Omero.

Gli Inni.
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FONDAZIONE "EZIO GALIANO" onlus.
BIBLIOTECA TELEMATICA PER NON VEDENTI.
"Regala un libro ad un cieco".
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Trascrizione elettronica resa disponibile dalla
     Fondazione Ezio Galiano onlus
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ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Inni omerici.
1. Inno a Dioniso.
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Figlio di Zeus, dio dall'aspetto di toro: alcuni dicono
che a Dracano Semele ti concep e ti partor a Zeus
signore del fulmine, altri a Icaro battuta dai venti,
altri a Nasso, altri lungo il fiume Alfeo dai gorghi profondi;
altri affermano che tu sei nato a Tebe, signore.
Mentono tutti: il padre degli uomini e degli di ti gener
lontano dalla gente, nascondendoti a Era dalle bianche braccia.
C' un altissimo monte chiamato Nisa, fiorente di boschi,
al di l della Fenicia, vicino alle correnti dell'Egitto ...

"... a lei offriranno molte statue nei templi.
E poich ti tagliarono in tre parti, ogni tre anni
gli uomini ti sacrificheranno perfette ecatombi, per sempre".
Cos dicendo, il Cronide accenn con le sopracciglia
scure: i capelli divini ondeggiarono sul capo immortale
del sovrano, che fece tremare il vasto Olimpo.
Cos parl il saggio Zeus, e diede un ordine con il capo.
Siimi propizio, dio dall'aspetto di toro, che dai la follia
alle donne: noi aedi ti cantiamo all'inizio e alla fine,
e chi ti dimentica non pu intonare una sacra canzone.
Cos ti saluto, Dioniso dall'aspetto di toro,
e saluto tua madre Semele, che  chiamata Thyone.
...

Inni omerici.
2. Inno a Demetra.
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Comincio a cantare Demetra dai bei capelli, dea venerabile,
e la sua figliola dalle caviglie sottili, che Adoneo
rap - glielo concesse Zeus onniveggente, signore del tuono,
ingannando Demetra dalla spada d'oro, dea delle splendide messi -
mentre giocava insieme alle floride figlie di Oceano
e coglieva fiori (le rose e il croco e le belle viole)
su un morbido prato. Coglieva le iris e il giacinto, e anche
il narciso - insidia per la tenera fanciulla - che la Terra gener
su richiesta di Zeus, per compiacere il signore infernale:
straordinario fiore splendente, prodigiosa visione per tutti
quel giorno, sia per gli di immortali che per gli uomini mortali.
Dalla sua radice erano sbocciate cento corolle,
e al suo profumo fragrante sorridevano l'ampio cielo
e tutta la terra e la salsa distesa del mare.
Stupita, la fanciulla protese entrambe le mani
per cogliere il bel balocco; ma l'ampia terra si apr
nella pianura di Nisa, e ne usc con i suoi cavalli immortali
il signore che ha molti nomi e molti sudditi, figlio di Crono.
Afferr la ragazza e la condusse via sul suo carro d'oro:
ed essa, riluttante e in lacrime, mand un grido altissimo,
invocando il padre Cronide, sovrano potente.
Ma nessuno fra gli immortali n fra gli uomini mortali
sent la sua voce, neppure gli ulivi dai frutti lucenti.
Soltanto la figlia di Perseo la sent dal suo antro,
Ecate dalla candida mente, dal velo splendente;
anche il dio Elios, luminoso figlio di Iperione, la sent
invocare il nome del padre Cronide: ma questi era lontano
dagli altri di, chiuso nel suo tempio ricco di preghiere,
intento a ricevere bei sacrifici dagli uomini mortali.
E intanto, con l'assenso di Zeus, rapiva la dea riluttante
il fratello del padre, il dio che ha molti sudditi e molti ospiti,
il Cronide dai molti nomi, con i cavalli immortali.
Finch la dea poteva vedere la terra e il cielo
stellato e il mare pescoso dalle vaste correnti
e la vampa del sole, finch ancora si aspettava di rivedere
la dolce madre e l'eterna famiglia degli di,
la speranza le riscaldava il nobile cuore, bench fosse angosciata.
.Ma quando entr nella terra, lev un lunghissimo grido..
Echeggiarono le vette dei monti e gli abissi del mare
alla sua voce immortale, e la venerabile madre la sent.
Un acerbo dolore le prese il cuore, e dai capelli
divini si strappava il velo con le sue stesse mani.
Si gett sulle spalle un manto funereo,
e si lanci come un uccello sulla terra e sul mare,
alla ricerca; ma nessuno volle dirle la verit,
n fra gli di n fra gli uomini mortali,
e nessun uccello le port un messaggio veritiero.
Per nove giorni allora l'augusta Demetra vag
sulla terra, stringendo in mano fiaccole ardenti:
chiusa nel suo dolore, non si nutriva n di ambrosia
n di dolce nettare, n immergeva le membra nell'acqua.
Ma quando le apparve la decima fulgida aurora,
le venne incontro Ecate, con in mano una torcia,
e cos le rivolse la parola, desiderosa di informarla:
"Augusta Demetra, signora delle messi, ricca di doni,
chi fra gli di celesti o fra gli uomini mortali
ha rapito Persefone e ha contristato il tuo cuore?
Infatti ho sentito le grida, ma non ho visto coi miei occhi
chi fosse. Questa  la verit, tutta quanta."
Cos disse Ecate; e non le diede risposta
la figlia di Rea dai bei capelli, ma subito con lei
si incammin, stringendo in mano fiaccole ardenti.
Andarono da Elios, sentinella degli di e degli uomini;
si fermarono davanti ai cavalli, e la dea luminosa gli chiese:
"Elios, almeno tu rispetta una dea, quale io sono, se mai
con parole o con fatti ho compiaciuto il tuo cuore.
Mia figlia, quel mio dolce germoglio, dal volto luminoso ...
ho sentito la sua voce acuta nel limpido etere,
come se subisse violenza; ma non l'ho vista con gli occhi.
Ma poich tu su tutta la terra e sul mare
volgi il tuo sguardo raggiante dall'alto dell'etere chiaro,
dimmi sinceramente se hai visto colui - un dio o un mortale -
che ha preso mia figlia, mentre io ero lontana,
facendole forza, ed  fuggito con lei."
Cos disse; e il figlio di Iperione le rispose:
"Figlia di Rea dai bei capelli, signora Demetra,
saprai tutto. Ti rispetto molto, e compiango il tuo dolore
per la figliola dalle caviglie sottili. Nessun altro
degli immortali  colpevole se non Zeus che addensa le nubi,
che l'ha assegnata come florida sposa ad Ade,
suo fratello. Questi l'ha rapita e con le cavalle l'ha trascinata
dentro la densa tenebra, nonostante le sue grida.
Ma tu, dea, arresta il pianto copioso: non conviene
che tu nutra una collera cos insaziabile. Fra gli di
non  un genero indegno di te Adoneo dai molti sudditi,
tuo fratello e tuo consanguineo. Ebbe in sorte
il suo regno all'inizio, quando fu fatta la divisione in tre parti:
abita con coloro di cui gli tocc di essere il signore."
Cos disse, ed incit i cavalli: ed essi al suo ordine
rapidamente tiravano il carro veloce, come grandi uccelli.
A lei un dolore pi atroce e pi aspro entr nel cuore.
Irata poi con il Cronide dalle nere nubi,
abbandon il consesso degli di e il vasto Olimpo
e and per le citt e le fertili campagne degli umani,
camuffando il suo aspetto per molto tempo: nessuno degli uomini
o delle donne dall'alta cintura la riconosceva vedendola,
fino a quando arriv alla casa del saggio Celeo,
che allora era il signore di Eleusi odorosa.
Afflitta nel cuore, sedeva lungo la strada,
all'ombra, presso il pozzo Partenio, cui attingeva acqua
la gente (sopra si protendeva un ramo d'olivo),
simile ad una vecchia avanti negli anni, lontana dalla maternit
e dai doni di Afrodite amante delle corone:
cos sono le nutrici dei figli dei re che danno sentenze,
cos sono le dispensiere nelle regge sonore.
La videro le figlie di Celeo figlio di Eleusi,
che venivano ad attingere l'acqua abbondante per portarla
in brocche di bronzo alla casa del padre.
Erano quattro, simili a dee, nel fiore dei giovani anni:
Callidice, Clisidice, l'amabile Dem,
e Callitoe, la maggiore di tutte.
Non la riconobbero -  difficile per un mortale distinguere un dio -
ma standole vicino le rivolsero parole alate:
"Da dove vieni, vecchia? Chi sei fra i mortali avanti negli anni?
Perch te ne stai lontano dalla citt, e non ti avvicini
alle case? L, nelle sale ombrose, vi sono donne
della tua stessa et, ed altre pi giovani,
che ti mostreranno amicizia, nelle parole e negli atti."
Cos dissero, e la dea veneranda replic con queste parole:
"Salve, care figliole, chiunque voi siate
fra le donne. Cos vi rispondo ( ben giusto
che alle vostre domande dia risposte veritiere):
Dos  il mio nome, che l'augusta madre mi diede.
E sono venuta qui da Creta, sull'ampia distesa
del mare, non per mia scelta: a viva forza i pirati
mi condussero via riluttante. Quelli poi
con la veloce nave approdarono a Torico, dove le donne
scesero a terra in gruppo, ed essi
preparavano il pranzo vicino agli ormeggi della nave.
Ma il mio cuore non aveva voglia del pasto soave,
e allontanandomi di nascosto per la nera contrada
fuggivo dai superbi padroni: non dovevano
trarre guadagno da me, vendendomi senza avermi comprata!
Cos sono arrivata qui, vagabondando, e non so
che terra sia questa e chi siano gli abitanti.
A voi ora tutti gli di che abitano l'Olimpo
concedano legittimi sposi, e di generare figli conformi
ai desideri dei genitori; ma abbiate piet di me, ragazze,
.ditemi questo con chiarezza, perch io lo sappia,.
mostrandomi amicizia, care figlie: in casa di chi potrei andare,
uomo o donna che sia, a svolgere volenterosa
i compiti che si addicono a una donna attempata?
Potrei tenere in braccio un bimbo appena nato
e allevarlo con cura, custodirei la casa
e nel fondo delle stanze ben costruite preparerei il letto
dei signori, e sorveglierei il lavoro delle donne".
Cos parl la dea; subito le rispose la vergine indomita,
Callidice, la pi bella fra le figlie di Celeo:
"Nonna, pur contro voglia noi umani dobbiamo per forza accettare
quel che ci danno gli di, perch sono molto pi forti.
Ma io ti informer con chiarezza, e ti far i nomi
degli uomini che qui hanno potenza e prestigio,
che guidano il popolo e difendono le mura
della citt con i loro consigli e le sagge decisioni.
Ci sono Trittolemo dagli accorti pensieri e Dioclo,
Polisseno e l'irreprensibile Eumolpo,
Dolico e il nostro valoroso padre.
Tutti questi hanno mogli che si prendono cura delle case,
e nessuna di loro al tuo primo apparire
ti caccer fuori, disprezzando il tuo aspetto:
tutte ti accoglieranno, perch assomigli a una dea.
Aspetta qui, se vuoi, finch torniamo alle case
del padre, e a nostra madre, Metanira dall'alta cintura,
raccontiamo ogni cosa con ordine: pu darsi che ti inviti
a venire da noi, senza cercare la casa di altri.
Nella sua casa ben costruita essa nutre un figlio maschio
amatissimo, nato tardi, dopo lunga attesa e speranza.
Se sarai tu ad allevarlo ed egli diventer adulto,
qualsiasi donna vedendoti facilmente ti invidier:
tale compenso ti dar in cambio delle tue cure".
Cos disse; la dea accenn con il capo, ed esse riempivano
d'acqua le brocche splendenti e le riportavano, esultanti.
Rapide arrivarono alla grande casa del padre, e subito alla madre
riferirono quel che avevano visto e udito; e subito essa
le invit a tornare da lei e a offrire un compenso infinito.
Come cerve o vitelle a primavera
saltano sui prati sazie di cibo,
cos esse, sollevati i lembi delle vesti incantevoli,
corsero per la strada incavata: i capelli
balzavano lungo le spalle, simili al fiore del croco.
Trovarono la dea gloriosa accanto alla via, dove prima
l'avevano lasciata, e la condussero alla loro casa
paterna; essa veniva dietro, con il cuore turbato
e il capo avvolto dal velo: il peplo scuro
ondeggiava ai rapidi passi della dea.
Presto arrivarono al palazzo di Celeo, sangue di Zeus,
e lungo il portico andarono l dove la madre autorevole
le attendeva, seduta presso un pilastro del solido tetto,
tenendo in braccio il bambino, il nuovo germoglio. Esse le corsero
incontro: la dea pass oltre la soglia e col capo
tocc il soffitto; riemp le porte di una luce divina.
Stupore e rispetto e un pallido timore presero la donna:
si alz dal trono e la invit a sedersi.
Ma Demetra signora delle messi, ricca di doni,
non volle sedersi sul trono splendente,
e aspett silenziosa, abbassando i begli occhi,
finch l'accorta Iambe le pose vicino
un robusto sgabello, e sopra vi stese un candido vello.
Qui sedendo, la dea si teneva il velo con le mani.
A lungo rimase seduta, muta e angosciata,
senza rivolgere parole o gesti ad alcuno:
non sorrideva, non toccava n cibo n bevanda,
struggendosi di nostalgia per la figlia dall'alta cintura.
Finch l'accorta Iambe, con scherzi e con molti
motteggi, indusse la dea veneranda
a sorridere, a ridere e a rasserenare il suo animo
(Iambe che anche poi fu sempre cara al suo cuore).
Metanira riemp e le porse una coppa di vino
mielato, ma la dea scosse il capo: non le era lecito - disse -
bere il rosso vino, e chiese una bevanda d'acqua
e farina, mescolate con tenera malva.
La donna prepar il ciceone e lo diede alla dea, secondo il comando;
lo prese Demetra, augusta signora, e instaur il rito.
Fra loro cominci a parlare Metanira dalla bella cintura:
"Ti saluto, donna: certo non sei nata da genitori
dappoco, ma illustri. Dal tuo volto si irraggiano dignit
e grazia, come dal volto dei re che danno sentenze.
Ma pur contro voglia noi umani dobbiamo per forza accettare
quel che ci danno gli di: portiamo un giogo sul collo.
Ora che sei venuta qui, per, avrai tutto ci che  mio.
Alleva questo mio figlio, che gli di immortali
mi hanno dato tardi, insperato, e che mi  carissimo.
Se sarai tu ad allevarlo ed egli diventer adulto,
qualsiasi donna vedendoti facilmente ti invidier:
tale compenso ti dar in cambio delle tue cure".
In risposta le disse Demetra dalla bella corona:
"Anch'io ti saluto, donna: che gli di ti diano ogni bene.
Volentieri prender tuo figlio, come mi chiedi.
Lo allever io, e non credo che per difetto della nutrice
un sortilegio o un'erba malefica lo offenderanno:
conosco infatti un antidoto molto pi forte del veleno,
conosco un valido rimedio al sortilegio funesto".
Cos parl, e lo accolse nel seno odoroso
e fra le braccia immortali: si rallegr in cuore la madre.
Cos la dea allevava nel palazzo lo splendido
figlio di Celeo, Demofonte, che Metanira dall'alta cintura
aveva generato: e il bimbo cresceva simile a un dio,
senza nutrirsi di cibo n suggere .latte materno.
Demetra
lo ungeva d'ambrosia quasi fosse il figlio di un dio,
leggermente alitandogli sopra e stringendolo al seno.
Di notte lo avvolgeva nella vampa del fuoco, come un tizzone,
all'insaputa dei genitori: per loro era un grande stupore
come cresceva precoce e assomigliava agli di.
E l'avrebbe reso immortale e giovane sempre,
se Metanira dalla bella cintura, avventata,
spiando di notte dal talamo odoroso
non li avesse veduti. Gemette e si batt le cosce,
temendo per il figlio, e gran follia la prese;
e piangendo pronunci parole alate:
"Demofonte, figlio mio, in una gran fiamma ti avvolge
la straniera, e prepara per me pianto e lutti angosciosi".
Cos disse lamentosa. L'ud la dea chiara;
irata con lei, Demetra dalla bella corona
con le mani immortali allontan da s il bimbo,
che la donna aveva generato - inatteso - nel palazzo, e a terra
lo depose lontano dal fuoco, furibonda nel cuore,
e intanto diceva a Metanira dalla bella cintura:
"O mortali sciocchi e insensati, incapaci
di prevedere il destino, buono e cattivo!
Anche tu per sventatezza gravemente hai sbagliato.
Giuro infatti - giuramento divino! - sullo Stige spietato
che avrei reso tuo figlio immortale ed eternamente
giovane e gli avrei concesso un onore infinito;
ora invece non potr sfuggire alla morte e al fato.
