                           LETTERA ENCICLICA
                          DEL SOMMO PONTEFICE
                               PAOLO  VI
                            MYSTERIUM FIDEI
                         Roma, 3 Settembre 1965                                  
                                   
     Il  papa  reagisce a errori e opinioni che mettono in  dubbio  la
fede  nell'eucaristia e il suo culto fuori della Messa.  Perci  viene
sottolineato  il  legame tra il sacrificio eucaristico  e  la  chiesa,
raccomandando  ai sacerdoti di celebrare ogni giorno  e  degnamente  i
sacri  misteri.  La  presenza reale di Cristo perdura  anche  dopo  la
celebrazione della messa in forza della transustanziazione;  perci  
giusto   mantenere  il  culto  e  l'adorazione  al  santo   sacramento
dell'altare, come testimonia la tradizione della chiesa.
 
 La   chiesa   cattolica  ha  sempre  religiosamente  custodito   come
preziosissimo  tesoro  l'ineffabile mistero di  fede  che    il  dono
dell'eucaristia,  largitole da Cristo suo sposo  come  pegno  del  suo
immenso  amore,  e ad esso nel concilio Vaticano II ha  tributato  una
nuova  e solennissima professione di fede e di culto. Difatti i  padri
del  concilio, trattando della restaurazione della sacra liturgia, per
la  loro  sollecitudine a favore della chiesa universale niente  hanno
avuto  pi a cuore che esortare i fedeli affinch con integra  fede  e
somma  piet  partecipino  attivamente  alla  celebrazione  di  questo
sacrosanto mistero, offrendolo unitamente al sacerdote come sacrificio
a Dio per la salvezza propria e di tutto il mondo e nutrendosi di esso
come spirituale alimento. Giacch se la sacra liturgia occupa il primo
posto  nella vita della chiesa, il mistero eucaristico  come il cuore
e  il centro della sacra liturgia, in quanto  la fonte di vita che ci
purifica  e ci corrobora in modo che viviamo non pi per noi,  ma  per
Dio, e tra noi stessi ci uniamo col vincolo strettissimo della carit.
 E  affinch  sia evidente l'intimo nesso tra la fede e  la  piet,  i
padri  del  concilio, confermando la dottrina che la chiesa ha  sempre
sostenuto  e  insegnato  e  il  concilio  di  Trento  ha  solennemente
definito,  hanno  voluto  premettere alla trattazione  del  sacrosanto
mistero  eucaristico  questa sintesi di verit: "Il  nostro  Salvatore
nell'ultima  Cena, la notte in cui fu tradito, istitu  il  sacrificio
eucaristico  del  suo  corpo e del suo sangue, a  perpetuare  cos  il
sacrificio  della croce nei secoli fino al suo avvento,  lasciando  in
tal  modo  alla sua diletta sposa, la chiesa, il memoriale  della  sua
morte  e  della sua risurrezione: sacramento di piet, segno di  unit
vincolo  di carit convito pasquale, in cui si riceve Cristo,  l'anima
si  riempie di grazia e ci si largisce il pegno della gloria  futura".
Con  queste  parole si esaltano insieme il sacrificio, che  appartiene
all'essenza della messa celebrata quotidianamente, e il sacramento, di
cui i fedeli partecipano con la santa comunione mangiando la carne  di
Cristo e bevendone il sangue, ricevendo la grazia, che  anticipazione
della  vita eterna; e la medicina dell'immortalit, secondo le  parole
del Signore: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, ha la vita
eterna e io lo risusciter nell'ultimo giorno".
 Dalla   restaurazione  dunque  della  sacra  liturgia  noi   speriamo
fermamente  che  scaturiranno  copiosi frutti  di  piet  eucaristica,
affinch  la santa chiesa, elevando questo salutifero segno di  piet,
progredisca ogni giorno verso la perfetta unit e inviti tutti  quelli
che  si  gloriano  del nome cristiano all'unit  della  fede  e  della
carit, attraendoli soavemente sotto l'azione della grazia divina.  Ci
sembra  di  intravedere questi frutti e quasi di gustarne le  primizie
nell'aperta  gioia e prontezza d'animo, con cui i figli  della  chiesa
cattolica   hanno  accolto  la  costituzione  della   sacra   liturgia
restaurata; e anche in molte e ben elaborate pubblicazioni destinate a
investigare  pi  profondamente e a conoscere con maggiore  frutto  la
dottrina  intorno  alla  ss.  eucaristia, specialmente  per  quel  che
riguarda  la sua connessione col mistero della chiesa. Tutto questo  
per  noi  motivo  di  non  poca consolazione e  gaudio,  che  vogliamo
comunicare  anche  a  voi, venerabili fratelli,  con  grande  piacere,
perch  anche voi insieme con noi rendiate grazie a Dio, largitore  di
ogni  bene,  che  col suo Spirito governa la chiesa e  la  feconda  di
crescenti virt.
 
 Motivi di sollecitudine pastorale e di ansiet
 Tuttavia, fratelli venerabili, non mancano, proprio nella materia che
ora  trattiamo, motivi di grave sollecitudine pastorale e di  ansiet,
dei quali la coscienza del nostro dovere apostolico non ci permette di
tacere. Ben sappiamo infatti che tra quelli che parlano e scrivono  di
questo  sacrosanto mistero ci sono alcuni che circa le messe  private,
il  dogma  della transustanziazione e il culto eucaristico,  divulgano
certe  opinioni  che turbano l'animo dei fedeli ingerendovi  non  poca
confusione  intorno  alle verit di fede, come  se  a  chiunque  fosse
lecito  porre  in oblio la dottrina gi definita dalla chiesa,  oppure
interpretarla in maniera che il genuino significato delle parole o  la
riconosciuta  forza dei concetti ne restino snervati.  Non    infatti
lecito,  tanto  per portare un esempio, esaltare la messa  cos  detta
"comunitaria"  in modo da togliere importanza alla messa  privata;  n
insistere  sulla ragione di segno sacramentale come se il  simbolismo,
che  tutti  certamente  ammettono  nella  ss.  eucaristia,  esprimesse
esaurientemente il modo della presenza di Cristo in questo sacramento;
o anche discutere del mistero della transustanziazione senza far cenno
della  mirabile conversione di tutta la sostanza del pane nel corpo  e
di tutta la sostanza del vino nel sangue di Cristo, conversione di cui
parla  il  Concilio  di Trento, in modo che essi si limitino  soltanto
alla  "transignificazione"  e  "transfinalizzazione"  come  dicono;  o
finalmente proporre e mettere in uso l'opinione secondo la quale nelle
ostie  consacrate e rimaste dopo la celebrazione del sacrificio  della
messa nostro Signore Ges Cristo non sarebbe pi presente. Ognuno vede
come  in  tali opinioni o in altre simili messe in giro la fede  e  il
culto della divina eucaristia sono non poco incrinati.
