Tommaso Di Salvo - Sergio Romagnoli.
SCRITTORI E POETI D'ITALIA NELLA CRITICA.
VOLUME SECONDO.
Dall'Ariosto al Foscolo.

/:/ GIUSEPPE PARINI.

/:/ Parini e le ideologie illuministiche.

   Gli elementi della cultura del Parini sono due: la tradizione
retorico-letteraria, le tendenze moderne del sensismo illuministico.
Da una parte cio un lungo attento amoroso studio dei classici la-
tini e italiani, la formazione tradizionale del letterato italiano, edu-
catosi al culto dell'espressione, all'attenzione ai problemi retori-
ci, ad un'arte quasi solo formale:  il momento delle Alcune poesie
di Ripano Eupilino, momento non cronologico solo ma ideale, in
quanto presente, sia pure attenuato o diversamente atteggiato, in
tutta l'attivit poetica del Parini. Dall'altra, l'attenzione ai proble-
mi vivi della cultura del tempo, la volont di fare della propria
poesia uno strumento di educazione e di rinnovamento sociale, l'ade-
sione, quindi, alle correnti culturali recenti e alle riforme teresia-
ne. Pi tardi, tra il 75 e l'80, a quanto pare, invi al barone De
Martini, funzionario governativo a Milano, copia di una sua ope-
ra--probabilmente le prime due parti del Giorno--accompa-
gnandola con una epistola in versi, in cui scriveva:

Cosi, gi compie il quarto lustro, io volsi
l'Itale Muse a render saggi e buoni
i cittadini miei: cos la mente
io d'Augusto prevenni...
ond'altri veggia
che, se tu dotto vi lodasti alcuno
pregio dell'arte, la materia e il fine
tu consultor del trono anco ne approvi,

affermando quindi esplicitamente la propria partecipazione all'opera
di riforme intrapresa dal governo austriaco, e chiedendo l'appro-
vazione non solo per l'arte con cui l'opera era stata condotta, ma
anche per i princpi e gli spiriti che l'avevano informata.
   Aderire alle riforme teresiane significava accettare, almeno in
parte, i princpi illuministici, ed  perci interessante vedere se
come e fino a che punto il Parini aderisse alla nuova cultura, spe-
cialmente a quella francese che era la pi nota e vivace: le reazio-
ni del Parini di fronte all'illuminismo francese sono certo un'otti-
ma spia a penetrare nell'ideologia del Giorno.
   Nelle prime due parti vi sono due ampi squarci dedicati, die-
tro la finzione didattico-satirica, alla discussione della letteratura
e della filosofia illuministica francese e dei sui riflessi in Italia.
Nel Mattino, il giovin signore, mentre attende ad abbigliarsi, sfo-
glia distrattamente per qualche minuto alcuni libri che ha innanzi
a s, mescolati agli arnesi da toletta, volumi elegantemente rilega-
ti, che attirino non solo col contenuto ma con l'eleganza squisita
dell'edizione. Sono tutte opere di letteratura leggera o galante,
quando addirittura non oscena, opere di autori francesi largamente
diffusi in Italia, anzi in tutta l'Europa. Sono romanzi e poemi di
Voltaire, che il Parini dice  Proteo multiforme  e per cui non
nasconde un senso d'insoddisfazione, se non di antipatia. [...]
   Accanto alla Pucelle d'Orlans il giovin signore legge o sfoglia
le lettere di Ninon de Lenclos, la famosa cortigiana del secolo pre-
cedente. E legge poi i mille romanzi e romanzetti epistolari che,
sulle orme delle Lettres persanes del Montesquieu (1721), mescola-
vano osservazioni di costume a notazioni esotiche e a spunti galanti.
   A conclusione del passo il Parini, con la solita finezza ironica,
inveisce contro coloro che, per celebrare questa letteratura france-
se, abbassavano quella italiana; si schiera cio con i difensori della
nostra letteratura, oppositori dell'andazzo corrente a leggere e a
imitare solo cose francesi:

Or chi fia dunque
s temerario che in suo cor ti beffi
qualor, partendo da s begli studi,
del tuo paese l'ignoranza accusi
e tenti aprir col tuo felice raggio
la gotica caligine che annosa
siede su gli occhi a le misere genti?

il contrasto tra la presunta ignoranza degli Italiani, immersi anco-
ra nelle tenebre del Medioevo ( la gotica caligine ) e la frivo-
lezza della letteratura francese che dovrebbe fugar quelle tenebre, 
evidente e caratterizza senz'altro la posizione del Parini.
   Un atteggiamento di questo genere pu parere naturale e giu-
stificato, chi ricordi l'anglomania e la gallomania cos diffuse nel
Settecento, nella cultura, nel costume, finanche nella lingua. Ma
sarebbe errore grave confondere in un fascio solo tutte le forme
di sudditanza a mode o a idee straniere, senza distinguere quanto
in esse poteva esservi, e vi era, di negativo, quanto poteva esservi,
e vi era, di positivo e di progressivo. La diffusione di usanze fran-
cesi nella moda, nel costume, nel linguaggio dell'alta societ, era
una nuova prova della mancanza, nelle vecchie classi dirigenti, di
autonomia e di spirito nazionale: erano oggi infranciosate come
erano state ieri spagnolizzate, e della grande civilt francese ed in-
glese accoglievano solo quanto v; era di pi frivolo e caduco, sic-
ch erano frustate sante quelle date a chi della rivoluzionaria let-
teratura francese dell'illuminismo non sapeva accogliere che ro-
manzetti pruriginosi o galanterie mondane.
   Ma aveva torto, Parini, e svelava la limitatezza della sua ideo-
logia e della sua cultura, quando non intendeva l'aiuto che da quel-
le letterature poteva venire ad un rinnovamento dell'Italia e ad
uno svecchiamento della sua letteratura: rifarsi alla cultura inglese
e francese--la cultura dell'illuminismo! --voleva dire per l'Ita-
lia della seconda met del Settecento, e per la sua borghesia, met-
tersi a paro con la cultura europea e con il processo storico che
avrebbe avviato alla Rivoluzione francese; distruggere l'accademi-
smo linguaiolo ed arcadico per una letteratura di  cose; acco-
gliere e porre in circolazione mille idee nuove, e, come infatti ac-
cadde, attraverso il rinnovamento della cultura preparare la nasci-
ta di una grande et letteraria. Il Beccaria, che non era certo un
rivoluzionario, scriveva una volta al Morellet: ... io debbo tutto
ai libri francesi ... i filosofi francesi hanno in quest'America una
colonia, e noi siamo i loro discepoli . E Pietro Verri, pi tardi,
nei ricordi alla figlia, consigliava:  Leggete Locke, Rousseau, e
formatevi un sistema che abbia per base la ragione, la sperienza,
l'umanit . Aveva, dunque, torto il Parini, e avevano ragione gli
amici dei Pugni a battere in breccia, nel Caff, contro la letteratu-
rtradizionale e a diffondere l'amore ed il gusto del francese e
dell'inglese, mentre il Parini, senza saperselo, si veniva a trovare
accanto ai Granelleschi, a Carlo Gozzi, ed al suo odio implacabile
contro  gli innovatori filosofi  e i  filosofi spregiudicati .
   Ancora pi importante  il passo del Mezzogiorno, che chiari-
sce la posizione del Parini di fronte a tutti i problemi e gli aspetti
della cultura del suo tempo. Il poeta immagina che a mensa il
giovin signore, verso la fine del pranzo, cominci a far pompa delle
sue cognizioni, cio di quelle superficiali letture che abbiamo gi
viste. Se tra gli invitati vi  un astronomo o un ingegnere, metta
egli in mostra la sua cultura scientifica, e ripeta qualche vuota ge-
neralit appresa chi sa come, cercando intanto di apprendere dai
discorsi dell'altro altre generalit da ripetere altra volta. E potr
fare ci tanto pi facilmente in quanto oggi la scienza si  mon-
danizzata, e gli scienziati non vivono pi isolati, lontani dal mon-
do, ma,  baldi e leggiadri , sono guidati dalla dea Urania

nel gran mondo ... o tra il clamore
de' frequenti convivi oppur tra i vezzi
de' gabinetti, ove a la docil dama
e al saggio cavalier mostran qual via
Venere tenga, e in quante forme o quali
sul volto lucidissimo si cambi.