Avr per per sempre un onore infinito, perch  salito
sulle mie ginocchia e ha dormito fra le mie braccia.
Per lui anno dopo anno nella buona stagione
i figli degli Eleusini ingaggeranno tra loro una guerra
e una mischia terribile, sempre continuamente.
Io sono Demetra onorata, colei che pi procura
gioia e conforto a immortali e mortali.
Ordunque il popolo tutto costruisca per me un gran tempio
e al suo interno un altare, presso la citt e le alte mura,
sulla collina che domina dall'alto il Callicoro.
Io stessa vi insegner i riti, perch poi,
celebrandoli in modo pio, plachiate il mio cuore".
Cos dicendo, la dea cambi statura ed aspetto,
scacciando la vecchiaia: bellezza le aleggiava intorno,
un'amabile fragranza si diffondeva dal peplo
odoroso, e dal suo corpo immortale la luce
si irradiava lontano; i biondi capelli le coprivano le spalle,
e la solida casa si riemp come della vampa d'un lampo.
Lasci le sale, e a Metanira subito le ginocchia si sciolsero,
a lungo rimase senza parole, e non pens
a sollevare da terra il bimbo amatissimo.
Ma le sorelle udirono le grida di pianto
e accorsero dai loro letti lussuosi: una poi
raccolse il bambino e lo strinse al seno,
un'altra accese il fuoco, un'altra corse con agili piedi
ad accompagnare la madre via dalla stanza odorosa.
Stando intorno al bambino scalciante lo lavavano
con ogni cura: ma quello non si addolciva nel cuore,
perch nutrici e balie peggiori si occupavano di lui ora.
Per tutta la notte esse placavano la dea gloriosa,
sussultando di paura; e al sorgere dell'aurora
raccontarono per filo e per segno al possente Celeo
quel che aveva ordinato Demetra, la dea dalla bella corona.
Egli riun in assemblea il suo vasto popolo
e comand di erigere a Demetra dai bei capelli un ricco
tempio e un altare, sulla collina svettante.
Quelli lo ascoltarono e tosto ubbidirono:
secondo il comando, costruivano il tempio, che cresceva alto per
[volont della dea.
Quando terminarono e conclusero la fatica,
tornarono ciascuno a casa sua; e la bionda Demetra
dimorava l, e si teneva lontano da tutti i beati,
struggendosi di nostalgia per la figlia dall'alta cintura.
Sopra la terra feconda essa rese terribile e odioso
quell'anno per gli uomini, perch nei coltivi i semi
non germogliavano: li nascondeva Demetra dalla bella corona.
Molti aratri ricurvi i buoi tiravano invano nei campi,
molto bianco orzo cadde vanamente nella terra.
E avrebbe distrutto tutta la stirpe degli uomini
con la fame spietata, e avrebbe sottratto ai signori dell'Olimpo
l'onore glorioso delle offerte e dei sacrifici,
se Zeus non ci avesse pensato, meditando nel suo cuore.
Mand anzitutto Iride dalle ali d'oro a chiamare
Demetra dai bei capelli, dea dall'amabile aspetto.
Cos disse, e Iride obbed a Zeus Cronide
dalle nere nubi, attravers rapida lo spazio coi piedi
e arriv alla rocca di Eleusi odorosa;
trov nel tempio Demetra vestita di scuro
e le parl pronunciando alate parole:
"Demetra, il padre Zeus dalla mente infallibile
ti chiede di tornare fra gli di che vivono eterni.
Vieni! Non disattendere la mia parola, che viene da Zeus".
Cos disse pregandola; ma il cuore di lei non si convinceva.
Allora poi il padre le mand tutti gli di beati
che vivono eterni: venendo uno dopo l'altro
la supplicavano e le offrivano molti bellissimi doni
e tutti gli onori di cui volesse godere fra gli immortali.
Ma nessuno pot persuadere il cuore e la mente
della dea, adirata nel petto: duramente respingeva i discorsi.
Diceva infatti che non sarebbe tornata sull'Olimpo
odoroso e non avrebbe nutrito i frutti della terra
prima di aver rivisto con gli occhi la figlia dal bel volto.
Quando ud ci Zeus onniveggente, signore del tuono,
mand all'Erebo l'Arghifonte dalla verga d'oro,
perch blandisse Ade con dolci parole
e riportasse la veneranda Persefone dalla densa
tenebra alla luce, fra gli di, cos che la madre
vedendola con gli occhi deponesse la collera.
Obbed Ermes, e subito discese rapidamente
nei recessi della terra, lasciando le sedi dell'Olimpo.
Trov il signore nella sua casa,
seduto sul trono accanto alla nobile sposa,
angosciata dalla nostalgia della madre: e questa, lontano,
meditava rabbiosi disegni contro gli di immortali.
Standogli accanto gli disse il forte Arghifonte:
"Ade dai foschi capelli, signore dei morti,
il padre Zeus ti ordina di rimandare fra gli di,
fuori dall'Erebo, la nobile Persefone, perch la madre
vedendola con gli occhi deponga l'ira e la rabbia
furente contro gli immortali. Essa medita un piano terribile:
annientare le deboli stirpi degli uomini terrigni
nascondendo i semi sotto la terra, annullando gli onori
degli immortali. Tremenda  la sua collera, e non si unisce
agli di, ma se ne sta in disparte nel suo tempio
odoroso, chiusa nella rocciosa rocca di Eleusi".
Cos disse; Adoneo, il signore dei morti, sorrise
con le sopracciglia, e obbed agli ordini di Zeus sovrano.
Senza indugio esort la saggia Persefone:
"Persefone, torna da tua madre, la dea vestita di scuro,
ma conserva nel petto un cuore e un animo sereni,
e non prendertela troppo, oltre ogni misura.
Non sar per te un marito indegno fra gli immortali,
io che sono fratello del padre Zeus. Qui tu
regnerai su tutti coloro che vivono e camminano,
e avrai onori grandissimi fra gli immortali;
ci saranno castighi infiniti per chi ti offender,
per quelli che non placheranno con sacrifici il tuo nume,
officiando pii riti e offrendo i doni dovuti".
Cos disse; si rallegr la saggia Persefone,
e balz in piedi piena di gioia. Ma egli
di nascosto le diede da mangiare un dolce chicco di melograno,
guardandosi attorno, perch non rimanesse per sempre
lass , con la veneranda Demetra vestita di scuro.
Davanti al carro d'oro Adoneo dai molti sudditi
and a bardare i cavalli immortali.
Essa sal sul carro, e accanto a lei il forte Arghifonte
prese nelle mani le redini e la frusta
e guid fuori dalla sala i cavalli, che volavano lieti.
Rapidamente percorsero il lungo cammino: n il mare
n l'acqua dei fiumi n le valli erbose
n i monti trattennero la foga dei cavalli immortali:
pi in alto dei monti essi tagliavano il cielo profondo.
Guidandoli l dove attendeva Demetra dalla bella corona,
li arrest davanti al tempio odoroso; ed essa a quella vista
scatt come una menade sopra un monte ombroso di boschi.
Dall'altra parte Persefone, come vide il bel volto
della madre, lasciando il carro e i cavalli,
salt gi , corse, si strinse a lei, appendendosi al collo.
Ma mentre la dea ancora teneva fra le braccia la figlia,
di colpo il cuore sospett un inganno; trem di terrore
e sciogliendosi dall'abbraccio la interrog con parole:
"Figlia, non avrai certo mangiato del cibo
l sotto? Parla, non nascondermi nulla: cos entrambe sapremo.
Se  cos, infatti, lontano da Ade odioso,
insieme a me e al padre Cronide dalle nere nubi
vivrai, onorata da tutti gli immortali.
Se no, scendendo di nuovo nei recessi della terra
vivrai laggi ogni anno per un terzo delle stagioni,
e per gli altri due terzi con me e con gli immortali.
Non appena la terra a primavera si coprir di fiori
profumati e variopinti, dalla tenebra densa subito risalirai,
grande prodigio per gli di e per gli uomini mortali.
Con quale inganno ti circu il signore di molti?"
A lei replic la bellissima Persefone:
"Sta' certa che ti dir tutta la verit, mamma.
Quando il messaggero Arghifonte venne da me
da parte del padre Cronide e degli altri celesti
a dirmi di uscire dall'Erebo, perch rivedendomi con gli occhi
tu deponessi la rabbia e l'ira terribile contro gli immortali,
io balzai in piedi piena di gioia, ma Ade di nascosto
mi porse un chicco di melograno, dolce boccone,
e con la forza mi costrinse a mangiarlo, pur contro voglia.
Ti dir anche come mi rap e fugg, conducendomi negli abissi
della terra, secondo la ferma volont del Cronide mio padre:
ti racconter tutto ci che mi chiedi.
Noi tutte insieme sul prato incantevole
- Leucippe, Fain, Elettra e Iante,
Melite, Iache, Rodeia e Calliroe,
Melbosi, Tyche e la tenera Okyroe,
Criseide, Ianeira, Acaste e Admete,
Rodope, Plut e l'affascinante Calipso,
Stige, Urania e l'amabile Galaxaure,
e Pallade battagliera e Artemide saettatrice -
giocavamo e raccoglievamo splendidi fiori,
il croco delicato e insieme iris e giacinti
e corolle di rose e gigli, spettacolo meraviglioso,
e il narciso, che simile al croco spuntava dall'ampia terra.
Io appunto lo coglievo con gioia, ma il suolo da sotto
si apr, e ne balz fuori il possente dio, signore di molti.
Mi port sotto terra sul suo carro d'oro,
bench resistessi e levassi altissime grida.
Ecco: ti ho detto tutta la verit, anche se mi addolora".
Cos allora per tutto il giorno, con cuore concorde,
confortavano a vicenda il loro spirito,
con mutui gesti d'affetto: il cuore si svuotava degli affanni;
ricevevano e davano scambievolmente gioia.
Venne loro vicino Ecate dal velo splendente,
e abbracci stretta la figlia dell'augusta Demetra:
da allora la dea  sua battistrada e sua scorta.
Zeus onniveggente, signore del tuono, mand loro come
[messaggera
Rea dai bei capelli, perch riconducesse Demetra
vestita di scuro in mezzo agli di, e promise di darle
qualunque privilegio essa volesse fra gli di immortali.
Stabil che sua figlia, anno dopo anno,
per un terzo del tempo stesse dentro la densa tenebra
e per due terzi accanto alla madre e agli altri immortali.
Cos disse, e obbed la dea all'invito di Zeus:
subito cal dalle vette dell'Olimpo
e arriv a Rario, terra umida e fertile
un tempo, ma allora niente affatto fertile, anzi
pigra e infeconda: teneva nascosto il bianco seme
per volont di Demetra dalle belle caviglie (ma in seguito
si sarebbe presto ricoperta di lunghe spighe
col procedere della primavera: nelle campagne i pingui solchi
si sarebbero riempiti di spighe, da legare poi in covoni).
Qui anzitutto arriv Rea, scendendo dal limpido etere:
si rividero con piacere, e gioirono nel cuore.
Cos Rea dal velo splendente parl a Demetra:
"Vieni, figlia: Zeus onniveggente, signore del tuono,
ti chiede di tornare in mezzo agli di, e promette di darti
qualunque privilegio tu voglia fra gli di immortali.
Stabilisce che tua figlia, anno dopo anno,
per un terzo del tempo stia dentro la densa tenebra
e per due terzi accanto a te e agli altri immortali.
Cos dice che avverr: lo ha sancito con un cenno del capo.
Obbedisci, figlia mia, ti prego; non nutrire
una collera incessante contro il Cronide dalle nere nubi.
Presto: fa' crescere per gli uomini i frutti nutrienti!".
Cos disse, e obbed Demetra dalla bella corona,
e subito fece spuntare il frutto dalle campagne feconde,
e tutta l'ampia terra si ricopr di foglie
e di fiori. Ed essa and dai re che danno sentenze
- Trittolemo e Diocle agitatore di cavalli,
il possente Eumolpo e Celeo, condottiero di eserciti -
e mostr loro l'esecuzione dei riti e rivel a tutti
- a Trittolemo, a Polisseno e inoltre a Diocle -
i sacri misteri, che non  consentito profanare n indagare
n rivelare, poich la reverenza per gli di frena la voce.
Beato fra gli uomini chi ha assistito a questi riti!
Ma il non iniziato ai misteri, l'escluso, non avr identica
sorte, neppure da morto, sotto l'umida terra.
Quando la dea chiara ebbe insegnato ogni cosa,
salirono all'Olimpo, fra la folla degli altri di:
qui abitano, accanto a Zeus signore del fulmine,
venerate e rispettate. Beato fra gli uomini terreni
colui che esse di cuore prediligono:
a protezione della grande casa subito gli mandano
Pluto, che dispensa ricchezza agli uomini mortali.
Voi, dee che regnate sulla terra di Eleusi odorosa
e su Paro marina e su Antrone petrosa:
tu, Demetra, augusta dea, signora delle messi, ricca di doni,
e tu, bellissima Persefone, sua figlia,
premiate benigne il mio canto con l'amabile prosperit.
E io canter te, e anche un'altra canzone.
...

Inni omerici.
3. Inno ad Apollo.
.
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Non dimenticher di cantare Apollo arciere,
al cui arrivo tremano gli di nella casa di Zeus:
quando si avvicina, balzano in piedi
tutti dai troni, quando tende l'arco luminoso.
Soltanto Leto rimane accanto a Zeus, signore del fulmine:
allenta la corda e chiude la faretra,
con le sue mani toglie dalle forti spalle
l'arco e lo appende alla colonna del padre,
a un chiodo d'oro; poi fa sedere il dio su un trono.
Il padre gli offre nettare in una coppa d'oro,
salutando il caro figlio; allora gli altri di
tornano ai loro posti, e gioisce l'augusta Leto,
perch ha generato un figlio forte, abile arciere.
Salve, beata Leto: hai generato una splendida prole,
il signore Apollo e Artemide saettatrice;
partoristi lei in Ortigia e lui in Delo rocciosa,
sdraiandoti presso il gran monte, il colle del Cinto,
vicino alla palma, lungo le correnti dell'Inopo.
Come ti canter, se mille sono i tuoi canti?
Dovunque infatti per te c' terreno di gloria, Febo,
sia sulla terraferma che nutre vitelle sia nelle isole.
Ti sono care tutte le rupi e le alte vette
dei monti eccelsi, e i fiumi che corrono al mare
e le scogliere a strapiombo e i golfi marini.
Canter forse come Leto ti partor, gioia per i mortali,
sdraiandosi sul monte Cinto, nell'isola rocciosa
di Delo bagnata dal mare? Da ogni parte le nere onde
battevano la spiaggia al soffio fischiante dei venti:
da l provieni, tu che regni su tutti i mortali.
Fra le genti che vivono a Creta e nella terra di Atene,
nell'isola di Egina e nell'Eubea, famosa per le navi,
a Ege, a Iresia e a Pepareto marina,
sul tracio Athos e sulle alte vette del Pelio,
a Samotracia e sui monti ombrosi dell'Ida,
a Sciro, a Focea e sull'erto monte di Autocane,
nell'accogliente Imbro e nella brumosa Lemno,
nella sacra Lesbo, sede di Macare, figlio di Eolo,
a Chio, la pi fiorente delle isole adagiate sul mare,
sull'impervio Mimante e sulle alte vette del Corico,
a Claro luminosa e sull'erto monte di Esagea,
a Samo ricca di acque e sulle erte vette di Micale,
a Mileto, a Coo, citt dei Meropi,
a Cnido elevata e a Carpato, battuta dai venti,
a Nasso e a Paro e sulla rocciosa Renea:
per tanto spazio cammin Leto, incinta dell'arciere,
cercando una terra disposta a offrirle una casa per il figlio.
Ma tutte tremavano per il terrore, e nessuna ard
accogliere Febo, per quanto fosse prospera,
finch l'augusta Leto arriv a Delo
e la interrog, pronunciando parole alate:
"Delo, non vorresti essere la sede di mio figlio,
Febo Apollo, e ospitare un tempio fiorente?
Nessun altro - vedrai - si occuper mai di te,
e non sarai mai ricca di mandrie e di greggi, stanne certa:
non darai messi n farai crescere fitti alberi.
Ma se avrai un tempio di Apollo arciere,
tutti gli uomini si raduneranno qui
per portarti ecatombi, e un profumo infinito di grasso
si lever sempre da te, e nutrirai i tuoi abitanti
per mano degli stranieri, poich non  fertile il tuo suolo".
Cos disse; Delo gio e disse in risposta:
"Leto, nobile figlia del grande Ceo,
sarei lieta di accogliere la nascita dell'arciere
divino: infatti sono assolutamente sconosciuta
fra gli uomini, e cos diventerei famosa.