 Affinch  dunque la speranza, suscitata dal concilio,  di  una  nuova
luce  di  piet  eucaristica, che investe tutta  la  chiesa,  non  sia
frustrata  e inaridita dai semi gi sparsi di false opinioni,  abbiamo
deciso  di  parlare  di  questo  grave  argomento  a  voi,  venerabili
fratelli,   comunicandovi  sopra  di  esso  il  nostro  pensiero   con
apostolica  autorit.  Certamente  noi  non  neghiamo  in  coloro  che
divulgano tali opinioni il desiderio non disprezzabile di scrutare  un
s   grande   mistero,  sviscerandone  le  inesauribili  ricchezze   e
svelandone il senso agli uomini del nostro tempo; anzi riconosciamo  e
approviamo  quel desiderio; ma non possiamo approvare le opinioni  che
essi esprimono e sentiamo il dovere di avvisarvi del grave pericolo di
quelle opinioni per la retta fede.
 
 La ss. eucaristia  un mistero di fede
 Anzitutto  vogliamo ricordare una verit, a voi ben  nota,  ma  assai
necessaria a respingere ogni veleno di razionalismo, verit che  molti
cattolici  hanno suggellato col proprio sangue e che celebri  padri  e
dottori  della chiesa costantemente hanno professato e insegnato,  che
cio l'eucaristia  un altissimo mistero, anzi propriamente, come dice
la  sacra  liturgia, il mistero di fede: "In esso solo  infatti,  come
molto  saggiamente dice il nostro predecessore Leone XIII  di  f.  m.,
sono contenute con singolare ricchezza e variet di miracoli, tutte le
realt  soprannaturali".  dunque necessario che specialmente a questo
mistero ci accostiamo con umile ossequio non seguendo umani argomenti,
che devono tacere, ma aderendo fermamente alla divina rivelazione.  S.
Giovanni  Crisostomo,  il  quale,  come  sapete,  tratt,  con   tanta
elevatezza  di  linguaggio e con tanto acume  di  piet,  del  mistero
eucaristico,  istruendo  una  volta i suoi  fedeli  intorno  a  questa
verit, si espresse in questi appropriati termini: "Inchiniamoci a Dio
senza  contraddirgli,  anche  se ci  che  Egli  dice  possa  sembrare
contrario alla nostra ragione e alla nostra intelligenza; ma  prevalga
sulla  nostra  ragione  e  intelligenza  la  sua  parola.  Cos  anche
comportiamoci riguardo al Mistero [eucaristico], non considerando solo
quello  che cade sotto i sensi, ma stando alle sue parole: giacch  la
sua parola non pu ingannare".
 Identiche  affermazioni hanno fatto spesso i dottori scolastici.  Che
in  questo  sacramento sia presente il vero corpo e il vero sangue  di
Cristo, "non si pu apprendere coi sensi, dice s. Tommaso, ma  con  la
sola  fede,  la  quale si appoggia alla autorit di  Dio.  Per  questo
commentando  il  passo di s. Luca 22,19: "Questo  il  mio  corpo  che
viene dato per voi", Cirillo dice: Non mettere in dubbio se questo sia
vero,  ma  piuttosto accetta con fede le parole del Salvatore:  perch
essendo  egli  la  verit,  non mentisce". Pertanto,  facendo  eco  al
dottore  angelico,  il popolo cristiano canta frequentemente:  "Visus,
tactus,  gustus  in te fallitur. Sed auditu solo tuto creditur:  credo
quidquid dixit Dei Filius: nil hoc verbo veritatis verius". Ma c'  di
pi:   gli  stessi  dottori  scolastici  asseriscono  che  il  mistero
eucaristico non solo tra gli altri sacramenti, ma anche tra i  misteri
della  fede   "il pi difficile a credere". Del resto la stessa  cosa
accenna  l'evangelo quando racconta che molti dei discepoli di Cristo,
udito  il  discorso  della carne da mangiare e  del  sangue  da  bere,
voltarono  le  spalle  e  abbandonarono il  Signore  dicendo:  "Questo
discorso  duro e chi pu ascoltarlo?". E domandando Ges se  anche  i
dodici  volessero andarsene, Pietro afferm con slancio e fermezza  la
fede  sua e degli apostoli con la mirabile risposta: "Signore, da  chi
ce ne andremo? Tu hai parole di vita eterna".
   logico  dunque  che noi seguiamo come una stella  nell'investigare
questo mistero il magistero della chiesa, a cui il divin redentore  ha
affidato  la  parola  di Dio scritta o trasmessa oralmente  perch  la
custodisca e la interpreti, convinti che "anche se non si indaghi  con
la  ragione,  anche se non si spieghi con la parola,  rimane  tuttavia
vero ci che fin dall'antichit con verace fede cattolica si predica e
si  crede in tutta la Chiesa". Ma non basta. Salva infatti l'integrit
della  fede,    necessario anche serbare un esatto modo  di  parlare,
affinch usando parole incontrollate non ci vengano in mente, che  Dio
non  permetta, false opinioni riguardo alla fede dei pi alti misteri.
Torna  a proposito il grave monito di s. Agostino quando considera  il
diverso  modo  di parlare dei filosofi e del cristiano:  "I  filosofi,
egli  dice,  parlano  liberamente senza timore  di  offendere  orecchi
religiosi  in  cose  molto difficili a capirsi.  Noi  invece  dobbiamo
parlare secondo una regola determinata, per evitare che la libert  di
linguaggio   ingeneri  qualche  opinione  empia   anche   intorno   al
significato della parola".
 La  norma di parlare dunque, che la chiesa con lungo secolare lavoro,
non senza l'aiuto dello Spirito Santo, ha stabilito, confermandola con
l'autorit dei concili, norma che spesso  diventata la tessera  e  il
vessillo   della  ortodossia  della  fede,  dev'essere  religiosamente
osservata; n alcuno, secondo il suo arbitrio o col pretesto di  nuova
scienza,  presuma  di  cambiarla. Chi mai potrebbe  tollerare  che  le
formule dogmatiche usate dai concili ecumenici per i misteri della ss.
