Alfredo Oriani.

VORTICE.

Trascrizione elettronica ad uso esclusivo dei non vedenti curata da:
Edda Valsecchi.


Aspettatemi dunque! esclam l'avvocato Guglielmi, indugiando nel rimettersi il
pastrano grigio da mezza stagione, e aperse la bussola, che dal caff dava
sotto il portico.
Gli altri due si erano fermati ad attenderlo.
Il portico leggermente ricurvo era poco illuminato; due guardie di pubblica
sicurezza stavano addossate all'ultima colonna verso la piazza, che, stretta
fra il doppio loggiato, a quell'ora e in quella tenebra sembrava anche pi
piccola. I suoi fanali, bianchi sopra esili colonnine di ghisa, non
rischiaravano n la notte n il selciato; erano otto d'ambo i lati, e la loro
luce faceva poco pi di un'aureola intorno ai loro vetri. Bench fosse appena
mezzanotte, e i due maggiori caff tuttavia aperti, non passava alcuno. La
massa bruna del duomo disegnava un'ombra pi scura sul lividore biancastro
della grande scalinata in granito, un'opera nuova, per la quale nella
cittadina si era speso troppo e parlato anche di pi; a fianco del duomo,
quasi dirimpetto al caff, donde l'avvocato era uscito per ultimo, la fontana
monumentale, prigioniera di un'alta cancellata a palle di ottone, continuava
quel sommesso borbottio dei due becchi cadenti sugli abbeveratoi di marmo
candido, posti l'uno di contro all'altro fuori della cancellata.
Il cielo era oscuro, con poche stelle; e una nebbiolina, ancora diafana,
inumidiva l'aria non abbastanza riscaldata dai primi tepori della primavera.
I tre rimasero alcuni secondi ritti dinanzi al caff.
Perch non facciamo due giri di loggia? disse l'avvocato Guglielmi, che aveva
questa abitudine, comune del resto a quanti della citt non rincasavano
presto.
Quel portico del caff Gritti e quella loggia sinistra della piazza, che
formava come la facciata del palazzo municipale, erano il passeggio favorito
di tutti i signori. Nella notte i pi sfaccendati, anche dopo la chiusura dei
caff e dei clubs, seguitavano per ore, talvolta sino all'alba, quando le
ortolane disponevano gi i banchi e le ceste per la piazza, ad incontrarvisi
in gruppi, promettendo sempre di separarsi dopo un ultimo giro, e non di meno
prolungando la monotona passeggiata con ostinazione quasi inconsapevole.
Forse non avrebbero saputo fare egualmente tardi altrove.
 Tre giri soli, rispose Gaudenzi, un impiegato al telegrafo sulla cinquantina,
venuto da Milano molti anni addietro e diventato quasi della citt.
L'avvocato Guglielmi si pose in mezzo.
Era un vecchietto arzillo, con troppe pretese per la sua levatura; e in quei
giorni aveva ceduto ad una delle solite esaltazioni per la lotta elettorale
fra moderati e radicali.
Egli credeva in buona fede di essere fra questi, mentre invece il temperamento
e la vita lo avevano sempre tenuto in sospetto verso la piazza. Quindi uscito
dal club dopo una vivace discussione, nel passare dinanzi al caff Gritti, vi
era entrato per parlare ancora con Gaudenzi e Romani, due fra i suoi amici pi
condiscendenti.
Essi avevano finito da un'ora la solita partita a scopa, e ciarlavano di
donne.
Ma la notte e la solitudine, sotto a quel loggiato, finirono di calmare
l'avvocato Guglielmi.
 Dove sei stato oggi, che non ti ho visto dopo pranzo al caff? domand questi
a Romani.
 A Bologna: ne sono ritornato col treno delle dieci e mezzo; debbo ancora
rientrare a casa da stamattina alle sette.
 La donnetta! disse Gaudenzi con accento met ilare e met sornione, alludendo
ad una cantante di operette partita colla compagnia dalla citt poche
settimane prima, e colla quale Romani si era lasciato vedere parecchie volte a
cena nell'albergo del Falcone, il maggiore della citt, con altri amici.
 Oh va!
 Un'altra adunque! rincar Guglielmi.
 Nemmeno, e la voce di Romani ebbe un tremito: sono andato a Bologna per
affari... cattivi! aggiunse sospirando.
In quel momento passavano davanti all'enorme scalone del palazzo municipale,
che saliva dritto e larghissimo sino ad un pianerottolo alto, cintato, quasi
simile ad una cappella, nel mezzo della quale un lume a petrolio, chiuso entro
un antico lucernario, spandeva una luce malinconica.
Le due guardie, nere nei cappotti impermeabili, perch la notte sul principio
era sembrata voltarsi al cattivo tempo, si erano rimesse a girare, seguitando
quasi automaticamente il passo di quei tre; ma si fermarono di botto vedendoli
arrestarsi.
Gli altri si voltarono; quindi proseguirono senza barattare alcuna altra
osservazione.
 Vado a casa, disse Romani prima di rientrare sotto il portico del caff.
 Ci vediamo domattina sul mezzogiorno?
 Gi.
 Buona notte!
 Buona notte!
Romani si diresse verso porta Appia passando lungo la fontana e il Duomo.
Adesso era ridivenuto improvvisamente triste. La piccola citt, sepolta nel
sonno e nelle tenebre, aveva perduto ogni fisonomia; i fanali scarsi, a
petrolio, indicavano appena il vano della strada, nella quale le casette
irregolari s'addossavano l'una all'altra in silenzio, colle porte e le
finestre buie, senza colori, come in una tranquillit di abbandono. Era una
citt di circa quindicimila abitanti, compresovi il grosso borgo al di l del
fiume, abbastanza ricca, antica e rimasta vecchia anche nel rinnovamento
moderno, che guasta dove non muta, e muta quasi da per tutto.
Egli rifaceva quella strada a testa bassa, senza guardare, anticipando i passi
col pensiero e ripetendosi meccanicamente: adesso arrivo alla bottega del
barbiere, poi all'angolo del palazzo Bandi, al pizzicagnolo... tutte le
stazioni pi importanti di quella strada, che percorreva da tanti anni, e
nella quale era persino nato. La conosceva nei pi minuti particolari, tutta;
la sua casa vi stava in fondo, una casetta a due piani, con un cornicione di
legno ai tetti, le persiane verdi, una porta stretta, alta sul marciapiede due
scalini, un andito, una scaletta oscura, poi l'appartamento al primo piano,
dove abitava con la moglie e due bambini. All'altro, stavano due famiglie,
quella di un calzolaio, e un vecchio prete con una serva.
Gli parve improvvisamente di aver freddo; un passo risuon lontano, dietro di
lui. Qualche soffio agitava l'aria; dal selciato disuguale, a ciottoli, tratto
tratto raggiavano baleni sull'umidore lasciatovi dalla pioggia, mentre il
rombo del fiume fuori dalla barriera si faceva a mano a mano, pi distinto.
Allent il passo. Altri brividi lo scossero e, daccapo, risent pi greve quel
peso, sotto al quale era quasi venuto meno tutto il giorno; non si ricordava
di cosa alcuna distintamente, ma era come una stanchezza senza motivo,
un'inquietudine tratto tratto percossa da paure inafferrabili come quei suoni
fantastici, che talora sembrano batterci sull'orecchio, girando di notte per
la campagna. Quella giornata non era certo stata buona: a Bologna aveva
fallito l'ultima combinazione, cui intendeva da parecchi giorni, e che
l'avrebbe rimesso a galla lasciandogli forse il modo di riordinare i suoi
affari sconquassati. Poi aveva meditato, tentato altri espedienti presso
alcuni vecchi amici della grossa citt, nella quale aveva studiato due anni da
giovinetto: aveva corso da una strada all'altra, salito parecchie scale, per
concludere sempre allo stesso modo. Quegli amici avevano quasi tutti cambiato
abitazione da lungo tempo; alcuni non erano in casa, altri non l'avevano
ricevuto o, ricevendolo, si erano mostrati cos freddi che gli era caduto
improvvisamente dal cuore il coraggio di ogni domanda. Erano state al solito
interrogazioni e risposte insignificanti, qualche complimento volgare, e
infine un saluto frettoloso. Tutti avevano da fare, ognuno pensava a s.
Si era sentito respinto, isolato. Ma siccome era sabato, e in quel giorno
tutti i mercanti e gli uomini d'affari affluivano a Bologna dalle citt
vicine, vi aveva incontrate molte, troppe conoscenze.
 Oh! come, anche tu?
Altri discorsi insulsi, strette di mano, qualche vanteria dei minori
commercianti, ai quali pareva d'ingrandire mostrandosi ad un concittadino in
quel giorno a Bologna. Parecchi sfaccendati erano venuti per ozio o per
capriccio, il Mercato di Mezzo era pieno. Quindi aveva dovuto andare a
colazione con un gruppo di amici, tutti della propria citt, una colazione
rumorosa, vanagloriosa, perch la sera ne avrebbero parlato certamente nel
caff Gritti. Per quel chiasso lo aveva rinfrancato.
Adesso, invece, uno scoramento lo riprendeva, sebbene nessun pericolo vero lo
minacciasse ancora; era dissestato da gran tempo, ma s'ingegnava sempre per
andare innanzi, riuscendovi non senza pena, con abbastanza disinvoltura. Aveva
vissuto comodamente colla famiglia, accettato, stimato da per tutto pi di
quanto la posizione lo consentisse. Questo, che era stato sempre il suo vanto
secreto, gli si mutava ora in rammarico, quasi solamente dopo quella triste
giornata di disillusioni e quel ritorno in ferrovia, solo in un vagone di
seconda classe, perch tutti gli altri amici erano gi partiti col treno
antecedente, gli si rischiarasse entro l'oscurit silenziosa della strada,
improvvisamente, il problema della propria posizione.
La strada era sempre cos deserta, il rombo del fiume cresceva. Si ferm per
accendere un sigaro toscano, l'ultimo che gli rimaneva nelle tasche; quindi
alla fiamma del cerino alz gli occhi per guardare la barriera chiusa in fondo
alla strada. Un riverbero del fanale sporgente dalla gabella lasciava
intravedere alcune stecche della cancellata, al di l passava il fiume, e
oltre il fiume si scorgevano le prime fiammelle del borgo.
Oramai era presso casa.
 Che cosa le dir? si chiese subitamente, pensando alle interrogazioni, colle
quali la moglie lo avrebbe seccato.
Egli aveva gi trovato difficilmente una scusa per andare a Bologna, ma ora,
in quel fallimento di tutte le combinazioni, non sapeva pi inventare un'altra
bugia per sottrarsi all'irritazione di riparlarne con lei. A che pr? Ella non
conosceva, anzi non aveva mai conosciuto le vere condizioni della famiglia:
poi non avrebbe potuto esservi di alcun giovamento, anche conoscendole. Perch
metterla a parte di certe cose, dal momento che la sua testa vi si perderebbe,
e tutto si sarebbe risolto in un piagnisteo pieno di rimbrotti e di carezze?
Egli l'aveva sempre trattata bene allo stesso modo; ella, preoccupata di s e
dei bambini, non aveva mai cercato di indovinare quanto le si nascondeva.
Invece egli avrebbe adesso voluto parlare con qualcuno, esaminare bene in due
la propria posizione, alla quale si accorgeva di aver sempre girato intorno,
senza guardarla mai davvero in faccia per quella secreta paura dei deboli, che
s'abbandonano alla vita, risolvendone le rinascenti difficolt col ripetere
quasi sempre lo stesso espediente.
Era arrivato all'uscio, tenendo gi in mano la chiave secondo il solito: si
ferm a guardare la casetta. Tutti dovevano dormirvi. Lass, a l'ultima
finestra di sinistra, un filo di luce passava per gli scuri; era la camera del
vecchio prete, un mansionario quasi ottantenne, il quale non viveva pi che
della paura di morire, e la notte teneva sempre acceso un lumicino alla
Madonna sopra il com, perch le tenebre lo spaventavano e tremava di spirarvi
improvvisamente. Voleva la luce, anche di notte.
 La vedr ancora per cos poco! aveva detto un giorno a lui con quell'accento
impressionante dei vecchi.
 Ecco uno che non deve aver pensieri! egli si disse in quel momento,
invidiando la necessaria calma di quella vita gi conchiusa.
L'aria dell'andito gli pes sul respiro. Aveva acceso un secondo cerino, sal
le scale col suo ordinario passo accelerato, come non ricordandosi pi di
nulla, trov dietro la porta dell'appartamento la candela sulla vecchia
cassapanca; ma invece di andare per la cucina nella camera della moglie,
infil la saletta da pranzo, dopo la quale teneva in una specie di gabinetto
il proprio studiolo. Con una segreta, quasi inconsapevole soddisfazione aveva
riconosciuto tutto a posto nella saletta; sulla tavola ancora coperta della
tovaglia macchiata di vino rosso, non era disposto che il suo coperto con
dinanzi due altri piatti: nell'uno c'era un mezzo pollo arrosto colla testa,
perch in famiglia sapevano che questo era il suo boccone preferito,
nell'altro un mezzo formaggio fresco, molle, uno dei pochi capolavori
dell'industria paesana; poi l'insalata nella solita barchetta di porcellana
bianca, e alcuni finocchi sopra il piattello dal piede di filograna rossastra.
Caterina, la moglie, non vedendolo arrivare all'ora di cena, gliene aveva
lasciata la miglior parte, immaginandosi che potesse avere molta fame al
ritorno.
La bottiglia nera del vino era quasi piena.
La saletta dall'usciuolo di sinistra metteva nella camera da letto.
Egli camminava in punta di piedi; la vista della cena gli risvegli quasi
istantaneamente l'appetito, perch non aveva pi mangiato da quella colazione
sul mezzogiorno, prodiga e sontuosa quanto un pranzo. Rimase incerto qualche
secondo, temendo, se si fosse posto a tavola, di svegliare col rumore dei
piatti Caterina, che doveva dormire da un occhio solo; quindi schiuse con
molta precauzione l'uscio del gabinetto, e vi entr senza sapere bene il
perch. Non aveva niente da farvi; in quel momento la sua testa affaticata non
gli suggeriva alcun espediente. Ma quello studiolo era l'unica solitudine,
nella quale si chiudeva ogni qualvolta avesse qualche affare difficile da
svolgere, o qualche tristezza da nascondere; vi teneva pochi libri, perch non
era mai stato un grande leggitore, ma tutte le carte importanti vi stavano
disposte in bell'ordine sopra due scansie portatili. Il resto dei mobili si
componeva appena di uno scrittoio in noce e di un piccolo sof ricoperto in
crespo di lana verde. Nell'angolo, presso la finestra, quell'inverno medesimo
vi aveva messo una stufa minuscola in ghisa, pi che sufficiente a riscaldarvi
l'aria sino ad una temperatura insopportabile.
 Che cosa faccio?
In sostanza non aveva bisogno che di guadagnar tempo per l'inevitabile
colloquio colla moglie. Anche l tutto era ordinato. Macchinalmente si trasse
il pastrano e il cappello, appendendoli ad un minimo attaccapanni piantato
nella parete. Ascolt: l'appartamentino aveva la calma ordinaria, nell'altra
camera Caterina lo attendeva dormendo; poi v'era lo stanzino dei bimbi, nel
quale stava anche la donna di servizio, oramai diventata della famiglia: una
donna pettegola, che dominava la padrona, ma faceva tutte le economie
possibili, riuscendo quasi sempre a dissipare i malintesi fra lui e la moglie.
Malgrado la scarsezza del patrimonio, egli avrebbe quindi potuto vivere
contento nella famiglia.
Infatti non si era mai lagnato: sentiva anche in quel momento una compiacenza
onesta, che gli alleggeriva il peso di tutti i disappunti subiti nella
giornata.
La candela bruciava sul tavolo da qualche minuto, egli si era girato e
rigirato inutilmente per il gabinetto due o tre volte, quando vide una lettera
quasi sotto al largo calamaio di maiolica bianca.
Veniva, a lui, ma sulle prime non ne ravvis il carattere; qualcuno doveva
averla recata nella sua assenza, perch non portava francobollo.
Stracciandone la busta si sent tremare da capo; la lettera diceva:
Citt, 29 aprile 1896.

Caro Adolfo,
Debbo partire subito per Firenze, senza perdere un minuto, perch mia madre 
gravemente malata; ma capirai come posso stare non avendo potuto ottenere il
permesso stamattina. Ti ho cercato dopo pranzo al caff per comunicarti in
segreto che Oreste Bugnoli ha portato al pretore una tua cambiale per duemila
e cinquecento lire, dichiarandola falsa. Siamo sempre stati amici sino da
ragazzi, e quindi non credo che tu possa aver fatto ci: ecco perch ti
avviso; ma in ogni modo brucia subito questa mia lettera. Per te non ne sar
nulla certamente, o tutto al pi un equivoco che si scoprir; invece io non
sono che un impiegato, e se mi sospettassero solamente di averti avvisato,
finirei forse col perdere il posto. Ma sono sicuro della tua discrezione;
invece temo assai della mia povera mamma. Quale disgrazia per me se dovesse
morire!
In fretta
tuo ANSELMO ROBERTI

