Omero.

Iliade.

Traduzione di Giuseppe Tonna.

.
...
Trascrizione elettronica resa disponibile dalla
     Fondazione Ezio Galiano onlus
        http:\\www.galiano.it
ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.

LIBRO I.
.

	Cantami, o dea, l'ira ostinata del Pelide Achille, che fu tanto funesta e rec agli Achei dolori senza fine: sped gi ad Ade in gran numero forti anime di prodi guerrieri, e i loro corpi lasciava l in balia di cani e uccellacci d'ogni sorta. Veniva cos compiendosi la volont di Zeus, fin da quando si scontrarono a parole e si divisero da nemici l'Atride signore di uomini e il divino Achille.
	Ma chi degli dei li spinse a contrastare con violenza?
	Fu il figlio di Latona e di Zeus. Era lui in collera con il re supremo, e fece sorgere per il campo una pestilenza maligna, perivano via via i combattenti. E la ragione fu che l'Atride non rendeva onore a Crise l sacerdote. Era venuto, questi, alle celeri navi degli Achei: voleva liberare la sua figlia e si portava dietro un mucchio di oggetti preziosi per il riscatto. Con la mano reggeva le sacre bende di Apollo arciere, avvolte in cima allo scettro d'oro: e supplicava tutti gli Achei, e in particolare i due Atridi, reggitori di popoli. Diceva: "Atridi, e voi altri Achei dai buoni schinieri, vi concedano gli dei che hanno le case sull'Olimpo di distruggere la citt di Priamo e di far felice ritorno in patria! Ma voi liberatemi la mia cara figlia e accettate i doni qui del riscatto, per rispetto e venerazione verso il figlio di Zeus, Apollo arciere."
	Allora tutti gli altri Achei approvarono acclamando e dicevano di aver riguardo del sacerdote e di prendere gli splendidi doni.
	Ma la cosa non garbava, in fondo, all'Atride Agamennone: anzi lo scacciava via in modo villano e gli ingiungeva con dure parole: "Bada, vecchio, che non abbia pi a sorprenderti nei pressi delle navi, n oggi fermo qui ancora, n di ritorno un domani! Ti avviso: non ti gioverebbe lo scettro con la benda del dio. Lei io non la liberer: prima, s , le verr addosso la vecchiaia l nel nostro palazzo, in Argo, lontano dalla patria, tra le faccende del telaio e gli incontri nel mio letto. Ma tu vattene! Non mi irritare, se vuoi tornar sano e salvo."
	Cos parlava: trem di paura quel vecchio e ubbidiva all'ordine.
	Si mosse in silenzio lungo la riva del mare rumoreggiante: e andava allora in disparte e con fervore rivolgeva, il vegliardo, la sua invocazione ad Apollo sovrano, figlio di Latona dalla bella capigliatura.
	Diceva: "Ascoltami, o dio (dall'arco d'argento, tu che ami proteggere la citt di Crisa e la santa Cilla e regni sovrano su Tenedo, o Sminteo! Se mai ho coperto di frasche un luogo sacro che ti fosse caro; o se mai, ricordi, ti ho bruciato grasse cosce di tori e di capre, portami a compimento questo voto: fagli scontare, ai Danai, le mie lacrime con i tuoi dardi!"
	Cos diceva pregando: e l'ascolt Febo Apollo.
	Scese gi dalle vette dell'Olimpo profondamente sdegnato, tenendo a tracolla l'arco e la faretra ben chiusa.
	Tintinnarono i dardi all'omero del dio in collera, al suo primo muoversi: e camminava scuro, pareva la notte.
	Si collocava allora distante dalle navi e scocc una freccia: un orrendo ronzio venne dall'arco d'argento.
	Prima raggiunse i muli e i veloci cani, poi sugli uomini tirava le aguzze frecce e via via li colpiva. Sempre ardevano roghi di cadaveri - fitti fitti.
	Per ben nove giorni sul campo arrivavano i dardi del dio: al decimo, Achille fece convocare in assemblea l'esercito intero. Gliel'aveva suggerito la dea dalle candide braccia, Era : si rattristava per i Danai a vederseli morire.
	Quando si furono adunati, in piedi l in mezzo a loro parl Achille.
	Diceva: "Atride, ora siamo ricacciati indietro, non ci resta, penso, che far ritorno, se pur riusciamo a sfuggire alla morte. Guerra e peste insieme, lo vedi, uccidono gli Achei. Ma via, su, interroghiamo qualche indovino o un sacerdote, o anche un interprete di sogni - pure il sogno, si sa, viene da Zeus. Lui sapr dirci per quale ragione Febo Apollo si  indignato tanto, se  per dimenticanza di una preghiera che si lagna o di un sacrificio solenne. Vedremo allora se gradisce l'odore e il fumo di agnelli e capre senza difetti e vuole allontanare da noi il flagello."
	Cos parlava e si metteva gi a sedere. E tra loro si alz Calcante figlio di Testore, il migliore senz'altro a interpretare il volo degli uccelli: egli conosceva il presente, il futuro e il passato, e aveva fatto da guida alle navi degli Achei verso Ilio, grazie alla sua arte di profeta che gli aveva concesso Febo Apollo.
	Davanti a loro, da persona saggia, prese la parola e disse: "Achille, caro a Zeus, tu vuoi che io spieghi l'ira di Apollo, l'arciere sovrano. Ebbene, io lo dir: ma tu intendimi bene e giura che mi verrai in soccorso prontamente a parole e a fatti.
	"S, far infuriare, sono ben certo, un uomo che domina da forte su tutti gli Argivi e a lui prestano gli Achei obbedienza.  ben potente, sappiamo, un re quando va in collera con un uomo da meno: e se pure, vedete, digerisce l l sul momento la rabbia, poi, anche in seguito, cova dentro il suo rancore fintanto che non lo sfoga. Tu pensaci e dimmi se sei deciso a salvaguardarmi."
	E a lui rispondeva Achille dai rapidi piedi: "Stai di buon animo e rivela pure il responso divino che sai. No, te lo assicuro in nome di Apollo caro a Zeus - e a lui, tu, Calcante, rivolgi le preghiere e ne manifesti ai Danai i vaticini - no, finch io vivo e ho luce negli occhi qui sulla terra, nessuno fra tutti quanti i Danai nei pressi delle navi ti metter addosso le mani pesanti: neppure se tu intendi accennare ad Agamennone, che ora si vanta di essere il primo, senza paragone, degli Achei."
	E allora prendeva coraggio l'indovino irreprensibile e parlava: "Non per una preghiera, credete, si lagna il dio n per un sacrificio solenne, ma  per via del sacerdote che Agamennone ha maltrattato, e non gli ha reso libera la figlia e non ne ha gradito i doni del riscatto. Ecco perch, vedete, il dio arciere ci diede dolori, e ancora ce ne dar. E non allontaner ve lo dico, dai Danai la brutta moria, prima che venga restituita a suo padre la giovinetta dai vividi occhi, senza prezzo, senza riscatto, e si menino nella citt di Crisa vittime per un solenne sacrificio. Solo allora forse con suppliche e invocazioni lo placheremo."
	Cos parlava e si metteva gi a sedere: e tra loro si alz l'eroe Atride, Agamennone dall'ampio potere.
	Era torvo: gli si riempivano di rabbia le viscere tutte nere, i suoi occhi parevano fuoco che splende. E prima che ad ogni altro rivolse, con guardatura di minaccia, a Calcante la parola: "Profeta di sventure tu sei! Mai una volta a me hai detto cosa che m'andasse a genio. S, sempre ti  caro vaticinare qui dei guai, e una parola di buon augurio mai finora l'hai pronunciata n fatta avverare. E anche adesso in mezzo ai Danai, con aria da ispirato, vai cianciando che il dio arciere proprio per questo, secondo te, fabbrica, a costoro, malanni: perch io non ho voluto accettare gli splendidi doni offerti per il riscatto della giovane Criseide! Certo, io preferisco davvero tenermela con me. E non ho paura a dire che mi piace pi di Clitemnestra, la legittima sposa; non  inferiore a lei n per maest di forme e bellezza, n per il buon senso e i lavori delle sue mani. Ma anche cos son disposto a darla indietro, se proprio questo  meglio. Voglio, per parte mia, che l'esercito sia salvo e non che perisca. Ma voi preparate per me qui subito un premio in segno d'onore! Cos non sar l'unico, io, tra gli Argivi, a restar senza ricompense: non sarebbe neanche giusto. Lo vedete bene, credo, tutti quanti, che sorta di dono mi va via."
	E a lui rispondeva allora il grande Achille dai piedi gagliardi: "Atride glorioso, il pi avido sei, fra tutti qui, di possedere ricchezze! Dillo tu: come faranno i magnanimi Achei ad assegnarti un premio? Non ci sono pi da parte, in abbondanza - che noi sappiamo - beni della comunit: ma le spoglie che portammo via dalle citt distrutte sono gi spartite, e non sarebbe giusto che i soldati le raccogliessero di nuovo e le adunassero in un mucchio. Senti, tu per ora mandala libera al dio, la ragazza: e gli Achei da parte loro ti ripagheranno il triplo e il quadruplo, quando Zeus un giorno o l'altro ci concede di abbattere la citt di Troia dalle solide mura."
	Gli rispose allora il sovrano Agamennone: "No, Achille! Pur con tutta la tua prodezza, non voler derubarmi cos, dentro di te! Gi con me non l'avrai vinta:  inutile che tu insista. Ah, intendi forse che io me ne resti qui, quieto quieto, a mani vuote? e tu intanto ti terrai il tuo premio? e m'imponi poi di restituirla, la ragazza? E sta bene, lo far: se gli Achei m'assegneranno un altro dono d'onore che mi piaccia, di mio gusto, e procurano che sia di pregi uguali. Se invece non me lo danno, verr io da solo a prendermelo, il premio: o il tuo o quello di Aiace, o mi mener via di mia mano quello di Odisseo. E se ne star l con la sua rabbia chi mi vede arrivare. Ma a tale faccenda naturalmente penseremo pi tardi. Ora, via, tiriamo una nave dentro il mare divino: raduniamo i rematori che ci vogliono, imbarchiamo le bestie per la solenne ecatombe e facciamo salire anche la Criseide dalle belle guance! E capo della spedizione sia un uomo di senno, o Aiace o Idomeneo o Odisseo: oppure tu, Pelide, che sei il pi tremendo fra tutti quanti i guerrieri. Cos ci placherai il dio arciere compiendo i sacrifici."
	E a lui, guardandolo torvo, diceva Achille dai rapidi piedi: "Ah, un uomo vestito di spudoratezza sei tu, che pensi solo al tuo interesse. Come far, mi chiedo, uno degli Achei a ubbidire volentieri ai tuoi ordini - mettersi in marcia per una spedizione militare e battersi da prode contro guerrieri nemici? Quanto a me, lo sapete, non venni qui a battagliare per odio contro i Troiani valorosi: essi non hanno, nei miei riguardi, colpe. Mai una volta, vedete, razziarono le mie mandrie di bovini e cavalli n mai saccheggiarono i raccolti a Ftia, l nella mia terra dalle larghe zolle, nutrice di eroi: e a dir il vero, c' tanta distanza - monti ombrosi e la distesa sonora del mare. Ma dietro a te, o grande spudorato, siamo venuti, noi qui, per i tuoi comodi, cercando di ottenere un risarcimento da parte dei Troiani per Menelao e per te - faccia di cane. Ma di questo non ti dai pensiero n ti curi! E poi minacci -  il colmo - di portarmi via, proprio tu, il mio premio, quando sopportai, per averlo, tanti travagli, e a me l'assegnarono i figli degli Achei. E del resto non ho mai un dono uguale a te, ogni volta che gli Achei distruggono qualche popolosa citt dei Troiani. Eppure la parte maggiore dei tanti scontri in battaglia la sostengono le mie braccia. E quando viene il momento di spartire la preda, per te, ecco, il premio  molto pi grande: io invece ne ho uno piccolo s ma caro, e con quello me ne torno verso le navi stanco di combattere. Ora cos me ne andr a Ftia perch, vedo,  molto meglio far ritorno a casa con le navi: e neanche intendo restar qui senza onore ad ammucchiare per te beni e ricchezze."
	Gli rispose allora Agamennone signore di guerrieri: "Scappa pure, se hai voglia! Io non ti supplico davvero di restare per amor mio. Accanto a me, s, rimangono gli altri che mi renderanno i dovuti onori - e avanti a tutti il provvido Zeus. Il pi odioso, te lo dico, tu mi sei tra i re nutriti da Zeus: ch sempre ti  cara la lotta, sempre ti son care guerre e battaglie. E se poi sei molto gagliardo,  stato un dio, certo, a farti questo dono. Ma vattene a casa con le tue navi e i tuoi compagni d'armi, a comandare sui Mirmidoni! Di te, vedi, non mi curo, e non mi do pensiero del tuo rancore. Anzi ti voglio fare qui una minaccia: come mi porta via, Febo Apollo, la Criseide - e io la far accompagnare con una mia nave e miei uomini - ecco, io, di persona, vengo alla tua baracca a menar via la Briseide dalle belle guance, il dono l tuo. Cos saprai quanto sono pi potente di te: e anche qualchedun altro avr ben paura a credersi mio uguale e a mettersi di fronte a me da pari a pari."
	Cos parlava. E al Pelide venne dolore: e fu incerto, l per l, il suo cuore dentro il petto villoso. Non sapeva se trarsi dal fianco la spada tagliente e far indietreggiare loro l e poi uccidere l'Atride, o se frenare la collera e contenere il suo impulso.
	Mentre pensava cos ed estraeva dal fodero la grossa spada, ecco arriv Atena dal cielo: l'aveva mandata gi la dea dalle candide braccia Era, che voleva bene a tutti e due nello stesso modo e si curava di loro.
	Si ferm dietro a lui e lo prese, il Pelide, per la bionda chioma: a lui solo appariva, nessuno degli altri la scorgeva. Fu scosso, Achille, da stupore e si volt indietro: subito riconobbe Pallade Atena.
	Terribili i suoi occhi balenarono: e a lei rivolgeva parole: "Come mai sei venuta qui ancora, o figlia di Zeus egioco? a vedere l'arroganza senza misura di Agamennone l'Atride? Ma una cosa ti voglio dire e si avverer, penso: con le sue prepotenze ben presto, una volta o l'altra, ci lascia la vita."
	E a lui rispose la dea dagli occhi lucenti, Atena: "Son venuta qui a placare il tuo sdegno, se mi vuoi dar retta: dal cielo sono giunta. Mi mand gi la dea Era che vuol bene a tutt'e due nello stesso modo e si cura di voi. Ma via, desisti dal fare una zuffa, non tirar fuori la spada! A parole, s, rinfacciagli ingiuriosamente quanto succeder qui senz'altro. Una cosa poi voglio dire e si avverer di certo: un giorno saranno a tua disposizione magnifici doni, tre volte tanti, per via della prepotenza di oggi. Tu ora frenati e dai retta a noi!"
	Le rispondeva Achille dai rapidi piedi: "Devo proprio, o dea, seguire la parola di voi due, anche se sono furibondo. Cos, credo,  meglio. Chi ubbidisce agli dei, sempre loro l'ascoltano in tutto."
	Disse: e sull'impugnatura a fregi d'argento trattenne la pesante mano, ricacci dentro il fodero la grossa spada e non disubbid all'ordine di Atena. E gi lei se n'era andata all'Olimpo, nella casa di Zeus egioco, in mezzo agli altri dei.
	E il Pelide si rivolse di nuovo con parole insolenti contro Agamennone e non la smetteva pi di sfogare la sua collera: "Un ubriacone sei! Hai guardatura di cane e il cuore di un cervo! Mai una volta ti arrischi a vestir con l'esercito l'armatura per una battaglia aperta e tanto meno per muovere insieme ai pi valorosi degli Achei a un'imboscata. Naturale! qui c' lo spettro di una morte violenta. Certo  molto pi vantaggioso restare nel vasto campo degli Achei a portar via i premi di chi parla franco di fronte a te. Un re tu sei che si mangia i beni della comunit, perch governi su dei buoni a nulla: altrimenti sarebbe l'ultima volta, oggi, o Atride, che tu rechi oltraggio. Ma una cosa ti voglio dire e faccio, a conferma, solenne giuramento. S, lo giuro per lo scettro qui: ecco, questo non metter mai pi foglie e rami, da quando ha lasciato il suo tronco sui monti, e non rinverdir mai pi: l'ascia di bronzo, vedete, l'ha spogliato tutto all'intorno delle sue foglie e della corteccia, e ora i figli degli Achei lo portano in mano quali amministratori della giustizia, perch hanno in custodia le leggi sacre in nome di Zeus - e cos per te sar giuramento grande. S, un giorno verr agli Achei rimpianto di Achille, a tutti quanti. Ma allora tu non avrai potere, con tuo cruccio, di portar loro soccorso, quando numerosi cadranno gi moribondi sotto i colpi di Ettore sterminatore di guerrieri. E tu allora dentro ti roderai dalla rabbia, per non aver onorato il pi valoroso degli Achei."
	Cos parlava il Pelide e gett a terra lo scettro adorno di borchie d'oro. Poi si sedeva.
	L'Atride dall'altra parte era furente d'ira. E in mezzo a loro si lev Nestore dalla voce suasiva, l'eloquente oratore dei Pili: dalla sua bocca la parola fluiva pi dolce del miele. Gi gli erano sparite due generazioni di uomini mortali, che, insieme a lui erano prima nati e cresciuti in Pilo divina, e allora era re in mezzo a quelli della terza.
	Davanti a loro, da persona saggia, prese la parola e disse: "Ah, una grossa sventura davvero arriva sulla terra achea! Che gioia per Priamo e per i figli di Priamo! E saran ben contenti tutti gli altri Troiani al venir a sapere ogni cosa qui della vostra lite: voi che siete, tra i Danai, i primi in Consiglio, i primi sul campo di battaglia. Su, allora, datemi retta: siete entrambi pi giovani di me. Una volta, sapete, in passato, io fui compagno di guerrieri anche pi valorosi di voi: e sempre loro mi prestavano volentieri attenzione. Mai, vi dico, ho veduto finora eroi cos - e neanche ne vedr pi - come erano Piritoo e Driante pastore di popoli, e poi Ceneo ed Esadio e Polifemo uguale a un dio, e poi ancora Teseo l'Egide, simile agli immortali. Quelli crescendo diventarono i pi forti degli uomini sulla terra. I pi gagliardi erano e battagliavano con i pi vigorosi: s, coi Selvaggi della montagna, e li massacrarono in una terribile lotta. Bene, con questi io mi trovavo insieme: venivo da Pilo, di lontano, da una terra remota. M'avevano chiamato loro. E mi scontravo in duello, io, da solo: e con quelli l non sarebbe buono di battersi nessuno dei mortali che sono oggi sulla terra. Eppure essi davano ascolto ai miei consigli e seguivano la mia proposta. Su, allora, date retta anche voi, perch cos  meglio. Tu, se anche sei un prode, non portar via a questo qui la giovinetta, ma lascia andare! Gliel'assegnarono come premio d'onore i figli degli Achei. E tu, Pelide, non voler contendere con un sovrano da pari a pari! Mai ebbe onore uguale al suo alcun re con lo scettro, a cui Zeus concesse gloria. Se poi tu sei gagliardo e ti fu madre una dea, ebbene lui  pi potente perch comanda a un maggior numero di uomini. Atride, tu placa il tuo sdegno: vedi, sono io qui a pregarti di lasciar perdere il risentimento nei riguardi di Achille. Lui  per tutti gli Achei un grande baluardo nei guai della guerra."
	E a lui rispondeva allora il sovrano Agamennone: "S,  vero, o vecchio: ogni cosa qui hai detto bene. Ma  lui che pretende di essere superiore a tutti gli altri: e vuol dominare su tutti, esser signore di tutti, impartire i suoi ordini a tutti! E qualcuno, penso, non  proprio disposto a ubbidirgli. Se poi gli dei sempiterni lo fecero valoroso guerriero, gli danno per questo il diritto di gridare insulti?"
	E a lui bruscamente replicava il divino Achille: "S, sarei ben vile e un buono a nulla, se avessi a cederti in ogni cosa che dici. Agli altri, ti avverto, da' qui ordini, ma a me non comandare! Sono deciso, non ti ubbidir pi. E un'altra cosa ti voglio dire e tu mettitela bene in mente! Io, sta' sicuro, non mi batter per una ragazza n con te n con alcun altro: voi me l'avete data, voi me la togliete. Ma altri beni ho accanto alla nave: e di quelli nulla mi porterai via, a mio dispetto, con le tue mani. Su, provati, e vedranno anche loro qui: subito il tuo sangue nero scorrer lungo la mia lancia."
	Cos loro due contrastavano con violenza a parole, ritti l in piedi: e sciolsero l'assemblea vicino alla flotta degli Achei. Il Pelide se n'andava verso le sue baracche e le navi ben equilibrate insieme al figlio di Menezio, Patroclo, e ai suoi compagni d'armi. E l'Atride, come aveva detto, fece tirare in acqua una celere nave, scelse venti rematori e imbarc le bestie per il sacrificio in onore del dio. E su vi menava per mano la Criseide dalle belle guance e la fece sedere. Capo della spedizione sal l'accorto Odisseo.
	Ed essi allora dentro la nave percorrevano le vie del mare.
	L'Atride poi diede ordine ai soldati di compiere i riti della purificazione.
	E loro si purificavano e buttavano ogni sozzura dentro le acque salate: e ad Apollo sacrificavano vittime senza difetti, tori e capre, lungo la spiaggia dello sterile mare. L'odore del grasso bruciato giungeva al cielo tra le volute del fumo.
	Cos i combattenti s'affaccendavano l per il campo: e intanto Agamennone non desisteva dal portar a compimento la minaccia che aveva fatto durante la lite ad Achille. Anzi si rivolse a Taltibio e a Euribate che erano i suoi araldi, e solerti aiutanti in guerra e disse: "Andate alla baracca del Pelide Achille! Prendete per mano la Briseide e conducetela da me! Se non ve la d, andr io, s a prenderla in compagnia di molti guerrieri. E la cosa per lui sar ancor pi amara."
	Cos diceva e li spediva via con un duro ordine.
	E loro due camminavano di malavoglia lungo la riva del mare deserto, e giunsero alle capanne e alle navi dei Mirmidoni.
	Lo trovarono l'eroe, accanto al suo alloggio e alla nera nave: stava seduto. E non fu certo lieto, Achille, al vederli.
	I due restarono intimiditi e in atteggiamento di rispetto davanti al re, fermi l in piedi: e non gli rivolgevano parola n domanda.
	Ma lui comprese e parl per primo: "Salve, araldi, messaggeri di Zeus e degli uomini! Fatevi pi vicino! Ai miei occhi non avete colpa: responsabile  Agamennone.  lui che vi manda qua per la giovane Briseide. Su, principe Patroclo, mena fuori la ragazza e dagliela da portar via! E loro qui mi siano testimoni di fronte agli dei beati e agli uomini mortali, e di fronte anche a quel sovrano intrattabile: pu ben darsi, ve lo dico, che un giorno ci sia ancora bisogno di me per stornare dagli altri l uno sconcio sterminio! Ed ecco, lui si agita furioso nella sua smania di rovina, e non sa veder chiaro ad un tempo quello che gli sta davanti e quello che ha dietro: non pensa come faranno gli Achei presso le navi a combattere per lui e salvarsi."
	Cos parlava, e Patroclo ubbidiva al suo compagno.
	Men fuori dalla baracca la Briseide dalle belle guance e gliela diede da portar via. E i due andavano di nuovo lungo le navi degli Achei: a malincuore camminava con essi la donna.
	Allora Achille scoppi a piangere e subito si ritirava in disparte, lontano dai compagni, e si sedeva in riva al grigio mare. Guardava sulla distesa sconfinata delle acque.
	E prese a invocare vivamente sua madre tendendo le braccia: "Mamma, tu mi hai generato per una vita tanto breve! Ma la gloria almeno Zeus Olimpio me la doveva concedere! Oggi invece neppure un po' mi rese onore. S, l'Atride Agamennone m'ha fatto un torto: s' preso il mio premio e se lo tiene, di sua testa me l'ha rapito."
	Cos parlava e piangeva. Lo sent l'augusta madre, se ne stava seduta nelle profondit marine accanto al vecchio genitore.
	Prontamente emerse fuori dal grigio mare come una nebbia, e si sedeva di fronte a lui sempre l in lacrime.
	Lo carezz con la mano, gli si rivolgeva e disse: "Figliolo, perch piangi? Che dolore ti  venuto? Parla, non tenerlo chiuso dentro! Cos saremo in due a sapere."
	E a lei con alte grida di lamento rispondeva Achille dai rapidi piedi: "Ma se gi lo sai! Perch vuoi che ti racconti qui ogni cosa? Tu conosci tutto. S, andammo a Tebe, la sacra citt di Eezione, la distruggemmo e menammo qua l'intero bottino. E i figli degli Achei se lo dividevano in giuste parti tra di loro: per l'Atride inoltre scelsero la Criseide dalle belle guance. E un giorno Crise sacerdote di Apollo venne alle navi degli Achei: voleva liberare la sua figliola e si portava dietro un mucchio di oggetti preziosi per il riscatto. Con la mano reggeva le sacre bende di Apollo arciere, avvolte in cima allo scettro d'oro, e supplicava tutti gli Achei e in particolare i due Atridi. Allora gli altri approvarono acclamando e dicevano di aver riguardo del sacerdote e di prendere gli splendidi doni. Ma la cosa non garbava, in fondo, all'Atride Agamennone, anzi lo scacciava via in modo villano con un duro ordine. Sdegnato, il vecchio se ne tornava indietro: Apollo ascolt le sue suppliche, perch gli era molto caro. E si mise a scagliare sopra gli Argivi frecce maligne: cos gli uomini morivano l'uno accanto all'altro, giungevano i dardi del dio dappertutto per il vasto campo degli Achei. E a noi l'indovino ispirato rivelava in assemblea le divine volont dell'Arciere. Subito io per primo dicevo di placare il dio. Ma l'Atride allora lo prese la collera e si alzava di scatto in piedi e mi lanci una minaccia: e questa ormai, vedi,  un fatto compiuto. Quella ragazza, sai, l'accompagnano ora per nave gli Achei nella citt di Crisa, e portano doni al dio sovrano: l'altra son venuti poco fa gli araldi a menarla via dal mio alloggio, ed  la giovane figlia di Briseo: a me l'assegnarono in premio gli Achei. Ma tu, se lo puoi, difendi il prode tuo figlio: vai sull'Olimpo a implorare Zeus, se mai in qualche cosa - o con una parola o con un atto - hai rallegrato il suo cuore. Spesso, ricordo, nel palazzo di mio padre ti ho sentito contare con orgoglio che tu sola l, tra gli immortali, riuscivi a stornare dal Cronide una brutta fine, quando un giorno intendevano legarlo gli altri dei dell'Olimpo - Era, Posidone e Pallade Atena. Ma tu arrivando improvvisa, o dea, lo hai sottratto alle catene: subito con un grido facevi venire sull'alto Olimpo il Centimano - quello che gli dei chiamano Briareo e gli uomini tutti Egeone: pi robusto, a dir il vero, di suo padre. E lui si sedeva accanto al Cronide, lieto e fiero della sua gloria. Ne ebbero terrore gli dei beati e non lo legavano pi. Ricordagli ora quell'episodio sedendo accanto a lui e toccagli supplice le ginocchia: forse acconsente a dar man forte ai Troiani, e a serrarli l, gli Achei, contro le poppe delle navi e fin sull'orlo del mare -e a lasciarli trucidare. Cos tutti se lo godranno, il loro sovrano! E anche l'Atride, Agamennone dall'ampio potere, riconoscer il suo accecamento: non ha rispettato il pi valoroso degli Achei."
	E a lui rispondeva Tetide allora in pianto: "Ahim, figliolo mio! A cosa mai ti venivo nutrendo? Per la sventura ti generai. Oh, se fossi almeno rimasto qui accanto alle navi senza lacrime e senza dolori, quando ti tocca, vedi, vivere per poco, non davvero a lungo! Ora invece hai un esistenza fugace e sei anche infelice pi di tutti gli altri. Loso, con un ben triste destino ti ho messo al mondo l nel palazzo. S, andr io stessa sull'Olimpo nevoso a riferire a Zeus questo tuo discorso: pu darsi che mi ascolti. Ma tu adesso resta qui fermo presso le navi con il tuo risentimento contro gli Achei, e tienti lontano dal campo di battaglia, assolutamente. Zeus, devi sapere,  andato ieri verso l'Oceano a banchetto dagli Etiopi irreprensibili: e lo accompagnavano tutti gli dei. Fra dieci giorni, son sicura, far di nuovo ritorno all'Olimpo: e allora io mi recher alla sua reggia dalla soglia di bronzo e gli abbraccer supplichevole le ginocchia. Egli mi dar, penso, ascolto."
	Cos diceva e se ne and: e lo lasciava l nella sua rabbia per via della donna dalla bella cintura, che gli avevano tolto di prepotenza, suo malgrado.
	Intanto Odisseo arrivava a Crisa con la sacra ecatombe. E loro l, quando giunsero dentro al porto profondo, ammainarono le vele, le riposero nella nera nave: calavano gi con le funi l'albero e lo adagiarono sul suo cavalletto con svelte manovre, e a forza di remi spinsero la nave all'approdo.
	Gettarono gi le pietre d'ancoraggio, legarono a riva le gomene di poppa, e mettevano piede sul frangente del mare.Poi sbarcarono le bestie per il solenne sacrificio ad Apollo arciere. E scendeva a terra la Criseide.
	Allora la conduceva, l'accorto Odisseo, presso l'altare e l'affidava alle mani di suo padre. E a lui disse: "O Crise, mi mand Agamennone, signore di guerrieri, a portar a te la figliola e a offrire a Febo un solenne sacrificio in favore dei Danai: intendiamo placare il dio sovrano che ha gettato fino ad oggi lutti e pianti sugli Argivi."
	Cos diceva consegnandola: e lui l'accolse felice, la sua cara figlia.
	Subito loro l, in onore del dio, disposero le vittime sacre in fila intorno al bell'altare: poi si lavarono le mani e presero su dal cestello grani d'orzo abbrustolito.
	E in mezzo ad essi pregava Crise ad alta voce, levando al cielo le mani: "Ascoltami, o dio dall'arco d'argento, tu che ami proteggere la citt di Crisa e la santa Cilla e regni potente su Tenedo. Come hai esaudito una volta la mia supplica in passato e mi hai fatto onore e hai percosso duramente l'esercito degli Achei, cos anche ora portami a compimento questo voto: ormai allontana dai Danai la brutta moria!"
	Cos diceva pregando: e l'ascolt Febo Apollo.
	E dopo che ebbero alzato la loro invocazione e sparso davanti a s i grani d'orzo, tirarono all'indietro il collo alle vittime, le sgozzarono e scoiarono: ne tagliavano via le cosce e le avvolsero di grasso facendone un doppio strato, e vi posero, di sopra, carni crude.
	Il vecchio le bruciava sopra schegge di legno, vi spruzzava su il rosso vino: i giovani accanto a lui tenevano in mano le forche a cinque punte.
	E quando le cosce furono arse per intero ed essi gustarono le viscere, tagliavano in pezzi le altre parti e le infilarono negli spiedi: le arrostirono con arte e le trassero via tutte dal fuoco.
	Cos finirono il loro lavoro, prepararono il sacro pranzo e banchettarono, a ognuno non manc la sua parte giusta. E dopo che ebbero cacciato via la voglia di mangiare e bere, giovani servi riempirono i crateri di vino fino all'orlo e lo distribuirono a tutti, versandolo in giro nelle coppe.
	Ed essi l, per l'intera giornata, i figli degli Achei si propiziavano il dio con il canto e la danza, intonando il peana con bella voce: celebravano il dio arciere, e lui li ascoltava con gioia.
	Intanto il sole and gi e venne buio: allora essi si misero a dormire vicino alle gomene di poppa della nave. E quando al mattino apparve Aurora dalle dita di rosa, prendevano il largo dirigendosi verso il campo degli Achei: e a loro mandava un vento favorevole Apollo arciere.
	Essi drizzarono l'albero e spiegarono la bianca vela: e il vento gonfi nel mezzo la tela, intorno alla chiglia l'onda spumeggiante gridava forte e la nave andava.
	Correva la nave attraverso le onde facendo il suo tragitto. Giunti al vasto accampamento degli Achei, tirarono sul lido la nera nave, ben in alto sulla sabbia, e ci stesero sotto delle lunghe traverse di legno. Poi si disperdevano verso le loro baracche e le loro navi.
	Intanto lui, il divino figlio di Peleo, Achille dai rapidi piedi, rimaneva presso le navi covando a lungo il suo giusto risentimento. E non si recava pi ormai all'assemblea che d gloria agli eroi, n pi scendeva in campo a combattere, ma si struggeva dentro a restar fermo l: aveva nostalgia del grido di guerra e della battaglia.
	Ma quando finalmente arriv l'aurora del dodicesimo giorno, allora giungevano all'Olimpo gli dei sempiterni, tutti insieme: innanzi veniva Zeus. E Tetide non si scord delle raccomandazioni di suo figlio, ma emerse pronta dalle onde del mare e saliva di buon mattino al vasto cielo e all'Olimpo.
	Trov il Cronide dall'ampia voce di tuono in disparte dagli altri: stava assiso sulla vetta pi alta dell'Olimpo tra molte cime in giro.
	E si mise gi di fronte a lui: gli strinse con la sinistra le ginocchia, e con la destra gli toccava il mento. E lo veniva implorando, Zeus Cronide sovrano, e disse: "Zeus padre, se mai io tra gli immortali o con una parola o con un atto ho rallegrato il tuo cuore - accontentami in questo desiderio: rendi onore, ti prego, a mio figlio! Ha breve la vita pi di tutti gli altri. E ora Agamennone signore di guerrieri gli ha fatto un torto: ha preso, sai, il suo premio e se lo tiene, gliel'ha rapito di sua iniziativa. Ma tu dagli gloria, o Zeus Olimpio, nella tua saggezza! Concedi ai Troiani di prevalere, fino al giorno che gli Achei rendano omaggio a mio figlio e lo colmino di onori."
	Cos parlava: a lei nulla rispose Zeus adunatore di nembi, ma se ne stava a lungo in silenzio. E Tetide gli abbracciava le ginocchia e vi si teneva stretta con forza e glielo chiedeva ancora, per la seconda volta: "Promettimelo francamente e fa' un cenno di s con il capo: oppure dimmi di no! Tu non hai da temere. Cos sapr bene fino a che punto io sono, fra tutti, la pi disprezzata come dea."
	E a lei rispose vivamente turbato l'adunatore dei nembi, Zeus: "Ah, s, una gran brutta faccenda! Mi farai litigare con Era, qualora dovesse provocarmi con parole oltraggiose. Lei, vedi, anche per niente mi aggredisce sempre in mezzo agli dei immortali e dice che io do aiuto in battaglia ai Troiani. Ma tu ora torna via! Non voglio che Era se n'accorga. Ci penser io qui alla cosa, a portarla a termine. Su, animo! Ti far un cenno di s con la testa: sarai persuasa.  la pi solenne assicurazione che possa dare tra gli immortali. Una mia promessa, quando la confermo con il capo, non  pi revocabile, n fallace, n vana."
	Disse e fece un cenno all'ingi, il Cronide, abbassando le oscure sopracciglia: le chiome divine del sovrano si agitarono scendendo dal capo immortale. Fece tremare il vasto Olimpo.
	Cos si mettevano d'accordo e si separarono. Lei allora dall'Olimpo luminoso salt dentro il mare profondo: Zeus si recava nel suo palazzo. E gli dei tutti insieme si alzarono dai seggi dinanzi al padre loro: nessuno ebbe l'ardire di restarsene fermo al suo arrivo, ma si levarono in piedi dal primo all'ultimo in sua presenza.
	Egli sedeva l sul suo trono.
	Alla prima occhiata Era cap che aveva complottato con lui Tetide dal piede d'argento, la figlia del vecchio dio marino. E subito si rivolgeva a Zeus Cronide con parole taglienti: "Chi, dimmi, fra gli dei, ancora una volta, o intrigante, ha concertato con te qualche piano? Sempre ti piace startene lontano da me a macchinare e a decidere in segreto. Mai una volta hai voluto farmi parola, a cuore aperto, dei tuoi progetti."
	Le rispondeva allora il padre degli uomini e degli dei: "Era, non sperare davvero di venir a conoscenza di tutti i miei pensieri! Ti sar ben difficile, anche se sei mia moglie. Quello che  giusto tu conosca, nessuno lo sapr, n tra gli dei n tra gli uomini, prima di te. Ma se io intendo in disparte dagli altri meditare un qualche mio disegno, tu non indagare n far domande!"
	E a lui rispondeva allora l'augusta Era dai grandi occhi bovini: "Un prepotente tu sei, o Cronide! Che sorta di discorso qui hai fatto?  da tempo ormai che non ti fo domande n indago, ma tu tranquillamente deliberi quello che vuoi. Ora poi temo forte che ti abbia sedotto Tetide dal piede d'argento, la figlia del vecchio dio marino. Tra le nebbie dell'alba, ho visto, si sedeva accanto a te e ti strinse le ginocchia. E tu con un cenno le hai promesso, sono certa, di rendere onore ad Achille e di sterminare molti guerrieri presso le navi degli Achei."
	Le rispose Zeus, l'adunatore dei nembi: "Maligna che non sei altro! Sempre tu vai sospettando, non riesco a sfuggire al tuo occhio. Non potrai comunque far nulla, anzi mi sarai ancor pi lontana dal cuore. E ti sar ben amara. Se  cos come dici, piace a me e basta. Tu stai al tuo posto in silenzio: ubbidisci al mio ordine! Ti avviso: non ti sarebbero di aiuto gli dei dell'Olimpo, tutti quanti, a un mio assalto, quando ti mettessi addosso le mani irresistibili."
	Cos parlava. Trem di paura l'augusta Era dai grandi occhi bovini, e sedeva in silenzio: doveva piegarsi.
	Si trovarono a disagio gli dei del cielo nella casa di Zeus. E tra loro prendeva a parlare Efesto, l'artefice illustre: voleva far piacere a sua madre Era dalle candide braccia. Diceva: "S, proprio una gran brutta faccenda sar questa, e non pi sopportabile, se voi due andate litigando cos, per uomini mortali, e in mezzo agli dei sollevate un tale baccano. Non ci sar pi la gioia di un buon banchetto, poich il peggio trionfa. Ecco, alla madre io voglio dire una cosa, anche se lo sa per suo conto: assecondi mio padre Zeus! Cos lui non far un'altra volta questioni e non ci turber il convito. Vedete, se intendesse, l'Olimpio fulminatore, scacciare dalle sedi... Lui, si sa,  senza paragone il pi forte! Ma tu rivolgiti a lui con parole affabili! Subito allora l'Olimpio torner sereno con noi."
	Cos parlava e balzando in piedi metteva in mano a sua madre una coppa a doppio manico e le disse: "Porta pazienza, madre mia, e fatti forza, anche se ti costa! Non vorrei, tanto mi sei cara, vederti qui, sotto i miei occhi, picchiata. Credi, non potrei allora portarti soccorso, se pur mi spiace.  difficile, lo sai, tenergli testa, all'Olimpio. Una volta, vedi, in passato, volevo proprio venirti in aiuto. Ma lui mi gherm per un piede e mi butt gi dalla soglia divina. L'intero giorno andavo precipitando, e al calar del sole stramazzai a Lemno: avevo ancora ben poco fiato in corpo. E l i Sinti ebbero cura di me subito, appena arrivai a terra."
	Cos diceva. Si mise a sorridere la dea dalle candide braccia, Era: e sempre ridente prese dal figlio la coppa in mano.
	E lui, andando da sinistra verso destra, versava a tutti gli altri dei il dolce nettare: lo attingeva via via dal cratere.
	E un ridere irrefrenabile si lev tra gli dei beati, al vedere Efesto affaccendarsi per la sala.
	E cos allora per l'intera giornata fino al tramonto del sole banchettavano: a ognuno non manc la giusta porzione. E non mancava il suono della cetra bellissima, la teneva in mano Apollo: c'erano anche le Muse che cantavano alternandosi con voce melodiosa.
	E dopo che and gi la splendente luce del sole, essi si recarono a dormire, ciascuno a casa propria - gliel'aveva costruita l'Ambidestro molto famoso, Efesto, con fine senso d'arte.
	Anche Zeus si avviava al suo letto, l'Olimpio fulminatore: si recava dove era solito dormire quando a lui veniva il dolce sonno.
	L si coric: e accanto gli si mise a giacere Era.

/:/LIBRO II



	Cos allora tutti gli altri dei e i guerrieri combattenti dai carri dormivano la notte intera: ma Zeus non lo prendeva il dolce sonno.
	Veniva meditando dentro di s come render onore ad Achille e far perire molti presso le navi degli Achei.
	Alla fine questa gli parve l'idea migliore: inviare Atride Agamennone il Sogno portatore di sventure.
	E a lui rivolgeva parole: "Su via, Sogno, vai alle navi degli Achei! Entra nella baracca dell'Atride Agamennone e riferisci ogni cosa con precisione come io ti comando. Ecco, ordinagli di far armare alla svelta gli Achei in massa: oggi, stia pur sicuro, prender la citt dei Troiani con le sue larghe strade. Non hanno pi mire in contrasto gli dei immortali, abitatori dell'Olimpo. Tutti li ha piegati Era a furia d'implorare. E pertanto ai Troiani sovrastano guai."
	Cos diceva. E il Sogno and via non appena ebbe sentito quell'ordine e giunse in fretta alle celeri navi degli Achei.
	Si avvi allora dall'Atride Agamennone. E lo trovava addormentato l nel suo alloggio: il sonno divino gli si diffondeva all'intorno.
	Si ferm in alto, sopra la testa. Aveva l'aspetto del figlio di Neleo: di Nestore, s, che Agamennone teneva in considerazione pi di tutti gli altri Anziani.
	A lui era simile il divino Sogno e diceva: "Tu dormi, o figlio del prode Atreo domatore di cavalli! Ma non deve riposare la notte intera un eroe che ha voce in Consiglio, quando gli sono affidati tanti guerrieri ed ha da provvedere a tante faccende. E ora intendimi con prontezza: sono messaggero di Zeus, che pur a distanza si prende molta cura di te e ti compiange. Ecco: ti ordina di far armare alla svelta gli Achei in massa. Oggi, sta' pur sicuro, prenderai la citt dei Troiani con le sue larghe strade. Non hanno pi, sai, mire in contrasto gli dei immortali, abitatori dell'Olimpo. Tutti, credi, li ha piegati Era a furia di pregare: e pertanto ai Troiani sovrastano guai. Cos vuole Zeus. Via, tu tienlo a mente e non dimenticare, quando il dolce sonno ti abbandona."
	Cos diceva e se ne and: e lo lasciava l a pensare a cose che non dovevano avverarsi.
	Credeva di riuscir a prendere la citt di Priamo quel giorno, povero illuso! e non sapeva gli avvenimenti che Zeus andava preparando. Ch il dio intendeva dare strazi e lamenti ancora, ai Troiani e ai Danai, nelle violente mischie.
	Si riscosse dal sonno, la divina voce era diffusa intorno nell'aria: e si rizz a sedere. Allora si metteva indosso una morbida tunica - era splendida, nuova - e s'avvolse con un ampio mantello. Poi s'allacci i bei calzari ai bianchi piedi: si appese a tracolla la spada dalle borchie d'argento. E in fine impugn lo scettro ereditario, lo scettro indistruttibile in eterno, e si avviava verso le navi degli Achei vestiti di bronzo.
	La dea Aurora saliva all'alto Olimpo ad annunciare la luce del giorno a Zeus e agli altri immortali: e lui diede ordine agli araldi dalla voce sonora di chiamar all'assemblea i chiomati Achei.
	Essi gridavano il bando per il campo, si riunivano quelli in fretta.
	Ma prima Agamennone faceva sedere a Consiglio i magnanimi Anziani accanto alla nave di Nestore, il re di Pilo. E l in adunanza avanzava una sua proposta prudente. Diceva: "Sentite, amici! Durante il sonno mi  venuto un sogno divino nella celeste notte: ed era, l'apparizione, in tutto somigliante al grande Nestore per l'aspetto, la statura e il portamento. Mi si ferm sopra la testa e mi rivolse la parola: "Tu dormi, o figlio del valoroso Atreo domatore di cavalli! Ma non deve riposare tutta la notte un eroe che ha voce in Consiglio, quando gli sono affidati tanti guerrieri ed ha da provvedere a tante faccende. E ora intendimi prontamente: sono messaggero di Zeus, che pur di lontano si prende molta cura di te e ti compiange. Ecco: ti ordina di far armare alla svelta gli Achei in massa. Oggi, sta' pur sicuro, prenderai la citt dei Troiani dalle larghe vie. Non hanno pi divergenze, sai, gli dei immortali, abitatori dell'Olimpo. Tutti, credi, li ha piegati Era a furia di scongiurare: e pertanto ai Troiani sovrastano guai per volont di Zeus. Via, tu tientelo a mente!" Cos diceva e spariva a volo: e subito il dolce sonno mi lasci. Su, allora, vediamo di far armare i figli degli Achei! Prima per voglio metterli alla prova, come  giusto, e propor loro di fuggire con le navi a forza di remi. E voi all'occorrenza, chi da una parte e chi dall'altra, tratteneteli con le buone!"
	Cos parlava e si metteva gi a sedere. E tra loro si alz Nestore, che era il sovrano di Pilo sabbiosa.
	Davanti ad essi, da persona saggia, prese la parola e disse: "Amici, condottieri e capi degli Argivi, se fosse stato un altro a esporre questo sogno, potremmo pensare ad un inganno e ce ne guarderemmo bene. Ma sentite, ha avuto la visione lui qui, che si vanta di essere il primo, senza confronti, degli Achei. Via, allora, vediamo di far armare i combattenti!"
	Cos diceva e si avviava avanti lasciando il Consiglio: e gli altri si levarono in piedi, i re portatori di scettro, e obbedirono al pastore di popoli.
	Accorrevano intanto all'adunata i guerrieri.
	Come sciami di api ronzanti vengono fuori dal cavo della roccia succedendosi via via senza sosta, e a grappoli volano sui fiori della primavera; e alcune volteggiano in folla da una parte e altre da un'altra: cos dalle navi e dalle capanne le schiere numerose movevano in fila lungo la bassa spiaggia, a gruppi, verso il luogo dell'adunanza. Era corsa tra loro pronta la Voce messaggera di Zeus, e li spronava a camminare. Essi si riunivano.
	Turbolenta era l'adunata: risuonava, sotto, la terra, al sedersi dei soldati. C'era baccano. Ben nove araldi alzando la voce cercavano di quietarli: la smettessero una buona volta di schiamazzare e ascoltassero i loro re, discendenti di Zeus!
	A fatica la massa si mise a sedere, e stettero fermi ai loro posti: cessarono le grida. E allora si lev il potente Agamennone: teneva in mano lo scettro, proprio quello che aveva lavorato Efesto con arte. Ecco: Efesto l'aveva dato a Zeus signore figlio di Crono, e a sua volta Zeus l'aveva donato al messaggero Argicida. Ed Ermes sovrano lo pass a Pelope sferzatore di cavalli, e Pelope poi lo diede ad Atreo pastore di popoli. E cos Atreo alla sua morte lo lasci a Tieste ricco di agnelli; e alla fine Tieste lo lasciava tra le mani di Agamennone quale monarca di tante isole e di Argo intera.
	A questo scettro lui si appoggiava e rivolgeva agli Argivi la parola: "O prodi amici Danai, compagni di guerra, Zeus Cronide mi ha preso bene nei lacci di una grave sciagura, quel malvagio! Una volta mi promise e mi assicur che avrei distrutto Ilio dalle belle mura e poi fatto ritorno: ed ora invece mi ha tramato un brutto inganno e mi costringe ad andarmene ad Argo senza gloria, dopo che ho fatto perire tanta gente. Cos, a quanto pare, piace al potente Zeus, che gi in passato disfece le rocche di molte citt e ne abbatter ancora: la sua forza, lo sapete,  veramente grande. Ah,  una vergogna, credetemi, qua - e anche i posteri ne avranno notizia - che per niente cos, un esercito tanto forte e tanto grosso di Achei si batta senza nessun risultato in scontri e battaglie con guerrieri inferiori di numero! E ancora non se ne scorge la fine. Ecco, vedete, se volessimo, noi Achei e i Troiani, in seguito a un patto leale, contarci insieme - di l i Troiani in massa, tutti quelli che hanno casa in citt; e qui noi Achei, disposti in gruppo di dieci - e ci prendessimo per ogni manipolo uno dei Troiani a versar il vino, ebbene molte squadre allora rimarrebbero senza coppiere. Di tanto, vi dico, i figli degli Achei sono pi numerosi dei Troiani che abitano dentro le mura. Ma hanno alleati venuti da varie citt, che tirano bene la lancia: e sono loro a respingermi indietro, e pur con tutto il mio impegno non mi lasciano distruggere la bella e ricca Ilio. Ecco, son trascorse ormai nove annate del grande Zeus, e le travi delle navi sono marce, le gomene si vanno sfilacciando: e certo le nostre spose e i teneri figli stanno laggi a casa ad aspettarci. Ma l'impresa per cui siamo venuti qua, ci resta cos - incompiuta. Via, allora, seguiamo tutti i miei ordini! Fuggiamo con le navi verso la terra dei nostri padri! Tanto, vedete, non prenderemo pi Troia dalle ampie strade."
	Cos parlava, e a loro l mise il cuore in tumulto - a tutti quelli della folla, che non avevano assistito al Consiglio degli Anziani.
	Si agit l'assemblea. Pareva di vedere le ondate lunghe del mare: del mar Icario, s, quando Euro e Noto lo sconvolgono piombando gi in un attimo dai nembi del padre Zeus.
	E come quando Zefiro scompiglia un'alta messe al suo primo giungere, soffiando forte, e piega le spighe: cos l era tutta in movimento quella marea di gente.
	E si precipitavano con grida verso le navi, di sotto i piedi la polvere si levava in aria. E si incitavano gli uni gli altri a dar di piglio alle imbarcazioni e a tirarle in acqua: e venivano sgombrando le fosse per il varo, il vociare giungeva al cielo nell'impazienza di far ritorno a casa. Da sotto toglievano le traverse di legno.
	E allora avveniva, prima del tempo voluto dal destino, il ritorno degli Argivi, se Era non avesse parlato ad Atena: "Ahim, figlia di Zeus egioco, Atritone! Cos dunque gli Argivi fuggiranno a casa, nella terra dei loro padri, sull'ampio dorso del mare? E gli toccher lasciar gi a Priamo e ai Troiani, per loro vanto, Elena argiva, dopo che tanti Achei sono caduti per lei a Troia, lontano dalla patria! Su, vai ora l al campo e con le tue buone parole trattieni ogni uomo e non lasciare che tirino in mare le navi oscillanti."
	Cos diceva: e prontamente acconsent la dea dagli occhi lucenti Atena, e venne gi d'un volo dalle cime dell'Olimpo. Giungeva cos in un momento alle celeri navi degli Achei.
	Trov subito Odisseo, l'eroe pari a Zeus per la saggezza: stava l immobile. E non metteva mano alla nera nave -con i suoi solidi banchi per i rematori: il dolore lo penetrava nel profondo.
	Gli si poneva vicino la dea dagli occhi lucenti Atena e diceva: "Figlio di Laerte, discendente di Zeus, Odisseo versatile e scaltro, cos dunque fuggirete a casa, nella terra dei vostri padri, buttandovi sui remi delle navi? E vi toccher lasciar gi a Priamo e ai Troiani, per loro vanto, Elena argiva, dopo che tanti Achei sono caduti per lei a Troia, lontano dalla patria! Via, vai ora per il campo senza perdere tempo, e con le tue buone parole trattieni ogni uomo e non lasciare che tirino in mare le navi oscillanti!"
	Cos diceva: e lui riconobbe a quelle parole la voce della dea.
	Si mosse allora di corsa gettando via il mantello: glielo raccolse l'araldo Euribate itacese, che era al suo seguito.
	Lui, Odisseo, andava davanti all'Atride Agamennone, gli prese di mano lo scettro ereditario, lo scettro indistruttibile in eterno, e si diresse alle navi degli Achei vestiti di bronzo.
	E quando incontrava un principe o un guerriero insigne, lo tratteneva standogli alle coste con cortesi parole. Diceva: "Caro, non  bello che ti faccia paura come a un vile, ma devi tu fermarti per primo e arrestare gli altri uomini. Non conosci ancora a fondo, si vede, qual  il pensiero dell'Atride: per adesso li mette alla prova, ma ben presto li colpir, i figli degli Achei. Non c'eravamo tutti al Consiglio a sentire quello che ha detto. Guai se va su tutte le furie: pu far del male. Tremenda, s,  la collera di un re: la maest gli viene da Zeus, ed  il provvido Zeus che lo assiste."
	Ma quando vedeva uno del popolo e lo sorprendeva a urlare, lo picchiava con lo scettro e lo strapazzava: "Disgraziato, fermo l, al tuo posto, e sta' a sentire la parola degli altri, di quelli che sono da pi di te. Tu sei un imbelle e un vigliacco, e non conti niente n sul campo n in Consiglio. No, non faremo,  chiaro, tutti il re, qui noi Achei! Non  un bene aver tanti capi. Uno solo deve essere il sovrano, uno solo il re: chi ebbe dal figlio di Crono lo scettro e le norme sacre della tradizione per provvedere alle sue genti."
	Cos lui percorreva il campo da dominatore: e loro l venivano di nuovo dalle navi e dalle baracche in fretta all'assemblea vociando. Era come quando l'ondata del mare risonante strepita sopra una larga spiaggia, e rumoreggia al largo la distesa delle acque.
	Gli altri allora si misero a sedere e stettero fermi ai loro posti. Tersite solo l continuava a schiamazzare senza misura.
	Aveva sempre pronte parole villane a non finire, quando se la prendeva coi re cos, a vanvera, senza riguardo alcuno. Gli bastava far ridere gli Argivi. Era poi il pi brutto guerriero che fosse venuto sotto Ilio: sbilenco era, zoppo da un piede. Aveva le spalle curve, ripiegate in avanti, e per di pi, in cima, la testa a pera: una scarsa peluria vi spuntava sopra.
	Odiosissimo era specialmente ad Achille e a Odisseo: su loro due aveva sempre da ridire. E quel giorno scagliava improperi sbraitando contro il divino Agamennone - in verit gli Achei nutrivano verso il re un sordo rancore ed erano indispettiti nel profondo.
	Cos gridava a gran voce e insultava Agamennone: "Atride, di che mai ti lagni? cosa ti manca ancora? Hai le baracche piene di bronzo, hai tante donne nei tuoi alloggiamenti, il fior fiore. E siamo noi Achei a offrirle a te prima che ad altri, ogni volta che prendiamo una citt. Di', hai bisogno ancora di oro? e te lo dovrebbe portare qualcuno dei Troiani da Ilio per riscattare il figliolo, legato e condotto qui da me o da un altro acheo? O vuoi una ragazza fresca fresca da farci l'amore e da tenere tutta per te? Oh, non  proprio giusto che un tale condottiero cacci nei guai i figli degli Achei! O voi poltroni, miserabili vigliacchi! Donnicciole siete, non guerrieri achei! Via, torniamo con le navi a casa e lasciamo lui qui, nella terra di Troia, a digerire i suoi privilegi! Vedr cos se anche noi gli siamo, s o no, di aiuto. Eccolo qua: ha appena fatto un affronto ad Achille, un eroe ben pi forte di lui. S' preso, lo sapete, il suo premio e se lo tiene, di sua testa gliel'ha rapito. Ma non ha proprio fiele in corpo Achille,  un tollerante: altrimenti sarebbe stata l'ultima volta oggi, o Atride, che tu rechi oltraggio!"
	Cos parlava Tersite ingiuriando Agamennone pastore di popoli. Ma in un attimo gli fu sopra il divino Odisseo: lo guardava torvo e lo invest con dure parole: "Tersite, ciarlone che non sei altro, se pur hai voce sonante, basta, finiscila! E non pretendere di tener testa da solo ai sovrani. S, te lo dico, non c' uno pi da poco di te fra quanti son venuti qua sotto Ilio con gli Atridi. E allora non devi aver sempre in bocca i re nelle tue chiacchiere, e lanciar loro insulti e spiare l'ora del ritorno. Neanche sappiamo ancora chiaro come andranno qui le cose, se rimpatrieremo, noi figli degli Achei, felicemente o no. Ed ecco tu, proprio ora, te ne stai qua a offendere l'Atride Agamennone pastore di popoli, perch loro gli fanno tanti doni, i guerrieri Danai: e non fai che insultare con le tue ciance. Ma una cosa ti voglio dire e si avverer, sta' pur certo! Fatti trovare un'altra volta a far l'insensato qui come adesso! Mi auguro allora che non mi resti - s, a me, Odisseo - sulle spalle la testa, e che non sia pi chiamato il padre di Telemaco, se non ti afferro con queste mie mani e ti levo di dosso le vesti -mantello, tunica, e il resto che ti copre le vergogne - e ti scaccio via dall'assemblea fin alle navi in pianto, con una scarica di botte umilianti."
	Cos parlava: e con lo scettro lo picchi sul dorso e sulle spalle. E lui si curv contorcendosi, gli colavano grosse lacrime.
	Lividi sanguigni saltavan fuori per la schiena sotto i colpi dello scettro d'oro. Ed egli se ne stava rannicchiato, pieno di paura: e tra le fitte di dolore, con uno sguardo vuoto, prese ad asciugarsi le lacrime.
	Gli altri l, pur nella loro delusione, si misero a ridere di gusto. E qualcuno diceva volgendo gli occhi al vicino: "Oh, s, di buone imprese, Odisseo ne ha fatte tante, con le sue brave proposte in Consiglio e col ravvivare la lotta in campo. Ma questo qui  il pi bell'atto che ha compiuto in mezzo agli Argivi: ha chiuso la bocca a un calunniatore insolente! No, di certo, non avr pi voglia, lo sfrontato, un domani, di inveire cos contro i re con parole oltraggiose."
	Cos diceva la folla. E allora si lev Odisseo distruttore di citt, impugnando lo scettro. E al suo fianco era Atena dagli occhi lucenti, nell'aspetto di un araldo, e invitava la gente a far silenzio: cos, nelle prime file come nelle ultime, i figli degli Achei potevano sentire la sua parola e meditare la sua proposta.
	E prese a parlare loro da saggio e disse: "Atride, ecco, oggi gli Achei, o sovrano, vogliono renderti l'uomo pi spregevole agli occhi di tutti i mortali. Si rifiutano di mantenere la promessa che ti hanno pur fatta nel venire qua da Argo: abbattere Ilio con le sue forti mura e poi rimpatriare. E ora, guardali, sembrano ragazzini o vedovelle nel sospirar tra loro il ritorno a casa! A esser sinceri,  una fatica anche rientrare con l'amarezza dell'insuccesso. S, lo so: se uno resta lontano un solo mese con la nave da sua moglie, quando lo trattengono le burrasche d'inverno e il mare in tempesta, se n'addolora. E per noi si chiude ormai il nono anno e siamo ancora qui. Ecco perch non ce l'ho con gli Achei, se si angustiano presso la flotta. Ma lo dovete ammettere:  proprio una vergogna rimanere qua a lungo e ritornare a mani vuote. Su, resistete, amici, e aspettate ancora un po'! Cos vediamo se  vera o no la profezia di Calcante. Sentite: lo ricordiamo bene, ne siete tutti testimoni, voi che le dee della morte non hanno portato via. Era ieri, si pu dire, o ieri l'altro, che si riunivano in Aulide le navi degli Achei per recar sventure a Priamo e ai Troiani. E noi tutt'intorno alla fonte, presso i santi altari, facevamo, agli immortali, sacrifici di bestie senza difetti sotto un bel platano, dove scorreva l'acqua chiara. E allora apparve un grande prodigio: era un serpente di color rosso sangue sul dorso, terribile, l'aveva fatto venire alla luce proprio Zeus Olimpio. Sbucava fuori di sotto un altare e si lanci sul platano. L c'era una nidiata di piccoli passerotti, in cima al ramo pi alto, rannicchiati sotto le foglie. Otto erano e nove con la madre. E l esso se li divor tutti in mezzo ai loro miseri stridi: e intanto la madre svolazzava intorno piangendo le sue creature. Ed ecco, lui si avvolgeva in spire e d'un tratto la gherm tra quei gridi per un'ala. E appena si ebbe mangiato i piccoli e la passera, lo sottrasse ai nostri occhi il dio che l'aveva fatto comparire. S (vi ricordate?), lo rese un sasso il figlio di Crono dai tortuosi pensieri. E noi stavamo l ad ammirare l'avvenimento. Ma siccome lo spaventoso portento era capitato nel bel mezzo del solenne sacrificio, subito allora Calcante ispirato diceva: "Perch ve ne state qui muti, o Achei? Questo  un grande segno, ce lo manda il provvido Zeus: ed ha un compimento tardivo, a distanza. La sua fama non morr mai. Ecco, come questo serpente ha mangiato i piccoli e la passera - otto erano e nove con la madre - cos noi guerreggeremo laggi per altrettanti anni, e nel decimo prenderemo la citt con le sue larghe strade." Lui cos parlava: ed ora tutto si avvera. E allora, via, rimanete qui tutti, o Achei, fino al giorno che conquisteremo la grande citt di Priamo!"
	Cos diceva. E gli Argivi gridavano forte: le navi all'intorno echeggiarono terribilmente all'acclamazione degli Achei. Approvavano il discorso del divino Odisseo.
	E in mezzo ad essi allora parl Nestore il Gerenio, condottiero di carri: "Ah, parete proprio ragazzi con queste vostre chiacchiere: bambini, s, che non pensano alla guerra. Dove vanno a finire, dite, i nostri patti e giuramenti? E allora; quand' cos - buttiamo all'aria propositi e disegni di guerrieri, le libagioni di vino puro e le strette di mano a cui prestavamo fede! Per niente, vedete, andiamo litigando a parole e non sappiamo trovare una via d'uscita: e siamo qua da tanto tempo! Ma tu, Atride, tieni duro ancora, come in passato, nella tua determinazione. Guida gli Argivi nelle violente mischie e lascia perdere loro l, quei due o tre che in contrasto con gli altri Achei propongono, ma senza successo, di far ritorno ad Argo, prima di sapere se  menzogna o no la promessa di Zeus! Ecco, vedete, io sono convinto che il potente Cronide ci ha dato un'assicurazione quel giorno che gli Argivi s'imbarcarono per portare strage e morte ai Troiani: lampeggiava a destra, facendo apparire un segno di buon augurio. E allora nessuno sia impaziente di andare a casa! Prima ha da giacere con una moglie d'un troiano e rifarsi cos delle lotte e delle pene per Elena. E se qualcuno ha una voglia folle di tornar in patria, metta pure mano ai remi della sua nera nave: prima di tutti gli altri andr incontro a un destino di morte! Via, sovrano, prendi da te una buona iniziativa - da' retta ad altri. Ecco, non devi respingere il parere che ti suggerisco. Disponi in campo gli uomini per trib e per fratrie, o Agamennone: la fratria soccorrer la fratria e le trib daranno aiuto alle trib. Se tu fai cos e gli Achei ti danno retta, saprai allora chi  vile e chi prode tra i condottieri, e i soldati: si batteranno, vedi, per gruppi. Saprai anche se  per volont divina che non puoi abbattere la citt, o per vigliaccheria di combattenti e inesperienza di guerra."
	E a lui rispondeva allora il sovrano Agamennone: "S, anche ora, o vecchio, tu vinci in eloquenza i figli degli Achei. Oh, padre Zeus, Atena e Apollo, se avessi una decina di consiglieri cos! Allora crollerebbe ben presto la citt del re Priamo, presa e saccheggiata per mano nostra. Ma a me l'egioco Zeus figlio di Crono non ha dato che dolori: vedete, mi caccia in liti vane e contese. S, lo sapete, io e Achille ci siamo scontrati con violenza a parole per via di una ragazza: e son stato io il primo ad arrabbiarmi. Ma se un giorno ci accorderemo in un'unica volont, allora la rovina dei Troiani non avr pi dilazione neppure per poco. E adesso andate a pranzo! Cos potremo attaccar battaglia. E ognuno affili bene la sua lancia, metta in ordine lo scudo! Si dia da mangiare ai cavalli! Si controllino i carri in vista degli scontri! Ci batteremo per l'intera giornata in una feroce lotta. E non ci sar sosta, vi dico, neppure per un momento, se non quando arriva la notte a separare la furia dei guerrieri. A pi d'uno gronder di sudore intorno al petto il cinturone dello scudo, si sposser la mano a stringere la spada. E a pi d'uno coler di sudore il cavallo a tirare il lucido carro. E chi vedo rimanere di sua testa lontano dal campo - nei pressi qui delle navi - non gli sar allora per nulla possibile sfuggire allo strazio di cani e uccellacci."
	Cos parlava. E gli Argivi mandarono un forte grido. Era come l'onda che quando Noto arriva d'impeto a smuoverla, strepita nell'urtare un'alta costa - scogliera sporgente. E mai i flutti d'ogni sorta di venti la lasciano in pace, al loro soffiar di qua e di l.
	Si alzavano allora in piedi e si sparpagliarono di corsa verso le loro navi: accendevano il fuoco di baracca in baracca e prendevano il pasto. C'era chi sacrificava a uno e chi all'altro degli dei sempiterni, pregando di scampare alla morte e alla mischia accanita.
	Intanto Agamennone signore di guerrieri sacrific un bue bel grasso, di cinque anni, in onore del potente Cronide, e invitava gli Anziani, il fior fiore di tutti gli Achei: Nestore per primo, e il principe Idomeneo, e poi i due Aiaci e il Tidide. Il sesto era Odisseo, l'eroe pari a Zeus per la saggezza.
	Per suo conto venne da lui Menelao, valente nel grido di guerra: sapeva bene quanto suo fratello era affaccendato.
	Si disposero intorno al bue e presero su dal cestello grani d'orzo abbrustolito. E in mezzo a loro pregava il sovrano Agamennone e disse: "Zeus, tu glorioso e grande, o dio dei foschi nembi, che dimori nel puro sereno del cielo: fa' che non tramonti il sole e venga buio, se prima non rovescio bocconi il tetto fuligginoso del palazzo di Priamo e non incendio col fuoco divorante le porte; e non faccio a brandelli la tunica sul petto di Ettore con la mia arma di bronzo! E siano in tanti, intorno a lui, con la faccia nella polvere, a ghermire coi denti la terra!"
	Cos diceva: il Cronide per non ascoltava il suo voto. Gradiva s il sacrificio, ma gli rendeva pi ingrato il travaglio della guerra.
	E dopo che ebbero alzato la loro invocazione e sparso davanti a s i grani d'orzo, tirarono all'indietro il collo alla vittima, la sgozzarono e scoiarono: ne tagliavano via le cosce e le avvolsero di grasso facendone un doppio strato, e vi posero di sopra carni crude. E le bruciavano sopra schegge di legno senza foglie, infilzavano i visceri e li tenevano sul fuoco.
	E quando le cosce furono arse per intero ed essi gustarono le viscere, tagliavano in pezzi le altre parti e le infilarono negli spiedi: le arrostirono con arte e le trassero via tutte dal fuoco.
	Cos finirono il loro lavoro, prepararono il sacro pranzo e banchettavano, a ognuno non manc la sua parte giusta.
	E dopo che ebbero cacciato via la voglia di mangiare e bere, prendeva a parlare tra loro Nestore il Gerenio, condottiero di carri: "Atride glorioso, Agamennone signore di guerrieri, non stiamo pi qui a discorrere tanto e non rimandiamo pi oltre l'impresa che il dio ci garantisce! Via, gli araldi con i loro bandi radunino l'esercito degli Achei di nave in nave: e noi in gruppo cos andiamo per il vasto campo! Dobbiamo al pi presto risvegliare l'ardore della battaglia."
	Cos diceva: e prontamente acconsent Agamennone, signore di guerrieri.
	Subito diede ordine agli araldi dalla voce sonora di convocare in campo i chiomati Achei.
	Essi gridavano il bando, si adunavano quelli in fretta.
	E i re discendenti di Zeus al seguito dell'Atride si davan da fare a schierarli. E insieme a loro era Atena dagli occhi lucenti con l'egida preziosissima, immune dall'invecchiare e da guasti - i suoi cento fiocchi d'oro massiccio svolazzano nell'aria, tutti ben intrecciati, e ciascuno vale cento buoi. Con l'egida in mano trascorreva, lampeggiando, l'esercito degli Achei e incitava all'assalto: e mise in cuore a ognuno l'energia per combattere e lottare senza tregua. Ed ecco, ad un tratto, la guerra per loro fu pi dolce che tornare sulle concave navi alla terra dei padri.
	Come un incendio distruttore brucia una boscaglia immensa sulle cime di una montagna e se ne vede a distanza la vampa: cos, al loro avanzare, dal bronzo senza fine delle armature balenava il bagliore attraverso l'aria su su fino al cielo.
	Ci sono tanti stormi di uccelli piumati - oche selvatiche, gru e cigni dal lungo collo - nella prateria Asia, sulle rive del fiume Caistro. E girano in volo qua e l fieri delle loro ali: e vanno a posarsi schiamazzando via via gli uni davanti agli altri, ne risuona la distesa erbosa.
	Cos numerose erano l le schiere che si riversavano dalle navi e dalle capanne nella piana dello Scamandro : e rimbombava forte il terreno sotto i piedi dei guerrieri e dei cavalli.
	Si fermarono nella campagna fiorita, corsa dal fiume: ed erano in tanti - quante sono le foglie e i fiori nella loro stagione.
	E come sono fitti gli sciami delle mosche ronzanti che svolazzano dentro la stalla di un pastore, in primavera, quando il latte riempie le conche: in tanti cos, di fronte ai Troiani, erano gli Achei dai lunghi capelli, fermi l nel piano, smaniosi di farne strazio.
	E come i caprai senza fatica raggruppano le loro bestie dai branchi sparsi di capre, dopo che si sono confuse al pascolo: cos i condottieri ordinavano i loro uomini di qua e di l, prima di marciare all'attacco. E tra loro era il potente Agamennone: somigliava a Zeus fulminatore nella guardatura e nel capo, ad Ares nel cinturone, a Posidone per l'ampio petto.
	E quale dentro un armento spicca tra tutte le bestie il toro e si fa notare in mezzo alla folla delle vacche: tale Zeus aveva reso l'Atride quel giorno. Si distingueva tra i molti guerrieri e vi primeggiava.
	Ed ora ditemi, o Muse che avete le case sull'Olimpo -voi siete dee s, presenti dappertutto, e conoscete ogni avvenimento: noi invece ne abbiamo solo una vaga fama e non sappiamo nulla - dite chi erano i condottieri e i capi dei Danai.
	Della massa non posso parlare n dire i nomi, neanche ad avere dieci lingue e dieci bocche, e una voce instancabile e un cuore di bronzo, se le Muse dell'Olimpo, le figlie di Zeus egioco, non mi ricordano tutti quelli che andarono sotto Ilio. E cos intendo elencare i comandanti delle navi e la flotta al completo.
	I Beoti avevano alla loro testa Peneleo e Leito, e poi Arcesilao, Protoenore e Clonio. C'era gente di Ira e di Aulide rocciosa,
di Scheno, di Scolo e di Eteono tra monti e boschi,
di Tespia, di Graia e di Micalesso dalle ampie piazze;
dei dintorni di Arma e di Ilesio e di Eritre,
di Eleone e di Ile e di Peteone,
di Ocalea e di Medeone, una citt ben costruita,
di Cope, di Eutresi e di Tisbe ricca di colombe;
di Coronea e di Aliarto erbosa,
di Platea e di Glisante,
della bella citt d'Ipotebe,
e della Santa Onchesto con il suo splendido bosco di Posidone; di Arne dai molti grappoli d'uva e di Midea,
di Nisa divina e di Antedone all'estremo confine del paese.
	Erano partiti con cinquanta navi e su ciascuna si erano imbarcati centoventi giovani beoti.
	Gli abitanti di Aspledone e di Orcomeno Minieo li comandavano Ascalafo e Ialmeno figli di Ares. E al gagliardo Ares li aveva generati nel palazzo di Attore d'Azeo la nobile vergine Astioche : era salita alle stanze di sopra e il dio si era giaciuto con lei in segreto.
	Costoro allineavano ben trenta concave navi.
	I Focesi avevano come condottieri Schedio ed Epistrofo figli di Ifito, il magnanimo Naubolide. C'erano le genti di Ciparisso e di Pitone rupestre,
di Crisa la santa, di Daulide e di Panopeo,
dei dintorni di Anemorea e di Iampoli,
delle rive del fiume divino Cefiso,
e di Lilea, alle sue sorgenti.
	La loro flottiglia era di quaranta navi nere.
	E ora i due duci l si affaccendavano a ordinare le file dei Focesi e si preparavano alla battaglia accanto ai Beoti, alla loro sinistra.
	I Locresi avevano a capo il veloce Aiace d'Oileo.
	Non aveva la statura e la robustezza di Aiace Telamonio, ma era molto pi piccolo: basso era, portava una corazza a maglie di lino. Non aveva per rivali nel lanciare l'asta tra tutti gli uomini di Ellade e gli Achei.
	Le sue genti erano di Cino, di Opunte e di Calliaro,
di Ressa, di Scarfe e dell'incantevole Augea,
di Tarfe e di Tronio sul fiume Boagrio.
	Con lui andavano quaranta nere navi di Locresi che abitano di fronte alla santa Eubea.
	Poi venivano quelli dell'Eubea, gli Abanti energici e risoluti in guerra: gente di Calcide e di Eretria e di Istiea ricca di vigne, di Cerinto sulla riva del mare e della erta citt di Dio,
di Caristo e di Stira.
	Tutti costoro avevano alla testa Elefenore, bellicoso rampollo di Ares, figlio di Calcodonte, condottiero dei coraggiosi Abanti.
	S, ai suoi ordini erano gli Abanti impetuosi, con le chiome lunghe dietro la nuca: guerrieri decisi e pronti - con le lance di frassino puntate - a squarciare corazze sul petto dei nemici.
	Con lui partivano quaranta navi nere.
	Poi venivano quelli di Atene, la citt dalle belle costruzioni, nel paese l del magnanimo Eretteo - - allevato un giorno da Atena, la figlia di Zeus: ma era nato dalla terra feconda.
	E lei poi lo install ad Atene, nel suo ricco santuario, dove i giovinetti ateniesi ad ogni ritorno dell'anno se lo propiziano con sacrifici di tori e agnelli.
	Essi avevano Menesteo per condottiero, il figlio di Peteo. Nessuno gli era uguale, tra gli uomini sulla terra, nell'ordinar in campo i carri e i fanti con gli scudi. Nestore solo gli stava alla pari: era del resto pi anziano.
	Aveva al suo seguito cinquanta navi nere.
	Aiace menava da Salamina dodici navi e le sistem dove stavano le schiere degli Ateniesi.
	Poi c'era la gente di Argo e di Tirinto cinta di mura,
di Ermione e di Asine, adagiate intorno a una profonda insenatura, di Trezene, di Eione e di Epidauro ricca di vigneti; c'erano i figli degli Achei di Egina e di Masete.
	Costoro li comandava Diomede valente nel grido di guerra, insieme a Stenelo, il figlio del famoso Capaneo. Con loro partiva quale terzo condottiero Eurialo, l'eroe pari a un dio: era figlio di Mecisteo, il sovrano Talaionide. Ma il capo supremo dell'intero drapprello era Diomede, e aveva ai suoi ordini ottanta navi nere.
	Poi veniva la gente della bella citt di Micene,
della ricca Corinto e di Cleone ben costruita,
di Ornea e dell'amena Aretirea,
di Sicione dove fu re una volta Adrasto;
di Iperesia e di Gonoessa su un'altura,
di Pellene e dei dintorni di Egio,
dell'intero paese di Egialo e della terra in giro all'ampia citt di Elice.
	Avevano cento navi, le comandava il potente Agamennone figlio di Atreo: ai suoi ordini era il contingente pi numeroso e forte di soldati. E tra loro lui indossava il lustro bronzo, con orgoglio: ed eccelleva tra tutti gli eroi, perch era molto valente e guidava pi guerrieri degli altri.
	Ed ecco le genti di Lacedemone, in una valle l solcata intorno da burroni e scoscendimenti,
di Fari, di Sparta e di Messa piena di colombi,
di Brisea e di Augea deliziosa,
di Amicle e di Elo citt posta sul mare,
di Laa e dei dintorni di Etilo.
	Capitanava le loro navi Menelao dal forte urlo di guerra: era fratello di Agamennone, ma si preparava a scendere in campo con uno schieramento a parte. E in mezzo ad essi si moveva lui, baldanzoso e sicuro, e li spronava a battersi. Era pi che mai deciso a vendicarsi delle ansie e delle pene per Elena.
	Poi veniva la gente di Pilo e dell'amabile Arene,
di Trio su un guado dell'Alfeo e di Epi con le sue belle abitazioni,
di Ciparisseente e di Anfigenea,
di Pteleo e di Elo e di Dorio - proprio l dove le Muse s'imbattevano in Tamiri tracio e misero fine' al suo canto. Veniva da Ecalia, dalla reggia di Eurito ecaliese: e proclamava per vanteria di riuscire vincitore in ogni gara, anche se avessero cantato le Muse figlie di Zeus egioco. Ed esse andavano in collera e lo resero cieco: e inoltre gli tolsero il canto meraviglioso e gli fecero dimenticare l'arte della cetra.
	Alla loro testa era Nestore il Gerenio, guidatore di carri, e ai suoi ordini avanzavano in fila novanta navi nere.
	Poi c'erano quelli che abitavano l'Arcadia ai piedi dell'alta montagna del Cillene, vicino al sepolcro di Epito, l dove vivono guerrieri bravi nei corpo a corpo: gente di Feneo e di Orcomeno ricca di greggi,
di Ripe, di Strazia e di Enispe battuta dai venti,
di Tegea e della gradevole Mantinea,
di Stinfalo e di Parrasia.
	E ne comandava le sessanta navi il figlio di Anceo, il re Agapenore: e tanti erano gli Arcadi imbarcati su ciascuna, tutti bravi in campo.
	Era stato Agamennone signore di guerrieri a dar loro le navi con i solidi banchi dei rematori, per la traversata del mare. Essi non si curavano di marineria.
	C'era la gente di Buprasio come pure dell'Elide divina
	- l'intera regione limitata da Irmine e da Mirsino all'estremo margine, dalla rocca Olenia e da Alisio.
	Quattro erano i condottieri e ciascuno aveva dieci celeri navi: vi si imbarcavano molti Epei.
	Di una parte della flotta avevano il comando Anfimaco e Talpio, figli l'uno di Cteato e l'altro di Eurito: discendevano da Attore.
	Altri li guidava il gagliardo Diore figlio di Amarinceo.
	Il quarto gruppo di navi era capitanato da Polisseno simile a un dio, figlio del sovrano Agastene nato da Augia.
	C'era la gente di Dulichio e quella delle sacre isole Echine che si trovano di l del mare, di faccia all'Elide.
	Avevano per comandante Megete, uguale ad Ares in campo, il Filide, s: era figlio di Fileo guidatore di carri, caro a Zeus, che un giorno si era stabilito a Dulichio per rabbia contro il padre.
	Lo seguivano quaranta navi nere.
	Odisseo comandava i magnanimi Cefalleni : gente di Itaca e del Nerito frondoso, agitato dai venti, di Crocilea e di Egilipe rupestre, di Zacinto e di Same, del continente e della riva opposta.
	Il loro capo era Odisseo, pari a Zeus per senno: con lui andavano dodici navi dalle fiancate dipinte di minio.
	Gli Etoli poi li conduceva Toante, figlio di Andremone.
	Era gente di Pleurone e di Oleno e di Pilene,
di Calcide sul mare e di Calidone rocciosa.
	Ch non c'erano pi i figli del coraggioso Eneo, e non c'era pi lui: era morto il biondo Meleagro. E cos era stato affidato a Toante l'intero dominio sugli Etoli.
	Aveva ai suoi ordini quaranta navi nere.
	I Cretesi poi li guidava Idomeneo famoso per la lancia:
gente di Cnosso e di Gortina dai buoni bastioni,
di Litto, di Mileto e di Licasto biancheggiante,
di Festo e Rizio, citt popolose,
e altri ancora di Creta, l'isola dalle cento citt.
	Li guidava Idomeneo, lancia famosa, e con lui Merione, uguale ad Enialio sterminatore di guerrieri. Avevano una flotta di ottanta navi nere.
	Tlepolemo l'Eraclide, valoroso e robusto, menava da Rodi nove navi di battaglieri Rodiesi: gente dell'isola, divisa in tre gruppi, di Lindo, di Ialiso e della bianca Camiro.
	Costoro ubbidivano a Tlepolemo, famoso per i suoi colpi di lancia. L'aveva generato, al forte Eracle, Astiochea, condotta via dall'eroe da Efira, dalle rive del Selleente, dopo il saccheggio di tante citt di giovani vigorosi. Ma Tlepolemo, appena fu cresciuto nel solido palazzo, subito uccideva lo zio materno di suo padre, Licinnio bellicoso rampollo di Ares, ormai invecchiato. In fretta allora si costru una flotta e con un buon drappello di gente se ne and esule per mare: gli avevano fatto delle minacce gli altri l, figli e nipoti del gagliardo Eracle. E lui nel suo vagare giunse a Rodi tra rischi e traversie. E qui si stanziarono divisi in tre trib, e furono ben voluti da Zeus, che  signore degli dei e degli uomini: e gli versava gi una straordinaria ricchezza.
	Nireo poi menava da Sime tre navi ben equilibrate: Nireo, s, figliolo di Aglaia e di Caropo sovrano. Era l'uomo pi bello che fosse giunto sotto Ilio tra tutti i Danai -dopo l'irreprensibile Pelide. Ma era debole, lo seguiva una schiera sparuta.
	Veniva poi la gente di Nisiro, di Crapato e di Caso, di Coo, la citt di Euripilo, e delle isole Calidne.
	Ne erano capi Fidippo e Antifo, figli tutt'e due del re Tessalo l'Eraclide. Costoro allineavano ben trenta concave navi.
	Ed ora ecco le genti di Argo Pelasgico : le genti di Alo, di Alope e di Trachine,
di Ftia e di Ellade dalle belle donne.
	Si chiamavano Mirmidoni, Elleni, Achei. Avevano cinquanta navi: il condottiero era Achille. Ma ora essi non pensavano pi all'orrido frastuono della guerra: non c'era chi li guidasse in fila sul campo. Se ne stava inerte tra le sue navi il divino Achille dai piedi gagliardi, in collera com'era per via della giovane Briseide dalle abbondanti chiome. Se l'era presa per s a Lirnesso dopo tante fatiche, distruggendo quella citt e le mura di Tebe: e aveva atterrato Minete e Epistrofo cos intrepidi nei duelli, figli entrambi di Eveno, il sovrano Selepiade. Per quella ragazza se ne stava l tutto afflitto: ma ben presto doveva balzar su.
	C'era poi la gente di Filace e di Piraso tra i fiori
con il suo santuario di Demetra, la gente di Itone madre di greggi, di Antrone in riva al mare e di Pteleo sopra un letto di erbe.
	Avevano come comandante il battagliero Protesilao, quando era ancora in vita: a quel tempo ormai lo teneva la nera terra. E gli era rimasta a Filace la moglie a graffiarsi le guance, e una casa senza figlioli. L'aveva ucciso un guerriero dardano, nel saltar a terra dalla nave per primo tra tutti gli Achei.
	Ma loro l non rimasero senza capo, se pur rimpiangevano quello di prima. E li ordinava a battaglia Podarce rampollo di Ares, figlio di Ificlo il Filacide ricco di greggi. Era il fratello minore del magnanimo Protesilao: lui, Protesilao, l'eroe battagliero, era pi anziano e pi valoroso. E i combattenti avevano, s, un loro capitano, ma sentivano la mancanza dell'altro, prode qual era.
	Erano partite con lui quaranta navi nere.
	C'era poi la gente di Fere vicino al lago Boibeide,
di Boibe, di Glafira e di Iolco con le sue belle case.
	Ne comandava le undici navi il figlio di Admeto, Eumelo.
	E ad Admeto l'aveva generato la divina tra le donne Alcesti, la pi graziosa delle figlie di Pelia.
	C'era la gente di Metone e di Taumacia,
di Melibea e di Olizone tra aspri monti.
	Ne capitanava le sette navi Filottete, bravissimo nel tirar d'arco: e su ciascuna s'erano imbarcati cinquanta rematori, tutti arcieri valenti a battersi da forti. Ma lui stava in un isola e pativa atroci dolori: s, nella divina Lemno, dove l'avevano abbandonato i figli degli Achei, sofferente com'era per una piaga maligna di un serpe d'acqua inferocito. L egli giaceva tra gli spasimi: ma ben presto gli Argivi presso le navi dovevano ricordarsi di Filottete sovrano.
	I suoi soldati non rimasero per senza capo, se pur rimpiangevano quello di prima: ma li schierava a battaglia Medonte, figlio illegittimo di Oileo, che a Oileo distruttore di citt aveva generato Rene.
	C'era poi la gente di Tricca e di Itome sopra un'alta rupe,
e di Ecalia, la citt di Eurito ecaliese.
	Aveva alla testa due figlioli di Asclepio, Podalirio e Macaone, buoni guaritori. Con loro partivano in fila trenta concave navi.
	Veniva poi la gente di Ormenio e della fonte Iperea,
di Asterio e delle bianche cime del Titano.
	Aveva a capo Euripilo, lo splendido figlio di Evemone: con lui andavano quaranta navi nere.
	C'era la gente di Argissa e di Girtone,
di Orte, di Elone e di Oloossone, la citt bianca.
	La comandava l'intrepido Polipete, figlio di Piritoo il cui padre era Zeus immortale. E da Piritoo l'aveva concepito l'illustre Ippodamia, quel giorno che l'eroe si vendic dei Selvaggi villosi, e li scacciava dal Pelio respingendoli tra gli Etici.
	Non era solo al comando: con lui era Leonteo, bellicoso rampollo di Ares, figlio dell'ardito Corono il Cenide. Li seguivano quaranta nere navi.
	Guneo menava da Cifo ventidue navi. E ai suoi ordini erano gli Enieni e gli intrepidi Perebi che avevano stabilito le loro abitazioni intorno a Dodona dai crudi inverni. Poi c'era la gente che coltivava i campi sulle rive dell'ameno Titaresio, un fiume che getta le sue belle acque correnti nel Peneo: e non si mescola per col Peneo dai vortici d'argento, ma vi fluisce alla superficie come un olio. , bisogna sapere, un ramo dello Stige, il terribile fiume dei giuramenti.
	I Magneti poi li guidava Protoo, figlio di Tentredone: era gente che veniva dalle sponde del Peneo e dal Pelio frondoso, agitato dal vento. E l'impetuoso Protoo la conduceva. Con lui partivano quaranta navi nere.
	Questi erano i condottieri e i capi dei Danai.
	E ora dimmi, o Musa, chi primeggiava di pi - tra i guerrieri l e i cavalli - al seguito degli Atridi.
	Le cavalle migliori erano quelle di Admeto figliolo di Ferete. Le guidava Eumelo. Velocissime, parevano volatili: uguali di pelo, uguali di et, con le groppe alla pari, a fil di squadra. Le aveva allevate in Perea il dio dell'arco d'argento, Apollo: entrambe femmine, portavano lo scompiglio sul campo.
	Tra i guerrieri il pi prode era Aiace Telamonio, fintanto che Achille persisteva nella sua ira: ch questi era ben molto pi forte, e cos i destrieri che portavano lui, l'irreprensibile Pelide. Ma ora egli se ne stava presso le curve navi, in collera con Agamennone pastore di popoli. E i suoi soldati sul frangente del mare si divertivano a lanciare dischi e giavellotti e a tirar d'arco. E i cavalli non lontano dai loro carri brucavano il trifoglio e il prezzemolo palustre, fermi l: e i cocchi dei loro signori stavano nelle baracche, ben coperti di tela. Ed essi senza pi il loro bellicoso condottiero giravano qua e l per il campo e non prendevan parte alle battaglie.
	Gli altri intanto avanzavano: tutto il terreno pareva preda di un incendio. E il suolo rintronava cupamente come sotto la collera di Zeus fulminatore, nei giorni che prende a sferzare la terra intorno a Tifeo nel paese l degli Arimi, dove  il giaciglio, dicono, del gigante.
	Cos appunto sotto i passi dei guerrieri gemeva forte la terra, al loro avanzare: tanto in fretta percorrevano la pianura.
	Ed ecco, ai Troiani arriv messaggera la rapida Iride dai piedi di vento, venendo da parte di Zeus egioco con una triste notizia.
	Loro tenevano consiglio innanzi alla reggia di Priamo - tutti riuniti in assemblea, giovani e vecchi.
	Si accostava Iride dai celeri piedi a parlare: aveva preso la voce di Polite figlio di Priamo, che faceva la sentinella per i Troiani confidando nella sua velocit, e stava appostato in cima al sepolcro del vecchio Esiete, a spiare il momento dell'attacco degli Achei dal lato delle navi.
	A lui era simile Iride dai celeri piedi e disse: "O vecchio, sempre ti piacciono le chiacchiere senza fine, come una volta in tempo di pace: ma ora ci  addosso una guerra feroce. S, ho preso parte a tanti scontri di guerrieri: non ho mai visto per un esercito cos forte e numeroso. Sono fitti, sai, come le foglie o i grani di sabbia e avanzano traverso la pianura per combattere contro la citt. Ettore, mi rivolgo in particolare a te: e tu fai cos! Molti, vedi, sono gli alleati nella grande citt di Priamo, e chi ha una parlata e chi un'altra nella variet delle razze. Pertanto ogni capo dia gli ordini ai suoi, e si metta alla testa del reparto dei propri concittadini."
	Cos parlava: ed Ettore riconobbe subito la dea alla voce. Scioglieva immediatamente l'assemblea e si corse alle armi.
	Si spalancavano tutte le porte, e irrompeva fuori la massa dei combattenti, a piedi e sui carri. Si levava un grande frastuono.
	C' davanti alla citt un'alta collina, isolata sul piano: ci si gira intorno da ogni parte. Gli uomini la chiamano Baziea, gli immortali invece "La tomba dell'agilissima Mirine". L si schieravano allora Troiani e alleati.
	Alla testa dei Troiani era il robusto Ettore dall'elmo lampeggiante - Ettore figlio di Priamo. E con lui si preparava alla battaglia il contingente pi numeroso e forte di soldati, ben decisi a battersi con le lance.
	I Dardani poi li guidava il prode figlio di Anchise, Enea. E ad Anchise l'aveva generato la divina Afrodite: era giaciuta tra le gole dell'Ida, lei dea, con un uomo mortale.
	Ma non era solo, Enea: con lui tenevano il comando due figli di Antenore, Archeloco e Acamante, bravi in ogni sorta di combattimento.
	Poi veniva la gente di Zelea, ai piedi dell'Ida- - ricchi Troiani che bevevano l'acqua bruna dell'Esepo. Avevano per comandante lo splendido figlio di Licaone, Pandaro, a cui aveva dato l'arco lo stesso Apollo.
	C'era poi la gente di Adrestea e del paese di Apeso, di Pitiea e dell'erta montagna di Teria.
	Li comandava Adresto in compagnia di Anfio dalla corazza di lino: erano figli entrambi di Merope da Percote. Questi conosceva l'arte dell'indovino pi di ogni altro e non voleva che i suoi ragazzi andassero in guerra tra le stragi. Ma loro non gli diedero retta, li trascinavano le dee della nera morte.
	Veniva poi la gente dei dintorni di Percote e del Prazzio, di Sesto, di Abido e della divina Arisbe.
	Erano agli ordini dell'Irtacide Asio, principe di guerrieri: d'Asio s, figlio di Irtaco, che da Arisbe avevano menato l grossi cavalli fulvi di pelo, dalle rive del fiume Selleente. Ippotoo menava le trib dei Pelasgi intrepidi nei duelli, tutta gente che abitava Larissa dalle larghe zolle. Alla loro testa erano Ippotoo e Pileo prode rampollo di Ares, due figli di Leto pelasgo il Teutamide.
	I Traci poi li guidava Acamante insieme all'eroe Piroo.  gente che l'Ellesponto racchiude con le sue violente correnti.
	Eufemo comandava i Ciconi armati di lancia: era figlio di Trezeno il Ceade discendente di Zeus.
	Pirecme menava i Peoni dai curvi archi. Giungevano di lontano, da Amidone sulle rive dell'Assio dall'ampio corso: s, dell'Assio che riversa sul paese le sue acque bellissime.
	I Paflagoni erano agli ordini di Pilemene, cuore maschio: venivano dalla regione degli Eneti, dove  la razza delle mule selvatiche.
	C'era gente di Citoro e dei dintorni di Sesamo,
gente che aveva le sue case famose sulle rive del fiume Partenio,
gente di Cromna, di Egialo e dell'alta Eritini.
	Gli Alizoni avevano per comandanti Odio ed Epistrofo. Venivano di lontano, da Alibe dove  la fonte dell'argento.
	I Misi li capitanava Cromi e insieme a lui Ennomo interprete del volo degli uccelli: ma questi con i suoi auguri non riusc a sottrarsi alla nera dea della morte. Fu abbattuto per mano dell'Eacide dai piedi veloci dentro il fiume, dove Achille fece strazio anche di altri Troiani.
	Forci conduceva i Frigi" in compagnia di Ascanio simile a un dio. Arrivavano di lontano, da Ascanie, ed erano smaniosi di battersi nella mischia.
	I Meoni poi li capitanavano Mestle e Antifo figli di Talemene: la madre era la ninfa del lago Gigeo. Essi conducevano i Meoni nati ai piedi dello Tmolo.
	Naste stava alla testa dei Cari dalla dura pronuncia : era gente di Mileto e del monte Ftiri dal fogliame foltissimo, gente del fiume Meandro e delle elevate cime del Micale. E loro l ne erano al comando, Anfimaco e Naste: s, Naste e Anfimaco, gli splendidi figli di Nomione.
	E costui portava oro come una ragazzetta nell'andare alla guerra, povero sciocco: ma gli ornamenti non gli tennero lontano una brutta fine. Egli fu atterrato sotto i colpi dell'Eacide dai rapidi piedi dentro il fiume, e il prode Achille si portava via l'oro.
	Sarpedone comandava i Lici insieme a Glauco irreprensibile. E giungevano di lontano, dalla Licia e dalle rive del Santo vorticoso.

/:/LIBRO III



	E dopo che i due eserciti, schiera per schiera, furono ordinati a battaglia insieme ai loro comandanti, si movevano i Troiani con schiamazzo e strepito come fanno gli uccelli: proprio come  il vociare delle gru dinanzi alla volta del cielo, quando fuggono l'inverno e la pioggia senza fine, e volano con gridi verso le correnti dell'Oceano a portare strage e morte ai Pigmei - di buon mattino esse ingaggiano la lotta selvaggia.
	Loro invece, gli Achei, avanzavano in silenzio, avevano sui volti una energica risolutezza. Erano ben decisi a darsi aiuto a vicenda sul campo.
	E come sulle cime della montagna suole scirocco spargere nebbia - non certo cara ai pastori, ma propizia al ladrone pi della notte - e uno ci vede distante fin dove riesce a tirar una pietra: cos era il polverone che si levava fitto di sotto i piedi dei guerrieri in marcia, tanto rapidamente percorrevano la pianura.
	E quando gi si trovarono vicini a scontrarsi, si faceva avanti, tra i Troiani, quale campione, Alessandro simile a un dio. Portava a tracolla una pelle di pantera, il curvo arco e la spada, e con le mani andava agitando due lance armate di bronzo in punta: e sfidava cos tutti i pi valorosi degli Argivi a combattere fronte a fronte in una lotta accanita.
	Non appena il prode Menelao lo scorse avanzare a gran passi dinanzi alla massa dei soldati, fu come un leone che esulta a imbattersi in un grosso animale steso a terra - a trovare o un cervo di alte corna o una capra selvatica, nella sua lunga fame: e lo divora ingordo, anche se cercano di scacciarlo via veloci cani e giovani fiorenti.
	Cos si rallegr Menelao al vedere Alessandro: pensava di vendicarsi di quello scellerato. E subito salt gi dal carro con le armi a terra.
	Ma appena Alessandro lo scorse comparire tra i primi, fu sconvolto da terrore: e si ritraeva indietro fra la turba dei suoi compagni volendo evitare la morte.
	Come quando uno fra le gole di una montagna al vedere un serpente d un balzo indietro e scappa via - il tremito l'afferra gi alle gambe; e si ritira sui suoi passi, il pallore gli invade le guance: cos Alessandro spar dentro la folla dei battaglieri Troiani, aveva paura del figlio di Atreo.
	Ma lo vedeva Ettore e lo rimprover con parole oltraggiose: "Paride, sciagurato Paride, bello solo di aspetto! Sempre pazzo per le donne, vile seduttore! Oh, non fossi mai nato! o almeno dovevi morire senza nozze - s, proprio questo vorrei, e sarebbe molto meglio - piuttosto che essere cos una vergogna e tanto malvisto dagli altri. Ora, sono certo, esultano di gioia gli Achei: pensavano che tu fossi valoroso campione perch hai una bella presenza, e invece non c' forza in te, non c' energia. E vigliacco qual sei, attraversavi il mare sulle navi con una brigata di fedeli compagni? e venivi a contatto di genti straniere? e menavi via una donna bellissima di una terra lontana, una nuora di guerrieri armati di lancia, per la grande sventura di tuo padre, della citt e dell'intero paese, e per la gioia dei nemici e la tua stessa umiliazione? E ora non vuoi,  vero, affrontare il valoroso Menelao? Sapresti cos di quale eroe tu tieni la fiorente sposa! Non ti saranno di aiuto, penso, la cetra e codesti tuoi doni di Afrodite, la chioma qui e la bellezza, quando cadrai nella polvere. Ma troppo riguardosi sono i Troiani: se no, di certo, gi da tempo avresti addosso una veste di pietre, per tutti i mali che hai fatto."
	E a lui allora rispose Alessandro simile a un dio: "Ettore, hai ragione a rimproverarmi - non torto. Ma il tuo cuore, te lo dico,  duro come una scure, sempre. S, pare la scure che penetra il legno per mano dell'uomo, quando con arte taglia via una trave per nave, ed essa ne asseconda lo slancio gagliardo. Cos inflessibile tu hai l'animo in petto. Pertanto non mi rinfacciare i doni amabili dell'aurea Afrodite. Lo sai bene anche tu, non sono certo da buttar via gli splendidi doni degli dei: sono loro che li danno, uno non se li pu prendere con tutto il suo buon volere. Ma ora, se davvero vuoi che io scenda in campo e mi batta, fa' sedere gli altri Troiani e tutti gli Achei: e mettete di fronte me e il valoroso Menelao, a battagliare l in mezzo per Elena e le ricchezze tutte. Ecco, quello che riesce a vincere e si rivela pi forte, prenda tutti quanti i tesori e si meni a casa la donna. E voi altri, dopo aver fatto un accordo e aver stretto con un sacrificio patti leali, continuerete ad abitare, me lo auguro, la fertile regione di Troia: loro invece facciano ritorno in Argo nutrice di cavalli e nella terra achea dalle belle donne."
	Cos parlava: e vivamente si rallegr Ettore ad ascoltare la proposta.
	Subito andava l in mezzo e tratteneva le schiere dei Troiani con la lancia impugnata a met asta: ed essi si fermarono tutti.
	Ma gli tiravano addosso con gli archi gli Achei dalle teste chiomate e lo bersagliavano di frecce: cercavano anche di colpirlo con pietre.
	E allora mand un lungo urlo Agamennone, signore di guerrieri: "Fermi, Argivi! Non tirate, figli degli Achei! Ettore ha l'aria di voler dire qualcosa."
	Cos parlava: e loro si trattenevano dal combattere e stettero prontamente in silenzio. Ed Ettore diceva in mezzo ai due eserciti: "Ascoltatemi, Troiani e Achei! Sentite la proposta di Alessandro - per causa sua  nata la guerra. Ecco: vuole che gli altri Troiani e tutti gli Achei posino a terra le loro belle armi. Lui e Menelao qui in mezzo combatteranno da soli per Elena e le ricchezze tutte. E quello che riesce a vincere e si mostra pi forte, prenda tutti quanti i tesori e si meni a casa la donna. Noi altri poi faremo un accordo e stringeremo con un sacrificio patti leali."
	Cos parlava: e tutti restarono muti, in silenzio.
	E fra loro prese a dire Menelao, valente nel grido di guerra: "Ascoltate ora anche me: pi che ad ogni altro, credetemi, a me viene dolore. E penso che oramai Troiani e Achei devono cessare la lotta: da tempo voi patite tanti guai per via della mia contesa e per via dell'accecamento di Alessandro. S, quello di noi a cui  preparato destino di morte, muoia! E voi altri vi riconcilierete, son convinto, ben presto. E ora portate due agnelli - un maschio bianco e una femmina nera - per la Terra e il Sole. Per Zeus noi ne porteremo un altro ancora. E menate qui il potente Priamo: cos stringer i patti lui, perch i suoi figli sono arroganti e sleali. Non vorrei che qualcuno nella sua insolenza violasse i giuramenti sacri a Zeus. Sempre, si sa, le menti dei giovani sono incostanti: ma se c' un vecchio, egli guarda avanti e indietro ad un tempo perch ogni cosa vada per il meglio da entrambe le parti."
	Cos parlava: e loro si rallegrarono, Achei e Troiani, nella speranza di finire la guerra penosa.
	Subito trattennero i cavalli in riga, scesero dai carri e si spogliavano delle armi. Poi le posarono a terra accosto le une alle altre: e breve era lo spazio libero tra i fronti degli eserciti.
	Ettore allora mandava in citt due araldi a prendere in fretta gli agnelli e a chiamare Priamo.
	E il sovrano Agamennone spediva a sua volta Taltibio alle concave navi e gli dava l'ordine di recare un agnello.
	E lui prontamente ubbid al divino Agamennone.
	Iride intanto giunse messaggera ad Elena dalle bianche braccia: assumeva l'aspetto di Laodice, sua cognata, che un figlio di Antenore, il principe Elicaone, aveva in moglie, ed era la pi bella delle figliole di Priamo.
	La trov nell'appartamento delle donne. Lei andava tessendo una grande tela, un mantello doppio di larghezza, color porpora, e vi ricamava molte lotte e fatiche dei Troiani domatori di cavalli e degli Achei rivestiti di bronzo.
	Le si metteva vicino e disse Iride dai celeri piedi: "Vieni qui, figliola cara! Vedrai le cose meravigliose che avvengono fra Troiani e Achei. Loro prima si facevano a vicenda una ben triste lotta nella pianura, smaniosi di scontri e di distruzione: e ora, credi, siedono l in silenzio, la guerra  finita, i combattenti sono appoggiati agli scudi, e accanto stanno piantate al suolo le lunghe lance. Ma con le lunghe lance battaglieranno per te Alessandro e il valoroso Menelao: e chi riesce vincitore ti chiamer sua propria sposa."
	Cos diceva la dea e le mise in cuore un dolce desiderio del suo primo uomo e della sua citt e dei genitori.
	Subito si avvolgeva con un ampio candido velo e usciva dalla stanza piangendo lacrime di tenerezza: non era sola, insieme a lei andavano due ancelle, Etra figlia di Pitteo e Climene dai grandi occhi bovini.
	E ben presto arrivarono dove si trovava la porta Scea.
	Qui era Priamo con il suo seguito: c'era Pantoo e Timete, c'erano Lampo, Clizio e Ichetaone, prode rampollo di Ares, e c'erano Ucalegonte e Antenore, entrambi assennati.
	Sedevano questi Anziani del popolo al di sopra della porta Scea: avevano smesso la guerra per via della vecchiaia. Ma erano valenti parlatori: somigliavano alle cicale che per la selva effondono, posate su una pianta, la loro voce armoniosa.
	Tali erano i capi dei Troiani e stavano seduti sulla torre. Quando essi videro Elena venir sulla torre, a bassa voce dicevano tra loro: "Non c' ragione di condannare Troiani e Achei se da tanto tempo soffrono dolori per una tale donna. Ella somiglia nell'aspetto alle dee immortali in maniera incantevole, da far paura. Ma anche cos, bellissima com', faccia ritorno sulle navi e non resti qui, quale sciagura per noi e per i nostri figli in avvenire!"
	Cos dicevano. E Priamo chiam Elena vicino: "Vieni qui, figlia mia! Siediti davanti a me! Vedrai in tal modo il tuo primo marito e i parenti e i tuoi cari - tu per me non hai colpa, ma sono gli dei, s, a mio parere, i responsabili, loro che mi mandarono addosso la guerra degli Achei, dalle molte lacrime. E anche mi dirai il nome dell'eroe l straordinario, chi  quell'acheo nobile e grande nella persona. Ci sono,  vero, altri ben pi alti di lui della testa intera, ma io non ho mai visto prima d'ora uno bello cos n cos maestoso: ha tutta l'aria, sai, di essere un re."
	E a lui rispondeva Elena, la divina tra le donne: "Mi fai tanta soggezione, suocero mio, e paura. Oh, mi fosse piaciuta la mala morte, i giorni che seguivo tuo figlio fin qui e abbandonavo la mia stanza nuziale e i familiari, la figliola tenera e l'amabile stuolo delle compagne. Ma questo non  avvenuto: cos da tempo mi struggo in pianto. E ora voglio dirti ci che mi domandi e richiedi: quello l  l'Atride Agamennone dall'ampio potere, un valente sovrano e insieme guerriero gagliardo. Mio cognato egli era, se pur mai lo fu - cagna che non son altro."
	Cos parlava. E il vecchio prese ad ammirarlo e disse: "O fortunato Atride, figlio della buona ventura, uomo beato e felice! Sono veramente numerosi, lo vedo, i figli degli Achei che ti stanno soggetti. Un tempo, ricordo, mi recai nella Frigia rigogliosa di vigne e l vidi una moltitudine di Frigi, bravissimi nel maneggiare puledri: erano le genti di Otreo e di Migdone simile a un dio, che proprio allora si accampavano lungo le rive del Sangario. Anch'io, sai, mi trovavo con loro come alleato, quel giorno che arrivarono le Amazzoni, uguali ad uomini in guerra. Ma non erano in tanti l, quanti sono gli Achei dai vividi occhi."
	Poi scorgeva Odisseo e domandava, il vecchio, ancora: "Dimmi, su, figlia mia, chi  quell'altro laggi. Egli  pi basso di tutto il capo in confronto all'Atride Agamennone, ma pi largo, si vede, di spalle e di petto. Le sue armi giacciono a terra, e lui come un montone si aggira tra le file dei guerrieri. S, lo trovo proprio simile a un ariete dal fitto vello, che va in mezzo a un grosso gregge di pecore bianche."
	Gli rispondeva allora Elena nata da Zeus: "Quello  il figlio di Laerte, l'accorto Odisseo, che crebbe nella terra di Itaca aspra e rocciosa: conosce inganni d'ogni sorta e ha sottili pensieri."
	E a lei si rivolgeva Antenore assennato: "Donna, s,  vera la parola che ora hai detto. Anche qui da noi  venuto una volta Odisseo, nell'ambasciata che riguardava te: era con lui Menelao. Li accolsi io e li ospitai con ogni premura nel mio palazzo, e ho potuto conoscerli di persona, ben a fondo. Ecco, si presentarono in mezzo all'assemblea dei Troiani: e in piedi l, Menelao sorpassava il compagno di tutte le sue larghe spalle. Ma se stavano seduti, Odisseo era pi imponente. Poi svolgevano davanti a tutti i loro discorsi e pensieri. Menelao, credi, parlava speditamente: poche parole, ma a voce alta e chiara. Non era certo un chiacchierone e neppure divagava: era anche, bisogna notare, pi giovane. Ma ogni volta che si alzava l'accorto Odisseo, si metteva l ritto, guardava in gi con gli occhi fissi a terra, non agitava lo scettro n avanti n indietro, lo teneva immobile. Sembrava proprio un povero ignorante. Si poteva credere che foste un tipo arcigno e stolto addirittura. Ma quando mandava fuori dal petto la sua gran voce e quelle parole come tanti fiocchi di neve nell'inverno, non c'era uno che fosse disposto a stargli a fronte. E allora lo guardavamo in faccia, Odisseo, senza pi sorpresa."
	Poi il vecchio posava lo sguardo su Aiace e chiedeva: "Chi , dimmi, quell'altro acheo l, valente e grosso di corporatura, che sorpassa gli Argivi dell'intera testa e di tutte le sue vaste spalle?"
	E a lui rispondeva Elena dal lungo peplo, la divina tra le donne: "Quello  il gigantesco Aiace, baluardo degli Achei. E dall'altro lato, in mezzo ai Cretesi, si leva come un dio Idomeneo, e intorno a lui sono raccolti i capi di Creta. Pi di una volta lo ospitava il prode Menelao nella nostra casa, quando veniva dalla sua isola. E ora, ecco, vedo tutti gli altri Achei dai vividi occhi e saprei riconoscerli con sicurezza e rivelartene il nome: ma non riesco a scorgere due condottieri di popoli, Castore domatore di cavalli e Polluce bravo nel pugilato. Sono i miei fratelli, tutt'e due li gener la mia stessa madre. O non si accompagnarono agli altri partendo dall'incantevole Lacedemone, o son venuti, s, con le navi per mare fino qua, ma ora non se la sentono di entrare nel campo di battaglia, per paura di improperi e oltraggi senza fine al mio indirizzo - quali mi merito."
	Cos diceva: e invece li copriva ormai la terra feconda laggi a Lacedemone, nella loro patria.
	Intanto gli araldi portavano per la citt le vittime e le offerte sacre agli dei: due agnelli e, dentro un otre di pelle caprina, il vino che d letizia, frutto della campagna. Recava anche, l'araldo Ideo un cratere luccicante e tazze d'oro.
	Si accostava al vecchio Priamo e gli faceva fretta. Diceva: "Su, vieni, figlio di Laomedonte! Ti mandano a chiamare i capi dei Troiani e degli Achei. Devi scendere al piano: cosi stringerete i patti. Hai da sapere che Alessandro e Menelao con le lunghe lance battaglieranno qui per la donna, e chi riesce vincitore si avr donna e ricchezze. E noi altri, dopo aver fatto un accordo e aver stretto con un sacrificio patti leali, continueremo -  da augurarsi - ad abitare la fertile regione di Troia: loro invece se ne torneranno in Argo nutrice di cavalli e nella terra achea dalle belle donne."
	Cos parlava l'araldo e il vecchio rabbrivid: e diede ordine ai suoi di attaccare i cavalli. E loro ubbidirono prontamente.
	Sal sul carro Priamo e tir a s le briglie indietro: accanto a lui, sul bellissimo cocchio, mont Antenore. E i due attraverso la porta Scea guidavano i rapidi destrieri verso la pianura.
	Quando poi giunsero tra i Troiani e gli Achei, scendevano dal carro a terra e avanzavano l in mezzo agli eserciti.
	Si mosse subito allora incontro ad essi Agamennone signore di guerrieri, e insieme a lui l'accorto Odisseo.
	I nobili araldi riunivano le vittime sacre agli dei e mescolavano dentro il cratere il vino puro. Dopo versarono ai re l'acqua sulle mani.
	L'Atride allora traeva fuori il largo coltello che gli stava sempre appeso a tracolla, accanto al grosso fodero della spada, e recideva dalla testa degli agnelli un ciuffo di peli. Subito dopo gli araldi li distribuirono ai principi dei Troiani e degli Achei.
	E in mezzo a loro l'Atride pregava ad alta voce, levando al cielo le mani: "Zeus padre, signore dell'Ida, glorioso e grande; e tu Sole che tutto vedi e tutto ascolti; e voi Fiumi e Terra, e voi due, dei inferi, che punite gli uomini defunti, chiunque fa uno spergiuro - siatemi tutti testimoni e vigilate su questi patti. Se Alessandro uccide Menelao, allora si tenga lui Elena e le ricchezze tutte, e noi faremo ritorno per mare sulle navi. Se invece il biondo Menelao ammazza Alessandro, allora i Troiani restituiscano Elena e tutti i tesori, e paghino agli Argivi un'ammenda come si deve, che resti viva nel ricordo tra gli uomini anche in avvenire. E se Priamo e i figli di Priamo non vorranno, alla morte di Alessandro sul campo, versarmi un indennizzo, allora io combatter per la vendetta anche dopo, restando qui fino a che non porto a termine la guerra."
	Disse, e tagli con la spietata arma di bronzo la gola agli agnelli. E li posava al suolo, sussultanti ancora mentre gli mancava la vita: ch il bronzo tolse loro ogni forza.
	Poi attingevano vino con le coppe dal cratere, lo versavano a terra e rivolgevano una preghiera agli dei sempiterni. E cos diceva ognuno degli Achei e Troiani: "Zeus glorioso e grande, e voi altri dei immortali! quelli che per primi violano i giuramenti, gli sgoccioli il cervello gi a terra cos come questo vino, ad essi, s, e ai figlioli - e le loro mogli siano sottomesse a stranieri!"
	Cos dicevano: ma il Cronide non adempiva il loro voto. E tra essi, Priamo, discendente di Dardano, prese a parlare: "Ascoltatemi, Troiani e Achei! Ora io me ne torner alla ventosa Ilio, perch non ho cuore di star qui a vedere, sotto i miei occhi, mio figlio scontrarsi in duello con il prode Menelao. Lo sa Zeus di certo, come pure gli altri dei immortali, a chi dei due  destinata la morte."
	Disse e metteva, l'eroe simile a un dio, gli agnelli sul carro, ci saliva sopra e tir a s le briglie indietro. Accanto a lui, sul bellissimo cocchio, mont Antenore. I due poi facevano ritorno a Ilio.
	Allora Ettore figlio di Priamo e il divino Odisseo misuravano dapprima il terreno dello scontro, poi prendevano le sorti e le agitavano dentro un elmo di bronzo, per vedere chi per primo doveva scagliare la lancia. E i combattenti rivolsero preghiere agli dei alzando le braccia, e cos diceva ognuno degli Achei e Troiani: "Zeus padre, signore dell'Ida, tu glorioso e grande, chi  responsabile della situazione qui tra i due popoli, fa' che perisca ed entri nella casa di Abe, e che tra noi si faccia un accordo e si stringano patti leali!"
	Cos dicevano. E il grande Ettore agitava le sorti, tenendo gli occhi rivolti indietro: di colpo salt fuori il contrassegno di Paride.
	Loro poi sedevano tra le file, dove ciascuno aveva i suoi cavalli scalpitanti e le armi ricche di fregi.
	Intanto il divino Alessandro, marito di Elena dalla folta chioma, indossava la sua bella armatura. Prima si mise alle gambe gli schinieri eleganti e se li allacciava alla caviglia con fibbie d'argento. Dopo vest la corazza di suo fratello Licaone - gli andava bene. Si appese a tracolla la spada dalle borchie d'argento, tutta di bronzo, e poi lo scudo grande e massiccio, e sulla forte testa mise un elmo ben fatto, adorno di una criniera di cavallo. Il cimiero dall'alto ondeggiava paurosamente. Prese in fine una robusta lancia, che ben si adattava alla sua mano.
	Cos, nella stessa maniera, cingeva le sue armi il bellicoso Menelao.
	E dopo che essi, da una parte e dall'altra dei due eserciti, si furono armati, avanzavano l in mezzo con una guardatura feroce. A mirarli, li invase tutti lo stupore - i Troiani domatori di cavalli e gli Achei dai buoni schinieri.
	Si fermarono di fronte, entro il terreno segnato per lo scontro, squassando le lance: si portavano a vicenda odio e rancore.
	Fu il primo Alessandro a scagliare l'asta dalla lunga ombra, e colp l'Atride nello scudo rotondo, ben equilibrato da ogni parte. Ma l'arma non l'infranse, la punta si ripieg nel duro urto.
	Poi si avventava lui, l'Atride Menelao, e cos supplic Zeus padre: "Zeus signore, lasciami punire chi m'ha fatto del male per primo, Alessandro qui, e stendilo a terra sotto le mie braccia. Cos si avr orrore, anche tra gli uomini in avvenire, a offendere chi accoglie un ospite e gli offre amicizia."
	Disse, e traendo all'indietro l'asta dalla lunga ombra la scagli, e colpiva il figlio di Priamo sullo scudo rotondo, ben equilibrato in ogni sua parte.
	Attraverso lo scudo luccicante and la gagliarda lancia, e subito, ecco, si confisse nella corazza artisticamente lavorata. Da parte a parte lungo il fianco l'arma lacer la tunica: ma lui, Paride, si piegava e riusc a schivare il nero destino. L'Atride allora estraeva pronto la spada dalle borchie d'argento e levandola in alto gli percosse la cresta dell'elmo: ma nell'urto si rompeva in tre o quattro pezzi e gli sfugg di mano.
	Gett un grido di lamento, l'Atride, volgendo gli occhi verso l'ampio cielo: "Zeus padre, non c' un altro, tra gli dei, pi funeste di te. Vedi, pensavo proprio di vendicarmi d'Alessandro per la sua scelleratezza. E invece, ecco, mi s' rotta la spada tra le mani, e la lancia m' balzata via a vuoto e non l'ho ucciso."
	Disse e con un salto l'afferr per la fitta criniera dell'elmo, e lo rigirava - intendeva trascinarlo tra le file degli Achei.
	Lo veniva strozzando, Paride, il correggiolo trapunto, gi alla gola delicata: tanto era gi teso sotto il mento quel legaccio dell'elmo.
	E ci riusciva s, Menelao, a tirarlo l e avrebbe acquistato una gloria immensa, se prontamente non se n'accorgeva la figlia di Zeus, Afrodite.
	Lei gli ruppe il sottogola - ritagliato nella pelle di un bue abbattuto: l'elmo cos rimase vuoto e and dietro alla robuste mano di Menelao. E allora l'eroe lo roteava per aria e lo butt l in mezzo agli Achei: lo raccoglievano i suoi fedeli compagni d'armi.
	Lui poi si avvent di nuovo ad assalir l Paride con la lancia di bronzo: smaniava di ucciderlo. Ma Afrodite lo rapiva via con molta facilit, dea qual era: l'avvolse di una densa nebbia e lo pos gi nella sua stanza, tutta odorante di aromi.
	Ella poi andava a chiamare Elena: e la trov sopra l'alta torre, intorno a lei erano numerose Troiane.
	Con la mano le prendeva la veste deliziosa, la scosse e le parlava: aveva l'aspetto di una vecchia filatrice gi avanti con gli anni, che lavorava per lei le belle lane quando abitava a Lacedemone, e che le voleva un gran bene.
	A lei era simile la divina Afrodite e diceva: "Vieni! Alessandro ti chiama, vuole che tu rientri in casa l nella camera nuziale, sul suo letto rifinito al tornio:  tutto raggiante di bellezza nelle sue vesti. Davvero non si direbbe che sia lui, l, di ritorno dallo scontro con un guerriero, ma sembra che vada a una danza o che si riposi appena dopo aver ballato."
	Cos diceva: e a lei mise in agitazione il cuore.
	Non appena, Elena, scorse il collo leggiadro della dea e il suo seno incantevole e il luccicchio degli occhi, stupiva sorpresa e poi le si rivolgeva e disse: "Cara, perch vuoi ora ingannarmi cos? Tu mi condurrai,  naturale, ancora pi lontano, in qualcuna delle popolose citt della Frigia o della ridente Meonia, se c' uno anche l che ti  caro tra gli uomini mortali. Ormai, vedi, Menelao ha riportato, su Alessandro, vittoria, e intende, pur odiosa come sono, menarmi a casa: e tu proprio ora mi appari qui, insinuante e subdola come sempre? Vai tu a sedere accanto a lui, abbandona le strade degli dei, non far pi ritorno coi tuoi piedi all'Olimpo, ma stagli l sempre dattorno con le tue ansie e veglialo ben bene, fino al giorno che ti fa sua sposa o almeno sua schiava! L, da lui, te lo dico, non andr -sarebbe una sconvenienza - a dividere il suo letto. E poi, sono certa, le Troiane qui tutte mi biasimerebbero. E io ho gi tante pene."
	Andava in collera la divina Afrodite e le diceva: "Smettila di irritarmi, o caparbia, se non vuoi che nella mia indignazione io ti abbandoni, e prenda a odiarti, cos come ti ho amata perdutamente. Posso, lo sai, in mezzo ai due popoli, Troiani e Achei, suscitarti contro odi mortali: e tu faresti una misera fine."
	Cos parlava. Ed ebbe terrore Elena, la figlia di Zeus, e si mosse tutta ravvolta dentro la sua veste di un candore abbagliante: andava via in silenzio, senza farsi notare da nessuna delle Troiane. La precedeva la dea.
	E quando giunsero alla casa bellissima di Alessandro, le ancelle prontamente si volgevano alle loro faccende: Elena invece, la divina tra le donne, si diresse alla stanza nuziale dall'alto soffitto.
	Per lei Afrodite amica del sorriso prendeva uno scanno e lo pose gi di fronte ad Alessandro.
	Qui si sedeva Elena, la figlia di Zeus egioco, volgendo indietro gli occhi, e rimprover duramente il marito: "Ben tornato dalla battaglia! Oh, fossi tu morto laggi, abbattuto a terra dal guerriero gagliardo che era il mio primo sposo! E dire che tu in passato ti vantavi di essere superiore al prode Menelao per la tua prestanza fisica, per le tue braccia e la lancia. Su, vai ora, sfidalo, Menelao, un'altra volta a combattere fronte a fronte!... Ah, il consiglio che ti do, per parte mia,  di smetterla, e di non scendere pi in campo a scontrarti con il biondo Menelao a duello, tanto sconsideratamente: non vorrei che un giorno o l'altro fossi ucciso da lui con l'asta."
	E a lei rispondeva Paride: "Non offendermi cos, donna, con i tuoi aspri rimproveri! Oggi, vedi, con l'aiuto di Atena il vincitore  Menelao, e un'altra volta sar io a batterlo. Anche me, sai, assistono gli dei. Ma ora, via, andiamo a giacere e godiamo l'amore. Mai, ti confesso forte cos mi avvilupp il desiderio, neppure quando ti rapivo via dall'incantevole Lacedemone veleggiando per mare con le navi, e l nell'isola di Cranae mi unii con te la prima volta in un giaciglio d'amore. Tanto ora sono innamorato di te e una dolce voglia mi prende!"
	Disse e per primo si avvi verso il letto: lo seguiva la moglie.
	Cos loro due si coricarono insieme sul letto traforato: e intanto l'Atride tra la turba dei Troiani si aggirava come una belva in cerca di Alessandro, se riusciva a scorgerlo da qualche parte.
	Ma nessuno dei Troiani e dei nobili alleati era in grado di indicare allora Alessandro al valoroso Menelao! Certo non l'avrebbero nascosto per simpatia - se uno lo vedeva: ch a tutti l era in odio come la nera morte.
	E in mezzo a loro parl Agamennone signore di guerrieri: "Ascoltatemi, Troiani e Dardani e voi altri alleati! La vittoria, ammettete,  del battagliero Menelao. Voi allora consegnate Elena argiva e con lei i tesori, e pagate un ammenda come si deve, che resti viva nel ricordo tra gli uomini anche in avvenire!"
	Cos parlava l'Atride: e approvavano tutti gli altri Achei.