Ma c' una voce che mi spaventa, Leto, non te lo nascondo:
dicono infatti che Apollo sar un dio troppo violento
e avr un grande potere fra gli immortali
e fra gli uomini mortali sulla terra ricca di doni.
Perci temo molto nel cuore e nel petto
che, non appena vedr la luce del sole,
vedendo come sono brulla, disprezzer l'isola
e calpestandola coi piedi la sprofonder nel mare.
Allora le alte onde mi sommergeranno per sempre
la testa, ed egli cercher un'altra terra che gli piaccia,
per fondarvi un tempio e boschi ricchi di alberi.
E su di me i polipi faranno i loro covi e le nere
foche le loro case, al sicuro, lontano dagli uomini.
Ma se tu, o dea, volessi farmi un giuramento solenne
che qui anzitutto egli eriger un bellissimo tempio,
dove gli uomini chiederanno oracoli; e poi
.fondi pure templi e boschi ricchi di alberi.
in mezzo ad altri uomini, poich certo avr molti epiteti".
Cos parl, e Leto disse il solenne giuramento degli dei:
"Chiamo a testimone la terra e l'ampio cielo di sopra
e l'acqua corrente dello Stige -  questo il giuramento
pi solenne e terribile per gli di beati -
che qui ci sar per sempre un altare odoroso
e un santuario di Febo: egli ti onorer pi di ogni altra terra".
Dopo che la dea ebbe pronunciato il giuramento,
Delo molto si rallegr per la nascita dell'arciere divino,
ma Leto per nove giorni e nove notti fu trafitta
da doglie disperate. Le erano vicino
tutte le dee pi grandi: Dione e Rea,
e Temi, la dea di Icne, e Anfitrite dalla voce sonora,
e le altre immortali, tranne Era dalle bianche braccia,
che rimaneva nel palazzo di Zeus adunatore di nubi.
Solo Ilizia, la dea del travaglio, non sapeva nulla;
sedeva infatti sulla cima dell'Olimpo fra nubi d'oro,
per volont di Era dalle bianche braccia, che per invidia
la teneva in disparte: infatti Leto dai bei capelli
doveva partorire un figlio grande e forte.
Ma dall'isola accogliente le dee mandarono Iride
in cerca di Ilizia, cui promettevano una grande ghirlanda
di nove cubiti, tessuta di fili d'oro.
Ordinavano di chiamarla all'insaputa di Era dalle bianche braccia,
perch questa poi non la distogliesse dal venire.
Quando la veloce Iride dall'agile piede sent ci,
s'avvi di corsa, e rapidamente super la distanza.
Arrivata sull'alto Olimpo, la sede degli di,
subito fece venire Ilizia sulla soglia
del salone, e le rivolgeva parole alate,
proprio come avevano ordinato le abitatrici dell'Olimpo.
Riusc a persuadere il cuore di Ilizia nel petto,
e entrambe si avviarono, muovendosi come trepide colombe.
Quando Ilizia, la dea del travaglio, arriv a Delo,
Leto fu presa dalle doglie e s'apprest a partorire.
Cinse con le braccia la palma, punt le ginocchia
sul tenero prato, e sorrise la terra di sotto:
il dio usc fuori alla luce, e le dee gridarono tutte.
Allora, Febo arciere, le dee ti lavarono con acqua limpida,
secondo il rito purificatorio, e ti avvolsero in un drappo bianco,
sottile e intatto: intorno posero un nastro d'oro.
Apollo dalla spada d'oro non fu allattato dalla madre,
ma Temi gli vers con le mani immortali nettare
e Ambrosia squisita: Leto era piena di gioia,
perch aveva generato un figlio forte, armato d'arco.
Ma quando fosti sazio, Febo, del cibo immortale,
i nastri d'oro non impedivano pi i tuoi sussulti,
n ti trattenevano le fasce, ma si scioglievano tutti i legami.
E subito Febo Apollo disse alle immortali:
"Saranno mia prerogativa la cetra e l'arco ricurvo,
e vaticiner agli uomini l'infallibile volont di Zeus".
Cos dicendo, mosse dall'ampia terra
Febo, l'arciere dai capelli intonsi; erano stupefatte
tutte le immortali, e l'intera Delo si copriva d'oro,
contemplando il figlio di Zeus e di Leto,
lieta che il dio fra tutte le isole e le terre l'avesse scelta
come sua casa e l'avesse preferita nel cuore:
fioriva d'oro come la cima di un monte si copre di gemme.
E tu, signore dall'arco d'argento, Apollo arciere,
ora salivi sul Cinto scosceso,
ora ti aggiravi per le isole e in mezzo agli uomini.
Molti templi ti sono cari, e boschi ricchi
di alberi, tutte le rupi e le alte vette
dei monti eccelsi, e i fiumi che corrono al mare:
ma tu, Febo, prediligi nel cuore soprattutto Delo,
dove gli Ioni dai lunghi chitoni si radunano in tuo onore,
insieme ai figli e alle caste spose.
Con il pugilato, con la danza e con il canto essi
ti allietano, e nel tuo ricordo celebrano gli agoni.
Chi incontrasse gli Ioni, quando sono riuniti qui,
direbbe che essi sono immortali e esenti da vecchiaia.
Apprezzerebbe infatti la grazia di tutti, e godrebbe nel cuore
nel vedere gli uomini e le donne dalla bella cintura,
e le navi veloci, e le loro molte ricchezze.
E c' anche un altro grande spettacolo, la cui fama non perir:
le fanciulle di Delo, ministre del dio arciere;
esse, dopo aver cantato anzitutto Apollo,
e poi Leto e Artemide saettatrice,
intonano un canto, celebrando gli uomini e le donne
del passato, e affascinano la massa del pubblico.
E sanno imitare le voci di tutti gli uomini,
e ogni loro favella: ciascuno crederebbe di essere lui
a parlare, tanto bene si modella il loro canto soave.
Che Apollo e Artemide dunque ci siano propizi,
e voi tutte siate felici, fanciulle; ricordatevi di me
anche in futuro, ogni volta che un uomo mortale,
uno straniero girovago, verr qui e vi chieder:
"O fanciulle, chi  per voi il cantore pi dolce
che frequenti questi luoghi, quello che pi vi d gioia?".
Rispondete che sono io, dite tutte a una voce:
"E' un cieco, che abita nella scoscesa Chio:
tutte le sue canzoni sono subito famose".
E io porter la vostra fama in ogni contrada
in cui girer per le citt affollate di uomini:
ed essi mi crederanno, perch  la pura verit.
Mai smetter di cantare Apollo arciere, il dio
dall'arco d'argento, che Leto dai bei capelli partor.
Signore, tu governi la Licia e l'amabile Meonia
e Mileto, incantevole citt marina,
e regni sovrano su Delo, circondata dalle acque.
Il figlio della nobile Leto avanza verso Pito
rocciosa, suonando la sua concava cetra.
Ha indosso vesti immortali, odorose; la sua cetra,
colpita dal plettro d'oro, manda un suono incantevole.
Poi, rapido come il pensiero, sale dalla terra all'Olimpo,
alla casa di Zeus, fra la folla degli altri di,
e subito gli immortali sono attratti dalla cetra e dal canto.
Le Muse intonano un coro con la loro voce soave
e cantano i privilegi immortali degli di e le sventure
che gli di immortali riservano agli uomini
(cos essi vivono ignari e inermi, e non sanno
trovare rimedio alla morte e protezione contro la vecchiaia).
E intanto le Cariti ricciute e le Ore piene di allegria
e Armonia e Ebe e Afrodite, figlia di Zeus,
danzano insieme tenendosi per mano;
e in mezzo a loro canta Artemide saettatrice,
sorella di Apollo, senza sfigurare affatto,
perch ha una figura slanciata e un aspetto splendido.
Fra loro danzano Ares e l'Arghifonte dall'acuta
vista; Febo Apollo suona la cetra, muovendosi
a ritmo, con passi marcati: un bagliore gli irradia intorno,
lampeggiano i piedi e il chitone ben tessuto.
Leto dai riccioli d'oro e il saggio Zeus
si rallegrano nel loro nobile cuore, vedendo
il caro figlio danzare fra gli di immortali.
Come ti canter, se mille sono i tuoi canti?
Devo ricordare le donne da te corteggiate e i tuoi amori,
come venisti pieno di desiderio per la fanciulla arcade,
insieme con il divino Ischys, figlio di Elato, ricco di cavalli?
O con Forbante, figlio di Triope, o con Ereuteo?
O con Leucippo e con la sposa di Leucippo,
tu a piedi e lui coi cavalli (non era certo inferiore a Triope)?
O devo cantare come venisti sulla terra, Apollo arciere,
in cerca del primo oracolo per gli uomini?
Dall'Olimpo scendesti dapprima nella Pieria;
oltrepassasti la sabbiosa Lecto e le terre degli Eniani
e dei Perrebi, e presto arrivasti a Iolco
e salisti il Ceneo, nell'Eubea famosa per le sue navi.
Ti fermasti nella piana di Lelanto, ma non ti piacque in cuore
di fondarvi un tempio e boschi ricchi di alberi.
Poi, attraversato l'Euripo, o Apollo arciere,
salisti la verde montagna sacra, e subito da l
venisti a Micalesso e all'erbosa Teumesso.
Giungesti poi nel sito di Tebe, coperto di selve:
infatti nessuno dei mortali abitava ancora nella sacra Tebe,
e non c'erano allora sentieri n strade
nella pianura di Tebe ricca di grano: la copriva la selva.
Tu ti spingesti oltre, o Apollo arciere,
e arrivasti a Onchesto, famoso santuario di Posidone:
qui il puledro da poco domato rifiata, mentre tira
il peso del bel carro, e l'abile auriga salta
a terra dal cocchio e prosegue a piedi; e i cavalli intanto
strappano il carro vuoto, liberi dalla guida.
Se il cocchio si rompe nel bosco ricco di alberi,
lo abbandonano l, piegato, e si occupano dei cavalli:
cos vuole l'antichissimo rito. Gli uomini invocano
la divinit, e il carro diventa propriet del dio.
Tu ti spingesti oltre, o Apollo arciere,
e arrivasti al Cefiso dalle belle correnti,
che da Lilea riversa le sue acque bellissime;
tu, arciere, superasti il fiume e Ocalea ricca di torri,
e arrivasti poi ad Aliarto erbosa.
Ti spingesti a Telfusa: ti piacque quel luogo tranquillo
per fondarvi un tempio e boschi ricchi di alberi.
Ti fermasti accanto a essa e le rivolgesti parole:
"Telfusa, ho in mente di fondare qui un bellissimo
tempio e un oracolo per gli uomini, che sempre
mi porteranno qui perfette ecatombi:
tutti verranno a interrogarmi, quanti abitano
sia il Peloponneso fecondo sia l'Europa e le isole
cinte dal mare. A tutti loro io dar consigli
veritieri, vaticinando nel ricco tempio".
Cos disse Febo Apollo, e gett fondamenta
ampie, lunghe tutto il perimetro; vedendole
Telfusa si adir nel cuore e gli disse:
"Febo, arciere potente, voglio parlare al tuo cuore,
poich intendi fondare qui un bellissimo tempio
che serva da oracolo per gli uomini, i quali sempre
ti porteranno qui perfette ecatombi.
Ecco quel che ti dico, e tu imprimilo nella tua mente:
sarai sempre infastidito dal fracasso delle veloci cavalle
e dai muli che si abbeverano alle mie sorgenti sacre;
tutta la gente infatti preferir osservare
i carri ben fatti e lo scalpitio dei cavalli impetuosi
piuttosto che un grande tempio e le sue molte ricchezze.
Ma dammi ascolto, anche se sei pi forte e pi grande
di me, o signore, e la tua potenza  immensa:
costruisci il tempio a Crisa, in un anfratto del Parnaso.
L non ci sar lo strepito dei bei carri, e presso l'altare
massiccio non si udr lo scalpitio dei cavalli impetuosi.
Cos a te, o Peana, i gloriosi popoli della terra
porteranno doni, e tu godrai nel tuo cuore
accogliendo le sacre offerte delle genti vicine".
Cos dicendo persuase il cuore del dio (voleva che in terra
si affermasse la gloria di Telfusa e non dell'arciere).
Tu ti spingesti oltre, Apollo arciere,
e arrivasti alla citt dei Flegii, uomini violenti
che vivevano sulla terra senza curarsi di Zeus,
in una ridente vallata vicino al lago Copaide.
Di qui con fretta rabbiosa ti dirigesti alle montagne,
e arrivasti a Crisa, sotto le nevi del Parnaso,
su una cresta rivolta a occidente: sopra
incombe una rupe, e un'aspra valle incavata
si apre di sotto. Qui il dio Febo Apollo decise
di costruire un tempio grazioso, e disse cos:
"Qui io intendo fondare un bellissimo tempio
che serva da oracolo per gli uomini, i quali sempre
mi porteranno qui perfette ecatombi.
Tutti verranno a interrogarmi, quanti abitano
sia il Peloponneso fecondo sia l'Europa e le isole
cinte dal mare. A tutti loro io dar consigli
veritieri, vaticinando nel ricco tempio".
Cos disse Febo Apollo, e gett fondamenta
ampie, lunghe tutto il perimetro; su di esse
posero un basamento di pietra Trofonio e Agamede,
figli di Ergino, cari agli di immortali;
infinite stirpi di uomini poi costruirono il tempio
con massi squadrati, perch fosse per sempre oggetto di canti.
Vicino c'era la limpida fonte dove il divino figlio
di Zeus con il suo arco possente uccise la dragonessa,
grande mostro selvaggio e vorace, che faceva
molti mali agli uomini sopra la terra, danneggiando sia loro
sia le agili mandrie, poich era un flagello sanguinario.
Un tempo, per volont di Era dal trono d'oro, aveva allevato
Tifone, flagello terribile e funesto per i mortali,
che Era partor, irata con il padre Zeus,
quando il Cronide gener dalla sua fronte
la gloriosa Atena; subito si adir l'augusta Era
e cos parl davanti al consesso degli immortali:
"Ascoltatemi, voi tutti di e dee; sentite
come Zeus adunatore di nubi mi offende
per primo, dopo avermi preso come sua sposa assennata.
Ora senza di me ha generato Atena dagli occhi splendenti,
che eccelle fra tutti gli immortali beati.
E invece il frutto delle mie viscere, mio figlio Efesto,
 deforme e storpio e sfigura in mezzo agli di.
Lo afferrai con le mani e lo scaraventai nel vasto mare;
ma la figlia di Nereo, Teti dai piedi d'argento,
lo accolse e se ne prese cura, con le sue sorelle
(avrebbe potuto rendere un miglior servizio agli di!).
Che cos'altro escogiterai adesso, sciagurato ingannatore?
Come hai osato generare da solo Atena dagli occhi splendenti?
Non avrei potuto partorirla io? Eppure gli immortali
nell'ampio cielo mi chiamavano tua sposa.
Sta' attento al malanno che ti preparer ora:
voglio trovare il modo di far nascere un figlio
mio, che si distingua fra gli di immortali.
Non ho intenzione di disonorare il tuo sacro letto, n il mio,
ma non mi coricher al tuo fianco: anzi, me ne star
lontano da te, in mezzo agli di immortali".
Cos dicendo, si allontan dagli di, incollerita.
Subito dopo l'augusta Era dai grandi occhi preg;
batt il suolo col palmo della mano e disse:
"Ascoltatemi: tu, o terra, e tu, cielo vasto e alto,
e voi, di Titani, che abitate sotto terra
nel grande Tartaro e siete progenitori di uomini e di.
Ascoltate la mia preghiera, e datemi un figlio
lenza l'aiuto di Zeus, non meno forte di lui.
Anzi, pi forte di lui quanto Zeus  pi forte di Crono".
Cos dicendo, sferz il terreno con la mano robusta.
Trem la terra datrice di vita, ed Era godette
nel cuore a quella vista, certa che la preghiera si compisse.
Da quel momento per un intero anno
non entr pi nel letto del saggio Zeus
e non si sedette pi al suo fianco sul trono intagliato
meditando sagaci pensieri, come faceva in passato.
L'augusta Era dai grandi occhi rimaneva nei suoi templi
in mezzo alle preghiere e si compiaceva dei sacrifici.
Ma quando si compirono i mesi e i giorni
e il ciclo dell'anno fece ritornare le stagioni,
essa partor una creatura difforme dagli di e dai mortali,
il terribile e funesto Tifone, flagello per gli uomini.
L'augusta Era dai grandi occhi subito prese il mostro
e l'affid all'altro mostro, la dragonessa, che lo accolse.
Lui infliggeva molti mali alle nobili stirpi degli uomini,
e lei consegnava a morte chiunque la incontrasse,
finch Apollo, il dio arciere, la colp con la freccia
infallibile: consumata da dolori atroci, essa
stramazz, ansimando e contorcendosi sul terreno.