   Il Parini, insomma, satireggia la moda della letteratura scienti-
fica o di divulgazione scientifica, diffusissima in tutto il secolo. 
Che il Parini possa satireggiare questa letteratura pseudo-scienti-
fica e pseudo-letteraria, si capisce; come si capisce che possa deri-
dere certo linguaggio alla moda infarcito di termini di scienza. Ma
il fatto si  che egli misconosce e deride tutt'assieme, senza distin-
guere, anche quell'incivilirsi e inurbarsi della scienza, quel suo per-
dere il rigido aspetto e linguaggio tecnico per rendersi accessibile
a strati pi larghi. Ora, se la mondanizzazione della scienza e de-
gli scienziati, e quel loro peregrinare per salotti ed alcove, e adat-
tarsi ai gusti dei giovin signori e delle loro dame, e ciangottare con
essi delle fasi di Venere, se ci dunque poteva esser ridicolo, l'in-
teresse per la cultura scientifica aveva pure i suoi aspetti positivi,
ch significava un distacco della cultura vuotamente e falsamente
umanistica che aveva dominato sola nelle scuole fino allora, e un
superamento della letteratura frivola delle accademie, e un gusto
nuovo per la realt naturale e per quella scienza che avrebbe co-
minciato proprio in quei decenni a rivoluzionare con il suo pro-
gresso il mondo: siamo agli inizi delle grandi scoperte dell'elettri-
cit e del vapore; agli inizi della nuova rivoluzionaria scienza della
chimica, agl inizi della rivoluzione industriale, ed era naturale che
a quest profondi e seri sommovimenti si accompagnassero--come
la cenere e il fumo al fuoco--un interesse anche frivolo e una
letteratura o una cultura superficiali. Ma il Parini confonde in una
sola condanna gli aspetti frivoli e i seri, o non si accorge di questi:
 questo, per dirla con l'immagine ormai consueta, il peso del Ri-
pano Eupilino che egli si trascina sempre dietro,  cio quanto re-
sta in lui del vecchio tradizionale letterato italiano, legato ad una
cultura tutta e schifiltosamente umanistica. Ed , storicamente,
quanto distingue i Trasformati dai soci dei Pugni e dagli amici
del Caff: pi innovatori questi, pi legati quelli al passato, e pi
inclini alla satira di ogni forma nuova di cultura e di vita. 
   E bisognerebbe citare ad apertura di pagina dalle opere di quel
Giuseppe Colpani che fu un poco il portavoce in versi della So-
ciet dei Pugni, e che in tanti dei suoi scritti pare rifare su un
piano diverso-- quello del Caff contro quello dei Trasformati
-- temi e spunti pariniani. Cos egli esalta, in versi certo assai
meno perspicui di quelli del suo avversario, la moderna cultura
francese:

Fnelon, Fontenelle, Voltaire.
Ma dove mai te della Francia onore,
te d'ogni alma gentil delizia e cura,
lascio, o divino ed unico Voltaire?;

e consiglia che anche le donne studino letteratura, storia, scienze:

E se pur vuole i pi severi studi
anco tentar, sulle-celesti Sfere
potr del dotto Fontenelle al fianco
levarsi a volo, e spaziar fra gli astri:
o porgeralle in man l'Anglico vetro,
rifrangitor de' colorati rai
l'Algarotti immortal...

   La scienza, voglio dire, il suo incremento, il suo culto, la sua
diffusione, sono alle spalle di tutta la civilt illuministica come
un naturale necessario presupposto, e la loro incomprensione com-
porta l'incomprensione di certi aspetti tra i pi seri e rivoluziona-
ri di quella civilt, per cui il Parini, volendo la scienza e gli
scienziati sequestrati nei loro gabinetti o nelle loro specole, non
voleva, ne fosse o no cosciente, quel rinnovamento radicale di tut-
ta la cultura europea che l'illuminismo veniva intanto operando.
   Pare cio che il Parini, misoneista e sciovinista anche qui, non
si renda conto appieno del significato profondamente rivoluziona-
rio di quella nuova cultura, o, rendendosene conto, non lo condi-
vida appieno, o addirittura vi ripugni. E anche qui bisogna con-
frontare l'atteggiamento dei Trasformati (o, a Venezia, dei Gra-
nelleschi) con quello degli amici del Caff, per capire come nella
stessa Milano fosse possibile una comprensione maggiore dell'illu-
minismo francese e del radicale rinnovamento che esso comporta-
va: negli stessi anni, il 10 aprile 1767 Pietro Verri scriveva al fra-
tello:  Dicano quel che vogliono questi popolari letterati, ed io
guarder sempre--D'Alembert, Voltaire, Helvtius, Rousseau e
David Hume--come uomini d'un ordine superiore e destinati a
passare ai secoli avvenire .
   Il Parini invece indietreggia spaventato. Egli immagina che il
giovin signore accetti una parte delle dottrine venute di Francia e
ne respinga altre, e, naturalmente, le dottrine che il giovin signore
condivide sono quelle che il Parini rifiuta, mentre quelle che il
giovin signore respinge sono quelle che il Parini condivide. E che
accetta il suo eroe?

Qui ti segnalerai c novi sofi,
schernendo il fren che i creduli maggiori
atto solo stimar l'impeto folle
a vincer de' mortali, a stringer forte
nodo fra questi, e a sollevar lor speme
con penne oltre natura alto volanti.
Chi por freno oser d'almo Signore
a la mente od al cor? Paventi il vulgo
oltre natura: il debole Prudente
rispetti il vulgo; e quei, cui dona il vulgo
titol di saggio, mediti romito
il ver celato, e alfin cada adorando
la sacra nebbia che lo avvolge intorno.
Ma il mio Signor com'aquila sublime
dietro ai sofi novelli il volo spieghi.

Cio: ll giovin signore si segnaler schernendo assieme ai nuovi
sapienti (ma come ironico e schernevole suona quel  novi sofi!)
la religione che  servita sempre da freno all'impeto folle delle
passioni dell'uomo, ed ha saputo stringere tra essi il nodo durevole
della carit reciproca, per sollevare le loro speranze oltre la terra
a mondi sovrumani e immortali. A questa fede in un Dio e in una
anima immortale si sono inchinati non solo gli uomini comuni--
 il vulgo ,-- ma anche le persone prudenti e sagge, sbigottite
dinanzi alla nebbia di mistero che avvolge la conoscenza delle ulti-
me cause. Non vi si inchiner invece il giovin signore, pronto a
schernire, dietro i novelli filosofi, religione e morale.