Trinit e dell'Incarnazione siano giudicate non pi adatte agli uomini
del nostro tempo ed altre siano ad esse temerariamente surrogate? Allo
stesso  modo  non  si  pu  tollerare che un privato  qualunque  possa
attentare  di  proprio  arbitrio alle  formule  con  cui  il  Concilio
Tridentino ha proposto a credere il mistero eucaristico. Poich quelle
formule, come le altre di cui la chiesa si serve per enunciare i dogmi
di  fede, esprimono concetti che non sono legati a una certa forma  di
cultura,  non  a  una determinata fase di progresso  scientifico,  non
all'una  o  all'altra scuola teologica, ma presentano ci che  l'umana
mente percepisce della realt nell'universale e necessaria esperienza:
e per tali formule sono intelligibili per gli uomini di tutti i tempi
e  di  tutti  i  luoghi. Invero quelle formule possono  fruttuosamente
spiegarsi pi chiaramente e pi largamente, mai per in senso  diverso
da quello in cui furono usate, sicch progredendo l'intelligenza della
fede rimanga intatta la verit di fede. Difatti il concilio Vaticano I
insegna  che nei sacri dogmi "si deve sempre ritenere quel senso,  che
una  volta  per  sempre ha dichiarato la santa madre chiesa  e  mai  
lecito  allontanarsi da quel senso sotto lo specioso pretesto  di  pi
profonda intelligenza".
 
 Il mistero eucaristico si realizza nel sacrificio della messa
 Ora,  a comune edificazione e letizia, ci piace, venerabili fratelli,
richiamare  la  dottrina  che  la  chiesa  cattolica  possiede   dalla
tradizione  e insegna con unanime consenso. Giova anzitutto  ricordare
quello  che  come la sintesi e l'apice di questa dottrina,  che  cio
nel mistero eucaristico  rappresentato in modo mirabile il sacrificio
della  croce  una  volta  per sempre consumato  sul  Calvario;  vi  si
richiama  perennemente  alla memoria e ne  viene  applicata  la  virt
salutifera    in   remissione   dei   peccati   che   si    commettono
quotidianamente.
 Il Signore Ges istituendo il mistero eucaristico, ha sancito col suo
sangue  il  nuovo Testamento di cui egli  Mediatore,  come  gi  Mos
aveva  sancito  il  Vecchio  col sangue  dei  vitelli.  Difatti,  come
racconta l'evangelista, nell'ultima cena "preso il pane, rese grazie e
lo spezz e lo diede loro dicendo: Questo  il mio corpo dato per voi:
fate  questo  in  memoria di me. Similmente prese il calice,  dopo  la
cena, dicendo: Questo  il calice del nuovo Testamento nel mio sangue,
sparso per voi". Ordinando agli apostoli di far questo in sua memoria,
volle perci stesso che la cosa si rinnovasse in perpetuo. E la chiesa
nascente  l'ha  fedelmente eseguito perseverando nella dottrina  degli
apostoli e radunandosi per celebrare il sacrificio eucaristico. "Erano
poi  tutti perseveranti, attesta accuratamente s. Luca, nella dottrina
degli  apostoli  e  nella comunione della frazione del  pane  e  nella
preghiera". E tanto era il fervore che i fedeli ne ricevevano  che  si
poteva  dire di loro: "La moltitudine dei credenti era un cuor solo  e
un'anima sola".
 E  l'apostolo Paolo, che ci ha tramandato fedelissimamente quello che
aveva   ricevuto   dal  Signore,  parla  apertamente  del   sacrificio
eucaristico quando dimostra che i cristiani non possono partecipare ai
sacrifici dei pagani, proprio perch sono stati fatti partecipi  della
mensa  del  Signore. "Il calice di benedizione che  benediciamo,  egli
dice,  non   forse la comunione del sangue di Cristo? E il  pane  che
spezziamo  non    forse partecipazione del corpo  di  Cristo?...  non
potete  bere  il calice di Cristo e il calice dei demoni;  non  potete
partecipare  alla mensa del Signore e alla mensa dei  demoni".  Questa
"nuova   oblazione   del   nuovo  Testamento,   che   Malachia   aveva
preannunziato,  la chiesa, ammaestrata dal Signore e  dagli  apostoli,
l'ha sempre offerta, non solo per i peccati, le pene, le espiazioni ed
altre  necessit dei fedeli viventi, ma anche a suffragio dei  defunti
in Cristo non ancora del tutto purificati".
 Per  tacere di altre testimonianze vogliamo ricordare solo quella  di
s.  Cirillo  di Gerusalemme il quale, istruendo i neofiti  nella  fede
cristiana,  usc  in  queste  memorabili  parole:  "Dopo  compiuto  il
sacrificio   spirituale,   rito  incruento,   sopra   quell'ostia   di
propiziazione  noi  supplichiamo Dio  per  la  pace  universale  della
chiesa,  per  il  retto  ordine del mondo, per l'imperatore,  per  gli
eserciti  e gli alleati, per i malati, per gli afflitti e in  generale
preghiamo  noi  tutti  per tutti coloro che han  bisogno  di  aiuto  e
offriamo  questa  vittima... e preghiamo anche per  i  santi  padri  e
vescovi e in generale per tutti quelli che in mezzo a noi sono  morti,
convinti  che  questo sar di sommo giovamento a quelle anime  per  le
quali  si eleva la preghiera mentre qui  presente la vittima santa  e
tremenda".  Confermando la cosa con l'esempio della corona intrecciata
per  l'imperatore per ottenere il suo perdono agli esiliati, lo stesso
santo  dottore  cos  conclude: "Allo stesso modo anche  noi  offriamo
preghiere  a  Dio per i defunti, anche peccatori; non gli  intrecciamo
una  corona,  ma  gli  offriamo in sconto dei  nostri  peccati  Cristo
immolato,  cercando di rendere Dio clemente per noi e  per  loro".  S.
Agostino  attesta  che la consuetudine di offrire il sacrificio  della
nostra  redenzione anche per i defunti vigeva nella  chiesa  romana  e
nello  stesso  tempo attesta che quella consuetudine, come  tramandata
dai padri, si osservava in tutta la chiesa.
