
Omero.

ILIADE.

Traduzione di Vincenzo Monti.
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Trascrizione elettronica resa disponibile dalla
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ad esclusivo uso dei privi della vista.
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LIBRO PRIMO.
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 Cantami, o Diva, del Pelde Achille
 l'ira funesta che infiniti addusse
 lutti agli Achei, molte anzi tempo all'Orco
 generose travolse alme d'eroi,
 e di cani e d'augelli orrido pasto
 lor salme abbandon (cos di Giove
 l'alto consiglio s'adempa), da quando
 primamente disgiunse aspra contesa
 il re de' prodi Atride e il divo Achille.
 E qual de' numi inimicolli? Il figlio
 di Latona e di Giove. Irato al Sire
 dest quel Dio nel campo un feral morbo,
 e la gente pera: colpa d'Atride
 che fece a Crise sacerdote oltraggio.
 Degli Achivi era Crise alle veloci
 prore venuto a riscattar la figlia
 con molto prezzo. In man le bende avea,
 e l'aureo scettro dell'arciero Apollo:
 e agli Achei tutti supplicando, e in prima
 ai due supremi condottieri Atridi:
 O Atridi, ei disse, o coturnati Achei,
 gl'immortali del cielo abitatori
 concedanvi espugnar la Prameia
 cittade, e salvi al patrio suol tornarvi.
 Deh mi sciogliete la diletta figlia,
 ricevetene il prezzo, e il saettante
 figlio di Giove rispettate. - Al prego
 tutti acclamr: doversi il sacerdote
 riverire, e accettar le ricche offerte.
 Ma la proposta al cor d'Agamennne
 non talentando, in guise aspre il superbo
 accommiatollo, e minaccioso aggiunse:
 Vecchio, non far che presso a queste navi
 ned or n poscia pi ti colga io mai;
 ch forse nulla ti varr lo scettro
 n l'infula del Dio. Franca non fia
 costei, se lungi dalla patria, in Argo,
 nella nostra magion pria non la sfiori
 vecchiezza, all'opra delle spole intenta,
 e a parte assunta del regal mio letto.
 Or va, n m'irritar, se salvo ir brami.
 Impaurissi il vecchio, ed al comando
 obbed. Taciturno incamminossi
 del risonante mar lungo la riva;
 e in disparte venuto, al santo Apollo
 di Latona figliuol, fe' questo prego:
 Dio dall'arco d'argento, o tu che Crisa
 proteggi e l'alma Cilla, e sei di Tnedo
 possente imperador, Sminto, deh m'odi.
 Se di serti devoti unqua il leggiadro
 tuo delubro adornai, se di giovenchi
 e di caprette io t'arsi i fianchi opimi,
 questo voto m'adempi; il pianto mio
 paghino i Greci per le tue saette.
 S disse orando. L'ud Febo, e scese
 dalle cime d'Olimpo in gran disdegno
 coll'arco su le spalle, e la faretra
 tutta chiusa. Mettean le frecce orrendo
 su gli omeri all'irato un tintinno
 al mutar de' gran passi; ed ei simle
 a fosca notte gi vena. Piantossi
 delle navi al cospetto: indi uno strale
 liber dalla corda, ed un ronzo
 terribile mand l'arco d'argento.
 Prima i giumenti e i presti veltri assalse,
 poi le schiere a ferir prese, vibrando
 le mortifere punte; onde per tutto
 degli esanimi corpi ardean le pire.
 Nove giorni volr pel campo acheo
 le divine quadrella. A parlamento
 nel decimo chiam le turbe Achille;
 ch gli pose nel cor questo consiglio
 Giuno la diva dalle bianche braccia,
 de' moribondi Achei fatta pietosa.
 Come fur giunti e in un raccolti, in mezzo
 levossi Achille pi-veloce, e disse:
 Atride, or s cred'io volta daremo
 nuovamente errabondi al patrio lido,
 se pur morte fuggir ne fia concesso;
 ch guerra e peste ad un medesmo tempo
 ne struggono. Ma via; qualche indovino
 interroghiamo, o sacerdote, o pure
 interprete di sogni (ch da Giove
 anche il sogno procede), onde ne dica
 perch tanta con noi d'Apollo  l'ira:
 se di preci o di vittime neglette
 il Dio n'incolpa, e se d'agnelli e scelte
 capre accettando l'odoroso fumo,
 il crudel morbo allontanar gli piaccia.
 Cos detto, s'assise. In piedi allora
 di Testore il figliuol Calcante alzossi,
 de' veggenti il pi saggio, a cui le cose
 eran conte che fur, sono e saranno;
 e per quella, che dono era d'Apollo,
 profetica virt, de' Greci a Troia
 avea scorte le navi. Ei dunque in mezzo
 pien di senno parl queste parole:
 Amor di Giove, generoso Achille,
 vuoi tu che dell'arcier sovrano Apollo
 ti riveli lo sdegno? Io t'obbedisco.
 Ma del braccio l'aita e della voce
 a me tu pria, signor, prometti e giura:
 perch tal che qui grande ha su gli Argivi
 tutti possanza, e a cui l'Acheo s'inchina,
 n'andr, per mio pensar, molto sdegnoso.
 Quando il potente col minor s'adira,
 reprime ei s del suo rancor la vampa
 per alcun tempo, ma nel cor la cova,
 finch prorompa alla vendetta. Or dinne
 se salvo mi farai. - Parla securo,
 rispose Achille, e del tuo cor l'arcano,
 qual ch'ei si sia, di' franco. Per Apollo
 che pregato da te ti squarcia il velo
 de' fati, e aperto tu li mostri a noi,
 per questo Apollo a Giove caro io giuro:
 nessun, finch'io m'avr spirto e pupilla,
 con empia mano innanzi a queste navi
 oser volar la tua persona,
 nessuno degli Achei; no, s'anco parli
 d'Agamennn che s medesmo or vanta
 dell'esercito tutto il pi possente.
 Allor fe' core il buon profeta, e disse:
 n d'obblati sacrifici il Dio
 n di voti si duol, ma dell'oltraggio
 che al sacerdote fe' poc'anzi Atride,
 che francargli la figlia ed accettarne
 il riscatto neg. La colpa  questa
 onde cotante ne di strette, ed altre
 l'arcier divino ne dar; n pria
 ritrarr dal castigo la man grave,
 che si rimandi la fatal donzella
 non redenta n compra al padre amato,
 e si spedisca un'ecatombe a Crisa.
 Cos forse avverr che il Dio si plachi.
 Tacque, e s'assise. Allor l'Atride eroe
 il re supremo Agamennn levossi
 corruccioso. Offuscavagli la grande
 ira il cor gonfio, e come bragia rossi
 fiammeggiavano gli occhi. E tale ei prima
 squadr torvo Calcante, indi proruppe:
 Profeta di sciagure, unqua un accento
 non usc di tua bocca a me gradito.
 Al maligno tuo cor sempre fu dolce
 predir disastri, e d'onor vote e nude
 son l'opre tue del par che le parole.
 E fra gli Argivi profetando or cianci
 che delle frecce sue Febo gl'impiaga,
 sol perch'io ricusai della fanciulla
 Criside il riscatto. Ed io bramava
 certo tenerla in signoria, tal sendo
 che a Clitennestra pur, da me condutta
 vergine sposa, io la prepongo, a cui
 di persona costei punto non cede,
 n di care sembianze, n d'ingegno
 ne' bei lavori di Minerva istrutto.
 Ma libera sia pur, se questo  il meglio;
 ch la salvezza io cerco, e non la morte
 del popol mio. Ma voi mi preparate
 tosto il compenso, ch de' Greci io solo
 restarmi senza guiderdon non deggio;
 ed ingiusto ci fra, or che una tanta
 preda, il vedete, dalle man mi fugge.
 O d'avarizia al par che di grandezza
 famoso Atride, gli rispose Achille,
 qual premio ti daranno, e per che modo
 i magnanimi Achei? Che molta in serbo
 vi sia ricchezza non partita, ignoro:
 delle vinte citt tutte divise
 ne fur le spoglie, n diritto or torna
 a nuove parti congregarle in una.
 Ma tu la prigioniera al Dio rimanda,
 ch pi larga n'avrai tre volte e quattro
 ricompensa da noi, se Giove un giorno
 l'eccelsa Troia saccheggiar ne dia.
 E a lui l'Atride: Non tentar, quantunque
 ne' detti accorto, d'ingannarmi: in questo
 n gabbo tu mi fai, divino Achille,
 n persuaso al tuo voler mi rechi.
 Dunque terrai tu la tua preda, ed io
 della mia privo rimarrommi? E imponi
 che costei sia renduta? Il sia. Ma giusti
 concedanmi gli Achivi altra captiva
 che questa adegui e al mio desir risponda.
 Se non daranla, rapirolla io stesso,
 sia d'Aiace la schiava, o sia d'Ulisse,
 o ben anco la tua: e quegli indarno
 fremer d'ira alle cui tende io vegna.
 Ma di ci poscia parlerem. D'esperti
 rematori fornita or si sospinga
 nel pelago una nave, e vi s'imbarchi
 coll'ecatombe la rosata guancia
 della figlia di Crise, e ne sia duce
 alcun de' primi, o Aiace, o Idomeno,
 o il divo Ulisse, o tu medesmo pure,
 tremendissimo Achille, onde di tanto
 sacrificante il grato ministero
 il Dio ne plachi che da lunge impiaga.
 Lo guat bieco Achille, e gli rispose:
 Anima invereconda, anima avara,
 chi fia tra i figli degli Achei s vile
 che obbedisca al tuo cenno, o trar la spada
 in agguati convegna o in ria battaglia?
 Per odio de' Troiani io qua non venni
 a portar l'armi, io no; ch meco ei sono
 d'ogni colpa innocenti. Essi n mandre
 n destrier mi rapiro; essi le biade
 della feconda popolosa Ftia
 non saccheggir; ch molti gioghi ombrosi
 ne son frapposti e il pelago sonoro.
 Ma sol per tuo profitto, o svergognato,
 e per l'onor di Menelao, pel tuo,
 pel tuo medesmo, o brutal ceffo, a Troia
 ti seguitammo alla vendetta. Ed oggi
 tu ne disprezzi ingrato, e ne calpesti,
 e a me medesmo di rapir minacci
 de' miei sudori bellicosi il frutto,
 l'unico premio che l'Acheo mi diede.
 N pari al tuo d'averlo io gi mi spero
 quel d che i Greci l'opulenta Troia
 conquisteran; ch mio dell'aspra guerra
 certo  il carco maggior; ma quando in mezzo
 si dividon le spoglie,  tua la prima,
 ed ultima la mia, di cui m' forza
 tornar contento alla mia nave, e stanco
 di battaglia e di sangue. Or dunque a Ftia,
 a Ftia si rieda; ch d'assai fia meglio
 al paterno terren volger la prora,
 che vilipeso adunator qui starmi
 di ricchezze e d'onori a chi m'offende.
 Fuggi dunque, riprese Agamennne,
 fuggi pur, se t'aggrada. Io non ti prego
 di rimanerti. Al fianco mio si stanno
 ben altri eroi, che a mia regal persona
 onor daranno, e il giusto Giove in prima.
 Di quanti ei nudre regnatori abborro
 te pi ch'altri; s, te che le contese
 sempre agogni e le zuffe e le battaglie.
 Se fortissimo sei, d'un Dio fu dono
 la tua fortezza. Or va, sciogli le navi,
 fa co' tuoi prodi al patrio suol ritorno,
 ai Mirmdoni impera; io non ti curo,
 e l'ire tue derido; anzi m'ascolta.
 Poich Apollo Criside mi toglie,
 parta. D'un mio naviglio, e da' miei fidi
 io la rimando accompagnata, e cedo.
 Ma nel tuo padiglione ad involarti
 verr la figlia di Briso, la bella
 tua prigioniera, io stesso; onde t'avvegga
 quant'io t'avanzo di possanza, e quindi
 altri meco uguagliarsi e cozzar tema.
 Di furore infiammr l'alma d'Achille
 queste parole. Due pensier gli fro
 terribile tenzon nell'irto petto,
 se dal fianco tirando il ferro acuto
 la via s'aprisse tra la calca, e in seno
 l'immergesse all'Atride; o se domasse
 l'ira, e chetasse il tempestoso core.
 Fra lo sdegno ondeggiando e la ragione
 l'agitato pensier, corse la mano
 sovra la spada, e dalla gran vagina
 traendo la vena; quando veloce
 dal ciel Minerva accorse, a lui spedita
 dalla diva Giunon, che d'ambo i duci
 egual cura ed amor nudra nel petto.
 Gli venne a tergo, e per la bionda chioma
 prese il fiero Pelde, a tutti occulta,
 a lui sol manifesta. Stupefatto
 si scosse Achille, si rivolse, e tosto
 riconobbe la Diva a cui dagli occhi
 uscan due fiamme di terribil luce,
 e la chiam per nome, e in ratti accenti,
 Figlia, disse, di Giove, a che ne vieni?
 Forse d'Atride a veder l'onte? Aperto
 io tel protesto, e avran miei detti effetto:
 ei col suo superbir cerca la morte,
 e la morte si avr. - Frena lo sdegno,
 la Dea rispose dalle luci azzurre:
 io qui dal ciel discesi ad acchetarti,
 se obbedirmi vorrai. Giuno spedimmi,
 Giuno ch'entrambi vi difende ed ama.
 Or via, ti calma, n trar brando, e solo
 di parole contendi. Io tel predco,
 e andr pieno il mio detto: verr tempo
 che tre volte maggior, per doni eletti,
 avrai riparo dell'ingiusta offesa.
 Tu reprimi la furia, ed obbedisci.
 E Achille a lei: Seguir m' forza, o Diva,
 bench d'ira il cor arda, il tuo consiglio.
 Questo fia lo miglior. Ai numi  caro
 chi de' numi al voler piega la fronte.
 Disse; e rattenne su l'argenteo pomo
 la poderosa mano, e il grande acciaro
 nel fodero respinse, alle parole
 docile di Minerva. Ed ella intanto
 all'auree sedi dell'Egoco padre
 sul cielo risal fra gli altri Eterni.
 Achille allora con acerbi detti
 rinfrescando la lite, assalse Atride:
 Ebbro! cane agli sguardi e cervo al core!
 Tu non osi giammai nelle battaglie
 dar dentro colla turba; o negli agguati
 perigliarti co' primi infra gli Achei,
 ch ogni rischio t' morte. Assai per certo
 meglio ti torna di ciascun che franco
 nella grand'oste achea contro ti dica,
 gli avuti doni in securt rapire.
 Ma se questa non fosse, a cui comandi,
 spregiata gente e vil, tu non saresti
 del popol tuo divorator tiranno,
 e l'ultimo de' torti avresti or fatto.
 Ma ben t'annunzio, ed altamente il giuro
 per questo scettro (che diviso un giorno
 dal montano suo tronco unqua n ramo
 n fronda metter, n mai virgulto
 germoglier, poich gli tolse il ferro
 con la scorza le chiome, ed ora in pugno
 sel portano gli Achei che posti sono
 del giusto a guardia e delle sante leggi
 ricevute dal ciel), per questo io giuro,
 e involato sacramento il tieni:
 stagion verr che negli Achei si svegli
 desiderio d'Achille, e tu salvarli
 misero! non potrai, quando la spada
 dell'omicida Ettr far vermigli
 di larga strage i campi: e allor di rabbia
 il cor ti roderai, ch s villana
 al pi forte de' Greci onta facesti.
 Disse; e gitt lo scettro a terra, adorno
 d'aurei chiovi, e s'assise. Ardea l'Atride
 di novello furor, quando nel mezzo
 surse de' Pilii l'orator, Nestorre
 facondo s, che di sua bocca uscino
 pi che mel dolci d'eloquenza i rivi.
 Di parlanti con lui nati e cresciuti
 nell'alma Pilo ei gi trascorse avea
 due vite, e nella terza allor regnava.
 Con prudenti parole il santo veglio
 cos loro a dir prese: Eterni Dei!
 Quanto lutto alla Grecia, e quanta a Pramo
 gioia s'appresta ed a' suoi figli e a tutta
 la dardania citt, quando fra loro
 di voi s'intenda la fatal contesa,
 di voi che tutti di valor vincete
 e di senno gli Achei! Deh m'ascoltate,
 ch minor d'anni di me siete entrambi;
 ed io pur con eroi son visso un tempo
 di voi pi prodi, e non fui loro a vile:
 ned altri tali io vidi unqua, n spero
 di riveder pi mai, quale un Drante
 moderator di genti, e Pirito,
 Cneo ed Essadio e Polifemo uom divo,
 e l'Egde Teseo pari ad un nume.
 Alme pi forti non nudra la terra,
 e forti essendo combattean co' forti,
 co' montani Centauri, e strage orrenda
 ne fean. Con questi, a lor preghiera, io spesso
 partendomi da Pilo e dal lontano
 Apio confine, a conversar vena,
 e secondo mie forze anch'io pugnava.
 Ma di quanti mortali or crea la terra
 niun potra pareggiarli. E nondimeno
 da quei prestanti orecchio il mio consiglio
 ed il mio detto obbedenza ottenne.
 E voi pur anco m'obbedite adunque,
 ch l'obbedirmi or giova. Inclito Atride,
 deh non voler, sebben s grande, a questi
 tor la fanciulla; ma ch'ei s'abbia in pace
 da' Greci il dato guiderdon consenti:
 n tu cozzar con inimico petto
 contra il rege, o Pelde. Un re supremo,
 cui d'alta maest Giove circonda,
 uguaglianza d'onore unqua non soffre.
 Se generato d'una diva madre
 tu lui vinci di forza, ei vince, o figlio,
 te di poter, perch a pi genti impera.
 Deh pon gi l'ira, Atride, e placherassi
 pure Achille al mio prego, ei che de' Greci
 in s ria guerra  principal sostegno.
 Tu rettissimo parli, o saggio antico,
 pronto riprese il regnatore Atride;
 ma costui tutti soverchiar presume,
 tutti a schiavi tener, dar legge a tutti,
 tutti gravar del suo comando. Ed io
 potrei patirlo? Io no. Se il fro i numi
 un invitto guerrier, forse pur anco
 di tanto insolentir gli diero il dritto?
 Tagli quel dire Achille, e gli rispose:
 Un pauroso, un vil certo sarei
 se d'ogni cenno tuo ligio foss'io.
 Altrui comanda, a me non gi; ch'io teco
 sciolto di tutta obbedienza or sono.
 Questo solo vo' dirti, e tu nel mezzo
 lo rinserra del cor. Per la fanciulla
 un d donata, ingiustamente or tolta,
 n con te n con altri il brando mio
 combatter. Ma di quant'altre spoglie
 nella nave mi serbo, n pur una,
 s'io la niego, t'avrai. Vien, se nol credi,
 vieni alla prova; e il sangue tuo scorrente
 dalla mia lancia far saggio altrui.
 Con questa di parole aspra tenzone
 levrsi, e sciolto fu l'acheo consesso.
 Con Patroclo il Pelde e co' suoi prodi
 riede a sue navi nelle tende; e Atride
 varar fa tosto a venti remi eletti
 una celere prora colla sacra
 ecatombe. Di Crise egli medesmo
 vi guida e posa l'avvenente figlia;
 duce v'ascende il saggio Ulisse, e tutti
 gi montati correan l'umide vie.
 Ci fatto, indisse al campo Agamennne
 una sacra lavanda: e ognun devoto
 purificarsi, e via gittar nell'onde
 le sozzure, e del mar lungo la riva
 offrir di capri e di torelli intere
 ecatombi ad Apollo. Al ciel sala
 volubile col fumo il pingue odore.
 Seguan nel campo questi riti. E fermo
 nel suo dispetto e nella dianzi fatta
 ria minaccia ad Achille, intanto Atride
 Euribate e Taltibio a s chiamando,
 fidi araldi e sergenti, Ite, lor disse,
 del Pelde alla tenda, e m'adducete
 la bella figlia di Briso. Se il niega,
 io ne verr con molta mano, io stesso,
 a gliela trre: e ci gli fia pi duro.
 Disse; e il cenno aggravando in via li pose.
 Del mar lunghesso l'infecondo lido
 givan quelli a mal cuore, e pervenuti
 de' Mirmidni alla campal marina
 trovr l'eroe seduto appo le navi
 davanti al padiglion: n del vederli
 certo Achille fu lieto. Ambo al cospetto
 regal fermrsi trepidanti e chini,
 n far motto fur osi n dimando.
 Ma tutto ei vide in suo pensiero, e disse:
 Messaggeri di Giove e delle genti,
 salvete, araldi, e v'appressate. In voi
 niuna  colpa con meco. Il solo Atride,
 ei solo  reo, che voi per la fanciulla
 Briside qui manda. Or va, fuor mena,
 generoso Patrclo, la donzella,
 e in man di questi guidator l'affida.
 Ma voi medesmi innanzi ai santi numi
 ed innanzi ai mortali e al re crudele
 siatemi testimon, quando il d splenda
 che a scampar gli altri di rovina il mio
 braccio abbisogni. Perocch delira
 in suo danno costui, ned il presente
 vede, n il poi, n il come a sua difesa
 salvi alle navi pugneran gli Achei.
 Disse; e Patrclo del diletto amico
 al comando obbed. Fuor della tenda
 Briside men, guancia gentile,
 ed agli araldi condottier la cesse.
 Mentre ei fanno alle navi achee ritorno,
 e ritrosa con lor parta la donna,
 proruppe Achille in un subito pianto,
 e da' suoi scompagnato in su la riva
 del grigio mar s'assise, e il mar guardando
 le man stese, e dolente alla diletta
 madre pregando, Oh madre!  questo, disse,
 questo  l'onor che darmi il gran Tonante
 a conforto dovea del viver breve
 a cui mi partoristi? Ecco, ei mi lascia
 spregiato in tutto: il re superbo Atride
 Agamennn mi disonora; il meglio
 de' miei premi rapisce, e sel possiede.
 S piangendo dicea. La veneranda
 genitrice l'ud, che ne' profondi
 gorghi del mare si sedea dappresso
 al vecchio padre; udillo, e tosto emerse,
 come nebbia, dall'onda: accanto al figlio,
 che lagrime spargea, dolce s'assise,
 e colla mano accarezzollo, e disse:
 Figlio, a che piangi? e qual t'opprime affanno?
 Di', non celarlo in cor, meco il dividi.
 Madre, tu il sai, rispose alto gemendo
 il pi-veloce eroe. Ridir che giova
 tutto il gi conto? Nella sacra sede
 d'Eezon ne gimmo; la cittade
 ponemmo a sacco, e tutta a questo campo
 fu condotta la preda. In giuste parti
 la diviser gli Achivi, e la leggiadra
 Criside fu scelta al primo Atride.
 Crise d'Apollo sacerdote allora
 con l'infula del nume e l'aureo scettro
 venne alle navi a riscattar la figlia.
 Molti doni offer, molte agli Achivi
 porse preghiere, ed agli Atridi in prima.
 Invan; ch preghi e doni e sacerdote
 e degli Achei l'assenso ebbe in dispregio
 Agamennn, che minaccioso e duro
 quel misero cacci dal suo cospetto.
 Part sdegnato il veglio; e Apollo, a cui
 diletto capo egli era, il suo lamento
 esaud dall'Olimpo, e contra i Greci
 pestiferi vibr dardi mortali.
 Pera la gente a torme, e d'ogni parte
 sibilanti del Dio pel campo tutto
 volavano gli strali. Alfine un saggio
 indovin ne fe' chiaro in assemblea
 l'oracolo d'Apollo. Io tosto il primo
 esortai di placar l'ire divine.
 Sdegnossene l'Atride, e in pi levato
 una minaccia mi fe' tal che pieno
 compimento sort. Gli Achivi a Crisa
 sovr'agil nave gi la schiava adducono
 non senza doni a Febo; e dalla tenda
 a me pur dianzi tolsero gli araldi,
 e menr seco di Briso la figlia,
 la fanciulla da' Greci a me donata.
 Ma tu che il puoi, tu al figlio tuo soccorri,
 vanne all'Olimpo, e porgi preghi a Giove,
 s'unqua Giove per te fu nel bisogno
 o d'opera aitato o di parole.
 Nel patrio tetto, io ben lo mi ricordo,
 spesso t'intesi glorarti, e dire
 che sola fra gli Dei da ria sciagura
 Giove campasti adunator di nembi,
 il giorno che tentr Giuno e Nettunno
 e Pallade Minerva in un con gli altri
 congiurati del ciel porlo in catene;
 ma tu nell'uopo sopraggiunta, o Dea,
 l'involasti al periglio, all'alto Olimpo
 prestamente chiamando il gran Centmano,
 che dagli Dei nomato  Braro,
 da' mortali Egene, e di fortezza
 lo stesso genitor vincea d'assai.