Si ud un urlo altissimo, strano: convulsa,
essa si agitava qua e l per la selva, finch lasci la vita
con uno sbuffo sanguinoso. Febo Apollo esult cos:
"Rimani qui a marcire ora, sulla terra feconda;
non sarai pi un flagello per gli uomini mortali,
che mangiano il frutto della terra generosa.
Essi porteranno qui perfette ecatombi,
e a te non eviteranno la morte dolorosa
n Tifone n la Chimera dal nome funesto: qui
la nera terra e Iperione ardente ti faranno marcire".
Cos disse esultando, e a lei l'ombra avvolse gli occhi.
La forza sacra di Elios la fece imputridire l;
e per questo ora Pito si chiama cos, e il dio
conserva l'appellativo di Pizio, perch l
la forza di Elios ardente fece imputridire il mostro.
Allora Febo Apollo cap dentro il suo cuore
che la fonte dalle belle acque lo aveva ingannato.
And da Telfusa pieno di rabbia, e arriv in un lampo.
Si ferm accanto a lei e le parl cos:
"Telfusa, tu mi hai ingannato e ora non potrai pi abitare
questa sede incantevole e alimentare le tue belle correnti.
Vi sar gloria anche per me qui, non solo per te".
Cos disse Apollo, il dio arciere, e sopra le spinse
un masso e una frana di pietre, e sotterr la corrente.
Costru un altare nel bosco ricco di alberi,
vicino alla fonte dalle belle acque; e l tutti
pregano il dio chiamandolo Telfusio,
perch ha umiliato le correnti della sacra Telfusa.
Poi Febo Apollo medit nel suo cuore
quali uomini dovesse prendere come sacerdoti,
perch celebrassero i riti a Pito rocciosa.
Mentre rifletteva, vide sul mare bluastro
una nave veloce, e sopra di essa molti uomini egregi,
Cretesi di Cnosso minoica (sono quelli che celebrano
i sacri riti del dio e annunciano i responsi
di Febo Apollo dalla spada d'oro, qualunque cosa egli
profetizzi accanto al lauro, nelle gole del Parnaso).
Essi stavano navigando con la nera nave verso Pilo
sabbiosa e la gente di Pilo, in cerca di commerci
e di guadagni. Ma Febo Apollo venne loro incontro;
sul mare prese l'aspetto di un delfino, si lanci sul ponte
della nave veloce e si ferm, grande e terribile.
Se uno di loro era preso dal desiderio di osservarlo,
il dio lo scaraventava da ogni parte, e scuoteva la nave.
Essi rimanevano sul ponte in silenzio, pieni di paura,
e non scioglievano le funi sulla concava nave nera,
n allentavano la vela della nave bluastra,
ma continuavano a navigare con le vele fissate,
come all'inizio. Un Noto gagliardo spingeva da poppa
la nave veloce. Dapprima doppiarono capo Malea
e lungo la costa laconia arrivarono a una citt
incoronata dal mare, Tenaro, luogo sacro a Elios
amabile; qui pascolano in eterno le villose greggi
del dio Elios, signore di questa terra incantevole.
Essi avrebbero voluto fermare qui la nave, sbarcare
e studiare quel prodigio, verificando di persona
se il mostro sarebbe rimasto sul ponte della cava nave
o si sarebbe immerso nelle salate onde pescose.
Ma la nave ben costruita non rispondeva al timone,
e proseguiva la rotta lungo il Peloponneso fecondo,
mentre Apollo, il dio arciere, col soffio del vento
la pilotava facilmente; essa prosegu nel cammino
e arriv ad Arene e all'amabile Argifea,
a Trio, bocca dell'Alfeo, e all'ospitale Aipy,
a Pilo sabbiosa e alla gente di Pilo.
Prosegu oltre Cruni, oltre Calcide e Dime,
lungo la costa dell'Elide, dove signoreggiano gli Epei;
quando, orgogliosa per il vento di Zeus, la nave arriv
a Pheai, si profilarono fra le nubi l'erto monte di Itaca,
Dulichio e Same e la selvosa Zacinto.
Quando ebbe costeggiato tutto il Peloponneso
e apparve il golfo immenso di Crisa,
che fa da limite al Peloponneso fecondo,
per volont di Zeus sorse uno Zefiro sereno e gagliardo,
che soffiava impetuoso dal cielo, perch al pi presto
la nave attraversasse la salsa distesa del mare.
Da qui navigavano per una nuova rotta verso l'aurora
e il sole, e il dio Apollo, figlio di Zeus, li guidava.
arrivarono al porto di Crisa luminosa, ricca
di viti, e la rapida nave approd sulla sabbia.
Allora balz gi dalla nave Apollo, il dio arciere,
simile a una stella che brilla in pieno giorno; da lui sprizzavano
molte scintille, e il bagliore saliva al cielo.
Entr nei penetrali, in mezzo ai tripodi preziosi;
l accese una fiamma, facendo risplendere le sue frecce,
e per tutta Crisa si diffuse il barbaglio. Le mogli
dei Crisei e le figlie dalla bella cintura gridarono,
al lampo di Febo: un grande timore infuse in ciascuno.
Poi di nuovo vol alla nave, rapido come il pensiero,
simile a un uomo gagliardo e robusto, nel fiore
degli anni, coi capelli sciolti sulle ampie spalle,
e si rivolse a quelli dicendo parole alate:
"Chi siete, stranieri? Quale rotta marina vi ha condotto qui?
Viaggiate per commercio, o vagabondate alla ventura
per il mare, come fanno i pirati, che vagano
rischiando la vita e procurano danni agli altri?
Perch ve ne state qui impauriti e non scendete
a terra e non allentate le vele della nera nave?
Tutti gli uomini mangiatori di pane si comportano cos,
quando dal mare arrivano a una terra con la nera
nave, sfiniti dalla fatica: subito nel cuore
li prende il desiderio del cibo gradito".
Cos disse, e infuse loro coraggio nel petto.
Allora il capo dei Cretesi gli rispose cos:
"Straniero, tu non assomigli certo ai mortali,
n per statura n per aspetto, ma agli di immortali:
perci sta' sano, e che gli di ti concedano ogni bene.
Ma dimmi con esattezza, perch io ne sia informato:
che popolo  questo? che terra , e quali uomini la abitano?
Noi infatti percorrevamo la distesa del mare con altra meta:
partiti da Creta, di cui ci vantiamo figli, andavamo a Pilo.
E invece siamo approdati qui con la nave, senza volerlo,
mentre procedevamo per un'altra rotta, per altre vie.
Certo un dio ci ha condotto qui, contro il nostro volere".
Apollo arciere disse loro in risposta:
"Stranieri che prima abitavate Cnosso ricca di alberi,
ora nessuno di voi potr pi tornare
nella patria amata, nella bella casa
e dalla cara sposa: rimarrete qui a custodire il mio tempio
ricchissimo, onorato da molti uomini.
Sappiate che io sono Apollo, il figlio di Zeus,
e vi ho condotto qui per l'ampia distesa del mare
non per farvi del male: rimarrete a custodire il mio tempio
ricchissimo, onorato da molti uomini.
Conoscerete i pensieri degli immortali, e per loro volere
sarete sempre onorati, giorno per giorno, in eterno.
Ora per obbedite al pi presto ai miei comandi:
sciogliete anzitutto le funi e ammainate la vela,
e poi spingete a terra la nave veloce
e scaricate la merce e gli attrezzi dalla nave ben bilanciata,
e costruite un altare sulla riva del mare;
accendete il fuoco e offrite bianca farina.
Poi mettetevi intorno all'altare e pregate.
Prima io sul mare velato di nebbia
balzai nella nave veloce in forma di delfino;
cos invocatemi con l'epiteto di Delfinio: anche l'altare
sar chiamato delfico, e sar famoso in eterno.
Poi mangiate qualcosa accanto alla nera nave veloce,
e libate agli di beati che abitano l'Olimpo;
quando avrete placato il desiderio di dolce cibo,
venitemi dietro cantando il peana, finch
arriverete al luogo dove custodirete il tempio ricchissimo".
Cos disse, ed essi gli diedero ascolto e obbedirono.
Sciolsero anzitutto le funi e ammainarono la vela,
calarono gli stragli e deposero l'albero nella sua sede;
sbarcarono sulla riva del mare, tirarono
la nave veloce fuori dall'acqua, sulla spiaggia,
ben dentro la sabbia, e la fissarono con grossi puntelli.
Poi costruirono un altare sulla riva del mare:
accesero un fuoco, offrirono bianca farina
e pregarono come aveva ordinato, stretti intorno all'altare.
Poi consumarono il pasto accanto alla nera nave veloce,
e libarono agli di beati che abitano l'Olimpo.
Quando ebbero placato il desiderio di cibo e di bevanda,
si incamminarono: li guidava il dio Apollo, figlio di Zeus,
a passi rapidi e eleganti, e teneva in mano la cetra,
suonando dolcemente. Camminando a ritmo, lo seguivano
i Cretesi verso Pito e cantavano il peana,
simile al peana dei Cretesi, ai quali la Musa
divina ha ispirato nel petto un canto armonioso.
Senza fatica salirono a piedi il colle, e subito giunsero
al Parnaso e al luogo incantevole dove il dio
intendeva abitare, onorato da molti uomini.
Egli li guidava, mostrando i sacri penetrali e il tempio
ricchissimo. Ma a loro il cuore era turbato nel petto,
e il capo dei Cretesi gli rivolse questa domanda:
"Signore, tu ci hai condotto qui, lontano dai cari
e dalla patria - cos ti  piaciuto nel cuore -;
ma ora come vivremo? Vorremmo che tu ce lo dicessi.
Questa terra incantevole non  ricca di viti o di pascoli,
che ci permettano di vivere e di prenderci cura degli altri".
Sorridendo rispose loro Apollo, figlio di Zeus:
"Uomini sciocchi, sventurati, che inseguite sempre
affanni, ansie dolorose che vi tormentano il cuore!
La mia risposta  facile, e ve la imprimer nella mente.
Ciascuno di voi impugni nella mano destra il coltello
e colpisca senza posa le vittime: ne affluiranno in abbondanza,
tutte quelle che le nobili stirpi degli uomini mi porteranno.
Custodite il tempio e accogliete le stirpi degli uomini
che si raduneranno qui secondo la mia volont,
se vi saranno parole o azioni temerarie,
o violenze, come  inevitabile fra gli uomini mortali.
Verranno poi altri uomini, vostri superiori,
alla cui autorit sarete soggetti, per sempre.
Ti  stata rivelata ogni cosa: tu ricorda tutto nel tuo cuore".
E cos salute a te, figlio di Zeus e di Leto;
e io canter te, e anche un'altra canzone.
...

Inni omerici.
4. Inno a Ermes.
.
.

Musa, canta il figlio di Zeus e di Maia, Ermes,
signore del Cillene e dell'Arcadia ricca di greggi,
veloce messaggero degli immortali. Lo gener Maia,
la nobile ninfa dai bei riccioli, unendosi in amore
con Zeus. Essa sfuggiva la compagnia degli di beati,
e viveva chiusa in un antro ombroso, dove il figlio di Crono
nel cuore della notte si univa alla ninfa dai bei riccioli,
all'insaputa degli di immortali e degli uomini mortali,
mentre Era dalle bianche braccia era immersa nel dolce sonno.
Ma quando si comp la volont del grande Zeus
e nel cielo si volse per lei il decimo mese,
il bimbo nacque, e venne in chiaro ogni cosa.
Essa gener un figlio versatile, dalla mente sottile,
un predone ladro di buoi, signore dei sogni:
uno che spia nella notte accanto alle porte, destinato
a compiere ben presto grandi imprese fra gli di immortali.
Nato il mattino, a mezzogiorno gi suonava la cetra,
e la sera rub le vacche di Apollo arciere;
il giorno in cui Maia lo partor era il quarto del mese.
Quando usc fuori dal grembo immortale della madre,
non rimase a lungo tranquillo nella culla sacra,
ma si alz in piedi e varc la soglia dell'antro
spazioso, cercando le vacche di Apollo.
L fuori trov una tartaruga, e ne trasse infinita gioia:
Ermes fu il primo a produrre una tartaruga canora.
Quella gli capit davanti presso l'imboccatura dell'antro,
mentre brucava l'erba rigogliosa di fronte alla casa,
muovendosi lentamente. Il veloce figlio di Zeus
vedendola rise e subito parl cos:
"Ecco un segno favorevole per me, da non disprezzare.
Salve, graziosa danzatrice, compagna del banchetto:
sono contento di vederti. Ma come mai, tu che vivi sui monti,
hai indosso questo splendido guscio screziato?
Ora ti prendo e ti porto in casa. Non ti lascio andare:
mi servi, sarai la mia prima vittoria.
Meglio tornare dentro: ci sono pericoli fuori.
Da viva saresti una protezione contro i sortilegi
funesti: da morta, intonerai un canto stupendo".
Cos dicendo, la prese con entrambe le mani
e entr in casa, portando il grazioso giocattolo.
Rovesci la tartaruga montana e con una lama
di grigio ferro ne cav fuori il midollo.
Come quando un pensiero saetta veloce nel cuore
di un uomo tormentato da affanni infiniti,
o come quando un lampo balena dagli occhi,
cos il glorioso Ermes faceva seguire gli atti ai propositi.
Tagli canne di giunco nella giusta misura e le fiss
nel guscio della tartaruga, dopo aver praticato dei fori.
Tutt'attorno distese con arte una pelle di bue;
applic due bracci e li un con un ponticello,
e tese sette corde di minugia di pecora, ben intonate.
Quand'ebbe terminato il grazioso giocattolo, lo impugn
e col plettro saggi le corde, a ritmo: un tintinnio acuto
rispose al tocco della mano. Il dio inton un canto soave,
tentando di improvvisare, come fanno i ragazzi
nelle feste, quando si scambiano scherzi pungenti.
Cantava di Zeus Cronide e di Maia dai bei calzari,
di come un tempo si univano nella stretta d'amore.
Celebrava cos la sua stirpe gloriosa,
e esaltava le ancelle e lo splendido palazzo della ninfa,
i tripodi di casa e i numerosi lebeti.
E mentre cantava gi meditava altre imprese nel cuore.
Port la cetra ricurva dentro la culla sacra
e la depose l; poi, preso dal desiderio di carne,
si lanci fuori dal salone odoroso e and a spiare:
nel cuore macchinava un inganno sottile, come quelli
che preparano i ladri nella notte oscura.
Elios si immerse sotto la terra e nel mare
con i cavalli e col cocchio, ed Ermes
arriv di corsa ai monti ombrosi della Pieria,
dove vivevano le vacche immortali degli di beati,
pascolando su prati amabili, intatti.
Il figlio di Maia, l'Arghifonte dall'occhio acuto,
stacc dalla mandria cinquanta vacche mugghianti
e le spinse per la spiaggia sabbiosa, per vie traverse,
rovesciando le orme; memore dei suoi trucchi,
invert gli zoccoli, quelli davanti dietro
e quelli dietro davanti: lui invece camminava di fronte.
E subito sulla sabbia marina intrecci con vimini
sandali impensati e inauditi, unendo tamerici
e ramoscelli di mirto, manufatto stupendo.
Dopo aver raccolto una bracciata di quei rami freschi,
leg abilmente ai piedi i sandali leggeri,
lasciandovi le foglie: il glorioso Arghifonte
le aveva colte proprio per celare il suo ritorno dalla Pieria,
singolare artificio per quel lungo viaggio.
Un vecchio che lavorava la sua vigna fiorente
lo vide venire per la piana di Onchesto erbosa;
per primo gli parl il figlio dell'illustre Maia:
"Vecchio che incurvi le spalle a zappare le viti:
avrai molto vino, quando tutte daranno frutto.
Ma sii cieco e sordo, anche se vedi e ascolti,
e sta' zitto, perch non ci rimetti del tuo".
Cos disse, e incit le vacche dal collo robusto.
Il glorioso Ermes attravers molti monti ombrosi,
molte valli echeggianti e pianure fiorite.
La notte divina, sua tenebrosa alleata,
volgeva alla fine, e si avvicinava l'alba operosa;
da poco era montata in vedetta la luminosa Selene,
figlia di Pallante, potente figlio di Megamede,
e il figlio gagliardo di Zeus spinse alle rive dell'Alfeo
le bestie di Febo Apollo, le vacche dall'ampia fronte;
arrivarono fresche di forze alla stalla altissima
e all'abbeveratoio, davanti al prato incantevole.
Qui fece saziare d'erba le vacche mugghianti
e le spinse compatte nella stalla,
a ruminare il loto e il cipero rugiadoso;
poi raccolse molta legna e produsse il fuoco.
Prese un bel ramo d'alloro e lo scortic col ferro,
impugnandolo saldamente: una calda vampa si diffuse;
Ermes fu il primo a mostrare l'accensione del fuoco.