   L'illuminismo, dunque, pare al giovin signore dottrina libertina
che lo autorizzi a una vita di passioni sfrenate, ma il Parini non
si limita a colpire questo travestimento dell'illuminismo; egli in
realt colpisce l'illuminismo stesso, per il suo materialismo e il
suo ateismo: il tono tutto dei versi, quel  sofi novelli  ripetuto
due volte, l'accenno al solito Voltaire, detto questa volta  mor-
bido Aristippo , l'accenno al Rousseau detto spregiatore non solo
dell'oro, ma anche dell'opinione pubblica, ne sono una spia chiara.
E il passo ci dice che il Parini respingeva questi aspetti dell'Illu-
minismo e che egli, come del resto alcuni illuministi stessi, repu-
tava necessaria alla societ umana la fede in Dio, sia pure una
fede deistica, strumento indispensabile di conservazione morale e
sociale.
   Questo passo dunque del Mezzogiorno ci chiarisce alcuni aspet-
ti essenziali dell'ideologia del Parini e ce lo colloca all'ala destra,
all'estrema ala destra della cultura nuova del tempo: misoneista,
attaccato alla tradizione letteraria italiana, sprezzatore delle nuove
mode scientiste, filosofeggianti ed esterofile, deista, convinto as-
sertore dell'utilit sociale della religione, incapace di scuotersi di
dosso il peso di quella che Franz Mehring chiama  civilt ossi-
ficata , il Parini non  certo un rivoluzionario, e si trova, anche
in questi anni del Mattino e del Mezzogiorno, pi a destra di quel
gruppo di nobili che si stringeva intorno a Pietro Verri e al Caf-
f.
   Ancora pi interessante diventa il discorso quando il Parini
passa ai filosofi, ch anche qui si intrecciano moti diversi, ed ora
egli satireggia il giovin signore, ora parla sul serio e critica seria-
mente gli illuministi francesi. Del giovin signore mette in ridicolo
la fatuit, per cui quegli tra tanti libri pur seri si trasceglie i pi
frivoli o le parti pi frivole, e li legge e li cita o da snob, perch
cos vuole la moda, o perch in essi gli pare trovare alimento alle
sue basse passioni Perci, quei libri condannati e perseguitati dal-
lo Stato e dalla Chiesa, il giovin signore li cerca e li compra a
caro prezzo, a prezzo, diremmo noi, di borsa nera, e se li tiene di-
nanzi allo specchio e li legge e sfoglia per passarli poi alla sua don-
na, con cui pi tardi ne discuter. Fin qui, dunque, satira, e satira
santa, della frivolezza di quel giovin signore, indifferente alla cul-
tura, lettore di certi libri solo perch alla moda e in odor di pec-
cato Ma a questa satira si unisce quella della tendenza del seco-
lo alla cultura flosofica:

Applauda intanto
tutta la mensa al tuo poggiare ardito.
Te con lo sguardo e con l'orecchio beva
la Dama dalle tue labbra rapita:
con cenno approvator vezzosa il capo
pieghi sovente: e il calcolo e la massa
e l'inversa ragion sonino ancora
su la bocca amorosa. Or pi non odia
de le scole il sermone Amor maestro;
ma l'Accademia e i portici passeggia
de' filosofi al fianco, e con la molle
mano accarezza le cadenti barbe.

   Versi per i quali si possono ripetere le osservazioni gi fatte
per quelli sulla moda scientifica: fino ad un certo punto la satira
colpisce quanto di ridicolo e di esagerato era in quell'infatuazione
generale per la filosofia, in quel vasto diffondersi di libri di divul-
gazione filosofica, in quel largo uso di termini filosofici anche nel
linguaggio corrente; ma ad un certo momento la satira colpisce, o
vuole colpire, anche tutto quel moto culturale per rimpiangere la
vecchia cultura pi angustamente letteraria.
   C'era un punto, per, sul quale il Parini consuonava in pieno
con la civilt illuministica. Nel passo del Mezzogiorno citato egli,
ad un certo momento, finge di dissuadere il giovin signore dall'ac-
cettare alcune dottrine francesi. Sono, naturalmente, le dottrine che
egli Parini condivide, ed  l'umanitarismo illuminista, la tesi del-
l'eguaglianza naturale degli uomini:

Ma gurdati, o Signor, gurdati, oh Dio!
dal tossico mortal che fuora esala
dai volumi famosi; e occulto poi
sa, per le luci penetrato all'alma,
gir serpendo nei cori; e con fallace
lusinghevole stil corromper tenta
il generoso de le stirpi orgoglio
che ti scevra dal vulgo. Udrai da quelli
che ciascun de' mortali all'altro  pari;
che caro a la natura e caro al cielo
 non meno di te colui che regge
i tuoi destrieri, e quei che ara i tuoi campi;
e che la tua pietade e il tuo rispetto
dovrien fino a costor scender vilmente.

   Tali dottrine sono, per il giovin signore,  folli sogni d'infer-
no , ed egli, lasciati cos  strani consigli , deve invece attinge-
re dagli scrittori francesi solo ammaestramenti di volutt e di sfre
nato individualismo amorale:

e sol ne apprendi
quel che la dolce volutt rinfranca,
quel che scioglie i desiri, e quel che nutre
la libert magnanima...

   Per il Parini, dunque, nelle dottrine illuministiche erano aspetti
da cui ripugnava e che giudicava corruttori: l'individualismo, il ma-
teralismo, l'edonismo, l'ateismo. E per questo si doleva che esse
avessero tanta diffusione in Italia e scalzassero l'antica cultura na-
zionale, tanto pi che quella diffusione di libri stranieri corrompe-
va, secondo lui, anche il gusto ed il senso della lingua. Ma vi
erano pure in quelle dottrine aspetti positivi che egl, accettava pie-
namente: l'affermazione recisa dell'eguaglianza di tutti gli uomini,
la coscienza del rispetto dovuto ad ognuno, il senso vivissimo della
dignit propria e di ogni uomo ( Me non nato a percotere... ), il
riconoscimento della dignit del lavoro umano, il disprezzo per una
classe socialmente passiva, per l' ozio economico , di quella no-
bilt, che, senza produrre nulla, consumava pi di ogni altra classe,
e intendeva godere, per la sua nascita, di privilegi e favori.
   Ed  per questa coscienza che il Giorno--almeno il Mattino
e il Mezzogiorno-- non solo satira di costume, ma satira sociale
ed alta affermazione di una dignitosa coscienza umana. Perch i
sentimenti che abbiamo indicati pi sopra costituiscono veramente
la pi alta musa del Parini e ispirano i passi pi forti e vivaci del
poemetto.

GIUSEPPE PETRONIO:
Da Parini e l'illuminismo lombardo, Milano, Feltrinelli, 1961, pp.
91-109.


/:/ Il Giorno.