 Fiero di tanto onore alto ei s'assise
 di Giove al fianco, e n'ebber tema i numi,
 che poser di legarlo ogni pensiero.
 Or tu questo rammentagli, e al suo lato
 siedi, e gli abbraccia le ginocchia, e il prega
 di dar soccorso ai Teucri, e far che tutte
 fino alle navi le falangi achee
 sien spinte e rotte e trucidate. Ognuno
 lo si goda cos questo tiranno;
 senta egli stesso il gran regnante Atride
 qual commise folla quando superbo
 fe' de' Greci al pi forte un tanto oltraggio.
 E lagrimando a lui Teti rispose:
 Ahi figlio mio! se con s reo destino
 ti partorii, perch allevarti, ahi lassa!
 Oh potessi ozioso a questa riva
 senza pianto restarti e senza offese,
 ingannando la Parca che t'incalza,
 ed omai t'ha raggiunto! Ora i tuoi giorni
 brevi sono ad un tempo ed infelici,
 ch iniqua stella il d ch'io ti produssi
 i talami paterni illuminava.
 E nondimen d'Olimpo alle nevose
 vette n'andr, ragioner con Giove
 del fulmine signore, e al tuo desire
 piegarlo tenter. Tu statti intanto
 alle navi; e nell'ozio del tuo brando
 senta l'Achivo de' tuoi sdegni il peso.
 Perocch ieri in grembo all'Oceno
 fra gl'innocenti Etopi discese
 Giove a convito, e il segur tutti i numi.
 Dopo la luce dodicesma al cielo
 torner. Recherommi allor di Giove
 agli eterni palagi; al suo ginocchio
 mi gitter, supplicher, n vana
 d'espugnarne il voler speranza io porto.
 Part, ci detto; e lui quivi di bile
 macerato lasci per la fanciulla
 suo mal grado rapita. Intanto a Crisa
 colla sacra ecatombe Ulisse approda.
 Nel seno entrati del profondo porto,
 le vele ammanr, le collocaro
 dentro il bruno naviglio, e prestamente
 dechinr colle gomone l'antenna,
 e l'adagir nella corsa. Co' remi
 il naviglio accostr quindi alla riva;
 e l'ancore gittate, e della poppa
 annodati i ritegni, ecco sul lido
 tutta smontar la gente, ecco schierarsi
 l'ecatombe d'Apollo, e dalla nave
 dell'onde vatrice ultima uscire
 Criside. All'altar l'accompagnava
 l'accorto Ulisse, ed alla man del caro
 genitor la ponea con questi accenti:
 Crise, il re sommo Agamennn mi manda
 a ti render la figlia, e offrir solenne
 un'ecatombe a Febo, onde gli sdegni
 placar del nume che gli Achei percosse
 d'acerbissima piaga. - In questo dire
 l'amata figlia in man gli cesse; e il vecchio
 la si raccolse giubilando al petto.
 Tosto dintorno al ben costrutto altare
 in ordinanza statur la bella
 ecatombe del Dio; lavr le palme,
 presero il sacro farro, e Crise alzando
 colla voce la man, fe' questo prego:
 Dio che godi trattar l'arco d'argento,
 tu che Crisa proteggi e la divina
 Cilla, signor di Tnedo possente,
 m'odi: se dianzi a mia preghiera il campo
 acheo gravasti di gran danno, e onore
 mi desti, or fammi di quest'altro voto
 contento appieno. La terribil lue,
 che i Dnai strugge, allontanar ti piaccia.
 S disse orando, ed esaudillo il nume.
 Quindi fin posto alle preghiere, e sparso
 il salso farro, alzar fr suso in prima
 alle vittime il collo, e le sgozzaro.
 tratto il cuoio, fascir le incise cosce
 di doppio omento, e le coprr di crudi
 brani. Il buon vecchio su l'accese schegge
 le abbrustolava, e di purpureo vino
 spruzzando le vena. Scelti garzoni
 al suo fianco tenean gli spiedi in pugno
 di cinque punte armati: e come fro
 rosolate le coste, e fatto il saggio
 delle viscere sacre, il resto in pezzi
 negli schidoni infissero, con molto
 avvedimento l'arrostiro, e poscia
 tolser tutto alle fiamme. Al fin dell'opra,
 poste le mense, a banchettar si diero,
 e del cibo egualmente ripartito
 sbramrsi tutti. Del cibarsi estinto
 e del bere il deso, d'almo leo
 coronando il cratere, a tutti in giro
 ne porsero i donzelli, e fe' ciascuno,
 libagion colle tazze. E cos tutto
 cantando il d la gioventude argiva,
 e un allegro pena alto intonando,
 laudi a Febo dicean, che nell'udirle
 sentasi tocco di dolcezza il core.
 Fugato il sole dalla notte, ei diersi
 presso i poppesi della nave al sonno.
 Poi come il cielo colle rosee dita
 la bella figlia del mattino aperse,
 conversero la prora al campo argivo,
 e mand loro in poppa il vento Apollo.
 Rizzr l'antenna, e delle bianche vele
 il seno dispiegr. L'aura seconda
 le gonfiava per mezzo, e strepitoso,
 nel passar della nave, il flutto azzurro
 mormorava dintorno alla carena.
 Giunti agli argivi accampamenti, in secco
 trasser la nave su la colma arena,
 e lunghe vi spiegr travi di sotto
 acconciamente. Per le tende poi
 si dispersero tutti e pe' navili.
 Appo i suoi legni intanto il generoso
 Pelde Achille nel segreto petto
 di sdegno si pascea, n al parlamento,
 scuola illustre d'eroi, n alle battaglie
 pi compara; ma il cor struggea di doglia
 lungi dall'armi, e sol dell'armi il suono
 e delle pugne il grido egli sospira.
 Rifulse alfin la dodicesma aurora,
 e tutti di conserva al ciel gli Eterni
 fean ritorno, ed avanti iva il re Giove.
 Memore allor del figlio e del suo prego,
 Teti emerse dal mare, e mattutina
 in cielo al sommo dell'Olimpo alzossi.
 Sul pi sublime de' suoi molti gioghi
 in disparte trov seduto e solo
 l'onniveggente Giove. Innanzi a lui
 la Dea s'assise, colla manca strinse
 le divine ginocchia, e colla destra
 molcendo il mento, e supplicando disse:
 Giove padre, se d'opre e di parole
 giovevole fra' numi unqua ti fui,
 un mio voto adempisci. Il figlio mio,
 cui volge il fato la pi corta vita,
 deh, m'onora il mio figlio a torto offeso
 dal re supremo Agamennn, che a forza
 gli rap la sua donna, e la si tiene.
 Onoralo, ti prego, olimpio Giove,
 sapientissimo Iddio; fa che vittrici
 sien le spade troiane, infin che tutto
 e doppio ancora dagli Achei pentiti
 al mio figlio si renda il tolto onore.
 Disse; e nessuna le facea risposta
 il procelloso Iddio; ma lunga pezza
 muto stette, e sedea. Teti il ginocchio
 teneagli stretto tuttavolta, e i preghi
 iterando vena: Deh, parla alfine;
 dimmi aperto se nieghi, o se concedi;
 nulla hai tu che temer; fa ch'io mi sappia
 se fra le Dee son io la pi spregiata.
 Profondamente allora sospirando
 l'adunator de' nembi le rispose:
 Opra chiedi odiosa che nemico
 farammi a Giuno, e degli ontosi suoi
 motti bersaglio. Ardita ella mai sempre
 pur dinanzi agli Dei vien meco a lite,
 e de' Troiani aiutator m'accusa.
 Ma tu sgombra di qua, ch non ti vegga
 la sospettosa. Mio pensier fia poscia
 che il desir tuo si cmpia, e a tuo conforto
 abbine il cenno del mio capo in pegno.
 Questo fra' numi  il massimo mio giuro,
 n revocarsi, n fallir, n vana
 esser pu cosa che il mio capo accenna.
 Disse; e il gran figlio di Saturno i neri
 sopraccigli inchin. Su l'immortale
 capo del sire le divine chiome
 ondeggiaro, e tremonne il vasto Olimpo.
 Cos fermo l'affar si dipartiro.
 Teti dal ciel spicc nel mare un salto;
 Giove alla reggia s'avvi. Rizzrsi
 tutti ad un tempo da' lor troni i numi
 verso il gran padre, n veruno ardissi
 aspettarne il venir fermo al suo seggio,
 ma mosser tutti ad incontrarlo. Ei grave
 si compose sul trono. E gi sapea
 Giuno il fatto del Dio; ch'ella veduto
 in segreti consigli avea con esso
 la figlia di Nero, Teti la diva
 dal bianco piede. Con parole acerbe
 cos dunque l'assalse: E qual de' numi
 tenne or teco consulta, o ingannatore?
 Sempre t' caro da me scevro ordire
 tenebrosi disegni, n ti piacque
 mai farmi manifesto un tuo pensiero.
 E degli uomini il padre e degli Dei
 le rispose: Giunon, tutto che penso
 non sperar di saperlo. Ardua ten fra
 l'intelligenza, bench moglie a Giove.
 Ben qualunque dir cosa si convegna,
 nullo, prima di te, mortale o Dio
 la si sapr. Ma quel che lungi io voglio
 dai Celesti ordinar nel mio segreto,
 non dimandarlo n scrutarlo, e cessa.
 Acerbissimo Giove, e che dicesti?
 Riprese allor la maestosa il guardo
 veneranda Giunon: gran tempo  pure
 che da te nulla cerco e nulla chieggo,
 e tu tranquillo adempi ogni tuo senno.
 Or grave un dubbio mi molesta il core,
 che Teti, del marin vecchio la figlia,
 non ti seduca; ch'io la vidi, io stessa,
 sul mattino arrivar, sederti accanto,
 abbracciarti i ginocchi; e certo a lei
 di molti Achivi tu giurasti il danno
 appo le navi, per onor d'Achille.
 E a rincontro il signor delle tempeste:
 Sempre sospetti, n celarmi io posso,
 spirto maligno, agli occhi tuoi. Ma indarno
 la tua cura uscir, ch'anzi pi sempre
 tu mi costringi a disamarti, e questo
 a peggio ti verr. S'al ver t'apponi,
 che al ver t'apponga ho caro. Or siedi, e taci,
 e m'obbedisci; ch giovarti invano
 potran quanti in Olimpo a tua difesa
 accorresser Celesti, allor che poste
 le invitte mani nelle chiome io t'abbia.
 Disse; e chin la veneranda Giuno
 i suoi grand'occhi paurosa e muta,
 e in cor premendo il suo livor s'assise.
 Di Giove in tutta la magion le fronti
 si contristr de' numi, e in mezzo a loro
 gratificando alla diletta madre
 Vulcan l'inclito fabbro a dir s prese:
 Una malvagia intolleranda cosa
 questa al certo sar, se voi cotanto,
 de' mortali a cagion, piato movete,
 e suscitate fra gli Dei tumulto.
 De' banchetti la gioia ecco sbandita,
 se la vince il peggior. Madre, t'esorto,
 bench saggia per te; vinci di Giove,
 vinci del padre coll'ossequio l'ira,
 onde a lite non torni, e del convito
 ne conturbi il piacer; ch'egli ne puote,
 del fulmine signore e dell'Olimpo,
 dai nostri seggi rovesciar, se il voglia;
 perocch sua possanza a tutte  sopra.
 Or tu con care parolette il molci,
 e tosto il placherai. - Surse, ci detto,
 ed all'amata genitrice un tondo
 gemino nappo fra le mani ei pose,
 bisbigliando all'orecchio: O madre mia,
 bench mesta a ragion, sopporta in pace,
 onde te con quest'occhi io qui non vegga,
 te, che cara mi sei, forte battuta;
 ch allor nessuna con dolor mio sommo
 darti ata io potrei. Duro egli  troppo
 cozzar con Giove. Altra fiata, il sai,
 volli in tuo scampo venturarmi. Il crudo
 afferrommi d'un piede, e mi scagli
 dalle soglie celesti. Un giorno intero
 rovinai per l'immenso, e rifinito
 in Lenno caddi col cader del sole,
 dalli Sinzii raccolto a me pietosi.
 Disse; e la Diva dalle bianche braccia
 rise, e in quel riso dalla man del figlio
 prese il nappo. Ed ei poscia agli altri Eterni,
 incominciando a destra, e dal cratere
 il nttare attignendo, a tutti in giro
 lo mescea. Suscitossi infra' Beati
 immenso riso nel veder Vulcano
 per la sala aggirarsi affaccendato
 in quell'opra. Cos, fino al tramonto,
 tutto il d convitossi, ed egualmente
 del banchetto ogni Dio partecipava.
 N l'aurata manc lira d'Apollo,
 n il dolce delle Muse alterno canto.
 Ratto, poi che del Sol la luminosa
 lampa si spense, a' suoi riposi ognuno
 ne' palagi n'and, che fabbricati
 a ciascheduno avea con ammirando
 artifizio Vulcan l'inclito zoppo.
 E a' suoi talami anch'esso, ove qual volta
 soave l'assala forza di sonno,
 corcar solea le membra, il fulminante
 Olimpio s'avv. Quivi salito
 addormentossi il nume, ed al suo fianco
 giacque l'alma Giunon che d'oro ha il trono.





















 LIBRO SECONDO.

 Tutti ancora dorman per l'alta notte
 i guerrieri e gli Dei; ma il dolce sonno
 gi le pupille abbandonato avea
 di Giove che pensoso in suo segreto
 divisando vena come d'Achille,
 con molta strage delle vite argive,
 illustrar la vendetta. Alla divina
 mente alfin parve lo miglior consiglio
 invar all'Atride Agamennne
 il malefico Sogno. A s lo chiama,
 e con presto parlar, Scendi, gli dice,
 scendi, Sogno fallace, alle veloci
 prore de' Greci, e nella tenda entrato
 d'Agamennn, quant'io t'impongo, esponi
 esatto ambasciator. Digli che tutte
 in armi ei ponga degli Achei le squadre,
 che dell'iliaco muro oggi  decreta
 su nel ciel la caduta; che discordi
 degli eterni d'Olimpo abitatori
 pi non sono le menti; che di Giuno
 cessero tutti al supplicar; che in somma
 l'estremo giorno de' Troiani  giunto.
 Disse; ed il Sogno, il divin cenno udito,
 avvossi e calossi in un baleno
 su l'argoliche navi. Entra d'Atride
 nel queto padiglione, e immerso il trova
 nella dolcezza di nettareo sonno.
 Di Nestore Nelde il volto assume,
 di Nestore, cui sovra ogni altro duce
 Agamennne riveriva, e in queste
 forme sul capo del gran re sospesa,
 cos la diva vison gli disse:
 Tu dormi, o figlio del guerriero Atro?
 Tutta dormir la notte ad uom sconviensi
 di supremo consiglio, a cui son tante
 genti commesse e tante cure. Attento
 dunque m'ascolta. A te vengh'io celeste
 nunzio di Giove, che lontano ancora
 su te veglia pietoso. Egli precetto
 ti fa di porre tutti quanti in arme
 prontamente gli Achei. Tempo  venuto
 che l'ampia Troia in tua man cada: i numi
 scesero tutti, intercedente Giuno,
 in un solo volere, e alla troiana
 gente sovrasta l'infortunio estremo
 preparato da Giove. Or tu ben figgi
 questo avviso nell'alma, e fa che seco
 non lo si porti, col partirsi, il sonno.
 Sparve ci detto; e delle udite cose,
 di che contrario uscir dovea l'effetto,
 pensoso lo lasci. Prender di Troia
 quel d stesso le mura egli sperossi,
 n di Giove sapea, stolto! i disegni,
 n qual aspro pugnar, n quanta il Dio
 di lagrime cagione e di sospiri
 ai Troiani e agli Achivi apparecchiava.
 Si riscuote dal sonno, e la divina
 voce dintorno gli susurra ancora.
 Sorge, e del letto su la sponda assiso
 una molle s'avvolge alla persona
 tunica intatta, immacolata; gittasi
 il regal manto indosso; il pi costringe
 ne' bei calzari; il brando aspro e lucente
 d'argentee borchie all'omero sospende,
 l'involato avito scettro impugna,
 ed alle navi degli Achei cammina.
 Gi sul balzo d'Olimpo alta ascendea
 di Titon la consorte, annunziatrice
 dell'alma luce a Giove e agli altri Eterni;
 quando con chiara voce i banditori
 per comando d'Atride a parlamento
 convocaro gli Achei, che frettolosi
 accorsero e frequenti. Ma raccolse
 de' magnanimi duci Agamennne
 prima il senato alla nestorea nave,
 e raccolti che fro, in questi accenti
 il suo prudente consultar propose:
 M'udite, amici. Nella queta notte
 una divina vison m'apparve,
 che te, Nestore padre, alla statura,
 agli atti, al volto somigliava in tutto.
 Sul mio capo librossi, e cos disse:
 Figlio d'Atro, tu dormi? A sommo duce
 cui di tanti guerrieri e tante cure
 commesso  il pondo, non s'addice il sonno.
 M'odi adunque: mandato a te son io
 da Giove che dal ciel di te pensiero
 prende e pietate. Ei tutte ti comanda
 armar le truppe de' chiomati Achei,
 ch di Troia il conquisto oggi  maturo;
 poich di Giuno il supplicar compose
 la discordia de' numi, e grave ai Teucri
 danno sovrasta per voler di Giove.
 Tu di Giove il comando in cor riponi.
 Sparve, ci detto, e quel mio dolce sonno
 m'abbandon. La guisa or noi di porre
 gli Achivi in arme esaminiam. Ma pria
 giovi con finto favellar tentarne,
 fin dove lice, i sentimenti. Io dunque
 comander che su le navi ognuno
 si disponga alla fuga, e sparsi ad arte
 voi l'impedite con opposti accenti.
 Cos detto s'assise. In pi rizzossi
 dell'arenosa Pilo il regnatore
 Nestore, e saggio ragionando disse:
 O amici, o degli Achei principi e duci,
 s'altro qualunque Argivo un cotal sogno
 detto n'avesse, un menzogner l'avremmo,
 e spregeremmo: ma lo vide il sommo
 capo del campo. A risvegliar si corra
 dunque l'acheo valore. - E s dicendo
 usciva il vecchio dal consiglio, e tutti
 surti in pi lo seguan gli altri scettrati
 del re supremo ossequiosi. Intanto
 il popolo accorrea. Quale dai fori
 di cava pietra numeroso sbuca
 lo sciame delle pecchie, e succedendo
 sempre alle prime le seconde, volano
 sui fior di aprile a gara, e vi fan grappolo
 altre di qua affollate, altre di l;
 cos fuor delle navi e delle tende
 correan per l'ampio lido a parlamento
 affollate le turbe, e le spronava
 l'ignea Fama, di Giove ambasciatrice.
 Si congregaro alfin. Tumultuoso
 brulicava il consesso, ed al sedersi
 di tante genti il suol gemea di sotto.
 Ben nove araldi d'acchetar fean prova
 quell'immenso frastuono, alto gridando:
 Date fine ai clamori, udite i regi,
 udite, Achivi, del gran Dio gli alunni.
 Sostrsi alfine: ne' suoi seggi ognuno
 si compose, e cess l'alto fragore.
 Allor rizzossi Agamennn stringendo
 lo scettro, esimia di Vulcan fatica.
 Di pria Vulcano quello scettro a Giove,
 e Giove all'uccisor d'Argo Mercurio;
 questi a Pelope auriga, esso ad Atro;
 Atro morendo al possessor di pingui
 greggi Tieste, e da Tieste alfine
 nella destra pass d'Agamennne,
 che poi sovr'Argo lo distese, e sopra
 isole molte. A questo il grande Atride
 appoggiato, s disse: Amici eroi,
 Dnai, di Marte bellicosi figli,
 in una dura e perigliosa impresa
 Giove m'avvolse, Iddio crudel, che prima
 mi promise e giur delle superbe
 iliache mura la conquista, e in Argo
 glorioso il ritorno. Or mi delude
 indegnamente, e dopo tante in guerra
 vite perdute, di tornar m'impone
 inonorato alle paterne rive.
 Del prepotente Iddio questo  il talento,
 di lui che nell'immensa sua possanza
 gi di molte citt l'eccelse rocche
 distrusse, e molte struggeranne ancora.
 Ma qual onta per noi appo i futuri
 che contra minor oste un tale e tanto
 esercito di forti una s lunga
 guerra guerreggi; e non la cmpia ancora?
 Certo se tutti convocati insieme
 salda pace a giurar Teucri ed Achivi,
 e di questi e di quei levato il conto,
 ad ogni dieci Achivi un Teucro solo
 mescer dovesse di leo la spuma,
 molte decurie si vedran chiedenti
 con labbro asciutto il mescitor: cotanto
 maggior de' Teucri cittadini estimo
 il numero de' nostri. Ma li molti
 da diverse citt raccolti e scesi
 in lor sussidio bellicosi amici
 duro intoppo mi fanno, e a mio dispetto
 mi vietano espugnar d'Ilio le mura.
 Gi del gran Giove il nono anno si volge
 da che giungemmo, e gi marciti i fianchi
 son delle navi, e logore le sarte;
 e le nostre consorti e i cari figli
 desando ne stanno e richiamando
 nelle vedove case. E noi l'impresa
 che a queste sponde ne condusse, ancora
 consumar non sapemmo. Al vento adunque,
 diamo al vento le vele, io vel consiglio,
 alla dolce fuggiam terra nata
 di concorde voler, ch disperata
 delle mura troiane  la conquista.
 Mosse quel dire delle turbe i petti,
 e fremea l'adunanza, a quella guisa
 che dell'icario mare i vasti flutti
 si confondono allor che Noto ed Euro
 della nube di Giove il fianco aprendo
 a sollevar li vanno impetuosi.
 E come quando di Favonio il soffio
 denso campo di biade urta, e passando
 il capo inchina delle bionde spiche;
 tal si commosse il parlamento, e tutti
 alle navi correan precipitosi
 con fremito guerrier. Sotto i lor piedi
 s'alza la polve, e al ciel si volve oscura.
 I navigli allestir, lanciarli in mare,
 espurgarne le fosse, ed i puntelli
 sottrarre alle carene era di tutti
 la faccenda e la gara. Arde ogni petto
 del sacro amore delle patrie mura,
 e tutto di clamori il cielo eccheggia.
 E degli Achei quel d sara seguto,
 contro il voler de' fati, il dipartire,
 se con questo parlar non si volgea
 Giuno a Minerva: O dell'Egoco Padre
 invincibile figlia, cos dunque,
 il mar coprendo di fuggenti vele,
 al patrio lido rediran gli Achivi?
 Ed a Priamo l'onore, ai Teucri il vanto
 lasceran tutto dell'argiva Elna
 dopo tante per lei, lungi dal caro
 nido nato, qui spente anime greche?
 Deh scendi al campo acheo, scendi, ed adopra
 lusinghiero parlar, molci i soldati,
 frena la fuga, n patir che un solo
 de' remiganti pini in mar sia tratto.
 Obbediente la cerulea Diva
 dalle cime d'Olimpo dispiccossi
 velocissima, e tosto fu sul lido.
 Ivi Ulisse trov, senno di Giove,
 occupato non gi del suo naviglio,
 ma del dolor che il preme, e immoto in piedi.
 Gli si fece davanti la divina
 Glaucopide dicendo: O di Laerte
 generoso figliuol, prudente Ulisse,
 cos dunque n'andrete? E al patrio suolo
 navigherete, e lascerete a Priamo
 di vostra fuga il vanto, ed ai Troiani
 d'Argo la donna, e invendicato il sangue
 di tanti, che per lei qui lo versaro,
 bellicosi compagni? A che ti stai?
 T'appresenta agli Achei, rompi gl'indugi,
 dolci adopra parole e li trattieni,
 n consentir che antenna in mar si spinga.
 Cos disse la Dea. Ne riconobbe
 l'eroe la voce, e via gittato il manto,
 che dopo lui raccolse il banditore
 Eurbate itacense, a correr diessi;
 e incontrato l'Atride Agamennne,
 ratto ne prende il regal scettro, e vola
 con questo in pugno tra le navi achee;
 e quanti ei trova o duci o re, li ferma
 con parlar lusinghiero; e, Che fai, dice,
 valoroso campione? A te de' vili
 disconvien la paura. Or via, ti resta,
 pregoti, e gli altri fa restar. La mente
 ben palese non t' d'Agamennne;
 egli tenta gli Achei, pronto a punirli.