Era stato come un colpo di mazza sulla testa.
Non aveva quasi capito, ma nello stordimento della percossa gli era parso che
lunghe striscie sanguigne solcassero il buio, nel quale cadeva, dritto, cos
senza cappello in testa, con quella lettera in mano, mentre la fiamma della
candela gli agitava brevi ombre leggere sul volto immobile come un ritratto.
Finalmente ebbe un soprassalto. Il primo moto fu di guardarsi intorno con un
rapido girar del capo e quel subito raggricchiarsi di tutte le membra, quasi
per farsi pi piccolo e meglio sparire in una fuga, che hanno sempre i
sorpresi in flagrante.
Poi, col tornargli della coscienza, tutti i tremiti lo scossero; le mani gli
battevano quasi l'una contro l'altra, gli battevano le palpebre, mentre
un'onda come di vento gli si rompeva dall'interno entro gli occhi, e glieli
gonfiava inaridendoli.
Appoggi una mano sull'orlo dello scrittoio, quindi girandovi intorno venne a
cadere sulla poltrona. Era anch'essa in crespo di lana verde, con una stretta
spalliera semicircolare. Si trasse pi vicino la candela, si pass il
fazzoletto sugli occhi. La fronte gli era diventata perlacea sotto i capelli
neri, dritti e tagliati a spazzola, che rendevano pi dura l'espressione della
sua faccia.
Infine bisognava rileggere.
Bench stravolto, comprendeva tutto; lo aveva capito nello scoppio stesso: era
stata una visione istantanea, accecante come quegli incendi dei temporali
notturni, alla luce dei quali si scorgono in un attimo i particolari pi
minuti, meno osservabili di un paesaggio, e poi tutto ritorna nero,
tempestoso, fragoroso, pauroso.
Da molto tempo aveva voluto scordarsene, ma lo sapeva.
La lettera era proprio di Anselmo Roberti, il suo amico d'infanzia, poi di
studi, nato a Marradi e venuto cancelliere nella citt da quattro anni; era la
sua calligrafia rotonda, chiarissima, una calligrafia da impiegato.
Che cosa era stato? Perch?
Era troppo presto, non doveva essere, perch mancavano ancora quarantacinque
giorni alla scadenza.
Rileggeva sempre, forse per la decima volta, brancolando col pensiero fra le
lettere, che gli si dilatavano dinanzi agli occhi, quasi staccate dalla carta.
Ma attraverso tale sensazione leggeva con chiarezza sempre pi spaventevole.
Quelle poche righe frettolose, buone, senza un dubbio o una esagerazione,
erano la forma pi micidiale, pi insopportabile, colla quale gli si fosse
potuto comunicare, cos impensatamente, la sua colpa.
 Ha la mamma ammalata, pens poco dopo in una sosta del turbinio, che lo
aggirava; quindi corse nuovamente cogli occhi all'altra riga, dove Roberti gli
annunciava la consegna della cambiale al pretore, senza crederne falsa la
firma ed affermando anzi che non poteva trattarsi se non di un equivoco. Poi
la lettera finiva con quel grido per la mamma forse gi morta.
Nel gabinetto non c'era alcuno: fuori, in tutta la citt, a chi rivolgersi?
Malgrado la smania non pot muoversi; non c'era pi niente da dire o da fare!
Si trovava gi lontano da tutti, con quella sensazione di un baratro buio,
freddo, sordo, senza cielo, senz'aria, uno di quegli abissi di sogno, nei
quali cadendo non si sente che il vuoto e quando la caduta si arresta non si
tocca ancora nulla. Allora le forze l'abbandonarono e si accasci sulla
poltrona, colla testa bassa, in un atteggiamento sfatto. La sua vita, cos
normale poco prima, era svanita; egli vi rimaneva come un corpo molle,
insaccato dentro gli abiti, coll'occhio sinistro, che in quella piegatura del
capo ancora gli si vedeva aperto ed opaco, cos che la moglie Caterina
entrando in quel momento avrebbe gridato per la paura.
Intanto il tempo passava.
Quel colpo, che avrebbe atterrato qualunque altro, non aveva per nulla di
strano, e ci lo rendeva ancora pi terribile. In tutta la giornata, pur non
volendo pensarci, perch gli rimanevano ancora circa due mesi prima della
scadenza, ne aveva provato un presentimento; anzi nella sua vita ancora
giovane, abituato come era da tempo a cercare danaro per la piazza,
vantandosene cogli amici se gli riusciva bene qualche difficile operazione,
non si era mai sentito cos profondamente scoraggiato. Eppure non si trattava
che di girare una cambiale di cinquecento lire, questa volta in piena regola.
Ma il credito gli sfuggiva da parecchi mesi, la gente e le cose cangiavano
intorno a lui; non aveva pi quel bell'umore facile ed espansivo, che seduceva
le persone, e col quale sovente perveniva a trarsi senz'altro d'impaccio:
pensieri tristi lo travagliavano, improvvisi sgomenti gli facevano vedere il
mondo in nero traendogli dalla bocca quelle frasi pessimiste di chi non si
sente bene in gambe. Erano impazienze nervose, scatti ingiustificabili, coi
quali offendeva talora scioccamente le persone inimicandosele; e poco dopo si
accorgeva del male fatto, giacch gli capitava d'intoppare in visi chiusi, gli
cascavano addosso giudizi sospettosi, diventava come tutti gli altri caduti
volontariamente nella sua posizione, un oggetto d'esame fra la gente pettegola
o grave, che valuta le riputazioni e pesa tutti i valori.
A Bologna quella mattina aveva dovuto subirne la dolorosa esperienza pi di
una volta. La sua aria preoccupata, le grosse nubi che gli passavano sul
volto, erano state osservate; tutti quei mercanti, quei minuscoli uomini
d'affari, cos poco colti e perspicaci parlando di politica o d'altro senza
immediati rapporti alla loro vita, erano di una penetrazione inquisitoriale,
avevano il colpo d'occhio infallibile per indovinare certe crisi o cogliere
certe situazioni.
Era la loro stessa battaglia di tutti i giorni nell'imbroglio continuo di
contratti fra gente di tutte le risme, in mezzo alla quale bisognava guardarsi
da ogni lato e far buon viso a tutti i presenti, senza il permesso di potere
ingannarsi sulla probit o sulla solvibilit di alcuno. Al primo dubbio tutte
le espansioni si restringevano, ognuno per necessit di battaglia si rimetteva
sulla parata con un orgoglio di egoismo, che non vuole lasciarsi abbindolare
da piet di sventure o da illusioni di risorse. Sotto la loquacit chiassosa
della colazione egli aveva sentito la durezza impenetrabile dei cuori, la
diffidenza vigilante e pronta a tentare col pi atroce degli scherzi
l'imminenza di una ruina per meglio evitarla.
Ma prima di quella cambiale, non aveva notato certe cose.
Quindi si era sforzato di non pensarci: il disegno per rimediarvi lo aveva,
vendere l'unico podere a quello stesso strozzino, giacch vi rimaneva ancora,
malgrado le ipoteche, un margine di tre o quattro mila lire.
Ecco perch quasi non se ne preoccupava; ma gli altri debiti, i regolari, lo
urgevano tutti i giorni, senza requie. Era andato a Bologna appunto per girare
una cambiale colla firma di un amico, un giovinotto in vena di ruinarsi
gaiamente, e cos fare fronte ad altre due cambiali, che gli scadrebbero
luned alla Cassa di Risparmio e alla Banca Popolare; ma fra tutte e due non
superavano le quattrocentosessanta lire. Era poco, per ne aveva altre, anche
pi piccole, poi tutto il resto dei debiti e delle liste.
Mai si era sentito pi sconsolato di quel giorno; per reagire aveva bevuto
parecchi vermut nelle bottiglierie, aveva seguito per strada, sino a casa, una
ragazza che nemmeno gli piaceva; ma ad ogni disillusione cogli amici, sui
quali credeva di contare, pur confessando a se stesso di non averne motivo
sufficiente, la tetraggine gli si addensava nell'animo. Quella giornata gli
era parsa eterna, specialmente nelle ultime ore. Perch aveva perduto il treno
delle quattro e mezzo? non avrebbe saputo dirlo. Infatti quelle, che con uno
sforzo di volont potevano sembrargli combinazioni probabili per la girata
della cambiale, erano tutte esaurite prima della colazione. Dopo, non aveva
tentato ancora che per rabbia contro se stesso, per darsi dell'imbecille
prima, e poi bestemmiando nel fondo del cuore contro il destino. Ma lo sapeva
gi. Quindi aveva girellato trovando sempre le strade troppo lunghe,
curiosando senza voglia nelle vetrine, con quell'aria pesante e distratta,
alla quale la gente non s'inganna quasi mai e fiuta i poveri, gli spostati,
tutti coloro momentaneamente senza danaro e nella impossibilit di
procurarselo malgrado qualunque dolore della necessit. Egli stesso si
accorgeva di tradirsi; una vergogna nuova e sottile gli faceva credere di
essere mal vestito, gli pareva di sentirsi sempre qualche occhiata addosso;
poi non s'incontrava pi, egli uso a trovare tanto lusso e tanta squisitezza a
Bologna, in niente di bello.
Quando vide accendersi i primi lampioni, ne prov un sollievo: l'ombra del
crepuscolo aveva spopolato le strade, rendendo meno osservabili coloro che vi
passavano. Si avvi verso la stazione, allungando la strada per tutte le
svolte sino alla Montagnola; il vecchio ed angusto passeggio era deserto,
pieno di alberoni secolari, che avevano gi messo le foglie, ma che in quel
freddo di sera non abbastanza primaverile rabbrividivano ancora. Qualcuno vi
si aggirava come lui, in preda a pensieri forse pi disperati. Il rumore della
citt si assopiva lentamente: i fanali punteggiavano l'oscurit, allineandosi
fino lontano, donde un rumore veniva tuttavia, mentre alle finestre delle case
per bene si vedevano gi accendere i lumi per la gaiezza del pranzo.
L'isolamento gli aveva fatto paura: era stata una sensazione subitanea,
violenta. Quell'ora del pranzo doveva essere ben terribile per tutti quelli
che non avevano dove pranzare, dopo un giorno cos lungo, e dinanzi alla notte
anche pi lunga senza ricovero!
Per non pensarci troppo era disceso dalla Montagnola, per il viale degli
ippocastani, lungo le mura verso la stazione. Anche l sembrava stagnare la
vita; l'orologio della torre, alto sul mezzo della stazione in quel
crepuscolo, col lume acceso dietro il trasparente, aveva una opacit di grande
occhio ammalato. Egli cos poco artista ed osservatore, n'ebbe l'impressione
per la prima volta. Nel ritorno aveva avuto la fortuna di entrare in uno
scompartimento di seconda classe vuoto; ma poi, nel viaggio, se ne era
rammaricato. Non aveva mangiato e non aveva fame, per l'estenuazione
cominciava a dargli quella sensibilit dolente, propria dei deboli; finalmente
non si rinfranc che arrivando in piazza dinanzi al Duomo, sotto quei portici
cos famigliari, salutando e ricevendo il saluto di voci amiche. Nel caff
c'era Gaudenzi, che lo invit alla solita partita; un vecchio maestro delle
scuole tecniche, vegeto, allegro, chiacchierino, un ricco mugnaio attempato,
uno scrivano di notaio, mezzo storpio e divertente per la loquacit
melodrammatica e letteraria, avevano circondato il loro tavolino, e la partita
era seguitata fra i soliti discorsi nella bonomia tranquilla di tutte le sere.
Ma quel gran colpo gli aveva tolto anche la memoria di tale triste ritorno.
Poi una paura lo assal; si nascose frettolosamente la lettera nella tasca dei
calzoni e in punta di piedi, lasciando la candela sulla scrivania, venne ad
origliare all'uscio della camera da letto. Caterina dormiva con un russo
leggiero: stette qualche minuto coll'orecchio incollato alla fessura
dell'uscio, poi a ritroso, senza urtare in alcun mobile, rientr nello
studiolo.
La mente gli tornava: ritrasse la lettera dalla tasca e, ubbidendo alla
preghiera dell'amico, la bruci, con un senso quasi di sollievo. Era la prima
accusa distrutta.
Che fare?
In quel subbuglio di tutte le idee non poteva ancora rendersi un conto, anche
solo relativamente esatto, della propria situazione, ma sentiva che fra poco,
quando saprebbe meglio dominarsi, non troverebbe egualmente nulla. Era sempre
la stessa sensazione di un buio improvviso e cieco, nel quale non poteva
nemmeno gridare: da chi invocare soccorso? Qualunque fosse il perch o il come
di tale catastrofe, la violenza non ne diventava che maggiore. Nessuno lo
aveva rovinato, nessuno in quel momento lo spingeva nell'abisso. Era stato lui
solo, gaiamente, storditamente, per un seguito di piccoli piaceri, di minime
compiacenze, di false abitudini, a mettersi in quell'abbrivo, lusingandosi
fantasticamente di potersi sempre fermare, coll'esempio di tanti altri, che
avendo fatto o facendo tuttavia assai peggio, rimanevano ancora in piedi,
salutati, ricevuti dovunque. Ed egli pure aveva voluto essere cos forte,
senza comprendere in che cosa tale forza consistesse, ma soprattutto vivere
meglio del come era nato, in una pi alta sfera.
Quindi il suo distacco lento ed orgoglioso dai primi compagni, che convinti
della propria posizione l'accettavano, nella modestia degli inevitabili
lavori, con una rinuncia onesta alla vivacit delle troppo facili speranze;
poi la iniziazione nella classe dei signori, che avevano finito col trattarlo
da pari, tutta una conquista assidua e minuta, piena di piccole gioie e di
nascenti soddisfazioni, onde si era persuaso di essere un qualcuno importante,
e di poter un giorno diventare anche qualche cosa. Finalmente lo scialo, non
vistoso ma continuo, i vizi, sino a quella passione breve ma rapace,
inevitabile, che gli aveva fatto perdere la testa rendendolo ridicolo fra i
nuovi amici, e per la quale in una mattina di follia, una mattina pioviginosa
e fredda, era andato da quello strozzino per fargli accettare la cambiale!
Nemmeno allora se ne era reso ben conto; aveva agito come sotto un incubo, con
dei brividi freddi come quelli che adesso gli passavano per le reni, la testa
pesante, ma recitando fin troppo bene la commedia preparata. Dopo, aveva
sempre fatto degli sforzi per non pensarci, malgrado i debiti, che seguitavano
a travolgerlo senza lasciargli un'ora di pace. E tutto era finito prima della
scadenza vera; il dramma scoppiava in questa anticipazione imprevedibile, alla
quale qualcuno doveva aver cooperato.
Non restava che morire.
Egli pronunci mentalmente questa parola, come eco di una voce, che gli
sonasse dentro nel profondo del cuore, e subito dopo fu pi calmo. Perch? Che
cosa era stato? N la sua volont, n la sua ragione lo avevano condotto a
questa decisione, e tuttavia pot ripetersi distintamente: S, morire!
Come accade sempre nelle decisioni troppo importanti, che agiscono sull'anima
al pari di un abbarbaglio, una pesantezza torbida lo aveva poco dopo
prostrato.
Quella idea della morte non gli si era mostrata con alcun significato preciso;
non ne aveva veduta la forma, n sentito il dolore, quantunque fosse gi il
distacco da tutto quanto componeva la sua vita di trentadue anni, una vita
senza valore per gli altri, ma intera ed alacre entro l'angustia della propria
orbita.
Adesso, nell'impossibilit per lui di ripensarla attraverso i molteplici
minimi ricordi, acquistava come un'improvvisa, sconfinata dilatazione, nella
quale si perdeva anche quel dramma finale come una voce di disperazione per la
solitudine di un grande prato squallido, quando la notte sta per involgerlo
nella propria ombra. Non gli restava che la sensazione di un vuoto. Sempre
cos seduto stancamente sulla poltrona teneva gli occhi fisi sulla fiammella
della candela, alla quale il suo alito imprimeva tratto tratto qualche lieve
oscillazione.
Sul suo volto, generalmente rosso, un pallore livido alterava tutti i
lineamenti; la fronte diventata greve in quella improvvisa opacit, che le
troppo lunghe meditazioni sembrano lasciare su quelle dei pensatori, gli si
aggrondava sui sopracigli velandogli gli occhi, mentre uno stiramento gli
irrigidiva la bocca convulsa.
L'orologio della piazza batt tre quarti d'ora dopo la mezzanotte.
La prima cosa che sent, fu di essere cos profondamente mutato. Bench in
casa propria, non vi si riconosceva pi: vedeva la disposizione di tutto
l'appartamento con quelli che vi abitavano, sua moglie Caterina addormentata
nell'altra camera sotto la coperta di filugello verde; nella stanzina attigua
Ada e Carletto nei due lettini di ferro; vedeva il proprio posto vuoto accanto
a Caterina, l'attaccapanni col grande cappello nero a cencio, il mantello
scuro, la specchiera sul com di fronte al letto, udiva la respirazione
regolare, il russo lieve di quei dormienti, ma con un senso inesplicabile
d'indifferenza come di uno straniero, pel quale quella casa e quelle persone
non potessero avere alcun significato. Era solo! La stessa intimit del suo
passato con essi si rompeva improvvisamente, isolandolo dalla loro esistenza,
della quale una volta provava le ripercussioni ad ogni atto, senza potersene
staccare nell'avvenire nemmeno colla fantasia.
Quindi un pi sottile malessere gli veniva da quel gabinetto quasi vuoto,
rischiarato appena dalla candela, freddo e muto come una stanza d'albergo.
Infatti era quasi il medesimo mobilio: sedie, scrittoio, scansie, sof in noce
e lana, senza stile, senza accento. Egli vi era solo.
Cos? Perch? Perch cos solo?
 Dove sono? esclam sommessamente, portandosi ambo le mani alla faccia.
L'idea gli si ripresentava lucida, inesorabile.
O la morte o la prigione, non vi era mezzo termine.
Ma daccapo ebbe paura, e si cacci col pensiero come fuggendo per tutte le vie
che gli si aprivano davanti, acciecato da una speranza di salvezza. La
passione della vita gli si era ridestata in uno scoppio: qualunque fossero la
colpa e la pena che lo minacciavano, non voleva morire. V'era tempo, tutto
poteva ancora accomodarsi. Una ressa d'indistinti bisbigli gli saliva dalla
memoria di tanti casi disperati, che aveva veduto a poco a poco acconciarsi
nella normalit della vita, di altre esistenze quasi sradicate da un colpo di
bufera, e che nullameno avevano potuto resistere rituffando le radici nel
terreno e coprendosi dopo qualche mese di nuove foglie. Egli non voleva
soccombere: la vita protestava in lui da ogni punto dell'anima in un orgasmo
di tutte le fibre. Ma nessuna di quelle vie, per le quali il suo pensiero
fuggiva smaniando, era neppure abbastanza lunga per dare tempo ad una
illusione; tutte finivano contro lo stesso muro, la medesima impossibilit di
evitare il processo, dal momento che la cambiale era gi nelle mani del
pretore. Questi, un giovane di Senigallia, eccezionalmente ricco per la sua
classe, mirava a diventare presto giudice, facendo pompa di un riserbo e di
una severit egualmente inflessibili.
Ma egli non voleva il processo, quella morte pi lenta, ed atroce di qualunque
altra nell'agonia del domani o del posdomani, appena il fatto si fosse
divulgato, e poi di tutti gli altri giorni sino all'ultimo della condanna a
cinque anni, giacch ci aveva pensato involontariamente altre volte di
sfuggita. Quel giorno non sarebbe mai finito su quello scanno degli accusati,
dinanzi ai giudici e al pubblico, con Caterina nella sala che singhiozzerebbe,
mentre egli dovrebbe rispondere all'interrogatorio sentendosi addosso tutti
gli sguardi della folla indifferente nella certezza di una condanna, che
rendeva egualmente inutile ogni abilit di accusa o di difesa. Tanto era
morire altrimenti. Tutto intorno a lui si sarebbe del pari spezzato: Caterina
e i bambini, ridotti alla pi squallida miseria, non avrebbero pi per lui che
un orrore misto di odio, quell'odio doloroso ed onesto di tutti i caduti per
colpa d'altri nella povert umiliante di una condizione, dalla quale anche
uscendo, rimane la macchia. Ma Caterina sopravviverebbe al colpo?
Si poteva durare a quella tortura del processo, che comincerebbe subito, colla
sua prima parola, entrando nella camera da letto per confessare tutto?
Sarebbe stato il primo tratto di corda al cuore, nel silenzio di quella camera
cos tranquilla da dieci anni, mentre i bambini dormivano nell'altro stanzino,
sempre coll'uscio aperto. Lo strido di Caterina somiglierebbe a quello di un
ferito: se lo sentiva gi dentro gli orecchi lacerante, lungo, che si perdeva
in lontananza dopo avergli forato spasmodicamente il cervello. Egli non
potrebbe calmarla. Che cosa dirle? L'origine di quella colpa l'aveva gi
sconvolta tre mesi prima, apprendendola solamente a mezzo; era stata una
gelosia improvvisa, quasi furiosa, che gli aveva rivelato in lei tutta
un'altra faccia del suo carattere apparentemente cos bonario e
insignificante. Egli in quella amarezza dell'essere tradito dall'altra, per la
quale si era pazzamente perduto, ne aveva provato come una consolazione di
orgoglio, nella certezza dell'affetto che gli restava.
In qual modo confessare ora il resto?
La colpa stessa spariva nella orribilit della espiazione: aspettare in casa
l'arresto, chi sa quanti giorni, indovinando da lungi tutti i discorsi dei
caff; doverne serbare indarno il segreto con Anastasia, la serva, fino al
momento che un delegato venisse ad intimarglielo con quella insopportabile
gentilezza da impiegato, probabilmente nella forma di una chiamata in
questura. Nessuna forza umana poteva bastare a tale supplizio: Caterina ne
diverrebbe forse pazza, era impossibile non morirne.
Per quanto atroce, il fatto di trovarsi davanti al pretore e al cancelliere,
dopo essere forse passato per la citt fra le guardie, diventava
insignificante al confronto dell'esame, che avrebbe dovuto subire, chi sa per
quanto tempo, dinanzi alla moglie, sotto l'inquisizione disperata del suo
silenzio o delle domande rinascenti indarno dalle memorie della sua anima
calpestata ingiustamente, per sempre, senza un motivo e senza un avviso.
Eppure egli lo aveva fatto!
Anzi qualche cosa gli restava nel cuore di quella passione istantanea ed
irresistibile, una amarezza ed insieme un orgoglio quasi simile a quello che
sostiene il coraggio dei delinquenti, e li consola nelle pene dell'espiazione.
Si pentiva piuttosto delle conseguenze che del fatto: era stato fatale, senza
ricerca da parte sua, senz'alcuna possibilit di resistenza. Adesso tutto era
passato.
Un singhiozzo gli sal dal petto affaticato.
Seguitava sempre a cercare, sorpreso da sbiti scoramenti, che gli davano la
sensazione effimera di un bisogno di pregare, dopo i quali si cacciava pi
disperatamente avanti nella ricerca insensata di un espediente. Uno stesso
smarrimento gli confondeva ragione e fantasia, cos che non poteva seguire
nemmeno la pi semplice combinazione di sogno, o conchiudere il pi volgare
dei ragionamenti: capiva solo che niente e nessuno verrebbe ad aiutarlo,
poich si era consapevolmente posto in tale condizione. La sua testa,
d'ordinario tutt'altro che potente, trabalzava di visione in visione,
sfuggendo a quella dello scandalo in piazza con un pi acuto terrore dello
scandalo domestico, senza potersi ancora fermare al perch di quella
anticipazione, e come mai la cambiale fosse stata presentata al pretore due
mesi prima della scadenza. Egli aveva gi indovinato il colpo: era stato il
Bonoli, socio secreto dello strozzino, freddamente perverso e ricco, ad
affrettare la catastrofe. Infatti si era ricordato subito, sebbene
confusamente, del suo ultimo saluto incontrandolo alla stazione sulle mosse
per Firenze due giorni prima. Allora ne aveva provato dentro come un
dissolvimento di tutto se stesso, ma nessuno si era accorto di nulla, ed egli
non ci aveva pensato oltre. Il Bonoli doveva aver imposto ci allo strozzino,
giacch questi non lo avrebbe forse fatto di per s, anche per non aumentare
in paese le proprie antipatie, contentandosi di acquistare a buon mercato il
podere. Tutto ci gli rimaneva non pertanto torbido nella testa. Non si era
nemmeno fermato al solo espediente discutibile: partire per Firenze,
presentarsi al conte Zoli, exdeputato della citt, un signore malaticcio,
vecchio, infelice per la moglie e senza figli, confessargli il sopruso di
quella firma falsa e scongiurarlo di riconoscerla per vera. Infatti era
imitata abbastanza bene, perch ci fosse possibile senza troppo scandalo. Ma
come affrontare una tale scena? Poi lo strozzino e Bonoli dovevano gi aver
ottenuto dal conte Zoli una qualche dichiarazione prima di presentare la
cambiale al pretore; e quindi il vecchio signore non avrebbe potuto disdirsi
che ben difficilmente, senza cadere egli medesimo nel processo. Questo filo,
cos tenue, era tuttavia l'unico che gli restasse in quella paura, che lo
raggirava sovra se stesso da quasi due ore.
Non ci pens.
Morire cos era impossibile, mentre tutto era ancora intatto dentro e intorno
a lui.
La profondit di questa contraddizione non gliene lasciava sentire
spasmodicamente che l'orgasmo; nessun'altra sensazione di dolore per il modo o
per il tempo della morte si mescolava al suo orrore. Si muore forse, quando si
 cos nella pienezza della vita? Come comprendere la morte? Egli non ne
vedeva la ragione, pur soffrendone la necessit; quindi non faceva che fuggire
dinanzi ad essa, che lo circuiva, lo premeva, costringendolo a rientrare da
tutte le parti in se stesso, a spezzarsi volontariamente, senza lasciargli
nemmeno la tregua indispensabile per riunire tutte le proprie energie in
questo sforzo supremo.
Un acuto bisogno di aria e di moto lo fece alzare: non voleva restare l, gli
pareva gi di essere in cella. Allung la mano per riprendere il cappello, ma
non ebbe il coraggio. Dove sarebbe andato a quell'ora? Tutti i luoghi gli
erano diventati indifferenti; non pensava nemmeno a fuggire, sapendo di non
aver pi n danaro n altra risorsa, colla quale vivere altrove. La citt gli
fece improvvisamente paura: qualcuno riconoscendolo per via avrebbe potuto
fermarlo ed interrogarlo. Egli lo sentiva; alla prima parola rivoltagli
avrebbe dato in uno scoppio di pianto, e la confessione gli sarebbe sfuggita
intera, spaurita, come ad un bambino, per lasciarlo dinanzi alla indifferenza
alquanto stupefatta dell'altro. Perch nessuno ha davvero piet di ci che non
lo tocca; si guarda, si ascolta, si assente con una segreta inconfessabile
soddisfazione di non essere in tale caso, e si accusa sempre chi vi soccombe.
Egli invece avrebbe avuto bisogno di un'immensa piet. Forse vi avrebbe
trovato l'energia di soffocare tutta la rivolta, nascondendo con un ultimo
sforzo quella compiacenza del sentirsi quasi rimpianto, che  l'orgoglio
segreto di tutti i nostri dolori, l'ultima impossibile rinuncia anche pei
suicidi. Ma egli non aveva a cui parlare, e soprattutto non gli sarebbe
riuscito di trovarne il modo. La sua colpa era troppo sciocca, nel motivo e
nelle conseguenze, per eccitare le simpatie di qualcuno: non aveva n padre n
madre; sua moglie non avrebbe capito pi dei proprii bambini la tragica
fatalit di quella scempiaggine.
Egli doveva esaminarla solo, senza la falsit di alcun aiuto.
Bench avesse gi deciso istintivamente, e tutte quelle incertezze non fossero
che gli effetti appunto di tale decisione, tuttavia l'istinto vi tornava
sopra. Morire subito, senza dir nulla, senza aver prima esaurito tutti i mezzi
di difesa, era ancora pi impossibile che assurdo. La vita, appunto perch
piena di drammi, ha un numero infinito di soluzioni, le quali non si possono
vedere tutte al primo sguardo, mentre la morte aspetta pazientemente in fondo,
terribile, inintelligibile anche quando la si accetta. Prima bisognava
calmarsi.
 Vediamo: che cos'? Ho fatto una firma falsa in una cambiale, e questa
cambiale  stata presentata al pretore prima della scadenza. Perch?
Era stato il Bonoli, senza dubbio. Quell'uomo era il suo nemico sino dalle
ultime elezioni, nelle quali egli lo aveva stupidamente combattuto,
accusandolo appunto di essere un socio segreto dello strozzino Bugnoli. Tutti
in fondo lo sapevano, ma nessuno aveva osato formularlo nettamente prima; egli
solo, nell'orgasmo di una discussione al caff, per far piacere al vecchio
capo dei moderati, il signor Trenti, un omone altrettanto grosso di ventre che
fine di spirito, vi aveva insistito cos, citando fatti e satireggiando, che
il nome del Bonoli era stato scartato dalla lista.
Allora se ne era sentito tutto orgoglioso: per un momento aveva quasi creduto
che lo avrebbero sostituito col suo, poi era stato complimentato, messo quasi
nel novero dei vincitori. Ma il Bonoli non era uomo da lasciarsi battere
impunemente. Mezzo clericale, grasso, malaticcio, con cinque o sei figli
brutti anch'essi, aveva rapidamente, inesplicabilmente accumulato un grosso
patrimonio. Era infatti socio segreto del Bugnoli; ma ci non spiegava
abbastanza quel suo crescendo subitaneo in ricchezza: molti lo temevano, quasi
tutti lo stimavano per la precisione del colpo d'occhio in affari e una
sensata larghezza nello spendere. Dopo, si erano trovati parecchie volte al
caff, senza che nei discorsi o negli atti trapelasse alcun rancore, anzi il
Bonoli pareva pi amabile.
Adesso capiva tutto; il Bonoli stava appunto comprando dal conte Zoli un
avanzo di tenuta, quattro grossi poderi, e quella doveva essere stata per lui
l'occasione d'interrogare il vecchio signore sulla cambiale.
Quel sorriso freddo, senza canzonatura, alla stazione, lo rivedeva ancora,
provandone lo stesso sgomento tremulo e diaccio: era la vendetta segreta
dell'uomo forte, che schiaccia quasi disattentamente e dimentica.
Non v'era pi riparo. Bonoli, anche scongiurato in ginocchio, avrebbe sempre
negato la propria partecipazione in quella denunzia, mentre il Bugnoli avrebbe
finito rammaricandosi di aver ceduto ad un moto irriflessivo di sdegno nella
scoperta del tiro giocatogli con quella firma falsa. Ma era tardi. A chi
rivolgersi? Forse il pretore, malgrado l'ostentata severit, avrebbe potuto,
accorrendo subito presso di lui, simulare di non aver ricevuto la cambiale,
forse non l'aveva ancora trasmessa alla procura del re; ma da chi farlo
pregare? Le persone influenti, quelle pochissime capaci di tale miracolo, non
lo avrebbero voluto per un uomo insignificante come egli era sempre stato:
bisogna essere in una grande posizione, o aver reso ben grossi servigi in un
partito, per ottenere siffatti contraccambi.
E la fantasia gli riprodusse istantaneamente tutti i tipi dei pi noti signori
in citt: non erano gente a lui superiore per spirito, solamente erano
signori. Ecco la vera, pi costante superiorit nella vita. Una rabbia fredda
gli strinse il cuore; egli periva come tutto il resto dei poveri o dei
piccoli, appunto per essere piccolo e povero. Si ricord del conte Landi, uno
scapestrato del paese, che aveva fatto pi d'una firma falsa, ma al quale per
riguardi di nome e di parentele tutti erano venuti in soccorso, e lo
salutavano, lo ricevevano sempre. Tale ingiustizia gli diede quel senso amaro
di orgoglio contro la societ, che aveva sempre sentito nei discorsi dei
radicali, condannandolo come una bassa invidia. Invece era proprio cos; a
parte ogni altra differenza, la societ giudica secondo le persone. Essere
ricco! non v'era altra guarantigia, mentre egli si era rovinato stupidamente
per sembrarlo; non si poteva essere pi sciocco, lo capiva, se lo ripeteva con
tutto il fiele, col quale l'avrebbe detto e ridetto sul viso al proprio
peggiore nemico.
Venne alla finestra. Fuori c'erano le griglie chiuse, ma attraverso i loro
vani gli apparve un lembo della strada e delle case di fronte: non passava
alcuno, tutti dormivano ancora. Tese l'orecchio. Nessuno in tutta la citt
doveva trovarsi come lui in quel momento; involontariamente si paragon ad un
condannato a morte, ricordandosi in un lampo tutti gli articoli delle
esecuzioni capitali letti sui giornali. Allora non gli erano parsi che
interessanti.
La testa gli girava.
Perch tanti altri peggiori di lui erano pi fortunati? Egli non aveva
commesso che una sciocchezza nella vita, innamorarsi di una cantante da
operette, e non aveva fatta che quella firma falsa, sapendo di poterla sempre
pagare colla vendita del podere. Era dunque appena uno strappo nelle formalit
del codice, un fallo di procedura: lo sentiva, era sicuro di non ingannarsi.
Era ancora un onest'uomo, uno scemo magari, che si era mangiato troppo presto
il piccolo patrimonio della mamma, ma non un delinquente. Non aveva mai
rubato. In quel momento si ricordava in blocco tutta la propria vita con una
specie di malinconica alterezza, potendo ancora giudicarla migliore che quella
di tanti.
Non vi era giustizia in tutto ci; perch tanta disparit di trattamento?... E
Giovannone? pens a denti stretti per la collera, ricordandosi uno dei pi
tristi farabutti della citt, appaltatore, negoziante, baro, fallito, quasi
ridicolo per i troppi incendi dolosi, e che nullameno aveva ammassato un
duecentomila lire, era socio del club, della barcaccia, membro nella societ
delle corse, e avrebbe potuto essere magari consigliere comunale, volendo.
Se come tanti, i quali falliscono con un bel gruzzolo in tasca, avesse avuto
nel portafogli molte migliaia di lire, sarebbe fuggito subito a Genova e di l
in America, scrivendo poi alla moglie di venirlo a raggiungere. In paese
avrebbero parlato qualche giorno di lui, Caterina avrebbe pianto, piuttosto
per la sorpresa che per la vergogna, e si sarebbe imbarcata anche lei senza
volergli meno bene di prima. Quella cambiale falsa non significava nulla
moralmente, ma era stato come a lasciarsi prendere un dito nell'ingranaggio
della ruota: nessuno vi salva pi, si  presi, battuti, masticati da tutta la
macchina, irremissibilmente. In America avrebbe mutato vita, e forse fatto
fortuna per conseguenza di quella medesima cambiale falsa. Non lo aveva visto
egli stesso mille volte? Non lo si vedrebbe anche nell'avvenire?
Ma senza danaro era impossibile salvarsi.
Adesso comprendeva lo spasimo feroce dei poveri alla vista dei ricchi,
quegl'impeti fulminei di vendetta, che accendono gli sguardi e storcono le
labbra. Perch non era egli ricco? Perch altri lo era? L'eterna, oscura
domanda aveva dentro il suo cervello un rintocco lugubre di campana nella
notte. Milioni di gente, morta o agonizzante come lui unicamente per mancanza
di danaro, l'aveva ripetuta variandola indarno per tutta la gamma degli
accenti, senza ottenere una risposta; lo strazio di quasi tutta l'umanit non
aveva ancora meritato, nonch la soluzione, una tregua al problema. Da due ore
si sentiva sempre pi venir meno sotto l'oppressione di tale necessit, come
sotto un peso, che gli produceva sull'animo gli effetti dell'asfissia.
Si era tolto, senza accorgersene, dalla finestra e passeggiava per lo
stanzino; fortunatamente le sue scarpe non scricchiolavano.
In quella visione netta della soverchiante importanza, che il danaro ha nella
vita, e della impossibilit di attirarlo per meriti di virt o di dolore, si
era rivolto immediatamente col pensiero alla vendita del podere per fuggire in
America. Ma l pure si trovava a fronte dello stesso muro; il podere, che
poteva valere dalle trentacinque alle quarantamila lire, era coperto di
ipoteche, cos che vendendolo onoratamente gli sarebbero forse rimasti cinque
o sei mila franchi. I compratori non mancavano. Ferdinando Storchi, fra gli
altri, l'occhieggiava da un pezzo; per un podere non si vende al mercato,
come un paio di buoi, intascandone subito il prezzo, solo coll'abbandonare al
compratore un paio di scudi. Anzi i quattro buoi del podere non erano nemmeno
suoi, ma da tre anni del contadino. La casa pure aveva due ipoteche addosso
per quasi cinquemila lire, e sarebbe stata pi difficile a vendersi nel
deprezzamento graduale di tutti i fabbricati da qualche anno: gi la tassa
medesima bastava oramai a divorarli. Non aveva altro; i mobili
dell'appartamento non contavano, il suo credito era esausto: a far molto,
avrebbe potuto racimolare qualche centinaio di franchi per fuggire solo. Che
fare poi? Solo, si sentiva morire, giacch non lo era mai stato. Prima, il
babbo e la mamma lo avevano allevato in casa, vezzeggiandolo continuamente
come figlio unico, poi il babbo era morto, ed egli si era ammogliato; non
aveva imparato una professione, ma la colpa veramente era stata sua nel
troncare gli studi dopo due anni di universit, profittando stupidamente della
condiscendenza dei genitori. Quindi la sua giovent era passata fra i piccoli
piaceri dell'ozio in quella cittadina; un po' di caccia, il teatro
nell'inverno, la partita al caff, preoccupandosi soprattutto di vestiti,
leggendo a mala pena i giornali.
Poco pi tardi aveva sposato Caterina, unica figlia, dell'exingegnere
comunale, morto senza un soldo.
Come si era innamorato? Si era nemmeno innamorato? Egli stesso avrebbe
stentato a poter rispondere: si era trovato cos, quasi senza accorgersi,
nell'impegno; la ragazza era buona e piacente, la mamma vedeva di buon occhio
che egli si ammogliasse presto, per meglio scansare i pericoli di una
giovinezza sfaccendata; ed egli lo aveva fatto allegramente, trovandosene bene
anche dopo. Null'altro. La passione non vi era entrata. Quando la mamma si
ammal mortalmente di tifo, egli aveva gi i due bambini, che riempirono in
casa quel vuoto: tutto era andato bene sino allora, malgrado la dilapidazione
sistematica e segreta del piccolo patrimonio. Caterina non aveva pretese, egli
non sfoggiava n troppo lusso, n troppi vizii, cos che i pi tra gli
indifferenti, coloro che non indagano nella vita al di l delle apparenze,
dovevano ancora crederlo nella sicura e modesta posizione lasciatagli dalla
mamma.
Invece erano bastati sei o sette anni per arrivare a tal punto.
Il dramma non poteva essere pi semplice ed oscuro, un vero naufragio
d'insetto in una goccia d'acqua piovana, fra due selci di strada.
Nullameno l'espiazione superava di troppo il peccato. Perch morire, come
nelle pi alte tragedie, per una bagattella di cambiale, che la vendita del
podere avrebbe sempre potuto saldare? Per lo meno ci era altrettanto assurdo
che ingiusto. Tutta la sua stessa onest protestava contro un simile
trattamento: morire! come? perch? quando? La risoluzione sul modo sarebbe
stata la vera decisione sulla cosa: come morire? Egli non lo capiva ancora,
bench i ricordi di molti altri suicidi gli mostrassero la tragica
molteplicit delle varie maniere, tutta una visione lontana, nella quale
l'anima non voleva istintivamente entrare. Forze pi vive e misteriose la
tiravano indietro nel passato, fra quadri domestici e campagnuoli, sotto il
sole, in mezzo a brigate chiassose, a caccia, a teatro, nella intimit della
sua casa colla moglie e i bambini. Egli non era nato per altro; le grandi
emozioni, le imprese difficili non le comprendeva nemmeno abbastanza per
ammirarle davvero, ma piuttosto le giudicava col volgo un romanticismo di
teste stravaganti, salvo a consentire nel loro trionfo, e a giudicarlo un
risultato dovuto ad un'altra categoria di gente, colla quale n egli n i suoi
pari avrebbero mai a trattare. Cos, riuscendo a trarsi da quell'impiccio,
avrebbe poi finito come tutti gli altri in qualche impiego per mandare avanti
la casa ed istruire i bambini. Tale quadro consolante gli appariva in una
limpidezza di aurora con particolari quasi fragranti; egli si attardava,
s'inteneriva dicendosi che alleverebbe Carlino meglio assai che la troppa
condiscendenza dei genitori non avesse allevato lui, gl'insegnerebbe ad
evitare i pericoli della giovent nell'ozio della provincia, lo farebbe
studiare avviandolo sicuramente sopra una bella strada. Ada aveva un carattere
mite, tutto simile a quello di Caterina, e non gli dava pensiero.
Il suo cuore gonfio di piet batteva pi adagio: la confidenza gli tornava
appunto nella intimit di quel gabinetto, nel quale pochi minuti prima si
sentiva come straniero. Era rimasto cogli occhi spalancati nell'incanto di
quella visione. La virt di una simile vita era gi un argomento abbastanza
gagliardo contro la morte, che avrebbe rovinato tutti quegli innocenti, mentre
l'espiazione del reato, purtroppo commesso, finiva col perdere della propria
necessit nell'oblazione incondizionata di se stesso ai loro bisogni. E per un
momento prov la pace fiduciosa, che la preghiera lascia nelle anime capaci di
annullare dentro il mistero di Dio la propria volont dolente.
Ma nemmeno questa illusione dur.
L'idea del processo, dileguata per un momento dentro la luce azzurra di quel
quadro, gli apparve daccapo in tutta la propria terribilit. Forse l stava
l'espiazione vera, la purificazione violenta del dolore per ritornare poi
lontanamente alla vita, se il suo spirito fosse stato abbastanza poetico per
comprendere la superiorit anche pratica di una tale soluzione. Invece egli si
fermava fatalmente all'orrore delle esteriorit penali, l'arresto, il
dibattimento, la condanna, senza la convinzione di aver peccato davvero, e
quindi nell'assoluta impossibilit di capire tale rovina. In questo caso
diventava pi ragionevole morire, risparmiandone a s e agli altri l'inutile
spasimo.
Tutto il problema era l.
Invece non aveva che voglia di piangere; grosse lagrime gli si staccavano
dagli occhi, mentre una trepidazione di fanciullo gli taceva rannicchiare
tutte le membra quasi per farsi pi piccolo, colle mani strette fra le coscie,
scuotendo il capo paraliticamente. Era un pianto silenzioso, quasi dolce, che
gli avrebbe reso facile persino la morte, se quello avesse potuto esserne il
modo: vanire come una rugiada, che il sole essica coi primi raggi, o come un
singhiozzo indistinto nei soliti rumori del giorno.
 Mio Dio, mio Dio! mormorava tratto tratto, quasi sotto una sferzata
improvvisa.
Infatti i terrori gli ritornavano in folla, pi veementi. Non era pi tempo da
effusioni, il giorno poteva tardare poco a spuntare; una risoluzione era
necessaria, anche per non osare di risolvere nulla, giacch un qualunque
contegno, un discorso bisognava pur prepararlo per presentarsi a Caterina o
alla serva. Questa era solita ad alzarsi per tempo, qualche volta andava alla
prima messa.
Guard l'orologio: erano le due e mezzo.
La candela, bruciata pi che a mezzo, aveva sulla punta dello stoppino una
larga gemma rossastra, intorno alla quale saliva il fumo; la smoccol con un
buffetto, e rimase un pezzo a guardarsi l'unghia del dito medio lievemente
annerita, come non sapendo pi in qual modo pulirla.
La gola gli bruciava, lunghi crampi gli attanagliavano lo stomaco.
Prese la candela, e in punta di piedi venne nella saletta. Torn ad origliare,
quindi rassicurato da quel russo leggero della moglie, si accost alla tavola
per mescersi un bicchiere di vino. Sulle prime non andava gi, le lacrime gli
tornavano agli occhi. Allora sedette guardingamente al posto solito, poggiando
ambedue i gomiti sulla tavola.
Aveva scoperto macchinalmente il piatto, nel quale stava il mezzo pollo: le
lagrime gli intorbidavano la vista, aveva paura di far rumore, e nullameno non
avrebbe pi saputo rientrare nel gabinetto. Era come una tappa gi
oltrepassata, la prima seduta del processo, che doveva fare a s medesimo,
eseguendone alla fine la sentenza colla inesorabilit di un carnefice. Adesso
tutto diventava irrevocabile nel suo stato: non poteva formulare un pensiero,
fare un gesto senza sentire che posdomani non avrebbe potuto pi ripeterlo. Il
suo tempo era misurato; anche se non lo avesse voluto, il pi insignificante
fra gli atti della sua vita di prima diventava ora di una tragica importanza.
Invece la sensazione pi acuta gli veniva dal freddo dello stomaco, vuoto sino
da quella colazione del mattino nella trattoria delle Tre Zucchette. Bench la
possibilit di mangiare in simili condizioni gli ripugnasse, aveva senza
accorgersene rotto fra le dita un cornetto del pane, e stava per metterselo
alle labbra.
Quindi si rinfranc con un secondo bicchiere di vino, guard il pollo; la sua
cresta era bruciacchiata nelle punte, due o tre goccie di grasso dorato si
erano coagulate nel fondo del piatto.
 Adesso mormor, come se nel cedere a tale bisogno fisico scemasse valore a
quella orribile situazione.
Poi le abitudini lo riprendevano; tagli la pagnottina nel mezzo dividendola a
fette, avvicin la candela, dispose la saliera, insinuandosi la punta del
tovagliolo dentro il colletto, come usava pranzando cogli abiti che portava
fuori di casa.
Il viso gli rimaneva lagrimoso.
Nella saletta tutto era al solito posto. La sua grossa pipa in legno, ricurva,
di modello tirolese, stava sul camino presso alla scatola dei grandi
zolfanelli bianchi, fatti con le cannuccie di canapa: nella credenziera di
legno giallo, fra i bicchieri e le bottiglie, si vedevano i due vasetti
cilindrici, dorati, colla scritta nel mezzo caff zucchero ; sotto, fra il
coperchio e il cassettone di fondo, nel quale erano disposti i piatti coi vasi
delle conserve sotto aceto e delle ciliege nello spirito, v'era il panierino
da lavoro della moglie con due grandi lettere sanguigne, ricamate in lana.
Presso il camino chiuso dal paravento, giacch da quindici giorni in quella
mitezza di stagione non vi si accendeva pi il fuoco, i fascetti di vite e i
ciocchi segati riempivano ancora il panierone, mentre il grande cavallo
pezzato di Carlino, con una gamba rotta sino quasi alla spalla, dormiva
rovesciato sopra una sedia, scoprendo le rotelle del proprio basamento
orribilmente fuori di squadro. Egli si ricord che una rotella era spaccata
sino quasi all'asse.
Aveva gi riconosciuto tutti quei piccoli segni della sua vita quotidiana.
Caterina, i bambini e la serva non dovevano aver mangiato che l'altra met del
pollo; egli conosceva bene il piccolo ingegno parsimonioso della moglie e la
sua abilit nel rimpinzare i bambini dando loro poca carne.
Questo particolare lo commosse di tenerezza; Ada era pi docile, ma Carlino,
famelico e battagliero come tutti i fanciulli che fanno molto moto, diventava
spesso insopportabile. Egli, il babbo, avrebbe quasi sempre ceduto, se la
mamma non si fosse opposta col solito argomento:
No, bisogna che i bambini si avvezzino.
Si avvezzeranno pur troppo... Adesso non temono ancora di nulla; ma non
bisogna parlarne, tanto non servirebbe loro nemmeno dopo...
E la frase gli si imbrogli, ma voleva dirsi, provandone un grande sollievo di
egoismo, all'idea di non essere presente alla scena della catastrofe quando
finalmente dovrebbero apprenderla: almeno io non ci sar pi!
Gli era accaduto spesso di rincasare tardi, a quel modo, cenando solo mentre
gli altri gi dormivano, e aveva sempre notato che la sua parte di cena era
pi abbondante che non quando mangiavano tutti insieme. Questo delicato
riguardo alla sua autorit di capo di casa gli faceva ogni volta la stessa
impressione gradevole: poi, dopo cena, era solito a fumare una pipa prima di
entrare nella camera da letto.
Era come un ritorno alle sue notti di scapolo negli ultimi anni, prima del
matrimonio, quando il babbo e la mamma, che si coricavano invariabilmente alle
nove, gli lasciavano tutto preparato nella saletta, ed egli dormiva allora
nello studiolo. Qualche volta si faceva accompagnare da un amico, ma, finch
era stata viva la mamma, non aveva mai osato, nemmeno di notte e sicuro di non
essere sorvegliato, condurre seco alcuna donna: dopo, il rispetto della moglie
e dei bambini lo avevano egualmente preservato da tale bruttura. Anzi, una
volta che Camilla con quel suo riso impudente gli aveva detto a bruciapelo:
Scommetto che tu non osi portarmi a cena in casa tua, ora che tua moglie
dorme; ne hai paura, questa frase gli aveva fatto una penosa impressione.
Invece la perversa ragazza aveva durato a riderne con gli altri per forse
dieci minuti. Quella sera cenavano in quattro all'albergo del Falcone in uno
dei camerini a pianterreno sul cortile. Con Camilla era venuta la grossa De
Angelis e la Nani, pi vecchia, con quel lungo neo nel mezzo della gota
destra, Viani, l'ufficiale, con Ridolfi e Politi. Questi era gi del tutto
rovinato. Si era fatto del chiasso e bevuto del Conegliano spumante; poi egli
aveva accompagnato Camilla a casa senza potervi entrare, malgrado tutte le
istanze.
Camilla aveva il carattere cattivo; era di una eleganza stracciona, di un
biondo ardente nei capelli e con una bocca quasi sanguinolenta.
La prima volta parlandole all'albergo, il terzo giorno dacch la compagnia
cantava all'Arena Borghesi fuori di porta Montanara, era rimasto interdetto
dalle sue risposte. La ragazza vestiva un abito chiaro tutto sgualcito, con un
paltoncino in casimira avana, del quale la fodera azzurra cominciava a
tagliuzzarsi. Anche il suo cappellino rotondo, di una bizzarria temeraria,
aveva i nastri e i fiori invecchiati.
Nessuno la trovava molto simpatica, bench tratto tratto sulla scena scattasse
in gesti di una comicit lubrica ed assieme ingenua. Egli invece era rimasto
impressionato vivamente dal modo appunto nel quale si era lasciata prendere un
bacio nel Boccaccio, costringendo la platea a gettare un urlo animale.
 Posso venirvi a trovare domani? egli le aveva susurrato all'orecchio
nell'offrirle il paltoncino, mentre la comitiva gi in piedi stava per uscire
dalla sala.
La ragazza lo aveva guardato enigmaticamente. Egli era andato, ma indarno;
Camilla era fuori di casa. La sera aspett al cancello dell'Arena per
accompagnarla, ma la vide uscire con altre amiche ed alcuni giovanotti. Allora
si mise a seguirla; la compagnia andava all'albergo del Falcone, Camilla
invece si ferm alla propria porta. Egli affrett il passo sfiancando al primo
vicolo, lasci passare il gruppo e torn indietro: le finestre erano
socchiuse. Passeggi, toss, zufol inutilmente per mezz'ora. Passava sempre
gente; improvvisamente la porta si aperse, e Camilla usc senza guardarsi
attorno.
Egli la raggiunse.
 Ah! siete voi.
 Ero venuto oggi.
 Non ero in casa.
 Dove andate?
 A cena.
 Sola?
 Sola.
 Non mi volete?
 No.
 Perch?
 Vi  bisogno di un perch?
Egli rimaneva impermalito. Camilla invece aveva riso gaiamente; ma si erano
accompagnati.
 Mi avete veduta stasera vestita da beb?
 Siete sempre incantevole!
 Infatti mi parete incantato. Come vi chiamate?
 Adolfo.
 Avete moglie?
 Perch me lo chiedete?
 Mi avete pur chiesto di accompagnarmi. Dove andiamo a cena? Badate che non
voglio trovarmi con alcuno della compagnia.
Era una cosa difficile; nondimeno egli promise che all'Aquila d'Oro non
avrebbero incontrato alcuno. Non era vero. Infatti ve n'erano molti. Camilla
chiam due o tre donne e uno dei tenori, cenarono, risero; ella diventava di
una gaiezza sempre pi irritante, mentre gli altri avevano l'aria di
spalleggiarla in quella scena.
Solamente due giorni dopo egli era diventato l'amante.
La ragazza, senza un soldo, golosa, bestemmiava alla pi piccola contrariet e
si lavava appena; la prima notte aveva ancora sul collo tutta la biacca della
recita, ma in compenso diventava tratto tratto di una sfrenatezza voluttuosa,
alla quale nessuno avrebbe potuto resistere. Egli ne era stato travolto.
Quando la mattina sulle otto si dest dal torpore, che lo aveva sorpreso a
giorno alto, ella intenta gi a pettinarsi torn verso di lui coi capelli
mezzo disciolti; aveva la bocca pi sanguinolenta nel volto pi livido.
 Come ti senti? gli disse ironicamente al vederlo cos sfatto.
Un bagliore le correva sulla faccia smorta; gli aveva messo una mano nei
capelli e gli tirava su la testa per cacciarsela in seno. Poi lo lasci
ricadere sul cuscino.
 Gli uomini, mi piace di vederli cos.
Questa frase, che allora gli era parsa piacevole, non aveva pi potuto
scordarla: gliene era rimasta, in fondo all'anima come una paura segreta, non
scevra d'antipatia. Infatti non si erano ancora detto di amarsi, malgrado
l'inganno cos facile in simili relazioni, quando la stanchezza inclina alla
sentimentalit; egli rimaneva con un vago rimorso nella coscienza, ella non
parlava che di teatro, della vita a Milano, ove era stata mantenuta di un gran
signore. Allora cominciavano per lui le torture. Quella donna quasi magra, di
un pallore caldo, coi grandi occhi grigi e quella bocca quasi sanguinante, non
aveva mai un momento di abbandono; anzi ad ogni eccesso i suoi moti parevano
diventar pi agili, e dopo aver girato e rigirato per la camera, andava a
gettarsi sul vecchio sof mezzo sgangherato, stirandosi come un animale al
sole.
Era la sfida inconscia della femmina, che pu nutrirsi impunemente con qualche
cosa anche pi vitale del sangue, e nella propria insaziabile voracit non si
compiace che di se stessa. Egli se ne rendeva conto a mala pena, ma ne
soffriva. Era la prima volta che una donna gli faceva provare certe cose.
Ma poi si era innamorato, forse appunto per non sentirsi corrisposto, senza
potere pi adontarsi delle trivialit, che ella gli scopriva ad ogni momento.
Una sensazione acuta lo vinceva al solo vederla, e subito dopo non gli restava
che un bisogno crescente, tormentoso, di stringerle la testa fra le mani e di
coprirla di baci. Ella, quando non era in vena di carezze, arrivava tosto alle
ingiurie, l'altro implorava con tenerezze umilianti, si bisticciavano per
finire sempre allo stesso modo, egli offrendo qualche regalo ed ella ricusando
per irritarlo maggiormente, cos sicura di se stessa che nemmeno si pigliava
l'incomodo di mentire. Tali provocazioni impudenti, invece di farlo fuggire,
lo attiravano tristamente, per quel mistero della donna, che solamente
nell'abbiezione di tutta s medesima trova le proprie forze supreme. Talora si
prometteva di smettere, perch quella ragazza, chi era mai finalmente? Una
cantante d'operette, come tutte le altre, senza educazione, senza cuore, senza
nulla; nemmeno piaceva agli altri. Come mai non piaceva? Forse nessuno l'aveva
ancora veduta a certi momenti come lui. Questa supposizione vanitosa,
inevitabile a tutti gli innamorati per il bisogno di modificare qualche cosa
nella propria amante, lo rieccitava alla speranza di farsi amare, come se
l'amore solamente potesse spiegare in lei quegli scatti deliranti.
Ella invece lo canzonava anche in pubblico sui vestiti, sulla sua educazione e
soprattutto sulla spilorceria.
Due volte credette di averla abbandonata.
Quando le torn l'ultima volta, ella gli butt le braccia al collo; era mezzo
discinta, aveva mangiato allora allora delle sardine colla cipolla, e il suo
alito se ne risentiva.
Lo guard fiso:
 Non te ne andrai che quando io vorr!
Egli sent la verit di questa condanna, poi preg, ella non acconsent in
quel momento.
Poco dopo egli piangeva sopra una sedia.
 Non hai tua moglie?
Questa crudele bassezza non l'offese.
 Se ti annoi, vattene, ella riprese: per quello che mi hai dato, siamo pari.
 Che cosa vuoi?
Non pertanto aveva gi speso molto danaro per lei, senza che la ragazza si
fosse rimpannucciata. Dove lo metteva adunque? Neppure essa avrebbe saputo
dirlo: aveva pagato dei debiti, ne aveva prestato alle compagne, lo buttava in
piccole compre, e finiva col non avere mai un soldo, cos credendo, quasi in
buona fede, di non costargli nulla.
Intanto nella citt la cosa cominciava a propagarsi. Egli sul principio
temette qualche scena dalla moglie, poi rassicurato dalla ignoranza, che la
vita casalinga le faceva, non ebbe pi ritegno; solamente, quando rimaneva
fuori di casa tutta la notte, inventava pretesti. Una strana morbosit aveva
finito col fargli credere di essere cresciuto d'importanza possedendo quella
ragazza di un temperamento cos acre e voluttuoso. Tutte le segrete vanit del
maschio, acuite da una passione mal corrisposta, si combinavano grottescamente
nella sua testa. Poi erano esplosioni ardenti e luminose di sensualit, che lo
lasciavano senza forza per andarsene, in una di quelle stanchezze pesanti ed
insieme gradevoli, come dopo certe scorpacciate, quando si prova un ultimo
piacere nel non potersi pi muovere.
Ma i giorni passavano rapidamente, la compagnia doveva trasportarsi a Cesena.
 Mi lascerai? egli le chiese scioccamente una mattina.
Ella, intenta a pettinarsi, lo guard senza rispondere. Nella cassetta di
cartone, entro la quale teneva i pettini, le forcelle e gli sfumini per
pinturicchiarsi la faccia, c'erano tre o quattro fotografie di uomini e di
donne.
Egli ne prese una.
 Dove sar costui adesso?
 Chi lo sa!
 Eppure  stato il tuo amante! sospir tristamente.
 Vorresti che mi seguissero tutti? ella rispose con uno scoppio di riso.
Capiva di essere assurdo, eppure la volgarit di quel finale gli faceva una
pena infinita. Quella mattina le aveva portato centocinquanta lire, delle
quali la ragazza diceva di essere in debito col direttore: il danaro era
ancora sul com.
 Mi verrai a trovare?
 S.
 Non ti credo. Voi altri uomini dimenticate anche pi presto di noi altre; poi
tu hai paura della moglie.
L'ultima sera, in teatro, mentre il pubblico fingeva allegramente
d'entusiasmarsi in quella rappresentazione di addio, egli si sentiva il cuore
cos grosso che avrebbe quasi pianto; invece gli toccava di vociare in mezzo
agli amici per non attirarsi i loro sarcasmi, e nemmeno vi era riuscito. La
compagnia partiva la mattina col primo treno delle quattro; ma non ostante
tutte le promesse, quella notte la ragazza non volle riceverlo: egli ne rimase
furioso. Stette insino all'alba per i caff, e and con altri due nottambuli
alla stazione per vedere la partenza.
Era gi dimenticato. In quel trambusto, tra i fagotti, le valigie e tutti
quegli uomini e quelle donne sonnacchiose, malvestite, affaccendate intorno
alle proprie robe, mentre gli impiegati giravano su e gi con le lanterne,
rispondendo con accento seccato alle brevi contestazioni, non gli fu possibile
trovare il momento per uno sfogo. La ragazza sfringuellava sempre in qualche
crocchio di compagne, quasi tutte incollerite, o correva su e gi per le sale
con certi moti vispi, che a lui svegliavano troppi ricordi. Finalmente pot
rattenerla un istante.
 Venite a Cesena domani sera, ella gli disse senza badare alle sue parole.
Egli nascose a stento lo sdegno, l'altra era gi lontana.
Quando il treno arriv, il rimescolo divenne pazzo addirittura. Era un treno
diretto: il grosso dei bagagli restava in stazione per partire con un altro
treno della giornata. Le donne si cacciarono dentro i vagoni con un garrito di
passere, alcune in seconda, altre in terza classe; dagli sportelli aperti si
vedevano gli scompartimenti gremirsi in un attimo di sottane, di cappellini,
di fagotti, di valigie, mentre la voce dei conduttori scoppiava tratto tratto
in sollecitazioni impazienti, e le figure tumultuavano dietro gli sportelli
gi chiusi, mentre il treno fischiava divincolandosi.
Egli rimasto sul marciapiede col cuore stretto e gli occhi fissi allo
sportello, dietro il quale ella era scomparsa, traball come il suolo,
allungando il collo per vedere ancora, ma la fila nera dei vagoni si
allontanava gi, senza che la ragazza avesse sporto il capo dalle tendine
svolazzanti nel vento di quella fuga.
L'indomani sera and a Cesena.
D'allora la sua passione crebbe morbosamente. Camilla aveva confessato subito
di avergli trovato un successore, con quella inconsapevole spudoratezza,
davanti alla quale si resta quasi perplessi di aver torto; egli si esasper,
pianse, discese alle minaccie, e fin col lasciarsi vincere dalla prima
carezza. Non pertanto gliene restava in fondo al cuore il rancore.
Sciaguratamente l'altro era facoltoso, un uomo quasi sulla cinquantina,
celibe, vissuto sempre allegramente, che, nell'apprendere la cosa, rise.
Quindi una gelosia di vanit avvelen quell'amore nato da un capriccio e
cresciuto fra le immondizie della vita e della scena. Egli avrebbe voluto
essere ricco per trarla da tale compagnia di saltimbanchi, tenendola tutta per
s in una qualche casa solitaria; e forse cos sarebbe guarito; ma quella
lotta senza alcun orgoglio morale, interrotta da transazioni ignobili, dopo le
quali si sentiva pi male di prima, lo degradava anche ai propri occhi.
Alla terza gita gli tocc di passare tutta la notte per Cesena, perch Camilla
cenava in casa di quel signore con alcuni artisti della compagnia; quindi cap
che dovevano ridere di lui e della sua ridicola passione col cinismo proprio
di tale gente, quando trova nel vino l'ultima falsa gaiezza.
 Come avrei dovuto fare? fu tutta la risposta di Camilla nell'incontro
successivo.
L'altro aveva una voglia pazza di batterla.
Improvvisamente ella cangi: si era fatta malinconica, non discorreva pi!
Era vestita elegantemente con un abito di lanetta crema, un cappellino piatto
sulla testa, le scarpette gialle, le calze nere; il suo viso illuminato dalla
fiamma dei grandi occhi grigi, fissi in uno sguardo indefinibile, diventava di
una certa signorilit.
Egli stesso fu sorpreso da un nuovo sentimento.
Poi Camilla parl adagio, coll'accento stanco di chi si lascia andare ad una
confessione pur sapendola inutile; erano brani della sua vita passata,
evocazioni triviali e dolenti di una giovinezza sagrificata come tante altre
dalla brutale corruttela dei genitori. Ella pareva accettarne la necessit con
una confusa poesia di sagrificio.
Per era stanca di se stessa.
Lo conged, egli protestava.
 No? E perch? A che cosa mi servi tu?
 T'imbarazzo? egli rimbecc amaramente.
 Certo.
 Come?
 Tu non puoi niente per me.
Dopo un lungo battibecco ella confess di avere un bisogno imprescindibile di
duemila cinquecento lire; doveva questa somma al direttore, che aveva
minacciato di scacciarla. Evidentemente si trattava di una frottola, ma la sua
faccia era cos ansiosa e il suo accento cos convinto, che l'altro si lasci
commuovere.
 Tu non li hai; poi se li avessi anche... ti conosco.
 E dopo che te li avr dati, mi tratterai allo stesso modo?
Un lampo bruci negli occhi della ragazza, egli lo vide.
 Mi vorresti possedere tutta la vita per duemila e cinquecento franchi!...
Vattene.
Egli titubava.
 Mai pi, mai pi!
 Almeno l'ultima volta.
Ella ebbe una smorfia cos sdegnosa che l'altro ne prov quasi la sensazione
di uno schiaffo.
 Quando ti occorrerebbero?
 Vattene.
Camilla si era tratta il cappellino e si spogliava senza badargli pi, come se
fosse gi uscito: l'altro rimaneva perplesso, guardandola girare in sottana
per la stanza col petto gi scoperto e il busto azzurrocupo, listato d'oro,
che le disegnava una curva di anfora sulle anche e sul ventre.
Si accost per darle un bacio, ma ella lo respinse brutalmente contro una
sedia.
 Avaro!
 Non credi che io abbia duemila e cinquecento lire?
 Forse non le hai nemmeno, pitocco. Ma levati dunque di qui... Dio! che
antipatico!
Era uscito pallido, con una tempesta di odio nel cuore.
Che cosa era accaduto dopo? Non se ne ricordava bene che l'ultima parte, la
pi terribile, quella che d'allora gli aveva creato tale tragica situazione.
Era entrato nella bottega dello strozzino sotto il loggiato alle undici;
passava poca gente; la piccola bottega al solito era vuota. Nella vetrina,
distese come dentro una cassa di vetro, luccicavano molte antiche monete
d'argento, e si drizzavano tinte di un pallido cilestro due larghe cartelle di
una lotteria comunale: dentro, null'altro che un banco rettangolare, nero, che
nascondeva forse nel ventre la piccola cassa forte, e parato al disopra di un
panno turchino come usano gli orefici. Lo strozzino sedeva al banco leggendo
la "Gazzetta dell'Emilia". La sua faccia grinzosa si volse di sbieco, ma gli
occhietti grigi non si mossero, e la bocca rapace, quasi rientrata nel vano
delle gengive, rimase chiusa come sempre. Siccome l'altro si levava il
cappello, anche lo strozzino salut; allora la sua fisonomia divenne cos
caratteristica che Romani ebbe quasi paura davanti a quella testa pelata,
piatta, con pochi capelli incollati sulla fronte, come una testa di magro
avoltoio.
Il dialogo aveva cominciato stentatamente.
Poi una disinvoltura quasi spavalda gli era venuta improvvisamente,
presentando quella cambiale falsa, ma colla firma imitata benissimo; lo
strozzino avrebbe dovuto comprendere che colla firma di un tal signore non
occorreva certo rivolgersi a lui per lo sconto; non di meno la sua fisonomia,
ancora pi chiusa in quel momento della sua cassa forte, non esprimeva nulla.
Guardava attentamente la cambiale.
 Desiderereste per caso una firma migliore? Romani cred di poter aggiungere
scherzando, mentre un sudore freddo gli inumidiva istantaneamente tutta la
pelle.
 Sconto del dodici per cento: impossibile a meno, lo sapete.
E lo strozzino aveva riabbassato gli sguardi sulla cambiale.
 E' troppo.
 Presentate ad un altro la vostra cambiale; del resto ha una firma, che vi fa
onore.
Vi era un doppio senso in queste parole?
L'altro si era affrettato a cedere.
 Ebbene, ripassate oggi alle due soggiunse lo strozzino, mettendo
accuratamente la cambiale in una casella del vecchio portafogli, che portava
in tasca: adesso non ho pronto tutto il danaro.
Romani aveva avuto come una vertigine; guardava quella testa glabra, rugata,
nella quale la bocca storta e socchiusa sembrava immobile per la fatica di una
troppo lunga masticazione, mentre negli occhietti grigi si accendevano brevi
luccicori di acciaio vecchio. Tutto in lui era povero; il colletto della
camicia dritto, ma senza amido, usciva da un sottile cencio di cravatta, che
doveva stringergli il collo fin troppo, il bavero del pastrano era grasso, il
resto degli abiti sgualcito e stinto. Solo le scarpe apparivano solide, grosse
e rossastre nella peluria, che la mancanza del lucido aveva lasciato crescere
sulla tomaia.
Fino alle due Romani era vissuto dentro un incubo. Se ne ricordava bene,
giacch tutte le percezioni gli erano rimaste chiare: si era sentito gi
denunziato, perduto, senza che dal fondo dell'anima gli sorgesse una qualunque
resistenza.
Quando rientr nella bottega, aveva quello strano sorriso, col quale gli
ammalati senza speranza accolgono talvolta il medico. L'altro invece era pi
ciarliero: trasse di tasca il danaro, lo cont e lo ricont alla sua presenza.
Romani vi scorse un bono da cinque lire falso, ma non os farne
l'osservazione: si sentiva scoppiare in una dilatazione subitanea di
benessere, che gli gonfiava cuore e polmoni; negli occhi gli entrava una luce
stranamente limpida e, poich vide passare due signore di sua conoscenza sotto
il loggiato, si volse scioccamente per salutare.
 Siamo intesi per la scadenza.
 Non dubitate.
 Se avessi dubitato...
Ma Romani aveva gi la gruccia dell'uscio in mano.
 Come sta il conte? gli chiese l'altro alle spalle.
 Bene.
E si era affrettato ad uscire.
Corse alla stazione, alle quattro scendeva a Cesena. Non trov la ragazza a
casa. Quando l'incontr due ore dopo, in compagnia di altri cantanti, non pot
farle che un cenno, cui ella finse di non badare.
Allora divenne imprudente, la pedin sino a casa e, poich salivano anche
coloro con lei, poco dopo arrischi di presentarsi.
La padrona non voleva lasciarlo passare, Camilla accorse al rumore.
 Ho quella cosa, egli le grid quasi.
 Dammi... e tese puerilmente la mano.
Ma l'altro non si mosse; non di meno il suo viso era cos raggiante che la
ragazza rimase convinta.
 Torna fra tre quarti d'ora. L'hai tutta, quella cosa?
Mezz'ora dopo risalendo le scale, giacch nel bollore della propria impazienza
non aveva neppure potuto attendere tutto il tempo assegnatogli, Romani
incontr per le scale un facchino carico di un baule; la ragazza era ancora
sulla porta dell'appartamentino guardando.
 Ah! sei tu, vieni, esclam con un tremito nella voce; ma, appena dentro, la
sua fisonomia si era fatta repentinamente dura.
 Non mi hai ingannata?
Egli, che aveva comprato appositamente un altro portafogli, lo trasse di tasca
e glielo offerse: era di seta azzurra con una ballerina dipinta nel mezzo. La
ragazza si chin con le mani tremanti sul com a contare il danaro; ma non
erano che duemila e quattrocento lire, perch egli ne aveva cavato un bono da
cento, rosso, per quella piccola avarizia del non voler perdere tutto.
Ella gli salt impetuosamente al collo mordendogli le guance, rispondendo alle
sue parole come in una ubbriachezza improvvisa:
 S, s.
Non poteva star ferma, si mise a girare su e gi per la stanza.
 A che ora sarai libera? domand tutto felice di contemplare quella sua gioia
profonda: Mi ami un poco adesso?
Non aveva saputo dir altro, soffocato egli stesso dal bisogno di riprendersela
fra le braccia, per sentirsi scricchiolare sul petto il suo sottile corpicino
di danzatrice.
Dopo, per tutta quella notte era stato come un abbarbaglio di girandola, un
tumulto giocondo e brutale, che lo aveva lasciato al mattino rifinito e
assonnato sul guanciale.
 A che ora parti? ella gli aveva chiesto con la sottana gi infilata.
 Col treno di mezzogiorno: torno qui?
 Ho da fare.
Invece egli si era riaddormentato sino alle undici.
Quando si svegli ebbe l'impressione di qualche cosa di nuovo nella camera e
nella ragazza: non trov pi n il sapone n il pettine di lei, che soleva
adoperare.
 Mio Dio! non hai sentito sulle dieci che  venuto l'uomo a prendere la cesta
per stasera? Ho dovuto mandare tutto in teatro, non hanno nulla laggi in
quella maledetta Arena, ella rispose impazientita.
Si salutarono freddi.
Egli era stupito di sentirsi malcontento, col cuore vuoto e una spossatezza,
nella quale gli ritornavano indefinibili paure.
Ripart col treno di mezzogiorno: tre ore dopo Camilla fuggiva col secondo
tenore della compagnia, senza lasciare il proprio indirizzo.



