                          LETTERA ENCICLICA           
                         DEL SOMMO PONTEFICE
                              PAOLO VI
                       "POPULORUM PROGRESSIO"
                      SULLO SVILUPPO DEI POPOLI  
                           (26 marzo 1967)
                                  
 
INDICE
I temi principali del documento.             
La rivoluzione evangelica dell'amore.
Documento profetico.
INTRODUZIONE                       
LA QUESTIONE SOCIALE QUESTIONE MONDIALE 
1. La Chiesa segue il problema dello sviluppo dei popoli.
2. Insegnamento sociale dei Papi.
3. Il fatto maggiore: la dimensione mondiale del problema.
4. Nei viaggi del Papa verificate le gravi difficolt dei popoli poveri.
5. La Commissione pontificia "Giustizia e pace".
parte prima                     
PER UNO SVILUPPO INTEGRALE DELL'UOMO
I - I DATI DEL PROBLEMA                 
6. Aspirazioni degli uomini di oggi.
7. Colonialismo: misfatti e meriti.
8. Squilibrio crescente tra popoli ricchi e popoli poveri.
9. Presa di coscienza delle classi diseredate.
10. Urti di civilt.
11. Tentazioni di messianismi carichi di illusioni.
II - LA CHIESA E LO SVILUPPO DEI POPOLI      
12. L'opera dei missionari.
13. Rapporti tra Chiesa e mondo.
14. Visione cristiana dello sviluppo.
15. Vocazione e crescita.
16. Dovere di una crescita umana personale.
17. Dovere di crescita comunitaria.
18. Scala dei valori.
19. Crescita ambivalente.
20. Verso una condizione pi umana.
21. L'ideale da perseguire.
III - L' OPERA DA COMPIERE              
22. La destinazione universale dei beni.
23. La propriet: suo giusto uso.
24. L'uso dei redditi.
25. L'industrializzazione segno e fattore di sviluppo.
26. Rinnovata condanna di un capitalismo senza alcun freno.
27. Dignit del lavoro.
28. Ambivalenza del lavoro.
29. L'urgenza dell'opera da compiere.
30. Tentazione della violenza.
31. La rivoluzione, fonte di nuove ingiustizie.
32. Lo sviluppo attuale esige delle riforme urgenti.
33. Necessit di programmi e pianificazione globali.
34. I programmi debbono essere a servizio dell'uomo.
35. L'alfabetizzazione fattore primordiale d'integrazione sociale.
36. Ancora oggi la famiglia ha un ruolo fondamentale.
37. Sviluppare una procreazione responsabile.
38. Compiti delle organizzazioni professionali.
39. Utile un pluralismo di organizzazioni sindacali.
40. Salvaguardare le tradizioni culturali di ogni paese.
41. Tentazione materialista.
42. Conclusione: verso un umanesimo plenario.
parte seconda                     
VERSO LO SVILUPPO SOLIDALE DELL' UMANIT
43. Realizzare una vera comunit di popoli.
44. Fraternit dei popoli.
L'ASSISTENZA AI DEBOLI                 
45. Lotta contro la fame....
46. ....oggi.
47. .....domani.
48. Dovere di solidariet tra i popoli.
49. Il superfluo dei paesi ricchi a quelli poveri.
50. Necessit di programmare seriamente gli aiuti.
51. Necessit di un fondo mondiale per combattere la miseria.
52. I vantaggi di questo fondo mondiale.....
53. .... la sua urgenza.
54. Indicazioni concrete per la costruzione di un mondo pi umano.
55.  in gioco la vita stessa e la pace civile dei popoli poveri.
L'EQUIT NELLE RELAZIONI COMMERCIALI   
57. Crescente divario di prezzi tra materie prime e prodotti finiti.
58. Il solo principio del "libero scambio" commerciale d risultati iniqui.
59. Giustizia dei contratti a livello dei popoli.
60. Misure da prendere.
61. Convenzioni internazionali.
62. Ostacoli da superare: il nazionalismo....
63. .... il razzismo.
64. Verso un mondo solidale.
65. Tutti i popoli artefici del loro destino.
LA CARIT UNIVERSALE                   
67. Doveri connessi con l'ospitalit.
68. Dramma dei giovani studenti.
69. Lavoratori emigrati.
70. Senso sociale verso i paesi poveri.
71. Funzioni degli esperti in missione di sviluppo nei paesi poveri.
72. Qualit degli esperti.
73. Dialoghi di civilt.
74. Appello ai giovani.
75. Preghiera e azione.
LO SVILUPPO  IL NUOVO NOME DELLA PACE  
76. Costruire la pace giorno per giorno.
77. Uscire dall'isolamento.
78. Verso un'autorit mondiale efficace.
79. Fondate speranze in un mondo migliore.
80. Tutti solidali.
APPELLO FINALE                
81. Ai cattolici.
82. Ai cristiani credenti.
83. Agli uomini di buona volont.
84. Agli uomini di Stato.
85. Agli uomini di pensiero.
86. Tutti all'opera.
87. Benedizione.

Concluso  il Concilio l'8 dicembre 1965, Paolo VI (Giovanni Battista
Montini,  cardinale arcivescovo di Milano, eletto papa il 21.6.1963),
che  nei  precedenti  due anni e mezzo del suo  pontificato  era  gi
intervenuto  pi  volte  con  discorsi e  lettere,  prosegu  con  un
magistero che anche in materia sociale mirava a continuare, applicare
e  aggiornare  l'insegnamento del Concilio Vaticano II,  come  questo
aveva  chiesto,  data la rapida trasformazione della societ  che  fa
nascere  nuovi  problemi  e  richiede  opportuni  adeguamenti   nella
dottrina  e nell'azione. Cos il 26 marzo 1967 egli eman l'enciclica
Populorum  progressio, che, come dice il titolo,  era  dedicata  allo
sviluppo dei popoli sul piano economico e culturale, considerato alla
luce  dei  postulati cristiani di un "umanesimo plenario", nel  quale
vengano collocati al primo posto i valori spirituali.
 
I temi principali del documento.
Erano  temi  e problemi particolarmente sentiti in quel  momento,  e
che  rispondevano  a  esigenze reali di  dimensione  planetaria.  Con
quell'enciclica,  il  magistero della Chiesa faceva  un  nuovo  passo
nella trattazione della dottrina sociale sotto i seguenti aspetti:
 a)  in rapporto con le situazioni e i problemi concreti, presi  come
punti  di  partenza  e  come  terreno  in  cui  inserire  i  principi
evangelici;
 b)  come apertura sull'intero arco del mondo contemporaneo, e quindi
di   dimensione   universalistica  sia  del  contenuto,   sia   delle
prospettive storiche del documento;
 c)  quale senso vivissimo di umanit e quindi di partecipazione alle
vicende del tempo e alle sofferenze dei popoli, specialmente la fame,
l'ignoranza, lo sfruttamento dei meno fortunati.
 d)  interesse  sincero e sollecito per i popoli in via di  sviluppo,
spesso arretrati non solo sul piano economico, ma anche per un  certo
fatalismo  psicologico e per l'immobilismo castale che devono  essere
educati a superare, onde riuscire a divenire protagonisti della  loro
storia;
 e)  appello alle ragioni della giustizia, che, nei rapporti non solo
tra  gli individui ma anche tra i popoli, esige la subordinazione del
diritto  di  propriet  al  diritto alla  vita,  la  solidariet,  la
vittoria  sugli egoismi che portano a sfruttare in molti modi  i  pi
deboli,  fomentando  cosi in loro--in classi, in popoli  interi--quei
sentimenti  di  collera  che  a  un  certo  momento  esplodono  nella
violenza,   e   provocano  cos  nuovi  mali  e  generalmente   nuove
ingiustizie, come a catena;
 f)  stimolo  ai  poteri  pubblici sul piano nazionale  e  su  quello
internazionale, a intervenire senza indugi con riforme radicali e con
aiuti  dei  popoli  pi  ricchi ai popoli pi poveri,  anche  con  la
costituzione di un Fondo mondiale formato soprattutto con i  risparmi
degli Stati sulle spese militari, tenendo presente che "Lo sviluppo 
il nuovo nome della pace".
 g)  coraggio  nel proclamare la necessit e l'urgenza di cambiamenti
radicali  e degli interventi per operarli, fino a provocare da  parte
di   alcuni   l'attribuzione  a  Paolo  VI  del   titolo   di   "Papa
rivoluzionario".
 
La rivoluzione evangelica dell'amore.
 In   realt   l'enciclica   Populorum  progressio   proclamava   una
rivoluzione  evangelica: quella dell'amore che porta  alla  giustizia
sempre  insegnata dai Padri della Chiesa, la cui visione   allargata
da  Paolo  VI  ai rapporti tra i popoli: "il di pi dei  ricchi  deve
ritornare ai poveri". In quel momento, la Chiesa conosceva tensioni e
inquietudini interne, che facevano parlare a molti di crisi.  Ma,  se
crisi c'era, non era affatto di decadimento e di agonia, come si vide
ben  presto, e come lasciava gi scoprire il fatto che,  pur  tra  le
gravi difficolt del momento, il magistero ecclesiastico aveva in  s
l'energia  di  intervenire con vigore, franchezza  e  fermezza  sulla
scena mondiale.
 
Documento profetico.
 Dopo   diversi  anni  dalla  sua  emanazione,  infine,  un   aspetto
importante  da  sottolineare  dato dal fatto che il documento  si  
rivelato  veramente profetico. Infatti, molte previsioni di Paolo  VI
sulle  conseguenze drammatiche derivanti dal non ascoltare i richiami
della Chiesa ed il suo invito ad operare celermente per risolvere con
equit  ed  amore il tremendo problema dello sviluppo  dei  popoli  e
della  fame  nel mondo con una pi equa distribuzione dei beni  della
Terra, si sono purtroppo avverate.
 
                            INTRODUZIONE
           LA QUESTIONE SOCIALE OGGI  QUESTIONE MONDIALE
 
 1. La Chiesa segue il problema dello sviluppo dei popoli.
 Lo  sviluppo  dei popoli, in modo particolare di quelli che  lottano
per  liberarsi  dal  giogo della fame della miseria,  delle  malattie
endemiche, dell'ignoranza; che cercano una partecipazione  pi  larga
ai  frutti  della civilt, una pi attiva valorizzazione  delle  loro
qualit umane; che si muovono con decisione verso la meta di un  loro
pieno  rigoglio,   oggetto di attenta osservazione  da  parte  della
Chiesa.  All'indomani  del Concilio Ecumenico Vaticano  Secondo,  una
rinnovata  presa di coscienza delle esigenze del messaggio evangelico
le  impone  di  mettersi al servizio degli uomini,  onde  aiutarli  a
cogliere  tutte  le dimensioni di tale grave problema  e  convincerli
dell'urgenza  di  una azione solidale in questa svolta  della  storia
dell'umanit.
 
 2. Insegnamento sociale dei Papi.
 
 Nelle   loro  grandi  encicliche,  Rerum  Novarum  di  Leone   XIII,
Quadragesimo Anno di Pio XI, Mater et Magistra  e Pacem in Terris  di
Giovanni XXIII -- senza contare i messaggi al mondo di Pio XII --,  i
Nostri  predecessori  non  mancarono  al  dovere,  proprio  del  loro
ufficio, di proiettare sulle questioni sociali del loro tempo la luce
del Vangelo.
 
 3. Il fatto maggiore: la dimensione mondiale del problema.
 Oggi,  il  fatto di maggior rilievo, del quale ognuno  deve  prender
coscienza,    che  la  questione sociale  ha  acquistato  dimensione
mondiale. Giovanni XXIII l'ha affermato nettamente, e il Concilio gli
ha fatto eco con la sua Costituzione pastorale su La Chiesa nel mondo
contemporaneo.  Si  tratta di un insegnamento di particolare  gravit
che  esige  un'applicazione urgente. I popoli della fame interpellano
oggi  in maniera drammatica i popoli dell'opulenza. La Chiesa trasale
davanti  a  questo grido d'angoscia e chiama ognuno a rispondere  con
amore al proprio fratello.
 
