi sposa
    di un altro signore.
    Quella notte stessa il conte Gentile inforc il suo balzano e prese la
    via di Romagna.
    - Corri, corri! - diceva al cavallo.
    Il balzano correva come il vento,  e,  senza mai  fermarsi,  spronato,
    incitato,  condusse  il  suo  signore fino alla porta del castello dei
    Malatesta, dove cadde morto.
    Gentile sentiva le campane suonare a festa, e temendo che la cerimonia
    nuziale fosse gi compiuta,  non aveva il coraggio di farsi introdurre
    presso  il  Conte;  egli  stava  incerto  se dovesse retrocedere o no,
    quando vide scendere dallo scalone  Clemenza,  vestita  da  sposa,  in
    mezzo  alle  sorelle,  e  dietro  a loro un lungo corteo di donne,  di
    cavalieri e di paggi.
    Il giovine mand un grido e barcoll;  ma il conte Malatesta,  che  lo
    aveva veduto,  fu pronto a soccorrerlo.  Nel medesimo istante Clemenza
    cadeva svenuta nelle braccia delle sorelle.
    A farla breve, la bella fanciulla, invece di prendere il velo, com'era
    sua intenzione,  credendosi abbandonata da Gentile,  spos il  giovane
    conte  di  Porciano  con  grandissimo piacere del padre e con dispetto
    immenso delle sorelle.
    Gentile condusse la sua sposa  con  molta  pompa  in  Casentino,  dove
    vissero lungamente felici.

    - E qui,  cari miei,  la novella  finita; - disse la Regina, - ma nel
    parlare di Porciano, me n' venuta in mente un'altra molto bella,  che
    vi  racconter  la settimana ventura.  Per ora,  buona notte,  io sono
    stanca e vado a dormire.
















    La campana d'oro fino.

    Quella domenica, mentre tutti i Marcucci aspettavano, seduti sull'aia,
    che la Regina narrasse la novella,  Vezzosa  si  mostrava  inquieta  e
    spiava  sempre  la via maestra come se attendesse qualcuno.  E infatti
    ella attendeva  Cecco,  partito  verso  le  undici  per  Pratovecchio,
    insieme con una comitiva d'amici,  per festeggiare la copertura di una
    fabbrica di uno di loro.  Vezzosa aveva fatto un po' il broncio quando
    erano  venuti  a  prendere  il  suo  Cecco,  e  lo  avrebbe volentieri
    trattenuto, ma la Carola aveva detto:
    - Non te lo mangiano mica!
    Ed ella,  per non farsi biasimare dalla  cognata,  lo  aveva  lasciato
    andare.
    Era la prima volta, dacch erano stati sposi, che Cecco si allontanava
    senza  di  lei  dal podere di Farneta,  ed ella ne soffriva come se si
    fosse trattato di un lungo distacco.
    A desinare non aveva mangiato nulla e non aveva  parlato  mai,  sempre
    col   pensiero  rivolto  all'assente.   E'  vero  che  ogni  tanto  si
    rimproverava di soffrire per un'assenza cos breve, ma un momento dopo
    ricadeva nella tristezza e non sapeva dominare il suo dolore. Se Cecco
    avesse preso la consuetudine di star fuori di casa,  che cosa  sarebbe
    mai avvenuto di lei?
    Vezzosa era immersa in questo doloroso pensiero e la Regina le leggeva
    nel cuore,  desiderando anch'ella il ritorno del figlio; cos, per non
    vedere pi la giovane sposa tanto ansiosa, prese subito a dire:

    - L'ultima volta vi parlai di Porciano e di quel tal Banfio, giullare,
    che aveva portato il famoso cavallo balzano che predisse la fortuna di
    Gentile e vi cooper con tanta efficacia. Come sapete, il cavallo mor
    sulla soglia del castello di Romena,  e vi sarete figurati,  senza che
    io  ve  lo abbia detto,  che il padron suo gli serb gratitudine e gli
    fece dare onorata sepoltura.  Quello che non vi potete figurare fu ci
    che avvenne di Banfio.
    Il  giullare,  dunque,  vedendosi  privato del suo cavallo,  chiese un
    compenso al conte di Porciano,  il quale gli  diede  una  borsa  piena
    d'oro,  ingiungendogli di partire al pi presto.  Ma Banfio, che stava
    bene nel palazzo dell'ospitale signore,  s'indugi  alcuni  giorni,  e
    siccome  era  spesso  invitato  a  bere  ora  dai  soldati,   ora  dai
    terrazzani,  seppe che si diceva esservi  in  quel  castello  un  gran
    tesoro,  e impar anche la leggenda in versi che su quello correva. La
    leggenda, dunque, diceva:

    A Porciano, in Casentino,
    Tra una fonte ed uno spino,
    Si trova una campana d'oro fino,
    Che vale quanto tutto il Casentino.

    - E' sempre bene a sapersi; - diceva Banfio, - ora partir,  ma potrei
    anche tornare a cercare questo gran tesoro.
    E  part,  infatti,  dopo  essersi  comprato un altro cavallo e averlo
    bardato con brandelli di panno rosso, penne e sonagli, per modo che si
    vedesse e si udisse da lontano. L'ideale vagheggiato da lungo tempo da
    Banfio era di andarsene alla corte del duca d'Urbino,  che aveva  fama
    del pi liberale signore d'Italia.
    In quel tempo il Duca risiedeva a Gubbio,  e fu verso quella citt che
    si diresse il buffone.
    Come fosse ricevuto non so,  ma devo ritenere  che  le  cose  non  gli
    andassero  tanto  bene,  perch cinque anni dopo,  quando gi il conte
    Gentile aveva ereditato il  feudo  del  nonno,  Banfio  ricomparve  in
    Casentino, non pi a cavallo, ma a piedi, e in pessimo arnese, proprio
    come  un gallo cui siano state levate le penne maestre.  Anche d'umore
    non era pi quello,  ed era tanto invecchiato che  pareva  su  di  lui
    fossero passati quindici anni invece di cinque.
    Egli  si  rec  a  Porciano,  e saputo che la profezia del suo balzano
    s'era avverata, si sent tutto consolare fidando nella gratitudine del
    giovane signore.
    Infatti Gentile lo ricev con molta cortesia appena fu giunto,  e  gli
    disse  di  trattenersi quanto voleva presso di lui e di non crucciarsi
    di nulla.
    Quest'assicurazione rese un  poca  dell'antica  giovialit  al  povero
    Banfio,  il  quale  per tenere allegra la contessa Clemenza tir fuori
    dalla mente le vecchie barzellette e riusc a far ridere tutta la sera
    la brigata.  Ma lo scopo di Banfio non era quello di  buscarsi  gratis
    l'alloggio  e il vitto in cambio di un paio di frizzi detti con garbo;
    egli s'era ficcato in mente di trovare il tesoro,  e di diventar ricco
    come  il  soldano  d'Egitto,  che era reputato l'uomo pi danaroso del
    mondo.
    Cos,  dopo la prima sera passata a divertire il conte  Gentile  e  la
    nobile  consorte  di  lui,  Banfio pens che era tempo di lavorare sul
    serio.
    Questo lavoro, secondo lui, consisteva nell'interrogare i vecchi,  per
    raccogliere  dalla  loro  bocca  tutte  le notizie che potevano dargli
    sulla campana d'oro fino e sul luogo dove si diceva che fosse.
    And dunque a trovare un vecchio Romito,  che si diceva avesse pi  di
    cento anni,  e viveva fra mezzo ai boschi dalla parte di Montemignaio.
    Alcuni tenevano quel vecchio in conto di stregone e  assicuravano  che
    in casa sua si davan convegno, la notte del sabato, le streghe.
    -  Mi  sapresti  dire,  - gli domand Banfio,  - dove siano quella tal
    fonte e quel tale spino fra i quali si trova la campana d'oro fino?
    - Se lo sapessi,  a quest'ora la campana non ci sarebbe pi ed io  non
    mi sfamerei a castagne, - rispose il vecchio accennando il paiuolo che
    bolliva sul focolare.
    - Non  una ragione,  - replic Banfio.  - Forse per trovar la campana
    bisogner faticare, e tu non hai forza; mentre io ne ho ancora.  Se tu
    m'indichi  la  fonte  e  lo  spino,  ti prometto di dividere con te il
    tesoro, - ribatt il giullare.
    - Non posso indicarti nulla perch non lo so; ma lo domander alle mie
    sorelle, che son pi vecchie di me, e forse loro lo sapranno.
    Banfio sgran tanto d'occhi nel sentire  che  il  Romito  aveva  delle
    sorelle  maggiori  a  lui,  e  pens che se erano anche pi brutte del
    vecchio,  dovevan esser versiere in carne  e  in  ossa;  ma,  per  non
    offenderlo, prese un tono mellifluo e gli domand:
    -  E  se le interrogassi io,  quelle tue venerande sorelle?  Io ho una
    certa maniera per far ciarlare le donne, proprio tutta mia.
    - Prova,  - rispose il vecchio,  - tanto  pi  che  Oliva,  che    la
    maggiore,  si  lascia  facilmente intenerire dalle paroline dolci.  Se
    gliele dico io,  non le fanno effetto,  tant'  vero  che  m'ha  fatto
    arrivare  a  quest'et senza volermi rivelare dove si trova la campana
    d'oro fino;  ma se gliele dici tu,  a  voce  bassa,  nell'orecchio,  
    capace che ti faccia ricco come un Creso.
    Banfio  gongolava,  e  gi  gli  pareva di avere davanti agli occhi il
    misterioso tesoro di cui tutti parlavano senza averlo visto, quando il
    Romito gli disse a bruciapelo:
    - Conosco bene Oliva!  se vuoi renderla dolce come il miele,  le  devi
    fare una promessa.
    - Quale?
    - Quella di sposarla! - replic il Romito.
    - Ma non dici che  pi vecchia di te?
    - S.
    - E' grinzosa?
    - S.
    - E canuta?
    - S.
    -  E  io  me  la dovrei sposare,  con tutti quegli anni e quei malanni
    addosso?
    - Faresti un affare d'oro,  te lo dico  io;  Banfio,  pensaci  bene  e
    ritorna  sabato  a  mezzanotte.   Oliva  sar  qui  certo,   e  allora
    combineremo.
    Banfio and via un po' scoraggiato. L'idea di sposare la strega Oliva,
    pi vecchia del Romito,  non gli sorrideva punto.  Per Banfio era uno
    di  quegli  uomini che non possono stare lungamente abbattuti,  e fece
    presto a consolarsi dicendo:
    - Non sar mica noto solo alla strega il nascondiglio della campana di
    oro fino. Ci son tanti vecchi in questo paese!
    E ripreso coraggio  and  a  trovare  una  donnina  tutta  curva,  che
    camminava a malapena su due bastoni, ma che era tutta pepe.
    - Il posto te lo indico subito,  - rispose la vecchia.  - La fonte che
    tu cerchi  a settemila passi dal noce,  che cresce sotto la  torre  a
    tramontana  del  castello  di  Porciano.  Ti  avverto per che non c'
    strada, e bisogna camminare sempre a diritto. Ma quando ti ho detto il
    luogo,  non ti ho detto nulla,  perch soltanto Oliva,  la sorella del
    Romito,  possiede  la sega per segare il macigno nel quale  rinchiusa
    la campana d'oro fino.
    Banfio stette a sentire quello che gli diceva la vecchia,  ma  siccome
    di  Oliva  non  ne voleva sapere affatto,  si consol pensando che dal
    momento che sapeva il luogo, a spaccare il macigno ci sarebbe riuscito
    senza l'aiuto di Oliva.
    Senza pi indugiare,  Banfio cerc il noce,  e poi,  fattosi  dare  un
    gomitolo  per  non  deviare  n  a destra n a sinistra,  incominci a
    sdipanarlo camminando e contando.  Ma siccome  egli  non  aveva  molta
    memoria,  ogni tanto saltava a pi pari qualche decina, oppure contava
    doppia qualche centinaia,  e cos rifaceva il gomitolo e  ricominciava
    da capo.
    Pare impossibile,  ma gli ci vollero otto giorni prima di aver contato
    settemila passi;  e quando li ebbe contati si trov in un  punto  dove
    non c'era n fonte,  n spino,  n macigno, ma un bel praticello tutto
    fiorito.
    - Quella vecchia era rimbambita e  chiss  quante  sciocchezze  mi  ha
    dette!  - esclam Banfio.  - Andiamo a interrogare qualche persona che
    abbia il cervello pi al posto.
    Ma i giorni passavano,  per  il  buffone,  in  gite,  in  palpiti,  in
    ansiet,  e quand'era notte e sperava di dormir placidamente, ecco che
    in sogno si vedeva apparire Oliva, la quale gli sorrideva con la bocca
    sdentata,  e con una voce che pareva il rumore che fanno i  tarli  nel
    legno, gli diceva:
    -  Banfio mio,  se tu mi sposassi,  io ti farei l'uomo pi ricco della
    terra;  rammentati quello che dice la leggenda,  che la campana  d'oro
    vale quanto tutto il Casentino.  Saresti pi ricco dei Guidi di Poppi,
    dei Catani di Chiusi,  degli Ubertini di  Bibbiena.  Ma  le  ricchezze
    sarebbero nulla in paragone della felicit di avere una moglie bella e
    amorosa come me.
    Finch  Oliva  gli  parlava  in  sogno del tesoro,  Banfio l'ascoltava
    sorridendo;  ma non appena gli faceva quelle moine,  egli  si  destava
    spaventato e,  per quella notte,  addio sonno! Il giorno dopo andava a
    interrogare altre vecchie e altri  vecchi  del  paese;  ma  tutti  gli
    rispondevano che il luogo ove stava nascosto il tesoro lo sapevano,  e
    ci sarebbero andati a occhi  chiusi;  ma  in  quanto  a  scavarlo  era
    un'altra cosa: occorreva la sega di Oliva.
    Banfio s'era fissato in testa di arricchire e non aveva pace.
    - Ebbene,  - disse un sabato,  - ander stanotte da Oliva.  In fin dei
    conti,  ella pu essere meno brutta di quanto mi figuro.  Per  ora  la
    cosa  principale  di diventare ricco e di potermi rivoltolar nell'oro
    come i maiali nel fango.
    Presa che ebbe questa determinazione, non gli pareva vero che suonasse
    la mezzanotte per andar a bussare alla  casuccia  del  Romito,  fra  i
    boschi, verso Montemignaio.
    A   mezzanotte   precisa   era   davanti  all'uscio  e  sudava  freddo
    dall'ansiet. Egli buss e la voce del Romito domand:
    - Chi sei? che vuoi?
    - Sono Banfio e voglio Oliva.
    - Potresti dire  la  bella  Oliva,  screanzato!  -  esclam  una  voce
    stridula.
    - Sono Banfio e voglio la bella Oliva, - disse il giullare.
    Allora  l'uscio si apr e Banfio penetr nella cucina;  ma appena ebbe
    messo il piede sulla soglia, vi rimase inchiodato.
    - Perch non entri? - gli disse il Romito.
    Banfio non rispondeva e teneva gli occhi fissi sopra un gruppo formato
    da tre vecchie.  Due di esse,  vestite  modestamente,  stavano  sedute
    sotto la cappa del camino a scaldarsi;  la terza,  tutta in ghingheri,
    gli veniva incontro e gli sorrideva con la bocca sdentata.  In  costei
    Banfio riconobbe subito l'Oliva veduta in sogno,  ma anche pi brutta.
    Aveva la pelle color delle vecchie candele di cera, gli occhi cisposi,
    la bocca bavosa, le mani rattrappite. Sulla testa pelata e tentennante
    teneva una scuffia di velluto ricamata di  perle  e  sulla  fronte  un
    diadema di pietre preziose.
    -  Da  molti  sabati  ti  aspettavo,   Banfio,   -  disse  la  vecchia
    stendendogli la mano. - Perch non sei venuto prima, dolce amor mio?
    Banfio non sapeva pi in che mondo si fosse,  e aveva una voglia matta
    di stritolare quella brutta strega e di fuggir lontano;  ma ella seppe
    trattenerlo, dicendogli:
    - Vuoi venir subito a veder la campana d'oro fino?
    - Andiamo! - rispose il giullare.
    - E' una parola!  La via  aspra e lunga,  e io non sono assuefatta  a
    calpestare  sassi  e  steppi;  prendimi  nelle  tue  braccia amorose e
    portami dove io t'indicher, - disse Oliva.
    Banfio l'avrebbe volentieri buttata nel fuoco, ma tacque e obbed.
    Per,  appena ebbe fra le braccia quel mucchio d'ossi e sent  l'alito
    appestato   della   vecchia,   la  strinse  forte  forte  sperando  di
    stritolarla.
    - Ho le membra delicate, amor mio; - disse Oliva, - e tu devi portarmi
    gentilmente, senza farmi male.
    Quel mucchio d'ossa infagottato nei ricchi abiti e nei gioielli pesava
    di molto,  e Banfio sudava;  ma nonostante cammin con quel carico per
    la via indicatagli dalla vecchia,  e giunse al prato fiorito,  dov'era
    riuscito partendo dal noce di Porciano.
    Giunto col,  egli apr le braccia e  lasci  cascar  di  botto  Oliva
    sull'erba.
    -  Piano,  amor  mio;  noi  donne  abbiamo le membra fragili e bisogna
    trattarci come fiorellini delicati.
    - Bel fiorellino! - esclam Banfio tutto arrabbiato.  - Tu mi canzoni,
    strega.  Qui c'ero venuto anche da me,  e non c' n fonte n spino, e
    per conseguenza non c' neppure il tesoro.
    - T'inganni,  - rispose Oliva.  - Quest'erba e questi fiori lo  celano
    agli occhi tuoi e a quelli di tutti. Scava qui, - ordin ella battendo
    il bastone, - e troverai la fonte.
    Era  un lume di luna cos bello che pareva d'esser di pieno giorno,  e
    Banfio distingueva non solo i fiori che smaltavano il prato,  ma anche
    i fili d'erba. Egli si diede a scavare con le mani, e mentre lavorava,
    il  sudore  dell'ansiet  gli gocciolava dalla fronte.  Scava,  scava,
    aveva  fatto  una  buca  abbastanza  profonda,   quando  le  sue  dita
    incontrarono la pietra.
    - Qui non c' una fonte, ma un macigno! - esclam egli indispettito.
    -  Smuovi  la pietra che impedisce all'acqua di sgorgare e troverai la
    fonte, - rispose Oliva.
    - Ma io sono stanco,  - osserv il giullare.  - Non ho mai lavorato la
    terra prima d'ora!
    - Prima d'ora non fosti neppur ricco n marito felice,  amor mio caro,
    - disse la vecchia.  - Non  ti  stancare;  ogni  felicit  deve  esser
    conquistata con molta fatica.
    Se  non fosse stato il desiderio della ricchezza,  il giullare sarebbe
    scappato via,  s poco gli sorrideva l'altro di sposare quella strega;
    ma l'oro aveva un gran potere sull'animo di lui, e si pieg anche alla
    fatica  di  smuovere la pietra che tratteneva l'acqua.  Questa,  ormai
    libera,  s'inalz in una  bellissima  colonna,  e  ricadde  sul  prato
    coprendo i fiori e l'erba;  poi, trovato un punto pi basso, scorse, a
    guisa di piccolo rivo, verso il piano.
    - E lo spino dov'? - domand Banfio.
    - Sollevami ancora nelle tue braccia amorose  e  te  lo  indicher,  -
    disse Oliva.
    Il  buffone  dovette  obbedire,  e  la vecchia lo guid alla estremit
    opposta del prato,  dove,  col bastone,  gli ammicc che da quel  lato
    cresceva una siepe di spini.
    - E la famosa campana, dov'?
    - Vedi, - rispose la vecchia, - tutto lo spazio che corre fra la fonte
    e la siepe?
    - Lo vedo.
    - Quanto calcoli che sia?
    - Quattrocento passi almeno.
    -  Ebbene,  la  campana  d'oro  che tu cerchi  larga altrettanto alla
    base.
    Gli occhi di Banfio brillavano di cupidigia e, dimenticando quello che
    gli era stato detto,  si butt in terra e si mise  a  scavare  con  le
    mani.  Scava, scava, trov il macigno. Allora fece una buca, a qualche
    distanza dalla prima,  e l pure sent dopo poco sotto  le  unghie  un
    masso di durissima pietra.
    La vecchia stava accanto a lui e rideva.
    -  Amor  mio caro,  senza la sega che io sola possiedo e che per cento
    anni ho unta ogni giorno col  grasso  di  topo,  tu  non  riuscirai  a
    intaccare codesto macigno.
    -  Dammi  subito  quella sega!  - disse Banfio accecato dalla brama di
    possedere quel tesoro.
    - Ho giurato di non darla altro che  allo  sposo  mio,  -  replic  la
    vecchia bavosa. - Se vuoi, quest'altro sabato faremo le nozze.
    - E sia! - esclam Banfio.
    -  Ora,  sposo mio diletto,  ricopri la fonte e riconducimi dal fratel
    mio, - disse Oliva.
    Quando furono a casa del Romito,  la vecchia,  con mille leziosaggini,
    annunzi alle sorelle che era sposa, che il sabato venturo si facevano
    le  nozze  e  che  in  quella  settimana  aveva  da  fare un mondo per
    preparare la casa e il corredo.
    Prima che fosse giorno ella si fece aiutare a salir sopra una mula,  e
    soltanto  dopo  aver baciato e ribaciato Banfio,  sbavandogli tutto il
    viso, se ne and in compagnia delle sorelle.
    Il buffone,  quando l'ebbe vista sparire fra  gli  alberi  del  bosco,
    cred   di  aver  sognato  e  s'avvi  verso  Porciano  con  la  testa
    imbambolata.
    Il tesoro lo voleva, ma quella vecchia cisposa e bavosa, no davvero!
    Peraltro,  quel giorno,  attratto  dalla  cupidigia,  torn  al  prato
    dov'era stato la notte e misur la distanza che correva fra la fonte e
    la siepe di spini.
    - Con quest'oro si compra un reame!  - esclam.  - Se non posso averlo
    senza sposar la vecchia,   meglio che la sposi;  poi a farla  crepare
    presto  ci  penser la morte,  che pare si sia scordata di venirsela a
    prendere, o ci penser io a rammentarla al Diavolo.
    In quella settimana la via fra Porciano e  il  prato  non  mise  erba;
    Banfio  la  faceva  tre  o quattro volte il giorno,  calcolando sempre
    quanto avrebbe potuto valere  quella  grande  campana  d'oro  fino,  e
    pensando  a  tutte  le  soddisfazioni  che si sarebbe potuto procurare
    quando quell'oro fosse suo.
    Altro che le ricchezze del conte Gentile!  Il signor di  Porciano  gli
    pareva uno straccione, anche quando lo vedeva seduto a mensa, sotto il
    baldacchino frangiato di oro,  o a cavallo,  alla testa di una schiera
    di paggi e di valletti.
    Una cosa sola invidiava a Gentile: la bella e  giovane  sposa.  Quando
    pensava a Oliva, gli s'agghiacciava il sangue nelle vene.
    Eppure  tutta  la  notte  il  povero  Banfio se la vedeva davanti agli
    occhi, come quel sabato che l'aveva portata sul prato.
    La settimana pass presto e la sera del sabato,  Banfio,  mogio mogio,
    and  a  bussare  alla  casa del Romito.  Quella volta la porta gli fu
    subito spalancata, e la sposa gli and incontro tentennando, bench si
    appoggiasse sul bastone.
    - Dolce amor mio, tutto  pronto, non si aspettava altro che te, - gli
    disse baciandolo con la bocca bavosa.
    Infatti, sopra una parete era preparato un altare illuminato,  e sopra
    a quello c'era un'immagine velata.
    Il Romito consegn l'anello a Banfio perch lo infilasse nel dito alla
    sposa;  le  due  sorelle  fecero  da  testimoni  e appena terminata la
    cerimonia si misero a tavola a mangiare.  Il Romito beveva per dieci e
    dopo poco russava come un ghiro; le sorelle si addormentarono e Banfio
    e la sposa rimasero a parlare.
    -  Ora  che  ti  ho  sposata,  -  disse a Oliva il giullare,  - non mi
    potresti dare la sega per segare il macigno?
    - No, amor mio; - rispose la vecchia,  - prima che io ti faccia ricco,
    devi  dimostrarmi  il  tuo affetto e la tua gratitudine.  A trovare il
    tesoro c' tempo; che furia hai!
    Banfio, che si vedeva burlato, ebbe voglia di strozzarla;  ma tent di
    prenderla con le buone per ottener l'intento.
    -  Carina,  - le disse,  - la morte ci potrebbe cogliere da un momento
    all'altro;  perch non si  debbono  gustar  subito  le  ricchezze  che
    possiamo appropriarci?
    - La morte pu colpirti, non dico; ma in quanto a me  impossibile; io
    ho fatto un patto con lei, e questo patto si rinnova ogni volta che mi
    rimarito.
    -  Dunque,  -  disse  Banfio  spaventato,  -  io non sono il tuo primo
    consorte?
    La vecchia rise mostrando le gengive sdentate.
    - Il numero dei miei mariti  cos grande che io non rammento  neppure
    pi quanti ne ho avuti,  n come si chiamavano.  Il desiderio di avere
    il tesoro li ha spinti a centinaia a sposarmi.
    - E son tutti morti?
    - Tutti: non per colpa mia, ma per colpa loro. Chi ha voluto uccidermi
    per impossessarsi della sega; chi mi ha maltrattata; chi ha tentato di
    fuggire.  Ti avverto perch tu  mi  sei  specialmente  caro  e  vorrei
    serbarti lunghi anni al mio fianco, vorrei che tu fossi l'ultimo.
    Banfio  sudava  freddo  addirittura.  Dunque  quella  vecchiaccia  gli
    avrebbe sopravvissuto,  e senza il beneplacito di lei non  poteva  far
    nulla.
    - Ora andiamo a casa nostra;  - disse la vecchia,  - desta le mie care
    sorelle,  aiutale a salir sulla mula;  tu mi prenderai in groppa  alla
    tua per avermi pi vicina, dolce amor mio!
    Il pover'uomo dovette ubbidire e andare a casa della vecchia.
    Il giorno seguente e quelli successivi,  la vecchia,  col pretesto che
    nei primi giorni del matrimonio nessuno lavora,  come  nei  giorni  di
    festa,  si  rifiutava  di  consegnare  a  Banfio la sega per segare il
    macigno,   e  se  lo  teneva  sempre  d'attorno  a  farsi  servire   e
    accarezzare.
    Finalmente   un  giorno,   a  forza  di  moine,   egli  la  indusse  a
    consegnargliela,  e appena l'ebbe nelle mani corse al prato,  scav la
    terra  e  quand'ebbe scoperto il macigno si diede a segarlo.  Il ferro
    entrava nella pietra come un ago in un masso di ghiaccio,  e con  poca
    fatica  Banfio  giungeva a toccar l'oro;  l'oro,  mta di tutti i suoi
    desideri, delle sue brame sfrenate.
    Sega,  sega,  aveva staccato molti pezzi di macigno e vedeva tutta  la
    parte  superiore  della  campana,  che,  oltre  ad  essere  di metallo
    prezioso, era ornata di finissimo lavoro e tempestata di gemme.
    Venne la sera,  ma Banfio non si poteva staccar da quel  posto  e  non
    pensava pi alla moglie n ad altri.  Venne la notte, ed egli lavorava
    ancora. Insomma, a farla breve,  lavor tanto,  senza cessar mai,  che
    quando  spunt  l'alba  aveva  messo allo scoperto tutto un lato della
    campana e vi era penetrato  sotto.  Quando  vide  quell'immensa  vlta
    tutta d'oro massiccio, esclam:
    -  Quella strega,  raccontandomi di tutti i mariti che ha fatto morire
    prima di me,  ha voluto sgomentarmi.  Scommetto che lo  ha  fatto  per
    tenermi cucito alla sottana.  Ora son ricco;  marameo!  chi s' visto,
    s' visto!
    Appena aveva pronunziato queste parole,  si sent acchiappare  per  la
    cintola  delle  brache dal gancio del batacchio e din don fu mandato
    di qua e di l,  quasi che  venti  braccia  tirassero  la  fune  della
    campana.
    Questo  scherzo  dur per un pezzo,  e Banfio si sentiva pi morto che
    vivo. Aveva la testa tutta ammaccata,  le braccia e le gambe rotte dai
    colpi,  e  pensava  con terrore che anche a lui era riservata la sorte
    de' suoi predecessori,  e che le ricchezze che lo circondavano non  le
    avrebbe mai godute, mai!
    Ma  appena  la  campana  si  ferm,  egli riprese coraggio e pens che
    sarebbe stato pi prudente di andare a  Porciano  ad  avvertire  della
    scoperta il conte Gentile. Era quello un signore giusto di animo, e se
    gli avesse proposto di terminare lo scavo, che non poteva far da solo,
    mediante  un  tanto  di compenso,  il Conte lo avrebbe aiutato anche a
    trasportare la campana e  a  dividerla  in  tante  parti  per  poterla
    fondere ed esitar l'oro.  Lieto di questa pensata, Banfio si disponeva
    a rifare la via gi fatta per discendere sotto la grande vlta  d'oro,
    quando,  che   che non ,  ecco che compare Oliva con gli occhi tutti
    lacrimosi.
    - Marito mio caro,  gi ti piangevo morto!  - esclam ella buttandogli
    al  collo due braccia,  che parevan pale da mulino a vento.  - Perch,
    perch mi hai tenuta in tanta angustia?
    Banfio fremeva dalla rabbia a vedersi  capitar  quel  fulmine  a  ciel
    sereno,  e  voleva  indurre  la vecchia a tornare a casa e a lasciarlo
    lavorare ancora;  ma ella protest  che  non  voleva  farlo  morir  di
    fatica,  e lo persuase a sdraiarsi per terra e dormire.  Il pover'uomo
    era stanco e non tard a prender sonno.
    Quanto egli dormisse non lo so;  per  un fatto che quando si svegli
    sent  sonare a morte.  Era un doppio funebre,  malinconico,  e il pi
    curioso si  che era proprio la campana d'oro che sonava quel doppio.
    Banfio, non vedendosi pi Oliva alle costole,  pens che quello era il
    momento  opportuno  per  correre  dal  signore di Porciano a fargli la
    proposta; ma quando fece per camminare, la campana cess di sonare, le
    gambe gli si fecero pesanti come se fossero state di piombo,  ed  egli
    dovette mettersi di nuovo a giacere per terra.
    Allora s'accrse che la campana si stringeva lentamente, come se tutto
    l'oro che la formava tendesse a riunirsi in un sol masso.
    - Sono morto! - grid. - Oliva, Olivuccia, Olivina mia bella, salvami!
    A questo grido nessuno rispose,  mentre la campana si stringeva sempre
    e le pareti interne di essa gi gli toccavano la testa e i piedi.  Per
    non  rimanere  schiacciato,  Banfio  dovette alzarsi;  ma dopo poco si
    trov chiuso come in un astuccio, e la paura di morire lo assal.
    Non chiamava pi Oliva, che non gli rispondeva,  ma gridava,  sperando
    di  essere udito da qualche pastore,  e insieme con la paura di morire
    gli venne quella di esser  dannato  per  sempre.  Allora  si  diede  a
    invocare tutti i santi del paradiso.
    Intanto la campana lo schiacciava e si restringeva sempre.
    -  Vergine  santa,  -  grid  allora,  -  mi  pento di aver bramato le
    ricchezze, mi pento di tutto, salvatemi!
    Dopo questa fervida invocazione,  la campana incominci ad  allargarsi
    sensibilmente, e Banfio pot uscir all'aria libera. Appena fu fuori si
    gett in ginocchio e preg.  Banfio riprese coraggio e, senza fermarsi
    mai,  corse a Porciano dove narr tutto al  conte  Gentile,  il  quale
    esort il giullare a cambiar vita e a rinunziare alle brame smodate di
    ricchezze, nate in lui per suggerimento del Demonio.
    Il  conte  Gentile,  per convincere Banfio,  lo condusse alla casa del
    Romito,  e appena la tocc con una croce che aveva al collo,  la  casa
    sprofond nella terra e il Romito spar in una voragine.
    Poi  ordin a molti cavatori di pietra di scavare nel luogo ove Banfio
    aveva veduta la campana d'oro;  ed essi,  scava scava,  non  trovarono
    altro che un masso di tufo.
    Convinto  il  buffone  che tutto quello che gli era successo non fosse
    altro che opera infernale,  e per impedire che altri dopo di lui fosse
    tratto  nei  lacci  del  Demonio,  fece  pubblica confessione de' suoi
    peccati e quindi and a farsi monaco a  Camaldoli,  dove  visse  molti
    anni disimpegnando gli uffici di converso.
    Ma l'esempio di Banfio non lev dalla testa degli abitanti di Porciano
    che  nel loro territorio vi fosse il tesoro,  e ancora,  se andate nel
    paesetto costruito sotto il castello, vi diranno che:

    A Porciano, in Casentino,
    Tra una fonte ed uno spino,
    Si trova una campana d'oro fino,
    Che vale quanto tutto il Casentino.

    Per,  nonostante la leggenda,  nessuno  l'ha  scavata,  e  nessuno  
    arricchito.

    Qui  Regina  tacque  e  l'occhio  suo corse a Vezzosa,  che durante la
    narrazione della novella s'era alzata una diecina di volte per  andare
    sulla via maestra a spiare il ritorno di Cecco
    Il resto della famiglia and a letto;  la vecchia massaia e la giovane
    sposa, inquiete tutte e due, rimasero ad aspettare l'assente.
    - Mamma, - disse Vezzosa, - vi sembro meritevole che Cecco mi tenga in
    tanta angustia?
    - No,  figlia mia;  ma sii indulgente con  lui,  non  lo  rimproverare
    quando giunge. Mostragli la tua afflizione, non il tuo rincrescimento;
    la prima intenerisce, il secondo irrita.
    - E se Cecco si sviasse da casa?
    -  Allora  saprei  richiamarlo  io  al  dovere;  ma  per una volta sii
    indulgente.
    - Eccolo, - grid Vezzosa che lo aveva veduto comparire nella viottola
    del podere.
    Era lui, infatti, ma taciturno e turbato. Si vedeva che era pentito di
    essere stato tante ore fuori di casa,  e nel giungere diede appena  la
    buona sera.
    - Che cosa t' successo? - gli domand Vezzosa.
    -  Nulla.  Quando  siamo  in  compagnia,  una ciarla tira l'altra,  un
    bicchiere tira l'altro, e s' fatto quest'ora.
    E senza aggiungere nessuna spiegazione, entr in casa
    - Mamma,  a Cecco  successo qualche cosa,  lo sento;  me ne  accorgo;
    fatelo  confessare  voi,  io non ne ho il coraggio!  - esclam Vezzosa
    correndo a piangere in camera sua.
    Ma anche alle vive e tenere insistenze della mamma,  Cecco rispose con
    lo  stesso  laconismo,  e  invece  di salire a rassicurare la Vezzosa,
    s'indugi molto nella stalla e non  and  a  letto  altro  che  quando
    suppose che la moglie fosse addormentata.














    La pastorella del Pian del Prete.

    - Resta a casa, Cecco, nessuno dei tuoi fratelli va fuori la domenica,
    -  diceva  Vezzosa  in  tono  supplichevole al marito,  che ella aveva
    chiamato da parte per sottrarlo alle insistenze dei compagni,  i quali
    anche quella domenica erano andati a chiamarlo.
    - Non sai che cosa dicono se ti do retta?  Che tu mi comandi e che non
    son pi padrone di me.
    - Che te ne importa di quel che dicono, purch tu non rechi dispiacere
    alla mamma e a me, che ti vogliamo tanto bene?
    - Appunto perch mi volete bene,  non dovete permettere che gli  amici
    si burlino di me.  Se cominciano, non la finiscono pi; c' Bista, per
    esempio,  che mi metterebbe in  croce  se  non  andassi  a  dargli  la
    rivincita della partita a bocce che gli vinsi domenica.  Tu e la mamma
    siete due donne ragionevoli,  e non potete affliggervi se vado a  fare
    un po' di chiasso con gli amici. Addio dunque, Vezzosa.
    - Rimani, Cecco, fallo per amore mio! - supplicava la giovine sposa.
    Il bell'artigliere s'accorgeva che gli amici l'osservavano e che Bista
    sogghignava. Se essi non lo avessero veduto, avrebbe ceduto certo alle
    dolci  istanze  della  moglie;  ma vedendosi osservato,  volle fare il
    forte e, respinta con mal garbo la Vezzosa, disse agli amici:
    - Andiamo!
    - Mamma,  Cecco non mi vuol pi bene!  - sussurr Vezzosa all'orecchio
    della suocera.
    - Non lo dire,  - rispose pacatamente la vecchia.  - Cecco sente, come
    quasi tutti gli uomini,  un falso punto di  onore,  che  consiste  nel
    voler apparire padrone di s, e nel rinnegare qualsiasi dominio, anche
    quello  dolcissimo dell'affetto.  Bisogna che tu cerchi di studiarlo e
    di capirlo, se no sarai una gran disgraziata.
    - Mamma, lo sono gi tanto!
    - Non credere;  queste sono le giornate senza sole  nella  vita  delle
    donne; quelle burrascose son ben altra cosa.
    - Quanti segreti con Vezzosa!  - esclam l'Annina.  - Scommetto,  zia,
    che la nonna ti grida, poich ti fanno capolino i lucciconi.
    - E di che dovrei gridarla? - domand la vecchia.
    - Non lo so;  forse di non esser pi allegra come  prima,  mentre  noi
    tutti le vogliamo tanto bene, - disse la ragazzina.
    - Tutti!  - esclam la giovine sposa, mentre il suo sguardo si diresse
    verso il punto dove poco prima aveva veduto sparire Cecco, e vi rimase
    come inchiodato.
    La Regina scroll mestamente il capo,  e per distrarla l'attir a s e
    prese a dire:

    -  Tutti sapete che posto sia,  d'inverno,  il Pian del Prete,  quella
    spianata che c' prima d'arrivare al Pian delle Antenne!  Il vento  ci
    soffia  spazzandovi anche la neve,  se non vi gela subito,  e in certi
    giorni spazza anche gli uomini e le pietre.  Ebbene,  tanti,  ma tanti
    anni  fa,  in  una  giornata  di quelle proprio da lupi,  un monaco di
    Camaldoli,  che se ne veniva dal monastero di  Strumi  al  suo  Eremo,
    pass,  a cavallo a una fida mula,  per il Pian del Prete,  e fu molto
    meravigliato di vedere un fagotto di panni  turchini  e  rossi  posato
    sulla via. Bench la terra fosse coperta di neve ghiacciata e il vento
    mugolasse e fischiasse,  il monaco scese per raccogliere l'involto,  e
    vide che era fermato con due sassi, affinch non volasse via.
    Cap allora che non si trattava di cosa caduta dal dorso di un mulo  o
    da una carretta, ma abbandonata in quel luogo con intenzione, e, tolti
    i  sassi,  rimase come di sale nel vedere che il fagotto conteneva una
    bella bambina di pochi mesi, placidamente addormentata.
    - E ora che ne faccio? - disse fra s il monaco,  che avea nome Buono.
    -  In  monastero c' clausura e non ve la posso portare;  ad ogni modo
    non ci sarebbe carit a lasciarla qui.
    E presa la bimba fra le braccia,  risal a cavallo alla mula e  giunse
    al  monastero  di  Camaldoli,  allora chiamato Ospizio di Fonte-Buona,
    dove i monaci facevano una specie di prova prima di passare all'Eremo,
    che era ed  pi su,  a un'oretta di cammino.  Frate Buono  depose  la
    bimba,  cos  avvolta  com'era,  sopra  una  panca  nello stanzone del
    portinaio,  e saputo che l'Abate maggiore si trovava in quel giorno  a
    Fonte-Buona, chiese di parlargli.
    -  Padre  santo,  -  gli  disse  dopo  avergli  riferito  l'ambasciata
    affidatagli dall'abate di Strumi, - io ho trovato fra la neve, venendo
    quass, una creatura umana.
    - Spero che l'avrai fatta riscaldare e le avrai dato da mangiare.
    - Gli ,  padre santo,  che quella creatura non pu mangiare.  E'  una
    bimba  di pochi mesi che avrebbe bisogno del latte e delle cure di una
    donna.
    L'Abate maggiore rimase perplesso e poi disse:
    - Tu sai,  fra' Buono,  che i nostri statuti ci proibiscono  di  tener
    donne quass; come faremo dunque ad allevare quella creaturina?
    -  Padre santo,  per ora diamola al padre forestale,  e cercheremo poi
    una vacca, una pecora o un'asina che la nutrisca.
    -  La  carit  cristiana  c'impone  di   non   abbandonarla.   Intanto
    battezziamola, poich non sappiamo se ella sia cristiana.
    La  bimba  dormiva  ancora,  ma  quando l'Abate maggiore in persona le
    gett l'acqua lustrale sulla testa, ella apr gli occhi, e,  invece di
    mettersi  a piangere,  schiuse la bocca a un sorriso e stese le manine
    al monaco.
    Questi le impose il nome di Buona,  e  si  sent  intenerire  a  veder
    quella  piccina cos bella e gaia,  che non aveva altra famiglia che i
    monaci, altra casa che il convento di Fonte-Buona.
    Il padre forestale scelse un'asina pi giovane e forte delle altre, e,
    fattala mungere, dette a bere quel latte caldo a Buona.
    Cos fu nutrita la bimba per alcuni mesi. Ogni giorno l'Abate maggiore
    diceva al forestale che doveva cercare una contadina che  avesse  cura
    della piccina, e ogni giorno quel monaco trovava un pretesto nuovo per
    tenerla  presso  di  s.  Ora  diceva che era raffreddata e non voleva
    farla uscire;  ora nevicava,  ora tirava vento.  Contadine ce  n'erano
    molte  nei  poderi  dipendenti dal monastero,  ma il fatto si  che il
    forestale non voleva staccarsi da  quella  creaturina,  e  fra'  Buono
    neppure.
    Cos  pass  l'inverno,  e  quando  gi  Buona  aveva  circa un anno e
    camminava spedita, il forestale un giorno la prese in collo e si avvi
    gi per la scesa per  portarla  in  una  casa  di  contadini;  ma  gli
    rincresceva quanto mai di separarsi da Buona,  che lo abbracciava, gli
    metteva le manine nella barba e lo chiamava babbo.
    Giunto al di l della spianata del convento,  il  forestale  vide  una
    capannuccia abbandonata, dove solevano rifugiarsi i pastori, e pens:
    -  Perch  devo  portare  Buona  in casa d'altri,  quando qui potrebbe
    essere come in casa sua? Le porterei da mangiare,  la verrei a vedere,
    e a guardia della bimba potrei lasciar Lupo,  il can da pastori di cui
    tutto il vicinato ha paura.
    Quest'idea parve cos bella a fra' Ilario, il forestale,  che,  invece
    di andar oltre, pos la bimba sopra un mucchio di fieno e, chiusa alla
    meglio la porta,  corse al monastero a prendervi coperte,  guanciali e
    utensili per arredare la  capanna.  Dopo  poco  egli  torn  da  Buona
    recandosi dietro Lupo, e trov la bimba placidamente addormentata.
    Egli approfitt di quel momento per ripulire la capanna, per rimettere
    alcune  assi che mancavano alla porta e cogliere sul prato tanti fiori
    per allietare la sua Buona. Poi munse una bella vacca che pascolava, e
    quando Buona si dest,  vedendo tutti  quei  fiori,  batt  le  manine
    esclamando:
    - Babbo, belli!
    Fra'  Ilario  dette  del  latte  alla bimba e le mostr che era in una
    ciotola sopra una panchetta; poi le raccomand di esser buona, e, dopo
    aver ordinato a Lupo di  accucciarsi  accanto  alla  creaturina,  alla
    quale  era  tanto  affezionato,  torn  al suo monastero.  Ma prima di
    varcare la soglia della capanna, alz le mani al cielo, esclamando:
    - Vergine santa,  io  pongo  quest'anima  benedetta  sotto  la  vostra
    protezione; vegliate su di lei!
    Dopo questa invocazione, fra' Ilario chiuse la porta, si mise in tasca
    la chiave, e quindi si avvi verso il Cenobio di FonteBuona.
    Mattina  e  sera  il  monaco,  appena  aveva  accudito ai suoi doveri,
    correva da Buona e la trovava sempre allegra, sana,  sorridente.  Ella
    si  baloccava  con  Lupo,  si gingillava con i fiori,  cantava con una
    vocina dolce le canzonette  sacre  che  le  insegnava  fra'  Ilario  e
    correva  sotto  gli  alberi  durante  il  giorno.   La  notte  dormiva
    saporitamente,  e mai nessun male l'aveva tormentata.  Di vestiti  non
    aveva che una specie di camicia di lana bianca, tagliata da una tonaca
    vecchia di fra' Ilario.  I capelli biondi le scendevano sulle spalle a
    guisa di manto, e i piedini rosei parevano quelli di una regina.
    Buona cresceva a vista d'occhio,  e appena fu grandicella and da s a
    far  legna  nel bosco e a cogliere fragole e lamponi,  che insieme col
    latte, con le uova e col pane che le portava fra' Ilario, costituivano
    tutto il di lei cibo.
    Cos Buona raggiunse i tre anni.  Il forestale aveva gi confessato  a
    fra'  Buono  e all'Abate maggiore come l'aveva allevata e come l'aveva
    posta sotto la protezione della Madonna, e i due monaci non lo avevano
    biasimato.  Ogni volta che  essi  uscivano  a  passeggiare,  passavano
    dinanzi  alla  capanna,  e  la bimba,  che li conosceva,  correva loro
    incontro e parlava loro con affetto.
    Appena ella ebbe sette anni, l'Abate,  che molto si occupava di quella
    creaturina   affidata   al   monastero,   disse  che  bisognava  darle
    un'occupazione,  e a tale scopo le affid alcune pecore affinch  ella
    le portasse a pascere.
    Poi  l'Abate diede incarico a fra' Buono d'istruirla come si conveniva
    a buona cristiana, e il monaco ogni giorno si avviava, dopo il vespro,
    alla capanna e insegnava a Buona a leggere in  latino  e  in  volgare,
    affinch  potesse  imparare  le  preci  e  le  laudi della Madonna sua
    protettrice.
    La capanna intanto non era pi  cos  spoglia  come  quando  il  padre
    forestale  vi  aveva  portato  la sua protetta.  Vi era una tavola con
    alcuni libri, vi erano due sgabelli,  un lettuccio e un focolare,  nel
    quale Buona aveva cura di mantenere sempre il fuoco.
    Ella  imparava  con una facilit straordinaria,  ed era cos cortese e
    nobile nelle maniere, che l'Abate maggiore,  ogni volta che parlava di
    lei, diceva:
    - Quella Buona si direbbe nata in una corte!
    Passavano  gli  anni  e  la  bimba si faceva grande,  ma non aveva mai
    portato altro vestito che  una  tonaca  bianca  simile  a  quella  dei
    Camaldolensi, e chi la vedeva da lontano guidare le pecore al pascolo,
    la  prendeva  per  un  novizio.  La vita all'aria aperta l'aveva fatta
    crescere forte e robusta,  e la convinzione di  esser  protetta  dalla
    Madonna la faceva esser coraggiosa, quasi temeraria.
    Un giorno di autunno ella aveva spinto il gregge verto l'Abetiolo, per
    trovare  un  po'  d'erba fresca.  L'accompagnava,  come di solito,  il
    grosso cane da pastore, che era stato il suo compagno d'infanzia e che
    ora s'era fatto alquanto vecchio; ed ella camminava svelta,  chiamando
    le  pecore  quando  cercavano  di sbandarsi per salire qualche piaggia
    erbosa. Era sola sola in quel luogo deserto,  ma quella solitudine non
    le  ispirava  alcun  timore,  perch  nessuno le aveva mai fatto alcun
    male,  e quando i pastori vedevan comparire su qualche poggio  la  sua
    figurina  tutta bianca,  si mettevano le mani alla bocca,  affinch la
    loro voce le giungesse, e le gridavano:
    - Figlia della Madonna, prega per noi!
    Ella era davvero sicura  in  quel  paese  deserto,  e  mentre  filava,
    pregava.
    Quel giorno dunque,  mentre badava al gregge, ella vide Lupo diventare
    inquieto e correre di qua e di l, abbaiando.
    Buona,  con la voce e col gesto,  cercava di  calmarlo,  quando  a  un
    tratto si vide davanti un lupo,  che si gett nel branco delle pecore.
    Queste, spaventate, corsero via; ma una,  pi vecchia delle altre,  fu
    raggiunta dalla fiera,  che l'avrebbe certamente sbranata,  se il cane
    non si fosse buttato a  difenderla  a  corpo  morto.  Allora,  fra  il
    difensore e l'assalitore s'impegn una lotta tremenda,  nella quale il
    buon cane stava per soccombere.
    La pastorella del Pian del Prete assisteva piangendo a quella lotta.
    Il lupo azzannava il suo avversario e lo faceva sanguinare da tutte le
    parti,  inferocito.  Buona,  senza riflettere al pericolo che correva,
    alz il bastone sull'animale feroce, e disse solennemente:
    - In nome della Madonna,  mia protettrice, ti ordino di rispettare ci
    che mi appartiene!
    Il lupo,  da furente che era,  si fece mansueto a queste parole,  e  a
    coda  bassa  and  a  leccare  la  mano  della  pastorella,  la quale,
    intenerita,  tolse dal canestro il pane destinato alla sua colazione e
    lo gett alla fiera.
    Il cane intanto era fuggito cacciandosi avanti le pecore, ed era corso
    da fra' Ilario.  Il forestale,  vedendo Lupo solo e le pecore senza la
    loro guardiana, tem che a questa fosse accaduta qualche sventura;  ma
    poco dopo rimase meravigliato vedendola comparire sulla viottola,  col
    lupo accanto, che la seguiva come un agnellino.
    - E' un miracolo!  - esclamava fra' Ilario.  - Figlia mia,  tu sei gi
    santa in vita, tu sei una benedizione per il monastero!
    E  tutto  commosso  da  quel  fatto,  corse da fra' Buono e dall'Abate
    maggiore a raccontar l'accaduto.
    - Erigeremo un santuario nel luogo ove Buona  stata salvata!  - disse
    l'Abate,  -  e  faremo venir da Firenze un abile pittore per dipingere
    sulle mura di quello,  la storia della bambina,  da quando fu  trovata
    fra la neve fino al momento che ha ammansito il lupo.
    -  Sar  meglio  lasciare due pareti bianche per dipingervi in seguito
    altri fatti della vita  di  questa  fanciulla,  cara  alla  Madre  del
    Signore;  -  disse fra' Buono,  - poich ella  veramente santa,  e la
    Madonna si servir di lei per operare altri miracoli.
    - Da che lo arguisci, fra' Buono? - domand l'Abate.
    - Padre santo,  l'umile capanna ove ella abita  sempre  olezzante  di
    gigli  e  viole;  il  corpo  di lei non  stato mai soggetto a nessuna
    infermit;  quando ella canta le  laudi  della  Vergine,  gli  uccelli
    corrono a stormi dai boschi e le si posano sulle spalle; le piante che
    ella coltiva dnno fiori, anche quando soffia il tramontano.
    Ed  era  vero quel che diceva fra' Buono,  perch tutti i fatti da lui
    citati erano avvenuti sotto i suoi occhi;  ma quello che il buon frate
    non  sapeva,  si era che appena la notte avvolgeva la terra,  una luce
    viva illuminava la capanna,  e appena Buona chiudeva  gli  occhi,  due
    angeli scendevano dal cielo a vegliare sulla fanciulla dormente.
    E l'umile monaco non sapeva neppure che tutta questa protezione che la
    Vergine concedeva alla fanciulla,  raccolta da lui in mezzo alla neve,
    era fervidamente implorata da pi anni da un cuore desolato di madre.
    Bisogna sapere che un terribile dramma  di  famiglia  aveva  cagionato
    l'abbandono di Buona.
    Il  conte  di  Poppiano  e  il  conte  di Romena erano fra loro nemici
    acerrimi;  questa inimicizia era nata quando Corso,  figlio del primo,
    era gi un giovinetto,  e Selvaggia, figlia del secondo, era una bella
    e graziosa fanciulla. L'inimicizia era scoppiata per una contestazione
    di confini fra i loro feudi,  e i due  signori  avevan  fatto  ricorso
    all'Imperatore,  il quale aveva dato ragione al conte di Romena. Tanto
    il vincitore quanto il  vinto  s'erano  giurati  odio  vicendevole  ed
    eterno.  Ma lo scoppiare di quest'odio aveva fatto sentire a Corso e a
    Selvaggia, educati e cresciuti insieme, quanto bene si volevano;  e si
    erano  scritti,  prima per deplorare l'inimicizie dei loro padri,  poi
    per sfogare il dolore che risentivano di non  vedersi  pi.  E  queste
    lettere,  recate  dalla  balia  di  Corso  alla  balia  di  Selvaggia,
    alimentarono tanto il loro affetto,  che i due  giovani,  non  vedendo
    mezzo  alcuno  per  ottenere una riconciliazione fra le loro famiglie,
    stabilirono di sposarsi senza il consenso dei loro padri.
    Corso,  col pretesto di una caccia nei monti,  usc  dal  castello  di
    Poppiano   molto  segretamente;   ma  ad  un  certo  punto,   fingendo
    d'inseguire un  animale,  si  sottrasse  allo  sguardo  dei  suoi,  e,
    spronato il cavallo, giunse in prossimit di Romena.
    Cost rimase nascosto fino a notte inoltrata nella casa della balia di
    Selvaggia, dove verso sera erasi recata la fanciulla sotto pretesto di
    visitarla e portarle dei doni; e quando l'oscurit fu completa, messer
    Corso  pose  in  groppa  al  suo  cavallo la bella figlia del conte di
    Romena, e la port fino ad Arezzo.
    Era appena giorno quando vi giunsero,  e senza prendere nessun riposo,
    entrarono  in  una  chiesa e fecero celebrare il loro matrimonio da un
    prete che ufiziava.  Poi i due sposi andarono  ad  alloggiare  da  una
    vecchia zia del signor di Poppiano, dove menarono vita oscurissima.
    Nessuno  pu  figurarsi l'ira del conte di Poppiano quando,  dopo aver
    cercato inutilmente per pi giorni il  figlio,  supponendo  gli  fosse
    accaduta una disgrazia alla caccia,  seppe che anche la figlia del suo
    nemico era sparita.
    N minore fu l'ira del conte di Romena quando non trov pi la figlia.
    Tutti e  due  i  vecchi  si  chiusero  nei  loro  rispettivi  castelli
    mulinando una vendetta,  e intanto spedirono fidi messi in traccia dei
    fuggiaschi.
    Passarono i mesi senza che questi tornassero.  Furono fatte ricerche a
    Firenze,  a Siena,  in Romagna, in Umbria, e anche ad Arezzo; ma i due
    sposi stavano cos celati agli  occhi  di  tutti,  temendo  l'ira  dei
    genitori,  che anche ai bracchi dal fino odorato, riusciva impossibile
    scoprirli. Intanto i due vecchi fremevano nell'attesa di notizie; essi
    temevano di chiuder gli occhi prima di avere sfogata  la  vendetta,  e
    ogni  giorno  che  passava la ideavano pi atroce: il conte di Romena,
    contro Corso che accusava di avergli rubata la  figlia;  il  conte  di
    Poppiano, contro Selvaggia.
    Frattanto  la  bella  moglie  di messer Corso aveva dato alla luce una
    bambina.
    La madre la nutriva col suo latte,  il  padre  vegliava  sempre  sulla
    culla  di  lei;  ma  l'odio del vecchio conte di Poppiano per la nuora
    minacciava la felicit di Corso e di Selvaggia.
    Infatti,  il vecchio scriveva lettere sopra lettere  agli  uomini  che
    aveva sguinzagliati contro il figlio,  e uno di questi, che si trovava
    appunto ad Arezzo,  per non esser pi incitato,  si mise  a  ricercare
    messer  Corso,  facendo la posta di giorno e di notte vicino alle case
    dei parenti e degli amici,  che il giovane aveva nella  citt.  E  una
    notte  d'inverno lo vide uscire cautamente da una porticina della casa
    della zia, che dava sopra un chiassuolo, accompagnato dalla moglie, la
    quale reggeva una creaturina lattante.
    Il giorno dopo quell'uomo era gi a  Poppiano  a  informare  il  Conte
    della scoperta fatta.
    Quali  ordini gli desse il vecchio,   inutile dirvi.  Vi basti sapere
    che la sera successiva quattro uomini erano appostati nel  chiassuolo,
    dentro  una  rimessa,  e tre cavalli sellati aspettavano sotto le mura
    della citt, sulla via del Casentino.
    Appena messer Corso, come di consueto,  fu uscito nella strada insieme
    con  la moglie per farle prendere una boccata d'aria,  due dei quattro
    appostati gli saltarono addosso e due altri  imbavagliarono  Selvaggia
    per  portarla  via  insieme con la piccina.  La donna si difendeva,  e
    Corso, sguainata la spada, menava colpi da ogni lato per proteggere la
    sua cara sposa;  ma tutto fu inutile.  Un colpo ricevuto al fianco  lo
    fece cadere, mentre Selvaggia veniva portata via svenuta.
    Dopo un'ora,  circa,  dal fatto, i quattro malfattori calavano, da una
    casa addossata alle mura, una donna e una bambina, e per la stessa via
    essi pure uscivano dalla citt, temendo il bargello e il capestro.
    - Eccovi la moglie del figlio vostro, - disse il capo della spedizione
    giungendo a Poppiano.
    - Che sia rinchiusa nella prigione pi oscura del castello,  -  ordin
    il Conte.
    - E della figlia che dobbiamo farne? - domand il ribaldo.
    - Abbandonatela sui monti affinch i lupi la divorino.  E Corso dov'?
    - chiese il signore.
    I ribaldi aspettavano la domanda e avevan pronta la risposta. Essi non
    volevano confessare di averlo mortalmente ferito,  perci dissero  che
    Corso,  quella sera,  non era uscito insieme con la moglie, ma l'aveva
    affidata bens a due parenti suoi, i quali, difendendola, erano caduti
    feriti da pi colpi.
    Il Conte si mostr pago dell'esito della impresa e non permise che  la
    bambina  rimanesse  neppure  un'ora  nel castello.  Cos il capo della
    spedizione dovette risalire a cavallo e portarla lontano,  e fu allora
    che la depose nel Pian del Prete, ove la trov fra' Buono.
    Ma  torniamo  a  Corso.  La  ferita  lo inchiod per pi settimane nel
    letto.  Appena rimesso,  l'infelice and a Romena,  supponendo che  il
    ratto  fosse  stato  operato ad istigazione del suocero: ma per quanto
    interrogasse i terrazzani,  e soprattutto la balia  della  sua  sposa,
    nessuno pot dirgli di avere veduto la figlia del Conte in quel luogo.
    Allora  Corso  and  a  Poppiano  e  fece  chiedere al padre di essere
    ricevuto. Il vecchio lo fece entrare nella sala d'armi e lo squadr da
    capo a piedi.
    - Quale ragione ti riconduce sotto questo tetto,  che hai  abbandonato
    come un malfattore? - gli domand severamente.
    - Nessun'altra che l'ardente desiderio di sapere che cosa sia avvenuto
    della mia sposa, - rispose il giovine.
    - Come supponi che io possa dirtelo?
    Corso  allora  chin la testa e tacque;  ma invece di rimanere in quel
    luogo, si mise in viaggio per cercare la sua Selvaggia.
    Dopo un anno d'inutili ricerche,  il  giovane  signore  intraprese  il
    pellegrinaggio  di  Terra  Santa,  per ottenere dal Cielo la grazia di
    esser riunito all'adorata consorte.
    Ma la nave fu assalita dai pirati  ed  egli,  come  i  suoi  compagni,
    vennero fatti prigionieri da un capo barbaresco e condotti sulle coste
    africane a lavorare la terra.
    Per, la sorte di Corso non era tanto dura quanto quella di Selvaggia.
    Egli  almeno  respirava  l'aria  libera,  mentre  l'infelice donna era
    rinchiusa in una prigione e s'era veduta strappare la sua creaturina.
    Selvaggia,  in quel carcere,  non faceva altro che piangere e pregare;
    ella  piangeva  Corso,  che supponeva morto in seguito alle ferite,  e
    pregava per la sua bambina,  che una voce interna le  diceva  che  era
    viva.
    E  le  sue  preghiere,  rivolte specialmente alla Madonna,  erano cos
    fervide che  giungevano  fino  al  trono  della  Madre  di  Dio  e  la
    commovevano.
    Passarono  molti  anni dal giorno che la fanciulla fu raccolta da fra'
    Buono,  ed ella s'era fatta bellissima di viso  e  di  corpo,  e  tale
    appariva   agli   occhi   della  gente  che  la  scorgeva  andando  in
    pellegrinaggio a Fonte-Buona.  Tutti le tributavano un gran  rispetto,
    vedendola  vestita  dell'abito dato da san Romualdo ai suoi monaci,  e
    intenta sempre a leggere nei grossi volumi che le recava fra' Buono, o
    a guardare le pecore al pascolo,  o coltivare i fiori,  che crescevano
    intorno  alla  sua  capanna come se fosse stato primavera.  Inoltre il
    padre forestale raccontava a tutti  il  miracolo  del  lupo  e  faceva
    vedere a quanti si recavano al monastero la bella Buona, seguta dalla
    fiera.
    In poco tempo la venerazione per Buona era tanto cresciuta nella gente
    del Casentino,  che gl'infermi, gli storpi, i malati d'ogni genere, si
    facevano portare alla capanna di lei, e la pregavano supplichevolmente
    di suggerir loro un rimedio o soltanto di toccarli,  sperando da  quel
    semplice  contatto  la  guarigione.  Buona  rispondeva  a tutti quegli
    infelici:
    - Pregher la Madonna per voi!
    E siccome talvolta essi risanavano, cos nessuno pi dubitava che ella
    fosse gi santa in vita.
    Ora avvenne che il conte di  Poppiano  ammalasse  gravemente,  di  una
    malattia che aveva sede nell'anima.
    Egli era torturato dal dolore di non vedere pi l'unico figlio suo,  e
    invece di mostrarsi pi umano verso Selvaggia, la rendeva responsabile
    della gran sciagura che lo faceva morir disperato.
    Per curarlo, erano stati chiamati tutti i dottori del Casentino, ma la
    sua malattia resisteva a ogni rimedio. Allora, siccome egli non poteva
    pi muoversi,  gli fu suggerito di chiamare al suo letto la pastorella
    del Pian del Prete.
    E  Buona,  pregata da un frate che bazzicava al castello,  se ne and,
    scalza e vestita della bianca tunica,  presso il vecchio signore,  che
    teneva  rinchiusa  sua  madre  in  un  sotterraneo  e  che aveva fatto
    abbandonar lei alla voracit dei lupi.
    - Signore,  - disse Buona quando fu alla presenza dell'infermo,  -  io
    non so altro che pregare, e pregher per voi.
    Quella voce dolce scese come un balsamo al cuore del vecchio, il quale
    incominci subito a migliorare.
    - Chi sei? - le domand il vecchio, - e dove stanno i tuoi genitori?
    - Non lo so. Quindici anni fa, frate Buono mi raccolse fra la neve nel
    Pian  del  Prete.  Io  non ho altra famiglia che i frati camaldolensi,
    altra madre che la Madonna.
    - Quindici anni fa, tu dici!
    - S, avevo allora pochi mesi.
    Tacque il vecchio,  e il suo volto rivelava la lotta che si combatteva
    dentro di lui.
    - Dimmi, sapresti tu perdonare a chi ti avesse privato della madre?
    - Io ho imparato da fra' Buono,  che non sta a noi giudicare le azioni
    altrui.
    - Avvicinati! - ordin il Conte.
    Il vecchio le prese le mani e  la  esamin  attentamente.  Non  poteva
    ingannarsi:  erano  proprio  quelli  gli  occhi grandi e dolci del suo
    Corso, eran quelli i lineamenti del figlio perduto.
    Allora, preso dalla tenerezza, il vecchio attir a s Buona e disse:
    - Figlia del figlio mio, ti benedico!
    Buona non capiva nulla.  Soltanto quando il Conte le narr  la  storia
    truce, ella comprese e disse:
    - Liberate l'infelice madre mia!
    Questo  desiderio  fu subito appagato;  ma quando Buona fu in presenza
    della madre, cred di vedere uno spettro.
    - E tu, Selvaggia, puoi perdonarmi? - domand il vecchio.
    - Mi rendete la mia creatura e io dimentico tutto per  non  rammentare
    altro che questo momento felice.
    Il  Conte  in  breve si rimise in salute e appena ebbe riacquistate le
    forze,  cavalc fino  a  Camaldoli  per  fare  una  ricca  offerta  al
    monastero  che  aveva tenuto Buona come figlia e visitare il santuario
    eretto in onore di lei.
    Ma,  nonostante che egli fosse circondato dalle cure  amorevoli  delle
    due donne, il suo pensiero era sempre rivolto a Corso.
    Una sera gli fu annunziato che un cavaliere chiedeva l'ospitalit.
    Il signore ordin che fosse subito introdotto, e quando il viaggiatore
    entr  nella  sala,  gli  occhi  affievoliti  del vecchio Conte non lo
    ravvisarono;  ma dalla bocca di Selvaggia usc un grido,  riconoscendo
    in quel cavaliere il proprio marito.
    Corso  raccont  che  era  riuscito a fuggire,  e,  raccolto da alcuni
    marinari sulle coste d'Africa,  era passato in Sicilia,  e di  l  era
    tornato in patria.
    Buona fu per molti anni la consolazione dei genitori, com'era stata la
    consolazione  del  vecchio  Conte;  ma nonostante le ricche offerte di
    maritaggio,  ella volle rimanere libera  e  non  dismise  mai  l'abito
    bianco dei Camaldolensi.
    Rimasta orfana, ella ced ai parenti il castello di Poppiano e i feudi
    annessi,  e  costruitasi  una  piccola  casa all'Abetiolo,  accanto al
    santuario eretto in memoria della sua miracolosa salvazione dal  lupo,
    vi mor in odore di santit.

    La novella termin senza che Cecco fosse tornato.
    Regina,   per  distrarre  Vezzosa,  che  vedeva  malinconica,  avrebbe
    incominciato volentieri a raccontarne un'altra; ma gli uomini si erano
    gi alzati per andare a letto, meno Maso, il quale disse:
    - Cecco si meriterebbe di dormire sull'aia;  stasera lo aspetto  io  e
    gli dico il fatto mio!
    Vezzosa  si sent gelare.  Le dispiaceva l'assenza del marito,  ma pi
    ancora l'affliggeva che il capoccia lo biasimasse. Per questo disse al
    cognato che Cecco lo avrebbe aspettato lei.
    - Tu puoi rimproverarlo quanto vuoi in camera tua, come moglie,  ma io
    voglio rimproverarlo come capo di casa, - rispose Maso. - Nella nostra
    famiglia nessuno ha mai bazzicato le osterie con gli amici, e non deve
    essere il primo lui.
    Vezzosa  dovette  ubbidire  e andare in camera sua,  ma non si spogli
    finch non ud il passo di Cecco,  e rimase inchiodata  alla  finestra
    per  udire  il colloquio fra i due fratelli.  I rimproveri che rivolse
    Maso a Cecco furono cos aspri,  che  Vezzosa  non  ebbe  coraggio  di
    fargliene altri.  Ma piangeva la povera donna, come una vite tagliata,
    e quelle lacrime inasprirono il colpevole, invece di rabbonirlo.
    Il barbagianni del Diavolo.

    Gli otto giorni dopo l'ultima domenica erano parsi eterni alla  Regina
    e  a  Vezzosa.  Cecco  non  aveva  parlato  quasi mai,  e,  ora con un
    pretesto, ora con un altro, si era allontanato da casa.  La moglie non
    osava interrogarlo, ma la madre dolcemente lo attirava a s, e cercava
    di rimaner sola con lui per domandargli:
    - Ma che cos'hai, Cecco mio? Che cosa ti turba?
    -  Nulla,  -  rispondeva egli.  - Vi siete messe in testa che io abbia
    qualche afflizione,  e ora,  per contentarvi,  dovrei ridere tutto  il
    giorno.
    -  Ma  non  pensi a Vezzosa?  Lei,  poverina,  ti vuol tanto bene e si
    strugge nel vederti cos.
    Cecco si stringeva nelle spalle come per dire che non ci  aveva  colpa
    lui se Vezzosa s'era messa dell'idee sciocche per la testa;  ma Regina
    di queste risposte non era contenta,  e una volta,  il giovine,  posto
    alle strette dalle insistenti domande della buona vecchia, rispose:
    -  Sapete  un po' perch son cos uggito?  Perch m' venuto a noia di
    fare il pupillo,  di non esser padrone di  nulla,  di  dover  chiedere
    tutto a Maso.  Finch avevo quei pochi portati dal reggimento, le cose
    andavano bene;  ma ora,  se voglio pagare un sigaro a un  amico,  devo
    inchinarmi al capoccia.  Io mi cerco un podere per andar a star da me,
    e voi non mi lascerete.
    - Nessuno lo ha mai fatto di andarsene di casa, - osserv la vecchia.
    - Tanto meglio! sar il primo io.
    - Cecco,  tu che mi volevi tanto bene,  puoi cambiare  in  cos  pochi
    giorni! Tu che devi riconoscenza alla famiglia per l'accoglienza fatta
    alla sposa di tua scelta, vuoi dare quest'esempio di dissoluzione!
    - Ma che dissoluzione! qui siamo troppi!
    - Anche se ti cerchi un podere,  non lo potrai avere altro che per San
    Martino; e vuoi che tutti questi mesi si viva a questo modo!  Signore,
    - esclam la vecchia,  - fin qui vi avevo pregato per farmi vivere per
    vedere i figli di  Cecco,  ora  vi  prego  di  farmi  morire  per  non
    assistere allo sfacelo della famiglia!
    C'era tanto dolore in quella esclamazione che Cecco ne fu commosso, e,
    come  nei bei giorni di pace,  gett le braccia al collo a sua madre e
    le confess la ragione vera della sua angustia.  La prima domenica che
    gli  amici  erano  andati  a prenderlo,  aveva giocato,  contro il suo
    solito,  e  aveva  perduto;  la  domenica  successiva  s'era  lasciato
    trascinare con la speranza di vincere,  e aveva perduto dell'altro;  e
    ora si trovava con un debito che non poteva pagare,  e per  questo  si
    sentiva struggere dalla pena.
    - Perch, perch non confidarmelo subito? - disse la buona madre. - Ho
    del bel filato e domani lo porter alla fattoressa del marchese Corsi,
    che  me  lo  compra  sempre;  cos  tu  pagherai  il  tuo  debito;  ma
    promettimi,  Cecco,  di non farti pi trascinare dai cattivi compagni.
    Quel  Bista,  sai,  caccia  sempre di contrabbando,  ha subto diverse
    condanne e i carabinieri non lo perdono d'occhio. Se tu divenissi come
    lui, io piangerei l'ora e il momento che t'ho dato la vita!
    L'agitazione di Cecco spar come  per  incanto.  La  buona  madre  gli
    risparmi  la  vergogna  di confessare il suo fallo alla moglie,  e la
    domenica,  quando la solita comitiva,  guidata da  Bista,  comparve  a
    Farneta,  la  Regina  stessa  la  sbrig  dicendo che Cecco non c'era,
    perch aveva accompagnato col trapelo certi forestieri a Camaldoli.  E
    quando,  seduta sull'aia,  si mise a raccontar la novella, la sua voce
    non tremava pi per l'ansiet,  e il suo occhio inquieto non  era  pi
    fisso di continuo su Vezzosa.
    Quella domenica ella prese a dire:

    -  C'era una volta uno spaccalegna,  che stava sotto la Falterona,  in
    una casuccia fatta di sassi e coperta di paglia,  e dalla mattina alla
    sera egli non faceva altro che lavorare nei boschi.  Questo uomo,  che
    si diceva avesse non pochi peccati sulla coscienza,  non  parlava  mai
    con nessuno,  ed era inselvatichito stando sempre solo.  La poca gente
    del vicinato lo sfuggiva e gli aveva applicato il soprannome di Rospo.
    Rospo, tanto d'estate, che d'inverno, andava vestito di rozza lana,  e
    aveva i capelli cos ispidi,  da farlo somigliare pi a una bestia che
    ad un cristiano.
    Chi diceva che fosse fiorentino,  chi aretino,  ma nessuno  sapeva  di
    certo da che luogo fosse venuto, perch un bel giorno lo avevan veduto
    capitare  lass e offrirsi per tagliar legna,  senz'altro bagaglio che
    un barbagianni grosso,  ma aiutatemi a dir grosso,  con due  occhiacci
    che mettevano paura a guardarli.
    Si diceva che il barbagianni,  di notte, stesse sempre appollaiato sul
    tetto della casupola,  e che gli occhi dell'uccello  splendessero  nel
    buio come due tizzi accesi.  I carbonai e i boscaiuoli,  che non hanno
    troppa  simpatia  per  quegli  animali,  evitavano  di  passar  vicino
    all'abitazione  di  Rospo,  e  anche  se la scorgevano da lontano,  si
    facevano il segno della croce.  Per questo timore che ispirava a tutti
    il barbagianni, la gente del contado non s'era accorta che ogni notte,
    dalla casuccia di Rospo,  usciva una capra, la quale, di corsa, andava
    su quel versante della Falterona che guarda il  Mugello  e  in  quella
    parte  che  sovrasta  il villaggio di Castagno,  e cost si dava,  con
    forza superiore alle sue zampe, a smuover macigni,  a sbarbicar alberi
    e a rovinare quanto poteva il terreno. Poi, quando l'alba incominciava
    a  imbiancare  i  monti,  la  capra,  con  pochi  lanci,  tornava alla
    casupola, spingeva l'uscio,  e di l a poco Rospo usciva per andarsene
    al lavoro, con l'accetta sulla spalla e il roncolo alla cintola.
    Questo avveniva nell'inverno dell'anno 1335,  quando,  la notte del 15
    maggio rovin una falda della montagna della Falterona e scoscese  pi
    di quattro miglia fino a Castagno,  travolgendo case, alberi, bestiame
    e persone. Insomma, successe un vero finimondo, e la gente del contado
    fu presa da tale paura, vedendo quella rovina, che non osava pi stare
    nelle case e passava la notte a ciel sereno, pregando sempre.
    Ma la paura si convert in terrore,  quando si vide  che  sul  terreno
    scosceso correva acqua scura come cenere,  dalla quale guizzavan fuori
    i serpenti a centinaia,  che si gettavano nei boschi.  E il terrore si
    estese a tutti i luoghi percorsi dal torrente Dicomano,  dove si erano
    scaricate quelle acque torbide:  a  Pontassieve,  poich  il  Dicomano
    mette nella Sieve, e a Firenze, poich la Sieve mette nell'Arno, e gi
    gi fino a Pisa.  E non dovete credere che questo intorbidamento delle
    acque durasse  poco.  I  lanaiuoli  fiorentini  per  lungo  tempo  non
    poterono  lavare  n  purgare  i  loro panni nell'Arno,  e,  vedendosi
    rovinati,  mandarono uomini pratici su a Castagno  per  vedere  se  le
    acque si rischiaravano; ma le acque eran sempre nere come piombo. N i
    danni  si  limitavano  alla  sola  citt  di  Firenze.  In Mugello,  a
    Falterona,   i  serpenti  molestavano  tutti,   e  nessuno  osava  pi
    avventurarsi nei boschi.  Le carbonaie erano spente, i taglialegna non
    lavoravano e le famiglie morivano di fame.  Era un  vero  flagello,  e
    mentre  in  montagna  la gente andava scalza a Camaldoli per impetrare
    che quel flagello cessasse,  a  Firenze  scoprivano  le  immagini  dei
    Santi,  le portavano in processione e non si stancavano di pregare; ma
    nulla valeva.
    Allora uno dei caporioni dell'arte della lana,  che era  rovinato  pi
    degli  altri,  propose ai compagni di consultare suor Maria Visdomini,
    monaca del convento d'Arcetri, che si diceva avesse delle visioni.  La
    proposta  parve  buona ai lanaiuoli,  ed essi andarono "in corpore" al
    convento, portando cera per l'altare della Madonna e un voto d'argento
    con l'agnello e la banderuola, che era la loro insegna.
    Suor Maria li accolse umilmente,  come faceva sempre  quando  qualcuno
    ricorreva a lei,  e disse che avrebbe pregato,  e che se il Signore le
    avesse inviato una visione lo avrebbe fatto loro sapere.
    I mercanti se ne andarono mogi mogi per quella risposta;  ma dopo  tre
    giorni della loro visita ebbero una chiamata da suor Maria,  la quale,
    attraverso la grata,  narr  ai  lanaiuoli  che  la  notte,  essendosi
    addormentata  mentre  pregava,  le  era  apparso  un  luogo alpestre e
    scosceso, popolato di terribili serpenti, i quali correvano come lepri
    pei boschi.  In mezzo ad essi gracidava tranquillamente un rospo sulle
    acque torbide che scendevano al piano,  e un barbagianni,  appollaiato
    sul tetto di una casupola, empiva l'aria del suo sinistro grido. Ad un
    tratto s'accendeva un rogo,  e su quello erano messi a ardere il rospo
    e  il  barbagianni.  Appena  le  fiamme incenerivano i due animali,  i
    serpenti cadevano morti, e le acque ritornavano limpide e cristalline.
    Dopo questa risposta i mercanti si guardarono in viso sbalorditi.
    - E' un indovinello,  - disse il caporione,  che aveva nome Bencio,  -
    nonostante, vo' andare io stesso lass alla Falterona per vedere se lo
    spiego.
    E  infatti venne in Casentino e and sul posto della frana dalla quale
    scendeva a Firenze quella melma,  che era la sua  rovina.  A  suon  di
    domande,  egli  riusc  a  sapere  che  da  pochi  mesi s'era andato a
    stabilire lass un uomo per nome Rospo, che aveva seco un barbagianni.
    - Ora la visione di suor Maria Visdomini   chiara;  Rospo  e  il  suo
    barbagianni debbono morir sul rogo.
    Ma  dal dire al fare c' di mezzo il mare,  ed egli non sapeva davvero
    come riuscire a far arrestare quell'uomo. Sparse bens fra la gente la
    voce che il flagello veniva da quel taglialegna e dal suo  uccellaccio
    del  malaugurio;  ma  non  trov nessuno che si volesse accostare alla
    capanna per legarli tutti e due.  Bencio,  disperato  di  non  poterli
    subito  veder  morti  arrostiti,  pens  meglio di tornare a Firenze e
    chieder l'aiuto del Bargello.  In sulle prime i signori  di  Badia  si
    rifiutarono  di  firmar  la condanna di un uomo che non aveva commesso
    nessun delitto ed era soltanto accusato da una monaca; ma poi,  noiati
    dai  lanaioli,  che  erano  molto potenti,  sottoscrissero l'ordine di
    cattura e di morte,  e Bencio,  con  quel  foglio,  se  n'and  a  San
    Godenzo,  dove  i fiorentini tenevano guarnigione,  e chiese manforte.
    Naturalmente  l'ottenne;   ma   quando   giunse   alla   capanna   per
    impossessarsi  di  Rospo,  questi  non  c'era  pi,  e il barbagianni,
    appollaiato sulla gronda del tetto, mand un grido acuto, che a Bencio
    parve un grido di scherno.
    - La pagherai tu, anche per quel manigoldo del tuo padrone!  - esclam
    il lanaiolo imbestialito.
    E  fatto un mucchio di rami secchi di faggio,  sciolse il barbagianni,
    che era legato per una zampa,  e lo mise sulle legna alle quali  dette
    fuoco.
    Naturalmente,  prima  di  metterlo  ad arrostire con le penne e tutto,
    aveva avuto l'accortezza di  legarlo  per  i  piedi  con  una  catena,
    fermandone l'estremit in terra con due pietroni di modo che l'uccello
    non potesse muoversi.
    Le  fiamme  si alzarono,  avvolsero il barbagianni,  ma non gli fecero
    nulla,   neppure  gli  strinarono   le   penne,   e   pi   il   fuoco
    s'ingagliardiva,  pi il sinistro uccello cantava. A un tratto uno dei
    servi della giustizia del Comune fiorentino, esclam:
    - Questo  il barbagianni del Diavolo!
    Non l'avesse mai detto!  gli  altri,  impauriti,  scapparono  come  un
    branco di passerotti sorpresi a beccare il grano in un campo, e Bencio
    rimase  solo  dinanzi  a quell'animale,  che si divertiva a fargli gli
    occhiacci.
    Il lanaiolo metteva sempre nuove frasche intorno al rogo, e quel fuoco
    sarebbe bastato ad arrostire un vitello;  invece,  il barbagianni  era
    pi arzillo e canterino di prima.  Ma bench egli non arrostisse, e il
    perch lo saprete in seguito,  il piombo della saldatura della catena,
    si  liquefaceva,  e  quando fu tutto strutto,  l'uccello di malaugurio
    fece tre inchini con la testa a Bencio, e poi se ne fugg via.
    - Qui sotto c' una stregoneria! - esclam il povero mercante.
    E se ne torn a Firenze mezzo balordo. Ivi giunto,  corse ad Arcetri a
    narrar le sue pene a suor Maria Visdomini.
    - Suora benedetta, Rospo e barbagianni sono fuggiti, e nell'Arno corre
    sempre acqua nera come fuliggine, - le disse.
    -  Fratello,  - rispose la monaca,  - io pregher il Signore,  e se mi
    manda una visione, ve ne avvertir. Ma intanto andate a casa e pensate
    che se un'altra volta Rospo e  il  barbagianni,  o  tutti  e  due,  vi
    capitano fra le mani,  dovete aspergerli di acqua benedetta,  prima di
    metterli sul rogo.  Ora andate in pace e che il Signore vi conceda  di
    trovare chi cercate!
    Bencio  non fu molto pago di quella risposta e pass il tempo a contar
    le ore e i minuti  in  attesa  della  nuova  chiamata  di  suor  Maria
    Visdomini.
    Dopo  cinque  giorni,  mentre  era  nella  sua  bottega  dietro Or San
    Michele,  eccoti la servigiala a dirgli che andasse subito al convento
    d'Arcetri.
    Il  lanaiolo  non  se  lo  fece  dir  due volte,  e,  passato il ponte
    Rubaconte,  ora Ponte Vecchio,  prese per la costa San Giorgio,  e  in
    poco tempo giunse, sudato e trafelato, nel parlatorio del monastero.
    Suor Maria Visdomini compar subito dietro la grata, e gli disse:
    -  Fratello,  ho  pregato,  ho  digiunato,  e il Signore mi ha mandato
    un'altra visione.
    - Comunicatela subito, suor Maria, e se mi salvate dalla rovina,  alla
    mia morte far un ricco lascito al convento, - disse l'artiere.
    - Ebbene,  ascoltatemi.  Mi pareva di essere vicina a un torrente, che
    scorreva limpido fra due ripe erbose, ombreggiate da faggi. Fra questi
    faggi v'era un gruppo formato da tre abeti scuri.  Sopra a  quello  di
    mezzo stava appollaiato un barbagianni,  e sotto dormiva un rospo.  Il
    torrente era l'Arno; l'ora era quella del tramonto.
    Bencio ringrazi la monaca,  ma le indicazioni gli parevano cos  poco
    chiare che volle consultare i compagni prima di mettersi in viaggio. I
    lanaioli,   che  si  vedevano  ogni  giorno  pi  rovinati  da  quella
    persistente torbidezza delle acque dell'Arno, si appigliarono a quella
    speranza,  e due di essi vollero partire,  con Bencio,  immediatamente
    per il monte.
    Giunti  a  San Godenzo,  si fecero accompagnare dai servi di Giustizia
    della Repubblica fiorentina fino alla Falterona; quindi attesero l'ora
    indicata da suor Maria Visdomini e, passo passo, lungo il bel

    ... fiumicel, che nasce in Falterona,
    E cento miglia di corso non sazia.

    scese la comitiva guidata da Bencio e giunse a un punto detto  Termine
    di  Montelleri.  Qui  tutti  si  fermarono di botto perch fra i faggi
    videro spiccare tre abeti scurissimi.  Bencio non  fiatava  e  i  suoi
    compagni  neppure;  camminavano  in  punta  di  piedi  fra le ginestre
    fiorite, per non far rumore.
    Era appunto l'ora del tramonto,  e gi una nebbia leggiera saliva  dal
    torrente e avvolgeva la campagna silenziosa.
    In  mezzo  a  quella  quiete  vespertina a un tratto echeggi un grido
    sinistro di barbagianni, e un uccello vol via con rumore.
    A quel grido, di sotto ai rami bassi degli abeti, si alz un uomo, che
    pareva un selvaggio, con i capelli lunghi e la barba ispida, e, veduta
    tutta quella gente che stava per saltargli addosso,  disse tre parole,
    che nessuno cap,  e si trasform in un attimo in una capra selvatica,
    che si mise a correre svelta su pei greppi della montagna.  I soldati,
    inseguendola,  le scoccavan quadrella;  Bencio e gli altri lanaioli le
    tiravan sassi, ma la capra correva sempre guadagnando terreno,  finch
    non spar del tutto agli occhi dei suoi inseguitori.
    -  Siam  fritti!  - disse Bencio.  - E come faremo ora ad acchiapparla
    quella capra maledetta e quel barbagianni indiavolato?
    A quella domanda rispose uno dei servi di giustizia:
    - Messere,  io conosco una vecchia di San Godenzo,  che,  senza andare
    mai fuori di casa, fa venire a s tutte le bestie che chiama.
    - Me lo potevi dir prima;  - osserv Bencio,  - ci saremmo risparmiata
    questa gita, tutt'altra che comoda, su per queste montagne.
    - Gli ,  - disse il servo,  - che la vecchia  non  sempre  si  mostra
    compiacente con chi le chiede aiuto.
    - In ogni modo andiamo da lei, - ordin il lanaiolo.
    E tutta la comitiva si rimise in cammino durante la notte,  attraverso
    balze  scoscese,   accompagnata  sempre   dal   grido   sinistro   del
    barbagianni, che pareva la canzonasse.
    -  Se  ti potessi arrostire,  uccello del Diavolo!  - borbottava fra i
    denti il lanaiolo, stanco morto dal lungo camminare.
    Come Dio volle tutta la brigata giunse nel cuor della notte al paese e
    and a coricarsi.
    La mattina dopo,  Bencio,  guidato dal servo di giustizia,  and  alla
    casa della vecchia,  che era la donna pi brutta, pi sudicia ma anche
    pi ricca del paese.  Strada facendo il servo lo avvert di  trattarla
    con  ogni sorta di riguardi se voleva ottenere qualche cosa da lei,  e
    di mostrare che era sbalordito dalla sua bellezza.
    La vecchia abitava sola un gran fabbricato  sulla  via  mulattiera  di
    Romagna,  e  quella  casa  era  cos nera,  che pareva un magazzino di
    carbone.
    - Fa forse la carbonaia, la tua vecchia? - domand Bencio.
    - Messer no, ma del carbone ne ripone quanto vuole.
    - E come mai?
    - Ve lo dir io.  Ella pronunzia certe parole che nessuno  capisce,  e
    ogni  sera  mette  fuori  dalla  finestra  del  pianterreno  uno o pi
    fascetti di fieno. Nella notte, i muli, che son partiti in lunghe file
    per Dicomano,  voltano addietro e vengono a mangiare  il  fieno  della
    vecchia,  la  quale  non va a letto,  e,  sentendoli giungere,  apre e
    prende una manciata di carbone per sacco; poi li rimanda via.  Cos ha
    fatto un deposito di carbone tanto grande da riempire tutte le cantine
    della casa.  E lo stesso fa con le vacche e con le pecore che munge, e
    con gli uccelli che volano a stormi sulle sue finestre  a  beccare  il
    miglio.  Se sono uccelli delicati, li mette arrosto o li vende; se son
    coriacei, li scaccia via. Questo  il segreto della sua ricchezza.
    Il  servo  buss  all'uscio  e  Bencio  si  vide  davanti  una   donna
    gigantesca,  con  due braccia come due colonne e un visone rosso tutto
    coperto da un barba ispida  e  grigia.  A  incontrarla  di  notte,  un
    cristiano si sarebbe fatto il segno della croce.
    - Che volete? - domand con un vocione da orco.
    -  Son  venuto,  madonna  carissima,  -  disse  Bencio,  - a chiedervi
    soccorso.  Dovete sapere che io avevo una capra e  un  barbagianni,  i
    quali  erano stati da me ammaestrati con gran cura e con quelli giravo
    il mondo buscandomi qualche soldo.  Quei due ingratissimi  animali  mi
    sono  fuggiti stanotte,  e io vi offro questi due gigliati d'oro se mi
    aiutate a  ricuperarli.  Ma  con  questa  offerta  non  mi  tengo  per
    sdebitato verso di voi, e proclamer ovunque la vostra possanza.
    - Due gigliati non bastano,  - disse la vecchia,  - perch come tu sai
    le capre sono ghiotte del sale,  e per attirar  la  tua,  debbo  farle
    venire a branchi;  i barbagianni poi sono uccelli che vivono di carne,
    e se chiamo il tuo, verranno a stormi e dovranno trovar da mangiare.
    - Vi dar un altro gigliato,  quando i  due  animali  saranno  in  mio
    potere, - disse Bencio.
    - Va bene; torna domattina e sarai contento.
    Bencio se ne and tutto afflitto.
    Come  avrebbe  egli  fatto  a  riconoscere  fra tanti barbagianni,  il
    barbagianni del Diavolo;  tra tante capre  quella  appunto  che  aveva
    fatto intorbidare le acque dell'Arno?
    Questo  pensiero  non gli dette tregua in tutto il giorno.  La sera lo
    tormentava sempre,  e il lanaiolo non riusciva ad addormentarsi;  cos
    pass  alcune  ore  a  pensare,  e rivolse una fervida preghiera a san
    Giovanni, protettore della sua citt.
    Finalmente pot prendere sonno e gli parve di essere in  uno  stanzone
    chiuso,  pieno  di  capre  e di barbagianni.  Un uomo stava in piedi e
    faceva ripetutamente con la mano destra il segno della croce. Tutte le
    capre s'inginocchiavano;  tutti i barbagianni appollaiati chinavan  la
    testa.  Una  sola  capra  correva  spaventata  per la stanza;  un solo
    barbagianni volava spaventato  dando  di  cozzo  col  capo  contro  le
    pareti.
    Quando si dest, Bencio si rammentava benissimo il sogno.
    -  Ho  capito,  -  disse,  -  e  se  questa volta non chiappo quei due
    animalacci, vuol dire che l'arte della lana  rovinata per sempre.
    Bencio si vest e and al casone della vecchia.
    - Che nottata! - diss'ella appena lo vide.  - Tutte le capre di questi
    monti  son  venute,  e  dei barbagianni ce ne sono a migliaia.  Se non
    avesse fatto giorno presto,  in casa non ci sarebbe  stato  pi  posto
    neppur per me.
    -  Lo  credo;  tutti questi animali son corsi alla vostra chiamata per
    rendervi omaggio, bellissima madonna; correrei io pure dalle parti pi
    remote del mondo se voi vi degnaste di pensare a me.
    La vecchia sorrise al complimento mostrando una bocca grande  come  un
    forno,  e  con  molta precauzione introdusse Bencio in una stalla cos
    ampia che avrebbe potuto contenere una e anche due mandre di buoi.
    Le capre c'erano cos fitte che non ci si sarebbe  potuto  buttare  un
    granellino  di miglio,  e i barbagianni coprivano le pareti e le travi
    del soffitto.
    - Ora riconosci i tuoi animali, - disse la vecchia.
    Bencio finse di guardare di qua e di l fra tutta  quella  caterva  di
    bestie,  e  intanto  con  la mano destra faceva ripetutamente il segno
    della croce. A quel segno tutte le capre piegaron le ginocchia,  tutti
    i barbagianni inchinaron la testa. Uno solo di questi si mise a volare
    furiosamente  per  la  stalla,  mentre una capra saltava sulla schiena
    delle altre cercando un'uscita.
    Bencio  prese  una  pertica  e  con  quella  men  botte  da  orbi  al
    barbagianni,  finch  non  l'ebbe  fatto  stramazzare;  poi,  legatolo
    fortemente per una zampa, si mise a dar la caccia alla capra.  Questa,
    invece di fuggire,  gli andava addosso a testa bassa,  e il pover'uomo
    sudava senza mai poterla acchiappare.
    La vecchiona,  da un cantuccio,  rideva e badava a dirgli in  tono  di
    canzonatura:
    -  Pare  che  queste  bestie  ti  vogliano  un gran bene;  devi averle
    trattate con tutti i riguardi, se ti temono a questo modo!
    Bencio sbuffava e avrebbe volentieri  strozzata  la  vecchia,  che  si
    divertiva a canzonarlo fine fine.
    Finalmente  con  la  pertica  riusc  ad assestare una bastonata nelle
    gambe alla capra ribelle, la quale cadde.  Bencio le salt addosso,  e
    fattosi  dare  una  corda dalla vecchia,  leg la capra per le quattro
    gambe come fanno i macellai con i vitelli.
    - Ora, madonna bella,  addio.  Eccoti due altri gigliati invece d'uno,
    perch  mi  hai  reso un gran servigio,  - disse Bencio alla donna,  -
    tanto grande che te ne serber gratitudine per tutta la  vita,  e,  se
    non avessi moglie, ti offrirei di sposarti.
    La vecchia si ringalluzz tutta a quelle parole e rimase a lungo sulla
    porta  a guardare il fiorentino,  il quale si allontanava in direzione
    di San Godenzo portando in  collo  la  capra  e  il  barbagianni,  che
    continuavano a dibattersi per fuggire.
    -  Preparate un rogo,  - ordin Bencio ai servi di giustizia,  intanto
    che si dirigeva verso la chiesa.
    Giunto col si fece dare tutta l'acqua santa che  c'era,  e  v'immerse
    prima il barbagianni, e poi ci lav tutta la capra.
    Dopo  quella  lavanda  le  due bestie non si dibatteron pi e rimasero
    abbattute.
    Intanto il rogo era stato preparato e su quello, ben legati con catene
    che non avevan saldature,  furono messi  insieme  i  due  animali  del
    Diavolo. Questa volta le fiamme li arrostirono col pelo e le penne.
    Bencio  raccolse  con cura le ceneri e si mise in viaggio per Firenze.
    Ma per via si sarebbe strappato i capelli, e i lacrimoni gli scendevan
    gi per le gote vedendo che il Dicomano correva sempre torbo,  che  la
    Sieve era sempre bigia, e l'Arno sempre nero.
    - Monache e santi si son burlati di me!  - esclamava.  - Sar rovinato
    lo stesso e si perder la gloriosa arte della lana, la ricchezza della
    mia bella Firenze!
    Giunto in patria egli,  cos afflitto e sconsolato com'era,  si rec a
    Or  San  Michele e adun tutta la congrega dei lanaioli,  mostrando le
    ceneri dei due animali malefici e narrando tutte le peripezie del  suo
    viaggio.
    -  Bisogna  chieder  consiglio  a  suor  Maria Visdomini,  - dissero i
    lanaioli, - ella ci ha aiutati tanto e non ci abbandoner.
    Bencio se ne and dunque ad Arcetri e fece chiamare  a  parlatorio  la
    monaca.
    - Vi aspettavo,  - diss'ella. - Il mio pensiero vi seguiva nel viaggio
    e non ho cessato di pregare per voi.  Una di queste notti ho avuto una
    visione.  Mi  pareva  di essere in mezzo al ponte a Rubaconte e l'Arno
    sotto a me correva torbo.  Da  tutte  le  parti  v'era  una  folla  di
    lanaiuoli,  i quali piangevano e si strappavano i capelli. A un tratto
     comparso l'arcivescovo in pompa magna,  col  capitolo  e  il  popolo
    dietro.  Voi  gli avete presentato una cassetta piena di cenere.  Egli
    l'ha rovesciata nelle acque dell'Arno, e quelle, da torbe si son fatte
    chiare.
    - Ho capito!  - esclam Bencio  piangendo  di  gioia,  -  il  convento
    d'Arcetri avr il ricco donativo,  poich voi, suor Maria, siete stata
    la mia salvezza e quella dell'arte cui appartengo.
    Lo  stesso  giorno  una  deputazione  dell'arte  della   lana   andava
    dall'arcivescovo  a  narrargli la visione di suor Maria Visdomini ed a
    supplicarlo di gettar le ceneri dei  due  animali  del  Diavolo  nelle
    acque  dell'Arno.  L'arcivescovo  promise  che  la domenica successiva
    avrebbe fatto la funzione, e tutta Firenze si prepar ad accompagnarlo
    solennemente.
    Infatti Bencio present la cassetta con le ceneri  all'arcivescovo,  e
    appena  questi  le  ebbe  gettate  sulle acque,  l'Arno riprese il suo
    colore. Il popolo, esultante, si gett in ginocchio;  tutte le campane
    sonarono  a  festa,  e Bencio,  il povero Bencio,  quasi quasi ammatt
    dalla gioia.
    Il giorno dopo tutti i lanaiuoli ripresero a purgare e a lavare i loro
    panni nelle acque limpide dell'Arno,  le  chiese  si  arricchirono  di
    voti,  e il popolo acquist sempre maggiore devozione per san Giovanni
    Battista.
    Alla sua morte,  Bencio lasci la met del patrimonio ai  figliuoli  e
    l'altra met al convento d'Arcetri,  dove da un celebre artista gli fu
    eretto un sepolcro in marmo.