/:/LIBRO IV



	Gli dei intanto sedevano a consiglio in casa di Zeus, in una sala dal pavimento d'oro: e in mezzo ad essi Ebe sovrana andava mescendo il nettare. E loro con le auree coppe brindavano gli uni agli altri e tenevano gli occhi sulla citt dei Troiani.
	Ed ecco, il figlio di Crono mirava a stuzzicare Era con parole pungenti. Diceva maliziosamente: "Due protettrici ha Menelao fra le dee, e sono Era argiva e Atena Alalcomenia. Ma loro se ne stanno l sedute in disparte, e si contentano di guardare. A quell'altro invece, Afrodite amica del sorriso sempre sta accanto, e allontana da lui le dee funeste della morte. E anche ora lo salv, quando lui gi si credeva di perire. Comunque, non c' dubbio, la vittoria spetta al valoroso Menelao. Ma noi ora vediamo come andranno qui le cose, se dobbiamo suscitare di nuovo la guerra crudele e la lotta violenta, oppure stabilire un amichevole accordo tra le due parti. Se poi, in certo qual modo, la cosa a tutti quanti non dispiace, pu bene, penso, la citt del re Priamo continuare a essere abitata, e Menelao dal canto suo menarsi via Elena argiva."
	Cos parlava: e loro si misero a brontolare, Atena ed Era. Sedevano vicine l'una all'altra e meditavano la rovina dei Troiani.
	Ora Atena stava in silenzio e non disse parola, imbronciata come era con Zeus padre: una collera selvaggia via via la prendeva. Era invece non riusc a trattenere l'indignazione, ma parlava: "Un prepotente tu sei, o Cronide! Che razza di discorso qui hai fatto? mai possibile che tu voglia rendere vana e senza frutto la mia fatica, con tutto il sudore che ho versato nel mio affannarmi? Mi si sfiancarono i cavalli, sai, a radunare l'esercito, a danno e rovina di Priamo e dei suoi figli. Tu fa' pure! Ma non tutti certo ti approviamo, noi altri dei."
	E a lei rispose fortemente irritato l'adunatore dei nembi, Zeus: "Sciagurata, ma in cosa mai Priamo e i figli di Priamo ti fanno tanto del male che tu debba senza posa smaniare cos dalla voglia di distruggere la citt di Ilio con le sue belle costruzioni? Se tu potessi, credo, entrare da una porta delle alte mura e divorarti vivi Priamo e i figlioli di Priamo e anche tutti gli altri Troiani, allora forse placheresti la tua rabbia. Su, fa' come vuoi! Non deve la questione qui diventare in avvenire, per noi due, un grave motivo di discordia. Ma un'altra cosa intendo dirti, e tu mettitela bene in mente: quando anch'io avr voglia di devastare una citt, e proprio quella dove abitano uomini a te cari, non voler intralciare il mio sdegno, ma lasciami stare! Anch'io, sappi, ti ho fatto una concessione di mia volont, se pure a malincuore. Ci sono,  vero, sotto il sole e il cielo stellato tante citt di uomini che vivono sulla terra: ma pi di ogni altra mi era cara la sacra Ilio, e cos Priamo e il popolo di Priamo dalla forte lancia. Mai una volta, confesso, l'altare mi manc della parte giusta del sacrificio, della libagione e del fumo di carne arrostita:  questo, lo sapete, l'onore che noi avemmo in sorte."
	E a lui rispondeva allora l'augusta Era dai grandi occhi bovini; "S, te lo dico, tre sono le citt che mi sono senz'altro le pi care: Argo, Sparta e Micene dalle larghe strade. Queste tu distruggile, quando ti diventano proprio cordialmente odiose! Davanti ad esse io non mi pianto a difesa e non mi oppongo. D'altronde se anche cerco di impedirtelo e non te le lascio rovinare, non riesco a nulla con i miei intralci, poich veramente tu sei molto pi forte. Ma bisogna pure che la mia fatica non rimanga cos senza effetto! Anch'io, sai bene, sono una divinit, ho la stessa origine tua. E augusta e degna di onore mi fece Crono dai tortuosi pensieri per due ragioni: prima per la nascita e poi perch mi chiamo tua sposa e tu regni fra tutti gli immortali. Ma s, facciamoci queste concessioni a vicenda, io a te e tu a me: dietro poi ci verranno tutti gli altri dei. E ora, su, presto, tu ordina ad Atena di recarsi sul luogo dell'aspra lotta tra Troiani e Achei! E lei cerchi che i Troiani violando i patti giurati siano i primi a offendere gli Achei baldanzosi."
	Cos parlava: e acconsent il padre degli uomini e degli dei.
	Subito ad Atena rivolgeva parole: "Presto, su, vai al campo in mezzo ai Troiani e agli Achei, e cerca che i Troiani violino i patti giurati e siano i primi a offendere gli Achei baldanzosi!"
	Cos parlava e sollecit Atena che gi era ansiosa di partire.
	Ella venne gi dalle vette dell'Olimpo in un volo.
	Quale  la stella che il figlio di Crono invia o ai naviganti o a un vasto esercito di combattenti come segno di augurio - luminosa splende essa e molte scintille se ne staccano: simile cos vol sulla terra Pallade Atena e balz gi, l in mezzo.
	A mirarla, li invase tutti lo stupore - i Troiani domatori di cavalli e gli Achei dai buoni schinieri. E qualcuno diceva volgendo lo sguardo al vicino: "Forse ci sar di nuovo la guerra funesta e la lotta violenta, o forse Zeus stabilisce un amichevole accordo tra le due parti.  lui l'arbitro, tra gli uomini, delle ostilit."
	Cos diceva qualcuno degli Achei e dei Troiani.
	Lei intanto, nell'aspetto di un uomo, penetr fra la turba dei Troiani: somigliava a Laodoco figlio di Antenore, forte guerriero. Si moveva in cerca di Pandaro pari a un dio, se mai lo trovava da qualche parte.
	Lo trov, il figlio di Licaone, irreprensibile e gagliardo, l ritto in piedi: intorno a lui stavano le vigorose schiere dei combattenti armati di scudo, che erano venuti al suo seguito fin dalle correnti dell'Esepo.
	Gli si fermava vicino e gli rivolgeva parole: "Vuoi ora darmi retta, o valoroso figlio di Licaone? Dovresti aver il coraggio di scagliare una freccia contro Menelao. Ti procurerai cos favore e gloria presso tutti i Troiani, e in particolare agli occhi del principe Alessandro. Da lui specialmente, sono certo, puoi portarti via splendidi doni, se vedr Menelao, il bellicoso figlio di Atreo, ucciso dal tuo dardo e collocato in cima alla triste pira. Su, tira una freccia a Menelao e fa' voto ad Apollo licio, arciere famoso, di compiere in suo onore un magnifico sacrificio di agnelli primogeniti, al tuo ritorno in patria, nella citt sacra di Zelea!
	Cos parlava Atena: e lo convinceva, quello stolto.
	Subito traeva fuori il liscio arco di corno. Gli veniva da un agile capro selvatico, che lui un giorno raggiungeva sotto lo sterno mentre balzava gi da una rupe: l'aspettava alla posta. E lo colpiva pronto al petto: l'animale cadeva riverso sulla roccia. In testa gli spuntavano corna lunghe sedici palmi. E un artigiano tornitore le aveva riunite saldamente insieme, alla base, con molto lavoro, lisciava bene tutto e vi metteva poi ad una estremit un anello d'oro.
	E Pandaro appoggi la punta dell'arco al suolo e lo piegava alla perfezione dall'altro capo verso terra, tirando in su la corda per agganciarlo. Davanti gli tenevano gli scudi i valorosi compagni: non volevano che saltassero su i battaglieri figli degli Achei, prima che fosse colpito Menelao. Poi egli toglieva il coperchio della faretra, e ne prese fuori una freccia: era nuova ancora, alata, doveva portare neri dolori.
	Svelto adattava alla corda l'acuto dardo e faceva voto ad Apollo licio, l'Arciere glorioso, di compiere in suo onore un magnifico sacrificio di agnelli primogeniti, al suo ritorno in patria, nella citt sacra di Zelea.
	Tirava con la mano, stringendole insieme, la cocca della freccia e la corda di pelle bovina: avvicin cos il nervo alla mammella, la punta di ferro al corno ricurvo. E dopo che ebbe teso in tondo il grande arco, sibil l'arma, la corda vibr forte e balz via la freccia acuminata, impaziente di volare tra la turba degli Achei.
	Ma non si scordarono di te, o Menelao, gli dei beati immortali, e prima fra tutti la figlia di Zeus, Atena predatrice: ti si metteva davanti e devi il dardo aguzzo.
	Lei glielo allontanava s dal corpo - come quando una madre manda via una mosca dal suo bambino, mentre giace in un dolce sonno - ma lo diresse dove si univano le fibbie d'oro del cinturone, e doppia si stendeva la corazza.
	Gli giunse cos di punta alla cintura ben serrata intorno alla vita, di fine lavorazione, e la travers: e andava a piantarsi nella corazza adorna di molti fregi e nella panciera che il guerriero portava a difesa del corpo e a riparo contro i dardi, e che lo proteggeva tanto. Anche attraverso questa pass.
	La freccia scalf l'eroe, e subito sgorgava dalla ferita il sangue nero di grumi.
	Come quando una donna della Meonia o della Caria tinge con porpora l'avorio, per fregiare di borchie un portamorso da cavallo: sta esso nella stanza del tesoro e molti cavalieri sognano di portarselo via, ma  riservato al re quale oggetto prezioso, per ornamento del destriero e l'orgoglio di chi lo guida: cos, o Menelao, ti si macchiarono di sangue le cosce e i polpacci robusti e le belle caviglie gi in basso.
	Ebbe un brivido allora Agamennone signore di guerrieri, quando vide il nero sangue sgorgar dalla ferita. E rabbrivid anche lui, Menelao caro ad Ares: ma nello scorgere gli uncini della freccia, e il tendine che ne legava la punta all'asticciola, star fuori dalla carne, riprese a respirare rassicurato.
	E tra loro si lamentava forte il sovrano Agamennone e diceva tenendo per mano Menelao - e con lui sospiravano e gemevano i compagni d'armi: "Fratello caro, la morte dunque erano per te i patti che io stringevo! Ti ho esposto a combattere da solo per gli Achei contro i Troiani, e cos loro ti hanno colpito e si sono messi sotto i piedi gli impegni solenni e sacri. Ma no, non pu essere vano il giuramento e il sangue degli agnelli, non possono ridursi a un bel niente le libagioni di vino puro e le strette di mano a cui prestavamo fede! E se anche Zeus Olimpio non compie immediatamente la sua vendetta, alla fine la compir: e allora i colpevoli la pagano cara, con la propria vita e con quella delle mogli e dei figli. Una cosa, credi, io so di certo: verr giorno che la sacra Ilio cadr, e cos Priamo e il popolo di Priamo dalla forte lancia. E Zeus Cronide che siede in alto e abita nel puro sereno del cielo, scuoter di sua mano la tenebrosa egida contro loro tutti, in collera per tale atto sleale. Questo si avverer, ne sono sicuro. Ma io avr da te, o Menelao, un grande dolore, se tu muori e finisci cos la tua parte di vita. Dovr far ritorno con mia vergogna ad Argo assetata. S, subito, gi lo sento, gli Achei penseranno alla terra dei loro padri. E ci toccher lasciare gi a Priamo e ai Troiani, per loro vanto, Elena argiva: e le tue ossa le far imputridire il terreno, a giacer qui nella pianura di Troia dopo il fallimento dell'impresa. E forse qualcuno dir, tra i Troiani insolenti, nel saltar sopra il tumulo del glorioso Menelao: "Possa riuscire sempre cos, in ogni spedizione, a sfogare, Agamennone, la sua collera come ora! Per niente ha condotto qua l'esercito degli Achei, ed ecco, vedete, se n' andato a casa, nella sua patria, con le navi vuote, e dietro si  lasciato il prode Menelao". Cos un giorno dir qualcuno: e allora vorrei mi si spalancasse la terra sotto i piedi!"
	Ma lo rassicurava il biondo Menelao e diceva: "Sta' di buon animo, e non allarmare pi l'esercito degli Achei! Non in un punto vitale mi s' piantata la freccia, ma mi salv la cintura e, sotto la corazza, il guarnello di cuoio e la fascia. Me l'han lavorata bene gli artigiani del bronzo."
	E a lui rispondeva il sovrano Agamennone: "Magari fosse davvero cos, caro Menelao! La ferita ora te la taster il guaritore, e ci metter sopra dei medicamenti che ti facciano passare le fitte."
	Disse e si rivolgeva a Taltibio, l'araldo divino: "Taltibio, chiamami qui al pi presto Macaone, il figlio, s, di Asclepio l'irreprensibile guaritore. Voglio che veda Menelao bellicoso, capo degli Achei. L'ha ferito uno con la freccia, bravo a tirar d'arco: uno dei Troiani o dei Lici. Ed  gloria per lui, ma per noi un gran dolore."
	Cos diceva: e l'araldo ascoltava e ubbid prontamente. E si mosse per andare fra l'esercito degli Achei vestiti di bronzo: cercava con gli occhi l'eroe Macaone.
	Lo scorse l ritto in piedi: intorno a lui stavano le gagliarde schiere dei combattenti armati di scudo, che erano venuti al suo seguito da Tricca nutrice di cavalli.
	Gli si fermava vicino e gli rivolgeva parole: "Su, figlio di Asclepio, ti chiama il re Agamennone: vuole che veda il prode Menelao, capo degli Achei. L'ha ferito uno con la freccia, bravo a tirar d'arco: uno dei Troiani o dei Lici. Ed  una gloria per lui, ma per noi un gran dolore."
	Cos parlava: e a lui mise il cuore in agitazione.
	Si avviarono tra la turba per il vasto campo degli Achei e giungevano sul posto, dove si trovava ferito il biondo Menelao e intorno a lui erano riuniti tutti i capi in cerchio. Si cacciava in mezzo a loro, l'eroe pari a un dio, e in fretta prendeva ad estrargli la freccia dal cinturone ben serrato intorno alla vita: e nel tirargliela fuori, all'indietro, si ruppero gli uncini appuntiti. Gli sleg poi la cintura tutta smagliante e, sotto la corazza, il guarnello di cuoio e la panciera, che gli avevano lavorato bene gli artigiani del bronzo. E dopo che ebbe visto la ferita, dove s'era conficcato l'aguzzo dardo, gli succhiava il sangue e sopra gli spargeva, da intenditore, medicamenti calmanti: glieli aveva dati Chirone, voleva bene a suo padre.
	Mentre essi si affaccendavano intorno a Menelao, le schiere dei Troiani cominciarono a venire avanti con gli scudi: e loro, gli Achei, indossarono di nuovo l'armatura e pensarono alla lotta.
	Allora non avresti visto il divino Agamennone sonnecchiare o nascondersi dalla paura o esitare a combattere, ma si affrettava deciso alla battaglia che d gloria agli eroi. Lasci l i cavalli e il carro adorno di fregi in bronzo. E i cavalli sbuffanti li tratteneva in disparte lo scudiero Eurimedonte, figlio di Tolemeo il Pireide: a lui Agamennone raccomandava vivamente di tenerli pronti, per quando la stanchezza l'avesse afferrato alle gambe, a correre di qua e di l nel dar ordini a tanti guerrieri.
	Lui a piedi passava in rassegna le schiere dei combattenti: e quelli che vedeva, tra i Danai, pieni di ardore, li confortava da vicino con le sue parole: "Argivi, non desistete mai dall'aspra lotta! Non sar, ve l'assicuro, Zeus padre il protettore di spergiuri. Son stati loro l i primi a violare i patti: e cos gli avvoltoi gli mangeranno la tenera carne, e noi ci porteremo via sulle navi le loro spose e i figli ancora bambini, quando prendiamo la citt."
	Ma se scorgeva alcuni svogliati nella odiosa guerra, li rimbrottava aspramente con parole di collera: "Argivi, buoni solo a gridare, vigliacchi, non avete dunque vergogna? Cosa state qua fermi cos, imbambolati come cerbiatte? Le avete viste anche voi: quando si sono stancate di correre a lungo per la pianura, restano l senza pi forza e coraggio. Cos siete voi: ve ne state qui imbambolati e non combattete. Aspettate forse che i Troiani arrivino fin laggi, dove le navi stanno tirate in secco con le poppe sulla riva del mare? Vedrete allora se il Cronide vi difende e vi tiene sopra le mani!"
	Cos lui passava in rivista da sovrano i reparti dei combattenti. E giunse dai Cretesi - nel suo giro tra il folto dei guerrieri.
	L i soldati del valoroso Idomeneo si disponevano alla battaglia. E Idomeneo stava nelle prime file, pareva un cinghiale per vigore e coraggio: Merione gli incitava le ultime schiere.
	A vederli, fu tutto contento Agamennone signore di uomini, e subito si rivolgeva a Idomeneo con parole cordiali: "Idomeneo, pi di ogni altro ti tengo in considerazione tra i Danai, sia in guerra, sia in imprese di natura diversa: e anche a banchetto, quando i capi degli Argivi mescolano con acqua nei crateri il rosso vino riservato agli Anziani. E allora, lo sai, se gli altri Achei bevono la loro razione, a te la coppa sta sempre davanti ben colma, proprio come a me, e bevi quando ne hai voglia. Su, va' in battaglia ora, da prode come sempre!"
	E a lui rispondeva Idomeneo condottiero dei Cretesi: "Atride, ti sar, non dubitare, leale compagno d'armi, come m'impegnai da principio e ti promisi. Ma tu incita gli altri Achei! Cos combatteremo al pi presto. Vedi, i Troiani hanno rotto i patti. Avranno morte e lutti in avvenire, perch violarono per primi i giuramenti."
	Cos diceva: e l'Atride passava oltre, tutto lieto. E arriv dagli Aiaci - nel suo giro tra la folla dei guerrieri.
	Loro due erano pronti per il combattimento: li seguiva un nuvolo di fanti.
	Come quando da un'altura vede, il capraio, una nube venir avanti sulla distesa delle acque al fischiare di Zefiro: da lontano gli appare pi nera della pece nel suo cammino sopra il mare, e porta una violenta tempesta: rabbrividisce a guardarla e subito caccia le sue bestie dentro un antro: cos insieme agli Aiaci si movevano alla guerra e alle stragi le folte schiere dei giovani nutriti da Zeus. Scure erano, tutte irte di scudi e di lance.
	A vederli, si rallegr il re Agamennone e rivolgeva loro queste parole: "Aiaci, condottieri degli Argivi vestiti di bronzo, a voi due non do ordini:  fuor di luogo, penso, incitarvi. Da soli, vedo, sapete spronare i vostri a battersi da forti. Oh, Zeus padre, Atena e Apollo, se avessero tutti un tale coraggio! Allora crollerebbe in un momento la citt di Priamo sovrano, presa e saccheggiata per mano nostra." Cos diceva e li lasci l: passava da altri.
	Incontr allora Nestore, il parlatore dei Pili dalla voce armoniosa: era intento a schierare i suoi e a incitarli alla lotta - agli ordini del robusto Pelagonte, di Alastore e di Cromio, e ancora del principe Emone e di Biante pastore di popoli. In testa aveva disposto i guerrieri con i cavalli e i carri: in coda i fanti, in gran numero e tutti valorosi, a formar un baluardo in campo. I vili invece li aveva messi al centro: cos uno anche senza volere doveva battersi per forza.
	Agli uomini sui carri dava prima i suoi ordini: gli imponeva di trattenere i loro cavalli e di non cacciarsi nella calca. Diceva: "Nessuno conti sulla propria bravura di auriga e sul proprio coraggio, per lanciarsi da solo davanti agli altri a battagliare coi Troiani, e neanche batta in ritirata. Sareste allora, vi avverto, meno forti. Ma se uno, dal suo carro, raggiunge il carro dell'avversario, si protenda tutto con la lancia.  molto meglio, ve l'assicuro, fare cos. Anche i nostri padri distruggevano in questo modo citt e mura, con la prudenza e il coraggio che vi consiglio."
	Cos il vecchio li animava, esperto com'era di guerre d'altri tempi. E a vederlo, esultava di gioia il re Agamennone e gli rivolgeva parole: "Vecchio, oh se ti ubbidissero docili le ginocchia come hai spirito e vitalit, e le tue forze fossero ben salde! Ma ti pesa ora la vecchiaia inesorabile. Ah, magari l'avesse qualcun altro la tua et e tu invece fossi tra i giovani!"
	E a lui rispondeva allora Nestore il Gerenio, guidatore di carri: "Atride, vorrei anch'io davvero, te lo confesso, essere come ai giorni che ammazzai il grande Ereutalione. Ma gli dei non amano dare agli uomini ogni cosa insieme: se allora io ero giovane, ora invece mi  compagna la vecchiaia. Ma anche cos star in mezzo ai guerrieri sui carri e li guider con il mio consiglio e le mie parole:  questa la prerogativa, sai, degli anziani. I colpi di lancia li vibreranno i giovani, che sono pi vigorosi di me e sicuri della loro forza."
	Cos diceva: e l'Atride passava altre, tutto contento.
	Trov Menesteo sferzatore di cavalli, figlio di Peteo, ritto l in piedi: intorno erano gli Ateniesi, valenti nel levare l'urlo di battaglia. E vicino stava l'accorto Odisseo: i reparti dei Cefalleni non facili a crollare eran l accanto, fermi. Non avevano ancora sentito, quelle truppe, il grido di guerra: da poco si movevano, andandosi incontro, le schiere dei Troiani domatori di cavalli e degli Achei. E loro stavano l in attesa che qualche altra colonna si slanciasse all'assalto dei Troiani e desse inizio alla lotta.
	Al vederli cos, prese a sgridarli Agamennone signore di guerrieri, e indirizzava loro tali parole: "O figlio del re Peteo discendente di Zeus, e tu, maestro di malizia e d'inganni che pensi solo al tuo interesse, perch nicchiate qui in disparte ed aspettate gli altri? Quando voi due dovreste essere l in prima fila a piedi saldi, e gettarvi nell'accesa battaglia! Siete sempre i primi per ad aver notizia di un mio banchetto, ogni volta che noi Achei prepariamo un pranzo per gli Anziani. E allora vi piace mangiare carni arrostite e bere coppe di vino dolce come il miele, fin che n'avete voglia. E ora invece vedreste volentieri anche dieci colonne di Achei combattere davanti a voi con le spietate armi di bronzo."
	Lo guardava torvo il saggio Odisseo e disse: "Atride, quale parola ti sei lasciata scappare di bocca? Come puoi dire che siamo fiacchi in campo quando ingaggiamo, noi Achei, lotta violenta coi Troiani? Lo vedrai, se hai voglia e se questo t'interessa, il padre di Telemaco in prima fila azzuffarsi coi campioni dei Troiani domatori di cavalli! Ma tu parli qui a vanvera."
	Si metteva a sorridere Agamennone sovrano. E rispose, a vederlo in collera, ritirando le sue parole: "Figlio di Laerte, discendente di Zeus, Odisseo versatile e scaltro, non ti voglio pi rimproverare fuori di luogo e non ti do ordini. So bene che nutri .nei miei riguardi sentimenti benevoli: tu la pensi come me. Ma via, c'intenderemo pi tardi, se una qualche parola non buona  stata detta ora. E gli dei le disperdano tutte al vento!"
	Cos parlava e li lasci l: andava da altri guerrieri.
	Trov il figlio di Tideo, il magnanimo Diomede, in piedi l sul suo solido carro coi cavalli davanti: e accanto gli stava Stenelo, il figlio di Capaneo.
	Anche lui sgrid duramente il re Agamennone a vederlo fermo, e gli rivolgeva parole: "Ahim, figlio del battagliero Tideo domatore di cavalli, perch sei tutto trepidante di paura? cosa stai qua a misurare con gli occhi gli spazi vuoti tra i reparti? Non amava Tideo, te lo ricordo, lasciarsi atterrire cos, ma battagliava coi nemici un buon tratto innanzi ai suoi compagni, come dicevano quelli che lo videro in guerra. Io, lo sai, non mi ci son trovato insieme, n l'ho veduto: ma contano che fosse molto superiore a tutti gli altri. Per dirne una, entr un giorno a Micene non da nemico, ma quale ospite, insieme a Polinice pari a un dio: andava raccogliendo uomini. Volevano essi, allora, fare una spedizione contro le forti mura di Tebe, e pregavano con calore che gli si dessero dei prodi alleati. Loro, i Micenei, erano disposti a fornirglieli e acconsentivano all'invito: ma li distolse Zeus facendo comparire segni sfavorevoli, non approvava. Orbene, quelli si mettevano in marcia e gi erano avanti nel cammino quando giunsero all'Asopo folto di giunchi, tra un letto di erbe: qui gli Achei mandarono una volta ancora come messaggero Tideo. E lui andava e trov una moltitudine di Tebani a banchetto in casa del gagliardo Eteocle. E l non tremava Tideo, bench fosse straniero e si trovasse da solo in mezzo a tanti Cadmei. Anzi li sfidava a lottare in varie gare, e li vinceva con facilit uno dopo l'altro: tale protettrice era Atena per lui! Ma loro montarono su tutte le furie, i Cadmei sferzatori di cavalli, e cos al suo ritorno andarono ad appostargli, in un'imboscata, una compatta schiera di cinquanta giovani. Due erano i capi, Meone l'Emonide simile agli dei immortali, e il figlio di Autofono, Polifonte intrepido in battaglia. Tideo gli diede una morte indegna. Tutti li ammazz, uno solo lo spediva a casa. E fu Meone che lasci andare, ubbidendo a prodigi divini. Ecco chi era Tideo etolo! Ma ebbe un figlio qui che  da meno di lui in battaglia e pi valente in assemblea."
	Cos diceva: a lui nulla rispose il forte Diomede. Si vergognava del rimprovero dell'augusto sovrano.
	Gli rispondeva il figlio del famoso Capaneo: "Atride, non contare fandonie, lo sai bene anche tu! Noi siamo -ed  il nostro vanto - molto pi valorosi dei nostri padri. Siamo stati noi ad espugnare Tebe dalle sette porte, menando l un esercito ben piccolo sotto le mura fortificate: credevamo nei prodigi degli dei e nell'aiuto di Zeus. Ma quelli perirono per le loro colpe e follie. E allora, scusa, non mettere i nostri padri alla pari di noi!"
	Ma a lui, guardandolo torvo, rispose il gagliardo Diomede: "Amico, zitto tu e sta' al tuo posto! Ubbidisci alla mia parola. Non posso, vedi, prendermela con Agamennone:  pastore di popoli e va spronando alla battaglia gli Achei. A lui qui, sappilo, andr la gloria, se gli Achei fanno strage dei Troiani e prendono la sacra Ilio: e a lui anche toccher un grande dolore, nel caso di una disfatta. Via, pensiamo pure noi due all'aspra lotta!"
	Disse, e salt gi dal carro a terra in anni. Risonava terribilmente il bronzo sul petto del sovrano, a quel balzo: uno anche ardito l'avrebbe preso la paura alle gambe.
	Come quando su una costiera risuonante l'onda del mare viene avanti - prima l'una e poi l'altra - sotto l'incalzar violento di Zefiro: da principio va gonfiandosi al largo e poi via via si rompe a terra strepitando forte, e intorno agli scogli raddrizza a forma di volta la cresta e diffonde in sprazzi la schiuma: cos allora, in successione, si movevano le schiere dei Danai senza posa verso la battaglia.
	Ognuno dei condottieri dava ordini ai suoi uomini: procedevano zitte le truppe, nessuno avrebbe detto che un esercito tanto numeroso avanzasse trattenendo la voce, in silenzio, nel rispetto dei capi. All'ingiro, a tutti luccicavano le armature ricche di fregi: ed essi, vestiti cos, marciavano in file serrate.
	I Troiani invece erano come le pecore di un signore dai molti possedimenti, che se ne stanno l nel cortile in gran numero a lasciarsi mungere il bianco latte, e belano ininterrottamente a udire la voce degli agnelli: cos il grido di guerra dei Troiani si levava per l'ampio esercito. Ch non tutti avevano lo stesso accento n una sola parlata, ma c'era una grande confusione di lingue: erano guerrieri chiamati da varie parti.
	Gli uni, i Troiani, li aveva fatti levare il dio Ares: gli altri, gli Achei, Atena dagli occhi lucenti. E c'era Deimos e Fobos, c'era Eris smaniosa senza fine, sorella e compagna di Ares sterminatore d'eroi. Piccola lei si leva da principio, ma poi via via viene poggiando il capo al cielo e cammina sopra la terra. E anche allora gett in mezzo ad essi la zuffa implacabile, andando tra quella moltitudine ed accrescendo cos il pianto degli uomini.
	E come giunsero con la loro marcia in un unico luogo fronte a fronte, subito si scontrarono con gli scudi di cuoio e con le lance in un impeto di furore - quei guerrieri dalla corazza di bronzo. E gli scudi ombelicati cozzarono l'un contro l'altro: un enorme frastuono era nell'aria. E allora insieme si levavano urli di lamento e grida di trionfo tra i combattenti: c'era chi uccideva e chi veniva ucciso, scorreva di sangue la terra.
	E come quando due fiumi torrentizi scendono gi dalle montagne, e al confluir delle valli riuniscono l'acqua violenta delle grandi sorgenti dentro un precipizio profondo: ne ode di lontano il fracasso il pastore sui monti: cos al mescolarsi degli eserciti era il clamore della lotta.
	Per primo Antiloco abbatt un guerriero troiano, un valoroso tra i campioni davanti alle file, Echepolo figlio di Talisio. Per primo lo colp al cimiero dell'elmo dalla folta criniera di cavallo, e gli piant la lancia in fronte. Trapassava l'osso, fin dentro, la punta di bronzo. E il buio della morte l'avvolse agli occhi.
	Stramazz a terra come torre che crolla, nella selvaggia mischia.
	Il caduto l lo gherm per i piedi Elefenore sovrano, figlio di Calcodonte, condottiero dei coraggiosi Abanti. Lo trascinava via fuori dai tiri, impaziente com'era di spogliarlo al pi presto delle armi: ma il suo tentativo dur poco.
	Lo scorgeva, il magnanimo Agenore, tirare il cadavere: nel curvarsi gli era rimasto scoperto dalla parte dello scudo, a sinistra, il fianco, e qui lo fer con la lancia dalla punta di bronzo e gli sciolse le membra. Cos la vita l'abbandon: e su di lui si accese furiosa la lotta dei Troiani e degli Achei. Si lanciavano essi come lupi, gli uni addosso agli altri: e ogni uomo atterrava il suo uomo.
	Allora Aiace Telamonio colp il figlio di Antemione, Simoesio - un giovinetto fiorente. Un giorno la madre venendo gi dall'Ida l'aveva dato alla luce lungo le rive del Simoenta : era andato dietro ai suoi genitori a guardar le greggi. Per questo lo chiamavano Simoesio. Ma lui non pot ricompensare i suoi per le cure ricevute nell'infanzia: di breve durata era la sua vita, abbattuto come fu dalla lancia del valoroso Aiace.
	Veniva avanti agli altri in prima fila. E l'eroe acheo lo colp al petto, vicino alla mammella destra: da parte a parte attraverso la spalla and la lancia di bronzo.
	Cadde a terra, Simoesio, nella polvere. Era come il pioppo che  cresciuto in un prato umido di un esteso acquitrino - liscio di tronco, ma con i rami in cima rigogliosi. E un costruttore di carri con il lucido ferro lo taglia, con l'idea di curvarlo e farne un cerchio di ruota per un cocchio bellissimo: ed esso giace l a seccare lungo le rive del fiume. Cos era l'Antemide Simoesio, ammazzato da Aiace discendente di Zeus.
	Ma contro Aiace tirava l'acuta lancia attraverso la calca Antifo, figliolo di Priamo, dalla corazza smagliante. Fall il colpo e invece feriva un valente compagno di Odisseo, Leuco, all'inguine, mentre trascinava il cadavere di Simoesio dalla sua parte. Cadde cos Leuco su di lui, e il morto gli sfugg di mano.
	Si adir fieramente Odisseo a vederlo ucciso e avanzava tra le prime file, armato di bronzo scintillante. Andava a piantarsi l vicino a lui e scagli dopo un'occhiata in giro la lancia lucente. Si ritrassero indietro i Troiani al tiro dell'eroe.
	Lui non scagli l'arma a vuoto, ma raggiunse Democoonte, figlio bastardo di Priamo, che era venuto in suo soccorso da Abido lasciando l le veloci cavalle. A una tempia con la lancia lo colp Odisseo, in collera per la morte del compagno: la punta di bronzo pass attraverso l'altra tempia, e il buio l'avvolse agli occhi. Crollava a terra con grande strepito, risonarono le armi su di lui.
	Si ritrassero indietro i combattenti della prima fila, e con loro lo splendido Ettore. Gli Argivi allora levarono un alto grido e tiravano i cadaveri dalla loro parte: poi si spinsero innanzi d'un balzo all'attacco.
	S'indign Apollo guardando in gi da Pergamo e incitava i Troiani con un urlo: "Avanti, o Troiani domatori di cavalli! Non ritiratevi dalla lotta dinanzi agli Argivi. Non sono fatti, loro, di pietra o di ferro, da resistere ai colpi di bronzo e ai tagli. E poi non c' pi a combattere Achille, il figlio di Tetide dalle belle chiome, ma se ne resta tra le navi a covare collera e cruccio."
	Cos parlava dalla citt il tremendo dio. Ma gli Achei prese a spronarli la figlia di Zeus, la Tritogenia gloriosa, andando tra quella moltitudine di guerrieri dove li vedeva cedere.
	E allora il figlio di Amarinceo, Diore, lo prese nel suo laccio destino di morte. Alla gamba destra fu percosso da un macigno tutto a punte, vicino alla caviglia: e a colpirlo era il condottiero dei Traci, Piroo figlio di Imbrasio, venuto da Eno. Tutt'e due i tendini e le ossa gli sfracell la pietra smisurata: e lui, Diore, cadde gi riverso nella polvere tendendo le braccia ai suoi compagni, e gi spirava. L'altro, Piroo, dopo quel primo colpo gli corse sopra, e lo feriva con la lancia all'ombelico: fuori si rovesciarono a terra tutte le budella, il buio l'avvolse agli occhi.
	Ma in quel balzo in avanti raggiungeva Piroo con l'asta Toante etolo, proprio al petto al di sopra della mammella: e si conficc il bronzo dentro il polmone. E gli fu sopra Toante: strapp via dal petto la sua forte lancia, estrasse dal fodero la spada aguzza, lo colp in pieno alla pancia e gli tolse la vita. Ma non lo spogli dell'armatura: gli si misero dattorno i suoi compagni d'armi, i Traci dai capelli raccolti a ciuffo in cima alla testa, con le lunghe aste puntate. E lo respinsero via, Toante, se pur era grande di corporatura, gagliardo e fiero: dovette ritirarsi per forza.
	Cos quei due rimasero distesi nella polvere, vicini l'uno all'altro - Piroo condottiero dei Traci, e Diore capo degli Epei vestiti di bronzo. E intorno a loro si massacravano tanti altri.
	Allora non poteva aver pi nulla da ridire, sulla lotta, chi fosse capitato l e avesse girato per il campo, senza venir raggiunto o ferito da punte di bronzo: doveva certo guidarlo per mano Pallade Atena e tenerlo al riparo dalla furia dei tiri. Tanti erano i Troiani e gli Achei, in quella giornata, che restavano distesi bocconi nella polvere gli uni accanto agli altri!

/:/LIBRO V



	E allora Pallade Atena diede energia e coraggio al Tidide Diomede: voleva che si distinguesse fra tutti gli Argivi e acquistasse una grande fama.
	Gli accendeva sull'elmo e sullo scudo un balenio incessante: pareva di vedere l'astro della tarda estate, quando pi luccica in tutto il suo splendore, dopo i lavacri nelle acque dell'Oceano.
	Tale era il fuoco che gli faceva divampare, la dea, dal capo e dalle spalle. E lo cacciava in mezzo alla mischia, dove pi serrati si battevano i combattenti.
	C'era tra i Troiani un certo Darete sacerdote di Efesto, ricco e irreprensibile: aveva due figli, Fegeo e Ideo, bravi in ogni sorta di combattimento. Questi si staccavano dalle schiere e mossero contro Diomede. Loro erano sul carro: lui, a terra, avanzava a piedi.
	E quando gi si trovarono vicini a scontrarsi, Fegeo per primo scagliava la lancia dalla lunga ombra: pass sopra la spalla sinistra del Tidide, e non lo colp.
	Subito dopo si avvent lui con l'arma di bronzo, e non a vuoto gli usc la lancia di mano, ma feriva l'avversario al petto tra le mammelle lo butt gi dal carro.
	Ideo allora salt a terra, abbandonando l il cocchio bellissimo, e non ebbe la forza di piantarsi a difesa del fratello ucciso. E neppure lui si sarebbe sottratto al nero destino di morte, se Efesto non lo soccorreva.
	Lo salv avvolgendolo in una oscura notte: non voleva che il vecchio padre rimanesse desolato e affranto. I cavalli li men via il magnanimo figlio di Tideo e li diede ai suoi compagni da condurre gi alle concave navi.
	Quando i Troiani coraggiosi videro i figli di Darete - l'uno, s, scampato in fuga, e l'altro ucciso presso il carro - si smarrirono tutti. E intanto Atena dagli occhi lucenti prendeva per mano l'impetuoso Ares e cos gli parlava: "Ares, Ares flagello dei mortali, sempre lordo di sangue, assaltatore di mura! Via, non potremmo lasciar combattere Troiani e Achei da soli, e vedere cos a quale dei due popoli Zeus padre concede la vittoria? Noi ci tireremo da parte ed eviteremo la collera di Zeus."
	Cos diceva e trasse fuori dalla battaglia l'impetuoso Ares: lo faceva sedere presso lo Scamandro dalle alte rive. E allora i Danai misero in rotta i Troiani: ciascuno dei capi uccideva il suo avversario.
	Per primo, Agamennone signore di guerrieri fece precipitare gi dal carro il comandante degli Alizoni, il robusto Odio. Era stato il primo a voltarsi per fuggire: e Agamennone gli piant la lancia nella schiena, in mezzo alle spalle, e gliela cacci dentro nel petto. Crollava a terra con grande strepito: risonarono le armi su di lui.
	Idomeneo abbatt Festo, figlio del meonio Boro: era venuto da Tarne dalle larghe zolle. E Idomeneo con la lunga lancia lo trafisse alla spalla destra, proprio nel momento che metteva piede sul cocchio. Cadeva gi dal suo carro e l'odiosa tenebra lo prese.
	I compagni di Idomeneo lo spogliavano dell'armatura.
	E il figlio di Strofio, Scamandrio valente nella caccia, lo uccise l'Atride Menelao con la lancia di frassino.
	Era un buon cacciatore: gli aveva insegnato Artemide stessa a colpire ogni sorta di fiere che la selva nutre sui monti. Ma allora non gli fu di aiuto Artemide saettatrice, n la sua arte di tirar a distanza con l'arco, in cui era tanto bravo. Mentre gli fuggiva davanti, l'Atride Menelao lo colp alla schiena con la lancia, proprio in mezzo alle spalle, e gliela spinse dentro nel petto. Stramazz gi bocconi e risonarono le armi sopra di lui.
	Merione abbatt Fereclo, il figlio di Tettone l'Armonide.
	Sapeva fare con le sue mani ogni genere di lavoro d'arte: Pallade Atena lo amava molto. Fu lui che fabbric ad Alessandro le navi ben equilibrate, che dovevano essere il principio di tanti mali: furono una sciagura per tutti i Troiani e anche per lui, all'oscuro com'era delle profezie ispirate dagli dei.
	Gli corse dietro, Merione, e quando gi lo raggiungeva, lo colp alla natica destra: la punta and gi dritta nella vescica passando sotto l'osso. Cadde l sulle ginocchia con un urlo di lamento, la morte lo avvolse.
	E Pedeo, figlio di Antenore, lo uccise Megete.
	Egli era s un bastardo, ma con ogni cura lo allevava la divina Tean, alla pari dei suoi figlioli, per far piacere al marito. E il Filide Megete gli si faceva sotto e lo colp alla testa, nella nuca, con la lancia aguzza: diritta tra i denti gli arriv la punta e gli tagliava di netto la lingua. Cadde gi nella polvere e stringeva con un morso il freddo bronzo. Euripilo l'Evemonide tolse di mezzo il nobile Issenore, figlio del magnanimo Dolopione.
	Era stato eletto sacerdote del fiume Scamandro, veniva onorato dal popolo come un dio. Ed Euripilo, lo splendido figlio di Evemone, gli dava la caccia in una lunga corsa, e d'un balzo gli cal con la spada un fendente sulla spalla e gli stacc il braccio pesante. E il braccio cadde l insanguinato a terra. L'oscura morte e il destino violento afferrarono l'uomo agli occhi.
	Cos loro l si accanivano nella lotta gagliarda.
	Ma il Tidide non avresti saputo dire in mezzo a chi fosse, se si trovasse tra i Troiani o tra gli Achei. Imperversava per la pianura. Pareva un fiume in piena, gonfio di acque piovane, che sperde via con la rapinosa corrente gli argini: n rialzi di terra costruiti a protezione lo trattengono, n lo fermano i ripari dei vigneti fiorenti, nel suo giungere improvviso, i giorni che s'abbatte pesante la pioggia di Zeus. Sotto di lui rovinano tanti lavori ben fatti, nei campi, di giovani robusti.
	Cos venivano travolte dal Tidide le schiere serrate dei Troiani. Non gli tenevano testa, se pur erano in tanti.
	Lo scorse Pandaro, il nobile figlio di Licaone, infuriare cos nel piano e mettere in rotta davanti a s le falangi: subito allora tendeva il curvo arco contro il Tidide, e lo colse nel bel mezzo dei suoi assalti. Lo colpiva alla spalla destra, sulla piastra della corazza. L'aguzza freccia l'attraversava di volo, spunt dall'altra parte. S'imbrattava di sangue la corazza.
	Mand un alto grido lo splendido figlio di Licaone: "Avanti, coraggiosi Troiani, sferzatori di cavalli! Guardate:  ferito il pi prode degli Achei! E non resister, vi dico, a lungo, al mio forte dardo. S, com' vero che mi spinse a venir qua, dalla Licia, il sovrano figlio di Zeus."
	Cos diceva con aria di trionfo. Ma la rapida freccia non aveva ucciso Diomede.
	Si ritirava l'eroe e si ferm davanti ai suoi cavalli e al carro. Diceva a Stenelo, figlio di Capaneo: "Svelto, caro Capanide, vieni gi dal cocchio! Tirami fuori dalla spalla la freccia!"
	Cos parlava. E Stenelo salt gi dal carro a terra: gli si metteva vicino ed estrasse il dardo in tutta la sua lunghezza dalla spalla. Il sangue sgorgava attraverso la tunica a fitte maglie ritorte.
	E allora cos pregava Diomede, valente nel grido di guerra: "Ascoltami, figlia di Zeus egioco, Atritone! Se mai altra volta assistesti benevola mio padre tra le stragi della battaglia, proteggi anche me oggi, o Atena. Concedimi di ammazzare quel guerriero, fammelo venire a tiro di lancia. Mi ha colpito per primo e se ne vanta.  convinto che non mi toccher vedere a lungo ancora la splendente luce del sole."
	Cos diceva pregando: e lo ascolt Pallade Atena.
	Gli rese agili le membra, i piedi e le braccia. Gli veniva vicino e gli rivolgeva parole: "Ora, Diomede, battaglia con coraggio contro i Troiani! Ti ho messo addosso, sai, l'energia del padre, la forza imperterrita che soleva avere, agitando lo scudo, Tideo, il guidatore di carri. Ti ho tolto anche dagli occhi la nebbia che prima avevi: voglio che tu possa riconoscere bene un nume e un eroe. Cos ora, se qualche dio viene qui a provocarti, tu, ricordatelo, non combattere fronte a fronte con gli immortali. Gli altri, intendo dire! Ma qualora venisse in campo la figlia di Zeus, Afrodite, quella tu feriscila di punta con l'asta!"
	Cos diceva e si allontan la dea dagli occhi lucenti, Atena. E il Tidide avanzava di nuovo e si gett tra le prime file: e se prima era deciso a battersi coi Troiani, allora l'invase un ardore battagliero tre volte tanto. Pareva un leone che un pastore in campagna, a guardia delle pecore lanose, ferisce di striscio nell'attimo che salta il recinto, e non lo stende a terra. Ne istiga solo la forza e poi non corre in aiuto delle bestie, ma si caccia dentro la sua capanna. E quelle restano l abbandonate, nel terrore: ed eccole, in un mucchio, le une sulle altre giacere al suolo riverse. Prontamente d'un balzo la belva  fuori dal profondo cortile.
	Risoluto cos si avvent tra i Troiani il gagliardo Diomede.
	Allora uccise Astinoo e Ipirone pastore di popoli: uno, lo feriva di punta con la lancia al di sopra della mammella, all'altro tir un fendente con la grossa spada alla clavicola, vicino alla spalla. Gliela staccava dal collo e dalla schiena.
	Li lasci l. Inseguiva Abante e Polivido, figli di Euridamante, l'anziano indovino interprete di sogni. Ma a loro no, il vecchio, quando partivano, non sapeva chiarirli - e il forte Diomede li spogli delle armi!
	Poi corse dietro e Santo e a Toone, i figlioli di Fenope, tutt'e due nel fiore degli anni. Lui, il padre, era consunto da triste vecchiaia: non aveva avuto un altro figlio, da lasciare sopra i suoi possedimenti. E allora Diomede li uccideva: gli tolse, a entrambi, la cara vita, e al padre lasciava lamenti e dolorose pene, poich non doveva accoglierli vivi di ritorno dalla battaglia e parenti lontani avevano da spartirsi, tra di loro i beni.
	E poi prese due figli di Priamo discendente di Dardano, Echemmone e Cromio: stavano su un solo carro.
	Come un leone balza in mezzo a una mandra e spezza la cervice a una giovenca o a un bue al pascolo per la macchia: cos il figlio di Tideo li cacci gi tutt'e due dal cocchio miseramente, a viva forza, e poi gli toglieva l'armatura. I loro cavalli li dava ai suoi compagni da menar alle navi.
	Lo vide, Enea, distruggere cos le schiere dei Troiani, e si mosse per andare nel vivo della battaglia e tra il cozzo delle lance, in cerca di Pandaro simile a un dio, se lo trovava da qualche parte.
	Ed ecco, lo trov, il figlio di Licaone, irreprensibile e gagliardo. Si fermava davanti a lui e gli rivolgeva la parola: "Pandaro, che te ne fai del tuo arco e degli alati dardi? e il tuo gran nome dov'? Nessun guerriero qua ti si mette alla pari, e neanche in Licia c' uno pi bravo di te. Via allora, alza le mani a Zeus e tira una freccia contro quell'eroe l! Non so chi sia, ma domina da padrone in campo, e ha gi fatto tanto del male ai Troiani: ha rotto, sai, le ginocchia a molti valorosi. A meno che non sia un dio in collera coi Troiani, che se la prende per la dimenticanza di qualche sacrificio. Ben dura  l'ira della divinit."
	E a lui rispose lo splendido figlio di Licaone: "Enea, saggio consigliere dei Troiani vestiti di bronzo, quell'uomo, per me, assomiglia, in tutto al bellicoso Tidide. S, lo riconosco dallo scudo e dall'elmo alto con pennacchio e visiera, e anche dal carro che vedo l. Ma non sono proprio sicuro, forse  un dio. Per se  un uomo, allora  lui, il battagliero figlio di Tideo. E infuria cos non senza l'aiuto di un nume, ma gli sta accanto qualcuno degli immortali, avvolto da una nube.  stato lui a deviare il mio rapido dardo, gi a segno. Gli ho gi tirato, sai, una freccia, e l'ho ferito alla spalla destra, attraverso la corazza, da parte a parte. Ed io pensavo di spedirlo gi ad Adoneo. E invece non l'ho abbattuto. C' da pensare che sia proprio, come hai detto tu, un dio in collera. Ed ecco, sono qui senza cavalli, senza carro su cui montare. E dire che nel palazzo di Licaone ho undici cocchi bellissimi, ancor freschi di costruzione, fabbricati da poco: e sopra ci stanno distese le coperte. E vicino l, per ciascuno, c' una pariglia di cavalli, e brucano il bianco orzo e la spelta. Eppure, ricordo, il vecchio Licaone, da buon guerriero, mi faceva alla partenza mille raccomandazioni l in casa: mi consigliava di salir su un carro con i miei cavalli, e guidare cos i Troiani nelle violente lotte. Ma io non gli diedi retta. E sarebbe stato, penso, molto meglio! Volevo risparmiare i cavalli: avevo paura che mancassero di foraggio in caso di un assedio, abituati come sono a mangiare a saziet. Cos li lasciai laggi, e son venuto qui a Ilio a piedi, confidando solo nel mio arco. Ma non mi doveva servire, come vedi. Ho gi tirato, sai, contro due prodi guerrieri, contro il Tidide e il figlio di Atreo : gli ho fatto sgorgare, con il mio colpo, il sangue a tutt'e due, ne son ben sicuro, e non ho saputo che istigarli ancor pi alla battaglia. Proprio cos: solo per la mia disgrazia staccai dal chiodo il curvo arco, il giorno che condussi a questa incantevole citt d'Ilio i miei Troiani, per far piacere ad Ettore. Ma caso mai faccia ritorno e riveda ancora la mia terra e la sposa e la grande casa dall'alto tetto, subito allora voglio che uno mi tagli la testa, se quest'arco qui non lo butto sul fuoco acceso spaccandolo con le mie mani. Gi non mi serve a niente, lo vedi - e mi accompagna dappertutto!
	Gli rispondeva Enea condottiero dei Troiani: "Non parlare cos! Certo la cosa qua non cambia, se non andiamo contro quel guerriero con il carro e i cavalli, a misurarci in un corpo a corpo con le armi in pugno. Via, monta sul mio cocchio! Vedrai che destrieri ho: sono quelli di Troo, sanno per la pianura darsi all'inseguimento in su e in gi di gran carriera e battere in ritirata. Loro porteranno anche noi due in salvo, se ancora una volta Zeus concede la vittoria al Tidide Diomede. Su, prendi ora la frusta e le briglie! Discender io dal carro a combattere. Oppure affrontalo tu, costui, ed io penser ai cavalli."
	E a lui rispose lo splendido figlio di Licaone: "Enea, reggi tu le redini e i tuoi destrieri. Pi docilmente sotto l'auriga abituale porteranno il carro ricurvo, se dovremo fuggire ancora davanti al figlio di Tideo. Non vorrei che nello spavento s'impuntassero e si rifiutassero di trasportarci fuori dalla battaglia, non sentendo la tua voce: e che allora il figlio del magnanimo Tideo ci saltasse addosso a trucidarci, e conducesse via i cavalli. Via, guida tu il tuo carro! All'assalto di lui, qui, terr testa io con la lancia."
	Cos essi parlavano, e salirono sul cocchio dai vari fregi. Poi, contro il Tidide, guidavano risoluti i rapidi cavalli.
	Li scorse Stenelo, il nobile figlio di Capaneo, e subito rivolgeva al Tidide parole: "Tidide Diomede, amico caro, vedo due robusti guerrieri ben decisi a battersi con te. Hanno una forza smisurata. Uno tira bene con l'arco, ed  Pandaro: si vanta d'essere figlio di Licaone. L'altro  Enea, il figlio dell'irreprensibile Anchise - e se ne gloria. Sua madre  Afrodite. Senti, ritiriamoci sul carro! E non buttarti cos, ti prego, tra le prime file! Ho paura che tu perda la vita."
	E a lui, guardandolo torvo, rispose il gagliardo Diomede: "Non parlare di fuga!  inutile, credo, che tu insista. Non  nella mia indole, ricordati, schivare gli scontri e neppure nascondermi. Ho ancora salde le mie forze. E non ho voglia di montare sul cocchio, ma anche cos andr contro di loro: non mi permette di aver paura Pallade Atena. E questi qui, tutt'e due, non li riporteranno indietro di galoppo i cavalli, lontano da noi, ammesso pure che uno riesca a scappare. Ecco, un'altra cosa ti voglio dire e tu mettitela bene in mente: se Atena, la dea dai molti consigli, mi concede il vanto di ucciderli entrambi, tu ferma qui le nostre bestie, lega corte le redini alla fiancata del carro e pensa a lanciarti sopra i cavalli di Enea e a cacciarli ben lontano dai Troiani verso le file degli Achei! Sono della razza, sai, che Zeus diede a Troo in compenso del figlio Ganimede : la razza dei cavalli migliori che siano sotto l'aurora e il sole. Da quel sangue l deriv i suoi di nascosto Anchise, signore di uomini, mettendo sotto le sue cavalle all'insaputa di Laomedonte. Gli nacquero cos nella stalla sei puledri: quattro li teneva lui e li allevava con cura alla greppia. I due qui li diede a Enea, e provocano in campo il terrore e la fuga. Se noi li prendiamo, acquisteremo una grande gloria."
	Cos essi parlavano tra loro: e intanto i due l giunsero ben presto vicino, stimolando i rapidi cavalli.
	E a lui per primo parl lo splendido figlio di Licaone: "Coraggioso guerriero, figlio del nobile Tideo, non ti ha abbattuto,  vero, la mia freccia. Ma ora voglio provarmi con la lancia. E vediamo se  la volta buona."
	Disse, e traendo all'indietro l'asta dalla lunga ombra, la scagli: e colpiva il Tidide nello scudo. La punta di bronzo l'attravers di volo e raggiungeva la corazza.
	E allora mand un alto grido lo splendido figlio di Licaone: "Ferito sei, al fianco, da parte a parte! No, non resisterai a lungo ancora, penso. E a me hai dato una grande gloria."
	E a lui rispose, senza turbarsi, il gagliardo Diomede: "Hai fallito il colpo, non m'hai raggiunto. Ma voi due non lascerete il campo, credo, senza che uno almeno vada a terra, e sazi del suo sangue Ares, il forte dio delle battaglie." Cos diceva e tir. Atena dirigeva la lancia contro il naso, presso l'occhio: passava attraverso i bianchi denti. Il duro bronzo gli tagli la lingua alla radice, la punta salt fuori nella parte pi bassa del mento.
	Crollava gi dal carro e risonarono le armi sopra di lui - le sue belle armi scintillanti, tutte lustre. Si spaventarono i cavalli ed ebbero un brusco scarto. A lui si dissolse l il soffio vitale e la forza.
	Enea allora salt gi dal cocchio con lo scudo e la lunga lancia: temeva che gli Achei gli strappassero il cadavere del compagno. E si piantava l in difesa: era come un leone sicuro della sua forza.
	Protese innanzi l'asta e lo scudo rotondo, deciso a stendere morto chi gli venisse di fronte. Gridava terribilmente. Ed ecco, il Tidide afferr con la mano un macigno - era un masso enorme, non sarebbero buoni di portarlo due uomini, al giorno d'oggi: lui lo palleggiava senza sforzo da solo - e lo tirava addosso ad Enea. Lo colse nel fianco, l dove la coscia si lega all'anca, nel punto che chiamano il bacino. Glielo schiacci, e gli ruppe inoltre tutt'e due i tendini.
	L'aspro sasso strapp via la pelle. E lui, l'eroe, cadeva ginocchioni e si appoggiava a terra con la grossa mano. Un'oscura notte gli avvolse gli occhi all'intorno.
	E l sarebbe cos perito Enea signore di guerrieri, se prontamente non se ne accorgeva la figlia di Zeus, Afrodite: era sua madre, l'aveva generato da Anchise pastore di buoi.
	Intorno al suo caro figlio ella gett le bianche braccia, gli distese davanti un lembo dello splendente peplo, a riparo dai tiri: aveva paura che qualcuno dei Danai dai celeri puledri gli scagliasse al petto un'arma di bronzo e gli togliesse la vita.
	La dea trasportava fuori dalla battaglia, in salvo, il suo caro figlio. E intanto Stenelo non si scordava delle raccomandazioni che gli aveva fatto Diomede. Ferm le sue bestie in disparte, lontano dal trambusto della lotta, leg corte le redini alla fiancata del carro e si buttava sopra i cavalli di Enea dalle belle criniere. Dalle file troiane li cacci in mezzo agli Achei dai saldi schinieri e li diede da condurre alle concave navi a Deipilo, un caro compagno che stimava pi di tutti i suoi coetanei: andava molto d'accordo con lui.
	Poi saliva, l'eroe, sul suo cocchio, prese in mano le lucide briglie, e subito lanciava dietro al Tidide i cavalli dalla forte unghia, con ansiosa impazienza.
	In quel momento Diomede stava inseguendo Cipride con la spietata arma di bronzo: sapeva che era una dea senza forza, e non una di quelle che dominano da sovrane nelle battaglie degli eroi. Non era certo Atena e neppure Eni distruttrice di citt.
	E quando ormai attraverso la numerosa folla, sempre a ridosso, la raggiungeva, allora si protese tutto in avanti, il figlio del magnanimo Tideo, e d'un balzo, alle sue spalle, la fer di punta con la lancia vicino al polso, all'estremit della mano delicata. Subito l'asta penetr dentro la pelle, attraverso il peplo divino che le Grazie stesse le avevano lavorato, proprio alla base della palma. Sgorgava l'immortale sangue della dea, l'icore, che scorre appunto nelle vene delle divinit beate: esse non mangiano pane, non bevono il rosso vino, e per questo sono senza sangue e vengono chiamate immortali.
	Lei gridava a gran voce e lasci cader gi suo figlio. Ma lo salv, tra le sue braccia, Febo Apollo dentro una nuvola azzurra, per paura che qualcuno dei Danai gli tirasse la sua arma di bronzo nel petto e gli togliesse la vita.
	E a lei allora mand un lungo grido Diomede: "Indietro, figlia di Zeus! Via dalla battaglia e dalle stragi! Non ti basta, di', ingannare le deboli donne? Ma se hai in mente di venir ancora qui in campo, avrai orrore, te l'assicuro, della guerra, solo a sentirne parlare di lontano."
	Cos diceva. E lei si allontan fuor di s dal dolore, soffriva terribilmente. La sosteneva Iride dai piedi di vento e la menava fuori dalla calca, angosciata com'era dalle fitte. Le si illividiva la pelle fine.
	Trov subito dopo, a sinistra del campo di battaglia, l'impetuoso Ares: se ne stava seduto, a una parete di nebbia erano appoggiati la sua lancia e il rapido carro.
	Lei cadeva in ginocchio e con molte preghiere domandava a suo fratello i cavalli dai frontali d'oro: "Caro fratello, sii buono con me, dammi i tuoi destrieri! Voglio recarmi all'Olimpo, alla sede degli immortali. Oh, mi dolora tanto la ferita che m'inflisse un eroe destinato a morire: il Tidide, s! Oggi battaglierebbe l persino con Zeus padre."
	Cos diceva: e Ares le diede i cavalli dai frontali d'oro. Ella saliva sul cocchio, affranta: accanto le andava Iride e prendeva in mano le briglie. Sferz i destrieri alla corsa ed essi di buona voglia volavano.
	In un attimo giunsero alla sede degli dei, sull'alto Olimpo. Qui ferm i cavalli la celere Iride dai piedi di vento, li staccava dal carro e pose loro davanti la pastura divina. Intanto Afrodite si gettava sulle ginocchia di sua madre Dione: ed essa la prendeva tra le braccia, la propria figliola, l'accarezz con la mano, le si rivolse e disse: "Chi degli dei del cielo, figlia mia, ti ha trattata cos, senza una ragione, come se qualcosa di male avessi fatto sotto gli occhi di tutti?"
	E a lei rispondeva Afrodite amica del sorriso: " stato il figlio di Tideo a ferirmi, il prepotente Diomede. Io trasportavo fuori dalla battaglia Enea, mio figlio, che mi  il pi caro tra gli uomini tutti. Non c' pi, credimi, lotta violenta solamente tra Troiani e Achei, ma ormai i Danai fanno guerra agli immortali!"
	Le rispondeva allora Dione, la divina tra le dee: "Porta pazienza, figlia mia, e fatti forza, anche se ti costa! Siamo in tanti, sai, qui nell'Olimpo, ad aver patito per opera di uomini: ci siamo procurati a vicenda fieri dolori. Ecco, ebbe a pensare Ares quando Oto e il gagliardo Efialte, i figli di Aloeo, lo legarono con una salda catena. Per ben tredici mesi rimaneva avvinto dentro un orcio di bronzo, e l Ares, il dio mai stanco di guerra, sarebbe perito, se la matrigna dei due Aloidi, la bellissima Eribea, non avvisava Ermes. E questi sottrasse di l Ares ormai allo stremo delle sue forze, la dura prigionia lo sfiniva. Ed ebbe a soffrire Era, quando il robusto figlio di Anfitrione la colp alla mammella destra con una freccia a tre punte: allora uno strazio insopportabile l'afferr. E ancora ebbe la sua tribolazione tra gli altri il gigantesco Ades per via di un dardo, quando lo stesso eroe, il figlio di Zeus egioco, lo feriva a Pilo in mezzo ai cadaveri, e lo lasci in preda agli spasimi. E lui si recava alla casa di Zeus, qui sull'alto Olimpo, abbattuto, trapassato da fitte acute. La freccia gli stava infissa nella spalla massiccia e lo torturava. Sopra la ferita Peone gli spargeva medicamenti calmanti e lo guar: non era nato, a dir il vero, mortale! Ah, lo sciagurato! il brutale! Non aveva paura di commettere scelleraggini, quell'uomo, e tormentava con arco e frecce gli dei che abitano l'Olimpo. Ma costui, credi, lo spinse contro di te la dea dagli occhi lucenti, Atena. Povero sciocco! E non sa, il figlio di Tideo, che non vive a lungo chi fa guerra agli dei immortali: n i suoi figlioli sulle ginocchia lo chiamano pap, al ritorno dal campo e dalla feroce carneficina. Cos ora il Tidide, anche se  molto gagliardo, stia bene in guardia! Pu darsi che si scontri con lui qualcuno pi valente di te. E non vorrei che la figlia di Adrasto, la savia Egialea, avesse a piangere a lungo, svegliando dal sonno i suoi servi per la scomparsa del suo legittimo sposo, il pi prode degli Achei: lei, s, la forte moglie di Diomede domatore di cavalli."
	Cos parlava, e con entrambe le mani le detergeva l'icore sul braccio. Guariva la palma, le si quietavano i forti dolori.
	Ed esse la stavano a guardare, Atena ed Era, e con parole pungenti stuzzicavano Zeus Cronide. E tra loro prendeva a discorrere la dea dagli occhi lucenti, Atena: "Zeus padre, sarai in collera con me, se ti dico una cosa? Son sicura che Cipride spingeva qualcuna delle Achee a correr dietro ai Troiani: ora si  messa ad amarli perdutamente. E cos, nel carezzare una di queste Achee dal bel peplo, si graffi a un fermaglio d'oro la tenera mano!"
	Cos parlava: e sorrise il padre degli uomini e degli dei. Chiamava l'aurea Afrodite accanto a s, le diceva: "Non ti sono concesse, creatura mia, le imprese di guerra. Ma tu devi occuparti delle amabili faccende di nozze. Alle battaglie qui penseranno il focoso Ares e Atena."
	Cos essi parlavano tra loro. E intanto contro Enea si avventava Diomede valente nel grido di guerra, bench vedesse che Apollo gli teneva sopra le mani. Ma lui, l'eroe, non aveva riguardo neppure per un dio cos grande: era sempre risoluto a uccidere Enea e a spogliarlo delle sue armi famose.
	Tre volte allora si gett su di lui con la smania di ammazzarlo: e ben tre volte Apollo respinse violentemente il suo lucido scudo. Ma quando per la quarta volta gli balz contro simile a un demone, gridava terribilmente Apollo arciere e disse: "Bada, Tidide! Indietro! E non presumere di stare alla pari con gli dei! Non sar mai uguale, mettitelo in mente, la stirpe degli immortali e quella degli uomini che camminano sulla terra."
	Cos parlava. E il Tidide si ritraeva un poco indietro, scansando cos l'ira di Apollo saettante.
	Enea poi, il dio lo depose lontano dalla mischia, nella sacra rocca di Pergamo dove aveva un tempio. E qui Latona e Artemide saettatrice lo curavano nel vasto santuario e gli conferivano maest e bellezza.
	Intanto il dio dall'arco d'argento form un fantasma simile in tutto ad Enea, tale e quale nell'armatura. E intorno a un vano fantasma Troiani e Achei si rompevano con furia, gli uni sul petto degli altri, i rotondi scudi di cuoio e le targhe maneggevoli, rivestite di pelli villose.
	E allora Febo Apollo parlava al tumultuoso Ares: "Ares, Ares sterminio dei mortali, sempre lordo di sangue, assaltatore di mura! Non vorresti andare a tirar fuori dal campo di battaglia quel guerriero l? Il Tidide, s, che oggi combatterebbe persino con Zeus padre. Prima ha tirato da vicino un colpo a Cipride nella mano, al polso: poi  saltato addosso a me che pareva un demone."
	Cos diceva e andava a sedersi in cima a Pergamo.
	Correva allora Ares, portatore di strage, a incitare le schiere dei Troiani: somigliava nell'aspetto all'impetuoso Acamante, condottiero dei Traci. E gridava ai figli di Priamo: "Figli del re Priamo discendente di Zeus, fino a quando lascerete sterminare l'esercito dagli Achei? Aspettate che arrivino a combattere accanto alle porte della citt?  caduto l'eroe che noi onoravamo alla pari del grande Ettore: Enea, s, il figlio del magnanimo Anchise. Su, allora, portiamolo in salvo fuori dal tumulto, il nostro valoroso compagno!" Cos diceva: e stimolava l'energia e il coraggio di ciascuno.
	E allora Sarpedone prese a rimproverare il divino Ettore vivamente: "Ettore, di', dov' andato a finire l'ardore battagliero che avevi? Dichiaravi, se non sbaglio, che senza truppa e senza alleati avresti tenuto da solo la citt, insieme ai cognati e ai fratelli. E ora non uno riesco a scorgerne o a intravedere, ma si rannicchiano come cani davanti a un leone. Ecco, stiamo battendoci invece noi, che siamo qui alleati. E un alleato, vedi, sono anch'io, e son venuto da molto lontano. Oh, lontano, lo sai,  la Licia, l sulle rive del Santo vorticoso. Laggi ho lasciato la sposa cara e il figlio ancora bambino: laggi son rimasti i molti miei beni, quali si augura chi non ne ha. Ma anche cos, io spingo i Lici alla lotta e sono pronto a scontrarmi con un avversario valoroso. Eppure nulla ho qua che gli Achei mi possano portar via o razziare. Tu invece te ne stai l fermo: non dai l'ordine a tutti i tuoi uomini di resistere e di difendere le loro spose. Non vorrei che foste presi nelle maglie di una rete immensa, e diveniste cos preda e bottino dei nemici: in un momento allora essi distruggerebbero la vostra popolosa citt. Si, tocca a te pensar a tutto qui giorno e notte: devi scongiurare i condottieri dei famosi alleati di tener duro con accanimento ed evitare cos aspre critiche."Cos diceva Sarpedone: e la sua parola morse il cuore a Ettore.
	Subito l'eroe salt gi dal carro a terra in armi: brandendo due acute lance correva in mezzo all'esercito, da ogni parte, e incitava a riprendere la battaglia: intendeva rianimare la lotta violenta.
	I Troiani si rigirarono e fecero fronte agli Achei: gli Argivi ne sostennero l'urto, tutti serrati, e non si volsero in fuga.
	Come il vento trasporta la pula sulle sacre aie quando gli uomini vagliano il grano, nei giorni che la bionda Demetra va separando al soffiar della brezza i chicchi dalla loppa - ne biancheggiano a terra i mucchi: bianchi cos si fecero allora gli Achei nel polverone che in mezzo ad essi sollevavano fino al cielo di rame i cavalli scalpitanti, al loro rientrar nella mischia - erano gli aurighi a rigirarli indietro.
	I combattenti agitavano, nello scontro, le braccia vigorose: tutto all'intorno fece notte all'improvviso il tumultuoso Ares, recava aiuto in battaglia ai Troiani. In ogni parte accorreva: metteva in atto le raccomandazioni di Febo Apollo dalla spada d'oro, che lo aveva spronato a risvegliare il coraggio nei Troiani, appena vista andar via PaIlade Atena: lei era la protettrice dei Danai.
	Intanto Apollo mand fuori Enea dal suo ricco santuario e gli mise in petto ardore battagliero. Enea cos tornava tra i suoi: ed essi si rallegrarono a vederlo venir loro davanti, vivo e incolume, e con una risoluta energia. Ma non gli domandavano nulla: non lo permetteva la lotta accanita, che avevano suscitato il dio dall'arco d'argento, Ares sterminatore di mortali ed Eris smaniosa senza fine.
	Dall'altra parte i due Aiaci, Odisseo e Diomede incitavano i Danai a combattere. Ma essi, anche da s, non avevano paura della violenza dei Troiani n degli assalti: resistevano a pi fermo. Sembravano quelle nubi che il Cronide suole collocare sugli alti monti, nelle calme dell'aria: immote stanno esse, fin quando dorme la forza di Borea e degli altri venti impetuosi che spirando con stridule raffiche disperdono, di qua e di l, le nuvole ombrose per il cielo.
	Cos i Danai stavano saldi di fronte ai Troiani, e non fuggivano.
	L'Atride andava su e gi attraverso la calca e impartiva vari ordini. Diceva: "Amici, siate uomini e fatevi un cuore forte! Abbiate vivo il sentimento dell'onore, gli uni di fronte agli altri, nelle gagliarde lotte. Quando c' il senso dell'onore, sono pi quelli che si salvano di quelli che restano uccisi. Ma per chi fugge, non c' gloria n scampo."
	Disse e di scatto tir la lancia: fer un guerriero della prima fila.
	Era un compagno d'armi del magnanimo Enea, Deicoonte il Pergaside, che i Troiani onoravano al pari dei figli di Priamo, perch era sempre pronto a battagliare in prima linea. E con la lancia lo colpiva il re Agamennone sullo scudo: questo non lo proteggeva contro l'asta, la punta di bronzo and da parte a parte, penetrava attraverso il cinturone di cuoio nel basso ventre. L'uomo cadde con grande strepito e le armi risonarono sopra di lui.
	E allora Enea uccise due tra i pi prodi dei Danai, Cretone e Orsiloco, figli di Diocle. Il padre loro abitava a Fere, una citt ben costruita, ed era ricco: la sua stirpe risaliva al fiume Alfeo, che scorre per largo tratto attraverso la terra dei Pili. Esso gener Ortiloco signore di tanti uomini. Ortiloco poi ebbe il magnanimo Diocle: e da Diocle nacquero due figli gemelli, Cretone e Orsiloco, bravi in ogni sorta di combattimento. E costoro, non appena giovinetti, seguivano sulle nere navi gli Argivi, alla volta di Ilio dai bei puledri, per compiere la vendetta degli Atridi Agamennone e Menelao: ma la morte li avvolse l, in quella pianura. Erano come due leoni sulle cime della montagna, che sono ormai cresciuti accanto alla madre tra le macchie di una selva profonda, e depredano buoi e grasse pecore, devastano le stalle degli uomini, finch anche loro cadono nelle mani di valorosi e sono uccisi con l'aguzza arma di bronzo. Cos erano essi, e furono abbattuti dalle braccia di Enea. Crollavano a terra simili ad alti abeti.
	A vederli cadere, sent piet il bellicoso Menelao e avanz nelle prime file, armato di bronzo scintillante. Scuoteva la lancia: Ares ne animava la furia con la mira di farlo atterrare sotto le braccia di Enea. Ma lo scorgeva Antiloco, il figlio del magnanimo Nestore, e si precipit l in mezzo ai combattenti della prima fila: aveva una gran paura che gli capitasse qualcosa, al pastore di popoli, e mandasse per aria cos la loro impresa di guerra. Loro, Enea e Menelao, gi tenevano puntate le lance di faggio l'uno contro l'altro, ben decisi a battersi. Ed ecco che Antiloco si piantava al fianco di Menelao. Allora Enea non tenne testa, se pur era un ardente guerriero, quando vide i due eroi stargli di fronte, l'uno vicino all'altro. Cos essi trascinavano i cadaveri verso le schiere degli Achei; li misero, quegli infelici, fra le braccia dei compagni, e poi si voltavano indietro, a battersi ancora in prima linea.
	Qui toglievano di mezzo Pilemene pari ad Ares, il condottiero dei coraggiosi Paflagoni armati di scudo. Veramente fu l'Atride Menelao a trafiggerlo con la lancia, diritto l davanti a lui: lo coglieva alla clavicola. Antiloco invece colp Midone, suo scudiero e auriga, il prode figlio di Atimnio. Cercava di voltar indietro i cavalli dalla solida unghia, e Antiloco lo percosse con un macigno al gomito, in pieno: dalle mani gli cadevano a terra, nella polvere, le briglie bianche di fregi d'avorio. E allora gli saltava addosso, e con la spada gli tir un fendente nella tempia. E lui rantolando croll gi dal carro ben lavorato, a capofitto nella polvere, piantandosi con il cranio e le spalle. A lungo rimase l rigido - aveva incontrato sabbia profonda - finch i cavalli lo urtarono e lo stesero a terra. Antiloco con una frustata li cacciava verso l'esercito degli Achei.
	Li scorse Ettore di tra le file e balz avanti, gridando, addosso a loro. Con lui avanzavano le forti schiere dei Troiani. Alla loro testa erano Ares e la potente Eni: la dea portava con s il trambusto brutale del massacro, Ares veniva maneggiando una lancia gigantesca e si aggirava ora davanti ad Ettore, ora dietro.
	A quella vista, Diomede valente nel grido di guerra ebbe un brivido di orrore. Era come quando un uomo dappoco cammina per una vasta pianura ed ecco si arresta davanti a un fiume dalla rapida correntia, che va verso il mare: a vederlo rumoroso di schiuma si ritrae di corsa all'indietro.
	Cos allora il Tidide si ritirava. E diceva ai suoi: "Amici, ecco, ci sorprendiamo che Ettore sia un buon combattente di lancia e un intrepido guerriero. Ma sempre gli sta al fianco qualche dio, che storna da lui la rovina. Anche adesso ha vicino l, guardate, Ares, in aspetto di uomo mortale. Su, voi tenetevi fronte a fronte coi Troiani e ritiratevi passo passo. Non vi salti in mente di lottare con gli dei!"
	Cos diceva. E i Troiani intanto si fecero ben sotto.
	Ettore allora uccise due uomini esperti di battaglie, Meneste e Anchialo: stavano su un unico carro.
	A vederli cadere, sent piet il grosso Aiace Telamonio: andava a piantarsi l vicino e scagli l'asta lucente.
	Feriva Anfio, figlio di Selago. Abitava a Peso ed era ricco di possedimenti, aveva molti campi di grano. Ma il destino lo menava da Priamo e dai suoi figli, a portargli aiuto.
	E Aiace Telamonio lo colp gi, al cinturone di cuoio: la lancia gli si piant nel basso ventre. Ed egli cadeva con grande strepito.
	Gli corse sopra lo splendido Aiace per spogliarlo dell'armatura. Ma i Troiani presero a tirargli addosso lance acuminate, luccicanti: lo scudo ne ricevette una moltitudine. Lui calcava un piede sopra il cadavere ed estrasse la sua asta di bronzo: ma non pot togliergli di dosso la bella armatura, era tempestato di colpi. E poi temette l'accanita difesa dei battaglieri Troiani, che erano in molti e tutti valorosi, e premevano con le lance puntate.
	Lo respinsero via, se pur era grande di corporatura, gagliardo e fiero: dovette ritirarsi per forza.
	Cos l si affannavano nella violenta lotta.
	Ed ecco Tlepolemo figlio di Eracle, prode e robusto, lo spinse il destino prepotente contro Sarpedone simile a un dio. Movevano l'uno verso l'altro e si trovarono ben sotto - il figlio e il nipote di Zeus. E allora Tlepolemo rivolse per primo all'altro la parola: "Sarpedone, buon consigliere dei Lici, che necessit hai tu di venir qui a rannicchiarti dalla paura, inesperto come sei di battaglie?  una bella storia che tu sia figlio di Zeus egioco! Vedi, sei molto da meno di quegli eroi che nacquero da Zeus, nelle generazioni passate. Qual era invece, dicono, la forza di Eracle - mio padre, s, sempre imperterrito, cuor di leone! Lui un giorno venne qua, per via dei cavalli di Laomedonte, con sei navi sole e ben pochi guerrieri, e devast la citt di Ilio, ne rese deserte le vie. Ma tu hai un animo da vigliacco, c' una falcidia tra i tuoi. E neanche, penso, sarai di aiuto ai Troiani accorrendo qui dalla Licia: no, pur con tutta la tua forza: ma verrai abbattuto per mano mia, e varcherai cos la porta di Ade."
	E a lui rispondeva Sarpedone condottiero dei Lici: "Tlepolemo,  vero, s, che quell'eroe distrusse la sacra Ilio, per l'insensato comportamento del nobile Laomedonte. Gli aveva, come sai, fatto del bene, e lui lo invest con male parole e non gli diede i cavalli promessi: per averli, era venuto ben di lontano. Ma tu, te l'assicuro, riceverai qui da me la morte e il nero destino. Sarai atterrato sotto la mia lancia, dando a me il vanto della vittoria, l'anima ad Ade dai corsieri famosi."
	Cos diceva Sarpedone. E l'altro, Tlepolemo, lev la sua lancia di frassino. E insieme dalle mani di tutt'e due balzarono via le lunghe aste.
	Uno, Sarpedone, colp l'avversario al collo, in pieno: da parte a parte and la punta dolorosa. Gli scendeva sugli occhi la notte buia e lo avvolse.
	Tlepolemo, dal canto suo, con la lunga lancia aveva colto il nemico alla coscia destra, la punta passava attraverso con furia sfiorando l'osso. Ma il padre Zeus ancora una volta storn da lui la morte.
	I compagni portavano fuori dalla battaglia Sarpedone: era un gran peso per lui la lunga asta, a trascinarsela dietro. Nessuno allora sugger o ebbe l'idea di estrargli dalla coscia la lancia di frassino, tanto che potesse reggersi in piedi. Avevano una gran fretta: in tale trambusto di assalti dovevano affaccendarsi intorno a lui!
	E Tlepolemo, dall'altra parte, lo portavano fuori dalla battaglia gli Achei dai buoni schinieri. Lo scorse il divino Odisseo, l'eroe dal cuore paziente, e and su tutte le furie. E fu allora per un attimo indeciso se correr dietro prima al figlio di Zeus o se togliere la vita a parecchi Lici.
	Ma non era destinato al magnanimo Odisseo di uccidere il gagliardo figliolo di Zeus con l'aguzza arma di bronzo. E cos Atena lo volse contro la massa dei Lici.
	Uccideva allora Cerano e via via Alastore e Cromio, Alcandro e Alio, e poi Noemone e Pritani. E ancor di pi ne avrebbe ammazzato, di Lici, il divino Odisseo, se prontamente non lo vedeva il grande Ettore.
	Avanz tra le prime file, armato di bronzo splendente: portava il terrore tra i Danai. E al suo avvicinarsi, si rallegr Sarpedone figlio di Zeus, e gli rivolse parole di lamento: "Priamide, non lasciarmi qui, per carit, facile preda per i Danai! Su, soccorrimi! Poi mi abbandoni pure la vita dentro la vostra citt. S, lo vedo,  mio destino non tornar pi a casa, nella terra dei miei padri, a render felici la mia sposa e il figlio ancor bambino."
	Cos diceva. A lui Ettore nulla rispose, ma pass oltre impaziente: voleva ricacciar indietro al pi presto gli Argivi e togliere a pi d'uno la vita.
	Intanto i compagni posavano Sarpedone a terra sotto il faggio bellissimo, sacro a Zeus. E dalla coscia gli traeva fuori l'asta di frassino il forte Pelagone, un suo caro amico. Svenne l'eroe: sugli occhi gli si sparse il buio. Poi riprese di nuovo i sensi: all'intorno il soffio di Borea spirando lo rianimava. Tirava il fiato a fatica.
	Gli Argivi intanto, sotto l'urto di Ares e di Ettore tutto armato di bronzo, n si volgevano in fuga verso le nere navi, n si buttavano allo sbaraglio in battaglia, ma passo passo si ritraevano indietro. C'era, lo sapevano, Ares in mezzo ai Troiani.
	E chi fu il primo allora e chi l'ultimo che stesero a terra - Ettore figlio di Priamo ed Ares il dio di bronzo? Ecco, abbattevano Teutrante pari agli immortali e Oreste sferzatore di cavalli, e poi Treco valente nel tirare la lancia e l'etolo Enomao, e ancora Eleno l'Enopide e Oresbio dalla panciera variegata. Viveva, questi, a Ile fra le cure della sua ricchezza, in riva al lago Cefiside: e vicino a lui abitavano gli altri Beoti l, su un terreno molto fertile.
	Li scorse la dea dalle bianche braccia, Era, massacrare cos gli Argivi nella mischia violenta, e subito ad Atena rivolgeva parole: "Ahim, figlia di Zeus egioco, Atritone!  proprio vana la promessa che facemmo a Menelao, di distruggere Ilio dalle salde mura e di far poi ritorno, se lasceremo cos imperversare Ares con le sue stragi. Via, pensiamo anche noi due all'aspra lotta!"
	Cos diceva: e prontamente acconsent la dea dagli occhi lucenti, Atena.
	Lei andava, Era, a bardare i cavalli dai frontali d'oro -Era s, la dea veneranda, la figlia del grande Crono.
	Ebe metteva svelta al carro, da una parte e dall'altra, ai due capi dell'asse di ferro, le curve ruote di bronzo, ad otto raggi.
	Queste ruote, sapete, hanno il cerchio d'oro, inalterabile, e, di sopra, i cerchioni di bronzo ben stretti, una meraviglia a vedersi. E i mozzi d'argento sono girevoli su se stessi, ai lati. La cassa poi  formata di corregge tese, in oro e in argento, e due sono le fiancate che si piegano ad arco.
	Ecco, all'infuori sporgeva il timone d'argento: ed Ebe vi leg, all'estremit, il bel giogo d'oro e vi pose i magnifici pettorali, pur essi d'oro.
	I cavalli dai rapidi piedi li menava sotto il giogo Era, smaniosa di lotta e del grido di guerra.
	Intanto Atena, la figlia di Zeus egioco, lasci cader gi sulla soglia della casa paterna il morbido peplo a vivaci colori, che lei stessa si era fatto e lavorato con le proprie mani. Poi vestiva la tunica di Zeus adunatore di nembi, ne indossava l'armatura per la battaglia dalle tante lacrime. Si appese a tracolla l'egida con le sue frange a fiocchi: l'egida spaventosa, intorno a cui si aggira da ogni parte Fobos, e c' l Eris, c' la Resistenza e Assalto che d i brividi, e vi  una testa dalla guardatura feroce di un terribile mostro - orrenda, sgomentante, prodigio di Zeus egioco.
	Sul capo si mise un elmo a doppia cresta con quattro borchie: era tutto d'oro, ornato di fanti di ben cento citt.
	Poi saliva, in fine, sul cocchio fiammeggiante, e afferr la sua lancia - la pesante grossa massiccia lancia con la quale abbatte le schiere degli eroi, se si adira con loro la figlia del forte Padre.
	Allora Era con la frusta sferz pronta la pariglia. E da s si spalancava mugghiando la porta del cielo: la custodivano le Ore - ad esse  affidato il vasto cielo e l'Olimpo, e il compito di rimuoverne il denso nembo e di rimettercelo ancora.
	Di l, per quella porta guidavano i cavalli stimolandoli. Trovarono il Cronide in disparte dagli altri dei: stava seduto sulla vetta pi alta dell'Olimpo tra molte cime. E qui ferm i destrieri la dea dalle candide braccia, Era, e domandava a Zeus sovrano figlio di Crono: "Zeus padre, non sei indignato con Ares per queste sue imprese brutali? Quanti e che fior di guerrieri ha trucidato tra gli Achei all'impazzata, contro ogni buona regola e norma! Ed  una sofferenza per me: loro invece, Cipride ed Apollo dall'arco d'argento, se la godono a lasciar scatenare questo folle che non ha nessun senso di civilt. Zeus padre, di', te la prenderai con me dopo, se gli do, ad Ares, una dura botta, e lo caccio fuori dalla battaglia?"
	E a lei rispondeva Zeus adunatore di nembi: "Su via! Spingili contro Atena predatrice.  lei che, pi di ogni altro, suole metterlo nei guai e in pena."
	Cos diceva. E prontamente ubbid la dea dalle bianche braccia, Era. Sferzava i cavalli alla corsa: ed essi di buona voglia presero il volo tra la terra e il cielo.
	Quanto spazio d'aria un uomo riesce a scorgere, stando su di un'alta rupe, con lo sguardo rivolto sul mare: altrettanto d'un balzo percorrono annitrendo i corsieri delle dee.
	Ma quando giunsero alla pianura di Troia e ai due fiumi scorrenti, l dove confondono le loro acque il Simoenta e lo Scamandro, allora Era arrest i cavalli, li staccava dal carro e intorno sparse una spessa nebbia. Il Simoenta gli fece nascere un'erba divina da pascolare.
	Loro, le dee, si avviarono, parevano ai passi trepide colombe: erano impazienti di recar soccorso agli Argivi.
	Arrivarono cos dove pi numerosi stavano gli eroi, serrati intorno al gagliardo Diomede domatore di cavalli. Sembravano leoni voraci di carne cruda o cinghiali selvaggi, di forza non facile a crollare.
	Qui si fermava la dea dalle bianche braccia, Era, e mand un urlo: aveva l'aspetto del magnanimo Stentore dalla voce squillante di bronzo, che soleva levare un grido come cinquanta guerrieri insieme. Diceva: "Vergogna, Argivi! Miserabili vigliacchi, solo di bella apparenza! Fintanto che scendeva in campo il divino Achille, mai i Troiani si spingevano fuori della porta Dardania, tanto ne temevano la robusta lancia. Ora invece, ecco li qui a guerreggiare lontano dalla citt, presso le navi!"
	Cos diceva, e stimolava l'energia e il coraggio di ciascuno. Intanto Atena, la dea dagli occhi lucenti, accorse dal Tidide. E trov il sovrano l, accanto ai suoi cavalli e al carro, intento a dar ristoro alla ferita che gli aveva inferto Pandaro con la freccia. Il sudore sotto la larga cinghia che reggeva lo scudo rotondo, lo estenuava. Ne era irritato l'eroe, aveva il braccio stanco: teneva sollevato il balteo e si asciugava il sangue nero di grumi.
	La dea appoggi la mano sul giogo dei cavalli e disse: "Ah, gli somiglia ben poco, a Tideo, suo figlio! Era, s, piccolo di statura Tideo, ma prode guerriero. E alle volte mi toccava d'impedirgli di scendere in campo e scatenare la sua furia! Come quel giorno che arriv da solo, senza gli altri Achei, a Tebe quale messaggero, in mezzo a una moltitudine di Cadmei, e io lo consigliavo di banchettare tranquillo nella grande sala. Ma lui, con quel suo cuore forte di sempre, sfidava i giovani tebani a lottare in varie gare e li vinceva con facilit, uno dopo l'altro : tale protettrice ero io per lui! Ecco te, invece: son qui ad assisterti e a vigilare, e ti dico francamente di batterti coi Troiani. Ma o la fatica dei molti assalti ti  penetrata nelle membra, o forse ti trattiene qui la vile paura. Ah, non sei nato da Tideo tu - il bellicoso figlio di Eneo!"
	E a lei rispondeva il gagliardo Diomede: "Ti riconosco, o dea figlia di Zeus egioco. Cos ti voglio parlare a cuore aperto, nulla ti nasconder. No, non mi trattiene qui la vile paura n altra perplessit, ma mi ricordo ancora degli avvertimenti che tu mi hai dato. Mi proibivi di combattere fronte a fronte con gli immortali, eccettuata una: se veniva in campo la figlia di Zeus, Afrodite, lei s la potevo ferire di punta con l'asta. Ecco perch mi ritiro ora, e agli Argivi ho dato ordine di serrarsi qui, tutti insieme. Riconosco, sai, Ares: domina da sovrano nella battaglia."
	Gli rispondeva allora la dea dagli occhi lucenti, Atena: "Tidide Diomede, caro al mio cuore, non aver paura ormai n di Ares n d'alcun altro degli immortali! Tanto son qua io a proteggerti. Via, dirigi immediatamente i tuoi cavalli su Ares, e percuotilo da vicino senza riguardi, quel pazzo.  un vero malanno, una banderuola. Ieri prometteva a me e a Era, con le sue chiacchiere, di combattere contro i Troiani e di portar aiuto agli Argivi. E ora  l tra i Troiani, e gli altri non li ha pi in mente."
	Cos parlava. E con la mano tir gi Stenelo dal carro. Fu ben svelto a saltar a terra!
	Sul cocchio montava la dea al fianco del grande Diomede, impaziente com'era. E cigol forte l'asse di quercia a quel peso: portava una tremenda divinit e un valoroso guerriero.
	Frusta e redini le afferrava Pallade Atena, e subito contro Ares dirigeva i destrieri dalla solida unghia.
	Lui, Ares, stava svestendo dell'armatura il gigantesco Perifante, lo splendido figlio di Ochesio, il pi prode senz'altro degli Etoli. Lo spogliava l, tutto lordo di sangue. Allora Atena si mise in testa l'elmo di Ade: non voleva che il violento dio la scorgesse.
	Ed ecco, Ares sterminatore di mortali vide il divino Diomede. Lasciava l l'enorme Perifante a terra, dove prima con un colpo gli aveva tolto la vita, e avanz diritto contro Diomede domatore di cavalli.
	E quando movendo l'uno verso l'altro furono ben sotto, per primo Ares andava a fondo con l'asta di bronzo, al di sopra del giogo e delle briglie dei destrieri: era deciso a farlo fuori. Ma la toccava con la mano la dea dagli occhi lucenti, Atena, e la devi fuori del carro in un volo a vuoto. Subito poi Diomede, valente nel grido di guerra, scattava a tirar la sua lancia di bronzo. E Pallade Atena gliela spinse, ad Ares, nel basso ventre, dove soleva cingersi la panciera. L appunto lo feriva con quel colpo, gli lacer la bella pelle e trasse fuori l'asta. E lui urlava, il dio di bronzo Ares, come gridano alto novemila o diecimila guerrieri in campo, quando si azzuffano con furia.
	Il tremito allora afferr alle gambe Achei e Troiani, per lo spavento: tanto forte aveva urlato Ares, il dio mai sazio di guerra.
	Come si fa scura l'aria di nubi, quando si leva un vento impetuoso per il gran caldo: avvolto di nembi cos appariva il dio al Tidide Diomede, nell'andarsene verso il vasto cielo.
	Ben presto giungeva alla sede degli dei, sull'alto Olimpo, e si metteva a sedere accanto a Zeus Cronide, vivamente addolorato. Gli mostr il sangue immortale che colava gi dalla ferita e con voce di lamento gli rivolgeva parole: "Zeus padre, non sei indignato a vedere queste violenze? Sempre, credi, dobbiamo patire; noi dei, per le mene reciproche, i pi feroci strazi nel portar soccorso ai mortali. E ce l'abbiamo con te, tutti. Sei stato tu, sai, a mettere al mondo quella vergine stolta, quella maledetta, s. Lei non pensa che a imprese scellerate. Vedi, tutti gli altri dei che sono sull'Olimpo, ubbidiscono a te. Tutti ti siamo soggetti. Quella invece tu non la tocchi: non una parola per lei, non un gesto. Sempre la lasci fare, per la ragione che l'hai generata da solo, questa odiosa. Ecco,  stata lei ora a spingere il superbo figlio di Tideo, Diomede, a compiere pazzie contro gli immortali. Prima ha ferito da vicino Cipride nella mano, al polso: poi  balzato addosso a me che pareva un demone. Ma i rapidi piedi qui mi sottrassero a lui: se no, mi toccava ben soffrire a lungo laggi nell'orrore dei mucchi di cadaveri, e, se pur vivo, sarei senza pi forze per i colpi dell'arma di bronzo."
	E a lui con una guardata torva rispondeva Zeus adunatore di nembi: "Non mi star seduto qui accanto, voltafaccia, a piagnucolare! Il pi odioso mi sei tra tutti gli immortali che abitano l'Olimpo. Ecco, sempre ti  cara la lotta, sempre ti son care guerre e battaglie. Hai addosso la furia sfrenata, irriducibile, di tua madre: di Era, s, che io a fatica riesco a domare con le mie parole. E, son convinto, tu soffri cos per le istigazioni di lei. Ma via, non ti voglio lasciare ancora a lungo con i tuoi dolori. Sei, dopo tutto, sangue mio: tua madre t'ha fatto mio figlio. Che se tu fossi nato da qualche altro dio, cos nefasto come sei, gi da tempo saresti, te l'assicuro, pi in gi dei figli di Urano."
	Cos parlava: e a Peone disse di curarlo.
	Sopra la ferita Peone gli spargeva medicamenti a calmargli la sofferenza, e lo guar: non era nato, a dir il vero, mortale!
	Come quando il caglio fa rapidamente coagulare il bianco latte pur liquido com', che ben presto si va rapprendendo tutto intorno ad agitarlo: in fretta cos il dio cur l'impetuoso Ares.
	Ebe lo lavava e lo rivest di vesti leggiadre. E lui si sedeva accanto a Zeus Cronide, lieto e fiero della sua gloria.
	Esse tornavano di nuovo alla reggia del grande Zeus, Era argiva e Atena Alalcomenia: avevano messo fine ai massacri di Ares, flagello dei mortali.

/:/LIBRO VI



	Allora fu lasciata a se stessa la lotta violenta tra i Troiani e gli Achei, e con furia la battaglia si allarg da ogni parte per la pianura: gli uni scagliavano contro gli altri le lance dalla punta di bronzo, in mezzo l fra il Simoenta e il corso del Santo.
	E per primo Aiace Telamonio, baluardo degli Achei, rompeva una schiera di Troiani e fu luce di salvezza per i suoi: colpiva il guerriero pi forte dei Traci, il figlio di Eussoro, Acamante prode e robusto. S, lo raggiunse per primo al cimiero dell'elmo dalla folta criniera di cavallo, e gli piant la lancia in fronte. La punta di bronzo trapassava l'osso fin dentro. E il buio della morte l'avvolse agli occhi.
	Diomede poi, valente nel grido di guerra, uccise Assilo, figlio di Teutrante. Questi abitava ad Arisbe dalle belle costruzioni: era ricco e pur cortese e ospitale con la gente. Tutti accoglieva con premura nella sua casa sulla strada. Ma nessuno di loro l gli tenne lontano, quel giorno, la triste rovina, mettendoglisi davanti ad affrontare Diomede. E l'eroe li privava entrambi della vita, lui e lo scudiero Calesio che gli faceva in quel momento da auriga. Ed essi andarono tutt'e due sotto terra.
	Eurialo, dal canto suo, spogli dell'armatura Dreso e Ofelzio e poi correva dietro a Esepo e a Pedaso. Era stata una ninfa delle sorgenti, Abarbarea, a generarli un giorno all'irreprensibile Bucolione. Lui, Bucolione, dovete sapere, era il pi anziano dei figli del nobile Laomedonte, ma un illegittimo: sua madre l'aveva messo al mondo di nascosto. E al tempo che faceva il pastore a guardia delle sue pecore, si era unito con la ninfa in un letto d'amore. Lei cos rimaneva incinta e diede alla luce due gemelli. E a costoro appunto il figlio di Mecisteo, Eurialo, sciolse la forza e le splendide membra, e gli toglieva di dosso le armi.
	E Astialo l'ammazz Polipete intrepido in campo, e Odisseo abbatt con la lancia di bronzo Pidite da Percote, e Teucro atterr il divino Aretaone. E Antiloco figlio di Nestore con l'asta luccicante tolse di mezzo Ablero, ed Elato l'uccise Agamennone signore di uomini: abitava sulle rive del Satnioente dalle belle acque, nell'alta citt di Pedaso. E Filaco lo raggiunse l'eroe Leito, mentre cercava di fuggire. Euripilo stese a terra Melanzio.
	E allora Menelao, valente nel grido di guerra, cattur vivo Adresto. Avvenne cos: i suoi due cavalli scappavano spaventati per il piano e s'impigliarono in un intrico di tamerischi. L rompevano il curvo carro in cima al timone, e se ne andavano via da soli verso la citt, dove fuggivano imbizzarriti anche gli altri. E lui, Adresto, rotolava gi dal suo cocchio lungo una ruota a capofitto, con la faccia nella polvere. Subito gli fu sopra l'Atride Menelao con la lancia dalla lunga ombra. E allora lui lo prese alle ginocchia e lo supplicava: "Pigliami vivo, o figlio di Atreo! Accetta un giusto riscatto! Mio padre  ricco, ci sono tanti tesori nella sua casa, bronzo e oro e ferro ben lavorato. E te ne dar un mucchio per liberarmi, se viene a sapere che sono ancora in vita presso le navi degli Achei."
	Cos parlava e gi lo commoveva. Era l, Menelao, per consegnarlo al suo scudiero, che lo menasse via alle celeri navi degli Achei, ed ecco di corsa venirgli davanti Agamennone. Gridava: "Ma caro, o Menelao, perch mai tanti riguardi per questi uomini? T'hanno proprio fatto cos del bene laggi, a casa tua? No, di loro, qui, nessuno ha da sfuggire alla morte e alle nostre mani! Neanche il piccolo che la madre si porta ancora in grembo - no, neppure quello scamper. Devono scomparire tutti insieme da Ilio, senza sepoltura e senza lasciar traccia."
	Cos parl l'eroe e convinse il fratello con le sue buone ragioni. E lui, Menelao, respinse via da s con la mano il guerriero Adresto. E il re Agamennone lo colpiva al ventre: l'uomo cadeva all'indietro. Gli calc, l'Atride, un piede sul petto ed estrasse la sua lancia di frassino.
	Nestore incitava gli Argivi gridando a gran voce: "O prodi amici Danai, compagni di guerra, nessuno ora si getti sulle armature e rimanga indietro, con la mira di portar alle navi, di ritorno, pi roba. Su, facciamo strage di uomini! A vostro agio poi spoglierete i cadaveri degli uccisi."
	Cos diceva: e stimolava l'energia e il coraggio di ciascuno. Allora i Troiani, sotto l'urto dei bellicosi Achei, sarebbero risaliti di nuovo dentro Ilio, lasciandosi prendere dallo scoraggiamento, se Eleno figlio di Priamo, il migliore senz'altro a interpretare il volo degli uccelli, non andava da Enea e da Ettore a parlargli. Diceva: "Enea, Ettore, lo so, la fatica della guerra pesa in particolare su voi, tra i Troiani e i Lici, perch siete, in ogni impresa, i pi bravi a battervi e a prendere una decisione. Cos ora fate fronte qua! E correte da ogni parte a trattenere l'esercito davanti alle porte della citt, prima che gli uomini in rotta vadano a buttarsi tra le braccia delle loro donne, e diventino lo spasso dei nemici. E una volta che abbiate rianimato tutte le schiere, staremo noi, qui, a combattere con i Danai, anche se siamo sfiniti dalla fatica: la necessit, vedete, stringe. Ma tu, Ettore, recati allora in citt e vai a parlare a nostra madre. Dille di riunire le anziane al tempio di Atena, sull'acropoli. E l apra con la chiave la porta della santa dimora: e il peplo pi grazioso e grande che ha, secondo lei, in casa, e che le  senza confronto pi caro, lo posi sulle ginocchia di Atena dalla bella chioma. E le prometta di sacrificare nel tempio dodici giovenche di un anno, non toccate ancora da pungolo. Pu darsi che si muova a compassione della citt e delle mogli dei Troiani e dei teneri figli, e cos voglia tener lontano dalla sacra Ilio il Tidide, quel selvaggio guerriero che provoca, da gagliardo, il terrore e la fuga. S,  il pi forte, penso, degli Achei. Nemmeno di Achille abbiamo avuto mai tanta paura, che  figlio, dicono, di una dea. Ma lui qui imperversa di prepotenza e nessuno riesce a stargli di fronte."
	Cos parlava: ed Ettore prontamente diede retta al fratello.
	Subito salt gi dal carro in armi a terra. Brandendo due acute lance correva in mezzo all'esercito da ogni parte, e incitava a riprendere la battaglia: intendeva rianimare la lotta feroce.
	I Troiani si rigirarono e fecero fronte agli Achei: si ritiravano gli Argivi e smisero la strage. Pensavano che qualcuno degli immortali fosse sceso dal cielo in soccorso dei Troiani: e cos si erano voltati.
	Ed Ettore esort i Troiani con un lungo urlo: "Troiani arditi e voi nobili alleati, siate uomini, o amici, e pensate soltanto all'aspra lotta! Intanto io voglio recarmi in Ilio, a dire agli Anziani del Consiglio e alle nostre spose, di pregare gli dei e di promettere solenni sacrifici."
	Cos parlava e se ne and via Ettore dall'elmo lampeggiante: e gli batteva, ora in basso ora in alto, sulle caviglie e sul collo il nero cuoio - l'orlo estremo che correva tutto in giro allo scudo ombelicato.
	Intanto Glauco figlio di Ippoloco e il Tidide Diomede avanzavano l, in mezzo ai due eserciti, ben decisi a battersi. E quando ormai furono vicini movendo l'uno contro l'altro, per primo parl Diomede valente nel grido di guerra: "Ma chi sei tu, o valoroso, fra gli uomini mortali? Non ti ho mai visto, sai, prima d'ora, qui nella battaglia che d gloria agli eroi. Comunque, oggi superi di molto tutti gli altri, con questo tuo ardimento: hai osato attendere la mia lancia dalla lunga ombra. Ma ti avverto: figli di sventurati sono quelli che contrastano la mia furia. Se invece tu sei uno degli immortali sceso gi dal cielo, non ho proprio intenzione, io, di lottare con gli dei celesti. No, vedi, neppure il figlio di Driante, il robusto Licurgo, visse a lungo, dopo che combatteva con gli dei. Senti: una volta lui insegu gi per il sacro monte di Nisa le nutrici di Dioniso folleggiante. Ed esse tutte insieme buttavano a terra i tirsi, percosse com'erano dall'ascia di Licurgo assassino. E Dioniso scappava via e si immerse nell'onda del mare. L'accolse Teti nel suo seno: era terrorizzato. Un forte tremito, credi, ancora lo teneva, per l'urlare di quell'uomo. Ma allora gli dei dalla facile vita si adirarono con lui, e il figlio di Crono lo rese cieco. E neppure viveva ancora a lungo, poich era odioso a tutti gli immortali. Cos neanch'io voglio battermi con gli dei beati. Se invece sei uno dei mortali che mangiano il frutto della terra, allora fatti sotto! Incapperai ben presto nei lacci della morte."
	E a lui rispondeva allora lo splendido figlio di Ippoloco: "Magnanimo Tidide, perch mai domandi da chi discendo? Come le famiglie delle foglie, cos sono anche le stirpi degli uomini. Le foglie, vedi, alcune il vento sparge a terra, altre poi la selva nel suo rigermogliare fa nascere, quando viene il tempo della primavera. Cos le generazioni degli uomini: una nasce e l'altra sparisce. Ma se vuoi saperla, la mia discendenza, la saprai con esattezza: molta gente gi la conosce. Ecco: c' una citt, Efira, nella parte pi interna dell'Argolide. E l viveva Sisifo, che fu il pi scaltro degli uomini: s, Sisifo l'Eolide. E aveva un figlio, Glauco. E Glauco poi gener l'irreprensibile Bellerofonte. A lui gli dei diedero la bellezza e il fascino della virilit: ma Preto gli macchin in segreto la rovina. Lo mandava via - era, a dir il vero, molto pi potente - dal paese degli Argivi: Zeus, vedi, li aveva fatti suoi sudditi. Ora devi sapere che la moglie di Preto, la divina Antea, aveva una voglia matta di unirsi con lui in amore di nascosto, ma non le veniva di indurcelo: era un onesto, il prode Bellerofonte. E allora lei inventava una menzogna e diceva al re Preto: "Morto mi auguro di vederti, o Preto, se non ammazzi subito Bellerofonte. Ha voluto far l'amore con me: e io non volevo." Cos parlava. E il sovrano allora lo prese la collera, al sentire l'enormit: ma rifuggiva dall'ucciderlo, ne ebbe scrupolo. Lo inviava in Licia e gli affid uno scritto funesto: aveva inciso molti segni di morte in una tavoletta ripiegata e gli ordinava di mostrarla a suo suocero, con la mira che perisse. E lui and in Licia sotto la scorta sicura degli dei. E appena giunse l in quella terra e alle rive del Santo, volentieri lo accoglieva il signore dell'ampia Licia: per nove giorni lo tenne ospite e sacrific nove buoi. Ma quando al decimo apparve Aurora dalle dita di rosa, allora gli domandava chi era e chiedeva di vedere la missiva di riconoscimento, che gli doveva portare da parte di suo genero Preto. E dopo che ebbe ricevuto il messaggio di morte del genero, dapprima gli impose di uccidere la Chimera irresistibile. Essa era di razza divina, non umana: leone davanti, di dietro serpente e nel mezzo capra, e soffiava la violenza terribile del fuoco divampante. E lui l'ammazz, affidandosi ai segni ammonitori degli dei. Poi dovette battagliare con i Solimi gloriosi: e fu, quella lotta l, la pi aspra, a suo parere, che avesse affrontato tra gli uomini. Poi ancora fece strage delle Amazzoni, gagliarde come guerrieri in campo. E al suo ritorno il re gli ordiva un altro inganno ben congegnato: sceglieva nella Licia i pi forti campioni e li appost in un'imboscata. E loro non facevano pi ritorno a casa. Tutti, s, li stermin l'irreprensibile Bellerofonte. Ma quando riconosceva, il sovrano, che lui era il nobile discendente di un dio, lo tratteneva laggi, gli dava in sposa sua figlia e gli affid anche la met del suo regno. E i Lici gli ritagliarono, dalle terre in comune, un fondo migliore di tutti gli altri: era bellissimo, parte a frutteto e parte da semina. Gli veniva assegnato in usufrutto. Lei poi, la moglie, gli gener tre figli, al prode Bellerofonte: Isandro, Ippoloco e Laodamia. Ora, con Laodamia si giacque il saggio Zeus, ed ella mise al mondo Sarpedone simile a un dio, l'eroe armato di bronzo. Ma quando anche lui, Bellerofonte, si rese odioso a tutti gli dei, andava, sai, vagando da solo per la pianura di Alea: si rodeva il cuore, evitava le strade degli uomini. Quanto a Isandro, suo figlio, glielo ammazz Ares, il dio mai sazio di guerra, in uno scontro con i Solimi gloriosi: e Laodamia l'uccise, in un moto d'ira, Artemide dalle briglie d'oro. Ippoloco poi generava me ed io mi proclamo suo figlio. E mi spediva qui a Troia: mi raccomandava vivamente di primeggiare sempre e di essere superiore agli altri, e di non disonorare la stirpe dei padri che erano stati prodi e forti, sia a Efira che nell'ampia Licia. Ecco, di questa casata e di questo sangue sono io. Ed  il mio vanto."
	Cos diceva. Ed esultava di gioia Diomede, valente nel grido di guerra. Piant al suolo la sua lancia e si rivolgeva a quel pastore di popoli con affabili parole: "Oh, s, tu mi sei ospite paterno da vecchia data! Devi sapere che anni fa il grande Eneo ospit nella sua casa l'irreprensibile Bellerofonte, e ve lo trattenne una ventina di giorni. E l si scambiavano tra di loro magnifici doni ospitali. Eneo gli dava una cintura di pelle luccicante di porpora, e Bellerofonte da parte sua una coppa d'oro a doppio manico. E io l'ho lasciata, alla partenza, nel mio palazzo. Ecco, di Tideo invece non mi ricordo. Ero ancora piccolo quando mi abbandon, al tempo che a Tebe and distrutto l'esercito degli Achei. Cos ora io sono per te un ospite amico nella terra d'Argo, e altrettanto tu per me in Licia, se mai un giorno vengo in quel paese. E allora evitiamo le lance l'uno dell'altro, anche nel tumulto della mischia! Vedi, ci sono tanti Troiani per me e illustri alleati da uccidere, se mai un dio me ne manda qualcuno a tiro o lo raggiungo di corsa. E anche tu ne hai tanti di Achei da abbattere, se ci riesci. E ora scambiamoci le armi! Cos anche loro qui sapranno che noi siamo ospiti per via dei nostri padri."
	Cos parlavano e balzarono gi dal carro. Si stringevano la mano in un impegno leale.
	Fu allora che Zeus Cronide tolse il buon senso a Glauco! Faceva il cambio delle armi con il Tidide Diomede: armi d'oro con altre di bronzo, il valore di cento buoi contro uno di nove.
	Intanto Ettore giungeva al faggio della porta Scea, e intorno a lui accorrevano le spose e le figlie dei Troiani, e chiedevano notizie dei figlioli, dei fratelli, dei parenti e dei mariti. E lui raccomandava di pregare gli dei, a tutte, una dopo l'altra: ma a molte sovrastavano sventure.
	Poi arrivava al palazzo bellissimo di Priamo, con portici davanti in marmo liscio. E dentro aveva ben cinquanta stanze in pietra levigata, costruite l'una accanto all'altra: e l i figli di Priamo dormivano vicino alle legittime spose.
	E dall'altro lato, di fronte, dentro il cortile, c'erano le dodici camere delle figlie, a tetto, anch'esse in pietra levigata, fabbricate l'una accanto all'altra: e l riposavano i generi di Priamo presso le fedeli mogli.
	Allora gli venne incontro la madre dai dolci doni: menava in casa Laodice, la pi graziosa delle sue figliole. Lo prese premurosa per mano, gli si rivolgeva e disse: "Figliolo, come mai hai lasciato la fiera battaglia e sei qui? Lo so bene, s: ci mettono nei guai quei maledetti figli degli Achei, con i loro combattimenti intorno alla citt. Hai sentito il bisogno di venir qua a levare supplichevole le mani a Zeus sopra l'acropoli? Ma fermati ora: ti voglio portare del vino dolce come il miele, e cos farai prima una libagione a Zeus padre e agli altri immortali, e poi ti ristorerai anche tu, a berne. Quando un guerriero  stanco, il vino gli d una grande energia: e tu sei qui spossato, a difendere senza sosta i tuoi."
	E a lei rispondeva allora il grande Ettore dall'elmo balenante: "Non mi offrire vino gustoso, augusta madre! Ho paura che tu cos mi possa intorpidire, e io non voglio perdere energia e vigore. E poi ho riguardo a libare a Zeus il rosso vino, senza lavarmi le mani. Non posso alzare una preghiera al Cronide dalle nuvole nere, lordo come sono di sangue e di polvere. Ma recati tu, al tempio di Atena predatrice, con aromi da bruciare, insieme a uno stuolo di anziane: e il peplo pi leggiadro e grande che hai in casa, e che ti  senza confronto il pi caro, posalo l sulle ginocchia di Atena dalla bella chioma. E promettile di sacrificare nel tempio dodici giovenche di un anno, non toccate ancora da pungolo. Pu darsi che si muova a compassione della citt e delle mogli dei Troiani e dei teneri figli, e cos voglia tener alla larga dalla sacra Ilio il Tidide, quel selvaggio guerriero che provoca, da gagliardo, il terrore e la fuga. Tu dunque recati al tempio di Atena predatrice e io intanto andr in cerca di Paride. Intendo richiamarlo sul campo di battaglia, se  disposto a dar retta alle mie parole. Oh, vorrei che si spalancasse, per lui, qui, la terra sotto i piedi! S,  un grosso malanno, te lo dico, che Zeus ha cresciuto per i Troiani e il magnanimo Priamo e i suoi figli. E se lo vedessi scender gi nell'Ade, mi scorderei subito, penso, il dispiacere e il dolore."
	Cos diceva. E lei andava nel palazzo e diede i suoi ordini alle ancelle. Ed esse radunavano per la citt le anziane. Poi ella discese alla stanza del tesoro, tutta odorosa, dove teneva i pepli interamente ricamati. Erano lavori di donne sidonie : li aveva portati a casa da Sidone lo stesso Alessandro simile a un dio, navigando sul vasto mare, in quel suo viaggio in cui conduceva Elena, figlia di nobile padre. Ne prendeva su uno, Ecuba, e lo portava in dono ad Atena. Era il peplo pi bello per i ricami di vario colore, e il pi grande: risplendeva come una stella. Stava in fondo alla cassa, l'ultimo di tutti.
	Si mise per strada: e molte anziane le andavano dietro, frettolose. E quando giunsero al tempio di Atena in cima alla rocca, a loro apr la porta Tean dalle belle guance: era figlia di Cisse e moglie di Antenore domatore di cavalli. I Troiani l'avevano fatta sacerdotessa di Atena.
	L dentro, con il grido rituale, levarono tutte insieme, supplichevoli, le braccia ad Atena.
	Tean prese il peplo e lo depose sulle ginocchia di Atena: poi con la sua preghiera scongiurava cos la figlia del grande Zeus: "Atena signora, protettrice della citt, divina tra le dee, manda in frantumi la lancia di Diomede, e anche lui fallo cadere bocconi, davanti alla porta Scea. E noi subito ti sacrificheremo qui, nel tempio, dodici giovenche di un anno, non toccate ancora da pungolo, se ti degni di aver compassione della citt e delle spose dei Troiani e dei teneri figli."
	Cos diceva pregando: ma Pallade Atena faceva, no con la testa.
	Loro l imploravano dunque la figlia del grande Zeus: e intanto Ettore arriv al palazzo di Alessandro. Bellissimo era: se l'era costruito lui, con l'aiuto dei pi valenti artigiani che c'erano a quel tempo nella terra di Troia dalle larghe zolle. Gli avevano, essi, fabbricato l'appartamento delle donne, la sala grande per gli uomini e la corte interna, vicino a Priamo e a Ettore, nella parte alta della citt.
	L entr Ettore caro a Zeus. Teneva in mano un lancia di undici cubiti: in cima all'asta luccicava la punta di bronzo, intorno vi correva un anello d'oro.
	Lo trov nell'appartamento delle donne: metteva in ordine le sue armi magnifiche, lo scudo e la corazza, e stava provando il curvo arco. Ed Elena argiva sedeva l in mezzo alle schiave, e dava disposizioni alle ancelle sui lavori al telaio, tanto rinomati.
	A vederlo cos, lo rimprover Ettore con parole oltraggiose: "Sciagurato, non  ora il momento per fare il permaloso. I combattenti periscono, attorno alla citt e alle alte mura, negli scontri continui: per colpa tua l'urlio della battaglia divampa qui, tutto in giro: e anche a te, penso, verrebbe voglia di litigare, se vedessi qualcuno svogliato in tale odiosa guerra. Su, allora, alzati, se non vuoi che ben presto la citt sia bruciata dal fuoco divoratore."
	E a lui rispose Alessandro simile a un dio: "Ettore, hai ragione a rimproverarmi, non torto. Per questo ti voglio parlare, tu stai attento e ascolta. Non tanto, credimi, per ira contro i Troiani o per risentimento io stavo qui nella stanza, solo avevo voglia di abbandonarmi al mio dolore. Ma ora la moglie incorraggiandomi con persuasive parole mi incitava a scendere in campo: e sar meglio, cos pare anche a me. La vittoria, si sa, passa dall'uno all'altro. Ma via, aspetta adesso che mi metta l'armatura: oppure tu va' e io ti verr dietro. Penso di raggiungerti."
	Cos diceva. A lui Ettore nulla rispose.
	E gli parlava Elena con dolci parole: "Cognato mio, che guai ho procurato, cagna che non son altro, da far ribrezzo! Oh, se il giorno che mia madre mi gener, m'avesse portata via una maligna bufera di vento sopra una montagna, o dentro il mare, e qui un'ondata mi avesse travolta, prima che avvenisse tutto questo! Ma se i mali qua li destinarono cos gli dei, dovevo almeno essere la sposa di uno pi valoroso, che sentisse la riprovazione e gli improperi, a non finire, della gente. Ma lui qui non ha un carattere fermo: e non l'avr mai. E cos, penso, ne subir le conseguenze. Ma via, entra ora, cognato, e siedi qua sullo scanno! Lo so bene, su te in particolare grava il peso della guerra. E la colpa  mia - cagna che non son altro - e dell'accecamento di Alessandro. A noi Zeus impose un ben tristo destino: cos anche in avvenire saremo famosi tra gli uomini che verranno."
	E a lei rispondeva allora il grande Ettore dall'elmo balenante: "Non invitarmi a sedere, Elena, anche se lo fai per affetto.  inutile che tu insista. Vedi, sono da tempo impaziente di correre in aiuto dei Troiani: gi sentono tanto la mia assenza. Ma tu spronalo, questo qui! E si affretti anche lui, se vuole raggiungermi ancora dentro la citt. Ora io vado un momento a casa, ho voglia di vedere i miei cari, la mia sposa e il bambino. Non so, credi, se far ancora una volta ritorno da loro, o se gli dei ormai mi abbatteranno per mano degli Achei."
	Cos parlava, e se ne and via, Ettore dall'elmo lampeggiante.
	Ben presto giungeva allora alla sua casa. Ma non trov in sala Andromaca dalle bianche braccia: lei stava con il figlio e l'ancella dal bel peplo in cima alla torre, a lamentarsi e a struggersi in lacrime.
	Come Ettore non incontr dentro la sposa fedele, si recava all'appartamento delle donne e fermo sulla soglia parl alle schiave: "Su via, ancelle, ditemi la verit! Dov' andata Andromaca, fuori di casa? dalle mie sorelle sposate o dalle mogli dei miei fratelli? O  uscita al tempio di Atena, dove anche le altre Troiane cercano di placare la tremenda dea?"
	E a lui rispose la premurosa dispensiera: "Ettore, ci preghi vivamente di dire la verit: ebbene, non si  recata dalle cognate n al tempio di Atena, dove anche le altre Troiane tentano di impietosire la tremenda dea, ma  salita sull'alta torre di Ilio. Aveva sentito dire che i Troiani si trovavano in difficolt, e che la preponderanza degli Achei in campo era enorme. E lei, credi,  partita in gran fretta per le mura: pareva una pazza. In sua compagnia, la nutrice le porta il figlio."
	Cos parl la dispensiera. E lui, Ettore, si lanci fuori di casa rifacendo lo stesso cammino, gi per le vie ben lastricate.
	Quando giunse, attraversando l'ampia citt, alla porta Scea di dove aveva da uscire sulla pianura, ecco che gli venne incontro di corsa la sposa dai molti doni nuziali, Andromaca - la figlia del magnanimo Eezione che abitava ai piedi del Placo boscoso, a Tebe Ipoplacia, e regnava sui Cilici. S, sua figlia l'aveva in moglie Ettore, l'eroe armato di bronzo.
	Ella gli and allora incontro, e insieme con lei si moveva l'ancella stringendosi al seno un bambinello vispo, piccino com'era, il figlio adorato di Ettore: era una stella. Ettore amava chiamarlo Scamandrio, ma gli altri tutti gli davano il nome di Astianatte : lui da solo, Ettore, lo sapevano bene, salvava Ilio.
	Egli sorrise, l'eroe, a guardare in silenzio il bimbo. E Andromaca gli si faceva vicino tutta in lacrime, gli prese con slancio la mano, gli si rivolse e disse: "Benedetto uomo, la tua furia qui ti perder! E non hai compassione del tenero piccolo n di me infelice, che ben presto rimarr vedova. S, ben presto gli Achei ti uccideranno, assalendoti tutti insieme. E allora per me sarebbe meglio, se tu non ci sei pi, andare sotterra. Non avr, credi, alcun altro conforto, mai, quando tu andassi incontro al destino di morte, ma soltanto dolori. Non mi resta il padre, non la madre. Gi lo sai: mio padre l'ammazz il divino Achille, e distrusse la citt popolosa dei Cilici, Tebe dalle alte porte. S, uccise Eezione, ma non lo spogli, ne ebbe ritegno. Lo bruciava cos, sul rogo, con le sue armi artisticamente lavorate, e gli innalz un tumulo: e. all'intorno vi piantarono olmi le ninfe montanine, figlie di Zeus egioco. Avevo poi sette fratelli a casa mia: ed essi tutti, in un sol giorno, scesero alla dimora di Ade. Tutti, s, li massacr Achille, presso i buoi dal passo falcato e le candide pecore. E mia madre che era regina laggi sotto il Placo boscoso, lei, lo sai bene, la trascin qui con le altre prede, ma poi la liber prendendo in cambio un mucchio di oggetti preziosi: e Artemide saettatrice la colp nel palazzo di mio padre. Vedi, cos tu, Ettore, sei ora per me il padre e la madre, per me tu sei un fratello, sei il mio fiorente marito. Via allora, abbi commiserazione in questo momento e rimani qua sulla torre, se non vuoi rendere orfano il figlio e vedova la tua sposa. Disponi l'esercito nei pressi del caprifico, dove pi che altrove si pu salire dentro la citt e il muro  facile da scalare. Gi tre volte, te lo dico, da quella parte son venuti a dar l'assalto i pi prodi compagni dei due Aiaci, del famoso Idomeneo, degli Atridi e del gagliardo figlio di Tideo. Forse glielo sugger un indovino ispirato, o anche si son mossi per loro conto, di propria. iniziativa."
	E a lei rispose il grande Ettore dall'elmo lampeggiante: "S, anch'io ci penso a tutto questo, o donna. Ma ho tremendamente vivo il senso dell'onore di fronte ai Troiani e alle Troiane dai lunghi pepli, mi vergogno all'idea di restar lontano dal campo di battaglia come un vile. E nemmeno ne ho voglia. Vedi, ho imparato ad essere forte in ogni occasione, sempre, e a battermi in prima fila con gli altri Troiani, per procurare una grande gloria a mio padre e anche a me. Una cosa, credimi, io so di certo: verr giorno che la sacra Ilio cadr, e cos pure Priamo e il popolo di Priamo dalla robusta lancia. Ma non mi preme tanto la sorte dolorosa dei Troiani in avvenire, n quella della stessa Ecuba o di Priamo sovrano, e neppure quella dei miei fratelli, che potranno abbattersi nella polvere in molti e da valorosi, sotto i colpi dei guerrieri nemici: quanto ho pena per te, al pensiero che uno degli Achei ti trasciner via in lacrime, togliendoti la libert di questi tuoi giorni. E allora - ah, pu succedere - starai laggi nella terra d'Argo a tessere davanti al telaio, al cenno di una straniera, oppure a portare acqua dalla fonte Messeide o Iperea, senza voglia, per forza, sotto il peso della dura necessit. E forse uno un giorno dir, al vederti piangere: "Ecco qui la donna di Ettore, il primo in campo, sempre, tra i Troiani domatori di cavalli, al tempo che si guerreggiava intorno a Ilio." Cos qualcuno dir. E per te sar un nuovo dolore avvertire la mancanza di un uomo, ben capace di tenerti lontano i giorni della schiavit. Ma io mi auguro di essere gi morto, e che la terra qui mi ricopra, prima di dover ascoltare le tue grida e vederti menar via prigioniera."
	Cos parlava e si protese con le braccia, lo splendido Ettore, verso suo figlio. Ma si voltava indietro il bambino, si chinava strillando sopra il seno della nutrice dalla bella cintura. Si era sbigottito all'aspetto di suo padre, aveva preso paura del bronzo e del cimiero con i crini di cavallo, a vederli d'un tratto oscillare in cima all'elmo spaventosamente.
	Si mise a ridere il padre e rideva anche l'augusta madre. E subito Ettore si tolse l'elmo dal capo e lo pos gi a terra, tutto lustro. Poi baciava il suo caro figliolo e lo fece ballare sulle mani. E diceva, pregando Zeus e gli altri dei: "Zeus e voi altri dei tutti, fate che il mio bambino qui diventi come me e si distingua tra i Troiani, e sia altrettanto gagliardo e valoroso, e regni potente su Ilio. E vorrei che un giorno uno dicesse: "Eccolo,  pi prode del padre" , quando torna dal campo di battaglia, con le spoglie insanguinate di un guerriero nemico ucciso: e ne fosse felice sua madre!"
	Cos parlava e depose suo figlio tra le braccia della sposa amata. E lei lo accolse al seno odoroso, sorridendo tra le lacrime. Suo marito ne ebbe piet a guardarla, e la carezz con la mano, le si rivolgeva e disse: "Mia povera cara, non angustiarti troppo per me! Nessuno, lo sai bene, mi spedir ad Ade contro la volont del destino. Alla sua sorte, penso, nessuno pu sfuggire, non il vile e non il valoroso, una volta venuto al mondo. Ma tu ora vai in casa, occupati delle tue faccende, del telaio e della rocca, e ordina alle ancelle di attendere al lavoro. Alla guerra penseranno gli uomini qui, tutti, e pi degli altri io, fra quanti sono nati in Ilio."
	Cos parlava lo splendido Ettore, e prese su l'elmo ornato di coda equina. La sua sposa si era gi avviata verso casa e si voltava ogni tanto indietro. Piangeva dirottamente.
	Ben presto giungeva allora alla bella abitazione di Ettore sterminatore di guerrieri, e dentro vi trovava le sue molte ancelle: le faceva singhiozzare tutte. Esse levavano il lamento su Ettore ancora vivo, l nella sua casa: pensavano che non avrebbe pi fatto ritorno dal campo di battaglia, sfuggendo al furore e alle mani degli Achei.
	Neppure Paride indugiava nel suo alto palazzo, ma dopo che ebbe indossato l'armatura magnifica di bronzo dagli svariati fregi, si mosse prontamente per la citt, sicuro di s, con agili piedi.
	Pareva un cavallo stallivo, ben nutrito d'orzo alla greppia, quando rompe all'improvviso la corda e corre fuori di galoppo per la pianura, abituato com'era a bagnarsi nelle belle acque di un fiume. Fiero e superbo, tiene dritta la testa, la criniera gli si agita sulle spalle, intorno: e nella baldanza della sua splendida forza, lo portano le ginocchia di gran carriera verso i pascoli consueti e familiari.
	Cos il figlio di Priamo, Paride, si avvi gi dalla rocca di Pergamo, tutto rilucente nella sua armatura come il sole. Era esultante di gioia, i celeri piedi lo portavano. E ben presto allora raggiunse suo fratello Ettore, proprio nel momento che stava per allontanarsi dal posto dove si era intrattenuto con la sua donna.
	A lui per primo parl Alessandro simile a un dio: "Caro, tu hai fretta, s, lo so, e io ti ho fatto aspettare con il mio ritardo, e non sono giunto puntuale come volevi."
	E a lui rispondeva Ettore dall'elmo balenante: "Amico mio, nessun uomo di buon senso pu disprezzare la tua opera in guerra. Vedi, sei valoroso, ma volentieri ti lasci andare, non hai volont. E a me dispiace profondamente, quando sento improperi contro di te da parte dei Troiani: hanno tanto da tribolare per colpa tua. Ma via, andiamo! C'intenderemo poi pi tardi, il giorno che Zeus abbia a concederci di collocare l nella sala, in onore degli dei sempiterni del cielo, il cratere della liberazione, dopo la cacciata degli Achei dalla terra di Troia."