 4.  Nei  viaggi del Papa verificate le gravi difficolt  dei  popoli
poveri.
 Prima  della  nostra  chiamata al supremo  Pontificato,  due  viaggi
nell'America  Latina (1960) e in Africa (1962), Ci  avevano  messo  a
contatto   immediato  con  i  laceranti  problemi  che   attanagliano
continenti  pieni  di vita e di speranza. Rivestiti  della  paternit
universale, abbiamo potuto, nel corso di nuovi viaggi in Terra  Santa
e  in  India,  vedere  coi Nostri occhi e quasi toccar  con  mano  le
gravissime  difficolt che assalgono popoli di  antica  civilt  alle
prese  con  il  problema  dello  sviluppo.  Mentre  ancora  si  stava
svolgendo  a Roma il Concilio Ecumenico Vaticano Secondo, circostanze
provvidenziali  Ci portarono a rivolgerCi direttamente  all'Assemblea
generale  delle  Nazioni Unite. E davanti a quel  vasto  areopago  Ci
facemmo l'avvocato dei popoli poveri.              
 
 5. La Commissione pontificia "Giustizia e pace".
 Infine,  recentemente,  nel  desiderio di  rispondere  al  voto  del
Concilio e di volgere in forma concreta l'apporto della Santa Sede  a
questa  grande causa dei popoli in via di sviluppo, abbiamo  ritenuto
che  facesse  parte del nostro dovere il creare presso gli  organismi
centrali  della  Chiesa  una Commissione  pontificia  che  avesse  il
compito  di  "suscitare in tutto il Popolo di Dio la piena conoscenza
del ruolo che i tempi attuali reclamano da lui, in modo da promuovere
il  progresso dei popoli pi poveri, da favorire la giustizia sociale
tra le nazioni, da offrire a quelle che sono meno sviluppate un aiuto
tale  che le metta in grado di provvedere esse stesse e per se stesse
al  loro  progresso":  Giustizia e Pace    il  suo  nome  e  il  suo
programma.  Noi  pensiamo  che su tale programma  possano  e  debbano
convenire, assieme ai Nostri figli cattolici e ai fratelli cristiani,
gli uomini di buona volont.  dunque a tutti che Noi oggi rivolgiamo
questo  appello  solenne  a  una azione concertata  per  lo  sviluppo
integrale dell'uomo e lo sviluppo solidale dell'umanit.
 
                             PARTE PRIMA
                PER UNO SVILUPPO INTEGRALE DELL'UOMO
                       I - I DATI DEL PROBLEMA
 
 6. Aspirazioni degli uomini di oggi.
 
 Essere affrancati dalla miseria, garantire in maniera pi sicura  la
propria   sussistenza,  la  salute,  una  occupazione  stabile;   una
partecipazione  pi piena alle responsabilit, al di  fuori  da  ogni
oppressione, al riparo da situazioni che offendano la loro dignit di
uomini;  godere  di  una maggiore istruzione;  in  una  parola,  fare
conoscere e avere di pi, per essere di pi: ecco l'aspirazione degli
uomini di oggi, mentre un gran numero d'essi  condannato a vivere in
condizioni  che  rendono illusorio tale legittimo desiderio.  D'altra
parte,   i   popoli  da  poco  approdati  all'indipendenza  nazionale
sperimentano  la  necessit di far seguire a questa libert  politica
una  crescita autonoma e degna, sociale non meno che economica,  onde
assicurare  ai  propri cittadini la loro piena  espansione  umana,  e
prendere il posto che loro spetta nel concerto delle nazioni.
 
 7. Colonialismo: misfatti e meriti.
 Di  fronte  alla vastit e all'urgenza dell'opera da  compiere,  gli
strumenti  ereditati  dal passato, per quanto inadeguati,  non  fanno
tuttavia   difetto.  Bisogna  certo  riconoscere   che   le   potenze
colonizzatrici hanno spesso avuto di mira soltanto il loro interesse,
la  loro potenza o il loro prestigio e che il loro ritiro ha lasciato
talvolta una situazione economica vulnerabile, legata per esempio  al
rendimento di un'unica cultura, i cui corsi sono soggetti a brusche e
ampie  variazioni.  Ma,  pur riconoscendo  i  misfatti  di  un  certo
colonialismo  e  le  sue conseguenze negative, bisogna  nel  contempo
rendere  omaggio alle qualit e alle realizzazioni dei  colonizzatori
che, in tante regioni abbandonate, hanno portato la loro scienza e la
loro  tecnica, lasciando testimonianze preziose della loro  presenza.
Per  quanto incomplete, restano tuttavia in piedi certe strutture che
hanno  avuto  una  loro funzione, per esempio sul piano  della  lotta
contro l'ignoranza e la malattia, su quello, non meno benefico  delle
comunicazioni o del miglioramento delle condizioni di vita.
 
 8. Squilibrio crescente tra popoli ricchi e popoli poveri.
 Fatto  questo  riconoscimento,  resta  fin  troppo  vero  che   tale
attrezzatura    notoriamente insufficiente per  affrontare  la  dura
realt dell'economia moderna. Lasciato a se stesso, il suo meccanismo
  tale  da  portare  il  mondo  verso un  aggravamento,  e  non  una
attenuazione,  della disparit dei livelli di vita: i  popoli  ricchi
godono di una crescita rapida, mentre lento e il ritmo di sviluppo di
quelli  poveri. Aumenta lo squilibrio: certuni producono in eccedenza
beni  alimentari, di cui altri soffrono atrocemente  la  mancanza,  e
questi ultimi vedono rese incerte le loro esportazioni.
 
 9. Presa di coscienza delle classi diseredate.
 Nello  stesso  tempo  i conflitti sociali si sono  dilatati  fino  a
raggiungere le dimensioni del mondo. La viva inquietudine, che  si  
impadronita   delle   classi   povere   nei   paesi   in   fase    di
industrializzazione, raggiunge ora quelli che hanno un'economia quasi
esclusivamente  agricola: i contadini prendono coscienza,  anch'essi,
della  loro  "miseria immeritata". A ci s'aggiunga  lo  scandalo  di
disuguaglianze  clamorose, non solo nel godimento dei  beni,  ma  pi
ancora  nell'esercizio  del potere. Mentre una  oligarchia  gode,  in
certe  regioni, di una civilt raffinata, il resto della popolazione,
povera  e  dispersa,    "privata pressoch di  ogni  possibilit  di
iniziativa personale e di responsabilit, e spesso anche costretta  a
condizioni di vita e di lavoro indegne della persona umana".
 
 10. Urti di civilt.
 Inoltre  l'urto  tra  le civilt tradizionali e  le  novit  portate
dalla  civilt  industriale ha un effetto dirompente sulle  strutture
che  non  si adattano alle nuove condizioni. Dentro l'ambito,  spesso
rigido,  di tali strutture s'inquadrava la vita personale e familiare
che  trovava  in esse il suo indispensabile sostegno, e i  vecchi  vi
rimangono  attaccati, mentre i giovani tendono  a  liberarsene,  come
d'un  ostacolo inutile, per volgersi avidamente verso nuove forme  di
vita  sociale.  Accade  cos che il conflitto  delle  generazioni  si
carica  di  un tragico dilemma: o conservare istituzioni  e  credenze
ancestrali, ma rinunciare al progresso, o aprirsi alle tecniche e  ai
modi  di  vita venuti da fuori, ma rigettare in una con le tradizioni
del  passato  tutta la ricchezza di valori umani che contenevano.  Di
fatto,  avviene  troppo spesso che i sostegni  morali,  spirituali  e
religiosi del passato vengono meno, senza che l'inserzione nel  mondo
nuovo sia per altro assicurata.
 
 11. Tentazioni di messianismi carichi di illusioni.
 In  questo  stato  di marasma si fa pi violenta  la  tentazione  di
lasciarsi  pericolosamente trascinare verso  messianismi  carichi  di
promesse,  ma fabbricatori di illusioni. Chi non vede i pericoli  che
ne   derivano,   di   reazioni  popolari  violente,   di   agitazioni
insurrezionali,  e  di  scivolamenti verso le ideologie  totalitarie?
Questi  sono i dati del problema, la cui gravit non pu  sfuggire  a
nessuno.
 
               II - LA CHIESA E LO SVILUPPO DEI POPOLI
 
 12. L'opera dei missionari.
 Fedele all'insegnamento e all'esempio del suo divino Fondatore,  che
poneva l'annuncio della Buona novella ai poveri quale segno della sua
missione,  la Chiesa non ha mai trascurato di promuovere l'elevazione
umana  dei  popoli  ai  quali portava la  fede  nel  Cristo.  I  suoi
missionari hanno costruito, assieme a chiese, centri di assistenza  e
ospedali, anche scuole e universit. Insegnando agli indigeni il modo
onde  trarre miglior profitto dalle loro risorse naturali,  li  hanno
spesso  protetti dall'avidit degli stranieri. Senza dubbio  la  loro
opera,  per  quel che v' in essa di umano, non fu perfetta,  e  pot
capitare   che   taluni   mischiassero  all'annuncio   dell'autentico
messaggio  evangelico molti modi di pensare e di  vivere  propri  del
loro  paese  d'origine.  Ma  seppero anche coltivare  le  istituzioni
locali  e  promuoverle.  In  parecchie regioni,  essi  sono  stati  i
pionieri del progresso materiale come dello sviluppo culturale. Basti
ricordare  l'esempio  del padre Carlo de Foucauld  che  fu  giudicato
degno  d'esser chiamato, per la sua carit, il "Fratello universale",
e  al  quale si deve la compilazione di un prezioso dizionario  della
lingua  tuareg.   Nostro dovere rendere omaggio a questi  precursori
troppo spesso ignorati, uomini sospinti dalla carit di Cristo,  cosi
come ai loro emuli e successori che continuano ad essere, anche oggi,
al servizio di coloro che evangelizzano.
 
 13. Rapporti tra Chiesa e mondo.
 Ma  ormai  le  iniziative locali e individuali non bastano  pi.  La
situazione attuale del mondo esige una azione d'insieme sulla base di
una visione chiara di tutti gli aspetti economici, sociali, culturali
e  spirituali.  Esperta in umanit, la Chiesa  lungi  dal  pretendere
minimamente d'intromettersi nella politica degli Stati,  "non  ha  di
mira  che  un unico scopo: continuare, sotto l'impulso dello  Spirito
consolatore, la stessa opera del Cristo, venuto al mondo per  rendere
testimonianza  alla  verit, per salvare,  non  per  condannare,  per
servire, non per essere servito". Fondata per porre fin da quaggi le
basi  del  regno  dei cieli e non per conquistare un potere  terreno,
essa  afferma chiaramente che i due domini sono distinti,  cosi  come
sono  sovrani i due poteri, ecclesiastico e civile, ciascuno nel  suo
ordine.  Ma, vivente com' nella storia, essa deve "scrutare i  segni
dei tempi e interpretarli alla luce del Vangelo". In comunione con le
migliori   aspirazioni   degli  uomini   e   soffrendo   di   vederle
insoddisfatte,  essa desidera aiutarli a raggiungere  la  loro  piena
fioritura,  e a questo fine offre loro ci che possiede  in  proprio:
una visione globale dell'uomo e dell'umanit.
 