    Quella sera Vezzosa,  appena finita la novella,  era andata accanto  a
    Cecco e gli aveva detto:
    - Vuoi che facciamo una passeggiata? Ho da dirti tante cose!
    E  soli,  i due sposi,  s'eran spinti sulla via maestra,  e la giovane
    aveva,  in quella solitudine e in quel  buio,  narrato  al  marito  le
    sofferenze di quei giorni passati.
    - Mi perdoni? - le domand lui umilmente.
    Una stretta di mano fu la risposta eloquente di Vezzosa, e la serenit
    le torn nel cuore.
    Regina  non s'era mossa aspettando il ritorno del figlio e della nuora
    prediletta.
    Quando li vide giungere, ella lesse subito sui loro volti quel che era
    avvenuto,  e s'accorse che se da  un  lato  il  pentimento  era  stato
    sinceramente  espresso,  dall'altro  il perdono era stato concesso con
    gioia.
    Ella sorrise ai due giovani, e, attrattili a s, parl loro lungamente
    con  quella  voce  dolce  e  persuasiva,   con  quella  semplicit   e
    rettitudine  in cui stava riposto il segreto della influenza di Regina
    sull'animo de' suoi.
    I giovani l'ascoltarono senza parlare, guardandosi scambievolmente;  e
    quando ella ebbe terminato,  le presero le mani e gliele baciarono con
    effusione. La Regina, intenerita, li abbracci e disse:
    - La vita  gi seminata di dolori,  e  tutte  le  mie  preghiere  non
    bastano  a  proteggervi  da quelli.  Fate almeno che questi dolori non
    sieno accresciuti dalle afflizioni procurate,  che tolgono all'uomo la
    forza di sopportare le altre che vengono di lass.
    Aveva  parlato  con  quel tono solenne che sogliono usare certi vecchi
    che hanno la consuetudine di sapersi ascoltati,  e Cecco e Vezzosa non
    ebbero parole per risponderle, ma la guardarono commossi.















    Il ragazzo con due teste.

    Dopo  quella  spiegazione avvenuta fra i due sposi nel silenzio di una
    splendida  sera  di  primavera,   la  gioia  era  tornata  a  brillare
    sull'esistenza  di Cecco e di Vezzosa.  Gli uomini del podere erano in
    faccende per preparare le viti,  che si coprivano di  pampini,  e  per
    vangare e arare i campi che volevan mettere a granturco e a saggina, e
    le  donne  erano occupate a riaccomodare i vestiti da estate per loro,
    per i mariti e per i figli.  Vezzosa era la pi libera e toccava a lei
    a  portare il desinare nel campo ai cinque fratelli e a fare il pane e
    il  bucato,  aiutata  dall'Annina.  Bench  il  lavoro  fosse  duro  e
    incominciasse alle cinque di mattina per continuare fino a tarda sera,
    pure  ella trovava sempre il tempo d'insegnare a leggere e scrivere ai
    bimbi. Specialmente allora che si avvicinava la Pentecoste, ella s'era
    messa in testa di far imparare al Rossino una poesia per la  nonna;  e
    per  indurlo  a  ripetere  i versi e tenerli a mente,  gli faceva ogni
    tanto un omno di pasta con un po' di zucchero,  oppure due brigidini,
    che gli dava a lezione terminata.
    Non  si pu dire il fascino che ella esercitava su tutti quei bambini,
    con le sue buone maniere.  La Regina,  invece di  esserne  gelosa,  ne
    godeva e badava a dire:
    -  Quando  tu  pure  avrai  de'  figliuoli  saranno  tanti  modelli di
    creature.  Se hai gi  saputo  piegar  questi  a  ubbidirti,  ed  eran
    grandicelli  quando  li  hai conosciuti,  che cosa non saprai fare de'
    tuoi, che educherai fin dall'infanzia?
    E se un desiderio vivo agitava la vecchia, era quello di cullare anche
    i bambini di Cecco,  come aveva cullato quelli di tutti gli altri suoi
    figli.
    - Se potessi campar tanto, - diceva, - sarei felice davvero.
    Una  domenica,  sul  tramonto,  la famiglia era seduta sull'aia,  e il
    Rossino era saltato sulle ginocchia di Vezzosa e, sottovoce, guardando
    ogni tanto la nonna, ripeteva i versi che doveva dirle a Pentecoste.
    Vezzosa si avvide che alla lunga la vecchia  si  sarebbe  accorta  del
    segreto, e, per farlo chetare e distrarlo, disse:
    - Mamma,  l'ora della novella.
    -  Hai ragione;  - rispose la buona vecchia,  - se indugio dell'altro,
    questi bambini s'addormentano,  perch non pare,  ma son gi le  sette
    sonate.  Ora attenti, perch la novella  bella e, se non far ridere,
    far piangere chi l'ascolta.

    - Dovete sapere, dunque,  che tanti ma tanti anni fa,  c'era ad Arezzo
    un certo messer Parri di Spinello Spinelli, pittore molto reputato per
    fregiare  i  muri  delle  chiese  d'immagini  di  santi,  di madonne e
    d'angeli.
    Costui era un uomo molto economo, per non dire avaro, e non perdeva un
    momento di tempo per lavorar di pi onde guadagnare  maggiormente.  Ma
    siccome  non  aveva  moglie,  i  compagni,  vedendolo  cos assiduo al
    lavoro, gli domandavano:
    - Per chi lavori, messer Parri?
    - Lavorer per il Diavolo, - rispondeva lui, senza posare il pennello.
    Egli aveva gi compiuto diverse opere importanti,  e  con  i  risparmi
    aveva costruito una bella casa vicino a Badia,  arredandola con stoffe
    e mobili,  come aveva veduto usare a Firenze dai signori quando  stava
    ad  imparare  l'arte  dal  Ghiberti;  e  in quella casa viveva con una
    vecchia serva per nome Marta, che lo aveva allattato.  Ma messer Parri
    non  possedeva  quella  casa  soltanto,  ch il padre suo Spinello gli
    aveva lasciato terre e quattrini,  e sommati insieme  i  risparmi  con
    l'eredit, egli poteva stimarsi ricco davvero.
    Egli era dunque pervenuto al quarantesimo anno d'et, senza pensare ad
    accasarsi,  quando un giorno, essendo appunto a dipingere nella chiesa
    di Santa Maria delle Grazie, a un miglio da Arezzo,  vide venire sotto
    il portico,  dov'egli stava a prendere il fresco,  una donna nera come
    la cappa del camino,  con due occhi  verdi  da  aquila,  con  le  mani
    adunche e un vestito scarlatto, giallo, verde e turchino che la faceva
    somigliare ad una maschera.
    La  donna,  che  pareva  giungesse  da lontano,  domand al pittore se
    Arezzo era distante,  perch desiderava giungervi prima  di  sera;  e,
    ottenuta da lui risposta,  attacc discorso e gli disse che ella aveva
    la virt d'indovinare l'avvenire solamente esaminando la  mano  e  tre
    capelli  di  una  persona.  Parri,  incuriosito  da queste parole,  si
    strapp tre capelli, che portava lunghi alla guisa dei pittori, e poi,
    presentata la mano alla donna, le disse:
    - Ora svelami il futuro!
    Quella specie di megera tenne un pezzo l'occhio fisso sul palmo  della
    mano del pittore;  poi,  entrata in chiesa,  bruci i tre capelli alla
    fiamma della lampada che ardeva dinanzi alla Madonna, e disse:
    - Messer Parri, sbrigatevi a prendere moglie.
    - E perch mai?
    - Perch la donna vostra vi partorir un figlio che avr cervello  per
    due e far strabiliare il mondo.
    - Non sarebbe cosa nuova nella nostra famiglia.  Spinello,  mio padre,
    ebbe fama di valentissimo  nell'arte  sua;  mio  fratello  Forziore  
    reputato, a Firenze, il pi abile fra i maestri di niello, e io stesso
    sono stato scelto da fra' Bernardino da Siena per dipingere la Vergine
    gloriosa, e non  per me poco onore.
    - Ne convengo; - rispose la donna, - ma il figliuol tuo sar per cento
    volte  pi  rinomato di tuo padre,  di tuo fratello e di te,  e il suo
    nome correr sulla bocca di tutti.
    Parri, come ho gi detto,  non aveva mai pensato a prender moglie;  ma
    dopo  che  quella  specie  di megera ebbe predetto che il figliuol suo
    avrebbe offuscato con la sua gloria tutti di sua famiglia,  incominci
    a dire fra s e s:
    -  Che  mal  ci  sarebbe se mi ammogliassi?  Potrei sempre trovare una
    ragazza con una buona dote, e il mantenimento di lei non mi costerebbe
    un soldo.  Marta poi  vecchia e mezza  rimbecillita,  e  in  casa  ci
    sarebbe bisogno di una donna; vedremo!
    Intanto  per  continuava  a  lavorare,  ma la mente non era pi fissa
    all'opera incominciata e pensava al figlio predettogli dalla donna.
    - In quale arte sar celebre questo figlio che mi si  promette?  E  se
    invece  di  essere  un  artista,  fosse  un filosofo sommo,  un grande
    capitano?
    Insomma,  gira e rigira,  dacch la donna gli aveva guardato la  mano,
    Parri  non  pensava  ad  altro che a quel figlio meraviglioso.  Ma per
    averlo,  bisognava  prima  cercare  moglie.  Per  questo  motivo  egli
    s'inform  un  po'  alla  larga  se  in  Arezzo v'eran ragazze che gli
    convenissero,  e per saperlo si diresse a un frate di  san  Francesco,
    che  confessava  specialmente le donne.  Questo frate,  appena conobbe
    l'intenzione di Parri, disse:
    - La donna che volete, io ce l'ho, ed  ricca,  bella e costumata.  Il
    padre di lei si chiama Braccio, ed  un uomo pio e facoltoso oltre che
    grande  ammiratore degli artisti.  Lasciatemi fare,  e io combiner il
    pateracchio.
    Difatti il frate,  di l a pochi giorni,  mand a dire a Parri che  lo
    aspettava,  e  appena lo vide comparire,  gli annunzi che Braccio era
    contentone e che la sera stessa lo  avrebbe  condotto  in  casa  della
    sposa.
    Le nozze si fecero dopo un mese,  e Parri fu tutto lieto di portarsi a
    casa sua la moglie,  non perch gli importasse gran  ch  di  lei,  ma
    perch  da  lei  aspettava  quel  famoso  figlio  che  doveva aver pi
    cervello di tutti gli Spinelli sommati insieme. E fin dal primo giorno
    la tenne come si tiene una  cosa  delicata  e  rara.  Non  voleva  che
    lavorasse,  che  si  stancasse;  la  campava  a capponi e animelle,  e
    cercava di farla stare allegra e contenta.
    Per passaron nove mesi e il figlio non si vide.
    Allora Parri,  preso dalla smania,  la consigli di fare una novena  a
    sant'Anna.
    La moglie,  compiacente,  non ne fece una sola, ma nove, e tuttavia il
    figliuolo si faceva sempre aspettare.
    - Sono stato burlato, ingannato;  non avr mai questo figlio dotato di
    un cervello cos straordinario! - gridava Parri.
    Gli eran venuti a noia i pennelli e i colori, non poteva pi vedere la
    moglie, e, se avesse potuto, l'avrebbe rimandata a casa sua subito.
    Un  giorno  che,  invece  di  dipingere  in  Duomo  la  figura  di san
    Bernardino, egli se ne stava sulla piazza a imprecare contro la sorte,
    vide avvicinarglisi una zoppa,  con un popone sulla  spalla  sinistra,
    grosso come una zucca, e certe zanne simili a quelle dei cinghiali.
    La  zoppa,  quando  fu  a  pochi  passi  dal  Parri,  si mise a ridere
    sgangheratamente.
    - Ti paio forse buffo? - le chiese il pittore a denti stretti.
    - Messere,  io rido perch so che vi struggete di aver un  figlio  con
    molto, molto cervello.
    - Non  cosa da ridere, mi pare.
    -  A me pare di s,  perch non c' bisogno di smaniare tanto: non v'
    cosa pi facile a ottenersi.
    - Tu mi burli! - esclam Parri.
    - No,  davvero,  signor mio;  se invece di far dire tante novene dalla
    vostra  moglie,  foste ricorso a me,  il figlio lo avreste gi,  e con
    tanto cervello da empir due teste invece d'una.
    Parri, come tutti i disperati, cominci a prestar orecchio ai discorsi
    della zoppa, ma volle fingere di far l'incredulo.
    - Non me la di a bere! - disse.
    - Sentite,  io non vi chiedo nulla per rivelarvi il  mezzo  d'aver  un
    figlio; ma se fra nove mesi vostra moglie non vi partorisce un maschio
    con  tanto  cervello  da  empir  due  teste,  dovete  farmi prendere e
    impiccare.
    - Dimmi dunque questo tuo mezzo.
    - La vostra donna,  - rispose la zoppa,  - non  deve  far  novene,  n
    portar ceri in chiesa.  Ogni sera,  prima di chiudere gli occhi,  deve
    dire:

    Belzeb, Belzeb,
    Nessun m'aiuta, aiutami tu!

    - Ma questa  una preghiera al Diavolo! - esclam Parri.
    - Il figliuolo lo volete, s o no?
    - Lo voglio, ma ho paura che nasca dannato.
    - L'acqua del santo battesimo lo redimer.
    Parri volle mettere una moneta  nella  mano  della  zoppa,  ma  questa
    rifiut l'elemosina e, prima di allontanarsi zoppicando, ripet:
    - Non ve ne dimenticate:

    Belzeb, Belzeb,
    Nessun m'aiuta, aiutami tu!

    Il pittore scrisse subito questa giaculatoria su un pezzetto di avorio
    che  aveva  in  tasca  e  and  a  casa  dalla  moglie  a  raccontarle
    l'incontro. La donna si mise a piangere e a strepitare.
    - Dalla mia bocca non uscir mai quella invocazione al Diavolo; non mi
    voglio dannare!
    - La dirai!
    - Non la dir! - rispondeva lei imbestialita.
    - Devi ubbidirmi!  - comandava Parri  a  denti  stretti.  -  Anche  la
    religione ordina alla moglie l'ubbidienza al marito.
    - Nelle cose oneste, s; nelle disoneste, no.
    - Non sta a te a giudicare, - ribatteva Parri. - Io voglio il figlio e
    lo voglio con molto cervello.
    -  Se  deve  nascere  per  virt  del  Diavolo,  io  non lo voglio,  -
    rispondeva lei.
    Insomma,  per farla breve,  le parole si fecero pi aspre fra marito e
    moglie,  e  Parri,  impazientito,  pass  dai  detti ai fatti,  e fece
    piovere gli scapaccioni sulla testa della moglie.
    La sera,  prima  che  la  poveretta  si  addormentasse,  egli  dovette
    ricorrere alle busse per farle dire:

    Belzeb, Belzeb,
    Nessun m'aiuta, aiutami tu!

    Peraltro,  dopo quella sera, Parri non ebbe pi il coraggio di entrare
    in Duomo,  n di mettere una pennellata di colore sulla figura di  san
    Bernardino,  di cui prima era devoto. Di giorno girava per la campagna
    come un'anima spersa, e la sera bastonava la moglie per farle ripetere
    la solita invocazione al Diavolo.
    Erano passati gi sei o sette mesi dopo l'incontro con la zoppa,  e di
    figliuoli  non  se  ne parlava,  quando una mattina la moglie disse al
    Parri:
    - Se non sbaglio, il figliuolo che tu desideri cos vivamente, sta per
    nascere.  A quell'annunzio parve al pittore che gli si  schiudesse  il
    cielo,  e  gi  incominci  ad  almanaccare  quale professione avrebbe
    scelta per quel figlio con tanto cervello, quanto potrebbe guadagnare,
    e quante ville avrebbe comprato.
    Cos pass la giornata; la sera egli non costrinse la moglie a fare la
    solita invocazione a Belzeb.  Ormai il  figliuolo  era  per  la  via,
    quindi non occorreva pi invocare una protezione che lo turbava. Anzi,
    non  contrari  pi  in  nulla la consorte e la camp a capponi perch
    l'erede nascesse bello e forte.
    Un sabato notte,  mentre si  era  scatenato  un  uragano,  e  i  lampi
    abbagliavano,  e i tuoni schioccavano secchi e senza interruzione,  la
    moglie di Parri fu presa dalle doglie.  Allora il pittore accese tutte
    le lucerne di casa e le candele a tutte le immagini sacre per ottenere
    che la moglie soffrisse meno; ma la povera donna si sentiva morire dal
    male.  Per, come Dio volle, a mezzanotte in punto, quando la burrasca
    era al colmo, il figliuolo nacque.
    - E' un mostro! - esclam la vecchia che lo aveva raccolto.
    - Un mostro! - ripet sbalordito Parri.
    - Un mostro! - disse la moglie.
    - S, un mostro: ha due teste invece d'una, - rispose la vecchia.
    E infatti,  il neonato aveva due teste,  perfettamente uguali,  che si
    staccavano  dallo stesso busto: una,  voltata davanti,  e l'altra,  di
    dietro; ma due teste grosse, aiutatemi a dire grosse.
    Il povero pittore si mise le mani nei capelli e si ramment le  parole
    della zoppa. Aveva voluto il figliuolo con tanto cervello da empir due
    zucche, e l'aveva avuto!
    La  madre  piangeva e non s'attentava a toccare quel bambino con i due
    testoni; la vecchia brontolava perch nel corredino non trovava cuffie
    abbastanza grandi per  quel  mostro,  e  Parri  era  scappato  in  uno
    stanzino buio, perch non lo poteva vedere.
    In un momento di disperazione, il pittore esclam:

    Belzeb, Belzeb,
    Mel donasti, ripiglialo tu!

    -  Non  aveva  appena  pronunziate  queste parole,  che si ud un gran
    rumore,  e una luce viva illumin la stanza.  In mezzo a quel chiarore
    comparve l'invocato da Parri, il Diavolo in persona, col viso arcigno,
    il piede di capro e la coda.
    - Che cosa vuoi, uomo incontentabile? - gli domand il Diavolo.
    - Voglio che tu mi liberi da quel mostro, io non posso vederlo.
    -  Ti  pare  un  mostro  perch  non   fatto sullo stampo degli altri
    uomini,  - rispose il Diavolo ghignando.  - Sei artista,  e tu pure ti
    permetti  certe licenze col pennello.  Anche tu hai dipinto draghi con
    pi teste e aquile bicipiti, eppur non vi sono in natura.  Se io,  che
    son  pure  un  grande  e  ingegnoso  artista,  mi  son permesso questa
    licenza,  non ho fatto un gran danno.  Tanto cervello,  quanto  tu  ne
    volevi per il figliuol tuo,  in una testa sola non c'entrava, e gliene
    ho regalata una seconda; contentati.
    - No, re dell'Inferno, io non mi contento,  tu devi ripigliartelo;  io
    non voglio mostri.  In casa nostra non c' mai stato nessun deforme, e
    non voglio che il primo sia il figlio mio.
    - Uccidilo;  ci vuol  tanto  poco;  cos,  quando  avrai  commesso  il
    delitto,  verrai nel mio regno, dove ti far dipingere tutte le pareti
    dell'Inferno, e staremo allegri.
    Parri si sent gelare a quelle parole,  e si  fece  presto  presto  il
    segno della croce.  Il Diavolo allora scomparve,  com'era venuto,  con
    moltissimo fracasso.
    - Un prete! Un prete!  Voglio che questo mostro sia battezzato subito!
    - gridava il pittore per la casa.
    Fu chiamato il parroco,  ma appena alz la coppa con l'acqua santa per
    aspergere il capo del bimbo,  l'acqua si  convert  in  fuoco.  E  per
    quanto il parroco ritentasse di battezzarlo,  di pronunziar preci,  di
    far segni di croce, tutto fu inutile, e finalmente egli fugg dicendo:
    - Qui sotto c' una diavoleria!
    Tutti, tutti avevan paura del mostro; tutti,  anche la madre sua,  che
    si ricusava d'attaccarselo al seno.
    Arezzo    una  piccola citt,  e il fatto della nascita del mostro di
    Parri di Spinello Spinelli si riseppe subito,  e si riseppe anche  che
    il prete non era riuscito a dargli l'acqua santa.  Corsero allora alla
    casa del pittore i parenti della moglie,  corsero i parenti di Parri e
    gli artisti,  e tutti interrogavano il padre e la madre del mostro; ma
    essi eran pi morti che vivi, e non potevano rispondere.
    I parenti allora chiamaron l'arcivescovo per vedere se a lui  riusciva
    di  battezzare  il  bambino;  ma  s!  l'acqua  anche  quella volta si
    convert in fuoco, e il mostro non fu battezzato.
    - Portiamolo a Badia, - dissero i parenti.
    Ve lo portarono;  ma quando stavano per salire  i  gradini  dell'altar
    maggiore,  tutta la chiesa incominci a tremare come per il terremoto,
    e se non facevano presto a scappare, sarebbe rovinata di certo.
    In fretta e in furia i parenti riportarono il mostro a casa di  Parri,
    e  dopo  di  averlo  dato  alla vecchia serva,  scapparono via per non
    rimettere pi piede in quel palazzetto.
    Intanto fra marito e moglie c'era l'inferno.
    - Vedi che bell'erede che m'hai dato! - diceva Parri.
    - Vedi che cosa s'ottiene a pregare il Demonio! - rispondeva lei. - Io
    me ne torno a casa mia, e tu, tienti pure il tuo mostro.
    E mentre litigavano cos, il bambino strillava dalla fame.
    La vecchia Marta,  che aveva allattato il padrone,  non poteva sentire
    quegli  strilli,  e and in cerca di una capra.  Il bambino si attacc
    subito all'animale e con le  due  bocche  le  vuot  tutte  e  due  le
    mammelle; poi dorm come un ghiro.
    Madonna Lena,  la madre del mostro,  mantenne la parola, e, un giorno,
    fatto il fagotto, se ne torn a casa di Braccio suo padre, e non volle
    pi vedere il marito.
    Parri non cerc neppure d'impedirle  di  andarsene.  Anche  lui  aveva
    voglia  di  fuggir lontano,  tanto,  ormai,  in chiesa a dipingere non
    poteva pi entrarci, e la vista di quel mostro lo turbava a segno tale
    da scombussolargli il cervello.  Ma prima di  partire  mand  Marta  a
    Bibbiena  da certi nipoti che ella aveva,  dandole anche il figlio,  e
    ingiungendole di non dire che era suo,  ma di un forestiere dal  quale
    era stata a servizio negli ultimi tempi.
    La  vecchia,  che  era  affezionata al suo padrone,  si sottomise agli
    ordini di lui, e part col mostro e con la capra.
    Figuriamoci le meraviglie  che  fece  tutto  il  popolo  di  Bibbiena,
    quando,  dai  parenti  di Marta,  fu divulgata l'esistenza del mostro!
    Correvano da tutte le parti a vederlo, ma nessuno osava accostarglisi,
    perch il piccino appena vedeva gente sgranava  tutti  e  quattro  gli
    occhi  in una certa maniera da mettere i brividi a chi lo guardava,  e
    invece di crescere a occhiate,  come fanno gli altri  bimbi,  cresceva
    addirittura  a salti.  Di modo che,  quando ebbe un anno non volle pi
    sapere n di latte, n di pappine,  n di dande,  e correva via per la
    campagna  come  una  lepre.  I  ragazzini,  a  veder  quelle due teste
    dondolare,  scappavano,  e il mostro mandava fuori certe vociacce  per
    canzonarli, che li facevano tremar tutti.
    Marta  s'era  guardata  bene  dal raccontare che nessun prete,  neppur
    l'arcivescovo,  aveva potuto battezzare  il  bambino,  e  lo  lasciava
    correre  come voleva,  sperando che un giorno non sarebbe tornato pi,
    ed ella non si sarebbe pi veduta davanti  quel  ragazzo  con  le  due
    teste.
    Quello  che egli facesse a giornate intere in campagna,  non lo sapeva
    nessuno;  ma quando tornava a casa la sera,  meravigliava  Marta  e  i
    parenti  di  lei  con  la  sua  sapienza.  Senza  maestro  alcuno  che
    gl'insegnasse, aveva imparato a leggere non solo in volgare,  ma anche
    in latino,  e spiegava ogni fenomeno della natura meglio dei dotti.  E
    quel che pi meravigliava tutti,  si    che  non  potevano  avere  un
    pensiero  senza che egli lo leggesse meglio che se lo avessero portato
    scritto in fronte.  Sapeva dunque chi gli voleva bene e chi gli voleva
    male,  e quando Marta,  nel vederlo andar via la mattina, formulava in
    cuor suo il desiderio che non tornasse pi,  egli,  con la  testa  che
    aveva volta di dietro, le faceva un cenno e diceva:
    - Non sperare inutilmente; stasera torno!
    E  tornava difatti e portava sempre uccelli e lepri vivi,  che nessuno
    sapeva come facesse ad acchiappare.
    C'era in Bibbiena un ricco signore  della  famiglia  dei  Dovizii,  il
    quale  aveva  un  cavallo bellissimo e bravo come non ce n'eran altri.
    Messer Donato voleva un gran bene  a  quel  cavallo  e  ne  era  molto
    orgoglioso,  perch  lo  aveva  fatto uscire pi volte vincitore dalle
    giostre.
    Bisogna sapere che i parenti di Marta,  e per conseguenza  il  mostro,
    abitavano  a  poca distanza dalla casa di messer Donato,  e il ragazzo
    con due teste s'era fermato pi volte a vedere strigliare il  cavallo,
    fissandolo con certi occhi cupidi da non dirsi.
    Una  mattina  che  il cavallo era legato sulla porta della stalla,  il
    mostro venne a passare,  come al solito,  e,  vedendo che non v'era il
    mozzo, si accost all'animale e disse:

    Belzeb, Belzeb,
    Vo' quel cavallo, dammelo tu!

    Sul  momento  il cavallo incominci a calciare,  a dare strattoni alla
    corda, e spiegava tanta forza che port via la campanella di ferro che
    era murata nella casa.
    Il mostro allora si mise a correre,  e il cavallo dietro,  gi per  la
    scesa del paese.
    Il mozzo di stalla, sentendo tutto quel fracasso, and in istrada e si
    mise  a inseguire l'animale;  ma s!  questo pareva che avesse il lupo
    alle costole;  non correva,  ma volava;  e tanto il cavallo quanto  il
    mostro sparirono dopo poco nel fitto di un bosco.
    Una  volta in possesso del cavallo,  il ragazzo a due teste si divert
    un pezzo a guardarlo da tutti i lati e a fargli  eseguire  dei  lanci.
    Poi lo leg a un albero e si mise sotto a quello a dire:

    Belzeb, Belzeb,
    Son figlio tuo, nutriscimi tu!

    Aveva  appena  parlato,  che  gli uccelli che eran sull'albero e sugli
    altri vicini volavano gi come sbalorditi,  e andavano a posarglisi in
    grembo. Il ragazzo schiacciava loro la testa, li pelava alla meglio, e
    poi,  infilatili in un sottil ramo verde, li metteva a cuocere davanti
    a una fiammata.  Quando ebbe mangiato bene bene con  tutte  e  due  le
    bocche, disse:
    -  Lucifero,  prepariamoci  a  partire;  voglio  andare  ad Arezzo per
    consolare l'affettuosa madre mia, che ha avuto tanta cura di me.
    Il cavallo,  nel sentirsi chiamare,  rizz le  orecchie  e  nitr.  Il
    mostro  sal  agilmente  in  sella,  nonostante  le  due teste che gli
    pesavano non poco sul busto, e,  per conseguenza,  sulle gambe,  e via
    verso Arezzo.
    Ora  dovete  sapere  che  madonna Lena,  dopo aver fuggito la casa del
    marito,  era rimasta un pezzo presso Braccio,  padre di lei;  ma  poi,
    venuto  egli  a  morte,  si era ritirata in casa di una zia vedova,  e
    menava vita allegra frequentando festini e  conversazioni.  Al  marito
    non pensava mai,  e quando si rammentava di quel figlio mostruoso,  si
    faceva il segno della croce e sperava di non rivederlo mai pi.
    Il mostro galoppava,  come il vento,  sulla via d'Arezzo,  e quando fu
    vicino alla porta, disse:

    Belzeb, Belzeb
    Dove vo' andare, guidami tu!

    Il  cavallo,  senza  bisogno  di  tiratine  di  briglia,  condusse  il
    cavaliere in una straduccia tortuosa, e l si ferm di botto.
    - Ho capito!  - disse il mostro,  - l'affettuosa madre mia deve  stare
    gi di qui.
    Egli  non  scese  di  sella  e  attese  come  un  soldato  in vedetta,
    sbirciando tutta la strada con quei  quattro  occhiacci  che  vedevano
    certo  meglio  di  due.  Ma intanto che stava l ad aspettare,  gli si
    radun intorno una folla di curiosi, e tutti dicevano:
    - Guarda il figlio di Parri Spinelli e di madonna Lena di Braccio!
    Il voco era tanto forte,  le risate dei monelli cos squillanti,  che
    attirarono  alla  finestra anche madonna Lena,  la quale,  appena ebbe
    udito pronunziare il suo nome e scorse il mostro,  divent bianca come
    la neve e trem tutta.
    - Non ce lo voglio dintorno a casa,  non voglio vederlo! Il Diavolo me
    lo ha mandato, e il Diavolo se lo ripigli!
    Madonna Lena sbatacchi la finestra,  chiuse anche le altre e continu
    a  inveire  contro la sua sorte,  stracciandosi da dosso le ricche sue
    vesti.
    Intanto il mostro non si muoveva di dov'era, ma la folla intorno a lui
    si faceva sempre pi  compatta  e  pi  clamorosa,  ed  egli  rimaneva
    imperterrito a guardarla.
    A  un  tratto  si  apr la porta della casa di madonna Lena e comparve
    sulla soglia la zia di lei.  La donna alz le braccia e disse in  modo
    da essere udita da tutti:
    -  Mostro,  ritorna  all'inferno  di  dove  sei  venuto;  madonna Lena
    preferisce la morte alla tua vista.
    - Torna in casa, vecchia,  - grid il mostro.  - La mia tenera madre 
    gi  nelle  braccia della morte e la sua anima vola dritta in grembo a
    Belzeb.
    La vecchia si mise le mani agli orecchi,  sbatacchi la porta e  corse
    in casa.
    Intanto  il  tumulto  nella via cresceva e la folla non rideva pi del
    mostro, ma lo minacciava da vicino.
    In quel mentre una delle  finestre  della  casa  di  madonna  Lena  si
    spalanc, e la zia, affacciandosi, si mise a urlare:
    - E' morta davvero; costui  il Diavolo!... Dlli! dlli!
    Il  popolo allora si gett sul mostro;  ma egli,  spingendo il cavallo
    sulla folla, rovesciava e calpestava quanti gl'impedivano il passo,  e
    col  volto che aveva dalla parte di dietro,  faceva,  fuggendo,  certe
    boccacce e certi occhiacci di scherno a  chi  voleva  inseguirlo,  che
    mettevano orrore.  Il cavallo correva cos veloce,  che nessuno poteva
    raggiungerlo, e in breve fu sulla via Fiorentina.
    Quando il mostro non si vide pi inseguto, ferm il cavallo e,  sceso
    di sella, disse:

    Belzeb, Belzeb,
    Ov' il padre mio? Dimmelo tu!

    Il cavallo fiut l'aria e nitr.  Il mostro allora lo inforc di nuovo
    e gli lasci la briglia sul collo,  sicuro che  l'animale  lo  avrebbe
    condotto da Parri.
    Infatti cammin tutta la notte, e a giorno si ferm a poca distanza da
    Firenze,  alla  Badia  di  San Salvi.  Il mostro rimase a cavallo,  in
    vedetta.
    Di l a poco egli vide uscire,  da una casetta attigua alla Badia,  un
    uomo  giovane  ancora,  ma  curvo,  che s'incamminava per una viottola
    deserta,  parlando a voce alta come suol fare chi  oppresso da  grave
    cruccio.
    Il  cavallo  si  pose  dietro a quell'uomo e il mostro cap subito che
    l'infelice che parlava da solo era Parri.
    Al rumore che faceva il cavallo camminandogli alle calcagna,  Parri si
    volt fissando il mostro.  Poi,  invece di fuggire o di sbraitare come
    avea fatto la moglie,  si ferm e,  fissando il mostro,  gli stese  le
    braccia piangendo e disse:
    -  Non  avevo  coraggio  di  venire a te;  ma dal momento che sei qui,
    rimani,  e che tu  sia  il  benvenuto.  La  solitudine  e  il  rimorso
    dell'abbandono in cui ti ho lasciato,  sono troppo dolorosi.  Chiunque
    ti abbia mandato a me,  Iddio o il Diavolo,  io lo ringrazio di questa
    consolazione.  L'ambizione  di avere un figlio che avesse pi ingegno,
    pi fama di ogni uomo,  mi fece ascoltare i suggerimenti insidiosi del
    Demonio;  ma  tu  sei carne della mia carne,  e io ti voglio bene e ti
    benedico.
    Il mostro,  mentre Parri sfogava cos il suo dolore,  era  balzato  di
    sella  e  s'era  gettato  nelle  braccia dell'uomo buono,  che era suo
    padre.
    In quel momento un pensiero subitaneo,  una speranza,  balenarono  nel
    cuore   e   nella  mente  dell'artista.   Egli  si  mise  a  camminare
    trascinandosi dietro il figlio,  e,  giunto  sotto  il  portico  della
    Badia,  si ferm dinanzi a una soave Madonna, dipinta da lui sul muro,
    allorch era  a  Firenze  giovinetto  a  studiar  l'arte.  Per  quella
    immagine egli aveva una straordinaria venerazione.  Fece inginocchiare
    il figlio, gli pose le mani sulle due teste e disse:
    - Madonna santa,  voi sapete con quanta devozione io  vi  ho  dipinta;
    abbiate  piet  di  me;  io  non  ho pi altra ambizione che quella di
    vedere il figlio mio con un aspetto come tutti gli altri. Maria Santa,
    redimetelo!
    Dagli occhi della soave immagine sgorgarono a un tratto due lacrime, e
    il mostro, intenerito, chin la testa.
    Quelle due lacrime gli caddero su una delle due  teste,  e  dal  cielo
    scesero allora due schiere di angeli cantando Osanna! e circondarono
    il mostro.
    Allorch essi,  cantando,  risalirono al cielo, le lacrime della soave
    immagine s'erano terse,  e sul volto di lei si vedeva  un  sorriso  di
    beatitudine.
    -  Figlio  mio,  figlio  mio!  - esclam Parri mirando il giovane,  il
    quale, rimasto in ginocchio, nell'atteggiamento di prima, mostrava una
    sola testa, come tutte le creature umane.
    Prima cura del pittore fu quella di far battezzare e cresimare il  suo
    figliuolo,   e,   sentendosi   ormai   liberato   da   quell'infernale
    persecuzione,  ritorn ad Arezzo ove riprese  a  dipingere  le  figure
    lasciate incomplete nel Duomo,  e molte altre di cui orn tante chiese
    della citt.
    Il figlio,  che ora cristianamente si chiamava  Giovanni,  fu  pittore
    assai  valente,  e  in una parete di San Domenico ad Arezzo dipinse il
    miracolo avuto in suo favore a San Salvi.

    - E ora la novella  terminata,  e io do la buona notte,  -  disse  la
    Regina.


    Il fortunato Ubaldo.

    Mentre  la  Regina  stava per incominciare la novella,  quando tutti i
    ragazzi le erano gi seduti d'intorno  a  bocca  aperta,  e  i  grandi
    attendevano anch'essi, a poca distanza, una carrozza di Poppi si ferm
    davanti  all'aia,  e il vetturino schiocc la frusta per avvertire che
    qualcuno portasse il trapelo.
    - Per l'appunto ora!  - esclam Beppe,  il maggiore dei  figliuoli  di
    Maso,  al  quale  spettava  di  accompagnare i forestieri fin su verso
    Camaldoli.
    - Va' via! Che aspetti? - esclam la Carola. - Lo sai che tocca a te.
    - Ma per l'appunto di domenica e  a  quest'ora,  quando  la  nonna  ci
    racconta la novella, - ribatt il ragazzo.
    E  si alz pian piano,  svogliatamente,  per andare a prendere il mulo
    nella stalla.
    Intanto dalla piccola carrozza era sceso  un  signore  e  si  avanzava
    verso l'aia dei Marcucci,  seguto da una signora.  Vedendo tutti quei
    contadini riuniti attorno alla  vecchia,  i  due  viaggiatori  s'erano
    fermati ad ammirare quel quadro grazioso e gentile.
    Vezzosa,  spinta dalla Carola,  s'era alzata prontamente ed era andata
    incontro ai visitatori offrendo loro di riposarsi e di rinfrescarsi.
    -  Non  vogliamo  disturbarvi;   -  disse  la  signora  guardando  con
    ammirazione  la  bella  contadina,  -  ma  domani  ripasseremo di qui,
    tornando da Camaldoli, e allora accetteremo la vostra offerta.
    Intanto Beppe aveva portato fuori  dalla  stalla  il  mulo,  e  i  due
    forestieri,   accompagnati  da  Vezzosa,   risalirono  in  carrozza  e
    partirono salutando.
    Cecco era rimasto a sedere,  ma non gli era sfuggito nulla  di  quella
    scenetta, e quando la moglie gli torn accanto, le disse:
    - Vedi,  la gente di citt non crede di trovare in queste campagne una
    donnina come te, e ne fa le meraviglie.
    - Via,  smetti!  - disse Vezzosa sorridendo di compiacenza,  -  lascia
    raccontar la nonna.
    - Bambini,  - incominci la vecchia,  - questa volta non vi racconter
    una novella casentinese.  Ne so una delle Marche,  che ho imparata  da
    una contadina di quei paesi, e, tanto per variare, ve la vo' dire.
    - C'era dunque a Recanati un ragazzo per nome Ubaldo,  il quale rimase
    orfano di padre e di madre.  Questo ragazzo non aveva  altro  che  uno
    zio,  avarissimo,  il quale, tanto per non aver seccature e godersi in
    pace i pochi campi d'Ubaldo, disse al nipote: Sai che devi fare? Devi
    andare per il mondo.  Almeno potrai far fortuna.  Se resti qui,  sarai
    sempre  un mezzo pitocco! e lo mand via dandogli soltanto un bastone
    e tre scudi.
    Ubaldo aveva sentito tanto magnificare la chiesa di Nostra Signora  di
    Loreto,  che,  invece  di  prendere  un'altra via,  imbocc quella che
    conduce al Santuario e, giuntovi, snocciol,  dinanzi alla grata della
    Santa  Casa,  che  si  crede  sia  stata portata lass una notte dagli
    angioli,  tutte le orazioni imparate da piccino.  Poi  usc,  e  nello
    scendere  in  piazza  vide un morto steso in terra,  circondato da una
    enorme folla di persone.
    Ubaldo sent dire  che  il  cadavere  abbandonato  era  quello  di  un
    mendicante, spirato la sera prima.
    - Era forse un miscredente o un assassino? - domand il ragazzo.
    -  No,  era  anzi un sant'uomo;  - risposero le persone presenti,  - e
    anche se la fame lo avesse  straziato,  non  si  sarebbe  attentato  a
    rubare un pezzo di pane dal fornaio, n una mela da un albero.
    - Perch dunque gli negano di esser sepolto in terra santa?  - domand
    Ubaldo.
    - Perch il povero Marco non ha da pagare le  spese  del  funerale,  -
    risposero i circostanti.
    -  Santa Vergine,  come sono interessati i preti di questo paese,  che
    tengon la chiesa aperta ai vivi e ricusano di  aprirla  ai  morti!  Se
    occorre del denaro,  ecco tre scudi; non ho altro, ma li do volentieri
    per mettere un cristiano sottoterra.
    Il proposto fu avvertito;  prese i tre scudi,  recit  alla  lesta  le
    preghiere dei defunti,  fece calare il povero Marco in una fossa e poi
    se ne and a cena.
    Ubaldo prese due pezzi di legno,  ne form una croce,  che mise  sulla
    fossa  del  mendicante,  e  dopo  aver  recitato  devotamente  il  "De
    profundis" prese la via d'Ancona.  Ma dopo poco fu sopraggiunto  dalla
    notte,  e sentendosi lo stomaco vuoto si ramment che non aveva di che
    comprarsi un pezzo di pane.  Si mise dunque a cogliere le  more  sulle
    siepi e,  cogliendole, guardava gli uccelli che raggiungevano il nido,
    e pensava:
    Quegli uccellini son pi felici dei cristiani;  non hanno bisogno  n
    d'alberghi,  n di fornai,  n di macellari; sono padroni del cielo, e
    la terra del buon Dio si stende sotto di loro come una  tavola  sempre
    apparecchiata;  i moscerini sono la loro caccia;  i granellini il loro
    pane;  i fiori del biancospino,  dei rosai  salvatici,  le  bacche  di
    ginepro, le ulive, sono le loro frutta; hanno diritto di prender tutto
    senza pagare. Per questo gli uccellini sono allegri e cantano tutto il
    santo giorno!.
    Volgendo  nella mente questi pensieri,  Ubaldo rallentava il passo,  e
    alla fine si sed appi di una quercia e si addorment.
    Ma mentre dormiva placidamente, gli appar un santo, vestito di stoffa
    a ricami d'oro e con l'aureola intorno  alla  testa.  Quel  santo  gli
    disse:
    -  Sono  Marco,  il  mendicante  cui  tu  hai  spalancato le porte del
    paradiso comprando per il suo  corpo  un  pezzo  di  terra  benedetta.
    Nostra Signora,  di cui ero tanto devoto in terra, mi ha collocato fra
    i Santi e mi ha concesso di discendere  a  te,  apportatore  di  lieta
    novella.  Non  credere  che  gli uccelli del cielo sien pi felici de'
    cristiani,  perch il figlio di Dio ha sparso per questi il suo sangue
    e gli uomini sono i preferiti della Santissima Trinit. Ascolta dunque
    ci che hanno fatto le Tre Persone per ricompensare la tua piet. Vi 
    l  su  quel  colle  un castello,  che tu riconoscerai facilmente alle
    quattro torri che lo circondano;  ne  padrone un cavaliere,  chiamato
    Federico,  il quale sta per morire. Egli ha una nipotina bella come il
    sole e docile come un agnellino. Va' stamani al castello e fai dire al
    signore che tu vai per quella cosa che lui sa.  Federico ti ricever
    bene e tu capirai il resto. Ricordati per che se hai bisogno d'aiuto,
    dovrai dire:

    O morto mendicante, presto accorri;
    Chi la tomba ti die', tosto soccorri!

    Dette queste parole, il Santo scomparve e Ubaldo si dest.
    Prima  di tutto,  appena ebbe liberati gli occhi dal sonno,  ringrazi
    Iddio della protezione che gli concedeva; poi si diresse verso i colli
    per cercare con l'occhio il castello.  Albeggiava appena e  la  nebbia
    gl'impediva di scorgere gli oggetti a venti passi di distanza;  ma ud
    sulla sua testa un volar di piccioni e si figur che  essi  tornassero
    al castello dopo un primo giro mattutino.  Segu la direzione che essi
    avevano tenuta, e quando il sole ebbe diradato la nebbia, vide dinanzi
    a s un superbo castello con quattro potenti torri ai fianchi.
    Ubaldo varc il ponte levatoio.
    - Chi sei? - gli domand la sentinella.
    - Avvertite il barone Federico che io vengo per quella cosa  che  lui
    sa, - rispose Ubaldo.
    Il  signore fu subito avvertito dell'arrivo del giovinetto e gli mosse
    incontro  tentennando  la  testa,  perch  era  vecchio  e  malato,  e
    appoggiandosi al braccio della nipotina,  che era invece bella come il
    sole e fresca come una rosa,  tanto che a vederli  parevano,  lui,  la
    quaresima, e lei, il carnevale.
    Tutti  e  due  fecero mille garbatezze a Ubaldo e,  introdottolo nella
    grande sala d'onore,  lo fecero sedere sopra uno  sgabello  riccamente
    trapunto,  a  poca distanza dal seggiolone del vecchio,  il quale,  in
    attesa del desinare, ordin gli fossero serviti dei rinfreschi.
    A dir la verit Ubaldo non capiva il perch lo avevan ricevuto a  quel
    modo,  ma  era  cos felice di veder la ragazza andare e venire per la
    sala,  cinguettando come una capinera,  che non chiedeva  spiegazioni.
    Ogni volta che la guardava, gli appariva pi bella e pi gentile, e si
    sentiva battere il cuore.
    L'uomo  che se la potr condurre a casa sua,  sar felice davvero!  
    pensava Ubaldo.
    Finalmente fu servito il pranzo,  e il vecchio si sed in capo tavola,
    mentre aveva Ubaldo a dritta e Imelda a sinistra.
    Allorch le mense furono tolte e nella sala non vi rimase altri che il
    barone Federico,  la nipote e il giovine viandante, il signore prese a
    dire:
    - Ospite mio, io ti ho trattato degnamente, ma l'accoglienza che ti ho
    fatto non  stata come avrei voluto,  perch la mia casa  colpita  da
    lungo tempo da una grave sciagura. Prima che questo flagello piombasse
    su di me,  nelle mie scuderie avresti veduto cento cavalli e un numero
    quattro volte maggiore di buoi;  ma il  Diavolo  s'  insediato  nelle
    scuderie  e  nelle  stalle,  e  cavalli  e buoi sono spariti a venti e
    trenta alla volta.  Tutti i risparmi,  pazientemente  ammassati,  sono
    stati  inghiottiti  dall'acquisto di nuovi cavalli e di nuovi buoi,  i
    quali sono periti come i primi.  Ora io sono  rovinato,  n  tutte  le
    preghiere  n  i pellegrinaggi hanno potuto stornar da me il terribile
    flagello.  Se domani un signore  mi  facesse  offesa,  io  non  potrei
    spedire  un drappello di cavalieri a punirlo.  Tutte le mie terre sono
    incolte per mancanza di bestiame... Guarda!
    E lo condusse a una  finestra  della  sala,  dalla  quale,  a  perdita
    d'occhio,  si vedevano infatti campi coperti di sterpi,  invece che di
    mssi biondeggianti al sole di luglio.
    Il vecchio continu:
    - Avevo sperato nell'aiuto di mio nipote Corrado,  il quale  andato a
    Venezia per fare la guerra ai turchi; ma egli non torna, e io ho fatto
    bandire  nel  contado  e ovunque,  che l'uomo il quale mi liberer dal
    flagello,  avr in moglie la mia Imelda ed  erediter  i  miei  feudi.
    Molti  giovani  baldi  e  prodi son gi venuti;  ma dopo aver vegliato
    nella scuderia,  sono spariti come i cavalli e i buoi.  Io pregher il
    Signore affinch tu sia pi avventurato degli altri.
    Ubaldo,  il  quale  aveva  l'anima  rinfrancata dalla recente visione,
    rispose che con l'aiuto  di  Nostra  Signora  di  Loreto,  sperava  di
    trionfare sul demonio nascosto.
    E per ottenere quell'aiuto rimase in preghiera tutto il giorno. Giunta
    la  sera,  prese il suo bastone e supplic Imelda di pregare anche lei
    per la sua vittoria su lo spirito maligno.
    Il vecchio signore lo condusse da s nella stalla,  che era immensa e,
    quasi  alla  met,  era  divisa,  per  mezzo di un impalancato,  dalla
    scuderia;  ma tutto era vuoto e i ragni avevano tessuto le  loro  tele
    sulle mangiatoie.
    Quando Ubaldo fu rimasto solo, accese un fuoco di sterpi sul pavimento
    di pietra, e, inginocchiatosi, preg fervidamente.
    Pass  la  prima  ora e Ubaldo non ud altro che lo schioppetto della
    fiamma;  pass la seconda e non sent altro che il mugolo  del  vento
    attraverso la porta sconnessa; pass la terza e non sent altro che il
    rumore  che  facevano i tarli nel legname;  ma alla quarta,  un rumore
    sordo si fece udire sotto il pavimento,  e all'estremit della stalla,
    nell'angolo  pi  scuro,  Ubaldo  vide alzarsi lentamente una pietra e
    uscir dalla terra la testa di un drago.
    Quella testa  del  mostro  era  pi  grossa  di  quella  di  un  bove,
    schiacciata come il capo delle vipere,  e torno torno aveva una corona
    di occhi luminosi di vari colori.
    Il drago pos le due zampe,  armate di artigli  rossi,  sull'orlo  del
    pavimento, fiss Ubaldo, e quindi lasci il suo antro sibilando.
    A  mano  a  mano  che ne usciva,  si vedeva svolgersi il corpo enorme,
    coperto di squame.
    Bench Ubaldo fosse coraggioso,  pure sud freddo a  quella  vista,  e
    quando sent l'alito ardente del mostro, grid:

    O morto mendicante, presto accorri;
    Chi la tomba ti die', tosto soccorri!

    In  quel  momento stesso la figura luminosa del mendicante fatto Santo
    gli apparve a fianco.
    - Non temere,  - gli disse.  - I  protetti  dalla  Madre  del  Signore
    schiacceranno sempre i mostri della terra.
    Marco,  ci detto,  stese la mano e disse alcune parole note solo agli
    eletti del Cielo.  In quell'istante il mostro cadde su un lato colpito
    dalla morte.
    La  mattina dopo,  quando il sole fu alzato,  Ubaldo and a destare la
    gente del castello e la condusse nelle stalle.  Alla vista  del  drago
    morto, i pi arditi indietreggiarono.
    - Non abbiate timore,  - disse il giovane.  - Nostra Signora di Loreto
    mi ha assistito;  il mostro che divorava il bestiame e  i  cavalli,  
    esanime.  Cercate  delle  corde  e  trascinatelo sul ciglio di qualche
    burrone dove lo precipiterete. Egli non pu pi nuocere ad alcuno.
    Fu fatto ci che Ubaldo aveva ordinato,  e quando s'and a misurare la
    lunghezza del drago, si vide che era pi di cento braccia.
    Il  vecchio  signore  esultava  di  esser  liberato  da tanto nemico e
    mantenne la promessa fatta a Ubaldo, dandogli Imelda in isposa.
    Il giovane,  una volta marito  della  bellissima  fanciulla,  ricompr
    bestiame  e  cavalli,  fece  lavorar  le terre,  arm uomini forti per
    difenderle; e il barone Federico, prima di morire, ebbe la felicit di
    sapersi di nuovo possessore di molte ricchezze.
    I due sposi erano cos felici che non sapevano,  nelle loro preghiere,
    che cosa domandare a Dio e non potevano altro che ringraziarlo; ma una
    sera  che  stavano  per  mettersi a tavola,  ecco che fu introdotto un
    cavaliere cos alto che con la testa toccava le travi del soffitto. In
    quel cavaliere Imelda riconobbe il cugino Corrado.
    Egli giungeva dalla guerra contro i turchi per sposare  la  cugina,  e
    sapendo  ci  che  era  accaduto nella sua assenza,  aveva provato una
    rabbia sorda,  che tuttavia seppe celare  ai  due  sposi,  poich  era
    assuefatto a fingere.
    Ubaldo,  che  non  aveva alcun sospetto,  lo accolse con ogni sorta di
    cortesie,  e gli assegn la pi bella camera del castello.  Il  giorno
    dopo  condusse  Corrado  a  fare un giro nelle sue terre,  che in quel
    tempo erano coperte di mssi.
    Ma Corrado,  vedendo tutto quel ben di Dio,  s'arrabbiava sempre pi e
    odiava  quell'intruso,  che  non  solo  era  padrone di tante e ricche
    terre, ma che aveva anche sposato sua cugina Imelda.
    Un giorno il perfido Corrado invit Ubaldo ad andare a caccia  insieme
    con  lui  in prossimit del mare,  e lo condusse in un bosco folto sul
    cui limitare v'era un mulino a vento  abbandonato.  Il  Gigante  aveva
    ammucchiato  sotto  il  mulino molte fascine.  Quando furono giunti in
    quel luogo,  Corrado si volse verso il castello e disse a un tratto al
    cugino:
    - Corpo di Satanasso! io scorgo di qui il castello e anche il cortile.
    - Dove? - domand Ubaldo.
    -  Dietro  quel  boschetto  di lecci.  Non vedi le finestre della sala
    d'onore? Eppure sono visibili a occhio nudo!
    - Sono troppo basso di statura, - replic Ubaldo.
    - Corpo di Satanasso!  - esclam Corrado,  - eppure a quelle  finestre
    vedo  mia cugina,  che parla con alcuni cavalieri ai quali dispensa le
    rose che portava in petto.
    Ubaldo si alz in punta di piedi.
    - Quanto desidero di vederla! - disse.
    - Sangue di Satanasso! ci vuol poco.  Sali sul mulino e sarai pi alto
    di me.
    Ubaldo segu il consiglio e sal la scaletta tarlata. Quando fu giunto
    in cima, il cugino gli domand che cosa vedeva.
    - Non vedo altro che gli alberi, che mi paiono piccini, - rispose, - e
    delle  case  che  non sono pi grandi delle conchiglie che la burrasca
    getta sulla spiaggia del mare.
    - Guarda pi vicino, - disse Corrado.
    - Pi vicino non vedo altro che la pianura verdeggiante.
    - Anche pi vicino, - replic il Gigante.
    - Pi vicino ancora non scorgo se non prati fioriti.
    - Ma guarda sotto a te!
    - Sotto a me!  - grid Ubaldo spaventato.  - Invece  della  scala  per
    discendere, vedo le fiamme che salgono!
    Ed  era  vero,  perch Corrado aveva portato via la scala e dato fuoco
    alle fascine ammucchiate;  e il vecchio mulino era circondato  da  una
    fornace ardente.
    Ubaldo  si  raccomand al Gigante di non lasciarlo morire di una morte
    cos tremenda.  Corrado invece gli volt  le  spalle  e  si  allontan
    fischiando.   Allora   il   giovane,   sentendosi  soffocare,   ripet
    l'invocazione:

    O morto mendicante, presto accorri;
    Chi la tomba ti die', tosto soccorri!

    In quel momento comparve il Santo,  tenendo nella destra un arcobaleno
    di  cui  l'estremit  opposta  era  immersa in mare e spargeva rugiada
    fitta fitta; e dall'altra teneva la scala di Giacobbe, che riunisce la
    terra al cielo. L'arcobaleno spense l'incendio, quindi Ubaldo si serv
    della scala per discendere e torn al castello sano e salvo.
    Corrado,  nel vederlo,  rimase a bocca aperta,  e incominci a tremare
    come una canna; quindi, per evitare che il cugino lo punisse della sua
    ribalderia,  corse  a  prender  le armi e fece sellare il cavallo;  ma
    mentre stava per uscire dal cortile e  imboccare  il  ponte  levatoio,
    Ubaldo pos una mano sulla groppa del cavallo e disse:
    -  Non  temere,  cugino;  nessun  essere  vivente  sapr  quello che 
    successo fra noi. Tu sei angosciato perch Iddio mi ha dato prosperit
    maggiore che a te. Io voglio per guarirti dal male dell'invidia,  che
    ti dilania il cuore.  Da oggi fino al giorno della mia morte, tu avrai
    la met di tutto quello  che  mi  appartiene,  meno  mia  moglie.  Va'
    dunque, e non ruminare contro di me pensieri malvagi.
    L'atto di questa cessione fu rogato da un notaro in tutte le regole, e
    Corrado ebbe ogni anno la met del prodotto dei campi e del bestiame.
    Ma  questa  generosit  di Ubaldo non aveva fatto altro che invelenire
    maggiormente il cugino,  perch i benefizi immeritati non procurano n
    soddisfazione  n  vantaggio.  Egli non voleva pi assassinare Ubaldo,
    perch morto lui perdeva la  met  delle  rendite  de'  feudi;  ma  lo
    odiava,  come  lo  schiavo  oppresso  e  bastonato odia la mano che lo
    schiaccia e percuote.
    Un'altra cosa poi aumentava la rabbia dell'invidioso, ed era il vedere
    che tutto prosperava intorno ad Ubaldo.
    Non gli mancava altro che un figlio per essere perfettamente felice, e
    Imelda mise al mondo un maschietto,  bello e forte,  che nacque  senza
    piangere.
    Ubaldo  mand  inviti a tutti i signori dei castelli vicini pregandoli
    di assistere al banchetto del battesimo,  e i  convitati  giunsero  da
    Ancona,  da  Loreto,  da  Fermo,  da  Camerino  e  da Recanati,  tutti
    accompagnati da nobili dame e con seguito numeroso.  Il battesimo  del
    figlio  dell'Imperatore  non  avrebbe  richiamato  maggior  numero  di
    cavalieri n di dame.
    Tutti erano gi riuniti nella sala d'onore,  e Ubaldo,  insieme con la
    comare  e  il  compare,  era andato in camera d'Imelda per prendere il
    neonato e portarlo nella cappella,  quando sulla  porta  della  stanza
    comparve pure Corrado, con un sogghigno sul viso di traditore. Imelda,
    nel  vederlo,  gett un grido,  poich sul volto del cugino ella aveva
    letto  delle  sinistre  intenzioni,  e  il  suo  cuore  di  madre  non
    l'ingannava.
    Corrado entr in camera curvandosi e facendo inchini,  e,  dopo averle
    fatto i mirallegri, la ringrazi del dono.
    - Di qual dono intendi parlare,  cugino Corrado?  - domand la  povera
    donna mostrandosi oltre ogni dire meravigliata.
    -  Me  lo  domandi?  Non  hai  forse unito un figlio alle ricchezze di
    Ubaldo? - disse il Gigante.
    - E' vero, - rispose Imelda.
    - Ebbene,  sappi che un atto legalmente rogato mi d diritto alla met
    di tutto ci che appartiene ad Ubaldo,  meno la tua gentil persona. Mi
    scuserai dunque se vengo a richiedere la  met  del  bambino  nato  da
    poco.
    Tutti  coloro  che  erano  in  camera  mandarono un grido;  ma Corrado
    rispose che voleva la sua  parte  del  bambino,  aggiungendo  che,  se
    gliela ricusavano,  la prenderebbe da s; e fece vedere un coltello da
    caccia che teneva infilato alla cintura.
    Vi fu un momento di terrore,  e il Gigante ne approfitt per  stendere
    le braccia fino alla culla, afferrare il piccino e darsela a gambe.
    Prima  che  Ubaldo  pensasse  a  inseguirlo,  egli  era  gi fuori del
    castello,  e col piccino in collo montava un cavallo gi sellato,  che
    pareva attenderlo, e via di carriera.
    Figuriamoci come rimanesse Imelda a vedersi portare via il bambino,  e
    qual dolore ne risentisse Ubaldo!  Egli per non si smarr  d'animo  e
    disse:

    O morto mendicante, presto accorri;
    Chi la tomba ti die', tosto soccorri!

    Appar  infatti  il  Santo,  con la ricca veste e l'aureola intorno al
    capo, e disse:
    - Ubaldo, Nostra Signora di Loreto ti salver.  Guarda nella direzione
    in  cui  fuggito Corrado;  vedrai che tu non scorgi pi il fuggiasco,
    ma vedi una casa nuova.  Ebbene,  in quella casa senza uscite,  che la
    Madre di Dio ha fatto sorgere a un tratto per custodire il ribaldo,  
    imprigionato il tuo bambino.  Corri a liberarlo  da  Corrado,  che  lo
    vuole uccidere.
    Ubaldo  corse  fuori,  seguto da gran parte d'invitati e di servi,  e
    giunto alla casa vide, dalle solide inferriate, che il cugino affilava
    sopra una pietra la lama  del  coltellaccio  che  prima  portava  alla
    cintola, dicendo:
    -  Se  Ubaldo  non mi dona l'altra met della rendita de' suoi beni in
    cambio della vita del figliuol suo,  un padre snaturato.  Non vedo il
    momento  che  egli  torni  a ramingare,  e che io possa insediarmi nel
    castello.
    E arrotava sempre il coltellaccio.
    - Rendimi mio figlio! - url Ubaldo attraverso le inferriate.
    - Non son cos pazzo; cedimi tutto quello che possiedi e lo avrai.
    Ubaldo esit. Non poteva ridurre la moglie e il bambino alla miseria.
    Invece di rispondere, egli invoc il vecchio Santo:

    O morto mendicante, presto accorri;
    Chi la tomba ti die', tosto soccorri!

    In  quel  momento  cento  mani  invisibili  legarono  strettamente  il
    Gigante,  la casa spar come per incanto, e il ribaldo fu sollevato di
    peso e ricondotto in camera  di  Imelda,  dove  lo  segu  Ubaldo  col
    bambino fra le braccia.
    Appena tutti vi furono penetrati, quella stanza venne illuminata da un
    chiarore  celeste,  e  il Santo comparve sopra una nube a fianco della
    Vergine Maria.
    - Eccomi fra voi, o miei fedeli, - disse la Madre di Dio. - Marco,  il
    mio buon servo, mi ha fatto abbandonare il Paradiso per venire fra voi
    a risolvere una controversia.
    -  Se  siete  la Madre del Signore,  non permettete che mi si tolga il
    figlio che mi avete dato.
    - Se siete la Regina del Cielo, fatemi rendere ci che mi  legalmente
    dovuto, - aggiunse Corrado sfrontatamente.
    -  Ascoltatemi,  -  ordin  Maria.  -  Tu,  Ubaldo,   e  tu,   Imelda,
    avvicinatevi  a  me;  fin qui io non vi diedi altro che le gioie della
    vita;  ora voglio far di pi per voi due: voglio darvi le gioie  della
    morte. Voi mi seguirete nel Paradiso del Figlio mio, ove non penetrano
    altro  che gli eletti,  ove i dolori,  i tradimenti,  le malattie sono
    ignoti; in quanto a te, Corrado,  sei nel pieno diritto,  se vuoi,  di
    dividere  la  nuova  propriet che  stata concessa ai tuoi cugini,  e
    morrai  come  loro;   ma  per  discendere   bens   nelle   profondit
    dell'Inferno, dove sei atteso per i gravi peccati commessi. Il Demonio
    ti far lieta accoglienza nel suo regno dei dannati.
    Nel  terminare queste parole,  la Vergine stese la mano,  e il Gigante
    scomparve  in  una  voragine,   mentre  i  due  sposi  e  il   bambino
    s'inchinavano   uno   sull'altro  come  una  famiglia  addormentata  e
    sparivano  nell'azzurro  del  cielo,   trasportati  da  una  nuvoletta
    vaporosa.
    Nel  luogo  ove  avvenne  il  miracolo,  la gente del paese costru un
    santuario,  e gli afflitti e i devoti vi recarono copiose  offerte  di
    monili d'oro e di gemme.
    Una notte i saraceni sbarcarono,  non visti,  sulla spiaggia vicina, e
    dopo aver saccheggiato il castello,  che era guardato da pochi monaci,
    ritornarono ai loro bastimenti, portando seco tutti i voti ricchissimi
    e dando fuoco al castello.  Per la memoria del miracolo  viva ancora
    negli abitanti del contado,  e nessuno passa  dinanzi  al  luogo  dove
    sorgeva il castello del barone Federico, senza dire:
    -  Vergine  benedetta,  fatemi  morire  come Ubaldo,  Imelda e il loro
    bambino!

    La vecchia aveva appena cessato di parlare,  quando  Beppe  torn  col
    mulo sull'aia.
    -  Se sapeste,  babbo,  quante domande mi hanno fatto quei due signori
    che ho accompagnati! Volevano sapere quanti si era, che cosa si faceva
    tutti radunati sull'aia,  e chi era quella bella sposina che li  aveva
    invitati a rinfrescarsi. Hai capito, zia Vezzosa?
    - Spero che tu avrai risposto garbatamente,  - disse la Carola, mentre
    la cognatina arrossiva.
    - Lasciate fare a me,  che a parlare non mi vergogno.  E volete un po'
    sapere chi  quel signore?
    - Sicuro che lo vogliamo sapere.
    - Ebbene,   il nuovo ispettore forestale. Il sor Paolo, che  stato a
    Camaldoli fino a ora,  va in Piemonte,  e questo  venuto a far vedere
    alla  moglie  se le piace il posto prima di condurla lass.  Lui c'era
    gi stato, perch ha fatto gli studi a Vallombrosa, ma la moglie no. A
    proposito, il sor Paolo, che era venuto incontro ai forestieri, quando
    li ha visti ed ha sentito che volevan  ripartire  domani,  s'  subito
    opposto. Vuole che restino da lui qualche giorno. Perci la signora mi
    ha  detto di avvertire la garbata sposina che domani non ripasseranno,
    e fino a domenica non scenderanno a Camaldoli.
    - Proprio il giorno di Pentecoste! - esclam Vezzosa.  - Tanto meglio,
    cos  ci  troveranno  tutti  in  casa  e  non interromperemo le nostre
    faccende per riceverli.
    - Sapete che cosa diceva il nuovo ispettore?  - disse Beppe rivolto al
    babbo suo.  - Che quass vi  bisogno di rimboscare,  e che egli vuole
    in pochi anni coprire le nostre piagge di abeti, come c'erano al tempo
    antico.
    - Tanto meglio,  - disse il capoccia,  - il legname  la ricchezza  di
    questi  posti.  Mi  contenterei  che  ci  distribuissero  degli alberi
    giovani da piantare.
    - E li distribuiranno!  - rispose Beppe con tono sicuro.  -  Con  quel
    signore non mi perito a parlare, e glielo dir.
    - Via,  ciarlone, va' a letto! - ordin la Carola, - domattina bisogna
    esser desti all'alba, che il da fare non manca.
    Beppe  si  alz  a  malincuore,  perch  aveva  voglia  di  raccontare
    dell'altro; ma prima di andare a letto consegn a Maso le due lire che
    aveva avuto dai signori, e mormor nell'orecchio alla Regina:
    - Dite, nonna, la novella che non ho udito, me la raccontate domani?
    - S,  - rispose la vecchia sorridendo a quel suo nipotino,  nel quale
    le pareva di riveder Maso,  - domani avrai la novella e parleremo  dei
    signori.
    - Se volete ve ne parlo subito,  - rispose Beppe.  - Lei  una donnina
    garbatissima,  ma che parla poco;  il marito  un uomo gioviale e vuol
    bene alla moglie quanto... indovinate un po', nonna, quanto?
    - Ci vuol poco: quanto Cecco a Vezzosa.
    - Per l'appunto!
    - Senti che confronti fa quel monello! - esclam Cecco. - E che ne sai
    tu del bene che voglio alla mi' moglie?
    - Dovrei esser cieco per non accorgermi che gliene vuoi tanto,  tanto;
    ma anche la Vezzosa te ne vuole, e di molto.
    - Via, a letto! - ordin la Carola.
    E il ragazzo non se lo fece ripetere,  perch  con  la  mamma  non  si
    scherzava.





















    I Nani di Castagnaio.

    Il d della Pentecoste,  cui i contadini toscani dnno il poetico nome
    di Pasqua di Rose, era stato un giorno lieto per il podere di Farneta.
    Vezzosa, levata col sole, aveva destato i bimbi, e dopo averli lavati,
    pettinati,  e vestiti con quel che avevano di meglio,  aveva  condotto
    seco  l'Annina e Gigino nell'orto,  e mentre la ragazzetta coglieva le
    pi belle rose dalle piante, che crescevano rigogliose fra i cavoli, i
    piselli e l'insalata, Gigino ripeteva la poesia imparata per la nonna,
    una poesiola semplice,  trovata in un libro di  lettura  delle  classi
    elementari.
    Il  Rossino  aveva  messo  tanto  impegno  nell'impararla,  che ora la
    ripeteva senza sbagli,  e con un garbino che  gli  valeva  molti  baci
    dalla zia.
    -  Va'  a  vedere se la nonna  scesa in cucina,  - disse Vezzosa alla
    ragazzetta,  allorch le piante di rose furono spogliate dei fiori pi
    belli.
    - C',  c'!  - torn a dire l'Annina, - e non sola; c' la mamma, che
    fa il caff, e vi  tutta la famiglia che lo aspetta.
    - Ebbene, andiamo, - disse Vezzosa.
    E posto il grosso mazzo olezzante nelle mani del bimbo,  se lo  spinse
    avanti.
    Il Rossino, giunto sulla porta di cucina, si ferm e non disse nulla.
    - Via, coraggio e avanti, - gli sussurr Vezzosa nell'orecchio.
    E  allora  il  bambino  fece una corsa e depose le rose in grembo alla
    nonna.
    Tutti avevano capito e s'erano schierati per ascoltare  il  bimbo,  il
    quale,  fatti  pochi  passi indietro,  incroci le mani e disse la sua
    brava poesia, senza intaccar mai.
    - Bravo!  - esclam la nonna.  - Ma chi  te  l'ha  insegnata,  chi  ha
    preparato a me questa sorpresa?
    Gigino,  tutto  rosso,  accenn  coll'indice  la Vezzosa,  che stava a
    ridere in disparte.
    - Sempre lei;  - mormor la vecchia,  -  la vera  consolazione  della
    famiglia,  la moglie che avevo sognato per Cecco.
    Le rose furono messe in fresco in un rozzo boccale, e, dopo aver preso
    il caff, le donne si disposero ad andare alla messa. Era una festa di
    quelle grosse e bisognava riconoscerla mettendosi i vestiti migliori e
    le gioie pi belle.
    Come fosse carina Vezzosa, col vestito di seta, il fazzoletto turchino
    incrociato sul petto e i bei pendenti che le aveva regalati Cecco, non
    si pu dire.  E lui,  tutto orgoglioso della moglie, se la condusse in
    chiesa,  e gli pareva che ella dovesse somigliare alla  Regina  quando
    era   giovine   sposa,   come  l'aveva  descritta  Maso  nella  veglia
    dell'Epifania.
    Sul sagrato della chiesa c'erano,  in un gruppo,  i perfidi  amici  di
    Cecco;  questi,  invece  d'imbrancarsi con loro,  entr in chiesa e vi
    rimase finch vi rest Vezzosa.
    Quando uscirono, ella disse:
    - Bravo Cecco, cos ti voglio.
    - E cos hai diritto che io sia! - rispos'egli.
    La giornata pass al solito lieta, come tutti i giorni di festa in cui
    i Marcucci si concedevano un riposo assoluto.
    Vezzosa,  in attesa dei viaggiatori di  ritorno  da  Camaldoli,  aveva
    preparato  una  tavola sull'aia,  vi aveva messo una bella tovaglia di
    bucato, le rose clte per la nonna, e, a suo tempo, avrebbe servito la
    schiacciata fatta il giorno prima e il vin santo vecchio.
    Verso le quattro i viaggiatori non si vedevano,  e i bimbi volevan  la
    novella.
    - Oggi,  - disse la Regina prima di cominciare,  - ne voglio raccontar
    una apposta per Gigino. Egli m'ha detto stamani la poesia, e io voglio
    ricompensarlo.
    Il Rossino le si sed accanto e la vecchia incominci:

    - C'era dunque una volta a Castagnaio tutto un popolo di Nani,  diviso
    in  quattro  trib,  che abitavano i boschi,  le piagge,  le valli e i
    poderi,  dove maturano le mssi.  Quelli che stavano  nei  boschi,  si
    chiamavano "Cornetti", perch soffiavano in piccoli corni che tenevano
    appesi  alla  cintura;  quelli che abitavano le piagge,  si chiamavano
    "Ballerini",  perch passavano la notte a ballare in giro al  lume  di
    luna;   quelli  che  abitavano  le  valli,  "Valletti",  per  la  loro
    predilezione per quelle localit; in quanto agli abitatori dei poderi,
    che erano piccini piccini e  neri,  venivan  chiamati  "Topolini",  ed
    essendo  stati accusati di proteggere i cristiani e di favorire i loro
    raccolti, dovettero fuggire in Mugello.
    Al tempo di cui parlo, dunque, non c'erano pi altro che i "Cornetti",
    i "Ballerini" e i "Valletti",  ma in cos gran numero,  che pochissimi
    uomini,  anche  fra  i  pi coraggiosi,  osavano avventurarsi a passar
    accosto al palazzo rotondo che essi avevano a Castagnaio.
    V'era poi un punto,  detto Pian del Castagno,  nel quale i "Ballerini"
    stavano  a preferenza,  e che era evitato da ogni cristiano durante la
    notte,  perch i perfidi Nani circondavano il mal capitato nella  loro
    danza vertiginosa, e lo facevan girare fino al primo canto del gallo.
    Per, una volta, un certo Bernardo, che faceva il bifolco, tornando di
    sera,  stanco,  da arare un campo,  aveva lasciati i buoi nella stalla
    del contadino e,  imbattutosi nella  moglie  sua,  prese  gi  per  la
    piaggia abitata dai "Ballerini", per scorciar la via. Bernardo credeva
    che   fosse  presto,   e  sperava  che  i  Nani  non  avessero  ancora
    incominciato il ballo;  ma giunto in mezzo al Pian  del  Castagno,  li
    vide sparsi intorno ai massi che le piogge avevan travolti dalla vetta
    dei  monti.  Il  bifolco  stava  per  tornare  addietro,  quando sent
    echeggiare i corni dei "Cornetti" e le grida dei "Valletti".  Bernardo
    si mise a tremare e disse alla moglie:
    -  Se  san  Francesco  benedetto non ci aiuta,  siamo perduti;  ecco i
    "Cornetti" e i "Valletti" che vengono a raggiungere i "Ballerini"  per
    continuar le danze tutta la notte.  Ci costringeranno a ballare fino a
    giorno, e io scoppier.
    Infatti i Nani giungevano da tutte le parti, circondando Bernardo e la
    moglie come uno sciame di mosche intorno a  un  piatto  di  miele;  ma
    subito si allontanarono vedendo che aveva la forca in mano e si misero
    a cantar in coro:

    Via, fuggiamo dal villano
    Che la forca reca in mano,
    Quella forca maledetta,
    Che compi tanta vendetta!

    Bernardo  cap  allora  che la forca era una scongiura contro i Nani e
    pass in mezzo ad essi,  insieme con la moglie,  senza soffrir  nessun
    danno.
    Quello fu un avvertimento per tutta la gente del contado, e chi doveva
    uscir  la  sera,  prendeva  sempre seco una forca e non evitava pi il
    Pian del Castagno e la casa rotonda dei Nani.
    Bernardo,  per,  non cred con questo di aver fatto abbastanza per  i
    suoi  compaesani;  egli era un uomo curioso,  aveva il cervello fine e
    una vivace allegria,  non da gobbo davvero.  Poich non  vi  ho  detto
    ancora che Bernardo era gobbo fin dalla nascita,  ma gobbo reale, cio
    con una protuberanza in mezzo alle spalle e un'altra in mezzo al petto
    che tuttavia non gl'impedivano di  lavorare  tutto  il  giorno,  e  di
    guadagnarsi coscienziosamente il pane.
    Una  sera,  non potendo pi stare alle mosse,  prese la forca e,  dopo
    essersi raccomandato a san Francesco, and al Pian del Castagno.
    Appena i "Ballerini"  lo  videro  da  lontano,  gli  corsero  incontro
    gridando:
    - Ecco Bernardo! Ecco Bernardo!
    - S, omni, sono io; - rispose quel mattacchione del gobbo, - vengo a
    farvi una visitina.
    - Benvenuto! - risposero i "Ballerini". - Vuoi ballare con noi?
    - Scusate, brava gente, ma voi non soffrite d'asma, e io s.
    - Ci fermeremo quando vorrai, - dissero i "Ballerini".
    - Me lo promettete? - domand Bernardo che avrebbe volentieri ballato,
    per poterlo raccontare.
    - Te lo promettiamo, - risposero i Nani.
    - Sulla croce del Salvatore?
    - Sulla croce del Salvatore.
    Il gobbo, convinto che quel giuramento lo garantisse da ogni sventura,
    entr  nella catena formata dai "Ballerini",  i quali incominciarono a
    girare cantando:

    Giro, giro tondo,
    Giro, giro tondo.

    Dopo un certo tempo Bernardo si ferm e disse:
    - Con la vostra buona grazia,  signori Nani,  io vi  ho  da  dire  che
    questo  canto  e questo ballo mi sembrano poco divertenti.  Senz'esser
    poeta, credo di poter allungare la canzone.
    - Sentiamo! Sentiamo! - dissero i Nani.
    Allora il gobbo riprese:

    Giro, giro tondo,
    Un pane, un pane tondo,
    Un mazzo di viole,
    Le do a chi le vole;
    Le vo' dare alla vecchina;
    Caschi in terra la pi piccina!

    I "Ballerini" fecero un gran baccano.
    - Avanti, avanti! - esclamarono circondando Bernardo.  - Sai far versi
    e balli bene; ripeti, ripeti!
    Il gobbo ripet:

    Giro, giro tondo,
    Un pane, un pane tondo,
    Un mazzo di viole,
    Le do a chi le vole;
    Le vo' dare alla vecchina;
    Caschi in terra la pi piccina!

