GELOSIA
di Alfredo Oriani

VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA AMEDEO MARCHINI

Capitolo 1
Nell'afa del meriggio Mario sollecitava colla frusta il grasso cavallo.
La strada, larga e dritta, in quell'incendio di sole sembrava confondersi col
tremolo dell'aria, entro la quale la polvere, sollevandosi, metteva tratto
tratto una nebbia giallognola. Il caldo era soffocante. L'ombra, ritiratasi
sotto gli alberi, ne allargava la base dei tronchi, e l'erba appariva sporca
sui margini dei fossi, mentre nella strada solitaria il solco dei veicoli e
l'orma dei piedi si vedevano sino molto lungi, profondi quanto nel fango.
Non s'incontrava anima viva. Solo il coro delle cicale, nascoste fra le
fronde, seguitava a cantare con tale monotonia, che vi si sentiva sotto
l'oppressione del silenzio. Poi qualche uccello, staccandosi dalla cima di
un albero, sembrava gettare un lieve strido d'impazienza, e passava rapido
nel sole.
La vecchia e larga carrettella era gi tutta bianca.
Mario, abbandonato sull'alto dossale, cogli abiti scottanti e le redini
lente, si era calcata la cappellina di paglia gialla sugli occhi, e ogni
tanto li socchiudeva. Al disopra delle siepi spessi lampi gli giungevano,
accesi dal sole sulla lucentezza metallica delle foglie; vedeva un nuvolo
d'insetti aggirarsi in vortice denso e silenzioso; poi un tafano schizzava
rapidissimo intorno al cavallo, gli si librava sul collo, sulle reni , sulla
groppa, sfuggendo d'un colpo per ritornare coll'insistenza di velocit, che
nulla poteva stancare.
Il viaggio non era lungo.
La strada, appena fuori della citt, s'internava fra le colline separate da
una florida distesa di campi. I poderi spesseggiavano; le case coloniche,
vecchie e malandate, si travedevano come una macchia dentro la verzura, ma la
terra in quel mese di luglio lussureggiava. Le stoppie coi gambi qua e l
schiacciati, dello strame sfuggito alla falciatura, parevano immense pezze
di un cinereo caldo fra i filari verdi delle viti; le canape alte e cupe
alitavano un aroma amaro, mentre i gelsi, sfogliati da poco, sorgevano come
scheletri tra quella pompa e quella fiamma solare cos intensa, che l'anima
stessa si addormiva in fondo alle proprie ombre.
 Ci vorr ancora mezz'ora  disse la vecchia Teresa, che il moto sobbalzante
della carrettella aveva quasi addormentata; quindi si trasse pi innanzi sul
naso il fazzoletto cremisi di seta, col quale si riparava dal sole.
Non avevano ombrello, Mario annu senza rispondere.
Il vecchio cavallo trottava pesantemente alzando la polvere, in nuvola, sotto
il suo largo ventre; e teneva le orecchie e il collo basso, quasi ad annusare
il terreno, senz'altra vivacit che nella coda, colla quale si schermiva da
un volo di mosche querulo ed ostinato. Pareva che, conoscendo da lunga pezza
la strada, la dimenticasse nella sicurezza di una fatica automatica. I suoi
finimenti sotto quel polverio diventavano anche pi poveri, la carrettella
oscillava con un suono di ferraglia, interrotto a quando a quando dal cigolio
di una ruota o dal tremito argentino dei lampioni. Era quasi sverniciata, coi
cuscini e i parafanghi in brandelli.
Mario guard in alto respirando forte; dalla mano, posata sul pomo ardente
della martinicca, gli veniva una sensazione dilettosa. Il cielo abbagliante
di serenit s'abbassava dietro i colli come una immensa tenda, attraverso la
quale i raggi del sole imbiancavano il proprio oro per cadere in una
invisibile pioggia di aghi dritti e continui, che foravano la pelle.
Ma quell'azzurro, quasi biancheggiante come la polvere della strada, rendeva
il cielo anche pi vasto nella scialba uniformit del colore. L'orizzonte era
scomparso, sui colli diventati quasi pi bassi non si discerneva pi che una
vampa, e nella solitudine della strada non passava viandante, e dai campi,
ove gli alberi lasciavano spiovere stancamente le foglie, non un soffio
faceva tremolare l'immobile intensit dell'ora.
Mario si sentiva arroventato.
Quegli abiti in tela leggera, di un color chiaro, gli lasciavano penetrare
nel sangue un calore indefinibile; gli pareva di non potersi muovere, come
nella prima oppressione del sonno, e nullameno un crescendo irresistibile
di vita lo sopraffaceva. I raggi del sole gli percotevano sul ventre.
Aveva la bocca riarsa e gli occhi torbidi.
E il contatto della Teresa, traballante al suo fianco per gli scuotimenti
della carrettella, gli raddoppiava quel caldo, nel quale lentamente gli
veniva sugli occhi socchiusi un sogno anche pi ardente e luminoso.
Erano usciti dalla citt nel pomeriggio. Sapendo di essere atteso a pranzo
per le due, perch l'avvocato gli aveva precisata l'ora nel lasciargli la
moglie del fattore colla vecchia carrettella per il viaggio, Mario era
tornato prima a casa per mettersi quell'abito nuovo e quelle scarpette gialle
all'ultima moda, calcolando sull'effetto di tale piccola eleganza in
campagna. Ma, appena fuori di porta, il caldo l'aveva oppresso; non era
possibile spingere il cavallo ad un trotto maggiore, poi sarebbe stata
un'imprudenza colla Teresa. Quindi, nell'abbacinamento di quella luce,
tutte le idee gli si erano confuse, mentre allungandosi involontariamente
sui cuscini, come dentro un bagno, tratto tratto protendeva il ventre con
un sorriso sulle labbra secche.
La strada saliva adagio, torcendosi a molte svolte. Il cavallo solo stava
desto; grosse chiazze di sudore gli macchiavano gi la groppa, mentre
proseguiva in quel trotto cadenzato, imprimendo alla carrettella una
oscillazione quasi ritmica. Siccome era domenica, e quella l'ora del pranzo,
non avevano ancora incontrato alcuno. Poche ville non ricche interrompevano
le siepi coi cancelli verdi di legno; i colli correvano d'ambo i lati della
strada con lieve ondulazione, senza spezzare la propria linea: le siepi molto
alte e i filari a festoni piantati lungo di esse, li nascondevano sovente.
Al ponte della Torretta, la Teresa si rizz di soprassalto sulla schiena;
erano vicino alla villa.
 Credo che il burro si sar disfatto nel cassetto, con questo caldo; il
signor avvocato si lamenter. 
 La colpa non  nostra. 
 Non  stata una bella idea di farci venire a quest'ora. La signora
Annetta, che  cos bianca, ne sarebbe morta; senza ombrellino non osa
nemmeno uscire sul prato. 
Allora parlarono di lei. Mario rispondeva appena, ascoltando; la Teresa
pareva fare qualche riserva sulla padrona.
 Andiamo dunque, Carlone  si rivolse al cavallo;  se avessi guidato io,
saremmo gi arrivati. 
 Ecco le redini: avete voluto che le tenessi... 
 In citt! Un bel giovanotto,  aggiunse sorridendo sardonicamente
 farsi vedere guidato da una vecchia come me! 
Erano arrivati. Si vedeva il cancello rustico con due pioppi a fianco;
un battente era aperto.
Sul prato della villa non usc alcuno. La Teresa smont, trasse dal cassetto
il cartoccio del burro, e torn poco lungi alla propria casa col cavallo a
mano, lasciando Mario entrare solo nel casino. Egli si ferm un istante
all'uscio verde. Cos in piedi, vestito di chiaro, biondo e roseo sotto i
raggi del sole, era un bel giovane; aveva le spalle larghe e le gambe dritte.
La freschezza del suo volto, illuminato dal sorriso degli occhi cerulei e
delle labbra rosse, perdeva della propria femminilit con quei baffetti,
tirati su pretensiosamente alla spagnola; ma in quel momento era velato
di malinconia.
Entrando nell'andito, che apriva il casino per tutta la sua profondit,
s'incontr nell'avvocato in manica di camicia e colla pipa in bocca. La
sua grossa figura, nella libert di quello scarso abbigliamento, pareva
anche pi greve; le bretelle a crociera gli reggevano i calzoni tagliando
il bianco della camicia con righe multicolori. Cominciava gi ad essere
calvo e brizzolato, colla barba tagliata a punta, ma di un pelo cos piatto
che sembrava di primo tempo un empiastro. Nullameno la fronte alta e due
occhi neri, penetranti, davano alla sua fisonomia una specie di nobilt
intelligente, mentre il sorriso della bocca, sotto il naso grosso e
sensuale, ne compiva il carattere bonario.
 Ah! avete il burro, caro Mario; ne faremo dei crostini per l'antipasto.
Date qua, lo porto io stesso in cucina. 
Ma la cuoca usc da una porta laterale.
 Gi!  esclam, vedendo tutto il cartoccio unto:  sar diventato rancido,
e poi daranno la colpa a me. 
L'avvocato sorrise.
 La signora Annetta?  chiese Mario.
  su. Avete finito quella memoria? 
E attirandolo sopra il vecchio sof di percalle, poco pulito, gli parl di
cose legali. Mario si era tratta la cappellina, e si asciugava il sudore con
un fazzoletto bianco, a larga orlatura fiorata, cercando di non scomporsi la
scriminatura; ma rispondeva attent, con molta deferenza, a tutte le sue
interrogazioni.
In quell'andito fatto dalla profondit di tre camere, e chiuso da due
massicci usci verdi senza controporte o invetriate, la temperatura,
arrivando dal di fuori, era quasi troppo fresca. Mario si rimise la
cappellina, e si abbotton la giacca. Nel mezzo sorgeva la tavola,
imbandita quasi poveramente, se non fossero state le vecchie posate
d'argento a darle un'aria signorile su quella tovaglia grossa e coi piatti
di maiolica spaiati. Alcune foglie di vite sotto i bicchieri vi facevano
una fresca macchia verde di una semplicit poetica; due bottiglie di vino
bianco tramandavano qualche iride aurata.
C'era un altro divano e un tavolino a muro, zoppo da un piede; nessuna
pittura alle pareti, delle quali l'intonaco era qua e l caduto; ma alcune
chiazze di umidit avevano sporcata la volta con un colore odioso di muffa.
Le sedie scompagnate mostravano la paglia rotta.
Quel casino, con un grosso podere, l'unica eredit lasciata all'avvocato dal
padre, era in pessime condizioni; ma, sebbene lo studio gli prosperasse, egli
aspettava, da buon borghese, di poterlo rimodernare senza inconvenienti per
le proprie finanze. Ora non aveva arredato che l'appartamento di citt per
contentare la vanit della signora Annetta.
Quando l'udirono discendere le scale, Mario si cav la cappellina alzandosi
in piedi.
 Siete arrivato finalmente!  ella grid con accento allegro prima ancora
che potessero vederla, saltando gli ultimi due gradini a pi pari come una
bambina.
Infatti ne aveva quasi la fisonomia, ma la statura, il corpo florido col
petto e le anche opulenti, un'immensa capellatura bionda scarduffata sulla
fronte, e una ricercatezza minuta e stonata qua e l nel vestito, ne facevano
una donnina adorabile. La sua fisonomia, d'una regolarit vicina alla
perfezione, di primo tempo non impressionava; i suoi occhi troppo grandi, di
un verde che talvolta pareva turchino, non avevano abbastanza luce; la sua
bocca fresca, coi denti bianchissimi, parlava e rideva colla stessa vivacit;
le sue guance avevano la brina delle pesche, mentre la sua fronte liscia, di
un bianco pi intenso, pareva una benda sotto l'oro ardente dei capelli. Il
suo abito di mussolina a righe era di una temerit ignorante. Aveva la vita
troppo lunga anche per la moda, gli sbuffi delle maniche troppo salienti
sulle spalle, la gonna troppo stretta sui fianchi, la scollatura circolare
troppo bassa e mascherata da una bavarina larga, di un bianco rugginoso,
cogli orli rosa. S'indovinava subito una pretensione d'eleganza non aiutata
dalla fine esperienza del gusto. L'arruffio dei capelli, cos voluminoso,
faceva pensare ad un turbante, e le calze nere ad un prete, ma invece aveva
le scarpette chiare. Nonpertanto la sua giovine bellezza trionfava di tutte
quelle stonature; ed era cosl ilare nella coscienza della propria perfezione,
si capiva tanto bene che quella testolina rosea e raggiante non avrebbe mai
pensato, la limpidit cristallina de' suoi occhi era talmente piena d'iridi,
il sorriso delle sue labbra cos inconsapevole di bont, la sua salute cos
trionfante e la sua anima cos vuota, che una luce di simpatia l'avvolgeva
come quei bimbi, dei quali la contentezza  un contagio, e la scempiaggine
dei giuochi una ricreazione per tutti.
Venne incontro a Mario, gli strinse la mano, togliendogli dall'altra la
cappellina, che and ella stessa a deporre sul tavolo a muro.
 Raccontatemi tutto. Siete passato per la piazza? Avete visto la baronessa
andare in Duomo. Scommetto che aveva l'abito rosso dell'altra domenica!...
E le Falconi? La Ghita, sempre con quel cappellino a sporta... oh! se si
vedesse! No, aspettate, signor Mario: voi gi non ci avete badato, ma le
Tivaroni,  impossibile che non le abbiate vedute coll'ingegnere dietro.
Carino anche lui! Chi sa come la gente avr riso vedendovi colla Teresa
su quella carrettella! 
E, beata del proprio cicaleccio e di tutta quella fantasmagoria di
evocazioni, si abbandonava ridendo sulla sedia, coi piedi sporgenti dalle
sottane, e col seno troppo stringato, che le tremava voluttuosamente sotto
l'onda di quella gioia.
Mario si difendeva alla meglio; diceva di aver sempre dormito durante il
viaggio, tanto il vecchio Carlone sapeva bene la strada.
 Se non ci fossi tu, Pippo,  ella si rivolse scoppiando a ridere di nuovo
 sai che Carlone sarebbe il pi vecchio di tutti noi? Io ho ventidue anni,
sono gi molti; il signor Mario venticinque, tu ne hai quanti noi due sommati
insieme: Carlone ne ha ventinove. 
 Quando tu ne avrai altrettanti, vi ti attaccherai, pazzere1la, per molti
anni; dopo i trenta la donna non  pi giovane. 
 Galba  ancor lontano!  intervenne Mario.
Egli la guard di sfuggita, come per chiederle un segno di risposta; ma ella
fnse di non accorgersene.
 Veronica!  strill  vengo ad aiutarti; far io i crostini. 
E, prima ancora che la serva rispondesse dalla cucina, balz in piedi e con
un grande svolazzo di sottane sparve, non senza rivolgersi all'uscio con un
riso grazioso di birberia.
 Se volete mettervi in libert, Mario,  disse l'avvocato, mostrandoglisi
bonariamente cos in maniche di camicia,  Annetta non se ne offende. 
L'altro ricus.
 Siete un elegante, voi! Non me n'ero ancora accorto; stamane avete un abito
nuovo. Fumate dunque; volete bere? 
Ricominciarono i discorsi giuridici, ma l'altro tendeva l'orecchio al
chiacchierio della cucina, dalla quale salivano ogni tanto risa perlate fra
la voce grossa della Veronica, che brontolava. A poco a poco quella
distrazione s'impadron anche dell'avvocato, cos che finirono per andare
verso la cucina.
 No  gua la signora Annetta, slanciandosi verso l'uscio per impedire loro
d'entrare:  non voglio che mi vediate. 
 Chi sa in quali intingoli ti sporchi! 
 Sono sempre pi pulita di lei, signor avvocato. 
 Allude forse ai processi?  disse Mario con accento, nel quale fremeva gi
un principio d'irritazione.
 Anche, anche; vadano via, in cucina comandiamo noi. 
Essi tornarono al divano.
Il pranzo era di una grande semplicit. La Veronica cuoceva e serviva a
tavola, sudata, col grembiule tutt'altro che pulito, grugnendo ad ogni
piatto. Non era contenta dell'opera propria. In quella cucina di campagna,
cos abbandonata, mancava tutto; gli altri invece trovavano deliziosa ogni
pietanza. L'avvocato, robusto mangiatore, sulle prime non parlava, curvo
sul piatto della minestra, della quale il fumo grasso gli saliva su per la
faccia; la signora Annetta, invece, l'assaggiava a piccole cucchiaiate,
mentre Mario, affettando di aspettare che il brodo si agghiacciasse, cercava
con prudente insistenza di scambiare con lei qualche occhiata. Negli occhi
azzurri gli passava qualche lampo di collera, ma ogni qualvolta ella
sorrideva, anche senza guardarlo, Mario, pigliando per s quel sorriso, si
rasserenava.
 Non mangiate, Mario?  disse l'avvocato.
 Aspetto: piuttosto, come fa ella a mandar gi una minestra cos bollente? 
 Ah!  ribatt con intenzione spiritosa, e riempiendosi nuovamente la
piattellina,  ho subito ben altre prove del fuoco. 
La signora Annetta mangiava con tutte le moine pi pretensiose dell'eleganza,
quasi facesse una concessione ad una necessaria volgarit, ma con tanta
energia di salute finiva col mangiare molto. L'avvocato la berteggiava,
ella s'offendeva scherzosamente, il signor Mario diceva solo qualche parola,
respinto suo malgrado da quella loro intimit di coniugi. Nul1ameno la
conversazione si leg a poco a poco, il tema ne divenne presto il casino.
Assolutamente bisognava restaurarlo, perch cos era davvero indecente;
impossibile invitarvi qualcuno, tranne il signor Mario quasi di famiglia,
senza farsi rider dietro.
La signora Annetta tornava e ritornava sui particolari. L'andito verrebbe
trasformato in una specie di salone; qualche trofeo di caccia e qualche
panoplia con alcune giardiniere basterebbero. Il pavimento bisognerebbe
metterlo a mattonelle lucide, cos moderne e cos carine; quindi spostare
la cucina, e fare la camera da letto su al primo piano; e sotto, dove era
adesso, ci verrebbe un salotto di ricevimento. L'appartamento superiore si
componeva di cinque stanze, libere sopra un altro andito uguale.
Ella, gi presa in quella visione di lusso, sminuzzava le descrizioni; era
un cicaleccio, un abbarbaglio pieno di lampi e di sorrisi, colle parole che
s'incalzavano sotto i gesti graziosi e petulanti.
 Conclusione!  disse l'avvocato  ci vogliono trentamila franchi. 
 Li guadagnerai. 
 Lo spero bene, poi tu me li butterai tutti in una sol volta. 
 Ma sar contenta. Quanto tempo ti ci vorr per guadagnarli? 
 Domandalo al signor Mario. 
Questi si era accigliato; l'allegra curiosit della signora Annetta ne
ricev quasi un urto, ma rivolgendosi da capo al marito.
 Quanto, quanto? 
 Quanto tempo impiegheremo  egli ripete coll'altro  per vincere la lite
della Cartiera? 
 Se si vincer  rispose Mario freddamente.
 Ne dubitate? 
Ma l'avvocato, rientrando nel tema favorito di quella causa, si rimise a
spiegarla. Adesso il suo volto volgare e bonario si era fatto grave, parlava
adagio, con forma pi eletta, come dettando una memoria. L'altro, costretto
ad ascoltarlo, cercava nel fondo della propria scienza legale, ancora troppo
scarsa, qualche obbiezione per intorbidare le gaie speranze di quella donnina
cos spensieratamente egoista. Ma in quel dibattito, del quale non capiva
gran cosa, ella aveva cessato di divertirsi e seguitava a mangiare, mentre
l'avvocato colla forchetta brandita faceva qualche gesto lento e poderoso.
Ad un argomento falso di Mario sorrise, parando con tale prontezza e con
una citazione cos irresistibile, che l'altro rimase interdetto.
La signora Annetta sorrise anche lei.
 Non ti affrettare a sorridermi  le disse l'avvocato;  non basta, per
vincere una causa, aver ragione e saperla sostenere. Ci sono i signori del
tribunale. 
Ma la sconfitta di Mario aveva tolto l'allegria al pranzo. Egli tentava
ancora di scusarsi, confessando la propria inferiorit di fronte alla
scienza dell'avvocato; per si sentiva fremere nella sua voce il dispetto.
L'altro credette a una piccola crisi della vanit umiliata, frequente negli
scolari e nei principianti.
La signora Annetta invece cominci a guardarlo, tratto tratto.
La temperatura dell'andito era deliziosa, il pranzo ordinario, ma buono.
Dopo le frutta presero il caff, poi l'avvocato accese la pipa, andandosi
a sdraiare sul divano.
Mario e la signora Annetta rimasero ancora a tavola, in faccia; egli fumava
una sigaretta attardandosi nel vuotare la propria tazza, ella si baloccava
con una susina. Non si parlavano. Improvvisamente, come spinti da una molla,
sorrisero, e quel sorriso illumin tutto il loro secreto. Egli torn ilare,
ella si alz per andare verso il marito; lo circondarono sedendogli vicino.
L'avvocato, che aveva la digestione laboriosa, adesso parlava poco; toccava
a loro due tenerlo sveglio, e chiacchieravano a caso di pettegolezzi
cittadini, di mode, di nonnulla. Pareva che quella intimit a tavola, fra
marito e moglie, parlando dei ristauri, si ripetesse ora imprudentemente fra
i due giovani. Le parole avevano dei doppi sensi, e il sorriso le commentava,
mentre nei loro occhi, quasi egualmente chiari, s'accendevano fosforescenze
rapide quanto un baleno, ed intelligibili come un appello.
In quell'aria fresca, col calore del pranzo nel sangue, si allungavano
inconsciamente sulla scranna. L'avvocato, dinanzi a loro, era quasi
sdraiato sullo schienale del divano, col largo ventre sporgente dai calzoni,
appena rattenuto dalla crociera delle bretelle, e di quando in quando
sbuffava. La volgarit della sua natura si tradiva in ogni atto. La stessa
vecchia pipa di legno finiva per dargli un'aria di carrettiere di fronte
alla signora Annetta, guantata da quell'abito di mussolina, sul quale il
suo collo sorgeva voluttuosamente bianco, ombrato sotto la nuca dai riccioli
biondi.
Mario la divorava cogli occhi; ella si abbandonava coi piedi non molto
piccoli, che le si agitavano di quando in quando fuori delle sottane.
Qualche parola le moriva sulle labbra, guardando il marito distrattamente.
Questi andava chiudendo gli occhi.
Mario sussurr a denti stretti:
 Annetta... 
Ella trem, mostrandogli il marito; l'altro s'indispett. Tacquero.
L'avvocato abbassava lentamente la mano, nella quale teneva la pipa gi
spenta, il suo respiro si faceva pi grosso. Allora i due si sentirono
addosso l'incubo dell'attesa; stavano imbarazzati spiando, temendo quasi
di guardarsi per non tradirsi, se aprisse gli occhi. Mario frenava l'anelito,
che gli cresceva nel petto, ella soffriva di un'impazienza piena
d'irritazioni; non avrebbe voluto essere l, temeva quanto stava per
accadere, provando al tempo stesso dispetto e paura, e nella paura un sottile
fremito di piacere.
 Annetta...  ripete Mario pi distintamente.
Ella titub, poi facendogli un cenno intraducibile, improvvisamente, leggera,
quasi senza fare rumore, fugg in cucina presso la Veronica, che aveva gi
finito di mangiare e rimescolava i piatti.
Sul viso di Mario pass una vampa di collera, ma non os voltarsi per non
svegliare l'avvocato, anzi lo guard con una espressione sprezzante di
rancore. Dalla cucina s'udiva l'Annetta ciarlare allegramente colla Veronica.
A Mario pareva di essere schernito. Subiti pensieri di violenza gli
attraversavano il cervello, mentre un odio assurdo ed irresistibile gli
veniva dalla contemplazione di quell'uomo cos volgarmente, impudentemente
addormentato dopo pranzo, dinanzi a sua moglie adorabile e adorata, che
poteva tradirlo impunemente, e lo aveva gi tradito, e ora sfuggiva, colla
bugiarda vilt della donna, a tutte le promesse balbettate pochi giorni
prima con lui, Mario, in un'ora di abbandono. Egli non era venuto al casino
se non per questo, nella speranza di trovarla sola qualche minuto.
La passione gli sferzava il cuore. Avrebbe voluto andare in cucina, ma
anche l c'era la Veronica, e Annetta l'avrebbe evitato; poi temeva di
tradirsi, si sentiva incapace di dominarsi. Sper che ritornasse. Adesso la
Veronica lavava le casseruole, ma l'altra rimaneva in cucina; si udivano
scricchiolare le sue scarpette, ella girellava, faceva tintinnare i bicchieri
e i tegami. Evidentemente era in lei un proposito deliberato: non tornerebbe.
Eppure l'avvocato dormiva, ella avrebbe potuto rientrare nell'andito senza
timore, magari solo per il tempo di un bacio.
Fu bussato alla porta. Era la Teresa, che avendo finito di pranzare veniva a
visitare i padroni. L'avvocato si dest e riprese la pipa per accenderla.
 Che caldo!  esclam la Teresa, respirando deliziosamente l'aria fresca
dell'andito.
Aveva un mondo di cose da dire; prese famigliarmente una sedia presso
l'avvocato. La sua figura corta e tozza, in quell'abito di percalle
turchino a fiorami di un colore pi pallido, una stoffa quasi da tenda, era
ancora piena di vigore; le guance le penzolavano sotto le mascelle, ma la
quadratura del viso e la durezza della fronte rivelavano tutta la sua
energica natura. Il fattore era lei. Adesso non finiva pi colle lagnanze.
Bisognava ridare il solfato di rame alle viti; era una dannazione con quella
peronospora, una volta sconosciuta, e che adesso distruggeva tutte le foglie
della vite, cos che i grappoli inariditi cascavano.
La Teresa accettava le spiegazioni scientifiche di quel morbo, ma diceva
nullameno che era un castigo di Dio. Poi la vacca di Giacomo, dopo il parto,
non aveva potuto liberarsi dalla matrice; c'era pericolo.
 Venga a vederla; sta in piedi, ma si lamenta a quando a quando, come una
donna. Le avevo fatto preparare un brodone; non lo ha nemmeno assaggiato.
Venga a vederla anche lei, c' pericolo che muoia. 
 Ma io non me ne intendo. 
La signora Annetta rientr nell'andito.
 M'avete portato le avellane? 
 S! le hanno rubate. Se lo prendo quel birichino di Tonio, il fig1io della
Nena! 
L'Annetta sorrise. Mario si era avvicinato supplicandola cogli occhi, mentre
ella fingeva di non accorgersene. La Teresa era inesauribile; si capiva che,
sapendo il fatto suo, se ne vantava, ma dai suoi discorsi traspariva una
grande onest. Accett dalla signora Annetta un grande bicchiere di vino,
ripetendo che era caldo.
 Ho messo a letto Girolamo; cala, cala il buon uomo. 
 L'uomo siete voi  rispose scherzando l'avvocato.
 Infatti non sono mai riuscita a far un figlio  ma nel suo accento non
c'era rimpianto.
L'avvocato diede un'occhiata ad Annetta; anch'essi, dopo due anni di
matrimonio, erano senza figli, ma se ne rammaricavano.
 Bah!  prosegu la Teresa alzando le spalle:  quando si  giovani, c'
sempre tempo. Perch non vanno un po' a letto con questo caldo? 
E questa domanda diventava cos maliziosa, dopo quella osservazione, che
tutti si guardarono.
 Gi,  disse l'avvocato  che cosa si fa sino alle sette? 
S'alz, lasciando la pipa sul divano; Mario si accost all'Annetta
imprudentemente, mormorandole tra i denti, cogli occhi sfolgoranti:
 No. 
Ella finse di non capire.
La Veronica veniva a sparecchiare la tavola.
 Io e lei,  disse la Teresa a Mario  mentre i signori padroni vanno un
po' a letto, giuocheremo una scopa. Vuole? 
Mario dovette sorridere.
 Vado a far la piega alle lenzuola  esclam la Veronica passando nella
camera da letto, della quale l'uscio era presso quel divano.
Poi ritorn:
 Signor avvocato, non ci sono le sue pianelle: bisogna fare alla meglio. 
 Poco importa  e s'avviava gi verso la porta.
La signora Annetta sembrava contrariata dalla volgarit impudica di quella
scena; Mario, livido, per darsi un contegno si era messo ad accendere un
sigaro, rompendone replicatamente la punta coi denti. Tremava.
L'avvocato era gi entrato nella camera; ella dovette seguirlo, ma aveva
abbassato la testa, vergognosa dei pensieri, che indovinava negli altri, su
quanto stava per accaderle in quel pomeriggio cos caldo e voluttuoso. Al
momento di chiudere l'uscio guard Mario, che le si rivolse cogli occhi
fiammeggianti e la bocca contratta da un sogghigno doloroso. L'uscio si
chiuse quasi violentemente.
 Dammi ancora da bere  disse la Teresa alla Veronica.
La tavola era gi sparecchiata, le due bottiglie del vino bianco, ancor
piene a met, stavano sul tavolo a muro, dietro il vassoio delle frutta.
Le due donne sedettero. Mario girava su e gi, verso la porta, cercando di
rimettersi, coll'orecchio teso a tutti i rumori dell'altra camera; indi a
poco il letto scricchiol. Era l'avvocato, senza dubbio, che vi si
sprofondava pesantemente.
Le due donne parlavano di cucina. Mario, colla testa in fiamme e il cuore
che gli batteva dolorosamente, avrebbe almeno voluto avventarsi a
quell'uscio, scardinarlo, piombare su quel letto, e dividerli. Era una
ossessione, che gli cresceva coll'impeto di una pazzia.
 A che cosa giuochiamo, signor Mario?  si volse la Teresa.  Giuochiamo
tutti e tre a calabresella, cos ci sta anche la Veronica: due centesimi la
partita. Il vino ce lo passa l'avvocato. Va a prendere le carte, Veronica;
tanto, noi tre, non dormiamo... Crede lei che dormiranno?  esclam sopra
altro tono accennandogli l'uscio, dietro al quale erano scomparsi l'avvocato
e la signora Annetta.
Mario trasal, ma la Teresa rivoltasi alla porta della cucina, per aspettare
che la Veronica tornasse colle carte, non se ne accorse.
 Si metta qui, signor Mario; lei gi non ha sonno. Scommetto che nemmeno la
signora Annetta ne ha ancora... 
E il suo viso largo e grasso di donna vecchia, per la quale l'amore non ha
pi pudori, rendeva per Mario pi opprimenti quelle parole. Per rimettersi
tracann d'un sorso un gran bicchiere di vino. Non avrebbe voluto giuocare
per tutto l'oro del mondo, ma la Veronica contava gi sulla tavola il mazzo
delle carte, per constatare se ve ne mancassero; le carte erano unte.
 Diciamo piano  mormor la Veronica.
 Adesso,  ribatt maliziosamente l'altra  possiamo parlare ancora.
Anche lei piglier moglie, signor Mario, una bella donnina come la signora
Annetta e avr dei bambini belli. Il signor avvocato... 
Ma la Veronica, che aveva inteso altre volte quell'accusa, intervenne per
difenderlo.
 Non  ancora vecchio, la signora Annetta piuttosto... 
Mario, colle mani tremanti, prese il mazzo delle carte e, per troncare il
discorso, disse ruvidamente:
 A che cosa volete dunque giuocare? 
 A calabresella, un centesimo alla partita. 
 Due. 
Si accordarono sui due centesimi.
La partita incominci. Ma il signor Mario non aveva la testa a segno. Il
suo pensiero soffriva dentro l'altra camera, assistendo alla inevitabile
scena di quei due, abbandonati l'uno a fianco dell'altro alla suggestione
voluttuosa di quel pomeriggio. Le carte gli tremavano nelle mani, mentre
gli occhi gli correvano irresistibilmente a quell'uscio chiuso, cui le due
donne voltavano le spalle.
 Non sa dunque giuocare?  strill la Teresa ad un suo svarione, che
decideva della partita.  A che cosa pensa? 
L'altro si scosse. L'irritazione gli cresceva come un caldo, che gli
salisse sotto la sedia dal pavimento, fra quella blanda frescura dell'andito,
nella pace di quella luce filtrante dai vetri sudici delle lunette sopra le
due porte. Fuori, il sole doveva avere tutte le vampe del meriggio. Alla
terza partita Mario confess di non saper giuocare, pag generosamente i
sei centesimi, e and a gettarsi sul divano presso l'uscio, dicendo di voler
piuttosto sonnecchiare. Le due donne allora si attaccarono a scopa.
Egli ascoltava, col viso al muro e le labbra strette rabbiosamente.
In quella eccitazione di tutti i sensi gli pareva d'intendere, fra lo
scricchiolo del letto, il soffio faticoso di una forte respirazione;
vedeva dentro quella camera buia come se fosse inondata di sole, torcendosi
nella gelosia senza che la sua ragione vi trovasse nulla a ridire. Colla
ferocia delle passioni, che si dilaniano, la gelosia gli mostrava tutti
gli atteggiamenti di quei due, gli sussurrava le loro parole, i sospiri
tronchi di lei, gli mostrava le sue moine, e quel pallore ch'egli le
conosceva, quando gli occhi le diventavano smorti e le labbra le tremavano
in un urlo soffocato.
Egli aspettava angosciosamente quell'urlo, che si sentiva ancora nella
memoria, come il grido supremo di tutta la propria felicit.
 Scopa!  strill trionfalmente la Veronica.
La Teresa si lasci scappare una esclamazione sguaiata.
Mario ascoltava sempre, dicendosi che non udiva nulla, e nonpertanto
parendogli di udire, volendo udire quell'urlo, che gli avrebbe dato la
sensazione della morte.
Poi la Teresa lo chiam, perch giudicasse fra loro due il valore della
primiera.
 Non so giuocare, ve l'ho pur detto  rispose villanamente, e and fuori
sul prato, sbattendo la porta.
Il sole era sempre cos ardente, le cicale cantavano instancabili, l'aria
bolliva sui campi. Quell'immenso calore gli fece bene; pass dietro il
casino, cacciandosi per un sentiero che saliva il colle.
Aveva bisogno di muoversi, di bestemmiare ad alta voce, stancando in qualche
violento esercizio la passione, che lo sconvolgeva. Ma un'altra volutt, un
bisogno rovente di amore, gli venivano da quella campagna in fiore, dalle
foglie, dagli alberi assorti nel sole, dalle stoppie riarse, dai prati, ove
il fieno falciato si essiccava vaporando i pi dolci profumi, dai peschi, sui
quali i frutti avevano sorrisi sanguigni come quelli del rubino. L'ombra
stessa era piena d'inviti. I piccoli soffi del vento parevano un respiro
soffocato, che uscisse dal secreto di tutto quel fogliame, ove gli uccelli
nascondevano i propri amori.
In cima del colle sedette all'ombra di una quercia. Le ragazze scendevano
gi per andare alla funzione dei vespri, vestite a festa, rosse e sudanti,
ridendo; qualche giovanotto, colla giacca buttata sopra una spalla e la
camicia bianca, le seguiva celiando colle parole e colle mani.
Ma gli uni e le altre gli parevano brutti al confronto della signora Annetta.
Il sole si manteneva alto quasi immobile.
Quanto starebbero in letto? Dormiva ella? Pensava a lui? Sognava?
Egli invece tornava a sognare irresistibilmente di lei in quella camera,
vicino a quell'uomo grasso che russava, e che essendo suo marito, aveva il
diritto di farlo. Ella gli permetteva, naturalmente, tutto. Ma allora che
cosa rimaneva quell'altro amore, cos bello di giovent e cos profondo di
passione, quel delirio di sensi e di anima, nel quale tutto il mondo spariva?
Adesso gli riprendeva la smania di tornare al casino per vedere se fossero
alzati, pur sapendo che era ancora troppo presto. La vista della campagna
gli divenne improvvisamente odiosa; era una solitudine, nella quale gli
bisognava ripiegarsi sopra se stesso. Gli parve inesplicabile che gente di
mondo potesse vivere per mesi alla campagna, nella monotonia di una
decorazione sempre la medesima, coll'impossibilit di barattare un'idea.
Che cosa fare in campagna, se non mettersi a letto per ammazzare il tempo?
E l'immagine della signora Annetta gli ricompariva nuovamente al pensiero,
con quel sorriso di bimba felice. Ella non immaginava una sola delle sue
sofferenze di quell'ora. Tutte cos le donne; le pi sensibili non
oltrepassano le proprie sensazioni.
Quindi si provava ad odiarla per la sua spensieratezza e quell'allegria, che
la faceva svolazzare di cosa in cosa, lasciandosi prendere a tutti gli
incanti, e sfuggendo subito nell'attrazione di altri fascini.
Guard l'orologio; non segnava che le cinque. Dovevano essere ancora a letto.
Torn ad alzarsi, si allontan ancora verso il sole, che cominciava a
declinare. La campagna si ammolliva sotto ombre sempre pi grandi,
s'intendevano meglio cantare gli uccelli, il coro delle cicale s'interrompeva
a quando a quando. Le contadine, pi frequenti pel sentiero, passavano
salutando curiosamente.
Finalmente ritorn. Prima d'arrivare al casino s'imbatt nella Teresa, che
trascinava l'avvocato a visitare la vacca, dovette seguirli, ma non volle a
nessun patto entrare nella stalla. La Teresa aveva preparato per la signora
Annetta il latte rappreso, una ghiottoneria da bambini, impolverato di caff.
Ella lo mangi sul prato, entro una scodella verde, tutta felice, col suo
bell'appetito di donna sana dopo il sonno. Aveva la carni fresche, riposate,
coi grandi occhi chiari, pi dolci di prima. Egli guardava con una meraviglia
stizzosa quella tranquillit inconsapevole.