Era ancora a tavola, col mento sulla palma della mano e gli occhi nel vuoto.
Altre circostanze di quella sua relazione con lei gli ripassarono nella
memoria senza interessarlo: ci aveva pensato gi troppo, facendosi indarno
tutti i rimproveri possibili: poi, a che pentirsi? Tanto la situazione non
cangiava. Aveva amato davvero? Era stata una passione quella? Adesso non lo
comprendeva pi bene, ma sentiva che, rivedendo quella ragazza, non avrebbe
provato nulla, nemmeno una sensazione di sdegno, come dinanzi alla causa di
tutta la propria sventura.
La necessit di andare a letto lo riprese: la candela stava per finire, forse
fra due ore Anastasia si alzerebbe, poich quella mattina era domenica.
In tutta la sua vita non gli era ancora capitato di pensare tanto; oramai non
ne era pi capace, e la mente gli si distraeva in futili particolari, che
avrebbero dovuto far stupire lui stesso in tale momento.

Ah! fece Caterina con voce sonnacchiosa, girandosi sul fianco verso di lui.
Egli si era spogliato nella saletta, entrando poi guardingamente nella camera
con la speranza di stendersi sul letto senza destarla.
Dormi?
Ma ella non dormiva pi.
Perch hai fatto cos tardi? seguit tastandogli una spalla.
E' appena mezzanotte.
Non ti  accaduto nulla?
No, dormi: anch'io ho bisogno di dormire.
Rimase supino, senza la forza di rivolgerle la schiena: un'idea lo aveva
assiderato. Quella era l'ultima notte di matrimonio per lui e per Caterina,
bench nessuno dei due sapesse davvero che cosa accadrebbe l'indomani; ma una
nuova angoscia pi atroce di tutte le altre gli stringeva il cuore al pensiero
che un altro forse, fra non molto, potesse trovarsi in quel letto al suo
posto, cogli stessi diritti e senza la pi piccola meraviglia, a parlare di
lui, naturalmente per dargli torto. Caterina non avrebbe mai potuto approvare
quella morte, e pigliando un secondo marito, come per centomila ragioni lo
prendono quasi tutte le vedove giovani, gli sacrificherebbe anche il rispetto
del primo.
 Con quale corsa sei ritornato?
Egli cercava di non rispondere.
 Dormi? Ma  dunque tardi? Ti abbiamo lasciato la cena.
Pareva che non volesse pi riaddormentarsi.
 Stamane alle nove debbo andare dalla zia Matilde coi bambini; dovresti venire
anche tu. Metter l'abito rimodernato. Perch non mi hai portato un mazzettino
di viole in tela? Sono di ultima moda e costano quasi nulla.
 Come potevo pensarci?
 Ma che cos'hai? torn a chiedere con uno scoppio improvviso.
 Lasciami dormire.
 E se non lo volessi?
Egli era finalmente riuscito a voltarsi, e pensava:
 Se adesso suona l'orologio della piazza, siamo daccapo.
Attendeva raggomitolato colla testa mezzo coperta dalle lenzuola, bench nella
camera facesse caldo; il cuore gli batteva impetuosamente.
Aveva compreso che tutte le forze stavano per venirgli meno, e
quell'interrogatorio cos insignificante della moglie lo avrebbe con altre
poche domande fatto scoppiare in pianto. Un desiderio spaventato gli cresceva
ad ogni minuto di essere solo nel letto per ravvoltolarsi strettamente nelle
coperte, col volto schiacciato nel cuscino.
Caterina si volt dall'altro lato, e poco dopo si riaddorment.
Egli vegliava cogli occhi dilatati, in ascolto del pi piccolo rumore;
dall'uscio dell'altro stanzino, ove dormivano i bimbi, si udiva russare
Anastasia; un tenue filo di luce passava per una fessura della finestra, e si
perdeva nel buio della camera senza rischiararvi alcun oggetto.
Gli parve di aspettare: che cosa? Non lo sapeva; ma il letto lo stancava
invece di riposarlo. Una smania gli veniva dallo stomaco a tutti i muscoli,
provocandovi dei piccoli sussulti, dei brividi lievi, simili a scariche
silenziose, dopo le quali provava un'impressione di freddo. Una specie di
vacuit gli si era fatta nel cervello. Avrebbe voluto assopirsi in quel primo
vaneggiamento di febbre, colla testa pesante, sprofondata nel cuscino. Ma il
letto non gli pareva buono come le altre notti, non poteva girarsi e rigirarsi
sui fianchi pel timore di svegliare daccapo Caterina.
Strinse violentemente gli occhi, dicendosi con tutta la forza che gli restava,
di voler dormire.
Poco dopo, l'orologio della piazza batt le due e tre quarti. Qualcuno
cominciava a passare per strada. Coll'orecchio reso pi acuto da quell'orgasmo
segu e distinse la battuta dei passi, che si allontanavano di sotto alle sue
finestre. Quelli delle donne, quasi tutte vecchie in quell'ora, parevano
strisciare; erano donne di piazza che vi si affrettavano per disporvi le
mostre degli ortaggi, o beghine gi fuori di casa per la prima messa del
Duomo. Una biroccia scroll i vetri della finestra; ma quel filo di luce vi
passava sempre cos tenue, vanendo a pochi passi nell'ombra.
Poi ebbe caldo. La smania gli aumentava, eccitata dal calore dei materassi in
lana e da quello, anche pi vivo, che il corpo giovane e grasso di Caterina
radiava al suo fianco. L'aria stessa si faceva pi pesante.
Perch era venuto a letto, sapendo di non potervi dormire? Il pentimento fu
cos acuto che si rigett le coperte dal collo; ma le riprese quasi
istantaneamente, ritraendosi sulla sponda col proposito anche pi fermo di
addormentarsi.
Infatti la stanchezza lo aveva esaurito.
Poco dopo, sognava.
Le raffiche della pioggia si schiantavano sempre pi violentemente urlando
nell'aria sotto un cielo nero. Come mai si trovava egli solo nella campagna
deserta a quell'ora? Non conosceva la strada, non si vedevano pi case
attraverso il velo pesante dell'acqua. Era rimasto immobile, rannicchiandosi
timidamente sotto la bufera, col ricordo confuso di non essere diretto molto
lontano, ma senza poter nemmeno tenere gli occhi aperti, perch le goccie vi
battevano contro dolorosamente.
Anzi per qualche tempo, colle mani nelle tasche dei calzoni, e l'acqua che
dalle cuciture del cappello gli colava gi per il viso, si era abbandonato a
piangere. Un pianto amaro e silenzioso gli era uscito dagli occhi, mentre
collo sguardo incerto cercava di seguire una barchetta di carta azzurra,
galleggiante sul fosso della strada e che ne discendeva il pendio, senza che i
goccioloni sembrassero toccarla. Forse un fanciullo si era divertito
nell'affidarla alle acque per una vaga reminiscenza del diluvio universale,
quando gli oceani si congiungevano alle cime dei monti e l'arca sola errava
sul mondo sommerso. Infatti la barchetta si dondolava appena, come nella
letizia del temporale, serbando nella soavit cilestrina del proprio colore
tutto il sorriso del cielo. E improvvisamente egli vi scorse dentro il cavallo
di Carlino, quello medesimo che dormiva sdraiato sopra una sedia nella saletta
da pranzo; ma adesso invece era dritto, malgrado la gamba davanti rotta sotto
il ginocchio, e il vento gli sollevava di dietro il pennacchio della coda
fatto con sottili setole bianche da spazzola. Dove andavano quella barca e
quel cavallo? Quale comando di favola spediva il cavallo di Carlino, sopra una
barchetta di carta, ove non era possibile indovinare? Non di meno in lui
cresceva la preoccupazione di quel viaggio, come se il destino di suo figlio
vi fosse congiunto, ed egli stesso si trovasse l nient'altro che per
sorvegliare la strana imbarcazione. Poi tra la melma spumeggiante dell'acqua
cominciarono a passare mucchi di foglie morte e di pagliuzze, che negli urti
contro la sponda aprivano spessi vortici, e vi sprofondavano per riapparire a
strisce poco lungi. Anche la barchetta se ne risentiva. Bench i suoi fianchi
non lasciassero ancora schiudersi le ripiegature, era gi affondata sino
all'orlo e non inoltrava che lentamente. Il cavallo invece, niente preoccupato
del pericolo, colla testa immobile, senza nemmeno sentire le larghe redini di
panno rosso inchiodate sull'arcione della sella nera, teneva gli orecchi
dritti nel vento ad un appello lontano.
La voce disperata di Carlino gridava:
 Il mio cavallo, il mio cavallo!
Ma la barca seguitava ad affondare, le sue ripiegature di poppa e di prua si
erano distese sulla corrente. Per un minuto il cavallo apparve miracolosamente
ritto su quella specie di piccolo manto cilestre, senza che per tutto il suo
corpo un brivido solo tradisse la paura.
 Oh! egli esclam lanciandosi al suo soccorso, perch un grosso manipolo di
stecchi stava per investirlo; ma cadde pesantemente sotto l'acqua,
rimanendogli negli orecchi l'ultimo strido di Carlino, che singhiozzava
sempre:
 Il mio cavallo, il mio cavallo!
Aveva provato, per qualche secondo, l'asfissia dell'annegamento; poi gli
pareva di essere trascinato per una cloaca; le acque non passavano pi, ogni
rumore era cessato, ed egli rimaneva immobile, coricato nella melma. Era
dunque morto? Il suo pensiero solo viveva, perch il pensiero non pu morire,
ma i suoi occhi spalancati non potevano muoversi nemmeno dentro le orbite. Non
vedeva nulla. Allora un terrore senza nome gli coperse l'anima: era quella
l'eternit assegnatagli? Una cloaca senza sfondo, nella quale tutto si
arrestava separatamente, per sempre, nel silenzio di un'ombra vuota.
Fece uno sforzo delirante per gridare, ma la melma gli aveva otturato la
bocca, e un lombrico vi si moveva pigramente.

Dalla fessura della finestra filtrava un lume pi chiaro.
Spaventato, si volse dall'altro lato per dormire ancora, sentendosi tutto
mollo di un sudore freddo.
 Mio Dio, mio Dio! mormor.
Le campane del Duomo suonavano lietamente nel mattino, la gente passava a
frotte per la strada, le voci salivano, mentre il fragore sordo dei carri
imprimeva ancora alle case gli stessi scuotimenti che nella notte. Cos mezzo
assonnato, cogli spaventi di quell'ultimo sogno si vedeva dinanzi la faccia
dello strozzino diventato uno di quei grossi ragni, quasi rotondi, dalla pelle
zebrata, che tessono la propria rete verticalmente dinanzi alle finestre delle
cantine, e vi rimangono immobili nel centro aspettando le mosche. Lo strozzino
aveva adesso un ventre enorme, lucido, con una testina nera e due occhietti
ardenti, che lo fissavano senza stancarsi.

