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Giovanni  Pascoli
Poemi italici
[1911]



AD ALFREDO STRACCALI
A FEDELE ROMANI
A GIOVANNI SETTI
SANTI CUORI CHE NON BATTONO PIU'
NOBILI MENTI CHE PENSANO ANCORA
DOLCI MEMORIE CHE RESTERANNO
SEMPRE




PAULO UCELLO -- ROSSINI  -- TOLSTOI






- PAULO UCELLO -



CAP. 1.
In prima come Paulo dipintore fiorentino s'invogli d'un monachino o ciuffolotto e non pot comprarlo e allora lo dipinse.


Di buona ora tornato all'abituro
Paulo di Dono non fin un mazzocchio
ch'egli scortava. Dipingea sul muro

un monachino che tenea nell'occhio
dalla mattina, che con Donatello
e ser Filippo era ristato a crocchio.

Quelli compravan uova. Esso un fringuello
in gabbia vide, dietro il banco, rosso
cinabro il petto, e nero un suo mantello;

nero un cappuccio ed un mantello indosso.
Paulo di Dono era assai trito e parco;
ma lo comprava, se ci aveva un grosso.

Ma non l'aveva. And a dipinger l'arco
di porta a San Tomaso. E gli avveniva
di dire: E` un fraticino di San Marco.

Ne torn presto. Era una sera estiva
piena di voli. Il vecchio quella sera
dimentic la dolce prospettiva.

Dipingea con la sua bella maniera
nella parete, al fiammeggiar del cielo.
E il monachino rosso, ecco, l era,

posato sopra un ramuscel di melo.



CAP. 2.
Della parete che Paulo dipingeva nella stanzuola, per sua gioia, con alberi e campi in prospettiva.


Ch la parete verzicava tutta
d'alberi: pini dalle ombrelle nere
e fichi e meli; ed erbe e fiori e frutta.

E s, meraviglioso era a vedere
che biancheggiava il mandorlo di fiori,
e gialle al pero gi pendean le pere.

Lustravano nel sole alti gli allori:
sur una bruna bruna acqua di polle
l'edera andava con le foglie a cuori.

Sorgeva in fondo a grado a grado un colle,
o gremito di rosse uve sui tralci
o nereggiante d'ancor fresche zolle.

Lenti lungo il ruscello erano i salci,
lunghi per la sassosa erta i cipressi.
Qua zappe in terra si vedean, l falci.

E qua tra siepi quadre erano impressi
diritti solchi nel terren gi rotto,
e l fiottava un biondo mar di messi.

E l, stupore, due bovi che sotto
il giogo aprivan grandi grandi un solco,
non eran grandi come era un leprotto

qua, che fuggiva a un urlo del bifolco.



CAP. 3.
Come in essa parete avea dipinti d'ogni sorta uccelli, per dilettarsi in vederli, poi che averli non poteva.


E uccelli, uccelli, uccelli, che il buon uomo
via via vedeva, e non potea comprare:
per terra, in acqua, presso un fiore o un pomo:

col ciuffo, con la cresta, col collare:
uccelli usi alla macchia, usi alla valle:
scesi dal monte, reduci dal mare:

con l'ali azzurre, rosse, verdi, gialle:
di neve, fuoco, terra, aria, le piume:
con entro il becco pippoli o farfalle.

Stormi di gru fuggivano le brume,
schiere di cigni come bianche navi
fendeano l'acqua d'un ceruleo fiume.

Veniano sparse alle lor note travi
le rondini. E tu, bruna aquila, a piombo
dal cielo in vano sopra lor calavi.

Ella era l, pur cos lungi! E il rombo
del suo gran volo, non l'udian le quaglie,
non l'udiva la tortore e il colombo.

Sicuri sulle stipe di sodaglie,
tranquilli su'falaschi di paduli,
stavano rosignoli, forapaglie,

cincie, verle, lu, fife, cuculi.



CAP. 4.
Come mirando le creature del suo pennello non disse l'Angelus e fu tentato.


Poi che senza n vischio ebbe n rete
anche, nella stanzuola, il ciuffolotto,
Paulo mir la bella sua parete.

E non ud che gli avea fatto motto
la vecchia moglie; e non ud sonare
l'Avemaria dal campanil di Giotto.

Le creature sue piccole e care
mirava il terziario canuto
nella serenit crepuscolare.

E non disse, com'era uso, il saluto
dell'angelo. Saliva alla finestra
un suono di vivuola e di leuto.

Chiara la sera, l'aria era silvestra:
regamo e persa uliva sui balconi,
e giuncava le vie fior di ginestra.

Passeri arguti empan gli archi e gli sproni
incominciati di ser Brunellesco.
Cantavano laggi donne e garzoni.

C'era tanto sussurro e tanto fresco
intorno a te, Santa Maria del fiore!
E Paulo si scord Santo Francesco,

e fu tentato, e mormor nel cuore.



CAP. 5.
Della mormorazione che fece Paulo, il quale avrebbe pur voluto alcun uccellino vivo.


Pensava: "Io sono delle pecorelle,
Madonna Povert, di tua pastura.
E qui non ha n fanti n fancelle.

E vivo di pan d'orzo e d'acqua pura.
E vo come la chiocciola ch'ha solo
quello ch'ha seco, a schiccherar le mura.

