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Giorni di guerra in Sicilia
(diario per la Nonna: 9 maggio - 8 agosto 1943)
di Grazia Pagliaro



Alla mia Mamma,
ricordando con riconoscenza il conforto che in quelle ore mi venne dalla sua dolce comprensione.

Solo ora, dopo cinque anni dalla morte della nonna Rosa (9 settembre 1961), la zia Maria ha ritrovato questo vecchio diario e - secondo il desiderio di Lei - me lo ha restituito. Cos, l'ho riletto: sdegnandomi per certe sbavature di stile, per certe tirate troppo retoriche o sentimentaleggiamenti. Mi sono messa di fronte a me stessa come ero, e avrei voluto rimproverarmi tante cose che allora, in effetti, non potevo capire, perch quei giorni furono forse solo l'inizio di una maturazione che avvenne dopo.
Ma quel che avvenne dopo, tutti lo sappiamo: ormai i documenti pubblicati, i lavori storici sulla seconda guerra mondiale, i diari, i romanzi, le narrazioni pi o meno attendibili non si contano pi.
Solo, voglio ricordare due particolari successivi al nostro ritorno a Palermo, che avvenne dopo la met di agosto, appena riattivate le comunicazioni. La sera dell'8 settembre 1943, dopo il Giornale Radio, entrai nella mia camera; la luce della luna disegnava un lungo rettangolo sul pavimento; tutto era cos sereno, ma io vedevo il futuro come un immenso dubbio l dinanzi.

25 aprile 1945. Per l'Europa  finita la seconda guerra mondiale. Siamo un gruppo di amici sullo spiazzo dinanzi alla nostra Cattedrale dalle belle torri normanne. Tra poco - finalmente - si innalzer il canto del Te Deum. Sentiamo davvero il bisogno di elevare questo inno di grazie, eppure in questo giorno, che avevamo immaginato come una esplosione di gioia, siamo come storditi, ci meravigliamo di non saper godere.

...

Pi di vent'anni sono passati; ma, rileggendo una delle ultime pagine del diario, ho notato che quell'Italia che speravo allora, oggi - pur con tutte le gravi manchevolezze che dobbiamo lamentare - c', almeno nei suoi ordinamenti democratici, anche se l'educazione degli italiani , purtroppo, una meta ancora lontana. E c' qualcosa di pi, perch non pensiamo a una Patria chiusa, accampata di fronte al nemico, ma a una fraternit grande di popoli, che si chiamer Europa, e poi Comunit Mondiale.
Ma, dai tremendi sbagli degli uomini di allora, gli uomini di oggi hanno imparato a volere la pace?
Le nostre citt sono state ricostruite e sono divenute molto pi belle e pi grandi: viviamo nella civilt del benessere. Pure, ci non toglie la tristezza di un decadimento morale - pesante eredit della guerra, complicata dall'affermazione di un materialismo edonistico - e l'incubo oramai abituale di un nuovo e pi tremendo conflitto: tanto abituale, che abbiamo finito per non darvi quasi pi peso.
Ma ci sono nella nostra societ vivi e fecondi fermenti di bene, e se - Deo adiuvante - gli uomini di buona volont prevarranno, la terza guerra mondiale non si far.
Palermo, 8 settembre 1966.



Quando, nel luglio del 1943, ci accorgemmo che era venuta l'ora che per noi sarebbe stata la pi dura della guerra, nonna Rosa, che aveva conservato le lettere scrittele da Mamma durante il periodo dei bombardamenti, volle che quella cronaca non rimanesse incompleta ed affid a me l'incarico di tramandare in alcune pagine di diario il ricordo di quelle giornate. Ringrazio la mia cara Nonna di avermi spinto a far questo: oggi, attraverso questa traccia mi risorge dinanzi ci che allora vidi, sentii, pensai e che gi ora sarebbe svanito nella nebbia della lontananza.
Queste pagine avrebbero dunque dovuto essere una cronistoria, ma non ho potuto - anzi, non ho voluto - far s che da esse non trasparisse una immagine, sia pure molto pallida, di quella che fu la ripercussione interiore di ci che accadde, di quella storia che si attuava dinanzi alle nostre coscienze consapevoli.
Esse non sono e non potrebbero essere l'espressione compiuta che pu risultare dal vaglio di tante esperienze: rappresentano solo un momento di vita e di pensiero, colto in un periodo in cui il crollo di tutto ci che costituiva un sistema, un'idea e un'illusione determina una crisi e spinge a cercare, attraverso le rovine di quella che fu una convinzione e le speranze superstiti, una nuova, pi salda e indistruttibile via di orientamento. Dopo di questi, vennero altri eventi dolorosi e pi dolorose esperienze, altre speranze caddero e bevemmo fino al fondo il calice dell'umiliazione nazionale.
Oggi molte cose sono cambiate da allora, ed in Sicilia la vita ha ripreso il suo corso, le citt si sono ripopolate e i traffici riattivati. Ma noi dinanzi al mondo non siamo pi nazione: mangiamo il pane dei vincitori e obbediamo alle loro leggi, mentre il cuore ci stringe al pensiero dei fratelli d'Italia, che ora vedono la guerra, pi tremenda di come noi la vedemmo. E il pi vicino domani ci porter forse nuove battaglie, se la pace delle armi non avr portato la pace nelle anime.
Pi tardi, quando nuovi sviluppi della situazione ci avranno dato consapevolezze nuove, si potr forse fare un bilancio. Oggi, tra la discordia delle opinioni e il disorientamento da cui anche molti tra i migliori si son lasciati prendere, non resta che un'idea salda, ed  questa: vi sono una libert che gli uomini non possono togliere e una pace che il mondo non pu dare: la libert e la pace dello spirito, che si trovano, al di l dell'umano, in Dio.
Palermo, 2 febbraio 1944.