Ma ad una sua occhiata ella trasal. La Teresa e la Veronica le stavano
intorno, l'avvocato finiva di fumare l'ultima pipa, sdraiato sull'erba come
un contadino.
Mario in piedi, non parlava, quasi dimenticato.
Poi venne l'ora della partenza. La Veronica se ne and, sopra un biroccino,
coll'asino del podere e una ragazza; la signora Annetta spar nelle stanze
del piano superiore. Egli dovette accompagnare l'avvocato nella stalla per
aiutare il vecchio Girolamo, che attaccava il cavallo da nolo, col quale
erano venuti la mattina.
Ma, profittando di un momento, pot rientrare nel casino e cacciarsi nella
camera da letto. Voleva vedere, una curiosit ignobile e violenta lo
spingeva: senonch la Teresa vi finiva appunto di fare il letto, e si volse
meravigliata.
L'altro s'arrest interdetto.
 Che cosa cerca? 
 Voi,  rispose dopo un momento d'imbarazzo:  il signor avvocato vi ha
nominato. 
Per fortuna la signora Annetta, che non terminava mai d'acconciarsi,
trattenne tanto la Teresa da farle dimenticare quella falsa chiamata.
Finalmente partirono fra i saluti della Teresa, di Girolamo e dei contadini
accorsi sul prato; guidava l'avvocato, Mario sedeva dirimpetto alla signora
Annetta, sul sedile di contro, voltando la schiena al cavallo. Aveva le
gambe incrociate colle sue, ma non gliele stringeva. Il vespro scendeva
mollemente dai colli con un refrigerio di ombre e un sussurro e una blandizie
di vento, che commoveva tutte le piante. Egli sulle prime ingrugnito, cogli
occhi bassi, affettava di non guardarla; ella si era abbandonata sullo
schienale del carrettino, col volto in alto e gli occhi natanti nell'ombra
sotto il grande cappellino di paglia pieno di fiori, e i capelli biondi, a
riccioli, che tremavano leggermente come una nebbia dorata. La sua posa era
di una eleganza squisitamente voluttuosa; pareva stanca, colle braccia inerti,
il seno meno turgido, assopita nella tenerezza della sera imminente. Poi si
guardarono. Egli le strinse un ginocchio: ella vel lo sguardo senza
chiuderlo, cedendo il corpo al dondolamento del carrettino, come nella prima
arrendevolezza del sonno.
Presso alla citt la gente vestita a festa riempiva la strada.
Ella si raddrizz, e gli disse quasi seccamente:
 Signor Mario, ella pu scendere qui. In tre sopra un carrettino faremmo
ridere. 
L'avvocato sorrise bonariamente di questa vanit, rispondendo al saluto di
Mario gi disceso, e che si rivolgeva fra un gruppo di passanti fermi a
guardare.
Capitolo 2
Il signor Mario Zanetti era entrato da sei mesi nello studio di Filippo
Buonconti, avvocato illustre in tutta la provincia per la probit
dell'ingegno e l'esattezza laboriosa, colla quale disimpegnava ogni processo.
La piccola citt cominciava ad inorgoglire di lui, dacch recandosi a Firenze
o a Bologna, lottava sovente con vantaggio contro le maggiori celebrit del
foro italiano.
Mario, presentandosi da solo, era stato accolto a braccia aperte. Suo padre,
mediocre ingegnere, morto anzi tempo lasciando la vedova in dolorose
ristrettezze, aveva diviso la vita d'Universit col giovane Filippo
Buonconti, e gli era poi rimasto legato della pi salda amicizia.
L'orfanello, cresciuto nella povert, sotto la sorveglianza avara e
meticolosa della mamma, conservatasi vedova malgrado la viva giovinezza del
temperamento, era diventato un bel giovane, freddo di costumi, un po'
sofferente della propria posizione, abituato allo studio, sebbene scarso
d'ingegno; ma una voglia intensa di salire lo sorreggeva fra tutte le
debolezze inevitabili nella giovent. Aveva vissuto modestamente
all'Universit senza troppo abbandonarsi agli amori e resistendo ai vizi;
amava sopra tutti se medesimo, e preferiva ad ogni compiacenza quella di
vestire con eleganza, passando agli occhi di coloro, che non lo conoscevano
bene, per un signore.
Nella vita di provincia egli recava, con una sufficiente seriet di
carattere, la necessaria correttezza di condotta per farsi presto stimare;
parlava abbastanza bene, affettando una grande indifferenza per la politica,
che occupa l'oziosit di tutte le conversazioni. La mamma, orgogliosa nella
sua buona riuscita, lo sorvegliava ancora come da fanciullo con incessanti
sollecitazioni, perch si facesse strada nel mondo a guadagnarvi una
agiatezza invidiata.
Cos egli rese presto nello studio qualche servigio, specialmente per la sua
disposizione alla pratica subdola e sottile della procedura, nella quale i
grandi avvocati riescono difficilmente. Il signor Filippo lo prediligeva.
L'altro giovane di studio entr nella magistratura per allontanarsi dalla
citt, dopo una dolorosa delusione di amore; un terzo, che vi capit, non
seppe durarvi per la sbrigliatezza dei costumi e la trascuranza di ogni
affare, anche il pi urgente.
Mario vi rimase solo. Era gi una posizione cospicua per un principiante,
dacch l'avvocato, generoso per indole e piuttosto scienziato che
professionista, li abbandonava i guadagni di tutte le piccole cause. Quindi
la vita gli scorreva facile fra la benevolenza del pubblico e l'invidia degli
amici, che il suo sussiego in quella improvvisa fortuna irritava. Egli invece
parlava dell'avvocato corre di un uomo gi al colmo della gloria, e del quale
la scelta di un aiutante, cadendo su lui, aveva naturalmente un valore
profetico di avvenire.
L'avvocato, vissuto sino quasi a cinquant'anni nel lavoro, aveva preso
moglie per contentare la mamma; ma inesperto dei pericoli di giovent, e
nella forte coscienza della propria virilit, s'era innamorato della signora
Annetta, figlia unica di un capitano in ritiro. Ella sulle prime aveva
mostrato di amarlo, presa al fascino della sua parola e all'orgoglio di
diventare una delle signore pi importanti della citt. La sua vita di
fanciulla, viziata dalla tenerezza condiscendente di un vecchio padre, si
era svolta nella insignificanza delle abitudini domestiche, senza nessun
alimento sostanzioso per lo spirito e nessuna prova corroborante pel
carattere. Naturalmente dolce ed allegra trovava tutto facile, adorava i
vestiti e sorrideva ad ogni momento, intenerendosi fino alle lagrime; mentre
il cuore le rimaneva lietamente invulnerabile frammezzo ai dolori, che
riempiono la vita e la circondano, irrompendo da quella degli altri.
L'avvocato aveva dovuto ingentilirsi in quel matrimonio, ma lo aveva fatto
senza sforzo sotto le festanti civetterie della moglie, pregustando quasi
una gioia paterna nell'accontentarla in tutte le fantasie. L'antico
appartamento s'era d'un tratto rimodernato con lusso pretensioso e volgare,
del quale il suo istinto di uomo d'ingegno si accorgeva, ma sul quale taceva
per non intorbidare la gioia esuberante della signora Annetta, per tutto
quel primo anno occupata nello studiarne e nel cangiarne le disposizioni.
Quando l'arredo fu compiuto, ella diede una serata d'onore, che fu tutta
per lei, la prima e pi importante della sua vita, perch ne parlava
ancora con entusiasmo d'orgoglio. Per, se l'avvocato aveva buttato in quel
capriccio giovanile di lei tutti i propri risparmi, un quarantamila lire,
aveva saputo bonariamente resistere alle sue pretese di riforme nella villa,
che avrebbero dovuto diventare cos la conseguenza e il coronamento del loro
nuovo lusso. L'Annetta insist qualche tempo, poi s'arrese, per quella sua
facilit ad evitare ogni pena.
Vivevano liberi, senza contrarier di parenti. Ella faceva molte visite,
s'interessava alla beneficenza, frequentava il teatro nell'unica stagione
dell'inverno, credeva di  essere la signora pi elegante della citt, mentre
non era che una delle pi belline e delle pi stonate, ma trionfando dei
propri difetti col difetto maggiore di una leggerezza incantevole.
La confidenza ottenuta presto dal giovine Mario nella famiglia vi modific
molte abitudini; vi furono pi gite in campagna, pi serate al teatro, pi
passeggiate al giardino pubblico, e pi lunghe soste al gran caff della
piazza nelle notti di festa quando suonava la banda cittadina. Egli li
accompagnava spesso, ma il suo contegno era cos misurato che da principio
non ne nacquero chiacchiere. Gli amici lo dicevano un avaro vanaglorioso,
non d'altro occupato che di far fortuna al pi presto. Si sapeva che le donne
non avevano mai avuto presa su lui.
La signora Annetta soddisfatta di tali modi, trovando in quella compagnia di
un amico altri motivi per passare il tempo, a poco a poco si punse alle
asprezze latenti del suo carattere. Qualche volta si sentiva quasi offesa che
non la sentisse cos bella, come le sembrava di essere e tutti mostravano di
credere quando compariva in pubblico. Ella s'ignorava ancora. Nella sua
affezione per l'avvocato non aveva ancora provato nessuno di quei trasporti
deliranti, che sono quasi sempre per la donna la scoperta di se medesima.
Ma qualche cosa dormiva sotto la sua fiorente giovent, una bramosia di
godimenti sconosciuti, un bisogno a grado a grado meno inconsapevole di
entrare nella zona torrida della passione, ove le vite si distruggono alla
fiamma di un altro sole, o n'escono cos temprate che nulla pu quindi
corroderle. Quel medesimo studio incessante d'eleganza le riusciva senza
scopo; l'avvocato o non se ne accorgeva, o ne sorrideva come di una
bambineria, che finirebbe collo stancarla, mentre compiacendosene talvolta
sensualmente, non poteva ripagargliene tutte le cure e giustificarne le
intenzioni recondite.
Mario cominci col darle piccoli consigli; s'intendeva di mode, aveva un
certo buon gusto. Ci restrinse la loro intimit. Egli la penetrava
insensibilmente nella vita, aveva molti secreti delle sue voglie, la
consolava di qualche dispetto, mentre rimanendo cos indifferente  alle
seduzioni della sua bellezza, la mortificava nel senso pi delicato della
vanit femminile. Allora ella prese a civettare con lui, eccitata da un
solletico di rappresaglia, ma sorprendendosi talora a pensare che il giuoco
andava troppo oltre, perch Mario era tutt'altro uomo dell'avvocato. Egli
accettava quel torneo, lasciandosi sfuggire certe occhiate piene di troppe
cose, o cedendo a subitanee cortesie, che varcavano i limiti della
domestichezza. Poi si guardavano entrambi, egualmente sospesi nel medesimo
sentimento dubbioso, e dopo s'accorgevano di essersi pi vicino di prima.
Mario infatti cominciava ad innamorarsi davvero, malgrado quei motivi
d'interesse scoperti in lui dai compagni. Siccome una passione per la signora
Annetta poteva disordinare tutta la sua vita, decise di non spingere agli
estremi quella corte, mentre ella non andrebbe forse mai sino in fondo, per
la leggerezza stessa della propria natura. Difficolt morali di riconoscenza
verso l'avvocato, Mario non ne sentiva; in quello studio intendeva solo a
far carriera, e quanto alla signora Annetta, era persuaso che presto o
tardi, forse pi tardi che presto, quando l'avvocato comincerebbe a
declinare, naturalmente, ella ancor giovane, si rifarebbe del deperimento
del marito con qualche amante.
Era una conseguenza dei costumi, una predestinazione di tutti i matrimoni
dispari.
Se gli avessero lasciato scegliere, avrebbe preferito ottenere piuttosto
la posizione dell'avvocato che la moglie. In fatti la riputazione dello
studio si dilatava. Nelle ultime elezioni municipali l'avvocato era stato
eletto con votazione quasi unanime a consigliere, poi era entrato in giunta
per uscirne, poco dopo, presidente d tutte le opere pie congregate. Una
grossa causa sopra una cartiera, costrutta nel secolo passato sul canale
Naviglio, ed ora abbandonata, in seguito ad un aggrovigliamento inestricabile
di litigi e di successioni, gli era capitata in quei giorni per aumentare la
sua influenza. Una potente societ inglese era pronta a comprare la cartiera,
trasformandola in un grande opificio moderno, nel quale avrebbero potuto
lavorare duecento operai. Ma l'intrigo delle liti, che fraudolenza di
proprietari falliti e insidie di legulei avevano reso spaventevole ad ogni
acquirente, doveva impensierire anche un giurista della sua forza. Per,
vincendo quella causa, avrebbe forse guadagnato un cinquantamila lire, e il
voto di tutta la citt per qualsiasi deputazione.
Nei caff, nelle farmacie, da per tutto non si parlava pi che della gran
causa; molti de' suoi clienti e buon numero di ammiratori affermavano gi
che ne uscirebbe trionfante. Egli invece, chiuso nel suo gabinetto verde,
preparava il disegno d'attacco colla pazienza caltra di un vecchio generale.
La signora Annetta, esaltata da questo nuovo fantasma di fortuna, si rifaceva
su Mario del silenzio del marito, e andava ripetendo colle amiche spiegazioni
giuridiche da scandalizzare un usciere.
Quando entrava nello studio, e il marito non c'era, si fermava in piedi
dinanzi a Mario; poi chiacchierava riempiendo quella larga stanza di tutto
lo svolazzo dei propri abiti, scrollandone il silenzio colla sonorit delle
risa cristalline. Allora, generalmente, in casa era sola; la Veronica
cucinava, la cameriera era uscita per qualche commissione. Ella andava nello
studio cos, senza sapere il perch. Mario ne provava un solletico frizzante
di compiacenze vanitose; cominciava a darsi alcune arie di grande avvocato, e
quando ella l'interrompeva con qualche sciocchezza, ne ridevano, tornavano a
scherzare, infiammandosi reciprocamente.
Ma se udivano il passo pesante dell'avvocato per le scale, ella sfuggiva,
dicendo con sorriso pi malizioso di quanto forse avrebbe voluto:
 Mi sgriderebbe. 
Gli scrivani dell'anticamera, vecchi ambedue, se ne erano accorti. Andrea,
il pi anziano, allettava da qualche tempo maggior riserbo col signor Mario,
come per fargli sentire la propria disapprovazione.
Mario lo aveva compreso.
Un giorno che la signora Annetta irruppe saltellando nello studio, egli si
mise un dito sulla bocca, accennando coll'altra mano alla porta
dell'anticamera:
 Sentono. 
Ed alzandosi la respinse verso l'altro gabinetto verde. Ella, confusa quasi
da una improvvisa rivelazione di colpa, arross, poi volle resistere, ma
l'altro incalzava colla voce sommessa, spingendola lievemente per una spalla.
All'uscio socchiuso si strinsero, ella traball scivolando sul tappeto del
gabinetto; egli la sostenne tirandosela sul petto. E allora, come se qualche
cosa fosse scoppiata in loro, Mario l'aveva abbracciata improvvisamente,
senza parlare, senza che ella resistesse, ed afferrandole con una mano il
mento, le aveva dato un bacio sulla bocca.
Ella era fuggita.
Quando si rividero, qualche ora dopo nella sala da pranzo, rimasero entrambi
imbarazzati, quasi egualmente scontenti di se medesimi: ma ella si rimise
presto, mostrandosi pi premurosa e carezzevole per il marito. Nei giorni
seguenti Mario l'aspett indarno nello studio; invece la scorse alla finestra
sulle quattro, l'ora nella quale era solito ad uscire. La signora Annetta lo
salut amabilmente, come sempre. Egli ne rimase contrariato. La sua vanit
soffriva, poi s'accorgeva di essere oramai innamorato. Per due giorni si
assent, ma l'avvocato gli scrisse un biglietto per pregarlo di tornar
subito, perch lo studio rigurgitava di affari. Egli venne pi presto la
mattina, e si tuff nel lavoro. La signora Annetta comparve nello studio,
mentre l'avvocato discorreva con lui di una pratica importante, ma invece
di disturbarli, secondo il solito, si mise in un angolo presso la finestra
a sfogliare un giornale illustrato.
Mario la guardava di sfuggita.
L'avvocato, che l'aveva quasi dimenticata nel calore di quella spiegazione,
esclam improvvisamente:
 Saresti deliziosa, se ti mantenessi sempre cos quieta. 
 Allora me ne vado. 
Poi ricominci, come prima, le visite allo studio, anche quando il marito
non c'era. Vi arrivava sempre con qualche nuova raffinatezza di eleganza,
ma non alludeva mai a quella scena passata, quasi non fosse avvenuta; invece
provava un piacere secreto di monello in contrabbando, sentendosi sorvegliata
dal vecchio Andrea, che appena l'udiva nella stanza, moltiplicava i pretesti
per venirvi.
Mario mutava d'umore con lei. Si mostrava troppo serio, quasi oppresso dal
lavoro, che quel suo cicalo impediva, poi ingrugnato, offeso della
indifferenza, colla quale ella mostrava di togliere ogni valore a quel bacio.
Aveva dei silenzi impermaliti, da cui usciva con nuove cortesie galanti,
bruscamente interrotte, se ella non ne coglieva le intenzioni.
Una volta ella si lasci da capo prendere la mano ridendo, ma l'altro non
os spingere oltre.
Quando il vecchio Andrea entrava senza bussare, per chiedere a Mario una
spiegazione spesso inutile, il buon uomo con quel berretto ricamato di
ciniglia e d'oro, ancora pulito dopo tanti anni, e colle due fodere di
mussolina nera sulle maniche del soprabito, faceva uno strano contrasto
colla loro giovent e colla eleganza dei loro vestiti. La signora Annetta
gli sorrideva affabilmente, senza impaccio; Mario invece qualche volta
tradiva una sorda irritazione, e il vecchio li guardava di sopra agli
occhiali tondi a stanghette, che gli cadevano melanconicamente sul naso.
Egli pure era stato infelice nella propria casa, con una donna cattiva e
spendereccia, che finalmente era morta dopo averlo rovinato. Quel matrimonio
dell'avvocato colla signora Annetta lo aveva quindi giudicato una follia,
presto o tardi destinata a qualche sciagura delle solite. Era inevitabile.
Il vecchio Andrea non pensava nemmeno lontanamente a intromettersi in quella
lotta, ma non poteva assistere impassibile al dramma, che si preparava sotto
i suoi occhi; anzi, nella propria esperienza di mondo, credeva gi tutto
perduto per l'avvocato. A che pro avvisarlo? La signora Annetta andrebbe
a cadere con un altro.
Quel giorno ella promise di ricamargli un'altra berretta.
Poi, quando lo intesero risedersi pesantemente sulla larga poltrona di
paglia, nell'anticamera, si guardarono; il giudizio che egli faceva di loro,
e che essi aveano simultaneamente sentito ne' suoi atti, li riuniva daccapo.
Ogni resistenza sarebbe stata inutile; diventarono seri. Qualche cosa di
greve, quasi di doloroso, cadde loro sulla coscienza. Discendendo
improvvisamente, rapidamente in se stessi, si accorsero di amarsi ancora
troppo poco, per essersi cos irrevocabilmente compromessi come amanti.
Perch dunque? Ma l'avvocato era ben assente dalla loro preoccupazione.
Non sapendo pi che dirsi, Mario volt macchinalmente le pagine del libro,
che teneva in mano; ella giuocherellava, all'altro scrittoio, con un
bastoncino di ceralacca rossa.
Questa volta pure ella fu la pi disinvolta; and alla finestra, guardando
nella strada dai vetri qualche momento, poi gli ripass davanti colla solita
fisonomia. Mario si era alzato respingendo la sedia; ella si torse all'uscio
con un sorriso inesprimibile degli occhi, significandogli di essere prudente,
di non si muovere.
Finalmente accadde quello, che il vecchio Andrea aveva previsto.
L'avvocato era andato a Firenze per discutere una causa di fallimento, e a
casa perdette la moglie.
Senza che se lo fossero detto, aspettavano entrambi una sua assenza. Mario,
quella mattina, arriv prima del solito allo studio; l'avvocato part col
treno delle nove, la signora Annetta era ancora a letto. Per due giorni
Mario resterebbe padrone dello studio, potendovi tornare anche di notte,
perch il lavoro vi rigurgitava.
Ma, quasi tutto dovesse contrariarlo in quella circostanza fortunata, la
fila dei clienti non s'interruppe sino a dopo le tre pomeridiane. Egli li
riceveva nel gabinetto verde, seduto sulla medesima poltrona dell'avvocato,
provando un'acre volutt a dare cos i propri responsi, come se cadessero
dalla medesima altezza. L'altro scrivano era uscito, non rimaneva che il
vecchio Andrea, il quale pareva diventato un usciere. Era sul finire
dell'inverno, una giornata umida e stanca pel caldo dello scirocco. Quando
Mario si sent finalmente libero, in fondo a quel gabinetto verde, smise di
prendere degli appunti e si pose a pensare; era irrequieto. Qualche cosa
doveva succedergli d'imminente, forse d'irreparabile nella vita; provava
quella malinconia precorritrice dei disastri, una prostrazione inesplicabile,
nella quale a quando a quando sorgevano voci liete e lontane fra soffi
tepenti, che gli passavano nel sangue. Non poteva seguire un ragionamento,
fissarsi in una immagine.
Ma una sicurezza irragionevole gli faceva aspettare di minuto in minuto la
signora Annetta.
Infatti ella entr, vestita di un abito scuro a strascico, appena scollato,
e con la scollatura riparata da un'altra frappa gi fuori di moda. Lo
spaccato interno delle maniche era in velluto granatino, una orlatura a
ruchettes del medesimo colore correva in giro sotto la sottana; sui capelli
biondi, rialzati violentemente sulle orecchie e attorcigliati sulla nuca,
aveva una specie di tocco in merletti bianchi, stravagante e stonato. Due
alti stivalini di raso nero le uscivano di sotto a quella gonna pesante, e
finivano di renderla quasi ridicola.
Era allegra.
Mario ne fu meravigliato. Ella aveva un mondo di cose da dire. La sera prima
era stata ad una seduta del comitato di beneficenza pel resoconto delle
cucine economiche; la contessa Letizia aveva voluto parlare, e tutti ne
avevano sorriso. Ella ripet alcune frasi di quel discorso, esagerando nei
gesti, ma ridendo di un riso, nel quale l'altro sentiva lo sforzo. Poi Mario
divent cos scuro che l'Annetta esclam improvvisamente:
 Che cosa avete? 
Erano in piedi, presso lo scrittoio.
 Che odore!  disse Mario, fiutandole l'aria al disopra della testa.
  acqua di miele, non adopero altro. 
Ella aveva abbassata la testa. Mario le prese la mano, l'altra lo lasci
fare, quasi la cosa non avesse significato, ma si riscosse subito sotto la
sua pressione. L'uscio del gabinetto era socchiuso. Mario and bruscamente a
chiuderlo, voltandole le spalle, e quello bast perch tutto fosse gi
avvenuto. Uno smarrimento la colse: perch era venuta? Perch l'avvocato se
n'era andato? Che ora era? Lo studio vuoto le parve immenso nel silenzio;
sugli scaffali i fascicoli, colle copertine colorate riposavano
tranquillamente sopra una scansia in vecchio noce; sei grandi file di libri
rilegati, coi titoli in lettere d'oro, rilucevano quasi gaiamente, malgrado
la gravit del loro peso e della loro natura.
Improvvisamente si sent cos sola colla propria giovent, nella quale
nessuno era venuto ad immergersi, che si strinse spaurita dentro l'abito.
In ventidue anni non aveva ancora provato una vertigine, nessuno di quegli
slanci, che gettano la vita al di l di noi stessi.
Mario l'abbracci; non parlavano, egli tremava.
L'ombra della tenda li avvolgeva. Egli le diede un bacio sul collo,
stringendola furiosamente.
 No  ella balbett, sentendosi precipitare come sopra una china; ma egli
la spinse, la rovesci sulla stessa poltrona, nella quale quel giorno si era
tenuta cheta sfogliando un giornale illustrato. In quel momento un'altra
forza l'investiva e la sommergeva. Invece di resistere, ella non volle pi
che soccombere bene, per quell'istinto grazioso della femmina, che sa di
avere nella propria debolezza il secreto di tutte le rivincite. Non le
rimaneva che una torbida preoccupazione del vestito e della pettinatura
schiacciata contro la spalliera della poltrona, e una paura di non parere
assolutamente bella, perdendo il proprio fascino in quella prova suprema,
contro la quale ogni resistenza sarebbe stata indarno, e che la natura
serba a tutte le donne.
Poi, fra tutte queste minuscole sensazioni, un'altra si fece largo, un'onda
di luce e di caldo, quasi un'improvvisa veemenza dell'estate in quel vespro
invernale, che le anneg la coscienza, mentre il suo corpo sopportava una
violenza troppo precipite per potervi ancora rispondere, ma nella quale ella
sempre pi sottomessa sentiva l'avvicinarsi di altre volutt, cogli occhi
socchiusi sotto una pioggia di baci anelanti.
La sua ultima sensazione era stata una grande penna bianca, sorgente dal
vecchio calamaio in maiolica sulla scrivania. Quando riapr gli occhi,
vide la mamma dell'avvocato che la guardava al disopra dell'altra poltrona,
fra i due scaffali. La fisonomia severa della vecchia sembrava pi
accigliata. In quel ritratto era vestita quasi monasticamente, con una
bavarina al collo e i capelli radi, bipartiti sulla fronte bassa e dura.
L'altro era gi tornato alle carezze, portato a volo da un impeto di
passione; nel quale riusc finalmente a travolgerla.
Il vecchio Andrea aspettava Mario nell'anticamera.
 Se lei torna stasera, debbo venire anch'io?  gli domand scrutando
l'animazione della sua fisonomia.
A Mario questa domanda parve ironica.
 Chi ti ha detto che tornerei stasera? 
 Lei stesso stamattina, quando  entrato. 
Mario si ricord, ma lo sguardo di Andrea diceva ben altro; quasi arross
e, mutando tono:
 Non torner, ti ringrazio, vecchio Andrea. 
L'altro and lentamente a staccare dall'attaccapanni il pastrano.
 Vuol lasciarmi la chiave dello studio? domani mattina verr pi presto.
Ho da copiare l'ultima parte della conclusione nella causa Ciampoli-Rocchi. 
Mario gliela diede.
Ma la sera il vecchio Andrea sulle dieci, uscendo dal piccolo caff ove si
recava a fare la partita, invece di andare dritto a casa, rifece due volte
il corso Garibaldi, e vide la finestra del gabinetto illuminata. Cap che
erano imprudentemente l dentro.
 Anche lui!  esclam, pensando tristamente all'avvocato.
Quando questi torn da Firenze, allegro della causa vinta, recando alla
moglie un magnifico orologio con catenella d'oro, questa ne fu cos
sconvolta dalla gioia, che entr dal gabinetto nell'altra stanza per
mostrare bambinescamente il dono a Mario. Egli impallid; sopraggiunse
l'avvocato. Mario riabbass il volto sul fascicolo, come uno scolaro colto
in flagrante, e la signora Annetta scapp gittando al marito, che dovette
riderne, questa strana risposta:
 Non gli piace. 
Ma da quel giorno cominciarono fra loro le scene. Egli era geloso del marito,
sebbene questi non mostrasse per la moglie che un'affezione di padre,
necessariamente riscaldata da qualche fiamma sensuale. Quell'uomo l'offendeva
in tutto; la sua superiorit d'ingegno e di dottrina era cos schiacciante,
che a Mario non avveniva quasi mai di aver ragione, e quelle poche volte
solamente sopra un particolare di procedura, del quale dovevano entrambi
sorridere. Ma pi di questa eccellenza professionale, che il lungo esercizio
avrebbe potuto spiegare senza troppa lode, gli pesava la stima, onde lo
sentiva circondato. L'avvocato, largamente colto, parlava bene di tutto, e
dacch aveva preso moglie, forse per una inconsapevole intenzione di rendersi
amabile, il suo spirito era diventato pi fine, e cos condiscendente che la
signora Annetta, anche comprendendolo solo a mezzo, lo amava sinceramente, a
proprio modo.
Mario non sapeva come lottare contro questi sentimenti di lei. In quella
prima passione amava l'Annetta con tutto il trasporto di un temperamento
serbatosi incolume negli anni dell'Universit, ove la maggior parte si
esauriscono; ma avrebbe voluto soprattutto essere amato. Questo bisogno delle
anime giovani diventava in lui una necessit di tutto lo spirito. Senza un
affetto incondizionato, maggiore di quello stesso che provava per lei, non
gli sembrava nulla essere l'amante di quella donna. Una semplice relazione
galante con una signora, come tante volte aveva desiderato, non gli bastava
pi, perch vi sarebbe sempre apparsa la sua inferiorit davanti al marito.
Egli voleva l'impero dell'anima e del corpo, il possesso, quasi la propriet
sulla donna per non soffrirvi umiliazioni. V'era dell'avarizia nella sua
gelosia, quell'ebbrezza di tirannia proprietaria, che prende spesso ai
vecchi rendendoli gelosi dei figli, quando stanno per sostituirsi loro nel
governo della casa.
Ma attraverso questa invidia dolorosa si agitavano i reclami del senso.
In sostanza quella donna apparteneva all'altro di giorno e di notte;
l'avvocato poteva accarezzarla, ne riceveva le carezze e quel cicalio
confidenziale, la pi deliziosa delle sue seduzioni, quegli abbandoni da
bambina; che si rifugia ogni tanto sotto la protezione di uno pi forte,
amandolo col trasporto effimero e soave della paura. L'avvocato era tutto
per lei. Ella ne insuperbiva per i complimenti che ne riceveva in pubblico
come sua moglie, e per il lusso, col quale la rendeva felice. E se non
l'amava appassionatamente, giacch il corpo non le aveva mai vibrato al
contatto delle sue  mani, n l'anima, pur subordinandosi alla sua pi grande,
vi si era mai perduta in un'estasi di adorazione, ella non ne sentiva n
rimorso, n meraviglia. L'avvocato era per lei un padrino, col quale la
legge le permetteva tutte le dimestichezze. Cedendo a Mario non ne aveva
ben saputo il perch; forse era stata un'attrazione incosciente delle loro
due giovent, una conseguenza della loro reciproca civetteria, della quale
si pentiva fugacemente senza averne la coscienza sconvolta. Era stato cos,
perch era stato cos: non si sa mai come certe cose accadano. Poi amava
anche Mario senza preferirlo all'avvocato. Era un altr'uomo e un'altra cosa;
vicino a lui, sotto i suoi occhi cilestri, dentro ai quali bollivano delle
fiamme, ella si sentiva riscaldare, e nullameno arrendendoglisi rimaneva come
fredda.
E lo era; ma invece a lei pareva di trasformarsi tutta.
 Non t'infiammi dunque mai, tu?  le aveva gridato una volta, stringendosela
quasi rabbiosamente sul petto.
Ella, che si divertiva di quei trasporti senza poterglieli rendere, lo aveva
guardato sorridendo, e quel sorriso lo aveva ferito.
Mario, ingannato dalla sua luminosa floridezza, si irritava per l'equilibrio
del suo temperamento cos poco sensibile. Perch gli aveva dunque ceduto?
Malgrado la morale rilassata di tutti i suoi pari, egli credeva ancora che
non si potesse mancare al matrimonio, se non per l'impulso irresistibile di
una passione. Gli esempi quotidiani della vita non gli avevano menomato
questa latente convinzione, che gli risorgeva pi forte in quel bisogno di
essere amato. Se l'Annetta non lo amava, egli non era per lei che un
divertimento accettato a caso, perch quasi tutte le donne nella nostra
moderna corruzione hanno un amante, anche senza essere corrotte. Infatti
nessun sentimento malvagio si rivelava nella natura di lei; non odiava, non
sparlava d'alcuno, ma felice di se stessa si abbandonava alla gioia della
vita. Aveva ceduto al matrimonio come all'amore, senza riflettervi, colla
stessa incapacit di comprendere la profonda tenerezza del marito e la foga
passionata dell'amante. Per lei l'amore non andava oltre le esigenze del
temperamento; solo in qualche convulsione sensuale, le sfuggivano parole come
di un altro mondo, mentre una insoddisfatta necessit di adorazione le
riempiva improvvisamente il cuore. Allora il suo bel viso si trasformava in
un pallore fantastico, cogli occhi senza sguardo e la fronte appannata da
un'ombra indefinibile.
Da principio i convegni furono radi. A lei si rendevano pi difficili per
quella paura di non volervisi compromettere. In casa, col marito, non c'era
nemmeno da pensarci; poi le sarebbe ripugnato. Non sapeva dirne il perch,
ma le sarebbe stato impossibile, col rispetto affettuoso che sentiva per
l'avvocato, ricevere Mario nella camera coniugale. Fuori di casa non
avrebbe mai osato di andare; bisognava quindi aspettare le occasioni, che
non erano frequenti. Mario ne arrabbiava. Quella prudenza, cos sensata,
gli pareva talvolta la pi raffinata delle corruttele, mentre non era che
l'istinto dell'egoismo; ma non aveva nemmeno tempo a lagnarsi. I loro
dialoghi erano sempre brevi, violenti da parte di lui, e si chiudevano con
un sorriso di lei, solleticata nella vanit della sua passione.
Egli le aveva proibito di scherzare col marito, alla sua presenza.
Ma non capisci,  le url <che soffro? 
Ah, povero Mario! 
L'avvocato era di l nel gabinetto verde. Mario si era allungato, dandole
un bacio sulla bocca.
Domani, aspettami...
Ma ella era fuggita. Poco dopo l'intese ridere con lui. La collera lo accec;
entr nel gabinetto. La signora Annetta appollaiata, come un pappagallo,
sopra un bracciuolo della larga poltrona, nella quale sedeva il marito, era
intenta a sedurlo.
Uno solo  diceva col pi tentatore dei propri sorrisi:  che cosa  mai? 
 Ti pare dunque cos facile?  Ella diede una scrollatina di spalle.
Mario si era arrestato sull'uscio osservando; negli occhi gli pass un
baleno d'ironia.
 Potete entrare  gli disse bonariamente l'avvocato.  Sapete che cosa mi
domanda questa pazzerella? 
 Mi pare di aver capito  rispose mettendo nella propria voce tutta
l'amarezza possibile:  un bacio.
La signora Annetta balz in piedi ridendo, anche l'altro sorrise:
 Se non fosse che questo! Invece sapete che cosa vuole? Un cavallo con una
carrozza. 
Un cavallo solo  ella insist credendo di provare cos la modestia del
proprio desiderio.
 Col servitore in livrea, quindi una scuderia e una rimessa, nuove occasioni
di lusso e di spesa. Mia cara, non siamo ricchi; hai gi speso tutto quello
che avevo risparmiato.
Io! 
Ma tu, carina mia: non  un rimprovero, sarei desolatissimo che la cosa
non fosse andata cos. Solamente questo tuo desiderio sorpassa per ora i miei
mezzi. Forse non sar sempre cos. 
Quando, quando? 
Ella, inebriata di quella vaga promessa, se ne sentiva gi alla vigilia, e la
sua gioia era cos viva che il volto dell'avvocato se ne illumin. Mario,
preso dalla mala innocente di quella scena, si era avanzato di un
passo; Annetta sospesa, perduta, guardava il marito.
Accetti una condizione? 
S. 
Bada!  e l'avvocato guard maliziosamente Mario.
Questi gli dovette rispondere cogli occhi, ma l'altra batteva i piedi.
Debbo proportela? Bada, che potresti non saperla adempiere. Certo ti 
domando una cosa talmente naturale, che quasi quasi dovresti gi averla
fatta. Ebbene,  e stacc pi lentamente le sillabe  quando avrai un
bambino, ti pagher la carrozza.
La signora Annetta rimase un istante mortificata; evidentemente non si
attendeva a questa condizione.
Poi alz il capo, e il suo sguardo incontr gli occhi di Mario scintillanti
di rimprovero; lo devi, ma risospinta pi alto dalla vanit di quella
speranza, che l'avrebbe messa a pari colle prime signore della citt,
torn presso la poltrona.
 Accetti?  ripet sorridendo grossolanamente il marito, niente imbarazzato
dalla presenza di Mario.
Ella rispose prima con un riso: Lo dir alla befana di portarmi un bambino,
e lascer il mio stivaletto pi grande sotto la cappa del camino nel salotto.
E diedero entrambi in una allegra risata. Mario era gi uscito; nell'altra
stanza si ricord che se l'avvocato gli avesse chiesto perch era entrato,
non avrebbe saputo rispondergli.
Due mesi dopo quell'ultima gita in campagna, Mario, incontrando l'avvocato
sotto i vecchi portici del mercato, fu colpito dalla gioia, che gli brillava
nel viso.
 Dove andate, caro Mario? 
 Non lo so, a zonzo. 
 Usciamo fuori di porta S. Bartolo. 
S'avviarono.
 Qualche buona notizia sulla cartiera? 
 Ah! c' ben altro; ve lo dico subito, perch ella stessa me lo ha detto
solamente ora: l'Annetta  incinta. 
L'avvocato in preda ad una ingenua gioia, della quale poco prima non si
sarebbe creduto capace, gli raccont tutti i discorsi bambineschi di lei, i
consulti colla Veronica e colla moglie dell'esattore, che abitava al piano
superiore. Quell'uomo forte non si accorgeva di ridiventare egli stesso un
fanciullo; Mario lo ascoltava, frenando a stento l'amarezza, che gli bolliva
dentro. Perch l'Annetta non lo aveva detto prima a lui?
Quel bambino sarebbe dunque figlio dell'avvocato?
Ella lo credeva dunque?