    Intanto i "Ballerini" giravano come tante piume spinte dal turbine.  A
    un tratto si fermarono e, affollandosi intorno a Bernardo, gli dissero
    tutti a una voce:
    - Che cosa vuoi? che cosa desideri? Ricchezza o bellezza?  Parla e noi
    ti contenteremo.
    - Dite sul serio? - chiese il bifolco.
    -  Che  si  possa  esser  condannati  a raccattare a uno a uno tutti i
    chicchi di grano del Casentino, se ti inganniamo, - risposero.
    - Ebbene, - replic Bernardo, - dal momento che volete farmi un dono e
    me ne lasciate la scelta,  vi chiedo una cosa sola:  levatemi  le  due
    gobbe e fatemi diventar diritto come un fuso.
    - Bene! Bene! - risposero i Nani. - Vieni qua e vedrai.
    Essi  acchiapparono Bernardo,  gli fecero fare una capriola per aria e
    se lo buttarono da uno all'altro come se fosse stata una palla, finch
    non ebbe fatto tutto il giro del circolo. Allora egli ricadde in terra
    sbalordito, mezzo soffocato, ma senza gobba e ringiovanito, cresciuto,
    rimbellito.  Era cos cambiato che anche la sua mamma avrebbe stentato
    a riconoscerlo.
    Vi potete figurare che sorpresa fece ai suoi compaesani quando ritorn
    a Castagnaio senza gobba! Nessuno voleva credere che fosse Bernardo, e
    anche  la  moglie  era  in forse se dovesse riceverlo o no.  Per farsi
    riconoscere egli dovette dirle  quante  paia  di  lenzuola  aveva  nel
    cassettone  e  di  che  colore  erano  le gonnelle che ella teneva nel
    cassetto.
    Finalmente,  quando si furono accertati che  era  proprio  lui,  tutti
    vollero  sapere  come  aveva fatto a diventare cos diritto,  da gobbo
    reale com'era prima; ma Bernardo pens che, se lo diceva, lo avrebbero
    creduto il compare dei Nani,  e che tutte le  notti  che  qualcuno  si
    fosse  trovato  in bisogno,  avrebbe subito ricorso a lui.  Perci,  a
    tutti coloro che lo tempestavano di domande, rispose che la guarigione
    era avvenuta durante il sonno e ch'egli non ne sapeva nulla, altro che
    s'era addormentato sulla piaggia vicina al Pian del Castagno.
    Allora tutti i gobbi del vicinato andarono a dormire a ciel sereno; ma
    rimasero sempre gobbi  e  pensarono  che  Bernardo  non  aveva  voluto
    svelare il segreto.
    In  paese c'era anche un sarto con i capelli rossi e gli occhi loschi,
    che  chiamavano  Pietro  il  Balbuziente,  perch  parlando  intaccava
    sempre.  E  invece d'essere allegro e burlone,  come sogliono essere i
    rossi, era tetro, uggioso quanto mai, e avaro, aiutatemi a dire avaro.
    Figuratevi dunque che egli campava a pattona e migliaccio, pur di dare
    i quattrini a usura, strozzando quanti gli capitavano fra mano.
    Bernardo gli doveva da un pezzo cinque fiorini d'argento.
    Un giorno Pietro and da lui a richiederglieli.  L'ex gobbo si scus e
    lo  supplic  di aspettare fin dopo la mietitura del grano;  ma Pietro
    disse che non gli concedeva la proroga alla restituzione, altro che se
    gl'insegnava il segreto di diventar bello.
    Preso cos alle strette,  Bernardo dovette confessare,  e raccont  la
    visita  ai  "Ballerini"  dicendo quali parole aveva aggiunte alla loro
    canzone.
    Pietro il Balbuziente si fece  ripetere  le  rime;  poi  se  ne  and,
    avvertendo  il suo debitore che gli concedeva dieci giorni per trovare
    i cinque fiorini.
    Ma sentendo che i "Ballerini" avevano offerto a Bernardo la scelta fra
    la bellezza e la ricchezza,  il suo istinto d'avaro si  ridest  e  la
    sera stessa volle andare al Pian del Castagno per ballare fra i Nani e
    scegliere la ricchezza fra le due offerte che gli avrebbero fatto.
    Appena la luna fu alta sull'orizzonte,  ecco dunque il Balbuziente che
    si mette in cammino verso la piaggia, con la forca in ispalla.
    I  "Ballerini",  appena  lo  scorgono,  gli  corrono  incontro  e  gli
    domandano  se  vuol  ballare.  Pietro acconsente,  dopo aver fatto gli
    stessi patti di Bernardo,  e si mette nella catena degli  uomini  neri
    che cominciano a cantare:

    Giro, giro tondo,
    Giro, giro tondo...

    - Aspettate!  - esclama il Balbuziente, - io voglio aggiungere qualche
    cosa alla vostra canzone.
    - Aggiungi! Aggiungi pure! - rispondono i "Ballerini".
    E si mettono a cantare tutti insieme:

    Giro, giro tondo,
    Un pane, un pane tondo,
    Un mazzo di viole,
    Le do a chi le vole;
    Le vo' dare alla vecchina;
    Caschi in terra la pi piccina!

    Allora i Nani tacquero, e il Balbuziente aggiunse solo, balbettando:

    E si... si... rompa la zu... zucchina.

    I Nani mandarono un altissimo grido.
    - E poi? - domandarono a una voce.

    Si... si... rompa la zu... zucchina.

    - Ma poi, ma poi?

    Si... si... rompa la zu... zucchina.

    I Nani  ruppero  la  catena;  tutti  correvano  all'impazzata  e,  non
    potendosi far capire, andavano in bestia. Il povero Balbuziente rimase
    a  bocca  aperta  non  potendo  dir  nulla.  Alla  fine  tutta  quella
    moltitudine di omni neri si calm un poco; essi circondarono Pietro e
    mille voci gli gridarono nello stesso tempo:
    - Esprimi un desiderio! Esprimi un desiderio!
    - Un de...  de...  siderio,  - ripet Pietro,  facendosi  coraggio.  -
    Bernardo ha... ha... scel... to fra ricchezza e bellezza.
    - S, Bernardo ha scelto la bellezza e ha lasciato la ricchezza.
    - Ebbene, io scelgo ci che Berna... Bernardo ha ri... cusato.
    - Bene, bene! - esclamarono i "Ballerini". - Vieni qui, Pietro.
    Pietro  si  avvicin  tutto gongolante.  Essi lo sollevarono da terra,
    come avevan sollevato Bernardo,  lo fecero rimbalzare di mano in  mano
    fino alla fine della catena,  e quando cadde in terra aveva fra le due
    spalle una gobba grossa come un cocomero.
    Il sarto non si chiamava pi Pietro il Balbuziente,  ma era per di pi
    il Gobbo balbuziente.
    Egli torn a Castagnaio pi svergognato di un can rognoso, e appena si
    seppe  in  paese  quello  che  gli era accaduto,  non ci fu pi chi lo
    volesse vedere.  Tutte le vecchie andavano a casa sua con una ciabatta
    in mano, col pretesto di chiedere un tizzo di fuoco, e appena vedevano
    Pietro, gliela picchiavano sulla gobba.
    L'infelice campava di rabbia e se la rifaceva con Bernardo,  ruminando
    nel cervello pensieri di vendetta, perch accusava lui solo di tutti i
    suoi mali.
    Diceva che era il preferito dei Nani e aveva loro domandato  certo  di
    far quell'affronto al suo creditore.
    Cos,  appena trascorsi gli otto giorni,  il Gobbo balbuziente disse a
    Bernardo che,  se  non  poteva  pagargli  i  cinque  fiorini,  avrebbe
    avvertito  la  giustizia per fargli sequestrare e vendere tutto quello
    che aveva.
    Bernardo ebbe un bel pregare e supplicare; l'altro tenne duro, e disse
    che il giorno seguente gli avrebbe messo  all'incanto  i  mobili,  gli
    attrezzi e il porco.
    La  moglie di Bernardo si mise a piangere e ad urlare,  dicendo che li
    esponeva alla berlina, che non restava loro altro da fare che prendere
    la bisaccia e il bastone e andar elemosinando,  che  non  meritava  il
    conto  che  Bernardo  fosse  diventato  dritto e di bella presenza per
    farsi segnare a dito da tutti.  Ella aggiunse molte altre cose,  che 
    inutile riferire e che il dolore strappa di bocca ai meschini.
    Bernardo non rispondeva a tutte quelle lamentazioni.  Diceva solamente
    che bisognava rassegnarsi alla volont di Dio e di san  Francesco;  ma
    il  suo  cuore  sanguinava  e si rimproverava di non aver preferito la
    ricchezza alla bellezza, quando gli avevano lasciato la scelta. Ora si
    sarebbe adattato a riprendere le due gobbe, purch fossero state piene
    d'oro e d'argento.
    Dopo essersi lambiccato il cervello per trovare il mezzo di  uscir  da
    quel ginepraio, risolse di andare al Pian del Castagno.
    I  "Ballerini" lo accolsero con grida di gioia come la prima volta,  e
    vollero che ballasse in giro insieme con loro.  Bench Bernardo non ne
    avesse voglia,  pure non si fece pregare e si mise a saltare con tutte
    le sue forze.  I Nani non saltavano,  ma volavano come  foglie  secche
    spinte dal vento, ed erano tutti lieti. Essi ripetevano il primo verso
    della canzone,  Bernardo ripeteva il secondo, essi il terzo, e cos di
    seguito. Ma quel ripeter sempre le stesse parole parve un po' monotono
    a Bernardo, il quale disse:
    - Se  m'azzardassi  a  esprimere  l'opinione  mia,  direi  che  questa
    canzone, alla lunga,  un po' noiosa.
    - E' vero! E' vero! - gridarono i Nani.
    -  Ebbene,  -  riprese  Bernardo,  -  io  ve  ne comporr un'altra pi
    allegra.
    - Dilla subito, - gridarono i Nani.
    - Statemi a sentire:

    Siam piccini, siam bruttini,
    Siamo tutti ballerini,
    Ed alquanto sbarazzini;
    Gobba va, gobba viene,
    Chi l'ha avuta se la tiene.

    Mille gridi,  che formavano un solo grido,  partirono  da  ogni  punto
    della  piaggia.  In un momento tutto il terreno fu coperto da Nani: ne
    uscivano dai ciuffi di erba e di ginestra,  dal tronco  dei  castagni,
    dalle   fessure  delle  rocce,   pareva  un  alveare  di  omni  neri,
    sgambettanti tra i cespugli, e tutti gridavano:

    Bernardo, sei l'atteso salvatore,
    Se' colui inviato dal Signore!

    - In parola d'onore,  non capisco quello che dite!  - esclam Bernardo
    meravigliato.
    -  Te  lo  spieghiamo  subito:  -  risposero i Nani,  - Iddio ci aveva
    condannati a restare fra gli uomini e a ballare tutta la  notte  sulle
    piagge  finch un cristiano non ci avesse inventata una nuova canzone.
    Tu allungasti l'altra,  ma non  bastava;  avevamo  sperato  nel  sarto
    Balbuziente,  ma lui ci ha canzonati e noi l'abbiamo punito.  Il tempo
    della nostra pena  cessato, e noi ritorniamo nel nostro regno, che si
    stende sotto la terra ed  pi basso del mare e dei fiumi.
    - Se  vero che vi ho reso un servigio, - disse Bernardo,  - non ve ne
    andate senza cavar d'impaccio un amico.
    - Che cosa ti occorre?
    - Tanto da pagare oggi, il Balbuziente, e il fornaio tutti i giorni.
    -  Prendi  i  nostri sacchi!  Prendi i nostri sacchi!  - esclamarono i
    Nani.
    E gettarono ai piedi di  Bernardo  i  sacchetti  di  panno  rosso  che
    portavano a tracolla.
    Egli ne raccolse quanti pi pot e corse a casa tutto allegro.
    -  Accendi  la  lucerna  e metti il chiavistello,  affinch nessuno ci
    possa vedere, - disse alla moglie.  - Porto tante ricchezze da comprar
    tutto il Casentino.
    Bernardo  pos  subito  sulla tavola i sacchetti e si mise ad aprirli.
    Ma,  ahim!  aveva detto quattro prima d'aver la gatta  nel  sacco!  I
    sacchetti non contenevano altro che rena, foglie secche e crini.
    Il povero Bernardo mand un grido cos acuto,  che la moglie, la quale
    era andata a chiuder l'uscio,  accorse spaventata.  Il marito le narr
    la gita al Pian del Castagno e tutto quello che era accaduto.
    - San Francesco,  aiutateci!  - esclam la donna.  - I perfidi Nani si
    sono burlati di te!
    - Purtroppo, me ne accorgo io pure! - disse Bernardo sgomento.
    - E tu,  disgraziato,  hai osato  toccare  quei  sacchetti  che  hanno
    appartenuto ai dannati?
    - Credevo che contenessero qualche cosa di meglio,  - rispose Bernardo
    tutto afflitto.
    - Chi non val nulla non pu dar cosa di valore; - replic la donna,  -
    questi  sacchi porteranno disgrazia alla casa.  - E stava per buttarli
    sul fuoco,  allorch ebbe un pensiero e disse: - Avessi almeno un  po'
    d'acqua santa!
    Ella  and  a  capo  al  letto,  stacc  da  un  chiodo una piletta di
    maiolica,  c'inzupp  un  ramo  d'olivo  benedetto,  e  ne  asperse  i
    sacchetti.
    Ma  appena  la  rugiada  del  Signore  cadde  su  di essi,  i crini si
    cambiarono in vezzi di perle,  le foglie secche in monete d'oro,  e la
    sabbia in diamanti!
    L'incantesimo era rotto, il miracolo era avvenuto e le ricchezze che i
    Nani  avevano  voluto  nascondere  ai  cristiani,  erano  costrette  a
    riprendere il loro vero aspetto.
    Bernardo rese  i  cinque  fiorini  al  Balbuziente,  dette  una  ricca
    elemosina  a  ogni  povero  del  contado,  lasci  cinquanta  messe al
    preposto,  e poi  part  insieme  con  la  moglie  per  Firenze,  dove
    comprarono  una  casa,  ebbero  dei  figli  e  morirono  ricchi in et
    avanzatissima.
    E da quel momento, nel Pian del Castagno, tutti passano liberamente di
    notte, e nessuno ha incontrato pi n "Cornetti",  n "Ballerini",  n
    "Valletti", n "Topolini". I Nani sono spariti per sempre.
    E la novella  finita.

    Il  Rossino,  che  s'era  divertito un mondo,  corse ad abbracciare la
    nonna,  ma l'arrivo dei viaggiatori da  Camaldoli  mise  termine  alle
    effusioni del piccino.
    Vezzosa,  appena  aveva  sentito  il rumore della carrozza,  era corsa
    sulla via maestra, e Cecco le era andato dietro insieme con l'Annina.
    - Vedete,  - disse la signora alla giovine sposa,  -  siamo  stati  di
    parola e accettiamo il vostro rinfresco.
    I  due  viaggiatori  erano  scesi  di  carrozza  e,  giunti  sull'aia,
    risposero cordialmente ai saluti della numerosa famiglia.
    La Vezzosa fece sedere la signora accanto alla Regina,  e subito serv
    la   schiacciata   e  il  vin  santo.   La  viaggiatrice  centellinava
    l'eccellente vino e rivolgeva domande alla vecchia, mentre l'ispettore
    forestale parlava con Maso.
    - Noi abbiamo stabilito di venire a  Camaldoli  nell'estate,  -  disse
    l'impiegato,  -  e  allora  mi fermer spesso qui quando intraprender
    delle gite.
    Frattanto  la  signora  parlava  della  bella  impressione  che  aveva
    prodotta in lei il Casentino,  del desiderio che aveva di passar molto
    tempo in quella dolce solitudine  di  Camaldoli  insieme  con  i  suoi
    bambini,  quando un tuono fortissimo fece cessare la conversazione. Le
    donne si fecero il segno della croce,  gli uomini  si  alzarono  a  un
    tratto, e Maso, che del tempo se ne intendeva, disse:
    - Avremo una gran burrasca... Signori, favoriscano di entrare in casa,
    e  tu,  Beppe,  rimetti  la  carrozza  sotto la capanna.  Voi,  donne,
    sparecchiate; ma fate presto, se no la grandine romper ogni cosa.
    Prima che  tutti  fossero  al  coperto,  si  era  scatenato  un  vento
    d'uragano.  Il  cielo  pareva  di  piombo,  l'aria  aveva dei riflessi
    verdastri e veniva gi una grandine grossa come noci,  accompagnata da
    fulmini.
    - Qui non ci piove, - disse Vezzosa alla signora quando fu in casa.
    - E' vero,  - rispose quella,  - ma il treno non ci aspetta, e stasera
    noi non potremo essere ad Arezzo.
    - In viaggio occorre armarsi di pazienza e far pi spesso  la  volont
    del tempo che la nostra,  - rispose il marito;  e dopo essere andato a
    una finestra per guardare il cielo,  aggiunse: - E non  credo  che  la
    burrasca cesser tanto presto. Che ne dite, capoccia?
    Maso esit un istante per studiar bene il cielo e poi rispose:
    -  Io credo che il temporale durer un pezzo,  e siccome  impossibile
    che la signora si rimetta in viaggio con questo  tempo,  la  prego  di
    adattarsi da noi per stanotte.
    Prima  che  la  signora dicesse se accettava o rifiutava quell'offerta
    fatta alla buona, Vezzosa offr la sua camera.
    - Non ci staranno come a casa loro;  ma la camera  pulita e io gliela
    offro con tutto il cuore.
    - Vi daremo troppo incomodo, - osserv la signora.
    - Non creda,  - disse Vezzosa, - io vado a dormire con la mamma; Cecco
    va col nipote maggiore,  e non rimane altro che  mettere  un  paio  di
    lenzuola pulite sul letto.
    Appena la Carola aveva sentito che quei signori restavano,  era andata
    nella rimessa e aveva acchiappati due piccioni.
    Mentre li pelava,  la  Vezzosa,  aiutata  dall'Annina,  era  andata  a
    preparar  la  camera,   e  le  altre  donne  attizzavano  il  fuoco  e
    apparecchiavano la tavola per la cena.
    Intanto l'olio cominciava a bollire nella padella; le donne sbattevano
    le uova,  andavano a prendere in  cantina  il  cacio,  il  vino  e  il
    prosciutto,  per fare assaggiare ai forestieri i migliori prodotti dei
    paese, e si davano un gran da fare.
    La cena fu oltremodo lieta,  e la signora godeva di  vedersi  dintorno
    tanta  gente  pulita,  educata e di buon umore.  Ella parlava di altre
    regioni d'Italia, dov'era stata insieme col marito, come la Basilicata
    e la Calabria,  ed era meravigliata che corresse tanto divario  fra  i
    contadini  di  quei luoghi incolti e poveri e la bella regione dove si
    trovavano adesso, popolata da gente cortese ed educata.
    - Prima di tutto, mia cara, - rispondeva il nuovo ispettore,  - questi
    sono paesi che vantano un'antichissima civilt; e poi il sistema della
    divisione  delle  terre  fa s che il contadino si affezioni al podere
    che coltiva. In Calabria, in Basilicata, in quei paesi che tu rammenti
    con raccapriccio,  perch vi  hai  sofferto  tanti  disagi,  le  vaste
    distese  di  terreno  appartengono ai signori che vivono lontani e che
    non si curano di farle fruttare. Basta loro di ritirare il fitto, e se
    i contadini non le coltivano, peggio per loro. Qui il proprietario non
    affitta i poderi;  li  d  a  mezzadria  al  contadino,  il  quale  ha
    interesse  di  farli  fruttare  senza  esaurirli,  e  questa  cura del
    lavoratore per la terra,  che  sempre rimuneratrice,  si  traduce  in
    belle raccolte e d al paesaggio quest'aspetto gaio, gentile, ridente.
    Siamo  sui  greppi  di  alti monti;  la neve copre per pi mesi queste
    terre, i venti impetuosi vi dominano,  eppure l'uomo  riuscito a dare
    a questi terreni l'aspetto di un verde giardino non interrotto. Oh! se
    tutta  l'Italia  fosse  cos!  -  esclam  l'ispettore.  - Quanta meno
    miseria e quanti meno malati di pellagra!
    - Miseria vera da noi ce n' poca;  l'emigrazione  quasi nulla;  sono
    soltanto  gli  scioperati  che vanno in America,  e la pellagra non si
    conosce,  - rispose Maso che gongolava a  sentir  lodare  il  suo  bel
    Casentino da persona competente.
    Cos ciarlando pass la serata, e fra il nuovo ispettore e la famiglia
    Marcucci  si  stabil  un  legame  di simpatia,  che doveva in seguito
    portare i suoi frutti.
    Fuori,  la tempesta imperversava;  ma n i Marcucci n i  loro  ospiti
    s'impensierivano  per  il  tempo,  perch  parlavano allegramente come
    vecchi conoscenti;  i  primi,  lieti  di  offrire  l'ospitalit,  e  i
    secondi, di vedersela offrire con tanto buon garbo.
    E  quando  l'ispettore  cav  di  tasca l'orologio,  si meravigli che
    fossero gi le undici e che la serata fosse passata tanto presto.
    Vezzosa prese il lume e volle accompagnare la signora  in  camera  per
    aiutarla a spogliarsi.  La sposina adempi il suo ufficio di cameriera
    con tanto garbo, da meritarsi gli elogi della signora.















    L'Incantatrice.

    Il luned che tenne dietro  alla  domenica  in  cui  la  Regina  aveva
    narrato la novella per Gigino, i forestieri, che avevano pernottato al
    podere di Farneta, attesero presso i Marcucci la partenza del treno da
    Poppi,  che  passa  a  mezzogiorno;  e  siccome  il tempo si manteneva
    piovoso,  l'ispettore Durini approfitt di quelle ore per  interrogare
    Maso  sullo stato dei boschi che in breve sarebbero stati sotto la sua
    dipendenza, e gett uno sguardo sui campi che circondavano la casa. La
    signora Luisa parl molto con le donne delle faccende domestiche. Cos
    le Marcucci seppero che ella s'era maritata  da  pochi  anni,  ed  era
    figlia  di un professore di Pisa.  E siccome un discorso tira l'altro,
    la signora disse che si  sarebbe  rimessa  a  loro  per  trovarle  una
    ragazzina  che  avesse voglia d'imparare,  per farne,  col tempo,  una
    cameriera.  A Camaldoli ella non avrebbe portato altro che una vecchia
    cuoca, che aveva bisogno d'aiuto.
    -  Se le facesse la mia Annina,  - disse la Carola,  - io gliela darei
    volentieri.  In casa siamo gi tante donne,  e io  avrei  piacere  che
    s'istruisse.
    -  Sarebbe  una  fortuna  per  me,  - rispose la signora Luisa.  - Fra
    Camaldoli e qui la distanza non  grande,  e voi  la  potreste  sempre
    vedere e sorvegliare.
    L'Annina fu interrogata, ed ella rispose, sorridendo dal piacere:
    - Cos mi guadagner il corredo e non sar pi a carico alla famiglia.
    Beppe gi guadagna qualcosa accompagnando i forestieri col trapelo,  e
    a me rincresceva di non poter portare nulla in casa.  Vedr,  signora,
    come sar attenta;  e se ora so far poco,  col tempo imparer. Vezzosa
    poi mi insegner a stirare, e per cucire son gi capacina.
    Prima di partire,  e  mentre  i  viaggiatori  facevano  colazione,  la
    signora  rifer  al  marito ci che aveva fissato con la Carola,  e il
    signor Durini fu contentissimo della scelta.
    - Ora dunque, - disse la signora,  - l'Annina  al mio servizio,  e mi
    sar  permesso  di  farle  un regaluccio.  Vi prevengo per che voglio
    rimanere obbligata a tutta la famiglia per la cortese  ospitalit  che
    ci  avete  data,  e  queste  venti lire che io offro all'Annina,  sono
    destinate  a  fornirla  di  quelle  poche  bricciche  che  le  possono
    occorrere per venire in casa mia.
    La ragazzina s'era fatta rossa dalla contentezza,  ed era cos confusa
    che non osava stringere il denaro in mano e  neppure  ringraziare.  Lo
    fecero Carola e la Regina per lei;  e soltanto quando la signora fu in
    carrozza, ella pot riaversi dallo sbalordimento.
    Naturalmente,  tutto il giorno in casa Marcucci non si  parl  d'altro
    che  della  fortuna toccata all'Annina,  e siccome era mezza festa,  i
    bimbi,  che quella visita inattesa aveva  lasciati  in  uno  stato  di
    eccitamento insolito,  chiesero alla nonna la novella, che era il loro
    divertimento nei giorni di riposo.
    La Regina non si fece pregare e prese a dire:

    - Al tempo dei tempi,  quando la Madonna,  Ges  e  i  santi  facevano
    miracoli,  c'era ad Arezzo,  non proprio in citt, ma poco fuori delle
    mura,  verso la chiesa delle Grazie,  una ragazza  per  nome  Santina.
    Questa ragazza aveva un cugino chiamato Gosto,  e tutt'e due,  essendo
    parenti, eran cresciuti con l'idea di sposarsi un giorno.  Ma allorch
    i loro genitori vennero a morte, essi dovettero allogarsi come garzone
    e  garzona,  e  nella disgrazia avevan avuto la fortuna di capitare in
    uno stesso podere, dal medesimo padrone.
    I  due  giovani   avrebbero   potuto   campar   contenti,   aiutandosi
    scambievolmente, ma invece si lamentavan sempre.
    -  Se avessimo almeno di che comprare un paio di manzi e un maiale,  -
    diceva Gosto, - si cercherebbe un poderetto e ci potremmo sposare!
    - S; - rispondeva Santina, sospirando, - ma son certi tempi,  questi!
    Le bestie son care arrabbiate, e non c' bene per la povera gente.
    -  Ho  paura  che  si  debba  aspettare  un bel pezzo!  - replicava il
    giovine. - Eppure, non c' da dire che io sciupi denari all'osteria.
    - Ho paura anch'io, - diceva la Santina.
    Questi lamenti si ripetevano tutti i giorni, e, alla fine, Gosto perse
    la pazienza.  Una mattina egli and dalla  ragazza,  che  vagliava  il
    grano  nell'aia,  e  le  disse  che  voleva  recarsi  lontano a cercar
    fortuna.
    Santina  si  turb  molto  a  questa  notizia  e  fece  di  tutto  per
    trattenerlo; ma Gosto, che era un giovinotto risoluto, non volle darle
    ascolto.
    -  Gli uccelli,  - diss'egli,  - volano sempre,  finch non trovano un
    campo di grano,  e le api girano in cerca di fiori per fare il  miele.
    Ti  pare  che  un  uomo  debba  aver  meno criterio di questi animali?
    Anch'io voglio cercare, finch non trovo ci che mi manca, cio di che
    comprare un paio di manzi e un maiale.  Se mi vuoi  bene,  Santa,  non
    devi  opporti  a  questa  mia  risoluzione,  che  affretter il nostro
    matrimonio.
    La ragazza cap che doveva cedere, e,  nonostante che ella si sentisse
    sanguinare il cuore, disse a Gosto:
    - Va', e che Dio ti assista! ma prima di partire, accetta ch'io divida
    con te ci che mi lasciarono i miei genitori.
    Allora condusse il giovane davanti a una cassa,  e,  apertala, ne cav
    un campanellino, un coltello e un bastone.
    - Queste tre reliquie,  - ella disse,  - non sono mai uscite dalla mia
    famiglia.  Ecco il campanellino di san Romano,  che ha un suono che si
    sente a qualunque distanza e avverte gli amici del pericolo che  corre
    colui  che lo possiede.  Il coltello appartenne a san Donato,  e tutto
    ci che tocca sfugge agli incantesimi dei  maghi  e  del  Demonio;  il
    bastone  poi   quello del glorioso san Francesco,  e conduce dove uno
    vuol andare.  Ti do  il  coltello  per  difenderti  dai  malefici,  il
    campanello  per  avvertirmi  dei  pericoli che corri,  e il bastone lo
    tengo per me, per raggiungerti in caso di bisogno.
    Gosto ringrazi la Santina,  fece due lacrimoni nel lasciarla,  poi si
    diresse verso le montagne. Ma appena compariva davanti a un villaggio,
    i  poveri lo assalivano credendolo un signore,  perch era pulitamente
    vestito.
    - Questa mi pare una contrada fatta pi per finir  quei  piccioli  che
    ho, che per metterne assieme; - disse Gosto, - andiamo pi lontano.
    E, cammina cammina, giunse in Romagna, a poca distanza dal mare.
    Mentre  era sulla porta di un'osteria e stava per entrarvi,  sent due
    mulattieri,  i quali,  mentre  caricavano  le  mule,  parlavano  della
    Incantatrice  dello  Scoglio  del  Diavolo.  Gosto  si avvicin ai due
    uomini  e  domand  loro   spiegazioni.   Essi   gli   risposero   che
    l'Incantatrice  non  si  sapeva  chi  fosse,  n di dove venisse,  che
    abitava uno scoglio pericoloso ed era pi ricca di tutti  i  re  della
    terra.
    -  Non  fate  come  hanno  fatto  tanti  altri,  -  aggiunse  uno  dei
    mulattieri,   -  che  sono  andati  allo  Scoglio  del   Diavolo   per
    impadronirsi  dei  tesori della Incantatrice.  Chi va da lei non torna
    pi
    Gosto,  nel sentire quest'avvertimento,  fu  subito  punzecchiato  dal
    desiderio  di  quell'avventura.  I  mulattieri  fecero  di  tutto  per
    trattenerlo e,  vedendolo incaponito,  ammutinarono il  popolo,  il  E
    quale si affoll intorno a lui e si mise a gridare, dicendo che nessun
    cristiano poteva lasciar correre alla perdizione un giovanotto.
    Gosto,  vedendo la mala parata,  disse che rinunziava all'impresa;  ma
    siccome era tanto povero, pregava quelle anime buone, che dimostravano
    un interesse cos vivo per  lui,  a  fare  una  piccola  colletta  col
    provento della quale potesse comprare un paio di manzi e un maiale.
    Nell'udir questo,  la folla si disperse,  dicendo che quel giovane era
    un testardo e che non c'era mezzo di trattenerlo.
    Gosto, dunque,  rimasto solo,  and in riva al mare e si fece condurre
    da un barcaiolo allo Scoglio del Diavolo.
    Questo scoglio era immerso,  e nel centro di esso si vedeva uno stagno
    formato dalle acque del mare.  Nel centro  poi  dello  stagno  vi  era
    un'isoletta  circondata  di alghe e di gigli color rosa.  Mentre Gosto
    camminava sulla proda dello stagno, vide nascosta fra un ciuffo d'erbe
    una barchetta celeste,  che si cullava sulle acque tranquille.  Quella
    barchetta  aveva  la  forma  di  un cigno con la testa ripiegata sotto
    un'ala.
    Gosto, che non aveva veduto mai nulla di simile,  si accost a guardar
    la barca e poi,  dopo averla esaminata da ogni lato,  vi entr dentro.
    Ma appena vi ebbe messo il piede, parve che il cigno si destasse; cav
    la testa di sotto le penne, distese le zampe sull'acqua e si allontan
    repentinamente dalla riva.
    Il giovane mand un grido di spavento;  ma il cigno si  spinse  veloce
    verso  il  centro  dello  stagno.   Gosto  allora  cerc  di  buttarsi
    nell'acqua sperando di raggiungere a nuoto la sponda,  e il  cigno  si
    tuff  nell'acqua  trascinando  seco  il giovane,  il quale non poteva
    neppur gridare,  per non empirsi la bocca di acqua  nauseabonda.  Egli
    dovette dunque tacere, e cos giunse alla casa della Incantatrice.
    Era  quella  tutta formata di conchiglie rarissime.  Vi si giungeva da
    una scala di cristallo fatta in guisa che quando uno vi passava sopra,
    ogni scalino cantava come un uccello  in  primavera.  Tutt'intorno  vi
    erano  vasti  giardini,  ove  crescevano  foreste di piante marine,  e
    v'erano aiuole di alghe verdi,  cosparse di  diamanti  invece  che  di
    fiori.
    L'Incantatrice  era distesa nella prima stanza,  sopra un letto d'oro.
    Era vestita di una tela color verde mare,  fina e trasparente come  le
    onde; i capelli neri erano vagamente ornati di coralli e le scendevano
    fino alle calcagna;  il volto di lei era roseo e bianco come l'interno
    di una nicchia.
    Gosto rimase a bocca aperta vedendola cos  bella;  l'Incantatrice  si
    alz allora sorridendo per andargli incontro.
    L'andatura  di  lei  era leggiera come un'onda bianca che corresse sul
    mare, o una nuvoletta vagante per l'aria.
    Giunta vicino a Gosto, lo salut dicendogli:
    - Sii il benvenuto.  Qui vi  sempre posto per gli stranieri e  per  i
    bei giovanotti.
    Gosto acquist coraggio e fece un passo avanti;  allora l'Incantatrice
    gli domand:
    - Chi sei? Donde vieni? Che cerchi?
    - Mi chiamo Agostino, - rispose il giovine,  - vengo da Arezzo e cerco
    di che comprare un paio di manzi e un maiale.
    - Ebbene,  vieni, - disse la Fata, - e non ti dar cura di nulla perch
    avrai tutto ci che potr farti felice.
    Ella lo aveva fatto entrare in una seconda sala  tutta  tappezzata  di
    perle,  dove gli apprest otto qualit diverse di vino in otto boccali
    d'argento.
    Gosto vuot tutti i boccali e quando gli vennero riempiti, li vuot di
    nuovo; e pi beveva, e pi l'Incantatrice gli pareva bella.
    Costei lo incoraggiava,  dicendogli che non doveva temere di  mandarla
    in  rovina,  poich lo stagno dello Scoglio del Diavolo comunicava col
    mare,  e tutte le ricchezze inghiottite da esso durante  le  tempeste,
    erano ivi portate da una corrente magica.
    - Per l'anima mia,  - disse Gosto divenuto ardito merc il vino, - non
    mi meraviglio pi se la gente del littorale  parla  male  di  voi!  Le
    persone  ricche  hanno  sempre  degli  invidiosi;  per  conto  mio non
    domanderei altro che la met di quello che possedete.
    - L'avrai, se vuoi, Agostino, - disse la Fata.
    - Come devo fare? - domand egli.
    - Io sono vedova di un Nano,  - replic ella,  -  e,  se  ti  piaccio,
    possiamo sposarci.
    Gosto  fu  meravigliato  di questa proposta.  Lui,  proprio lui,  cos
    povero in canna, avrebbe sposato l'Incantatrice, che era cos bella, e
    poi ricca tanto da dare da bere otto qualit di vino? ...  E' vero che
    aveva  promesso  a Santina di sposarla;  ma a questo mondo,  quando si
    spera di diventar ricchi, si dimentica quello e altro.
    Rispose dunque molto gentilmente alla  Fata,  dicendole  che  non  era
    fatta  per sentirsi dar dei rifiuti e che sarebbe stato un piacere per
    lui di esserle marito.
    L'Incantatrice replic allora che voleva preparar subito il  banchetto
    delle  nozze,  e apparecchi una tavola coperta di ogni grazia di Dio.
    V'erano molte cose che Gosto conosceva,  ma molte ancora che non aveva
    mai viste. Poi ella and presso un piccolo vivaio, che era in fondo al
    giardino e si mise a gridare:
    - O procuratore! o mugnaio! o marinaro! o lanzichenecco!
    A  ogni grido si vedeva guizzar sull'acqua un pesce,  che ella metteva
    in una rete d'acciaio.
    Quando la rete fu piena,  l'Incantatrice and in una stanza  vicina  e
    butt i pesci in una padella d'oro.
    Ma  a  Gosto  parve  di sentire,  invece dello scoppiettar del fritto,
    tante vocine che bisbigliassero.
    - Ditemi, Incantatrice, chi  che bisbiglia nella padella d'oro?
    - Sono le legna,  che crepitano,  - rispos'ella  mentre  attizzava  il
    fuoco.
    Un momento dopo le vocine ricominciarono a farsi udire.
    - Ditemi, Incantatrice, chi  che mormora? - domand Gosto.
    - E' l'olio che frigge, - rispose la Fata rimuginando la padella.
    Ma in breve le piccole voci si fecero risentire.
    - Ditemi, Incantatrice, chi  che grida? - riprese Gosto.
    - E' il grillo qui fuori, - disse la Fata.
    E  si  mise  a  cantare  a squarciagola,  cos che Gosto non sent pi
    nulla.
    Peraltro,  quello che aveva sentito,  lo fece  riflettere,  e  siccome
    incominciava ad avere paura, cos si destarono in lui i rimorsi.
    -  Ges  mio,  -  disse  fra  s,  -  come    possibile  che io abbia
    dimenticato cos presto Santina per una Incantatrice,  che  dev'essere
    figliuola del Demonio!  Con questa donna qui non oserei neppur dire le
    orazioni, n sera,  n mattina,  e sarei sicuro d'andare all'inferno a
    bruciare per tutta l'eternit.
    Mentre  cos  parlava,  la Fata aveva messo in tavola il fritto spinse
    Gosto a mangiarne,  dicendogli che andava a  prendere  per  lui  altre
    dodici qualit di vino.
    Gosto  cav  fuori  il  coltello  che  gli  aveva  dato  Santina,   e,
    sospirando,  si prepar a mangiare;  ma appena la lama che distruggeva
    gl'incantesimi  ebbe  toccato  il  piatto  d'oro,  tutti  i  pesci  si
    rizzarono e ritornarono uomini, vestiti secondo la lor professione. Il
    procuratore aveva la toga,  il  mugnaio  era  coperto  di  farina,  il
    marinaro aveva la berretta rossa, e il lanzichenecco il vestito di pi
    colori e la lancia, e tutti si misero a gridare:
    - Salvaci, se vuoi esser salvato!
    -  Maria  santa!  Chi  sono  questi  uomini,  che  gridavano ne l'olio
    bollente? - esclam Gosto tutto meravigliato.
    - Siamo cristiani come te, - risposero.  - Eravamo venuti allo Scoglio
    del  Diavolo  per  cercar  fortuna,  abbiamo  accondisceso  a  sposare
    l'Incantatrice, e il d dopo le nozze ella ci ha ridotti come vedi,  e
    come aveva gi ridotti i nostri predecessori che sono nel vivaio.
    -  Come!  - esclam Gosto.  - Una donna,  che par cos giovane,   gi
    vedova di tanti mariti?
    - E tu sarai ben presto convertito in pesce ed esposto a esser  fritto
    e mangiato dai tuoi successori.
    Gosto fece un lancio.  Gli pareva di esser gi nella padella d'oro,  e
    corse  alla   porta   cercando   di   scappare   prima   del   ritorno
    dell'Incantatrice; ma essa, entrando, aveva inteso tutto.
    In  un  batter d'occhio gett la rete d'acciaio ed egli fu trasformato
    in ranocchio e portato nel vivaio, dov'erano tutti gli altri mariti.
    In quel momento il campanellino che Gosto aveva al  collo  si  mise  a
    scampanellare da s,  e Santina lo ud da Arezzo, mentre stava a filar
    la lana sull'aia del podere.
    Quel suono le fece provare una trafitta al cuore e gett un grido:
    - Gosto  in pericolo!
    E senza attendere un momento, senza consigliarsi con nessuno,  corse a
    mettersi  il  vestito  delle  feste,  s'infil le scarpe,  ed usc dal
    podere appoggiandosi sul bastone di san Francesco.
    Quando giunse a un crocevia, conficc il bastone in terra e disse:

    Bastone, bastoncello,
    Del Santo poverello,
    Porta me da Gosto mio,
    Con l'aiuto del buon Dio!

    Il bastone  si  cambi  subito  in  un  cavallo  strigliato,  bardato,
    sellato, infioccato sugli orecchi e impennacchiato sulla fronte.
    Santina  gli sal in groppa e il cavallo si mise,  prima a camminar di
    passo,  poi di galoppo e alla fine correva tanto,  che  i  fossi,  gli
    alberi,  le  case,  i  campanili  passavano  davanti  agli occhi della
    ragazza come farebbero le stecche di  un  arcolaio.  Ma  ella  non  si
    lamentava,  sapendo  che  ogni passo la riavvicinava sempre pi al suo
    caro Gosto; anzi, incitava l'animale, ripetendo:
    - Il cavallo va pi piano della rondine,  la rondine va pi piano  del
    vento,  il vento della saetta;  ma tu, cavallino mio, se mi vuoi bene,
    devi andare pi presto di tutti;  perch ho una parte  del  cuore  che
    soffre, la parte migliore del cuore che  in pericolo.
    Il  cavallo  la  capiva  veramente bene,  e correva come una pagliuzza
    travolta dal vento;  ma quando fu  a  met  costa  dell'Appennino,  si
    ferm,  perch  dalla  via presa da Santina non era mai passato nessun
    cavallo, tanto era ripida e scoscesa.
    Santina cap la ragione di quella fermata e prese a dire:

    Cavallo, cavallino,
    Del Santo poverino,
    Porta me da Gosto mio,
    Con l'aiuto del buon Dio!

    Appena la ragazza ebbe terminata questa invocazione, le ali spuntarono
    dai  fianchi  al  cavallo,   il  quale,   trasformatosi   in   uccello
    grandissimo,  si  diede a volare in alto e giunse in vetta a un monte.
    In quella vetta vide un nido di  creta,  coperto  di  borraccina,  sul
    quale stava accovacciato un ometto grinzoso e pelato, il quale vedendo
    Santina si mise a gridare:
    - Ecco la bella ragazza che viene a salvarmi!
    - A salvarti! Ma chi sei, omino?
    - Sono Cencio,  il marito dell'Incantatrice dello Scoglio del Diavolo;
     stata lei che mi ha relegato qui.
    - E che fai su quel nido?
    - Sto a covare sei uova di pietra e non sar libero finch  da  queste
    uova non nasceranno sei pulcini.
    Santa non pot trattener le risa.
    - Povero gallettino, come far mai a salvarti?
    -  Salvando Gosto,  che  in potere dell'Incantatrice,  salverai anche
    me.
    - Dimmi come posso fare, per carit,  e anche se dovessi percorrere in
    ginocchio il giro di tutti i santuari, mi metterei subito in cammino.
    -  Ebbene,  occorrono  due  cose,  -  rispose  il  Nano.  - Prima devi
    presentarti all'Incantatrice sotto le spoglie di  un  giovinotto;  poi
    devi   rubarle   la  rete  d'acciaio,   che  porta  alla  cintura,   e
    rinchiudervela fino al giorno del Giudizio.
    - E dove trover mai un abito maschile? - domand la ragazza.
    - Lo saprai subito, bella mia!
    Il Nano si mise a scavare la terra  e,  scava  scava,  fece  una  buca
    profonda. A un tratto si ferm e disse a Santina:
    -  Io non ne posso pi;  ma tu non sei stanca e potrai scavare ancora.
    Qui ci devon esser rimpiattate certe valigie  tolte  dai  ladri  a  un
    cavaliere. Costoro, dopo il furto, furon presi e impiccati, ma la roba
    rubata  custodita ancora dalla terra.
    Santina  scav  tanto  e poi tanto,  che alla fine trov le valigie di
    cuoio intatte.  Dentro v'era un ricco vestito  di  velluto,  un  tocco
    piumato, cintura, calzoni e spada.
    Quando  Santina  ebbe  indossato  il  ricco  abito,  pareva proprio un
    cavaliere.
    Ella ringrazi il Nano, il quale le diede ancora alcune indicazioni su
    quel che doveva fare,  e poi l'uccello dalle ali smisurate la condusse
    con un sol volo fino allo Scoglio del Diavolo.
    Giunta col ella disse:

    Uccello, bell'uccello,
    Ritorna bastoncello;
    Or son qui da Gosto mio,
    Con l'aiuto del buon Dio!

    Vedendo  la  barca  a  forma di cigno,  Santina vi entr e il cigno la
    condusse al palazzo dell'Incantatrice.
    Questa, vedendo il bel cavaliere riccamente vestito, fu tutta lieta ed
    esclam:
    - Per Satanasso!  Non vidi mai giovine pi  bello  in  quest'isola,  e
    voglio fargli lieta e cortese accoglienza.
    Ella  mosse  dunque  incontro  a Santina,  dicendole: Cuor mio!  Amor
    mio!. Poi le serv da merenda, e la ragazza, trovando sulla tavola il
    coltello di san Donato, lasciato l da Gosto, lo prese per servirsene,
    caso mai ne avesse bisogno, e segu l'Incantatrice nel giardino.
    La Fata le mostr le aiuole con i fiori di  diamanti,  le  fontane  di
    acqua odorosa,  e soprattutto il vivaio,  dove nuotavano pesci di ogni
    colore.
    Santina li ammir moltissimo e si sed in riva all'acqua  per  vederli
    pi da vicino.
    L'Incantatrice  approfitt  di  quel  momento  per  domandarle  se non
    sarebbe stata contenta di restar sempre in sua compagnia, e Santina le
    rispose che non aveva altra brama, altro desiderio.
    - Dunque tu mi sposeresti subito? - domand la Fata.
    - S, a patto per che tu mi lasci pescare uno di questi bei pesci con
    la rete d'acciaio che porti alla cintura.
    L'Incantatrice non aveva nessun sospetto e cred  che  quel  desiderio
    fosse  un  capriccio del giovinotto;  perci gli dette la rete e disse
    sorridendo:
    - Vediamo, bel pescatore, quello che pescherai!
    - Pescher il Diavolo!  - esclam Santina gettando la rete sulla testa
    della  Incantatrice.  -  In  nome  del Redentore degli uomini,  strega
    maledetta, diventa all'aspetto quel che sei in realt.
    L'Incantatrice non pot gettar altro che un grido,  che termin in  un
    gemito soffocato, perch il desiderio di Santina si era compiuto, e la
    bella Fata delle acque era trasformata in una orribile vecchia, bavosa
    e rugosa.
    Santina chiuse la rete e corse a gittarla in un pozzo,  sopra il quale
    mise una pietra col segno della croce,  affinch  non  potesse  essere
    alzata, come quella dei sepolcri, altro che il giorno del Giudizio.
    Poi torn in tutta fretta al vivaio,  ma i pesci ne erano gi usciti e
    le andavano incontro a guisa di lunga  processione,  gridando  con  le
    vocine roche:
    -  Ecco  il  nostro  padrone,  colui  che ci ha liberati dalla rete di
    acciaio e dalla padella d'oro.
    - E vi render pure il vostro aspetto di cristiani,  - disse  Santina,
    cavando di tasca il coltello di san Donato.
    Ma quando stava per toccare con quello il primo pesce,  vide accanto a
    s,  sull'erba,  un ranocchio verde con un campanellino al  collo.  Il
    ranocchio  piangeva  e  comprimevasi  il  cuore  con  le  sue zampette
    davanti;  Santina a quella vista si sent rimescolare tutto il  sangue
    ed esclam:
    - Sei tu, Gosto mio, sposo mio, mio bene?
    - Sono io, - rispose il ranocchio.
    Santina  lo  tocc subito con la lama che aveva alla cintura,  e Gosto
    prese l'aspetto  di  cristiano.  Essi  si  abbracciarono  piangendo  e
    ridendo  nel  medesimo  tempo.  Le  lacrime,  esprimevano  i rammarici
    passati; il riso, le speranze dell'avvenire.
    La ragazza tocc poi tutti i pesci,  che ritornarono uomini  com'erano
    prima dell'incantesimo.
    Quando ella fu per partire,  vide arrivare l'omno della montagna, che
    stava sul nido,  tirato da sei scarafaggi,  che erano nati  dalle  sei
    uova di pietra.
    - Eccomi,  bella ragazza! - esclam scorgendo Santina. - L'incantesimo
    che mi teneva inchiodato sulla vetta del  monte,  ora    rotto  merc
    vostra.
    E  per  dimostrarle  la sua gratitudine,  la guid nei sotterranei del
    palazzo, dove l'Incantatrice teneva nascosti i suoi tesori, e le disse
    di prendere tutto ci che voleva.
    Santina e Gosto si empirono le tasche di pietre preziose, e la ragazza
    ordin al bastone di diventare una nave abbastanza grande per  portare
    sulle coste di Romagna tutta la gente che ella aveva salvata.
    Il  bastone di san Francesco ubbid subito,  e prima che il bastimento
    salpasse,  Santina tocc lo Scoglio del Diavolo col  coltello  di  san
    Donato, e lo Scoglio sprofond nei gorghi del mare.
    Dopo  pochi giorni,  Santina e Gosto tornarono al podere delle Grazie,
    vicino ad Arezzo,  e invece di comprar soltanto un paio di manzi e  un
    maiale,  acquistarono  terre  in  quantit  e celebrarono le nozze con
    molta pompa.  Alla cerimonia assistevano tutte le persone liberate  da
    Santina,  le quali, dopo aver avuto ricchi presenti dagli sposi, se ne
    tornarono a casa loro benedicendo l'accortezza della giovine.
    Santina fu buona moglie,  com'era stata buona fidanzata,  ed educ con
    amore i propri figli,  i quali salirono in alto grado,  e fatti nobili
    dall'Imperatore,  posero nel loro stemma un coltello,  un campanellino
    ed un bastone.
    Merc loro sorsero in Casentino tre chiese in onore di san Romano,  di
    san Donato e di san Francesco,  che erano  stati  i  santi  protettori
    della madre.
    Il coltello, il campanellino e il bastone perdettero ogni virt appena
    la famiglia di Gosto e di Santina fu ricca e felice,  ma i discendenti
    dei due sposi serbarono la fedelt e la prudenza,  che erano  stati  i
    veri  talismani  della  loro  avola,  la  quale  mor vecchissima,  in
    concetto di santit,  e le fu eretta una tomba tutta  di  marmo  dalla
    famiglia riconoscente.

    - E qui la novella  finita, - disse Regina.
    -  Nonna,  - prese a dire l'Annina,  - quest'altr'anno io non sar pi
    qui accanto a voi a  sentirvi  raccontare  i  fatti  meravigliosi  dei
    cavalieri, delle dame e dei santi.
    - Sei forse pentita della risoluzione presa? - domand la vecchia.
    -  Non  dico  questo,  ma  la  domenica sera e le feste io penser con
    tenerezza a casa mia.
    - E farai bene a pensarci,  perch qui tutti  ti  hanno  voluto  bene,
    cominciando   da  me;   ma  nello  stesso  tempo  ti  sentirai  felice
    d'imparare, e di bastare alla tua esistenza. Anche per noi,  destinate
    a  vivere  in  campagna  ed  a  guidare  la  modesta  e rozza casa del
    contadino,  l'istruzione  un patrimonio.  Non parlo,  si capisce,  di
    quella  che  hanno  le persone di citt;  ma dell'altra che s'acquista
    vedendo far bene i lavori,  vedendo guidare con criterio una famiglia.
    L'ago,  specialmente se adoprato con giudizio,   un risparmio immenso
    in una casa, e ti esorto a imparar bene a cucire, a stirare e a far da
    cucina.  Una massaia abile  una benedizione per il  marito  e  per  i
    figli.
    La  Regina  era  stata  ascoltata  con  grande  attenzione  dalla  sua
    famiglia,  e l'Annina specialmente fu commossa dai saggi  avvertimenti
    della  nonna,  la  quale colse quell'occasione per tesser gli elogi di
    Vezzosa, che erasi allontanata un momento insieme col suo Cecco.
    - Vedi, - diceva rivolta all'Annina,  - tua zia Vezzosa non ha portato
    un  soldo  in  casa,  ma  nessuno di noi  pentito di averla accettata
    senza dote.
    - Nessuno certo! - esclam Maso.
    - Ella s'industria in ogni modo per rendersi utile  alla  famiglia;  -
    continu  la  Regina,  -  ella  sa fare di tutto,  e sotto le sue dita
    abili,  anche un cencio prende un  aspetto  decente.  Se  fosse  stata
    invece disadatta a ogni cosa e ci avesse magari portato un migliaio di
    lire,  la rendita di quel piccolo capitale ci avrebbe forse dato tanto
    vantaggio quanto ne risentiamo dalla sua  intelligente  operosit?  No
    certo.  Impara  dunque,  bambina mia,  a farti una dote che nessuno ti
    potr mai togliere,  altro che Iddio,  la dote vera:  l'abilit  unita
    all'operosit.
    Quando la Regina, parlando, toccava argomenti seri e dava ammonizioni,
    la  sua  voce prendeva un suono solenne ed affettuoso a un tempo,  che
    commoveva  la  famiglia,  come  il  suono  di  una  voce  che  venisse
    dall'alto.
    L'Annina,  nell'ascoltarla,  aveva  gli  occhi  pieni di lacrime e non
    trovava parole per risponderle.
    - Dunque,  non hai capito quel che ti ha detto la nonna?  - domand la
    Carola.
    - S,  che ho capito,  e non lo dimenticher; state sicura, mamma, non
    lo dimenticher.
    Il ritorno di Vezzosa col marito pose termine a quella  conversazione.
    La giovane sposa tornava col grembiule pieno d'insalata per la cena, e
    l'Annina si asciug in fretta le lacrime e si diede ad apparecchiar la
    tavola.












    Il grembiule di madonna Chiara.

    Il  cambiamento  che  si  preparava  nell'esistenza  di  Annina faceva
    dimenar tutte le lingue del podere di Farneta,  e intanto che  Vezzosa
    cuciva la biancheria per la nipote,  il grano cresceva a occhiate e si
    preparavano giorni di gran lavoro per tutti,  anche per i  ragazzi.  I
    quali,  da maggio in poi,  incominciavano da prima ad andar nei boschi
    verso Camaldoli a  cogliere  funghi,  e  quindi  a  cercar  fragole  e
    lamponi,  che  mandavano  ad  Arezzo  col barroccio.  Col ricavo della
    vendita dei funghi e delle fragole,  essi si rivestivano,  e  in  quei
    giorni  due  o  tre soltanto restavano a casa.  Quando la raccolta era
    stata buona,  andava Cecco  con  un  altro  dei  fratelli  ad  Arezzo;
    quand'era  scarsa,  portavano  i  panierini  al  Ponte  a  Poppi  e li
    spedivano per mezzo del procaccia.
    L'ottavario della Pentecoste era una splendida  e  calda  giornata;  i
    ragazzi eran partiti presto con due panierini ciascuno,  e all'ora del
    desinare non  eran  tornati.  Comparvero  sull'imbrunire,  stanchi  ma
    allegri,  mostrando in trionfo i canestrini,  colmi, alcuni di fragole
    coperte di felci, altri di porcini bellissimi.
    - Ci vuole il barroccio stasera,  - gridarono da  lontano.  -  Abbiamo
    venti panieri, e a mandarli per il procaccia ci vorrebbe altro!
    -  Ora  pensate a mangiare,  - disse la Carola ai suoi figliuoli ed ai
    nipoti.
    - Ma che mangiare! - rispose l'Annina, - abbiamo fatto un pranzo...
    - Un pranzo? - domand la mamma.
    - S;  figuratevi che siamo andati verso i prati di Metaleto a coglier
    i  funghi,  quando  verso il mezzogiorno,  allorch ci eravamo messi a
    sedere in terra e avevamo cavato fuori il pane e il cacio  portati  di
    casa,  eccoti che passa l'ispettore Carli. Gigino lo riconosce, gli va
    incontro,  e col suo garbino gli offre i funghi che aveva nel paniere.
    L'ispettore lo prende in collo,  lo bacia,  gli domanda che cosa fa, e
    Gigino gli racconta che studia e che sa  anche  una  poesia.  A  farla
    breve,  gliela dice,  e l'ispettore se lo porta a casa, e poco dopo ci
    manda a  dire  di  andare  anche  noi  da  lui.  Troviamo  una  tavola
    apparecchiata  con  un vassoio di maccheroni,  un fritto e un capretto
    arrosto,  vino,  pane e frutta a  volont.  Si  mangia  tutti  con  un
    appetito che consola,  e dopo aver salutato l'ispettore ce ne torniamo
    nel bosco.
    - Come aveva fatto l'ispettore  a  prepararvi  in  un  battibaleno  da
    desinare? - domand la Carola.
    -  Il  desinare era stato fatto per certi signori che dovevan venir da
    Pratovecchio,  - rispose l'Annina.  - Essi hanno telegrafato  che  non
    giungevano pi quando il desinare era gi bell'e cotto; e l'ispettore,
    per non mangiar solo,  ci ha invitati.  Nell'entrare nella villa io mi
    sono sentita un battito di cuore pensando che d'ora in avanti ci dovr
    stare per sempre.  La casa  bella,  ben montata,  c' una  vista  che
    incanta; ma che volete, mamma, la casa mia mi par pi bella.
    -  Sciocchezze!  -  esclam  la  Carola,  che non ne aveva tanti degli
    spiccioli.
    - Ti dir,  - prese a osservare la Regina,  -  il  primo  distacco  ti
    coster  di  certo  un po' caro;  ma non credere per che non si possa
    esser felici anche in  casa  altrui,  quando  si  pone  attenzione  al
    disimpegno  del  proprio  servizio,  e  si va a letto convinti di aver
    fatto nella giornata tutto quello che era dover nostro di fare.
    - Avete ragione, nonna, e io cercher di procurarmi i sonni tranquilli
    facendo il mio dovere.
    - La novella!  - dissero i bimbi tornando dall'aver caricato i panieri
    sul  barroccio  col quale Cecco sarebbe partito dopo la mezzanotte per
    Arezzo.
    - Subito, bimbi, - disse la Regina, - statemi a sentire.

    - Diversi secoli addietro capit in Casentino,  e and a nascondere la
    sua  miseria  in una grotta,  su,  verso il castello di Fronzola,  che
    domina Poppi,  una donna giovine  e  bellissima,  dai  lunghi  capelli
    biondi,  che le cadevano sulle misere vesti, e dal portamento nobile e
    signorile.  La donna non sapeva neppur parlare la lingua del paese,  e
    quando   si  fermava  per  elemosinare,   presentava  alla  gente  una
    bellissima bimba,  bionda come  lei,  che  teneva  avvolta  fra  pochi
    stracci, quasi volesse dire:
    - Se non avete piet di me, abbiatela di questa mia creatura! Allorch
    si fu rifugiata nella grotta,  non chiese pi l'elemosina,  e la gente
    del contado la incontrava spesso col fastello delle legna sulle spalle
    e la piccina in collo,  oppure curva nei castagneti  a  raccattare  le
    castagne, che le servivano di nutrimento. A Fronzola nessuno sapeva il
    nome  di  lei,  e  la chiamavano la Forestiera.  Sapevano per il nome
    della piccina, perch la sentivano chiamare dalla madre,  la domenica,
    quando  la portava alla messa,  e molti andavano per curiosit,  nelle
    sere di primavera o d'estate, in vicinanza della grotta,  per sentirle
    cantare  le canzoni nella lingua del suo paese,  che era una lingua di
    una dolcezza inaudita.
    Una sera,  fra i curiosi che stavano  appiattati  fra  gli  alberi  ad
    ascoltare la Forestiera,  v'era pure un trovatore provenzale, per nome
    Amato, il quale da alcuni mesi si trovava nel castello del conte Neri,
    a Fronzola.  Costui,  appena ebbe udito le prime parole della canzone,
    usc fuori dal suo nascondiglio e and di corsa nella grotta.
    La  donna  trasal  nel vederlo comparire e si strinse al petto la sua
    piccina con gesto pauroso.
    - State tranquilla,  - le disse il trovatore in provenzale,  - io  non
    voglio nuocervi. Sono venuto fino a voi per sapere chi vi ha insegnato
    cotesta canzone, che io ho udito alla corte di Provenza.
    -  L'ho  intesa cantare dalla mia nutrice,  che era una provenzale,  -
    rispose la donna per troncare quel discorso che  pareva  le  riuscisse
    increscioso.
    Ma il trovatore, sempre pi incuriosito, continu:
    -  Voi  stessa  dovete  essere  provenzale;  almeno  tale  vi  giudico
    dall'accento.
    - Io non ho patria, - rispose ella, - e non desidero di averne; la mia
    patria  il cielo,  ove spero di salire un giorno,  se i dolori sono i
    gradini  della  scala  che  vi  conduce,  e  se  le  preghiere fervide
    giungono, come credo, al trono del Signore.
    Qui la donna s'interruppe per sollevare la sua bimba,  che si rotolava
    sull'erba, e coprirla di baci.
    Amato torn al castello di Fronzola e tutta la sera non fece altro che
    parlare alla contessa Laura della bellezza della Forestiera e del modo
    nobile col quale parlava.
    - Sar qualche regina, - diceva scherzando la signora.
    - Ella  di gentil sangue di certo,  e io v'invito, Madonna, a passare
    una volta dinanzi alla Grotta del Serpente,  di cui ella ha  fatto  la
    sua dimora, per vederla.
    La  contessa  Laura era una donna molto pia e molto operosa.  Nessuno,
    nel castello di Fronzola,  stava un momento con le  mani  in  mano;  e
    mentre  il marito di lei molestava di continuo i suoi vicini,  i conti
    Guidi, tanto che nacque il dettato:

    Quando Fronzola "fronzolava",
    Poppi e Bibbiena tremava.

    ella preparava stendardi,  tesseva tele di lino e di seta,  accumulava
    ogni  sorta  di  roba  utile nei forzieri e negli armadi del castello,
    sempre pensando all'unico figlio che aveva;  e cos le  rimaneva  poco
    tempo per le cacce e le cavalcate.
    Per  questo  pass  molto  tempo  prima che madonna Laura andasse alla
    Grotta del Serpente,  bench il trovatore Amato le parlasse quasi ogni
    sera della Forestiera, dalla quale udiva cantare la canzone di Rolando
    e i poemi pi in voga alla corte di Provenza.
    -  Madonna,  sotto  quella  Forestiera  c'  un mistero che forse essa
    porter seco nella tomba,  perch i disagi la uccidono,  -  disse  una
    sera Amato alla castellana.
    Ed ella, che non trovava mai tempo per uscire, sentendo che vi era una
    grande miseria da soccorrere, il giorno seguente prese per mano il suo
    Guglielmo,  un  bambinetto di otto anni,  e si diresse alla Grotta del
    Serpente.
    La Forestiera non v'era, e la dama ebbe agio di vedere come, dinanzi a
    una rozza immagine della Vergine,  collocata  a  poca  distanza  dalla
    Grotta,  la  donna  avesse  creato  una  specie di padiglione con rami
    intrecciati di verde e  di  fiori,  dando  a  quel  tabernacoletto  un
    aspetto vaghissimo.
    Madonna  Laura  non  volle  tornare  a  Fronzola  senza aver veduto la
    Forestiera,  e sedutasi sopra una pietra,  lasci che il suo Guglielmo
    si baloccasse sul prato.
    Dopo  breve  attendere,  la donna comparve trascinandosi dietro la sua
    bimba e sorreggendosi a stento.  Nel vedere la signora,  il suo  volto
    pallido, circondato di capelli biondi, divent rosso, ed ella fece due
    passi  per  fuggire.  Ma  Laura  le  stese le mani e le sorrise,  e la
    Forestiera, vinta da quella espressione di simpatia,  si avvicin alla
    signora e la salut pure.
    Come  molte  dame  nobili  di  quel  tempo,  madonna  Laura  sapeva il
    provenzale,  per averlo imparato dai trovatori,  e  in  quella  lingua
    diresse  la  parola  alla povera donna,  la quale le rispose con frasi
    cos  scelte,   che  la  castellana  sarebbe  rimasta  lungamente   ad
    ascoltarla a bocca aperta.
    - Voi non siete quale apparite,  - le disse Laura,  - e se pu esservi
    di sollievo il confidare a un'anima pietosa il  segreto  della  vostra
    vita,  confidatevi meco; io posso esservi d'aiuto a sollevare i vostri
    mali.
    - Il dolore che mi strugge, - replic la Forestiera, -  di quelli che
    non possono esser sollevati,  madonna.  L'unica cosa di cui vi  prego,
    nel caso che un giorno mi trovino morta, si  quella di vegliare sulla
    mia  Chiara,  che  rimane  sola  al mondo.  Io l'affido alla Madre del
    Signore e a voi.
    - Speriamo, - rispose la signora, - che ella non abbia mai bisogno del
    mio aiuto; ma qualora le vostre tetre previsioni si avverassero,  ella
    trover in me un'altra madre.
    La  castellana di Fronzola e la Forestiera si separarono,  e per molti
    mesi madonna Laura non torn pi  alla  Grotta  del  Serpente  dovendo
    curare il marito di una ferita riportata in battaglia contro i Guidi.
    E   in  quei  mesi  la  malattia  della  Forestiera  fece  rapidissimi
    progressi. Ella era ridotta un'ombra;  i dolci occhi azzurri solamente
    serbavano l'antica vivacit, ma quando si posavano sul volto della sua
    bimba,  si  empivano  di  lagrime.  Nessuno  sapeva  come quella donna
    facesse a campare, perch non si poteva pi trascinare nel bosco a far
    legna, n a raccattar castagne o coglier fragole;  eppure il fuoco era
    sempre acceso nella grotta, e, senza elemosinare, aveva da nutrir s e
    la sua creatura.
    -  E'  santa,  e gli angioli le portano il cibo!  - diceva la gente di
    Fronzola,   che  aveva  una  grande  venerazione  per  quella   povera
    abbandonata.
    Ecco, invece, in che consisteva il mistero.
    Bianca  era  stata  sempre  molto devota della Vergine Maria,  e anche
    ridotta com'era a procurarsi il cibo nei boschi,  ella non  trascurava
    mai  di  ornare  di fiori,  o di rami di vischio,  o di felci la rozza
    immagine del tabernacolo a poca distanza dalla Grotta,  e alla Vergine
    narrava tutti i suoi dolori,  come avrebbe fatto con la madre sua,  se
    l'avesse avuta al fianco.
    Un giorno,  mentre sentiva aggravarsi la malattia,  pregava e piangeva
    dinanzi  alla  sacra  immagine,  quando  vide  le  mani  della Vergine
    stendersi verso di lei e la  bocca  di  pietra  dischiudersi  come  se
    stesse per articolare una parola.
    Bianca trem tutta e la Vergine la rassicur dicendole:
    -  Non  piangere,  Bianca,  la tua Chiara sar sempre al coperto della
    miseria.  Fila con le tue abili mani un grembiule per la tua  bambina.
    Ogni  volta che essa lo cinger alla vita,  quel grembiule,  per voler
    mio, si empir di tutto ci che le abbisogna.
    Pianse,  la povera madre,  a quella promessa che le faceva la Madre di
    Dio, e non sapendo come procurarsi il lino per filare il grembiule, si
    trascin fino al castello e chiese di madonna Laura.
    - Signora,  - le disse appena si trov alla sua presenza, - io mi sono
    privata dei ricchi abiti, delle gemme, di tutto ci che costituiva per
    me un ricordo della passata esistenza,  ma non ho mai osato  separarmi
    da  un  anello con lo stemma del padre mio,  sperando che quell'anello
    potesse un giorno servire di  riconoscimento  alla  mia  Chiara.  Ora,
    madonna, mi occorre del lino, e io vi offro in cambio quest'anello.
    E  nel  dir questo le mostr un cerchio d'oro,  ornato di un onice nel
    quale era incisa la croce dei conti di Morienna.
    - E voi dite,  - domand Laura,  - che questo  lo  stemma  del  padre
    vostro?
    -  S,  o signora.  Ma il padre mio mi ha discacciata dalla sua corte,
    perch ho osato amare un semplice cavaliere  e  seguirlo  dopo  averlo
    sposato.  Mio  marito  morto al servizio della Repubblica fiorentina,
    ed io,  rimasta sola con Chiara  in  estraneo  paese,  sono  venuta  a
    nascondere la mia miseria e il mio dolore in questi boschi.
    La  castellana  pianse  nell'udire  quella  triste storia e dette alla
    povera Bianca quanto lino voleva, pregandola di tenersi l'anello,  che
    costituiva la sua ricchezza.
    La Forestiera, tornata alla sua Grotta, bench si sentisse stremata di
    forze,  si  diede  a filare il lino per la sua bimba,  e fil giorno e
    notte; poi,  chiesto in carit a una contadina di farla tessere al suo
    telaio,  tess  la  tela  necessaria al grembiule e lo cuc con le sue
    mani.
    Tre giorni dopo si spengeva  dolcemente,  raccomandando  a  Chiara  di
    serbare  sempre  l'anello  e di cingere il grembiule ogni volta che le
    occorreva qualche cosa.
    Appena al castello di Fronzola giunse la  notizia  della  morte  della
    Forestiera,  madonna  Laura  ordin  che  il  cadavere  di  lei  fosse
    onorevolmente sepolto, e che sulla lapide fosse scolpito lo stemma dei
    conti di Morienna e il nome della defunta.  A una sua ancella poi ella
    disse di recarsi alla Grotta e di condurre Chiara al castello.
    La  bambina,  che  contava  allora  appena  quattro  anni,  vi  giunse
    piangendo,  e le carezze della signora e  del  piccolo  Guglielmo  non
    riuscivano  a calmarla.  Ma allorch si sent rivolgere dalla Contessa
    la parola in lingua provenzale, nella favella della madre sua,  Chiara
    cess  di piangere,  e da quel giorno concep un vivissimo affetto per
    la castellana.
    Madonna Laura addestrava  Chiara  nei  fini  lavori  d'ago;  Amato  le
    insegnava  a leggere le canzoni della Provenza,  e la bambina cresceva
    bellissima nel castello di Fronzola,  ed era cos buona di carattere e
    cos pia e caritatevole,  che tutti ricorrevano a lei per soccorsi; ed
    ella, che non abbisognava di nulla,  cingeva per i poveri il grembiule
    filatole  dalla  madre  e scendeva di continuo dai castello per recare
    soccorsi di vesti e di cibo ai poveri del contado.
    Queste uscite di Chiara furono osservate da una donna del castello  di
    Fronzola,  certa Geltrude,  creatura astiosa e maligna,  la quale, non
    osando fare alla contessa insinuazioni contro Chiara, and dal Conte a
    dirgli che la ragazza, raccolta per piet dalla signora,  rubava tutto
    ci che trovava.
    - Osservatela,  messere, quando ella esce furtivamente dal castello, e
    domandatele che vi mostri ci che reca nel grembiule.
    Il Conte, senza dir nulla alla moglie,  spi Chiara quel giorno stesso
    mentre varcava il ponte levatoio, e fermatala le domand bruscamente:
    - Che cos'hai nel grembiule?
    La  bambina arross e lasci andare le cocche,  ma invece di cadere in
    terra cibi e vesti di cui era pieno in quel momento, piovvero ai piedi
    del Conte rose e garofani.
    Si pent il Conte di averla,  anche  per  un  momento,  sospettata,  e
    aiutandola a raccattare i fiori, le disse:
    - Portali pure dove vuoi;  suppongo che sieno destinati al tabernacolo
    della Madonna.
    Chiara, senza rispondere,  corse via,  ma aveva fatto pochi passi che,
    gettando  appena  gli  occhi nel grembiule,  vide che i fiori ne erano
    spariti e che esso conteneva di nuovo cibi e vesti per i poveri.
    Chiara cap per che  qualcuno  doveva  averla  calunniata  presso  il
    Conte,  e  non volendo che nessuno sapesse la virt miracolosa del suo
    grembiule,  fu pi guardinga e non lo cinse altro che quando  era  gi
    fuori del castello.
    Cos passarono alcuni mesi,  e Geltrude,  la quale non aveva raggiunto
    l'intento suo,  che era quello di far cacciare  Chiara  dal  castello,
    perch  era  gelosa  della  preferenza  che la contessa concedeva alla
    figlia della Forestiera sopra a tutte le sue  donne,  non  cessava  di
    spiarla,  e  saputo che portava soccorsi nelle case dei poveri,  torn
    alla carica col Conte,  nominandogli le case dov'ella andava e la roba
    che vi recava.
    Il castellano, insospettito, chiam a s Chiara, e con fare burbero le
    disse:
    - Tu non hai nulla e vivi della carit nostra.
    - E vero,  messere,  e io vi sono cos grata del bene che mi fate, che
    non cesso di pregare per voi e la vostra famiglia.
    - Ma intanto tu la danneggi,  privandola di ci che costituisce la sua
    ricchezza  per  darla  a  questa  masnada di bisognosi che si aggruppa
    intorno al castello.
    - Io non ho mai donato un  boccon  di  pane  che  vi  appartenesse,  -
    rispose Chiara con la voce strozzata dal pianto.
    - E di chi  dunque tutto quello che dispensi? - domand il Conte.
    - Dei poveri, soltanto dei poveri, - disse con accento di sincerit la
    fanciulla;  quindi  aggiunse  dignitosamente:  -  Signore,  credetemi,
    poich non ho mai mentito.
    - Allora tu hai fatto un patto col Diavolo,  ed  lui che ti  fornisce
    tutto.
    -  Ho  cercato di star sempre in grazia di Dio e non ebbi mai rapporti
    con l'eterno nemico.
    - Dunque c' un mistero, e io voglio saperlo.
    - Cacciatemi, messere, poich siete nel vostro diritto; ma dalla bocca
    mia non saprete mai nulla.
    - Ebbene,  vattene,  e guarda bene di non parlare prima di  partire  a
    madonna Laura, poich non voglio che ella interceda per te.
    Chiara, offesa di tanta durezza, mostr al Conte un volto afflitto, ma
    non lacrimoso, e disse, prima d'uscire:
    - Signore, concedetemi che io vi ringrazi dei vostri benefizi, e se le
    preghiere di una infelice non vi sono discare,  io pregher sempre per
    voi.
    Il Conte non rispose,  e Chiara se ne  and  dal  castello  senz'altro
    bagaglio  che  il grembiule miracoloso e l'anello di sua madre,  e col
    cuore afflitto da  tanta  ingiustizia  si  rifugi  nella  grotta  del
    Serpente.  Ma  prima  di  coricarsi orn di fiori il tabernacolo della
    Vergine, sua protettrice.
    Ho detto pi sopra che Fronzola era una continua minaccia per il forte
    Castello di Poppi, e il conte Guido, che ne era signore,  non meditava
    altro  che  la  rovina  del conte Tarlati,  suo natural nemico.  Erano
    continue guerre per impossessarsi di Fronzola, che finivano sempre con
    perdite dalle due parti,  ma senza che i Guidi riuscissero a  togliere
    ai Tarlati la fortissima racca.
    La  notte  dopo  che  il  conte  Tarlati  ebbe cacciata Chiara dal suo
    castello,  una numerosa schiera di uomini  d'arme  di  Poppi  salirono
    quatti quatti sul colle Tenzino e poi sul poggio di Fronzola,  e prima
    che le vedette delle torri dessero l'allarme,  erano  penetrati  nelle
    case  del  paese,  avevano  fatti  prigionieri  gli abitanti e stretto
    d'assedio la racca.
    Il conte Tarlati,  quando fu destato da questa notizia,  and su tutte
    le  furie  e ordin di lanciar sassi e quadrella sugli assedianti;  ma
    essi resistettero all'offensiva e le file loro  si  accrebbero  il  d
    seguente di nuovi armati, spediti da Papiano, da Porciano e da Romena.
    Il  castello  di  Fronzola  era ben fornito di vettovaglie,  e per pi
    giorni resist all'assedio;  ma le persone che  vi  stavano  rinchiuse
    erano molte,  e il conte Guido, disperando di prendere la racca con le
    armi,  attendeva che la mancanza di cibo inducesse il conte Tarlati  a
    offrire la resa.
    All'autunno  era succeduto l'inverno crudissimo;  e la povera contessa
    Laura, desolata della scomparsa di Chiara, e afflitta,  vedendo che la
    gente  intorno a lei languiva di fame e soffriva il freddo,  temeva da
    un momento all'altro che la pi orribile delle sventure si  abbattesse
    sulla  sua  famiglia e che il conte Guido s'impossessasse di Fronzola.
    E' vero che il marito e il figlio, giovinetto,  davano l'esempio della
    pi energica resistenza e dividevano le privazioni degli assediati; ma
    la  fame  cattiva consigliera,  e il grano era esaurito,  esaurite le
    provviste di carne,  e i soldati si stimavano felici  quando  potevano
    mettere in pentola qualche civetta o qualche corvo,  scovati nei merli
    del castello.
    L'assedio, nonostante la carestia, si protraeva ancora.
    I cavalli erano stati uccisi,  uccisi  i  muli,  e  non  restava  agli
    assediati  che  una  scarsa razione di fagioli per otto giorni ancora,
    quando una sera Chiara,  che dalla Grotta del Serpente aveva assistito
    alle  vicende  dell'assedio,  si present nella casetta dalla quale il
    conte Guido dirigeva le operazioni della guerra,  e chiese  di  essere
    ammessa alla presenza del signore.
    - Che vuoi? - le domand bruscamente il signore di Poppi.
    -  Messere,  -  rispose  ella,  -  io  sono  una infelice immensamente
    beneficata dal conte e dalla contessa di Fronzola.  So che la difesa 
    ormai  inutile e che essi debbono arrendersi o morire.  Concedetemi di
    penetrare nella racca e di morire insieme con i miei benefattori.
    La soave espressione del volto di Chiara, la voce dolcissima di lei, e
    pi di tutto la nobilt dei sentimenti che ella esprimeva,  commossero
    il  conte  Guido,  il  quale  ordin  ai  suoi  valletti di sventolare
    bandiera bianca per chiedere di parlamentare.
    Fu abbassato il ponte levatoio e un drappello di assediati,  pallidi e
    macilenti,  si  avanz verso i valletti del signore di Poppi,  i quali
    consegnarono ai fronzolesi la bionda fanciulla.
    Il ponte levatoio fu rialzato,  e Chiara  venne  condotta  nella  sala
    d'armi, dove passeggiava inquieto e turbato il conte di Fronzola.
    - Che vieni a far qui? - le domand il signore.
    - Vengo a portarvi la salvezza, se la racca pu resistere ancora.
    - Non far nascere nel mio cuore vane speranze,  - disse il Conte. - La
    fame c'incalza e fra breve non avremo pi forza di resistere.
    - Questa forza,  signore,  ve la sapr procurare io con l'aiuto  della
    Vergine Santissima. Destinatemi un luogo ove io possa esser al coperto
    dalla curiosit, e ad ogni ora venite a prendere quanto pu occorrervi
    di vettovaglie.
    Il  conte  di Fronzola aveva poca fiducia in Chiara e credeva che ella
    macchinasse un tranello per vendicarsi di  essere  stata  espulsa  dal
    castello;  ma,  ridotto  a  quei  ferri,  cred  obbligo  suo  di  non
    respingere l'aiuto che ella gli offriva. Tuttavia,  a fine d'impedirle
    di  nuocere  agli  assediati,  la rinchiuse in una stanza attigua alla
    sala, che prendeva luce dalla vallata, e si allontan.
    Dopo un'ora il Conte and ad aprire e fu molto meravigliato di  vedere
    la stanza,  che prima era vuota, essere ora piena di mucchi di farina,
    di cacciagione e di agnelli scannati.
    - Con quali arti ti sei procurata tutto questo ben di Dio? - domand.
    - Con l'aiuto della Vergine Santissima, come mi procuravo tutto quello
    che dispensavo ai poveri del contado.
    Il signore riprese coraggio e ordin subito che fosse fatto il pane  e
    arrostita tutta la carne, che dispens ai difensori.
    Intanto  la  stanza ove stava Chiara si riempiva sempre,  ora di vino,
    ora di carbone, ora di sassi per lanciare sugli assedianti, e la racca
    resisteva validamente agli attacchi del conte Guido,  il  quale,  dopo
    lunghi mesi d'assedio,  stanco alla fine di tanta resistenza,  torn a
    Poppi insieme con i suoi, e Fronzola riprese a "fronzolare" con grande
    molestia di lui.
    Figuriamoci se,  dopo quel fatto,  Chiara si ebbe  ringraziamenti  dal
    conte e dalla contessa Tarlati!
    La chiamarono col nome di liberatrice, e se fosse stata figlia loro,
    non avrebbero potuto amarla di pi. Anzi, per non separarsi mai pi da
    lei, le offrirono di sposare il loro Guglielmo.
    Le  nozze  furono  celebrate  con molta pompa,  e quel giorno,  quando
    Chiara cinse il grembiule,  la Madonna glielo  fece  trovar  pieno  di
    pietre preziose, degne di una regina di corona.
    Cos  non entr povera nella famiglia dei conti Tarlati,  di cui fu la
    benedizione,  poich col grembiule miracoloso non solo sollev tutti i
    miseri del contado, ma assicur ai conti di Fronzola la ricchezza.
    Disgraziatamente,  quando ella era gi vecchia,  un incendio distrusse
    le stanze di madonna Chiara  e  anche  le  vesti  di  lei,  nonch  il
    grembiule miracoloso,  che era stato la salvezza del castello. Questo,
    dopo la morte di madonna Chiara,  cadde in potere del conte Simone  di
    Poppi,  che  lo  prese  con  l'aiuto de' fiorentini.  Il Conte ne rese
    grandi grazie al comune di Firenze,  e andando egli in quella citt vi
    mand la campana di Fronzola in segno di ricordanza.

    -  Oh,  se  l'avessi  io  pure  un  grembiule  come quello!  - esclam
    l'Annina.
    - Che ne faresti? - domand la nonna.
    - Vorrei farvi stare bene tutti e empir la casa di tanta roba che  non
    si  potesse  finire per anni e anni.  Me lo rammento,  sapete,  quando
    cpitano gli anni cattivi,  quando le raccolte vanno male,  quando  il
    babbo si arrabbia e soffre e voi vi affliggete.
    - Bambina mia, tutto non  sempre sereno nella vita, e i giorni tristi
    sono  pi  frequenti di quelli lieti;  ma quando si lavora e si cerca,
    nell'adempimento del proprio dovere,  il coraggio per  resistere  alle
    avversit,  si  finisce  per  vincere l'avversa fortuna.  Il grembiule
    miracoloso sarebbe una bella cosa, ma noi dobbiamo invece affidarci al
    lavoro,  nient'altro che al lavoro.  La terra   il  nostro  grembiule
    miracoloso;  le  affidiamo  un  chicco  di  grano e ci rende una spiga
    granita.
    - Le vostre parole sono d'oro,  mamma!  -  esclam  Cecco  facendosele
    accosto,  - e se i vostri nipoti le ricorderanno,  sapranno certamente
    trionfare sempre in ogni avversit.
    - Per quest'anno, - disse Maso che era un po' superstizioso come molti
    contadini,  e non sentiva parlar volentieri di  disgrazie,  -  se  Dio
    vuole, la raccolta promette bene. Gi siamo alla porta co' sassi, e se
    non si scatena qualche diavolo contro di noi, potremo contarlo fra gli
    anni migliori.
    - Ma anche se fosse cattivo, - ribatt la vecchia, - voi trovereste la
    forza di lottare contro l'avversit. Avete fortuna di volervi bene, di
    star d'accordo, e l'unione nella famiglia  gi una forza. Le famiglie
    disunite sono quelle che vanno in perdizione. Vi rammentate dei Ducci?
    Avevano un podere che era una fattoria, braccia robuste per lavorarlo;
    ebbene!  Non andavan d'accordo, ognuno tirava l'acqua al suo mulino, e
    ora son tanti pezzenti.
    - A proposito, nonna, - disse l'Annina,  - m'ero scordata di dirvi che
    oggi,  su a Camaldoli,  abbiamo visto il capoccia dei Ducci, il cieco,
    guidato dal nipotino.
    - L'avete incontrato lass? E che faceva? - domand la Regina.
    - E' venuto dall'ispettore Carli  a  chiedere  l'elemosina.  Aveva  il
    bussolotto   di  stagno  in  mano,   proprio  come  gli  accattoni  di
    professione.
    - E i figliuoli lo lasciano andare a  chieder  la  carit?  -  domand
    commossa la Regina.
    - I figliuoli sono ora tutti sparsi per il mondo;  - rispose Maso, - i
    nipoti si sono allogati per garzoni  nei  poderi,  e  se  il  capoccia
    mangia,   in grazia della gente caritatevole,  se no sarebbe morto di
    fame, lui e quel piccinuccio che gli hanno lasciato.
    - Se lo aveste conosciuto,  quel capoccia,  una trentina d'anni fa,  -
    riprese a dire la vecchia, - sareste anche pi meravigliati di vederlo
    elemosinare.  Pareva il padrone di questi posti.  Non c'era fiera, non
    c'era mercato,  non c'era festa  dove  non  si  recasse,  guidando  un
    cavallo  che  andava come il vento;  e spadroneggiava,  dava consigli,
    s'intrometteva nelle contese fra contadini,  insomma  era  per  tutto,
    sapeva tutto,  pagava da bere e da fumare a quanti gli si accostavano.
    Intanto i figliuoli, seguendo le sue orme,  trascuravano il podere,  e
    la  povera  massaia  se ne stava a casa a piangere e a disperarsi.  E'
    morta di dolore,  quella infelice;  poi,  sparita lei,  che  lavorava,
    tutti  sono  andati  in  rovina,  e  quel che  peggio,  hanno preso a
    odiarsi scambievolmente. I figli accusavano il padre,  questi accusava
    loro,  e  adesso tutti soffrono.  Brutta fine hanno fatto,  ma il loro
    esempio  stato giovevole a molti,  e ora,  quando  si  vede  fratello
    questionar  con  fratello o padre con figli,  si dice: Faranno come i
    Ducci.
    I bimbi avevano ascoltato con il solito religioso silenzio  le  parole
    della  nonna,   e  Gigino,  per  mostrarle  che  ne  aveva  capito  il
    significato, tir per la manica l'Annina,  che gli era seduta accanto,
    e le disse:
    - Io ti voglio tanto bene!
    Quella  scappata  del  Rossino  fece rider tutti,  e l'ilarit dilegu
    nell'animo dei bimbi il ricordo delle meritate sventure della famiglia
    Ducci.













    Il gatto del Vicario.