Domenica, 9 maggio 1943
Una domenica, un po'sfaccendata e un po'triste, come tante altre domeniche di guerra. Tempo di maggio: cielo splendente e balconi aperti nelle case ancora abitate. E'il ventunesimo giorno dall'ultima incursione aerea su Palermo. La gente comincia a risollevarsi, in campo morale e in terreno pratico, pur lottando sempre con tutte le difficolt dell'ora, per le tessere del pane e per la mancanza di francobolli, per il rifornimento dell'acqua e per il gas che non arriva pi, ch tubature e gasometri sono rimasti malconci dopo le ultime bombe. Pure, poich neppure la guerra elimina certe elementari quanto banali esigenze dell'uomo, bisogna pensare a portare in tavola qualcosa di commestibile.
Mamma  in cucina, intenta a risolvere la questione con l'aiuto di due fornellini elettrici. Io preparo la tavola. Zio Nino, a pranzo da noi, discute con Antonio su non so quale interessante quesito. Ad un tratto, si sente il consueto fischio lamentoso della sirena. Sparano? No. Continuiamo a sfaccendare.
"Fareste meglio a scendere", osserva zio Nino, preoccupandosi - pi di noi stessi - della nostra incolumit. Ma Pap non  del suo parere: meglio rimanere, per il momento, e possibilmente anche pranzare. Intanto udiamo, lontani, i primi colpi delle batterie contraeree. Mamma stacca in fretta le spine dei fornelli, lascia la pasta nella broda e le frittelle nell'olio e corre ad agguantare la borsa dei valori. Io mi getto il cappotto sulle spalle e siamo gi sulla porta.
Ed ecco si ripete il solito perditempo di ogni allarme. Antonio all'ultimo momento deve cercare il suo sgabello, proprio il suo, e non quello della Mamma o di "Tatt". Poi, quando questo  trovato, Pap torna indietro per aprire una finestra e Mamma grida: "Spicciati! Ma dobbiamo far sempre la figura di arrivare al ricovero dopo aver 'preso'le bombe sulla scala?". E corre gi recitando la preghiera che infonde tanta fiducia: "...proteggi da ogni assalto coloro che Ti supplicano, affinch noi, sicuri della Tua difesa, non temiamo le armi di nessun nemico". Noi le corriamo dietro, seguendo col pensiero queste belle parole. Stavolta, mentre scendiamo, le bombe non sono ancora giunte. Il ricovero  gi affollato: ci sono i soliti abitudinari, ci sono passanti di ogni specie affluiti non si sa come dalle strade vicine, c' il brusio concitato di tante persone, ognuna delle quali ha una sua maniera particolare di affrontare il pericolo. Ci sediamo, Mamma ed io sugli sgabelli, a circolo con le amiche di tutti i bombardamenti; Pap, lo zio Nino ed Antonio un po'discosti, sui sacchi di sabbia.
Gli spari si accentuano. Si ode un rombo di aerei vicini, una serie di scoppi. "Ss... silenzio!". "Bombe?". "No, ancora i cannoni!". "No, queste son bombe!". Dal sordo brusio si coglie qualche invocazione, qualche preghiera a mezza voce: "Oh, Madonna santa!", "Ges mio, misericordia!". Poi tutto tace. Sono andati via. E gi si ode qualche respiro di sollievo.
Ma ecco ancora vicino, minaccioso, il rombo dei motori; poi scoppi, scoppi che non si contano pi e si confondono in un unico spaventoso boato. La luce si spegne. Tutti balziamo in piedi. Grida, invocazioni di preghiera, richiami, rumore di sedie e di sgabelli travolti. Mamma mi chiama. "Andiamo vicino a Pap... saremo tutti insieme". Ma qualcuno le urta la borsa, questa si apre, i cofanetti dei gioielli rotolano per terra, bisogna cercarli al lume della lampadina tascabile, tra i piedi irrequieti della gente, che per fortuna fra la confusione che regna non si  accorta di questo particolare. Ma bisogna far luce. Mamma, sempre previdente, ha nella borsa anche una candela e dei fiammiferi. Pap l'accende e la colloca sulla cassetta del pronto soccorso. Le ondate si susseguono... due, tre, quattro? Fra l'una e l'altra, qualcuno, pi coraggioso o pi curioso, va fuori e torna portando le prime notizie: una bomba proprio davanti al portone, grandi colonne di fumo in vari punti della citt, devastazioni dappertutto. Rientrano alcuni ragazzi, stringendo, come trofei di conquista, grosse schegge. Salgo la scaletta per vedere anch'io cos' accaduto; ma, appena giunta sul pianerottolo, una nuova salve di spari mi ricaccia dentro il ricovero. Bisogna attendere che anche l'ultima raffica sia cessata.
Usciamo finalmente all'aperto. Una buca enorme ha sconvolto tutta la piazza: sembra un cratere. Terra e pietre lanciate dal profondo si sono riversate sui bordi e coprono tutto intorno il suolo fino a piazza Guarnaschelli, fino all'incrocio di via Sammartino. A terra giacciono grovigli di fili rotti: quelli delle reti filoviarie, e gi in fondo alla buca appaiono grossi tubi infranti: addio speranza di riaver l'acqua in casa! Pezzi di ghisa e mattonelle di asfalto sono piovuti da tutte le parti. Dal mezzo della piazza alzo gli occhi alla facciata della nostra casa, guardo quelle delle case di fronte, tutte deturpate dal terriccio proiettato dallo scoppio violento, picchiettate di schegge, con i vetri in frantumi e le persiane sfondate. Anche i ricoverati pi timidi si affacciano sulla soglia. Ma qualcuno ammonisce: "Rientrate, non  ancora prudente star fuori!". Torniamo al ricovero. Ansiosi di risalire, non attendiamo nemmeno il cessato allarme.
Dalle finestre della scala ci appare il cortile anch'esso tutto coperto di terriccio:  il materiale di piazza Virgilio, volato al di l degli otto piani della casa, e non effetto di un'altra bomba, come in principio tendiamo a credere. Entriamo. L'aspetto della casa  desolante. Dalle aperture, tra i resti dei vetri, il vento soffia furioso, travolgendo tutto ci che trova sulla sua via. Il pavimento  coperto di terra, di sassi, di frantumi di vetro: fin la tavola apparecchiata ne  invasa. Ci avviciniamo ai balconi, ma non  possibile affacciarsi: il materiale accumulato fino all'altezza del davanzale, e in qualche punto ancora di pi, impedisce di aprire le imposte. Di fronte a noi, il grande palazzo di piazza Guarnaschelli brucia paurosamente. Pi lontano si levano altre due colonne di fumo.
Tuttavia, le emozioni non ci hanno tolto l'appetito. "Pensiamo prima a rimetterci in forze, e poi daremo mano alle scope", dice zio Nino per consolare Mamma, la quale  l'unica a non avere molta voglia di mangiare e guarda desolata la casa ridotta in quello stato... E dire che non poteva sopportare neppure una briciola a terra!
Ripulita alla meglio la tavola, tolti i vetri di qualche bicchiere rotto, portiamo la pasta stracotta nell'acqua calda, le poche focaccine gi fritte e qualche altro cibo di ripiego. Poi, tutti all'opera come facchini per rendere abitabile la casa - non per far pulizia, che avrebbe richiesto dei giorni, ma per raccogliere a forza di scopa tutto quel materiale, a riempir catini e catini che Antonio trasporta gi con l'ascensore e che noi rovesciamo dai balconi gi nella strada. Compiuto il grosso della fatica, facciamo onore alla tazza di caff - proprio di quello vero, riservato alle grandi occasioni -, che Mamma ha preparato.
Fuori, il palazzo di piazza Guarnaschelli brucia ancora, le fiamme avanzano, l'acqua manca, i pompieri stanno a guardare, impotenti come sono a reprimere il fuoco. Nella via, operano le prime squadre di soccorso, mentre gruppi di curiosi sostano a tutte le cantonate, cogliendo i particolari della scena desolante.
"Sarebbe bastato lo spostamento di una frazione di millimetro nel lancio - dicevamo - e la nostra casa non ci sarebbe pi". "Mi sembra un miracolo - osserva Mamma - che sia ancora in piedi! L'avevo affidata al Cuore di Ges. Il Signore ha posto la sua mano per salvarla".
"Ed ora - dice zio Nino, mandando gi il suo caff - bisogna che partiate senza aspettare neppure un giorno". Pap, rivolto alla Mamma, aggiunge: "Pi tardi andrai da tuo zio Michelino e vedremo per quando si pu avere una macchina, per andarvene". "Andarvene?", replica Mamma, "O verrai anche tu, o io rester". La discussione si conclude infine con un accordo in questi termini: Pap avrebbe chiesto un permesso per lasciare la citt nei giorni liberi da udienza, Mamma sarebbe venuta con noi per ritornare di tanto in tanto a Palermo nei periodi in cui Pap dovr fermarsi pi a lungo.
Verso sera, andiamo dallo zio Michelino. Al ritorno, esplorando le strade dei dintorni, vediamo ad ogni crocevia, ad ogni svolta, ad ogni traversa, case abbattute, squarciate, bucherellate, crateri per le strade e mucchi di macerie. Di tanto in tanto ci giunge qualche eco dagli altri quartieri della citt: lo spettacolo non vi  diverso; anzi, in molti casi  peggiore. A sera, nuovo allarme e nuova incursione. E'ben piccola cosa in confronto alla precedente. Tuttavia, nel ricovero si freme: troppo siamo attristati per l'accaduto e snervati dalla tremenda giornata.
I giorni seguenti sono densi di fatica. Bisogna riparare alla meglio i guasti, scegliere in fretta la roba da portar via, lasciare in ordine e al riparo quel che rimane e che  quasi tutto, perch ben poco di ci che una casa contiene pu essere caricato in una non grande vettura. Ad ogni momento, dinanzi ad ogni oggetto, sorge la questione:
"Questo qui dobbiamo portarlo via?"
"Portiamolo, potr servire."
"Ma ci caricheremo troppo!"
"Lasciamolo: del resto rimarranno tante e tante altre cose". E ci opprimono l'incertezza della partenza e il dubbio del ritorno.

...

Marted mattina, uscita a sbrigare alcuni affari dell'ultima ora, vedo io stessa quello di cui avevo sentito parlare. Rovine dappertutto e mucchi di macerie alti fin quattro o cinque metri, che bloccano le vie principali e sui quali bisogna arrampicarsi come per viottoli di montagna.
Saremmo dovuti partire tutti il prossimo gioved con la macchina. Invece, contrariamente a quanto si era stabilito, parto nel pomeriggio di questo stesso Marted con lo zio Nino Passarello, che  improvvisamente piombato a Palermo per rendersi conto della verit di numerose e diffuse voci circolanti. Il mio posto, resosi vacante nella macchina, sar occupato da altri bagagli. Mi preparo in fretta. Dopo colazione, ci avviamo alla stazione: a piedi, perch non c' possibilit di funzionamento per alcun mezzo di locomozione. Ci vogliono poi dieci ore di treno prima di giungere, stanchi e affamati, a bussare alla porta della casa di Colonna. Sono le due di notte; e la nonna Rosa, dopo lunga attesa,  andata a letto, convinta che oramai il treno fosse arrivato da un pezzo, senza di noi.
Gioved, come stabilito, Mamma e Antonio mi raggiungono in macchina. Qualche giorno dopo, viene anche Pap, libero per il momento da udienze. Comincia cos una nuova fase della nostra guerra, caratterizzata dall'andirivieni continuo tra Colonna e Mistretta, tra Colonna e Palermo, dove spesso Pap e talvolta anche Mamma si recano. Questa vita movimentata, ma in certo senso riposante, cessa d'un tratto, quando l'eco di un allarme costiero apre per noi un nuovo periodo denso di avvenimenti e triste di rovine.