Ma il signor Filippo continuava.  Voi non potete comprenderlo, Mario,
perch siete ancora troppo giovane; ma verr la vostra volta, e
allora vi ricorderete questo, che vi dico.  una grande trasformazione,
quando si diventa padri; il mondo, la nostra vita, non ci appaiono pi
quelli. Fino allora tutto finiva in noi, dopo tutto prosegue; entriamo noi
stessi nell'infinito misterioso delle generazioni. I nostri vizi, le nostre
virt dureranno in altri, dopo che saremo morti; si riprodurranno forse
anche i nostri gesti. Solamente colla paternit l'uomo entra nel possesso
pieno della vita. Ma se la vedeste, non sta nella pelle! 
 Infatti...  balbett Mario.
 Le donne soffrono forse della sterilit quanto noi dell'impotenza. 
Erano gi lontani dalla porta, che Mario non aveva ancor parlato; ma
l'avvocato, ripreso dal proprio orgasmo, volle tornare a casa.
Il vespero scendeva.
 Venite anche voi, Mario; sarete il primo a farla diventar rossa con un
complimento. 
A casa la trovarono abbattuta sopra una poltrona quasi gi oppressa dalla
gravidanza. La Veronica, la moglie dell'esattore, la Gina, le stavano
intorno covandola collo sguardo, allegre di quella sua confusione.
Quando entr l'avvocato, la moglie dell'esattore, donna sulla cinquantina,
grossa e volgare, con due occhi bianchi a fior di testa e il labbro inferiore
sgradevolmente penzoloni, che le lasciava scoperte le gengive giallastre,
si alz rispettosamente.
La signora Annetta tese languidamente la mano a Mario.
 Ti senti gi vicina alle doglie?  le disse il marito con grossolana
facezia, indovinando in lei tutto quel male immaginario, mentre il suo viso
non era mai stato pi florido.
Ella invece mise negli occhi di Mario un'occhiata che vi spense tutti i
rimproveri. Non gli era pi possibile ingannarsi; quello era lo sguardo,
che la femmina d istintivamente al maschio, del quale ha subito l'impronta
della maternit. Un gran rimescolamento gli si fece nel cuore; l'avvocato
era andato egli stesso a cercare due vecchie bottiglie preziose, regalo d'un
cliente, per berle tutti insieme. S'intendeva la sua voce strepitare con
quella della Veronica.
L'avvocato torn raggiante, colle due bottiglie in mano.
Lei, signora Amalia, vada su ad invitare anche sua cognata, perch suo
marito, lo so, non  in casa; poi non vogliamo altri uomini, basta Mario. Ho
mandato fuori la Veronica a prendere qualche cosa: ci vuole un po' di festa,
non  vero, Annetta? Come ti senti male! Sei gi dimagrita! esclam
canzonatoriamente.
Ella sorrideva.
Tu, Gina, prepara nella camera da pranzo; mettici quello che hai. Vengo
anch'io, troveremo bene.
La Gina, ragazza clorotica, quasi elegante, perch l'Annetta le regalava
molti dei propri abiti, lo segu in silenzio. Era di un'esattezza scrupolosa
nel servizio, ma parlava poco; pareva malinconica. Infatti era nata troppo
bene per essere ora costretta a fare la cameriera; per l'Annetta la
trattava con molta cordialit.
Appena rimasero soli, Mario si sent riprendere dalla collera. Perch
l'Annetta non aveva avvisato prima lui? Le prese una mano, chiedendoglielo
concitatamente. Ella, sempre cos sottomessa, quasi che la rivelazione della
maternit l'avesse trasformata, rispose ingenuamente: Ma lui sar il padre.
Io, dunque...?
Ella alz gli occhi interrogando.
La semplicit di quella risposta lo aveva atterrato.
Ma  mio, non  vero,  mio?
Ella annu.
Quando?
Non lo so.
Lo sai, le donne se ne accorgono.
Ella si era animata, stava per dirgli tutto.
Tira via, vengono.
Quella volta nello studio...
Egli era andato a Firenze; mi ricordo, il 25 maggio, presso la finestra.
Ella scoppi a ridere, l'avvocato li sorprese in quella ilarit.
Sentiamo: che nome vorresti mettere al bambino? egli disse.
Sar una bambina ella ribatt.
L'altro si fe' scuro.
S, s, lo sento replic con ostinazione: sar una bambina.
Ben venga la bambina; il bambino sar per un'altra volta. Come la chiamerai?
Tu ci hai pensato?
S.
Anch'io.
Ella guard Mario, alla sfuggita, per fargli comprendere tutta la tenerezza
del complimento, che stava per fargli.
Maria.
Quasi il mio nome; basta mutare l'o in a.
Arrivarono gl'invitati. Quella sera pass allegramente in famiglia, colle
due bottiglie, un punch, del panettone e delle paste.
Mario stesso pareva rabbonito, ma le tenerezze troppo confidenziali del
marito colla moglie lo abbuiavano tratto tratto.
Quel languore dell'Annetta si dissip presto. Invece vi successe una
vanagloria con un pettegolezzo inesauribile sui bambini, sulle gravidanze e
i pericoli che vi si incontravano, ogni sorta di preoccupazioni e di nuove
spesucce. L'avvocato si mostrava di una condiscendenza instancabile,
lasciando traspirare nella propria contentezza di essersi liberato da un
gran peso. Alla sua et, con tanta sproporzione d'anni, gli era preso il
timore di lasciare la moglie sterile. Qualche beffa maligna dei colleghi
lo aveva gi punto. Poi quella nuova vita, che rampollava dalla sua, gli
preparava altri modi di meglio consumare l'imminente vecchiezza.
Ora la sua affezione per la moglie si temperava di un nuovo austero senso
di rispetto per la madre, mentre ella invece tornava verso Mario. Era quello
l'uomo vero, che l'aveva mutata sostanzialmente; l'avvocato diminuiva a
grado a grado nella sua anima sino a non essere pi che un padrino, l'amico
protettore della sua giovent. Tutto quanto era passato fra loro ai primi
giorni delle nozze si scolorava nella inanit del risultato finale, perch
ella era istintivamente sicura, con quella inesplicabile sicurezza femminile,
che Mario era il padre di Maria. E allora si accorgeva, quasi per la prima
volta, che era bello. Si ricordava a uno a uno, riassaporandoli, i suoi
trasporti, quegli impeti deliranti, che la scrollavano fino in fondo
all'anima, lasciandole nelle membra come la lassitudine di una fatica, mentre
tutta la forte virilit del marito non era mai riuscita a darle nessuna di
quelle soffocanti sensazioni. Avrebbe voluto Mario sempre vicino per
rituffarsi con lui nei godimenti, dai quali la sua maternit era uscita, e
per fargli sentire che anch'essa era donna. Tutti i sensi le vibravano.
Ma l'avvocato si allontanava adesso pi raramente dalla citt, e la sera
non usciva quasi pi di casa, facendosi fin troppo assiduo presso di lei.
Quando la gonfiezza del ventre cominci a designarsi, egli volle invece
uscire pi spesso con lei a passeggio, orgogliosi entrambi di quella
gravidanza, sebbene ella ne provasse talora in fondo all'anima un sottile
rammarico come di una deformit. Infatti la sua bella e flessibile figura
n'era tutta deturpata; larghe chiazze le macchiavano la pelle, qualche
nausea la sorprendeva il dopo pranzo. E in questo accorgersi, quasi
spaurita, di una bruttezza progrediente, ella ammirava sempre pi Mario.
 Gli uomini! essi rimangono sempre inalterati, mentre noi povere donne...
Un giorno glielo disse nello studio. Egli, che le aveva chiesto invano un
convegno da due settimane, stava imbronciato. Allora ella si arrese,
promettendo di venire nel gabinetto verde la prima volta che l'avvocato
escirebbe per ragioni di studio.
A Mario parve trasformata, pi ardente ed amorosa. La femmina, in quello
sbocciare della maternit, sprigionava le proprie energie colla voracit di
tutti gli appetiti. Adesso voleva anche lei giungergli sino al fondo
dell'anima, soverchiarlo coll'insaziabillt delle brame.
La gelosia di lui, attutita da tutte quelle prove di amore, non rimaneva
quasi pi che una esagerazione di tenerezza. Nullameno le chiedeva spesso
del marito. No, no  lo interrompeva:  glielo ho detto, ora no. Voglio te
solo, tu sei mio marito.
Avevano combinato che Mario verrebbe spesso a passare la sera con loro;
s'incaricava lei di farvelo costringere dall'avvocato. Era diventata furba;
infatti vi riusc. Mario, che avrebbe dovuto smaltire quelle ore al caff,
aveva accettato; ma nella nuova pi frequente intimit correvano pericolo
di tradirsi, e le scene di gelosia si rinnovavano. Talora l'avvocato, poco
corretto nelle maniere, specialmente in casa propria, si permetteva di farle
qualche carezza improvvisa, o lentamente, quasi senza accorgersene, sedendole
vicino le passava un braccio intorno alle spalle, scherzandole colle dita
fra i ricciolini della nuca. I discorsi non variavano molto. Fra i due
uomini erano interessi di studio o discussioni giuridiche, nelle quali
l'avvocato s'abbandonava insensibilmente alle sue tendenze di professore;
le donne, la moglie dell'esattore e la Gina, cucivano o ricamavano delle
cuffie o delle fascette per la nascitura. Era deciso che sarebbe una bambina.
La signora Annetta, sdraiata nella poltrona col ventre enorme e la fisonomia
molto mutevole, non faceva nulla, come oppressa da quel peso tutti i giorni
maggiore. Ma la sua vanit aveva trovato modo di esaltarsi ancora in quel
sentirsi al centro di tutte le preoccupazioni della casa.
La sua bella salute resisteva trionfalmente alla fatica della gravidanza,
senza dar loro la pi piccola apprensione drammatica.
Mario aveva finito col pranzare spesso in casa dell'avvocato. Cos poteva
profittare di tutti gli istanti propizii coll'Annetta, malgrado la presenza
quasi continua degli altri.
Ma qualche cosa n'era trapelato. La moglie dell'esattore talvolta li
sorvegliava con occhiate, che a lui lasciavano pi di un dubbio, mentre la
Gina invece si manteneva nella solita composta impassibilit. Davanti alla
sua enigmatica figura Mario restava sovente imbarazzato. Che cosa pensava
quella ragazza? V'era della sofferenza nella sua seriet, come un dolore
sdegnoso di essere serva, lei nata di una famiglia pari alla loro. Quindi
quella sua cura minuta ed incessante nel servizio per evitare ogni
rimprovero, che le facesse sentire pi duramente la propria condizione.
Ma sotto quel bianco spento, che la faceva somigliare ad una figura tagliata
in un cero, con quegli abiti regalati dalla signora Annetta, e che sotto le
sue mani diventavano pi signorilmente eleganti, malgrado la semplicit
conveniente ad una cameriera, a Mario pareva inquietante. Era fredda con lui
come cogli altri, sembrando non voler capire nulla; eppure egli indovinava
che sapeva tutto. Infatti l'Annetta diventava a mano a mano pi difficile.
Nell'ingrossare della gravidanza le si alterava la gioconda facilit del
carattere. Improvvisi capricci la coglievano, lo chiamava vicino, affettava
quasi di tradirsi, o peggio ancora palesava improvvise ripugnanze pel marito.
E poich non aveva pi la prontezza dei movimenti, quando le si accendevano
tali bramosie, si attaccava a Mario, comunque, covandolo collo sguardo,
arrischiando tutte le temerit per poterlo premere e brancicare. Una sera
che giuocavano a tombola, un altro suo capriccio di ragazzina, ella divideva
con lui la cartella sedendogli presso. Mario, gi sulle spine,
nell'impossibilit di sottrarsi alle carezze nascoste colle quali lo tentava,
e preoccupato del marito, che giocava colla Veronica mettendo per lei la
posta, si sent improvvisamente addosso lo sguardo della Gina. Ella lo
guardava impassibile, bianca, coi piccoli occhi chiari, che parevano di vetro.
Finalmente la signora Annetta gett un'allegra risata nel giuoco, mentre
Mario impallidiva.
La mamma di Mario, l'Orsolina, come la chiamava l'avvocato, si era
insospettita della tresca. Ma se da prima la sua vanit materna ne aveva
insuperbito per il figlio, presto temette che la cosa potesse prendere
una brutta piega. Glielo disse una mattina nella camera mentre si vestiva;
Mario rispose male. Gi l'amava poco per tutto quello che gli aveva fatto
soffrire da bambino e la sordidezza della economia, per la quale andava mal
vestita e si lagnava sempre con tutti della mancanza di denaro. Nel proprio
vanaglorioso egoismo Mario non sentiva la profonda passione della vecchia
per lui.
Ella insisteva.
 Finitela dunque: mi credete uno sciocco? Faccio quel che mi pare.
 Non vuol dire che tu faccia bene rispose, niente sbigottita di quel suo
tono aspro.
Ma le sue osservazioni gli erano penetrate nell'animo. Qualche volta si
diceva di aver fatto male ad innamorarsi di quella donna; ora che essa
ardeva veramente per lui, non avrebbe per saputo staccarsene.
Verso la fine dell'ultimo mese la signora Annetta cominci a star male.
L'avvocato credette a una delle solite paure nell'avvicinarsi del primo
parto, ma nullameno chiam il suo vecchio medico, buon diavolo assolutamente
incolto, cui la lunga pratica aveva tuttavia insegnato qualche cosa. Egli
visit la signora Annetta, e se ne and sorridendo: paura e nient'altro.
Apparvero alcune febbriciattole, che la tennero a letto due giorni; il
signor Filippo incominciava ad impensierirsi. Mario entrato da lei, in un
momento che questi non c'era, aveva appena potuto sottrarsi alla tenerezza
delle sue effusioni. Poi ella si alz, ma volle essere visitata dal
dottor Talli, il giovane primario dell'ospedale, del quale in citt
cominciava a dirsi un gran bene. Mario non lo seppe che dopo, e diede in una
grande collera; l'avvocato invece, rassicurato dalle dichiarazioni del
dottore, era tutto ilare.
 un bell'uomo disse: far una gran carriera, perch le donne vanno pazze
per lui.
Allora perch gli ha ella mostrato la moglie? proruppe Mario.
Lo senti, Annetta? Sareste per caso un geloso, mio caro Mario? Allora
seguite il mio consiglio, non prendete moglie; fareste due infelici.
Certo, replic guardandola non vorrei che mia moglie fosse veduta da
altri che da me.
L, siete geloso per temperamento; me n'ero gi accorto a certe frasi. Ma
sapete quello che accadr? Piglierete moglie, perch la gelosia non pu
esercitarsi diversamente, e le passioni vanno sempre dritte al proprio scopo.
Quando vennero le doglie alla signora Annetta, la casa fu sossopra; era
arrivata anche la mamma di Mario. La moglie dell'esattore, sua cognata, pi
vecchia e pi insignificante di lei, che le faceva da serva, la Veronica
s'impicciavano reciprocamente. Solo la Gina, pi attenta e sollecita di
tutte le altre, restava fredda. Si era chiamata la levatrice e il vecchio
medico, ma questi aveva dichiarato che tornerebbe; era presto ancora. Gi
tutto andrebbe bene; in caso diverso bastava una chiamata, e sarebbe accorso.
L'ammalata in preda ad una pazza paura si lagnava dolorosamente. La sua
bella testa pallida, un po' dimagrita, entro quella cuffietta bianca di
merletti, diventava di una idealit prima non sospettabile. Gli occhi
cilestri, umidi di lacrime, le rimanevano come in una fissazione di
preghiera, mentre la bocca scolorata le si contraeva sotto le fitte acute
dei primi spasimi.
Il medico aveva ordinato di non far chiasso. Al capezzale s'erano installate
la mamma di Mario e la moglie dell'esattore sotto l'autorit della levatrice,
una donnetta magra e nera, vestita a festa, che parlava lentamente, colla
serenit di un gran medico. L'avvocato, troppo commosso per potersi dominare,
si era chiuso nel gabinetto verde; Mario gli venne incontro tendendogli la
mano. Ho paura, Mario; sento che la cosa non andr bene.
E vi era una convinzione cos seria in queste sue parole, che l'altro
s'impensier.
Tu stesso lo credi?  prosegu senza accorgersi della irragionevolezza di
tale domanda.
L'altro per un attimo sospett di un agguato, ma l'avvocato era caduto sopra
una sedia, stringendosi il capo fra le mani.
Allora Mario cap tutta la profondit dell'amore, che quell'uomo, in
apparenza cos freddo  positivo, portava alla moglie. La sua gelosia ne fu
punta. Bisogner chiamare Talli; del vecchio Giorgi non mi fido.
Perch Talli? Aspetti, l'emozione le fa scorgere pericoli dove non ve
ne sono.
Arrivarono dei clienti; l'avvocato non volle riceverli e disse al vecchio
Andrea di chiudere lo studio. Rimasero tutti e tre nel gabinetto verde.
Che cosa ne pensi tu, Andrea? 
Che andr bene: diavolo! La signora Annetta  un fior di salute.
 Tu credi cos?
 Sicuro. 
Quindi parlarono di cause. Bench l'avvocato non s'occupasse molto in
criminale, aveva un processo importante alle Assise di Firenze; si trattava
di una signora, di una moglie, che aveva ucciso l'amante. La causa doveva
discutersi sabato, ed erano al luned. Egli ne parl a lungo, facendo una
carica a fondo contro la scuola cos detta positiva dei nuovi penalisti.
Il vecchio Andrea lo ascoltava con ammirazione; anche Mario si sentiva
trascinare da quella eloquenza impetuosa e larga come un gran fiume.
Poi lo scrivano chiese di andarsene.  No, mio vecchio, anche tu resterai
a pranzo con me quest'oggi. Ho bisogno di voi altri, seguit stendendo loro
affettuosamente le mani  siete i miei soli amici. Ho paura. 
Il vecchio Andrea, commosso fino alle lacrime da quel favore, che lo
innalzava ai propri occhi, diede a Mario un'occhiata di rimprovero; ma
l'avvocato sorridendo disse ancora:  Chi sa come pranzeremo con tutta la
casa sossopra; tu sai cucinare qualche cosa, Andrea? 
Poi le paure lo ripigliarono. La Veronica entr per dir loro di chiamare il
medico; la signora si lamentava, si lamentava.
 Si, chiama Giorgi, ma chiama anche Talli. Andrea, va' tu da Talli; la
Veronica chi sa quanto impiegherebbe. Tu, Veronica, cerca Giorgi alla
farmacia del Redentore:  sempre l. Andrea, ha capito, Talli!
Bisogna andargli a casa, e portarli qui insieme, perch sarebbero capaci di
offendersi, senza una spiegazione che io dar loro. I medici! mentre gli
altri muoiono, si disputano ancora sulla precedenza.
La preoccupazione cresceva; Mario stesso se ne sentiva invadere.
Andrea e la Veronica tornarono dopo un'ora, senza aver trovato n l'uno n
l'altro, ma la levatrice aveva mandato a dire che tutto andava bene.
Solamente, essendo quello il primo parto, la signora era in preda ad
un grande spavento.
L'avvocato avrebbe voluto entrarle nella camera, ma la signora Orsola lo
ferm:  Non entri, creda a me: la signora Annetta credezebbe di essere
davvero in pericolo.
 Ma c' pericolo?! 
 Affatto  e il viso freddo e antipatico della vecchia aveva una grande
sicurezza.  Pensa lei che, dopo quanto ella fa per il mio Mario, volessi
abusare della mia esperienza per ingannarla? Di queste cose, noi donne, ce
ne intendiamo.
 Mi consolate tutto. Mario  un eccellente ragazzo, far carriera.
 Ha cominciato bene qui, purch ella gli mantenga la protezione. 
Anche Mario arrivava.
 Via tutti!  concluse l'Orsolina, dando al figlio un'occhiata severa nel
chiudere l'uscio.
L'avvocato sorrise con Mario a quell'autorit improvvisa della vecchia
signora in casa sua. Nell'altra stanza si ud un gemito.
La Veronica aveva preparato confusamente una specie di pranzo. Andrea,
invece di fare l'ospite, s'affaccendava colla solita bonariet a fare da
cameriere, ma nessuno mangiava. Finalmente s'intesero delle voci, e la
moglie dell'esattore proruppe nella camera:  Vengano, vengano, una bambina!
L'avvocato scapp furiosamente, tutti lo seguirono; ma la signora Orsolina,
ritta come un gendarme alla porta del gabinetto, che metteva nella camera
dell'ammalata, non lasci passare che lui. Mamma e figlio si guardarono;
ella severa, lui irritato. Il vecchio Andrea li osservava.
Bisogna non disturbarla ora: torn dentro a mandar via l'avvocato. 
Infatti, dopo pochi secondi, egli usciva cogli occhi pregni di lagrime:
aveva baciato per la prima volta sua figlia! Mario ed Andrea lo attendevano
al medesimo posto.
L'avvocato si gett nelle braccia del vecchio scrivano; un groppo di
singhiozzi, i pi giocondi della sua vita, gli soffocavano la voce. Andrea
sent inumidirsi gli occhi anche lui, poi quando furono un po' rimessi,
concluse filosoficamente scrollandosi dentro l'antico soprabito:
Via,  una bella cosa! 
Questa volta pranzarono allegramente.
Ma nella notte la puerpera torn a gemere lagnandosi di un caldo
insoffribile; si dichiarava la febbre, e con essa un vero pericolo.
L'avvocato era rimasto solo in casa colla Gina e colla Veronica non ancora
coricate. Mand questa a cercare Giorgi, che venne subito.
Il vecchio medico esamin attentamente l'ammalata, che lo guardava come
smemorata, coi pomelli infocati e le labbra riarse; l'avvocato lo spiava
attendendo. A fianco del letto, in una culla coperta di un drappo bianco
merlettato, dormiva la piccola Maria.
Giorgi rimise la mano dell'inferma sotto la coltre.  Niente, niente, un
po' di prostrazione  ma la sua faccia, tutta rossa tra le grandi fedine
bianche, era diventata quasi intelligente sotto la grave apprensione.
Era la febbre puerperale. L'avvocato sent stringersi il cuore, e ricusando
prontamente le speranze confortatrici, che l'altro gli dava, esclam:
 Resta qui; non t'offendere, mando a chiamare Talli.
Lo attesero un'ora nella camera di lei, quasi senza parlare. Ogni tanto
Giorgi le metteva il termometro sotto il braccio; la febbre saliva
lentamente, ma saliva.
Gina tornata dal caff della piazza col ghiaccio, lo preparava spezzandolo
per la vescica; l'Annetta, cogli occhi chiusi, s'agitava sotto le coperte.
Nella camera l'aria si era fatta greve, leggermente nauseabonda.
Ti par molto grave?  domand con voce tremula. Giorgi, che aveva il vezzo
di giocherellare colla mano sinistra fra i ciondoli della catena, scosse il
capo senza rispondere. La Gina, in piedi all'altro capo del letto, aveva
posto sulla fronte della signora la prima vescica di ghiaccio, che le
produsse una sensazione irritante. Per due o tre volte questa tent di
sottrarre il capo.
La bambina si dest. Dio! come si fa adesso? Voleva allattarla da s,
non ha voluto assolutamente udir parlare di balia  esclam l'avvocato
correndo verso la cuna sulla quale la Gina si era gi piegata.
La piccola creatura strillava come un animalino.
Ho io, per fortuna, la donna a proposito. Ora, se viene questo Talli, te
la mando subito  e Giorgi pronunci "questo" con una intonazione di
seccatura, che in altra occasione avrebbe fatto ridere l'avvocato.
Gina mia, cerca di calmarla per qualche poco. 
S'intese aprire la porta, che dava sulla scala; la Veronica entr con Talli.
Ah! siete qui, dottore  questi disse con accento gaio, dopo aver stretta
la mano all'avvocato.  Che cos'? Speriamo niente di serio, la signora  un
bel esemplare di donna. 
Ecco...  fece Giorgi, che dinanzi al giovine medico si era improvvisamente
raumiliato, disponendosi ad esporre la diagnosi; ma l'altro era gi al
capezzale dell'inferma.
 Portate via per un momento la piccina  si volse alla cameriera, che non
era riuscita a calmarla; e si chin sulla signora Annetta, tastandole il
polso. Ella pareva assopita. Poi colla mano armata del termometro le spar
sotto le lenzuola, l'Annetta diede un gemito, passarono alcuni istanti.
Quando egli si torse verso di loro, anche la sua faccia di bel giovane era
diventata grave; una grossa ruga verticale gli divideva la fronte fino sul
naso.
 Siete qui da un'ora, Giorgi? Quanto segnava il termometro la prima volta? 
 Trentotto e sei linee. 
 Ora vedremo. 
 Ma dunque c' pericolo?  sussurr angosciosamente l'avvocato.
Talli non rispose. Nell'altro gabinetto si sentiva sempre piangere la
piccina; il silenzio in quella camera, cos piena di gente, diventava
terribile.
Talli estrasse il termometro; segnava quaranta e tre linee.
Era una febbre fulminea, spaventevole. I due medici si consultarono, ma
Giorgi non parlava. Talli esigeva l'imbottimento di ghiaccio nell'utero e
l'impacco nel ghiaccio di tutto il corpo; non voleva usare antipirina,
perch contrario a quel rimedio, malgrado la moda, per le terribili reazioni
che provoca dopo gli abbassamenti di temperatura. Si capiva che l'altro non
era persuaso della cura troppo arrischiata, ma non osava contraddire;
solamente la sua mano sinistra tormentava pi vivacemente i ciondoli della
catenella. All'avvocato era venuta meno ogni forza.
 Ma dunque, signor Talli, lei crede che ci sia pericolo? 
Il giovine medico, cos elegante e con quell'aria di zerbinotto vacuo, era
adesso brusco. La sua bella testa, colla barbetta tagliata a punta e la
scriminatura di una regolarit volgare, aveva un carattere strano di
risolutezza.
 S, ma lo combatteremo vigorosamente. Bisogna che la febbre non vinca in
un corpo bello e robusto come quello della signora. Voi, caro Giorgi, andate
a ordinare il ghiaccio, molto, molto: ricordatevi il sublimato e lo speculum.
Non c' tempo da perdere. Preparate un lenzuolo grande  si volse alla
Veronica;  la signora avr la tinozza in casa, spero. Ma ghiaccio, e presto:
non c' tempo da perdere. Resto qui io, nessuna emorragia, eh?  domand
all'avvocato, quando gli altri due erano gi usciti.
Egli, che non l'aveva nemmeno chiesto, non sapeva come rispondere. Era
diventato un bambino. Rientr la Veronica.
 Va bene,  un lenzuolo da letto grande? Voi, che avete assistito al parto,
nessuna emorragia, eh? Non ha fatto molto sangue la signora?  seguit,
spiegandosi pi brutalmente per farsi meglio intendere.
 Ma no, la levatrice non ha detto niente. 
 Chi  stata? 
 L'Adelaide Cucchi. 
 Una imbecille! scommetto che non si  nemmeno disinfettate le mani prima.
Tutte cos quelle pettegole; poi vengono le febbri infettive. 
Era nervoso. Tratto tratto le rimetteva il termometro; la bambina strillava
sempre. L'avvocato travolto dalla propria commozione, raddoppiata da tutto
quel tramestio notturno, non sapeva pi che fare n che pensare. Interrog
il medico sul come nutrire la bambina, dicendogli che Giorgi aveva una bella
balia sotto mano.
 Allora gli corra dietro, e la faccia venir qui. Andiamo dunque  seguit
raddolcendo la voce;  non bisogna perdersi, un uomo del suo ingegno! . E lo
spinse fuori.
Rimase solo coll'inferma, studiandola. Ella si era fatta pi rossa, colle
labbra che le si screpolavano, e gli occhi lucenti; alcune chiazze, sotto la
pelle delle guance, cominciavano a mostrarsi. Di tanto in tanto si portava
la mano al seno gonfio dolorosamente di latte.
Lei, dottore! mormor una volta gemendo, e come riconoscendolo solo allora.
Il tempo passava lento, poi ella cominci a parlare vaneggiando. Finalmente
tornarono tutti, ma per quanto avessero compito un miracolo di prestezza,
Talli li sgrid. La balia si era fermata nel gabinetto attaccandosi la
piccina alla mammella; l'avvocato ansava.
Adesso via tutti: lei vada a dormire, se pu. Qui resto io solo. Come vi
chiamate? 
Veronica. 
Bene, state attenta a quello che vi ordiner. Dunque lei vada , si rivolse
daccapo, all'avvocato assolutamente; vada, qui sarebbe d'incomodo. In questi
casi bisogna o non chiamarci, o fidarsi assolutamente.
E siccome l'avvocato, ammollito da tanti colpi improvvisi, tentava di
scusarsi, anch'egli malgrado la vivacit del suo carattere e la pressura del
momento s'intener.
Si faccia coraggio; il pericolo non  tale che non si possa combattere.
Spero che vinceremo. Vada, vada.  L'avvocato usc singhiozzando, ma
invece di fermarsi a guardare la balia, seduta sopra una poltrona
nell'angolo del gabinetto, colla bambina sospesa alla mammella, corse a
chiudersi nello studio. L, solo, scoppi a piangere disperatamente,
rumorosamente, come un ragazzo. Gli pareva che tutto l'edificio della vita,
cos faticosamente costrutto, gli rovinasse addosso, seppellendolo sotto le
macerie. Un gran buio gli si era fatto nell'anima; si sentiva salir intorno
il silenzio della solitudine a soffocarlo, e allora tornava a singhiozzare
pi fortemente, quasi per reagire contro di esso. Passarono cos molte ore;
a poco a poco si era assopito in una dormiveglia affannosa.
Poi si dest. La luce del mattino filtrava chiara fra le imposte; spalanc
la finestra. Gi nella strada cominciava a passare la gente, pi bruna in
quel chiarore gelido, sotto il cielo grigio di nuvole. Il freddo sul
volto gli fece bene. Allora, come punto da un ricordo, scapp verso la
camera della moglie, ma nel gabinetto trov Giorgi, che sonnecchiava sopra
una poltrona e si dest di soprassalto.
Ah! Sei tu: va bene, sono ancora qui. 
Annetta?!
Meglio  seguit sbadigliando, mentre si stropicciava gli occhi assonnati.
Aspetta dunque, non entrare. Abbiamo fatto tutto quello che egli ha voluto.
Ma ora? 
Non c' male. Egli torner fra poco; ha detto che alle sei sarebbe qui. Io
sono rimasto per te: mi sono un po' addormentato su questa poltrona.
Piuttosto va a vedere, se trovi una delle tue donne, e che mi facciano un
goccio di caff. Una notte come questa, alla mia et, non  indifferente.
L'avvocato gli strinse la mano con effusione, dirigendosi alla camera della
Veronica. La trov vestita sul letto, addormentata; la balia dormiva colla
piccola Maria nella camera della Gina, rimasta al capezzale della signora.
Ma la cuoca ud nel sonno il passo di lui.
Che cosa c'? Ah!  lei, mio Dio! 
Pare che vada meglio, Giorgi vorrebbe il caff. 
S, s, se l' meritato. Ora lo faccio subito.
Il mattino saliva, sempre cos grigio, nel cielo. L'avvocato venne a
sbirciare all'uscio della camera, e vide la Gina seduta compostamente sulla
poltrona, a capo del letto; il lume da notte la lasciava in una penombra
quasi oleosa. Nella camera tutto era sossopra, molte salviette bagnate ed un
lenzuolo giacevano ammucchiati presso l'armadio a specchio. L'ammalata si
discerneva appena sotto la vescica del ghiaccio, e fra il bianco degli
origlieri. Il suo respiro era ancora rantoloso.
L'avvocato si ritir come un colpevole dinanzi allo sguardo freddo della Gina.
Quando venne Talli, la febbre non accennava a decrescere; mand via Giorgi,
ringraziandolo con molti complimenti, che lo ravvivarono tutto, e si fece
aiutare dalle due donne per ripetere la cura della notte. L'avvocato era
uscito a cercare altro ghiaccio. Allora, nella strada, la curiosit
affettuosa di tutte le persone, che sapevano gi la sua disgrazia, lo
martori. Gli pareva che quelle domande talvolta unite rendessero pi
imminente il pericolo, dandogli la misura del disastro, che lo minacciava.
Il vecchio Andrea venne due ore prima, entr nel gabinetto verde senza
parlare, e come un cane amoroso si mise a sedere vicino a lui. Stettero cos
lungamente. A un tratto l'avvocato grid: Come far dopo, solo? 
 Chi sa che Dio non ci perdoni l'altro rispose con voce grave, alludendo
seco medesimo al peccato della signora Annetta con Mario, perch da molti
anni Andrea era stato ripreso dalle idee religiose, e praticava spesso i
sacramenti. Ma senza vergognarsi in faccia al mondo di questa sua conversione,
non ne parlava e non la nascondeva.
Poi gli disse dolcemente: Venga con me a vedere la bambina.
La balia era ancora a letto, colle imposte aperte, seduta sui cuscini. Quando
entrarono i due uomini, fece atto di coprirsi il seno, quindi sorrise. Era
una contadina fatta venire un mese prima in citt dalla moglie del maggiore
del genio, alla quale era morto il bambino la notte antecedente. Pareva
giovane e forte. Il colore bronzino della faccia e del collo staccava
sul candore niveo delle poppe turgide, sulle quali si distinguevano sottili
vene azzurrognole; la bambina succhiava ghiottamente, deglutendo il latte
con un gorgoglio di piccolo fiasco capovolto.
L'avvocato si ferm a contemplare quel dolce quadro, risentendone una grande
serenit pacificatrice; poi domand alla contadina dove stesse, e sotto
quali padroni. Ella, che lo conosceva di vista e di nome, rispondeva
sicuramente. Apparteneva ad una buona famiglia di coloni, mezzadri da molti
anni del conte Giglioli sul podere la Rocchetta, nella parrocchia di
Trepiano, in una posizione incantevole.
Bisogna che torniate subito a casa; qui non  sano per la bambina. 
Si deve battezzarla, prima. 
C' tempo: non la voglio qui prosegu, ripreso dalla paura che non
dovesse venire la febbre anche a lei. Andrea, va a prendere una vettura. 
Da Pistacchio?  questi rispose, nominando il vetturino di casa.
E l'avvocato prese dolcemente fra le mani, da quelle della balia, la propria
figlia. Per tre giorni la signora Annetta fu tra la vita e la morte; la
febbre resisteva malignamente a tutti gli Sforzi, ostinandosi contro il suo
corpo, che gi non pareva pi quello. Giorgi e Talli, ammirabili di devozione,
non lasciavano pi il suo letto, accigliati davanti a quel pericolo sempre
rinascente, mentre la casa era tutta sossopra, e lo studio rimaneva chiuso.
La signora Orsolina, installandosi silenziosamente nella camera
dell'ammalata, non aveva pensato che a Mario, per impedirgli nell'esaltazione
di quella morte imminente qualche imprudenza. Infatti il suo contegno per
un occhio chiaroveggente avrebbe rivelato anche troppo i suoi rapporti colla
signora Annetta; ma l'avvocato, travolto dal proprio dolore, non vi sentiva
che una affettuosa concordanza in quella sventura, che lo colpiva
improvvisamente nel pi profondo della vita. Mario rimaneva nella casa tutto
il giorno, senza aver potuto penetrare che una sola volta, fuggevolmente, in
quella camera; ma l'immagine di lei, sformata, agonizzante, gli era rimasta
spaventosa nella immaginazione. Non poteva scordarsela, non sapeva sperar
pi. La Gina non lasciava il capezzale della signora; solo il vecchio Andrea
lo arrestava qualche volta con certe occhiate, che sembravano ammonirlo
severamente di non complicare con pi spaventevoli rivelazioni un dramma gi
superiore alle forze di tutti.
La terza notte erano nel gabinetto verde. L'avvocato, sempre vestito da tre
giorni, sonnecchiava qualche mezz'ora qua e l sopra una sedia, avendo
ormai egli stesso un'aria d'infermo, cogli occhi lucidi di febbre: in fondo
non sperava pi e radunava tutte le proprie forze dinanzi a questo nuovo
naufragio della vita. Il temperamento sano e l'equilibrio della mente
l'aiutavano a dominarsi. Il vecchio Andrea pareva pi triste di lui, giacch
quella disgrazia inconsolabile dell'uomo, nel quale aveva riposto l'ultima
affezione, gli toglieva ogni scopo alla esistenza. Qualche dubbio affannoso
gli risorgeva nell'anima contro la provvidenza di Dio.
Mario era grave. L'avvocato, dopo un lungo silenzio, cerc sulla scrivania
un fascicolo, e cominci a scorrerlo.
 impossibile... Mi pare che ve ne ho parlato anche l'altro giorno, Mario.
Andrete voi a Firenze; forse sar la vostra fortuna  aggiunse con un sorriso
doloroso.  L'avete studiata un poco la causa, non  vero? Quella donna, che
ammazza l'amante scoprendolo troppo vile, quasi per vendicare il marito
ingannato,  uno dei temi pi belli, che possano capitare ad un principiante.
Ho piacere di cedervelo, tanto io sono finito. 
La sua voce aveva sonorit lugubri; Mario l'interruppe con un gesto.
 No,  egli prosegu disperatamente  perch tentare di illudermi? 
indegno, atroce, sento che non lo meritavo. Eppure  cos. Vivr per la
bambina; sar triste, molto triste per entrambi. N io n lei avremo
con chi sorridere. Perch dunque la vita  cos fatta? Basta un giorno,
un'ora e tutto frana; non si pu pi lottare, non si pu pi resistere.
Bisogna essere travolti come una cosa sotto una rovina, che non si  meritata,
che nessuna ragione giustifica. 
Essi non sapevano rispondere.
L'avvocato si mise a passeggiare per il gabinetto.