Oh! non voglio un podere in Cafaggiolo,
come Donato: ma un cantuccio d'orto
s, con un pero, un melo, un azzeruolo.

Ch'egli  pur, credo, il singolar conforto
un capodaglio per chi l'ha piantato!
Basta. Di bene, io ho questo in iscorto,

dipinto a secco. E s'io non son Donato,
son primo in far paesi, alberi, e sono
pur da quanto chi vende uova in mercato.

Ora, al nome di Dio, Paulo di Dono
sta contento, poderi, orti, a vederli:
ma un rosignolo io lo vorrei di buono.

Uno di questi picchi o questi merli,
in casa, che ci sia, non che ci paia!
un uccellino vero, uno che sverli,

e mi consoli nella mia vecchiaia".



CAP. 6.
Come santo Francesco discese per la bella prospettiva che Paulo aveva dipinta, e lo rimbrott.


Cotale fu la mormorazione,
sommessa, in cuore. Ma dagli alti cieli
l'intese il fi di Pietro Bernardone.

Ecco e dal colle tra le viti e i meli
Santo Francesco discendea bel bello
sull'erba senza ripiegar gli steli.

Era scalzo, e vestito di bigello.
E di lunge, venendo a fronte a fronte,
diceva: "O frate Paulo cattivello!

Dunque tu non vuoi pi che, presso un fonte,
del tuo pezzuol di pane ora ti pasca
la Povert che sta con Dio sul monte!

Non vuoi pi, frate Paulo, ci che casca
dalla mensa degli angeli, e vorresti
danaro e verga e calzamenti e tasca!

O Paulo uccello, sii come i foresti
fratelli tuoi! Ch chi non ha, non pecca.
Non disfare argento, oro, due vesti.

Buona  codesta, color foglia secca,
tale qual ha la tua sirocchia santa,
la lodoletta, che ben sai che becca

due grani in terra, e vola in cielo, e canta".



CAP. 7.
Come il santo intese che il deso di Paulo era di poco ed ei gli mostr che era di tanto.


Cos dicendo egli aggranda pian piano,
e gli fu presso, e con un gesto pio
gli pose al petto sopra il cuor la mano.

Non vi sent se non un tremolo,
d'ale d'uccello. Onde riprese il Santo:
"O frate Paulo, poverel di Dio!

E` poco a te quel che desii, ma tanto
per l'uccellino che tu vuoi prigione
perch gioia a te faccia del suo pianto!

E'bramerebbe sempre il suo Mugnone
o il suo Galluzzo, in cui vivea mendico
dando per ogni bruco una canzone.

O frate Paulo, in verit ti dico
che meglio al bosco un vermiccil gli aggrada
che in gabbia un alberello di panico.

Lasciali andare per la loro strada
cantando laudi, il bel mese di maggio,
odorati di sole e di rugiada!

A'miei frati minori il mio retaggio
lascia! la dolce vita solitaria,
i monti, la celluzza sur un faggio,

il chiostro con la gran cupola d'aria!"



CAP. 8.
Come il santo partendosi da Paulo, che pur bramava s piccola cosa, disse a lui una grande parola.


Partiva, rialzando ora il cappuccio:
ch con l'ignuda Povert tranquilla
Paulo avea pace dopo il breve cruccio.

Lasciava Paulo, al suono d'una squilla
lontana, quando quel tremolo d'ale
d'uccello vide nella sua pupilla.

Ne lagrim, ch ben sapea che male
non era in quel deso povero e vano,
ch'unico aveva il fratel suo mortale.

Vena quel suono fievole e lontano
di squilla, l dai monti, da un convento
che Paulo vi avea messo di sua mano.

Veniva il suono or s or no col vento,
dai monti azzurri, per le valli cave;
e cullava il paese sonnolento.

Santo Francesco sussurr: "Di'Ave
Maria"; poi senza ripiegar gli steli
movea sull'erba, e pur dicea soave:

"Sei come uccello ch'uomini crudeli
hanno accecato, o dolce frate uccello!
E cerchi il sole, e ne son pieni i cieli,

e cerchi un chicco, e pieno  l'alberello".



CAP. 9.
Come il santo gli mostr che gli uccelli che Paulo aveva dipinti, erano veri e vivi anch'essi, e suoi sol essi.


E lontanando si gettava avanti,
a mo'di pio seminator, le brice
cadute al vostro desco, angeli santi.

Paulo guardava, timido, in tralice.
Le miche egli attingeva dallo scollo
del cappuccio, e spargea per la pendice.

Ecco avveniva un murmure, uno sgrollo
di foglie, come a un soffio di libeccio.
Scatt il colombo mollemente il collo.

Si levava un sommesso cicaleccio,
fin che son la dolce voce mesta
delle fedeli tortole del Greccio.

Dal campo, dal verzier, dalla foresta
scesero a lui gli uccelli, ai piedi, ai fianchi,
in grembo, sulle braccia, sulla testa.

Vennero a lui le quaglie coi lor branchi
di piccolini, a lui vennero a schiera
sull'acque azzurre i grandi cigni bianchi.

E sminuiva, e gi di lui non c'era,
sui monti, che cinque stelline d'oro.
E, come bruscinar di primavera,

rimase un trito becchetto sonoro.