/:/LIBRO VII



	Cos parlava lo splendido Ettore, e si lanci fuori dalla porta: insieme con lui andava Alessandro, il fratello. E tutt'e due erano impazienti di scendere in campo e scontrarsi in battaglia.
	Come un dio suol dare un vento favorevole ai naviganti in attesa e ansia, quando sono stanchi di battere il mare con le lisce pale di abete, e le membra ormai si sciolgono dalla fatica: cos fu il comparire di loro due per i Troiani che li aspettavano.
	E qui uccidevano. L'uno ammazz il figlio di Areitoo sovrano, Menestio: abitava in Arne, l'avevano generato Areitoo, il guerriero armato di clava, e Filomedusa dai grandi occhi bovini. Ettore, dal canto suo, con la lancia di frassino colp Eione al collo, sotto l'orlo dell'elmo tutto di bronzo ben lavorato, e gli ruppe le membra.
	Glauco intanto, figlio di Ippoloco, condottiero dei Lici, percosse con l'asta Ifinoo nella lotta gagliarda: era appena balzato, il Dessiade, sul carro dalle rapide cavalle, e lo raggiungeva, Glauco, alla spalla. E lui cadde gi dal cocchio a terra, e gli si slegarono le membra.
	Appena la dea dagli occhi lucenti, Atena, li scorse distruggere cos gli Argivi nella mischia violenta, venne gi d'un volo dalle cime dell'Olimpo verso la sacra Ilio. E incontro a lei si mosse Apollo: l'aveva vista dalla rocca di Pergamo. Lui voleva la vittoria per i Troiani.
	S'imbattevano l'uno nell'altro, gli dei, nei pressi del faggio, e a lei per primo rivolse la parola il sovrano Apollo: "Come mai tanta fretta, o figlia del grande Zeus, a venir qui dall'Olimpo? Ne avevi ben voglia. S, certo, tu vuoi dare ai Danai la vittoria definitiva. Non hai piet, lo so, per i Troiani che cadono. Ma se tu mi dai retta, sar per il meglio. Ecco, facciamo ora cessare le ostilit e la carneficina, per oggi! Domani poi guerreggeranno di nuovo, fino a che troveranno la conclusione finale per Ilio. Cos piace, vedo bene, a voi dee immortali - distruggere interamente questa citt."
	E a lui rispondeva la dea dagli occhi lucenti, Atena: "E sia, o Arciere! Avevo anch'io, credi, una tale idea, nel venir qua dall'Olimpo in mezzo ai Troiani e agli Achei. Ma di', in che modo intendi sospendere le ostilit tra i guerrieri?"
	E a lei rispose il sovrano Apollo, figlio di Zeus: "Stimoliamo la gagliarda energia di Ettore domatore di cavalli! Cos forse sfider, da solo, uno dei Danai a battersi con lui, fronte a fronte, in una lotta accanita. E loro, gli Achei dagli schinieri di bronzo, resteranno sorpresi, e spingeranno qualcuno a combattere in duello con il divino Ettore."
	Cos diceva, e prontamente accondiscese la dea dagli occhi lucenti, Atena. Ed Eleno, il figlio di Priamo, avvert dentro di s la decisione che era piaciuta agli dei, nel loro incontro.
	Andava da Ettore, gli si ferm accanto e disse: "Ettore, tu sei riflessivo e prudente al pari di Zeus: e allora, vorresti darmi retta? Ti sono fratello, lo sai. Ecco, fa' sedere gli altri Troiani e tutti gli Achei, e tu da solo sfida il pi valoroso dei nemici a battersi con te, corpo a corpo, in un duello feroce. Non ancora, sappi, ti tocca morire e andar incontro al tuo destino. S, te l'assicuro, ho sentito la voce degli dei sempiterni."
	Cos parlava. E vivamente si rallegr Ettore, all'udire la proposta.
	Subito andava l in mezzo e tratteneva le schiere dei Troiani, impugnando la lancia a met asta: ed essi si fermarono tutti.
	Agamennone allora fece seder gi gli Achei dai buoni schinieri. E anche Atena e Apollo dall'arco d'argento si posavano, nell'aspetto di avvoltoi, sopra l'alto faggio, sacro a Zeus armato di egida. Si godevano lo spettacolo degli uomini: fitte fitte stavano le schiere a terra, tutte irte di scudi e di elmi di lance.
	Come l'incresparsi delle onde si propaga per il mare, non appena si leva Zefiro impetuoso, e si fa tutta nera la distesa delle acque: cos erano le file degli Achei e dei Troiani, sedute l nella pianura.
	Ed Ettore parl in mezzo ai due eserciti avversari: "Ascoltatemi, Troiani e Achei! Vi voglio dire una cosa, me l'impone il cuore. Il Cronide che siede in alto, non ha fatto osservare i patti giurati, ma si vede chiaro che medita sventure per entrambi i popoli, fino al giorno che voi distruggerete Troia con le sue belle torri, oppure sarete vinti presso le navi. Ecco, tra voi, lo sappiamo, ci sono i pi valorosi di tutti gli Achei. Ora, chi ha voglia di combattere con me, venga qui avanti: sar, fra tutti, l'avversario di Ettore. Questa  la mia proposta, e Zeus ci sia testimone: se lui mi uccider con la lancia dalla larga punta, mi spogli delle armi e se le porti alle navi, ma renda indietro il mio corpo ai miei. Cos i Troiani e le spose dei Troiani mi daranno, dopo morto, al fuoco del rogo. Se invece io uccido lui e Apollo mi concede il vanto della vittoria, lo svestir dell'armatura e me la porter dentro la sacra Ilio: intendo appenderla a una parete del tempio di Apollo arciere. Ma il cadavere voglio restituirlo, perch lo portino alle navi. Cos gli Achei gli renderanno i funebri onori e gli erigeranno un tumulo in riva al largo Ellesponto. E un giorno uno, s, dei pi lontani discendenti forse dir, navigando con la nave sul mare: "Ecco qui la tomba di un eroe morto da antico tempo. Era un valoroso: e lo splendido Ettore l'uccise." Cos qualcuno dir: e la mia fama non morr mai."
	Queste le sue parole: e tutti restarono muti, in silenzio. Avevano vergogna a dir di no, e paura di accettare.
	Poi, alla fine, si lev Menelao e parl l in mezzo: inveiva con ingiurie contro di loro e sospirava forte. Diceva: "Ahim, che fanfaroni! Donnicciole siete, non guerrieri achei. S, ve lo dico, sar un disonore, sar un'infamia, se nessuno dei Danai ora va incontro ad Ettore. Oh, vorrei che vi faceste tutti acqua e terra, voi che ve ne state qui seduti da vigliacchi cos, senza senso d'onore. Ma contro costui, mi armer io! Del resto, in alto stanno i fili della vittoria, nelle mani degli dei immortali."
	Cos parlava e cominci a indossare la bella armatura. E allora, o Menelao, sarebbe certamente giunta, per mano di Ettore, la fine della tua vita - lui era senz'altro molto pi forte - se i principi degli Achei non balzavano su a trattenerti.
	Lo stesso Atride, Agamennone dall'ampio potere, gli afferr la destra, gli si rivolse e disse: "Sei matto, o Menelao! Non  il momento, questo, per una tale pazzia. Porta pazienza, anche se ti costa, e non volere per puntiglio battagliare con uno pi valoroso di te: con Ettore, s, il figlio di Priamo, che anche gli altri cercano di scansare. Persino Achille ha paura di scontrarsi con lui qui, nella battaglia che d gloria agli eroi: ed  molto pi gagliardo di te. Via, tu ora vai a sederti in mezzo alla schiera dei tuoi! Contro costui, vedrai, faranno levare, gli Achei, un altro a combattere. E se anche  intrepido, Ettore, e mai sazio di lotta, stender ben volentieri al riposo le ginocchia, penso, caso mai riesca a scampare alla furia dello scontro e al duello feroce."
	Cos parlava, e dissuase il fratello suggerendogli la prudenza: e lui si lasciava convincere. Allora i suoi aiutanti in campo, tutti contenti, gli tolsero d'addosso l'armatura.
	Ed ecco che Nestore si alz tra gli Argivi e si mise a parlare: "Ah, una grossa sventura davvero arriva sulla terra achea! Dovr, sono certo, prorompere in lunghe grida di lamento il vecchio Peleo, condottiero di carri in guerra, valente consigliere dei Mirmidoni e buon parlatore. Un giorno, vedete, mi faceva tante domande, tutto contento, l nel suo palazzo: voleva sapere, di tutti gli Argivi, la discendenza della famiglia e i figli che avevano. E ora se venisse a conoscere che sono qui a tremare davanti ad Ettore, tutti, pregherebbe di cuore gli dei immortali, levando le braccia al cielo, di farlo morire e sprofondare gi nella casa di Ade. Oh, Zeus padre, Atena e Apollo, se fossi ancora giovane, come quando in riva al Celadonte dalla rapida correntia si ammassarono a combattere tra di loro i Pili e gli Arcadi bellicosi, l presso le mura di Feia, vicino al fiume Iardano! Fra i nemici si ergeva in prima fila Ereutalione, un guerriero pari a un dio. Aveva indosso l'armatura di Areitoo sovrano: s, del grande Areitoo che chiamavano per soprannome "quello della clava", tanto gli uomini che le donne dalla bella cintura: perch, sapete, non soleva combattere con arco e freccia n con la lunga lancia, ma rompeva le schiere con una dava di ferro. Ad ammazzarlo riusc Licurgo con l'inganno e non gi con la forza, in uno stretto sentiero. L la dava non gli serv, non gli tenne lontano la rovina. Licurgo, capite, lo preveniva e lo infilz con la lancia in pieno corpo. E lui stramazzava all'indietro al suolo. Cos lo spogli delle armi che gli aveva dato Ares, il dio di bronzo. Da allora le portava lui nel tumulto della battaglia. Ma quando Licurgo poi invecchi nella sua casa, le diede da portare a Ereutalione, suo compagno in guerra. E con tali armi egli sfidava l a duello tutti i pi valorosi: e loro, vi dico, tremavano forte, erano spaventati, e nessuno os farsi avanti. Ma io ebbi l'audacia e il coraggio di scendere in campo: ed ero il pi giovane di tutti! E mi battevo con lui: Atena mi diede il vanto della vittoria. S, era un guerriero alto e gagliardo come mai, ed io l'uccisi: un gigante, credetemi, stava disteso al suolo, tutto palpitante, da qui a l. Oh, fossi giovane ancora cos, e avessi salde e intere le mie forze! Subito allora troverebbe, Ettore, il suo avversario. E voi che siete qui, tra tutti gli Achei, i pi prodi, ecco, non ve la sentite di scontrarvi a viso aperto con Ettore in campo!"
	Cos li rimproverava duramente il vecchio. E di scatto balzarono su in piedi ben nove guerrieri. Per primo si lev Agamennone signore di uomini: e dopo di lui si alzava il Tidide, Diomede il gagliardo, e poi gli Aiaci vestiti di energia battagliera, e poi ancora Idomeneo e il suo compagno d'armi Merione, simile a Enialio che fa strage di eroi: e dietro a loro Euripilo, lo splendido figlio di Evemone, e infine Toante figlio di Andremone e il divino Odisseo. Tutti l erano risoluti a battersi con il grande Ettore in duello.
	In mezzo ad essi allora parl Nestore il Gerenio, condottiero di carri: "Tirate adesso a sorte, uno di seguito all'altro: vediamo a chi tocca. E l'eroe prescelto, son certo, salver l'onore degli Achei, e sar soddisfatto anche lui, se riesce a scampare alla furia dello scontro e al duello feroce." Cos diceva. Ed essi fecero un segno, uno per uno, sulla propria sorte, e le gettarono poi dentro l'elmo dell'Atride Agamennone.
	Intanto i combattenti rivolgevano preghiere agli dei, levando le braccia. E cos ognuno diceva, guardando verso l'ampio cielo: "Zeus padre, fa' che tocchi ad Aiace, oppure al figlio di Tideo, o anche al re di Micene - la citt dell'oro!"
	Cos dicevano. E Nestore il Gerenio andava scuotendo l'elmo: ed ecco, ne salt fuori proprio la sorte che loro si auguravano, quella di Aiace!
	Allora l'araldo, movendosi da sinistra verso destra, la portava attraverso la folla da ogni parte e la mostr via via a tutti quei prodi. Non la riconoscevano come propria e la respinsero via da s, uno dopo l'altro. Ma quando arrivava, nel suo giro, all'eroe che l'aveva incisa e messa dentro l'elmo - ed era appunto lo splendido Aiace - questi tese la mano, l'altro si accostava e gliela porse. E subito riconobbe, il guerriero, alla prima occhiata, il suo segno sulla sorte ed esult di gioia. La butt a terra ai suoi piedi e diceva: "Amici, s,  proprio mia la sorte. E sono contento. Vincer, vedrete, il grande Ettore, ne son sicuro. Ma via, intanto che io indosso l'armatura, pregate Zeus sovrano, figlio di Crono, in silenzio, tra voi, senza che sentano i Troiani: o anche, s, a voce alta. Non ho, credetemi, paura di nessuno! E nessuno, vi dico, se pur risoluto, mi caccer indietro con la forza a mio dispetto, e neppure con la destrezza. Neanch'io, poi, sono nato e cresciuto a Salamina, spero, tanto inesperto di armi!"
	Cos parlava. E loro rivolgevano una preghiera a Zeus sovrano, figlio di Crono: ognuno diceva con uno sguardo all'ampio cielo: "Zeus padre che regni dall'alto dell'Ida, tu glorioso e grande, da' la vittoria ad Aiace, fa' che si acquisti questo splendido vanto. Ma se hai caro anche Ettore e ti curi di lui, concedi ad entrambi vigore e gloria in eguale misura."
	Cos dicevano: e Aiace intanto si armava di lustro bronzo. E dopo che ebbe indossato l'intera armatura, si mosse allora con impeto - come avanza Ares gigantesco nell'andare alla guerra in mezzo agli uomini, quando il Cronide li spinge insieme a combattere nel furore di uno scontro mortale. Cos balz avanti, smisurato, Aiace, baluardo degli Achei.
	Sorrideva: orrido e feroce era in volto. Camminava a gran passi, scuotendo la lancia dalla lunga ombra.
	Allora s gli Argivi lo guardavano con gioia: ma i Troiani li invase ad uno ad uno un forte tremore. Ed anche ad Ettore batteva il cuore in petto: ma non poteva pi ormai ritrarsi indietro n sparire dentro la massa dei suoi, era stato lui a sfidare a battaglia.
	Aiace gli and vicino, portando uno scudo simile a torre. Era uno scudo di bronzo, formato con sette strati di pelle di bue: gliel'aveva fatto e lavorato Tichio, il migliore senz'altro dei tagliatori di cuoio, che aveva la sua casa in Ile. Lui gliel'aveva fabbricato, questo scudo tutto lustro, con sette pelli, una sull'altra, di robusti tori: e sopra vi aveva battuto, a colpi di martello, una copertura di bronzo, ed era l'ottavo strato.
	Davanti al petto lo portava Aiace Telamonio: e si arrest a due passi da Ettore, gli parlava con voce di minaccia: "Ettore, ora vedrai da te che guerrieri valorosi ci sono tra i Danai oltre Achille - sbaragliatore di uomini, cuor di leone. Ora lui se ne sta presso le curve navi, in collera com' con Agamennone pastore di popoli. Ma noi, sappilo, siamo in molti qui, capaci di misurarci con te. Su, incomincia la lotta e la battaglia!"
	E a lui allora rispose il robusto Ettore dal pennacchio irrequieto sull'elmo: "Aiace Telamonio, discendente di Zeus, signore di popoli, non cercare di intimidirmi come un ragazzetto debole o una donnicciola, che non s'intende di imprese di guerra. Io, credi, le conosco bene le battaglie e le stragi di uomini. E so muovere ora a destra, ora a sinistra lo scudo di duro cuoio: e questo  per me combattere da forte. So, vedi, irrompere col carro in mezzo al tumulto di veloci cavalle, e so anche, nella lotta a pi fermo, ballare il ballo feroce di Ares. Cos ora non intendo colpirti, prode qual sei, a tradimento di sorpresa, ma a viso aperto: voglio vedere se ti posso raggiungere."
	Disse, e traendo all'indietro l'asta dalla lunga ombra, la scagli. Colpiva Aiace nel tremendo scudo, sulla copertura di bronzo. La dura punta della lancia penetrava, con uno squarcio, attraverso sei strati di cuoio, ma al settimo si arrest.
	Subito dopo tirava Aiace la sua arma dalla lunga ombra e colp il figlio di Priamo sullo scudo rotondo, ben equilibrato in ogni sua parte. La gagliarda lancia trapass lo scudo luccicante, ed ecco si confisse nella corazza artisticamente lavorata. Da parte a parte, lungo il fianco, lacer la tunica. Ma lui, Ettore, si scansava, e riusc a schivare il nero destino di morte.
	Allora tutt'e due, ad un tempo, strappavano con le loro mani le lunghe aste e si scontrarono con violenza. Parevano leoni che divorano cruda la preda, o cinghiali selvaggi, di forza non facile a crollare.
	Il figlio di Priamo con l'asta urt in pieno lo scudo dell'avversario, ma l'arma non l'infranse, si ripieg la punta.
	Aiace, dal canto suo, con un balzo gli trafisse lo scudo: la lancia traversava intera, e respinse indietro la furia del nemico. Giunse al collo di striscio e ne sgorgava il sangue nero.
	Ma neppure cos cessava Ettore dalla lotta: retrocedeva e afferr con la robusta mano un sasso scuro l a terra, tutto a punte, enorme. E con quello percosse Aiace nel tremendo scudo di sette strati di cuoio, in pieno, al centro. Rison, all'intorno, la superficie di bronzo.
	Subito dopo, Aiace sollevava un macigno molto pi grosso, e ruotandolo in aria lo scagli: v'impresse una forza smisurata. Gli frantum cos, a Ettore, lo scudo, urtandolo con quel pietrone simile a una macina: e gli fiacc le ginocchia. Lui cadde lungo disteso a terra, con tutto lo scudo addosso. Ma subito lo drizz in piedi Apollo.
	E allora s, con le spade in pugno, si sarebbero feriti in un corpo a corpo, se non intervenivano gli araldi, messaggeri di Zeus e degli uomini, uno a nome dei Troiani, l'altro degli Achei dalle tuniche di bronzo. Erano Taltibio e Ideo, entrambi assennati.
	In mezzo ai due eroi frapposero gli scettri. E parlava l'araldo Ideo, da saggio e prudente qual era: "Via, ragazzi, non state pi qui in campo a lottare. Tutt'e due, si vede, vi ama Zeus: tutt'e due siete prodi guerrieri. E questo lo sappiamo tutti. Ormai viene buio: ed  bene arrendersi alla notte."
	Gli rispondeva Aiace Telamonio: "Ideo, invitate Ettore, voi due, a far questa proposta!  stato lui, lo sapete, a sfidare tutti i pi valorosi a battaglia. Ed egli sia ora il primo! Ceder anch'io volentieri, se lo fa lui."
	Gli rispose allora il grande Ettore dal pennacchio irrequieto sull'elmo: "Aiace, vedo che un dio ti ha dato corporatura robusta e vigore, e anche giudizio, e che sei il migliore, senz'altro, degli Achei nel tirar di lancia. S, cessiamo adesso la lotta e lo scontro, per oggi! Domani poi combatteremo ancora, fino al giorno che un dio decida tra noi, e conceda la vittoria agli uni o agli altri. Gi viene scuro: ed  bene arrendersi alla notte. Ecco, tu farai lieti tutti gli Achei presso le navi, e in particolare i tuoi amici e compagni d'armi. E anch'io l, nella grande citt di Priamo sovrano, render contenti i Troiani e le Troiane dai lunghi pepli: ed esse entreranno nel sacro tempio a levare preghiere di ringraziamento per me. Ma via, scambiamoci doni di pregio l'uno con l'altro! Mi piacerebbe che qualcuno degli Achei e dei Troiani potesse dire un giorno: "Combatterono,  vero, in uno scontro mortale, ma si separarono d'accordo, in amicizia"."
	Cos parlava, e gli diede in regalo una spada dalle borchie d'argento: gliela porgeva insieme con la sua guaina e la cinghia di cuoio ben tagliato. Aiace da parte sua gli dava una cintura di pelle, luccicante di porpora.
	I due campioni si separarono : uno andava in mezzo all'esercito degli Achei, l'altro si moveva verso la turba chiassosa dei Troiani. E l esultavano di gioia, a vederlo venir loro davanti vivo e incolume, scampato alla furia e alle mani irresistibili di Aiace. E lo menavano in citt, ancora non credevano che fosse salvo.
	Gli Achei, dall'altra parte, accompagnavano Aiace all'alloggio del divino Agamennone. Era felice, l'eroe, della propria vittoria.
	Appena furono dentro la baracca dell'Atride, ecco che Agamennone signore di guerrieri sacrific, per il loro convito, un bue di cinque anni, in onore del potente Cronide. Subito lo scoiavano e gli si affaccendavano dattorno: lo squartarono tutto. Poi lo tagliavano abilmente in pezzi: li infilarono negli spiedi e li arrostirono con arte. Alla fine levavano ogni cosa dal fuoco. E quando terminarono il loro lavoro ed ebbero preparato il pranzo, allora banchettavano: a ognuno non manc la sua parte giusta. In segno d'onore l'intero filetto fu riservato ad Aiace: glielo porgeva l'eroe Atride, Agamennone dall'ampio potere. E dopo che ebbero cacciato via la voglia di mangiare e bere, cominciava l per primo, il vecchio Nestore, a tessere un discorso. Anche in passato il suo consiglio si era sempre rivelato il migliore. Cos davanti a loro, da persona saggia, prese la parola e disse: "Atride e voi altri principi degli Achei, sono gi tanti, sapete, i caduti in campo.  stata la violenza degli scontri di questa giornata a spargerne il sangue nero, qua e l, lungo lo Scamandro dalla bella corrente: e le loro anime sono scese gi nell'Ade. Ecco, per questo tu devi, Agamennone, sospendere domani all'alba le ostilit. E noi in massa potremo trasportar qui i cadaveri sui carri con buoi e muli e quindi bruciarli, un poco discosto dalle navi. Cos si potr recar a casa le ossa ai figli, quando faremo ritorno in patria. E poi intorno alla pira dobbiamo erigere un unico tumulo comune, ben alto sulla pianura; e presso a questo costruire in fretta un muro con alte torri, a protezione della flotta, e anche nostra: e qui fare solide porte per il passaggio dei cocchi. E dalla parte esterna dobbiamo scavare, l vicino, una fossa profonda tutt'in giro, da tener lontani i guerrieri coi carri e i soldati a piedi, e impedire che un giorno o l'altro si abbatta su di noi l'assalto dei fieri Troiani."
	Cos parlava. E loro l, i principi, approvavano tutti quanti.
	Intanto si teneva l'assemblea dei Troiani sull'acropoli di Ilio, vicino alla porta del palazzo di Priamo: ed era movimentata e tumultuosa. E tra loro prendeva a parlare. Antenore il saggio: "Ascoltatemi, Troiani e Dardani e voi altri alleati! Vi voglio dire una cosa, me lo comanda il cuore. Via, consegnamo agli Atridi Elena argiva e con lei le sue ricchezze! Che se le portino via! Oggi abbiamo violato i patti solenni e continuiamo a combattere. Per questo non ci capiter nulla di buono, penso, se non facciamo cos."
	Dopo queste parole si metteva gi a sedere. E tra loro si alz il divino Alessandro, lo sposo di Elena dalle belle chiome. Gli rispondeva: "Antenore, non mi piace la proposta che tu qui fai: sai ben trovare qualche altra idea migliore di questa. Ma se parli cos davvero sul serio, allora, te lo dico, gli dei t'hanno tolto il senno. Ecco, in mezzo ai Troiani qui, parler chiaro. Lo proclamo apertamente: la donna non la restituir! I tesori invece che ho portato da Argo nella mia casa, son disposto a renderli tutti, ed anche ad aggiungerne di miei."
	Cos parlava e si metteva gi a sedere. E tra loro si alz Priamo il Dardanide, consigliere uguale agli dei. E l, da saggio, prese la parola e disse: "Ascoltatemi, Troiani e Dardani e voi altri alleati, vi voglio dire una cosa, me l'impone il cuore. Ora voi prendete il pasto della sera come sempre, e pensate a far buona guardia, vigilate a turno. Domattina poi Ideo si recher alle navi a riferire agli Atridi Agamennone e Menelao la proposta di Alessandro - per causa sua  nata la guerra. E avanzi anche questa saggia idea, veda se sono disposti a sospendere la guerra e il suo orrendo frastuono, fino a tanto che bruciamo i cadaveri. In seguito poi combatteremo ancora, sino al giorno che un dio decida tra noi, e conceda la vittoria agli uni o agli altri."
	Cos parlava: ed essi l'ascoltarono attenti e ubbidirono. Prendevano allora il pasto della sera al campo, per drappelli.
	All'alba Ideo si recava alle concave navi.
	Li trov in assemblea, i Danai seguaci di Ares, vicino l alla poppa della nave di Agamennone. E in mezzo a loro parlava in piedi l'araldo dalla forte voce: "Atride e voi altri principi degli Achei, Priamo e i nobili Troiani tutti mi comandano di riferire, se mai vi  gradita e fa piacere, la proposta di Alessandro, il responsabile della guerra. Ecco: i tesori che lui si  portato a Troia con le navi - e magari fosse prima morto! -  pronto a renderli tutti, e ad aggiungerne altri ancora di suo. Ma la sposa legittima del glorioso Menelao, si rifiuta di restituirla. E dire che i Troiani lo pregano vivamente! E anche questa proposta mi dicevano di farvi: siete disposti a interrompere le azioni della triste guerra, fino a tanto che bruciamo i cadaveri? In seguito poi ci batteremo ancora, fino al giorno che un dio decida tra noi, e dia la vittoria a una delle due parti."
	Cos parlava. E tutti l restarono muti, in silenzio.
	Alla fine parl Diomede, valente nel grido di guerra: "Nessuno qui ha da accettare i tesori di Alessandro, e neppure Elena!  ben chiaro anche ad un bambino che per i Troiani ormai stanno annodati i lacci della morte."
	Cos parlava. E l tutti acclamavano, i figli degli Achei, con alte grida, approvando il franco linguaggio di Diomede domatore di cavalli.
	E allora il re Agamennone disse a Ideo: "Ideo, ecco, senti da te la parola degli Achei, come ti rispondono. E anche a me piace sia cos. Quanto poi ai morti, non ho nulla in contrario che si brucino. Non si rifiuta, lo sai, ai cadaveri dei defunti, quando lasciano la vita, la consolazione del fuoco al pi presto. E sia testimone dei vostri patti Zeus, il tonante marito di Era!"
	Cos diceva, e alz al cielo lo scettro verso tutti gli dei.
	Ideo tornava indietro alla sacra Ilio.
	L sedevano in assemblea Troiani e Dardani, tutti quanti riuniti insieme: erano in attesa del rientro d'Ideo. E lui arriv e rifer la risposta in piedi in mezzo ad essi. Allora in gran fretta facevano i preparativi: e gli uni si avviavano a trasportare dal campo i cadaveri, gli altri a far legna nella selva.
	Anche gli Argivi, dall'altra parte, lasciavano le loro navi dai solidi banchi e si movevano svelti, chi a raccogliere i morti e chi in cerca di legname.
	Il sole allora batteva da poco le campagne, sorgendo dalle quiete profonde correnti dell'Oceano e salendo al cielo. E loro s'incontravano, gli uni con gli altri.
	L era ben difficile riconoscere ad uno ad uno i guerrieri caduti. Ma gli lavavano via con acqua il sangue dalle ferite, e poi versando calde lacrime li deponevano sui carri.
	Non permetteva il grande Priamo di levare grida di pianto: ed essi in silenzio ammucchiavano i cadaveri sul rogo funebre con la tristezza in cuore, e dopo la cremazione tornarono alla sacra Ilio.
	Facevano altrettanto, dall'altra parte, gli Achei dai buoni schinieri: accumulavano i morti sulla pira, profondamente rattristati, li bruciavano tra le fiamme e se ne andarono alle concave navi.
	Non era ancora l'alba, ma un incerto crepuscolo sul finir della notte, ed ecco che intorno al rogo si riun un drappello scelto di Achei.
	Vi erigevano in giro un tumulo comune, ben elevato sul piano. Poi l vicino costruivano un muro e alte torri, a difesa delle navi e delle truppe. E vi facevano solide porte per il passaggio dei carri. Di fuori, accanto al muro, scavarono un fossato profondo, bel largo e grande, e vi piantarono dei pali.
	Cos loro l si davano da fare, gli Achei dai lunghi capelli. E gli dei sedevano accanto a Zeus fulminatore e contemplavano la grande opera.
	Tra loro prendeva a parlare Posidone l'Ennosigeo : "Zeus padre, di' un po', c' qualche uomo sulla terra sconfinata che vorr ancora aprire il cuore agli immortali? Non vedi laggi? Gli Achei si son messi a fabbricare un muro a difesa delle navi, e a tracciarvi tutto all'intorno una fossa: e non hanno offerto solenni ecatombi agli dei. La fama di questo lavoro, sono certo, correr fin dove si diffonde l'aurora. E cos ci si dimenticher della costruzione, che io e Febo Apollo erigemmo con tanta fatica intorno alla citt, per l'eroe Laomedonte."
	E a lui rispose vivamente turbato l'adunatore dei nembi, Zeus: "Oh, cosa mai dicesti, potente Ennosigeo! Pu avere questo timore qualunque altro degli dei, che sia molto pi debole di te per vigoria di braccia. Ma la tua fama, sono sicuro, andr lontano fin dove si spande l'aurora. Via, senti: non appena gli Achei se ne andranno con le navi alla terra dei loro padri, tu, il muro l, abbattilo e rovescialo in mare, e ricopr di nuovo l'ampio lido con la sabbia. Scomparir in tal modo il grande muro degli Achei."
	Cos discorrevano tra loro. Tramont il sole ed era compiuta l'opera degli Achei.
	Allora ammazzavano buoi nelle baracche e prendevano il pasto della sera. Erano l a riva molte navi, venivano da Lemno con un carico di vino. Le inviava Euneo figlio di Giasone pastore di popoli e di Issipile. A parte poi, per gli Atridi Agamennone e Menelao, aveva mandato mille misure di vino.
	Di qui si rifornivano i chiomati Achei, barattando chi bronzo e chi lucido ferro; altri, pelli di bue, altri i buoi stessi, e altri ancora gli schiavi. Si preparavano cos un magnifico banchetto.
	E allora per tutta la notte gli Achei dalla lunga capigliatura mangiavano e bevevano: altrettanto facevano in citt i Troiani e gli alleati.
	Ma durante l'intera notte meditava loro dei guai il provvido Zeus, tuonando spaventosamente: la pallida paura li afferrava.
	Dalle coppe versavano il vino a terra, e nessuno os bere prima di libare al potente figlio di Crono.
	Alla, fine si sdraiarono sui giacigli e si presero il dono del sonno.

/:/LIBRO VIII



	Aurora dal peplo color arancione si diffondeva sulla terra intera, quando Zeus convoc l'assemblea degli dei sopra la vetta pi alta dell'Olimpo, tra molte cime in giro.
	Prendeva lui la parola, gli altri stavano a sentire. Diceva: "Ascoltatemi, o dei e dee tutti quanti, intendo dirvi una cosa, ne ho proprio voglia. Nessuna divinit, femmina o maschio che sia, si attenti a infrangere il mio ordine! Lo dovete rispettare all'unanimit, senza eccezioni. Cos sbrigo presto qui le faccende. Se vedo uno, vi avviso, andare da solo, di sua testa, a portar soccorso ai Troiani o ai Danai, lo colpir con la folgore, e non far un bel vedere di ritorno all'Olimpo: oppure lo afferro e scaravento dentro il Tartaro tenebroso, ben lontano, dove la voragine sotterra  pi profonda. Laggi, la porta  di ferro, la soglia di bronzo: tanto al di sotto dell'Ade, quanto il cielo dista dalla terra. Allora capir, credete, come io sono il pi gagliardo di tutti i numi. Su, avanti, fatene la prova, o dei: cos lo vedrete! Appendete al cielo una corda d'oro, e attaccatevi tutti quanti, dei e dee. No, non ce la farete, vi dico, a trascinare al suolo Zeus qui, la mente suprema, neppure con ogni sforzo. Ma quando anch'io volessi dar una stratta sul serio, ecco, vi tiro su insieme alla terra intera e al mare, e poi lego la fune a un picco dell'Olimpo - e tutto resterebbe l sospeso per aria. Tanto, sappiatelo, io sto al di sopra degli dei e degli uomini!"
	Cos diceva. E tutti restarono muti, in silenzio, per la sorpresa di quel linguaggio: aveva parlato con molta brutalit. Solo pi tardi prendeva la parola la dea dagli occhi lucenti, Atena: "O padre nostro Cronide, sommo tra i sovrani, lo sappiamo bene anche noi: la tua potenza  indomabile. Ma pure abbiamo piet dei Danai guerrieri, che andranno incontro a un brutto destino di morte. S, credi, ci terremo lontano dal campo di battaglia, come tu vuoi: intendiamo per dare un suggerimento agli Argivi, che sia loro utile. Cos non periranno tutti per via della tua ira."
	E a lei rispondeva sorridendo l'adunatore dei nembi, Zeus: "Stai di buon animo, Tritogenia, figlia mia! Non ti parlo, vedi, con cuore sereno, ma con te voglio essere buono." Cos diceva e aggiogava al carro i cavalli dagli zoccoli di bronzo: volavano velocissimi, avevano lunghe criniere d'oro.
	Poi si vest d'oro anche lui, afferr una frusta pur essa d'oro, ben lavorata, e saliva sul suo cocchio.
	Sferz i cavalli alla corsa ed essi di buona voglia presero il volo tra la terra e il cielo.
	Giunse all'Ida ricca di sorgenti, madre di fiere, proprio sul Gargaro, dove aveva un recinto sacro e un altare odoroso di incenso.
	Qui ferm i cavalli, il padre degli uomini e degli dei: li staccava dal carro, intorno sparse molta nebbia. Poi si metteva a sedere sulla vetta, lieto e fiero della sua gloria, e contemplava la citt dei Troiani e le navi degli Achei. Loro intanto prendevano il pasto, i chiomati Achei, in fretta, tra le baracche, e subito dopo indossavano la corazza. I Troiani, dall'altra parte, si armavano per la citt: erano in meno, ma anche cos non vedevano l'ora di battersi in campo aperto, per forza di cose, in difesa dei figli e delle mogli. Si spalancavano tutte le porte, e ne irrompeva fuori la folla dei combattenti, a piedi e sui carri. Si levava un grande frastuono.
	E come giunsero con la loro marcia in un unico luogo fronte a fronte, subito si scontrarono con gli scudi di cuoio e con le lance in un impeto di furore - quei guerrieri dalla corazza di bronzo. E gli scudi ombelicati cozzarono l'uno con l'altro: un enorme strepito era nell'aria.
	E allora insieme si levavano urli di lamento e grida di trionfo tra i combattenti: c'era chi uccideva e chi veniva ucciso. Scorreva di sangue la terra.
	Fintanto che era mattina e cresceva il sacro giorno, da entrambe le parti volavano i tiri e uomini cadevano. Ma quando il sole ebbe percorso la met del cielo, ecco che allora Zeus padre tendeva la bilancia d'oro e vi posava sopra due destini di morte dolorosa: uno era dei Troiani domatori di cavalli, l'altro degli Achei rivestiti di bronzo. Poi la tirava in su, prendendola giusto nel mezzo: s'inclinava il giorno fatale degli Achei. S, la sorte degli Achei si pos sulla fertile terra, quella dei Troiani sal verso il cielo. Il dio allora tuonava forte dall'Ida, e mand un bagliore fiammeggiante tra le schiere degli Achei: e loro, a quella vista, trasalirono di stupore, e tutti li afferrava la pallida paura.
	In quella occasione n Idomeneo n Agamennone ebbero la forza di resistere: e neanche i due Aiaci, servitori di Ares, tenevano duro. Solo restava al suo posto Nestore il Gerenio, guardiano degli Achei: non proprio di sua volont. Ma uno dei suoi cavalli era tutto dolorante: gliel'aveva colpito con una freccia il divino Alessandro, lo sposo di Elena dalle belle chiome.
	In cima alla fronte lo feriva, l dove crescono sul cranio i primi ciuffi della criniera equina, ed  un punto davvero mortale. Per lo spasimo la bestia s'impenn, il dardo entrava nel cervello: e metteva in trambusto la pariglia, con il suo divincolarsi intorno all'arma di bronzo.
	Intanto che il vecchio l, con un balzo, tagliava a colpi di spada le tirelle del cavallo di volata, ecco sopraggiungere tra il tumulto della fuga il rapido carro di Ettore: portava l'ardimentoso guerriero. Era Ettore, s! E certo il vecchio avrebbe perduto allora la vita, se prontamente non se n'accorgeva Diomede.
	Con un formidabile urlo chiamava in aiuto Odisseo: "Figlio di Laerte, Odisseo, dove scappi voltando le spalle come un vigliacco in mezzo alla massa? Bada che qualcuno non ti pianti, durante la fuga, l'asta nella schiena! Su, fa' fronte all'assalto, e allontaniamo dal vecchio quel selvaggio guerriero!"
	Cos diceva: ma non gli diede ascolto il paziente divino Odisseo, e pass oltre correndo fino alle concave navi degli Achei.
	Il Tidide allora da solo avanz in prima fila, e si piantava davanti ai cavalli del vecchio Nelide. E a lui rivolgeva parole: "O vecchio, s, lo vedo, i combattenti giovani ti mettono nei guai. Ecco, il tuo vigore  fiaccato, ti  compagna la gravosa vecchiaia: e inoltre hai uno scudiero senza grande forza e cavalli lenti. Ma via, monta sul mio cocchio! Cos vedrai che destrieri ho: sono quelli di Troo. Sanno per la pianura inseguire rapidamente, di qua e di l, e battere in ritirata. Li ho portati via ad Enea: provocano terrore e fuga. Dei tuoi, l, si prenderanno cura i nostri scudieri. E intanto noi due lanceremo questi qui contro i Troiani. Pure Ettore deve provare se la mia lancia  anch'essa una furia tra le mie mani!"
	Cos diceva: e prontamente acconsent Nestore il Gerenio, condottiero di carri.
	Dei cavalli di Nestore si occuparono allora i forti scudieri, Stenelo e il generoso Eurimedonte. E gli altri due salirono insieme sul cocchio di Diomede. Nestore prese in mano le redini lucenti e sferz le bestie. Furono ben presto vicino ad Ettore.
	Lui gli si avventava con furore, difilato, contro. E il figlio di Tideo scagli la lancia. Sbagliava il tiro: colp per l'auriga Eniopeo, il figliolo del magnanimo Tebeo, che reggeva le redini dei cavalli. Al petto lo feriva, presso la mammella. Crollava gi dal carro: diedero un balzo indietro i destrieri, con pronti piedi. A lui si dissolse l il soffio vitale e la forza.
	Un atroce dolore serr l'animo di Ettore, per la sorte del suo auriga: pure lo lasciava l steso a terra, il suo compagno d'armi, nonostante il dispiacere. E andava a cercarne un altro pieno di ardimento.
	Non rimasero a lungo, i suoi cavalli, senza guida: ben presto trov l'intrepido Archettolemo, il figlio di Ifito. Lo fece montare sul carro, gli dava le briglie in mano.
	Allora sarebbe avvenuto uno sterminio, un disastro irreparabile, e i Troiani sarebbero stati rinchiusi come agnelli dentro Ilio, se prontamente non se n'accorgeva il padre degli uomini e degli dei. Fra un tuonare spaventoso, scagli un fulmine abbagliante e lo fece cadere gi a terra davanti al carro di Diomede. Una fiammata si lev, terribile, con odore di zolfo bruciato, e i due cavalli, nello spavento, si rannicchiarono sotto il giogo. A Nestore sfuggirono di mano le lucide briglie. Ebbe paura anche lui e disse a Diomede: "Tidide, via, ascoltami: volta i cavalli in ritirata! Non vedi che da Zeus non ci viene aiuto? Ora, credimi, il Cronide concede gloria a lui l, per oggi. Un'altra volta poi la dar anche a noi, se ha voglia. Nessuno, sai, pu tirare dalla sua la volont di Zeus, neanche se  molto forte. Il dio  senza confronto pi potente."
	E a lui rispondeva allora Diomede, valente nel grido di guerra: "S, tutto questo  vero, o vecchio: hai parlato bene. Ma un vivo cruccio qui mi penetra nel profondo del cuore. Ecco, un giorno dir, Ettore, parlando in mezzo ai Troiani: "Il Tidide io l'ho cacciato in fuga, ed  corso alle navi!" Cos un giorno si vanter. E allora vorrei mi si spalancasse la terra sotto i piedi!"
	Gli rispose Nestore il Gerenio condottiero di carri: "Ahim, figlio del valoroso Tideo, cosa mai hai detto! Vedi, se anche Ettore ti chiamer vile e codardo, Troiani e Dardani non gli crederanno: e neanche le spose dei Troiani, a cui hai gettato nella polvere i fiorenti mariti."
	Cos parlava, e gir i cavalli dalla solida unghia in ritirata, di nuovo tra la calca dei soldati in fuga. E alle sue spalle i Troiani ed Ettore, con un vociare straordinario, rovesciavano dardi e strazio.
	E allora mand un lungo grido il robusto Ettore dall'elmo lampeggiante: "Tidide, troppo ti onoravano i Danai con un posto di riguardo nei banchetti e i pezzi di carne e le coppe colme di vino. Ma d'or in avanti non avranno pi stima di te: ecco, ti sei fatto una donnicciola! Vai alla malora, va', miserabile pupattola! No, io non ceder. E tu non riuscirai a scalare le nostre mura n a menar via le donne sulle navi. Sar io a darti prima la morte."
	Cos diceva. E il Tidide fu l indeciso, se girare i cavalli e affrontarlo in duello. Per ben tre volte rimase incerto, e per tre volte dalle cime dell'Ida il provvido Zeus tuonava, dando ai Troiani il segnale di un rovesciarsi del fronte e di un pieno successo in campo.
	Ettore spronava i Troiani con un lungo urlo: "Troiani e Lici, e voi Dardani bravi nei corpo a corpo, siate uomini, amici, e pensate all'aspra lotta! Ecco, vedo che il Cronide, nella sua bont, assicura a me la vittoria e una gloria grande, ai Danai invece sventura. Poveri illusi! Guardate, hanno inventato qui un muro che fa piet e non vale niente. Non arginer di certo la nostra furia. E i cavalli con facilit passeranno d'un salto la fossa profonda. Ma quando arriver alle navi, ricordatevi del fuoco! Voglio incendiare la flotta e massacrare l gli Argivi nello stordimento del fumo."
	Cos diceva e grid ai suoi cavalli a gran voce: "Santo e tu, Podargo, e voi Etone e Lampo, ora mi dovete ripagare delle tante cure che ha Andromaca per voi.  lei che vi mette davanti il saporito frumento e vi d da bere del vino, quando ne avete voglia. S, prima a voi che a me: e le sono marito! Su, via, all'inseguimento, di corsa! Cos ci impadroniremo dello scudo di Nestore, la cui fama ora arriva al cielo:  tutto d'oro, dicono, imbracciature e il resto. E poi strapperemo d'addosso a Diomede la corazza tutta lavorata, che gli ha fabbricato Efesto. Oh, se ci riusciremo, spero davvero di far imbarcare gli Achei stanotte sulle rapide navi."
	Cos diceva con aria di trionfo. E s'indignava l'augusta Era: si dimen sul suo seggio e fece tremare il vasto Olimpo. E allora parlava al grande dio Posidone: "Ahim, o potente Ennosigeo! Neanche tu, vedo, hai compassione della rovina dei Danai. E dire che loro ti portano a Elice e ad Ege tante offerte preziose. Trova dunque il modo di dar loro la vittoria! Ecco, se proprio volessimo, noi tutti protettori dei Danai, ricacciare indietro i Troiani e opporci a Zeus, lui resterebbe l solo, sull'Ida, con il suo cruccio."
	E a lei, vivamente irritato, rispose l'Ennosigeo sovrano: "Era, una linguaccia sei! Cosa t' saltato in mente di dire? Per conto mio, non vorrei proprio che noi altri qui si lottasse con Zeus Cronide. Lui , lo sai, molto pi potente."
	Cos essi ragionavano tra di loro.
	Intanto l, fuori dal recinto delle navi, lo spazio tra la fossa e il muro era pieno di cavalli e di guerrieri, tutti accalcati. E a dargli addosso era Ettore figlio di Priamo, simile ad Ares impetuoso, ora che Zeus gli accordava la gloria. E avrebbe s incendiato con il fuoco divampante le navi ben equilibrate, se l'augusta Era non suggeriva ad Agamennone l'idea di darsi da fare di persona, alla svelta, a incoraggiar gli Achei.
	Ecco, si mosse per andare lungo le baracche e la flotta, reggendo con la grossa mano l'ampio mantello purpureo: e si piant accanto alla nera nave di Odisseo, dal vasto ventre, che stava proprio al centro. Voleva farsi sentire da una parte e dall'altra, tanto agli alloggiamenti di Aiace Telamonio che a quelli d'Achille: alle due estremit avevano, essi, tirato in secco le navi, sicuri com'erano del proprio valore e della forza delle loro braccia.
	Gridava allora forte, facendosi udire dai Danai: "Vergogna, Argivi! Miserabili vigliacchi, solo di bella apparenza! Dove sono andate a finire le vostre vanterie? Eravamo, a chiacchiere, tutti eroi, l a Lemno, quando parlavate da spacconi mangiando carni a non finire di buoi, e bevendo coppe di vino colme fino all'orlo. Eravate pronti allora a far fronte in campo a cento, a duecento Troiani! Ora invece non teniamo testa a uno solo: a Ettore, s, che tra poco dar fuoco alle navi. Oh, Zeus padre, dimmi, hai mai accecato cos, con una tale sciagura, qualcun altro dei re sovrani, togliendogli la sua grande gloria? No, mai, credi, te lo assicuro, son passato oltre con la nave davanti a un tuo magnifico altare, venendo per mio malanno qui: ma su tutti bruciai grasso e cosce di buoi, nella mia smania di abbattere le salde mura di Troia. Su, Zeus, esaudisci almeno questo mio desiderio! Loro qui, fa' che riescano a scampare e a salvarsi! Non permettere che gli Achei siano abbattuti dai Troiani in questa maniera!"
	Cos parlava. E Zeus padre lo commiser a vederlo in pianto, e gli diede assicurazione che l'esercito sarebbe salvo, non veniva sterminato. Subito mandava un'aquila, il pi perfetto dei volatili: teneva tra gli artigli un cerbiatto, il piccolo di un'agile cerva, e lo lasci cadere vicino al bellissimo altare di Zeus, dove gli Achei solevano sacrificare al dio signore di ogni rivelazione.
	Quando loro videro che il buon augurio veniva da Zeus, si buttarono con ardore addosso ai Troiani e non pensarono che a battersi.
	Nessuno allora dei Danai che pur erano in tanti, pot vantarsi di esser stato pi pronto del Tidide nel tenere i rapidi cavalli, e nel lanciarli oltre la fossa e nell'ingaggiare la lotta. Fu lui il primo, senz'altro, che abbatt un guerriero troiano, Agelao figlio di Frammone. Girava, questi, i cavalli per fuggire: e Diomede gli piant, appena fu voltato, la lancia nella schiena, proprio in mezzo alle spalle, e gliela cacci dentro nel petto. L'uomo crollava gi dal carro, e risuonarono le armi su di lui.
	Subito dopo venivano gli Atridi, Agamennone e Menelao, e via via gli Aiaci vestiti di energia battagliera, e Idomeneo, e il suo compagno d'armi Merione, uguale ad Enialio sterminatore di eroi, e dietro a loro Euripilo, lo splendido figlio di Evemone.
	Il nono ad accorrere era Teucro, che tendeva il flessibile arco. Si metteva al riparo dello scudo d'Aiace Telamonio.
	E l Aiace scostava un po' lo scudo: e allora il guerriero, prendendo la mira, colpiva con la freccia qualcuno nella folla, e lo faceva cadere a terra morto. Poi tornava indietro, come un bambino da sua madre, a ripararsi da Aiace: e lui lo copriva con lo scudo luccicante.
	Chi fu il primo allora dei Troiani, che l'irreprensibile Teucro ammazz? Ecco, raggiungeva prima Orsiloco, e poi Ormeno e Ofeleste, e poi ancora Detore e Cromio e Licofonte simile a un dio, e via via Amopaone figlio di Poliemone, e Melanippo. Uno dopo l'altro, li stese tutti a terra.
	Fu tutto contento il signore di uomini Agamennone, a vederlo portare con il suo arco robusto la morte tra le file dei Troiani. E andava da lui, gli si ferm accanto e disse: "Teucro, sei un caro ragazzo! Continua pure a tirare cos! Sarai la salvezza dei Danai e la gioia di tuo padre Telamone, che ti allevava da bambino e si prese cura di te, se pure non legittimo, nella sua casa. Lui ora  l lontano: e tu procuragli gloria! Ecco, una cosa ti voglio dire e si avverer, sta' certo. Se Zeus egioco mi concede, insieme ad Atena, di distruggere la bella citt di Ilio, subito dopo me verrai tu: intendo metterti tra le mani un premio d'onore, o un tripode o due cavalli con il loro cocchio, o una donna che salga sul tuo stesso letto."
	E a lui rispondeva l'irreprensible Teucro: "Atride glorioso, perch spronarmi? Mi do da fare gi da solo. E per quanto sta in me, non desisto. Ecco, da quando li abbiamo respinti verso Ilio, sto qui appostato con l'arco a far fuori guerrieri. Vedi, ho gi tirato otto frecce dalla lunga punta, e si sono tutte piantate nella carne di giovani combattivi. Ma quel cane l rabbioso non riesco a coglierlo."
	Disse, e vibrava dalla corda un'altra freccia contro Ettore: aveva proprio voglia di raggiungerlo! Ma anche questa volta sbagli bersaglio: feriva invece al petto l'irreprensibile Gorgitione, il prode figlio di Priamo.
	Sua madre era la bella Castianira, venuta sposa da Esime : somigliava per maest di forme alle dee. E come un papavero in un orto piega il capo da una parte, per il peso dei semi e delle piogge di primavera, cos lui reclinava da un lato la testa, gravata ormai dall'elmo.
	E Teucro lanciava via dalla corda un altro dardo contro Ettore: il suo cuore smaniava di colpirlo. Ma pure allora sbagli il tiro, glielo deviava Apollo. E invece coglieva al petto, presso la mammella, Archettolemo, l'ardito auriga di Ettore, nella foga dell'assalto. L'uomo precipitava gi dal cocchio: diedero un balzo indietro i cavalli, con pronti piedi. A lui si dissolse l il soffio vitale e la forza.
	Un atroce dolore strinse l'animo di Ettore, per la sorte del suo auriga: ma lo lasciava l, pur triste com'era per la perdita del compagno d'armi. E disse a Cebrione, suo fratello, che si trovava l, di prendere lui le redini. Ed egli prontamente acconsentiva al suo invito.
	Ettore salt gi dal carro luccicante a terra, gridando terribilmente. Poi afferr con la mano un macigno e mosse contro Teucro, ben deciso a tirarglielo addosso.
	Proprio allora Teucro aveva tratto fuori dalla faretra un acuto dardo, e lo metteva sulla corda: e quando gi stava tirando, Ettore lo invest alla spalla, dove la clavicola separa il collo dal petto, ed  un punto davvero vitale.
	Proprio l lo percoteva con lo scabro masso mentre mirava impaziente contro di lui, e gli ruppe la corda. Gli mor, a Teucro, il braccio al polso, e croll l ginocchioni. L'arco gli sfugg di mano.
	Aiace per non abbandonava il fratello stramazzato a terra, ma correva in sua difesa e gli pose a riparo lo scudo. Poi se lo caricavano sulle spalle due fedeli compagni, Mecisteo figlio di Echio e il divino Alastore, e lo trasportavano alle concave navi fra alti lamenti.
	Ancora una volta Zeus Olimpio mise energia addosso ai Troiani, e loro ricacciarono gli Achei verso la fossa profonda. In prima fila avanzava Ettore, fiero della sua forza. Come quando un cane cerca di addentare un cinghiale o un leone per di dietro, alle cosce e alle natiche, e gli d la caccia con agili piedi e lo tiene ben d'occhio nelle sue giravolte: cos Ettore seguiva da presso i chiomati Achei, uccidendo via via chi restava indietro. Gli altri scappavano. Quando poi in piena rotta passarono oltre la fossa e la palizzata, - e tanti ne cadevano sotto i colpi dei Troiani -, l accanto alle navi arrestavano la loro fuga. E si chiamavano l'un l'altro, e con le braccia levate rivolgevano vive preghiere, ognuno per suo conto, a tutti gli dei.
	Ettore intanto faceva girare, in lungo e in largo, i suoi cavalli dalla bella criniera: aveva la guardatura della Gorgone o di Ares sterminatore di mortali.
	A vederli laggi, ne ebbe piet la dea dalle bianche braccia, Era, e subito rivolgeva ad Atena parole: "Ahim, figlia dell'egioco Zeus! E allora non dobbiamo pi pensare ai Danai? Sono l che periscono:  questa la fine. Ecco: vanno incontro a un triste destino di morte, per la furia di un solo guerriero. S, lui l, il Priamide Ettore, imperversa in modo intollerabile, e ha fatto ormai tanto danno."
	E a lei rispose la dea dagli occhi lucenti, Atena: "Oh, s, magari perdesse costui la forza e la vita per mano degli Argivi, cadendo nella sua terra! Ma mio padre  un pazzo, non ragiona pi, quel testardo! Sempre ingiusto, mi contrasta in ogni mia iniziativa. Ah, non si ricorda pi che gli ho salvato tante volte il figlio, quando era nei guai per le fatiche imposte da Euristeo! S, lui piangeva rivolgendosi al cielo: e allora Zeus spediva me dall'alto a portargli soccorso. Oh, se avessi previsto quanto ora avviene, quel giorno che Euristeo lo mandava gi nella casa di Ade a menar via dall'Erebo il cane dell'odioso dio, non sfuggiva certo alle precipitose correntie dello Stige! Ora invece mi detesta e fa il volere di Tetide che gli ha baciato le ginocchia, e gli ha preso il mento con la mano, scongiurandolo di dar onore ad Achille distruttore di citt. Ma verr, sono certa, il momento che mi chiamer ancora "la mia cara dagli occhi lucenti". Via, tu adesso prepara per noi due i cavalli! Intanto io entro in casa di Zeus egioco ad armarmi per la battaglia. Voglio proprio vedere se il figlio di Priamo, Ettore, si rallegrer al nostro comparire in campo, o se sar qualcuno dei Troiani a saziare cani e uccellacci con il suo grasso e le sue carni, cadendo l presso le navi degli Achei."
	Cos diceva: e prontamente acconsent la dea dalle bianche braccia, Era.
	Lei andava, la dea veneranda figlia del grande Crono, a bardare i cavalli dai frontali d'oro. E intanto Atena, la figlia di Zeus egioco, lasci cadere gi, sulla soglia della casa paterna, il morbido peplo a vivaci colori, che lei stessa si era fatto e lavorato con le sue mani. Poi vestiva la tunica di Zeus adunatore di nembi, ne indossava l'armatura per la battaglia dalle tante lacrime. Alla fine sal sul cocchio fiammeggiante e afferr la sua lancia - la pesante grossa massiccia lancia con la quale abbatte le schiere degli eroi, se si adira con loro la figlia del forte Padre. Era con la frusta sferzava pronta la pariglia.
	Da s si spalancava mugghiando la porta del cielo: la custodivano le Ore - ad esse  affidato il vasto cielo e l'Olimpo, e il compito di rimuoverne la densa nuvola e di rimettercela ancora.
	Di l, per quella porta, guidavano i cavalli stimolandoli. Le scorse Zeus padre di sull'Ida e si arrabbi terribilmente. E subito spediva con un messaggio Iride dalle ali d'oro: "Vai, su, Iride! Falle tornar indietro, non lasciare che mi vengano davanti! Non sarebbe un bello spettacolo, se venissimo a guerra fra noi! Ecco, una cosa intendo dirti e si avverer di certo. S, storpier di sotto il giogo i loro rapidi cavalli, le caccer gi dal cocchio, e il carro glielo ridurr in frantumi. E neppure nel giro di dieci anni potranno guarire, quelle due, dalle piaghe recate dal mio fulmine. Cos imparer, la dea dagli occhi lucenti, a battersi con suo padre! Quanto a Era, non me la prendo tanto, e neanche mi arrabbio. Ha sempre il vizio lei, vedi, di darmi contro in ogni cosa che dico."
	Cos parlava. E a portare il messaggio si lev Iride dai piedi di procella: dalle cime dell'Ida si moveva verso l'alto Olimpo. S'incontrava in loro sulla soglia dell'Olimpo ricco di convalli, e le tratteneva, rivelava l'ordine di Zeus. Diceva: "Dove correte? Che pazzia  la vostra? Non permette, il Cronide, di recar aiuto agli Argivi. Ecco, questa  la minaccia di Zeus: e la compir! Vi storpier di sotto il giogo i veloci destrieri, vi sbalzer dal cocchio, e il carro poi lo mander in frantumi. E neppure nel giro di dieci anni riuscirete a guarire le ferite inferte dal suo fulmine. E cos tu, o dea dagli occhi lucenti, imparerai a combattere con tuo padre! Quanto a Era, non se la prende tanto e neanche si arrabbia: gi lei ha l'abitudine - ed egli lo sa - di dargli contro in ogni cosa che dice. Ma tu sei davvero tremenda, o cagna sfrontata, se proprio hai il coraggio di levare contro Zeus la tua lancia smisurata."
	Cos ella diceva, la dea Iride dai celeri piedi, e se ne and via. E allora Era rivolse ad Atena la parola: "Ah, figlia di Zeus egioco, basta!, non dobbiamo pi, noi due, per amore di mortali scendere in campo contro Zeus. Che uno muoia e l'altro viva secondo il suo destino! Ci penser lui, l, a decidere tra Troiani e Danai, come del resto  giusto." Cos parlava e gir indietro i cavalli dalla solida unghia. Le Ore staccavano le bestie dalla bella criniera, e le legarono alle mangiatoie celesti: appoggiavano il cocchio alla parete luccicante. Ed esse, Era e Atena, andavano a sedersi sui seggi d'oro in mezzo agli altri dei, con la tristezza in cuore.
	Intanto il padre Zeus partiva dall'Ida verso l'Olimpo con il suo carro dalle belle ruote e i destrieri: giunse cos al consesso degli dei. I cavalli glieli stacc il glorioso Ennosigeo: sistemava il cocchio sui suoi sostegni e vi stendeva sopra una coperta.
	Si metteva a sedere, Zeus dall'ampia voce di tuono, su un trono d'oro: sotto i suoi piedi tremava il vasto Olimpo.
	Sole, lontane da Zeus, stavano Atena ed Era, e non gli rivolgevano parola n domanda. Ma egli comprese e parl per primo: "Perch siete tanto abbattute, voi due, Atena ed Era? Eppure non vi siete stancate davvero in battaglia a sterminare i Troiani, contro cui nutrite un odio feroce! Ad ogni modo, con la mia forza qui e le mani irresistibili che ho, non mi smuoverebbero tutti quanti gli dei dell'Olimpo. Ma voi, s, v'ha preso la paura, prima di arrivar a vedere il campo e gli orrori della guerra. Ecco, una cosa voglio dirvi, e si sarebbe avverata di certo. No, se vi colpivo col fulmine, non facevate ritorno sul vostro cocchio qui all'Olimpo, dove  la sede degli immortali."
	Cos parlava: e loro si misero a brontolare, Atena ed Era. Sedevano vicine l'una all'altra e meditavano la rovina dei Troiani.
	Ora Atena stava in silenzio e non disse parola, imbronciata com'era con Zeus padre: una collera selvaggia via via la prendeva. Era invece non riusc a trattenere l'indignazione, ma parlava: "Un prepotente tu sei, o Cronide! Che razza di discorso qui hai fatto? Lo sappiamo bene anche noi: la tua forza non  facile a crollare. Ma pure abbiamo piet dei Danai guerrieri, che andranno incontro a un brutto destino di morte. S, credi, ci terremo lontano dalla battaglia, come tu vuoi: intendiamo per dare un suggerimento agli Argivi, che gli sia utile. Cos non periranno tutti per via della tua ira."
	E a lei rispondeva Zeus, l'adunatore dei nembi: "Ecco, domani all'alba, o Era, ti piaccia o no, vedrai anche meglio il potente Cronide menar strage nel fitto esercito degli Argivi guerrieri. E non cesser, sappilo bene, il gagliardo Ettore dalla sua lotta vittoriosa, prima che il Pelide balzi su dal campo delle sue navi. In quel giorno loro l combatteranno presso le poppe in una tremenda stretta, per il cadavere di Patroclo. Cos, vedi, vuole il destino! E quanto a te e alla tua collera, non me ne do pensiero: neanche se tu andassi fino agli estremi confini della terra e del mare, dove stanno Giapeto e Crono senza pi godere dei raggi del Sole n dell'aria viva, intorno a loro  il Tartaro profondo. Neppure, ripeto, se tu arrivassi vagando laggi, non mi curo dei tuoi bronci. Non c' niente, sai, che sia pi cane di te!" Cos parlava: a lui nulla rispose Era dalle candide braccia.
	Cadeva intanto dentro l'Oceano la fulgida luce del sole, e riportava la notte nera sulla terra che d le messi.
	Con dispetto dei Troiani venne il tramonto, ma per gli Achei fu una gioia il sopraggiungere della notte buia, tanto sospirata.
	Lo splendido Ettore faceva l'adunata dei Troiani: li riuniva lontano dalle navi, sulla sponda del fiume vorticoso, in un luogo sgombro dove si apriva, tra i cadaveri, uno spiazzo.
	Scendevano gi dai carri a terra e stavano ad ascoltare il discorso che loro teneva Ettore, caro a Zeus. Egli aveva in mano una lancia di undici cubiti: in cima all'asta luccicava la punta di bronzo, intorno vi correva un anello d'oro. A questa lui si appoggiava, e rivolgeva ai Troiani la parola: "Ascoltatemi, Troiani e Dardani, e voi altri alleati! Oggi pensavo proprio di distruggere le navi e tutti gli Achei, e di far poi ritorno ad Ilio battuta dai venti. Ma prima  venuto il buio, e fu proprio questo, per ora, a salvare gli Argivi e la loro flotta sul frangente del mare. Via, cediamo per adesso alla notte scura e prepariamo il pasto della sera! Ecco, staccate dai carri i cavalli, buttate loro davanti da mangiare. Poi dovete alla svelta menar dalla citt buoi e grasse pecore, e provvedervi a casa di vino e di pane, e raccogliere inoltre molta legna. Terremo accesi, durante tutta la notte, fino ai primi chiari dell'alba, tanti fuochi, con un bagliore da arrivar al cielo. Impediremo in tal modo che gli Achei tentino di fuggire, stanotte, sull'ampio dorso del mare. No, non intendo che s'imbarchino senza lotta, a tutto loro agio, ma pi d'uno di loro ha da smaltire la sua piaga pur a casa, colpito come sar di freccia o di lancia nel saltar sulla nave. Cos anche qualchedun altro avr ben paura di portar guerra e pianti ai Troiani! Una cosa ancora: gli araldi vadano in citt a dire ai giovinetti e ai vecchi dalle tempie canute di radunarsi sulle torri divine, lungo il giro delle mura: e le deboli donne accendano un grande fuoco, ognuna nella propria casa. Bisogna fare buona guardia di continuo, se non si vuole che qualche drappello di nemici penetri insidioso in citt, mentre i guerrieri son lontani. Fate cos, o magnanimi Troiani, come vi dico! Ecco, le mie parole rispondono alla circostanza presente: ed ho finito. Domani mattina poi dar altre disposizioni in mezzo ai Troiani. E mi auguro, con l'aiuto di Zeus e degli altri dei, di cacciar via di qua quei cani portati dal malanno: s, le dee della morte li hanno menati qui sulle nere navi. Su, allora, stiamo all'erta per questa notte! Domattina poi, con l'aurora, armati da capo a piedi, ingaggeremo una feroce battaglia presso le navi. Voglio vedere se il Tidide, Diomede il gagliardo, mi respinger dalle navi verso le mura, o se sono io a farne strazio con la mia arma di bronzo e a portarmi via le sue spoglie insanguinate. Domani lui dar prova del suo valore, se proprio ce la fa a resistere all'urto della mia asta. Ma cadr, son sicuro, a terra, in prima fila, sotto i miei colpi: e intorno a lui cadranno molti compagni, domani, s, al levar del sole. Oh, cos fossi io immortale e immune da vecchiezza per sempre, e onorato al pari di Atena e Apollo, come non ho dubbi che stavolta questo giorno porter la rovina agli Argivi!"
	Cos Ettore parlava, e i Troiani levarono grida di consenso.
	Staccavano i cavalli di sotto il giogo, tutti grondanti di sudore: e li legarono con cinghie di cuoio, ciascuno al proprio carro. Poi portavano in gran fretta dalla citt buoi e grasse pecore, si provvedevano in casa di dolce vino e di pane, e inoltre raccoglievano molta legna. E ben presto l'odore delle carni arrostite se lo portavano via i venti dalla pianura fino al cielo.
	Cos loro stavano l baldanzosi sul campo di battaglia, l'intera notte: i loro fuochi ardevano in gran numero. Era come quando in cielo brillano le stelle intorno alla luna chiara, ben distinte, i giorni che l'aria  senza vento. Ed ecco appaiono tutte le alture e le creste dei monti e le vallate selvose: in alto si  aperto l'azzurro puro senza fine, e si vedono gli astri tutti, e ne  felice il pastore. Tanti erano i fuochi che bruciavano fra le navi e il corso del Santo, davanti a Ilio: e i Troiani li tenevano accesi.
	Mille erano i fuochi che ardevano nel piano: e intorno a ciascuno stavano in gruppo cinquanta guerrieri, al chiarore della fiamma viva.
	I cavalli brucavano il bianco orzo e la spelta, in piedi accanto ai carri: attendevano l'Aurora dal bel seggio d'oro.

/:/LIBRO IX



	Cos loro, i Troiani, facevano la guardia. E intanto gli Achei erano in preda a una folle smania di fuggire, quale si accompagna al gelo della paura. Tutti i pi valorosi stavano l abbattuti, in una costernazione intollerabile.
	E come due venti sconvolgono il mare ricco di pesci, Borea ad esempio e Zefiro: essi soffiano dalla Tracia arrivando all'improvviso, ed ecco l'onda si accavalla nera e rovescia fuori molta alga lungo la spiaggia: agitato cos era il cuore in petto agli Achei.
	L'Atride, con una grande angoscia dentro, girava qua e l a dar ordini agli araldi dalla voce sonora: gli diceva di chiamare all'assemblea i guerrieri, uno ad uno, per nome, senza gridare per. E anche lui si dava da fare per primo. Sedevano in adunanza, avviliti. E allora si lev Agamennone: piangeva. Sembrava una fonte profonda che gi dalla roccia scoscesa riversa acqua scura. Cos lui, tra pesanti sospiri, parlava in mezzo agli Argivi:
	"Amici, condottieri e capi degli Argivi! Zeus Cronide mi ha preso bene nei lacci di una grave sciagura, quel malvagio. Una volta mi promise e m'assicur che avrei distrutto Ilio dalle belle mura e poi fatto ritorno: ed ora invece mi ha tramato un brutto inganno, e mi costringe ad andarmene ad Argo senza gloria, dopo che ho fatto perire tanta gente. Cos, a quanto pare, piace al potente Zeus, che gi in passato disfece le rocche di molte citt e ne abbatter ancora: la sua forza, lo sapete,  veramente grande. Via allora, seguiamo tutti i miei ordini! Tanto, vedete, non prenderemo pi Troia dalle ampie strade."
	Cos diceva: e tutti restarono muti, in silenzio.
	A lungo, senza parole, rimanevano l abbattuti, i figli degli Achei. Alla fine parl Diomede, valente nel grido di guerra: "Atride, sar io il primo ad oppormi alla tua sconsideratezza, come ho diritto, o sovrano, in assemblea. E allora tu non arrabbiarti! Ecco, hai recato offesa, un giorno, per primo al mio valore in mezzo ai Danai: dicevi che sono imbelle e vigliacco. Ma la verit gli Argivi qui la conoscono, giovani e vecchi. A te invece il figlio di Crono ha fatto i suoi doni a met: ti ha concesso,  vero, di essere onorato in virt dello scettro al di sopra di tutti, ma il valore non te lo diede: ed  il potere pi grande. Disgraziato! Credi proprio, di', che i figli degli Achei siano cos fiacchi e vili, come pare dalle tue chiacchiere? Se tu hai tanta voglia di far ritorno, va' pure! Hai via libera, accanto al mare stanno le navi che ti accompagnarono numerose da Micene. Ma rimarranno qui gli altri Achei, finch avremo saccheggiato Troia. Su, via, scappino anche loro con le navi verso la terra dei padri! Combatteremo noi due, io e Stenelo, sin al giorno che troviamo la conclusione finale per Ilio. Con il favore di un dio, lo sapete, siamo arrivati qua."
	Cos diceva: e loro tutti acclamavano ad alte grida, i figli degli Achei, approvando il discorso di Diomede domatore di cavalli.
	E tra loro si levava a parlare Nestore, condottiero di cocchi: "Tidide, molto gagliardo tu sei in battaglia, e sei il migliore in Consiglio fra tutti i tuoi coetanei. E nessuno, penso, qui tra gli Achei intende criticare il tuo discorso n contraddirti: ma non sei venuto alla conclusione!  vero, s, tu sei giovane, potresti essere anche mio figlio, l'ultimo per et: eppure dici cose assennate ai principi degli Argivi. Hai proprio parlato giusto. Ma via, senti io sono pi vecchio di te e voglio andar fino in fondo e dire tutto. E nessuno, spero, terr in poca considerazione la mia proposta, nemmeno il sovrano Agamennone. Ecco, non ha legami con la sua fratria,  un incivile, senza un suo focolare, chi ama gli orrori della guerra intestina. Su, allora, cediamo per adesso alla notte scura, e prepariamo il pasto della sera! E intanto i singoli corpi di guardia si dispongano lungo la fossa profonda, fuori del muro. Questo  per i giovani il mio ordine. Quanto al resto poi, o Atride, prendi tu l'iniziativa: tu sei, lo riconosciamo, il re supremo. Devi offrire un banchetto ai capi:  un'occasione buona, non certo inopportuna. Le tue baracche sono piene di vino, te lo portano dalla Tracia le navi degli Achei ogni giorno, su per il vasto mare. E per accogliere ospiti hai tutto quello che ci vuole: comandi su tanti! E in quella riunione di diverse persone tu puoi dar retta a chi suggerisce l'idea migliore. Ne hanno, s un grande bisogno, tutti gli Achei, di un consiglio illuminato e avveduto. Vedi, i nemici sono qui, vicino alle navi: tengono accesi numerosi fuochi. C' da star allegri in una situazione simile? O questa notte distrugger l'esercito o lo salver."
	Cos parlava: ed essi l'ascoltarono attenti ed ubbidirono. Le guardie allora balzavano fuori in armi: uscivano al seguito del Nestoride Trasimede pastore di popoli, e poi di Ascalafo e di Ialmeno figli di Ares, e via via di Merione e di Afareo e di Deipiro, e infine del divino Licomede figliolo di Creonte.
	Sette erano i condottieri delle sentinelle: e insieme a ognuno di loro marciavano cento giovani con le lunghe aste in pugno.
	Andarono a mettersi tra il fosso e il muro: e l accesero il fuoco e si preparavano, ciascun drappello, la cena.
	L'Atride intanto menava tutti, in gruppo, i capi degli Achei nel suo alloggio, e imbandiva loro un gustoso pranzo. Ed essi stendevano le mani sui cibi pronti che avevano davanti. E dopo che ebbero cacciato via la voglia di mangiare e bere, tra loro per primo cominciava a esporre il suo pensiero il vecchio Nestore, il cui consiglio anche prima si era rivelato sempre il migliore.
	Davanti a loro, da persona saggia, prese la parola e disse: "Atride glorioso, Agamennone signore di guerrieri, voglio prender l'avvio da te e concludere il mio discorso ancora con te. S, tu sei sovrano di tante genti, e a te Zeus mise tra le mani lo scettro e le norme sacre della tradizione. E cos tu devi provvedere per loro qua. Ecco quindi che hai l'obbligo, pi di tutti, di dire la tua e di prestar ascolto, e poi di eseguire la proposta anche di un altro, se hai inteso parlare per il bene comune. Dipender da te che abbia valore di legge. Dir allora come, secondo me, sia meglio fare. E nessun altro, son convinto, pu avere un'idea pi valida di questa che ho in mente da tempo, e non solo oggi: fin dal giorno cio, o discendente di Zeus, che sei andato a portar via dalla baracca di Achille la giovane Briseide, nonostante la sua collera, e non certo con la nostra approvazione. A lungo, lo sai, io te ne sconsigliavo. Ma tu hai ceduto al tuo cuore orgoglioso, e hai offeso un prode e forte guerriero, che perfino gli immortali onorano. Gli hai preso, devi ammettere, il suo premio, e te lo tieni. Ma almeno adesso troviamo la maniera di placarlo e fargli cambiar parere, con doni di suo gradimento e parole persuasive!" E a lui rispose Agamennone, signore di guerrieri: "O vecchio, hai esposto con schietta franchezza i miei errori. S, mi lasciai accecare e non lo nego. Adesso me n'accorgo: vale ben pi di una folla di combattenti l'eroe che Zeus prende ad amare di cuore, come fa ora con lui: gli rende onore ed abbatte l'esercito degli Achei. Ma siccome mi son lasciato accecare ubbidendo a una ispirazione funesta, sono pronto qui a dar soddisfazione e a offrire regali a non finire. Ecco, davanti a voi tutti voglio qui enumerare gli splendidi doni. Sentite: sette tripodi non toccati dal fuoco; dieci talenti d'oro; e poi venti bacili lustri di rame e dodici cavalli solidi e robusti, tagliati per le gare, che gi riportarono premi nella corsa. Oh, vi assicuro, non pu rimanere senza campi di grano e neanche restar sprovvisto di oro prezioso, chi avesse tutto quello che mi procurarono, con le loro vittorie, questi destrieri! Poi gli voglio dare sette donne, abili nell'eseguire lavori impeccabili: di Lesbo sono. Le sceglievo per me, quando lui conquist quella citt con le sue belle costruzioni: battevano per leggiadria tutte le altre. S, gliele dar: e con loro ci sar la figlia di Briseo, che gli ho tolto un giorno. E inoltre son pronto a giurare con un solenne giuramento che non sono mai salito sul suo letto e non mi sono unito con lei in amore, come  normale tra uomini e donne. Ecco, tutto questo egli l'avr immediatamente. E ancora, se gli dei ci concedono di distruggere la grande citt di Priamo, si presenti l a caricare la nave di oro e di bronzo fin che ne vuole, quando noi Achei ci spartiremo il bottino. E poi si scelga, per suo conto, venti donne troiane, quelle che saranno le pi belle dopo Elena argiva. E infine, al nostro ritorno nella fertile terra dell'Argolide achea, pu ben diventare mio genero. Lo onorerei al pari di Oreste, che ora mi vien allevato, in tenera et, tra tanti agi. Ho tre figlie, lo sapete, nella mia reggia di solida costruzione: Crisotemi, Laodicea e Ifianassa. Ebbene, si meni via come sua, senza doni, quella che vuole, al palazzo di Peleo. Io, vedete, la colmer di regali in abbondanza, come nessuno finora ne ha dati a sua figlia. Poi intendo dargli sette borghi popolosi: Cardamile, Enope e Ire l in mezzo alle erbe; Fere la santa e Antea dai folti prati; la bella Epea e Pedaso ricca di vigneti. Sono tutte cittadine vicino al mare, confinano con Pilo la sabbiosa. Laggi abitano uomini provvisti di molte pecore e molti buoi, che gli renderanno omaggio con le loro offerte come a un dio, e sotto il suo scettro pagheranno ricchi tributi. Ecco, questo son disposto a dargli, se rinunzia alla sua ira. Su, si lasci convincere! Ade solo, purtroppo lo sappiamo,  duro e irriducibile, e per questo appunto, per i mortali,  il pi odioso di tutti gli dei. Via, si sottometta a me! Io sono un re pi potente di lui, e poi sono anche pi anziano."
	Gli rispondeva allora Nestore il Gerenio, condottiero di cocchi: "Atride glorioso, Agamennone signore di guerrieri, non c' nulla da ridire sui doni che offri al principe Achille. Su, allora, inviamo subito degli ambasciatori, che vadano in fretta all'alloggio del Pelide Achille. Via, quelli che designo con un'occhiata, obbediscano pronti. Ecco, prima di tutti, Fenice caro a Zeus: sia lui la guida! E subito dopo il grande Aiace e il divino Odisseo. E tra gli araldi vadano con loro Odio ed Euribate. E ora portate acqua per le mani e ordinate il silenzio! Cos invocheremo con preghiere Zeus Cronide. Vediamo se ha piet di noi!"
	Cos egli parlava. E a tutti piacque la sua proposta.
	Subito gli araldi versarono l'acqua sulle mani: i servi riempirono i crateri, fino all'orlo, di vino, e a tutti distribuirono in giro le coppe ricolme. E dopo che ebbero libato e bevuto a loro voglia, si avviavano fuori della baracca dell'Atride Agamennone. Dava molti consigli il Gerenio Nestore e faceva con gli occhi cenni d'intesa verso ognuno di loro, in particolare ad Odisseo: cercassero in ogni maniera di convincere l'irreprensibile Pelide!
	Ed essi s'incamminarono lungo la riva del mare risonante, e pregavano vivamente lo Sposo della Terra, l'Ennosigeo, di riuscire a persuadere con facilit l'animo orgoglioso dell'Eacide. Giunsero cos alle capanne e alle navi dei Mirmidoni.
	Lo trovarono, l'eroe, che suonava con gioia la cetra sonora. Bellissima era, lavorata con arte: aveva la sua traversa in argento. Se l'era presa per s tra il bottino di guerra, quando aveva distrutto la citt di Eezione.
	Cos l si divertiva: cantava le imprese gloriose degli eroi. Solo, di fronte a lui, sedeva Patroclo in silenzio, aspettando che l'Eacide cessasse di cantare.
	Essi venivano innanzi: era in testa il divino Odisseo.
	Si fermarono davanti a lui. Balz su, per la sorpresa, Achille con la cetra in mano, lasciando il seggio su cui era seduto. Anche Patroclo si alzava al vederli.
	Porgeva loro, Achille, la mano in segno di saluto e disse: "Salve! Oh, s, la vostra venuta mi  gradita! Ci deve essere, certo, qualche urgente necessit, se siete qui voi, i pi cari amici tra gli Achei, non ostante il mio risentimento."
	Cos diceva il divino Achille e li menava avanti: poi li fece sedere su seggi ricoperti di tappeti purpurei. E subito diceva a Patroclo che gli stava vicino: "Su, figlio di Menezio, sistema qui un cratere pi grande, mescola vino puro con meno acqua e prepara una coppa per ciascuno. Sono veramente amici, sai, questi che si trovano sotto il mio tetto."
	Cos parlava: e Patroclo ubbidiva al suo compagno.
	Allora lui, Achille, colloc un grosso tavolo al chiarore del focolare, e ci mise sopra un dorso di pecora e un altro di grassa capra, e poi una schiena di porco ben nutrito, tutta florida di lardo.
	Gli teneva fermo Automedonte: lui tagliava, il divino Achille, la carne. La veniva troncando con abilit in pezzi e li infilava negli spiedi.
	Intanto il figlio di Menezio pari a un dio accendeva un grande fuoco. E quando questo fin di ardere e la fiamma si spense, Achille spianava la brace e vi pos sopra gli spiedi appoggiandoli agli alari, e spargeva il sale divino sulla carne. Terminava di arrostirla, e la rovesci su piatti di legno.
	Patroclo allora prendeva il pane e lo distribu sulla mensa, in leggiadri canestri di vimini: le carni invece le spart Achille.
	Sedeva l'eroe di fronte al divino Odisseo, accanto alla parete di fondo, e invitava Patroclo, il suo compagno, a sacrificare agli dei: questi buttava sul fuoco le offerte.
	Ed essi stendevano le mani sui cibi pronti che avevano davanti. E dopo che ebbero cacciato via la voglia di mangiare e bere, ecco che Aiace fece cenno a Fenice. Ma se n'accorse Odisseo, si riempiva la coppa di vino e brindava ad Achille: "Salute, o Achille! Non manchiamo davvero della nostra porzione giusta, cos nell'alloggio dell'Atride Agamennone come pure qui, ora. Ecco, ci stanno davanti tante buone vivande! Non  per il pensiero di un banchetto delizioso che abbiamo per la testa, adesso: ma noi ci vediamo, o discendente di Zeus, sotto gli occhi, con costernazione, una ben grave sciagura. Ed  incerto se salveremo o no le nostre navi, a meno che tu non ti rivesta del tuo valore. I Troiani arditi, sai, e i loro famosi alleati stanno a bivacco, l, vicino alla flotta e al muro, e tengono accesi tanti fuochi per il campo. E sono convinti di non fermarsi pi, ma di riuscir a piombare sulle nere navi. Zeus Cronide poi, lampeggiando, gli manda presagi favorevoli. Ed Ettore, fiero e superbo della sua forza, imperversa spaventosamente confidando in Zeus: e non ha pi riguardi n per gli uomini n per gli dei, una rabbia brutale lo ha invaso. E si augura che appaia al pi presto la divina Aurora: e va minacciando, sai, di tagliar via dalle navi la sommit degli aplustri, di appiccar alla flotta il fuoco distruggitore e di massacrare gli Achei l accanto, nella confusione provocata dal fumo. Cos ho una gran paura che gli dei avverino le sue minacce, e che per noi sia destino di perire qui, nella terra di Troia, lontano da Argo. Su, via, balza in piedi, se vuoi tirar in salvo, bench sia tardi, i figli degli Achei, fuori dal frastuono dell'assalto troiano; in difficolt come sono. Anche tu ne avrai dolore un domani, ma non ci sar modo di trovar un rimedio, dopo la completa disfatta. Pensa allora adesso a stornare dai Danai il giorno della sventura. O caro, s, anche tuo padre Peleo, ricordi, ti faceva delle raccomandazioni, quel giorno che da Ftia ti mandava in aiuto di Agamennone. Diceva: "Figlio mio, la vittoria in campo te la daranno Atena ed Era, se vogliono: ma tu devi tener a freno il tuo orgoglio. La buona amicizia, credimi, vale di pi. Desisti da ogni contesa, non procura che guai. Cos gli Argivi ti onoreranno maggiormente, sia i giovani che gli Anziani." Questo ti raccomandava il vecchio, e tu te ne scordi. Via, sei in tempo ancora: cessa dall'ira, lascia andare la collera che ti tormenta! Ecco, Agamennone ti offre dei doni di valore, se rinunzi ad ogni risentimento. Su, ascoltami, te li voglio enumerare tutti, i regali che Agamennone ti ha promesso l nella sua baracca. Senti: sette tripodi non toccati dalla fiamma; dieci talenti d'oro; e poi venti bacili lustri di rame e dodici cavalli solidi e robusti, tagliati per le gare, che gi riportarono premi nella corsa. Oh, non pu rimanere, te l'assicuro, senza campi di grano e neanche restar sprovvisto di oro prezioso, chi avesse tutto quello che guadagnarono i corsieri di Agamennone con agili piedi. Poi ti vuol dare sette donne, brave nell'eseguire lavori impeccabili. Di Lesbo sono: le sceglieva per s, quando tu conquistasti quella citt ben costruita. Superavano in bellezza tutte le altre. S, te le dar: e con loro ci sar la figliola di Briseo, che ti ha tolto un giorno. E inoltre  pronto a giurare, con solenne giuramento, che non  mai salito sul suo letto e non si  unito con lei in amore, come  normale, o sovrano, tra uomini e donne. Ecco, tutto questo l'avrai, dice, immediatamente. E ancora, se gli dei ci concedono di distruggere la grande citt di Priamo, presentati pure l a caricare la nave di oro e di bronzo fin che ne vuoi, quando noi Achei procederemo alla spartizione del bottino di guerra. E poi scegli per tuo conto venti donne troiane, le pi leggiadre che ci siano dopo Elena argiva. E infine al nostro rientro nella fertile terra di Argo achea, puoi ben diventare, come lui si augura, suo genero. Ti terrebbe in palmo di mano al pari di Oreste, che ora, sai, gli viene allevato, in tenera et, tra tanti agi. Egli ha, vedi, tre figlie nella sua solida reggia: e sono Crisotemi, Laodicea e Ifianassa. Ebbene, puoi menarti via come tua, senza offrire doni nuziali, quella che vuoi, al palazzo di Peleo. Lui, capisci, la colmer di regali a non finire, come nessuno finora ne ha mai dati a una sua figlia. Poi intende darti sette citt popolose: Cardamile, Enope, e Ire l in mezzo alle erbe; Fere la santa e Antea dai folti prati; la bella Epea e Pedaso ricca di vigneti. Sono tutte, sai, vicino al mare, confinano con Pilo la sabbiosa. Laggi, lui assicura, abitano uomini provvisti di molte pecore e molti buoi, che ti recheranno omaggio con le loro offerte come a un dio, e sotto il tuo scettro verseranno ricchi tributi. Ecco, tutto questo  disposto a darti, se rinunzi alla tua ira. Se per l'Atride ti riesce odioso ancora di pi, lui e i suoi doni, abbi almeno piet di tutti gli Achei, nei guai come sono nel campo. Ed essi ti onoreranno come un dio. S, son sicuro, acquisterai ai loro occhi una grande gloria. Ora, credimi, puoi uccidere Ettore, quando ti viene sotto con la sua rabbia di sterminio. Sai, dice che uguale a lui non c' nessuno tra i Danai portati qui dalle navi."
	E a lui rispondeva Achille dai rapidi piedi: "Figlio di Laerte, discendente di Zeus, Odisseo versatile e scaltro, bisogna proprio che esponga la cosa senza riguardi di sorta, come la penso io e come si avverer senz'altro. Cos voi non starete a insistere qui con le vostre chiacchiere minute, chi da una parte e chi dall'altra. Sappiatelo: odioso mi  come le porte di Ade chi tiene dentro di s una cosa e ne dice un'altra. Io invece intendo parlar chiaro: ed , secondo me, molto meglio. Ebbene, non penso che l'Atride Agamennone riuscir a convincermi, e neanche gli altri Danai. Ne ho gi fatta esperienza: non c' proprio gusto a battagliare coi nemici senza tregua, sempre. Gi  uguale la parte del bottino per chi sta lontano dal campo e per chi combatte da forte:
	ha lo stesso onore, ripeto, il vile e il prode. E alla fine, vedete, si muore tanto a rimaner inerti che ad adoprarsi molto. E poi non ho nulla in mano, dopo fatiche e pene: e di continuo arrischio la mia vita in guerra. Capita, vedete, come quando un uccello porge l'imbeccata ai suoi piccoli implumi non appena la trova, e intanto esso stenta e patisce: cos anch'io ho passato tante notti insonni, ho trascorso giornate di sangue, sul campo, a guerreggiare coi nemici, per prendere le loro donne. S, dodici citt popolose ho saccheggiato con le mie navi: e per terra, lo dico chiaro, ben undici, qui nella fertile regione di Troia. E in ognuna conquistai tanti oggetti preziosi e di valore, e tutti glieli portavo in dono all'Atride Agamennone. E lui stava indietro, presso alle navi, e prendeva: ne distribuiva un po', ma s teneva il molto. E poi, il resto, lo assegnava come premio ai nobili e ai principi. E cos loro se li conservano intatti: a me invece, solo tra gli Achei, ha tolto la cara moglie e se la tiene. E ci dorma con lei, e se la goda! Ma per che cosa, dite, vanno battendosi gli Argivi? per che cosa ha menato qui, l'Atride, per mare un esercito di soldati? Non  stato per Elena argiva dalle belle chiome? O sono i soli Atridi, mi domando, tra gli uomini mortali, ad amare le loro spose? Ma ogni uomo, si sa, di cuore e di buon senso, ama la sua donna e se la tien cara. E cos anch'io le volevo bene, con tutta l'anima, anche se era una prigioniera di guerra. E ora che lui mi ha strappato il mio premio d'onore e m'ha fatto questo tiro, non ci si provi pi con me! Ormai lo conosco. Non ci riuscir. Ma ci pensi lui, o Odisseo, insieme con te e gli altri principi ad allontanare dalle navi il fuoco distruttore. S, davvero, non lo nego, ha lavorato tanto senza di me: ha gi costruito un muro e vi ha scavato accanto una fossa bella larga, grande, e ci ha piantato dentro dei solidi pali! Ma nemmeno cos riesce a trattenere l'irruenza di Ettore sterminatore di guerrieri! Quando invece c'ero io a lottare insieme agli Achei, non aveva il coraggio, Ettore, di spingersi in battaglia lontano dalle mura, ma arrivava fino al faggio della porta Scea. E l una volta mi attendeva. Ero da solo: a stento riusc a sfuggire al mio assalto. Oggi invece, vedete, non sono disposto a scontrarmi con Ettore! E domani voglio fare sacrifici a Zeus e a tutti gli dei, e poi tirar in mare le mie navi e far il carico per bene. E cos le vedrai, se hai voglia e se la cosa ti interessa, solcare di buon mattino l'Ellesponto, le mie navi, con gli uomini dentro a vogar di buona lena. E se il glorioso Ennosigeo mi concede una felice navigazione, potrei giungere a Ftia in tre giorni. L ho moltissimi beni, e li ho dovuti lasciare venendo qui per mia disgrazia. E via di qua porter altro oro e altro rosso bronzo, e donne dalle belle cinture e grigio ferro: tutta roba che ebbi in sorte. E quanto al premio d'onore, lui me l'ha dato e lui me l'ha tolto, il sovrano Agamennone figlio di Atreo. E allora a lui l dite tutto apertamente, come v'impongo: cos s'indigneranno anche gli altri Achei, se ha in animo ancora di giocare qualcuno dei Danai, vestito di spudoratezza com' sempre. Ma almeno me, quel cane, non oser guardarmi in faccia. No, non l'aiuter n con consigli n tanto meno con le mie braccia. Mi ha gi imbrogliato e offeso, vedete, una volta. E una seconda non m'inganner con le sue ciarle. Ne ho gi abbastanza di lui! Che vada alla malora, se gli piace! Il provvido Zeus,  chiaro, gli ha tolto il senno. S, mi sono odiosi i suoi regali, e non li stimo un bel niente. E se anche mi offrisse dieci o venti volte tanto di quello che ora possiede, e altro ancora che gli pu venire da via: e poi tutte le merci che affluiscono in Orcomeno, e poi ancora quelle di Tebe d'Egitto, dove sono moltissime le ricchezze nelle case - ci sono l, lo sapete, cento porte, e da ciascuna escono in campo duecento guerrieri con carri e cavalli - no, neanche se mi desse tanti tesori quanti sono i grani di sabbia e di polvere, no, neppure cos Agamennone rabbonirebbe il mio cuore! Prima deve scontare intera la dolorosa offesa che mi ha fatto. E quanto a sua figlia poi, non la sposer, nemmeno se gareggiasse per bellezza con l'aurea Afrodite, e nei lavori da donna fosse pari ad Atena dagli occhi lucenti. No, neanche cos la sposer! Se ne scelga un altro, lui, tra gli Achei, che sia del suo rango e un re pi grande di me. Se gli dei, vedete, mi lasciano in vita e io torno a casa, ci penser Peleo allora a procurarmi una moglie. Ci sono tante Achee in Ellade e a Ftia, figlie di principi che difendono e governano le proprie citt. Fra loro mi prender la mia sposa, quella che mi piace. L tante volte ho avuto voglia di sposare una donna adatta al mio grado, e di godermi i beni che mi procacci il vecchio Peleo. Non c' nulla, credete, per me, che valga come la vita: neppure tutti i tesori che possedeva, come  fama, Ilio nel passato, in tempo di pace, prima che arrivassero i figli degli Achei: e neanche quelli che racchiude la soglia di pietra del dio arciere, di Febo Apollo s, l nella Pito rocciosa. Gi lo sapete anche voi: ci si procura, con una razzia, buoi e grasse pecore, si possono acquistare tripodi e cavalli di bionda criniera, ma la vita di un uomo non ritorna pi indietro, non si pu riavere n come preda n per acquisto, una volta varcata la chiostra dei denti. Mia madre, vedete, la dea Tetide dal piede d'argento, me lo dice: ci sono due destini che mi portano verso la morte. Se io resto qui a combattere intorno alla citt dei Troiani, ecco,  perduto per me il ritorno, ma avr gloria immortale. Se invece vado a casa, nella cara terra dei padri,  perduta per me la grande fama, ma avr vita lunga, e la morte non pu raggiungermi tanto presto. S, anche a voi altri qui, ecco, io vorrei consigliare di salpar verso la patria: tanto non ce la farete a veder la fine dell'alta Ilio. Ormai  certo: Zeus tiene la sua mano su di essa, e i suoi guerrieri hanno ripreso coraggio. Su, voi andate a comunicare ai capi degli Achei il mio messaggio: tale , in fin dei conti, la prerogativa degli Anziani. Cos potranno trovare qualche espediente migliore che salvi la flotta e l'esercito degli Achei, l accanto alle navi. Questa loro trovata di oggi, vedete, non approda a nulla: io persisto nella mia ira. Fenice qui pu restare a dormire da me. E domani mi potr accompagnare in patria su una nave, se ne ha voglia. Io non intendo menarlo via per forza."
	Cos diceva. E tutti restarono muti, in silenzio, per la sorpresa di quel linguaggio: aveva parlato con molta durezza. Solo pi tardi prendeva la parola il vecchio Fenice, condottiero di carri in guerra: scoppiava in lacrime, tanta paura aveva per le navi degli Achei. Diceva: "Se pensi davvero al ritorno, o Achille, e non intendi assolutamente tener lontano il fuoco distruttore dalla flotta, tanta  la collera che t'invade, come potr allora senza te, figliolo caro, rimanere qui da solo? Per te, lo sai, mi faceva partire il vecchio Peleo, quel giorno che da Ftia ti mandava in aiuto di Agamennone. Eri un ragazzo, non conoscevi ancora la battaglia che non perdona, e neppure le assemblee dove si fanno notare i guerrieri. Per questo lui mi ha mandato. Dovevo insegnarti tutto qui, a esser buon parlatore e un prode in campo. Cos, credi, figlio mio, non me la sento di restare qua lontano da te, neppure se un dio mi promettesse di raschiarmi via d'addosso la vecchiaia e rendermi un giovane fiorente, com'ero quando lasciai Ellade dalle belle donne. Fuggivo, vedi, allora, le ire di mio padre, Amintore figlio di Ormeno. Si era arrabbiato con me per via della sua amante dalle belle chiome, di cui era innamorato, e trascurava cos sua moglie: mia madre, s. E lei di continuo mi supplicava, prendendomi le ginocchia, di unirmi in amore con la concubina: cos questa prendeva in antipatia il vecchio. Le diedi retta e passai ai fatti. Ma mio padre se n'accorse subito, e mi malediva a lungo. Invoc le odiose Erinni: si augurava che mai avesse a sedere sulle sue ginocchia un figlio nato da me. E gli dei, sai, avverarono le imprecazioni: s, Zeus sotterraneo e la tremenda Persefone. Allora io meditai di ammazzarlo con un'aguzza arma di bronzo: ma qualche dio fren la mia rabbia, e mi pose in cuore il pensiero delle chiacchiere della gente e della riprovazione generale. E cos non divenni patricida in mezzo agli Achei. Allora non mi rassegnai pi a girare per la casa di un padre in collera.  vero: a lungo parenti e cugini, standomi intorno, cercavano con preghiere di trattenermi l nel palazzo. E uccidevano tante grasse pecore e tanti buoi lenti, dalle corna ricurve: e tanti porci prosperosi e pingui erano distesi ad abbrustolire alla fiamma di Efesto. E molto vino veniva bevuto, lo si prendeva dai vasi di terracotta del vecchio. Cos per nove notti stavano a vegliare intorno a me. E si davano l il cambio a farmi la guardia, e non si spense mai il fuoco. Ce n'era uno sotto il portico della corte ben chiusa, e un altro nell'atrio, davanti alla porta della stanza. Ma quando venne la decima notte col buio, infransi la solida struttura della porta e fuggii dalla stanza. Scavalcai la cinta del cortile con facilit, senza farmi vedere dai guardiani n dalle ancelle. E poi scappai lontano, attraverso la regione di Ellade dalle ampie piazze, e arrivai alla fertile Ftia madre di greggi, dal sovrano Peleo. E lui mi accolse volentieri e mi tratt con bont, come un padre tratta amorosamente il suo unico figlio, nato tardi, in mezzo a molte ricchezze. E mi rese ricco, mi affid molta gente da governare. Abitavo ai confini di Ftia, ed ero signore dei Dolopi. E ti ho fatto cos come sei ora, o Achille simile agli dei, amandoti di cuore. Ricordi? Tu non volevi, con altri, recarti ai pranzi fuori, e neanche in casa mangiavi. Ti dovevo prendere sulle mie ginocchia, tagliarti le vivande cotte, saziarti e porgerti il vino. E ben pi di una volta mi hai bagnato la tunica qui sul petto, sbruffandomi di vino nei tuoi capricci d'infanzia. Cos per te ho penato e patito tanto, al pensiero che gli dei non mi concedevano un figlio, proprio mio. E invece, ecco, di te, o Achille, venivo facendo il mio figliolo: cos un giorno mi avresti tenuto lontano oltraggi e guai. Su, Achille, domina il tuo grande cuore! Non devi essere cos irriducibile. Si lasciano piegare, sai, perfino gli dei: e pure hanno pi potenza, onore e forza. E riescono, gli uomini, a placarli con aromi da bruciare e dolci preghiere, con libagioni e fumo di carne arrostita, quando li vengono supplicando dopo qualche trasgressione o errore. Ed esistono, credimi, le Lit imploranti, figlie del grande Zeus: sono zoppe, grinzose, hanno occhi storti, ed eccole, si affannano a correre dietro ad Ate. Lei invece, Ate,  gagliarda, ha piedi vigorosi: e cos corre avanti a loro tutte, di un bel tratto, e se ne va per il mondo a far del male alla gente. Esse poi rimediano, dopo. E chi rispetta le figlie di Zeus al loro avvicinarsi, queste gli fanno del gran bene, e ne ascoltano le preghiere. Ma se uno le disdegna e le respinge duramente, allora esse vanno a supplicare Zeus Cronide di mandar Ate sui passi di lui, perch abbia ad espiare con suo danno. Via, Achille, rendi anche tu, alle figlie di Zeus, il dovuto onore, come gi si  piegato il volere di altri prodi. Ascolta: se l'Atride non ti portasse doni e non facesse cenno a quelli che avrai un domani, ma continuasse a covare il suo sdegno e risentimento: allora io, credi, non ti direi di lasciar perdere la tua ira e di correre in aiuto degli Argivi, per quanto in gravi difficolt. Ora invece, vedi, ti d gi molto subito e si prende impegno per dopo: e ti invia qui a supplicarti i pi valorosi guerrieri scegliendoli fra tutto l'esercito acheo, e che sono anche per te i pi cari degli Argivi. E tu non respingere le loro parole, non rendere vani i loro passi. Non ti si pu disapprovare, se eri in collera, prima. Cos era anche degli antichi eroi - ne abbiamo sentito contare le gesta - quando, qualcuno, una rabbia violenta lo invadeva: restavano sensibili ai doni, si lasciavano rabbonire dalle preghiere. Ecco, ricordo un fatto di altri tempi, non certo di ieri, proprio come avvenne: e ve lo voglio narrare, a tutti, o amici. Una volta i Cureti e gli intrepidi Etoli battagliavano intorno alla citt di Calidone e si uccidevano a vicenda: gli Etoli a difesa dell'incantevole Calidone, e i Cureti con la smania di abbatterla in guerra. Era stata Artemide, sapete, a mandar loro un flagello, indignata perch Eneo non le aveva offerto le primizie sulla pendice del vigneto. Gli altri dei invece avevano il loro solenne sacrificio: a lei sola, figlia del grande Zeus, il re degli Etoli non aveva immolato niente. O si dimentic o non ci pens: fu preso da un grave accecamento. E lei, infuriata, la Saettatrice, gli invi un mostro: era un cinghiale selvatico, gagliardo, dalle candide zanne, e faceva di continuo tanti danni nella vigna di Eneo. Aveva cos divelto e buttato a terra grosse piante, con tutte le radici e la loro bella fiorita di frutti. Ma il figlio di Eneo, Meleagro, l'ammazz: aveva radunato da molte citt cacciatori e cani. Non fu certo abbattuta, credete, quella bestia, da pochi uomini: tanto grossa era, ne aveva spediti parecchi sulla triste pira. Allora la dea fece sorgere tra i Cureti e i magnanimi Etoli un grande tumulto e grida di guerra, per il possesso della testa del cinghiale e della sua pelle setolosa. Ebbene, finch combatteva Meleagro caro ad Ares, per i Cureti andava male, e non ce la facevano a restare fuori delle loro mura; sebbene fossero in tanti. Ma un giorno Meleagro, ecco, l'invase la collera: anche ad altri, vedete, essa sconvolge la mente, pur se sono assennati. S, era irritato con sua madre Altea e se ne stava l inerte, accanto alla legittima sposa, la bella Cleopatra. Era, costei, la figlia di Marpessa d'Eveno dalle belle caviglie, e di Ida. E questi fu il pi gagliardo degli uomini sulla terra ai suoi tempi: e giunse fino ad impugnare il suo arco contro il sovrano Febo Apollo, per amore della sua sposa. Lei, Cleopatra, allora, il padre e la madre in casa la chiamavano, per soprannome, Alcione: ma era, bisogna chiarire, sua madre che aveva avuto la sorte dell'alcione lamentosa, e non faceva che piangere, quando l'aveva portata via Febo Apollo arciere. Orbene, vicino a Cleopatra lui, Meleagro, se ne stava coricato, covando una rabbia tormentosa : era indispettito per le maledizioni della madre. A lungo essa imprecava nel suo dolore per l'uccisione del fratello, a lungo batteva con le mani la fertile terra invocando Ade e la tremenda Persefone - rannicchiata l sulle ginocchia, le si bagnavano di lacrime i veli. Voleva che dessero la morte al figlio. E l'Erinni che si aggira tra le tenebre, l'ascolt dall'Erebo, con il suo cuore impietoso. E immediatamente intorno alle porte della citt si levava tumulto e strepito, venivano colpite le torri. E allora gli Anziani degli Etoli lo supplicavano, mandando i migliori sacerdoti degli dei, di saltar fuori e di soccorrerli, gli promettevano un grande dono. Ecco, dove era la piana pi grassa di Calidone, l lo autorizzavano a scegliersi un tratto bellissimo del terreno in comune, una cinquantina di iugeri, met piantati a vigna e met da coltivare, senza piante. A lungo poi lo scongiurava il vecchio Eneo condottiero di cocchi, stando sulla soglia della stanza di lui, dall'alto soffitto: scuoteva i solidi battenti della porta, implorava il figlio. E a lungo lo pregavano le sorelle e l'augusta madre: lui insisteva ancor pi nel suo rifiuto. E vivamente glielo chiedevano i compagni d'armi, che gli erano i pi vicini e cari fra tutti. Ma neppure cos persuasero il suo cuore. Finch anche la sua camera fu sotto i colpi violenti: erano loro, i Cureti, che scalavano le mura e incendiavano la grande citt. E allora fu sua moglie dalla bella cintura a supplicare Meleagro, in lacrime. E gli enumerava tutte le disgrazie che capitano alla, popolazione, quando la citt viene presa: uccidono gli uomini, il fuoco riduce in cenere le costruzioni, stranieri menano via i figli e le mogli dalla cintura lenta sulle anche. E gli si commosse il cuore nel sentire quegli orrori, e part: indossava armi luccicanti. Cos lui allontan dagli Etoli il giorno della rovina, cedendo all'impulso del suo animo. Ma non lo ricompensarono pi con doni numerosi e di valore, aveva stornato la sciagura anche senza. Tu per, ascoltami, non pensarla cos! Non ti spinga un dio su questa strada, o caro! Sar, credi, ben peggio correre in difesa di navi in fiamme. Via, accetta i regali e va'! Vedrai, ti onoreranno gli Achei al pari di un dio. Se invece non prendi i doni e ti butterai un giorno nella battaglia tra le stragi, non avrai pi uguale onore, pur respingendo l'assalto."
	E a lui rispondeva Achille dai rapidi piedi: "Fenice, mio vecchio buon pa', non ho proprio bisogno, sai, di un tale onore. Io ho gi la mia gloria, penso, per volont di Zeus. E l'otterr qui accanto alle navi, finch ho fiato in petto e si muovono le mie ginocchia. E un'altra cosa ti voglio dire e tu mettitela bene in mente! Non mi turbare il cuore con lamenti e sospiri, per far piacere all'Atride. No, tu non devi volergli bene, se non vuoi divenirmi odioso, pur con tutto il mio affetto. Il tuo dovere  stare con me e far del male a chi mi fa del male. Hai da essere sovrano alla pari con me, e dividere a met la mia dignit regale. Ecco, loro qui possono portare il messaggio: ma tu resta qua a dormire in un letto morbido. E domani, con l'apparire dell'aurora, decideremo se far ritorno alle nostre case o rimanere."
	Disse, e a Patroclo fece cenno in silenzio, con il capo e le sopracciglia, di preparare per Fenice un solido letto: non vedeva l'ora che se ne andassero via al pi presto dalla baracca. Ma ecco che Aiace Telamonio pari a un dio si mise l a dire: "Odisseo, andiamocene! Lo vedi anche tu: quanto ci proponevamo con le nostre parole, non sar conseguito, penso, per questa via. E dobbiamo poi riferire la risposta ai Danai anche se non  buona. Loro certo stanno l ad aspettarci. Ecco, Achille si  fatto irriducibile nella sua ira, il testardo! Non cambia idea in nome dell'amicizia dei compagni d'armi, di noi che lo onoravamo, accanto alle navi, al di sopra di tutti gli altri.  senza piet! E s che si accetta, di solito, un indennizzo per l'uccisione di un fratello o di un proprio figliolo caduto in battaglia! E uno rimane l nel suo paese dopo aver pagato abbondantemente, l'altro si placa a ricevere l'ammenda. Ma a te gli dei hanno messo in cuore una rabbia ostinata e perversa: e tutto per amore di una ragazza, una sola, s! Quando oggi te ne offriamo sette bellissime senza confronto, e oltre a quelle tanti altri doni. Su, fatti una buona volta remissivo, abbi riguardo della tua casa! Siamo qui sotto il tuo tetto, a nome di una massa di Danai, e vogliamo pi di tutti gli altri esserti amici e cari tra gli Achei."
	E a lui rispondeva Achille dai rapidi piedi: "Aiace Telamonio, discendente di Zeus, signore di popoli, hai parlato, vedo, con aperta franchezza. Ma a me si gonfia il cuore dalla collera, quando mi ricordo come mi tratt l, villanamente, in mezzo agli Argivi, l'Atride, quasi fossi un vagabondo qualunque senza dignit. Su, voi ora andate e riferite il mio messaggio! Non penser, vi dico, alla guerra sanguinosa, prima che il grande Ettore figlio di Priamo non sia giunto alle capanne e alle navi dei Mirmidoni, tra la strage degli Argivi e l'incendio della flotta. Ma nei pressi del mio alloggio e della mia nave si arrester, Ettore, sono certo, pur nella sua frenesia di battagliare."
	Cos diceva. E loro l prendevano in mano, ciascuno, una coppa a due manichi e facevano una libagione. Poi ritornavano lungo le navi: andava avanti Odisseo.
	Patroclo allora diede ordine ai compagni e alle ancelle di preparare alla svelta, per Fenice, un solido letto.
	Ed esse ubbidivano e stendevano il letto, come aveva comandato: pelli lanose di pecora, una coperta colorata e un panno sottile di lino.
	L il vecchio si coric e attendeva l'aurora divina.
	Achille invece riposava nella parte pi interna della salda baracca: e accanto a lui si pose a giacere una donna che aveva menato via da Lesbo. Era la figliola di Forbante, Diomeda dalle belle guance.
	Patroclo and a dormire dall'altro lato: e al suo fianco si metteva Ifide dalla bella cintura. Gliel'aveva data Achille, dopo la conquista dell'alta Sciro, la roccaforte di Enieo. Gli altri l intanto, appena furono dentro l'alloggio dell'Atride, ecco che li salutavano, i figli degli Achei, con le coppe d'oro levandosi in piedi da una parte e dall'altra, e chiedevano notizie. E il primo a far domande era Agamennone signore di guerrieri: "Su, dimmi, o molto lodato Odisseo, grande vanto degli Achei!  disposto ad allontanare dalle navi il fuoco divoratore? o si rifiuta, e la collera domina ancora il suo animo?"
	E a lui allora rispose il paziente divino Odisseo: "Atride glorioso, Agamennone signore di guerrieri, lui l non vuole smorzare la sua ira, anzi si riempie di rabbia sempre pi, e respinge te e i tuoi doni. Ci devi pensare tu, ha detto, tra gli Argivi, a salvare la flotta e l'esercito degli Achei. E ha minacciato di tirar in mare, domani all'alba, le sue navi. E pure agli altri, son sue parole, consiglia di salpar verso la patria: "tanto non ce la farete a veder la fine dell'alta Ilio. Ormai  certo: Zeus tiene la su a mano su di essa e i suoi guerrieri hanno ripreso coraggio". Proprio cos diceva. E lo possono testimoniare anche loro qui, che mi accompagnarono, Aiace e i due araldi, entrambi assennati. Il vecchio Fenice poi  rimasto l a dormire: fu lui, sai, a invitarlo. Cos lo potr seguire in patria su una nave, domani, se ha voglia. Non intende menarlo via per forza."
	Cos diceva. E tutti restarono muti, in silenzio, per la sorpresa di quel linguaggio: aveva parlato con energica franchezza.
	A lungo, senza parole, rimanevano l abbattuti, i figli degli Achei. Alla fine parl Diomede, valente nel grido di guerra: "O glorioso Atride, Agamennone signore di uomini, no, non lo dovevi pregare, il Pelide, offrendogli tanti doni.  gi cos orgoglioso per suo conto. Ora poi lo hai spinto ancora di pi all'alterigia. Ma lasciamolo stare, lui, sia che vada sia che resti! Combatter quando ne ha voglia, o lo fa balzar su un dio. Via allora, seguiamo tutti i miei ordini! Adesso andate a dormire, ben sazi come siete di pane e di vino: ch qui sta, lo sapete, la forza e il vigore. E non appena appare la bella Aurora, tu devi, o Agamennone, disporre in fretta davanti alle navi i soldati a piedi e quelli coi carri, e incitarli alla lotta. E anche tu combatti in prima linea!"
	Cos parlava e i principi approvavano tutti quanti, ammirando il discorso di Diomede domatore di cavalli. E allora facevano una libagione e se ne andarono, ciascuno alla propria baracca. E l si mettevano a dormire e si presero il dono del sonno.