Nulla, nulla. Siete vissuto cinquant'anni onestamente, senza danneggiare
alcuno, lavorando come una bestia da soma, salvando tanti sciagurati! Non
avete chiesto niente al mondo, non vi eravate mai lagnati...
Eravamo noi due soli, io e lei... Avrei dovuto morire io vent'anni prima,
e invece muore lei, lasciandomi una creaturina che non potr allevare; no,
non lo potr... Le mancher sempre la mamma. Dio ha torto! 
Perch disperare?  arrischi Mario.
In che cosa sperare? Non avete visto Talli? La sua faccia dice pi delle sue
parole; ella  perduta, per sempre. 
Il vecchio Andrea, che si era cavato un fazzoletto turchino di tasca, se lo
mise sulla bocca per soffocare i singhiozzi. Ma lo scoppio represso delle
sue lagrime provoc un altro urlo di pianto nell'avvocato.
Questi si gett nelle sue braccia.
Mario, seduto all'altro canto, presso la scrivania, li udiva piangere
mescendo il loro dolore in un supremo abbandono di amicizia, che in quel
momento per lui diventava un rimprovero. Confusamente sent di aver avuto
torto a sedurre quella donna per un godimento sensuale, troppo meschino ed
effimero. Quell'uomo, che piangeva disperatamente la morte della mamma della
propria figlia non sua, gli parve sublime di innocenza e di miseria. Annetta
stessa non meritava tale angoscia di rimpianto, ma la sua maternit si alzava
nullameno dal letto di morte, misticamente solenne, nascondendo nella propria
luce gli avanzi della femmina, altra volta cos belli, e che fra poco
avrebbero ripugnato anche alla piet.
Si vergogn di essere in quel gabinetto. Certo il vecchio Andrea lo doveva
disprezzare in tal momento, che l'avvocato, stravolto, soffocato, aveva
ancora, in una reazione suprema di tutta la propria coscienza di
professionista, potuto offrirgli col pi fortunoso dei processi il destro di
aprirsi trionfalmente la carriera. Il suo amore per l'Annetta era escluso da
quella tragedia; glie ne resterebbe solo un ricordo galante, insignificante,
che i rimorsi potrebbero forse tratto tratto avvivare. Anch'egli s'alz; non
poteva restare in quel gabinetto. Inavvertitamente usc, dirigendosi alla
camera dell'ammalata, ma incontr Talli, che usciva in fretta per una
chiamata urgentissima in casa Giglioli.
Era ilare, tutti lo circondavano con un sorriso di ammirazione.
Salva!  si rivolse la Veronica a Mario, colle braccia alzate, giubilando.
 Davvero, dottore?
S, ora credo di poter garantire, ma lasciatemi andare. Addio, salutate
l'avvocato; torner domani mattina. 
Mario spinto da un impulso irresistibile, rientr precipitosamente nel
gabinetto urlando:   Salva, salva! 
 Che!  esclamarono ad una voce l'avvocato e il vecchio Andrea come
inebetiti. Talli  uscito in questo momento, assicurandomelo sul suo onore.
Lo hanno mandato a chiamare in casa Giglioli.
Allora un'altra commozione s'impossess di quei due, illuminandoli, stirando
loro la bocca in un altro scoppio di pianto; si guardavano inebriati,
trepidi, senza la forza d'alzarsi, mentre Mario indietreggiava, colto da
un rispetto quasi pauroso, e sentendo un'amarezza improvvisa davanti alla
legittimit della loro gioia.
L'avvocato s'alz prendendo per mano il vecchio Andrea.
Andiamo nella sua camera.
Mario rimase solo nel gabinetto verde, come un estraneo.
Capitolo 3
Fra Mario e la signora Orsolina accadevano scene frequenti.
Dopo aver assistito al capezzale della signora Annetta, imponendosi a tutti
piuttosto per la severit del contegno che per i servigi, la signora Orsolina
credeva di aver riconquistato su Mario l'antico ascendente. Ma, sebbene
persuaso che la sua presenza gli avesse impedito di commettere allora qualche
imprudenza, egli non le era punto grato; anzi il sapersi da lei cos compreso
e valutato l'irritava. Gli pareva di ricadere daccapo fanciullo sotto la
stessa pesante autorit, mentre i suoi consigli, freddamente egoistici, di
troncare quella relazione gli diventavano oltraggiosi per la loro medesima
giustezza.
Come tutti i genitori, che allevarono i figli in vista di un avvenire
economico, ella si sentiva lesa dal suo capriccio nella propria legittima
aspettativa, giacch amava Mario meglio per se medesima che per lui. Nessuna
condiscendenza muliebre, nessun abbandono passionato, infatti, aveva mai
temprato in lei la rigidezza della passione, divenuta di giorno in giorno
pi permalosa per l'impossibilit di comandargli ancora. E siccome egli
non l'amava, colla ingratitudine propria dei figli troppo tiranneggiati
nell'inevitabile intimit della vita domestica, la poca e superficiale
educazione non bastava a mantenere nei loro rapporti quel rispetto
compassato, dietro al quale la gente delle classi superiori ripara le
inimicizie. Mario cominci a mangiare frequentemente all'albergo, con un
gruppo d'ufficiali. Naturalmente ci gli cresceva il dispendio, e gli forniva
l'occasione di scemarle l'assegno per le spese di casa; quindi altre liti,
pi volgari e stridenti. Oramai fra loro ogni riguardo era cessato.
Un giorno Mario le disse freddamente:  Giacch mi seccate tanto per farmi
abbandonare lo studio dell'avvocato, vi dichiaro bene che, se andr via,
muter anche paese, ma non vi prender con me.
 Che cosa m'importa?  ella ribatt aspramente, ma ferita a morte da questa
minaccia.
 Tanto meglio! Mettetevi per in testa che sopra di me non si comanda pi.
 Tutto per quella...
Mario le fren con un gesto violento l'ingiuria.  Andate al diavolo, avara,
spilorcia, che mi avete allevato per speculazione! Adesso finalmente so che
cosa sia questo famoso amore materno.
E usc di casa sbattendo gli usci per tornare allo studio. Ma l pure gli
crescevano le contrariet. Dacch la signora Annetta era entrata in
convalescenza, non aveva assolutamente voluto riceverlo; pareva tutta mutata.
La malattia, indebolendola, le aveva dato una grazia malinconica e signorile.
Il suo carattere, prima chiassoso, si era fatto riserbato; quindi si mostrava
pi affettuosa al marito, e non aveva nemmeno protestato contro il suo
desiderio di battezzare la piccina piuttosto col nome di Luigia, la sua
vecchia madre, che con quello di Maria. Poi colta da un postumo spavento
religioso della morte, ora che rientrava adagio nella vita, aveva voluto
confessarsi, in casa, ad un padre cappuccino, popolare nella citt per la
rude franchezza dei modi. L'avvocato ne aveva sorriso, ma cedendo subito
per non vederla rannuvolarsi. Da quella confessione Annetta usc molle di
pianto, col proposito di riconsacrarsi tutta al marito per indennizzarlo
della grande offesa fatta alla sua paternit; ma il cuore le restava secco
per la piccola Gigina, lontana sul colle arioso di Trepiano, in casa di
contadini. In fondo era contenta di non doverla allattare. Ci le avrebbe
rubato troppo tempo e sformato il seno; poi giustificava a se stessa
questa ripugnanza colla scusa che la salute non avrebbe resistito a tale
fatica, mentre alla bambina profitterebbe maggiormente la vita corroborante
dei campi. Si era fatta mettere una lunga poltrona nel gabinetto attiguo
alla camera da letto, e vi passava distesa tutto il giorno, coi capelli
pettinati a madonna, coperta di una vestaglia bianca a cordoni vivamente
cilestri, colle pianelline bianche ricamate d'oro, le calze cilestri, e
qualche bel mazzo di fiori entro un vaso vecchio di porcellana sul tavolino
rotondo, che si teneva presso.
Leggiucchiava, ricamava, in sostanza non faceva nulla.
Quando le amiche venivano a trovarla, diventava pi languente strascicando
le parole per raccontare tutti gli strazi di quel primo parto, poi la febbre,
intensa, orribile, delirante: abbondava nei particolari, inventava, finendo
in buona fede col credere al proprio racconto a forza di compiacersene.
Allora parlava della bambina con profondo rimpianto, perch aveva dovuto
metterla in campagna, e si lasciava a stento consolare di tale sventura.
Ma il discorso ritornava tosto sopra se medesima, finch le altre se ne
andavano stanche a novellare in giro su tutte quelle pose, e ridere
dell'avvocato, un uomo di vero ingegno, che vi si lasciava prendere.
Mario le mand una mattina un bel mazzo di fiori; ella glieli fece restituire
dalla Gina, dicendo che odoravano troppo.
La Gina nel compiere l'ambasciata lo guardava freddamente, col mazzo fra le
mani. Erano soli nello studio; l'avvocato aveva lasciato allora il gabinetto.
Mario, dissimulando a stento il dispetto, appoggi un gomito sulla scrivania:
 Sta dunque molto male?
 Chi lo sa? ha mangiato la solita bistecca, e dopo ha voluto anche il caff
col latte.
Mario sent il sarcasmo.
 Dove vuole che metta questi fiori?
 Li vuoi per te? 
La Gina ebbe un sussulto impercettibile:  Dopo che la padrona li rifiuta,
sarebbero un regalo ancora troppo bello per la serva. 
 Ma tu sei la cameriera ribatt l'altro goffamente, credendo cos di farle
un complimento.
 Lo so benissimo di essere la cameriera, senza che ci sia bisogno di
farmelo pesare addosso.
Mario invece rimase interdetto; non aveva avuto nessuna intenzione di
offenderla.
La piccola ed esile figura della Gina si drizzava dinanzi alla scrivania con
un'eleganza cos altera e disinvolta, che lo dominava. Egli la esamin
allora, come per la prima volta. Cos vestita di scuro, senza che nulla
negli abiti tradisse la sua condizione, le si sentiva nel viso scialbo una
riserva, un sottinteso, che attirava l'attenzione. La sua bocca, stretta e
scolorata, avrebbe stentato a sorridere davvero; poi il resto del sesso le
rimaneva quasi incerto, colle spalle aguzze, il petto piallato, le anche
sporgenti, senza una curva o una ondulazione, sebbene la gracilit la
rendesse donna, e due particolari, le mani e i piedi, tradissero in lei la
signora.
Piccini arcati questi, sottili affusolate, di un candore inquietante, quelle;
e una folta capigliatura castagna, piena di riflessi, le metteva sulla testa
come il principio di una bellezza, che il suo corpo non avesse poi ricevuto.
Ma la voce dura e velata prognosticava qualche lontana malattia di petto.
Involontariamente Mario la riconobbe pi signora dell'Annetta in quella sua
povert di condizione e di natura; quindi non trov come domandarle scusa,
temendo di sbagliare daccapo il tono.
La Gina che s'accorse della buona impressione prodotta su lui, ne fu
lusingata, e con un sorriso indefinibile gli disse:
 Li metter sulla scrivania del signor avvocato, poich la signora non li
pu accettare; egli invece ne sar tutto contento. 
Quindi gli volse le spalle, allontanandosi con quel suo portamento sciolto e
superbo, che la faceva quasi sembrare meno piccola. Ma appena l'intese
chiudere l'altra porta del gabinetto, Mario vi entr livido di dispetto,
prese il mazzo, e and a gettarlo nella latrina.
Pochi giorni dopo lo colse un altro disastro. A Firenze, in quella gran
causa, fece un tal fiasco che persino sopra un giornale ne fu stampato
qualche commento satirico. Naturalmente i suoi amici se ne compiacquero
punzecchiandolo coi sarcasmi, mentre l'avvocato, pieno della bonaria
indulgenza dei vecchi professionisti pei principianti, si fece raccontare
da lui tutta la seduta, e gliene corresse uno per uno gli errori con una
lezione, che per essere famigliare diventava anche pi bella. Mario ne
rimase profondamente avvilito. La signora Orsolina invece, senza toccare
neppure da lontano l'argomento, si fece improvvisamente pi buona per qualche
giorno. Ma quel primo insuccesso del figlio era stato per lei un colpo
mortale; ormai lo aveva giudicato. Tutte le ambizioni della sua vita, che
non aveva mai confidato ad alcuno, nemmeno a lui stesso, le cadevano sul
cuore come foglie morte scrollate da un freddo vento autunnale: Mario non
sarebbe mai un grande avvocato come il signor Filippo, n il deputato della
citt, questo sogno inebbriante, che essa covava da tanti anni nel silenzio
della sua povera casa, mangiando quel magro pranzo quotidiano, sul quale
riusciva nullameno a fare qualche economia.
Poi Mario, troppo scarso d'ingegno e fiacco di carattere per avere una vera
ambizione, se ne consol; qualche piccola causa vinta in pretura lo rimise
di buon umore, persuadendogli di essere un avvocato come tutti gli altri
della citt. Ma l'abbandono della signora Annetta lo disperava. Tutto quello
che poteva sapere dall'avvocato, perch ad interrogare la Veronica e la Gina
non si fidava, era che una grande debolezza la teneva ancora, quasi tutto il
giorno, sulla poltrona, e che non osava escire di casa, all'aria libera, per
timore di ricadere ammalata. L'avvocato per non se ne preoccupava troppo,
giacch i medici lo avevano rassicurato sulla perfetta salute di lei. Erano
e solite paure di ogni donnina dopo il primo parto, che passerebbero ai
soffi caldi della primavera.
Infatti col fiorire dei mandorli, in quell'aria balsamica e vibrante, che
ridestava anche nelle cose la vita addormentata dal lungo inverno, la
signora Annetta si rianim, e dopo pochi giorni ridivenne quella di una
volta. La prima gita fu in campagna per vedere la Gigina. Mario la guard
partire coll'avvocato in una vettura a due cavalli, lui felice, ella ancora
un po' pallida, ma pi bella che mai. La maternit le aveva messo sul viso
una specie di nobilt dolce e pensosa. Ella alz lo sguardo dalla carrozza
per rispondere al saluto, che egli faceva loro dalla finestra, perch aveva
voluto rimanere per dispetto nello studio, invece di scendere in strada ad
aiutarli come le altre volte.
Poco dopo la Gina entr.
 Perch non li avete accompagnati?  le chiese di malumore.
 Non me lo hanno detto: ma lei piuttosto avrebbe dovuto andare con loro. 
Io... si sarebbe dovuto chiudere lo studio.
 Qualche volta vi resta pure solo Andrea. 
Mario finse di seguitare a scrivere, ma la Gina non se ne andava:
 Non torneranno che stasera, sull'avemaria.
 Io me n'andr prima rispose seccamente.
 Non le domandavo questo; naturalmente lei  ora il padrone dello studio.
La signora, che voleva la carrozza al primo parto, adesso  diventata cos
buona, che vi ha rinunziato.
 Ah! 
Ne parlavano anche ieri sera a pranzo. Il signor Fllippo non ha nemmeno
avuto bisogno di persuaderla, che adesso sarebbe ancora una spesa
compromettente. Diceva che forse diventerebbe possibile dopo la causa della
cartiera, se si vincesse, ma la signora ha risposto che non glie ne importava
pi nulla, che egli aveva fatto anche troppo per lei.
 In questo caso ha ragione; l'avvocato non guadagna ancora abbastanza per
concedersi questo lusso. 
 Lei crede! Io invece supponevo che lo avrebbe potuto benissimo, ma che
volesse invece fare dei risparmi per la bambina. La signora si  mostrata di
una arrendevolezza... Pare anche pi innamorata ora che al principio, quando
io venni qui. 
Mario sent nel cuore la punta di quella botta lungamente studiata, ma volle
dissimulare:
 L'avvocato merita tutto l'amore.
 Se bastasse meritarlo per averlo!  ribatt l'altra lanciandogli
un'occhiata.
Da che la conosceva, Mario non l'aveva sentita parlar tanto.
Ella rest ancora; evidentemente aveva qualche intenzione riposta. Mario
credette che volesse divertirsi a pungerlo, ma in lui stesso era tanto il
bisogno di parlarle dell'Annetta, che depose la penna.
Ha gi finito di scrivere?  ella riprese senza sorridere.
Finito e non finito, ma perch non sedete?  e si alz per offrirle una
scranna. Ella accett colla grazia di una signora, e cominciarono a parlare.
Dopo pochi secondi il discorso era caduto sulla signora Annetta.
Mario si era gi compromesso con due domande, la gelosia lo tormentava.
La Gina gli raccontava la scena del confessore, che egli non sapeva, poi i
primi giorni di devozione fervente. Ella l'aveva sorpresa una volta
in ginocchio colle lagrime agli occhi; la signora era molto buona, e aveva
avuto una grande paura di morire.
Adesso si mostrava tutta tenerezza per il signor Filippo.
Forse si porteranno a casa la bambina, stasera. Che cosa ne pensa lei? La
signora  cos impressionabile! 
Per voi sarebbe una seccatura.
Perch? una bambina! Ci si vuole cos presto bene ai bambini. Lei non l'ha
vista ancora la Gigina:  una vera bellezza; il pap ne va pazzo. 
E la sua voce ebbe un lieve stridore, poi soggiunse: <Quest'altra volta, se
la portano stasera, andr anche lei a vederla; bisogna che vada anche lei.
Si alz per andarsene, Mario non la trattenne.
Sulla fronte della Gina apparve una ruga di dispetto, ma sull'uscio si
torse: Adesso la signora sta veramente bene; i fiori, anche molto odorosi,
non le danno pi fastidio.
Quella sera Mario and fuori di porta per vederli ritornare, nascosto nella
svolta di un viottolo, che si cacciava fra gli orti, perch non voleva essere
scorto. In quella luce del tramonto la signora Annetta, imbacuccata entro
uno scialle roseo a rete, che le saliva sopra la testa, dandole al viso una
soave vivezza, gli parve pi bella. Mai, come allora, aveva sentito il
bisogno di quella donna. L'aria del vespero era satura di profumi, le piante
si vestivano delle prime foglioline, i mandorli bianchi di fiori parevano
ancora carichi di neve in quel tepore languido degli ultimi raggi. Mario
ritorn verso la citt col cuore serrato. Per le strade molte coppie
innamorate si allontanavano parlando sommessamente nella sera; sugli usci
delle case le donne e i fanciulli ridevano cianciando, allegri di quel
risveglio alla vita pieno di nuove promesse. Pareva un giorno di festa.
Qualche operaio rincasava cantando, i pipistrelli vagolavano nell'aria con
volo pi incerto, come intormentiti dal lungo inverno.
Mario non sapeva dove andare. Una solitudine amara gli si dilat
improvvisamente nell'anima, spegnendovi l'eco di tutte le voci, che vi
arrivavano dal di fuori. I primi fanali accesi lungi, alle porte della citt,
gli diedero una pi desolata sensazione di abbandono.
Dove passare la sera? And a pranzo nel grande albergo, ma gli ufficiali,
coi soliti discorsi di caserma, gli parvero anche pi insopportabili; entr
nei due massimi caff della piazza, poi cedendo alla voglia secreta, che lo
tormentava, si diresse verso la casa dell'avvocato.
Forse sarebbero ancora a tavola, avendo pranzato pi tardi.
Fu accolto benissimo, gli parlarono della bambina, cosicch non ebbe nemmeno
campo a servirsi del pretesto immaginato per giustificare quella visita.
L'avvocato abbondava sui particolari della piccina pi della signora Annetta,
con quella tenerezza morbida degli uomini, che diventando padri sul tardi vi
portano un orgoglio gi rammollito da qualche affettuosit senile.
Ella lo interrompeva, poi si rimetteva ad ascoltarlo, guardandolo come le
donne guardano talora con sereno impudore il maschio, che le rese madri,
dopo che il nuovo amore per il bambino trasform la natura della loro
passione sessuale.
A Mario pareva impossibile di essere cos pienamente dimenticato. Allora il
suo orgoglio ricalcitr. L'avvocato seduto a tavola, col busto massiccio e
pesante abbandonato sulla sedia, la fronte gi calva, la grossa barba
brizzolata, troppo lunga ed incolta, era davvero brutto. L'energia
spirituale della sua testa si era spenta nella fatica della digestione;
fumava una grossa pipa di legno, sporcandosi le dita a premervi dentro la
cenere. Mario ebbe coscienza di essere pi bello, e soprattutto pi fresco;
quindi con un sorriso insolente tagli una risposta della signora Annetta
sulla bambina. Questo bast; la signora Annetta si fece seria senza che
l'avvocato se ne accorgesse. Che cosa era tutta quella gioia se non l'ultimo
inganno, che ella faceva al marito, sollecitandolo nella vanit di padre,
mentre invece egli solo, Mario, aveva potuto svegliare in lei la maternit?
Tutte le leggi sociali, le virt, le ipocrisie, vanivano davanti alla
onnipotenza di questo fatto brutale; l'avvocato poteva essere uno dei
migliori professionisti nella provincia, guadagnare molto danaro, godere la
stima universale, ma la piccola Gigina non era sua, egli non avrebbe mai
potuto generarla. Quest'orgoglio gli crebbe cos smisuratamente nella
coscienza, che Mario si permise qualche ironia anche contro di lui.
 Avete ragione,  rispose l'avvocato  siamo tutti cos noi altri;
ritorniamo bambini col primo bambino che ci nasce, e crediamo che la nostra
gioia possa essere egualmente sentita dagli altri. 
 Ma se io la divido pienamente  replic Mario, dando alla signora Annetta
un'occhiata.
Ella ebbe un leggiero rossore. Allora Mario sper di poterla riconquistare.
Invece di mostrarsi come dianzi inquieto e sottomesso, affett la
disinvoltura, mettendo persino nella propria voce qualche accento di comando.
Ella non resisteva; si sarebbe detto che quella trasformazione di lui le
facesse paura. Il passato la riprendeva. Poi Mario quella sera, chiuso
nell'elegante soprabito nero, accuratamente pettinato, coi baffetti biondi
rialzati agli angoli della bocca, il viso roseo, gli occhi cilestri pieni
di vampe, le pareva bello. Era il giovane, l'uomo destinatole dalla natura
attraverso a tutte le antitesi sociali, e che ella stessa aveva preferito,
prima ancora che in lui spuntasse il coraggio di farle la corte. Perch gli
si era abbandonata cos, senza resistere, come una di quelle vecchie galanti,
che s'affrettano coi giovani per timore di non essere pi accettabili
tardando, ella che non era corrotta e non si sentiva nel sangue l'ardore
sensuale di tante altre donne? Tutti i suoi propositi di onest coniugale
svanivano davanti a questa nuova affermazione di Mario: egli era il padre
vero della Gigina. La Gigina stessa gli somigliava spaventevolmente, e questa
sua somiglianza era un'altra prova del diritto dell'amante sulla madre.
Mario possedeva la parte migliore di lei, quella che sopravviverebbe alla
giovent e alla loro stessa passione. Qualunque tentativo in lei per
sottrarsi alle conseguenze di questo fatto troverebbe un ostacolo
infrangibile nella sua coscienza di madre, nella inferiorit della femmina
dinanzi al maschio, che l'ha fecondata.
 Quest'altra volta, signora Annetta, sar invitato anch'io.
 Certo,  intervenne l'avvocato  l'ho detto io per il primo, appena
l'abbiamo vista sulla porta in braccio alla Caterina. Se vedeste come 
bella; vogliamo tornarci domenica, Annetta? 
 Volentieri  rispose abbassando la testa.
Mario si trattenne ancora; voleva trovar modo di dirle qualche parola.
Finalmente lo pot.
 Domani venite nello studio. 
L'altra parve esitare.
 Lo voglio. 
Bevve ancora un piccolo bicchiere di punch, espose all'avvocato il dubbio
giuridico, del quale si era munito per venire, e si ritir con aria
trionfante. Cos la riconquist lentamente, ma i suoi modi e il suo accento
adesso erano di padrone; parlava dell'avvocato come di un subalterno.
Nullameno ella si ribellava ancora, anzi in un momento d'irritazione, colla
vilt naturale della donna, gli rinfacci quel fiasco a Firenze.
La gelosia di lui invece non dava pi tregua. Erano tornati dalla Gigina, in
un bel pomeriggio pieno di sole; la signora Annetta inquieta pel timore che
Mario si tradisse davanti alla piccina, non gliene aveva parlato, quasi
volesse tentare su lui un esperimento. Invece tutto and anche troppo bene.
Mario vantando la bellezza della Gigina per intonare coll'entusiasmo
dell'avvocato, non aveva provato nulla al cuore dinanzi a quel piccolo
essere ravvoltolato nelle fasce, roseo, cogli occhi azzurri, ancora
insignificante. La sua paternit, della quale credette di trovare la
conferma nel colore delle pupille e nel ciuffetto biondo, che le usciva
di sotto alla cuffia bianca, non si dest. Quindi non s'accorse nemmeno
della differenza fra i trasporti rattenuti e cos veri dell'avvocato, e i
giuochi pazzerell, ma freddi della mamma.
Tuttavia quando l'Annetta, dopo averla lungamente palleggiata col vezzo
grazioso delle donne, l'adagi sul petto del marito, come dentro una culla
sussurrandole sulla bocca:  Dormi, dormi, Ninina, fra le braccia del tuo
pap, il tuo pap.  Mario, non ingannandosi sull'intenzione di quelle
parole, la guard corrucciato.
La sua gelosia d'innamorato diventava sempre pi sospettosa. Non avrebbe
voluto che ella scherzasse mai col marito; ad ogni pi lieve accenno di
carezza li vedeva gi innamorati, l'uno nelle braccia dell'altro, e dopo,
quando era solo, tale assiduo pensiero lo rendeva pazzo. Pretendeva di
dominarla in tutto, dal vertice della sua stessa individualit, fin dove
nemmeno la passione pu giungere. E siccome il temperamento piuttosto freddo,
e lo spirito quasi sciocco di lei, gli resistevano colla propria
impenetrabilit, egli vi s'accaniva senza accorgersi di perdere cos i pochi
vantaggi della amabilit giovanile, eccitando le rivolte del suo orgoglio.
Le aveva gi fatto una scena spiacevole su Talli.
A forza di rimuginare le sensazioni umilianti provate in quella notte, quando
ella era presso a morire, aveva finito coll'offendersi che il dottore avesse
potuto per ore intiere maneggiare il suo corpo, tentandone tutte le bellezze
pi segrete con quel terribile diritto dei medici, contro il quale le donne
anche dopo la guarigione sono senza difesa.
 Come avremmo dunque dovuto fare? 
 Avremmo! quasi che foste d'accordo. Non lo senti che queste parole mi fanno
male? 
Ella invece ne aveva riso; ma l'altro, quantunque sentisse di diventare
ridicolo, gli aveva proibito di chiamare ancora Talll.
 Non potr nemmeno salutarlo per strada! 
 S, ma non fermarti con lui. 
Nonpertanto, rianimandosi, la loro passione era senza quegli improvvisi
slanci di tenerezza e quei bisogni ardenti di sensualit, che avevano reso
cos deliziosi gli ultimi mesi della sua gravidanza. Era un amore pi
calmo, quasi regolare nel suo bel temperamento di bionda sana; bisognava che
egli l'eccitasse colla provocazione dei propri desiderii, nel pericolo di un
convegno furtivo, perch la volutt le si destasse sotto quella sua carne
florida e riposata. E anche allora gli pareva che ella fosse distratta e il
cuore le seguitasse a battere tranquillamente sotto i fiori nivei del seno,
quasi ancora vergine come prima del parto. Era una ossessione spasmodica,
nella quale egli raddoppiava la frenesia delle carezze, finch vinta,
soffocata ella gli anelasse sotto le labbra con un'ultima morente dimanda di
grazia negli occhi.
In quei momenti non parlavano mai della Gigina, che invece occupava tutti i
discorsi in famiglia. L'avvocato contentissimo della Caterina, una donna
eccellente, e di quella famiglia quasi ricca di contadini, faceva volentieri
per un anno quel sacrificio alla salute della figlia. D'altronde andava
spesso a vederla da solo, scusandosene come di una fanciullaggine, che lo
prendeva certe volte all'improvviso, irresistibilmente, cos che doveva
salire sul primo fiacchero. Egli non si era ancora accorto di nulla, bench
qualche cosa se ne cominciasse a sussurrare dopo quelle prime malignit
sparse dalla moglie dell'esattore. Fortunatamente la Veronica, di mente
ottusa e sempre preoccupata della propria cucina, non lo avrebbe mai
indovinato, e la Gina taceva. Ma il vecchio Andrea aveva detto a Marco,
l'altro scrivano, un misantropo, che andava sempre solo:  Il signor Mario 
un miserabile.
Marco lo aveva guardato un pezzo prima di rispondere. Era pi vecchio e
malandato di Andrea, con una gran testa calva, scarno, di un pallore bilioso
nel volto. Non aveva che una passione, il lotto, e una vanit, la cabala.
Fra loro si dicevano tutto da venticinque anni.
 Bisogna che l'avvocato non lo impari. 
 Da noi non lo imparer certamente. 
 I dispiaceri s'imparano sempre  aveva risposto Marco colla desolata
filosofia dei vecchi.
D'altronde Mario si manteneva abbastanza cauto, malgrado la veemenza della
propria gelosia; ella, anche pi libera di spirito, durava minor fatica a
dissimulare. Non si vedevano che nel gabinetto verde, quando l'avvocato
doveva assentarsi sicuramente per qualche ora; ma vi restavano per pochi
minuti, egli fremente di rimproveri, ella affrettandosi, e nell'orgasmo
della fretta cedendo ad una eccitazione, che talvolta lo ingannava. Sovente
passavano delle settimane prima di poter combinare un convegno; ella sembrava
evitare le occasioni, quantunque gli si mostrasse amabile di civetteria nel
cogliere a volo tutti i suoi cenni, e nel lasciarsi persino abbracciare
rapidamente, pericolosamente, quando il marito volgeva loro la schiena.
Invece ricusava con ogni astuzia femminile la compagnia di Mario nelle
passeggiate e nelle lunghe soste al caff, nelle sere di banda, perch il
suo istinto donnesco l'avvertiva che l stava il pericolo. Naturalmente
la malignit del pubblico avrebbe fatto il confronto fra Mario e l'avvocato
per concludere col vedere in questi un amante; poi Mario si sarebbe tradito
con qualche occhiata gelosa. Anzi una sera, accorgendosi che egli la
sorvegliava aggrondato da un altro tavolo, col pretesto di un improvviso mal
di capo se ne and. Ma in quelle sere, sotto la luce rossastra dei becchi a
gas, mentre tutti la guardavano, le donne invidiando, gli uomini
desiderandola, e i maggiori personaggi della citt venivano ad inchinarla
coi soliti immutabili complimenti sulla sua bellezza, Mario le veniva quasi
in uggia. Invece insuperbiva del marito, cui doveva tale supremazia; Mario
non era pi che uno di quei piaceri volgari, una ghiottoneria, della quale
non si parla in pubblico, e si dimentica naturalmente appena l'anima si eleva
un istante nell'orgoglio di se stessa.
Mario se ne rodeva nel proprio interno senza poterle dar torto, perch il suo
stesso egoismo l'avvertiva che egli non era gran fatto diverso da lei.
Ma, appena poteva parlarle, erano lagnanze amare, recriminazioni permalose,
che talvolta rendevano impossibile ogni altra espansione.
Poi v'erano altre difficolt materiali. L'Annetta non aveva altra camera da
letto che quella nuziale, senza modo di adattarne un'altra qualunque. Mario
vi aveva pensato indarno, cercando come separarli; il loro letto, di mogano
ad intagli, non si poteva dividere, e per sostituirlo con due letti gemelli
si sarebbe dovuto rompere l'euritmia cogli altri mobili. Era impossibile.
Quella camera del marito, inespugnabile come una fortezza, nella quale non
era ancora potuto penetrare nemmeno di frodo, diventava la prigione del suo
pensiero geloso.
Egli aveva voluto da lei, almeno per la centesima volta, la confessione
minuta e degradante di tutti i secreti matrimoniali; ma l'Annetta si era
difesa nel proprio pudore di donna e di signora, mentendo, perch vi debbono
essere misteri anche per gli amanti.
L'amore ha bisogno di reticenze come tutto il resto della vita. Ma egli
insisteva col fremito di una passione cos vera, che ella aveva finito col
sentirsene solleticata nella vanit. Negava ancora, non tutto. Del resto
sarebbe stato impossibile; anch'egli, Mario, avrebbe dovuto comprenderlo.
 E dici di amarmi? gli dai i medesimi baci... 
 Ma no, non sono i medesimi... capirai.
 Sei tu che non capisci. Devi essere mia, solamente mia: ti voglio solo per
me.  E le stringeva ambe le mani, comunicandole il proprio tremito. Ella
lo guardava quasi atterrita, con un principio di ebbriet sensuale.
 Mio Dio, ma come vuoi?...
 Non mi hai nemmeno voluto nella tua camera. Che cosa temi? che io la
profani? 
 Non  questo, pensa alla Gina.
 Che m'importa?  Mario si corresse:  Io non voglio che tu sia sua
moglie: lo capisci? 
Ella ebbe un sorriso fanciullesco.  Ma lui  mio marito.
Mario la respinse con un gesto violento, pazzo.
 Sii ragionevole, Mario: vi sono delle cose impossibili. In fondo egli 
buono anche per te.
Adesso lo vanti. Ecco come siete voi altre donne, senza cuore, senza anima.
Io ti... 
E il suo volto espresse una minaccia, che l'altra non comprese. Quindi,
mettendogli una mano sulla spalla, ella seguit con quel suo dolce sorriso:
Ma se non accade quasi mai! T'assicuro, credilo, che non sono io. Io non
voglio bene che a te solo, cattivo, che non sei mai contento di nulla. Ti
lagni sempre, vorresti delle cose che sono al disopra delle nostre forze,
mentre io, dovresti ricordartene, non ho fatto cos con te. Potevo anch'io
farti soffrire, se lo avessi voluto, ma sono pi buona di te... se tu mi
amassi, non mi tratteresti cos concluse con abilit donnesca,
trasformandosi da accusata in accusatrice.
Quant'?  egli le chiese fissandola violentemente negli occhi:  Bada di
non mentire. 
Ella sostenne l'occhiata. Chi se ne ricorda?
Non voglio, non voglio. 
 Sei tu che non mi vuoi pi bene.
Egli l'afferr alla cintura per impedirle di andarsene, ella gli si abbandon
fra le braccia in un bacio; cos finivano generalmente queste scene, che si
riproducevano ad ogni incontro.
Capitolo 4
L'avvocato preparava un gran colpo. Fin dai primi mesi della sua presidenza
nella congregazione delle Opere Pie, aveva scoperto nel disordine antico
dell'amministrazione guasti pi recenti. L'immenso patrimonio, quasi dieci
milioni di lire, pi che sufficiente a tutte le miserie del paese, veniva
dilapidato dagli amministratori, che per vanit di comando tolleravano con
vilt una camorra d'impiegati negligenti e rapaci. L'avvocato si mise sul
serio a rivedere i conti. Ogni giorno toccava nuove piaghe, testamenti non
eseguiti, poderi affittati dei quali non si percepivano le corrisposte e non
si trovavano gli affittuari, spese incredibili nei restauri e nelle
manutenzioni, bonifiche gi saldate e non ancora incominciate, accordi
fraudolenti nella vendita delle derrate, soprusi nella erogazione delle
elemosine, e finalmente tutta una serie di mandati falsi fra l'economo e il
cassiere.
Il caso era grave. Questi ultimi due impiegati erano i grandi elettori del
partito radicale, caduto poco prima dal potere per rancori inconciliabili
fra le sue varie stte, ma forte ancora dell'assenso brutale della piazza.
Il partito moderato, riaffermando la pubblica amministrazione, vi portava,
attraverso intendimenti pi onesti, condiscendenze anche pi ipocrite e
quella paura dell'impopolarit, che toglie il coraggio di qualunque vera
riforma. Egli, rimasto sino allora quasi al di fuori delle lotte politiche
paesane, era stato eletto alla unanimit, e godeva ancora di quella dittatura
inoffensiva, che talvolta la tregua dei partiti accorda ad un uomo nuovo.
Ma sotto quella inalterabile bonariet l'avvocato covava una forte ambizione.
Lungamente discusse nel silenzio del proprio gabinetto i pericoli d'una
denuncia su tali malversazioni, calcolando colla esperienza degli affari e
quell'intuizione dello spirito pubblico propria dei pensatori, gli argomenti
e le difese, che i colpiti avrebbero usato. Tutti sapevano del male, ma
appunto perch troppo grande nessuno aveva mai osato porvi la mano. I moderati
contentissimi di uno scandalo avrebbero abbandonato dinanzi al primo tumulto
l'audace, che lo avesse provocato; i radicali tenterebbero tutte le
intimidazioni, avventando fango e bestemmie dai loro giornalucoli. Forse il
governo stesso tentennerebbe per quella fiacca politica dell'acconciarsi a
tutti i guai, piuttosto che affrontare una esplosione della coscienza
nazionale. Nullameno si decise. Allora ne parl a Mario, tenendolo molte
notti nel proprio gabinetto, perch lo aiutasse nello spoglio dei documenti,
coi quali intendeva corredare la grossa relazione, che avrebbe
contemporaneamente presentata al consiglio e al governo per invocare un
commissario regio. Mario rimase sbigottito della temerit del disegno e della
vastit degli studi, dai quali era sostenuto; l'avvocato gli si rivelava
improvvisamente sotto il nuovo aspetto di un uomo politico, egualmente fermo
di carattere che malleabile nell'ingegno. Ma la prima difficolt consisteva
nell'eliminare dalla deputazione delle Opere Pie alcuni membri, dei quali non
era possibile fidarsi, perch non avrebbero mai osato contribuire ad
un'impresa cos pericolosa. Lentamente, abilmente l'avvocato, irritando la
loro vanit su piccole questioni col fingere di ostinarsi a torto, pot
forzarli a dare le dimissioni. Ci in paese lo diminu momentaneamente; a
molti anzi parve strano che un uomo della sua levatura potesse impuntarsi
sopra tali inezie. Lo si accus di mania del potere, solita negli uomini
nuovi alla vita pubblica, ma non ne vennero grandi discussioni, giacch
nessuno dei dimissionari ard attaccarlo in consiglio per timore della sua
eloquenza. Quindi l'avvocato fece nominare al loro posto alcuni figuranti,
suoi ammiratori da tempo, che avrebbero sempre creduto ciecamente alla sua
parola, e firmata qualunque relazione senza leggerla.