 Oh! grid di soprassalto al fracasso della finestra, che si apriva lasciando
il varco ad un vivissimo raggio di sole.
 Non t'immagini che sono gi le nove e mezzo! gli rispose Caterina, ritta fra
le tende coi capelli biondi incendiati dalla luce: Ti abbiamo lasciato dormire
sino ad ora, perch dovevi essere stanco. Ieri sera hai fatto tardi.
Egli cogli occhi abbacinati non la vedeva ancora bene, aveva la testa pesante,
la bocca pastosa.
 I bambini sono gi andati a messa con Anastasia, seguit Caterina: Se avessi
visto, quando abbiamo provato loro le vestine nuove! Ada si  messa a
piangere.
 Perch?
 Voleva un nastro celeste alla cintura, come quello di Carlino.
Caterina si era appressata al letto.
Portava il solito abito di lanetta azzurrocupa, che dava un bel risalto alle
sue carni fresche di bionda; l'abito aveva, secondo la moda oramai vecchia di
qualche anno, le maniche a sbuffi verso la spalla e la gonna, quasi corta,
pieghettata sui fianchi. Il suo viso calmo, con un principio di pinguedine
sotto le guance, aveva sempre la stessa espressione di bont; qualche
lentiggine le macchiava i pomelli, gli occhi troppo rotondi e quasi bianchi
non dicevano gran cosa, ma il suo sorriso era dolce come sempre.
 Non ti alzi?
 S, aspetta.
 Ti aiuter io: ho mandato i bambini a messa, perch, cos vestiti di nuovo,
con me non sarebbero stati fermi, in chiesa. Carlino era in un orgasmo
incredibile. Io andr sola alla messa delle dieci e mezzo in S. Bartolomeo,
poi torno a casa per condurli a fare un giro nel corso. Sono tanto carini
cos, li vedrai!
Egli si era svegliato, al solito, in quella camera, nella quale tutto gli era
famigliare. Il mobilio in noce si componeva di un letto, due com, l'armadio
collo specchio, un tavolino da toeletta e due portacatini, uno per lui e uno
per Caterina, nascosti nell'angolo dietro l'armadio. Ma i comodini erano
ricoperti di un piccolo ricamo bianco ad uncinetto, perch i candelieri e i
bicchieri dell'acqua per la notte non ne sciupassero la lustratura.
L'aria ed il sole avevano riempito allegramente la camera.
Caterina and nella saletta a prendergli i panni gi spazzolati.
 Avresti potuto spogliarti qui, stanotte.
 Non volevo disturbarti.
 Ti ho sentito ugualmente. Alzati, dunque, vado a prenderti l'acqua fresca.
Egli si accorse di avere le ossa indolenzite. Improvvisamente quel pensiero
dimenticato lo riassalse.
Quando Caterina torn con la brocca bianca nella mano, egli guardava la parete
con gli occhi spaventati.
 Muter l'asciugatoio dopo; per questa mattina ti puoi ancora servire del
vecchio; e ne aveva gi tolto un altro dal com, a lunga frangia candida,
ornato da due grandi lettere sottili, a colori rosso e turchino.
Ma siccome l'altro non si alzava, si volt ad osservarlo.
 Mi sembri pallido: hai dormito male?
 No, no, rispose nervosamente, allungando un piede fuori dalle lenzuola per
cercare le pantofole; poi cos in camicia, coi piedi nudi, venne a mirarsi
nello specchio della toeletta.
Infatti aveva l'aria sparuta; chiazze plumbee gli macchiavano la pelle, gli
occhi gli si erano affossati; si vide dimagrito, invecchiato, con un senso
doloroso di sorpresa.
 Tu hai qualche cosa, disse nuovamente Caterina, venuta per di dietro a
guardare nello specchio.
 Ti dico di no: chiudi piuttosto i vetri della finestra.
 Con questo bel sole!
Intanto li chiudeva.
 Ti far un caff, se hai rimasto qualche cosa d'indigesto nello stomaco.
Finalmente fu solo.
Tutta la lunga tempesta della notte gli si ripresentava nella memoria,
piuttosto indolenzita che calmata dal sonno pesante di quelle poche ore, e gli
ricominciava nella coscienza quella novit insopportabile del sentirsi
straniero nella propria casa. Daccapo il freddo lo sorprendeva, cos in
camicia, malgrado il tepore dell'aria e l'impeto rutilante del sole, che
passava trionfalmente attraverso i vetri.
Per rischiararsi la mente si affrett a tuffare il viso nel catino.
Ordinariamente la sua toeletta era svelta e poco accurata; si lavava il viso,
poi colla spazzola si ravviava i capelli, non aveva altre abitudini di culto
per s medesimo. Ma dopo essersi asciugato davanti allo specchio, si vide
colla stessa faccia di prima, anzi gli occhi gli si tornavano a gonfiare.
Quindi si rimise la camicia del giorno innanzi cogli stessi abiti.
 Ma come! esclam Caterina rientrando nella camera, dopo aver lasciato il
caff a precipitare lentamente entro la cocoma sul focolare della cucina: non
ti cangi il vestito? Hai ancora la camicia di ieri, oggi che  domenica.
Egli alz le spalle, ma l'altra insisteva.
 Che importa?
 Lo hai sempre fatto tutte le domeniche.
 Non lo far pi.
 Che cosa?
Per non spiegarsi egli tent di sorridere scrollando la testa; per pensava
che altri, vedendolo a quel modo, poteva fare la stessa osservazione di
Caterina.
Dovette andare con lei in cucina a prendere il caff. Sul fornello fumava la
pentola, una coscia di capretto infilata nello spiedo stava entro un piatto
sulla tavola, poich in casa non avevano gatti; era questa una mania di
Caterina.
 Oggi Anastasia far anche una piccola zuppa inglese per i bambini; avranno
quest'altro piacere, dopo quello degli abitini nuovi.
E la mamma sorrideva contenta nel pensiero della sorpresa, alla quale i
piccini avrebbero battute le mani a tavola gridando.
Poi l'interrog sulla gita a Bologna: come mai aveva potuto fare tanto tardi?
Che cosa era successo?
 A proposito, aspetta: me n'ero scordata.
E scapp, ritornando indi a poco colla faccia attonita.
 L'hai presa tu? Avevano portata una lettera.
 S, egli rispose con voce strozzata.
 Niente d'importante?
 Niente.
Dopo questa parola egli depose la tazza del caff sul focolare, invece di
accostarla alle labbra.
 Vi avr messo poco zucchero; a te piace che tutto sia dolce.
 Gi!
Vuot la tazza, e torn nella camera per finire di vestirsi; aveva fretta di
uscire.
 Ma non aspetti i bambini? Eccoli! ella grid sporgendosi dalla finestra, che
aveva riaperto.
Due minuti dopo i fanciulli entravano trionfalmente nella camera, e correvano
ad abbracciare le ginocchia del babbo, pi guardingamente del solito in quella
vanit dei vestitini nuovi. Al vederli cos belli egli stent a frenare le
lagrime; cadde sopra una sedia e si mise a baciarli furiosamente; essi
ridevano, Caterina sorrideva, ma Anastasia protest.
 Vuole dunque spiegazzare tutto, mio Dio!  proprio cos; e con una mano
afferrando quella di Ada, l'aveva gi tirata indietro.
Carlino invece si era arrampicato sulle ginocchia del padre.
 Io vado, riprese Caterina, torner a prendervi fra un'ora: non vi sporcate,
piccini! Mi raccomando, Anastasia.
 Io... come si fa? debbo preparare l'arrosto: riconduca i bambini a messa con
lei.
 Figurati! mi farebbero impazzire, adesso che l'hanno gi ascoltata con te.
 Ci bader io, egli esclam con voce intenerita.
 Allora facciamo cos: siccome andr dalla zia Matilde per mostrarglieli,
vieni anche tu. E' un pezzo che le dobbiamo una visita, ci sdebiteremo tutti
insieme.
Anastasia era passata nello stanzino per cangiare abito prima di rimettersi a
cucinare; egli sempre pi tremante entr coi due fanciulli nella saletta. La
prima cosa che vide, fu appunto il cavallo di Carlino, ancora sdraiato sopra
la sedia, colla zampa rotta sino quasi alla spalla e le rotelle del
piedestallo sgangherate. Il sogno misterioso della notte gli ritorn alla
memoria, rinnovandogli la stessa angoscia, come se davvero un medesimo destino
unisse suo figlio a quel giocattolo. Si era riseduto su quella sedia, mentre i
bambini giravano intorno alla tavola svogliati.
Non sapeva pi che cosa dire loro.
Una tenerezza di lagrime gli ammolliva il cuore; i due fanciulli erano belli,
Ada maggiore di due anni, cos abbigliata, aveva gi della donnina nelle
movenze. I magnifici capelli biondi, sciolti sulla schiena, brillavano nel
fulgore dell'oro, incorniciandole il viso illuminato soavemente da due grandi
occhi chiari, assai pi vivi che quelli della mamma. Aveva una pelle di
gelsomino e un'ineffabile freschezza sulla bocca; Carlino invece pi tozzo,
bruno, coi capelli corti e il nasino all'in su, pareva un contadinello, che si
movesse goffamente, con quella pesantezza cos esilarante nei bambini.
 Siete stati a messa? egli ricominci.
 S, rispose Ada: Amelia mi ha sempre guardata, poi mi mostrava alla mamma,
perch ero meglio vestita io.
 Ah la superbetta! e tu Carlino?
 Lui non s' voluto inginocchiare per non sporcarsi i calzoni.
Infatti anche adesso tornava a mostrarli superbamente cos puliti, senza una
appannatura al ginocchio.
Egli dovette alzarsi per resistere alla emozione; lo spettacolo di quella
letizia, cos primaverile ed inconsapevole, gli produceva come uno stordimento
doloroso; avrebbe voluto dir loro qualche cosa, ed invece stentava a frenare
certe grida, che gli salivano impetuosamente dal cuore. Che cosa aveva dunque
deciso nella notte? Una debolezza gli era rimasta in tutti i nervi da quei
sogni, nei quali doveva aver sudato come sotto un accesso di febbre.
Tratto tratto le mani gli tremavano.
 Che cos'hai, babbo? chiese improvvisamente Ada, impressionata dalla
fissazione del suo sguardo.
Invece di rispondere egli rientr nella camera per prendere la rivoltella dal
tiretto del comodino; ma pot cacciarsela appena nella tasca interna della
giacca, che i due fanciulli gli erano daccapo fra le gambe.
 Andiamo in cucina, disse con un ultimo sforzo.
Anastasia aveva riacceso il fuoco ed infilava lo spiedo nel girarrosto.
 Ecco! proruppe subito: perch qui? vuole che si sporchino? Se la signora
Caterina vedesse...
Carlino si era gi troppo appressato al focolare.
 Indietro, marmottina: vedete un poco! gli hanno messo l'abitino nuovo
solamente da un'ora.
Allora egli dovette sorridere e ritirarsi coi due fanciulli sopra una sedia
presso la tavola, lasciandosi sgridare; ma l'altra, che doveva preparare di
nascosto la zuppa inglese, e temeva soprattutto un rabbuffo dalla padrona se i
bimbi avessero macchiato le vesti, seguitava:
 Lo sa pure anche lei che debbo preparare quella cosa: perch stanno qui?
 Non aver paura, ci bado io.
 S, lei! ci saranno dei guai anche oggi.
Ma Ada, col suo garbo di donnina, l'ammans chiedendole quale minestra avrebbe
fatto in quella domenica.
 Il risotto alla milanese.
Ada batt le mani.
 Indietro adunque; state tranquilli col pap, o vi mando via tutti.
La cucina, piccola, non riceveva luce che da un cortiletto morto; v'era una
madia e un largo tavolo rettangolare appoggiato al muro. La pentola
gorgogliava fra lo scoppiettio della fiammata accesa per l'arrosto.
Padre e figli rincantucciati dietro la tavola si facevano delle carezze in
silenzio: egli li aveva ricinti con un braccio e lisciava loro i capelli
coll'altra mano.
 Dammi un soldo, domand improvvisamente Carlino.
 E a me? proruppe Ada.
 Tu sei gi una donnina.
Il complimento fece effetto.
Egli si era tratto un soldo dalla tasca, lasciando che Carlino glielo
ghermisse di mano come un gatto.
 Che cosa ne farai? non hai nemmeno la tasca.
Ma osservando quel soldo, il fanciullo si accorse che era bucato.
 Cambiamelo.
 No, non lo spendere oggi, avvezzati a risparmiare.
Era esausto. Si volse ad Anastasia, scappando nella propria camera a prendervi
il cappello:
 E' tardi, io debbo andare.
Un minuto dopo riapriva, col cappello in testa, l'uscio della cucina, che dava
sull'anticamera; i fanciulli erano ancora presso la tavola esaminando il buco
di quel soldo.
 Anastasia, mi capisci? quella cosa cerca di farla grande. Che siano contenti,
che siano contenti!

Era uscito di casa quasi fuggendo, ma appena sulla strada la vivezza della
luce lo arrest. Passava molta gente, una indefinibile allegrezza si espandeva
nell'aria col suono delle voci da tutta la festivit delle faccie e delle
vesti; le finestre sembravano aperte alla letizia sopra le botteghe chiuse
nella tranquillit del riposo.
Egli si sent stravagante. Istintivamente si riadatt il cappello sulla testa
ed allent il passo, dirigendosi verso la barriera, oltre la quale si
scorgevano le ali troppo alte del ponte in ferro fra il borgo e la citt e
subito dopo, nell'avvallamento del suolo, un grosso gruppo di case dipinte di
giallo. Fuori, la via di circonvallazione era fiancheggiata da masse enormi di
sabbia che s'imbiancava al sole; di quando in quando un parapetto giallognolo
impediva alle carrozze e ai passanti di pericolare nel fiume, gi scarso di
acqua fra le ripe scabre e senza piante. Ma anche l proseguiva la festa della
domenica. I soliti operai non trascinavano su per le ripe, col viso adusto, i
calzoni rimboccati fin sopra il ginocchio, ansando e vociando, le carriole
cariche di sabbia sgocciolante. Non passavano carrette: i contadini allegri
ritornavano dalla citt ai campi, dopo la messa; piccoli scolari vagabondavano
nell'ozio e nella incertezza del chiasso, col quale stordirsi. Infatti le loro
scaramuccie accadevano sempre nel pomeriggio.
Di qua e di l del fiume i campi si stendevano sotto al sole, in una gioia
verde, lampeggiante di sorrisi nel tremolio delle foglie, mentre gli uccelli
festanti in quel mese degli amori si inseguivano per l'aria rapidi e bruni, o
s'arrestavano talvolta sulla cima flessibile di una fronda quasi ad ammirare
l'incantevole mattino.
Egli solo camminava cupamente preoccupato.
Lungi, dinanzi ai suoi occhi, le prime vette dell'Appennino sfumavano il
proprio verde sul ceruleo dell'aria, entro una leggerezza di vapore
trasparente. Alla prima svolta, fra mucchi di ghiaia e di sabbia, si ferm a
guardare il cimitero dei cavalli: era un lembo di terra sommossa, a picco sul
fiume, brulla e triste; dirimpetto biancheggiava silenziosa una pila da riso,
che il padrone milionario aveva per capriccio chiusa da gran tempo, e le sue
bocche da acqua, vuote ed aride, rimanevano indarno inclinate sul fiume dentro
un'ombra, che rendeva anche pi cupa la loro tenebrosa profondit.
Un ragazzo in bicicletta gli pass rasente a volo.
Egli lo segu macchinalmente cogli occhi, e lo perdette in cima alla salita,
dalla quale sparve strisciando come una rondine. Non sapeva ancora dove
andare; ma la citt gli faceva paura in quel giorno. Tutti vi erano
sfaccendati, la requie della domenica rendeva la gente pi occupata dei fatti
altrui e pi dura verso coloro che non potevano n riposarsi n godere del
riposo comune.
Oltrepass il ponte, bel ponte di un arco solo, che la gente chiamava Rosso,
non si sa perch; poco lungi il camino tozzo ed alto di un mulino a vapore
fumava malgrado la domenica, un vecchio cane bracco era sdraiato al sole
dinanzi alla porta, alcune anitre si dondolavano pesantemente col collo
ripiegato, frugando del becco il terreno intorno. Volse a sinistra per un
sentiero, che fra la riva e gli orti, passando dietro il cimitero monumentale,
bench i monumenti vi siano scarsi e brutti, si allontanava per ombre incerte
di acacie. Allora, finalmente solo, respir. Al di sotto, il fiume non era pi
che un canalaccio dal letto melmoso, nel quale l'acqua stagnava in lunghe
pozzanghere opache; di fianco, invece, gli orti lussureggiavano. La gamma dei
loro verdi vibrava tutta nella luce, mentre la poca terra scoperta era cos
umida e scura che, guardando bene, si sarebbe creduto di vederne salire i
vapori nel sole. Ma egli camminava invece a testa bassa, preoccupato
dall'angusto sentiero slabbrato, pel quale non sarebbe stato molto difficile
mettere il piede in fallo. Guard se v'erano pescatori, qualcuno di quei
maniaci, che venivano spesso a passare lunghe ore seduti sopra uno sghembo
della sponda, con una canna e una lunga lenza inutile. Nessuno!
I muraglioni muffosi del cimitero arrivavano fino quasi sul fiume.
Quel sentiero malinconico e mezzo invisibile era prediletto dagli amanti e dai
vecchi per un bisogno di solitudine, forse meno dissimile fra loro che non
paia. Egli vi era passato poche volte, quasi sempre con un gruppo d'amici, in
una di quelle giornate, nelle quali, per ammazzare la noia della solita
passeggiata per lo Stradone, l'unico passeggio pubblico della citt, si
cercava di commettere qualche facile stravaganza.
Ma alla prima svolta, dove un viottolo sfiancava lungo il nuovo muro del
cimitero, si arrest; una voce sottile canterellava la celebre e delicata
romanza della Mignon:
 Non conosci il bel suol
 che di porpora ha il ciel...
l'opera data in quell'inverno al teatro comunale. Era una voce di uomo,
incerta nelle parole e nell'aria, che pareva fremere di una curiosit triste.
Si turb; istintivamente gli era ritornato nella memoria che lungo quel
sentiero, negli anni andati, erano avvenuti parecchi suicidii, tutti di
giovani operai, forse spaventati dalle crudeli esigenze della vita. L'ultima
volta erano stati due ragazzi di appena vent'anni, morti insieme avendone
avvisato prima gli amici, che non avevano voluto crederlo e non seppero poi
indovinarne il motivo. Si erano ammazzati colla stessa rivoltella, l'uno dopo
l'altro, ed erano rimasti sul sentiero col cranio aperto, sanguinolenti,
vestiti cogli abiti di festa, quasi per una suprema ironia.
Ma la voce ripeteva sempre la stessa domanda di Mignon, povera abbandonata nel
freddo di un paese nebbioso, che risognava i trionfi abbaglianti del sole
sulla marina napoletana, dove tutto  musica ed incanto, festa ed oblio. E a
pochi passi, nell'ombra di un albero piegato a capanna, vide disteso sui
cuscini entro una carriola quel ragazzo, che conosceva gi. Era il figlio di
un ortolano, caduto piccino da un albero e rimasto colle reni fracassate; lo
aveva veduto mille volte alla finestra sul grande viale del cimitero, ma si
meravigli nel trovarlo ora alla estremit dell'orto, sulla ripa del fiume,
solo, cantando come un uccello fra il verde. La sua sventura era di quelle,
alle quali non si vuol pensare; non viveva che dalla cintura in su, sempre
cos coricato, col volto appannato dall'ombra stessa della sua vita.
Eppure viveva.
Impetuosamente egli se ne chiese il perch, mentre l'altro cantava sempre
quella romanza nella sicurezza di non essere udito da alcuno, sognando forse
come Mignon un altro cielo pi bello ancora che in quel mattino di maggio pur
cos pieno di profumi, nel silenzio trepidante del meriggio. Egli, morto a
met, cantava. Con una mano si reggeva ad un ramoscello dell'albero, tenendo
il viso in alto, colle spalle quasi nella siepe, cos che si distingueva
appena tra il fogliame la sua figura.
Poi tacque.
L'orto era deserto: un uccello pigol dall'altra ripa del fiume; lontano, ad
un campanile suon ancora una messa.
Per non farsi vedere dal malato, scese dal sentiero verso l'acqua e non risal
che oltre il cimitero; ma rimaneva sempre come in un fondo, tra ciuffi di
alberette, che nascondevano ogni orizzonte. Era fuggito di casa,
istintivamente, per nascondere la propria emozione; invece, fra quella
viridezza della campagna, dentro al suo silenzio e alla sua luce, si sentiva
nuovamente disorientato. Quindi un'altra paura gli cresceva: nella fretta di
evitare la citt non aveva temuto anzitutto che un incontro col signor Bonoli
o con lo strozzino, a quest'ora naturalmente piccati da un desiderio crudele
di curiosit a suo riguardo. Avevano presentato essi medesimi la cambiale in
pretura? Il caso era poco probabile; secondo il solito, colle pi vecchie
convenienze del mestiere, lo strozzino doveva aver finto una qualche girata,
giacch tutti i suoi pari sono sempre provvisti delle cos dette teste di
ferro. Ma egli, incontrandolo, non avrebbe saputo qual contegno tenere; non lo
odiava, anzi per una di quelle condiscendenze imposte dalla pratica della
vita, riconosceva che, agendo in tal modo, colui faceva solamente il proprio
interesse. Di che cosa lagnarsi? Ma dinanzi alla sua faccia di sparviero
disseccato, con quegli occhi metallici, la bocca che non sorrideva mai, gli
sarebbe stato impossibile resistere.
Sotto l'argine del fiume, lungo il ripiano della sponda, erano aperte ancora
alcune cavit di alberi abbattuti da gran tempo, che un'erba minuta aveva
tappezzato finamente. Il sole dardeggiava, aliavano farfalle, un soffio di
scirocco scuoteva mollemente le cime gi pesanti dei grani. Si ferm per udire
qualche cicala stridere; invece dal fiume ascese la nota dolce e gorgogliante
di un rospo. Allora cal dall'argine per nascondersi entro una di quelle
buche, all'ombra di una vecchia quercia dai rami rachitici e il tronco
giallastro come di una ruggine d'oro.
L'erba era soffice.
Cav di tasca la rivoltella a canna corta, nichelata, del calibro dodici:
stette lungamente contemplandola, come in una di quelle distrazioni attonite,
che ci sorprendono talvolta: l'arma piccina riverberava.
Si sarebbe servito di essa? Perch? E quando si  morti? Era gi molto
difficile morire; ma e dopo? Sino a quel giorno egli non ci aveva mai pensato.
Come accade sempre, specialmente finch si  giovani, la morte non aveva
esistito per lui; sapeva che, essendo nato, morrebbe, ma questa soluzione
lontana ed inevitabile non aveva mai pesato sulla sua coscienza. Non si
capisce veramente di dover morire, sino a che il pensiero della morte non si
allarga come un'ombra nel mezzo del nostro spirito. Tutto  cos facile nella
prima parte dell'esistenza! Funzioni ed abitudini vi si ripetono
favorevolmente, si mangia, si passeggia, si chiacchiera, si ride, si dorme;
poi il mattino vi desta, intorno a voi tutto prosegue: la moglie, i bimbi, la
serva, la casa alternano i propri motivi senza un pensiero che tutto ci sia
effimero, che basti la presenza di un insetto a produrvi lo scompiglio, o la
morte appiattata in ogni ombra possa in un istante distruggere tutto senza
ragione, senza traccia. Si vive cos, come se la morte non fosse, in una
sicurezza d'immortalit. Invano in tutte le case qualcuno si ammala e muore;
si fanno i funerali, la gente li guarda passare distratta, ognuno preoccupato
dei propri interessi, in una febbre continua di passioni, e non ci si pensa
pi. Coloro, che amarono quel morto, piangono qualche giorno, gli altri non
dnno importanza al caso o parlando della morte, che li aspetta, rimangono
indifferenti come a cosa che verr poi, un poi problematico nella data ed
insignificante finch la data non arriva. Egli era stato come gli altri.
Aveva veduto morire il babbo e la mamma senza risentirne troppo dolore. Certo
avrebbe desiderato loro pi lunghi anni, ma essendo troppo giovane per aver
provato gli scoramenti della suprema vigilia, quando la vita non sa pi
distrarsi dal computo dei propri ultimi giorni, aveva trovato naturalissimo
che i vecchi se ne andassero.
Invece adesso si trovava dinanzi alla morte nella pienezza di tutte le proprie
forze.
Non era n credente n incredulo; come nella maggior parte della gente, la
vita spirituale era cominciata per lui coll'insegnamento religioso, senza che
la religione modificasse troppo il suo sentimento, pur lasciando nel suo
pensiero impronte non cancellabili. La concezione cristiana, poco
comprensibile nei dogmi e nella tragedia della sua morale, rimaneva quindi la
base di tutti i suoi giudizi, sotto la solita indifferenza mondana. Cos aveva
sposato Caterina anche in chiesa e battezzati i bambini, trovando giustissimo
di apprendere loro la religione, che egli non praticava pi. E in quella
indefinibile cultura guadagnata un po' dovunque, nei caff, su per i giornali,
massa informe di idee e di sentimenti contradditorii, solamente la forza della
tradizione durava: la religione era cosa da non parlarne, poich non se ne
sarebbe potuto mai sapere qualche cosa di preciso, ma forse era cos, e in
fondo ne convenivano tutti, anche coloro che affettavano di spregiarla
pubblicamente.
Le sue riflessioni non erano mai andate pi oltre. Caterina non lo aveva mai
vessato per la sua indifferenza religiosa: egli viveva come gli altri nella
inconsapevolezza della propria contraddizione, fra un barlume di fede e un
pettegolezzo di miscredenza, trionfando di entrambi col non pensarci.
Ma la morte, improvvisamente, gli stava davanti nella propria immobilit.
Aveva avuto paura.
Morire era, prima di tutto andarsene; ma per quanto la natura ripugnasse a
tale sparizione e tutte le malattie fossero spaventevoli appunto per questo,
non era difficile il fissarvisi. Gi nella notte lo aveva fatto: andarsene,
piuttosto che restare per la tortura del processo e della prigione!, molto pi
che la morte essendo inevitabile, si trattava solo di sceglierne il momento,
quando tutto il resto delle condizioni nella vita diventava intollerabile.
Cos, quasi non pensandoci, aveva gi abbracciato questo punto di vista: era
stato un lavoro lento, inavvertito del suo spirito, subito dopo il tremendo
distacco prodottovi dalla lettura di quella lettera. Quanto poteva soffrire,
l'aveva gi sofferto nella notte: lo sentiva, era sicuro che per una simile
crisi non ripasserebbe pi. Si muore forse due volte? La morte  tutta nello
sforzo per staccarci dalla vita; se lo era detto, capiva di aver ragione. Il
suo pensiero risoluto, quantunque torpido, andava sino in fondo: si sarebbe
ucciso! Non aveva deciso il modo, ma il tempo era misurato ormai su quel
giorno; era cos, non voleva ritornarci pi sopra: morire per s medesimo e
per la sua famiglia, alla quale non sarebbe pi che d'imbarazzo e di disonore,
ecco tutto! Ma il momento dopo, quel momento che pure ci doveva essere,
giacch il tempo avrebbe seguitato egualmente, quando egli non sarebbe pi,
dove sarebbe egli in quel momento?
Tutto finiva l? La religione diceva di no, la maggioranza della gente
d'accordo colla religione, e quelli ancora che si vantavano di non crederle,
rimanevano perplessi dinanzi al problema. Finire! Sarebbe stato semplice, ma
non era chiaro. Che cosa significava allora tutto il prima? La sua testa si
perdeva. Confuse memorie gli ritornavano di ammaestramenti, di fatti, di
uomini, che si erano trovati come lui dinanzi al grande quesito, e che egli
aveva udito a parlarne. Tutti avevano tremato. Il primo momento dopo la morte,
la possibilit di un'altra vita, quindi di un giudizio su quella trascorsa, di
una vita in un altro mondo, mentre il nostro corpo resterebbe a putrefarsi in
questo, di una vita incomprensibile e tuttavia di una supposizione cos
inevitabile al nostro pensiero, era senza dubbio ci che rendeva spaventevole
la morte, incerto quanto ognuno di noi compie prima d'incontrarla.
Senza questo mistero che cosa sarebbe stato il suicidio? Poich suicidandosi
si  sicuri di sottrarsi a tutti i guai, non vi sarebbe dal canto della vita
alcuna difficolt: si ha forse paura di addormentarsi, pur non essendo sicuri
del risveglio? Il problema era dunque nel momento dopo la morte. L'esperienza
e la scienza umana non avevano trovato un modo per inoltrarsi in quest'ombra;
tutti vi arrivavano nella medesima ignoranza, colla stessa angoscia, il pi
grande come il pi piccolo, per sparire silenziosamente, mentre la religione
sola dichiarava di averne penetrato il mistero colla parola di Dio. Non di
meno la sua spiegazione era oscura; se no come la gente avrebbe seguitato a
dubitare?
Vi era dunque Dio? Era lui che, volendoci cos oscuramente soggetti al suo
volere, distribuiva con tanta inesplicabile parzialit la gioia e il dolore?
Malgrado l'impossibilit di comprendere il mondo senza un creatore e di
sottrarsi alla concezione poetica del cristianesimo, una rivolta gli saliva
dal cuore contro questa ingiustizia della vita, che quasi sempre prodigava gli
spasimi pi micidiali ai pi innocenti. Egli stesso ne era stato mille volte
testimonio: che cosa non soffrivano i poveri, mentre i ricchi finiscono per
annoiarsi non trovando abbastanza divertimenti? Se dopo morte non vi era
altro, i signori diventavano ben sciocchi nel fare l'elemosina ai poveri, e
questi lo erano anche di pi non depredando in qualunque modo i ricchi. Perch
fare l'elemosina? Tutto era caso, il fortunato non doveva logicamente che
conservare la fortuna a se stesso. Invece non accadeva cos: i poveri
sopportavano, i ricchi li soccorrevano; forse v'era parit di dolori in tutti,
perch i ricchi si suicidavano anche pi facilmente dei poveri. Lo aveva
sentito dire molte volte, aveva potuto notarlo egli stesso. La morte non era
solo in fondo alla vita, ma la colpiva ad ogni istante da per tutto; i bambini
vi soccombevano spesso prima di nascere o appena nati, si moriva sempre, in
qualunque grado, nelle pi inverosimili circostanze: ingegno, ricchezza,
danaro non servivano a nulla, la gloria o l'infamia non toglievano niente a
quest'uguaglianza della morte, la virt e il vizio vi conducevano colla stessa
rapidit; e dopo, un eguale oblio copriva tutti i defunti, la medesima
spensieratezza seguitava nei viventi.
Pensando alla morte si finiva col non potere uscire pi da tale pensiero: ecco
perch la gente non voleva fermarvisi.
Tutte queste riflessioni gli toglievano di sentire il dolore della propria
posizione; una specie di tranquillit gli si era fatta nello spirito, come una
luce fredda, entro la quale tutto gli appariva lontanamente. La sua testa,
poco abituata alle meditazioni, si distraeva gi nelle sensazioni di quel
meriggio. Qualche raggio, filtrando fra le foglie, gli produceva sugli abiti
chiazze luminose e scottanti.
Il bisogno di muoversi lo riprese. Tutta quella meditazione sul suicidio non
gli aveva aggiunto che un terrore di pi nella coscienza: se la vita
significava qualche cosa, doveva essere ordinata ad uno scopo, che i capricci
degli uomini non saprebbero mutare, e quindi tutto si riuniva nella morte come
dinanzi ad un tribunale. Le menzogne, i sofismi, le oblivioni cos comode e
frequenti nella vita, si dissipavano nel suo ultimo istante: tutti vi si
trovavano egualmente nudi davanti al proprio passato. Ecco perch si provano
talora rimorsi, che ci costringono a condannare le nostre azioni pi proficue,
o ci impediscono l'abbandono alle nostre tendenze pi personali: egli stesso
forse non si trovava ora davanti alla necessit del suicidio che per aver
voluto sacrificare i propri doveri di marito e di padre ad un ignobile
capriccio. Era una sentenza di quella giustizia segreta, che corregge ogni
errore dell'altra, e piega tutte le fronti sotto il mistero di Dio? Ma Dio
permetteva agli uomini di suicidarsi? Vi erano un inferno ed un paradiso, come
affermano i preti con tanta sicurezza, vivendo tuttavia al pari di coloro i
quali non volevano crederci? Perch tanti grandi uomini non avevano ammesso
una seconda vita? Per quanto questi problemi fossero insolubili, egli credeva
di sentire adesso una grande verit nel suicidio: l'uomo, togliendosi la vita,
espiava in tale dolore tutto quanto poteva aver commesso, giacch seguitando a
vivere non avrebbe potuto soffrire di pi. Era quindi inutile voler cercare
oltre la vita qualche cosa che non doveva dipenderne; poi vi era questa
differenza: gli uomini, uccidendo, sentivano tutti di commettere un delitto,
mentre uccidendosi sentono solo di essere infelici. Infatti egli non sapeva
altro, non era sicuro di aver ragione, ma la sua tristezza nell'accettare la
morte era scevra dai rimorsi, che avevano accompagnato tante altre sue colpe.
Questa volta non avrebbe fatto male ad alcuno sottraendosi ad una condanna,
che in lui colpirebbe Caterina e i bambini. Sciaguratamente non v'era altra
soluzione. Il suo suicidio non era rifiuto della vita, perch non se ne era
anzi sentito mai cos pieno: vivere nella propria casa tranquilla con Caterina
e i bambini, amministrare il piccolo patrimonio, aiutarlo con qualche
guadagno, fare la partita al caff, mandare innanzi i figli finch, diventati
grandi, non avessero pi bisogno di lui, sarebbe stato un idillio, era
l'idillio di quasi tutta la gente! Egli doveva invece suicidarsi, appunto per
averlo reso impossibile. Il suo suicidio non aveva quindi le ribellioni
pessimiste, che sole possono renderlo tale; come quei coscritti, che
affrontano la morte agli avamposti, perch fuggendo dovrebbero sopportare
umiliazioni e pene troppo amare, egli non avrebbe voluto n la battaglia n la
morte, e subendo l'una e l'altra si riconosceva senza volont. Era cos,
perch era cos.
Questa conclusione vuota fu l'ultima. Allora, perch era venuto l? Che cosa
vi aveva risoluto? Sulla campagna luminosa e calda il cielo si era fatto di
una serenit abbagliante, nell'aria passavano ondate di fremiti. Eppure
avrebbe dovuto aver deciso qualche cosa, essersi preparato per quella
giornata! Vi era ancora una speranza? Come contenersi? Questa domanda non ne
nascondeva che un'altra: era dunque stabilito?
Tale decisione restava per fuori del suo spirito, giacch non ne provava
ancora tutto il peso.
 Che cosa faccio qui? si chiese con un sussulto.
A casa sua pranzavano circa al tocco e mezzo: lo aspettavano, manderebbero
fuori la serva a cercarlo.
Si figur vivamente la scena. Se non tornava pi a casa, dove passare tutta la
giornata? Rimaneva perplesso, tutte le angoscie della notte lo riassalivano,
eppure non gli veniva nella mente di poterlo finire subito. Pi tardi, di
notte, solo, in qualche altro luogo, ma allora no. Era impossibile.
Si era assegnato un giorno, vi aveva diritto.
Poi gli sembrava di avere molte altre cose da fare, lettere da scrivere,
vedere qualcuno, rientrare ancora fra gli altri, prima di non vederli pi.
Aveva bisogno della notte, adesso tutto lo distraeva.
Si avvi per ritornare, ma appena ebbe presa questa decisione, ridivenne
triste triste; sent che tutto era finalmente stabilito, non tornerebbe pi in
campagna, non rivedrebbe pi quel luogo. Era la sua ultima passeggiata da
solo, che nessuno conoscerebbe mai, e nella quale aveva risoluto di morire.
Comminava a testa bassa, non sentiva pi la vivezza dell'aria, la vampa del
sole, il fresco del verde: il suo sguardo si chinava su quel letto di fiume
melmoso, squallido, abbandonato, senza un rumore n un guizzo nelle
pozzanghere d'acqua indolenti sotto al sole.
E l'idea della morte seguitava nel suo spirito come quel letto di fiume
invisibile fra i campi.