CAP. 10.
All'ultimo come cant il rosignolo, e Paulo era addormito.


E poi spar. Poi, come fu sparito,
l'usignolo cant da un arbuscello,
e chiese dov'era ito... ito... ito...

Ne storm con le foglie dell'ornello,
ne sibil coi gambi del frumento,
ne gorgogli con l'acqua del ruscello.

E tacque un poco, e poi sommesso e lento
ne interrog le nubi a una a una;
poi con un trillo alto ne chiese al vento.

E poi ne pianse al lume della luna,
bianca sul greto, tremula sul prato;
che alluminava nella stanza bruna

il vecchio dipintore addormentato.




- ROSSINI -




PRELUDIO

Di sghembo entr, cantarellando roco,
nella sua stanza, e s'avvi pian piano
alla finestra. Aveva, dentro, il fuoco.

Nella via scura, ormai deserta, un coro
ebbro e discorde si perdea lontano.
Ma il cielo pieno era di note d'oro.


Era la Lira, appesa al cielo, in riva
della Galassia, sovra il monte santo.
Al soffio eterno ella da s tinniva.

Al suo tinnir cantava il Cigno immerso
nell'onde bianche, e col suo grande canto
placido navigava l'Universo.


Ma no: Rossini non udia che quelle
voci ebbre e scabre. L'uggiolo terreno
velava tutto il canto delle stelle.

Prese una carta e la lasci cadere.
S'alz, sed, non la guard nemmeno.
La carta piena era di note nere.


Imprec muto. Minacci per aria
Otello e Iago. Prese un foglio, e disse:
"Che altro occorre? una romanza? un'aria?

Assisa a pi..." Rise, e piant nel cielo
della sua stanza due pupille fisse.
Pensava a un roseo fiore senza stelo...


Poi sbadigli, poi chiuse pari pari
gli occhi, e nella dolcezza di quell'ora
dorm, sbuffando il sonno dalle nari.

Quegli stridori come d'aspra sega
stup la Lira risonante ancora
del cilestrino tremolo di Vega;


e sobbalz dall'angolo solingo
il clavicembalo, e ronzava a lungo...



CANTO PRIMO

I.

E si lev la Parvoletta in pianto.
Piangea, la povera anima, e mirava
il suo fratello rauco gramo franto...

"Se tu crescesti, se, qual ero, io resto,
piccola, perch farne la tua schiava,
di me che nacqui, tu lo sai, pi presto?"


Piangea la semplice anima fanciulla:
"Sono pi grande! Quando tu, smarrito
del mondo immenso, pigolavi in culla,

io era l, tra l'ombre mute e sole,
fui io che il tenero umido tuo dito
guidai ver'gli occhi di tua madre e il sole!


Fui io che prima, per un tuo gran male,
ti dissi, St! ascolta!... Una soave
nenia sonava presso il tuo guanciale.

E tu la udisti, e ti chetavi, attento
attento, di sulla tua lieve nave
che uguale uguale dondolava al vento...


Io, che cos, con una piuma, il viso
ti vellicai, che tu torcesti alquanto
le labbra, e nacque il primo tuo sorriso!

Io, che picchiando sulla sponda un giglio,
battevo il tempo, e tu movesti al canto
la bocca, e nacque il tuo primo bisbiglio!


Io, che girai, per darti gioia, il talco
d'una stellina, che agitai gli squilli
d'un sistro, onde stridivi come un falco

di nido; e quando, solo, in mano a Dio,
restavi, a sera, in casa, coi gingilli
tuoi, bono bono, era che c'ero anch'io!"


II

Lagrime salse le piovean dagli occhi.
Piangea la povera anima, una mano
sul tenue seno e l'altra sui ginocchi.

"Oh! la tua buona Parvola, che chiudi
sola, laggi, nel carcere lontano,
pieno di spettri e di fantasmi nudi!


E mi spaura, chiusa in fondo anch'ella
come son chiusa io cos pura e saggia,
fragrante ancora dell'odor di stella,

la Bestia, ahim! che mangia e ringhia e freme
sopra il presepe, e scalpita selvaggia
tutta la notte! Noi vegliamo insieme,


la Bestia e io! cos che i dolci modi
che ti cantai, che andavi zingarello
di fiera in fiera, ora non pi tu li odi.

Allor, sul carro, io ti mutava in note
d'una viola e d'un violoncello
lo strido assiduo delle trite rote.


A cui, crescendo, s'aggiungean fanfare
di trombe e corni, ed, ecco, un infinito
coro di voci alte nel cielo e chiare.

Giungeva sempre pi canoro il nembo
sopra il tuo capo pendulo, sopito,
ch'allor tua madre s'accostava al grembo.


Passava il nembo, lontanava l'inno
con le grandi ali tremole e sonore,
lasciando alfine un sol, di s, tintinno,

piano, pi piano... era dell'arpa mia...
e tu la udivi con l'orecchio al cuore
della tua madre, per la lunga via..."


III

Poi disse: "Pensa al giorno, cos lento,
quand'eri messo a lavorare il ferro.
Movevi tu da striduli otri il vento.