/:/LIBRO X



	Cos, allora, tutti gli altri principi degli Achei, accanto alle navi, dormivano la notte intera, vinti da un molle sopore. Ma l'Atride Agamennone, pastore di popoli, non lo teneva in suo potere il dolce sonno. Aveva tanti pensieri.
	E come quando il marito di Era dalle belle chiome lampeggia in cielo e va preparando un rovescio di pioggia senza fine - o grandine, o una nevicata nei giorni che le campagne si coprono di bianco - oppure anche da qualche parte la guerra dolorosa con la sua grande bocca spalancata: proprio cos sospirava Agamennone di frequente dal profondo del cuore, e gli tremavano, dentro, le viscere. Ecco, ogni volta che guardava in direzione della pianura troiana, si stupiva dei molti fuochi che ardevano davanti a Ilio, e dello strepito dei flauti e delle zampogne, e del vociare degli uomini. Poi, quando girava gli occhi verso le navi e l'esercito degli Achei, si strappava di testa i capelli a ciocche, fin dalle radici, rivolgendosi a Zeus l in alto, e gemeva forte. Alla fine, questa gli parve l'idea migliore: andare da Nestore il Nelide, prima che da ogni altro, e vedere insieme a lui di studiare un piano perfetto, capace di stornar la rovina da tutti i Danai.
	Si levava allora e si metteva indosso la tunica: si allacci i bei calzari ai bianchi piedi. Poi si avvolse dentro la pelle sanguigna di un grosso fulvo leone, che gli arrivava fino a terra, e afferr una lancia.
	Anche Menelao, nella stessa maniera, lo possedeva il tremore: neppure a lui il sonno si posava sulle palpebre. Temeva un disastro per gli Achei: proprio per causa sua erano venuti, sull'ampia distesa di acque, l a Troia, decisi a muovere ardita guerra.
	Dapprima si copr le larghe spalle con una pelle screziata di pantera, poi prendeva l'elmo di bronzo e se lo mise in testa. E afferr un'asta con la mano robusta.
	Si mosse per andar a svegliare suo fratello, che era il grande comandante di tutti gli Argivi e veniva onorato dal popolo come un dio. Lo trov che si metteva indosso la bella armatura, vicino alla poppa della nave. Gradita fu la sua venuta.
	Gli rivolse per primo la parola Menelao, valente nel grido di guerra: "Come mai, caro, ti armi cos? Intendi mandare qualcuno dei compagni in esplorazione fra i Troiani? Ho per una grande paura, credimi, che non ci sar nessuno disposto a sobbarcarsi a una tale impresa, a voler andar da solo a spiare i nemici nella notte divina. Dovr avere certo del coraggio!"
	E a lui rispondeva il sovrano Agamennone: "Abbiamo qui bisogno, io e tu, o Menelao, di un provvedimento sagace, che sottragga al pericolo e metta in salvo gli Argivi e le navi. Lo vedi anche tu: l'animo di Zeus si  cambiato. Ecco, ora si volge, con palese preferenza, a gradire i sacrifici che gli fa Ettore. Mai, te lo confesso, ho visto fino ad oggi, mai ho sentito contare che un guerriero da solo abbia provocato tanti danni in un unico giorno, quanti ne ha fatto Ettore, caro a Zeus, ai figli degli Achei. Proprio cos: e non  figliolo n di una dea e neppure di un dio! S, ha compiuto imprese che gli Argivi, ti assicuro, se le ricorderanno per molto tempo e ben a lungo: tanti guai, credi, ha procurato agli Achei! E ora, su, vai a chiamare Aiace e Idomeneo! Corri alla svelta lungo le navi! Io intanto andr da Nestore e lo far levare. Spero che voglia recarsi dalla forte schiera delle sentinelle a dar ordini. A lui, sono certo, ubbidiranno di pi: c' l suo figlio, lo sai, al comando delle guardie, e con lui c' Merione, il compagno d'armi d'Idomeneo. A loro, ricordi, demmo questo incarico speciale."
	Gli rispondeva allora Menelao, valente nel grido di guerra: "Di', cosa intendi di preciso con questo ordine? Devo rimanere l con loro in attesa del tuo arrivo, o correre di nuovo da te, dopo avergli riferito, come vuoi, il tuo comando?"
	E a lui rispose Agamennone, signore di guerrieri: "Resta l! Potremmo non incontrarci nel nostro cammino: sono tante, lo sai, le strade per il campo. Ma tu grida dappertutto dove arrivi, e falli star svegli! Chiama ogni guerriero anche con il nome del padre e della stirpe, e rendi onore a tutti. Non hai da mostrarti altezzoso, ma anche noi qui dobbiamo darci da fare.  cos, lo vedi bene: Zeus ci ha mandato, fin dalla nascita, guai e sventure."
	Cos parlava, e sped via il fratello con questi ordini precisi. Lui intanto si avvi per recarsi da Nestore, pastore di popoli.
	Lo trovava accanto alla baracca e alla nera nave, nel suo morbido letto. Gli stavano appresso le armi ricche di fregi: lo scudo, due lance, e l'elmo lucido a quattro creste. E poi c'era vicino la cintura tutta scintillante, che il vecchio si metteva quando si armava per la battaglia sterminatrice di uomini, a capo della sua gente: non si arrendeva proprio alla triste vecchiaia.
	Si drizzava su di un gomito, sollev la testa, si rivolgeva all'Atride e gli domandava: "Ehi tu, chi sei, che vai solo per il campo tra le navi, nel buio della notte, quando dormono gli altri mortali? Cerchi una mula o qualcuno dei compagni? Su, parla! Non accostarti a me in silenzio. Via, cosa vuoi?"
	E a lui rispondeva allora Agamennone, signore di guerrieri: "O Nestore figlio di Neleo, grande gloria degli Achei, sono io, l'Atride Agamennone. Non mi riconosci? Ecco qui: Zeus mi caccia nei guai, pi di tutti, continuamente, finch ho fiato in petto e si muovono le mie ginocchia. E cos vado in giro: vedi, non mi si posa sugli occhi il dolce sonno, ma sono in gran pensiero per la guerra e le tribolazioni degli Achei. Ho molta paura, sai, per i Danai, e non trovo pace: sono qui angosciato, il cuore mi salta fuori dal petto, mi tremano le membra. Ma se vuoi fare qualcosa, ora che non dormi neanche tu, via, andiamo dai corpi di guardia a vedere! Non vorrei che loro l, disfatti dalla stanchezza e dal sonno, si addormentassero senza pi pensare a star all'erta. I nemici, capisci, sono accampati vicino. E noi non sappiamo se hanno in mente di combattere anche di notte." Gli rispondeva allora Nestore il Gerenio, condottiero di carri: "Atride glorioso, Agamennone signore di guerrieri, no, credimi, non gli porter a compimento, il provvido Zeus, a Ettore, tutti quanti i suoi piani, come certo lui ora spera. Sono convinto, anzi, che avr da arrabattarsi tra difficolt e guai anche pi di prima, se un giorno Achille distoglie il suo animo dal rancore tormentoso. Eccomi, son pronto a seguirti ben volentieri. Ma destiamo anche qualcun altro: il Tidide per esempio, famoso per la lancia, e Odisseo, e poi Aiace il veloce, e il forte figlio di Fileo E magari fosse possibile andar a chiamare pure quelli laggi, Aiace pari a un dio e il principe Idomeneo. Le loro navi, lo sai, stanno ben lontano, non proprio a due passi. S, mi  caro Menelao e lo rispetto: ma lo devo rimproverare, anche se tu te la prendi, e non posso tacere. Ecco, lui dorme e ha lasciato a te solo ogni briga. Doveva lui, ora, darsi da fare presso tutti i capi, e supplicarli. Le difficolt sopraggiunte, lo vedi, sono al di sopra delle nostre forze."
	E a lui rispose Agamennone, signore di guerrieri: "Vecchio, in altre occasioni te l'ho detto io di strapazzarlo. Pi di una volta, lo sappiamo, si lascia andare, e non  pronto a mettercisi d'impegno. E non lo fa per pigrizia o leggerezza, ma sta a guardare me e aspetta un mio cenno. Ora invece  stato lui il primo a svegliarsi e a venire da me. E io l'ho mandato a chiamare gli uomini che cerchi. Via, andiamo! Li troveremo davanti alla porta fra le sentinelle:  l, sai, che ho detto di radunarsi."
	Gli rispondeva allora Nestore il Gerenio, condottiero di cocchi: "In tal caso nessuno degli Argivi pu prendersela con lui o disubbidire, quando li sprona e comanda."
	Cos parlava e si metteva indosso la tunica: s'allacci i bei calzari ai bianchi piedi. Poi, intorno alle spalle, si affibbi un mantello color porpora: era doppio, bel largo, vi spuntava al di sopra la peluria della grossa lana. Prese infine una robusta lancia dalla punta di bronzo, e si mosse per andare tra le navi degli Achei vestiti di rame. E allora destava dal sonno per primo Odisseo, eguale a Zeus per senno. Gli diede una voce: e subito il grido arriv al cuore di lui.
	Veniva fuori dalla baracca e rivolgeva loro la parola: "Perch girate cos da soli per il campo, tra le navi, nella notte divina? Che bisogno c', dite, tanto urgente?"
	Gli rispondeva allora Nestore il Gerenio, condottiero di carri: "Figlio di Laerte, discendente di Zeus, Odisseo versatile e scaltro, non irritarti! Una grande ansia, credi, opprime gli Achei. Su, seguimi! Abbiamo da svegliare anche un altro.  giusto che pure lui esprima il suo parere, se dobbiamo fuggire o batterci."
	Cos diceva. Ed egli rientrava nel suo alloggio, l'accorto Odisseo. Si appese a tracolla lo scudo adorno di figure, e si avvi dietro a loro.
	Andavano dal Tidide Diomede. Lo trovarono fuori, un po' discosto dalla sua baracca, in armi. Intorno a lui dormivano i suoi compagni, con gli scudi sotto la testa. Le loro lance stavano piantate al suolo sui puntali di ferro, ben diritte: il bronzo in cima luccicava da lontano, come il lampo del padre Zeus.
	Anche lui dormiva, l'eroe: giaceva sopra una pelle di bue selvatico, ma sotto la sua testa era disteso uno splendido tappeto.
	Gli si accostava Nestore il Gerenio condottiero di cocchi, e lo svegli: lo smoveva percotendolo col piede, gli faceva fretta e lo sgridava di fronte a tutti: "Levati, figlio di Tideo! Cosa dormi, tutta la notte? Non ti rendi conto che i Troiani sono accampati nei pressi delle navi, sopra un rialzo della pianura? e che poco spazio ormai li separa da noi?"
	Cos diceva. E lui, di colpo, balz su dal sonno alla svelta, e gli rivolgeva parole: "Instancabile tu sei, o vecchio! Non la smetti mai di affaccendarti. Di', non ci sono altri pi giovani, tra gli Achei, per andar da ogni parte a destare, ad uno ad uno, i capi? Ma con te non c e niente da fare, o vecchio!"
	E a lui rispondeva Nestore il Gerenio, condottiero di carri: "S, tutto questo che dici, o amico,  giusto. Ho certo dei figli di cui non mi posso lagnare: ho anche soldati, e tanti. E uno di loro potrebbe andarli a chiamare. Ma ben grave  la situazione che abbatte gli Achei. Ora, vedi, la sorte di tutti  sul filo di un rasoio: o fare una brutta fine o salvarsi. Su allora, vai a svegliare adesso Aiace il veloce e il figlio di Fileo, visto che sei pi giovane e hai commiserazione per me."
	Cos diceva. E lui si avvolse, intorno alle spalle, la pelle di un grosso fulvo leone, che gli arrivava fino ai piedi, e afferr una lancia. Poi si avviava e faceva alzare, l'eroe, gli altri e li menava con s.
	Quando i principi giunsero dai corpi di guardia, non trovarono i capi delle sentinelle addormentati, ma stavano l tutti all'erta, in armi.
	Come i cani fanno, inquieti, la guardia intorno alle pecore, dentro il muro di cinta, al sentire la belva dal cuore feroce che avanza per la boscaglia attraverso i monti; e un grande frastuono si leva allora, di uomini e di cani, e il sonno gli va via: cos a loro l era sparito dalle palpebre il dolce sonno, nel vigilare in quella brutta notte. Ed erano rivolti verso la pianura continuamente, in ansia di sentire l'avanzata dei Troiani.
	E a vederli, si rallegr il vecchio e gli faceva coraggio: e rivolgeva loro queste parole: "Continuate pure, ragazzi, a stare sul chi vive, cos! E nessuno si lasci prendere dal sonno, se no susciteremo le risate tra i nemici."
	Cos diceva e varc il fossato. Gli andavano dietro i principi degli Argivi, che erano stati chiamati a consiglio. E insieme a loro si avviavano anche Merione e lo splendido figlio di Nestore: erano stati invitati a prender parte alla riunione.
	Passata la fossa profonda, si mettevano a sedere in un luogo sgombro, dove si apriva uno spiazzo tra i cadaveri dei caduti. Di l si era ritirato il grande Ettore dopo il massacro degli Argivi, quando la notte lo aveva avvolto tutto all'intorno.
	Quivi sedevano e si scambiavano i loro punti di vista. E tra loro prendeva a parlare Nestore il Gerenio, guidatore di carri: "Amici, c' uno che ha voglia e coraggio di andare in mezzo ai Troiani, e vedere l di catturare qualcuno dei nemici tra gli avamposti, o anche solo cogliere qualche discorso tra i soldati? Dobbiamo conoscere i loro piani, se intendono rimanere l nelle vicinanze delle navi, fuori dalle mura, o se torneranno di nuovo in citt, dopo il loro successo sugli Achei. E andato l in ricognizione, deve venir indietro sano, e salvo da noi. Grande sar allora la sua gloria sotto il cielo, tra tutti gli uomini: e ricever inoltre una buona ricompensa. Ecco, tutti i principi che comandano le navi, gli daranno, uno per uno, una pecora nera con il suo agnello sotto:  un dono, credete, che non ha l'eguale. E poi sar sempre presente in ogni banchetto e convito festivo."
	Cos diceva: e tutti restarono muti, in silenzio.
	E in mezzo ad essi parl Diomede, valente nel grido di guerra: "Nestore, me la sento io di penetrare nel campo dei nemici qui vicini: tra i Troiani, s. Ma vorrei che mi fosse compagno un altro: avrei pi sicurezza e fiducia. Ad andar in due, se non  l'uno,  l'altro a vedere come  meglio fare. E se anche uno da solo ha occhi, la sua vista va meno lontano, e scarso  il suo intuito."
	Cos parlava: e volevano l in molti seguire Diomede. Erano pronti i due Aiaci, servitori di Ares: era disposto Merione, e cos pure il figlio di Nestore. Ne aveva voglia l'Atride Menelao, famoso per i suoi tiri di lancia. E pure il paziente Odisseo intendeva penetrare tra la massa dei Troiani: sempre il suo cuore amava le imprese ardite.
	E tra loro parl Agamennone, signore di guerrieri: "Figlio di Tideo, Diomede, amico caro, s, puoi sceglier per compagno chi vuoi tu: il pi bravo di quelli che si offrono. Guardali: sono in tanti qui impazienti. E non lasciar da parte, per un senso di riguardo, il migliore, e non prenderne uno da meno per semplice cortesia, in considerazione della sua stirpe: si trattasse pure di un re pi potente degli altri."
	E tra loro parl Diomede, valente nel grido di guerra: "Ebbene, dato che m'invitate a scegliermi, da solo, il compagno, come non pensare subito al grande Odisseo?  prudente e risoluto pi che mai in ogni sorta di imprese, e poi lo protegge Pallade Atena. Se lui viene con me, faremo tutt'e due ritorno, anche di mezzo a un incendio, tanto sa bene sbrigarsela."
	E a lui allora rispose il paziente divino Odisseo: "Tidide, non star qui a far lodi o riserve nei miei riguardi! Le cose che dici, credi, gli Argivi gi le sanno. Via, andiamo! Guarda: la notte ormai sta per finire,  vicina l'aurora. S, le stelle sono ben avanti nel loro giro,  trascorsa la notte per pi di due terzi. Ci rimane ormai poco."
	Cos essi dicevano, e si vestirono di armi spaventose.
	Al figlio di Tideo, l'intrepido Trasimede dava una spada a due tagli - la sua, l'eroe, l'aveva lasciata presso la nave -e il proprio scudo. Poi gli pose in capo un elmo in pelle di toro, senza cimiero e senza pennacchio, che  detto "casco" e protegge la testa dei giovani robusti.
	Merione, a sua volta, dava ad Odisseo l'arco e la faretra e la spada. Poi gli mise in capo un elmo fatto di cuoio. Nella parte interna era saldamente intrecciato di molte corregge: al di fuori, bianche zanne di cinghiale stavano fitte fitte da un lato e dall'altro, disposte con arte e abilmente: il fondo era foderato di feltro. Questo elmo l'aveva portato via un giorno Autolico dalla citt di Eleone, penetrando, attraverso un buco nella parete, dentro la solida casa di Amintore figlio d'Ormenio. Poi l'aveva dato ad Anfidamante di Citera da portar a Scandea. E Anfidamante l'aveva offerto a Molo come dono ospitale. Questi a sua volta lo lasciava portare a suo figlio Merione in guerra, e cos allora copr e protesse il capo di Odisseo.
	Dopo che i due prodi si furono rivestiti delle paurose armi, si mossero per andare, e lasciarono l tutti quegli eroi. Ed ecco che da destra Pallade Atena gli mand un airone, vicino alla loro strada: ma essi non lo scorsero coi propri occhi nel buio della notte, lo sentirono solo gridare.
	Era lieto Odisseo di quel presagio e invocava Atena: "Ascoltami, figlia di Zeus egioco, tu che sempre mi stai al fianco in ogni sorta di imprese, e non mi perdi mai di vista, quando mi metto in cammino. Ora, s, soprattutto, proteggimi, o Atena! Concedici di ritornar gloriosi alle navi, dopo aver compiuto una grande impresa. I Troiani non se la dovranno scordare."
	Subito poi pregava Diomede, valente nel grido di guerra: "Senti adesso anche me, o figlia di Zeus, Atritone! Accompagnami come gi accompagnasti, un giorno, a Tebe, il grande mio padre Tideo, quando si recava messaggero a nome degli Achei. Li lasciava sulla riva dell'Asopo, gli Achei dalle tuniche di bronzo: e lui recava l una parola di pace ai discendenti di Cadmo. Ma poi al ritorno comp fiere gesta insieme a te, o nobile dea, che lo soccorresti benigna. Cos ora degnati di star vicino a me e difendimi! Io ti sacrificher una giovenca di un anno: una splendida bestia dalla larga fronte, non domata, che l'uomo non ha messo ancora sotto il giogo. E te la voglio immolare con le corna indorate."
	Cos dicevano pregando: e li ascolt Pallade Atena.
	E dopo che ebbero supplicato la figlia del grande Zeus, si avviarono come due leoni nella notte buia, tra la strage e i cadaveri, le armi e il sangue nero.
	Ma neanche i superbi Troiani Ettore li lasci dormire: convocava in uno stesso luogo tutti i pi valorosi, quanti erano capi e condottieri tra le truppe. E l in adunanza avanzava una sua proposta scaltra. Diceva: "C' uno che s'impegna a compiere un'impresa qui, dietro una buona ricompensa? S, avr il suo premio sicuro. Sentite: intendo dargli un carro e due cavalli dall'alta cervice, i migliori che ci siano presso le navi degli Achei, se ne ha il coraggio: e poi si acquister gloria. Ecco, deve andare accosto alla flotta e informarsi se gli Achei la guardano come in passato, o se vinti ormai dalle nostre braccia meditano tra loro la fuga, e non hanno pi voglia di star l a vigilare durante la notte, disfatti come sono da una stanchezza tremenda."
	Cos diceva: e tutti rimasero muti, in silenzio.
	C'era tra i Troiani un certo Dolone, figlio di Eumede araldo divino: possedeva molto oro e molto bronzo. Era brutto s di aspetto, ma veloce di piedi: l'unico maschio in casa, in mezzo a cinque sorelle. E allora parl ai Troiani e ad Ettore: "Ettore, me la sento io di andar presso le navi a spiare. Ma via, alza per me lo scettro e giurami di darmi per davvero i cavalli e il carro con i fregi in bronzo, che trasportano l'irreprensibile Pelide. E io sar per te una buona spia e non ti deluder. Voglio avanzare, sai, difilato fino al campo e giungere alla nave di Agamennone, dove di certo i pi prodi devono consultarsi se scappare o dar battaglia."
	Cos diceva. E lui prese in mano lo scettro e giur: "Sia qui testimone Zeus, il tonante marito di Era, che nessun altro dei Troiani salir su quel carro. Solo tu, te l'assicuro, ne andrai fiero per sempre."
	Cos diceva. E lui prese in mano lo scettro e giur: "Sia andare."
	Subito Dolone si metteva a tracolla il curvo arco: si copriva con una pelle di grigio lupo, si pose in testa un berrettone di martora, afferr un giavellotto aguzzo e parti. Si allontanava dal campo troiano nella direzione delle navi: ma non doveva far pi ritorno, a riferire le notizie ad Ettore.
	Ben presto si lasci indietro il grosso dei guerrieri e dei cavalli, e si avviava impaziente per la sua strada. Ma lo sent avvicinarsi Odisseo, discendente di Zeus, e diceva a Diomede: "C' qualcuno l, o Diomede, che vien dal campo troiano: non so se a spiar le nostre navi o per spogliare soldati caduti. Su, lasciamolo prima passar avanti un po' nel piano: poi gli saremo, d'un balzo, addosso e lo cattureremo di volo. E se ci scappa. davanti di corsa, tu caccialo di continuo verso le navi, ben lontano dal campo, incalzandolo con la lancia. Non vorrei che riuscisse a salvarsi, rifugiandosi in citt."
	Cos parlavano tra loro e si distesero per terra, fuori della strada, in mezzo ai cadaveri: e lui pass oltre correndo rapidamente nella sua storditaggine. Ma quando fu distante la lunghezza di un solco fatto d'impeto dalle mule - esse sono migliori dei buoi nel tirare il solido aratro in un maggese profondo - ecco che i due si misero a rincorrerlo. Egli allora, a sentire rumore, si ferm: credeva evidentemente che fossero amici e venissero, da parte dei Troiani, a richiamarlo indietro, per un contrordine di Ettore.
	Non appena per furono a un tiro di lancia o anche meno, riconobbe in loro guerrieri nemici, e moveva di scatto le ginocchia per scappare. E quelli pronti dietro a inseguirlo! Come quando due cani dai denti aguzzi, bravi da caccia, rincorrono o un cerbiatto o una lepre senza tregua, sempre, per una localit boscosa, e la bestia fugge avanti gridando: cos il Tidide e Odisseo distruttore di citt gli tagliavano la strada verso il campo, incalzandolo senza sosta, di continuo.
	Gi stava per giungere, da un momento all'altro, dagli uomini di guardia nella sua fuga verso le navi, quand'ecco che Atena infuse energia al Tidide: non voleva che uno degli Achei vestiti di bronzo avesse il vanto di colpirlo per primo, e lui arrivasse dopo.
	Gli dava addosso con l'asta puntata, il gagliardo Diomede, e diceva: "Alto l o tiro! Non la scampi pi ormai, t'assicuro."
	Disse e scagli la lancia: falliva il colpo apposta. La punta della liscia asta gli sorvolava la spalla destra e si conficc in terra: e lui si arrest, terrorizzato.
	Balbettava, gli si sentiva in bocca stridere i denti: era verde dalla paura. E quei due ansimando lo raggiunsero e lo afferrarono per le braccia. Lui scoppiava in lacrime e diceva: "Pigliatemi vivo e io poi mi riscatter! Ho l, sapete, a casa, bronzo e oro e ferro ben lavorato. E mio padre vi dar un mucchio di oggetti preziosi per liberarmi, se viene a sapere che sono ancora in vita presso le navi degli Achei."
	Gli rispose allora l'accorto Odisseo: "Animo, su, e non pensare alla morte! Via, dimmi una cosa e parla con franchezza: perch vai tutto solo, lontano dal campo, verso le navi nel buio della notte, quando dormono gli altri mortali? Forse per spogliare qualcuno dei soldati caduti? O t'ha mandato Ettore a far un'ispezione accurata, accanto alla nostra flotta? Oppure sei qui di tua iniziativa?"
	E a lui rispondeva allora Dolone, gli tremavano le ginocchia: "S,  stato Ettore a farmi uscir di testa con le sue grandi promesse. Mi assicurava di darmi i cavalli e il carro con i fregi in bronzo del nobile figlio di Peleo. E mi spingeva a partire attraverso la notte qui scura che passa tanto presto. Dovevo venir sotto ai nemici e informarmi se le navi sono guardate come in passato, o se vinti ormai dalle nostre braccia meditate tra voi la fuga, e non avete voglia di star a vigilare durante la notte, disfatti come siete da una stanchezza tremenda."
	E a lui sorridendo diceva l'accorto Odisseo: "Avevi proprio gola, vedo, di grandi doni. Figurarsi, i cavalli del battagliero Eacide! Ma  una dura impresa, sai, reggerli e guidarli, per uomini destinati a morire, ad accezione di Achille che ha una madre immortale. Via dimmi una cosa e parla con franchezza: dove hai lasciato ora Ettore, venendo qui? e dove stanno le sue armi da guerra? e dove sono i suoi cavalli? E come son dislocati i corpi di guardia degli altri Troiani, e i loro alloggiamenti? E che piani hanno? intendono rimanere l nelle vicinanze delle navi, fuori dalle mura, o ritorneranno di nuovo in citt, dopo il loro successo sugli Achei?"
	Gli rispose allora Dolone, figlio di Eumede: "Ebbene, ti conter con esattezza ogni cosa. Ettore tiene consiglio l, insieme ai capi, accanto al monumento sepolcrale del divino Ilo, lontano dal rumore dell'esercito. E quanto alle sentinelle di cui mi domandi, non c' nessun distaccamento speciale a protezione e a guardia del campo. Tutti quelli l sono fuochi di bivacco dei Troiani: tocca ad essi tenerli accesi. Sono loro che stanno svegli, e si incitano a vicenda a tener gli occhi aperti: mentre invece gli alleati, fatti venire da ogni parte, se la dormono. Lasciano ai Troiani, vedete, l'incombenza di far la guardia. Non hanno figli, loro, sapete, qui vicino n donne."
	E a lui rispondeva l'accorto Odisseo: "Ancora una cosa: dormono a quest'ora, alla rinfusa, tra i Troiani, o in un luogo a parte? Spiegati chiaro, tanto per saperlo."
	Gli rispondeva allora Dolone, figlio di Eumede: "Ecco, ti esporr con esattezza ogni cosa. Dalla parte del mare ci sono i Cari, e i Peoni dagli archi ricurvi, e noi i Lelegi, i Cauconi e i Pelasgi divini. Verso Timbre invece stanno i Lici e i fieri Misi, e inoltre i Frigi domatori di cavalli e i Meoni coi loro carri da guerra. Ma perch mai mi domandate tutti questi particolari? Se intendete, penso, penetrare tra la massa dei Troiani, ecco, ci sono qui vicino, in disparte, i Traci arrivati da poco, proprio all'estremit del campo: e tra loro c' il re Reso, figlio di Eioneo. Ha i cavalli pi belli, s, e pi grossi che abbia mai visto: sono pi bianchi della neve, uguagliano i venti nella corsa. E poi ha un cocchio lavorato artisticamente in oro e argento. E giunse qui con armi d'oro, straordinarie, una meraviglia a vedersi: armi, s, quali devono portare non uomini destinati alla morte, ma gli dei immortali. Su, adesso conducetemi tra le navi! O lasciatemi qui, legato stretto con una corda senza piet! Cos vedrete, al vostro ritorno, se ho detto la verit o no."
	Ma a lui, guardandolo torvo, rispose il gagliardo Diomede: "Non metterti in testa, o Dolone, di scamparla! Preziose sono le tue notizie: ma tu sei incappato, ricordati, nelle nostre mani. Vedi, se ora ti liberiamo e ti lasciamo andare, son sicuro che un domani verrai ancora tra le navi degli Achei, o per spiare o per combattere in campo aperto. Se invece sei abbattuto sotto il mio braccio e perdi la vita, allora non sarai pi, un giorno o l'altro, di danno agli Argivi."
	Disse. E l'altro stava per toccargli il mento con la mano e supplicarlo: ma lui lo colp di scatto con la spada alla nuca, in pieno, e gli recise tutt'e due i tendini. Cercava ancora di parlare, e la sua testa rotol gi tra la polvere.
	Gli tolsero il berrettone di martora dal capo, la pelle di lupo, l'arco flessibile e la lunga lancia. E queste spoglie, il divino Odisseo le levava in alto con la mano, in onore di Atena predatrice, e diceva pregando: "Accetta volentieri, o dea, le armi qui! Tu sei la prima, sai, a cui intendiamo far offerte, tra tutti gli immortali dell'Olimpo. E ora guidaci ai cavalli e agli alloggiamenti dei Traci!"
	Cos diceva a chiara voce: e con un lancio per aria mandava tutto sopra un tamerisco. Vi fece poi un segnale ben riconoscibile, stringendo insieme delle canne e i rami rigogliosi della pianta: non poteva loro sfuggire, al ritorno, nel buio della notte che trascorre rapida.
	E i due l camminavano attraverso le armi e il sangue nero, e ben presto giunsero, di buon passo, al manipolo dei Traci.
	Essi dormivano disfatti dalla fatica: le loro belle armi gli stavano l accanto, posate a terra ben in ordine, in tre file. Ciascuno aveva da presso una pariglia di cavalli.
	Reso dormiva al centro della schiera: vicino a lui i veloci destrieri erano legati per le redini al parapetto del cocchio, all'estremit.
	Lo scorgeva Odisseo per primo e lo indic a Diomede: "Ecco qui, Diomede, il guerriero, ecco qui i cavalli di cui ci parlava quel Dolone che abbiamo ucciso. Su, metti fuori ora la tua gagliarda energia! Non devi star qua, in armi, senza agire. Via, slega i cavalli! Oppure fa' strage di soldati, e alle bestie ci penser io."
	Cos parlava. Ed ecco, Atena dagli occhi lucenti mise addosso a Diomede un furore battagliero, e lui uccideva all'impazzata qua e l. Si levava un lamento miserevole a quei colpi di spada, diveniva rossa di sangue la terra.
	Come un leone si fa sotto, di sorpresa, a un gregge di capre o pecore senza pastori, e si avventa in mezzo ad esse con ferocia: cos assaliva, il figlio di Tideo, i guerrieri traci. Dodici ben presto ne ammazz. E l'accorto Odisseo, di mano in mano che il Tidide si accostava a uno e lo colpiva con la spada, prendeva, dietro a lui, per un piede il cadavere e lo tirava da parte. Veniva pensando ai cavalli dalla bella criniera, voleva che potessero passare facilmente, senza inalberarsi dallo spavento a calpestar dei morti. Non ci erano ancora abituati.
	Quando alla fine il figlio di Tideo giunse al re, fu quello il tredicesimo a cui tolse la dolce vita. Andava allora smaniando: un brutto sogno gli stava sopra la testa, quella notte, ed era la visione del figlio dell'Enide. Cos voleva Atena.
	Intanto il paziente Odisseo scioglieva i cavalli di solida unghia, li legava insieme con le redini, e li spingeva fuori dalla calca battendoli con l'arco: non aveva pensato a prender su la lucida frusta dal carro adorno di fregi. Poi con un fischio avvertiva il grande Diomede.
	Lui stava l indeciso. Non sapeva quale altra bravata compiere, se afferrare il carro, su cui stavano quelle armi variamente lavorate, e tirarlo via per il timone, o anche portarselo fuori di peso, oppure togliere la vita a tanti Traci ancora. Mentre rimuginava cos, Atena gli si metteva accanto, al divino Diomede, e diceva: "Ora pensa a far ritorno alle navi, o figlio del magnanimo Tideo! Non vorrei che tu ci arrivassi in fuga. Guarda che qualche altro dio pu ben svegliare anche i Troiani."
	Cos diceva: e lui riconobbe, a quelle parole, la voce della dea. Prontamente allora saltava sopra i cavalli: Odisseo li batt con l'arco. Ed essi volavano di galoppo alle celeri navi degli Achei.
	Ma non faceva la guardia come un cieco Apollo dall'arco d'argento. Quando vide Atena assistere il figlio di Tideo, si arrabbiava con lei e penetr tra la folla numerosa dei Troiani. Qui destava un principe dei Traci, Ippocoonte, il valoroso cugino di Reso. E lui si riscoteva dal sonno. Ma appena vide deserto il luogo dove stavano i veloci cavalli, e i guerrieri dibattersi in mezzo al sangue dell'atroce strage, prorompeva allora in urli di lamento, e chiamava per nome il caro compagno.
	Si lev in mezzo ai Troiani un vociare e un trambusto senza fine. Accorrevano l in massa, e stavano a mirare l'impresa orrenda che avevano compiuto i guerrieri, fuggendo poi verso le concave navi.
	Loro intanto giungevano al luogo dove avevano ucciso la spia di Ettore. L Odisseo caro a Zeus ferm i rapidi cavalli. Saltava a terra il Tidide, e gli metteva tra le mani le spoglie insanguinate: poi balz di nuovo in groppa. Una sferzata alle bestie, e loro di buona voglia volarono fino alle concave navi. Non vedevano l'ora di arrivare l.
	Era Nestore il primo a sentire lo scalpitio e disse: "Amici, condottieri e capi degli Argivi, mi sbaglier, ma lo voglio dire. Ecco, mi giunge all'orecchio lo scalpitio di cavalli in corsa. Oh, se fossero Odisseo e Diomede a menarli qui, di volata, dal campo troiano! Ma ho una grande paura che gli sia successo qualcosa, ai pi prodi degli Argivi, nel frastuono di un assalto nemico."
	Non aveva ancora finito di parlare che arrivarono loro. Balzavano gi a terra: ed essi in festa li accoglievano con abbracci e con parole cordiali. E il primo a far domande era Nestore il Gerenio, guidatore di carri: "Su, dimmi, o glorioso Odisseo, grande vanto degli Achei, come avete fatto a prendere questi cavalli? Vi siete cacciati tra la massa dei Troiani, o vi  venuto incontro, a offrirveli, un dio? S, mi richiamano, tanto sono splendidi, i raggi del sole. Sempre, lo sapete, mi scontro coi Troiani e non me ne sto, mi pare, accanto alle navi, anche se sono un guerriero anziano: ma cavalli uguali mai finora ne ho visti o notati. Penso proprio che vi sia venuto incontro un dio a darveli. Tutt'e due, lo so bene, vi ama Zeus, come pure la figlia di Zeus egioco, Atena dagli occhi lucenti."
	E a lui rispondeva allora il saggio Odisseo: "O Nestore Nelide, grande gloria degli Achei, s, certo, un dio, se vuole, pu facilmente regalare cavalli anche migliori di questi: essi sono, si sa, molto pi potenti di noi. Ma i destrieri qui, o vecchio, se vuoi saperlo, son arrivati da poco: della Tracia sono. E il bravo Diomede ha ucciso l il loro padrone, e inoltre dodici suoi compagni, tra i pi valorosi. E il tredicesimo lo facemmo fuori accanto alle navi: era una spia. L'aveva mandato in ricognizione al nostro campo Ettore insieme agli altri nobili Troiani."
	Cos diceva e cacci oltre la fossa i cavalli dalla solida unghia, esultando di gioia: e con lui andavano allegri gli altri Achei.
	E quando giunsero alla baracca ben costruita del Tidide, legarono le bestie con buone corde di cuoio alla greppia, dove gi stavano i cavalli dai rapidi piedi di Diomede, intenti a mangiare il saporoso frumento.
	Odisseo metteva le spoglie insanguinate di Dolone sopra la poppa della sua nave, in attesa di approntare il sacrificio promesso ad Atena.
	Poi i due eroi s'immergevano nel mare, a detergersi l'abbondante sudore dalle gambe, dal collo e dalle cosce, tutto all'intorno.
	E dopo che l'onda del mare gli ebbe tolto dalle membra il molto sudore e si furono ristorati, entravano in vasche levigate e fecero il bagno. Cos si lavavano e ungevano abbondantemente di olio, e quindi si sedevano a banchetto: e attingendo dal cratere pieno, facevano ad Atena libagioni di dolce vino.

/:/LIBRO XI



	Aurora si levava da letto, dal fianco del nobile Titone, per recare la luce agli immortali e agli uomini. E Zeus allora sped alle celeri navi degli Achei la tremenda Eris, con in mano un segnale di guerra.
	Ecco, si piantava accanto alla nera nave di Odissea, dal vasto ventre, che era proprio al centro, in modo da farsi sentire da una parte e dall'altra, tanto agli alloggiamenti di Aiace Telamonio che a quelli di Achille. Avevano, essi, tirato in secco le navi alle due estremit del campo, sicuri com'erano del proprio valore e della forza delle loro braccia. Ferma l, mand, la dea, un urlo grande e spaventoso, acutissimo: e mise in cuore a ciascuno degli Achei l'energia e la forza per combattere e lottare senza tregua. E ad un tratto, per loro, la battaglia fu pi dolce che far ritorno sulle concave navi alla terra dei padri.
	L'atride allora lev il grido di guerra e diede ordine agli Argivi di cingere le armi: e anche lui indoss il lustro bronzo.
	Prima si mise alle gambe gli schinieri eleganti, e se li allacciava alla caviglia con fibbie d'argento. Dopo vestiva la corazza: gliel'aveva data un giorno Cinira come dono ospitale. Aveva appreso la grande notizia, giunta fin l a Cipro, che gli Achei stavano per salpare con la flotta alla volta di Troia, e allora s'ingraziava il re con quel regalo. Essa aveva ben dieci strisce di smalto scuro, dodici di oro e venti di stagno. E serpenti in smalto si rizzavano avventandosi verso il collo: erano tre sul petto e tre sul dorso. Parevano gli arcobaleni che il Cronide posa immobili tra le nubi, come segno di augurio per gli uomini mortali.
	Poi si appese a tracolla la spada: vi luccicavano sopra, all'impugnatura, borchie d'oro, rivestiva la lama un fodero d'argento, attaccato al balteo con pendagli anch'essi d'oro. Quindi si prese lo scudo battagliero, molto lavorato, che gli copriva tutta la persona: era bellissimo. Aveva dieci cerchi concentrici di bronzo, e sopra c'erano venti placche di stagno ben rilevate, tutte bianche: in mezzo ce n'era una di cupo smalto. Sulla superficie era raffigurata in giro la Gorgone, orrida faccia dalla guardatura truce: e intorno Deimos e Fobos. Vi era attaccato un cinturone d'argento, e sopra snodava le sue spire un serpente di smalto, con le sue tre teste attorcigliate che uscivano da un unico collo.
	Sul capo si mise un elmo a doppia cresta con quattro borchie, adorno di una criniera di cavallo: il cimiero dall'alto oscillava paurosamente. E in fine afferr due gagliarde lance dalla punta di bronzo, ben aguzze: lontano andava il bagliore del metallo, fino al cielo.
	E con un improvviso tuonare Atena ed Era rendevano onore al re di Micene, la citt dell'oro.
	Allora ogni eroe dava ordine al suo auriga di trattenere, in ordine, i cavalli, non lontano dalla fossa: loro invece, i fanti, armati da capo a piedi, si precipitavano in campo aperto. Un gridare senza fine si levava di fronte all'aurora. Si schierarono cos nelle vicinanze del fossato, molto avanti ai carri: i guerrieri sui cocchi venivano a breve distanza. E il Cronide allora suscit un feroce tumulto di battaglia: mandava gi dall'alto, dal puro sereno del cielo, una minuta rugiada di sangue, perch doveva spedire all'Ade tante forti teste di guerrieri.
	I Troiani dall'altro lato, sulla parte alta della pianura, si stringevano attorno al grande Ettore e all'irreprensibile Polidamante. Altri condottieri erano Enea, che veniva venerato dal popolo come un dio, e i tre figli di Antenore: Polibo, il divino Agenore, e il giovane Acamante simile agli immortali.
	In prima fila Ettore reggeva il suo scudo rotondo, ben equilibrato da ogni parte. E come fuori dalle nubi compare l'astro sinistro tutto risplendente e poi di nuovo affonda dentro le nuvole ombrose: cos lui ora compariva tra le prime linee dei soldati, ora tra gli ultimi, a impartire i suoi ordini. Gli balenava il bronzo addosso, sembrava il lampeggiare del padre Zeus armato di egida.
	Parevano l dei mietitori, gli uni di fronte agli altri, che avanzano in un campo di frumento e d'orzo d'un uomo ricco, seguendo la loro striscia di terreno: e i mannelli cadono al suolo fitti fitti. Proprio cos Troiani e Achei si avventavano addosso, a vicenda, a massacrarsi, e non pensavano, n da una parte n dall'altra, alla fuga disastrosa. L'accanita lotta era sui due fronti in equilibrio: i due eserciti infuriavano come lupi. Ed Eris apportatrice di pianti se la godeva a guardare: lei sola, tra gli dei, stava in mezzo ai combattenti.
	Gli altri invece non erano presenti, ma sedevano in pace nelle loro stanze, dove ciascuno aveva il suo bel palazzo costruito tra i giochi dell'Olimpo. E tutti accusavano il Cronide, il dio delle nuvole nere, di voler concedere ai Troiani la gloria. Ma il Padre non se ne dava pensiero: in disparte, tutto solo, era assiso lontano dagli altri, lieto e fiero della sua potenza, e contemplava la citt dei Troiani e le navi degli Achei: il bagliore del bronzo, guerrieri che uccidevano, guerrieri che morivano.
	Fintanto che era mattina e cresceva il sacro giorno, da entrambe le parti volavano i tiri e cadevano uomini. Ma verso l'ora che il boscaiolo si prepara il pasto fra le gole della montagna - si  stancato le braccia a tagliare alti alberi e ne ha abbastanza, la voglia del dolce cibo lo prende -ecco che i Danai grazie al loro valore sfondarono le linee nemiche, tra le grida d'incitamento, di schiera in schiera, ai compagni.
	Il primo a balzar avanti era Agamennone. E ammazz l Bienore pastore di popoli, e subito dopo il suo commilitone Oileo, sferzatore di cavalli.
	Questi era, s, saltato gi dal carro, e gli si piantava davanti: ma lui, Agamennone, con la lancia aguzza lo colp in fronte mentre l'altro gli si avventava contro: e l'elmo pesante di bronzo non resse all'urto. L'asta trapass elmo ed osso, il cervello dentro si spappolava tutto. E cos l'uomo venne abbattuto nella furia del suo assalto.
	Li lasciava l, Agamennone signore di guerrieri, col petto nudo biancheggiante, dopo averli spogliati delle tuniche. E si mosse con la mira di uccidere Iso e Antifo.
	Erano due figlioli di Priamo, uno legittimo e l'altro bastardo, e stavano entrambi sopra un unico cocchio. Quello illegittimo reggeva le briglie, il glorioso Antifo invece combatteva al suo fianco. Proprio loro, s, Achille li aveva un giorno legati tra le gole dell'Ida con vimini pieghevoli, nel coglierli di sorpresa a pascolare le pecore: e poi li lasci liberi dietro riscatto.
	E allora appunto l'Atride Agamennone dall'ampio potere colp uno in pieno petto con la lancia, sopra la mammella: ad Antifo tir con la spada un fendente vicino all'orecchio, e lo butt gi dal carro. Si affrettava poi a spogliarli delle belle armature, al riconoscerli: li aveva gi veduti presso le celeri navi, quella volta che ve li menava dall'Ida Achille agile di piedi.
	E come un leone stritola con facilit i teneri figli di una veloce cerva, entro la stretta dei forti denti, non appena penetra nella tana, e gli toglie la gracile vita: ed essa, se pur si trova l vicino, non pu dar loro soccorso, ch un tremito terribile le viene addosso; e prontamente balza via attraverso le fitte boscaglie e la selva di corsa, tutta sudata, all'assalto della gagliarda fiera: cos nessuno dei Troiani aveva la forza di tenergli lontano la rovina, a loro l, ma anch'essi fuggivano sotto l'urto degli Argivi.
	Poi fu la volta di Pisandro e di Ippoloco tenace negli scontri, figli del bellicoso Antimaco. Era costui, s, che aveva preso oro da Alessandro - degli splendidi doni - e pi di tutti si opponeva alla restituzione di Elena al biondo Menelao.
	Proprio ai due figli di lui piombava addosso il sovrano Agamennone. Stavano su di un unico carro, e cercavano insieme di tenere i rapidi cavalli. Gli erano sfuggite di mano le lucide briglie, e le bestie s'inalberavano.
	Gli si avvent contro l'Atride, pareva un leone. E loro lo supplicavano dal cocchio: "Pigliaci vivi, o figlio di Atreo! Accetta un giusto riscatto! Ci sono tanti tesori nella casa di Antimaco, bronzo e oro e ferro ben lavorato.  nostro padre, e te ne dar un mucchio per liberarci, se viene a sapere che siamo ancora in vita presso le navi degli Achei."Cos i due l in pianto si rivolgevano al re con dolci parole. Ma dura fu la voce che ascoltarono: "Ah, voi siete dunque i figli di quel prode Antimaco, che proponeva un giorno, nell'assemblea dei Troiani, di uccidere l, su due piedi, Menelao, quando venne ambasciatore insieme al grande Odisseo, invece di lasciarlo tornare dagli Achei! E allora adesso dovete scontare l'infame oltraggio di quel padre!" Disse, e spinse Pisandro dal carro a terra con un colpo di lancia al petto: e lui stramazzava all'indietro al suolo. Ippoloco allora salt gi: e l Agamennone l'ammazz. Gli tagliava via con la spada le mani, gli mozzava il collo, facendoglielo rotolare attraverso la folla, che pareva la pietra rotonda d'una macina.
	Li lasci l, e accorreva dove pi fitte si battevano le schiere. E con lui andavano gli altri Achei dai buoni schinieri. I fanti uccidevano i fanti costretti alla fuga, i combattenti dai carri ammazzavano i guerrieri sui carri. Di sotto a loro, dal piano s'innalzava la polvere: la sollevavano i piedi risonanti dei cavalli. Con le armi di bronzo in pugno, facevano strage. E il re Agamennone si buttava all'inseguimento e trucidava via via, impartendo i suoi ordini agli Argivi.
	Era come quando un fuoco distruttore si abbatte su una selva ricca di piante, e il vento lo muove in giro e lo porta dappertutto. Crollano i tronchi da cima a fondo, investiti dalla furia dell'incendio. Cos sotto l'assalto dell'Atride Agamennone cadevano a terra le teste dei Troiani in rotta, e molti destrieri dall'alta cervice trascinavano rumorosamente i carri vuoti per il campo di battaglia, sentendosi senza pi i loro bravissimi aurighi. Essi giacevano l sul terreno, pi cari ormai agli avvoltoi che alle proprie mogli. Ma Ettore, intanto, lo traeva Zeus fuori dai tiri e dal polverone, lontano dal massacro degli uomini, dal sangue e dal trambusto. E l'Atride inseguiva con accanimento, e incitava i Danai. Andavano l correndo i Troiani, oltre il monumento sepolcrale di Ilo, l'antico Dardanide, in mezzo alla pianura, e oltre ancora il caprifico, puntando ansiosi verso la citt. Con alte grida gli dava, l'Atride, la caccia senza sosta, e si lordava di sangue e polvere le mani irresistibili.
	Ma quando giunsero fino al faggio della porta Scea, allora si arrestavano e si attendevano tra di loro. Gli altri continuavano a fuggire spaventati per la piana: sembravano vacche che un leone fa scappare al suo arrivo improvviso nel cuor della notte, tutte insieme: ad una sola per si presenta la morte. Ecco, le spezza prima la cervice, entro la stretta dei forti denti, e poi ne ingoia ingordo il sangue e le viscere intere. Cos gli dava addosso l'Atride Agamennone sovrano, uccidendo di mano in mano chi restava indietro. Gli altri scappavano.
	Molti caddero gi dai carri bocconi o all'indietro, sotto i colpi dell'Atride: imperversava con la lancia davanti a s e all'intorno, furibondo.
	Ma quando gi stava per giungere, da un momento all'altro, sotto la citt e le alte mura, allora il padre degli uomini e degli dei si metteva a sedere in vetta all'Ida ricca di sorgenti: teneva la folgore in mano. E subito inviava Iride dalle ali d'oro con un messaggio: "Vai, su, Iride, e annunzia ad Ettore il mio volere! Ecco, fintanto che vede Agamennone pastore di popoli infuriare cos tra le prime file e trucidare schiere di guerrieri, lui si tiri indietro e dia ordine agli altri combattenti di battagliare coi nemici nelle violente mischie. Ma quando l'Atride, percosso da lancia o colpito da una freccia, salir sul suo cocchio, allora io gli dar la forza, in campo, di fare stragi, finch arriva alle navi e il sole tramonta e sopraggiunge la sacra tenebra."
	Cos parlava e prontamente ubbidiva la celere Iride dai piedi di vento, e si avvi gi dalle cime dell'Ida verso la santa Ilio. Qui trov il figlio del saggio Priamo, il divino Ettore, ritto sul suo solido carro, coi cavalli davanti.
	Gli si metteva vicino e disse Iride dai celeri piedi: "Ettore, tu sei riflessivo e prudente al pari di Zeus: ascolta! Il padre Cronide mi ha mandato qui a portarti questo avviso: finch vedi Agamennone pastore di popoli imperversare in prima linea e massacrare schiere di guerrieri, tu tienti lontano dalla battaglia, e dai ordine agli altri combattenti di battersi coi nemici nelle mischie brutali. Ma quando l'Atride, colpito da lancia o raggiunto da un dardo, monter sul suo carro, allora Zeus ti conceder la forza di fare stragi, finch giungi alle navi e il sole tramonta e sopravviene il sacro buio."
	Cos ella diceva, la dea Iride dai celeri piedi, e se ne and via.
	Ettore allora salt gi dal carro a terra in armi: brandendo due acute lance correva in mezzo all'esercito, da ogni parte, e incitava a riprendere la lotta: intendeva rianimare la mischia violenta.
	I Troiani si rigirarono e fecero fronte agli Achei: gli Argivi, dall'altro lato, serrarono compatti le file.
	Si riorganizz cos la battaglia: i due eserciti si fronteggiavano. Ma Agamennone era il primo a dar un balzo, ben deciso a battersi davanti a tutti.
	Ditemi ora, o Muse che avete le case sull'Olimpo, chi fu il primo a muovere incontro ad Agamennone, fra i Troiani e i loro famosi alleati.
	Era Ifidamante, s, figlio di Antenore, valoroso e grande di statura, che era cresciuto nella Tracia dalle larghe zolle, madre di greggi. L'aveva allevato, da piccolo, nel suo palazzo, Cisse, il nonno materno, padre di Tean dalle belle guance. E quando poi giunse al colmo della splendida giovinezza, lo tratteneva l e gli dava in moglie la figlia. Ma lui, appena sposato, abbandonava la stanza nuziale, dietro la fama della venuta degli Achei: dodici navi ricurve lo seguivano. Le lasci poi laggi a Percote, le sue navi ben equilibrate, e se ne veniva per via di terra a Ilio. Ed era proprio lui che allora affrontava l'Atride Agamennone.
	Avanzavano l'uno contro l'altro, erano ormai vicini: ed ecco che l'Atride fall il colpo, la lancia gli si svi dilato. Ifidamante invece lo raggiunse alla cintura sotto la corazza, e insisteva a spingere con il braccio pesante. Ma non riusc a forare il cingolo di cuoio tutto rilucente, la punta dell'asta si pieg molto prima ad urtare l'argento, quasi fosse di piombo.
	E allora Agamennone dall'ampio potere afferrava l'arma l e la tir verso di s, furioso come un leone: e gliela strapp via di mano. Poi con la spada lo percosse sul collo, e gli sciolse le membra.
	E cos lui cadeva laggi addormentandosi in un sonno di bronzo, l'infelice!, per la difesa dei suoi concittadini, lontano dalla legittima sposa, giovinetta ancora. E non se la pot godere, quando aveva fatto tanti doni nuziali. Prima diede per lei cento buoi, poi prometteva mille capi di bestiame, capre insieme e pecore: ne aveva al pascolo un numero senza fine. E allora l'Atride Agamennone lo spogli, e si portava via, tra la folla degli Achei, le belle armi.
	Ma lo vide a terra Coone: era un insigne guerriero, il pi anziano dei figli di Antenore. E un violento dolore gli fece velo agli occhi: era caduto suo fratello!
	Si accostava di lato, con la lancia in pugno, senza farsi vedere, al divino Agamennone, e lo fer al braccio, proprio nel mezzo, al di sotto del gomito. La punta dell'asta lucente pass dalla parte opposta.
	Rabbrivid allora Agamennone signore di guerrieri, ma neppure cos cessava dalla lotta e dalla battaglia: anzi balz addosso a Coone con la sua lunga lancia di legno cresciuta tra i venti.
	Lui stava l trascinando impaziente per un piede Ifidamante, suo fratello anche per parte di padre, e gridava aiuto chiamando tutti i pi prodi. E mentre lo tirava cos attraverso la calca, sotto lo scudo ombelicato, Agamennone lo fer con l'asta dalla punta di bronzo, e gli ruppe le membra. Poi gli andava da presso, e gli mozz via la testa sopra il cadavere di Ifidamante.
	Cos allora i due figli di Antenore, per mano del re Atride, compivano il loro destino, ed entrarono nella casa di Ade.
	E lui, Agamennone, si aggirava tra le file degli altri combattenti a battagliare con la lancia e la spada e con grossi macigni, fintanto che il sangue gli sgorgava ancora caldo dalla ferita. Ma poi la piaga si asciug e il sangue fin di colare: e allora strazianti fitte penetravano, tutto dentro, l'Atride.
	Come quando una donna, tra le doglie, la raggiunge la freccia aguzza, lancinante, che mandano le Ilitie, le dee dei parti - sono figlie di Era e portano amari travagli - acuti cos erano i dolori che penetravano, tutto dentro, l'Atride. Salt allora sul carro, e dava ordine all'auriga di correre verso le concave navi: si sentiva davvero affranto. E intanto gridava forte, facendosi udire dai Danai: "Amici, condottieri e capi degli Argivi, pensateci voi ora a tener lontano dalla flotta la mischia atroce. Lo vedete: a me Zeus non ha concesso di guerreggiare contro i Troiani l'intera giornata."
	Cos diceva. E l'auriga frust i cavalli dalla bella criniera verso le concave navi: ed essi di buona voglia presero il volo. Avevano la schiuma fin sul petto, sotto s'inzaccheravano di polvere nel portare lontano dalla battaglia il re dolorante.
	Ed Ettore, quando vide Agamennone andar via, spronava Troiani e Lici con un lungo urlo. Diceva: "Troiani e Lici, e voi Dardani bravi negli scontri, siate uomini, amici, e pensate all'aspra lotta! Ecco, se n' partito il guerriero pi valoroso, e a me Zeus Cronide ha promesso un grande trionfo. Su, spingete i cavalli contro i forti Danai, se volete acquistare onore e gloria!"
	Cos diceva: e stimolava l'energia e il coraggio di ciascuno.
	E come quando, in qualche parte, un cacciatore aizza i suoi cani dai bianchi denti addosso a un cinghiale selvaggio o a un leone: cos Ettore figlio di Priamo lanciava i magnanimi Troiani contro gli Achei. Pareva Ares sterminatore di mortali.
	Era gi avanzato in prima fila, baldanzoso e superbo, e si cacci nella mischia: sembrava una tempesta violenta di vento, che si butta sopra il mare violaceo a sconvolgerlo. Chi ammazz da principio allora e chi alla fine Ettore il Priamide, dal momento che Zeus gli concedeva gloria?
	Il primo fu Aseo, e subito dopo Autonoo e Opite: e poi Dolope figlio di Clito e Ofelzio e Agelao: e via via Esimno e Oro e l'intrepido Ipponoo.
	Condottieri dei Danai erano questi che lui uccise: ma poi si lanciava sulla massa dei combattenti. Era come quando Zefiro disperde le nubi accumulate dall'impetuoso Noto, investendole con raffiche profonde: e le onde gonfie rotolano innumerevoli, la schiuma si sparpaglia in alto sotto il fischiare del vento errante. Fitte cos cadevano a terra le teste dei guerrieri per mano di Ettore.
	Allora sarebbe avvenuto uno sterminio, un disastro irreparabile, e gli Achei si sarebbero buttati, in fuga, sulle navi, se Odisseo non gridava al Tidide Diomede: "Tidide, cosa succede? Non sappiamo pi batterci da forti. Su via, vieni qui, caro, piantati vicino a me! Sarebbe, credimi, un'infamia, se Ettore riesce a impadronirsi delle navi."
	E a lui rispondeva il gagliardo Diomede: "Ecco, sono pronto a resistere e a tener duro. Ma per poco avremo da star allegri. Lo vedi, Zeus vuol dare la vittoria ai Troiani e non a noi."
	Disse: e dal carro spinse Timbreo a terra, con un colpo di lancia alla mammella sinistra. E intanto Odisseo ammazzava Molione simile a un dio, l'aiutante in campo di quel sovrano.
	Li lasciavano allora l, dopo aver messo fine alla loro guerra. E avanzavano insieme tra la turba dei nemici, portandovi lo scompiglio. Era come quando due cinghiali si lanciano orgogliosi contro i cani da caccia: proprio cos, nel tornar all'attacco, facevano strage di Troiani. E intanto gli Achei, in rotta davanti al grande Ettore, riprendevano fiato, contenti.
	E allora fecero fuori un carro e due guerrieri, i pi prodi del loro paese: erano i figli di Merope da Percote. Questi conosceva l'arte dell'indovino pi di ogni altro, e non voleva che i suoi ragazzi andassero in guerra tra le carneficine. Ma loro non gli diedero retta, li trascinavano via le dee della nera morte.
	E l il Tidide Diomede, famoso per i suoi tiri di lancia, li privava del respiro e della vita, e li svestiva della magnifica armatura. Odisseo uccideva Ippodamo e Iperoco.
	In quel momento il Cronide ristabiliva in campo l'equilibrio tra le due parti: stava a guardare dall'Ida, e loro laggi si trucidavano a vicenda. Ecco, il figlio di Tideo fer con l'asta Agastrofo, l'eroe figliolo di Peone, proprio all'anca. E lui non aveva l vicino i suoi cavalli col carro, per fuggire via: era stato davvero uno stordito. Glieli teneva fermi in disparte il suo scudiero, intanto che lui a piedi si slanciava con impeto tra i primi combattenti. E cos perse la vita.
	Li scorse Ettore prontamente tra le file, e balz avanti gridando contro di loro: insieme a lui venivano le schiere dei Troiani.
	Al vedere l'eroe, Diomede ebbe un brivido di orrore, e subito diceva ad Odisseo che gli stava da presso: "Ci rotola addosso, a noi due, quel malanno l: il gagliardo Ettore, s! Ma via, fermiamoci e teniamogli testa a pi saldo!" Disse, e traendo all'indietro l'asta dalla lunga ombra la scagli, e lo colpiva, senza sbagliare, mirando alla testa, in cima all'elmo. L'arma di bronzo fu respinta dal bronzo, e non giunse fino al bel corpo. Trattenne il colpo l'elmo: era munito di tre piastre metalliche, con pennacchio e visiera. Gliel'aveva dato Febo Apollo.
	Ettore allora corse alla svelta lontano, e si perse tra la turba dei combattenti. Cadeva l ginocchioni e si appoggiava a terra con la grossa mano. Un'oscura notte gli avvolse gli occhi all'intorno.
	Mentre il Tidide partiva dietro il volo della sua asta, ben distante tra i guerrieri delle prime file, l dove era finita al suolo, ecco che Ettore riprese a respirare: balz sul cocchio e si spinse tra la folla. Sfuggiva cos al nero destino di morte.
	Gli si avventava dietro, con la lancia in pugno, il gagliardo Diomede e disse: "Ancora una volta sei scampato alla morte, o cane! Ah, s, la sventura t'era venuta ben sotto! Anche adesso t'ha salvato Febo Apollo. Gli devi proprio dir delle preghiere, nell'andare tra lo strepito delle lance! Ma ti finisco, sta' pur sicuro, quando t'incontro, prima o poi, un domani, se  vero che pure per me c' un qualche dio protettore. Per il momento dar addosso agli altri qua, al primo che mi capita."
	Disse, e ammazz il figlio di Peone, famoso per la lancia. Intanto Alessandro, il marito di Elena dalla bella chioma, tendeva l'arco contro il Tidide pastore di popoli. Si teneva appoggiato a una colonna, accanto al monumento sepolcrale che uomini avevano eretto a Ilo figlio di Dardano, un Anziano del popolo d'altri tempi.
	Diomede stava togliendo, al forte Agastrofo, la corazza lampeggiante via dal petto, lo scudo da tracolla, e il pesante elmo. Ed ecco che Paride traeva a s il gomito dell'arco, e lanci la freccia: non a vuoto gli usc il tiro di mano. Lo colpiva nella pianta del piede destro: il dardo lo travers da parte a parte, e si conficcava in terra. E allora lui scoppiando in una risata allegra salt fuori dal suo nascondiglio, e con aria di trionfo diceva: "Ferito sei! Per niente non mi  partita la freccia. Oh, magari ti avessi raggiunto al basso ventre, e tolto la vita! Cos anche i Troiani respiravano dopo tanti guai, invece di tremare come capre belanti di fronte al leone."
	E a lui rispose, senza turbarsi, il gagliardo Diomede: "Solo un arciere sei e ti piace insultare, tu che vai fiero della tua acconciatura e ami far l'occhiolino alle ragazze! Ma se vieni a provarti con me, fronte a fronte, in armi, non ti serviranno l'arco e la provvista di frecce. Ora invece, per una scalfittura alla pianta del piede, ti vanti tanto. Neanche ci bado!  come se mi avesse colpito una donnicciola o un ragazzetto sventato. fiacco, vedi, il dardo di un guerriero vile e buono a nulla. S, ben diversa  la punta dell'arma che scaglio io, anche se sfiora appena: ti stende subito a terra uno. E sua moglie, ecco, ha le guance graffiate, orfani sono i suoi figli. E lui arrossa di sangue la terra e marcisce l: e ha dattorno ben pi uccellacci che donne!"
	Cos parlava. E Odisseo gli veniva vicino, e gli si piant davanti. Si sedeva, l'eroe, a terra, dietro a lui, e si tirava fuori dal piede l'acuto dardo: un dolore straziante gli correva per la carne. Salt allora sul carro e dava l'ordine all'auriga di correre verso le concave navi: si sentiva proprio affranto.
	Rimase solo Odisseo: non uno degli Argivi gli restava accanto, tutti li aveva presi la paura. E diceva turbato al suo magnanimo cuore: "Ahim, cosa mi capita? un grosso guaio, se scappo per paura della folla. Ma sar ancor peggio qui, se mi faccio cogliere da solo: gli altri Danai li ha messi in rotta il Cronide. Oh, perch mi lascio andare a questi pensieri? Lo so bene che son i vigliacchi ad allontanarsi dal campo: ma chi  prode in battaglia, ha il dovere di resistere con energia, sia che ferisca sia che rimanga ferito."
	Mentre pensava cos, le schiere dei Troiani armati di scudi cominciarono a venir avanti, e lo chiusero in mezzo: ma si mettevano nei guai!
	Era come quando cani e giovani robusti si muovono in fretta ad accerchiare un cinghiale. Esso sbuca dalla macchia profonda, arrotando le bianche zanne dentro le mascelle ricurve. Ed ecco si avventano tutt'intorno, via via si leva un sordo stridore di zanne: ma loro son l, pronti ad attenderlo, anche se  terribile. Cos allora avanzavano i Troiani per circondare Odisseo caro a Zeus. E lui prima colp l'irreprensibile Deiopite in cima alla spalla, saltandogli addosso con la lancia appuntita: e subito dopo ammazz Toone e Ennomo.
	Chersidamante allora balzava gi dal carro: e lui con l'asta lo trafisse alla vita, sotto lo scudo ombelicato. L'uomo crollava nella polvere e ghermiva la terra con le dita.
	Li lasci l, Odisseo: e feriva con la lancia Carope figlio di Ippaso e fratello del ricco Soco.
	Partiva di scatto alla riscossa Soco, un guerriero pari a un dio, e andava a piantarsi ben sotto a lui e gli disse: "Odisseo molto celebrato, tu non ti stanchi mai n a ordire inganni n a travagliarti in campo! Ecco, oggi o trionferai sui due figli di Ippaso, ammazzandoci qui valorosi come siamo, e togliendoci l'armatura, o perderai la vita sotto i colpi della mia lancia."
	Cos diceva, e lo colp sullo scudo rotondo, ben equilibrato da ogni parte. Lo travers, il lucido scudo, la lancia gagliarda, ed ecco si confisse nella corazza artisticamente lavorata, e gli tagliava via di netto la pelle del fianco: Pallade Atena non lasci entrare l'arma nelle viscere dell'eroe. Sent Odisseo che il colpo non era giunto in una parte vitale. Si ritraeva indietro e rivolse a Soco la parola: "Ah, disgraziato! Ora, sta' pur certo, per te  la fine. S, m'hai fatto smettere di battagliare contro i Troiani. Ma tu avrai qui da me, quest'oggi, te lo dico, la morte e il nero destino, atterrato sotto la mia lancia. Darai a me il vanto della vittoria, l'anima ad Ade dai famosi corsieri."
	Disse. E l'altro si era gi voltato in fuga e andava via, ma Odisseo gli piant, appena si fu rigirato, l'asta nella schiena, proprio in mezzo alle spalle, e gliela cacci dentro, nel petto. Crollava a terra con grande strepito. E lui levava un grido di trionfo, il divino Odisseo: "O Soco, figlio del battagliero Ippaso domatore di cavalli, ecco, in un volo t' venuta addosso la morte e non sei riuscito a schivarla. Infelice! Non ti chiuderanno gli occhi, appena spirato, il padre e la madre, ma uccellacci ingordi di carne ti dilanieranno, gettandoti attorno le folte ali. A me invece, se muoio, renderanno, gli Achei, gli estremi onori."
	Cos parlava. E si tirava via dalla carne e dallo scudo ombelicato la robusta lancia del bellicoso Soco. Zampill fuori il sangue dopo l'estrazione dell'arma, e disanimava l'eroe.
	Ma i coraggiosi Troiani, quando videro il sangue di Odisseo, si incitavano a vicenda di schiera in schiera, e avanzarono tutti contro di lui. Intanto egli indietreggiava e gridava aiuto ai suoi.
	Tre volte allora mand un urlo con quanto fiato aveva in corpo, e per tre volte ne udiva l'appello Menelao caro ad Ares. E subito diceva ad Aiace che gli stava da presso: "Aiace Telamonio, discendente di Zeus, signore di popoli, m' giunta la voce del tenace Odisseo. I Troiani lo sopraffanno, a quel che sembra, solo com' e lo tagliano fuori, in una violenta mischia. Via, facciamoci largo nella calca:  meglio, credi, dargli una mano. Ho paura che gli capiti qualche guaio, isolato l in mezzo ai Troiani, anche se  un prode. Sarebbe per i Danai una perdita enorme."
	Cos diceva e si avvi avanti: l'altro lo seguiva, l'eroe simile a un dio.
	Trovarono ben presto Odisseo caro a Zeus. Lo attorniavano i Troiani e lo premevano. Sembravano sciacalli rossicci, sui monti, attorno a un cervo dalle ramose corna, che un uomo ha ferito tirandogli una freccia con l'arco.  riuscito s a sottrarsi a lui di corsa, e va fuggendo finch il sangue  caldo e si muovono le sue ginocchia. Ma quando lo vince il rapido dardo, gli sciacalli voraci di carne cruda se lo sbranano, sui monti, dentro una selva ombrosa. Ed ecco che un demone mena l un leone devastatore: si disperdono gli sciacalli, e si mangia lui la preda.
	Cos allora, intorno ad Odisseo battagliero e scaltro, insistevano numerosi e gagliardi i Troiani. E lui, l'eroe, attaccava con la sua lancia, e si teneva lontano il giorno fatale. Ad un tratto Aiace gli venne vicino portando uno scudo simile a torre, e gli si piant a lato: i Troiani si sparpagliarono atterriti, chi qua chi l. Lo menava fuori dalla calca il bellicoso Menelao tenendolo per il braccio, finch il suo scudiero non condusse l presso il carro.
	Aiace intanto si avventava contro i Troiani: e ammazz Doriclo, un figliolo bastardo di Priamo, poi feriva Pandoco, feriva Lisandro, Piraso e Pilarte.
	Come quando un fiume in piena scende gi torrenziale dai monti al piano, rigonfio della pioggia di Zeus: e trasporta molte querce secche, molti pini, e butta in mare molta melma: cos percorreva allora la pianura lo splendido Aiace sbaragliando i Troiani, e massacrava cavalli e guerrieri.
	Ettore ancora non sapeva niente: guerreggiava all'estrema sinistra del campo di battaglia, lungo le rive del fiume Scamandro. L pi che altrove cadevano a terra teste di eroi, e si levava un gridare senza fine, intorno al grande Nestore e al combattivo Idomeneo.
	Ettore era laggi, e faceva prodezze con la sua lancia e la sua abilit nel guidare i cavalli: sterminava schiere di giovani. Ma non avrebbero ancora, gli Achei, ceduto il campo, se Alessandro, il marito di Elena dalle folte chiome, non faceva desistere dalle sue valorose imprese Macaone pastore di popoli, colpendolo alla spalla destra con una freccia a tre punte.
	Gli Achei allora, pur decisi ferocemente a tutto, ebbero paura per lui, che lo catturassero nella varia vicenda della battaglia. E subito Idomeneo parlava a Nestore divino: "O Nestore figlio di Neleo, grande gloria degli Achei, su, presto, monta sul tuo carro, fa' salire vicino a te Macaone e guida di corsa i cavalli alle navi! Un guaritore, lo sai bene, conta pi degli altri, quando c' da estrarre dardi o spargere calmanti sulle piaghe."
	Cos diceva. E prontamente acconsent Nestore il Gerenio, condottiero di carri. Montava subito sul suo cocchio, e accanto a lui saliva Macaone, il figlio di Asclepio irreprensibile guaritore. Una sferzata ai cavalli, e quelli di buona voglia volarono fino alle concave navi. Non vedevano l'ora di arrivare l.
	Era Cebrione a scorgere laggi lo scompiglio tra i Troiani. Stava sul carro al fianco di Ettore e gli rivolse la parola: "Ettore, noi due stiamo qui a batterci con i Danai all'estremit del campo, tra urli e grida: e l gli altri Troiani sono messi in rotta e sottosopra, carri e uomini.  Aiace che li sbaraglia, il Telamonio, s: lo riconosco bene. Ha, sai, lo scudo largo a tracolla. Via, dirigiamo anche noi i cavalli da quella parte! L pi che mai, dai cocchi e a piedi, sostengono una lotta spietata, e vanno massacrandosi a vicenda. Si leva, senti, un vociare senza fine."
	Cos diceva, e con la frusta schioccante sferz i cavalli dalle belle criniere. A sentire il colpo, essi portavano di gran carriera il celere cocchio in mezzo ai Troiani e gli Achei, calpestando cadaveri e scudi insieme. L'asse era tutto imbrattato sotto di sangue, si lordavano le fiancate intorno alla cassa, investite com'erano dalle pillacchere che schizzavano via dagli zoccoli degli animali e dai cerchioni delle ruote. Ed Ettore bruciava dalla smania di cacciarsi tra la calca dei combattenti, e di romperla saltandoci dentro. Mise cos tra i Danai uno scompiglio rovinoso, non indietreggiava davanti a lancia. Poi si aggirava tra le file degli altri guerrieri, a battersi con l'asta e la spada e con grossi macigni. Evitava di scontrarsi con Aiace Telamonio: ch Zeus si arrabbiava quando combatteva con uno pi forte.
	Ed ecco, Zeus padre che siede in alto, fece nascere lo sgomento in Aiace. Rimase l sbigottito, l'eroe, si pose sulle spalle Io scudo dai sette strati di cuoio, e prese a ritirarsi, con un'occhiata in giro, verso la massa dei suoi: pareva una belva. Si voltava di tanto in tanto indietro, moveva appena un ginocchio dopo l'altro.
	Come un fulvo leone lo scacciano via cani e campagnoli da un recinto di bovini, e non gli lasciano far preda tra le grasse bestie, stando svegli tutta la notte: ed esso con la sua voglia di carne si lancia all'assalto, ma inutilmente, tanti sono i giavellotti che gli volano contro, tirati da ardite braccia, e tante le torce accese di cui ha il terrore, pur nella sua furia: e allora all'alba se ne va lontano con la tristezza in cuore: cos Aiace in quella occasione veniva via avvilito dai Troiani ben di malavoglia, temeva assai per le navi degli Achei.
	E come quando un asino nel camminare lungo un coltivo fa resistenza ai ragazzi, quel testardo - molti bastoni gli vengono rotti, di qua e di l, sulla schiena - e va dentro il campo a divorare la folta messe: i fanciulli lo picchiano con legni, ma la loro furia  vana: solo riescono a scacciarlo in fretta, dopo che si  saziato di foraggio: cos allora il grosso Aiace figlio di Telamone, lo colpivano gli animosi Troiani e gli alleati in folla, sullo scudo, in pieno, colle loro aste, tenendogli dietro passo passo. E Aiace ora pensava soltanto all'aspra lotta rigirandosi all'improvviso, e tratteneva cos le schiere dei Troiani domatori di cavalli: ora invece voltava le spalle a fuggire. Ma a tutti l impediva di avanzare verso le celeri navi, e da solo imperversava tra Troiani e Achei. Teneva testa ai nemici. E delle lance tirate da ardite braccia, alcune si conficcavano nel grande scudo, ed erano dirette pi lontano: molte anche finivano a mezza strada prima di sfiorargli la bianca pelle, a terra, l, avide com'erano di addentare carne.
	Ma appena Euripilo, lo splendido figlio di Evemone, lo scorse bersagliato cos da una tempesta di colpi, andava a mettersi al suo fianco e tir la lancia lucente. Raggiungeva Apisaone figlio di Fausia, pastore di popoli, al fegato, sotto il diaframma, e subito gli sciolse le ginocchia.
	Balzava avanti Euripilo e gli toglieva di dosso l'armatura. Ma lo vide Alessandro simile a un dio, intento l a spogliare Apisaone delle armi, e prontamente tirava l'arco contro di lui, e lo colp con la freccia alla coscia destra: l'asticciola si ruppe e rendeva pesante la gamba.
	Allora Euripilo si ritraeva indietro fra la turba dei suoi compagni, volendo evitare la morte, e gridava forte per farsi sentire dai Danai: "Amici, condottieri e capi degli Argivi, fermi l e fate fronte! Allontanate il giorno fatale da Aiace!  bersagliato di colpi. Non scamper, vi dico, alla battaglia assordante. Su, tenete testa ai nemici, raggruppandovi intorno ad Aiace Telamonio."
	Cos diceva Euripilo ferito. Ed essi venivano a piantarsi accosto a lui, appoggiando all'omero gli scudi, con le lance puntate. E Aiace si ritirava incontro a loro: e si rigir a tener fronte ancora al nemico, non appena ebbe raggiunto la schiera dei suoi.
	Cos loro battagliavano: ed era come un divampare d'incendio. E intanto le cavalle di Neleo tutte in sudore menavano fuori dal campo Nestore: portavano in salvo Macaone pastore di popoli.
	Ad un'occhiata lo not il divino Achille dai piedi gagliardi: se ne stava ritto sulla poppa della sua nave dal grande ventre, e veniva contemplando l'accanita lotta e la fuga miserevole. Subito diede una voce al suo compagno Patroclo, chiamandolo di l, dalla nave. Ed egli, a sentirlo, venne fuori dalla baracca: era simile ad Ares. E fu qui il principio della sua rovina.
	E a lui per primo rivolse la parola il forte figlio di Menezio: "Perch mi chiami, Achille? Cosa vuoi da me?"
	Gli rispondeva Achille dai rapidi piedi: "Figlio di Menezio, amico caro, adesso, me l'immagino, saranno qui gli Achei, intorno alle mie ginocchia, a supplicare. Le difficolt sopraggiunte, lo vedi, sono al di sopra delle loro forze. Ma tu ora va', o Patroclo, a domandare a Nestore chi mai mena l, ferito, fuori dalla battaglia.  vero, di dietro rassomiglia tutto a Macaone: s, al figlio di Asclepio. Ma non l'ho visto in faccia. Le cavalle, sai, mi son passate davanti troppo in fretta."
	Cos parlava. Ubbidiva Patroclo al suo compagno, e si avvi di corsa lungo le baracche e le navi degli Achei.
	Intanto quelli giungevano all'alloggio del Nelide, e smontarono a terra. Le cavalle del vecchio Nestore le staccava dal carro Eurimedonte, l'attendente. E loro si asciugavano il sudore dalle tuniche, in piedi l contro il vento, presso la riva del mare. Poi entravano nella capanna e sedevano sulle sedie.
	Gli preparava un beveraggio Ecamede dalle belle chiome. L'aveva avuta, il vecchio, a Tenedo, quando Achille la distrusse: era la figliola del magnanimo Arsinoo. E gli Achei la sceglievano per lui perch primeggiava su tutti con le sue proposte in Consiglio.
	Lei dapprima pose davanti ad essi una mensa elegante, dai piedi rivestiti di smalto azzurro, bella liscia: e sopra ci mise un canestro in bronzo con delle cipolle dentro, che fanno venir voglia di bere, e poi del miele verde, e l accanto della farina di sacro orzo. Vi collocava infine una coppa bellissima, quella appunto che il vecchio aveva portato da casa. Era tutta adorna di borchie d'oro: aveva quattro anse. E due colombe da una parte e dall'altra di ciascuna, anch'esse in oro, stavano beccando. E al di sotto due erano i sostegni. Chiunque altro faceva fatica a spostarla di sulla tavola, quando era piena: lui, il vecchio, la sollevava senza sforzo. Dentro questa coppa, la donna simile a una dea mescolava il miele con vino di Pramno, vi gratt sopra del formaggio caprino con una grattugia di bronzo, e vi spargeva su bianca farina. Preparato cos il beveraggio, li invit a bere. Ed essi bevevano, e cacciarono via la sete bruciante: poi si scambiavano tra di loro con piacere qualche parola. Ed ecco comparve Patroclo sulla porta, l'eroe pari a un dio. A vederlo, il vecchio si lev dal suo lucido seggio. Lo prendeva per mano e lo menava dentro: gli diceva di sedere. Ma Patroclo da parte sua si rifiutava e disse: "Non posso sedermi, o vecchio discendente di Zeus:  inutile che tu insista. Fa tanta soggezione, ed  facile all'ira, chi mi ha mandato ad informarmi sul guerriero qui, che menavi via ferito. Ma ecco, lo riconosco da me:  Macaone, vedo, pastore di popoli. Ed ora torno da Achille a riferirgli la notizia. Lo sai bene anche tu, o vecchio, che uomo tremendo  quello l.  capace di incolpare persino uno senza colpa." E a lui rispondeva allora Nestore il Gerenio, condottiero di cocchi: "Come mai Achille compiange cos i figli degli Achei che sono rimasti feriti? Oh, non ha neanche l'idea del grande dolore che s' levato per il campo. Vedi, i pi valorosi giacciono qui, tra le navi, per tiri d'arco o colpi d'asta. Ecco,  stato raggiunto di lontano il Tidide, Diomede il gagliardo: ha una piaga Odisseo famoso per la lancia, come pure Agamennone.  stato colto da una freccia anche Euripilo, alla coscia. E quest'altro qui lo portavo fuori dalla battaglia poco fa, colpito com' da un dardo. Achille per, con tutta quanta la sua prodezza, non si d pensiero dei Danai e non ne ha compassione. Cosa aspetta? che le navi vicino al mare, nonostante ogni sforzo degli Argivi, prendano fuoco, e che noi veniamo massacrati uno dopo l'altro? Purtroppo, lo devo ammettere, la mia forza non  pi quella che avevo una volta nelle agili membra. Ah, se fossi giovane ancora e avessi intatto il mio vigore, come ai giorni che tra gli Elei e noi ci fu guerra per una razzia di bestiame! Allora io ammazzai Itimoneo, il prode figlio di Iperoco, che abitava nell'Elide. Andavo facendo, vedete, una rappresaglia: e lui difendeva le sue vacche, e fu colpito tra i primi da un giavellotto, di mia mano. Si abbatteva a terra: e i suoi uomini, tutti campagnoli, scapparono. Cos menammo via dalla pianura una preda davvero abbondante. Sentite: c'erano cinquanta mandre di bovini, altrettanti greggi di pecore; altrettanti gruppi di porci, altrettanti branchi sparsi di capre: e poi centocinquanta cavalle falbe, tutte femmine, e molte avevano il loro puledro sotto. E queste bestie noi le parammo nel territorio di Neleo, a Pilo, di notte, dentro la citt. Ed era felice Neleo del grosso successo che avevo avuto, andando cos giovane in guerra. L'indomani poi, con l'apparire dell'aurora, gridavano forte, gli araldi, il bando: si presentassero tutti quelli a cui era dovuto un indennizzo l nell'Elide divina! E loro si riunivano, i capi dei Pili, e procedevano, alla spartizione: a tanti, sapete, dovevano, gli Epei, un risarcimento di danni. S, eravamo in pochi, noi altri, in Pilo, e subivamo di continuo sopraffazioni. Gi negli anni precedenti era venuto il forte Eracle a rovinarci: tutti i pi prodi erano stati massacrati. Dodici figli, capite, aveva l'irreprensibile Neleo; e di loro solo io rimasi, gli altri l perirono tutti. Per questo imbaldanzivano gli Epei dalle tuniche di bronzo: facevano i prepotenti con noi, combinavano vigliaccate. Bene, quella volta il vecchio Neleo si prese una mandra di buoi e un grande gregge di pecore, scegliendo per s trecento capi con i loro pastori. Gli era dovuto, bisogna sapere, nell'Elide, un grosso compenso, il valore di ben quattro cavalli da corsa, pi volte vincitori, con il loro carro. Erano andati per le gare: dovevano, vedete, correre. Era stato messo in palio un tripode. Ma l Augia signore di uomini li tenne per s, e rimandava indietro il guidatore tutto addolorato per la perdita dei destrieri. Ecco perch il vecchio, indispettito per quel villano comportamento si prese tante bestie a non finire. E le altre le fece dividere tra il popolo: nessuno andava via senza la sua parte giusta di preda. Cos noi allora sbrigavamo l ogni cosa, facevamo sacrifici agli dei per la citt. Ed ecco che al terzo giorno quelli venivano tutti insieme, una folla di fanti e di guerrieri sui carri, con impeto e furia. E con loro si movevano in guerra i due Molioni, ancora ragazzi e non esperti dell'aspra lotta. Avete da sapere che c' una citt, Trioessa, su un colle scosceso, laggi sull'Alfeo, ai confini del territorio di Pilo sabbiosa. Ecco, quella intendevano assediare, con la smania addosso di distruggerla. E attraverso l'intera pianura si dirigevano l. Ma venne da noi Atena di corsa gi dall'Olimpo, a dire di armarci: di notte venne, e radunava il popolo in Pilo. Non erano davvero di malavoglia, ma impazienti tutti di scendere in campo. Neleo per non voleva che io affrontassi in armi il nemico, e mi nascose i cavalli: non sapevo ancora nulla, diceva lui, delle fatiche di guerra. Ma anche cos, da semplice fante, riuscivo a distinguermi tra i nostri combattenti dai carri: c'era Atena, s, a guidare la lotta. Ecco, vedete, c' un fiume, il Minieo, che si getta in mare nei pressi di Arena. Bene, l aspettammo l'Aurora divina con i carri, noi Pili: e intanto affluivano via via le schiere dei fanti. E di l tutti in massa, armati da capo a piedi, arrivammo a mezzogiorno alla sacra corrente dell'Alfeo. Qui sacrificavamo a Zeus potente vittime belle: e un toro all'Alfeo, un toro anche a Posidone, e infine una giovenca di mandra ad Atena dagli occhi lucenti. E poi prendemmo il pasto della sera, per il campo, squadra per squadra, e ci mettemmo a dormire, ognuno con la sua armatura, vicino alle acque del fiume. Gi i coraggiosi Epei accerchiavano la citt, decisi a disfarla: ma prima gli si par davanti una dura operazione di guerra. Sentite ora: quando il sole in tutto il suo splendore fu sopra la terra, ci scontravamo in battaglia invocando Zeus e Atena. Cos tra i Pili e gli Epei cominci la lotta: ed io fui il primo l ad uccidere un guerriero e mi conquistai i suoi cavalli. S, il bellicoso Mulio! Era il genero di Augia, aveva come sposa la sua figliola maggiore, la bionda Agamede, la quale conosceva tutte quante le droghe che nutre la vasta terra. Ecco, mi veniva contro: io lo colpii con la lancia dalla punta di bronzo, e lui croll nella polvere. Poi saltavo sul suo carro e mi posi l in prima linea. Cos gli Epei si sparpagliarono atterriti, chi qua chi l, al vedere a terra il capo dei combattenti dai carri, un prode sul campo. E io mi lanciavo addosso a loro come una nera tempesta, e m'impadronii di cinquanta cocchi: ai lati di ognuno mordevano la polvere due guerrieri, abbattuti sotto la mia lancia. E avrei trucidato gli Attoridi, i ragazzi Molioni, se il loro padre, l'Ennosigeo dall'ampio potere, non li portava in salvo fuori della battaglia, avvolgendoli in una densa nebbia. Oh, quel giorno Zeus concesse ai Pili una grande vittoria! S, li inseguivamo attraverso la spaziosa pianura, facendone strage e raccogliendo le loro belle armi, finch ci spingemmo coi carri a Buprasio ricca di grano e alla Rocca Olenia e al colle cos detto d'Alisio. Di l Atena fece tornare indietro l'esercito. E l uccidevo un altro guerriero, l'ultimo, e lo lasciai a terra. E allora gli Achei di ritorno da Buprasio guidavano i rapidi cavalli verso Pilo, e inneggiavano tutti a gran voce a Zeus fra gli dei e a Nestore, l'eroe del giorno. Ecco, cos ero io tra i guerrieri, se pur mai lo fui! Achille invece si godr lui solo i vantaggi del suo valore. Eppure, son convinto, avr da piangere ben a lungo poi, per la rovina qui dell'esercito. O caro, s, a te, ricordi, faceva Menezio tante raccomandazioni, quel giorno che da Ftia ti mandava in aiuto di Agamennone. Noi due, lo sai, eravamo l dentro, io e Odisseo, e sentivamo nella sala tutti i suoi consigli. Eravamo venuti nella bella e comoda reggia di Peleo, nel nostro giro per la fertile Acaia a raccogliere l'esercito. E l allora trovammo dentro il palazzo l'eroe Menezio e te, e accanto a voi Achille. Il vecchio Peleo condottiero di carri bruciava grasse cosce di bue a Zeus fulminatore, nel recinto del cortile: teneva in mano una coppa d'oro e andava spruzzando rosso vino sopra le vittime che ardevano. Voi due eravate in faccende intorno alle carni del bue. Ed ecco che noi comparimmo al portone. Dalla sorpresa, balz su in piedi Achille. Ci prendeva per mano e menava dentro. Ci invitava a sedere. E con bel garbo ci mise davanti i doni ospitali, com' sacro dovere fare con gli ospiti. E dopo che ci fummo ristorati di cibo e bevanda, prendevo io per primo la parola e vi esortavo a seguirci. S, voi due eravate subito disposti: ed entrambi i padri l vi facevano molte raccomandazioni. Il vecchio Peleo diceva a suo figlio Achille di primeggiare sempre e di essere superiore agli altri. E a te poi cos consigliava Menezio, figlio di Attore: "Figliolo mio, per nobilt di sangue Achille ti sopravanza: ma tu sei pi anziano. Ed  anche, lo sai, tanto pi forte e prode. Tu per con buona maniera digli una parola saggia, da' suggerimenti e consiglialo: e lui ti dar retta. per il suo bene, vedi." Questo ti raccomandava il vecchio, e tu te ne scordi. Via, sei in tempo ancora: parlagli, ad Achille! Forse ti ascolta. E chi sa che tu non lo smuova dentro, se t'aiuta un dio, con i tuoi consigli. Vale tanto, sai, la parola di un amico. Ma se in segreto cerca di evitare qualche profezia, e gliene ha rivelata una, da parte di Zeus, l'augusta madre, almeno lasci andare te in campo e ti segua inoltre l'esercito dei Mirmidoni: sarebbe la salvezza dei Danai. E ti dia anche le sue belle armi da portar in battaglia. Pu darsi che i Troiani ti scambino per lui e tralascino di combattere, e cos riprendano fiato i bellicosi figli degli Achei, in difficolt come sono: ci vuol tanto poco per ristorarsi un attimo in guerra. E vi sarebbe facile, freschi come siete, ricacciare guerrieri disfatti dalla lotta, verso la citt, lontano dalle navi e dalle baracche."
	Cos parlava: e a lui mise il cuore in subbuglio.
	Si avvi di corsa, Patroclo, rasentando la flotta, dall'Eacide Achille. Ma quando giunse, sempre correndo, alle navi del divino Odisseo, nel luogo dove si tenevano le assemblee e si rendeva giustizia e dove erano eretti gli altari degli dei, ecco che gli venne incontro Euripilo: s, il figlio di Evemone, discendente di Zeus.
	Era ferito alla coscia da una freccia e zoppicava, di ritorno dal campo di battaglia. Il sudore gli grondava gi abbondante dalle spalle e dalla testa, scorreva gorgogliando il sangue nero fuori dalla ferita dolorosa. Serbava per intera la conoscenza.
	A vederlo, ne ebbe piet il forte figlio di Menezio, e piangendo gli rivolgeva parole: "Ah, infelici capi e condottieri dei Danai! Questo dunque vi doveva toccare - lontani qua dai vostri cari e dalla patria - sfamar in terra di Troia i cani con la vostra bianca carne! Ma via, dimmi, Euripilo, se ce la fanno ancora, gli Achei, a tener testa al gigantesco Ettore, o se ormai son destinati a perire sotto i colpi della sua lancia."
	Gli rispondeva Euripilo ferito: "No, Patroclo, non ci sar pi scampo per gli Achei. Dovranno gettarsi sulle navi. Vedi, ormai tutti i pi prodi giacciono nell'accampamento, colpiti da frecce o da lance per mano dei Troiani. E la loro forza, credi, cresce di continuo. Ma tu portami in salvo sulla nave! E l tirami fuori dalla coscia il dardo, lava via il sangue nero con acqua tiepida, spargi sopra la ferita dei calmanti che siano efficaci. Tu li conosci da Achille,  voce comune: e a lui li insegn Chirone, il pi civile dei Centauri. Abbiamo,  vero, dei medici, Podalirio e Macaone: ma uno giace, credo, nella sua capanna con una piaga ed ha bisogno anche lui di un bravo guaritore. L'altro  l nella pianura a resistere all'assalto accanito dei Troiani." E a lui allora diceva il forte figlio di Menezio: "Come districarmi qui? Che fare, Euripilo? Ecco, ho da andar da Achille a dirgli una parola, come mi ha raccomandato Nestore. Ma non ti voglio lasciare, neanche cos, tutto dolorante come sei."
	Disse e lo prendeva alla vita, lo menava alla sua baracca. A vederlo, lo scudiero gli stese sotto delle pelli di bue. Patroclo lo faceva coricare e poi con il suo largo coltello tagliava: estrasse dalla coscia l'aguzzo dardo affilato. Ne lavava via il sangue nero con acqua tiepida, vi mise sopra, tritandola con le mani, una radice amara. Era un calmante che gli fece cessare tutte le fitte. E cos la piaga si asciugava, il sangue smise di uscire.

/:/LIBRO XII



	Cos l nella baracca il forte figlio di Menezio curava Euripilo ferito: e loro intanto, Argivi e Troiani, battagliavano in massa.
	Ma non doveva pi trattenere i nemici la fossa dei Danai n il muro sovrastante. Era, esso, bel largo: l'avevano costruito a difesa della flotta scavandovi tutto all'intorno il fossato, - e non avevano offerto solenni sacrifici agli dei -mirando a chiuder dentro e proteggere le celeri navi e il grande bottino di guerra. Ma era stato eretto senza il volere degli immortali, e perci non rimase saldo per molto tempo. Fintanto che era in vita Ettore e durava l'ira di Achille, e la citt di Priamo sovrano non veniva distrutta, anche il grosso muro degli Achei rest in piedi. Ma quando caddero i pi valorosi dei Troiani, e dei molti Argivi alcuni furono abbattuti ed altri sopravvissero, e dopo dieci anni la citt di Priamo and saccheggiata, s'imbarcavano gli Achei alla volta della loro patria. E allora Posidone e Apollo pensarono di demolire il muro, e gli rovesciavano addosso la furia dei fiumi che scorrono gi dalle cime dell'Ida verso il mare: il Reso, l'Ettaporo, il Careso e il Rodio, e poi il Granico e l'Esepo divino e lo Scamandro, e inoltre il Simoenta - l dove tanti scudi di cuoio ed elmi erano caduti nella polvere, e con essi la stirpe degli eroi semidei. Di tutti questi torrenti Febo Apollo devi lo sbocco verso un unico punto e per nove giorni sospingeva la correntia contro il muro. E Zeus intanto faceva piovere senza mai posa, deciso a sommergere la costruzione nel mare. E l'Ennosigeo con in mano il tridente era l davanti, e con le ondate scalzava tutte le fondamenta di pali e di pietre, che vi avevano messo a gran fatica gli Achei. Fece cos una spianata lungo l'Ellesponto dalla impetuosa corrente. Poi ricopriva di nuovo con la sabbia la spiaggia vasta ed estesa, dopo la distruzione totale del muro. E torn a far scorrere i fiumi nel loro letto, per dove prima inviavano in gi la bella acqua fluente.
	Cos dovevan fare Posidone ed Apollo in avvenire. Ma allora divampava la battaglia tra alte grida intorno al solido muro, e risonavano le travi delle torri sotto l'urto dei tiri. Percossi dalla sferza di Zeus, gli Argivi si stringevano a ridosso delle concave navi e tenevan duro: avevano il terrore di Ettore che provocava, da gagliardo, la rotta. Lui si batteva come sempre, sembrava una bufera.
	Come quando in mezzo ai cani e ai cacciatori si aggira un cinghiale o un leone fiero della sua forza: si serrano quelli a formare un muro, gli si piantano di fronte e gli tirano addosso una massa di giavellotti: ma il suo cuore generoso non trema di paura e non fugge, e finisce cos col restare vittima del suo ardimento: va e viene senza sosta, attacca lo schieramento degli uomini, e dove si avventa diritto, subito l ripiegano le linee dei cacciatori: tale era Ettore. E si moveva tra la folla a scongiurare i compagni e li spronava a traversar la fossa. Ma neppure i suoi cavalli ne avevano il coraggio, velocissimi com'erano, e nitrivano forte puntando i piedi sull'orlo estremo. Li spaventava il largo scavo: non era facile passar di l con un balzo, n attraversarlo sul fondo. Vi erano rive ripide in tutta la sua lunghezza, da una parte e dall'altra. E al di sopra del pendio opposto, era munito, il fossato, di pali con la punta: li avevano piantati i figli degli Achei, ed erano fitti e grossi, una buona difesa contro i nemici. L, all'altra sponda, non sarebbe arrivato facilmente un cavallo tirando un carro dalle buone ruote: a piedi invece pensavano di farcela.
	Fu allora che Polidamante si avvicinava all'ardito Ettore e disse: "Ettore e voi altri condottieri dei Troiani e degli alleati,  una pazzia lanciare i cavalli traverso la fossa. Passarla  molto difficile. Ci sono, guardate, quei pali aguzzi, e vicino ad essi sta il muro degli Achei. L non  in alcun modo possibile discendere n ingaggiare battaglia con i carri:  un luogo stretto, lo vedete, e vi avremo di sicuro la peggio. Se Zeus, credetemi, intende nella sua collera sterminarli l, e ha proprio voglia di dar aiuto ai Troiani... oh, s, vorrei avvenisse anche subito, che senza gloria perissero qui, gli Achei, lontano da Argo! Ma se fanno un ritorno offensivo, se parte dalle navi il contrattacco e noi ci troviamo qui impigliati in fondo al fossato, neppure uno, penso, torner pi indietro verso la citt a darne la notizia, sotto l'incalzare degli Achei. Via allora, seguiamo tutti il mio consiglio! Gli aurighi trattengano i cavalli all'orlo della fossa, e noi a piedi, armati di tutto punto, andiamo dietro ad Ettore in massa, uniti e compatti! Cos, vedrete, gli Achei non resisteranno. Per loro stanno ormai annodati i lacci della morte."
	In tal modo parlava Polidamante: e piacque ad Ettore la sua proposta avveduta.
	Subito allora salt gi dal carro in armi a terra. E anche gli altri Troiani non insistevano pi ad addensarsi l sui loro cocchi, ma tutti balzarono al suolo dietro l'esempio del divino Ettore. Poi ognuno ordinava al suo auriga di tener i cavalli ben in ordine al margine del fossato. Si dividevano quindi in gruppi serrando le file, e dispostisi in cinque schiere seguivano i loro capi.
	Alcuni andavano con Ettore e l'irreprensibile Polidamante, ed erano i pi numerosi e prodi, ben decisi a far una breccia nel muro e a dare battaglia presso le concave navi. Come terzo condottiero si accompagnava a loro anche Cebrione: accanto al suo carro Ettore aveva lasciato uno da meno di lui.
	Della seconda schiera era a capo Paride, insieme ad Alcatoo e ad Agenore.
	In testa al terzo reparto erano Eleno e Deifobo simile a un dio, tutt'e due figli di Priamo. L'altro comandante era il guerriero Asio: Asio, s, l'Irtacide, che da Arisbe avevano menato l grossi cavalli, fulvi di mantello, di sulle rive del fiume Selleente.
	A capo della quarta squadra era Enea, il valoroso figlio di Anchise: e insieme a lui i due figlioli di Antenore, Archeloco e Acamante, bravi in ogni sorta di combattimento.
	Sarpedone infine guidava i famosi alleati, e si era preso con s Glauco e il battagliero Asteropeo: gli parevano decisamente i pi prodi tra gli altri l, dopo di lui. Egli campeggiava davvero su tutti.
	Quando questi guerrieri serrarono le file con gli scudi di cuoio ben lavorati, subito movevano diritti contro i Danai, pieni di smania. Erano convinti di non fermarsi pi, ma di riuscir a piombare sulle nere navi.
	Allora tutti gli altri Troiani e i famosi alleati seguivano il consiglio dell'irreprensibile Polidamante. Solo l'Irtacide Asio, condottiero di guerrieri, non volle lasciare l i cavalli e l'auriga, ma si spinse avanti con il cocchio verso le celeri navi. Povero sciocco! non doveva scampare alle dee malvage della morte e, orgoglioso com'era dei suoi destrieri e del suo carro, far ritorno dalla flotta l verso Ilio battuta dai venti. L'avvolse prima il destino dal nome odioso con la lancia d'Idomeneo, il nobile figlio di Deucalione.
	Avanzava verso il lato sinistro delle navi, dove gli Achei solevano rientrare dalla pianura con i destrieri e i carri. Per di l appunto spinse i cavalli e il cocchio. E non trov i battenti della porta chiusi con una grossa sbarra, ma c'erano dei soldati a tenerli spalancati, pronti a salvare i compagni in fuga dal campo.
	Qui lui dirigeva difilato i cavalli: e i suoi gli venivano dietro con alte grida, sicuri che gli Achei non li avrebbero arrestati pi, e che loro sarebbero piombati sulle nere navi. Illusi! sull'entrata incontrarono due guerrieri fortissimi, magnanimi figli dei Lapiti armati di lancia. Uno era Polipete, il gagliardo figliolo di Piritoo, e l'altro era Leonteo, pari ad Ares sterminatore di mortali.
	I due stavano davanti alla vasta porta: parevano querce dall'alta cima sopra i monti, che resistono al vento e alla pioggia ogni giorno, abbarbicate come sono con profonde e ampie radici. Cos loro l confidavano sicuri nella forza delle braccia, e attendevano l'assalto del grande Asio senza fuggire.
	Gli altri avanzavano diritto contro il saldo muro, tenendo levati in alto gli scudi di pelle bovina disseccata e cacciando un forte grido di guerra. Venivan dietro al re Asio e a Iameno e a Oreste, dietro all'Aside Adamante e a Toone e ad Enomao.
	Quei due per un po' restavano sull'entrata, e spingevano tutti gli Achei a battersi in difesa della flotta. Quando per videro i Troiani buttarsi sul muro tra le urla e lo spavento dei Danai, allora si lanciarono fuori dalla porta e battagliavano l.
	Parevano cinghiali che sui monti sentono avvicinarsi lo strepito degli uomini e dei cani, e scattano di traverso rompendo intorno a s le frasche e stroncandole dalle radici: e via via si leva lo stridore sordo delle zanne, finch un cacciatore gli toglie con un tiro la vita. Cos a loro due strideva sul petto il lucido bronzo, a ogni colpo che li raggiungeva davanti. Si battevano davvero da gagliardi: contavano sui compagni l, sopra di loro, e sulle proprie forze.
	Quelli dalle solide torri scagliavano pietre e si difendevano; difendevano le baracche e le navi dalle rapide traversate.
	Cadevano i sassi al suolo come fiocchi di neve che un vento furioso riversa, nell'agitare nuvole oscure, fitti fitti sulla fertile terra. Cos volavano i proiettili dalle mani degli Achei e dei Troiani: e da una parte e dall'altra, all'urto dei macigni, sonavano con un secco rumore gli elmi e gli scudi ombelicati.
	Levava allora un grido di lamento l'Irtacide Asio, e si batt le cosce e diceva tutto irritato: "Zeus padre, oh, s, anche tu ti sei fatto grande amico della menzogna! Vedi, io pensavo che i guerrieri achei non avrebbero tenuto, davanti al nostro impeto e alle nostre braccia irresistibili. E invece, eccoli qui, son come le agili vespe e le api che quando si fanno, sai, la casa su una strada scoscesa, non abbandonano il loro nido dentro il buco, ma si piantano l a difendere i figli contro chi vuole derubarle. Cos sono anche loro qua: bench in due soli, non intendono ritirarsi dalla porta, pronti a uccidere o a morire."
	Cos diceva, ma non toccava il cuore di Zeus con le sue parole. Era deciso, il dio, a concedere ad Ettore la gloria di far irruzione per primo.
	Intanto si battagliava duramente presso alle altre porte. Ed  difficile per me narrare tutto qui: non sono un dio. In ogni parte divampava un'accanita lotta intorno al muro di pietra. E gli Argivi erano costretti a battersi con ogni impegno per le navi. Si rammaricavano tutti gli dei, quelli almeno che soccorrevano i Danai in campo.
	I Lapiti avevano allora impegnato un furioso combattimento e facevano una carneficina. Ecco, Polipete, il robusto figlio di Piritoo, colpiva con la lancia Damaso, attraverso l'elmo dalle guance di bronzo: esso non resistette e la punta vi pass da parte a parte e ruppe l'osso, il cervello dentro gli si spappolava tutto. Cos lo abbatt, cogliendolo nella furia del suo assalto. Poi uccideva Pilone ed Ormeno.
	Leonteo, il bellicoso rampollo di Ares, ammazzava con l'asta il figlio di Antimaco, Ippomaco, raggiungendolo nella cintura sul ventre. Quindi estraeva dal fodero l'acuta spada e con un balzo attraverso la calca fer da presso Antifate, che stramazzava all'indietro al suolo. Poi abbatteva via via, l'uno sull'altro, a terra, Menone e Iameno e Oreste.
	Mentre i due Lapiti spogliavano i caduti delle loro armi luccicanti, i giovani che seguivano Polidamante ed Ettore - ed erano i pi numerosi e prodi, tutti impazienti di sfondare il muro e attaccar fuoco alle navi - ecco, stavano ancora l indecisi all'orlo della fossa. Un prodigio era loro comparso, proprio nel momento che non vedevan l'ora di passar di l: un'aquila volava alta in cielo lasciandosi l'esercito a sinistra. Teneva tra gli artigli un serpente mostruoso, rosso sangue, ben vivo, che si divincolava ancora, non aveva rinunciato alla lotta. E cos la colpiva di tra la stretta al petto, vicino al collo, ritorcendosi all'indietro. Ed essa lo lasci andare a terra, per la fitta e lo spasimo: lo buttava gi in mezzo alla massa dei guerrieri, e con uno strido volava via insieme ai rapidi soffi del vento.
	Rabbrividirono i Troiani al vedere il serpe guizzante l al suolo, in mezzo a loro: era un segno del volere di Zeus egioco!
	Allora Polidamante si accost all'intrepido Ettore e disse: "Ettore, sempre, non so come, nelle assemblee tu mi dai contro: eppure do pareri sensati. No, secondo te, non  giusto che uno del popolo esprima un'opinione diversa, n in Consiglio n sul campo mai, ma deve accrescere in ogni occasione il tuo prestigio. Ora per voglio dire francamente ci che mi pare sia il meglio. Non avanziamo a combattere con i Danai per impadronirci delle navi! Ecco, credimi, come finir l'impresa, sono certo: se  vero che il prodigio qui  comparso per i Troiani, proprio quando smaniavano di passar di l. L'aquila volava alta in cielo lasciandosi il nostro esercito a sinistra, e teneva tra gli artigli un grosso serpente rosso sangue, ancora vivo: ad un tratto l'ha mollato gi prima di giungere al suo nido, e non  arrivata a portarlo in dono ai suoi piccoli. Cos sar di noi: se anche riusciamo ad abbattere con grande sforzo le porte e il muro degli Achei, e loro cedono, non faremo ritorno dalle navi in buon ordine per la stessa strada. E tanti Troiani, sappilo, li lasceremo sul campo, trucidati dagli Achei nella loro difesa delle navi. Ecco come ti potrebbe rispondere un indovino, se sa interpretare esattamente i prodigi e se gli altri son disposti a credergli."
	E a lui, guardandolo torvo, rispondeva Ettore dall'elmo lampeggiante: "Polidamante, non mi piace la proposta che tu qui fai. Sai ben trovare qualche altra idea migliore di questa. Ma se parli cos davvero, sul serio, allora, te lo dico, gli dei ti hanno tolto il senno. Ecco, mi consigli di scordarmi della decisione di Zeus tonante, di quanto mi ha promesso e assicurato, e poi m inviti a prestar fede agli uccelli in volo ad ali spiegate! No, non ci bado e non me ne do pensiero. Possono ben andare a destra, verso l'aurora e il sole, come a sinistra, verso l'oscuro occidente! Noi, vedi, ubbidiamo al volere del grande Zeus, che regna sovrano su tutti i mortali e su gli dei immortali. C' un solo presagio per me veramente buono: combattere per la patria! Ma tu perch hai paura della guerra e della strage? Senti, se anche noi altri cadiamo tutti presso le navi degli Argivi, non c' pericolo che tu perisca: non hai, lo sappiamo, un cuore da tener duro di fronte al nemico, n voglia di combattere. Se tu per cerchi di tenerti lontano dalla carneficina e di distogliere con le tue chiacchiere qualcun altro dalla lotta, subito qui sotto i colpi della mia lancia perderai la vita."
	Cos parlava e si avvi avanti: gli altri lo seguivano con un gridare straordinario. E allora Zeus fulminatore suscit dai monti dell'Ida una burrasca di vento, che trasportava la polvere diritto contro le navi: e cos avviliva il morale degli Achei, mentre concedeva gloria ad Ettore e ai Troiani. Facendo affidamento dunque nei prodigi del dio e nelle proprie forze, tentavano con accanimento di sfondare il grosso muro degli Achei. Cercavano di strappare i merli delle torri e di gettar gi i parapetti, smovevano con leve i pilastri sporgenti che gli Achei avevano piantato in terra, sul davanti, a sostegno delle torri. A rovesciarli miravano, i Troiani, sperando cos di aprire una breccia nel muro. I Danai tuttavia non recedevano ancora dalle loro posizioni, ma si assiepavano con gli scudi di cuoio a protezione dei parapetti, e colpivano di lass i nemici, che avanzavano sotto il muro.
	I due Aiaci intanto andavano e venivano da ogni parte sul bastione, a impartire ordini e a ridestare l'energia degli Achei: e agli uni dicevano buone parole, altri invece li strapazzavano aspramente, se li vedevano svogliati alla lotta. Gridavano: "Amici, bravi o meno che siate tra gli Argivi - uguali, lo sapete, non si  in guerra - qui ora c' da fare per tutti! E lo vedete anche da voi. Su, nessuno si volti verso le navi dopo il mio incitamento, ma lanciatevi avanti e spronatevi l'un l'altro! Pu darsi che Zeus Olimpio ci conceda di respingere l'attacco e inseguire i nemici fino in citt."
	Cos loro l, gridando a gran voce, riaccendevano la battaglia.
	E come cadono folte le falde di neve in una giornata d'inverno quando il provvido Zeus comincia a fioccare, mostrando agli uomini il suo dardeggiar pungente: ha addormentato i venti e si riversa gi senza sosta, fino a coprire le vette degli alti monti e le rupi elevate, le pianure in cui cresce il trifoglio e i fertili campi lavorati dagli uomini: e la neve si posa persino nei porti e sulle rive del grigio mare, ma l'onda battendo contro la spiaggia la disperde: tutte le altre parti ne sono avvolte, quando precipita insistente quel piovere di Zeus: fitte cos volavano le pietre da una parte e dall'altra, sia addosso ai Troiani sia sugli Achei. E si colpivano a vicenda. Si levava il frastuono sopra l'intero bastione.
	Ma neppure allora i Troiani e lo splendido Ettore sarebbero riusciti a sfondare la porta con la sua grossa sbarra, se il saggio Zeus non spingeva contro gli Argivi suo figlio Sarpedone. E fu come un leone all'assalto dei buoi dalle corna ricurve.
	Prontamente si pose innanzi lo scudo rotondo, ben equilibrato in ogni sua parte: bellissimo era, di bronzo lavorato a martello, glielo aveva fatto un fabbro, e dentro aveva ricucito parecchie pelli di bue con borchie d'oro, di seguito, tutto in giro.
	Questo era lo scudo che lui si teneva davanti, e agitando due aste prese ad avanzare. Pareva un leone cresciuto tra i monti, che da lungo tempo  a digiuno di carne: la sua fierezza lo spinge ad entrare pure dentro un solido recinto, per assalire il bestiame. E se anche trova l i pastori con i loro cani e gli spuntoni a guardia del gregge, non intende lasciarsi scacciare dall'ovile senza aver tentato il colpo, ma con un balzo o riesce a ghermire qualche animale o cade l, allo sbaraglio, ferito da uno spiedo vibrato con pronta mano. Cos allora il divino Sarpedone aveva l'audacia di avventarsi contro il muro e di spezzare i parapetti. E all'improvviso parlava a Glauco, figlio di Ippoloco: "Glauco, come mai, dimmi, siamo onorati, noi due, in Licia, pi degli altri, con un posto di riguardo nei banchetti e i pezzi di carne e le coppe colme di vino e tutti ci contemplano laggi come dei? E poi ci godiamo lungo le rive del Santo un vasto fondo, bello di piantagioni e di fertile terra arativa? E allora  nostro dovere stare in prima fila coi Lici a piedi saldi, e buttarci nell'accesa battaglia! Cos potr ben dire ognuno dei Lici dalla forte corazza: "Non certo senza gloria detengono il potere nella Licia i nostri re, mangiandosi grasse pecore e bevendo vino prelibato dolcissimo: ma hanno, si vede, la forza dei prodi, perch combattono tra i primi." Ecco quindi, o caro, cosa ti dico: se evitando la lotta qui, potessimo per sempre davvero essere immuni da vecchiaia e immortali, n io, credi, mi batterei in prima linea, n spingerei te dentro la mischia che d gloria agli eroi. Ora invece, lo sai, ci stanno sopra le dee della morte in mille circostanze, e non  possibile ad uomo sfuggirle n scansarle. Avanti, dunque! O daremo gloria ad altri o la conquisteremo noi!"
	Cos parlava. E Glauco non si traeva indietro, era d'accordo con lui. E i due l avanzavano in testa alla grande massa dei Lici.
	A vederli, si sent venir freddo Menesteo, il figlio di Peteo: movevano, era chiaro, contro la sua torre, mettendolo nei guai. E allora si guardava intorno ansioso, lungo il bastione, a cercar qualcuno dei capi che gli tenesse lontano dai compagni la rovina.
	Scorse i due Aiaci, mai stanchi di lottare, piantati l: e c'era Teucro che veniva allora dalla sua baracca. Stavano non distanti,  vero: ma gli era assolutamente impossibile farsi sentire per quanto gridasse, tanto grande si levava il fracasso - tra le urla che andavano al cielo - dei colpi sugli scudi e sugli elmi, degli urti contro le porte. Queste erano tutte sbarrate: e i Troiani insistevano a sfondarle a viva forza e a far irruzione dentro.
	Spediva in fretta da Aiace l'araldo Toote: "Va', Toote, di corsa a chiamare Aiace! No, tutt'e due!  molto meglio, credi. Ecco, da un momento all'altro accadr qui un disastro: tanto, vedi, premono i condottieri dei Lici. Gi da un bel po' sono una furia nelle violente mischie. Ma se anche l c' una dura lotta, almeno venga il solo Aiace Telamonio, e anche Teucro insieme a lui, che sa tirare con l'arco!"
	Cos diceva: e l'araldo ascoltava e ubbid prontamente. Si mise a correre lungo il muro degli Achei vestiti di bronzo, e andava dagli Aiaci e subito gli diceva: "Aiaci, condottieri degli Argivi, il figlio di Peteo vi prega di andar laggi, ad affrontare la lotta anche per poco. Tutt'e due, s:  molto meglio, credete. Ecco, da un momento all'altro accadr l un disastro: tanto pesantemente, sapete, attaccano i capi dei Lici. Gi da tempo sono cos aggressivi nelle mischie feroci. Ma se anche qui c' una dura lotta, almeno venga il solo Aiace Telamonio, e pure Teucro con lui, che  un bravo arciere."
	Cos diceva: e acconsent il grosso Aiace Telamonio. Senza indugio rivolgeva al figlio di Oileo queste parole: "Aiace, voi due, tu e Licomede, restate qui a incitare i Danai a battersi da prodi! Io intanto vado laggi a fronteggiare l'assalto e torno indietro subito, non appena li ho soccorsi validamente."
	Cos parlava Aiace Telamonio e part: e con lui si moveva Teucro, suo fratello per parte di padre. Insieme a loro Pandione portava il curvo arco di Teucro.
	Quando giunsero, camminando all'interno del muro, alla torre del magnanimo Menesteo, la pressione nemica era fortissima: scalavano l i parapetti, parevano una fosca tempesta i gagliardi condottieri e capi dei Lici.
	Si scontrarono fronte a fronte, si lev il grido di guerra. Aiace Telamonio fu il primo a far fuori un avversario: era un compagno d'armi di Sarpedone, il coraggioso Epicle. Lo colpiva con un macigno a punte che stava l, enorme, dentro il muro, accanto al parapetto, proprio in cima: non lo avrebbe maneggiato tanto facilmente con entrambe le braccia un uomo del giorno d'oggi, neppure se molto giovane e forte. Egli invece lo sollevava lanciandolo di lass, e gli fracass l'elmo a quattro creste, gli sfracell le ossa della testa tutte insieme. Ed Epicle parve un saltimbanco nel cader gi dall'alta torre: la vita abbandonava le sue articolazioni.
	Teucro a sua volta fer con una freccia Glauco, il robusto figlio di Ippoloco, mentre si lanciava all'assalto dell'elevato bastione. Gli aveva visto il braccio scoperto e lo mise fuori combattimento. Allora l'eroe salt gi dal muro alla chetichella: non voleva che lo scorgesse, piagato cos, qualcuno degli Achei e ne menasse vanto.
	Sarpedone ebbe un vivo dispiacere per l'allontanarsi di Glauco, non appena se n'accorse. Non rinunciava per alla lotta, e con l'asta raggiungeva il Testoride Alcmeone trafiggendolo, e ne trasse via l'arma: dietro alla lancia, lui croll gi bocconi, gli risonarono intorno le armi di bronzo adorne di fregi.
	Poi afferr, Sarpedone, con mani vigorose il parapetto e lo tirava gi con forza: cedette tutto da un capo all'altro, il muro rest, sopra, scoperto. Aperse cos un varco a molti guerrieri.
	Ma Aiace e Teucro l'attaccavano contemporaneamente. L'uno lo colp con un dardo sopra la lucida cinghia dello scudo .che lo copriva per intero. Zeus per tenne lontano da suo figlio le dee della morte, impedendo cos che fosse abbattuto presso le poppe delle navi. Aiace dal canto suo, con un balzo, gli trafisse lo scudo: la lancia trapassava intera e respinse via la furia del nemico.
	Si ritrasse indietro, Sarpedone, per un momento dal parapetto, ma non si ritirava affatto, nella viva speranza di acquistarsi gloria. Si volt allora a incitare i Lici simili a dei: "O Lici, perch desistete cos dall'aspra lotta?  difficile, vedete, per me, anche se sono gagliardo, sfondare da solo il bastione e aprirvi una via verso le navi. Su, all'assalto tutti insieme dietro a me! L'unione fa la forza."
	Cos diceva: ed essi, intimoriti da quel gridare, si serrarono intorno al loro signore e consigliere.
	Dalla parte opposta gli Argivi, all'interno del muro, rinforzavano le loro file. Ben dura gli si presentava l'impresa. N i robusti Lici riuscivano a sfondare il bastione dei Danai e ad aprirsi un varco verso le navi, n i Danai battaglieri erano capaci di ricacciare indietro dal muro i Lici, ora che c'erano a ridosso.
	Come litigano due uomini per le pietre di confine con in mano le pertiche, in un campo comune, e disputano per il proprio diritto su una lingua di terra: cos Lici e Achei allora non li separavano che i parapetti. E sopra l si rompevano con furia, gli uni sul petto degli altri, i rotondi scudi di cuoio e le targhe maneggevoli, rivestite di pelli villose. E molti venivano feriti dalla spietata arma di bronzo, se appena si scoprivano, nel voltarsi, la schiena durante la lotta, e molti anche erano colpiti di fronte, attraverso lo scudo.
	Dappertutto ormai torri e parapetti erano bagnati dal sangue dei Troiani e degli Achei, da una parte e dall'altra.
	Ma neppure cos riuscivano, i Troiani, a provocare la fuga degli Achei: questi tenevano duro. Era come quando un'onesta filatrice regge la bilancia con un peso su un piatto e la lana nell'altro, e cerca di equilibrarli intanto che la solleva: e cos procura un misero salario per i suoi figlioli. Nella stessa maniera si pareggiava l la lotta e la battaglia, fino al momento almeno che Zeus volle dare al Priamide Ettore un'altissima gloria. Fu lui il primo a balzar dentro il muro degli Achei.
	Gridava allora forte, facendosi udire dai Troiani : "Avanti, o Troiani! Aprite una breccia nel muro degli Argivi, e date fuoco alle navi!"
	Cos diceva spronandoli. Tutti lo sentirono bene, e movevano compatti all'assalto del bastione. E l salivano sui merli puntando le lance.
	Ettore diede di piglio a un macigno e lo veniva spostando. Giaceva l davanti alla porta, era largo alla base e aguzzo in cima. Due uomini, i pi robusti del loro paese, non lo leverebbero da terra tanto facilmente per caricarlo su un carro, al giorno d'oggi. Lui lo maneggiava con scioltezza da solo! Glielo aveva reso leggero il figlio di Crono dai tortuosi pensieri.
	Come quando un pastore porta, spedito, il vello di un montone tenendolo con una mano, e poco gli pesa quel fardello: cos Ettore trasportava per aria il masso verso i battenti della porta che sbarravano l'entrata con la loro salda compagine. Essa era a doppia imposta e ben alta: di dentro due spranghe la fermavano, incrociandosi in senso opposto: un'unica chiave le teneva insieme.
	Si faceva ben sotto e con scattante energia, piantandosi bene sulle gambe, tirava al centro: non voleva che il colpo fosse debole.
	Divelse entrambi i cardini: il pietrone cadde dentro con tutto il suo peso. Rintronava forte la porta all'intorno, le sbarre non resistettero, i battenti volarono in pezzi qua e l, sotto quell'urto.
	E lui allora balz dentro, lo splendido Ettore, simile, nell'aspetto, a notte improvvisa. Risplendeva nel bronzo terribile che aveva indosso, teneva in pugno due lance. Nessuno l'avrebbe potuto trattenere in uno scontro fronte a fronte, all'infuori di un dio, quando si slanci dentro la porta. I suoi occhi ardevano di fuoco.
	Si volt allora verso la massa, a gridare ai Troiani di saltar il muro: e quelli ubbidirono al suo incitamento. Subito alcuni scavalcavano il bastione, altri irrompevano dentro la porta. E i Danai fuggivano alle concave navi. Ne nacque uno scompiglio senza fine.