 Non tutti han chiaro ci che dianzi in chiuso
 consesso ei disse. Deh badiam, che irato
 non ne percuota d'improvvisa offesa.
 Di re supremo acerba  l'ira, e Giove,
 che al trono l'educ, l'onora ed ama.
 S'uom poi vedea del vulgo, e lo cogliea
 vociferante, collo scettro il dosso
 batteagli; e, Taci, gli garra severo,
 taci tu tristo, e i pi prestanti ascolta
 tu codardo, tu imbelle, e nei consigli
 nullo e nell'armi. La vogliam noi forse
 far qui tutti da re? Pazzo fu sempre
 de' molti il regno. Un sol comandi, e quegli
 cui scettro e leggi affida il Dio, quei solo
 ne sia di tutti correttor supremo.
 Cos l'impero adoperando Ulisse
 frena le turbe, e queste a parlamento
 dalle navi di nuovo e dalle tende
 con fragore accorrean, pari a marina
 onda che mugge e sferza il lido, ed alto
 ne rimbomba l'Egeo. Queto s'asside
 ciascheduno al suo posto: il sol Tersite
 di gracchiar non si resta, e fa tumulto
 parlator petulante. Avea costui
 di scurrili indigeste dicere
 pieno il cerbro, e fuor di tempo, e senza
 o ritegno o pudor le vomitava
 contro i re tutti; e quanto a destar riso
 infra gli Achivi gli vena sul labbro,
 tanto il protervo beffator dicea.
 Non venne a Troia di costui pi brutto
 ceffo; era guercio e zoppo, e di contratta
 gran gobba al petto; aguzzo il capo, e sparso
 di raro pelo. Capital nemico
 del Pelde e d'Ulisse, ei li solea
 morder rabbioso: e schiamazzando allora
 colla stridula voce lacerava
 anche il duce supremo Agamennne,
 s che tutti di sdegno e di corruccio
 fremean; ma il tristo ognor pi forti alzava
 le rampogne e gridava: E di che dunque
 ti lagni, Atride? che ti manca? Hai pieni
 di bronzo i padiglioni e di donzelle,
 delle vinte citt spoglie prescelte
 e da noi date a te primiero. O forse
 pur d'auro hai fame, e qualche Teucro aspetti
 che d'Ilio uscito lo ti rechi al piede,
 prezzo del figlio da me preso in guerra,
 da me medesmo, o da qualch'altro Acheo?
 O cerchi schiava giovinetta a cui
 mescolarti in amore alla spartita?
 Eh via, che a sommo imperador non lice
 scandalo farsi de' minori. Oh vili,
 oh infami, oh Achive, non Achei! Facciamo
 vela una volta; e qui costui si lasci
 qui lui solo a smaltir la sua ricchezza,
 onde a prova conosca se l'aita
 gli  buona o no delle nostr'armi. E dianzi
 nol vedemmo pur noi questo superbo
 ad Achille, a un guerrier che s l'avanza
 di fortezza, for onta? E dell'offeso
 non si tien egli la rapita schiava?
 Ma se d'Achille il cor di generosa
 bile avvampasse, e un indolente vile
 non si fosse egli pur, questo sara
 stato l'estremo de' tuoi torti, Atride.
 Cos contra il supremo Agamennne
 impazzava Tersite. Gli fu sopra
 repente il figlio di Laerte, e torvo
 guatandolo grid: Fine alle tue
 faconde ingiurie, ciarlator Tersite.
 E tu sendo il peggior di quanti a Troia
 con gli Atridi passr, tu audace e solo
 non dar di cozzo ai re, n rimenarli
 su quella lingua con villane aringhe,
 n del ritorno t'impacciar, ch il fine
 di queste cose al nostro sguardo  oscuro,
 n sappiam se felice o sventurato
 questo ritorno riuscir ne debba.
 Ma di tue contumelie al sommo Atride
 so ben io lo perch: donato il vedi
 di molti doni dagli achivi eroi,
 per ci ti sbracci a maledirlo. Or io
 cosa dirotti che vedrai compiuta.
 Se com'oggi insanir pi ti ritrovo,
 caschimi il capo dalle spalle, e detto
 di Telemaco il padre io pi non sia,
 mai pi, se non t'afferro, e delle vesti
 tutto nudo, da questo almo consesso
 non ti caccio malconcio e piangoloso.
 S dicendo, le terga gli percuote
 con lo scettro e le spalle. Si contorce
 e lagrima dirotto il manigoldo
 dell'aureo scettro al tempestar, che tutta
 gli fa la schiena rubiconda; ond'egli
 di dolor macerato e di paura
 s'assise, e obbliquo riguardando intorno
 col dosso della man si terse il pianto.
 Rallegr quella vista i mesti Achivi,
 e surse in mezzo alla tristezza il riso;
 e fu chi vlto al suo vicin dicea:
 Molte in vero d'Ulisse opre vedemmo
 eccellenti e di guerra e di consiglio,
 ma questa volta fra gli Achei, per dio!
 fe' la pi bella delle belle imprese,
 frenando l'abbaiar di questo cane
 dileggiator. Che s, che all'arrogante
 pass la frega di dar morso ai regi!
 Mentre questo dicean, levossi in piedi
 e collo scettro di parlar fe' cenno
 l'espugnatore di cittadi Ulisse.
 In sembianza d'araldo accanto a lui
 la fiera Diva dalle luci azzurre
 silenzio a tutti impose, onde gli estremi
 del par che i primi udirne le parole
 potessero, ed in cor pesarne il senno.
 Allora il saggio di principio: Atride,
 questi Achivi di te vonno far oggi
 il pi infamato de' mortali. Han posto
 le promesse in obblo fatte al partirsi
 d'Argo alla volta d'Ilon, giurando
 di non tornarsi che Ilon caduto.
 Guardali: a guisa di fanciulli, a guisa
 di vedovelle sospirar li senti,
 e a vicenda plorar per lo deso
 di riveder le patrie mura. E in vero
 tal qui si pate traversa, che scusa
 il desiderio de' paterni tetti.
 Se a navigante da vernal procella
 impedito e sbattuto in mar che freme,
 pur di un mese  crudel la lontananza
 dalla consorte, che pensar di noi
 che gi vedemmo del nono anno il giro
 su questo lido? Compatir m' forza
 dunque agli Achivi, se a mal cor qui stanno.
 Ma dopo tanta dimoranza  turpe
 vti di gloria ritornar. Deh voi,
 deh ancor per poco tollerate, amici,
 tanto indugiate almen, che si conosca
 se vero o falso profet Calcante.
 In cuor riposte ne teniam noi tutti
 le divine parole, e voi ne foste
 testimoni, voi s quanti la Parca
 non aveste crudel. Parmi ancor ieri
 quando le navi achee di lutto a Troia
 apportatrici in Aulide raccolte,
 noi ci stavamo in cerchio ad una fonte
 sagrificando sui devoti altari
 vittime elette ai Sempiterni, all'ombra
 d'un platano al cui pi nascea di pure
 linfe il zampillo. Un gran prodigio apparve
 subitamente. Un drago di sanguigne
 macchie spruzzato le cerulee terga,
 orribile a vedersi, e dallo stesso
 re d'Olimpo spedito, ecco repente
 sbucar dall'imo altare, e tortuoso
 al platano avvinghiarsi. Avean lor nido
 in cima a quello i nati tenerelli
 di passera feconda, latitanti
 sotto le foglie: otto eran elli, e nona
 la madre. Colass l'angue salito
 gl'implumi divor, miseramente
 pigolanti. Plorava i dolci figli
 la madre intanto, e svolazzava intorno
 pietosamente; finch ratto il serpe
 vibrandosi afferr la meschinella
 all'estremo dell'ala, e lei che l'aure
 empiea di stridi, nella strozza ascose.
 Divorata co' figli anco la madre,
 del vorator fe' il Dio che lo mandava
 nuovo prodigio; e lo converse in sasso.
 Stupidi e muti ne lasci del fatto
 la meraviglia, e a noi, che dell'orrendo
 portento fra gli altari intervenuto
 incerti ci stavamo e paventosi,
 Calcante profet: Chiomati Achivi,
 perch muti cos? Giove ne manda
 nel veduto prodigio un tardo segno
 di tardo evento, ma d'eterno onore.
 Nove augelli ingoi l'angue divino,
 nov'anni a Troia ingoier la guerra,
 e la citt nel decimo cadr.
 Cos disse il profeta, ed ecco omai
 tutto adempirsi il vaticinio. Or dunque
 perseverate, generosi Achei,
 restatevi di Troia al giorno estremo.
 Levossi a questo dire un alto grido,
 a cui le navi con orribil eco
 rispondean, grido lodator del saggio
 parlamento d'Ulisse. Ed incalzando
 quei detti il vecchio cavalier Nestorre,
 Oh vergogna, dicea; sul vostro labbro
 parole intesi di fanciulli a cui
 nulla cal della guerra. Ove n'andranno
 i giuramenti, le promesse e i tanti
 consigli de' pi saggi e i tanti affanni,
 le libagioni degli Dei, la fede
 delle congiunte destre? Dissipati
 n'andran col fumo dell'altare? Achei,
 noi contendiamo di parole indarno,
 e in vane induge il tempo si consuma,
 che dar si debbe a salutar riparo.
 Tien fermo, Atride, il tuo coraggio, e fermo
 su gli Achei nelle pugne alza lo scettro:
 ed in proposte, che d'effetto vote
 cadran mai sempre, marcir lascia i pochi
 che in disparte consultano se in Argo
 redir si debba, pria che falsa o vera
 si conosca di Giove la promessa.
 Io ti fo certo che il saturnio figlio,
 il giorno che di Troia alla runa
 sciolser gli Achivi le veloci antenne,
 non dubbio cenno di favor ne fece
 balenando a diritta. Alcun non sia
 dunque che parli del tornarsi in Argo,
 se prima in braccio di troiana sposa
 non vendica d'Elna il ratto e i pianti.
 Se taluno pur v'ha che voglia a forza
 di qua partirsi, di toccar si provi
 il suo naviglio, e trover primiero
 la meritata morte. Tu frattanto
 pria ti consiglia con te stesso, o sire,
 indi cogli altri, n sprezzar l'avviso
 ch'io ti porgo. Dividi i tuoi guerrieri
 per curie e per trib, s che a vicenda
 si porga aita una trib con l'altra,
 l'una con l'altra curia. A questa guisa,
 obbedendo agli Achei, ti fia palese
 de' capitani a un tempo e de' soldati
 qual siasi il prode e quale il vil; ch ognuno
 con emula virt pel suo fratello
 combatter. Conoscerai pur anco
 se nume avverso, o codarda de' tuoi,
 o poca d'armi maestra ti tolga
 delle dardanie mura la conquista.
 Saggio vegliardo, gli rispose Atride,
 in tutti della guerra i parlamenti
 nanzi a tutti tu vai. Piacesse a Giove,
 a Minerva piacesse e al santo Apollo,
 ch'altri dieci io m'avessi infra gli Achei
 a te pari in consiglio; ed atterrata
 cadra ben tosto la citt troiana.
 Ma me l'Egoco Giove in alti affanni
 sommerse, e incauto mi sospinse in vane
 gare e contese. Di parole avemmo
 gran lite Achille ed io d'una fanciulla,
 ed io fui primo all'ira. Ma se fia
 che in amist si torni, un sol momento
 non tarder di Troia il danno estremo.
 Or via, di cibo a ristorar le forze
 itene tutti per la pugna. Ognuno
 l'asta raffili, ognun lo scudo assetti,
 di copioso alimento ognun governi
 i corridor veloci, e diligente
 visiti il cocchio, e mediti il conflitto;
 onde questo sia giorno di battaglia
 tutto e di sangue, e senza posa alcuna,
 finch la notte non estingua l'ire
 de' combattenti. Di guerrier sudore
 bagnerassi la soga dello scudo
 sui caldi petti, verr manco il pugno
 sovra il calce dell'asta, e destrier molli
 trarranno il cocchio con infranta lena.
 Qualunque io poscia scorger che lungi
 dalla pugna si resti appo le navi
 neghittoso, non fia chi salvo il mandi
 dalla fame de' cani e degli augelli.
 Cos disse, e al finir di sue parole
 mandr gli Achivi un altissimo grido
 somigliante al muggir d'onda spezzata
 all'alto lido ove il soffiar la caccia
 di furioso Noto incontro ai fianchi
 di prominente scoglio, flagellato
 da tutti i venti e da perpetue spume.
 Si levr frettolosi, si dispersero
 per le navi, destr per tutto il lido
 globi di fumo, ed imbandr le mense.
 Chi a questo dio sacrifica, chi a quello,
 al suo ciascun si raccomanda, e il prega
 di camparlo da morte nella pugna.
 Ma il re de' prodi Agamennne un pingue
 toro quinquenne al pi possente nume
 sagrifica, e convita i pi prestanti:
 Nestore primamente e Idomeno,
 quindi entrambi gli Aiaci, e di Tido
 l'inclito figlio, e sesto il divo Ulisse.
 Spontaneo venne Menelao, cui noto
 era il travaglio del fratello. E questi
 fr di s stessi una corona intorno
 alla vittima, e preso il salso farro
 nel mezzo Agamennne orando disse:
 Glorioso de' nembi adunatore
 Massimo Giove abitator dell'etra,
 pria che il sole tramonti e l'aria imbruni,
 fa che fumanti al suol di Priamo io getti
 gli alti palagi, e d'ostil fiamma avvampi
 le regie porte; fa che la mia lancia
 squarci l'usbergo dell'ettreo petto,
 e che dintorno a lui molti suoi fidi
 boccon distesi mordano la polve.
 Disse; ed il nume l'olocausto accolse,
 ma non il voto, e a lui pi lutto ancora
 preparando vena. Finito il prego
 e sparso il farro, ed incurvato all'ara
 della vittima il collo, la scannaro,
 la discuoiaro, ne squartr le cosce,
 le rivestr di doppio zirbo, e sopra
 poservi i crudi brani. Indi la fiamma
 d'aride schegge alimentando, a quella
 cocean gli entragni nello spiedo infissi.
 Adusti i fianchi, e fatto delle sacre
 viscere il saggio, lo restante in pezzi
 negli schidon confissero, ed acconcia-
 -mente arrostito ne levaro il tutto.
 Finita l'opra, apparecchir le mense,
 e a suo talento vivand ciascuno.
 Di cibo sazi e di bevanda, prese
 a cos dire il cavalier Nestorre:
 Re delle genti glorioso Atride
 Agamennn, si tolga ogni dimora
 all'impresa che in pugno il Dio ne pone.
 Degli araldi la voce alla rassegna
 chiami sul lido i loricati Achei,
 e noi scorriamo le raccolte squadre,
 e di Marte destiam l'ira e il deso.
 Assent pronto il sire, ed al suo cenno
 l'acuto grido degli araldi diede
 della pugna agli Achivi il fiero invito.
 Corsero quelli frettolosi; e i regi
 di Giove alunni, che seguan l'Atride,
 li ponean ratti in ordinanza. Errava
 Minerva in mezzo, e le splendea sul petto
 incorrotta, immortal la prezosa
 Egida da cui cento eran sospese
 frange conteste di finissim'oro,
 e valea cento tauri ogni gherone.
 In quest'arme la Diva folgorando
 concitava gli Achivi, ed accendea
 l'ardir ne' petti, e li facea gagliardi
 a pugnar fieramente e senza posa.
 Allor la guerra si fe' dolce al core
 pi che il volger le vele al patrio nido.
 Siccome quando la vorace vampa
 sulla montagna una gran selva incende,
 sorge splendor che lungi si propaga;
 cos al marciar delle falangi achive
 mandan l'armi un chiaror che tutto intorno
 di tremuli baleni il cielo infiamma.
 E qual d'oche o di gru volanti eserciti
 ovver di cigni che snodati il tenue
 collo van d'Asio ne' bei verdi a pascere
 lungo il Castro, e vagolando esultano
 su le larghe ale, e nel calar s'incalzano
 con tale un rombo che ne suona il prato;
 cos le genti achee da navi e tende
 si diffondono in frotte alla pianura
 del divino Scamandro, e il suol rimbomba
 sotto il pi de' guerrieri e de' cavalli
 terribilmente. Nelle verdi lande
 del fiume s'arrestr gremti e spessi
 come le foglie e i fior di primavera.
 Conti lo sciame dell'impronte mosche
 che ronzano in april nella capanna,
 quando di latte sgorgano le secchie,
 chi contar degli Achei desa le torme
 anelanti de' Teucri alla rovina.
 Ma quale  de' caprai la maestra
 nel divider le greggie, allor che il pasco
 le confonde e le mesce, a questa guisa
 in ordinate squadre i capitani
 schieravano gli Achivi alla battaglia.
 Agamennn qual tauro era nel mezzo,
 che nobile e sovrana alza la fronte
 sovra tutto l'armento e lo conduce:
 e tal fra tanti eroi Giove gl'infonde
 e garbo e maest, che Marte al cinto,
 Nettunno al petto, e il Folgorante istesso
 negli sguardi somiglia e nella testa.
 Muse dell'alto Olimpo abitatrici,
 or voi ne dite (ch voi tutte, o Dive,
 riguardate le cose e le sapete:
 a noi nessuna  conta, e ne susurra
 di fuggitiva fama un'aura appena),
 dite voi degli Achivi i condottieri.
 Della turba infinita io n parole
 far n nome, ch bastanti a questo
 non dieci lingue mi saran n dieci
 bocche, n voce pur di ferreo petto.
 Di tutta l'oste ad Ilio navigata
 divisar la memoria altri non puote
 che l'alme figlie dell'Egoco Giove.
 Sol dunque i duci, e sol le navi io canto.
 Erano de' Beozi i capitani
 Arcesilao, Leto e Penelo
 e Protenore e Clonio, e traean seco
 d'Iria i coloni e d'Aulide petrosa,
 con quei di Scheno e Scolo, e quei dell'erta
 Eteono e di Tespia, e quei che manda
 la spazosa Micalesso e Grea;
 e quei che d'Arma la contrada edca,
 ed Ilesio ed Ertre ed Eleone
 e Peteone ed Ila ed Ocala.
 Seguono i prodi della ben costrutta
 Medeone e di Cope, e gli abitanti
 d'Eutresi e Tisbe di colombe altrice.
 Di Corona vien dopo e dell'erbosa
 Alarto e di Glissa e di Plata
 e d'Ipotebe dalle salde mura
 una gran torma: ed altri abbandonaro
 le sacrate a Nettunno inclite selve
 d'Onchesto, e d'Arne i pampinosi colli;
 altri il pian di Mida; altri di Nisa
 gli almi boschetti, e gli ultimi confini
 d'Antdone. Di questi eran cinquanta
 le navi, e ognuna cento prodi e venti,
 fior di beozia giovent, portava.
 Dell'Orcomno Mino gli eletti,
 misti a quei d'Aspledne, hanno a lor duci
 Ascalafo e Ialmeno, ambo di Marte
 egregia prole. Ne' secreti alberghi
 d'Attore Azde partorilli Astioche
 vereconda fanciulla, alle superne
 stanze salita, e al forte iddio commista
 in amplesso furtivo. Eran di questi
 trenta le navi che schierrsi al lido.
 Regge la squadra de' Focensi il cenno
 di Schedio e d'Epistrfo, incliti figli
 del generoso Naubolde Ifto.
 Inva questi guerrier la discoscesa
 balza di Pito, e Ciparisso e Crissa,
 gentil paese, e Daulide e Panope.
 D'Anemoria e di Jampoli van seco
 gli abitatori, e quei che del Cefiso
 beon l'onde sacre, e quei che di Lila
 domano i gioghi alle cefisie fonti.
 Son quaranta le prore al mar fidate
 da questi prodi, e tutte in ordinanza
 de' Beoz disposte al manco lato.
 Di Locride guidava i valorosi
 Aiace d'Olo, veloce al corso.
 Di tutta la persona egli  minore
 del Telamonio, n minor di poco;
 ma picciolo quantunque e non coperto
 che di lino torace, ei tutti avanza
 e Greci e Achivi nel vibrar dell'asta.
 Di Cino, di Callaro e d'Opunte
 lo seguono i deletti, e quei di Bessa,
 e quei che i colti dell'amena Auge
 e di Scarfe lascir, misti di Tarfa
 ai duri agresti, e quei di Tronio a cui
 il Boagrio torrente i campi allaga.
 Venti e venti il seguan preste carene
 della locrese giovent venuta
 di l dai fini della sacra Euba.
 Ma gl'incoli d'Euba gli arditi Abanti,
 Eretrensi, Calcidensi, e quelli
 dell'aprica vitifera Istea,
 e di Cerinto e in una i marinari,
 e i montanari dell'alpestre Dio,
 e quei di Stira e di Caristo han duce
 il bellicoso Elefenr, figliuolo
 di Calcodonte, e sir de' prodi Abanti.
 Snellissimi di pi portan costoro
 fiocchi di chiome su la nuca, egregi
 combattitori, a maraviglia sperti
 nell'abbassar la lancia, e sul nemico
 petto smagliati fracassar gli usberghi.
 E quaranta di questi eran le vele.
 Della splendida Atene ecco gli eroi,
 popolo del magnanimo Eretto
 cui l'alma terra partor. Nudrillo
 ed in Atene il colloc Minerva
 alla sant'ombra de' suoi pingui altari,
 ove l'attica gente a statuito
 giro di soli con agnelli e tauri
 placa la Diva. Guidator di questi
 era il Petde Menesto. Non vede
 pari il mondo a costui nella scenza
 di squadronar cavalli e fanti. Il solo
 Nestor l'eguaglia, perch d'anni il vince.
 Cinquanta navi ha seco. Unrsi a queste
 sei altre e sei di Salamina uscite,
 al Telamonio Aiace obbedienti.
 Segua l'eletta de' guerrier, cui d'Argo
 mandava la pianura e la superba
 d'ardue mura Tirinto e le di cupo
 golfo custodi Ermone ed Asne.
 Con essi di Trezene e della lieta
 di pampini Epidauro e d'Eone
 vena la squadra; e dopo questa un fiero
 di giovani drappello che d'Egina
 lasci gli scogli e di Masete. A questi
 tre sono i duci, il marzio Domede,
 Stnelo dell'altero Capano
 diletta prole, e il somigliante a nume
 Euralo figliuol di Mecisto
 Talaionide. Ma del corpo tutto
 condottiero supremo  Domede.
 E sono ottanta di costor le antenne.
 Ma ben cento son quelle a cui comanda
 il regnatore Agamennne Atride.
 Sua seguace  la gente che gl'inva
 la regale Micene e l'opulenta
 Corinto, e quella della ben costrutta
 Cleone e quella che d'Ornee discende,
 e dall'amena Aretira. N scarsa
 fu de' suoi Sicon, seggio primiero
 d'Adrasto. Anco Iperesia, anco l'eccelsa
 Gonoessa e Pellene ed Egio e tutte
 le marittime prode, e tutta intorno
 d'Elice la campagna impoverrsi
 d'abitatori. E questa truppa  fiore
 di gagliardi, e la pi di quante allora
 schierrsi in campo. D'arme rilucenti
 iva il duce vestito, ed esultava
 in suo segreto del vedersi il primo
 fra tanti eroi; e veramente egli era
 il maggior di que' regi, e conducea
 il maggior nerbo delle forze achive.
 Il concavo di balze incoronato
 lacedemonio suol Sparta e Brise,
 e Fari e Messa di colombe altrice,
 e Auge la lieta e l'amicla contrada,
 Etila ed Elo al mar giacente e Laa,
 queste tutte spedr sovra sessanta
 prore i lor figli; e Menelao li guida
 atante guerrier. Disgiunta ei tiene
 dalla fraterna la sua schiera, e forte
 del suo proprio valor la sprona all'armi,
 di vendicar su i Teucri impazente
 l'onta e i sospir della rapita Elna.
 Di novanta navigli capitano
 veniva il veglio cavalier Nestorre.
 Di Pilo ei guida e dell'aprica Arene
 gli abitanti e di Trio, guado d'Alfo,
 e della ben fondata Epi, con quelli
 a cui Ciparissente e Anfigena
 sono stanza, e Ptelo ed Elo e Dorio,
 Dorio famosa per l'acerbo scontro
 che col tracio Tamiri ebber le Muse
 il giorno che d'Ecalia e dagli alberghi
 dell'ecaliese Eurto ei fea ritorno.
 Millantava costui che vinte avra
 al paragon del canto anco le Muse,
 le Muse figlie dell'Egoco Giove.