E quattro fabbri mezzo neri e nudi
traeano il masso dal carbon di cerro
e lo battean sull'echeggiante incudine.


Ero con te. Battevo lieve l'ale
assecondando quell'ansar concorde
e quello squillo de'martelli uguale.

Toccavo un poco l'arpa tra il lavoro
sonante, e il suono tu delle mie corde
udivi sotto il muto gesto loro.


Io nel gran bosco ch'urla al nembo ignoto,
fo che tu senta il canto d'un uccello
che gonfia il collo ed apre il becco a vuoto.

Io fo che in mezzo ad un crosciar di frane
e di valanghe, l, d'un paesello
soavi e piane oda le tre campane.


Io per te colgo il suono d'ogni cosa.
Su tutte io picchio le mie tenui dita,
stelle del cielo o petali di rosa.

Di tutte io sento il dolce flutto occulto,
il cadenzato palpito di vita,
la gioia e il pianto, il riso ed il singulto.


E tu mi scacci! E chiudi me che volo!
che senza me, per te sarebbe il mondo
tutto silenzio! un grande fragor solo!

Ma, non so come, tutto quel fragore
interminabile, io te lo nascondo
dietro il ronzio d'un'ape attorno un fiore".


Parlava; e l'altro udiva in sogno; anch'esso,
il clavicembalo; e fremea sommesso.



CANTO SECONDO

I

La Parvoletta volse gli occhi muta
alle sue stelle. Erano nuove ancora,
ancora ansanti della lor venuta:

come quand'ella dirigea la prora
tra queste e quelle, stando presso al bianco
timonier cauto che attendea l'aurora;

o quando sola era a vegliar tra il branco
ed i pastori: ella senta crosciare
le foglie secche ad un mutar di fianco.

Sola vegliava la crepuscolare
pia fanciulletta sulla terra oscura,
soletta sull'irrequieto mare.

Mirava in alto, alta gentile e pura.
Ed era pieno anche lass d'erranti,
navi sull'onde, greggi alla pastura;

di lenti carri, d'uomini giganti,
pieno di draghi, pieno di chimere;
e risonava anche lass di pianti.

Vedeva dietro sartie nere o nere
quercie passare il cielo a poco a poco.
Nascean le stelle al puro suo vedere.

Poi si spegneano come in terra il fuoco.
Raggiava allora qualche striscia viva
come gli stami dentro fior di croco.

Era l'eternamente fuggitiva...
- Son come te: la prima: avanti giorno:
rorida e fresca anche nell'afa estiva -

dicea fuggendo. - Fuggo s, ma torno
sempre! - Ed il sole ecco appariva truce
e solo; e tutti, con un guardo intorno,

traeva dietro il gran carro di luce.


II

E si scopriva, il mondo, a lei! Ma quanto
ella vedeva, ella voleva, piena
di meraviglia, e lo chiedea col canto.

Tutto chiedeva l'esile Sirena
con dolci lodi: anche, prendeva andando
una conchiglia od uno stel d'avena;

e vi soffiava l'alito suo blando,
che ci che amava e trascorrea veloce,
sostasse un poco, udisse il suo dimando.

Tutto fluiva verso la sua foce.
Ella ascoltava, ella cantava a prova
gittando lor di terra la lor voce.

In mezzo a tanta meraviglia nuova
era quaggi come l'uccello, attento
da un ramo o di sulle sue tepide ova:

studia e rif le querule acque, e il vento
cupo, e la pioggia stridula, e, nel fine,
lo sgocciolare cristallino e lento,

il crepito di scorze aspre e di pine,
i sussulti dell'eco ultimi, il frale
frusco di frondi e sgrigiolo di brine;

che impara a volo il sibilo dell'ale
sue stesse aperte... Anch'ella, s, la romba
dell'ale sue, la vergine immortale!

Fermava il volo sopra la sua tomba,
tremulo; appi, gli accordi avea del mare
che sciacqua, stride, squilla, urla, rimbomba.

Cantava ella, chiamando al lor passare
lo sciame, a s, degli attimi disperso,
e nel ronzante piccolo alveare,

libero, e suo, chiudeva l'Universo!


III

Ed ora  ancora, l'esile fanciulla,
quella che fu. Tutto le par novello.
Ancor non parla: canta; e non sa nulla.

Tutto  fanciullo, tutto  suo gemello,
nato con lei; perci le piace, e l'ama;
e perch l'ama,  cos buono e bello!

Ell' terrena verginetta grama,
ma il sole  pure della sua famiglia;
e quando va, lo piange e lo richiama.

Sbocciano, dopo, sotto oscure ciglia
occhi ridenti. Sono le sue suore;
tutta la notte ella con lor bisbiglia.

Qualcuna scende fino a lei: ne muore.
Ma le ritrova in mezzo alle corolle,
essa, dei fiori, ancor tremanti il cuore.

Tra fiori e fiori, in cielo e in terra, molle
di guazza anch'ella, muove tra il frastuono,
de'quattro fiumi, all'ombra del bel colle.

E` il tempo primo, il primo tempo buono,
ch' buona anche la Morte che deforme
segue la vita come l'eco il suono.

Buona anche lei, la nera ombra senz'orme,
la vecchierella che sa dir le fole,
trista bens, ma che con quelle addorme!