/:/LIBRO XIII



	Dopo che Zeus ebbe spinto cos i Troiani ed Ettore accosto alle navi, l lasciava l a sostenere una lotta accanita e sanguinosa senza tregua, e rivolse altrove gli occhi risplendenti. Guardava lontano verso la terra dei Traci allevatori di cavalli e dei Misi bravissimi negli scontri, verso la terra dei nobili Ippomolgi che vivono solo di latte e quella degli Abii, i pi giusti degli uomini. A Troia non volse pi lo sguardo. Non pensava evidentemente che qualcuno degli immortali andasse a portar soccorso ai Troiani o ai Danai. Ma non faceva la guardia come un cieco il potente Ennosigeo: anche lui contemplava con meraviglia la guerra e la battaglia. Era seduto in alto, sulla vetta pi elevata della selvosa Samotrace. E di l si apriva alla vista tutta intiera l'Ida, si vedevano la citt di Priamo e le navi degli Achei. Era andato a sedersi lass lasciando il mare, e sentiva piet per gli Achei, battuti com'erano dai Troiani. Ce l'aveva forte con Zeus.
	Subito scese gi dal monte scosceso e veniva avanti rapidamente: tremavano le alte montagne e la boscaglia sotto i piedi immortali di Posidone in cammino. Fece tre passi e al quarto arriv alla meta, a Ege, dove sono costruite in fondo alla distesa di acque le sue case famose, ricoperte d'oro, luccicanti, immuni da rovina per sempre. Giunto qui, aggiogava al carro i cavalli dagli zoccoli di bronzo: erano sempre pronti a volare, avevano lunghe criniere d'oro. Poi si vest d'oro anche lui, afferr una frusta, pur essa d'oro, ben lavorata, e saliva sul suo cocchio. Si avvi d'impeto sopra le onde: saltavano allegri i mostri marini da ogni parte, al suo passaggio, fuori dalle grotte: riconoscevano bene il loro signore. E dalla gioia si apriva il mare.
	Di gran carriera volavano i corsieri, neanche si bagnava, di sotto, l'asse di bronzo. E cos lo portarono con agile galoppo alle navi degli Achei.
	C' un vasto antro negli abissi della profonda distesa di acque, tra Tenedo e Imbro rocciosa: qui ferm i destrieri Posidone l'Ennosigeo. Li staccava dal carro e pose loro davanti la pastura divina, che mangiassero. E gli mise alle zampe funi d'oro che non si potevano n rompere n slegare. Cos dovevano restar l fermi, ad attendere il ritorno del loro padrone. E lui and al campo degli Achei.
	I Troiani allora in massa parevano un incendio o una tempesta, e seguivano Ettore figlio di Priamo con una furia senza fine, tra schiamazzi e urla: speravano proprio di prendere la flotta degli Achei, e di ammazzare l tutti i pi prodi. Ma Posidone l'Ennosigeo, lo Sposo della Terra, incitava gli Argivi: aveva assunto, al suo arrivo dal profondo del mare, l'aspetto e la voce robusta di Calcante. E prima che ad ogni altro parlava agli Aiaci, gi pieni di ardire per loro conto: "Aiaci, s, voi due salverete l'esercito degli Achei, pensando qua alla lotta e non alla fuga che mette freddo addosso. Ecco, vedete, per gli altri posti, non ho paura delle braccia dei Troiani che hanno valicato in folla il grande muro: li fermeranno tutti; son convinto, gli Achei. Ma da questo lato temo che capiti un rovescio. Qui c' lui, quel rabbioso che pare una vampa d'incendio, in testa alla sua gente: Ettore, s, che pretende d'essere figlio del potente Zeus. Mi auguro per che a voi un dio metta in cuore di resistere da forti, e di incitare gli altri. Cos, pur con tutta la sua foga, lo respingerete lontano dalle navi, anche se  l'Olimpio stesso ad animarlo."
	Disse e con il suo bastone, l'Ennosigeo, Sposo della Terra, li toccava entrambi. Li riemp di gagliarda energia: agili gli rese le membra, i piedi e le mani.
	Egli poi si lev a volo: e parve un avvoltoio di pronta ala, che s'alza da una rupe scoscesa altissima e si avventa a inseguire un altro uccello sulla pianura. Cos balz via da loro Posidone l'Ennosigeo.
	Il primo a riconoscerlo, dei due, fu il veloce Aiace d'Oileo, e subito diceva ad Aiace figlio di Telamone: "Aiace, sono certo,  uno degli dei dell'Olimpo che ci stimola cos, sotto l'aspetto dell'indovino, a batterci presso le navi. No, non  Calcante, l'ispirato interprete del volo degli uccelli. L'ho riconosciuto, sai, di dietro, con facilit, dalle movenze dei piedi e delle gambe, al suo allontanarsi: e gli dei si distinguono bene. E poi mi sento qui, pi di prima, una gran voglia di combattere e lottare: sono impazienti i miei piedi e le mie braccia."
	E a lui rispondeva Aiace Telamonio: "S, anche a me ora fremono le mani intorno all'asta, e mi cresce il coraggio. Ho irrequietezza a tutt'e due le gambe. Sono pronto, anche da solo, a guerreggiare con Ettore il Priamide, pur con tutta quanta la sua forza e violenza."
	Cos essi parlavano tra loro, lieti dello spirito battagliero che un dio gli aveva messo addosso.
	Intanto lo Sposo della Terra prese a spronare, in retrovia, gli Achei che si ristoravano vicino alle celeri navi. Le loro membra ormai si scioglievano dalla fatica dolorosa. Essi sentivano una stretta al cuore, allo scorgere i Troiani che avevano valicato, in massa, il grosso bastione. A quella vista avevano le lacrime agli occhi: non pensavano di poter scampare al disastro. Ma l'Ennosigeo veniva in mezzo a loro, e facilmente rianimava le gagliarde schiere. Ecco, prima and ad esortare Teucro e Leito, poi l'eroe Peneleo, Toante e Deipiro, e infine Merione e Antiloco, maestri di guerra. Li incitava, rivolgeva loro queste parole: "Vergogna, Argivi! Reclute siete. Su, battetevi, e salveremo cos - io confido in voi - le nostre navi. Ma se desistete dalla dura lotta, oggi  il giorno, qui, della totale disfatta ad opera dei Troiani. Ahim, s,  un grande prodigio questo che vedo sotto i miei occhi: un prodigio spaventoso, che non pensavo mai si sarebbe avverato. Ecco, i Troiani assaltano le nostre navi, quando in passato assomigliavano a cervi spauriti, che per la selva sono pasto di sciacalli pantere lupi, tanto scorazzano da imbelli, senza passione per le zuffe. Cos  dei Troiani! Prima non osavano resistere, e far fronte all'impeto e alle braccia degli Achei, neppure per poco. Ora invece combattono lontano dalla citt, presso la flotta! E questo succede per l'inettitudine di un comandante e per la fiacca di soldati che ce l'hanno con lui e non sono decisi a difendere le navi, ma si fanno massacrare in mezzo ad esse. Ebbene, anche se l'Atride ha proprio tutta la colpa perch ha offeso Achille, non abbiamo il diritto, noi, di abbandonare il campo. Via, corriamo ai ripari subito! C' sempre un rimedio quando si  forti. Oh, non  bello per voi desistere dall'aspra lotta, mentre siete tutti i migliori dell'esercito. Capite, non posso, io, prendermela con uno se schiva la guerra, quando  un miserabile vigliacco: ma con voi, s, sono davvero arrabbiato. Via, amici, renderete pi grave la disfatta con questa vostra inerzia. Su, abbiate vivo, dentro, uno per uno, il senso dell'onore, pensate alla riprovazione generale! Qui, lo vedete, si  ingaggiata una grande battaglia. Accanto alle navi c' Ettore, s, valente nel grido di guerra, e combatte da gagliardo: ha gi infranto la porta e la grossa sbarra." Cos, con le sue esortazioni, lo Sposo della Terra risvegliava gli Achei. E allora attorno ai due Aiaci si piantavano le salde schiere: non avrebbe avuto nulla da ridire, capitando l, n Ares n Atena animatrice di guerrieri. I pi valorosi, il fior fiore dei prodi, tenevano testa ai Troiani e al divino Ettore: formavano una siepe stringendo insieme lancia a lancia, serrando targa a targa protesa. Lo scudo si appoggiava allo scudo, l'elmo all'elmo, il guerriero al guerriero. Ad ogni movimento si toccavano con i frontali luccicanti gli elmi dalla chioma equina, tanto erano addossati gli uni agli altri. Le aste si spiegavano in pi file e venivano scosse da ardite mani. Tutti non sognavano che la carica, impazienti di azzuffarsi.
	I Troiani attaccarono in massa: li guidava Ettore con impetuosa risolutezza. Era come un macigno che rotola gi da una rupe, quando il fiume torrenziale lo urta di sul ciglio, rompendo con un diluvio senza fine di acque la resistenza della dura roccia. Rimbalza in alto il masso e vola: e ne risuona la foresta. Ed esso corre senza inciampi di continuo finch arriva al piano, e allora non gira pi, pur con tutto il suo slancio. Cos era Ettore. Minacciava di spingersi senza sforzo fino al mare, tra le baracche e le navi degli Achei, facendo strage: ma quando venne a dar contro alle compatte falangi, allora si arrest nel suo assalto. E loro, di fronte, i figli degli Achei, lo percotevano con le spade e le lance a due punte, e lo respinsero via. Dovette retrocedere per forza.
	Gridava allora forte, facendosi udire dai Troiani: "Troiani e Lici, e voi Dardani bravi nei corpo a corpo, tenete duro! No, non mi resisteranno a lungo gli Achei, anche se si serrano a formare un muro. Ma si ritireranno, sono certo, davanti alla mia lancia, se  vero che m'ha fatto balzar su il pi potente degli dei, il tonante marito di Era."
	Cos diceva: e stimolava l'energia e il coraggio di ciascuno.
	Deifobo, il figlio di Priamo, procedeva tra loro fiero e baldanzoso. Si teneva davanti lo scudo ben equilibrato in ogni sua parte, e avanzava coperto a passi leggeri movendo i piedi. Ed ecco, Merione lo prendeva di mira con l'asta luccicante, e lo colpiva senza sbagliare sullo scudo rotondo, tutto in cuoio di toro. Ma non lo trapass: la lunga lancia si spaccava molto prima al puntale.
	Tenne ben discosto da s, Deifobo, lo scudo di pelle taurina, ed ebbe paura dell'asta del valoroso Merione. L'altro intanto, l'eroe, si ritraeva indietro tra la schiera dei suoi: era su tutte le furie per la vittoria sfumata e per la lancia che aveva rotto. E di volo partiva lungo le baracche e le navi degli Achei, a prendere la grossa asta che gli era rimasta nel suo alloggio.
	Gli altri l battagliavano, si levava un vociare senza fine. Teucro Telamonio fu il primo a uccidere un guerriero: era il bellicoso Imbrio, figlio di Mentore dai molti cavalli. Abitava a Pedeo prima che arrivassero i figli degli Achei, e aveva in moglie una figliola illegittima di Priamo, Medesicaste. Ma quando erano giunte le navi oscillanti dei Danai, veniva a Ilio e si metteva in luce in mezzo ai Troiani. Dimorava qui, nella reggia di Priamo: e il sovrano lo teneva in considerazione come uno dei suoi figli.
	E allora, con la sua lunga lancia, il figlio di Telamone lo trafisse sotto l'orecchio, e ritrasse l'arma. L'altro croll gi: pareva un frassino che sulla cima di un monte ben visibile di lontano, viene tagliato dall'ascia di bronzo, e rovescia a terra le tenere foglie. Cos cadeva l, e gli risonarono all'intorno le armi di bronzo ornate di fregi.
	Teucro diede un balzo, impaziente di spogliarlo dell'armatura: ma in quell'attimo dello scatto Ettore gli tir addosso l'asta balenante.
	Lui guardava diritto in avanti, e riusc a scansare di poco la lancia di bronzo. Veniva invece colpito al petto Anfimaco, il figlio di Cteato l'Attoride, mentre avanzava per battersi: crollava a terra con grande strepito, risonarono le armi su di lui.
	Ettore allora si lanci per strappar dal capo, al magnanimo Anfimaco, l'elmo cos ben aderente alle tempie. Ma lo caricava a fondo con la lancia luccicante, proprio nel momento in cui si avventava avanti, Aiace. Non gli raggiunse la carne: era tutto coperto, Ettore, di orrido bronzo. Lo percoteva sull'ombelico dello scudo, e lo respinse via con grande vigore. E lui si ritirava dietro i due cadaveri. Gli Achei pronti li trascinarono dalla loro parte. Erano Stichio e il divino Menesteo, condottiero degli Ateniesi, a portare Anfimaco tra le linee achee. Di Imbrio invece s'impadronivano gli Aiaci, decisi a una feroce lotta. E come due leoni strappano una capra di mezzo ai cani dagli aguzzi denti, e la trasportano per folte macchie, tenendola levata su da terra con le mascelle: cos i due Aiaci con gli elmi in testa sollevavano il cadavere di Imbrio e lo spogliarono dell'armatura. Poi il figlio di Oileo gli mozz il capo dal tenero collo nella sua rabbia per la morte di Anfimaco, e lo scagliava facendolo roteare come una palla tra la massa dei nemici. And a cadere nella polvere davanti ai piedi di Ettore.
	Allora s che Posidone mont su tutte le furie, al veder il nipote caduto nell'atroce mischia. E si mosse per andare lungo le baracche e le navi degli Achei a spronar i Danai, preparava guai ai Troiani.
	S'imbatteva in lui Idomeneo famoso per la lancia: veniva via da un compagno d'armi che era uscito poco prima dal campo di battaglia, ferito a un garretto da una punta di bronzo. Lo avevano portato fuori i suoi, e lui lo raccomandava ai guaritori e poi si dirigeva alla propria baracca. Non vedeva il momento di prender parte ancora alla lotta. Ed ecco che il potente Ennosigeo gli rivolse la parola: si era fatto uguale, nella voce, a Toante figlio di Andremone, che regnava sugli Etoli nell'intera Pleurone e nell'alta Calidone, e veniva onorato dal popolo come un dio. Diceva: "Idomeneo, buon consigliere dei Cretesi, dove sono finite, d, le minacce che i figli degli Achei lanciavano contro i Troiani?"
	E a lui rispondeva Idomeneo, condottiero dei Cretesi: "Toante, nessuno oggi ha colpa, per quanto ne so: tutti, vedi, siamo bravi in campo. Non c' uno che sia preso da abbattimento e da terrore, non uno cede a vilt sottraendosi ai pericoli della guerra. Ma forse cos deve piacere al potente Cronide, che senza gloria periscano qua gli Achei lontano da Argo. Oh, via, Toante, sempre, lo so, tenevi testa ai nemici, e sai scuotere gli altri, dove vedi battere la fiacca: non tirarti dunque indietro oggi, e va' a incitare ad uno ad uno i tuoi!"
	Gli rispondeva allora Posidone l'Ennosigeo: "Idomeneo, ah, non possa mai pi far ritorno dalla terra di Troia, ma diventi qua per i cani un'allegra festa, chi abbandona deliberatamente la battaglia in questa giornata! Su, tu prendi le armi e vieni qui! Bisogna sbrigarci se vogliamo esser di qualche aiuto, bench soli in due. L'unione fa la forza anche tra i codardi: ma noi sapremo battagliare pure con i prodi."
	Cos diceva, e se ne andava, il dio, in mezzo alla lotta accanita dei guerrieri.
	Idomeneo intanto giungeva alla sua baracca di legno, ben costruita: indossava la sua bella armatura, prese due lance, e venne via. Era simile al lampo che il Cronide agita di sua mano dall'alto dell'Olimpo luminoso, per mostrare un segno d'augurio ai mortali: e folgorante  il suo bagliore. Cos appunto risplendeva il bronzo intorno al torace dell'eroe in corsa.
	Ed ecco che l'incontr, ancor vicino alla baracca, Merione, il suo valente aiutante: veniva a prendere un'asta con la punta di bronzo. Gli diceva il forte Idomeneo: "Merione, figlio di Molo, sei sempre di corsa, carissimo amico! Come mal sei qui, e lasci il campo di battaglia e la strage? Sei ferito da qualche parte? e ti tormenta la punta di una freccia? O vieni da me per qualche ambasciata? Vedi, neanch'io ho voglia di starmene l nel mio alloggio, ma solo di guerreggiare."
	E a lui rispondeva Merione con il suo buon senso: "Idomeneo, principe dei Cretesi, vado a vedere se ti  rimasta qualche lancia nella baracca, da portarmi via. Ho rotto, sai, quella che avevo, nel colpire lo scudo di Deifobo l spavaldo."
	Gli diceva Idomeneo, condottiero dei Cretesi: "Di lance, se vuoi, ne troverai non una, ma una ventina: stanno l nella baracca, appoggiate alla parete. Sono tutte troiane, le ho tolte agli avversari uccisi. Non  nel mio programma, tu lo sai, scendere in campo piantandomi lontano dai nemici. E cos ho aste e scudi ombelicati, ho elmi e corazze belle lustre."
	E a lui rispose Merione assennato: "Anch'io, vedi, posseggo nella mia baracca e nella mia nave tante spoglie di Troiani. Ma non le ho qui sottomano, da poter prendere ora. No, credi, neppur io - e lo posso ben dire - mi ritiro dalla lotta, ma sto saldo in prima fila nella battaglia che d gloria agli eroi, ogni volta che si leva la violenza di uno scontro. Forse a qualcun altro degli Achei sfugge il mio duro impegno in campo: tu per mi conosci bene, penso." Gli replicava Idomeneo, condottiero dei Cretesi: "Conosco il tuo valore. Perch parli cos? Ecco, ascolta: immaginiamo di doverci oggi riunire, tutti i pi prodi, presso le navi, per un agguato! ( in una tale occasione che si vede pi che mai il coraggio dei guerrieri, qui si rivela chi  vile e chi  forte! S, lo sappiamo, il codardo sbianca in volto a ogni momento, e non si rassegna a star fermo, immobile, ma si mette coccoloni e poggia ora su un piede ora su un altro: e il cuore gli batte forte in petto all'idea della morte, e gli stridono i denti. Invece il valoroso non cambia colore in faccia e non ha paura, appena si apposta nel nascondiglio con gli altri, e si augura di buttarsi subito nella mischia feroce.) Ebbene, anche in una tale evenienza non si potrebbe fare un appunto al tuo ardore battagliero e alle tue braccia. Senti ancora: e se durante la zuffa tu fossi colpito da dardo o da lancia, non ti piomberebbe, l'arma, di dietro, nel collo o sulla schiena, ma ti coglierebbe di fronte, in pieno petto o al ventre nell'impeto dell'assalto, sul terreno dove si danno appuntamento i campioni. Su allora, non stiamo pi qui fermi a chiacchierare come dei ragazzi! Non vorrei che qualcuno ci rimproverasse, indignato. Via, tu va' nella baracca a prendere una robusta asta."
	Cos diceva. E Merione parve l'impetuoso Ares: prendeva in fretta nella capanna una lancia di bronzo, e si avvi dietro a Idomeneo. Non pensava che a scendere in campo.
	Come Ares sterminatore di eroi va alla guerra e a lui si accompagna suo figlio Fobos, gagliardo e intrepido, che ama mettere in fuga anche il soldato pi ardito: vanno i due in armi dalla Tracia in mezzo agli Efiri e in mezzo ai Flegi magnanimi, ma non danno ascolto a entrambi gli eserciti, e concedono la gloria o agli uni o agli altri: cos Merione e Idomeneo, condottieri di uomini, movevano alla battaglia armati di bronzo scintillante.
	Ed ecco che Merione per primo rivolse al compagno la parola: "Figlio di Deucalione, da che parte hai deciso di entrare nella mischia? A destra dell'intero schieramento? o al centro? o a sinistra? Sai, in nessun altro posto, io penso, sono tanto in svantaggio, gli Achei, come qui, in campo."
	E a lui rispondeva Idomeneo, condottiero dei Cretesi: "S, le navi al centro sono pronti a difenderle anche altri: i due Aiaci l, e Teucro che  il pi bravo degli Achei nel tirar d'arco ed  valente anche negli scontri a pi fermo. Ci penseranno loro a cacciare dentro la lotta fino alla saziet questo Ettore figlio di Priamo, pur con tutto il suo slancio, anche se  molto forte. E sar per lui dura impresa, nella sua smania di battagliare, aver la meglio sopra l'energia e le braccia irrestistibili di quelli l, e appiccar il fuoco alla flotta, a meno che non sia il Cronide a gettare un tizzone fiammeggiante sulle navi. No, non ceder il grande Aiace Telamonio davanti a un guerriero che sia mortale e mangi il grano macinato di Demetra, e sia vulnerabile al bronzo e ai grossi macigni. E neppure di fronte ad Achille sbaragliatore di uomini  disposto, lui, in un duello, a ritirarsi: nella corsa no, non pu competere. E ora a noi! avviati verso la sinistra del campo! E vediamo subito se daremo gloria ad altri o se la conquisteremo noi."
	Cos parlava. E Merione s'incammin avanti, simile all'impetuoso Ares. Arrivavano al fronte, al posto indicato.
	I Troiani al vedere Idomeneo simile a fiamma nell'ardore, e insieme a lui il suo scudiero, tutt'e due nelle loro armature ben lavorate, si incitavano a vicenda di schiera in schiera, e gli si gettavano tutti contro. Si riaccese una lotta generale presso le poppe delle navi. E come quando infuriano le tempeste per via degli striduli venti, nei giorni che abbondante  la polvere per le strade, ed essi ne raccolgono e formano una larga nube: cos l si addensava la lotta, ed erano smaniosi di massacrarsi a vicenda, nella calca, con le punte di bronzo. Era irta, la battaglia sterminatrice, delle lunghe lance che impugnavano, sempre pronte a tagliare carne: abbarbagliava la vista il bagliore di rame che veniva dagli elmi lampeggianti, dalle corazze lustrate di fresco e dai lucidi scudi, mentre correvano ad azzuffarsi in massa. Doveva certo avere un cuore intrepido, chi avesse guardato allora con piacere quell'accanimento, invece di rattristarsi.
	Loro la pensavano diversamente, i due potenti figli di Crono, e venivano preparando agli eroi dolori e guai. Zeus, com' noto, voleva la vittoria per i Troiani e per Ettore, e dava cos gloria ad Achille dai rapidi piedi: ma non intendeva far perire l'esercito degli Achei davanti ad Ilio, solo rendeva onore a Tetide e al suo figliolo d'animo forte. Posidone invece era venuto in mezzo agli Argivi a incitarli, emergendo furtivo fuori dal grigio mare: e ci pativa che fossero battuti dai Troiani, ce l'aveva maledettamente con Zeus. Avevano,  vero, tutt'e due la stessa origine e un'unica paternit: ma Zeus era nato prima e aveva maggiore esperienza. Perci l'altro evitava di soccorrerli a viso aperto, ma li spronava di continuo per il campo senza farsi riconoscere, nell'aspetto di un mortale. E cos loro l avevano annodato i lacci della lotta feroce e della guerra implacabile, e li tenevano sospesi ora sugli uni ora sugli altri. Era una rete che non si poteva n rompere n slegare: e sciolse a tanti le ginocchia.
	Grigio di capelli era Idomeneo, ma pur dava allora i suoi ordini ai Danai, e saltando in mezzo ai Troiani vi provocava la fuga. Ecco, ammazz Otrioneo della citt di Cabeso, che stava di casa in Troia. Da poco era andato l dietro la fama della guerra, e chiedeva in sposa la pi bella delle figlie di Priamo, Cassandra s, senza offrire doni nuziali. Assicurava per di compiere una grande impresa: scacciare dalla terra di Troia, a viva forza, i figli degli Achei. E il vecchio Priamo aveva promesso di dargliela, acconsentendo con un cenno del capo. E lui battagliava contando con fiducia sull'impegno assunto dal re. Ma Idomeneo lo prendeva di mira con l'asta luccicante, e lo colp mentre avanzava superbo e fiero. Non resse la corazza di bronzo che soleva portare: la lancia gli si piant in mezzo al ventre. Crollava a terra con gran fracasso. E Idomeneo gett un urlo di trionfo e disse: "Otrioneo, lode a te tra tutti i mortali, se riesci davvero a compiere l'impresa che ti sei assunto davanti al Dardanide Priamo: e lui ti prometteva sua figlia. Ma anche noi, credi, sappiamo qui mantenere gli impegni! Ecco, intendiamo darti da sposare la pi bella delle figlie dell'Atride: la facciamo venire da Argo, se tu con noi distruggi la popolosa citt di Ilio. Su, seguimi! Ci metteremo d'accordo, per le nozze, presso le navi. Vedrai, non siamo noiosi per i doni nuziali!"
	Cos parlava l'eroe Idomeneo, e lo tir per un piede attraverso la mischia selvaggia.
	Ma veniva alla riscossa Asio, a piedi, davanti ai suoi cavalli: glieli tratteneva sbuffanti alle spalle, con mano ferma, il suo aiutante in campo, che gli faceva da auriga. Era ben risoluto a colpire Idomeneo. Ma questi l'anticip e lo feriva con la lancia alla gola, sotto il mento, e gli spinse la punta di bronzo da parte a parte. Stramazzava gi: ed era come quando si abbatte al suolo una quercia o un pioppo o un alto pino, che i carpentieri tagliano sui monti con le scuri raffilate per farne travi di nave. Cos lui giaceva a terra, lungo disteso, davanti ai cavalli e al carro, urlando e ghermendo la polvere insanguinata.
	Il suo auriga allora perse la testa, e non os neppure tentare di sottrarsi alle mani dei nemici, girando indietro i cavalli. E cos l'intrepido Antiloco lo infilz con la lancia a met corpo. Non resisteva la corazza di bronzo che soleva portare, l'arma gli si piant in pieno ventre. E lui rantolando cadde gi dal cocchio ben lavorato.
	Antiloco intanto, il figlio del magnanimo Nestore, cacciava i cavalli dalle file troiane in mezzo agli Achei dai buoni schinieri.
	Deifobo allora si fece ben sotto a Idomeneo, costernato com'era per la morte di Asio, e gli tirava addosso la lancia luccicante. Ma lui, Idomeneo, guardava diritto in avanti, e riusc a scansare l'arma di bronzo: si nascose sotto lo scudo rotondo, ben equilibrato da ogni parte, che soleva portare. Era tutto lavorato con pelli di bue e con lucido bronzo, aveva due salde imbracciature.
	Sotto di esso si rannicchiava tutto, e l'asta di bronzo lo sorvol. Lo scudo diede un suono secco allo striscio della lancia. Ma non a vuoto partiva il tiro dalla gagliarda mano: raggiungeva Issenore figlio di Ippaso, pastore di popoli, al fegato, sotto il diaframma, e subito gli sciolse le ginocchia. Deifobo allora ne menava vanto ferocemente, con un lungo urlo: "No, invendicato non giace Asio! E pur nel suo cammino alle case gi dell'aspro Ade che tiene ben chiuse le sue porte, sar contento, son sicuro: ecco, gli ho dato un compagno di viaggio."
	Cos diceva. E agli Argivi venne dolore, a quel vanto: e specialmente il battagliero Antiloco ebbe un sussulto al cuore. Ma pur nel suo cruccio non abbandonava il compagno: correva in sua difesa e gli pose a riparo lo scudo. Poi se lo caricarono sulle spalle due fedeli amici, Mecisteo figlio di Echio e il divino Alastore, e lo trasportavano alle concave navi fra alti lamenti.
	Idomeneo non si arrestava nella sua grande furia, era sempre deciso a travolgere qualcuno dei Troiani nell'oscura notte, o a cadere lui con strepito d'armi, nello stornare la rovina dagli Achei.
	Ecco l il figlio di Esiete discendente di Zeus, l'eroe Alcatoo. Era il genero di Anchise, ne aveva in moglie la maggiore delle figliole, Ippodamia, che il padre e l'augusta madre nel loro palazzo amavano di cuore. Lei si distingueva tra tutte le coetanee per bellezza, bravura nei lavori e buon senso: per questo l'aveva sposata quel nobile guerriero, nell'ampia terra di Troia.
	E allora lo abbatt, per mano di Idomeneo, Posidone. Gli incantava gli occhi lucenti, gli leg le splendide membra: e cos non poteva n fuggire in ritirata n scansarsi dai tiri, ma stava l immobile come una colonna o una pianta dalle alte foglie. E l'eroe Idomeneo lo percosse in pieno petto con la lancia, e gli lacer, tutto in giro, la tunica di bronzo, che gli aveva riparato fino a quel giorno il corpo dalla morte, e allora strideva aspra nel rompersi all'urto della punta. Crollava a terra con fracasso: l'asta s'era piantata nel cuore, e questo nei suoi battiti convulsi ne faceva oscillare fin l'estremit. Poi la violenza del colpo perse la sua forza.
	Idomeneo allora ne menava vanto selvaggiamente, con un lungo urlo: "Deifobo, non ti pare, di', un buon cambio? Sono tre gli uccisi di contro a uno, visto che ti glori tanto! Disgraziato! via, mettiti anche tu di fronte a me! Cos vedrai che discendente di Zeus sono io, venuto qua a Troia: di Zeus, s, il genitore di Minosse custode di Creta. E Minosse, se non lo sai, aveva un figlio, l'irreprensibile Deucalione: e Deucalione poi gener me, signore di tanti uomini nell'ampia Creta. E ora le navi mi portarono qui, per essere la rovina tua e del padre e di tutti gli altri Troiani."
	Cos parlava. E Deifobo fu l indeciso se dovesse prendersi a compagno uno dei Troiani battendo per il momento in ritirata, o se tentare la prova delle armi anche da solo. Questa gli parve, a pensarci, la cosa migliore: andar in cerca di Enea. E lo trovava ancor fermo, dietro alla massa dei combattenti: sempre nutriva rancore, bisogna dirlo, contro il divino Priamo, perch, pur con tutte le sue prodezze, non lo teneva in considerazione. Gli si fermava vicino e gli rivolgeva parole: "Enea, buon consigliere dei Troiani, ora devi proprio venir in soccorso di tuo cognato, se ti preme davvero. Su, seguimi! Partiamo alla riscossa! Alcatoo, il marito di tua sorella, che un tempo ti allevava nella sua casa quando eri piccino. L'ha ammazzato Idomeneo."
	Cos parlava: a lui mise il cuore in subbuglio.
	Si mosse allora in cerca di Idomeneo, non pensava che a battersi.
	Ma Idomeneo non lo prese la paura come un ragazzino, e stava l ad attenderli. Pareva un cinghiale sui monti, fiducioso nella sua forza, che aspetta l'assalto rumoroso di molti uomini in un luogo solitario, con le setole dritte sul dorso: gli occhi hanno lampi di fuoco, e intanto arrota le zanne, deciso a difendersi da cani e cacciatori. Cos Idomeneo, famoso per la lancia, attendeva, senza tirarsi indietro, l'attacco di Enea che veniva alla riscossa. E chiamava i compagni l sotto gli occhi: Ascalafo, Afareo, Deipiro, e Merione e Antiloco, maestri di guerra. E li stimolava, rivolgeva loro queste parole: "Su, amici, venitemi in aiuto! Sono qui da solo. Ho una paura terribile. Ecco, si fa avanti Enea a rapidi passi, muove contro di me. Ed  tanto gagliardo nell'abbattere uomini in battaglia. Lui  nel fiore della giovinezza, e in questo consiste la sua enorme forza. Capite, se fossimo uguali di et, con il coraggio che ho, si farebbe presto a decidere: o a lui o a me il grande trionfo!" Cos diceva. E loro tutti insieme, con un solo cuore, venivano a piantarsi accosto a lui appoggiando all'omero gli scudi.
	Enea, dall'altra parte, dava una voce ai compagni d'armi l sotto gli occhi: a Deifobo, a Paride e al divino Agenore, che erano, come lui, condottieri dei Troiani. E subito dopo venivano i suoi, come vanno le pecore dietro al montone ad abbeverarsi, di ritorno dal pascolo: e se ne rallegra il pastore. Cos a Enea esultava in petto il cuore, al vedere la schiera dei suoi soldati accompagnarsi a lui.
	E l, intorno al cadavere di Alcatoo, si buttarono in un corpo a corpo con le lunghe aste. Sopra i petti il bronzo risonava spaventosamente, mentre si prendevano di mira, nella mischia, colpendosi a vicenda. Ma due guerrieri bellicosi pi degli altri, Enea ed Idomeneo pari ad Ares, erano decisi a tagliarsi la carne con lo spietato bronzo.
	Fu il primo Enea a tirare addosso a Idomeneo: ma questi guardava diritto in avanti, e riusc a scansare la lancia di bronzo. La punta dell'arma d'Enea and a finire, vibrando, gi a terra: a vuoto partiva dalla robusta mano.
	Idomeneo a sua volta colp Enomao in pieno ventre, e gli fracass il piastrone della corazza: entrava il bronzo negli intestini. E lui cadeva nella polvere e ghermiva la terra con le dita.
	Allora Idomeneo trasse fuori dal cadavere l'asta dalla lunga ombra, ma non pot togliergli di dosso la bella armatura, era tempestato di colpi. E poi le articolazioni dei piedi non erano pi salde negli scatti, n a recuperare con un balzo in avanti la sua arma, n a schivare i tiri degli avversari. Cos, nella lotta a pi fermo, sapeva ancora stornare il giorno fatale: ma per battere in ritirata, le gambe non portavano pi, agilmente, fuori dal combattimento.
	Si ritraeva allora indietro passo passo. E Deifobo gli scagli contro la lancia luccicante: gi aveva verso di lui un rancore irriducibile, tenace. Ma anche stavolta fall il bersaglio, colpiva Ascalafo, il figlio di Enialio: l'asta gagliarda gli pass attraverso la spalla. E lui crollava nella polvere e ghermiva il suolo con le mani.
	Ma il violento Ares, dal forte urlo di guerra, non sapeva che suo figlio era caduto nella selvaggia mischia. Se ne stava in cima all'Olimpo, sotto nuvole d'oro, costretto dalla volont di Zeus: e l c'erano anche gli altri dei immortali, tenuti, come lui, lontano dal campo di battaglia.
	E laggi, intorno al cadavere di Ascalafo, si buttavano in un corpo a corpo. Ecco, Deifobo strappava ad Ascalafo l'elmo lampeggiante: ma Merione d'un balzo, simile all'impetuoso Ares, lo colp con la lancia al braccio - gli cadeva di mano, a Deifobo, squillando a terra, l'alto elmo con pennacchio e visiera. E su di lui di nuovo Merione si avvent come uno sparviero, gli sfil via dalla parte superiore del braccio la robusta lancia, e si ritraeva indietro tra la schiera dei suoi.
	Intanto Polite, il fratello di Deifobo, gli passava un braccio intorno alla vita, e lo menava fuori dal frastuono dello scontro. Giunse cos dai veloci cavalli, che stavano dietro la lotta e la battaglia, con l'auriga e il carro variato d'intarsi. Ed essi lo trasportavano verso la citt fra alti lamenti, tutto dolorante: il sangue colava gi dal braccio, dalla ferita fresca.
	Gli altri l battagliavano, si levava un vociare senza fine. Enea allora, di scatto, urt con la punta dell'asta Afareo, figlio di Caletore, alla gola: era volto contro di lui. Ed ecco, la testa si piegava da un lato, scudo ed elmo gli crollavano addosso, intorno a lui si diffuse la morte distruttrice di vite umane.
	Antiloco teneva d'occhio Toone: e quando si gir, gli si gettava sopra e lo fer. Gli recideva, con un taglio netto, la vena che corre continua lungo il dorso, e giunge fino al collo. Gliela tagli, s, di netto. E lui cadde gi riversa nella polvere, e stendeva le braccia ai suoi compagni.
	Balzava avanti Antiloco e gli veniva togliendo di dosso l'armatura, dando occhiate all'intorno. Ma i Troiani in cerchio, chi di qua chi di l, lo bersagliavano di colpi sopra lo scudo largo, tutto scintillante, senza riuscire per a scalfirgli la tenera carne con lo spietato bronzo. Lo proteggeva Posidone l'Ennosigeo, il figlio di Nestore, pur in quella grandinata di tiri. E l'eroe non era mai senza nemici addosso, anzi ci si moveva in mezzo: n la sua lancia rimaneva ferma, ma continuamente era fatta girare in tondo. Non mirava che a vibrarla contro a qualcuno o ad azzuffarsi in duello.
	Non sfuggiva quel suo buttarsi allo sbaraglio, l, nella calca, ad Adamante figlio di Asio: gli si faceva sotto d'un balzo, e lo colp in pieno nello scudo con l'acuta arma di bronzo. Ammortiva l'urto Posidone dalla chioma azzurra, e gli salvava la vita. E cos un troncone dell'asta rest conficcato nello scudo di Antiloco, come un palo bruciacchiato in punta: l'altra met giaceva per terra.
	Allora Adamante si ritraeva indietro fra la turba dei suoi compagni volendo evitare la morte. Ma Merione lo incalzava nella ritirata, e lo fer con l'asta tra i genitali e l'ombelico, dove  pi straziante la piaga in guerra per i miseri mortali. Qui appunto gli piantava l'arma: e l'altro assecondando il moto della lancia, ci si dibatteva intorno, come fa il bue che i mandriani sui monti legano, fra resistenze, con corde a viva forza, e menano via. Cos l si divincolava a quel colpo per un po', non davvero a lungo: gli fu sopra l'eroe Merione, e strapp dal corpo la sua asta. E il buio della morte gli copriva gli occhi.
	Eleno allora men da vicino un colpo a Deipiro nella tempia, con la sua grossa spada tracia, e gli port via l'elmo: rimbalzava lontano e fin a terra. E uno degli Achei che combattevano l, a vederselo rotolare tra i piedi, lo prese su. A Deipiro cal sugli occhi la notte oscura e l'avvolse.
	Ed ecco, ne fu addolorato l'Atride Menelao valente nel grido di guerra, e avanzava minaccioso contro l'eroe Eleno sovrano, scuotendo la lancia acuminata. L'altro traeva a s il gomito dell'arco. E cos tutt'e due erano pronti a tirare insieme, di qui l'asta di frassino, di l la freccia dalla corda. Il Priamide raggiunse l'avversario con il dardo al petto, sul piastrone della corazza: e ne rimbalz l'acuto proiettile. Fu come quando in una grande aia saltano via dalla larga pala le fave di color bruno o i ceci, al fischiare della brezza e al lancio dell'uomo che ventila. Cos dalla corazza del glorioso Menelao, con un lungo rimbalzo, vol lontano la freccia aguzza.
	L'Atride a sua volta colse Eleno alla mano che reggeva il liscio arco: la lancia di bronzo la travers da parte a parte, e si confisse nel corno. Si ritraeva allora il figlio di Priamo fra la turba dei suoi compagni, per sottrarsi alla morte: lasciava penzolare lungo il fianco la mano, si trascinava dietro l'asta di frassino. Gliela trasse fuori poi il magnanimo Agenore, e gli fasci stretta la ferita con un nastro di lana, ben attorcigliato - era della fonda che lo scudiero teneva a disposizione di lui, pastore di popoli.
	Pisandro allora mosse diritto contro il glorioso Menelao: ma un malvagio destino lo menava a morte. Doveva essere abbattuto da te, o Menelao, nella mischia atroce.
	Avanzavano l'uno contro l'altro, erano ormai ben sotto, ed ecco che l'Atride fall il colpo, la lancia gli si svi di lato. Pisandro invece percosse lo scudo di Menelao, ma non ebbe la forza di spingere l'arma di bronzo da parte a parte. Resisteva s l'ampio scudo, l'asta si spezz nel puntale, quando lui era esultante e gi sperava nella vittoria.
	L'Atride allora estraeva, pronto, la spada dalle borchie d'argento, e saltava addosso a Pisandro. Afferr, questi, di sotto allo scudo, una bella ascia di bronzo, con il manico d'olivo, lungo e liscio. E si azzuffarono ad un tempo.
	Pisandro picchi il cimiero dell'elmo dalla folta criniera di cavallo, sulla punta, proprio sotto il pennacchio. E Menelao batt il suo assalitore in fronte, sopra la radice del naso: cricchiarono le ossa, e i due occhi l insanguinati caddero a terra, nella polvere, ai suoi piedi. E crollava gi contorcendosi, lui: l'Atride gli calc sul petto un piede, e lo spogliava dell'armatura. Diceva con un grido di trionfo: "Le lascerete cos, ve l'assicuro, le navi dei Danai, o Troiani prepotenti, che non siete mai stanchi del feroce urlo di guerra! Avete gi la colpa di un oltraggio infame. E l'avete fatto a me, o brutti cani, senza temere la dura ira di Zeus tonante: s, di Zeus ospitale, che un giorno o l'altro vi distrugger la citt sul colle. Siete stati voi, da insensati, a portarmi via sparendo al largo la legittima sposa e tanti tesori, dopo aver ricevuto buona accoglienza da lei, in casa. Ed ecco, ora smaniate di gettar il fuoco devastatore tra le navi, e massacrare i guerrieri achei. Ma desisterete una buona volta dal combattere, pur con tutta la vostra furia! O Zeus padre, s, tu sei superiore, dicono, per senno a tutti gli altri, sia uomini che dei. Ma ogni cosa qui dipende da te! E che favore accordi a genti senza ritegno, a questi Troiani che hanno sempre addosso uno spirito battagliero empio e folle, e non sanno saziarsi di strage nella guerra implacabile! Oh, tutto viene a noia nella vita: il sonno, l'amore, il dolce cantare e la danza impeccabile. Ma pure ognuno desidera cavarsene la voglia, ben pi che combattere. I Troiani invece non sono mai stanchi di guerreggiare!"
	Cos parlava. E toglieva via al cadavere, l'irreprensibile Menelao, le armi insanguinate, le consegnava ai compagni. Poi avanzava di nuovo, e si gett tra le prime file.
	E l gli si avvent contro il figlio del re Pilemene, Arpalione: aveva seguito suo padre fino a Troia per andar in guerra, ma non fece pi ritorno in patria. E allora tirava da presso un colpo di lancia all'Atride, in pieno scudo, ma non riusc a cacciare il bronzo da parte a parte. Cos si ritraeva indietro tra la schiera dei suoi compagni volendo scampare alla morte, e gettava occhiate da ogni lato, per la paura che qualcuno con l'arma lo raggiungesse nella carne. Ma in quella sua ritirata Merione gli tirava una freccia appuntita di bronzo e lo colse alla natica destra: il dardo pass per la vescica, sotto l'osso, fin davanti. Si accasciava gi sul posto, tra le braccia dei suoi, e spirava. E come un verme, l a terra, giaceva disteso: fuori colava il sangue nero e inumidiva il suolo. Intorno a lui si affaccendavano i magnanimi Paflagoni, lo mettevano su di un carro e lo menavano addolorati verso la sacra Ilio. E con loro andava il padre tutto in lacrime: ma non c'era riscatto per la morte del figlio.
	Si adir fieramente Paride a vederlo ucciso: egli era ospite suo fra tanti Paflagoni. E con la rabbia di averlo perduto, scoccava una freccia dalla punta di bronzo. Ecco, c'era l un certo Euchenore, figlio dell'indovino Polivido, ricco e nobile: aveva le sue case in Corinto, e pur conoscendo la sua triste sorte si era imbarcato sulla nave. S, pi di una volta glielo aveva detto, il vecchio bravo Polivido, che o doveva morire di una dolorosa malattia nel suo palazzo, o essere abbattuto dai Troiani tra le navi degli Achei. E cos cercava di evitare a un tempo una dura multa degli Achei e la malattia odiosa, non voleva patire. E Paride lo colse sotto la mascella e l'orecchio: in un attimo la vita se n'and via dalle membra, e la detestata tenebra lo prese.
	Cos loro l battagliavano, ed era come un divampare d'incendio.
	Ettore per, l'eroe caro a Zeus, non ne aveva notizia: non sapeva che i suoi, alla sinistra delle navi, venivano trucidati dagli Argivi. Anzi da un momento all'altro vi sarebbe stata una vittoria degli Achei: tanto li spronava lo Sposo della Terra, l'Ennosigeo, e li difendeva con la sua forza. Lui, Ettore, stava l dove era saltato da principio dentro la porta del muro, e veniva sfondato lo schieramento compatto dei Danai armati di scudo. E l erano le navi di Aiace e di Protesilao, tirate in secco sulla riva del mare biancheggiante: davanti ad esse il muro era stato costruito molto basso. E l, pi che altrove, erano violenti nella lotta i fanti e i guerrieri dai carri.
	In quel punto i Beoti e gli Ioni dalle tuniche a strascico, e ancora i Locresi, i Ftii e i famosi Epei cercavano, con ogni sforzo, di contenere gli assalti alle navi del divino Ettore, ma non riuscivano a ricacciarlo via. Pareva l'irrompere di una fiamma.
	Qui c'era il fior fiore degli Ateniesi: e li comandava il figlio di Peteo, Menesteo. E dietro a lui venivano Fida, Stichio e il valoroso Biante. A capo degli Epei erano il Filide Megete, Anfione e Dracio: alla testa poi degli Ftii, Medonte e l'intrepido Podarce.
	Uno, Medonte, era figlio illegittimo del divino Oileo e fratello di Aiace: abitava a Filace, lontano dalla terra dei padri, per aver ammazzato un uomo, proprio il fratello della matrigna Eriopide, sposata con Oileo.
	L'altro era figlio di Ificlo il Filacide.
	E l in armi, davanti agli Ftii coraggiosi, lottavano a difesa delle navi insieme ai Beoti.
	Aiace intanto, il veloce figlio di Oileo, non si discostava mai, neppure per poco, da Aiace Telamonio. Ma come in un maggese due rossi buoi, concordi nella fatica, vanno tirando il solido aratro: e gli cola gi, alla radice delle corna, molto sudore: solo il liscio giogo li tiene separati di qua e di l, nel loro sforzo lungo il solco: e il taglio giunge al termine della piana: cos i due eroi stavano piantati l, di fianco l'uno all'altro. Ma il figlio di Telamone aveva dietro i suoi compagni, in gran numero e tutti prodi, che a lui reggevano lo scudo quando la stanchezza, con il sudore, gli veniva alle ginocchia. Invece il magnanimo figlio di Oileo non lo seguivano i Locresi. Essi non sapevano tener fronte nella battaglia a pi fermo. Non avevano, bisogna dirlo, elmi di bronzo dalla folta criniera di cavallo: non avevano scudi rotondi n aste di frassino, ma erano venuti ad Ilio, al suo seguito, confidando negli archi e nelle fonde -strisce ben ritorte di lana. Armati in questa maniera, miravano a rompere con i loro fitti tiri lo schieramento dei Troiani.
	Cos allora gli altri in prima linea, nelle armature ben lavorate, si battevano coi Troiani e con Ettore dall'elmo di bronzo: loro invece, dietro il fronte, tiravano di nascosto. E i Troiani non pensavano pi ad attaccare, tanto li mettevano in scompiglio quei dardi.
	E allora si sarebbero, i Troiani, miseramente ritirati dalle navi e dalle baracche verso Ilio battuta dai venti, se Polidamante non si accostava all'ardito Ettore e diceva: "Ettore, non c' verso d'indurti ad ascoltare un parere. Siccome un dio ti ha accordato in modo straordinario la prodezza in campo, ecco che tu pretendi di saperne pi degli altri anche in Consiglio. Ma non ce la farai ad addossarti tutto da solo. Vedi, ad uno il dio concede il valore in guerra, ad un altro la danza, ad un altro ancora la cetra e il canto. E c' infine chi riceve da Zeus una mente sagace: e sono in tanti a goderne i vantaggi, in tanti ad averne salvezza. Ma soprattutto  lui che ne ha coscienza. Dir allora come, secondo me, sia meglio fare. Guarda: da ogni parte intorno a te divampa, come in un cerchio, la battaglia. E intanto, dei Troiani che hanno scalato il muro, gli uni si tengono alla larga in armi, altri combattono l, in pochi contro molti, dispersi tra le navi. Via, ritirati quindi e chiama qui tutti i pi prodi! Poi potremo discutere ogni proposta, se piombare sopra le navi, caso mai un dio intenda darci la vittoria, o se venir via di qua senza subire un disastro. S, te lo dico, ho paura che gli Achei ce la facciano pagare cara per ieri. Presso le navi resta un eroe insaziabile di guerra. E non si terr lontano ancora a lungo dalla lotta, penso." Cos parlava Polidamante: e piacque ad Ettore quell'invito alla prudenza.
	Subito allora salt gi dal carro in armi a terra, e gli rivolgeva parole: "Polidamante, pensaci tu a trattenere qui tutti i pi valorosi! Io intanto vado laggi a prender parte alla battaglia, e torno indietro tra poco, non appena ho dato le disposizioni del caso."
	Disse e balz avanti. Pareva un monte nevoso. Con alte grida volava attraverso Troiani e alleati. E loro si raccolsero tutti in fretta da Polidamante, il cortese figlio di Pantoo, al sentire la voce di Ettore.
	Lui intanto si aggirava cercando l tra le prime file, se li poteva trovare da qualche parte, Deifobo e il forte Eleno sovrano, e poi l'Aside Adamante e Asio figlio di Irtaco. E scopriva cos che non erano pi sani e salvi: ma alcuni, presso le poppe delle navi achee, erano caduti perdendo la vita sotto le braccia degli Argivi, altri erano dentro le mura, colpiti da frecce o da lance.
	Ben presto invece trov l, alla sinistra della battaglia luttuosa, il divino Alessandro, marito di Elena dalla folta chioma: animava i suoi e li spingeva a combattere. Gli veniva vicino e lo invest con parole oltraggiose: "Paride, sciagurato Paride, bello solo di aspetto! Sempre pazzo per le donne, vile seduttore! Dove sono, di', Deifobo e Eleno? E dove l'Aside Adamante e Asio figlio di Irtaco? Dov', di', Otrioneo? Oggi  crollata da cima a fondo l'alta Ilio. E ora per te la morte  certa."
	E a lui rispondeva Alessandro simile a un dio: "Ettore, hai voglia, si vede, di incolpare chi non ha colpa. Altre volte, s, lo confesso, ho scansato lo scontro, non ora. E neanche me, ricordati, fece proprio imbelle la madre. Da quando presso le navi hai ravvivato la lotta dei nostri, siamo qui a battagliare senza tregua con i Danai. S, sono stati ammazzati i compagni che cerchi. Solo Deifobo ed Eleno han lasciato il campo, colpiti da lunghe lance al braccio, tutt'e due. Li ha salvati da morte il Cronide. E ora guidaci dove ti senti e hai voglia: noi ti verremo dietro pieni di ardore battagliero, e, ti assicuro, non mancheremo di batterci, nei limiti almeno delle nostre forze. Sai, al di l delle proprie forze non  possibile, con tutta la buona volont, far la guerra."
	Cos parlava l'eroe, e calm il fratello.
	Si avviavano l dove pi ferveva la battaglia e la mischia, intorno a Cebrione e all'irreprensibile Polidamante. Qui erano Falce, Orteo e Polifete pari a un dio: e inoltre, Palmi, Ascanio e Mori figlio di Ippozione.
	Erano arrivati, questi due, a colmare i vuoti nelle file, dall'Ascania ricca di grandi zolle, il giorno prima: e allora Zeus li animava a combattere.
	Si movevano l simili a tempesta di venti furiosi, quando al tuonare del padre Zeus si abbatte a terra, e con uno strepito prodigioso va a urtare le acque, e innumerevoli si levano le onde gorgoglianti del mare sonoro, curvandosi con le creste bianche di spuma, le une davanti, le altre di dietro. Cos i Troiani in file serrate, in una successione continua, seguivano i loro condottieri e scintillavano dentro il bronzo. In testa era Ettore, il Priamide: pareva Ares sterminatore di mortali. Si teneva al petto lo scudo rotondo, tutto di cuoio compatto, con una spessa superficie di bronzo. Intorno alle tempie gli si agitava il lucido elmo.
	Da ogni parte, di qua e di l, procedeva passo passo mettendo alla prova i nemici, per vedere se ripiegavano davanti al suo attacco a riparo dello scudo. Ma non turbava il cuore in petto agli Achei.
	E il primo che lo sfid fu Aiace: marciava a lunghi passi. Diceva: "Disgraziato, fatti sotto! Cosa cerchi invano cos di far paura agli Argivi? Non siamo, sai, inesperti di guerre, noi Achei, ma  la dura sferza di Zeus che ci percuote. Ah, tu certo speri in segreto di distruggere la flotta: ma abbiamo braccia anche noi per difenderla, e subito. S, molto prima la vostra bella citt sar presa e saccheggiata per mano nostra. E per te poi, ti avviso,  vicino il tempo in cui supplicherai in fuga Zeus padre e gli altri immortali, perch pi rapidi degli sparvieri siano i cavalli che ti porteranno in citt, sollevando la polvere per il piano."
	Cos parlava e gli vol da destra un uccello: era l'aquila alta in cielo. Mand un grido l'esercito degli Achei, rianimato dall'augurio. Ma rispondeva lo splendido Ettore: "Aiace, un contastorie sei e uno spaccone: cosa dici mai! Oh, vorrei, ti confesso, essere il figlio di Zeus egioco per sempre, e aver per madre l'augusta Era, e venir onorato al pari di Atena e Apollo, come non ho dubbi che stavolta questa giornata porta la rovina agli Argivi, a tutti quanti, s. E tu fra loro qua sarai ammazzato, se hai il coraggio di attendere la mia lunga lancia, che ti straccer la carne delicata. E sfamerai cos cani e uccellacci con il tuo grasso e la tua polpa, steso a terra accanto alle navi degli Achei." Queste le sue parole: e si avvi avanti. Gli altri lo seguivano con un vociare straordinario, urlava l'esercito dietro. Anche gli Argivi, dall'altra parte, gridavano e non abbandonarono la difesa: aspettavano a pi fermo l'assalto dei pi prodi fra i Troiani.
	Il clamore di entrambi gli eserciti giungeva fino al puro sereno del cielo, e alla chiara luce di Zeus.

/:/LIBRO XIV



	Non sfuggiva a Nestore quel gridare, pur assorto com'era a bere, e al figlio di Asclepio rivolgeva parole: "Vedi un po', Macaone, cosa c' qui da fare! Senti! Va crescendo presso le navi l'urlo di guerra dei giovani robusti. Via, tu resta per ora seduto a bere il rosso vino, in attesa che Ecamede ti prepari un bagno caldo e ti lavi dalle ferite i grumi di sangue! Intanto io vado subito alla vedetta, voglio sapere."
	Cos diceva, e prese il forte scudo del suo figliolo. L'aveva lasciato l a terra, nella baracca, Trasimede domatore di cavalli, e risplendeva tutto di bronzo. Lui portava quello di suo padre.
	Afferr poi una robusta lancia dalla punta di bronzo: ed era appena fuori dalla capanna, che si ferm. Ecco, vide di colpo uno spettacolo sconcio: gli uni travolti in fuga, e gli altri a dargli addosso alle spalle: i Troiani, s, baldanzosi. Era crollato il muro degli Achei!
	Come quando s'incupisce la vasta distesa del mare in onde morte, nel presentire le violente corse degli striduli venti, senza risolversi, e non rotola in cavalloni n da una parte n dall'altra, finch una raffica decisa cala gi da Zeus: cos era agitato e incerto dentro di s il vecchio. Non sapeva se andar tra la calca dei Danai o dall'Atride Agamennone, pastore di popoli.
	Questa gli parve, a pensarci, la cosa migliore: recarsi dall'Atride. E intanto loro l si trucidavano a vicenda, nella lotta: risonava, addosso, il duro bronzo, all'urto delle spade e delle lance a due punte.
	Ed ecco s'incontrarono con Nestore i re discendenti di Zeus: venivano dalle loro navi, erano tutti feriti, tanto il Tidide che Odisseo e l'Atride Agamennone.
	Molto distanti dal luogo della battaglia stavano in secco le loro navi, proprio in riva al mare biancheggiante. Le prime, bisogna chiarire, le avevano tratte ben dentro il piano, e a loro difesa, vicino alle poppe, avevano costruito il muro. Il lido,  vero, era largo, ma non poteva contenere tutte le imbarcazioni: i guerrieri ci stavano stretti. Perci le avevano disposte in pi file, e avevano cos riempito l'ampia insenatura dell'intera spiaggia, racchiusa dai due promontori.
	Pertanto erano impazienti l, i re, di osservare il tumulto e la battaglia. Si appoggiavano all'asta, movendosi, passo passo, insieme: avevano la tristezza in cuore. Ed ecco che in loro s'imbatt il vecchio Nestore, e li mise in allarme.
	Subito gli parlava Agamennone sovrano: "O Nestore, figlio di Neleo, grande gloria degli Achei, come mai hai lasciato il campo e le stragi, e sei qua? Ah, ho paura, s, che il gagliardo Ettore mi mantenga la sua parola! Minacciava, uno di questi giorni, parlando in mezzo ai Troiani, di non far ritorno in Ilio dalle navi, prima di averle incendiate e di aver massacrato i combattenti. Cos lui proclamava: e ora, vedo, tutto si avvera. Ahim, non ho pi dubbi, anche gli altri Achei covano in segreto del rancore contro di me, come fa Achille, e non hanno voglia di battersi presso le poppe delle navi."
	Gli rispondeva allora Nestore il Gerenio, guidatore di carri: "Purtroppo qui  finita! Neppure Zeus pu cambiare la situazione.  rovesciato, vedete, il muro su cui contavamo, e che doveva essere una difesa inespugnabile per la flotta e per noi. E loro, accanto alle navi, sostengono una lotta accanita, senza posa. Ed  impossibile capire, anche ad osservare attenti, da che parte gli Achei sono cacciati in rotta, in tale baraonda vengono uccisi, tra le urla che si levano al cielo. Ma noi ora vediamo come bisogna fare in questa circostanza, se si riesce a qualcosa con la ponderazione. Cacciarci nel mezzo della battaglia, non lo consiglio. E poi, si sa, non pu battersi uno ferito."
	E a lui rispose Agamennone, signore di guerrieri: "Nestore, se ormai si combatte presso le poppe delle navi; se non ha servito a niente il saldo muro e neanche la fossa per cui hanno tanto tribolato i Danai, e che speravano fossero un riparo inviolabile per la flotta e le truppe: ecco, allora cos piace, a quanto pare, al potente Zeus. S, gli Achei devono perire qua, senza gloria, lontano da Argo! Vedi, una volta, lo sapevo, dava aiuto nella sua benevolenza ai Danai: oggi invece, lo so bene, concede onore a loro l come fossero di beati, e ha legato la nostra energia e le nostre braccia. Via allora, seguiamo tutti il mio consiglio! Ecco, variamo le navi della prima fila vicino a riva! Tiriamole tutte dentro il mare, e teniamole ormeggiate al largo con le pietre di ancoraggio, finch viene la sacra notte! Pu darsi che anche in questa i Troiani si astengano dal guerreggiare. E allora noi facciamo scendere in acqua tutta quanta la flotta. Non  un'onta, sapete, scampare a un disastro, neanche di notte. Meglio evitare la rovina con la fuga che farsi cogliere alla sprovvista." Lo guardava torvo il saggio Odisseo e disse: "Atride, quale parola ti sei lasciato scappare di bocca? Sciagurato! A un altro esercito, a un esercito di poltroni avresti dovuto tu comandare, e non impartire i tuoi ordini a noi che abbiamo avuto da Zeus il destino, dalla giovinezza alla vecchiaia, di portar a termine lunghe guerre dolorose finch moriremo ad uno ad uno! E cos ti  venuto in mente di abbandonare la citt dei Troiani con le sue larghe vie, quando per essa abbiamo patito gi tanti guai? Sta' zitto! Che non abbia a sentire qualcun altro degli Achei questa tua proposta! No, un guerriero non se la deve assolutamente lasciar sfuggire di bocca, se sa parlare da assennato, come si deve, e se  un re con lo scettro e gli ubbidiscono tanti soldati, come nel caso tuo che comandi una massa di Argivi. S, ora ho ben da ridire sul tuo buon senso, da come parli. Ecco, vieni a proporre, proprio nel colmo della battaglia e della lotta, di tirare in mare le navi! Cos si avverer il sogno dei Troiani che gi hanno il sopravvento, e su noi cadr la completa rovina. Gli Achei, capisci, non terranno pi il fronte durante le operazioni del varo, ma si volteranno indietro a guardare, e smetteranno di battersi. E cos la tua proposta produrr il disastro, o condottiero di eserciti!"
	E a lui rispondeva allora Agamennone, signore di guerrieri: "Odisseo, duro, lo devo dire,  stato il tuo rimprovero: mi hai colpito ben a fondo. Per non sono certo io a imporre ai figli degli Achei, senza il loro consenso, di tirar in mare le navi. Ma ora vorrei che uno facesse una proposta migliore di questa, giovane o anziano che sia. Io ne sarei ben felice."
	E tra loro parl Diomede, valente nel grido di guerra: "Eccola qua! Non abbiamo da cercarla a lungo, se siete disposti ad ascoltarmi, e non avete gelosia che sia il pi giovane tra voi. Anch'io vi ricordo, mi vanto di avere un padre valoroso: Tideo, s, che un tumulo di terra ricopre a Tebe. Ecco, sentite: a Porteo nacquero tre figli irreprensibili, e abitavano a Pleurone e nell'alta Calidone. Erano Agrio, Melante, ed Eneo condottiero di carri in guerra, il padre di mio padre: batteva in valore gli altri due. Ma lui, Eneo, rimaneva l a Calidone, invece mio padre si stabil in Argo, dopo aver girato per il mondo: cos, si vede, voleva Zeus, come pure gli altri dei. E qua sposava una delle figlie di Adrasto, abitava una casa ricca di ogni bene, aveva una quantit di terre e grano, con molti filari di piante all'intorno, e possedeva tanto bestiame. Era famoso tra tutti gli Achei per la sua lancia. Dovete averne sentito parlare:  la pura verit. Ecco, non potrete allora pensare a me come a uno di stirpe volgare e imbelle, e non tenere cos in conto la mia proposta esplicita:  buona, credetemi. Via, scendiamo in campo, anche se feriti!  una necessit. E l poi teniamoci lontano dalle stragi, fuori dei tiri. Eviteremo di ricevere ferita su ferita. Spingeremo nella mischia con i nostri appelli gli altri, quelli che da tempo, nella loro collera, se ne stanno in disparte senza battersi."
	Cos parlava: ed essi l'ascoltarono attenti e acconsentirono. Si avviavano dunque, camminava in testa Agamennone signore di guerrieri.
	Ma non faceva la guardia come un cieco il glorioso Ennosigeo: ecco, and da loro, aveva l'aspetto di una persona anziana. Afferrava la mano destra dell'Atride Agamennone, e gli rivolgeva parole: "Atride, ora s, sta' pur certo, quel maledetto Achille se la gode a mirare il massacro e la fuga degli Achei. Non ha senno, vedi, neppure un po'. Ma vada alla malora lui, e che un dio lo storpi! Con te invece non ce l'hanno affatto gli dei beati: anzi, son sicuro, leveranno ancora la polvere per la pianura i capi e i condottieri dei Troiani. E tu li vedrai con i tuoi occhi in rotta verso la citt, ben lontano dalle navi e dalle baracche."
	Cos parlava e cacci un grande urlo slanciandosi per il piano.
	Come gridano alto novemila o diecimila guerrieri in campo, quando si azzuffano con furia: cos era la voce che mand fuori dal petto il potente Ennosigeo. E mise in cuore agli Achei una grande forza per battersi e lottare senza tregua.
	Intanto Era, la dea dal trono d'oro, guardava in piedi l da una vetta dell'Olimpo, e subito lo riconobbe, in quel suo affannarsi attraverso la battaglia che d gloria agli eroi, il fratello e cognato. E ne aveva gioia in cuore. Poi scorse Zeus seduto sulla cima pi alta dell'Ida ricca di sorgenti, e le fu profondamente odioso.
	Rimaneva incerta allora l'augusta Era dai grandi occhi bovini, non sapeva come ingannare la mente di Zeus egioco. Alla fine questa le parve l'idea migliore: recarsi sull'Ida ben abbigliata in tutta la persona, e vedere se gli veniva voglia di giacersi con lei in amore, accanto al suo corpo. Cos poteva versargli un sonno beato e caldo sulle palpebre e sull'anima prudente.
	Si avvi alla sua stanza: gliel'aveva costruita suo figlio Efesto, agli stipiti della porta aveva adattato solidi battenti, con una serratura segreta. Nessun altro dio l'apriva.
	L dentro ella entrava, e chiuse la lucida porta. Dapprima con l'unguento degli dei rese netto il corpo incantevole da ogni sporco, e si unse abbondantemente con olio d'uliva, celestiale, fragrante, che lei stessa aveva profumato di essenze. Anche al solo agitarlo nella reggia di Zeus dalla soglia di bronzo, da ogni parte se ne spandeva l'odore sulla terra e in cielo.
	Ella se ne ungeva le membra leggiadre. Poi si pettinava i capelli con le proprie mani, e li arricci in buccole lucenti: erano bellissime divine gi dal capo immortale.
	Indossava una magnifica veste: gliel'aveva tessuta e lavorata - Atena, vi aveva messo molti ricami. E se l'agganciava al petto con fibbie d'oro. Si allacci alla vita una cintura adorna di cento fiocchi; s'infilava, nei fori dei lobi, gli orecchini di tre perle grosse come more: ne irraggiava una grande grazia.
	Si coperse, in testa, la divina tra le dee, con un velo splendido, nuovo: era di un candore abbagliante come il sole. Si leg alla fine gli eleganti calzari ai bei piedi.
	Quando fin di vestirsi e ornarsi tutta, si mosse fuori dalla sua camera e chiamava Afrodite in disparte dagli altri dei, le parlava : "Mi vuoi dar retta, figliola cara? Ho da dirti una cosa. O ti rifiuti subito e mi tieni il broncio, per la sola ragione che io do soccorso ai Danai e tu invece ai Troiani?"
	E a lei rispondeva allora la figlia di Zeus, Afrodite: "Era, dea veneranda, figlia del grande Crono, di' quello che hai in mente! Sono disposta a farlo, se posso fare e se  cosa da farsi."
	Allora parlava l'augusta Era con malizia: "Dammi ora l'intimit dell'amore e il fascino del desiderio, con cui tu sottometti tutti gli immortali e tutti gli uomini destinati a perire. Sai, devo andare ai confini della fertile terra a far visita ad Oceano, padre degli dei, e a Teti, loro madre. Son stati essi a nutrirmi con cura e ad allevarmi nella loro casa prendendomi dalle mani di Rea, al tempo che Zeus mise Crono sotto la terra e il mare deserto. Ora vado a trovarli, voglio por fine a dissapori insanabili. Vedi, da tanto tempo ormai non stanno pi insieme nella gioia dell'amplesso, tanta  la collera che li invade. E se riesco con le mie parole a persuaderli, e a spingerli a letto ad unirsi in amore, sarei poi sempre nominata da loro con simpatia e rispetto."
	Le rispondeva Afrodite amica del sorriso: "Non m' possibile, e neanche  giusto, ricusare la tua richiesta. Tu dormi, lo sappiamo, tra le braccia di Zeus, il dio pi potente."
	Disse, e si sciolse dal seno il nastro trapunto, adorno di varie figure, dove erano state messe tutte le seduzioni: l c'era la tenerezza dell'intimit, l'incanto dell'impazienza, il chiacchierio segreto e la dolce persuasione, che fa uscire di testa anche le persone molto assennate.
	Glielo mise in mano, le si rivolgeva e disse: "Tieni per ora! Mettiti in seno il nastro qui ricamato. C' dentro tutto. E ti assicuro, non ritornerai senza aver fatto quello che desideri tanto."
	Cos diceva. E prese a sorridere l'augusta Era dai grandi occhi bovini, e sempre ridente se lo pose allora al seno.
	Lei andava, Afrodite, la figlia di Zeus, in casa: Era invece in un volo lasci la vetta dell'Olimpo, e trascorrendo sulla Pieria e l'amena Ematia si lanci verso i monti nevosi dei Traci allevatori di cavalli, con le loro altissime cime, senza toccare terra coi piedi. Poi dall'Atos si diresse sopra il mare ondoso e giungeva a Lemno, la citt del divino Toante. Qui incontr il Sonno, fratello della Morte. Lo prese premurosa per mano, gli si rivolgeva e disse: "Sonno, signore di tutti gli dei e di tutti gli uomini, gi altre volte hai ascoltato la mia parola: cos dammi retta anche ora! E io te ne sar grata per sempre. Senti, addormenta, ti prego, gli occhi splendenti di Zeus sotto le loro sopracciglia, non appena io gli giaccio accanto in amore. Ecco, ti dar in dono un bel seggio, immune da rovina per sempre, tutto d'oro. Te lo far Efesto, mio figlio, s, l'Ambidestro, con molto lavoro. E nella parte inferiore ci applicher uno sgabello. Ci poserai sopra i bianchi piedi sedendo a banchetto."
	E a lei rispondeva il dolce Sonno: "Era, dea veneranda, figlia del grande Crono, chiunque altro degli dei sempiterni lo posso addormentare facilmente, anche se si trattasse delle correnti dell'Oceano, che pur  il padre di tutti gli immortali. Ma Zeus Cronide no, io non intendo n avvicinarlo n assopirlo, a meno che non me lo dica lui. Gi altra volta, ricordo bene, ubbidire a un tuo ordine m' servito di lezione: e fu il giorno che quell'animoso figlio di Zeus navigava da Ilio, dopo la distruzione della citt dei Troiani. S, allora io addormentai la mente di Zeus egioco, avviluppandolo con dolcezza. E tu intanto meditavi la sua rovina, suscitando raffiche di venti furiosi al largo. E lo hai sbattuto cos verso la popolosa citt di Cos, lontano da tutti i suoi. E lui, al suo risveglio, andava in bestia, e scaraventava di qua e di l per la sala gli dei. Ma pi di tutti cercava me. E mi avrebbe fatto scomparire buttandomi dal puro sereno del cielo in mare, se non mi salvava la Notte, sovrana signora degli dei e degli uomini. Da lei andai supplice nella mia fuga. E allora egli si ferm, pur con tutta la sua rabbia: aveva scrupolo e paura, sai, di far dispiacere alla Notte che cala improvvisa. Ed ecco, adesso ancora mi inviti a compiere quest'altra impresa disperata!" Gli rispondeva allora l'augusta Era dai grandi occhi bovini: "Sonno, perch hai tali pensieri? Credi forse che Zeus abbia voglia di aiutare i Troiani, e se la prenda come quando si arrabbi per suo figlio Eracle? Via, intendo darti in moglie una delle giovani Grazie. E sar chiamata tua sposa: Pasitea, s, che tu sempre desideri, tutti i giorni." Cos parlava. Era felice il Sonno, le rispondeva: "Su, giurami ora per l'acqua inviolabile dello Stige, e tocca con una mano la terra feconda e con l'altra il mare riscintillante! Cos ci saranno testimoni tutti gli dei di sotterra, intorno l a Crono. S, giura di darmi in moglie la pi giovane delle Grazie, Pasitea, che io mi sogno tutti i giorni di avere."
	Cos diceva. E prontamente acconsent la dea dalle bianche braccia Era, e giurava come lui voleva: invoc per nome tutti gli dei che sono sotto il Tartaro, e si chiamano Titani.
	Quando ebbe pronunciato il giuramento si mossero tutti e due lasciando la citt di Lemno e poi di Imbro. Erano vestiti di nebbia, facevano il viaggio di volo.
	Giunsero cos all'Ida ricca di sorgenti, madre di fiere, e precisamente a Letto, dove subito lasciarono il mare. Poi si avviavano per terra, le cime dei boschi si agitavano sotto i loro piedi.
	Allora il Sonno si ferm prima d'incontrare gli occhi di Zeus. Saliva su di un abete altissimo, che a quel tempo sull'Ida si levava gigante attraverso l'aria fino al puro sereno del cielo. Qui si pos, nascondendosi tra i rami della pianta, nell'aspetto dell'uccello canterino che vive sui monti, e gli dei chiamano "calcs", gli uomini invece "cimindi".
	Era intanto raggiungeva in fretta il Gargaro, una cima dell'alta Ida: e subito la scorse Zeus adunatore dei nembi. Appena la vide, una viva voglia gli avvolse la saggia mente, proprio come quando si erano uniti in amore la prima volta, andando a letto insieme, di nascosto dai genitori.
	Si rizz davanti a lei, le si rivolgeva e disse: "Era, dove intendi recarti, che sei venuta qui dall'Olimpo? Ecco, non hai a tua disposizione cavalli e cocchio su cui salire."
	E a lui rispondeva l'augusta Era con malizia: "Vado ai confini della fertile terra a far visita ad Oceano, padre degli dei, e a Teti, loro madre. Son stati essi, lo sai, a nutrirmi con cura e ad allevarmi nella loro casa. Ora vado a trovarli, voglio por fine a dissapori insanabili. Vedi, da tanto tempo ormai non stanno pi insieme in un letto d'amore, tanta  la collera che li invade. Ecco, i miei cavalli sono fermi alle falde dell'Ida, e mi trasporteranno sulla terra e sul mare. E adesso sono venuta qui dall'Olimpo per te. Non vorrei che te la prendessi con me un domani, se vado via cos, senza dirti niente, a casa dell'Oceano dalle correnti profonde."
	Le rispondeva Zeus, l'adunatore dei nembi: "Era, ci puoi andare laggi anche pi tardi. Ma ora, via, andiamo a giacere e godiamo l'amore. Mai, ti confesso, una voglia uguale per dea o donna mi  dilagata tanto a fondo in cuore qui nel petto, vincendomi. No, mai! Neanche quando mi piacque la moglie di Issione
che gener Piritoo, pari agli dei per senno;
o Danae dalle leggiadre caviglie, la figliola di Acrisio,
che ebbe Perseo, insigne fra tutti gli eroi;
o la figlia di Fenice dall'ampia rinomanza,
che diede alla luce Minosse e Radamanto simile a un dio;
o Semele e Alcmena l in Tebe:
e una mi don Eracle, un figlio intrepido e forte,
l'altra, Semele, mise al mondo Dioniso, gioia dei mortali;
o Demetra sovrana dalle belle chiome
o la gloriosa Latona, per non dire di te. Tanto ora t'amo e un dolce desiderio mi prende!"
	E a lui rispondeva l'augusta Era con malizia: "Potente Cronide, ma cosa dici! Vuoi giacere in amore sulle cime dell'Ida, qui dove si vede tutto? Che figura, se uno degli dei ci scorge coricati, e va l dagli altri a riferire! Non oserei rientrare nella tua reggia, levandomi da questo giaciglio: sarebbe una sconvenienza. Ma se proprio sei disposto e ti fa piacere, ecco, hai una camera, te l'ha fabbricata tuo figlio Efesto, e ha adattato agli stipiti della porta solidi battenti. Andiamo a stenderci l, se ti  caro il letto."
	Le rispondeva Zeus, l'adunatore dei nembi: "Era, non aver paura! Nessuno ci vedr, n degli dei n degli uomini. Ci penso io, sta' pur certa, a mettere intorno una spessa nube d'oro. E non ci potr adocchiare, attraverso quella, neanche il Sole, che ha una luce acuta e penetrante per vedere."
	Disse: e prendeva, il figlio di Crono, tra le braccia la sua sposa. E sotto di loro la terra divina faceva spuntare tenera erba, trifoglio fresco di rugiada, croco, e giacinto folto e morbido che li teneva su dal nudo suolo. Tra quei fiori si giacevano, avvolti dalla nube bellissima, d'oro: ne crollavano gi brillando gocce di pioggia.
	Cos l, tranquillo, dormiva il Padre sulla cima del Gargaro, vinto dal sonno e dall'amore: stringeva tra le braccia la moglie.
	Si avvi di corsa allora il dolce Sonno alle navi degli Achei, a riferire la notizia all'Ennosigeo, lo Sposo della Terra. Gli si metteva vicino, gli rivolgeva parole: "Aiuta pure ora senza riguardi, o Posidone, i Danai, e dagli la vittoria anche per poco, intanto che Zeus  immerso ancora nel sonno. Sai, l'ho avvolto io in un molle torpore. stata Era a indurlo a giacere in amore, con furbizia."
	Cos diceva, e se n'and tra le stirpi degli uomini, l'aveva spinto ancor pi a soccorrere i Danai.
	Subito, d'un balzo, tra le prime file ordinava a gran voce: "Argivi, dobbiamo lasciare, ancora un'altra volta, la vittoria al Priamide Ettore? Volete che prenda la flotta e si procuri gloria? Ma lui va proclamando cos, con aria di trionfo, per la sola ragione che Achille se ne sta accanto alle navi, con la sua collera. Ma neanche di Achille si sentir la mancanza, se gli altri qua, noi tutti, s, andiamo a gara a darci una mano a vicenda. Via allora, seguiamo tutti i miei ordini! Copritevi con gli scudi migliori in campo, i pi larghi! Cacciatevi in testa elmi fiammanti, impugnate le aste pi lunghe, e avanti! Io sar alla vostra testa. E non resister, ve l'assicuro, Ettore il Priamide pur con tutta la sua furia. Ma se un guerriero  intrepido ed ha uno scudo piccolo a tracolla, lo dia ad uno da meno, e lui si metta dietro un altro pi grande."
	Cos parlava. E loro l l'ascoltarono attenti e ubbidirono. E a ordinarli a battaglia attendevano anche i re, se pur feriti: il Tidide, Odisseo e l'Atride Agamennone. Passavano via via da tutti e gli facevano cambiare le armi: il prode prendeva quelle buone, e dava le scadenti ad uno meno valoroso. E quando si furono rivestiti del lustro bronzo, presero ad avanzare. Camminava in testa Posidone l'Ennosigeo, e stringeva con la mano gagliarda una spada dalla lunga punta, terribile, simile al lampo. Non ci si poteva accostare nella feroce mischia: faceva paura di per se stessa tenendo lontano i guerrieri.
	I Troiani, dall'altra parte, li ordinava lo splendido Ettore.
	E allora suscitavano il pi violento scontro della guerra, qui Posidone dalla chioma azzurra, e l il nobile Ettore: l'uno in soccorso dei Troiani, l'altro degli Argivi. Si rovesciava, agitato, il mare contro le baracche e le navi degli Argivi: e gli eserciti si affrontarono con un enorme clamore.
	N un'ondata del mare grida tanto forte urtando contro terra, se dal largo viene sospinta da una raffica selvaggia di Borea; n cos grande  lo strepito di un incendio che divampa tra le valli di una montagna, quando si mette a bruciare una boscaglia; n il vento urla cos, investendo le querce dalle alte foglie, nei momenti di collera con i suoi lunghi mugghi; come era il vociare dei Troiani e degli Achei nel levar il loro tremendo grido di guerra, quando si buttarono addosso gli uni agli altri.
	Il primo a tirare era lo splendido Ettore. Scagli la sua lancia su Aiace che gli si era rivolto contro, e non manc di colpirlo l dove i due cinturoni, a tracolla, gli si incrociavano sul petto, uno per appendervi lo scudo e l'altro la spada dalle borchie d'argento. Questi allora gli protessero la tenera carne.
	Si arrabbiava Ettore al vedersi l'arma aguzza partir a vuoto di mano, e si ritraeva indietro fra la turba dei suoi volendo evitare la morte.
	Ma allora, mentre si ritirava, il grosso Aiace Telamonio gli lanci addosso un macigno: ce n'erano tanti l, servivano da sostegno alle navi, e rotolavano tra i piedi dei combattenti. Ecco, ne aveva sollevato uno, e lo percoteva al petto, di sopra all'orlo dello scudo, vicino al collo. E con quel colpo lo fece girare come una trottola: correva intorno da ogni parte.
	Come quando, all'urto del fulmine di Zeus padre, cade a terra una quercia da cima a fondo, e ne viene un odore atroce di zolfo: e non gli rimane pi coraggio a chi  spettatore da vicino, tanto tremenda  la folgore del grande Zeus: cos d'un tratto s'abbatt nella polvere il forte Ettore. Lasci andare la lancia di mano, scudo ed elmo gli crollavano addosso, gli risonavano all'intorno le armi di bronzo, adorne di fregi.
	Con alte grida gli correvano addosso i figli degli Achei, sperando di trascinarlo via, e tiravano una massa di lance. Ma nessuno riusc a ferire, da vicino o a distanza, il pastore di popoli. Prima gli si erano piantati a difesa Polidamante, Enea, e il divino Agenore, e in oltre Sarpedone condottiero dei Lici e l'irreprensibile Glauco. E degli altri nessuno si disinteress di lui, ma gli tennero davanti gli scudi rotondi. E allora i suoi lo sollevavano a braccia e lo portavano fuori dalla mischia. Giunse cos dai veloci cavalli, che stavano dietro la lotta e la battaglia, con l'auriga e il carro variato di intarsi. Ed essi lo trasportavano verso la citt fra alti lamenti.
	Ma quando arrivarono al guado del fiume dalla bella corrente, al Santo vorticoso di cui  padre Zeus immortale, allora lo posavano gi dal carro a terra, e gli versarono dell'acqua in faccia.
	Lui riprese i sensi e lev gli occhi in su: poi si metteva in ginocchio a vomitare sangue nero. Ricadde indietro di nuovo sul suolo, una fosca notte gli coperse gli occhi. Il colpo ricevuto gli fece perdere ancora la conoscenza.
	Quando gli Argivi videro Ettore allontanarsi, si buttarono con ardore addosso ai Troiani, e non pensavano che a battersi.
	Allora, primo avanti agli altri, il veloce Aiace d'Oileo feriva d'un balzo, con l'asta di frassino, Satnio l'Enopide: l'aveva generato, a Enope, una ninfa irreprensibile delle sorgenti, quando pascolava le sue bestie lungo le rive del Satnioente.
	E il figlio di Oileo, famoso per la lancia, gli si fece sotto, e lo colpiva al ventre. Quello cadde rovescioni, e intorno a lui Troiani e Danai ingaggiarono una furiosa lotta.
	Ma scattava alla riscossa, agitando l'asta, Polidamante il Pantoide, e raggiunse alla spalla destra Protoenore figlio di Areilico. Da parte a parte and la robusta lancia. E lui crollava nella polvere, e ghermiva il terreno con le mani. Polidamante allora ne menava vanto ferocemente, con un lungo urlo: "No, non  saltata via a vuoto l'arma, come pare, dalla forte mano del figlio di Pantoo! Uno degli Achei se l' presa nella carne. E ci si pu appoggiare, penso, nello scendere gi alla casa di Ade!"
	Cos diceva. E agli Argivi venne dolore, a quella vanteria. Ma specialmente il battagliero Aiace Telamonio ebbe un sussulto al cuore: era caduto, Protoenore, proprio accanto a lui.
	Pronto allora tir addosso a Polidamante, mentre andava via, la lancia lucente. L'altro scans il nero destino di morte balzando dilato. Riceveva il colpo il figlio di Antenore, Archeloco: a lui gli dei avevano destinato la fine. L'arma lo colse dove si congiungono il collo e la testa, all'ultima vertebra, e recise entrambi i tendini. E nel cadere gi, sbatteva a terra con il capo, la bocca e il naso, prima assai che con le gambe e le ginocchia.
	E Aiace gridava a sua volta all'irreprensibile Polidamante: "Pensaci su, Polidamante, e poi dimmi la verit! Il guerriero qui non vale la vita di Protoenore? Non mi d l'idea di un uomo comune e di umili natali, ma o  il fratello di Antenore domatore di cavalli o un suo figlio. Ha tutti i tratti, vedo, della famiglia."
	Disse, e sapeva bene chi era: il dolore strinse l'animo dei Troiani.
	Allora Acamante colpiva con la lancia Promaco beota, piantandosi in difesa del fratello caduto: l'altro cercava di tirarlo via per i piedi.
	Acamante allora ne menava vanto ferocemente, con un lungo urlo: "Argivi, buoni solo a gridare, che non siete mai stanchi di fare gli spacconi! Vedete, non saremo noi soli ad aver pene e guai, ma restate uccisi cos, una buona volta, anche voi. Guardate qua come dorme il vostro Promaco! L'ho abbattuto io con la mia asta, non volevo che il conto di mio fratello restasse a lungo in sospeso. Per questo, ognuno si augura che gli resti nella casa un parente, a vendicare la sua morte."
	Cos parlava. E agli Argivi venne dolore a quel vanto, e specialmente il bellicoso Peneleo ebbe un sussulto al cuore. Si avventava contro Acamante: ma questi non attese l'attacco del re Penelo. E cos feriva Ilioneo figlio di Forbante dai molti greggi, che Ermes aveva molto caro tra i Troiani, e gli dava la ricchezza.
	Era figlio unico, Ilioneo. E allora Peneleo lo colp sotto il sopracciglio, nell'orbita dell'occhio, e gli cav la pupilla. La lancia andava a fondo, e trapass la nuca. E lui si accasciava con entrambe le braccia stese. Ed ecco, Peneleo estraeva la spada acuta, gli diede un fendente al collo, in pieno, e gli butt a terra la testa con l'elmo. L'asta robusta era ancora dentro la cavit dell'occhio: e lui la sollev cos in aria che parve un papavero, e la mostrava ai Troiani. Diceva con aria di trionfo: "Andate a dire, o Troiani, per favore, al padre e alla madre del nobile Ilioneo, di levar il lamento in casa! Vedete, neanche la sposa di Promaco figlio di Alegenore avr la gioia del ritorno di suo marito, quando ce n'andremo dalla terra di Troia con le navi, noi giovani achei."
	Cos diceva. E a tutti l, il tremito gli prese le ginocchia. Ognuno cerc con lo sguardo dove poter sfuggire alla morte. E ora ditemi, o Muse che avete la casa sull'Olimpo, chi fu il primo degli Achei a togliere all'avversario le spoglie sanguinose, dal momento che il glorioso Ennosigeo pieg la battaglia in loro favore.
	Ecco, Aiace Telamonio colp per primo Irzio il Girziade, condottiero dei Misi coraggiosi e forti.
	Antiloco ammazz Falce e Mermero.
	Merione trucidava Mori e Ippozione.
	Teucro abbatt Protoone e Perifate.
	L'Atride Menelao poi feriva al ventre Iperenore pastore di popoli: il bronzo entrava negli intestini con una improvvisa lacerazione. Dalla piaga aperta l'anima pronta fugg via, l'ombra coperse i suoi occhi.
	Moltissimi ne fece fuori il veloce figlio di Oileo: non c'era uno uguale a lui nell'inseguire di corsa guerrieri in rotta, quando Zeus suscitava il panico tra loro.

/:/LIBRO XV



	Quando poi, in piena rotta, passarono di l della palizzata e del fosso, e molti furono abbattuti sotto le braccia dei Danai, allora si trattenevano e si fermavano presso i carri, verdi dalla paura, sgomenti. Ed ecco che Zeus si svegli sulla cima dell'Ida, al fianco di Era dal trono d'oro. Fu d'un balzo in piedi. E scorse Troiani e Achei: gli uni travolti in fuga, e gli altri, gli Argivi, alle spalle, a dargli addosso, e in mezzo a loro Posidone sovrano. E nella pianura vide l Ettore steso a terra, e intorno a lui stavano i compagni: ed egli respirava penosamente con affanno, era privo di sensi, aveva ancora sbocchi di sangue. Non l'aveva colpito certo il pi fiacco degli Achei!
	A guardarlo, ne ebbe piet il padre degli uomini e degli dei, e con un'occhiata terribile, torva, disse ad Era: "Ah, s, sei stata tu, femmina impossibile, con la tua malizia, il tuo inganno, o Era, a metter fuori combattimento il divino Ettore, e a cacciar in fuga le sue truppe. Ma sarai tu la prima, prevedo, a godere i frutti della tua trama e dei guai qui, a suon di frustate. Di', non ricordi pi quando rimanesti appesa nello spazio? Ti attaccai due incudini ai piedi, e intorno alle braccia ti strinsi forte un nodo con una corda d'oro, infrangibile: e stavi sospesa l tra il puro sereno del cielo e le nubi. E gli dei, sai, fremevano di rabbia nell'alto Olimpo, ma non potevano accostarsi e slegarti. Se ne sorprendevo uno, l'avrei ghermito e scaraventato gi dalla soglia celeste: e arrivava a terra sfinito! Ma neanche cos mi abbandonava, di dentro, il dolore violento che avevo per Eracle divino. S, eri tu insieme col vento Borea a persuadere le procelle, e a sbalzarlo su per il mare deserto: meditavi la sua rovina. E lo sbattesti allora fin alla popolosa Cos. Lo trassi in salvo di l io e lo rimenai ad Argo, pur dopo tante tribolazioni. Ecco, tutto questo te lo voglio rammentare perch tu la smetta con i tuoi tiri. E vedrai se ti  d'aiuto il letto d'amore in cui sei venuta a unirti con me, lontano dagli dei, solo per ingannarmi!"
	Cos diceva. Ed ebbe un brivido Era dai grandi occhi bovini, e a lui rivolgeva parole: "Sia ora qui testimone la Terra e il Cielo ampio di sopra, e l'acqua del fiume Stige che scorre sotterra, ed  il giuramento pi solenne e terribile, questo, per gli dei beati: e ancora il tuo sacro capo e lo stesso nostro letto nuziale, per cui non oserei mai giurare il falso! No, non  per mia volont che Posidone l'Ennosigeo bistratta i Troiani ed Ettore, e soccorre gli altri l, ma agisce probabilmente di suo impulso e di sua iniziativa: ha visto gli Achei in difficolt vicino alle navi, e ne ha avuto compassione. Del resto, credimi, son qui pronta a consigliare anche a lui, o signore delle nuvole nere, di mettersi sulla tua stessa strada, come vuoi."
	Cos parlava. E sorrise il padre degli uomini e degli dei, e a lei rispondendo diceva: "Oh, magari, augusta Era dai grandi occhi bovini, fossi ormai d'accordo con me nel consesso degli dei! Allora Posidone, pur con le sue mire diverse, cambierebbe subito idea in ossequio ai nostri voleri. Ma se tu mi fai tale proposta a cuore aperto e sincero, vai ora tra gli dei e fa' venire qui Iride e Apollo, l'arciere glorioso. Voglio che lei si rechi tra l'esercito degli Achei vestiti di bronzo, e dica a Posidone sovrano di lasciar il campo di battaglia e di far ritorno al suo palazzo. Febo Apollo invece deve spronare Ettore alla lotta, infondergli di nuovo energia, fargli scordare i dolori che ora lo abbattono nel profondo. Cos lui caccer ancora indietro gli Achei, suscitando in mezzo a loro la vigliacca smania di scappare. Ed essi in rotta si getteranno tra le navi del Pelide Achille. E questi mander in campo il suo compagno Patroclo. E lo splendido Ettore l'uccider con la lancia davanti ad Ilio, ma dopo lo sterminio di tanti giovani troiani, e tra gli altri anche di mio figlio, il divino Sarpedone. Ma nella rabbia per la perdita dell'amico, il grande Achille ammazzer Ettore. Ecco, da allora in poi, credimi, procurer il ritorno offensivo: partir dalle navi il contrattacco via via senza mai sosta, fino al giorno che gli Achei abbatteranno l'alta Ilio con l'aiuto di Atena. Per ora non intendo deporre il mio sdegno, e non posso permettere che qualcuno degli immortali aiuti qui i Danai. Prima sar data al Pelide piena soddisfazione, come gli ho promesso confermando con un cenno del capo, il giorno che la dea Tetide mi tocc supplice le ginocchia, implorandomi di dar onore ad Achille distruttore di citt."
	Cos diceva e prontamente ubbid la dea dalle bianche braccia Era, e dalle cime dell'Ida si moveva verso l'alto Olimpo.
	Come quando si lancia a volo il pensiero di uno che ha girato gran parte del mondo, e rimugina lucido dentro di s: "Oh, se fossi laggi! o l" e fa tanti progetti: rapida cos trasvol nella sua impazienza l'augusta Era.
	Giunse all'alto Olimpo, e trov riuniti gli dei immortali nella casa di Zeus. Essi, a vederla, sorsero d'un tratto tutti in piedi, e la salutarono levando le coppe.
	Lei lasciava da parte gli altri e prese la tazza di Temide dalle belle guance: era stata la prima ad andarle di corsa incontro e le rivolgeva parole: "Era, come mai sei qui? Hai un'aria stravolta. Oh, me l'immagino, ti deve aver fatto paura il figlio di Crono, tuo marito!"
	E a lei rispondeva allora la dea dalle candide braccia, Era: "Non farmi domande, dea Temide! Lo sai anche tu che cuore prepotente e duro ha lui. Via, tu continua a presiedere nella sala alla mensa comune degli dei! Sentirai qui, insieme agli altri immortali, che brutte faccende Zeus ci annuncia. E vi assicuro che non proprio tutti avranno di che star allegri, n mortali n dei, anche se qualcuno banchetta ancora adesso di buon umore."
	Cos lei parlava e si metteva a sedere, l'augusta Era.
	Si trovarono a disagio gli dei nella casa di Zeus. Ella sorrideva a fior di labbra: ma la fronte sulle brune sopracciglia non si rasseren. Diceva l a tutti, nella sua indignazione: "Poveri ingenui che siamo, ad avercela con Zeus! Che stupidi! S,  vero, siamo ancora ben risoluti ad affrontarlo, e a farlo smettere o con le buone o per forza. Ma lui siede l, da solo, e non se ne cura n si turba. Pensa, vedete, di essere tra gli dei immortali il pi potente, senza paragone, per robustezza e vigoria. Perci tenetevi uno per uno i guai che vi manda! Ecco, ormai per ora, penso,  toccata ad Ares la disgrazia! Gli  morto, sapete, in battaglia, il figlio, il pi caro degli uomini: Ascalafo, s! Lui dice, il gagliardo Ares, che  proprio suo."
	Cos parlava. E allora Ares si batt le cosce robuste con le palme delle mani, e singhiozzando diceva: "Non arrabbiatevi adesso con me, o abitatori dell'Olimpo! Voglio andare alle navi degli Achei a vendicare la morte del figlio, anche se  mio destino di venire colpito dal fulmine di Zeus, e di cadere l tra i cadaveri nel sangue e nella polvere."
	Cos diceva e ordinava a Deimos e Fobos di attaccare i cavalli: poi indossava le sue armi luccicanti.
	E allora ci sarebbe stata, da parte di Zeus, contro gli immortali, uno scoppio di collera e un risentimento ancor pi gravi e violenti, se Atena, vivamente in pensiero per tutti gli dei, non fosse corsa attraverso il vestibolo lasciando il suo seggio. Ecco, gli tolse l'elmo di testa e lo scudo da tracolla, e pos via la lancia di bronzo strappandogliela dalla forte mano. Poi strapazzava cos l'impetuoso Ares: "Un matto furioso sei, un insensato. Hai perso la testa. Si vede proprio che non hai orecchi per sentire, ti  andato via il cervello e il senso della dignit. Ma non hai inteso le parole di Era, che  venuta adesso adesso via da Zeus Olimpio? O vuoi andar incontro a un mucchio di guai, e poi far ritorno per forza all'Olimpo, pur con tutto il tuo cruccio? e a noi altri qui procurare un grosso malanno? Subito, sai, lascer l Troiani e Achei, e verr all'Olimpo a metterci a soqquadro. S, abbrancher via via chi ha colpa e chi no. Perci deponi ora, ti prego, lo sdegno per tuo figlio! Pi d'uno, vedi, ben migliore di lui per vigoria di braccia,  stato ucciso - e cos sar in avvenire.  difficile, lo sai, salvare la discendenza e i figli di tutti gli uomini."Cos parlava, e fece sedere l'impetuoso Ares nel suo seggio. Era allora chiam fuori dalla sala Apollo e Iride messaggera degli dei immortali, e rivolgeva loro queste parole: "Zeus vi comanda di andare sull'Ida al pi presto. E una volta l, dinanzi a lui, farete quanto vi ordina e impone." Cos lei diceva, l'augusta Era, e ritornava indietro: si sedeva sul suo seggio. E loro due si lanciarono a volo.
	Giunsero all'Ida ricca di sorgenti, madre di fiere, e trovarono il Cronide, dall'ampia voce di tuono, assiso sulla cima del Gargaro. Lo avvolgeva la nuvola odorosa.
	Al loro arrivo, si fermarono davanti a Zeus adunatore dei nembi. E lui, a scorgerli, non and in collera: subito avevano ubbidito agli ordini di sua moglie. E a Iride, per prima, rivolgeva parole: "Vai, su, Iride, e a Posidone sovrano riferisci ogni cosa qui, da leale messaggera. Imponigli di lasciare il campo di battaglia e di andarsene tra gli dei immortali o dentro il mare divino. Ma se non intende dar retta ai miei comandi e non ci fa caso, ci pensi su bene allora! E stia attento a non aver l'ardire di tener testa al mio assalto, pur gagliardo com'! S, lo dico chiaro, di forza gli sono assai superiore, e poi son nato prima. E lui invece non ha ritegno a credersi mio uguale, quando anche altri cercano di scansarmi."
	Cos parlava e prontamente ubbidiva la celere Iride dai piedi di vento, e si avvi gi dalle vette dell'Ida verso la santa Ilio.
	Come quando dalle nubi precipita la neve o la grandine fredda gelida, sotto la furia di Borea figlio dell'Etere: rapidamente cos, nella sua impazienza, trasvol la celere Iride. Si accostava al glorioso Ennosigeo e disse: "Son venuta qui a recarti, o Sposo della Terra dalla chioma azzurra, un messaggio da parte di Zeus egioco. Ecco, ti ordina di lasciare la battaglia e di andartene tra gli dei immortali o dentro il mare divino. Ma se tu non intendi dar retta ai suoi comandi e non ci fai caso, minaccia di venire lui qua, ad affrontarti in campo: e ti consiglia in tal caso di scansare le sue mani, perch, dice, di forza ti  assai superiore, e poi  nato prima. Tu invece non hai ritegno a metterti alla pari con lui, quando anche altri ne hanno paura."
	E a lei, vivamente irritato, rispose il glorioso Ennosigeo: "Ah, s,  potente, lo riconosco: ma ha parlato da arrogante. Io gli sono uguale, e lui vuol legarmi le mani con la forza, a mio dispetto. Noi siamo, lo sai, in tre fratelli, figli di Crono, e nostra madre  Rea: Zeus, io, e poi Ade signore dei morti. E in tre parti  diviso il mondo, e ognuno di noi ha ottenuto il suo regno. Cos, nel tirar a sorte, a me  toccato di abitare per sempre il mare biancheggiante, Ade ebbe l'oscurit nebbiosa, e Zeus il cielo ampio con il puro sereno e le nubi. Rimane tuttora in comune la terra e l'alto Olimpo. Per ci non intendo proprio vivere come vuole Zeus, ma pur con tutta la sua forza se ne stia quieto nella sua parte di dominio - la terza. E non creda di farmi paura con le sue braccia, come se io fossi uno da poco. Farebbe meglio, sai, a sgridare con i suoi violenti insulti le figlie e i figli: e loro obbediranno certo ai suoi ordini, volenti o nolenti."
	Gli rispondeva allora la celere Iride dai piedi di vento: "Di', devo proprio portare a Zeus, o Sposo della Terra dalla chioma azzurra, la tua risposta qui, tanto brusca e dura? O cedi un po'? I forti, vedi, si arrendono alle circostanze. Lo sai che le Erinni si accompagnano sempre ai pi anziani."
	E a lei replicava Posidone l'Ennosigeo: "Dea Iride, hai parlato qui bene.  gi una fortuna quando un messaggero  saggio e giusto. Ma un vivo dolore, ecco, mi penetra nel profondo del cuore: senti, io gli sono pari di diritto, ho la stessa sua sorte, e lui pretende di rimbrottarmi aspramente con parole di collera! Ma s, per ora, se pur con rabbia, ceder. Ti voglio per dire una cosa e la minaccio sul serio: se lui, a dispetto mio e di Atena predatrice, a dispetto di Era, di Ermes e di Efesto sovrano, intende risparmiare l'alta Ilio e non vuol distruggerla e dare cos vittoria intera agli Argivi, lo sappia bene: tra noi due ci sar un rancore insanabile."
	Cos diceva l'Ennosigeo e lasciava l'esercito acheo: andava ad immergersi nel mare. E subito i guerrieri achei sentirono la sua assenza.
	E allora diceva ad Apollo l'adunatore dei nembi, Zeus: "Va' ora, caro Febo, da Ettore armato di bronzo! Ormai, vedi, l'Ennosigeo Sposo della Terra se n' andato nel mare divino, evitando cos la mia collera violenta. Ti assicuro, avrebbero avuto notizia della lotta persino gli altri dei che sono sotto terra, intorno a Crono! Ma  stato molto meglio cos, per me e per lui, che si sia ritirato, anche se con rabbia, davanti alle mie mani. Non sarebbe finita, credi, senza grossi guai. Via, tu imbraccia l'egida con le sue frange, e squassala forte, mettendo in rotta gli Achei! E poi provvedi tu, o Arciere, allo splendido Ettore! Ecco, risveglia in lui una grande energia, fino a quando gli Achei arriveranno in fuga alle navi e all'Ellesponto. Da quel momento ci penso io a intervenire con la mia opera e con suggerimenti: e gli Achei potranno tirar il fiato dopo la battaglia accanita."
	Cos parlava: e prontamente Apollo ubbidiva al padre. Si avvi gi dalle cime dell'Ida e parve nel volo uno sparviero, lo scattante sterminatore di colombi selvatici, il pi veloce degli uccelli.
	Trovava il figlio del saggio Priamo, il divino Ettore, seduto a terra, non pi disteso: aveva da poco ripreso i sensi, e riconosceva i suoi compagni. Era scomparso il respiro affannoso e il sudor freddo, lo rianimava la provvida mente di Zeus egioco.
	Gli si accostava Apollo arciere e diceva: "Ettore, figlio di Priamo, perch te ne stai in disparte, lontano dagli altri, accasciato cos? Hai avuto un qualche malore?"
	E a lui rispondeva Ettore, ancora senza forze: "Ma chi sei tu, o potente, degli dei, che me lo domandi qui faccia a faccia? Non hai inteso che davanti alle poppe delle navi achee, mentre facevo strage dei suoi, Aiace mi tir al petto un macigno, e ha messo cos fine alla mia lotta impetuosa? Pensavo proprio di andare oggi tra i morti, nella casa di Ade, tanto, ti confesso, mi sentivo mancare il cuore."
	Gli rispondeva il sovrano arciere Apollo: "Animo, ora! Potente  il soccorritore che il Cronide ti ha inviato dall'Ida, ad assisterti e a darti aiuto. S, sono Febo Apollo, il dio dalla spada d'oro, che gi da tempo ti proteggo, te e la tua citt. Via, incita ora i guidatori dei carri, in folla, a lanciare i cavalli verso le navi! Io muover davanti a spianargli la strada da un capo all'altro e caccer in fuga i guerrieri achei."
	Cos diceva e gli mise addosso, a quel pastore di popoli, una grande energia.
	Ed ecco, sembr un cavallo stallivo ben pasciuto d'orzo alla greppia, quando rompe all'improvviso la corda, e corre fuori galoppando per la pianura, abituato com'era a bagnarsi nelle belle acque di un fiume: fiero e superbo, tiene eretta la testa, la criniera gli si agita sulle spalle intorno: e nella baldanza della sua splendida forza, lo portano le gambe di gran carriera verso i pascoli consueti e familiari. Proprio cos Ettore moveva rapidi i piedi e le ginocchia, a spronare i condottieri dei carri, non appena sentita la voce del dio.
	Come quando a un cervo di alte corna o a una capra selvatica danno la caccia cani e campagnoli: ma una rupe scoscesa o un bosco ombroso salva la fiera, non era destino per loro prenderla: e a quelle grida, ecco comparire un leone dalla folta giubba sulla loro strada, e in un attimo li fa scappare, pur risoluti quali sono: cos i Danai, fino a quel momento, inseguivano in massa, senza tregua, e andavano colpendo con le spade e le lance a due punte. Ma quando videro Ettore muoversi tra le file dei guerrieri, si spaurirono, e a tutti gli cadde il morale a terra.
	E allora parlava Toante, figlio di Andremone, il pi prode senz'altro degli Etoli: era bravo nel maneggiare la lancia e valente nel combattimento a pi fermo. Nell'assemblea generale ben pochi degli Achei lo battevano, quando i giovani discutevano le proposte.
	In mezzo a loro, da saggio, prese la parola e disse: "Ah,  un grande prodigio questo che vedo sotto i miei occhi! Ecco, di nuovo ancora Ettore  risuscitato, sfuggendo alle dee della morte. E dire che ciascuno in cuor suo sperava che fosse perito per mano di Aiace Telamonio! Ma anche stavolta qualcuno degli dei l'ha protetto e salvato, questo Ettore, che ha gi rotto le ginocchia a tanti Danai. E cos sar anche oggi, penso. Vedete, non senza il volere di Zeus tonante  l in prima linea, con tanta furia battagliera. Via, allora, seguiamo tutti la mia proposta! Al grosso dell'esercito ordiniamo di far ritorno alle navi. Noi invece, quanti siamo i pi valorosi in campo, stiamo qui saldi! E vediamo se ci riesce di contenerne sulle prime l'assalto, e tenergli testa con le lance puntate. Cos, penso, lui avr paura, pur deciso com', a cacciarsi in mezzo alla calca dei Danai."
	Cos parlava: ed essi l'ascoltarono attenti e ubbidirono. E l, intorno ad Aiace e al re Idomeneo, intorno a Teucro, a Merione e a Megete uguale ad Ares, ecco che riorganizzavano la battaglia chiamando i pi prodi, per far fronte ad Ettore e ai Troiani. E dietro a loro il grosso dell'esercito si ritirava verso le navi.
	I Troiani attaccarono in massa: li guidava Ettore camminando a gran passi. Davanti a lui veniva Febo Apollo, vestito di una nube, e reggeva l'egida nell'assalto: orrida era, vellosa intorno, tutta balenii. Il fabbro degli dei, Efesto, l'aveva data da portare a Zeus, per disperdere gli uomini in campo. E allora l'imbracciava lui, in testa alle schiere.
	Gli Argivi sostennero l'urto tutti serrati, si lev acutissimo il grido di guerra da entrambe le parti. Guizzavano i dardi dalle corde degli archi, tante lance partivano da ardite braccia, e alcune si conficcavano in corpo a giovani combattivi, molte anche finivano a mezza strada prima di sfiorare la bianca pelle, a terra, l, avide com'erano di addentare carne.
	Finch Febo Apollo teneva l'egida senza agitarla, volavano i tiri da tutt'e due le parti, e cadevano uomini. Ma quando si mise a squassarla fissando in faccia i Danai, e mand un lungo urlo, ecco a loro l fiacc d'incanto il morale. Non pensavano pi a una resistenza accanita.
	Era come quando due belve mettono in scompiglio una mandria di buoi e un grosso gregge di pecore, a notte fonda, piombando all'improvviso in assenza del guardiano. Cos furono sgominati gli Achei, ormai senza pi forze. Apollo aveva gettato tra loro il panico, e dava gloria ai Troiani e a Ettore.
	Allora il guerriero uccideva il guerriero, si sparpagliava qua e l la lotta.
	Ecco, Ettore ammazz Stichio e Arcesilao: uno era il capo dei Beoti dalle tuniche di bronzo, l'altro il fedele compagno d'armi del magnanimo Menesteo.
	Enea atterr Medonte e Iaso. Il primo era figlio illegittimo del divino Oileo, e fratello di Aiace: abitava a Filace, lontano dalla terra dei padri, per aver ammazzato un uomo, proprio il fratello della matrigna Eriopide, sposata con Oileo. Iaso poi era un capo degli Ateniesi: veniva chiamato figlio di Sfelo il Bucolide.
	Polidamante abbatt Mecisteo, Polite poi al primo scontro Echio: il divino Agenore fece fuori Clonio.
	Paride colp Deioco in cima alla spalla, di dietro, mentre fuggiva in mezzo ai combattenti della prima linea, e gli cacci la punta di bronzo da parte a parte.
	E intanto che loro l spogliavano delle armi i caduti, gli Achei andavano a sbattere in fondo alla fossa e contro i pali nella loro fuga disordinata, e dovettero valicare il muro per forza.
	Allora Ettore spron i Troiani con un lungo urlo: "Alle navi! Avanti! Lasciate l le spoglie insanguinate! Se vedo uno, vi avviso, lontano dalla flotta, da un'altra parte, gli do su due piedi la morte. E non avr l'onore del rogo dai congiunti, uomini e donne, ma lo dilanieranno i cani davanti alla nostra citt."
	Cos diceva e cal gi dall'alto della spalla la frusta sui destrieri, incitando i Troiani di schiera in schiera. E tutti insieme a lui lanciavano, tra grida, i cavalli con i carri dietro, in un frastuono straordinario.
	Davanti l, Febo Apollo faceva senza sforzo crollare coi piedi gli argini della fossa profonda, buttando la terra nel mezzo, e formava cos un ponte di passaggio, lungo e bel largo - la gittata di una lancia, quando un guerriero con i suoi tiri d prova della propria forza.
	E per quella via si riversarono a schiere compatte, alla testa era Apollo con l'egida preziosissima.
	Abbatteva il muro degli Achei con grande facilit, come quando un bambino in riva al mare si costruisce i propri giochi nella sua ingenuit, e poi disfa tutto con piedi e mani per semplice divertimento.
	Cos tu, saettante Febo, rovesciavi il lungo faticoso lavoro degli Argivi, e gli mettevi addosso la smania della fuga. Ecco, si trattenevano e si fermavano presso le navi. Si chiamavano l'un con l'altro e con le braccia levate rivolgevano vive preghiere, ognuno per suo conto, a tutti gli dei. E in particolare pregava Nestore il Gerenio, guardiano degli Achei, tendendo le braccia verso il cielo: "Zeus padre, se mai in Argo, ricca di frumento, qualcuno ti ha bruciato grasse cosce di bue o di pecora implorando il ritorno, e tu l'hai promesso e assicurato con un cenno del capo, ricordatene ora e allontana da noi, o Olimpio, il giorno che non d scampo! E non lasciar abbattere gli Achei, in questa maniera, dai Troiani!"
	Cos diceva supplicando, e tuonava forte il provvido Zeus all'udire la preghiera del vecchio Nelide.
	Ma i Troiani, appena sentirono il tuono di Zeus egioco, si buttarono con ardore addosso agli Argivi, e non pensarono che a battersi. Erano come una grossa ondata del mare dalle ampie vie, nel passar sopra i fianchi di una nave, quando l'incalza la violenza del vento -  essa che gonfia tanto i flutti. Proprio cos, con un grande vociare, i Troiani valicarono il muro coi cavalli lanciati, e si battevano accanto alle poppe con le lance a due punte - ben da presso, di sui carri.
	Gli avversari erano saliti sulle nere navi e di l, dall'alto, brandivano lunghe pertiche: erano l a bordo per gli scontri in mare, fatte di pi pezzi saldati insieme, rivestite di bronzo in punta.
	E Patroclo - fintanto che Achei e Troiani lottavano intorno al muro, lontano dalle celeri navi - se ne stava nella baracca del cortese Euripilo: lo veniva confortando con le sue parole e gli spandeva sulla ferita dolorante i suoi medicamenti, a calmargli le nere fitte. Ma quando vide i Troiani avventarsi al muro, mentre tra i Danai c'era clamore e scompiglio, levava allora un grido di lamento e si batt le cosce con le palme delle mani. Diceva singhiozzando: "Euripilo, non posso pi fermarmi qui da te, anche se hai bisogno. Ecco, senti, si  ingaggiata una grande battaglia. Su, ci penser lo scudiero ad assisterti. Io devo andare di corsa da Achille. Voglio spingerlo a scendere in campo. Chi sa che non lo smuova dentro, se m'aiuta un dio, con i miei consigli! Vale tanto, sai, la parola di un amico."
	Cos parlava, e gi i piedi lo portavano via.
	Intanto gli Achei attendevano l'attacco dei Troiani a pi fermo, e non riuscivano a ricacciarli lontano dalla flotta bench fossero di meno. N d'altra parte i Troiani avevano la forza di sfondar lo schieramento dei Danai, e di penetrare tra le baracche e le navi. Ma come la cordicella colorata traccia una linea diritta su un legno da nave, tra le mani di un bravo carpentiere che sa bene la sua arte per ispirazione di Atena: cos era tesa l e in equilibrio la lotta e la battaglia.
	C'era chi si batteva presso una nave e chi presso un'altra. Ettore si avvent contro il glorioso Aiace. E i due si accanivano per la stessa nave. Non riuscivano, n l'uno a cacciare l'altro e a dar fuoco all'imbarcazione, n questi a ributtare indietro quello - era stato un dio a spingerlo fin l. E allora lo splendido Aiace colp con la lancia, al petto, il figlio di Clizio, Caletore, mentre portava fuoco contro la nave. Croll a terra con strepito, e il tizzone acceso gli sfugg via di mano.
	Ettore, al vedere suo cugino cader nella polvere davanti alla nera nave, spronava Troiani e Lici con un lungo urlo: "Troiani e Lici, e voi Dardani bravi negli scontri, no, non vi ritraete dalla lotta in questa stretta! Via, salvate il figlio di Clizio! Non voglio che gli Achei lo spoglino delle armi. caduto nel campo delle navi!"
	Cos diceva, e tir addosso ad Aiace la lancia luccicante. Sbagliava il colpo. Coglieva invece Licofrone, figlio di Mastore: era lo scudiero di Aiace, dell'isola di Citera, e abitava da lui per aver ucciso un uomo in quella sacra terra.
	E allora Ettore lo colp con la punta di bronzo alla testa, sopra l'orecchio, ritto l al fianco di Aiace: e cadeva riverso nella polvere dalla poppa della nave a terra, e gli si slegarono le articolazioni.
	Ebbe un brivido Aiace e parlava al fratello: "Teucro caro, ecco l, ci  stato ucciso l'amico fedele! S, il figlio di Mastore, che era venuto da Citera a stare da noi, e che tenevamo in considerazione, laggi a casa, al pari dei nostri genitori. L'ha ammazzato Ettore! Su, che te ne fai dei dardi micidiali e dell'arco che ti ha dato Febo Apollo?"
	Cos parlava e Teucro cap. Correva a piantarsi accanto a lui con l'arco flessibile in mano e la faretra piena di dardi, e subito tirava sopra i Troiani. E colpiva cos Clito, lo splendido figlio di Pisenore: compagno d'armi di Polidamante, il nobile Pantoide. Reggeva le redini, era tutto impegnato coi suoi cavalli: li guidava proprio l dove pi serrati si battevano i reparti, per far piacere ad Ettore e ai Troiani. E all'improvviso su lui arriv la sventura, e nessuno valse a stornarla, con tutta la sua buona volont. Ecco, al collo, di dietro, gli giunse la freccia straziante: e lui crollava gi dal carro. Rincularono di scatto i cavalli urtando rumorosamente il cocchio vuoto. Ma subito se n'accorse Polidamante, e prima di ogni altro si parava davanti ai destrieri. Poi li affid ad Astinoo, figlio di Proziaone: gli raccomandava vivamente di tenerglieli vicino, di seguirlo con gli occhi. E di nuovo avanzava, e si gett tra le prime file.
	Teucro prendeva un'altra freccia: era per Ettore armato di bronzo. Lo avrebbe messo definitivamente fuori combattimento l alle navi, se lo raggiungeva tra quelle sue prodezze togliendogli la vita. Ma non colse alla sprovvista la saggia mente di Zeus: egli vegliava su Ettore e priv Teucro Telamonio di quel vanto. Gli spezzava la corda ben ritorta dell'arco perfetto, mentre tirava sull'avversario. E cos si svi in altra direzione la freccia pesante di bronzo, e l'arco gli sfugg via di mano.
	Ebbe un brivido Teucro allora e parlava al fratello: "Ahim, vedi, un dio tronca netto i nostri piani di guerra! Ecco, m'ha fatto cadere l'arma di mano. M'ha rotto la corda nuova, ben ritorta, che ci avevo attaccato stamani: e doveva reggere ai miei ripetuti tiri."
	E a lui rispondeva allora il grosso Aiace Telamonio: "Caro, lascia l il tuo arco e la provvista di frecce! Vedo, li ha resi inutili un dio per dispetto contro i Danai. Su, prendi in mano la lunga asta, mettiti lo scudo a tracolla, e battaglia coi Troiani rinfrancando gli altri combattenti! No, non devono, anche se vincitori, prendere le navi senza travagliarsi. Via, non pensiamo ora che a batterci!"
	Cos diceva. E l'altro andava a posare l'arco nella baracca. Si appese a tracolla lo scudo di quattro strati di cuoio, sulla forte testa mise un elmo ben fatto, adorno d'una criniera di cavallo: il cimiero dall'alto oscillava paurosamente. Prese infine una robusta lancia dalla punta di bronzo, e si mosse per andare: ben presto di corsa venne a piantarsi al fianco di Aiace.
	Ettore appena vide che Teucro non tirava pi, spron Troiani e Lici con un lungo urlo: "Troiani e Lici, e voi Dardani bravi negli scontri, siate uomini, amici, e pensate all'aspra lotta qua tra le navi! S, ho visto un prode guerriero disarmato dell'arco per opera di Zeus.  facile, sapete, riconoscere l'intervento di Zeus fra gli eroi: agli uni concede una gloria straordinaria, altri invece li avvilisce e si rifiuta di aiutarli. Come ora che abbatte la forza di resistenza degli Argivi, e reca soccorso a noi. Via, battetevi compatti presso le navi! Chiunque di voi, per ferita di dardo o di lancia, va incontro al suo destino di morte, muoia pure! Non  davvero una vergogna cadere in difesa della patria! Anzi sono salvi per l'avvenire la moglie e i figli, e intatti saranno la sua casa e il patrimonio, dal giorno che gli Achei se ne andranno con le navi alla terra dei loro padri."
	Cos diceva e stimolava l'energia e il coraggio di ciascuno. Aiace dall'altra parte lanciava un appello ai suoi: "Vergogna, Argivi! Oggi una delle due: o morire, o salvarci respingendo dalla flotta la rovina! Vi credete forse, se Ettore s'impadronisce delle navi, di recarvi a piedi alla vostra terra uno per uno? O non lo sentite spronare tutto l'esercito, questo Ettore, risoluto com' a dar fuoco alle navi? No, non  alla danza che invita ad andare, ma alla battaglia. E per noi non c' altra via, non c' decisione migliore, che menare nella mischia con rabbia le mani. Meglio finirla in un momento che vivere e logorarci a lungo in una feroce carneficina, cos per niente accanto alle navi, sotto i colpi di guerrieri da meno."
	Cos diceva e stimolava l'ardore e il morale di ciascuno. Allora Ettore uccise Schedio figlio di Perimede, il capo dei Focesi.
	Aiace a sua volta ammazz Laodamante, condottiero di soldati a piedi, uno splendido figlio di Antenore.
	Polidamante abbatteva Oto di Cillene, compagno del Filide Megete, capitano dei coraggiosi Epei.
	Lo vide, Megete, e gli saltava addosso: ma Polidamante sgusciava via di traverso. E cos il Filide non lo fer: Apollo non permetteva che il figlio di Pantoo fosse atterrato l nelle prime linee. Con la sua lancia Megete colpiva Cresmo al petto, in pieno. L'uomo crollava a terra con strepito: e lui cercava di togliergli d'addosso l'armatura.
	Ma in quel momento su Megete si avvent Dolope, bravo nel tirare di lancia: il Lampetide, s. Era stato Lampo prode tra i prodi, il figlio di Laomedonte, a farlo esperto nell'aspra lotta. Ed ecco d'un balzo allora gli cal, al Filide, a brevissima distanza, un colpo con l'asta in mezzo allo scudo. Lo protesse la salda corazza che indossava, fatta di due piastroni uniti. Se l'era portata un giorno Fileo da Efira, dalle rive del fiume Selleente: gliel'aveva data Eufete signore di guerrieri, suo ospite, da portar in campo a difesa contro i nemici. E anche in quella circostanza ripar il corpo del figlio dalla morte.
	Megete, con l'asta di frassino, urt Dolope all'elmo di bronzo dalla folta criniera di cavallo, proprio in cima alla calotta, e gli stacc il cimiero equino: di peso esso cadde gi a terra nella polvere, tutto sgargiante di porpora data di fresco.
	Intanto che Megete si batteva con Dolope ostinatamente e sperava sempre nella vittoria, ecco che il bellicoso Menelao venne in suo aiuto. Si accostava di lato, con la lancia in pugno, senza farsi vedere da Dolope, e lo colp di dietro alla spalla: la punta traversava il petto con avida furia spingendosi avanti. E lui crollava bocconi.
	E cos i due, Megete e Menelao, si lanciavano a togliergli di dosso le armi di bronzo. Ma Ettore chiamava in aiuto tutti quanti i fratelli, e in particolare inveiva contro il figlio di Icetaone, il forte Melanippo, s. Questi una volta a Percote pascolava i buoi dal passo falciante, al tempo che i nemici erano lontani. Ma quando erano giunte le navi oscillanti dei Danai, veniva a Ilio e si segnalava in mezzo ai Troiani: dimorava nella reggia di Priamo, lo teneva in considerazione, il sovrano, come uno dei suoi figli.
	Appunto con lui se la prendeva Ettore, gli si rivolgeva e disse: "Cos, o Melanippo, lo dobbiamo lasciar l? Di', neanche tu ti commuovi per l'uccisione del cugino? Non vedi come si danno da fare intorno all'armatura di Dolope? Via, viemmi dietro! Non  pi il momento, sai, di guerreggiare coi Danai a distanza. O li sterminiamo noi, o saranno loro a distruggere da cima a fondo Ilio e a trucidare i suoi abitanti."
	Cos parlava e si avvi avanti: l'altro lo seguiva, l'eroe simile a un dio.
	E allora incitava gli Argivi il robusto Aiace Telamonio: "Amici, siate uomini e salvate il vostro prestigio! Abbiate vivo il sentimento dell'onore, gli uni di fronte agli altri, nelle mischie feroci! Quando c' il senso dell'onore, sono pi quelli che si salvano di quelli che restano uccisi. Ma per chi fugge non c' gloria n scampo!"
	Cos parlava: ma loro l erano, gi di per s, decisi a respingere i nemici. Si misero in cuore le parole di Aiace, e formarono intorno alle navi una siepe di bronzo. Ma Zeus rianimava i Troiani.
	Antiloco allora lo spronava Menelao, valente nel grido di guerra: "Antiloco, non c' un altro, tra gli Achei, pi giovani di te, n pi scattante nella corsa n cos ardito negli scontri. Non faresti un balzo in avanti, fuori dalle file, a colpire qualcuno dei Troiani?"
	Cos diceva e si ritraeva indietro: ma aveva istigato l'altro.
	Saltava fuori dalla prima linea e scagli la lancia luccicante dopo una breve occhiata in giro. Si ritirarono i Troiani dinanzi al tiro dell'eroe. Lui non lanciava l'arma a vuoto, ma feriva al petto, vicino alla mammella, il figlio di Icetaone, il baldanzoso Melanippo, mentre avanzava a combattere. L'uomo crollava a terra con grande strepito, il buio della morte l'avvolse agli occhi.
	Antiloco allora gli saltava addosso. Pareva il cane che si butta sopra un cerbiatto ferito, quando nel balzar fuori dalla tana riesce a colpirlo, in pieno, il cacciatore, e gli scioglie le membra.
	Cos, o Melanippo, s'avventava su di te l'intrepido Antiloco per spogliarti dell'armatura. Ma non sorprese disattento il divino Ettore, che corse ad affrontarlo attraverso la mischia.
	Antiloco non gli tenne testa, se pur era un agile guerriero, ma si ritraeva spaventato. Era come la belva che ha commesso un misfatto uccidendo un cane o un bovaro presso una mandra, e scappa via, prima che si riunisca un gruppo di uomini. Cos fuggiva il figlio di Nestore: e alle sue spalle i Troiani ed Ettore, con un vociare straordinario, rovesciavano dardi e strazio. Poi si voltava a tener fronte, non appena ebbe raggiunto la schiera dei suoi.
	I Troiani sembravano leoni voraci di carne cruda, nel dare l'assalto alla flotta. Rendevano realt le mire di Zeus, che risvegliava in loro, di continuo, una grande energia, e abbatteva d'incanto il morale degli Argivi e gli negava la vittoria. Stimolava invece gli altri. Era deciso a concedere ad Ettore la gloria: doveva, il figlio di Priamo, gettare sulle navi ricurve il fuoco violento vivace, e compiere cos sino in fondo il voto funesto di Tetide. E non vedeva l'ora, il provvido Zeus, di scorgere sotto i suoi occhi il bagliore d'una nave in fiamme. Da quel momento intendeva muovere dalle navi il contrattacco contro i Troiani, e accordare il trionfo ai Danai. Con tale idea spronava l, contro le cave imbarcazioni, Ettore il Priamide, gi di per s pieno di ardore battagliero.
	E lui, l'eroe, imperversava come Ares quando vibra la sua lancia, o come infuria un incendio devastatore sui monti, tra le macchie di una selva profonda. Aveva la bava alla bocca, i suoi occhi balenavano sotto le torve sopracciglia, si agitava l'elmo terribilmente intorno alle tempie durante l lotta. Certo, dal puro sereno del cielo gli veniva in aiuto Zeus, che accordava onore e gloria a lui solo, tra tanti eroi. Aveva, a dir il vero, ancor poco da vivere. E gi Pallade Atena gli avvicinava il giorno del destino, doveva cadere sotto la forza di Achille. E allora era risoluto a sfondare l lo schieramento dei guerrieri con i suoi attacchi, proprio nei punti dove vedeva pi serrato il fronte e le armi pi belle. Ma neanche cos riusc a romperlo, pur con tutta la sua furia.
	Tenevano duro gli Achei, stretti insieme a formar una muraglia. Erano come uno scoglio scosceso enorme in riva al mare biancheggiante, che resiste agli assalti impetuosi degli striduli venti, e alle ondate gonfie che si rompono schiumando sulla spiaggia. Cos stavano saldi i Danai di fronte ai Troiani e non fuggivano.
	Ed Ettore - tutto un balenio di fuoco - piombava sulla folla e la investiva. Pareva di vedere abbattersi su una celere nave l'ondata furiosa che i venti suscitano sotto la nuvolaglia. Ecco, l'imbarcazione ad un tratto si copre tutta di schiuma, dentro la vela fischiano le raffiche violente, tremano di paura i marinai. E a stento riescono a scampare alla morte.
	Uguale era l'agitazione sgomenta degli Achei.
	E lui sembrava un leone feroce all'assalto di una mandra di bestie che pascolano in un prato umido di un esteso acquitrino, numerosissime. E con loro  un pastore che non sa lottare con una belva per impedire l'uccisione di una qualche mucca dalle corna ricurve. Cammina ora alla testa, ora in coda dell'armento, di continuo: e la fiera intanto attacca il centro e si divora un animale, e tutte le altre vacche fuggono atterrite.
	Allo stesso modo allora gli Achei, in preda a uno spavento prodigioso, si davano tutti alla fuga davanti ad Ettore e a Zeus padre.
	Lui ne ammazz uno solo, Perifete di Micene, Era il figlio di Copreo che andava per tanti anni, quale messaggero del re Euristeo, dal gagliardo Eracle. Da un padre tristo e dappoco cos, era nato un figlio irreprensibile per doti e qualit di ogni sorte: era bravo a correre e a battagliare, e si segnalava per il suo buon senso tra i Micenei. In quella occasione accord ad Ettore una gloria straordinaria.
	Ecco, nel voltarsi indietro urt nell'orlo, in basso, dello scudo che soleva portare e gli arrivava ai piedi: una buona difesa contro i giavellotti. Inciampava dunque in esso, e stramazz all'indietro: squill terribilmente l'elmo intorno alle tempie, a quella caduta.
	Ettore pronto lo not e di corsa gli fu sopra: gli piantava l'asta dentro il petto e lo fece fuori, sotto gli occhi l dei suoi. Ma loro erano nell'impossibilit, se pur rattristati per la sorte del compagno, di recargli soccorso: avevano gi troppa paura del grande Ettore.
	Arrivarono cos in mezzo alla flotta: e li protessero le navi davanti, che erano state tirate in secco per prime. E gli altri addosso!
	Gli Argivi allora dovettero per forza ritrarsi dalla prima fila, ma facevano resistenza l accanto alle baracche, serrati e compatti, e non si sbandavano per il campo. Li tratteneva il senso dell'onore e la paura della disfatta. E si davano la voce di continuo gli uni gli altri. E in particolare Nestore il Gerenio, guardiano degli Achei, pregava i combattenti ad uno ad uno, implorandoli in nome dei loro genitori. Diceva: "Amici, siate uomini e abbiate vivo il senso dell'onore di fronte agli altri! Pensate, ciascuno di voi, ai figli, alle spose, al patrimonio e ai genitori - chi li ha vivi e chi li ha perduti. Ecco, ora essi non sono qui, ed  a nome loro che vi supplico di resistere da forti, e di non voltarvi a fuggire."
	Cos parlava, stimolando l'energia e l'ardore di ognuno.
	Ed ecco Atena sgombr via dai loro occhi la nube di nebbia senza fine: e subito si fece chiaro dalle due parti, sia verso le navi sia sul campo della battaglia mortale. E scorsero cos Ettore valente nel grido di guerra e i suoi - tanto coloro che erano rimasti indietro e non si battevano, quanto quelli che s'impegnavano nella lotta presso le celeri navi. Non si contentava pi il magnanimo Aiace di star saldo l dove si erano ridotti gli altri figli degli Achei, ma si aggirava sui ponti delle navi, si moveva con lunghi passi. Brandiva tra le mani una grossa pertica, adatta per gli scontri in mare, saldata con anelli, lunga ventidue cubiti.
	Come quando un uomo molto abile nel cavalcare sceglie, tra tanti, quattro destrieri e li lega insieme, e poi li lancia di galoppo dalla pianura verso la citt, lungo una via frequentata: e molti lo guardano stupiti, sia uomini che donne: e lui di continuo, sicuro, senza posa salta volteggiando da un cavallo all'altro in rapidissima corsa: cos Aiace andava e veniva, a grandi passi, da un castello di poppa all'altro, per le navi, e la sua voce saliva al cielo. E sempre, con grida tremende, incitava i Danai a difendere la flotta e le baracche.
	Neanche Ettore restava tra la massa dei Troiani dalla forte corazza. Ma come un'aquila fulva piomba su uno stormo di volatili, in pastura lungo le rive di un fiume - oche selvatiche, gru e cigni dai lunghi colli: cos Ettore si lanci diritto all'assalto contro una nave dalla prora azzurra. E Zeus gli diede, dietro, una spinta con la sua grossa mano, e stimol il suo esercito con lui.
	Di nuovo la lotta presso le navi si fece aspra. Avresti detto che si scontrassero in campo uomini freschi e riposati, tanto si battevano con foga. E durante quella mischia, ecco i loro pensieri: gli Achei non credevano di scampare al disastro, ma si sentivano perduti; i Troiani invece avevano in cuore, ciascuno, la speranza di incendiare la flotta e far strage degli Achei. Con questi pensieri si serravano gli uni contro gli altri.
	Ed ecco, Ettore afferr la poppa di una nave - aveva viaggiato il mare, bella, agile sulle acque. Era proprio quella che conduceva Protesilao a Troia, e non doveva portarlo pi nella terra dei padri.
	Intorno a quella nave Achei e Troiani si massacravano a vicenda, in una lotta a corpo a corpo. No, non attendevano, di qua e di l, il tiro dei dardi e dei giavellotti, ma si stavano addosso con pari ardore battagliando con scuri affilate ed asce, con grosse spade e lance a due punte. E tanti pugnali belli, con l'impugnatura niellata in nero, ora gli cadevano di mano a terra, ora da tracolla, in quello scontro: scorreva sangue la scura terra.
	Ettore non lasciava la presa della poppa, ne teneva l'aplustre con le mani, e dava ai Troiani i suoi ordini: "Il fuoco, qua! Portate fuoco! Stringete le file e levate il grido di guerra! Oggi Zeus ci d una giornata impagabile. S, prenderemo le navi qui, che sono arrivate alla nostra terra contro il volere degli dei a portarci tante sventure. Ed era per vilt dei vecchi - io volevo combattere qua presso le poppe, e loro mi fermavano e tenevano indietro l'esercito. Ma se allora Zeus ci confuse la mente, ora  lui che ci incita e sprona."
	Cos parlava: e loro davano addosso, ancor di pi, agli Argivi.
	Aiace ormai non ce la faceva a resistere, era bersagliato di colpi: indietreggiava di poco, sentendosi perduto, su una panca a sette piedi, e abbandonava il ponte della nave ben equilibrata. L stava piantato e all'erta, e senza sosta teneva lontano dalle navi i Troiani, chiunque portasse il fuoco vivace. E sempre con grida terribili lanciava i suoi appelli ai Danai: "O prodi amici Danai, compagni di guerra, siate uomini, cari, e pensate soltanto all'aspra lotta! Cosa speriamo? che ci siano dei rinforzi alle nostre spalle, o qualche muro fortificato che ci possa salvare dal disastro? No, non c' qui, a due passi, una citt cinta di bastioni, dove difenderci con un esercito fresco, capace di capovolgere la situazione, ma noi siamo, vedete, nella pianura dei Troiani, respinti fino al mare, lontano dalla terra dei padri. Perci la salvezza  nelle nostre braccia, non nell'allentarsi della pressione nemica."
	Disse e nella sua furia violenta si adoprava con l'asta di frassino. E chi via via dei Troiani accorreva alle concave navi con il fuoco acceso rispondendo agli appelli di Ettore, Aiace vigile e pronto lo colpiva con la lunga lancia.
	Cos ne abbatt, da brevissima distanza, ben dodici davanti alle navi.