 Adirate le dive al burbanzoso
 tolser la luce e il dolce canto e l'arte
 delle corde dilette animatrice.
 Segua l'arcade schiera dalle falde
 del Cillene discesa e dai contorni
 del tumulo d'Epto, esperta gente
 nel ferir da vicino. Usca con essa
 di campestri garzoni una caterva,
 che del Feno li paschi e il pecoroso
 Orcomeno lascir. V'eran di Ripe
 e di Strazia i coloni e di Tega,
 e quei d'Enispe tempestosa, e quelli
 cui dell'amena Mantina nutrisce
 l'opima gleba e la stinfalia valle
 e la parrasia selva. Avean costoro
 spiegate al vento di cinquanta e dieci
 navi le vele, che a varcar le negre
 onde lor di lo stesso rege Atride
 Agamennne; perocch di studi
 marinareschi all'Arcade non cale.
 D'intrepidi nell'arme e sperti petti
 iva carca ciascuna, e la reggea
 d'Anco figliuolo il rege Agapenorre.
 La squadra che consegue, e si divide
 quadripartita, ha quattro duci, e ognuno
 a dieci navi accenna. Le montaro
 molti Epi valorosi, e gli abitanti
 di Buprasio e del sacro elo paese,
 e di tutto il terren che tra il confine
 di Mirsino ed Irmino si racchiude,
 e tra l'Olenia rupe e l'erto Alsio.
 Di Cteato figliuol l'illustre Anfimaco
 guida il primo squadron, Talpio il secondo
 egregio seme dell'Eurto Attride;
 Dore il terzo, generosa prole
 d'Amarinco. Del quarto  correttore
 il simigliante a nume Polisseno,
 germe dell'Augeade Agastene.
 Ai forti di Dulichio e delle sacre
 Echinadi isolette, che rimpetto
 alle contrade ele rompon l'opposto
 pelago, a questi  condottier Megete,
 di sembiante guerrier pari a Gradivo.
 Il gener Filo diletto a Giove,
 buon cavalier che dai paterni un giorno
 odii sospinto alla dulichia terra
 migr fuggendo, e v'ebbe impero. Il figlio
 quaranta prore ad Ilon guidava.
 Dei prodi Cefaleni, abitatori
 d'Itaca alpestre e di Nerito ombroso,
 di Crocila, di Samo e di Zacinto
 e dell'aspra Egelpe e dell'opposto
 continente, di tutti  duce Ulisse
 vero senno di Giove; e lo seguino
 dodici navi di vermiglio pinte.
 Ne spinge in mar quaranta il capitano
 degli Etoli Toante, a cui fu padre
 Andrmone; e traea seco le torme
 di Pleurone, d'Oleno e di Pilene,
 quelle dell'aspra Calidone e quelle
 di Calcide. E raccolta era in Toante
 degli Etli la somma signora
 da che la Parca i figli ebbe percosso
 del magnanimo Eno, posto col biondo
 Meleagro infelice ei pur sotterra.
 Il gran mastro di lancia Idomeno
 guida i Cretesi che di Gnosso usciro,
 di Litto, di Mileto e della forte
 Gortina e dalla candida Licasto
 e di Festo e di Rizio, inclite tutte
 popolose contrade, ed altri molti
 dell'alma Creta abitator, di Creta
 che di cento citt porta ghirlanda.
 Di questi tutti Idomeno divide
 col marzio Meron la glorosa
 capitananza; e ottanta navi han seco.
 Nove da Rodi ne varr gli alteri
 Rodani per l'isola partiti
 in triplice trib: Lindo, Jaliso,
 e il biancheggiante di terren Camiro.
 L'Eraclide Tleplemo  lor duce,
 grande e robusto battaglier che al forte
 Ercole un giorno Astocha produsse,
 cui d'Efira e dal fiume Selleente
 seco addusse l'eroe, poich distrutto
 v'ebbe molte cittadi e molta insieme
 giovent generosa. Entro i paterni
 fidi alberghi Tleplemo cresciuto
 di subitaneo colpo a morte mise
 Licinnio, al padre avuncolo diletto,
 e canuto guerrier. Ratto costrusse
 alquante navi l'uccisore, e accolti
 molti compagni, si fugg per l'onde,
 l'ira vitando e il minacciar degli altri
 figli e nipoti dell'erculeo seme.
 Dopo error molti e stenti i fuggitivi
 toccr di Rodi il lido, e qui divisi
 tutti in tre parti posero la stanza:
 e il gran re de' mortali e degli Dei
 li dilesse, e su lor piovve la piena
 d'infinita mirabile ricchezza.
 Niro tre navi conducea da Sima,
 Niro d'Aglaia figlio e di Caropo,
 Niro di quanti navigaro a Troia
 il pi vago, il pi bel, dopo il Pelde
 belt perfetta. Ma un imbelle egli era;
 e turba lo segua di pochi oscuri.
 Quei che tenean Nisiro e Caso e Crpato
 e Coo seggio d'Euripilo, e le prode
 dell'isole Calidne, il cenno regge
 d'Antifo e di Fidippo, ambo figliuoli
 di Tessalo Eraclde. E trenta navi
 aravano a costor l'onda marina.
 Ditene adesso, o Dive, i valorosi
 d'Alo e d'Alope e del pelasgic'Argo
 e di Trachine; n di Ftia n d'Ellade,
 di bellissime donne educatrice,
 gli eroi tacete, Mirmidon chiamati,
 ed Elleni ed Achei. Sopra cinquanta
 prore a costoro  capitano Achille.
 Ma di guerra in que' cor tace il pensiero,
 ch'ei pi non hanno chi a pugnar li guidi.
 Il divino Pelde appo le navi
 neghittoso si giace, e della tolta
 Briseide l'ira si smaltisce in petto,
 bella di belle chiome alma fanciulla
 che in Lirnesso ei s'avea con molto affanno
 conquistata per mezzo alla runa
 di Lirnesso e di Tebe, a morte spinti
 del bellicoso Eveno ambo i figliuoli
 Epistrofo e Minete. Per costei
 langua nell'ozio il mesto eroe; ma il giorno
 del suo destarsi all'armi era vicino.
 Quei che Filce e la fiorita Prraso,
 terra a Cerere sacra, e la feconda
 di molto gregge Itne, e quei che manda
 la marittima Antrone e di Ptelo
 l'erboso suol, reggea, mentre che visse,
 il marzal Protesilao. Ma lui
 la negra terra allor chiudea nel seno,
 e la moglie in Filce derelitta
 le belle gote lacerava, e tutta
 vedova del suo re piangea la casa.
 Primo ei balzossi dalle navi, e primo
 trafitto cadde dal dardanio ferro:
 ma senza duce non rest sua schiera,
 ch Podarce or la guida, esimio figlio
 del Filacide Ificlo, che di pingui
 lanose torme avea molta ricchezza.
 Del magnanimo ucciso era Podarce
 minor germano; ma perch quel grande
 non pur d'anni il vincea, ma di prodezza,
 l'egregio estinto duce era pur sempre
 di sua schiera il deso. Di questa squadra
 son quaranta le navi in ordinanza.
 Gli abitator di Fere, appo il bebo
 stagno, e quelli di Bebe e di Glafira
 e dell'alta Jaolco avean salpato
 con undici navigli. Eumelo  duce,
 germe caro d'Admeto, e la divina
 in fra le donne Alcesti il partoro,
 delle figlie di Pelia la pi bella.
 Di Metone, Taumacia e Meliba
 e dell'aspra Olizone era venuto
 con sette prore un fier drappello, e carca
 di cinquanta gagliardi era ciascuna,
 sperti di remo e d'arco e di battaglia.
 Famoso arciero li reggea da prima
 Filottete; ma questi egro d'acuti
 spasmi ora giace nella sacra Lenno,
 ove da tetra di pestifer angue
 piaga offeso gli Achei l'abbandonaro.
 Ma dell'afflitto eroe gl'ingrati Argivi
 ricorderansi, e in breve. Intanto il fido
 suo stuol si strugge del deso di lui,
 ma non va senza duce. Lo governa
 Medon cui spurio figlio ad Olo
 eversor di citt Rena produsse.
 Que' poi che Tricca e la scoscesa Itome
 ed Ecalia tenean seggio d'Eurito,
 han capitani d'Esculapio i figli,
 della paterna medic'arte entrambi
 sperti assai, Podalirio e Macaone.
 Fan trenta navi di costor la schiera.
 Ormenio, Asterio e l'ipere fontane,
 e del Titano le candenti cime
 i lor prodi mandr sotto il comando
 del chiaro figlio d'Evemone Eurpilo
 da quaranta carene accompagnato.
 D'Argissa e di Girton, d'Orte e d'Elona
 e della bianca Oloossona i figli
 procedono suggetti al fermo e forte
 Polipete, figliuol di Pirito,
 del sempiterno Giove inclito seme;
 e generollo a Pirito l'illustre
 Ippodama quel d che dei bimembri
 irti Centauri ei fe' l'alta vendetta,
 e li cacci dal Pelio, e agli Eticesi
 li confin. N solo  Polipete,
 ma seco  Leonto, marzio germoglio
 del Cende magnanimo Corone.
 e questa  squadra di quaranta antenne.
 Venti da Cifo e due Guno ne guida
 d'Eneni onerose e di Perebi,
 franchi soldati, e di color che intorno
 alla fredda Dodona avean la stanza,
 e di quelli che solcano gli ameni
 campi cui l'onda titaresia irriga,
 rivo gentil che nel Peno devolve
 le sue bell'acque, n per le mesce
 con gli argenti peni, ma vi galleggia
 come liquida oliva; ch di Stige
 (giuramento tremendo) egli  ruscello.
 Ultimo vien di Tentredone il figlio
 il veloce Proto, duce ai Magneti
 dal bel Peno mandati e dal frondoso
 Pelio. Il seguan quaranta navi. E questi
 fur dell'achiva armata i capitani.
 Dimmi or, Musa, chi fosse il pi valente
 di tanti duci e de' cavalli insieme
 che gli Atridi segur. Prestanti assai
 eran le ferezadi puledre
 ch'Eumlo maneggiava, agili e ratte
 come penna d'augello, ambe d'un pelo,
 d'et pari e di dosso a dritto filo.
 Il vibrator del curvo arco d'argento
 Febo educolle ne' perii prati,
 e portavan di Marte la paura
 nelle battaglie. Degli eroi primiero
 era l'Aiace Telamonio, mentre
 persever nell'ira il grande Achille,
 il pi forte di tutti; e innanzi a tutti
 ivan di pregio i corridor portanti
 l'incomparabil Tessalo. Ma questi
 nelle ricurve navi si giacea
 inoperoso, e sempre spirante ira
 contro l'Atride Agamennne. Intanto
 lunghesso il mare al disco, all'asta, all'arco
 i suoi guerrieri si prendean diletto.
 Ozosi i cavalli appo i lor cocchi
 pasceano l'apio paludoso e il loto,
 e i cocchi si giacean coperti e muti
 nelle tende dei duci, e i duci istessi,
 del bellicoso eroe desiderosi,
 givan pel campo vagabondi e inerti.
 Movean le schiere intanto in vista eguali
 a un mar di foco inondator, che tutta
 divorasse la terra; ed alla pesta
 de' trascorrenti piedi il suol s'uda
 rimbombar. Come quando il fulminante
 irato Giove Inarime flagella
 duro letto a Tifo, siccome  grido;
 cos de' passi al suon gemea la terra.
 Mentre il campo traversano veloci
 gli Achei, col pi che i venti adegua, ai Teucri
 Iri discese di feral novella
 apportatrice, e la speda di Giove
 un comando. Tenean questi consiglio
 giovani e vecchi, congregati tutti
 ne' regali vestiboli. Mischiossi
 tra lor la Diva, di Polte assunta
 l'apparenza e la voce. Era Polte
 di Priamo un figlio che, del pi fidando
 nella prestezza, stavasi de' Teucri
 esploratore al monumento in cima
 dell'antico Eseta, e vi spava
 degli Achivi la mossa. In queste forme
 trasse innanzi la Diva, e al re conversa,
 Padre, disse, che fai? Sempre a te piace
 il molto sermonar come ne' giorni
 della pace; n pensi alla ruina
 che ne sovrasta. Molte pugne io vidi,
 ma tali e tante non vid'io giammai
 ordinate falangi. Numerose
 al pari delle foglie e dell'arene
 procedono nel campo a dar battaglia
 sotto Troia. Tu dunque primamente,
 Ettore, ascolta un mio consiglio, e il poni
 ad effetto. Nel sen di questa grande
 citt diversi di diverse lingue
 abbiam guerrieri di soccorso. Ognuno
 de' lor duci si ponga alla lor testa,
 e tutti in punto di pugnar li metta.
 Conobbe Ettorre della Dea la voce,
 e di subito sciolse il parlamento.
 Corresi all'armi, si spalancan tutte
 le porte, e folti sboccano in tumulto
 fanti e cavalli. Alla citt rimpetto
 solitario nel piano ergesi un colle
 a cui s'ascende d'ogni parte. E' detto
 da' mortai Bata, dagl'immortali
 tomba dell'agilissima Mirinna;
 ivi i Teucri schierrsi e i collegati.
 Capitan de' Troiani  il grande Ettorre,
 d'eccelso elmetto agitator. Lo segue
 de' pi forti guerrier schiera infinita
 coll'aste in pugno di ferir bramose.
 Ai Dardani comanda il valoroso
 figliuol d'Anchise Enea cui la divina
 Venere in Ida partor, commista
 Diva immortale ad un mortal; ned egli
 solo comanda, ma ben anco i due
 Antenridi Archloco e Acamante
 in tutte guise di battaglia esperti.
 Quei che dell'Ida alle radici estreme
 hanno stanza in Zela ricchi Troiani
 la profonda beventi acqua d'Asepo,
 Pandaro guida, licaonio figlio,
 cui fe' dono dell'arco Apollo istesso.
 Della citt d'Apesio e d'Adrasta,
 di Pita la gente e dell'eccelsa
 fera montagna han duci Adrasto ed Anfio
 corazzato di lino, ambo rampolli
 di Merope Percosio. Era costui
 divinator famoso, ed a' suoi figli
 non consenta l'andata all'omicida
 guerra. Ma i figli non l'udir; ch nero
 a morir li traea fato crudele.
 Mandr Percote e Prazio e Sesto e Abido
 e la nobile Arisba i lor guerrieri,
 ed Asio li conduce, Asio figliuolo
 d'Irtaco, e prence che d'Arisba venne
 da fervidi portato alti cavalli
 alla riviera sellenta nudriti.
 Dalla pingue Larissa i furibondi
 lanciatori pelasghi Ipptoo mena
 con Pilo, bellicosi ambo germogli
 del pelasgico Leto Teutamde.
 Acamante e l'eroe duce Piro
 i Traci conducean quanti ne serra
 l'estuoso Ellesponto; ed i Cicni
 del giavellotto vibratori, Eufemo
 del Ceade Trezeno alto nipote;
 poi Pirecme i Peni a cui sul tergo
 suonan gli archi ricurvi, e gli spedisce
 la rimota Amidone, e l'Assio, fiume
 di larga correnta, l'Assio di cui
 non si spande ne' campi onda pi bella.
 Dall'neto paese ov' la razza
 dell'indomite mule, conducea
 di Pilemene l'animoso petto
 i Paflagoni, di Citoro e Ssamo
 e di splendide case abitatori
 lungo le rive del Partenio fiume,
 e d'Egilo e di Cromna e dell'eccelse
 balze eritine. Li segua la squadra
 degli Alizoni d'Alibe discesi,
 d'Alibe ricca dell'argentea vena.
 Duci a questi eran Hodio ed Epistrfo,
 e Cromi ai Misii e l'indovino Ennmo.
 Ma con gli augurii il misero non seppe
 schivar la Parca. Sotto l'asta ei cadde
 del Pelde, quel d che di nemica
 strage vermiglio lo Scamandro ei fece.
 Forci ed Ascanio diforme al campo
 dall'Ascania traean le frigie torme
 di commetter battaglia impazenti.
 Di Pilemene i figli Antifo e Mestle,
 alla giga palude partoriti,
 ai Meonii eran duci, a quelli ancora
 che alla falda del Tmolo ebber la vita.
 Quindi i Carii di barbara favella
 di Mileto abitanti e del frondoso
 monte de' Ftiri e del meandrio fiume
 e dell'erte di Mcale pendici.
 Anfimaco a costor con Naste impera,
 figli di Nomon, Naste un prudente,
 Anfimaco un insano. Iva alla pugna
 carco d'oro costui come fanciulla:
 stolto! ch l'oro allontanar non seppe
 l'atra morte che il giunse allo Scamandro.
 Ivi il ferro achilleo lo stese, e l'oro
 preda del forte vincitor rimase.
 Venan di Licia alfine, e dai rimoti
 gorghi del Xanto i Licii, e li guidava
 l'incolpabile Glauco e Sarpedonte.













 LIBRO TERZO.

 Poich sotto i lor duci ambo schierati
 gli eserciti si fur, mosse il troiano
 come stormo d'augei, forte gridando
 e schiamazzando, col romor che mena
 lo squadron delle gru, quando del verno
 fuggendo i nembi l'ocen sorvola
 con acuti clangori, e guerra e morte
 porta al popol pigmeo. Ma taciturni
 e spiranti valor marcian gli Achivi,
 pronti a recarsi di conserto aita.
 Come talor del monte in su la cima
 di Scirocco il soffiar spande la nebbia
 al pastore odiosa, al ladro cara
 pi che la notte, n va lunge il guardo
 pi che tiro di pietra: a questa guisa
 si destava di polve una procella
 sotto il pi de' guerrieri che veloci
 l'aperto campo trascorrean. Venuti
 di poco spazio l'un dell'altro a fronte
 gli eserciti nemici, ecco Alessandro
 nelle prime apparir file troiane
 bello come un bel Dio. Portava indosso
 una pelle di pardo, ed il ricurvo
 arco e la spada; e due dardi guizzando
 ben ferrati ed aguzzi, iva de' Greci
 sfidando i primi a singolar conflitto.
 Il vide Menelao dinanzi a tutti
 venir superbo a lunghi passi; e quale
 il cor s'allegra di lon che visto
 un cervo di gran corpo o caprolo,
 spinto da fame a divorarlo intende,
 e il latrar de' molossi, e degli audaci
 villan robusti il minacciar non cura;
 tale alla vista del Troian leggiadro
 esult Menelao. Piena sperando
 far sopra il traditor la sua vendetta,
 balza armato dal cocchio: e lui scorgendo
 venir tra' primi, in cor turbossi il drudo,
 e della morte paventoso in salvo
 si ritrasse tra' suoi. Qual chi veduto
 in montana foresta orrido serpe
 risalta indietro, e per la balza fugge
 di paura tremante e bianco in viso,
 tal fra le schiere de' superbi Teucri,
 l'ira temendo del figliuol d'Atreo,
 l'avvenente codardo retrocesse.
 Ettore il vide, e con ripiglio acerbo
 gli fu sopra gridando: Ahi sciagurato!
 ahi profumato seduttor di donne,
 vile del pari che leggiadro! oh mai
 mai non fossi tu nato, o morto fossi
 anzi ch'esser marito, ch tal fra
 certo il mio voto, e per te stesso il meglio,
 pi che carco d'infamia ir mostro a dito.
 Odi le risa de' chiomati Achei,
 che al garbo dell'aspetto un valoroso
 ti suspicr da prima, e or sanno a prova
 che vile e fiacca in un bel corpo hai l'alma.
 E vigliacco qual sei tu il mar varcasti
 con eletti compagni? e visitando
 straniere genti tu dall'apia terra
 donna d'alta belt, moglie d'eroi,
 rapir potesti, e il padre e Troia e tutti
 cacciar nelle sciagure, agl'inimici
 farti bersaglio, ed infamar te stesso?
 Perch fuggi? perch di Menelao
 non attendi lo scontro? Allor saprai
 di qual prode guerrier t'usurpi e godi
 la florida consorte: n la cetra
 ti varr n il favor di Citerea,
 n il vago aspetto n la molle chioma,
 quando cadrai riverso nella polve.
 Oh fosser meno paurosi i Teucri!
 ch tu n'andresti gi, premio al mal fatto,
 d'un guarnello di sassi rivestito.
 Ed il vago a rincontro: Ettore, il veggo,
 a ragion mi rampogni, ed io t'escuso.
 Ma quel duro tuo cor scure somiglia
 che ben tagliente una navale antenna
 fende, vibrata da gagliardi polsi,
 e nerbo e lena al fenditor raddoppia.
 Non rinfacciarmi di Ciprigna i doni,
 ch, qualunque pur sia, gradito e bello
 sempre  il dono d'un Dio; n il conseguirlo
  nel nostro volere. Or se t'aggrada
 ch'io scenda a duellar, fa che l'achee
 squadre e le teucre seggansi tranquille,
 e me nel mezzo e Menelao mettete
 d'Elena armati a terminar la lite,
 e di tutto il tesor di ch'ella  ricca.
 Qual si vinca di noi s'abbia la donna
 con tutto insieme il suo regal corredo,
 e via la meni alle sue case; e tutti
 su le percosse vittime giurando
 amist, voi di Troia abiterete
 l'alma terra securi, e quelli in Argo
 faran ritorno e nell'Acaia in braccio
 alle vaghe lor donne. - A questo dire
 brill di gioia Ettorre, ed elevando
 l'asta brandita e procedendo in mezzo,
 di sostarsi fe' cenno alle sue schiere.
 Tutte fr alto: ma gl'infesti Achei
 a saettar si diero alla sua mira
 e dardi e sassi, infin che forte alzando
 la voce Agamennn: Cessate, ei grida,
 cessate, Argivi; non vibrate, Achei,
 ch'egli par che parlarne il bellicoso
 Ettore brami. - Riverenti tutti
 cessr le offese, e si fur queti. Allora
 fra questo campo e quello Ettor s disse:
 Troiani, Achivi, dal mio labbro udite
 ci che parla Alessandro, esso per cui
 fra noi surta ed accesa  tanta guerra.
 Egli vuol che de' Teucri e degli Achei
 quete stian l'armi, e sia da solo a solo
 col bellicoso Menelao decisa
 d'Elena la querela, e in un di quanta
 ricchezza le pertien. Quegli de' due
 che rimarrassi vincitor, si prenda
 la bella donna, e in sua magion l'adduca
 col tutto che possiede: e sia tra noi
 con saldi patti l'amist giurata.
 Disse; e tutti ammutr. Ma non gi muto
 si rest Menelao, che doloroso,
 Me pur, gridava, me me pure udite,
 ch il primo offeso mi son io. Fra' Greci
 bramo io pur diffinita e fra' Troiani
 questa lite una volta e le sofferte
 molte sventure per la mia ragione
 e per l'oltraggio d'Alessandro. Or quello
 perisca di noi due, che dalla Parca
  dannato a perire; e voi con pace
 vi separate. Una negr'agna adunque
 svenate, o Teucri, all'alma Terra, e un agno
 di bianco pelo al Sole: un terzo a Giove
 offrirassi da noi. Ma venga all'ara
 la maest di Pramo, e la pace
 giuri egli stesso su le sacre fibre
 (ch spergiuri per prova e senza fede
 io conosco i suoi figli), onde protervo
 nessun di Giove i giuramenti infranga.
 Incostante, com'aura,  per natura
 de' giovani il pensier; ma dove il senno
 intervien de' canuti, a cui presenti
 son le passate e le future cose,
 ivi  felice d'ambe parti il fine.
 S disse; e rallegr Teucri ed Achei
 la dolce speme di finir la guerra.
 Schieraro i cocchi e ne smontr: svestiti
 quindi dell'armi, le adagir su l'erba,
 l'une appresso dell'altre, e breve spazio
 separava le schiere. Alla cittade
 due banditori, a trarne i sacri agnelli
 e a chiamar ratti il padre, Ettore inva:
 inva del pari il rege Agamennne
 alle navi Taltibio, onde la terza
 ostia n'adduca; e obbediente ei corse.
 Scese intanto dal cielo ambasciatrice
 Iri ad Elna dalle bianche braccia,
 della cognata Laodice assunto
 il sembiante gentil, di Laodice
 che pregiata del prence Elicaone,
 d'Antnore figliuolo, era consorte,
 e tra le figlie pramee tenuta
 la pi vaga. Trovolla che tessea
 a doppia trama una splendente e larga
 tela, e su quella istorando andava
 le fatiche che molte a sua cagione
 soffrano i Teucri e i loricati Achei.