Prese molta legna asciutta e dura e l'accumul
in abbondanza in una fossa profonda: la fiamma brill,
diffondendo lontano la vampa del fuoco ardente.
Mentre la forza del glorioso Efesto alimentava la fiamma,
spinse fuori vicino al fuoco due vacche mugghianti,
dalle corna ritorte: aveva dentro una grande energia;
le sospinse a terra entrambe, sulla schiena, ansimanti,
poi si chin, le gir, le trafisse al collo.
Aggiungeva fatica a fatica, tagliando la carne ricca di grasso:
la infilz su spiedi di legno e l'abbrustol,
la carne insieme alle schiene pregiate e al nero sangue
chiuso nelle viscere. Lasci tutto sul terreno,
e invece distese le pelli su una roccia scoscesa,
dove ancora adesso si trovano, dopo secoli,
a infinita distanza di tempo. Subito dopo
Ermes dal cuore giocondo port il suo pingue bottino
su un masso liscio e ne fece dodici parti, pronte
per il sorteggio, e aggiunse a ciascuna un pezzo perfetto.
Allora il glorioso Ermes ebbe voglia della carne rituale:
infatti, bench immortale, l'attraeva la dolce
fragranza. Ma anche cos, sebbene acuta fosse la voglia,
il forte animo non si persuase a saziare la sacra gola.
Il dio port invece nella stalla altissima
il grasso e le molte carni, e le appese in alto,
trofeo del recente bottino. Ammonticchi legna asciutta
e con la vampa del fuoco consum le zampe e le teste.
Dopo aver compiuto ogni cosa nel modo dovuto, il dio
gett i sandali nell'Alfeo dai gorghi profondi.
Spense la brace e disperse la nera cenere, mentre ancora
era notte: risplendeva la bella luce di Selene.
Subito dopo torn sulle vette luminose del Cillene,
all'alba; non lo incontr nel lungo cammino
nessuno degli di beati n degli uomini mortali:
neppure i cani abbaiarono. Il veloce Ermes, figlio di Zeus,
entr di sbieco nel salone attraverso la serratura,
simile a brezza autunnale o a nebbia.
Si diresse subito ai pingui penetrali della grotta,
leggero sui piedi: non si sentiva il rumore dei passi.
Rapidamente il glorioso Ermes entr nella culla:
con le fasce attorno alle spalle, giaceva come un neonato,
giocando ad avvolgere con le mani la coperta
alle ginocchia, e tenendo nella sinistra l'amabile tartaruga.
Ma, sebbene dio, non sfugg alla madre divina, che gli disse:
"Che hai fatto, briccone? E da dove arrivi a quest'ora
di notte, svergognato? Sono proprio convinta
che presto dovrai riattraversare quella porta, trascinato
dal figlio di Leto e stretto da dure catene,
oppure vagare in mezzo alle valli, facendo il brigante.
Va' alla malora! Tuo padre con te ha generato un gran guaio
per gli uomini mortali e per gli di immortali".
Ed Ermes le rispose con parole abilissime:
"Mamma, perch vuoi spaventarmi, come se fossi un bambino
che non parla e ha poca esperienza nel cuore,
pieno di paura per i rimproveri della madre?
Invece io mi dedicher all'arte pi lucrosa di tutte,
e provveder a me e a te in futuro; noi due non dovremo
restarcene qui senza offerte e senza preghiere,
soli fra gli di immortali, come tu vorresti.
 meglio passare la vita in compagnia degli di,
ricco e ben fornito di campi, che rimanere qui,
in questa grotta fumosa. E quanto all'onore,
avr anch'io gli stessi privilegi di Apollo.
Se mio padre non me li dar, allora cercher
di diventare il signore dei ladri: ne ho certo le doti.
E se il figlio della nobile Leto mi dar la caccia,
io credo che a lui capiter un guaio anche peggiore:
andr a Pito, infatti, e mi introdurr nel grande tempio,
e l far man bassa dei bei tripodi e dei lebeti
e dell'oro, ruber a man salva il ferro lucente
e le molte vesti. Lo potrai vedere, se vorrai".
Cos essi parlavano tra loro,
il figlio dell'egioco Zeus e la nobile Maia.
L'aurora mattiniera, che porta la luce ai mortali,
si alz dalle profonde correnti di Oceano. Apollo
si mosse e venne a Onchesto, all'amabile bosco sacro
del dio tonante che regge la terra: l trov un vecchio,
che lavorava alla siepe della vigna, lungo la strada.
Per primo gli parl il figlio dell'illustre Leto:
"Vecchio, che falci i rovi nell'erbosa Onchesto;
io vengo dalla Pieria, in cerca delle mie bestie
sottratte alla mandria: tutte femmine, tutte con corna
ritorte. Il toro pascolava separato dalle vacche,
nero: quattro cani dagli occhi ardenti gli andavano dietro,
concordi come esseri umani. Ma i cani e il toro
sono rimasti, ed  una cosa stranissima;
invece le vacche, dopo il tramonto del sole,
hanno lasciato il morbido prato e il dolce pascolo.
Ma dimmi, tu che sei cos avanti negli anni, se hai visto
per caso un uomo che camminava dietro le mie vacche".
E il vecchio gli rispose con queste parole:
"Amico,  difficile dire tutto ci che si vede
con gli occhi: sono molti i viandanti che passano qui,
alcuni con molte cattive intenzioni, altri con propositi
onesti.  impossibile conoscere il cuore di ciascuno.
Ieri per per tutto il giorno, fino al tramonto,
son rimasto a zappare sul pendio della vigna,
e mi  sembrato di vedere un bambino; ma non ne sono certo,
amico. Era piccolo, e guidava vacche dalle belle corna:
aveva una bacchetta e andava a destra e a sinistra,
le spingeva a ritroso, con le teste girate verso di lui".
Cos disse il vecchio; l'altro sent e affrett il passo.
Vide un uccello dalle ali spiegate, e subito cap
che il ladro era il figlio di Zeus Cronide.
Il dio Apollo, figlio di Zeus, corse rapidamente
alla sacra Pilo, in cerca delle sue vacche dondolanti,
con le ampie spalle avvolte in una nube purpurea.
Il dio arciere riconobbe le impronte e disse:
"Ehi! E' un vero prodigio questo che vedo:
qui ci sono le tracce delle mie vacche dalle corna diritte,
ma sono capovolte, vanno verso il prato d'asfodeli.
E queste non sono tracce di un uomo n di una donna,
n di grigi lupi n di orsi o di leoni,
e neppure mi sembrano quelle di un centauro villoso:
 qualcuno che corre rapido, con passi smisurati;
sono orme strane di qua, e ancor pi strane di l".
Cos dicendo il dio Apollo, figlio di Zeus, affrett
il passo e arriv al monte Cillene, coperto di boschi,
all'oscuro antro roccioso dove la ninfa
immortale aveva partorito il figlio di Zeus Cronide.
Un profumo gradevole si diffondeva per la sacra montagna,
e molte agili greggi brucavano l'erba.
Apollo, il dio arciere, varc rapido la soglia
di pietra e scese nella grotta fumosa.
Quando il figlio di Zeus e di Maia vide
Apollo arciere adirato per le vacche,
si nascose sotto le fasce odorose; come quando
la cenere avvolge la brace d'un ceppo d'albero,
cos si nascose Ermes, vedendo il dio arciere.
Contrasse il capo e le braccia e le gambe,
come un bimbo appena lavato, che attende il dolce sonno:
in realt era ben sveglio, con la lira sotto l'ascella.
Il figlio di Zeus e di Leto non si lasci ingannare:
riconobbe la splendida ninfa montana e suo figlio,
quel bimbetto fasciato d'ingannevoli astuzie.
Perlustrando tutti i recessi dell'ampia caverna,
apr tre rispostigli, di cui trov la chiave lucente:
erano pieni di nettare e amabile ambrosia,
e c'era stipato dentro molto oro e argento,
e molte vesti della ninfa, purpuree e candide,
come ne contengono le sacre dimore degli di beati.
Dopo aver esaminato gli anfratti dell'ampia caverna,
il figlio di Leto parl cos al glorioso Ermes:
"Bimbo che stai nella culla, dimmi subito dove sono
le vacche. Se no, aspettati un brutto litigio.
Ti scaglier gi nel Tartaro tenebroso,
nell'oscurit maledetta e senza scampo: n tua madre
n tuo padre ti riporteranno alla luce, ma vagherai
sotto terra, regnando su genti perdute".
Ermes gli rispose con un abile discorso:
"Figlio di Leto, perch queste parole cos severe?
E perch vieni qui a cercare le vacche dei tuoi campi?
Non le ho viste, non so e non ho sentito nulla;
non posso darti informazioni e chiederti un compenso.
Ho forse l'aspetto di un robusto ladro di buoi?
Non mi occupo di queste cose: ho altri interessi.
M'importa dormire e suggere il latte di mia madre,
avere le spalle coperte e l'acqua calda del bagno.
Non ti conviene che si sappia il motivo di questa contesa:
gli immortali sarebbero davvero meravigliati di sentire
che un neonato ha lasciato la casa
e ha portato qui le vacche dai campi: quel che dici  assurdo.
Sono nato ieri: ho i piedi teneri, e il terreno  duro.
Se vuoi, te lo giuro solennemente sulla testa di mio padre:
ti assicuro che non sono io il colpevole,
e che non ho visto nessun altro rubare le tue vacche,
quali che siano; ne sento parlare solo adesso".
Cos disse, e le sue palpebre lampeggiavano:
saettava occhiate dalle ciglia, in tutte le direzioni;
poi fischi forte, sentendo che non era creduto.
L'arciere Apollo accenn un sorriso e rispose:
"Bugiardo! Che gran briccone sei! Da come parli,
credo proprio che ti introdurrai spesso nelle case
dei ricchi, di notte, e lascerai molte persone
sul lastrico, svaligiando la casa senza rumore.
E sarai la rovina di molti pastori per i campi,
nelle gole dei monti, quando avrai voglia di carne
e incontrerai le loro mandrie e le greggi lanute.
Adesso per, se non vuoi che questo sia il tuo ultimo sonno,
scendi dalla culla, amico della notte nera.
Avrai questo privilegio fra gli immortali, anche in futuro:
sarai chiamato per sempre il signore dei ladri".
Febo Apollo parl cos, e prese il bambino.
Ma il forte Arghifonte, mentre l'altro lo teneva
in braccio, di proposito emise dal ventre
un presagio insolente, uno squillante messaggio.
E poi starnut con violenza: Apollo lo ud,
e dalle mani lasci cadere a terra il glorioso Ermes.
Bench andasse di fretta, gli si sedette accanto
e cos gli parl, prendendosi gioco di Ermes:
"Coraggio, figlio neonato di Zeus e di Maia!
Con questi presagi, prima o poi ritrover le mie vacche
dalla testa robusta: e sarai tu a farmi da guida".
Cos disse; Ermes Cillenio si alz di scatto
e si incammin rapido: si premeva le mani sulle orecchie,
con le fasce avvolte alle spalle, e diceva cos:
"Dove mi porti, arciere, dio furiosissimo? Davvero
mi perseguiti cos perch sei arrabbiato per le vacche?
Che vada in malora la razza bovina! Non sono stato io
a rubarti le vacche, n ho visto altri rubarle,
quali che siano: ne sento parlare solo adesso.
Andiamo da Zeus Cronide: lui ti dar torto o ragione".
Dopo che ebbero discusso diffusamente ogni cosa,
Ermes il pastore e il figlio illustre di Leto,
con animo discorde (l'uno diceva la verit
e non aveva torto a insistere con il glorioso Ermes
per riavere le vacche, mentre il Cillenio con trucchi
e raggiri voleva ingannare il dio dall'arco d'argento),
e poich l'astutissimo Ermes aveva trovato un degno rivale,
si incammin rapidamente sulla sabbia,
per primo, e dietro lo seguiva il figlio di Zeus e di Leto.
Presto i bellissimi figli di Zeus arrivarono sulla sommit
dell'Olimpo odoroso e alla casa del padre Cronide,
dove per entrambi era pronta la bilancia della giustizia.
Molte voci si udivano per l'Olimpo nevoso e gli di
immortali si riunivano, dopo l'aurora dorata.
Ermes e Apollo dall'arco d'argento si fermarono
davanti alle ginocchia di Zeus; e Zeus signore del tuono
interrog il nobile figlio con queste parole:
"Febo, da dove vieni con questa preda cospicua,
un bimbo nato da poco che ha l'aspetto di un araldo?
Al consesso degli di si presenta un arduo problema".
Apollo, il dio arciere, gli rispose cos:
"Padre, sentirai ora una storia interessante,
tu che mi rimproveri di essere avido di bottino.
Ho trovato questo bimbo - un furfante matricolato -
sul monte Cillene, dopo un lungo cammino:
cos sfrontato non ne conosco nessuno, n fra gli di
n fra gli uomini che sulla terra vivono di ruberie.
Ieri sera ha rubato le mie vacche dal pascolo
e le ha portate via lungo la riva del mare risonante,
dritte a Pilo: ha lasciato due serie di tracce, stranissime
e stupefacenti, opera di un dio possente.
Le orme delle vacche infatti erano impresse nella nera terra
ed erano girate all'indietro, verso il prato d'asfodeli;
lui poi era indecifrabile, come se non avesse camminato
n coi piedi n con le mani sul terreno sabbioso:
usando qualche trucco, aveva tracciato un sentiero
stranissimo, come uno che cammini su rami sottili.
Finch procedeva sul terreno sabbioso,
tutte le tracce erano ben riconoscibili nella polvere;
ma quando arriv in fondo alla lunga pista di sabbia,
subito le tracce delle vacche e le sue diventavano invisibili
sul terreno duro. Ma fu visto da un uomo mortale,
mentre spingeva verso Pilo le vacche dall'ampia fronte.
E dopo averle rinchiuse con comodo e aver disseminato
i suoi trucchi su un lato e sull'altro della via,
si adagi nella culla, simile alla nera notte,
nell'oscurit della grotta fumosa: neppure l'occhio acuto
di un'aquila avrebbe potuto scorgerlo. E con le mani
continuamente si stropicciava gli occhi, tramando inganni.
Ed ecco quel che ha avuto subito il coraggio di dirmi:
'Non ho visto, non so e non ho sentito nulla;
non posso darti informazioni e chiederti un compenso'".
Dopo queste parole, Febo Apollo si sedette.
Ermes tenne ben altro discorso fra gli immortali,
dopo aver salutato il Cronide, signore di tutti gli di:
"Padre Zeus, sii certo che ti dir la verit:
sono sincero, infatti, e incapace di mentire.
 venuto a casa nostra a cercare le vacche dondolanti,
stamane, poco dopo il sorgere del sole;
ma non portava come testimone oculare nessuno degli di.
Mi ordinava con molta insistenza di parlare,
e pi volte minacciava di gettarmi nell'ampio Tartaro,
solo perch lui  nel pieno fiore dell'ambiziosa giovinezza
e io invece sono nato ieri (questo lo sa bene anche lui).
Ho forse l'aspetto di un robusto ladro di buoi?
Credimi, visto che ti vanti di essere mio padre:
non ho portato a casa le vacche - cos possa avere fortuna -;
non ho neanche oltrepassato la soglia:  la pura verit.
Rispetto molto Elios e gli altri di,
amo te e temo costui: anche tu sai bene
che non sono colpevole. Ne faccio giuramento solenne:
lo giuro su questo portico splendido degli immortali.
Anche se  forte, un giorno mi vendicher di lui,
che m'ha rapito senza piet: tu poi devi proteggere i giovani".
Cos disse il Cillenio Arghifonte, ammiccando;
e teneva le fasce sulle spalle, senza lasciarle.
Rise forte Zeus, vedendo con quanta scaltrezza negava
il furto delle vacche quel suo malizioso figliolo.
Ordin poi che di comune accordo tutti e due si mettessero
alla ricerca, e che facesse da guida Ermes, il messaggero,
e indicasse senza pi trucchi il luogo
dove aveva nascosto le vacche dalla testa robusta.
Il Cronide accenn col capo e l'illustre Ermes obbed,
facilmente convinto al volere dell'egioco Zeus.
I due bellissimi figli di Zeus si diressero in fretta
a Pilo sabbiosa e arrivarono al guado dell'Alfeo.
Raggiunsero i campi e la stalla altissima
dove le bestie erano state custodite nelle ore notturne.
Qui Ermes entr nell'antro roccioso
e ricondusse alla luce le vacche dalla testa robusta.
Il figlio di Leto, guardando di lato, vide le pelli
sulla rupe scoscesa, e subito chiese al glorioso Ermes:
"Come sei riuscito, furbetto, a scuoiare due vacche,
tu che sei cos piccolo? Mi chiedo quale sar
la tua forza in futuro. Bisogna proprio
che tu non cresca troppo, Cillenio, figlio di Maia".