   Tra l'apparizione delle Rime di Ripano Eupilino e la pubbli-
cazione del Mattino, intercorrono circa dieci anni che sono fonda-
mentali per la maturazione dell'uomo Parini e per l'affinamento e
approfondimento del suo gusto letterario. L'ingresso, intanto, nel-
l'Accademia dei Trasformati, rinata a nuova vita per iniziativa del
conte Giuseppe Maria Imbonati, lo venne via via ponendo a con-
tatto con numerosi letterati e uomini di cultura del tempo, tra cui
il Passeroni, il Balestrieri, il Tanzi, e poi il Beccaria e il Baretti,
ed anche con giuristi, economisti e scienziati, con un ambiente in-
somma che cercava di conciliare la continuit della tradizione let-
teraria classica, alla quale si sentiva ancora idealmente legato, con
l'interesse sempre pi vivo per le nuove idee filosofiche e per i
riflessi, intellettuali e pratici, di quelle idee nella societ contempo-
ranea. Questa Accademia, infatti, non si interessava solo a pro-
blemi letterari, ma sceglieva i temi delle sue adunanze con libera
e spregiudicata variet. Fra i Trasformati si scrisse, in versi e in
prosa, sul decadimento delle arti, sulla guerra, sulla carit, sulla
ignoranza, sui bachi da seta, sui viaggi, sulla giustizia, sulla bo-
tanica, sulla disuguaglianza di stato degli uomini, sulla fisica, sugli
arricchiti e via dicendo. E non unicamente per esteriore gusto
encclopedico o mera ambizione retorica, ma per appassionamento
vero e per fervido zelo di cittadini intesi a promuovere un vasto
programma di riforme nel campo del costume e del gusto, cos
come in quello delle leggi e dell'economia. In questo ambiente,
che affiancava e integrava l'azione governativa dell'Austria in Lom-
bardia innestando nel corpo esausto dell'Arcadia letteraria, e del-
l'accademismo provinciale italiano, l'esigenza di una cultura moder-
na, arditamente eteronoma, e quindi chiamando anche la poesia ad
assumere responsabilit etiche e funzioni pedagogiche, il Parini
trovava modo di accordare la propria educazione umanistica e il
proprio rigore stilistico all'istintiva e mobile curiosit di uomo del
contado, venuto agli studi da famiglia modestamente artigiana, per
i vari aspetti e per le diverse forme di vita del mondo del suo tem-
po. Non si terr mai abbastanza conto di questa particolare fisio-
nomia dell'Accademia dei Trasformati per capire non solo la ge-
nesi delle prime odi pariniane (dalla Vita Rustica alla Musica) e del
Giorno, ma anche il preciso carattere del classicismo del Parini,
tanto rispettoso del fatto espressivo, e ligio perci ad un'alta di-
sciplina formale, quanto intensamente stimolato da esigenze morali
e civili, come gi attestano, tra l'altro, gli sciolti: L'auto da fe
e Sopra guerra.
   Un altro avvenimento cont assai nella vita del giovane Pari-
ni, e precisamente il suo ingresso in casa Serbelloni e quindi il
contatto diretto ed assiduo con la vita aristocratica, le sale fastose
dei palazzi, i graziosi salotti delle conversazioni, i lieti svaghi e i
giochi, i costumi preziosi e raffinati, la bellezza conturbante delle
dame e il perfetto cerimoniale dei cavalieri. La posizione del Pa-
rini rispetto a questo mondo si trov ad essere, di prim'acchito,
quella di un uomo diviso tra due diversi sentimenti. Da un lato
egli si sentiva attirato dall'amabile eleganza, dalla disinvolta e sa-
piente misura, dall'enciclopedismo brillante che quell'ambiente gli
offriva; d'altro lato avvertiva, con pi intensa persuasione, l'ozio-
sit e l'arida noia che si celavano dietro gli ameni inganni di quella
vita superficialmente leggiadra. Alla fine, nonostante le seduzioni
mai del tutto respinte (anzi, poeticamente celebrate in molte rime
minori, in graziosi e divertiti componimenti erotici e galanti), pre-
sero il sopravvento, nel Parini, lo zelo generoso, il sentimento uma-
nitario e l'accensione etica. Una traccia eloquente di questa incli-
nazione polemica a demistificare il luminoso bel mondo con ironia
ora vivacemente scherzosa ed ora acremente pungente,  del resto
gi presente nei versi e nelle prose che precedono il Giorno, so-
prattutto nel Dialogo sopra la nobilt che pone a diretto confronto
i cadaveri di un nobile e di un poetanon di un plebeo comune, si
badi bene!), capitati incidentalmente nella stessa tomba, e in cui il
concetto stesso di  nobilt   passato al vaglio dello spirito cri-
tico illuministico.
   Proprio da questo stato d'animo, alla cui formazione hanno col-
laborato le nuove concezioni filosofiche europee, mediate tuttavia
dal realismo empirico dei Trasformati e dal personale sentimen-
to cristiano che il Parini ebbe della vita, proprio da questo fervore
pedagogico, e da questa fiducia riformistica, sono dunque nate le
prime odi pariniane e l'idea stessa del Giorno.
   Nel 1763 e nel 1765 apparvero a stampa, in Milano, le prime
due parti del Giorno in cui riviveva, attraverso il sorridente ed al-
lusivo schermo letterario, la polemica contro il malcostume nobi-
liare che il Parini aveva gi espresso nel Dialogo sopra la nobilt.
Nel poemetto, infatti, mediante la forma elegante di una favola
classica trasposta in ambiente contemporaneo,  sapientemente sce-
neggiata la commedia che il giovane signore del tempo recitava quo-
tidianamente, con immutabile sincronia di gesti e secondo un pre-
ciso cerimoniale, ed  quindi ironizzata la vita inutile di tanta
parte dell'aristocrazia milanese sotto l'apparenza di glorificarne un
illustre campione.
   Ci si deve subito intendere sul carattere non eversore della
polemica implicita nel Giorno per non travisare, contro la stessa
situazione storica che gli  sottesa, la sostanza ideologica del poe-
metto pariniano, che  senza dubbio permeato di grande fervore
morale, ma non  ancora un pamphlet giacobino n una dichiara-
zione di guerra classista. In verit il Giorno, anche nelle sue due
prime parti che pure tengono maggiormente della satira diretta e
impietosa di costume e pi visibilmente tradiscono l'indignatio
dell'autore, non volle essere un atto di rottura col mondo aristo-
cratico, con la societ nobiliare, a cui in effetti era indirizzato e
a cui offriva una via di riscatto e di salvazione, una sorta di cu-
rativa terapia, come del resto lo stesso Dialogo sopra la nobilt,
dove  auspicata una nobilt sottratta ai falsi consiglieri e agli ipo-
criti cortigiani, illuminata dalla voce del poeta, sensibile ai suoi
ammaestramenti, e restituita cos felicemente alla originaria di-
gnit. Il poemetto pariniano muoveva piuttosto da insoddisfazione
etica e da presunzione educativa, ambiva cio ad un recupero e
non ad una demolizione; ed anzich preludere ad una situazione
rivoluzionaria, interpretava la voce animosa ma razionalmente equi-
librata del riformismo lombardo proprio negli anni della pi fortu-
nata e cordiale collaborazione tra il governo di Maria Teresa e
gli intellettuali milanesi. Non giova quindi cercare nel Giorno esclu-
sivamente o prevalentemente un documento di protesta sociale, e
neppure la creazione incisiva e psicologicamente risentita di un
forte carattere, un nodo drammatico. Per questa via il Giorno mi-
naccerebbe, infatti, di frantumarsi tra le nostre mani, troppo pas-
sionalmente esigenti, in una miriade di scaglie luminose, tanto at-
traenti quanto disutili e stucchevoli, e potrebbe addirittura inge-
nerare l'impressione, che alcuni hanno voluto criticamente suffra-
gare, di un meccanismo arido e intellettualistico, di un puro giuoco
e di una marionettistica vicenda. necessario in sostanza non chie-
dere al Giorno ci che esso non pu darci per la stessa natura ri
formistica del suo assunto etico e per il deliberato fortissimo spes-
sore letterario onde la materia vi  ovunque filtrata, interpretan-
dolo invece per quello che esso effettivamente , secondo l'inten-
zione del suo autore e secondo la forma artistica sempre esatta e
perspicua in cui ci si offre: uno specchio, lucidamente ironico e
minutamente sfaccettato, del mondo settecentesco milanese, ritrat-
to con estrema perizia e con gusto sottile, con straordinaria virt
di mimesi, da una posizione distaccata, anche se occultamente giu-
dicante, la quale, proprio per l'oggettivit raggiunta e per la co-
stante attenzione prestata anche ai minimi dettagli della rappre-
sentazione artistica, ha consentito al poeta una felice e duttile alter-
nativa della caricatura morale, se non anche della sanzione morden-
te, con gli indugi narrativi, gli inserti favolistici, i particolari de-
scrittivi, le leggiadre rifiniture e i dorati arabeschi.
   A proposito del Giorno, della sua genesi letteraria, resta infine
da osservare che esso si ricollega, per quanto riguarda lo schema e
la materia, alla poesia didascalica del Settecento, s da essere con-