 Ma  c'  un'altra  cosa  che, essendo assai utile  ad  illustrare  il
mistero  della chiesa, ci piace di aggiungere, cio la chiesa fungendo
in  unione con Cristo da sacerdote e da vittima, offre tutta intera il
sacrificio  della messa e tutta intera vi  offerta.  Questa  mirabile
dottrina  gi  insegnata dai padri, recentemente  esposta  dal  nostro
predecessore  Pio  XII  di  f.m., ultimamente  espressa  dal  concilio
Vaticano II nella costituzione sulla chiesa, a proposito del popolo di
Dio,  noi ardentemente desideriamo che sia sempre pi spiegata  e  pi
profondamente  inculcata  nell'animo dei  fedeli,  salva  per,  com'
giusto,  la  distinzione, non solo di grado, ma anche di  natura,  che
passa  tra il sacerdozio dei fedeli e quello gerarchico. Tale dottrina
infatti    quanto mai adatta ad alimentare la piet  eucaristica,  ad
esaltare  la dignit di tutti i fedeli, nonch a stimolare  l'animo  a
toccare il vertice della santit, che altro non  che mettersi tutto a
servizio della divina maest con una generosa oblazione di s.
 Inoltre  bisogna richiamare la conclusione che scaturisce  da  questa
dottrina circa l'indole pubblica e sociale di ogni messa. Giacch ogni
messa, anche se privatamente celebrata da un sacerdote, non  tuttavia
cosa  privata,  ma  azione  di Cristo e della  chiesa,  la  quale  nel
sacrificio  che  offre,  ha  imparato  ad  offrire  s  medesima  come
sacrificio  universale,  applicando per la  salute  del  mondo  intero
l'unica e infinita virt redentrice del sacrificio della croce. Poich
ogni messa celebrata viene offerta non solo per la salvezza di alcuni,
ma  anche  per  la salvezza di tutto il mondo. Ne consegue  che  se  
sommamente  conveniente, che alla celebrazione della  messa  partecipi
attivamente gran numero di fedeli, tuttavia non  da riprovarsi,  anzi
da   approvarsi,   la   messa  celebrata  privatamente,   secondo   le
prescrizioni  e le tradizioni della santa chiesa, da un sacerdote  col
solo   ministro  inserviente;  perch  da  tale  messa  deriva  grande
abbondanza  di  particolari  grazie,  a  vantaggio  sia  dello  stesso
sacerdote, sia del popolo fedele e di tutta la chiesa, anzi  di  tutto
il mondo, grazie che non si possono ottenere in uguale misura mediante
la  sola  comunione.  Raccomandiamo dunque con paterna  insistenza  ai
sacerdoti, che sono in modo particolare nostro gaudio e nostra  corona
nel   Signore,  affinch  memori  del  potere  ricevuto  dal   vescovo
consacrante, o di offrire cio a Dio il sacrificio, di celebrare messe
sia  per  i vivi che per i defunti nel nome del Signore, celebrino  la
messa ogni giorno degnamente e con devozione, perch essi stessi e gli
altri  fedeli  cristiani  usufruiscano dell'applicazione  dei  copiosi
frutti   provenienti  dal  sacrificio  della  croce.   In   tal   modo
contribuiranno molto anche alla salvezza del genere umano.
 
 Nel sacrificio della messa Cristo si fa presente sacramentalmente
 Quello che abbiamo detto brevemente intorno al sacrificio della messa
ci  porta  a  dire  qualche cosa anche del sacramento dell'eucaristia,
facendo parte sacrificio e sacramento dello stesso mistero sicch  non
  possibile  separare l'uno dall'altro. Il Signore s'immola  in  modo
incruento  nel  sacrificio della messa, che rappresenta il  sacrificio
della croce, applicandone la virt salutifera, nel momento in cui  per
le  parole  della  consacrazione comincia ad  essere  sacramentalmente
presente,  come spirituale alimento dei fedeli, sotto  le  specie  del
pane e del vino.
 Tutti  ben  sappiamo che vari sono i modi secondo i  quali  Cristo  
presente  alla sua chiesa.  utile richiamare un po' pi  diffusamente
questa  bellissima verit che la costituzione della sacra liturgia  ha
esposto  brevemente.  Cristo  presente alla  sua  chiesa  che  prega,
essendo  egli colui che "prega per noi, prega in noi ed   pregato  da
noi:  prega  per noi come nostro Sacerdote; prega in noi  come  nostro
Capo;  pregato da noi come nostro Dio";  lui stesso che ha promesso:
"Dove  sono due o tre riuniti in nome mio l sono io in mezzo a loro".
Egli   presente alla sua chiesa che esercita le opere di misericordia
non  solo  perch quando facciamo un po' di bene a uno  dei  suoi  pi
umili  fratelli  lo  facciamo allo stesso Cristo, ma  anche  perch  
Cristo  stesso  che  fa  queste  opere per  mezzo  della  sua  chiesa,
soccorrendo sempre con divina carit gli uomini.  presente  alla  sua
chiesa  pellegrina anelante al porto della vita eterna,  giacch  egli
abita  nei nostri cuori mediante la fede, e in essi diffonde la carit
con  l'azione dello Spirito Santo, da lui donatoci. In altro modo,  ma
verissimo  anch'esso,  egli  presente alla sua  chiesa  che  predica,
essendo  l'evangelo  che  essa  annunzia  parola  di  Dio,  che  viene
annunziata  in nome e per autorit di Cristo Verbo di Dio incarnato  e
con  la sua assistenza, perch sia "un solo gregge sicuro in virt  di
un  solo  pastore".  presente alla sua chiesa che regge e governa  il
popolo  di  Dio,  poich la sacra potest deriva da Cristo  e  Cristo,
"Pastore dei pastori", assiste i pastori che la esercitano, secondo la
promessa fatta agli apostoli.
 Inoltre in modo ancora pi sublime Cristo  presente alla sua  chiesa
che  in  suo  nome celebra il sacrificio della messa  e  amministra  i
sacramenti.   Riguardo  alla  presenza  di  Cristo  nell'offerta   del
sacrificio  della  messa,  ci  piace ricordare  ci  che  s.  Giovanni
Crisostomo pieno d'ammirazione disse con verit ed eloquenza:  "Voglio
aggiungere una cosa veramente stupenda, non vi meravigliate e  non  vi
turbate.  Che  cosa  ?  l'oblazione    la  medesima,  chiunque   sia
l'offerente,  o  Paolo o Pietro; quella stessa che  Cristo  affid  ai
discepoli e che ora compiono i sacerdoti: questa non  affatto  minore
di  quella,  perch non gli uomini la fanno santa,  ma  colui  che  la
santific.  Come le parole che Dio pronunzi, sono quelle  stesse  che
ora  il  sacerdote  dice,  cos medesima  l'oblazione".  Nessuno  poi
ignora  che i sacramenti sono azioni di Cristo, il quale li amministra
per mezzo degli uomini. Perci i sacramenti sono santi per se stessi e
per  virt  di Cristo, mentre toccano i corpi, infondono  grazia  alle
anime. Queste varie maniere di presenza riempiono l'animo di stupore e
offrono alla contemplazione il mistero della chiesa. Ma ben altro  il
modo, veramente sublime, con cui Cristo  presente alla sua chiesa nel
sacramento dell'eucaristia, che perci  tra gli altri sacramenti "pi
soave per la devozione, pi bello per l'intelligenza, pi santo per il
contenuto  ";  contiene  infatti lo  stesso  Cristo  ed    "quasi  la
perfezione della vita spirituale e il fine di tutti i Sacramenti".