 Perch, vedi, gli diceva Caterina sul finire del pranzo, io sono persuasa che
ella ci lascier tutto. Capisco che non  gran cosa, in ogni modo sar la dote
per Ada, ma bisogna che non seguitiamo a trattarla cos. Tu hai sempre detto
che la zia Matilde non ti ha amato, e pare anche a me che sia cos. Non so,
ella seguitava con quel suo buon senso di donna, nella quale la tranquillit
del temperamento favoriva l'equilibrio dello spirito, se tu abbia ragione
sostenendo che ella ti voglia ancora male per un vecchio rancore contro la tua
povera mamma, per dovresti mutare contegno verso di lei.
 Che cosa vuoi che faccia? egli rispose, preso nell'interesse di quei
discorsi, che preparavano l'avvenire.
Infatti Caterina lo aveva subito sgridato per non essersi fatto vedere in
quella visita alla zia Matilde, dopo che ella imprudentemente l'aveva avvisata
della sorpresa. E sarebbe stata davvero tale, s'egli vi fosse andato, giacch
per una antipatia istintiva cansava sempre quella vecchia parente; ma questa,
inciprignita naturalmente dal non vederlo arrivare, aveva finito con lo
strapazzare Caterina come di un cattivo scherzo.
Caterina, irritata dall'insuccesso, dopo aver troppo contato sul magnifico
effetto dei bambini, non aveva poi badato all'aria abbattuta di lui. Non di
meno il pranzo era proseguito abbastanza bene.
Per fortuna i bambini, lieti dei vestiti nuovi e pi liberi nei vecchi, che la
serva aveva loro rimesso per il pranzo, si erano abbandonati al pi vispo
chiacchierio, mentre la mamma ogni tanto li sgridava dolcemente per frenarli
ed egli acconsentiva con un sorriso.
Quindi il discorso era ritornato sulla zia Matilde, la quale avendo
oltrepassato i settant'anni non poteva ancora campare molto. Con quella
ingenuit di egoismo propria degli eredi, Caterina valutava tranquillamente
tale probabilit, traendone una lunga serie di conseguenze per se stessa e per
i figli, molto pi che i modi di lui con la vecchia le avevano sempre dato
pensiero. Ella credeva alla buona, quantunque modesta posizione della propria
casa, ma coll'antiveggenza delle madri, quando amano, cominciava a
preoccuparsi dell'avvenire.
Il suo affetto era specialmente per la bambina.
Le difficolt sempre pi tristi per le ragazze di trovare un discreto partito,
le avevano messo in cuore una specie di pessimismo, unica sua reazione contro
la vita, della quale aveva sempre accettato il corso blando senza chiedersi di
pi. Ma Ada, che a giudicare da quel momento doveva crescere molto bella,
avrebbe avuto bisogno di una certa dote per accasarsi convenientemente dopo la
buona educazione, che ella pensava di darle anche a costo dei pi gravi
sacrifici; su questo argomento Caterina, cos arrendevole, non voleva
intendere ragioni.
 Tu manderai avanti Carlino.
Era questa la risposta, quando egli le faceva osservare che per mettere Ada
nell'educandato di Fognano occorreva una grossa spesa annuale, mentre poi le
ragazze uscendo dal convento non sapevano far nulla per la vita. Caterina,
invece, sognava d'interessare a questo suo disegno prediletto la vecchia zia
Matilde.
 Che cosa vuoi dunque che faccia un giorno Ada? La maestra, la sarta?
La fanciulla, gi viziata dalle troppe carezze, scuoteva la testa con una
smorfietta, ed egli non sapeva come replicare.
Quindi colla facilit delle donne a vedere gi realizzati i propri sogni,
Caterina s'inteneriva orgogliosamente sull'avvenire, vedendo Ada mescolata a
tutte le signorine delle migliori famiglie, e pi bella di loro fare appena
uscita di convento un grande matrimonio.
 Stasera, poco prima dell'Ave Maria, ritorneremo dalla zia Matilde per
scusarci: verrai anche tu, non me lo negare. Io ti ho sempre lasciato fare
quando hai voluto: ti ho forse mai disturbato? proruppe ad un suo moto; e poi
non si tratta di me o di te. Oramai per noi  finita: che cosa ci pu
accadere? Invecchieremo cos alla meglio, ma essi hanno bisogno di una buona
posizione. Tu hai sempre voluto che Carlino debba andare all'universit; io ti
approvo, ma debbo preoccuparmi anzitutto dell'altra. Io sono la mamma. Un uomo
nella vita arriva sempre a cavarsela, ma una donna se non trova presto marito,
senza una buona posizione, pu essere perduta.
 La zia non ci lascier nulla, egli osserv: sai pure che  pazza per quella
sua figlioccia.
 Lo dici tu, io non lo credo. Sarebbe da parte sua una ingiustizia:  capitale
di famiglia, deve ritornare a noi.
 Deve!
 Non si pu gettare via il capitale della famiglia.
Egli s'irrit.
 Molti lo fanno.
 Hanno torto. Adesso ti diverti a farmi arrabbiare: verrai anche tu?
 Non ci andiamo, mamma, la zia Matilde mi fa paura, protest Ada agitandosi
sulla sedia.
La zuppa inglese, portata trionfalmente da Anastasia sopra un piatto oblungo,
interruppe la conversazione; i fanciulli batterono le mani strepitando, ma la
mamma ne tagli subito col cucchiaio la met per serbarla all'indomani.
 Lascia che la mangino tutta, egli disse, intenerito dalla smorfia dei
bambini.
 Ma che cos'hai oggi? mi contraddici sempre.
Egli aveva mangiato quasi come al solito, obliandosi nelle abitudini di tutti
i giorni, fra il pettegolezzo dei fanciulli, le chiacchiere della moglie e le
osservazioni di Anastasia, che si vantava per la riuscita del pranzo. Per gli
era parso che questa, di quando in quando, lo scrutasse.
 Perch non ne mangia lei? gli chiese infatti, vedendolo dare la propria
porzione a Carlino.
Allora Ada s'ingelos.
 Lascia lascia, egli  pi piccolo di te.
Ma sulla fine dei pranzo l'allegria scemava. I fanciulli non gridavano pi,
sorvegliandosi a vicenda, malgrado l'attenzione che mettevano a forbire il
piatto della crema; Caterina, ricaduta nella preoccupazione della zia Matilde
non parlava.
Improvvisamente egli si sent scoppiare il cuore: non esisteva gi pi per
loro.
 In quale stato pranzeranno domani!
Eppure nulla era ancora mutato intorno. La saletta, quieta come sempre, aveva
la stessa aria di pulizia e di modesta agiatezza; la tovaglia, essendo
domenica, era bianca, il cavallo di Carlino dormiva dimenticato sopra quella
sedia. Tutto invece sarebbe sossopra domani: forse il vecchio mansionario
scenderebbe lui pure, attirato inconsciamente dalla paura della morte. Chi s
quali pianti, quali commenti!
Dove sarebbe allora il suo cadavere?
 Lei non sta bene; lo dest la voce brusca d'Anastasia.
 Io!
 Io dunque? proprio lei, che cosa ha?
 Infatti anch'io ti ho osservato.
 Ma non ho niente! dammi piuttosto da bere, ecco. Che cosa debbo avere? Avete
paura che muoia?
Aveva cercato di fare la voce scherzosa, affrettandosi a bere per dissimulare
il turbamento, ma quell'ultima parola lo trascin.
 Bah! se dovessi anche morire...
 Che discorsi sono questi?
Siccome Carlino aveva finito di pulire il piatto coi ditini, egli vinto da un
impeto di tenerezza si sporse, afferrandolo sotto le ascelle, e se lo mise
sulle ginocchia.
Il piccino rideva superbo.
 Hai ancora il soldo? No? lo avrai nell'altro abitino.
 Eccolo, pap: guarda il buco.
 Di' alla mamma che ci passi dentro un cordoncino, e te lo metta al collo. Mi
hai promesso di non spenderlo: manterrai la promessa? Vuoi pi bene a me o
alla mamma?
Carlino esitava.
 Hai ragione, hai ragione: lei  migliore di me; va a prendere il tuo
cavallone.
Cos pot alzarsi per accendere lo zigaro.
 Dunque siamo intesi; stasera verrai anche tu dalla zia Matilde, torn ad
insistere Caterina.
 No, non vengo. Vedrai che domani verr lei da te.
 Tu scherzi sempre.
 Gi!
Si era rimesso il cappello per uscire, scordandosi di scrivere quelle lettere;
la paura lo riprendeva. Se fosse rimasto ancora qualche tempo, non avrebbe pi
saputo come andarsene; poi capiva che, solo coi bambini anche per un momento,
sarebbe scoppiato a piangere. Fortunatamente il pranzo aveva durato sino alla
solita ora, nella quale usciva a prendere il caff.
 Me ne vado, disse due volte, senza riuscire a decidersi.
Caterina si era alzata per andare in cucina, egli la segu; avrebbe voluto
voltarsi per stringere in un abbraccio furioso le teste dei fanciulli, ma
Anastasia rientrava gi per sparecchiare.
 Va pure, siamo intesi! ripet Caterina una ultima volta.
Per risposta egli le diede un gran bacio sulla bocca, fuggendo subito dopo.
Caterina rimase sorridendo di quella soluzione.

Nel caff, a quell'ora, la gente era gi affollata intorno ai tavolini, che
lasciavano appena un varco sotto il loggiato: regnava l'allegria, le voci si
alzavano scherzose. Al suo apparire molti lo salutarono, mentre altri si
ritraevano per fargli posto nel solito crocchio; egli invece si sentiva freddo
di dentro. Quel nuovo aspetto di festa nel pomeriggio lo turbava. Per un
momento aveva pensato di andare nell'altro grande caff aperto all'angolo del
palazzo Rondinini, frequentato dai pi grossi signori, quasi tutti
naturalmente di parte moderata, per incontrarvi il Bonoli e lo strozzino, che
di rado vi mancavano. Poi una paura irragionevole, che tutti a quell'ora
sapessero gi della sua cambiale falsa mandata in pretura, lo aveva sorpreso.
Perch non lo saprebbero? Se Roberti certamente non ne aveva parlato con altri
prima di partire, il pretore poteva bene averne fatto a qualcuno la
confidenza; il caso non era molto probabile, e non di meno, nell'odio
improvviso, che si sentiva in cuore contro quel giovane magistrato, adesso
divenuto inevitabilmente il suo padrone, si ostinava a dubitare. Del signor
Bonoli invece e dello strozzino, pi interessati e quindi pi facili a tale
propalazione, quasi quasi non sospettava: il perch non avrebbe saputo dirlo.
Quando nello svoltare dalla fontana vide quel pezzo di loggiato, dinanzi al
caff cos gremito di gente, fu per arrestarsi, ma parecchi dovevano gi aver
guardato verso di lui. Colla bruschezza, che dalla lettura di quel biglietto
gli aveva cos profondamente mutato il carattere, si decise quindi ad andare
innanzi. Se altra volta si fosse battuto in duello, avrebbe creduto di
risentirne quell'emozione indefinibile allorch i padrini, dopo avervi tratta
la camicia e legato il fazzoletto al polso in qualche angolo appartato, vi
dicono improvvisamente, con voce breve:
 Andiamo.
Non gli accadde nulla. I discorsi erano gli stessi degli altri giorni; a un
tavolino alcuni radicali, tutta gente della piccola borghesia, vestiti a
festa, e quindi con un'aria pi importante e una pi grossolana affettazione
di chiasso, ciaramellavano di politica; altri parlavano d'affari, pi in l un
crocchio di giovanotti discuteva di donne, naturalmente in termini vivaci ed
osceni, i camerieri andavano e venivano, mescolandosi spesso alla
conversazione con una famigliarit poco rispettosa, e nondimeno punto
antipatica in quelle abitudini di provincia.
Sotto il portico cominciava a passare qualche ragazza: allora tutti gli occhi
si voltavano e prorompevano giudizi sommarii, espressioni scoppiettanti come
razzi. Quel giorno non v'era alcun argomento speciale di pettegolezzo. Egli
sedette. Il cameriere, ragazzotto piccolo e pallido, in giacchetta nera, gli
port al solito il caff senza averne aspettato l'ordine, e gli sorrise
deponendolo sul tavolo.
Appoggiato colla schiena ad una colonna egli guardava il Duomo. L'enorme
portone di mezzo era socchiuso, e sull'arco del suo vano si agitava lievemente
un drappo rosso, segnacolo di qualche festa religiosa in quel giorno; la
scalinata di granito pareva pi bianca nel sole, la fontana gorgogliava da
tutti i propri zampilli, avvolta in un pulviscolo d'acqua tenue come un
vapore.
Tutto quel largo dinanzi al Duomo sino in fondo alla piazza rimaneva deserto,
nessun fiacchero stazionava ancora presso il caff, l'omnibus del grande
albergo era gi ritornato dalla stazione; solo qualche bicicletta passava
tratto tratto nel vuoto, silenziosamente.
Siccome quella gente non sapeva ancora nulla della sua disgrazia e, sapendola,
si sarebbe subito scostata, colle cautele cos pronte ed assennate
dell'egoismo, egli tra la distrazione di quei discorsi tornava a ricordarsi
tutto quanto sapeva sopra ognuno degli interlocutori. Pochi avevano una
posizione solida ed equilibrata, ed anche questi pochi non avrebbero
probabilmente davanti ad un giudice, capace di legger loro nelle coscienze,
saputo giustificarne l'origine o il modo: tutti gli altri vivevano come lui,
fuori della propria orbita naturale, rammendando ogni mattina gli strappi di
ogni sera, nella stessa impotenza di frenare i propri vizi o di guadagnare
abbastanza per alimentarli senza pericolo. A vederli cos vestiti e con tale
disinvoltura giuliva, un estraneo avrebbe potuto crederli ricchi e felici,
mentre ognuno celava nella propria vita qualche ignobile controscena di
compromissioni domestiche o commerciali, vergogne di donne comprate o vendute,
orrori di figli assassinati nell'avvenire per inconfessabili passioni. Eppure
sarebbero domani i suoi giudici perspicaci, perch sommerebbero tutte le loro
osservazioni su lui, e condannerebbero, avvelenando la condanna di scherni,
per quella inconsapevole necessit in tutti di separarsi da coloro, che
soccombono nella vita. Era cos, non poteva essere altrimenti; se no la gente
per compiangerlo avrebbe dovuto condannare se stessa.
Egli solo si era scioccamente messo in tale condizione di suicidio, mentre gli
altri facendo di peggio sapevano restare a galla.
Per questa spiegazione superficiale non gli bastava: un'altra forza oscura
spingeva innanzi la vita d'illusione in illusione, di guaio in guaio, sino
alla fine, che interrompeva tutto senza risolvere nulla. La moglie, i figli,
quanti restano dopo, prorompono in lamenti contro il morto, cercano di
rassettare la posizione, e invece tornano a comprometterla con la medesima
serie di vizi e di sciocchezze. Era questa l'eterna ridda, l'eterna morale: i
figli si lagnano dei padri e, divenuti padri, sacrificano l'interesse dei
figli al proprio: le donne, per lo pi morigerate come ragazze, si abbandonano
da spose e da madri ad ogni sorta di eccessi: i patrimoni oscillano, si
scompongono, si ricompongono attraverso un tafferuglio di rapine, di leggi, di
prodigalit, di avarizie, di casi tragici o fortunati, nei quali non si
capisce nulla, ed  impossibile resistere.
Tuttavia in quel momento egli falsario, deciso a morire della propria colpa
senza chiedere soccorso ad alcuno, si sentiva migliore di quanti lo
circondavano. Un orgoglio doloroso gli gonfiava la coscienza. Invece di
scusarsi ai propri occhi come aveva tentato pi volte nella notte, si
compiaceva quasi ad ingrandire l'accusa, spremendone un'acre vanit. Non era
egli pronto a morire? Che gl'importava di tutta quella gente? Quale di loro,
malgrado tutte le vanterie, che avrebbero fatto sul suo conto, affermando
l'uno contro l'altro di averlo conosciuto benissimo, saprebbe solamente
indovinare le sue nuove sensazioni in quell'ora? Era una specie di alterezza,
che gli faceva guardare intorno come dall'alto: qualche cosa di profondo e di
freddo, che doveva somigliare alla emozione del comando supremo per un
generale, nel momento di arrischiare sopra l'ultima idea la vita di migliaia e
migliaia di uomini. La morte innalza sempre. Invece di scrutare nella sua
oscurit, il che lo avrebbe daccapo atterrito, si guardava indietro come per
una lontananza, nella quale le cose e gli uomini perdevano coll'esattezza del
rilievo quasi tutta la propria importanza. Che cosa era mai la vita, a
pensarci bene? Egli avrebbe sempre seguitato a quel modo, con le solite soste
al caff, sempre fra quelle persone, quei discorsi, senza una speranza mai di
mutare, di salire, di provare qualche cosa di nuovo. Null'altro. Tant'era
dunque andarsene prima che la vita divenisse solamente un seguito
interminabile di ore nel vuoto di una prigione, e dopo, pi tristamente, un
fuorviare fra la folla per evitare certe persone, per cansare certi sguardi;
poi, rabbuffi strazianti in casa dalla moglie e dai figli, fuori un bisogno
sempre pi umiliante di trovare un impiego, un modo egualmente indispensabile
ed impossibile di guadagno.
 Oh! non dici niente oggi? gli si volse Cavina, un giovane mastromuratore
dalla fisonomia malaticcia, che la passione e una tal quale raffinatezza di
gusto nella musica rendevano al tempo stesso simpatico ed un po' avversato.
 Pensi ai miei debiti o ai tuoi? seguit con lo scherzo solito fra di loro,
che, troppo desiderosi di spendere, finivano collo sbertarsi reciprocamente
sulle angustie della propria posizione.
Egli sussult.
 Sono cos, non lo so; ma gli parve subito dopo di avere risposto male.
Il muratore confessava che sarebbe andato volentieri alla prima
rappresentazione del Lohengrin: c'era tempo ancora, un treno partiva sulle
quattro.
 Bisognerebbe avere cinquanta franchi da buttar via.
 Perch cinquanta franchi?
 Sai, dopo il teatro viene la cena, la donnetta...
Si rideva: altri sarebbero partiti con lui per Modena, avendo in tasca i
cinquanta franchi, meno ancora per ascoltare la musica del Lohengrin che per
il piacere della gita.
Allora Romani ebbe un impeto di sdegno.
 Perch spendere cinquanta franchi? Sono cose che bisogna lasciarle fare ai
signori.
 Ai signori! un altro replic celiando ma sono un signore anch'io, quando
spendo cinquanta franchi in una sera: vuol dire che per quella sera ho
cinquanta franchi di rendita.
Tutti risero.
Romani si accorse trepidando di essersi lasciato trasportare dalla collera
contro quella falsa facilit del vivere, che lo aveva condotto all'ultimo
punto: quindi per distrarre l'attenzione rimise il discorso sul Lohengrin.
Allora tutti protestarono: non sarebbe mancato altro che, non potendo
assistere alla rappresentazione, ne avessero dovuto subire la disquisizione da
Cavina.
Ma questi, che parlava benino, non resistette; da pari suo aveva letto troppo
o si ricordava abbastanza le spiegazioni del mito lohengriniano.
 E' un gran bel finale, concluse dopo non molto, giacch s'imbrogliava nel
patto fra Elsa e Lohengrin; nessuno muore, eppure  una tragedia. Lohengrin
ritorna in cielo col cigno:  un motivo, che fa venire la pelle d'oca, lo
stesso motivo, col quale viene rimandato il cigno nel primo atto; ma nessun
musicista avrebbe mai saputo trovarne uno uguale. Poi  di una naturalezza!
seguit animandosi: Lohengrin canta perch non deve morire, mentre in tutti
gli altri finali italiani si ammazzano il tenore e la donna obbligandoli a
cantare con tutte le loro forze. Ci  falso: un ferito, un moribondo non
possono cantare; s, altro che cantare in quel momento!
 Ma in teatro...
 Che c'entra? In teatro si deve rappresentare la verit. Il finale del
Rigoletto  bello, lo concedo anch'io, ma la donna trapassata da un colpo di
spada come potrebbe cantare? Sono convenzionalismi, che hanno fatto il loro
tempo: io dico che la musica deve rispettare le situazioni drammatiche, e non
pretendere di far cantare in condizioni impossibili. C' l'orchestra
appositamente: perch il maestro non la fa cantare invece del tenore o della
donna? S! il duetto della barella nella Forza del Destino! Don Alvaro ferito
a morte, che urla come un dannato! Tiriamo via. Io credo che non solo un
moribondo o un ferito, ma nemmeno un condannato a morte, proprio all'ultimo
momento, lo si possa far cantare. Che cosa ne pensi tu, Romani?
 Mi pare che hai ragione.
 Perch? Si sono visti tanti condannati salire il patibolo indifferentemente,
disse un altro.
 Indifferentemente! Metti loro una mano sul cuore... Ti sentiresti tu di
cantare nei loro panni? ripet ostinandosi in questa, che a lui pareva una
grande idea novella in arte.
Ma la conversazione devi ancora.

Mentre il passeggio della gente cresceva pel largo del Duomo e sotto i
portici, gli avventori del caff si diradavano. Le donne sfilavano vestite a
colori vivaci, in ritardo dalla moda e non pertanto esagerandola con una
volgarit di tagli e d'intenzioni, alle quali la goffaggine del portamento
finiva col dare un non so che di maschile. Egli, divenuto pi perspicace,
interrogava curiosamente ogni fisonomia per indovinare sotto la sua maschera
della domenica il segreto di tutti i giorni. Quindi si accorse che in quella
bruttezza di quasi tutte le donne mancava appunto ci che avrebbe potuto
riscattarla, l'incantevole e delicata debolezza del sesso. Fu come una
rivelazione per lui. Invece colei, che lo aveva perduto, era donna nel pi
profondo significato della parola. La paragon mentalmente per cinque minuti a
quante passavano, senza arrivare alla spiegazione della sua superiorit: in
che cosa consisteva? Dove era adesso? S'immaginava nemmeno che egli potesse
trovarsi cos?
Erano le cinque.
Fuori di porta Montanara, per lo Stradone, il passeggio doveva essere
incominciato.
Daccapo non seppe che cosa fare. Dinanzi all'altro caff la larga distesa dei
tavolini arrivava insino al palco della banda, senza un avventore; si ricord
del primo pensiero, svoltando alla fontana, di andare piuttosto a quel caff,
dove capitavano il signor Bonoli e lo strozzino. Allora non aveva osato,
adesso gliene ritornava un desiderio malato.
Siccome era rimasto solo al proprio tavolo, si alz senza salutare alcuno,
giunse in fondo al portico, ne discese i gradini, e si mise all'ultimo
tavolino presso l'ultima colonna.
Chiese il Secolo ed un gelato. Ma, cos solo, gli tornava la paura.
 Quanto ci vorr ancora, prima che sia sera?
Rapidamente pens ai nuovi incontri, ai discorsi che dovrebbe ascoltare, a
quelli cui sarebbe inevitabile rispondere, alle combinazioni, ai casi
inavvertiti tutti gli altri giorni. Avrebbe potuto tradirsi senza
accorgersene. Di quando in quando rimaneva senza forze, in una attonitaggine,
dalla quale lo toglieva la sensazione improvvisa del pianto, che stava per
sfuggirgli. A quanto doveva compiere nella notte aveva deciso di non pensarci,
anzi era sorpreso di scordarsene tratto tratto. Come avveniva ci? Nessuna di
quelle terribili strette, di quei dolori trafiggenti, sotto ai quali nella
notte aveva creduto tante volte di svenire, gli si era ancora rinnovato: le
ore passavano, dandogli solamente una sensazione vacua, come se ne provano
assistendo a certi spettacoli senza prendervi interesse. In tale momento il
luogo pi deserto era appunto il caff, ma il suo isolamento avrebbe finito
coll'essere notato anche l. Dove andare? Non aveva nulla da fare; e poi a che
scopo lo avrebbe fatto?
In questa impassibilit stava gi la morte.
Oramai era fuori del mondo, non apparteneva pi a nessuno, non aveva pi
nulla. La vecchiezza non deve essere altro che la lenta progressione di questo
sentimento, l'abbandono reciproco di tutti verso uno e di uno verso tutti per
una solitudine annebbiata, silenziosa, immobile.
Aveva acceso un altro sigaro.
Guard alle notizie del giornale senza fermarsi ad alcuna, poi le appendici lo
attrassero: Un Idillio tragico, di Bourget; I milioni della scema, di
Montfermeil: nel primo la scena era a Montecarlo, nei saloni da gioco
rutilanti d'oro, invasi da una folla cosmopolita, di tutti i costumi, di tutti
i gradi, di tutte le fortune. L'autore dipingeva finamente e rapidamente; egli
ebbe la sensazione di quell'ambiente, nel quale la gente andava per tentare di
non morire, ottenendo da una vincita la guarigione della propria vita anemica
di oro, di fede, di speranza, di amore, perch presso alla morte tutto si fa
pallido. E in quella folla, nella quale l'egoismo delle disperazioni non
permette lo scambio di alcun sentimento, e fra quelle le pupille chine e
vacillanti sui tavoli nello stesso sogno di riscatto; fra quel silenzio, che
neppure il delirio della salvezza improvvisa o la sbita rivelazione della
morte arrivano a turbare; in mezzo a quella moltitudine famelica di ozio e di
ricchezza, dentro il profumo dei fiori, l'incendio dei lampadari, la pompa
abbacinante di un lusso divoratore, Bourget aveva messo due incantevoli figure
di donne, sorridenti in un dialogo di amore.
Egli ne lesse le prime battute affascinato, arrestandosi in fondo
all'appendice, quasi colla stessa sensazione che se si fosse urtato in un
muro.
A Montecarlo il suicida tenta di forzare ancora una volta la fortuna; pu
bastare un solo scudo per ritornare felice e trionfante alla vita. Quanti vi
avevano vinto la posta della propria esistenza! Quanti altri l'avevano
perduta! Erano pi i primi o i secondi? Quanti suicidii si compiono all'anno
in Italia, in Europa? Egli non lo sapeva, ma se qualcuno gliene avesse detto
la cifra enorme, gli sarebbe parsa esagerata: nullameno ebbe come una vaga
visione di questi volontari della morte, strano esercito senza generale e
senza disciplina, che tutti gli anni si esauriva sino all'ultimo soldato, e si
rinnovava tutti gli anni inutilmente. Ogni suicida credeva di agire solo:
qualche volta morivano a poca distanza l'uno dall'altro, egualmente separati
dalla differenza dei motivi. Chi poteva dire davvero il perch di un suicidio?
Egli stesso non avrebbe saputo definire il proprio caso; le ragioni erano
molte, forse una per una non sarebbero bastate, forse neppure la loro somma
diventava decisiva... Egli ci aveva pensato molto, poi si era accorto di non
poter concludere.
Era a questo punto, quando Gualtiero Ponti gli batt la mano sulla spalla:
 Anche tu leggi il nuovo romanzo di Bourget: bisognerebbe invece, mio caro,
poter andare a Montecarlo e vincere.
 Vincendo, che cosa faresti tu?
 Mi divertirei.
 Come?
 Seguiterei a giocare.
E l'allegro giocatore, del quale aveva il giorno prima tentato di scontare
indarno la cambiale, rise al pensiero di chiudere cos la parentesi della
propria vita.
 E la cambiale? chiese.
 No,  stato impossibile.
 Allora?
 Allora!
L'altro si era voltato a guardare una donna.
 Ma quando sarai rovinato? domand Romani, che provava un bisogno crudele di
affliggerlo, bench quello scapestrato non gli avesse fatto alcun male.
Gualtiero Ponti si content di alzare le spalle.
 Andiamo a fare un giro per lo Stradone? fra poco verranno Tamberi, Marzocchi;
sai, questa notte Marzocchi ha perduto settecento lire, io mi ero rifatto, poi
ho finito col perderne settantacinque. Ceniamo insieme?
Non si era ancora seduto. Era un giovanotto piccolo, brutto, coi baffi a
spazzola, la testa rotonda e gi calva, che mostrava indifferentemente,
giacch si era tratto il cappello per asciugarsi il sudore, rimanendo cos a
capo scoperto; un tic nervoso gli faceva di quando in quando scattare le dita
della mano destra.
 Tu non ci pensi dunque? insist ancora Romani.
 A che cosa serve il pensarci?

Non c'era altra filosofia nella vita: sciaguratamente non bastava, perch
giungeva il momento di dover pensare per forza. Finirebbe cos anche colui?
Istintivamente rispose di no, conoscendolo troppo bene per supporlo capace di
un simile sforzo. Tuttavia in quel momento, per una specie di giustizia che si
sentiva dentro, avrebbe avuto bisogno di credere che per lui pure sarebbe
venuta quell'ora insopportabile di espiazione.
Quindi n'ebbe come uno scatto violento.
 Te ne vai? chiese l'altro, vedendolo alzarsi.
 No, debbo fare una lettera.
 Va' dentro nella sala a scriverla: ti aspetto qui.
Infatti qualche cosa bisognava che scrivesse. La prima idea fu di rivolgersi
alla zia Matilde per raccomandarle i bambini; non voleva dir altro, non ne
sarebbe stato capace. Si era messo all'ultimo tavolino presso la porta, che
dava nella seconda sala del bigliardo: not che due vecchi lo guardavano.
Aveva la mano ferma. Gualtiero Ponti si affacci dalla strada alla vetrina;
allora egli si affrett.

 Cara zia,
 2 maggio 1896.
Vi raccomando i miei bambini, abbiate piet di loro che sono innocenti; io
sconto tutte le mie colpe colla morte.

E firm, avvolgendo come al solito tutta la firma dentro il riccio dell'ultima
i.
 Hai fatto presto, gli disse Ponti avvicinandosi.
L'altro aveva gi chiuso la lettera nervosamente, la mano gli tremava nello
scrivere l'indirizzo.
 Dammela: te la getto nella buca, mentre vado dal tabaccaio a comprare le
sigarette, altrimenti potresti scordartene, come accade quasi sempre a me.
Romani rimaneva perplesso; se impostava la lettera, la cosa diventava
irrevocabile. Una nebbia di sangue gli sal dal cuore agli occhi.
Quasi senza comprenderlo, si cerc in tasca il soldo per il francobollo.
 Va! ce lo metto io, disse Ponti colla mano tesa per ricevere la lettera.
Quindi la prese senza guardare la soprascritta, e usc dal caff.
Romani non si poteva muovere, ma pensava, rabbrividendo:
 In ultimo, vi  sempre qualcuno che vi spinge.