/:/LIBRO XVI



	Cos loro l battagliavano intorno alla nave dai solidi banchi. E intanto Patroclo veniva a mettersi accosto ad Achille pastore di popoli, tutto in lacrime: sembrava una fonte profonda che gi dalla roccia scoscesa riversa acqua scura.
	A vederlo cos, ne aveva piet il divino Achille dai piedi gagliardi, e gli rivolgeva parole: "Perch piangi, o Patroclo? Mi pari una bambina: s, una bambinella che corre dietro alla mamma e vuol farsi prendere in braccio. E le si attacca alla veste, l'impiccia nei suoi movimenti, e con occhi lacrimosi la va guardando finch la piglia su. Ecco, a lei assomigli, o Patroclo, con questo tuo scioglierti in pianto. Dimmi, hai qualcosa di brutto da rivelare ai Mirmidoni, o anche a me? O hai sentito, tu solo, qualche novit da Ftia? Eppure  ancora in vita, dicono, Menezio figlio di Attore:  ancora vivo, tra i Mirmidoni, l'Eacide Peleo. E sono le due persone la cui morte ci darebbe tanto dolore. O forse, di', tu singhiozzi per via degli Argivi, al vedere come sono trucidati presso le navi? La colpa  loro! Parla, su, non tener chiusa, dentro, la tua pena! Saremo in due a sapere."
	E a lui con un profondo sospiro rispondevi, o Patroclo, buon condottiero di carri in guerra: "O Achille figlio di Peleo, il pi forte senz'altro degli Achei, non irritarti! Una grande angoscia, credimi, opprime gli Achei. Ormai tutti i pi prodi, sai, giacciono feriti tra le navi, per tiri d'arco o colpi d'asta. S,  stato raggiunto a distanza il Tidide, il gagliardo Diomede; ha una piaga Odisseo famoso per la lancia, come pure Agamennone:  stato colto da una freccia anche Euripilo, alla coscia. E l, intorno a loro, si danno da fare i guaritori con tanti medicamenti, e ne curano le ferite. Ma tu sei irriducibile, Achille! Oh, non mi prenda mai una collera come la tua qui, che ancora covi dentro! Tu sei un eroe tremendo e funesto. E chi mai avr un vantaggio dal tuo valore, pur tra i lontani discendenti, se ora non allontani dagli Argivi la vergognosa disfatta? Senza piet tu sei! No,  chiaro, non hai avuto, per padre, Peleo guidatore di carri in battaglia, n Tetide per madre: ma il mare balenante t'ha fatto, o l'aspra scogliera, tanto hai il cuore duro. Se per in segreto cerchi di evitare qualche profezia, e te ne ha rivelata una, da parte di Zeus, l'augusta madre, almeno lascia andar me in campo, subito adesso, e dammi dietro inoltre l'esercito dei Mirmidoni! Forse sar la salvezza dei Danai. E concedimi d'indossare la tua armatura qui! Pu darsi che i Troiani mi prendano per te e tralascino di combattere, e cos abbiano un po' di respiro i bellicosi figli degli Achei, in difficolt come sono: ci vuol tanto poco per ristorarsi un attimo in guerra. E ci sarebbe facile, freschi come siamo, ricacciare guerrieri disfatti dalla lotta verso la citt, lontano dalle navi e dalle baracche." Cos diceva implorando, il grande illuso: e doveva purtroppo supplicare, proprio per s, una morte sciagurata e un destino di sangue.
	E a lui, vivamente agitato, rispondeva Achille dai rapidi piedi: "Ahim, Patroclo, discendente di Zeus, cosa mai mi dici! No, non mi curo di profezia, se mai ce n' una a mia conoscenza, e niente mi ha rivelato l'augusta madre da parte di Zeus. Ma un feroce dolore qui mi penetra nel profondo del cuore, al pensiero che un uomo pretenda di spogliare uno dei suoi pari e strappargli via il dono d'onore, solo perch gli  superiore in potenza. Questo, s,  il mio fiero cruccio: e ci ho gi patito tanto. Lo sai: la ragazza che m'avevano scelto come premio i figli degli Achei, io me la son conquistata con la mia lancia, devastando una citt dalle salde mura. E l'Atride, s, il re Agamennone, me la strapp via di mano, quasi fossi un vagabondo qualunque senza dignit. Ma via, quel che  stato,  stato: lasciamo andare! Non , vedo bene, possibile star in collera per sempre. Del resto gi pensavo di desistere dall'ira quando sarebbe arrivato alle mie navi il grido di guerra e la battaglia, non prima. E sai! Tu vestiti pure delle mie famose armi, e conduci a combattere i Mirmidoni bellicosi, dato che i Troiani sono l, come un nembo oscuro, a investire la flotta con violenza: e gli altri, gli Argivi, si son ridotti sul frangente del mare, non hanno pi che una breve striscia di terra. E intanto la citt dei Troiani gli  tutta addosso, baldanzosa. Non vedono, sai, il frontale del mio elmo lampeggiar da vicino. Ah, in un momento sarebbero in rotta a riempire i torrenti di cadaveri, se il re Agamennone sapesse esser cortese con me. Ora invece son l ad assaltare il campo. Vedi, la lancia del Tidide Diomede non imperversa pi tra le sue mani, a stornare dai Danai il disastro. E neanche sento la voce dell'Atride levarsi alta da quella faccia odiosa, ma tutt'intorno echeggiano le grida di comando d'Ettore ai suoi Troiani. E loro con schiamazzi tengono l'intera pianura: hanno vinto in battaglia gli Achei! Via, pur in tale situazione, o Patroclo, allontana dalle navi la rovina piombandogli addosso con impeto! Non devono far divampare l'incendio dalla flotta, e toglierci cos il ritorno. Ed ora ascolta: ecco dove intendo arrivare con il mio discorso. Voglio che tu mi procuri grande onore e gloria da parte di tutti i Danai, e che loro l mi rimandino la bellissima giovinetta, e in pi mi assegnino splendidi doni. Tu ricaccia dalle navi il nemico e poi ritorna sui tuoi passi! E se anche ti concede, il tonante marito di Era, di riportare un pieno successo, non lasciarti prendere dalla voglia di guerreggiare, senza di me, contro i battaglieri Troiani! Sminuirai cos, sappilo, il mio prestigio. E non cercare, nell'ebrezza della lotta e degli scontri, tra le stragi dei Troiani, di guidare i nostri verso Ilio! Non vorrei che qualcuno degli dei sempiterni venisse gi dall'Olimpo ad affrontarti: molto li protegge, credimi, Apollo arciere. Ma tu torna indietro, non appena hai portato la salvezza tra le navi, e lasciali l battagliare nel piano! Ah, Zeus padre, Atena, Apollo, magari non sfuggisse a morte neppur uno dei Troiani, quanti sono - e nessuno degli Argivi! E poter trovar scampo, noi due, dalla rovina! Da soli allora abbatteremmo la sacra cinta delle mura di Troia."
	Cos essi l parlavano tra di loro.
	Aiace intanto non resisteva pi: era bersagliato di colpi. Lo vinceva il volere di Zeus, insieme ai Troiani superbi con i loro tiri. Un tremendo rimbombo, intorno alle tempie, mandava l'elmo luccicante ad ogni percossa: veniva martellato, di continuo, sopra le borchie ben fatte. E lui aveva male alla spalla sinistra, a reggere incessantemente, senza sosta, lo scudo lustro. Ma non ce la facevano l intorno a smuoverlo, pur incalzandolo con i loro dardi. Respirava penosamente, sempre, con affanno: il sudore gli colava abbondante da tutte le membra, e non riusciva a prender fiato. Da ogni parte un guaio dopo l'altro!
	E ora ditemi, o Muse che avete la casa sull'Olimpo, come avvenne il primo lancio del fuoco sulle navi degli Achei! Ecco, Ettore si faceva ben sotto e con la grossa spada cal un fendente sull'asta di frassino d'Aiace, proprio all'estremit, dietro il puntale, e glielo stacc con violenza. E cos Aiace Telamonio non brandiva ormai in pugno che un moncone di legno, per niente: la punta di bronzo andava a cadere a terra con uno squillo, lontano da lui.
	Riconobbe Aiace in cuor suo, con un brivido di orrore, l'intervento divino: s, Zeus gli troncava netto i suoi piani di guerra, voleva la vittoria per i Troiani. Allora si ritraeva fuori dai tiri. E loro l lanciarono il fuoco vivace sulla celere nave: in un attimo vi si diffuse, inestinguibile, la fiamma.
	Cos l'incendio invadeva la poppa. E subito Achille si batteva le cosce, e disse a Patroclo: "Su, Patroclo, corri coi cavalli! Vedo gi, alle navi, il guizzare del fuoco devastatore. No, non devono impadronirsi della flotta! Non ci saranno pi vie di scampo. Presto, indossa l'armatura! Io faccio l'adunata."
	Cos diceva. E Patroclo intanto si armava di lustro bronzo. Prima si mise alle gambe gli schinieri eleganti, e se li allacciava alla caviglia con fibbie d'argento.
	Vestiva la corazza a vari fregi - uno scintillio di stelle -dell'Eacide dai piedi veloci.
	Si appese a tracolla la spada dalle borchie d'argento, tutta di bronzo, e poi, lo scudo grande e massiccio: e sulla forte testa mise un elmo ben fatto, adorno di una criniera di cavallo: il cimiero dall'alto ondeggiava paurosamente.
	Prese infine due robuste lance che si adattavano alla sua mano.
	Non prendeva per l'asta dell'irreprensibile nipote di Eaco: pesante era, enorme, poderosa. Nessun altro degli Achei riusciva a brandirla, ma solo lui, Achille, la sapeva vibrare. Era un'asta di frassino del Pelio, che Chirone aveva dato a suo padre tagliandola sulla cima del monte, destinata a far strage di eroi.
	Ad Automedonte poi disse di attaccare in fretta i cavalli: l'aveva caro pi di ogni altro, dopo Achille sbaragliatore di guerrieri. Ed era l'uomo pi fidato in campo, sempre pronto ed attento ad ogni chiamata.
	E allora Automedonte gli menava sotto il giogo i veloci destrieri Santo e Balio, che volavano a pari con i rapidi soffi dell'aria: li aveva generati, al vento Zefiro, la procella Podarge, al tempo in cui era al pascolo in una prateria lungo la corrente dell'Oceano. E attaccava anche alle funi del giogo il bravissimo Pedaso, che Achille si era condotto via, dopo la presa della citt di Eezione. Era, s, mortale, ma riusciva a seguire corsieri immortali.
	Achille andava di baracca in baracca e faceva armare tutti i Mirmidoni. Ed essi parevano lupi voraci di carne cruda, con una immensa fiducia, dentro, nella propria forza. Ecco, ammazzano sui monti un grosso cervo con le sue corna, e lo sbranano: hanno tutti il muso rosso di sangue. E poi se ne vanno a branchi a lappare, da una fonte profonda, l'acqua bruna con le lingue sottili, sfiorandola appena, e ruttano boccate di sangue: e il cuore in petto  intrepido, sempre, a pancia piena.
	Cos i capi e i condottieri dei Mirmidoni si precipitavano fuori, ad attorniare il valoroso scudiero dell'Eacide dai piedi veloci. E il bellicoso Achille era l in mezzo a loro, a spronare i guerrieri coi carri e i fanti armati di scudo.
	Cinquanta erano le celeri navi che Achille guidava a Troia, l'eroe caro a Zeus: e in ciascuna cinquanta erano gli uomini agli scalmi. Aveva cos nominato cinque capi, con piena fiducia, per impartire gli ordini: lui teneva il comando supremo.
	Della prima squadra era condottiero Menestio dalla corazza smagliante: era figlio dello Spercheo, il fiume alimentato dalle piogge del cielo. E all'infaticabile Spercheo l'aveva generato la bella Polidora, figlia di Peleo, unendosi in amore, lei donna mortale, con un dio. Per di nome il padre era Boro, figlio di Periere, che aveva sposato la donna pubblicamente, dando doni nuziali senza fine.
	Alla testa del secondo reparto era il battagliero Eudoro, figlio di una giovinetta non maritata. Sua madre era Polimele, bellissima nelle danze, la figliola di Filante. E il forte Argicida s'innamor di lei, a vederla tra le compagne che cantavano ballando nel coro di Artemide dalle frecce d'oro, amante della caccia strepitosa. E subito saliva al piano di sopra e giaceva in segreto con lei, Ermes benefico, e le diede uno splendido figlio, Eudoro, s, molto veloce nella corsa e buon combattente. E dopo che Ilitia, la dea dei parti, lo fece venire alla luce ed egli vide i raggi del sole, conduceva la giovane al suo palazzo Echecle, gagliardo ed energico, figlio di Attore, non senza dare infiniti doni nuziali. E il piccolo, era il vecchio Filante a nutrirlo con cura e ad allevarlo, circondandolo di ogni tenerezza come se fosse suo proprio figlio.
	La terza schiera era agli ordini del bellicoso Pisandro, figlio di Memalo, che si segnalava, tra tutti i Mirmidoni, per il suo guerreggiare con la lancia, subito dopo l'amico del Pelide.
	In testa alla quarta compagnia era il vecchio Fenice guidatore di carri: e la quinta la guidava Alcimedonte, l'irreprensibile figlio di Laerce.
	Quando Achille li ebbe tutti disposti, a giusta distanza, insieme ai loro capi, li apostrof con rudi parole: "Mirmidoni, ascoltatemi bene! Nessuno si scordi le minacce che lanciavate qui, alle navi, contro i Troiani, durante i giorni della mia ira. E mi venivate incolpando uno ad uno: "Ostinato figlio di Peleo, con fiele, si vede, ti nutriva la madre. Sei senza piet! Trattieni per forza presso le navi i tuoi soldati. Andiamo almeno a casa con la flotta per mare, come siamo venuti qua, visto che una collera cos malvagia t'invade!" Ecco cosa dicevate, ben pi di una volta, nei vostri crocchi. Oggi  giunto il grande giorno di agire, il giorno della battaglia, come sognate da tempo. E allora ognuno si batta coi Troiani da forte!"
	Cos diceva: e stimolava l'ardore guerresco e il coraggio di ciascuno.
	Si serrarono pi compatte le file, a quelle parole del re. Come quando un uomo, per mezzo di pietre ben incastrate, costruisce con rigore il muro della sua alta casa, volendo difendersi dalle violenze del vento: cos stavano l'uno accosto all'altro, perfettamente in linea, gli elmi e gli scudi ombelicati.
	Lo scudo si appoggiava allo scudo, l'elmo all'elmo, il guerriero al guerriero. Ad ogni movimento si toccavano con i frontali luccicanti gli elmi dalla chioma equina, tanto erano addossati gli uni agli altri.
	In testa allo schieramento stavano armati due eroi, Patroclo e Automedonte, con un uguale ardore, davanti l ai Mirmidoni, pronti a scendere in campo. Ed ecco, Achille si mosse per andare al suo alloggio, e qui apriva il coperchio di un cofano bellissimo, lavorato con arte. Era stata Tetide dal piede d'argento a metterglielo sulla nave da portarsi dietro, l'aveva riempito con cura di tuniche, di mantelli a riparo dal vento, e di lanose coperte. E qui c'era una coppa di squisita fattura: nessun altro dei guerrieri ci beveva il rosso vino fuorch lui, e a nessun altro degli dei egli soleva con quella libare se non a Zeus padre.
	E allora la traeva fuori dal cofano, e prima la purific con zolfo, quindi la lavava con acqua limpida e chiara. Si sciacqu le mani anche lui, e attingeva il rosso vino.
	Poi pregava l in piedi nel mezzo della corte e versava a terra qualche gocciola di vino levando gli occhi al cielo. E il suo gesto non sfugg a Zeus fulminatore. Diceva : "Zeus signore, dio di Dodona e dei Pelasgi, tu che dimori lontano e regni su Dodona esposta alle intemperie dell'inverno - e nei dintorni abitano i Selli, i tuoi interpreti dai piedi non lavati, che dormono sulla terra nuda: come hai esaudito una volta la mia supplica, e mi hai fatto onore e hai percosso duramente l'esercito degli Achei, cos anche ora portami a compimento questo voto! Ecco, io intendo restare al campo, ma invio a combattere il mio compagno con tanti Mirmidoni. Oh, concedigli la vittoria, o Zeus dall'ampia voce di tuono! Rendigli audace in petto il cuore! Cos Ettore vedr se sa battagliare, il mio scudiero, anche da solo, o se le sue mani infuriano irresistibili solamente quando vado io nel tumulto degli scontri. Ma dopo che avr respinto lontano dalla flotta lo strepito della battaglia, fa' che ritorni qui alle navi, sano e salvo, con tutte le armi e con tutti i suoi prodi."
	Cos diceva pregando e lo ascolt il provvido Zeus. Ma gli concesse, il Padre, una cosa, e l'altra gliela neg: accordava che cacciasse via dalle navi la violenta battaglia, ma non assentiva che facesse ritorno, sano e salvo, dal campo.
	Poi, dopo la libagione e la preghiera a Zeus padre, rientrava nella sua baracca, ripose via nel cofano la coppa, e andava a mettersi davanti all'alloggio: aveva voglia ancora di contemplare lo scontro selvaggio dei Troiani e degli Achei.
	E i Mirmidoni l avanzavano, tutti armati, insieme al magnanimo Patroclo, fino al momento che si buttarono, sicuri di vincere, sui Troiani.
	In un attimo si rovesciavano fuori. Parevano le vespe della strada che i ragazzi hanno il vizio di stuzzicare con continui dispetti, annidate come sono lungo la via - quei monelli! E procurano un male comune a tanti. Cos, se l vicino passa un viandante e le disturba senza badarci, eccole animose e ardite svolazzargli contro in gruppo, e difendere i propri piccoli.
	Con uguale coraggio e furia, allora i Mirmidoni si riversavano fuori dal campo delle navi: si levava un gridare senza fine.
	Patroclo incitava i suoi con un lungo urlo: "Mirmidoni, guerrieri del Pelide Achille, siate uomini, o amici, e pensate soltanto all'aspra lotta! Dobbiamo far onore al Pelide, che  senz'altro il pi valoroso degli Argivi qui presso le navi: e prodi sono i suoi compagni negli scontri. Cos anche l'Atride, Agamennone dall'ampio potere, riconoscer il suo folle errore di non aver rispettato l'eroe pi forte degli Achei." Cos diceva: e stimolava l'energia e il coraggio di ciascuno.
	Si gettarono compatti e serrati addosso ai Troiani: le navi all'intorno echeggiavano terribilmente alle urla degli Achei.
	I Troiani al vedere il gagliardo figlio di Menezio, lui, s, e il suo scudiero lampeggiare nelle armature, si turbarono tutti. Furono scosse le schiere all'idea che l alle navi il Pelide avesse rinunciato all'ira e fatto la riconciliazione. E ognuno cerc con lo sguardo dove poter sfuggire alla morte. Patroclo fu il primo a scagliare la lancia luccicante, diritto in mezzo alla mischia dove pi gremiti si battevano i combattenti, vicino l alla poppa della nave del magnanimo Protesilao. E colpiva Pirecme, il condottiero dei Peonivalenti a battagliare dai carri: li aveva condotti da Amidone, sulle rive dell'Assio dall'ampio corso.
	Alla spalla destra lo fer: ed egli stramazzava all'indietro nella polvere con un urlo di lamento. E i suoi, intorno a lui, si diedero alla fuga: i Peoni, s! Patroclo aveva gettato in tutti il panico con l'uccisione del loro capo, che era un prode in campo.
	Cacci via i nemici dalla flotta, spense il fuoco fiammeggiante: e la nave rimase l bruciacchiata. Loro scappavano, i Troiani, in una confusione straordinaria. E i Danai a dargli addosso tra le concave navi! Ne nacque uno scompiglio senza fine.
	Come quando Zeus, adunatore di lampi, dissipa la folta nebbia dall'alta cima di una grande montagna: ed ecco, appaiono tutte le alture e le creste e le vallate selvose: ad un tratto, in cielo, si  aperto l'azzurro puro a perdita d'occhio: cos i Danai disperdevano via dalle navi l'incendio divoratore, con un respiro di sollievo. Ma la lotta non aveva tregua. Non ancora i Troiani, sotto l'urto dei battaglieri Achei, si davano precipitosamente alla fuga abbandonando le nere navi, ma facevano sempre resistenza, non ripiegavano di l se non per forza.
	Allora ogni condottiero uccideva un condottiero, si sparpagliava qua e l la lotta.
	Ecco, per primo il forte figlio di Menezio colpiva Areilico non appena si gir, con l'asta di frassino alla coscia, e gli cacciava la punta di bronzo da parte a parte. La lancia gli ruppe l'osso, e lui stramazz a terra bocconi.
	Il bellicoso Menelao feriva Toante al petto, in un punto scoperto ai margini dello scudo, e gli sciolse le membra. Il Filide Megete coglieva pronto lo scatto di Anficlo, e lo raggiunse in anticipo con un affondo alla gamba, in alto, l dove l'uomo ha il fascio di muscoli pi grosso. E dalla punta della lancia furono lacerati i tendini, tutto intorno: il buio della morte l'avvolse agli occhi.
	E dei figli di Nestore, uno tirava, Antiloco, l'asta aguzza addosso ad Atimnio, e gli spinse il bronzo attraverso il fianco. Cascava l davanti a lui. E allora Maride, con la lancia in pugno, si avvent contro Antiloco in un corpo a corpo, nella rabbia per la sorte del fratello, e si piantava dinanzi al cadavere. Ma prima che tirasse, d'un tratto l'invest con un colpo preciso Trasimede pari a un dio, proprio alla spalla. E la punta dell'arma spogli il braccio, in cima, dei muscoli, e sfracell l'osso di peso. L'altro crollava a terra con grande strepito, e la tenebra copriva i suoi occhi.
	Cos l venivano abbattuti dai due fratelli, e scesero nel buio i valorosi compagni di Sarpedone: bravissimi a vibrare la lancia, erano i figli di quell'Amisodaro che allevava la Chimera irresistibile, per la rovina di tanti uomini.
	Aiace d'Oileo con un balzo cattur vivo Cleobulo, impacciato nella calca dei combattenti: e qui gli sciolse la forza vitale con un colpo di spada al collo, fino all'impugnatura. Tutta la lama si fece calda di sangue. E l'altro, agli occhi, l'afferr l'oscura morte e il destino violento.
	Si scontravano Peneleo e Licone: avevano gi fallito il colpo con le lance, tiravano per niente tutt'e due. Ed ora, ecco, si azzuffarono di nuovo con le spade in pugno. E allora Licone picchi sul frontale dell'elmo dai crini di cavallo, ma l'arma si infranse all'elsa. L'altro invece, Peneleo, gli calava un fendente al collo, sotto l'orecchio, e la lama affondava tutta. Teneva solo la pelle, la testa penzol da un lato, si dissolsero le membra.
	Merione raggiungeva con gli agili piedi Acamante, e lo trafisse alla spalla destra, proprio nel momento che montava sul carro. Cadeva l gi dal cocchio, e sugli occhi gli si sparse il buio.
	Idomeneo colse Erimante alla bocca con lo spietato bronzo. La punta dell'asta penetr da parte a parte, a fondo, sotto il cervello, e ruppe le bianche ossa. Gli saltarono via i denti, i due occhi si riempivano di sangue. E sangue soffi fuori dalle narici e dalla bocca tutta spalancata: la nera nube della morte l'avviluppava.
	Questi erano i capi dei Danai che uccisero un guerriero per uno.
	Come lupi predatori piombano addosso ad agnelli o a capretti, e li rapiscono dal gregge, quando sui monti sono sbrancati per la storditaggine del pastore: e appena a vederli, prontamente li sbranano, timidi e imbelli come sono: cos i Danai attaccavano i Troiani. E quelli non pensavano che a fuggire in mezzo a un triste frastuono, avevano dimenticato ogni ardore di lotta.
	Aiace l, grande e grosso, mirava sempre a tirare su Ettore dall'elmo di bronzo. Ma l'altro era pratico di guerra, si teneva coperte le larghe spalle con lo scudo di cuoio, sempre attento al fischiare dei dardi e al fracasso delle lance. A dir il vero, vedeva bene il prevalere dei nemici, il loro successo in battaglia: ma anche cos opponeva resistenza, tentava di salvare i suoi fedeli compagni d'armi.
	Come quando di sull'Olimpo arriva un nembo entro lo spazio del cielo, fuor dal puro sereno luminoso, il giorno che Zeus scatena una burrasca: cos l, nella fuga dalle navi, era il rumoreggiare e il panico. E non stavano certo in rango nel ripassare la fossa!
	Ettore allora in armi lo portavano in salvo, con rapidi piedi, i cavalli: e abbandonava la massa dei Troiani, che la fossa profonda tratteneva loro malgrado. E tanti destrieri in corsa, a trascinarsi il carro dietro, lo fracassavano nel fossato, proprio in cima al timone: e lo lasciavano l.
	Patroclo inseguiva con accanimento e incitava i Danai: voleva la strage e la rovina dei Troiani. E loro, tra le grida e lo spavento, riempivano tutte le vie nella pianura, dispersi, a branchi: in alto un turbine di polvere si spandeva sotto le nubi, galoppavano pancia a terra i destrieri dai solidi zoccoli, a precipizio verso la citt, lontano dalle navi e dalle baracche.
	E Patroclo dove vedeva pi gente in scompiglio, l si dirigeva urlando ordini: cadevano sotto l'asse delle ruote gli uomini - a faccia in gi, dai loro carri - e anche questi si ribaltavano con fracasso.
	Dritto di l dalla fossa saltarono i suoi celeri corsieri immortali - lo splendido dono degli dei a Peleo - nella foga dell'inseguimento. L'incitava contro Ettore l'ardore guerriero: lo voleva ad ogni costo colpire! Ma l'altro lo portavano a salvamento i suoi rapidi cavalli.
	Come sotto il peso dell'uragano giace tutta scura la terra in una giornata d'autunno, quando pi violenta Zeus rovescia la pioggia: imperversa, s, nella sua collera con gli uomini che pronunciano per soperchieria nella grande piazza sentenze storte, e mettono al bando la giustizia senza curarsi del rispetto dovuto agli dei. E l tutti i fiumi scorrono in piena, e tante pendici allora le fanno franare i torrenti in corsa, con grande gorgoglio, verso il mare agitato, venendo gi dai monti a precipizio, e vanno in malora i lavori della gente nei campi.
	Cos correvano i cavalli dei Troiani sbuffando forte.
	Patroclo, dopo che ebbe falciato le prime schiere di combattenti, gli tagliava la strada, li stringeva indietro alle navi e non gli lasciava metter piede in citt - il loro sogno! Ma tra la flotta e il fiume Scamandro e le alte mura, li veniva massacrando in una caccia furiosa. Vendicava cos tanti caduti.
	E allora colpiva con l'asta luccicante Pronoo per primo, proprio al petto, in un punto scoperto all'orlo dello scudo, e gli ruppe le membra. Cadeva con fracasso.
	Poi si lanci su Testore, figlio di Enope: stava l rannicchiato sul carro, aveva perso la testa, le redini gli erano saltate via di mano. E Patroclo da vicino, con la lancia, lo trafisse alla mascella destra, e spingeva attraverso i suoi denti. Poi lo sollevava, in quella presa, con l'asta sopra il parapetto del cocchio: e parve il pescatore, seduto su di uno scoglio sporgente, quando tira fuori dal mare il pesce guizzante con la lenza e il lucido bronzo dell'amo. Cos Patroclo lo traeva fuori dal carro, con l'asta luccicante, a bocca aperta, e lo butt a terra a faccia in gi: a quella caduta l'abbandonava la vita.
	Subito dopo, con un pietrone, colp Erilao che gli si lanciava addosso, alla testa, in pieno: ed essa si spacc in due dentro l'elmo pesante. Il guerriero crollava bocconi a terra, intorno a lui si diffuse la morte, distruttrice di vite umane.
	Poi abbatteva via via, l'uno sull'altro, a terra, Erimante, Anfotero, Epalte, e ancora Tlepolemo figlio di Damastore, Echio e Piri, e ancora Ifeo, Evippo e l'Argeade Polimelo. Sarpedone, al vedere i suoi compagni, dalle tuniche senza panciera, venir atterrati cos sotto i colpi di Patroclo figlio di Menezio, gridava a gran voce i suoi rimproveri ai Lici: "Vergogna, o Lici! Dove fuggite? Qui  il momento di mostrarvi battaglieri! L'affronto io, vi dico, il guerriero l. Cos sapr chi  costui che domina da forte in campo, e ha gi fatto tanto danno ai Troiani. Ha rotto le ginocchia a molti valorosi."
	Disse e balz gi dal carro in armi a terra.
	Patroclo dall'altra parte, appena lo scorse, salt gi dal cocchio anche lui.
	E come gli avvoltoi dagli artigli adunchi e dal becco ricurvo si azzuffano sopra un'alta roccia con forti strida: cos loro l gridavano nell'avventarsi l'uno contro l'altro.
	E a vederli, ne aveva piet il figlio di Crono dai tortuosi pensieri, e diceva ad Era, sorella e sposa: "Ahim,  destino che il mio Sarpedone, il pi caro degli uomini sulla terra, cada sotto le braccia di Patroclo figlio di Menezio! Ed io ci penso su, e sono qui incerto se lo devo sottrarre alla battaglia dalle tante lacrime, ora che  ancor in vita, e deporlo nel fertile paese della Licia, o lasciarlo ormai abbattere per mano del figlio di Menezio."
	E a lui rispondeva allora l'augusta Era dai grandi occhi bovini: "Potente Cronide, ma cosa dici! un uomo mortale, da tempo destinato alla sua sorte, e tu intendi liberarlo dalla morte dolorosa? Fa' pure! Ma non tutti certo ti approviamo noi altri dei. E una cosa ancora ti voglio dire, e tu mettitela bene in mente! Se mandi vivo Sarpedone a casa sua, stai attento che poi non ci sia qualche altro dio a pretendere di portar in salvo suo figlio, fuori dalla violenta mischia. Sono tanti, vedi, i figli degli immortali, che combattono intorno alla grande citt di Priamo: e susciteresti in loro un feroce risentimento. Ma se lui ti  caro e ti piange il cuore, via, lascialo pure atterrare, nella dura lotta, sotto le braccia di Patroclo figlio di Menezio! Poi, quando l'abbandoner il soffio della vita, manda Morte e il dolce Sonno a riportarlo fino al paese della vasta Licia! Laggi lo seppelliranno fratelli e amici, in una tomba, sotto una stele: questo, lo sai,  il tributo d'onore ai defunti." Cos parlava. Accondiscese il padre degli uomini e degli dei, e fece cadere al suolo una minuta rugiada di sangue, a onorare suo figlio che Patroclo gli doveva uccidere nella terra di Troia dalle larghe zolle, lontano dalla patria.
	Loro l movevano l'uno contro l'altro, erano ormai ben sotto, ed ecco che Patroclo tirava addosso al famoso Trasimelo, il valente auriga di Sarpedone sovrano. E lo raggiunse al basso ventre, gli sciolse le membra.
	Sarpedone, con l'asta luccicante, sbagli s il colpo contro Patroclo nell'immediato contrattacco, ma fer il cavallo Pedaso alla spalla destra. Ed esso nitriva spirando e stramazzava gi nella polvere con un urlo, la vita vol via. Gli altri due destrieri diedero uno scarto, scricchiol il giogo, le loro redini si ingarbugliarono per la caduta a terra del cavallo di volata. Ma Automedonte trov il rimedio: estraeva dal fianco la spada affilata, e di scatto, con un fendente, stacc il trapelo a colpo sicuro. Si raddrizzarono le due bestie, e si protesero nelle tirelle. E di nuovo gli eroi si scontravano in una lotta mortale.
	Ancora una volta Sarpedone con la lancia lucente falli il segno. La punta dell'asta pass via sulla spalla sinistra di Patroclo, e non lo colp.
	Lui si avvent subito dopo, Patroclo, con l'arma di bronzo, e non a vuoto gli usc il tiro di mano, ma lo colse proprio l dove il diaframma si avvolge intorno al cuore muscoloso.
	Crollava gi: ed era come quando si abbatte al suolo una quercia o un pioppo o un alto pino, che i carpentieri tagliano sui monti con le scuri raffilate per farne travi di nave. Cos lui giaceva a terra, lungo disteso, davanti ai cavalli e al carro, urlando e ghermendo la polvere insanguinata. Come quando un leone uccide un toro saltando in mezzo all'armento, un toro fulvo, animoso, tra i buoi dal passo falciante: ed esso mugola spirando sotto le mascelle della belva: cos il condottiero dei Lici armati di scudo si dibatteva nell'agonia, colpito a morte da Patroclo, e chiamava per nome il suo amico. Diceva: "Glauco caro, s, lo so, tu sei un eroe! Ma ora devi proprio mostrarti un buon combattente di lancia e un intrepido guerriero. S, ora devi solo pensare a questa brutta guerra, se davvero sei un prode. Su, corri da ogni parte a spronare i capi dei Lici, spingili a combattere in difesa di Sarpedone! E anche tu lotta per me con l'arma di bronzo! Credimi, sar per te, in avvenire, motivo di umiliazione e di vergogna per tutti i giorni incessantemente, se gli Achei mi spogliano dell'armatura. Sono caduto nel campo delle navi! Via, tieni duro da forte e incita l'esercito intiero!"
	Cos parlava e la morte lo avvilupp agli occhi e alle narici. L'altro gli calcava un piede sul petto ed estraeva la lancia dal corpo: venivan dietro insieme anche le viscere. Ne tir fuori cos l'anima e la punta dell'asta. E intanto i Mirmidoni trattenevano sul posto i cavalli sbuffanti. smaniosi di scappar via, da quando era rimasto vuoto il carro dei loro padroni.
	Glauco ebbe una atroce pena al sentire quella voce. Era tutto sconvolto, dentro, perch non lo poteva aiutare. Si comprimeva stretto, con una mano, il braccio: lo tormentava la ferita che gli aveva fatto Teucro tirandogli una freccia, durante l'attacco all'alto muro, per tener lontano la rovina dai suoi. E diceva pregando ad Apollo arciere: "Ascoltami, signore, tu che forse sei laggi nel fertile paese della Licia o qua a Troia, ma puoi intendere dappertutto un uomo in pena, come sono ora io, tanto angosciato. Guarda, ho qui una brutta piaga, il mio braccio  trafitto da spasimi lancinanti, il sangue non riesce a raggrumarsi, la mia spalla ne  tutta appesantita. Non ho la forza di tenere salda la lancia, n di andar a battermi con nemici. Ah,  morto il guerriero pi valoroso: Sarpedone, s, figlio di Zeus. Ma lui, l, il dio, non difende il suo ragazzo. Tu almeno, o sovrano, guariscimi questa brutta ferita, assopisci le fitte, dammi vigore! Cos posso, con i miei appelli, incitare i Lici a battagliare, e posso battermi anch'io in difesa del cadavere dell'ucciso."
	Cos diceva pregando: e l'ascolt Febo Apollo.
	Immediatamente gli tronc ogni dolore, fece stagnare il nero sangue che colava dalla ferita, gli mise nuova energia addosso.
	Glauco comprese dentro di s, con gioia, che il grande dio aveva esaudito, pronto, la sua preghiera. E prima correva da ogni parte, spronava i capi dei Lici ad andar a combattere in difesa di Sarpedone. E subito dopo si recava a lunghi passi tra i Troiani, da Polidamante figlio di Pantoo e dal divino Agenore, da Enea e da Ettore armato di bronzo.
	Gli si accostava, gli rivolgeva parole: "Ettore, oggi, s, non hai pi in mente gli alleati, che perdono qua la vita per te, lontano dai loro cari e dalla patria. E tu non sei pronto a difenderli! Ecco,  caduto Sarpedone, il condottiero dei Lici, che governava la Licia con la giustizia e la sua forza. stato Ares, per mano di Patroclo, ad abbatterlo con la lancia. Via, amici, piantatevi l da lui! Impedite la vergogna che i Mirmidoni lo spoglino delle armi, e facciano scempio del cadavere. Sono in collera per tutti i Danai periti, che noi gli uccidemmo presso le navi a colpi di lancia."
	Cos parlava. E i troiani allora li prese, in tutto il corpo, un'angoscia furiosa, impossibile: egli era, lo sapevano, il sostegno della loro citt, pur venendo da via. E tanti soldati erano al suo seguito, e lui primeggiava sempre sul campo. Subito movevano diritto contro i Danai, con ardore battagliero: e alla loro testa era Ettore, infuriato per la sorte di Sarpedone.
	Ma gli Achei prese a spronarli il figlio di Menezio, Patroclo, con virile fierezza. E prima che a ogni altro parlava agli Aiaci, gi pieni di ardire per loro conto: "Aiaci, siate ben decisi oggi, voi due, a dar battaglia, come gi in passato e anche di pi!  caduto il guerriero che balz per primo dentro il muro degli Achei: Sarpedone, s! Ah, poterne fare scempio tra le nostre mani, e strappargli di dosso l'armatura, e abbattere con lo spietato bronzo pi d'uno dei suoi, accorsi in sua difesa!"
	Cos parlava. Ma loro l erano, gi di per s, decisi a respingere i nemici.
	E dopo che da una parte e dall'altra Troiani e Lici, Mirmidoni e Achei ebbero serrato, compatti, le file, ecco che si affrontarono in uno scontro intorno al cadavere inerte, con terribili grida. Sonavano forte le armature dei guerrieri.
	Zeus allora distese una notte tetra sulla mischia violenta: voleva che intorno a suo figlio ci fosse un cupo accanimento di lotta. Da principio i Troiani ributtarono indietro gli Achei dagli occhi vivaci.
	Rest ferito tra le file dei Mirmidoni un guerriero tutt'altro che imbelle: era il figlio del magnanimo Agacle, il divino Epigeo. E un tempo regnava nella popolosa citt di Budio : ma poi uccideva un nobile cugino e venne come supplice da Peleo e da Tetide dal piede d'argento. Ed essi l'avevano mandato, al seguito di Achille sbaragliatore di eroi, a Ilio dai bei puledri, per combattere i Troiani.
	Allora l metteva la mano sul cadavere: ed ecco che lo splendido Ettore lo colp con un macigno alla testa. Ed essa si spacc tutta in due dentro l'elmo pesante. Il guerriero crollava bocconi a terra, intorno a lui si diffuse la morte, distruttrice di vite umane.
	Patroclo sent pena per la perdita del compagno, e avanz diritto, fuori delle linee, tra i campioni. Parve uno sparviero velocissimo, quando disperde cornacchie e storni.
	Proprio cos, o Patroclo, tanto bravo a lanciare i cavalli in corsa, ti avventavi difilato addosso ai Lici e ai Troiani, nella tua rabbia per la sorte del compagno.
	E colp Stenelao, il figlio di Itemene, al collo con un pietrone, e gli sfracell tutt'e due i tendini.
	Si ritrassero indietro i combattenti della prima, fila, e con loro lo splendido Ettore.
	Come va lontano il tiro di un lungo giavellotto, che un uomo lancia con impegno in una gara, o anche in guerra, all'attacco di nemici sanguinari: di altrettanto si ritirarono i Troiani sotto la pressione degli Achei.
	Ma Glauco, il condottiero dei Lici armati di scudi, per primo si gir e uccise il magnanimo Baticle, figlio di Calcone. In Ellade aveva le sue case, e si distingueva tra i Mirmidoni per agi e ricchezze.
	E allora Glauco lo percoteva con la lancia in pieno petto, voltandosi di scatto, quando gi l'altro lo raggiungeva nell'inseguimento. Crollava cos a terra con strepito.
	Un forte dolore afferr gli Achei, alla caduta del prode guerriero. I Troiani esultavano di gioia, e si misero intorno a Glauco, compatti; ma pure gli Achei non pensarono che a battersi, portavano la loro vigoria nello scontro.
	Allora Merione abbatt un guerriero dei Troiani, Laogono, l'ardito figlio di Onetore. Era sacerdote di Zeus Ideo, e veniva onorato dal popolo come un dio.
	Lo colse sotto la mascella e l'orecchio: in un volo la vita se n'and via, e l'odiosa tenebra lo prese.
	Ed ecco, Enea tir su Merione la lancia di bronzo: sperava di raggiungerlo se pur avanzava a riparo dello scudo.
	Ma l'altro guardava dritto in avanti, e riusc a scansare l'arma: si curv gi in basso. E la lunga asta andava a piantarsi al suolo, alle sue spalle. Si mise a oscillare l'estremit: poi la violenza del colpo perse la sua forza.
	Cos la punta della lancia d'Enea and a finire, vibrando, gi a terra: a vuoto partiva dalla robusta mano.
	Allora Enea s'indispett vivamente e gridava: "Merione, sei bravo, lo vedo, a ballare! Ma in un momento la mia arma ti avrebbe messo a riposo per sempre, se ti coglievo." E a lui rispondeva Merione famoso per la lancia: "Enea, sei gagliardo, lo so. Ma ti  ben difficile spegnere l'ardore battagliero di tutti gli uomini che vengono, alla riscossa, contro di te. E poi, penso, anche tu sei mortale! E se riesco anch'io a colpirti in pieno con il bronzo, di punta, ben presto pur con tutta la tua forza e la fiducia nelle braccia daresti a me il vanto della vittoria, l'anima ad Ade dai corsieri famosi."
	Cos parlava. E lo rimprover il valoroso figlio di Menezio: "Merione, come mai fai queste chiacchiere? Anche tu sei un prode. Caro, non certo a parole e a insulti vorranno i Troiani ritrarsi indietro dal cadavere. Prima la terra ne coprir pi d'uno! Con le braccia, credimi; si decide la guerra: il dibattito va bene in assemblea. Perci non bisogna far lunghi discorsi, ma combattere!"
	Cos diceva e si avvi avanti per primo: l'altro lo seguiva, l'eroe simile a un dio.
	Come si leva, tra le gole di un monte, lo strepito dei taglialegna che abbattono le querce, e lo si sente a grande distanza: cos l si alzava da terra il frastuono del bronzo, del cuoio e degli scudi ben lavorati, all'urto delle spade e delle lance a due punte.
	Ormai nessuno avrebbe potuto pi riconoscere, per quanto attento, il divino Sarpedone, tanto era ricoperto da capo a piedi, in tutta la sua lunghezza, dalle armi scagliate, dal sangue e da un mucchio di polvere.
	Loro si addensavano senza posa intorno al cadavere: erano come le mosche che ronzano dentro una stalla sui vasi ricolmi, nei giorni di primavera, quando il latte riempie le conche.
	Cos l si affollavano intorno al morto. N mai Zeus, per un attimo, distolse dalla mischia feroce gli occhi splendenti, ma di continuo andava guardando laggi e meditava. Faceva vari piani per la fine di Patroclo: era incerto se ormai anche lui nella lotta violenta lo doveva, lo splendido Ettore, trucidare l, sul divino Sarpedone, con la sua lancia di bronzo, e togliergli di dosso l'armatura, o se aveva da rendere ben duro il travaglio della guerra a tanti altri ancora.
	Questa gli parve, a pensarci, la cosa migliore: il valoroso aiutante in campo del Pelide Achille avrebbe ricacciato, ancora una volta, i Troiani ed Ettore armato di bronzo, verso la citt, e tolto a pi d'uno la vita.
	Ecco, mise addosso ad Ettore, prima che a ogni altro, lo scoramento: e l'eroe saliva sul carro e si volgeva in fuga, e intanto gridava a tutti gli altri Troiani di scappare. Aveva avvertito, si vede, la decisione sacra di Zeus.
	Allora neppure i forti Lici tennero duro, ma fuggivano tutti: il loro re, lo vedevano, aveva una ferita al cuore, e giaceva fra una catasta di cadaveri. Tanti erano caduti su di lui, da quando il Cronide aveva ravvivato lo scontro brutale!
	Cos gli Achei riuscivano a togliere l'armatura di dosso a Sarpedone: era di bronzo, tutta luccicante. figlio E il prode di	Menezio la diede ai suoi, da portare alle concave navi. E allora diceva ad Apollo l'adunatore dei nembi, Zeus: "Su, caro Febo, va' a detergere dal nero sangue, fuori dalla mischia, Sarpedone! E poi portalo ben lontano a lavarlo nelle acque correnti di un fiume! Ungilo d'ambrosia, rivestilo di vesti divine, e incarica del trasporto i rapidi accompagnatori, Sonno e Morte gemelli, che in un momento lo deporranno nel fertile paese della vasta Licia. Laggi lo seppelliranno fratelli e amici in una tomba, sotto una stele: questo, lo sai,  il tributo d'onore ai defunti."
	Cos parlava: e prontamente ubbidiva Apollo al padre.
	Si avvi gi dalle cime dell'Ida in mezzo all'atroce lotta, e subito portava fuori dai tiri, a volo, il divino Sarpedone, ben lontano: lo lav in acqua corrente di fiume, lo unse di ambrosia, lo vest di indumenti immortali, e lo affidava per il trasporto agli agili accompagnatori Sonno e Morte, di gemelli. E loro in un attimo lo deposero nella grassa regione della vasta Licia.
	Patroclo intanto incitava i suoi cavalli e Automedonte, e si metteva a inseguire Troiani e Lici. E commise cos un grosso errore, l'ingenuo! Se avesse dato retta alle raccomandazioni del Pelide, riusciva certo a sfuggire alla brutta dea della nera morte. Ma il volere di Zeus  sempre pi forte di quello degli uomini: e il dio ora caccia in fuga anche il prode guerriero e gli toglie la vittoria con facilit, ora invece lo spinge a dar battaglia. E cos anche quella volta era lui che gli istigava il cuore in petto.
	E chi fu il primo allora e chi fu l'ultimo che stendevi a terra, o Patroclo, quando gli dei ti chiamavano a morte? Ecco, Adrasto prima di tutti, e poi Autonoo ed Echeclo, e ancora Perimo il Megade ed Epistore e Melanippo, e via via Elaso e Mulio e Pilarte: tutti questi li raggiunse ed ammazz. Gli altri non pensavano che a scappare, ciascuno per conto suo.
	In quel giorno i figli degli Achei avrebbero preso Troia dalle alte porte per mano di Patroclo, tanto infuriava davanti e intorno a s con la lancia, se Febo Apollo non era l, ritto sopra la salda torre, a meditare la sua rovina e a dar aiuto ai Troiani.
	Tre volte Patroclo salt su di uno sperone delle alte mura, e per tre volte Apollo lo respinse violentemente, urtando il lucido scudo con le mani immortali. Ma quando per la quarta volta si avvent simile a un demone, gridava allora terribilmente e gli rivolgeva parole: "Indietro, o Patroclo discendente di Zeus! Non  destino, ricordati, che la citt dei fieri Troiani sia presa dalla tua lancia, e neanche da quella di Achille che pur  molto pi forte di te."
	Cos diceva. E Patroclo si ritraeva indietro di un buon tratto, scansando in tal modo l'ira di Apollo saettante.
	Ettore fermava alla porta Scea i cavalli dalla solida unghia. Non sapeva se combattere ancora buttandosi di nuovo nella mischia, o se gridar l'ordine ai soldati di raccogliersi dentro le mura. Mentre era cos incerto, ecco che gli venne vicino Febo Apollo: aveva preso l'aspetto di un guerriero robusto e gagliardo, di Asio, s, lo zio materno di Ettore domatore di cavalli - fratello di Ecuba e figlio di Dimante che abitava in Frigia presso le acque correnti del Sangario.
	A lui era simile il figlio di Zeus, Apollo, e cos gli parlava: "Ettore, come mai desisti dalla lotta? No, tu non devi! Ah, se ti battessi in forza, di quanto ti sono inferiore! Allora ti pentiresti amaramente d'esserti ritirato dal campo. Via, lancia i cavalli addosso a Patroclo! Pu darsi che tu riesca ad ucciderlo, e che Apollo ti conceda un tale vanto."
	Cos diceva, e se n'andava, il dio, in mezzo alla mischia degli uomini.
	Subito lo splendido Ettore ordin al bravo Cebrione di sferzare i cavalli dentro il campo di battaglia. E intanto Apollo entrava tra la massa dei combattenti, e provocava cos tra gli Argivi una confusione disastrosa, mentre concedeva gloria ai Troiani e ad Ettore.
	Ettore tralasciava l gli altri Danai, non ne faceva strage: veniva lanciando contro Patroclo i cavalli dai forti zoccoli. Patroclo, dall'altra parte, salt gi dal carro a terra, tenendo la lancia con la sinistra: e con l'altra afferr una pietra luccicante, tutta scabra, che la sua palma poteva stringere e coprire. E la scagliava puntandosi sui piedi, e non falliva di molto il bersaglio. Il tiro non part a vuoto. Colpiva invece con l'aguzzo macigno l'auriga di Ettore in piena fronte: Cebrione, s, il figlio illegittimo del nobile Priamo, che reggeva le briglie dei cavalli.
	Il masso gli spezz tutt'e due le sopracciglia, l'osso non gli resse all'urto, gli occhi caddero a terra nella polvere davanti ai suoi piedi. E lui parve un saltimbanco, nel crollare gi dal carro ben lavorato. La vita abbandonava le ossa.
	E a lui dicevi con aria allegra, o Patroclo guidatore di cocchi: "Oh, guarda, guarda! Com' agile lui qui! Con che scioltezza si butta a testa in gi! Se avesse a trovarsi al largo in mare, ne sfamerebbe di gente, questo qui, a cercar ostriche con i suoi tuffi gi dalla nave, anche in giorni di burrasca, a vedere la facilit con cui salta oggi dal carro a terra! Ce n' davvero, anche in mezzo ai Troiani, di buoni saltatori!"
	Cos diceva, e gi era sopra Cebrione, con l'impeto e lo slancio del leone che nel devastare una stalla resta ferito in pieno petto: la sua ostinazione battagliera lo perde. Proprio cos saltavi addosso a Cebrione, o Patroclo, nella tua furia! Ettore, dall'altra parte, balz gi dal cocchio a terra. E i due l si scontrarono disputandosi il corpo di Cebrione. Erano come leoni che sulla cima di un monte si battono, entrambi affamati, per un cervo ucciso, con grande fierezza. Cos per il cadavere di Cebrione, quei due maestri di guerra, Patroclo figlio di Menezio e lo splendido Ettore, erano decisi e risoluti a tagliarsi a vicenda la carne con la spietata arma di bronzo. Ettore aveva afferrato la testa, Patroclo, di fronte, lo teneva per un piede. E gli altri l, Troiani e Danai, ingaggiavano una violenta battaglia.
	Come Euro e Noto si azzuffano in gara tra loro, dentro le valli di una montagna, a scuotere una selva profonda: e faggi, frassini, cornioli dalla sottile corteccia si urtano a vicenda con i lunghi rami, in un frastuono straordinario, e si sente lo scricchiolare ad ogni schianto: cos Troiani e Achei si saltavano addosso gli uni gli altri a trucidarsi, e nessuno n di qua n di l pensava alla rovinosa fuga. E intorno a Cebrione si piantavano al suolo tante aste appuntite, e frecce alate partite di scatto dalla corda degli archi, e tanti grossi macigni percotevano gli scudi dei combattenti, l in giro. E lui in un vortice di polvere giaceva a terra - enorme su uno spazio enorme - dimentico ormai della sua arte di auriga.
	Finch il sole si trovava, nel suo giro, in mezzo al cielo, da entrambe le parti volavano i proiettili e uomini cadevano. Ma quando passava di l, verso l'ora di sciogliere i buoi dal giogo, allora gli Achei contro il volere del fato avevano il sopravvento. Ecco, trassero fuori dai tiri l'eroe Cebrione, lontano dal fracasso della mischia, e gli tolsero di dosso l'armatura.
	Patroclo saltava con feroce risolutezza in mezzo ai Troiani. Tre volte allora li attacc simile all'impetuoso Ares, con un urlo terribile, e per tre volte uccise nove guerrieri. Ma quando per la quarta volta si avvent pari a un demone, allora, o Patroclo, giunse per te la fine della vita! Ti veniva incontro Febo, nella violenta lotta, in tutta la sua tremenda potenza.
	Ma l'eroe non lo scorse avanzare in mezzo al tumulto: ch lo affrontava avvolto da una folta nebbia.
	Si ferm dietro a lui e lo colp sul dorso e sulle larghe spalle con la palma della mano: gli si stravolsero gli occhi. Dal capo gli fece cadere, Febo Apollo, l'elmo: e rotolava l squillando sotto i piedi dei cavalli con il suo pennacchio e la visiera, e i crini del cimiero si sporcarono di sangue e di polvere. Ah, in passato non era ammissibile che si insudiciasse cos con la chioma equina al suolo, ma proteggeva la testa e la fronte piena di grazia d'un guerriero divino, di Achille, s! Ma allora Zeus concesse ad Ettore di portarlo sul suo capo: era vicina per la sua fine.
	Ed ecco, tutta gli si spezz fra le mani la lancia dalla lunga ombra: la lancia pesante, grossa, massiccia, armata di bronzo in punta. Poi da tracolla gli croll a terra con la cinghia lo scudo, che arrivava a i piedi.
	E gli sciolse la corazza il sovrano figlio di Zeus, Apollo.
	Lo stordimento lo prese: gli si slegarono le belle membra. E lui rest l balordo.
	Allora di dietro, sulla schiena, lo colp da vicino con l'asta appuntita un uomo dardano, proprio in mezzo alle spalle. Era Euforbo figlio di Pantoo, che batteva i suoi coetanei nel tirare di lancia, nel guidar i cavalli e nella corsa a piedi. E anche allora aveva sbalzato dal cocchio una ventina di uomini, al suo primo arrivo sul campo con il carro nel far pratica di guerra.
	Fu costui il primo che ti vibr un colpo, o Patroclo valoroso auriga, ma non ti abbatt. Si ritirava di corsa a confondersi tra la massa, strappando via dal corpo la lancia di frassino, senza avere il coraggio di affrontare Patroclo, ormai disarmato, in mezzo alla strage. E Patroclo, prostrato dalla percossa del dio e dal colpo dell'asta, si ritraeva indietro tra le file dei suoi, cercando scampo alla morte.
	Ettore, appena vide il magnanimo Patroclo ritirarsi ferito com'era dall'acuto bronzo, subito gli venne, di tra le schiere, accosto, e lo urtava con l'asta al basso ventre, e gli cacci la punta di metallo da parte a parte.
	Stramazzava a terra con strepito: e gett un grande sgomento tra l'esercito acheo.
	Era come quando un leone vince nella lotta un indomito cinghiale. Ecco, si battono l sulla cima del monte, alteri e superbi, per il possesso di una piccola sorgente d'acqua: tutt'e due vogliono bere. E alla fine il leone abbatte a viva forza, in un lungo rantolo, l'altro. Cos Ettore il Priamide, con un colpo di lancia, a brevissima distanza, toglieva la vita al prode figlio di Menezio dopo tanta strage di Troiani. E a lui con aria di trionfo rivolgeva parole: "Patroclo, certo tu credevi di saccheggiare la nostra citt, di rendere schiave le donne troiane e di menarle sulle navi nella terra dei tuoi padri! Povero illuso! Ma in loro difesa si son lanciati di corsa in campo i cavalli di Ettore. Si, son qua io, campione di lancia tra i battaglieri Troiani, a tener loro lontano il giorno della schiavit. E te, qua, mangeranno gli avvoltoi! felice! Pur con tutta la sua prodezza non ti  venuto, Achille, in soccorso. E forse laggi, alla partenza, ti faceva tante raccomandazioni: "Non tornare, sai, o Patroclo, alle navi, prima di squarciar ad Ettore sul petto la tunica insanguinata!" Cos, penso, ti ha detto: e riusciva, o sciocco, a convincerti."
	E a lui allora senza pi forze dicevi, o Patroclo guidatore di cavalli: "Vantati pure forte, ormai! A te, lo so, han dato la vittoria Zeus Cronide e Apollo. Son stati loro ad abbattermi con facilit: son stati loro, lo so, a disarmarmi. Avversari come te, anche se mi affrontavano in venti, tutti sarebbero caduti qua, atterrati sotto la mia lancia.  stato il destino funesto, con il figlio di Latona, a darmi il colpo mortale: e tra gli uomini, Euforbo. Tu sei arrivato terzo a finirmi. E un'altra cosa ti voglio dire, e tu mettitela bene in mente: neanche tu, sta' certo, hai molto ancora da vivere, ma gi ti sta accanto la morte e l'inesorabile fato. Cadrai per mano di Achille, l'irreprensibile Eacide."
	Cos parlava e la morte l'avvolse. L'anima volando via dalle membra se n'and alla casa di Ade, e lamentava la sua sorte nel lasciar la forza virile e la giovinezza.
	Ma anche dopo morto gli diceva lo splendido Ettore: "Patroclo, perch mi predici la fine? Chi sa che Achille, il figlio di Tetide dalle belle chiome, non perda la vita prima lui, sotto i colpi della mia lancia!"
	Cos parlava. E dalla ferita estrasse la picca di bronzo calcando col piede il cadavere, e lo respinse lontano a schiena in gi. Poi subito con l'asta correva dietro ad Automedonte, lo scudiero pari a un dio dell'Eacide dai rapidi piedi. Era smanioso di colpirlo! Ma gi Automedonte lo portavano via i celeri corsieri immortali, che gli dei avevano dato - magnifico dono - a Peleo.

/:/LIBRO XVII



	Si accorse prontamente il figlio d'Atreo, il bellicoso Menelao, che Patroclo era stato abbattuto dai Troiani in mezzo alla strage, e avanzava tra le prime file, armato di bronzo scintillante.
	Si piant l in sua difesa. Pareva la madre mugolante accosto alla sua vitellina - una bestia primipara, non esperta fin allora di parti. Proprio cos si aggirava intorno a Patroclo il biondo Menelao.
	Protese innanzi l'asta e lo scudo rotondo, ben equilibrato, deciso com'era a far fuori chi gli veniva contro.
	Non rest indifferente alla caduta di Patroclo irreprensibile il figlio di Pantoo dalla buona lancia: gli si fece vicino e diceva al battagliero Menelao: "Atride Menelao discendente di Zeus, capo di guerrieri! Indietro! Abbandona il cadavere! Lascia l le spoglie insanguinate! Nessuno, sai, dei Troiani e dei nobili alleati ha colpito, prima di me, Patroclo con la lancia nella violenta mischia. Perci fammi acquistare una grande fama tra i Troiani, se non vuoi che ti ferisca e ti tolga la dolce vita!"
	E a lui rispose, vivamente indignato, il biondo Menelao: "Ah, Zeus padre! Non  davvero bello vantarsi troppo. Ecco, non hanno tanta baldanza la pantera e il leone, e neppure il cinghiale inferocito con quel grande suo cuore in petto, inebriato della propria forza: come sono qui arditi i figli di Pantoo armati di buona lancia. No, neanche il gagliardo Iperenore domatore di cavalli pot godersi la sua giovinezza, il giorno che mi ha insultato e mi ha tenuto testa! Pensava che io fossi, in mezzo ai Danai, il pi vile dei guerrieri. Ma non  pi andato a casa coi suoi piedi, se non mi sbaglio, a rallegrare la sua sposa e i cari genitori. E cos, sta' pur certo, spezzer anche la tua furia, se ti pianti di fronte a me. Io per ti consiglio di ritirarti e di rientrare nella massa. Non star qui davanti a me, se vuoi non aver guai! Uno stolto, lo sai, impara a sue spese."
	Cos parlava, ma fu inutile. L'altro gli rispondeva: "Oggi, sta' pur sicuro, o Menelao, me la paghi cara per la morte di mio fratello, di cui parli con aria di trionfo. Hai reso vedova la sposa in fondo alla sua stanza nuova, hai recato pianto e dolore orribili ai genitori. Ecco, io metter fine al singhiozzare di quegli infelici, se porto l la tua testa e le tue armi, e le poso tra le mani di Pantoo e della divina Frontide. Via, non aspettiamo pi! La decisione alle armi: o la vittoria o la fuga!"
	Cos diceva, e lo colp sullo scudo rotondo, ben equilibrato da ogni parte. Ma l'arma non l'infranse, la punta si ripieg nel duro urto.
	Poi si avventava lui con la sua lancia, l'Atride Menelao, invocando Zeus padre. E mentre l'altro si ritraeva indietro, lo fer alla base della gola, e insisteva a spingere con il braccio pesante. Da parte a parte la punta pass attraverso il collo delicato.
	Crollava a terra con un tonfo: risonarono le armi su di lui. E si inondavano di sangue le sue chiome, parevano quelle delle Grazie : si bagnavano i suoi riccioli, allacciati con spirali d'oro e d'argento.
	A volte si vede un arbusto rigoglioso di ulivo, lo fa crescere l'uomo in un posto solitario. E acqua in abbondanza lo bagna, ed esso  bello, lussureggiante. Lo vanno agitando i soffi d'ogni sorta di venti, e si carica di fiori bianchi. Ma viene d'improvviso una raffica con grande furia, e lo sradica dalla sua terra e lo stende al suolo. Cos era il figlio di Pantoo, Euforbo dalla forte lancia, dopo che l'Atride Menelao l'aveva ucciso, e lo spogliava delle armi.
	Come quando un leone cresciuto sui monti, fiducioso nella sua forza, ghermisce la pi bella bestia di una mandra al pascolo, e le spezza prima la cervice entro la stretta dei forti denti, e poi ne ingoia ingordo il sangue e le viscere tutte, sbranandola via via: e intorno a lui i cani e i pastori gridano a lungo, ma a distanza, e non se la sentono di affrontare la belva, la livida paura li tiene: cos l nessuno aveva il coraggio di movere incontro al glorioso Menelao.
	Allora l'Atride avrebbe portato via le splendide armi del figlio di Pantoo, se Febo Apollo non si irritava con lui. S, gli sped contro Ettore, simile all'impetuoso Ares.
	Prendeva l'aspetto di un uomo, di Mente condottiero dei Ciconi, e gli rivolgeva parole: "Ettore, ecco, tu insegni l'impossibile correndo ora cos! Figurarsi, i cavalli del battagliero Eacide! Ma  una dura impresa, sai, reggerli e guidarli per uomini destinati a perire, ad eccezione di Achille che ha una madre immortale. E intanto, vedi, Menelao, il bellicoso figlio di Atreo, si  piantato a difesa di Patroclo e ha ucciso il pi valoroso dei Troiani: il Pantoide Euforbo, s! Ha messo fine alla sua lotta ardita."
	Cos diceva, e se n'andava, il dio, in mezzo alla zuffa accanita dei guerrieri.
	Un atroce dolore strinse Ettore nelle nere viscere. Diede un'occhiata allora di tra le file, e subito li scorse: uno era tutto occupato a togliere le magnifiche armi, l'altro stava disteso a terra. Sgorgava il sangue dalla ferita aperta.
	Si avvi pronto tra i guerrieri in prima linea, armato di bronzo scintillante, levando forti grida. Pareva l'irrompere della fiamma di Efesto, ben difficile da spegnere.
	Sent i suoi urli acuti il figlio di Atreo, e diceva tutto turbato al suo magnanimo cuore: "Ahim, se lascio qui le belle armi e Patroclo che  caduto su questa terra per la mia causa, pi d'uno dei Danai, ho paura, se la prender con me al vedermi. Ma se mi batto da solo cos con Ettore e i Troiani, per un senso di onore, c' il rischio che mi accerchino, in tanti come sono. Eccoli, tutti i Troiani Ettore mena in qua! Ah, perch mi lascio andare a questi pensieri? Quando un guerriero si azzarda, contro il volere d'un nume, a scontrarsi con un eroe a cui un dio accorda protezione, gli rotola ben presto addosso un grave malanno. Perci nessuno dei Danai ce l'avr con me, se mi scorge cedere davanti ad Ettore.  chiaro, lui guerreggia con l'aiuto degli dei. Ma se sapessi dov' Aiace, potremmo tutt'e due tornar in campo e pensare alla lotta, anche a dispetto del Cielo. E forse riusciremo cos a trarre in salvo il cadavere, per il Pelide Achille. Sarebbe il meno peggio dei mali."
	Mentre pensava cos, le schiere dei Troiani cominciarono a venire avanti: alla loro testa era Ettore.
	Allora lui si ritraeva indietro e abbandonava il cadavere, voltandosi ogni tanto. Pareva un leone dalla folta giubba, che cani e pastori cacciano via dalla stalla con lance e grida: il suo forte cuore ha un brivido di paura, e di malavoglia se ne va dalla capanna. Cos si allontanava da Patroclo il biondo Menelao. E solo quando giunse tra i suoi, si rigir a tener fronte al nemico.
	Cercava con gli occhi il grande Aiace figlio di Telamone. Subito lo scorse alla sinistra del campo di battaglia, che animava i suoi compagni e li spingeva a combattere: Febo Apollo aveva gettato un panico straordinario in mezzo a loro.
	Si avvi di corsa e fu ben presto da lui. Gli diceva: "Aiace, vieni qua, caro! C' da difendere Patroclo a terra. Via, svelto! Vediamo se ci riesce di portare ad Achille il cadavere spogliato. Le sue armi, penso, le ha Ettore ormai."
	Cos diceva, e mise il cuore in subbuglio al prode Aiace. Si avviava allora tra i combattenti delle prime file, e con lui si moveva il biondo Menelao.
	Ettore aveva appena spogliato Patroclo della famosa armatura, e lo veniva trascinando: intendeva staccargli la testa dalle spalle con un colpo di spada, e tirarsi dietro il cadavere per darlo alle cagne troiane.
	Ed ecco, Aiace gli fu addosso con il suo scudo simile a torre.
	Ettore allora indietreggi, rientrava fra la massa dei suoi, e fu d'un salto sul carro. Le belle armi le dava ad alcuni Troiani da portare in citt: dovevano essere per lui una grande gloria.
	Aiace copriva con il suo vasto scudo il figlio di Menezio, e si piant l. Era come una leonessa in difesa dei propri figli - una leonessa che veniva menando i suoi piccoli per la selva, ed ecco s'imbattono in lei dei cacciatori: e allora  fiera e superba della sua forza, e tira gi tutta la pelle della fronte fino a coprire gli occhi. Cos Aiace si era messo di fianco all'eroe Patroclo.
	Dall'altro lato stava l'Atride, il bellicoso Menelao, e covava in petto un grande dolore.
	Glauco intanto, figlio di Ippoloco, condottiero dei Lici, guardava torvo Ettore investendolo con dure parole: "Ettore, l'apparenza  di eroe, ma non sei nato, vedo, per la guerra! S, non ha consistenza la grande fama che hai: sei solo pronto a scappare. E ora pensaci tu a salvare la citt e la rocca, qui da solo, con i tuoi uomini nativi di Ilio. Nessuno dei Lici, puoi star sicuro, si mover pi per battersi a difesa della citt.  fin troppo chiaro ormai: non si guadagna niente a battagliare coi nemici senza tregua, sempre. E come farai, di', a salvare un uomo comune in una mischia, quando, o sciagurato, Sarpedone tuo ospite e amico l'hai lasciato l divenir preda e bottino degli Argivi? Lui che tante volte ti era stato di aiuto, alla citt e a te, quando era in vita! E oggi tu non hai avuto il coraggio di respingere quei cani. Cos ora, se i Lici mi danno ascolto, ce n'andremo a casa, e per Troia sar la fine. Ah, solo che ci fosse qui, nei Troiani, una decisa ferma energia - quale prende i guerrieri che danno dura battaglia al nemici per la loro terra - faremmo presto allora a tirare Patroclo dentro Ilio! E una volta che il corpo di Patroclo fosse entrato nella grande citt del re Priamo, dopo esser riusciti a trarlo fuori dalla mischia, subito allora gli Argivi ci renderebbero le belle armi di Sarpedone, e noi ne potremmo menare il corpo in Ilio.  stato ucciso, lo sai, lo scudiero di un eroe che  senz'altro il pi valoroso degli Argivi, l presso le navi: e prodi sono i suoi compagni negli scontri. Ma tu non te la sei sentita di piantarti davanti al coraggioso Aiace e di guardarlo negli occhi, tra l'urlare dei nemici, e di assalirlo. Si, lui  pi forte di te."
	E a lui, guardandolo scuro, rispose Ettore dall'elmo lampeggiante: "Glauco, e perch mai tu, col carattere che hai, parli cos da arrogante? Ah! credevo proprio tu fossi superiore, per buon senso, a tutti gli altri che abitano la fertile Licia! Ora invece ho i miei bravi dubbi sulla tua assennatezza, da come parli, tu che dici che non so tener testa al gigantesco Aiace. No, non son davvero io il tipo che trema davanti alla battaglia e al fracasso dei carri! Ma il volere di Zeus egioco  sempre pi forte: e il dio ora caccia in fuga anche il prode eroe e gli toglie la vittoria con facilit, ora invece lo spinge a dar battaglia. Su, caro, resta al mio fianco e guarda come lotto! Vedrai se sar un vile nel corso della giornata qui, come tu dici, o se son buono di metter fuori combattimento pi d'uno dei Danai, pur decisi come sono nella difesa del cadavere di Patroclo."
	Cos parlava, e spron i Troiani con un lungo urlo: "Troiani e Lici, e voi Dardani bravi negli scontri, siate uomini, amici, e pensate all'aspra lotta! Intanto io mi metto addosso le belle armi di Achille, che ho tolto al forte Patroclo dopo averlo ucciso."
	Cos diceva, e se ne and via Ettore dall'elmo lampeggiante, fuori dalla furia degli scontri. Di corsa raggiungeva ben presto, dopo un agile inseguimento, a non molta distanza, i compagni che portavano in citt la famosa armatura del Pelide.
	Si fermava in disparte dalla battaglia, cagione di tante lacrime, e si cambi le armi. Dava le sue ai bellicosi Troiani da portare dentro la sacra Ilio, e vestiva quelle immortali del Pelide Achille, che gli dei del cielo avevano regalato al padre. E questi ormai vecchio le aveva date a suo figlio - ma lui non doveva invecchiare nell'armatura paterna! Quando Zeus, adunatore dei nembi, scorse l'eroe indossare in disparte le armi del divino Pelide, scoteva la testa e diceva tra s: "Ah, infelice! Non pensi alla morte che ormai ti  vicina. Ecco, tu ti rivesti delle armi di un prode eroe, davanti a cui tremano ben altri! E gli hai ammazzato il compagno gentile e forte, gli hai tolto senza riguardo dal capo e dalle spalle la sua armatura. Ma almeno per ora ti voglio concedere un grande trionfo, in compenso della sorte che t'aspetta. Ah, al tuo ritorno dal campo, non prender, Andromaca, da te, le armi famose del Pelide!"
	Disse e fece un cenno all'ingi, il Cronide, abbassando le oscure sopracciglia.
	Ecco, adattava l'armatura al corpo di Ettore: e lo spirito battagliero entrava in lui, le sue membra furono ad un tratto piene di ardimento e di forza.
	Si dirigeva verso i nobili alleati mandando alte grida. E comparve l, davanti a tutti, nello splendore delle armi del magnanimo Pelide.
	Passava dall'uno all'altro a spronarli: veniva incitando Mestle e Glauco, Medonte e Tersiloco, e poi Asteropeo, Disenore e Ippotoo, e via via Forci, Cromio e Ennomo interprete degli uccelli.
	E lui li esortava, rivolgeva loro queste parole: "Sentite, o varie trib di alleati dei dintorni! Io non cercavo, vedete, una massa di gente e non ne avevo bisogno, quando vi feci venire qui, dalle vostre citt, uno ad uno: ma volevo che difendeste, con impegno, le spose e i teneri figli dei Troiani dalla furia dei combattivi Achei. Con questa mira vado rovinando la mia gente con imposizioni continue di tributi in doni e vettovaglie, e tengo alto il vostro morale. E allora oggi avanti, tutti, contro il nemico! O la morte o la salvezza: e questa, lo sapete, la legge della guerra. E chi riesce a trascinare il cadavere di Patroclo tra le file dei Troiani e fa ripiegare indietro Aiace, ecco, gli assegner la met delle spoglie: l'altra met me la voglio tener io. E avr una gloria pari alla mia."
	Cos parlava. E loro l avanzarono diritto contro i Danai con le lance puntate, in un pesante attacco. E ognuno sperava in cuor suo di sottrarre il cadavere ad Aiace Telamonio. Poveri sciocchi! A tanti, su quel corpo, lui tolse la vita.
	E allora Aiace diceva a Menelao valente nel grido di guerra: "Caro, non ne usciremo pi, penso, da soli cos, o Menelao, da questa battaglia. E non sono tanto in pensiero per il cadavere di Patroclo, che ben presto sfamer le cagne dei Troiani e gli uccellacci, quanto ho paura per me, che non mi capiti qualche guaio, come anche per te. Guarda l:  un nembo di guerra che avviluppa da ogni parte, quell'Ettore! E per noi  la fine."
	Cos diceva. E prontamente gli diede ascolto Menelao, e gridava forte facendosi sentire dai Danai: "Amici, condottieri e capi degli Argivi, voi che bevete e mangiate dagli Atridi a spese della comunit e avete il comando dei singoli reparti, e onore e gloria vi accompagna da parte di Zeus! Mi  ben difficile rintracciare, ad uno ad uno, i duci: tanto, vedete, infuria e divampa la lotta. Via, ognuno si faccia avanti da s, e si ribelli al pensiero che Patroclo diventi un'allegra festa per le cagne dei Troiani!"
	Cos diceva. Ne senti chiaramente l'appello il veloce Aiace d'Oileo, e fu il primo ad andargli incontro, di corsa, attraverso la mischia e la strage. E dietro a lui si moveva Idomeneo, e il suo compagno Merione, simile ad Enialio sterminatore di guerrieri. Ma chi pu ricordare e dire i nomi di tutti gli altri Achei, che subito dopo rianimavano l lotta?
	I Troiani attaccarono in massa: Ettore era alla loro testa. Come quando alla foce di un fiume, alimentato dalle piogge del cielo, mugghia la grossa ondata del mare nell'urtar la corrente, e all'intorno le rocce della riva risuonano, al rovesciarsi schiumoso delle acque salate: grande cos era il gridare dei Troiani all'assalto.
	Ma gli Achei si erano piantati tutti in giro al cadavere di Patroclo, decisi e concordi, formando una siepe di bronzo con gli scudi. E d'un tratto, all'intorno, il Cronide gli sparse un fitta nebbia sopra gli elmi luccicanti: non aveva in odio davvero, in passato, il figlio di Menezio, quando viveva ed era lo scudiero dell'Eacide. E non volle in quella occasione che lui divenisse una preda per le cagne dei nemici troiani. Cos spingeva i compagni di lui a difenderlo.
	Da principio i Troiani ributtarono indietro gli Achei dai mobili occhi.
	Abbandonavano, questi, il cadavere e si diedero alla fuga. Non uno per riuscivano a ucciderne, i superbi Troiani, sotto le lance, pur con tutta la loro furia: facevano soltanto il tentativo di tirar via il morto.
	Per poco anche gli Achei dovevano starsene a distanza. Subito li fece voltare Aiace, che era, s, il pi insigne per aspetto e imprese fra tutti gli altri Danai, dopo l'irreprensibile Pelide.
	Avanz diritto fuori delle linee tra i campioni. Pareva, per coraggio, il cinghiale che nei monti si rivolta a disperdere, con facilit, i cani e i giovani fiorenti attraverso le macchie. Cos il figlio del nobile Telamone, lo splendido Aiace, sparpagli, senza sforzo, con il suo assalto, lo schieramento dei Troiani che gi avevano circondato Patroclo, e pensavano di trascinarlo alla loro citt e di acquistarsi gloria. C'era l l'illustre figlio di Leto pelasgo, Ippotoo, che cercava di tirarlo per un piede, in mezzo alla mischia selvaggia: gli aveva legato una cinghia intorno ai tendini, tra malleolo e calcagno, e mirava a ingraziarsi Ettore e i Troiani. E all'improvviso su lui arriv la sventura, e nessuno valse a stornarla con tutta la sua buona volont.
	Ecco, il figlio di Telamone, con un balzo tra la calca, gli tir un colpo da brevissima distanza passando l'elmo dalle guance di bronzo. E l'elmo, con la sua fitta criniera, s'infranse attorno alla punta della lancia, sotto l'urto della grossa asta e del braccio gagliardo: e sprizz fuori dalla ferita, per il foro della visiera, materia cerebrale e sangue. A Ippotoo d'un tratto venne a mancare la forza: e cos lasci cadere di mano il piede del magnanimo Patroclo, a terra l. E stramazz accanto a lui, con la faccia sul cadavere, lontano dalla sua Larissa ricca di grosse zolle. E non pot ricompensare i suoi genitori per le cure ricevute nell'infanzia: di breve durata era la sua vita, abbattuto come fu dalla lancia del valoroso Aiace.
	Ettore a sua volta tir addosso ad Aiace l'asta balenante. Ma questi guardava dritto in avanti, e riusc a scansare il colpo, di poco. L'altro coglieva Schedio, il figlio del magnanimo Ifito, il pi prode senz'altro dei Focesi, che aveva le sue case nella celebre Panope e dominava su tanti uomini. Lo raggiunse in pieno, sotto la clavicola. La punta di bronzo usciva fuori in fondo alla spalla. L'uomo crollava con grande strepito e squillarono le armi sopra di lui.
	Aiace allora colp in mezzo al ventre Forci, il valoroso figlio di Fenope, accorso l in difesa di Ippotoo. Gli frantum il piastrone della corazza, il bronzo entrava negli intestini. Lui cadeva nella polvere e ghermiva la terra con le dita.
	Si ritrassero indietro i combattenti della prima fila, e con loro lo splendido Ettore. E gli Argivi levarono un alto grido, tiravano i cadaveri dalla loro parte, Forci e Ippotoo, e gli slegavano di dosso l'armatura.
	E allora i Troiani, sotto la pressione dei bellicosi Achei, sarebbero risaliti di nuovo in Ilio, sopraffatti da vilt: e gli Argivi avrebbero conquistato la gloria, anche contro il volere di Zeus, grazie alla loro forza e al loro vigore, se Apollo in persona non andava a stimolare Enea. Aveva assunto l'aspetto dell'araldo Perifante figlio di Epito, che invecchiava in quella sua funzione accanto all'anziano padre Anchise, e gli voleva un gran bene.
	A lui era simile il figlio di Zeus, Apollo, e cos gli parlava: "Enea, come fareste a difendere l'alta Ilio, se gli dei vi fossero contro? Eppure, sai, ho visto altri salvare la propria citt: e potevano contare solo sulla loro forza, sul loro coraggio, e sui propri soldati, che pur erano ben scarsi. Ecco, oggi Zeus preferisce dar a voi la vittoria, e non ai Danai. E voi qui avete una paura matta e non vi battete."
	Cos parlava. Enea riconobbe Apollo arciere a un'occhiata in faccia. E diceva ad Ettore gridando a gran voce: "Ettore e voi altri condottieri dei Troiani e degli alleati,  una vergogna qui, sotto l'urto dei bellicosi Achei, dover risalire in Ilio, sopraffatti dalla vilt. Eppure, sapete, mi  venuto accanto un dio a dire che Zeus, l'arbitro supremo della guerra, ci soccorre ancora. Avanti dunque contro i Danai! Impediamogli di portare, a loro agio, il corpo di Patroclo alle navi!"
	Cos diceva e subito d'un balzo era l davanti, fuori dalle file. I Troiani si rigirarono e fecero fronte agli Achei.
	E allora Enea fer con la lancia Leocrito, figlio di Arisbante, valoroso compagno di Licomede.
	A vederlo cadere, sent piet il battagliero Licomede: andava a piantarglisi vicino, e scagli l'asta lucente. Colpiva cos l'Ippaside Apisaone pastore di popoli, al fegato, sotto il diaframma, e subito gli sciolse le ginocchia: era venuto dalla Peonia ricca di larghe zolle, ed era il pi bravo in campo, dopo Asteropeo.
	A vederlo a terra, sentiva piet il bellicoso Asteropeo, e avanz diritto, anche lui, a battersi risoluto con i Danai. Ma non pot pi farlo. Si erano l trincerati dietro gli scudi piantandosi intorno a Patroclo, e tenevano le lance puntate. Aiace passava da tutti e impartiva vari ordini: nessuno, egli diceva, deve ritrarsi dietro il cadavere, nessuno deve lanciarsi fuori a battersi da solo, senza gli altri Achei, ma bisogna restare compatti intorno al caduto, combattere solo da vicino.
	Cos raccomandava Aiace gigantesco. Si veniva bagnando la terra di sangue rosso cupo, cadevano l gli uni sugli altri confusamente, c'erano morti non solo tra i Troiani e i vigorosi alleati, ma anche tra i Danai. Neppure loro, bisogna ammetterlo, battagliavano senza perdite: perivano per in numero minore. Badavano di continuo a difendersi, nella mischia, a vicenda, e a salvarsi dalla morte.
	Cos loro l combattevano, ed era come un divampare d'incendio. Non si poteva dire se ci fosse ancora il sole o la luna, tanto erano avvolti dalla nebbia finch stettero a combattere, quei prodi, intorno al cadavere del figlio di Menezio.
	Gli altri Troiani invece e gli altri Achei dai saldi schinieri guerreggiavano senza impaccio, sotto il cielo sereno: si spandeva la viva luce del sole, nuvola non appariva su tutta la terra n sulle montagne. Ed essi si battevano con intervalli e soste, cercando di evitare a vicenda i proiettili dolorosi: si tenevano a grande distanza. Ma l, al centro, soffrivano duramente per la nebbia e la lotta, tutti quei valorosi: erano fiaccati dal bronzo spietato.
	Due eroi, due guerrieri gloriosi, Trasimede e Antiloco, non sapevano ancora della morte di Patroclo, ma pensavano che fosse vivo e si battesse coi Troiani nelle prime file. Essi si davano solo pensiero di evitare la morte e la rotta dei loro compagni, e lottavano in disparte: cos gli aveva raccomandato Nestore nel mandarli in campo, lontano dalle nere navi.
	Per tutta la giornata l infuriava la lotta violenta. Nella fatica il sudore, senza tregua, imbrattava ginocchia e gambe e piedi a ognuno, imbrattava braccia e occhi ai combattenti da una parte e dall'altra, intorno al bravo scudiero dell'Eacide.
	Come quando un uomo d ai suoi servi, da stendere, una pelle di un grande toro, tutta imbevuta di grasso: ed essi l'afferrano e a regolari intervalli la vanno tirando, disposti a cerchio: ed ecco subito l'umidit vien fuori, l'olio penetra agli strattoni di tanti, e il cuoio si distende tutto, in ogni senso: cos loro l, da una parte e dall'altra, in un piccolo spazio, tiravano il cadavere. E avevano in cuore la speranza, i Troiani di trarlo in Ilio, invece gli Achei alle concave navi. E intorno a lui si era accesa una battaglia selvaggia. N Ares animatore di combattenti n Atena, a quella vista, avrebbero avuto da ridire, pur con la loro partigianeria.
	Cos Zeus in quel giorno suscitava, sul corpo di Patroclo, l'accanito scontro di uomini e cavalli. Ma niente sapeva ancora il divino Achille della morte di Patroclo. Combattevano,  vero, molto lontano dalle celeri navi, sotto le mura di Troia. Mai pi immaginava che fosse morto, ma lo vedeva vivo dar l'assalto alle porte e poi di ritorno. Neanche pensava che riuscisse a distruggere la citt senza di lui, e neppure insieme a lui. Pi di una volta l'aveva sentito dire da sua madre, in segreto, quando lei gli riferiva il volere del grande Zeus. Ma non gli aveva detto, la madre, allora, la grave sciagura - ormai divenuta realt, che cio il pi caro dei suoi compagni era morto.
	E loro l, di continuo, intorno al cadavere, puntando le lance si stringevano l'uno addosso all'altro senza tregua, e si massacravano a vicenda. E cos diceva qualcuno degli Achei vestiti di bronzo: "Amici, non sarebbe davvero per noi un bell'onore far ritorno alle navi! Piuttosto qui ci inghiotta tutti la nera terra!  senz'altro per noi, penso, molto meglio, se ci tocca lasciare lui qua, in mano ai Troiani, e loro se lo trascinano in citt e si acquistano un tal vanto." E cos andava dicendo pi d'uno dei coraggiosi Troiani: "Amici, anche se  destino che ci restiamo tutti presso questo morto, nessuno si ritiri dalla lotta!"
	Cos questo o quello andava dicendo, e stimolava l'energia di ciascuno.
	Ecco, loro laggi seguitavano a combattere, il crudele frastuono saliva al cielo di rame attraverso l'aria deserta. E intanto i cavalli dell'Eacide, lontano dalla battaglia, erano l che piangevano, fin dal momento che avevano saputo del loro auriga caduto nella polvere, sotto i colpi d'Ettore sterminatore di guerrieri. E s che Automedonte, il forte figlio di Diore, li veniva battendo pi e pi volte a sferzate con l'agile frusta, e a lungo gli parlava con le buone, a lungo a furia di imprecazioni.
	I due animali si rifiutavano di far ritorno alle navi, in riva al largo Ellesponto, o di rientrare nella battaglia in mezzo agli Achei. Ma come resta immota una stele, quando sia stata eretta su di un sepolcro di un guerriero caduto o di una donna, cos rimanevano l fermi con il bellissimo carro, tenendo le teste basse fino al suolo. Calde lacrime gli colavano dalle palpebre a terra, tanto piangevano per la perdita del loro auriga. L'abbondante criniera s'insudiciava nel rovesciarsi in gi, fuori del collare, lungo il giogo, da una parte e dall'altra.
	A vederli sciogliersi in pianto l, ne ebbe compassione il Cronide, e scuoteva la testa, diceva fra se stesso: "Povere bestie! Perch vi abbiamo date al re Peleo, a un mortale, s, mentre voi siete immuni da vecchiaia e da morte? Forse per farvi soffrire in mezzo agli uomini infelici? Ah, lo so, niente c' di pi miserevole dell'uomo, fra tutte le creature che respirano e si trascinano sulla terra. Per non si far trasportare, Ettore il Priamide, da voi e dal vostro artistico carro: non lo permetter, ne potete star sicuri. O non basta che gi si tiene le armi e va gloriandosene cos, per niente? S, voglio mettervi energia nelle ginocchia e in corpo. Menerete Automedonte in salvo, fuori dal campo di battaglia alle navi. Ecco, ai Troiani intendo concedere ancora la gloria di far strage, finch arrivano laggi alla flotta e il sole tramonta, e sopraggiunge la sacra tenebra."
	Cos diceva, e mise addosso ai cavalli una gagliarda energia.
	Si scotevano gi dalle criniere la polvere a terra, e di galoppo portavano il rapido carro in mezzo ai Troiani e agli Achei.
	Ritto l, Automedonte lottava, se pur rattristato per la sorte del compagno, e veniva lanciandosi col cocchio come uno sparviero sulle oche. Con agile prontezza si sottraeva in fuga alla furia assalitrice dei Troiani, con pronta rapidit scattava all'attacco e inseguiva tra la densa massa. Ma non uccideva uomini quando si lanciava all'inseguimento: non gli era possibile, cos da solo sul forte carro, avventarsi con l'asta e tenere i veloci destrieri.
	Finalmente lo scorse un suo compagno d'armi, Alcimedonte, s, figlio dell'Emonide Laerce.
	Si accostava al cocchio, di dietro, e diceva ad Automedonte: "Automedonte, chi mai degli dei, d, t'ha messo in testa un'idea tanto balorda? e ti ha tolto il buon senso? Ma come! Tu ti batti da solo coi Troiani, in prima linea, quando il tuo compagno  stato ucciso, ed Ettore si porta addosso, con aria di trionfo, le armi dell'Eacide?"
	E a lui rispondeva Automedonte, il figlio di Diore: "Alcimedonte, qual altro degli Achei, credimi, ti uguaglia nel tenere a freno la foga di corsieri immortali? Patroclo solo, riflessivo e prudente come un dio, quando era vivo! Ma ora lo ha raggiunto il destino di morte. Via, prendi la frusta e le briglie! Io discender dal carro. Voglio dar battaglia."
	Cos parlava. E Alcimedonte fu d'un salto sul carro di guerra, e prese svelto in mano la sferza e le redini.
	Automedonte balzava a terra. Lo not lo splendido Ettore, e subito si rivolgeva ad Enea che gli era vicino: "Enea, consigliere dei Troiani, vedo l comparire in campo i cavalli dell'Eacide, con guidatori maldestri. Potremo catturarli, penso, se tu sei pronto e deciso. Su, moviamo all'assalto insieme! Non avranno il coraggio di tenerci testa e di battersi con noi."
	Cos diceva. E subito acconsent il valoroso figlio di Anchise.
	Avanzavano diritto, tenendosi all'omero gli scudi di cuoio secco e solido, coperti di un grosso strato di bronzo. Con essi si movevano insieme Cromio e Areto pari a un dio: e ognuno, in segreto, sperava di trucidare loro l, e menar via i cavalli dall'alta cervice. Poveri illusi! Non dovevano tornar indietro dal loro scontro con Automedonte, senza versare sangue.
	Lui rivolgeva una preghiera a Zeus padre, ed ecco si sent pieno di coraggio e di forza nelle nere viscere. E subito diceva ad Alcimedonte, il suo fidato compagno: "Alcimedonte, non tenere, mi raccomando, i cavalli a distanza! Lasciameli pure sbuffare sulla schiena! Guarda l: non ha certo in mente, Ettore il Priamide, di desistere dal suo assalto: vuol prima montare sul carro qui di Achille facendo fuori noi due, e mettere in rotta le linee argive. O pu anche darsi che ci resti lui, nelle prime file dei combattenti!" Cos diceva, e si mise a chiamare i due Aiaci e Menelao: "Aiaci, Menelao, via, affidate il morto l ai pi forti! Che ci pensino loro a difenderlo e a respingere le schiere dei nemici! Venite da noi qui, intanto che siamo vivi: allontanateci il giorno che non d scampo! Guardate, da questa parte premono sul campo di battaglia Ettore ed Enea, i pi prodi dei Troiani. Tutto qui sta sulle ginocchia degli dei. Ecco, ora tiro io. Poi sar come Zeus vorr."
	Disse, e traendo all'indietro l'asta dalla lunga ombra la scagli: e colpiva Areto sullo scudo rotondo, ben equilibrato da ogni parte. E questo non lo proteggeva contro la lancia, la punta di bronzo and da parte a parte, e penetrava attraverso il cinturone di cuoio nel basso ventre.
	Come quando un giovane robusto, con una scure affilata in mano, vibra un colpo dietro le corna di un bue campagnolo, e gli taglia di netto tutta la massa dei nervi: e la bestia con un balzo in avanti stramazza gi: cos lui con un salto si rovesci al suolo sul dorso. La lancia, cacciata di punta nelle viscere, gli scioglieva le membra.
	Ettore allora tir addosso ad Automedonte l'asta lucente. Ma l'altro guardava diritto in avanti, e riusc a scansare l'arma: si curv gi in basso. E la lunga lancia andava a piantarsi al suolo, alle sue spalle. Si mise a oscillare l'estremit: poi la violenza del colpo perse la sua forza.
	E allora s, con le spade in pugno, si sarebbero buttati in un corpo a corpo, se gli Aiaci non erano pronti a metterglisi in mezzo, accorrendo tra la calca all'appello del compagno.
	Smarriti a quella comparsa, Ettore, Enea e Cromio simile a un dio si ritraevano di nuovo indietro, e lasciavano Areto sul terreno l - lacerato. E Automedonte, pari all'impetuoso Ares, lo spogliava dell'armatura, e diceva con aria di trionfo: "Ah, finalmente mi son sfogato un po' del dolore che ho dentro qui, per la morte del figlio di Menezio, anche se ho ucciso uno da meno."
	Cos parlava, e raccolte le spoglie insanguinate, le pos sul carro: poi montava anche lui, con i piedi e le mani colanti di sangue. Pareva un leone che ha divorato un toro. Ed ecco, di nuovo, sul cadavere di Patroclo, si accendeva con violenza la lotta - aspra dolorosa. Ne suscitava la rabbia e la furia Atena, appena scesa dal cielo: l'aveva inviata Zeus dall'ampia voce di tuono a risvegliare i Danai. Gi aveva cambiato idea.
	Come in cielo Zeus dispiega, agli occhi dei mortali, l'arcobaleno rossastro per rivelare loro un segno prodigioso, o una guerra o anche un inverno rigido, che interrompe i lavori degli uomini nei campi e tormenta le bestie: cos era la nube purpurea che avvolse la dea, quando penetr tra le schiere degli Achei, e rianimava ciascun guerriero.
	Dapprima incitava con le sue parole il figlio di Atreo, il gagliardo Menelao: le si trovava appunto vicino.
	Aveva assunto l'aspetto e la forte voce di Fenice. Diceva: "Menelao, credimi, sar per te motivo di umiliazione e di vergogna, se sotto le mura di Troia i cani dilanieranno il fedele compagno di Achille. Via, tieni duro con energia e sprona l'esercito intero!"
	E a lui rispondeva Menelao, valente nel grido di guerra: "Fenice, mio vecchio buon pa', oh, se Atena mi desse la forza, e mi tenesse al riparo dalla furia dei dardi! Allora s sarei pronto a custodire e a difendere Patroclo! La sua morte mi ha toccato nel profondo. Ma Ettore ha l'ardore selvaggio del fuoco, e non desiste dal far strage col bronzo. Zeus, si vede, gli accorda la gloria."
	Cos diceva: e fu lieta la dea dagli occhi lucenti Atena che avesse invocato lei, prima di tutte le altre divinit. E allora gli mise vigore alle spalle e alle ginocchia, gli infuse in petto audacia: proprio come ha la mosca che per quanto la si tenga lontano dalla pelle, insiste a mordere, e dolce le  il sangue umano. Di un ardire simile gli riemp le nere viscere. E subito l'eroe avanzava fin vicino a Patroclo, e scagli la sua lancia luccicante.
	C'era tra i Troiani un certo Podeo, figlio di Eezione, ricco e nobile: Ettore lo teneva in grande considerazione nel paese, era un buon compagno nei banchetti festivi. E il biondo Menelao lo colp gi al cinturone di cuoio, nel momento che si dava a precipizio alla fuga, e gli cacci il bronzo da parte a parte.
	Crollava l con strepito: e l'Atride Menelao trascin il cadavere dalle file dei Troiani verso la schiera dei suoi.
	Ad Ettore allora si metteva vicino Apollo e lo incitava: aveva l'aspetto di Fenope l'Aside, che gli era il pi caro di tutti gli ospiti e abitava ad Abido.
	A lui era simile Apollo arciere e diceva: "Ettore, qual altro degli Achei ormai avr paura dite? Ma come! Tu temi Menelao che fu sempre, in passato, un guerriero fiacco. E ora, guarda, si porta via, l da solo, un cadavere dalle file dei Troiani. S, ha ucciso un tuo fedele compagno, un prode tra i combattenti della prima linea, Podeo figlio di Eezione."
	Cos diceva. E una nera nube di dolore lo avvilupp.
	Avanzava tra i campioni fuori delle file, armato di bronzo scintillante.
	E allora il Cronide imbracci l'egida a frange, tutta balenante, coperse l'Ida di nubi, e fra lampi e forti tuonate scosse la montagna, e dava cos la vittoria ai Troiani, mise in rotta gli Achei.
	Il primo a fuggire fu Peneleo della Beozia. Veniva colpito di lancia a una spalla, nel fronteggiare il nemico senza tregua - proprio in cima, di striscio. Gli aveva scalfito addirittura l'osso la punta dell'asta di Polidamante: era stato lui a ferirlo nell'assalto, da brevissima distanza.
	Ettore con un colpo, da vicino, colp Leito al polso - il figlio del magnanimo Alettrione - e lo mise fuori combattimento. Questi prese a ritirarsi, con un'occhiata in giro: aveva perso ogni speranza di poter battersi ancora, con la lancia in pugno, contro i Troiani.
	Gli correva dietro Ettore: ed ecco Idomeneo lo urtava alla corazza, in pieno petto, presso la mammella. La lunga lancia s'infrangeva al puntale. E loro l levarono un grido, i Troiani.
	Ettore, a sua volta, tirava addosso a Idomeneo figlio di Deucalione, in piedi l sul carro: lo sbagli di poco. Coglieva invece il compagno d'armi e auriga di Merione - Cerano s, che veniva al suo seguito da Litto ben costruita. Ecco, Idomeneo era venuto prima in campo a piedi lasciando le navi dai fianchi ricurvi, e avrebbe dato ai Troiani un gran trionfo, se Cerano in gran fretta non lanciava dietro a lui, al galoppo, i cavalli. E cos il suo arrivo fu la salvezza, gli tenne lontano il giorno fatale: ma perdeva la vita lui per mano di Ettore sterminatore di guerrieri.
	S, lo colse sotto la mascella e l'orecchio. La punta della lancia gli cacci fuori i denti, gli mozz la lingua a met. E lui precipitava gi dal carro, e lasci cadere le redini a terra.
	Merione allora si chinava pronto a raccoglierle nel piano, e diceva a Idomeneo: "Sferza ora i cavalli, finch arrivi alle navi! Lo vedi anche tu: la vittoria non  pi degli Achei."
	Cos parlava. E Idomeneo frust i cavalli dalla bella criniera verso le concave navi: gli era venuta la paura.
	Vedevano bene, il magnanimo Aiace e Menelao, che Zeus ormai concedeva il sopravvento e la vittoria ai Troiani. E tra loro prendeva a parlare il grosso Aiace Telamonio: "Ahim, ormai anche un bambino se ne pu accorgere: il padre Zeus, s, aiuta i Troiani. Ecco, tutti i loro colpi raggiungono il bersaglio, chiunque sia che tiri, valente o no.  Zeus, ad ogni modo, a mandarglieli a segno. A noi invece, dal primo all'ultimo, cadono al suolo, cos, a vuoto. Ma via, vediamo da soli qui com' meglio fare! Dobbiamo portar in salvo questo morto e fare anche noi ritorno, tra la gioia dei nostri compagni. Certo, loro l guardano da questa parte con inquietudine, e sono convinti che Ettore non si arrester pi con la sua furia e le sue braccia irresistibili, ma che si butter sulle navi. Oh, se ci fosse qualcuno dei nostri, disposto a recar un messaggio in gran fretta al Pelide! Penso, sai, non abbia neppure sentore della dolorosa notizia - che gli  morto il caro amico. Ma non riesco a scorgere qui intorno, tra gli Achei, la persona adatta. Ecco, guarda, sono avvolti nella nebbia uomini e cavalli. O Zeus padre, ti prego, trai fuori da questa foschia i figli degli Achei, rendi il cielo chiaro, facci vedere coi nostri occhi! E in piena luce, poi, sterminaci pure, dato che ora ti piace cos!"
	Cos parlava. E Zeus padre lo commiser a vederlo piangere, e in un attimo disperse la caligine e rimosse la nebbia. Il sole, ecco, splendeva: il campo di battaglia si scopr da cima a fondo.
	E allora Aiace disse a Menelao, valente nel grido di guerra: "Guardati intorno, Menelao, se ti riesce di vedere ancora in vita Antiloco, il figlio del magnanimo Nestore! E spediscilo in fretta da Achille, a dirgli che  caduto il suo pi caro compagno!"
	Cos diceva. E prontamente gli diede ascolto Menelao e si avviava. Pareva un leone che parte da un recinto di bovini, quando  stanco di allarmare cani e uomini che non gli lasciano far preda tra le grasse bestie, stando svegli tutta la notte. Ed esso, con la sua voglia di carne, si lancia all'assalto, ma inutilmente: tanti sono i giavellotti che gli volano contro, tirati da ardite braccia, e tante sono le fiaccole accese di cui ha terrore, pur nella sua furia. E allora all'alba se ne va lontano, con la tristezza in cuore.
	Cos Menelao, valente nel grido di guerra, veniva via da Patroclo, ben di malavoglia: aveva molta paura che gli Achei lo abbandonassero in preda ai nemici, in un momento sciagurato di panico.
	E allora faceva molte raccomandazioni a Merione e agli Aiaci: "Aiaci, condottieri degli Argivi, e tu, Merione! Si ricordi, adesso, ognuno di voi, della bont del povero Patroclo! Sapeva, s, essere affabile con tutti, quando era in vita. E ora il destino di morte l'ha raggiunto."
	Cos diceva il biondo Menelao e andava via, cercando con gli occhi da ogni parte. Pareva un'aquila che ha, dicono, la vista pi acuta tra i volatili sotto il cielo. E anche quando  in alto, non le scappa la sveltissima lepre accovacciata in un frondoso cespuglio, e piomba su di essa, e in un attimo la ghermisce e le toglie la vita.
	Cos allora, o Menelao discendente di Zeus, i tuoi lucidi occhi giravano da ogni parte, fra la massa fitta dei compagni, se mai riuscivano a vedere il figlio di Nestore, ancora vivo.
	Lo scorse ben presto, al lato sinistro del campo di battaglia, intento a rinfrancare i suoi e a spingerli a combattere. Gli si metteva vicino il biondo Menelao e disse: "Antiloco, su, vieni qua! Sentirai una ben dolorosa notizia. Ah, non fosse vera! Ormai, penso, anche da te stesso, a una semplice occhiata, te n'accorgi: un dio rotola sui Danai la sventura, la vittoria  dei Troiani.  stato poi ucciso il pi prode degli Achei, Patroclo, s, ed  una perdita gravissima per i Danai. Ma tu va' in fretta di corsa alla flotta, e parla ad Achille! Forse, se fa presto, riuscir a portar in salvo alla sua nave il cadavere - spogliato ormai. Le armi, sai, le ha Ettore."
	Cos diceva. E Antiloco inorrid a sentire la nuova, e stette a lungo l senza pronunciare parole: i suoi occhi si riempirono di lacrime, la voce viva gli si ferm in gola. Ma neanche cos trascur la raccomandazione di Menelao, e si avvi di corsa: le armi le aveva consegnate all'irreprensibile compagno Laodoco, che gli teneva vicino con i suoi giri i cavalli dalla solida unghia.
	Piangeva di continuo, e i piedi intanto lo portavano fuori dalla battaglia ad annunciare al Pelide Achille la brutta notizia.
	Tu per non te la sentivi, o Menelao discendente di Zeus, di portar aiuto ai suoi laggi, in difficolt com'erano, dopo che era partito Antiloco: la sua assenza veniva molto avvertita tra i Pili.
	Ecco, mandava da loro il divino Trasimede, e si avvi di nuovo prontamente a difendere l'eroe Patroclo. Correva a mettersi al fianco degli Aiaci e subito diceva: "L'ho spedito, lui l, alle navi da Achille: ma non verr, penso, per ora, anche se  in grande collera con Ettore. Non pu, vedete, in nessun modo battersi coi Troiani, senz'armi com'. Ma pensiamo qui da soli cosa sia meglio fare! Dobbiamo trar in salvo il cadavere, e scampare pure noi - lontano dal fracasso della mischia - al destino di una morte violenta." E a lui rispondeva allora il grosso Aiace Telamonio: "Hai detto bene, s, Menelao. Via, tu e Merione, svelti, caricatevi sulle spalle il morto e portatelo fuori dal trambusto! Noi due staremo indietro a lottare coi Troiani e con Ettore, di comune accordo, come eguale  il nome. Sempre finora abbiamo tenuto testa alla violenza degli assalti, l'uno di fianco all'altro, a pi fermo."
	Cos parlava. E loro lo prendevano su da terra tra le braccia levandolo in alto, ben stretto. E dietro gridava l'esercito troiano, al vedere gli Achei sollevare il cadavere.
	Si buttarono in avanti. Parevano cani che saltano addosso a un cinghiale ferito precedendo i giovani cacciatori. Per un po' di tempo lo rincorrono, avidi di sbranarlo: ma quando la bestia gli si rivolta contro, sicura e forte, battono in ritirata e si sparpagliano atterriti di qua e di l. Cos i Troiani per un certo tempo inseguivano in massa senza tregua e andavano colpendo con le spade e le lance a due punte. Ma quando i due Aiaci si giravano a tener loro fronte, ecco che sbiancavano in volto e nessuno aveva il coraggio di falsi avanti a combattere, per impadronirsi del morto.
	Cos loro l, risoluti e decisi, portavano il cadavere fuori dal campo, alle concave navi: e dietro ad essi si prolungava la lotta selvaggia. Era come un incendio all'assalto di una citt di uomini, quando si leva improvviso e divampa -crollano le case in un vasto bagliore - e la forza del vento lo fa rombare. Cos, sui loro passi, avanzava incessante il frastuono dei carri e dei guerrieri armati di lancia.
	E loro, Menelao e Merione, erano come i muli rivestiti di gagliarda energia, che trascinano gi dal monte, per un sentiero sassoso, una trave o. un grosso tronco per nave. E dentro si sentono mancare, per la fatica insieme e il sudore, nello sforzo. Cos essi trasportavano, con ostinato impegno, il morto.
	E dietro a loro gli Aiaci fronteggiavano i Troiani. Pareva di vedere una collina far argine alle acque: una collina selvosa, estesa per lungo tratto nel piano, che arresta, s, le correnti devastatrici dei fiumi gagliardi, e di tutti rivolge ad un tratto il corso verso la pianura - e non si lascia rompere dalla loro forza dilagante. Cos, senza posa, gli Aiaci tenevano indietro l'assalto dei Troiani. E loro a inseguire - e due pi degli altri, Enea figlio di Anchise e lo splendido Ettore!
	E come va via un nuvolo di storni o di cornacchie gridando tutti insieme, al vedere di lontano sopraggiungere un falco che porta la strage tra i piccoli uccelli: cos, all'assalto di Enea e di Ettore i figli degli Achei urlavano allontanandosi in massa, e non pensavano pi a battersi.
	E tante armi belle cadevano tutt'attorno alla fossa, in quella fuga dei Danai: la lotta non aveva tregua.

/:/LIBRO XVIII



	Cos loro l battagliavano - ed era come un divampare d'incendio. E Antiloco intanto giunse messaggero con agili piedi da Achille.
	Lo trov davanti alle navi dalle alte corna, che gi presentiva, nel suo intimo, il fatto; e diceva turbato al suo magnanimo cuore: "Ahim, perch mai di nuovo sono travolti gli Achei verso la flotta, e fuggono spaventati per il piano? Temo proprio che gli dei mi portino pene e lutti, come mi accenn chiaramente la madre: m'avvisava che il pi prode dei Mirmidoni, me vivo ancora, avrebbe lasciato la luce del sole sotto le braccia dei Troiani. Oh, s, non ho dubbi:  morto il forte figlio di Menezio. Quel testardo! Eppure gli imponevo di stornare, soltanto il fuoco divoratore e far ritorno alle navi, e di non scontrarsi con Ettore in una lotta ad oltranza."
	Mentre pensava cos, ecco che gli venne vicino il figlio del nobile Nestore, in lacrime, e riferiva il messaggio doloroso. Diceva: "Ohim, figliolo di Peleo, ti tocca apprendere una ben triste notizia. Ah, se non fosse vera ! a terra Patroclo, e intorno, l, stanno combattendo per il cadavere ormai nudo. Le armi, sai, le ha Ettore."
	Cos diceva. E una nera nube di dolore lo avvilupp: prese con tutt'e due le mani cenere fuligginosa e se la vers gi dal capo, e andava lordandosi il volto leggiadro. Quel tritume nerastro gli si attaccava sopra la tunica elegante: ed ecco, cadde a terra, in mezzo alla polvere, lungo disteso - enorme era, sopra uno spazio enorme e con le proprie mani si strappava e insudiciava la chioma.
	Le schiave allora che Achille si era prese insieme con Patroclo come preda di guerra, con l'angoscia in cuore gridavano forte: subito corsero fuori intorno al valoroso eroe, e si misero tutte a percuotersi il petto con le mani. Ognuna si sentiva mancare le gambe.
	Antiloco, dall'altro lato, singhiozzava in lacrime, e teneva le braccia di Achille: questi continuava a gemere cupamente. Aveva paura, si vede, che si tagliasse la gola con un'arma di ferro.
	Poi all'improvviso Achille mand un urlo spaventoso. Lo sent l'augusta madre: se ne stava seduta nelle profondit marine accanto al vecchio genitore, e prese subito a lamentarsi. E intorno a lei si affollavano le dee, tutte le Nereidi che erano in fondo all'abisso del mare.
	L c'era Glauce, e la fiorente Talia, e Cimodoce che ha la parvenza dell'onda.
	C'era Nesea l'isolana, Spio amante degli antri, la celere Toa e la marina Alia dai grandi occhi bovini.
	C'era Cimotoa che percorre rapida i flutti, e Attea la rivierasca, e Limnoria innamorata dei laghi.
	C'erano Melite e lera vivace, l'agile Anfitoa e Agave piena di fascino: e Donata e Primula e Ferusa la rapinosa e Dinamene: l'ospitale Dessamene, la vagabonda Anfinome e la bella Callianira: e Donde e Panope tutta occhi e la famosa Galatea: Nemerte sincera, Apseude senza mai falsit, e Callianassa bellezza sovrana.
	Erano l Climene e Ianira e Ianassa, la fulgida Mera, Oritia, e Amatia amica delle sabbie, con la sua folta chioma: e tutte le altre Nereidi che si trovavano in fondo all'abisso del mare.
	Ne fu gremita la grotta, in un chiarore abbagliante: ed esse tutte insieme presero a percuotersi il petto. Tetide allora intonava il lamento: "Sentite, sorelle Nereidi: cos ad ascoltarmi, saprete tutte che pena ho qui nel cuore. Ahim, sono davvero sventurata! Ahim, sono una povera madre infelice di un grande eroe! Vedete, ho avuto, s, un figlio superiore a tutti gli altri guerrieri, e mi veniva su che pareva un virgulto. E io l'ho allevato come una pianta sulla pendice del vigneto, e lo mandai a Ilio con le curve navi a combattere contro i Troiani. Ma non lo accoglier pi di ritorno in patria, nel palazzo di Peleo: e intanto che mi resta in vita e scorge la luce del sole,  sempre tra crucci e guai. E io non gli posso, accorrendo l, dar aiuto. Ma via, andr! Voglio vedere mio figlio, voglio sentire che dolore gli  venuto, pur lontano come sta dal campo di battaglia!"
	Cos parlava e lasci la grotta: ed esse insieme a lei se ne andavano via in lacrime. Dinanzi a loro si apriva, all'intorno, l'onda del mare. E quando giunsero alla terra di Troia dalle larghe zolle, salivano una dietro l'altra sulla spiaggia - nel punto dove stavano le navi dei Mirmidoni, tirate in secco, fitte fitte intorno ad Achille.
	Lui, l'eroe, continuava a levar alte grida di lamento. Ed ecco gli fu vicino l'augusta madre e si mise a gemere forte. Gli prese, a suo figlio, la testa, e singhiozzando gli rivolgeva parole: "Figliolo, perch piangi? Che dolore ti  venuto? Parla, non tenerlo chiuso! Vedi, qui ogni cosa si  avverata per opera di Zeus, proprio come tu prima supplicavi levando al cielo le mani: tutti i figli degli Achei sono sospinti verso le poppe delle navi durante la tua assenza dal campo, e si trovavano in una situazione ben brutta." E a lei con alte grida di lamento rispondeva Achille dai rapidi piedi: "Madre mia, s,  vero: Zeus Olimpio mi ha qui esaudito. Ma che gusto ne ho, se  morto il mio caro amico? Patroclo, s! E io lo onoravo pi di tutti gli altri compagni: era come un altro me stesso. E l'ho perduto! Ettore fu ad ucciderlo, e lo spogli delle armi: le mie armi favolose, una meraviglia a vedersi, tanto belle! Furono, lo sai, gli dei a darle a Peleo - uno splendido dono - il giorno che ti gettarono nel letto di un eroe mortale. Oh, se tu restavi laggi fra le dee marine, e Peleo avesse sposato una donna comune! Ora invece... Anche tu cos avrai angoscia senza fine, alla perdita del figlio: non lo accoglierai pi di ritorno in patria. Credi, neanch'io ho pi voglia di vivere e rimanere ancora tra gli uomini, se Ettore non sar, lui per primo, percosso sotto la mia lancia e non perder la vita, pagando duramente per aver spogliato Patroclo, il figlio di Menezio."
	Gli rispondeva Tetide allora in pianto: "Avrai, oh, s, figlio mio, un'esistenza breve, da come parli. Subito dopo Ettore, te lo dico, la tua fine  certa."
	E a lei, vivamente agitato, rispondeva Achille dai rapidi piedi: "Adesso subito mi vorrei morto, quando non era destino che venissi in soccorso al compagno in pericolo! E lui  perito lontano dalla patria, e aveva bisogno di me, che lo proteggessi dalla sciagura. Ora invece, vedi, io non far ritorno nella terra dei miei padri, e neppure sono stato la salvezza per Patroclo e gli altri compagni l, che furono abbattuti in gran numero da Ettore. Ecco, me ne sto qui accanto alle navi, un peso inutile per la terra: e sono forte come nessun altro degli Achei sul campo di battaglia. Nell'assemblea, lo so bene, ci sono anche altri pi bravi. Oh, se scomparisse l'ira di fra gli dei e gli uomini! e cos la collera, che fa montare su tutte le furie la persona pi ragionevole.  ancor pi dolce del miele che cola gi dai favi: e la si cova poi dentro, qui, come un fumo.  successo a me: a farmi arrabbiare  stato Agamennone, or non  molto. Ma via, quel che  stato  stato: lasciamo perdere, anche se ci costa, e dominiamo il nostro animo!  necessario. S, ora andr: voglio raggiungere l'uccisore del mio amico, Ettore l. E il destino di morte io l'accoglier quando Zeus vorr mandarlo - insieme agli altri dei immortali. Neanche il fortissimo Eracle, lo sai, pot sfuggire alla sua fine, e pur era molto caro a Zeus sovrano figlio di Crono: ma il giorno fatale lo vinse e l'irriducibile rancore di Era. Cos anch'io, se proprio mi tocca una sorte uguale, star l disteso, dopo morto. Ma ora intendo acquistarmi una grande gloria. Voglio che pi d'una delle donne troiane e dardane, dalla cintura lenta sulle anche, si asciughi a due mani le lacrime dalle tenere guance, piangendo forte. Sentiranno allora che sono stato lontano dal campo ormai da troppo tempo. E tu non trattenermi dalla battaglia, anche se lo fai per amore! Non mi farai cambiar idea."
	Gli rispondeva allora la dea Tetide dal piede d'argento: "S,  vero questo, o figlio:  un atto di lealt stornare la rovina dagli amici in pericolo. Ma le tue belle armi sono in mano ai Troiani: le tue armi, tutte di bronzo, cos luccicanti. Ed Ettore  fiero di portarle lui addosso: per non ne andr superbo, penso, ancora a lungo, poich la morte sanguinosa gli sta accosto. Via, tu non cacciarti per adesso nella mischia, prima di scorgermi qui di ritorno! Domani, credimi, verr, al sorgere del sole, a portarti le belle armi di Efesto sovrano."
	Cos parlava, e si allontan da suo figlio. E gi distante diceva in mezzo alle sorelle marine: "Voi ora entrate nell'ampio seno del mare a vedere il vecchio dio delle acque salate, recatevi al palazzo di vostro padre e raccontategli ogni cosa. Intanto io andr sull'alto Olimpo da Efesto, artefice famoso. Pu ben darsi che sia disposto a donare al mio figliolo magnifiche armi, tutte lustre."
	Cos diceva: ed esse s'immersero subito dentro l'onda del mare. Lei invece, la dea Tetide dal piede d'argento, andava all'Olimpo: voleva recare a suo figlio le splendide armi.
	Allora verso l'Olimpo i piedi la portavano: e intanto gli Achei con un vociare straordinario, sotto l'urto di Ettore sterminatore di eroi, andavano in fuga verso le navi, sulla spiaggia dell'Ellesponto. E non riuscivano pi a trarre in salvo, fuori dai tiri, il corpo di Patroclo, lo scudiero di Achille: gi di nuovo lo raggiungevano i fanti e i guerrieri sui carri, insieme ad Ettore figlio di Priamo, simile a una fiamma nella sua violenza.
	Tre volte, sopraggiungendo alle spalle, lo splendido Ettore l'afferr per i piedi, deciso a trascinarlo via: e gridava a gran voce in mezzo ai Troiani. E per tre volte i due Aiaci. vestiti di forza impetuosa, lo respinsero lontano dal cadavere. Ma lui ostinatamente baldanzoso e sicuro com'era, ora si gettava nel tumulto e nello strepito della mischia, ora si arrestava levando alte grida: ma indietro non si ritraeva mai. Come i pastori che pernottano nei campi, non riescono in nessuna maniera a scacciare dal corpo di una bestia uccisa un leone lustro di pelo, tanto  affamato: cos non ce la facevano i due Aiaci battaglieri a respingerlo via, Ettore il Priamide, lontano dal cadavere. E lui alla fine l'avrebbe tirato dalla sua parte acquistando una gloria immensa, se dal Pelide non andava la celere Iride dai piedi di vento correndo gi dall'Olimpo, a dirgli di partecipare alla battaglia. Agiva di nascosto a Zeus e agli altri dei: l'aveva mandata Era.
	Gli si metteva vicino e gli rivolgeva parole: "Su, levati, Pelide, tu che sei il pi tremendo fra tutti quanti i guerrieri! Va' in soccorso di Patroclo!  per lui, l davanti alle navi, che continua la lotta accanita. Si trucidano gli uni gli altri: gli Achei in difesa attorno al corpo del morto, e loro, i Troiani si lanciano avanti per trascinarlo via verso Ilio. Ettore pi di tutti smania di strapparglielo di mano: ha una voglia furiosa di recidere la testa dal collo delicato, e di piantarla su un palo. Su, levati, e non stare pi cos! Ti prenda piet e orrore, al pensiero che Patroclo diventi un'allegra festa per le cagne dei Troiani. Che infamia per te, se il cadavere arriva qui sconciato!"
	E a lei rispondeva allora il grande Achille dai piedi gagliardi: "Iride, chi degli dei, dimmi, ti mand da me messaggera?"
	Gli rispose la celere Iride dai piedi di vento: " stata Era a spedirmi qua, la gloriosa consorte di Zeus. E non lo sa il Cronide che siede in alto, n alcun altro degli immortali che abitano l'Olimpo nevoso."
	E a lei rispondeva Achille dai rapidi piedi: "Come faccio a scendere nella mischia? Le armi, vedi, le hanno loro, l. E mia madre non mi permette di prender parte alla battaglia, prima che sia qui di ritorno, sotto i miei occhi. Mi assicurava, sai, di portarmi da parte di Efesto una bella armatura. E non vedo di chi mai potrei indossare le armi, a meno che non imbracci lo scudo di Aiace Telamonio. Ma anche lui, son sicuro,  l a battersi in prima linea e a menar strage con la lancia, a difesa di Patroclo morto."
	Gli rispose la celere Iride dai piedi di vento: "S, certo, lo sappiamo pure noi che le tue armi famose sono in mano di altri. Ma anche cos va' fino al fossato e mostrarti ai Troiani! Pu darsi che si spaventino alla tua apparizione e tralascino di combattere, e cos riprendano fiato i bellicosi figli degli Achei, in difficolt come sono. Ci vuol tanto poco per ristorarsi un attimo, in guerra."
	Cos ella diceva, la dea Iride dai celeri piedi, e se ne and via. Allora Achille balz su, l'eroe caro a Zeus. Atena gli mise a tracolla, al forte omero, l'egida ricca di frange: e intorno al capo gli diffondeva, la divina tra le dee, un nembo d'oro, e gli faceva ardere dalla persona un bagliore di fiamma.
	A volte si leva il fumo su da una citt arrivando fin al puro sereno del cielo, l in lontananza, da un'isola che i nemici assaltano: e quelli per l'intera giornata si battono in una feroce battaglia facendo delle sortite. E poi al calar del sole, ecco ardono numerose le fiammate, e il chiarore  in alto d'un volo: e lo vedono le genti che abitano intorno, e pu darsi che giungano con le navi a scamparli dalla rovina. Proprio cos era il balenio che sorgeva dal capo di Achille, e arrivava al cielo.
	Andava a piantarsi all'orlo del fossato, subito dopo il muro, ma non entrava nella mischia fra gli Achei. Rispettava il saggio avvertimento della madre. E l fermo lev il suo urlo di guerra: e Pallade Atena in disparte fece sentire anche lei la sua voce. E allora tra i Troiani suscit un trambusto senza fine.
	Come quando si leva chiaro nell'aria lo squillo di una tromba, nei giorni che feroci nemici circondano la citt, cos in quel momento sonava alto il grido dell'Eacide.
	E loro all'udire quella voce vibrante di bronzo, furono sgomenti tutti. I cavalli dalla bella criniera voltavano indietro i carri, avevano negli occhi un presagio di sventure. Gli aurighi eran sconvolti al vedere un bagliore incessante ardere terribile sul capo del magnanimo Pelide - glielo accendeva la dea dagli occhi lucenti, Atena.
	Tre volte di sopra la fossa lev il suo forte urlo di guerra, il divino Achille: e per tre volte ci fu smarrimento e confusione tra i Troiani e i loro famosi alleati. E l allora persero la vita ben dodici tra i pi valorosi eroi, impacciandosi a vicenda con i carri e le lance.
	Cos gli Achei, con sollievo, trassero Patroclo fuori dal tiro delle armi, e lo deposero sopra una portantina. Dattorno gli si misero i suoi compagni e piangevano. Dietro veniva con loro Achille, tutto in lacrime: vedeva l'amico fedele disteso su una barella, lacerato dall'aguzzo bronzo. Era stato lui, s, a spedirlo sul campo di battaglia con i suoi cavalli e il suo carro, ma non doveva pi accoglierlo di ritorno!
	Allora Era, l'augusta dea dai grandi occhi bovini, mandava gi il Sole instancabile che non voleva andarsene, verso le correnti dell'Oceano.
	Cos venne il tramonto, e gli Achei sospesero la feroce lotta e la battaglia mortale.
	I Troiani, dall'altra parte, tralasciavano la mischia violenta. Di sotto i carri slegarono i veloci cavalli e si riunirono In adunanza, prima di pensare al pasto della sera.
	Fu un'assemblea di guerrieri in piedi: nessuno ebbe l'animo di mettersi a sedere. Tutti li teneva il tremore: era ricomparso Achille, da tanto tempo si teneva lontano dalla guerra dolorosa!
	Tra loro prendeva a parlare Polidamante, il saggio figlio di Pantoo: lui solo sapeva guardar avanti e indietro ad un tempo. Era compagno d'armi di Ettore. Erano nati nella stessa notte: ma uno aveva molta autorit per i suoi consigli, l'altro dominava in campo con la lancia.
	Davanti a loro, da persona prudente, prese la parola e disse: "Riflettete bene, amici! Io vi consiglio, per parte mia, di andare adesso in citt, e non attendere qui, accanto alla flotta, l'aurora nel piano. Siamo, lo sapete, distanti dalle mura. Fintanto che lui, l, persisteva nella sua ira contro Agamennone, era ben pi facile battagliare con gli Achei. E anch'io, vedete, ero lieto di pernottare fuori presso le navi, nella speranza di arrivare a distruggerle. Ora invece ho molta paura del Pelide dai rapidi piedi: violento com', non si contenter di rimanere a combattere nella pianura - dove Troiani e Achei si scontrano a met via, con impeto uguale, per la vittoria - ma vorr guerreggiare per impadronirsi della citt e delle donne. Su, allora, moviamoci verso la citt, datemi retta! Sar cos, ve lo dico: adesso la notte divina ha arrestato il Pelide. Ma se domattina ci coglie ancora qui quando muove all'assalto in armi, pi d'uno, ve l'assicuro, si accorger che guerriero sia. E chi riesce a fuggire, gli parr un sogno, credetemi, metter piede in Ilio. Ma molti dei Troiani li divoreranno cani e avvoltoi. Ah, come mi auguro di non sentire nulla di ci coi miei orecchi! Se invece decidiamo di seguire la mia proposta, anche se ci  amara, ecco, durante la notte terremo il nerbo dell'esercito sulla piazza grande, e la citt intanto la difenderanno le torri e le alte porte con i loro solidi battenti: sono grossi, lo sapete, ben lavorati, e sbarrati con travi messe di traverso. Poi domattina all'alba, armati da capo a piedi, ci metteremo a gruppi sulle torri. E peggio per lui, se intende venir dalle navi a battagliare con noi per prendere le mura! Se ne torner indietro ancora una volta, - dopo aver stancato in ogni sorta di corsa i suoi cavalli dall'alta cervice, sotto la citt. Non avr il coraggio di precipitarsi d'un balzo dentro, e non la distrugger mai! Prima lo mangeranno i cani!"E a lui, guardandolo torvo, rispose Ettore dall'elmo lampeggiante: "Polidamante, non mi piace la proposta che tu qui fai: consigli di tornar a rinchiuderci nella citt. Ma non siete ancora stanchi di starvene, stretti stretti, dentro le torri? Un tempo, s, vedete, la citt di Priamo gli uomini civili la chiamavano tutti "la citt dell'oro e del bronzo". Ora invece sono spariti dalle case molti oggetti di valore, molti tesori vengono venduti e vanno a finire in Frigia o nell'amena Meonia: e questo succede dal giorno che il grande Zeus si sdegn con noi. E adesso poi, proprio quando il figlio di Crono m'ha concesso di acquistare gloria e. di cacciar in mare gli Achei, non fare pi qui, o sciocco, proposte del genere in mezzo al popolo! Nessuno dei Troiani, puoi star sicuro, ti dar retta: io, sappilo, non lo permetter. Via, seguiamo tutti i miei ordini! Ora prendete il pasto per il campo schiera per schiera, e pensate alla guardia e vegliate a turno. E se qualcuno dei Troiani si angustia troppo all'idea di perdere i suoi beni, li metta allora insieme e li distribuisca ai nostri uomini, da consumare in comune!  meglio che ne goda uno di loro che non gli Achei! Poi domattina all'alba, armati da capo a piedi, ingaggeremo una feroce battaglia presso le navi. E se  vero che Achille  balzato su, ebbene tanto peggio per lui se cos vuole! Io, per parte mia, non intendo fuggire davanti a lui fuori dal frastuono della battaglia, ma gli star di fronte. Vedremo se  lui a riportare una grande vittoria, o se, come spero, sono io. Enialio  imparziale, e spesso uccide chi ha voglia di uccidere."
	Cos Ettore parlava: e i Troiani levarono grida di consenso, quegli insensati! Pallade Atena, si vede, gli tolse il senno. Avevano approvato Ettore con i suoi infelici consigli, e nessuno lod Polidamante che pur aveva una proposta buona.
	Presero poi per il campo il pasto della sera. E intanto gli Achei piangevano Patroclo tra sospiri e gemiti durante l'intera notte. E tra loro il Pelide intonava il suo alto lamento, posando le mani sterminatrici sul petto del compagno. Si rammaricava di continuo. Pareva un leone dalla ricca giubba, a cui il cacciatore di cervi porta via di nascosto i cuccioli dal folto della selva. Ed esso si cruccia d'essere arrivato troppo tardi, e percorre varie valli nella sua ricerca dietro le piste dell'uomo, se mai lo trovasse da qualche parte: e una collera selvaggia lo prende. Cos lui si lagnava cupamente in mezzo ai Mirmidoni. Diceva: "Ahim, era proprio vana, s, la promessa che facevo quel giorno in cui rassicuravo l'eroe Menezio, laggi nel suo palazzo. Gli dicevo che gli avrei ricondotto in Opunte il figlio glorioso, dopo la distruzione di Ilio, con la sua parte giusta di preda. Ma Zeus non rende realt tutti i sogni e i disegni degli uomini. Ecco,  destino che noi due facciamo rossa di sangue la medesima terra, qua, a Troia. Oh, lo so bene: neanche me accoglier pi di ritorno il vecchio Peleo condottiero di carri in guerra, l, in casa, e neppure la madre Tetide, ma mi terr qui, sotto di s, questa campagna. E ora, o Patroclo, poich verr sotterra subito dopo di te, non voglio celebrarti gli onori funebri, se prima non ti porto qua le armi e la testa di Ettore, il tuo superbo uccisore. E davanti al rogo taglier il collo a dodici splendidi figli di Troiani, tanta  la rabbia che ho per la tua morte. E tu intanto, o caro, starai disteso, cos come sei, accanto alle curve navi - e tutte intorno, donne troiane e dardane dalla cintura lenta sulle anche, ti piangeranno giorno e notte in lacrime: s, quelle che noi conquistammo in guerra, a viva forza, con la lunga lancia, distruggendo ricche citt di uomini mortali."
	Cos diceva. E ai compagni ordin, il divino Achille, di mettere sul fuoco una grossa caldaia: voleva che subito gli lavassero via, a Patroclo, i grumi di sangue.
	Ed essi posero il recipiente per il bagno sul fuoco, e dentro vi versarono l'acqua: prendevano legna e ve l'accendevano sotto.
	La fiamma avvolgeva la pancia della caldaia, si scaldava l'acqua. E quando prese a bollire entro il rame lustro, allora lo lavarono e unsero di olio abbondantemente, e gli riempirono le ferite di un grasso d'animale, gi vecchio di nove anni.
	Lo posavano sul letto di morte e lo avvolgevano dalla testa ai piedi in una morbida tela di lino: e sopra vi stesero un drappo bianco.
	Cos allora per tutta la notte, intorno ad Achille, i Mirmidoni piangevano Patroclo tra sospiri e lamenti.
	Sull'Olimpo intanto Zeus diceva a Era, sua sorella e sposa: "Ci sei riuscita, eh, alla fine, o Era, a far saltare in piedi Achille! Quasi quasi si direbbe che sono nati da te gli Achei dalle lunghe chiome!"
	E a lui rispondeva allora l'augusta Era dai grandi occhi bovini: "Un prepotente tu sei, o Cronide! Che razza di discorso qui hai fatto? Ma guarda! Un uomo, s, ci riesce a spuntarla con un altro uomo, e pur  mortale e non ha tutta la mia sagacia. E come! proprio io che mi proclamo superiore alle altre dee, sia per nascita e sia perch ti sono sposa e tu regni fra tutti gli immortali: proprio io non dovevo, nel mio rancore contro i Troiani, tramargli dei guai?"
	Cos essi parlavano tra loro. E intanto Tetide giungeva al palazzo di Efesto. Era una costruzione immune da rovina per sempre, di uno splendore di stelle: si distingueva tra le altre dimore degli dei immortali, cos ricoperta di bronzo. Se l'era fabbricata da s, il dio dal piede storto.
	Allora si moveva grondante di sudore intorno ai mantici, tutto affaccendato. Voleva fare dei tripodi, venti in tutto, da mettere lungo la parete, in giro, della sala grande di Zeus, di solida struttura. Aveva applicato, di sotto, al fondo di ciascuno, delle ruote d'oro. Cos da soli potevano recarsi in mezzo all'adunanza degli dei, e poi far ritorno di nuovo a casa: una meraviglia a vedersi! Erano quasi finiti: non vi erano stati messi ancora gli artistici manichi. In quel momento il dio li stava appunto adattando, e ribatteva i chiodi.
	Intanto che eseguiva queste operazioni con fine senso d'arte,- giunse a casa sua la dea Tetide dal piede d'argento. Usciva la Grazia con il suo nitido velo in testa e la vide. Bellissima era, l'aveva sposata il famoso Ambidestro.
	La prese premurosa per mano, le si rivolgeva e disse: "Come mai sei venuta qui, a casa nostra, o Tetide, nel tuo lungo peplo? Ospite venerata e cara! Prima almeno non ci venivi spesso. Ma vieni avanti con me, voglio darti ospitalit!"
	Cos lei parlava, la divina tra le dee, e la conduceva avanti. La fece poi sedere su di un seggio dalle borchie d'argento, elegante, lavorato con gusto: e sotto, per i piedi, c'era uno sgabello. And quindi a chiamare Efesto, l'illustre artefice, e gli diceva: "Efesto, vieni qua! C' Tetide, sai, che ti cerca".
	E a lei rispondeva allora il famoso Ambidestro: "Ah, s!  in casa mia una dea riverita e rispettata! Fu lei a salvarmi nei giorni che il dolore mi colp, quando caddi lontano per colpa di mia madre, quella cagna sfacciata. Intendeva nascondermi perch ero zoppo. E allora avrei patito e sofferto a lungo, se Eurinome e Tetide non mi accoglievano nella profondit marina: anche Eurinome, s, figlia di Oceano che rifluisce su se stesso. Da loro l, per nove anni, lavoravo molti gioielli: fibbie, braccialetti tortili, orecchini a forma di calice d'un fiore, e collane, dentro la grotta profonda. E intorno la corrente dell'Oceano fluiva senza fine gorgogliando schiumosa. E nessun altro lo sapeva, n degli dei n degli uomini mortali, tranne Tetide ed Eurinome. Loro mi salvarono. E lei ora  venuta nella nostra casa! Ecco, devo proprio ricompensarla largamente, Tetide dalle belle chiome, per avermi ridato la vita. Su, falle ora una buona accoglienza, intanto che io metto via tutti gli arnesi!"
	Disse, e staccandosi dal banco dell'incudine si rizz, il gigante vigoroso: zoppicava. Di sotto, gli stinchi sottili si movevano in fretta.
	Posava i mantici in disparte, lontano dal fuoco: riun dentro una cassetta d'argento i suoi strumenti di lavoro.
	Con una spugna si lavava, tutt'intorno, il volto e le due braccia, il collo robusto e il petto villoso. Poi indoss una tunica, prese il suo grosso bastone, e s'incamminava fuori zoppicando.
	Premurose accorrevano attorno al loro padrone ancelle d'oro, simili a giovinette vive. Esse avevano intelligenza, voce e forza: erano esperte nei lavori delle dee immortali. E allora si affaccendavano pronte ai cenni del loro signore. Lui, trascinandosi, andava a sedersi vicino a Tetide, su di un seggio luccicante.
	La prese per mano, le si rivolgeva e disse: "Come mai, Tetide, sei giunta qui nella nostra casa, ospite venerata e cara? Prima d'ora, almeno, non ci venivi spesso. Di' quello che hai in mente! Sono disposto a farlo, se posso fare e se  cosa da farsi."
	E a lui rispondeva allora Tetide in pianto: "Efesto, dillo tu, chi fra le dee che sono sull'Olimpo ha patito tanti guai e dolori, quanti ne ha dati a me, fra tutte, Zeus Cronide? Me sola, tra le altre divinit marine, sottomise a un uomo: s, a Peleo figlio d'Eaco. Ed io ne dovetti subire l'amore con profonda ripugnanza. E lui ora, vedi, sta laggi nel suo palazzo, sopraffatto da triste vecchiaia. Ma ben altre pene ho adesso.  vero: Zeus mi concesse che avessi un figlio e lo crescessi, superiore a tutti gli altri eroi. Mi veniva su che sembrava un arboscello. E io l'ho allevato come una pianta sul poggio del vigneto, e lo spedii a Ilio con le navi ricurve a guerreggiare contro i Troiani. Ma non lo accoglier pi di ritorno in patria, nella reggia di Peleo. E intanto che mi  in vita e vede la luce del sole,  sempre tra crucci e sofferenze, e io non gli posso, accorrendo l, dar aiuto. Ecco, aveva una ragazza: gliel'avevano scelta come premio, in segno d'onore, i figli degli Achei. E il sovrano Agamennone gliela strapp di mano. Naturalmente il mio figliolo si struggeva per lei, tutto addolorato. E intanto i Troiani sospingevano gli Achei alle poppe delle navi, e non gli lasciavano fare una sortita. E cos l'andavano a scongiurare gli Anziani degli Argivi e gli offrivano molti splendidi doni. Ma lui allora l si rifiutava di salvarli da un disastro, e poi invece rivest Patroclo delle sue proprie armi e lo spediva sul campo di battaglia, gli diede, dietro, un esercito numeroso. Un'intera giornata combattevano nei pressi della porta Scea: e avrebbero, credimi, proprio quel giorno distrutto la citt, se Apollo non l'avesse ucciso, il forte figlio di Menezio, durante le sue varie stragi, nelle prime file dandone a Ettore il vanto. Per questo sono qui ora, supplice ai tuoi ginocchi, a pregarti di voler dare al mio figliolo, di vita tanto breve, uno scudo e un elmo, schinieri belli da allacciare ai malleoli con fibbie, e una corazza. L'armatura, vedi, che aveva, gliel'ha persa il fedele compagno quando fu abbattuto dai Troiani. E ora lui  l disteso per terra, desolato."
	Le rispondeva allora l'illustre Ambidestro: "Animo, non darti pensiero di questo! Oh, avessi il potere di sottrarlo cos alla morte dolorosa - via, lontano, il giorno che gli arriva addosso il destino inesorabile - come  certo che avr la sua bella armatura! E gliela ammireranno di nuovo in molti, a vedergliela addosso."
	Cos parlava e la lasci l: si recava dai suoi mantici. Li rivolse in direzione del fuoco e gl'impose di lavorare.
	E i mantici, venti in tutto, soffiavano sui colatoi mandando fuori un fiato variabile, a mantenere la fiamma. Lo assistevano pronti quando aveva fretta e quando no, docili al volere di Efesto, via via che l'opera veniva compiuta.
	Gettava dentro i crogioli, sul fuoco, il duro bronzo e lo stagno, l'oro prezioso e l'argento. E poi subito colloc un grosso incudine sul ceppo: prese con una mano un robusto martello, e con l'altra afferr la tenaglia.
	Faceva dapprima uno scudo grande e massiccio e lo lavorava artisticamente in ogni sua parte: e intorno vi metteva un orlo lucido, a tre lamine sovrapposte, tutto uno scintillio, e vi attaccava un balteo d'argento.
	Cinque erano gli strati di metallo dello scudo vero e proprio: e sulla sua superficie incideva molte figure in rilievo con geniale inventiva.
	Vi raffigur la terra, e poi il cielo, e poi il mare, e inoltre il sole infaticabile e la luna, e tutte le costellazioni come tante corone di cui si cinge il cielo: e ancora le Pleiadi e le Iadi piovose e la forza di Orione: e l'Orsa maggiore che chiamano anche col soprannome di Carro. Essa gira sempre l, nello stesso punto, e spia il cacciatore Orione: e la sola stella che non prende parte ai bagni nelle acque dell'Oceano.
	Vi rappresent poi due citt di uomini mortali, con una fine lavorazione. In una erano nozze e conviti festivi: accompagnavano spose dall'appartamento della casa paterna, al chiarore di fiaccole accese, attraverso le abitazioni, da tempo si levava incessante il canto nuziale. E giovinetti si movevano in giro danzando, in mezzo ad essi risonavano i flauti e le cetre. Sulle porte stavano ritte le donne a guardare, piene di stupore, ognuna davanti a casa.
	In una piazza erano riuniti i cittadini: l era sorta una questione. I due contendenti litigavano per via del risarcimento di un omicidio: uno proclamava di aver pagata l'intera multa e diceva al popolo le sue ragioni, l'altro sosteneva di non aver ricevuto nulla. Erano decisi, entrambi, di risolvere la faccenda davanti a un giudice. I popolani vociando applaudivano ora l'uno ora l'altro, ne prendevano le parti, divisi in due gruppi. E allora gli araldi tenevano indietro la folla: su sedili di pietra liscia stavano seduti gli Anziani entro il recinto sacro, e reggevano in mano lo scettro degli araldi dalla voce sonora. E con questo poi si alzavano in piedi, e dicevano a turno la loro sentenza. Stavano l per terra, in mezzo ad essi, due talenti d'oro, da dare a chi di loro esprimeva il parere pi conforme alle norme tradizionali di giustizia.
	L'altra citt invece l'assediavano due eserciti di soldati, luccicanti nelle loro armature. I pareri erano discordi: distruggerla del tutto o spartirsi a met l'intero bottino, tutti i beni cio che racchiudeva dentro quella incantevole roccaforte. Ma gli assediati non cedevano ancora, e in segreto si armavano per una imboscata. Le mura della citt le guardavano le care spose e i teneri figli, immobili lass, e con loro gli uomini che la vecchiaia opprimeva. I guerrieri facevano una sortita: li guidava Ares e insieme Pallade Atena. Erano, gli dei, tutt'e due d'oro, indossavano vesti d'oro, e belli e grandi erano con le loro armi, e quali divinit, si distinguevano l, isolati: gli altri combattenti erano un po' pi piccoli di statura. E quando giunsero nel posto in cui si potevano mettere in agguato, e cio al fiume dove era l'abbeverata per tutte le bestie, qui subito si appostavano, avvolti nel bronzo color del fuoco. A una certa distanza dagli uomini in armi si erano messe due sentinelle, in attesa di veder arrivare le greggi e i bovini dalle corna ricurve. Ben presto gli animali furono in vista, e insieme venivano due pastori, suonando contenti la loro zampogna: non avevano sospettato l'insidia. A scorgere le bestie davanti a s, gli corsero addosso i guerrieri, e in un lampo catturarono girando loro d'attorno le mandre dei buoi e le splendide greggi di bianche pecore, e uccisero sul posto i pastori. I nemici, quando sentirono tutto quel baccano dalla parte dei buoi, stavano seduti in assemblea: e subito montarono sui carri e mossero all'attacco coi cavalli scalpitanti, e ben presto li raggiunsero. Ingaggiarono la battaglia, combattevano lungo le rive del fiume: gli uni colpivano gli altri con le lance dalla punta di bronzo. E l si aggiravano Eris e Tumultus : l, la dea della morte violenta ora ghermiva uno ancora vivo, appena ferito, ora uno ancora illeso, e trascinava per i piedi un. altro gi morto dentro la furia della lotta. Aveva addosso un vestito tutto rosso del sangue degli uomini. E l si scontravano e combattevano come se fossero persone vive, e si strappavano a vicenda i cadaveri dei caduti.
	Vi rappresentava poi un maggese ladino, grasso terreno lavorativo: era una vasta distesa, da rompere tre volte. E qui numerosi aratori facevano muovere le loro coppie di bestie in su e in gi, e le stimolavano. E ogni volta che giravano e giungevano al limite della piana, subito un uomo si accostava e gli metteva tra le mani una tazza di vino dolce come il miele: e loro si allontanavano lungo i solchi, impazienti com'erano di arrivare all'estremit del maggese, rivoltato in profondo. E la terra nereggiava dietro ad essi, pareva proprio appena arata, se pur era scolpita nell'oro: davvero una meraviglia!
	E vi figurava una tenuta reale: l mietevano braccianti con le falci affilate in mano. Da una parte cadevano a terra fitti fitti i mannelli dentro la striscia di terreno aperta: in un'altra invece, i legatori li stringevano in covoni con corde di paglia intrecciata. Erano in tre e stavano l, in piedi: e dietro loro i ragazzetti raccoglievano i manipoli di spighe, li trasportavano a bracciate, e li porgevano senza mai fermarsi. C'era il re in mezzo ad essi, fermo, in silenzio, con lo scettro in mano, presso la striscia mietuta, tutto contento. Gli araldi, in disparte, preparavano sotto una quercia il banchetto: avevano ucciso un grosso bue e vi si affaccendavano intorno. Le donne intanto impastavano con - latte un gran mucchio di farina d'orzo, bianca, per il pranzo dei braccianti.
	E vi rappresentava un vigneto tutto carico di grappoli, con una bella lavorazione in oro: neri erano i grappoli dappertutto, la vigna si reggeva da un capo all'altro su pali d'argento. Vi aveva, all'intorno, tracciato un fosso di smalto turchino, e una siepe, in giro, di stagno. C'era, per recarsi nel vigneto, un unico sentiero, e di l andavano e venivano i portatori ogni volta che vendemmiavano l'uva. Giovinette e ragazzi spensierati e allegri recavano, entro canestri intrecciati di vimini, i frutti dolci come miele: e in mezzo ad essi un fanciullo suonava con grazia la cetra tintinnante, e intonava soavemente, accompagnandosi, una cantilena con voce delicata. E loro l battevano il suolo in cadenza col piede, e lo seguivano ballando fra canti e grida di gioia.
	E vi raffigur una mandra di bovini dalle corna diritte: erano lavorate, le mucche l, in oro e in stagno, e muggendo uscivano impazienti dalla stalla verso il pascolo, lungo un fiume frusciante, vicino a un mobile canneto. Pastori incisi in oro si movevano in fila insieme alle bestie: in quattro erano, e li seguivano nove cani veloci. E due terribili leoni abbrancavano, tra le prime giovenche, un toro urlante: ed esso veniva trascinato via tra lunghi mugghi. Accorrevano l i cani e i giovani robusti. Ma le due fiere laceravano la pelle del grosso bue, e inghiottivano avidamente i visceri e il nero sangue. Invano i pastori gli aizzavano contro, affannosamente, i celeri cani. Questi, a dir la verit, si guardavano bene dall'azzannare i leoni, ma da fermi guaivano forte e si scansavano.
	E vi effigi, l'illustre Ambidestro, un esteso pascolo con pecore bianche dentro una valle ridente, e poi stalle e baracche con il tetto di canne, e staccionate.
	Poi vi lavorava con molto gusto, il famoso Ambidestro, un piazzale per le danze: era simile a quello che un giorno, nella vasta Cnosso, Dedalo costru con arte per Arianna dalle belle chiome. E qui danzavano giovinetti e fanciulle splendide, tenendosi a vicenda le mani per il polso. Portavano, le vergini, sottili vesti di lino: i maschi indossavano chitoni ben tessuti, d'un tenue riluccicare di olio. E ancora esse avevano nastri graziosi attorno alla testa: essi invece avevano pugnali d'oro, sospesi a baltei d'argento. E alle volte correvano con abili piedi in tondo, molto agilmente -come quando un vasaio stando seduto prova la ruota, se gira scorrevole entro il palmo della mano - e alle volte poi si mettevano su due file e avanzavano di corsa gli uni verso gli altri. Tutto intorno assisteva, al delizioso spettacolo, molta gente, e si divertivano. E tra loro cantava il divino aedo sonando la cetra: due giocolieri iniziavano la danza, volteggiavano l in mezzo.
	E vi rappresentava la forza grande del fiume Oceano, proprio lungo l'orlo estremo dello scudo di solida fattura. E dopo che ebbe fabbricato lo scudo grosso e massiccio, fece per l'eroe una corazza pi risplendente della vampa del fuoco, e poi gli fece un elmo pesante, ben aderente alle tempie. Bello era, di squisita lavorazione: e sopra ci mise un cimiero con fiocchi d'oro. Gli fece poi gli schinieri adorni di duttile stagno.
	E quando ebbe finito, l'illustre Ambidestro, l'intera armatura, la lev da terra e venne a posarla davanti alla madre di Achille.
	E lei come uno sparviero balz gi dall'Olimpo nevoso, portandosi via dalla casa di Efesto le armi luccicanti.