siderato per molto tempo niente pi che un bellissimo esempio
di quel particolare e tanto diffuso genere letterario. Ma  evidente
che, a parte la comune esigenza di restituire all'arte un contenuto
didattico ed un intento educativo, oltre che di rinnovare il tradi-
zionale linguaggio poetico con l'adozione di una materia pi seria
e concreta e di una terminologia scientifica o addirittura tecnica,
l'opera del Parini si distingue risolutamente dalla varia produzione
letteraria del suo tempo per un accenno morale pi netto e pro-
fondo, per un appassionamento schietto, e per l'eleganza e perfe-
zione stilistica dietro la quale il lettore avveduto rileva immedia-
tamente lo studio costante dei classici assai pi che la lezione dei
contemporanei. E lo stesso vale per i rapporti tematici con la poe-
sia satirica del tempo, che ha in comune con il poemetto pariniano
molti argomenti e motivi (la vita frivola dei nobili, la moda, il
cicisbeismo, l'ignoranza presuntuosa, l'idolatria degli animali, le
conversazioni, il passeggio, i giuochi ecc.), ma gli resta poi tanto
lontana per vigore rappresentativo, per felicit di descrizioni e di
scorci, per vis comica, sensibilit psicologica e ricchezza inventiva.
   Dalla dedica, premessa al Mattino nella stampa del 1763, ap-
pariva che il Parini aveva in animo inizialmente di completare
l'opera con una seconda e una terza parte: il Mezzogiorno e la
Sera. Ma poi la terza parte, in una successiva fase di rielabora-
zione strutturale, si venne sdoppiando nel Vespro e nella Notte,
a cui il Parini non cess mai di lavorare, cos come non smise di
correggere e mutare anche le parti gi pubblicate, senza tuttavia
decidersi a stampare per intero il poemetto nonostante le insi-
stenti sollecitazioni ricevute, in privato e in pubblico, e le sue
stesse promesse.
   Questa complessa gestazione del Giorno, protrattasi per anni
ed anni, e rimasta senza una risoluzione definitiva, attesta prima
di tutto iprogressivo affievolirsi nel Parini dell'iniziale stimolo
polemico e della giovanile accensione moralistica che sono all'ori-
gine dell'idea stessa del Giorno. Si  trattato del venir meno, via
via, di quella illuministica fiducia nel cordiale e fecondo rapporto
fra intellettuali e societ che fu propria non solo del Parini, ma
anche di tutti gli altri uomini di cultura lombardi che facevano ca-
po ai Trasformati o al gruppo del caff. Quella fiducia di tra-
sformare la societ per via di persuasione razionale e di riforme
liberalizzatrici, traeva i suoi fondamenti ideologici dall'illuminismo,
ma era poi alimentata e sorretta in Lombardia dalle speranze su-
scitate dalla politica austriaca e soprattutto dalli funzione di ri-
lievo che quella politica sembrava voler riservare agli uomini di
lettere e di scienza. Dopo gli iniziali entusiasmi, la realt di fatto
si venne per manifestando assai meno grata, particolarmente dopo
la morte di Maria Teresa e dopo quella successiva del saggio Fir-
mian, con il nuovo corso politico accentratore e autoritario inau-
gurato da Giuseppe II, e inflne con gli eventi rivoluzionari. Chi
prima e chi dopo, tutti gli intellettuali milanesi avvertirono cos
il fallimento di quel vagheggiato rapporto e manifestarono la loro
amarezza e il loro disinganno estraniandosi progressivamente dalla
vita politica, quando non addirittura abbandonando Milano per
l'estero o per la propria provincia. All'iniziale fervido zelo colla-
borativo subentr passo passo, nella coscienza di quegli intellet-
tuali, un sentimento di distacco, ora doloroso ed ora addirittura
sgomento, dal tessuto vivo della societ, mentre appariva inevita-
bile la ricaduta di quest'ultima nelle antiche convenzioni e nei
pregiudizi consueti, al di l ormai di ogni illusione di civile ri-
scatto e di collettiva illuminazione.
   A questa situazione di profondo disagio morale, di pessimismo
e di sofferta solitudine, che il Parini, a dire il vero, sopport con
grande dignit e con signorile riserbo, non poteva non corrispon-
dere anche una crisi interna nel lavoro poetico pariniano con ri-
flessi che sono evidenti tanto nella trasformazione del Giorno, e
nel suo arduo e irrisolto procedere, quanto nella diversa direzione
assunta anche dalle odi della maturit a partire dalla Recita dei
versi. Alla crisi di fondo s'accompagnava dunque la crescente in-
soddisfazione stilistica del Parini per un organismo nel quale le
prime parti convivevano ormai a fatica, per divario di tono e per
dissonanze formali, con le parti nuove in via di incessante elabo-
razione. Il confronto tra le prime parti pubblicate e gli autografi
delle ultime due, ed anche un esame delle correzioni e degli spo-
stamenti o sostituzioni o integrazioni che risultano introdotti dal
Parini nel Mattino e nel Mezzogiorno, in parte trasformandoli dal
loro primitivo profilo, attestano infatti il progressivo allontanarsi
dell'interesse pariniano dalla fervida e stimolante polemica contro
il malcostume nobiliare, che pure aveva costituito il primo impulso
dell'opera, e l'intenzione di smorzare quanto vi era di pi deci-
samente aggressivo nella prima stesura riconducendo cos il di-
scorso generale, nelle parti vecchie e in quelle nuove, ad una co-
mune linea rappresentativa pi armonica e fluente. La verit 
che, se diradano in questo modo certe impennate energiche della
indignazione morale, e qua e l lo stile si fa pi levigato e per-
spicuo, s'affievolisce tuttavia il brio del divertimento satirico e si
sconnette senza rimedio il tessuto narrativo, mentre si fanno pi
frequenti certe deformazioni grottesche, variate soprattutto sui te-
mi della eccentricit paradossale, della senescenza ottusa e della
ostentata volgarit ovvero della decadenza fisica e intellettuale, che
rivelano un Parini incline ormai a commemorare acremente il tra-
monto d'una societ destituita d'ogni funzione storica e persino
di formale decoro, piuttosto che ad alimentare l'antica illusione
pedagogica, il giovanile ottimismo illuminista. Sul poemetto pa-
riniano calano cos le prime ombre notturne, s'incupiscono i co-
lori, e legure si muovono da ultimo, perduti addirittura di vista
la dama e il  giovin signore , come fantasmi o tetre caricature,
sopra fondali artificiosi gi consunti dal tempo ed avviati a dis-
soluzione.
   La ragione principale, dunque, per cui il Parini non riusc a
portare a termine il Giorno e perch il poemetto non raggiunse mai
una intrinseca unit, e rimase inorganico e frammentario sino al-
l'ultimo, sembra proprio doversi ricercare nel fatto che la critica
pariniana verso la societ aristocratica lombarda, positiva inizial-
mente come denuncia morale, si venne poi palesando priva di una
propria prospettiva storica di fronte all'incalzare degli avvenimenti
ed alla grande rivoluzione europea in atto, e perci si arrest, ne-
cessarlamente spuntata e sentimentalmente perplessa, sull'orlo di
una crisi pi profonda del previsto, una crisi autentica degli isti-
tuti e non gi soltanto un infiacchimento dei costumi, tale insom-
ma da non illudere pi sulla possibilit di riformare pacificamente
dall'interno la societ aristocratica lombarda ma da scrollarla sin
dalle fondamenta. Perci nelle mature riflessioni e nelle ultime par-
ti del Giorno, con un processo di acuta e amara interiorizzazione
che  evidentissimo anche nelle odi, dove balza agli occhi il salto
di tono e di stile dalle poesie civili o di salute pubblica a quelle
personali ed intime degli ultimi anni, l'accento si fa pi grave
e pensoso, e l'ironia si tinge di melanconico disinganno, di romita
tristezza. L'operetta dovette allora apparire al suo stesso autore
come dimidiata tra due centri di ispirazione, diversi e difficilmen-
te armonizzabili: onde lo sgomento del Parini e la sua convinzione
che essa, soprattutto dopo la rivoluzione d'oltre Alpe e l'arrivo
dei Francesi a Milano, rispecchiasse ormai una stagione defunta e
rappresentasse quindi un'esperienza privata e incomunicalbile. Solo
la pietas del fedelissimo scolaro Francesco Rejna provvide, scompar-
so il poeta, a fondere le quattro parti del Giorno ed a pubblicarle
ben saldate fra loro, illudendo per lungo tempo i lettori sull'unit
organica e sulla omogeneit ideale di un'opera che in realt, sotto
la limpidezza assidua delle forme e sotto il classico nitore, riflette,
a chi bene osservi il processo di frantumazione strutturale che le
 implicito, la vivace antitesi di un'et di transizione, la proble-
matica intellettuale e sentimentale della coscienza italiana, e lom-
barda in particolare, durante il declino della vecchia classe diri-
gente e il tramonto delle riformistiche speranze, alla vigilia e quindi
di fronte ai primi grandi sommovimenti della rivoluzione borghese.