Poich avevano mutato luogo alla stazione ferroviaria, costruendone poco
lontano un'altra pi ricca e pi goffa, la strada fuori di Porta Vecchia a
quell'ora non era pi frequentata come in altri tempi. Egli dopo aver errato
per molte vie della citt, aveva finito per infilare quella; il sole si
piegava al tramonto, dalla campagna veniva una frescura di verde umido e di
piante in fiore.
S'imbatt in don Procopio, il mansionario, che abitava al disopra di lui; il
vecchio ottantenne girava ancora solo, con passo abbastanza sicuro senz'altro
appoggio che un bastone dal pomo di avorio ingiallito. Era vestito del solito
vecchio soprabito con una leggera mantellina al disopra, tutto lindo e rasato
di fresco: i capelli bianchi, troppo lunghi, gli uscivano in ciuffi dagli
orecchi.
 Lei! esclam Romani.
Il vecchio gli sorrise, scoprendo due ammirabili fila di denti troppo lunghi,
di un bianco gialliccio. Romani si era fermato.
 Dove va? disse, cedendo finalmente al bisogno di una conversazione.
 Poco lungi, figliuolo mio. Nihil est longe a Deo:  l'avvertimento di Santa
Monica al suo figlio Agostino.
Ma l'accento tranquillo contrastava con la lirica minaccia del motto latino.
 Sono stato sino alla sbarra della ferrovia.
 Ritorni ancora indietro con me.
 Nella sera si fa fresco, io sono vecchio e mi avvicino al termine.
 Che importa? proruppe l'altro: bisogna ben finirla una volta con questa vita.
 Eh! finirla... finir certo. Quando si  giovani si parla male della vita,
perch non se ne capisce il pregio, e al pi piccolo contrasto si pensa
persino male di Dio.
 Perch dunque permette egli tante infamie? Perch vi  della povera gente,
che deve morire in miseria dopo aver fatto ogni sforzo per non meritarla,
mentre i farabutti riescono sempre in quello che vogliono?
 Lo sapremo dopo, figliuolo mio: finch viviamo, bisogna rispettare la vita
come un dono di Dio.
 Poteva tenerselo.
Ma siccome la voce gli aveva tremato, il vecchio si ferm a guardarlo in viso.
 Non vi  altro in questo mondo che la vita: che cosa volete vi sia di pi
importante?
 Come mai dunque certuni se la tolgono?
 Pazzie, suggerimenti del demonio! Tutti i dolori passano,  questione di
pazienza: dopo, pensandoci, si resta sempre sorpresi di aver disperato.
Vedete, io che sono vecchio, ho avuto anch'io le mie disgrazie, i
dispiaceri... e poi, se si potesse ricominciare, ricomincerei.
 Lei non pu avere sofferto veramente nella vita; bisogna esserci dentro per
provarla e comprendere come alle volte non c' altro modo di cavarsela che
andandosene. A che cosa serve la pazienza, quando non c' pi alcuna speranza?
 Volete farmi parlare perch sono prete, non  vero? Oggi tutti i giovani, che
discorrono con noi, pretendono d'imbarazzarci; ma voi stesso in questo momento
non potete essere al caso di giudicare sulle tristi condizioni, che spingono
certi infelici al suicidio.
Romani si era arrestato, aspettando la sua opinione, ma il vecchio tacque.
Andava adagio, soffermandosi spesso a guardare quelli che incontravano, mentre
una collera sorda spingeva l'altro a bestemmiare davanti a questo prete, il
quale pretendeva naturalmente di rappresentare Dio e di poter parlare in suo
nome.
Quindi seguit:
 Si fa presto a dire che uno, il quale si uccide,  pazzo; ma se non lo fosse?
Moltissimi dnno prova del massimo sangue freddo sino all'ultimo istante.
 Pazzi, pazzi! La chiesa permette appunto il loro seppellimento in terra
benedetta, perch li considera pazzi. Ma se non c' altro al mondo che la
vita, la quale ci fu data per guadagnarne un'altra migliore! Lasciate correre,
sono fandonie delle moderne filosofie; ma intanto tutti questi filosofi e
questi poeti, che bestemmiano la vita, tirano a campare.
 E quelli che si ammazzano?
 Matti!
 Non  vero! proruppe: Vi sono delle circostanze, nelle quali il suicidio
diventa l'azione pi onesta e pi utile, che un uomo possa fare. E poi, perch
si deve tribolare tanto? Se Dio...
 Non bestemmiare, figliuolo mio.
 Non bestemmio; se Dio fosse giusto...
 Andiamo, andiamo, ripet il vecchio, alzando un pochino la canna in segno di
disapprovazione; ma il fischio della vaporiera li interruppe. Si fermarono, il
cantoniere chiudeva dinanzi a loro la barriera.
 Passa il vapore, lo vedremo, disse il prete, voltandosi verso la stazione
invisibile, alla quale il treno doveva essersi arrestato.
Anche Romani non parlava pi; l'affermazione cos sicura di quel vecchio sulla
vita lo aveva scosso; capiva che confessandogli anche la propria tragedia, non
solo non lo avrebbe commosso abbastanza da farlo vacillare nelle proprie
convinzioni, ma nemmeno da intenerirlo. I vecchi non si appassionano pi per
alcuno, ma, chiusi in se stessi, si nutrono dei propri giorni, adagio, come
per farli durare maggiormente. Quindi rimaneva irritato; il bisogno di
discutere, senza rivelarlo, il proprio suicidio, lo tormentava sempre pi
dolorosamente. I dubbi filosofici, i terrori religiosi della mattina lungo
l'argine del fiume, tornavano a sopraffarlo dinanzi a quel prete, che
rappresentava la doppia rivelazione della vita e della religione. Egli doveva
sapere per aver provato, e perch credeva senz'alcuna incertezza.
Lo esamin.
La sua faccia esprimeva una calma senza nessuna vivacit, adesso che la vita
era per lui ridotta al minimo; non diceva nemmeno pi la messa, tutto si
riduceva al pranzo e a quella passeggiata. Eppure era come tutti gli altri;
nessuno voleva pensare alla morte.
Egli invece fremeva. Dopo aver lasciato impostare quella lettera, un nuovo
orgasmo lo aveva obbligato a muoversi, quasi a fuggire, solo nelle strade, per
non tradirsi con qualche scoppio irrefrenabile. Che cosa gli importava della
vita? In quel momento, pur di finirla subito, avrebbe accettato anche la morte
pi dolorosa. Era la rivolta degli animali deboli, che trovano nella
disperazione il coraggio dell'attacco.
Quel prete di una religione, che secondo la gente ha un balsamo per tutti i
dolori, non aveva indovinato in lui, non aveva sentito niente nella sua voce!
Un sorriso amaro gli contrasse le labbra.
Un altro fischio acuto, prolungato, fend l'aria; s'intesero gli scoppi di
un'enorme respirazione che si avvicinava, si vide in alto uno stendardo
azzurrognolo di fumo, e il treno pass alla barriera rapido, nero, perdendosi
nella campagna, che si assopiva languidamente sotto il tramonto.
Don Procopio lo aveva seguito cogli occhi:
 Quello sar sempre giovane, mentre i nostri cavalli, e si batt una gamba
colla canna non vanno oramai pi!
Romani era diventato pallido come un cencio; nei suoi occhi sbarrati vi era la
fissit dell'agonia, che non vede pi o vede gi troppo lontano.

Non aveva potuto parlarne nemmeno col prete.
Questa impossibilit di trovare un'anima, nella quale riversare tutta
l'angoscia della propria, gli era diventata uno spasimo maggiore della stessa
necessit di uccidersi. Sino dalla notte, dopo la lettura di quella lettera,
resisteva all'angoscia di rivoltarsi per terra mordendo qualche cosa: invece
aveva dovuto comporsi una maschera simile al volto di tutti i giorni, perch
nessuno si accorgesse di quello che soffriva. Gli pareva di essere un
sonnambulo, colla coscienza di non poter pi uscire dal proprio sogno. La vita
seguitava intorno a lui pi intensa di prima; la luce animava le cose, l'aria
vibrava, alitavano profumi, i rumori salivano dalla terra mescendosi in una
sonorit inesauribile, dentro la quale passava un'altra infinit di musiche,
mentre la gente affaccendata di s medesima sembrava non accorgersi neppure
del tramonto imminente. Non poteva essere che cos. Era come di quelle danze
che i pi piccoli insetti fanno nei raggi del sole: volano, si riproducono
senza posa, in una confusione ardente ed instancabile, e quello che si arresta
un istante, cade non visto nell'ombra, sulla terra. Nessuno pu fermarsi al
dramma o alla morte di un altro, perch il dramma  in tutti, e tutti debbono
morire; la piet  appena un sorriso, che si volge ai feriti capaci di
rialzarsi; per quelli che soccombono, la disattenzione previene gi l'oblio.
Egli stesso non sapeva pi che cosa dire agli altri; si sentiva come una di
quelle foglie galleggianti nel fosso sotto il temporale del suo sogno: che
cosa avrebbe potuto dire una di quelle foglie morte alle erbe dei margini
sbattute dalla corrente? Il problema della morte  pi lontano e pi in alto
della vita, dove il tempo dilegua nell'eternit; e quando l'anima s'affaccia
nuda a tale problema, se non vi scorge qualche cosa nel buio, ci vuol dire
che la luce della lampada accesa dalla religione in quelle insondabili
profondit si  spenta. Il giorno cadeva. Un vapore si distendeva pel cielo,
abbassandosi lentamente sull'aria, che si raffreddava; gli oggetti si velavano
incertamente, la moltitudine pareva calmarsi. Per le sue voci si facevano pi
inquiete, tutti i passi si affrettavano. Le grida degli uccelli erano cessate
all'improvviso nell'oscurit misteriosa del fogliame: dentro le finestre,
prima incendiate dal sole, il buio si era fatto denso come un panno nero, le
strade piene di popolo avevano una ondulazione di marcia sotto la notte
imminente.
Egli aveva oramai finito quel giorno.
Le campane della sera disperdevano il proprio gemito nel silenzio delle
lontananze, come un'invocazione saliente dalla terra dinanzi al terrore delle
tenebre, che stavano per sommergerla. Nell'agonia di tale fine, che non aveva
mai avvertito prima di allora, gli parve che la morte sfiorasse tutte le cose.
Quanto era succeduto in quel giorno, non succederebbe pi, era gi perduto
irrevocabilmente dove tutto si perde, ci che fu e ci che dovr essere,
perch la vita non  appunto che una evanescenza, un suono di suoni, un'ombra
di ombre vagolanti in un infinito infinitamente remoto.
La sua anima si ravvolse nel lungo brivido di quella solitudine, che solamente
il pensiero avrebbe potuto riempire. Poi il crepuscolo si oscur ancora, le
prime stelle spuntarono dalla volta del cielo, mentre per la citt si
accendevano i primi fanali, fra un mormorio pi indistinto di voci, al disopra
della folla, che dileguava nella oscurit delle strade.
Ma le stelle crescevano sempre nel cielo opaco, troppo grandi e troppo vivide
perch la notte potesse appannarle: miriade di mondi viventi di un'altra vita
inesplicabile alla nostra, malgrado tutte le rivelazioni della scienza e della
fede.
Che cosa c'era lass? Pi alto di lass?
Dio?
Un minuto dopo la morte, questa domanda sarebbe ancora possibile?

Egli soccombeva all'umilt di un annichilimento finale. La sua volont si era
disciolta al pari di ogni altra cosa nell'ombra, come in un ritorno alla
primordiale indeterminatezza dell'essere; non soffriva pi. Persino
quest'ultimo dubbio, balenatogli pi in alto, oltre lo splendore delle stelle,
si era spento con tutto quanto moriva intorno a lui, nella dissoluzione della
notte. Che importava il motivo della morte, quando bisognava morire?
Il medesimo silenzio penetrava in tutti i cuori, la stessa ombra in tutte le
teste: non si poteva essere immortali; perch noi pretendevamo dunque di
esserlo?
Vi era differenza nella morte? Che cosa era il suicidio? Si muore di tutto,
tutti si suicidano, giacch ogni gioia troppo intensa, ogni dolore troppo
acuto ci costa forse un giorno: qualunque opera ci toglie quella parte di noi
stessi, colla quale la compimmo; i nostri figli sono i nostri parassiti sino
al giorno che, non potendo pi nutrirsi di noi, ci abbandonano per soccombere
altrove. In qualsivoglia momento la morte  sempre la stessa: un terrore,
un'angoscia, e la soffocazione in fondo. Non ci si pensa, perch tutte le idee
adunate intorno alla morte, paradisi, inferni, non riproducono che
teatralmente il nostro oggi sullo sfondo di una notte senza domani.
Quando l'ora della morte  suonata bisogna rassegnarsi: non  sempre cos
davanti a tutte le difficolt della vita? Si chiudono gli occhi, e si ingoia
il bicchiere dell'olio di ricino, come fanno i bambini.
Una carrozza, che gli pass accanto fragorosamente, coi fanali accesi, gli
ridiede la visione del treno sbuffante, fumante, coi grandi occhi sbarrati
nella notte, come se venisse contro di lui, e tutta la terra intorno tremasse
sotto la violenza del suo impeto.

Vieni con me dalla Marietta:  arrivata una ragazza d'Imola.
Romani alz la testa, Gualtiero Ponti seguitava:
 Venturini dice che  bella, vieni con me: poi ceneremo.
Ma sebbene la domanda fosse insistente, la voce rimaneva fredda; Romani stava
seduto alla cantonata del caff Rondinini, in quell'ora pieno di gente, sotto
il chiarore rossastro dei lampioni a petrolio: tutti erano vestiti a festa.
Era la prima ora del passeggio notturno, per la piazza e sotto il loggiato dei
signori; le ragazze passavano a frotte negli abiti chiari, sorridendo fra gli
sguardi, che le cercavano avidamente. Romani si era seduto, solo, a
quell'angolo. Una stanchezza malata aveva finito di vincerlo, dopo tutte
quelle corse fuori e dentro la citt: si era cacciato per molti vicoli, sino
alle mura, che da Porta Pia vanno a Porta Montanara dirimpetto alla linea
delle colline, e anche l aveva trovato la stessa gente, coppie di amanti,
torme di bambini, crocchi di mamme, e, tratto tratto, un vecchio, che passava
come un'ombra nell'ombra sempre pi densa della sera.
Gli era rimasta negli orecchi la cantilena di alcune voci.
 Dove ti sei nascosto oggi, che non ti ho pi visto? ridomand Ponti.
 Ho girato.
 Solo?
 Cos... non sempre, si corresse, ricordando l'incontro con don Procopio.
 Dunque vieni?
 No.
 Perch? Vieni.
 Non ne ho voglia.
Sopraggiunse un altro, al quale Ponti fece la stessa proposta, e che accett.
Romani rimase solo daccapo.
Perch non aveva accettato? Era stato un rifiuto istintivo, ripugnante, quasi
di un ferito, che qualcuno, stupido o villano, invitasse a ballare, poich gli
era accaduto di ricusarsi cos nella giornata ad altri inviti, sempre colla
stessa sensazione amara di disgusto. Il passaggio delle donne, che talvolta a
quell'angolo gli sfioravano quasi il ginocchio colla gonnella, lo tirava
inconsciamente ad altri pensieri: qualche profumo vaporante dalle vesti errava
nella sera, nomi femminili salivano dai crocchi vicini a lui, mentre al di l
della strada, in quel largo dinanzi al loggiato, fra i tavolini, molto signore
si erano gi fermate, e i camerieri correvano affaccendati, recando o
togliendo i bacili. La festa diventava pi tentatrice nelle ombre della notte;
pochi bambini erano ancora in giro, nell'aria agitata da uno scirocco leggero
soffiavano improvvise caldezze. Le donne, quasi belle a quell'ora, avevano nel
passo qualche cosa di diverso, un'ondulazione, che gli abiti festivi rendevano
pi provocante, quindi voltavano il capo allungando i sorrisi, o si chiamavano
fra loro a sussurrare una confidenza non difficile ad immaginarsi. Egli si
accorgeva di osservare tutto questo intorno a s. E quell'invito brutale di
Ponti gli ritornava pi insistente dalla variet di quella scena trepida di
voci e di fruscii femminini. Perch aveva adunque rinunciato? Fra la folla
delle donne ne distinse alcune, delle quali in giovent era stato l'amante:
passavano come le altre, sedotte e seduttrici, in quella prima notturna
promessa della primavera. Si capiva, si vedeva che la gente, immemore delle
proprie sciagure, o magari a cagione di queste, voleva esaltarsi gaudiosamente
in tutte quelle sensazioni, che, risvegliate dai rapidi contatti della strada,
nei brevi incontri ai caff, ingrosserebbero a cena fra la crapula dei
discorsi e la fiamma dei bicchieri, per irrompere pi tardi nei convegni colle
donne irritate dalla troppo lunga attesa.
Egli stesso aveva fatto cos mille volte, senza riflettervi.
Conosceva quelle stanze della Marietta, nell'angolo di un vicolo, sopra
un'osteria, poco lungi dalla piazza. La Marietta, non ancora vecchia, pareva
quasi un uomo alla durezza della fisonomia e con quella voce grossa. Raramente
capitava da lei qualche bella ragazza.
Se avesse seguito Ponti, non vi sarebbero in due rimasti pi di mezz'ora,
giacch in quel luogo si entrava e si usciva, avendo preso tra le braccia per
cinque minuti una donna incognita, come lungo la strada i carrettieri si
arrestano talvolta ad una bettola e vi bevono un litro in piedi, presso il
banco dell'oste. Anche Camilla doveva spesso aver fatto come le altre,
prestandosi all'amore momentaneo, nel baratto assurdo di un bacio contro uno
scudo, senza piacere, senza pudore, senza memoria. Si ricordano forse certe
cose e certi appuntamenti? Ma se ci non fosse, forse la gente impazzirebbe;
tutto nella vita ha la propria immagine falsa, l'amore e la gloria, il vizio e
la virt, e quando il sangue fermenta improvviso, o l'anima non resiste pi
alla visione di s medesima, si ricorre a queste falsificazioni come ad un
rimedio, che placa il male senza ingannarlo e ci lascia, nella prostrazione
dello sforzo compito, una pi pronta facilit al riposo.
Il suo sguardo frug rapidamente la strada, che da quell'angolo del caff
Rondinini saliva parallelamente al Corso, per vedere se Ponti ritornava,
pentendosi gi in cuore di non averlo seguito. Tutto quell'incubo di morte,
cos soffocante da venti ore, gli faceva schizzare dalla coscienza un
desiderio acuto, quasi stridente, di gustare anche una volta quel piacere che,
falsato, rimane pur sempre senza confronto con alcun altro. Perch resistere?
Aveva egli paura che gliene fosse domandato conto dopo la morte? Come quei
condannati, cui era tutto permesso nell'ultimo giorno, e che si sentivano
prendere subitamente da golosit frenetiche, egli avrebbe voluto adesso una
donna a qualunque costo; era quasi un orgoglio di sfida lanciato al mistero
della tomba, un estremo impeto di profanazione contro tutto quanto stava per
abbandonare. Le stesse contraddizioni, delle quali nel giorno aveva tanto
sofferto, gli si mutavano in un bisogno anche pi spasmodico di afferrare per
l'ultima volta la vita nel suo momento pi intenso, e spremerla, col superbo
sottinteso della morte, in una sola stretta. Pregustava gi una gioia acre nel
constatare l'inintelligenza della donna davanti all'orrore imminente di tale
tragedia, con quella falsit di carezze sempre uguali nell'amore gratuito o
venduto.
Sul marciapiede di contro, rasente all'ultimo gradino della grande scalinata,
in quel momento pass l'Anitra, una donna di trent'anni, cui il portamento dei
fianchi troppo bassi aveva meritato questo nomignolo: era sola, vestita al
solito con una certa modestia, malgrado il proprio mestiere di etra plebea.
Si alz di scatto per seguirla, nessuno gli aveva badato.
Dovette passare attraverso molti gruppi di donne, ma dai loro sguardi si
accorse subito di essere sospettato, perch andava troppo dritto su quella
traccia. Sapeva dove ella abitava: un vicolo remoto, lercio, dal nome
purissimo "Delle Vergini": ma l'Anitra rasent la fontana a sinistra.
Si era accorta di lui.
Allora egli non os pi accelerare il passo, il pentimento lo ripigliava.
Ella proseguiva adagio, con quel suo pesante ondulamento delle anche, che si
distingueva bene nell'ombra rotta dai fanali. I capelli neri le facevano un
grosso mazzo sulla nuca.
La gente si rarefaceva ancora, lungi dalla piazza, l'ombra s'infittiva: egli
pass sull'altro marciapiede per essere pi libero.
 Perch non la fermo? si chiese, senza saper rispondere.
Tuttavia quell'orgasmo gli durava, si sentiva battere il cuore, come altre
volte recandosi a qualche convegno passionale; aveva i sensi irritati e quella
leggerezza, che il desiderio della donna sembra dare a tutto il corpo.
L'altra rivolse la testa.
Egli la riconobbe: il suo viso tondo dalle guance troppo rosse, col mento
quasi da bambina, gli occhietti chiari. Gli parve di distinguere persino
quella riga grassa sotto il collo, la cosa che pi in lei gli era piaciuta.
 Non ha altro lei! Anche Camilla, che cosa aveva di pi? Quando si  eccitati,
si farebbero delle pazzie per loro, e dopo non ne resta niente. Le donne sono
tutte uguali: Caterina getter qualche urlo, poi non ci penser pi, come le
altre. Gli sciocchi siamo noi, a credere che esse ci amino. Chi ama? Io
stesso, che mi sono rovinato per questo, amo forse Camilla adesso?
Intanto proseguiva sul marciapiede, sempre alla stessa distanza.
Un uomo ferm l'Anitra, che gir ancora la testa indietro; egli si arrest,
mentre i due invece seguitavano innanzi chiacchierando a bassa voce.
Allora svolt al primo vicolo allungando il passo per ritornare in piazza.
Erano le otto e mezzo. Improvvisamente, tra quella moltitudine festiva, si
ricord di una biroccia incontrata nel pomeriggio, lungo la strada di
circonvallazione, dinanzi al nuovo macello. L'aveva guardata con una
sensazione di stupore, poi non ci aveva pensato altro. Era una delle solite
biroccie, verniciate di turchino, dalle ruote alte, tirata da un grande mulo
secco; un vecchio carrettiere senza giacca le veniva di fianco, con un
mozzicone di frusta nelle mani e una pipetta quasi senza cannuccia fra i
denti.
Egli si era dovuto ritrarre sull'orlo del fosso per non lasciarsi schiacciare,
seguendola collo sguardo sino alla svolta della strada, dove il canale si
allarga in una immensa pozzanghera.
La biroccia, colma di stracci e scossa da un triste tremito di paralisi,
pareva tratto tratto stridere lamentosamente sotto il cumulo delle miserie,
che le gonfiavano i fianchi. Gli stracci, gettati gli uni sugli altri a
palate, si confondevano in un colore sudicio, dentro al quale qualche cosa
biancheggiava ancora, un rimasuglio di candore fra tutte quelle immondizie
lasciate indietro dalla vita, e nullameno raccolte da qualcuno per viverne.
Egli aveva veduto tutto alla prima occhiata, l'aggrovigliamento di quei cenci
tessuti con ogni sorta di fibre, lacerati, sfrangiati, coperti di macchie e di
croste, che ricordavano altre piaghe, esalandone ancora il puzzo grasso e
penetrante. Una polvere cinerea ondeggiava sopra di essi ad ogni traballone
senza potersene staccare, mentre la massa, scrollandosi con una mollezza di
carne in putredine, rabbrividiva ancora sotto un volo di mosche affamate.
E sopra i suoi fianchi, lievi brandelli riaccendevano tratto tratto nel sole
qualche pallore di lino o luccicore di seta, tosto soffocato dalla bigia
pesantezza degli altri stracci, che si spostavano senza cadere, come se tutte
le loro morti vi si tenessero avvinghiate. Una fetida nausea di cadaveri
veniva da quella bara, coi segni tuttavia visibili della vita passata, gi
fermentante nell'ultima dissoluzione. Tutto l dentro era stato nuovo in altri
giorni: quante migliaia di gente vi aveva lasciato il segreto della propria
esistenza! Quanto vino, quanto sudore, quante lacrime, quanto sangue vi erano
caduti! Quanti sogni vi rimanevano ancora, che sparirebbero nella medesima
buca!
Dalla camicia della vergine al mantello del soldato, dalla fascia del bimbo al
grembiule del beccaio, dalla veste che tutto un popolo aveva ammirato,
all'abito che l'accattone aveva lasciato solamente morendo, forse nulla di
quanto la vita umana aveva adoperato per nascondere la propria nudit, mancava
in quella bara. Il pensiero avrebbe potuto frugarvi senza fine, come dentro un
cimitero.
Egli ne aveva ricevuto confusamente questa impressione nella fugacit di un
istante, poi aveva riflettuto che dovevano essere stracci troppo sordidi per
cangiarsi in carta dopo il solito imbianchimento, e destinati quindi come
concime a qualche grassa coltivazione.
Adesso la visione immonda gli ritornava in piazza come un finale ironico, che
conchiudesse quella festa, trattando allo stesso modo gli abiti e coloro che
li portavano. Infatti la bellezza nella vita non dura pi della primavera
nell'anno: uno splendore di qualche mattino, una purit sorridente di cielo,
qualche dolcezza nei tramonti, poi il sole brucia tutto daccapo, e l'autunno
imputridisce quanto il sole ha bruciato, e l'inverno seppellisce quanto
l'autunno ha imputridito. Quella folla di immemori era attesa come lui dalla
morte a un gomito improvviso della strada: uno per uno avrebbero provato la
stessa angoscia subitanea nel crollo di tutto il passato, davanti alla
impenetrabile oscurit dell'avvenire. E vi arriverebbero forse peggio di lui,
logori, maculati di putredine come i cenci di quella biroccia, esalando gi
prima di morire il fetore della decomposizione sepolcrale. Forse valeva meglio
andarsene cos, ancora intatto, nella pienezza delle proprie forze e del
proprio dolore.
La gente condanna i suicidi per dispetto della paura, che questi non hanno
avuto.
Un pensiero bizzarro gli solc la mente: se la gente, volendo, potesse non
morire mai, vi sarebbero egualmente dei suicidi? Qualcuno si ammazzerebbe
ancora, per odio della vita? Il problema era troppo profondo nella sua
stravaganza, perch egli potesse trovarne la soluzione, ma vi pens nondimeno
qualche tempo. Sapeva che le bestie non si suicidavano, pur essendo esposte a
tutti gli stessi mali fisici della umanit. Era dunque l'anima che anelava
alla morte, era la mente che si ribellava alla inutilit dello spasimo!
Infatti la povera gente, quella che vive pi materialmente, non pensa mai al
suicidio: non la fame uccide, ma l'umiliazione di mostrarsi affamato fra la
gente satolla. Chi nacque accattone, mendica per tutta la vita, e trova forse
la felicit in quest'ozio; chi invece  costretto da un disastro a questuare,
non potr mai perdonare n a se stesso n agli altri lo strazio di tale
subordinazione.
La sua angoscia in quel momento stava appunto nel sentirsi come un mendicante
fra la folla allegra e spendereccia, che non gli avrebbe dato un soldo. Essere
espulso dal mondo, come sono cacciati i poveri importuni dalla porta, quando
si commise l'errore di lasciarla loro oltrepassare!
 La carit? pensava. Ma, se ci scacciamo l'un l'altro da tutti i posti, se
dovendo tutti morire, la morte degli altri non ci tocca nemmeno... Dov' la
carit? Anch'essa  un lusso di certi istanti: si d qualche cosa, perch la
momentanea gioia di chi riceve aumenta la nostra giocondit. E' come nei
pranzi: ci vogliono degli invitati; ma si amano forse i proprii invitati?
Bisogna essere in molti ad una festa di ballo; ma la soddisfazione di ognuno 
appunto nel primeggiare sugli altri, vedendoli cos segretamente iracondi del
piacere loro tolto.

Sapeva che non vi sarebbe entrato, ma da venti minuti passeggiava sull'altro
marciapiede, dinanzi alla porta della propria casa.
La gente si era diradata anche nella piazza, solo nei due grandi caff, pi
vivamente illuminati, proseguiva la festa della domenica. Poche donne
passeggiavano ancora. Egli si era diretto verso casa, per abitudine: Caterina
doveva aspettarlo e, non vedendolo comparire, avrebbe certamente pensato che
volesse evitare un nuovo discorso sulla zia Matilde. Lungo la strada not
molte finestre illuminate; era quella l'ora pi dolce, dalle nove alle nove e
mezzo, quando le donne rientravano, e si andava a cena chiacchierando della
giornata, con quella contentezza di non aver lavorato, e non pensando ancora
alle necessit dell'indomani.
Egli si riproduceva nella mente la scena di Caterina coi fanciulli a tavola;
questi volevano senza dubbio l'altra met della zuppa inglese serbata a pranzo
per il giorno dopo, mentre ella, indispettita per la nuova assenza di lui, si
ostinava nel rifiuto.
Improvvisamente, questo piccolo dolore dei bambini, prodotto dalla sua
assenza, gli divenne intollerabile.
 La mia assenza! si ripet sottolineando questa parola, della quale si era
inconsapevolmente servito.
Caterina era poi andata dalla zia Matilde? Questa domanda lo forzava a
riflettere sull'orario, secondo il quale la posta distribuiva le lettere; ma
si persuase subito che la sua non sarebbe recapitata prima delle nove,
all'indomani. Chi era il postino, che faceva il servizio per il rione della
zia Matilde? Forse essa, riconoscendo la calligrafia, avrebbe aperto la
lettera prima ancora che quegli avesse potuto uscire di casa: e allora? In un
baleno vide tutto il dramma dopo la propria morte, ma cos rapidamente, in una
luce cos intensa, che non pot sostenerla.
Camminava senza accorgersene, a testa bassa, con tale fiacchezza, che qualcuno
fra i rari passanti avrebbe necessariamente finito col notarlo; arrivava dal
campanile di San Lorenzo, il pi alto della citt, nel mezzo della strada,
sino alla barriera. La notte era stellata, il fiume, ridivenuto quasi secco
fino dalla mattina, non mormorava pi come nella notte antecedente; i primi
fanali del borgo illuminavano sinistramente le alte spalliere del ponte in
ferro. A forza di andare su e gi, la coscienza tornava ad assopirglisi nel
ritmo stesso di quell'impulso, ma nel passare dinanzi alla propria porta
alzava sempre gli occhi. Due finestre v'erano illuminate, quella della saletta
da pranzo e, all'ultimo piano, l'altra della camera da letto di don Procopio.
Se non che la luce filtrando appena di fra le griglie, diventava impossibile
sorprendere nell'interno il passaggio di un'ombra. Si ricord dei progetti con
Caterina nel primo periodo del matrimonio per un restauro alla facciata della
casa: sarebbe stata una spesa di quasi duemila lire, alla quale avevano
rinunciato senza fatica. Caterina invece avrebbe desiderato di accomodare
qualche stanza nel podere a Santa Lucia in Vado per potervi villeggiare di
qualche guisa nell'estate. Anche quello era stato un sogno impossibile. Tutto
dileguava, per sempre! Si dovrebbe vendere ogni cosa dopo, quasi subito, in
mezzo a una disperazione piena di rimproveri contro di lui: eppure egli non ne
soffriva pi in quel momento. Come se il grande distacco si fosse gi compito,
vedeva tutto a una distanza troppo grande, con quella indifferenza che ci
lasciano le cose impossibili alla nostra volont. In lui non sopravviveva che
l'abitudine, quel fascio di rapporti indefinibili, onde l'uomo  legato alla
propria casa, quella incapacit di pensare s medesimo in modo diverso dal
come si  vissuti, tutte quelle impronte incancellabili, colle quali la vita
compose la nostra fisonomia spirituale. La casa, con quanto vi stava dentro,
era come una parte di lui stesso.
Il tempo passava.
Quella passeggiata lenta, uguale, aveva finito coll'attrarre l'attenzione
delle due guardie daziarie sedute al fresco fuori della gabella; si erano
alzate e lo spiavano. Allora egli di volta bruscamente, ma quando fu al
campanile non seppe andare oltre.
Voleva vedere quella finestra ancora una volta.
L'orologio della piazza son le dieci e un quarto, il lume passava sempre
attraverso le griglie: allora si ricord che Caterina soleva spesso la sera
ripassare la lezione dell'indomani a Ada.
 Finch c' il lume non me ne vado, borbott ostinatamente.
Ma le guardie si erano messe a passeggiare, e venivano verso di lui: dovette
tornare indietro. Per un momento pens di salire con un pretesto, salutare
tutti e scappare; titubava, si sentiva affranto.
Ritorn ancora, ma siccome le guardie stavano ferme in mezzo alla strada, a
quaranta passi dalla gabella, fumando, si persuase di essere sorvegliato.
Quasi ci potesse distogliere i sospetti, travers la strada per venire
sull'altro marciapiede, volgendo daccapo la schiena alla propria casa.
Poi un passo sollecito gli risuon dietro.
 Oh tu, Romani!
 Tu, Landi?
 Esci di casa?
 S.
 Io non ho potuto cenare a casa mia: un'altra scena con quella linguaccia di
mia moglie! Vado al Falcone, accompagnami.