/:/LIBRO XIX



	Aurora nel peplo color arancione sorgeva dalle correnti dell'Oceano, a portar luce agli immortali e agli uomini: e lei, Tetide, arrivava alle navi recando i doni da parte del dio.
	Trov il suo caro figliolo che stava abbracciato a Patroclo: piangeva forte. E intorno a lui erano in lacrime numerosi compagni.
	Ella si presentava, la divina tra le dee, in mezzo ad essi. Lo prese premurosa per mano, gli si rivolgeva e disse: "Figlio mio, lui qui lasciamolo riposare disteso, anche se ci  doloroso! Lo sai anche tu: fu abbattuto per volont degli dei. E ora prendi, da parte di Efesto, queste magnifiche armi, tanto belle! Nessun guerriero ne port mai addosso di uguali."
	Cos parlava la dea, e pos gi a terra le armi davanti ad Achille: e squillarono l - una meraviglia d'arte come erano tutte quante.
	I Mirmidoni allora li afferr il tremito, tutti: nessuno ebbe cuore di fissarle a lungo, ma si ritrassero. Invece Achille, solo a vederle, l'invase la collera ancora di pi, i suoi occhi sotto le palpebre balenarono terribilmente come fiamma. E maneggiava con gioia gli splendidi doni del dio.
	E quando fu sazio di rimirare quel miracolo d'arte, subito rivolgeva a sua madre tali parole: "Madre mia, le armi qui me le ha fornite davvero un dio: e sono come devono essere i lavori degli immortali, un uomo non li sa fare. Ecco, ora io mi armer! Ma ho una grande paura che le mosche penetrino intanto dentro il corpo del forte figlio di Menezio, attraverso le ferite aperte dai colpi del bronzo, e vi facciano nascere vermi e guastino cos il cadavere. La vita, vedi, ormai  spenta: e pu imputridire in tutta la sua carne."
	E a lei rispondeva allora la dea Tetide dal piede d'argento: "Figlio, non darti pensiero di questo! Vedr io di tenergli lontano i selvaggi sciami delle mosche, che divorano,  vero, gli eroi uccisi in battaglia. E se anche dovesse giacere, te l'assicuro, per un anno intero, sempre lui qui avrebbe il corpo intatto, anzi pi fresco che non ora. Ma tu, via, chiama all'adunanza i guerrieri achei, metti fine al tuo risentimento contro Agamennone pastore di popoli, e armati subito per la battaglia! Rivestiti del tuo valore!"
	Cos parlava: e gli mise addosso energia e una grande baldanza. A Patroclo poi istill gi per le narici ambrosia e rosso nettare: in tal modo le sue membra restavano inalterate.
	Allora lui and, il divino Achille, lungo la riva del mare, levando un fiero interminabile grido, e fece accorrere i guerrieri achei. Perfino quanti, sin a quel tempo, solevano rimanere nel campo dove stavano le navi, e cio quelli che erano piloti e reggevano il timone seguendo la rotta, e quelli che erano dispensieri e distribuivano alle truppe la razione di vivande, si recavano tutti quel giorno all'assemblea: era ricomparso Achille! da tanto ormai s'era tenuto lontano dalla triste guerra!
	E si avviarono zoppicando i due servitori di Ares, il Tidide intrepido in battaglia e il grande Odisseo: si appoggiavano all'asta, avevano ancora le ferite doloranti. Andarono a sedersi l in mezzo, ai primi posti.
	Per ultimo poi venne Agamennone, signore di guerrieri: anche lui era ferito, in un aspro combattimento l'aveva colpito Coone, figlio di Antenore, con la lancia dalla punta di bronzo.
	Quando si furono riuniti tutti gli Achei, in piedi l in mezzo a loro parl Achille: "Atride, lo vedi, fu proprio un bene per tutt'e due qui - dico per me e per te - che noi, s, crucciati c'infuriassimo in una contesa mortale per via di una ragazza? Oh, magari l'avesse, Artemide, uccisa con una freccia sulle navi, quel giorno che la catturai durante la distruzione di Lirnesso! Cos non avrebbero morso la terra tanti Achei sotto le braccia dei nemici, dopo lo scoppio della mia collera. Per Ettore, s, e per i Troiani fu un buon affare: gli Achei invece se la ricorderanno a lungo, penso, la nostra lite. Ma via, quel che  stato  stato: lasciamo perdere, anche se ci costa, e dominiamo il nostro animo!  necessario. Ecco, oggi io metto fine all'ira. Non  giusto davvero che stia ostinatamente in collera sempre. Ma tu, via, presto, incita gli Achei alla battaglia! Voglio affrontare ancora una volta i Troiani, e vedere cos se intendono passar la notte nei pressi delle navi! E pi d'uno, penso, stender ben volentieri al riposo le ginocchia, se pur riesce a scampare alla furia dello scontro, di sotto alla nostra lancia."
	Cos parlava. Ed esultarono di gioia gli Achei dai buoni schinieri all'udire che il magnanimo Pelide poneva fine al suo risentimento.
	E tra loro prese a parlare Agamennone signore di uomini, l dal suo posto, senza levarsi in piedi in mezzo all'assemblea: "Amici, guerrieri danai, servitori di Ares!  bello, s, star a sentire uno qui in piedi, e non sta bene interromperlo: d fastidio,  chiaro, anche a chi sa parlare. Ma in mezzo al chiasso di una folla numerosa, come  possibile, ditelo voi, dar ascolto o parlare? Si confonde, penso, pure un oratore eloquente. Ora io voglio,  ben vero, spiegarmi con il Pelide: ma state attenti anche voi altri Argivi, e intendete bene, uno per uno, il mio discorso! Ecco, pi di una volta gli Achei mi buttarono l mezza parola e se la prendevano con me. Ma io, credete, non ho colpa! Responsabili sono invece Zeus e il Destino e l'Erinne che si aggira tra le tenebre: loro, s, mi misero addosso un selvaggio accecamento, quel giorno che rapii di mia iniziativa il premio d'onore di Achille. Ma che ci potevo fare?  la divinit che porta a compimento ogni cosa. S,  la veneranda figlia di Zeus, Ate, la quale offusca tutti, quella maledetta! Leggeri ha i piedi, non struscia, sapete, per terra, ma se ne va sulle teste degli uomini a ottenebrargli la mente: e uno su due almeno, vi dico, l'accalappia. Perfino Zeus, dovete sapere, essa riusc una volta ad annebbiarlo: Zeus, s, che pur , come dice la comune credenza, superiore agli uomini e agli dei. Proprio, anche lui: e fu Era con la sua sottile malizia di femmina ad ingannarlo, Era il giorno che Alcmena doveva mettere al mondo il fortissimo Eracle, l a Tebe dalla bella corona di mura. Orbene, per vanteria egli diceva allora a tutti gli dei: "Ascoltatemi, o dei e dee tutti quanti: intendo comunicarvi una cosa, me l'impone il cuore. Ecco, oggi Ilitia, la dea dei parti, far venire alla luce un maschio che  destinato a regnare su tutti i vicini: e della stirpe degli eroi che discendono dal mio sangue." E a lui diceva, con una sua mira segreta, Era sovrana: "Un bugiardo sei, e lo si vedr! Alle parole non farai seguire i fatti. Su, giurami allora subito, o Olimpio, con un solenne giuramento, che davvero  destinato a regnare su tutti i vicini chi cadr in questo giorno fra i piedi di una donna - se appartiene alla razza degli eroi che discendono dal tuo sangue." Cos parlava: Zeus non vide affatto la malizia, ma pronunci un grande giuramento e prese cos un grosso abbaglio. Era allora, d'un volo, lasci la cima dell'Olimpo e in tutta fretta giunse ad Argo di Acaia: l appunto, lo sapeva, stava la robusta sposa di Stenelo figlio di Perseo. Questa portava in grembo un maschio, ed era nel settimo mese. E lei, la dea, lo trasse fuori alla luce prima del tempo, sebbene non fosse al mese giusto: e ritardava intanto il parto di Alcmena, ne sospese le doglie. Poi andava lei, di persona, a dargli la notizia, a Zeus Cronide: "Zeus padre, signore del fulmine abbagliante, ho da dirti una cosa.  gi nato l'eroe valoroso che regner sugli Argivi!  Euristeo, figlio di Stenelo il Perside: sangue tuo. Non  poi una sconvenienza che sia il sovrano degli Argivi!" Cos diceva. E allora un feroce dolore colp il dio nel profondo dell'animo. Subito afferrava Ate alla testa per le morbide chiome, in preda alla rabbia com'era, e giur con solenne giuramento che mai pi sarebbe tornata all'Olimpo e al cielo stellato: lei, s, Ate, la dea dell'errore, che fa tutti errare. E cos dicendo la faceva rotear col braccio per aria e la scaravent gi dal cielo: ed essa giunse d'un volo sui campi lavorati degli uomini. E di lei poi sempre si ricordava sospirando, ogni volta che vedeva suo figlio faticare miseramente per via delle imprese imposte da Euristeo. E cos  successo a me: quando il grande Ettore faceva strage di Argivi accanto alle poppe delle navi, non riuscivo a dimenticarmi di Ate che mi aveva reso stordito. Ma siccome mi lasciai accecare e Zeus mi tolse il lume della ragione, sono disposto a fare ammenda e a offrirti regali a non finire. Via, tu scendi in campo ora, e incita alla battaglia gli altri combattenti! E per i doni, eccomi qui pronto a darteli, tutti quelli che Odisseo  venuto ieri a prometterti nel tuo alloggio. E se non ti dispiace, aspetta qua, anche se sei impaziente di guerreggiare; e i miei aiutanti possono andare intanto a prendere i regali dalla mia nave e portarteli. Cos li vedrai: saranno di tuo pieno gradimento."
	E a lui rispondeva Achille dai rapidi piedi: "Atride glorioso, Agamennone signore di guerrieri, quanto ai doni, se vuoi, offrimeli, come  giusto: o se no, tienteli! Fa' quel che ti pare! Ma ora pensiamo alla battaglia, subito, adesso! Non si deve stare qui a far chiacchiere n a perder tempo: la grande impresa, vedete, non  ancora compiuta. E come Achille lo si vedr di nuovo, in prima fila, sterminare le schiere dei Troiani con la lancia di bronzo, cos ciascuno di voi pensi solo a battersi con il suo avversario!"
	Gli rispondeva il saggio Odisseo: "No, Achille! Un valoroso,  vero, tu sei, ma non voler cos spingere verso Ilio, digiuni come sono, i figli degli Achei a battersi coi Troiani! A lungo, lo sai bene, durer la lotta, non appena si scontrano le schiere dei guerrieri e un dio infonde energia agli uni e agli altri. Piuttosto da' ordine agli Achei di prendere il loro pasto di pane e vino presso le navi: ch qui sta, lo sappiamo, la forza e il vigore. Credetemi: nessun uomo a stomaco vuoto ce la far a combattere per l'intera giornata a corpo a corpo, fino al tramonto del sole. E se anche, vedete, ha tutta la buona voglia di lottare, a poco a poco gli si appesantiscono le membra, sopraggiunge la sete e poi la fame, gli vacillano le ginocchia ad ogni passo. Quando invece uno  ben sazio di cibo e di vino, pu star in campo contro i nemici anche tutto il giorno: e ha cuore ardito, non si sente addosso la spossatezza, fin al momento che tutti si ritirano dalla battaglia. Su, allora, sciogli l'adunanza e da' l'ordine di preparare il pasto! E intanto Agamennone far qui portare, in piena assemblea, i doni: cos tutti gli Achei hanno modo di vederli, sotto i loro occhi. E tu ne avrai gioia e conforto. E inoltre egli deve giurarti, in piedi qua tra gli Argivi, che non  mai salito sul letto di lei e non le si  unito in amore, come  normale, o sovrano, tra uomini e donne. E cos anche tu ti metti il cuore in pace! E poi ancora deve riconciliarsi sinceramente con te, nella sua baracca, con un sontuoso banchetto. Avrai cos intera soddisfazione. E tu, Atride, d'ora innanzi sarai pi giusto, anche nei riguardi degli altri!  doveroso, credo, che un re risarcisca un guerriero, quando  stato il primo a offenderlo."
	E a lui rispose Agamennone signore d uomini: "Ho sentito, o Laerziade, con piacere, queste tue parole: hai trattato ed esposto bene, credimi, ogni punto. S, sono pronto a giurare, anzi me l'impone il cuore, e non voglio essere spergiuro di fronte alla divinit. Intanto Achille rimanga qui, anche se  impaziente di guerreggiare! E restate pure riuniti voi altri tutti, in attesa che arrivino dal mio alloggio i doni, e stringiamo con un sacrificio un accordo leale. A te poi, Odisseo, ecco cosa ordino e dico: scegli i migliori giovani fra tutti gli Achei e porta dalla mia nave i regali, quelli che ieri abbiamo promesso di dare ad Achille: e mena qui le donne! E Taltibio andr subito a procurare, per l'accampamento, un cinghiale: intendo sacrificarlo a Zeus e al Sole." Gli rispondeva Achille dai rapidi piedi: "Atride glorioso, Agamennone signore di guerrieri, in altro momento, mi pare, potete occuparvi pi opportunamente di tali faccende: quando ci sar qualche tregua di guerra, ed io non avr tanta smania addosso. Ora i caduti stanno l per terra, straziati: li ha abbattuti Ettore il Priamide, nei giorni che Zeus gli concedeva la gloria: ed ecco, voi due volete mandar l'esercito a mangiare! Sia chiaro: io, per parte mia, subito li farei scendere in campo, i figli degli Achei, cos, digiuni, affamati: e al tramonto del sole, gli farei preparare una grande cena, dopo che avremo vendicato l'onta. Ma prima, in nessuna maniera, a me almeno, andr gi per la gola bevanda o cibo, al pensiero che l'amico  morto: e mi giace l, nella baracca, lacerato dall'acuta arma di bronzo, rivolto verso la porta con i piedi; e intorno, i compagni sono in lacrime. Per questo non mi preme il mangiare e il bere, ma sogno solo strage e sangue e lo straziante lamento dei guerrieri."
	E a lui rispondeva il saggio Odisseo: "Achille figlio di Peleo, senza eguali per prodezza tra gli Achei! Tu sei pi forte di me e pi gagliardo, e non di poco davvero, a vibrare col braccio la lancia: ma io ti potrei battere in sagacia, e di molto! Vedi, sono nato prima e ho maggiore esperienza. Perci abbi pazienza e ascolta i miei consigli! Ben presto, credimi, viene a noia la lotta, se molta  la paglia che l'arma di bronzo rovescia a terra, e ben poca  la messe. E lo si vede al momento decisivo, quando Zeus fa piegare la sua bilancia:  lui l'arbitro, tra gli uomini, della guerra. Non possono gli Achei piangere i morti con la fame in corpo: purtroppo, vedi, ne cadono tanti, uno dopo l'altro, tutti i giorni. E quando si avrebbe respiro dalla pena? Nostro dovere  dare sepoltura a chi  caduto, con animo impassibile, e piangerlo un giorno solo. E d'altra parte quelli che sopravvivono agli orrori della battaglia, devono pensar a bere e a mangiare: cos combatteremo ancora meglio contro i nemici, senza mai tregua, sempre, rivestiti di duro bronzo. E nessuno dei nostri si fermi poi ad aspettare un altro appello! Eccola qui, ricordatevela, la consegna: guai a chi resta indietro, accanto alle navi! avanti, tutti uniti, addosso ai Troiani, a ingaggiare un'aspra lotta!" Disse, e si prese con s i figli del glorioso Nestore, il Filide Megete, Toante, Merione, Licomede di Creonte e Melanippo. E poi insieme si mossero per andare all'alloggio dell'Atride Agamennone.
	Detto fatto: portavano fuori dalla baracca i sette tripodi promessi, i venti bacili lucidi di rame e i dodici cavalli. Poi conducevano fuori in fretta le donne, abili nell'eseguire lavori impeccabili: sette erano, e otto con la Briseide dalle belle guance. Odisseo pesava i talenti d'oro, dieci in tutto, e si avvi avanti per primo. I doni li portavano dietro a lui gli altri, i giovani achei, e li posarono gi in mezzo all'assemblea.
	Allora Agamennone si levava in piedi. Gli si metteva vicino, al pastore di popoli, con il cinghiale tra le braccia l'araldo Taltibio, somigliante a un dio nella voce.
	L'Atride traeva fuori il largo coltello che gli stava sempre appeso a tracolla, accanto al grande fodero della spada, e recideva dalla testa del cinghiale un ciuffo di peli: poi levando le mani verso Zeus pregava. E loro tutti, al proprio posto, gli Argivi, sedevano in silenzio, come era dovere, e ascoltavano il re.
	Diceva pregando, con gli occhi rivolti verso l'ampio cielo: "Mi sia ora testimone prima di tutto Zeus, il supremo degli dei e il pi grande: e la Terra e il Sole, e le Erinni che puniscono gli uomini sotterra, chiunque fa un giuramento falso! No, io non ho mai messo le mani addosso alla giovane Briseide, n per voglia di amore n per altra ragione: ma lei  rimasta, nel mio alloggio, intatta. E se la mia dichiarazione  in parte falsa, mi mandino gli dei i guai a non finire che danno a chi li offende con uno spergiuro!"
	Disse, e tagli la gola al cinghiale con la spietata arma di bronzo. Poi Taltibio roteava per aria la bestia, e la scagli nel vasto abisso del mare biancheggiante, in pasto ai pesci.
	Allora Achille si lev in mezzo ai bellicosi Argivi e diceva: "Zeus padre,  proprio vero che tu dai agli uomini grandi sciagure! Se no, mai, io penso, avrebbe, l'Atride, provocato il mio sdegno cos profondamente, n avrebbe portato via la ragazza a mio dispetto, nella sua irriducibile ostinazione. Ma purtroppo Zeus voleva che a molti Achei venisse la morte. E ora andate a mangiare! Poi attaccheremo battaglia."
	Cos parl: e sciolse immediatamente l'assemblea. E loro si disperdevano, ognuno verso la propria nave.
	I magnanimi Mirmidoni si affaccendavano intorno ai doni, e andarono a portarli alla nave del divino Achille. Posarono gli oggetti nella baracca, e qui sistemavano anche le donne: i cavalli, i nobili scudieri li cacciarono in mezzo alla mandra.
	E allora appunto la Briseide, simile all'aurea Afrodite, appena vide Patroclo straziato cos dall'acuta arma di bronzo, si abbandonava su di lui singhiozzando forte, e si graffiava con le mani il seno e il collo delicato e il bel volto.
	E diceva, in pianto, la donna eguale alle dee immortali: "Patroclo, oh! povera me, che mi eri tanto caro! Vivo io ti lasciavo, andando via da questo alloggio, e ora ti trovo morto, o condottiero di combattenti, al mio ritorno qui. Ah, come per me una disgrazia vien dietro all'altra, sempre! Ecco, il marito che mi avevano dato il padre e la madre, me lo son visto lacerare, davanti alla citt, dal bronzo aguzzo: e cos i tre fratelli, nati dalla mia stessa madre - gli volevo tanto bene, e tutti hanno trovato la morte. Ma tu, no, non volevi che io piangessi, quel giorno che Achille ammazz mio marito Minete, e ne distrusse la citt: e mi dicevi che mi avresti fatta legittima sposa di Achille, mi avresti menata a Ftia con le navi, avresti imbandito tra i Mirmidoni il banchetto di nozze. Per tutto questo ti piango qui morto, senza darmi pace: eri sempre cos buono."
	Cos diceva piangendo: le rispondevano coi loro sospiri e gemiti le altre donne, in apparenza per via di Patroclo, ma per la propria infelicit, ciascuna.
	Intanto gli Anziani degli Achei si stringevano attorno ad Achille e lo pregavano di prender cibo. Ma lui si rifiutava sospirando. Diceva: "Vi supplico, se qualcuno di voi, cari amici, vuol farmi un piacere, non ditemi di saziarmi di cibo e di bevanda, prima della battaglia. Vedete, ho qui una feroce angoscia. Voglio resistere e tener duro fino al tramonto del sole, ad ogni costo."
	Cos parlava e accomiat gli altri re. Restarono l i due Atridi e il divino Odisseo, e inoltre Nestore, Idomeneo e Fenice, il vecchio condottiero di carri. Cercavano di consolarlo del suo profondo dolore. Ma egli non poteva trovar conforto prima di cacciarsi in bocca alla guerra sanguinosa. E a un improvviso ricordo trasse un lungo sospiro e disse: "E pensare che una volta eri tu, o infelice, il pi caro dei miei compagni, a mettermi davanti qui nella baracca, con le tue mani, un pasto gustoso: e ti movevi svelto e pronto, quando gli Achei avevano fretta di dar battaglia ai Troiani. Ora invece tu giaci l straziato, ed io non tocco, tra tanta roba qua dentro, cibo n bevanda, per il dolore della tua perdita. Altra sventura pi grave, credetemi, non poteva capitarmi. Neppure se sapessi morto mio padre, che ora a Ftia  in lacrime per la lontananza del figlio qui: ed io intanto in terra straniera vado battagliando con i Troiani per via di Elena, quell'odiosa. No, neanche se venissi a conoscere la scomparsa del mio figliolo laggi, che mi cresce a Sciro: se pur vive ancora, Neottolemo pari a un dio. Prima, vedi, pensavo che soltanto io sarei perito lontano da Argo, qui, a Troia, e che tu avresti fatto ritorno a Ftia. E cos me lo potevi condurre, il figlio, via da Sciro con la nave, e potevi mostrargli ad uno ad uno i miei beni, la propriet, le ancelle e la vasta casa dall'alto tetto. Ormai, sapete, Peleo, purtroppo - me lo sento - e morto o ha forse ancora poco da vivere, tra i guai della triste vecchiaia e l'attesa continua di una brutta notizia, quella della mia fine. E un giorno o l'altro la apprender." Cos diceva lamentandosi: e gli rispondevano con sospiri e gemiti gli Anziani, al ricordo delle persone care che ognuno aveva lasciato a casa.
	Ma a vederli sciogliersi in lacrime cos, ne ebbe compassione il Cronide, e subito rivolgeva ad Atena tali parole: "Figlia mia, s tu hai abbandonato quel valoroso eroe. Ma dimmi, non pensi proprio pi ad Achille? Eccolo l: davanti alle sue navi dalle alte corna se ne sta a piangere il suo compagno. E mentre gli altri tutti sono andati a mangiare, lui  digiuno e non assaggia nulla. Su, vai a istillargli in petto nettare e ambrosia deliziosa: cos non avr fame."
	Con queste parole sollecit Atena che gi era ansiosa di partire. E lei, simile a falco dalle larghe ali e dallo stridulo grido, si lanciava gi dal cielo attraverso il puro sereno. E intanto gli Achei si armavano in gran fretta per tutto il campo.
	Ed ecco, ad Achille, ella istill in petto nettare e ambrosia deliziosa: non voleva che l'ingrata fame lo troncasse alle ginocchia. Poi se ne andava alla solida casa del padre suo onnipotente. E loro l si riversavano fuori dalle celeri navi.
	Come quando fitti fitti cadono gi svolazzando dal cielo i fiocchi di neve, freddi gelidi sotto la furia di Borea figlio dell'Etere: cos allora in gran numero venivano portati fuori dalle navi elmi lustri e scintillanti, scudi ombelicati, corazze fatte di robuste piastre e lance di frassino.
	Il	bagliore arriv fino al cielo, e rise tutta la terra intorno al balenio del bronzo: un sordo rumore si levava ai passi dei guerrieri.
	E l in mezzo si armava il divino Achille. Stridevano i suoi denti: gli occhi gli lampeggiavano come vampa di fuoco, in cuore gli penetrava un'ambascia intollerabile. Cos pieno di furore contro i Troiani indoss l'armatura, dono del dio, che gli aveva fabbricato Efesto con arte. Prima si mise alle gambe gli schinieri eleganti e se li allacciava alla caviglia con fibbie d'argento. Poi vest la corazza.
	Si appese a tracolla la spada dalle borchie d'argento, tutta di bronzo, e prese lo scudo grande e massiccio: ne veniva a distanza un chiarore come di luna.
	In aperto mare a volte apparisce ai naviganti il lume di un fuoco acceso: esso arde in alto, sui monti, dentro una stalla solitaria. E loro l, le raffiche di vento li portano via, loro malgrado, per la vasta distesa delle acque, lontano dai propri cari. Cos era il luccicare che usciva dallo scudo di Achille giungendo fino al cielo, tanto era bello, e di squisita lavorazione.
	Poi prendeva su l'elmo pesante e se lo mise in testa. Come un astro brillava questo elmo adorno di una criniera di cavallo, si agitavano i fiocchi d'oro che Efesto aveva messo, foltissimi, intorno al cimiero.
	Prov allora il divino Achille, le sue armi per vedere se gli andavano bene e se ci si poteva muovere liberamente dentro.
	Erano per lui come ali, lo sollevavano da terra!
	Infine trasse fuori dalla sua custodia la lancia paterna: pesante era, enorme, massiccia. Nessun altro degli Achei riusciva a brandirla, ma solo lui la sapeva, Achille, vibrare. Era un'asta di frassino del Pelio, che Chirone aveva dato a suo padre portandola di sulla cima del monte - destinata a far strage di eroi.
	Intanto Automedonte e Alcimo si prendevano cura dei cavalli e li legavano al giogo: cinsero loro i bei pettorali, gli misero tra le mascelle i freni e tirarono a s le briglie indietro, verso la solida cassa del carro.
	Automedonte prendeva la lucida frusta in mano, ben agevole, e balz sul cocchio: e dietro a lui sal Achille rivestito di bronzo, tutto rilucente nella sua armatura come il raggiante Iperione.
	Allora con voce terribile grid ai cavalli di suo padre: "Santo e Balio, nobilissimi figli di Podarge, pensate questa volta a ricondurre salvo il vostro auriga indietro, tra le file dei Danai, non appena saremo sazi di battagliare! E non lasciatelo l morto sul campo, come avete fatto con Patroclo!"
	E a lui, di sotto al giogo, parlava Santo, il cavallo dagli agili piedi: si chin ad un tratto con la testa, tutta la criniera gli cadeva gi fuori dal collare, lungo il giogo, e arrivava a terra. Fu Era a dargli la parola, la dea dalle candide braccia. Diceva: "S, sta' pur sicuro, per questa volta ti porteremo in salvo ancora, o gagliardo Achille. Ma ti  da presso il giorno della morte: e noi, credi, non ne abbiamo colpa, ma un dio grande, s, e il destino ineluttabile. E, sappilo, non per nostra lentezza e pigrizia i Troiani tolsero le armi d'addosso a Patroclo, ma il fortissimo dio l'uccise, il figlio di Latona, l nelle prime file e ne diede ad Ettore il vanto. Noi due, vedi, ci sentiremmo di correre anche alla pari con il soffio di Zefiro, che pur , dicono, il pi leggero dei venti. Ma anche tu hai la sorte segnata: devi essere abbattuto, di prepotenza, da un dio e da un uomo."
	Cos allora diceva: e le Erinni gli troncarono la parola. E a lui, vivamente sdegnato, rispose Achille dai rapidi piedi: "Santo, perch mi predici la morte? Non ce n' proprio bisogno. Lo so bene anche da me che il mio destino  di morire qua, lontano dal padre e dalla madre. Ma pure, anche cos, non desister prima di aver cacciato i Troiani dentro la guerra fino alla saziet."
	Disse, e alla testa dei suoi con un urlo lanciava al galoppo i cavalli.

/:/LIBRO XX



	Cos l, presso le curve navi, si movevano gli Achei all'assalto intorno a te, o figlio di Peleo sempre avido di battaglie.
	I Troiani stavano dall'altro lato, sulla parte alta della pianura.
	Allora Zeus, dalla cima dell'Olimpo ricco di convalli, diede l'ordine a Temide di convocare gli dei in assemblea.
	Ella, pronta, girava dappertutto a dire di recarsi alla reggia di Zeus.
	Non vi manca neppure uno dei fiumi, all'infuori di Oceano: n alcuna delle ninfe che abitano le belle boscaglie, e le sorgenti dei corsi d'acqua e i prati erbosi.
	Arrivavano al palazzo di Zeus adunatore dei nembi, e si mettevano a sedere sotto i portici di marmo liscio: a Zeus padre, li aveva costruiti Efesto con fine senso d'arte.
	Cos loro l erano riuniti da Zeus. E neppure l'Ennosigeo disubbidiva alla dea, ma venne su dal mare dietro gli altri, e si pose a sedere in mezzo ad essi. Cercava di conoscere la volont di Zeus. Gli diceva: "Come mai, signore del fulmine abbagliante, hai chiamato di nuovo gli dei in assemblea? Hai qualche tuo piano riguardo ai Troiani e agli Achei? Imminente laggi, lo vedi,  il divampare della battaglia e della lotta."
	E a lui rispondeva Zeus adunatore di nembi: "Hai capito, o Ennosigeo, la mia segreta intenzione, e per che cosa vi ho riuniti. Vero, mi danno pensiero tante uccisioni. Ma io, siate pur certi, voglio starmene in disparte, seduto su un giogo dell'Olimpo: e l mi godr lo spettacolo. Voi altri invece, s, partite! Recatevi pure in mezzo ai Troiani e agli Achei, e portate loro soccorso, agli uni o agli altri, come vi piace. Vi parlo chiaro: se Achille l da solo combatter contro i Troiani, non gli terranno testa neppure per poco, al Pelide dai rapidi piedi. Gi in passato, lo sapete, ne avevano paura soltanto a vederlo. Ora poi che  furente di rabbia per via dell'amico, temo proprio che distrugga le mura, al di l del destino."
	Cos diceva il Cronide e fomentava una guerra accanita. Si mossero gli dei verso il campo di battaglia - in disaccordo.
	Alle navi degli Achei andavano Era e Pallade Atena, Posidone lo Sposo della Terra ed Ermes soccorritore, che eccelle per la sua mente sagace. Con loro si avviava anche Efesto, orgoglioso della sua forza: era zoppicante, di sotto si agitavano in fretta gli stinchi sottili.
	Dalla parte dei Troiani invece accorreva Ares dall'elmo lampeggiante, e insieme con lui Febo dalla lunga capigliatura, Artemide saettatrice, Latona, il Santo, e Afrodite amica del sorriso.
	Fintanto che gli dei stavano lontano dagli uomini mortali, gli Achei avevano un'aria di trionfo: era ricomparso Achille, da tanto tempo si era tenuto in disparte dalla triste guerra! Ma i Troiani li invase, uno per uno, un forte tremore: erano atterriti al vedere il Pelide dai piedi veloci, splendente nella sua armatura, simile ad Ares sterminatore di eroi.
	Quando per le divinit dell'Olimpo arrivarono fra la massa dei combattenti, ecco che la brutale Eris si lev su ad aizzare i popoli. Urlava Atena - ora ritta presso la fossa profonda fuori del muro, ora sulle coste fragorose del mare - lungamente. E andava urlando dall'altra parte Ares, somigliante a nera tempesta, e ora spronava a gran voce i Troiani dall'alto della rocca; ora correndo lungo il Simoenta sulla collina di Callicolone.
	Cos i numi beati spingevano gli uni e gli altri ad azzuffarsi, e fecero scoppiare tra loro una lotta feroce. Rimbombava con tuoni terribili il padre degli uomini e degli dei, dall'alto: e in basso Posidone si mise a scuotere la terra sconfinata e le elevate cime dei monti. Tremavano tutte le radici dell'Ida ricca di sorgenti e le sue vette, la citt dei Troiani e le navi degli Achei. Ne ebbe paura fin laggi, di sotto, il signore dei morti Ade, e in preda al terrore balz dal suo seggio e gridava: era in pensiero che Posidone l'Ennosigeo gli aprisse in spaccature la terra sopra la testa e svelasse agli uomini mortali e agli immortali le sue stanze piene di orrore e di muffa - ne hanno ribrezzo persino gli dei. Tanto grande, a dir il vero, s'alzava il frastuono al venire dei numi in battaglia!
	Ecco: di fronte a Posidone sovrano si ergeva Febo Apollo con i sui dardi alati, e di contro ad Ares Enialio la dea dagli occhi lucenti Atena.
	Faccia a faccia con Era stava la dea dalle frecce d'oro, amante della caccia strepitosa, Artemide saettatrice, sorella dell'Arciere.
	Davanti a Latona si piantava il forte Ermes soccorritore: l'avversario di Efesto poi era il grande fiume dai gorghi profondi, quello che gli dei chiamano il Santo e gli uomini invece Scamandro.
	Cos l gli dei si movevano ad affrontare gli dei. E intanto Achille era pi che mai impaziente di cacciarsi nella massa e scontrarsi con Ettore il Priamide: aveva una voglia imperiosa di saziare col sangue di lui - primo fra tutti -il forte dio delle battaglie Ares. Allora Apollo, animatore di guerrieri, istig Enea ad avanzare diritto contro il Pelide, gli mise addosso energia e coraggio. Sembrava, alla voce, Licaone, figliolo di Priamo.
	A lui era simile il figlio di Zeus, Apollo, e cos gli parlava: "Enea, buon consigliere dei Troiani, dove sono andate a finire, di', le minacce che facevi davanti ai principi di Troia, bevendo il vino a banchetto? Assicuravi l di volerti battere, a corpo a corpo, con il Pelide Achille!"
	Enea gli rispondeva: "Figlio di Priamo, perch mi spingi cos, se non me la sento, a combattere in duello con il superbo Pelide? Non sarebbe oggi la prima volta, sai, che lo affronto: ma gi in altra occasione mi fece scappare con la lancia gi dall'Ida. E fu quando assalt le nostre mandre di buoi, e distrusse Lirnesso e Pedaso. Allora mi salvava Zeus, che mi diede energia e agili ginocchia. Senza quel soccorso, sarei caduto, son sicuro, sotto i colpi di Achille e di Atena. Era lei che avanzava in testa e gli garantiva l'incolumit: lei lo spronava a trucidare con l'asta di bronzo Lelegi e Troiani. Ecco perch un guerriero non pu stargli di fronte, ad Achille. Ha sempre al fianco, credimi, qualche dio che storna da lui la rovina. E poi, non bisogna negarlo, il suo tiro vola via diritto e non si arresta prima di aver trapassato carne di uomo. Ma qualora un dio, s, ci rendesse uguali le condizioni di lotta, oh, non mi vincerebbe tanto facilmente, nemmeno se  tutto di bronzo come si vanta!"
	E a lui allora rispose il figlio di Zeus, Apollo sovrano: "Eroe, via, prega anche tu gli dei sempiterni! Pure di te si dice che sei nato da Afrodite, mentre lui ha per madre una dea da meno. Una, lo sai,  figlia di Zeus, l'altra invece del vecchio marino. Su, allora, puntagli contro il duro bronzo, e non lasciarti frastornare da parole di minaccia e da imprecazioni!"
	Cos diceva, e gli mise addosso, a quel pastore di popoli, una grande energia.
	Avanzava Enea tra le prime file, armato di bronzo scintillante. Ma non sfugg ad Era dalle bianche braccia che il figlio di Anchise moveva contro il Pelide tra il folto dei guerrieri. Riuniva allora insieme gli dei e parl in mezzo a loro: "Vedete ora, voi due, Posidone e Atena, cosa c' qui da fare! Ecco: Enea s' mosso, armato di bronzo splendente, contro il Pelide: lo ha aizzato Febo Apollo. Via, a noi! Dobbiamo ricacciarlo indietro, e subito. Oppure vada uno, anche da parte nostra, a mettersi al fianco di Achille, e gli conceda una grande forza. Cos non si perde d'animo. Ha da sentire che lo proteggono i pi potenti degli immortali, mentre sono dei buoni a nulla gli altri l, che difendono da tanto tempo i Troiani tra le stragi della guerra. Siamo scesi tutti dall'Olimpo per prender parte a questa battaglia, e non vogliamo che per oggi abbia a capitargli qualche guaio: un domani, poi, gli toccher quello che il destino gli ha filato al suo nascere, il giorno che lo partor la madre. Ma se Achille non lo sa da viva voce divina, avr un attimo di smarrimento quando un altro dio gli va incontro, sul campo, ad aggredirlo.  una dura esperienza l'apparizione degli immortali."
	E a lei rispondeva allora Posidone l'Ennosigeo: "Era, non te la prendere cos senza ragione! Non c' proprio motivo. Per colto mio non vorrei che noi altri qui si provocasse alla lotta gli dei avversari. Siamo, lo vedete, molto pi forti. E pertanto andiamo a sederci fuori dalla calca, sopra un'altura: ci penseranno gli uomini a guerreggiare. Se poi Ares e Febo Apollo sono i primi a ingaggiar battaglia, o intralciano Achille e non lo lasciano combattere, subito allora balzeremo su, anche noi, contro di loro buttandoci nella violenta mischia. E ben presto, son convinto, batteranno in ritirata tornando di nuovo all'Olimpo, nell'assemblea degli altri dei, sopraffatti dalle nostre braccia ineluttabilmente."
	Cos parlava il dio dalle chiome azzurre, e si avvi avanti, per primo, verso l'argine ricurvo del divino Eracle. Era bell'alto: glielo avevano costruito, all'eroe, i Troiani e Pallade Atena. Cos lui poteva sfuggire, con improvvise corse indietro, a quel famoso mostro marino, ogni volta che lo inseguiva dalla spiaggia fin dentro la pianura.
	Qui si metteva Posidone a sedere, insieme con gli altri dei: si rivestirono di una nube impenetrabile tutto all'intorno.
	Gli avversari andavano a sedersi dalla parte opposta, sui cigli della collina di Callicolone, intorno a te, o Febo saettante, e ad Ares distruttore di citt.
	Cos loro l stavano seduti di fronte, rimuginando i loro piani: ma esitavano, entrambi i gruppi, a dar l'avvio a una guerra dolorosa - anche se Zeus, assiso l in alto, li aizzava.
	Intanto l'intera pianura fu piena di guerrieri, e tutta un balenio d'armi di bronzo: erano fanti e carri e cavalli. Rimbombava il terreno sotto i loro piedi, mentre correvano ad azzuffarsi in massa. Ma due eroi tra i pi valorosi avanzavano l, in mezzo ai due eserciti, smaniosi di battersi: erano Enea figlio di Anchise e il divino Achille.
	Enea per primo s'era fatto innanzi con aria minacciosa crollando l'elmo pesante: davanti al petto reggeva lo scudo nell'assalto, e agitava la lancia di bronzo.
	Dall'altra parte gli si avvent contro il Pelide. Pareva un leone predatore, che uno stuolo di uomini  ben deciso ad ammazzare - c' l'intero paese. E la belva da principio cammina noncurante: ma quando uno di quei giovani agili e battaglieri la colpisce, a distanza, con la lancia, ecco che si raccoglie in se stessa spalancando la bocca: ha la bava attorno ai denti, dentro freme il suo forte cuore, con la coda si va sferzando di qua e di l i fianchi e le anche, e si sprona da s alla lotta. E poi con le fiamme negli occhi attacca diritto con furore, pronta ad uccidere qualcuno o a morire al primo scontro. Cos energia e fierezza incitavano Achille ad affrontare il magnanimo Enea.
	Quando ormai furono vicini movendo l'uno verso l'altro, al suo avversario per primo parl il grande Achille dal piedi gagliardi: "Enea, perch sei venuto tanto avanti, fuori dalla massa dei combattenti, a piantarti qui? Di', hai voglia di batterti con me, nella speranza di regnare un giorno tra i Troiani, sul dominio di Priamo? Ti avverto per: anche se tu mi ammazzi, non per questo, credi, ti metter fra le mani, Priamo, il suo potere regale. Ha molti figli, lo sai,  ancora in gamba e niente affatto rimbambito. O forse i Troiani ti hanno gi ritagliato, dalle terre in comune, un fondo migliore di tutti gli altri, un bel fondo da godere, parte a frutteto e parte da semina, sempre nel caso che tu mi uccida? Ti sar ben difficile farlo, credo. Gi un'altra volta, s, posso ben dirlo, ti ho cacciato in fuga con la lancia! O non te lo ricordi? Fu quando abbandonavi le mandre, solo com'eri, e io ti davo la caccia gi per le pendici dell'Ida con rapidi piedi, di gran carriera! Quel giorno scappavi davvero senza voltarti indietro! Di l poi ti sei rifugiato dentro Lirnesso: ma io la distrussi al primo assalto con l'aiuto di Atena e di Zeus padre, e ne menavo via come preda di guerra le donne, le facevo schiave. Quanto a te, fu Zeus a salvarti, e gli altri dei. Ma oggi non ti salva pi, son sicuro, come tu pensi. Ecco, ti consiglio di ritirarti e di rientrare nella massa. Non star qui di fronte a me, se vuoi non aver guai! Uno stolto, lo sai, impara a sue spese."
	E a lui allora Enea rispondeva: "Pelide, non sperare d'intimorirmi con le tue parole, come se fossi un bambino! Vedi, son buono anch'io di schernire e di lanciare insulti. E sappiamo la stirpe l'uno dell'altro, sappiamo chi sono i genitori: ne abbiamo sentito parlare nei canti famosi tra gli uomini mortali. Per n tu hai mai visto di persona i miei, n io i tuoi. Dicono che tu discendi dall'irreprensibile Peleo e hai per madre Tetide dalle belle chiome, figlia del mare. Io invece sono nato, e me ne vanto, dal magnanimo Anchise, e mia madre  Afrodite. E cos loro l, sono certo, avranno oggi da piangere, o gli uni o gli altri, il proprio figlio: non penso che ci separeremo dopo chiacchiere vane, senza venire a battaglia. Ma se hai voglia qui di sentire la mia discendenza, la saprai con esattezza: molta gente gi la conosce. Ecco: Dardano  il capostipite, lo gener Zeus adunatore di nembi. E fondava Dardania. Non ancora, sai, era sorta nel piano la sacra Ilio, citt di uomini civili, ma a quel tempo abitavano sulle balze montane dell'Ida ricca di sorgenti. Dardano poi ebbe un figlio, e fu il re Erittonio, il pi ricco senza dubbio degli uomini mortali. Aveva tremila cavalle: venivano lasciate libere al pascolo nella prateria irrigua della pianura, ed erano tutte fiere delle loro giovani puledre. D'alcune di loro s'innamor Borea, s, mentre stavano a pascolare: prese l'aspetto di uno stallone dalla criniera azzurra e le copr. Esse restarono pregne e figliarono dodici polledre. E quando queste si lanciavano di galoppo per la campagna, scorrevano su per le cime delle spighe e non le frantumavano: e quando balzavano sull'ampio dorso del mare, movevano celeri a fior delle onde per la distesa schiumosa. Erittonio poi gener Troo che fu re dei Troiani. E a Troo nacquero tre figli irreprensibili: Ilo, Assaraco e Ganimede pari a un dio, che era certo il pi bello degli uomini mortali. E cos gli dei, per la sua avvenenza, se lo portarono via in aria a far da coppiere a Zeus e a vivere in mezzo agli immortali. Ilo, devi sapere, fu padre di Laomedonte: e Laomedonte a sua volta aveva Titone e Priamo, e via via Lampo, Clizio e Icetaone valoroso rampollo di Ares. Quanto a Assaraco, ebbe come figlio Capi, e questi poi Anchise. E alla fine Anchise mise al mondo me: a Priamo invece nacque il divino Ettore. Ecco, vedi, la mia stirpe: discendo da questo sangue. Ma  Zeus, lo sai bene, che accresce il valore ai guerrieri o anche lo diminuisce; come gli piace: lui , non c' dubbio, il pi potente di tutti. Su, allora, non stiamo pi qui fermi a chiacchierare come dei ragazzi, in mezzo alla mischia e alla strage. Di insulti, penso, ne possiamo lanciare, tutt'e due, a non finire, tanti da caricare una grossa nave. Pronta  la lingua degli uomini: si trovano tutti gli appigli, vasto  il campo per le botte e risposte. A parola che dici, parola che ascolti! Via, che bisogno c' di contrastare qui, noi due, faccia a faccia con offese e ingiurie, come fanno le donnicciole? Ecco, quando vanno su tutte le furie per qualche sorda questione, corrono in mezzo alla strada a litigare tra di loro, e si rinfacciano a lungo cose vere e no: la collera le spinge anche a questo. Tu quindi non mi frastornare coi tuoi discorsi dalla lotta, deciso come sono! Prima dobbiamo scontrarci con le armi. Su, presto, proviamoci l'un l'altro con le lance di bronzo!" Disse, e cacci la robusta picca nel tremendo scudo, paurosamente abbagliante: e quello rimbombava forte, al cozzo della punta, all'intorno. Ma il Pelide scost via da s lo scudo con la gagliarda mano, in un improvviso moto di sgomento. Credeva, si vede, che riuscisse agevolmente a trapassarlo l'asta del magnanimo Enea - dalla lunga ombra. L'ingenuo! non aveva pensato che gli splendidi doni degli dei non si lasciano intaccare tanto facilmente da guerrieri mortali, e sono ben duri a cedere.
	Neppure allora, cos, la forte lancia del bellicoso Enea ce la fece a rompere lo scudo: la piastra d'oro, opera di Efesto, resistette. Attraverso due strati veniva spinta l'arma: ma ne restavano ancora tre. E ben cinque, di lastre, ne aveva battute a colpi di martello il dio dal piede storto. Due erano di bronzo: altre due, nella parte interna, di stagno: una sola era in oro, e qui l'asta di frassino si ferm.
	Subito dopo tirava Achille la sua lancia dalla lunga ombra, e colp Enea sullo scudo rotondo, proprio sotto l'orlo, dove pi sottile correva in giro il bronzo, e sottilissima vi era stesa la pelle di bue, sopra.
	Da parte a parte pass d'impeto il frassino del Pelio, e a quell'urto risonava lo scudo.
	Enea si rannicchi e tenne sollevato, lontano da s, il proprio scudo, tutto spaurito. L'asta gli sorvolava sul dorso e si piant con furia in terra: aveva traversato entrambi i cerchi dello scudo, che gli riparava il corpo per intero. Cos l'eroe scansava la grossa lancia, fermo l: e un'ambascia infinita gli si diffuse sugli occhi - terrorizzato che la picca si fosse conficcata tanto vicino a lui.
	Ma Achille gli saltava addosso con furore sguainando la spada affilata: gridava terribilmente. Ed ecco, Enea afferr con la mano un macigno: era un masso enorme, non sarebbero buoni di portarlo due uomini, al giorno d'oggi: lui lo palleggiava senza sforzo da solo.
	E allora s Enea avrebbe colpito con quel pietrone l'avversario nello slancio dell'assalto, o all'elmo o allo scudo che gi gli aveva stornato una misera fine: e a sua volta il Pelide, nel corpo a corpo, gli avrebbe tolto con la spada la vita, se prontamente non se ne accorgeva Posidone l'Ennosigeo. Subito allora parl - fra gli dei immortali: "Ahim, vi confesso, mi fa una grande pena il magnanimo Enea: ben presto sar abbattuto dal Pelide e andr gi all'Ade. D retta alle parole di Apollo arciere, quello sciocco: e neanche ci pensa, il dio, a venirgli in aiuto, a difenderlo da una brutta fine. Ma perch ora lui l, innocente com', deve soffrire dolori cos, senza ragione, per le colpe, degli altri, quando va offrendo sacrifici, graditi sempre, agli dei che abitano l'ampio cielo? Su, allora, strappiamolo, almeno noi, alla morte! Non vorrei che anche il Cronide andasse in collera, nel caso che Achille l'uccidesse laggi. destino, lo sapete, che scampi. Cos non scomparir senza discendenti e senza lasciar traccia la stirpe di Dardano: l'ha amato, il Cronide, pi di tutti gli altri figli che son nati da lui e da donne mortali. Ormai, vedete, Zeus ha preso in odio la famiglia di Priamo. E adesso, s, regner sui Troiani la forza di Enea, e i figli dei figli che hanno da nascere negli anni a venire."
	E a lui rispondeva allora l'augusta Era dai grandi occhi bovini: "Ennosigeo, pensaci tu ad Enea, se lo vuoi salvare o lasciar abbattere,- pur valoroso com', dal Pelide Achille. Devi sapere, vedi, che noi due, io e Pallade Atena, abbiamo giurato pi di una volta, in mezzo a tutti gli immortali, di non portare mai aiuto ai Troiani per stornar da loro il giorno della sventura, neppure quando brucer Troia intera tra le fiamme di un fuoco violento, e a incendiarla saranno i bellicosi figli degli Achei."
	Quando ebbe sentito ci, Posidone l'Ennosigeo si mosse per andare nel vivo della battaglia e tra il cozzar delle lance, e giunse l dove erano Enea e il glorioso Achille.
	Subito allora gli diffuse, al Pelide, nebbia sugli occhi: strapp fuori dallo scudo di Enea l'asta di frassino dalla forte punta di bronzo, la posava ai piedi di Achille, e lev da terra in alto, spingendolo via, l'eroe troiano.
	D'un balzo Enea sorpassava, per la manata del dio, molte file di guerrieri, e molte ancora di carri e cavalli, e arriv nella parte estrema della tumultuosa battaglia, l dove i Cauconi si stavano armando per entrar nella mischia.
	A lui venne vicino Posidone l'Ennosigeo, e gli rivolgeva parole: "Enea, chi degli dei ti istiga cos ad affrontare, da insensato, il superbo Pelide? Egli  pi gagliardo di te e pi caro agli immortali. Via dunque, ritirati ogni volta che t'imbatti in lui, se non vuoi scendere alla casa di Ade anche contro il destino! Ma quando Achille avr incontrato il suo fato di morte, allora, s, combatti tra i primi con baldanza: nessun altro degli Achei, credimi, riuscir ad ammazzarti."
	Cos diceva e lo lasci l, dopo avergli dichiarato ogni cosa. Subito poi disperse via, dalla vista di Achille, la nebbia prodigiosa. E lui, l'eroe, sgran tanto d'occhi, e tutto turbato parl al suo magnanimo cuore: "Ah, s,  un grande miracolo questo che scorgo qui davanti! Ecco, la lancia mi sta per terra, e non vedo pi il guerriero su cui la tirai, con la smania di ucciderlo. Certo, devo ammetterlo, anche Enea  caro agli dei immortali. E dire che io pensavo si vantasse cos, a vanvera! Alla malora! Non avr pi voglia di misurarsi con me un'altra volta, contento com' ora d'essere scampato alla morte. Via, voglio spronare i bellicosi Danai, e correre poi a scontrarmi con gli altri Troiani."
	Disse e d'un balzo era tra le sue file e andava incitando ad uno ad uno i guerrieri : "Non state pi ora lontano cos, o Achei, dai Troiani, ma via, ogni uomo avanzi contro il suo avversario e si batta furiosamente con lui!  ben difficile, vedete, per me, anche se sono gagliardo, dar la caccia a tanti uomini l e azzuffarmi con tutti. Neppure Ares che  dio immortale, e neppure Atena riuscirebbe, a dominare il fronte di una battaglia cos selvaggia. Ma io fino all'estremo delle possibilit, con le braccia e coi piedi e la mia forza non mi risparmier, ve l'assicuro, neppur per poco. Voglio traversare lo schieramento nemico da cima a fondo. E non sar troppo allegro, penso, chi tra i Troiani mi arriva a tiro di lancia."
	Cos parlava spronandoli. E i Troiani, dall'altra parte, li veniva incitando a gran voce lo splendido Ettore, gi deciso per suo conto ad affrontare Achille. Diceva: "Troiani arditi, non abbiate paura del Pelide! Anch'io a parole mi sento di battermi perfino con gli dei immortali: ma con la lancia  dura impresa. Loro sono, lo sapete, molto pi forti! E neppure Achille a tutte le sue minacce far seguire i fatti: ma una cosa la compir e un'altra la lascer in tronco. Ecco, andr io davanti a lui, anche se fosse, di braccia, come il fuoco: s, anche se avesse braccia simili a fuoco e la resistenza del lucido ferro."
	Cos diceva spronandoli. E loro l, i Troiani, puntarono diritte le lance. Ed ecco, si accese furibonda la lotta, si levava l'urlo di guerra.
	Allora Febo Apollo si accostava ad Ettore e disse: "Ettore, non andare pi ad attaccar Achille da solo davanti agli altri, ma attendine l'assalto da qui, tra la massa dei combattenti e il tumulto. Non vorrei che ti colpisse con la lancia o ti ferisse di spada in un corpo a corpo."
	Cos parlava. Ed Ettore rientr nel folto dei guerrieri, tutto turbato: aveva sentito la viva voce del dio.
	Achille intanto balz in mezzo ai Troiani, vestito di tutto il suo coraggio: urlava terribilmente. E prima uccise Ifizione, il prode Otrintide, condottiero di molte genti: l'aveva generato a Otrinte distruttore di citt una ninfa delle sorgenti sotto il Tmolo nevoso, nel fertile paese di Ide. E con la lancia lo colp, il divino Achille, mentre gli si avventava contro, in mezzo alla testa: ed essa si spacc in due. Crollava a terra con grande strepito. E grid Achille con aria di trionfo: "Eccoti a terra, Otrintide, tu che eri il pi tremendo fra tutti quanti i guerrieri! Ti  toccata la morte qui: ma la tua patria  laggi, accanto alla palude Gigea, dove hai la propriet paterna:  in riva ai tuoi fiumi, l'Illo pescoso e l'Ermo pieno di gorghi."
	Cos diceva cantando vittoria. E il buio della morte avvolse Ifizione agli occhi. Poi i carri degli Achei lo stritolarono con i cerchioni delle ruote, l in prima linea.
	E dopo lui Achille trafisse Demoleonte, il figlio di Antenore, valoroso campione in guerra: lo colpiva alla tempia attraverso l'elmo dalle guance di bronzo. Esso non resistette, e la punta vi pass da parte a parte e ruppe l'osso, il cervello dentro si spappolava tutto. Cos veniva abbattuto nella furia del suo assalto.
	Ippodamante allora balzava gi dal carro e gli fuggiva davanti: Achille lo fer nella schiena con la lancia. L'uomo spirava urlando di dolore. E pareva il toro che viene trascinato tra lunghi muggiti, accanto all'altare del signore di Elice, dai giovani a viva forza: e si rallegra l'Ennosigeo a guardarli. Cos egli l gridava: e l'animo fiero ne abbandon le ossa.
	Poi Achille s'avvent con la lancia in pugno addosso a Polidoro pari a un dio, un figliolo di Priamo. Il padre non gli permetteva di combattere per nessun motivo: era il pi giovane fra i suoi figli ed anche il pi caro. Vinceva tutti nella corsa. E allora appunto con giovanile incoscienza metteva in mostra la propria agilit di piedi, e si slanciava con impeto attraverso le prime file, finch perse la vita. Fu il grande Achille dai piedi gagliardi a colpirlo in pieno, con l'asta, alla schiena, mentre gli passava accanto: lo feriva dove si univano le fibbie d'oro della cintura, e doppia si stendeva la corazza. La punta della lancia pass dalla parte opposta, vicino all'ombelico. E lui cadeva sulle ginocchia con un urlo di lamento, l'avvolse all'intorno un'oscura nube: e nel ripiegarsi gi, si raccolse con le mani le budella. Quando Ettore vide suo fratello Polidoro tenersi le viscere con le mani e curvarsi a terra, perse il lume degli occhi e non se la sent pi di star ancora in disparte, ma mosse contro Achille scuotendo la lancia acuminata: assomigliava nella sua furia al fuoco.
	Lo scorse Achille e diede un balzo in avanti. Diceva con aria spavalda: "Eccolo qua chi m'ha ferito a morte pi di ogni altro, chi m'ha ucciso il compagno venerato! Ma non ci scanseremo pi a lungo ormai, penso, l'un l'altro, entro gli spazi vuoti tra i reparti."
	Disse e con una torva occhiata gridava al divino Ettore: "Fatti pi sotto! Ben presto cos incapperai nei lacci della morte!"
	E a lui, senza turbarsi, rispose Ettore dall'elmo lampeggiante: "Pelide, non pensare d'intimidirmi con le tue parole, come se fossi un ragazzetto! Vedi, son buono anch'io di schernire e di lanciare insulti. E so pure che tu sei forte e che io son ben inferiore a te. Per tutto sta sulle ginocchia degli dei, non  detta l'ultima parola: e pu darsi, pur da meno come sono, che riesca a toglierti la vita con un tiro di lancia. Ecco, anche la mia arma ha la punta in cima!" Disse, e traendo all'indietro l'asta la scagli: ma Atena con il suo fiato la svi dal glorioso Achille, soffiando molto leggermente. Cos l'arma ritornava dal divino Ettore, e cadde l davanti ai suoi piedi.
	Achille allora gli saltava addosso con furore, nella sua smania di ammazzano, gridando paurosamente. Ma Apollo lo rapiva via, Ettore, con molta facilit, da dio qual era, e l'avvolse di una fitta nebbia.
	Tre volte allora si gett su di lui Achille con la lancia di bronzo, e tre volte percosse la nebbia profonda. Ma quando, per la quarta volta, gli s'avvent contro simile a un demone, con un urlo tremendo rivolgeva al nemico queste parole: "Ancora, di nuovo, sei scampato alla morte, o cane ! Ah, s, la sventura t'era venuta ben presso! Anche ora t'ha salvato Febo Apollo. Gli devi proprio dir delle preghiere nel venire tra lo strepito delle lance! Ma ti finisco, sta' pur sicuro, quando t'incontro, prima o poi, un domani, se  vero che pure per me c' un qualche dio protettore. Per il momento dar addosso agli altri qua, al primo che mi capita." Cos diceva e con la lancia fer al collo, in pieno, Driope. Gli stramazzava ai piedi.
	Lo lasci l e via, con un colpo d'asta al ginocchio arrestava Demuco figlio di Filetore, prode e robusto. Gli cal poi un fendente con la grossa spada e gli tolse la vita.
	Dava addosso a Laogono e a Dardano, figli di Biante. Li cacci gi dal carro tutt'e due a terra, uno con un tiro di lancia, l'altro a colpi di spada da brevissima distanza. Era poi la volta di Troo figlio di Alastore. Gli si buttava alle ginocchia, e lo veniva supplicando di prenderlo prigioniero e di lasciarlo in vita, di non trucidarlo per piet, era giovane come lui. Povero ingenuo! Non lo sapeva che non l'avrebbe placato! Non era davvero, Achille, di animo dolce n mite di cuore, ma un furioso e un violento. Ecco, Troo cercava di toccargli con le mani le ginocchia, tutto proteso a scongiurarlo. Lui lo trafisse con la spada al fegato: e il fegato scivol fuori, il sangue nero sgorgava gi e riemp il largo taglio. La tenebra l'avvolgeva agli occhi, via via che gli mancava la vita.
	Poi tirava da presso un colpo di lancia a Mulio, all'orecchio: e attraverso l'altro subito usc la punta di bronzo.
	Dopo tocc a Echeclo figlio di Agenore. Gli cacciava in testa la spada fino all'impugnatura, e tutta la lama si fece calda di sangue. L'oscura morte e il destino prepotente afferrarono quell'uomo alla vista.
	Quindi veniva l'ora di Deucalione: dove si congiungono i tendini del gomito, l lo trafisse, all'arto superiore, di punta col bronzo. E lui, il troiano, lo aspettava con il suo braccio appesantito, si vedeva davanti la morte. Achille gli tir un colpo di spada al collo, e gli fece balzar via la testa insieme con l'elmo, a gran distanza. Il midollo schizz fuori dalle vertebre: e Deucalione giaceva a terra lungo disteso. Poi si lanciava sopra Rigmo, l'irreprensibile figlio di Pireo: era venuto dalla fertile Tracia. E Achille lo raggiunse con la picca in pieno: la punta di bronzo si piantava nel ventre, e lui precipit dal carro.
	Allora lo scudiero Areitoo voltava pronto indietro i cavalli, e Achille con l'asta accuminata lo fer al dorso e lo sbalz dal cocchio. S'inalberavano i destrieri.
	Come infuria un violento incendio per le profonde forre di una montagna insecchita, e la fitta boscaglia brucia; da ogni parte il vento si spinge innanzi le fiamme e le fa girare: cos lui, con la lancia in pugno, imperversava dappertutto simile a un demone, dando la caccia alle sue vittime. Scorreva sangue la nera terra.
	E come quando si aggiogano i buoi dalla larga fronte per trebbiare il bianco orzo su di un'aia ben preparata, e alla svelta si sgranano le spighe sotto i piedi delle bestie mugghianti: cos i cavalli di solida unghia, sospinti dal valoroso Achille, calpestavano i cadaveri dei caduti e insieme gli scudi. L'asse del carro era tutto imbrattato, sotto, di sangue: si insozzavano le fiancate intorno, investite com'erano dalle pillacchere che schizzavano via dagli zoccoli degli animali e dai cerchioni delle ruote. E il Pelide l ardeva dalla smania di procurarsi gloria: le sue mani irresistibili erano lorde di sangue e fango.

/:/LIBRO XXI



	Ma quando i Troiani arrivarono al guado del fiume dalla bella corrente, al Santo vorticoso di cui  padre Zeus immortale, qui Achille tagli in due la massa dei combattenti. E gli uni disperdeva per la pianura verso la citt, proprio dalla parte dove scappavano atterriti gli Achei il giorno prima, allorch infuriava in armi lo splendido Ettore. Ed ora per di l si rovesciavano in fuga loro, i Troiani, ed Era gli spandeva davanti una nebbia fitta in modo da intralciarli.
	L'altra met invece si accalcava sul fiume profondo, dai gorghi d'argento. E vi si precipitavano dentro con grande frastuono, strepitarono le alte correnti, e le rive all'intorno risonavano forte da un lato e dall'altro. E loro con urla di spavento cercavano di nuotare di qua e di l, e venivano trascinati nei giri dei mulinelli.
	Come quando, all'irrompere del fuoco, si levano le cavallette svolazzando in aria per fuggire verso un fiume: divampa l'incendio instancabile, sorto l all'improvviso, ed esse vanno a rannicchiarsi tutte sull'acqua: cos, all'assalto di Achille, il corso del Santo dai gorghi profondi si riemp, alla rinfusa, tra grida e strepiti, di carri e cavalli e guerrieri. Allora l'eroe discendente di Zeus lasci l la lancia sulla riva, appoggiandola a dei tamerischi: poi salt dentro il fiume, simile a un demone. Aveva in mano solo la spada: non pensava che a far strage, e percoteva da ogni parte. Il lamento dei Troiani si levava miserevole sotto i colpi dell'arma, l'acqua era tutta rossa di sangue.
	E come davanti a un delfino dal vasto ventre gli altri pesci scappano via, e gremiscono i pi riposti angoli d'un porto di facile approdo, in preda al terrore come sono: ch li divora ingordo, quelli che prende: cos i Troiani, lungo il corso del torrente violento, cercavano scampo sotto la scarpata delle sponde.
	Ma quando ebbe stanche le braccia a furia di uccidere, prese vivi nel fiume dodici giovani: li destinava al sacrificio, a pagare per la morte di Patroclo figlio di Menezio. Li faceva uscire dall'acqua, istupiditi di paura come cerbiatti, e gli leg le mani dietro, con le cinghie ben ritagliate che solevano portare sulle tuniche a fitte maglie ritorte: e li diede ai suoi compagni, da condurre gi alle concave navi. Lui poi si avvent di nuovo ad assalire l i Troiani, nella sua smania di farne un massacro.
	Qui s'imbatteva in un figlio di Priamo il Dardanide mentre fuggiva dal fiume. Era Licaone, proprio quello che egli aveva, una volta, menato via prigioniero dalla vigna paterna, a viva forza, in una sua razzia notturna. Lui laggi stava tagliando, con un'ascia affilata di bronzo, dei giovani rami da un caprifico per farne i parapetti d'un carro. Ed ecco che gli venne addosso, per sua disgrazia, all'improvviso il divino Achille. E quella volta lo faceva trasportare, con la nave, a Lemno dalle belle costruzioni, e l lo vendette: e fu il figlio di Giasone a comprarlo. Di l poi lo liber un ospite, Eezione dell'isola d'Imbro, dando un grosso riscatto, e lo mandava nella divina Arisbe. E di l fuggiva di nascosto, e giunse cos alla reggia paterna. Da undici giorni, dopo il rientro da Lemno, se ne stava felice tra i suoi cari: ed ecco, nel dodicesimo, un dio lo gett un'altra volta nelle mani di Achille, che lo doveva spedire ormai a casa di Ade. E lui non aveva davvero voglia di andarci!
	Quando lo ravvis, il divino Achille dai piedi gagliardi, disarmato cos, senza elmo e scudo - non brandiva neppure la lancia, ma aveva buttato via tutto a terra: lo estenuava, si vede, il sudore nella smania di fuggire dal fiume, e lo sforzo gli piegava le ginocchia - diceva allora turbato al suo magnanimo cuore: "Oh, s, grande miracolo  questo che scorgo con i miei occhi! Sta' a vedere che i Troiani da me uccisi risorgeranno di nuovo dall'oscurit nebbiosa! Come appunto costui:  tornato qui riuscendo a sfuggire al giorno fatale, quand'era stato portato e venduto nella divina Lemno. E non lo ferm la distesa del mare, che pur trattiene tanti, loro malgrado. Ebbene, s, questa volta assagger la punta della mia lancia! Voglio cos vedere se verr via anche di l nella stessa maniera, o se la terra glielo impedir - arresta laggi persino i pi forti."
	Cos pensava l fermo. E l'altro gli venne accosto, sgomento: mirava ansiosamente a toccargli le ginocchia, voleva proprio sfuggire alla triste morte e al nero destino. Ed ecco, lui alz, il divino Achille, la grossa lancia, deciso com'era a colpirlo: e il troiano corse ai suoi piedi e gli abbracci i ginocchi curvandosi tutto. Cos l'asta sorvolava sul suo dorso, e si piant in terra, nell'avida furia di mordere carne d'uomo.
	Licaone intanto, con una mano, gli stringeva supplichevole le ginocchia, e con l'altra tratteneva la lancia acuminata e non la lasciava. E gli rivolgeva parole: "In ginocchio ti scongiuro, o Achille: abbi per me riguardo e piet. Come un supplice, o discendente di Zeus, io sono per te, e ho diritto al tuo rispetto. Vedi, tu sei il primo da cui mangiai il grano macinato di Demetra, quel giorno che mi facesti prigioniero l nella vigna ben coltivata, e mi portasti via per vendermi lontano dal padre e dalla famiglia, a Lemno: e ti feci guadagnare il prezzo di cento buoi. Poi, credimi, sono stato riscattato per tre volte tanto. Ed oggi per me  il dodicesimo giorno da che son tornato a Ilio, dopo molte peripezie. Ed ora, ecco, la malasorte mi ha gettato di nuovo nelle tue mani. Devo proprio essere in odio a Zeus padre, se ancora una volta mi ha consegnato a te. Oh, s, di breve vita m'ha fatto la madre Laotoe, la figlia del vecchio Alte: Alte, sai, che regna sui Lelegi amanti della guerra, e tiene l'alta Pedaso in riva al Satnioente. E sua figlia, vedi, la spos Priamo, tra le tante altre sue donne. Da lei siamo nati in due: e tu, ecco, li sgozzerai entrambi. S, uno l'hai gi abbattuto tra i combattenti delle prime file, ed  Polidoro: l'hai colpito con la lancia aguzza. Ed ora purtroppo qui cadr, su di me, la sventura: non sfuggir, sono certo, alle tue mani.  stato un dio davvero a condurmi da te. Ma un'altra cosa ti voglio dire e tu mettitela bene in testa. Non ammazzarmi! Non sono uscito dallo stesso ventre, non gli sono fratello, sappilo, a Ettore che ti uccise il compagno gentile e forte."
	Cos gli diceva lo splendido figliolo di Priamo, pregandolo vivamente. Ma spietata fu la risposta che ud: "Povero ingenuo, non offrirmi riscatto, e finiscila con le tue chiacchiere! Senti: prima che Patroclo giungesse al suo giorno fatale, ero anche disposto a risparmiare i Troiani, e molti ne presi vivi e poi li vendetti. Ma ora nessuno sfuggir pi alla morte: nessuno di quelli che mi caccia un dio qui tra le mani, davanti ad Ilio. No, nessuno dei Troiani tutti quanti, e in particolare nessuno dei figli di Priamo! E allora, amico, muori anche tu! O perch piangi cos?  morto, vedi, pure Patroclo, ed era molto pi forte di te. E poi, guarda me: sono grande e bello, ho un padre nobile, mia madre  una dea. Eppure, vedi, anche su di me sta la morte e l'ineluttabile destino. Verr, lo so, un'alba o una sera o un mezzogiorno, che qualcuno in battaglia toglier la vita anche a me, o tirandomi addosso la lancia o una freccia con l'arco, di lontano."
	Cos diceva. E a Licaone si sciolsero allora le ginocchia, venne meno il cuore. Lasci andar l'asta, e si accasciava l a braccia aperte. Estraeva, Achille, la spada aguzza e lo colpi alla clavicola, presso il collo. Tutta si immerse dentro, nella carne, l'arma a doppio taglio. E il giovane giaceva a terra, disteso, con la faccia in gi. Il nero sangue colava fuori e inumidiva il suolo.
	Achille allora lo gherm per un piede e lo scagli dentro il fiume, in balia della corrente. E con aria di trionfo gli gridava queste parole: "Stai l, ora, in compagnia dei pesci! Ti leccheranno, vedrai, il sangue della ferita, senza troppi riguardi. E tua madre non pu certo comporti sul letto funebre e intonare il lamento, ma lo Scamandro qui ti trasciner, con i suoi vortici, dentro la vasta profondit del mare. E allora qualche pesce accorrer guizzando sotto il nero incresparsi delle onde, a divorare il bianco grasso di Licaone! S, morte a voi tutti, fino al giorno che conquistiamo la citt di Ilio! Voi in fuga ed io alle spalle, a sterminarvi! Neanche il fiume qui vi difender: questo fiume ricco di acqua, dai limpidi gorghi, a cui sacrificate, lo so, da tempo antico tanti tori, e gettate gi vivi, dentro i vortici, cavalli dalla solida unghia. Ma anche cos andrete incontro a una misera fine, finch l'avrete pagata, tutti quanti, per la morte di Patroclo e i massacri degli Achei, che facevate nei pressi delle navi durante la mia assenza dal campo."
	Cos diceva. E il fiume s'infuri ancora di pi, e pensava dentro di s come metter fine alla guerra accanita di Achille, e stornar dai Troiani la rovina.
	Intanto il figlio di Peleo, impugnando l'asta dalla lunga ombra, si lanci, ben deciso ad ammazzarlo, contro Asteropeo, Era il figliolo di Pelegone: e Pelegone l'avevano generato l'Assio dall'ampio corso e Peribea, la maggiore delle figlie di Acessameno. Con lei appunto si era unito il dio del fiume dai gorghi profondi.
	Achille allora lo assaliva. L'altro, fuori dal fiume, lo affront con due lance. Il Santo gli mise addosso energia, sdegnato com'era dello scempio di tanti giovani che Achille andava tagliando, tra le sue acque, senza piet.
	E quando i due avanzando l'uno contro l'altro furono vicini, per primo parl il grande Achille dai piedi gagliardi: "Qual  il tuo nome? di che paese sei, tu che hai il coraggio di venirmi davanti? Figli di sventurati, sappilo, sono quelli che contrastano la mia furia."
	E a lui rispondeva lo splendido figlio di Pelegone: "Magnanimo Pelide, perch mai domandi da chi discendo? Ecco, io sono della Peonia dalle larghe zolle - tanto lontana -e guido qui i Peoni armati di lunghe lance. E oggi, vedi,  l'undicesimo giorno che sono arrivato a Ilio. Devi sapere che la mia stirpe risale all'Assio dal vasto corso: l'Assio, s, che riversa sul paese le sue acque bellissime, e fu il padre di Pelegone, famoso nel brandire l'asta. E io sono, dicono, il figlio di lui. E ora battiamoci, o nobile Achille!"
	Cos parlava con aria di minaccia. E lui, il divino Achille, sollev la sua asta del Pelio: l'altro, l'eroe Asteropeo, tirava contemporaneamente le due lance, era ambidestro. E con una colp lo scudo, ma senza romperlo: resistette la piastra d'oro, opera di un dio. Con l'altra invece gli scalfiva il gomito del braccio destro: ne sprizz fuori il nero sangue. L'arma andava oltre e rimase l piantata a terra, avida di addentare carne.
	Subito dopo Achille scagli la sua lancia, dal volo diritto, addosso ad Asteropeo. Era impaziente di ucciderlo. Ma non lo colse: e invece urt la sponda ripida del fiume. L'arma di frassino si conficcava dentro il terreno, fino a met asta. Pronto, il Pelide si trasse dal fianco l'aguzza spada, e si precipitava su Asteropeo con furore. E questi non riusciva a tirar fuori dalla scarpata, con la sua robusta mano, la lancia di Achille! Tre volte la scosse nella furia di strapparla via, e tre volte la forza gli manc. Ma al quarto tentativo era proprio deciso a piegarla, a romperla, l'asta di frassino del discendente d'Eaco! Prima per gli fu sopra con la spada Achille, e gli tolse la vita. Al ventre lo colpiva, vicino all'ombelico: si rovesciarono fuori a terra tutti gli intestini. Il buio l'avvolse agli occhi nel rantolo dell'agonia. Achille allora gli calc un piede sul petto, lo spogliava dell'armatura, e diceva con un grido di trionfo: "Sta' l a terra!  dura impresa, sai, venir a battaglia coi figli del potente Cronide, anche per chi  nato da un fiume. S, tu proclamavi di essere il discendente di un fiume dal vasto corso: ma io sono - e me ne vanto - della stirpe del grande Zeus. Mi  padre, vedi un eroe che regna su tanti Mirmidoni:  Peleo l'Eacide. E lui, Eaco, era figlio di Zeus! E Zeus, persuaditi,  pi forte dei fiumi che scorrono rumorosi al mare: e cos la discendenza di Zeus  superiore a quella di un fiume. E dire che hai qui vicino un grosso torrente: ti poteva ben soccorrere! Ma contro Zeus Cronide non  possibile lottare: non riesce a stargli di fronte neanche l'Acheloo sovrano, e neanche la vasta forza dell'Oceano dalle profonde correnti, da cui pure sgorgano tutti i corsi d'acqua e il mare intero e ogni fontana, ogni pozzo dentro la terra. Anche lui, credi, ha paura del fulmine del grande Zeus, ha paura del tuono orrendo quando rimbomba dal cielo."
	Disse, e strapp via dalla riva a picco la sua lancia di bronzo. Asteropeo senza pi vita, lo lasciava l disteso sulla sabbia: e lo bagnava la scura acqua. Anguille e pesci vi si affaccendavano intorno a divorargli, a strappi, il grasso sui reni.
	Lui si mosse all'inseguimento dei Peoni, valenti a battagliare dai carri. Si erano gi dati alla fuga lungo il fiume, non appena avevano visto cadere, nell'aspra lotta, il pi valoroso di loro sotto il braccio e la spada del Pelide, di prepotenza.
	Allora ammazz Tersiloco, Midone e Astipilo, e via via Mneso, Trasio, Enio e Ofeleste. E ancora di pi ne avrebbe ucciso, di Peoni, il veloce Achille, se il fiume vorticoso non andava su tutte le furie e non gli rivolgeva la parola. Assumeva aspetto umano e fece cos sentire la sua voce dal profondo gorgo: "Achille, tu domini,  vero, in campo su tutti gli altri guerrieri, ma scellerate sono le tue imprese: e sempre, vedo, ti proteggono gli dei. Per se il figlio di Crono ti ha concesso di sterminare i Troiani dal primo all'ultimo, cacciali almeno fuori dal mio letto, e vai a compiere le tue prodezze laggi, per la pianura. Ecco, guarda: sono piene di cadaveri le mie belle acque, e non riesco pi a versar la corrente nel mare divino per l'ingombro di tanti morti. E tu continui a uccidere e a trucidare. Su, smettila, ti dico, una buona volta: mi fai orrore, o condottiero di popoli!"
	E a lui rispondeva Achille dai rapidi piedi: "Far come vuoi tu, o Scamandro discendente di Zeus! Ma i Troiani qui arroganti non cesser di massacrarli, finch non li chiudo dentro la citt e non mi scontro con Ettore in duello. E l si vedr: o lui abbatte me o son io a uccidere lui." Cos parlava: e si lanci addosso ai Troiani, simile a un demone.
	E allora diceva ad Apollo il fiume dai vortici profondi: "Ohim, o dio dall'arco d'argento, figlio di Zeus non hai certo seguito la volont del Cronide ! Ti raccomandava vivamente, lo sai, di assistere e difendere i Troiani, fino a che venisse la sera dal tardo tramonto e coprisse d'ombre la fertile campagna."
	Disse. E Achille famoso per la sua lancia balzava in mezzo al fiume spiccando un salto dalla sponda ripida. Allora gli fu addosso lo Scamandro con la furia della sua piena, e sommoveva tutte le acque in un torbo rimescolamento. Travolse cos il mucchio dei cadaveri che gli sbarravano il corso - erano le vittime di Achille - e li buttava fuori del suo letto, sulla riva, mugghiando come un toro. I vivi invece li salvava dentro la bella correntia, nascondendoli nel fondo dei suoi vortici immensi.
	Terribile intorno ad Achille si alzava l'onda torbida: lo urtava la massa delle acque rovesciandosi contro lo scudo. Non riusciva pi, l'eroe, a star saldo sui piedi.
	Allora afferr con le mani un olmo rigoglioso, bel grosso. Ma la pianta si sradicava e cadeva, facendo franare l'intera scarpata. E cos si stese sopra la bella fiumana con i suoi fitti rami, e form un ponte tra le due rive crollandovi dentro in tutta la sua lunghezza.
	Lui, Achille, fu d'un salto fuori dal gorgo, e si lanciava di corsa per la piana volando con i rapidi piedi: era in preda allo sgomento. Ma non desisteva il grande dio, e si buttava su di lui con la sua cresta nereggiante: voleva metter fine alla guerra accanita di Achille, e stornare la rovina dai Troiani.
	Il Pelide si distanzi, d'un balzo, un tiro di lancia. Aveva l'impeto dell'aquila nera, l'aquila cacciatrice, che  la pi forte ad un tempo e la pi veloce dei volatili.
	Simile ad essa era Achille nei suoi scatti. Sul petto il bronzo risonava spaventosamente.
	Gli sgusciava via di traverso e fuggiva sempre. Alle sue spalle scorreva il fiume, lo inseguiva con un vasto fragore. Non  raro vedere l'uomo che irriga muoversi da una bruna sorgente e far la strada a un rivolo d'acqua verso le piantagioni e gli orti. Con la zappa in mano, va gettando fuori dal canale via via ogni intoppo. Corre avanti il rigagnolo, rotolano sul fondo tutti i ciottoli. Ed ecco a precipizio scivola gi e gorgoglia sul terreno in pendio, e sorpassa anche il contadino che gli apre il percorso. Cos ad ogni istante il flutto del torrente raggiungeva Achille, per quanto fosse agile e pronto. Gli dei sono davvero pi potenti degli uomini!
	Ogni volta che il grande Achille dai piedi gagliardi cercava di piantarglisi arditamente di fronte, e cos sapere se gli davano la caccia tutti gli immortali che abitano l'ampio cielo: subito la grossa ondata del fiume nutrito di piogge lo investiva dall'alto, dilagando sulle sue spalle. E lui, l'eroe, dava un gran balzo in avanti, con l'angoscia in cuore. Ma il torrente gli legava le ginocchia scorrendo violento, gli mangiava il terreno polveroso sotto i piedi.
	Gett un grido di lamento, il Pelide, volgendo gli occhi verso il vasto cielo. Diceva: "Zeus padre, guarda, nessuno degli dei ha avuto cuore di salvarmi, nella mia disavventura, dal fiume qui. E allora venga pure la fine! Ma non uno degli dei celesti, ai miei occhi, ha colpa: mia madre sola  responsabile, lei che mi lusingava con false promesse! S, mi diceva che sarei perito sotto le mura dei Troiani per i rapidi dardi di Apollo. Ah, mi avesse ammazzato Ettore, che almeno  il pi valoroso degli uomini cresciuti da queste parti! Cos mi avrebbe ucciso un prode, e avrebbe spogliato delle armi un altro prode. Ora invece  destino che sia colto da una morte miserevole, preso in mezzo a una massa di acque. Proprio come capita a un giovane porcaro che un torrentaccio trascina lontano, mentre tenta di guardarlo in un giorno di burrasca."
	Cos diceva. E prontamente vennero a mettersi accanto a lui Posidone e Atena: avevano l'aspetto di uomini mortali. Gli stringevano le mani, s'impegnavano a proteggerlo. E tra loro prendeva a parlare Posidone l'Ennosigeo: "Pelide, non scappare pi, non aver paura! Vedi, siamo qui noi due, tra gli dei, a soccorrerti, io e Pallade Atena, con il consenso di Zeus. Non  destino per te, sappilo, esser abbattuto da un fiume, ma lui qui ben presto si calmer, lo vedrai da solo. A te poi vogliamo suggerire una cosa saggia, se ci dai retta: non desistere dai tuoi assalti, in questa lotta implacabile, prima di aver rinserrato dentro le mura di Ilio la massa dei combattenti troiani, quelli che riusciranno a scampare! Tu togli ad Ettore la vita e torna indietro alle navi! Noi ti concediamo di acquistarti gloria."
	Cos l dicevano e se n'andarono, tutt'e due, tra gli immortali.
	Lui allora si avvi, lo stimolava l'ordine degli dei: correva verso la pianura. L'intera campagna era coperta dall'acqua straripata: vi galleggiavano tante belle armature di giovani fatti a pezzi, e tanti cadaveri.
	Faceva alti salti nell'avanzare diritto, in lotta con la corrente: e non lo fermava pi la distesa tumultuosa delle acque. Una grande energia gli aveva messo addosso Atena. Ma lo Scamandro non diminuiva la sua veemenza, anzi montava in furia ancora di pi contro il Pelide, e levava la cima tempestosa del flutto ergendosi in alto.
	Veniva chiamando a gran voce il Simoenta: "Fratello mio, freniamo, almeno in due, la prepotenza di un uomo! Ben presto, credi, distrugger la grande citt del re Priamo: i Troiani non gli resisteranno nello scontro. Via, alla riscossa, subito! Ingrossa il tuo corso con l'acqua delle sorgenti! Risveglia tutti i ruscelli! Solleva un gran flutto e suscita un vasto fragore di tronchi e sassi! Cos faremo fuori questo selvaggio guerriero che ora, vedi, domina in campo e presume di essere uguale a un dio. Ma n forza n bellezza, ti assicuro, gli saranno di aiuto, n quelle sue armi splendide che devono giacere qui, in fondo alla palude, coperte di fango. E lo voglio avvolgere nella sabbia, rovesciargli addosso una quantit di ghiaia a non finire. E neanche le sue ossa sapranno pi, gli Achei, dove raccoglierle, tanta melma gli butter sopra. L sar anche la sua tomba: e non occorrer fabbricargli un tumulo, quando gli Achei celebreranno le sue solenni esequie."
	Disse e piomb su Achille con le sue acque torbide gonfiandosi alto con furore, in un gorgogliare di schiuma e sangue e cadaveri.
	L'onda incupita del fiume caduto dal cielo montava insorgendo e stava per abbattere il Pelide. Ma ecco che Era mand un lungo grido, in apprensione per Achille: aveva paura che lo travolgesse il grande fiume dai gorghi profondi. Subito si rivolgeva ad Efesto, il suo caro figlio: "Su, storpietto, creatura mia! Senti: un avversario degno di te abbiam sempre creduto fosse in battaglia il Santo vorticoso. Via allora, presto, alla riscossa! Fa' divampare una larga fiamma! Intanto io andr a suscitar, dalla parte del mare, una violenta burrasca di Zefiro e di Noto, che arder i corpi dei Troiani caduti e le loro armature portandovi l'incendio devastatore. E tu, lungo le rive del Santo, brucia le piante, avvolgi anche lui tra le fiamme, e non lasciarti distogliere n da parole cortesi n da imprecazioni! E non sospendere la tua furia sin a quando non ti chiamo con un grido! Solo allora tu devi arrestare l'infaticabile fuoco."
	Cos diceva. Ed Efesto dava avvio a un incendio straordinario. E la fiammata bruciava prima nel piano, bruciava i numerosi cadaveri che ingombravano la corsa del fiume - erano le vittime di Achille. L'intera pianura si dissecc: si arrestava l'acqua balenante.
	Come quando in autunno Borea asciuga in un attimo un terreno coltivo, irrigato di fresco: ed  ben contento chi lo deve sarchiare: cos l si inarid tutta la campagna e il fuoco ardeva i cadaveri.
	Poi Efesto rivolse la fiamma divampante verso il corso del fiume. Bruciavano allora gli olmi, i salici e i tamerischi, bruciava il trifoglio e il giunco e il cipero - che crescevano intorno alle belle acque del fiume in abbondanza. Soffrivano le anguille e i pesci dentro i gorghi, e saltavano qua e l nella correntia, tormentati dall'alito di Efesto, il dio versatile e ingegnoso.
	Si ustionava il fiume nella sua vitalit, e a lui si rivolgeva e disse: "Efesto, nessuno, lo so, degli dei ha la forza di mettersi contro di te, e neanch'io ho voglia di combatterti, con questo tuo ardore rovente. Cos desisti ora dalla lotta! E Achille cacci pure dalla citt, anche subito, i Troiani.! Che m'importa ormai di guerra e di soccorso?"
	Parlava e il fuoco intanto lo scottava: e si levavano gorgogliando le sue acque.
	Come quando una caldaia bolle in fretta a un gran fuoco mentre fa sciogliere il grasso di un tenero porcello, traboccando da ogni parte: al di sotto stanno i pezzi di legna secca: cos le correnti del Santo si scaldavano a quell'incendio, l'acqua andava ribollendo. E non riusciva pi a procedere a valle, sostava stagnante. L'opprimeva la vampa della gagliarda violenza di Efesto, l'industre dio.
	Allora lui, il Santo, pregava vivamente Era, le rivolgeva parole: "Era, come mai tuo figlio si  buttato sul mio corso a rovinarlo a preferenza degli altri? Io, in fondo, non sono colpevole nella stessa misura di tutti quanti gli altri sostenitori dei Troiani. Da parte mia, ti assicuro, desister, se tu lo vuoi. Ma la smetta anche lui qui! E inoltre voglio farti un giuramento: no, non porter mai aiuto ai Troiani per stornar da loro il giorno della sventura, neppure quando brucer Troia intera tra le fiamme di un fuoco violento, e a incendiarla saranno i bellicosi figli degli Achei." Non appena ebbe sentito ci la dea dalle candide braccia Era, subito si rivolgeva ad Efesto, il suo caro figlio: "Efesto, ora basta, mia nobile creatura! Credi, non  giusto maltrattare cos un dio immortale, per amore di uomini destinati a perire."
	Cos diceva. Ed Efesto spense l'incendio prodigioso. Tornava l'acqua a discendere per il suo bellissimo corso.
	Quando fu domata la furia del Santo, i due avversari si misero in pace: Era, si  visto, fermava il figlio, pur covando sempre la sua collera. Ma tra gli dei scoppiava una pesante crucciosa baruffa: soffiavano in loro passioni contrarie.
	Si avventarono gli uni addosso agli altri con un forte frastuono, risonava la vasta terra, e tutto all'intorno l'ampio cielo mand i suoi squilli.
	Sentiva Zeus, seduto sull'Olimpo: e gli rideva il cuore dalla gioia al vedere azzuffarsi gli dei.
	Allora essi non stavano pi tanto tempo a distanza. E cominciava Ares, foratore di scudi: fu il primo a lanciarsi su Atena con la lancia di bronzo e le disse parole ingiuriose: "Perch provochi ancora, o cagna mosca, gli dei alla lotta con insolenza sfrenata? Avevi molta voglia, si vede, di venir alle mani! Di', non ricordi quando hai spinto il Tidide Diomede a ferirmi? ed eri tu, sotto gli occhi di tutti, che gli reggevi l'asta, e la cacciasti dritta contro di me, e mi lacerasti la bella persona? Cos ora te la far pagare, penso, la tua prodezza."
	Cos diceva e la colp sull'egida ricca di frange, paurosamente abbagliante, che neppure il fulmine di Zeus riesce a trapassare. L, con la lunga lancia, Ares la tocc - il dio sempre lordo di sangue.
	Lei si traeva indietro e afferr con la robusta mano un sasso scuro l a terra, tutto a punte, enorme, che uomini di altro tempo avevano posto quale confine di podere. Con quello percosse al collo Ares impetuoso e gli sciolse le membra. Croll al suolo, il dio, occupando sette pletri, e s'impolverava tutta la capigliatura: le armi risonarono all'intorno.
	Scoppi in una risata Pallade Atena, e con aria trionfante gli rivolgeva parole: "Sei proprio un bamboccio! E non hai ancora capito quanto ti sia superiore - e me ne vanto. E tu, ecco, ti metti alla pari con me per la forza e il valore. Cos ora sconterai le maledizioni di tua madre che  in collera con te e medita la tua rovina, perch hai abbandonato gli Achei e porti aiuto ai superbi Troiani."
	Cos parlava e distolse da lui gli occhi balenanti.
	Voleva, Afrodite, la figlia di Zeus, prenderlo per mano e menarlo via. Lui l si lamentava forte senza posa, a stento riusciva a ripigliare la conoscenza.
	Ma la vide la dea dalle bianche braccia, Era, e subito rivolgeva ad Atena queste parole: "Ah, figlia di Zeus egioco, Atritone! Guarda: la cagna mosca l cerca di condurre via Ares sterminatore di mortali fuori dalla furia della lotta, attraverso la mischia. Su, valle addosso!"
	Cos diceva: e Atena le si lanci dietro con vera gioia. L'affrontava, e con la salda mano la colp al petto: si sciolsero ad Afrodite le ginocchia, venne meno il cuore.
	Giacevano allora tutt'e due, stesi a terra: e con aria di trionfo Atena gridava: "Questa sia la sorte di tutti i protettori dei Troiani, per la guerra che fanno agli Argivi armati di corazza! E si mostrino sempre cos animosi e resistenti, come  stata Afrodite qui nel venire in soccorso di Ares e nell'opporsi alla mia furia! Oh, allora gi da un bel pezzo avremmo messo fine alla lotta, con la distruzione della solida citt di Ilio!"
	Cos diceva: e s mise a sorridere la dea dalle candide braccia, Era.
	Intanto il potente Ennosigeo parlava ad Apollo: "Febo, perch mai noi due ci teniamo a distanza? Non sta bene: gli altri, vedi, gi attaccano. Sar una vergogna, se senza scontrarci ritorniamo all'Olimpo, nella reggia di Zeus dalla soglia di bronzo. Su, allora, incomincia! Tu, vedi, sei pi giovane. E per me non  bello, penso, iniziare il combattimento: sono nato prima, lo sai, ed ho maggiore esperienza. Per, che ingenuo sei! quanto stordito! Proprio non ti ricordi dei torti che patimmo intorno ad Ilio, noi due soli tra gli dei! Per ordine di Zeus, sai bene, andammo a lavorare per un anno dal superbo Laomedonte, a una paga convenuta: e lui, da padrone, comandava. S, io ai Troiani costruii, intorno alla citt, le mura: ed erano larghe e belle davvero. Volevo che Ilio fosse inespugnabile. Tu invece, Febo, andavi pascolando i tardi buoi dalle corna ricurve, l nelle convalli dell'Ida selvosa, piena di gole. Ma quando finalmente veniva il tempo sospirato della retribuzione, quel violento di Laomedonte ci defraud dell'intera mercede e ci mandava via con minacce. S, ci minacci di legarci mani e piedi e di traghettarci in isole lontane: e aveva tutta l'aria di voler tagliarci gli orecchi con un'arma di bronzo. E allora noi due facevamo ritorno con animo sdegnato, furenti per via del salario che ci aveva promesso e non pagato. Ed ecco, tu ora favorisci le genti di costui, e non ti sforzi, insieme a noi, di far scomparire gli arroganti Troiani - a precipizio, malamente, con i loro figli e le auguste spose." E a lui rispose allora il sovrano arciere Apollo: "Ennosigeo, non mi diresti sensato, se mi battessi proprio con te per amore di poveri mortali. Essi, credi, somigliano alle foglie: oggi sono pieni di vigore e mangiano i frutti della campagna, e domani periscono senza pi vita. E allora desistiamo subito dalla lotta: e loro qui si azzuffino da soli!" Cos parlava e si allontan di l: non voleva evidentemente venire alle mani con lo zio paterno.
	Ma duramente lo rimproverava sua sorella, la signora delle fiere, Artemide selvaggia, e gli rivolgeva parole offensive: "Scappi, eh, Arciere, e dai cos piena vittoria a Posidone: gli concedi un trionfo senza battaglia! Stupido, perch porti l'arco allora, se non ti serve? Che non ti senta pi d'or innanzi nel palazzo del padre, fra gli dei immortali, vantarti, come facevi prima, che ti saresti scontrato con Posidone faccia a faccia!"
	Cos diceva: nulla le rispose Apollo arciere.
	Ma andava su tutte le furie la veneranda sposa di Zeus, e invest la Saettatrice con parole ingiuriose: "Come hai il coraggio, o cagna sfrontata, di tenermi testa? Ti sar ben difficile contrastare alla mia forza, anche se porti arco e frecce. Gi, e vero, Zeus ti fece una leonessa tra le donne mortali e ti concesse di ammazzare quelle che vuoi. Ma  meglio, vedrai, uccidere per i monti le belve e le cerve selvatiche, che non entrare in lotta aperta con chi  pi forte. E se ora vuoi imparare cosa sia la guerra, ecco, prova! Cos saprai quanto ti sono superiore, visto che mi stai di fronte!" Disse, e con la sinistra le afferrava, al polso, tutt'e due le mani: con la destra le strappava da tracolla l'arco e la colpiva in faccia, presso gli orecchi - e intanto rideva. L'altra si divincolava: cadevano a terra i dardi.
	In lacrime alla fine riusc, la dea, a scappar via di sotto: come fa la colomba inseguita da uno sparviero, che si rifugia a volo in un buco della rupe, dentro un crepaccio - non era ancora destino che fosse ghermita. Cos lei piangendo fugg via e lasci l arco e frecce.
	Allora disse a Latona il messaggero Argicida: "Latona, senti, non ho voglia di combattere con te.  pericoloso, lo so, battersi con le spose di Zeus adunatore di nembi. E tu, fra gli dei immortali, vantati pure, a tuo piacimento, di avermi vinto con la tua forza gagliarda!"
	Cos parlava Ermes. E Latona raccoglieva al suolo l'arco ricurvo e i dardi, che erano disseminati qua e l in mezzo al turbinio della polvere. Poi se ne andava via, con le armi in mano di sua figlia.
	E lei, Artemide, giungeva all'Olimpo, nella reggia di Zeus dalla soglia di bronzo, e tutta in pianto si sedeva, la giovinetta, sulle ginocchia del padre. Addosso le tremava la veste divina.
	Se la trasse accanto il padre Cronide, e le domandava con un dolce sorriso: "Chi degli dei del cielo, figlia mia, ti ha trattata cos, senza una ragione, come se qualcosa di male avessi fatto sotto gli occhi di tutti?"
	E a lui rispose la dea dalla bella corona, amante della caccia strepitosa: "Tua moglie  stata, o padre, a maltrattarmi: Era, s, dalle bianche braccia. Sempre da lei derivano risse e rancori tra gli immortali."
	Cos essi parlavano tra loro.
	Intanto Febo Apollo penetr nella sacra Ilio: pensava alle mura della citt ben fabbricata, temeva che i Danai le distruggessero quel giorno, contro il destino. Gli altri dei sempiterni giungevano all'Olimpo, chi crucciato e chi trionfante: e si mettevano a sedere ai lati del padre, il dio delle nuvole oscure.
	Frattanto Achille, laggi, faceva strage di Troiani insieme e di cavalli dalla solida unghia.
	Come quando si leva il fumo da una citt che brucia, arrivando all'ampio cielo:  stata la collera degli dei a suscitare l'incendio: e tutti mette in faccende, a molti inoltre apporta guai: cos Achille dava briga e dolori ai Troiani. Stava il vecchio Priamo sulla torre divina, e scorse laggi Achille gigantesco: e davanti a lui fuggivano in disordine i Troiani spaventati, e non c'era pi nessuna resistenza.
	Allora, con un grido di lamento, scendeva dalla torre e dava ordini ai bravi guardiani l lungo il muro: "Tenete spalancate le porte con le mani, fino a che i nostri combattenti arrivano atterriti, in rotta, alla citt. S, Achille  gi qui, sappiatelo, a due passi e li incalza. Ora, lo sento, sar la rovina. E quando son tutti dentro le mura a riprender fiato, rinchiudete bene i battenti! Ho paura, vi dico, che quel guerriero funesto salti dentro le mura."
	Cos parlava: ed essi aprirono le porte spingendo indietro i catenacci. E queste, a spalancarsi, fecero apparire la luce della salvezza.
	Allora Apollo si lanci fuori per stornare dai Troiani la rovina. E loro fuggivano difilato verso la citt e le alte mura, arsi di sete, coperti della polvere del piano. Senza tregua Achille gli dava la caccia con la lancia in pugno: una rabbia brutale lo possedeva di continuo, era smanioso di procurarsi gloria.
	In quel giorno i figli degli Achei avrebbero preso Troia dalle alte porte, se Febo Apollo non incitava alla battaglia il grande Agenore, eroe irreprensibile e gagliardo, figlio di Antenore. Gli mise in cuore ardimento, gli si pose da presso, appoggiato l al faggio: voleva tenergli lontano le feroci dee della morte. Era avvolto da una densa nebbia.
	Ma quando Agenore scorse Achille il distruttore di citt, si ferm e il cuore gli batteva forte nell'attesa. E allora diceva turbato dentro di s: "Ahim! se scappo davanti al forte Achille dalla parte dove si disperdono atterriti gli altri, lui mi prender e mi taglier la gola come a un vile. Ma potrei anche, loro qui in rotta, lasciarli inseguire dal Pelide Achille, e io intanto scostarmi dalle mura e darmela a gambe in un'altra direzione, verso la pianura d'Ilio: e cos arrivare fra le gole dell'Ida e buttarmi dentro le macchie. A sera, poi, faccio un bagno nel fiume, mi asciugo il sudore e ritorno in Ilio... Oh, ma perch mi lascio andare a questi pensieri? C' sempre il pericolo che lui mi veda sgattaiolar via dalla citt verso il piano, e che mi corra dietro e mi raggiunga rapidamente a piedi. E allora non ci sar pi modo di schivare la morte e il destino:  molto vigoroso, lo so, pi di tutti gli altri uomini. Ma se lo affrontassi qui, davanti alla citt? Anche lui, penso, ha, s, una pelle vulnerabile da punta di bronzo: e mortale lo dice la gente. Intanto per Zeus Cronide gli concede la gloria."
	Cos diceva e aspettava Achille, tutto raccolto dietro lo scudo: era ben deciso a venire a battaglia con lui.
	Come un leopardo sbuca da una folta macchia ad affrontare un cacciatore, e non ha paura n scappa a sentir i latrati dei cani: e se anche l'uomo lo ferisce per primo o lo raggiunge con un tiro da lontano, non desiste dal suo attacco, pur trafitto com' dall'asta, finch non s'azzuffa con lui o viene atterrato: cos il figlio del nobile Antenore, il divino Agenore, era risoluto a non fuggire prima di misurarsi in armi con Achille.
	Si teneva davanti al petto lo scudo rotondo, ben equilibrato da ogni parte, e con la sua lancia lo prendeva di mira e gridava a gran voce: "Oh, s, tu covi certo dentro dite, o splendido Achille, la speranza di distruggere in questo giorno la citt dei Troiani. Povero illuso! Avrete ancora, te lo dico, molti guai da patire per essa. Siamo in molti qui, sappilo, e tutti valorosi guerrieri: e difendiamo Ilio per i nostri genitori, e le spose e i figlioli. Ma tu andrai incontro, su questa terra, al destino di morte, anche se sei un guerriero cos terribile e ardimentoso."
	Disse, e scagli con la gagliarda mano la lancia acuminata. Allo stinco lo colp, sotto il ginocchio: non sbagliava il bersaglio. Rison forte all'intorno lo schiniere di stagno, lavorato di recente: ma l'arma rimbalz indietro a quell'urto, senza trafiggere. Resistette l'opera del dio.
	Subito dopo Achille si avvent sul divino Agenore. Ma Apollo non gli permise di aver la vittoria: sottrasse Agenore, l'avvolse in una fitta nebbia, e lo avviava al sicuro, via dal campo di battaglia.
	Poi il dio con un inganno allontanava il Pelide dalla massa dei Troiani: prendeva, l'Arciere, l'aspetto di Agenore in tutto e per tutto, e gli si mise davanti. E lui, Achille, si lanci a rincorrerlo.
	L'uno inseguiva l'altro per la pianura fertile di frumento, in un ampio giro lungo il fiume Scamandro dai vortici profondi.
	Gli correva davanti, Apollo, di poco, e con malizia lo illudeva nella speranza continua che riuscisse a raggiungerlo coi propri piedi.
	Gli altri Troiani intanto, in preda al panico, arrivarono in folla dentro la citt, con un senso di sollievo: e Troia si riemp di una moltitudine di guerrieri.
	Non avevano il coraggio di aspettarsi a vicenda fuori delle mura, e sapere cos chi era riuscito a scappare e chi era morto in combattimento: ma erano ben felici di riversarsi dentro la citt - quanti almeno piedi e ginocchi avevano portato in salvo.