 Tale  presenza si dice "reale" non per esclusione, quasi che le altre
non  siano  "reali",  ma per antonomasia perch   anche  corporale  e
sostanziale, e in forza di essa Cristo, Uomo-Dio, tutto intero  si  fa
presente.  Malamente  dunque  qualcuno spiegherebbe  questa  forma  di
presenza,   immaginando  il  corpo  di  Cristo  glorioso   di   natura
"pneumatica"  onnipresente;  oppure  riducendola  ai  limiti   di   un
simbolismo,  come se questo augustissimo sacramento  in  niente  altro
consistesse  che  in un segno efficace "della spirituale  presenza  di
Cristo  e della sua intima congiunzione con i fedeli membri del  Corpo
Mistico". Invero del simbolismo eucaristico, specialmente in  rapporto
all'unit della chiesa, molto trattarono i padri e gli scolastici;  il
concilio  di  Trento ne ha compendiata la dottrina insegnando  che  il
nostro  Salvatore  ha  lasciato l'eucaristia  alla  sua  chiesa  "come
simbolo  della  sua  unit  e della carit con  la  quale  egli  volle
intimamente  uniti tra loro tutti i cristiani", "e perci  simbolo  di
quell'unico corpo, di cui egli  il capo".
 Fin  dai  primordi della letteratura cristiana l'ignoto autore  della
Didach  cos  scrive in proposito: "Per quanto riguarda  l'eucaristia
cos  rendete  grazie... come questo pane spezzato era prima  disperso
sui  monti e raccolto divent uno, cos si raccolga la tua chiesa  dai
confini  della terra nel tuo regno". Parimenti s. Cipriano  difendendo
l'unit della chiesa contro lo scisma, scrive: "Finalmente gli  stessi
sacrifici  del  Signore  mettono  in luce  l'unanimit  dei  cristiani
cementata con solida e indivisibile carit. Giacch quando il  Signore
chiama  suo  corpo  il pane composto dall'unione  di  molti  granelli,
indica  il nostro popolo adunato, che egli sostentava; e quando chiama
suo sangue il vino spremuto dai molti grappoli e acini e fuso insieme,
indica  similmente il nostro gregge composto di una moltitudine  unita
insieme".  Del  resto  prima  di tutti  l'aveva  detto  l'apostolo  ai
Corinzi: "Poich molti siamo un solo pane, un solo corpo tutti noi che
partecipiamo di un solo pane".
 Ma  se  il  simbolismo eucaristico ci fa comprendere  bene  l'effetto
proprio  di  questo  sacramento, che    l'unit  del  corpo  mistico,
tuttavia  non  spiega e non esprime la natura del sacramento,  per  la
quale  esso  si distingue dagli altri. Giacch la costante  istruzione
impartita  dalla chiesa ai catecumeni, il senso del popolo  cristiano,
la dottrina definita dal concilio di Trento e le stesse parole con cui
Cristo  istitu  la  ss.  eucaristia ci obbligano  a  professare  "che
l'eucaristia    la  carne del nostro salvatore Ges  Cristo,  che  ha
patito  per  i  nostri  peccati e che il Padre per  sua  benignit  ha
risuscitato".  Alle parole del martire s. Ignazio ci piace  aggiungere
le  parole  di  Teodoro  di  Mopsuestia, in questa  materia  testimone
attendibile  della  fede della chiesa: "Poich il Signore  non  disse:
questo    il  simbolo del mio corpo e questo   il  simbolo  del  mio
sangue, ma: questo  il mio corpo e il mio sangue, insegnandoci a  non
considerare la natura della cosa presentata, ma [a credere]  che  essa
con  l'azione di grazia si  tramutata in carne e sangue". Il Concilio
Tridentino,  appoggiato  a  questa fede della  chiesa  "apertamente  e
semplicemente  afferma che nell'almo sacramento della ss.  eucaristia,
dopo la consacrazione del pane e del vino, nostro Signore Ges Cristo,
vero   Dio   e   vero  Uomo,    contenuto  veramente,   realmente   e
sostanzialmente sotto l'apparenza di quelle cose sensibili".  Pertanto
il  nostro Salvatore nella sua umanit  presente non solo alla destra
del  Padre, secondo il modo di esistere naturale, ma insieme anche nel
sacramento dell'eucaristia "secondo un modo di esistere, che,  sebbene
sia  inesprimibile per noi a parole, tuttavia con la mente  illustrata
dalla fede possiamo intercedere e dobbiamo fermissimamente credere che
 possibile a Dio".
 
 Cristo  Signore    presente nel sacramento  dell'eucaristia  per  la
transustanziazione
 Ma  perch nessuno fraintenda questo modo di presenza, che supera  le
leggi  della  natura e costituisce nel suo genere il  pi  grande  dei
miracoli,    necessario ascoltare docilmente  la  voce  della  chiesa
docente  e  orante. Ora questa voce, che riecheggia  continuamente  la
voce  di  Cristo, ci assicura che Cristo non si fa presente in  questo
sacramento se non per la conversione di tutta la sostanza del pane nel
corpo  di  Cristo  e  di tutta la sostanza del vino  nel  suo  sangue;
conversione  singolare  e  mirabile che  la  chiesa  cattolica  chiama
giustamente    e   propriamente   transustanziazione.   Avvenuta    la
transustanziazione,  le  specie del  pane  e  del  vino  senza  dubbio
acquistano  un  nuovo fine, non essendo pi l'usuale pane  e  l'usuale
bevanda,  ma  il  segno di una cosa sacra e il segno  di  un  alimento
spirituale;  ma intanto acquistano nuovo significato e nuovo  fine  in
quanto  contengono  una  nuova "realt", che  giustamente  denominiamo
ontologica.  Giacch sotto le predette specie non  c'  pi  quel  che
c'era prima, ma un'altra cosa del tutto diversa; e ci non soltanto in
base  al giudizio della fede della chiesa, ma per la realt oggettiva,
poich convertita la sostanza o natura del pane e del vino nel corpo e
sangue  di  Cristo, nulla rimane pi del pane e del vino che  le  sole
specie, sotto le quali Cristo tutto intero  presente nella sua fisica
"realt" anche corporalmente, sebbene non allo stesso modo con  cui  i
corpi sono nel luogo.