Gioved, 15 luglio.
Sono passati due mesi o poco pi dalla nostra venuta - direi dalla nostra fuga - da Palermo. E gi allora vivevamo da un pezzo questo dramma, che ora sembra definirsi completamente. Da gennaio in qua abbiamo visto la tempesta avvicinarsi sempre pi spaventosa, ma abbiamo imparato a guardare la minaccia senza quell'orrore che ci avrebbe fatto un giorno - quando non conoscevamo la disfatta -, se allora ci avessero detto: "avverr cos". Ma, la sventura  maestra alla sventura e l'abitudine ci ha reso sopportabile quello che allora ci sarebbe sembrato impossibile. Ho quasi perduto la nozione del tempo: avvenimenti di qualche giorno fa mi sembrano lontani, oltrepassati. Eppure, fino a domenica scorsa, eravamo a Colonna e non sapevamo ancora nulla.
Era cos bello, a Colonna, e c'era tanta pace. Io ne sentivo il bisogno di quella pace e pensavo di potere rimanere ancora, almeno fino a luglio inoltrato, a stare al sole, a lavorare, a studiare. Studiare? E chi ci pensa pi? Anche questo  oramai terribilmente lontano. E non son passati ancora venti giorni dalle giornate di Santa Flavia, in cui ho visto rivivere in sede di sfollamento la nostra allegra vita universitaria. Ora li ho rassettati qui, i miei libri, perch attendano il giorno in cui sar ancora capace di concentrare l'attenzione su di loro.
Ma voglio procedere con ordine: dicevo, c'era pace a Colonna, turbata solo dalle notizie che giungevano da fuori, coi giornali o di bocca in bocca, pi fortemente turbata quando ci giungeva cupo e lontano il rombo del cannone o il fragore delle bombe, che scoppiavano laggi, forse a Palermo, forse altrove, e ci tenevano col cuore sospeso nell'attesa di una notizia pi certa. Palermo sub in quei giorni nuove incursioni; e presto sapemmo che anche la chiesa di S. Giuseppe era colpita, e gli stucchi della cupola e della volta non erano pi che mucchi di calcinacci a terra, e il cielo si vedeva lass, tra le file delle grandi colonne. Anche l'Universit, la mia Universit, era colpita, e palazzo Riso in fiamme, e palazzo Geraci distrutto, ed ancora tant'altro nella citt deserta, dove le rovine si ammucchiavano. Pap andava e veniva tanto spesso e ci raccontava tutto questo. Poi venerd scorso, 9 luglio, venne col solito treno che giungeva a Torremuzza alle 19. Nessuno di noi sospett che quello fosse l'ultimo treno viaggiatori che doveva arrivare da Palermo. La giornata di sabato trascorse calma, con andirivieni di aerei bassi sulla riva e di piccole navi da trasporto lungo la costa. A notte, gran movimento di velivoli, pi numerosi, pi insistenti, pi bassi del solito. Domenica mattina ci preparavamo come al solito per andare a Messa a Santo Stefano. E, mentre si attaccava il calessino, sentivo dalla finestra ci che si diceva gi nel piano: "Hanno detto che sono sbarcati a Catania..., a Siracusa". Gi, pensai, le solite storie! Hanno la fantasia buona quelli di Torremuzza e di Margi! Poi sentimmo che c'era stato, e forse c'era ancora, allarme navale, e non si poteva passare dal bivio. Tuttavia, partimmo lo stesso. Giunti in mezzo al viale, ci si fece incontro il ragazzo dei telegrammi: veniva da Santo Stefano ed era passato dalla via del fiume, perch il bivio era bloccato. Portava un messaggio telefonico da Mistretta: "Desideriamo vostre notizie. Dovete venire subito qui, per i viottoli di S. Marina. Nino verr a prendervi con le mule". Lo stato di emergenza era stato bandito fin da sabato mattina: non ci restava che tornare indietro e decidere insieme con la nonna Rosa sul da farsi per dare una risposta concreta. Scendemmo prima dallo zio Michelino, anche lui rifugiatosi a Colonna, per raccogliere altre notizie. Ci fu confermato il blocco dello stradale; quanto ai punti di sbarco, le voci erano vaghe e contraddittorie.
A casa, decidemmo di attendere gli sviluppi della situazione e di non avventurarci in una partenza precipitosa e assai disagiata, se non per noi, per la Nonna, che avrebbe troppo sofferto nella difficile salita a dorso di mulo per i viottoli di S. Marina. Rispondemmo in tal senso a Mistretta, aggiungendo che attendevamo le cavalcature per ogni evenienza. Tutta la giornata trascorse poi ad aspettare e guardare, interrogando il cielo imperturbabilmente sereno e attraversato da rari velivoli, il mare assolutamente tranquillo e solcato da rari trasporti, spiando il passaggio dei treni - tutti tradotte o merci militari - e il movimento di autocarri nostri e tedeschi sullo stradale. Per due volte mandammo un messo a Santo Stefano, nella speranza di sapere qualche cosa di pi preciso. Ci diedero le nuove del bollettino: il nemico aveva iniziato l'attacco alla Sicilia e si combatteva furiosamente lungo la costa sud-orientale dell'isola.
Verso sera giunsero da Mistretta le mule e la notizia che forse si sarebbe potuto avere un permesso per raggiungere in automobile il paese. Bisognava, dunque, lasciare Colonna. Per tutta quella sera e la mattina dopo mi aggirai per gli alberi e per i campi, come se volessi prender commiato da quelle cose in mezzo alle quali ero vissuta e che mi sembravano quasi avere un'anima. Mi pareva impossibile che a un centinaio di chilometri da tanta pace ardesse la battaglia e che - forse tra non molto - quella serenit innocente di olivi e di mandorli sarebbe stata portata via dal soffio distruttore della guerra.
Luned mattina, alla conferma dell'arrivo di una macchina che ci avrebbe condotti a Mistretta, ultimammo in fretta i preparativi. La casa rimase spoglia: togliemmo tutto ci che fu possibile trasportare sull'auto e sulle mule. La Nonna sopraffatta dalle emozioni si affaccendava a impaccare ritratti e piccole cose, dolente di allontanarsi da quella casa cos piena, per lei, di ricordi. Io l'aiutavo: avvolgemmo anche le grandi fotografie del Nonno, quelle che ella porta sempre con s e che anche in quell'avventuroso viaggio volle vicino. Era un semplice, povero aiuto materiale, il mio, ma avrei voluto tacitamente farle sentire la mia comprensione, in una di quelle ore in cui il dolore rende pi vivi gli affetti e pi tangibili le rimembranze. "Se ci fosse Lui - sospir la Nonna - tutto non mi sarebbe cos difficile, ora..."; e sentivamo forte il rimpianto di non averlo pi con noi, e insieme, misto a quello, quasi un senso di riconoscenza a Dio, che l'aveva chiamato lass - dove si vede, al di sopra del male, il bene che si cela in ogni dolore - prima che la sventura si abbattesse sulla Patria, della cui sorte egli aveva voluto interessarsi anche quando l'ala della morte si stendeva inesorabile sulla sua nobile fronte. A poco a poco i bagagli si ammucchiavano sul piano. "Se la casa sar occupata - pensavamo - gli invasori dovranno trovare qui quanto meno  possibile". Persino l'uva raccogliemmo, l'uva primaticcia, che, pendendo quasi matura dai tralci, ci attirava, promettendoci i chicchi che tra qualche giorno sarebbero stati ben dolci. Ma, tra qualche giorno..., quante cose sarebbero accadute?
Il viaggio in macchina procedette tranquillo, come se si fosse in tempi normali, ma lo stradale era percorso solo da pochi carri e autocarri militari. C'era un po'pi di animazione al caposaldo del bivio; alle porte di Mistretta, la pattuglia di blocco ci richiese i documenti ed esamin il lasciapassare. In paese trovammo naturalmente una certa agitazione, che traspariva da tutti i volti e dalle movenze di ciascuno, che si manifestava nelle accoglienze, ancor pi affettuose del solito, dei parenti. Oramai eravamo qui, uniti, e bisognava ringraziare Dio, che non volle che per noi al dolore di questi momenti fosse aggiunta la preoccupazione di tanti cari lontani. Anche Pap, che sarebbe dovuto ripartire per Palermo, causa la sospensione dei treni rimase provvidenzialmente a Mistretta.
Era quasi l'una quando arrivammo a Mistretta. Il bollettino ci gett nel cuore una luce di speranza: il nemico non aveva potuto compiere ulteriori progressi, anzi in alcuni punti era stato respinto; il comportamento delle nostre truppe era splendido. Pur non illudendoci, ci sentivamo pi sereni: ancora una volta credemmo che ci fosse una possibilit di ricacciare presto gli anglo-americani sul mare. Continuammo tuttavia a prepararci per ogni evenienza, e nel pomeriggio condussi i bambini, che in casa di nonna Grazia facevano troppo chiasso, alla villa comunale. Vi trovai le mie cugine ed altre ragazze conoscenti: sembrava fossimo tornati ai bei tempi della pace. Tutte insieme dimenticammo quasi la minaccia che ci sovrastava. Ma furono brevi momenti, ch, quando tornammo a casa, ci furono gi rabbuiati dalle notizie portate da un autocarro militare: il nemico tornava ad avanzare, i nostri si ritiravano. Sar vero? Non sar vero? L'alternativa angosciosa si prolungava, nuove voci giungevano a renderla pi triste.
Poi venne la notte a portarci il rombo minaccioso e continuo di centinaia di aerei su di noi. E si udirono, a tre riprese, scoppi di bombe, non grosse, ma vicine. Dove? Tutto il paese fu in allarme: molti lasciarono le malferme case di pietra. Noi rimanemmo a letto. Ben altre bombe avevamo sentito!
Con la luce del mattino giunsero le prime notizie: spezzoni erano stati lanciati alla periferia del paese attorno al mulino vecchio e nel quartiere di S. Maria. Ma perch quelle bombe? Ognuno aveva la sua spiegazione plausibile o fantastica da dare. Forse la ciminiera del mulino diroccato avr fatto supporre a un aereo di passaggio l'esistenza di una fabbrica; oppure il nemico voleva accertarsi della presenza di batterie contraeree nel paese. Intanto, la popolazione, come accade alla prima prova del fuoco sull'abitato, aveva perduto la calma. Il timore di nuove e pi violente incursioni si diffondeva, alimentato da voci pi o meno tendenziose di bombardamenti su altri centri siciliani. Mistretta ha vissuto il 13 luglio una delle sue giornate pi nere.
Fin dal mattino, su per le mulattiere e per i viottoli vi fu un'interminabile processione di gente: di gente a piedi, col fardello dell'indispensabile in mano, di gente che si spingeva innanzi i muli carichi di tutto ci che aveva potuto togliere in fretta dalla casa - un po'di roba, un sacchetto di farina, la pala del forno -, di gente agiata che avrebbe trovato una casina di campagna abbastanza accogliente, di gente povera che portava con s solo la propria miseria e avrebbe dormito sotto la gran volta delle stelle. Si videro, quel giorno, per la strada, vecchie che forse da anni non si staccavano dalla loro casetta e camminavano a stento, sorrette dai figli o dai nipoti, si videro le donne di Mistretta lasciare lo scialle tradizionale e le loro abitudini casalinghe e, con i fagotti in mano, prender la strada della campagna.
A sera, la citt era deserta; e noi rimasti avremmo potuto contare i pochi passanti che prima del coprifuoco battevano ancora le strade. Le notizie - ufficiali e no - si facevano sempre pi cupe. Il bollettino comunicava che il nemico era riuscito a costituire teste di ponte ad Augusta, Siracusa, Pachino, Gela, Licata...e a Gela mette capo la strada centrale sicula che passa per Mistretta! Alcuni dicevano che Caltanissetta fosse stata rasa al suolo dalle bombe, altri che era di gi in mano nemica.
Il cuore ci si stringeva sempre di pi, ch anche per noi la giornata era stata intensa di emozioni: correre di qua e di l per le case dei parenti, fermarsi per la strada con tutti i conoscenti, anche quelli che in tempi normali si salutano da lontano, domandare a ciascuno che cosa pensi di fare, consigliarci tra noi se fosse il caso di andar via o di rimanere.
Fin dal primo mattino, lo zio Vincenzino venne a dirci che aveva preso la decisione di condurre tutti a S. Giovanni e voleva che anche noi sfollassimo a Cic. Pap non credette opportuno per il momento che ci muovessimo e avrebbe voluto dissuaderlo dal condurre via la nonna Grazia, gi cos indebolita, stanca e scossa dalle emozioni. D'altra parte, si pensava che anche la permanenza qui e l'eventuale agitazione di altre notti simili avrebbero potuto nuocerle; e ci era fonte di interminabili perplessit.
Quanto a noi, non facemmo che peregrinare da un punto all'altro della citt. Andammo in chiesa appena usciti (ch specialmente in certi momenti la chiesa diventa rifugio e conforto), poi dalla nonna Grazia, poi dalla zia Liboria, che trovammo disfatta dallo spavento e decisa a partire a cavallo per Migaido - e mai prima d'ora era stata a cavallo, n a Migaido -, poi dalla zia Maria Annina, che era sola con Maria Letizia e Giuseppina, tutte esemplarmente calme e decise a rimanere per il momento: ci dissero che nella notte il loro ricovero si era riempito di vicini, i quali poi erano rimasti a commentare per le strade, fino a giorno fatto, quanto era successo. Questo trambusto notturno si era verificato in tutti i quartieri; e anche quei pochi che dopo gli scoppi avevano voglia di dormire ci avevano rimesso il sonno.
Prima di chiudere il giro mattutino, salimmo a casa per avere nuove delle ulteriori decisioni. Vi trovammo lo zio Nino Passarello con Letizia, la quale era in lacrime per il fratello rimasto a Caltanissetta con la famiglia. Tra l'incrocio dei pareri e il contraddittorio delle opinioni, si decise infine di restare in paese ed attendere. La zia Maria ed i suoi - e la nonna Rosa con loro - sarebbero andati a dormire alla Villa S. Sofia che ritenevano pi sicura perch a piano terreno. Noi saremmo rimasti a casa, dove avremmo fatto venire la zia Maria Annina e le figlie, perch non rimanessero sole nella notte.
Tornammo ancora da nonna Grazia per il pranzo. Gran confusione di preparativi: lo zio Vincenzino era irremovibile a volere andare via, la zia Fina e la zia Lina esaurite dalla fatica, e quest'ultima ancora non sicura della partenza, stretta tra il desiderio del marito - di rimanere - e quello di Rosa - di partire -. I bambini, allettati dalla prospettiva di una gita in campagna che si presentava loro come una piacevole avventura, facevano pi chiasso del solito; le cameriere correvano su e gi con grande fracasso di zoccoletti di legno; e, tra tutti e sopra tutti, accasciata dalla debolezza fisica e pi da un accoramento mortale, dominava la nonna Grazia, pi addolorata che spaventata - come ci diceva -, triste di vedere, al declinare della sua vita, il martirio della sua terra e tanto dolore intorno a s, col pensiero rivolto al figlio lontano - lo zio Nino, bloccato a Palermo - e a quelli vicini - che presto si sarebbero dispersi, cercando per le loro famiglie il rifugio ritenuto meno pericoloso.
Dalla nonna Grazia venne, per salutare, lo zio Peppino con la moglie. Partirono poi con le ragazze per la Radicata, posto forse adatto a un soggiorno pi tranquillo, lontano dalle vie rotabili e difeso da boschi e scoscendimenti. Si iniziava cos la serie dei saluti, che culmin pi tardi, quando la zia Lina con tutte le bimbe e le cameriere si avvi a piedi, mentre lo zio Vincenzino, munito del suo lasciapassare di medico, faceva montare in calesse la nonna Grazia, per condurla col mezzo pi comodo fino all'inizio del viottolo per S. Giovanni. Sul calesse, oltre a lei, salirono la zia Fina e Luciano; gli ultimi bagagli vennero caricati sulla giumenta; io sentivo che quello non era un commiato come gli altri, come le tante volte in cui noi eravamo partiti per Palermo o per Colonna. Qualcosa incombeva su di noi: era il pensiero di un giorno pi o meno vicino in cui ci saremmo rivisti, era il timore che quel giorno avrebbe potuto essere pi triste ancora di quello in cui ci separavamo. Per questo, nell'abbracciare la nonna Grazia, che per noi  il simbolo vivente e il punto di unione della famiglia, le lacrime avrebbero voluto spuntare dai miei occhi.
La nuova giornata fu pi tranquilla: poca gente ferma in paese, molti ritornati dai loro rifugi notturni per attingere notizie e cercare commestibili, qualcuno che decideva ancora di partire. Si era sparsa la voce - poi smentita - di un bombardamento a Nicosia. Questo avrebbe provocato la nostra partenza, perch pensavamo che solo nel caso di incursioni aere sui centri abitati o di lotta violenta per il loro possesso la campagna avrebbe avuto vantaggi. Tuttavia, bisognava pur prendere una decisione. Anche lo zio Nino Passarello aveva stabilito di andare a Cic con Letizia e i bambini.
Nonna Rosa, malgrado le nostre pressioni e insistenze, non volle seguirli, per non lasciare la zia Maria, costretta a restare: Finch uno dei miei figli rimane qui - ci disse - rimarr anch'io". Restammo anche noi, e non fu male. A casa ci trovammo con la zia Maria Annina, Maria Letizia, Giuseppina ed Enzo, tornato ora da campagna. Passarono molti autocarri, tra cui uno carico di feriti. Al lume di luna, distinguemmo un soldato con la testa fasciata, poi altri tre distesi sulle barelle. E restammo a parlare a lungo di ci che avveniva, di ci che ci attendeva, dell'eventualit tremenda di vedere le pattuglie nemiche perquisire le nostre case.
Anche la giornata di oggi  stata relativamente calma. Stanotte il movimento di aerei  stato molto minore che nelle notti scorse, ma noi abbiamo dormito poco e male, ripensando ai discorsi di ieri sera. Verso l'alba, il passaggio degli automezzi si  accentuato.
Di mattina, dopo la Messa, sono rimasta a casa. Ho rassettato la mia stanza. Tanto, se ci sar l'invasione, se dovremo andare via, non potremo portare con noi queste cose. Ho continuato a faticare, aiutando gli altri a celare nei nascondigli le cose di maggior valore. La situazione pare stazionaria. Di tanto in tanto, passano automezzi in direzione di Nicosia o di Santo Stefano. Il bollettino ha annunziato che l'attacco nemico  stato contenuto, e pare non ci sia da credere alle voci che si diffondono circa un'ulteriore avanzata: chi dice fino ad Enna, chi persino a Gangi e a Polizzi. Questa notizia mi ha turbata: ho pensato ad Ada, con cui ho diviso tanto lavoro e tanti ideali, ho pensato a Rosa Lima, esempio anch'essa dell'amicizia pi devota e disinteressata.
Intanto, non arrivano n posta, n giornali: le sole notizie su cui possiamo contare sono quelle della radio. Ma qui, isolata in questo lembo della mia terra, nell'ansia di un domani doloroso per la Patria e per noi, sento sempre pi saldo il vincolo che ci unisce alla madre Italia, ai fratelli della penisola. Ho sempre amato l'Italia; e mai ho amato tanto questa terra di Sicilia, che ora vedo riarsa e sanguinante, calpestata dal piede nemico. E mai come ora, sotto la minaccia di un distacco, ho sentito la forza di questa unit spirituale che rende l'isola inscindibile dagli altri territori, di questa unit su cui non avevo mai profondamente meditato, perch mi appariva con l'evidenza di ci che  certo e reale.