Poi lasci trascorrere ancora molti mesi. Vennero daccapo le elezioni. Questa
volta egli vi si adoper cos bene, che i nuovi consiglieri furono quasi
tutti clienti del suo studio, gente ricca, mezzo clericale, ma di gran nome
nella citt. Egli si mantenne sempre cos facile nei modi, lontano da ogni
esagerazione di comando, lasciando libera carriera a tutti i piccoli orgogli
disputantisi le cariche cittadine. Laonde quelle dimissioni dei suoi primi
colleghi nella congregazione vennero presto dimenticate. Quanto ai nuovi
contratti, e nell'elargizione ai poveri, veniva con fine criterio e con mano
ferma sradicando gli abusi, cos da farsi al tempo stesso amare e temere. In
quel tempo aveva vinto in prima istanza la causa della cartiera,
guadagnandovi trentamila franchi, ma a rovescio della moda giuridica non
aveva voluto poi associarsi altri avvocati per l'appello, solamente munendosi
a Bologna del pi sottile fra tutti i procuratori. Evidentemente voleva
vincere solo, meno ancora per non dividerne il lucro che per orgoglio di
dotare, e senza aiuto d'altri, la citt di un grande stabilimento industriale
moderno. L'Annetta allora gli ridomand la carrozza; oramai spirava l'anno
che la Gigina doveva trascorrere in campagna. L'avvocato, invece di
rispondere subito, se la prese sulle ginocchia, e carezzandole colla grossa
mano la bella testa:  Ti piacerebbe invece di passare l'inverno a Roma? 
Ella sbarr gli occhi.
 Lasciami dunque fare. Se vuoi la carrozza col cavallo, te la pagher,
perch hai la mia parola; ma credi a me, non  tempo ancora. Ti preparo di
meglio.
La sua faccia in quel momento splendeva di tutta l'energia intellettuale,
come quando si esaltava in qualche disquisizione giuridica. Ella non capiva,
stimolata da una confusa curiosit.
 A Roma!
 Non l'inverno prossimo, l'altro forse. Ma soprattutto non m'interrogare: tu
non terresti il secreto.
Ella quasi ne convenne.  Piuttosto, eccoti per due abiti  e tirando un
cassetto della scrivania, le regal un bono da cinquecento lire.
L'Annetta inebbriata gli si gett al collo, coprendolo di baci.
 Lavori troppo, Pippo mio  gli osserv facendosi a un tratto materna.
 Che non dovesse poi darti fastidio.
L'altro sorrise.
 Sai come faremo? mi comprerai a Firenze la pi bella carrozzina per la
Gigina. Uscir colla Gina, ella la spinger. Anche le grandi signore fanno
cos nelle capitali. 
Da molti mesi l'avvocato non usciva quasi pi di casa, preso da una smania
febbrile di lavoro. A cinquant'anni gli era venuta in uggia quella vita
oscura di provincia, appena interrotta da qualche gita a Firenze o a Bologna
per motivi di tribunale. Contento della moglie, inebbriato della propria
bambina, voleva sollevarsi pi lontano e pi alto, in un ambiente spirituale,
ove esercitare le forze accumulate pazientemente nel lungo studio. Bench la
sua ambizione non avesse ancora un ideale preciso, si sentiva capace di cose
anche maggiori di quelle, che da lui aspettavano i pi ferventi ammiratori.
Quindi sugger ad alcuni capi del partito moderato la fondazione di un
giornale ebdomadario per combattere quello, che da anni aiutava abbastanza
bene i radicali nel maneggio dell'opinione paesana. Un giovane avvocato,
ritornato allora dall'Universit, d'ingegno battagliero e scrittore
abbastanza disinvolto di articoli, ne assunse la direzione; altri giovani per
vanit letteraria e spavalderia di ripicco gli si strinsero attorno. Presto
la lite divamp fra i due giornali, e ne segu un duello. L'avvocato finse
abilmente di non interessarsi alle polemiche, poi diede alla Gazzetta
moderata una serie di articoli sulla nuova legge delle Opere Pie, che il
Parlamento stava discutendo. Di rimando i radicali pretesero confutarlo, ma
egli non rispose, e la dottrina e il valore vero dei suoi articoli
impressionarono tutte le persone colte del paese. Egli si levava
spontaneamente superiore a tutti, sorvolando alle discussioni personali,
limpido e conciso nelle esposizioni, terribile per la densit dei sarcasmi
che talvolta sfuggivano; mentre il direttore della Gazzetta, da lui indettato,
apriva una campagna contro la passata amministrazione radicale,
berteggiandone le asinerie e rivelandone, sebbene ancora confusamente, i
guasti. Mario, che naturalmente si era legato coi giovani redattori della
Gazzetta, fu travolto nelle animosit e dalle animosit del partito, fino a
scrivere egli stesso qualche articolo senza firmarlo, ma vantandosene poi
in pubblico. Quando l'eccitazione degli spiriti fu al colmo, l'avvocato
annunzi per la prossima seduta consigliare una interpellanza sulle Opere Pie.
Aveva gi fatto stampare secretamente a Firenze la relazione, e ne aveva
ricevuto tutte le copie per distribuirle all'indomani del primo attacco. Ma
nessuno ancora prevedeva la grossa lite, che ne verrebbe.
La seduta aveva luogo nel mattino. Malgrado l'energia del carattere,
l'avvocato era nervoso. Prima di uscire di casa chiam l'Annetta nello
studio per suggerirle di andare dalla Gigina in campagna. Era stata un'idea
improvvisa, un subito timore irragionevole, che potesse scoppiare qualche
chiasso, e quindi non l'avrebbe voluta in citt perch non se ne spaventasse.
Ma ella, che aspettava la sarta, non vi acconsent. Quella mattina era tutta
felice; gli parl dell'abito, una novit che nessuna signora aveva osato
ancora in provincia, senza accorgersi della sua preoccupazione. Anche Mario
era accigliato. Nonostante la gelosia, si sentiva dominato da quell'uomo,
che stava per ingaggiare cos pericolosa battaglia. Finalmente l'avvocato
prese il cappello per uscire, ma si volt a baciare l'Annetta.
La cosa era cos insolita che ella scoppi a ridere, mentre Mario le faceva
gli occhiacci. Ma non vi fu tempo a spiegazioni.
Prima di separarsi l'avvocato disse a Mario:  Mettetevi fra la folla, me ne
direte poi l'impressione.
Egli, diventato di mal umore dopo quel bacio, credendo d'indovinare in lui
una paura, rispose: La folla sar tutta di radicali,  possibile che
fischino. 
Lo facessero! ribatt l'avvocato con tale sorriso che l'altro ne rimase
sconcertato.
La signora Annetta era rimasta in casa ad aspettare la sarta.
In quei mesi la sua bellezza aveva rifiorito cos da farla sembrare
ringiovanita. Tutto le sorrideva, tutto le riusciva; la stessa gelosia di
Mario, a volta a volta seccante e brutale, le diventava uno stimolo nella
monotonia delle abitudini, che avrebbe potuto mutarsi in noia. Ella li amava
entrambi, dividendosi fra essi colla incosciente passivit della femmina.
Nessun rimorso, dopo quel fuggevole ritorno alle devozioni di bambina,
turbava la calma del suo spirito; era cos naturale per lei che quei due
uomini l'amassero, che ella medesima aveva dovuto amarli. Solo uno scandalo
l'avrebbe fatta soffrire, guastandole fatalmente la posizione nel mondo, ma
si era abituata a non temerne in quella facilit, che la presenza di Mario
nello studio e il carattere confidente dell'avvocato le procuravano.
Quindi non sospettava di alcuno. Infatti nemmeno quella moglie dell'esattore,
sebbene avesse con pi d'uno sparlato di lei e di Mario, si era tanto
accanita nella chiacchiera, che si fosse davvero propalata. Naturalmente i
maligni, che l'ozio moltiplica nelle cittaduzze di provincia, lanciavano
tratto tratto qualche proposito sguaiato sulla intimit di Mario
coll'avvocato, presso una moglie cos giovane e bellina; ma ogni accusa
cadeva, perch nessun incidente scandaloso era ancora venuto ad impressionare
la fantasia del pubblico.
Quella mattina la sarta le aveva misurato lungamente l'abito, difendendolo
contro i mutamenti, che le venivano alla fantasia ad ogni prova, e se n'era
andata, quando la moglie dell'esattore discese dalla Veronica per
raccontarle come suo marito, rincasato allora per il pranzo, le avesse detto
che nel consiglio comunale c'era gran tempesta a cagione dell'avvocato.
La Veronica corse dalla signora Annetta, gonfiandole naturalmente quelle
poche frasi; chiamarono Andrea. Egli non sapeva nulla, ma subito indovin
qualche cosa, ripensando a certi discorsi dei giorni prima. Lo mandarono a
palazzo Comunale, perch ne ritornasse subito con una risposta. Dopo mezz'ora
non s'era ancora visto. Allora l'inquietudine crebbe. La signora Annetta si
mise alla finestra colla Gina, la Veronica andava e veniva dalla cucina;
alcune occhiate della gente, che passava sotto di loro, finirono
d'impensierirle.
Che cosa era avvenuto?
La Gina osserv colla solita freddezza, che siccome il signor Mario era
coll'avvocato, in fondo non c'era di che spaventarsi; ma la sua voce fece
trasalire l'Annetta.
Adesso strane paure le si alzavano dal cuore. Non sapeva nulla delle lotte
politiche cittadine, ma l'aver scorso qualche volta a caso alcuni articoli
violenti dei due giornali, e il ricordo dell'ultimo duello accaduto
l'assalsero confusamente. Non pensava a lui. E se perisse? Questa subitanea
paura della morte, che le donne nella fiacchezza della loro fibra provano
cos facilmente, la fece scoppiare in singhiozzi.
Corse nell'anticamera a cercare Marco. Il vecchio stava correggendo una
cabala sopra una lunga striscia di carta sudicia, tutta piena di numeri
entro finche segnate colla matita rossa, qua e l interrotte da altri
asterischi.
 Marco, fatemi la carit, scappate subito a palazzo Comunale. Andate a
veder voi; Andrea non  tornato.
Egli ripieg lentamente la carta, e se la pose nel taschino del vecchio
panciotto nero.
Mio Dio, ho paura!
Che cos'?
Non lo so. Andate a vedere quello che  succeduto: tornate subito, per
carit.
Stacc ella medesima dall'attaccapanni il suo cappello a cencio, largo e
sudicio, perch facesse pi presto; lo spinse quasi fuori colle mani, e
torn correndo alla finestra.
Dio! come va adagio esclam con voce disperata, vedendolo avviarsi col
suo passo da vecchio.
Ma poco dopo vide avanzarsi l'avvocato fra un gruppo di signori, che
gesticolavano vivamente. La moglie dell'esattore torn a discendere; un
altro inquilino le aveva detto che l'avvocato era stato fischiato, e che i
carabinieri avevano dovuto intervenire per difenderlo.
 Mio Dio mormor la signora Annetta, spingendosi con tutto il busto fuori
della finestra.
Allora quei signori la videro, e l'avvocato la salut vivamente colla mano
affrettando il passo. Ella corse alla porta dello studio, ma udendo salire
tutti quei passi, indietreggi spaventata. La Gina, la Veronica, la moglie
dell'esattore, barattavano occhiate dietro la sua schiena, allungandosi
verso l'uscio. Il rumore delle voci ingrossava; l'avvocato ebbe una franca
risata, poi scorgendola sul pianerottolo corse su. Nel vederlo cos allegro
ella non cap pi; s'offese del proprio spavento, e rincul imbizzita.
 Che hai?  le chiese ridivenendo cos serio, che ella indovin
istantaneamente il pericolo, dal quale usciva, e gli si slanci al collo
piangendo. Tutti erano entrati, l'anticamera ne pareva piena; Mario, ultimo,
chiudeva l'uscio. A quello scoppio di singhiozzi tutti la circondarono,
parlando a una voce.
No, ella diceva fra i singulti  ti hanno fischiato, lo so. Si  dovuto
chiamare i carabinieri.
Infatti era vero.
 E poi?  chiese l'avvocato, staccandosi le sue mani dal collo per forzarla
a ricomporsi dinanzi a tutta quella gente.  Eccomi ancora qui: via, Annetta,
sei proprio una bambina. 
 Sei tu che dovevi dirmelo. Che cosa  stato? 
Nulla, una delle solite scempiaggini di quei mascalzoni  intervenne il
conte Giglioli, bell'uomo dall'aria signorile, tuttora esaltato.
I carabinieri ti hanno difeso? 
 Non ce n' stato bisogno: senza un sindaco cos fiacco, si sarebbe subito
fatta sgombrare la sala. 
Perch t'immischi di queste cose?  proruppe nuovamente spaventata.
E il suo rimprovero era cos sincero che tutti risero; quella ilarit la
calm. Adesso era ripresa dalla vanit di padrona di casa, in faccia a quei
signori, che sembravano studiarla malgrado le occhiate benevoli. Si volse
tutta vergognosa, ma gi presso a riprendere la propria gaiezza.
 Ah!  esclam vedendo finalmente Mario, e il suo sguardo espresse uno
sdegno quasi sprezzante, lei, signor Mario, perch non  venuto ad
avvisarci? Lei non  gia consigliere. 
Mario impallid sotto le occhiate di tutti: il conte Giglioli, che aveva
inteso qualche cosa sui loro amori, colpito dalla sincerit di quella
collera, scambi uno sguardo coll'ingegnere Brunelli.
Mario sent che tutta quella gente, credendolo nient'altro che un giovane di
studio, dava ragione alla signora Annetta; in quel momento la mortificazione
dell'orgoglio fu in lui pi dolorosa dei morsi della gelosia. La signora
Annetta lo schiacciava dall'alto della propria passione di moglie.
Poi ella gli volse le spalle, invitando i signori a passare nella saletta di
ricevimento.  troppo piccola, mia cara  ribatt l'avvocato; staremo
meglio qui.
Allora si sparpagliarono per le sedie. Il conte Giglioli, sempre il pi
compito, avendo traveduto una poltrona nel gabinetto verde, and a prenderla
per la signora. L'avvocato famigliarmente si era seduto alla scrivania di
Mario, il conte Giglioli si mise presso alla poltrona, e chiacchierarono
della seduta con parole veementi contro il sindaco. L'avvocato sembrava
divertirsi ad eccitarli colla propria calma.
Poi si mise a scrivere.
Che cosa fate?  chiese il conte.
 La mia lettera di dimissione. 
 Benissimo! ci dimetteremo con voi. Se il sindaco vuol lasciarsi insultare
da beceri prezzolati, ci vuol dire che sente di meritare tali ingiurie. 
 Dov' la carta?  domandarono cinque o sei voci.
 Mario,  gli si rivolse l'avvocato, vedendolo solo presso alla finestra,
 abbiate la bont di cercarne. 
A Mario parve di diventare un domestico, tutti gli facevano fretta cogli
sguardi. L'avvocato lesse la propria lettera, breve e terribile; gli
risposero con un "hurr!". Mario, entrato nel gabinetto verde, vi rovistava
colle mani tremanti, ma i minuti gli divenivano ore in quell'orgasmo.
Finalmente ritorn con una piccola risma gi incominciata.
 Ma pare impossibile!  grid la signora Annetta.  Non vedete che c' il
timbro dello studio? 
E questa volta, dandogli del voi, sembrava proprio che parlasse ad un servo.
 Tirate il cassetto a sinistra  gli disse l'avvocato ce n' tanta della
carta. 
Si erano gi messi a cercare le penne, scrissero in piedi. Alcuni si
trovavano gi nell'imbarazzo per improvvisare una lettera di dimissioni,
dopo che l'avvocato aveva letta la propria. Egli li osservava rattenendo
un sorriso, ma siccome per quanto paresse loro di far presto, ci mettevano
abbastanza tempo, per non aggravarli colla propria attesa si volt
affettatamente alla Annetta. Ella gli prese una mano.
Raccontami tutto. 
Dopo, mia cara.
No, subito, subito. Tu non hai avuto paura come me!  esclam con
ammirazione.
Egli incominci infatti a narrarle il principio della seduta, sentendosi
ripullulare in cuore l'orgoglio dell'esordio, col quale aveva incominciato
il difficile discorso; le penne degli altri scricchiolavano impuntandosi
sulla carta, qualcuno aveva gi stracciato il primo foglio. Allora
l'avvocato pass con lei nel gabinetto verde, lasciandone naturalmente
aperto l'uscio; cos gli altri avrebbero scritto meglio.
Mario insospettito and a porsi nell'angolo, presso il gran scaffale, e la
vide attaccata al collo di lui entro uno specchio piccolo, sul quale erano
dipinti dei fiori: un regalo anche quello, appeso di fronte al ritratto
della signora Luigia.
L'impressione fu cos dolorosa che, profittando della disattenzione di tutti,
fugg. Un gruppo di signori fermi davanti alla porta di casa parevano incerti
di salire; Mario li cans difilandosi verso porta S. Biagio, della quale
l'arco altissimo lasciava vedere tutto un lembo di campagna. In quel momento
la sua gelosia diventava odio contro l'avvocato. Confuso fra la folla,
che stipava la vasta sala delle sedute consigliari, egli aveva assistito per
tre ore a quella grande battaglia, sentendosi tratto tratto trasportato di
ammirazione.
L'avvocato vi si era mostrato superbo di abilit e di sangue freddo; mai la
sua parola aveva trovato impeti e bagliori pi terribili, mentre quella sua
faccia affascinava cos il pubblico che, malgrado la parola d'ordine data
dai capi radicali ai loro numerosi adepti, il tumulto era scoppiato solamente
alla fine, dietro un urlo irrefrenabile di applausi. Allora la scena era
diventata davvero inquietante. Moderati e radicali s'ingiuriavano minacciosi,
alcuni consiglieri della minoranza profittavano del chiasso per attaccare
con apostrofi veementi l'avvocato rimasto in piedi, impassibile guardando
la folla. Poi, in un momento di sospensione, egli aveva con accento freddo,
ma severo, invitato il sindaco a far rispettare la libert della discussione.
Questi, allibito, si era alzato per dire al pubblico di calmarsi, e
provocandovi invece una peggiore tempesta.
Un gruppo di beceri, evidentemente assoldati, vociavano improperii contro il
sindaco, l'avvocato, il consiglio intero, senza che si potessero nemmeno
distinguere le parole: s'intese gridare: "Viva l'anarchia".
Tre o quattro consiglieri, fra quelli che gesticolavano al banco della
giunta, disparvero; un assessore sfugg inosservato per chiamare dalla
prossima caserma il tenente dei carabinieri.
Intanto la frenesia degli urli cresceva. Mario, stretto fra un crocchio di
moderati, strepitava anche lui contro il sindaco, perch non faceva
sgombrare la sala. In fondo, presso alla gran porta, si era impegnata una
colluttazione, mentre la folla urlava ondeggiando. La grossa testa
dell'avvocato, rigida fra il disordine di tutti i consiglieri, dominava
ancora la tempesta.
Poi tutti i consiglieri, addensati intorno al sindaco, indietreggiarono.
Il tenente dei carabinieri, alto col berretto in testa e il fodero della
sciabola nella mano sinistra, si era presentato, inoltrandosi sino quasi nel
mezzo dell'emiciclo. Quindi si volse al sindaco, gli fece il saluto militare,
ed attese.
Un silenzio improvviso, incredibile, aveva ghiacciato la sala.
 Sono a' suoi ordini!
Quel tenente solo, tranquillo, aveva gi sedato il tumulto. Il sindaco si
guard attorno spaurito, la sua piccola figura parve diminuire ancora, tutti
i consiglieri lo fissavano sospesi, palpitanti, per quello che risponderebbe.
Una emozione insopportabile soffocava tutti. Passarono dei secondi. Mario
vedeva per la schiena il tenente, immobile come dinanzi ad un generale;
quindi intese la voce sottile del sindaco che diceva:  Si ritiri pure.
Il tenente tard un istante, quasi quelle parole gli riuscissero
incomprensibili, poi ripet il saluto militare, e si volt girando sul
pubblico un'occhiata sicura di soldato.
Il sindaco si era gi levato in piedi:
 La seduta  sciolta. 
Ma un uragano di fischi gli aveva risposto prima ancora che il tenente
varcasse la porticina, dalla quale era entrato.
Mario era uscito travolto dalla folla. Adesso, ripensando a quella seduta,
si ricordava d'incidenti allora forse nemmeno colti, di voci, di gesti,
fra quella oppressione soffocante, dalla quale saliva come un vapore
di follia. L'avvocato solo era rimasto padrone di se stesso, mentre il
sindaco nello spavento aveva persino obliato di pronunciare le solite minacce
legali. Evidentemente l'avvocato aveva tutto previsto; giunta e consiglio si
dimetterebbero provocando la venuta di un commissario regio e quella
inchiesta, davanti alla quale rinculavano. Egli resterebbe nella coscienza
del pubblico arbitro della situazione. Quel disegno, maturato cos lentamente,
era riuscito al di l di ogni speranza; Mario si sentiva ripreso
dall'ammirazione, comprendendolo ora in tutta la sua coraggiosa semplicit.
E la figura della signora Annetta, abbracciata strettamente al collo di lui,
quasi per sottrarlo al pericolo che aveva corso, diventava nella sua
accesa fantasia il premio di quella prima vittoria, preludiante forse a
trionfi maggiori.
Invano evocando i ricordi delle ore, nelle quali egli li aveva divisi,
sorrideva con sguaiato cinismo a se medesimo delle lussurie imposte
nell'orgasmo dell'amore a quella donna, che allora gli ubbidiva, qualunque
fosse il comando di un suo desiderio; ma l'orgasmo sensuale di tali scene
svaniva sempre poco dopo, senza lasciare altra traccia che nella sua memoria
di geloso, mentre ella ritornava senza sforzo la donnina nata alle inconscie
volutt del sesso, e tutta felice nella ammirazione affettuosa del marito.
Che cosa era dunque quel loro amore di amanti, che egli credeva il pi
potente della vita, se le sue maggiori conseguenze, come la nascita della
Gigina invece di scardinare il matrimonio si adagiavano naturalmente nel suo
quadro, raddoppiandone il valore? Una amarezza gli stillava a gocce gelide
sul cuore. Egli non era nulla n per l'Annetta, n pel mondo; la ressa di
tutti quei signori intorno all'avvocato glielo aveva provato allora allora
anche troppo crudelmente; nessuno gli si era rivolto, nessuno lo aveva
interrogato. Se anche la signora Annetta lo avesse amato pazzamente,
preferendolo al marito, questi lo avrebbe nonpertanto soverchiato. L'amore
non era che una forza sessuale nella vita dominata da leggi ben pi profonde,
in preda a bisogni ben altrimenti vasti. Quella tragica contraddizione,
antica come lo spirito umano ed espressa con ogni variet di accenti dai
poeti di tutte le generazioni, di essere come amante al centro della vita
della donna senza poterla nullameno costringere entro la propria, si levava
dal fondo del suo pensiero sinistramente, come un'ombra di morte. Era
impossibile possedere le donne, come egli stesso avrebbe voluto loro
appartenere. Bastava l'invidia di un abito per sottrarle alla tenerezza
del raccoglimento pi amoroso; le compiacenze mondane della sposa facevano
loro tradire l'amante pel marito, come gi questo per quello; la passione pei
figli, quando davvero cresceva in loro a passione, le rendeva indifferenti
ad ogni altro affetto, perduto in questo istinto animale, e trovandovi la
propria spiritualit pi pura. L'amore non era quindi che un incontro
fortuito, fors'anco prestabilito dalla natura fra due individui, breve e
violento, dopo il quale ognuno ripigliava la propria strada, ricordandosi
appena dell'altro, spesso conservandone una impressione antipatica. Egli
invece, come tutti i gelosi, avrebbe voluto lasciare sulla donna la propria
impronta, cristallizzandola nella adorazione di se stesso. Solamente cos
egli avrebbe sentito la pienezza dell'amore, e quell'orgoglio maschile, che
nulla pu attutire nell'uomo, e basta a rialzarlo, anche se inferiore di
mente o di corpo, dinanzi a qualunque donna.
La campagna, verde e festosa, era ancora avvolta nei raggi del sole; le
cicale finivano di cantare, gli uccelli si gettavano vivamente da albero
ad albero gli ultimi saluti. Egli aveva rallentato il passo, asciugandosi
automaticamente il sudore: per la strada passava poca gente. Allora, in
quella giocondit del vespero e fra tanta floridezza di verzura, il vuoto
del cuore gli si rivel cos dolorosamente, che sent il bisogno di
nascondersi. Si cacci per un viottolo, e sedette nel fondo di un fosso.
Una tenerezza desolata lo faceva piangere, come quando le lagrime sono ancora
un conforto. Avrebbe voluto l'Annetta l, dinanzi, per inginocchiarsele ai
piedi, domandarle perdono in una improvvisa rassegnazione, entro la quale gli
pareva di rinnovarsi come in una virt. Ma l'orgoglio subito dopo gli si
risollevava ancora vibrante di giovinezza, con un fremito di tutti i nervi.
Non era egli il giovane? A che pro le ricchezze e l'ingegno, quando si 
vecchi? Essere giovane, poter ogni giorno ricominciare la propria esistenza
a una distanza cos lunga dalla morte, che quasi se ne perde il senso;
passare attraverso tutte le donne prepotente ed invulnerabile, mentre i
mariti affondano in una carriera o in una famiglia egualmente senza uscita,
lancinati da necessit rinascenti, divorando la propria sconfitta in quella
dei figli... ecco la vita! Che cos'era l'avvocato dinanzi a lui, ora che la
virilit stava per mancargli e la vita gli declinava al tramonto? Quella
posizione, cos faticosamente guadagnata, gli serviva appena per mantenere
nel lusso una moglie, che lo tradiva. L'amante solo, giovane, era il padrone
assoluto, egualmente invincibile alla moglie e al marito; e il mondo, sempre
giovane anch'esso, teneva per l'amante contro il marito, e ogni commedia
dell'arte, tutte le conclusioni della scienza, erano per l'adulterio, per
la giocondit della vita e la salute della razza.
Che l'avvocato diventasse sindaco, e s'arricchisse ancora sino a tener
cavalli e carrozza...! Egli, Mario, sarebbe sempre egualmente l'amante di sua
moglie, e il padre dei suoi figli.
Se non che un dubbio atroce e sottile forava improvvisamente queste bolle
iridate della sua superbia: anche l'Annetta poteva da un momento all'altro
abbandonarlo per un nuovo amore. Egli ne fremeva senza potersi persuadere
del contrario, mentre il pensiero gli ritornava a quello specchio dipinto di
fiori, tra i quali l'aveva veduta abbracciata al collo del marito in una di
quelle tenerezze voluttuose della paura. A quest'ora erano forse a letto,
prima del pranzo, preparandovisi con una festa migliore. Era impossibile
che l'avvocato non soggiacesse alle tentazioni di tutti quegli abbracci, e
che la signora Annetta non volesse il beneficio delle proprie effimere
sentimentalit. L'adulterio era cos! Amare pazzamente una donna, sulla
quale un altro ha un diritto anche pi assoluto, e al quale essa prodiga,
per addormentargli i sospetti, le carezze di una lascivia costretta a
diventar sincera nelle convulsioni dei propri sforzi! E dopo, umida dei baci
del marito, col ventre forse palpitante delle sue strette, ella ritorna
all'amante, scrollandosi appena come un cane che esca dall'acqua, per
ridirgli le medesime parole e ridargli le stesse cose...
Egli li vedeva sempre l, dentro quella camera, in delirio di chiaroveggenza,
che gli faceva persino temere di essere voluto da loro. Tutta la sua anima si
straziava sotto l'immobilit di tale visione, cui gli amanti sogliono
sottrarsi o nella indifferenza del cinismo, o con un oblio delicato ed
istintivo. Giacch se egli amava quella donna pi intensamente che non
ne fosse amato, ella non era per lui che la femmina preferita a tutte, la
signora prescelta al disopra della propria condizione: nessun altro
sentimento spiritualizzava la sua gelosia. Annetta medesima non vi avrebbe
capito altro.
Le grandi gelosie, nelle quali la passione di un Otello o di un Amleto
concentra tutto il dominio che un'anima pu avere nel mondo, cosicch diventa
impossibile non morirne al primo scoppio della catastrofe, rimanevano
incomprensibili alla volgarit del loro spirito. Essi ignoravano il supremo
olocausto dei cuori, quella compenetrazione delle coscienze, che fa
dell'amore come uno scoglio rovente di sole in mezzo all'oceano, sul quale
due naufraghi dimenticano la tempesta donde sono usciti, e la morte che li
attende. N lei n lui erano stati trasformati dalla nascita della Gigina.
La loro vita separata dagli ostacoli sociali pi che dalla contraddizione
dei temperamenti, come era stata felice prima, potrebbe esserlo dopo
quell'amore, giacch s'amavano solo per effusione di giovinezza, e soffrivano
dei propri reciproci difetti invece di adorarli. Quella malinconia delle
passioni inguaribili, che pare un'ombra gettata sopra di esse dalla morte,
sarebbe loro parsa anche in altri una uggiosa debolezza di carattere.
Ma poich la gelosia s'innalza dalla sessualit dell'individuo come una
affermazione delle sue legittime preferenze, e nell'urto con altre esplode
senza che l'anima quasi v'intervenga, Mario nelle pi atroci sofferenze delle
proprie recriminazioni giungeva fino a provare contro a quella donna i fremiti
dell'aggressione. Prima ancora di amarla l'aveva compresa.
La sua natura di farfalla le impediva di posarsi a lungo sopra qualsivoglia
fiore; ma felice nel disordine traballante del proprio volo esprimeva la gioia
della primavera, non ancora abbastanza profonda per ispirare il canto agli
uccelli. Ella non poteva cedere all'amore che come ad un alito di profumo o
ad uno scintillio di colori, bisognava amarla cos, senza chiederle pi che
la comunicazione di quella gioia e il contatto effimero della sua bellezza.
Solo un uomo superiore come l'avvocato, conservando la giovinezza del cuore
nella maturit stanca della ragione, poteva aver gustato una tale natura di
donna, e a cinquant'anni, colle ombre del vespero sulla fronte, senza
pretendere pi ad una passione, deliziarsi di quella fanciullezza, che lo
distraeva dal guardare innanzi, riempiendogli le ore pi difficili con una
allegria, dalla quale la volutt sorgeva, tratto tratto, come un grido pi
acuto di monello.
Quella sera Mario non os tornare da loro. All'albergo, nei caff, non si
parlava che della seduta; i pareri oscillavano urtandosi, ma da tutte le
discussioni il nome dell'avvocato usciva pi importante di prima. Egli stesso
fu pi volte circondato, perch stando nel suo studio doveva sapere altre
cose. L'unico editore della citt aveva gi messo in vendita la relazione; se
ne leggevano brani in pubblico. Al caff dei moderati il sindaco non aveva
osato presentarsi per la solita partita a briscola.
Mario dovette per forza associarsi a quei discorsi, affettando per l'avvocato
un entusiasmo, che dentro lo faceva sanguinare. Appena gli fu possibile,
scapp verso porta San Biagio; la finestra del gabinetto verde era ancora
illuminata, l'avvocato lavorava. Quell'uomo forte non perdeva un minuto,
non si rilassava nemmeno dopo la vittoria. Mario invece non studiava mai,
esaurendo al pi presto e superficialmente quel lavoro dei processi, senza
approfondirne mai la materia o assimilarsi altre dottrine, che un giorno
potessero servirgli pi in alto. Questo esame di se stesso l'avvil.
Poi un gruppo di amici lo ferm ancora per riparlare sulle idee
dell'avvocato; si aspettava da Roma il deputato marchese Curci. Uno disse:
Ecco un deputato, che non lo diventer pi.
Mario protest di aver sonno, ma allora lo accompagnarono a casa.
Dall'avvocato passarono alla signora Annetta; si discusse la sua eleganza,
la sua posizione coll'avvocato, ma tutti gl'invidiavano la bella donnina,
cui nessuno ancora aveva fatto la corte. Si sapeva troppo che era innamorata
del marito, vegeto tuttavia malgrado i suoi cinquant'anni.
Mario dovette fornire particolari sulla loro intimit, e nessuno gli fece
l'onore di sospettarlo come amante. L'indomani i due giornali davano il
resoconto della seduta coi pi strampalati commenti. Si annunziavano adunanze
di societ radicali, altri consiglieri si erano dimessi, il sindaco solo
resisteva incerto fra la vanit e la paura, ma secretamente gi abbandonato
anche dai colleghi di giunta. Mario trov l'avvocato ilare; invece la
signora Annetta, spaventata dagli articoli dell'Avanti!, parlava di uscire
in visite per sorprendere qualche cosa della pubblica opinione.
Vorresti mischiartene tu pure, mia cara? 
Perch no?
Le donnine come te non debbono sporcarsi in simili intrugli. Invece andremo
tutti in campagna; io verr allo studio la mattina e torner la sera a pranzo.
Se possiamo avere la Caterina colla bimba... che cosa te ne pare?
Ella si mostr contrariata; non era che il mese di luglio, e nel costume
della citt non s'andava in villa che sul finire di settembre. Nullameno si
lasci persuadere.
Per torneremo per sant'Elena.
Era la patrona della citt, una festa che durava tre giorni.
Tutte le volte che vorrai. Vedi, soggiunse dando un'occhiata a Mario,
qui mi seccheranno troppo. Il mio dovere l'ho gi fatto; adesso tocca ad
altri.
Mario cap tutta la prudenza di quella manovra: assentandosi dalla citt,
l'avvocato mostrava il massimo disinteresse nel raccogliere i frutti della
vittoria. Qualcuno potrebbe dire che  una ritirata gli osserv
malignamente. Direbbe troppo poco l'altro rispose, penetrandolo con uno
sguardo scrutatore.
Ma la signora parlava gi del come compiere, almeno nelle cose pi
necessarie, l'arredo di quell'appartamento di campagna, ove erano appena
alcuni mobili abbandonati.
Mario dovette recarsi al tribunale; l'avvocato era rimasto pensieroso.
Credi che Mario ci voglia bene?  Ella sorpresa da tale domanda parve
tardare a rispondere, ma sul viso di lui non v'era espressione inquietante.
Mario?... ma certo.
Infatti potrebbe tutto al pi invidiarmi il successo di ieri. Mi era
sembrato... te l'ho chiesto perch tu sei come i bambini, hai il loro istinto
infallibile.
La campagna li aveva divisi.
Mario non poteva andarci che di rado, dietro un invito dell'avvocato. Invece
la sua autorit nello studio era cresciuta quasi del doppio, dacch l'altro
non vi arrivava che tardi e ne ripartiva sulle quattro, malgrado il sole,
nella carrettella del fattore, con quel vecchio cavallo cos lento e sicuro,
che quasi gli somigliava. Mario riceveva i clienti, teneva la corrispondenza,
esauriva le pratiche di tribunale, comandando pi seccamente agli scrivani.
Fra lui e Andrea l'ostilit era quasi palese, dopo che il vecchio aveva
risaputo certi propositi suoi e della signora Orsolina contro l'avvocato; ma
prudente al solito questi non ne aveva detto nulla. Si era anche accorto
della nuova freddezza fra i due amanti, compiacendosene come di un sintomo
di rottura. Era impossibile, secondo lui, che la signora Annetta non
s'accorgesse, un giorno o l'altro, della cattiva scelta. Marco invece,
sempre muto, seguitava a passare il tempo colle proprie cabale, o quando non
aveva da copiare, disegnava qualche bel carattere stampatello sulla copertina
delle pratiche.
Mario era di pessimo umore. Quella vita di giovane da studio lo umiliava
ogni giorno pi sotto la fama crescente dell'avvocato, ma per rinunziarvi,
secondo i consigli insistenti della madre, avrebbe dovuto mettere studio
da s, affrontando tutte le difficolt della professione oltre quella di
formarsi una clientela. Poi l'Annetta non l'amava abbastanza per seguitare
in quella relazione fuori di casa, e quindi gli veniva meno ogni risoluzione.
Dacch ella era in campagna, non aveva osato scriverle, e molto meno ne
aveva ricevute lettere. Allora pens di farsi invitare a pranzo
dall'avvocato per la prima domenica.
La Caterina era gi stata una settimana alla villa colla Gigina; adesso
l'Annetta aveva altra compagnia. Quell'anno i signori Bruschi erano venuti
ad abitare un loro vecchio casino, a poca distanza da quello dell'avvocato,
per divertire la Giulia, unica loro figlia, uscita pochi mesi prima dal
convento. Quando Mario e l'avvocato giunsero sul prato della villa, la
grossa signora Berta, seduta sul prato leggendo un giornale, si alz coi
segni del massimo rispetto; per lei quella relazione col signor Filippo era
una gloria.  La signora Annetta  andata a spasso colla mia Giulia sino
a Rivalta: hanno attaccato il somarello, ma staranno poco a ritornare. 
La signora Berta, moglie del signor Cesare, un piccolo possidente, che in
vent'anni di commercio sui semi di trifoglio era riuscito ad ammassare una
dote di centomila franchi per quell'unica figlia, era grassa e rubiconda,
con una faccia quasi di uomo. Parlava un italiano un po' capriccioso, ma ne
rideva ella stessa con tanta disinvoltura che ogni ridicolo scompariva.