 14. Visione cristiana dello sviluppo.
 Lo  sviluppo  non  si riduce alla semplice crescita  economica.  Per
essere  autentico sviluppo, deve essere integrale, il che  vuol  dire
volto  alla  promozione di ogni uomo e di tutto l'uomo.  Com'  stato
giustamente sottolineato da un eminente esperto, "noi non  accettiamo
di  separare l'economia dall'umano, lo sviluppo dalla civilt dove si
inserisce.  Ci  che conta per noi  l'uomo, ogni uomo,  ogni  gruppo
d'uomini, fino a comprendere l'umanit intera".
 
 15. Vocazione e crescita.
 Nel  disegno  di  Dio, ogni uomo  chiamato a uno  sviluppo,  perch
ogni vita  vocazione. Fin dalla nascita,  dato a tutti in germe  un
insieme di attitudini e di qualit da far fruttificare: il loro pieno
svolgimento, frutto a un tempo dell'educazione ricevuta dall'ambiente
e  dello sforzo personale, permetter a ciascuno di orientarsi  verso
il  destino propostogli dal suo Creatore. Dotato d'intelligenza e  di
libert, egli  responsabile della sua crescita, cos come della  sua
salvezza. Aiutato, e talvolta impedito, da coloro che lo educano e lo
circondano,  ciascuno rimane, quali che siano  le  influenze  che  si
esercitano  su  di  lui,  l'artefice della sua  riuscita  o  del  suo
fallimento:  col  solo  sforzo della sua  intelligenza  e  della  sua
volont, ogni uomo pu crescere in umanit, valere di pi, essere  di
pi.
 
 16. Dovere di una crescita umana personale.
 Tale  crescita  non  d'altronde facoltativa. Come tutta  intera  la
creazione  ordinata al suo Creatore, la creatura spirituale  tenuta
ad  orientare  spontaneamente la sua vita verso Dio, verit  prima  e
supremo bene. Cosi la crescita umana costituisce come una sintesi dei
nostri doveri. Ma c' di pi: tale armonia di natura, arricchita  dal
lavoro  personale  e  responsabile,    chiamata  a  un  superamento.
Mediante  la sua inserzione nel Cristo vivificatore, l'uomo accede  a
una dimensione nuova, a un umanesimo trascendente, che gli conferisce
la  sua  pi  grande  pienezza: questa  la  finalit  suprema  dello
sviluppo personale.
 
 17. Dovere di crescita comunitaria.
 Ma  ogni uomo  membro della societ: appartiene all'umanit intera.
Non  soltanto questo o quell'uomo, ma tutti gli uomini sono chiamati
a  tale sviluppo plenario. Le civilt nascono, crescono e muoiono. Ma
come  le ondate dell'alta marea penetrano ciascuna un po, pi a fondo
nell'arenile,  cosi l'umanit avanza sul cammino della storia.  Eredi
delle  generazioni  passate  e  beneficiari  del  lavoro  dei  nostri
contemporanei, noi abbiamo degli obblighi verso tutti, e non possiamo
disinteressarci di coloro che verranno dopo di noi ad  ingrandire  la
cerchia  della famiglia umana. La solidariet universale,  che    un
fatto e per noi un beneficio,  altres un dovere.
 
 18. Scala dei valori.
 Siffatta  crescita personale e comunitaria verrebbe compromessa  ove
si  deteriorasse la vera scala dei valori. Legittimo   il  desiderio
del  necessario, e il lavoro per arrivarci  un dovere: "Se  qualcuno
si rifiuta di lavorare, non deve neanche mangiare". Ma l'acquisizione
dei beni temporali pu condurre alla cupidigia, al desiderio di avere
sempre  di  pi  e alla tentazione di accrescere la propria  potenza.
L'avarizia  delle  persone,  delle  famiglie  e  delle  nazioni   pu
contagiare i meno abbienti come i pi ricchi, e suscitare negli uni e
negli altri un materialismo soffocatore.
 
 19. Crescita ambivalente.
 Avere  di  pi, per i popoli come per le persone, non    dunque  lo
scopo ultimo. Ogni crescita  ambivalente. Necessaria onde permettere
all'uomo  di essere pi uomo, essa lo rinserra come in una  prigione,
quando  diventa  il  bene supremo che impedisce  di  guardare  oltre.
Allora  i  cuori s'induriscono e gli spiriti si chiudono, gli  uomini
non s'incontrano pi per amicizia, ma spinti dall'interesse, il quale
ha  buon gioco nel metterli gli uni contro gli altri e nel disunirli.
La  ricerca  esclusiva  dell'avere  diventa  cos  un  ostacolo  alla
crescita  dell'essere  e si oppone alla sua vera  grandezza:  per  le
nazioni  come per le persone, l'avarizia  la forma pi evidente  del
sottosviluppo morale.
 
 20. Verso una condizione pi umana.
 Se  il  perseguimento dello sviluppo richiede un numero  sempre  pi
grande  di  tecnici, esige ancor di pi uomini di pensiero capaci  di
riflessione profonda, votati alla ricerca di un umanesimo nuovo,  che
permetta all'uomo moderno di ritrovare se stesso, assumendo i  valori
superiori  d'amore, d'amicizia, di preghiera e di contemplazione.  In
tal  modo  potr  compiersi in pienezza il vero sviluppo,  che    il
passaggio,  per  ciascuno  e per tutti, da condizioni  meno  umane  a
condizioni pi umane.
 
 21. L'ideale da perseguire.
 Meno  umane:  le  carenze materiali di coloro che sono  privati  del
minimo  vitale,  e  le  carenze morali di coloro  che  sono  mutilati
dall'egoismo. Meno umane: le strutture oppressive, sia che provengano
dagli abusi del possesso che da quelli del potere, dallo sfruttamento
dei  lavoratori  che dall'ingiustizia delle transazioni.  Pi  umane:
l'ascesa  dalla miseria verso il possesso del necessario, la vittoria
sui  flagelli sociali, l'ampliamento delle conoscenze, l'acquisizione
della cultura. Pi umane, altres: l'accresciuta considerazione della
dignit  degli  altri, l'orientarsi verso lo spirito di  povert,  la
cooperazione  al bene comune, la volont di pace. Pi umane,  ancora:
il riconoscimento da parte dell'uomo dei valori supremi, e di Dio che
ne    la sorgente e il termine. Pi umane, infine e soprattutto:  la
fede,  dono  di Dio accolto dalla buona volont dell'uomo  e  l'unit
nella  carit del Cristo che ci chiama tutti a partecipare in qualit
di figli alla vita del Dio vivente, Padre di tutti gli uomini.
 
 
                     III - L' OPERA DA COMPIERE
 
 22. La destinazione universale dei beni.
 
 "Riempite  la  terra e assoggettatela": la Bibbia, fin  dalla  prima
pagina,  ci  insegna  che la creazione intera   per  l'uomo,  cui  
demandato  il  compito  d'applicare il suo  sforzo  intelligente  nel
metterla in valore e, col suo lavoro, portarla a compimento, per cos
dire,  sottomettendola  al suo servizio. Se  la  terra    fatta  per
fornire a ciascuno i mezzi della sua sussistenza e gli strumenti  del
suo progresso, ogni uomo ha dunque il diritto di trovarvi ci che gli
  necessario. Il recente Concilio l'ha ricordato: "Dio ha  destinato
la  terra e tutto ci che contiene all'uso di tutti gli uomini  e  di
tutti  i  popoli, di modo ch i beni della creazione devono equamente
affluire nelle mani di tutti, secondo la regola della giustizia, ch'
inseparabile  dalla  carit". Tutti gli altri diritti,  di  qualunque
genere,  ivi compresi quelli della propriet e del libero  commercio,
sono  subordinati ad essa: non devono quindi intralciarne, bens,  al
contrario, facilitarne la realizzazione, ed  un dovere sociale grave
e urgente restituirli alla loro finalit originaria.
 
 23. La propriet: suo giusto uso.
 "Se  qualcuno, in possesso delle ricchezze che offre il mondo,  vede
il  suo fratello nella necessit e chiude a lui le sue viscere,  come
potrebbe l'amore di Dio abitare in lui?". Si sa con quale fermezza  i
Padri della Chiesa hanno precisato quale debba essere l'atteggiamento
di  coloro  che  posseggono nei confronti  di  coloro  che  sono  nel
bisogno: "Non  del tuo avere, afferma sant'Ambrogio, che tu fai dono
al povero; tu non fai che rendergli ci che gli appartiene. Poich  
quel  che  dato in comune per l'uso di tutti, ci che tu ti annetti.
La  terra  data a tutti, e non solamente ai ricchi".  come dire che
la   propriet  privata  non  costituisce  per  alcuno   un   diritto
incondizionato  e assoluto. Nessuno  autorizzato a riservare  a  suo
uso esclusivo ci che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano
del  necessario. In una parola, "il diritto di propriet non deve mai
esercitarsi  a detrimento della utilit comune, secondo  la  dottrina
tradizionale  dei  Padri  della Chiesa e  dei  grandi  teologi".  Ove
intervenga  un conflitto "tra diritti privati acquisiti  ed  esigenze
comunitarie  primordiali", spetta ai poteri  pubblici  "adoperarsi  a
risolverlo,  con l'attiva partecipazione delle persone e  dei  gruppi
sociali".
 
 24. L'uso dei redditi.
 Il  bene  comune esige dunque talvolta l'espropriazione se, per  via
della  loro  estensione, del loro sfruttamento esiguo o nullo,  della
miseria  per  le popolazioni, del danno considerevole  arrecato  agli
interessi  del  paese,  certi  possedimenti  sono  di  ostacolo  alla
prosperit  collettiva.  Affermandolo in maniera  inequivocabile,  il
Concilio  ha  anche  ricordato non meno chiaramente  che  il  reddito
disponibile non  lasciato al libero capriccio degli uomini, e che le
speculazioni  egoiste  devono essere bandite. Non    di  conseguenza
ammissibile  che  dei  cittadini  provvisti  di  redditi  abbondanti,
provenienti   dalle   risorse   e  dalla   attivit   nazionale,   ne
trasferiscano  una  parte  considerevole  all'estero,   a   esclusivo
vantaggio  personale, senza alcuna considerazione del torto  evidente
ch'essi infliggono con ci alla loro patria.
 
 25. L'industrializzazione segno e fattore di sviluppo.
 Necessaria   all'accrescimento  economico  e  al  progresso   umano,
l'introduzione dell'industria  insieme segno e fattore di  sviluppo.
Mediante  l'applicazione  tenace della sua  intelligenza  e  del  suo
lavoro,  l'uomo  strappa a poco a poco i suoi  segreti  alla  natura,
favorendo  un  miglior uso delle sue ricchezze.  Mentre  imprime  una
disciplina alle sue abitudini, egli sviluppa del pari in se stesso il
gusto  della  ricerca e dell'invenzione, l'accettazione  del  rischio
calcolato,  l'audacia nell'intraprendere, l'iniziativa  generosa,  il
senso delle responsabilit.
 
 26. Rinnovata condanna di un capitalismo senza alcun freno.
 Ma  su  queste  condizioni nuove della societ si  malauguratamente
instaurato  un  sistema  che  considerava  il  profitto  come  motore
essenziale del progresso economico, la concorrenza come legge suprema
dell'economia, la propriet privata dei mezzi di produzione  come  un
diritto  assoluto,  senza limiti ne obblighi sociali  corrispondenti.
Tale liberalismo senza freno conduceva alla dittatura, a buon diritto
denunciata    da   Pio   XI   come   generatrice   dell'"imperialismo
internazionale  del  denaro".  Non si  condanneranno  mai  abbastanza
simili abusi, ricordando ancora una volta solennemente che l'economia
  al  servizio  dell'uomo. Ma se  vero che un certo  capitalismo  
stato  la  fonte  di tante sofferenze, di tante ingiustizie  e  lotte
fratricide,  di cui perdurano gli effetti, errato sarebbe  attribuire
alla  industrializzazione stessa dei mali che sono dovuti al  nefasto
sistema  che l'accompagnava. Bisogna, al contrario, e per  debito  di
giustizia,  riconoscere l'apporto insostituibile  dell'organizzazione
del lavoro e del progresso industriale all'opera dello sviluppo.
 