    Il tempo era brutto,  ma brutto,  e invece di maturare  il  grano,  le
    piogge  e  i  venti  lo  facevano piegare a terra.  S'era alla fine di
    maggio,  e Maso e i suoi fratelli si grattavan  la  testa,  vedendo  i
    campi cos rovinati dalle intemperie.  Anche le viti,  che avevano gi
    fiorito, pativano, e i contadini si struggevano a veder andar tutto in
    perdizione per quel tempaccio da lupi.  Nessuno  pensava  pi  a  star
    sull'aia  nel  dopopranzo,  e la sera,  anzi,  la famiglia Marcucci si
    rincantucciava sotto la cappa del camino, mentre cuoceva la cena,  per
    levarsi  da  dosso  quell'umido  penetrante  che  veniva dalla pioggia
    continua.
    Regina leggeva nel cuore de' suoi figliuoli come in un libro aperto, e
    capiva le loro  angustie;  cos,  quando  la  domenica  sera  si  vide
    dintorno i figliuoli,  le nuore e i nipoti, invece di aspettare che la
    invitassero a  raccontar  la  novella,  ne  richiam  alla  mente  una
    piuttosto allegra e prese a dire:

    - Vi ho parlato spesso di Poppi e dei suoi signori;  ora dovete sapere
    che, nell'anno 1440,  la repubblica fiorentina invi,  contro il forte
    castello,  Neri Capponi con molte truppe;  e il conte Francesco Guidi,
    che fu l'ultimo signore della racca,  scese a patti con gli assedianti
    per  mancanza  di vettovaglie;  poi,  quando quelli furono ratificati,
    usc da Poppi insieme con le figlie,  i figliuoli e trentaquattro some
    di roba, e vi entrarono i fiorentini.
    Da  quel  giorno,  che  segn la fine della signoria dei conti Guidi a
    Poppi e in Casentino,  la  repubblica  di  Firenze  mand  sempre,  ad
    esercitare la Vicaria di Poppi, cittadini illustri, come lo provano le
    iscrizioni murate nel cortile del castello.
    Al tempo di cui tratto io,  era Vicario per Firenze messer Cicciaporco
    Cicciaporci, uomo robusto quanto mai,  e nemico del genere umano.  Non
    aveva n fratelli, n sorelle, n famiglia propria, e il solo compagno
    suo  era  un  gatto  con  la  coda e gli orecchi mozzati e cieco da un
    occhio, che faceva schifo soltanto a guardarlo.
    Tuttavia,   per  messer  Cicciaporco,   quel  gatto  era   un   essere
    soprannaturale e,  non solo gli faceva apparecchiare un posto alla sua
    tavola,  ma lo teneva  anche  a  dormir  seco,  permettendo  che  quel
    bruttissimo  animale  posasse  la testa sullo stesso guanciale,  e gli
    appuntasse le zampe sulla bocca.
    Gl'impiegati del castello  erano  tutti  scandalizzati  che  il  nuovo
    Vicario  avesse  certi gusti,  e fremevano di dover ubbidire a un uomo
    che era schiavo di un gattaccio spelacchiato.
    Essi per non sapevano quali legami esistessero fra messer Cicciaporco
    e il  gatto  Merlino;  se  li  avessero  saputi,  invece  di  fremere,
    sarebbero scappati da Poppi, lasciando il palazzo in bala del Vicario
    e del suo micio.
    Tre anni prima,  messer Cicciaporco era seduto in una vasta camera del
    suo palazzo di oltr'Arno a Firenze, e teneva la testa bruna e ricciuta
    appoggiata alla mano, in atto di chi  immerso in profondi pensieri.
    Infatti il nobile signore aveva motivo di essere pensoso.
    Suo padre era morto la sera prima,  e avanti di chiuder gli occhi  gli
    aveva detto:
    -  Cicciaporco,  da  te  non ho avuto mai consolazioni e voglio che tu
    paghi con altrettanti dolori le pene che mi  hai  fatto  soffrire.  Ho
    fatto un testamento in tutta regola, e l'ho chiuso nella mia stanzetta
    del tesoro.  La chiave di quella stanzetta  nelle mani di messer Neri
    de' Bardi.  Con quel testamento non ti lascio il becco d'un quattrino.
    Salute!
    Queste erano state le ultime parole del vecchio, che si erano impresse
    nella  mente  del figliuolo,  come se ve le avesse incise con un ferro
    rovente.
    Il cadavere del vecchio era nella sua camera  circondato  di  ceri,  i
    preti  salmodiavano ai piedi della bara e Cicciaporco pensava alla sua
    triste sorte.
    E' vero che non era stato un figlio affezionato,  che aveva trascurato
    i negozi paterni,  che gli era piaciuto sempre di divertirsi e di fare
    a modo suo;  ma,  insomma,  non era giusto che il vecchio lo lasciasse
    nella miseria e avesse disposto chi sa come del suo patrimonio.
    -  Se potessi entrare nella stanza del tesoro,  magari con l'aiuto del
    Diavolo!  - esclam Cicciaporco,  - lo so io,  che cosa  ne  farei  di
    quell'ingiusto testamento!
    Appena ebbe pronunziata questa esclamazione,  una delle finestre della
    grande camera si spalanc violentemente,  come spinta da un  buffo  di
    vento, e Cicciaporco si vide davanti un gatto scodato e spelacchiato.
    A  quella  vista  il sangue gli si gel nelle vene.  Il gatto,  appena
    entrato nella stanza,  si lasci cadere sul  pavimento,  e  quindi  si
    avanz  verso  Cicciaporco  miagolando  sommessamente,  quasi  volesse
    rassicurarlo.
    Quando gli fu accosto,  gli strusci il muso alle gambe,  e il signore
    gli fece una carezza sul capo.
    Appena  la mano di Cicciaporco ebbe toccato il pelo del gatto,  questo
    si trasform in un Diavolo.
    - Che vuoi da me? - domand Cicciaporco spaventato.
    - Non mi hai invocato, forse?  - rispose l'altro.  - Se vuoi penetrare
    nella stanza del tesoro, sono ai tuoi ordini.
    - Tu non fai nulla disinteressatamente;  - rispose Cicciaporco,  - che
    cosa chiedi in cambio del servizio che mi offri?
    - Una cosa da poco; dammi l'anima tua,  alla tua morte.  Non mi fai un
    gran  regalo,  perch  anche  senza questo patto sarebbe finita in mio
    possesso; ma  meglio che io me l'assicuri fin d'ora.
    Cicciaporco riflett un poco, e poi disse:
    - Prenditi pure l'anima mia,  ma voglio stabilire io stesso il  giorno
    della consegna. Tu devi mettere in carta questo patto.
    - Va bene, - rispose il Diavolo.
    E foratosi con la punta di un pugnale la vena del polso, scrisse sopra
    una pergamena, di suo pugno, una dichiarazione in tutta regola.
    -  Ora,  messere,  sta  a te scrivere la cessione,  - disse quand'ebbe
    terminato.
    Cicciaporco si for pure  la  vena  e  scrisse,  sotto  dettatura  del
    Diavolo:
    Io,  messer  Cicciaporco  di Bencio Cicciaporci e di madonna Vincenza
    Carnesecchi, entrambi defunti, cedo l'anima mia al Diavolo,  purch mi
    faccia  penetrare  nella stanza del tesoro e mi consegni il testamento
    di mio padre.
    - Firma, - ordin il Diavolo.
    L'altro firm,  si scambiarono le  pergamene,  e  il  Diavolo  riprese
    l'aspetto  del  micio spelacchiato e si avvi per uscire.  Cicciaporco
    prese la lucerna e lo segu.
    Il  gatto  conosceva  benissimo  gli  andirivieni  e  le   scale   che
    conducevano alla stanza del tesoro,  perch preced sempre Cicciaporco
    senza esitare un istante,  e quando fu alla  porta,  fece  un  lancio,
    appoggi il muso alla serratura,  vi soffi dentro, e la porta ferrata
    si apr come per incanto.
    Ma fatto questo,  non era nulla,  perch le pareti erano rivestite  di
    sportelli di ferro,  dentro ai quali il morto aveva riposto il denaro,
    le cose preziose e il famoso testamento.
    Peraltro il gatto dissip presto il  timore  di  Cicciaporco.  Con  un
    lancio  accost la bocca a uno degli sportelli,  soffi nel buco della
    chiave,  e lo sportello si apr lasciando scorgere uno  scaffale,  nel
    quale  vi  erano  tanti  rotoli  di  carte.  Su  quello di mezzo stava
    scritto: Testamenti.
    Cicciaporco lo prese con mano tremante,  lo sciolse,  e,  in mezzo  ai
    testamenti  di tutti i suoi antenati,  trov quello del padre,  ancora
    suggellato; lo apr e lesse la sua condanna. Il vecchio aveva lasciato
    tutti i suoi averi allo spedale di  San  Paolo  e  alla  Confraternita
    della Misericordia, meno pochi legati alle persone di servizio.
    -  E  ora  come  faccio!  -  esclam  Cicciaporco.  -  Se distruggo il
    testamento, messer Neri de' Bardi,  il quale sa che vi dev'essere,  mi
    accuser; se lo lascio stare, sono rovinato; Diavolo, consigliami tu.
    Il  gatto  addent  il  signore  per  il  lucco  e lo fece sedere a un
    tavolino,  sul quale vi era della carta  eguale  a  quella  usata  dal
    vecchio per scrivere il suo testamento. Cicciaporco si prov a imitare
    il  carattere  del  padre,  e,  vedendo che vi riusciva perfettamente,
    scrisse un lungo elogio di  se  stesso  e  s'istitu  erede  generale.
    Aggiunse i legati,  come il vecchio li aveva stabiliti, e, col sigillo
    che trov sul tavolino,  sigill il testamento,  lo ripose nel rotolo,
    lo  sportello  si  richiuse,  si  richiuse  la  stanza  del tesoro,  e
    Cicciaporco, preceduto sempre dal gatto, ritorn in camera sua,  dove,
    appena  giunto,  si diede cura di bruciare il testamento vero.  Ma per
    quanto lo gettasse sulle legna  che  ardevano  nel  grande  camino  di
    pietra,  la  carta  rimase  intatta e non ci fu verso di farla neppure
    annerire.
    Il gatto teneva gli occhi fissi,  immobili  sul  testamento,  come  se
    fosse stato un topo. A un tratto fece un lancio, addent la carta e la
    inghiott in un boccone.
    -  E'  bravo chi viene a cercare il testamento in corpo a te!  - disse
    Cicciaporco.
    E, pi tranquillo, stava per spogliarsi e andare a letto, quando sent
    per il palazzo un gran trambusto.
    Egli non si mosse, ma di l a poco i servi,  spaventati,  entrarono in
    camera del padrone, gridando:
    - Il morto ha alzato una mano! Il morto ha girato gli occhi!
    - Siete tutti pazzi, avete le traveggole! - esclam Cicciaporco.
    - Venite voi, messere, a sincerarvi se diciamo il vero.
    - Io non posso,  - rispose egli. - Lo spettacolo di mio padre morto mi
    fa troppa pena; rispettate il mio dolore!
    Cicciaporco faceva il forte in presenza ai servi,  ma aveva una  paura
    da non dirsi,  e ordin che il corpo del defunto fosse subito composto
    e rinchiuso nella bara.
    Per un certo tempo non ud  altro  che  il  rumore  dei  martelli  che
    battevano i chiodi della cassa;  ma quando stava per addormentarsi, fu
    scosso da nuove  grida.  I  servi,  e  questa  volta  anche  i  preti,
    penetrarono spaventati in camera sua,  dicendo,  tutti a una voce, che
    il morto aveva sollevato da una parte il  coperchio  della  cassa  gi
    inchiodato, e stendendo la destra aveva digrignato i denti.
    - Siete matti da legare; i morti non si muovono; andate!
    Ma  invece  di  recarsi  nella  camera  del  morto  per  rassicurarli,
    Cicciaporco non si mosse dal letto,  nel quale stava comodamente anche
    il gatto spelacchiato.
    Il morto,  come Dio volle,  a forza di acqua benedetta e di preghiere,
    se ne stette calmo,  e Cicciaporco dorm sino a giorno  inoltrato.  Al
    suo destarsi gli fu portata la colazione,  e il gatto, appena la vide,
    vi salt sopra e mangi i migliori bocconi biascicando gli altri.
    Cicciaporco, tutto in furore, lo minacci, dicendogli:
    - Credi, gatto, che io voglia sopportare questa prepotenza?
    - Non importa,  miao,  miao,  che tu  t'inquieti.  Io  ho  lo  stomaco
    delicato,  miao, miao, e se non mangio quel che mi appetisce, rigetto,
    e se rigetto, miao,  miao,  il testamento potrebbe capitare nelle mani
    dei signori, e tu andresti in prigione.
    L'argomento  era stringente,  e Cicciaporco chin il capo e mangi gli
    avanzi del gatto bavoso.
    Nel giorno furono fatti i funerali del morto;  ma prima giunse  messer
    Neri  de'  Bardi  con la chiave per aprire la famosa stanza in cui era
    custodito il testamento,  perch occorreva sapere  dove  voleva  esser
    sepolto il signore.
    Cicciaporco  and  incontro  al  nuovo venuto,  il quale lo guard con
    compassione, come si guardano i figli diseredati dal padre.
    Accompagnato dal cancelliere del tribunale  e  da  quattro  testimoni,
    l'esecutore testamentario entr nella stanza, e con una seconda chiave
    apr  gli sportelli di ferro,  trov il famoso testamento e,  presolo,
    richiuse tutto con cura. Quindi si rec nella camera dov'era la bara e
    invit il figlio e tutti i famigli ad assistere alla lettura.
    Giunsero tutti a uno a uno e si collocarono lungo  le  pareti,  e  per
    ultimo  giunse Cicciaporco,  seguto dal gatto,  e rimase accanto alla
    finestra.
    Messer Neri de' Bardi mostr a tutti i  sigilli  intatti,  e  sedutosi
    dinanzi a una tavola apr il foglio.
    Ma dopo che v'ebbe gettato gli occhi esclam:
    - Messer Bencio prima di morire si  burlato di me!
    - Perch? - domandarono il cancelliere e i testimoni.
    -  Perch  mi  aveva detto di non aver lasciato nulla al figliuolo,  e
    invece gli lega ogni suo avere.
    - Si sar ricreduto "in extremis"; - osservarono tutti,  - ma leggete,
    messere.
    Neri  incominci  a  leggere  a  voce  alta,  e  la  sua  lettura  era
    accompagnata da colpi continui dentro la cassa.  Pareva che il  morto,
    infuriato, battesse la testa, le gomita, le ginocchia contro le pareti
    di legno.
    Cicciaporco era diventato livido e non poteva fare un passo; i famigli
    eran tutti scappati, i testimoni si guardavano in faccia.
    - Forse hanno messo nella cassa un vivo, - osserv Neri de' Bardi.
    E, accostatosi alla bara, incominci a gridare:
    - Messer Bencio! Messer Bencio, se siete vivo, rispondete!
    I rumori erano cessati e non fu udita nessuna risposta.
    - I rumori dovevano venire dal piano superiore; - disse messer Neri, -
    qui,  signori,  non  ci  rimane altro che dare esecuzione alla volont
    dell'estinto,  e  lasciare  messer  Cicciaporco  padrone  degli  averi
    paterni.
    In quel momento dalla cassa part un colpo tremendo, e il gatto, fatto
    un lancio, and ad accoccolarvisi accanto. I testimoni impallidirono e
    dissero che bisognava aprirla per accertarsi se Bencio era vivo.
    - Purtroppo  morto!  - disse Cicciaporco con un filo di voce.  - Fino
    da ieri egli ha esalato l'ultimo  respiro.  Nella  cassa  deve  essere
    penetrato  qualcuno  dei  topi  di  cui  pieno il palazzo.  Non avete
    osservato?  appena il gatto s'  accucciato  accanto  al  cadavere,  i
    rumori  sono  cessati!  Vuol dire che il topo ha avvertito la presenza
    del suo nemico.
    La spiegazione era cos plausibile,  che i testimoni non fiatarono,  e
    dopo  che  il  cancelliere  ebbe  steso  l'atto,   mediante  il  quale
    Cicciaporco  era  dichiarato  erede  del  patrimonio  paterno,  se  ne
    andarono
    -  Gatto,  non  ti  muovere  di  cost  e accompagna il feretro fino a
    Sant'Jacopo, - ordin Cicciaporco.
    - Miao, miao, ho capito, - rispose il gatto.
    Vennero i fratelli della Misericordia,  si caricarono  la  bara  sulle
    spalle,  e  il gatto sempre dietro.  Nessun rumore fu udito pi,  e la
    bara venne calata nell'avello di  famiglia,  accanto  a  quella  della
    Carnesecchi.
    Fin  qui  le cose erano andate bene,  e il gatto era ritornato a casa,
    dove Cicciaporco era  circondato  dai  parenti  che  gli  facevano  le
    condoglianze;  ma  egli  non si sentiva punto sicuro,  e prima di sera
    ordin che un fabbro forasse il marmo dell'avello e  ci  mettesse  una
    spranga  di  ferro,   alla  quale  fece  porre  una  serratura.   Egli
    giustificava questa precauzione,  dicendo che gli sarebbe  dispiaciuto
    che i ladri,  tentati dalle ricche vesti e dai gioielli del padre,  ne
    profanassero la tomba. La ragione vera, per,  che lo spingeva a esser
    cos cauto, era la gran paura che aveva di vedersi comparire il morto.
    Quando ebbe la chiave in tasca,  si sent pi tranquillo e scese nella
    stanza del tesoro,  dove si rinchiuse insieme col gatto per contare  i
    fiorini di cui erano pieni i sacchetti.
    Ma li aveva appena vuotati sulla tavola che la porta fu scossa come se
    fosse urtata da una mazza di ferro,  e Cicciaporco si fece livido come
    un morto.
    Il gatto,  intanto,  aveva arricciato il pelo e gonfiato  la  coda,  e
    stava pronto a slanciarsi su chiunque entrasse.
    - Apri! - ordinava una voce cavernosa dal di fuori.
    - Gatto mio, salvami!  lui! - disse Cicciaporco accarezzandolo.
    In  quel  momento  l'animale  si trasform in un Diavolo,  che corse a
    spalancare la porta.
    Lo spettro di  messer  Bencio,  nel  vederlo,  fugg  come  il  vento,
    lasciando il lenzuolo per terra.
    -  Amico,  -  disse  il Diavolo a Cicciaporco,  - io ti posso liberare
    dallo spettro di tuo padre;  ma  non  ho  il  potere  di  farlo  stare
    tranquillo nell'avello di Sant'Jacopo.
    - Assistimi, per carit, io non voglio esser povero, perch la miseria
    mi spaventa pi di quello spettro.
    - Tu morrai ricco e quando piacer a te,  stimato da tutti;  di questo
    puoi esserne certo.
    - Mi basta.
    Dopo  questo  dialogo  il  Diavolo  riprese  la  forma  di  gatto,   e
    Cicciaporco  si rimise a contare i fiorini,  che erano tanti,  e tutti
    d'oro.  In quella occupazione egli trascorse la  notte,  e  quando  fu
    giorno richiuse la stanza del tesoro e and a far colazione.
    Il gatto grufolava il muso nel piatto del padrone,  e i servi volevano
    cacciarlo; ma Cicciaporco s'inquietava non con lui, ma con loro. Anche
    se gli avesse levato i bocconi di bocca,  lo  avrebbe  lasciato  fare,
    tanto era devoto a quell'animale cui doveva l'eredit.
    Ma  la  gente di casa,  che non sapeva nulla di quel che era avvenuto,
    diceva che il nuovo padrone era matto, e lo screditava nel vicinato.
    La seconda notte dopo i funerali,  Cicciaporco si coric di  buon'ora,
    ed  eccoti  che alla mezzanotte si spalanca la porta,  e lo spettro di
    messer Bencio compare sull'uscio. Ma il gatto, come la prima notte, si
    trasform in Diavolo, e il fantasma fugg via.
    Cos avveniva tutte le notti,  e bench  Cicciaporco  non  avesse  pi
    paura, pure era seccato di quella visita incresciosa, e sapendo che il
    Vicariato  di  Poppi  era  vacante,  chiese  e  ottenne  di  andare in
    Casentino.
    - Lass non ci verr,  - diceva.  - Se deve tutte le notti far  questo
    viaggetto, si stancher presto. Che ne dici, gatto?
    Il gatto, per tutta risposta, metteva fuori le granfie e arricciava il
    pelo, come per dire:
    - Se viene, ci sono io!
    Cicciaporco  dunque  regol  a  Firenze tutte le sue faccende,  lasci
    messer Neri de' Bardi suo procuratore e part da  Firenze  a  cavallo,
    col gatto spelacchiato sul pomo della sella.
    I  servi  del  Vicario  erano  ormai assuefatti a vedergli sempre quel
    gatto alle costole e non ci badavano pi,  ma gli abitanti  di  Poppi,
    quando lo videro giungere con quella strana compagnia, fecero le matte
    risate e soprannominarono il gatto: Il Bargello del Vicario.
    La prima notte,  e anche la seconda e molte altre ancora,  Cicciaporco
    dorm come un papa  nella  camera  d'onore  del  castello,  e  siccome
    s'accorgeva  che  la  gente  lo canzonava a causa di quel gatto che lo
    trattava peggio di un servo, se ne sarebbe disfatto volentieri; ma non
    sapeva come fare a dirgli  che  gli  levasse  l'incomodo.  Gli  uomini
    dimenticano  facilmente i benefizi ricevuti e anche le promesse fatte,
    e il Vicario aveva gi dimenticato che, senza il gatto, le porte della
    stanza del tesoro non si sarebbero spalancate  dinanzi  a  lui,  e  il
    patrimonio non l'avrebbe ereditato.
    Il gatto per,  che gli leggeva nel pensiero, un giorno che erano soli
    gli disse.
    -  Cicciaporco  mio,  miao,  miao,  io  me  ne  devo  andare.   Il  re
    dell'Inferno  mi  ha dato un'altra missione presso una certa monaca di
    Pratovecchio; miao, miao, rammentati di me.
    Aveva appena finito di pronunziare queste parole, che era gi sparito.
    - Meno male!  -  esclam  Cicciaporco  mandando  un  gran  sospiro  di
    soddisfazione.  - Ormai posso dirmi un uomo contento.  Messer Bencio 
    spaventato del viaggio e mi lascia in pace;  il gatto piglia il largo;
    io sono ricco,  solo,  occupo un bel posto...  chi  pi felice di me?
    Ora  tempo di pigliar moglie!
    E senza tanto riflettere, perch da un pezzo la sua scelta era fatta e
    soltanto la presenza  del  gatto  lo  tratteneva  dal  conchiudere  il
    parentado,  fece sellare un bel cavallo e and a Bibbiena, in casa dei
    Saccone, dove c'era una bella ragazza per nome Violante.
    Il padre di lei,  manco a dirlo,  fu tutto felice della chiesta,  e l
    sul tamburo furono stabilite le nozze per il mese successivo.  In casa
    Saccone ci fu quella sera  stessa  un  banchetto  per  festeggiare  la
    chiesta.
    Cicciaporco,  molto  allegro per il vino bevuto in soverchia quantit,
    torn a  notte  tarda  al  castello,  e  appena  entrato  a  letto  si
    addorment  come  un ghiro.  Ma era ancora nel primo sonno,  quando si
    sent prendere per i piedi da due mani gelate e  tirar  di  sotto  dal
    letto.
    - Chi ? - url il Vicario.
    -  Son io,  tuo padre;  - rispose una voce cavernosa,  - tu mi lasci a
    bruciar nel Purgatorio per  non  volere  che  il  mio  testamento  sia
    rispettato, e io ti molester sempre.
    E con le mani stecchite e gelate incominci a schiaffeggiarlo. - Gatto
    mio, aiutami! - url Cicciaporco spaventato.
    - Pentiti,  furfante, dannato! - seguitava a dire messer Bencio, senza
    smettere di malmenare il figliuolo.
    - Gatto mio, aiutami! - badava a dire il Vicario.
    Cos dur per un'ora circa, e quando lo spettro del vecchio spar, per
    ritornare,  prima che albeggiasse,  nel  Purgatorio,  Cicciaporco  era
    conciato per il d delle feste.
    In quel giorno il Vicario non si pot alzare dal letto e rimase sempre
    solo  a ripensare alla scena della notte,  col timore che si ripetesse
    anche in quella che si avvicinava.
    Verso sera sent miagolare all'uscio, ed eccoti il gatto.
    - Miao, miao, che cosa ti  successo? - gli domand.
    - Gatto mio, non mi lasciar pi. Vedi come mi ha ridotto il padre mio!
    - Lo sapevo, miao,  miao;  ma siccome tu ruminavi in testa il pensiero
    di  sbarazzarti  di  me,  ti ho voluto far provare che cosa sarebbe di
    messer il Vicario se non avesse accanto il suo gatto.
    - Hai ragione,  ho mancato  verso  di  te,  ma  perdonami:  io  volevo
    ammogliarmi,  e  temevo  che la tua presenza potesse essere d'ostacolo
    alle nozze.
    - Ammogliati pure, purch io ti faccia da testimonio.
    - E' impossibile!  - esclam il Vicario.  - Il matrimonio non  sarebbe
    valido.
    -  Tu  credi,  mio  caro amico,  che io voglia presentarmi in veste di
    gatto?  Sapr trasformarmi in dottore,  in cavaliere,  in  quello  che
    vuoi.
    - Quand' cos, accetto.
    E  le  nozze  si  prepararono infatti con molta pompa,  e nella chiesa
    della Pieve a Bibbiena si present come testimone del Vicario di Poppi
    un  bellissimo  cavaliere  che  disse  di   chiamarsi   messer   Lando
    Carnesecchi,  e  di  esser cugino dello sposo.  Per,  mentre il prete
    benediva l'anello,  si verific  un  fatto  strano.  L'immagine  della
    Madonna  che  ornava  l'altare si volt dal lato opposto a quello dove
    stavano il Vicario e il cavaliere fiorentino,  e dalla loro  parte  si
    spensero tutti i ceri.
    La sposa impallid e cadde svenuta; la madre di lei mand un grido; il
    prete  fugg,  e  dietro  a lui fuggirono tutti gli astanti.  La gente
    urlava,  si pigiava per scappar pi presto,  e tutti dicevano che  era
    stato  commesso  un  sacrilegio,  che la chiesa era profanata e che ci
    doveva essere il Diavolo,  e il Diavolo non poteva essere altri che il
    Vicario o il suo testimone. Questa voce era cos generale, che formava
    quasi un coro,  e giunse anche all'orecchio del padre della sposa,  il
    quale cercava di farsi largo nella  folla  adunata  sulla  piazza  per
    ricondurre a casa Violante, tuttavia priva di conoscenza.
    -  Qui  non    aria per noi!  - disse sottovoce il finto cavaliere al
    Vicario.
    Questi and per uscire,  ma la folla,  appena  lo  ebbe  riconosciuto,
    incominci a gridare:
    - Dlli, dlli! Ecco il Diavolo!
    In un momento tutti si chinarono a raccoglier sassi e incominciarono a
    bersagliar con quelli il povero Vicario.  Il cavaliere,  vista la mala
    parata,  aveva ripreso la pelle di micio e sgattaiolava fra la  folla,
    senza curarsi di chi lasciava nelle peste.
    I  sassi  lanciati  con  furia,  quasi a bruciapelo,  avevan ferito il
    Vicario  nella  testa,  nel  viso,  nel  petto,  nelle  spalle,  e  il
    poveretto, sentendosi morire, stramazz a terra.
    Allora da molte parti si ud dire:
    - Prepariamo il rogo, bruciamolo vivo!
    E  cento  e  pi persone corsero a pigliar legna e fascine e ne fecero
    una catasta proprio  nel  punto  dove  l'ultimo  giorno  di  carnevale
    piantavano e piantano il ginepro per ballarvi intorno il Bello-Ballo.
    Cicciaporco Cicciaporci si vide perduto, e in quel momento si pent di
    tutto il male che aveva fatto,  e pi di tutto di aver patteggiato col
    Demonio.
    Quando poi sent crepitare  le  legna  del  rogo,  vedendosi  perduto,
    piuttosto che far la morte di san Lorenzo, esclam:
    - Diavolo, salvami dal rogo, ma prenditi l'anima mia, perch di questa
    vitaccia n'ho assai!
    Appena ebbe detto cos,  la terra su cui stava disteso si spalanc,  e
    quelli che gi si ripromettevano una festa di bruciarlo vivo, rimasero
    con un palmo di naso.
    Il gatto fu veduto correre intorno alla voragine spalancata;  e quando
    si  accorse che la folla stava per lapidarlo,  spicc un salto e spar
    anche lui, dov'era sparito il Vicario di Poppi.
    Dopo  la  morte  di  messer  Cicciaporco  ognuno   si   rese   ragione
    dell'affetto  di  lui per il gatto,  e tanto era il timore che potesse
    nuocere dal mondo di l alla gente del paese e del  contado,  che  gli
    abitanti  di  Poppi  corsero al castello,  presero tutto quello che il
    Vicario aveva toccato,  e lo bruciarono sul prato davanti al castello.
    N  da  quel  d  nessuno  ha  pi  voluto  gatti  in  casa.  Inoltre,
    gl'impiegati della  Vicaria  fecero  aspergere  d'acqua  benedetta  la
    camera  occupata  da  messer  Cicciaporco e quindi ne murarono porte e
    finestre.  Si assicura per che  da  quella  stanza  si  odono  spesso
    partire,  durante la notte,  dei lamenti che fanno accapponar la pelle
    di quanti dormono nel castello di Poppi.  Io,  per,  non  li  ho  mai
    uditi.

    - E qui la novella  terminata,  - disse al solito la Regina,  - e chi
    non s' divertito, alzi la mano.
    Nessuno l'alz, e Maso prese a dire:
    -  Vi  ringrazio,  mamma,  di  avermi  fatto  passar  le  paturne  col
    raccontare codeste fandonie. Almeno, per un paio d'ore, non ho pensato
    al grano che patisce e alle viti che gelano.  Ma non sentite come vien
    gi l'acqua, e come fischia il vento?  Si prepara un'annata ben triste
    per noi, e ci vorr coraggio e pazienza.
    -  L'avremo,  - rispose Vezzosa,  - e siccome Iddio aiuta tutti quelli
    che si aiutano,  noi cercheremo di aiutarci.  Ci son tante fabbriche a
    Soci dove impiegano anche le donne, e noi andremo a lavorare l. Non 
    vergogna d'ingegnarsi.
    -  No davvero!  - risposero le cognate.  - E tu,  Vezzosa,  con queste
    parole  c'indichi  quello  che  dovremo  fare,   caso  mai  le  brutte
    previsioni di Maso si avverassero.
    Cecco  non  disse  nulla,  ma  guard  la  Regina e poi Vezzosa che si
    mostrava cos saggia e piena di premura per la famiglia.
    E tanto era l'affetto che legava tutti i Marcucci fra di loro,  che in
    quel  momento ognuno si diede a pensare al modo di rendersi utile alla
    famiglia.
    Non riveler i pensieri che occupavano la mente di  tutti.  Ormai  gi
    conoscete  quei  buoni  contadini  e  sapete  che  essi erano pronti a
    qualunque sacrifizio, pur di risparmiare ai congiunti,  e specialmente
    alla vecchia Regina,  crucci e amarezze.  In seguito vedremo con quale
    animo forte essi sopportarono la sventura: e sempre pi spinti  saremo
    ad  ammirarli.  Ma  per  ora  non  mettiamo il carro avanti i buoi,  e
    lasciamo che la narrazione segua il suo corso.












    L'Albergo Rosso.

    Le tristi previsioni di Maso si erano avverate.  La raccolta del grano
    era  rovinata  dalle  piogge  e  dai  geli,  e  le  viti  pure avevano
    seriamente sofferto. Si preparava per i Marcucci un'annata disastrosa,
    ed era un bene che l'Annina avesse trovato da allogarsi. Cos avessero
    trovato pure Beppe, il figlio maggiore di Maso, e il cugino Ciapo, che
    eran due ragazzetti svegli! Dei figliuoli ce n'eran tanti in casa, che
    un altro avrebbe potuto accompagnare i  forestieri  a  Camaldoli.  Con
    l'industria,  ingegnandosi in ogni modo, bisognava rimediare alla mala
    sorte.  Siccome tutti erano concordi nell'intendimento di lavorare,  e
    tutti  avevano  coraggio,  cos speravano di sbarcar quell'annataccia,
    senza andare incontro a far debiti col padrone.
    Per,  chi non si poteva  dar  pace  della  sventura  che  colpiva  la
    famiglia,  era la povera Regina,  la buona vecchia, cos premurosa del
    bene de' suoi. Nella inerzia forzata, cui la costringeva la grave et,
    ella non faceva altro che ruminare nella mente pensieri dolorosi, e in
    quei pochi giorni,  a forza di limarsi a quel modo,  era  invecchiata,
    all'aspetto, di diversi anni.
    Non  poteva  aiutare  i  figliuoli  altro che con le sue preghiere;  e
    queste erano anche pi fervide dacch aveva la certezza che  la  terra
    non avrebbe rimunerate le loro fatiche.
    Quella  triste  domenica  di  giugno,  nella quale l'aria si manteneva
    fredda,  quando ella vide la sua famiglia riunita intorno a s e lesse
    cos chiaramente le angustie sulla fronte del capoccia e dei fratelli,
    che restavano muti come tutti coloro che provano un vero dolore,  ella
    li guard affettuosamente, e col suo buon sorriso disse:
    - Siccome le distrazioni che noi ci concediamo nei  giorni  di  festa,
    non  costan  nulla,  volete che tenti di rallegrarvi raccontandovi una
    novella?
    - Mamma,  raccontate,  - rispose Maso,  - la  vostra  voce    gi  un
    sollievo  per  noi,  e  voi  sapete che di sollievo ne abbiamo pi che
    bisogno.
    - Ebbene, statemi a sentire.

    - C'era una volta a Pontassieve,  proprio in riva all'Arno e  a  pochi
    passi dal paese,  un albergo,  che si chiamava l'Albergo Rosso, per il
    colore della facciata.
    Pippo,  il locandiere,  e Rosa,  la moglie di  lui,  erano  due  brave
    persone. Tutti gli anni si confessavano per Pasqua e per Natale, e non
    c'era caso che pigliassero per il collo gli avventori.  Facevan pagare
    il giusto e nulla di pi,  e si contentavano di campare  modestamente.
    In  paese  c'erano  altri  alberghi,  ma tutti quanti i viaggiatori si
    fermavano all'Albergo Rosso,  e i cavalli e i  muli  che  venivano  di
    Romagna,  vi  sostavano,  ed  eran tanto pratici della stalla,  che ci
    sapevano andar da s.
    Una sera d'autunno,  quando le giornate eran gi corte e il freddo  si
    faceva sentire,  Pippo stava sulla porta del suo albergo per vedere se
    giungeva qualcuno.  Egli spingeva lo sguardo verso la via  Fiorentina,
    quando  scorse  un  signore,  molto  ben  vestito,  che  cavalcava  un
    bellissimo cavallo.
    Il viaggiatore,  quando fu poco distante dall'oste,  ferm il cavallo,
    si tocc cortesemente il cappello, e disse:
    - Potresti darmi una camera per me solo e una buona cena?
    Pippo si cav il cappello e rispose:
    -  In  quanto  alla cena non dubitate,  perch la Rosa cucina bene,  e
    stasera ha preparato un arrosto di lodole,  grasse pinate;  ma per  la
    camera    un po' difficile.  Ne abbiamo tre,  e sono occupate da otto
    carbonai che tornano a San Godenzo,  e all'albergo  non  ci  sono  che
    quelle tre.
    Il viaggiatore disse allora:
    - Senti,  galantuomo,  fa' che io non debba dormire al sereno.  I cani
    stessi hanno da ricoverarsi nei canili, e non  giusto che i cristiani
    non trovino un tetto con un tempo freddo come questo.
    - Che v'ho da dire?  L'albergo  pieno e non c' altro che  la  camera
    rossa.
    - Ebbene, dammi quella, - rispose il viaggiatore.
    Ma  l'oste  si  gratt la testa e si fece pensoso;  quella camera,  in
    coscienza, non poteva darla a nessun viaggiatore.
    - Rispondi, - disse il signore impazientito.
    - Da che ho acquistato questo albergo, - balbett l'oste finalmente, -
    due persone soltanto hanno dormito nella camera rossa,  e  la  mattina
    dopo,  bench fossero giovani,  avevano i capelli tutti canuti, mentre
    la sera prima eran neri morati.
    Il viaggiatore guard fisso l'oste.
    - Ci sono forse gli spiriti, gli spettri in quella camera? - domand.
    - Purtroppo! - replic l'oste.
    - Che Iddio mi assista e la Santa  Vergine!  Ma  io  sono  stanco,  e,
    spiriti o non spiriti,  preparami la camera rossa, accendimi il fuoco,
    perch ho bisogno di riscaldarmi e di riposare.
    L'oste esegu gli ordini del viaggiatore,  e questi,  dopo aver cenato
    con appetito e bevuto un po' pi del consueto per cacciare il freddo e
    la paura, augur la buona notte e sal nella camera rossa.
    L'oste e la moglie si misero a pregare.
    Quando  il  viaggiatore,  che  era  messer  Gentile di San Godenzo (il
    quale, in seguito ad una lunga assenza dal paese, tornava in famiglia,
    dopo avere nei suoi viaggi  incontrato  molte  avventure),  fu  giunto
    nella  camera  rossa,  volse intorno uno sguardo.  La camera era molto
    grande ed era tutta dipinta di  color  fuoco.  In  alcuni  punti,  sul
    pavimento pure scarlatto, si vedevano macchie grandi e lucenti, talch
    parevano  chiose  di  sangue  fresco.  In  fondo alla stanza vi era un
    lettone col cortinaggio pure rosso,  e per mobilia nient'altro che  un
    tavolino  dello  stesso  colore  e  una  sedia sgangherata.  In quello
    stanzone quasi vuoto si sentiva il vento mugolare nel caminetto e  nei
    corridoi,   e  quei  mugolii  parevano  voci  di  anime  penanti,  che
    chiedessero preci e suffragi.
    Il viaggiatore,  che era molto pio e timorato di Dio,  fece una  breve
    orazione, e quindi si mise a letto e non tard a prender sonno.
    Ma quando scocc la mezzanotte alla torre del castello, messer Gentile
    si   svegli  di  soprassalto  sentendo  scorrere  le  campanelle  del
    cortinaggio nei bastoni del letto.
    Ci siamo! pens.
    E senza riflettere,  e senza aprir gli occhi,  fece per  scendere  dal
    letto.  Ma  appena  ebbe messi i piedi fuori,  li tir su perch sent
    qualche cosa di ghiaccio.
    Dinanzi a lui,  a pochi passi dal letto,  c'era  una  bara  posata  in
    terra,  e agli angoli di quella quattro faci di resina accese. La bara
    era coperta di un drappo nero,  guarnito di frange d'oro,  e aveva nel
    centro lo stemma dei Gentili di San Godenzo.
    Messer  Gentile  a  quella vista fece per saltar dal letto dalla parte
    opposta; ma che  che non ,  la bara  sollevata insieme con le faci,
    ed egli se la trova davanti anche da quel lato.
    Per  cinque  volte  messer Gentile ripet il tentativo di fuggire,  ma
    tutt'e cinque ne fu impedito da  quel  feretro  che  gli  sbarrava  il
    passo.
    Allora messer Gentile cap che si trattava di un morto, il quale aveva
    forse  una  domanda  da fargli;  perci,  senza pi cercar di fuggire,
    s'inginocchi sul letto e,  dopo essersi fatto il segno  della  croce,
    disse:
    - Chi sei, morto? Parla, poich v' un cristiano pronto ad ascoltarti.
    Una voce si fece udire nel feretro e disse:
    - Io sono messer Lapo Gentile,  zio tuo. Poco dopo la tua partenza, un
    giorno mi misi in viaggio per sbrigar certe faccende nostre a  Firenze
    e  mi  fermai a pernottare in quest'albergo.  Ne era padrone allora un
    certo Ramarro, oste malvagio,  il quale,  accortosi che in due bisacce
    recavo  molto  denaro per pagare un canone allo spedale di Santa Maria
    Nuova,  mi assassin,  e siccome ero  in  istato  di  peccato,  sto  a
    bruciare in Purgatorio.
    - Che vuoi,  infelice,  da me? Io sono pronto a sollevarti, per quanto
    posso, dalle tue pene.
    - Ascoltami, nipote mio. Quel perfido Ramarro, con i denari rubatimi e
    col ricavo della vendita di quest'albergo,  dove  non  gli  pareva  ci
    fosse  pi aria per lui,  ha comprato ad Arezzo una bella casa e campa
    da signore; intanto il mio corpo  sotterrato in questa cantina, senza
    un palmo di terra santa addosso,  e la mia anima non   suffragata  da
    nessuna prece.
    -  Indicami quello che debbo fare,  anima santa,  per confortarti.  La
    piet della tua fine infelice e i legami di parentela che ci  univano,
    mi faranno tentare tutto il possibile.
    -  Ebbene,  nipote mio,  prima di tutto tu devi chiamare la giustizia,
    denunziare il colpevole e poi pensare all'anima mia.
    - Far quello che mi chiedi, - disse solennemente Gentile.
    Appena questa promessa gli fu uscita  dalle  labbra,  spar  la  bara,
    spar  la  coperta,  sparirono  i  ceri  e  la  camera  rossa  ritorn
    nell'oscurit; ma per quanto Gentile facesse, non riusc pi a prender
    sonno.
    La mattina, l'oste, vedendolo comparire in cucina, gli guard subito i
    capelli,  e fu meravigliato accorgendosi che serbavano il colore della
    sera antecedente.
    - Come, messere, non avete avuto paura?
    -  No,  -  rispose  Gentile,  - e nessuno prover pi spavento,  se io
    riesco ad appagare i desiden dello spettro.
    - Dunque, l'avete visto? - domand Pippo.
    - No, ma l'ho udito parlare. Ascoltami, hai una cantina, tu?
    - Altro! E ben fornita anche. C' del Pomino stravecchio.
    - Di questo non me ne importa;  voglio sapere se t' mai  avvenuto  di
    rimuovere le botti che vi avr lasciato il tuo predecessore?
    - Mai.
    -  Non hai dunque osservato,  nei primi tempi che venisti qui,  che la
    terra fosse smossa in qualche punto?
    - S, messere,  e anzi devo dirvi che ho sempre supposto che l,  dove
    il  terreno  si  vedeva  rimuginato  di  recente,  il mio predecessore
    celasse il suo tesoro.
    - Un triste tesoro; vuoi che andiamo insieme a scoprirlo?
    Il viaggiatore parlava a parole cos velate,  che l'oste  s'insospett
    che volesse tendergli qualche tranello e disse:
    -  Messere,  io  sono  alquanto  grasso e le gambe mi servon male.  Se
    vedeste che razza di  scala  mena  in  cantina,  non  m'invitereste  a
    scendervi!
    - Scendi con me e te ne troverai bene.
    Questa assicurazione era fatta in tono cos perentorio che a Pippo non
    rimase  altro che ubbidire,  e,  stronfiando,  segu messer Gentile in
    cantina.
    Quando uno e l'altro vi furono giunti, il signore disse all'oste:
    - Ora indicami il luogo ove credevi che il tuo predecessore celasse il
    tesoro.
    - Eccolo,  - rispose l'oste accennando un punto ove il terreno non era
    cos liscio come altrove.
    - Cerca una vanga e scava.
    Gentile  ordinava  con  una  fermezza tale,  che nessuno avrebbe osato
    disubbidirgli,  tanto meno l'oste,  che per natura sua era inchinevole
    con i signori.
    Egli si mise dunque a scavare,  e scava scava non buttava su altro che
    terra.  Finalmente comparve qualche cosa che pareva  il  lembo  di  un
    mantello.
    - Vedi che avevo ragione; il tesoro c' sempre.
    L'oste  sollev  altre  due o tre palate di terra e allora comparve un
    piede.
    - E voi mi parlate di tesoro, messere? Qui c' un cadavere!
    - Infatti,   il cadavere di un viaggiatore assassinato,  nascosto qui
    dal tuo predecessore.  Questo cavaliere, che non giace in terra santa,
    appare la notte nella camera rossa e fa incanutire chi vi  dorme.  Per
    te  questa  scoperta    un  tesoro,   perch  quella  camera  diviene
    abitabile.
    - Ma l'albergo si scredita,  nessuno  ci  verr  pi,  nessuno  ci  si
    fermer pi, se si sparge la voce che qui fu assassinato un viandante!
    - Uomo pusillanime!  - esclam Gentile.  - Tu di corpo all'ombre. Col
    risapersi dell'assassinio si conoscer anche  il  nome  di  chi  ne  
    colpevole.
    - Signore,  voi mi rovinate.  Non dite nulla a nessuno.  Io chiuder o
    magari far murare la camera rossa,  perch nessun viaggiatore sia pi
    molestato; ma non mi screditate, non mi rovinate!
    - Io faccio il mio dovere,  - replic Gentile;  e,  spiccato un salto,
    usc dalla cantina, tir il chiavistello dalla parte di fuori, e corse
    a chiamare la giustizia.
    In poche parole egli narr al  Bargello  l'accaduto,  dall'apparizione
    della notte fino alla scoperta del cadavere,  e chiese che l'assassino
    fosse punito.
    Il Bargello,  insieme con i suoi uomini,  segu Gentile nella cantina;
    ma quando aprirono l'uscio, videro non uno, ma due cadaveri.
    L'oste, dalla paura, era cascato supino per terra e pareva morto anche
    lui.  Lo  scossero,  lo  sballottarono,  ma non dava segno di vita,  e
    dovettero portarlo su a braccia e metterlo a letto.
    La Rosa, nel vederlo in quello stato, si mise a gridare:
    - M'hanno ammazzato il mi' omo! Me l'hanno ammazzato! - e se non fosse
    stato il Bargello,  gli altri mulattieri avrebbero fatto  la  pelle  a
    messer Gentile, sul quale cadevano tutti i sospetti.
    Ma lasciamo Pippo e torniamo al cadavere.
    Il  Bargello  e messer Gentile scesero in cantina aiutati da due servi
    di giustizia,  liberarono dalla terra il morto e lo  portarono  su,  e
    dopo  che  il  nipote  lo  ebbe  riconosciuto ed ebbe fatto vedere che
    portava una cintura con lo stemma  de'  Gentili  di  San  Godenzo,  il
    cadavere fu composto in una bara e portato in chiesa.
    Gentile  poi,  senza proseguire il viaggio,  si fece dare dal Bargello
    man forte e prese la via d'Arezzo.
    I servi di giustizia conoscevano Ramarro,  il predecessore  di  Pippo,
    l'ex  padrone  dell'Albergo  Rosso,  e Gentile sperava che non sarebbe
    loro riuscito difficile di chiapparlo,  tanto pi che  era  corso  del
    tempo dopo l'assassinio, ed egli doveva credersi ormai al sicuro.
    La  comitiva  giunse  ad  Arezzo  sul tardi e dovette albergare in una
    osteria fuori di porta,  non potendo entrare in citt,  perch era gi
    sonato il coprifuoco.
    L'osteria dove presero alloggio era piena di gente del popolo,  giunta
    da Firenze troppo tardi,  come Gentile,  e fra quella si  distingueva,
    per la sua sicumera e il suo fare prepotente,  un uomo grosso,  rosso,
    che brontolava per la qualit del vino, per le vivande, e, a sentirlo,
    pareva nato nell'oro. Vestiva bene e faceva sonare i fiorini che aveva
    nella scarsella, come per dire: Vedete come sono ricco!.
    Gentile,  mentre i servi di giustizia erano nella stalla a governare i
    cavalli,  si  diresse  verso costui,  sentendo che si lagnava di dover
    dormire in quella catapecchia mentre ad Arezzo aveva un ricco palazzo,
    e gli domand:
    - Scusate, conoscete un certo Ramarro, che era oste a Pontassieve?
    L'omaccione squadr Gentile da capo a piedi e gli rispose:
    - Per chi mi pigliate,  messere?  Ramarro  certo il soprannome di una
    persona bassa, e le mie conoscenze sono tutte altolocate.
    -  Scusi,  -  replic Gentile,  - ma io vengo a cercare quell'uomo per
    annunziargli una cosa molto importante, e sono impaziente di trovarlo.
    L'omaccione si rabbon e rispose:
    - Gi, si tratter di qualche lascito.
    - Non posso dirlo altro che a lui,  - rispose Gentile;  e scese  nella
    stalla per dare un'occhiata al suo cavallo.
    Nel rientrare nella cucina,  seguto dai servi di giustizia,  si sent
    tirar per la manica da quelli.
    - Messer Ramarro  qui, - gli sussurrarono all'orecchio.
    - Insegnatemelo.
    - Lo vedete quell'omaccione ben vestito che mangia e brontola? E' lui!
    Gentile spinse fuori i servi di giustizia  e  disse  loro  di  tenersi
    celati nella stalla,  che li avrebbe chiamati a dargli man forte se ce
    n'era bisogno; e, accostatosi all'assassino, gli disse con bei modi:
    - Messere, questa cucina  piena di marmaglia. Vi propongo di finir la
    cena meco nella camera che mi son fatto preparare e dove  potremo  far
    due chiacchiere senz'esser molestati.
    L'altro, che aveva sentito che Gentile aveva una incombenza per lui, e
    voleva farlo cantare prima di darsi a conoscere, accett di buon grado
    l'offerta, e ordin che le altre pietanze gli fossero recate in camera
    del cortese viaggiatore.
    Quando  furono  seduti  dinanzi  alla tavola sulla quale Gentile aveva
    fatto mettere diversi fiaschi di  vino,  Ramarro,  col  sorriso  sulle
    labbra, disse al compagno:
    - Messere,  mi pare che vi piaccia il bere; vogliamo fare la scommessa
    chi vuota pi presto un fiasco?
    - Facciamola pure;  - replic  l'altro,  -  e  quale  sar  il  premio
    spettante al vincitore?
    - Un fiorino di buona moneta.
    - Sia.
    E tutti e due si empirono il bicchiere e lo vuotarono.
    Ramarro  aveva  gi  bevuto  e  beveva  ancora  pi  del compagno,  ma
    nonostante tutto quel vino non scordava d'interrogare Gentile riguardo
    alla sua missione presso Ramarro.
    L'altro,  fingendo di schermirsi,  gli andava  man  mano  gettando  la
    speranza  nel  cuore,  ora  facendogli  supporre  si  trattasse di una
    eredit;  ora di un tesoro nascosto nell'orto dell'Albergo  Rosso,  di
    cui  avrebbe potuto avere la sua parte;  ora di un gran colpo da fare.
    Ma appena si sentiva incalzar di domande, esclamava:
    - Non mi fate parlare;  ho promesso il segreto e sarebbe una  fellona
    se io lo rivelassi.
    Ramarro  intanto aveva vuotato il primo fiasco e attaccava il secondo,
    mentre Gentile centellinava il vino e non ne aveva trincato neppure un
    terzo.  Quando il cavaliere vide Ramarro ubriaco fradicio e sent  che
    balbettava  e chiudeva gli occhi,  cess di parlare e attese che fosse
    addormentato. Allora spense i lumi, apr la porta,  la richiuse e and
    a cercare i servi di giustizia, che appost nel corridoio dicendo loro
    di tenersi pronti a un suo cenno.
    Messer  Gentile,  prima  di  rientrare in camera,  impugn la spada e,
    sguainatala, si accost a Ramarro;  quindi,  scotendolo violentemente,
    gli disse, facendo una voce cavernosa:
    - Destati, e seguimi, assassino!
    L'altro rispose con un grugnito.
    -  Destati e seguimi!  - ripet Gentile,  avvicinandogli la lama della
    spada al collo.
    Ramarro,  sentendo il ghiaccio dell'acciaio,  si svegli con la  testa
    confusa e fece per alzarsi, credendo che qualcuno lo volesse assalire.
    Ma  Gentile  lo  aveva  preso per il collo e gli diceva con la bocca a
    poca distanza da quella di lui:
    - Sono messer Lapo, torno dal Purgatorio a vendicare la mia uccisione.
    Restituiscimi ci  che  mi  hai  rubato,  se  no  ti  spedisco  dritto
    nell'Inferno.
    - Misericordia! - urlava Ramarro.
    - Non ne avesti di me e mi trucidasti barbaramente; vuoi dunque che ne
    abbia io?
    - Misericordia! - ripeteva l'altro, - non mi fate morire in peccato.
    - Restituirai tutto?
    - S, tutto, lo giuro! - rispose Ramarro.
    Allora  Gentile batt l'acciarino,  accese la lucerna e chiam i servi
    di giustizia.
    Questi accorsero,  e Gentile costrinse Ramarro  a  confessare  il  suo
    delitto e a precisare la somma rubata al cavaliere di San Godenzo.
    Poi  gli  fece  firmare un foglio nel quale dichiarava che era volont
    sua che quella somma fosse restituita agli eredi.
    I servi di giustizia legarono ben  bene  l'assassino,  e  la  comitiva
    riprese  la via del Pontassieve.  Ramarro fu rinchiuso in una prigione
    del castello,  e Gentile and in chiesa dove era ancora  insepolto  il
    cadavere di messer Lapo,  cui fece dare onorata sepoltura nel sagrato,
    e quindi torn all'Albergo Rosso.
    L'oste Pippo era ancora fra la morte e la vita,  ma Rosa stava bene  e
    aveva  una  parlantina  per dieci.  Ella copr d'invettive il cavalier
    Gentile, accusandolo di averli rovinati e di aver ridotto il marito al
    lumicino.
    Gentile lasci che ella sfogasse tutto il suo risentimento,  e  quindi
    le disse pacatamente:
    - Rosa, ditemi, in coscienza, avreste caro che la camera rossa potesse
    essere impunemente abitata e che nessuno spettro n spirito molestasse
    pi i viaggiatori?
    - Magari,  - disse la donna, - ma la camera rossa  sempre inabitabile
    e il mio uomo se ne va all'altro mondo diritto come un fuso.
    Allora Gentile,  per rassicurarla,  le disse chi era e le narr quanto
    era avvenuto nella camera rossa la notte che egli vi aveva dormito,  e
    come era riuscito a  far  arrestare  l'assassino  Ramarro,  fingendosi
    l'assassinato.
    La donna, convinta che Gentile non poteva lasciar invendicata la morte
    dello zio, si rabbon, e non lo torment pi con i suoi rimproveri.
    Ella  chiam  un medico,  e insieme con Gentile cur Pippo,  il quale,
    saputo  anch'egli  com'era  andata  a  terminar  la  cosa,   fin  per
    riconoscer  che  Gentile  aveva  operato  onoratamente,  e si convinse
    pienamente quando la moglie lo ebbe assicurato  che  le  pareti  della
    camera  rossa  eran  tornate  bianche,  e  che  di sul pavimento erano
    sparite le macchie di sangue fresco.
    Di l a pochi giorni Ramarro,  accorgendosi che per lui non c'era  pi
    scampo,  dopo  aver  fatto  una confessione generale de' suoi peccati,
    and pentito alla forca,  e da quel tempo nella  camera  rossa  nessun
    viaggiatore  stato pi molestato.
    Messer Gentile,  prima di tornare a San Godenzo, and ad Arezzo, dove,
    fattosi consegnare i danari rubati allo zio,  fece con  quelli  larghe
    elemosine  in  suffragio dell'anima di lui,  e data una buona parte di
    quei denari all'oste Pippo, per risarcirlo dei danni patiti,  visse in
    pace il resto dei suoi giorni.
    Per,  l'albergo  di  padron  Pippo,  doveva  esser teatro di un altro
    assassinio, pi drammatico del primo.
    Era un anno che la camera rossa aveva perduto le  macchie  di  sangue,
    quando  una sera sul tardi giunse all'osteria una lettiga attorno alla
    quale cavalcavano buon numero di cavalieri.
    Dalla lettiga scese una donna velata,  ed era  cos  affranta  che  fu
    portata nella camera fatale,  dove Pippo ebbe ordine di recar la cena.
    Uno dei cavalieri era rimasto a far compagnia alla dama, mentre l'oste
    stava gi a soffiar nei fornelli per aiutare la moglie,  e  gli  altri
    bevevano nella sala comune.
    Quando la minestra fu pronta,  Pippo mise due scodelle in un vassoio e
    sal la scala;  ma appena pose piede nella  camera,  gett  un  grido,
    lasci cadere tutto quello che aveva in mano e scese smarrito.
    I  cavalieri,  nel  vederlo  comparire  con  quella faccia stralunata,
    balzarono in piedi e lo interrogarono;  ma l'oste era ammutolito dallo
    spavento.  Allora  salirono  su  e rimasero anch'essi esterrefatti nel
    contemplare lo spettacolo che avevano  dinanzi  agli  occhi.  Il  loro
    compagno  giaceva  in terra trafitto da un pugnale nel petto,  la dama
    era seduta, col capo riverso, tutta coperta di sangue.  Si vedeva bene
    che  era stata lei che aveva ucciso il cavaliere col proprio pugnale e
    poi s'era trafitta con la spada di lui.
    I cavalieri,  senza scambiare una parola,  presero i due cadaveri,  li
    portarono gi e,  depostili nella lettiga,  sellarono i loro cavalli e
    sparirono sulla via Fiorentina, dalla quale erano giunti poco prima.
    Figuriamoci come restasse la Rosa vedendo quei  due  cadaveri,  quella
    fuga e il suo Pippo inebetito!
    Ella lasci bruciare la cena e corse in paese a chiedere aiuto.
    A un tratto l'osteria fu piena di gente,  e Pippo fu circondato da una
    folla che lo interrogava, lo scoteva, per farlo tornare in s.
    Ma Pippo non dava segno di senno.  A un tratto,  alcuni dei  cavalieri
    partiti da pochi istanti,  ricomparvero, ordinarono a tutti di uscire,
    presero Pippo di peso e lo misero in mezzo di strada,  e con una  face
    di  resina appiccarono il fuoco ai mobili della casa.  Allorch videro
    le fiamme uscire crepitando dalla finestra,  salirono sui loro cavalli
    e via di galoppo.
    Nessuno  os  opporsi  ai  loro  atti,  nessuno  os  seguirli ed essi
    passarono come lo sterminio  dinanzi  a  Rosa  piangente,  alla  folla
    stupidita.
    Dopo  poco  l'Albergo  Rosso  crollava e non era pi che un mucchio di
    rovine.
    Questa volta Pippo non si riebbe dalla paura: egli  rimase  ebete  per
    tutto il resto della sua vita e la Rosa dovette camparlo, elemosinando
    e ripetendo la loro lacrimevole storia per intenerire la gente a farle
    la carit.
    Per molti e molti anni le macerie rimasero intatte sul terreno dove un
    tempo  sorgeva  l'Albergo  Rosso,  tanto era il terrore che provava la
    gente al ricordo dell'assassinio,  e nessuno cerc mai di scoprire  il
    mistero che avvolgeva quel truce fatto.
    Dopo molti anni,  un buon prete volle far cessare negli animi la paura
    e si diede a rimovere le macerie della casa.  Altri,  rinfrancati  dal
    suo esempio, lo aiutarono, e ben presto su quel terreno sorse, a forza
    di elemosine, una chiesetta.
    Ora  la  gente  non ha pi paura a passar da quel luogo,  ma il fatto,
    narrato di padre in figlio,   vivo ancora nella mente degli  abitanti
    di  Pontassieve,  e  molti  si  fermano  a  recitare  una  prece nella
    chiesetta, in sollievo delle anime degli assassinati.

    - E ora che vi ho raccontata la novella, - aggiunse la Regina,  - mi 
    venuto un pensiero, che voglio subito manifestarvi. I giorni difficili
    cui andiamo incontro me lo hanno suggerito. Noi abbiamo del buon vino;
    camere, su, ce ne sono, e pulite; perch non cerchiamo una famiglia di
    citt  che  venga nell'estate a respirare quest'aria buona?  La moglie
    dell'ispettore ci potrebbe aiutare; ella  stata qui,  ci conosce,  sa
    che sappiamo far da cucina e che siamo gente di cuore.
    -  Ma  si adatterebbero dei signori a stare in casa nostra?  - osserv
    Maso.
    - Vale pi un piatto di  buon  viso  che  una  reggia,  -  rispose  la
    vecchia.  - Sicuro, non saranno conti n marchesi, quelli che verranno
    ad abitare quass,  perch certi signori vanno  in  altri  luoghi;  ma
    saranno  impiegati,  gente  agiata,  se  non ricca,  e noi si potrebbe
    guadagnare con loro tanto da sbarcare l'inverno.
    - Vezzosa,  - disse Maso convinto dagli  argomenti  di  sua  madre,  -
    domani scriverai alla signora Durini e io passer parola al segretario
    comunale  di  Poppi,  al  quale capitano sempre forestieri.  La vostra
    mente,  mamma,   il tesoro della  famiglia,  e  non  vi  sapremo  mai
    benedire abbastanza.
    Quella risoluzione presa l per l mise in moto le teste delle donne e
    dei  bimbi.  Tutti  facevano  proposte:  chi  voleva cedere la propria
    camera, chi i mobili, e ognuno si attribuiva una parte di lavoro.
    Era bastata quell'idea della buona vecchia  per  sollevare  gli  animi
    abbattuti della famiglia,  o ora l'avvenire non appariva pi a nessuno
    cos triste come quando ella aveva preso a narrar la novella.
    La Vezzosa,  che non aveva messo bocca nel discorso,  perch le pareva
    che,  essendo  da  poco  in  casa,  non  spettasse  a  lei  a parlare,
    accompagnando in camera la vecchia,  le  butt  le  braccia  al  collo
    commossa.
    - Mamma,  - le disse,  - che ci siate lungamente conservata; voi siete
    la nostra benedizione!

















    PARTE QUARTA ED ULTIMA.
    La criniera del leone.

    Per alcune domeniche la Regina non aveva avuto uditori  per  ascoltare
    le sue novelle,  e aveva fatto a meno di raccontarle,  poich uomini e
    ragazzi della numerosa famiglia dei Marcucci  approfittavano  di  quel
    giorno  di  riposo  per  riaccomodare  la  casa  in  modo  da renderla
    abitabile ai forestieri,  ai quali volevano affittarla  per  l'estate.
    Essi ritingevano le finestre,  imbiancavano le stanze,  ribattevano le
    materasse e cercavano di dare un aspetto di giardino all'orto,  che si
    stendeva  dietro  la casa,  e con molte canne avevano anche formato un
    padiglione, sul quale facevano arrampicare una vite e delle zucche con
    le foglie larghe.  La cucina non era pi  nera  come  nell'inverno,  e
    intanto  che  la  casa e l'orto si trasformavano,  le donne eran tutte
    intente a lavare i gusci delle materasse,  a ribatter  la  lana  ed  a
    tagliare  dai  rotoli  di tela delle lenzuola nuove,  che mettevano in
    bucato e poi stendevano sull'aia per farle diventar candide. E neppure
    la Regina se ne stava con le mani in mano;  anche lei orlava canovacci
    e  tovagliuoli e incoraggiava tutti nel lavoro,  che doveva aiutare la
    famiglia a sbarcare quell'annata disastrosa.
    La Vezzosa aveva gi  scritto  alla  moglie  del  nuovo  ispettore  di
    Camaldoli, alla gentile signora dalla quale doveva entrare al servizio
    l'Annina,  affinch  ella trovasse qualche famiglia che volesse passar
    l'estate al podere  di  Farneta;  ed  allorch  i  preparativi  furono
    terminati,  tutti  attendevano  con  ansia  la  risposta della signora
    Durini.
    Terminati i lavori,  l'ultima domenica di giugno tutta la famiglia era
    adunata sull'aia, aspettando che la Regina incominciasse la novella.
    I ragazzi erano stanchi per essere stati tutta la mattina nei boschi a
    coglier fragole,  che gi avevano spedite ad Arezzo,  e per questo non
    facevano il chiasso;  i  grandi,  senza  confessarlo  scambievolmente,
    erano rosi dall'ansia nell'attesa della risposta della signora,  e per
    questo tacevano.  Vezzosa,  che  leggeva  nel  cuore  degli  altri,  e
    specialmente  in  quello  di  Cecco,  che ella vedeva cos irrequieto,
    disse alla Regina:
    - Aiutateci a passare questo lungo dopopranzo. Scommetto che avete una
    novella bell'e preparata?
    - Se la volete udire, sono pronta a dirla, - rispose la vecchia.
    E subito cominci:

    - C'era una volta, al tempo dei tempi, un signore di Romena,  che pare
    ne  avesse  fatte  d'ogni  colore,  perch  suo padre,  che non voleva
    figliuoli cattivi d'intorno, gli disse un giorno con fare imperioso:
    - Eccoti una borsa ben guarnita;  scegli un cavallo e fa' che  io  non
    senta pi parlare di te.
    Il  giovane  Valfredo  non  intese  a  sordo.  Egli riun pochi abiti,
    abbracci la madre piangente, la quale gli consegn una medaglia d'oro
    con l'effigie di san Marco raccomandandogli di non separarsene mai,  e
    via a spron battuto.
    Da  principio,  l'esilio  paterno  gli fece piacere.  Incontrava gente
    nuova,  paesi non mai veduti,  e nelle  osterie  dove  si  fermava  si
    imbatteva  sempre  in  allegri  compagni  di tavola e di giuoco.  Cos
    viaggi fino ad Ancona,  e quando vi giunse non gli rimaneva un  soldo
    in tasca.
    Che  far  ora?  -  pens  il  giovane  signore.  - Mangiar bisogna e
    divertirsi anche,  e intanto i  quattrini  son  finiti!...  -  Ma  il
    cavallo  mi  resta!  -  esclam subito dopo,  - e con quello posso far
    moneta.
    Infatti,  senza tanto riflettere,  entr nella cucina dell'albergo ove
    alloggiava,  e  che  era  gremita  in  quel  momento  di cavalieri che
    attendevano d'imbarcarsi per una impresa contro i Turchi, e disse:
    - Chi vuol comprare il mio cavallo? Io lo vendo.
    - Io! - rispose un cavaliere. - Ne ho appunto uno che si  azzoppito e
    me ne occorre un altro.
    Cost fu fatto il patto in  un  battibaleno  e  il  cavalier  Valfredo
    rimase  senza  cavalcatura,  e in breve anche senza denari,  perch in
    quella sera perdette tutto quello che aveva ricavato dalla vendita del
    cavallo,  e avrebbe perduto anche la camicia se i compagni  l'avessero
    voluta giocare. Non per questo egli si sgoment.
    -  Andr anch'io contro i Turchi;  - disse,  - il mio braccio e la mia
    spada valgono ancora qualche cosa.
    Infatti s'intese col capo della spedizione,  che assoldava uomini  per
    conto dei Veneziani, e di l a pochi giorni la nave che doveva sbarcar
    lui  e  i  suoi compagni sulle coste della Dalmazia per movere insieme
    all'assedio di Scutari, spieg le vele al vento e travers l'Adriatico
    come una freccia.  Ma al punto stabilito,  invece d'incontrare le navi
    della  Serenissima  Repubblica  di San Marco,  i viaggiatori trovarono
    molti bastimenti turchi,  che li fecero prigionieri e li condussero  a
    Costantinopoli.
    Neppur quel fatto fece perder d'animo il cavalier Valfredo.
    -  Tanto meglio,  - disse,  - se sono prigioniero avr un padrone,  ed
    esso non mi far morir di fame.  Per me  lo stesso  di  stare  in  un
    posto o in un altro, poich a Romena non c' pi aria per me.
    Si capisce come Valfredo,  cui non importava nulla della prigionia, si
    mostrasse allegro; e mentre i suoi compagni se ne stavano accigliati e
    taciturni, egli rideva e cantava. Inoltre fra tanta gente rozza, usa a
    maneggiare soltanto l'alabarda o la picca,  egli era il solo cavaliere
    che  aveva  buon  aspetto,  belle  maniere  e abiti convenienti al suo
    grado.
    Tutti  questi  fatti  prevennero  in  suo   favore   il   Sultano   di
    Costantinopoli, che lo vide al suo arrivo.
    -  Tutta  questa  marmaglia mandatela a lavorare la terra;  - disse il
    Sultano a colui che aveva guidata la  spedizione,  -  quest'uomo  solo
    voglio che rimanga al palazzo, - e accennava a Valfredo.
    - E quali lavori gli si debbono assegnare? - fu domandato al Sultano.
    - Egli sar il guardiano del terribile leone d'Africa, che ho ricevuto
    in dono dal Sultano di Tunisi.
    Valfredo non capiva le parole che il sovrano scambiava con l'esecutore
    dei  suoi  ordini,  ma  s'accorgeva  bene  che  parlavano  di  lui,  e
    sorrideva.
    Allora il Sultano fece chiamare un genovese,  che da lungo  tempo  era
    caduto  in  ischiavit,  per farsi interprete della sua volont presso
    Valfredo.
    E il genovese gli disse:
    - Il successore di Maometto,  il grande e potente capo dei Mussulmani,
    mi  ordina,  cristiano,  di dirti,  che tu devi ammansire il terribile
    leone d'Africa, che egli tiene custodito in una gabbia, e ridurlo cos
    docile come un cane. Il Sultano nostro signore ti d tempo un mese, in
    capo al quale tu devi, in presenza sua,  contare i peli della criniera
    del feroce leone.
    - Io non ho mai addomesticato bestie, - disse impallidendo Valfredo.
    - Non importa: questa  la volont del Sultano;  e se tu non riesci ad
    addomesticare la fiera, quella ti sbraner.
    - Ebbene, prover! - rispose Valfredo.
    Le guardie lo condussero nel giardino del palazzo e lo lasciarono solo
    davanti alla gabbia del leone, il quale rugg nel vederlo.
    - Si comincia male! - disse Valfredo, - pare che mi voglia inghiottire
    tutto in un boccone.  Ma non importa,  tentiamo se si lascia  prendere
    per  il  lato  della  vanit,  -  e  incominci a fargli di berretto e
    dirgli: - Potente signore del deserto...
    Ma nel far questi salamelecchi s'era  avvicinato  alla  gabbia,  e  il
    leone,  passata una zampa attraverso le sbarre di ferro, gli acchiapp
    il berretto e glielo fece in mille pezzetti.
    - Alla larga!  - esclam Valfredo,  - pare che i  complimenti  non  lo
    commuovano; proviamo con le minacce.
    E  tagliato  un  ramo  d'albero,  se ne fece un bastone che alz sulla
    testa del ruggente animale, dicendogli:
    - Lo vedi questo randello? Ebbene,  io te lo romper sul groppone,  se
    tu non mi ubbidirai come i cani ubbidiscono al loro padrone.
    Il  leone allung il muso e stritol con le potenti zampe il randello,
    come se fosse stato un fuscellino.
    - Perbacco! neppur le minacce bastano a nulla!  - esclam il cavaliere
    di Romena.  - L'impresa non  facile, ed io prevedo di finire in bocca
    al leone. Ma c' un mese di tempo, e in un mese si fanno tante cose.
    Questo pensiero gli  rese  la  tranquillit  e  il  buonumore,  e  non
    pensando  pi  a  quel  che doveva fare,  si mise a passeggiare per il
    fiorito giardino, ammirando le piante, i bizzarri giuochi d'acqua,  le
    strane  costruzioni che vi erano disseminate ed il placido mare che lo
    bagnava.
    Nessuno lo sorvegliava ed a lui pareva d'esser libero.  Era l'ora  del
    pomeriggio e l'aria si faceva soffocante. Valfredo, vedendo una vasca,
    pens   di  tuffarvisi  per  procurarsi  un  po'  di  refrigerio,   e,
    spogliatosi,  si butt nell'acqua limpidissima.  Quando vi fu  dentro,
    abbassando gli occhi sul petto, gli venne fatto di vedere, insieme con
    altre  medaglie  di bronzo e d'argento,  quella d'oro con l'effigie di
    san  Marco,  datagli  dalla  madre  al  momento  della  partenza,   e,
    intenerito da quel ricordo, disse:
    - San Marco benedetto, voi che prendeste a simbolo il leone, aiutatemi
    a domare la terribile fiera!
    E con un bacio ardente, deposto sull'immagine, suggell la preghiera.
    In quel momento gli parve che gli occhi del santo Evangelista, ch'egli
    invocava,  brillassero di una luce vivissima e che la testa circondata
    dall'aureola si abbassasse in atto di annuire. Questo bast a Valfredo
    per riacquistare fede nell'impresa e,  uscito  dall'acqua,  stava  per
    rivestirsi,  quando  si  vide  davanti uno dei mori,  che formavano la
    guardia del Sultano.
    Questi,  vedendo luccicar sul petto al cristiano  la  medaglia  d'oro,
    stese  la  mano  per afferrarla,  ma Valfredo,  che era agile e forte,
    spicc un  salto  all'indietro,  e  afferrato  un  sasso  minacci  di
    lanciarlo  sulla  testa  a  chi  osava avvicinarglisi.  Il moro non si
    lasci intimidire da quella minaccia,  e tolta dal fodero la terribile
    scimitarra  che  portava  al  fianco,  la  brand  e si slanci contro
    Valfredo, il quale, indovinata l'intenzione del nemico, senza esitare,
    lanci con gesto rapido la pietra.
    Essa colp in pieno petto il moro, che cadde rantolando per terra.
    - San Marco benedetto,  e tu,  madre  mia,  abbiatevi  un  giuramento:
    nessuno mi toglier questa medaglia, doppiamente sacra, altro che dopo
    la mia morte! - disse Valfredo.
    E,  rivestitosi in fretta, lasci il suo nemico agonizzante per terra,
    e si allontan.
    Ma poco dopo sopraggiunse una squadra  di  guardie  che,  raccolto  il
    ferito,  seppe  da  lui,  prima che spirasse,  che il feritore non era
    altri che il cristiano addetto alla guardia del leone d'Africa. Questa
    indicazione bast perch Valfredo fosse subito  arrestato  e  condotto
    incatenato alla presenza del Sultano.
    Il genovese serviva al solito d'interprete fra il sovrano de' Turchi e
    il cavaliere di Romena.
    - Can d'un cristiano,  - disse il primo, - perch hai uccisa una delle
    mie guardie?
    - Signore,  - rispose Valfredo,  - io possiedo un talismano  che  deve
    servirmi  a  domare  il  feroce  leone  e  renderlo  docile  come  una
    pecorella. Mentre uscivo da una vasca del giardino,  nella quale avevo
    cercato refrigerio ai bollori meridiani,  la guardia mi s' avvicinata
    e ha voluto rubarmi il mio talismano. Io mi son fatto indietro ed egli
    ha sguainata la scimitarra per mozzarmi la testa. In quel momento, non
    avendo armi per difendermi,  ho afferrato un  sasso  e  l'ho  colpito.
    Signore,  io  non  ho  difeso  soltanto  la  mia  vita,  ma  ho voluto
    conservare il talismano che deve procurarti la soddisfazione di vedere
    a' tuoi piedi, reso mansueto, il terribile leone del deserto.
    - Se  cos, cristiano,  hai fatto bene ad uccidere la guardia;  ma io
    non ho molta pazienza di attendere,  e voglio che non pi dentro ad un
    mese, ma dentro una settimana, tu mi conduca davanti il leone sciolto,
    al quale in presenza mia  tu  conterai  i  peli  della  criniera.  Hai
    capito?
    Valfredo capiva purtroppo, ma non si perdeva d'animo. Gli furono tolte
    le catene e venne rimesso in libert.
    Egli  si gratt il capo,  non sapendo come cominciare l'educazione del
    leone,  e ritorn dintorno alla gabbia.  Il leone  lo  salut  con  un
    ruggito, che pareva una cannonata.
    - Le disposizioni della belva sono buone; si principia bene davvero! -
    esclam Valfredo.
    Mentre  stava  pensando  al  modo  di  addomesticare il leone,  capit
    accanto a lui un veneziano prigioniero.
    - Amico, - gli disse, - per tutto il palazzo non si parla altro che di
    te e della bella medaglia d'oro che porti  al  collo.  Vuoi  giuocarla
    contro questo prezioso pugnale che io tengo nascosto nelle vesti?
    E gli faceva vedere un'arma dalla impugnatura d'argento, tempestata di
    pietre preziose, e nello stesso tempo toglieva di tasca due dadi.
    Valfredo,  alla  vista  del  pugnale  e soprattutto dei dadi che aveva
    sempre  maneggiati  con  tanta  passione  di   giocatore,   si   sent
    rimescolare il sangue,  e gi stava per cedere all'invito,  quando gli
    parve di scorgere dinanzi agli occhi  la  faccia  rannuvolata  di  san
    Marco.
    -  No,  - rispose con fermezza,  - io non ceder alla tentazione e non
    arrischier il mio talismano contro il tuo pugnale prezioso; tu fai in
    questo momento con me la parte del Diavolo. Vattene!
    Il veneziano si offese della repulsa, e, pieno d'ira, si gett addosso
    a Valfredo per piantargli l'arma nel cuore.  Ma Valfredo,  pi pronto,
    gli afferr la mano,  lo disarm, e come sfregio gli fece una leggiera
    scalfittura sulla guancia, poi se ne and.
    Dopo un'ora,  incatenato di nuovo,  Valfredo  era  alla  presenza  del
    Sultano.
    - Dunque, can d'un cristiano, non vuoi concedermi un momento di pace e
    dovr  sempre  occuparmi  di te?  Prima mi uccidi una guardia,  ora mi
    ferisci uno schiavo, che io tenevo in gran conto perch era abilissimo
    nei lavori d'orafo ed ha arricchito il mio tesoro di gioielli ed  armi
    preziose! Che dici a tua difesa?
    - Nulla,  - rispose Valfredo,  cui il genovese serviva d'interprete, -
    quel veneziano voleva che io giocassi il mio talismano,  ed  essendomi
    rifiutato, egli ha tentato di uccidermi, ed io l'ho disarmato e ferito
    al volto.  Del resto, signore, la sua ferita  cos lieve che, se egli
    volesse, potrebbe subito tornare al lavoro.
    - Lieve o non lieve che sia, tu gliel'hai fatta, quella ferita, e devi
    essere punito.  Non ti concedo pi una settimana,  ma  un  giorno  per
    ammansire  il  leone,  tanto da contargli in presenza mia i peli della
    criniera. Va'!
    Il cavalier di Romena, per ordine del Sultano,  fu riposto in libert,
    e  afflitto  e sconsolato and in un punto solitario del giardino e si
    butt in ginocchio.
    - San Marco benedetto,  datemi  un  suggerimento,  un'ispirazione  per
    uscire  da  questo  impiccio,  perch  io non so davvero come fare per
    ammansire il leone!  Se mi aiutate,  vi prometto,  per l'eterna salute
    mia,  di  porre  il  mio braccio in difesa della fede e della citt di
    Venezia,  che vi ha eretto un  tempio  splendido  e  vi  ha  scelto  a
    protettore.
    Subito dopo che aveva pronunziato questa promessa,  si sent invaso da
    una forza e da un  coraggio  straordinario.  Gli  pareva  che  avrebbe
    spezzato  una  incudine  di ferro con una mano e avrebbe divelto dalla
    terra uno degli alberi giganteschi del giardino.  Volle  provarsi,  e,
    cinto infatti con le braccia il tronco robusto di un albero, si mise a
    tirarlo.  Con tre strattoni le radici si sollevarono dalla terra, come
    avrebbe fatto una pianta di rose da un vaso.
    Animato da questo primo  esperimento,  Valfredo  apr  la  gabbia  del
    leone,  e vi penetr.  La fiera rugg,  e con gli occhi spalancati, la
    bocca aperta,  fece un lancio per saltargli addosso e  piantargli  nel
    petto  i  potenti artigli;  ma Valfredo,  invocato che ebbe san Marco,
    stese le mani,  e,  afferrato il leone per le  gambe,  lo  mantenne  a
    distanza.  La fiera ruggiva, mandava schiuma dalla bocca e lampi dagli
    occhi, ma non poteva moversi, trattenuta dalle ferree mani del giovine
    cavaliere.
    La belva e l'uomo stettero cos un pezzo con gli occhi fissi,  e fu il
    leone che dovette abbassare lo sguardo dinanzi a Valfredo.
    Allora  questi  liber le zampe dalla stretta;  ma appena il terribile
    avversario si sent padrone dei suoi potenti mezzi di offesa,  con  la
    bocca  spalancata si avvent alle gambe del giovine,  il quale,  prima
    che le  zanne  gli  lacerassero  le  calze,  afferr  per  le  ganasce
    l'animale  e  lo  costrinse  a  rimanere  a bocca aperta senza poterlo
    mordere, senza poter fare nessun movimento.
    Dapprima, il terribile abitatore del deserto, fremette; ma poi, a poco
    a poco,  si ammans,  e piegate le ginocchia rimase  in  atteggiamento
    umile dinanzi al suo soggiogatore.
    Le mani ferree si staccarono dalle ganasce del mostro, il quale non si
    mosse e con la lingua incominci a leccare le palme di Valfredo.
    -  San Marco,  vi ringrazio di avermi fatto il miracolo!  - esclam il
    cavalier di Romena. - Ora sono salvo.
    E senza timore alcuno spalanc la gabbia e and nel giardino. Il leone
    lo seguiva  scodinzolando,  ma  i  giardinieri,  vedendolo,  fuggivano
    spaventati,  cosicch  la  notizia che Valfredo aveva domato il leone,
    giunse a palazzo prima che egli vi conducesse  la  fiera.  Le  guardie
    per non vollero lasciarlo entrare con quella compagnia,  e il giovine
    cavaliere dovette attendere un ordine del Sultano. Intanto egli si era
    seduto sopra uno scalino di marmo e il leone gli stava  accucciato  ai
    piedi come un mansueto cagnolino.
    Poco dopo giunse l'ordine del Sultano, e allora Valfredo fu introdotto
    nella sala del trono alla presenza del temuto signore.
    - Cristiano, compi ci che ti ho imposto, - ordin.
    Valfredo  non  rispose,   ma  inginocchiatosi  a  fianco  dell'animale
    incominci a contargli i peli della criniera. Il conto riusciva lungo,
    perch la criniera del re del deserto era foltissima;  ma il leone non
    si  moveva  e si lasciava toccare senza dar segno alcuno di tedio o di
    ribellione. Il Sultano non fiatava,  ma le guardie,  con la scimitarra
    sguainata, stavano pronte per difenderlo.
    Quando Valfredo ebbe terminato di contare, disse:
    - Vedi,  potente signore, che io ho compiuto in un giorno un miracolo.
    Avevi una fiera e io l'ho ridotta pi mansueta di un  agnello.  Questo
    leone potrai tenerlo ai piedi del tuo trono, ed esso dar maggior idea
    della  tua possanza e sarai paragonato agli antichi imperatori di Roma
    e di Bisanzio.  Non ti pare che in cambio di questo servizio io meriti
    qualche ricompensa?
    -  E  l'avrai,  infatti,  cane  d'infedele!  -  rispose il Sultano.  -
    Guardie,  legatelo,  e fra un'ora voglio che il suo  cadavere  penzoli
    dalla forca.
    Frem Valfredo a tanta ingratitudine,  e quando vide le guardie che si
    avanzavano per legarlo, url:
    - A me, leone di san Marco!
    A quel grido la fiera si scosse,  rugg,  e,  gettandosi addosso  alle
    guardie,  le  sbran;  poi,  saliti  i  gradini del trono,  piant gli
    artigli  nel  petto  al  Sultano  e  lo  ridusse  in   pochi   istanti
    boccheggiante cadavere.
    Le altre guardie fuggirono spaventate a rinchiudersi nelle cantine del
    palazzo.
    Ovunque  era lo scompiglio.  Si udiva il rumore di porte sbatacchiate,
    di catenacci scorrenti nei ferrei anelli.
    Valfredo era rimasto solo col leone,  in  presenza  del  cadavere  del
    Sultano.  Allora,  animato  da  insolito  ardimento,  si  slanci  nel
    giardini, preceduto dalla fiera, gridando:
    - A me, cristiani, per il leone di san Marco, noi siamo liberi!
    A un tratto una folla di prigionieri di tutte le nazioni,  circond il
    cavaliere di Romena.
    Accorrevano  dal  ponte,  dalle galere,  dai giardini,  da ogni banda,
    carichi di ceppi,  ma sorridenti a quel grido che prometteva  loro  la
    libert.
    Invano i soldati turchi cercavano di sbandarli; il leone ne disperdeva
    le schiere, e la falange dei prigionieri avanzava sempre verso la rada
    del  palazzo,  nella  quale  si  cullavano  le  dorate  galere  su cui
    sventolava l'orifiamma.
    I prigionieri se ne impossessarono merc il leone, che fece strage dei
    mori che le costudivano,  e poco dopo essi spiegavano le vele al vento
    e navigavano alla volta dell'Adriatico, verso la terra della libert!
    Allorch  le  sentinelle  della  torre di Malamocco videro giungere le
    dorate  galere  sormontate  dall'orifiamma,   dettero  l'allarme.   Ma
    Valfredo  scese  in  una  imbarcazione,  chiese  di  parlamentare e fu
    condotto dal Doge, al quale narr dell'uccisione miracolosa del grande
    nemico della  Repubblica  e  della  liberazione  di  tanti  cristiani,
    trattenuti lungo tempo in dure catene.
    Vennero  fatti  solenni  rendimenti di grazia al protettore di Venezia
    per quel fatto,  e quando Valfredo espresse il suo desiderio di  porre
    il suo braccio e la sua spada al servizio della Serenissima, il Doge e
    il Consiglio lo investirono del comando delle navi prese ai Turchi.
    E su quelle Valfredo corse vittorioso i mari,  sempre accompagnato dal
    leone,  che era docile con i cristiani e ferocissimo con gli infedeli,
    sbranandone quanti pi poteva.
    Il  cavalier  di  Romena  sal  ai  pi  alti  onori e acquist grandi
    ricchezze. Gi inoltrato negli anni, torn a Romena.  Il padre suo era
    morto,  morta  la  buona madre che lo aveva pianto cos amaramente per
    lunghi anni,  e i suoi fratelli eran tutti vecchi.  Essi,  che avevano
    contribuito  a  farlo scacciare dal padre,  ora,  sapendolo ricco,  lo
    accarezzavano  e  lo  circondavano   di   attenzioni,   apparentemente
    affettuose, ma dalle quali egli non si lasciava ingannare.
    Valfredo  si  trattenne alcuni mesi nel castello di Romena,  e in quel
    tempo,  chiamati da  Firenze  architetti,  scultori  e  pittori,  fece
    costruire una ricca cappella in onore di san Marco, nella quale ordin
    che fosse trasportato il cadavere della buona madre sua,  di colei che
    lo aveva protetto nell'esilio.
    Vi potete figurare se il leone,  che era il compagno  inseparabile  di
    Valfredo,  destasse  la  curiosit degli abitanti del Casentino!  Essi
    scendevano dai monti pi alti per vederlo, e il leone,  che era docile
    e  buono con quelli che amavano il padrone,  riprendeva i suoi istinti
    bestiali appena si accorgeva  che  qualcuno  tentava  di  far  male  a
    Valfredo.   Infatti  sbran  un  cugino  del  suo  padrone  perch  lo
    diffamava,  e stacc con una zannata la mano destra di un perfido  suo
    nipote,  il quale, non contento dei molti doni avuti da lui, gli aveva
    rubato una grossa somma  in  tanti  fiorini  d'oro  della  Serenissima
    Repubblica di Venezia.
    Quella  belva  pareva  guidata da una intelligenza soprannaturale e si
    sarebbe detto che l'anima del santo protettore della citt del mare si
    fosse trasfusa in lui.
    Valfredo visse molti anni e mor a Venezia carico d'onori.  Il  giorno
    stesso  della  sua  morte fu trovato stecchito anche il leone,  la cui
    pelle serv di lenzuolo funebre al cavalier di Romena.

    - La vostra novella,  - disse Vezzosa quando si accorse che la  Regina
    aveva  terminato di narrare,  - ha prodotto il solito benefico effetto
    sopra di  noi.  Vedete,  mamma,  i  volti  nostri  non  esprimono  pi
    l'ansiet;  voi ci avete divagati e noi siamo pi calmi, pi fiduciosi
    e pi forti.
    Per,  nonostante l'assicurazione che Vezzosa aveva data alla  Regina,
    la  conversazione langu.  Nessuno osava parlare vedendo Maso col capo
    chino e gli occhi fissi in terra,  come nei giorni della morte  di  un
    manzo   o   dello   sperpero   della  raccolta;   e  quel  silenzio  e
    quell'abbattimento del capoccia si rifletteva su tutta la famiglia.
    Questo silenzio si sarebbe prolungato chi sa quanto,  se un  incidente
    non fosse venuto a interromperlo.
    -  Una lettera!  - grid dalla viottola un frate converso di Camaldoli
    che tornava da Poppi. - Presto, datemi un mulo prima che faccia notte.
    Mentre i ragazzi correvano nella stalla a prendere il trapelo, Vezzosa
    aveva  preso  la  lettera  a  lei  diretta  e  la  leggeva  alla  luce
    dell'ultimo chiarore crepuscolare.
    Non appena ebbe terminato di leggerla, esclam:
    - Le nostre speranze non sono deluse, le nostre fatiche non sono state
    sprecate.  Sentite:  la  moglie del nuovo ispettore,  la buona signora
    Durini,  mi dice che sua madre e suo padre prendono tre stanze da  noi
    per  quattro mesi e ci dnno cento lire al mese e il servizio a parte.
    Sperano che li provvederemo di vino, d'olio, di farina,  di legna,  di
    tutto,  insomma.  Dobbiamo rispondere subito, se siamo, o no, contenti
    della somma che ci offrono, perch essi cercano una villeggiatura.  Il
    padre  della  signora  Durini    stato  ammalato  ed  ha  bisogno  di
    rimettersi.
    - Sia ringraziato il Cielo che ha esaudite le mie preghiere! - esclam
    la buona Regina con le lacrime agli occhi.
    - E quando giungerebbero? - domand la Carola.
    - Marted, che  il primo luglio.
    Maso era il pi attaccato all'interesse di tutti i Marcucci.  Prima di
    dare  una risposta egli si consult coi fratelli e domand loro se non
    credevano che dall'affitto di una parte della casa potessero  ricavare
    un  utile  maggiore.  Aveva sentito dire che il segretario comunale di
    Poppi aveva affittato quattro stanze e la cucina per centottanta  lire
    al mese,  e che l'Amorosi, il locandiere di Bibbiena, prendeva da ogni
    camera quarantacinque lire.  Non  potevano  essi  pretendere  di  pi?
    Eppoi,  due vecchi soli, che cosa avrebbero consumato? Non credevano i
    fratelli che se  la  famiglia  fosse  stata  pi  numerosa,  avrebbero
    guadagnato di pi vendendo il vino, l'olio, i polli e il resto?
    I fratelli gli fecero per osservare che questo era un affare fatto, e
    se aspettavano una offerta pi lucrosa, rischiavano di perdere il mese
    di luglio e forse l'intiera stagione.
    - Maso,  non vi riconosco; - disse la Vezzosa, - lasciare il certo per
    l'incerto, scusate, mi sembra una bella pazzia. Inoltre,  una famiglia
    molto numerosa,  con bambini,  per esempio,  sperpererebbe le frutta e
    l'uva.  Non vi lasciate tentare da un guadagno maggiore,  e  accettate
    questo di cento lire, che ci piovono dal Cielo. Chi sa che non doveste
    pentirvi  di aver dato un calcio alla fortuna!  Scusate se io,  ultima
    venuta in casa,  m'ingerisco di queste cose;  ma darei met del sangue
    mio per levarvi dalle angustie.
    - Ti devo proprio dare ascolto? - disse il capoccia a Vezzosa.
    -  Vi  prego,  per quanto ho di pi caro a questo mondo,  che  il mio
    Cecco, accettate.
    - Vada dunque per cento lire! - disse il capoccia.  - Vezzosa,  tu che
    sai  mettere  in carta tanto benino,  scrivi alla signora Durini che i
    suoi genitori possono pure venire quando vogliono e da noi  troveranno
    un piatto di buon cuore, che  tutto ci che i poveri possono offrire.
    Quella  sera  i  Marcucci  cenarono  con  grande  appetito  e la notte
    dormirono tranquillamente, sicuri ormai che una buona sommetta sarebbe
    entrata nella cassa della famiglia.
    E la mattina dopo, donne e uomini erano di nuovo tutti in faccende per
    lustrare ancora e  pulire  tutta  la  casa.  Pareva  che  aspettassero
    l'acqua benedetta, tanto si davano da fare.
    Vezzosa mand i ragazzi nei boschi in cerca di rami di quercia, e alle
    bimbe dette incarico di portare quanti fiori avessero potuto trovare.
    Essi tornarono carichi, e Vezzosa disponeva i rami sulle porte a guisa
    di festoni, e i fiori nei rozzi vasi di vetro e anche nei bicchieri.
    -  Fanno  allegria!  Fanno festa!  - ella diceva a mano a mano che coi
    fiori adornava le stanze.  - I  signori  debbono  ricevere  una  buona
    impressione della nostra casa e debbono conservarla... Bambini miei, -
    aggiunse  poi  rivolta  ai  nipotini,  -  a  voi spetta di esser molto
    cortesi con i villeggianti, per tre ragioni: sono gente anziana,  sono
    signori e sono nostri ospiti, avete capito?
    I bambini avevan capito benissimo e si proponevano di rendere lieto il
    soggiorno di Farneta ai genitori della signora Durini.