 Per  questo  i padri ebbero gran cura di avvertire i fedeli  che  nel
considerare  questo  augustissimo sacramento  non  si  affidassero  ai
sensi,  che rilevano le propriet del pane e del vino, ma alle  parole
di    Cristo,   che   hanno   la   forza   di   mutare,   trasformare,
"transelementare"  il pane e il vino nel corpo e nel  sangue  di  lui;
invero, come spesso dicono i padri, la virt che opera questo prodigio
  la medesima virt di Dio onnipotente, che al principio del tempo ha
creato  dal  nulla l'universo. "Istruito in queste cose  e  munito  di
robustissima  fede,  dice  s.  Cirillo di Gerusalemme  concludendo  il
discorso  intorno  ai misteri della fede, per cui  quello  che  sembra
pane, pane non , nonostante la sensazione del gusto, ma  il corpo di
Cristo; e quel che sembra vino, vino non , a dispetto del gusto, ma 
il  sangue di Cristo... tu corrobora il tuo cuore mangiando quel  pane
come  qualcosa  di  spirituale e rallegra il volto della  tua  anima".
Insiste s. Giovanni Crisostomo: "Non  l'uomo che fa diventare le cose
offerte  corpo  e  sangue di Cristo, ma  Cristo stesso  che    stato
crocifisso  per noi. Il sacerdote, figura di Cristo, pronunzia  quelle
parole,  ma la loro virt e la grazia sono di Dio. "Questo    il  mio
corpo": questa parola trasforma le cose offerte".
 E  col  vescovo di Costantinopoli Giovanni  perfettamente  d'accordo
Cirillo  vescovo di Alessandria, che nel commento all'evangelo  di  s.
Matteo  scrive: "[Cristo] in modo indicativo disse: Questo    il  mio
corpo  e  questo    il mio sangue, affinch tu non  creda  che  siano
semplice  immagine le cose che si vedono; ma che le cose offerte  sono
trasformate, in modo misterioso da Dio onnipotente, nel  corpo  e  nel
sangue  di  Cristo realmente! partecipando a queste cose riceviamo  la
virt  vivificante e santificante di Cristo". E Ambrogio,  vescovo  di
Milano,  parlando  chiaramente  della conversione  eucaristica,  dice:
"Persuadiamoci che questo non  ci che la natura ha formato,  ma  ci
che  la  benedizione ha consacrato e che la forza della benedizione  
maggiore della forza della natura, perch con la benedizione la stessa
natura    mutata". E volendo confermare la verit del  mistero,  egli
richiama molti esempi di miracoli narrati nella sacra scrittura, tra i
quali la nascita di Ges dalla vergine Maria, e poi passando all'opera
della  creazione cos conclude: "La parola dunque di  Cristo,  che  ha
potuto fare dal nulla ci che non esisteva, non pu mutare le cose che
esistono  in ci che non erano? Non  infatti meno dare alle  cose  la
propria natura che mutargliela".
 Ma  non    necessario  riportare molte testimonianze.    pi  utile
richiamare  la  fermezza  della fede con cui la  chiesa,  con  unanime
concordia,  resistette a Berengario, il quale, cedendo alle difficolt
suggerite  dalla ragione umana, os per il primo negare la conversione
eucaristica; la chiesa gli minacci ripetutamente la condanna  se  non
si  ritrattasse. Perci Gregorio VII, nostro predecessore, gli  impose
di  prestare  il  giuramento in questi termini: "Intimamente  credo  e
apertamente confesso che il pane e il vino posti sull'altare,  per  il
mistero  della  orazione sacra e le parole del  nostro  Redentore,  si
convertono sostanzialmente nella vera e propria e vivificante carne  e
sangue di nostro Signore Ges Cristo; e che dopo la consacrazione  c'
il  vero  corpo di Cristo, che  nato dalla Vergine e per la  salvezza
del mondo fu offerto e sospeso sulla croce e ora siede alla destra del
Padre;  e c' anche il vero sangue di Cristo, che usc dal suo fianco,
non  soltanto  come  segno  e  virt del sacramento,  ma  anche  nella
propriet della natura e nella realt della sostanza".
 Con  queste parole concordano (mirabile esempio della fermezza  della
fede   cattolica!)  i  concili  ecumenici  Lateranense,  Costanziense,
Fiorentino  e finalmente il Tridentino in ci che costantemente  hanno
insegnato  intorno  al  mistero  della  conversione  eucaristica,  sia
esponendo la dottrina della chiesa sia condannando gli errori. Dopo il
Concilio  di Trento, il nostro predecessore Pio VI, contro gli  errori
del  Sinodo  di  Pistoia, ammon con parole gravi che i  parroci,  che
hanno   il  compito  d'insegnare,  non  tralascino  di  parlare  della
transustanziazione,  che  uno degli articoli di  fede.  Parimenti  il
nostro predecessore Pio XII di f. m., richiam i limiti che non devono
sorpassare  tutti coloro che discutono sottilmente del  mistero  della
transustanziazione.   Noi  stessi  nel  recente  Congresso   nazionale
italiano  eucaristico  di Pisa, secondo il nostro  dovere  apostolico,
abbiamo  reso  pubblicamente e solennemente testimonianza  della  fede
della chiesa.
 Del  resto la chiesa cattolica non solo ha sempre insegnato, ma anche
vissuto la fede nella presenza del corpo e del sangue di Cristo  nella
eucaristia, adorando sempre con culto latreutico, che compete  solo  a
Dio,  un  cos grande sacramento. Di questo culto s. Agostino  scrive:
"In  questa carne (il Signore) ha qui camminato e questa stessa  carne
ci  ha dato da mangiare per la salvezza; e nessuno mangia quella carne
senza averla prima adorata.. sicch non pecchiamo adorandola, ma  anzi
pecchiamo se non la adoriamo".
 
 Del culto latreutico dovuto al sacramento eucaristico
 La  chiesa  cattolica professa questo culto latreutico al  sacramento
eucaristico  non  solo  durante la messa, ma  anche  fuori  della  sua
celebrazione,   conservando  con  la  massima   diligenza   le   ostie
consacrate,   presentandole  alla  solenne  venerazione   dei   fedeli
cristiani, portandole in processione con gaudio della folla cristiana.