/:/LIBRO XXII



	Cos loro, i Troiani dentro la citt, spauriti dopo la rotta come cerbiatti, si asciugavano all'aria il sudore, bevevano e calmavano la sete, addossati l ai magnifici spalti: e intanto gli Achei si facevano sotto alle mura appoggiando all'omero gli scudi.
	Ettore solo lo costrinse il destino di morte a restare laggi, davanti ad Ilio, nei pressi della porta Scea.
	E allora Febo Apollo parlava al Pelide: "Come mai, o figlio di Peleo, mi corri dietro a piedi cos forte? Sei un mortale, tu! E insegui un dio immortale? Non ti sei ancora accorto, vedo, che sono una divinit, e ti ostini nella tua furia. Ecco, non pensi pi alla lotta contro i Troiani, che hai messo in fuga: e loro gi si sono chiusi in citt, mentre tu ti sei smarrito da queste parti. Ma non mi ucciderai, ti dico: non sono soggetto, sappilo, al destino!"
	E a lui rispose, vivamente contrariato, Achille dai piedi veloci: "M'hai ingannato, o Arciere! Il pi maledetto sei tu tra tutti gli dei! Mi hai fatto girare fin qua, adesso, allontanandomi dalle mura: e tanti ancora, sono certo, avrebbero afferrato coi denti la terra, prima di giungere dentro Ilio. Tu invece m'hai tolto oggi una grande gloria, e loro l li hai salvati agevolmente. Non hai paura, lo so, di vendette, un domani. S, mi vendicherei di te, se ne avessi la forza!" Cos diceva, e gi s avviava superbo e fiero verso la citt a precipizio: pareva un cavallo col cocchio, vittorioso nella gara, che corre scioltamente, ventre a terra, per la pianura. Proprio cos moveva rapidi, Achille, i piedi e le ginocchia.
	Ed ecco che il vecchio Priamo lo vide, per primo, avvicinarsi di corsa, tutto sfolgorante come un astro per il piano. Sembrava davvero l'astro che sorge nella tarda estate: fulgidi i suoi raggi brillano nel cuore della notte, fra le molte stelle. Lo chiamano, di nome, il Cane d'Orione cacciatore.  s luminosissimo, ma si rivela funesto e porta anche un grande calore febbrile ai miseri mortali. Cos appunto risplendeva il bronzo intorno al torace dell'eroe in corsa.
	Proruppe in gemiti il vecchio allora e lev in alto le mani, e si percoteva la testa. E tra lunghi lamenti gridava, e si rivolgeva con suppliche a suo figlio. Ma egli stava immobile davanti alla porta, deciso a battersi con Achille.
	E verso lui il vecchio tendeva le braccia, e parlava con voce commossa: "Ettore, non star l, ti prego, figlio mio, ad attendere quel guerriero, da te solo, lontano dagli altri, se non vuoi tra poco andar incontro al tuo destino. Il Pelide ti abbatter:  molto pi forte, lo sai, quel violento. Oh, se gli dei gli volessero tanto bene, come gliene voglio io! Subito cani e avvoltoi se lo mangerebbero, steso l per terra. E allora, lo confesso, una atroce pena m'andrebbe via dal cuore. S,  stato lui a privarmi di tanti prodi figlioli, ammazzandoli o vendendoli in isole remote. E anche ora, ecco, i miei due ragazzi Licaone e Polidoro non riesco a scorgerli, dopo il rientro dei Troiani in citt: mi son nati, quelli, da Laotoe, sovrana fra le donne. Ma se vivono ancora nel campo laggi, un giorno o l'altro, son con vinto, potremo riscattarli con bronzo e oro; gi ce n' in casa, parecchio ne diede in dote alla figlia il vecchio Alte famoso. Se per ormai sono morti e dentro le dimore di Ade, sar lutto per me, qui nel profondo, e per sua madre - che li generammo: invece per gli altri del popolo sar dolore di ben poca durata - se non muori anche tu sotto i colpi di Achille. Via, vieni dentro le mura, figlio mio! Cos puoi salvare Troiani e Troiane: e non procuri una grande gloria al Pelide, e tu non resti privo della tua vita. E poi abbi piet di me infelice, intanto che sono ancora in senno, disgraziato che non son altro! Vedi, il padre Cronide mi far perire, sulla soglia estrema della vecchiaia, con una sorte dolorosissima, tra sciagure senza fine sotto gli occhi. Dovr veder i figli uccisi, trascinar via le figlie schiave, saccheggiare le stanze nuziali, i teneri bambini sbattuti contro il suolo nella feroce furia della lotta, menar via le nuore dalle mani devastatrici degli Achei. E alla fine anche me, proprio sull'entrata della reggia, dilanieranno i cani ingordi di carne cruda, dopo che qualcuno, con l'aguzza arma di bronzo, m'avr percosso o raggiunto a distanza togliendomi la vita. Li allevavo, quei cani, nel palazzo, alla mia mensa, per far la guardia alle porte: e loro, ecco, berranno il mio sangue e si sdraieranno agitati e inquieti nel vestibolo. Ah, per un giovane caduto in battaglia non  sconvenienza giacere straziato dall'acuto bronzo: tutto  bello in lui, se pur  morto, quanto appare alla vista. Ma quando viene ucciso un vecchio e i cani ne vanno sfigurando il capo canuto, il mento bianco e le parti vergognose, allora quello  lo spettacolo pi miserevole per i poveri mortali."
	Cos diceva il vecchio, e con le mani si tirava i candidi capelli e se li veniva strappando via dalla testa: ma non riusciva a persuadere Ettore.
	Anche la madre, dall'altro lato, si lamentava in pianto. S'apriva la veste sul petto e con una mano sollev la mammella, e tutta in lacrime gli rivolgeva parole: "Ettore, figlio mio, guarda qui per piet ed abbi compassione anche di me, se mai un giorno ti porsi il seno a quietare le tue pene di bambino. Ricordati di allora, figliolo caro, e respingi quel guerriero funesto dalla mura, stando dentro! Non fermarti a combattere in duello con lui! Quello spietato! Se egli, vedi, ti ammazza, io non posso pi piangerti sul letto di morte, o mio germoglio a cui ho dato la vita: e neanche potr la tua sposa. Ma ben lontano da noi due, ti divoreranno i cani accanto alle navi degli Argivi."
	Cos loro l piangevano e parlavano al caro figlio, supplicandolo a lungo: ma non riuscivano a persuaderlo. Lui, Ettore, rimaneva ad aspettare Achille che si avvicinava gigantesco.
	Come il serpente montano sta sul suo covo in attesa di un uomo, dopo il pasto di erbe velenose, e una rabbia feroce lo invade: ha uno sguardo da far paura, e si avvolge in spire davanti al suo buco: cos era Ettore. Aveva addosso una energia di fuoco, e non si ritirava. Teneva appoggiato alla sporgenza della torre il suo scudo luccicante.
	Poi cominciando a turbarsi diceva al suo magnanimo cuore: "Ahim! Se ora entro dalla porta delle mura, Polidamante mi assalir, prima di ogni altro, con duri rimproveri. Era lui, s, a consigliarmi di guidare in citt i Troiani, la maledetta notte scorsa, quando si lev a combattere il grande Achille. Ma io non gli diedi retta: e sarebbe stato, penso, molto meglio! E ora, ecco, ho rovinato l'esercito con il mio pazzo orgoglio: ed ho vergogna a presentarmi davanti ai Troiani e alle Troiane dai lunghi pepli. Non vorrei che uno da meno di me dicesse: "Ettore confidava nella sua forza e ha mandato in rovina il popolo!" Cos, certo, diranno: e per me allora, credo,  molto meglio affrontare qui Achille, ucciderlo e far ritorno, oppure cadere per mano sua gloriosamente dinanzi alla citt. Ma potrei anche deporre lo scudo ombelicato e il pesante elmo, appoggiar la lancia al muro, e avviarmi da solo ad incontrare Achille: e l promettergli di rendere agli Atridi Elena e insieme con lei tutte le ricchezze che Alessandro si port a Troia con le navi... Fu questa, si sa, la causa della guerra. Che se le menino pure via! E agli Achei, poi, a parte, distribuire gli altri tesori che la citt qui racchiude... E in seguito fra i Troiani, in assemblea, farmi dare il giuramento degli Anziani che non nasconderanno nulla, ma tutto spartiranno a met - i beni s che contiene dentro le mura questa incantevole roccaforte... Oh, perch mi lascio andare a simili pensieri? No, non vado da lui quale supplice! Non avr piet per me n riguardi di sorta, ma mi ammazzer nudo cos, proprio come una donnicciola, una volta che mi sia spogliato dell'armatura. Non  davvero possibile ora, lo so bene, discorrere con lui e rifarsi di lontano, dalla quercia e dalla rupe, come una ragazza e un giovanetto: oh, s, come chiacchierano confidenzialmente tra loro una giovane e un ragazzo. .. Meglio allora scontrarsi al pi presto in duello! E vediamo a chi dei due vuol concedere, l'Olimpio, il vanto della vittoria!"
	Cos pensava l fermo. Ed ecco che lui, Achille, gli venne da presso simile ad Enialio, il dio guerriero dal pennacchio agitato sull'elmo. Vibrava l'asta di frassino del Pelio sopra l'omero destro: tremenda era. Intorno gli fiammeggiava il bronzo, pareva il bagliore di un fuoco acceso o di sole che sorge.
	Ettore allora, solo a vederlo, l'afferr il tremito, e non ebbe pi la forza di restare l, ma si lasci la porta alle spalle e fugg via atterrito. E il Pelide si lanci a inseguirlo, sicuro di s, con agili piedi.
	Come uno sparviero sui monti, il pi veloce degli uccelli, si avventa speditamente dietro una trepida colomba: ed essa gli sguscia via di sotto a volo, ma quello tra acute strida - l'incalza da vicino sempre pi, con la voglia addosso di ghermirla: cos Achille volava smanioso, difilato su di lui. Ed Ettore prese a scappare sotto le mura dei Troiani, e moveva rapide le ginocchia.
	Andavano, essi, correndo oltre la vedetta e il caprifico battuto dai venti, sempre sotto il muro, lungo la carraia: e giunsero alle fontane dalla bella onda fluente. Qui sgorgano due sorgenti che derivano dallo Scamandro vorticoso. L'una scorre con l'acqua tiepida, e tutt'intorno si leva un fumo come per fuoco ardente: l'altra, d'estate, erompe simile a grandine o a gelida neve o al ghiaccio, tanto  fredda. L accanto alle fontane ci sono larghi lavatoi di pietra, magnifici, dove le spose dei Troiani e le loro belle figliole venivano a lavare le splendide vesti negli anni passati, in tempo di pace, prima che arrivassero i figli degli Achei.
	Per di l appunto trascorrevano, l'uno in fuga e l'altro dietro, all'inseguimento. Avanti fuggiva un valoroso e lo inseguiva uno molto pi forte, a gran velocit. Non cercavano certo di guadagnarsi un capo di bestiame n una pelle di bue - i premi che si danno nelle gare a piedi ma si disputavano in quella corsa la vita di Ettore domatore di cavalli.
	Come quando i destrieri dai solidi zoccoli, gi altre volte vincitori, girano di gran galoppo con il carro intorno alla meta: e un grosso premio  messo in palio, o un tripode oppure una donna, nei giochi funebri in onore di un eroe caduto: cos quei due correvano intorno alla citt di Priamo con rapidi piedi, per ben tre volte. E gli dei tutti stavano a guardare.
	E tra loro prese a dire il padre degli uomini e degli dei: "Ohim! Proprio caro m' il guerriero che vedo laggi, sotto i miei occhi, inseguito intorno alle mura. S, mi piange il cuore per Ettore: mi bruciava tante cosce di buoi sulle cime dell'Ida dalle molte convalli, e alle volte anche nella rocca. Ed ecco che ora il divino Achille gli corre dietro, intorno alla citt di Priamo, con piedi veloci. Ma su, vedete un po', voi dei, e decidete se dobbiamo salvarlo dalla morte o lasciarlo abbattere ormai dal Pelide Achille, pur valoroso com'."
	E a lui rispose la dea dagli occhi lucenti Atena: "O padre dal fulmine abbagliante, signore delle nuvole nere, cosa mai hai detto?  un uomo mortale, da tempo destinato alla sua sorte, e tu intendi liberarlo dalla morte dolorosa? Fa' pure! Ma non tutti certo ti approviamo, noi altri dei."
	Le rispondeva Zeus adunatore di nembi: "Stai di buon animo, Tritogenia, figlia mia! Non ti parlo, vedi, con cuore sereno, ma con te voglio essere buono. Fa' come ti piace e non restare pi qui!"
	Cos parlava: e sollecit Atena che gi era ansiosa di partire. Ella venne gi dalle vette dell'Olimpo in un volo. Ad Ettore intanto stava addosso l'agile Achille incalzandolo senza posa.
	Come quando un cane sui monti d la caccia a un cerbiatto dopo averlo levato dal covo, per gole e burroni: e se anche gli sfugge e si acquatta spaurito sotto un cespuglio, pure seguendone le orme corre ostinatamente fintanto che lo trova: cos Ettore non poteva sottrarsi al velocissimo Pelide. E ogni volta che cercava di lanciarsi verso la porta Dardania, al riparo delle forti torri, nella speranza che dall'alto lo difendessero con i dardi, sempre Achille gli giungeva prima davanti a respingerlo via verso la pianura. Ma l'altro mirava continuamente a volare dalla parte della citt.
	Come in sogno non si riesce a inseguire chi scappa, n l'uno ha la forza di sfuggire all'altro n l'altro di corrergli dietro: cos Achille non ce la faceva a raggiungerlo a piedi, n Ettore a mettersi in salvo.
	E come avrebbe potuto, Ettore, scansar le dee della morte, se Apollo non gli veniva incontro per l'ultima volta, proprio l'ultima, a risvegliargli energia e agilit nelle gambe? Ai suoi faceva cenni di no, il divino Achille, con la testa, e non lasci che scagliassero contro Ettore acuti dardi: non voleva che qualcuno si acquistasse gloria con un tiro improvviso, e lui cos arrivare dopo.
	Ma quando giunsero per la quarta volta alle fontane, ecco che allora tendeva, Zeus padre, la bilancia d'oro e vi posava sopra due destini di morte dolorosa: uno era di Achille, L'altro di Ettore domatore di cavalli. Poi la tirava in su, prendendola giusto nel mezzo: s'inclinava il giorno fatale di Ettore, e and gi alla casa di Ade. Subito Febo Apollo abbandon l'eroe.
	Giunse dal Pelide la dea dagli occhi lucenti, Atena. Gli si metteva vicino e gli rivolgeva parole: "Oggi finalmente, noi due insieme, lo spero proprio, o splendido Achille caro a Zeus, riporteremo gran vanto agli occhi degli Achei, presso le navi, uccidendo Ettore mai sazio di battaglie. Ora, vedi, non ha pi la possibilit di sfuggire a noi: neanche se Apollo arciere si desse la briga di rotolarsi supplichevole ai piedi di Zeus padre. Su, allora, tu adesso fermati e riprendi fiato! E io andr da lui: voglio indurlo a combattere fronte a fronte con te."
	Cos parlava Atena: ed egli le ubbidiva ed era tutto contento. Subito si ferm, appoggiandosi all'asta di frassino dalla punta di bronzo.
	Lei allora lo lasciava l e raggiunse Ettore divino: aveva assunto l'aspetto di Deifobo e la sua voce robusta.
	Si accostava a lui e gli rivolgeva parole: "Mio caro, s, lo vedo, Achille ti mette proprio alle strette, correndoti dietro intorno alla citt con rapidi piedi. Ma via, dammi retta, fermiamoci e teniamogli testa, a pi saldo!"
	Le rispose il grande Ettore dal pennacchio irrequieto sull'elmo: "Deifobo, te lo dico, gi in passato eri per me il pi caro senz'altro dei fratelli nati da Ecuba e Priamo, i miei stessi genitori. Ma ora ancor di pi, penso, ho da tenerti in considerazione: hai avuto il coraggio, solo a vedermi, di uscire fuori dalle mura, per amor mio, mentre gli altri restano l dentro."
	E a lui allora rispose la dea dagli occhi lucenti, Atena: "Caro, s,  vero! A lungo il padre e la madre mi pregavano, l'uno dopo l'altro, in ginocchio - e cos, intorno, gli amici-di restare l: tanto, credi, hanno paura tutti! Ma io mi struggevo, in cuore, di pena e angoscia. E adesso, ecco, avventiamoci contro di lui a combattere, e non si risparmino le lance! Cos si vedr se ci uccide tutt'e due, Achille, portandosi via le spoglie insanguinate alle navi, o se viene atterrato lui dalla tua asta."
	Cos diceva, e con malizia si avvi, Atena, avanti per prima.
	E quando i due guerrieri, avanzando l'uno contro l'altro, furono vicini, ad Achille per primo parl il grande Ettore dal pennacchio irrequieto sull'elmo: "Non scapper pi, o figlio di Peleo, davanti a te come ho fatto prima, che son corso tre volte intorno alla citt e non ho avuto il coraggio di aspettar il tuo assalto. Ora invece sono qui deciso a starti di fronte: e pu ben darsi che ti uccida o anche che soccomba. Su allora, senti, volgiamo lo sguardo agli dei: essi cos saranno i migliori testimoni e custodi dei nostri patti. Io, sappilo, non intendo far strazio di te selvaggiamente, se Zeus mi concede di tener duro e se ti tolgo la vita: ma dopo averti spogliato delle armi famose, o Achille, dar indietro il cadavere agli Achei. E cos fa' anche tu!" E a lui, guardandolo torvo, diceva Achille dai rapidi piedi: "Ettore, non parlarmi di patti! Sei proprio un folle. Non c' tra leoni e uomini alleanza, n lupi e agnelli vanno d'accordo, ma si vogliono male a vicenda senza tregua: cos non  possibile amicizia fra me e te. Mai tra noi ci saranno impegni giurati: prima uno dei due deve cadere e saziar la sete di sangue del dio della guerra, Ares. Su, ricorri ad ogni tua bravura: ora hai davvero bisogno d'essere un buon combattente di lancia e un intrepido guerriero. Non c' pi scampo per te! Ben presto Pallade Atena ti abbatter sotto la mia lancia. E cos oggi mi pagherai, tutte in una volta, le pene patite per i miei compagni, che tu uccidevi infuriando con l'asta."
	Disse, e traendo all'indietro la lancia dalla lunga ombra la scagli. Ma guardava dritto in avanti, lo splendido Ettore, e riusc a scansarla: la vide in anticipo e si chin. Ed essa vol via, la lancia di bronzo, al di sopra, e si confisse nel terreno. La svelse Pallade Atena, e la ridava ad Achille. Ettore non se n'accorse.
	E allora l'eroe parl all'irreprensibile Pelide: "Hai sbagliato il colpo! E cos, Achille - tu simile agli dei - non la sapevi ancora, da Zeus, la mia sorte: eppure, vedi, l'hai detto! Ecco, un fanfarone tu eri, scaltro a parole: volevi che per paura di te scordassi energia e coraggio. No, non mi pianterai durante la fuga l'asta nella schiena, ma qui dentro, in petto, me la devi cacciare nell'impeto del mio assalto, se te l'ha concesso un dio. E ora a te! Schivala, la mia lancia di bronzo! Oh, potessi tu prenderla tutta in corpo! Allora si farebbe anche meno pesante la guerra per i Troiani, dopo la tua fine: ora per loro tu sei la pi grande sciagura."
	Disse, e traendo indietro la lancia dalla lunga ombra la scagli, e colpiva in pieno lo scudo di Achille senza sbagliare. Ma l'asta rimbalz via lontano. Ci rimase male, Ettore, al vedere che il colpo gli era uscito di mano a vuoto, e rest l costernato: un'altra asta di frassino non ce l'aveva. E allora chiamava a gran voce Deifobo dal bianco scudo: gli chiedeva una lunga lancia. Ma lui non gli era pi vicino!
	Comprese Ettore nel suo intimo e disse: "Ohim! S, lo vedo, m'han chiamato, gli dei, a morte. Ed io che credevo mi fosse accanto il guerriero Deifobo! Ma egli  dentro le mura: e me qui ingann Atena. Ora, lo so, mi  vicina la triste fine, non sta tanto a venire. E non c' scampo. Si, tutto  chiaro: da tempo cos volevano Zeus e il figlio di Zeus, l'Arciere, che pur in passato mi proteggevano benevoli. Oggi, ecco, mi raggiunge il destino. Ma non devo, no, perire senza lotta e senza gloria. Voglio compiere qualcosa di grande, che anche i posteri vengano a sapere."
	Cos diceva e sguain la spada tagliente che gli pendeva dal fianco, grossa e massiccia. E contraendosi tutto si avvent: parve aquila che alta vola, e cala verso il piano attraverso nembi oscuri a ghermire un tenero agnello o una timida lepre. Cos Ettore si slanci brandendo l'aguzza spada.
	Anche Achille diede un balzo con l'animo pieno di furore selvaggio. Davanti al petto protendeva lo scudo magnifico, di squisita lavorazione. E crollava l'elmo luccicante a quattro creste: belli si agitavano i fiocchi d'oro, che Efesto aveva messo foltissimi, intorno al cimiero.
	Come va tra gli astri, nel cuor della notte, la stella Vespero che si libra bellissima in cielo: cos brillava in punta la lancia che Achille veniva, con la destra, palleggiando con malanimo contro il divino Ettore: e intanto spiava il suo corpo splendido, dove colpire pi giusto.
	Ma anche lui, Ettore, lo coprivano le armi di bronzo: le belle armi che aveva tolto al forte Patroclo, dopo averlo ucciso. Solo era nudo dove le clavicole separano il collo dalle spalle, alla gola. Qui si perde subito la vita.
	In quel punto il grande Achille con la lancia lo colp mentre gli veniva contro, all'assalto: da parte a parte la punta pass attraverso il collo delicato. Ma non gli tagli via la trachea l'asta di frassino greve di bronzo: cos poteva rispondere e dire qualcosa.
	Stramazz nella polvere. E su lui gridava, il divino Achille, parole di vanto: "Ettore, tu certo credevi, m'immagino, nello spogliare Patroclo, di passarla liscia, e non pensavi a me l in disparte, o insensato! Ma lontano da lui, accanto alle navi, rimanevo io dopo compagno molto pi forte. E cos ti sciolsi le ginocchia! E ora cani e uccellacci ti trascineranno sconciamente: lui invece, gli Achei, l'onoreranno con le esequie."
	E a lui allora diceva Ettore senza pi forze: "Ti supplico per la tua vita, le tue ginocchia e i tuoi genitori, non lasciare che i cani mi divorino presso le navi degli Achei! Ma accetta bronzo in abbondanza e l'oro che ti daranno in dono il padre e la madre, e rendi indietro a casa il mio corpo: cos i Troiani e le spose dei Troiani mi affideranno, dopo morto, al fuoco del rogo."
	Lo guardava torvo e gli diceva Achille dai piedi veloci: "No, cane, non mi supplicare per le mie ginocchia e i miei genitori! Oh, sentimi bene, l'avessi la forza e la voglia di tagliarti a pezzi e mangiare crude le tue carni, dopo quello che m'hai fatto! E nessuno, di sicuro, allontaner dalla tua testa i cani: neanche se portassero qui a pesare doni a non finire, dieci, venti volte, e ne promettessero altri ancora; neanche se il Dardanide Priamo ti facesse riscattare a peso d'oro. No, neppure cos tua madre potr comporti sul letto di morte e piangerti: ma cani e uccellacci ti sbraneranno tutto."	
	E a lui diceva Ettore morente: "Oh, s, ti conosco bene: me l'aspettavo. Neanche dovevo pensar di persuaderti. Lo so purtroppo: hai un cuore di ferro. Ma bada ora! Potrei diventar per te la causa dello sdegno degli dei, il giorno che Paride e Febo Apollo ti uccideranno, pur prode qual sei, alla porta Scea."
	Cos parlava e la morte lo avvolse. L'anima volando via dalle membra se n'and alla casa di Ade, e lamentava la sua sorte nel lasciar la forza virile e la giovinezza.
	Ma a lui, anche dopo morto, diceva il grande Achille: "Per adesso stai l tu! E il mio destino io l'accoglier quando Zeus vorr mandarlo - insieme con gli altri dei immortali."
	Cos parl: estrasse dal cadavere la lancia di bronzo, e la pose da parte. Poi gli toglieva di dosso l'armatura insanguinata.
	Accorsero l intorno gli altri figli degli Achei, ed ecco, presero a contemplare la statura e l'aspetto mirabile di Ettore. N alcuno gli si accost senza ferirlo.
	E pi d'uno diceva volgendo lo sguardo al vicino: "Oh, s,  proprio pi tenero, sapete, a palparlo, Ettore qui, di quando incendi le navi con il fuoco ardente!"
	Cos dicevano, e andavano colpendolo da vicino.
	E quando l'ebbe spogliato, il divino Achille dai piedi gagliardi, si levava dritto fra gli Achei e pronunciava queste parole: "Amici, condottieri e capi degli Argivi, ecco, vedete, gli dei mi concessero di abbattere questo uomo che ci fece tanto del male, come neanche tutti gli altri insieme. E ora, su, assaliamo in armi da ogni parte la citt! Cos sapremo le intenzioni che hanno ancora i Troiani, se abbandoneranno la loro roccaforte adesso che lui qui  caduto, o se son decisi a resistere anche se Ettore non c' pi. Ma perch mi lascio andare a tali pensieri? Giace l cadavere, accanto alle navi, Patroclo, senza lacrime e senza sepoltura. E io non me ne voglio scordare, finch resto tra i vivi e mi si muovono le ginocchia. E se nell'Ade si dimenticano i morti, anche laggi io mi ricorder del caro compagno, sempre. Su, intoniamo il peana, figli degli Achei, e facciamo ritorno alle navi portandoci via costui! Abbiamo, s, acquistato una grande gloria: abbiamo ucciso il divino Ettore, che i Troiani per la citt veneravano come un nume." Disse, e a Ettore divino riservava un trattamento indegno. Gli for da parte a parte i tendini, dietro, di entrambi i piedi, tra il calcagno e la caviglia, e vi fece passare delle corregge di cuoio. Poi lo legava al carro lasciandolo strisciare a terra con il capo. Saliva sul cocchio mettendoci su l'armatura famosa: sferz i cavalli alla corsa, ed essi di buona voglia volarono via.
	Veniva, Ettore, trascinato, e se ne levava un polverone: di qua e di l si sparpagliavano le chiome brune, per intero posava sul suolo la testa, un tempo piena di grazia. Ma allora Zeus permise ai nemici di far strazio dell'eroe, l nella terra dei suoi padri.
	Cos era tutto una polvere il suo capo. Ed ecco che la madre si strappava i capelli, butt via lontano il nitido velo, e diede in un urlo di lamento, lunghissimo, al veder il figlio. Proruppe in grida di pianto, suo padre, da stringere il cuore: e tutt'intorno la popolazione si abbandonava a ululi e gemiti per la citt. Era proprio come se Ilio intera, sull'altura, bruciasse tra le fiamme da cima a fondo.
	A fatica gli uomini riuscivano a trattenere il vecchio, fuori di s dall'angoscia: voleva ad ogni costo uscire dalla porta Dardania. E tutti li veniva scongiurando, si rotolava per strada nella immondizia, li chiamava per nome uno ad uno. Diceva: "State fermi, amici! Siete pieni di premure per me, lo so: ma lasciatemi uscire di citt da solo e andar alle navi degli Achei! Voglio pregare il guerriero l scellerato e violento, e vedere cos se ha rispetto della mia et e compassione della mia vecchiaia. Anche lui, vedete, ha un padre come me: Peleo, s, che lo mise al mondo e lo allevava per la rovina dei Troiani. E a me in particolare, pi che ad ogni altro, rec dolori: tanti sono, lo sapete, i figli che mi ammazz nel fiore degli anni. Ma per tutti gli altri non piango tanto, anche se sono afflitto, come per uno, il mio Ettore: e il dolore straziante per lui mi porter gi nell'Ade. Oh, se fosse spirato tra le mie braccia! Allora ci saremmo saziati, noi due, di pianto e lacrime - sua madre che lo diede alla luce, l'infelicissima, ed io."
	Cos diceva piangendo: e gli rispondevano coi loro sospiri e gemiti i cittadini.
	Fra le Troiane Ecuba intonava il suo alto lamento: "Figlio! O povera me! Cosa vivo a fare dopo questa disgrazia? ora che sei morto? Tu eri per me, giorno e notte, il mio orgoglio nella citt, ed eri anche il sostegno di tutti i Troiani e le Troiane qui in Ilio. Come un dio ti salutavano con la mano. Si, devo ben dirlo, pure per loro eri un grande vanto, quando vivevi: ora invece ti ha raggiunto il destino di morte."
	Cos diceva piangendo. E la sposa nulla ancora sapeva di Ettore: non era andato da lei nessun messaggero a dirle francamente che suo marito era rimasto fuori dalle porte. Ed ella tesseva una tela nella parte pi interna dell'alto palazzo: era un mantello doppio di larghezza, color porpora, e vi ricamava svariati fiorami. Aveva ordinato alle ancelle dalle belle chiome, l nella stanza, di mettere sul fuoco una grossa caldaia: voleva che fosse pronto per Ettore un bagno caldo, al suo ritorno dalla battaglia. Povera infelice! E non sapeva che ben lontano dal bagno in casa, l'aveva abbattuto la dea dagli occhi lucenti Atena, per mano di Achille.
	Sent urla e lamenti dalla parte della torre: le tremarono le membra, le cadde a terra la spola. E allora diceva alle ancelle dalla ricca capigliatura: "Su, venite con me, due di voi! Voglio vedere cosa  avvenuto. Ho udito la voce della suocera e mi batte il cuore qui, fino a saltarmi in gola. Ho le ginocchia irrigidite. Una qualche sciagura, lo sento,  toccata ai figli di Priamo. Oh, non vorrei udire notizie, lo confesso! Ho proprio paura che Achille abbia tagliato fuori dalla citt, l da solo, quel temerario di Ettore, e lo insegna verso la pianura. E temo, oh, s, che metta fine alla baldanza traditrice che sempre lo possedeva. Non restava, lui, lo so, tra la turba dei combattenti, ma correva avanti un bel pezzo, senza cedere a nessuno in valore."
	Cos parlava, e si lanci fuori attraverso la stanza come una pazza, con il cuore in tumulto: insieme a lei andavano le ancelle.
	E quando arriv alla torre e tra la folla dei guerrieri, guardava ansiosa, l, ferma sulle mura: e vide lui trascinato cos davanti alla citt, i veloci cavalli lo tiravano brutalmente verso le concave navi degli Achei.
	Le calava sugli occhi la notte oscura e l'avvolse. Stramazz all'indietro svenuta: pareva morta. Dalla testa le caddero via, lontano, gli splendidi ornamenti: il diadema, la rete pei capelli, il nastro intrecciato intorno alle tempie, e il velo - quello appunto che le aveva dato l'aurea Afrodite, il giorno in cui Ettore la condusse sposa dalla casa di Eezione, dopo aver offerto doni nuziali a non finire.
	Le si raccolsero intorno, in folla, le sorelle di suo marito e le spose dei suoi cognati: e la sorreggevano in mezzo a loro, fuor di s com'era in un angoscia di morte.
	E quando riprese a respirare e lo spirito vitale le si raccolse nell'animo, rompendo in forti lamenti diceva tra le Troiane: "Ettore, oh, me misera! Ecco, siamo nati tutt'e due con la stessa sorte: tu qui a Troia nella reggia di Priamo, ed io a Tebe laggi, ai piedi del Placo boscoso, nel palazzo di Eezione che mi allevava, l'infelice, da bambina -padre di una ancor pi infelice. Oh, non mi avesse mai messa al mondo! Ed ora tu te ne vai nelle stanze di Ade, sotto i nascondigli della terra, e lasci qui me vedova nella casa in un lutto desolato. Ed  ancor tanto piccino il figlio che demmo alla luce, tu ed io, disgraziati. N tu, Ettore, gli sarai di aiuto, adesso che sei morto: e neanche lui a te. E se pure, penso, riesce a scampare alla triste guerra degli Achei, sempre, sono certa, il povero bambino avr brighe e guai un domani. Gli altri, gi lo prevedo, gli porteranno via le terre. Ah, non  una novit: il giorno che rende orfani, priva il fanciullo di ogni suo compagno. E lui se ne va a capo chino di continuo, ha le guance molli di lacrime, e nel bisogno com', sale, il piccolo, dagli amici del padre, e tira uno pel mantello, l'altro per la tunica. E se ne hanno compassione e qualcuno gli porge la ciotola per un poco, si bagna, s, le labbra, ma non si bagna il palato. E magari chi cresce florido tra i suoi genitori lo scaccia via dal banchetto a pugni e schiaffi, rimbrottandolo con ingiurie: "Via, alla larga di volata! Non c' tuo padre, sai, qui a pranzo da noi!" In pianto ritorna allora il bimbo dalla madre vedova... il mio Astianatte, s, che prima, sulle ginocchia di suo padre, mangiava soltanto midollo e polpa sostanziosa di pecora: e quando lo coglieva il sonno e cessava di giocare, dormiva in un letto fra le braccia della nutrice, sul morbido, col cuore sazio di dolcezza. Ma ora dovr soffrire a lungo, senza pi suo padre, il mio Astianatte -come lo chiamano i Troiani per nome, perch eri tu, tu da solo che difendevi loro, o Ettore, le porte e le alte mura. E adesso invece laggi, lontano dalla famiglia, presso le navi ti divoreranno, tutto nudo, i vermi brulicanti, dopo che i cani si saranno saziati: mentre nelle stanze qui sono riposte per te vesti sottili e leggiadre, lavorate da mani di donne. Ma tutta questa roba, s, ti assicuro, io voglio bruciarla in un fuoco divampante - a te ora non serve pi, non vi giacerai avvolto dentro - solamente per l'onore che te ne viene da parte dei Troiani e delle Troiane."
	Cos diceva piangendo: e le donne rispondevano con i loro lamenti.

/:/LIBRO XXIII



	Cos loro l levavano i loro lamenti per la citt. E intanto gli Achei giungevano alla flotta e alla spiaggia dell'Ellesponto, e si dispersero, ognuno verso la propria nave.
	I Mirmidoni per Achille non li lasciava sparpagliarsi, e diceva in mezzo ai suoi compagni battaglieri: "Mirmidoni dai veloci corsieri, miei fedeli amici, non stacchiamo ancora, ma con i cavalli qui e i carri avanziamo fin presso Patroclo, a piangerlo! Questo l'onore, lo sapete, dovuto ai morti. E quando ci saremo consolati del triste compianto, possiamo staccare e recarci a banchetto tutti quanti."
	Cos parlava. E loro, insieme, alzarono grida di lamento - e Achille era il primo.
	Tre volte fecero girare intorno al cadavere i cavalli dalla lunga criniera, tra sospiri e gemiti: e Tetide suscit in essi una gran voglia di pianto. Si bagnava di lacrime la sabbia, se ne bagnavano le armature dei guerrieri: tale era l'eroe che rimpiangevano - provocava il terrore e la fuga.
	E tra loro il Pelide intonava la sua alta lamentazione, posando, le mani sterminatrici sul petto del compagno: "Sii contento, o mio Patroclo, pur nelle case di Ade! Vedi, ti mantengo intera oramai la promessa che ti ho fatto: ho trascinato qui Ettore, e ne voglio dare ai cani le carni crude da dilaniare. E poi davanti al rogo taglier il collo a dodici splendidi figli di Troiani, tanta  la rabbia che ho per la tua morte."
	Disse, e a Ettore divino riservava un trattamento indegno: lo tir bocconi nella polvere accanto al letto del figlio di Menezio.
	E loro intanto, i Mirmidoni, si svestivano a uno a uno delle armi di bronzo, tutte luccicanti, e scioglievano i cavalli tra alti nitriti. Poi si mettevano a sedere vicino alla nave del discendente di Eaco: erano l in gran numero. Egli imbandiva loro un banchetto funebre abbondante.
	Rantolavano sotto la scure di ferro, mentre venivano scannanti, molti buoi lustri e grassi, molte pecore e capre belanti: e molti porci dai bianchi denti, prosperosi e pingui, erano distesi ad abbrustolire alla fiamma di Efesto. Da ogni parte, intorno al cadavere di Patroclo, scorreva il sangue, si poteva prendere con le ciotole.
	Lui per, il sovrano Pelide dai piedi veloci, lo menavano i capi degli Achei alla baracca del divino Agamennone: a fatica l'avevano convinto, in collera com'era per la sorte del suo compagno.
	E quando arrivarono all'alloggio di Agamennone, diedero subito l'ordine agli araldi di mettere sul fuoco una grossa caldaia, caso mai riuscissero a indurre il Pelide a lavarsi via, d'addosso, il sangue raggrumato.
	Ma lui rifiutava ostinatamente, anzi fece questo giuramento: "No, per Zeus, il pi eccelso e potente degli dei, non  giusto che mi scenda acqua sulla testa! Prima devo porre Patroclo sul fuoco, innalzargli un tumulo, e recidermi la chioma. Credete, non mi toccher pi, un'altra volta, un dolore cos, finch resto tra i vivi. Ma per ora, ecco, io cedo e prendo parte al banchetto, se pur mi ripugna. Domani all'alba per, tu Agamennone, manda a prender la legna, e fanne preparare quanta ne deve avere un morto, per il suo viaggio sotto l'oscurit nebbiosa. Voglio che il fuoco, s, lo bruci presto, allontanandolo dagli occhi, e che i combattenti tornino alle loro faccende."
	Cos diceva: essi lo stavano a sentire e gli diedero retta. Prontamente finivano, tutti, di preparare la cena, e banchettavano: a ognuno non manc la sua parte giusta.
	E dopo che ebbero cacciato via la voglia di mangiare e bere, se ne andarono a dormire, ciascuno nella propria capanna.
	Il Pelide invece si stendeva sulla riva del mare rumoreggiante, e sospirava forte in mezzo ai molti suoi Mirmidoni: stava in un luogo sgombro, dove le onde sciabordavano sulla spiaggia. Allora il sonno lo colse, e gli dissolveva le pene dell'animo: era un sonno profondo; avviluppante. Si era, l'eroe, stancato molto nell'inseguire Ettore verso Ilio battuta dal venti.
	Ed ecco venne a lui l'ombra dell'infelice Patroclo: gli rassomigliava in tutto, nella statura, negli occhi belli e nella voce, e indossava le stesse vesti.
	Si ferm in alto, sopra la testa, gli rivolgeva parole: "Tu dormi, e intanto mi dimentichi, Achille. Eppure, quando ero vivo, non mi trascuravi: ora invece s, dopo morto. Su, seppelliscimi al pi presto! Voglio varcare la porta dell'Ade. Mi respingono lontano, sai, le anime, immagini di defunti, e non mi lasciano ancora mescolarmi a loro di l del fiume, e cos vado errando intorno alla casa di Ade dalle ampie porte. Via, dammi la mano! Son qui in singhiozzi. Credimi, non torner pi un'altra volta dall'Ade dopo il rogo. Non staremo pi, vedi, insieme, vivi, in disparte dai nostri compagni, seduti l a scambiarci le idee: ormai mi ha ingoiato l'odioso destino di morte che mi tocc nascendo. Per anche per te la sorte  segnata, o Achille simile agli dei: tu devi perire sotto le mura dei ricchissimi Troiani. Ecco, ho un'altra cosa da dirti e raccomandarti, se vuoi darmi retta: non mettere le mie ossa, o Achille, lontano dalle tue, ma stiamo insieme, come insieme crescemmo nel tuo palazzo! Ricordi? Mi men l da voi, ragazzetto ancora, Menezio di Opunte, in seguito a un omicidio disgraziato, quel giorno che uccisi da sciocco, senza volerlo, il figlio di Anfidamante, andando in bestia al gioco degli astragali. Allora mi accoglieva in casa Peleo, guidatore di carri in guerra, e mi allevava con ogni cura, e mi nomin tuo aiutante in campo. Cos vorrei che le nostre ossa le racchiudesse una stessa urna: l'anfora d'oro che ti don l'augusta madre."
	E a lui rispondeva Achille dai rapidi piedi: "Come mai, mio caro, sei venuto qui, e mi fai queste raccomandazioni cos precise? Sta' pur certo: tutto, s, eseguir dandoti retta, come vuoi tu. Ma fatti pi vicino! Abbracciamoci l'un l'altro, anche per poco, a consolarci di tristezza e di pianto!" Cos parlava, e si protese con le braccia: ma non riusc a prenderlo. L'anima come fumo se ne and stridendo sotto terra.
	Balzava su, Achille, stupito, e batt le mani palma a palma, e diceva parole di lamento: "Ohim! Oh, s, allora esiste, anche nelle case di Ade, un'anima, una parvenza, ma non ha pi forze vitali! Tutta la notte, vedete, l'ombra dell'infelice Patroclo mi  stata accanto in gemiti e in lacrime, e mi ha fatto raccomandazioni ben precise. Rassomigliava straordinariamente a lui."
	Cos diceva, e in tutti l risvegli una gran voglia di pianto. Si lamentavano ancora intorno al povero morto, quand'ecco apparve Aurora dalle dita di rosa. Allora il sovrano Agamennone mandava da ogni parte, fuori delle capanne, uomini e muli a prendere la legna: li dirigeva il bravo Merione, compagno d'armi del prode Idomeneo.
	Si avviavano essi con scuri da taglialegna in mano, e funi ben ritorte: davanti a loro si movevano i muli. E a lungo camminarono in su e in gi, di qua e di l per vie traverse. E quando in fine giunsero fra le gole dell'Ida ricca di sorgenti, subito con gli attrezzi affilati di bronzo tagliavano, in fretta, le querce dalle alte chiome: ed esse cadevano con vasto fragore. E allora gli Achei le facevano a pezzi, e le legavano ai muli. E le bestie rompevano con gli zoccoli la terra attraverso le folte macchie, nell'impazienza di scendere al piano. Tutti i taglialegna portavano tronchi: cos era l'ordine di Merione.
	Sulla spiaggia poi scaricarono in fila, dove appunto Achille aveva stabilito di erigere un grande tumulo, per Patroclo e per s.
	E dopo che ebbero buttato gi a terra, da ogni parte, l'enorme quantit di legna, sedevano l in attesa, tutti insieme.
	Subito Achille ordin ai Mirmidoni battaglieri di vestirsi di bronzo e di aggiogare, uno per uno, i cavalli ai carri. E loro si alzavano e indossavano le armature, e salivano sui cocchi, guerrieri e aurighi.
	Davanti erano i combattenti coi carri, dopo seguiva una moltitudine di fanti a non finire: al centro gli amici portavano Patroclo. Avevano coperto tutto il cadavere di capelli che si recidevano e gli gettavano sopra. Dietro, il divino Achille sorreggeva la testa, tutto angosciato: e cos accompagnava l'amico irreprensibile alla casa di Ade.
	Quando giunsero al luogo che gli aveva indicato Achille, lo posavano gi e ben presto cominciarono ad ammucchiare l'abbondante legname.
	Allora ebbe un altro pensiero il divino Achille dai piedi gagliardi: si metteva in disparte lontano dalla pira, e si tagli la bionda chioma che si faceva crescere fiorente per il fiume Spercheo. E diceva rattristato, guardando verso il mare color del vino: "Spercheo, mio fiume, ben altra era la promessa che ti fece il padre Peleo! Laggi, al mio ritorno in patria, io dovevo in tuo onore recidermi i capelli e compiere un solenne sacrificio: avevo da sgozzare cinquanta montoni non castrati, l sul posto, nelle tue acque, dove hai un sacro recinto e un altare odoroso d'incenso. Cos si augurava il vecchio l: ma tu non gli hai avverato il suo desiderio. Ora invece, vedi, io non far ritorno nella terra dei miei padri: e la mia capigliatura la voglio dare all'eroe Patroclo. Se la porti via lui!"
	Cos disse, e metteva tra le mani del caro compagno la sua chioma: e in tutti l risvegli una gran voglia di piangere.
	Essi si lamentavano a lungo, e sarebbe cos tramontato il sole se Achille ad un tratto non si accostava ad Agamennone e gli diceva: "Atride, ecco, a te pi che ad altri daranno retta i guerrieri achei: e ormai, credi, si pu ben esser stanchi del lamento funebre. Perci ora falli andar via dalla pira, e da' gli ordini di preparare il banchetto. Qui provvederemo noi, che siamo pi legati al morto. Ma con noi rimangano pure i condottieri!"
	Quando ebbe ascoltato ci Agamennone signore di guerrieri, subito fece andare la folla verso le navi ben equilibrate. Restavano l gli amici fedeli e accumulavano la legna: formarono cos una catasta di cento piedi per lato, e in cima vi collocarono il cadavere - con la tristezza in cuore.
	Davanti alla pira scoiavano molte grasse pecore, e tardi buoi dalle corna ricurve, e vi si affaccendavano intorno. E da tutte le bestie il magnanimo Achille prendeva il grasso e ne ricopr il cadavere dalla testa ai piedi: e intorno ammassava i corpi scorticati degli animali. Sopra poi posava anfore di miele e di olio, inclinandole verso il letto di morte. E senza esitazione pose sul rogo quattro cavalli dall'alta cervice, e sospirava forte. Nove cani da mensa aveva l il principe: lui ne sgozzava due e ve li butt sopra. E poi vi gettava i dodici forti figlioli dei coraggiosi Troiani, via via che li veniva trucidando con l'arma di bronzo. Era pieno di ferocia. Alla fine lanci sul mucchio di legna la violenza irresistibile del fuoco, perch consumasse tutto.
	Proruppe allora in urli di lamento e chiam il caro compagno per nome: "Sii contento, o mio Patroclo, pur nelle case di Ade! Vedi, ti mantengo intera ormai la promessa che ti ho fatto. I dodici forti figli dei coraggiosi Troiani, ecco qui, se li mangia il fuoco, tutti, insieme con te. Ettore no! Non lo voglio dare, il Priamide, alle fiamme da divorare, ma ai cani."
	Cos minacciava gridando. Ma su di lui non infierivano, intorno, i cani: li teneva a distanza la figlia di Zeus, Afrodite, giorno e notte, e inoltre lo ungeva con un olio divino, profumato alla rosa. Non voleva che Achille lo scorticasse, a trascinarlo.
	Su di lui Febo Apollo cal dal cielo sulla pianura una nuvola di colore scuro, e coperse tutto il luogo che teneva il cadavere: cos la forza del sole non gli seccava, prima della sepoltura, la pelle tutto intorno ai nervi e ai muscoli.
	Ma non divampava il rogo di Patroclo morto.
	Allora ebbe un altro pensiero il grande Achille dai piedi gagliardi: si metteva in disparte, lontano dalla pira, e rivolgeva una preghiera a due venti, a Borea e a Zefiro, e gli promise splendidi sacrifici.
	Vivamente li supplicava di venire, e faceva una libagione con una tazza d'oro: desiderava che bruciassero al pi presto i cadaveri, e che la legna si affrettasse ad ardere.
	Subito allora Iride, al sentire le preghiere, and messaggera dai venti.
	Essi erano riuniti a banchetto in casa di Zefiro impetuoso. E di corsa Iride fu l, ferma sulla soglia di marmo. A vederla, tutti balzarono su e la chiamavano, ognuno vicino a s.
	Ma lei si rifiut di sedersi e disse: "Non ho tempo! Devo tornare, sapete, alle correnti di Oceano, laggi nella terra degli Etiopi, dove compiono ecatombi in onore degli immortali. Ed ho voglia anch'io di prender parte ai sacrifici. Ecco, Achille va scongiurando Borea e Zefiro strepitoso di recarsi l, e promette di immolare vittime bellissime. Vorrebbe che faceste divampare la catasta di legna, su cui  steso Patroclo: tutti gli Achei lo stanno piangendo." Cos parlava e and via. Allora i venti si mossero con un rumore straordinario, cacciandosi avanti le nuvole. In un attimo arrivavano al mare spirando, si levarono le onde sotto le stridule raffiche: giunsero nella regione di Troia dalle larghe zolle, e piombarono sopra la pira. Rombava forte il fuoco divampando.
	Per tutta la notte investivano insieme la fiamma del rogo, soffiando con sibili acuti: e per tutta la notte Achille, con in mano una coppa a due manichi, attingeva vino da un cratere d'oro e lo veniva versando a terra, ne inzuppava il suolo: e pi di una volta chiamava l'anima di Patroclo infelice.
	E come un padre brucia, tra sospiri e gemiti, le ossa di suo figlio, sposo di fresco, che con la sua morte ha lasciato nel dolore gli sventurati genitori: cos piangeva Achille nell'ardere le ossa del compagno, e andava trascinandosi accanto alla pira con alti lamenti.
	Nell'ora che l'astro del mattino viene ad annunziare la luce sulla terra, e dopo di lui si diffonde sopra il mare Aurora dal peplo arancione - il rogo si spegneva e cess la fiamma. I venti si mossero di nuovo per far ritorno a casa, su per il mare Tracio: ed esso mugghiava nella furia dei cavalloni.
	Allora il Pelide si recava in disparte, lontano dalla pira, e si coric, spossato com'era: gli venne addosso un dolce sonno.
	Intanto gli altri si raccoglievano insieme presso la baracca dell'Atride: il rumore e il calpestio dei loro passi risvegliavano Achille. Si drizzava egli a sedere, e gli rivolgeva la parola: "Atride e voi altri principi degli Achei, cominciate prima a spegnere con il rosso vino il rogo, dappertutto, fin dove  arrivata la violenza del fuoco. Poi dobbiamo raccogliere le ossa di Patroclo con una attenta cernita. Si riconoscono, del resto, facilmente: lui giaceva, lo sapete, al centro della catasta: gli altri invece, cavalli e uomini, bruciavano in disparte, ai margini, alla rinfusa. Dobbiamo metterle dentro un'urna d'oro, fra due strati di grasso, fin a quando anch'io sar rinchiuso da Ade. E voglio che si eriga un tumulo non troppo grande, ma di giuste proporzioni: cos, vedete. A innalzarlo vasto e alto, ci penserete un domani voi Achei, che avete la sorte di restare dopo di me sulle navi dai molti remi."
	Cos parlava: ed essi diedero retta al Pelide.
	Dapprima si misero a spegnere con il rosso vino il rogo, fin dove si era estesa la fiamma ed era crollata gi, alta, la cenere. Poi piangendo raccoglievano le bianche ossa del loro buon compagno dentro l'urna d'oro - fra due strati di grasso. Collocavano questa nella baracca di Achille e l'avvolsero in una morbida tela di lino.
	Tracciarono in tondo il sepolcro e vi gettarono le fondamenta, sul luogo della pira: e subito dopo vi ammassarono sopra della terra.
	Cos formarono un tumulo l e ritornavano indietro. Ma Achille tratteneva sul posto la gente, e la disponeva in largo, a sedere, intorno al campo dei giochi. Faceva portar fuori dalle navi i premi: erano lebeti e tripodi, cavalli, muli e buoi dalla testa possente, e donne dalle belle cinture e grigio ferro.
	Per i guidatori dei carri mise in palio da principio, nella gara di velocit, splendidi doni: una giovinetta abile nell'eseguire lavori impeccabili, e un tripode ansato, della capacit di ventidue misure, per chi arrivava primo. Al secondo poi assegnava una cavalla di sei anni, non ancora messa al giogo, gravida di un muletto. Per il terzo metteva un lebete non toccato dal fuoco, bellissimo, capace di quattro misure, tutto lucente ancora. E al quarto arrivato offriva due talenti d'oro: al quinto infine una coppa a due manichi, nuova fiammante.
	Si metteva l in piedi e parlava tra gli Argivi: "Atride e voi altri Achei, i premi stanno qui sul campo in attesa dei vincitori. Ecco, se ora si gareggiasse, noi Achei, in onore di un altro, sarei io, non ve lo nascondo, a prendermi il primo premio e a portarmelo nella baracca. Lo sapete anche voi, quanto i miei cavalli siano pi bravi. S,  vero, sono immortali: li don Posidone a mio padre Peleo, e questi a sua volta li cedette a me. Ma io, vi assicuro, rester fermo, e cos i miei cavalli. Han perduto, vedete, la grande gloria di un auriga come era lui - premuroso, gli versava ben di frequente fluido olio sulle criniere, dopo averli lavati con acqua bella chiara. Ed ora l stanno immobili a piangerlo, con le chiome sparse per terra: non danno uno scrollo nella loro desolazione. Via, voi altri preparatevi qui in campo - chiunque degli Achei se la sente di gareggiare con i cavalli e il solido carro."
	Cos diceva il Pelide: e pronti si fecero avanti i competitori.
	Salt su per primo Eumelo, signore di guerrieri: era figlio di Admeto e si distingueva nell'arte della guida.
	Dopo lui si levava il Tidide, il gagliardo Diomede, e conduceva sotto il giogo i cavalli di Troo. Li aveva tolti pochi giorni prima ad Enea, l'eroe troiano lo portava in salvo Apollo.
	E poi sorse l'Atride, il biondo Menelao discendente di Zeus, e menava ad aggiogare due veloci corsieri: la cavalla Ete che era di Agamennone, e il suo destriero, Podargo. Ad Agamennone l'aveva data Echepolo figlio di Anchise, come compenso per non dover seguirlo sotto le mura di Ilio battuta dai venti: cos se ne restava l a casa in pace, Zeus gli aveva concesso una grande agiatezza. Abitava a Sicione dalle ampie piazze. Era questa la cavalla che lui, Menelao, guidava sotto il giogo, tutta fremente di smania per la corsa.
	Il quarto a bardare i cavalli dalle folte criniere fu Antiloco, lo splendido figlio del magnanimo re Nestore, il Nelide: erano della razza di Pilo. Il padre allora gli si metteva vicino, e gli veniva dicendo per il suo bene, da saggio, per quanto fosse assennato per conto suo: "Antiloco, s, senza dubbio ti vogliono bene, pur giovane qual sei, Zeus e Posidone, e ti hanno insegnato tutti i segreti dell'arte. Perci non dovrei proprio darti suggerimenti. Sai gi da te girare bene intorno alla meta. Ma, vedi, i tuoi cavalli sono molto lenti a correre: e cos avrai la peggio, penso. Invece i corsieri degli altri, l, sono pi agili: loro per non sono destri come te nella guida. Su, allora, ascoltami, caro, e ricorri ad ogni malizia, se non vuoi che i premi ti sfuggano di mano. Con la testa, lo sai, pi che col braccio riesce a distinguersi lo spaccalegna: e con la testa il pilota sul mare tiene sulla giusta rotta la nave sbattuta dai venti: e cos con la testa anche l'auriga batte i rivali. Vedi, c' chi si affida tutto ai destrieri e al carro, e gira da sventato troppo al largo, nell'andata e nel ritorno: ed  allora che i cavalli sbandano lungo la pista, e lui non ce la fa a tenerli. E c' invece chi guida con grande abilit corsieri da meno, e sempre ha gli occhi alla meta, e volta stretto, e non gli sfugge il momento buono di lanciare le sue bestie a briglia sciolta, ma le domina con mano sicura e intanto, spia chi lo precede. E ora ti indicher la meta:  facile da riconoscere, la vedrai da te. Ecco, c' un tronco secco che si leva da terra un paio di braccia, non so se di quercia o di pino: e non marcisce alla pioggia. Appunto l, da una parte e dall'altra di questo ceppo, son piantate due pietre bianche, alla svolta della via: liscia poi  la pista per la corsa tutto in giro. O , penso, il segno del sepolcro di un uomo morto da antica data, o gi era un segnale per corse in epoche passate: e anche ora Achille l'ha fissato come meta. Qui tu accostati pi che puoi nel guidare il cocchio e i destrieri, e piegati con la persona sulla cassa, leggermente a sinistra: e il cavallo di destra lo devi stimolare con la frusta e con la voce, e lasciargli lente le redini. Il tuo cavallo a sinistra invece rasenter la meta! Hai da aver l'impressione che il mozzo della ruota la giunga a sfiorare. Evita per di urtar la pietra, se non vuoi storpiare gli animali e rompere il carro. Sarebbe, s, una gioia per gli altri, ma per te una vergogna. Ma tu, caro, non perdere la testa e sii prudente! Vedi, se fai tanto ad andar avanti, spingendo i cavalli alla corsa, all'altezza della meta, nessuno pi riesce a prenderti in un inseguimento o a sorpassarti: neppure se uno guidasse, dietro a te, il famoso Arione di Adrasto, un corsiero velocissimo, di stirpe divina, o i cavalli di Laomedonte, che sono i migliori allevati da queste parti." Cos diceva il Nelide Nestore e torn poi a sedersi al suo posto, dopo aver dato ogni indicazione a suo figlio.
	E per finire, Merione era il quinto a bardare i cavalli dalle belle criniere.
	Salirono quindi sui carri e gettarono le sorti dentro un elmo. Lo andava scuotendo Achille. E per primo salt fuori il contrassegno del Nestoride Antiloco. Dopo di lui fu la volta del principe Eumelo, e poi dell'Atride Menelao, rinomato per i suoi tiri di lancia, e poi di Merione. Da ultimo tocc al Tidide, che era senz'altro il pi bravo.
	Si disposero in fila, l'uno di fianco all'altro. Achille gli indic la meta, laggi, lontano, nella libera pianura. E l, nei pressi, mandava, a sorvegliare, il divino Fenice, compagno d'armi di suo padre, con il preciso incarico di vigilar la corsa e riferire la verit.
	Essi alzarono tutti insieme le fruste sulle loro pariglie, scossero le redini sulle groppe e diedero un grido partendo con prontezza. E i cavalli rapidamente percorrevano il piano, allontanandosi dalle navi di gran carriera. Gli si levava la polvere di sotto i petti, sostando nell'aria come nube o procella: ondeggiavano le criniere agli aliti del vento.
	Ora i carri rasentavano bassi la terra, ora rimbalzavano in alto. E loro l, gli aurighi, stavano ritti sulla cassa: gli batteva forte il cuore, a ciascuno, nell'ansia di raggiungere la vittoria. Con la voce incitavano le proprie bestie: ed esse volavano sollevando la polvere per la pianura.
	Ma quando gi finivano l'ultimo tratto della pista per far ritorno verso il mare bianco di spume, allora si veniva rivelando l'abilit di ognuno. Subito furono lanciati, i corsieri, a fortissima andatura: e in un momento si portavano avanti le cavalle di Eumelo, nipote di Ferete.
	E dietro a loro venivano i destrieri di Diomede, quelli appunto di Troo, e non erano molto distanziati, ma anzi vicinissimi. Pareva che dovessero saltare da un momento all'altro sulla cassa del cocchio davanti, e con il loro ansito scaldavano, ad Eumelo, la schiena e le larghe spalle: gli tenevano la testa addosso, andavano di volata.
	E certo lo sorpassava o giungeva a pari con lui, se Febo Apollo non ce l'avesse avuta con il figlio di Tideo: ecco, gli fece saltar via di mano la lucida frusta.
	Allora Diomede pianse di rabbia al vedere le cavalle l andar via ancor pi forte, e la sua pariglia invece rallentare la corsa, a non sentir la frusta.
	Non sfugg ad Atena per l'inganno di Apollo ai danni del Tidide: e prontamente si lanci dietro all'eroe, gli diede una frusta, mise ai cavalli energia in corpo. Poi rincorse furibonda il figlio di Admeto e gli ruppe il giogo della pariglia. Si sbandarono allora i cavalli ai due lati della pista, il timone strisci per terra. Lui, Eumelo, rotolava gi dal cocchio accanto a una ruota: si scortic i gomiti, la bocca e il naso, e si fece un taglio in fronte, al di sopra delle sopracciglia. Gli occhi gli si riempirono di lacrime, la viva voce gli si blocc in gola.
	Il Tidide intanto girava di fianco tenendo i cavalli dalla solida unghia, e balzava avanti agli altri di un bel tratto: Atena mise vigoria addosso agli animali, e concedeva a lui l'onore della vittoria.
	Dopo di lui seguiva l'Atride, il biondo Menelao.
	Antiloco allora grid ai cavalli di suo padre: "Via anche voi, pancia a terra, di volata! Oh, non vi dico certo di gareggiare con quelli l, con i corsieri del prode Tidide: Atena oggi gli ha concesso la velocit, e d a lui la vittoria. Ma i cavalli dell'Atride raggiungeteli! Non restate indietro! Presto, presto, se non volete che Ete vi copra di vergogna! Una femmina ! Come mai vi fate battere, o gagliardi? Ecco, una cosa vi voglio dire, e si avverer, state certi: non avr pi, Nestore, cura di voi, ma subito vi ammazzer con l'aguzzo bronzo, se per la vostra fiacca riportiamo un premio da poco. Su, all'inseguimento! Scattate alla svelta, via! Qui trovo io la maniera e il destro di cacciarmi avanti, in uno stretto passaggio. E ci riuscir!"
	Cos diceva. E i cavalli spaventati dalle minacce del padrone accelerarono l'andatura per un po'. E subito allora l'intrepido Antiloco notava una strettoia nella via infossata. C'era un franamento del terreno: l l'acqua di un temporale si era rovesciata rompendo un tratto della strada, e aveva incavato tutta quella zona. Per di l appunto si dirigeva Menelao, volendo schivare l'urto con altri carri.
	Antiloco intanto girava di fianco i cavalli, fuori dalla pista comune, e dopo una breve deviazione si lanciava di gran carriera.
	Ebbe paura l'Atride e gridava forte ad Antiloco: "Antiloco, tu guidi da pazzo! Via, trattieni i cavalli! Non vedi? Qui si fa stretta la strada. Passerai avanti fra un po', appena si allarga. Attento! Finisci col rovinare tutt'e due, urtandomi col carro."
	Cos diceva. Ma Antiloco cacciava avanti i cavalli ancor pi forte, incitandoli con la frusta. Pareva non sentire. Ed essi correvano per un buon tratto: la distanza che raggiunge il disco, quando lo tira un giovane robusto dall'alto della spalla, a provare la sua vigoria.
	Allora le cavalle dell'Atride restarono indietro: fu lui, l'eroe, che smise apposta di incitarle. Aveva paura che le pariglie si scontrassero nella strettoia, e facessero ribaltare i cocchi, e ruzzolassero gi anch'essi nella polvere, con la loro smania di vincere.
	E a lui diceva, insultandolo, il biondo Menelao: "Antiloco, non c' un altro, sulla terra, pi maledetto di te! E vai alla malora! Ti pensavamo sensato, sai, noi Achei: e non lo sei per niente! Ma no, neppure cos avrai un premio, senza prima un giuramento."
	Cos diceva. E grid ai suoi cavalli a gran voce: "Non rallentate, vi prego! Non state l avviliti! A quelli l si stancheranno piedi e ginocchi, ben prima che a voi! Tutt'e due, vedete, non hanno pi la giovinezza."
	Cos parlava. E loro intimoriti dal rimprovero del padrone accelerarono l'andatura, e in un momento si fecero accosto a quegli altri.
	Gli Argivi intanto sedevano tutti riuniti a guardare i cavalli: ed essi volavano sollevando la polvere per il piano. Ma il primo a distinguere la pariglia del vincitore fu Idomeneo, condottiero dei Cretesi. Si trovava fuori dalla cerchia degli spettatori, pi in alto degli altri, su di un poggio: e a udirne la voce a distanza e le grida, lo riconobbe. E poi ravvis il suo cavallo bellissimo, in testa: era baio in tutto il resto del corpo, ma sulla fronte aveva una macchia bianca, rotonda come la luna piena.
	Si metteva l in piedi e parlava agli Argivi: "Amici, condottieri e capi degli Argivi, sono io solo a scorgere i cavalli o li vedete anche voi? Sono altri, ora, quelli in testa, se non mi sbaglio: e un altro  l'auriga, mi pare. Hanno avuto certo qualche incidente, laggi nella pianura, le cavalle di prima, che nell'andare in l avevano un vantaggio. S, vi dico, poco fa le ho viste lanciarsi intorno alla meta, e adesso non riesco pi a scorgerle: eppure vado scrutando da ogni parte per la pianura di Troia. O gli son sfuggite, penso, all'auriga, le redini, o non ha potuto reggere le bestie, da bravo, intorno alla meta e non  riuscito a far la voltata. E lui, l,  caduto, son sicuro, e si  fracassato il carro: e le cavalle sono uscite di strada nella loro pazza furia. Su, guardate anche voi, l, in piedi! Io, sapete, non riesco a distinguere bene. Ecco, ho idea che sia l'eroe etolo! S, domina sulle genti di Argo!  il figlio di Tideo, il gagliardo Diomede!"
	Ma lo investiva villanamente il veloce Aiace d'Oileo: "Idomeneo, cosa vai blaterando? Al solito! Eccole l, in lontananza, le cavalle: sono loro che corrono di galoppo per la larga pianura. Tu, caro mio, te lo dico, non sei poi tanto giovane tra gli Argivi, e non hai pi la vista molto buona. Eppure ciarli sempre! Ecco, un chiacchierone sei, e non c' proprio bisogno. Ci sono anche altri, credi, pi in gamba di te. Le cavalle in testa sono le stesse di prima: quelle di Eumelo, s! Ed  lui che avanza sul carro tenendo le redini."
	E a lui rispondeva, su tutte le furie, il condottiero dei Cretesi: "Aiace, a insultare sei molto bravo tu, o mala lingua! Ma in tutto il resto sei da meno, tra gli Argivi! E hai un carattere impossibile. Via allora, scommettiamo un tripode o un lebete, e nominiamo come arbitro, di comune accordo, l'Atride Agamennone! Ci dir lui che pariglia  in testa. E cos vedi e paghi."
	Cos diceva. E subito si levava su il veloce Aiace d'Oileo a rispondergli indignato con parole violente. E certo il litigio andava ancora pi in l, se Achille non si fosse alzato a dire: "Non questionate pi ora, Aiace e Idomeneo, con tanto accanimento! Non sta bene, sapete, neanche tra gente comune. Anche voi ve la prendereste con un altro, se facesse cos. Via, state l ai vostri posti, e tenete gli occhi sui cavalli! Ecco, tra poco arriveranno qua smaniosi d vincere. E allora vedrete da voi quale pariglia  la prima e quale la seconda."
	Cos parlava. Ed ecco il Tidide arrivare quasi subito di gran corsa! Calava gi dall'alto della spalla, senza sosta, la frusta: e i destrieri si levavano in alto percorrendo di galoppo la via.
	Schizzi di polvere colpivano ogni momento l'auriga, e il carro rivestito di oro e di stagno correva dietro ai cavalli dai rapidi piedi. E non era sensibile l'impronta lasciata dal cerchio delle ruote nella fine polvere: tanto in fretta volavano.
	Si arrest, Diomede, in mezzo agli spettatori. Dal collo e dal petto dei cavalli colava sudore in abbondanza, a terra. Salt gi dal cocchio luccicante e appoggiava la frusta al giogo. Intanto il forte Stenelo non perse tempo, ma and a prendere alla svelta il premio: e affidava ai compagni orgogliosi la giovinetta e il tripode ansato, da portar via. Poi stacc i cavalli.
	Dopo arriv di corsa con la sua pariglia il Nelide Antiloco, precedendo Menelao grazie alla sua furberia e non di forza. Ma anche cos Menelao non aveva un gran distacco.
	Quale  la distanza di un cavallo dalla ruota, quando porta sul carro il suo padrone correndo pancia a terra per la pianura: i ciuffi della coda toccano il cerchione di ferro che gira vicinissimo, e non c' molto spazio di mezzo, in quel galoppare per il largo piano: cos Menelao restava indietro ad Antiloco.
	Veramente in principio era rimasto distanziato un bel tiro di disco: ma lo raggiungeva ben presto. Lo avvantaggi la foga gagliarda della cavalla d'Agamennone, di Ete dalla bella criniera. E se la corsa si fosse prolungata ancora un po', Menelao lo sorpassava di prepotenza.
	Veniva poi Merione, il prode compagno d'armi di Idomeneo, distaccato dal glorioso Menelao un tiro di lancia. Aveva cavalli molto lenti: e anche lui era ben poco abile nel guidare il cocchio in una gara.
	Il figlio di Admeto giunse proprio l'ultimo di tutti: tirava il suo magnifico carro e si mandava avanti i cavalli.
	A vederlo cos, ne ebbe piet il divino Achille dai piedi veloci, e l in piedi in mezzo agli Argivi diceva: "Ecco, arriva per ultimo il pi bravo! Via, diamogli un premio, come  giusto! Il secondo, s: il primo se lo porti pur via il figlio di Tideo!"
	Cos parlava: e loro approvavano tutti la sua proposta. E gli avrebbe senz'altro dato la cavalla dopo le acclamazioni degli Achei, se Antiloco, il figlio del magnanimo Nestore, non si levava in piedi a rispondere al Pelide Achille, con le sue buone ragioni. Diceva: "O Achille, mi arrabbier davvero con te, se fai questo. Tu vuoi, vedo, togliermi il premio, tenendo in considerazione che il suo carro e i suoi veloci cavalli hanno avuto un incidente, e lui cos ha perduto, pur valente com'. Ma doveva raccomandarsi agli dei! Non sarebbe allora giunto per ultimo nella corsa. Se poi hai compassione di lui e ti  caro, senti: tu tieni nella baracca molto oro, possiedi bronzo e pecore, non ti mancano schiave e cavalli di solida unghia. Ebbene, scegli l dentro un premio per lui, anche pi grande, e daglielo, un domani o magari subito, ora! Gli Achei ti loderanno. Ma la cavalla qua io non la dar! E si provi uno a prenderla, se ha voglia di venire alle mani con me!"
	Cos parlava. E sorrise il divino Achille dai piedi gagliardi: Antiloco gli piaceva, era del resto suo amico. E a lui rispondendo diceva: "Antiloco, tu mi suggerisci di dare, a parte, qualcos'altro di mio ad Eumelo: ebbene, s, lo far. Voglio regalargli la corazza che tolsi ad Asteropeo:  tutta di bronzo, vi gira all'intorno un bordo di lucido stagno. Avr per lui, sono certo, un valore."
	Disse: e diede l'ordine al suo compagno Automedonte di andarla a prendere nella baracca. E questi andava e gliela port. E Achille la mise in mano ad Eumelo, che la ricevette con gioia.
	E tra loro si alz l in mezzo anche Menelao: era tutto addolorato e vivamente in collera con Antiloco. L'araldo allora gli porgeva lo scettro, e comand agli Achei di far silenzio. Ed egli quindi parlava, l'eroe pari a un dio. Diceva: "Antiloco, un giorno avevi la testa a posto! Ma che tiro mi hai giocato? Ecco, mi hai coperto di disonore, con l'abilit che ho io: hai tagliato la strada ai miei cavalli, cacciandoti avanti con i tuoi che erano, senza dubbio, da meno. Ma via, condottieri e capi degli Argivi, giudicate voi, in modo imparziale, fra noi due, senza partigianeria! Non vorrei che qualcuno degli Achei dicesse: "Menelao l'ha spuntata su Antiloco con le sue fandonie, e se ne va portandosi via la cavalla. Aveva, sapete, una pariglia molto meno buona: ma lui conta di pi per valore e per forza." Ebbene, allora la proporr io una soluzione, e nessuno degli Achei, penso, mi dar contro: sar, vedrete, giusta. Su, Antiloco, vieni qua! Mettiti, come vuole la tradizione, in piedi davanti alla tua pariglia e al cocchio, e tieni in mano la frusta pieghevole con cui incitavi le bestie poco fa! E giura, toccando i cavalli, in nome dell'Ennosigeo, lo Sposo della Terra, che non hai fatto apposta, da sleale, a tagliarmi la strada!"
	E a lui rispondeva Antiloco, da persona di buon senso: "Stai calmo, su, ora! Vedi, io sono molto pi giovane di te, o sovrano Menelao, e tu sei pi anziano e pi valente. Lo sai come sono le bravate dei giovani: pi impulsivo, credi,  in loro l'animo, ma scarso il cervello. Cos ora abbi pazienza! Ecco, intendo darti, di mia volont, la cavalla che ho vinto. E se pretendi in pi qualcos'altro di mio, son disposto senz'altro a dartelo subito, piuttosto che caderti per sempre dal cuore, o discendente di Zeus, ed essere un mascalzone al cospetto degli dei."
	Disse, e conduceva, il figlio del magnanimo Nestore, la cavalla da Menelao e gliela consegnava. Allora ebbe ristoro il cuore di lui: proprio come fa la rugiada sulle spighe, al crescere delle messi, quando i campi sono tutti irti. Appunto cos, o Menelao, ti si rasseren l'animo in petto!
	E a lui rivolgeva parole: "Antiloco, ecco, ora sono io che voglio lasciar perdere ogni ripicca. S, lo so, non eri prima uno sventato n un prepotente. E oggi, si vede, la giovent ti ha dato alla testa. Un'altra volta per evita di ricorrere a scorrettezze con chi  pi bravo! Te lo dico: un altro, tra gli Achei, non mi avrebbe rabbonito cos presto. Ma tu, non lo dimentico, hai molto sofferto e molto penato per causa mia, come anche il padre tuo valoroso e il fratello. Perci intendo arrendermi alle tue preghiere, e voglio cederti pure la cavalla, per quanto sia mia. Cos vedranno anche loro che io non sono arrogante e puntiglioso."
	Disse, e diede la cavalla da menar via a Noemone, compagno di Antiloco: e lui prese il lebete tutto lustro.
	Merione, quarto in ordine di arrivo, si prendeva i due talenti d'oro.
	Restava il quinto premio, la coppa a due manichi. E Achille andava a portarla, attraversando l'assembramento degli Argivi, a Nestore, e gli diceva l davanti: "Te', ora, e tienla cara, o vecchio! E sia un ricordo dei funerali di Patroclo! Purtroppo lui, qui, non lo vedrai pi tra gli Argivi. Ti do questo premio, cos, fuori gara. Tu non puoi, lo so bene, scontrarti a pugni o far la lotta, n partecipare alla gara di giavellotto n alla corsa. Ormai, lo senti, ti sta addosso l'ingrata vecchiaia."
	Cos parlava e gli metteva la coppa tra le mani. E lui la prese con gioia, gli rivolgeva parole: "S, proprio, o figlio, hai detto bene. Non ho pi, lo so, i piedi saldi, o caro, n le braccia misi muovono agili dalle spalle qui. Oh, fossi giovane ancora e avessi intatte le mie forze, come quando gli Epei seppellivano il loro re Amarinceo, a Buprasio, e i suoi figli misero in palio premi in suo onore. Allora nessuno mi uguagli, n tra gli Epei, n tra i Pili stessi o i coraggiosi Etoli. Nel pugilato battevo Clitomede, figlio di Enope: nella lotta poi Anceo da Pleurone, che si lev a incontrarmi. Ificlo, sai, lo vinsi nella corsa, ed era tanto bravo: nel lancio dell'asta superai Fileo e Polidoro. Solo nella gara dei carri mi sorpassavano gli Attoridi: e fu il numero a dargli vantaggio. Volevano vincere ad ogni costo: rimanevano l i premi pi importanti. Loro, vedi, erano in due. E uno guidava in continuazione: s, dico, reggeva le redini di continuo: e l'altro non faceva che frustare. Cos ero una volta! Ora tocca a i giovani affrontare imprese del genere. Io devo arrendermi ai guai della vecchiaia, mentre a quel tempo mi mettevo in luce fra gli eroi. Ma vai e rendi onore con altre gare al tuo compagno! Il dono qui io lo prendo volentieri, e sono felice che ti ricordi sempre di me e del bene che ti voglio: e non ti dimentichi mai dell'onore che mi spetta tra gli Argivi. Di questa attenzione per me ti diano gli dei larga ricompensa!"
	Cos diceva. E il Pelide se n'andava attraverso il fitto assembramento degli Achei, dopo aver ascoltato tutto il discorso di lode del Nelide.
	Subito dopo present i premi per la dura lotta a pugni. Menava l una mula resistente alla fatica, e la leg nello spiazzo: era selvatica ancora, di sei anni, quando  cos difficile da domare. E per il vinto poi offriva una coppa a due manichi.
	Si metteva l in piedi e parlava tra gli Argivi: "Atride e voi altri Achei: ecco qui i premi! Invitiamo due dei pi bravi a battersi al pugilato con forza e tenacia. E chi si vedr concessa da Apollo la vittoria per concorde giudizio degli spettatori, se ne torni pure con la mula alla sua capanna. Chi invece perde, si porter via la coppa a due manichi!"
	Cos parlava. E immediatamente si lev un uomo gagliardo e grosso di corporatura, un vero maestro nel pugilato: era Epeo, figlio di Panopeo. Palpava la mula paziente alle fatiche, e disse a gran voce: "Venga avanti chi vuol prendersi la coppa a due manichi! Ma la mula, vi avviso, nessun altro degli Achei se la porter via con una vittoria qui ai pugni. Gi lo sapete, sono il pi forte e me ne vanto! O non basta che valga poco in battaglia? N d'altronde era davvero possibile che uno riuscisse bravo in ogni genere di lotta. Ecco, una cosa voglio dire, e si avverer, state certi! Al primo scontro gli lacerer la pelle, gli fracasser le ossa. E perci i suoi amici rimangano qua riuniti insieme, pronti a portarlo via, appena lo butto a terra a furia di pugni!"
	Cos parlava: e tutti restarono muti, in silenzio.
	Solo Eurialo si lev a incontrarlo, l'eroe pari a un dio: era figlio di Mecisteo, il sovrano Talaionide, che un giorno era andato a Tebe per le onoranze funebri di Edipo caduto in battaglia, e l vinceva tutti i Cadmei. Dattorno a lui si affaccendava il Tidide, rinomato scagliatore di lancia, e gli faceva coraggio: gli augurava di tutto cuore la vittoria. Dapprima gli mise intorno alla vita il cinto, poi gli porse le corregge, ben ritagliate da una pelle di bue selvaggio.
	Con la cintura cos, i due avanzarono in mezzo al campo: di fronte l'uno all'altro levavano le robuste braccia insieme, e si scontrarono con uno scambio di pugni pesanti. Orrendo allora si fece lo scricchiolare delle mascelle, il sudore gli colava dappertutto dai corpi. Ma il grande Epeo diede un balzo in avanti e lo percosse, sorprendendo la sua guardia, alla guancia. E allora Eurialo non riusc a stare pi in piedi: subito crollarono le sue splendide membra.
	Come quando per il levarsi delle onde, al soffiare di Borea,  sbattuto un pesce sulla spiaggia piena di alghe, e lo travolge l'onda oscura: cos a quel colpo Eurialo sbalzo via. Ma il magnanimo Epeo lo prendeva per le braccia e lo drizzava in piedi. Allora i suoi compagni gli si misero intorno, e lo conducevano attraverso il campo: trascinava i piedi, sputava denso sangue, ciondolava la testa di qua e di l. Lo posero a sedere in mezzo a loro, senza pi conoscenza, e andavano a ritirargli la coppa a due manichi.
	Il Pelide subito dopo fece deporre l davanti, sotto gli occhi dei Danai, altri premi, quelli per la terza gara, la lotta dolorosa: per il vincitore un grande tripode da mettere sul fuoco, che gli Achei stimavano fra s del valore di dodici buoi. E per il vinto men l in mezzo una donna: sapeva fare molti lavori, la valutavano quattro buoi.
	Poi in piedi parlava tra gli Argivi: "Su, avanti ora due di voi a provarsi in questa gara!"
	Cos diceva. E allora si lev il robusto Aiace Telamonio, e sorse pure l'accorto Odisseo, che sapeva ogni malizia.
	Si misero i cinti intorno alla vita e avanzarono in mezzo al campo. Si afferrarono l'un l'altro per le braccia con le mani vigorose: davano l'idea di travi disposte a capriata, che un bravo carpentiere stringe insieme sopra un'alta casa per vincere gli urti dei venti.
	Scricchiolavano le schiene sotto le forti mani per i duri strattoni, colava il molle sudore: saltavano fuori per i fianchi e le spalle numerosi lividi, rossi di sangue. Ma loro l, senza mai tregua, cercavano di vincere e guadagnare cos il tripode di fine fattura.
	N Odisseo aveva la forza di smuovere l'avversario e buttarlo a terra, n ci riusciva Aiace: gli resisteva la gagliarda vigoria di Odisseo.
	Ma quando ormai venivano annoiando gli Achei dai buoni schinieri, allora gli disse il grande Aiace Telamonio: "Odisseo, o tu sollevi me o io te. Poi sar come Zeus vorr!"
	Cos parlava e lo lev da terra. Ma Odisseo ricorse pronto all'inganno: lo colp di dietro, in pieno, al polpaccio, e gli stronc le gambe. Lo fece cos crollare all'indietro: e lui gli cadde addosso, sopra il petto. Gli spettatori guardavano con stupore.
	A sua volta il paziente divino Odisseo cercava di sollevarlo. Lo smosse un momento da terra senza successo, e pieg le ginocchia. Precipitarono gi al suolo, tutt'e due avvinghiati, e si sporcarono di polvere. E certamente sarebbero saltati su a lottare per la terza volta, se non si alzava Achille a trattenerli. Diceva: "Mollate le prese e non pestatevi pi con duri colpi! Avete vinto tutt'e due. Prendetevi premi uguali, e andate! Cos potranno gareggiare anche altri."
	Cos parlava: ed essi gli davano retta e ubbidivano. Si ripulivano della polvere e indossavano le loro tuniche.
	Il Pelide poi stabiliva altri premi: erano per la gara di velocit.
	C'era un cratere d'argento, di squisita fattura: conteneva sei misure ma per la bellezza non aveva l'eguale su tutta la terra. L'avevano lavorato con eleganza artigiani di Sidone, e commercianti fenici lo portavano su per il mare nebbioso, e lo esponevano nei porti. Alla fine lo regalavano a Toante. Poi suo nipote Euneo, figlio di Giasone, l'aveva dato all'eroe Patroclo per riscattare Licaone, il figliolo di Priamo. E allora Achille, in onore del suo compagno, lo mise l, come premio, per chi riusciva il pi agile nella corsa a piedi. Al secondo arrivato dava un bue corpulento e bel grasso: e quale ultimo premio, pose un mezzo talento d'oro.
	Si metteva l in piedi e parlava tra gli Argivi: "Su, avanti ora chi vuole provarsi in questa gara!"
	Cos diceva. E subito si lev il veloce Aiace d'Oileo, si presentavano il saggio Odisseo e poi il figlio di Nestore, Antiloco. Questi batteva a piedi tutti i giovani.
	Si misero in fila, l'uno accanto all'altro. Achille gli indic la meta.
	Fin dalla partenza la loro corsa fu rapidissima. Subito allora si portava avanti il figlio di Oileo: gli scattava dietro Odisseo mettendoglisi a ridosso: proprio come  vicino al petto di una donna dalla bella cintura la spola, quando lei con abili mani la trae a s tirando il filo dalla trama. Accosto cos correva Odisseo, e standogli alle spalle calcava le sue orme, prima che la polvere si diffondesse intorno, e gli veniva rovesciando sulla testa il fiato.
	Si moveva sempre velocissimo: e lo acclamavano tutti gli Achei in quel suo sforzo per vincere, e l'incitavano ad andar pi forte.
	Ma quando gi compivano l'ultimo tratto di pista, subito Odisseo rivolgeva in cuor suo una preghiera ad Atena dagli occhi lucenti: "Ascoltami, o dea! Vieni benevola in soccorso, dammi forza alle gambe!"
	Cos diceva pregando, e lo esaud Pallade Atena: agili gli rese le membra, i piedi e le mani.
	Ecco, stavano proprio, da un momento all'altro, per arrivare con un guizzo finale ai premi, quando Aiace diede uno scivolone: fu Atena a farlo sdrucciolare. C'era l, sparso per terra, del letame di buoi uccisi tra alti muggiti: li aveva ammazzati Achille in onore di Patroclo.
	E cos Aiace si riemp di bovina la bocca e le narici!
	Il cratere allora se lo prendeva su il tenace divino Odisseo, come primo arrivato: e l'altro, lo splendido Aiace, si ebbe il bue.
	In piedi l, teneva per le corna la bestia selvaggia e continuava a sputare sterco. Poi parl tra gli Argivi: "Maledizione! S, son sicuro, m'intralci i piedi la dea! Gi da un bel pezzo ella assiste Odisseo come una madre e gli viene in aiuto."
	Cos diceva. E loro l ridevano di lui, tutti, di gusto.
	Antiloco infine si portava via l'ultimo premio con un sorriso, e parlava in mezzo agli Argivi: "Lo sapete gi tutti, amici, ma ve lo voglio dire lo stesso. Ecco, anche oggi gli dei immortali danno onore agli anziani. Vedete, Aiace  di poco pi avanti di me con gli anni: ma lui qui  di un'altra generazione, di altri tempi!  un vecchio, come si dice, ancora crudo, verde. Ed  un'impresa per gli Achei gareggiare con lui nella corsa, tranne che per Achille."
	Cos diceva rendendo onore al Pelide dai rapidi piedi. E a lui Achille rispondeva: "Antiloco, non sar fiato sprecato la tua lode. Ecco, ti voglio aggiungere un altro mezzo talento d'oro."
	Cos disse e glielo metteva tra le mani: lui lo prese tutto contento.
	Poi il Pelide andava a deporre nel mezzo del campo una lancia dalla lunga ombra, uno scudo e un elmo. Erano le armi di Sarpedone, che Patroclo gli aveva tolte.
	E di l in piedi parl tra gli Argivi: "Ecco qui i premi. Invitiamo due dei pi valorosi a vestire l'armatura, a impugnare l'asta dalla punta di bronzo, e a misurarsi, l'uno contro l'altro, in duello davanti alla folla degli spettatori. Chi tocca l'avversario in un affondo per primo e gli sfiora la carne attraverso le armi, a sangue, ecco, gli dar questa spada dalle borchie d'argento.  magnifica, della Tracia: la tolsi ad Asteropeo. Le armi invece qui a terra, se le porteranno via tutt'e due in comune. In loro onore poi offriremo un buon banchetto nella nostra baracca."
	Cos parlava. E allora si alz il grosso Aiace Telamonio, e sorgeva in piedi il Tidide, Diomede il gagliardo.
	Dopo che essi, da una parte e dall'altra degli spettatori, si furono armati, avanzavano insieme l in mezzo, impazienti di battersi. Avevano una guardatura fiera. Lo stupore invase tutti gli Achei.
	Quando furono ben sotto movendo l'uno contro l'altro, per tre volte si lanciarono all'assalto, per tre volte si azzuffarono.
	Allora Aiace colp il rivale nello scudo rotondo, ben equilibrato da ogni parte, ma non giungeva alle carni: lo protesse, all'interno, la corazza.
	A sua volta il Tidide mirava, con la punta della lancia luccicante, al di sopra del grande scudo, sempre al collo. E allora gli Achei ebbero paura per Aiace, e imposero loro di smettere e di prendersi premi uguali.
	Il guerriero Achille per diede al Tidide la grossa spada: gliela porgeva con la sua guaina e la cinghia di cuoio ben tagliato.
	Poi il Pelide mise l un disco massiccio: lo soleva lanciare un tempo il gagliardo Eezione. Ma poi Achille l'ammazz, e si portava via sulla nave, con le altre prede, quella massa di ferro.
	Ecco, in piedi parlava in mezzo agli Argivi: "Su, avanti chi ha voglia di provarsi in questa gara! Vedete, anche se uno possiede campi molto alla larga, ne avr qui, di ferro, per cinque anni interi: e, vi assicuro, in caso di bisogno, non dovr il pastore o il contadino recarsi fino alla citt, ma sar lui a rifornirli."
	Cos parlava. E allora si lev l'intrepido Polipete: si alzavano il fortissimo Leonteo simile a un dio, e Aiace Telamonio e il grande Epeo.
	Si mettevano in fila. Prese la palla di ferro il divino Epeo: la roteava e la butt via. Tutti gli Achei scoppiarono in una risata.
	Quindi la lanciava Leonteo, il bellicoso rampollo di Ares. E a sua volta poi la scagli il grosso Aiace Telamonio con il braccio vigoroso, e sorpassava i segni degli altri.
	Ma quando lo prese, quel disco, l'intrepido Polipete, ecco, oltrepass l'intera cerchia degli spettatori: e loro mandarono un urlo. Era la distanza che raggiunge un mandriano tirando il suo bastone, ed esso vola rigirandosi sopra le vacche dell'armento.
	Si alzavano in piedi i compagni del robusto Polipete, e trasportavano alle concave navi il premio del loro principe.
	Poi Achille metteva in palio, per gli arcieri, del ferro dai riflessi violacei: erano dieci bipenni e dieci scuri a un taglio solo.
	Fece rizzare l'albero di una nave dalla prora azzurra, a distanza, sulla sabbia, e in cima vi faceva legare con una cordicella sottile una trepida colomba, per un piede. Ad essa appunto invitava a tirare. Disse: "Chi colpisce la colomba, si prenda e porti via alla sua capanna tutte le bipenni! Chi invece coglie la fune sbagliando il bersaglio - meno bravo, lo ammettete - ecco, lui si porter via le scuri."
	Cos diceva. E allora si lev il forte sovrano Teucro: si levava Merione, il prode compagno d'armi d'Idomeneo.
	Prendevano le sorti e le agitavano dentro un elmo di bronzo. Tocc, a tirare, per primo a Teucro. E lui immediatamente scoccava con forza la freccia: ma non fece voto di compiere ad Apollo sovrano uno splendido sacrificio di agnelli primogeniti. E cos non raggiunse il bersaglio: il dio gli neg il successo. Colpiva invece la cordicella vicino alla zampa, dove era legato l'uccello.
	L'acuto dardo recise netta la fune: e allora la colomba spiccava il volo verso il cielo, mentre la cordicella penzol gi a terra. Levavano un grido gli Achei.
	In fretta Merione strapp di mano a Teucro l'arco: la freccia la teneva pronta da un po', mentre l'altro mirava. Subito promise ad Apollo arciere di sacrificargli una magnifica ecatombe di agnelli primogeniti.
	In alto, sotto le nuvole, vide la tremante colomba. E l, mentre volteggiava, la colp in pieno, sotto un'ala.
	Il dardo pass da parte a parte, e venne di nuovo a terra, a piantarsi ai piedi di Merione. L'uccello invece finiva col posarsi sulla punta dell'albero, e spenzolava gi il collo sbattendo fitto le ali.
	Ma ben presto il soffio vitale vol via dal corpo: e la bestiola croll l lontano. La gente stava a guardare con stupore.
	Cos Merione si prese le dieci bipenni, e Teucro portava alle concave navi le scuri.
	Poi il Pelide andava a deporre, nel mezzo del campo, una lancia dalla lunga ombra e un lebete nuovo, tutto sbalzato a fiorami, del valore di un bue.
	Subito si fecero avanti i tiratori di giavellotto: uno era l'Atride, il sovrano Agamennone dall'ampio potere, e l'altro Merione, il valoroso compagno d'armi d'Idomeneo.
	Ma fra loro diceva il divino Achille dai piedi veloci: "Atride! Vedi, sappiamo bene quanto sei superiore a tutti, e come non hai rivali per potenza di tiri. Prendi allora il premio qui e fa' ritorno alle navi! E a Merione daremo la lancia, se ti va.  una semplice proposta, credi, la mia." Cos diceva. E acconsent Agamennone, signore di guerrieri.
	Achille dava a Merione la lancia di bronzo: ed Agamennone consegnava il bellissimo premio all'araldo Taltibio.

/:/LIBRO XXIV



	L'assembramento si sciolse: si disperdevano i combattenti avviandosi, a gruppi, alle celeri navi. Poi pensavano alla cena e a godersi il dolce sonno.
	Intanto Achille non faceva che piangere a ricordar il caro compagno, e non lo prendeva il sonno che pure tutto doma, ma si rivoltava di qua e di l. Rimpiangeva, di Patroclo, la forza virile e la gagliarda energia: e quante imprese aveva affrontato con lui, e quanti dolori aveva patito, passando attraverso battaglie di uomini e traversie di mare! A tali ricordi si scioglieva in lacrime a lungo: ed ora si metteva a giacere sul fianco, ora invece supino ed ora bocconi. Alla fine balzava in piedi, e si aggirava, fuor di s, sulla spiaggia del mare.
	Mai gli sfuggiva l'apparizione dell'aurora sulla distesa delle acque e sui lidi: ma subito aggiogava i veloci cavalli al carro, vi legava dietro, alla cassa, il corpo di Ettore, e lo veniva trascinando intorno al tumulo del figlio di Menezio tre volte.
	Poi tornava ancora a riposarsi nella baracca, lasciando l il cadavere nella polvere, disteso, a faccia in gi.
	Ma Apollo gli teneva lontano ogni bruttura, per piet dell'eroe pur nella morte: e lo copriva tutto con la sua egida d'oro, non voleva che Achille lo scorticasse a trascinarlo.
	Cos lui l oltraggiava il divino Ettore, nella sua furia: e gli dei beati stavano a guardare, e ne avevano compassione. E andavano incitando l'Argicida dal vigile sguardo a rapire la salma.
	Piaceva allora l'idea agli altri tutti: non ad Era per, n a Posidone, e neanche alla vergine dagli occhi lucenti. Essi persistevano, come prima, nel loro odio contro la sacra Ilio, e contro Priamo e il suo popolo, per via dell'accecamento di Alessandro. Aveva, questi, offeso le dee, il giorno che si erano recate alla sua stalla, e lui lodava quella che gli procur la tormentosa lussuria.
	Ma quando finalmente arriv l'aurora del dodicesimo giorno, ecco che Febo Apollo parlava tra gli immortali: "Crudeli siete, voi dei, perfidi! Non vi bruciava, Ettore, una volta, cosce di buoi e di pecore senza difetti? Ed ora che lui  morto, non vi siete dati la briga di salvarlo per la sua sposa - che se lo guardi e per la madre e suo figlio, e per il padre Priamo e il popolo tutto. Cos loro l potrebbero bruciarlo immediatamente sulla pira, e rendergli gli onori funebri. Voi invece, ecco, preferite tenere per quel funesto Achille che non ha pi la testa a posto n cuore, ma  selvaggio e feroce come un leone. S, sembra il leone che ubbidisce solo alla forza bruta e al suo istinto temerario, e assalta le greggi degli uomini per procurarsi il pasto. Proprio cos  Achille: ha smarrito ogni senso di piet e non ha pi ritegno. Certo, pu capitare che uno perda una persona molto cara: un fratello, ad esempio, o anche un figlio. Eppure, vedete, quando ha ben pianto e sospirato, si mette il cuore in pace. Le dee del destino hanno dato, lo sapete, agli uomini, un animo capace di sopportare la sventura. Ma lui qui, dopo che ha tolto la vita, al divino Ettore, lo lega di continuo al cocchio, e lo va trascinando intorno al sepolcro del suo compagno. E questo non gli reca n onore n vantaggio alcuno. S,  un valoroso: ma stia bene in guardia! Ci possiamo adirare, noi dei. Terra insensibile ormai, dovete ammettere, quella che oltraggia nella sua furia."
	E a lui rispondeva, in collera, la dea dalle bianche braccia, Era: "Le tue ragioni qui, o dio dall'arco d'argento, posson anche essere valide, se voi volete proprio concedere ad Achille e a Ettore un uguale onore! Ma Ettore  un semplice mortale, ha succhiato mammella di donna: Achille invece  figlio di una dea. Sono stata io ad allevarla tra mille cure, e l'ho data in sposa a un eroe - a Peleo, s, che era molto caro agli immortali. E voi prendeste parte tutti, o dei, alle nozze. E c'eri anche tu al banchetto, l tra loro, con la cetra in mano, o amico dei vigliacchi, sempre sleale!"
	E a lei replicava Zeus, l'adunatore dei nembi: "Era, non inveire con tanta rabbia contro gli dei! Non avranno certo lo stesso onore, sta' pur sicura. Per anche Ettore era molto caro agli dei, tra i mortali che sono in Ilio. E cos era per me, non lo nego. Non trascurava mai, vedete, le sue offerte. Mai una volta, ci tengo a dirlo, l'altare mi manc della parte giusta del sacrificio, della libagione e del fumo di carne arrostita.  questo, o sapete, l'onore che noi avemmo in sorte. Ma via, lasciamo perdere l'idea - e del resto non  neppure possibile, di nascosto ad Achille - di rubare l'ardito Ettore. Sempre, capite, sua madre va da lui, di giorno come di notte. Via, e se qualcuno degli dei mi volesse chiamare qui Tetide? Ho da dirle una parola saggia: prenda Achille i doni da Priamo e rilasci Ettore."
	Cos parlava. E a recare il messaggio si lev Iride dai piedi di procella.
	In mezzo l tra Samo e Imbro rocciosa, balz dentro il mare oscuro: e ne risonava la distesa delle acque.
	Cal rapida verso il fondo: come fa la pallina di piombo attaccata ad un corno di bue selvatico, quando va a portar la morte ai pesci voraci.
	Trovava Tetide in un'ampia grotta: e tutt'intorno le sedevano, in gruppo, le dee marine. E lei in mezzo a loro lamentava la sorte del figlio suo irreprensibile, che le doveva morire nella terra di Troia dalle larghe zolle, lontano dalla patria.
	Le si metteva vicino, Iride dai celeri piedi, e disse: "Su, Tetide! Ti chiama Zeus, il dio degli eterni disegni."
	E a lei rispondeva allora la dea Tetide dal piede d'argento: "Come mai mi vuole l il grande dio? Non me la sento d'incontrarmi con gli immortali: ho, sai, tante pene in cuore. Ad ogni modo verr. Non deve restar inascoltata la parola che dice."
	Cos parlava. E prese, la divina tra le dee, un velo scuro: non c'era veste pi nera di quello.
	Si mosse per andare: la precedeva Iride veloce, dai piedi di vento. Davanti a loro si ritraeva l'onda del mare.
	Salivano sulla spiaggia e si lanciavano verso il cielo. Qui trovarono il Cronide dall'ampia voce di tuono: e, intorno, tutti gli altri sedevano in gruppo, i beati dei sempiterni.
	Si pose, ella, a sedere accanto a Zeus padre: le aveva ceduto il posto Atena.
	Era allora le mise in mano una bella coppa d'oro, e le rivolse parole di conforto: Tetide beveva e gliela porse. E fra loro prese a dire il padre degli uomini e degli dei: "Sei venuta dunque all'Olimpo, o dea Tetide, anche se ti  una pena - con quel dolore folle che hai dentro. Lo so bene. Ma pure devo dirti perch ti ho chiamata qui. Ecco, son nove giorni ormai che  sorta, tra gli immortali, una contesa a proposito del cadavere d'Ettore e a proposito di Achille distruttore di citt: e vanno incitando l'Argicida a rapire la salma. Ma io, l'intero onore, in questa faccenda, lo riservo ad Achille: intendo, da parte tua, mantenermi, un domani, il rispetto e l'amicizia. Presto, su, vai al campo e avverti tuo figlio: digli che gli dei ce l'hanno con lui, e che io sono in collera pi di tutti gli altri. S, nella sua follia trattiene ancora Ettore presso le navi e non lo rilascia. Voglio vedere se ha timore di me e concede il riscatto della salma! Io poi, da parte mia, mander Iride da Priamo, a dirgli di recarsi tra le navi degli Achei a riscattare il figlio, e di portar ad Achille tanti doni da placarlo."
	Cos parlava: e prontamente ubbid la dea Tetide dal piede d'argento. Scese gi dalle vette dell'Olimpo in un volo, e giunse all'alloggio di suo figlio.
	Lo trov l in pianto e in singhiozzi. Dattorno a lui i suoi compagni erano tutti in faccende, e preparavano il pasto del mattino. Avevano sgozzato nella baracca una grossa pecora villosa.
	E lei gli si metteva a sedere accanto, l'augusta madre. Lo carezz con la mano, gli si rivolgeva e disse: "Figlio mio, fino a quando, tra sospiri e pene, ti mangerai il cuore? Ecco, non pensi pi a prendere i tuoi pasti n ad andare a letto.  dolce, lo sai, unirsi in amore con una donna. Tu, vedi, non mi vivrai a lungo, ma gi ti sta da presso la morte e il destino inesorabile. Via, ascoltami ora: sono messaggera di Zeus. Dice che gli dei ce l'hanno con te, e lui pi di tutti gli altri  in collera, perch nella tua follia trattieni ancora Ettore presso le navi e non lo rilasci. Su, allora, restituiscilo, e accetta il riscatto per il cadavere!"
	E a lei rispondeva Achille dai piedi veloci: "Vada pure cos! Porti qualcuno i doni del riscatto e si meni via la salma, se proprio Zeus Olimpio lo vuole con decisa fermezza." Cos loro l, madre e figlio, nell'accampamento delle navi si scambiavano a lungo ancora parole.
	Intanto il Cronide inviava Iride dentro la sacra Ilio. Le diceva: "Vai, su, Iride: lascia la sede dell'Olimpo! Porta a Priamo dentro ad Ilio questo messaggio: vada alle navi degli Achei a riscattare suo figlio, e rechi ad Achille tanti doni da placarlo. Ma da solo, mi raccomando: nessun altro dei Troiani ha da andar con lui. Lo deve accompagnare un araldo anziano, a reggergli le mule col carro e a riportar poi, di ritorno, il cadavere in citt. E non pensi di andar incontro alla morte, e non abbia paura! Vedi, gli daremo una buona scorta, l'Argicida, che lo condurr fino alla baracca di Achille. E una volta l dentro, lui non l'uccider, e impedir a tutti gli altri di farlo. Non  poi, credi, cos insensato, cieco ed empio, ma lo risparmier trattandolo con ogni riguardo -  un supplice."
	Cos parlava: e si lev Iride dai piedi di procella a recare il messaggio.
	Giunse alla reggia di Priamo e vi trov grida e lamenti. I figli intorno al padre sedevano dentro il cortile, e bagnavano le vesti di lacrime. E in mezzo a loro il vecchio stava tutto ravviluppato e stretto dentro il mantello: aveva sul capo e sul collo molta sozzura, da ogni parte. Si era, s, rotolato a terra e l'aveva raccolta con le proprie mani. E per le stanze del palazzo piangevano le figlie e le nuore, al ricordo dei tanti prodi che erano caduti perdendo la vita sotto le braccia degli Argivi.
	Si mise accanto a Priamo, la messaggera di Zeus, e gli parlava a bassa voce. Il tremito afferr il vecchio alle gambe.
	Disse: "Fatti coraggio, o Dardanide Priamo, e non aver paura! Non vengo qui, credimi, ad annunziarti altri guai, ma per il tuo bene. Sono messaggera di Zeus, che pur a distanza si prende molta cura di te e ti compiange. Ecco, l'Olimpio ti ordina di andar a riscattare il grande Ettore, e di portar ad Achille tanti doni da placarlo. Vai da solo, mi raccomando: nessun altro dei Troiani ha da venir con te. Ti deve accompagnare un araldo anziano, a reggerti le mule con il carro e a riportar poi, di ritorno, la salma in citt. E non pensar di trovare la morte, e non temere! Una buona scorta, sai, l'Argicida, verr con te, e ti condurr fino alla baracca di Achille. E una volta l dentro, lui non ti uccider e impedir a tutti gli altri di farlo. Non  poi, credi, tanto insensato, cieco ed empio, ma ti risparmier trattandoti con ogni riguardo: sei un supplice."
	Cos ella diceva, la dea Iride dai celeri piedi, e se ne and via.
	Allora Priamo ordinava ai figli di preparare un carro di buone ruote, per muli, e di legarvi sopra la cesta.
	Lui poi discese alla stanza del tesoro, tutta odorosa: era in legno di cedro, dal soffitto alto, e conteneva molti oggetti preziosi.
	Chiam l dentro la moglie Ecuba e disse: "Povera mia cara, senti, mi  venuto da parte di Zeus un messaggio dell'Olimpo: vuole che vada alle navi degli Achei a riscattare il figlio, e porti ad Achille tanti doni da placano. Ma tu, di', cosa ne pensi? Io, per me, ti confesso, sento una grande voglia di recarmi l tra le navi, dentro il campo degli Achei."
	Cos parlava. E la donna lev un grido di lamento, e rispondeva: "Ohim, dove mai  andato a finire, dimmi, il tuo buon senso che ti rendeva famoso, in passato, fra le genti straniere e i sudditi? Cosa ti salta in mente di presentarti tra le navi degli Achei, da solo, davanti agli occhi di quel guerriero che ti ha ucciso tanti valorosi figlioli? Hai proprio un cuore di ferro! Se ti avr tra le mani, credimi, e ti poser addosso lo sguardo, feroce e sleale com' lui, non avr piet n riguardo alcuno di te. Ma stiamocene a casa ora, a piangerlo di lontano! Era destino cos, si vede! Un destino inesorabile ha voluto per lui, alla sua nascita - quando io lo misi al mondo - che avesse a sfamare agili cani lontano dai suoi genitori, accanto l a un uomo brutale. Oh, se potessi azzannargli il fegato nel mezzo e divorarlo! Sarebbe allora la giusta vendetta del figlio mio! S, lo sai, lui l'ha trucidato - e non era un vile, ma a pi fermo difendeva i Troiani e le donne troiane, senza pensare alla fuga o a mettersi in salvo."
	E a lei rispose il vecchio Priamo, simile a un dio: "No, son deciso ad andare, non trattenermi! E non essere, proprio tu, l'uccello del malaugurio qui in casa!  inutile che tu insista. Vedi, se me l'avesse detto un altro qualsiasi qui in terra - un indovino ad esempio, che scruta le vittime nei sacrifici, o un sacerdote - potremmo allora pensare a un imbroglio, e ce ne guarderemmo bene. Ora invece, credi, l'ho sentita io, con le mie orecchie, la dea, e me la son vista davanti. E cos andr: non rimarr inascoltata la sua parola. E se poi  destino che debba morire presso le navi degli Achei, eccomi pronto. Subito, s, mi auguro che Achille mi ammazzi, ma con mio figlio stretto tra le braccia: mi sar cavata la voglia di piangere."
	Disse, e gi apriva i bei coperchi delle casse. Ne tir fuori dodici magnifici pepli, e dodici mantelli semplici, e altrettante coperte di lana, e altrettanti manti leggeri di lino, e oltre a questi altrettante tuniche. Pesava i talenti d'oro, dieci in tutto, e li metteva da parte: poi prendeva fuori due lucidi tripodi e quattro lebeti, e anche una coppa bellissima. Gliel'avevano data i Traci, al suo arrivo da loro a capo di un'ambasceria: ed era un grande dono. S, neanche quella volle tenersi, il vecchio, in casa, tanto era ansioso di liberare suo figlio.
	Poi l, tutti quei Troiani li scacciava dal portico investendoli con dure parole: "Via, via, andate alla malora, svergognati seccatori! Non avete anche voi da piangere a casa vostra, che siete venuti qui a disturbarmi? O  ancora poco per voi che Zeus Cronide mi abbia dato il dolore di perdere il figlio pi prode? Ma ve ne accorgerete anche voi! Sar ben pi facile, ve lo dico, per gli Achei massacrarvi ora che lui  morto. Oh, quanto a me, prima di vedere sotto i miei occhi la citt qui abbattuta e saccheggiata, mi auguro d'andarmene nella casa di Ade."
	Disse: e con il bastone disperdeva la gente. E loro se n'andavano fuori, a quella furia del vecchio.
	Allora lui veniva urlando contro i suoi figli, e li copriva di improperi. Erano l Eleno, Paride e il grande Agatone: c'erano Pammone, Antifono e Polite valente nel grido di guerra, e inoltre Deifobo, Ippotoo e il nobile Dio.
	A loro nove gridava il vecchio con voce di comando: "Sbrigatevi, figli malnati, poltroni! Ah, era meglio che moriste voi al posto di Ettore, presso le navi, tutti quanti insieme! Oh, povero me, infelice che sono! S, ho generato dei figli valorosi e prodi a Troia qua, e nessuno di loro m' rimasto in vita.  caduto Mestore che pareva un immortale:  caduto Troilo, cos bravo a battagliare dal carro: ed ora anche Ettore, che era un dio tra i guerrieri e non sembrava il figlio di un uomo destinato a morte, ma proprio di un nume. Loro l li fece perire la guerra selvaggia: e son rimasti qui tutti i mascalzoni. Eccoli: sleali, ballerini, valenti solo nelle danze in piazza! Sempre pronti a razziare agnelli e capretti nel loro proprio paese! Su, cosa aspettate a prepararmi subito il carro, e a sistemarci sopra tutta la roba l? Voglio mettermi in viaggio!"
	Cos diceva. E loro, intimoriti dalle grida del padre, tirarono fuori il carro per muli con le sue solide ruote: bellissimo era, ancor fresco di costruzione. E poi vi fissarono sopra, con legature, la cesta.
	Toglievano da un chiodo il giogo da muli, tutto di bosso: aveva una sporgenza nella parte superiore, al centro, ed era fornito di buoni anelli. E insieme portavano fuori anche la soga da fermarlo, lunga nove cubiti.
	E il giogo lo appoggiarono sopra il liscio timone, proprio in cima, infilandone l'anello nella cavicchia: e a legarli insieme, facevano passare tre volte la soga ai due lati della sporgenza, e strinsero di sotto un nodo per bene, e alla fine ne ripiegavano in dentro la punta.
	Poi venivano trasportando dalla stanza del tesoro i molti doni del riscatto, destinati per Ettore, e li ammucchiavano sul lucido carro.
	E cos aggiogarono i muli dai forti zoccoli, bravi a tirare dentro i loro finimenti. Erano proprio quelli che un giorno i Misi avevano dato a Priamo - uno splendido dono.
	Per Priamo attaccavano i cavalli che il vecchio teneva solo per s, e allevava alla greppia di legno levigato.
	Cos loro l nell'alto palazzo, l'araldo e Priamo, si facevano aggiogare le bestie, tutti pensosi. E gli venne da presso Ecuba con l'angoscia in cuore: recava con la mano destra il dolce vino dentro una tazza d'oro, voleva che libassero prima di partire.
	Si ferm davanti ai cavalli, si rivolgeva a lui e disse: "Te', liba a Zeus padre, e pregalo di poter venire indietro dal campo nemico a casa, se proprio sei deciso, come vedo, ad andare tra le navi: ed io, lo sai, non ho piacere. E allora, su, rivolgi una preghiera al dio delle nuvole nere, al Cronide: s, a Zeus Ideo che guarda dall'alto tutta la regione di Troia. Chiedigli che ti mandi un uccello, il suo rapido messaggero, che gli  il pi caro dei volatili ed ha una grande forza. Da destra te lo invii! E cos tu, al vederlo, andrai con fiducia alle navi dei Danai. E se Zeus ti rifiuter il suo messaggero, allora, lo capisci anche tu, non ti posso pi dire di recarti tra le navi degli Argivi, pur con tutta la voglia che ne hai."
	E a lei rispondeva Priamo simile a un dio: "Donna, tu insisti cos, ed io voglio darti retta. Hai ragione:  cosa buona levare le mani verso Zeus. Forse avr piet."
	Cos diceva il vecchio, e dava ordine alla dispensiera di venir a versargli acqua pura sulle mani. E lei fu subito l, l'ancella, con un bacile e la brocca.
	Egli allora si lavava, e prese da sua moglie la coppa. Poi pregava in piedi nel mezzo della corte, e versava a terra qualche gocciola di vino levando gli occhi al cielo. Diceva: "Zeus padre che regni dall'alto dell'Ida, tu glorioso e grande, concedimi di giungere nell'alloggio di Achille e di trovarvi comprensione e piet! E mandami ora un uccello, il tuo rapido messaggero, che ti  il pi caro dei volatili ed ha una forza enorme. Da destra me l'hai da inviare: cos, al vederlo, andr con fiducia alle navi dei Danai."
	Cos diceva pregando: e lo ascolt il provvido Zeus.
	Subito mandava un'aquila, il pi perfetto dei pennuti: era la bruna cacciatrice, che chiamano anche "la nera". E come  grande la porta d'una stanza dal soffitto alto, in un palazzo di un uomo ricco - una porta ben serrata con i chiavistelli: cos larghe erano, da una parte e dall'altra, le sue ali.
	Comparve loro da destra, in volo sulla citt. E a vederla, si rallegrarono: a tutti si confort il cuore.
	Allora in fretta il vecchio sal sul suo cocchio, e si avvi fuori dal vestibolo e dal portico risonante.
	Davanti, i muli tiravano il carro a quattro ruote, e li guidava il saggio Ideo: venivano dietro i cavalli, che il vecchio faceva andare di buon passo toccandoli con la frusta. E tutti insieme l'accompagnavano i suoi, commiserandolo a lungo come se andasse alla morte.
	Scesero cos per la citt e giunsero alla pianura: e allora i figli e i generi tornavano indietro a Ilio.
	Al loro apparire nel piano, non sfuggirono, quei due, a Zeus dall'ampia voce di tuono. Guard il vecchio e ne ebbe piet. E subito si rivolgeva ad Ermes, suo figlio: "Ermes, a te  caro, lo sappiamo, pi che ad ogni altro, farti compagno di viaggio dei mortali: ed esaudisci chi vuoi. Vai, su, allora e mena Priamo alle navi degli Achei! Ma fa' in modo che nessuno degli altri Danai tutti lo scorga e riconosca, prima di arrivar dal Pelide."
	Cos parlava: e prontamente ubbid il messaggero Argicida.
	Subito ai piedi si allacci i bei calzari divini, d'oro. Essi lo portavano sul mare e sulla terra sconfinata, insieme con i soffi del vento.
	Prese la verga con la quale incanta gli occhi degli uomini, a chi vuole: altri invece risveglia anche dal sonno.
	Tenendola in mano, volava il forte Argicida.
	Ed ecco, in un attimo arriv nella regione di Troia, all'Ellesponto, e prese a camminare: somigliava ad un giovanetto di famiglia reale, al quale spunta la prima barba, e la cui adolescenza  piena di grazia.
	Intanto i due avevano oltrepassato il grande sepolcro di Ilo, e fermavano muli e cavalli al guado del fiume, a farli bere: il buio era ormai sceso sulla terra.
	Fu allora che l'araldo, ad un'occhiata, not l vicino Ermes, e diceva a Priamo: "Attento, o Dardanide! Qua ci vuole prudenza. Vedo uno: fra poco saremo trucidati, questo  certo. Su, presto, fuggiamo via col cocchio! O se no, moviamoci a toccargli le ginocchia e a supplicarlo! Pu darsi che abbia piet di noi."
	Cos parlava. E al vecchio si confuse la mente: ebbe una grande paura. Gli si rizzarono i peli nelle curve membra, e rimase l sbigottito.
	Ma lui, il dio soccorritore, si fece da presso. Prendeva, al vecchio, la mano e gli domandava: "Dove vai, babbo, guidando cos i cavalli e i muli attraverso la notte divina, quando dormono gli altri mortali? Come! non hai paura degli Achei decisi a tutto, che ti son vicini qui, ostili e feroci? Se ti vedesse uno di loro con un tale carico di tesori nel buio della notte, dimmi, come te la metti? Fa tanto presto essa a passare! Tu, vedi, non sei pi giovane, e qui ti accompagna uno troppo vecchio per difenderti da chi per primo vi molesta. Ma io non intendo farti del male, anzi sono pronto a darti una mano contro altri. Mi par di vedere in te mio. padre."
	E a lui rispondeva allora il vecchio Priamo, simile a un dio: " proprio cos, figlio mio, come dici. Ma qualche divinit tiene ancora su di me la sua mano, se mi ha fatto incontrare un viandante come te, di buon augurio e bello di aspetto. E sei anche assennato. Sono ben fortunati i genitori che hai!"
	Gli rispondeva il messaggero Argicida: "S, tutto questo  vero, o vecchio: hai parlato bene. Ma dimmi una cosa, e rivela con franchezza se cerchi di esportare da qualche parte tanti oggetti preziosi e di valore, all'estero, per averli al sicuro: o se ormai abbandonate tutti la sacra Ilio per la paura.  caduto, lo so, un grande guerriero, il pi valoroso di tutti: tuo figlio, s. E non era, credimi, da meno degli Achei in battaglia."
	E a lui rispondeva allora il vecchio Priamo, simile a un dio: "Ma tu chi sei, amico? chi sono i tuoi genitori? Con quanta delicatezza hai accennato alla morte del figlio sventurato!"
	Gli diceva allora il messaggero Argicida: "Vuoi mettermi alla prova, o vecchio, domandandomi del divino Ettore. Ebbene, s, l'ho veduto pi di una volta nella battaglia che d gloria agli eroi: anche quando cacciava gli Argivi tra le navi e li uccideva, facendoli a pezzi con l'acuta arma di bronzo. E noi stavamo l fermi ad ammirarlo: Achille, sai, non ci lasciava combattere, in collera com'era con l'Atride. Ecco, vedi, io sono un suo aiutante in campo: ci ha condotti qui la stessa nave. Faccio parte dei Mirmidoni: mio padre si chiama Polittore.  ricco, s, ma ormai vecchio, come sei tu. Ed ha sei figli, sette con me. E tra loro fui sorteggiato ad accompagnare qua Achille. Adesso poi vengo dalle navi qui nella pianura. Vedi, domani mattina gli Achei intorno alla citt attaccheranno. Sai, si spazientiscono, loro l, a star fermi, e non riescono pi, i principi degli Achei, a trattenerli, con la smania che hanno di combattere."
	Gli rispondeva allora il vecchio Priamo, simile a un dio: "Se tu sei davvero un aiutante del Pelide Achille, via, dimmi tutta la verit: mio figlio c' ancora presso le navi, o Achille l'ha gi tagliato a pezzi dandolo in pasto alle sue cagne?"
	E a lui allora disse il messaggero Argicida: "No, vecchio, fin adesso non l'hanno divorato n cani n uccellacci, ma giace ancora l, accanto alla nave di Achille, come prima. Sono dodici giorni che sta al suolo, e non gli marcisce il corpo, n lo mangiano i vermi che divorano gli eroi uccisi in battaglia.  vero, s, che lui lo trascina brutalmente intorno al sepolcro del suo amico, quando appare l'aurora in cielo, ogni mattina: ma non riesce a guastarlo. Lo vedrai anche tu all'arrivo:  fresco come la rugiada,  stato ripulito con acqua del fango intorno, non ha una macchia da nessuna parte. Si sono chiuse tutte le ferite che gli sono state inferte. E furono in molti, sai, a cacciargli l'arma in corpo. Tanta  la cura che si prendono gli dei beati del tuo prode figlio, anche dopo morto. Era loro, si vede, molto caro."
	Cos diceva. Ed ebbe un moto di gioia il vecchio e rispose: "Figliolo, s,  una buona cosa fare agli immortali le dovute offerte! Ecco, vedi, mai una volta mio figlio - se pur egli  esistito un giorno - si dimenticava, nella nostra casa, degli dei che abitano l'Olimpo. E perci si ricordarono di lui, pure nel destino di morte. Ma via, prendi qui da me, eccola, una bella coppa, e proteggimi! Fammi da guida, con l'aiuto degli dei! Devo arrivare all'alloggio del Pelide." Gli rispose il messaggero Argicida: "Mi tenti, o vecchio. Sono pi giovane, s, ma  inutile tu insista. Ecco, m'inviti ad accettare un dono all'insaputa di Achille. Ma io non me la sento, e mi guardo bene dal derubarlo: non vorrei che mi capitasse, un domani, qualche guaio. Ma son pronto a farti da guida, magari fino alla famosa Argo, accompagnandoti con ogni premura su una nave o a piedi. E nessuno, penso, avr l'ardire di disprezzare il tuo accompagnatore e di attaccar briga con te."
	Disse e d'un balzo, il dio soccorritore, fu sul cocchio. Prendeva svelto in mano la frusta e le briglie, e mise addosso ai cavalli e ai muli una gagliarda energia.
	Giungevano alla fossa e al muro del campo acheo: le guardie da poco si affaccendavano a preparare la cena.
	Su di loro il messaggero Argicida diffuse il sonno: sopra tutti, s. E poi aperse la porta spingendo indietro le sbarre, e fece entrare Priamo e gli splendidi doni sul carro.
	Arrivarono cos all'alloggio del Pelide. Alto era: l'avevano costruito i Mirmidoni per il loro signore, sgrossando tronchi di pino. Di sopra l'avevano ricoperto con canne piumose, raccolte in un prato. Tutt'intorno gli avevano fatto un grande cortile con una fitta palizzata. Una sola stanga di pino teneva ferma la porta. Ci volevano in tre per metterla a posto, e in tre per rimuoverla - quella grossa sbarra dei due battenti. Tre degli altri, s'intende: Achille la spostava anche da solo.
	E allora Ermes il soccorritore apriva al vecchio, e faceva entrare i magnifici doni destinati al Pelide. Ecco, salt gi dal cocchio a terra e disse: "Vecchio, io sono, sappilo, un dio venuto qui da te. S, Ermes sono. Mi ha mandato, vedi, a farti da guida, il padre. Ora io torner indietro. Non intendo venire al cospetto di Achille. Sarebbe una sconvenienza che un dio immortale trattasse familiarmente cos, faccia a faccia, con uomini mortali. Ma tu entra pure, e toccagli, al Pelide, le ginocchia! E pregalo in nome del padre e della madre dalle belle chiome, e anche del figlio! Vedrai che lo commuovi."
	Cos diceva Ermes, e se ne and via verso l'alto Olimpo. Allora Priamo salt gi dal cocchio a terra, e lasciava l Ideo da solo: rimaneva a tenere i cavalli e i muli. Il vecchio andava dritto alla baracca, dove soleva stare Achille caro a Zeus.
	Ve lo trov dentro: i suoi compagni stavano altrove. Ce n'erano l due soli, l'eroe Automedonte e Alcimo, bellicoso rampollo di Ares, tutt'in faccende. Da poco lui aveva finito di mangiare e bere: la mensa gli stava ancora davanti.
	Entrava il grande Priamo, e loro l non se ne accorgevano. Ed ecco gli veniva vicino, ad Achille, gli prese le ginocchia e baci le mani: le terribili mani sterminatrici che gli avevano ucciso tanti figli.
	E come quando un grave accecamento coglie un uomo che ammazza un altro in patria, e se ne va in terra straniera a casa di un ricco signore, al suo comparire suscita stupore in chi lo vede: attonito cos Achille mirava Priamo simile a un dio. Stavano sospesi anche gli altri, e si guardarono in faccia.
	E a lui Priamo, supplichevole, rivolse la parola: "Pensa a tuo padre, o Achille pari agli dei! Ha gli stessi miei anni,  sulla soglia funesta della vecchiaia. E anche lui forse, i confinanti intorno lo vanno angustiando, e non c' nessuno l a stornargli il danno e la rovina. Ma egli almeno, oh, s, ha la gioia di sentir dire che tu sei vivo, e spera sempre, tutti i giorni, di vedere suo figlio di ritorno da Troia. Io invece sono infelice senza scampo. Ho generato dei figli valorosi e prodi a Troia, qua, e nessuno di loro mi  rimasto in vita. S, cinquanta ne avevo, quando arrivarono qui gli Achei: diciannove mi venivano da uno stesso grembo, gli altri me li mettevano al mondo le mie donne nella reggia. Ed ecco, alla maggior parte di loro l'impetuoso Ares sciolse le ginocchia. E quello poi che per me era l'unico e difendeva la citt anche da solo, tu l'hai ucciso giorni fa mentre combatteva per la patria. Ettore, s! Ed  per lui che ora son venuto tra le navi degli Achei, con l'idea di riscattarlo da te. Mi porto dietro, sai, un mucchio di oggetti preziosi. Su, rispetta gli dei, Achille, abbi compassione di me pensando a tuo padre. Io sono ancor pi infelice. Ho avuto cuore di fare quello che non fece mai nessun altro mortale sulla terra: ho portato alla mia bocca la mano dell'uomo che uccise mio figlio."
	Cos parlava. E suscit in lui una gran voglia di piangere per suo padre. Achille allora gli prendeva, al vecchio, la mano e lo scostava dolcemente.
	E i due l erano assaliti dai ricordi: uno pensava ad Ettore sterminatore di guerrieri e piangeva a dirotto, rannicchiato ai piedi di Achille: e Achille a sua volta veniva piangendo ora suo padre ed ora Patroclo. Il loro lamento si levava alto nella stanza.
	Ma quando il divino Achille si fu consolato in quel suo singhiozzare e gliene and via ogni voglia, subito balz su dal suo seggio e sollevava con le proprie mani il vecchio, commiserando quel capo canuto e il mento bianco. E gli rivolgeva parole: "Ah, poveruomo! S,  vero, hai sofferto molti guai. E come hai osato venir da solo tra le navi degli Achei, al cospetto dell'uomo che ti ha ucciso tanti valorosi figli? Hai proprio un cuore di ferro. Ma via, accomodati qui sul seggio: e le nostre pene, lasciamole dormire in fondo all'anima, anche se ci pesa! Nessun vantaggio, credimi, viene dal pianto: mette solo freddo. Cos, vedi, han destinato gli dei per i miseri mortali: vivere in mezzo alle tristezze. Solo loro sono senza crucci. Gi lo sai, nella sala di Zeus ci stanno i due vasi dei doni che egli d ai mortali: uno  pieno di mali, l'altro di beni. E la persona a cui Zeus fulminatore li offre mescolati, ora incontra sventura, ora felicit. Ma se ad uno porge solo guai, lo rende un miserabile: e una fame malvagia lo caccia per il mondo, e se ne va errando tra il disprezzo degli uomini e degli dei. Ecco, anche a Peleo gli dei offrirono splendidi doni, fin dalla nascita: ed egli si distingueva, sai, tra tutti gli uomini per agi e ricchezze, era re dei Mirmidoni. E poi gli davano in moglie una dea, bench fosse mortale. Ma pure a lui la divinit addoss una sventura: non gli nacque, l nel palazzo, una discendenza di sovrani, ma gener un figlio solo, destinato a precocissima morte. Ed ora che  vecchio, io non mi prendo cura di lui, ma sto qui lontano dalla patria, nella terra di Troia, a contristare te e i tuoi figli. E anche tu, o vecchio, lo abbiamo sentito dire, eri felice un giorno: e per tutte le terre che dal lato del mare racchiude Lesbo, soggiorno di Macare, e pi lontano la Frigia e l'Ellesponto sconfinato - qui, tra queste genti tu eri famoso, dicono, per le tue ricchezze e i tuoi figli. Ma dopo che gli dei del cielo ti menarono qua questo malanno, continuamente intorno alla tua citt ci sono state battaglie e carneficine. Su, rassegnati quindi, e non angustiarti all'infinito! Non guadagnerai nulla, credimi, ad affliggerti per il prode tuo figlio. Tanto non lo risusciterai! Prima ti pu ben capitare un'altra sventura."
	E a lui rispondeva allora il vecchio Priamo, simile a un dio: "Non farmi sedere, o discendente di Zeus, su di un seggio, quando Ettore giace ancora nel tuo alloggio e nessuno se ne prende cura. Via, rilascialo subito! Cos me lo vedr. E tu accetta i doni del riscatto che ti portiamo: sono tanti. E l'augurio che ti faccio,  di goderli, e far ritorno alla terra dei tuoi padri, per avermi lasciato fin dal primo momento vivere e veder la luce del sole."
	Lo guardava scuro Achille dai rapidi piedi e diceva: "Non irritarmi pi, o vecchio, adesso! Ci penso gi da me a renderti libero Ettore.  venuta, sappilo, da parte di Zeus, mia madre a dirmelo, la figlia del vecchio marino. E quanto a te, o Priamo, ora capisco-e non mi inganno-che  stato un dio a menarti fin qui alle navi degli Achei. Non poteva, sono certo, un mortale, neppure se molto giovane e forte, aver il coraggio di penetrare nel campo: e non riuscirebbe, credi, a sfuggire alle guardie n a smuovere facilmente la sbarra della nostra porta. Perci ora non farmi arrabbiare! Sono gi in mezzo al miei guai. Potrei, bada, non risparmiare neppure te nella mia dimora, anche se sei un supplice. - e trasgredire agli ordini di Zeus."
	Cos parlava. Trem di paura il vecchio e ubbidiva al comando.
	Il Pelide intanto come un leone balz fuori dalla stanza. Non andava da solo: insieme con lui si movevano due scudieri, l'eroe Automedonte ed Alcimo, che Achille onorava pi di tutti gli altri compagni, dopo la morte di Patroclo.
	Essi allora staccavano di sotto il giogo i cavalli e i muli: conducevano dentro l'araldo banditore del vecchio, e lo fecero sedere su di uno scanno. Poi tiravano gi dal lucido carro i molti doni, destinati al riscatto della salma di Ettore. Vi lasciarono sopra due manti leggeri di lino e una tunica di fine tessuto: intendeva, Achille, coprire il cadavere, e consegnarlo cos da portar a casa.
	Chiamava fuori le ancelle e ordinava loro di lavar il corpo e di ungerlo tutt'intorno: lo faceva per trasportare in un posto appartato, non volendo che Priamo scorgesse suo figlio. Forse il vecchio, nell'angoscia, non avrebbe saputo dominare la sua rabbia alla vista del figliolo, e lui, Achille, poteva infuriarsi, e ucciderlo, violando gli ordini di Zeus. Dopo che le ancelle lo ebbero lavato e unto di olio abbondantemente e gli misero addosso il bel manto e la tunica, Achille lo sollevava con le proprie mani e lo depose sul letto di morte. E insieme con lui, i compagni lo portarono cos sopra il lucido carro.
	Proruppe allora in urli di lamento e chiam il caro compagno per nome: "Non prendertela con me, o Patroclo, se vieni a sapere, l nell'Ade, che ho reso Ettore a suo padre. Ecco, mi ha offerto doni considerevoli. Ma te ne dar, s, una parte, come  giusto."
	Disse: e rientrava, il divino Achille, nella baracca. Si sedeva sul seggio finemente lavorato di dove si era levato prima, vicino l alla parete di fondo, e parlava a Priamo: "Eccoti restituito il figlio, o vecchio, come tu volevi. Sta disteso sul letto funebre. All'alba lo vedrai, nel menartelo via. Ora pensiamo alla cena! Ci pensava, sai, a mangiare, anche Niobe dalla bella chioma. Eppure ben dodici figli le erano morti in casa: sei figliole e sei maschi nel fiore degli anni. Gli uni, fu Apollo ad ucciderli con l'arco d'argento, nella sua collera contro Niobe: le altre, le colp Artemide saettatrice. E la ragione era, come  noto, che lei soleva paragonarsi a Latona dalle belle guance. Latona, diceva, aveva avuto due figli: lei invece ne aveva generato una moltitudine. E cos quei due li ammazzarono tutti. Ed essi per nove giorni giacevano a terra dentro il loro sangue, e non c'era pi nessuno l per seppellirli: il Cronide, sai, aveva reso la popolazione di pietra. Al decimo giorno infine li seppellirono gli dei del cielo. Ebbene, persino lei pens al cibo, quando fu stanca di piangere. Ed ora sta l da qualche parte tra le rocce, in mezzo a monti solitari, sul Sipilo, dove sono, dicono, le dimore delle ninfe che danzano a volo sopra le rive dell'Acheloo: l essa  una pietra e pure patisce in segreto dolori per volont degli dei. Ma via, pensiamo anche noi due a nutrirci, o divino vecchio: pi tardi potrai piangere tuo figlio, quando l'avrai riportato in Ilio. Allora ricever da te lacrime senza fine."
	Disse: e si lev di scatto, il veloce Achille, a sgozzare una pecora candida. E i compagni la scoiavano e vi si affaccendavano intorno con abili mani. La tagliavano in pezzi a regola d'arte, e li infilarono negli spiedi: li arrostirono con grande cura e li trassero via tutti dal fuoco.
	Poi Automedonte prendeva il pane e lo distribu sulla mensa, in leggiadri canestri di vimini: le carni invece le spart Achille.
	Ed essi stendevano le mani sulle vivande pronte che avevano in tavola.
	E dopo che ebbero cacciato via la voglia di mangiare e di bere, allora il Dardanide Priamo guardava s Achille con meraviglia: quanto era grande e bello! Assomigliava davvero agli dei.
	A sua volta Achille contemplava stupito Priamo il Dardanide: ne veniva osservando il nobile aspetto e ne ascoltava le parole.
	Quando si furono rallegrati a mirarsi a vicenda, a lui per primo parlava il vecchio Priamo, simile a un dio: "Fammi andar a letto adesso, subito, o discendente di Zeus! Ormai dobbiamo riposare godendoci il dolce sonno. Non ho chiuso, sai, ancora occhio da quando mio figlio ha perso la vita sotto le tue braccia: ma non faccio altro che lamentarmi di continuo e patire ogni sorta di pene, rotolandomi dentro il recinto della corte nella immondizia. Solo oggi ho toccato cibo, e ho mandato gi per la gola il rosso vino: prima non avevo preso niente."
	Disse. E subito Achille dava ordine ai compagni e alle ancelle di collocare le lettiere sotto il portico, e di metterci tappeti belli, color porpora, e di stenderci sopra coltri e mantelli di lana per coprirsi.
	E loro andavano fuor dalla stanza tenendo una fiaccola in mano, e prepararono prontamente, con sollecitudine, i due letti.
	E a lui diceva, in tono scherzoso, Achille dai piedi veloci: "Vedi, devi dormir fuori, o caro vecchio! Ho paura che capiti qui all'improvviso qualche capo degli Achei, di quelli che vengono di continuo a sedersi da me e a scambiare pareri, come  giusto. Se uno di loro ti vedesse nel buio della notte, subito lo riferirebbe ad Agamennone pastore di popoli, e allora il riscatto della salma subirebbe un ritardo. Ma via, dimmi una cosa e parla con franchezza: per quanti giorni hai in mente di rendere gli onori funebri al divino Ettore? Cos io non mi muovo dal campo, e vi trattengo anche l'esercito."
	Gli rispondeva allora il vecchio Priamo, simile a un dio: "Se proprio sei disposto a lasciarmi celebrare le esequie del divino Ettore, ebbene, regolati cos, o Achille, e mi farai un grande piacere. Ecco, tu sai che siamo bloccati in citt, e lontana  la legna da trasportare dal monte, e i Troiani hanno molta paura. Cos, per nove giorni vorremmo piangerlo in casa: al decimo faremmo il funerale, e il popolo banchetterebbe: nell'undicesimo giorno innalzeremmo il tumulo. Poi al dodicesimo riprenderemo le ostilit, se proprio  necessario."
	E a lui rispondeva allora il divino Achille dai piedi gagliardi: "Sar fatto, o vecchio Priamo, come vuoi tu. S, sospender le azioni di guerra per il tempo che richiedi." Cos parlava, e prese la mano destra del vecchio fino al polso: non voleva che nutrisse qualche timore.
	Ed essi dormivano l nel vestibolo dell'alloggio, l'araldo e Priamo, con i loro pensieri. Achille invece riposava nella parte pi interna della solida baracca: e accanto a lui si coric la Briseide dalle belle guance.
	Cos allora tutti gli altri dei e i guerrieri combattenti dai carri dormivano la notte intera, vinti da un molle sopore. Ma Ermes soccorritore non lo afferrava il sonno: veniva pensando come condurre fuori dal campo il re Priamo, di nascosto ai forti guardiani delle porte.
	Gli si ferm in alto, sopra la testa, e diceva: "O vecchio, non pensi proprio, a quanto pare, al pericolo che corri! Ecco, tu dormi ancora in mezzo a nemici, solo perch Achille ti ha lasciato stare. S,  vero, hai riscattato ora tuo figlio, hai offerto molti doni. Ma tre volte tanti, ti dico, dovranno darne i figli tuoi rimasti in casa per riavere te vivo, se l'Atride Agamennone ti sapesse qui, e lo venissero a sapere tutti gli altri Achei."
	Cos parlava. E il vecchio ebbe paura: faceva alzare l'araldo.
	Allora Ermes aggiog loro i cavalli e i muli, e li conduceva in fretta attraverso il campo. Nessuno li riconobbe.
	Ma quando arrivarono al guado del fiume dalla bella corrente, al Santo vorticoso di cui  padre Zeus immortale, Ermes se ne and all'alto Olimpo.
	Aurora dal peplo color arancione si diffondeva su tutta la terra: e loro guidavano i cavalli verso la citt, piangendo e singhiozzando. Il cadavere lo trasportavano i muli. E nessun altro degli uomini li vide, nessuno delle donne dalla bella cintura, prima di Cassandra.
	Ecco, lei era salita, simile all'aurea Afrodite, sulla rocca di Pergamo, e subito riconobbe suo padre in piedi sul cocchio, e l'araldo banditore della citt. Lui poi, lo scorse sul carro dei muli, steso sopra il suo letto di morte.
	Proruppe allora in un urlo di lamento, e gridava per tutta la citt: "Venite a vedere Ettore, o Troiani e Troiane! Tante volte, quando era vivo, gli facevate festa al suo ritorno dalla battaglia. Era la grande gioia della citt e dell'intero paese."
	Cos diceva. E nessuno restava l in citt: non un uomo, non una donna. Tutti li invase un dolore irrefrenabile.
	Nei pressi della porta s'incontrarono in lui che menava la salma. E per prime lo piangevano, strappandosi i capelli, la sua sposa e l'augusta madre: si erano precipitate sul carro dalle solide ruote, e gli toccavano la testa. Intorno stava, tutta in lacrime, la folla.
	E certo per l'intero giorno, fino al tramonto del sole, sarebbero rimasti a lamentarsi su Ettore singhiozzando l davanti alla porta, se il vecchio di sul cocchio non avesse detto alla gente: "Largo! Fatemi passare con i muli! Avrete tempo e modo, pi tardi, di piangere fino alla saziet, quando l'avr portato a casa."
	Cos parlava: loro si scostavano, e lasciarono passare il carro.
	Quando essi ebbero menato Ettore dentro il famoso palazzo, lo deposero allora sopra un letto traforato. Poi fecero venire i cantori a intonare il lamento funebre. E questi levavano un triste canto, e rispondevano le donne coi loro gemiti e sospiri.
	E tra esse diceva in pianto Andromaca dalle bianche braccia, tenendo fra le mani la testa di Ettore sterminatore di guerrieri: "Sposo, sei andato via dalla vita, mi sei morto cos giovane! E lasci me qui vedova, nel palazzo. Ed  tanto piccolo ancora il bambino che generammo, tu ed io, infelici: e non arriver, sono certa, a giovinezza. Prima, me lo sento, la citt qui verr distrutta da cima a fondo. S, vedi, sei perito tu, il suo difensore: tu che la proteggevi, e ne custodivi le spose fedeli e i teneri figli. Ed esse ormai, ecco, saranno fra poco portate via sulle navi, e ci sar anch'io con loro. E tu, figlio, o verrai con me a far lavori da schiavi e a tribolare per un padrone inflessibile: o qualcuno degli Achei ti ghermir per un braccio scaraventandoti dall'alto di una torre - oh, una fine orribile!- per la rabbia che Ettore gli abbia ucciso forse un fratello, o il padre o anche un figlio. Oh, s, sono tanti gli Achei che morsero la terra coi denti, sotto le braccia di Ettore! Non era, sai, un mite, tuo padre, nella furia della lotta: e anche per questo lo piangono i combattenti per la citt. Ecco, ai genitori, o Ettore, hai recato singhiozzi e dolore orribili: ma a me, pi che a ogni altro, resteranno a lungo pene e angosce. Vedi, non mi tendesti, morendo, dal letto le braccia, tra le lacrime, giorno e notte."
	Cos diceva piangendo. E subito dietro a lei, sospiravano e gemevano le altre donne.
	E tra loro poi Ecuba intonava il suo lamento: "Ettore, o caro pi di tutti gli altri miei figli! Oh, s, da vivo eri caro anche agli dei: e cos loro si son presi cura di te, pur nel destino di morte. Gli altri miei figlioli, vedi, Achille li vendeva, se ne catturava qualcuno, al di l del mare, a Samo e a Imbro e a Lemno, laggi, caliginosa. A te,  vero, tolse la vita con l'arma di bronzo dal largo taglio, e ti trascinava a lungo intorno al sepolcro del suo compagno: di Patroclo, s, che gli avevi ucciso - ma neppure cos lo risuscit! E ora, ecco, stai qui in casa, fresco come la rugiada: ti manca solo la parola. Sei proprio uguale a uno che Apollo raggiunge e colpisce con le sue frecce benigne."
	Cos diceva in lacrime, e suscitava un pianto senza fine. E tra di esse allora Elena fu la terza ad intonare il suo lamento: "Ettore, tu mi eri il pi caro di tutti i cognati. Oh, s,  vero, mio marito  Alessandro, che mi men a Troia-e magari fossi morta prima! Ormai, vedi, sono venti anni che venni via di laggi e sto lontana dalla mia patria. Ma mai ho sentito da te una parola di sgarbo o villana. E se qui in casa alzava la voce qualcun altro dei cognati, o una sorella di mio marito o la moglie di un suo fratello: oppure mia suocera - mio suocero no, era sempre buono come un padre: ecco, tu allora li calmavi e trattenevi con quella tua dolcezza e quelle tue gentili parole. Per questo ora ti piango, e piango pure me, infelice che sono. Non ho pi nessuno, lo so, qui a Troia, che sia affettuoso con me e mi voglia bene, ma tutti mi detestano."
	Cos diceva piangendo: e con lei gemeva la folla immensa.
	Allora il vecchio Priamo rivolse al popolo queste parole: "Adesso, o Troiani, portate della legna in citt, e non abbiate paura di qualche compatta schiera di Argivi in agguato! S, ve lo dico, Achille mi assicurava, nell'accomiatarmi dalle navi, di non darci noie prima che arrivi l'aurora del dodicesimo giorno."
	Cos diceva. E loro aggiogavano ai carri buoi e muli, e subito dopo si radunarono davanti alla citt. Per nove giorni poi trasportavano una enorme quantit di legna.
	Ma quando al decimo apparve Aurora con la sua luce ai mortali, ecco che celebravano in lacrime le esequie del prode Ettore: misero il cadavere in cima al rogo ed appiccarono il fuoco.
	E come al mattino appar Aurora dalle dita di rosa, si riuniva il popolo intorno alla pira del grande Ettore.
	Appena adunati, cominciavano a spegnere con il rosso vino il rogo dappertutto, fin dove era giunta la violenza del fuoco. Raccoglievano le bianche ossa i fratelli e gli amici, tra sospiri: grosse lacrime gli colavano dalle guance. E le ossa andavano a riporle in un'urna d'oro, avvolgendole dentro morbide stoffe color porpora. Poi deposero la cassetta in fondo a una fossa e la coprirono con un letto di grosse pietre, ben compaginato. E in fretta innalzarono un tumulo: intorno stavano sentinelle da ogni parte, per paura che gli Achei attaccassero prima del tempo.
	Finito il sepolcro, tornarono indietro. E allora si riunivano a pranzare magnificamente, in un solenne banchetto, nel palazzo di Priamo, il re discendente di Zeus.
	Cos loro l celebravano il funerale di Ettore domatore di cavalli.
FINE.