Cos disse, e gli strinse le mani con saldi legacci
di vimini; ma questi si radicarono a terra sotto i suoi piedi,
si avviticchiarono fra loro e avvilupparono
facilmente tutte le vacche, abitatrici dei campi,
per volont di Ermes dai pensieri nascosti. Apollo
si stup a quella vista. Allora il forte Arghifonte
scrut furtivamente il terreno, cercando di nascondere
la fiamma del suo sguardo; e facilmente riusc nell'intento
di placare l'arciere, il figlio glorioso di Leto,
pur cos ostile. Tenendo la lira nella sinistra
la saggi col plettro, a ritmo: e quella, al tocco
della mano, risuon melodiosa. Sorrise Febo Apollo,
deliziato: gli arriv al cuore il suono armonioso
dello strumento divino, e mentre ascoltava lo invase
un desiderio dolcissimo. Toccando soavemente le corde,
prese coraggio il figlio di Maia, fermo alla sinistra
di Febo Apollo: con l'accompagnamento della lira
inton un canto - e lo assecondava la voce aggraziata -
celebrando gli di immortali e la nera terra.
Narrava come nacquero e come ciascuno ebbe il suo destino.
La prima divinit ricordata nel canto era Mnemosine,
madre delle Muse, poich a lei apparteneva il figlio di Maia.
Poi l'illustre figlio di Zeus celebr gli altri immortali,
e ne cant la nascita, secondo il rango di ciascuno:
narrava ogni cosa con garbo, reggendo la cetra col braccio.
Apollo fu preso nel cuore da un sentimento struggente,
e cos gli parl con alate parole:
"Macellaio, faccendiere instancabile, compagno di mensa,
questo canto vale davvero cinquanta vacche!
Credo che d'ora in poi andremo d'accordo.
Ma c' una cosa che vorrei sapere, versatile figlio di Maia:
quest'arte mirabile ti accompagna dalla nascita,
o qualcuno degli immortali o degli uomini mortali
ti ha fatto un gran dono e ti ha insegnato il canto divino?
E' nuova infatti la musica straordinaria che odo:
sono certo che non la conosce nessun uomo
n alcuno degli di che abitano le case dell'Olimpo,
all'infuori di te, furfante, figlio di Zeus e di Maia.
Che arte  questa che consola affanni infiniti? Come
la si pratica? Vedo bene che conduce a tutti e tre
gli obiettivi: la gioia, l'amore e il dolce sonno.
Anch'io sull'Olimpo sono compagno delle Muse,
cui  cara la danza e il luminoso percorso del canto,
la musica fiorente e il suono fascinoso dei flauti:
ma finora non ho mai apprezzato niente in pari misura,
fra i pezzi di bravura eseguiti dai giovani nei banchetti.
Figlio di Zeus,  incredibile con quanta grazia sai suonare.
Ora, poich sei cos sapiente, per quanto piccino,
siediti, caro, e ascolta le parole di chi  pi anziano.
Presto avrete grande fama fra gli di immortali,
tu e tua madre. E sta' certo di questo: ti giuro
sulla mia lancia di corniolo che io
ti far diventare glorioso e beato fra gli immortali,
ti dar splendidi doni e non ti tradir mai".
Ed Ermes gli rispose con parole abilissime:
"Tu mi interroghi con sapienza, arciere; e io certo
non ti impedisco di accedere alla mia arte.
Oggi stesso la saprai: voglio esserti prodigo
di consigli. Ma senza dubbio tu sai gi ogni cosa nel cuore:
siedi infatti al primo posto fra gli di, figlio di Zeus,
e sei forte e potente. Il saggio Zeus ti ama,
come  giusto, e ti ha dato splendidi doni:
dicono che dalla voce di Zeus hai appreso gli onori,
e da lui conosci i presagi, arciere: tutte cose mirabili.
Non ti manca nulla, ragazzo mio, lo so bene;
ed  facile per te imparare tutto ci che desideri.
Ma poich t' venuta voglia di suonare la cetra,
canta e suona e abbandonati a questo piacere
che io ti do: a me per lascia la gloria, amico.
Tieni in mano la compagna armoniosa e canta,
tu che sai dire cose cos belle e aggraziate.
Dovunque ci sono banchetti lussuosi, danze amabili
e feste splendide, portala con te in pace,
perch dia gioia al giorno e alla notte. Se la interroga
qualcuno preparato con arte e dottrina,
essa insegna col canto cose gradite alla mente,
quando  suonata con dolcezza da mano educata.
Ma rifugge i contatti rozzi: se la interroga
un inesperto, un principiante avventato,
allora balbetta risposte vane e stonate.
Ma per te  facile imparare tutto ci che desideri.
Perci te la regalo, illustre figlio di Zeus:
noi invece pascoleremo nei campi le vacche, arciere,
su per il monte e per la pianura ricca di cavalli.
Cos le vacche, accoppiandosi ai tori, partoriranno
maschi e femmine in abbondanza: e tu non devi
prendertela troppo, anche se sei avido di guadagno".
Cos dicendo, porse la lira: Febo Apollo la prese
e consegn a Ermes la sferza splendente,
affidandogli la mandria; il figlio di Maia l'accolse
con gioia. Apollo, il dio arciere, illustre figlio
di Leto, impugn la lira nella mano sinistra
e la saggi col plettro, a ritmo: e quella, al tocco
della mano, risuon melodiosa; il dio inton un canto soave.
Le vacche allora si diressero al prato
divino, e i bellissimi figli di Zeus
tornarono in fretta all'Olimpo nevoso,
rallegrandosi della lira. Ne fu lieto il saggio Zeus,
e li rese amici per sempre; cos Ermes concep
affetto per il figlio di Leto (ancor oggi lo ama),
e in segno d'amicizia consegn all'arciere l'amabile
cetra: e l'altro la suonava abilmente, tenendola in mano.
Poi Ermes escogit un altro strumento ingegnoso
e invent la voce della zampogna che si ode lontano.
Allora il figlio di Leto parl cos a Ermes:
"Figlio di Maia, scaltro messaggero, ho paura
che tu mi rubi la cetra e l'arco ricurvo:
infatti da Zeus hai avuto il compito di diffondere
i commerci fra gli uomini sopra la terra feconda.
Ma se acconsenti a pronunciare il solenne giuramento degli di,
o con un cenno del capo o sull'acqua possente dello Stige,
il mio cuore si sentir completamente rassicurato".
Allora il figlio di Maia con un cenno del capo promise
di non rubare mai le propriet dell'arciere
e di non avvicinarsi alla sua casa robusta; e Apollo,
figlio di Leto, a suggello della loro amicizia promise
che nessuno gli sarebbe stato pi caro fra gli immortali,
n un dio n un uomo nato da Zeus: "Far di te
il mediatore perfetto fra uomini e di, e fra tutti
sarai caro al mio cuore e onorato. Ti doner anche
la splendida verga d'oro a tre punte, che d ricchezza
e prosperit, e che sar tua protezione; grazie a essa
si compiono le norme delle buone parole e delle buone
azioni che io affermo di conoscere dalla voce di Zeus.
Tu chiedi della divinazione, carissimo figlio di Zeus:
ma non  lecito che la apprendiate n tu n alcun altro
degli immortali. Ne  depositaria la mente di Zeus: io
ho dato garanzia e ho giurato solennemente
che nessun altro degli di eterni, all'infuori di me,
conoscer mai il recondito pensiero di Zeus.
Perci tu, fratello dalla verga d'oro, non chiedermi
di rivelarti i presagi pensati da Zeus onniveggente.
Io colpir quest'uomo e favorir quell'altro,
agitando senza posa le folle degli uomini infelici.
Chi verr da me seguendo il suono e il volo degli uccelli
fatidici, trarr vantaggio dalla mia voce.
Costui trarr vantaggio dalla mia voce, e non l'inganner;
chi invece, confidando in uccelli dalla voce mendace,
vorr interrogare il mio oracolo contro il mio volere,
e pretender di saperne pi degli di immortali,
verr da me invano, ti assicuro, anche se io mi terr i doni.
E ti dir un'altra cosa, figlio dell'illustre Maia
e di Zeus egioco, demone veloce fra gli di:
vi sono tre vergini venerande, sorelle per nascita,
orgogliose delle loro rapide ali;
hanno la testa cosparsa di bianca farina
e abitano una casa in un anfratto del Parnaso.
Praticano, in disparte, una divinazione cui io mi dedicavo
gi da fanciullo, seguendo i buoi: mio padre non se ne curava.
Da l poi, volando ora qui ora l,
si nutrono di favi, e tutte le loro profezie si avverano.
Quando sono sazie di biondo miele e prese dall'ispirazione,
acconsentono graziosamente a rivelare la verit;
ma se sono private del dolce cibo degli di,
sciamano turbinosamente e mentono.
Io d'ora innanzi te le affido: consultale lealmente
e appaga il tuo cuore; se poi ti occuperai di un mortale,
questo sentir spesso la tua voce, se ha fortuna.
Prenditi queste, figlio di Maia, e le vacche dalle corna
ritorte, cura i cavalli e i muli laboriosi...".
.Zeus stabil.
che il glorioso Ermes regnasse sui leoni feroci,
sui cinghiali dai candidi denti, su tutte le greggi
che l'ampia terra sostenta e su tutto il bestiame:
lui solo avr il compito di messaggero presso Ade,
il quale gli far un gran dono, pur essendo spietato.
Cos il dio Apollo mostr con tutto il cuore il suo affetto
per il figlio di Maia, e cos lo predilesse il Cronide.
Egli ha rapporti con tutti i mortali e gli immortali:
aiuta raramente, e infinite volte inganna
le razze degli uomini mortali nella notte oscura.
E cos salute a te, figlio di Zeus e di Maia;
e io canter te, e anche un'altra canzone.
...
..
Inni omerici.
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5. Inno ad Afrodite.
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Musa, cantami le opere dell'aurea Afrodite,
la dea di Cipro, che suscita dolce desiderio negli di
e soggioga le razze degli uomini mortali,
gli uccelli del cielo e tutte le specie animali,
che la terra e il mare nutrono in gran copia: a tutti
sono care le opere di Citerea dalla bella corona.
Tre son i cuori che essa non sa piegare n ingannare:
una  la figlia di Zeus egioco, Atena dagli occhi splendenti.
A lei infatti non piacciono le opere dell'aurea Afrodite:
le sono care le guerre e le opere di Ares,
mischie e battaglie, e ama promuovere splendide imprese.
Per prima insegn agli artefici che vivono sulla terra
a fabbricare cocchi e carri intarsiati di bronzo,
e ammaestr le tenere fanciulle dentro le case,
ispirando in cuore a ciascuna lavori magnifici.
E neppure Artemide dalle frecce d'oro, la dea cacciatrice,
si lascia domare da Afrodite, amica del sorriso.
Infatti le piace colpire con l'arco le fiere sui monti,
ama le cetre e le danze e le grida acute,
i boschi ombrosi e le citt degli uomini giusti.
Le opere di Afrodite non piacciono neppure a Estia,
la casta fanciulla, che l'accorto Crono gener per prima
e poi per ultima - per volere dell'egioco Zeus -
l'augusta dea ambita da Posidone e da Apollo.
Essa per non volle, anzi oppose un netto rifiuto,
e toccando la testa di Zeus, il padre egioco,
fece un solenne giuramento, che si comp pienamente:
di restare per sempre vergine, venerabile fra le dee.
Invece delle nozze il padre Zeus le diede un gran privilegio,
ed essa siede nel centro della casa, accogliendo le offerte:
 onorata in tutti i templi degli di,
e presso tutti i mortali  la pi venerata fra le dee.
Questi sono i cuori che essa non sa piegare n ingannare:
ma nessun altro pu sfuggire ad Afrodite,
n fra gli di beati n fra gli uomini mortali.
Sconvolge anche la mente di Zeus, signore del fulmine,
che  il pi grande e ha avuto il potere pi grande:
facilmente inganna il suo animo scaltro, ogni volta
che vuole, e lo fa unire a donne mortali;
gli fa dimenticare Era, sua moglie e sorella,
che per bellezza spicca fra le dee immortali
ed  la pi gloriosa figlia dell'accorto Crono
e di Rea: ed  lei che Zeus dalla mente infallibile
scelse come nobile sposa, vedendone i pregi.
Ma anche ad Afrodite Zeus insinu nel cuore il dolce
desiderio di unirsi a un uomo, perch al pi presto
facesse anche lei esperienza di un letto mortale
e perch la dea amica del sorriso non potesse pi vantarsi
al cospetto degli di, ammiccando beffarda,
di avere unito gli di a donne mortali,
che avevano partorito agli immortali figli mortali,
e di avere unito le dee a uomini mortali.
Zeus le insinu nel cuore il dolce desiderio di Anchise,
che a quel tempo pascolava le mandrie sulle alte vette
dell'Ida ricca d'acque, bello come un immortale.
Vedendolo, Afrodite amica del sorriso
se ne innamor, un terribile desiderio le prese il cuore.
And a Cipro ed entr nel tempio odoroso
di Pafo, dove c' un suo santuario e un altare fragrante.
Entr dentro, e richiuse le porte splendenti:
qui le Cariti la lavarono e la unsero con un olio
straordinario, usato per la pelle degli di eterni,
un olio divino e soave che la profum tutta.
Afrodite amica del sorriso indoss allora tutte
le sue belle vesti eleganti e s'adorn d'oro,
poi lasci la fragrante Cipro e si diresse a Troia,
procedendo rapidamente nel cielo in mezzo alle nubi.
Arriv all'Ida ricca di acque, madre di fiere,
e attravers il monte in direzione della stalla; docili
la accompagnavano lupi grigi e leoni feroci,
orsi e veloci pantere, mai sazie di caprioli.
Vedendoli, la dea si rallegrava nel cuore e insinuava
loro nel petto il desiderio: e tutti,
a coppie, si acquattarono negli anfratti ombrosi.
Essa arriv alla capanna ben costruita
e trov l'eroe Anchise, bello come un dio,
che era stato lasciato solo nella stalla:
i compagni erano tutti a pascolare le mandrie sui prati
erbosi ed egli, lasciato solo nella stalla,
si aggirava qua e l, suonando la cetra sonora.
Afrodite, figlia di Zeus, si ferm accanto a lui,
con l'aspetto e la figura di una vergine indomita:
non voleva che si spaventasse, vedendola con gli occhi.
Anchise la scorse e prese a osservarla, ammirandone
l'aspetto e la figura e le vesti splendenti.
Indossava un peplo pi fulgido della vampa del fuoco,
portava bracciali ritorti e orecchini lucenti,
e al collo delicato erano appese collane bellissime,
d'oro intarsiato: illuminavano il suo morbido petto
quasi di un bagliore lunare, e l'effetto era meraviglioso.
Anchise fu preso d'amore e le rivolse queste parole:
"Ti saluto, signora che vieni in questa casa, chiunque
tu sia fra le dee, Artemide o Leto o l'aurea Afrodite
o la nobile Temi o Atena dagli occhi splendenti;
o forse tu che vieni qui sei una delle Cariti,
che accompagnano tutti gli di e sono chiamate immortali,
una delle Ninfe che popolano i bei boschi,
oppure una delle Ninfe che abitano questa bella montagna
e le sorgenti dei fiumi e i pascoli erbosi.
Io costruir per te un altare su una vetta, in un luogo
visibile da lontano, e ti consacrer belle offerte,
in ogni stagione; ma tu siimi propizia
e concedimi d'essere un uomo illustre fra i Troiani,
e in futuro dammi una discendenza fiorente, e consenti
ch'io viva a lungo felice e veda la luce del sole, ricco
in mezzo alla gente, e che tocchi la soglia della vecchiaia".
Allora gli rispose Afrodite, figlia di Zeus:
"Anchise, glorioso fra tutti gli uomini nati dalla terra,
io non sono una dea: perch mi paragoni alle immortali?
Sono una creatura mortale, e mi ha generato una donna.
Mio padre  Otreo, che tu forse conosci per fama:
 il signore di tutta la Frigia dalle alte mura.
So parlare la vostra lingua altrettanto bene della nostra:
in casa infatti mi ha allevato una nutrice troiana,
cui mia madre mi affid da piccola perch mi curasse;
ecco perch conosco bene anche la vostra lingua.
Ma ora l'Arghifonte dalla verga d'oro mi rap
dalle danze di Artemide, la cacciatrice dalle frecce d'oro.
Eravamo in molte a danzare, Ninfe e fanciulle pronte
alle nozze, e attorno si assiepava una folla infinita.
Ma l'Arghifonte dalla verga d'oro mi rap
e mi port per molti campi lavorati dai mortali
e per molte terre non divise e non coltivate, dove le fiere
voraci si aggirano per ombrose vallate: temevo
che non avrei mai pi messo piede sulla terra ferace.