Di  questa  venerazione  abbiamo  molte  testimonianze  negli  antichi
documenti  della  chiesa.  I  pastori della  chiesa  infatti  esortano
sollecitamente  i fedeli a conservare con somma cura l'eucaristia  che
portano  a casa. "In verit  il corpo di Cristo, che i fedeli  devono
mangiare  e  non disprezzare" ammoniva gravemente s. Ippolito.  Consta
che  i  fedeli  si  credevano  in colpa, e giustamente,  come  ricorda
Origene, se, ricevuto il corpo del Signore, pur conservandolo con ogni
cautela  e  venerazione, ne cadesse per negligenza qualche  frammento.
Che  poi  i  pastori  riprovassero fortemente  il  difetto  di  debita
riverenza,  lo attesta Novaziano (degno di fede in questo),  il  quale
ritiene  degno  di  condanna  colui che  "uscendo  dalla  celebrazione
domenicale e portando ancora con s, come si suole, l'eucaristia... ha
portato  in  giro  il  corpo santo del Signore" non  a  casa  sua,  ma
correndo  agli spettacoli. Anzi s. Cirillo d'Alessandria rigetta  come
follia l'opinione di coloro che sostenevano che l'eucaristia non serve
affatto  alla santificazione se si tratta di qualche residuo  di  essa
rimandato  al  giorno seguente: "N infatti, egli  scrive,  si  altera
Cristo  n si muta il suo sacro corpo, ma persevera sempre in esso  la
forza, la potenza e la grazia vivificante".
 N  si  deve  dimenticare  che  anticamente  i  fedeli,  sia  che  si
trovassero sotto la violenza della persecuzione, sia che per amore  di
vita  monastica dimorassero nella solitudine, solevano  cibarsi  anche
ogni giorno dell'eucaristia, prendendo la santa comunione anche con le
proprie  mani,  quando  era assente il sacerdote  o  il  diacono.  Non
diciamo  per questo perch si cambi il modo di custodire l'eucaristia
o  di  ricevere  la santa comunione stabilito in seguito  dalle  leggi
ecclesiastiche  e oggi vigenti, ma solo per congratularci  della  fede
della chiesa che rimane sempre la stessa.
 Da  questa  unica fede  nata anche la festa del Corpus  Domini,  che
nella  diocesi  di Liegi, specialmente per opera della  serva  di  Dio
beata Giuliana di Mont Cornillon, fu celebrata per la prima volta e il
nostro predecessore Urbano IV estese a tutta la chiesa; e molte  altre
istituzioni  di  piet  eucaristica che, sotto  la  ispirazione  della
grazia  divina,  si sono moltiplicate sempre pi, e con  le  quali  la
chiesa  cattolica,  quasi a gara, si adopera sia a rendere  omaggio  a
Cristo,  sia  a  ringraziarlo per tanto  dono,  sia  a  implorarne  la
misericordia.
 
 Esortazione a promuovere il culto eucaristico
 Vi  preghiamo dunque, venerabili fratelli, affinch questa fede,  che
non tende ad altro che a custodire una perfetta fedelt alla parola di
Cristo e degli apostoli, rigettando nettamente ogni opinione erronea e
perniciosa,  voi  custodiate pura e integra nel popolo  affidato  alla
vostra  cura  e  vigilanza, e promoviate, senza risparmiare  parole  e
fatica, il culto eucaristico, a cui devono convergere finalmente tutte
le  altre forme di piet. I fedeli, sotto il vostro impulso, conoscano
sempre pi e sperimentino quanto dice s. Agostino: "Chi vuol vivere ha
dove  e  donde  vivere:  si  accosti, creda,  s'incorpori  per  essere
vivificato.  Non rinunzi alla coesione dei membri, non sia  un  membro
putrido   degno   d'essere  tagliato,  non  un  membro   distorto   da
vergognarsi:  sia  un membro bello, idoneo, sano, aderisca  al  corpo,
viva  di  Dio a Dio; ora lavori sulla terra per poter poi regnare  nel
cielo".
 Ogni giorno, come  desiderabile, i fedeli in gran numero partecipino
attivamente  al sacrificio della messa, nutrendosi con  cuore  puro  e
santo della sacra comunione, e rendano grazie a Cristo Signore per  s
gran dono. Si ricordino delle parole del nostro predecessore s. Pio X:
"Il  desiderio  di Ges Cristo e della chiesa che tutti  i  fedeli  si
accostino  quotidianamente alla sacra mensa, consiste  soprattutto  in
questo:  che  i  fedeli,  uniti  a Dio in  virt  del  sacramento,  ne
attingano forza per dominare la libidine, per purificarsi dalle  lievi
colpe  quotidiane e per evitare i peccati gravi, ai quali    soggetta
l'umana fragilit". Durante il giorno i fedeli non omettano di fare la
visita   al  ss.  sacramento,  che  dev'essere  custodito   in   luogo
distintissimo,  col  massimo  onore nelle  chiese,  secondo  le  leggi
liturgiche, perch la visita  prova di gratitudine, segno  d'amore  e
debito di riconoscenza a Cristo Signore l presente.
 Ognuno  comprende  che  la  divina eucaristia  conferisce  al  popolo
cristiano  incomparabile dignit. Giacch non solo durante la  offerta
del sacrificio e l'attuazione del sacramento, ma anche dopo, mentre la
eucaristia    conservata  nelle chiese  e  negli  oratori,  Cristo  
veramente l'Emmanuel, cio il "Dio con noi". Poich giorno e  notte  
in  mezzo  a  noi, abita con noi pieno di grazia e verit; restaura  i
costumi, alimenta le virt, consola gli afflitti, fortifica i  deboli,
e  sollecita alla sua imitazione tutti quelli che si accostano a  lui,
affinch col suo esempio imparino ad essere miti e umili di cuore, e a
cercare  non  le  cose proprie, ma quelle di Dio. Chiunque  perci  si
rivolge all'augusto sacramento eucaristico con particolare devozione e
si  sforza  di  amare  con  slancio e generosit  Cristo  che  ci  ama
infinitamente,  sperimenta e comprende a fondo,  non  senza  godimento
dell'animo  e frutto, quanto sia preziosa la vita nascosta con  Cristo
in  Dio;  e quanto valga stare a colloquio con Cristo, di cui non  c'
niente pi efficace a percorrere le vie della santit.