    L'impiccato vivo.

    Da alcuni giorni il signor Luigi e la signora Adele erano stabiliti al
    podere  di  Farneta,  e  le  donne  di  casa eran tutte affaccendate a
    servirli e a render loro piacevole il soggiorno di quella campagna. La
    signora Adele era una vecchietta arzilla, tutta fuoco e penne,  che si
    alzava  all'alba  e  stava  tutto il giorno a far conversazione con la
    Regina,  mentre le mani,  che erano preste come  la  lingua,  menavano
    avanti,  a vista d'occhio,  una tenda di refe finissimo all'ago torto,
    destinata come dono di Natale alla figliuola, che non doveva tardare a
    giungere a Camaldoli.  Il signor Luigi era un vecchio sano anche  lui,
    ma  di  carattere  taciturno  e dedito alla lettura ed ai libri.  Egli
    aveva una predilezione per il pergolato  del  giardino,  dove  passava
    l'intera  giornata,  in  mezzo alla quiete della campagna,  respirando
    l'aria pura dei monti.
    I Marcucci avevano tutti  una  gran  soggezione  di  lui;  la  mattina
    camminavano scalzi per non destarlo, e il giorno si riguardavano anche
    di  parlare fra loro per non turbarlo mentre leggeva.  Con la signora,
    invece,  avevano pi confidenza;  ella si tratteneva gi nella  cucina
    mentre essi mangiavano, e non sdegnava assaggiare le minestre saporite
    che  preparava  la Carola.  Per la tavola dei Marcucci non accoglieva
    pi tutta la famiglia.  Beppe s'era impiegato a Stia nella fabbrica di
    tessuti,  e  non  tornava  altro che a cena;  Cecco,  coraggiosamente,
    vedendo che c'erano in famiglia anche troppe braccia per  lavorare  il
    podere, senza consigliarsi con alcuno, altro che con la Vezzosa, aveva
    domandato  un posto di cantoniere sulla via provinciale che traversava
    il Casentino,  e ora stava tutto il giorno sotto la sferza del sole  a
    spaccare i sassi per la ghiaia.
    Vezzosa  ne  aveva  sofferto,  ma riconosceva che stava a Cecco,  come
    minore dei fratelli, a cercar lavoro fuori, e per aiutare anche lei la
    famiglia che  l'aveva  accolta  con  tant'affetto,  oltre  al  far  le
    faccende  di casa e stirare per i forestieri,  la mattina presto e nel
    dopopranzo,  quando le altre donne facevano un pisolino nella  capanna
    sulle foglie del granturco, ella tesseva.
    La domenica, la famiglia era al solito raccolta sull'aia, i forestieri
    erano  a  passeggiare,  e i bimbi,  che avevan fatto buona raccolta di
    fragole da spedir via,  sapendo di  essersi  guadagnati  la  giornata,
    insistevano con la nonna perch raccontasse loro una novella.
    -  Io  non  vi  posso contentare;  - rispondeva ella,  - da un momento
    all'altro potrebbero giungere i signori, e il professore specialmente,
    che  tanto istruito, mi mette soggezione.
    - Nonna, non vi vergognate di parlare in presenza del signor Luigi; se
    sapeste quello che so io! - disse l'Annina.
    - Sentiamo, che cosa sai?
    - Figuratevi che il professore non soltanto vi sta a sentire  a  bocca
    aperta  quando  parlate,   ma  scrive  sopra  un  taccuino  le  vostre
    espressioni.
    - Che vai forse a frugare fra le carte di  lui?  -  domand  Maso  con
    piglio di rimprovero.
    - No davvero!  - rispose l'Annina offesa da quella supposizione.  - Il
    professore stesso mi ha domandato il significato di certe  parole  che
    non  capiva,  ed ha voluto sapere da me come si usavano noi.  Stamani,
    per esempio, ha sentito la nonna che parlava di ago torto e non sapeva
    quello che volesse dire.  Io gli ho spiegato che era quell'ago a forma
    d'uncino  che  la sua signora adopra per far la tenda;  ed egli se n'
    mostrato meravigliato perch al  suo  paese  si  chiama  uncinetto,  e
    subito  ha  cavato di tasca il taccuino e ci ha scritto la parola e la
    spiegazione. Vedete dunque,  nonna,  che non potete aver soggezione di
    chi cerca di imparare da voi la lingua nostra.
    Mentre  l'Annina parlava,  il professore e la moglie erano comparsi in
    fondo alla viottola e si avanzavano lentamente.  Vezzosa  prepar  due
    sedie  per  loro,  e l'Annina,  che voleva a tutti i costi la novella,
    disse:
    - Non  vero, signor professore, che la nonna parla molto bene?
    - Benissimo;  ed io che desidero tanto  raccogliere  dalla  bocca  del
    popolo la lingua parlata, sto a sentirla per incanto.
    -  Sa,  -  continu  la ragazza,  - perch le ho fatto questa domanda?
    Perch la nostra cara nonna ci ha assuefatti a raccontarci una novella
    ogni domenica, e ora non vuol narrare per soggezione di lei.
    - Zitta, pettegola! - disse in tono scherzevole la vecchia.
    - Regina,  io vi prego,  non a nome dei  ragazzi,  perch  essi  sanno
    pregarvi  da  s,  ma  a  nome  mio,  di non interrompere questa bella
    consuetudine. Se dite la novella,  mi fate un vero regalo,  - aggiunse
    il professore.
    -  Ma  son  fiabe  da  ragazzi,  quelle che io racconto,  - rispose la
    vecchia.
    - Trattatemi come un ragazzo e raccontate.
    - Quando vuol cos, cos sia, - disse la Regina.
    E prese a narrare:

    - C'era una volta qui, in Casentino, un ragazzo che non aveva n babbo
    n mamma.  Gli eran morti tutti e due in un  giorno,  al  tempo  della
    peste,  e Fazio era rimasto solo a questo mondo, senz'altro patrimonio
    che un testone circondato da una foltissima  capigliatura  rossa  come
    una  fiamma  di  fuoco.  Fazio poteva avere s e no una diecina d'anni
    quando rimase orfano,  e siccome i genitori non gli  avevano  lasciato
    nulla,  proprio  nulla,  egli  and a raccomandarsi a tutti quelli che
    conosceva,  perch lo pigliassero almeno per badare ai maiali.  Ma era
    tanto brutto che nessuno lo voleva d'intorno.  Chi gli diceva: Rosso,
    mal pelo,  chi invece: Uomo rosso e can lanuto,  piuttosto morto che
    conosciuto, e cos tutti lo scacciavano senza volerlo aiutare.
    Bussa di qua, bussa di l, Fazio era trattato da tutti come un cane, e
    se  non  faceva  presto  a  battere  il tacco,  avrebbe avuto anche le
    frustate o qualche cos'altro.
    Vilipeso, maltrattato, il povero Fazio,  che era gi tanto e poi tanto
    afflitto per la morte del suo babbo e della sua mamma, non sapendo pi
    che fare, se ne and nel folto di un bosco verso Bibbiena, e si mise a
    piangere, col testone fra le mani.
    -  Mamma  mia,  -  diceva  l'infelice  singhiozzando,  - perch mi hai
    lasciato cos misero?  Lo vedi come tutti  mi  discacciano?  E'  forse
    colpa  mia se ho questo testone e questi capelli rossi?  Eppure tu sai
    che non son cattivo e che voglio bene a chi mi fa del bene e so  anche
    perdonare a chi mi fa del male. Aiutami tu, che sei certo in Paradiso,
    se no chi mi aiuter?
    Fazio s'era messo in ginocchio e teneva le mani congiunte e lo sguardo
    rivolto  al cielo in atto supplichevole,  come se sperasse di ricevere
    di lass una qualche consolazione.
    Nel riabbassar gli occhi,  vide davanti a s un vecchio curvo,  con un
    barbone bianco, e gli abiti logori e stracciati in pi punti.
    - Senti,  ragazzo,  - disse il vecchio con una voce dolce che scendeva
    al cuore,  - io non conosco la via e vorrei esser  guidato  fino  alla
    Verna; ma non ho come ricompensarti. Vuoi accompagnarmi?
    Fazio  fu  tanto  consolato sentendosi rivolger la parola in quel modo
    che, senza esitare un momento,  bench fosse digiuno e stanco per aver
    tanto girato in cerca di rifugio, subito rispose:
    -  Buon  vecchio,  voi mi pregate con tanta benignit,  che non saprei
    negarvi nulla; andiamo.
    Il ragazzo s'avvi su per l'erto cammino,  e  il  vecchio  lo  seguiva
    alquanto penosamente.
    -  Volete  appoggiarvi?  - gli disse Fazio,  vedendo che il vecchietto
    faticava e ansava,  - eccovi la  spalla;  aggrappatevici,  e  cos  il
    salire vi riuscir meno grave.
    Il  vecchio  accett;  ma  anche appoggiandosi stentava assai ad andar
    oltre,  e a un certo punto cadde per terra  estenuato,  e  pareva  che
    stesse per ispirare.
    Anche  Fazio  era stanco,  eppoi aveva lo stomaco vuoto e la testa gli
    girava dalla fame;  ma fatto al vecchio una specie  di  guanciale  col
    proprio mantello,  gli disse di riposarsi, promettendogli di portargli
    presto qualche ristoro, che egli stesso non sapeva dove procacciarsi.
    Per si sentiva sostenuto da una fiducia nuova,  e dalla mente  e  dal
    cuore gli era svanito il ricordo doloroso di tante repulse provate nel
    domandar lavoro per s.
    Giunto  in cima a una salita,  volse intorno l'occhio per iscoprire se
    vi fosse qualche cosa.
    La Verna era lass in alto,  troppo,  troppo  lontana,  e  il  vecchio
    sarebbe morto prima che egli vi fosse giunto e ne fosse tornato.
    Nel  guardar  cos,  gli venne fatto di scorgere una casetta di pietra
    dello stesso colore delle balze brulle e pietrose che la circondavano,
    e con nuova lena rivolse il passo verso quella.
    Fazio,  quando fu a una certa distanza dalla casa,  ristette esitante.
    Sulla porta aveva veduto una donna secca,  con un viso arcigno, una di
    quelle facce d'arpia che non darebbero neppure un Cristo a baciare.
    Per,  pensando che il vecchio sarebbe certo morto  senza  un  qualche
    ristoro,  vinse  il  timore  che la donna gl'incuteva e si fece avanti
    umilmente, dicendo:
    - Buona donna,  v' un vecchio cadente che ha bisogno  di  un  po'  di
    aiuto; potreste darmi un po' di vino e un po' di pane per ristorarlo?
    La donna lo guard sinistramente, e con una vociaccia aspra, rispose:
    -  Hai quattrini per pagare quello che mi domandi?  Qui non si pu dar
    nulla senza compenso.
    - Io non ho nulla,  altro che le mie braccia;  ma se mi  date  di  che
    ristorare   il  vecchio,   queste  braccia  lavoreranno  per  voi  una
    settimana, e anche un mese se vi occorre.
    - Quando  cos, - rispose la donna, - vieni in casa e ti dar ci che
    chiedi.  Ma bada di tornare a far l'obbligo tuo,  perch altrimenti il
    mio cane, lo vedi? ti riporterebbe qui con la carne a brandelli.
    -  Vado  e  torno,  - disse il ragazzo quando ebbe ottenuto quello che
    chiedeva, - e vedrete che non sarete mai stata servita con pi zelo.
    In sulle prime Fazio corse spedito gi per le balze;  ma ad un  tratto
    si sent mancar le forze e gli parve di udire una voce che gli diceva:
    - Sciocco,  con lo stomaco dilaniato dalla fame,  tu pensi a soccorrer
    gli altri! Mangia e bevi, e lascia che il vecchio crepi solo.
    Il ragazzo guard il fiaschetto del vino,  e si accost il  pane  alla
    bocca; ma poi, invece di ficcarci i denti, disse:
    - Per lui l'ho chiesto e a lui servir,  - e con nuova lena riprese la
    corsa.
    Ma quando giunse al punto dove aveva lasciato  il  vecchio,  cadde  in
    terra sfinito.
    Il  vecchio,  che  non  era  pi disteso per terra,  ma bens stava in
    piedi, gli prese di mano il vino e il pane, e,  fattone due parti,  ne
    dette  una  al ragazzo.  Poi gli fece trangugiare la met del vino,  e
    quando ambedue si furono ristorati, disse:
    - Ragazzo,  tu hai un cuore d'oro,  ed io l'ho esperimentato in questa
    occasione.  Io  non  sono  un  mendicante,  ma  bens  san Giuseppe in
    persona,   mandato  dalla  Madonna  in  terra,   dietro  richiesta  di
    quell'anima  benedetta  di  tua madre,  per aiutarti.  Ora,  invece di
    proseguire il pellegrinaggio,  me ne torno in  Cielo;  ma  siccome  tu
    avrai  altre  durissime  prove da sostenere,  voglio darti il mezzo di
    liberarti da tutti i pericoli.  Eccoti gli strumenti del mio mestiere:
    il  martello,  la pialla e la sega;  bada di non perderli,  ed essi ti
    torneranno di gran giovamento nella vita, se saprai usarli.
    Mentre il Santo pronunziava quest'ultime parole, una nube lo avvolse e
    lo innalz lentamente verso il Cielo.
    Fazio rimase stupito a guardarla,  e  la  stessa  voce  che  lo  aveva
    tentato prima gli disse:
    - Ora che hai gli strumenti da falegname,  perch,  invece di andare a
    servir quella donna,  non prendi  il  largo?  Tu  potresti  guadagnare
    qualcosa occupandoti da un artefice; via, non essere stupido!
    Fazio,  per tutta risposta, si fece il segno della croce e, caricatosi
    in ispalla gli arnesi, si avvi alla casetta.
    La donna lo aspettava sull'uscio.
    - Credevo che tu avessi fatto come tanti altri,  - gli disse vedendolo
    da lontano. - Ma ora ti rimetto la stima; vieni, che t'ho preparato la
    pattona calda.
    Infatti  vers  dal  paiolo sul tagliere la bella polenta di farina di
    castagne,  e con un fil di refe ne tagli una  fetta  al  ragazzo,  il
    quale  la mangi avidamente,  perch il pane non aveva fatto altro che
    stuzzicargli l'appetito.
    Dopo che ebbe mangiato a saziet, la donna gli disse:
    - Vedi quel ciuffo di castagni gi in quella valle?  Sono miei,  e  io
    voglio  che  tu  me  li  poti  tutti.  Prendi un'accetta e bada di non
    tagliare altro che i rami vecchi.
    Fazio prese l'accetta,  ma non si separ dagli istrumenti che aveva in
    ispalla, e col cuore allegro scese nella valle cantando.
    Per  quel  giorno  tutto  and  bene,  e la sera riport a casa un bel
    fascio di rami potati,  che la donna gli fece riporre in  cantina,  e,
    dopo  aver  mangiato la pattona arrostita sulle molle,  and a dormire
    nel lettuccio che gli era stato preparato.
    La mattina dipoi, per tempo, la donna lo dest per mandarlo al lavoro,
    e gli disse di segare il pi vecchio dei castagni,  quello col  tronco
    tutto vuotato, perch voleva farsene una tavola per cucina, ch quella
    che aveva era vecchia.
    Fazio scese nella valle, e appena ebbe accostato la sega al tronco del
    castagno,  questo  cadde  da s,  si spogli della corteccia e di l a
    poco era tutto segato in belle assi corte della lunghezza  appunto  di
    una tavola.
    -  San  Giuseppe  benedetto!  -  esclam il ragazzo.  - Davvero che mi
    aiutate!
    E caricatosi le assi in spalla le port alla donna.
    Questa, nel vederle, fu tutta contenta.
    - Sei bravo davvero e lavori con voglia,  ragazzo mio;  ma chi  ti  ha
    insegnato?
    -  San  Giuseppe!   -  rispose  Fazio  umilmente;  e  l  in  quattr'e
    quattr'otto mise insieme le assi,  tagli e piall le  gambe,  e  quel
    giorno stesso la tavola serv di desco per il desinare.
    Ogni giorno Fazio faceva un mobile;  ora un letto, ora un armadio, ora
    degli sgabelli,  di modo che,  in capo a un mese,  la casa della donna
    era tutta rifornita di attrezzi nuovi.
    Il ragazzo,  spirato quel tempo,  cred di avere abbastanza rimunerato
    la donna per il piccolo servigio resogli, e le disse:
    - Sapete,  ho intenzione di andarmene per il  mondo.  Sono  abbastanza
    abile per guadagnarmi ovunque la vita.
    Queste   parole  dispiacquero  alla  donna.   Ella  aveva  sperato  di
    guadagnare molto vendendo ai frati della Verna i mobili fabbricati  da
    Fazio,  e  siccome era avara,  gi sognava di veder assai aumentato il
    capitaletto che teneva nascosto sotto una pietra  dell'impiantito,  in
    cucina; perci gli disse:
    - Senti,  Fazio,  perch non rimani meco?  Io ti fornir il legname, e
    quando vender i mobili che tu fabbricherai,  ti  dar  un  terzo  del
    guadagno.
    Fazio  si lasci adescare da questa promessa e lavorava per dieci,  ma
    non vedeva mai un picciolo.  La donna ogni tanto gli faceva un vestito
    grossolano,  un  paio  di  scarponi,  ma quattrini non gliene dava,  e
    quando egli la richiamava ai patti, soleva rispondergli:
    - Li avrai tutti insieme; che te ne faresti dei quattrini ora?
    Sul finir dell'inverno la donna ammal gravemente  e  Fazio  l'assist
    con amore di figlio.  Lui correva a Bibbiena a cercarle il medico e le
    medicine;  lui la vegliava  notte  e  giorno  e  non  c'era  caso  che
    l'abbandonasse mai.
    -  Sei  pi  che un figlio per me,  - disse la donna una notte che era
    proprio in fin di vita,  - e  voglio  ricompensarti.  Sotto  la  terza
    pietra  dinanzi al focolare  nascosto il mio tesoro e anche il frutto
    del tuo guadagno.  Appena sar morta,  smuovi la pietra,  prendi  ogni
    cosa e va' dove vuoi.  Per,  prima di partire, fammi una cassa e cura
    che io sia sepolta nel camposanto della Verna.
    Fazio s'era affezionato alla donna e piangeva sentendola parlare cos.
    Per non voleva farla morire senza assistenza,  e corse alla Verna per
    cercare un frate.  Quando torn,  ella era agonizzante e pot ripetere
    soltanto:
    - Rammentati la terza pietra davanti al focolare...
    E spir.
    Fazio le costru la cassa,  la  fece  trasportare  nel  camposanto,  e
    quando ebbe pregato e pianto sulla tomba della donna,  ritorn a casa,
    rimosse la terza pietra del focolare, e,  cavatone una grossa bisaccia
    di  cuoio piena di fiorini,  se la caric sulle spalle insieme con gli
    arnesi e scese a Bibbiena.
    Cost,  invece di andar mendicando di porta in porta,  com'aveva fatto
    alcuni mesi prima,  prese in affitto una bottega, compr del legname e
    si mise a costruire mobili.
    A un tratto si sparse la notizia che  Fazio  aveva  fatto  fortuna,  e
    questa  notizia  giunse  agli orecchi di certi parenti della morta,  i
    quali sapevano che ella aveva tenuto in casa Fazio.
    Questo bast per insospettirli.  La loro parente aveva fama  di  donna
    denarosa. Fazio dunque doveva avere spogliato la casa a danno loro.
    Essi  andarono  prima  alla casetta isolata della donna,  trovarono la
    pietra smossa dinanzi al focolare e dissero:
    - Fazio ha preso il tesoro!
    Allora tornarono a Bibbiena,  e ingiunsero al  ragazzo  di  restituire
    quello che aveva rubato.
    - Non ho rubato nulla;  - protest Fazio,  - quello che ho, me lo sono
    guadagnato in parte, e in parte me lo ha lasciato la morta.
    Gli avidi contadini non intesero ragioni.
    Pochi mesi prima, Fazio era uno straccione, un mendicante; come poteva
    dunque aver accumulato de' danari senza averli rubati?
    Questo fu il ragionamento che fecero e che fecero fare ai  paesani,  e
    anche al Potest.
    Fu  fatta una perquisizione nella bottega del ragazzo,  dove trovarono
    la borsa di cuoio; e Fazio fu condotto in prigione come un malfattore.
    L'antica antipatia contro  quel  ragazzo  col  testone  circondato  di
    capelli rossi come il fuoco,  si ridest fra la gente,  che cominci a
    dire,  come di solito: Rosso,  mal pelo e Uomo rosso e can  lanuto,
    piuttosto  morto  che  conosciuto;  e non v'era pi alcuno che non lo
    credesse  colpevole,  financo  di  avere  assassinato  la  donna,  per
    impossessarsi del tesoro.
    A  farla breve,  le sue proteste d'innocenza,  le sue lacrime,  le sue
    suppliche non valsero a nulla.  Il Potest  disse  che  ci  voleva  un
    esempio  per  trattenere  altri  di darsi cos giovani al vizio,  e lo
    condann ad essere impiccato di domenica sulla pubblica  piazza,  dove
    solevan fare il Bello Pomo.
    Tre  giorni  soli  trascorsero  fra  la  condanna e l'esecuzione della
    sentenza,  e Fazio li pass pregando continuamente il  suo  protettore
    san  Giuseppe  di  far  palese  la sua innocenza.  Non gl'importava di
    morire,  ma gli doleva acerbamente di macchiare il nome onorato di suo
    padre, di portare nella tomba il marchio del ladro.
    La  domenica,  dopo la messa,  quando la piazza era affollata di gente
    intenta a esaminare la forca,  che da tanti anni  non  era  stata  pi
    veduta in paese,  Fazio fu tolto dal carcere e, in mezzo alle guardie,
    venne condotto  al  patibolo.  La  gente  lo  fischiava,  gli  gettava
    insulti,  gli sputava in faccia chiamandolo: ladro!  assassino! e il
    povero innocente piangeva a calde lacrime sentendosi vilipendere.
    - Confessa! - gli diceva il frate che lo accompagnava.
    - Sono innocente! Innocente, e san Giuseppe lo sa!
    - Zitto, ladro! assassino! - ripeteva la folla.
    Fazio fu fatto salire sopra uno sgabello,  il carnefice gli  pass  la
    testa  nel  nodo  scorsoio,  e dato un calcio allo sgabello lo tir su
    fino al palco.  In quel momento Fazio fece una nuova invocazione a san
    Giuseppe e si rassegn a morire,  pregando che gli fosse tenuto conto,
    almeno nel mondo di l, della sua innocenza.
    Ma invece di soffrire le pene che soffrono gl'impiccati quando pendono
    dal patibolo,  egli si sent sostenuto da tante  mani  invisibili,  in
    modo  che  la  corda  non  gli  stringeva  la gola,  n gli mancava il
    respiro, e ud una voce dolce che gli sussurrava nell'orecchio:
    - Coraggio!  La prova  quasi passata,  tu sarai  salvo;  io  ti  sono
    accanto e non ti abbandono.
    Allora l'impiccato,  invece di mostrare al pubblico un volto contratto
    dallo spasimo dell'agonia, prese a sorridere e a dire:
    - Vedete se sono innocente!  Il mio glorioso protettore  non  permette
    che muoia infamato.  Io vivo e vivr per provare che non sono un ladro
    n un assassino, e che il danaro l'ho preso perch la vecchia me lo ha
    lasciato in premio de' miei servigi.
    La gente, nel vederlo sorridere,  nel sentirlo parlare con tanta calma
    e con voce naturale,  fu presa da sgomento e incominci a fuggire,  in
    modo che di l a poco non rimasero attorno al patibolo  altro  che  le
    guardie  e  il  carnefice,  i  quali si guardavano sbigottiti da tanto
    miracolo.
    In quel momento comparve sulla piazza un frate della Verna,  spronando
    un asino tutto coperto di sudore.
    - Fermate!  - urlava il frate, che era lo stesso che aveva raccolte le
    ultime parole della donna. - Fermate! Voi impiccate un innocente.
    Quando fu giunto sotto al patibolo,  narr  come  egli  stesso  avesse
    udito la donna indicare a Fazio dove stava il tesoro e aggiunse:
    -  Dormivo  ancora  stamane  quando  mi  apparso il glorioso sposo di
    Maria,  san Giuseppe,  e mi ha detto: Inforca  un  asino  e  corri  a
    Bibbiena a salvare un innocente ragazzo che viene impiccato per ladro!
    Si tratta di quel Fazio, sai, con i capelli rossi. Sono corso, ma non
    avrei  fatto  in  tempo  senza un intervento celeste,  e a met strada
    l'asino s' messo a galoppare come un cavallo di  buon  sangue,  e  le
    ultime miglia le ha volate.
    Allora  le  guardie  tagliarono  il capestro,  che legava il collo del
    ragazzo,  e questi,  come se avesse avuto,  invece del  supplizio,  un
    abbraccio di due mani amorose, scese sano e sorridente sulla piazza.
    Si  vide  poscia  un  vero  miracolo  che  persuase  popolo  e guardie
    dell'innocenza del condannato.  Le solide travi del  patibolo  caddero
    tagliate  in  mille pezzi,  come se cento seghe invisibili vi avessero
    lavorato intorno alacremente per pi  ore.  Il  Potest,  riconosciuta
    l'innocenza  di  Fazio,  volle  che  gli  fossero  restituiti i denari
    trovati nella bottega;  ma il giovine li ced generosamente ai parenti
    della donna,  ai quali perdon pure, e chiese soltanto che gli fossero
    resi gli strumenti del mestiere. Il giorno dopo dell'impiccagione egli
    riprese a lavorare nella bottega come se nulla fosse  accaduto,  e  in
    poco tempo accumul pi danaro di quello ereditato.
    Fazio  divenne  un uomo,  e quindi un vecchio,  e la gente,  vedendolo
    prosperare,  non si accorgeva  neppur  pi  che  avesse  quel  testone
    circondato da capelli rossi, perch egli sapeva farsi amare per il suo
    buon  cuore  e  per  le  amorevolezze  che mostrava verso i miseri e i
    bisognosi.
    Trovandosi  possessore  d'immense  ricchezze,   accumulate  merc   la
    facilit con cui lavorava con gli strumenti donatigli da san Giuseppe,
    volle con esse costruire in Bibbiena una chiesa in onore del Santo,  e
    fece  venire  da  Firenze  architetti,   scultori  e  pittori   perch
    l'adornassero splendidamente, e quella chiesa era la pi bella e ricca
    che fosse stata mai eretta in tutto il Casentino.
    Fu  in  quel  tempo  che  da  noi  crebbe molto la venerazione per san
    Giuseppe,  e di lui non erano soltanto devoti i falegnami,  ma anche i
    boscaiuoli e quanti maneggiavano legname.
    Quando  Fazio venne a morte,  lasci gli strumenti del mestiere al pi
    indigente dei falegnami; ma essi non avevano pi le virt di un tempo,
    e se l'uomo voleva guadagnare, doveva faticosamente lavorare.
    Fazio fu sepolto in quella chiesa;  ma la chiesa venne distrutta da un
    incendio,  e  di  essa  e  del suo fondatore adesso rimane soltanto la
    memoria.

    - E avevate soggezione di me? - esclam il professor Luigi,  quando la
    Regina ebbe cessato di narrare.  - Se io avessi la vostra abilit, non
    me ne starei qui, ma andrei nelle principali citt,  e vi assicuro che
    la gente colta e intelligente correrebbe a sentirmi.  Anzi, - aggiunse
    egli,  - se mi permettete,  la prossima volta che voi racconterete una
    novella,  io la scriver,  e in seguito dar alle stampe la narrazione
    raccolta dalla vostra bocca, senza cambiarvi una parola.
    - E dir il nome e cognome della nonna? - domand l'Annina.
    - Altro!  lo stamper a grossi caratteri  sopra  la  novella.  Non  le
    spetta forse quest'onore?
    La  Regina  era confusa,  ma i figli,  le nuore e i nipoti esultavano,
    vedendo apprezzata la loro cara, la loro buona vecchietta.
    E allora il professor Luigi disse alla famiglia  Marcucci  come  molti
    altri  prima di lui si fossero studiati di raccogliere dalla bocca del
    popolo le novelle,  specialmente quelle narrate dagli  abitanti  delle
    montagne,  dove la tradizione e la lingua si mantengono pi pure. Cos
    avevano raggiunto un doppio e utilissimo scopo: quello di ricercare in
    quelle novelle le credenze,  le superstizioni e  gli  usi  antichi  di
    ciascun paese,  e di ringiovanire ed arricchire la lingua con vocaboli
    andati in disuso nelle citt,  dove  l'affluenza  di  gente  di  altre
    regioni la corrompe continuamente.
    I contadini stavano a bocca aperta a sentirlo parlare. La Regina ruppe
    il silenzio, dicendo:
    - Non credevo mai,  signor professore, che noi ignoranti e zoticoni si
    potesse insegnar qualche cosa alla gente di citt. Mi pare che abbiamo
    tutti da imparare,  e non mi sognavo davvero che il nostro  linguaggio
    potesse esser preso ad esempio.
    -  Voi  potete insegnare molto,  e se rimanessi qui vorrei pregarvi di
    raccontarmi tutte le novelle che sapete  per  pubblicarle  in  un  bel
    volume,  come  stato fatto per quelle montalesi; ma, purtroppo, debbo
    tornare in citt!
    - Dunque ci sta volentieri qui da noi?
    - Tanto volentieri, - rispose il professor Luigi,  - che se non avessi
    altri  obblighi  fisserei  la mia dimora in questo bel paese.  Voi non
    capite quanto siete felici!
    - Tutti abbiamo i nostri  guai,  -  disse  Maso  sospirando,  -  e  se
    conoscesse i nostri, non vorrebbe sicuro fare a baratto.
    - Chi lo sa!  - replic il professore. - E' certo che la vita semplice
    e ritirata espone l'uomo  a  minori  dolori.  Prima  di  tutto  godete
    un'aria che vi d la salute...
    -  Questo    vero,  - replic Maso.  - E' ben difficile che il medico
    entri in casa o che lo speziale veda in  faccia  i  nostri  quattrini;
    eppure siamo dimolti in famiglia.
    - Poi avete la pace...
    - Anche questo  vero.
    -  E  le  occupazioni  vostre  sono  quelle  che  mantengono fresca la
    vecchiezza.  Vedete:  la  Regina    pi  vecchia  di  me,   eppure  
    tutt'arzilla  e  io  sono  decrepito.  Gli  che lei ha respirato aria
    buona, ha faticato col corpo,  e io con la mente.  E,  credetemi,  pi
    l'uomo vive secondo la natura,  pi sta vicino alla madre terra,  meno
    si espone alle malattie e alle sofferenze.
    Il professore lo diceva e bisognava crederci;  ma molti  dei  Marcucci
    avrebbero  cambiato  la  loro esistenza con quella di lui,  stimandosi
    felici del cambiamento.
    La signora Maria, cui quella conversazione non riusciva gradita perch
    richiamava alla mente del marito i propri acciacchi, volle troncarla.
    - Ma incomincia a far fresco,  - fece ella  osservare,  -  e  tu  devi
    interrompere  la conversazione per tornare a casa.  Se tu prendessi un
    malanno, addio villeggiatura!
    Il professore ced al desiderio della moglie,  e per quella  sera  non
    parlarono d'altro.



















    Il naso del Podest.

    Nella settimana c'era stato un altro avvenimento a Farneta. La giovine
    moglie  del  nuovo  ispettore,  figlia dei villeggianti,  era giunta e
    aveva portato seco l'Annina a Camaldoli,  come aveva stabilito gi  da
    alcuni  mesi.  La  ragazzina  era partita contenta e felice,  perch a
    quella et ogni cambiamento serve di distrazione; ma in casa sentivano
    il vuoto prodotto da quella partenza,  e la  Carola  specialmente  non
    sapeva  darsi  pace  di  non  aver pi dintorno a s quella prediletta
    figliuola.
    - Non  mica andata alla morte,  - le diceva  Maso  quando  la  vedeva
    pensierosa.  - A Camaldoli ella s'istruisce,  guadagna ed  affidata a
    persone per bene.
    - E' vero, e lo so anch'io;  ma che ci vuoi fare se sono addolorata di
    non averla pi qui? Al cuore, lo sai bene, non si comanda.
    La  domenica  poi,  quando  la  Carola  vide tutta la famiglia adunata
    intorno alla vecchia per sentir la novella e not che  fra  i  ragazzi
    mancava l'Annina, si mise il grembiule agli occhi e scapp via.
    Vezzosa le corse dietro e le disse:
    -  Non  vi  fate  scorgere  dai signori,  che ora verranno a sentir la
    novella;  se no diranno  alla  loro  figliuola  che  voi  siete  tanto
    infelice  per  la mancanza dell'Annina,  che quella ve la ricondurr a
    casa. Ora sapete che abbiamo fatto tanti e tanti sacrifizi per lottare
    contro la disgrazia che ci ha colpiti,  e l'aver trovato  l'Annina  un
    buon  posto,  qui  vicino,    una  fortuna per noi e per lei;  fatevi
    coraggio, Carola.
    Le parole assennate della  giovine  cognata  fecero  rientrare  in  s
    l'afflitta  madre,  che,  asciugatesi le lacrime,  torn in mezzo alla
    famiglia.
    Il professore e la moglie avevano gi  preso  posto  a  poca  distanza
    dalla Regina, e questa, senza farsi tanto pregare, si mise in tasca la
    corona del rosario e incominci:

    -  Fra  i  tanti  Podest che hanno governato a nome della Signoria di
    Firenze la terra di Stia,  ve n'era uno,  per nome Bandino Corsi,  che
    aveva  un  naso cos buffo,  che faceva ridere quanti lo vedevano.  In
    mezzo a un  viso  lungo,  giallo  e  sbarbato,  troneggiava,  come  un
    peperone, quel naso, al quale era appeso dal lato destro una specie di
    fungo di carne nerastra, tutto coperto di peli.
    Si  diceva  che il naso rosso e il fungo fossero venuti al Podest con
    gli anni,  e in conseguenza del gran vino che beveva.  Si diceva  pure
    che  a  Firenze,  i monelli dessero la baia al povero ser Bandino,  il
    quale,  per sottrarsi ai loro motteggi,  aveva chiesto e  ottenuto  di
    ritirarsi a Stia, dove, cos almeno sperava, non sarebbe stato esposto
    a quelle moleste e continue burle.  Per i monelli ci son per tutto, e
    quelli di  Stia  non  erano  meno  burloni  dei  loro  compagni,  nati
    all'ombra del Cupolone.
    Appena  il  nuovo  Podest  fu  visto giungere a cavallo,  seguto dai
    servi, tutti i monelli si adunarono in piazza e cominciarono a urlare:
    Ecco il tacchino! Ecco il tacchino!.
    Nel sentir queste esclamazioni di motteggio,  il viso del  Podest  si
    fece anche pi giallo, e il naso, da rosso che era, divenne paonazzo.
    I ragazzi,  vedendo che ser Bandino si arrabbiava, rincararono la dose
    degli urli e chiamarono a raccolta  anche  altri  monelli,  cos  che,
    quando  il  Podest  giunse  dinanzi al palazzo,  era preceduto da una
    turba schiamazzante.
    Non ho detto che ser Bandino Corsi,  oltre ad avere il  naso  rosso  e
    quel tale fungo nero da una parte, aveva un altro difetto, e questo si
    palesava  maggiormente ogni volta che andava in collera.  Egli metteva
    quasi sempre un'esse dinanzi a ogni parola,  ma quando era in  collera
    il  suo  dire  diventava  cos  buffo che nessuno poteva trattenere le
    risa.
    Quel giorno,  fremente d'ira per l'accoglienza avuta,  volle arringare
    la  folla  dei  monelli per affermare la sua autorit,  e appena messo
    piede a terra, si volse verso gli schiamazzanti, e incominci a dire:
    - Sragazzacci, srispettatemi;  srammentatevi sche sono Spodest sdella
    Srepubblica sfiorentina!
    - Sviva slo Spodest! - url uno dei monelli.
    - Sviva! - urlarono tutti gli altri.
    E l una pioggia di motteggi, tutti preceduti dall'esse.
    Il naso di ser Bandino arross maggiormente,  il fungo nero incominci
    a ballare come un batacchio di campana, e giallo,  livido,  il Podest
    alz la mano e disse:
    - Sbirbanti, sme sla spagherete!
    Quell'addio  non  intimor  i monelli,  i quali continuarono a rimaner
    sulla piazza urlando:
    - Sfuori slo Spodest! Svogliamo slo sdiscorso sdallo Spodest!
    Ma s,  ser Bandino aveva altra voglia che parlare dopo quello che era
    successo!
    Ordin ai suoi soldati di disperdere la folla schiamazzante,  e invece
    di  raccogliere  i  complimenti  che  gli  avevano  preparati  i  suoi
    sottoposti,  si  rinchiuse  in  camera  e,  adducendo  a  pretesto  la
    stanchezza del viaggio,  rimand ad altro giorno i ricevimenti e rest
    solo a pensare alla sua disgrazia.
    L'aveva  fatta bella ad andare a Stia!  Era peggio di Firenze;  e se i
    giorni successivi somigliavano al precedente,  quel soggiorno  sarebbe
    stato un vero inferno.
    Il Podest disse fra s:
    -  Al difetto del parlare posso rimediarvi: star sempre zitto;  ma al
    naso? Il naso si vede, e appena lo metter fuori dell'uscio, i monelli
    mi canzoneranno. A questo malanno bisogna trovar rimedio e lo trover.
    Pensa e ripensa,  fin per persuadersi che il suo naso  rosso  sarebbe
    stato  meno  appariscente se lo avesse prima unto e poi coperto con un
    po'  di  farina;   e  la  mattina  dopo,   fattosi  portare  quei  due
    ingredienti,  si  unse  ben  bene  il fungo nero e poi non fu avaro di
    farina.
    A quei tempi non usavano gli specchi come usan ora.  Le signore ricche
    si servivano di lastre d'argento; i poveri e le povere si specchiavano
    sui  vetri della finestra,  che eran piccoli e opachi.  Il Podest non
    era povero,  ma certi lussi non li conosceva,  e ricorse ai vetri  per
    vedere  se il naso coperto dalla farina stava meglio che rosso e nero.
    Gli parve di s e, vestitosi,  usc per andare alla messa,  poich era
    domenica.
    Appena  i  monelli,  che eran davanti alla chiesa,  lo videro con quel
    naso tutto infarinato,  incominciarono a ridere  come  matti,  e  poi,
    datisi  la  parola d'ordine,  scapparono via.  Il Podest cap che gli
    preparavano una burla, e mentre ascoltava la messa,  si sentiva rodere
    dall'ansiet  ed  avrebbe  voluto  che il prete non dicesse mai l'"ite
    missa est".
    Ma anche la messa termin,  come terminano tutte  le  cose  di  questo
    mondo,  e il povero Podest,  facendosi animo, dovette attraversare la
    chiesa per uscire.  Egli  era  tanto  occupato  di  quel  che  sarebbe
    accaduto,  che  non  si  accorse  neppure che le donne si mettevano il
    fazzoletto alla bocca per non ridere,  e gli uomini  si  coprivano  il
    viso col cappello.
    Quando  fu  sul  limitare  della  chiesa,  rimase  di sasso e non ebbe
    coraggio di andar pi avanti.
    Ecco il perch.
    Una cinquantina di monelli gli si fecero davanti.
    Ognuno aveva in mano una padella, e ognuno urlava:
    - Smesser slo Spodest, sla smia spadella scuoce smeglio; snon sfaccia
    scomplimenti, sfrigga slo snaso!
    Ser Bandino non ci vide pi,  e,  afferrato il primo monello  che  gli
    capit  fra le mani,  gli tolse la padella,  e con quella incominci a
    menar gi botte da orbi su tutta  la  masnada.  I  colpiti  gridavano,
    piangevano;  i non colpiti rispondevano con padellate. Intanto, a quel
    baccano,  le donne erano uscite di  chiesa  e,  naturalmente,  s'erano
    avventate contro il Podest per difendere i loro figliuoli.  Alcune di
    esse,  per trattenergli il braccio,  gli strapparono perfino la manica
    del giustacuore; alcune altre lo sgraffiarono.
    Ne  nacque  il  finimondo,  e il Podest si rifugi al palazzo per non
    essere anche pi malconcio.
    Ma appena in casa ordin alle sue guardie di tornare in  piazza  e  di
    arrestare dieci dei caporioni e rinchiuderli in prigione.
    -  Sci  svuole  suna slezione!  Sci svuole!  - balbettava incollerito,
    passeggiando in su e in gi per la sala.
    I suoi ordini furono eseguiti;  ma alcune guardie ebbero,  dalle mamme
    inferocite, morsi, sgraffi e manrovesci.
    N qui fin il subbuglio.
    Le  donne  si  recarono  a  frotte  sotto  le  finestre  del palazzo a
    implorare la scarcerazione dei dieci monelli,  e non essendo esaudite,
    perch il Podest teneva duro,  seppero incitare,  a forza di urli, di
    pianti e di smanie gli uomini a fare egual tentativo.
    A questi le guardie intimarono di tornare alle loro  case,  perch  la
    giustizia doveva avere il suo corso, e allora volarono sassi contro le
    finestre  del  palazzo,  e  improperi  d'ogni genere contro l'infelice
    Podest.
    Ser Bandino non sapeva pi che cosa  fare;  la  sua  dignit  non  gli
    permetteva di cedere alle domande del popolo; il suo naso gli impediva
    di mostrarsi per sedare il tumulto, e di parlare alla folla non ci era
    neppur da pensarci; sarebbero volati contro di lui anche i tegoli!
    Il  Podest  era  uomo  pio  e  specialmente  devoto  della Santissima
    Annunziata,  di cui possedeva un'immagine che aveva portata con s  in
    Casentino e dinanzi alla quale teneva sempre,  giorno e notte,  accesa
    una lampada d'argento.
    Mentre gli urli echeggiavano sulla piazza  e  i  sassi  rompevano  con
    fracasso  i vetri delle finestre del palazzo,  ser Bandino si butt in
    ginocchio davanti all'immagine, esclamando:
    - Smadonna smia, sdatemi svoi suna sispirazione!
    E l'ispirazione gli fu data infatti e la tradusse subito in effetto.
    Egli chiam un suo servo, press'a poco della sua statura, lo vest dei
    suoi abiti,  gli mise in testa il cappello piumato  e  gli  ordin  di
    affacciarsi a una delle finestre del palazzo, e di arringare la folla.
    Quello che doveva dire glielo avrebbe suggerito lui stesso.
    Il  servo  fece  presto  a cambiar abiti;  due guardie spalancarono la
    finestra,  e nel vano di quella comparve il  falso  Podest;  il  vero
    stava accoccolato dietro il parapetto.
    Ma  appena  la  folla  vide  il  servo camuffato dei ricchi abiti,  si
    accorse dell'inganno e non gli lasci aprir bocca.
    - Guarda la maschera! - urlava.
    E lo bersagliava di torsoli di cavolo e  di  quanto  le  capitava  fra
    mano; poi pigliava a gridare:
    -  Il  Podest!  Fuori il Podest col naso a peperone e il fungo nero!
    Vogliamo il Podest!
    Nonostante lo schiamazzo,  ser Bandino si guard bene  dal  mostrarsi;
    anzi,  sentendo aumentare il tumulto,  and a rifugiarsi in cantina al
    buio, turandosi gli orecchi per non sentir le invettive.
    E di laggi non sent neppure che il popolo, impazientito, era entrato
    nel palazzo in cerca di lui, rompendo ogni mobile chiuso, dove credeva
    di trovarlo rimpiattato.
    Di questo fatto si accorse soltanto quando sent  sconquassar  l'uscio
    della cantina.
    -  Squesta  sdicerto  sar  sla  smia  sultima  sora!   -  esclam  il
    pover'uomo.
    E,  accorgendosi che la porta cedeva,  invece di  star  quatto  quatto
    dietro la botte che gli serviva di nascondiglio,  si diede a fuggire a
    tastoni per la cantina buia,  urtando nelle pareti  umide,  dando  del
    capo negli spigoli dei muri. Fuggi fuggi, giunse in fondo a una specie
    di  galleria,  e  da  uno  spiraglio  vide un fil di luce.  Riacquist
    coraggio e giunse in breve a quel punto da dove  veniva  la  luce,  ed
    essendosi  accorto che da quel lato vi era una porticina,  l'apr e si
    trov in campagna.
    - Sdio smio, sono sfuori sdi spericolo! - esclam il Podest.
    E cerc  di  richiudere  la  porta  appoggiandovi  contro  dei  massi,
    affinch  i  suoi  inseguitori  non  si accorgessero da qual parte era
    uscito.  Poi,  nascondendosi fra gli alberi,  sgattaiol  pian  piano,
    tremando a ogni mover di foglia, a ogni fuscello che gli scricchiolava
    sotto il piede.
    Cammina  cammina,  giunse  prima  di  notte sul monte dietro a Stia e,
    stanco morto,  si nascose in un fosso,  sul quale si stendevano i rami
    di  un  albero,  e  si  mise  a  pregare  la  Santissima Annunziata di
    liberarlo da quel naso che gli procurava tante persecuzioni, e da quel
    difetto del parlare, che gli era cos funesto.
    Dopo aver pregato a lungo, ser Bandino si sent pi calmo e, distesosi
    sulla nuda terra, s'addorment placidamente.
    Mentre dormiva fu scosso da una specie di carezza,  e sent  una  voce
    che gli diceva:
    - Alzatevi e seguitemi!
    Apr  gli  occhi  e,  al  lume della luna,  che brillava purissima nel
    firmamento, vide una vecchina piccina piccina accanto a s.
    - La Santissima Annunziata mi  apparsa in sogno  e  mi  ha  detto  di
    aiutarvi. Venite a casa mia, - aggiunse la vecchia.
    Ser  Bandino  la  segu  di  buona  voglia,  e la vecchina,  curva sul
    bastone, lo fece camminare per un buon tratto sul monte sassoso,  e si
    ferm soltanto dinanzi a una casuccia costruita a poca distanza da una
    delle ripe del torrente Stia, e invit il suo compagno ad entrare.
    Il  fuoco  era acceso nel camino e la vecchia,  vedendo che il Podest
    era  esausto,   gli  offr   da   rifocillarsi;   quindi   gli   disse
    d'inginocchiarsi  e  di  pregare  la  Madonna  di cui era specialmente
    devoto.
    La vecchia,  mentr'egli pregava,  usc,  e ritornata poco dopo con  un
    fascio  d'erbe  aromatiche  e una secchia d'acqua,  bagn pi volte il
    naso di ser Bandino e lo copr di foglie: poi gli disse di  masticarne
    alcune e di trangugiare l'acqua.
    - Abbiate fede, e sarete guarito, - aggiunse la vecchia.
    Fede  ne  aveva,  il  povero Podest,  e mastic un fascio di foglie e
    bevve quanta pi acqua pot.  Ma dopo aver fatto tutto questo ed  aver
    fervidamente  pregato,  si guard il naso,  e il naso era sempre rosso
    come un peperone;  si tast il fungo  nero,  e  il  fungo  nero  c'era
    sempre;  si  prov a parlare,  e faceva sempre precedere da quell'esse
    incomoda ogni parola. Allora, scoraggiato, disse:
    - Sdonna smia, sper sme snon sc' sbene.
    - Podest mio,  finch un cane peloso non vi  morde  il  fungo  e  una
    biscia  non  vi  bacia  in  bocca,  da queste due infermit non sarete
    liberato. Vedo che n le erbe n l'acqua attinta durante il plenilunio
    vi giovano.
    - Sdio smio,  se squei  sbirbanti  smi  strovano...  -  mormor  tutto
    afflitto ser Bandino.
    La vecchia rise facendo vedere le gengive spoglie di denti.
    - Quass da me nessuno oser venirvi a cercare.
    - Sperch? - domand il Podest.
    -  Che  volete  che  vi  dica?  Sono anni e anni che curo la gente con
    l'aiuto della Madonna,  eppure a nessuno sapreste levar di capo che io
    non sia una strega.
    Ser  Bandino  fu  rassicurato  in  parte da queste parole e si mise ad
    attendere che giungessero i due animali che  dovevano  liberarlo.  Era
    una  calda  giornata di maggio,  ed egli,  vinto dalla stanchezza,  si
    appisol.
    A un tratto fu destato da un dolore acuto da  quella  parte  del  naso
    dove  gli  pendeva  il  fungo  nero.  Apr  gli occhi e vide un can da
    pastori con una lunghissima coda,  che scappava.  Ser Bandino si port
    subito  la  mano  al  naso  e  si  accrse con gran piacere che quella
    escrescenza carnosa non  c'era  pi;  allora  si  mise  a  chiamar  la
    vecchia.
    - Svieni, sdonnina, svieni; sci sono snovit sgrosse!
    La  vecchina,  che era su in camera,  scese le scale e alz le mani al
    Cielo in atto di ringraziamento,  vedendo che  il  fungo  era  sparito
    davvero.
    -  Ora,  coraggio,  -  ella disse,  - e come  venuto il cane verr la
    biscia; abbiate pazienza e pregate.
    Ser Bandino si rimise in orazione,  ma snocciolando  sempre  avemmarie
    fin   per  appisolarsi  col  capo  inclinato  a  destra  e  la  bocca
    spalancata.  Un sibilo fortissimo lo dest,  e cos in dormiveglia  si
    accorse  di  aver  in  bocca  la  testa  di una biscia.  Sul subito si
    spavent,  ma ripensando alle parole della vecchia  si  fece  animo  e
    preso il rettile con due dita gli disse:
    - Grazie!
    Nel  pronunziare  quella  parola  cap  di esser guarito dalla seconda
    infermit, e questa volta, senza far precedere ogni parola da un'esse,
    chiam:
    - Vecchina, scendi presto, vieni a vedere; il miracolo  compiuto.
    La vecchina scese pian  piano,  e  sentendo  che  il  Podest  parlava
    speditamente,  si  lasci  cadere  in  ginocchio e preg a lungo.  Ser
    Bandino fece lo stesso, e quando ebbero terminato, la vecchia disse:
    - Spero che mi sarete grato e non mi lascerete morir qui come un cane.
    - Figurati! - disse il Podest,  - ora torno subito a Stia,  punisco i
    colpevoli  e  dopo  vengo  a prenderti con una lettiga e ti conduco al
    palazzo, dove sarai servita e rispettata come se tu fossi mia madre.
    - Badate di non dimenticarvi della promessa! - replic la vecchina.
    - Io sono gentiluomo!  - esclam Bandino.  - E senti che cosa dico: Se
    non mantengo la promessa in capo a un mese, che mi possa ricrescere il
    fungo e che ritorni pi scilinguato di prima.
    Ser Bandino, tutto allegro, scese il monte, e ogni tanto si toccava il
    naso,  che aveva ripreso il colore del restante del viso, e si provava
    a parlare a voce alta.  Non gli pareva vero di non essere pi un  coso
    buffo e di parlare come tutti gli altri.
    Quando  giunse  a  Stia,  era  sera  inoltrata e il palazzo era chiuso
    sprangato.  Bussa che ti busso,  nessuno gli andava  ad  aprire  e  di
    dentro le guardie gli gridavano:
    - Il Podest  assente, noi non apriamo a nessuno.
    - Il Podest sono io! - rispondeva ser Bandino.
    - Non ce lo date ad intendere,  imbroglione.  Il Podest,  quando apre
    bocca, si conosce subito.
    - Son guarito! - badava a dire ser Bandino.
    - Di certi mali non si guarisce;  andate in pace,  se no  vi  leghiamo
    come un salame e vi mandiamo a far compagnia ai dieci monelli, cagione
    di tanti guai.
    A farla breve, il portone del palazzo quella sera non si dischiuse per
    lasciar passare il Podest;  ma egli, che conosceva l'ingresso segreto
    delle cantine,  per non dormire a ciel sereno,  entr in quelle  e  si
    distese per terra.
    La  mattina,   appena  vide  uno  spiraglio  di  luce,  usc  dal  suo
    nascondiglio e and di nuovo a bussare al  palazzo.  Le  guardie,  che
    nell'assenza  del Podest e dopo aver respinto la folla tumultuante vi
    si erano asserragliate come in una fortezza,  invece di spalancare  la
    porta,  andarono  a  una delle finestre munite d'inferriate per vedere
    chi bussava.
    - Sono il Podest, aprite! - ordin ser Bandino;  ma a quel comando si
    sent rispondere con una sonora risata.
    -  Guarda,  guarda  chi si spaccia per il Podest!  Se non vuoi essere
    arrestato per avergli rubato le vesti,  raccomandati al cavallo di san
    Francesco.  Non  sai  che  il Podest ha un fungo appeso a un lato del
    naso paonazzo, e parla scilinguato, - disse una delle guardie.
    - Sono il Podest, aprite! - ordin ser Bandino.
    - Se vuoi venire in gattabuia, peggio per te, - gli fu risposto.
    Il portone del palazzo si apr,  quattro braccia  robuste  afferrarono
    ser  Bandino  e quasi di peso lo portarono nella stessa prigione della
    torre dov'eran rinchiusi i dieci monelli, autori del disordine.
    Non valsero n le preghiere n le minacce di  ser  Bandino  per  farsi
    riporre in libert.
    Tutto  il  giorno  udiva  i  monelli  parlare del naso e del fungo del
    Podest,  tutto il giorno li sentiva fargli il  verso,  e  nessuno  lo
    riconosceva tanto era cambiato.
    Tutte  le  volte  che  chiedeva  alle guardie quanto tempo intendevano
    tenerlo in prigione, si sentiva rispondere:
    - E' andato un messo a Firenze;  quando  torner  col  nuovo  Podest,
    sarai giudicato.
    - Ma se il Podest son io!
    - Taci, bugiardo, ingannatore, furfante! - gli dicevano.
    Cos  passavano i giorni,  cos pass un mese.  Quando quel termine fu
    spirato,  ser Bandino,  una mattina,  nel destarsi,  si vide  dintorno
    tutti  i  monelli  con tanto d'occhi sgranati.  Volle interrogarli per
    sapere che cosa notavano in lui di strano, ma appena ebbe aperto bocca
    essi incominciarono a schiamazzare gridando:
    - E' lui,   il Podest!  gli  ricresciuto il fungo nero  accosto  al
    naso ed  ritornato scilinguato. E' lui!  lui!
    Ser  Bandino  si  sent morire.  Non aveva potuto mantener la promessa
    fatta alla vecchia ed era ritornato tal quale  come  prima,  perci  i
    monelli lo canzonavano egualmente.
    Le guardie,  sentendo tutto quel baccano, accorsero, e appena aprirono
    l'uscio della prigione,  rimasero sulla soglia senza osar di  fare  un
    passo.
    Il prigioniero era proprio il Podest! E ora che cosa sarebbe avvenuto
    di  loro  che non avevano voluto riconoscerlo e si eran presi l'ardire
    di trattarlo a quella maniera?
    Ma il Podest era tanto afflitto e avvilito di udirsi colpito di nuovo
    da quella doppia infermit, che non pensava a vendicarsi.  Usc a capo
    chino dalla prigione, senza aprir bocca, e dietro a lui uscirono tutti
    i monelli, che si affrettarono a tornare a casa. Verso sera, quando in
    paese  non v'era pi nessuno,  il Podest si avvi solo solo su per il
    monte in cerca della vecchina. Ma guarda che ti guardo,  non gli venne
    fatto di trovar pi n la casa n altro,  e nel cuor della notte se ne
    torn al palazzo. Questa volta le guardie lo riconobbero al parlare, e
    gli apriron subito.
    Bench fosse stanco morto,  egli non si mise a letto.  Inginocchiatosi
    dinanzi  alla Santissima Annunziata,  la preg fervidamente non pi di
    liberarlo  dalle  sue  infermit,   ma  di  dargli  il   coraggio   di
    sopportarle.  Mentre  stava  in  orazione,  che    che  non  ,  ecco
    apparirgli la vecchina.
    - Se non hai mantenuto in tempo la tua promessa, - gli disse,  - non 
    colpa tua.  Appena libero sei andato a cercarmi sul monte; e in Cielo,
    dove le buone intenzioni sono valutate,  ti si tiene  conto  di  esse.
    Rassicurati, e a suo tempo sarai consolato, te lo prometto io!
    A  suo  tempo!  -  pensava  egli.  -  Dunque  le  mie  prove non sono
    terminate? dunque dovr soffrire ancora?
    La vecchia spar,  e il Podest  pot  dormire  tranquillo  nella  sua
    camera.  La mattina dopo,  nel destarsi, and subito a guardarsi nello
    specchio, ma la deformit del naso non era sparita ed egli non parlava
    speditamente.   Allora  pens  che  doveva  armarsi  di  coraggio  per
    sostenere  nuove  prove;  ma la speranza che a suo tempo sarebbe stato
    liberato,  faceva svanire la cupa disperazione che lo  aveva  assalito
    nel passato.
    Per  la  sua pazienza fu messa a dura prova.  Era appena ritornato al
    palazzo,  quando gli fu annunziato da  un  messo  l'arrivo  di  messer
    Alessandro Vitelli, temuto condottiero di quel tempo. Ser Bandino fece
    preparare  per  lui  le  pi belle stanze,  e dette ordine al cuoco di
    mandar ne' serbatoi a prendere le trote pi belle e di tirare il collo
    ai pi grossi capponi,  poich bisognava onorare un  ospite  di  tanto
    riguardo.
    Il  capitano giungeva dalla Consuma per recarsi ad Arezzo.  Il Podest
    gli  mosse  incontro  a  cavallo,   con  numerosa  scorta,   e  appena
    incontratolo, volle fargli il suo bravo discorsino.
    - Sillustrissimo smessere... - incominci.
    Ma  non  pot finire,  perch il capitano Alessandro Vitelli gli dette
    una di quelle guardatacce, come egli sapeva dare, e ser Bandino, tutto
    confuso,  si sent la lingua inchiodata al palato e  si  fece  pallido
    come un morto, mentre il suo naso prendeva un bel color rosso vivo.
    - La Repubblica fiorentina tiene un Podest molto strano in questa sua
    terra  di  Stia,  -  disse  il  capitano  rivolto ai suoi,  ma in tono
    abbastanza alto da farsi sentire anche da ser  Bandino.  -  Non    un
    rappresentante che le faccia onore.
    L'infelice  avrebbe  preferito di essere ancora rimpiattato in cantina
    dietro la botte e minacciato dall'ira degli insorti,  piuttosto che di
    trovarsi  di fronte a quel superbo,  cui non poteva ricacciare in gola
    le offese.
    Per dovette celare nel cuore il dolore e la  rabbia  che  provava,  e
    mettersi  al  seguito  del  condottiero,  il quale non lo aveva neppur
    invitato a cavalcargli accanto.
    Se il primo incontro era stato amaro per ser Bandino, la permanenza di
    Alessandro Vitelli a Stia, fu un lungo e non interrotto supplizio.  Il
    condottiero,  non  solo  era  entrato  nel  palazzo da padrone,  senza
    curarsi per nulla del Podest,  ma aveva dato carta bianca ai suoi  di
    esigere  imposte,  di  reclutare  uomini  atti  a  portare armi,  e di
    comandare,  insomma,  come se il rappresentante della  Repubblica  non
    esistesse, come se il Podest fosse un fantoccio.
    Ser  Bandino  vedeva  tutto  e  fremeva.  Inoltre  v'era  una continua
    processione di gente a far reclami presso di lui  per  le  ingiustizie
    che  commetteva  il  condottiero,  e  questa  gente  gli  rimproverava
    acerbamente la sua debolezza;  ma ser Bandino  non  osava  parlare  ad
    Alessandro Vitelli.
    Un giorno,  per, incalzato da tante e tante lagnanze, si fece animo e
    si present al capitano,  il quale,  squadratolo da capo a piedi,  con
    fare burbanzoso, gli disse:
    - Chi vi ha ordinato di venire da me?
    - Sdoveri sdello stato smio, slagnanze sdegli Stiani!
    - Andate al Diavolo voi,  le vostre esse e i vostri Stiani!  - rispose
    il capitano.  - Finch sto qui,  intendo di comandar  io,  e  voi  non
    dovete farvi vedere, se no vi rinchiuder in prigione.
    Bandino dovette fare una prudente ritirata; ma ridottosi in camera sua
    pianse  amaramente sulla propria sventura e si raccomand fervidamente
    alla Santissima Annunziata di liberarlo presto dalle infermit che gli
    procuravano tanti tormenti.
    Per, nonostante le promesse della vecchia, le lacrime e le preghiere,
    il supplizio continu per pi giorni,  e il Podest  si  ammal  dalla
    pena.  Mentre  era  a  letto,  pi  malato  d'animo  che di corpo,  il
    condottiero  ricev  l'ordine  di  portarsi  subito  sopra  Citt   di
    Castello;  di  notte  tempo  fece i preparativi della partenza e se ne
    and,   senza  neppur  curarsi  del  Podest.   I  cittadini  di  Stia
    respirarono  vedendo partire il Vitelli,  che in pochi giorni li aveva
    dissanguati,  e il Podest guar subito.  Ma siccome una  consolazione
    non vien mai sola,  il brav'uomo,  nell'alzarsi dal letto,  si accorse
    che gli era sparita la deformit del naso e che parlava  speditamente.
    Lieto, lietissimo di ci, invece d'inveire contro i monelli del paese,
    contro  tutti  quelli che avevano dato mano al saccheggio del palazzo,
    annunzi con un pubblico bando che voleva iniziare il suo governo  con
    un  generale  perdono,  tanto  pi  che il popolo era stato abbastanza
    provato dal passaggio di messer Alessandro Vitelli.
    Questo atto magnanimo lo rese popolarissimo a Stia,  dove ser  Bandino
    termin in pace la vita.

    Qui  la  Regina  tacque  ed  ebbe  dai signori villeggianti gli stessi
    complimenti ricevuti la domenica precedente.
    Mentre essi parlavano di Stia,  dove volevano andare a fare una  gita,
    giunse  una  carrozza  di ritorno da Camaldoli e si ferm dinanzi alla
    viottola.
    Il vetturino schiocc la frusta per chiamar qualcuno,  e tre o quattro
    dei ragazzi accrsero subito alla chiamata.  Un momento dopo tornarono
    gridando:
    - La signora dell'Annina manda a dire  che  viene  domani  a  desinare
    dalla sua mamma.
    - E l'Annina non ce la conduce? - domand la Carola.
    - S, conduce anche lei. Vengono tutti. Tirate il collo a due galline,
    mamma,  -  disse  Beppe.  -  Alle  frutta ci pensiamo noi: vedrete che
    lamponi e che fragole!
    A quella notizia la gioia ricomparve sul viso della massaia,  e  anche
    la  Regina  sorrise  con  quel sorriso buono che era il riflesso della
    felicit dei suoi.





    Il coltello del traditore.

    La Carola era consolata dacch aveva riveduto l'Annina  e  che  questa
    l'aveva  assicurata  che  in  casa  della  signora  ci  stava  come in
    Paradiso.  Gi,  non c'era bisogno di quest'assicurazione per capirlo.
    Bastava guardarla in viso per accorgersi che era felicissima.  E s'era
    fatta financo pi carina, in pochi giorni.  Non gi che la sua padrona
    l'avesse  messa in ghingheri;  anzi,  le aveva lasciato i vestitini di
    cotonina e di percalle che portava la domenica quando era a  casa;  ma
    su  quelli  le  aveva  fatto porre un bel grembiule bianco guarnito di
    falsature e stirato con cura,  e questo bastava  a  darle  un  aspetto
    pulito e ravviato, pi di quello che aveva prima.
    Tutti  in  famiglia  le avevano fatto un'accoglienza festosa,  come se
    ella mancasse da un secolo, e l'Annina aveva detto:
    - Sapete,  ho gi imparato tante  cose.  Servo  a  tavola  benino,  so
    preparare le camere per la sera, e imparo a pettinare.
    - Son tutte cose che sapevi fare anche in famiglia, mi pare.
    - Oh!  fra servire a tavola qui e in casa di signori,  ci corre quanto
    dal giorno alla notte. E imparer anche molto di pi; la signora,  nel
    dopopranzo,  mi  fa mettere accanto a lei e m'insegna certi lavori!...
    Basta, non voglio parlare; vedrete!
    E,  lasciando in tutti una buona dose di  curiosit,  la  ragazza  era
    tornata  a Camaldoli;  ma la sua visita aveva dissipato tutti i timori
    sul conto di lei.
    La famiglia  Marcucci,  un  po'  per  il  guadagno  che  ricavava  dai
    villeggianti, un po' per il collocamento dell'Annina e le giornate che
    portavano  a  casa Cecco e Beppe,  godeva ora di una certa agiatezza e
    tutti avevano riacquistata la calma e non guardavano pi  con  terrore
    l'inverno,  che   una stagione disastrosa per i poveri,  e benedivano
    gli aiuti insperati che erano venuti a calmare le loro angosce.
    Come al solito,  la famiglia era radunata la domenica sull'aia,  e  il
    professore  e  la  moglie erano seduti accanto alla Regina,  la quale,
    lieta in quel giorno, prese a dire:

    - C'era una volta un lontano parente dei Guidi di Poppi,  per nome ser
    Alamanno.  I suoi genitori erano morti quand'era in fasce, ed egli era
    cresciuto nel castello,  pi tollerato che amato.  Anzi,  se non fosse
    stato  per la benevola intromissione di madonna Bona,  madre del conte
    Alessandro,  questi gli avrebbe pi  volte  ingiunto  di  prendere  il
    largo,  in  seguito alle dispute che Alamanno aveva con tutti per ogni
    lieve motivo.
    Il sentimento della sua povert lo  rendeva  oltremodo  sospettoso,  e
    quando  gli  pareva  che  qualcuno  lo  trattasse  con  poco riguardo,
    attaccava subito lite e passava facilmente dalle parole ai fatti. Cos
    una volta,  per esempio,  fer con la spada un valletto  che,  secondo
    lui,  lo  aveva  guardato un po' dall'alto in basso;  e un'altra volta
    dette un pugno nella  faccia  a  un  soldato,  che  gli  aveva  negato
    obbedienza.
    Dopo  quest'ultimo  fatto  specialmente,  il conte Alessandro usc dai
    gangheri,  e disse al suo lontano parente che,  se voleva  abitare  in
    casa  sua,  doveva  prima di tutto far rispettare il nome che portava,
    perch quegli scoppi d'ira eran da villano e non da signore suo pari.
    Ser Alamanno si morse le labbra,  ma non  fiat.  Per  il  suo  animo
    s'inaspr  sempre  pi,  e nella mente irrequieta ruminava pensieri di
    vendetta.
    Egli evitava quanto pi poteva di  trovarsi  in  compagnia  del  conte
    Alessandro e dei figli di lui,  e, inforcato un cavallo, si aggirava a
    preferenza nei boschi,  dove si sentiva solo e libero come un uccello,
    mentre a Poppi non dimenticava mai di essere schiavo di chi l'ospitava
    per carit.
    Un  giorno,  mentre  aveva  lasciato le briglie sul collo al cavallo e
    saliva  su  verso  Fronzola,  vide  a  un  tratto  un  uomo,   vestito
    miseramente, uscir dal bosco e piantarsi in mezzo alla via, in modo da
    impedire al cavallo di ser Alamanno di andar oltre.
    - Che cosa vuoi da me, villano? - domand con voce aspra il cavaliere.
    -  La  tua accoglienza non dovrebbe invitarmi a parlare;  - rispose lo
    sconosciuto,  che,  nonostante i miseri panni,  aveva  viso  altero  e
    piglio di comando,  - ma io ti conosco,  ser Alamanno,  e come tu puoi
    giovare a me, io posso molto giovare a te.
    - Prima di tutto, chi sei?  Io non sono abituato a parlare con chi non
    conosco
    - E' inutile che ti dica il mio nome. Sono fiorentino e odio quel covo
    di arpie ch' annidato nel castello di Poppi;  l'odio,  forse,  quanto
    l'odi tu.
    - Non paleso  al  primo  venuto  i  miei  sentimenti;  -  rispose  ser
    Alamanno, - e tu sarai molto bravo se saprai indovinarli.
    -  Leggo  nel  tuo pensiero come in un libro aperto,  e so che nel tuo
    cuore ha preso stanza l'odio per i tuoi potenti  cugini  di  Poppi,  -
    rispose  il fiorentino;  e subito soggiunse: - Non lo negare,  sarebbe
    inutile.  Se vuoi vendicarti di loro,  della umiliazione che ti  hanno
    imposto,  io ti seconder. Ma non ti metto il gancio alla gola; pensa,
    ripeto,  se ti senti la forza di lottare d'astuzia contro di  loro,  e
    fra  tre  giorni torna in questo luogo.  Allora mi dirai se preferisci
    serbare sul collo il giogo ignominioso  che  ti  hanno  posto,  oppure
    tornare uomo libero e forse potente.
    - Addio; fra tre giorni avrai la mia risposta, - disse ser Alamanno.
    E  spronato  il  cavallo  torn  a  Poppi,  pensando alle parole dello
    sconosciuto.
    Appena ebbe abbandonato le redini del cavallo a un servo e  fu  salito
    in camera sua,  una nuova umiliazione gli fece bollire il sangue nelle
    vene.
    Durante la sua assenza erano giunti al castello ospiti di riguardo,  e
    il  conte  Alessandro aveva dato ordine che si allestissero loro tutte
    le camere attigue a quella di ser Alamanno,  compresa quella  di  lui.
    Cos,  giungendo,  il  giovane vide che i servi avevano aperto tutti i
    cassetti per votarli, e portavan via carte,  abiti,  armi,  tutto alla
    rinfusa.
    - Che fate? - domand ser Alamanno turbato.
    - Eseguiamo gli ordini del Conte, - risposero quelli.
    -  Mi caccia forse dal suo palazzo?  - chiese il giovane digrignando i
    denti.
    - No, - rispose uno dei servi.  - Vi manda soltanto all'aria fine,  in
    soffitta.
    -  Sospendete il trasporto di codesta roba,  se no me la pagherete,  -
    ordin ser Alamanno.
    E corse a chieder spiegazione del fatto al suo potente cugino.
    - Sarebbe bella che non fossi padrone di disporre delle stanze di casa
    mia! - rispose il Conte senza scomporsi.  - Se non ti piace di star in
    alto, va' al piano, e vai lontano!
    Il  volto pallido di ser Alamanno si fece livido a quell'ingiuria,  ma
    egli non rispose.
    Raccolse per tutte le forze di cui disponeva, e disse fra s:
    - Mi calpestano, e io mi vendicher; ma la vendetta sar tremenda.
    E ripensando all'incontro fatto poco prima, il suo cuore esult di una
    gioia selvaggia.
    Quella sera, a causa degli ospiti di riguardo giunti al castello,  ser
    Alamanno  si  trov,  a  cena,  relegato in fondo alla tavola,  fra un
    buffone e un  suonatore  di  viola,  giunti  appunto  al  seguito  dei
    visitatori.  Nessuno  gli  rivolse  la  parola,  n  il  Conte,  n la
    Contessa,  n i figli.  La madre del signore di Poppi,  la persona pi
    affabile con lui, era trattenuta da un'infermit nella propria camera.
    Durante  la  cena,   ser  Alamanno,  fremente,  ruminava  pensieri  di
    vendetta,  e,  dimenticando i benefizi ricevuti per molti  anni  dalla
    famiglia  del  suo  lontano  parente,  non  rammentava  altro  che  le
    umiliazioni sofferte,  e,  rivangando  il  passato,  mangiava  pane  e
    veleno.
    Dopo  tolte  le  mense e allorch la nobile compagnia prendeva diletto
    alle buffonate del giullare,  ser Alamanno si allontan come  un'ombra
    e, ridottosi nella soffitta assegnatagli, si gett sul letto. Egli era
    ancora  in dormiveglia quando gli parve di rivedere la grande sala del
    castello,   come  l'aveva  lasciata  poco   prima,   con   la   tavola
    apparecchiata  e  gli  ospiti  seduti  dai due lati.  Per,  dal posto
    d'onore,  sotto il baldacchino,  era sparito il conte Alessandro e  vi
    era  lui,  non  pi  miseramente vestito,  ma con un ricco giustacuore
    coperto di ricami, ed una cintura tempestata di gemme.
    Sul velluto del baldacchino gli pareva che stesse  scritto  a  lettere
    d'oro: Premio della vendetta!.
    Ser Alamanno apr gli occhi,  sbalordito da quella visione,  e si alz
    dal letto.
    Era una bella serata  primaverile,  e  le  case  aggruppate  sotto  il
    castello  erano  illuminate  da una chiara luce lunare,  che le faceva
    apparire cos bianche,  come se  la  neve  le  avesse  ricoperte.  Ser
    Alamanno  s'era  affacciato  alla  finestra,  e  in quel chiarore vide
    passare e ripassare un corvo,  che and  a  posarsi  sul  davanzale  a
    portata  della  sua  mano.  Egli fece per acchiapparlo,  e il corvo si
    lasci prendere,  portare in casa  e  posare  sulla  spalliera  di  un
    vecchio seggiolone.
    L'uccello piant i suoi occhietti gialli in faccia a ser Alamanno,  e,
    battendo le ali, disse con voce distinta:
    - Vendetta! Vendetta! Vendetta!
    Poi sbatt di nuovo le ali, e fugg di dov'era venuto.
    - Non era dunque un sogno, il mio, ma bens un avvertimento diabolico;
    e io voglio seguirlo,  - disse ser Alamanno,  che rivedevasi ancora al
    posto d'onore nella sala del castello. - Corvo, se mai io sar davvero
    signore di questo luogo, giuro sull'anima mia che metter un corvo nel
    mio stemma,  col motto: Vendetta! Vendetta! Vendetta!. Questa parola
    suona dolcissima al mio cuore.
    Mentre il castello,  nel d seguente,  era tutto in festa per  onorare
    gli ospiti, ser Alamanno stava chiuso nella sua soffitta, e nessuno si
    curava  di  lui.  In  quella  solitudine,  dimenticato da tutti,  egli
    sentiva viepi crescere l'odio che gl'ispiravano i suoi parenti  e  il
    desiderio  di  vederli  un  giorno  umili  dinanzi  a  s,  implorando
    misericordia. Mentr'egli ruminava nella mente questi pensieri, che gli
    si rispecchiavano sul volto  truce  e  accigliato,  ser  Alamanno  ud
    bussare  lievemente all'uscio di camera sua.  And ad aprire e vide un
    vecchio in umili vesti.
    - Chi sei? - domand con voce aspra.
    - Se anche vi dicessi il mio nome,  non mi conoscereste,  messere.  Vi
    basti  sapere che fui scudiero del padre vostro ed ebbi dalle sue mani
    un dono che debbo restituirvi, ora che mi sento vicino a morte.
    Mentre parlava,  il vecchio aveva  tratto  di  seno  un  pugnale.  Ser
    Alamanno  vi  gett un'occhiata e vide che sulla lama scintillante era
    incisa una parola che molto spesso,  in quegli ultimi tempi,  gli  era
    corsa alle labbra.
    -  Vendetta!  -  esclam  quasi  parlando  a  se  stesso.  - La voglio
    tremenda.  Me la consigliano i vivi,  me la consigliano i morti,  e il
    mio cuore la vuole e la chiede; e vendetta sia!
    Il  vecchio,  senza  aggiungere  parola,  era  chetamente uscito dalla
    stanza, e ser Alamanno non pens a richiamarlo,  tutto assorto com'era
    nei  suoi  truci  pensieri;  ma  baci  con reverenza il pugnale,  che
    credeva avesse appartenuto a suo padre, e se lo infil nella cintura.
    Quella sera egli non comparve neppure alla mensa del conte Alessandro.
    Scese bens nella dispensa e, fattosi dare un pezzo di pane, lo mangi
    rabbiosamente in camera  sua,  bevendo  acqua  della  brocca;  ma  col
    desiderio  affrettava  l'ora dell'incontro col fiorentino nel bosco di
    Fronzola.
    Quando chiuse gli occhi, a notte avanzata,  ebbe un'altra visione,  ma
    una visione dolce.  Egli vide una donna,  che aveva le sembianze della
    madre sua, che lo guardava piangendo.
    La donna gli si accost,  prese il pugnale che egli  teneva  anche  di
    notte a portata di mano, e, gettatolo in terra, lo calpest gridando:
    - Amore! Amore! Amore!
    Ser Alamanno si dest di soprassalto;  l'immagine cara era sparita, ed
    erano pure spariti dalla sua mente i truci pensieri.
    Ma a un tratto,  come se qualcuno che volesse rievocarli gli si  fosse
    messo  accanto,  sent  una  voce  aspra  che gli rammentava tutti gli
    sgarbi, tutte le umiliazioni sofferte, da quando, bambino, era entrato
    al castello, fino a quel giorno in cui si trovava relegato lass nella
    soffitta,  senza prender parte a nessuna delle feste che si davano per
    gli ospiti, senza che nessuno domandasse neppure se era morto o vivo.
    E allora ser Alamanno balz dal letto ed esamin alla luce incerta del
    giorno  nascente  la  lama  del pugnale che portava incisa la tremenda
    parola.
    - Vendetta! - esclam.
    E, vestitosi in un baleno, usc senza alcun rimpianto dal castello per
    recarsi al convegno nel bosco di Fronzola.
    Questa volta non s'era fatto sellare alcun  cavallo.  Camminava  solo,
    evitando  la  gente,  rimpiattandosi  fra  gli  alberi appena udiva un
    rumore di ruote od uno schioccar  di  frusta  sulla  via.  Non  voleva
    essere  veduto,  perch sapeva che il suo volto tradiva i pensieri che
    lo agitavano.
    Quando giunse al luogo del convegno, guard da ogni parte, ma non vide
    il fiorentino,  e,  sedutosi per terra,  con le spalle  appoggiate  al
    tronco  di un poderoso castagno,  attese.  Passati pochi minuti dacch
    era  in  quel  luogo,   ud  gracchiare  un  corvo,   e  subito   dopo
    quell'uccello  gli  volava  accanto  e,  guardandolo con gli occhietti
    gialli, diceva distintamente:
    - Vendetta! Vendetta! Vendetta!
    E quindi spariva.
    - S,  vendetta,  a costo  della  eterna  dannazione!  -  esclam  ser
    Alamanno.
    In quello stesso momento gli comparve il fiorentino,  mal vestito,  ma
    col solito piglio altero.
    - Mi fa piacere che tu sia venuto; - gli disse,  - questo mi prova che
    hai riflettuto.
    - Ho riflettuto: - rispose ser Alamanno,  - sono stanco di questa vita
    di servo; voglio esser ricco e potente.
    - Adagio col voglio! - esclam lo sconosciuto. - Prima di parlare cos
    imperiosamente,  dobbiamo fare i patti.  Sei pronto a cedermi  il  tuo
    braccio per compiere la mia missione?
    - Non solo il braccio, ma anche l'anima mia, di cui non so che farne.
    - Ebbene, - disse lo sconosciuto, - io far di te il signore di Poppi.
    Tutte  le  terre  che  dipendono  dal feudo saranno sottoposte ai tuoi
    voleri, e sui terrazzani avrai diritto di vita e di morte; ma...
    - Spiegati, - ordin ser Alamanno.
    - Ma col pugnale che porti infilato alla cintola e su cui sta  inciso:
    Vendetta!  devi  freddare quel superbo conte Alessandro e i figli di
    lui.
    - E chi sei tu per chiedermi  questo  e  per  promettermi  cos  larga
    ricompensa?
    -  Sono colui al quale il mondo si sottomette volontariamente: io sono
    il Diavolo! - rispose lo sconosciuto.
    E per provare la verit della sua asserzione,  con un movimento rapido
    della  gamba  gett  via  una  scarpa e mostr a ser Alamanno il piede
    biforcuto di capra.
    - Riconosco la tua potenza, re dell'Inferno e dominatore del mondo!  -
    esclam il cavaliere, - e sono pronto ad ubbidirti.
    - Ebbene, fa' uso del pugnale, ed allorquando tutti e tre i baldanzosi
    Conti saranno periti, chiamami, e io ti dar la signoria che ambisci.
    Dette queste parole, il Diavolo spar nel bosco e ser Alamanno riprese
    la via del castello.
    Quando  fu giunto nel severo cortile del palazzo e stava per salire il
    primo gradino dello scalone di pietra, vide scendere il Conte, seguto
    dai figli,  tutt'e tre riccamente adorni di vesti trapunte d'oro e  di
    gemme scintillanti.
    Il Conte, appena vide il cugino, gli grid:
    - Lascia libero il passo a me e ai figli miei, villano!
    A queste parole il sangue riboll nelle vene dell'insultato,  il quale
    non continu a salire, ma si fece da una parte,  mettendo le spalle al
    muro   in   umile   atteggiamento.   Per  la  sua  destra  era  corsa
    all'impugnatura del pugnale,  e quando il conte Alessandro  gli  pass
    d'accanto senza degnarlo di uno sguardo,  la lama dell'arma luccic un
    momento, e poi spar nel petto del conte di Poppi.
    Un grido disperato gli usc  dalle  labbra;  ma  prima  che  altri  si
    occupasse di ci che era accaduto,  il pugnale scintillava di nuovo al
    sole e s'immergeva nella gola del figlio primogenito del Conte,  e poi
    nel cuore del figlio minore. I tre cadaveri rotolarono sulle lastre di
    pietra del severo cortile, e ser Alamanno, brandendo il pugnale, senza
    temere i servi che, sgomenti, fuggivano, esclam:
    - A me, Satana!
    In quel momento comparve dinanzi all'uccisore lo sconosciuto del bosco
    di  Fronzola,  non  pi  vestito  di povere vesti,  ma adorno di abiti
    ricchi, e inchinandosi dinanzi a ser Alamanno, disse:
    - Vi saluto,  o conte di Poppi!  I miei uomini custodiscono le  uscite
    del  castello,  e  impediranno  che  la  novella  di  questa  triplice
    uccisione venga comunicata agli altri Guidi di Casentino... Su, venite
    nella sala, e siate sicuro che tutti i servi vi presteranno omaggio.
    Il Diavolo spinse con un piede i tre cadaveri per  lasciar  libero  il
    varco al nuovo signore,  che guard impavido le sue vittime,  e quindi
    segu ser Alamanno nella grande sala del castello.
    Nell'oltrepassare la soglia,  i suoi occhi si posarono sul baldacchino
    del trono,  e sul pendone di velluto a frange d'oro vide scritte, come
    l'aveva vedute in sogno, le parole: Premio della vendetta.
    Ma invece di pentirsi,  rammentando per quale seguito  di  circostanze
    era giunto fino a toglier la vita a chi lo aveva raccolto in casa sua,
    sorrise  di compiacenza e,  con pi fermo,  giunse al seggiolone posto
    sotto il baldacchino e vi si sed.  Il Diavolo gli si  pose  dal  lato
    destro  e,  secondo  la promessa fattagli,  sugger ai valletti,  agli
    scudieri,  ai paggi e ai famigli di andare a far atto di sottomissione
    al nuovo signore.
    La vasta sala fu piena ad un tratto,  e in tutto il castello non v'era
    rimasto nessuno ad attendere alle faccende.
    Mentre tutti prestavano giuramento al nuovo signore, dimentichi gi di
    quello ucciso poco prima,  e il cuore di ser Alamanno era gonfio dalla
    gioia  vedendosi  riverire da tutti coloro che lo avevano disprezzato,
    la porta della sala si apr e nel vano di quella comparve la madre del
    conte Alessandro, pallida e sconvolta.
    L'usurpatore, nel vederla, fece atto di alzarsi e di voler fuggire; ma
    il Diavolo gli pose la mano sul braccio per trattenerlo.
    La desolata donna rimase nel vano della porta, e,  alzando il braccio,
    disse:
    - Assassino! Sono io che ti ho raccolto, nutrito, difeso, e cos tu mi
    paghi? Che tu sia maledetto!
    - Arrestatela! - grid ser Alamanno alle guardie.
    E quelle, vedendo il piglio torvo del nuovo padrone, afferrarono per i
    polsi  colei  che  li aveva curati dalle ferite riportate nelle guerre
    contro i Tarlati di Fronzola e contro gli altri  nemici  di  Poppi,  e
    osarono trascinarla in una prigione, praticata in fondo alla torre.
    Il nuovo signore grazi i suoi sottoposti di tutte le pene,  e la sera
    vi fu un banchetto che dur fino a giorno.
    I tre cadaveri erano stati in fretta e in  furia  trasportati  in  una
    stanza sotterranea e rinchiusi in una sola cassa.
    Merc  la  guardia  che  i seguaci del Diavolo facevano alle porte del
    castello, nessuno seppe per qualche tempo dell'eccidio commesso dentro
    le mura di Poppi,  e l'usurpatore aveva cura di  tenere  la  gente  in
    continua  allegria  per  impedire  che qualcuno cercasse di eludere la
    vigilanza e recasse la notizia dell'accaduto ai Guidi  di  Romena,  di
    Porciano, di Popiano, di Montemignaio e di Stia.
    Ma intanto che ser Alamanno affogava nelle orgie e nel vino il ricordo
    del  suo misfatto,  la povera madre dell'ucciso pensava anche lei alla
    vendetta,  e con le mani palpava la porta e le pareti  della  prigione
    per vedere se trovava un'uscita.
    Dopo alcuni giorni che ella era rinchiusa in quell'antro buio,  sent,
    in quel silenzio sepolcrale, un lieve rumore all'uscio della prigione,
    come di chiavi che girassero pian pianino e di chiavistelli tirati con
    cura. Quando il rumore fu cessato, ella si trascin fino alla porta e,
    scossala,  sent che cedeva.  In quel momento,  dal suo petto affranto
    usc  un grido di trionfo,  e fuori che fu dalla prigione,  si accorse
    che le chiavi erano nella toppa.  Richiuse,  tolse le chiavi,  e  poi,
    quatta  quatta,  s'intern  per  un  corridoio oscuro in discesa,  che
    metteva a una uscita segreta,  nota soltanto ai signori del  castello.
    Quando la vecchia si trov in aperta campagna, esclam:
    -  Ora,  se  non vendico il figlio mio e i miei infelici nipoti,  sono
    indegna di vivere!
    E, fattasi forza, prese la via di Romena.
    Ella vi giunse dopo lunghe, lunghissime ore di travagliato cammino,  e
    quando ebbe posto il piede nel cortile del castello, cadde tramortita.
    Per  fortuna  fu  riconosciuta  da  un  valletto,  il  quale  corse ad
    avvertire il Conte che la madre del signore  di  Poppi  era  giunta  a
    piedi; lacera e affranta.
    Il signor di Romena la fece subito trasportare nella camera nobile del
    castello,  e ordin che le fosse dato un cordiale. Intanto aveva fatto
    chiamare le donne della  moglie  per  vegliarla,  ed  egli  stava  per
    ritirarsi, allorch l'afflitta madre apr gli occhi e, riconosciutolo,
    esclam:
    - Non mi abbandonate,  signore, io ho bisogno di tutto il vostro aiuto
    e di quello degli altri parenti nostri,  poich vi sono tre  morti  da
    vendicare.
    - E dove sono questi morti? - domand il Conte, credendola ammattita.
    -  Essi  riposano  in  una stanza sotterranea e ancora non hanno avuto
    sepoltura.
    - Ma voi vaneggiate, madonna; siete forse ammattita?
    - No,  - rispose la vecchia solennemente,  - non vaneggio.  Ho visto i
    cadaveri  sanguinosi  dei miei tre cari,  e io stessa fui rinchiusa in
    una prigione dalla quale sono uscita per miracolo.  A  voi,  conte  di
    Romena,  a  voi  spetta  vendicare  il  sangue  dei  vostri congiunti.
    L'assassino,  l'usurpatore,   quell'Alamanno,  quel serpe che mi sono
    cresciuta in seno!
    - Ser Alamanno morr! - esclam il conte di Romena. - Ma conoscete voi
    qualche entrata segreta che metta nel castello?
    - La conosco,  - disse la dama, - e trover la forza di condurvi voi e
    i vostri guerrieri, purch vendichiate il figlio mio.
    - Ebbene, tenetevi pronta, e stanotte compiremo l'impresa.
    Da Romena partirono subito messi per Porciano, Popiano, Montemignaio e
    Stia,  chiamando alle armi tutto il  parentado.  Le  schiere  di  essi
    dovevano mover subito e cinger d'assedio il castello, affinch nessuno
    ne uscisse; a penetrarvi non visto, pensava il conte di Romena.
    Quando  la  notte  fu  alta,  egli  usc da Romena con un drappello di
    armati,  scelti fra i pi intrepidi  dei  suoi.  In  una  lettiga  era
    portata  la  vecchia  contessa  di  Poppi.   La  schiera  si  avanzava
    lentamente nelle tenebre, e fece sosta appi del monte ove riusciva la
    strada sotterranea, gi percorsa dalla contessa.  Ella fece smovere un
    ciuffo  di pruni e,  presa una lanterna,  guid il conte di Romena nei
    corridoi scavati nei fianchi del monte.
    Quando fu arrivata nel cortile si ferm.
    - Udite: - ella disse,  - giungono fino a  noi  le  grida  e  i  canti
    avvinazzati di ser Alamanno e dei suoi.  Salite, penetrate nella sala,
    e fate strage di lui e di tutti! Che Iddio vi protegga!
    Il Conte si slanci con la spada in pugno su per la scala;  i suoi  lo
    seguirono.  Egli  penetr  nella  sala come un lampo,  e mentre i suoi
    uomini  si  gettavano  sui  banchettanti,   il  Conte   and   diritto
    all'assassino,  che  era seduto sul trono,  e con un colpo di punta lo
    pass da parte a parte.
    All'apparire del conte di Romena, il Diavolo,  che in tutto quel tempo
    era rimasto a fianco del traditore, spar non si sa come.
    Nella  sala  avvenne  una carneficina.  I soldati di Romena,  incitati
    dall'esempio del signore, trucidarono tutti i banchettanti,  e siccome
    il castello non era pi custodito dai Demoni,  cos gli altri Guidi vi
    penetrarono.
    Pallida, con lo sguardo truce, la vecchia Contessa entr nella sala, e
    vedendo il corpo di ser Alamanno disteso sui gradini  del  trono,  gli
    tolse  il  pugnale che portava alla cintura e glielo immerse pi volte
    nel cuore, gridando:
    - Vendetta  fatta!
    Dopo l'uccisione dell'usurpatore fu creato conte di  Poppi  il  figlio
    minore  del conte di Romena.  La vecchia Contessa per volle che prima
    fosse gettato in Arno il corpo del traditore, e che il pugnale,  lordo
    del  sangue  di  lui,  fosse collocato nella sala,  in un cofanetto di
    cristallo, a perpetua memoria di quel fatto.
    Si dice che ogni anno, nella notte in cui ricorre l'anniversario della
    uccisione di ser Alamanno, il sangue accagliato sulla lama del pugnale
    si sciolga, e un'ombra si aggiri nelle sale del castello. Per nessuno
    l'ha vista,  e forse ora che a Poppi non c' pi il pugnale e  che  da
    tanti  secoli non vi abitano pi i Guidi,  quell'ombra avr cessato le
    passeggiate notturne.