LANFRANCO CARETTI:
Da  Giuseppe Parini tra riformismo e rivoluzione , in G. PARINI,
Il Giorno. Poesie e prose varie, a cura di L. Caretti, Firenze, Le
Monnier, 1969, pp. 58-65.


/:/ La sintesi pariniana.

   La poetica del Parini ha fatto notoriamente i suoi conti con
l'esperienza arcadica superandola sulla base di un'attentissima cura
classicheggiante che fece dire al Carducci del primo Parini:  un
arcade arretrato al Cinquecento , tanto Ripano Eupilino consuma
nelle sue brevi e raffinate poesie un'abilit di stilista e di linguista
tecnico che gli arcadi non raggiungevano nel loro classicismo pi
approssimativo e schematico e nel loro scarso gusto di una lingua
non sommaria. (Si ricordi al contrario come la breve storia degli
scrittori italiani nei Principl di belle lettere sar tutta una storia
della lingua letteraria).

La vaga Primavera
ecco che a noi sen viene;
e sparge le serene
aure di molli odori.
L'erbe novelle e i fiori
ornano il colle e il prato;
torna a veder l'amato
nido la rondinella.

   Schema e musica convenzionali, ma un gusto di precisione sen-
sibile,  le serene aure di molli odori , e presto un amore per la
riproduzione realistica ed elegante degli oggetti che trover la sua
base teorica nell'illuminismo sensistico, riportando la sua breve musica
aggraziata a quel languore che non  ancora il languore sentimen-
tale dei preromantici; beato, lento, sensualmente tenue, senza im-
peti e senza quei complessi di sensibilit e sentimento che sono
l'indice del passaggio dal sensismo al romanticismo.
   Si pu dire, leggendo le poesie giovanili del Parini e poi le
Odi ed il Giorno, che l'Arcadia con la sua poetica si sia tutta bru-
ciata, nel suo meglio, in lui ed abbia trovato in lui e nella sua
definitiva esperienza illuministica una specie di inveramento supe-
riore, di perfezione che non trova certo l'Arcadia  preromantica 
nel suo tentativo di rinnovarsi in una musica di altra origine anche
se equivocamente scambiabile per estenuamento di canzonetta. I
suoi residui di melodia facile, di femminei brividi passeranno solo
in parte e in maniera secondaria in alcuni preromantici e perfino in
qualche romantico italiano tipo Carrer, ma la vera vitalit della
Arcadia ha avuto l'ultima espressione e soluzione veramente poe-
tica nella sintesi del Parini.
   E c'era gi in Ripano Eupilino, accanto alla tenue musica ar-
cadica, un abbandono calmo e preciso a un gusto del paesaggio pi
realistico, alla descrizione di cose, di oggetti meno vaghi, pi indi-
viduati che, sia pure nella forma tradizionale del capitolo comico
in cui era consuetudinaria, dall'Ariosto delle Satire in poi, una de-
scrittivita poco stilizzata, ci collega al Parini delle opere mature,
al Parini della poetica illuministica-sensistica con cui si pu meglio
fare il punto alla situazione letteraria italiana alla met del secolo,
prima dei nuovi spunti e delle nuove figure poetiche.

    poi nelle Odi e nel Giorno che questa tendenza di gusto
trova l'appoggio in una sicurezza poetica, di cultura letteraria che
mancava al giovane Parini: sicurezza di poetica e di cultura che
dalla met del secolo in poi sentiamo fortissima in tutte le espres-
sioni letterarie e non letterarie del poeta e proprio nella sua inter-
pretazione fondamentale della vita fino agli ultimi anni, quando in
una separazione pi combattiva dai nuovi motivi, egli rimase re-
frattario ad ogni nuova aura poetica, e giudic aspramente sempre
ogni abbandono della purezza tradizionale ed ogni tradimento al
vangelo sensistico-razionalistico. [...]
   E si pensi per rendersi conto delle esatte relazioni nel Parini
tra ragione e sensibilit, all'ideale espresso nell'Educazione:

Perch s ardenti affetti
nel core il Ciel ti pose?
Questi a Ragion commetti
e tu vedrai gran cose:
quindi l'alta rettrice
somma virtude elice.