Venerd, 16 luglio.
Andiamo sempre in cerca di notizie, ma raramente quelle che corrono di bocca in bocca hanno qualche fondamento. Stamattina si era sparsa la voce che Leonforte fosse stata occupata. Con Mamma, Franca Alfano e la zia Maria Annina eravamo ferme davanti alla casa di quest'ultima e discutevamo proprio di questo. Io sostenevo che non poteva essere vero, perch ci sarebbe gi maggior movimento di truppe a Mistretta. Intanto, passavano soldati di artiglieria, a uno, a due, a gruppi, con le coperte e il fucile a spalla, o con il fucile solo. Spinte dal desiderio di una notizia sicura, ne abbiamo fermato uno: "Diteci,  vero che sono gi a Leonforte?".
"Non so - ha risposto con forte accento settentrionale - vengo da Gela".
"Da Gela? A piedi? E cosa  avvenuto a Gela? E dove andate?". Le nostre domande incalzavano e si incrociavano.
"Eravamo quattrocento di una compagnia costiera, siamo rimasti una cinquantina.
Il fuoco delle corazzate ci distrusse i cannoni...  stato un inferno... Non avevamo pi che i moschetti contro i carri armati. Abbiamo dovuto cedere. Dobbiamo andare a Naso, ora. L ci saranno altre batterie e ci uniranno a quelle". Parlava piano, e noi nell'ansia di sapere stentavamo ad afferrare le parole.
"Ma siete stanco - ha osservato la zia Maria Annina -, che cosa potremmo darvi? Un bicchiere di vino?".
"Vino... - rispose - ma forse non potrei neppure bere ora, non mangio da ieri a mezzogiorno. Un pezzetto di pane cos, non pi di cento grammi. E poi ho fatto centocinquanta chilometri a piedi". Noi guardavamo meravigliate e addolorate. Dal suo volto emaciato traspariva una stanchezza estrema e, pi ancora di questa, la pena di aver dovuto cedere davanti alla schiacciante forza nemica, il rincrescimento di non aver potuto difendere con armi adeguate quel lembo di terra che gli era stato affidato. Lo udivamo ancora ripetere stringendo il moschetto: "Avevamo solo questi qui, contro i carri armati!".
Intanto, la zia pensava ad organizzare i soccorsi. "Ci vorrebbe un po'di pane - ha detto piano - ed  salita subito in casa, mentre noi restavamo a chiedere ancora particolari. Poco dopo la porta si  riaperta e la zia ha invitato l'artigliere ad entrare, mentre Giuseppina scendeva portando mezzo pane, un pezzo di formaggio e un involto di frutta, e Franca recava un bicchiere di vino.
Il soldato ha bevuto il vino e ha messo in tasca tutto il resto: avrebbe sbocconcellato il pane per via, ch doveva raggiungere i compagni, oramai lontani.
Gli chiedemmo ancora: "Da dove siete?". "Dall'Emilia". "E avete la Mamma, lass?". "La Mamma  morta, durante l'altra guerra. C' il Babbo". Gli abbiamo augurato di poter ritornare salvo alla sua casa. And via ringraziando di tutto. Ma noi ben altro avremmo voluto fare, per questi figli d'Italia in un momento di tanta sventura... E intanto siamo rimaste a guardare dal balcone gli altri artiglieri che passavano a cavallo, al suono dei pesanti zoccoli degli animali da tiro, staccati dai carriaggi abbandonati, sui quali avevano messo una coperta per sella, legato gli elmetti, i fucili e quanto altro avevano da portare. Avevano tutti lo stesso volto: il volto di chi ha fatto quanto era in suo potere, ed ha dovuto cedere, non per mancanza di cuore, ma per mancanza di mezzi. Noi pensavamo: "Che Dio li accompagni!".
Pap ha potuto parlare col tenente dello stesso reparto e con un soldato modenese. Ambedue hanno confermato quanto avevamo appreso. Il tenente ha detto di essere passato per Enna semidistrutta. Si fermeranno fino a sera e poi proseguiranno per Naso.
Sono passati anche potenti carri tedeschi che vanno ad alimentare la difesa di Catania. Il bollettino ha annunciato che dal territorio di Agrigento alla piana di Catania si resiste e si contiene l'urto nemico. Giungeranno altri rinforzi? Siamo pronti ad aggrapparci ad ogni notizia che possa risvegliare in noi la speranza, non di un ritardo - che sarebbe solo il prolungamento di un'agonia -, ma della cacciata definitiva degli anglo-americani.
Riceviamo da Colonna una lettera dello zio Michelino: anche quei luoghi sono stati oggetto di una incursione aerea. Una bomba  caduta in localit Catania, una da Sorbera - ed ha rotto alcuni vetri della nostra casa -, una alla Melenzana, una dallo zio Vincenzino - ed ha danneggiato alcuni olivi. Un aereo ha fatto sulla spiaggia un atterraggio di fortuna ed  ripartito portando via "un Generale ed un Principe", dicono i torremuzzesi. Il fatto pi importante  questo: al biglietto dello zio Michelino  allegata, insieme con la chiave della nostra casa di Palermo, che avevamo lasciata allo zio Nino, una lettera che questi, di ritorno a Roma e di passaggio da Torremuzza (era nell'aereo atterrato?), invia alla famiglia. E'il saluto di un uomo che deve allontanarsi dalla sua terra in rovina e dai suoi cari in un momento di pericolo incombente, non sa quando, n come, li potr rivedere ed ha il cuore che gli duole per la Patria e per loro: eppure, fa loro coraggio ed accenna a una speranza di migliori fortune. Parla cos solo per consolarci?
Eppure, c' veramente in fondo al cuore, sempre, anche nelle ore pi buie, la speranza di giorni pi lieti, forse lontani, tanto lontani. Forse qualcuno di noi rilegger allora queste pagine, scritte nei giorni del dolore, e ricorder la passione di queste ore. Forse nessun altro che noi legger questi fogli: ma, se essi dovessero andare in mano a chi non abbia l'esperienza di quello che noi abbiamo vissuto, anche se fosse uno straniero o un nemico, ci comprenda, perch il nome di Patria  caro a chiunque ha il diritto di chiamarsi uomo.