    - Brava Regina!  - esclam il  professor  Luigi  accorgendosi  che  la
    novella era terminata.  - Io mi congratulo con voi: siete inesauribile
    nel narrare.
    - Lei, signor professore, ha sentito soltanto tre novelle dalla mamma;
    - disse Vezzosa,  - ma non sa che  con  questa  ce  ne  ha  raccontate
    trentasette, una pi bella dell'altra!
    - E ne so dell'altre!  - esclam la vecchietta.  - Fino all'autunno vi
    terr allegri; poi non pi, e chi sa che,  col terminar delle novelle,
    non finisca anch'io.
    -  Mamma!  - esclamarono tutti i Marcucci in coro.  - Forse vi sentite
    male?
    - No, ma ho un presentimento; mi pare che al ritorno dell'inverno...
    - Zitta,  mamma!  - grid Vezzosa che vedeva Cecco soffrire  per  quei
    discorsi.  -  Ai presentimenti non bisogna crederci,  e noi vi sapremo
    difendere dalla cruda stagione e vi terremo nell'ovatta.
    - Ma non mi saprete difender dagli anni;  essi passano  per  tutti,  e
    alla mia et ogni anno conta per dieci.
    - Mamma,  - osserv Cecco per distrarla,  - non avete sempre detto che
    volevate tenere in collo i miei figliuoli  come  avete  tenuto  quelli
    degli altri miei fratelli? Dunque dovete cercar di star sana, perch i
    marmocchi miei non sono ancora nati.
    - Ma nasceranno!  - disse la vecchia guardando di sottecchi Vezzosa, -
    e scommetto che poco dopo  il  Natale,  avremo  anche  noi  la  nostra
    nativit in famiglia. Hai ragione, bisogna scacciare i pensieri tristi
    e  cercar  di mantenersi in gamba,  per accoglier degnamente il nostro
    bimbo.
    - Ora s che siete ragionevole, - rispose Cecco. - Voi, mamma,  sarete
    la comare, e al compare ci penseremo.
    -  Il  compare,  se non vi dispiace,  sar io!  - esclam il professor
    Luigi.  - Avr cos il diritto di chiedervi ogni  tanto  l'ospitalit,
    perch,  lasciate  che  ve  lo dica,  siete una famiglia esemplare,  e
    vivendo con voi ci si sente allargare il cuore.
    Cecco gongolava e Vezzosa balbett:
    - Si figuri,  un onore per noi!
    Cos fu ufficialmente annunziato alla famiglia ed agli ospiti,  che la
    Vezzosa avrebbe avuto un bambino;  ed i piccini,  da quel momento, non
    la lasciarono pi in pace.  Ogni  tanto  volevan  sapere  quando  ella
    avrebbe dato loro un cugino, e chi lo voleva maschio e chi femmina.
    - Aspettate! - rispondeva Vezzosa ridendo, - sar quel che Iddio vorr
    e voi gli vorrete bene.
    - Oh! questo  sicuro, - dicevano i bimbi.
    E attendevano impazienti la nascita del figlio di Vezzosa.














    Il talismano del conte Gherardo.

    Dacch  la  notizia  del  nuovo cuginetto che doveva nascere era stata
    conosciuta dai bambini Marcucci,  questi assediavano  Vezzosa,  e  gi
    parlavano  di  lui  come  di  una  persona che esistesse e che per una
    ragione qualsiasi fosse assente da casa.
    - Questo lo serbiamo al "mimmi",  questo  per il "mimmi",  - dicevano
    continuamente; e nella loro impazienza non si rassegnavano ad attender
    tanto la venuta di questo bambino.
    Cecco  era  pi  impaziente  di tutti,  e ogni settimana,  su quel che
    portava a casa di salario,  prelevava due lire per fare il corredo  al
    piccino,  per  il  quale  la  vecchia  Regina  gi  faceva cuffiette e
    camiciolini.
    Vezzosa evitava  di  parlare  del  figlio  che  aspettava,  poich  si
    accorgeva che tutte le donne di casa volevano risparmiarle le fatiche,
    ed  ella  desiderava di lavorare come prima,  per non riuscire gravosa
    alla famiglia.
    Frattanto il poco grano raccolto era  stato  battuto,  e  non  serviva
    neppure per tutto l'anno al consumo della famiglia,  mentre negli anni
    precedenti ne potevano  vendere  cento  sacchi  e  pi.  Questo  fatto
    rendeva molto pensieroso il capoccia, che faceva i conti e vedeva che,
    col  guadagno  di  Cecco  e  di  Beppe,  e l'affitto della casa per la
    villeggiatura,  mancava sempre un  bel  po'  ad  arrivare  alla  somma
    occorrente per nutrire e vestire la famiglia fino alla nuova raccolta.
    Anche gli altri fratelli avevano gli stessi sopraccapi di Maso,  e per
    questo non si rallegravano della nascita di un  nuovo  figliuolo.  Del
    grano avevano tutti sperato un prodotto maggiore;  ma,  svanita questa
    speranza, la tristezza si era di nuovo impossessata dei loro animi.
    - Beveremo vino soltanto la domenica;  - aveva detto un giorno Maso  a
    tavola,  - non lo daremo che alla mamma,  che  vecchia,  e a Vezzosa,
    che ha bisogno di forze.
    - No,  davvero!  - avevano risposto Regina e la giovine sposa,  -  noi
    vogliamo  esser  trattate come il resto della famiglia,  e se voialtri
    fate dei sacrifizi, li vogliamo fare anche noi.
    Cos il vino era sparito di tavola,  ma per tutti costituiva una forte
    mancanza  e  non pareva loro di desinare bevendo acqua pura.  Anche le
    frutta,  le belle frutta del podere,  eran vendute ai villeggianti,  o
    andavano  al  mercato  insieme con le fragole e i lamponi raccolti dai
    bambini nei boschi;  ma tutto questo non serviva a rasserenar Maso e i
    fratelli.
    E  fu  col  volto triste che essi si sederono la domenica accanto alla
    mamma, per ascoltare la solita novella.
    La Regina non attese l'invito, e vedendo che nessuno mancava,  neppure
    il professore e la moglie, incominci:

    - Tanti,  ma tanti anni fa,  un signore di Porciano condusse in moglie
    una sposa del Mugello,  della famiglia de' Tosinghi.  Il  padre  della
    sposa  era  ricco,  e  non  aveva,  oltre quella figlia,  altro che un
    maschio;  cos messer Gherardo di Porciano sperava di avere una  bella
    dote. Ma ogni volta che faceva cadere il discorso su questo tasto, ser
    Bernardo Tosinghi gli rispondeva:
    - Messer il Conte, non avrete a lagnarvi di me.
    E cos lo chetava.
    Venne  il  giorno delle nozze,  che furon celebrate con tutta la pompa
    degna della famiglia; ma di dote,  ser Bernardo non ne parlava.  Se il
    Conte fosse stato meno invaghito della sua bella sposa,  forse avrebbe
    avuto il coraggio d'insistere su quel punto;  ma  madonna  Luisa,  gli
    pareva  che  costituisse gi un gran tesoro e non vedeva il momento di
    condursela a Porciano.
    Tuttavia, quando gli sposi e il numeroso seguito stavano per montare a
    cavallo e gi erano state caricate le mule  che  dovevano  portare  il
    corredo della giovine Contessa,  comparve ser Bernardo nel cortile del
    castello, e dietro a lui veniva un robusto asino,  curvo sotto il peso
    di una cassa collocatagli a traverso sul basto.
    -  Questa    la  dote promessavi,  Conte;  sappiatela custodire e non
    avrete penuria di nulla, - disse ser Bernardo.
    E abbracciata la figlia e il genero, assist alla loro partenza.
    Appena il conte di Porciano giunse con la sposa al suo castello,  fece
    riporre  la  cassa nella stanza del tesoro e distratto dalle giostre e
    dai banchetti,  per pi giorni non pens altro che  a  festeggiare  la
    bella  Luisa  e  a  fare  onore  agli ospiti accorsi da ogni parte del
    Casentino.
    Ma quando questi furono partiti,  egli ebbe curiosit di vedere a qual
    somma ascendeva la dote della moglie,  e and nella stanza del tesoro,
    dove, con la chiave datagli da ser Bernardo, apr la cassa.  Questa ne
    conteneva una seconda di ferro.
    - Mio suocero  un uomo prudente;  - disse il conte di Porciano,  - ha
    pensato che il fuoco poteva distruggere il legno ed ha rinchiuso l'oro
    in una cassa invulnerabile.
    E con la stessa chiave apr anche quella;  ma quando  ebbe  alzato  il
    coperchio,  rimase molto meravigliato,  vedendo che ve n'era una terza
    di rame.
    - Quante precauzioni! - esclam.
    E, sempre con la medesima chiave,  apr anche la cassa di rame,  che a
    sua volta ne conteneva una d'argento finamente lavorata.
    -  Questa    una  burla  che  mi  ha fatto ser Bernardo per indurmi a
    credere che la dote era grossa;  ma questa cassa  finalmente  conterr
    l'oro, - disse il Conte.
    Poi, aperta anche la cassa d'argento, vide che ne conteneva una d'oro.
    - Sono stanco della burletta!  - disse,  vedendo il pavimento ingombro
    di casse. - Ma qui dentro ci deve essere la dote!
    Apr anche la cassa d'oro,  e sul fondo di essa scorse  un  rotolo  di
    pergamena e una rocca coperta di lana.
    -  Sono  burlato!  - esclam il Conte,  - tanto peggio per me.  Dovevo
    farmi assegnare la dote prima delle nozze. Maledetto quel vecchio!
    E preso il rotolo e la rocca,  and in traccia di  madonna  Luisa  per
    narrarle il tiro fattogli dal padre di lei.
    Ella  era seduta in mezzo alle sue donne,  intenta a ricamare sopra un
    tappeto i fatti della vita di san Francesco, allorch il Conte entr.
    - Ritiratevi subito, - disse alle donne,  che guardavano con curiosit
    il Conte accigliato.
    Esse  obbedirono,  e  quando la giovine sposa fu sola col marito,  gli
    domand:
    - Che ti avviene,  dolce signor mio?  Il tuo sguardo non  sereno come
    per  il  passato  e  tu  tieni  fra le mani una cosa che si conviene a
    femminella e non a un cavalier pari tuo?
    - Gli , madonna, - rispose il Conte,  - che io sono stato burlato,  e
    ogni burla equivale a un affronto.
    - E chi ha osato burlarti?
    -  Il  padre  tuo.  Rammenti,  madonna,  che  al  momento della nostra
    partenza tuo padre ci consegn un somaro carico di una cassa  e  disse
    che in quella era rinchiusa la tua dote?
    -  Lo  rammento  come  se  fosse  ora,  ed  io,  dal  fondo del cuore,
    ringraziai mio padre di avermi cos largamente dotata.
    - Ebbene, madonna, quella cassa ne conteneva una di ferro, un'altra di
    rame, una terza d'argento e nella quarta, che  d'oro, non v'era altro
    che questo rotolo di pergamena e questa rozzissima racca.
    - Leggiamo quel che sta scritto su questa  pergamena.  Forse  la  dote
    assegnatami da mio padre non  tanto meschina quanto tu credi, - disse
    la contessa Luisa, che era donna prudente.
    Marito e moglie sciolsero il rotolo e lessero quanto segue:
    Io, ser Bernardo de' Tosinghi, giuro sull'anima mia che  vero quanto
    sto per narrare. Amen.
    Allorch madonna Anna,  mia moglie, stava per dare alla luce la nostra
    dilettissima figlia Luisa,  le apparve in camera  una  vecchia  curva,
    tutta  vestita  di  azzurro  e col crine canuto.  Quella vecchietta si
    accost al letto della partoriente e disse:
    "Madonna,  tu sei stata sempre molto  devota  di  me,  sant'Anna,  tua
    protettrice.  E,  per  ricompensarti  della  venerazione  che  mi  hai
    tributata,  io ti ho portato una dote per la figlia che deve  nascere.
    Questa dote non consiste in oro o in argento,  ma in una rocca coperta
    di lana che ella deve filare nel momento del pericolo,  bagnandola  di
    lacrime.  Con quel filato ella potr avvolgere tutte le persone che le
    sono care e renderle invulnerabili ai colpi di arma, alle malattie e a
    qualsiasi minaccia. Nessuna donna sar meglio dotata di lei; ma se non
    costudir debitamente la rocca che le porto,  essa  andr  incontro  a
    mille mali".
    Sant'Anna spar dopo avere deposta la rocca sul letto,  e di poi venne
    al mondo Luisa.  Alla quale non credo di dover  dare  altra  dote  che
    quella assegnatale dalla gloriosa Madre della Vergine Maria.
    Questo stava scritto sulla pergamena e questo lessero i due sposi.
    -  Vedi,  signor  mio,  - disse madonna Luisa,  - che mio padre non ha
    voluto farti nessuna burla.
    - Lo vedo, - rispose il Conte.
    E chin la testa poco  soddisfatto  della  dote  che  sant'Anna  aveva
    assegnata  alla  sua  sposa.  Nonostante,  per  non mostrarsi ingrato,
    rinchiuse la rocca e il rotolo di pergamena nella cassa d'oro,  ripose
    questa nell'altra d'argento, e quando tutte le casse furono sparite in
    quella di legno, gir la chiave e l'affid a madonna Luisa.
    Passarono due mesi senza che nulla di anormale avvenisse a Porciano, e
    talvolta il Conte, parlando con la moglie, rideva della dote che aveva
    ricevuto;  ma  in  capo  a  due mesi giunse da Poppi un messo.  Questi
    invitava,  a nome del suo padrone,  il conte Gherardo,  a riunire buon
    numero  di  armati  per  tentare un colpo contro Fronzola,  tenuta dai
    Tarlati, i quali non cessavano di molestare Poppi.
    - Dirai al tuo signore,  che domani io ed i miei uomini saremo nel suo
    castello, - disse il conte Gherardo al messo di Poppi.
    E  subito  fece  preparar le armi e scegliere i guerrieri che dovevano
    seguirlo.
    - Gi mi lasci,  signor mio caro?  - disse la bella  Luisa  accorrendo
    presso il marito. - Che far io, meschina, se tu muori?
    -  Madonna,  -  rispose  il  Conte con un sorriso incredulo ,- gi hai
    dimenticato il talismano di sant'Anna? Apri le diverse casse, togli la
    rocca e fila tanta lana da avvolgere me e i miei guerrieri;  cos  non
    avrai  da tremare per la nostra sorte,  e,  anche sapendomi in guerra,
    vivrai tranquilla.
    La bella contessa Luisa rasciug le lacrime,  e tolta la rocca dal suo
    prezioso astuccio,  si diede a filare,  accompagnando il lavoro con le
    preci per la salute del marito e dei guerrieri di lui.  E quando  ebbe
    coperto  un  fuso  di  filato,  attese  che  il Conte avesse rivestito
    l'armatura e poi lo avvolse tutto con la lana sottile,  per modo che i
    fili  fossero  appena  visibili  da vicino.  Quindi fece lo stesso col
    portastendardo,  con  i  paggi,   i  valletti  e  gli  uomini  d'arme,
    supplicandoli  di  non levarsi mai l'armatura finch durava la guerra,
    per non spezzare il sottil filo che doveva riparare i colpi micidiali.
    Tutti,  dal Conte  fino  all'ultimo  dei  suoi  uomini,  le  promisero
    quant'ella  chiedeva  e tutti erano pieni di fede nel talismano,  meno
    Bosio,  il portastendardo,  un omaccione  incredulo  che  non  portava
    rispetto n a Dio n ai santi.  Egli si lasci fasciare dal filo della
    rocca miracolosa; ma appena giunto a Poppi, disse:
    - Voglio far altro che coricarmi con quest'armatura addosso; tanto, se
    devo morire, morir lo stesso.
    E toltasi l'armatura si mise a dormire.
    A giorno, quelli di Porciano e quelli di Poppi uscirono al seguito dei
    loro signori per dare una meritata lezione  agli  incomodi  vicini  di
    Fronzola;  ma  questi,  avvertiti  forse  da  qualche spia,  invece di
    lasciarsi sorprendere, andarono incontro al nemico e lo attesero in un
    bosco di abeti. E l, favoriti dalle posizioni che avevano occupate in
    precedenza,  gli fecero piovere addosso una grandine  di  dardi.  Poi,
    approfittando della confusione,  si gettarono sulle schiere di Poppi e
    di Porciano e ne fecero strage.  Cio,  dico male,  fecero  strage  di
    quelle  di  Poppi,  ma  non di quelle di Porciano,  le quali,  rimaste
    illese,  si gettarono sui fronzolesi  gi  stanchi  e  uccisero  tutti
    quelli  che  non  si  raccomandarono in tempo alle gambe dei cavalli o
    alle proprie.
    Attorno a messer Gherardo di Porciano si riunirono,  dopo terminata la
    zuffa, tutti i suoi, e videro che di loro non mancava altri che Bosio,
    il portastendardo,  il quale si era voluto togliere l'armatura durante
    la notte, spezzando i fili avvolti dalla bella contessa Luisa.
    - Per sant'Anna! - esclam il conte di Porciano, - la mia nobile sposa
    mi ha recato in dote  una  cosa  veramente  preziosa,  e  chi  non  lo
    riconosce non  degno di combattere al mio fianco!
    Dopo  un  breve  riposo  nel  castello di Poppi,  il conte di Porciano
    riprese la via del suo palazzo.  Quando fu alle falde del colle su cui
    ergevasi  il  castello,  egli vide sulla torre pi alta di quello,  la
    bianca figura di madonna Luisa,  della dolce signora che lo  attendeva
    impaziente.
    Egli  sventol il fazzoletto per accennarle che era salvo,  e il ponte
    levatoio si abbass per lasciarlo passare.
    - Mi hai recato in dote un vero tesoro, - disse il conte Gherardo alla
    moglie,  - tutti noi siamo salvi,  meno Bosio,  il bravaccio,  che  ha
    voluto combattere senza il talismano.
    La   bella  Contessa  cadde  in  ginocchio  e  ringrazi  fervidamente
    sant'Anna della grazia concessa al marito ed ai suoi.  Ma era  destino
    che  ella  non  avesse un giorno di riposo e di tranquillit.  Di l a
    poco,  i fronzolesi,  imbaldanziti dalla morte di tanti loro nemici di
    Poppi  e  furenti  della  vittoria  riportata  da  quelli di Porciano,
    mossero per molestare quel castello.  Il soldato che stava  sempre  in
    vedetta sulla torre pi alta,  segnal il loro avvicinarsi,  e madonna
    Luisa corse alla rocca,  e gira gira il fuso  finch  non  ebbe  tanto
    filato  da  formare  una  specie  di  grata  intorno alle armature dei
    combattenti.  Naturalmente l'armatura che avvolse con cura maggiore fu
    quella  del  Conte  suo  sposo,  e questa volta lo vide muovere sicuro
    incontro al nemico, e and sulla torre per assistere al combattimento,
    che doveva decidersi nella pianura.
    Di lass ella vedeva le  spade  dei  nemici  volare  in  pezzi  appena
    toccavano  il  filo  della  rocca  miracolosa,   e  le  quadrella  che
    scoccavano tornar contro quelli che le avevano lanciate.  I fronzolesi
    cadevano  tutti,  uno  dopo  l'altro,  mentre  gli uomini del conte di
    Porciano erano tutti immuni e formavano un compatto drappello  intorno
    al loro signore.  Il quale,  tornando al castello,  abbracci la bella
    sposa e la ringrazi di nuovo del tesoro che ella gli aveva recato.
    Ma la contessa Luisa ripose per pochi giorni soltanto la  rocca  nella
    cassa  d'oro.  I  Tarlati  di  Fronzola  non s'erano dati per vinti e,
    alleatisi con i Saccone di Bibbiena,  mossero con un piccolo  esercito
    contro Porciano.
    Un  contadino ne port la notizia al conte Gherardo,  il quale,  prima
    d'armare i suoi, disse alla moglie:
    - Madonna, sbrigati a filare perch questa volta il pericolo  grande.
    E madonna Luisa con le agili dita girava il fuso sollecitamente;  ma a
    un certo punto del suo lavoro, la lana venne a mancare.
    - Signor mio, questa volta saremo vinti, perch non ho tanto filato da
    avvolgere tre cavalieri.
    - Prega sant'Anna che ti conceda altra lana,  - rispose il marito,  il
    quale fidava nell'aiuto soprannaturale.
    E madonna Luisa si rinchiuse nell'oratorio.  Mentre  nel  castello  si
    udiva  il  cozzare  dell'armi  e  le grida delle scorte che vegliavano
    sulle torri,  ella inalzava preci alla  sua  Santa  protettrice  e  la
    pregava  di  darle  altra lana da filare,  per rendere invulnerabili i
    difensori del castello.
    A  un  tratto  fu  dato  l'allarme.  Si  era  veduto  una  massa  nera
    inerpicarsi  sulla via che faceva capo alla posterla.  Il Conte ordin
    che un drappello di armati facesse  una  sortita  per  vedere  se  chi
    giungeva era amico o nemico.
    I  guerrieri tornarono in breve ridendo.  Essi trascinavansi dietro un
    villoso montone.
    - Ecco l'aiuto invocato!  - esclam la Contessa  appena  fu  informata
    della cattura.
    E  fattogli subito radere una parte del vello,  ne copr la rocca e si
    diede a filar la lana.
    E fila e fila,  prima del far del giorno ne aveva riempito molti fusi,
    e  cos  pot  avvolgere  tutte  le corazze dei combattenti e renderli
    immuni da ogni pericolo.  Ma gli  assedianti,  invece  di  invitare  i
    porcianesi a battaglia,  cinsero d'assedio il colle,  e si vedeva bene
    che volevano prenderli con la fame.
    Infatti,  per pi settimane,  dal castello non pot uscire n  entrare
    nessuno,  e  intanto le provviste venivano a mancare.  Furono mangiati
    tutti i bovi,  tutti i maiali,  tutte le pecore,  e si  dava  pure  la
    caccia ai corvi e alle civette annidate nelle torri del castello.
    Ma  tutto  questo  non  bastava,  e ogni volta che il Conte con i suoi
    tentava  di  scendere  al  piano,  incontrava  una  forte  schiera  di
    assedianti che difendevano le trincee formate ai piedi del colle.
    In  quel  lunghissimo  assedio non era stato possibile agli uomini del
    conte Gherardo di tener sempre addosso l'armatura.  Ogni sera essi  la
    toglievano  e  la  Contessa  doveva continuamente filar nuova lana per
    cingerli del filo miracoloso. Cos,  fila fila,  fu consumata tutta la
    lana  del  montone,  e  un  giorno in cui gli assediati non avevan pi
    nulla da mangiare, pensarono di ucciderlo.
    La Contessa si oppose,  ma debolmente,  poich anche  alla  mensa  sua
    mancava  la  carne  da  pi  giorni.  E il montone fu scannato,  messo
    arrosto e distribuito agli assediati che ne mangiarono avidamente.
    Quella notte la Contessa ebbe un sogno che la fece  piangere  a  calde
    lacrime.  Ella vide dinanzi a s sant'Anna, col volto corrucciato, che
    la rimproverava di non aver saputo difendere il montone.
    - Quell'animale avrebbe sempre rifornito la tua rocca di lana; - disse
    la Santa,  - ora non posso far pi nulla per proteggere il Conte  e  i
    suoi uomini dalle offese degli assedianti.
    La povera Contessa, desolata, and a ricercare per tutto il castello i
    fili  di  lana  spezzati  dal  marito  e  dagli  altri combattenti nel
    togliersi le armature,  e riusc,  con grande pazienza e facendo molti
    nodi, a raccapezzarne un gomitolino.
    -  Se  cos  avessi  fatto  sempre!  - pensava rimproverandosi la poca
    previdenza.
    E con quel gomitolino ella riusc appena a  ricoprire  l'armatura  del
    Conte.
    Intanto gli assedianti,  sicuri ormai che la gente del castello doveva
    esser esausta dalle privazioni,  avevano stabilito di dare un  assalto
    alle  potenti mura.  E il giorno seguente a quello in cui i porcianesi
    avevano divorato, pi che mangiato, il montone,  quei di Fronzola e di
    Bibbiena salirono in massa all'assalto.
    I difensori,  vedendosi dinanzi un numero cos preponderante di nemici
    e non  sentendosi  pi  protetti  dai  fili  miracolosi,  non  osarono
    irrompere  contro  di  loro.  Il Conte per,  che voleva ad ogni costo
    liberare dall'assedio il suo castello e  temeva  che  la  bella  Luisa
    soffrisse  per  le dure privazioni imposte dalla carestia,  si slanci
    coraggiosamente   contro   i   nemici,    i   quali,    nel   vederlo,
    indietreggiarono  un  momento  temendo  che  fosse  seguto  dai  suoi
    invincibili guerrieri.  Quando per  si  accorsero  che  i  porcianesi
    restavano  a  distanza,  circondarono  il  Conte  e,  disarmatolo,  lo
    trassero prigioniero nel loro campo.
    L'infelice signora, che aveva assistito da una torre a questa sortita,
    quando vide il marito trascinato via dai nemici, scese a precipizio e,
    capitando in mezzo ai suoi uomini di arme,  li rimprover  acerbamente
    di aver lasciato che il loro signore si esponesse solo.
    -  Se non avete seguto lui,  seguirete me,  - ella disse.  - Il conte
    Gherardo non deve rimanere un'ora nelle mani dei nostri nemici.
    E invece di armarsi di spada  o  di  pugnale,  ebbe  l'ispirazione  di
    brandire  la  rocca  donatale  da  sant'Anna,  e  con  quella in mano,
    pregando fervidamente, usc dal castello con grande slancio.
    La bella Contessa  camminava  alla  testa  dei  porcianesi,  i  quali,
    vedendo una donna dar loro l'esempio del coraggio,  si vergognavano di
    aver abbandonato il loro  signore  e  fremevano  di  vendicarlo.  Essi
    incolpavano quei fili miracolosi di averli resi cos vili.
    -  Prima si combatteva anche senza quelli e si moriva,  - dicevano.  -
    Dopo che non li abbiamo pi avuti, c' mancato il coraggio; ma ora...
    I  nemici,  sicuri  che  i  porcianesi,  privati  del  loro  capo,  si
    terrebbero  pi  che  mai sulla difesa senza pensare all'attacco,  non
    avevano lasciata nessuna retroguardia.  Sicch essi si videro assaliti
    all'improvviso,  e  non  avevano  ancora  dato mano alle armi,  che la
    contessa  Luisa  piombava  nelle  loro  file,  brandendo  la  rocca  e
    gridando:
    - Per sant'Anna, alla riscossa!
    Dietro a lei, volendo lavar l'onta subta, si slanciarono i porcianesi
    e, ferendo a destra e a sinistra, passavano come un turbine in mezzo a
    quelli di Bibbiena e di Fronzola.
    La Contessa si avanzava sempre fra i nemici sgomenti,  che non osavano
    colpirla,  e cos giunse a un gruppo di guerrieri in  mezzo  ai  quali
    riconobbe il marito con i polsi carichi di catene.
    - Per sant'Anna, alla riscossa! - grid di nuovo in quel momento.
    E  maneggiando  la rocca,  come se fosse stata un'arma,  giunse fino a
    messer Gherardo,  intanto che i suoi continuavano  a  far  strage  dei
    nemici.
    In   pochi   istanti,   di  tutti  i  guerrieri  che  circondavano  il
    prigioniero,  non ne era rimasto uno solo salvo.  Allora ella  sciolse
    dai ceppi il marito e, raccolta la spada di un caduto, gli disse:
    - Ora combatti!
    Il  Conte  non  aveva bisogno di quell'incitamento.  Egli si mise alla
    testa dei suoi,  ritornati prodi come per il passato,  e  continu  la
    pugna.
    Il  conte  di Fronzola giaceva ferito in terra,  il signor di Bibbiena
    era in un lago di sangue,  e le schiere dei due signori  si  davano  a
    fuga precipitosa.
    Ben  presto  sul  campo  del  combattimento  non rimase un solo nemico
    capace di reggere un'arma.
    Il conte Gherardo fece  trasportare  al  castello  i  due  capi  degli
    assedianti,  e  subito  ordin  che  si procacciassero vettovaglie per
    Porciano. Quindi risal al suo palazzo con l'amata sposa,  che l'aveva
    salvato con la prontezza e il coraggio.
    -  Ti  sono debitore della vita;  - le diceva commosso,  - senza di te
    sarei morto,  oppure sarei rimasto per  sempre  prigioniero  dei  miei
    nemici.
    Oramai egli non temeva pi nessun attacco, ma non restitu cos presto
    il ferito signore di Fronzola n quello di Bibbiena, per avere in mano
    ostaggi  tali  che  gli  permettessero di dettare patti vantaggiosi di
    pace.
    Le trattative  furono  assai  lunghe;  i  fronzolesi  e  i  bibbienesi
    consumarono  la  strada  che  metteva  a  Porciano  per riavere i loro
    signori. Prima offrirono forti somme di denaro,  che al conte Gherardo
    non parvero sufficienti; poi unirono a quelle somme l'offerta di molti
    capi di bestiame, e neppur allora il signor di Porciano l'accett.
    Finalmente aggiunsero al denaro e al bestiame armi bellissime e tesori
    incalcolabili  in  argenterie,  vasellami d'oro,  che erano l'orgoglio
    delle famiglie Saccone di Bibbiena e Tarlati di Fronzola,  e il  conte
    Gherardo  accett  l'offerta,   tanto  pi  che  da  due  anni  teneva
    prigionieri i suoi nemici e che la prigionia aveva ridotto i due fieri
    signori, due innocui invalidi.
    Allorch la pace  fu  conchiusa,  egli  ordin  grandi  feste  al  suo
    castello,   alle   quali  volle  assistesse  anche  il  suocero,   per
    dimostrargli la gratitudine che  gli  serbava  per  avergli  dato  una
    moglie modello come la contessa Luisa, e un talismano che nessun altro
    possedeva.  E volle che dell'esistenza del talismano fossero informati
    amici e nemici,  affinch i primi ricercassero la sua  alleanza,  e  i
    secondi  fossero  persuasi  che  era inutile molestarlo.  E cos da un
    dotto cappellano, che teneva al suo servigio,  fece scrivere e copiare
    in  molti  e  molti  esemplari la storia della rocca e dell'assedio di
    Porciano,  e invi questi esemplari per tutto il Casentino e anche pi
    lontano.
    Poi  fece costruire,  nel circuito stesso del castello,  un oratorio a
    sant'Anna,  e sotto l'altar maggiore depose la cassa d'oro  contenente
    la rocca miracolosa,  la quale si ricopr di lana e serv a proteggere
    i porcianesi in ogni guerra.  Ma venuto a morte il conte Gherardo e la
    contessa  Luisa,  i  loro  discendenti non ebbero pi per sant'Anna la
    stessa venerazione; anzi, fecero struggere la cassa d'oro per batterne
    moneta, e la rocca fu rinchiusa in una cassa di legno.
    Ma un bel giorno il filo della rocca perd la sua miracolosa virt,  e
    i porcianesi furono vinti e soggiogati.

    - E qui ha termine la novella,  - disse il professor Luigi sorridendo,
    -  la  quale  insegna  molte  cose,  e  fra  queste  una  di  speciale
    importanza.
    - E quale? - domandarono i bambini.
    -  Che  la  fede  quella che opera veramente i miracoli.  La contessa
    Luisa, che si slancia nelle file nemiche armata della sola rocca,  non
    ne  una prova? E questa fede ella non la comunicava soltanto ai suoi,
    ma  anche  ai  nemici,  che fuggivano sgomenti.  Di questi fatti se ne
    hanno mille esempi nella storia;  e ora che la fede  quasi  morta,  i
    miracoli non si vedono pi.
    Ma allorch quella fede era viva, gli uomini, sicuri di esser protetti
    dall'alto,  operavano sforzi cos possenti, da far credere che le loro
    forze  fossero  centuplicate.  E  questa  credenza  in  un  intervento
    soprannaturale,   la  troviamo  nei  pi  antichi  popoli.   I  greci,
    all'assedio di Troia,  quando si credevano protetti da  Minerva  e  da
    Giunone,  operavano miracoli;  appena i troiani supponevano da qualche
    indizio che Venere,  la dea con gli occhi glauchi,  combattesse  nelle
    loro  file  o intercedesse presso Giove,  baldi tornavano all'assalto.
    Enea stesso,  nel suo periglioso viaggio  dall'Asia  alle  sponde  del
    Tevere, fu sostenuto, in mezzo a mille pericoli, dalla convinzione che
    il  Cielo lo guidasse;  i Cristiani poi,  animati da questa fede,  pi
    volte hanno pugnato contro gl'Infedeli e li  hanno  vinti.  Ora,  alla
    fede  nel  soprannaturale  si   sostituita la fede in un'idea o in un
    uomo,  e si sono visti,  anche recentemente,  dei popoli  insorgere  e
    battere  nemici  molto  pi  forti  di  loro,  sostenuti  soltanto dal
    pensiero della redenzione di una patria sminuzzata e avvilita.
    A Garibaldi, all'eroe maraviglioso, non attribuivano i siciliani,  che
    lo  avevano  veduto  sbarcare  con  i suoi Mille a Marsala,  un potere
    soprannaturale? E quando ebbe corso, trionfante, tutta la Sicilia, dal
    Lilibeo a Messina,  non dissero che era figlio di una Santa,  di santa
    Rosalia, o del Demonio? E questa convinzione che egli fosse aiutato da
    un'occulta potenza, non dette ai siciliani l'ardire d'insorgere contro
    i Borbonici,  di accorrere a migliaia fra le schiere garibaldine, e di
    pugnare con coraggio indomito?
    - Ha ragione: - disse Cecco,  - la fede nell'aiuto soprannaturale,  la
    fede in un'idea,  la fede in un uomo,  la fede in noi stessi,  ecco la
    spiegazione di tanti  fatti  che  ci  sembrano  miracolosi  e  che  la
    fantasia popolare ha giudicato tali.
    - Vedo che mi avete capito;  - disse il professor Luigi, - il miracolo
    io l'ammetto, ma lo spiego diversamente da molti altri. Figuratevi che
    una volta una mia parente fu morsa da un cane,  che dopo cinque giorni
    mor arrabbiato.  Ella non si era fatta bruciare,  e,  appena morto il
    cane, ella ebbe tutti i sintomi del terribile male: avversione al cibo
    e soprattutto alle bevande;  desiderio  di  mordere,  spasimi,  dolori
    acutissimi alle ferite prodotte dai denti del cane.
    -  Il  padre  di  lei era uomo molto pio e aveva poca fede nei medici.
    Sapendo che nelle montagne,  che sovrastavano al villaggio ove abitava
    la famiglia, v'era un santuario dedicato alla Madonna, vicino al quale
    scaturiva  un'acqua  miracolosa,  fece porre la figlia in una lettiga,
    solidamente imbavagliata, perch non potesse recar offesa ad altri,  e
    salmodiando la segu a piedi nudi insieme con la famiglia,  la servit
    e i contadini.
    - Appena giunta al santuario e  aspersa  con  l'acqua  miracolosa,  la
    ragazza guar.  Ora, non credete che fosse la fede potente che animava
    la malata, che le rendesse la salute? Io ne sono convinto.
    La Regina non era persuasa da quella spiegazione,  e neppure le  altre
    donne; ma Cecco disse:
    - La fede  ci che salva l'uomo!
    Poi  il bell'artigliere tacque,  ma non cess di pensare,  e quando il
    professore Luigi e la moglie si furono allontanati, disse:
    - Cerchiamo di acquistarla, questa fede, in noi stessi,  e vedrete che
    ci aiuter a combattere lo scoraggiamento,  che  il primo passo verso
    la rovina.  Siamo giovani,  siamo uniti,  e  perch  non  si  dovrebbe
    trionfare di questa sventura, che pare voglia trascinarci?
    - S, abbiamo fede in noi, - ripeterono in coro i fratelli.
    La Regina non aveva detto una parola e piangeva in silenzio, commossa.
    Ella aveva fede e sperava.




















    Lo stemma sanguinoso.

    La  fede  nelle  proprie  forze,  rinata nei Marcucci,  aveva in parte
    dissipato  la  malinconia  degli  ultimi  giorni.  Inoltre,  un  fatto
    avvenuto  appunto  il sabato li aveva tutti rincorati.  L'ispettore di
    Camaldoli,  sceso a Farneta insieme  con  la  moglie  per  visitare  i
    suoceri, aveva detto a Maso che gli occorreva un ragazzetto svelto per
    accudire al vivaio delle piante boscherecce che aveva su,  vicino alla
    sua casa; e Maso, senza tante esitazioni,  gli aveva parlato di Tonio,
    il secondo dei suoi figliuoli,  che aveva fatto la quarta elementare e
    mostrava buone attitudini per divenire un eccellente alunno forestale.
    - La posizione per ora non  bella,  - aveva detto l'ispettore,  - non
    gli  posso assegnare altro che una quarantina di lire al mese;  ma col
    tempo la paga gli sar cresciuta, e, se impara, potr far carriera.
    Era una bocca di meno al podere e un pane assicurato per  la  vita,  e
    Maso fu oltremodo contento dell'offerta.  Cos, gi tre dei suoi figli
    eran sistemati, e il peso della famiglia incominciava a scemare.
    - Dio ci assiste,  - aveva detto la Regina.  -  Egli  vede  le  nostre
    miserie  e  le solleva.  Animo,  figliuoli,  e arriveremo alla fine di
    quest'anno come siamo arrivati  in  fondo  a  tanti  altri.  I  dolori
    sopportati con rassegnazione e condivisi, sono meno acerbi di quelli a
    cui si aggiunge la disperazione e la solitudine.
    Tonio era tutto lieto di diventare a un tratto un omino,  e di bastare
    a se stesso.
    - Vedrete, nonna, - diceva, - come mi far voler bene,  come imparer.
    Anche  noi  dobbiamo  rimboscare  i  terreni come fa il governo,  cos
    avremo del legname da vendere,  e i nostri campi saranno meno  esposti
    ai venti ed al freddo.
    Questa  teoria  l'aveva sentita esprimere dall'ispettore,  e subito la
    faceva sua, movendo il riso in quanti lo ascoltavano.
    I cugini lo canzonavano chiamandolo  gi:  Signor  Ispettore,  e  la
    buona  Regina,  che  prevedeva  che  quello  scherzo finirebbe con una
    baruffa, impose silenzio a tutti, dicendo:
    - E' l'ora della novella; lasciatemi raccontare.

    - C'era una volta un tale che nessuno sapeva chi fosse.  Egli aveva un
    vestito  tutto nero,  con uno stemma ricamato in argento sul petto,  e
    questo stemma consisteva in una croce rossa in  campo  d'argento.  Non
    vestiva armatura,  ma aveva due lunghi e grossi sproni ai tacchi e una
    spada  cos  alta  che  gli  giungeva  alla  spalla.  Sull'impugnatura
    dell'arma  si  vedeva una testa di morto.  In capo portava un berretto
    nero, e, per ripararsi dal freddo,  si avvolgeva in un mantello,  nero
    anch'esso.  Nonostante  quegli  sproni  cos grossi,  egli camminava a
    piedi e si diceva che avesse viaggiato mezzo mondo.
    Quando,  tante e tante centinaie  di  anni  addietro,  giunse  qui  in
    Casentino, gli fu chiesto chi fosse e come si chiamasse.
    -  Chi  sono  non  deve  importarvi,  -  rispose.  -  Il  mio  nome  
    "Espiazione"!
    Figuratevi se queste risposte,  date  da  quello  strano  personaggio,
    destarono  meraviglia,  tanto  pi  che  invece  di  andare a chiedere
    ospitalit nei numerosi castelli che s'ergevano su tutte le vette  del
    Casentino,  l'uomo misterioso dormiva sotto il sagrato delle chiese, e
    chiedeva l'elemosina alla gente del contado,  e non  ai  signori.  Una
    notte, mentre il cavaliere era coricato sulla nuda terra, dinanzi alla
    chiesa di Pratovecchio, e dormiva, tre contadini, che andavano a badar
    l'uva,  videro  la croce rossa dello stemma che lo sconosciuto portava
    sul  petto,  mandar  vive  fiamme,  e  l'argento  in  cui  campeggiava
    scintillare come se fosse percosso dai raggi del sole meridiano.  Essi
    si fecero il segno della croce,  e il giorno dopo andarono  a  narrare
    ci che avevan veduto a una certa Costanza, Badessa del convento delle
    Camaldolesi,  donna  di nascita illustre e di molto sapere,  tenuta in
    grande considerazione di saggezza e di piet da tutto il popolo.
    - Fate che il misterioso cavaliere venga a me e che io  gli  parli,  -
    rispose  la  Badessa.  -  Forse  allora  potr spiegarvi il perch del
    prodigio che narrate.
    I tre contadini, Meco,  Sandro e Cecco,  andarono al luogo ove durante
    la notte avevano scorto il cavaliere; ma non videro pi fiammeggiargli
    la croce sul petto, n scintillare il campo d'argento.
    -  Messere,  - gli dissero alquanto impacciati,  - la badessa Costanza
    vorrebbe parlarvi.
    - Io non desidero quest'abboccamento e non mi scomodo per  nessuno,  -
    egli rispose. - Ditele che, se vuole parlarmi, venga qui.
    I contadini crederono che lo sconosciuto fosse pazzo,  sentendosi dare
    quella risposta.  Non supponevano neppure che vi fosse qualcuno  sulla
    terra  che  non  accondiscendesse subito a un desiderio espresso dalla
    badessa Costanza, e non lo considerasse come un comando.  Mogi mogi se
    ne  tornarono  dunque  al  monastero  e  riferirono  a parole tronche,
    arrossendo, la risposta di quello strano cavaliere.
    - Figli miei,  - disse Costanza,  - quell'uomo  altero  dev'essere  un
    grande  infelice,  bisognevole  di  soccorso morale.  Se egli non vuol
    venire presso di me, andr io da lui; accompagnatemi.
    E la bella Badessa,  avvolta nel suo  manto  di  lana  bianca  che  le
    scendeva  in  morbide  pieghe  attorno  alla snella persona,  usc dal
    monastero seguta da Meco,  da Sandro e da Cecco,  e con passo sicuro,
    inchinata  reverentemente  da  quanti  passavano,  si diresse verso il
    sagrato della chiesa.
    L'uomo misterioso non si mosse dalla sua giacitura, vedendola fermarsi
    a pochi passi,  e neppure si degn di toccarsi il berretto.  Ella  non
    parve offesa da quella villana, e disse con voce dolce:
    -  Fratello,  tu non puoi rimanere di notte in questo luogo;  degnati,
    per l'amor di Dio,  di accettare un ricovero nella nostra  foresteria,
    ove trovano ospizio tutti i pellegrini.
    -  Io  non sono un pellegrino,  madre Badessa,  e il solo tetto che mi
    conviene  la volta del firmamento.
    - E' un tetto malsicuro;  talvolta in questi paesi imperversa per  pi
    giorni  la  bufera  e  soffia  il  vento gelato dai monti.  Tu non hai
    diritto di rifiutare quello che ti  offerto nel  nome  santissimo  di
    Dio.
    L'uomo misterioso parve riflettere un momento e quindi disse:
    -  Io ti seguir,  madre Badessa,  ma col patto che nessuno mi domandi
    mai dell'essere mio,  e che io possa partire quando il soggiorno della
    foresteria del tuo convento incominci a pesarmi.
    -  Il  mistero in cui ti avvolgi sar rispettato e tu potrai partire a
    tuo beneplacito.  Di pi ti dico che tu non devi  avere  verso  di  me
    nessuna  gratitudine,  poich  io  compio  verso di te un dovere e non
    esercito un'opera di misericordia.
    Dopo aver avuto questa promessa, il cavaliere nero si alz e disse:
    - Madre Badessa, il mio nome  "Espiazione",  e cos desidero di esser
    chiamato.
    - Sar come tu vuoi, - replic la monaca.
    Meco, Sandro e Cecco avevano assistito a questo dialogo senza fiatare,
    ma quando videro che il cavaliere,  dopo essersi alzato, andava avanti
    alla monaca,  spinti dal sentimento del rispetto che avevano per  lei,
    fecero un movimento per trattenerlo e lasciarla passar prima;  ma ella
    lo imped e disse:
    - Figli miei,  lasciate che "Espiazione" mi preceda;  chi  porta  quel
    nome deve poter correre il mondo liberamente.
    Il  padre  forestale  fece  boccuccia  vedendo quell'uomo dall'aspetto
    sinistro, e ben volentieri gli avrebbe sbatacchiato l'uscio in faccia.
    La Badessa finse di non accorgersi delle intenzioni del monaco  e  gli
    ordin  di preparare una camera all'ospite,  aggiungendo che in quanto
    al nutrimento ci avrebbe pensato lei.
    La prima giornata pass senza incidenti,  ma quando giunse la notte il
    forestale fu svegliato da un gran rumore. Si mise in orecchio, e sent
    che quel rumore partiva dalla camera dello sconosciuto.
    -  San  Romualdo  benedetto!  - esclam,  - me l'ero figurato che quel
    ceffo fosse un diavolo o imparentato coi  diavoli.  Andiamo  a  vedere
    quel che fa.
    E  presa  con  una  mano la lanterna e con l'altra una croce,  sal in
    camera di "Espiazione".
    - Fratello,  - grid attraverso l'uscio,  - aprimi;  che cosa fai?  Tu
    spicini tutti i mobili.
    - Io non faccio nulla;  - rispose lo sconosciuto,  - ma tutto si muove
    appena io mi corico nel letto.
    Il forestale mise l'occhio al buco  della  serratura  e  vide  infatti
    "Espiazione" disteso sul letto,  col vestito in dosso.  La croce rossa
    mandava fiamme;  dal campo dello stemma partiva  una  luce  viva,  che
    illuminava la ridda dei tavolini e delle sedie.
    Il  padre  forestale  non  volle  vedere  altro e corse a precipizio a
    rinchiudersi nella sua cella,  pregando tutti i santi del Paradiso  di
    liberarlo di quell'incomodo ospite.
    Nel  rimanente  della  notte  egli  non riusc a chiuder occhio,  e la
    mattina dopo and a bussare al monastero e disse  che  doveva  parlare
    alla  madre  Badessa.  Questa  lo  ricev  in sagrestia,  e subito gli
    domand del forestiero.
    - Madre,  - rispose il  forestale,  -  quell'uomo,  salvo  mi  sia,  
    indiavolato!
    - Queste parole non vorrei udirle in bocca tua, - replic la monaca.
    -  Ma  se  voi foste stata in foresteria,  stanotte,  direste come me,
    madre Badessa.  Quell'uomo era steso sul  letto  e  intanto  i  mobili
    ballavano il trescone in camera di lui.
    -  Tu  vaneggi  certo.  Stasera,  accompagnata  da  una  conversa,  mi
    apposter nell'orto sul quale rispondono le finestre di Espiazione,  e
    se tu mi hai scomodata per nulla, te ne pentirai.
    La Badessa fece cenno al forestale di uscire,  ed egli,  nel ritornare
    alla casa che abitava,  e  che  era  appunto  separata  dal  monastero
    mediante l'orto di cui aveva parlato Costanza, borbottava:
    - E' peggio di san Tommaso la nostra Badessa: ma stanotte vedr!
    Quando  il forestale torn nella casa in cui abitava,  and di nuovo a
    spiare dal buco della chiave quel che faceva "Espiazione",  e lo  vide
    disteso sul letto e addormentato.
    - Lo credo,  che riposi ora!  - disse. - Stanotte non deve aver chiuso
    occhio. Tanto meglio, se dorme!
    E lentamente scese per accudire alle sue faccende.
    Era in cucina intento a sgusciar certe fave per cuocersi la  minestra,
    quando, alzando il capo, fece uno scossone.
    Pallido, sconvolto, gli stava davanti "Espiazione".
    - Che vuoi? - gli domand il forestale.
    - Voglio che tu mi aiuti a togliere tutti i mobili dalla camera.
    -  Non posso,  - rispose l'altro.  - Se non mi porti un ordine scritto
    della Badessa,  io non levo da quella camera,  quasi quasi,  neppure i
    ragnateli.
    Il  forestale  pensava  che  se avesse tolto i mobili,  la Badessa non
    avrebbe udito rumore, ed egli si sarebbe sentito tacciar di bugiardo.
    - Dunque non vuoi levare le suppellettili di  camera  mia?  -  domand
    "Espiazione".
    - No, no, e poi no!
    - Ma tu non hai piet di me! - esclam. - Non hai inteso che musica la
    notte scorsa? Se tu non le togli, le butto io dalla finestra o ritorno
    a dormir sul sagrato delle chiese.
    A  questa  minaccia il padre forestale fece un salto,  chiuse l'uscio,
    tir chiavistelli e spranghe, e lasci "Espiazione" solo.
    E noi torniamo un passo  addietro  e  vediamo  perch  lo  stemma  del
    cavaliere mandava fiamme la notte.
    Per  saperlo,  ci  convien  uscir di Casentino e andare in un castello
    costruito fra le macchie della Maremma,  nel castello di Bolgheri,  di
    propriet dei conti della Gherardesca.
    In  quel  castello  era  nato  e  cresciuto  Adalberto,  il misterioso
    cavaliere. Egli aveva un fratello maggiore per nome Valdifredo,  bello
    e forte della persona,  il quale stava per condurre in moglie la bella
    Olimpia,  unica figlia del  conte  Donoratico.  Adalberto  vedeva  con
    segreta  invidia  questo  matrimonio.  I  grandi  occhi di Olimpia gli
    avevano ferito il cuore, ed egli non poteva tollerare che quella bella
    fanciulla divenisse moglie del fratello, al quale, inoltre, spettavano
    i feudi paterni.
    Le nozze dovevano celebrarsi in breve,  e gi il castello di  Bolgheri
    era  pieno di parenti,  giunti da Pisa,  per assistere alla cerimonia,
    quando un giorno Adalberto,  per non  veder  nessuno,  se  ne  and  a
    cavallo sulla sponda del mare.  Il litorale di Maremma, in que' tempi,
    non era punto sicuro per i  frequenti  sbarchi  dei  barbareschi,  che
    andavano  col  a  saccheggiare  i castelli e a far prigionieri per il
    loro Sultano.
    Adalberto lo sapeva,  ma,  noncurante della vita  com'era,  spinse  il
    cavallo  molto  distante  da  Bolgheri,  in un punto in cui la macchia
    scendeva fino al lido del mare. Quando fu cost, vide una barca tirata
    a spiaggia.  La barca aveva appunto  la  forma  di  quelle  usate  dai
    barbareschi.  Egli  spron il cavallo per allontanarsi,  ma era troppo
    tardi.  Gi due mani vigorose lo avevano afferrato per  la  briglia  e
    molti ceffi neri lo circondavano.
    - Sei nostro prigioniero, - gli dissero.
    Un pensiero malvagio travers la mente di Adalberto.
    - Prendetemi pure, non mi oppongo; ma io non ho ricchezze in dosso.
    - Non importa, sei un cristiano.
    -  Un  momento.  Dov' il vostro capo?  Io ero venuto per proporgli un
    affare molto pi vantaggioso che la mia cattura; guidatemi a lui.
    E nel dir questo balz di sella e, lasciato il cavallo in bala di due
    barbareschi, segu gli altri nel fitto bosco. Essi lo condussero a una
    grotta, scavata probabilmente dal mare nella sabbia.
    La grotta era guardata da una specie di gigante, armato fino ai denti,
    che gli dette uno spintone per cacciarlo dentro.  Nella grotta poi  vi
    era  un  uomo  mollemente  disteso  su  tappeti  orientali;  le pareti
    sparivano sotto le stoffe e le armi damaschinate,  e  dinanzi  a  lui,
    sopra un desco, era apparecchiato un lauto pranzo.
    -  Signore,  -  dissero  i  barbareschi  al  loro  capo,  - qui c' un
    cristiano, un cavaliere che desidera parlarti.
    - Esponi ci che hai da dirmi, - ordin il capo ad Adalberto,  - e sii
    breve.
    - Vorrei che tu solo ascoltassi le mie parole, - rispose Adalberto.
    E per incutere maggior fiducia a quella rozza gente, si tolse la spada
    e  il  pugnale  e  li  consegn  a quelli che lo avevano guidato nella
    grotta.
    - Ritiratevi, - disse loro il capo.
    Adalberto allora prese a dire:
    - Signore,  da qui  a  tre  giorni,  la  bella  Olimpia,  contessa  di
    Donoratico, va sposa al conte di Bolgheri. Volete voi impossessarvi di
    lei e dei tesori che ella reca in dote al marito?
    - Chi sei per offrirmi questo patto?
    -  Sono  uno  che  non tollera di veder moglie del conte Valdifredo la
    bella Olimpia.
    - Ebbene,  dimmi il punto pi adattato per  sorprendere  il  corteggio
    nuziale e quanti uomini occorrono per il colpo.
    Adalberto,   con  molta  precisione,  indic  il  luogo  e  disse  che
    occorrevano venti uomini forti e destri.  Dovevano,  costoro,  tenersi
    celati  nel  bosco  e  quindi  piombare a un tratto sul corteo.  Cos,
    mentre alcuni di loro  avrebbero  aggredito  i  cavalieri,  gli  altri
    porterebbero via la sposa e le mule cariche della dote e dei gioielli.
    -  Ma  tu  potresti  frattanto tradirci,  come ora tradisci i tuoi,  -
    rispose il capo dei barbareschi.  - Perci io ti  tengo  in  ostaggio.
    Appena compiuto il colpo tu sarai riposto in libert.
    Adalberto  fu  turbato  da  quella  risoluzione  del capo,  ma dovette
    rimanere nella grotta.
    Gi sentiva cocente il rimorso della sua mala  azione,  e  pi  volte,
    mentre  il  capo  dei barbareschi dormiva sul soffice letto di tappeti
    orientali,  Adalberto ebbe la tentazione d'immergergli un pugnale  nel
    cuore.  Ma nella grotta vedeva sempre luccicare lo sguardo di un moro,
    che vegliava durante il sonno del suo padrone,  ed ogni volta  che  si
    spingeva  fino all'imboccatura dell'antro s'accorgeva che era guardato
    da una squadra di armati.
    Quando poi spunt il terzo giorno,  e Adalberto vide partire il capo e
    i suoi per quell'impresa suggerita da lui, scoppi in pianto e squass
    le forti catene di cui l'avevan caricato, sperando di potersi liberare
    e correre in tempo a Donoratico per avvertire il fratello del pericolo
    che correva.
    Ma  le  catene  erano  fissate  ad  un  anello  murato alla parete,  e
    l'imboccatura della grotta era chiusa da un masso pesante.
    Quello che soffr il traditore in quelle ore d'attesa non c' pensiero
    umano che possa concepirlo.  Finalmente ud delle voci,  il  masso  fu
    scostato  e nella grotta comparvero alcuni barbareschi,  recando nelle
    braccia la bella Olimpia svenuta.
    Adalberto avrebbe voluto che la grotta  precipitasse  e  la  terra  si
    sprofondasse per inghiottirlo.
    Egli  non  poteva  sopportare la vista di quella sposa,  adorna ancora
    degli abiti nuziali,  e tanto meno avrebbe potuto tollerare  il  bello
    sguardo di lei se ella si fosse riavuta.  La fanciulla fu adagiata sui
    tappeti orientali e il capo stesso le spruzz  il  volto  d'acqua  per
    farla  tornare  alla  vita.  Intanto Adalberto era stato sciolto dalle
    catene, ma i barbareschi esitavano a riporlo in libert per timore che
    egli, compiuta la vendetta, li tradisse.
    In questo frattempo, Olimpia aveva riaperto gli occhi e,  scorgendo il
    cognato,  lo  aveva  fissato.  Poi,  leggendogli  in volto il rimorso,
    esclam:
    - Che tu sia maledetto, traditore del sangue tuo!
    E, veloce come il lampo, aveva afferrato il pugnale che il capo teneva
    infilato nella cintura e se l'era ficcato nel petto.
    Un grido del capo de' barbareschi chiam i  suoi.  In  quel  trambusto
    Adalberto  afferr  la  sua spada e fugg,  fugg sempre finch le sue
    forze lo ressero,  perseguitato dallo spettro della bella Olimpia  col
    seno  squarciato  dal  pugnale.  E  appena  le  ombre  della  sera  si
    abbassarono sul bosco, la croce del suo stemma prese a fiammeggiare.
    Era ancora notte quando Adalberto riprese la fuga. Egli err per molti
    mesi nei boschi,  su per i monti,  sempre inseguto da quello spettro,
    sempre dilaniato dal rimorso, senza mai poter posare la testa sopra un
    sasso,  senza  che  quel  sasso  non  prendesse  a  ballare  una ridda
    d'inferno.
    Peregrinando sempre, incalzato dal ricordo della sua colpa,  giunse in
    Casentino;  ma non aveva mai, in mezzo a tanta desolazione, provato il
    desiderio di confessare i suoi falli; accanto al rimorso non aveva mai
    veduto sorgere il pentimento.
    Le sue notti erano meno angosciose quando le passava sul sagrato delle
    chiese,  col capo posato sulla nuda  terra;  allora  nulla  si  moveva
    intorno a lui, e talvolta riusciva a prender sonno.
    Quella giornata che egli pass rinchiuso nella camera della foresteria
    del monastero di cui era badessa Costanza,  fu per lui angosciosa come
    le altre,  e quando vide avvicinarsi la sera,  si diede a  chiamare  a
    gola  aperta  il  forestale,  supplicandolo di avere piet di lui e di
    aprirgli.
    Intanto Costanza,  che aveva capito che solamente  il  rimorso  di  un
    truce fatto poteva spingere,  ramingo,  "Espiazione", aveva adunate le
    sue  monache  in  coro  e  aveva  raccomandato  loro  di  pregare  per
    l'infelice.
    Venuta la sera,  quando tutti i lumi erano gi spenti nelle celle,  la
    Badessa,  seguta da una conversa,  era  andata  nell'orto  e  si  era
    collocata in orazione sotto la finestra dello sconosciuto.
    Mentre  pregava,  ella  aveva  veduto  salire da quelle finestre delle
    lingue di fuoco e aveva  udito  nella  stanza  un  rumore  indiavolato
    coperto dalle grida del cavaliere.
    -  Pntiti!  - s'era messa a urlare ella dal basso.  - Pntiti e sarai
    liberato!
    - Oh! se lo potessi! - rispondeva "Espiazione".
    - Devi volere!  - lo esortava  la  monaca,  e  intanto  riprendeva  la
    preghiera a voce alta.
    A  un  tratto nel cielo scuro comparve una nuvoletta bianca,  e scese,
    scese,  finch non si ferm dinanzi alla finestra  del  traditore.  Un
    urlo pi forte degli altri gli usc allora dal petto.
    - Son pentito !  - grid, - e una vita intera di penitenza non baster
    a lavare la mia colpa. Siete voi, Madonna santissima,  che avete avuto
    piet di me.
    La nuvoletta bianca si era diradata e lasciava vedere l'immagine della
    Madonna  col serpente sotto i piedi,  com'era raffigurata in un quadro
    sull'altar  maggiore  della  chiesa  del  monastero.  La  ridda  delle
    suppellettili  era cessata nella camera di Adalberto,  e lo stemma del
    suo giustacuore non mandava pi fiamme color di sangue.
    La monaca pregava sempre  a  voce  alta  nell'orto.  La  nuvoletta  si
    addens di nuovo e sal lentamente nel cielo buio.
    A giorno,  il cavaliere si fece aprire, e, dal forestale, fu guidato a
    un confessionario dove un pio monaco attendeva i penitenti.  Egli fece
    ampia  confessione  de' suoi peccati e promise di far la penitenza che
    gli sarebbe imposta dal monaco.  Questi gli  ordin  di  scrivere  sul
    proprio petto,  al posto dello stemma,  un cartello nel quale narrasse
    il suo delitto e di tollerare per l'amor di  Dio  gl'insulti  che  gli
    sarebbero stati fatti.
    Commosso  dal  miracolo  avvenuto  per  le preghiere della pia badessa
    Costanza,  egli  volle  ringraziarla,   e  come  voto  appese  accanto
    all'altare,  su cui si scorgevano l'immagine della Vergine calpestante
    il serpente, la sua spada e il suo pugnale, dicendo:
    - Ormai,  se voglio salvarmi,  debbo tollerare tutti gl'insulti  senza
    trarne  vendetta.  E'  meglio che mi tolga dal fianco un'arma che sono
    indegno  di  portare  e  che  potrebbe  talvolta  esser  per  me   una
    tentazione.  E  voi,  madre Badessa,  pregate affinch io sopporti con
    rassegnazione la dura croce che mi sono imposto e abbia il coraggio di
    serbare sul petto questo cartello che costituisce la mia espiazione.
    La badessa Costanza promise di accompagnare il cavaliere  con  le  sue
    preci,  ed  Espiazione  usc  dal  monastero  per  riprendere  il  suo
    pellegrinaggio.  Appena fu sulla piazza del paese,  si imbatt in  una
    comitiva di signori che andavano a caccia.
    Il primo di essi,  che pareva il capo,  ferm il suo cavallo di fronte
    all'infelice, e additandolo agli altri, disse:
    - Vedete,  signori,  quel brutto ceffo?  Anche se non portasse il  suo
    misfatto  scritto in petto,  la grinta lo denunzierebbe per traditore.
    Fatti da parte,  fellone,  e sgombra le vie maestre;  i traditori  non
    trovano terra in Casentino!
    Frem,  "Espiazione",  sentendosi  insultato,  e  la  mano  corse alla
    cintura dov'era solito trovare la spada.  Ma riavutosi subito,  lasci
    pender  le braccia,  e,  chinatosi,  baci il piede del signore che lo
    aveva insultato,  il  quale  rispose  con  un  calcio  all'atto  umile
    dell'infelice, e si allontan ridendo spietatamente.
    "Espiazione"   avrebbe  volentieri  abbandonato  la  via  maestra  per
    rifugiarsi nei boschi ove sarebbe sfuggito agli insulti;  ma una  voce
    che gli parlava continuamente al cuore, gli diceva:
    - Rammentati che per meritare il perdono devi molto, molto soffrire.
    Ed egli,  ubbidendo a quella voce, cercava gl'incontri e si presentava
    alla porta dei castelli chiedendo l'ospitalit.
    Naturalmente nessuno voleva ricoverarlo,  e le guardie lo respingevano
    con insulti e con percosse.
    - Dio ve ne renda merito! - rispondeva per solito "Espiazione".
    Un  giorno giunse a Bibbiena.  Il popolo,  che non sapeva leggere,  lo
    guardava con una specie di meraviglia e  di  terrore,  ma  non  capiva
    quello che portava scritto in petto. Espiazione, che voleva far palese
    il suo delitto, and a bussare in casa Dovizi, che era la pi sontuosa
    e  magnifica  della  citt,  e  chiese di parlare al signore.  I servi
    cercavano di respingerlo,  ma egli si sed su un muricciolo accanto al
    portone,  aspettando che il padrone uscisse,  e allorch lo vide,  gli
    disse:
    - Signore, io ti chiedo l'ospitalit; sono sfinito,  estenuato;  dammi
    un letto dove riposare e gettami un tozzo di pane.
    Il signore lo fiss e gli rispose:
    - Non ospito traditori,  ma sono cristiano e non nego un tozzo di pane
    a chi me lo chiede.
    E,  rientrato in casa,  fece  gettare  dai  suoi  servi  una  pagnotta
    all'infelice.  A questa scena avevano assistito molte persone,  perch
    la casa dei Dovizi era situata nella via pi  popolata  della  piccola
    citt.  Queste,  udendo che il forestiero dallo strano ceffo stravolto
    era un traditore,  lo circondarono insultandolo e tirandogli in faccia
    le immondizie.
    - Iddio ve ne renda merito!  - rispondeva "Espiazione".  - Di tutto il
    male che mi farete,  io vi render sempre grazie,  poich mi spiana la
    via del Cielo.
    Il  popolo  si divertiva a sentirsi ringraziare,  e siccome ha istinti
    feroci,  rincarava la dose.  Ora non tirava pi soltanto  all'infelice
    torzoli,  bucce  e  sterco  di  cavallo,  ma  correva  in piazza a far
    provvista  di  sassi,  che  scagliava  nella  testa  e  nel  petto  al
    disgraziato,  il  quale  rimaneva  un  momento  sbalordito,  ma appena
    riavutosi,  senza neppur pensare a tergere il sangue che  gli  correva
    lungo il volto, ripeteva:
    - Iddio ve ne renda merito!
    Egli sorrideva in mezzo ai suoi carnefici, perch udiva la dolce voce,
    che gli parlava al cuore, ripetere:
    -  Hai  molto,  molto  sofferto;  coraggio,  il  momento del perdono 
    vicino.
    Quel baccano chiam alla finestra la signora del palazzo,  la bella  e
    pietosa  madonna  Chiara  Dovizi.  Vedendo  un uomo disteso in terra e
    grondante sangue,  preso a bersaglio dal popolo,  ella ordin ai servi
    di raccoglierlo e di portarlo in una camera,  sopra un letto, e con le
    sue stesse mani lav il sangue delle ferite.
    Ma "Espiazione"  era  giunto  all'ultimo  istante  della  sua  vita  e
    sorrideva  nonostante  gli  atroci spasimi.  Egli chiese un prete,  e,
    confessatosi, mor santamente dopo poche ore.
    Madonna Chiara,  che per volere del morente aveva udito la sua  ultima
    confessione,   fece   dare  al  cavaliere  della  Gherardesca  onorata
    sepoltura nella chiesa di San Francesco,  e sopra un mausoleo di marmo
    fece  scolpire lo stemma gentilizio della potente famiglia pisana e il
    nome che il cavaliere aveva scelto: "Espiazione". La badessa Costanza,
    informata della morte del pentito,  scrisse alla  famiglia  di  lui  e
    rimand a Bolgheri la spada e il pugnale dell'estinto, assicurando che
    il pentimento sincero aveva lavato la macchia della colpa.

    -  E  qui  finita la novella dello stemma sanguinoso,  - disse Regina
    rivolta ai suoi.
    I ragazzi non erano contenti della fine, e soprattutto volevano sapere
    se la bella Olimpia era proprio morta in seguito alla  ferita,  perch
    dalla novella non si ricavava.
    - S,  - rispose la vecchia,  - ecco una cosa che avevo dimenticato. I
    barbareschi,  quando la videro esanime,  caricarono  sopra  una  barca
    tutti  i tesori tolti alla sposa e quelli che avevano accumulati nella
    grotta,  e andarono a raggiungere una  nave  che  era  in  alto  mare.
    Intanto il conte Valdifredo si era dato a cercare ovunque la sua bella
    sposa,  e trovatala alfine morta nella grotta, le aveva dato sepoltura
    nel suo castello. Poi, desolato di tanta perdita, aveva costruito navi
    per dar la caccia ai barbareschi,  e in una di quelle spedizioni aveva
    perduto la vita. Il castello di Bolgheri era cos passato a un cugino,
    il  quale  aveva  avuto  dalla  badessa Costanza la restituzione della
    spada e del pugnale.
    E dopo una breve pausa, la Regina domand ai nipoti:
    - Ed ora siete contenti?
    - S, s, nonna,  contentissimi,  e vi promettiamo che domenica saremo
    meno curiosi.
    - Peccato che Tonio e l'Annina non sentano le novelle! - disse Gigino.
    - Ma io le voglio tener a mente, e quando verranno le racconter.
    - Che bel pasticcio ne farai!  - risposero gli altri.  - Pretenderesti
    forse di saper raccontar come la nonna?
    Il bimbo,  umiliato da quella risposta,  arross e stava  per  fare  i
    lucciconi;  ma  la  Vezzosa seppe consolarlo promettendogli che presto
    sarebbe venuto  un  bel  bimbo,  col  quale  egli  si  sarebbe  potuto
    divertire;  e di quel bimbo disse tante cose carine, che Gigino badava
    a ripeterle:
    - Zia,  digli che si sbrighi a venire;  io mi annoio solo;  gli  altri
    sono tutti grandi.





    Il berretto della saggezza.

    La  festa  dell'Assunta,  che ricorre il 15 d'agosto,   una delle pi
    solenni dell'anno,  anche per gli abitanti del Casentino.  Le donne di
    casa  Marcucci,  che in quel giorno aspettavano da Camaldoli i signori
    Durini,  erano andate alla prima messa,  e dopo si eran messe subito a
    trafficare per casa.  Chi faceva le lasagne,  chi pelava i polli,  chi
    puliva la casa e ravviava i figliuoli.  Anche la Regina  aveva  voluto
    adoprar le mani,  e si era messa a fare una certa bocca di dama di cui
    le avevano insegnato la ricetta,  mezzo secolo prima,  le  monache  di
    Pratovecchio,  e  che  i  figliuoli  rammentavano  di  averla mangiata
    soltanto nelle grandi occasioni.  Ella era lieta,  quel giorno,  e non
    sapeva  neppur  lei il perch.  Le ragioni di cruccio erano aumentate,
    eppure si sentiva l'animo sollevato,  come se un soffio  prenunziatore
    di  serenit  le  avesse  fatto  dimenticare  i  dolori;  e  sorrideva
    ripensando alle liete occasioni nelle quali aveva impastata una  bocca
    di dama simile a quella.
    I  ragazzi,  bench  non fossero andati nei boschi a coglier fragole o
    lamponi,  pure non stavano d'intorno alle donne a intralciar  le  loro
    faccende.  In  casa  non  c'era  nessuno,  e  soltanto uno dei piccini
    capitava qualche volta e tirava Vezzosa in disparte per dirle  qualche
    parolina nell'orecchio. La giovane sposa sorrideva, rispondeva a bassa
    voce, e dopo riprendeva le faccende.
    -  Ma mi dici che segreti ci sono oggi?  - le domand la Carola,  dopo
    che questa scenetta si fu ripetuta quattro o cinque volte.
    - Non posso dirlo;  ho promesso  di  stare  zitta  e  non  sveler  il
    segreto.
    - A noi lo puoi dire,  - ribatt l'altra. - Non lo riferiremo certo ai
    ragazzi.
    - Non importa;  ho promesso di non  fiatare  e  non  voglio  che,  per
    un'imprudenza, essi mi tolgano la stima.
    - Mi fai celia! - esclam la Carola, paga, peraltro, della risposta. -
    Si tratta certo di una ragazzata!
    La  Vezzosa  non rispose,  perch ella non voleva mettersi a tu per tu
    con la cognata,  ma le pareva che la Carola avesse  torto  di  trattar
    leggermente  certe  faccende  che  i  ragazzi prendono sul serio.  Una
    mancanza di parola da parte sua,  li avrebbe certo afflitti,  ed  ella
    voleva vederli gai e allegri.
    La  bella  bocca  di  dama,  fatta  dalla  Regina,  fu messa nel forno
    appositamente scaldato, e, mentre coceva,  la Carola apparecchiava per
    i  signori.  Intanto  le  cognate  badavano alle pietanze che erano al
    fuoco.  Vezzosa era andata nell'orto a cogliere le pesche e  i  fichi,
    accomodando  queste  frutte in una specie di rozzo catino di terraglia
    scura, disponendole sulle felci e ornandole di garofani e di ciuffetti
    di gerani.
    - Brava moglie mia!  - disse Cecco tornando a casa  -  tu  sai  render
    bello tutto ci che tocchi.
    A  quel  complimento  la  bella  sposa  arross e pos nel mezzo della
    tavola quel trionfo gaio di frutta e fiori.
    La Carola non aveva messi altro che quattro posti, ma la signora Maria
    protest.  Non voleva che per conto loro i  Marcucci  ritardassero  il
    loro desinare; dovevano mangiare tutti insieme alla stessa tavola.
    E  questo  lo  conferm  anche la signora Durini giungendo insieme col
    marito e con l'Annina, la quale, dall'ultima volta,  s'era fatta anche
    pi  carina  e  pi  composta,  e si diede subito ad aiutar Vezzosa ad
    apparecchiar per tutti.
    Quando le lasagne,  condite con l'eccellente  sugo  di  pollo,  furono
    messe  in  tavola  in tre grandi vassoi,  il signor Durini volle,  con
    premura insistente, che la Regina si mettesse in capo tavola,  ed egli
    prese posto alla sua sinistra,  mentre il professor Luigi le si sedeva
    a destra.
    La buona vecchia,  commossa da  tanto  onore,  guardava  sorridendo  i
    figli,  e  specialmente Cecco,  indovinando che ne fosse molto felice.
    Infatti il giovane non stava nei panni dalla consolazione, e ascoltava
    i complimenti che i signori rivolgevano alla Regina  per  aver  saputo
    educar cos bene una numerosa famiglia,  e mantenerla saldamente unita
    dall'affetto.
    Quando fu portato in tavola la bocca di dama,  l'attenzione,  distolta
    momentaneamente  dalla Regina,  fu richiamata su di lei dalla Vezzosa,
    la quale fece il giro dei commensali,  ed empiendo i  bicchierini  col
    vin santo, diceva:
    - Facciamo un brindisi alla salute della mamma.
    Allora il signor Durini si alz,  e in poche parole tess gli elogi di
    quella buona madre, esprimendo l'augurio che ella rimanesse per lunghi
    anni ancora a vegliare sulla sua famiglia.
    Uno scoppio di applausi accompagn quelle parole;  ma mentre la Regina
    tendeva  il  bicchiere  per  cozzarlo  con  quello  del signor Durini,
    divent  bianca  come  un  cencio  lavato  e  ricadde   sulla   sedia.
    Figuriamoci se tutti si spaventassero! Cecco le era balzato accanto e,
    muto dal dolore, la guardava.
    Il  signor  Durini  aveva  subito  spruzzato il viso della vecchia con
    acqua fresca, ed ella lentamente riapr gli occhi.
    - Oh! mamma, che spavento! - disse Cecco.
    - Oh! mamma, - ripeterono gli altri figliuoli, che si erano alzati.
    - Non  stato proprio nulla;  - disse la Regina,  - ma guardate di non
    darmi troppe consolazioni per non farmi morire.
    - Mamma,  incolpate me! - esclam Vezzosa, - volevo farvi un bene e vi
    ho fatto un male.
    - Il male  passato e la consolazione rimane, - replic la vecchia.
    Tutti lodarono moltissimo la squisita bocca  di  dama;  ma  Regina  si
    accorgeva che i suoi non erano abbastanza rassicurati.  Allora prese a
    dire:
    - E' una giornata afosa;  volete che  racconti  ora  la  novella?  Pi
    tardi,  per  il  fresco,  i  signori  preferiranno di andare a far due
    passi.
    - Brava! brava! - esclamarono tutti.
    E  la  Regina,   che  voleva  dimostrare  di  sentirsi  bene,   subito
    incominci:

    -  C'era  una  volta  un vecchio di Arezzo,  che tutti credevano molto
    ricco,  perch era tanto elemosiniero che  nessuno  gli  chiedeva  mai
    invano la carit.
    Quest'uomo viveva solo con i suoi due figli;  il primo aveva nome Enzo
    e l'altro Barnaba. La moglie gli era morta da molti anni,  e servi non
    ne voleva intorno s. Un giorno egli venne a morte, e quando sent che
    per lui non v'era pi speranza di guarigione, chiam due amici, nonch
    suo figlio Enzo, e disse:
    -  E'  mio  desiderio  che  tutti  i  miei  beni  passino a questo mio
    primogenito; voi potete testimoniare che questa  la mia volont.
    Poi fece uscire Enzo e chiam Barnaba, al quale disse:
    - A tuo fratello ho lasciato il mio patrimonio;  a te non lascio altro
    che  questo  berretto che mi fu dato da un uomo che beneficai,  e sono
    sicuro che questo lascito  ti  render  pi  felice  delle  ricchezze,
    perch ti dar la saggezza.
    Nel dir questo, gli dette un logoro berretto di rozzo panno marrone.
    Il  figlio  avrebbe voluto respingere il dono e supplicare il padre di
    metterlo a parte dell'eredit; ma in quel momento lo ud rantolare,  e
    poco dopo era morto.
    I  due  testimoni  si accrsero bene che Barnaba non era contento;  ma
    sapendo che era d'animo mite,  lo esortarono a rispettare i voleri del
    padre e a non maledire la memoria di lui,  che lo aveva, forse per suo
    bene, condannato alla povert.
    Un altro figlio che si fosse veduto diseredare come  Barnaba,  sarebbe
    fuggito  di  casa  senza  neppur  assistere ai funerali del padre;  ma
    Barnaba era un buon figliuolo, e rimase. Per, vedendo Enzo che subito
    incominciava ad atteggiarsi, anche con lui,  a padrone,  attese che il
    cadavere  del  padre  fosse rinchiuso in un avello della chiesa di San
    Francesco,   e  poi,   senza  prendere  neppure  gli  abiti  che   gli
    appartenevano,  si  mise  in  testa il berretto e,  con pochi piccioli
    nella scarsella, si pose in cammino per Roma.
    Prima d'intraprendere il viaggio si sentiva afflitto  e  accorato;  ma
    appena  si  fu messo il berretto di rozzo panno,  si sent consolato e
    gli parve che tutti i beni ereditati a suo danno  dal  fratello  Enzo,
    non meritassero alcun rimpianto.
    Egli  aveva  camminato  poche  ore quando giunse a un'osteria e chiese
    pane e vino per  rifocillarsi.  Nello  spiedo  giravano  delle  grasse
    beccacce,  l'ostessa era tutta affaccendata a preparare il fritto e la
    minestra, e una tavola era gi imbandita nel centro della cucina.
    Dai discorsi dell'oste e della moglie,  Barnaba cap che erano  attesi
    due  cavalieri  di  riguardo,  che avevano inviato innanzi un servo ad
    avvertire del loro arrivo.
    Infatti i due cavalieri non tardarono a giungere insieme con  numeroso
    seguito.
    Erano ambedue assai giovani e riccamente vestiti,  e parevano fra loro
    amici sviscerati.
    Essi si sederono a tavola, e Barnaba li vide senza invidia mangiare le
    pietanze  gustose,  mentr'egli  si  contentava  di  pane  e  coltello,
    annaffiato da un vino cos aspro da far allegare i denti.
    - Non sono io felice quanto loro,  - diceva fra s,  - dal momento che
    quel poco che ho mi basta e non provo nessuna invidia?
    Mentre i due  cavalieri  mangiavano,  presero  a  parlare  delle  loro
    faccende,  e  Barnaba cap che essi venivano da Firenze,  dove avevano
    combattuto a difesa della citt nelle schiere di  Malatesta  Baglioni.
    Uno  di essi accusava il capitano di aver venduto la citt ai Medici e
    ai  loro  alleati;   l'altro  difendeva  il  Malatesta.   Intanto  che
    discutevano  animatamente,  essi  tracannavano bicchieri di vino,  che
    infondeva  loro  maggior  fuoco.  Cos  presero  a  scambiarsi  parole
    offensive;  da queste passarono alle minacce, e finalmente misero mano
    alle spade.
    Barnaba si alz allora e,  con mossa rapida,  gett il suo berretto in
    testa al pi accanito dei combattenti,  il quale,  tiratosi indietro e
    abbassata la spada, dette in una risata, dicendo:
    - Amico, siamo due pazzi!
    -   Perch?    -   domand   l'altro   sbalordito   dal    cambiamento
    dell'avversario.
    - Perch a noi non deve premer punto se Malatesta  un traditore o no.
    Noi  non  siamo fiorentini: mettemmo la nostra spada al servizio della
    Repubblica; ci siamo coraggiosamente battuti;  abbiamo avuto il danaro
    promessoci,  e  perch  dovremmo  ucciderci  per  una  cosa che non ci
    riguarda?
    L'altro,  per,  non si mostrava convinto e sosteneva di essere  stato
    offeso e di voler riparazione.
    Allora  Barnaba  tolse il berretto di testa al cavaliere saggio,  e lo
    fece volar sul capo dell'ostinato, il quale si calm subito, e disse:
    - Riconosco,  amico,  che tu  hai  ragione;  stringiamoci  la  mano  e
    ritorniamo a bere.
    -  Una  parola,  messere,  - rispose Barnaba.  - La vostra saggezza vi
    viene dal mio berretto;  ora che siete divenuti ragionevoli,  vi prego
    di restituirmelo, perch esso  la mia sola ricchezza.
    I due cavalieri,  meravigliati, invitarono il giovine alla loro tavola
    e gli domandarono spiegazione delle sue parole;  e Barnaba narr  loro
    come  suo  padre,  in punto di morte,  glielo avesse consegnato.  Egli
    stesso aveva esperimentato su se stesso la sua virt,  poich,  invece
    di arrabbiarsi vedendosi spogliato di ogni avere,  aveva sopportato in
    santa pace la sua sventura e si sentiva pago e  contento  del  proprio
    stato.
    - E su di noi pure l'hai esperimentata,  - dissero i cavalieri.  - Noi
    ti siamo grati di averci trattenuti dal commettere una vera pazzia; e,
    per dimostrarti la  nostra  gratitudine,  ti  preghiamo  di  accettare
    questa borsa, in memoria della nostra riconciliazione.
    Barnaba  l'accett,  perch  sapeva  di averla meritata,  e riprese il
    viaggio, sentendosi il pi felice dei mortali.
    Un passo dopo l'altro giunse  a  Cortona,  e  appena  posto  il  piede
    nell'antica  citt,  vide un insolito correr di gente affaccendata.  I
    mercanti chiudevano lo sporto delle botteghe,  i  servi  sbarravano  i
    portoni dei palazzi,  e la campana del palazzo pretorio faceva udire i
    suoi rintocchi chiamando i cittadini alle armi.
    Qui c' da far per me, pens Barnaba.
    E si diresse verso la piazza municipale,  supponendo che l  vi  fosse
    bisogno del suo aiuto.
    Ma  prima  di  farlo,  volle  sapere  di  che  cosa  si  trattava,  e,
    domandatone a una donna,  fu informato che il popolo,  malcontento del
    gonfaloniere Venuti,  che era accusato di parteggiare per i Medici, lo
    voleva destituire per sostituirgli un Diligenti.  Il Gonfaloniere  non
    voleva cedere, e aveva fatto dare nella campana. Intanto il Diligenti,
    riuniti  i  suoi partigiani,  si preparava a dare l'assalto al palazzo
    pretorio, nel quale il Gonfaloniere si era rinchiuso.
    - Correr del sangue, - concluse la donna tristamente.
    - Non correr, - rispose Barnaba.
    E fattosi indicare da qual  parte  sarebbe  giunto  il  Diligenti,  lo
    attese sul canto di una via.
    In  breve  vide  una  turba  di  cittadini armati,  e dietro a loro un
    cavaliere bello e ardito, che la gente acclamava al grido di: Viva il
    nostro Gonfaloniere!.
    Il Diligenti,  poich era proprio lui,  salutava agitando il cappello.
    Barnaba  approfitt  di  quel  momento  in cui il cavaliere era a capo
    scoperto per lanciargli in testa il suo berretto.
    All'improvviso,  messer Diligenti,  mentre  stava  per  entrare  sulla
    piazza,  ferm  il  cavallo,  come  se  fosse  assalito  da  un subito
    pentimento alla vista del palazzo pretorio.
    - Avanti! Avanti! - gridava la folla vedendo che esitava.
    - Un momento,  amici,  - disse il capo dei rivoltosi.  - Non  dobbiamo
    distruggere un monumento,  che  vanto della nostra citt.  Lasciatemi
    solo;  io andr a parlare col  Gonfaloniere,  ed  egli  mi  ceder  il
    governo di Cortona.
    Il berretto era caduto di testa a messer Diligenti, ma la saggezza gli
    era rimasta nel cervello.  Infatti egli scese da cavallo,  ordin alla
    folla di sgombrare la  piazza,  e  si  avvi  solo  verso  l'imponente
    edifizio, sormontato dalla torre.
    Barnaba gli tenne dietro e lo ferm.
    -  Messere,  -  gli  disse,  - voi dovete la saggezza al mio berretto;
    permettetemi  di  accompagnarvi,  perch  possa  infonderla  anche  al
    Gonfaloniere.
    Messer  Diligenti guard il giovane meravigliato,  ma rammentandosi di
    aver sentito svanire dal cervello i bellicosi  propositi  appena  quel
    berretto,  che  ora  vedeva in testa a Barnaba,  gli aveva sfiorato il
    capo, annu,  e insieme con lui chiese di essere ammesso alla presenza
    del  Gonfaloniere.  Questo  permesso  non gli fu negato,  sperando che
    volesse far atto di sottomissione, e venne introdotto alla presenza di
    messer Lorenzo Venuti.
    - Che volete da me,  messere?  - gli chiese il Gonfaloniere appena  lo
    vide.
    -  Nulla,  -  rispose  l'altro.  - Voglio rammentarvi soltanto che noi
    siamo entrambi figli di questa terra e che sarebbe perfidia se per  le
    gare che ci dividono si esponessero alla morte i cittadini.
    - Dunque fate atto di sottomissione? - domand il Gonfaloniere.
    - Piena ed intera.  Voi,  per,  dovete sgombrare questo palazzo,  che
    sar affidato alla custodia degli  Anziani,  ed  essi  eleggeranno  il
    nuovo  Gonfaloniere.  Se voi rimanete qui,  io non potrei trattenere i
    miei partigiani dal dar l'assalto al palazzo, e il sangue correrebbe a
    rivi per le vie.
    Il Gonfaloniere stava per rispondere che non si sarebbe mosso  di  l,
    quando  Barnaba,  accostatosi  a  lui,  gli  mise  in testa il proprio
    berretto.
    Spar a un tratto dal volto di messer Venuti  l'espressione  di  truce
    risentimento e, sorridendo, disse:
    -  Non  capisco  davvero perch io fossi cos ostinato a rimaner qui a
    dispetto del popolo, che non mi ci vuole. Il posto di gonfaloniere, se
    ci penso bene, non mi ha dato altro che noie; e io ci rinunzio.
    - Siete pronto a fare  in  pubblico  questa  rinunzia?  -  domand  il
    Diligenti.
    - S, pronto a tutto.
    - Ebbene, venite.
    E  i  due  pretendenti  andarono  sul  balcone del palazzo dove messer
    Diligenti fece cenno ai suoi di avanzarsi.
    Essi si avvicinarono, e messer Diligenti disse:
    - Cittadini,  il Gonfaloniere rinunzia alla sua  carica,  e  fra  poco
    lascer il palazzo.
    Un grido di giubilo part dalla folla, e allora messer Venuti disse:
    -  Cittadini,  riconosco di aver governato con poca saggezza,  e me ne
    vado, chiedendovi scusa.
    Infatti,  pochi istanti dopo,  il  Gonfaloniere  scese  lo  scalone  e
    comparve  sulla  piazza,  e quello stesso popolo che si era ammutinato
    contro di lui e lo voleva morto,  gli fece una calorosa dimostrazione.
    Ma fu ben sorpreso quando,  dietro al Gonfaloniere,  vide uscire anche
    messer Diligenti.
    - Perch ve ne andate? - gli domand la folla.
    - Amici,  - rispose il cavaliere,  - io  mi  riconosco  pi  inetto  a
    governarvi del mio predecessore. Lasciatemi sorvegliare i miei poderi;
    io  non ho l'ambizione di essere il primo cittadino di Cortona,  ma il
    suo figlio pi fedele.  Questa saggezza e quella di cui ha dato  prova
    messer Venuti, ce l'ha infusa questo giovane.
    E accennava Barnaba, il quale aveva ripreso il berretto.
    -  Egli    veramente  saggio,  e,  se dovessi darvi un consiglio,  vi
    spingerei a metterlo a capo della vostra citt.
    Ma Barnaba, di certi onori non voleva saperne, e il popolo,  rinsavito
    anche  esso  ora  che  non  era pi sobillato alla rivolta,  si mostr
    gratissimo a colui che aveva risparmiato a Cortona  gli  orrori  della
    guerra, e lo festeggi in ogni modo.
    I  principali cittadini lo volevano loro ospite,  e nella prima seduta
    che tennero gli Anziani,  gli decretarono un ricco donativo in denaro.
    Messer  Venuti  e messer Diligenti gli fecero pure ricchi regali e gli
    dettero un cavallo per s e uno per un servo,  sapendo che egli  aveva
    intenzione di proseguire il viaggio fino a Roma.
    Salutato,  acclamato dall'intera cittadinanza e assai ben provvisto di
    denaro, il nostro Barnaba prese la via della citt eterna.
    Giunto a Orvieto,  egli prese alloggio in un modesto albergo di fronte
    al  superbo  palazzo  dei Gualterio,  e stando alla finestra ud grida
    strazianti partire da una  stanza  sotterranea  di  quel  palazzo.  La
    curiosit   lo  spinse  a  domandare  all'oste  chi  si  lagnava  cos
    insistentemente,  e seppe che l'infelice  era  la  figlia  stessa  del
    Conte,  che  la  matrigna,  donna  vana  e  ambiziosa,  teneva  sempre
    rinchiusa in una stanza  terrena,  aspettando  che  avesse  l'et  per
    entrare  in  un  convento.  Il  Conte  era vecchio e malaticcio,  e la
    moglie,  gelosa della bellezza della  figliastra,  non  voleva  essere
    esposta  a  un odioso confronto con lei,  motivo per cui la condannava
    alla reclusione in casa, e poi in monastero.
    - Io debbo parlare alla Contessa,  - disse Barnaba fra s,  - ma  come
    fare?
    Allora,  pensa e ripensa, part per Viterbo, e l compr ricche stoffe
    e monili. Tornato che fu a Orvieto,  si spacci per mercante,  facendo
    vedere ai frequentatori dell'osteria le cose preziose che aveva seco.
    Naturalmente  la  notizia  giunse  anche  agli  orecchi della contessa
    Gualterio,  la quale,  vaghissima com'era di  ornarsi,  fece  dire  al
    mercante di andare al palazzo e recarle le sue mercanzie.
    Barnaba scelse le pi belle stoffe,  e, accompagnato dal proprio servo
    che recava gl'involti,  and  dalla  Contessa,  la  quale  lo  accolse
    cortesemente,  e  pareva invaghita di tutto.  Egli le disse molte cose
    circa le nuove fogge di abiti  e  di  acconciature  usate  dalle  dame
    fiorentine,  che  vantavasi di servire,  e poi,  mostrandole un drappo
    d'oro, aggiunse che esse solevano foggiarsene berretti, con i quali si
    ornavano il capo.
    - E qual forma hanno questi berretti? - chiese la dama.
    - La forma di quello che io porto,  madonna.  Provatevelo,  e  vedrete
    come si dice bene al vostro volto.
    La Contessa se lo prov,  e parve,  dopo essersi specchiata, contenta,
    cos che domand a Barnaba se gliene sapesse foggiare  uno  simile  in
    drappo d'oro. Ma prima che egli le avesse risposto, esclam:
    - Ma per chi dunque mi orno?  Mio marito  vecchio e cagionevole;  ora
    spetta a Selvaggia ad ornarsi.
    E preso un mazzo di chiavi scese in fretta,  e risal in compagnia  di
    una giovinetta pallida, scarna, ma bella come un occhio di sole.
    Barnaba  fu  commosso nel vederla,  e in cuor suo bened suo padre per
    avergli legato quel portentoso berretto,  cui  doveva  la  liberazione
    della bellissima Selvaggia.  Costei era rimasta sbalordita,  vedendosi
    trattare cos bene dalla matrigna,  dalla quale  era  solita  sentirsi
    sempre  schernire,  e  guardava  ora il mercante ora la Contessa,  non
    sapendo a che cosa attribuire quel repentino cambiamento.
    Barnaba,  per,  che non aveva fede che la  semplice  imposizione  del
    berretto  potesse  aver  virt  di sradicare l'invidia dal petto della
    perfida donna, la persuase ad affidargli la commissione di foggiare un
    berretto di drappo d'oro per lei,  e uno per  Selvaggia.  La  Contessa
    annu, e dopo aver comprato alcune stoffe, lo conged.
    Il  giovine,  appena  fu ritornato all'osteria,  mand in cerca di una
    cucitrice e le fece fare  due  berretti  quasi  simili,  soltanto,  in
    quello  destinato  per  la  Contessa  fece  porre,  fra la stoffa e la
    fodera, il suo berretto di lana,  e oper saggiamente,  perch non era
    ancora notte, che udiva di nuovo i lamenti dell'infelice Selvaggia.
    La  matrigna,  pentita  di  aver  ceduto  a un impulso di compassione,
    l'aveva rinchiusa nella solita stanza.
    La mattina dopo,  Barnaba portava i due  berretti  alla  Contessa,  la
    quale,  appena  si  fu posto in testa il proprio,  mand a liberare la
    figlia e,  fattala venire in sua presenza,  le orn il capo con quello
    destinatole.
    Barnaba  allora,  profittando  delle buone disposizioni che leggeva in
    volto  alla  vana  signora,   e  acceso  sempre  pi  d'affetto  e  di
    compassione  per l'infelice Selvaggia,  prese a dire che doveva essere
    ben difficile collocare una signorina in una  piccola  citt,  che  il
    pensiero  dell'avvenire  della  figliastra doveva certo essere tedioso
    per una signora. Una parola tira l'altra,  e cos,  incoraggiato dalle
    domande della Contessa, rivel chi era, a qual famiglia apparteneva, e
    come  con  la sua abilit si fosse in breve tempo acquistata una certa
    fortuna, che era sicuro di triplicare appena giunto a Roma. Disse pure
    che aveva intenzione di ammogliarsi e che avrebbe sposato una ragazza,
    anche senza dote, purch fosse di buona famiglia.
    La Contessa lo ascoltava,  e siccome non s'era tolto di capo il  ricco
    berretto che celava quello della saggezza, cos la sua mente era piena
    di  saggi  pensieri.  Ella  rifletteva  che Barnaba,  cortese di modi,
    educato  e  civile,   sarebbe  stato  un  eccellente  partito  per  la
    figliastra.  Inoltre, maritandola senza dote, avrebbe serbato tutto ai
    propri figli,  e cos,  senza sacrificarla  alla  vita  monastica,  si
    sarebbe liberata di lei.
    Barnaba  si  accorgeva  dei  pensieri  che aveva suscitati nella mente
    della signora,  e chiamatala in disparte le fece la proposta di sposar
    Selvaggia.
    La  Contessa  rispose  che  avrebbe  dovuto interrogare il marito,  ed
    invit Barnaba a tornare la sera stessa.  Intanto egli era riuscito  a
    dire a Selvaggia:
    - Abbiate fiducia in me, io vi porto la liberazione.
    Il  volto  pallido  dell'infelice  ragazza  si era illuminato a quelle
    parole, nelle quali egli aveva trasfuso tutta l'anima sua.
    La sera Barnaba si vest riccamente e torn a palazzo. La Contessa era
    raggiante di gioia, e lo condusse dal conte Gualterio, il quale disse:
    - Prendetevi questa povera figlia mia e rendetela felice.
    Selvaggia,  piena di gratitudine per il suo liberatore,  gli dette  la
    sua  manina  a  baciare,  e  Barnaba disse che le nozze dovevano esser
    celebrate subito, perch aveva fretta di condurre la sposa a Roma.
    La Contessa era tutta felice che gli portasse via la figliastra, e non
    fece nessuna opposizione. Con le stoffe donate a Selvaggia da Barnaba,
    le furono preparate ricche vesti nuziali,  e il giovane disse che alla
    famiglia  della  moglie  non  chiedeva altro che il berretto di drappo
    d'oro della Contessa e una lettiga.
    Il matrimonio fu celebrato senza alcuna pompa e i due sposi partirono.
    Selvaggia,  in quei pochi giorni,  pareva divenuta un'altra e la gioia
    le si leggeva in viso.
    Per, quando furono a qualche distanza da Orvieto, Barnaba, che era di
    animo  gentile,  scese da cavallo,  ed accostatosi alla lettiga in cui
    era adagiata Selvaggia, le disse:
    - Madonna,  io ebbi piet delle vostre sofferenze,  e vedendo  che  il
    solo  mezzo di liberarvi era quello di darvi il mio nome,  vi chiesi e
    vi ottenni in isposa.  Per io non  voglio  violentare  per  nulla  la
    vostra libert, e se voi non avete per me nessun affetto, siete libera
    di  ordinarmi  di  condurvi  dai  parenti di vostra madre,  che sono a
    Foligno, e io sar sempre lieto di ubbidirvi.
    - Sposo mio,  io vi ho accettato perch ho  indovinato  che  avete  un
    cuore generoso, e questa ultima proposta me lo conferma. Io vi seguir
    ovunque,  altera e lieta di affidarmi al vostro affetto e di non avere
    altri che voi sulla terra.
    Barnaba fu contentissimo della risposta della moglie, e giunto a Roma,
    si stabil in  una  casa  modesta,  dove,  lasciandosi  guidare  dalla
    saggezza,  il  giovane  divenne  in breve uno dei pi ricchi e stimati
    mercanti della  citt.  Selvaggia  fu  moglie  affettuosa  e  lo  pag
    largamente del bene che le aveva fatto.

    -  E  ora  la novella  finita,  - disse la Regina - e chiedo scusa ai
    signori di averli tediati cos lungamente.
    - Se ce ne raccontaste un'altra, saremmo molto lieti di ascoltarla,  -
    disse la signora Durini.  - Ora per c' altro da fare. Prego tutti di
    lasciarmi un momento sola con la Regina, la Carola e Maso.
    Il rimanente della famiglia Marcucci usc dalla stanza,  e  allora  la
    signora disse:
    - Volete maritare l'Annina? Io ho per lei un buon partito.
    - Ma ha soltanto quindici anni! - osserv la Carola.
    - Lo so,  - replic la signora, - ma non tutti i giorni capitano certe
    fortune. Voi sapete che a Camaldoli c' il direttore dell'albergo,  un
    uomo  assennato,  che  gode  la  fiducia dei suoi padroni.  Egli ha un
    figlio, per nome Carlo, che ora ha ventiquattro anni.  Costui segue la
    carriera  del  padre ed  pur direttore in un altro albergo a Firenze.
    E' un giovane serio,  ben educato e  abbastanza  facoltoso.  Ha  visto
    l'Annina, gli  piaciuta e me l'ha chiesta in moglie. Io non ho potuto
    risponder nulla; sta a voi a risolvere.
    - E l'Annina l'ha interrogata, lei? - domand la Carola.
    - No,  ma mi sono accorta che Carlo le piace.  Se ricusate,  io non lo
    far venir qui;  ma se accettate,  domani torna  a  Firenze  e  ve  lo
    mander.
    - E a lei che gliene pare,  signora? Che farebbe se l'Annina fosse sua
    figlia? - domand Maso.
    - Io gliela darei a occhi chiusi.
    - Allora me lo mandi, ma non dica nulla all'Annina.
    - Non dir nulla.  Il matrimonio si farebbe l'anno venturo in  estate,
    da  quanto ho potuto capire,  e Carlo provvederebbe la sposa anche del
    corredo.
    La Regina piangeva dalla gioia e  pregava,  pregava  che  la  felicit
    potesse arridere all'adorata nipotina.
    Maso e la Carola erano sbalorditi.

















    Il lupo mannaro.

    Tutta  la  settimana  i  Marcucci  erano  stati sossopra per il grande
    avvenimento.  La signora Durini,  tornando a Camaldoli,  aveva parlato
    con Carlo Buoni, il quale era tutto lieto della risposta avuta, perch
    ormai gli pareva che nessuna donna potesse renderlo cos felice quanto
    la  modesta  e  gioviale  contadinella  di  Farneta,  che  egli  aveva
    incontrato pi volte nelle sue passeggiate,  e che aveva veduta  curva
    sul  lavoro  quando  passava  col fucile in spalla accanto al giardino
    dell'ispettore Durini.
    Carlo, accompagnato dal padre,  due giorni dopo era sceso a Farneta ed
    era  stato  ricevuto  da  Maso,  dalla  Carola e dalla Regina,  la cui
    presenza dava una certa solennit a quel conciliabolo.
    - La mia figliuola  una contadina,  - aveva detto Maso,  dopo che  il
    padre  di  Carlo gli aveva chiesto l'Annina,  - e pare impossibile che
    sia potuta andare a genio a un signore come suo figlio.
    - Ma che signore! - aveva risposto Carlo. - Noi lavoriamo tutti,  e io
    stimo  cosa  pi nobile il lavorar la terra,  che lo stare sempre agli
    ordini del viaggiatore che capita in un albergo.  Il  mestiere  nostro
    non  mi  soddisfa  punto;  e  appena  avr messo assieme abbastanza da
    comprarmi una casetta e un podere, cesser d'essere l'umilissimo servo
    dei signori forestieri e mi metter a lavorare l'orto. Questo  il mio
    sogno,  che non potrei certo effettuare con una moglie  assuefatta  in
    citt.
    -  Se  cos,  - aveva detto Maso,  - io son contento.  Per pensi che
    l'Annina ha poco o nulla.
    - Lo so, - aveva risposto Carlo,  - io non posso pretendere ricchezze,
    e  quello  che avr mia moglie,  voglio che lo debba a me.  Ora vado a
    Firenze, ma fra una diecina di giorni al massimo torner qui, e allora
    mi permetterete d'interrogare l'Annina,  perch se lei non  contenta,
    non se ne fa nulla.
    - La interroghi pure, io son contento e non muto opinione.
    - E io pure, - disse la Carola, che gi pensava all'invidia dell'altre
    ragazze.
    - La nonna non parla? - domand il padre Buoni.
    -  S,  parlo anch'io!  - esclam la Regina,  - e dico che confido con
    piacere  a  quel  bravo  giovane  la  mia  cara  nipotina.   La   sola
    raccomandazione che gli faccio,  quella di volerle bene.
    -  Per  questo  non  c'  da  temere:  - replic Carlo,  - l'ho scelta
    liberamente;  voi me la confidate,  e io sarei un vero birbante se non
    cercassi di renderla felice.
    Il  padre  Buoni  guard  l'orologio  e  fece  osservare al figlio che
    mancava appena una mezz'ora alla partenza del  treno  da  Poppi.  Maso
    per non volle che i suoi ospiti risalissero in carrozza senza bere un
    bicchierino di aleatico, e si fece promettere che al ritorno, il padre
    si sarebbe fermato un momento,  prima di risalire a Camaldoli,  tanto,
    l, doveva prendere un trapelo.
    Naturalmente la Carola aveva messo a parte le cognate della chiesta, e
    queste, che volevan bene all'Annina come se fosse loro figliuola, eran
    molto contente della fortuna che capitava alla  ragazza  (poich  Maso
    s'era  informato  e aveva saputo che il padre Buoni era ricco e che il
    giovane era una persona onestissima), e non rifinivano di ciarlare fra
    di loro di quel fatto.  Ci che maggiormente le colpiva,  si  era  che
    l'Annina, maritandosi, avrebbe migliorato le sue condizioni.
    - Porter il cappello! - dicevano. - Si vestir come una signora!
    Non se la potevano figurare,  quella ragazza, in una casa con i mobili
    da citt, non pi serva in casa altrui, ma padrona in casa propria.  E
    tutte  quelle  buone  donne  affrettavano  col pensiero il momento del
    matrimonio, per assistere a quella trasformazione. Ai ragazzi Marcucci
    non era stata fatta  alcuna  confidenza,  perch  essi  bazzicavano  a
    Camaldoli,  accompagnandovi  i  forestieri  che andavano e venivano di
    frequente in quella calda stagione;  ma  essi  si  erano  accorti  che
    avveniva qualche cosa d'insolito e dicevano fra loro:
    - C' roba in pentola!
    La  settimana  pass  veloce  per  tutti,  e  la  domenica la famiglia
    Marcucci era sola.  Il professor Luigi e  la  moglie  erano  andati  a
    pranzo  dalla  figlia,  e  cos  le donne si erano concesse un poco di
    riposo  nel  dopo  pranzo,  poich  era  tanta  la  premura  che  esse
    dimostravano ai loro ospiti,  che stavano in continue faccende. Quando
    scesero sull'aia,  gli  uomini  vi  erano  gi  adunati.  Essi  avevan
    giuocato  alle  bocce per un'oretta,  e ora parlavan fra loro del tema
    preferito: del matrimonio dell'Annina.
    Nel veder giungere la nonna,  i ragazzi corsero a chiedere la novella.
    La  buona  vecchia,  con  la  mente rivolta a quel grande avvenimento,
    avrebbe in quel giorno fatto a meno di raccontare;  ma ced alle dolci
    insistenze dei piccini e incominci:

    -  C'era  una  volta,  a Romena,  una ragazza brutta,  aiutatemi a dir
    brutta.  La gente del paese,  incontrandola,  si faceva il segno della
    croce;  e,  nonostante  che  essa fosse figlia di un sensale di bovi e
    avesse una bella dote,  pure non c'era  stato  nessuno  che  si  fosse
    attentato a chiederla in moglie, tanto era ripugnante. Questa ragazza,
    che tutti chiamavano la Teresona,  era alta quanto un gigante, e oltre
    ad avere il labbro leporino che le metteva in mostra le  zanne,  aveva
    tutto  il  viso  coperto da una lanugine rossa come i capelli,  che la
    faceva somigliare ad una bestia.
    Teresona era evitata da tutti,  e,  accorgendosi della repulsione  che
    ispirava, si era inselvatichita a tal punto che non sapeva neppure pi
    parlare.  La madre le era morta da molto tempo e il babbo stava sempre
    fuor di casa per i suoi traffichi,  cos ella non  scambiava  mai  una
    parola con nessuno.  La gente diceva che parlava soltanto col Diavolo,
    perch non la vedeva mai andare in chiesa.
    Ma non era vero.  Teresona non bazzicava n alla messa n  al  vespro,
    per  non  esporsi  alle  guardatacce  della  gente;  ma  era una buona
    creatura, timorata di Dio, e non avrebbe fatto male a una mosca.
    Un giorno la Teresona era andata a coglier  fragole  nei  boschi,  per
    farle  trovare  al  suo  babbo  che  tornava quella sera,  quando vide
    disteso in  terra,  pallido,  estenuato,  un  uomo  giovane  ancora  e
    d'aspetto  signorile,  bench fosse malamente vestito.  Teresona,  che
    aveva un cuore affettuoso e non poteva veder soffrire la gente,  cerc
    di  rianimarlo,  bagnandogli  la  fronte  con l'acqua di una sorgente,
    scuotendolo,  parlandogli;  ma l'uomo rimaneva inerte,  come morto,  e
    soltanto  un  lieve  respiro  che gli usciva dalle labbra indicava che
    l'anima non erasi ancora distaccata dal corpo.
    La Teresona,  disperata nel vederlo cos abbandonato,  pens  che  non
    poteva lasciarlo in quel luogo,  e,  curvatasi su di lui, se lo caric
    sulle spalle fortissime e pian piano lo port a casa.
    Per,  sapendo che suo padre era molto avaro e che le avrebbe ordinato
    di riportare quell'infelice dove lo aveva trovato,  invece di metterlo
    sul letto del sensale o sul suo,  lo nascose in  soffitta,  facendogli
    alla meglio un letto con foglie di granturco, fieno e coperte.
    Se si riavr,  - pensava, - gli dar di che proseguire il viaggio; se
    morir, gli scaver una fossa; ma abbandonare cos quest'infelice, non
    posso.
    Intanto lo sconosciuto non riprendeva conoscenza,  per quanto Teresona
    gli  stropicciasse  le  tempie  e  il naso con l'aceto,  e cercasse di
    fargli trangugiare certo vino, che avrebbe rianimato un morto.
    L'ora del ritorno del padre si avvicinava,  perci Teresona  chiuse  a
    chiave  la  soffitta  e,  nonostante  le  rincrescesse  di abbandonare
    l'infelice, scese in cucina a preparare la cena.
    Il sensale torn a casa di cattivo umore;  in quel  giorno  non  aveva
    guadagnato un picciolo e,  quando gli accadeva un fatto simile,  se la
    prendeva per solito con la figliuola,  che accusava di essere sprecona
    e  di  non  sapere  che cosa gli costasse a guadagnare tanto da tirare
    avanti la vita.
    Teresona non rispose,  perch era una  buona  figliuola  e  lo  lasci
    sfogare  quanto  volle.  Quando  lo  vide  andare  a letto e sent che
    russava, si lev le scarpe, per non far rumore,  e corse in soffitta a
    veder come stava lo sconosciuto;  ma appena ebbe aperta la porta e, al
    lume della lucerna,  ebbe veduto lo sconosciuto  in  piedi,  mand  un
    grido e trem da capo a piedi.
    - Chi m'ha portato qui? - domand egli.
    -  Io;  - rispose umilmente la ragazza,  - vi ho trovato svenuto nella
    selva e non ho voluto abbandonarvi
    L'uomo,  che aveva gettato uno sguardo di repulsione  su  quel  mostro
    femmina,  sentendo che ella lo aveva soccorso, vinse la ripugnanza che
    gl'ispirava e, avvicinandosi a lei, disse con voce dolcissima:
    - Vi sono grato di ci che avete fatto per me;  ma,  per carit non mi
    abbandonate.  In seguito a gravi dolori ho dovuto fuggir da Firenze, e
    da molti giorni mi aggiro come una belva nei boschi.  Sono stato colto
    anche  da  questi  lunghi,  lunghissimi svenimenti;  sono un infelice,
    soccorretemi!
    Teresona si sent intenerire a quelle suppliche e,  nonostante temesse
    l'ira del padre,  pure promise allo sconosciuto che,  se si contentava
    di stare in quella soffitta,  lo  avrebbe  ricoverato  e  nutrito  per
    alcuni  giorni;  e  dopo esser riscesa a prendergli un po' di minestra
    avanzata dalla cena e un tozzo di pane,  lo rinchiuse di nuovo e se ne
    and a letto.
    La  mattina  dopo  il  padre  usc  al solito per i suoi traffichi,  e
    Teresona, rimasta sola e sicura ormai che per tutto il giorno il padre
    non sarebbe tornato,  invit lo sconosciuto a scendere  per  respirare
    una  boccata  d'aria.  Ma  egli  ricus  dicendo  che si sentiva tanto
    spossato che non aveva neppure la forza di alzarsi  dal  giaciglio  di
    foglie e di fieno.
    Allora  Teresona,  che era assuefatta a vedersi respinta da ognuno per
    la sua bruttezza, gli domand molto umilmente se gli faceva dispiacere
    che rimanesse a fargli compagnia.
    - Mi fate un piacere, anzi, - le rispose lo sconosciuto.  - Non potete
    credere  come la simpatia di una creatura buona scenda dolce nel cuore
    dell'esule.
    Era la prima volta che qualcuno le  parlava  cos  affettuosamente,  e
    Teresona fu tutta commossa.  Ella prese la rocca e si mise a filare in
    un cantuccio della soffitta, senza parlare, accostandosi soltanto allo
    sconosciuto per domandargli se voleva prendere ristoro.
    Per quel giorno il  forestiero  parl  poco,  ma  il  giorno  seguente
    incominci  a  narrare  a Teresona la sua triste storia e le disse che
    era un signore fiorentino della famiglia  Spini,  preso  di  mira  dal
    partito che governava la citt, per la opposizione fatta a certe leggi
    ingiuste  che  quel  partito voleva imporre.  Avvertito in tempo da un
    contadino che lo cercavano per arrestarlo,  era fuggito a cavallo,  ma
    senza nulla.
    Vagando  per  nel  contado  aveva saputo che avevano messo una taglia
    sulla sua persona,  e che i suoi beni erano stati  confiscati.  Mentre
    parlava,  il  ricordo forse delle angustie patite lo fece cadere in un
    nuovo svenimento.  Teresona,  vedendo che  il  giorno  incominciava  a
    declinare  e  temendo  che il padre tornasse,  dovette lasciare messer
    Spini svenuto e correr gi a preparare la cena.
    La povera ragazza era pi morta che viva, e mentre attizzava il fuoco,
    pregava la Madonna che rendesse almeno  la  salute  a  quell'infelice,
    cos misero, cos solo!
    Quella  sera  ella mise una quantit d'olio nella minestra di fagioli,
    si scord di salare il castrato, e quando suo padre giunse,  nulla era
    ancor pronto.
    Il sensale la rimprover acerbamente e non volle mangiare altro che un
    pezzo  di  pecorino  dicendo  che  da  allora  in  poi  voleva  cenare
    all'osteria,  e a lei non avrebbe lasciato altro che pane  e  pattona,
    perch non voleva andare in rovina per quella sprecona di figliuola.
    Difatti  mise  ad  effetto la minaccia,  e fattosi dar la chiave della
    dispensa, dove teneva la carne salata, il vino e l'olio,  la ripose in
    un canterano dove teneva i quattrini.
    Teresona and a letto piangendo.
    -  Madonna  Santa,  -  diceva  la  ragazza,  -  come  far a sostenere
    quell'infelice che  pi morto che vivo?
    E con la testa sul guanciale pensava e  ripensava,  senza  trovare  un
    mezzo  per  uscire  da  quel  bertabello.  Intanto si struggeva di non
    potere andare in soffitta dal fiorentino a vedere se si  era  riavuto,
    perch  suo  padre,  che  era  rimasto  in  cucina col fiasco davanti,
    continuava a brontolare e pareva non avesse nessuna voglia di andare a
    letto.
    Teresona era al buio,  in preda alla desolazione,  quando a un  tratto
    vide  dinanzi  agli  occhi un gran chiarore come se il sole penetrasse
    sfolgorante dalla finestra,  e,  in mezzo  a  quella  luce  vivissima,
    scorse  una  vecchia dall'aspetto venerando,  che si avvicinava a lei,
    senza che i piedi toccassero il pavimento.
    - Ragazza mia,  - disse la vecchia con voce dolcissima,  - la  diletta
    Figlia  mia,  la Santissima Vergine,  che ha piet degli afflitti e ne
    raccoglie le preghiere,  mi manda a te.  Se  tu  vuoi  salvare  messer
    Spini,  questa  notte stessa devi portarlo via da questa casa.  Domani
    tuo padre andr a rovistare in soffitta,  e se lo trova lo  consegner
    alla  giustizia  come  ladro.  Rammentati  che  io  sono  sant'Anna...
    rammentalo!
    Dopo che la vecchia ebbe detto queste parole,  la camera ritorn nelle
    tenebre e l'apparizione scomparve.
    Teresona l per l fu consolata,  ma quando ud che il padre si mise a
    cantare in cucina con voce avvinazzata, disse fra s:
    - Come far a portare messer Spini fuori di casa, se il babbo non va a
    letto? Vergine Santa, aiutatemi voi!
    L'aiuto non le manc, poich poco dopo sent un gran tonfo per terra e
    ud russare forte il vecchio sensale. Allora si vest in fretta, senza
    mettersi le scarpe, e salita nella soffitta l'apr.
    Messer Spini era sempre svenuto sul giaciglio. Ella cerc di destarlo,
    ma era fatica sprecata. Allora se lo caric sulle spalle, e via,  via,
    finch  non lo ebbe deposto sopra un letto di musco a qualche distanza
    da casa.
    Per Teresona  cap  che,  vestita  da  donna,  sarebbe  stata  subito
    riconosciuta dalla gente,  beffeggiata e vilipesa; perci ella torn a
    casa, si tagli i capelli, si tolse le sue vesti,  indoss i panni del
    babbo e via.
    Quando  fu  sulla  soglia  di  casa  ebbe un momento d'esitazione.  Le
    dispiaceva di lasciar quell'uomo che, in fin de' conti, era suo padre;
    quella casa  dove  aveva  vissuto...  e  le  pareva  di  far  male  ad
    andarsene;  ma mentre stava cos esitante, cred di udire una voce che
    le dicesse:
    - Tuo padre sar contento di essersi liberato di te;  non  ti  accorgi
    che non ti pu soffrire?  mentre l'altro ti vuol bene e ha bisogno del
    tuo aiuto.
    La voce era quella di sant'Anna,  apparsale poco prima.  Teresona  non
    esit pi, e corse in cerca di messer Spini.
    Questi  non  era  pi immobile come Teresona lo aveva lasciato.  Ma si
    dibatteva per terra e mandava gridi che somigliavano a  urli  di  lupo
    affamato.
    - Madonna santa, ha il lupo mannaro! - esclam la ragazza.
    E  fece atto di fuggire;  ma,  vinta dalla compassione,  si ferm,  e,
    curvatasi sull'infelice,  gli cinse la testa con le  braccia  poderose
    per impedirgli di ferirsi.
    Cos  rimase  lungamente nel folto del bosco,  sgomenta da quegli urli
    che potevano richiamar gente,  sgomenta di non aver nessun  mezzo  per
    far cessare il male.
    A giorno,  il malato si calm;  non urlava pi,  non si batteva pi, e
    finalmente apr gli occhi inebetiti.
    - Bisogna fuggire,  - disse Teresona,  - mio padre  si  dester  e  si
    metter a cercarmi; non bisogna che ci trovi qui.
    Messer  Spini  capiva poco quello che ella gli diceva,  ma Teresona lo
    alz da terra e,  sorreggendolo,  lo fece camminare in  direzione  del
    Pian di Campaldino.
    In  mezzo  alla vasta pianura sorgeva una casetta disabitata,  dove la
    ragazza  fece  entrare  l'infelice,  e  anche  l  trov  il  modo  di
    preparargli un letto di foglie e di fieno; ma come avrebbe fatto mai a
    nutrirlo?  Peraltro  Teresona era una ragazza coraggiosa,  e le pareva
    che quegli abiti  maschili  che  aveva  indossati  dovessero  renderla
    irriconoscibile.
    Cos,  dopo  aver raccomandato all'esule di non muoversi,  and fuori,
    sperando che le capitasse di  guadagnar  qualche  cosa.  Ma  prima  di
    uscire  pass  alcuni minuti in orazione e supplic la Vergine Maria e
    sant'Anna di vegliare sul disgraziato fiorentino.
    La ragazza camminava alla ventura sulla via maestra  in  direzione  di
    Poppi, quando le accadde di imbattersi in un grosso frate camaldolese,
    montato sopra un somaro. L'animale s'era impuntato e non voleva andare
    n avanti n addietro, e il monaco tirava la briglia, menava frustate;
    ma s! era come dire al muro.
    Teresona,  che era forte quanto un toro, prese il ciuco per la briglia
    e  lo  costrinse  a  camminare;  ma  appena  lo  lasciava,   il  ciuco
    impuntavasi di nuovo.
    - Giovinotto,  - disse il monaco, - come vedi io son troppo pingue per
    far  la  strada  a  piedi  e  debbo  trovarmi  a  Bibbiena  prima   di
    mezzogiorno: accompagnami fin l e ne avrai da me larga ricompensa.
    Teresona  non  se lo fece dir due volte,  e seppe cos bene costringer
    l'asino a camminare,  che il monaco alle undici era gi  sulla  piazza
    della  Pieve.  Egli  scese  di  sella,  e  dopo  aver messa una moneta
    d'argento in mano  al  suo  accompagnatore,  lo  preg  di  andarlo  a
    riprendere il giorno dopo per accompagnarlo a Camaldoli, e gli avrebbe
    dato il triplo.
    La  ragazza  si  sent  allargare  il  cuore,  e  dopo aver comprato a
    Bibbiena quello che occorreva per nutrire il malato e un pan tondo per
    s,  mangiando con grande appetito,  torn alla casetta  del  Pian  di
    Campaldino.
    Il  forestiero non era pi cos abbattuto come ella lo aveva lasciato,
    e le domand come mai non si trovava pi nella soffitta ed ella  aveva
    preso  abiti  maschili.  Teresona  gli  raccont le sue angustie della
    notte,  e il giovane s'intener sapendo di quale abnegazione essa  era
    stata capace pur di non abbandonarlo.
    -  Se  un  giorno  io  riacquister  i  miei beni,  - le disse,  - tu,
    eccellente ragazza,  sarai signora e padrona in casa mia;  te lo giuro
    da cavaliere.
    Teresona s'intener e sempre pi prese affetto per quell'infelice.
    Il  giorno  pass  senza  che  messer Spini ricadesse nel letargo;  ma
    appena la luna inond con la sua luce argentea la vasta pianura,  egli
    si  addorment,  e  dal  sonno  pass alle convulsioni;  si dibatteva,
    mandava bava dalla bocca, e urlava come un lupo affamato.
    Ora bisogna sapere  che  la  casetta,  nella  quale  Teresona  si  era
    rifugiata  insieme  con  l'ammalato,  apparteneva  a certi contadini i
    quali non l'abitavano altro  che  nei  due  mesi  che  precedevano  la
    vendemmia.  Essi  solevano  passarvi  la  notte  per  abbadare che non
    rubassero loro l'uva; il resto dell'anno non ci capitavano mai.
    Ma quella era appunto la stagione in cui  l'uva  aveva  bisogno  della
    sorveglianza  notturna dei contadini,  e due di essi si avviarono alla
    casupola, quando sentirono uscirne urli di lupo.  I contadini stettero
    in  ascolto  un momento;  poi,  udendo che gli urli continuavano,  non
    pensarono pi all'uva e via di corsa.
    Quegli urli erano stati uditi anche da altri contadini,  cos  che  la
    mattina  nel  vicinato  non  si parlava d'altro che della presenza del
    lupo mannaro nel Pian di Campaldino.  Come  avviene  sempre  in  certe
    circostanze,  vi  era  pure  chi  asseriva  di  aver  visto  la bestia
    spaventosa correre di notte,  mentre la luna era alta,  per i campi  e
    per i boschi,  cos nessuno si attentava pi a uscir di casa la notte,
    e i contadini avrebbero lasciato piuttosto marcir  l'uva  sulle  viti,
    che attentarsi a incontrare il lupo mannaro.
    Intanto   Teresona,   sostenuta   dal   desiderio  di  rendersi  utile
    all'infelice cui affezionavasi  ogni  giorno  pi,  non  rifuggiva  da
    nessun lavoro, per faticoso che fosse, pur di guadagnare qualche cosa.
    Aveva riaccompagnato il monaco a Camaldoli e da lui aveva ottenuto una
    larga ricompensa;  poi s'ingegnava a far legna, che andava a vendere a
    Poppi e a Bibbiena,  e se incontrava nei  boschi  qualche  squadra  di
    taglialegna, offriva l'opera sua per ottenerne qualche soldo.
    Una notte,  vedendo messer Spini dibattersi furiosamente in preda alle
    convulsioni, Teresona aveva detto:
    - Sant'Anna benedetta,  non vi pare che  quest'infelice  abbia  patito
    assai? guaritelo, per carit di lui e di me!
    La  luminosa  visione  le era di nuovo comparsa,  e sant'Anna le aveva
    risposto:
    - Se la diletta Figlia mia non avesse esaudito le tue preghiere,  tu e
    l'esule non avreste pi neppure questo ricovero.  Non capisci che sono
    gli urli di lui che tengono lontana la gente da questo luogo?
    - Chino il capo alle savie disposizioni della Provvidenza,  -  rispose
    Teresona umilmente.
    -  Cos  va bene;  - disse sant'Anna,  - quando la persecuzione contro
    messer Spini cesser, egli sar guarito.
    La visione scomparve, ma gli urli continuarono e il terrore era sparso
    nei dintorni.
    Intanto i contadini,  che vedevano marcire la loro uva sulle viti  nel
    Pian di Campaldino, erano andati dall'abate di Strumi, che aveva nomea
    di santo, e gli avevan detto, con voce tremante e spaventata:
    -  Abate  maggiore,  il  lupo  mannaro   in paese,  e noi si perde la
    raccolta dell'uva.
    L'abate si era fatto spiegare il come e il perch di quella perdita, e
    dopo aveva detto:
    - Domani far una processione fino alla casetta nel Pian di Campaldino
    e con l'acqua santa caccer il lupo mannaro.
    Infatti il giorno dopo aveva adunato i suoi monaci, e, preceduto dalla
    croce, si era diretto al luogo dove tenevasi nascosto messer Spini.
    Egli era in un  momento  di  calma  e,  seduto  per  terra  col  dorso
    appoggiato alla rozza parete,  esprimeva a Teresona,  che lo ascoltava
    con le lacrime agli occhi,  l'ammirazione che ella gl'ispirava per  la
    sua illimitata bont.
    - Ti voglio bene,  Teresa,  - le diceva, - pi che alla madre mia, pi
    che alle sorelle, agli amici, alla patria stessa,  e non saprei vivere
    senza di te.
    La  donna,  che  stava  sempre  in  ascolto temendo una sorpresa,  ud
    salmodiare  e,  guardando  da  uno  spiraglio  della  porta,  vide  la
    processione di monaci dirigersi alla volta della casupola.
    - Siamo perduti! - esclam.
    E,  senza cercar di fuggire, perch lo reputava inutile, s'inginocchi
    e preg fervidamente sant'Anna e la Vergine.
    In quel momento messer  Spini  fu  assalito  dalle  convulsioni;  egli
    incominci  ad  urlare,  e  il  suo  corpo prese a un tratto l'aspetto
    orribile di una bestia villosa,  con una  testa  enorme  e  una  bocca
    fornita di zanne minacciose.
    L'animale,  sempre  urlando,  si  fece sulla porta,  e pareva pronto a
    gettarsi addosso al primo che si accostasse.
    Il  giovane  monaco  che  recava  la  croce  ed  era  in  testa   alla
    processione,  appena vide il mostro,  fugg; l'abate che sperava tanto
    nell'acqua santa,  se la diede a gambe,  e in breve Teresona  vide  le
    tonache bianche dei monaci sparire dalla pianura di Campaldino.
    Quando  nessuno  pi  rimase  in  quei dintorni,  messer Spini riprese
    sembianze umane e Teresona respir.
    Tutti e due  capirono  che  quella  trasformazione  era  avvenuta  per
    intervento celeste, e ringraziarono le loro Protettrici.
    Dopo   qualche   giorno   messer  Spini  non  fu  pi  assalito  dalle
    convulsioni.  Soltanto quando qualcuno voleva avventurarsi vicino alla
    casa,  mandava  urli da lupo,  e se v'era qualche spirito forte che si
    accostava con l'intendimento di uccidere il  lupo  mannaro  nella  sua
    tana,  il  fiorentino prendeva subito le sembianze del mostro e faceva
    fuggire il mal capitato.
    Cos Teresona e l'esule rimasero padroni di una zona di terreno, dalla
    quale essi ricavavano in parte il  nutrimento.  La  ragazza  per  non
    cessava d'industriarsi andando a vendere erbaggi a Bibbiena,  e laggi
    apprese che a Firenze non governava pi il partito  avverso  a  messer
    Spini,  e  che  a questi era stato revocato il bando e la confisca dei
    beni.
    Tutta lieta ella and a comunicare  la  notizia  all'esule,  il  quale
    pianse di gioia e, approfittando della notte, volle subito partire per
    Firenze.
    Teresona  fu molto afflitta da quella risoluzione del fiorentino e gli
    disse:
    - Signor mio,  quando sarete in patria,  ricordatevi qualche volta  di
    me.
    -  Ma  tu  mi  accompagni!  -  rispose  messer  Spini,  - mi sei stata
    compagna,  sostegno,  appoggio nella brutta  sorte,  sarai  dunque  la
    compagna dei giorni lieti.
    Cos partirono,  e dopo molti giorni di viaggio faticoso, messer Spini
    bussava  alla  porta  del  suo  palazzo  e,   riconosciuto  dai   suoi
    concittadini,  tornava  al possesso del patrimonio e delle cariche del
    governo della Repubblica.
    Teresona aveva ripreso gli abiti femminili,  ma  non  appariva  pi  a
    nessuno  cos  brutta  come per il passato,  forse perch messer Spini
    narrava a tutti la devozione di cui era stata capace  quella  creatura
    cos buona e coraggiosa.  Nonostante Teresona si sentiva a disagio nel
    bel palazzo,  e ormai che messer Spini  era  guarito  e  ritornato  in
    patria,  ella  voleva  riandarsene in Casentino,  per aver notizie del
    padre suo e ottenerne il perdono.  Ma messer Spini non glielo concesse
    e, anzi, per dimostrarle la sua gratitudine, volle farla sua moglie.
    Teresona  cred  d'impazzire  dalla  gioia  allorch il suo signore le
    comunic questa risoluzione.
    Le nozze furono celebrate  senza  pompa  nella  cappella  del  palazzo
    Spini,  dove  la  sposa  visse lunghissimi anni venerata e stimata dal
    marito e dagli amici di lui, e dove mor in tarda et.
    Appena messer Spini e la Teresona furono partiti dal Casentino,  certi
    contadini  che  passavano  una  mattina  sul limitare della pianura di
    Campaldino videro il cadavere di un mostro,  simile  in  tutto  e  per
    tutto a quello che aveva tanto spaventato l'abate maggiore di Strumi e
    tutta  la processione.  Essi andarono a raccontare a Poppi che il lupo
    mannaro era crepato,  e allora il popolo  dei  dintorni,  guidato  dai
    proprietari  della pianura,  and a vedere la bestiaccia che era stata
    per tanto tempo il terrore di tutto il paese.
    - Bruciamola! - disse uno.
    - Bruciamola! - risposero tutti.
    Allora l per l fu messa insieme una  catasta  di  legne  secche;  la
    bestiaccia pelosa vi fu posta sopra a forza di stanghe, perch nessuno
    voleva toccarla, e in breve fu avvolta dalle fiamme e incenerita.
    Da  quel giorno nessuno ha pi udito n veduto il lupo mannaro in quei
    luoghi,  e i contadini sono  ritornati  ogni  anno  a  badare  all'uva
    matura, senza essere turbati nelle loro veglie dagli urli del lupo.

    - E ora la novella  finita, - disse la Regina.
    In quel momento tornavano da Camaldoli il professor Luigi e la moglie,
    e con loro c'era anche l'Annina.
    - Come mai sei venuta? - le domand la nonna.
    -  Non  so,  -  rispose  la ragazza,  - la signora mi ha detto che era
    meglio che passassi qualche giorno a casa, ed ho ubbidito.
    La signora Maria prese da parte la Carola e le disse  che  la  signora
    Durini,  sapendo  che  Carlo  Buoni doveva tornare mercoled o gioved
    della  settimana  seguente,  aveva  creduto  pi  conveniente  che  si
    abboccasse con l'Annina e le aprisse l'animo suo in casa dei genitori,
    piuttosto  che  alla villa dell'ispettore.  Dopo quell'abboccamento le
    avrebbero rimandato la ragazza,  dalla quale non  intendeva  separarsi
    fino al giorno del matrimonio.
    L'Annina doveva sospettar qualche cosa,  perch era turbata e guardava
    tutti come se volesse leggere nell'animo dei suoi il segreto  che  era
    sicura le celavano;  ma non domand nulla,  per il momento, ai grandi.
    Per, imbrancatasi con i piccini,  che le avevano fatto una gran festa
    vedendola giungere,  li aveva condotti nell'orto,  e abilmente,  senza
    dimostrare curiosit,  li aveva interrogati.  Essi erano  stati  tutti
    contenti  di  raccontarle  che  in settimana avevan avuto visite,  che
    c'erano stati i Buoni,  padre e figlio,  e che durante la loro  visita
    essi erano stati mandati via di cucina.
    - E dopo che hanno fatto? - domand l'Annina.
    -  Dopo  aver  molto  parlato,  il  capoccia  ci ha mandati a prendere
    l'aleatico;  essi hanno bevuto,  e son  partiti  per  Poppi.  Per  il
    vecchio, al ritorno, s' fermato qui di nuovo.
    - E com'era il babbo?
    -  Tutto  felice,  come  quando torna dal mercato e ha venduto bene un
    paio di manzi.
    - E voi, che cosa avete supposto? - chiese di nuovo l'Annina.
    - Che il capoccia, la nonna, le nostre mamme e la Vezzosa hanno paglia
    in becco.
    L'Annina era troppo furba per non  aver  capito  tutto.  Il  cuore  le
    batteva  forte  forte,  e  quel  certo mistero che ancora avvolgeva un
    fatto di cui non poteva aver pi dubbio, le faceva provare una grande,
    una immensa felicit.
    Non sapeva spiegarsi come il sor Carlo avesse proprio  scelto  lei,  e
    quando fu a letto,  sicura che nessuno la vedeva,  pianse e rise dalla
    grande felicit.












    Lo sposo d'Oretta.

    L'Annina  aveva  dimostrato,   nei  primi  giorni   della   settimana,
    un'allegria   insolita.   La   gente  di  casa  poteva  illudersi  che
    quell'allegria fosse provocata dal piacere di ritrovarsi in  mezzo  ai
    suoi, ma ella sapeva bene che aveva un'altra causa. Il suo cervellino,
    in quei giorni,  viaggiava nel ridente avvenire, ed ella si vedeva gi
    a Firenze,  in una bella casa mobiliata come la  villa  della  signora
    Durini,  ben vestita, e accanto a s scorgeva sempre quel Carlo, a cui
    volontariamente pensava.
    La ragazzina lo aspettava  da  un  momento  all'altro  di  ritorno  da
    Firenze,  e  ogni volta che sentiva il passo di un cavallo e il rumore
    di una sonagliera sulla via maestra,  si metteva  in  ascolto,  oppure
    correva dietro ad una siepe per vedere se era lui.
    Tutte  le  vetture,  passando,  si  fermavano a Farneta per prendere i
    trapeli,  e in quei giorni ne passavano molte;  perci  l'Annina  ogni
    momento era in palpiti. Ella non era molto affezionata a Carlo, perch
    lo  conosceva  troppo  poco,  ma  si  sentiva tanto lusingata che egli
    l'avesse scelta,  che quella soddisfazione di  amor  proprio  prendeva
    quasi  le  apparenze  dell'affetto,  o almeno gliene dava le ansie e i
    timori.
    Ma il mercoled,  non vedendolo giungere,  l'Annina,  non potendo  pi
    aspettare, s'era lasciata tentare dai fratelli e dai cugini a seguirli
    in  una  passeggiata  che  volevan fare in certi boschi lontani,  dove
    abbondavano i funghi.
    Ella si lusingava di tornare a  mezzogiorno,  sapendo  che  poco  dopo
    giungeva  il  treno  a Poppi,  ma invece i piccini s'indugiarono e non
    furono a casa altro che dopo le due.
    Affamati,  rossi in viso e  carichi  di  funghi,  i  piccini  Marcucci
    entrarono  in  cucina,  ma invece di correre a pigliare i tegami della
    minestra che la massaia soleva serbare intorno al fuoco per quelli che
    non  s'erano  messi  a  tavola  col  resto  della  famiglia,  rimasero
    inchiodati  sulla  porta.  L'Annina,  anzi,  se non fosse stato perch
    perch,  sarebbe scappata via vedendo Carlo seduto fra il babbo  e  la
    Regina.
    - Vieni avanti, - le disse questa, - il signor Carlo ti aspetta.
    La ragazzina si fece rossa vedendo Carlo che si era alzato e le andava
    incontro a salutarla.
    Pareva  che  le  donne  di casa avessero aspettato lei per isbandarsi.
    Tutte si rammentarono proprio in quel momento che  i  loro  bimbi  non
    avevano desinato, e sopra una tavola laterale prepararono i piatti; la
    Regina disse che sarebbe andata a fare un pisolino,  e Maso, rivoltosi
    all'Annina, le disse di condurre il giovine a veder l'orto.
    Si capisce che Carlo, vedendosi incoraggiato a quel modo, cogliesse il
    momento per esternare all'Annina  l'animo  suo.  Non  c'  bisogno  di
    ripetere ci che egli disse. Basta narrare che un quarto d'ora dopo il
    giovane  rientrava  nella  grande  cucina di casa Marcucci,  e andando
    difilato dalla Carola, le diceva:
    - Vi contentate che da qui avanti vi chiami mamma?  Fra un anno avrete
    un figliuolo di pi.
    Figuriamoci  la  felicit  generale  e  quella  dell'Annina!  Le donne
    circondarono subito gli sposi, e Carlo,  che era un giovane assennato,
    disse che con i pochi capitali che aveva messi da parte,  intendeva di
    mettere subito a Farneta una cantina.  Per ora avrebbe comprato le uve
    dai contadini per fare con quelle un tipo di vino che sperava smerciar
    bene, merc i molti rapporti che aveva con albergatori di fuorivia; in
    seguito si sarebbe dato anche alla coltivazione delle vigne.  Intanto,
    per,  affidava a Maso la direzione della cantina e gli  assegnava  la
    met sugli utili.
    Un sospiro di sollievo usc dal petto della Regina, la quale, attratto
    a s Carlo, lo baci in fronte, dicendogli:
    - Lei non sa quanta consolazione mi porta!
    Se  volevano  approfittare della prossima raccolta non c'era da perder
    tempo.  Cos Carlo e Maso visitarono subito la tinaia  di  Farneta,  e
    stabilirono  il  numero  e  la capacit dei vasi da vino che occorreva
    comprare.  Il giovane affid  una  sommetta  al  suo  futuro  suocero,
    rimettendosi interamente all'esperienza di lui.
    Insieme con Carlo, era il benessere che rientrava in casa Marcucci, la
    tranquillit perduta, e tutti eran matti dalla consolazione.
    Quella sera stessa lo sposo, accompagnato da Maso, ricondusse l'Annina
    dalla signora Durini,  e il capoccia,  sul tardi,  passo passo,  se ne
    torn a Farneta.
    Tutta la settimana i Marcucci  furono  in  faccende.  Maso  girava  le
    fattorie in cerca di tini, di botti e di bigonce, e quando non trovava
    vasi usati, li ordinava a Poppi; i fratelli intonacavano la tinaia, la
    sbarazzavano degli attrezzi vecchi,  riaccomodavano il tetto; insomma,
    tutti lavoravano per preparare la dimora al nuovo ospite di  guadagno,
    dal quale speravano la prosperit della famiglia.
    Si  trovarono  alla domenica senza accorgersene,  paghi del lavoro gi
    compiuto,  e fu con una grande allegria nel cuore  che  si  riunirono,
    sull'imbrunire,  attorno alla loro buona vecchietta, che consideravano
    come l'angiolo tutelare della famiglia.
    La Regina, lieta anch'essa, incominci a dire:

    - C'era una volta a Porciano un certo conte Sigismondo,  il quale  non
    aveva altri sulla terra che una figlia bellissima per nome Oretta.
    Il Conte era altero di lei, ma spesso l'affliggeva, perch soffriva di
    gotta,  e quando era in preda a uno di quegli attacchi che lo facevano
    tanto smaniare, andava in bestia.
    Il Conte non poteva  muoversi  pi  dal  suo  castello,  anzi,  da  un
    seggiolone,  e il ricordo delle guerre, delle cacce, dei tornei, a cui
    non poteva pi partecipare,  gli faceva parere anche pi  dolorosa  la
    sua  infermit.  Se  poi  udiva da lungi il suono del corno e vedeva i
    suoi due levrieri alzar le orecchie e correre,  impazienti di  seguire
    la caccia, diventava pi noioso e pi rannuvolato del solito.
    Un  giorno  Oretta  era  seduta dinanzi a lui,  occupata a ricamare un
    velo.
    - Figlia mia, - le disse il vecchio,  - per darmi un po' di calma,  ti
    sentiresti la forza di farmi una promessa?
    - Sono vostra figlia, comandatemi e ubbidir con piacere.
    -  Ebbene,  Oretta,  io  mi accorgo che la tua vita accanto a me non 
    lieta.  Per io non posso assuefarmi al pensiero che  anche  tu  debba
    abbandonarmi  per  seguire  uno sposo.  Ebbene,  promettimi che non mi
    lascierai se non che guarito o morto.
    - Io non desidero altro che assistervi; non mi mariter mai.
    Questa risposta spontanea, rasseren il Conte; ma poi,  riflettendovi,
    gli  parve  una  ingiustizia  di sacrificare la giovent e la bellezza
    della sua unica figlia.
    Un giorno il vecchio, pensa e ripensa,  ebbe una specie d'ispirazione,
    ed esclam:
    - Oretta sposer colui che mi guarir! - E allora, sorridente gi alla
    nuova  speranza,  aggiunse:  -  Anche se egli fosse povero e di oscuri
    natali,  lo sceglier per genero.  Porter il mio nome,  non avendo io
    figli maschi.  S,   stabilito: dar il feudo di Porciano e la figlia
    mia a chi mi render la salute!
    Il cappellano fu subito fatto chiamare ed ebbe ordine  di  copiare  su
    alcuni  fogli di pergamena questa risoluzione del conte Sigismondo,  e
    di trasmetterla in tutti i castelli vicini,  e poi di  far  montare  a
    cavallo Leone, lo scudiero preferito del Conte, insieme con un araldo,
    per fare annunziare la notizia in tutto il Casentino.
    Leone  era  un  giovane  bello,  ma  di  nascita  oscura.  Per  aveva
    dimostrato in molte occasioni la sua  perizia  nelle  armi  e  il  suo
    valore.  Spesso  gli  era  concesso  il  favore  di  recitare versi in
    presenza della bella  Oretta,  o  di  accompagnare  con  la  viola  le
    serventesi  che ella cantava per distrarre le tristi serate del padre.
    E Leone s'era preso di amore per la bella castellana  e  non  lasciava
    mai  il suo castello senza prima inviarle furtivamente un bacio con le
    dita; insomma, per lei avrebbe dato la vita. Figuriamoci con che cuore
    egli sentisse annunziare dall'araldo  che  il  primo  villano  venuto,
    purch avesse saputo guarire dalla gotta il conte Sigismondo,  avrebbe
    ottenuto la mano della figlia!
    Non bastava che temesse da un  momento  all'altro  di  vederla  andare
    sposa  a  uno  dei  signori  dei  castelli  vicini: ora tutti potevano
    aspirare a Oretta; tutti!
    Col cuor affranto, egli segu l'araldo fino ad Arezzo;  ma al ritorno,
    invece di riaccompagnarlo a Porciano,  s'intern nei boschi e cost, a
    voce alta, si diede a sfogare il suo dolore.
    Mentre parlava,  sent una voce umana uscire dal tronco di un  vecchio
    albero di castagno.
    Le  lacrime  offuscavano la vista del povero scudiero;  egli le terse,
    guard il tronco e vide che era vuoto e formava una specie  di  grotta
    rivestita  di  borraccina,  nella  quale  apparve un vecchietto con la
    lunga barba bianca, in veste d'eremita.
    Quel vecchio aveva inteso qual cruccio opprimeva il cuore di Leone,  e
    gli disse in tono benevolo:
    - Vieni meco, figlio mio, forse potr sollevare le tue pene.
    Il tronco dell'albero era assai vasto per contenere due uomini. Non vi
    era  altro  che un letto di foglie secche,  una croce di legno,  e una
    pietra che faceva da sgabello.
    - Coraggio, - disse il romito dopo aver fatto cenno a Leone di sedersi
    sullo sgabello. - Credi pure che nel mondo vi sono afflizioni maggiori
    delle tue pene di amore.  Per mostrartelo,  ti voglio narrare  la  mia
    storia.
    Lo  scudiero  fece  un gesto rispettoso per indicare che era pronto ad
    ascoltarlo.
    - Colui che ti parla,  - prese a dire il romito,  -  fu  uno  dei  pi
    potenti signori della corte di Ferrara. Aveva feudi, ricchezze, e quel
    che  meglio ancora,  una numerosa discendenza.  Una volta,  quando il
    duca, mio signore,  mosse guerra ai Veneziani,  io avevo intorno a me,
    sotto la stessa bandiera,  tredici uomini fra figli e nipoti.  E li ho
    veduti tutti  cadere,  uccisi  dal  nemico,  in  una  battaglia  o  in
    un'altra. Dopo tanta rovina, ho rinunziato al mondo, ed eccomi ridotto
    a menare vita d'anacoreta, cambiando spesso paese, pregando sempre per
    i miei morti.  Le bestie dei boschi sono ora i miei soli compagni;  la
    mia dimora sono le grotte e i tronchi degli  alberi;  i  giorni  lieti
    sono  quelli  in  cui  posso  fare  un poco di bene al mio simile.  Un
    cristiano non    mai  assolutamente  misero;  gli  rimane  sempre  la
    speranza in una vita migliore, la speranza in Dio!
    Leone fu commosso dalla dolce rassegnazione del vecchio, e gli disse:
    -  Padre  venerando,  io  sono  sicuro  che  le  vostre preghiere sono
    ascoltate in Cielo.  Pregate per me,  affinch io trovi un rimedio per
    il Conte, e possa divenire il marito della dolce e bella Oretta.
    - Pregher, figlio mio; torna a visitarmi fra una settimana e speriamo
    ch'io possa consolare il tuo cuore afflitto.
    L per l Leone si sent rinfrancato;  ma appena fu un po' lontano dal
    castagno,  lo prese il dubbio.  Che cosa poteva fare un povero  romito
    per la guarigione del Conte? Era pazzia di sperare.
    Nel giungere a Porciano, il giovane scudiero sal nella sua cameretta,
    che guardava la campagna,  e si mise alla finestra. Da lungi egli vide
    una comitiva che si dirigeva al castello,  e poco dopo vide abbassarsi
    il ponte levatoio.
    -  Ecco  gi  un  pretendente  alla mano di Oretta!  - pens il povero
    giovane, e in fretta discese le scale e si appost nel cortile.
    Era infatti una specie di ciarlatano vestito di stoffa di molti colori
    e seguto da due servi e da due muli, carichi di cassette.
    - Guidami dal tuo signore, - disse rivolto a Leone,  - io gli porto un
    rimedio infallibile.
    Il  giovane  scudiero,  sgomentato  dalla sicurezza con cui parlava il
    ciarlatano, diceva fra s:
    - La bella e delicata Oretta andr nella mani di questo  villano?  Dio
    mio, non lo permettete!
    E intanto non si moveva per guidarlo al conte Sigismondo.
    -  Ho  parlato  a te;  - disse con piglio di comando il ciarlatano,  -
    ubbidisci!
    Leone sal le scale con la testa bassa,  e poco  dopo  introduceva  il
    ciarlatano alla presenza del Conte.
    -  Ho  udito  il tuo bando,  e vengo a portarti la guarigione,  nobile
    signore.  Non  il desiderio di acquistar ricchezze che mi ha spinto a
    prestarti i miei lumi,  ma la fama della bellezza di tua figlia. Prima
    di cominciare la cura, lascia che io veda la mia sposa.
    Leone si sent morire udendo quelle  parole,  e  quando  vide  entrare
    Oretta  tutta  turbata e vergognosa,  avrebbe volentieri punito con la
    spada lo screanzato che osava offenderla con lo sguardo.
    - La fama non mentisce, - disse il ciarlatano, dopo che ebbe squadrato
    la fanciulla da capo a piede. - Ora, signore,  assegnami alcune stanze
    nelle  quali  io  possa  preparare  i  miei  unguenti  e in breve avr
    debellato il tuo male.
    Il ciarlatano fu subito condotto a un quartiere destinato agli ospiti,
    e Oretta ritorn nelle sue stanze a piangere.
    Ella era figlia sottomessa,  ma le pareva un sacrifizio troppo  grande
    quello di unirsi con un uomo come quello screanzato ciarlatano. Quanto
    soffrisse  poi  il povero Leone,  non si descrive;  e la notte,  senza
    poter prendere sonno,  stette sempre a pensare al  modo  di  strappare
    Oretta a quell'uomo indegno di lei.
    La  mattina dopo il ciarlatano incominci la cura e copr di empiastri
    le gambe del Conte. Ogni momento egli domandava:
    - Come ti senti, nobile signore?
    - Male, - rispondeva il conte Sigismondo.
    E infatti smaniava,  urlava,  minacciava di gettar via gli  empiastri,
    tanto lo spasimo erasi fatto intollerabile, e il ciarlatano sorridendo
    esclamava:
    - Pazienza,  queste sofferenze sono la prova pi chiara,  pi evidente
    che questo mio  specifico,  il  quale  rese  la  salute  a  tanti  re,
    imperatori e papi,  produce l'effetto voluto.  Domani, nobile signore,
    sarai guarito, completamente guarito.
    E il Conte pazient tutta la notte;  ma il domani,  vedendo che le sue
    gambe  si  erano  gonfiate in modo spaventoso e soffrendo pene atroci,
    butt via gli empiastri e  ordin  a  Leone  di  cacciare  subito  dal
    castello il ciarlatano.
    Figuriamoci  se  il  giovane  scudiero  eseguisse con piacere l'ordine
    ricevuto!
    In pochi momenti il ciarlatano, i servi e tutte le carabattole portate
    da loro,  erano fuori di Porciano,  e  il  povero  scudiero  respirava
    liberamente.
    Ma il sole non era ancora tramontato, che eccoti un nuovo ospite.
    Era  questi un uomo magro allampanato,  tutto vestito di nero,  che si
    spacci per un fisico di vaglia, sciorinando attestati di signori.
    Leone dovette introdurlo presso  il  Conte  e  guidarlo  nelle  stanze
    destinategli.  Al  contrario  dell'altro,  costui  parlava  poco e non
    chiese di vedere Oretta.  Per volle esser lasciato  solo  col  Conte,
    dicendo  che  non  avrebbe  potuto curarlo in presenza di terzi,  e si
    rinchiuse nella camera del malato.
    Leone,  che era molto  affezionato  al  suo  signore,  non  era  punto
    tranquillo.  Che  cosa  voleva  mai fare cos solo quello sconosciuto?
    Egli avvert Oretta di questo fatto,  e la buona fanciulla,  che ormai
    aveva  gli  occhi  sempre  pieni  di  lagrime  pensando alla sorte che
    l'aspettava, gli disse:
    - Leone, non ti muovere dalla porta della camera di mio padre;  veglia
    su di lui e avvertimi se avviene qualche cosa d'insolito.
    Gli  ordini  d'Oretta  erano  sacri  per Leone.  Il giovine si appost
    all'uscio della camera del Conte, e in tutta la notte non lo sent mai
    lamentarsi.
    Quel silenzio del malato,  che avrebbe dovuto rassicurarlo,  invece lo
    agitava.  Quali farmachi aveva mai usati lo sconosciuto per farlo cos
    lungamente e profondamente dormire?
    La mattina Leone rifer ad Oretta  il  risultato  della  veglia  e  la
    supplic  di ottenere una parola dal Conte,  anche attraverso la porta
    chiusa.
    Oretta and all'uscio e chiam:
    - Padre mio!
    Nessuna risposta.
    - Padre mio, come ti senti?
    Nulla.
    Allora la fanciulla incominci a  tremare  e  ingiunse  al  fisico  di
    aprire.
    - Voi,  madonna,  volete rovinarmi;  - rispose questi, - finch vostro
    padre non  guarito, nessuno deve vederlo.
    - Io sono sua figlia e voglio entrare.
    - Voi non entrerete, perch io non aprir.
    Oretta fece un cenno a Leone ed il giovane,  con un pugno,  abbatt la
    porta.
    Il Conte giaceva esanime sul letto, pi pallido di un cadavere.
    - Voi l'avete addormentato; destatelo, - ordin Oretta al fisico.
    Questi, per tutta risposta, si gett ai piedi della fanciulla e disse:
    -  Madonna,  da  pi ore tento di destarlo,  ma non vi riesco.  Gli ho
    amministrato una bevanda per calmare i suoi dolori,  e ora  non  posso
    distruggerne l'effetto.
    - Impostore!  - esclam Oretta, - che sia rinchiuso in una prigione; e
    se il Conte soccombe, egli morr!
    L'ordine di Oretta fu subito eseguito con giubilo da Leone,  il quale,
    tornato   dalla   fanciulla,   le   chiese   il  permesso  di  recarsi
    dall'eremita, per indurlo a pregare per il Conte.
    Intanto la settimana era trascorsa e il vecchio  attendeva  Leone  sul
    limitare della sua cella, rivestita di borraccina.
    Quando lo scorse da lungi, gli fece un amichevole saluto e gli disse:
    -  So  tutto;  un  angiolo mi  apparso in sogno e mi ha rivelato qual
    pericolo corre il Conte.  Per salvarlo  dalla  morte  tu  devi  subito
    ungergli  il  corpo  con  l'olio  di  gelsomino e introdurgli in bocca
    questa ghianda,  che ho trovato accanto  a  me  nel  destarmi,  e  che
    l'angiolo  solo  pu  avermi recato.  Dopo,  confido di guarirlo dalla
    gotta e di farti assegnare l'ambito premio.
    Leone spron il cavallo,  e in poco tempo giunse a Porciano.  Il Conte
    era sempre privo di conoscenza; Oretta si struggeva in lagrime.
    - Come faremo ora a trovar l'olio di gelsomino? - diss'ella quand'ebbe
    udito  la  narrazione  del  sogno del romito.  - Rimonta a cavallo,  o
    scudiero fedele, e riportamelo pi presto che sia possibile.
    Leone  sapeva  che  le  monache  di  San   Giovanni   Evangelista   di
    Pratovecchio,  solevano  distillare  essenze,  e  si  rivolse  a  quel
    monastero.
    - Ti aspettavo, - disse la Badessa al giovine allorch ebbe esposta la
    sua richiesta.  - Stanotte mi  apparso un  angiolo  e  mi  ha  detto:
    Madre Badessa, prepara olio di gelsomino in gran quantit per guarire
    il signor di Porciano.
    Dopo  queste  parole,  Leone  non  dubit  pi  che il suo signore non
    guarisse e che Oretta non fosse un giorno sua sposa.
    A spron battuto egli torn al castello,  e  dopo  che  ebbe  unto  con
    l'olio di gelsomino tutto il corpo del suo signore,  gli pose in bocca
    la ghianda,  e attese.  Di l a poco il Conte dischiuse  gli  occhi  e
    disse:
    - Quanto ho dormito,  o mio fedele scudiero.  Mi pare di aver riposato
    un'eternit.
    Oretta fu subito avvertita del fatto, ed ella disse a Leone, appena le
    fu dato di trovarsi con lui:
    - Tu meriti una grande ricompensa per la tua devozione; chiedi.
    - Quello che io ambisco, mia dolce signora,  vera follia.
    - Ma parla, Leone!
    - Il vostro affetto, madonna.
    Oretta non rispose,  ma toltasi dal petto una rosa carnicina,  l'offr
    al giovine, che vi pos le labbra.
    Il  Conte  si  riebbe  presto dallo spossamento cagionatogli dal lungo
    letargo;  ma la  gotta  lo  tormentava  sempre  ed  egli  invocava  un
    sollievo,  quando un giorno si present al castello il romito e chiese
    di parlare al signore.
    Leone,  nel vederlo,  frem.  Come,  quel vecchio,  cui  aveva  aperto
    l'animo suo,  quel vecchio che gli aveva promesso aiuto,  veniva ora a
    curare il Conte per ottenere il premio promesso?
    Il sospetto si avvalor nell'animo di Leone,  vedendo  che  il  romito
    fingeva di non conoscerlo e di non averlo mai veduto prima.
    Il Conte per,  che si era ormai insospettito, non accolse il romito a
    braccia aperte, come aveva fatto col ciarlatano e col fisico,  e volle
    sapere quali rimedi avrebbe usati per guarirlo.
    -  Un rimedio semplicissimo,  - rispose il vecchio.  - Ho portato meco
    alcune bottiglie di un'acqua sorgiva efficacissima;  tu ne berrai  due
    bicchieri  al  giorno,  e  in  capo  a  una  settimana la gotta non ti
    tormenter pi.
    Il Conte sorrise e rispose:
    - Io non credo all'efficacia della tua acqua,  ma siccome mi pare cosa
    innocua, mescila ed io la berr.
    E infatti ne trangugi un bicchiere intero.
    Il  romito  chiese  il permesso di ritirarsi in una stanza lontana per
    pregare a suo agio,  e disse che la mattina dopo sarebbe  tornato  dal
    Conte.
    Questi,   sera  e  mattina,  beveva  l'acqua  e  ne  risentiva  grande
    giovamento.  Il  terzo  giorno  i  dolori  erano  cessati,  il  quinto
    camminava speditamente e il sesto pot inforcare un cavallo.
    Allora,  ricordando il bando fatto,  ordin a Oretta di tenersi pronta
    per la celebrazione delle nozze,  poich l'acqua del romito  lo  aveva
    guarito e intendeva compensarlo degnamente.
    Oretta  pianse  tutta  la notte.  Le era impossibile di accettare quel
    vecchio cadente per marito;  ma  pure  occorreva  chinar  la  testa  e
    ubbidire.
    Per  ordine  del padre ella dovette vestirsi sontuosamente e attendere
    lo  sposo.   Ella  sperava  almeno  che  il  romito  avrebbe  lasciato
    quell'abito di rozza saia,  rattoppato, che portava, ma invece egli si
    present nella sala, in cui erano adunati tutti i Porcianesi, scalzo e
    con la tonaca tutta a brandelli.  Oretta piangeva,  Leone fremeva  dal
    dispetto.
    Il  romito  offr  la mano alla bella fanciulla che pareva una vittima
    che andasse al supplizio,  non che una sposa  sorridente  alla  futura
    felicit,  e  insieme  si  diressero  alla  cappella  del  castello  e
    s'inginocchiarono dinanzi all'altare.
    Ma quando il cappellano prese l'anello per  benedirlo,  il  romito  si
    alz dal suo posto e rivoltosi al Conte, gli disse:
    - Signore,   vero che ti ho guarito,  non per virt o scienza mia, ma
    per volere di Dio.  Sappi peraltro che io fui intenerito  dai  lamenti
    del tuo fedele scudiero Leone,  il quale si strugge d'amore per la tua
    Oretta. Ed io,  per consolarlo,  ho pregato il Signore di guarirti,  e
    l'Onnipotente  mi  ha  mandato due volte i suoi angioli;  una volta ho
    potuto  salvarti  dal  letargo  e  dalla  probabile  morte,   merc  i
    suggerimenti di un angiolo;  un'altra,  ho potuto scoprire la sorgente
    che ti ha liberato dalla penosa infermit.  Io dunque potrei,  secondo
    la  tua promessa,  condurre in sposa Oretta;  ma ti supplico invece di
    concederla al tuo fedele scudiero, a Leone, che l'ama teneramente.
    Leone impallid,  Oretta rimase  a  capo  chino  sull'inginocchiatoio,
    pazza di gioia, ansiosa e tremante, attendendo la risposta del padre.
    -  Santo  romito,  - disse quegli,  - tu hai saggiamente parlato.  Una
    giovane fiorente non pu essere la compagna di un vecchio,  n si deve
    unire  la  splendida  primavera al gelido inverno.  L'amore,  inoltre,
    comanda amore,  e Leone avr la figlia mia,  ma non prima che egli  si
    sia  meritati  in qualche battaglia gli sproni di cavaliere;  che egli
    parta,  che si copra di gloria e torni  qui,  dove  trover  un  padre
    affettuoso e una sposa fedele.
    Al  cappellano  non  rimase  altro che andarsi a spogliare degli abiti
    sacerdotali.
    Il romito torn ai suoi boschi,  e Leone part,  dopo aver ricevuto in
    dono  dal  Conte  un  cavallo bellissimo e una spada,  e da Oretta una
    sciarpa di seta, riccamente trapunta dalle sue mani.
    Pochi mesi dopo, una sera si ud echeggiare il corno sotto le mura del
    forte castello e uno scudiero and ad annunziare che il cavaliere Leon
    Forte desiderava rendere omaggio al signor di Porciano.
    Il ponte levatoio fu subito abbassato,  e il cavaliere e la sua scorta
    penetrarono sotto le volte di pietra della feudale dimora.
    Il  Conte  non  riconobbe a prima vista nel bel cavaliere,  vestito di
    maglia,  il giovinetto partito poco prima  da  Porciano  in  cerca  di
    gloria; ma allorch Leone alz la visiera dell'elmo, egli gli butt le
    braccia al collo, chiamandolo:
    - Figlio, figlio mio!
    Allora  il  cavaliere  chiese  che  fosse  avvertita  la sua sposa,  e
    inginocchiatosi dinanzi a lei disse:
    - Per te ho combattuto e vinto,  diletta del mio  cuore.  Partendo  di
    qui,  mi  sono unito ai cavalieri di Carlo d'Angi,  che movevano alla
    conquista del reame di Sicilia.  Ho combattuto  a  Tagliacozzo,  nelle
    prime  file,  sempre  col  nome  tuo sulle labbra;  ho fatto strage di
    nemici,  e il re,  per ricompensarmi,  mi ha creato cavaliere e mi  ha
    investito  di  un feudo,  cui ha dato il nome di Forte.  Oretta,  sono
    degno di te; supplica tuo padre che egli esaudisca i nostri voti.
    Oretta non ebbe bisogno di parlare; il Conte, alzatosi, aveva presa la
    mano di lei e l'aveva posta in quella del prode cavaliero.
    Alcuni giorni dopo furon celebrate le nozze; il romito non vi assist.
    Egli era sparito senza lasciar traccia di s, sparito per sempre.
    Leone raccolse la croce di legno,  costruita da quelle sante  mani,  e
    volle  che essa fosse collocata nella cappella in memoria di colui che
    era stato il suo protettore.
    Il Conte,  ormai guarito,  aveva ripreso la sua vita attiva di cacce e
    di scorrerie,  e visse lunghi,  lunghissimi anni vedendo Oretta felice
    con lo sposo di sua scelta,  e con i suoi numerosi figli.  La sorgente
    scoperta  dal  romito s'era esaurita,  ma il Conte mor di vecchiaia e
    non ebbe pi bisogno di ricorrere a nessun'acqua curativa.
    Leone,  dopo la sua  morte,  amministr  saggiamente  il  feudo  della
    moglie, e l'affetto un quei due cuori in modo indissolubile per tutta
    la vita.

    Il  professor  Luigi,  quando la Regina ebbe terminato di narrare,  le
    fece al solito i complimenti,  e quindi volle sapere dove  si  trovava
    Porciano.  Cecco si offr di accompagnarvelo il primo giorno di festa.
    Dopo questo,  il discorso fu riportato sul  grande  avvenimento  della
    settimana, che occupava grandi e piccini: sul matrimonio dell'Annina.
    - Che far ora? - domand Vezzosa.
    - Ve lo dir io.  L'Annina,  in questo momento,  a tavola, - disse il
    professor Luigi.
    - Ma se la signora Durini pranza allo scoccar di mezzogiorno!
    - Non vi ho mica detto che pranzava alla  villa.  Oggi  i  proprietari
    dell'albergo, che sono a Camaldoli, festeggiano la sposa futura con un
    pranzo sull'erba, verso l'eremo. Io non sono profeta; ma un uccellino,
    che  mi  onora  delle  sue  confidenze,  me  lo  venuto a dire mentre
    leggevo in giardino.
    - Ed io aggiunger,  - disse Beppe,  che era stato ad  accompagnare  i
    forestieri  e  tornava  in  quel  momento,  - che il signor professore
    sbaglia.  Il pranzo c' stato,  ma a quest'ora gli invitati  lo  hanno
    quasi digerito e,  se non sbaglio,  si divertono a lanciar razzi e dar
    la via a palloni.  Dir di pi,  e questo il signor professore non  lo
    sa:  l'Annina  ha trovato sotto il tovagliolo un orologio e una catena
    d'oro.
    La Carola, che aveva ascoltato in silenzio, incominci a singhiozzare.
    - Oh, ci sono i lucciconi? - domand Maso.
    La Carola non rispose, e i bimbi rimasero a bocca aperta.  In famiglia
    non  vi  era  nessuno  che  avesse  l'orologio d'oro.  Il capoccia e i
    fratelli avevan certi cipolloni d'argento, buoni per cuocerci le uova,
    ma che formavano l'ammirazione dei ragazzi.
    Gigino stette un momento pensieroso e poi disse:
    - L'Annina mi vuol tanto bene: se glielo chiedo, me lo dar.
    - Aspettalo! - gli risposero.
    - Vedrete!
    Tutti risero alla scappata del bimbo e la veglia si sciolse.








    Il Diavolo e il Romito.