Fece a Mario, che ella credeva un giovane di un gran valore pel solo fatto
di essere nello studio dell'avvocato, una profonda riverenza, alla quale
egli rispose quasi con alterigia. L'assenza della signora Annetta lo aveva
gi irritato. Appena le videro spuntare al cancello di legno, tutti mossero
loro incontro; vi furono saluti e piccoli stridi. La signora Annetta, rossa
per la fatica di far trottare l'asinello, era adorabile; la Giulia invece,
vestita di bianco, inamidata dentro gli abiti, che non sapeva ancora portare,
aveva ancora la fisonomia scialba ed insignificante delle educande.
Era piccola e mingherlina, cogli occhi sbiaditi come le labbra, e sulle
spalle due lunghe treccie castane, strette alla cima da due nastrini cilestri.
Un largo cappellino di paglia, ornato di una rama di fiori finti le ombrava
la faccia cerea. L'avvocato prese in braccio la moglie per farla discendere,
Mario teneva l'asino per la testa, mentre la signora Berta dava ambo le mani
alla ragazza raccomandandosi:
Per carit lo tenga, lo tenga.
La signora Annetta non fece a Mario nessuna speciale accoglienza. Pareva
allegra della campagna e di quella passeggiata colla Giulia, alla quale aveva
spiegato un mondo di cose, che ricominciava a ripetere col suo bel riso
cristallino; l'altra sorrideva un po' intimidita dalla eleganza di Mario e
dalla sua freddezza per la campagna. Rimasero un'ora sul prato, poi la
signora Annetta and in cucina per affrettare il pranzo; attraverso la porta
dell'andito si vedeva la Gina affaccendarsi intorno alla tavola gi
apparecchiata, con un largo grembiule bianco e un fazzoletto di seta annodato
sul mazzo dei capelli. Salut Mario col suo sorriso enigmatico.
Il pranzo riusc male. La Veronica aveva sbagliato il risotto alla milanese;
ci permise alla signora Berta di parlare molto delle serve e delle spese di
casa. Mario aspettava, sollecitandolo, uno sguardo della signora Annetta, ma
ella seguitava a scherzare colla Giulia, che parlava a monosillabi. Allora
Mario, con uno sforzo, volt il discorso alla ragazza per attirare
l'attenzione dell'altra, e le chiese se resterebbero molto in campagna.
 Non lo so, lo domandi alla mamma. 
 Sino ai Santi  rispose la signora Berta.  A far che cosa in citt?
Quando si ha un po' di casino, bisogna profittarne. 
 Questo mese d'ottobre ci divertiremo nei paretai  intervenne la signora
Annetta. Mario, per ripicco, mise in ridicolo la campagna, ma ella vi si
accalor. La Giulia lo guardava con una curiosit mista di ammirazione; egli
era dunque un giovane elegante, il sogno suo e di tutte le compagne al
Convento. Quando il pranzo fu terminato, tornarono sul prato a prendere il
caff. Mario doveva ripartire subito col fattore, perch questi non facesse
troppo tardi nel ritorno.
Allora una tristezza gli piomb sul cuore. Non aveva potuto scambiare nemmeno
una parola coll'Annetta, la quale anche in quel momento, mentre egli
si disponeva a salutarla, parlava della Gigina colla signora Berta, e
ridevano, si serravano insieme dimentiche di tutti.
Mario strinse prima la mano alla Giulia, che arross lievemente; la signora
Annetta si volse appena, il fattore aspettava gi in fondo al prato.
 Mi raccomando l'usciere  grid l'avvocato ricordandogli una pratica di
studio.
 Non dubiti  rispose Mario, rivolgendosi per dare un'ultima occhiata alla
signora Annetta.
Appena si fu allontanato, la signora Berta disse:   un bel giovane. 
Mario si sarebbe sentito vendicato da quel complimento, ma invece si
cercava nelle tasche uno zigaro per nascondere il proprio turbamento alla
Teresa.
 Torni, torni  questa gli ripeteva;  si sta meglio qui da noi che laggi.
Pareva una rottura.
La signora Orsolina, insospettita dall'umore pi bizzoso di Mario, aveva
tentato due o tre volte di appiccarne il discorso, ma egli lo aveva sempre
troncato andandosene. Adesso la citt gli pareva abbandonata; non sapeva pi
che farsi delle ore vuote, e nello studio si sentiva anche pi solo. La vasta
stanza, dove lavorava, gli faceva quasi paura con quelle due finestre senza
tende, e le pareti bianche fra i quattro immensi scaffali pieni di vecchi
volumi in cartapecora, di un giallore cadaverico. Si sarebbe detta una camera
d'archivio con quell'atmosfera lievemente muffosa.
Sulle tre scrivanie, verniciate di bigio, larghe macchie d'inchiostro,
seccate da tempo, ricordavano altri assenti, giovani come lui, che vi
avevano lavorato, ora dispersi pel mondo.
Quindi si rifugiava nel gabinetto verde, pieno di tutta la vita
dell'avvocato, e dei ricordi dell'Annetta. Il lavoro l'annoiava.
Poi cominci a trascurare gli impegni; qualche cliente si lagn de' suoi modi
insofferenti. Il suo pensiero era sempre rivolto alla villa o al modo di
farvisi invitare; ma ogni volta che vi andava, erano piccole battaglie.
Egli vi portava sempre, col pretesto di riderne, i numeri dell'Avanti! che
aggredivano l'avvocato, per intorpidare malignamente l'allegria, dalla quale
la signora Annetta lo escludeva. E si mostrava a volta a volta melanconico e
chiassoso, pi spesso ingrugnito, pungendola con motti improvvisi, senza mai
arrischiare una scena. Ella vi si prestava come ad un giuoco, con pi aperte
civetterie al marito, o affettando l'amore per la Gigina, della quale egli
non le parlava quasi mai.
Allora per dispetto egli si mise a corteggiare la Giulia.
La ragazza, troppo novizia, sulle prime ebbe sgomento della sua
disinvoltura; poi, siccome era un bel giovane e le piaceva, s'infiamm.
L'Annetta pareva secondarla, avvolgendoli nel proprio sorriso luminoso
quando li vedeva insieme.
Una volta la Giulia rientr dal prato nell'andito tutta rossa.
Ti ha dato un bacio?  ella le chiese sorridendo.
La ragazza arross sino al bianco degli occhi; invece le aveva chiesto
semplicemente per la prima volta se le sembrasse di poterlo mai amare.
La signora Annetta condusse la ragazza su, nell'altro andito, e si fece
raccontare tutto; ma, accorgendosi che era innamorata davvero, divent
improvvisamente seria.
Bisogna dirlo alla mamma.
No, no.
Questa lo sapeva gi, ed in secreto approvava, giudicando Mario dalle buone
parole dell'avvocato. Egli invece, credendo di notare l'ombra di un dispetto
sul viso della signora Annetta, quel giorno si mostr anche pi premuroso
verso la ragazza; poi tard quindici giorni a tornare. Voleva dar tempo al
tempo. Infatti una mattina l'avvocato gli entr in discorso di matrimonio.
A ventisette anni suonati, Mario doveva pensare ad accasarsi; la Giulia con
cinquantamila lire subito, ed altrettante dopo la morte dei vecchi, era un
partito conveniente, molto pi che usciva da una famiglia di gente onesta.
L'avvocato dava il massimo valore a questa qualit. Mario si scherm,
lasciando comprendere che era ancora presto, ma l'altro credette la cosa ben
avviata. Infatti Mario, incontrando il signor Cesare al caff, gli si mostr
pi complimentoso, e gli promise di andare la prima volta alla villa nel suo
carrettino. Quando arrivarono insieme, la ragazza si sent quasi soffocare,
e la signora Annetta invece rientr in casa.
Mario destramente riusc a sfuggire dal crocchio, e si cacci su per le
scale: ella usciva gi dalla camera cosiddetta dei forestieri.
Ho bisogno di parlarvi.
Andate dalla Giulia.
No, Annetta, senti.
 Andate o chiamo; e si ricacci precipitosamente nella stanza.
Mario discese col cuore gongolante. A pranzo fece un po' di corte alla
signora Berta, contentandosi di volgere qualche sorriso alla Giulia,
che seduta presso la signora Annetta teneva quasi costantemente gli occhi
sul piatto per sottrarsi all'impaccio. L'avvocato mise il discorso sul
matrimonio, parlandone con molta filosofia bonaria: era ancora il meglio
che l'umanit avesse trovato per passare la vita; tutti i piaceri della
giovent svaporavano lasciando nella coscienza una fondiglia, che degenerava
col tempo in putredine. I vecchi scapoli finivano coll'essere odiosi ed
odiati. Mario invece difendeva il celibato. Prima di tutto per prender moglie
bisognava essere amati, e la cosa era tutt'altro che facile; poi nella vita
moderna la famiglia diventava un gran peso senza una certa ricchezza.
I giovani sprovvisti di patrimonio dovevano pensarci molto per non
sacrificare se stessi, la moglie e i figli, che potessero nascere.
Chi ha paura della vita, non vi riesce rispose l'avvocato.
Ma lei stesso ha tardato a prender moglie.
Io lavoravo troppo, me ne sono accorto poi.
Il signor Cesare si volt a Mario, ammiccando con quel suo tic nervoso alla
guancia sinistra, che gli dava quasi un'aria di burattino.
Si lavora meglio quando si ha famiglia. Se fossi rimasto solo, credo, non
avrei lavorato la met. A che pro guadagnare dei quattrini, quando non si ha
per chi spenderli? 
Mario si lasciava cullare da quel dialogo, del quale si sentiva lo scopo,
sbirciando la signora Annetta.
Ella, punta da una sua occhiata, gli chiese con una risata improvvisa:
E lei, signor Mario, quando pensa dunque a pigliar moglie?
Almeno dopo che una donna avr pensato a prendermi per marito.  cos
difficile essere amati, sebbene tante volte lo si creda.
Mario quella sera aveva detto che sarebbe ritornato in citt a piedi, per
fare una lunga passeggiata. Questo capriccio aveva impressionato la signora
Berta sui pericoli di un riscaldo o di un cattivo incontro; ma il signor
Cesare, ancora pieno di energia malgrado i suoi sessant'anni e il piccolo
corpo rattrappito, le aveva dato sulla voce:  Un giovane come il signor
Mario!  Stettero un pezzo sul prato, poi conclusero che l'avvocato,
l'Annetta e Mario avrebbero accompagnato i signori Bruschi al loro casino.
Non c'era luna; l'aria piena di tepori ondulava al vento della notte. Mario,
dopo molto destreggiarsi, riusc a porsi fra la Giulia e la signora Annetta
forzandole a parlare, ma la ragazza, in preda ai primi vaneggiamenti
dell'amore, ricadeva sempre nel silenzio. La sua figurina pareva inchiodata
sulla sedia; tratto tratto le mani le si obliavano sulle ginocchia, nella
posa abituale del convento.
Quando verrete nello studio? disse Mario alla signora Annetta, profittando
del momento che tutti s'alzarono.
L'indomani del matrimonio.
Bisogner dunque affrettarlo ribatt sul medesimo tono.
Mario aveva dovuto fare da cavaliere alla ragazza, ma per tutto il tragitto
non le parl che di cose indifferenti. Ella camminava stecchita al suo
braccio, abbassando la testa quasi per sentirsi passare le sue parole con un
volo lieve sulla nuca. Dietro, la signora Annetta rideva colla signora Berta.
A un tratto s'intese la voce di questa che diceva: I gelosi miagolano tutti
come i gatti.
Una mattina Mario incontr tutta la famiglia Bruschi nel corso; erano venuti
per un vestito nuovo della Giulia, assolutamente indispensabile, diceva la
signora Berta, nella festa prossima di sant'Elena. La ragazza pareva pi
disinvolta in quell'abito di tela a colori vivi, e con quel piccolo cappello
di paglia gettato monellescamente indietro; ma egli doveva recarsi allo
studio. Allora il signor Cesare si offerse di accompagnarlo, perch non
avrebbe saputo cosa dire colla sarta, quando la signora Berta si ricord di
aver conosciuta molti anni prima la signora Orsolina, e preg Mario di
condurla da lei per riannodare quella buona relazione di una volta.
Mario rimase imbarazzato della domanda, parendogli di essere come inseguito
per quel matrimonio, sul quale non aveva ancora deciso nulla. Ma la signora
Berta insisteva con voce sempre pi affettuosa. La sua grossa faccia maschile
contrastava bizzarramente colla mollezza dell'accento, col quale evocava i
ricordi del passato; finalmente, vedendo di non far frutto, dichiar che
sarebbe andata a trovarla da s.
 Si figuri, sar un piacere per la mamma.
Strada facendo il signor Cesare cerc di far dire a Mario quanto lavoro e
quanti quattrini gli venissero da quello studio dell'avvocato Filippo.
Il vecchio ometto lo circu talmente colle domande, che l'altro dovette
dirgli quasi tutto, e ad ogni risposta egli sorrideva come per complimento.
Si deve guadagnare molto di pi avendo lo studio da s.
Certamente tutto sta a formarsi la clientela.
Come in commercio,  la stessa cosa. Basta si sappia che non si vuol
comprare, e tutti vi offrono della merce. I clienti hanno da somigliare ai
sensali; corrono dall'avvocato, che non ha bisogno della loro causa.
Mario, umiliato dalla giustezza di queste osservazioni, comprese dove il
signor Cesare voleva parare; la dote della Giulia sarebbe stata pi che
sufficiente per aprire studio.
Quel giorno la signora Orsolina gli parl delle signore Bruschi senza
compromettersi, e a poco a poco Mario si famigliarizz coll'idea di quel
matrimonio. Perch non l'avrebbe fatto? Sarebbe un conquistare di botto nel
mondo la met di quella posizione, cui agognava, e un pretesto per fargli
rimanere aperta la casa dell'avvocato. Allora la sua relazione colla signora
Annetta si regolarizzerebbe, coperta dall'amicizla delle due donne. Questo
sogno lo affascin. La ragazza, vuota come un manichino, non gli sarebbe mai
di peso; forse le maggiori difficolt verrebbero dalla signora Annetta, ma
si sentiva capace di dominarla.
Passarono ancora delle settimane. La mamma gli parlava qualche volta delle
signore Bruschi, alla sfuggita; poi un giorno gli disse di aver ricevuto un
invito al loro casino per la prossima domenica. La signora Berta verrebbe a
prenderla col proprio carrettino.
Tu non andrai alla villa?
Non lo so.
Allora io resto.
Mario rimase indeciso. Andate.
Invece quella domenica and anche lui, ma le signore Bruschi non comparvero
alla villa. Era la prima volta, dopo tanto tempo, che poteva trovarsi solo
coll'Annetta. Ella lo accolse allegramente, ma alla sua prima allusione di
amore torn dura; l'avvocato invece gli propose sul serio quel matrimonio,
lasciandogli intendere di aver ricevuto le confidenze del signor Cesare.
La ragazza era gi innamorata, e la famiglia avrebbe accolto benissimo Mario
per nobilitare la propria origine. La dote, stringendo loro addosso i panni,
sarebbe arrivata di primo tempo sino a settantacinquemila franchi;
l'avvocato supponeva il signor Cesare anche pi ricco di quanto la gente lo
credesse. La signora Annetta sorrideva sardonicamente.
Mi pare che ella possa accettare, signor Mario:  una delle migliori doti
della citt.
Ma se ricusassi? 
Perch? Bisognerebbe supporre che ella fosse innamorato di un'altra: non 
vero, Pippo?
A meno che non abbiate in vista qualche affare pi grosso.
La signora Annetta rideva provocantemente; la sua testa, dondolante come un
gran fiore, esalava un acuto odore di gelsomino. Mario sent di perderla,
accettando.
Quella  una buona ragazza, che non lo render mai geloso.
Molto pi che ne avete la tendenza disse l'avvocato.
Io!
Non lo negate; d'altronde le donne desiderano spesso che si sia gelosi:
solamente lo desiderano quando amano.
In tutto quel pomeriggio la signora Annetta ritorn sul matrimonio,
divertendosi a provargli che non le importava nulla e che, sposando quella
ragazza per la dote, commetterebbe una bassezza. Egli la divorava cogli
occhi, facendole indarno segni per parlarle. Era vestita di un abito rosso
cupo, che le rendeva pi opaco il candore della pelle; si sarebbe detto che
la campagna le avesse messo negli occhi i baleni delle sue foglie pi lucide
e sulle carni la brina dei suoi fiori pi freschi. Saltellava, si abbandonava
sul lungo sof di paglia, posto nel prato all'ombra della casa, con una
civetteria anche pi inquietante nei brevi silenzi. Mario sentiva il suo
orgasmo. Allora si mise a fissarla. Sotto il peso de' suoi sguardi ella si
allent mollemente, poi raddrizzandosi di scatto, chiam la Gina sul sof.
Questa, sempre cos cerea, parve momentaneamente riscaldarsi al suo contatto,
mentre l'avvocato riprendeva con Mario la conversazione. Ma egli non poteva
ascoltarlo, affascinato suo malgrado da quelle due donne, che scherzavano
con una petulanza di piccole amiche al sicuro di ogni indiscrezione.
L'Annetta colle mani un po' grosse faceva il solletico alla Gina, e il bel
busto vigoroso le si torceva per tenerla stretta, ridendo in quel reciproco
eccitamento come di una sfida indiretta, che la loro monelleria femminile
gettava alla sua sensualit di uomo.
 Siete pur bambine!  si volse l'avvocato, sorridendo d'impazienza al loro
chiasso.
 Bambina, bambina! ripet l'Annetta, tirandosi dietro la Gina; e
scomparvero nell'andito.
Poi riapparirono alle finestre del piano superiore.  Quando partite
dunque, voi altri due? Questa sera noi faremo una festa da ballo coi
contadini.
La mattina dopo la signora Orsolina entr nella camera di Mario.
 Se vuoi, tutto  fatto. La signora Berta mi ha lasciato capire che
sarebbero contenti di averti per genero, perch vogliono nobilitarsi; tu
puoi diventare uno dei primi avvocati della citt. Il signor Cesare ti
procurer una buona clientela di negozianti, gente che paga bene. Sai che
stanno per comprare il palazzo Calusi per una miseria, venticinquemila lire?
Tu apriresti uno studio magnifico; in pochi anni si pu mettere su carrozza.
Mario ascoltava.
 Perch siete rimasta l questa notte?
 stato meglio. La ragazza  cotta; bisogna convenire che l'avvocato ti ha
aiutato colle sue raccomandazioni.
 In fin dei conti non ne ho bisogno egli ribatt orgogliosamente.
 Non ti alzi?
La signora Orsolina era preoccupata. Evidentemente temeva una difficolt in
quello splendido disegno, che faceva improvvisamente rifiorire il roseto
oramai secco della sua vita. Gir su e gi nervosamente per la stanza,
mentre egli si vestiva; poi quando si fu lavato, gli si piant dinanzi.
Il suo viso scarno ed angoloso di vecchia avara era quasi solenne.
 Mario, bisogna smettere.
Egli si scosse.
 Non se ne sono accorti, ma  impossibile che la ragazza non lo senta:
c' l'istinto in loro. La tua fortuna  fatta a questa condizione. Che cosa
puoi avere da lei ora? Dovresti esserne stanco,  una donna stupida.
 Meno della Giulia.
La Giulia pu essere tutto per te, quell'altra  una civetta, che ti
pianter, se non la pianti. No, Mario, senti: da' retta a me. Questa  la
grande occasione, che non torner pi. Sono forse duecentomila franchi, sai,
duecentomila franchi, che l'avvocato con tutto il suo ingegno non  riuscito
ancora a guadagnare in vent'anni. Smetti: per sant'Elena torneranno qui,
t'inviteranno a pranzo. Io andr da loro a fare la domanda. Promettimelo,
Mario.
Egli era persuaso, ma voleva conservare l'Annetta.
Siete proprio sicura?
Sicura.
Infine sono essi che ci cercano, abbiamo tempo. Non bisogna mostrare troppa
fretta per non cadere nelle loro mani come gente senza un soldo. Lasciatemi
fare, non sono poi un ingenuo.
Ella abbass dolorosamente la testa, proponendosi di ritornare alla carica
tutti i giorni.
Infatti Mario, in quella irritazione gelosa contro la signora Annetta, si
lasci persuadere a non mostrarsi pi n alla villa, n al casino dei
signori Bruschi. Quest'ultimo tempo gli parve anche pi insoffribile fra i
disegni della nuova vita e le recriminazioni dell'amore; non poteva ammettere
di essere cos abbandonato da una donna, della quale era stato il primo
amante, e che aveva reso madre. Ella, cos debole di carattere, gli resisteva
entro la cerchia della famiglia trionfalmente da tre mesi, non avendo pi
bisogno di lui. Appena appena qualche volta l'onda rossa della volutt le
saliva dal cuore al cervello intorbidandole gli occhi, ma si calmava poco
dopo; e Mario, che aveva sperato di riprenderla in quell'abbarbaglio, doveva
cedere da capo il posto all'avvocato. Poi la vita colla Giulia gli si
svolgeva davanti in quella famiglia di negozianti ritirati dal commercio,
ancora pieni di quegli anni laboriosi, nei quali avevano ammassato a lira a
lira quel patrimonio. Erano ignari, incolti, ubbriachi nella adorazione
della figlia unica, pallido cerino, che l'amore o la maternit avrebbe presto
consumato colla propria fiamma. La Giulia somigliava alla Gina, ma senza
quell'enimma del suo silenzio intelligente e quella distinzione aristocratica,
che a certe ore poteva renderla interessante.
Naturalmente l'Orsolina vorrebbe venire con lui nella nuova casa, ed avrebbe
cos tre genitori addosso.
Intanto nel paese cresceva l'agitazione politica provocata dalla mossa
dell'avvocato. I radicali, gi perduti nella pubblica opinione dalla
volgarit dei loro modi e dalla rapacit bestiale del loro governo, si
sentivano mancare il terreno sotto i piedi; mentre i moderati ringalluzziti
dalla speranza del potere, e forti del consenso momentaneo dei socialisti,
che l'odio ai loro vicini repubblicani trascinava ad una effimera alleanza
coi fautori della monarchia, sbraveggiavano in piazza.
Si parlava di liste elettorali; l'avvocato era il sindaco futuro. Ma troppo
abile per mostrarsi in questa vigilia, egli affettava invece quasi la
trascuranza di quel moto, sebbene lo seguisse nei pi minuti particolari,
correggendovi in tempo le imprudenze dei pi giovani moderati travolti
nell'impeto del loro stesso giornale. Mario era seccato di quei discorsi,
nei quali il nome dell'avvocato ricorreva sempre, senza che fra tanti nomi
di futuri consiglieri comunali si fosse ancora fatto il suo.
Poi seppe che il conte Giglioli, sindaco altre volte e ora presidente della
Cassa di Risparmio, darebbe un pranzo politico pel giorno di S. Elena;
l'avvocato era naturalmente il primo fra gli invitati. Si parlava di
cinquanta coperti. Il giovane direttore della Gazzetta, avvocato Gelli,
v'andrebbe, mentre egli, Mario, quantunque primo giovane di studio e
redattore del medesimo giornale, era escluso. Qualcuno lo punse di questa
preterizione. Bisognava dunque avere una posizione sociale, essere qualche
cosa, per contare nel mondo? Se egli fosse stato marito della Giulia, con
studio proprio, lo avrebbero invitato. Casa Giglioli era come la reggia
della citt, cui non si arrivava se non salendo nella pubblica considerazione;
laonde il giornale radicale vi lanciava contro, a ogni numero, qualche
ingiuria sgrammaticata, mentre i suoi redattori avrebbero fatto chi sa cosa
per esservi ricevuti.
La signora Annetta arriv la sera prima coll'avvocato; i signori Bruschi
erano giunti nella mattinata. L'indomani sino dall'alba la citt era in festa,
piena di una folla di contadini negli abiti della domenica, che stipavano le
chiese e s'assiepavano nella piazza continuamente attraversata da gruppi di
ragazze. Mario, vestito anch'esso colla pi ricercata eleganza, si present
allo studio, sperando di vedere la signora Annetta, ma ella non si mostr.
Nell'anticamera non c'era il vecchio Andrea, perch in quel giorno di
vacanza lo studio si chiudeva alle undici. L'avvocato, gi abbigliato col
grande soprabito nero delle occasioni solenni, scriveva nel gabinetto, pi
preoccupato del solito; l'Avanti! del mattino in un articolo satirico
annunziava, che al pranzo Giglioli si sarebbe fatta la sua proclamazione a
sindaco. Mario era anche esso sulle spine; aveva incontrato il signor Cesare,
che ripetendogli l'invito nel modo pi significativo, si era fatto dare da
lui una seconda promessa. Quel giorno bisognava decidersi fra l'Annetta e
la Giulia, ma quella, sapendolo, si nascondeva. Mario impar che era uscita
per la messa delle dieci, e non tornerebbe pi fuori che alle sei, nell'ora
della gran folla sul prato di S. Domenico, ove si estraevano le solite
cinque doti per le ragazze povere. Era il grande convegno dell'eleganza
cittadina, la rivista degli abiti nuovi.
Cos tutto quel giorno resterebbe sola in casa. Sulle scale incontr la Gina,
che gli disse di essere libera e di pranzare da una zia; non tornerebbe
che alle cinque per vestire la signora.
La strada formicolava di gente lieta sotto il sole, che dava all'azzurro del
cielo una tersit abbagliante, mentre invece Mario sentiva la coscienza
farglisi sempre pi torbida. Non aveva potuto vedere la signora Annetta.
Per non tornare a casa ad affrontare la mamma and al caff; era
rigurgitante, clamoroso.
Si parlava del pranzo Giglioli. Un gruppo di radicali, anch'essi vestiti a
festa, ghignavano sparlandone ad alta voce. Incontr molti amici, dovette
scherzare, ridere, ma la preoccupazione gli cresceva; a un'ora e mezza
doveva essere a casa Bruschi per il pranzo, che cominciava alle due.
Sapeva d'inviti a molti parenti. Mut caff, cans quasi di malumore
l'avvocato Galli circondato da tutta la redazione, e che passeggiava allegro
del proprio articolo del mattino, una carica veemente contro i radicali
sconfitti nell'ultima elezione di Pagnano, un comune vicino. Prov a leggere
i giornali di Roma senza potervisi interessare. Il problema gli si aggravava
a ogni minuto sul cuore. Allora torn pel corso, sperando di vederla alla
finestra, giunse sino a porta S. Biagio, ne ritorn indarno. Una stanchezza
nervosa lo sorprendeva. A che ora pranzerebbe la signora Annetta, rimasta
sola colla Veronica? Perch non usciva a farsi ammirare sotto il loggiato
dopo l'ultima messa del Duomo, come tutte le signore? Era afflitta, sebbene
non volesse mostrarlo, del matrimonio che egli stava per contrarre? In fondo
gli pareva impossibile che ella non dovesse soffrire; non si pu essere tanto
indifferenti quando si  amato.
Adesso, al momento di perderla irreparabilmente, sentiva di amarla anche di
pi. Tutti i miraggi della posizione sociale, che la Giulia gli procurerebbe
colla propria dote, si spegnevano improvvisamente nella sua fantasia, mentre
il fantasma dell'Annetta vi si levava luminoso entro un nimbo d'oro, coi
capelli biondi, ardenti sulla sua bella testa di gran fiore, e gli occhi
turchini come le lontananze pi pure del cielo nelle miti giornate di
primavera. Il frastuono, l'onda turbolenta della piazza lo irritavano.
Finalmente pot sedersi ad un tavolo della bottiglieria nuova, all'angolo
del loggiato, nel quale sboccava il corso. V'era ressa di giovanotti
eleganti per vedere le signore. Pass la signora Berta colla figlia
abbigliata di bianco; alcuni salutando lo scoprirono, e dovette alzarsi per
un mezzo inchino, che fece quasi arrossire la ragazza. Ma sebbene niuno
avesse sospettato di lui, la figura corpulenta e cremisi della signora
Berta produsse uno scoppio di motti satirici. Se fosse passata la signora
Annetta tutti invece l'avrebbero ammirata.
Egli vide la signora Berta rivolgersi due o tre volte per guardare se le
seguisse.
Che cos'hai, Mario, che sembri cos triste?  gli chiese un amico.
La festa mi secca.
Provincia, mio caro! replic l'altro, uno studente, tornato non a guari da
Torino.
Poi la gente cominci a diradarsi per andare a pranzo. Egli vide parecchi
soprabiti dirigersi verso casa Giglioli, qualche signora attardata coi
bambini, quindi i caff e i loggiati si vuotarono. Non rimanevano che due
gruppi di ufficiali, soliti a pranzare la sera, e che non avevano inviti a
quell'ora e in quella festa. All'orologio della piazza stava per suonare
un'ora e un quarto.
Allora spinto come da una molla si ricacci per il corso; voleva passare
un'ultima volta sotto le sue finestre. La larga strada si allungava deserta
sotto l'arsione del sole. Si guard dietro quasi nel timore di essere spiato;
aveva caldo, ma non sudava. Il cuore gli martellava nel petto. Gli parve che
le case sparissero, quando nell'alzare gli occhi dentro un raggio di sole la
vide vestita di bianco alla finestra. Non distinse che un nastrino rosso
sopra i suoi capelli d'oro. Arriv sotto le finestre e salut macchinalmente,
ella sorrise.
Per un istante rimase cogli occhi in alto; quindi con un gesto risoluto le
indic che saliva. Infil la porta, mont di corsa le scale, non sapendo
bene quello che si facesse, giunse trafelato sul pianerottolo col braccio
gi proteso per tirare il cordone del campanello, quando l'uscio
dell'appartamento si aperse, ed ella compar.
Che cosa fate?
Egli la respinse, entr senza poter parlare, senza abbracciarla, ma appena
dentro l'aria scura e fresca lo feoe rientrare in s; nullameno il viso gli
rimaneva convulso.
Mario!...
Egli la guard cos risolutamente, che l'altra gli fece cenno di tacere.
 Psst... la Veronica!  e lo spinse nell'anticamera verso l'uscio, che
metteva nel gabinetto verde, mentre in punta di piedi si accostava all'altra
porta per origliare. Mario entr nel gabinetto.
Poco dopo ella comparve; era commossa, pallida.
Annetta  egli grid precipitandosi verso di lei per prenderle una mano.
 Ma avete fatto male a venir su, possono aver veduto.
Non sei sola? 
S, la Veronica si  gettata sul letto.
Allora l'abbracci; ella riluttava, poi si sciolse dalle sue braccia.
 Cattiva, quanto mi hai fatto soffrire!
 S, adesso che state per pigliar moglie.
Egli si arrest.
 Vedete.
Ma il sorriso le ricompariva sulle labbra, non pareva n sdegnata, n
malinconica. La sua bella figura, in quel lungo accappatoio bianco a larghe
pieghe, che la velavano dandole una mollezza anche pi voluttuosa, esalava
un intenso odore di gelsomino. Il collo le usciva da un collarino di
merletti, bianco e grasso, piegandosi lievemente sulla spalla sinistra in un
principio di abbandono.
Mario si sent riavvampare. La prese in braccio, la strinse sul cuore quasi
da farle male, mentre tutto il corpo gli tremava di brividi, e coi denti le
mordeva gi una trina del collo. Cos abbracciati caddero su quella stessa
poltrona, egli oppresso dall'angoscia della felicit, ella vincitrice,
sorridente sulle sue ginocchia, guardandolo cogli occhi cristallini, quasi
per riconoscerlo ancora, mentre un'altra trina sul collo le batteva leggera
leggera come un'ala di colomba.
Non si lagnavano pi, non avevano nemmeno avuto tempo di perdonarsi.
Poi Mario inquieto le domand:   Sei proprio sicura della Veronica? 
 Aspetta, torno a vedere.
 Dorme disse rientrando.
 Giurami che non ami che me  Mario le chiese, riprendendola sulle ginocchia.
 S, te solo, cattivo mobile, geloso.
 E in questi mesi?
 Tu pensavi a pigliar moglie. Ah! prendila pure. Ti piace la Giulia?
seguit scherzando, ma fissandolo negli occhi.
 Lo vedi bene, dovrei essere da lei a pranzo in questo momento; adesso
tutto  rotto. Ma tu mi amerai sempre?
 Come te gli sussurr sulla bocca in un bacio.
Mario si alz.
 Vieni con me.
 Dove?
 Nella tua camera da letto.
Ella sussult, ma dopo il suo sacrificio non poteva pi ricusare. La camera
era scura e fresca; dalle griglie filtravano minimi raggi, che la doppia
tenda intercettava colorandosi di un rosso incerto, quasi di porpora.
Mario procedeva a tastoni, ella lo seguiva. Un odore di sapone stagnava
nell'aria. Mario s'appoggi al capezzale, palpando subito le lenzuola.
Erano di bucato, ancora cogli spigoli delle piegature. Parve perplesso un
istante, come se quel particolare gli contraddicesse un'idea secreta; poi si
abbandon sul letto.
 Vieni. 
Ella titubava.
 La Gina se ne potrebbe accorgere.
Ma egli l'aveva abbracciata tirandosela sopra, e quando si fu rivoltato con
lei sulle coperte, le disse trionfalmente:
 Sono io tuo marito.
Capitolo 5
La rottura era stata brutale.
La sera al caff, dove sedevano la signora Annetta colla contessa Giglioli,
e poco lungi a un altro tavolo i signori Bruschi con alcuni parenti, Mario,
ancora inebbriato, aveva appena risposto al saluto ansioso del signor Cesare.
Quindi volgendosi all'avvocato Gelli, che lo pungeva d'allusioni
all'imminente matrimonio, si era lasciato sfuggire ad alta voce:
 L'albero, al quale dovr appiccarmi, voglio almeno che sia bello, tutto
in fiore.
Una risata gli aveva risposto, ma la Giulia, ferita da queste parole, aveva
impallidito cos che la signora Berta si era mossa imprudentemente sulla
sedia per sostenerla, mentre la signora Annetta ricompensava Mario con un
sorriso.
Ma quando rientr a casa, dopo la mezzanotte, trov la mamma ad aspettarlo.
Le si leggeva ancora il pianto negli occhi. Mario, che si sentiva gi
nell'animo il freddo sottile del pentimento, non os dirle nulla. Ella
accese la candela, e l'accompagn silenziosamente nella sua camera.
 Ti sei rovinato.
Da quel giorno la vecchia si chiuse in un ostinato mutismo, e i Bruschi non
lo salutarono pi. Solo l'avvocato gli volse un rimprovero sul modo villano,
col quale aveva troncato quella relazione; ma l'altro, superbo del
sopravvento ripreso su lui, esclam:  Infine  troppo scema.
Ma perch offenderla?
Egli stesso doveva convenire di aver torto, sebbene nel rinfocolamento della
passione non volesse riflettervi. Non aveva mai amato cos: si sentiva
ancora l'Annetta dentro, immersa nel sangue, che gli irrompeva a ondate dal
cuore, come se l'avesse bevuta. Ma anche la bellezza di lei in quell'ultima
ripresa, nel delirio di desiderii che ripullulavano ad ogni bacio, aveva
trovato le veemenze dei fiori aprentisi d'improvviso al sole, quando la
campagna ai primi soffi di primavera effonde nell'aria i germi di tutte le
fecondit.
Quindi la signora Annetta finse coi Bruschi di non saper nulla su quella
rottura, ma la Giulia le piant in faccia gli occhi vitrei.
L'ami davvero? ella chiese alla fanciulla per sottrarsi all'imbarazzo.
No.
  stata una cosa da mascalzone sbuff la signora Berta.
 Se non amava Giulia, mi pare che sia stata piuttosto una fortuna.
Chi sa nemmeno se lo sia per quell'altra, di cui  innamorato  ribatt la
Giulia.
La signora Berta, senza sospetti verso l'Annetta, non comprese.
Nullameno le loro relazioni si raffreddarono. Per contentare Mario ella
aveva promesso di venire ogni quindici giorni, il sabato, in citt, e di non
ripartirne che la domenica sulle sei; si sarebbero cos incontrati come
potevano. Ma adesso che Mario le aveva tutto sacrificato, vi metteva ella
stessa molta buona volont.
Anzi nella vanit del proprio trionfo di donna, e nella foga di quel
rinnovellamento d'amore, pur non misurando bene la grandezza del sacrificio,
dal quale forse egli non potrebbe pi risorgere, credeva di appassionarsi
per lui come non le era accaduto neppure gli ultimi mesi della gravidanza.
La sua stessa gelosia le pareva legittima, quasi un compenso dovuto a quel
supremo olocausto di se medesimo. Quindi abbandonandosi a tutte le sue
adorazioni si sentiva talvolta presa dalle vertigini di una poesia, che prima
non avrebbe mai nemmeno sospettata. Infatti un giorno spogliandola colle
mani febbrili, e interrompendosi per tuffare il volto nel profumo delle sue
sottane, egli l'aveva messa ritta sopra uno sgabello, come una statua
fulgente nella soavit incolore del marmo; poi le si era prostrato dinanzi,
baciandole i piedi, salendole colle braccia su pei ginocchi, nello sforzo di
una aspirazione delirante verso il suo seno intatto di vergine, e aveva
rotto in singhiozzi di bambino sotto la sua bellezza vincitrice.
Allora rapita ella medesima nell'onnipotenza divina della donna, che pu
tutto distruggere e tutto consolare, lo aveva lasciato piangere senza
interrogarlo.  Ma ci accadeva di rado. Generalmente avevano appena il tempo
di abbracciarsi nel gabinetto, furiosamente, quasi per imprimersi nelle carni
le stimmate del martirio, che quella momentanea impotenza imponeva loro.