Sabato, 17 luglio.
Nulla di nuovo. In piazza, hanno demolito i marciapiedi alla svolta, per consentire il passaggio di grossi pezzi tedeschi di artiglieria, che erano rimasti bloccati mentre procedevano in direzione sud. Solo dopo abbiamo compreso il pericolo che avevamo corso: se l'aviazione alleata, che oramai domina completamente il cielo, si fosse accorta in tempo della colonna tedesca immobilizzata per ore dentro il paese, Mistretta avrebbe subito davvero un pesante bombardamento. Poi il passaggio delle auto  divenuto raro. Dal territorio di Agrigento alla piana di Catania si continua a combattere e a resistere. Noi speriamo.

Domenica, 18 luglio.
Mentre scrivo, mi sento invadere da una grande malinconia. Stamattina ero pi in forze. Sono stata dalla zia Maria Annina e ci sentivamo riconfortate dalle notizie di ieri. Poi, alle 13, la radio ha annunziato che i nostri hanno dovuto occupare, nel settore di Agrigento, posizioni pi arretrate, premuti dalle preponderanti forze nemiche. L'agonia continua. C' chi si conforta alle voci che corrono: gli inglesi lasciano libera la macinazione del frumento e porteranno chi sa quante belle cose. Dal canto mio, preferirei soffrir la fame con l'Italia, piuttosto che sottostare allo straniero.
Una lettera dello zio Michelino ci d qualche altro particolare sul passaggio dello zio Nino da Torremuzza: pare che non ci siano con l'atterraggio aereo quei rapporti che avevamo immaginato. Egli aveva un lasciapassare per Reggio Calabria:  probabile che abbia proseguito in auto. Da S. Giovanni e dalle altre campagne dove i nostri parenti si sono rifugiati giungono qui, come ad una centrale, lettere per noi e lettere da inviare agli altri sfollati. Tutti attendono, sperano e soffrono come noi. Intanto, il paese comincia a ripopolarsi. Molti ne hanno abbastanza delle colonie campagnole.
Stasera c' un'altra novit: in paese o nei pressi si trasferir il Comando di Corpo d'Armata di Enna. Pare si vogliano requisire Villa S. Sofia, che  disabitata, dato che lo zio Nino Passarello  ancora a Cic con la famiglia, e molte altre case, chi dice in citt, chi dice in campagna.
Non so che cosa accade fuori, perch sono stata tutto il pomeriggio in casa. Ho visto passare molte auto-ambulanze vuote, che, prima di proseguire verso Nicosia, sostano davanti alle scuole trasformate in ospedale.

Luned, 19 luglio.
Stanotte, Mistretta ha sofferto la seconda incursione aerea. Alcune bombe di piccolo calibro sono state lanciate sul quartiere di S. Nicola, colpendo la casa dei Cuva, di cui sono rimaste solo le mura esterne, quella di don Girolamo Di Salvo, che ha perso una cantonata, e qualche altra. Anche la casa dei Lo Turco, dietro la Chiesa Madre,  stata colpita da una bomba e danneggiata nei tetti. Una nuova ondata di allarme si  diffusa tra la popolazione. Intanto, il movimento militare cresce: abbiamo qui una sezione ospedaliera con numerosi automezzi; trasporti armati passano continuamente e sostano nel paese; molti soldati sono accampati alla Villa Comunale e allo Chalet. Per le vie si incontrano pi ufficiali e soldati che borghesi. Il paese sembra diventato una caserma: questo fa temere una pi generosa visita del nemico per questa notte, tanto pi che sono passati alcuni ricognitori.
Lo zio Vincenzino  salito da S. Giovanni e spera di persuadere anche noi a sfollare. Dietro le sue pressioni, la zia Maria Annina partir domani. Pap  sempre calmo e dice che non  ancora il caso di andare via. Intanto, abbiamo attrezzato a ricovero la cantina, che  semi interrata e protetta da volte potenti. E'un ricovero che potrebbe competere con quelli cittadini controllati dall'U.N.P.A.! Ma non ci sar la sirena ad avvertirci della vicinanza del nemico. Il segnale, se mai, sar dato dalle bombe.
Tre stanze di villa S. Sofia sono state requisite come alloggio di ufficiali medici. Il Comando di Corpo d'Armata andr, pare, in una villa fuori paese.

Mercoled, 21 luglio.
Oramai viviamo la vita di immediata retrovia del fronte.
Credo che l'adattabilit psicologica debba essere molto grande, perch oramai nulla di ci che avviene, per quanto lontano possa essere dall'abituale, mi desta meraviglia o mi sembra diverso da quel che avrebbe dovuto essere. Forse gli eventi mi hanno insegnato a prospettarmi come possibile anche ci che pu esservi di meno desiderabile; o forse dinanzi alla sventura l'anima si trincera in una provvidenziale insensibilit, che ci permette di superare i momenti pi ardui, quelli che ci abbatterebbero se lasciassimo dominare in noi le forze del sentimento.
Ricordo ora la mia Mistretta di altri tempi: una Mistretta tanto pacifica, con le sue brune case dai balconi fioriti e le vie animate, nei vivaci tramonti estivi, da lunghe teorie di mule cariche di biade, con i contadini che nei giorni di festa sostavano a gruppi sulla piazza, in camicia linda e giacchetta di fustagno, con le donne avvolte negli ampi scialli neri, che passeggiavano a file, lente e compassate, per la via maestra.
Oggi, nulla pi di tutto questo. Le fresche ombre della Villa Comunale nascondono macchine di guerra, e a tutte le cantonate sono fermi autocarri, coperti di rami di quercia e di ulivo, come fossero pronti per una sagra di paese: invece, son pronti alla battaglia. E da quelli balzano fuori soldati polverosi e madidi di sudore, giovinezze forti che forse la guerra stroncher domani.
Ci sono, ora, sull'edificio delle scuole tre grandi croci rosse: i soldati di sanit sostano sui gradini e nella piazza. E ancora soldati, soldati dappertutto, con le divise coloniali e con gli elmetti di acciaio, con gli zaini a spalla e con le gavette in mano, in giro per le strade o alle finestre delle tante case requisite dal Comando qui trasferitosi da Enna o dalla sezione di
Sanit venuta da Corleone. Siamo retrovia; ... tra quanto saremo prima linea? Oggi il bollettino ha annunciato che Caltanissetta ed Enna sono state sgombrate dai nostri. Ero gi preparata a sentir questo, ch da pi giorni le voci popolari davano per perdute le citt della Sicilia centrale. Ma sentirlo, cos, da una notizia ufficiale  un'altra cosa. D una certezza ineluttabile, sconsolante. E ora? Dopo Enna c' Leonforte, poi Nicosia, poi Mistretta. Siamo a poco pi di 50 chilometri dalla linea del fuoco. Forse tra poco, anche Mistretta non sar che un muccchio di rovine ai piedi del vecchio castello gi rovinato. Forse il nostro bel campanile, che da sette secoli veglia sulla citt, sulle sue lunghe ore di quiete, vedr passare le colonne nemiche, fra le vie deserte e le case serrate. E noi dove saremo? E le nostre case ci saranno?
Tra tutti i parenti, noi soli siamo rimasti in citt. Anche la zia Maria Annina  partita ieri, con i figli, per S. Giovanni. Tranne che in chiesa, non ho pi dove andare. Rimpiango la compagnia delle mie cuginette: ora sono pi sola e non so utilizzare nel lavoro queste giornate di clausura, perch mi manca la serenit necessaria allo studio. Pure, non  male questa solitudine: meglio che la folla. Mi sembra che non potrei vedere troppa gente. La gente si agita, spreca le parole, crede con eccessiva facilit ed altrettanto facilmente si rassegna poi allo stato di fatto senza troppe preoccupazioni ideali, fa sempre rumore, e questo dramma che viviamo  troppo grande per non richiedere il silenzio. Le mie ore migliori sono quelle di silenzio: quelle in cui, davanti a questi monti che ho sempre amato, e che ora sento di amare di pi, sento la voce della mia terra, al di sopra dei piccoli interessi e delle piccole contese degli uomini.
E'quasi sera. Hanno detto che le nostre colonne in marcia sono state mitragliate lungo lo stradale. Nella giornata sono passati molti aerei. C' il solito andirivieni di automezzi. All'ospedale sono giunti molti feriti. Tre erano gravi, immobili sulle barelle insanguinate, uno aveva una gamba troncata. E ne giungono ancora. Tutto ci riempie il cuore di tristezza. Anche Mistretta sar sgomberata dalle truppe. Il deposito del III Fanteria partir stasera per la zona di Messina. Anche il Comando e la Sanit dovranno spostarsi. E noi resteremo ad attendere.

Gioved, 22 luglio.
Ieri sera ho visto le ultime auto del III Fanteria e del Comando lasciare Mistretta. E'un bene che ci sia avvenuto, perch queste forze possano essere meglio utilizzate e perch il paese possa essere salvo dalla minaccia delle incursioni distruggitrici che tanti obiettivi militari avrebbero attirato. Pure, mi ha fatto tanta pena, perch mi  sembrato che l'Italia se ne andasse... Stamattina  giunto un battaglione della Milizia, che si  piazzato alle porte del paese, presso Villa Allegra. Le colonne ieri partite da qui sono state mitragliate da aerei nemici nel territorio di Reitano. Sul mare, gli aerei mitragliano i trasporti: lo zio Michelino ha assistito all'attacco di alcuni zatteroni. Questi si son difesi bene e hanno colpito uno dei velivoli. Il movimento bellico si accentua lungo la costa. Anche Colonna  piena di soldati del Genio, venuti via da Prizzi.