 La Diva innanzi le si fece, e disse:
 Sorgi, sposa diletta, a veder vieni
 de' Troiani e de' Greci un ammirando
 spettacolo improvviso. Essi che dianzi
 di sangue ingordi lagrimosa guerra
 si fean nel campo, or fatto han tregua, e queti
 seggonsi e curvi su gli scudi in mezzo
 alle lunghe lor picche al suol confitte.
 Alessandro frattanto e Menelao
 per te coll'asta in singolar certame
 combatteranno, e tu verrai chiamata
 del prode vincitor cara consorte.
 Con questo ragionar la Dea le mise
 un subito nel cor dolce deso
 del primiero marito e della patria
 e de' parenti. Ond'ella in bianco velo
 prestamente ravvolta, e di segrete
 tenere stille rugiadosa il ciglio,
 della stanza n'usciva; e non gi sola,
 ma due donzelle la seguan, Climene
 per grand'occhi lodata, e di Pitteo
 Etra la figlia. Delle porte Scee
 giunser tosto alla torre, ove seduto
 Priamo si stava, e con lui Lampo e Clizio,
 Panto, Timete, Icetaone e i due
 spegli di senno Ucalegonte e Antnore,
 del popol senori, che dell'armi
 per vecchiezza deposto avean l'affanno,
 ma tutti egregi dicitor, sembianti
 alle cicade che agli arbusti appese
 dell'arguto lor canto empion la selva.
 Come vider venire alla lor volta
 la bellissima donna i vecchion gravi
 alla torre seduti, con sommessa
 voce tra lor venan dicendo: In vero
 biasmare i Teucri n gli Achei si denno
 se per costei s duturne e dure
 sopportano fatiche. Essa all'aspetto
 veracemente  Dea. Ma tale ancora
 via per mar se ne torni, e in nostro danno
 pi non si resti n de' nostri figli.
 Dissero; e il rege la chiam per nome:
 Vieni, Elena, vien qua, figlia diletta,
 siedimi accanto, e mira il tuo primiero
 sposo e i congiunti e i cari amici. Alcuna
 non hai colpa tu meco, ma gli Dei,
 che contra mi destr le lagrimose
 arme de' Greci. Or drizza il guardo, e dimmi
 chi sia quel grande e maestoso Acheo
 di s bel portamento? Altri l'avanza
 ben di statura, ma non vidi al mondo
 maggior decoro, n mortale io mai
 degno di tanta riverenza in vista:
 Re lo dice l'aspetto. - E la pi bella
 delle donne cos gli rispondea:
 Suocero amato, la presenza tua
 di timor mi rempie e di rispetto.
 Oh scelta una crudel morte m'avessi,
 pria che l'orme del tuo figlio seguire,
 il marital mio letto abbandonando
 e i fratelli e la cara figlioletta
 e le dolci compagne! Al ciel non piacque;
 e quindi  il pianto che mi strugge. Or io
 di ci che chiedi ti far contento.
 Quegli  l'Atride Agamennn di molte
 vaste contrade correttor supremo,
 ottimo re, fortissimo guerriero,
 un d cognato a me donna impudica,
 s'unqua fui degna che a me tale ei fosse.
 Disse; ed in lui maravigliando il vecchio
 fisse il guardo e sclam: Beato Atride,
 cui nascente con fausti occhi miraro
 la Parca e la Fortuna, onde il comando
 di fior tanto d'eroi ti fu sortito!
 Sovviemmi il giorno ch'io toccai straniero
 la vitifera Frigia. Un denso io vidi
 popolo di cavalli agitatore
 dell'inclito Migdon schiere e d'Otro,
 che poste del Sangario alla riviera
 avean le tende, ed io co' miei m'aggiunsi
 lor collegato, e fui del numer uno
 il d che a pugna le virili Amzzoni
 discesero. Ma tante allor non fro
 le frigie torme no quante or l'achee.
 Visto un secondo eroe, di nuovo il vecchio
 la donna interrog: Dinne chi sia
 quell'altro, o figlia. Egli  di tutto il capo
 minor del sommo Agamennn, ma parmi
 e del petto pi largo e della spalla.
 Gittate ha l'armi in grembo all'erba, ed egli
 come arte si ravvolve e scorre
 tra le file de' prodi; e veramente
 parmi di greggia guidator lanoso
 quando per mezzo a un branco si raggira
 di candide belanti, e le conduce.
 Quegli  l'astuto laerziade Ulisse,
 la donna replic, l nell'alpestre
 suol d'Itaca nudrito, uom che ripieno
 di molti ingegni ha il capo e di consigli.
 Donna, parlasti il ver, soggiunse il saggio
 Antnore. Spedito a dimandarti
 col forte Menelao qua venne un tempo
 ambasciatore Ulisse, ed io fui loro
 largo d'ospizio e d'accoglienze oneste,
 e d'ambo studai l'indole e il raro
 accorgimento. Ma venuto il giorno
 di presentarsi nel troian senato,
 notai che, stanti l'uno e l'altro in piedi,
 il soprastava Menelao di spalla;
 ma seduti, appara pi augusto Ulisse.
 Come poi la favella e de' pensieri
 spiegr la tela, ognor succinto e parco
 ma concettoso Menelao parlava;
 ch'uom di molto sermone egli non era,
 n verbo in fallo gli cadea dal labbro,
 bench d'anni minor. Quando poi surse
 l'itaco duce a ragionar, lo scaltro
 stavasi in piedi con lo sguardo chino
 e confitto al terren, n or alto or basso
 movea lo scettro, ma tenealo immoto
 in zotica sembianza, e un dispettoso
 detto l'avresti, un uom balzano e folle.
 Ma come alfin dal vasto petto emise
 la sua gran voce, e simili a dirotta
 neve invernal piovean l'alte parole,
 verun mortale non avrebbe allora
 con Ulisse conteso; e noi ponemmo
 la maraviglia di quel suo sembiante.
 Qui vide un terzo il re d'eccelso e vasto
 corpo, ed inchiese: Chi quell'altro fia
 che ha membra di gigante, e va sovrano
 degli omeri e del capo agli altri tutti? -
 Il grande Aiace, rispondea racchiusa
 nel fluente suo vel la da Lacena,
 Aiace, rocca degli Achei. Quell'altro
 dall'altra banda  Idomeno: lo vedi?
 ritto in pi fra' Cretensi un Dio somiglia,
 e de' Cretensi gli fan cerchio i duci.
 Spesso ad ospizio nelle nostre case
 l'accolse Menelao, ben lo ravviso,
 e ravviso con lui tutti del greco
 campo i primi, e potrei di ciascheduno
 dir anco il nome: ma li due non veggo
 miei germani gemelli, incliti duci,
 Cstore di cavalli domatore,
 e il valoroso lottator Polluce.
 Forse di Sparta non son ei venuti;
 o venuti, di s nelle battaglie
 niegan far mostra, del mio scorno ahi! forse
 vergognosi, e dell'onta che mi copre.
 Cos parlava, n sapea che spenti
 il diletto di Sparta almo terreno
 lor patrio nido li chiudea nel grembo.
 Venan recando i banditori intanto
 dalla citt le sacre ostie di pace,
 due trascelti agnelletti, e della terra
 giocondo frutto generoso vino
 chiuso in otre caprigno. Il messaggiero
 Ido recava un fulgido cratere
 ed aurati bicchier. Giunto al cospetto
 del re vegliardo s l'invita e dice:
 Sorgi, figliuol laomedonteo; nel campo
 ti chiamano de' Teucri e degli Achei
 gli ottimati a giurar l'ostie percosse
 d'un accordo. Alessandro e Menelao
 disputeransi colle lunghe lancie
 l'acquisto della sposa; e questa e tutte
 sue dovizie daransi al vincitore.
 Noi patteggiando un'amist fedele
 Ilio securi abiteremo, e in Argo
 daran volta gli Achei. S disse; e strinse
 il cor del vecchio la piet del figlio.
 A' suoi sergenti nondimen comanda
 d'aggiogargli i destrieri, e quelli al cenno
 pronti obbediro. Mont Priamo, e indietro
 tratte le briglie, fe' su l'alto cocchio
 salirsi al fianco Antnore. Drizzaro
 fuor delle Scee nel campo i corridori.
 De' Troi giunti al cospetto e degli Achei
 scesero a terra, e fra l'un campo e l'altro
 procedean venerandi. Ad incontrarli
 tosto rizzossi Agamennn, rizzossi
 l'accorto Ulisse; e i risplendenti araldi
 tutto venan frattanto apparecchiando
 dell'accordo il bisogno, e nel cratere
 mescean le sacre spume. Indi de' regi
 dieder l'acqua alle mani; e Agamennne
 tratto il coltello che alla gran vagina
 della spada portar solea sospeso,
 de' consecrati agnei recise il ciuffo:
 e quinci in giro e quindi distributo
 fu dagli araldi il sacro pelo ai duci,
 de' quai nel mezzo Agamennn, levando
 e la voce e le man, supplice disse:
 Giove, d'Ida signor, massimo padre,
 e sovra ogni altro glorioso Iddio,
 Sole che tutto vedi e tutto ascolti,
 alma Tellure genitrice, e voi
 fiumi, e voi che punite ogni spergiuro
 laggi nel morto regno, inferni Dei,
 siate voi testimoni e in un custodi
 del patto che giuriam. Se a Menelao
 dar morte Alessandro, egli in sua possa
 Elena e tutto il suo tesor si tegna;
 e noi spedito promettiam ritorno
 su l'ondivaghe prore al patrio lido.
 Ma se avverr che Menelao di vita
 spogli Alessandro, i Teucri allor la donna
 ne renderanno e l'aver suo con ella,
 pagando ammenda che convegna, e tale
 che ne passi il ricordo anco ai futuri.
 Se Priamo e i figli suoi, spento Alessandro,
 negheran di pagarla, io qui coll'arme
 sosterr mia ragione, e rimarrovvi
 finch punito il mancator ne sia.
 Disse; e col ferro degli agnelli incise
 le mansuete gole, e palpitanti
 sul terren li depose e senza vita.
 Ci fatto, il sacro di Leo licore
 dal cratere attignendo, agl'Immortali
 fean colle tazze libagioni e voti;
 e qualche Teucro e qualche Acheo s'intese
 in questo mentre cos dire: O sommo
 augustissimo Giove, e voi del cielo
 Dii tutti quanti, udite: A chi primiero
 rompa l'accordo, sia Troiano o Greco,
 possa il cerbro distillarsi, a lui
 ed a' suoi figli, al par di questo vino,
 e adultera la moglie ir d'altri in braccio.
 Cos pregr: ma chiuse a cotal voto
 Giove l'orecchio. Il re dardanio allora,
 Uditemi, dicea, Teucri ed Achei:
 alla cittade io riedo. A qual de' due
 troncar debba la Parca il vital filo
 sol Giove e gli altri Sempiterni il sanno.
 Ma contemplar del fiero Atride a fronte
 un amato figliuol, vista s cruda
 gli occhi d'un padre sostener non ponno.
 S dicendo, sul cocchio le sgozzate
 vittime pose il venerando veglio,
 e ascesovi egli stesso, e tratte al petto
 le pieghevoli briglie, al par con seco
 fe' Antnore salire, e via con esso
 al ventoso Ilon si ricondusse.
 Ettore allora primamente e Ulisse
 misurano la lizza. Indi le sorti
 scosser nell'elmo a chi primier dovesse
 l'asta vibrar. L'un campo intanto e l'altro
 le mani alzando supplicava al cielo,
 e qualche labbro bisbigliar s'uda:
 Giove padre, che grande e gloroso
 godi in Ida regnar, quello de' due,
 che tra noi fu cagion di s gran lite,
 fa che spento precipiti alla cupa
 magion di Pluto, ed una salda a noi
 amist ne concedi e patti eterni.
 Fra questo supplicar l'elmo squassava
 Ettr, guardando addietro: ed ecco uscire
 di Paride la sorte. Allor s'assise
 al suo posto ciascun, vicino a' suoi
 scalpitanti destrieri e alle giacenti
 armi diverse. Della ben chiomata
 Elena intanto l'avvenente sposo
 Alessandro di fulgida armatura
 tutto si veste. E pria di bei schinieri
 che il morso costrignea d'argentea fibbia,
 cinse le tibie. Quindi una lorica
 del suo germano Licaon, che fatta
 al suo sesto parea, si pose al petto:
 all'omero sospese il brando, ornato
 d'argentei chiovi; un poderoso scudo
 di grand'orbe imbracci; chiuse la fronte
 nel ben temprato e lavorato elmetto,
 a cui d'equine chiome in su la cima
 alta una cresta orribilmente ondeggia.
 Ultima prese una robusta lancia
 che tutto empieagli il pugno. In questo mentre
 del par s'armava il bellicoso Atride.
 Di lor tutt'arme accinti i due guerrieri
 s'appresentr nel mezzo, e si guataro
 biechi. Al vederli stupor prese e tema
 i Dardani e gli Achei. L'un contra l'altro
 l'aste squassando al mezzo dell'arena
 s'avvicinr sdegnosi; ed il Troiano
 primier la lunga e grave asta vibrando
 la rotella colp del suo nemico,
 ma non forolla, ch la buona targa
 rintuzzonne la punta. Allor secondo
 coll'asta alzata Menelao si mosse
 cos pregando: Dammi, o padre Giove,
 sovra costui che m'oltraggi primiero,
 dammi sovra il fellon piena vendetta.
 Tu sotto i colpi di mia destra il doma
 s che il postero tremi, e a non tradire
 l'ospite apprenda che l'accolse amico.
 Disse, e l'asta avvent, la conficc
 dell'avversario nel rotondo scudo.
 Penetr fulminando la ferrata
 punta il pavese rilucente, e tutta
 trapass la corazza, lacerando
 la tunica sul fianco a fior di pelle.
 Incurvossi il Troiano, ed il mortale
 colpo schiv. L'irato Atride allora
 trasse la spada, ed erto un gran fendente
 gli cal runoso in su l'elmetto.
 Non resse il brando, ch in pi pezzi infranto
 gli lasci la man nuda; ond'ei gemendo
 e gli occhi alzando dispettoso al cielo,
 Crudel Giove, gridava, il pi crudele
 di tutti i numi! Io mi sperai punire
 di questo traditor l'oltraggio: ed ecco
 che in pugno, oh rabbia! mi si spezza il ferro,
 e gittai l'asta indarno e senza offesa.
 Cos fremendo, addosso all'inimico
 con furor si disserra: alla criniera
 dell'elmo il piglia, e tragge a tutta forza
 verso gli Achivi quel meschino, a cui
 la delicata gola soffocava
 il trapunto guinzaglio che le barbe
 annodava dell'elmo sotto il mento.
 E l'avra strascinato, e a lui gran lode
 venuta ne sara; ma del periglio
 fatta Venere accorta i nodi sciolse
 del bovino guinzaglio, e il vto elmetto
 segu la mano del traente Atride.
 Aggirollo l'eroe, e fra le gambe
 lo scagli degli Achei, che festeggianti
 il raccolsero. Allor di porlo a morte
 risoluto l'Atride, alto coll'asta
 di nuovo l'assal. Di nuovo accorsa
 lo scamp Citerea, che agevolmente
 il pot come Diva: lo ravvolse
 di molta nebbia, e fra il soave olezzo
 dei profumati talami il depose.
 Ella stessa a chiamar quindi la figlia
 corse di Leda, e la trov nell'alta
 torre in bel cerchio di dardanie spose.
 Prese il volto e le rughe d'un'antica
 filatrice di lane, che sfiorarne
 ad Elena solea di molte e belle
 nei paterni soggiorni, e sommo amore
 posto le avea. Nella costei sembianza
 la Dea le scosse la nettarea veste,
 e, Vieni, le dicea, vieni; ti chiama
 Alessandro che gi negli odorati
 talami stassi, e su i trapunti letti
 tutto risplende di belt divina
 in s gaio vestir, che lo diresti
 ritornarsi non gi dalla battaglia,
 ma invarsi alla danza, o dalla danza
 riposarsi. S disse, e il cor nel seno
 le commosse. Ma quando all'incarnato
 del bellissimo collo, e all'amoroso
 petto, e degli occhi al tremolo baleno
 riconobbe la Dea, coglier sentissi
 di sacro orrore, e ritrovate alfine
 le parole, sclam: Trista! e che sono
 queste malizie? Ad alcun'altra forse
 di Meonia o di Frigia alta cittade
 vuoi tu condurmi affascinata in braccio
 d'alcun altro tuo caro? Ed or che vinto
 il suo rival, me d'odio carca a Sparta
 e perdonata Menelao radduce,
 sei tu venuta con novelli inganni
 ad impedirlo? E ch non vai tu stessa
 e goderti quel vile? Obbla per lui
 l'eterea sede, n calcar pi mai
 dell'Olimpo le vie: statti al suo fianco,
 soffri fedele ogni martello, e il cova
 finch t'alzi all'onor di moglie o ancella;
 ch'io tornar non vo' certo (e fra indegno)
 a sprimacciar di quel codardo il letto,
 argomento di scherno alle troiane
 spose, e a me stessa d'infinito affanno.
 E irata a lei la Dea: Non irritarmi,
 sciagurata! non far ch'io t'abbandoni
 nel mio disdegno, e tanto io sia costretta
 ad abborrirti alfin quanto t'amai;
 e t'amai certo a dismisura. Or io
 negli argolici petti e ne' troiani
 metter, se mi tenti, odii s fieri,
 che di mal fato perirai tu pure.
 L'alma figlia di Leda a questo dire
 trem, si chiuse nel suo bianco velo,
 e cheta cheta in via si pose, a tutte
 le Troadi celata, e precorreva
 a' suoi passi la Dea. Poich venute
 fur d'Alessandro alle splendenti soglie,
 corser di qua di l le scaltre ancelle
 ai donneschi lavori, ed ella intanto
 bellissima saliva e taciturna
 ai talami sublimi. Ivi l'amica
 del riso Citerea le trasse innanzi
 di propria mano un seggio, e di rimpetto
 ad Alessandro il colloc. S'assise
 la bella donna, e con amari accenti,
 garr, senza mirarlo, il suo marito:
 E cos riedi dalla pugna? Oh fossi
 col rimasto per le mani anciso
 di quel gagliardo un d mio sposo! E pure
 e di lancia e di spada e di fortezza
 ti vantasti pi volte esser migliore.
 Fa cor dunque, va, sfida il forte Atride
 alla seconda singolar tenzone.
 Ma t'esorto, meschino, a ti star queto,
 n nuovo ritentar d'armi periglio
 col tuo rivale, se la vita hai cara.
 Non mi ferir con aspri detti, o donna,
 le rispose Alessandro. Fu Minerva
 che vincitor fe' Menelao, sol essa.
 Ma lui del pari vincer pur io,
 ch'io pure al fianco ho qualche Diva. Or via
 pace, o cara, e ne sia pegno un amplesso
 su queste piume; ch giammai s forte
 per te le vene non scaldommi Amore,
 quel d n pur che su veloci antenne
 io ti rapa di Sparta, e tuo consorte
 nell'isola Crenea ti giacqui in braccio.
 No, non t'amai quel d quant'ora, e quanto
 di te m'invoglia il cor dolce deso.
 Disse; ed al letto s'avvaro, ei primo,
 ella seconda; e l'un dell'altro in grembo
 su i mollissimi strati si confuse.
 Come irato lon l'Atride intanto
 di qua di l si ravvolgea cercando
 il leggiadro rival; n lui fra tanta
 turba di Teucri e d'alleati alcuno
 significar sapea, n lo sapendo
 l'avra di certo per amor celato;
 ch come il negro ceffo della morte
 abborrito da tutti era costui.
 Fattosi innanzi allora Agamennne,
 Teucri, Dardani, ei disse, e voi di Troia
 alleati, m'udite. Vincitore
 fu, lo vedeste, Menelao. Voi dunque
 Elena ne rendete, e tutta insieme
 la sua ricchezza, e d'un'ammenda inoltre
 ne rintegrate che convegna, e tale
 che memoria ne passi anco ai nepoti.
 Disse; e tutto gli plause il campo acheo.





 LIBRO QUARTO.

 Nell'auree sale dell'Olimpo accolti
 intorno a Giove si sedean gli Dei
 a consulta. Fra lor la veneranda
 Ebe versava le nettaree spume,
 e quelli a gara con alterni inviti
 l'auree tazze vtavano mirando
 la troiana citt. Quand'ecco il sommo
 Saturnio, inteso ad irritar Giunone,
 con un obliquo paragon mordace
 cos la punse: Due possenti Dive
 aiutatrici ha Menelao, l'Argiva
 Giuno e Minerva Alalcomnia. E pure
 neghittose in disparte ambo si stanno
 sol del vederlo dilettate. Intanto
 fida al fianco di Paride l'amica
 del riso Citerea lungi respinge
 dal suo caro la Parca; e dianzi, in quella
 ch'ei morto si tenea, servollo in vita.
 Rimasta  al forte Menelao la palma;
 ma l'alto affar non  compiuto, e a noi
 tocca il condurlo, e statuir se guerra
 fra le due genti rinnovar si debba,
 od in pace comporle. Ove la pace
 tutti appaghi gli Dei, stia Troia, e in Argo
 con la consorte Menelao ritorni.
 Strinser, fremendo a questo dir, le labbia
 Giuno e Minerva, che vicin sedute
 venan de' Teucri macchinando il danno.
 Quantunque al padre fieramente irata
 tacque Minerva e non fiat. Ma l'ira
 non contenne Giunone, e s rispose:
 Acerbo Dio, che parli? A far di tante
 armate genti accolta, alla runa
 di Priamo e de' suoi figli, ho stanchi i miei
 immortali corsieri; e tu pretendi
 frustrar la mia fatica, ed involarmi
 de' miei sudori il frutto? Eh ben t'appaga;
 ma di noi tutti non sperar l'assenso.
 Feroce Diva, replic sdegnoso
 l'adunator de' nembi, e che ti fro,
 e Priamo e i Priamdi, onde tu debba
 voler sempre di Troia il giorno estremo?
 La tua rabbia non fia dunque satolla
 se non atterri d'Ilon le porte,
 e sull'infrante mura non ti bevi
 del re misero il sangue e de' suoi figli
 e di tutti i Troiani? Or su, fa come
 pi ti talenta, onde fra noi sorgente
 d'acerbe risse in avvenir non sia
 questo dissidio: ma riponi in petto
 le mie parole. Se deso me pure
 prender d'atterrar qualche a te cara
 citt, non porre a' miei disdegni inciampo,
 e liberi li lascia. A questo patto
 Troia io pur t'abbandono, e di mal cuore;
 ch, di quante citt contempla in terra
 l'occhio del sole e dell'eteree stelle,
 niuna io m'aggio pi cara ed onorata
 come il sacro Ilone e Priamo e tutta
 di Priamo pur la bellicosa gente:
 perocch l'are mie per lor di sacre
 opme dapi abbondano mai sempre,
 e di libami e di profumi, onore
 solo alle dive qualit sortito.
 Compose a questo dir la veneranda
 Giuno gli sguardi maestosi, e disse:
 Tre cittadi sull'altre a me son care
 Argo, Sparta, Micene; e tu le struggi
 se odiose ti sono. A lor difesa
 n man n lingua mover; ch quando
 pure impedir lo ti volessi, indarno
 il tentarlo uscira, sendo d'assai
 tu pi forte di me. Ma dritto or parmi
 che tu vano non renda il mio disegno,
 ch'io pur son nume, e a te comune io traggo
 l'origine divina, io dell'astuto
 Saturno figlia, e in alto onor locata,
 perch nacqui sorella e perch moglie
 son del re degli Dei. Facciam noi dunque
 l'un dell'altro il volere, e il seguiranno
 gli altri Eterni. Or tu ratto inva Minerva
 fra i due commossi eserciti, onde spinga
 i Troiani ad offendere primieri,
 rotto l'accordo, i baldanzosi Achei.
 Assent Giove al detto, ed a Minerva,
 Scendi, disse, veloce, e fa che i Teucri
 primi offendan gli Achei, turbando il patto.
 A Minerva, per s gi desosa,
 sprone aggiunse quel cenno. In un baleno
 dall'Olimpo cal. Quale una stella
 cui portento a' nocchieri o a numerose
 schiere d'armati scintillante e chiara
 inva talvolta di Saturno il figlio;
 tale in vista precipita dall'alto
 Minerva in terra, e piantasi nel mezzo.
 Stupr Teucri ed Achivi all'improvvisa
 visone, e talun disse al vicino:
 Arbitro della guerra oggi vuol Giove
 per certo rinnovar fra un campo e l'altro
 l'acerba pugna, o confermar la pace.