 27. Dignit del lavoro.
 Cos  pure, se  vero che talvolta pu imporsi una mistica esagerata
del  lavoro, non e meno vero che questo  voluto e benedetto da  Dio.
Creato  a  sua  immagine,  "l'uomo deve  cooperare  col  Creatore  al
compimento  della  creazione,  e  segnare  a  sua  volta   la   terra
dell'impronta spirituale che egli stesso ha ricevuto".  Dio,  che  ha
dotato  l'uomo d'intelligenza, d'immaginazione e di sensibilit,  gli
ha  in  tal  modo  fornito  il mezzo onde portare  in  certo  modo  a
compimento  la sua opera: sia egli artista o artigiano, imprenditore,
operaio  o  contadino, ogni lavoratore  un creatore.  Chino  su  una
materia  che  gli  resiste,  l'operaio  le  imprime  il  suo   segno,
sviluppando nel contempo la sua tenacia, la sua ingegnosit e il  suo
spirito  inventivo.  Diremo di pi: vissuto in  comune,  condividendo
speranze, sofferenze, ambizioni e gioie, il lavoro unisce le volont,
ravvicina  gli spiriti e fonde i cuori: nel compierlo, gli uomini  si
scoprono fratelli.
 
 28. Ambivalenza del lavoro.
 Senza dubbio ambivalente, dacch promette il denaro, il godimento  e
la  potenza, invitando gli uni all'egoismo e gli altri alla  rivolta,
il  lavoro  sviluppa anche la coscienza professionale, il  senso  del
dovere  e  la  carit  verso il prossimo. Pi  scientifico  e  meglio
organizzato, esso rischia di disumanizzare il suo esecutore, divenuto
suo  schiavo,  perch il lavoro  umano solo se resta intelligente  e
libero.   Giovanni  XXIII  ha  ricordato  l'urgenza  di  rendere   al
lavoratore la sua dignit, facendolo realmente partecipare  all'opera
comune:  "Bisogna tendere a far s che l'impresa diventi una comunit
di  persone,  nelle relazioni, nelle funzioni e nella  situazione  di
tutti  i  suoi  componenti". La fatica degli uomini  ha  poi  per  il
cristiano un significato ben maggiore, avendo essa anche la  missione
di  collaborare  alla creazione del mondo soprannaturale,  che  resta
incompiuto fino a che non saremo pervenuti tutti insieme a costituire
quell'Uomo perfetto di cui parla san Paolo, "che realizza la pienezza
del Cristo".
 
 29. L'urgenza dell'opera da compiere.
 Bisogna  affrettarsi: troppi uomini soffrono, e aumenta la  distanza
che  separa il progresso degli uni e la stagnazione, se non pur anche
la  regressione, degli altri. Bisogna altres che l'opera da svolgere
progredisca   armoniosamente,   pena   la   rottura   di    equilibri
indispensabili. Una riforma agraria improvvisata pu fallire  al  suo
scopo.  Una  industrializzazione  precipitosa  pu  dissestare  delle
strutture  ancora  necessarie, e generare delle miserie  sociali  che
costituirebbero  un  passo indietro dal punto  di  vista  dei  valori
umani.
 
 30. Tentazione della violenza.
 Si  danno  certo delle situazioni la cui ingiustizia grida verso  il
cielo.  Quando popolazioni intere, sprovviste del necessario,  vivono
in  uno stato di dipendenza tale da impedir loro qualsiasi iniziativa
e  responsabilit, e anche ogni possibilit di promozione culturale e
di   partecipazione  alla  vita  sociale  e  politica,  grande    la
tentazione di respingere con la violenza simili ingiurie alla dignit
umana.
 
 31. La rivoluzione, fonte di nuove ingiustizie.
 E  tuttavia lo sappiamo: l'insurrezione rivoluzionaria -- salvo  nel
caso di una tirannia evidente e prolungata che attenti gravemente  ai
diritti  fondamentali della persona e nuoccia in modo  pericoloso  al
bene  comune  del  paese  --  fonte di nuove ingiustizie,  introduce
nuovi  squilibri,  e provoca nuove rovine. Non si pu  combattere  un
male reale a prezzo di un male pi grande.
 
 32. Lo sviluppo attuale esige delle riforme urgenti.
 Ci  si  intenda bene: la situazione presente deve essere  affrontata
coraggiosamente  e  le  ingiustizie che essa  comporta  combattute  e
vinte.  Lo  sviluppo esige delle trasformazioni audaci, profondamente
innovatrici. Riforme urgenti devono essere intraprese senza  indugio.
A  ciascuno  di  assumervi generosamente la sua parte, soprattutto  a
quelli  che  per  la  loro educazione, la loro  situazione,  il  loro
potere,  si trovano ad avere delle grandi possibilit d'azione.  Che,
pagando  esemplarmente  di persona, essi non esitino  a  incidere  su
quello  che    loro,  come hanno fatto diversi dei  Nostri  fratelli
nell'episcopato. Risponderanno cos all'attesa degli uomini e saranno
fedeli allo Spirito di Dio: giacch  "il fermento evangelico che  ha
suscitato  e  suscita  nel cuore umano una esigenza  incoercibile  di
dignit".
 
 33. Necessit di programmi e pianificazione globali.
 La   sola   iniziativa  individuale  e  il  semplice  giuoco   della
concorrenza non potrebbero assicurare il successo dello sviluppo. Non
bisogna  correre il rischio di accrescere ulteriormente la  ricchezza
dei ricchi e la potenza dei forti, ribadendo la miseria dei poveri  e
rendendo pi pesante la servit degli oppressi. Sono dunque necessari
dei  programmi per "incoraggiare, stimolare, coordinare,  supplire  e
integrare" l'azione degli individui e dei corpi intermedi. Spetta  ai
poteri  pubblici di scegliere, o anche di imporre, gli  obiettivi  da
perseguire,  i  traguardi da raggiungere, i  mezzi  onde  pervenirvi,
tocca  ad essi stimolare tutte le forze organizzate in questa  azione
comune.  Certo,  devono  aver  cura di  associare  a  quest'opera  le
iniziative  private  e i corpi intermedi, evitando  in  tal  modo  il
pericolo  di  una collettivizzazione integrale o d'una pianificazione
arbitraria  che,  negatrici  di  libert  come  sono,  escluderebbero
l'esercizio dei diritti fondamentali della persona umana.
 
 34. I programmi debbono essere a servizio dell'uomo.
 Giacch  ogni programma, elaborato per aumentare la produzione,  non
ha  in  definitiva  altra  ragione d'essere  che  il  servizio  della
persona.  La sua funzione  di ridurre le disuguaglianze,  combattere
le  discriminazioni,  liberare l'uomo  dalle  sue  servit,  renderlo
capace   di   divenire  lui  stesso  attore  responsabile   del   suo
miglioramento materiale, del suo progresso morale, dello  svolgimento
pieno  del  suo destino spirituale. Dire sviluppo  in  effetti  dire
qualcosa  che  investe  tanto il progresso sociale  che  la  crescita
economica.  Non  basta  accrescere la  ricchezza  comune  perch  sia
equamente ripartita, non basta promuovere la tecnica perch la  terra
diventi  pi  umana  da  abitare. Coloro che  sono  sulla  via  dello
sviluppo   devono   imparare  dagli  errori  di  coloro   che   hanno
sperimentato  prima tale strada quali sono i pericoli da  evitare  in
questo  campo. La tecnocrazia di domani pu essere fonte di mali  non
meno  temibili  che il liberalismo di ieri. Economia  e  tecnica  non
hanno senso che in rapporto all'uomo ch'esse devono servire. E l'uomo
non    veramente uomo che nella misura in cui, padrone delle proprie
azioni  e  giudice  del loro valore, diventa egli stesso  autore  del
proprio progresso, in conformit con la natura che gli ha dato il suo
Creatore  e  di  cui  egli assume liberamente  le  possibilit  e  le
esigenze.
 
 35. L'alfabetizzazione fattore primordiale d'integrazione sociale.
 Si  pu affermare che la crescita economica  legata innanzitutto al
progresso sociale ch'essa  in grado di suscitare, e che l'educazione
di  base    il primo obiettivo d'un piano di sviluppo.  La  fame  di
istruzione non  in realt meno deprimente della fame di alimenti: un
analfabeta   uno spirito sottoalimentato. Saper leggere e  scrivere,
acquistare una formazione professionale,  riprendere fiducia  in  se
stessi  e scoprire che si pu progredire insieme con gli altri.  Come
dicevamo nel Nostro messaggio al Congresso dell'UNESCO, del  1965,  a
Teheran  l'alfabetizzazione    per l'uomo  "un  fattore  primordiale
d'integrazione sociale cos come di arricchimento personale, e per la
societ  uno  strumento  privilegiato di  progresso  economico  e  di
sviluppo".  Vogliamo  anche rallegrarCi del  buon  lavoro  svolto  in
questo campo ad opera di iniziative private, di poteri pubblici e  di
organizzazioni internazionali: sono i primi artefici dello  sviluppo,
perch   mirano  a  rendere  l'uomo  atto  a  farsene   egli   stesso
protagonista.
 
 36. Ancora oggi la famiglia ha un ruolo fondamentale.
 Ma  l'uomo  non  se stesso che nel suo ambiente sociale, nel  quale
la famiglia giuoca un ruolo primordiale. Ruolo che, secondo i tempi e
i  luoghi, ha potuto anche essere eccessivo, quando si  esercitato a
scapito di libert fondamentali della persona. Spesso troppo rigide e
male  organizzate, le vecchie strutture sociali dei paesi in  via  di
sviluppo sono tuttavia necessarie ancora per un certo tempo,  pur  in
un  processo di progressivo allentamento del loro dominio  esagerato.
Ma  la  famiglia  naturale,  monogamica  e  stabile,  quale    stata
concepita  nel  disegno divino e santificata dal cristianesimo,  deve
restare   "luogo  d'incontro  di  pi  generazioni  che  si   aiutano
vicendevolmente  ad  acquistare  una  saggezza  pi   grande   e   ad
armonizzare i diritti delle persone con le altre esigenze della  vita
sociale".
 
 37. Sviluppare una procreazione responsabile.
   vero  che  troppo  spesso  una  crescita  demografica  accelerata
aggiunge nuove difficolt ai problemi dello sviluppo: il volume della
popolazione aumenta pi rapidamente delle risorse disponibili e ci si
trova  apparentemente  chiusi  in  un  vicolo  cieco.  Per  cui,   la
tentazione    grande di frenare l'aumento demografico per  mezzo  di
misure  radicali.   certo che i poteri pubblici,  nell'ambito  della
loro  competenza, possono intervenire, mediante la diffusione di  una
appropriata  informazione  e l'adozione di misure  opportune,  purch
siano  conformi  alle esigenze della legge morale e rispettose  della
giusta  libert della coppia: perch il diritto al matrimonio e  alla
procreazione   un diritto inalienabile, senza del quale  non  si  d
dignit umana. Spetta in ultima istanza ai genitori di decidere,  con
piena  cognizione di causa, sul numero dei loro figli,  prendendo  le
loro  responsabilit davanti a Dio, davanti a se stessi,  davanti  ai
figli  che  gi  hanno messo al mondo, e davanti alla  comunit  alla
quale   appartengono,  seguendo  i  dettami  della   loro   coscienza
illuminata  dalla  legge  di  Dio,  autenticamente  interpretata,   e
sorretta dalla fiducia in Lui.
 