Aveva gi bevuto due ponci, seduto all'ultimo tavolino di sinistra nella prima
sala, col gomito appoggiato sulla cassa di vetro, nella quale si conservavano
le paste.
Gaudenzi, l'impiegato del telegrafo, non si era ancora veduto, l'avv.
Guglielmi doveva essere al club, quel vecchio maestro chiacchierino giocava
nell'altra sala, e s'udiva spesso la sua voce in falsetto salire fra scoppi di
risa.
Una malinconia fredda gli era penetrata sino dentro le carni, come certe
umidit notturne, contro le quali non sembra giovare alcuna bont di panni.
Nel caff, pieno degl'insoliti avventori domenicali, il chiasso cresceva pi
villano; erano gruppi di artieri in gazzarra dal pomeriggio, vestiti con
pretensiosit plebea, dalle faccie inintelligenti e vanitose. Quasi tutti
portavano un piccolo cappello a cencio sull'orecchio, e tentavano sui divani o
sugli sgabelli la posa pi provocante, giacch pareva loro una specie di
conquista quel bere ai tavoli, dove per solito sedevano i signori. Nei loro
discorsi, quasi tutti di politica, ritornava sempre la stessa frase con voce
sempre pi alta, o con accento pi marcato, mentre in fondo ai loro sguardi
vaghi nel primo imbambolimento dell'ebbrezza, s'accendevano piccole fiamme. E
i pi irrequieti si guardavano intorno, cercando qualcuno dall'aspetto
signorile per la compiacenza di potersi momentaneamente, davanti a lui,
mostrare in una ostilit mimica.
Egli vedeva tutto questo senza che alcuno gli badasse, perch non era mai
stato veramente un signore.
Colla testa abbandonata sull'alta spalliera rossa del divano, una mano in
tasca, osservava i cerchi di fumo turchiniccio allontanarsi, dilatandosi
lievemente dalla punta dello zigaro, nell'aria gi greve di tutti quegli
aliti.
Al momento di entrare sotto il loggiato aveva rivolto la testa verso il grande
orologio della piazza, illuminato: segnava le dieci e mezzo. Le ore, cos
lente nel giorno, si erano tuttavia involate con una rapidit raccapricciante.
Si tast la rivoltella nella tasca sinistra della giacca, pensando un'altra
volta, con un senso d'impazienza, come non avesse incontrato n lo strozzino,
n il signor Bonoli, n il pretore, che dovevano conoscere il suo dramma.
Credeva che la loro vista sarebbe bastata a raddoppiargli l'energia, almeno
per quella necessit d'ingannarli sino all'ultimo col fingersi indifferente.
Invece, per tutta quella lunga giornata, nulla era venuto ad aiutarlo: aveva
recitato troppo bene dissimulando.
La sua fine doveva compiersi come per qualunque altra malattia, senza n
ricevere n dare ad altri alcuna insolita emozione. Perch? A che cosa serve
la morte? Perch era nato? Se non vi erano perch, tale infinita inutilit
diventava il pi profondo dei misteri. Nel bisogno di scostarsi dall'ultimo
momento, il suo pensiero fluttuava daccapo all'urto delle sensazioni, che gli
si rinnovavano nella memoria. Il babbo e la mamma, pieni per lui di tenerezza,
lo avevano allevato in un bel sogno di avvenire, addormentandosi per sempre
nella tristezza sconsolata di una disillusione finale; egli aveva amato i
proprii bambini, rifacendo sopra di essi il medesimo sogno.
Perch? Questa parola lo sbalzava da un altro lato; Camilla era passata una
sera dinanzi a lui, si erano parlati, egli aveva provato un rimescolamento
profondo, non aveva capito pi bene, si era rovinato per lei senza
accorgersene, e senza che ella se ne accorgesse. Perch? Lo strozzino,
d'accordo col signor Bonoli, aveva portato la sua cambiale falsa al pretore:
volevano mandarlo in galera? Volevano costringerlo al suicidio? Perch? Che
cosa importava loro? Era cos. Tutte le vite si rompono come bicchieri l'uno
contro l'altro, senza che alcuno abbia mai potuto leggervi la marca di
fabbrica, o indovinare chi verr a raccoglierne i cocci.
Solamente allora si accorgeva di aver sempre agito senza un perch; tutta la
sua esistenza non aveva un solo atto necessario, che la spiegasse, all'infuori
dell'avere mangiato e dormito, due bisogni istintivi per mantenerla.
Il resto rimaneva inesplicabile. Camilla e Caterina erano entrate nella sua
vita quasi allo stesso modo, egli non aveva riflettuto in nessuno dei due
casi; era diventato padre cos, perch le donne rimangono gravide, ecco tutto,
e aveva allevato i figli per un altro istinto. Gli affari, i divertimenti
dipendevano sempre dalle circostanze, anche quando si voleva combinarli con
ogni studio possibile: perch dunque si pensava e si soffriva tanto? La sua
mente ritornava alle meditazioni della mattina su quell'argine del fiume, nel
silenzio della campagna, con un nuovo terrore degli stessi problemi. Ma invece
di domandarsi se Dio era, e come ci giudicherebbe nel momento dopo la morte,
si sentiva sopraffare dal mistero primordiale della vita.
La nozione, per lui oscura ed inevitabile, di un creatore, non faceva che
rendere ancora pi inintelligibile il quesito: perch si nasce? Anche se Dio
esistesse, e dovesse punirci o premiarci dopo morti, la ragione di averci
voluto in questo mondo non si vedeva. Se egli era Dio, che cosa poteva
importargli di noi? La nostra vita non spiegava s medesima, mentre
l'antagonismo fra la sua legge e la nostra volont, per lui che ne doveva
sapere anticipatamente il risultato, diventava una ridicolaggine. Che bisogno
c'era di nascere, per dover pensar sempre senza capire nulla di nulla,
soffrirne di tutte le sorta, e morire non avendo compito niente? Essendo
cattivi, aggraviamo l'uno contro l'altro le nostre disgrazie, essendo buoni,
ci aiutiamo scambievolmente contro il male che non abbiamo fatto, ma che ci
tocca patire ad ogni modo.
E davanti a questa tenebrosa fatalit del male, che si varia nella vita per
tutta la gamma del dolore, dalla pi lieve fitta corporea alla pi larga
lacerazione spirituale, egli tornava sempre a chiedersi, con l'insistenza
spaventata di un bambino: perch si nasce? Un terrore fantastico gli faceva
pensare a qualche potere mostruoso, che dirigesse il mondo e vi rinnovasse
continuamente tutte le crudeli necessit: cos i viventi dovevano divorarsi a
vicenda per mangiare, e straziarsi l'un l'altro per godere. Infatti, non vi
era gioia nella societ, che non fosse un dolore per qualcuno; non nasceva nel
mondo un individuo, senza essere composto coi resti di altri morti, non si
poteva respirare, senza uccidere milioni di microbi, senza inghiottirne altri
milioni, che dovevano ucciderci. La legge suprema era dunque la morte: nessuno
vi sfuggiva, nessuno aveva torto o ragione davanti ad essa. L'immaginazione
esaltata da quella crisi troppo lunga, gli si smarriva in una continua
evanescenza di quadri orribili, che mettevano in quel suo sonnambulismo una
specie di incubo.
La sua faccia era diventata bianca, cogli occhi fissi, mentre il chiasso delle
voci e il tinno dei bicchieri nelle sottocoppe e nei bacili cresceva sempre
da tutti i tavoli.
 Ho qualche cosa sullo stomaco, portami un bicchierino di cognac, disse.
Il cameriere si affrett sorridendo; il padrone, bell'uomo, gi cameriere
nello stesso caff pochi anni prima, si accost fumando in una elegante pipa
di schiuma, a testa di cavallo.
 Che cosa ha mangiato, signor Romani? gli chiese cortesemente.
 Non lo so neppur io.
 Forse dipende anche da tutta questa gente! l'altro soggiunse a bassa voce,
girando intorno un'occhiata di disprezzo.
Si era seduto famigliarmente sopra uno sgabello accanto a lui.
 Questa sera la sua partita  andata a monte. Ha letto la nuova appendice del
Secolo? e si allung per prendere dal banco un fascio di giornali: a me pare
bella assai.
Romani rimaneva distratto.
 Ecco Montalti! esclam il padrone, vedendo entrare quello scrivano storpio,
che venne diritto al loro tavolo; poi capit Cavina, il muratore wagneriano;
Rotoli, il vecchio maestro chiacchierino, che aveva finito la partita
nell'altra sala, si ferm anch'esso dinanzi a loro.
Era quasi la stessa conversazione di tutte le altre sere.
Il padrone ricominci il discorso sul nuovo romanzo del Secolo Idillio tragico
di Bourget, spiegando come gli paresse bello, perch Montecarlo vi era dipinto
colla massima esattezza. Egli vi era stato, da giovane, nelle proprie
peregrinazioni di cameriere. Ma lo scrivano, socialista malcontento, protest:
quello era un romanzo aristocratico, buono a nulla, giacch gli scrittori di
vero ingegno non potevano occuparsi che delle miserie popolari.
 Ho letto anch'io qualche appendice di questo nuovo romanzo del Bourget, e
pronunzi il nome come era scritto.
Allora Cavina lo corresse, corsero frizzi.
 Tu sei un wagneriano.
 E me ne vanto.
 Wagner era socialista.
 Va! se daranno il Lohengrin in carnevale, vedrai quanto popolo vi andr,
ribatt l'altro, che intanto aveva preso il Secolo per leggere le notizie dei
teatri.
Fortunatamente nessuno di loro si sentiva in vena quella sera, poi vi era
troppa gente nel caff, e Montalti davanti alla brutalit di quelle sbornie,
che stavano gi per scoppiare, non osava i soliti sproloquii. La voce fessa e
la sillabazione troppo staccata e monotona, colla quale declamava, gli
avrebbero attirato dal pubblico qualche villana interruzione.
Si misero a parlare di donne: anche Cavina quella sera era stato in casa della
Marietta.
 La ragazza era bella? chiese Montalti con un luccicore di gatto negli occhi.
 C' ancora, parte col diretto di un'ora dopo mezzanotte.
Romani si volt: E dove va quel treno?
 Bella! a Bologna.
Rimase perplesso:
 Ci sono altri treni?
 Prima di giorno? Quello che da Bologna ritorna per Ancona alle tre, e l'altro
che arriva da Ancona verso le quattro e mezzo, perch rimane ancora impedita
la linea di Porretta.
 Ah!
 Deve partire, signor Romani? gli si volse il padrone.
 S, e la voce gli si era fatta quasi dolce.
 Dove vai? domand Cavina.
 Non lo so.
 Un mistero dunque?
 Grande.
Tutti sorrisero.
Ma il baccano domenicale li teneva in disagio. Lo scrivano, malgrado le
declamazioni socialiste, sapeva di essere poco gradito; Cavina era sospettato
di aristocrazia per i modi abbastanza garbati e quella istintiva predilezione
della grande arte, che lo traeva imprudentemente a ridere delle commedie e
delle musiche gustate dal popolino; il vecchio maestro, bench simpatico per
la dolce ingenuit del carattere e l'onest della lunga vita, s'irritava
troppo, nella lieta viridezza di tutte le proprie forze, contro ogni critica
alla parte moderata. Egli era rimasto dentro la formula cavourriana,
condannando ad alta voce tutti gli eccessi politici e le demenze atee dei
nuovi rivoluzionari.
 Eh, maestro! esclam Cavina; ecco qui altri due suicidii a Torino; non c'
pi religione.
 Voi lo dite per ischerzo, giovinastro.
 Come si sono ammazzati? domand Romani.
 Uno si  avvelenato, l'altro si  gettato sotto il treno.
E Cavina lesse i due incisi di cronaca, secchi, terribili.
 I giornali non dovrebbero nemmeno stampare certi fatti, disse il maestro: le
teste leggere si esaltano e, una volta esaltate, li commettono pi facilmente.
 Allora io sono una testa pesante. Possono raccontarne dei suicidii, io non mi
suicider mai, replic Cavina.
 Chi pu dirlo? ribatt Romani.
 Io! Stai pur sicuro. Ammazzarsi per amore o per debiti, giacch la gente si
ammazza quasi sempre per queste due cause? Per amore? Se una donna non ti
vuole, ve ne sono sempre troppe disposte a prenderti; e quanto ai debiti,
aspetter che si ammazzino prima i creditori. Se io non ho quattrini per
pagarli, mi pare che nell'imbarazzo ci siano essi.
Si rise.
Romani non rispose.
 La gente si ammazza, perch la societ  in isquilibrio, sentenzi Montalti.
 Si  sempre ammazzata in tutti i tempi, dev'essere una malattia.
 Colpa di non credere in Dio; la nostra vita ha il suo scopo altrove.
 Quale? domand Romani al maestro.
 Quale? ripeterono ad una voce Cavina e Montalti.
 Dio..., cominci il maestro.
 Non deve aver parlato molto chiaro, interruppe sorridendo il padrone, perch
si discute ancora su quello che ha detto. Fatto sta che, quando la gente sta
male, se ne va; non c' altro di evidente. Nessuno pu dire che non si
ammazzer... le circostanze sono tante!
Tutti si arrestarono perch, pochi mesi prima, l'altro suo socio nel caff si
era appunto suicidato con un colpo di rivoltella alla tempia destra.
Per Montalti, che voleva sempre dire l'ultima parola scientifica, propose il
problema:
 Quale categoria di persone d minor contingente al suicidio?
 I preti, perch stanno meglio di tutti, si affrett a rispondere il padrone.
 I milionari, ribatt Montalti, con quell'acre accento d'invidia, proprio a
quasi tutti i socialisti quando parlano di signori.
 T'inganni; c'era appunto venerd sul Secolo un articolo, non ricordo pi di
quale scienziato, che spiegava come le probabilit del suicidio aumentino in
ragione della ricchezza.
 Non pu esser vero, si ostin Montalti.
 Lei, maestro? tagli corto il padrone.
 Coloro che non sentono pi la religione.
 Lo sapevo...
Romani doveva dire ancora la sua, ma dal tavolo prossimo due o tre operai si
erano voltati, udendo il quesito, ed ascoltavano le risposte.
Uno proruppe:
 Lo dico io: i beccamorti! essi sanno meglio degli altri che la morte 
brutta: la morte  come una donna, ma finch non ci pare bella, non
commettiamo la sciocchezza di sposarla.
 Bene! fu gridato in coro.
 Un bicchierino a Matteo!
 Questo voglio offrirlo io, disse il padrone alzandosi: mi sei piaciuto nella
risposta.

Guardava il grande orologio nero fra le due scansie gialle, al disopra della
porta.
Gli altri se n'erano andati in gruppo, e a poco a poco quasi tutti i tavolini
erano rimasti deserti, mentre l'aria della notte, entrando leggera dalla
bussola spalancata sul portico, spazzava i vapori dei ponci e dei sigari. Dal
fondo della cucina giungeva, tratto tratto, un tintinno dei bacili e dei
bicchieri, che il facchino lavava forse per la centesima volta nella giornata.
Collo sguardo fisso sul quadrante dell'orologio, egli misurava il muoversi
lento della grande freccia, che segnava i minuti; ne mancavano undici a
mezzanotte.
A quell'ora in punto uscirebbe dal caff.
Il sangue gli batteva a grosse ondate sul cervello, facendogli vacillare la
vista. Adesso era quella paura materiale, che i nervi non possono pi
sopportare nella estrema imminenza della catastrofe, quando il pericolo cessa
oramai di esser tale per il compiersi stesso del fatto. Non c'era pi tempo di
riflettere, di soffrire: fra pochi minuti sarebbe entrato nell'orbita della
esecuzione. Quindi tutto quanto aveva patito nel giorno gli si condensava in
uno spasimo solo, attanagliandogli ogni fibra del corpo e dell'anima; sentiva,
dentro, un incalzare di sensazioni, una ressa di idee, uno sbaraglio di
memorie, come quando un falco piomba sopra una nidiata di pulcini e ne
ghermisce uno a volo, risalendo al cielo con un solo colpo d'ala, e tutti gli
altri si sbandano esterrefatti fra le erbe alte del campo.
Il suo sguardo era diventato cos acuto, che distingueva veramente quel minimo
spostarsi a gradi delle frecce. Tutta la sua vita stava ancora in quel piccolo
segmento, interrotto dalle cifre nere e madreperlate del X e del XI, due spazi
che si sarebbero riempiti con due dita. Non aveva altro. Avrebbero potuto
offrirgli chi sa che cosa, e non sarebbe bastato ad allungargli di un altro
dito la vita.
Il padrone era tornato dietro il banco, e si era messo a contare dei soldi da
una scodella di legno.
Romani pensava:
 Non ho pi che otto minuti. La freccia gira senza sapere il perch, ma se
sbagliasse, il tempo passerebbe egualmente nella stessa misura: non si pu
fermarlo. Ecco qui, questi ultimi otto minuti sono inutili, vuoti, come tutto
il resto della mia esistenza! Che cosa posso fare? Rimango qui, non mi muovo,
eppure il tempo mi trascina. Debbo finire prima di essere logorato: quando
l'orologio si ferma,  forse logoro? Finir cos; una ruota che s'incaglia, e
la freccia si ferma. Anche la vita  un circolo come quello dell'orologio:
tutte le ore sono identiche, non significano nulla; il tempo non  soggetto
all'orologio, pi che la vita non dipende da noi. Potrei essere il pi potente
uomo del mondo, e tutta la mia volont non saprebbe da questo posto arrestare
quella freccia, che va sempre... E' gi passato un altro minuto. Debbo essere
pronto.
Si port ambo le mani al volto, strofinandoselo violentemente come per
destarsi.
Nel caff entr un altro gruppo d'operai, pi avvinazzati di quelli che
n'erano usciti, ma per fortuna si fermarono in fondo agli ultimi due tavolini
presso la bussola. Vide il padrone uscire dal banco e passargli dinanzi per
servire prontamente i nuovi avventori, perch i camerieri erano in quel
momento nel retrobottega.
 Debbo decidermi!
Non capiva che questo, la necessit ultima, la stretta suprema, senza nome,
nella quale gi soffocava. Tutto il resto non esisteva pi. La febbre gli
faceva battere i polsi, tremava in quell'incertezza dello smarrimento finale,
che toglie tutte le direzioni, pur sentendosi nel profondo certi impeti,
simili ai guizzi della candela che si spegne.
Aveva appoggiato la testa sopra ambo le mani, per non guardare pi l'orologio;
gli pareva di ascoltarlo, bench non l'udisse.
 Appena mi alzo di qui, sar morto! Caterina, i miei bambini saranno gi altre
persone; adesso sono ancora mia moglie e i miei bambini... per cinque minuti.
Poi, pi nulla. Non c' altro. Ho fatto il possibile inutilmente; quella prima
cena all'Aquila d'oro mi ha ammazzato, mi ha ammazzato quella donna, che non
ho amato; non la conosco nemmeno, adesso, ella non mi conosce pi. Domani ci
sar ancora il sole, senza di me. Non ho pi che due o tre minuti... E'
impossibile, sento che  impossibile, non avr mai il coraggio di uccidermi!
Non lo aveva: la testa gli pesava sempre pi sulle mani, come una cosa morta.
Si tast ancora la rivoltella nella tasca.
 Con questa, no.

Il medesimo gruppo, dal quale Matteo si era voltato per dare anch'egli la
propria soluzione al problema proposto da Montalti, rientr vociando nel
caff; erano stati a bere nella liquoreria sotto il campanile della piazza, e
ritornavano per bere.
Parve che vedendolo ancora a quel posto, si decidessero unanimemente, senza
consultarsi, con una di quelle intese da ubbriachi, a gettarsi sul suo tavolo.
Egli spaventato si alz. In un lampo aveva veduto sulla faccia di Matteo,
invanito di quella prima risposta, l'intenzione di riparlarne; si volt verso
il banco, ma era gi tardi. Il gruppo lo circondava; avevano gli occhi
imbambolati, e sui volti madidi quella espressione vaga di spavalderia ostile.
Il padrone ripass dietro il banco, mentre uno dei pi briachi cadeva quasi di
peso sopra uno sgabello borbottando:
 Cognac!
 Beva un bicchierino con noi, signor Romani; ho risposto bene poco fa, non 
vero?
 Mi sei piaciuto, Matteo, torn a dirgli il padrone con accento di sottile
canzonatura: bisogna bere per trovare simili risposte.
 Adesso vogliamo bere tutti insieme; anche lei, signor Romani.
In quel momento Romani vide le freccie dell'orologio sovrapporsi segnando
mezzanotte; cos in piedi, n'ebbe come un colpo di martello sul cuore, ma
avvertiva ancora benissimo quanto gli accadeva intorno. Senza rispondere, fece
atto di andarsene.
 Questo poi no, insist un compagno di Matteo, mentre il padrone diceva:
 Se ne va, signor Romani?
 Addio, Enrico! rispose questi tendendogli la mano.
L'accento e la forma del saluto erano cos insoliti, che l'altro ne rimase
sorpreso, per fu pronto a stringergliela. Romani si mosse: allora Matteo
volle sbarrargli la via, ma l'altro lo respinse con un gesto. Si alz un
mormorio di disapprovazione.
 Va l, uno gli grid dietro, che anche tu sei un bel signore, per fare cos
l'aristocratico!
Il padrone, invece, gli teneva dietro con occhio pensoso, avendo sentito la
sua mano tutta bagnata di un sudore diaccio.

Romani travers il portico con passo tentennante, e si ferm nel largo,
davanti alla fontana. La notte era sempre bruna, ma piena di stelle, i fanali
avevano un chiarore pallido, velato, come il murmure della fontana chiusa
entro quella funerea cancellata a palle di ottone.
 No! rispose ad un pensiero, che lo avrebbe condotto a porta Appia, passando
ancora una volta sotto le finestre di casa.
Pel loggiato, e per quel largo, non si vedeva alcuno; abbass la testa, e si
avvi verso il corso Garibaldi, che conduceva difilato alla vecchia stazione
ferroviaria. Una forza oscura lo spingeva in linea retta, come una cosa,
mentre la sua mente acquistava, grado a grado, una certa lucidit: come
sempre, la fascinazione della meta lo aveva preso, appena entrato nell'orbita
della esecuzione, eccitandogli quel coraggio fisico proprio degli animali.
Nella luce opaca della notte le case perdevano i piccoli particolari delle
proprie fisonomie, le sonorit anche pi lievi sembravano attardarsi
nell'aria. Egli sentiva solo di andare, appoggiandosi come sulla sensazione
medesima del proprio passo sul marciapiede, cos che, nel passare dinanzi ad
ogni porta, l'interruzione del muro gli faceva un'impressione meno rapida e
tuttavia lontanamente simile a quella degli alberi fuggenti agli sportelli dei
vagoni, quando il treno corre veloce. Prima di arrivare alla grande barriera
fiancheggiata da due casotti giallognoli, rigati e rabescati come due grandi
gabbie da canarino, verdeggiava sul piazzale di una chiesa un piccolo giardino
dominato da un alto abete storpio alla cima. Il getto esile della fontana,
sprizzante da un sasso e ricadente sopra una minima vasca, sembrava un
singulto di bambino nella notte: un ranocchio mise uno strido gutturale e
tacque subito.
Nessuna finestra era illuminata.
Il cancello della barriera apparve alto, massiccio, coi lampioni sulle due
grosse colonne centrali; al di fuori nereggiavano i tigli dei due viali fra le
case del sobborgo.
Egli vide da lontano la guardia passeggiare, fumando uno zigaro, dinanzi alla
gabella; nella notte nessun rumore, nessun incontro.
La guardia gli aperse colla chiave il piccolo cancello a sinistra, pel quale
passavano i pedoni, e rinchiuse. Egli ne risent la scossa, l'ultima che gli
dava la citt; pieg a sinistra per la via di circonvallazione, lungo il
canale fiancheggiato da due alte file di pioppi bruni, ombrelliferi. L'aria
era pi fresca, il silenzio diverso: cori di ranocchi si rispondevano a
distanza nella notte, passavano dei brividi nell'aria, qualche fronda dormendo
pareva percossa da un'ala fuggente, un odore di terra e di verde saliva da per
tutto.
Egli allent il passo.
Sapeva che avrebbe preso per la scorciatoia del Borghetto, prima d'arrivare al
nuovo macello, per salire l'argine sinistro del fiume, presso al grande ponte
della ferrovia. La distanza dalla barriera al Borghetto era breve; sulla
sinistra sorgevano alcune case nuove di fabbri, di falegnami, di piccoli
bottegai, il commercio dei quali viveva appunto non pagando dazio. Egli andava
sempre innanzi spinto da quella forza oscura, che in noi sembra sostituire la
volont, quando questa non  pi sufficiente a dirigere la vita. Il sonno
della campagna era per meno profondo che quello della citt: le piante
sognavano, e la loro respirazione e i loro fremiti turbavano l'aria; miriadi
d'insetti, amanti o lavoratori notturni, vi si muovevano, la terra medesima
non aveva quella insensibilit dei selciati e dei marciapiedi.
I suoi occhi perdevano la fissit atonica, la frescura tornava a vivificargli
la pelle.
Improvvisamente gli apparve davanti la vasta pozza, nella quale si allargava
il canale, immota come un grande antico specchio appannato; le due righe dei
pioppi nascondevano le mura della citt. Il Borghetto, formato da un solo
vicolo, aveva un unico fanale in fondo: vi pass. La strada, pessimamente
selciata, sfiancava, avvallando, per un sentiero fra un'alta siepe e un
ruscello, poco pi largo di un fosso. Odori immondi e penetranti crescevano
appunto dove finivano le case.
Dovette badare al come poneva i piedi per non cadere; l'argine s'alzava di
contro. La sua linea, biancheggiante pel sentiero che le orme vi avevano
impresso e che l'erba orlava scuramente, spiccava nello sfondo dell'aria,
simile ad una larga striscia d'argento.
Quando vi fu salito, abbass gli occhi sul fiume vacuo, del quale i grandi
archi del ponte in pietra e laggi la spalliera dell'altro in ferro
nascondevano le estremit, quindi si volse contro le mura. Solo la chiesa di
sant'Ippolito col suo campanile, e l'altro di san Lorenzo e quello della
piazza si distinguevano bene: il resto era una massa cupa, incerta,
nell'ombra.
Egli n'era gi fuori per sempre.
E allora gli parve, stando fermo, che la citt si allontanasse, oscillando
lentamente dinanzi a lui.

La notte era bruna.
Nell'aria vagavano sentori di foglie e quell'indefinibile aroma, che la terra
fecondata sembra alitare nel maggio: l'erba era umida, le stelle brillavano
sul silenzio notturno pieno di sussurri. Dentro al fiume larghe pozzanghere
s'illuminavano tratto tratto di tenui chiarori, mentre laggi, sul ponte di
ferro, i lampioni parevano contigui, e pi lontano l'ombra oscillava. Oltre
gli argini del fiume non si coglieva che un avvallamento della tenebra in una
invisibile profondit, dalla quale si sentivano salire le preoccupazioni
terrifiche della notte. Le linee del paesaggio, circoscritto dagli argini e
dai ponti, si confondevano oscuramente, pur serbando lo stesso aspetto
regolare intorno a quella cavit del fiume, rimasto senz'acqua e senza voce.
Non si vedevano case: solo il ponte della ferrovia aveva un biancicore roseo
di muro, sulla cima del quale fantasticamente alto, guardava nella notte il
grande occhio rosso del disco.
Egli vi si incant.
La colonna di ferro sotto il disco si distingueva appena, giacch il piano
della ferrovia, sfuggendo dai parapetti del ponte, vaniva esso pure dinanzi a
quella enorme pupilla rossa senza una oscillazione. Cos ebbe daccapo paura: i
fanali lontani dell'altro ponte in ferro sparivano nella loro chiarezza come
dentro un bagliore, mentre quel rotondo occhio rosso non illuminava, e vedeva
e doveva essere visto ad un'immensa distanza, come una scolta ciclopica sulla
ferrovia deserta nella notte.
Era rimasto in piedi, inchiodato sul sentiero biancastro.
Dal ruscello, che per una larga chiavica passando sotto l'argine sboccava nel
fiume, la nota tremula di un rospo s'interruppe timidamente; gruppi lontani di
ranocchi gracidavano con violenza, coprendo un voco sottile di grilli, che si
confondeva d'intorno. Dopo aver guardato da ogni canto si volt ancora verso
la citt; dietro la sua lunga massa, bruna come una scogliera di notte,
pallidi chiarori sembravano uscire da invisibili cavit; ma non pens pi che
egli era vissuto l dentro per trentasei anni. Solamente guardava.

Sul ponte della ferrovia il casello del guardiano era illuminato; egli
strisci guardingamente lungo il parapetto pel sentiero lasciato dall'alta
ghiaia, sulla quale poggiavano le rotaie, affrettando il passo per non
lasciarsi sorprendere, giacch si ricordava come fosse severamente proibito di
transitare per le linee della ferrovia. Non sapeva se il guardiano avrebbe
fatto la ronda d'ispezione prima dell'arrivo del treno, ma quel divieto
bastava in tale momento a fargli paura. La strada ferrata si allungava dinanzi
a lui dritta, piana, nera, con quei due regoli sottili, in una uniformit e in
un silenzio inesprimibile: nessuna traccia, nessun suono, nessun segno. Aveva
voltato la schiena al disco, e scorgeva dinanzi a s per cento metri un filo
luminoso sulla costola interna delle rotaie; null'altro. Quel piano troppo
stretto gli limitava la vista, mentre una impressione gelida gli veniva da
quelle due rotaie inamovibili, che non si sarebbero toccate mai.
Di qua e di l della strada i campi bassi s'affondavano in un'ombra pi densa,
dentro la quale si distinguevano appena i ciuffi dei primi grandi alberi.
Ma i suoi occhi guardavano sempre sulle rotaie quel tenue filo luminoso, che
sembrava avanzare con lui. Finalmente era solo. A quell'ora, in quel luogo,
per quella strada non passava alcuno; sent di non essersi mai trovato in una
solitudine simile. Vedeva la ghiaia tersa, quasi vi fosse stata posta da poco
tempo, e le rotaie luccicargli dinanzi, brunite.
Quindi si ricord di esservi trascorso in vagone molte volte, di notte e di
giorno, senza prestarvi attenzione: chi guarda alla ferrovia? Gli occhi
sfuggono sul paesaggio che scompare. Adesso invece la solitudine di quella
strada, cos diversa da tutte le altre, l'opprimeva. Si ferm al quinto palo
del telegrafo, volgendosi indietro, verso la stazione. Incontr il grande
occhio rosso del disco fiso sopra di lui, e laggi un riverbero largo
d'incendio prossimo a spegnersi gl'indic il luogo della stazione. Pareva
molto pi lontano che non fosse.
D'un tratto, nel silenzio della notte, ud il grosso orologio di sant'Ippolito
battere le ore dal campanile; le cont rattenendo il respiro.
 Due quarti dopo mezzanotte, esclam voltandosi istintivamente verso Forl,
donde doveva giungere il treno.

Dall'altro lato della strada un'ombra pass con una lanterna nella mano;
istintivamente egli gir dietro il palo del telegrafo, abbracciandovisi per
non scivolare dall'alta ripa, e tenne il fiato. La lanterna nell'allontanarsi
lentamente allungava un riverbero oscillante sulla vicina rotaia, si udiva la
ghiaia stridere sotto un passo pesante.
Era la ronda del guardiano; dal fondo della notte doveva presto spuntare la
prima luce del treno.
Il guardiano vigilava, secondo il solito, quel tratto di linea di l del
ponte, perch non vi accadessero disgrazie; a un certo punto la lanterna di un
altro guardiano avrebbe risposto alla sua, e il disco muterebbe il proprio
rosso ardente in un vivido color verde. Romani sapeva tutto questo, giacch in
una bella notte d'estate, l'anno prima, se lo era fatto spiegare dal guardiano
sul ponte, ove aveva fatto sosta con alcuni amici. Quella notte gli risorse
nella mente coi pi minuti particolari; si ricord dell'immenso soprabito
biancastro, una meraviglia fra gli eleganti del paese, che allora portava
Mario Angelini. Anche questi era morto.
Ma una paura lo tenne nascosto, cos abbracciato al palo, togliendogli ogni
facolt di ragionare; aveva pensato che il guardiano nella propria ronda
potesse passare dal suo lato, e allora scoprendolo gli avrebbe necessariamente
intimato di andarsene.
Che cosa rispondere in questo caso? Avrebbe l'altro indovinato il vero motivo?
Il palo ogni tanto vibrava, percosso da tremiti improvvisi. Era un dispaccio
che passava irresistibile, invisibile sul filo, o una oscillazione, che
questo, mosso dall'aria della notte, imprimeva al palo? La sua attenzione
rimase per qualche tempo divisa fra il brontolio interno del palo e il
luccicore saltellante della lanterna gi molto lontana.
 Ritorner dal mio lato?
Lo credette istantaneamente, quindi svegliandosi come da un sogno, che quel
ritorno avesse gi rotto, si disse:
 Me ne vado.
Nuovamente tutto dipendeva da questo caso. Un'angoscia di speranza lo soffoc,
accorgendosi della vivezza dei raggi che la lanterna retrocedeva; sarebbe
bastato che un suo bagliore traversasse la strada e gli battesse sul viso ad
impedire la disgrazia, per la quale appunto si ordinavano le ronde.
La lanterna si avvicinava sempre.
Allora torn a tremare di essere scoperto, ma, per una reazione quasi di
collera contro s medesimo, si mise di sbieco, perch lo spessore del palo lo
nascondesse meglio.
Voltandosi, laggi, vide una luce.

Era il treno, ma non era ancora che una fiammella misteriosa nella notte.
Pareva immobile, tutto rimaneva immoto intorno, il guardiano era scomparso
dentro il casello: nel silenzio tranquillo dell'aria non un soffio, il fiume
taceva.
Un brivido del palo gli pass per tutto il corpo facendolo tremare a verga a
verga, mentre, laggi, quella fiammella rimaneva sempre cos piccola e ferma.
Un impeto freddo gli raggomitol l'anima in uno di quei terrori sbiti, senza
nome, dei sogni.
E strinse violentemente il palo guardando.
La fiamma appariva rossastra come in un'aureola, entro la quale pareva di
scorgere le larghe maglie tremule di una rete nera. La sua immaginazione si
rappresent subito la marcia rapida, folgorante, del treno apparentemente
fermo per la sua stessa velocit, con quei due immensi occhi di fuoco, che gli
rischiaravano la strada. Veniva da lungi, andava lungi, nero, veloce,
misterioso, fatale. Nulla poteva arrestarlo; il suo respiro era mostruoso;
ansava, soffiava fumo senza perdere la lena, senza spossarsi nel palpito
enorme, scivolando sulle rotaie che tremavano, sfondando la notte
inconsapevole. Non aveva meta, si arrestava, ripartiva; la gente spariva nei
suoi vagoni neri, tappezzati all'interno come stanze, vi si obliava
chiacchierando, in una fede sicura al mostro immane, che non aveva mai saputo
nulla e non saprebbe mai nulla di coloro, che viaggiavano nel suo ventre. Di
giorno e di notte, in qualunque stagione, sotto il sole, sotto la pioggia,
sulla neve, andava sempre; il suo tremito diventava pi profondo traversando i
ponti, il suo respiro si faceva asmatico sotto i tunnels, dai quali prorompeva
con un fischio trionfale d'ironia avventandosi gi per le valli, e non di meno
ubbidendo docile alla mano, che gl'imponeva di rallentarsi dinanzi alle prime
case di un villaggio.
Era la forza stessa del sole diventato carbone, che si sprigionava daccapo in
un altro fuoco; era la giovinezza eterna del moto, che crea tutte le
giovinezze.
Si ricord la frase invidiosa di don Procopio: come  sempre giovane,  sempre
come la prima volta che lo si guarda!
In un attimo, la sua fantasia aveva riveduto tutti i quadri e tutti i sogni
della vita.
Quel treno misterioso nella notte trasportava indifferentemente gli uomini e
le merci, i dolori e le gioie, era esso medesimo tutta la vita nella sua corsa
perpetua che nulla pu fermare, nella sua insensibilit, nella sua fiamma, nel
suo rombo, nel suo orgoglio vincitore di ogni ostacolo. Bastava salirvi per
sfuggire subito a tutte le proprie difficolt, e non essere pi che uno
sconosciuto fra sconosciuti, in viaggio verso una meta non confessata, a
ricominciare sopra una terra nuova la vita quasi consunta in un'altra. Tutto
diventava piccolo dinanzi al prodigio di un treno: impotenza ed impossibilit
non sono che conseguenza di un luogo, risultati di un ambiente, mentre la vita
sempre giovane, corre sempre, si rinnova, si perpetua, dimentica, divora il
tempo e lo spazio, bella come il sole che l'accese, pi lunga del sole che si
spegner. L'uomo non  pi nulla, se vuole contraddire o dominare la vita, non
ne pu saper nulla, non vi deve mutar nulla: la morte vera  quando il nostro
corpo si rompe da s, ma allora la vita intorno non se ne accorge. Bisogna
vivere come si pu, pi che si pu, bisognerebbe poter vivere sempre.
Un tremito profondo del palo lo scosse; la campagna sempre addormentata non si
accorgeva che il treno l'oltrepassava vigile ed indifferente come il pensiero.
Allora l'umiliazione, che gettandosi sotto quel treno ne sarebbe stato
stritolato senza produrvi nemmeno una scossa sensibile, lo vinse. E se il
macchinista, avvertendo il caso, arrestasse la corsa, quel cadavere di uno
sconosciuto, che faceva perdere qualche minuto al treno, non sarebbe stato che
uno spiacevole incidente per tutti.
 Perch si sar gettato sotto il treno? si sarebbero appena domandato tra di
loro gl'impazienti.
 Ma s'intendeva gi il suo rombo, si distinguevano i due fanali rossi,
dilatati, abbacinanti; la terra incominciava a tremare, l'aria palpitava,
dalla notte desta di soprassalto uscivano sussurri inquieti, gi pei campi
alcune voci spaurite sembravano richiamarsi.
Egli sent tutto questo. Come se le fiamme dei fanali gli fossero entrate per
gli occhi nel cervello, non vedeva pi, mentre la stessa convulsione
spasmodica lo faceva stringersi sempre pi violentemente al palo, che
oscillava quasi scosso da una bufera.
Era tardi, non c'era pi tempo.
Il treno gli fuggiva agli occhi enorme, nero, con quel ventaglio di fiamma
dinanzi, respingendo tutto col suo respiro di fornace; dalle rotaie parevano
sprizzare fiammelle, una colonna di fumo illuminata internamente si distendeva
sopra di lui, dietro di lui, come una bandiera: e al disotto, fra lunghe
fessure, si distingueva ancora una vivezza di braciere, dal quale sfuggivano
faville e bracie, che cadevano e si spegnevano.
Egli si volse; il disco guardava col grande occhio verde, lungi dal disco un
trenta passi l'ombra del guardiano protendeva ancora la lanterna nera col
piccolo vetro rotondo.
Nessuno sospettava adunque di una disgrazia.
Sarebbe stato uno slancio, uno scricchiolio e pi nulla. Davanti alla rapidit
spaventevole del treno cap che egli avrebbe potuto essere anche pi rapido,
gettandosi bocconi sulla rotaia per lasciarsi passare sul collo l'immane
valanga.
Quest'ultima sensazione gli dur, quando il treno col proprio vento non lo
scuoteva pi cos abbracciato al palo; e i vagoni neri s'inseguivano quasi
contigui nell'ombra, e dai finestrini si travedevano dentro gabinetti
illuminati, rossi, scuri, in una nudit di legno, o non si vedeva nulla,
mentre i vagoni fuggivano chiusi sino alla cima, oscuri e sinistri come
catafalchi.