 La Dea mischiossi tra la folta intanto
 delle turbe troiane, e la sembianza
 di Ladoco assunta (un valoroso
 d'Antnore figliuol) si pose in traccia
 del diforme Pandaro. Trovollo
 stante in piedi nel mezzo al clipeato
 stuolo de' forti che l'avea seguto
 dalle rive d'Esepo. Appropinquossi
 a lui la Diva, e disse: Inclito germe
 di Licaon, vuoi tu ascoltarmi? Ardisci,
 vibra nel petto a Menelao la punta
 d'un veloce quadrello. E grazia e lode
 te ne verr dai Dardani e dal prence
 Paride in prima, che d'illustri doni
 colmeratti, vedendo il suo rivale
 montar sul rogo, dal tuo stral trafitto.
 Su via dunque, dardeggia il burbanzoso
 Atride, e al licio saettante Apollo
 prometti che, tornato al patrio tetto
 nella sacra Zela, darai di scelti
 primogeniti agnelli un'ecatombe.
 Cos disse Minerva, e dello stolto
 persuase il pensier. Di mano ei tosto
 al bell'arco, gi spoglia di lascivo
 capro agreste. L'aveva egli d'agguato,
 mentre dal cavo d'una rupe usca,
 colto nel petto, e su la rupe steso
 resupino. Sorgevano alla belva
 lunghe sedici palmi su l'altera
 fronte le corna. Artefice perito
 le pol, le congiunse, e di lucenti
 anelli d'oro ne fregi le cime.
 Tese quest'arco, e dolcemente a terra
 Pandaro l'adagi. Dinanzi a lui
 protendono le targhe i fidi amici,
 onde assalito dagli Achei non vegna,
 pria ch'egli il marzio Menelao percuota.
 Scoperchi la faretra, ed un alato
 intatto strale ne cav, sorgente
 di lagrime infinite. Indi sul nervo
 l'adattando promise al licio Apollo
 di primonati agnelli un'ecatombe
 ritornato in Zela. Tir di forza
 colla cocca la corda, alla mammella
 accost il nervo, all'arco il ferro, e fatto
 dei tesi estremi un cerchio, all'improvviso
 l'arco e il nervo fischiar forte s'udiro,
 e lo strale fugg desideroso
 di volar fra le turbe. Ma non fro
 immemori di te, tradito Atride,
 in quel punto gli Dei. L'armipotente
 figlia di Giove si par davanti
 al mortifero telo, e dal tuo corpo
 lo dev sollecita, siccome
 tenera madre che dal caro volto
 del bambino che dorme un dolce sonno,
 scaccia l'insetto che gli ronza intorno.
 Ella stessa la Dea drizz lo strale
 ove appunto il bel cinto era frenato
 dall'auree fibbie, e si stendea davanti
 qual secondo torace. Ivi l'acerbo
 quadrello cadde, e traforando il cinto
 nel panzeron s'infisse e nella piastra
 che dalle frecce il corpo gli scherma.
 Questa gli valse allor d'assai, ma pure
 passolla il dardo, e ne sfior la pelle,
 s che tosto di sangue la ferita.
 Come quando meonia o caria donna
 tinge d'ostro un avorio, onde fregiarne
 di superbo destriero le mascelle;
 molti d'averlo cavalieri han brama;
 ma in chiusa stanza ei serbasi bel dono
 a qualche sire, adornamento e pompa
 del cavallo ed in un del cavaliero:
 cos di sangue imporporossi, Atride,
 la tua bell'anca, e per lo stinco all'imo
 calcagno corse la vermiglia riga.
 Raccapricciossi a questa vista il rege
 Agamennn, raccapricci lo stesso
 marzal Menelao; ma quando ei vide
 fuor della polpa l'amo dello strale,
 gli torn tosto il core, e si rebbe.
 Per man tenealo intanto Agamennne,
 ed altamente fra i dolenti amici
 sospirando dicea: Caro fratello,
 perch qui morto tu mi fossi, io dunque
 giurai l'accordo, te mettendo solo
 per gli Achivi a pugnar contra i Troiani,
 contra i Troiani che l'accordo han rotto,
 e a tradimento ti ferr? Ma vano
 non andr delle vittime il giurato
 sangue, n i puri libamenti ai numi,
 n la f delle destre. Il giusto Giove
 pu differire ei s, ma non per certo
 obblar la vendetta; e caro un giorno
 colle lor teste, colle mogli e i figli
 ne pagheranno gli spergiuri il fio.
 Tempo verr (di questo ho certo il core)
 ch'Ilio e Priamo perisca, e tutta insieme
 la sua perfida gente. Dall'eccelso
 etereo seggio scoter sovr'essi
 l'egida orrenda di Saturno il figlio
 di tanta frode irato; e non cadranno
 vti i suoi sdegni. Ma d'immenso lutto
 tu cagion mi sarai, dolce fratello,
 se morte tronca de' tuoi giorni il corso.
 Sorger negli Achei vivo il deso
 del patrio suolo, e d'onta carco in Argo
 io tornerommi, e lasceremo ai Teucri,
 gloroso trofeo, la tua consorte.
 Putride intanto nell'iliaca terra
 l'ossa tue giaceran, senz'aver dato
 fine all'impresa, e il tumulo del mio
 prode fratello un qualche Teucro altero
 calpestando, dir: Possa i suoi sdegni
 satisfar cos sempre Agamennne,
 siccome or fece, senza pro guidando
 l'argoliche falangi a questo lido,
 d'onde scornato su le vote navi
 alla patria torn, qui derelitto
 l'illustre Menelao. S fia ch'ei dica;
 e allor mi s'apra sotto i pi la terra.
 Ti conforta, rispose il biondo Atride,
 n co' lamenti spaventar gli Achivi.
 In mortal parte non fer l'acuto
 dardo: di sopra il ricamato cinto
 mi difese, e di sotto la corazza
 e questa fascia che di ferrea lama
 buon fabbro foder. - S voglia il cielo,
 diletto Menelao, l'altro riprese.
 Intanto tratter medica mano
 la tua ferita, e farmaco porravvi
 atto a lenire ogni dolor. - Si volse
 all'araldo, ci detto, e, Va, soggiunse,
 vola, o Taltibio, e fa che ratto il figlio
 d'Esculapio, divin medicatore,
 Macaon qua ne vegna, e degli Achei
 al forte duce Menelao soccorra,
 cui di freccia fer qualche troiano
 o licio saettier che s di gloria,
 noi di lutto copr. - Disse, e l'araldo
 tra le falangi achee corse veloce
 in traccia dell'eroe. Ritto lo vide
 fra lo stuolo de' prodi che da Tricca
 altrice di corsier l'avea seguto:
 appressossi, e con rapide parole,
 Vien, gli disse, t'affretta, o Macaone;
 Agamennn ti chiama: il valoroso
 Menelao fu di stral colto da qualche
 licio arciero o troiano che superbo
 va del nostro dolor. Corri, e lo sana.
 Al tristo annunzio si commosse il figlio
 d'Esculapio; e veloci attraversando
 il largo campo acheo, fur tosto al loco
 ove al ferito diforme Atride
 facean cerchio i migliori. Incontanente
 dal balteo estrasse Macaon lo strale,
 di cui curvrsi nell'uscir gli acuti
 ami: disciolse ei quindi il vergolato
 cinto e il torace colla ferrea fascia
 sovrapposta; e scoperta la ferita,
 succhionne il sangue, e destro la cosparse
 dei lenitivi farmaci che al padre,
 d'amor pegno, insegnati avea Chirone.
 Mentre questi alla cura intenti sono
 del bellicoso Atride, ecco i Troiani
 marciar di nuovo con gli scudi al petto,
 e di nuovo gli Achei l'armi vestire
 di battaglia bramosi. Allor vedevi
 non assonnarsi, non dubbiar, n pugna
 schivar l'illustre Agamennn; ma ratto
 volar nel campo della gloria. Il carro
 e i fervidi destrier tratti in disparte
 lascia all'auriga Eurimedonte, figlio
 del Pirade Tolomo; gl'impone
 di seguirlo vicin, mentre pel campo
 ordinando le turbe egli s'aggira,
 onde accorrergli pronto ove stanchezza
 gli occupasse le membra. Egli pedone
 scorre intanto le file, e quanti all'armi
 affrettarsi ne vede, ei colla voce
 fortemente gl'incuora, e grida: Argivi,
 niun rallenti le forze: il giusto Giove
 bugiardi non aiuta: chi primiero
 l'accordo vol, pasto vedrassi
 di voraci avoltoi, mentre captive
 le dilette lor mogli in un co' figli
 noi nosco condurremo, Ilio distrutto.
 Quanti poi ne scorgea ritrosi e schivi
 della battaglia, con irati accenti
 li rabbuffando, O Argivi, egli dicea,
 o guerrier da balestra, o vitupri!
 Non vi prende vergogna? A che vi state
 istupiditi come zebe, a cui,
 dopo scorso un gran campo, la stanchezza
 ruba il piede e la lena? E voi del pari
 allibiti al pugnar vi sottraete.
 Aspettate voi forse che il nemico
 alla spiaggia s'accosti ove ritratte
 stan sul secco le prore, onde si vegga
 se Giove allor vi stender la mano?
 Cos imperando trascorrea le schiere.
 Venne ai Cretesi; e li trov che all'armi
 davan di piglio intorno al bellicoso
 Idomeno. Per vigora di forze
 pari a fiero cinghiale Idomeno
 guidava l'antiguardia, e Merone
 la retroguardia. Del vederli allegro
 il sir de' forti Atride al re cretese
 con questo dolce favellar si volse:
 Idomeno, te sopra i Dnai tutti
 cavalieri veloci in pregio io tegno,
 sia nella guerra, sia nell'altre imprese,
 sia ne' conviti, allor che ne' crateri
 d'almo antico leo versan la spuma
 i supremi tra' Greci. Ove degli altri
 chiomati Achivi misurato  il nappo,
 il tuo del par che il mio sempre trabocca,
 quando ti prende di bombar la voglia.
 Or entra nella pugna, e tal ti mostra
 qual dianzi ti vantasti. - E de' Cretensi
 a lui lo duce: Atride, io qual gi pria
 t'impromisi e giurai, fido compagno
 per certo ti sar. Ma tu rinfiamma
 gli altri Achivi a pugnar senza dimora.
 Rupper l'accordo i Teucri, e perch primi
 del patto volr la santitate,
 sul lor capo cadran morti e rune.
 Disse; e gioioso prosegu l'Atride
 fra le caterve la rivista, e venne
 degli Aiaci alla squadra. In tutto punto
 metteansi questi, e li segua di fanti
 un nugolo. Siccome allor che scopre
 d'alto loco il pastor nube che spinta
 su per l'onde da Cauro s'avvicina,
 e bruna pi che pece il mar vaggia,
 grave il seno di nembi; inorridito
 ei la guarda, ed affretta alla spelonca
 le pecorelle; cos negre ed orride
 per gli scudi e per l'aste si moveano
 sotto gli Aiaci accolte le falangi
 de' giovani veloci al rio conflitto.
 Allegrossi a tal vista Agamennne,
 e a' lor duci converso in presti accenti,
 Aiaci, ei disse, condottieri egregi
 de' loricati Achivi, io non v'esorto,
 (ci fra oltraggio) a inanimar le vostre
 schiere; gi per voi stessi a fortemente
 pugnar le stimolate. Al sommo Giove
 e a Pallade piacesse e al santo Apollo,
 che tal coraggio in ogni petto ardesse,
 e tosto presa ed adeguata al suolo
 per le man degli Achei Troia cadrebbe.
 Cos detto lasciolli, e procedendo
 a Nestore arriv, Nestore arguto
 de' Pilii arringator, che in ordinanza
 i suoi prodi metteva, e alla battaglia
 li concitava. Stavangli dintorno
 il grande Pelagonte ed Alastorre,
 e il prence Emone e Cromio, ed il pastore
 di popoli Biante. In prima ei pose
 alla fronte coi carri e coi cavalli
 i cavalieri, e al retroguardo i fanti,
 che molti essendo e valorosi, il vallo
 formavano di guerra. Indi nel mezzo
 i codardi rinchiuse, onde forzarli
 lor mal grado a pugnar. Ma innanzi a tutto
 porge ricordo ai combattenti equestri
 di frenar lor cavalli, e non mischiarsi
 confusamente nella folla. - Alcuno
 non sia, soggiunse, che in suo cor fidando
 e nell'equestre maestra, s'attenti
 solo i Teucri affrontar di schiera uscito:
 n sia chi retroceda; ch cedendo
 si sgagliarda il soldato. Ognun che sceso
 dal proprio carro l'ostil carro assalga,
 coll'asta bassa investalo, ch meglio
 s pugnando gli torna. Con quest'arte,
 con questa mente e questo ardir nel petto
 le citt rovescir gli antichi eroi.
 Il canuto cos mastro di guerra
 le sue genti animava. In lui fissando
 gli occhi l'Atride, giubilonne, e tosto
 queste parole gli drizz: Buon veglio,
 oh t'avessi tu salde le ginocchia
 e saldi i polsi come hai saldo il core!
 La ria vecchiezza, che a null'uom perdona,
 ti logora le forze: ah perch d'altro
 guerrier non grava la crudel le spalle!
 perch de' tuoi begli anni  morto il fiore!
 Ed il gerenio cavalier rispose:
 Atride, al certo bramerei pur io
 quelle forze ch'io m'ebbi il d che morte
 diedi all'illustre Ereutalion. Ma tutti
 tutto ad un tempo non comparte Giove
 i suoi doni al mortal. Rideami allora
 gioventude: or mi doma empia vecchiezza.
 Ma qual pur sono mi star nel mezzo
 de' cavalieri nella pugna, e gli altri
 giover di parole e di consiglio,
 ch questo  officio de' provetti. Dssi
 lasciar dell'aste il tiro ai giovinetti
 di me pi destri e nel vigor securi.
 Disse; e lieto l'Atride oltrepassando
 venne al Petde Menesto, perito
 di cocchi guidator, ritto nel mezzo
 de' suoi prodi Cecrpii. Eragli accanto
 lo scaltro Ulisse colle forti schiere
 de' Cefaleni, che non anco udito
 di guerra il grido avean, poich le teucre
 e l'argive falangi allora allora
 cominciavan le mosse: e questi in posa
 aspettavan che stuolo altro d'Achei
 impeto fsse ne' Troiani il primo,
 e ingaggiasse battaglia. In quello stato
 li sorprese l'Atride; e corruccioso
 fe' dal labbro volar questa rampogna:
 Petde Menesto, figlio non degno
 d'un alunno di Giove, e tu d'inganni
 astuto fabbro, a che tremanti state
 gli altri aspettando, e separati? A voi
 entrar conviensi nella mischia i primi,
 perch primi io vi chiamo anche ai conviti
 ch'ai primati imbandiscono gli Achei.
 Ivi il same saporar vi giova
 delle carni arrostite, e a piena gola
 di soave leo cioncar le tazze.
 Or vi giova esser gli ultimi, e vi fra
 grato il veder ben dieci squadre achee
 innanzi a voi scagliarsi entro il conflitto.
 Lo guat bieco Ulisse, e gli rispose:
 Qual detto, Atride, ti fugg di bocca?
 E come ardisci di chiamarne in guerra
 neghittosi? Allorch contra i Troiani
 daran principio al rio marte gli Achei,
 vedrai, se il brami e te ne cal, vedrai
 nelle dardanie file antesignane
 di Telemaco il padre. Or cianci al vento.
 Veduto il cruccio dell'eroe, sorrise
 l'Atride, e dolce ripigli: Divino
 di Laerte figliuol, sagace Ulisse,
 n sgridarti vogl'io, n comandarti
 fuor di stagione, ch'io ben so che in petto
 volgi pensieri generosi, e senti
 ci ch'io pur sento. Or vanne, e pugna; e s'ora
 dal labbro mi fugg cosa mal detta,
 ripareremla in altro tempo. Intanto
 ne disperdano i numi ogni ricordo.
 Ci detto, gli abbandona, e ad altri ei passa;
 e ritto in piedi sul lucente cocchio
 il magnanimo figlio di Tido
 Diomede ritrova. Al fianco ha Stnelo,
 prole di Capano. Si volse il sire
 Agamennne a Diomede, e ratto
 con questi accenti rampognollo: Ahi figlio
 del bellicoso cavalier Tido,
 di che paventi? Perch guardi intorno
 le scampe della pugna? Ah! non solea
 cos Tido tremar; ma precorrendo
 d'assai gli amici, co' nemici ei primo
 s'azzuffava. Ciascun che ne' guerrieri
 travagli il vide, lo racconta. In vero
 n compagno io gli fui n testimone,
 ma udii che ogni altro di valore ei vinse.
 Ben coll'illustre Polinice un tempo
 senz'armati in Micene ospite ei venne,
 onde far gente che alle sacre mura
 li seguisse di Tebe, a cui gi mossa
 avean la guerra; e ne fr ressa e preghi
 per ottenerne generosi aiuti;
 e volevam noi darli, e la domanda
 tutta appagar; ma con infausti segni
 Giove da tanto ne distolse. Or come
 gli eroi si fro dipartiti e giunti
 dopo molto cammino al verdeggiante
 giuncoso Asopo, ambasciatore a Tebe
 spedr Tido gli Achivi. Andovvi, e molti
 banchettanti Cadmei trov del forte
 Etecle alle mense. In mezzo a loro,
 quantunque estrano e solo, il cavaliero
 senza punto temer tutti sfidolli
 al paragon dell'armi, e tutti ei vinse,
 col favor di Minerva. Irati i vinti
 di cinquanta guerrieri, al suo ritorno,
 gli posero un agguato. Eran lor duci
 l'Emonide Meone, uom d'almo aspetto,
 e d'Autofano il figlio Licofonte,
 intrepido campion. Tido gli uccise
 tutti, ed un solo per voler de' numi,
 il sol Meone rimandonne a Tebe.
 Tal fu l'etlo eroe, padre di prole
 miglior di lingua, ma minor di fatti.
 Non rispose all'acerbo il valoroso
 Tidde, e rispett del venerando
 rege il rabbuffo; ma rispose il figlio
 del chiaro Capano, dicendo: Atride,
 non mentir quando t' palese il vero.
 Migliori assai de' nostri padri a dritto
 noi ci vantiam. Noi Tebe e le sue sette
 porte espugnammo: e nondimen pi scarsi
 eran gli armati che guidammo al sacro
 muro di Marte, ne' divini auspci
 fidando e in Giove. Per l'opposto quelli
 peccr d'insano ardire e vi periro.
 Non pormi adunque in onor pari i padri.
 Gli volse un guardo di traverso il forte
 Tidde, e ripigli: T'accheta, amico,
 ed obbedisci al mio parlar. Non io,
 se il re supremo Agamennne istiga
 alla pugna gli Achei, non io lo biasmo.
 Fia sua la gloria, se, domati i Teucri,
 noi la sacra cittade espugneremo,
 e suo, se spenti noi cadremo, il lutto.
 Dunque a dar prove di valor si pensi.
 Disse, e armato balz dal cocchio in terra.
 Orrendamente risonr sul petto
 l'armi al re concitato, a tal che preso
 n'avra spavento ogni pi fermo core.
 Siccome quando al risonante lido,
 di Ponente al soffiar, l'uno sull'altro
 del mar si spinge il flutto; e prima in alto
 gonfiasi, e poscia su la sponda rotto
 orribilmente freme, e intorno agli erti
 scogli s'arriccia, li sormonta, e in larghi
 sprazzi diffonde la canuta spuma:
 incessanti cos l'una su l'altra
 movon l'achee falangi alla battaglia
 sotto il suo duce ognuna; e s gran turba
 marcia s cheta, che di voce priva
 la diresti al vederla; e riverenza
 era de' duci quel silenzio; e l'armi
 di varia guisa, di che gan vestiti
 tutti in ischiera, li cingean di lampi.
 Ma simiglianti i Teucri a numeroso
 gregge che dentro il pecoril di ricco
 padron, nell'ora che si spreme il latte,
 s'ammucchiano, e al belar de' cari agnelli
 rispondono belando alla dirotta;
 cos per l'ampio esercito un confuso
 mettean schiamazzo i Teucri, ch non uno
 era di tutti il grido n la voce,
 ma di lingue un misto, sendo una gente
 da pi parti raccolta. A questi Marte,
 a quei Minerva  sprone, e quinci e quindi
 lo Spavento e la Fuga, e del crudele
 Marte suora e compagna la Contesa
 insazabilmente furibonda,
 che da principio piccola si leva,
 poi mette il capo tra le stelle, e immensa
 passeggia su la terra. Essa per mezzo
 alle turbe scorrendo, e de' mortali
 addoppiando gli affanni, in ambedue
 le bande sparse una rabbiosa lite.
 Poich l'un campo e l'altro in un sol luogo
 convenne, e si scontrr l'aste e gli scudi,
 e il furor de' guerrieri, scintillanti
 ne' risonanti usberghi, e delle colme
 targhe gi il cozzo si senta, levossi
 un orrendo tumulto. Iva confuso
 col gemer degli uccisi il vanto e il grido
 degli uccisori, e il suol sangue correa.
 Qual due torrenti che di largo sbocco
 devolvonsi dai monti, e nella valle
 per lo concavo sen d'una vorago
 confondono le gonfie onde veloci:
 n'ode il fragor da lungi in cima al balzo
 l'atterrito pastor: tal dai commisti
 eserciti sorgea fracasso e tema.
 Primo Antiloco uccise un valoroso
 Teucro, alle mani nelle prime file,
 il Taliside Echpolo, il ferendo
 nel cono del chiomato elmo: s'infisse
 la ferrea punta nella fronte, e l'osso
 trapan: s'abbuir gli occhi al meschino,
 che strepitoso cadde come torre.
 Gherm pe' piedi quel caduto il prence
 de' magnanimi Abanti Elefenorre
 figliuol di Calcodonte, e desoso
 di spogliarlo dell'armi, lo traea
 fuor della mischia: ma fall la brama;
 ch mentre il morto ei dietro si strascina,
 Agenore il sorprende, e a lui che curvo
 offra nudati di pavese i fianchi,
 tale un colpo assest, che gli disciolse
 le forze, e l'alma abbandonollo. Allora
 tra i Troiani e gli Achei surse una fiera
 zuffa sovr'esso: s'affrontr quai lupi,
 e in mutua strage si metteano a morte.
 Qui fu che Aiace Telamonio il figlio
 d'Antemion percosse il giovinetto
 Simoesio, cui scesa dall'Idee
 cime la madre partor sul margo
 del Simoenta, un giorno ivi venuta
 co' genitori a visitar la greggia;
 e Simoesio lo nomr dal fiume.
 Misero! Ch dei presi in educarlo
 dolci pensieri ai genitor diletti
 rendere il merto non poteo: la lancia
 d'Aiace il colse, e il viver suo fe' breve.
 Al primo scontro lo colp nel petto
 su la destra mammella, e la ferrata
 punta pel tergo riuscir gli fece.
 Cadde il garzone nella polve a guisa
 di liscio pioppo su la sponda nato
 d'acquidosa palude: a lui de' rami
 gi la pompa crescea, quando repente
 colla fulgida scure lo recise
 artefice di carri, e inaridire
 lungo la riva lo lasci del fiume,
 onde poscia foggiarne di bel cocchio
 le volubili rote: cos giacque
 l'Antemide trafitto Simoesio,
 e tale dispogliollo il grande Aiace.
 Contro Aiace l'acuta asta diresse
 d'infra le turbe allor di Priamo il figlio
 Antifo, e il colpo gli fall; ma colse
 nell'inguine il fedel d'Ulisse amico
 Leuco che gi di Simoesio altrove
 traea la salma; e accanto al corpo esangue,
 che di man gli cadea, cadde egli pure.
 Forte adirato dell'ucciso amico
 si spinse Ulisse tra gl'innanzi, tutto
 scintillante di ferro, e pi dappresso
 facendosi, e dintorno il guardo attento
 rivolgendo, libr l'asta lucente.
 Si misero a quell'atto in guardia i Teucri,
 e lo cansr; ma quegli il telo a vto
 non sospinse, e fer Democoonte,
 Priamide bastardo che d'Abido
 con veloci puledre era venuto.
 A costui fulmin l'irato Ulisse
 nelle tempie la lancia; e trapassolle
 la ferrea punta. Tenebrrsi i lumi
 al trafitto che cadde fragoroso,
 e cupo gli tonr l'armi sul petto.
 Rincul de' Troiani, al suo cadere,
 la fronte, rincul lo stesso Ettorre;
 dier gli Argivi alte grida, ed occupati
 i corpi uccisi, s'avanzr di punta.