 38. Compiti delle organizzazioni professionali.
 Nell'opera  dello sviluppo l'uomo, che trova nella famiglia  il  suo
ambiente  di  vita  primordiale,  spesso aiutato  da  organizzazioni
professionali.  Se  la  loro  ragion d'essere    di  promuovere  gli
interessi  dei  loro associati, la loro responsabilit    grande  in
rapporto  alla  funzione  educativa ch'esse  possono  e  debbono  nel
contempo  svolgere.  Attraverso  l'informazione  che  forniscono,  la
formazione  che  offrono, esse possono molto  per  dare  a  tutti  il
sentimento del bene comune e delle obbligazioni che esso comporta per
ciascuno.
 
 39. Utile un pluralismo di organizzazioni sindacali.
 Ogni  azione  sociale  implica una dottrina. Il  cristiano  non  pu
ammettere quella che suppone una filosofia materialistica e atea, che
non rispetta n l'orientamento religioso della vita verso il suo fine
ultimo,   n  la  libert  e  la  dignit  umana.  Ma  purch   siano
salvaguardati   questi  valori,  un  pluralismo   di   organizzazioni
professionali e sindacali  ammissibile, e, da certi punti di  vista,
utile se serve a proteggere la libert e a provocare l'emulazione.  E
di  gran cuore Noi rendiamo omaggio a tutti coloro che vi lavorano al
servizio disinteressato dei loro fratelli.
 
 40. Salvaguardare le tradizioni culturali di ogni paese.
 Oltre  le  organizzazioni professionali sono  altres  all'opera  le
istituzioni  culturali,  il cui ruolo non   di  minor  peso  per  la
riuscita  dello sviluppo. "L'avvenire del mondo sarebbe in  pericolo,
afferma  gravemente il Concilio, se la nostra epoca non  sapesse  far
emergere  dal  suo  seno  uomini dotati  di  sapienza".  E  aggiunge:
"Numerosi   paesi  economicamente  poveri,  ma  ricchi  di  sapienza,
potranno dare un potente aiuto agli altri su questo punto".  Ricco  o
povero,   ogni   paese  possiede  una  sua  civilt  ricevuta   dalle
generazioni  passate: istituzioni richieste per lo svolgimento  della
vita terrena e manifestazioni superiori--artistiche, intellettuali  e
religiose--della  vita  dello spirito. Quando queste  contengono  dei
veri  valori  umani, sarebbe grave errore sacrificarle a  quelle.  Un
popolo che consentisse a tanto perderebbe con ci stesso il meglio di
se:   sacrificherebbe,   per  vivere,  le  sue   ragioni   di   vita.
L'ammonimento  del  Cristo  vale  anche  per  i  popoli:  "Che   cosa
servirebbe all'uomo guadagnare l'universo, se poi perde l'anima?".
 
 41. Tentazione materialista.
 I  popoli  poveri non staranno mai troppo in guardia  contro  questa
tentazione  che viene loro dai popoli ricchi, i quali offrono  troppo
spesso,  insieme  con  l'esempio del loro successo  nel  campo  della
cultura  e  della  civilt  tecnica,  un  modello  di  attivit  tesa
prevalentemente  alla conquista della prosperit materiale.  Non  che
quest'ultima costituisca per se stessa un ostacolo all'attivit dello
spirito,  il  quale  anzi, reso cos "meno schiavo  delle  cose,  pu
facilmente   elevarsi  all'adorazione  e  alla   contemplazione   del
Creatore". Tuttavia "la civilt moderna, non certo per la sua  natura
intrinseca,  ma perch si trova soverchiamente irretita nelle  realt
terrestri,  pu  rendere spesso pi difficile l'accesso  a  Dio".  In
quanto viene loro proposto, i popoli in via di sviluppo devono dunque
saper  fare  una  scelta: criticare ed eliminare  i  falsi  beni  che
porterebbero  con se un abbassamento dell'ideale umano,  accettare  i
valori  sani  e  benefici  per svilupparli, congiuntamente  ai  loro,
secondo il proprio genio particolare.
 
 42. Conclusione: verso un umanesimo plenario.
   un  umanesimo plenario che occorre promuovere. Che vuol dire ci,
se  non  lo  sviluppo  di  tutto l'uomo e di  tutti  gli  uomini?  Un
umanesimo chiuso, insensibile ai valori dello spirito e a Dio che  ne
  la  fonte,  potrebbe apparentemente avere maggiori possibilit  di
trionfare. Senza dubbio l'uomo pu organizzare la terra senza Dio, ma
"senza  Dio  egli non pu alla fine che organizzarla  contro  l'uomo.
L'umanesimo  esclusivo    un  umanesimo  inumano".  Non  v'  dunque
umanesimo vero se non aperto verso l'Assoluto, nel riconoscimento  di
una  vocazione,  che  offre  l'idea  vera  della  vita  umana.  Lungi
dall'essere la norma ultima dei valori, l'uomo non realizza se stesso
che  trascendendosi.  Secondo l'espressione cos  giusta  di  Pascal:
"L'uomo supera infinitamente l'uomo".
 
                                  
                            PARTE SECONDA
 
              VERSO LO SVILUPPO SOLIDALE DELL' UMANIT
 
 43. Realizzare una vera comunit di popoli.
 Lo  sviluppo  integrale  dell'uomo  non  pu  aver  luogo  senza  lo
sviluppo solidale dell'umanit. Come dicevamo a Bombay: "L'uomo  deve
incontrare  l'uomo,  le nazioni devono incontrarsi  come  fratelli  e
sorelle,  come  i  figli  di Dio. In questa comprensione  e  amicizia
vicendevoli,  in  questa  comunione  sacra,  noi  dobbiamo  parimente
cominciare  a  lavorare  assieme  per  edificare  l'avvenire   comune
dell'umanit".
 E  suggerivamo  altres la ricerca di mezzi concreti  e  pratici  di
organizzazione e di cooperazione, onde mettere in comune  le  risorse
disponibili  e  cos  realizzare una  vera  comunione  fra  tutte  le
nazioni.
 
 44. Fraternit dei popoli.
 Questo  dovere  riguarda  in primo luogo  i  pi  favoriti.  I  loro
obblighi sono radicati nella fraternit umana e soprannaturale  e  si
presentano  sotto  un triplice aspetto: dovere di  solidariet,  cio
l'aiuto  che  le nazioni ricche devono prestare ai Paesi  in  via  di
sviluppo;  dovere  di  giustizia sociale, cio il  ricomponimento  in
termini pi corretti delle relazioni commerciali difettose tra popoli
forti  e  popoli  deboli;  dovere  di  carit  universale,  cio   la
promozione di un mondo pi umano per tutti, un mondo nel quale  tutti
abbiano qualcosa da dare e da ricevere, senza che il progresso  degli
uni costituisca un ostacolo allo sviluppo degli altri. Il problema  e
grave,  perch  dalla sua soluzione dipende l'avvenire della  civilt
mondiale.
 
                       L'ASSISTENZA AI DEBOLI
 
 45. Lotta contro la fame....
 "Se  un  fratello  o  una sorella sono nudi, dice  San  Giacomo,  se
mancano del sostentamento quotidiano, e uno di voi dice loro: "Andate
in  pace,  riscaldatevi,  sfamatevi",  senza  dar  loro  quel  che  
necessario  al loro corpo, a che servirebbe?". Oggi, nessuno  lo  pu
ignorare, sopra interi continenti innumerevoli sono gli uomini  e  le
donne tormentati dalla fame, innumerevoli i bambini sottonutriti,  al
punto che molti di loro muoiono in tenera et, che la crescita fisica
e  lo sviluppo mentale di parecchi altri ne restano compromessi,  che
regioni intere sono per questo condannate al pi cupo avvilimento.
 
 46. ....oggi.
 Appelli  angosciati sono gi risonati. Quello di  Giovanni  XXIII  
stato  calorosamente  accolto.  Noi stessi  l'abbiamo  reiterato  nel
Nostro messaggio del Natale 1963, e poi di nuovo in favore dell'India
nel  1966.  La  campagna contro la fame, lanciata dall'Organizzazione
Internazionale   per   l'alimentazione  e   l'agricoltura   (FAO)   e
incoraggiata  dalla  Santa  Sede, e stata generosamente  accolta.  La
nostra  Caritas  Internationalis e dappertutto all'opera  e  numerosi
cattolici,  sotto  l'impulso  dei  Nostri  fratelli  nell'Episcopato,
danno,  e si prodigano anche personalmente senza riserva, per aiutare
quelli  che sono nel bisogno, allargando progressivamente la  cerchia
di quanti riconoscono come loro prossimo.
 
 47. .....domani.
 Ma  tutto  ci  non  pu  bastare,  come  non  possono  bastare  gli
investimenti  privati e pubblici realizzati,  i  doni  e  i  prestiti
concessi.  Non  si tratta soltanto di vincere la fame  e  neppure  di
ricacciare  indietro  la  povert. La lotta contro  la  miseria,  pur
urgente  e  necessaria,  insufficiente. Si tratta  di  costruire  un
mondo,  in cui ogni uomo, senza esclusioni di razza, di religione  di
nazionalit, possa vivere una vita pienamente umana affrancata  dalle
servit   che  gli  vengono  dagli  uomini  e  da  una   natura   non
sufficientemente padroneggiata; un mondo dove la libert non sia  una
parola  vana  e  dove il povero Lazzaro possa assidersi  alla  stessa
mensa del ricco. Ci esige da quest'ultimo molta generosit, numerosi
sacrifici e uno sforzo incessante. Ciascuno esamini la sua coscienza,
che  ha una voce nuova per la nostra epoca.  egli pronto a sostenere
col  suo denaro le opere e le missioni organizzate in favore dei  pi
poveri?  a sopportare maggiori imposizioni affinch i poteri pubblici
siano messi in grado di intensificare il loro sforzo per lo sviluppo?
a  pagare  pi  cari  i prodotti importati, onde permettere  una  pi
giusta  remunerazione  per  il  produttore?  a  lasciare,  ove  fosse
necessario,  il  proprio  paese, se   giovane,  per  aiutare  questa
crescita delle giovani nazioni?
 
 48. Dovere di solidariet tra i popoli.
 Il  dovere di solidariet che vige per le persone vale anche  per  i
popoli: "Le nazioni sviluppate hanno l'urgentissimo dovere di aiutare
le  nazioni  in  via di sviluppo". Bisogna mettere in pratica  questo
insegnamento  conciliare. Se e normale che  una  popolazione  sia  la
prima  beneficiaria dei doni che le ha fatto la Provvidenza come  dei
frutti  del suo lavoro, nessun popolo pu, per questo, pretendere  di
riservare  a  suo esclusivo uso le ricchezze di cui dispone.  Ciascun
popolo deve produrre di pi e meglio, onde dare da un lato a tutti  i
suoi componenti un livello di vita veramente umano e contribuire  nel
contempo,  dall'altro allo sviluppo solidale dell'umanit. Di  fronte
alla  crescente  indigenza  dei paesi in via  di  sviluppo,  si  deve
considerare  come  normale che un paese evoluto  consacri  una  parte
della  sua  produzione al soddisfacimento dei loro  bisogni;  normale
altres  che  si preoccupi di formare educatori, ingegneri,  tecnici,
scienziati,  destinati  a  mettere  scienza  e  competenza  al   loro
servizio.
 
 49. Il superfluo dei paesi ricchi a quelli poveri.
 Una  cosa  va ribadita di nuovo: il superfluo dei paesi ricchi  deve
servire ai paesi poveri. La regola che valeva un tempo in favore  dei
pi vicini deve essere applicata oggi alla totalit dei bisognosi del
mondo.  I  ricchi saranno del resto i primi ad esserne avvantaggiati.
Diversamente,  ostinandosi  nella loro  avarizia,  non  potranno  che
suscitare il giudizio di Dio e la collera dei poveri, con conseguenze
imprevedibili. Chiudendosi dentro la corazza del proprio egoismo,  le
civilt  attualmente  fiorenti  finirebbero  coll'attentare  ai  loro
valori  pi  alti,  sacrificando la volont di  essere  di  pi  alla
bramosia  di avere di pi. E sarebbe da applicare ad essi la parabola
dell'uomo ricco, le cui terre avevano dato frutti copiosi e  che  non
sapeva  dove  mettere  al  sicuro il suo raccolto:  "Dio  gli  disse:
insensato, questa notte stessa la tua anima ti sar ritolta".
 