   I sentimenti innegabili, le passioni naturali istintive, la sen-
sibilit affermata dal sensismo, sono ispirati nell'uomo proprio per
ch vengano poi aflidati alla ragione e perch questa  alta rettri-
ce  dal governo saggio delle passioni tragga una grande virt, for-
mi uomini fortemente virtuosi. Un sensismo razionalistico, non
preromantico, che giudica la bont delle sensazioni, dei sentimenti
dal loro scopo morale;

Dalla lor meta han lode,
figlio, gli affetti umani;

mentre per i preromantici e i romantici lo scopo morale sar piut-
tosto comprovato dalla intensit sentimentale che lo governa e le
passioni saranno buone in se stesse, saranno amate per la loro
libera spontaneit.
   Dunque un muoversi della sensibilit entro il regno della ra-
gione che utilizza il diletto, il piacevole, il commovente ad un suo
scoponalmente didascalico, magari in seconda istanza, e che au-
torizza una vivacit correttiva e quindi funzionale all'illuministica
educazione, che non procede tanto per idee chiare e distinte quan-
to per indirizzo saggio e razionale di sensazioni indispensabili ed
armoniche. Ma comunque ricorso ultimo alla ragione che cala con-
tinuamente anche nel giudizio estetico proprio nel suo equivalente
pi duramente veristico, col suo controllo matematico: come quan-
do, a proposito di un sonetto del Cassiani il Parini particolarizza
la sua critica:  si vedono prima cadere le penne che il corpo di
Icaro, ci che  contro la ragione de' pesi e de' volumi .
   Dopo questa professione di fede di illuminismo sensistico e
razionalistico nella loro sintesi pi equilibrata e settecentesca, la
poetica pariniana procede sempre pi al di l della semplice grazia
arcadica che vi rimane solo come un elemento gustoso e vaporoso,
come spolverino di vaghezza e di tenerezza sorridente da spargersi
su composizioni pi solide e pi precise, in un intento di raffor-
zare il potere decoroso ed educativo della civilt sentita ormai co-
me integrale e necessaria.

Va per negletta via
ognor l'util cercando
l'accesa fantasia,
che sol felice  quando
l'utile unir pu al vanto
di lusinghevol canto.

   Ecco il programma poetico non privo di polemica contro gli
arcadi e di entusiasmo innovatore ( negletta via ), che nella Sa-
lubrit dell'aria chiarisce la sua tradizionale origine oraziana ( om-
ne tulit punctum qui miscuit utile dulci, delectando pariterque mo-
nendo ), trovando la sua massima sensibilit proprio in un clima
utilitaristico ed edonistico come quello del settecento illuministico.
Programma cui il Parini rest sostanzialmente fedele anche quan-
do, nella vecchiaia, accentu il motivo neoclassico come ricerca
 del decente gentil, del raro e bello  e secondo i versi di Alla Musa
richiese per il poeta una condizione di beata semplicit e di purezza:

Sai tu vergine dea, chi la parola
modulata da te, gusta od imita,
onde ingenuo piacer sgorga, e consola
l'umana vita?
Colui cui diede il ciel placido senso
e puri affetti e semplice costume.

   Poesia che vuole insegnare, ma rivolgendosi ad un pubblico
eletto, ben lontana dal popolarismo romantico:

orecchio ama placato,
la Musa e mente arguta e cor gentile.