Venerd, 23 luglio.
Nel pomeriggio di ieri hanno gettato bombe al passo del Miro, mentre una vettura transitava sulla stradale. Un capitano, una crocerossina, un soldato sono stati feriti, e li hanno portati nel nostro ospedale. Giungono sempre pi feriti dal fronte: li vediamo entrare, sulle barelle o a braccio dei compagni; vediamo poi i meno gravi affacciarsi alle finestre o passeggiare sotto i portici.
Anche stamane si sono sentiti scoppi a due riprese: pare che si tratti di bombe presso Cic e di un'azione non precisata sul mare. Il ricovero  oramai attrezzato del tutto: da parecchi giorni zia Maria e i suoi dormono nella latteria, per essere pi vicini a scendere in caso di allarme; poi, ad ogni sparo che si sente, c' andirivieni e grande fracasso per tutte le scale di casa.
Giungono ancora notizie confuse sull'avanzata nemica. Si dice che una colonna agisca in provincia di Trapani, puntando su Palermo, e che un'altra - quella che si moveva in direzione di Mistretta - abbia deviato verso Gangi e le Madonie. In questi giorni, pi dell'usato, ho presenti al pensiero ed al cuore le mie amiche, quelle con cui dividemmo tante ore di pace ed anche di gioia, tante ore di ansia e di lavoro intenso. Poi la guerra ci separ, e nel lasciarci ci augurammo giorni pi sereni. Ricordo Ada Alberti e Rosa Lima, a Polizzi che vivr le stesse ansie che Mistretta vive; ricordo Maria Luisa Emanuele a Salemi, forse oramai aggirata e distaccata dal resto della Sicilia, se non occupata; e Delia Brienza a Prizzi, in cui si dice che il nemico sia gi entrato da alcuni giorni; e Giovanna Naselli a Ficuzza, sulla cui strada le colonne puntanti su Palermo passeranno; e tutte le altre, che sono per ora meno vicine al pericolo, ma che presto saranno raggiunte dall'onda travolgente della guerra. Non posso prevedere il giorno in cui sar possibile avere notizie le une delle altre, e meno ancora posso sperare vicino quello in cui ci rivedremo, con maggiore esperienza di vita, nel sereno ambiente che abbiamo lasciato a Palermo.
Quando potremo tornare? Laggi, la nostra casa  rimasta sola, con tutti i suoi balconi spalancati - giacch Pap credeva di dovere tornare immediatamente -, come ad attenderci. E forse, invece di noi, vedr arrivare ben altri occupanti.
L'avvenire  cos oscuro. Vorrei trovare una risposta alle mie tante domande, e guardo questa valle ancora silenziosa, come per cercarvi un indizio, una certezza. Ma la natura  tanto serena, e tutto tace. Pure, questo silenzio ha un senso di dolore, il dolore che  in noi e che si ripercuote su ci che ci circonda. Attendo altre notizie. Non posso dimenticare quella crocerossina ferita, all'ospedale. Ci sono creature che sanno veramente dare alla Patria. E io?
Giunge notizia dell'occupazione di Palermo. Oramai era inevitabile che ci avvenisse, ed  meglio che sia avvenuto senza lotta violenta e che la citt si sia salvata da altre distruzioni. La mia Palermo! Ci ho tanto vissuto, e quando la lasciai l'ultima volta, cos triste e devastata, mi volsi indietro a guardare la mia casa, pensando che forse non l'avrei pi riveduta. Ma non pensai che avrei potuto tornarci solo quando sulla citt avrebbero sventolato le insegne del nemico vincitore.

Sabato, 24 luglio.
Sono le 17, e da tre ore si sente un sordo cannoneggiare lontano. Forse sono gli echi della battaglia che si svolge tra Enna e Leonforte. I nostri tengono duro in questo settore e nella piana di Catania, ma le colonne nemiche giunte a Palermo avanzano verso oriente: questo  quanto si dice, perch l'energia elettrica manca e non abbiamo potuto sentire la radio. A quanto pare, la resistenza dovr essere organizzata nel territorio che corrisponde press'a poco alla provincia di Messina; anche Colonna diverr allora un caposaldo.
Nuove forze sono affluite stamane in direzione di Nicosia. Tranne questo, c' pochissimo movimento in paese; parecchio invece in casa, causato dal trasporto di ...tutto l'appartamento del secondo piano nella latteria, per cui bisogna cucinare e mangiare gi, con grande discapito della comodit e dell'ordine. Ma tutti questi piccoli inconvenienti mettono una nota di colore - una nota che potrebbe avere sfumature comiche - nel grigiore di questi giorni. La contingenza dei bisogni quotidiani, traendoci ad osservare situazioni e fatti che pur derivano dai grandi eventi che viviamo - e ne rappresentano il tono minore -, ci distrae dal pensiero della tragedia incombente, che, se fosse sempre nitido e nudo dinanzi a noi, ci schiaccerebbe. Vi sono, tuttavia, momenti in cui in cui sento acuta e piena la gravit della crisi che attraversa la mia Patria. Ne vedo allora senza attenuanti tutta la realt, terribile ed inevitabile. Eppure, ci non mi abbatte; e io resto ferma, sostenuta da una forza che non  mia, ad accettare tutto. Ieri sera guardavo le nitide moli della nostra Chiesa Madre: si stagliavano sul cielo ancora chiaro. Pensai alla Cattedrale di Palermo, alle sue absidi, alle sue guglie normanne: e rividi la citt nei momenti pi gloriosi della sua storia lontana. La rividi, lieta e fervida di vita com'era fino a pochi mesi fa; rividi,all'ombra della Cattedrale, corso Vittorio Emanuele, popolato - com'era l'inverno scorso - da centinaia di soldati uscenti dalle caserme; e pensai che ora vi sono, invece, le pattuglie americane. Ben altro che questi eventi avevo desiderato per la mia terra! Ma, per quanto grave possa essere oggi la nostra sventura, f, o Dio, che mai abbia a vergognarmi - dinanzi al mondo - di essere siciliana!

Luned, 26 luglio.
Per tutta la giornata di ieri abbiamo udito, continuo ed insistente, il rombo del cannone. A sera passarono molti autocarri carichi di soldati: cantando, andavano a morire. Sembra che sul fronte di Leonforte si resista; ma da occidente il nemico avanza.
Io spero, ma non so che cosa sperare. Meglio resistere? E se tanto sangue dovesse essere sparso invano e tante forze che potrebbero giovare di pi alla Patria fossero sprecate in un sacrificio inutile? Meglio cedere? E che cosa sarebbe poi della Sicilia? Degli interessi personali non mi preoccupo pi da un pezzo: avrei pena - certo -, se vi fossero danni in questo senso; ma pi per il dispiacere dei miei, che per la cosa in s. Ho imparato a distaccarmi da tutto; e mi sembrer ritrovato ci che - dopo la tempesta - rester. Ci che mi importa al di sopra di tutto  la salvezza della Patria. Non so in qual modo questo possa avvenire: ma questo chiedo a Dio. Che Egli, nella sua onnipotente piet, salvi questa nostra terra!
Stamane, al ritorno dalla Chiesa - oramai questa  l'unica meta delle nostre sortite - abbiamo trovato novit. C'era il carrettiere dello zio Michelino, latore di una lettera di lui. Da questa e dal racconto arruffato del messo abbiamo appreso che la battaglia si avvicina a Colonna e che gi ieri le artiglierie nemiche sparavano al di qua di Castel di Tusa. Le case - la nostra e quella dello zio Vincenzino - erano state aperte e occupate dai tedeschi. Lo zio Michelino e lo zio Carlo, con le rispettive famiglie, erano saliti verso Leanza per aspettare che la calma tornasse. Ma anche da qui scendevano truppe per arrestare l'avanzata. Tornare a Colonna non era possibile: dovettero decidere di recarsi - a piedi e lasciando tutto - gli uni alla Torre, dove giunsero ieri sera, dopo dieci ore di cammino, gli altri a Motta, ospiti dei propri coloni, camminando tra il fragore della battaglia vicina.
Altre e pi gravi novit ci ha portato la trasmissione radiofonica delle 13. Gi fin dal mattino circolavano voci al riguardo, ma credevamo si trattasse di fandonie. Tuttavia, aspettavamo l'ora del giornale con una certa impazienza. Al momento dell'annuncio del bollettino, invece dell'usata formula sentiamo: Comando Supremo. Bollettino di guerra n. 1177". Poi, la firma del generale Ambrosio chiudeva il testo. Comprendemmo che qualche cosa di insolito doveva veramente esserci: infatti, ecco il proclama del maresciallo Badoglio, nuovo Capo del Governo, che incita gli italiani alla calma e alla prosecuzione del lavoro, nell'ordine. Poi, una serie di disposizioni inerenti alla nuova situazione: la milizia incorporata nell'esercito, i poteri civili assunti dall'autorit militare, il coprifuoco in tutto il territorio del regno, il divieto di porto d'armi e di assembramenti. Stamattina  stato divulgato anche il proclama del Re al suo popolo, ma qui a Mistretta, dove al mattino manca l'energia elettrica, non ne abbiamo potuto conoscere il testo. Non ci aspettavamo quanto avviene. C' stato , dopo queste notizie, molto fermento in paese. La gente, uscendo dal Circolo Unione e dalle Societ Operaie, commentava con grande animazione; i feriti riempivano le finestre dell'ospedale e il bianco delle loro bende spiccava sui quadri oscuri degli interni.
Abbiamo spedito un messo con lettere urgenti per Cic, per S. Giovanni e per la Torre. Ed ora attendiamo con serenit gli eventi che seguiranno, fiduciosi nell'opera del nuovo Capo del Governo che viene in un momento tanto grave a reggere le sorti d'Italia, pronti a dare tutta la nostra opera, agli ordini del Re, per la salvezza della Patria.

Marted, 27 luglio.
Credevamo di potere conoscere oggi maggiori particolari su quanto avviene in Italia. E'stata comunicata fin da ieri sera la formazione del nuovo Ministero; ma, a parte questo, le trasmissioni radio sono oltremodo laconiche. La situazione militare sui fronti siciliani  invariata. Qui si fa la solita vita. Ieri il cannone ha taciuto; oggi lo udiamo ancora, di tanto in tanto.