Diceva che sarei diventata la sposa legittima nel letto
di Anchise, e che ti avrei partorito splendidi figli.
Ma dopo avermi mostrato la via e spiegato ogni cosa,
il forte Arghifonte  tornato in mezzo agli immortali,
e io mi presento a te, spinta dalla dura necessit.
Ti supplico in nome di Zeus e dei tuoi nobili genitori
(infatti, bello come sei, non puoi essere di umili origini):
portami da tuo padre ancora vergine e pura,
presentami a lui e a tua madre, donna assennata,
e ai tuoi fratelli, nati dal tuo stesso sangue;
sar una buona nuora, non indegna della famiglia.
Manda subito un messaggero ai Frigi dai veloci cavalli,
per avvertire mio padre e mia madre, che sar in ansia.
Essi ti manderanno molto oro e abiti eleganti:
tu accetta i loro doni, ricchi e numerosi.
E dopo aver fatto questo, offri un banchetto di nozze
gradito agli uomini e agli di immortali".
Cos dicendo, la dea gli ispir dolce desiderio nel cuore;
Anchise fu preso d'amore, e le rivolse queste parole:
"Se sei una mortale, e ti ha generato una donna,
e sei figlia dell'illustre Otreo, come sostieni,
se sei venuta qui per volont di Ermes, il messaggero
immortale, e dovrai essere per sempre mia moglie,
allora nessun dio e nessun uomo mortale
potr fermarmi, prima che mi sia unito a te in amore,
subito adesso: neppure se lo stesso arciere Apollo
scoccasse frecce dolorose con il suo arco d'argento.
Pur di salire sul tuo letto, donna simile alle dee,
sono pronto poi a sprofondare nella casa di Ade".
Cos dicendo, le prese la mano: Afrodite amica del sorriso,
voltando la testa e abbassando i begli occhi, lo segu
sul letto ben fatto, ricoperto di soffici manti,
che gi era pronto per il principe: sopra erano stese
pelli di orsi e di leoni dal ruggito profondo,
che lui stesso aveva ucciso sugli alti monti.
Saliti che furono sul letto ben fatto, Anchise
anzitutto le tolse di dosso gli splendidi ornamenti,
le fibbie, i bracciali ritorti, gli orecchini e le collane,
le sfil la cintura e le sciolse le vesti lucenti,
che depose sopra un seggio dalle borchie d'argento.
Poi per volont degli di e del fato si coric,
- lui, un mortale - accanto a una immortale, senza saperlo.
Venne l'ora in cui i pastori tornano dai pascoli fioriti,
riportando alla stalla i buoi e le pecore, sazie di cibo:
allora la dea vers sopra Anchise un dolce sonno
sereno, e indoss di nuovo le belle vesti.
La splendida dea si rivest con cura, poi
si alz dentro la capanna: la testa toccava il tetto
ben costruito e una bellezza divina si irradiava
dal viso, come sempre avviene per Citerca dalla bella corona.
Svegli Anchise dal sonno e gli parl cos:
"Alzati, figlio di Dardano! Perch questo sonno profondo?
Dimmi se ti sembra che assomiglio a quella ragazza
che prima credevi di vedere con i tuoi occhi".
Cos parl: l'altro la sent e subito si scosse dal sonno.
Ma quando vide il collo e i begli occhi di Afrodite,
si turb, e volse lo sguardo in un'altra direzione;
poi si copr con il mantello il bel viso
e la supplic, pronunciando alate parole:
"Non appena ti ho vista con i miei occhi, signora,
ho capito che eri una dea; ma tu non mi hai detto la verit.
Ora ti supplico, in nome di Zeus egioco:
non permettere che io viva in mezzo alla gente
come un invalido; abbi piet, perch non ha una vita felice
l'uomo che dorme con le dee immortali".
Gli rispose allora Afrodite, figlia di Zeus:
"Anchise, glorioso fra tutti gli uomini mortali:
fatti animo, e non essere troppo preoccupato nel cuore.
Non devi temere di soffrire alcun male a causa mia
o degli altri beati, poich tu sei caro agli di.
Ti nascer un figlio, che regner sui Troiani,
e poi dai figli nasceranno altri figli, in serie continua:
gli metterai nome Enea, perch un eneo dolore
mi ha preso quando sono entrata nel letto di un mortale.
Quelli della vostra stirpe sono spesso simili agli di
nell'aspetto e nella figura, pi di tutti gli altri uomini.
In passato il saggio Zeus rap il biondo Ganimede,
a causa della sua bellezza, perch abitasse con gli di
e facesse loro da coppiere nella casa di Zeus:
 un prodigio per gli occhi, e tutti gli immortali
lo ammirano, quando attinge rosso nettare dal cratere d'oro.
Un dolore angoscioso prese il cuore di Troo: non sapeva
dove la tempesta divina avesse rapito suo figlio.
Lo piangeva continuamente, giorno dopo giorno:
Zeus ne ebbe piet e per ripagarlo del figlio gli diede
cavalli veloci, degni di trascinare il cocchio di un dio.
Questo fu il dono per lui; e il messaggero Arghifonte
per ordine di Zeus gli rivel ogni cosa, cio che suo figlio
era immortale e libero da vecchiaia, al pari di un dio.
Quando sent il messaggio di Zeus, Troo
smise di piangere e si rallegr dentro il cuore,
e si lasciava trasportare dai cavalli impetuosi, pieno di gioia.
E anche Eos dal trono d'oro rap un uomo
della vostra stirpe, Titono, simile agli immortali.
E and dal Cronide dalle nere nubi per chiedergli
di renderlo immortale e di farlo vivere in eterno.
Zeus con un cenno del capo esaud la richiesta:
ma la venerabile Eos fu ingenua, non pens di chiedere
la giovinezza e di allontanare da lui la vecchiaia rovinosa.
Cos finch dur per lui l'amabile giovinezza, si godette
Eos dal trono d'oro, la dea mattiniera, vivendo
presso le correnti dell'Oceano, ai confini della terra.
Ma quando i primi fili bianchi gli scesero gi
dalla bella testa e dal nobile mento,
la venerabile Eos si allontan dal suo letto,
anche se continuava a tenerlo in casa, nutrendolo
con cibo divino e donandogli belle vesti.
Quando per l'odiosa vecchiaia si abbatt su Titono,
che non era pi in grado di muovere o alzare le membra,
questa parve alla dea la decisione migliore:
lo ricover in una stanza, e chiuse le fulgide porte.
Dalla bocca gli esce un fiume di parole, ma il vigore
non  pi quello che un tempo aveva nelle agili membra.
Io non vorrei che tu vivessi in questa condizione
fra gli di e che a questo prezzo avessi la vita eterna:
se invece tu potessi vivere conservando l'aspetto
e la figura che hai, e fossi chiamato mio marito,
il dolore non avvolgerebbe poi il mio cuore animoso.
Ma presto ti avvilupper la vecchiaia crudele,
spietata, che poi non abbandona pi gli uomini:
anche gli di la odiano, perch  rovinosa e sfibrante.
D'ora in avanti per, giorno dopo giorno, io avr sempre
un grande biasimo a causa tua fra gli di immortali,
che prima temevano le dolci parole e le astuzie con cui
ho unito tutti gli immortali, prima o poi, con donne
mortali: tutti infatti erano soggiogati al mio volere.
Ma ora la mia bocca non potr pi parlare di queste vicende
fra gli immortali, perch ho commesso una colpa grave,
indegna e inenarrabile: ho perso il senno,
e ho concepito un figlio unendomi a un mortale.
Non appena il bimbo vedr la luce del sole,
lo alleveranno le ninfe oreadi dal seno profondo,
che abitano questa montagna alta e divina;
non fanno parte n degli immortali n dei mortali:
vivono a lungo e si nutrono di cibo divino,
e intrecciano con gli immortali splendide danze.
I Sileni e l'Arghifonte dall'occhio acuto si uniscono
a loro in amore, nelle profondit di amabili grotte.
Quando esse nascono, sulla terra ferace nascono
con loro querce dagli alti rami o abeti,
belli e fiorenti sopra le cime dei monti.
Svettano altissimi, e sono chiamati templi
degli immortali: nessun uomo li recide col ferro.
Ma quando si avvicina il momento della morte,
prima i begli alberi inaridiscono sopra la terra,
la loro corteccia si dissecca e i rami cadono,
e subito dopo l'anima delle ninfe lascia la luce del sole.
Saranno loro a occuparsi di mio figlio e ad allevarlo.
Non appena toccher l'amabile giovinezza,
le dee lo condurranno qui, e ti mostreranno il ragazzo.
E dopo quattro anni - voglio aprirti tutto il mio cuore -
io verr di nuovo da te, e ti porter tuo figlio.
Quando i tuoi occhi vedranno il ragazzo, ti rallegrerai
a quella vista, perch sar in tutto simile a un dio;
lo porterai subito a Ilio battuta dal vento,
e se qualcuno degli uomini mortali ti chieder
quale madre ti ha concepito quel figlio,
ti comando di rispondergli cos, non te ne dimenticare:
di' che  il figlio di una tenera ninfa,
di quelle che abitano questo monte rivestito di boschi.
Se invece, indulgendo a una folle vanteria, racconterai
di esserti unito in amore con Afrodite dalla bella corona,
Zeus furibondo ti colpir con il fulmine fumante.
T'ho detto tutto: tu meditalo nel tuo cuore,
sta' attento a non nominarmi, ed evita l'ira degli di".
Cos disse, e sal nel cielo percorso dai venti.
Salve, dea che proteggi l'accogliente Cipro:
dopo aver cominciato da te, intoner ora un nuovo canto.
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Inni omerici.
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5. Inno ad Afrodite.
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Canter la bella, veneranda Afrodite dalla corona
d'oro, che protegge le mura dell'intera Cipro
circondata dal mare, dove l'umido soffio di Zefiro
la port sopra l'onda del mare risonante,
nella morbida spuma. Le Ore dall'aureo diadema
la accolsero con gioia e le fecero indossare vesti divine;
sul capo immortale le posero una bella corona
d'oro, ben lavorata, e ai lobi forati appesero
fiori d'oricalco e d'oro prezioso;
le ornarono il collo delicato e il petto bianchissimo
con collane d'oro, che le stesse Ore
dall'aureo diadema indossano quando si uniscono
all'amabile danza degli di, nella casa del padre.
Quando terminarono di ornare le sue membra,
la presentarono agli immortali: vedendola, essi
le davano il benvenuto, le tendevano le mani, e ciascuno
desiderava portarla a casa sua come legittima sposa,
poich ammiravano l'aspetto di Citerea coronata di viole.
Salve, dea dolcissima dagli occhi brillanti: concedimi
la vittoria in questo concorso, e ispira il mio canto.
E io canter te e anche un'altra canzone.
...
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Inni omerici.
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7. Inno a Dioniso.
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Canter Dioniso, il figlio dell'illustre
Semele. Apparve su un promontorio, lungo la riva
del mare infecondo, con l'aspetto di un giovane
nel fiore dell'et: aveva bei capelli scuri
e fluenti, e un manto purpureo gli copriva le forti
spalle. Subito dei pirati tirreni arrivarono
sopra una solida nave, avanzando veloci sul mare
violaceo: un triste destino li guidava. Come lo videro,
si scambiarono un cenno, saltarono a terra, lo afferrarono
e subito lo deposero sulla loro nave, pieni di gioia.
Pensavano infatti che fosse il figlio di sovrani
potenti, e decisero di legarlo con nodi crudeli.
Ma i nodi non lo stringevano, e i lacci caddero lontano
dalle mani e dai piedi. Il dio rimaneva seduto, e sorrideva
con gli occhi scuri; il timoniere cap,
e subito parl in questo modo ai compagni:
"Amici, chi  questo dio potente che avete preso
e tentate di legare? La nave ben fatta non ne regge il peso:
costui o  Zeus o Apollo dall'arco d'argento
o Posidone, perch certo non assomiglia agli uomini
mortali, ma agli di che abitano le case dell'Olimpo.
Presto, lasciamolo subito libero sulla terra
nera: non mettetegli le mani addosso, perch se si adira
pu scatenare venti crudeli e una tempesta violenta".
Cos disse, ma il capo lo rimprover con dure parole:
"Disgraziato, pensa al vento, e aiutami a tendere la vela:
tu tira i cavi, a costui provvederanno gli uomini.
Credo proprio che ce lo porteremo in Egitto o a Cipro
o fra gli Iperborei, o anche pi lontano; ma alla fine
ci dir dove sono i suoi amici e le sue ricchezze
e i suoi parenti, perch ce l'ha mandato un dio".
Cos dicendo drizzava l'albero e la vela della nave.
Il vento gonfi il centro della vela, e i marinai tendevano
i cavi. Ma presto si manifestarono a essi dei prodigi:
prima sulla nera nave veloce si diffuse un gorgoglio di vino
fragrante, dolce da bere, e ne emanava un profumo soave:
tutti i marinai furono presi da stupore, a questa vista.
Poi dall'alto della vela germogli una vite,
da entrambi i lati, e penzolavano gi molti
grappoli; attorno all'albero si avvolgeva un'edera scura,
densa di fiori, e vi crescevano amabili frutti;
tutti gli scalmi portavano ghirlande. Allora, vedendo ci,
essi dissero al timoniere di spingere di nuovo la nave
a terra; ma il dio, a prua della nave, si trasform
in leone terribile, dal ruggito altissimo, e al centro
cre l'immagine prodigiosa di un orso dal collo villoso.
L'orso si erse minaccioso, e il leone da prua
lanciava sguardi feroci; essi si rifugiarono a poppa,
stringendosi al timoniere che aveva mostrato saggezza,
e si fermarono terrorizzati; il dio con un balzo improvviso
gherm il capo, e gli altri a questa vista tutti insieme
si gettarono fuori nel mare lucente, per evitare la morte,
e diventarono delfini. Del timoniere per il dio ebbe piet,
lo trattenne e gli concesse una sorte felice, dicendogli:
"Coraggio, buon vecchio, caro al mio cuore:
io sono Dioniso, il dio fremente; mi gener Semele,
la figlia di Cadmo, unendosi in amore a Zeus".
Salve, figlio di Semele dal bel volto; nessuno
che si dimentichi di te pu comporre un bel canto.
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Inni omerici.
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8. Inno ad Ares.
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Ares dall'elmo d'oro, possente auriga di carri, intrepido
salvatore di citt, armato di scudo, coperto di bronzo,
instancabile lanciere dal braccio robusto, baluardo d'Olimpo,
padre di Nike gloriosa, sostegno di Temi,
dominatore dei nemici, guida degli uomini giusti,
maestro di coraggio, che ruoti il tuo disco infuocato
fra gli astri dalle sette vie, dove i cavalli
fiammanti ti portano in eterno lungo la terza orbita:
ascoltami, tu che difendi i mortali e dai giovanile vigore,
fa' scendere dall'alto sulla mia vita la tua luce
mite e la tua forza guerresca, cos che io possa
scrollare dalla mia testa l'odiosa vilt
e piegare nel cuore le passioni che ingannano l'anima
e frenare l'acuto impulso dell'ira, che mi spinge
a entrare nella mischia agghiacciante. Tu dammi,
o beato, il coraggio di rispettare le norme della pace,
sfuggendo alla rissa dei nemici e alla morte crudele.
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Inni omerici.
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9. Inno ad Artemide.
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Musa, cantami Artemide, sorella del dio arciere,
vergine saettatrice, compagna d'infanzia di Apollo:
abbeverati i cavalli al Meles dai fitti canneti,
da Smirne essa dirige rapidamente il carro tutto d'oro
verso Claro ricca di viti, dove Apollo dall'arco d'argento
sta ad aspettare la saettatrice dalle frecce infallibili.
Saluto te con il mio canto, e anche tutte le altre dee:
te per prima celebro, da te voglio cominciare,
e dopo aver cominciato da te, intoner ora un nuovo canto.
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Inni omerici.
10. Inno ad Afrodite.
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Canter Citerea, nata a Cipro, che distribuisce
dolci doni ai mortali; sempre sorride nel suo
volto amabile, coronato da una graziosa ghirlanda.
Salve, dea che proteggi l'accogliente Salamina
e Cipro circondata dal mare: donami un canto piacevole.
E io canter te, e anche un'altra canzone.
...
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Inni omerici.
11. Inno ad Atena.
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Inizio a cantare Pallade Atena, signora dell'acropoli,
terribile: a lei e ad Ares sono care le imprese di guerra,
il sacco delle citt, le grida e le battaglie;
 lei che protegge l'esercito, quando parte e ritorna.
Salve, dea: concedici fortuna e felicit.
...
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Inni omerici.