Ognun la schifa. E la fanciulla suole,
bench la tema, esserle pia: s'attarda
spesso a sentire lunghe sue parole:

- C' buio, s. Non c' che un lume, ch'arda.
Son io la guida del meandro vano;
io cieca. E brutta... Non guardarmi! Guarda

solo il lumino. Io vo con quello in mano. -


CANTO TERZO

I.

Fioriva il cielo azzurro gi di stami
di fior di croco. "Io era innamorata
di te, ma tu, che amai, non mi riami!

T'amai pi che nessuno, pi che tutti.
Doni ti feci meglio che una fata:
ma non li prendi: a'piedi te li butti!


Fui la tua schiava e t'ebbi come sire;
eppur ti feci, povera fanciulla,
doni immortali: e tu li fai morire!

Io t'ho donato i canti dell'aurora,
quando sbocciava il tutto su, dal nulla:
eppure al mondo niuno li ode ancora!"


Piangea la pura vergine: "Io so molti,
molti altri canti, ma perch li canto,
se tu sei come un morto, e non m'ascolti?

Io ne so uno cos tristo e pio,
dolce come l'amore dopo il pianto...
Ma tu non odi, tu non mi ami, addio!


Io voglio andare, e pi con te non resto.
Che ? Gli occhi mi pungono. Non voglio...
Salice! Salice! oh! il mio canto mesto!

Un vecchio canto. E non l'udrai, mio bene!
E sembra fatto per il mio cordoglio.
E questa notte sempre al cor mi viene.


Cantate il verde salice! Non t'amo,
ch t'amo sola. E sola io parto. Avanti,
pur mi far ghirlanda d'un suo ramo.

E non so fare ch'io non pieghi, o caro,
da un lato il capo, e che tra me non canti
il vecchio canto dell'amore amaro..."



II

Ecco... le stelle chine sullo stelo
si richiudean nei bocci rosa ed oro:
trascolorava in oro e rosa il cielo...

l'uomo la vide! Ella sedeva in riva
d'un ruscel fresco, presso un sicomoro.
L'acqua gemeva, l'albero stormiva.


E delle stelle aperte era la bella
sola. Il suo florido alito lontano
giungeva all'aspra terra, alla sorella.

Alla fanciulla, le cadea dagli occhi
dentro il ruscello il pianto. Ed una mano
tenea sul petto e il capo sui ginocchi.


Erano i suoi sospiri che le fronde
facean brusire, e le lagrime amare
facean or s or no risonar l'onde.

Come era grande, il suo dolore, e grave!
Ma ella lo sentiva tramutare
in un accordo tinnulo e soave.


Ella piangea l'aurora senza giorno,
ella piangea l'amore senz'amore,
e la felicit senza ritorno.

Piangeva sotto il sicomoro, in riva
del bel ruscello. Al grande suo dolore
l'acqua cantava, l'albero brusiva.


Soltanto luce ed ombra era a mirarla,
e la sua voce era esile, di morta,
di morta quando torna in sogno, e parla.

Apriva un po'le palpebre come ali
d'una farfalla, un po'la bocca smorta:
salice... salice... salice...


III

E balz su, come di s stupita,
e lev alto e vie pi alto un canto,
toccando l'arpa con le lievi dita.

Fil, guizz nel cielo azzurro ed oro
il puro canto e rimbalz rinfranto
in un immenso singulto sonoro.


Sfavill. Si spegneva... era gi spento
No: riviveva e distendea le bianche
ali nel cielo e palpitava al vento.

Risaliva con palpiti e sussulti
alto, pi alto, per rinfrangersi anche
in un'onda, in un'ansia di singulti.


Grid. Mor. Sola le cristalline
lagrime l'arpa ora stillava; quando
risorse la dolcezza senza fine,

riprese il canto, alto tra cielo e mare,
a plorar forte, ad implorare blando,
spezzarsi, unirsi, sospirare, ansare;


un grido, e pace. Ecco le goccie d'oro
tinnir sull'arpa, dalle corde mosse
di quell'acuta gioia di martro;

e il canto alzarsi e i palpiti argentini
piovere gi, poi risalire a scosse,
a spiri, a strida...
E balz su, Rossini.


Tacita l'alba, tacita la strada.
Sul mare alcune lievi nubi rosse.
Sopra la terra fresco di rugiada.

Ronzava quella voce di preghiera
e di dolore, quasi ancora fosse
con lui la povera anima; e s, c'era!


Molle di pianto, egli percosse i tasti
tuoi, clavicembalo, e tu palpitasti...

ASSISA A PIE` D'UN SALICE...