Poi lo scandalo di quella rottura aveva procurato a Mario pi di un
dispiacere, perch la gente, non indovinandone la ragione secreta,
l'attribuiva alla sua fatua vanit di bel giovane. E siccome il mondo si
sente del pari offeso dalle fortune che ci capitano e da quelle che evitiamo,
Mario per qualche mese fu bersagliato da tutte le maligne allusioni; mentre
la mamma, muta in una sprezzante disapprovazione, sembrava attendere da
un'altra rottura coll'Annetta la tragica conferma delle proprie profezie.
Quindi lo aveva abbandonato coll'egoismo dei vecchi, che si separano dagli
errori dei figli dopo aver invano tentato d'impedirli.
Quando l'avvocato ritorn definitivamente dalla villa, tutto contento di
essersi ripresa finalmente la Gigina, Mario fu anche pi contento di lui.
Cominci per tutti tre una nuova vita intorno a quel piccolo essere,
che cominciava a muovere i primi passi e a balbettare le prime parole.
La Gina le faceva da governante, ma la balia veniva ancora tutti i giorni
di mercato a rivederla, espandendosi in tenerezze per cavarne qualche
altro regalo.
Nullameno per i due amanti le occasioni dell'amore erano scemate. L'avvocato,
nell'affluenza sempre crescente delle cause, non usciva quasi pi di casa,
ora che la Gigina gli riempiva le poche ore vuote dopo la colazione o il
pranzo co' suoi giuochi infantili, dentro i quali si agitavano gi le prime
tirannie della donna.
Anzi talvolta egli interrompeva il lavoro per farsela portare nello studio,
e allora erano lunghe scene di bamboleggiamento a chi primo ottenesse, egli
o l'Annetta o Mario, un bacio dalla piccina. Quindi le gelosie si
ridestavano. La bambina diceva pap all'avvocato, perch l'Annetta aiutata
dalla Gina era riuscita con molta pazienza ad insegnarglielo un po' prima
che per solito i bambini non l'imparino.
 Gigina, amore, dillo anche a me!  le aveva domandato Mario colle labbra
tremanti, sollevandola delicatamente fra le braccia; ma la bimba si era messa
invece a strillare, sgambettando furiosamente.
 Voi altri uomini non avete grazia esclam l'Annetta, riprendendola dalle
sue mani e calmandola subito con poche carezze.
Ma l'avvocato aveva voluto provare anche lui, e la incomprensibile creatura
era rimasta cheta, in piedi sul suo ventre, sostenendosi colle manine rosate
alla sua barba grigia. Sorrideva.
 Sono io il tuo pap, che ti amer pi di tutti, anche pi della mamma ;
e la sua voce esprimeva una tenerezza cos profonda, che gli altri due
abbassarono la testa, sopraffatti dalla sua superiorit.
Ma l'Annetta, malgrado tutte le sue effusioni chiassose intorno alla Gigina,
non gustava nella maternit che una nuova forma di decorazione intorno alla
propria bellezza. Mario invece era stato preso dalla adorazione di quella
creaturina, nella quale la rivalit dell'avvocato e l'amore per la madre gli
avevano fatto riconoscere i primi indecisi lineamenti di una somiglianza con
se stesso. La Gigina era sua, aveva i suoi capelli biondi, gli occhi cerulei,
quelle carni pi fresche di una corolla di rosa; era il trionfo delle loro
due giovinezze, il premio, che la natura serba all'amore sano e bello di
primavera. Egli, che non aveva mai provato nemmeno per l'Annetta la
tenerezza delle dedizioni senza ricambio, la sentiva ora dinanzi alla
figlia tutta bella nella insaziabilit inintelligente del proprio egoismo.
L'anima gli si rinfrescava di una giocondit inesprimibile, quando la
bambina, lasciandosi prendere in braccio, lo guardava coi grandi occhi
trasparenti, nei quali nessuna immagine del mondo aveva lasciato ancora la
propria ombra.
Quindi il suo amore per l'Annetta si alzava in una sfera pi spirituale.
Gli pareva che la felicit sarebbe stata nell'essere suo marito, chiuso
dentro la propria famiglia contro tutto il mondo, e sicuro da ogni abbandono
di lei; mentre invece ella restava fatalmente con la Gigina nell'orbita di
un'altra vita. Tutta quella festa delle loro due esistenze era l'opera di
un altro uomo; lui, Mario, non era che l'eterno contrabbandiere, vagante sui
confini di una famiglia, che la sua frode stessa aveva perfezionata con la
intromissione di una bambina, ma che nessun altro suo tradimento potrebbe
pi distruggere.
Aveva posseduto la femmina, non avrebbe mai n la sposa, n la madre, n la
figlia. Tutte quelle frenetiche volutt non bastavano a dargli il possesso
vero della donna; ella non trovava mai per lui, nemmeno fra le menzogne pi
carezzevoli, una di quelle parole semplici e cos piene, che immedesimano
le anime nella inseparabilit della vita. Talvolta si stupiva seco stesso di
questo amore per la Gigina, mentre da principio gli era persino ripugnato che
l'Annetta fosse gravida; poi nella crisi quasi mortale del parto egli aveva
mille volte augurato a se stesso che la piccina fosse nata morta per non
compromettere la mamma, finch vedendola la prima volta in campagna,
ravvolta nelle fasce e colle manine raggrinzite quasi stizzosamente sulla
poppa della balia, non si era sentito affatto nel cuore quel rimescolamento
della paternit, cos celebrato dalla rettorica di tutti i libri, e frequente
nella ipocrisia dei discorsi.
Le doglianze e i ripicchi ricominciarono. Pareva una intesa di tutti contro
quella pretensione di Mario sulla Gigina; la Veronica, il vecchio Andrea,
persino Marco il misantropo, che aveva giocato sopra di lei un ambo vincendo
otto lire, adoravano la piccina per quella felicit, che procurava
all'avvocato. Mario non sorprendeva mai nelle loro parole o nelle loro
occhiate un'allusione a lui, padre vero, o un sarcasmo per quell'altro,
che non lo sapeva; invece doveva egli stesso unirsi al corso delle
felicitazioni, e pronunciare talvolta qualcuno di quei complimenti, che erano
come l'espiazione della sua colpa.
Tutto era stato inutile per far intendere all'Annetta la verit di quel
patimento. Ella non capiva. Era come quando voleva persuaderla che, cedendo
al marito, avrebbe commesso un secondo adulterio peggiore del primo, perch
la prostituzione vera, quella che la legge non pu colpire e trionfa spesso
dentro la legge, non  che la volutt fuori dell'amore, la cessione del corpo
senza l'assenso dell'anima.
 Ma  mio marito  ella ripeteva invariabilmente.
E s'egli finiva quasi a singhiozzare nella collera di un dolore cos vero,
che la commoveva momentaneamente, ella girava subito la questione: non
amava: non aveva mai amato che lui; l'avvocato era un'altra cosa, e non
aveva nulla a fare coll'amore. Come mai si poteva non capire certe cose?
Adesso era Mario, che si sentiva accusato di non comprendere.
Queste scene, ripetendosi ad ogni convegno per quanto breve, scavavano fra
loro il dissidio.
Da quella volta, che era riuscito a penetrarle nella camera da letto, Mario
aveva poi sempre voluto ritornarvi, ma le occasioni non capitavano che di
rado, e bisognava aiutarle di lunga mano. Quindi pensando che l'avvocato
non era ricco, e difficilmente potrebbe diventarlo, cos da lasciare un
patrimonio sufficiente per due figli, Mario pretendeva che non avesse pi
esigenze sulla moglie. L'Annetta avrebbe potuto svezzarlo per rimanere tutta
a lui. Ma, disgustata dalle difficolt di tale disegno, ella vi si era invece
sottratta con una bugia. Diceva di non tentare mai il marito, che la cosa
non accadeva quasi mai; poi incalzata, riscaldata dalle preghiere di Mario,
aveva finito col promettere.
 Non gli fare in pubblico quelle moine.
Ma se io...
 No, lo sai pure che soffro; adesso che ti ho sacrificato tutto, non
dovresti dimenticarmi. 
A questo richiamo troppo frequente, ella si era impazientita; ma l'altro
senza darle tempo d'irritarsi:  Promettilo: che cosa ti costa? 
 Che io gli tenga il muso, perch tutti se ne accorgano! 
Egli tent invano d'insegnarle che era possibile ingannare la gente senza
ostentare tutto quell'affetto per il marito.
 Me lo hai pur giurato> che non sar pi tuo marito! 
 In pubblico non si pu.
Allora le fece ripetere il giuramento sulla testa della Gigina, minacciando
di commettere qualche eccesso, se scoprisse qualche tradimento coll'avvocato.
Ma nell'Annetta invece cresceva la stima pel marito, che nel proprio
confidente abbandono non aveva mai avuto per lei n una parola dura, n un
sospetto ingiurioso. Egli era ben superiore a Mario, sempre malcontento
anche dopo i sacrifici, che ella gli aveva fatto, perch l'Annetta come
tutte le donne credeva di essersi sacrificata. Talvolta le accadeva pure di
pensare, che se invece di sposare l'avvocato fosse diventata la moglie di
Mario (ed era pur stato possibile) adesso non sarebbe che una borghesuccia
seppellita nel fondo di un appartamento meschino, fra un marito geloso e
una suocera taccagna, senza potersi fare pi di due vestiti all'anno, senza
villa e senza avvenire.
E con tutto questo Mario diventava ogni giorno pi esigente con lei!
Una domenica, nel pomeriggio, aveva voluto accompagnarla ad una passeggiata,
che ella faceva sola colla bambina per mostrarsi nella grazia novella della
sua maternit. Naturalmente ella aveva ricusato, ma d'improvviso se l'era
visto venire incontro alla imboccatura del gran viale; e le si era
accompagnato tenendo la bimba per l'altra mano. Era stato un martirio.
La Gigina faceva i passi cos piccoli che era quasi sempre ferma, mentre
tutti guardavano, e taluni avevano sogghignato a quella loro apparenza di
sposi. Mario ne aveva gongolato, sebbene soffrendo del dispetto di lei; poi
avevano incontrato le signore Bruschi, e la Giulia aveva dato loro
un'occhiata cos maligna che l'Annetta ne aveva arrossito.
L'avvocato Gelli, che le seguiva, se ne era accorto; allora si diceva che
stesse per prendere presso la Giulia il posto lasciato vacante da Mario.
Per colmo di sventura la Gigina, risentendosi forse della commozione della
mamma, si era messa a piangere.
L'Annetta ne rimase con lui in collera per un mese.
Quando fecero la pace, si lasci sfuggire questa maligna allusione:
 L'avvocato Gelli far una bella fortuna sposando la Giulia; ha gi aperto
studio.
Infatti quel nome giovane cominciava a sorgere vicino a quello dell'avvocato
Filippo, mentre di Mario, arrestatosi in quella posizione subalterna, non si
parlava pi. Egli se ne avvedeva con avvilimento sempre maggiore, ma non
poteva nemmeno tentare di mettere studio per non separarsi dall'Annetta.
Alle elezioni generali l'avvocato, malgrado le pi vive istanze di tutti,
aveva ricusato la carica di sindaco conferitagli per acclamazione, adducendo
la necessit di dover vivere colla professione, adesso che gli era nata una
bambina. Il conte Giglioli gli aveva invece detto sorridendo:
 Tu sarai il deputato.
 Davvero?!  esclam l'Annetta, quando l'avvocato glielo raccont a pranzo:
 allora l'inverno a Roma...
 Zitta!... non  ancor tempo.
Ella ne parl con Mario, che, temendone gi vivamente, finse di ridere,
perch il marchese Curci, sostenuto da tutto il clero, non si sarebbe
lasciato battere cos facilmente. Fu una doccia di acqua gelata sulla
fantasia gi accesa dell'Annetta, ma da quel giorno ella non lasci pi in
pace il marito sul disegno di passare l'inverno prossimo a Roma. La Gigina
sarebbe allora abbastanza grandicella da poter camminare; ella la
condurrebbe la mattina al Pincio, ove si radunano (li aveva visti sui
giornali illustrati) tanti bambini... poi vedrebbero la capitale, Roma,
le principesse, gli inglesi, la corte. Egli potrebbe tenere un altro studio
a Roma per le cause grosse, e lasciare Mario a rappresentarlo in questo.
 La Gigina diventer una signora romana esclam maliziosamente, vedendolo
impazientirsi e riuscendo cos a farlo sorridere.
Quindi la Gina fu messa nel secreto della confidenza; poco dopo lo sapevano
anche Marco ed Andrea, ma nessuno dubitava della riuscita.
 Io andr a Roma disse il vecchio Andrea a Marco;  sono sicuro che
l'avvocato mi prender. Tu, che non ti vuoi muovere, resterai qui primo
scrivano.
Con quell'asino del signor Mario?
Il signor Mario se ne andr  ribatt Andrea senza spiegarsi di pi.
Anche gli altri parevano della stessa opinione. Mario si fiutava intorno
tutte quelle ostilit senza trovare in se stesso come difendersi; fuori
dello studio non udiva parlare che sulla candidatura dell'avvocato, accolta
prima che posta, e ripetere che dopo lui il migliore della citt resterebbe
il giovane Gelli. Mario diventava taciturno come la signora Orsolina.
A seguire l'avvocato sino in Roma non ci pensava nemmeno, perch n egli
poteva chiederglielo, n l'altro consentirlo, rimanere suo sostituto nel
vecchio studio, sarebbe stata una posizione pi che onorevole, ma non si
sapeva abbastanza stimato da lui per ottenerla. Poi in ambi i casi l'Annetta
sarebbe stata perduta.
Una assenza di sei mesi avrebbe distrutto in lei tutta la sua influenza.
In quell'inverno, piuttosto rigido, ella fu pi assidua al teatro,
festeggiata, affollata di visite, dacch la contessa Giglioli l'aveva presa
sotto la sua protezione, dicendo con bont leggermente ironica di volerla
formare per Roma. Quei primi contatti aristocratici le scopersero subito
l'inferiorit di Mario, non meno borghese dell'avvocato nei modi, e senza
l'altezza dell'ingegno, che  sempre una aristocrazia. Quindi il suo gusto
si raffin. La contessa le aveva gi fatto comprendere l'ineleganza di
certe acconciature e la volgarit di certi colori, insegnandole colle
minuzie del gran vivere mondano quella impercettibile alterigia delle dame,
quasi sempre cos impossibile a tutte le altre donne. Naturalmente l'Annetta
non ne apprese molto, ma quel tanto bast per toglierla dalla soggezione di
Mario, rimasto fino allora per lei l'ideale della eleganza. Anzi, nella prima
foga della ribellione, and fino a schernirlo sul taglio degli abiti, fatti
dal miglior sarto della citt, mentre il vecchio conte Giglioli si vestiva
ancora a Firenze.
Mario, vinto, cominciava a raccomandarsi. Quindi la pregava di non andare a
Roma, ricordandole il giuramento di non abbandonarlo mai e protestando che
non potrebbe pi vivere senza di lei e senza la Gigina. Ella, insuperbita
del sopravvento, mostrava di calmarlo colle risposte ambigue e condiscendenti,
che si danno ai bambini: nulla era ancora deciso; bisognava che accadessero
le elezioni, che l'avvocato fosse eletto, e anche allora probabilmente
andrebbe a Roma solo, come tutti i deputati. Mario le diminuiva nella
coscienza. Egli non era dunque capace di seguirla dovunque, dando alla
propria vita lo stesso sviluppo della sua? La superiorit dell'uomo, cos
necessaria alla donna nella sua vita parassitaria, e che Mario aveva sino
allora mantenuto colla energia della giovent e la poca pratica mondana,
vaniva ora che dalla cittaduzza di provincia ella stava per ascendere col
marito nella sfera pi luminosa della capitale. Egli invece l'amava
doppiamente in quell'angoscia di perderla senza riparo, e l'accusava,
s'indispettiva, perch avrebbe voluto persuaderla d'imporlo come socio
all'avvocato.
 Io non m'intendo dei vostri impicci legali; domandaglielo tu.
 A me non conviene.
La verit era che non l'osava.
Ella, che temeva di ottenere la grazia, se ne schermiva colla scusa delle
Bruschi sempre intente a spiare la loro relazione; ma l'altro indovinava
anche troppo bene la vilt della donna sotto quel pretesto. Tutto il suo
ascendente era perduto. Come la maggior parte degli uomini deboli, Mario,
incapace di pi dominarla, invece di risottometterla magari colla violenza,
ricorreva alla blandizie dell'ispirarle compassione, dimenticando cos che
l'amore vive esclusivamente di rapina, e muore alla prima elemosina. Ella
non poteva abbandonarlo, glielo aveva giurato dopo il suo sacrificio,
perch tutto doveva oramai essere comune fra loro; era il suo unico amante,
il padre della Gigina, che nessuno poteva pi sostituire...
Questa corda, cos vibrante nel proprio cuore, egli la supponeva egualmente
sensibile nel suo. Quindi per provarle la propria autorit volle un giorno
la piccina a pranzo; l'Annetta si ribell, ma egli tenne duro, capendo di
perdere tutto nel cedere. Dopo una settimana di battibecchi nessun dei due
era ancora vinto; allora Mario tent un colpo decisivo, richiedendola
all'avvocato per la domenica prossima, il compleanno della signora Orsolina.
La signora Annetta, presente alla domanda, non seppe opporsi, perch gli
occhi sfavillanti di Mario minacciavano uno scandalo; l'avvocato vi
accondiscese, e Mario si accovacci per ripetere la proposta alla bambina,
che sorrise.
Appena rimase solo coll'Annetta, le si appress fissandola duramente:
Badate di non pretendere che venga anche la Gina: la voglio sola con me,
 mia figlia. 
Ella alz dispettosamente le spalle.
Mario non era per che a mezzo del proprio disegno; bisognava farla
accettare dalla signora Orsolina. Quando glielo disse la sera medesima,
a cena, la vecchia ebbe un brutto soprassalto; poi lo guard fissamente:
 Tu credi di riconquistare cos quell'altra? Se ti concede la bambina per
una mezza giornata,  appunto per dare della polvere negli occhi alla gente;
non lo farebbe per prudenza se la supponessero tua amante. Ecco che cosa
avrai ottenuto; nessuno creder che tu abbia avuto quella donna, il giorno
che dovrai dirlo per vendicarti. 
 Non commetter mai una simile infamia. 
La faccia della vecchia, diventata anche pi livida nella vita claustrale
di questi ultimi mesi, aveva una espressione cupa e ripugnante. Mario pens
involontariamente, che forse la Gigina ne sarebbe spaventata.
La domenica, quando Mario tent di condur via la Gigina tutta vestita di
rosa, gli scrivani erano gi usciti; non rimanevano in casa che la Veronica
e la signora Annetta. L'avvocato aveva un'adunanza. Mario tremava perch
la Gina, andandosene poco prima, gli aveva detto con quel solito sorriso:
 Badi di non farla piangere, altrimenti bisogna prenderla in braccio, e non
sarebbe bello per il signor avvocato Mario Zanetti. Non vi sono che i babbi
e i domestici che possono farlo.
La signora Annetta l'accompagn sino al pianerottolo sorridendo, ma al
momento di separarsi si chin a baciare la bambina.
 Addio, cocca, addio!  seguitava a dirle da capo delle scale, mentre la
bimba si rivolgeva ad ogni gradino, rabbuiandosi nel volto.
Allora ella sparve improvvisamente, correndo alla finestra; quando, dopo
cinque lunghi minuti, Mario sbocc dal portone, la bambina piangeva gi.
 Gigina!  ella le grid dall'alto, salutandola con quella sua voce
carezzevole.
La bambina alz il capo, e scoppi in un urlo cos disperato che Mario
confuso, atterrato, dovette rientrare pigliandola in braccio; per le scale
ella seguit a strillare, sgambettando come in preda ad una convulsione.
 Ve lo avevo pur detto!  esclam severamente la signora Annetta, correndo
loro incontro sul pianerottolo.
Egli la segu fremente di collera, comprendendo benissimo tutto il
machiavellismo di quella scena; ma quando entr la Veronica, e tutte e due
dovettero penare un bel pezzo per calmare la piccina, egli sent ripiombarsi
sul cuore un avvilimento senza nome.
Le due donne sembravano non avvertire la sua presenza, poi la Veronica
protest: Ma vi  senso a dare dei bambini a gente come lei!
Mario era rimasto nel gabinetto, frenando a stento le lagrime. Dovette
passare molto tempo, perch la signora Annetta rientrandovi fu tutta sorpresa
di trovarvelo ancora; lo credeva partito. Il viso di Mario esprimeva un
dolore cos disperato, che ella se ne commosse.
Ma perch tutto questo? gli disse colla sua voce buona.
Bisognava immaginarselo che la Gigina avrebbe avuto paura di restar sola.
Egli fece un gesto.
Ma l'Annetta tornava ad agitarsi; la presenza di Mario l'impensieriva perch
l'avvocato poteva tornare da un momento all'altro.
Mi scacciate dunque?  egli grid con una reazione di sdegno.
Non si pu mai parlare con te, pigli tutto per traverso.
Sono sempre io che ho torto! 
Ella annu.
Erano soli, la Veronica lavorava nella cucina. Allora Mario ebbe una grande
risoluzione; cos non poteva durare, bisognava decidersi.
Senti,  incominci  no, siedi, dobbiamo parlare.    Ella titub.
Siedi, ti dico. Cos non si va avanti, ma bada, bisogna spiegarci bene.
Tu sei decisa di andare a Roma con lui, lo so;  la fortuna per voi altri
due. Ci ho pensato da un pezzo senza farmi un'illusione, imponendo silenzio
a tutte le mie sofferenze. A Roma egli pu fare una bella carriera; vedi
che sono giusto. Ma io e te come rimaniamo?
La sua voce era cos energica, che ella ebbe un battito di paura.
Non ti immaginerai gi che io ti voglia cedere. Quando si  stati l'uno per
l'altro quello che siamo stati, non si d pi indietro. Io ti ho sacrificato
tutto; potevo a quest'ora essere in una bella posizione, avere uno studio,
ed essermi magari vantato di te: un altro lo avrebbe fatto. Io ti amo invece;
ho rinunziato a tutto per farti mia.
Ella tent d'interromperlo:
Ti ho pur detto che tutto  ancora in aria.
Lascia, lascia... Io non ne posso pi, ma siccome ho deciso, voglio la tua
risposta. Abbandonarmi non puoi, dopo che mi hai giurato fedelt, colla
bambina che ci unisce. Se l'avvocato va a Roma, tu fuggirai con me. 
La proposta era cos improvvisa ed enorme, che ella lo guard come se fosse
impazzito; Mario punto da quella meraviglia proruppe: Ecco come siete! Che
un uomo vi dia tutto se medesimo, che si sacrifichi negli interessi, che vi
faccia madri, mentre avete dei mariti, che non ne sono pi capaci, che stia
per degli anni in uno studio a fare quasi il servitore per voi: e poi dopo
lo piantate senza un rimpianto, senza dirgli nemmeno: bada! No, no; hai
voluto che io perda tutto per te, e l'ho fatto volentieri, ma tu devi
essere mia. 
Questa logica brutale l'offese.
Prima di tutto io non ti ho chiesto nulla: se vuoi sposare la Giulia,
 ancora ragazza. 
Tu dici un'infamia.  E dopo una pausa, che parve di minaccia, seguit:
Di' pure. Siccome  l'ultima volta che ci parliamo, se mi tradisci puoi dir
tutto, ma naturalmente non dovr aver dopo nessun riguardo.
Che cosa vuoi fare? 
Che cosa t'importa, se io non sono pi nulla per te?
Ma sii dunque ragionevole una volta! Io ti voglio bene, e tu non fai che
affliggermi. Non posso gi impedire che lo eleggano deputato, e che vada a
Roma. Anzitutto, ti ripeto, non si  deciso nulla. Andr solo.
 Tu lo seguirai, lo desideri.
Io...
 Te lo leggo negli occhi, non mentire.
 E se lo seguissi? 
 tuo marito eh!
 Certo.
Le loro voci salivano di tono; egli tent ancora di calmarsi.
 Dunque non vuoi: tutto  rotto?
 Mi lasci dire una cosa? 
 Lo so gi prima.
No, che non la sai ribatt stizzosamente.
La sua fisonomia si era fatta dura; adesso era lei che minacciava.
 Se tu fossi ragionevole, non te l'avrei detto... Non so che cosa ti salti
in testa; ora mi accorgo che ho fatto male a cederti, perch va sempre a
finire cos con voi altri. Quando siete soddisfatti, vi dimenticate la
posizione della donna.
 Sei la mia.
 Invece sono sua moglie, poi sono la madre della Gigina. Aspetta, te lo
dovr dire per forza. Io non ho dote, non ho niente. Quando egli mi ha
sposato, non ne parl nemmeno; basterebbe questo perch gli fossi sempre
obbligata. Adesso fa tu il conto; se io non ho niente, tu... anche se io
ti seguissi...
 Lavorer.
Allora perch non vieni a Roma?
Questo colpo lo atterr; ma ella, profittandone rapidamente, prosegu:
 Avresti dovuto vederlo da te, perch al mondo non si vive d'aria. Io gli
debbo tutto, egli far una posizione alla Gigina, che un giorno sar davvero
una signora ben pi di me. Invece col tuo progetto, scappando anche in
America, saremmo due infelici, tre anzi con la Gigina, come vorresti tu.
Non avremmo pi n nome n onore. Nessuno mi compatirebbe di aver trattato
cos male un uomo, che tutti stimano, e che ha fatto del bene anche a te.
Ella si era alzata, superba della propria vittoria, senza che nell'animo le
tremasse un solo dubbio di tutte quelle ragioni. Ma si sentiva stanca. Mario
invece, esaurito da quel primo sforzo, e sopraffatto dai rimproveri della
propria insufficienza, non resisteva pi. L'Annetta aveva ragione: dove
sarebbe fuggito, qualora ella consentisse a seguirlo? Con quali risorse
avrebbe mantenuto lei e la bambina? Che cosa poteva offrir loro in cambio
della posizione, che perderebbero?
Improvvisamente torn a piangere esclamando:  Non mi hai mai voluto bene! 
Ma siccome ella taceva ripresa dalla paura di quella scena, nella quale la
Veronica o l'avvocato potevano sopravvenire da un momento all'altro:
 S, tu hai sempre mentito ripet.
 Mario...
Tu ami lui invece, lo so: io non ti ho servito che come un giovane.
 Sei dunque pazzo davvero?  ella ribatt al colmo dell'esasperazione.
Sei tu che mi fai diventar matto! tu colle bugie, mentre non ami che lui
per la posizione, che ti ha fatto. Tu mi hai sempre ingannato, quando mi
assicuravi di tenerlo a distanza... No, non ti credo pi... sono sicuro! 
 In tal caso di che cosa ti lamenti? 
Ma egli aveva ripetuto un'altra volta: "ne sono sicuro!" e senza badarle
pi era fuggito dal salotto verso la sua camera da letto. Ella lo segu
spaventata, come se una rovina stesse per crollare sul capo; quando giunse
all'uscio, Mario aveva gi rigettate le coperte del letto, piegandosi col
volto sulle lenzuola sino a sfiorarle.
Ah!  grid rialzandosi terribile.
Ella s'inoltr guardando nella direzione del suo dito teso, ma d'improvviso
vacill dinanzi alla sua figura stravolta, sotto la sua mano alzata,
sentendo lo schiaffo per aria; poi riaperse gli occhi. Egli pareva rattenuto
da una forza misteriosa, ma sempre cos alto sopra di lei, col furore di
un'imprecazione sul viso e la bocca contratta da un sogghigno spasmodico.
Involontariamente ella torn a guardare in quel mezzo del letto, e allora,
come se quella tacita confessione gli sciogliesse l'ultimo indefinibile
ritegno, Mario la percosse sulla guancia cos violentemente, che ella ne
traball: Bugiarda!  url dandole un secondo schiaffo:  almeno ne porterai
il segno, macchia per macchia! 
Capitolo 6
Era passato pi di un anno.
Mario seduto allo scrittoio nel piccolo stanzino, che gli serviva da studio
di procuratore, aveva abbandonato il capo sulle mani, rileggendo
macchinalmente una lettera ricevuta poco prima. Lo stanzino dava sopra
un cortiletto umido e buio, dal quale prendeva una luce molto triste; aveva
pochi mobili, lo scrittoio nuovo in noce, due vecchi scaffali, un piccolo
sof ricoperto d'un drappo verde, e qualche sedia di paglia.
Bench fuori la giornata primaverile sfolgorasse di sole, l dentro durava
ancora il freddo dell'inverno.
Da molto tempo egli vi passava pressoch tutto il giorno aspettando qualche
raro cliente, o leggendo i giornali, ma per lo pi non faceva nulla di nulla.
Qualche volta un amico veniva a trovarlo, e se ne andava subito, impaziente
della tetraggine del luogo, senza che egli cercasse di trattenerlo.
Dopo la rottura coll'Annetta, Mario non aveva pi osato presentarsi
all'avvocato; anzi sulle prime temeva che ella in un impeto di pazzo dispetto
potesse raccontare quella scena, torcendola naturalmente a proprio favore.
Invece l'Annetta aveva pianto lungamente, poi si era sentita come liberata
da un gran peso.
Egli aveva mandato da Firenze le proprie dimissioni, ma troppo corto a
quattrini per intraprendere un viaggio di qualche mese, era ritornato poco
dopo ad affrontare le curiosit degli amici, meravigliati di quella sua
brusca risoluzione. L'avvocato, incontrandolo, si limit appena a salutarlo,
e disse ironicamente che Mario doveva averlo creduto uno dei signori Bruschi;
la gente ne rise, poi dimentic. Ma quando Mario prese quello stanzino, per
aprirvi studio di procuratore, ricominciarono le beffe. L'avvocato Gelli,
che aveva ottenuto in quei giorni la mano della Giulia, fu crudele con
lui al caff. Mario, gi sfiduciato della prova prima ancora di mettervisi,
non seppe rispondere; quindi ricus una causa contro l'avvocato Filippo,
e un'altra volta, poco appresso, fu schiacciato dal medesimo Gelli in una
discussione davanti al pretore. Si sentiva giudicato.
Allora la sua tristezza, per una suprema reazione, si fece iraconda cos che
gli ultimi scarsi amici finirono per cansarlo, mentre in casa la signora
Orsolina non usciva da quello sprezzante mutismo se non per dirgli come in
cucina mancasse questo o quell'altro, ed ella non avesse danari per comprarlo.
Sciaguratamente nemmeno lui ne aveva. I primi clienti lo pagavano poco o
punto; egli volle citarne qualcuno, e perdette cos la simpatia del pubblico,
tanto indispensabile ai principianti.
In quelle prime necessit di guidare da solo una causa gli era gi venuta
meno la stima di se stesso, accorgendosi come tutto quanto gli pareva di
sapere fossero suggerimenti dell'avvocato, spesso dati in conversazione,
quando non lo consultava direttamente, ma che gli illuminavano sicuramente
la strada, spazzandone ogni problema falso od inutile. Perfino il vecchio
Andrea in quello studio, a forza di copiare conclusionali e di ascoltare
discorsi giuridici, aveva finito coll'intendersene, e talvolta l'aveva
consigliato. Ma ora sarebbe stato impossibile ricorrervi. Poi una volta
aveva dovuto incontrarsi coll'avvocato; Mario impacciato non sapeva che
dire; l'altro invece fu terribile di affabilit:
 Fate benissimo a piantarvi da procuratore, perch spesso vi si guadagna
meglio che a far l'avvocato, e con minor fatica. Se per caso aveste bisogno
di me, ricordatevi, caro Mario, che vi ho sempre voluto bene.
Naturalmente dovr anch'io ricorrere a voi come procuratore. Siamo intesi,
Mario; m'aspettano dal conte Giglioli. Tornate dunque a trovarci, la Gigina
vi salter al collo; cresce a vista d'occhio.
Mario si era sentito stringere alla gola dinanzi a quell'uomo cos forte e
cos buono, da lui ingannato senza rimorsi, e che seguitava ad essere felice
tra la moglie e la figlia in una armonia inalterabile di amore.
Quel giorno non pot nemmeno tornare allo studio. Pass cinque o sei volte
sotto le finestre dell'Annetta nella confusa speranza che, scorgendolo,
qualche scintilla rimasta in fondo al cuore le si riaccendesse
improvvisamente; ma non la vide. Invece s'imbatt nella Gina sola, vestita
con un abito di casimiro grigio, con un velo sulla testa elegantemente
rialzato agli orecchi da due spilloni di giavazzo.
La Gina gli sorrise amabilmente.
Allora egli divent vile. Avrebbe voluto parlarle dell'Annetta e della
Gigina, abbandonandosi magari a tutta una confessione per alleggerirsi il
peso, sotto al quale soffocava giorno e notte. La Gina not subito che era
cambiato. Infatti Mario, un po' dimagrato, non aveva pi la pelle cos fresca,
ma quell'aria melanconica, temprando la fatuit della sua bellezza, gli dava
una espressione pi signorile.
La Gina disse che andava a spasso.
 Siete libera oggi; e la padrona?  aggiunse con uno sforzo.
  in visita dalla contessa Giglioli.   Intanto si erano accompagnati.
Ella aveva tutte le distinzioni di una dama, senza il pi piccolo imbarazzo,
dominando la confusione, che gli indovinava nell'animo. Prima che Mario se
ne accorgesse, la Gina svolt a due strade entrando in quella del suo studio.
Quando vi furono presso:    qui? domand.
 Un buco!  egli rispose con amarezza sprezzante.
 Si comincia sempre da poco.
Non era mai stata cos amabile. Mario, colpito dal suono quasi dolce della
sua voce, le alz gli occhi in viso con una certa meraviglia, ricordandosi
tutte le sue passate malignit; ma la Gina aveva un'aria candida, che
ispirava confidenza. Si era arrestata con tanta disinvoltura, e rimaneva l
ferma, quasi sull'uscio, che dovette per forza dirle:  Volete entrare? 
Ma s, vediamo.
Quando la Gina fu dentro, se ne mostr subito soddisfatta; sedettero sul
divano, l'uscio era rimasto socchiuso.
 Lei lavora sempre qui? 
 Non molto, non  come nello studio dell'avvocato, che vi piovono le cause.
 Certamente l'avvocato ha un gran nome: adesso poi, che lo faranno deputato,
crescer ancora d'importanza.
 Andrete a Roma anche voi con loro?
 Forse. 
Ella gli sorrideva sempre, guardandolo negli occhi bianchi in una maniera
particolare. Mario sent l'amabilit della sua intenzione, e credette che
adesso, vedendolo cos rovinato, non lo invidiasse pi come prima. Le donne
hanno spesso di questi bruschi mutamenti.
Perch dite forse? La signora Annetta accompagner senza dubbio l'avvocato,
non fosse che per divertirsi a Roma: nella capitale una bella signora,
giovane, ha tutte le occasioni per farlo. Poi difficilmente si  scoperti 
aggiunse con malignit dolorosa.
Talora la cosa riesce egualmente bene anche in una piccola citt come la
nostra; ma non pu durare molto. 
Erano arrivati al tema. Mario aveva il cuore cos grosso che stava per dire
qualche imprudenza, ma l'altra non gliene lasci il tempo.
Gi, certe cose non debbono durar molto, perch non dovrebbero nemmeno
accadere: ma quando si  giovane... 
Lo siete voi pure. 
Lo sono e non lo sono; nella mia posizione non vi  giovent. Se fossi nata
serva, potrei compiacermi dei miei ventidue anni, ma siccome non lo son nata,
i miei ventidue anni contano doppio. Bisogna essere liberi per divertirsi:
invece, quando si servono gli altri, e non si vuole accrescere il peso delle
proprie umiliazioni, bisogna fingere di non avere n sensi n anima. Si vede,
si capisce, talvolta si capisce anche che un altro s'inganna, ma non glielo
si pu dire. D'altronde chi crederebbe ad una serva? Tutto sembra malignit
in noi.  E si port la mano alla fronte con un gesto elegante, quasi per
scacciarne un pensiero doloroso. Mario sospir.
  facile ingannarsi, avete ragione, specialmente quando v'ingannano. 
Eppure, signor Mario, a me pare, che debba essere pi doloroso ingannarsi
che essere ingannati. Per esempio scoprire che l'amante vi tradisce, quando
gi vi siete accorti che il suo cuore c'entrava troppo poco nell'amore, non
dovrebbe essere un gran dispiacere a paragone dell'aver stimato ed amato una
persona, che improvvisamente se ne scopre indegna. Ma il mondo  fatto cos,
si crede alle apparenze, soprattutto se son belle. 
Per le donne non soffrono mai dei tradimenti, che fanno. 
 sempre il cuore a soffrire; non basta essere signora per averne. 
L'allusione era cos trasparente che Mario si scosse: Esse ne hanno forse
meno delle altre. 
Eppure tutti le corteggiano, anche se non sono belle. Sar forse per la
vanit, io non posso saperlo, perch non sono pi una signora; se lo fossi
rimasta, e un uomo mi avesse fatta la corte, mi pare che ne avrei indovinato
il perch. Invece le donne, che non hanno il tempo di civettare come le
signore, e innamorandosi ci mettono tutte se stesse, non sono mai credute
dai signori: anche questo sar forse per la vanit. Credono che esse lo
facciano per la speranza di mutar condizione. 
Infatti lo si vede spesso  ribatt con una ingenuit, che in quel momento
diventava ingiuriosa; ma la Gina non s'ingann sul tono di quelle parole, e
prosegu niente offesa: Sar benissimo, ma un uomo deve avere ben poca
stima di se stesso per non credere di potere essere amato sinceramente. 