 Dalla rocca di Pergamo mirolli
 sdegnato Apollo, e rincorando i Teucri
 con gran voce grid: Fermo tenete,
 valorosi Troiani, ed agli Achei
 non cedete l'onor di questa pugna,
 ch n pietra n ferro  la lor pelle
 da rintuzzar delle vostr'armi il taglio.
 Non combatte qui, no, della leggiadra
 Ttide il figlio: non temete; Achille
 stassi alle navi a digerir la bile.
 Cos dall'alto della rocca il Dio
 terribile sclam. Ma la feroce
 Palla, di Giove glorosa figlia,
 discorrendo le file inanimava
 gli Achivi, ovunque li vedea rimessi.
 Qui la Parca allacci l'Amarancde
 Dore. Un'aspra e quanto cape il pugno
 grossa pietra il percosse alla diritta
 tibia presso il tallone, e feritore
 fu l'Imbraside Piro che de' Traci
 condottiero dall'Eno era venuto.
 Franse ambidue li nervi e la caviglia
 l'improbo sasso, ed ei cadde supino
 nella sabbia, e mal vivo ambo le mani
 ai compagni stendea. Sopra gli corse
 il percussore, e l'asta in mezzo all'epa
 gli cacci. Si versr tutte per terra
 le intestina, e mortale ombra il coperse.
 All'irruente Piro allor l'Etlo
 Toante si rivolge; e lui nel petto
 con la lancia ferendo alla mammella
 nel polmon gliela ficca. Indi appressato
 gliela sconficca dalla piaga; e in pugno
 stretta l'acuta spada glie l'immerse
 nella ventraia, e gli rapo la vita;
 l'armi non gi, ch intorno al morto Piro
 colle lungh'aste in pugno irti di ciuffi
 affollrsi i suoi Traci, e il chiaro Etlo,
 bench grande e gagliardo, allontanaro
 s che a forza respinto si ritrasse.
 Cos l'uno appo l'altro nella polve
 giacquero i due campioni, il tracio duce,
 e il duce degli Epei. Dintorno a questi
 molt'altri prodi ritrovr la morte.
 Chi da ferite illeso, e da Minerva
 per man guidato, e preservato il petto
 dal volar degli strali, avvolto in mezzo
 alla pugna si fosse, avra le forti
 opre stupito degli eroi, ch molti
 e Troiani ed Achivi nella polve
 giacquer proni e confusi in quel conflitto.












 LIBRO QUINTO.

 Allor Palla Minerva a Domede
 forza infuse ed ardire, onde fra tutti
 gli Achei splendesse gloroso e chiaro.
 Lampi gli uscan dall'elmo e dallo scudo
 d'inestinguibil fiamma, al tremolo
 simigliante del vivo astro d'autunno,
 che lavato nel mar splende pi bello.
 Tal mandava dal capo e dalle spalle
 divin foco l'eroe, quando la Diva
 lo sospinse nel mezzo ove pi densa
 ferve la mischia. Era fra' Teucri un certo
 Darete, uom ricco e d'onoranza degno,
 di Vulcan sacerdote, e genitore
 di due prodi figliuoi mastri di guerra
 Fego nomati e Ido. Precorsi agli altri
 si fr costoro incontro a Domede,
 essi sul cocchio, ed ei pedone: e a fronte
 divenuti cos, scagli primiero
 la lung'asta Fego. L'asta al Tidde
 lamb l'omero manco, e non l'offese.
 Col ferrato suo cerro allor secondo
 mosse il Tidde, n di mano indarno
 il telo gli fugg, ch tra le poppe
 del nemico s'infisse, e dalla biga
 lo spiomb. Diede Ido, visto quel colpo,
 un salto a terra, e in un col suo bel carro
 smarrito abbandon la pia difesa
 dell'ucciso fratel. N avra schivato
 perci la morte; ma Vulcan di nebbia
 lo ricinse e servollo, onde non resti
 il vecchio padre desolato al tutto.
 Tolse i destrieri il vincitore, e trarli
 da' compagni li fece alle sue navi.
 Visti i due figli di Darete i Teucri
 l'un freddo nella polve e l'altro in fuga,
 turbrsi; e la glaucopide Minerva
 preso per mano il fero Marte disse:
 O Marte, Marte, esizoso Iddio
 che lordo ir godi d'uman sangue e al suolo
 adeguar le citt, non lasceremo
 noi dunque battagliar soli tra loro
 Teucri ed Achei, qualunque sia la parte
 cui dar la palma vorr Giove? Or via
 ritiriamci, evitiam l'ira del nume.
 In questo favellar trasse la scaltra
 l'impetuoso Dio fuor del conflitto,
 e su la riva riposar lo fece
 dell'erboso Scamandro. Allora i Dnai
 caccir li Teucri in fuga; e ognun de' duci
 un fuggitivo uccise. Agamennne
 primier riversa il vasto Hodio dal carro,
 degli Alizni condottiero, e primo
 al fuggir. Gli piant l'asta nel tergo,
 e fuor del petto uscir la fece. Ei cadde
 romoroso, e suonr l'armi sovr'esso.
 Dalla glebosa Tarne era venuto
 Festo figliuol del Mone Boro. Il colse
 Idomeno coll'asta alla diritta
 spalla nel punto che sala sul carro.
 Cadde il meschin d'orrenda notte avvolto,
 e i servi lo spoglir d'Idomeno.
 L'Atride Menelao di Strofio il figlio
 Scamandrio uccise, cacciator famoso
 cui la stessa Dana ammaestrava
 le fere a saettar quante ne pasce
 montana selva. E nulla allor gli valse
 la Diva amica degli strali, e nulla
 l'arte dell'arco. Menelao lo giunse
 mentre innanzi gli fugge, e tra le spalle
 l'asta gli spinse, e trapassgl il petto.
 Boccon cadde il trafitto, e cupamente
 l'armi sovr'esso rimbombar s'udiro.
 Prole del fabbro Armnide, Fereclo
 da Meron fu spento. Era costui
 per tutte guise di lavori industri
 maraviglioso, e a Pallade Minerva
 caramente diletto. Opra fur sua
 di Paride le navi, onde principio
 ebbe il danno de' Teucri, e di lui stesso,
 perch i decreti degli Dei non seppe.
 L'insegu, lo raggiunse, lo percosse
 nel destro clune Merone, e sotto
 l'osso vr la vescica usc la punta.
 Gli mancr le ginocchia, e guaiolando
 e cadendo il copr di morte il velo.
 Mege uccise Pedo, bastarda prole
 d'Antnore, cui l'inclita Teano,
 gratificando al suo consorte, avea
 con molta cura nutricato al paro
 dei diletti suoi figli. Si fe' sopra
 a costui coll'acuta asta il Filde
 Mege, e alla nuca lo fer. Trascorse
 tra i denti il ferro, e gli tagli la lingua.
 Cos concio egli cadde, e nella sabbia
 fe' tenaglia co' denti al freddo acciaro.
 Ipsnore, figliuol del generoso
 Dolopon, scamandrio sacerdote
 riverito qual Dio, fugge davanti
 al chiaro germe d'Evemone Eurpilo.
 Eurpilo l'insegue, e via correndo
 tal gli cala su l'omero un fendente
 che il braccio gli recide. Sanguinoso
 casca il mozzo lacerto nella polve,
 e la purpurea morte e il violento
 fato le luci gli abbuir. Di questi
 tal nell'acerba pugna era il lavoro.
 Ma di qual parte fosse Domede,
 se troiano od acheo, mal tu sapresti
 discernere, s fervido ei trascorre
 il campo tutto; simile alla piena
 di tumido torrente che cresciuto
 dalle piogge di Giove, ed improvviso
 precipitando i saldi ponti abbatte
 debil freno alle fiere onde, e de' verdi
 campi i ripari rovesciando, ingoia
 con fragor le speranze e le fatiche
 de' gagliardi coloni: a questa guisa
 sgominava il Tidde e dissipava
 le caterve de' Troi, che sostenerne
 non potean, bench molti, la ruina.
 Come Pandaro il vide s furente
 scorrere il campo, e tutte a s dinanzi
 scompigliar le falangi, alla sua mira
 curv subito l'arco, e l'irruente
 eroe percosse alla diritta spalla.
 Entr pel cavo dell'usbergo il crudo
 strale, e forollo, e il sanguin. Coraggio,
 forte allora grid l'inclito figlio
 di Licaon, magnanimi Troiani,
 stimolate i cavalli, ritornate
 alla pugna. Ferito  degli Achei
 il pi forte guerrier, n credo ei possa
 a lungo tollerar l'acerbo colpo,
 se vano feritor non mi sospinse
 qua dalla Licia il re dell'arco Apollo.
 Cos gridava il vantator. Ma domo
 non rest da quel colpo Domede,
 che ritraendo il passo, e de' cavalli
 coprendosi e del cocchio, al suo fedele
 Capanede si rivolse, e disse:
 Corri, Stnelo mio, scendi dal carro,
 e dall'omero tosto mi divelli
 questo acerbo quadrel. - Di un salto a terra
 Stnelo e corse, e l'aspro stral gli svelse
 dall'omero trafitto. Per la maglia
 dell'usbergo spicciava il caldo sangue,
 e imperturbato s l'eroe pregava:
 Invitta figlia dell'Egoco Giove,
 se nelle ardenti pugne unqua a me fosti
 del tuo favor cortese e al mio gran padre,
 odimi, o Dea Minerva, ed or di nuovo
 m'assisti, e al tiro della lancia mia
 manda il mio feritor: dammi ch'io spegna
 questo ventoso nebulon che grida
 ch'io del Sol non vedr pi l'aurea luce.
 Ud la Diva il prego, e a lui repente
 e mani e piedi e tutta la persona
 agile rese, e fattasi vicina
 e manifesta disse: Ti rinfranca
 Domede, e co' Troi pugna securo;
 ch'io del tuo grande genitor Tido
 l'invitta gagliarda ti pongo in petto,
 e la nube dagli occhi ecco ti sgombro
 che la vista mortal t'appanna e grava,
 onde tu ben discerna le divine
 e l'umane sembianze. Ove alcun Dio
 qui ti venga a tentar, tu con gli Eterni
 non cimentarti, no; ma se in conflitto
 vien la figlia di Giove Citerea,
 l'acuto ferro adopra, e la ferisci.
 Sparve, ci detto, la cerulea Diva.
 Allor di volta e si mischi tra' primi
 combattenti il Tidde, a pugnar pronto
 pi che prima d'assai; ch in quel momento
 triplice in petto si sent la forza.
 Come lon che, mentre il gregge assalta,
 ferito dal pastor, ma non ucciso,
 vie pi s'infuria, e superando tutte
 resistenze si slancia entro l'ovile:
 derelitte, tremanti ed affollate
 l'una addosso dell'altra si riversano
 le pecorelle, ed ei vi salta in mezzo
 con ingordo furor: tal dentro ai Teucri
 diede il forte Tidde. A prima giunta
 Astnoo uccise ed Ipenr: trafisse
 l'uno coll'asta alla mammella; all'altro
 la paletta dell'omero percosse
 con tale un colpo della grande spada,
 che gli spicc dal collo e dalla schiena
 l'omero netto. Dopo questi addosso
 ad Abante si spicca e a Poliido,
 figli del veglio interprete di sogni
 Euridamante; ma il meschin non seppe
 nella lor dipartenza a questa volta
 divinarne il destin, ch'ambi il Tidde
 li pose a morte e li spogli. Drizzossi
 quindi a Xanto e Faon figli a Fenopo,
 ambo a lui nati nell'et canuta.
 In amara vecchiezza il derelitto
 genitor si struggea, ch d'altra prole,
 cui sua reda lasciar, lieto non era.
 Gli spense ambo il Tidde, e lor togliendo
 la cara vita, in aspre cure e in pianti
 pose il misero padre, a cui negato
 fu il vederli tornar dalla battaglia
 salvi al suo seno; e di lui morto in lutto
 ignoti eredi si partr l'avere.
 Due Pramidi, Cromio ed Echemne,
 venano entrambi in un sol cocchio. A questi
 s'avvent Domede; e col furore
 di lon che una mandra al bosco assalta
 e di giovenca o bue frange la nuca;
 cos mal conci entrambi il fier Tidde
 precipitolli dalla biga, e tolte
 l'arme de' vinti, a' suoi sergenti ei dienne
 i destrieri onde trarli alla marina.
 Come de' Teucri sbarattar le file
 videlo Enea, si mosse, e per la folta
 e fra il rombo dell'aste discorrendo
 a cercar diessi il valoroso e chiaro
 figlio di Licaon, Pandaro. Il trova,
 gli si appresenta e fa queste parole:
 Pandaro, dov' l'arco? ove i veloci
 tuoi strali? ov' la gloria in che qui nullo
 teco gareggia, n verun si vanta
 licio arcier superarti? Or su, ti sveglia,
 alza a Giove la mano, un dardo allenta
 contro costui, qualunque ei sia, che desta
 cotanta strage, e s malmena i Teucri,
 de' quai gi molti e forti a giacer pose:
 se pur egli non fosse un qualche nume
 adirato con noi per obblati
 sacrifizi: e de' numi acerba  l'ira.
 Cos d'Anchise il figlio. E il figlio a lui
 di Licaone: O delle teucre genti
 inclito duce Enea, se quello scudo
 e quell'elmo a tre coni e quei destrieri
 ben riconosco, colui parmi in tutto
 il forte Domede. E nondimeno
 negar non l'oso un immortal. Ma s'egli
  il mortale ch'io dico, il bellicoso
 figliuolo di Tido, tanto furore
 non  senza il favor d'un qualche iddio,
 che di nebbia i celesti omeri avvolto
 stagli al fianco, e dal petto gli disva
 le veloci saette. Io gli scagliai
 dianzi un dardo, e lo colsi alla diritta
 spalla nel cavo del torace, e certo
 d'averlo mi credea sospinto a Pluto.
 Pur non lo spensi: e irato quindi io temo
 qualche nume. Non ho su cui salire
 or qui cocchio verun. Stolto! che in serbo
 undici ne lasciai nel patrio tetto
 di fresco fatti e belli, e di cortine
 ricoperti, con due d'orzo e di spelda
 ben pasciuti cavalli a ciascheduno.
 E s che il giorno ch'io partii, gli eccelsi
 nostri palagi abbandonando, il veglio
 guerriero Licaon molti ne dava
 prudenti avvisi, e mi facea precetto
 di guidar sempre mai montato in cocchio
 le troiane coorti alla battaglia.
 Certo era meglio l'obbedir; ma, folle!
 nol feci, ed ebbi ai corridor riguardo,
 temendo che assueti a largo pasto
 di pasto non patissero difetto
 in racchiusa citt. Lasciili adunque,
 e pedon venni ad Ilio, ogni fidanza
 posta nell'arco, che giovarmi poscia
 dovea s poco. Saettai con questo
 due de' primi, l'Atride ed il Tidde,
 e ferii l'uno e l'altro, e il vivo sangue
 ne trassi io s, ma n'attizzai pi l'ira.
 In mal punto spiccai dunque dal muro
 gli archi ricurvi il d che al grande Ettore
 compiacendo qua mossi, e de' Troiani
 il comando accettai. Ma se redire,
 se con quest'occhi riveder m' dato
 la patria, la consorte e la sublime
 mia vasta reggia, mi recida ostile
 ferro la testa, se di propria mano
 non infrango e non getto nell'accese
 vampe quest'arco inutile compagno.
 E al boroso il duce Enea: Non dire,
 no, questi spregi. Della pugna il volto
 canger, se ambedue sopra un medesmo
 cocchio raccolti affronterem costui,
 e farem delle nostre armi periglio.
 Monta dunque il mio carro, e de' cavalli
 di Troe vedi la vaglia, e come in campo
 per ogni lato sappiano veloci
 inseguire e fuggir. Questi (se avvegna
 che il Tonante di nuovo a Domede
 dia dell'armi l'onor), questi trarranno
 salvi noi pure alla cittade. Or via
 prendi tu questa sferza e queste briglie,
 ch'io de' corsieri, per pugnar, ti cedo
 il governo; o costui tu stesso affronta,
 ch de' corsieri sar mia la cura.
 S (riprese il figliuol di Licaone)
 tien tu le briglie, Enea, reggi tu stesso
 i tuoi cavalli, che la mano udendo
 del consueto auriga, il curvo carro
 meglio trarranno, se fuggir fia forza
 dal figlio di Tido. Se lor vien manco
 la tua voce, potran per caso istrano
 spaventati adombrarsi, e senza legge
 aggirarsi pel campo, e a trarne fuori
 della pugna indugiar tanto che il fero
 Domede n'assegua impetuoso,
 ed entrambi n'uccida, e via ne meni
 i destrieri di Troe. Resta tu dunque
 al timone e alle briglie, ch coll'asta
 io del nemico sosterr l'assalto.
 Montr, ci detto, sull'adorno cocchio,
 e animosi drizzr contra il Tidde
 i veloci cavalli. Il chiaro figlio
 di Capano li vide, ed all'amico
 vlto il presto parlar, Tidde, ei disse,
 mio diletto Tidde, a pugnar teco
 veggo pronti venir due di gran nerbo
 valorosi guerrier, l'uno il famoso
 Pandaro arciero che figliuol si vanta
 di Licaone, e l'altro Enea che prole
 vantasi ei pur di Venere e d'Anchise.
 Su, presto in cocchio; ritiriamci, e incauto
 tu non istarmi a furiar tra i primi
 con s gran rischio della dolce vita.
 Bieco guatollo il gran Tidde, e disse:
 Non parlarmi di fuga. Indarno tenti
 persuadermi una vilt. Fuggire
 dal cimento e tremar, non lo consente
 la mia natura: ho forze intgre, e sdegno
 de' cavalli il vantaggio. Andr pedone,
 quale mi trovo, ad incontrar costoro;
 ch Pallade mi vieta ogni paura.
 Ma non essi ambedue salvi di mano
 ci scapperan, dai rapidi sottratti
 lor corridori, ed avverr che appena
 ne scampi un solo. Un altro avviso ancora
 vo' dirti, e tu non l'obblar. Se fia
 che l'alto onore d'atterrarli entrambi
 la prudente Minerva mi conceda,
 tu per le briglie allora i miei cavalli
 lega all'anse del cocchio, e ratto vola
 ai cavalli d'Enea, e dai Troiani
 via te li mena fra gli Achei. Son essi
 della stirpe gentil di quei che Giove,
 prezzo del figlio Ganimede, un giorno
 a Troe donava; n miglior destrieri
 vede l'occhio del Sole e dell'Aurora.
 Al re Laomedonte il prence Anchise
 la razza ne fur, sopposte ai padri
 segretamente un d le sue puledre
 che di tale imeneo sei generosi
 corsier gli partoriro. Egli n'impingua
 quattro di questi a s nel suo presepe,
 e due ne cesse al figlio Enea, superbi
 cavalli da battaglia. Ove n'avvegna
 di predarli, n'avremo immensa lode.
 Mentre seguan tra lor queste parole,
 quelli incitando i corridor veloci
 tosto appressrsi, e Pandaro primiero
 favell: Bellicoso ardito figlio
 dell'illustre Tido, poich l'acuto
 mio stral non ti dom, vengo a far prova
 s'io di lancia ferir meglio mi sappia.
 Cos detto, la lunga asta vibrando
 fulminolla, e colp di Domede
 lo scudo s, che la ferrata punta
 tutto passollo, e ne sfior l'usbergo.
 Sei ferito nel fianco (alto allor grida
 l'illustre feritor), n a lungo, io spero,
 vivrai: la gloria che mi porti  somma.
 Errasti, o folle, il colpo (imperturbato
 gli rispose l'eroe); ben io m'avviso
 ch'uno almeno di voi, pria di ristarvi
 da questa zuffa, nel suo sangue steso
 l'ira di Marte sazier. Ci detto,
 scagli. Minerva ne diresse il telo,
 e a lui che curvo lo sfugga, cacciollo
 tra il naso e il ciglio. Penetr l'acuto
 ferro tra' denti, ne tagli l'estrema
 lingua, e di sotto al mento usc la punta.
 Piomb dal cocchio, gli tonr sul petto
 l'armi lucenti, sbigottr gli stessi
 cavalli, e a lui si sciolsero per sempre
 e le forze e la vita. Enea temendo
 in man non caggia degli Achei l'ucciso,
 scese, e protesa a lui l'asta e lo scudo
 giravagli dintorno a simiglianza
 di fier lone in suo valor sicuro;
 e parato a ferir qual sia nemico
 che gli si accosti, il difendea gridando
 orribilmente. Di di piglio allora
 ad un enorme sasso Domede
 di tal pondo, che due nol porterebbero
 degli uomini moderni; ed ei vibrandolo
 agevolmente, e solo e con grand'impeto
 scagliandolo, percosse Enea nell'osso
 che alla coscia s'innesta ed  nomato
 ciotola. Il fracass l'aspro macigno
 con ambi i nervi, e ne stracci la pelle.
 Di del ginocchio al grave colpo in terra
 l'eroe ferito, e colla man robusta
 puntell la persona. Un negro velo
 gli coperse le luci, e qui pera,
 se di lui tosto non si fosse avvista
 l'alma figlia di Giove Citerea
 che d'Anchise pastor l'avea concetto.
 Intorno al caro figlio ella diffuse
 le bianche braccia, e del lucente peplo
 gli antepose le falde, onde dall'armi
 ripararlo, e impedir che ferro acheo
 gli passi il petto e l'anima gl'involi.
 Mentre al fiero conflitto ella sottragge
 il diletto figliuol, Stnelo il cenno
 membrando dell'amico, ne sostiene
 in disparte i cavalli, e prestamente
 all'anse della biga avviluppate
 le redini, s'avventa ai ben chiomati
 corridori d'Enea; di mezzo ai Teucri
 agli Achivi li spinge, ed alle navi
 spedisceli fidati al dolce amico
 Dipilo, cui sopra ogni altro eguale,
 perch d'alma conforme, in pregio ei tiene.
 Esso intanto l'eroe capanede
 rimontato il suo cocchio, e in man riprese
 le riluccnti briglie, allegramente
 de' cavalli sonar l'ugna facea
 dietro il Tidde che coll'empio ferro
 l'alma Venere insegue, la sapendo
 non una delle Dee che de' mortali
 godon le guerre amministrar, siccome
 Minerva e la di mura atterratrice
 torva Bellona, ma un'imbelle Diva.
 Poich raggiunta per la folta ei l'ebbe,
 abbass l'asta il fiero, e coll'acuto
 ferro l'assalse, e della man gentile
 gli estremi le sfior verso il confine
 della palma. For l'asta la cute,
 rotto il peplo odoroso a lei tessuto
 dalle Grazie, e flu dalla ferita
 l'icre della Dea, sangue immortale,
 qual corre de' Beati entro le vene;
 ch'essi, n frutto cereal gustando
 n rubicondo vino, esangui sono,
 e quindi han nome d'Immortali. Al colpo
 died'ella un forte grido, e dalle braccia
 depose il figlio, a cui difesa Apollo
 corse tosto, e l'ascose entro una nube,
 onde camparlo dall'achee saette.
 Il bellicoso Domede intanto,
 Cedi, figlia di Giove, alto gridava,
 cedi il pi dalla pugna. E non ti basta
 sedur d'imbelli femminette il core?
 Se qui troppo t'avvolgi, io porto avviso
 che tale desteratti orror la guerra,
 ch'anco il sol nome ti dar paura.
 Disse; ed ella turbata ed affannosa
 partiva. La veloce Iri per mano
 la prese, la tir fuor del tumulto
 carca di doglie e livida le nevi
 della morbida cute. Alla sinistra
 della pugna seduto il furibondo
 Marte trov: la grande asta del Nume
 e i veloci corsier cingea la nebbia.
 Gli abbracci le ginocchia supplicando
 la sorella, e grid: Caro fratello,
 miserere di me, dammi il tuo cocchio
 ond'io salga all'Olimpo. Assai mi cruccia
 una ferita che mi feo la destra
 d'un ardito mortal, di Domede,
 che pur con Giove pigliera contesa.
 S prega, e Marte i bei destrier le cede.
 Sal sul cocchio allor la dolorosa,
 sal al suo fianco la taumanzia figlia,
 e in man tolte le briglie, a tutto corso
 i cavalli sferz che desosi
 volavano. Arrivr tosto all'Olimpo,
 eccelsa sede degli Eterni. Quivi
 arrest la veloce Iri i corsieri,
 li disciolse dal giogo, e ristorolli
 d'immortal cibo. La divina intanto
 Venere al piede si gitt dell'alma
 genitrice Dona, che la figlia
 raccogliendo al suo seno, e colla mano
 la carezzando e interrogando, Oh! disse,
 oh! chi mai de' Celesti si permise,
 amata figlia, in te s grave offesa,
 come rea di gran fallo alla scoperta?