- TOLSTOI -


I

Cercava sempre, ed era ormai vegliardo.
Cercava ancora, al raggio della vaga
lampada, in terra, la caduta dramma.
L'avrebbe forse ora cos sorpreso
con quella fioca lampada pendente,
e gliel'avrebbe con un freddo soffio
spenta, la Morte. E presso a morte egli era!
e Dio gli disse: "Io gi non venni a pace
mettere in terra; pace no, ma spada.
Venni a separar l'uomo da suo padre,
figli da madre, suocera da nuora.
I suoi di casa l'uomo avr nemici".
E Dio soggiunse: "Non cercare adunque
ci che le genti cercano; ma il regno
cerca di Dio, cerca la sua giustizia!
N pensare al dimani: esso, ci pensi.
Ad ogni giorno basta la sua pena".
E Dio grid: "Chi ama padre o madre
su me, non  degno di me. Chi ama,
pi di me, figlio o figlia, non  degno
di me. E chi non prende la sua croce
e segue me, non  degno di me".
Ed e'vest la veste rossa e i crudi
calzari mise, e la natal sua casa
lasci, lasci la saggia moglie e i figli,
e per la steppa il vecchio ossuto e grande
spar. Tra i peli delle ciglia gli occhi
ardeano cupi nelle cave occhiaie,
e gli sferzava intorno al viso il vento
la bianca barba. Tra le betulle irte
andava, curvo sul bordone, ed aspra
scrosciava sotto il grave pi la neve.
E mentre andava, a lui pi forte il cuore
un d batt; spicciava dalla fronte
ghiaccia il sudore ed anelava il petto.
Ond'ei sost nella nevata steppa
in un crocicchio, in mezzo a grandi selve.
E chiuse gli occhi sotto i fili d'erba
delle sue ciglia. Ma li apr stupito...

II

E si trov sotto un pallor d'ulivi.
Ed una voce ud soave accanto:
"Frate Leone, Dio ti benedica".
Ed era un poverello, ch'avea rotta
la tonica e il cappuccio ripezzato,
e scalzo andava, con la tasca al collo
sospesa, cinto d'un capestro i fianchi.
Erano intorno strida di cicale,
canti d'uccelli in chiarit di sole.
E il poverello disse al pellegrino
cos: "Frate Leone pecorella,
ben tu scrivesti, ove  perfetta gioia.
Quando giungiamo al nostro loghicciolo
Santa Maria degli Angeli, e la porta
picchiamo, ed esce il portinaio, e dice:
- Chi siete voi? - Siam due dei vostri frati -
e colui dice: - Voi non dite vero;
andate via, che siete due ribaldi -
se noi gli obbrobri sosteniamo in pace;
frate Leone, ivi  perfetta gioia.
E se picchiamo ancora, ed egli ancora
esce e ci caccia con gotate e dice:
- Partitevi indi, o vili ladroncelli! -
se questo ancora noi portiamo in pace;
frate Leone, ivi  perfetta gioia.
E se, da fame stretti pur, picchiamo
e in pianto e per l'amor di Dio preghiamo
ed egli esce e ci batte a nodo a nodo
con un bastone, e noi soffriamo in pace;
frate Leone, ivi  perfetta gioia.
E per scrivi, che se il male al mondo
resta, soffrirlo  meglio assai che farlo;
meglio che dare,  che ti diano; meglio
giacer Abel, che stare in pi Caino.
E per scrivi, che non  nel mondo
pregio maggiore, ch'essere dispetti,
e somigliare, in anco noi volere
beffe, gotate, verghe, fiele e croce,
all'uomo in terra ch'era Dio nei cieli".


III

E per la via moveano i due pi oltre.
E li seguiva, a bocca aperta, un lupo,
grande, peloso. E ne vedeva l'ombra
il pellegrino, e lo cred venuto
dietro i suoi passi dalla bianca steppa.
Ma il poverello: " frate Lupo, un lupo
ch'era omicida pessimo, e la terra
gli era nemica; ma gli accattai grazia
e feci dar le spese, ch'io sapeva
che tutto il male lo facea per fame".
Cos dicendo il poverello, il lupo
chiuse la bocca che teneva aperta
per anelare, e mosse un po'la coda.
E per la via moveano i due pi oltre.
E la campagna piena era d'uccelli
lieti del sole; e il poverello disse:
"Frate Leone, nella via m'aspetta
tanto che un poco io predichi a gli uccelli".
Entr nel campo, e cominci da quelli
ch'erano in terra; e subito a lui tutta
venne la moltitudine infinita
che v'era, di su gli alberi; ed insieme
coglieano il frutto delle sue parole,
aprendo i becchi, distendendo i colli,
movendo l'alie; e quando fine e'pose,
in schiera su frullarono cantando.
E per la via moveano i due pi oltre.
Ed un mendico venne loro incontro
e chiese loro carit d'un pane
per Dio; ma il poverello nella tasca
non avea pane, e n'era assai dolente.
Ma un libro avea, ch'era il sol che avesse,
ed e'lo prese dalla tasca, e diello
all'uom digiuno, e: "To'" gli disse "e vendi
questo a chi voglia, poi ch'a me non giova:
e compra pane, e Dio ringrazia e loda".
E questi prese il libricciolo e corse
verso una terra, per mutarlo in pane.
E 'l libro era il Vangelo di Ges.