Mercoled, 28 luglio.
Da ieri sera le cannonate e gli scoppi si fanno sempre pi intensi e vicini. Non abbiamo notizie ufficiali esplicite, ma si dice che la colonna americana del fronte settentrionale sia gi a Torremuzza. Anche se ci non fosse vero, certamente i nemici non possono essere molto lontani. A Cic e a S. Giovanni, i nostri parenti sono stati testimoni degli scoppi di numerosi proiettili alla foce e sul greto del torrente di Santo Stefano. Le granate sono giunte fin quasi alle loro case. Ci scrivono che non possono pi fermarsi in quei posti e chiedono consiglio a noi sulla scelta di un nuovo rifugio. Una postilla dello zio Nino Passarello ci informa che hanno deciso di partire immediatamente per Romei, dalla zia Maria Annina, salvo a spostarsi ancora verso la Radicata. Andranno tutti: e questa carovana - di cui fa parte anche la nonna Grazia, che, malgrado l'et e la debolezza  sempre forte nello spirito e pronta a sollevare chi si abbatte - dovr andare raminga per le campagne malsicure, per raggiungere una casa anch'essa probabilmente malsicura, oltre che scomoda per tanta gente, inconveniente che in questi casi non conta pi. Noi avremmo preferito che tornassero in paese. Mistretta, per ora almeno, sembra il posto meno pericoloso. Dalle campagne, lungo le valli, la gente fugge terrorizzata: gli scoppi rimbombano per tutte le forre, i proiettili piovono un po'dappertutto. Il cielo grigio e l'ululo del vento rendono pi cupo questo quadro da catastrofe. Malgrado ci, mi sento serena, pronta ad affrontare ogni eventualit. Ringrazio il buon Dio che mi d questa forza: so bene che non  mia.
Se  vero che gli invasori sono gi a Torremuzza, da Colonna sar gi passata la battaglia. Mi duole pensare che la casa e i campi ne abbiano sofferto; ma ancora non ne possiamo sapere nulla. Avremmo voluto mandare gli operai a chiudere le case rimaste alla merc di chi passa, dopo che i tedeschi ne hanno forzato le porte, ma questo non  il momento opportuno.
Riguardo agli avvenimenti politici d'Italia, abbiamo saputo dalla radio che a Roma l'avvento del nuovo governo  stato salutato da calde manifestazioni, con la citt imbandierata, e che tutto procede con ordine. Speriamo bene. Occorrerebbero tanta unione, tanta buona volont di popolo, tanta saggezza di governanti, per superare le enormi difficolt di quest'ora. Giunge un soldato in motocicletta dall'interno. Tutti gli si affollano intorno e chiedono notizie: egli dice - o gli fanno dire - che le colonne nemiche hanno oltrepassato Nicosia, senza incontrare resistenza. Se ci  vero, ora tocca a noi. Ma io ci credo poco, perch c' il solito andirivieni di automezzi: dove andrebbero, se Nicosia fosse occupata?

Gioved, 29 luglio.
La situazione militare continua ad essere confusa. Stanotte, silenzio profondo: n bombe n cannonate, n rombo di aerei, n passaggio di automezzi. Lungo la giornata, traffico normale e spari lontani. Forse, le colonne avanzanti sono giunte al di l di Santo Stefano e la battaglia si  spostata. Ma, allora il bivio dovrebbe essere occupato, e passano invece molte macchine provenienti da quella direzione.
Dal lato di Nicosia, tutto tace. Il battaglione dei Militi  andato via. Son venuti pochi soldati tedeschi, per trincerarsi - dicono - presso Villa Allegra. Dal fatto che altri mezzi motorizzati scendono a valle si deduce che Nicosia non deve essere stata ancora presa.
Non si pu uscire dal paese; quindi, riesce ancora pi difficile sapere qualcosa di preciso. C' chi dice che Santo Stefano  distrutta; chi dice che  intatta; chi dice che solo la fila di case prospicienti il fiume  colpita. Molti assicurano che il ponte  stato fatto saltare. Dai nostri? Dai nemici? Chi sa! Tra tante incertezze, credo che l'unica soluzione saggia sia quella di non prestare fede ad ogni notizia, anche se portata come sicurissima, e di attendere serenamente, senza agitazione e senza inutili orgasmi, quel che avverr.
A sera, ho visto la pattuglia tedesca andare via. Passavano in fila indiana, come ombre, con i fucili, le pale, le mitragliatrici, e scendevano gi verso S. Giuseppe e il fiume, per prendere i sentieri montuosi che, attraverso la Radicata, conducono al di l di Caronia.
Da Roma giunge notizia delle decisioni prese nella prima riunione del nuovo Consiglio dei Ministri. Abbiamo udito ieri sera che  stato sciolto il partito nazionale fascista e che  stato abolito - come organo incompatibile con il ritorno alla normalit costituzionale - il Gran Consiglio del fascismo. E'pure abolito il Tribunale supremo per la difesa dello Stato, le cause di competenza del quale passeranno ai Tribunali militari. Oggi  stata data comunicazione dello scioglimento della Camera dei fasci e delle corporazioni. Le elezioni dei deputati della nuova Camera si faranno entro quattro mesi dalla cessazione delle ostilit; i condannati politici saranno liberati. Sono stati, invece, fermati alcuni componenti del disciolto partito fascista;  stato effettuato un vasto movimento di prefetti; altri provvedimenti ancora sono stati adottati per liberare la Nazione dalla bardatura che ne imprigionava i movimenti e le dava una fisionomia imposta e non aderente al suo spirito. La reazione con la quale gli italiani hanno salutato la caduta del fascismo ha mostrato come questo fosse una montatura non sostenuta dall'animo del popolo. E il popolo oggi, come fosse liberato da una cappa di piombo che gli impediva i movimenti e il respiro, fa sparire tutto ci che gli ricorda il regime che fu. Anche qui a Mistretta  avvenuto questo: ci eravamo affacciati, appena finito il giornale radio, commentando le nuove disposizioni; guardammo la Casa del Fascio: in men che non si dica, tutte le insegne erano scomparse. Ho una grande speranza ora: che questo ritorno alla normalit giovi a cementare lo spirito di unione e di resistenza tra gli italiani. Troppa pena mi ha fatto il costatare l'incertezza di idee che si  diffusa tra il popolo in fatto di Patria e di partito. L'una si confonde con l'altro e - senza comprenderlo - si nuoce alla Patria per risentimento verso il regime. Vorrei che il nuovo governo riuscisse veramente ad assolvere nella giustizia il suo difficile compito. Vorrei che conquistasse in tutta la sua pienezza la fiducia degli italiani, che gi forse si manifesta. Vorrei che non possa esservi uno solo tra gli italiani di Sicilia che osi auspicare una ipotetica quanto assurda indipendenza dell'isola.

Venerd, 30 luglio.
Stamattina le truppe americane sono entrate a Mistretta. Quattro colpi di cannoncino, regolarmente distanziati, hanno salutato la nostra sveglia. Poi nulla. Ho continuato a mettermi in ordine. Antonio, che con Pap era andato a guardare dai balconi dello studio, mi ha chiamato: "Vieni: ci sono pattuglie di americani!". Di corsa sono andata a vedere: un soldato chiedeva qualcosa al nostro piantone motociclista, poi si  volto risolutamente, allontanandosi a grandi passi. Sembrava quasi un tedesco, ma vestiva una divisa strana, insolita tra noi: aveva un elmetto grande, pesante, dalle falde slargate, e un'aquila rossa nella parte pi alta del braccio. A tracolla, aveva una radio trasmittente portatile, con la quale riferiva al suo comando le notizie che andava apprendendo. Poi un altro soldato, simile al primo, si  avvicinato alla porta dell'ospedale, dove facevano gruppo, con gli ufficiali e i soldati di sanit, alcuni carabinieri. Abbiamo visto passare i rappresentanti del comune. Intorno, si radunavano i curiosi ad osservare; di tanto in tanto, le grida degli agenti dell'ordine che li disperdevano, ed allora, per un momento, le strade diventavano deserte.
E'passata qualche ora di attesa. I soldati della sanit stavano sempre sulla soglia, i feriti alla finestra. Alcuni motociclisti della ex milizia, dopo lunghi tentativi di mettere in moto le loro macchine, si sono avviati verso l'estremit sud del paese. E'passato poi un plotone di artiglieria da montagna. Abbiamo saputo che i quattro americani della pattuglia erano stati disarmati e, per il momento, fatti prigionieri.
Verso le dieci si  sentito pi intenso il brusio. Mi hanno chiamata alla finestra. Da dietro le persiane chiuse, ho visto gente sbucata non so da dove: uomini, donne, bambini. Ecco apparire il primo americano, poi un altro, poi tutta una fila. Uno di essi, che mostrava una maggiore autorit ed aveva l'elmetto coperto da una rete antiriflessi - ho saputo poi che era un capitano - si  avanzato, per parlare coi carabinieri e con i rappresentanti del comune. La gente applaudiva e tributava liete accoglienze. Io ero profondamente triste. Avevo visto crollare ad una ad una, con la sopraffazione dei nostri presidi pi lontani, le speranze di una ripresa, da parte nostra, della iniziativa militare. Avevo visto il nemico abbattere tutte le linee di resistenza, occupare le colonie pur tanto care al nostro cuore, attaccare anche il territorio nazionale, dilagare in una delle pi belle regioni italiane, in quella che per me  la pi diletta e per tutti  uno dei cardini della Patria. Il dolore continuo, crescente, accumulato da tante sventure, ha trovato il suo culmine oggi che ho visto, nell'immediatezza cruda della realt, gli avversari passare per le vie della mia citt natale. L'occupazione,  vero,  stata calma; gli americani assicurano di essere nemici del fascismo, e non del popolo italiano; ma ci non toglie che quello che avviene sia terribilmente umiliante e renda pi vivo il ricordo e il dolore dei disastri che a questo ci hanno portato. E non toglie che terribilmente umiliante sia stato lo spettacolo che mi riempe gli occhi e le orecchie e che acuisce la mia pena pi di ogni altra considerazione. Questa gente, che oggi si fa avanti, per troppo tempo fu oppressa da un regime soffocatore di ogni libert umana. Un errore di valutazione, favorito dall'ignoranza, dall'ingenuit, dalla facilit all'entusiasmo e alla disillusione, ha affievolito nell'intelligenza e nel cuore di questi uomini e di queste donne l'idea di Patria. Non vedono, al di sopra e al di l del partito che li tormentava, l'Italia, che ha il diritto all'amore di tutti i suoi figli e che oggi ne attende l'opera per la sua ricostruzione.
La ribellione a un sistema, sorda e contenuta per tanti anni,  sbocciata in un amore di libert, per cui questa si accetta, anche quando  promessa da coloro contro cui ancora la Patria combatte. Per questo non posso condannare; per questo l'umiliazione, lo sdegno, la vergogna si tingono di piet. E, in fondo alla piet, c' una speranza: quella che un giorno - Dio voglia che non sia lontano - uniti ancora all'Italia, possiamo vedere, nella libert che  sacro diritto di ogni uomo, la resurrezione di un popolo, che, uscito dal crogiuolo sanguinante della guerra, ritrovi nel lavoro e nell'ordine il senso della sua dignit. Devo ringraziare Dio, che oggi ha voluto noi, i nostri cari, le case nostre, il nostro paese, salvi nella tempesta; e credo e fido, oggi pi che sempre, in una Provvidenza divina che veglia non sugli uomini soltanto, ma sulle nazioni. Essa sapr ricondurre la mia Italia nel cammino della giustizia, della pace, della prosperit.
Ma ritorno al mio racconto. Il capitano ha discusso a lungo, con l'aiuto di un interprete, mentre i soldati si disperdevano tra la folla curiosa. Ho visto poi i nostri artiglieri, recando la bandiera bianca, avanzarsi con passo stanco. Erano senza armi, alcuni avevano la testa fasciata. Li ho visti in fila fiancheggiati dagli americani: prigionieri! Una bandiera bianca sventolava sul campanile; ma il Tricolore era ancora - accanto alla Croce Rossa - alla porta dell'ospedale.
Passavano molte macchine; poi, non ho potuto pi guardare. Sentivo uno scoramento profondo, un bisogno di quiete assoluta. Cercavo un momento puro che rinsaldasse le mie forze. Sono scesa gi. Passavano aerei. Mamma, guardando il cielo oramai libero dalle nubi che l'avevano velato, ha detto : "Sembra un sogno". Sono rimasta un momento in silenzio, poi ho risposto: "Si, un sogno che  un incubo!".
Sono trascorse alcune ore di calma pesante. Non c'era un soldato per la via. Sembrava che nulla fosse accaduto. Ora, l'animazione  tornata: passano macchine e cannoni; le divise color kaki degli occupanti spiccano tra il formicolio scuro della folla. Il banditore, fermandosi a ogni dieci passi, grida con voce stentorea: "Di stasiraaa... finu a dumani matina priestooo... hati a'stari tutti 'nchiusi....masinn vi sparanu...!".