    L'energia,  la speranza rinata,  si leggevano in viso ai Marcucci.  Ma
    nonostante che il lavoro fosse molto, Cecco sudava sempre a spaccar le
    pietre, Beppe andava a lavorare a Soci tutte le mattine e Tonio era su
    a  Camaldoli  dall'ispettore Durini.  Il capoccia,  ora che alcuni dei
    suoi si erano impiegati fuori di casa,  li lasciava proseguire la loro
    via,  pensando che i figlioli e i nipoti crescevano e avrebbero potuto
    anche aumentare,  e che il podere,  se  bastava  negli  anni  buoni  a
    campare la famiglia, era insufficiente in quelli cattivi, e quindi era
    meglio premunirsi contro questi.
    Egli  e  i  suoi tre fratelli maggiori,  poco distolti dai preparativi
    della scarsissima  vendemmia,  eran  tutti  intenti  ad  accomodare  i
    tinelli per il Buoni, e a girare il Casentino in cerca di buone uve da
    accaparrare.
    Un  soffio  di  vita  li  animava  e  non  parevan pi i medesimi.  Il
    contadino toscano, per quanto laborioso, tende a rinchiudersi, come fa
    la chiocciola,  nel suo guscio.  La uniformit del lavoro e il  lavoro
    costante,  gli  fa perder di vista tutto ci che  all'infuori del suo
    podere.  Ora,   quei  quattro  uomini,   spinti  dalla  molla  potente
    dell'interesse,  riacquistavano  nuova  energia,  e  questa energia si
    leggeva nei loro volti.
    Quanto ne  fosse  lieta  la  Regina  non  si  pu  dire.  Ringiovaniva
    anch'essa,  e  trotterellava  per la casa dando una mano alle nuore in
    tutte le faccende;  e nel dopopranzo si sedeva sull'aia a lavorare per
    il  futuro  nipotino,  per il figlio di Vezzosa,  col pensiero rivolto
    all'Annina, la quale portava sulla famiglia una nuova benedizione.
    Ogni giorno giungeva qualche lieto messaggio  da  Camaldoli:  ora  era
    Tonio   che   scendeva   in  compagnia  del  padrone  andando  a  fare
    un'ispezione in un  bosco;  ora  erano  i  ragazzi  che  tornavano  da
    accompagnare   qualche   forestiero,   e   sempre   portavano  notizie
    dell'Annina e di Carlo.  Il fidanzato era tutto  premure  per  la  sua
    promessa sposa e la copriva di piccoli doni,  adattati alla condizione
    di lei. Ognuna di quelle notizie era molto commentata dalla famiglia e
    dava argomento a lunghi discorsi.
    E tale era il  cicaleccio  dei  ragazzi,  che  la  domenica  si  erano
    scordati di chiedere alla nonna la solita novella,  tanto che,  se non
    se ne fosse  rammentato  il  signor  Luigi,  essi  avrebbero  lasciato
    passare quel giorno senza ripensare alla narrazione della nonna.
    Invitata dal vecchio signore, la Regina prese a dire:

    - Tanti, ma tanti anni fa, un santo uomo, che nessuno sapeva chi fosse
    n  di  dove  venisse,  s'era stabilito nel folto di un bosco vicino a
    Bibbiena. Era un uomo alto,  magro,  con due occhi che parlavano senza
    che egli aprisse bocca, e una voce che pareva una musica.
    Ogni domenica questo Romito andava a Bibbiena e si metteva in piazza a
    predicare  al  popolo.  Egli parlava un linguaggio che tutti capivano;
    raccomandava la devozione a  Dio,  l'affetto  per  il  prossimo  e  la
    carit,  e  la  sua  voce  era  cos attraente,  e la sua parola tanto
    persuasiva,  che la gente abbandonava le  osterie  ed  i  giuochi  per
    correre ad ascoltarlo.
    Non v'erano pi risse in paese;  i nemici di antica data,  commossi da
    quella parola dolce e penetrante,  smettevano le animosit e  facevano
    la pace.  Da pi anni, a Bibbiena, nessuno aveva rubato, nessuno aveva
    ucciso e nessuno aveva fatto danno al prossimo,  e  tutti  quelli  che
    morivano,  volavano dritti in paradiso,  senza far neppure una piccola
    sosta in purgatorio.
    Il Diavolo,  vedendo che Bibbiena non gli dava pi nessun  contingente
    di anime, disse:
    - Bisogna che vada a fare un viaggetto in cotesto paese;  cos le cose
    vanno male.
    E senza neppur prendere seco un poco di bagaglio,  soltanto  camuffato
    da cavaliere, scese a Bibbiena.
    A  tutti  i  crocevia le lampade ardevano dinanzi alle immagini sacre;
    dai monasteri partivano  canti  pietosi,  e  il  Diavolo,  per  quanto
    cercasse, non trov neppure un'osteria aperta.
    -  Era  tempo  che  scendessi  in questa terra,  - egli disse,  mentre
    percorreva le vie deserte. - Qui la gente  troppo buona.  Bisogna che
    io inventi qualcosa per tirarla a me.
    Buss  a un albergo e,  dopo aver tempestato un pezzo,  riusc a farsi
    aprire.
    L'oste lo condusse in una cameretta,  ma il Diavolo,  appena  vide  un
    fascio  di  ulivo  benedetto  e  una  piletta d'acqua santa a capo del
    letto, indietreggi, e disse:
    - In questa camera c' un puzzo di  rinchiuso  che  soffoca;  datemene
    un'altra.
    L'oste lo condusse in una seconda,  ma la vista di quelle due cose che
    lo fanno sempre fuggire, spinsero il Diavolo a non accettarla.
    - Dormir sulla panca del focolare; - disse, - l l'aria non manca.
    E cos il Diavolo pass la notte in riposo.
    La mattina dopo si fece fare  una  frittata  col  prosciutto,  una  di
    quelle frittate che erano celebri anche all'inferno,  perch v'avevano
    mandati tanti Casentinesi ghiottoni;  e mentre l'ostessa  sbatteva  le
    uova, il Diavolo la faceva parlare.
    -  Come  mai,  -  le  domandava,  - qui non si trova neppur un'osteria
    aperta giungendo di sera?
    - Non avreste detto cos qualche anno addietro, - rispose l'ostessa. -
    Allora eran tutte piene di giuocatori e di ubriaconi  e  ogni  momento
    correva il sangue per le vie;  ma dacch in paese c' il Romito, tutti
    si sono pentiti,  e le benedizioni  del  Cielo  piovono  sulla  nostra
    Bibbiena.  Non vi sono pi poveri,  perch tutti lavorano, e anche chi
    stenta, si contenta del suo stato, sperando in una vita migliore,  che
    si cerca di acquistare con la tolleranza, il perdono delle offese e la
    carit del prossimo.
    Il  Diavolo  aveva  saputo  quanto  gli  premeva di sapere e dopo aver
    mangiato la frittata,  di cui fece molti elogi  all'ostessa,  and  in
    cerca del Romito.
    Non stent a trovarlo, e appena lo ebbe veduto, gli disse:
    - Io credo, o mortale, che tu usurpi i miei diritti!
    - Perch? - domand l'altro umilmente.
    -  Sai  bene  che,  nonostante il tuo Nazzareno sia morto il croce per
    redimere il genere umano dal peccato,  met della gente che muore,  se
    non  pi,  deve  venire  a popolare il mio regno.  Se il tuo Nazzareno
    voleva davvero che tutto il genere umano  salisse  nel  suo  paradiso,
    doveva  incominciare dal togliergli la carne,  che  quella che induce
    gli uomini a peccare.
    - Addietro, Satana! - url il Romito facendosi il segno del la croce.
    Il Diavolo fugg facendo un ghigno  tale,  che  echeggi  lontana  nel
    bosco.
    Ma  non per questo si diede per vinto,  e passo passo ritornando verso
    Bibbiena,  si mise a pronunziare parole misteriose in una  lingua  che
    nessun uomo parla, n capisce sulla terra.
    A  quelle  parole  uscirono dalla profondit del bosco,  dal fondo dei
    torrenti,  dalle fratte,  dai cespugli,  una quantit innumerevole  di
    animali  spaventosi,  di  ogni  forma  e  di ogni colore,  come serpi,
    vipere, ramarri, grosse lucertole, salamandre,  rospi e btte.  Pi il
    Diavolo camminava accostandosi alla citt, e pi il suo strano corteo,
    composto di rettili striscianti la terra o saltellanti, si ingrossava.
    Quando  fu  giunto  al  basso  della collina su cui s'ergeva la citt,
    Satana si ferm e disse  a  quella  turba,  nel  linguaggio  che  ella
    capiva:
    - Salite, invadete, spaventate!
    E  i  rettili  salirono  alla  citt,  invasero  le  vie  e  le  case,
    spaventarono gli abitanti penetrando nelle camere,  nei  letti,  nelle
    culle  dove riposavano i bimbi lattanti,  nelle dispense dove la gente
    serbava le provviste, in ogni cantuccio, in ogni luogo, meno che nelle
    chiese e nei conventi.
    Il pensiero dei poveri abitanti di Bibbiena,  colpiti da  un  flagello
    pi  spaventoso  di quello che colp l'Egitto al tempo della schiavit
    degli ebrei,  ricorse subito al santo  Romito.  Essi  portarono  nelle
    poche  chiese della citt i loro bambini e quindi abbandonando le loro
    case agli invasori,  mossero in processione,  con  i  sacri  stendardi
    spiegati,  verso il bosco, dove sapevano di trovare colui che li aveva
    resi buoni, caritatevoli e pii.
    Ma appena furono usciti dalla citt, videro, in mezzo alla strada,  un
    uomo  tutto  vestito  di  nero  e  circondato da un numero infinito di
    vipere, le quali alzarono la testa, misero fuori la lingua e, come una
    schiera di saettatori, mossero all'attacco degli uomini salmodianti.
    Questi,  spaventati,  voltarono  le  calcagna  e  si  diedero  a  fuga
    precipitosa,  e  una volta dentro la citt sbarrarono le porte;  ma le
    vipere, strisciando lungo le mura, salirono fino ai merli, e di lass,
    con le fauci aperte, la testa eretta, parevano pronte a scendere nella
    misera Bibbiena.
    Intanto gli immondi animali, che gi erano penetrati prima nelle case,
    avevano distrutto gran parte delle provviste e insozzate le altre, per
    modo che gli abitanti non avevano pi da mangiare n da bere perch  i
    pozzi e le cisterne erano pieni di btte e di serpi acquaiuole.
    Venne la domenica,  giorno in cui il Romito soleva recarsi a Bibbiena,
    e gli abitanti,  non vedendolo giungere,  incominciarono a pensare che
    egli pure li avesse abbandonati, e, ritenendo inutili le preghiere, si
    diedero a mormorare contro il cielo e contro i santi.
    -  A  che  ci    valsa  la nostra devozione,  se nessuno ci aiuta?  -
    dicevano molti,  che avevano veduti spirare i  loro  cari  fra  atroci
    spasimi, in seguito alle morsicature delle vipere.
    Intanto,  nella  lotta per non morire di fame,  avvenivano risse;  gli
    antichi  rancori  si  riaccendevano  e  la  gente,   inferocita  dallo
    spavento,  dai dolori e dalle sofferenze, si allontanava dalla via del
    bene.
    Satana cred giunto il momento di impossessarsi di tutte le  anime,  e
    un giorno buss alle porte della citt.
    Aveva  lasciato  l'abito  nero  e nascondeva il volto maligno sotto il
    cappuccio di un frate francescano.
    - Chi ? - domand l'uomo cui era affidata la guardia della porta.
    - Sono un francescano,  - disse il Diavolo,  facendo la voce umile.  -
    Apritemi e vi liberer dal flagello che vi colpisce.
    Il guardiano della porta corse per il paese,  cercando i cittadini pi
    cospicui per riferir loro l'accaduto.
    Essi deliberarono che era meglio aprir  subito,  e  mossero  verso  la
    porta, che si spalanc per lasciar entrare il finto frate.
    -  Io vi prometto,  - egli disse,  - di liberare Bibbiena in poche ore
    dal flagello;  ma voi dovete promettermi di non fare  entrare  pi  il
    Romito  nel  recinto  della citt;   lui che ha attirato sopra questo
    povero paese tanta maledizione.
    In quel momento i Bibbienesi dimenticarono i benefici ricevuti dal pio
    Romito,  e promisero tutto ci che esigeva  colui  che  si  proclamava
    apportatore di salvezza.
    Il  Diavolo incominci a girare per le vie,  a penetrare per le case e
    nei giardini pronunziando misteriose parole, che nessuno capiva. Per,
    a quelle parole, serpi, vipere, ramarri, salamandre, grosse lucertole,
    rospi e btte uscivano dai loro nascondigli,  salivano su dai pozzi  e
    dalle  cisterne,  sbucavano dalle tane,  e intorno al frate si formava
    uno stuolo di quei ributtanti animali. Quando egli ebbe esplorato ogni
    luogo,  mosse,  seguto da quel lurido corteo,  verso la  parte  della
    citt dalla quale era entrato,  e, sceso nella pianura, disperse tutti
    i rettili pronunziando altre magiche  parole.  Dall'alto  delle  torri
    della  citt i Bibbienesi lo avevano seguto con lo sguardo,  e appena
    lo videro solo,  gli andarono incontro riconducendolo a  Bibbiena  con
    grandi onori.
    Fu   mandata  subito  gente  nei  paesi  vicini  a  far  provvista  di
    vettovaglie,  e la sera  i  signori  della  citt  offrirono  al  loro
    liberatore un banchetto. Il vino bevuto in grande quantit, dette alla
    testa a molti;  nacquero delle dispute,  un uomo fu ucciso, le osterie
    si ripopolarono,  si riprese a  giuocare,  a  bestemmiare,  e  nessuno
    pensava  pi al Romito n alle massime di pace,  di rassegnazione e di
    carit che egli aveva predicato per tanto tempo. Una famiglia sola non
    partecip alla baldoria generale.  Questa famiglia si componeva di  un
    vecchio  padre  e di due figli,  i quali,  prima che il Romito facesse
    udire la  sua  voce  persuasiva  ed  ispirata,  vivevano  in  continua
    discordia,  con grande amarezza del vecchio.  Un giorno, nel calore di
    una disputa,  il maggiore di essi aveva preso  un  coltello  ed  erasi
    avventato contro il suo secondogenito, ferendolo al viso. La cicatrice
    di  quella  coltellata  era  ancora  visibile,  e  il feroce e barbaro
    giovane,  ora che si era pentito,  la guardava di continuo.  Appena un
    lampo di risentimento contro il fratello gli offuscava la ragione,  la
    vista di quella ferita bastava a calmarlo e a  suggerirgli  sentimenti
    miti e buoni.
    Il vecchio e i due fratelli,  udendo che il patto della liberazione di
    Bibbiena dal terribile flagello che li aveva colpiti  si  era  che  il
    Romito  non  riponesse  pi  piede  in  citt,  li aveva indotti a non
    partecipare alla gioia generale e alle feste che si facevano in  onore
    del  liberatore.  Essi  erano  tre poveri e rozzi uomini,  ma facevano
    questi ragionamenti:
    - Se il frate ha paura del Romito, che aveva convertito tutta Bibbiena
    alla carit, alla tolleranza e al perdono delle offese,  vuol dire che
     un nemico del nostro bene, un ribaldo, forse il Diavolo in persona.
    E  mentre  tutti i cittadini bevevano,  cantavano e giuocavano padre e
    figli stavano rinchiusi nella loro casetta,  pregando il Cielo di  non
    abbandonare la loro citt.
    E le loro preghiere furono udite in Cielo, dove le preci degli umili e
    dei  buoni  vengono  trasportate  dagli  Angeli Custodi.  E la Madonna
    s'impietos sulla sorte di Bibbiena per l'intercessione di quel  padre
    e di quei figli riconciliati dal Romito, e mand loro una ispirazione.
    -  Perch,  - disse un giorno il padre,  - non andiamo noi nel bosco a
    supplicare il Romito di riprendere le sue prediche? Egli,  come quelli
    che sono mossi da vero spirito di carit,  sapr affrontare i pericoli
    e trionfer del Demonio. Andiamo.
    E mentre la citt era tutta immersa nei tripudi  e  nei  sollazzi,  il
    vecchio e i suoi due figli ne varcarono le mura, e andarono nel bosco.
    - Santo vecchio, - dissero allorch furono alla presenza del Romito, -
    perch hai abbandonata la nostra Bibbiena?
    - Io non avrei altro desiderio che quello di ritornarvi;  - rispose il
    Romito,  - ma il Diavolo  vi  ha  stabilito  il  suo  dominio  e  ogni
    tentativo per sloggiarlo mi pare inutile.
    -  Vieni e tenta di cacciarlo.  La fede non ti pu mancare,  e la fede
    opera miracoli.
    Il Romito pronunzi una breve preghiera,  invocando l'aiuto del  Cielo
    sulla impresa sua, e, accompagnato dai tre uomini, sal a Bibbiena.
    Nessuno  guardava  pi  le  porte,  perch  il  popolo faceva continua
    baldoria,  e il Romito pot giungere sulla piazza della  Pieve,  senza
    che  alcuno  lo  riconoscesse.  Ma  invano egli fece udire la sua voce
    dolce e persuasiva.  Intorno a lui non vi erano altro che il padre e i
    due  figli;  il  popolo,  adunato  nelle osterie e schiamazzante,  non
    poteva afferrare le parole del santo uomo,  il quale torn  nel  bosco
    dopo lungo predicare.
    Per  il  Diavolo,  che  sapeva  tutto  ci che avveniva in citt,  fu
    informato che i Bibbienesi non avevano tenuto il patto,  e,  adunatili
    la sera sulla piazza,  li rimprover acerbamente, minacciandoli di una
    nuova invasione di rettili, e design i tre colpevoli, i quali vennero
    legati dal popolo inferocito, e rinchiusi in una prigione sotterranea.
    Ci  nonostante,  il  Romito  torn  a  Bibbiena  dopo  pochi  giorni,
    attrattovi dalla carit verso quel misero popolo, e si mise di nuovo a
    predicare in piazza.  Questa volta il suo uditorio si componeva di una
    vecchia,  abbandonata nella miseria dai figli,  i quali non  lavoravan
    pi  per andare all'osteria a giuocare e a bere,  e della moglie di un
    uomo ucciso in rissa.
    Le due povere donne piansero amaramente alle  parole  del  Romito,  il
    quale cerc di consolarle come meglio poteva.
    Anche questa volta il Diavolo fu informato di tutto, e disse fra s:
    - Qui ci vuole un esempio, se no Bibbiena mi sfugge dalle mani.
    E  appena cal la sera fece apparire sulla citt tante lingue di fuoco
    che, abbassandosi, lambirono le mura e i tetti delle case.
    La gente,  impaurita,  temendo che  l'incendio  distruggesse  le  loro
    abitazioni,  corse  nelle  vie e nelle piazze urlando e strascicandosi
    dietro i bambini.
    Il finto frate s'insinu tra  la  folla  e  incominci  a  pronunziare
    misteriose parole, che i grandi non udivano, ma che i piccini capivano
    bene.   Con   quelle   parole   prometteva  loro  giuochi,   sollazzi,
    ghiottornie, ogni cosa che alletta la fantasia dei bimbi. E questi gli
    correvano intorno giulivi e lo seguivano.  Quando ebbe radunati  tutti
    coloro che potevano camminare,  usc da Bibbiena e si diresse verso un
    bosco,  dove sapeva che vi  era  una  grotta  immensa,  praticata  nei
    fianchi di un monte, e ve li rinchiuse.
    Allora  le  lingue di fuoco cessarono di lambire le case,  e la gente,
    dopo aver domato alcuni incendi prodotti da quelle, si diede a cercare
    i bambini.
    Le donne correvano sgomente per le vie chiamandoli con alte grida, gli
    uomini si spingevano fuori del paese, frugavano i boschi, urlavano, ma
    nessuna voce infantile rispondeva al loro appello e soltanto l'eco dei
    boschi ripeteva quei suoni desolati.
    Il finto frate,  dopo aver compiuto il ratto dei bambini,  ritorn  in
    paese fra la gente afflitta e sconsolata.
    Appena  i Bibbienesi lo videro,  rammentando che li aveva liberati dai
    rettili, ricorsero a lui.
    - Rendeteci i nostri  bimbi,  -  supplicarono  essi,  -  e  la  nostra
    gratitudine sar eterna.
    Il Diavolo fece un ghigno spaventoso.
    - Due volte,  - egli rispose,  - avete calpestati i nostri patti;  due
    volte il Romito ha predicato in piazza.
    - Abbiamo punito coloro  che  lo  fecero  venire  la  prima  volta,  -
    risposero  gli afflitti cittadini.  - Ma non avete punito le donne che
    lo hanno ascoltato la seconda; mettetele a morte.
    - E chi sono? - domand la folla.
    Il Diavolo le nomin.
    - Voi chiedete troppo,  - risposero i cittadini,  -  la  prima    una
    infelice  gi  abbastanza  provata  dalla  sventura;  la seconda  una
    povera vedova;  lasciatele dunque vivere,  giacch non hanno mai fatto
    alcun male a nessuno.
    - Riflettete,  - disse il Diavolo.  - Se le ucciderete, i vostri bimbi
    ritorneranno in paese; se le lascerete vivere, non li vedrete pi.
    Il finto frate, dopo aver pronunziate queste parole, spar.
    I cittadini rimasero perplessi. Per non potevano risolversi a mettere
    a morte due innocenti; no, non potevano.
    - Il loro sangue ricadrebbe su noi in tanta maledizione,  - dicevano i
    pi saggi, - lasciamole vivere; Iddio ci render i nostri figli.
    E inteneriti e resi migliori da quella grande sventura, si riversarono
    nelle  chiese,  si  prostrarono  dinanzi  agli  altari  e  ripresero a
    recitare le preci che eran soliti innalzare a Dio allorch  il  Romito
    era  di  continuo  in  mezzo  a  loro,  sostenendoli  con  la  dolce e
    persuasiva sua parola.
    E spinti di nuovo sulla via del bene, liberarono i tre prigionieri che
    avevano condotto a Bibbiena il Romito,  e le preci di questi  e  delle
    due donne salvate dalla carit popolare, operarono un vero miracolo.
    Il Romito, nella sua capannuccia, ebbe un avvertimento nel sonno. Egli
    si sent chiamare da una voce celeste, che gli disse:
    - Va' in citt; lass hanno bisogno di te.
    Il  Romito  si  alz  nel cuor della notte dal suo giaciglio di foglie
    secche, e si avvi, in mezzo alle tenebre, verso Bibbiena.
    Il Diavolo per,  che non lo perdeva di vista,  gli suscit contro una
    quantit di ostacoli.
    Prima di tutto il sant'uomo fu avvolto da una nebbia impenetrabile, ed
    egli, in mezzo alle alte piante, non trovava il sentiero battuto tante
    volte, di modo che dovette fermarsi per non camminare in una direzione
    opposta alla sua mta,  attendendo che sorgesse il sole.  Poi,  quando
    questo ebbe diradata la nebbia, si scaten all'improvviso un temporale
    fortissimo.   Fulmini  spaventosi  squarciavano  le  nubi,   il  vento
    turbinoso  schiantava  gli  alberi,  l'acqua torrenziale convertiva in
    fiumi i rigagnoli,  la grandine percuoteva il volto del viandante,  il
    quale dovette di nuovo fermarsi.
    Quando il temporale si fu sfogato,  due serpenti,  sbucati fuori da un
    ciuffo di felci,  gli si avviticchiarono alle gambe,  in modo che egli
    non poteva pi camminare.
    Allora il Romito,  supponendo che tutti quegli ostacoli fossero creati
    dal Diavolo, tocc con la croce i due rettili spaventosi,  e questi si
    sviticchiarono e fuggirono via.
    Da  quel  momento  egli  pot continuare il cammino senza ostacoli,  e
    giunse a Bibbiena.
    Il popolo, vedendolo, gli corse incontro esultante,  e inginocchiatosi
    intorno a lui, gli disse:
    - Rendeteci i nostri figli; noi siamo peccatori indegni di perdono, ma
    intercedete per noi.
    E  allora il sant'uomo s'inginocchi in mezzo alla piazza della Pieve,
    e il popolo un le sue preci a quelle di lui.
    Dopo aver lungamente pregato,  il Romito volle venti uomini robusti  e
    disse loro:
    - Seguitemi.
    Ed essi lo seguirono gi nella valle, ubbidienti ad ogni suo cenno.
    Mentre camminavano, egli pregava ancora.
    Allora  si  vide  una  bianca  colomba staccarsi da un albero e volare
    prima verso un balconcino dove erasi affacciata una giovanetta  e  poi
    volare dinanzi a lui.
    Il  Romito  la  seguiva,  e  finalmente  ella si ferm sopra un grosso
    macigno.
    - Qui sono i vostri figli, - disse il Romito, - qui deve averli celati
    il finto frate.
    E i venti uomini si diedero,  con quanta forza avevano,  a smovere  il
    macigno, ma non riuscirono neppure a scostarlo.
    - Qui  inutile arrabattarsi,  - dissero,  - ci vogliono delle corde e
    diverse paia di manzi!
    E lasciando il Romito a guardia del  luogo,  gli  altri  tornarono  al
    paese a provvedersi dell'occorrente.
    La  colomba intanto non si moveva dal posto ov'erasi posata,  come per
    dire che i piccini di Bibbiena erano l davvero.
    E vi rimase finch gli uomini andati in citt non furono  tornati  con
    cinque  coppie  di  bei manzi alti e poderosi,  e muniti di corde e di
    catene. Avvolsero queste intorno al macigno, vi legarono le corde, e i
    buoi si misero a tirare; ma tira tira, il sasso non si moveva.
    Gli uomini sudavano freddo, il Romito era sgomento, e i buoi, stanchi,
    si rifiutavano di tirare ancora.
    - Figli miei,  - disse il sant'uomo,  - mi accorgo che  il  macigno  
    sigillato al monte da una forza soprannaturale.  Andate, abbiate fede,
    e se le mie preci saranno ascoltate lass ove  tutto  si  pu,  io  vi
    ricondurr a Bibbiena i vostri figliuoli.
    Fra  i  venti uomini andati nel bosco a liberare i bambini,  v'erano i
    due giovani figli del vecchio, quelli,  cio che nonostante il divieto
    del  finto  frate,  avevano  ricondotto  il Romito a Bibbiena ed erano
    stati rinchiusi in  prigione.  Essi  pregarono  il  santo  vecchio  di
    conceder  loro  di rimanere a fargli compagnia,  e il Romito non seppe
    rifiutare a quei due buoni giovani ci che gli chiedevano.
    Gli altri diciotto se ne tornarono dunque  in  paese  a  testa  bassa,
    tutti  pensosi,  disperando  quasi  di rivedere i loro piccini,  e non
    sapendo come dar la dolorosa notizia,  che non erano riusciti a nulla,
    alle mamme ansiose e piangenti.
    Il Romito, appena rimasto solo con i due fratelli, disse:
    -  Figli miei,  preparatevi a passar una notte angosciosa;  il Diavolo
    cercher di sgomentarci con ogni mezzo.
    - Siamo pronti a tutto, - essi risposero.
    Appena le  ombre  della  sera  si  allungarono  sul  bosco,  un'aquila
    gigantesca incominci a descrivere giri attorno al macigno.
    La bianca colomba,  spaventata,  vol via, ma l'aquila la insegu e la
    gherm.  Un  grido  straziante  echeggi  nel  bosco,   indicando  che
    l'innocente uccello era stato vittima del suo poderoso aggressore.
    Poco dopo il bosco fu pieno di urli di lupo.  Pareva che quei famelici
    animali fossero scesi a branchi dalle vette pi alte in cerca di cibo.
    Uno di essi si accost ai  due  fratelli,  con  la  bocca  spalancata,
    pronto  ad  azzannarli,  ma il Romito si fece avanti coraggiosamente e
    invece di lanciargli contro un  sasso,  lo  tocc  con  la  croce  del
    rosario.  L'animale barcoll e diedesi a fuga precipitosa. Allora, sul
    macigno comparvero due diavoli,  che mandavano  fuoco  dagli  occhi  e
    dalla  bocca  e tenevano a distanza chiunque per il fetore che emanava
    dai loro corpi.
    Il Romito alz la mano e fece tre grandi croci nell'aria,  e subito  i
    diavoli sparirono.
    Ma le prove dei tre uomini non eran terminate, e poco dopo che avevano
    visto sparire i diavoli,  si present Satana in persona, non pi sotto
    le sembianze del frate francescano,  ma con  la  sua  effigie  stessa,
    spaventosa a vedersi.
    - Romito,  - diss'egli, - tu hai troppo potere sull'animo dei mortali;
    io non voglio che tu continui a vivere.
    - Io vivr finch piacer al Signore Iddio di tenermi su questa  terra
    e con l'aiuto del Cielo spero che la mia anima non ti apparterr mai.
    Il  Diavolo pronunzi due parole magiche,  due sole,  e una schiera di
    demoni s'impossess del vecchio e diedesi  a  soffiargli  fuoco  sulle
    carni. Queste bruciavano orribilmente, e il santo vecchio pregava, con
    lo sguardo rivolto al cielo.
    A  un  tratto  comparve  su  quello una stella luminosa che via via si
    avvicinava alla terra  spandendo  una  luce  pi  mite  del  sole,  ma
    egualmente  bella.  Quella  stella  si  ferm di fronte al Romito e lo
    avvolse tutto nei suoi  raggi,  come  avvolse  il  macigno,  il  quale
    incominci  a  liquefarsi come se fosse stato di cera molle esposta al
    fuoco.
    Quando il macigno,  ridotto liquido,  ebbe lasciato aperto  l'ingresso
    della  grotta,  la  stella  lentamente  si  allontan  per  andarsi  a
    confondere con le sue sorelle del cielo.
    Allora il Romito, cessando di pregare,  chiam a s i compagni e disse
    loro:
    - Andiamo, con l'aiuto di Dio.
    E s'internarono nelle viscere della terra.
    Giunti  che  furono  a una volta bassissima,  sotto la quale bisognava
    andar carponi,  la stella ricomparve,  e i raggi  di  lei,  invece  di
    battere  in  faccia  al Romito e ai due fratelli,  si mossero verso il
    punto opposto.
    - L,  l debbono essere i  bambini,  -  disse  il  santo  vecchio,  e
    strisciando il corpo sul terreno si avanz seguto dai compagni.
    Giunto  nel  punto  in cui la volta toccava quasi il suolo,  il Romito
    vide una pietra posata in modo da far supporre che al di l  vi  fosse
    una grotta, e rimossala fu sorpreso di scorgere una specie di sala che
    prendeva  luce  dall'alto,  nella  quale  centinaia  di  bambini erano
    distesi per terra come morti.
    La stella allora li tocc con i suoi raggi,  ed essi,  stropicciandosi
    gli  occhi,  si alzarono e vedendo aperta la porta della prigione,  ne
    uscirono frettolosi, curvandosi per passare.
    Il Romito li trattenne e disse loro di lasciarlo prima  uscire  con  i
    due  giovani  ed  essi  sarebbero  venuti  poi;  i  bimbi si fermarono
    ubbidienti, poi lo seguirono in silenzio.
    Giunti che furono all'imboccatura della camera,  la stella,  che  fino
    allora aveva rischiarate le buie gallerie, s'alz splendente nel cielo
    e  and  a posarsi sulla citt di Bibbiena.  Gli abitanti,  vedendola,
    sperarono subito che essa fosse annunziatrice di  felicit  e  mossero
    incontro al Romito.
    Questi  camminava  in  mezzo  alla  turba dei bimbi,  esultanti per la
    ricuperata libert.
    Cos lo videro i Bibbienesi da lungi.  Impossibile descrivere la  loro
    gioia.  Ognuno  chiamava a nome i figli,  ognuno se li prendeva fra le
    braccia, e quando furono tornati in paese, le grida,  le esclamazioni,
    i pianti delle mamme coprirono ogni altro rumore.
    Il  Romito  riprese da quel tempo le sue prediche,  e Bibbiena ebbe un
    lungo periodo di calma  dovuta  alle  parole  del  santo  vecchio.  Il
    Diavolo,  per quanto facesse onde combatterne il potere, rimase sempre
    vinto e scorbacchiato e  dovette  rinunziare  all'impresa,  aspettando
    rabbiosamente  che il Romito morisse.  E quando questi ebbe chiusi gli
    occhi nella pace del Signore, torn a regnare in Bibbiena,  come regna
    in molti paesi, ove non c' un'anima santa per tenerlo lontano.

    - E qui la novella  finita, bambini, - disse la Regina, - e forse per
    qualche settimana non ne racconter altre.
    - Perch? - domandarono essi.
    -  Perch  la  signora Durini mi vuole per un po' di tempo a Camaldoli
    per insegnarle a conservare le  frutta,  e  io  non  posso  rifiutarle
    questo favore.
    I  bimbi  fecero  il broncio,  ma tacquero,  perch erano assuefatti a
    rispettare la volont della nonna.













    Il Cero umano.

    L'assenza della Regina da Farneta  era  durata  due  mesi  interi.  Il
    professor  Luigi e la signora Maria erano gi partiti quand'ella torn
    in famiglia;  il vino del podere e quello fatto con le uve comprate da
    Carlo  Buoni,   avevano  gi  bollito  prima  che  la  signora  Durini
    permettesse alla buona vecchia di  scender  da  Camaldoli.  La  Regina
    aveva  saputo  rendersi  cos utile alla signora,  insegnandole a trar
    partito da  tante  cose,  le  aveva  messo  cos  bene  in  ordine  la
    biancheria,  da farle desiderare di tenersela sempre vicina.  Ed anche
    la  Regina  s'era   trovata   contenta   dell'accoglienza   avuta,   e
    contentissima  poi  di  aver  conosciuto bene Carlo e di averlo veduto
    cos affezionato all'Annina e cos serio per la sua et.  Il  giovane,
    prima che ella partisse, l'aveva pregata di un favore: egli desiderava
    che  la  conclusione del matrimonio fosse affrettata e che le nozze si
    celebrassero a carnevale.  Non osava dirlo a Maso,  che pur vedeva  di
    continuo,  perch  temeva  di  sentirsi  dar  dell'impaziente;  ma pi
    conosceva l'Annina e pi bramava di farla presto  sua,  e  condurla  a
    Firenze in una casetta, che le avrebbe preparata.
    La  Regina  torn  dunque a Farneta con una missione abbastanza grave,
    che non avrebbe accettata se non si  fosse  trattato  di  appagare  un
    desiderio di Carlo. Conosceva il figliuolo, e sapeva che ritornava mal
    volentieri  sopra una risoluzione presa;  ma Carlo l'aveva pregata con
    tanta dolce insistenza,  chiamandola nonna cara,  che ella non aveva
    saputo negargli la promessa di fare un tentativo con Maso.
    La  Regina  era  tornata  una  domenica  mattina  d'ottobre,  e potete
    figurarvi se Gigino e gli altri nipoti le avessero fatto  festa.  Ella
    se li era baciati, come se non li avesse veduti da anni, e aveva detto
    loro  che  nella  cesta  ci  aveva  tanti  regalini.  Questo annunzio,
    naturalmente,  aveva fatto attaccare tutti  i  nipotini  alla  sottana
    della  nonna,  e  siccome  il  vetturino che aveva accompagnata Regina
    aveva posato la cesta in cucina,  essi guardavano ora la  Regina,  ora
    quella cesta misteriosa, che celava tante sorprese.
    La Regina,  un po' stanca,  un po' infreddolita, s'era posta nel canto
    del fuoco,  e la  Carola,  intanto  che  le  rivolgeva  tante  domande
    sull'Annina,  le preparava il caff per riscaldarla. Allorch la buona
    vecchia  si  fu  alquanto  riavuta,   leggendo  in   viso   ai   bimbi
    l'impazienza, apr la famosa cesta, e a chi dette cioccolatini inviati
    dalla  moglie  dell'ispettore,  a  chi  balocchi,  a  chi  oggetti  di
    vestiario.  La signora non aveva dimenticato nessuno,  e Gigino  aveva
    avuto tutto ci che occorre per fare il giardiniere, cio un minuscolo
    annaffiatoio,  pala,  vanga, rastrello, e con tutta quella roba fra le
    braccia corse nell'orto a lavorare.
    Allorch le donne di casa ebbero saputo per filo e  per  segno  quello
    che faceva l'Annina, i regali che aveva ricevuto da Carlo e dal futuro
    suocero,  informarono  la  vecchia  delle faccende della famiglia.  Il
    vino, fatto da Maso per conto di Carlo, era riuscito una meraviglia, e
    speravano di venderlo  a  un  prezzo  molto  elevato.  Questa  notizia
    consol  la  buona  vecchia,  e  nel  dopopranzo di quel lieto giorno,
    seduta sotto la cappa del camino,  narr ai figli e  ai  nipotini  una
    bella novella.

    - C'era una volta,  - ella disse, - in questo nostro bel Casentino, un
    uomo perverso,  di nome Bardo.  Si diceva che avesse  fatto  morir  di
    crepacuore  la  moglie,  e  invece  di  pensare  ai due figli,  che la
    poveretta gli aveva lasciati,  li mandava  a  chieder  l'elemosina  in
    campagna.
    Questi  bimbi  movevano  a  compassione  tutti,  tanto  erano laceri e
    scarni,  e non vi era massaia che negasse loro di scaldarsi intorno al
    fuoco  e  che  non  avesse  un  po' di minestra o un pezzo di pane per
    sfamarli.
    Una donna,  specialmente,  una certa Fortunata,  persona assai ricca e
    anziana,  li  aveva presi a benvolere,  vedendoli cos disgraziati,  e
    ogni tanto dava loro uno scialle  vecchio  o  un  mantello  usato  per
    coprirsi;  e  i  due  bimbi,  non sapendo come ricompensarla della sua
    bont, le recavano funghi e lamponi che coglievano nei boschi.
    La sera,  quando Nando e la Lisa tornavano alla  capanna  isolata  del
    babbo,  questi  voleva  sapere  per filo e per segno dov'erano stati e
    come avevano trovato da  mangiare.  Cos  venne  a  conoscere  che  la
    Fortunata  li  proteggeva,  e  una  mattina,  prima  che  i  figliuoli
    uscissero, disse loro:
    - Stasera non tornate;  fatevi mettere a dormire  dalla  Fortunata  in
    cucina; caso mai io venissi a passar di l, busser; allora apritemi e
    torneremo a casa insieme. Badiamo veh! siate muti; non voglio ciarle!
    Questa raccomandazione era inutile, perch i due bimbi, avviliti dalla
    miseria, non aprivano mai bocca.
    Essi girarono tutto il giorno,  e, venuta la sera, capitarono sull'aia
    della Fortunata mentr'ella mandava a dormir le galline.
    - Piccini, buona sera, - disse la buona donna vedendoli. Vi ho serbato
    una bella fetta di pattona per uno;  entrate e pigliatevela;    nella
    madia.
    I  bimbi  entrarono  in  cucina  e ritornarono fuori con la pattona in
    mano, senza per accostarsela alla bocca.
    - Che avete oggi? non vi tormenta la fame, bimbi? buon segno!  chi non
    mangia ha ben mangiato.
    -  Fortunata,  - disse la Lisa,  che era la maggiore,  senza alzar gli
    occhi, - ci potreste dar da dormire stanotte?
    Mentre la piccina rivolgeva questa  domanda  alla  loro  benefattrice,
    sentiva un tremito in tutta la persona,  una smania, quasi un rimorso;
    e Nando, intanto, la tirava per la sottana per indurla a stare zitta.
    La risposta della Fortunata non si fece aspettare.
    - Volentieri,  bambini,  se vi adattate a  stare  in  cucina.  Stasera
    appunto non tornano n il capoccia n i figliuoli grandi,  perch sono
    andati alla fiera a Dicomano,  e io dovrei dormire sola con i piccini.
    Ma  perch  avete  bisogno  di  chiedermi  da dormire?  Che forse quel
    malanno di Bardo vi ha cacciati di casa?
    I bimbi chinarono la testa;  non volevano dire  una  bugia  e  neppure
    volevano  disubbidire al babbo,  che aveva imposto loro di tacere.  La
    Fortunata interpret il loro silenzio come una conferma delle  proprie
    supposizioni, e disse fra i denti:
    -  Che padre,  guarda l!  Non ha altro che due bimbi e li caccia come
    cani!
    Intanto la Lisa si offriva di aiutare la  massaia  nelle  faccende,  e
    Nando la pregava di comandargli qualche cosa.
    -  Vedo che vi volete guadagnare l'alloggio,  - disse la Fortunata.  -
    Ebbene,  Nando,  tira su l'acqua dal pozzo ed empimi  il  trogolo  dei
    maiali; e tu, Lisa, va' a fare un po' d'erba per le bestie.
    I  bimbi andarono volenterosi ad accudire alle faccende,  e la massaia
    prepar da cena. Intanto diceva fra s:
    - Almeno per una sera queste creature anderanno a letto con un po'  di
    cena ammodo sullo stomaco. Poveri piccini! Se non avessi cinque figli,
    glieli  leverei  io  a  quel birbante,  che non si sa come campi e non
    vuole intender di lavorare.
    E la buona donna,  invece di far quella  sera  la  minestra  soltanto,
    stacc alcuni rocchi di salsicce,  sbatt una dozzina d'uova, e quando
    i bimbi tornarono,  trovarono la zuppa calda e una bella frittata  con
    le salsicce.
    La Fortunata li fece sedere a tavola insieme con i figli, e dopo avere
    sparecchiato  tir  il paletto;  ma prima di salire in camera disse ai
    suoi piccoli ospiti:
    - Adesso sdraiatevi sulle panche accanto al fuoco e dormite in pace.
    Ma Nando e Lisa non poterono prender sonno.
    - Senti, - diceva la bambina al fratello,  - perch mai il babbo ci ha
    mandati qui stanotte?
    - E perch ci ha detto di aprirgli,  se bussa?  - domandava l'altro. -
    Io ho paura.
    - Di che hai paura?  - chiedeva la Lisa turbata sempre  pi,  sentendo
    che anche il fratello divideva i suoi timori.
    - Che voglia fare un tiro e che, una volta in casa...
    -  Noi  non  dobbiamo  aiutarlo a fare del male alla Fortunata,  che 
    tanto buona con noi.
    - No davvero; non gli apriremo, - disse risolutamente il bambino.
    Presa che essi ebbero questa  risoluzione,  invece  di  star  coricati
    sulle panche si sederono uno accanto all'altra,  tenendosi stretti per
    farsi reciprocamente coraggio,  e attesero.  A ogni lieve  rumore  che
    udivano, facevano uno scossone; ma alla lunga la stanchezza li vinse e
    si addormentarono.
    Verso  la  mezzanotte,  Bardo,  insieme con due figuri suoi amici,  si
    accost alla porta della casa di  Fortunata.  Prima  di  bussare  per
    chiese sottovoce a uno dei compagni:
    - Li hai proprio veduti qui, stasera, i miei figliuoli?
    - Altro!  - rispose l'interrogato.  - Prima li ho visti a cena,  e poi
    ero qui accanto, nascosto,  quando la massaia ha messo il chiavistello
    all'uscio.
    - Il capoccia e i suoi figliuoli maggiori li ho veduti io sulla via di
    Dicomano,  dunque si pu fare liberamente il tiro, - aggiunse Bardo. -
    In casa ci  sono  i  quattrini  che  la  Fortunata  ha  riscossi  ieri
    dall'eredit  dello  zio prete,  e noi,  quando saremo entrati,  ce li
    faremo dare con le buone o con le cattive.
    Dopo aver detto questo, si accost all'uscio,  e buss leggermente con
    le nocche; nessuna risposta.
    - Si saranno addormentati quei due fannulloni! - disse.
    E buss di nuovo.
    - Ora mi faccio sentire! - esclam.
    E accostando la bocca al buco della chiave, si mise a chiamare:
    - Nando!... Lisa!...
    Nessuna risposta.
    - Ah! non vogliono aprire? - disse. - Ora apriranno!
    E   accostate  alcune  fascine  e  della  paglia  alla  porta,   batt
    l'acciarino e appicc il  fuoco.  La  paglia  si  accese,  le  fascine
    crepitarono  e  ad  un  tratto  si  alz un gran chiarore;  ma la casa
    rimaneva chiusa,  silenziosa,  come se dentro non  vi  fosse  nessuno.
    Intanto  le fiamme salivano fino al tetto,  strisciavano sulle imposte
    delle finestre,  che ardevano pure,  e circondavano la  casa  da  ogni
    lato.
    I  due  compagni  di  Bardo  fuggivano  spaventati,  ma egli,  invece,
    alimentava l'incendio con nuove fascine,  preso da una furia  bestiale
    di  distruzione.  Se  non  poteva impossessarsi dei quattrini ai quali
    aveva gi fatto la bocca,  e che dovevano servirgli a fuggire da  quel
    luogo, dove si presentavano poche occasioni di fare un buon tiro, dove
    era inviso a tutti e segnato a dito come un malfattore, quei quattrini
    non  doveva  goderli nessuno.  E sempre metteva fascine,  bracciate di
    paglia,  e l'incendio cresceva.  A  un  tratto  sent  spalancare  una
    imposta  al  primo  ed  ultimo piano,  e vide la Fortunata affacciarsi
    chiedendo aiuto.
    Bardo, in quel momento, ebbe paura e fugg, ma le fiamme pareva che lo
    perseguitassero; gli s'erano attaccate al vestito, l'avvolgevano tutto
    ed egli soffriva atroci spasimi.
    Le grida della Fortunata furono udite da alcuni coloni  vicini.  Essi,
    nonostante che la casa fosse avvolta dalle fiamme,  appoggiarono scale
    alla finestra e la discesero insieme ai suoi bimbi.  Allorch ella  fu
    in  salvo,  si  ramment che gi in cucina c'erano Nando e la Lisa,  e
    tanto preg,  tanto supplic i suoi salvatori,  che questi,  abbattuta
    facilmente la porta, penetrarono nella cucina.
    I  due piccini parevano addormentati ancora,  stretti l'uno all'altra.
    Con grande fatica i  contadini  li  portarono  fuori,  ma  per  quanto
    cercassero di rianimarli non vi riuscirono.
    Intanto  la  casa  era caduta con gran fracasso e la povera Fortunata,
    piangente in mezzo  ai  suoi  piccini,  guardava  ora  i  due  piccoli
    cadaveri, ora le macerie fumanti, come inebetita dal dolore.
    Ma torniamo a Bardo. Egli fuggiva come il vento e, giunto all'Arno, vi
    si  gett,  credendo  di  spegnere le fiamme che lo circondavano;  ma,
    invece,  anche nell'acqua ardeva sempre  e  soffriva  atroci  spasimi.
    Cerc  di  trascinarsi  sulla  riva  e cost rimase,  come piantato in
    terra.  A poco a poco perd  ogni  effigie  umana,  le  sue  carni  si
    disfecero come cera e le fiamme, che avevano ridotto il suo corpo come
    un  lungo  e  grosso  cero,  si spensero;  ma sul suo capo continu ad
    ardere  una  fiammella  che  gli  dava  dolori  atroci,  come  se  gli
    consumasse l'ultimo resto di vita.
    Allora corse all'infuriata, senza accorgersi che tornava verso la casa
    cui  aveva  appiccato il fuoco.  Ma allorch fu a poca distanza,  vide
    l'aia abbandonata,  le macerie fumanti,  e i cadaveri dei suoi  bimbi,
    stretti l'uno all'altro.  In quel momento Bardo cap il suo misfatto e
    soffr pi per il rimorso che per  le  bruciature  delle  carni.  Egli
    sent  che  il  suo  corpo,  ridotto  come  un  cero di carne fumante,
    prendeva radici nel suolo.  Volle di nuovo fuggire da quel  luogo,  ma
    non  pot,  e  dopo poco,  i pietosi contadini,  preceduti dal prete e
    dalla bara,  andando a prendere i cadaveri di  Nando  e  di  Lisa,  lo
    videro piantato in terra,  ardente nella sommit e gocciolante lacrime
    di cera, che erano le lacrime della sua anima desolata.
    Il sacerdote e i pii uomini che lo seguivano,  si accorsero  che  quel
    cero umano era il corpo di Bardo e non tardarono a capire che egli era
    l'autore dell'incendio.
    Nonostante  ebbero  piet  dei suoi patimenti;  il prete lo asperse di
    acqua santa e i contadini pregarono affinch fosse  liberato  da  quel
    supplizio atroce. Ma Bardo rimase piantato in terra.
    Durante  la  notte egli mandava una fiamma viva e continui lamenti,  e
    durante il giorno una luce  assai  pi  mite  e  copiose  lacrime.  La
    Fortunata e il marito non ebbero coraggio di riedificare la casa.
    Dopo avere tolte le macerie e ricuperati i denari che vi erano rimasti
    sotterrati, essi si costruirono, lontano da quel luogo, un'altra casa,
    e l eressero una cappella,  detta del Perdono, alla quale affluiva la
    gente da ogni parte del Casentino per pregare riposo a Bardo ed  anche
    per vedere quel prodigio di cero umano.
    Ma  le  preghiere  di  tutta quella gente non ottenevano nulla;  Bardo
    continuava a patire l'atroce supplizio.
    Allora un giorno,  fra  tanta  folla  di  gente,  comparve  una  donna
    pallidissima e scarna,  con i capelli scendenti sulle spalle,  i piedi
    scalzi e una pesante croce di legno  sulle  spalle.  Ella,  invece  di
    andare  alla  cappella  del  Perdono,  s'inginocchi  dinanzi  al cero
    ardente, e, piantata in terra la croce,  si mise a pregare e vi rimase
    tutta la notte.
    La  folla,  allorch  fu  sopraggiunta  la sera,  si allontan da quel
    luogo; peraltro, alcune persone, fra le pi curiose, vi rimasero,  e a
    un  certo  punto videro scendere dal Cielo due angioletti,  i quali si
    posero ai fianchi della donna pregante e unirono le  loro  orazioni  a
    quelle di lei.
    Alcuni  fra i presenti pretesero di riconoscere in quei due angioletti
    i figli di Bardo, morti nella casa incendiata. Per,  prima che l'alba
    imbiancasse  la  campagna,  gli  angioletti  erano  rivolati in Cielo,
    lasciando la donna, la quale, senza alzarsi mai, continuava a pregare.
    La gente, commossa,  le portava cibo e acqua per ristorarsi;  ma ella,
    con   un   gesto  umile  della  mano,   ricusava  tutto,   e  rimaneva
    inginocchiata senza voler rompere  il  digiuno  che  pareva  si  fosse
    imposta,  senza  toglier  neppur  un  istante  lo  sguardo di sul cero
    ardente.  L'unico  sollievo  che  costei  si  concedesse,   consisteva
    nell'aprir  la  bocca  ogni  tanto  durante  la  notte  e all'alba per
    ricevere la carezza del vento fresco. A forza di pregare,  la sua voce
    si  era fatta rauca,  e dopo tre giorni non le usciva dalla gola altro
    che un suono inarticolato.
    La folla non si moveva pi dalla cappella del Perdono,  per vedere  la
    donna e accertarsi che non mangiava n dormiva mai, e per attendere la
    discesa degli angioli dal Cielo.
    La quarta notte,  i due angioletti,  invece di collocarsi accanto alla
    donna genuflessa,  andarono ai fianchi del cero umano e  con  le  loro
    manine  rosee lo afferrarono l dove stava conficcato nella terra e da
    quella lo divelsero.
    Il cero gem pi forte del  solito,  ma  essi,  senza  badare  a  quei
    gemiti,  lo  portarono,  volando  per  l'aria,  su alla cappella degli
    angioli della Verna, collocandolo dinanzi all'altare. Intanto la donna
    s'era alzata e, caricandosi sulle spalle la pesante croce,  si avviava
    su  per  l'aspro  monte,  inciampando  ogni  momento e rialzandosi con
    fatica.  Quando ella fu giunta alla Verna,  stramazz  e  cadde  senza
    potersi rialzare.
    I  frati,  vedendo  gli  angioli,  il cero umano e quella donna caduta
    sotto la croce,  immaginarono che stesse per compiersi un  miracolo  e
    mossero  in  processione  verso la chiesina.  Ma gli angioli erano gi
    volati via e il cero rimaneva dritto,  senza alcun  sostegno,  dinanzi
    all'altare.  Allora  la donna fu sollevata di sotto la croce,  ed ella
    fece cenno che desiderava di esser portata dinanzi all'altare  insieme
    con la croce.  I frati si misero a pregare,  ed ella,  non potendo pi
    articolare nessuna parola,  pregava con lo sguardo  supplice,  rivolto
    sull'immagine di san Francesco, dipinta sull'altare, e su quella della
    Madonna.
    A  un  tratto  si  vide  il  Santo muovere le labbra e si ud una voce
    dolcissima domandare:
    - Bardo, sei pentito?
    - San Francesco beato, - rispose il cero spargendo lacrime abbondanti,
    -  tanto il mio pentimento che ringrazio il Signore del supplizio che
    mi ha imposto,  e lo supplico di prolungarlo,  se questo  pu  lavarmi
    dall'orribile peccato.
    Il  Santo sorrise di beatitudine e allora la donna,  che pareva morta,
    si riebbe e, alzatasi, si avvicin al cero e lo abbracci.
    In quel momento si apr la volta della chiesina e scesero da quella  i
    due angioli, i quali, con le loro manine, unsero di un balsamo celeste
    tutto  il cero.  La fiammella si spense e Bardo riprese effigie umana.
    Quindi gli angioli,  cantando,  sollevarono sotto le ascelle la povera
    donna  e  insieme  con  essa volarono al Cielo.  Nel medesimo tempo la
    volta della chiesina si richiudeva,  e san Francesco faceva  udire  di
    nuovo la sua dolce voce:
    - Bardo,  tu sei perdonato. Le preghiere dei tuoi figli, convertiti in
    angioli di Dio, e le suppliche di tua moglie, la quale,  per salvarti,
    aveva rinunziato alla gloria del Cielo, hanno operato il miracolo. Ora
    ritorna  fra  gli uomini e cerca,  col buon esempio,  di cancellare la
    memoria del tuo peccato.
    Bardo si alz e usci dal convento.  Egli,  invece di fuggire i  luoghi
    ove era conosciuto, and per primo alla casa della Fortunata. La buona
    donna,  nel vederlo, si mise a gridare dalla paura; il marito prese un
    forcone per cacciarlo, minacciandolo di morte. Ma Bardo non si mosse e
    disse:
    - Colpitemi, uccidetemi pure,  io non temo n i patimenti n la morte.
    Vi ho fatto un gran danno e voglio cercare di rimediarlo. Lavorer per
    voi come un cane e non avrete servo pi devoto di me.
    E  da  quel  giorno  lavor  i campi del capoccia,  fece l'erba per le
    bestie,  bad che nessuno gli rubasse l'uva e non  chiese  mai  nulla,
    cibandosi di radici e d'erbe.
    Il capoccia avrebbe voluto mandarlo via con la forza, ma la Fortunata,
    impietosita  da  quel  pentimento,  lo lasciava lavorare e gli avrebbe
    dato qualcosa di meglio da mangiare e un ricovero per la notte. Bardo,
    per, ricusava il cibo come ricusava l'alloggio,  e passava le nottate
    sulla nuda terra, sotto la volta del cielo.
    Per  anni e anni egli serv cos la famiglia della Fortunata.  Dopo un
    certo  tempo,   anche  il  capoccia  si  abitu  a  lui  e  cess  dal
    vilipenderlo  e  dal  maltrattarlo,  accettando  l'opera  di Bardo con
    piacere,  vedendo che l'infelice,  profondamente pentito,  vegliava di
    continuo sulla casa sua e sui suoi.
    Un giorno,  la figlia minore della Fortunata e del capoccia era andata
    a guardare le pecore sul monte. Bardo, che non aveva nulla da fare, la
    segu.
    Dopo aver lungamente camminato per trovare una piaggia erbosa,  perch
    l'autunno  era  inoltrato,  la ragazzina si ferm sopra un ripiano,  a
    fianco di una selva di abeti,  e,  sedutasi sopra un sasso,  lasci le
    pecore pascere a loro piacere.
    Bardo s'era posto dietro un masso e intrecciava un canestro di vimini,
    senza  perder  d'occhio  la ragazzina,  la quale,  stanca per la lunga
    corsa, reclin il capo sul petto e si addorment profondamente.
    Di l a poco,  un lupo sbuc fuori dal bosco,  seguto  da  una  lupa.
    Ristette  un  momento,   poi,  assalito  alle  spalle  il  cane  della
    pastorella,  gli  ficc  i  denti  nella  carne,  mentre  la  lupa  si
    avvicinava alla ragazzina dormente.
    Le  pecore  s'erano  date  a  fuga  precipitosa vedendo i loro nemici.
    Bardo, veloce come il lampo, usc dal suo nascondiglio e, afferrato un
    sasso,  lo lanci contro la  lupa  famelica  senza  colpirla.  Quindi,
    vedendo che essa stava per azzannare la mano della ragazzina,  fece un
    lancio e si mise fra la dormente e la belva.  Questa,  infuriata,  gli
    salt  addosso  sbranandogli le carni.  Il poveretto,  non curante del
    dolore, urlava:
    - Salvati! Salvati!
    La ragazzina si dest  e,  sentendo  l'avvertimento,  diedesi  a  fuga
    precipitosa.  Appena  vide  un  albero  vi si arrampic sopra come uno
    scoiattolo.
    Bardo, che era rimasto alle prese con la lupa,  mentre il cane lottava
    col  lupo,  cess  di  difendersi appena vide in salvo la figlia della
    Fortunata e fu orribilmente sbranato.  Le due belve,  allorch  furono
    sazie,  tornarono  nel  bosco,  e  la  ragazzina,  vedendo  passato il
    pericolo,  scese dall'albero,  riun le sue  pecore  e  torn  a  casa
    tremante e spaventata, narrando il tragico fatto.
    La Fortunata,  che aveva perdonato da un pezzo a Bardo,  non volle che
    il corpo di lui rimanesse insepolto,  e tanto disse e tanto  fece  che
    indusse il marito e alcuni altri uomini ad andarlo a prendere, insieme
    con un prete.
    Il cadavere,  orribilmente mutilato,  fu portato al camposanto,  e gli
    venne data onorevole sepoltura.
    Quello che sia avvenuto di Bardo nel mondo di l,  non lo so  davvero;
    so che in casa della Fortunata nessuno malediva la sua memoria,  anzi,
    parlavano di lui con riconoscenza,  e la buona donna non sapeva  darsi
    pace che egli fosse morto per salvare la figlia di lei.
    Ogni  giorno  la  buona  famiglia  di  contadini recitava preci per il
    riposo dell'anima di Bardo, e la ragazzina specialmente gli serbava un
    grato ricordo di lui.

    - Ora la novella  finita, - disse la Regina, - e presto non potr pi
    raccontarvene.
    - Perch, nonna? - domandarono i bimbi.
    - Perch tutte quelle che sapevo le ho gi dette,  meno  una,  la  pi
    bella,  che  vi  narrer  domenica  prossima.  Io  non sarei capace di
    cavarmele dal cervello.  Tutte quelle che ora ho raccontate,  mi erano
    state dette pi di una volta, e perci le sapevo quasi a mente; ma ora
    non  ne  so pi e non saprei inventarne altre.  Dunque,  per l'inverno
    prossimo,  per le  lunghe  veglie  settimanali,  dovremo  ricorrere  a
    qualche altro passatempo.
    - Purch sia divertente! - esclamarono i bimbi.
    -  Il  solo divertimento non basta,  - replic la Regina.  - Fin d'ora
    dovete assuefarvi a cercare nelle cose pi il lato  utile  che  quello
    divertente;  dovete pensare che la missione dell'uomo  molto seria, e
    bisogna prepararvisi fino da piccoli con  la  riflessione.  Chi  cerca
    nella vita solo il divertimento,  va avanti poco bene,  ve lo assicuro
    io.
    Maso conferm le osservazioni della vecchia,  e disse ai  figli  e  ai
    nipoti  che,  durante  le veglie dell'inverno,  avrebbero ascoltato la
    lettura di buoni libri, fatta da Cecco alla famiglia riunita.
    - Tu ci leggerai "Le mie prigioni" di Silvio Pellico, - disse Vezzosa,
    la quale ricordava con tenerezza l'episodio che  si  riferiva  a  quel
    libro  e  che  era  il  primo  forse  della catena dolcissima del loro
    affetto.
    - Legger tutto quello che mi chiederete, - rispose Cecco,  - ma credo
    che  sar  difficile  che  in  essi troviate maggior diletto e maggior
    utile che nelle novelle della  nonna.  Ella,  in  mezzo  a  narrazioni
    fantastiche,  vi  ha  insegnato  tante cose;  ogni novella racchiudeva
    esempi di fortezza di carattere,  di virt e  di  rassegnazione  nelle
    sventure,  e  con tatto squisito ella sceglieva quelle pi adattate al
    presente stato dell'animo nostro... Mamma, - aggiunse volgendosi verso
    di lei,  - voi non sapete quanto bene ci avete fatto  nei  momenti  di
    scoraggiamento e di dolore.
    La  vecchia non rispondeva,  e grossi lacrimoni le scendevano lungo le
    guance e le bagnavano il viso. Anche Vezzosa,  che s'era fatta pallida
    e sofferente in quegli ultimi tempi, piangeva. Ogni piccola commozione
    la turbava, e pareva che attendesse trepidante la nascita del bambino,
    della  cui  venuta  non  si parlava nemmen pi,  ora che il matrimonio
    dell'Annina occupava tutti quelli di casa.
    - Maso,  - disse la Regina  riportando  il  pensiero  a  Camaldoli,  -
    aspetta che siano tutti a letto; ho da parlarti.
    - Mamma, - rispose il capoccia turbandosi, - forse che quel che dovete
    dirmi    cosa  che  la famiglia non possa sentire,   cosa che faccia
    vergogna?
    - No,  Maso;  ma certe cose si dicono meglio a quattr'occhi;  sai bene
    che io non sono buona a chiedere.
    Dopo questa dichiarazione,  le donne portarono a letto i figliuoli.  I
    fratelli andarono a fumare sull'aia, e quando la vecchia e il capoccia
    furono soli, questi disse:
    - Ora, mamma, parlate?
    - Parlate!  - ripet la Regina.  - Ti assicuro che ricomincerei fin da
    principio tutte le novelle,  piuttosto che dirti quello che devo; e se
    non l'avessi promesso, tacerei.
    - Mamma, mi spaventate!
    - Non c' motivo.  Ebbene,  sappi dunque che Carlo,  conoscendo sempre
    meglio  l'Annina,  vorrebbe  sposarla prima del termine fissato per il
    loro matrimonio. Egli deve tornare subito a Firenze,  e d'inverno sar
    per  lui  molto  difficile  di assentarsi per venirla a vedere.  Io ti
    consiglierei di appagare il suo desiderio. Un anno  lungo a passare.
    - Son tutte belle parole quelle che dite, mamma, - rispose il capoccia
    interrompendola,  - ma il matrimonio  una cosa seria  e  non  bisogna
    contrarlo altro che dopo averci pensato bene.  Mi pare che Carlo abbia
    il  difetto  di  tutti  i  giovani  e   degli   uomini   d'oggigiorno:
    l'impazienza  e  la  fretta.  Vi  ricordate  che,  prima di sposare la
    Carola,  andai a veglia da lei tre anni,  e  quando  il  mio  suocero,
    buon'anima,  mi  metteva  con  le  spalle  al muro per farmela sposare
    presto e dare intanto la via a una delle sue quattro figliuole, io gli
    rispondevo che al matrimonio, come a tutte le risoluzioni gravi che si
    prendono nella vita,  bisognava pensarci prima,  per non pentirsi poi.
    Vedete  che  a tardare me ne son trovato bene,  e quando ho sposato la
    Carola,  sapevo che virt e che difetti  aveva,  e  per  questo  siamo
    andati sempre d'accordo.
    - Tu hai ragione, ma la Carola potevi vederla quando volevi, perch le
    nostre  case erano a poca distanza e la sera andavi sempre da lei;  ma
    Carlo sta a Firenze, l'Annina a Camaldoli, e in capo a un anno essi si
    conosceranno quanto ora e non pi di certo.  In quest'anno,  se  Carlo
    avr  moglie,  far  maggiore  economia,  e  cos potr ricondurre pi
    presto l'Annina in Casentino e incominciar quella vita di proprietario
    ch' il suo sogno. Non ti pare che, in vista di queste considerazioni,
    tu potresti cedere e non ostinarti a restar fedele ai principi di quel
    che    detto    detto?   Nella  vita  sopravvengono   spesso   tanti
    avvenimenti,  che ci costringono a derogare dalle risoluzione prese, e
    questo prepotente affetto di Carlo per l'Annina  cosa da esser  presa
    in considerazione.  Rifletti, e poi dimmi che cosa debbo fare scrivere
    da Vezzosa a Carlo.
    Il capoccia riflett qualche tempo e poi disse:
    - Io non lo capisco quest'affetto che non pu aspettare un anno,  come
    se  un  anno fosse la vita di un uomo.  Ma se voi credete che l'Annina
    sia seria abbastanza per maritarsi e che Carlo sia capace  di  tenerla
    bene  e dimostrarle affezione,  derogher volentieri dal mio principio
    per compiacervi; ma badiamo poi che voi, mamma,  non dobbiate pentirvi
    della vostra bont, ed io della mia condiscendenza.
    -  Spero  che  Iddio  mi  risparmi  questo dolore,  - disse la vecchia
    sorridendo,  - e finch sar in vita aiuter la giovane coppia  con  i
    miei consigli, e, dopo morta, con le mie preghiere.
    - E batti!  - esclam Maso che non voleva sentir parlar di malinconie.
    - Quando la finirete di parlar di cose tristi?
    Regina non rispose,  ma sorrise affettuosamente al  figliuolo  per  la
    concessione fattale.


    Il velo della Madonna.

    La  Regina  era  stata molto contenta di fare scrivere a Carlo,  dalla
    Vezzosa,  che la resistenza di Maso  era  vinta;  e  il  giovane,  per
    ringraziarla,  era  sceso da Camaldoli la domenica successiva e capit
    appunto nel dopopranzo,  quando tutta la famiglia era radunata per  la
    novella.  Dopo  essere  smontato  dal  calesse ed aver dato una buona
    sera frettolosa, egli corse nel canto del fuoco,  ove la Regina aveva
    ripreso  il posto che occupava nell'inverno,  e le butt le braccia al
    collo. Quell'atto affettuoso meravigli tutti, ma Carlo non volle dare
    nessuna spiegazione.
    Egli disse soltanto:
    - Nonna,  oggi narratela presto la novella perch  la  voglio  sentire
    anch'io prima d'andarmene.
    La Regina, sorridendogli, prese a dire:

    - Tanti,  ma tanti anni fa, la sorella di un conte Guidi di Poppi, che
    era stata maritata  a  Firenze,  torn  inaspettatamente  a  casa  del
    fratello,  senza  nessuna scorta,  a piedi,  lacera e sfinita.  Questa
    donna,  che si chiamava Ginevra,  recava nelle braccia una bambina  di
    pochi mesi, avvolta soltanto in un velo celeste.
    Appena giunta nel cortile del castello, madonna Ginevra cadde sfinita,
    e  i  cordiali  che  le dettero,  le fecero soltanto riacquistar tanto
    fiato da poter dire:
    - Vi raccomando la figlia mia: non le togliete mai da  dosso  il  velo
    celeste della Madonna.
    Dopo  aver fatto lo sforzo di parlare,  Ginevra cadde morta,  e la sua
    creaturina,  pallida e macilenta,  fu raccolta dallo zio,  il quale la
    port alla moglie.
    Il  conte  di  Poppi  non  sapeva  come  spiegarsi tanta miseria nella
    sorella,  che egli aveva maritata tre anni prima riccamente con messer
    Buonaccorso  Rucellai,  nobile  e  potente cavaliere.  Per scoprire la
    causa di quella sventura,  mand  a  Firenze  messi  sopra  messi,  ma
    nessuno  seppe  dirgli  nulla  di  preciso.  Tutti per furon concordi
    nell'assicurargli  che  Buonaccorso  viveva  splendidamente  nel   suo
    palazzo in via della Vigna,  e che vestiva a lutto dicendo a tutti che
    gli era morta la moglie.
    In quel momento i Guidi erano in guerra con la Repubblica  fiorentina,
    e il Conte,  occupato nella difesa dei suoi feudi,  non pot pensare a
    dirigere meglio le investigazioni per  scoprire  la  verit.  Non  gli
    sarebbe riuscito possibile di andare a Firenze senza cadere nelle mani
    dei  nemici;  perci  si  content  di  far  deporre il cadavere della
    sorella nel sepolcro di famiglia, e di curare la piccola Lisa, che era
    bella come un angiolo e si faceva amare da tutti per la  sua  bont  e
    mansuetudine.
    Cos passarono degli anni,  e pi Lisa cresceva, pi cresceva anche il
    velo azzurro che l'avvolgeva da capo a  piedi  e,  cosa  strana,  quel
    sottile tessuto,  non si consumava con l'uso, non scoloriva mai. Anzi,
    quanto pi Lisa lo portava, tanto pi pareva nuovo di zecca.
    Questo fatto, osservato da tutti gli abitanti di Poppi, fece s che la
    bimba venisse circondata da una  grande  venerazione.  Non  v'era  chi
    dubitasse che ella non fosse la protetta della Madonna e che quel velo
    non  avesse  virt di guarire gli indemoniati,  gli ossessi e tutte le
    persone colpite da mali,  che i medici non sapevano  sanare.  E  dalle
    parti  pi  lontane  del Casentino moveva a lei la gente a frotte,  ed
    appena Lisa toccava gli ammalati con quel  velo,  recitando  preghiere
    che  nessuno le aveva insegnate,  quelli sanavano completamente.  N a
    questo si limitava il suo potere,  ch appena le terre del Conte erano
    riarse  dalla  siccit  o  le  piogge  persistenti minacciavano di far
    straboccare i fiumi e i torrenti,  bastava che Lisa alzasse il velo al
    Cielo  e  accompagnasse quell'atto con le solite preghiere,  perch la
    pioggia invocata cadesse,  o tornasse a splendere il sole in un  cielo
    senza nubi.
    Il  Conte  e  la  moglie,  riconoscendo  quanti benefizi dovevano alla
    nipote,  la circondavano di ogni cura,  e  attendevano  con  ansia  il
    momento in cui il loro figlio maggiore fosse grande,  per dargliela in
    moglie.
    Un giorno,  Lisa aveva allora quindici anni,  il  conte  di  Poppi  fu
    avvertito  che  un  forestiero,  dall'apparenza  sospetta,  era  stato
    arrestato mentre si aggirava con fare misterioso attorno al castello.
    Il signore volle  subito  vedere  il  forestiero,  ma  per  quanto  lo
    interrogasse  e  lo  minacciasse  della  tortura e del supplizio,  non
    ottenne da lui nessuna risposta.
    - Ebbene, rinchiudetelo in prigione, e forse il digiuno gli scioglier
    la lingua, - disse il Conte.
    L'ordine di lui fu subito eseguito,  ma quando,  dopo due  giorni,  le
    guardie  andarono  a  togliere  l'arrestato dalla prigione scavata nel
    masso e che non aveva altro che un'uscita,  custodita giorno e  notte,
    lo trovarono forte e robusto e ostinato quanto prima.
    Neppur  questa volta il signore di Poppi pot cavargli una sola parola
    di bocca.
    - Ebbene,  - disse,  - al momento dell'arresto questo  furfante  aveva
    forse le tasche piene di cibo; ora frugatelo, e se gli trovate qualche
    cosa, toglieteglielo; forse, in capo a due giorni di digiuno, parler.
    Il  forestiero  non  oppose  resistenza,  ma in tasca non aveva nessun
    minuzzolo di pane n altro, e le guardie eran convinte che egli avesse
    il potere di vivere senza nutrirsi.
    Infatti,  quando allo spirar dei due giorni fu tolto di prigione,  era
    sano e forte come prima, e neppure quella volta il conte di Poppi pot
    cavargli di bocca una parola.
    - Chiamatemi Lisa; - egli ordin a bassa voce a un valletto, - qui c'
    un sortilegio.
    Infatti,  appena  Lisa comparve,  avvolta da capo a piedi nel suo velo
    azzurro,  l'uomo incatenato mand fumo dalla bocca e  dagli  occhi,  e
    spar senza saper dove n come.
    -  Figlia  mia,  - esclam il Conte,  che si compiaceva di dare a Lisa
    quel nome affettuoso,  - io credo che quell'uomo fosse il  Diavolo  in
    persona!  Ma  che  cosa voleva?  - aggiunse il signore impensierito da
    quel mistero.
    La fanciulla cadde in ginocchio, e,  alzando il velo al cielo,  preg.
    Nessuno  os  fiatare  finch  la  fanciulla rimase in quella positura
    supplichevole, e quando si rialz, ella disse, rivolta allo zio:
    - Signor mio,  a voi solo posso far noto il mistero  che  mi    stato
    comunicato; compiacetevi di far sgombrare la sala.
    Tutti uscirono, e Lisa riprese:
    -  Allorch  mia  madre  entr in casa Rucellai,  il padre mio ebbe un
    rovescio  di  fortuna.  Tre  navi  che  recavano  in  Oriente  le  sue
    mercanzie, perirono; un negoziante di Venezia, al quale aveva affidato
    gran  parte  del  suo danaro,  fugg,  ed egli si vide a un tratto sul
    punto di dover vendere il suo palazzo, non restandogli pi nulla.
    - Una notte,  preso dalla disperazione,  sapendo che mia madre  doveva
    dargli un erede, disse:
    -  Se  Satana  mi  salvasse,  io  gli  darei  la  vita  e l'anima del
    nascituro.
    - A quest'empia offerta  trem  la  stanza  dov'era  mio  padre  e  si
    squarci  il  tetto.  Un  momento  dopo,  messer Buonaccorso si vedeva
    davanti il Diavolo, che gli diceva:
    - Mantieni la tua promessa e sarai salvo.
    - Mio padre non si  disdisse,  anzi,  sopra  una  tavoletta  d'avorio,
    scrisse  col  suo sangue il patto infernale.  Dopo poco,  mia madre mi
    dava alla luce, e in camera di lei compariva il Diavolo a richiedermi.
    Mio padre, che era presente, mi prese,  e stava per consegnarmi a lui;
    ma  mia  madre,  strappato il velo celeste che copriva la testa di una
    statua in legno della Madonna,  che una  pia  parente  le  avea  fatto
    portare accanto al letto,  me lo gitt addosso.  Il Diavolo sparve, ma
    mio padre, inferocito contro la moglie, la rinchiuse in un sotterraneo
    del palazzo.  Peraltro non ebbe il coraggio di separarmi  da  lei,  la
    quale fece voto di me alla Madonna.  Per il Diavolo,  con la speranza
    di ricuperarmi, non abbandon mio padre.  La povera mamma,  dopo quasi
    un  anno che era rinchiusa nel sotterraneo,  fu liberata da un vecchio
    servo, che ebbe piet di lei e le dette una piccola somma. L'infelice,
    temendo di essere scoperta,  rimase nascosta in una caverna per  molto
    tempo,  finch, sentendosi vicina a morte, volle venir qui da voi, per
    non lasciarmi sola al mondo.  Il  forestiero,  che  voi  avete  tenuto
    imprigionato, era il Diavolo, il quale non si d ancora per vinto e mi
    tender  altri  tranelli.  Egli  sperava  d'introdursi  nel castello e
    togliermi questo velo che mi protegge.
    - Ma chi ti ha rivelato tutte queste cose? - domand il Conte.
    - Mentre pregavo,  ho avuto la visione esatta di questo fatto.  Vedevo
    svolgersi,  come in tanti quadri, tutta la storia dolorosa, e sopra ad
    essi scorgevo sempre il dolce volto della Madonna,  che mi  sorrideva,
    quasi mi promettesse protezione.
    Lisa tacque,  e il Conte non rivel a nessuno quanto aveva saputo;  ma
    la voce del miracolo si sparse in tutto il  contado,  e  a  frotte  la
    gente si recava a Poppi, onde implorare soccorso da Lisa nei suoi mali
    o anche soltanto per baciarle il velo miracoloso.
    Una domenica,  mentre la fanciulla ritornava dalla messa,  trov sotto
    l'arco del castello un  uomo  coperto  da  capo  a  piedi  di  piaghe,
    accompagnato  da  due contadini,  che lo avevano recato lass sopra un
    carretto pieno di paglia.
    Egli la supplic di toccarlo col velo a fine di liberarlo dal tormento
    che provava.
    La contessa e il conte di Poppi affrettarono il passo per  non  vedere
    quell'uomo ributtante,  i valletti e i paggi seguirono i signori. Lisa
    rimase sola dinanzi all'infermo e ai suoi compagni.
    Mentre ella si chinava  sul  corpo  piagato  per  fare  in  pi  punti
    l'apposizione del velo miracoloso,  se lo sent strappare da dosso. Il
    finto infermo si alz e, presala fra le braccia, vol via portandosela
    seco, mentre i due compagni di lui cadevano in una buca scavatasi a un
    tratto nel terreno. Il velo rimaneva in terra abbandonato.
    Il Conte e la Contessa,  dopo avere atteso per un  certo  tempo  Lisa,
    mandarono in cerca di lei,  ma i valletti non riportarono altro che il
    velo lacerato e la notizia che l'infermo e i due uomini erano spariti.
    La Contessa scoppi in lacrime,  il Conte ordin che fossero sellati i
    cavalli,  e,  partendo  con  una numerosa comitiva,  la sparpagli per
    tutte le vie,  con  ordine  ai  suoi  uomini  di  cercare  ovunque  la
    carissima nipote.
    Questa,  invece,  traversava  lo spazio,  stretta fra le granfie di un
    Demone alato,  il quale la depose  in  una  grotta  presso  l'Alpe  di
    Catenaia.  Appena  per  l'ebbe posata in terra,  Lisa si accorse che,
    attaccato ai capelli,  le restava un pezzetto del velo miracoloso,  e,
    rinfrancatasi, si diede a pregare con fervore la Madonna.
    Intanto il velo si allung per modo da coprirla tutta.  Appena ella si
    sent riparata da quel miracoloso vestito tessuto dagli  angioli,  non
    ebbe  pi  paura  del  Diavolo,  che  la  guardava a vista,  e cammin
    arditamente fino all'imboccatura della caverna,  chiusa da un macigno.
    Toccato che ebbe il sasso col velo, quello rotol lontano ed ella pot
    uscire libera, mentre il Diavolo rimaneva inchiodato al suolo.
    Lisa  non conosceva quei luoghi,  ed err tutta la notte per il monte,
    fermandosi ogni tanto per rivolgere una  fervida  preghiera  alla  sua
    Protettrice.  Ella  pregava  fervorosamente  non  solo per ottenere la
    grazia di essere ricondotta all'ospitale castello di Poppi,  ma ancora
    per  implorare  dal  Cielo la liberazione di suo padre dalla schiavit
    del Demonio.
    A giorno ella scorse la grande torre di  Poppi,  illuminata  dal  sole
    nascente, e cammin con pi lena.
    Finalmente,  giungendo al piano, incontr alcuni uomini del Conte, che
    l'avevan cercata tutta la notte,  e mandarono grida di gioia vedendola
    sana  e  salva.  Ella  sal in groppa a un cavallo,  e non si pu dire
    quali accoglienze le facessero il Conte e la  Contessa  e  con  quanta
    devozione  assistessero al "Te Deum" cantato come rendimento di grazia
    per la liberazione della giovinetta.
    Essi non vollero pi che  ella  si  esponesse  fuori  delle  mura  del
    castello,  e  le  chiesero  di fissare la data delle nozze con l'unico
    figlio loro,  affinch il marito potesse proteggerla  giorno  e  notte
    dalle insidie del Demonio.
    Lisa,  confusa  da  tanto  onore  e  da  tanta  bont,  stabil che il
    matrimonio si conchiudesse fra  quattro  settimane,  ma  aggiunse  che
    prima  di  accettare la mano del giovane Conte,  aveva una missione da
    compiere: quella di adoprarsi per la salvezza del  padre,  che  voleva
    assistesse alle nozze.
    Il  Conte  mand  subito  alcuni  uomini a Firenze per invitare messer
    Buonaccorso alle nozze della figlia,  ma quando giunsero lo  trovarono
    morto.
    Lisa,  a quella notizia,  pianse amaramente, ma non cessava di pregare
    per lui. Una notte per le apparve la Madonna e le disse:
    - Figlia diletta, le tue preghiere sono inutili;  il padre tuo  fra i
    dannati. Non potendo liberarsi dai tormenti che gl'imponeva il Demonio
    per averti in corpo ed anima,  s' tolto la vita,  e ora  all'Inferno
    con i reprobi.
    Lisa,  accorgendosi che non poteva pi nulla per  lui,  preg  per  la
    famiglia  che  l'aveva raccolta,  e su di essa attrasse le benedizioni
    del Cielo.
    Le nozze furono celebrate di l a poco,  e per lunghi anni la contessa
    di Poppi fu l'angiolo della casa.

    -  Nonna,  -  disse  Carlo appena la vecchia ebbe terminato,  - so che
    questa  l'ultima novella che raccontate quest'anno;  ma io mi  auguro
    che possiate divertire anche i miei figliuoli e quelli di Vezzosa.
    La vecchia sorrise di compiacenza a quell'augurio, e dopo fu stabilito
    il  giorno  delle nozze,  con molta gioia dei bambini,  ai quali Carlo
    promise un sacchettino di confetti per ciascuno.




















    La sorte della famiglia Marcucci.

    In questa lunga serie di novelle,  in cui ho intrecciato  le  leggende
    alla  storia  della  famiglia  della  Regina,  l'abile  narratrice  di
    Farneta,  vi ho fatto  assistere,  miei  cari,  a  tutte  le  vicende,
    talvolta  tristi e talvolta gaie,  di quelle buone e semplici persone,
    per le quali la cara vecchia era impulso al  lavoro,  alla  concordia,
    era  conforto  nei  momenti di dolore.  Non potrei dunque terminare il
    quarto volume  delle  novelle  senza  dirvi  che  cosa  avvenisse  dei
    Marcucci  durante  l'inverno  successivo,  quell'inverno  che  avevano
    veduto avvicinarsi con tanta trepidazione in seguito alla  rovina  del
    raccolto. Statemi dunque a sentire:
    Il  Diavolo,  dice  il  proverbio,  non    mai cos brutto come si
    dipinge, e il Diavolo dei Marcucci,  che consisteva nel timore di non
    poter  sbarcare  l'inverno,  fu  anzi  un  Diavolo  abbastanza  umano,
    piuttosto allegro che no.
    Dopo che la Regina ebbe ottenuto da Maso che la  data  del  matrimonio
    dell'Annina con Carlo Buoni fosse anticipata di alcuni mesi,  tutte le
    donne di casa si diedero a preparare il corredo per la  sposa.  Carlo,
    da  Firenze,  ov'era  tornato  per dirigere l'albergo,  aveva un bello
    scrivere che non si dessero brighe, che al corredo ci pensava lui. S,
    era come dire al muro, e lo stesso effetto producevano le parole della
    signora Durini.  Le Marcucci erano attaccate  agli  usi  domestici,  e
    siccome nessuna del loro parentado si era maritata senza portare nella
    nuova  casa un abbondante corredo fatto in famiglia,  cos pareva loro
    che all'Annina dovesse mancare ogni cosa se non aveva la roba  filata,
    tessuta e cucita da esse.
    L'Annina, che era tornata a casa negli ultimi tempi, le lasciava fare,
    bench  sapesse  che  di  quella roba,  che esse preparavano con tanta
    fatica, non avrebbe potuto servirsene a Firenze, e si lasciava sgridar
    dalla mamma per la sua indifferenza rispetto a  quella  faccenda,  che
    aveva per la Carola e per le altre una importanza cos capitale. Ella,
    invece,  cuciva  il corredino per il bimbo della Vezzosa e soleva dire
    ridendo:
    - In casa nostra dobbiamo essere sempre ventisei;  quando  escir  io,
    verr lui, e prender il mio posto.
    - Di certo,  - rispondeva la moglie di Cecco, - e se sar una bimba le
    metteremo il tuo nome.
    Il Natale si avvicinava a grandi passi,  con le nevi e il  tramontano.
    In  quel  giorno  tutti attendevano Carlo che doveva venire da Firenze
    per far le feste con  la  sposa  e  tornare  poi  a  Capo  d'anno  per
    celebrare il matrimonio.
    Egli  giunse  la  vigilia,  portando  seco  un  grosso  baule  coperto
    d'incerato, e quando l'apr, le donne rimasero a bocca aperta.  Vi era
    in esso biancheria, scarpe, vestiti, ed anche un bell'abito di morbida
    lana  bianca  per le nozze e un candido e soffice velo con un mazzetto
    di  fiori  d'arancio.   Alcuni  oggetti  d'oro,   semplici  ma  belli,
    completavano  questo  corredino  degno di una signorina.  Il resto era
    preparato a Firenze, nel quartiere dello sposo.
    - Carlo fa di te una principessa!  - dicevano  le  zie  toccando  ogni
    oggetto con riguardo, per timore di sciuparlo.
    -  No,  faccio  dell'Annina  una  cittadina;  - disse Carlo,  - ma non
    crediate che non desideri il  momento  di  ricondurla  per  sempre  in
    campagna,  in una casa nostra,  vicino a questo podere, cui sono tanto
    affezionato.
    L'Annina  non  ragionava  pi,   tanto  era  sbalordita.   Fra   tutta
    quell'allegria,  che  fece  dimenticare alle donne perfino la messa di
    Natale,  e durante quella lunga veglia in cui furono  vuotati  diversi
    fiaschi  di  vino,  nessuno  si  accorgeva del pallore della Vezzosa e
    delle sue sofferenze.
    Senza turbare l'allegria generale,  a un certo  punto,  non  potendone
    pi, ella prese da parte Cecco e gli disse:
    -  Credo che il nostro bimbo nascer stanotte,  come Ges;  io vado in
    camera,  tu va' a chiamare la levatrice;  ma stai  zitto,  perch  non
    voglio disturbare nessuno.
    Cecco usc infatti, ed ella sal in camera sua.
    Quando  il bell'artigliere torn da Poppi in calesse con la levatrice,
    la cucina era buia,  e la Vezzosa spasimava.  Per,  prima che  l'alba
    diradasse  le tenebre,  Cecco le presentava un bel maschietto che ella
    baciava con passione.
    Nessuno aveva sentito nulla,  perch la camera di Vezzosa era in fondo
    al corridoio, e i contadini hanno il sonno duro.
    Cos la mattina,  un po' tardi,  quando i Marcucci si alzarono a uno a
    uno,  rimasero  meravigliati  vedendo  un  bimbo  di  pi,  che  Cecco
    presentava a tutti dicendo:
    - Baciatelo,  il nostro Ges bambino.
    La  Regina  lo  aveva veduto prima di ogni altro,  perch Cecco glielo
    aveva portato sul  letto,  ed  ella  aveva  confuso  in  un  abbraccio
    tenerissimo  il  figlio prediletto e l'atteso nipotino,  e poi,  mezza
    vestita, era corsa dalla Vezzosa a sgridarla perch non le aveva detto
    niente la sera prima.
    - Non ho voluto farvi perdere una nottata, mamma, - rispose la giovane
    madre. - Oggi dovete essere arzilla e presiedere il pranzo di Natale.
    Quel pranzo serbava ai Marcucci  una  nuova  sorpresa.  Carlo,  quando
    furono  a  mangiare un bell'arrosto di tordi,  ammazzati la mattina da
    Maso, si alz e disse:
    - Ormai mi considero come di casa,  e  per  questo  credo  di  potervi
    trattare  da  parenti.  Ebbene,  propongo,  come  nipote di Cecco e di
    Vezzosa e come cugino del bimbo nato stanotte, che egli sia battezzato
    domani, che  domenica. Sono giorni di festa per noi, e ce li dobbiamo
    godere.  Non pensate al rinfresco;  il compare    stato  avvertito  e
    arriver  domani.  Pensate  soltanto  a invitare molta gente e a stare
    allegri.
    La Carola e le cognate avrebbero invitato tutto il Casentino, tanto si
    struggevano di far vedere a tutti che bel giovane sposava l'Annina,  e
    i  regali  che  le  aveva  fatti.  Perci,  appena  alzate  da tavola,
    mandarono tutti i figliuoli,  chi di qua e chi di l,  ad avvertire  i
    parenti e gli amici che la Vezzosa aveva avuto un bel bimbo,  e che il
    giorno dopo si battezzava con pompa.
    La matrigna,  il babbo e le sorelle di Vezzosa erano  stati  avvertiti
    prima,  e  capitaron tutti,  anche nel dopopranzo di Natale.  La Maria
    sal subito dalla giovine mamma, ma le ragazzine rimasero con l'Annina
    a vedere il corredo e i regali,  e guardavano ogni cosa con  occhi  di
    meraviglia.
    - Annina, che fortuna! - ripetevano. - Ogni mille una, e quell'una sei
    tu.
    La notizia della nascita del bimbo e dell'arrivo di Carlo col corredo,
    s'era sparsa in un battibaleno nei poderi vicini,  cos che la sera di
    Natale, bench la neve fioccasse, la casa Marcucci si emp di gente. E
    le donne  curiose,  che  erano  in  maggior  numero,  guardavano  alla
    sfuggita  il  neonato e mettevano invece tutta la loro attenzione agli
    oggetti del corredo, che consideravano come altrettante meraviglie. Se
    dicessi che l'invidia per la sorte toccata all'Annina non  germogliava
    negli animi delle donne, asserirei il falso. Ragazze e mamme fissavano
    intensamente  l'Annina,  per  sapere  che  cosa Carlo aveva trovato di
    speciale in lei;  e il resultato di quella osservazione  intensa,  era
    che l'Annina non differiva dalle altre contadine par suo,  che non era
    una bellezza n una ragazza intelligente.
    L'invidia le accecava davvero,  perch l'Annina,  senz'esser veramente
    bella,  aveva  un  che  di soavemente dolce nel visino pallido,  e uno
    sguardo che penetrava nel cuore.
    Inoltre,  in quei pochi  mesi  passati  in  casa  Durini,  ella  aveva
    acquistato un fare composto e un garbino da persona bene educata,  che
    si addiceva mirabilmente alla dolce espressione  del  suo  viso  e  la
    faceva apparire molto pi bella di prima.
    Quelle qualit dell'animo,  che il volto rispecchiava,  avevano legato
    Carlo a lei. Era la modestia e la bont che egli cercava nella moglie,
    e che credeva con ragione di aver trovate nell'Annina.
    La mattina dopo giunse un telegramma del  professor  Luigi,  il  quale
    annunziava di non potersi muovere, perch leggermente indisposto. Egli
    pregava  Carlo  di rappresentarlo come compare,  e dopo aver fatto gli
    auguri e i mirallegri a Vezzosa, annunziava l'invio di un regalo. Poco
    dopo arriv da Firenze una cesta piena di liquori,  paste e  confetti,
    che  i  bimbi  di  casa Marcucci guardarono con certi occhi di golosi,
    girandovi intorno, finch non fu aperta. Nel dopopranzo, quando Carlo,
    Cecco, la signora Durini,  scesa da Camaldoli per far da comare,  e il
    bimbo,  erano  andati alla chiesa di Poppi per il battesimo,  le donne
    imbandirono sopra una lunga tavola, coperta da una tovaglia di bucato,
    tutti i dolci e i liquori contenuti nella cesta.  E la tavola non  era
    ancora imbandita quando incominciarono a giungere gl'invitati.  Un bel
    fuoco ardeva nel  camino,  e  la  Regina,  vedendoli  intirizziti,  li
    faceva,  con la sua buona grazia,  accostare alla fiamma. Ma gli occhi
    di tutta quella gente  si  portavano  involontariamente  sulla  tavola
    coperta  di  dolci,  ornata  di  canditi  e  di zuccherini e su quelle
    montagne di confetti; e appena due si trovavano in disparte e potevano
    scambiare una parola, dicevano:
    - Eh! che lusso! I Marcucci hanno proprio avuto fortuna!
    I gioielli dell'Annina  poi  destavano  l'ammirazione  delle  ragazze.
    Tutti  le  toccavano  l'orologio,  la catena,  il braccialetto d'oro a
    forma di cordone,  e uno spillo semplice e  bello,  ornato  di  alcune
    perline.
    Quando  il  corteo  torn  dalla  chiesa  e il bimbo fu riportato alla
    mamma,  la signora Durini scese a mescolarsi fra  gl'invitati;  furono
    tagliate le torte e distribuiti i confetti.
    La  signora  Durini  aveva  regalato  alla  giovane  mamma  una posata
    d'argento col bicchiere,  e Vezzosa era lietissima di mostrare il dono
    alle amiche, perch nessuno in quei paesi possedeva simili cose.
    Fino a tardi,  quella sera,  si bevve e si mangi, e i bimbi di casa e
    quelli degli invitati andarono a letto nascondendo i confetti sotto il
    capezzale.
    Carlo si compiaceva di destare la meraviglia di tutti i contadini  del
    vicinato,  perci  fece  venire da Arezzo quattro carrozze coperte per
    condurre la famiglia e i testimoni in chiesa  e  al  municipio,  e  da
    Firenze mand pasticci, dolci e fiori in quantit.
    L'effetto  di  quella cucinona,  ornata di fiori e piena di persone di
    citt e di campagna,  era qualcosa da non descriversi,  e la  sposina,
    vestita elegantemente di bianco, non pareva davvero una contadina.
    Vezzosa,  anche  lei,  aveva  voluto  assistere al pranzo di nozze,  e
    appariva pi bella che mai, pallida com'era e un po' sofferente.
    Al momento della partenza degli sposi  non  mancarono  le  lacrime  da
    parte  dell'Annina e dei parenti,  ma furono lacrime di gioia,  perch
    tutti  sapevano  che  la  separazione  doveva   terminare   presto   e
    incominciare una vita lieta.
    Partita  che  fu  l'Annina,  la  famiglia Marcucci riprese le faticose
    occupazioni e la esistenza di continuo  e  serio  lavoro.  La  vecchia
    Regina,  che  adorava il bimbo di Vezzosa e di Cecco,  era la sola che
    oziasse per divertirlo, e la buona vecchia pareva ringiovanita ora che
    teneva di continuo fra  le  braccia  quel  caro  piccino,  che  soleva
    chiamare il suo Ges, perch era nato la notte di Natale.
    Per la felicit non arride di consueto molto a lungo alle famiglie, e
    la vita ha pi giorni tristi che lieti.
    La  buona vecchia fu presa a un tratto dalla febbre e dovette mettersi
    a letto.
    Questo avveniva ai primi di maggio, e il medico, chiamato in fretta da
    Cecco, disse che si trattava di un raffreddore e null'altro.
    Ma dopo una settimana,  invece di potersi alzare,  come aveva detto il
    medico,  la  Regina era sempre pi abbattuta e nulla valeva a renderle
    il vigore.
    Verso i primi di giugno volle fare uno sforzo e  si  fece  portare  al
    sole sull'aia,  ma dopo pochi minuti che era l a guardare i fiori e a
    sentire il lieto bisbiglio dei bimbi,  fu presa da una mancanza,  e le
    nuore dovettero portarla a letto a braccia.
    Da  quel  giorno non si alz pi,  e il 15 di giugno spir in mezzo ai
    suoi,   non  esclusi  l'Annina  e  Carlo,   venuti  da   Firenze   per
    riabbracciarla.
    Mor  la  buona  e cara vecchia,  senza aver perduto la lucidit della
    mente,  raccomandando ai figliuoli di  restare  uniti  per  amor  suo,
    raccomandando ai nipotini di seguire l'esempio dei genitori e d'essere
    uomini laboriosi e onesti.
    Non    possibile  dire  quale  vuoto lasciasse in casa la morte della
    Regina e quanto fosse pianta  da  tutti.  Con  lei  spariva  la  mente
    illuminata,  l'anima  della  famiglia,  la  donna  esperta  e  di buon
    consiglio alla quale erano soliti  ricorrere  nei  momenti  solenni  e
    difficili della vita.