IV

Nella citt rissavano i maggiori
ed i minori; e gli uni avean le spade,
gli altri i pugnali, ed erano di cenci
questi coperti, e que'vestian di ferro;
gli uni pi forza, gli altri avean pi odio.
Ed ai minori si mescean le donne
forte strillanti e i figlioletti ignudi.
E quelle labbra quasi rosse ancora
del bere al petto, impallidian gi d'ira.
E dagli obbrobri si veniva al sangue.
E il poverello si gett nel mezzo
a gl'infelici, ferro fosse o cenci
lor vestimento, avessero pi forza
ovver pi odio, e per il santo amore,
e questi e quelli scongiur, ch' Dio.
E preg tutti, poveri e banditi,
servi e padroni, artieri ed aratori,
vergini e spose, giovani e vegliardi,
malati e sani, gente d'ogni lingua,
uomini d'ogni parte della terra,
quelli che sono, quelli che saranno,
li preg tutti, esso minor di tutti,
di star uniti, di formar un solo,
un solo in terra, come un solo  in cielo.
Cos pregava e caddero le spade
ed i pugnali, e ruppero in singulti
uomini e donne, e gli uomini di ferro
prendean in collo i cattivelli ignudi,
che ognun vedesse tra la turba il Santo.
E tutti insieme, tese al ciel le mani,
davano lode a Dio ch'aveano in cuore,
che mai non muta, cui non vede alcuno,
n alcun comprende, dolce, alto... e la terra
tutta echeggiava Amore! Amore! Amore!
Ma il Santo volto al suo compagno: "Frate
Leone," disse, "or va per altra via,
ch a me conviene ora fuggir celato..."
E sparve. E l'altro uscito dalla terra
and ramingo per ignote strade.


V

E si trov nel mezzo a una pineta.
Misto d'incenso v'era odor di mare.
Ud lontano un suono di compieta.

Pianger parea la squilla il dileguare
ad occidente d'assai pi che un giorno!
E l tra il nero era un lucor d'altare.

Parea, la selva, un tempio. E quando intorno
tacque la squilla sola, ecco dei pini
s'ud l'aereo murmure piovorno.

Stridiano sulle stipe e sugli spini
tremuli i grilli, e rispondean le rane
a quando a quando di su gli acquastrini.

E notte venne, e fu tutt'ombre vane
l'antica selva, e rison di rotte
grida di fiere e forse voci umane.

Uno sfrascare, un galoppare a frotte,
un grido acuto, e poi silenzio ancora,
e l'ansimare solo della notte.

E sorse il lume d'una strana aurora
notturna, che le strigi vagabonde
fece fuggir con muti voli anzi ora.

Trascolor sotto le pallide onde
il tempio immenso con veloci fiumi
ed alte guglie e cupole rotonde.

E il pellegrino, in mezzo al lento fumi-
gare di luce vivida e spettrale,
un uomo vide lento errar tra i dumi.

Veniva dal gran Carro boreale.
Solcato d'ombre era il suo volto macro,
e fisso l'occhio, e sempre, il passo, uguale.

Egli avanzava per il luogo sacro,
tra un'infinita fuga di colonne.
Lo accompagnava il suono del lavacro

del mare eterno... di quell'altro insonne!


VI

E vide il vecchio, e gli mormor: "Pace".
E il vecchio scosse il capo: "Andai, lontano,
per aver lei, da tutto ci che piace!"

"Io fui cacciato": mormor il silvano.
E poi soggiunse: "e mi sbalz sul flutto
d'ogni procella il folle vento vano.

Cos mostrai le piaghe mie per tutto.
Altro non fui che pianta di mal orto,
pianta silvestra senza fior n frutto.

A me fu questo che tu vedi, il porto.
Per questa selva m'aggirai cattivo
e lasso e tristo e cieco e nudo e morto.

Morto non pur, ma come non mai vivo.
Era il mio nome per fuggir disperso,
qual foglia secca su corrente rivo.

DANTE, il mio nome. Ero nel nulla immerso,
quando, guardato in viso la ventura,
sorsi e descrissi tutto l'universo.

Descrissi l'uomo, e il sonno nell'oscura
selva e il risveglio, e l'apparir di fiere,
l'una che attrae, la coppia che spaura.

Mi seppellii sotterra per vedere.
Vidi n vivi i pi n morti, vidi
gli uomini bestie e l'anime pi nere.

Ebbro di lai, d'urli, di guai, di gridi,
mi lasciai sotto capovolto il male,
e giunsi a santi solitari lidi.

A un santo monte su per aspre scale
salii, dove la pena era gioconda.
Gli angeli ventilavano con l'ale.

Nel fuoco entrai. N'ebbi la vista monda.
Entrai l dove bene  ci che piace,
e l'uomo obla, poi si rinnova, all'onda

di sacre fonti. E ritrovai la pace".



VII

Poi disse: "Ritrovai la beatrice".
E il vecchio parve domandar qual era
quel monte, lungi, dov' l'uom, felice.

Spirava un'aura placida e leggiera
che scivolava sopra i larghi pini,
recando odor di mare e primavera.

E con sommessi sibili tra i crini
irti soffiava, e gi garrian gli uccelli,
nell'ombra nera, gl'inni mattutini.

Gi si vedean fioriti gli arboscelli
appi dei pini, e l'acqua bruna bruna
moveva l, di limpidi ruscelli.

E il vincitore della sua fortuna
disse: "Non mossi il pi di qui. Del pianto
o della gioia, questa selva  una".

Sorgeva il sole; e pi che dolce, intanto,
tra il sibilare de'chiomati rami,
fra l'infinito rompere del canto

degli uccelletti e il rombo degli sciami
e il singulto dell'acque andanti e l'almo
odor delle viole e de'ciclami,

accompagnato dal respiro calmo
del mare eterno, su per la pineta
veniva il suono d'un eterno salmo.