Questa volta Mario comprese. Fu una rivelazione, che illumin tutto il
passato, il contegno sempre serio della Gina, gli ostacoli che ella cercava
di mettere ai suoi convegni coll'Annetta, le allusioni maligne, certamente
gelose, colle quali lo pungeva sempre nel momento pi opportuno e sul punto
pi delicato. Ma invece di inorgoglirlo, questo piccolo trionfo gli fece
pi melanconicamente sentire l'abbandono di quell'altra; tuttavia sorrise.
 Come sta la signora Orsolina?  ella chiese, mutando tono colla confidenza
di una amica.
 Cos cos.
La Gina avrebbe voluto che le dicesse di andarla a trovare.
Quella conversazione durava da un'ora senza che nessuno dei due avesse
mostrato il minimo turbamento; poi intesero dei passi e delle voci
nell'andito, sul quale dava l'uscio, e Mario and a chiuderlo come avrebbe
fatto in un consulto legale. Sulla faccia della Gina pass una nube.
 Mi dispiace che non ho nulla da offrirvi  egli disse, rimettendosi a
sedere.
 Non ci pensi.
 Come sta la Gigina? 
 Bene  rispose seccamente.
Tacquero, poi la Gina rispose:
 Sa la notizia? lo diceva stamane il signor Filippo: pare che il matrimonio
della signorina Bruschi coll'avvocato Gelli vada a monte.
Mario alz sprezzantemente le spalle.
 A lei non  mai piaciuta quella ragazza? 
 No. Gelli la sposa per la dote:  una vigliaccheria. 
 Allora si riaccomoderanno; ma gli sapr salata quella dote, dovendo
andare a vivere in casa con la signora Berta e il signor Cesare. Egli non
voleva saperne. 
 Lo conosco Gelli, ceder. Con tutto l'ingegno, che gli attribuiscono, far
un cattivo affare. Val meglio guadagnarli colla professione, magari in
vent'anni, quei centomila franchi, che diventare il domestico di quei due
mercanti arricchiti. 
La Gina ebbe un lampo di gioia negli occhi.
 Centomila franchi si hanno da guadagnare in meno di vent'anni colla
professione dell'avvocato o del procuratore. Un uomo, che non avesse altri
pensieri, sicuro di essere amato nella propria famiglia con una donna
intelligente che lo aiutasse, dovrebbe fare pi presto.
Ma la signorina Bruschi non capisce nulla, io stessa le ho dovuto
correggere una lettera in francese. 
 Tu sai il francese? 
 Un pochino, me lo ha insegnato la povera mamma. 
 Non lo avevi mai detto. 
 Perch dirlo finch sono una serva? 
Ella si alz, si mosse disinvolta per lo studio, come una signora in visita,
esaminando lo scrittoio con una impertinenza elegante.
 Si pu guardare nelle sue carte, signor Mario? Non vi saranno bigliettini
di signore? 
 Non ho pi amanti. 
 Davvero! un bel giovine come lei? 
Egli ebbe un gesto di scoraggiamento.
 Non piglier nemmeno mai moglie? 
 Non sono ricco: le donne oggi guardano prima alla posizione di un uomo. 
 Ma sono anche capaci di fargliene una  rispose piccata.
 Chiacchiere! ci vuole altro oggi a farsi una posizione! prima di avere
una clientela si diventa vecchi, e allora non ne vale pi la pena; uno
scapolo invece ne ha sempre abbastanza. 
 Anche della mia visita, signor Mario? 
Ella guard l'orologio, si strinse con un gesto vezzoso la cintura sui
fianchi, e gli stese la mano salutandolo; ma era tornata fredda e
impenetrabile come quando la vedeva presso la signora Annetta. Cap di
averla offesa con quelle ultime parole, e forse pi con la mancanza di ogni
tentativo galante. Ella usc ripetendogli quasi imperiosamente:
Resti, resti pure. 
Quando fu solo, si sent il cuore pi grosso di prima; non aveva potuto
parlare dell'Annetta, e aveva compreso che la Gina, sapendolo cos avvilito,
si era lusingata di poterlo sposare. Un'onda di amarezza gli sal alla gola.
Ecco quanto gli restava! Si gett bocconi sul divano, mordendone il drappo
per soffocare i singulti, perch oramai si vergognava di piangere sempre
come un fanciullo per quell'abbandono di una donna, che avrebbe dovuto
abbandonare in tempo secondo i consigli della mamma. Ma non lo aveva potuto.
Anche allora provava i morsi acuti della gelosia come il primo giorno.
Non lo avrebbe confessato ad alcuno, ma tutte le notti prima di andare a
letto passava e ripassava pel corso sotto le sue finestre, incantandosi
dolorosamente nel loro lume, cacciandosi quasi dentro il segreto delle
loro tenebre cogli occhi dilatati e veggenti, mentre tutte le ricordanze
lo riassalivano in tumulto febbrile fra i sogni pi pazzi di vendetta e di
riconciliazione. Talvolta pauroso della gente, che avrebbe potuto sospettare
della sua fantasticheria nello scorgerlo fermo sotto quelle finestre, si
nascondeva nell'ombra di una porta; poi tornava a contemplarle con una
voglia delirante di urlare e di chiamarla per nome.
Vi passava anche di giorno, sbirciando da lungi e rivolgendo il capo appena
era trascorso; vi ritornava in compagnia, senza alcun bisogno, o giovandosi
dei pi lontani pretesti. Ella generalmente si ritirava al vederlo, ma
invece per strada rispondeva con affabilit provocante al suo saluto
affettuosamente rispettoso.
Quindi sentendoselo dietro camminare sulle proprie orme, quasi tirato al
fascino del suo profumo, dava al proprio portamento un'ondulazione anche
pi voluttuosa, senza mai torcere il capo, mettendo in ogni pi piccolo
gesto una grazia d'invito, sicura nella propria lentezza fra tutta la gente,
che la guardava con ammirazione.
Quando invece dava la mano alla Gigina, erano continue soste e sorrisi e
carezze, delle quali egli indovinava l'intenzione crudele. Qualche volta
ella diceva persino parole a doppio senso, mentre la piccina, che si era
gi scordata di lui, gli era passata dinanzi senza salutarlo. Diventavano
torture ineffabili, che gli ispiravano mille disegni di assassino, perch
in quei momenti egli l'odiava, e non avrebbe voluto ad ogni costo soccombere
sotto la sua superiorit di donna e di signora. Se non avesse temuto di
sembrare pazzo, avrebbe gridato a squarciagola ch'egli era stato il suo
amante e l'aveva tenuta sulle ginocchia nuda e fremente. Ma ella, indovinando
quel martirio, raddoppiava le provocazioni, tanto che una volta egli aveva
traversata la strada per passarle quasi addosso cogli occhi spiritati.
Ella ne aveva tremato per un istante; ma che cosa avrebbe egli mai potuto
commettere per strada? L'Annetta lo conosceva troppo bene per avere paura;
poi, dopo quella rottura, le poche chiacchiere sulla loro relazione erano
cadute. Invece egli fuggiva incontrando la Gina. Ma la piaga gli si
allargava nel cuore. Come accade sempre alle passioni infelici, che per
mantenersi una speranza cercano di giustificarsi dinanzi alla ragione,
Mario si diceva che, essendo il padre vero della Gigina, aveva un diritto
indiscutibile anche sulla madre. Le bizze, gli equivoci avrebbero finito col
cessare, perch tutto cede davanti alla verit della natura. Era impossibile
che anche nella coscienza dell'Annetta non si agitassero tali sentimenti.
Quindi ritornava ai pensieri di vendetta; la pi squisita sarebbe stata di
rapire la Gigina, fuggendo in America. Egli se ne faceva un romanzo, lo
divideva in capitoli, lo scandiva in scene, ne ripeteva a memoria i dialoghi
nelle lunghe ore delle passeggiate solitarie, o nel silenzio dello studio,
dentro quella luce di crepuscolo, nella quale i pensieri gli si abbuiavano
e le passioni diventavano pi livide. La stessa cupa concentrazione della
signora Orsolina lo spingeva a tali risoluzioni immaginarie. La vecchia,
dopo quel fallimento di tutta la sua vita, pareva divenuta insensibile;
faceva quel po' di cucina, dava ancora regolarmente le biancherie di Mario
alla lavandaia, ma non puliva pi la casa, e quando non aveva pi quattrini
non ne chiedeva. Solamente il giorno dopo non allestiva il pranzo.
Mario aveva dovuto finire col domandarglielo, ma egli medesimo si trovava
spesso senza danari. Aveva gi contratto qualche debito coi pochi amici,
e alla nuova stagione, anzich rinnovare gli abiti secondo il solito,
aveva ricusato diverse partite di piacere. La sua misantropia si abituava
alle inutili occupazioni dei solitari.
Restava spesso nello studio a riordinare carte senza valore, mutava le
disposizioni dei libri negli scaffali, faceva lunghi conti aritmetici su
patrimoni eventuali, scioglieva sciarade, o rileggeva vecchi romanzi, i pi
volgari e pieni di avventure. Ma non aveva resistito alla tentazione del
teatro, per rivedere l'Annetta in palco e soffrire nel ricordo di quando
si scambiavano occhiate d'intelligenza, e i sorrisi, che ella fingeva
d'impartire ai visitatori, erano invece per lui senza che niuno se ne
avvedesse. L'Annetta lo aveva visto subito, ma non gli aveva pi badato per
tutta la sera. Nel suo palchetto i visitatori facevano ressa, ridendo e
pavoneggiandosi, sino a diventare quasi uno spettacolo nello spettacolo.
Se non riesce lui,  una rocca imprendibile  disse a Mario un collega di
foro, indicandogli un giovane capitano di artiglieria, bellissimo, che le
faceva una corte assidua dalla barcaccia degli ufficiali.
Mario aveva avuto un malvagio sorriso.
Non lo credi? Eppure non si  mai detto che abbia avuto amanti.
Se ne avesse avuto invece?
Chi?
Mario non os vantarsi per timore di non essere creduto; l'altro seguit:
Tu la dovresti conoscere bene: sentiamo, chi ha avuto? Nei tuoi piedi io
mi sarei provato. Tieni! adesso guarda al capitano.
Infatti era vero. Mario si volt vivamente incrociando con lei un'occhiata,
ma l'Annetta per fargli dispetto punt il binocolo di madreperla sulla
barcacda degli ufficiali.
Nullameno Mario non credeva a quella civetteria.
Odiava, disprezzava, ingiuriava segretamente l'Annetta, ma non ammetteva di
aver successori. La sua gelosia allora sarebbe salita pi alta nel martirio,
perch almeno l'avvocato rappresentava il diritto della famiglia, davanti
al quale l'amore doveva necessariamente piegare. Un altro amante invece
sarebbe stato per lui la distruzione anche del passato; non avrebbe pi
potuto credere di essere stato amato e di lasciare in quella donna una
traccia incancellabile.
Poi vennero le elezioni.
Il deputato uscente, Marchese Curci, dopo qualche armeggio si era ritirato,
lasciando l'avvocato solo contro i radicali ancora senza campione e in preda
a clamorosi dissensi per sceglierne uno nelle mediocrit del partito. Mario
si lusing, senza poterlo credere, che l'avvocato soccomberebbe, ma avendo
scritto nella Gazzetta gli diventava impossibile combatterlo apertamente.
Quindi si trovava ad ogni passo fra contraddizioni pungenti; avrebbe voluto
favorire i radicali, e non osava romperla colla Gazzetta, nella quale
l'avvocato Gelli, moltiplicandosi, manteneva un vivo fuoco di moschetteria
contro gli avversari. Questi rispondevano platealmente, perdendo terreno
tutti i giorni. La causa della cartiera, essendo stata vinta anche in secondo
grado, due ingegneri inglesi si occupavano gi dei primi studi per il nuovo
impianto, malgrado il ricorso pendente in Cassazione. Una corrente di
simpatia sollevava alto l'avvocato, blandendo simultaneamente gli interessi
e la vanit paesana; egli medesimo, uscendo dal lungo riserbo, aveva
accettato francamente la battaglia, e nella Gazzetta rimbeccava gli attacchi,
dirigendo l'opera dei ruoli del partito, la divisione dei pi pugnaci
elettori in manipoli per condurli alla conquista dei seggi elettorali, onde
impedire il furto delle schede. Fra quella ressa di opinioni e di velleit
pullulavano foglietti, le idee si sgretolavano in un turbine di parole,
mentre al solito le convinzioni vacillavano, e la massa delle coscienze
anodine si muoveva sotto la pressione del vento pi forte.
A momenti Mario riacquistava importanza per l'intimit avuta coll'avvocato
e la sua attuale indipendenza verso di lui; lo si interrogava, si credeva che
egli avesse ricevuto confidenze, conoscesse secreti. Ammiratori fanatici
dell'avvocato gli dicevano che aveva fatto male ad andarsene, perch sarebbe
rimasto a rappresentarlo nello studio; laonde Mario si destreggiava
affettando l'indifferenza in politica, ma anche la nota scettica era
pericolosa in quel ribollimento di passioni. Nullameno riusc a mantenersi
fuori della mischia presso un gruppo di giovani radicali, la maggior parte
studenti, che infervorati di rettorica socialista e sprezzanti dei vecchi
residui repubblicani, vedevano nel trionfo dell'avvocato un'ultima ripresa
del partito conservatore. Fra essi il nome della signora Annetta capitava
travolto nella lordura del solito linguaggio giovanile, quando il vizio 
ancora una bravata e la sguaiataggine della irriverenza pare audacia di
ribellione. La signora Annetta era per loro la sola bella qualit
dell'avvocato, e le avrebbero dato pi che il voto. Molti si ostinavano a
pretendere che non gli si fosse potuta mantenere fedele; allora le teoriche
pessimiste sulla donna fioccavano, si cercava, si voleva trovare il ridicolo
e il disonore contro di lui. Qualcuno disse a Mario che egli, volendo,
avrebbe potuto conquistarla in quella lunga intimit; Mario lasci dire, poi
scherz, accett il sospetto, disdicendolo con malignit vanitosa e fingendo
per lei un disprezzo, che solo in un amante di gi ristufo sarebbe stato
naturale. Ma quando Mario se ne andava, nessuno lo credeva pi, per non
riconoscergli una superiorit cos invidiabile, anzi giudicavano con
spietata severit quel suo gesuitismo.
Non pertanto qualche cosa ne filtr.
Un foglietto anonimo, con frasi ambigue, tent di ferire l'avvocato
nell'onore di marito; si comprese benissimo a chi altri andasse l'allusione,
ma il disgusto e l'incredulit ne furono tali in paese, che l'Avanti!
il giorno dopo in un articolo veemente stigmatizzava tutti gli scrittori di
anonimi, pullulanti come una fungaia sopra il campo di battaglia a renderlo
pi lubrico pei combattenti. Mario, spaventato, dovette simulare al caff
la pi profonda nausea per tali manovre.
Allora si isol senza potersi sottrarre al rombo delle discussioni. Aveva
deciso di non votare. Se ne avesse avuto il danaro, si sarebbe allontanato
per un viaggio di qualche settimana; ma invece doveva assistere al trionfo
del proprio avversario, che una volta aveva creduto vinto col frodargli la
moglie, e che ora lo schiacciava dopo avergliela ritolta inconsapevolmente.
Negli ultimi giorni la battaglia dei manifesti fu cos ardente, che non
resist alla tentazione di mescolarvisi; tutti i muri n'erano tappezzati,
la gente s'affollava a leggerli, rideva, vociava, le discussioni diventavano
duelli. Una neutralit come quella di Mario doveva finire coll'offendere
tutti; l'avvocato ne aveva discorso, riassumendosi in una parola: Ingrato!
La notte delle elezioni, nel tripudio orgiaco dei caff, mentre il doppio
loggiato della piazza rigurgitava di gente, l'avvocato Gelli, trionfante
quasi come l'eletto, s'imbatt in Mario uscito solamente allora di casa.
Perch non hai votato?
Io non faccio della politica.
Gelli aveva avuto un sorriso superbo, volgendosi un'occhiata intorno.
Ti credevi dunque un letterato, scrivendo nella Gazzetta? 
Mario aveva impallidito, tutti lo guardavano con sorda ostilit aspettando
la risposta, ma Gelli gli volse le spalle sprezzantemente. Il giorno dopo
l'avvocato incontrando Mario non rispose al suo saluto.
Tutto gli precipit intorno, una parte degli amici gli tenne il broncio, gli
altri, che sperando dalla fortuna del nuovo deputato qualche vantaggio
esageravano il proprio entusiasmo, furono anche pi duri. Il foro della
citt, trionfante nella persona dell'avvocato, parve darsi l'intesa, e per
quattro o cinque volte Mario trov in pretura un accanimento che lo
sopraffece. I suoi fiaschi furono commentati; finalmente l'avvocato Gelli
in un articoletto di cronaca mise in ridicolo un brano di una sua difesa.
La posizione diventava insostenibile. Egli non osava quasi uscire di casa;
per colmo d'imprudenza si accost ai radicali, che lo compromisero senza
sostenerlo. Ma dentro quel disastro morale s'inabissava una pi tremenda
rovina.
La mamma gli aveva detto che non avendo pi danaro non farebbe pi il pranzo.
Ho finito i miei piccoli risparmi: pensaci tu.
Egli torn a fare qualche debito, ma doveva ricorrere agli strozzini,
sopportando la tortura di tutti gli avvilimenti.
Un bel giorno seppe che l'avvocato era partito per Roma con tutta la famiglia.
Se ne sent sollevato, perch la loro presenza in citt lo teneva sempre
sospeso nel timore di un incontro. Adesso che erano lontani, la gente
comincerebbe forse a scordarsi della sua condotta nelle elezioni, giacch al
mondo tutto finisce col passare. Infatti, arrischiandosi per qualche minuto
nel caff, vi fu meglio accolto, ma l'ineleganza degli abiti gli attir
nuovi frizzi.
Gelli aveva sposato la Giulia, entrando nello studio dell'avvocato Filippo
come socio. Tutti trionfavano intorno a Mario; a lui non rimaneva che il
ricordo cinico ed altero di quell'adulterio lontano, nel quale li aveva
tutti soverchiati d'un colpo. Nessun trionfo pareggiava il suo; egli teneva
ancora in pugno la vita di quella famiglia, e poteva distruggerla con una
sola parola, perch l'avvocato non resisterebbe ad una rivelazione, e
scaccerebbe moglie e figlia. Quindi gli pareva di sentirsi a volta a volta
nell'anima gli stessi fremiti voluttuosi, come quando, sicuro di un
appuntamento coll'Annetta, si recava allo studio. Infamia per infamia, la
vita era sempre la stessa commedia! Soccombere, ma non solo! Avere almeno la
suprema volutt di vedere lei sperduta, contraffatta dalla paura di un
disastro irreparabile... e dopo, qualunque cosa accadesse gli parrebbe
sopportabile. Ma questa effervescenza gli sbolliva presto nel freddo
dell'ambiente, ove era costretto a passare tutte le ore. Invece ogni notte
tornava sotto le finestre di quella casa abbandonata, perch l'avvocato Gelli
vi lavorava solo di giorno.
Era sempre la stessa, chiusa, muta, senza un segno che ricordasse i padroni
assenti, un vaso di fiori al balcone, un nastro, un bioccolo sventolante da
un ganghero, che nella leggerezza del volo o nel tremito di un colore gli
parlasse dell'Annetta.
Egli si allontanava a testa bassa per ritornare daccapo coll'insistenza di
una monomania ancora cosciente, contando a una a una le proprie disfatte
coll'orgoglio malato di credersi il pi infelice di tutti.
Forse neppure la Gina lo avrebbe pi voluto per marito.
Talvolta si diceva persino di aver fatto male a non sposarla; in fin dei
conti era nata di una famiglia superiore a quella dell'Annetta, e senza
essere bella aveva un'aria pi distinta e una pi fine educazione. Con
una simile donna, intelligente e piena di energia, forse non si troverebbe
cos prostrato; ella lo avrebbe diretto nella campagna contro l'avvocato,
perch anche la Gina doveva soffrire tremendamente dell'esser serva, e
odiava la signora Annetta. Adesso era tardi. A Roma, nella capitale, si
mariterebbe o muterebbe padrone per entrare in qualche casa principesca.
Egli restava in fondo a quello stanzino freddo e buio, senza clienti,
spesso senza sigari.
Le giornate succedevano alle giornate, inerti, tramontando nell'ombra di
quel cortiletto, mentre fuori il sole era ancora vivido, come la sua
giovent tramontava prima del tempo, senza un fremito di gioia nel vespero,
e nessuna riserva di calore per la notte.
Era cos. Non si vedeva pi nessun avvenimento davanti, non aveva alcuno
d'intorno. Colla mamma si detestavano, accusandosi reciprocamente in silenzio
della stessa rovina: perch non aveva ella fatto a tempo quello scandalo
contro l'Annetta per salvargli il matrimonio con la Giulia? A lei, madre,
tutto era permesso. Perch aveva egli stupidamente perduto tutti i capitali,
da lei a forza di risparmi e di sacrifici accumulati nella sua educazione,
dietro una donna che, accettandolo senza amarlo, aveva profittato della sua
giovent come di un bel fiore?
Ora la vecchia soffriva forse pi di lui, perch molti pi erano i suoi anni
travolti in tale catastrofe. Finalmente, avendo letto in un giornale giuridico
un annunzio di esami al posto di pretore, si ricord di quel suo
predecessore nello studio, entrato nella magistratura per fuggire dalla
citt dopo una delusione di amore. Quella mattina stessa aveva ricevuto la
sua risposta desolante. La vita di pretore era un cumulo di miserie: la paga
insufficiente per uno scapolo diventava derisoria per un ammogliato, giacch,
computate tutte le ritenute, non ne rimanevano duecento lire al mese.
Sul pretore si aggravavano i marescialli dei carabinieri con denunzie secrete
se non condannava certa gente, i pubblici ministeri quasi sempre delegati
di questura, i procuratori del Re, i giudici, i presidenti, tutti. Con poche
righe, dentro le quali fremevano rimpianti inconsolabili, egli lo
scongiurava a non cacciarsi per simile carriera: valeva meglio essere
imputato che pretore.
Mario rileggeva forse per la decima volta quella lettera, senza essersi
ancora deciso; ma una risoluzione era pure inevitabile. Si sarebbe volentieri
consultato colla mamma, se avesse potuto sperare una risposta.
Usc di casa. Pel corso s'incontr col vecchio Andrea, che lo salut
freddamente al solito; ma in quel bisogno di parlare con qualcuno Mario gli
si accompagn. Il vecchio Andrea andava verso lo studio. Strada facendo
Mario divenne cos umile che l'altro lo guard meravigliato. Non era pi il
bel giovane fatuo di una volta; pareva invecchiato in quegli abiti
ineleganti, colla camicia tutt'altro che fresca e i capelli quasi arruffati.
Nullameno il vecchio Andrea rimase duro; si separarono prima di arrivare
allo studio.
Allora Mario si mise a gironzolare per le strade, senza scopo, cedendo agli
inviti del sole, perch non era uscito di casa da una settimana. Un altro
gli diede la grande notizia: l'avvocato era tornato il giorno prima colla
signora Annetta, e doveva partire la sera stessa, col treno delle otto
per Roma, dopo un pranzo d'onore in casa Gelli. Questi li accompagnerebbe a
Roma colla propria signora.
Erano gi le due dopo mezzogiorno. Il pranzo annunziato per le cinque, si
diceva di quaranta coperti; tutte le persone pi importanti della citt vi
sarebbero.
Mario abbass la testa. Vag ancora per le vie a caso, sotto quel sole di
maggio cos allegro che le case stesse sembravano sorridere anche dinanzi a
lui, diventato come uno di quegli sconosciuti, che girano il mondo. Una
malinconia tenebrosa gli saliva dal cuore, velandogli gli occhi camminava
col passo lento dei vecchi, svoltando agli angoli quasi senza riconoscerli.
Quando si trov fuori di porta, respir pi liberamente. Tutta la campagna
era in festa; nell'aria passavano canti e profumi, la polvere bianchiccia
della strada si alzava in nebbia ad ogni alito di vento. Poi i ricordi lo
riassalsero. Egli era andato altra volta sotto un sole anche pi ardente
alla villa, nella carrettella del fattore, pensando a lei che lo aspettava,
e baciando la sua immagine nel pensiero. Poi era tornato con lei, per quella
strada, toccandole coi piedi le scarpine sotto la veste; la vedeva ancora
cos bianca, coi capelli cos biondi; coglieva il suo sorriso cos rosso sui
denti scintillanti come di salgemma. Allora era giovane, non pensava nulla,
mentre adesso quei ricordi, lontani quanto quelli dell'infanzia, gli si
confondevano nella mente con brandelli di romanzi letti e poi dimenticati.
Egli non era pi nulla. In quella campagna non conosceva alcuno, non aveva
un cliente, negli interessi del quale fosse entrato o di cui potesse
riconoscere il podere fra quel mare di verzura. Andava avanti nel paesaggio
come una cosa. Eppure la vita era sempre ugualmente bella; egli solo non vi
partecipava pi, sopravvivendo alla propria giovent, simile a una di quelle
foglie secche, che l'inverno non aveva putrefatto e il vento si cacciava
talora dinanzi per giuoco, sollevandole dal cavo di un fosso.
Era bastata una donna per inaridirlo. Poi i ricordi gli si facevano a mano
a mano pi chiari. Ella non era n molto bella, n molto buona, n molto
cattiva; somigliava all'immensa maggioranza delle altre, gli aveva ceduto
come lo aveva abbandonato, sotto la pressione del proprio egoismo senza
uscire mai dalla cerchia sociale ove era stata collocata. Ma, pi forte di
lui, era ancora felice, in contatto con tutte le forze della vita. Doveva
essere cos; il torto era stato in lui di voler rimanere in un'altra
famiglia, sempre allo stesso modo che vi era entrato, per una frode di amore.
Se avesse sposato francamente la Giulia, ora sarebbe al posto di Gelli,
forse ugualmente amato da entrambe; ma si era fidato sulla forza della
passione contro tutte le necessit della natura e della societ collegate
a resisterle. Era stato uno sciocco.
La sua vita cos sciupata doveva nullameno proseguire, perch gli restava
la madre da mantenere, oltre se stesso; questo bisogno non ammetteva n
replica n indugio. Comunque l'avvocato e la signora Annetta s'innalzassero
sopra di lui, egli doveva chiudere gli occhi, e cacciarsi per l'ultima
stradicciuola ancora aperta verso i bassi fondi della magistratura.
Egli era un vinto come tutta la folla, che resta folla per non aver saputo
trarre dalle forze della giovinezza la vittoria sulla vita; anch'egli non
aveva saputo che sognare e godere momentaneamente, dimenticando che i giorni
si tengono l'un l'altro, e che ogni giorno perduto  un soldato di meno
nella battaglia. Ritorn indietro. Si farebbe pretore, in un'altra citt,
per sottrarsi alle umiliazioni della propria decadenza. A trent'anni tutto
non  ancora perduto. Ma, appena dentro il corso, l'energia gli scem. Per
dare quell'esame dovrebbe rinfrescare tutti i propri studi, mentre non
v'erano pi che tre mesi utili per prepararsi. Gli mancavano molti libri.
Come comprarli? A chi chiederli? L'avvocato li aveva tutti nella biblioteca,
ma non oserebbe mai domandarglieli. Si ferm dinanzi allo studio; erano le
tre e mezzo. Forse a quell'ora era chiuso, giacch l'avvocato e la signora
Annetta dovevano essere in casa Gelli.
Allora lo prese una voglia melanconica ed irresistibile di rivedere quello
studio, nel quale si era cos sfogliata la sua vita. Per non perdere il
coraggio riflettendo, entr, sal di corsa le scale; lo studio era aperto.
Il vecchio Andrea era al solito scrittoio, curvo sopra un foglio di carta
da protocollo, colle fodere di mussola alle maniche del soprabito fin sul
gomito. Marco, l'altro scrivano, era morto.
La frescura della stanza fece rinvenire Mario. Si trasse quasi
vergognosamente il cappello come un forestiero sgarbato, che se ne fosse
scordato, e rimase dinanzi al vecchio Andrea senza saper che dire.
Che cosa vuole?  questi gli chiese.
 Non c' nessuno di l?  rispose Mario con accento sbigottito.
 No, sono tutti in casa dell'avvocato Gelli.
La porta dell'altra camera, la sua, era socchiusa; si vedeva il grande
scaffale di mezzo. Mario sempre col cappello in mano, malgrado gli inviti
che l'altro gli faceva di rimetterselo, domand se gli permetteva di entrare
nello studio per consultare il Laurent, di cui aveva bisogno. Era un pretesto
trovato l per l.
Andrea lo guard sempre con la stessa aria severa di un giudice, che vede un
colpevole umiliato sotto il peso delle proprie colpe, e gli rispose di
accomodarsi pure.
Nulla era mutato nello studio. Mario si accost al proprio scrittoio,
riconobbe il calamaio, una cannetta, colla quale era solito a scrivere.
Ma allora i ricordi gli si accavallarono sulla coscienza. La prima volta che
la signora Annetta gli si era fermata dinanzi, guardandolo a quel modo, egli
scriveva una citazione per un fitto non pagato; se ne ricordava ancora la
somma. L, su quella sedia, una volta si era seduto il conte Giglioli
venuto a consultarlo in una assenza dell'avvocato.
Un'altra volta erano quasi stati sorpresi dall'avvocato, mentre la baciava.
Non c'era tempo da perdere; Andrea poteva entrare nella stanza.
Sapeva che il Laurent era nel gabinetto verde. Adesso un ritratto della
Gigina, grande al naturale, pendeva alla parete di contro all'altro della
sua nonna, la mamma dell'avvocato. La piccina si era fatta anche pi bella;
sotto al ritratto c'era una data, 1890, 18 aprile, quella della sua nascita.
L'aveva scritta la signora Annetta, facendo quel regalo al marito.
Mario non avrebbe mai un simile ritratto.
Tutte le energie stavano per abbandonarlo. Corse cogli occhi su tutti i
volumi rilegati del Laurent, leggendo il loro numero progressivo senza
sapere quale scegliere, perch non aveva niente da cercarvi; invece si
accost alla poltrona, sulla quale aveva la prima volta rovesciata l'Annetta
col coraggio improvviso del desiderio, che si sente condiviso.
Per l'ultima volta vi si lasci cadere, stringendosi il capo fra le mani.
Se la porticina, che dava nell'appartamento, si fosse aperta per lasciar
passare l'Annetta, felice, sorridente come un tempo, quando veniva ad
abbracciarlo, tutto sarebbe stato ancora riparabile: almeno gli parve di
pensarlo! Quella poltrona, complice muta della sua felicit passata, non
tremerebbe pi sotto il loro peso, come quella mattina che scivolando sulle
rotelle, improvvisamente, li aveva fatti quasi cadere sul tappeto.
Ella si era rialzata ridendo come una pazza. Mario vaneggiava. Gli pareva
di sentire nel gabinetto l'odore di gelsomino, che essa si dava sovente
ai capelli; ascoltava, quasi per distinguere nell'altra camera lo
scricchiolio delle sue scarpine, che si avvicinassero. Poi tent di reagire
osservando, rovistando nello scrittoio. L'avvocato non l'occupava pi tutto.
Altre carte portavano la scrittura o il nome stampato di Gelli, v'era anche
un secondo calamaio d'argento, molto pi piccolo dell'altro in cristallo,
di cui l'avvocato si serviva sempre. Mario era allo scaffale del Laurent.
Macchinalmente tese la mano ad un volume, per averlo aperto dinanzi nel caso
che entrasse il vecchio Andrea; ma non ne esamin che la rilegatura. Egli
non era riuscito nemmeno a comprarsi quell'opera in tutta la propria vita di
procuratore.
Eppure sarebbe stato cos felice a quel posto, su quella poltrona, che Gelli
aveva saputo conquistare sposando la Giulia.
Il passo del vecchio Andrea gli fece aprire il volume.  Sono le quattro: se
lei ha bisogno di restare ancora, aspetter. 
No, no, grazie, Andrea  gli rispose colla voce d'altri tempi, come se il
gabinetto l'avesse ritornato quello di una volta.
Chiuse il volume e, sforzandosi a rimetterlo a posto fra gli altri, che
stipavano quello scompartimento dello scaffale, alz gli occhi al ritratto
della signora Luigia, la vecchia dalla fisonomia dura di contadina,
che aveva saputo infondere nel figlio la costanza della propria razza di
lavoratori. Usc dietro al vecchio Andrea; nel salutarlo gli tese la mano:
 Non vorrei... balbett.
 Stia sicuro, non dir nulla a nessuno. 
Appena gi nella strada corse a nascondersi nel proprio stanzino.
Per due o tre ore rimase meditando nell'ombra, che entrava sempre pi densa
dalla finestra del cortile, finch ne fu sommerso; si scord persino che la
mamma doveva aspettarlo al magro pranzo per le sei.
Tutte le sue risoluzioni della giornata gli naufragavano daccapo in quella
oscurit umida e buia di sepolcro; non pensava pi, smarrito in una delle
solite fantasticherie senza senso e senza memoria.
Un passo nell'andito lo riscosse. S'alz, trov nel buio il cappello sulla
scrivania, ed usc.
Voleva andare alla stazione per vedere passare il corteo. Tortuosamente,
per evitare la piazza in quell'ora troppo piena di gente, giunse a Porta
Vecchia, l'oltrepass cansando il viale dei tigli, e prosegu al di l
del piazzale, che s'apriva all'ultima svolta di sinistra verso la stazione,
sino alla sbarra della via provinciale. Di l vedrebbe sfiancare le carrozze
e passare il treno.
V'era poca gente.
Per ingannare il tempo si mise a passeggiare innanzi e indietro nell'ombra.
La notte era tiepida.  La ferrovia, quando allungava lo sguardo per la sua
linea, si perdeva lungi nell'invisibile e nel silenzio, mentre sotto la
piccola tettoia della stazione i lumi fiammeggiavano, dandole quasi
un'apparenza misteriosa con tutte quelle figure, che passavano e ripassavano
talvolta con una lanterna nera nella mano, senza far nulla. La campagna
dormiva nei propri odori. Poi la gente cominci a spesseggiare, dalla citt
venivano a frotte. Mario pass dall'altro lato della ferrovia per essere
sicuro. Apparvero da lungi gli occhi rosseggianti di un treno, ma veniva
da Ancona, e la gente cresceva sempre. Mario allungava ogni volta pi
la propria passeggiata, tenendo sul margine della strada e rivolgendo spesso
il capo. Finalmente molte carrozze sboccarono da Porta Vecchia, quasi in
gruppo; i loro fanali bianchi aprivano la notte con due larghi solchi
luminosi. Erano essi. Non distinse alcuno, ma allo svolto del piazzale,
sotto la luce del lampione d'angolo, gli parve di riconoscere la grande
pariglia baia del conte Giglioli. Altri gruppi s'inoltravano a piedi verso
la stazione, s'udivano voci allegre. Molti, forse i convitati di quel pranzo,
erano in tuba. Egli si era fermato guardando intensamente. Era dunque un
accompagnamento trionfale? Eppure l'avvocato non aveva ancora presentato
alla camera che due interpellanze, quasi senza significato.
Il cuore gli si restrinse: basta cos poco nella vita per trionfare, e cos
poco anche per perdere! Il treno doveva tardare ancora un dieci minuti. Egli
si era allontanato nuovamente, quando udendo la percossa della sbarra nel
palo di chiusura, e lungi nella campagna i due fischi della locomotiva,
ritorn quasi a corsa. Molta gente si era gi addossata all'altra sbarra
per veder passare il convoglio, forse colla sua stessa speranza di scorgervi
l'avvocato, seduto in uno scompartimento di prima classe. Dal proprio canto
era solo, poi sopravvenne un contadino con un orciuolo di latte in mano.
Il treno era cos lungo che la macchina arrivava coi fanali quasi ad
illuminare la sbarra. I minuti divennero eterni. Egli non poteva vedere
attraverso la linea nera dei vagoni che cosa accadesse sotto la tettoia
della stazione; il respiro mostruoso della macchina copriva ogni rumore,
mentre il suo fumo saliva lentamente nell'aria perdendosi quasi subito.
Mario si sentiva stilare dalla fronte un sudore freddo, con un freddo anche
pi grande nel cuore, come se gli si fosse improvvisamente vuotato di tutto.
Poi la campanella diede i soliti rintocchi, il cornetto del capo-treno le
rispose con un lungo squillo nasale, e l'immane serpente nero si snod nelle
tenebre. I suoi occhi lampeggiavano di sangue, pass sbuffando lentamente,
sonoramente; i vagoni sfilavano neri, chiusi sulle merci che li stipavano,
allungandosi come un muro impenetrabile, finch balen un primo finestrino
illuminato.
Mario ebbe come la sensazione di uno schiaffo. Dai finestrini apparivano
aspetti di camere fuggenti, alcune vuote e povere nella nudit del legno,
s'intravedeva qualche fagotto; poi altre camere meno tristi, e fra esse
tratto tratto un angolo di salotto, coi divani rossi ricoperti da larghi
merletti bianchi, che l'ombra della notte inghiottiva istantaneamente,
mentre un vento freddo, irrompendo da tutti quei finestrini, passava
sulla fronte dei curiosi aggrappati alla sbarra con un senso istintivo
d'abbandono.
Mario si volse, non rimanevano che quattro vagoni. D'improvviso la vide in
piedi, appoggiata con una mano bianca al ferro della rete rigonfia di
valigie; not che sorrideva a qualcuno seduto, mentre tutto il corpo
le ondulava voluttuosamente alle scosse del vagone, e i capelli biondi,
cos presso alla vaschetta del fanale, le facevano un'aureola d'incendio
al capo. Il treno si allontanava dentro la notte profonda, verso Roma.
Mario travers il binario a testa bassa per ritornare in citt, solo.
FINE