12. Inno a Era.
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Canto Era dal trono d'oro, figlia di Rea,
regina immortale, dea dall'aspetto incantevole,
sorella e insieme nobile sposa di Zeus, signore
del tuono: tutti i beati nel vasto Olimpo la rispettano,
onorandola al pari di Zeus, signore del fulmine.
...
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Inni omerici.
13. Inno a Demetra.
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Comincio a cantare Demetra dai bei capelli, dea
veneranda, e la sua figliola, la stupenda Persefone.
Salve, dea: proteggi questa citt, e intona il mio canto.
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Inni omerici.
14. Inno alla Madre degli Di.
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Musa canora, figlia del grande Zeus, cantami
la madre di tutti gli di e di tutti gli uomini,
cui piacciono il grido dei crotali e dei timpani,
lo strepito degli auli, l'urlo dei lupi e dei torvi leoni,
i monti echeggianti e le valli coperte di boschi.
Saluto te con il mio canto, e anche tutte le altre dee.
...
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Inni omerici.
15. Inno a Eracle cuor di leone.
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Canter Eracle, figlio di Zeus, il pi forte
dei terrestri, che Alcmena gener nell'ampia Tebe,
dopo essersi unita al Cronide dalle nere nubi.
Dapprima, errando sulla terra infinita e sul mare
agli ordini del re Euristeo, Eracle comp
molte imprese terribili, e pat molti mali;
ma ora, nella bella casa dell'Olimpo nevoso,
vive sereno, e ha in sposa Ebe dalle belle caviglie.
Salve, signore, figlio di Zeus: dammi valore e ricchezza.
...
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Inni omerici.
16. Inno ad Asclepio.
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Comincio a cantare il figlio di Apollo, Asclepio,
guaritore di morbi, generato da Coronide, nobile
figlia del re Flegias, nella pianura Dotia,
gran conforto per gli uomini, risanatore di aspre pene.
Cos ti saluto, signore, e ti invoco col mio canto.
...
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Inni omerici.
17. Inno ai Dioscuri.
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Musa canora, cantami Castore e Polluce,
i Tindaridi nati da Zeus Olimpio:
l'augusta Leda li gener sotto le vette del Taigeto,
quando si un al Cronide dalle nere nubi, in segreto.
Salve, Tindaridi, padroni di cavalli veloci.
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Inni omerici.
18. Inno a Ermes.
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Canto Ermes Arghifonte, il dio Cillenio,
signore del Cillene e dell'Arcadia ricca di greggi,
veloce messaggero degli immortali. Lo gener Maia,
la nobile figlia di Atlante, unendosi in amore
con Zeus. Essa sfuggiva la compagnia degli di beati,
e viveva chiusa in un antro ombroso, dove il figlio di Crono
nel cuore della notte si univa alla ninfa dai bei riccioli,
all'insaputa degli di immortali e degli uomini mortali,
mentre Era dalle bianche braccia era immersa nel dolce sonno.
Cos ti saluto, figlio di Zeus e di Maia:
dopo aver cominciato da te, intoner ora un nuovo canto.
Salve, Ermes messaggero, elargitore di grazie e di beni.
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Inni omerici.
19. Inno a Pan.
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Musa, cantami il caro figlio di Ermes, bicorne,
dai piedi di capra, amante del frastuono, che vaga
per le valli boscose in compagnia delle ninfe danzatrici:
esse amano percorrere le cime delle rupi scoscese,
invocando Pan, il dio dei pascoli, dai capelli lucenti,
irsuto, che frequenta tutte le alture nevose
e le cime dei monti e i sentieri pietrosi.
Si aggira in su e in gi per le fitte macchie:
ora  attratto dall'acqua di tranquilli ruscelli,
ora si arrampica su rocce inaccessibili,
salendo sulla cima pi alta, per sorvegliare le greggi.
Spesso corre per le grandi montagne biancastre,
spesso attraversa le valli, facendo strage di selvaggina
grazie alla vista acutissima. Solo al tramonto,
tornando da caccia, intona sulla zampogna una dolce
melodia: non lo vincerebbe nel canto
l'uccello che a primavera effonde un lamento
con voce di miele, fra i fiori e le foglie.
Allora si uniscono al suo canto le ninfe montane
dalla limpida voce, danzando con passi rapidi presso la fonte
profonda, e l'eco risuona dalla vetta del monte.
Il dio ora danza in tondo, ora entra nel mezzo,
con rapidi passi - porta sul dorso una fulva pelle
di lince - e si esalta in cuore a quel canto ritmato,
sul tenero prato dove il croco e il giacinto
odoroso si mescolano all'erba, fiorendo in gran copia.
Cantano gli di beati e il vasto Olimpo;
per esempio, pi di ogni altro esaltano il rapido Ermes,
dicendo com' messaggero veloce per tutti gli di,
e come arriv nell'Arcadia ricca di fonti, madre
di greggi, dove c' un tempio per lui, il signore Cillenio.
L pur essendo un dio pascolava le greggi lanose
di un mortale: infatti ardeva in lui il desiderio struggente
di unirsi in amore con la ricciuta figlia di Driope.
Ottenne le nozze fiorenti, ed essa nel palazzo partor
a Ermes un figlio, gi subito strano a vedersi:
bicorne, dai piedi di capra, rumoroso, dal dolce sorriso.
La madre balz in piedi e fugg, lasciando il bambino:
ebbe paura infatti, quando vide il viso ferino e barbuto.
Ma il rapido Ermes lo prese subito in braccio
e l'accolse: la gioia traboccava dal cuore del dio.
Sal in fretta alle sedi degli immortali, con il figlio
avvolto nella folta pelliccia di una lepre montana;
si sedette vicino a Zeus e agli altri immortali
e mostr suo figlio: tutti gli di si rallegrarono
in cuore, e pi di tutti il delirante Dioniso.
Lo chiamarono Pan, perch a tutti aveva rallegrato il cuore.
Cos ti saluto, signore, e ti placo col mio canto;
e io canter te e anche un'altra canzone.
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Inni omerici.
20. Inno a Efesto.
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Musa canora, canta Efesto dall'ingegno famoso,
che con Atena dagli occhi splendenti ha insegnato opere
splendide agli uomini sopra la terra. Prima essi
vivevano sui monti, dentro caverne, come le fiere;
ma ora, grazie agli insegnamenti di Efesto, l'artefice
insigne, conducono una vita facile e serena
dentro le loro case, dal principio alla fine dell'anno.
Perci siimi propizio, Efesto: dammi valore e ricchezza.
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Inni omerici.
21. Inno ad Apollo.
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Febo, anche il cigno ti canta dolcemente, agitando le ali,
mentre nuota verso la riva del vorticoso fiume
Peneo; e l'aedo dalla dolce voce canta sempre te, per primo
e per ultimo, accompagnandosi con la cetra armoniosa.
Cos ti saluto, signore, e ti placo col mio canto.
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Inni omerici.
22. Inno a Posidone.
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Comincio a cantare Posidone, dio potente,
che fa sussultare la terra e il mare infecondo,
re dell'oceano, signore dell'Elicona e dell'ampia Ege.
Gli di, Enosigeo, ti hanno accordato un duplice privilegio:
essere domatore di cavalli e salvatore di navi.
Salve, Posidone dai capelli scuri, signore della terra:
con cuore benevolo soccorri i naviganti, o beato.
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Inni omerici.
23. Inno a Zeus.
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Canter Zeus, il migliore e il pi grande degli di,
onniveggente signore, che ha in pugno il destino: con Temi,
seduta al suo fianco, scambia parole di saggezza.
Siimi propizio, Cronide onniveggente, grande e glorioso.
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Inni omerici.
24. Inno a Estia.
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Estia, che nella incantevole Pito custodisci
la sacra casa del signore Apollo, il dio arciere:
dai tuoi riccioli stilla sempre limpido unguento.
Vieni in questa casa, vieni con cuore benevolo
insieme al saggio Zeus: concedi grazia al mio canto.
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Inni omerici.
25. Inno alle muse e ad Apollo.
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Comincio a cantare le Muse, Apollo e Zeus:
infatti dalle Muse e da Apollo, il dio arciere,
provengono sopra la terra i cantori e i citarodi,
e da Zeus discendono i re. Beato colui che  amato
dalle Muse: dalla sua bocca esce un canto dolcissimo.
Salve, figlie di Zeus: date gloria al mio canto.
E io canter voi e anche un'altra canzone.
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Inni omerici.
26. Inno a Dioniso.
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Comincio a cantare il fremente Dioniso, coronato di edera,
splendido figlio di Zeus e della gloriosa Semele;
le ninfe dai bei capelli lo accolsero in seno, ricevendolo
dalle mani del padre divino, e lo allevarono con cura
nelle valli di Nisa. Per volont del padre, crebbe
in un antro fragrante, per far parte degli immortali.
Dopo che le dee allevarono il dio celebrato nei canti,
allora poi percorreva i valloni boscosi,
cinto d'edera e d'alloro: con lui venivano le ninfe,
cui faceva da guida; la vasta foresta era trascorsa da grida.
Cos ti saluto, Dioniso ricco di grappoli;
fa' che possiamo tornare in festa, la prossima stagione,
e cos, di stagione in stagione, per molti anni.
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Inni omerici.
27. Inno ad Artemide.
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Canto Artemide dalle frecce d'oro, la dea cacciatrice,
vergine casta, abile saettatrice di cervi,
sorella di Apollo dalla spada d'oro,
che sui monti ombrosi e sulle cime battute dal vento
tende il suo arco d'oro e scaglia frecce dolorose,
nella febbre della caccia. Le vette degli alti
monti tremano, la fitta foresta risuona
cupamente dei rantoli delle fiere, la terra e il mare
pescoso fremono: la dea, piena di coraggio,
si spinge ovunque, sterminando le specie selvatiche.
Ma quando l'abile saettatrice di fiere si  divertita
e ha appagato il suo cuore, allenta l'arco flessibile
e raggiunge la grande casa del caro fratello,
Febo Apollo, nel ricco borgo di Delfi,
per guidare la bella danza delle Muse e delle Cariti.
Qui appende l'arco ricurvo e le frecce,
indossa splendidi ornamenti, e conduce e apre
le danze: le dee con voce divina celebrano
Leto dalle belle caviglie, ricordano come partor figli
che eccellono fra gli immortali per senno e per imprese.
Salve, figli di Zeus e di Leto dai bei capelli:
e io canter voi e anche un'altra canzone.
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Inni omerici.
28. Inno ad Atena.
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Comincio a cantare Pallade Atena, la gloriosa dea
dagli occhi splendenti, ingegnosa, dal cuore inflessibile,
vergine casta, intrepida signora dell'acropoli,
Tritogenia; il saggio Zeus la gener da solo,
dal suo capo venerabile, rivestita gi delle armi di guerra
dorate e lucenti. Tutti gli immortali si stupirono
a questa vista: essa balz fuori rapidamente
dal capo immortale, agitando un giavellotto acuto
davanti a Zeus egioco. Il vasto Olimpo sussult
cupamente sotto l'urto della dea dagli occhi splendenti,
la terra emise un grido terribile, il mare si sconvolse,
gonfiandosi con flutti spumanti. Poi d'improvviso le onde
si fermarono, il luminoso figlio di Iperione arrest
lungamente i veloci cavalli, fino a quando la vergine
Pallade Atena ebbe tolto dalle spalle immortali
le armi divine: ne gio il saggio Zeus.
Cos ti saluto, figlia di Zeus egioco:
io canter te e anche un'altra canzone.
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Inni omerici.
29. Inno a Estia.
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Estia, che nelle case eccelse di tutti
gli di immortali e in quelle degli uomini terrestri
hai una sede perenne, e godi del gran privilegio
di essere rispettata e onorata in eterno (infatti senza di te
non ci sono banchetti per i mortali, se a Estia
per prima e per ultima non libano vino mielato);
e tu, Arghifonte dalla verga dorata, figlio di Zeus
e di Maia, messaggero dei beati, elergitore di beni:
siimi propizio e aiutami, con la venerabile e cara
Estia: tutti e due infatti abitate le belle case
degli uomini terrestri, con animo reciprocamente
concorde, e vigilate con senno e forza, splendidi baluardi.
Salve, figlia di Crono; salve, Ermes dalla verga d'oro;
e io canter voi e anche un'altra canzone.
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Inni omerici.
30. Inno a Gea, madre universale.
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Canter Gea, madre universale, dalle salde fondamenta,
antichissima, che nutre tutte le creature del mondo.
Quelle che popolano la terra luminosa o che solcano il mare
o che volano, tutte si nutrono della tua ricchezza.
Grazie a te gli uomini hanno prole e buoni raccolti,
tu hai il potere di dare o togliere la vita agli uomini
mortali, signora. Beato colui che tu onori
con cuore benigno: ha in abbondanza ogni cosa;
la terra vitale si carica di frutti per lui, nei campi
il bestiame si moltiplica, la casa si riempie di beni.
Costoro governano con giustizia nelle citt dalle belle
donne, li accompagnano prosperit infinita e ricchezza;
 grazie al tuo favore, dea veneranda e generosa,
che i loro figli esultano di giovanile baldanza,
e nei cori ricchi di corone le loro figlie danzano con cuore
gioioso, saltellando sui morbidi fiori del prato.
Salve, madre degli di, moglie di Urano stellato:
premia benigna il mio canto con l'amabile prosperit.
E io canter te e anche un'altra canzone.
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Inni omerici.
31. Inno a Elios.
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Musa Calliope, figlia di Zeus, comincia a cantare
Elios splendente, che Eurifaessa dagli occhi rotondi
gener al figlio di Gea e di Urano stellato.
Iperione infatti spos la nobilissima Eurifaessa,
sua sorella, che gli partor figli splendidi:
Eos dalle braccia rosate, Selene dai bei riccioli,
e l'instancabile Elios, simile agli immortali,
che d luce ai mortali e agli di immortali,
guidando i suoi cavalli. Gli occhi lampeggiano terribili
di sotto all'elmo d'oro, raggi splendenti scendono
da lui con un barbaglio; dalla testa e dalle tempie
i paraguance lucenti serrano il volto aggraziato,
che brilla lontano; ha indosso una bella veste sottile,
che lampeggia al soffio dei venti; gli stalloni
.tirano con forza, finch arrivano al centro del cielo:.
qui il dio arresta il carro dal timone d'oro e i cavalli,
e li guida abilmente lungo il cielo verso l'oceano.
Salve, signore: concedimi benigno una vita piacevole.
Dopo aver cominciato da te, canter una stirpe di uomini,
i semidi, le cui imprese gli di mostrarono ai mortali.
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Inni omerici.
32. Inno a Selene.
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Muse dal dolce canto, figlie di Zeus Cronide, esperte
di canzoni, celebrate Selene dalle ampie ali:
dal suo capo immortale un chiarore si diffonde nel cielo
e avvolge la terra, e una grande bellezza si mostra
quando risplende la sua luce; la sua corona d'oro
illumina l'aria oscura, e i suoi raggi rifulgono
quando la chiara Selene, lavato il bel corpo
nell'oceano e indossate vesti sfavillanti,
aggioga i puledri lucenti dal collo robusto e rapidamente
sospinge in avanti i cavalli dalla bella criniera,
al tramonto, a mezzo del mese; poi il gran ciclo si compie,
e i raggi della luna che cresce scendono pi luminosi
dal cielo: allora essa  per i mortali segno e presagio.
Con lei una volta il Cronide s'un in amore nel letto,
ed essa concep e diede alla luce una figlia, Pandia,
che ha singolare bellezza fra gli di immortali.
Salve, signora, dea dalle bianche braccia, chiara Selene,
ricciuta e benigna; cominciando da te, canter
le gesta dei semidi, di cui gli aedi, servi delle Muse,
raccontano le imprese con la loro amabile voce.
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Inni omerici.
33. Inno ai Dioscuri.
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Muse dagli occhi vivaci, cantate i figli di Zeus,
i Tindaridi, splendidi figli di Leda dalle belle caviglie,
Castore, domatore di cavalli, e l'irreprensibile Polluce:
sotto la vetta del grande monte Taigeto,
unitasi in amore al Cronide dalle nere nubi,
essa li partor come salvatori per gli uomini terrestri
e per le veloci navi, quando sul mare crudele
sopraggiungono violente tempeste. Gli uomini sulle navi
pregano e invocano i figli del grande Zeus,
e salendo sul ponte di poppa promettono bianchi
agnelli: il forte vento e le onde del mare hanno sommerso
ormai la nave, ma quelli all'improvviso appaiono,
avanzando nell'aria con ali veloci,
e subito placano il soffio dei venti tempestosi
e calmano le onde sulla chiara distesa del mare
(segni graditi e inattesi per i marinai); a questa vista
gli uomini si rallegrano e finisce l'aspra fatica.
Salve, Tindaridi, padroni di cavalli veloci:
io canter voi e anche un'altra canzone.
FINE.