 50. Necessit di programmare seriamente gli aiuti.
 Questi  sforzi, per raggiungere la loro piena efficacia, non possono
rimanere  dispersi e isolati, tanto meno opposti gli uni  agli  altri
per  motivi  di  prestigio  o di potenza:  la  situazione  esige  dei
programmi concertati. Un programma  in realt qualcosa di pi  e  di
meglio  che  un  aiuto  occasionale lasciato alla  buona  volont  di
ciascuno.   Esso  suppone  come  abbiamo  detto  pi   sopra,   studi
approfonditi,  individuazione  degli  obiettivi,  determinazione  dei
mezzi,   organizzazione  degli  sforzi  onde  rispondere  ai  bisogni
presenti e alle prevedibili esigenze future. Ma  anche molto di  pi
in  quanto trascende le prospettive della semplice crescita economica
e  del  progresso  sociale e conferisce senso e valore  all'opera  da
realizzare. Nell'atto stesso in cui lavora alla migliore sistemazione
del mondo, esso valorizza l'uomo.
 
 51. Necessit di un fondo mondiale per combattere la miseria.
 Occorre  spingersi ancora pi innanzi. Noi domandavamo a  Bombay  la
costituzione  di un grande Fondo mondiale, alimentato  da  una  parte
delle spese militari, onde venire in aiuto ai pi diseredati. Ci che
vale  per  la lotta immediata contro la miseria vale altres  per  il
livello dello sviluppo. Solo una collaborazione mondiale, della quale
un  fondo  comune  sarebbe  insieme  l'espressione  e  lo  strumento,
permetterebbe  di  superare le rivalit sterili  e  di  suscitare  un
dialogo fecondo e pacifico tra tutti i popoli.
 
 52. I vantaggi di questo fondo mondiale.....
   Senza  dubbio,  degli  accordi bilaterali o multilaterali  possono
utilmente  essere  mantenuti, in quanto permettono di  sostituire  ai
rapporti  di  dipendenza  e  ai rancori derivati  dall'era  coloniale
proficue  relazioni d'amicizia, sviluppate su un piano di uguaglianza
giuridica   e   politica.  Ma  incorporati   in   un   programma   di
collaborazione  mondiale essi sarebbero immuni da ogni  sospetto.  Le
diffidenze  di  coloro  che  ne  sono i  beneficiari  ne  uscirebbero
attenuate,  poich essi avrebbero meno ragioni di temere, dissimulate
sotto    l'aiuto   finanziario   o   l'assistenza   tecnica,    certe
manifestazioni  di  quello che  stato chiamato  il  neocolonialismo:
fenomeno  che  si configura in termini di pressioni  politiche  e  di
potere  economico esercitati allo scopo di difendere o di conquistare
una egemonia dominatrice.
 
 53. .... la sua urgenza.
 Chi  non  vede  d'altronde  come  un  tale  fondo  faciliterebbe  la
riconversione  di  certi  sperperi, che sono  frutto  della  paura  o
dell'orgoglio? Quando tanti popoli hanno fame, quando tante  famiglie
soffrono   la   miseria,   quando   tanti   uomini   vivono   immersi
nell'ignoranza,  quando  restano da  costruire  tante  scuole,  tanti
ospedali,  tante  abitazioni  degne di  questo  nome,  ogni  sperpero
pubblico  o  privato, ogni spesa fatta per ostentazione  nazionale  o
personale, ogni estenuante corsa agli armamenti diviene uno  scandalo
intollerabile.  Noi  abbiamo  il dovere di  denunciarlo.  Vogliano  i
responsabili ascoltarCi prima che sia troppo tardi.
 
 54. Indicazioni concrete per la costruzione di un mondo pi umano.
 Ci  significa  essere  indispensabile che si stabilisca  fra  tutti
quel  dialogo  gi  da  Noi  invocato nella  Nostra  prima  Enciclica
Ecclesiam  suam . Tale dialogo tra coloro che forniscono  i  mezzi  e
coloro cui sono destinati consentir di commisurare gli apporti,  non
soltanto secondo la generosit e disponibilit degli uni, ma anche in
funzione  dei  bisogni  reali e delle possibilit  di  impiego  degli
altri.  I Paesi in via di sviluppo non correranno pi in tal modo  il
rischio  di  vedersi  sopraffatti di debiti, il  cui  soddisfacimento
finisce  coll'assorbire  il  meglio  dei  loro  guadagni.  Tassi   di
interesse  e  durata  dei  prestiti potranno  essere  distribuiti  in
maniera sopportabile per gli uni e per gli altri, equilibrando i doni
gratuiti,  i  prestiti  senza interesse o a interesse  minimo,  e  la
durata  degli ammortamenti. Garanzie potranno essere offerte a coloro
che forniscono i mezzi finanziari, sull'impiego che ne verr fatto in
base  al  piano  convenuto  e con una ragionevole  preoccupazione  di
efficacia,  giacch  non  si  tratta di favorire  la  pigrizia  o  il
parassitismo. E i destinatari potranno a loro volta esigere  che  non
vi  siano  ingerenze  nella  loro  politica,  n  che  si  provochino
sconvolgimenti  nelle strutture sociali del Paese. Stati  sovrani,  a
loro solo spetta di condurre in maniera autonoma le loro faccende, di
determinare la loro politica, di orientarsi liberamente verso il tipo
di  societ  preferito.   dunque una collaborazione  volontaria  che
occorre instaurare, una compartecipazione efficace degli uni con  gli
altri, in un clima di eguale dignit, per la costruzione di un  mondo
pi umano.
 
 55.  in gioco la vita stessa e la pace civile dei popoli poveri.
   un  impegno che potrebbe apparire inattuabile in regioni dove  la
preoccupazione della sussistenza quotidiana  tale da assorbire tutta
l'esistenza  di  famiglie  incapaci di concepire  un  lavoro  atto  a
preparare  un  avvenire  meno miserabile. Tuttavia  sono  questi  gli
uomini  e le donne che bisogna aiutare, che bisogna convincere  della
necessit  di  por  mano  essi stessi al loro sviluppo,  acquisendone
progressivamente   i  mezzi.  Quest'opera  comune   sar   certamente
impossibile  senza uno sforzo concertato, costante e  coraggioso.  Ma
deve  essere ben chiaro ad ognuno che ci che  in giuoco   la  vita
stessa  dei  popoli  poveri,  la pace civile nei  Paesi  in  via  di
sviluppo, ed  la pace del mondo.
 
                                  
                L'EQUIT NELLE RELAZIONI COMMERCIALI
 
 56.  Gli  sforzi,  anche considerevoli, che vengono  dispiegati  per
aiutare  sul piano finanziario e tecnico i paesi in via di  sviluppo,
sarebbero illusori, se il loro risultato fosse parzialmente annullato
dal  giuoco  delle  relazioni commerciali tra paesi  ricchi  e  paesi
poveri. La fiducia di questi ultimi verrebbe profondamente scossa  se
avessero  l'impressione che si toglie loro con una mano quel  che  si
porge con l'altra.
 
 57.  Crescente  divario  di  prezzi tra  materie  prime  e  prodotti
finiti.
 Le   nazioni   altamente  industrializzate   esportano   in   realt
soprattutto manufatti, mentre le economie poco sviluppate  non  hanno
da vendere che prodotti agricoli e materie prime. Grazie al progresso
tecnico,   i  primi  aumentano  rapidamente  di  valore   e   trovano
sufficienti  sbocchi  sui mercati, mentre,  per  contro,  i  prodotti
primari  provenienti dai paesi in via di sviluppo subiscono  ampie  e
brusche  variazioni  di  prezzo, che li mantengono  ben  lontani  dal
plusvalore progressivo dei primi. Di qui le grandi difficolt che  si
trovano di fronte le nazioni da poco industrializzate, quando  devono
contare  sulle  esportazioni  per  equilibrare  le  loro  economie  e
realizzare  i  loro  piani di sviluppo. Cos  finisce  che  i  poveri
restano ognora poveri, mentre i ricchi diventano sempre pi ricchi.
 
 58.  Il solo principio del "libero scambio" commerciale d risultati
iniqui.
 Ci significa che la legge del libero scambio non  pi in grado  di
reggere  da  sola le relazioni internazionali. I suoi  vantaggi  sono
certo  evidenti  quando  i  contraenti si trovino  in  condizioni  di
potenza  economica  non troppo disparate: allora  e  uno  stimolo  al
progresso  e  una ricompensa agli sforzi compiuti. Si  spiega  quindi
come  i paesi industrialmente sviluppati siano portati a vedervi  una
legge  di giustizia. La cosa cambia, per, quando le condizioni  sono
divenute  troppo disuguali da paese a paese: i prezzi che si  formano
"liberamente"  sul  mercato  possono, allora,  condurre  a  risultati
iniqui.   Giova   riconoscerlo:    il  principio  fondamentale   del
liberalismo come regola degli scambi commerciali che viene qui  messo
in causa.
 
 59. Giustizia dei contratti a livello dei popoli.
 L'insegnamento  di Leone XIII nella Rerum Novarum  mantiene  la  sua
validit:  il consenso delle parti, se esse versano in una situazione
di  eccessiva disuguaglianza, non basta a garantire la giustizia  del
contratto,  e  la  legge del libero consenso rimane subordinata  alle
esigenze  del diritto naturale. Ci che era vero rispetto  al  giusto
salario  individuale lo  anche rispetto ai contratti internazionali:
una  economia  di  scambio non pu pi poggiare esclusivamente  sulla
legge  della  libera concorrenza, anch'essa troppo spesso generatrice
di  dittatura economica. La libert degli scambi non   equa  se  non
subordinatamente alle esigenze della giustizia sociale.
 
 60. Misure da prendere.
 Del  resto,  i paesi sottosviluppati l'hanno pur essi ben  compreso,
dal  momento che s'adoperano a ristabilire con delle misure adeguate,
all'interno   delle  rispettive  economie,  un  equilibrio   che   la
concorrenza abbandonata a se stessa tende a compromettere. Per cui li
vediamo  spesso  sostenere  la  loro agricoltura  mediante  sacrifici
imposti  ai  settori economici pi favoriti. Vediamo pure  come,  per
sostenere  le  relazioni  commerciali che  si  sviluppano  tra  loro,
particolarmente  all'interno di un mercato comune, la  loro  politica
finanziaria, fiscale e sociale si sforzi di ridare a delle  industrie
concorrenti,   disugualmente  prospere,  condizioni  di   ristabilita
competitivit.
 
 61. Convenzioni internazionali.
 Non    lecito usare in questo campo due pesi e due misure. Ci  che
vale  nell'ambito di una economia nazionale, ci che    ammesso  tra
paesi  sviluppati, vale altres nelle relazioni commerciali tra paesi
ricchi  e  paesi  poveri.  Non  che si  debba  o  voglia  prospettare
l'abolizione  del mercato basato sulla concorrenza: si vuol  soltanto
dire  che occorre per mantenerlo dentro limiti che lo rendano giusto
e  morale e dunque umano. Nel commercio tra economie sviluppate e  in
via di sviluppo, le situazioni di partenza sono troppo squilibrate  e
le  libert  reali  troppo  inegualmente  distribuite.  La  giustizia
sociale impone che il commercio internazionale, se ha da essere  cosa
umana  e  morale,  ristabilisca  tra le  parti  almeno  una  relativa
eguaglianza  di  possibilit. Quest'ultima  non  pu  essere  che  un
traguardo  a  lungo  termine. Ma per raggiungerlo occorre  fin  d'ora
creare  una  reale eguaglianza nelle discussioni e nelle  trattative.
Anche questo  un campo nel quale delle convenzioni internazionali  a
raggio  sufficientemente vasto sarebbero utili, in quanto  capaci  di
introdurre norme generali in vista di regolarizzare certi prezzi,  di
garantire  certe  produzioni, di sostenere certe industrie  nascenti.
Ognuno  vede  come  un  siffatto sforzo  comune  verso  una  maggiore
giustizia nelle relazioni internazionali tra i popoli arrecherebbe ai
paesi  in  via  di sviluppo un aiuto positivo, con effetti  non  solo
immediati, ma duraturi.
 