Vena Matelda lieta oprando, lieta
cantando, con sue pause per un fiore,
sempre movendo verso il suo poeta.

Ora la selva antica dell'errore
e dell'esilio e d'ogni trista cosa,
splendea di gioia e sorridea d'amore.

Dall'oriente acceso in color rosa,
cinta d'ulivo sopra il bianco velo,
perennemente a lui scendea la sposa,

per trarlo in alto, al Libano del cielo.



VIII

E si trov tra massi di granito,
il pellegrino, irsuti di lentisco
e di ginepro, e v'odorava il timo
e l'acre menta e il glauco rosmarino
dai fior cilestri. E vi s'uda lo zirlo
dei tordi e il trillo delle quaglie e il fischio
dei merli. E sparso era un armento bigio
d'onagri. E stava, sopra un masso a picco,
bianca una vacca avanti il mar tranquillo.

Ed era quella un'isola selvaggia,
con grande odor di regamo e di salvia.
Pascea sui picchi la solinga capra,
pascean le vacche chiuse nella tanga.
N rissa mai v'ardeva, se non l'aspra
voce talora alta mettea la mandra
degli orecchiuti. E il mare sussurrava
come un po'stanco, con la placid'ansia
quasi di sonno, all'ineguale spiaggia.

Pur altre volte il vento udire il rullo
facea di cupi timpani e l'acuto
squillo di trombe, andando al ciel lo spruzzo
salso del mare; e un secco fragor lungo
dava, ai macigni ed allo scoglio, d'urto.
Fuggiano il vento pallide le nuvole,
accavallate all'orizzonte oscuro;
e palpitava scosso da un sussulto
il cielo, il cielo che v' sempre azzurro.
Ma il sole allora limpido come oro,
scaldava i pingui cavoli nell'orto,
le prime fave, i fiori del fagiolo.
E del fior d'uva gi per l'alto poggio
spremea l'odore. E i petali di fuoco
gi dei gerani trasparian dal boccio.
E luccicava l'lbatro e l'alloro...



IX

E il pellegrino vide un uomo rosso
che arava. E miti vacche erano al giogo.

Ed un altr'uomo, che vesta di fiamma,
spargeva il seme con man lenta e savia.
Ed un altr'uomo, che vesta di grana,
copriva il seme con la grave zappa.
E l'aratore dalla fronte larga
spargea sudore, e lietamente arava
con un sorriso tra la fulva barba.
La chioma bionda fluttuava all'aria.
Specchiava il sole la pupilla chiara.

E venner altri da vicini tetti
recando cibo, che vestano anch'essi
tuniche rosse. Avevano nei cesti
fave fumanti e pan raffermo e pesci
seccati al vento. All'ombra di due lecci
sederon tutti, come dei, sereni.
Erano a loro sassi erbosi i seggi,
sassi le mense. E sparsi per i greppi
parlavan olio e grano, uve ed armenti.

E gi pasciuti, bevvero sul pane
acqua di pozzo. Non aveva altre acque
l'isola dura, n, pur mo'piantate,
davan le viti ci che fa buon sangue.
N altro dava l'isola, che piante
di pino e tasso buoni per le fiamme
d'un grande rogo. Un'isola di capre
era, silvestri. Qualche angusta valle
sola pativa il ferro delle vanghe.

E il pellegrino s'indugiava, e stette
molto ammirando l'eremita agreste,
che aveva in odio lotte, risse e guerre,
che sazio e lieto, tolte ormai le mense,
sorgea dicendo: "Nella pace  il bene!"



X

Ma improvvisa ecco nitr Marsala,
pass nitrendo la giumenta baia
libera e nuda. Un vento di battaglia
precipit sull'isola selvaggia.

Era il corsaro, era il filibustiere
sfidante il fuoco in mezzo alle tempeste,
era il cavalcatore, era il truppiere
volante via tra un flutto di criniere,
via per le Pampe, via per le foreste,
un contro cento, e ora e dopo e sempre!

Era il romano difensor dell'Urbe:
Mario gli diede i fasci con la scure:
egli pass tra quattro genti, immune,
dalla tua rupe, o Giove, alla tua rupe,
Titano, da San Pietro alla Palude,
come l'eroe nascosto in una nube!

Era il nocchiero che volgea la barra
del navil mosso a ricercar l'Italia,
dietro una stella; e nel chiaror dell'alba
s'ud gridare: Italia! Italia! Italia!
Ella apparia tra fuoco ardente e lava
fumante. Egli vi scese con la spada...

E la giumenta ripass nitrendo,
squill quel ringhio come tromba al vento,
stettero, grandi, alti, col mento eretto,
guardando lungi, in fila ed in silenzio,
gli uomini rossi. Ognun pareva intento
a un'ombra dubbia, ad un rumor sospetto...

Ma l'aratore il liscio collo e l'anche
palp plaudendo con le mani cave
alla giumenta e dielle del suo pane...
E presso lui si fece il vecchio errante,
vestito al modo delle sue campagne.
"Mugik eroe" disse: "io vuo'qui restare".


SVB ARBVTO




FINE
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