 Vi    inoltre  ben  noto, venerabili fratelli,  che  l'eucaristia  
conservata nei templi e negli oratori come il centro spirituale  della
comunit religiosa e parrocchiale, anzi della chiesa universale  e  di
tutta l'umanit, perch essa sotto il velo delle sacre specie contiene
Cristo  capo invisibile della chiesa, redentore del mondo,  centro  di
tutti i cuori, "per cui sono tutte le cose e noi per lui". Ne consegue
che  il culto eucaristico muove fortemente l'animo a coltivare l'amore
"sociale",  col  quale  si antepone al bene privato  il  bene  comune;
facciamo  nostra  la  causa della comunit,  della  parrocchia,  della
chiesa  universale; ed estendiamo la carit a tutto il  mondo,  perch
dappertutto sappiamo che ci sono membra di Cristo.
 Giacch  dunque,  venerabili fratelli, il  sacramento  eucaristico  
segno e causa dell'unit del corpo mistico e in quelli che con maggior
fervore  lo  venerano,  eccita  un attivo  spirito  "ecclesiale",  non
cessate  di  persuadere i vostri fedeli che, accostandosi  al  mistero
eucaristico, imparino a far propria la causa della chiesa,  a  pregare
Dio senza intermissione, a offrire se stessi a Dio in grato sacrificio
per  la  pace  e  l'unit della chiesa; affinch tutti i  figli  della
chiesa siano una cosa sola e abbiano lo stesso sentimento, n ci siano
tra  di loro scismi, ma siano perfetti nello stesso sentimento e nello
stesso  pensiero, come vuole l'Apostolo; e tutti quelli che  non  sono
ancora uniti con perfetta comunione con la chiesa cattolica, in quanto
sono da essa separati, ma si gloriano del nome cristiano, quanto prima
con  l'aiuto della divina grazia arrivino a godere insieme con noi  di
quella  unit  di  fede  e di comunione, che  Cristo  volle  fosse  il
distintivo  dei  suoi  discepoli. Questo desiderio  di  pregare  e  di
consacrarsi  a  Dio  per  l'unit  della  chiesa  devono  considerarlo
soprattutto come proprio i religiosi, uomini e donne, essendo essi  in
modo particolare addetti all'adorazione del ss. Sacramento, facendogli
corona sulla terra in virt dei voti emessi.
 Ma  il  voto  per l'unit di tutti i cristiani, di cui niente    pi
sacro  e  pi ardente nel cuore della chiesa, noi vogliamo  esprimerlo
ancora  una  volta con le stesse parole del Concilio Tridentino  nella
conclusione del Decreto sulla ss. eucaristia: "in ultimo il s.  Sinodo
con  paterno  affetto  ammonisce,  esorta,  prega  e  implora  per  la
misericordia del nostro Dio, affinch tutti e singoli i cristiani,  in
questo  segno di unit, in questo vincolo di carit, in questo simbolo
di  concordia, finalmente convengano e concordino, e memori  di  tanta
maest  e  di cos alto amore di nostro Signore Ges Cristo, il  quale
diede  la sua diletta anima in prezzo della nostra salvezza e  la  sua
carne a mangiare, credano e adorino questi sacri misteri del suo corpo
e  del  suo  sangue  con  quella fede ferma  e  costante,  con  quella
devozione, piet e culto, che permette loro di ricevere frequentemente
quel  pane " supersostanziale ", e questo sia per essi veramente  vita
dell'anima  e  perenne  sanit di mente, sicch  corroborati  dal  suo
vigore,  da  questo misero pellegrinaggio terrestre possano  pervenire
alla  patria celeste per mangiare l senza nessun velo lo stesso  pane
degli  angeli  che  ora  mangiamo sotto i  sacri  veli".  Oh,  che  il
benignissimo  Redentore, che gi prossimo alla morte  preg  il  Padre
perch tutti quelli che avrebbero creduto in lui diventassero una cosa
sola, come lui e il Padre sono cosa sola, si degni di esaudire al  pi
presto questo voto nostro e di tutta la chiesa che cio tutti con  una
sola  voce e una sola fede celebriamo il mistero eucaristico  e  fatti
partecipi  del  corpo di Cristo formiamo un sol corpo compaginato  con
quegli stessi vincoli, con i quali egli lo volle formato.
 E  ci  rivolgiamo con paterna carit anche a quelli che  appartengono
alle   venerande  chiese  di  Oriente,  nelle  quali  fiorirono  tanti
celeberrimi  padri,  di  cui ben volentieri in questa  nostra  lettera
abbiamo  ricordato  le  testimonianze  intorno  alla  eucaristia.   Ci
sentiamo  pervasi da grande gaudio quando consideriamo la vostra  fede
riguardo  all'eucaristia,  che coincide con  la  fede  nostra,  quando
ascoltiamo  le  preghiere liturgiche con cui  voi  celebrate  un  cos
grande  mistero,  quando  ammiriamo  il  vostro  culto  eucaristico  e
leggiamo  i  vostri  teologi che espongono  e  difendono  la  dottrina
intorno a questo augustissimo sacramento.
 La  beatissima vergine Maria, dalla quale Cristo Signore  ha  assunto
quella carne che in questo sacramento sotto le specie del pane  e  del
vino  "  contenuta,  offerta ed  mangiata", e tutti i  santi  e  le
sante  di Dio, specialmente quelli che sentirono pi ardente devozione
per   la   divina  eucaristia,  intercedano  presso  il  Padre   delle
misericordie,   affinch  dalla  comune  fede  e   culto   eucaristico
scaturisca  e  vigoreggi la perfetta unit di comunione  fra  tutti  i
cristiani. Sono impresse nell'animo le parole del martire Ignazio, che
ammonisce  i  fedeli di Filadelfia sul male delle deviazioni  e  degli
scismi, per cui  rimedio l'eucaristia: "Sforzatevi dunque, egli dice,
di  usufruire di una sola eucaristia: perch una sola   la  carne  di
N.S.  Ges Cristo, e uno solo  il calice nella unit del suo  sangue,
uno  l'altare,  come uno  il vescovo...". Sorretti  dalla  soavissima
speranza che dall'accresciuto culto eucaristico deriveranno molti beni
a  tutta la chiesa e a tutto il mondo, a voi, venerabili fratelli,  ai
sacerdoti,  ai religiosi e a tutti quelli che a voi prestano  la  loro
collaborazione, a tutti i fedeli affidati alle vostre cure, impartiamo
l'apostolica  benedizione con grande effusione  d'amore,  in  auspicio
delle grazie celesti.
 Dato a Roma, presso s. Pietro, nella festa di s. Pio X il 3 settembre
1965 anno terzo del nostro pontificato.