Versi che tra l'altro realizzano mirabilmente quella trasparenza tra
intellettuale e sensibile, quella distensione perfetta che sono la
meta pi alta del settecento classicistico.
   Anche allora in quella richiesta di calma e di silenzio che co-
stituisce il fascino della sua ultima produzione, il Parini, perduto
l'entusiasmo giovanile di illuminista acceso e combattivo, si mante-
neva perfettamente nel giro della sua poetica decorosa e civilizzatri-
ce e di una concezione della poesia come estrema prova di civilt,
in un atteggiamento sobrio, umano, di attenzione precisa, di mo-
derazione sensibile, di lontananza da ogni eccesso passionale, da
ogni urto irrazionale.
   Nelle Odi poi, l'aspetto illuministico educativo della poetica
pariniana predomina nel suo lato pi nuovo rispetto all'Arcadia
e pi lontano dai nuovi interessi e dalle nuove cadenze preroman-
tiche.
   Il Parini fu il poeta (l'espressione cio, non solo il decoratore)
di questa civilt umana, di un umanitarismo che importava proprio
una figura poetica non estrema, non passionale ma equilibrata e
precisa: donde i limiti e l'accusa desanctisiana di  artista  vani-
ficabile storicamente nel controllo della poetica, ma inconsciamen-
te vera per il clima poetico generale in cui quella poetica persona-
le si inseriva traendone il massimo in linee gi inizialmente, nati-
vamente poco slanciate e libere. E come il mondo romantico ama
quale suo tipo umano l'eroe d'eccezione, la belle dame sans merci,
la personalit viva del proprio impeto inqualificato fino ai limiti
della decadenza romantica, e l'ideale illuministico  il cittadino,
l'uomo medio, la misura di un'umanit generosamente antiaristo-
cratica; cos il figurino del poeta romantico  quello di un cuore
(il  cor cordium  Shelley) nel suo sfrenato e dolente pulsare,
mentre quello del poeta settecentesco  una ordinata sensibilit
in un programmatico acquisto di maggior ordine e di maggiore na-
turalezza che sottendono non esteriormente didascalismo efficace
precisione elegante, perfetta.
   Tutte le Odi sono esemplificazioni di quanto abbiamo detto,
sia quelle galanti, legate pi al fascino edonistico delle sensazioni
emananti da un mondo condannato nella sua disumanit, ma non
negato nella sua perfezione estetica e nel suo fondo di civilt mi-
surata ed estensibile con una aggiunta di maggior sanit naturale,
sia quelle pi crudamente illuministiche che non si risolvono mai
in puro discorso lontano da misure poetiche altrove affermate. Nel
Bisogno, ad esempio, (pubblicato un anno dopo l'uscita del libro
del Beccaria: indice di questa perfetta consonanza di un ambiente
attivo e coerente, di una poetica pienamente  contemporanea )
tutta la costruzione si svolge nei termini di una intenzione creatrice
nata sulla sintesi letteraria illuministica.
   L'argomento, il protagonista (gli eroi-del Parini sono il magi-
strato giusto, il medico, la fanciulla studiosa) vengono stretti in
una poesia senza grandezza, che mira a sottolineare i nodi di un
sensibilizzato ragionamento (la legge, emanazione della Ragione 
infallibile, ma i giudici devono tener conto che i rei sono stati sol-
lecitati dal bisogno che non permette loro di vivere nella vera
condizione umana, nella pura luce della Ragione) con un breve rit-
mo di canto, con un'aggettivazione sempre perspicua, con una co-
struzione mai involuta e d'altronde con la concisione e la elettezza
del linguaggio classico. Semplicit che pu degenerare anche in fa-
cilit discorsiva, ma che centralmente coincide con il tono di idea-
lit diffuse, di verit del tempo, con un tono socievole che il Pa-
rini sa mantenere anche nei momenti di maggiore sdegno o di mag-
giore eleganza lirica, e che aderisce all'intenzione antiromantica di
scarsa preminenza personale, di poeta come voce di civilt.
   La cura sensistica di questa poetica  certo pi precisata nel
Giorno e il  bianco cumulo di neve alpina   meno decisivo della
continua volont del Giorno di ricreazione sensibile ed efficace sulla
sensibilit del lettore di quelli che il Parini chiamava  oggetti
dell'arte : le cose nella loro evidenza strutturale, non nella loro
simbolicit, nella loro impressione di macchia, di colore, di prete-
sto fantastico. Si pensi subito ai  pruriginosi cibi  al  domabi-
le  midollo del cervello e in contrario ai termini del romanticismo
sia pure neoclassico, agli  occhi ridenti e fuggitivi  di Silvia, alle
 urne confortate di pianto  del Foscolo. In questo un'estrema
eleganza che nasce dal suo mondo di tensione alle  vergini muse ,
all'assoluta perfezione, viva di magnanimit, nel Leopardi un fu-
gace trascorrere di immagine in cui l'evidenza poetica  proprio
nella sua mobilit sentimentale, nella sua perfezione non marmo-
rea. Il classicismo invece delle espressioni pariniane nasce da una
esigenza di pregnante definizione e ricreazione di un oggetto nella
sua dimensione sensoriale. Studio e tendenza che ben si commenta
sulle pagine dei teorici sensisti e per esempio sulle Ricerche sullo
stile del Beccaria che, come vedremo, indicano anche qualcosa di
pi nuovo, ma che nel gusto da cui son mosse sembrano un'intro-
duzione alla tecnica stilistica del Giorno:  Noioso e intollerabile
 il dire bianca neve, perch il nome di quella immediatamente ri-
sveglia la bianchezza, e non altro quasi risveglia: sar per pi
soffribile e meno ingrato di dire la fredda neve, s perch l'aggiun-
to non  immediatamente suggerito dal nome, e non esclude la
percezione della qualit dominante, che  la bianchezza, dal nome
di neve sufficientemente indicata; ma ancora perch l'aggiunto di
fredda indica necessariamente una viva sensazione appartenente a
tutt'altro senso che a quello della vista: onde due sensi sono occu-
pati col dire fredda neve ed un solo col dire bianca neve . Mentre
ci piace  bianco fiocco di neve .  Il primo nome di neve, in
primo luogo, risveglia l'idea di un volume sufficientemente gran-
de, onde la ripetizione di questa qualit dominante non fa che allun-
gare l'uniformit di una tale sensazione; ma la voce di fiocco indi-
ca una minima particella, e per una piccola sensazione. L'aggiunto
di bianchezza dunque non fa che ingrandire e fermare nella fan-
tasia una qualit che le sarebbe sfuggita . Ecco il campo di studio
entro cui si muove il Parini nella sua ricerca di uno stile che,
ispirato dalla perspicuit dei classici (Orazio pi che Virgilio), espri-
messe perfettamente il suo bisogno di una poesia lucida e sensi-
bile, senza immagini esaltate e generiche, ma sempre legate minu-
tamente ad una riprova razionale, verificabili sempre punto per pun-
to in precise impressioni sensoriali. Donde consegue la constatazione
di un meccanismo di stilistica che ricorda la statua di Condillac
anche se nutrita di un sincero amore dell'espressione poetica e mos-
sa da una volont vasta di civilt, di rappresentazione efficace: mo-
tivi anzi che collaborano e rinforzano fnalmente un gusto in cui
predomina lo sforzo lessicale e la funzionalit della musica e del
ritmo ad un effetto, non ad un libero sfogo di fantasia, ad un
impeto dell'anima come vorranno i romantici. 
   Il Giorno  il trionfo della poetica sensistico-illuministica non
solo per la sua forma di cattura dell'immagine degli oggetti in giri,
in ritmi che ne evidenziano la complessa realt (si noti il raffina-
tissimo seppur stucchevole disegno metrico, il rilievo offerto all'e-
videnza delle entit descritte, dai frequenti enjambements, dalle ce-
sure, dai troncamenti improvvisi a sottolineare, a colorire, a indi-
care) e la mettono in relazione con un ritmo vitale indagatore e
sereno, ma come un p angusto nella sua troppo precisata uma-
nit (che altrove riesce a pi spaziosa se pur non altissima sanit),
e per i particolari con cui questa poetica si realizza senza sbavature
e filamenti; ma  il trionfo di quella poetica proprio anche per la
sua generale costruzione. La stessa continuit di poema che vuole
esaurire il suo tema perfettamente, a costo di stancare (e qui oc-
corre ribattere che il notato difetto nasce non solo contenutistica-
mente dalla presenza uniforme del manichino  giovin signore ,
ma dalla volont di completa illustrazione e dalla stessa succulenta
efficacia della sensistica e classicistica evidenza), secondo uno sche-
ma preordinato dalla ragione, corrisponde alla generale tendenza
illuministica di esauriente esposizione, di germinazione della poesia
su di una distesa descrizione di cose e di teorie (il sof, la teoria
del piacere nel Giorno). 
   Se questi sono i motivi essenziali della poesia e della poetica
pariniana originata da una posizione illuministico-sensistica e solida-
mente in quei limiti inquadrata (poesia come educazione, come evi-
denza di oggetti, come senso di naturale vita fatta di sane sensazioni,
di calmi e piacevoli istinti, come regno di una fantasia corposa ed
elegante), si pu chiaramente asserire che nella sua perfezione sette-
centesca e magari anche in certi richiami a certo realismo ottocen-
tesco carducciano, nulla di essenziale lega questa poetica, questa
sintesi mirabile di Arcadia, illuminismo, sensismo, su base classi-
cistica, al preromanticismo nel suo fondo pi rivoluzionario, nei
suoi accenti di nuova sensibilit, mentre al neoclassicismo, al ro-
manticismo di un Foscolo, di un Leopardi, di un Manzoni anche,
la lega la cura della parola, la sua scuola di fedelt alla poesia, il
suo morale concetto del letterato. 
   Nella Notte, tanto pi tarda delle prime due parti e della ver-
sione cesarottiana dell'Ossian, compare nel brano iniziale (4-29)
una insolita scelta di soggetti tipicamente preromantici, di toni
lugubri perfino in un cumulo esagerato, sovrabbondante:

Gi di tenebre involta e di perigli,
sola squallida mesta alto sedevi
sulla timida terra. 

   Di fronte alla sentimentalit eccitata, allo sviluppo del sensi-
smo in preromanticismo, al gusto dell'orrore che sconvolge, come
un nuovo contenuto di anima, la poetica settecentesca e l'avvia
verso quella romantica, il Parini non ci offre nulla di pi di quella
sensibilit delicata, sfumata e pur precisa, limitata, di quella vo-
lutt settecentesca provocata, ad es., dal quadretto di Adone ferito
alla fine del Dono.
   Non sono punte che fuoriescono da questo gusto perfetto nei
suoi limiti, tracce di diversa sensibilit che giustifichino l'inserzione
del Parini nella storia del preromanticismo. Anzi mostrano ancor
pi chiaramente la completezza e la concretezza della sua sintesi che
raccoglie ed invera i motivi pi generali del settecento illuministi-
co nel suo equilibrio razionalistico e classicistico sulla base di un
sensismo ricco, ma non spostato ancora a soluzioni pi frementi e
rivoluzionarie, frenato nel limite edonistico e chiaro di un utile
dulci, calato come non mai in un linguaggio coerente, perfetto.

WALTER BINNI:
Da Preromanticismo italiano, Napoli, ESI, 1959, pp. 22-58.
