OMERO.

La figura storica e letteraria.

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La figura di Omero, il massimo poeta greco, una delle pi alte voci, forse la pi alta, della poesia di tutti i tempi,  avvolta nelle nebbie della leggenda.
La tradizione crede doveroso attribuirgli origini divine, e lo disse nato dal dio fluviale Melete e dalla ninfa Criteide.
Sette citt: Smirne, Chio, Colofone, Itaca, Pilo, Argo e Atene, rivendicarono la gloria di avergli dato i natali, in un'epoca imprecisata, fra l'undicesimo e l'ottavo secolo prima di Cristo.
Cieco, sarebbe vissuto errando qua e la, finch, giunto a Io, isoletta delle Cicladi, vi si sarebbe spento.
Notizie, anche a sfrondarne la parte mitica, quanto mai vaghe e incerte.
Solo le sue grandi opere, I'Iliade e l'Odissea, restano ora a parlarci di lui; gi gran parte degli studi ha infatti tolto la sua paternit alla Batracomiomachia, ai trentaquattro Inni, agli Epigrammi e al Margite, del quale, per altro, non rimangono che pochi versi.
Fra il Sei e il Settecento, la critica inizi, si, un esame che si fece a mano a mano sempre pi acuto delle opere e delle testimonianze che servissero a dar qualche luce alla sua figura: ma furon per lo pi risultati negativi. Il Vico dov concludere che un poeta Omero non  mai esistito; con tal nome doveva volersi intendere: colui che unisce insieme, canti d'ignoti rapsodi. Nella figura di Omero andrebbe ravvisato l'aspirazione eroica delle differenti popolazioni elleniche.
Il Wolf sostenne che, non potendosi ammettere gi nota la scrittura ai cosiddetti tempi omerici ma oggi appare il contrario, ne risulta evidente che un sol uomo non sarebbe stato in grado di concepire e ritenere a mente le decine e decine di migliaia di versi a cui assommano i due poemi; anche per lui, quindi, il nome di Omero non pu indicare un unico poeta.
E con essi furono essenzialimente d'accordo anche il Lachmann e altri filologi i quali rilevarono, pi tardi, nei due poemi, l'elaborazione e la sovrapposizione di pi canti, anzi di pi cicli eroici.
La questione omerica, intorno alla quale furon via via sostenuti argomenti contraddittori e che and a mano a mano evolvendosi alla fine dello scorso secolo e ai principi del nostro, si poteva riassumere nella preponderante tendenza critica dell'affermazione che circa l'ottavo secolo avanti Cristo un poeta, l'Omero della tradizione, liberamente attingendo a canti preesistenti, avrebbe composto l'Iliade, mentre un altro poeta, circa un secolo dopo, avrebbe messo insieme l'Odissea.
Era un tornare alle conclusioni dei lontani grammatici alessandrini, alcuni dei quali gi nel terzo secolo avanti Cristo avevano appunto argomentato la medesima separazione dei due poemi, l dove altri avevano, si, assegnato l'una e l'altra opera a un medesimo autore, ma supposto I'Iliade fatica della sua giovinezza e l'Odissea della vecchiaia.

Oggi siffatte posizioni paion superate, e l'affermazione della fondamentale unit dei due grandi poemi epici va sempre pi imponendosi; anche se il problema  tuttavia ben lontano da una soluzione.
Ma il mondo mitico e umano di Omero, qualunque senso voglia darsi a tal nome, resta e si perpetua attraverso tre millenni, con le sue favole splendenti, con le sue accorte realt e soprattutto con la sua viva verit, umana ed eterna come il cuore degli uomini; ed  quel che conta.
Tutto si  perfezionato, da Omero in poi, scrisse il Leopardi, ma non la poesia.

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L'Iliade narra un episodio della guerra troiana, e la sua azione si conclude nello stretto giro di cinquantun giorni: ben piccolo tratto di tempo, rispetto ai dieci anni dell'assedio. Prende nome da Troia,  scritta in quello che fu appunto detto "greco omerico", e fu dai grammatici alessandrini divisa in ventiquattro libri.
Ben noto ne  l'argomento. Son gi passati nove anni dall'inizio dell'assedio, allorch Crise, sacerdote di Apollo, recatosi dagli assedianti per riscattar la figlia prigioniera, viene accolto in malo modo da Agamennone; e il dio, per vendicare l'offesa, manda una pestilenza nel campo greco. Per placarlo non vi  altro mezzo che restituire Criseide al padre; Agamennone vi acconsente, ma chiede in compenso la bella Briseide, schiava di Achille; per cui questi, sdegnato, si ritira sotto la tenda e giura di non pi combattere.
Senza l'aiuto del maggiore eroe, la sorte dei greci volge al peggio, e i troiani, guidati dal valoroso Ettore, riescono a penetrare fin nell'accampamento degli assedianti e a bruciare una delle loro navi.
Il fido amico di Achille, Patroclo, induce l'eroe a cedergli le sue armi invincibili, per cercar di trattenere i nemici che sempre pi incalzano; ma Ettore riesce a vincerlo e a colpirlo a morte. Achille, in un disperato scoppio di dolore e di furore, riconciliatosi con Agamennone che gli restituisce Briseide, giura di vendicar l'amico fornito di nuove armi dalla madre Tetide, affronta in campo Ettore che invano cerca di sfuggirgli, e lo uccide, straziandone il cadavere.
E il poema si conclude con la restituzione da parte di Achille, per voler di Giove, di Ettore al vecchio padre Priamo.

L'Odissea, poema altrettanto ben noto ed osannato, narra le gesta di "un uomo scaltro ed austuto, conoscitore dell'animo di molti uomini e di molte citt", Odisseo, meglio noto come Ulisse, Re di Itaca, il genio che con l'astuto stratagemma del cavallo, trov il modo di far capitolare Troia, la potente e ricca citt-stato che ben resisteva gi da dieci anni all'assedio congiunto degli eserciti di una grande alleanza, guidata dal Re Agamennone, e formata dalla maggior parte delle citt e popoli di Grecia.
Benvoluto da una intera fazione di Dei dell'Olimpo, che lo sostiene e lo sorregge, ma inviso ad un'altra porzione di Dei, schierata, ahim, coi suoi nemici, Ulisse, subisce improvvisi e continui rovesci di fortuna che lo trascinano, di avventura in avventura, a navigare per le coste del Mediterraneo per anni ed anni, invece delle poche settimane di viaggio che un tranquillo rientro alla sua Itaca avrebbe normalmente richiesto.
Finalmente approdato in patria, quando quasi tutti ormai l'avevan dato per disperso, deve quindi combattere con i pretendenti al trono, i Proci, in attesa di sposare la sua ancora fedelissima e fiduciosa moglie Penelope, per sostituirlo nel talamo e sul trono. Uccisi brutalmente i pretendenti rientra in finalmente in possesso di ci che  suo.
FINE.