 62. Ostacoli da superare: il nazionalismo....
 Altri  ostacoli ancora si oppongono alla edificazione  di  un  mondo
pi  giusto  e  pi  strutturato secondo una solidariet  universale:
intendiamo  parlare del nazionalismo e del razzismo.   naturale  che
delle  comunit  da poco pervenute alla indipendenza  politica  siano
gelose  di  una  unit nazionale ancora fragile, e si preoccupino  di
proteggerla.    pure  normale che nazioni di vecchia  cultura  siano
fiere  del patrimonio, che hanno avuto in retaggio dalla loro storia.
Ma  tali  sentimenti legittimi devono essere sublimati  dalla  carit
universale  che  abbraccia tutti i membri della  famiglia  umana.  Il
nazionalismo  isola i popoli contro il loro vero bene; e risulterebbe
particolarmente dannoso l dove la fragilit delle economie nazionali
esige invece la messa in comune degli sforzi, delle conoscenze e  dei
mezzi   finanziari,  onde  realizzare  i  programmi  di  sviluppo   e
intensificare gli scambi commerciali e culturali.
 
 63. .... il razzismo.
 Il  razzismo non  appannaggio esclusivo delle nazioni giovani, dove
esso si dissimula talvolta sotto il velo delle rivalit di clan e  di
partiti politici, con grande pregiudizio della giustizia e mettendo a
repentaglio  la  pace  civile.  Durante  l'era  coloniale  ha  spesso
imperversato  tra coloni e indigeni, creando ostacoli a  una  feconda
comprensione  reciproca e provocando rancori che sono la  conseguenza
di  reali  ingiustizie.  Esso costituisce altres  un  ostacolo  alla
collaborazione  tra  nazioni sfavorite e un  fenomeno  generatore  di
divisione  e di odio nel seno stesso degli Stati, quando  in  spregio
dei  diritti  imprescrittibili  della  persona  umana,  individui   e
famiglie  si vedono ingiustamente sottoposti a un regime d'eccezione,
a causa della loro razza o del loro colore .
 
 64. Verso un mondo solidale.
 Una  tale  situazione  cos gravida di minacce  per  l'avvenire,  Ci
affligge  profondamente.  Conserviamo tuttavia  la  speranza  che  un
bisogno pi sentito di collaborazione, un sentimento pi acuto  della
solidariet  finiranno  coll'avere la meglio sulle  incomprensioni  e
sugli  egoismi.  Speriamo  che i paesi  a  meno  elevato  livello  di
sviluppo  sappiano trar profitto da buoni rapporti di  vicinanza  coi
paesi  confinanti, allo scopo di organizzare tra di loro, sopra  aree
territoriali  pi  vaste,  zone  di sviluppo  concertato:  stabilendo
programmi  comuni,  coordinando  gli  investimenti,  distribuendo  le
possibilit  di  produzione, organizzando gli scambi. Speriamo  anche
che   le   organizzazioni  multilaterali  e  internazionali  trovino,
attraverso  una necessaria riorganizzazione, le vie che permetteranno
ai popoli tuttora in via di sviluppo di uscire dal punto morto in cui
paiono dibattersi come prigionieri e di rinvenire da se stessi, nella
fedelt  al genio di ciascuno, i mezzi del loro progresso  sociale  e
umano.
 
 65. Tutti i popoli artefici del loro destino.
 Perch    proprio  a  questo che bisogna arrivare.  La  solidariet
mondiale, sempre pi efficiente, deve consentire a tutti i popoli  di
divenire  essi  stessi gli artefici del loro destino.  Il  passato  
stato troppo spesso contrassegnato da rapporti di forza tra nazione e
nazione:   venga   finalmente  il  giorno   in   cui   le   relazioni
internazionali   portino   il  segno  del  rispetto   vicendevole   e
dell'amicizia,  dell'interdipendenza nella  collaborazione,  e  della
promozione  comune sotto la responsabilit di ciascuno. I popoli  pi
giovani e pi deboli reclamano la parte attiva che loro spetta  nella
costruzione d'un mondo migliore, pi rispettoso dei diritti  e  della
vocazione  di  ciascuno.  Il  loro  appello    legittimo:  a  ognuno
d'intenderlo e di rispondervi.
 
                        LA CARIT UNIVERSALE
 
 66.  Il mondo  malato. Il suo male risiede meno nella dilapidazione
delle risorse o nel loro accaparramento da parte di alcuni, che nella
mancanza di fraternit tra gli uomini e tra i popoli.
 
 67. Doveri connessi con l'ospitalit.
 Noi  non  insisteremo mai abbastanza sul dovere della  accoglienza--
dovere  di  solidariet umana e di carit cristiana che  incombe  sia
alle famiglie, sia alle organizzazioni culturali dei paesi ospitanti.
Occorre,  soprattutto per i giovani, moltiplicare  le  famiglie  e  i
luoghi   atti  ad  accoglierli.  Ci  innanzitutto  allo   scopo   di
proteggerli  contro  la  solitudine, il  sentimento  d'abbandono,  la
disperazione,  che minano ogni capacit di risorsa morale,  ma  anche
per difenderli contro la situazione malsana in cui si trovano, che li
forza a paragonare l'estrema povert della loro patria col lusso e lo
spreco donde sono spesso circondati. E ancora: per salvaguardarli dal
contagio delle dottrine eversive e dalle tentazioni aggressive cui li
espone  il  ricordo di tanta "miseria immeritata". Infine soprattutto
per  dare  a loro, insieme con il calore d'una accoglienza  fraterna,
l'esempio  d'una vita sana, il gusto della carit cristiana autentica
e fattiva, lo stimolo ad apprezzare i valori spirituali.
 
 68. Dramma dei giovani studenti.
   doloroso  il  pensarlo: numerosi giovani,  venuti  in  paesi  pi
progrediti per apprendervi la scienza, la competenza e la cultura che
li  renderanno pi atti a servire la loro patria, vi acquistano certo
una  formazione di alta qualit, ma finiscono in non  rari  casi  col
perdervi  il  senso dei valori spirituali che spesso erano  presenti,
come  un  prezioso  patrimonio, nelle civilt che  li  avevano  visti
crescere.
 
 69. Lavoratori emigrati.
 La  stessa accoglienza  dovuta ai lavoratori emigrati che vivono in
condizioni  spesso disumane, costretti a spremere il proprio  salario
per  alleviare  un  po, le famiglie rimaste nella miseria  sul  suolo
natale.
 
 70. Senso sociale verso i paesi poveri.
 La  Nostra  seconda raccomandazione  per quelli che in forza  della
loro  attivit  economica sono chiamati in paesi recentemente  aperti
alla   industrializzazione:   industriali,   commercianti,   capi   o
rappresentanti di grandi imprese. Si tratta magari di uomini  che  si
dimostrano  nel  loro paese, non sprovvisti di senso sociale:  perch
dovrebbero regredire ai principi disumani dell'individualismo  quando
operano  in  paesi meno sviluppati? La loro condizione di superiorit
deve  al contrario spronarli a farsi iniziatori del progresso sociale
e  della  promozione umana, l dove sono condotti  dai  loro  impegni
economici.
 Il  loro stesso senso dell'organizzazione dovr ad essi suggerire il
modo  migliore  per  valorizzare il lavoro indigeno,  formare  operai
qualificati,  preparare ingegneri e dirigenti, lasciare  spazio  alla
loro  iniziativa, introdurli progressivamente nei posti pi  elevati,
preparandoli  cos  a  condividere in un avvenire  meno  lontano,  le
responsabilit  della  direzione. Che la  giustizia,  almeno,  regoli
sempre  le relazioni tra capi e subordinati. Che esse siano rette  da
contratti  regolari,  con obblighi reciproci.  Infine,  che  nessuno,
qualunque  sia  la  sua  condizione,  resti  ingiustamente  in  bala
dell'arbitrio.
 
 71.  Funzioni  degli  esperti  in missione  di  sviluppo  nei  paesi
poveri.
 Sempre  pi numerosi, e Ce ne rallegriamo, sono gli esperti  inviati
in  missione  di  sviluppo ad opera di istituzioni  internazionali  o
bilaterali  o  di organismi privati: "Essi non devono comportarsi  da
padroni,  ma  da  assistenti  e  da collaboratori".  Una  popolazione
intuisce  subito se l'aiuto che vengono a portare  dato con passione
oppure  no,  se sono l semplicemente per applicare delle tecniche  o
non  anche  per dare all'uomo tutto il suo valore. Il loro  messaggio
rischia  di non essere accolto, se non  accompagnato da uno  spirito
di amore fraterno.
 
 72. Qualit degli esperti.
 Alla competenza tecnica indispensabile, bisogna dunque accoppiare  i
segni  autentici  d'un amore disinteressato. Spogli  d'ogni  superbia
nazionalistica  come d'ogni parvenza di razzismo, gli esperti  devono
imparare a lavorare in stretta collaborazione con tutti. Essi  devono
sapere che la loro competenza non conferisce loro una superiorit  in
tutti  i  campi.  La  civilt nella quale si  sono  formati  contiene
indubbiamente degli elementi di umanesimo universale,  ma  non    n
unica  n esclusiva, e non pu essere importata senza adattamenti.  I
responsabili  di  queste  missioni devono preoccuparsi  di  scoprire,
insieme  con  la  sua  storia,  le  caratteristiche  e  le  ricchezze
culturali   del  paese  che  li  accoglie.  Si  stabilir   cos   un
avvicinamento che risulter fecondo per ambedue le civilt.
 
 73. Dialoghi di civilt.
 Tra  le civilt, come tra le persone, un dialogo sincero  di  fatto
creatore  di  fraternit.  L'impresa  dello  sviluppo  ravviciner  i
popoli, nelle realizzazioni portate avanti con uno sforzo comune,  se
tutti, a cominciare dai governi e dai loro rappresentanti, e fino  al
pi umile esperto, saranno animati da uno spirito di amore fraterno e
mossi  dal  desiderio sincero di costruire una civilt fondata  sulla
solidariet  mondiale.  Un  dialogo centrato  sull'uomo,  e  non  sui
prodotti e sulle tecniche, potr allora aprirsi. Un dialogo che  sar
fecondo,  se arrecher ai popoli che ne fruiscono i mezzi di elevarsi
e  di  raggiungere un pi alto grado di vita spirituale; se i tecnici
sapranno  farsi  educatori e se l'insegnamento trasmesso  porter  il
segno d'una qualit spirituale e morale cos elevata da garantire uno
sviluppo  che non sia soltanto economico, ma umano. Passata  la  fase
dell'assistenza, le relazioni in tal modo instaurate perdureranno,  e
non  v' chi non scorga di quale importanza esse saranno per la  pace
del mondo.
 