La notte non mutava.
Seduto presso quel palo, colle gambe abbandonate gi per la ripa erbosa, aveva
ancora nella fantasia ansante quella visione. Aveva ascoltato il fischio
d'arrivo e quello di partenza, gli ultimi rumori e gli ultimi tremiti nella
notte, con l'angoscia che si prova solo sfuggendo momentaneamente alla morte.
Nessuno fra quanti viaggiavano su quel treno si era certamente immaginato che
a quel palo qualcuno fosse rimasto in dubbio di gettarsi sotto le ruote per
finirla colla esistenza; ciarlavano o dormivano, nel pensiero dell'arrivo,
trasportati dalla corrente della vita, pi impetuosa ancora del treno. Potervi
salire e vivere, null'altro!
Egli lo aveva sentito con una intensit, che gli rovesciava nella coscienza
tutte le ragioni della morte. Il treno gli era apparso dentro una poesia
strana ed imperiosa: la sua forza, il suo impeto esprimevano un trionfo
costante nell'orgoglio del suo stesso prodigio. Ognuno dei viaggiatori, rapiti
dalla sua foga, avrebbe potuto essere gi sfinito nelle novissime disillusioni
della morte, e non avrebbe meno provato, nel profondo della coscienza, la
vittoria di quella corsa. Ma gli era rimasta nella fantasia quella successione
di gabinetti rossi, coi divani a mezzo ricoperti dai grandi, grossolani
merletti bianchi, sui quali aveva traveduto qualche testa di donna. Qualcuna
andava forse a Parigi, un sogno che egli aveva rifatto tante volte
inutilmente, ciarlando cogli amici nelle dolci notti di estate, quando, non
sapendo come meglio ammazzare il tempo, andavano sino alla barriera per veder
passare il treno della mezzanotte. Egli si ricordava le invidie provate nei
brevi tragitti dinanzi ai viaggiatori esteri, cos riconoscibili alla
disinvolta eleganza del vestito e dei pi minuti comodi di viaggio: erano i
felici, i veri padroni del mondo, pei quali i climi non avevano inconvenienti
e le stagioni mutavano indarno.
Il lusso di queste esistenze superiori gli riappariva davanti come un quadro
rosso di quegli scompartimenti di prima classe, ammantellati di ricami
bianchi, con delle teste di donne soffuse di un tenue pallore.
Tutto era bello: i cuoi delle valigie avevano tinte esotiche, i fermagli
sprizzavano raggi fra il disordine soffice dei veli, degli scialli, delle
coperte gettate alla rinfusa, in alto, sulla piccola rete. Si fumava, si
chiacchierava, alcuni leggevano il giornale.
Invece egli era venuto in quella notte per gettarsi sotto il treno.
Si strinse con ambe le mani la testa per riordinarvi i pensieri: perch dunque
non lo aveva fatto?
Non seppe rispondere.

Ma voleva farlo.
Sentiva sempre la suprema inutilit del suicidio, quantunque non gli tornasse
nella mente un ricordo della famiglia abbandonata, e non gli rampollasse dal
cuore un rimpianto della vita trascorsa. Dopo quella lunga giornata, era
rimasto veramente solo. La morte, balenatagli cos terribilmente nel primo
tumulto di quella lettera, lo aveva poco a poco affascinato come il vuoto, nel
quale nessuno sguardo pu fissarsi lungamente: egli aveva resistito
precipitandosi da ogni lato, ma perdendo sempre qualche cosa in ogni sforzo,
sentendo svellersi dal profondo del proprio essere una per una tutte le pi
sottili radici. Doveva essere cos, perch la coscienza arriva sempre nuda
dinanzi alla morte. L'anima affacciandosi all'infinito non pu essere che
sola: i morenti mutano allora fisonomia, poich sono gi assenti prima di
essere morti, mentre tutto quanto formava la loro vita non ha pi nemmeno il
valore di un passato, e il futuro non traspare ancora dalla torbidezza del
mistero finale.
Cos solo, non aveva pi n coraggio n paura.
Lungamente pens al tempo che gli rimaneva da passare in quella posizione.
Nessuno lo aveva sospettato durante il giorno, nessuno lo aveva ancora visto,
nessuno quindi lo vedrebbe su quella strada. Chi poteva pensare che egli
stesse per morire? Quale influenza poteva avere la sua morte?
Solamente la sua volont vegliava ancora nell'attesa dell'ultimo momento.

Per quella necessit di far pure qualche cosa finch si  vivi, macchinalmente
si cerc nelle tasche un sigaro per fumare, ma non ne aveva: poi si sdrai
lungo il sentiero, sul margine della ripa, perch quella posizione, cos
seduto, gli aveva indolenzito la schiena. La terra gli diede sotto la nuca una
impressione di frescura.
A sinistra, nel cielo, si era formato un largo, sottile velo scuro, le stelle
splendevano piccole e rade. Tutto taceva. Al di sopra di quel silenzio
assonnato, la vigilia eterna degli astri rompeva le ombre dell'infinito, ma la
tenebra sulla campagna era cos densa che tutto vi era naufragato. Il suo
sguardo sal attratto dal tremolio di quei fuochi di bivacco, e si perdette
nella loro confusione.
La volta cerula si allontanava ugualmente, da qualunque punto l'occhio la
contemplasse, per una distesa trasparente come le fiammelle che vi bruciavano
nella inutilit della loro distanza senza misura. Nella sua mente oscura egli
non riceveva che questa impressione. Le poche nozioni scientifiche apprese
nelle scuole non avevano potuto dargli un concetto vivente del cielo; le
stelle, come tanti mondi simili alla terra, probabilmente popolati come la
terra, erano rimaste per lui un'idea vuota, un'ipotesi smentita ad ogni notte
dall'apparenza del fatto. Il suo pensiero, troppo piccolo, come quello del
popolo, per accogliere le spiegazioni della scienza, ritornava
involontariamente alla primitiva concezione poetica del cielo, una volta
azzurra, punteggiata di fanali e magnificamente spiegata sul mondo. Ma tutto
era sulla terra. Questa rappresentazione immutabile per lo spirito umano e
contro la quale nessuna scienza potr prevalere, non gli dava anche adesso che
una sensazione di stupore; per concepire le stelle come tanti mondi uguali al
nostro, avrebbe dovuto immaginarsele spente, e allora gli sarebbe parso di non
poterle pi vedere; quindi l'enormit del loro mistero, moltiplicata per
l'infinito del loro numero e per quello anche pi terribile dei destini, che
vi si svolgevano, avrebbe soffocato istantaneamente il suo pensiero.
Egli guardava quel cielo senza una piega, velario diafano e costellato, che
avvolgeva la terra oscura, tutta piena di dormienti destinati a morire, mentre
l'anima gli si assopiva sempre pi in un torpore di coma.
Il lungo, dissolvente lavoro dell'agonia si era omai compito dentro di lui: un
vuoto aveva inghiottito il suo spirito, e tutto quanto gli restava di vita non
era pi che un moto di abitudini.
Tale ultimo stadio gli dava appunto quella calma, che appare sempre cos
inesplicabile nei condannati a morte.

In quella torpidezza cos simile al sonno, che teneva la campagna, il suo
corpo si riposava dalla stanchezza della lunga giornata. La frescura era
blanda, l'aria tranquilla. Sdraiato lungo il sentiero, colla testa in alto,
non vedeva pi nella strada ferrata n il disco, n il palo del telegrafo:
solo i fili neri di questo, tesi sopra il suo capo, formavano come una scalea
di un significato misterioso, mentre gli steli alti del fieno si ripiegavano
sul margine della ripa a toccargli le vesti, o cedevano sotto la sua mano
distratta, inumidendogliela.
Se qualche cosa avesse attraversato la notte in quel momento, soffio o voce,
il suo spirito l'avrebbe seguita come si muovono nell'aria le piume di essa
pi lievi. Il sopore gli si faceva sempre pi profondo, la vita vegetale della
terra l'invadeva.
Era per lui come un benessere di albero sbattuto dal vento, arso dal sole nel
giorno, e che di notte ridiventa fresco, e dalle foglie ristorate manda un
murmure indistinto. Qualche stella sembrava tremolare nel sorriso della
propria luce, altre si stringevano a gruppi entro un albore diafano, e altre
pi remote scintillavano tratto tratto, quasi barattando segnali di scolte. Ma
tutto era pace anche lass: una dolcezza di riposo si spandeva su tutte le
cose; perfino il fiume aveva cessato di muoversi, e i ranocchi adunati nelle
pozzanghere dei campi non gracidavano pi.

Un lungo brivido gli discese dal pensiero gi per le reni, mentre un fischio
stridente, quasi di un proiettile, gli passava sulla testa.
Il fischio seguitava rompendosi nell'acutezza di appelli ripetuti, la terra
tremava: prima ancora di essersi potuto levare in piedi aveva scorto
nuovamente la pupilla verde del disco dilatata nell'ombra, e al disotto di
essa, sulla ghiaia della strada, un chiarore che si muoveva colla lanterna del
guardiano.
Era il treno delle tre, un misto, che veniva da Bologna.
Rimase dritto, cogli occhi laggi, spalancati sulla luce saliente dalla
stazione invisibile. Non aveva raccolto di terra il cappello, si sentiva un
continuo soffio agghiacciato sulla faccia, la gola gli si era improvvisamente
disseccata. Sbirci due o tre volte il vetro verde del disco, sorvegliando
l'ombra del guardiano; non tremava, ma era come se tutto tremasse intorno a
lui.
Aspettava in una tensione, che non gli permetteva di fare un moto neppure
coll'anima. Aveva i capelli irti e la bocca aperta: il suo sguardo
s'illuminava di una profonda chiarezza interna.
Il fischio ricominci, poi a un certo momento parve un urlo, che l'immane
respiro della macchina gi in moto soffocasse; strid ancora. La lanterna del
guardiano si era alzata.
Si vedevano distintamente i due fanali rossi e, pi in alto, una oscillazione
oscura di fumo: egli guardava ancora, attonito, senza respirare, scosso dal
tremito convulso della terra, che pareva sfuggirgli sotto i piedi.
La sua vita non aveva pi che alcuni minuti secondi.
La macchina ebbe uno sbuffo pi violento.
Rapidamente, inconsapevolmente, si gett bocconi colla testa sulle rotaie; la
rotaia tremava. Egli guardava venire la macchina, ma non vedeva pi che un
immenso ventaglio di fiamma alto come una parete, la terra oscillava sotto di
lui; chiuse gli occhi e sent sulla ghiaia, nel medesimo attimo, il palpito
del proprio cuore e i battiti dell'orologio. Istintivamente aperse le braccia
puntando le palme sulla ghiaia, abbacinato dall'immenso fulgore di
quell'incendio, che si precipitava contro di lui rugghiando.
I suoi occhi sostennero per un istante l'urto, non capiva, non sentiva; poi
gli parve che il ventaglio di fiamme si sollevasse, si vide la macchina
lanciata a volo sulla testa, come un'enorme arco di ponte che ardesse, un
vento impetuoso gli sferz il volto, mentre la terra squarciata da un ultimo
sforzo si apriva sotto di lui.
 No, no! ebbe appena il tempo di urlare, ritraendo disperatamente la testa,
che la macchina gli era forse gi a soli venti metri.
Un torrente nero; solido, alto: un soffio gelido ed irresistibile lo gett
quasi gi dalla ghiaia, sulla quale puntellava ancora le mani, raggricchiato
nello sforzo istintivo di farsi pi piccolo, senza potersi muovere, chiudendo
gli occhi ad ogni vano fra vagone e vagone, come ad una scudisciata che gli
fendesse a mezzo le pupille.
E il treno enorme, vertiginoso, freddo, nero non finiva.
All'ultimo vagone egli rotol sul sentiero.
Quando si rialz non vide pi il treno.

Egli se ne andava lungo il sentiero, a testa bassa.
Una vergogna amara di quanto gli era accaduto aumentava sulla sua coscienza,
come dopo la pioggia in certe pozzanghere cresce l'acqua. Si era gettato sotto
il treno cedendo alla pressione di una forza interna che lo spingeva, e la sua
ragione, rianimata dal fracasso della macchina, aveva avuto irresistibilmente
paura. La sua volont, incapace di qualunque sforzo, non si era pi mossa,
quando puntato sulle mani, colla testa rasente ai predellini dei vagoni, aveva
sentito sfilare ruinosamente tutto il treno. L'aria, che fuggiva smaniando fra
i larghi raggi delle ruote, gli schiaffeggiava il volto gelato da uno di
quegli orrori fantastici, pei quali nella notte i fanciulli perdono la voce.
Egli non si era immaginato la morte cos enorme, con quella onnipotenza di
uragano!
Adesso tutta la sua natura di uomo timido ed inetto ripigliava il sopravvento.
Una specie di buon senso gli diceva sommessamente che aveva avuto ragione di
aver paura: lo spettacolo del treno, veduto colla testa sulle rotaie, era
qualche cosa d'inesprimibile, d'insopportabile. Le rotaie oscillavano sotto la
sua fronte, quasi come il filo del telegrafo quando il vento soffia impetuoso,
la terra reboava, quel ventaglio di fiamma, formato dalla congiunzione dei due
fanali, si dilatava sempre come per la spinta di una eruzione, dalla quale
sfuggiva in alto un'immensa colonna di fumo. Era una scossa saltellante di
valanga, con un rombo di tuono fra schianti di baleni e un vento freddo e una
minaccia fulminea che rovesciava, dissolveva tutto dinanzi a s.
Perci non aveva resistito.
Per un solo istante si era irrigidito nel duello, premendo la tempia sul ferro
gelido della rotaia collo sguardo ardente su quell'incendio; sarebbe
abbisognato che il treno non fosse stato pi che a tre metri, e allora forse
il delirio stesso gli avrebbe fatto mantenere la posizione.
Ma uno spavento lo aveva avviluppato, e lo cacciava nuovamente per quel
sentiero nella notte tranquilla. Dove andare? Sentiva di avere ancora paura
della morte, che gli era quasi passata addosso con quel treno oscuro e
fiammeggiante, nell'impeto procelloso di una vittoria: ne aveva rimasto
l'abbarbaglio negli occhi e il vento nei capelli. La sua faccia non gli
sarebbe parsa pi la medesima, se avesse potuto vederla; era di un pallore
lapideo, cogli occhi vitrei e una specie di smorfia immobile sulla bocca. Come
tutti i toccati dalla morte, aveva mutato. Nel suo stesso terrore gli rimaneva
qualche cosa di estraneo alla vita, un senso di profondit interminabili, un
freddo di caduta per una ruina di abissi. Infatti quel treno non gli era parso
che si allontanasse per la strada ferrata, ma era dileguato per lo spazio,
come il tuono, in uno di quei rapimenti che accendono a razzi le stelle.

Si arrest.
Aveva camminato per qualche miglio, senza por mente alla diversit della
sottoposta campagna nella tenebra. Si accorse di essere tutto bagnato di
sudore e di rugiada, il luogo non pareva mutato, e le rotaie gli si perdevano
sempre dinanzi a pochi passi sul piano oscuro della strada.
 Diranno che ho avuto paura!
Infatti lo avrebbero detto, vedendolo cos. Era stato lo sbigottimento
inevitabile della morte, giacch il coraggio non  appunto che uno sforzo
contro di esso, che la gente non vorrebbe mai vedere in coloro che debbono
morire. Il soldato, il condannato titubante divengono istantaneamente
spregevoli; bisogna che entrambi fingano il disprezzo, quasi la provocazione,
perch tutti si esaltino in questa vittoria della volont umana. Ma il
suicida, che si vant, per una qualunque ragione, di gettare la propria
esistenza come un cencio immondo dietro di s, non ha pi diritto alla paura.
In questo caso la gente insorge contro il falso temerario, che voleva
sottrarsi alla pressione della morte, pi greve ancora di quella dell'aria,
giacch ci mantiene aderenti alla vita malgrado tutti i dolori: e le
contumelie diventano la rivincita dell'umiliazione, che il coraggio
inesplicabile di ogni suicida infligge alla moltitudine sempre invocante la
morte e singhiozzante di vilt ad ogni sua apparizione.
Chi l'ha voluta davvero, non pu ritornare nella vita. E' una consacrazione
come quella che la religione pratica sui propri sacerdoti, i quali non sanno
pi riconfondersi cogli altri uomini.
Egli si rappresentava tutto questo oscuramente, nelle scene che ne sarebbero
seguite a casa sua e nel caff. Si ricordava di alcuni, che avevano annunziato
il proprio suicidio, di altri ancora pi infelici, che vi erano sopravvissuti
rimanendo per tutti un oggetto di scherno. Se egli fosse tornato addietro,
avrebbe intoppato nella ilarit di tutto il paese, unanime, dopo una simile
commedia, nel giudicare anche pi abbietto il suo dramma. Poi, conosceva la
zia Matilde, che appena aperta quella lettera ne avrebbe gettato le alte grida
per tutta la casa e per le strade, correndo da Caterina. Come intercettare
quindi quella lettera? Perch intercettarla?
Per quanti sforzi avesse voluto fare, non gli sarebbe riuscito di tornare
indietro: la sua anima vuota non amava, non si doleva pi, ma, sola dinanzi a
s medesima, assisteva come uno spettatore al supremo duello della volont
contro l'istinto. Se non che, finite tutte le ragioni del vivere, la vita
resisteva ancora al pari di ogni involucro alla pressione che doveva
spezzarla, ed egli provava un'ultima indicibile vergogna per se stesso nel
riconoscersi cos pauroso. Solo una specie di testardaggine, un impegno col
proprio orgoglio, l'obbligavano a morire.
Aveva sempre la rivoltella in tasca, ma non pens nemmeno un istante a
servirsene; dopo quel primo infelice esperimento, temeva di fracassarsi la
testa senza uccidersi, perdendosi cos in un'altra fine peggiore di tutte le
morti. Infatti un suicida sopravviveva ancora in paese, dopo essersi asportato
con un colpo di pistola quasi tutta la parte inferiore del volto: era un
giocatore non vecchio, che da quel giorno non aveva pi osato uscire di casa,
e pel quale la serva, diventata sua moglie, cercava l'elemosina.
Ma se avesse potuto davvero analizzare sottilmente se stesso, in quella
ripugnanza ad uccidersi con la rivoltella avrebbe scoperto qualche altra cosa,
poich a quel modo si sarebbe veramente ucciso da s, mentre invece non voleva
che morire. Gettarsi sotto il treno e lasciarsi schiacciare! Non egli avrebbe
distrutto s medesimo, ma un'altra forza, un mostro vivente, ansante, il pi
prodigioso uscito dalla mente umana. Egli sentiva un'ironia nella antitesi
della propria debolezza contro tale onnipotenza, nel mutare quello
stupefacente veicolo di vita in uno strumento di supplizio. Era come una
vendetta contro la societ, che lo costringeva a morire colla assurda
contraddizione delle proprie leggi coi propri costumi. Infatti il suo suicidio
non aveva altro motivo.
La natura non ha bisogno del nostro concorso per ucciderci, il mondo solo ci
condanna al suicidio: quando la nostra presenza non vi  pi possibile,
sentiamo la necessit di morire, per non durare come un rimasuglio fra la
gente. La societ non  pari alla natura, nella quale anche i residui hanno un
valore. Ognuno crea se stesso in una classe o in una funzione con indelebili
caratteri, ma, distruggendo questa personalit, non gli rimane n posto, n
gruppo. Allora erompe la contraddizione fra l'istinto che vorrebbe vivere, e
la ragione che non sa pi trovarne il modo.
Infatti egli non aveva, coll'imprudenza di quella cambiale falsa, sciupato che
la propria condizione in paese, cos che potendo trasportarsi altrove non
avrebbe quasi nulla perduto. La morte, cui si umiliava, era un omaggio al
giudizio della societ, un tragico complimento all'importanza della classe,
nella quale era nato. Come marito, come padre, come uomo, egli consentiva a
non poter vivere se non come aveva vissuto fino allora, mentre intorno a lui
le migliaia e migliaia vivevano egualmente bene entro la condizione, nella
quale sarebbe precipitato; ma poich la nostra vita  anzitutto spirituale,
una mutazione della sorte vi ha infinitamente pi importanza che qualunque
altra della natura. Dalle pi grandi tragedie ai pi minuscoli drammi, non si
tratta mai che di suicidio, di una immolazione che l'individuo fa di se stesso
alla societ, come vittima espiatoria delle colpe altrui o delle proprie.
Quindi la vergogna dell'aver avuto paura lo mordeva anche allora, che nessuno
se n'era potuto accorgere. L'orgoglio necessario al suicidio, quella
esaltazione di sentirsi maggiore degli altri, appunto gettando ci che  tutto
per essi, gli era venuta improvvisamente meno. Vile come coloro, per non
somigliare ai quali moriva, si era gettato disperatamente indietro dalla
rotaia, invece di lasciarvisi sfracellare. Egli aveva provato confusamente, in
quei brevi istanti, una specie di compiacenza ironica e superba al pensiero di
insudiciare col proprio sangue il lucido cerchio delle ruote, arrestandone
forse, magari per un secondo, la marcia trionfale.
Lo avrebbero visto fracassato, irriconoscibile, inorridendo in quella
inesprimibile paura della morte, che gela istantaneamente tutti i cuori!
Sarebbe stata la sua rivincita dopo morte, perch anche il suicidio ha bisogno
di averne una.

Seduto accanto al palo, coi gomiti sulle ginocchia e la fronte fra le palme,
piangeva.
Dopo aver girato lungamente innanzi e indietro per il sentiero, in un orgasmo
di febbre, era ritornato allo stesso punto, vinto dal fascino misterioso,
contro il quale lottava. Era stata una corsa miserabile di fanciullo smarrito
per la notte che si sente aggredito a ogni tratto nell'invisibile e non osa
gridare nemmeno inciampando. Non poteva decidersi, non sapeva andarsene;
qualche altro treno doveva passare prima di giorno. Quando rivide quel palo,
ne prov un sollievo come di una meta; la luce del disco era sempre rossa,
lontanamente la stazione aveva quel largo riverbero d'incendio.
Qualche lagrima calda gli scivolava fra le mani e le guance, sciogliendosi con
un sottile bruciore di sale. Era l'ultimo pianto, quello che non si sente pi,
perch tutto  gi morto di dentro: i suoi occhi piangevano, come talvolta le
ferite lasciano uscire goccia a goccia il sangue, mentre il moribondo sente
ancora che col sangue se ne va la vita. La natura stessa esprime talvolta un
simile pianto in certi squallori di paesaggi autunnali su praterie opache,
sotto un cielo grigio, senza un vivente che le attraversi e senza case; o fra
roccie appannate e riarse, in una nudit di cadavere. E vi  un dolore sotto
le pietre, e pare un pianto l'umidit che l'aria del crepuscolo vi lascia.

Un gallo cant.
L'aria era ancora cos scura, ma il sereno del cielo principiava ad imbiancare
in una purezza sempre pi scialba: le stelle adesso rade perdevano quel
tremolio che le ingrandiva, ogni vapore si era disciolto. Senza che ne
apparissero ancora i segni, l'alba si avvicinava. Nell'aria pi fredda altri
brividi passavano, simili a sussurri mano mano pi intensi. Tocc un ciuffo
d'erba sull'orlo della ripa, e ne ritrasse le dita imperlate di rugiada.
Da quell'altezza della strada cominciava a discernere la campagna.
Gli alberi scoprivano gi le cime, disegnando la regolarit dei loro filari;
poi un altro gallo cant e un crocchio di rane volle rispondergli, ma la loro
voce notturna si spense all'improvviso. Gli parve di udire come uno schiaffo
di imposte nel muro, una luce appar. Non era pi la notte. Laggi il grande
riverbero della stazione si appannava, mentre dietro le mura della citt quel
vapore luminoso aveva cessato di salire dalle strade invisibili, e in alto,
molto in alto, i tre campanili spiccavano rigidamente.
Un freddo gli strinse lo stomaco. Sebbene il casello del guardiano sembrasse
chiuso, si allontan guardingamente dal palo, perch sul margine della strada,
nell'aria sempre pi diafana, sentiva di apparire a tutta la campagna. Gli
alberi si scrollavano lievemente, sibili d'insetti, tintinni misteriosi
preludevano alla grande sinfonia del giorno. Una luce approdava all'ultimo
orizzonte respingendo la tenebra, che si orlava di riflessi evanescenti in
lunghe strisce, talvolta simili a nuvole stracciate. Ma pi che dell'albore,
egli aveva paura dei suoni. Le cose pi mattiniere intorno a lui si erano gi
deste; dentro le frondi qualche ala batteva per spigrirsi, mentre gli ultimi
sogni strisciavano impalpabili sugli occhi ancora socchiusi. Segu per qualche
minuto il volo spaurito di una nottola, rivedendola ogni volta, con una specie
di compiacenza egoistica, traballare sempre pi incerta e precipitarsi
nuovamente gi nell'ombre pi dense, ad ogni chiarore che si diffondeva
nell'aria. Si era allontanato mezzo miglio dal palo, ma la citt e il ponte di
ferro si vedevano ancora.
Se non avesse avuto cos paura del giorno, gli sarebbe sembrato ancora notte;
infatti, laggi, i fanali rimanevano accesi, appena l'ultima linea
dell'orizzonte si era rischiarata, e qualche gallo impaziente aveva lanciato
il primo squillo della propria diana. Ma i suoi sensi, vibranti di un ultimo
orgasmo, gli rendevano manifesti i pi impercettibili segni. Non poteva pi
ricapitolare quanto gli era accaduto nella notte, sentiva solamente una
vergogna crescente, intollerabile di essere ancora l, senza un motivo. Per
tutta la notte era stato solo, adesso invece la luce gli addenserebbe intorno
tutti i viventi: il suo coraggio non potrebbe resistere, sarebbe ripreso,
ricacciato a forza indietro, pi in basso, per sempre, sotto la propria ruina,
inconsolabile, immutabile, inutile. Tutto ridiventava un pericolo. Guardava,
ascoltava convulsamente; la notte non era pi simile a se stessa; la sua
frescura, la sua tranquillit, il suo sonno avevano mutato; una inquietudine
agitava ogni suono e dava un accento di trepidazione a tutte le voci. La
solitudine si riempiva.
Guard l'orologio, ma non distinse i numeri sul piccolo quadrante, e non os
accendere un fiammifero. Dovevano essere le quattro: forse a quella distanza
l'orologio di sant'Ippolito si sarebbe ancora udito; poi n'ebbe paura.
Qualunque voce gli faceva male; nell'aria colse un vagare di aromi, altri
effluvii che s'innalzavano verso il mattino. A che ora passerebbe il primo
treno? Sbigottito si volt verso il disco, ancora cos rosso, ma di un rosso
meno luminoso. Per le altre strade della campagna la gente doveva aver
ricominciato il proprio passaggio, i lattivendoli, gli ortolani, tutti coloro
che soddisfano ai primi bisogni della citt; nei due grandi caff della
piazza, sempre aperti, nottambuli col volto livido dalla veglia troppo
prolungata comincerebbero a parlare di separarsi, perch odiavano
istintivamente l'alba e la sua ripresa coraggiosa del lavoro sotto la
immutabile necessit dell'andare avanti. Anch'egli era un nottambulo,
l'ultimo, per l'ultima volta. Nel tormento di quella paura, soffriva alla
preparazione lenta del giorno, pi ammirabile forse che lo scoppio stesso del
sole trionfante daccapo a sollecitare coi propri raggi tutti i viventi. Egli
allora non si muoverebbe, informe cadavere per sempre. Ma non voleva esser
visto prima, non aveva bisogno delle sollecitazioni, che gli aumentavano
intorno. Se ne andrebbe, se ne andrebbe ad ogni modo, nella disperazione di
non aver potuto nulla comprendere, senza la giustificazione di quanto aveva
sofferto! Meglio la notte, il buio senza vita: un silenzio eterno e la
sicurezza del nulla, perch non vi poteva essere altro, dopo! Il suo odio alla
vita glielo rivelava chiaramente. Egli, che aveva tanto patito il giorno
innanzi nella rottura graduale di ogni vincolo, adesso non soffriva pi che la
fretta, colla quale gli pareva di sentirsi cacciato; non v'era altro tempo da
perdere. Fra venti o trenta minuti, da quella posizione tutti avrebbero potuto
scorgerlo. I canti dei galli si erano venuti ripetendo, poi un muggito aveva
dominato tutte le voci. I pioppi tornavano a stormire colla battuta secca
della grandine, i salici sibilavano, le quercie sussurravano appena.
Da un olmo sotto la strada un grido di passere, subitaneo come una risata, lo
fece trasalire.
Ormai egli stesso avrebbe potuto discernere lungo il binario un uomo a grande
distanza, e tuttavia era ancora presto.
Si ferm al primo palo del telegrafo, sdraiandosi daccapo sul sentiero per
nascondersi. Stava in agguato, coll'occhio teso sulle ultime lontananze della
strada, l'orecchio aperto sospettosamente a tutte le voci; le erbe alte,
fradice di rugiada, gli bagnavano il volto percosso tratto tratto da un
tremito, che gli echeggiava sonoramente sino al fondo dell'anima. Ma tutte le
forze gli erano improvvisamente tornate: era l'attacco finale di quel duello
troppo lungo colla morte, senza pi alcuna incertezza, e pi orribile
nell'impossibilit di muoversi. Tutto il suo odio si era mutato in coraggio,
quasi la morte, che gli verrebbe incontro su quel treno, dovesse avere una
forma umana come la sua. Il suo tetro scheletro, colle occhiaie vuote e la
lunga falce, gli riappariva nella fantasia cogli altri fantasmi della
espiazione cristiana evocati dall'ultimo dubbio: ma temeva solamente di non
poter durare per tutta la lunghezza della prova. Il suo sforzo supremo era di
non pensar pi, non voleva pi nulla davanti. La sua coscienza era giunta
finalmente al disprezzo della vita, di questa farsa stupida ed atroce, che
nessun Dio poteva aver voluto, perch vi si soffre solamente, e coll'amore di
un minuto vi si chiamano altri a soffrire e a morire: ecco tutto! Il resto era
menzogna. E davanti a questa imperscrutabile necessit il suo individuo urlava
nello spasimo di non poter inabissare tutta la terra e, strappando con un
gesto titanico dal cielo l'immenso manto stellato, ravvoltolarvisi come in una
bandiera nemica, e spirare ultimo sulla ruina finale di quanto era stato.
 Ah! grid balzando in piedi, immemore di ogni riguardo.
Era il treno. Nel pallore crescente della tenebra la sua luce appariva simile
a quella di un palloncino roseo librato nell'aria, ma egli non vedeva che la
morte. Era scattato in piedi alla prima scossa del terreno come ad un appello,
protendendo il volto in una impazienza quasi insolente della fine. Aveva negli
occhi un chiarore di cristallo e sulla faccia una fisonomia di marmo. Rimase
cos immobile, colla volont tesa contro il treno, calcolando mentalmente la
rapidit della sua corsa.
Un fremito d'orgoglio lo scosse ancora, nel vederlo gi cos vicino che si
discernevano distintamente i due fanali; apr le braccia ad un gesto
inesprimibile, e si gett sulla rotaia abbandonato.
Era caduto, quasi colla fronte sul ferro, gli occhi rivolti al treno. Avanz
la testa per poggiare il collo sulla rotaia, lasciando penzolare il capo nel
vano come da una ghigliottina.
Il freddo del ferro alla gola gli fece passare questo paragone nel pensiero.
Ma allora tutte le forze lo abbandonarono, si decomposero per le scosse della
terra, che gli passavano per tutto il corpo colla violenza di continue
scariche elettriche. Si raggricchi, chiuse gli occhi, travolto dal fragore
precipite che gi l'investiva; il ferro della rotaia gli friggeva quasi sotto
il collo, una vampa gli aveva ventato sugli occhi, mentre nel terrore
delirante, ineffabile, di quella cosa senza nome, la sua volont caparbiamente
disperata, come quella di un bambino, ripeteva:
 Non importa, non importa!
Con un ultimo sforzo prem ancora il collo sulla rotaia.
Poi un'estrema convulsione di turbine, di abisso, di valanga, d'incendio, lo
fece quasi rivoltolare sopra se stesso; apr gli occhi nella fiamma, e per una
paura pi terribile grid:
 Mio Dio!
Ma l'enorme macchina gli era gi passata furiosamente sulla testa, soffocando
nel proprio fracasso di cateratta l'inutile parola.

FINE.