Domenica, 1 agosto.
Terzo giorno di occupazione: macchine, macchine, macchine passano per le vie.
Sono strane automobili piatte, bizzarre vetture anfibio, grossi autocarri cingolati. C' un movimento militare intenso, come c'era prima, ma queste macchine che vengono e vanno sono tutte segnate da una grande stella bianca; e strani e diversi sono i soldati che le montano e si soffermano sulla via. E ben diversa  anche la nostra condizione di oggi: andando per la strada tra questi uomini venuti da un altro mondo, camminando ai margini per lasciare libera la via alle macchine fragorose e veloci, vien voglia di chinare il capo: perch noi comprendiamo ci che molti non comprendono, che noi siamo i vinti, che essi sono i vincitori.
Sentiamo ancora il fragore della battaglia. La linea di resistenza  stabilizzata tra Santo Stefano, Regalbuto, Centuripe e Catania. La zona di Mistretta ne  rimasta appena fuori, ed oramai tutti quelli che erano fuggiti nelle campagne fanno ritorno alle case non pi minacciate dal cielo.
Anche i nostri sono tornati ieri mattina da Romei. Ci siamo finalmente riveduti in un giorno pi calmo, se non meno triste, di quello in cui ci eravamo lasciati. Abbiamo tanto parlato insieme, ch troppe cose avevamo, troppe ne abbiamo ancora da dirci. Ciascuno ha le sue avventure, ciascuno ha il suo particolare drammatico da inserire nel dramma generale: noi, la triste scena dell'entrata degli occupanti; loro, quella paurosa degli scoppi sugli orti di Santo Stefano, l'emozione delle palle fischianti sulla casa di S. Giovanni e delle granate dirompenti a Cic, il trambusto notturno e la fuga mattutina a Romei... Ma, pi di tutto ci  presente, e sempre si manifesta nelle nostre parole, il pensiero di questa nostra povera Patria, che vediamo dolorare oggi e per la quale temiamo duro il domani.

Domenica, 8 agosto.
Oramai i giorni si susseguono tutti simili e ognuno di essi porta la sua tristezza, le sue speranze lontane, indefinite, quelle di cui l'anima umana non sa fare a meno, anche se non possono divenir concrete perch la ragione non prevede il modo in cui si possano attuare. In paese si vive quasi come prima. Ancora l'orologio del campanile batte le sue ore, ancora a mezzanotte e a mezzogiorno rintocca prolungato il din-don, ancora le campane suonano, qualche volta a festa, pi spesso a morto; e la vita continua a definirsi nel tempo, come sempre, un po'malinconicamente segnata da tanti rintocchi vibranti nell'aria, mentre il grigiore della nebbia comincia a divenire pi frequente, perch nell'estate piena si sente il messaggio dell'autunno non pi lontano. Dopo dieci giorni dall'occupazione americana, sentiamo ancora il rumore della guerra, se pure sempre pi sordo e distante. Pi vicino e frequente del cannone, si ode lo scoppio delle mine che le pattuglie rastrellatrici fanno brillare; e sempre, di notte e di giorno, ci accompagna il fragore delle macchine potenti per le vie piene di soldati, il rombo degli aerei veloci solcanti il cielo a squadriglie numerose. E tutto ci ci dice che - pi lontano - si combatte ancora, e su altri campi, presso altre cittadine un giorno liete e tranquille, infuria la tempesta che ci ha sfiorati
Intorno a noi, la terra conserva le tracce dolorose della lotta; gi, scendendo a valle fino al mare, fino alla fascia litoranea che ha sofferto la fase pi ardente della battaglia, se ne incontra il segno ad ogni passo. Mine, granate, bombe a mano sono disseminate per la campagna spoglia; qua e l, munizioni abbandonate presso le case scassinate e rimaste alla merc di chi passa. Il ponte, il bel ponte ampio dalle cinque arcate, su cui scendeva gi dalla valle il soffio dell'aria montanina, da cui salutavo passando il lontano castello di Mistretta, ora non c' pi. Ci sono invece nuove strade di fortuna, tracciate da possenti nuove macchine portate dagli occupanti. Nei centri abitati rimasti sotto il tiro delle artiglierie e sulle vie di transito delle truppe, a Santo Stefano gi occupata, a Marina di Caronia ancora contesa, non sappiamo quel che sia avvenuto. E stiamo tanto in pena per la zia Giuseppina e gli altri parenti di laggi: non sappiamo neppure dove siano andati. Non vi  alcun modo di comunicare, tranne la buona volont di qualcuno che, superando il pericolo delle mine e passando per sentieri di campagna, riesce a portar qualche nuova da luoghi tanto vicini, ma che sembrano divenuti immensamente distanti. Anche da Colonna  passata la guerra: l'avevo presentito questo, l'ultimo giorno che vi rimasi, e l'avevo visto cos, come ora  realmente. Gi per la discesa, sotto ogni albero  una trincea; armi e bombe a mano sono sparse a terra nel piano e nell'orto; da per tutto rimangono i segni di quei giorni duri.
Le case sono spoglie: dopo la prima occupazione dei tedeschi, dopo che la maggior parte di ci che vi avevamo lasciato era stato portato via da chi sa chi, dopo che lo zio Nino Passarello e lo zio Vincenzino vi si erano recati per costatare i danni ed avevano fatto richiudere le porte delle case e dei magazzini, un nuovo scassinamento - degli americani stavolta - ha portato a una nuova occupazione, con conseguenti danni. Ora - dicono - le mitragliere antiaeree sono piazzate sulla grande terrazza, i carri armati sostano sul piano, e gi, sulla riva di Torremuzza, tante e tante navi americane sbarcano nuovo materiale da guerra in un piccolo porto improvvisato.
La tempesta  passata, pure se il suo rombo lontano ci dice che non  ancora spenta. E'passata e ha lasciato in noi pi dura la esperienza e pi forte il desiderio di quiete. C' tanta stanchezza intorno, tanto bisogno di pace, ma di una pace vera, che non sia una larva apportatrice di nuove rovine, che non trasformi ancora l'Italia in un campo di battaglia, su cui gli stranieri giochino le loro partite vitali.
Bisogna riconoscere - per amor di giustizia - che gli americani, come vincitori, non si comportano male. Siamo in regime di governo militare e sono stati banditi proclami bilingui in quantit: regolamenti di ordine, coprifuoco, consegna delle armi. Non vi  stato nessun miglioramento nella situazione alimentare e nel sistema delle tessere annonarie: il che ha calmato un po'i bollori degli illusi. Ma di questo non si pu dare la colpa agli occupanti; se mai, si pu sorridere della ingenuit di molti buoni paesani, convinti che gli anglo-americani facessero la guerra per il gusto di portarci le scarpe di cuoio e il pane bianco. Pu darsi che tra due o tre mesi qualche carico di rifornimenti arrivi..., ma prima quanti carichi di armi, di macchine e di benzina dovranno attraversare l'Atlantico?
Ci che fa pi pena osservando quanto si svolge intorno a noi  questo: credevamo che esistesse un popolo italiano; e ci accorgiamo, invece, che c' una plebe priva di senso civile e di ritegno morale, pronta a gridare osanna a qualsiasi vincitore, purch prometta "panem et circenses". Non sento disprezzo per questa gente, che avrebbe solo bisogno di luce e di educazione. Non sento odio, n risentimento per questi uomini di oltre oceano che vestono una divisa militare e son pagati a due dollari al giorno, che vanno distribuendo caramelle e regalano sigarette e scatole di carne: no, anch'essi sono soldati che obbediscono a un comando, anch'essi hanno combattuto e son lontani dalle loro case. Sento solo sdegno per chi chiede e accetta come una grazia i loro doni, e non si accorge che la libert - quella libert vera che i popoli devono saper meritare - non pu essere portata da stranieri in armi a gente che in vile quiete cerca il pi egoistico adattamento in ogni situazione, n pu sussistere finch uomini di oltre confine - non importa se tedeschi, inglesi o americani - si accampano armati nelle nostre citt.
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