 74. Appello ai giovani.
 Molti   giovani  hanno  gi  risposto  con  ardore  e  sollecitudine
all'appello  di  Pio  XII per un laicato missionario.  Numerosi  sono
anche  quelli  che  si sono spontaneamente messi  a  disposizione  di
organismi, ufficiali o privati, di collaborazione con i popoli in via
di  sviluppo. Ci rallegriamo nell'apprendere che in talune nazioni il
"servizio  militare" pu essere scambiato in parte con  un  "servizio
civile", un "servizio puro e semplice", e benediciamo tali iniziative
e  le  buone volont, che vi rispondono. Possano tutti quelli che  si
richiamano  a Cristo intendere il suo appello: "Ho avuto  fame  e  mi
avete  dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da  bere,  ero
straniero  e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato  e  mi
avete  visitato, prigioniero e siete venuti a trovarmi". Nessuno  pu
rimanere  indifferente alla sorte dei suoi fratelli  tuttora  immersi
nella  miseria,  in  preda all'ignoranza, vittime della  insicurezza.
Come  il  Cuore  di Cristo, il cuore del cristiano  deve  muoversi  a
compassione di questa miseria: "Ho compassione di questa folla".
 
 75. Preghiera e azione.
 La  preghiera  di tutti deve salire con fervore verso l'Onnipotente,
perch  l'umanit, dopo aver preso coscienza di cos grandi mali,  si
dedichi  con intelligenza e fermezza ad abolirli. A questa  preghiera
deve corrispondere l'impegno risoluto di ciascuno, nella misura delle
sue   forze   e  delle  sue  possibilit,  nella  lotta   contro   il
sottosviluppo.  Possano le persone, i gruppi  sociali  e  le  nazioni
darsi  fraternamente la mano, il forte aiutando il debole a crescere,
mettendo  in questo tutta la sua competenza, il suo entusiasmo  e  il
suo  amore disinteressato. Pi che chiunque altro, colui ch' animato
da una vera carit  ingegnoso nello scoprire le cause della miseria,
nel  trovare  i  mezzi  per combatterla, nel vincerla  risolutamente.
Operatore  di  pace,  "egli percorrer la sua strada,  accendendo  la
gioia e versando la luce la grazia nel cuore degli uomini su tutta la
superficie della terra, facendo loro scoprire, al di l di  tutte  le
frontiere, volti di fratelli, volti di amici".
 
               LO SVILUPPO  IL NUOVO NOME DELLA PACE
 
 76. Costruire la pace giorno per giorno.
 Le  disuguaglianze economiche, sociali e culturali troppo grandi tra
popolo e popolo provocano tensioni e discordie, e mettono in pericolo
la  pace.  Come  dicevamo ai Padri Conciliari al ritorno  dal  Nostro
viaggio di pace all'ONU: "La condizione delle popolazioni in  via  di
sviluppo deve formare l'oggetto della nostra considerazione,  diciamo
meglio,  la  nostra carit per i poveri che si trovano  nel  mondo--e
sono  legione  infinita--deve divenire pi attenta, pi  attiva,  pi
generosa".  Combattere  la miseria e lottare contro  l'ingiustizia  
promuovere, insieme con il miglioramento delle condizioni di vita, il
progresso  umano  e  spirituale di tutti, e  dunque  il  bene  comune
dell'umanit.  La pace non si riduce a un'assenza di  guerra,  frutto
dell'equilibrio  sempre  precario delle  forze.  Essa  si  costruisce
giorno per giorno, nel perseguimento di un ordine voluto da Dio,  che
comporta una giustizia pi perfetta tra gli uomini.
 
 77. Uscire dall'isolamento.
 Artefici  del  loro  proprio sviluppo, i  popoli  ne  sono  i  primi
responsabili.  Ma  non potranno realizzarlo nell'isolamento.  Accordi
regionali  tra  popoli deboli per sostenersi vicendevolmente,  intese
pi  ampie per venir loro in aiuto, convenzioni pi ambiziose tra gli
uni e gli altri volte a stabilire programmi concertati: sono le tappe
di questo cammino dello sviluppo che conduce alla pace.
 
 78. Verso un'autorit mondiale efficace.
 Questa  collaborazione internazionale a vocazione  mondiale  postula
delle istituzioni che la preparino, la coordinino e la reggano,  fino
a  costituire  un  ordine giuridico universalmente  riconosciuto.  Di
tutto  cuore  Noi incoraggiamo le organizzazioni che hanno  preso  in
mano  questa collaborazione allo sviluppo, e auspichiamo che la  loro
autorit    s'accresca.   "La   vostra   vocazione   --dicevamo    ai
rappresentanti   delle  Nazioni  Unite  a  New  York   --   di   far
fraternizzare,  non gi alcuni popoli, ma tutti i popoli...  Chi  non
vede  la  necessit  di  arrivare  in  tal  modo  progressivamente  a
instaurare  una autorit mondiale in grado d'agire efficacemente  sul
piano giuridico e politico?".
 
 79. Fondate speranze in un mondo migliore.
 Certuni giudicheranno utopistiche siffatte speranze. Potrebbe  darsi
che  il  loro  realismo  pecchi per difetto, e  ch'essi  non  abbiano
percepito  il dinamismo d'un mondo che vuol vivere pi fraternamente,
e  che,  malgrado le sue ignoranze, i suoi errori,  e  anche  i  suoi
peccati,  le  sue ricadute nella barbarie e le sue lunghe divagazioni
fuori  della via della salvezza, si avvicina lentamente, anche  senza
rendersene conto, al suo Creatore. Questo cammino verso una  crescita
di  umanit  richiede sforzo e sacrificio: ma la  stessa  sofferenza,
accettata per amore dei fratelli  portatrice di progresso per  tutta
la  famiglia umana. I cristiani sanno che l'unione al sacrificio  del
Salvatore contribuisce all'edificazione del Corpo di Cristo nella sua
pienezza: il Popolo di Dio coadunato.
 
 80. Tutti solidali.
 In  questo  cammino  siamo tutti solidali. A  tutti  perci  abbiamo
voluto  ricordare  la  vastit del dramma e l'urgenza  dell'opera  da
compiere. L'ora dell'azione  gi sonata: la sopravvivenza  di  tanti
bambini innocenti, l'accesso a una condizione umana di tante famiglie
sventurate,  la  pace  del mondo, l'avvenire della  civilt  sono  in
giuoco.  A tutti gli uomini e a tutti i popoli di assumersi  le  loro
responsabilit.
 
                                  
                           APPELLO FINALE
 81. Ai cattolici.
 Noi  scongiuriamo per primi tutti i Nostri figli. Nei paesi  in  via
di  sviluppo non meno che altrove, i laici devono assumere come  loro
compito specifico il rinnovamento dell'ordine temporale. Se l'ufficio
della  Gerarchia    quello  di  insegnare  e  interpretare  in  modo
autentico  i  principi morali da seguire in questo  campo,  spetta  a
loro,   attraverso  la  loro  libera  iniziativa  e  senza  attendere
passivamente consegne o direttive, di penetrare di spirito  cristiano
la mentalit e i costumi, le leggi e le strutture della loro comunit
di vita. Sono necessari dei cambiamenti, indispensabili delle riforme
profonde:  essi  devono impegnarsi risolutamente a infonder  loro  il
soffio   dello   spirito  evangelico.  Ai  Nostri   figli   cattolici
appartenenti  ai  paesi pi favoriti Noi domandiamo  l'apporto  della
loro   competenza   e   della   loro   attiva   partecipazione   alle
organizzazioni  ufficiali  o  private, civili  o  religiose,  che  si
dedicano  a  vincere le difficolt delle nazioni in via di  sviluppo.
Essi avranno senza alcun dubbio a cuore di essere in prima linea  tra
coloro che lavorano a tradurre nei fatti una morale internazionale di
giustizia e di equit.
 
 82. Ai cristiani credenti.
 Tutti  i  cristiani, nostri fratelli, vorranno,  non  ne  dubitiamo,
ampliare il loro sforzo comune e concertato allo scopo di aiutare  il
mondo  a  trionfare dell'egoismo, dell'orgoglio e della  rivalit,  a
superare le ambizioni e le ingiustizie, ad aprire a tutte le  vie  di
una  vita  pi  umana, in cui ciascuno sia amato e  aiutato  come  il
prossimo   del   suo   fratello.  E,  ancora  commossi   al   ricordo
dell'indimenticabile  incontro di Bombay con i  nostri  fratelli  non
cristiani,  di  nuovo Noi li invitiamo a operare con  tutto  il  loro
cuore  e  la  loro intelligenza, affinch tutti i figli degli  uomini
possano condurre una vita degna dei figli di Dio.
 
 83. Agli uomini di buona volont.
 Infine,  Ci  volgiamo  verso  tutti  gli  uomini  di  buona  volont
consapevoli  che il cammino della pace passa attraverso lo  sviluppo.
Delegati  presso  le  istituzioni internazionali,  uomini  di  Stato,
pubblicisti, educatori, tutti, ciascuno al vostro posto, voi siete  i
costruttori  di  un  mondo  nuovo. Supplichiamo  Dio  Onnipotente  di
illuminare la vostra intelligenza e di fortificare il vostro coraggio
nel risvegliare l'opinione pubblica e trascinare i popoli. Educatori,
tocca  a voi di suscitare sino dall'infanzia l'amore per i popoli  in
preda  all'abbandono.  Pubblicisti, vostro  il  compito  di  mettere
sotto  i nostri occhi gli sforzi compiuti per promuovere il reciproco
aiuto  tra  i popoli, cos come lo spettacolo delle miserie  che  gli
uomini  hanno  tendenza  a  dimenticare per tranquillizzare  la  loro
coscienza: che i ricchi sappiano almeno che i poveri sono  alla  loro
porta e fanno la posta agli avanzi dei loro festini.
 
 84. Agli uomini di Stato.
 Uomini  di  Stato, su voi incombe l'obbligo di mobilitare le  vostre
comunit ai fini di una solidariet mondiale pi efficace e anzitutto
di  far  loro accettare i necessari prelevamenti sul loro lusso  e  i
loro  sprechi per promuovere lo sviluppo e salvare la pace.  Delegati
presso  le  organizzazioni internazionali,  da  voi  dipende  che  il
pericoloso  e  sterile fronteggiarsi delle forze ceda il  posto  alla
collaborazione amichevole, pacifica e disinteressata per uno sviluppo
solidale  dell'umanit: un'umanit nella quale sia dato a  tutti  gli
uomini di raggiungere la loro piena fioritura.
 
 85. Agli uomini di pensiero.
 E  se    vero  che  il mondo soffre per mancanza di  pensiero,  Noi
convochiamo  gli  uomini  di riflessione e  di  pensiero,  cattolici,
cristiani, quelli che onorano Dio, che sono assetati di assoluto,  di
giustizia   e   di  verit:  tutti  gli  uomini  di  buona   volont.
Sull'esempio di Cristo, Noi osiamo pregarvi pressantemente:  "Cercate
e  troverete",  aprite  le  vie  che  conducono,  attraverso  l'aiuto
vicendevole, l'approfondimento del sapere, l'allargamento del  cuore,
a una vita pi fraterna in una comunit umana veramente universale.
 
 86. Tutti all'opera.
 Voi  tutti  che  avete inteso l'appello dei popoli  sofferenti,  voi
tutti  che lavorate per rispondervi, voi siete gli apostoli del buono
e  vero  sviluppo,  che non  la ricchezza egoista  e  amata  per  se
stessa,  ma  l'economia al servizio dell'uomo,  il  pane  quotidiano,
distribuito  a  tutti  quale sorgente di  fraternit    segno  della
Provvidenza.
 
 87. Benedizione.
 Di  gran cuore vi benediciamo, e chiamiamo tutti gli uomini di buona
volont  ad unirsi fraternamente a voi. Perch, se lo sviluppo    il
nuovo  nome della pace, chi non vorrebbe cooperarvi con tutte le  sue
forze?
 S,  tutti:  Noi  vi  invitiamo  a rispondere  al  Nostro  grido  di
angoscia, nel Nome del Signore.