 Il superbo Tidde Domede,
 rispose Citerea, l'empio ferimmi
 perch il mio figlio, il mio sovra ogni cosa
 diletto Enea sottrassi dalla pugna,
 che pugna non  pi di Teucri e Achivi,
 ma d'Achivi e di numi. - E a lei Dona
 inclita Diva replic: Sopporta
 in pace, o figlia, il tuo dolor; ch molti
 degl'Immortali con alterno danno
 molte soffrimmo dai mortali offese.
 Le soffr Marte il d che gli Alodi
 Oto e il forte Efalte l'annodaro
 d'aspre catene. Un anno avvinto e un mese
 in carcere di ferro egli si stette,
 e forse vi pera, se la leggiadra
 madrigna Eeriba nol rivelava
 al buon Mercurio che di l furtivo
 lo sottrasse, gi tutto per la lunga
 e dolorosa prigiona consunto.
 Le soffr Giuno allor che il forte figlio
 d'Anfitrone con trisulco dardo
 la destra poppa le piag, s ch'ella
 d'alto duol ne fu colta. Anco il gran Pluto
 dal medesmo mortal figlio di Giove
 aspro sofferse di saetta un colpo
 l su le porte dell'Inferno, e tale
 lo conquise un dolor, che lamentoso
 e con lo stral ne' duri omeri infisso
 all'Olimpo sen venne, ove Peone,
 di lenitivi farmaci spargendo
 la ferita, il san; ch sua natura
 mortal non era: ma ben era audace
 e scellerato il feritor che d'ogni
 nefario fatto si fea beffe, osando
 fin gli abitanti saettar del cielo.
 Oggi contro te pur spinse Minerva
 il figlio di Tido. Stolto! ch seco
 punto non pensa che son brevi i giorni
 di chi combatte con gli Dei: n babbo
 lo chiameran tornato dalla pugna
 i figlioletti al suo ginocchio avvolti.
 Bench forte d'assai, badi il Tidde
 ch'un pi forte di te seco non pugni;
 badi che l'Adrastina Egala,
 di Domede generosa moglie,
 presto non debba risvegliar dal sonno
 ululando i famigli, e il forte Acheo
 plorar che colse il suo virgineo fiore.
 In questo dir con ambedue le palme
 la man le asterse dal rappreso icre,
 e la man si san, queta ogni doglia.
 Riser Giuno e Minerva a quella vista,
 e con amaro motteggiar la Diva
 dalle glauche pupille il genitore
 cos prese a tentar. Padre, senz'ira
 un fiero caso udir vuoi tu? Ciprigna
 qualche leggiadra Achea sollecitando
 a seguir seco i suoi Teucri diletti,
 nel carezzarla ed acconciarle il peplo,
 a un aurato ardiglione, ohim! s' punta
 la dilicata mano. - Il sommo padre
 grazoso sorrise, e a s chiamata
 l'aurea Venere, Figlia, le dicea,
 per te non sono della guerra i fieri
 studi, ma l'opre d'Imeneo soavi.
 A queste intendi, ed il pensier dell'armi
 tutto a Marte lo lascia ed a Minerva.
 Mentre in cielo seguan queste favelle,
 contro il figlio d'Anchise il bellicoso
 Domede si spinge, n l'arresta
 il saper che la man d'Apollo il copre.
 Desoso di porre Enea sotterra
 e spogliarlo dell'armi peregrine,
 nulla ei rispetta un s gran Dio. Tre volte
 a morte l'assal, tre volte Apollo
 gli scosse in faccia il luminoso scudo.
 Ma come il forte Calidonio al quarto
 impeto venne, il saettante nume
 terribile grid: Guarda che fai;
 via di qua, Domede; il paragone
 non tentar degli Dei, ch de' Celesti
 e de' terrestri  disugual la schiatta.
 Disse; e alquanto l'eroe ritrasse il piede
 l'ira evitando dell'arciero Apollo,
 che, fuor condutto della mischia Enea,
 nella sagrata Pergamo fra l'are
 del suo delubro il pose. Ivi Latona,
 ivi l'amante dello stral Dana
 lo curr, l'onoraro. Intanto Apollo
 form di tenue nebbia una figura
 in sembianza d'Enea; d'Enea le finse
 l'armi, e dintorno al vano simulacro
 Teucri ed Achei facean di targhe e scudi
 un alterno spezzar che intorno ai petti
 orrendo risonava. Allor si volse
 al Dio dell'armi il Dio del giorno, e disse:
 Eversor di citt, Marte omicida,
 che sol nel sangue esulti, e non andrai
 ad aggredir tu dunque, a cacciar lungi
 questo altiero mortal, questo Tidde
 che alle mani verra con Giove ancora?
 Egli assalse e fer prima Ciprigna
 al carpo della mano; indi avventossi
 a me medesmo coll'ardir d'un Dio.
 S dicendo, s'assise alto sul colmo
 della pergmea rocca, e il rovinoso
 Marte sen corse a concitar de' Teucri
 le schiere, e preso d'Acamante il volto,
 d'Acamante de' Traci esimio duce,
 cos prese a spronar di Priamo i figli:
 Illustri Pramdi, e sino a quando
 permetterete della vostra gente
 per la man degli Achei s rio macello?
 Sin tanto forse che la strage arrivi
 alle porte di Troia? A terra  steso
 l'eroe che al pari del divino Ettorre
 onoravamo, Enea preclaro figlio
 del magnanimo Anchise. Andiam, si voli
 alla difesa di cotanto amico.
 Destr la forza e il cor d'ogni guerriero
 queste parole. Sarpedon con aspre
 rampogne allora rabbuffando Ettorre,
 Dove and, gli dicea, l'alto valore
 che poc'anzi t'avevi? E pur t'udimmo
 vantarti che tu sol senza l'aita
 de' collegati, e co' tuoi soli affini
 e co' fratei bastavi alla difesa
 della citt. Ma niuno io qui ne veggo,
 niun ne ravviso di costor, ch tutti
 trepidanti s'arretrano siccome
 timidi veltri intorno ad un leone:
 e qui frattanto combattiam noi soli,
 noi venuti in sussidio. Io che mi sono
 pur della lega, di lontana al certo
 parte mi mossi, dalla licia terra,
 dal vorticoso Xanto, ove la cara
 moglie ed un figlio pargoletto e molti
 lasciai di quegli averi a cui sospira
 l'uomo mai sempre bisognoso. E pure
 alleato, qual sono, i miei guerrieri
 esorto alla battaglia, ed io medesmo
 sto qui pronto a pugnar contra costui,
 bench qui nulla io m'abbia che il nemico
 rapir mi possa, n portarlo seco.
 E tu ozoso ti ristai? n almeno
 agli altri accenni di far fronte, e in salvo
 por le consorti? Gurdati, che presi,
 siccome in ragna che ogni cosa involve,
 non divenghiate del crudel nemico
 cattura e preda, e ch'ei tra poco al suolo
 la vostr'alma cittade non adegui.
 A te tocca l'aver di ci pensiero
 e giorno e notte, a te dell'alleanza
 i capitani supplicar, che fermi
 resistano al lor posto, e far che niuna
 cagion pi sorga di rampogne acerbe.
 D'Ettore al cor fu morso amaro il detto
 di Sarpedonte, s che tosto a terra
 salt dal cocchio in tutto punto, e l'asta
 scotendo ad animar corse veloce
 d'ogni parte i Troiani alla battaglia,
 e dest mischia dolorosa. Allora
 voltr la fronte i Teucri, e impetuosi
 frsi incontro agli Achei, che stretti insieme
 gli aspettr di pi fermo e senza tema.
 Come allor che di Zefiro lo spiro
 disperde per le sacre aie la pula,
 mentre la bionda Cerere la scevra
 dal suo frutto gentil, che il buon villano
 vien ventilando; lo leggier spulezzo
 tutta imbianca la parte ove del vento
 lo sospinge il soffiar: cos gli Achivi
 inalbava la polve al cielo alzata
 dall'ugna de' cavalli entrati allora
 sotto la sferza degli aurighi in zuffa.
 Difilati portavano i Troiani
 il valor delle destre, e furoso
 li soccorrea Gradivo discorrendo
 il campo tutto, e tutta di gran buio
 la battaglia coprendo. E s di Febo
 i precetti adempa, di Febo Apollo
 d'aurea spada precinto, che comando
 dato gli avea d'accendere ne' Teucri
 l'ardimento guerrier, vista partire
 l'aiutatrice degli Achei Minerva.
 Fuori intanto de' pingui aditi sacri
 Enea messo da Febo, e per lui tutto
 di gagliarda ripieno appresentossi
 a' suoi compagni che gior, vedendo
 vivo e salvo il guerriero e rintegrato
 delle pristine forze. Ma gravarlo
 d'alcun dimando il fier nol consenta
 lavor dell'armi che dell'arco il divo
 sire eccitava, e l'omicida Marte,
 e la Discordia ognor furente e pazza.
 D'altra parte gli Aiaci e Domede
 e il re dulchio anch'essi alla battaglia
 raccendono gli Achei gi per s stessi
 n la furia tementi n le grida
 de' Dardani, ma fermi ad aspettarli.
 Quai nubi che de' monti in su la cima
 immote arresta di Saturno il figlio
 quando l'aria  tranquilla e il furor dorme
 degli Aquiloni o d'altro impetuoso
 di nubi fugator vento sonoro;
 di pi fermo cos senza veruno
 pensier di fuga attendono gli Achivi
 de' Troiani l'assalto. E Agamennne
 per le file scorrendo, e molte cose
 d'ogni parte avvertendo, Amici, ei grida,
 uomini siate e di cor forte, e ognuno
 nel calor della pugna il guardo tema
 del suo compagno. De' guerrier che infiamma
 generoso pudore, i salvi sono
 pi che gli uccisi; chi rossor di fuga
 non sente, ha persa coll'onor la forza.
 Scagli l'asta, ci detto, ed un guerriero
 percosse de' primai, commilitone
 del magnanimo Enea, Dicoonte,
 di Prgaso figliuol tenuto in pregio
 dai Teucri al paro che di Priamo i figli,
 perch presto a pugnar sempre tra' primi.
 Colpillo Atride nell'opposto scudo
 che difesa non fece. Trapassollo
 tutto la lancia, e per lo cinto all'imo
 ventre discese. Strepitoso ei cadde,
 e l'armi rimbombr sovra il caduto.
 Enea di morte di rincontro a due
 valentissimi, Orsiloco e Cretone,
 figli a Dcle, della ben costrutta
 citt di Fere un ricco abitatore.
 Scendea costui dal fiume Alfeo che largo
 la pilia terra di bell'acque inonda:
 Alfo produsse Orsiloco di molte
 genti signore, Orsiloco Dcle,
 e Dcle costor, mastri di guerra
 d'un sol parto acquistati. Aveano entrambi
 gi fatti adulti navigato a Troia
 per onor degli Atridi, e qui la vita
 entrambi terminr. Quai due leoni,
 cui la madre sul monte entro i recessi
 d'alto speco educ, fan ruba e guasto
 delle mandre, de' greggi e delle stalle,
 finch dal ferro de' pastor raggiunti
 caggiono anch'essi; e tali allor dall'asta
 d'Enea percossi caddero costoro
 col fragor di recisi eccelsi abeti.
 Strinse piet dei due caduti il petto
 del prode Menelao, che tosto innanzi
 si spinse di lucenti armi vestito
 l'asta squassando. E Marte, che domarlo
 per man d'Enea fa stima, il cor gli attizza.
 Del magnanimo Nestore il buon figlio
 Antiloco osservollo, e un qualche danno
 paventando all'Atride, un qualche grave
 storpio all'impresa degli Achei, processe
 nell'antiguardo. Gi s'aveano incontro
 abbassate le picche i due campioni
 pronti a ferir, quando d'Atride al fianco
 Antiloco comparve: e di due tali
 viste le forze in un congiunte, Enea,
 bench prode guerriero, retrocesse.
 Trassero questi tra gli Achei gli estinti
 Orsiloco e Cretone, e d'ambedue
 le miserande spoglie in man deposte
 degli amici, dier volta, e nella pugna
 novellamente si mischir tra' primi.
 Fu morto il duce allor de' generosi
 scudati Paflagoni, il marziale
 Pilemene. Il fer d'asta alla spalla
 l'Atride Menelao. Lo suo sergente
 ed auriga Midon, gagliardo figlio
 d'Antimnio, cadde per la man d'Antiloco.
 Dava questo Midon, per via fuggirsi,
 la volta al cocchio. Antiloco nel pieno
 del cubito il fer con tale un colpo
 di sasso, che gittgli al suol le belle
 eburnee briglie. Gli fu tosto sopra
 il feritor col brando, e su la tempia
 d'un dritto l'attast, che gi dal carro
 lo travolse, e ficcgli nella sabbia
 testa e spalle. Anelante in quello stato
 ei restossi gran pezza, ch profondo
 era il sabbion; finch i destrier del tutto
 lo riversr calpesto nella polve.
 Di lor di piglio Antiloco, e veloce
 col flagello li spinse al campo acheo.
 Com'Ettore di mezzo all'ordinanze
 vide lor prove, impetuoso mosse
 con alte grida ad investirli, e dietro
 de' Teucri si traea le forti squadre
 cui Marte  duce e la feral Bellona.
 Bellona in compagna vien dell'orrendo
 tumulto della zuffa; e Marte in pugno
 palleggia un'asta smisurata, e or dietro
 or davanti cammina al grande Ettorre.
 Turbossi a quella vista il bellicoso
 Tidde; e quale della strada ignaro
 vator che trascorsa un'ampia landa
 giunge a rapido fiume che mugghiante
 l'onda del mar devolve, e visto il flutto
 che freme e spuma, di fuggir s'affretta
 l'orme sue ricalcando: a questa guisa
 retrocesse il Tidde, e al suo drappello
 volgendo le parole: Amici, ei disse,
 qual fia stupor se forte d'asta e audace
 combattente si mostra il duce Ettorre?
 Sempre al fianco gli viene un qualche iddio
 che alla morte l'invola; ed or lo stesso
 Marte in sembianza d'un mortal l'assiste.
 Non vogliate attaccar dunque co' numi
 ostinata contesa, e date addietro,
 ma col viso ognor vlto all'inimico.
 Mentr'egli s dicea, scaglirsi i Teucri
 addosso alla sua schiera. E quivi Ettorre
 a morte mise due guerrier, nell'armi
 assai valenti e in un sol cocchio ascesi,
 Anchalo e Meneste. Ebbe di loro
 pietade il grande Telamonio Aiace,
 e fssi avanti e stette, e la lucente
 asta lanciando, Anfio colp, che figlio
 di Selago tenea suo seggio in Peso
 ricco d'ampie campagne. Ma la nera
 Parca ad Ilio il men confederato
 del re troiano e de' suoi figli. Il colse
 sul cinto il lungo telamonio ferro,
 e nell'imo del ventre si confisse.
 Di cadendo un rimbombo, e a dispogliarlo
 corse l'illustre vincitor; ma un nembo
 i Troiani piovean di frecce acute
 che d'irta selva gli coprr lo scudo.
 Ben egli al morto avvicinossi, e il petto
 calcandogli col pi, la fulgid'asta
 ne sferr, ma dall'omero le belle
 armi rapirgli non poteo: s densa
 la grandine il premea delle saette.
 E temendo l'eroe nol circuisse
 de' Troiani la piena, che ristretti
 erano e molti e poderosi, e tutti
 con armi d'ogni guisa e d'ogni tiro
 ad incalzarlo, a repulsarlo intesi,
 ei bench forte e di gran corpo e d'alto
 ardir di volta, e si ritrasse addietro.
 Mentre questi alle mani in questa parte
 si travaglian cos, nemico fato
 contra l'illustre Sarpedon sospinse
 l'Eraclide Tleplemo, guerriero
 di gran persona e di gran possa. Or come
 a fronte si trovr quinci il nepote
 e quindi il figlio del Tonante Iddio,
 Tleplemo primiero cos disse:
 Duce de' Licii Sarpedon, qual uopo
 rozzo in guerra a tremar qua ti condusse?
 E' mentitor chi dell'Egoco Giove
 germe ti dice. Dal valor dei forti,
 che nell'andata et nacquer di lui,
 troppo lungi se' tu. Ben altro egli era
 il mio gran genitor, forza divina,
 cuor di leone. Qua venuto un giorno
 a via menar del re Laomedonte
 i promessi destrieri, egli con sole
 sei navi e pochi armati Ilio distrusse,
 e vedovate ne lasci le vie.
 Tu sei codardo, tu a perir qui traggi
 i tuoi soldati, tu veruna aita,
 col tuo venir di Licia, non darai
 alla dardania gente; e quando pure
 un gagliardo ti fossi, il braccio mio
 qui stenderatti e spingeratti a Pluto.
 E di rimando a lui de' Licii il duce:
 Tleplemo, le sacre iliache mura
 Ercole,  ver, distrusse, e la scempiezza
 del frigio sire il merit, che ingrato
 al beneficio con acerbi detti
 oltraggiollo; e i destrieri, alta cagione
 di sua venuta, gli neg. Ma i vanti
 paterni non torran che la mia lancia
 qui non ti prostri. Tu morrai: son io
 che tel predco, e a me l'onor qui tosto
 darai della vittoria, e l'alma a Pluto.
 Ci detto appena, sollevaro in alto
 i ferrati lor cerri ambo i guerrieri,
 ed ambo a un tempo gli scaglir. Percosse
 Sarpedonte il nemico a mezzo il collo,
 s che tutto il pass l'asta crudele,
 e a lui gli occhi coperse eterna notte.
 Ma il telo uscito nel medesmo istante
 dalla man di Tleplemo la manca
 coscia fer di Sarpedon. Passolla
 infino all'osso la fulminea punta,
 ma non di morte, ch vietollo il padre.
 Accorsero gli amici, e dal tumulto
 sottrassero l'eroe che del confitto
 telo di molto si dolea, n mente
 v'avea posto verun, n s'avvisava
 di sconficcarlo dalla coscia offesa,
 onde espedirne il camminar: tant'era
 del salvarlo la fretta e la faccenda.
 Dall'altra parte i coturnati Achei
 di Tleplemo anch'essi dalla pugna
 ritraggono la salma. Al doloroso
 spettacolo la forte alma d'Ulisse
 si commosse altamente; e in suo pensiero
 divisando ne vien s'ei prima insegua
 di Giove il figlio, o pi gli torni il darsi
 alla strage de' Licii. Alla sua lancia
 non concedean le Parche il porre a morte
 del gran Tonante il valoroso seme.
 Scagliasi ei dunque da Minerva spinto
 nella folta dei Licii, e quivi uccide
 l'un sovra l'altro Alastore, Cerano,
 Cromio, Pritani, Alcandro, e Noemone
 ed Alio: e pi n'avra di lor prostrati
 il divino guerrier, se il grande Ettorre
 di lui non s'accorgea. Tra i primi ei dunque
 processe di corrusche armi splendente,
 e portante il terror ne' petti argivi.
 Come il vide vicin fe' lieto il core
 Sarpedonte, e con voce lamentosa:
 Generoso Pramide, dicea,
 non lasciarmi giacer preda al nemico:
 mi soccorri, e la vita m'abbandoni
 nella vostra citt, poich m' tolto
 il tornarmi al nato dolce terreno,
 e d'allegrezza spargere la mia
 diletta moglie e il pargoletto figlio.
 Non rispose l'eroe; ma desoso
 di vendicarlo e ricacciar gli Achivi
 colla strage di molti, oltre si spinse.
 In questo mezzo la pietosa cura
 de' compagni adagi sotto un bel faggio
 a Giove sacro Sarpedonte, e il telo
 dalla piaga gli svelse il valoroso
 diletto amico Pelagon. Nell'opra
 svenne il ferito, e s'annebbi la vista;
 ma l'aura boreal, che fresca intorno
 ventavagli, torn ne' primi uffici
 della vita gli spirti; e nell'anelo
 petto affannoso ricregli il core.
 Da Marte intanto e dall'ardente Ettorre
 assaliti gli Achei n paurosi
 verso le navi si fuggan, n arditi
 farsi innanzi sapean. Ma quando il grido
 corse tra lor che Marte era co' Teucri,
 indietro si piegr sempre cedendo.
 Or chi prima, chi poi fu l'abbattuto
 dal ferreo Marte e dall'audace Ettorre?
 Teutrante che sembianza avea d'un Dio,
 l'agitatore di cavalli Oreste,
 il vibrator di lancia Etolio Treco,
 e l'Enopide Elno, ed Enomo,
 e d'armi adorno di color diverso
 Oresbio che a far d'oro alte conserve
 posto il pensier, tenea suo seggio in Ila
 appo il lago Cefisio ov'altri assai
 opulenti Beozi avean soggiorno.
 Tale e tanta d'Achivi occisone
 Giuno mirando, a Pallade si volse,
 e con preste parole: Ohim! le disse,
 invitta figlia dell'Egoco Giove,
 se libera lasciam dell'omicida
 Marte la furia, indarno a Menelao
 noi promettemmo dell'iliache torri
 la caduta, e felice il suo ritorno.
 Or via, scendiamo, e di valor noi pure
 facciam prova laggi. Disse, e Minerva
 tenne l'invito. Allor la veneranda
 Saturnia Giuno ad allestir veloce
 corse i d'oro bardati almi destrieri.
 Immantinente al cocchio Ebe le curve
 ruote innesta. Un ventaglio apre ciascuna
 d'otto raggi di bronzo, e si rivolve
 sovra l'asse di ferro. Il giro  tutto
 d'incorruttibil oro, ma di bronzo
 le salde lame de' lor cerchi estremi.
 Maraviglia a veder! Son puro argento
 i rotondi lor mozzi, e vergolate
 d'argento e d'r del cocchio anco le cinghie
 con ambedue dell'orbe i semicerchi,
 a cui sospese consegnar le guide.
 Si dispicca da questo e scorre avanti
 pur d'argento il timone, in cima a cui
 Ebe attacca il bel giogo e le leggiadre
 pettiere; e queste parimenti e quello
 d'auro sono contesti. Desosa
 Giuno di zuffe e del rumor di guerra,
 gli alipedi veloci al giogo adduce.
 N Minerva s'indugia. Ella diffuso
 il suo peplo immortal sul pavimento
 delle sale paterne, effigato
 peplo, stupendo di sua man lavoro,
 e vestita di Giove la corazza,
 di tutto punto al lagrimoso ballo
 armasi. Intorno agli omeri divini
 pon la ricca di fiocchi Egida orrenda,
 che il Terror d'ogn'intorno incoronava.
 Ivi era la Contesa, ivi la Forza,
 ivi l'atroce Inseguimento, e il diro
 Gorgonio capo, orribile prodigio
 dell'Egoco signore. Indi alla fronte
 l'aurea celata impone irta di quattro
 eccelsi coni, a ricoprir bastante
 eserciti e citt. Tale la Diva
 monta il fulgido cocchio, e l'asta impugna
 pesante, immensa, poderosa, ond'ella
 intere degli eroi le squadre atterra
 irata figlia di potente iddio.
 Giuno, al governo delle briglie, affretta
 col flagello i corsieri. Cigolando
 per s stesse s'aprr l'eteree porte
 custodite dall'Ore a cui commessa
 del gran cielo  la cura e dell'Olimpo,
 onde serrare e disserrar la densa
 nube che asconde degli Dei la sede.
 Per queste porte dirizzr le Dive
 i docili cavalli, e ritrovaro
 scevro dagli altri Sempiterni e solo
 su l'alta vetta dell'Olimpo assiso
 di Saturno il gran figlio. Ivi i destrieri
 sost la Diva dalle bianche braccia,
 e il supremo de' numi interrogando:
 Giove padre, gli disse, e non ti prende
 sdegno de' fatti di Gradivo atroci?
 Non vedi quanta e quale il furibondo
 strage non giusta degli Achei commette?
 Io ne son dolorosa: e queti intanto
 si letiziano Apollo e Citerea,
 essi che questo d'ogni legge schivo
 forsennato aizzr. Padre, s'io scendo
 a rintuzzar l'audace, a discacciarlo
 dalla pugna, n'andrai tu meco in ira?
 Va, le rispose delle nubi il sire,
 spingi contra costui la predatrice
 Minerva, a farlo assai dolente usata.
 Di ci lieta la Dea fe' su le groppe
 de' corsieri sonar la sferza; e quelli
 infra la terra e lo stellato cielo
 desosi volaro; e quanto vede
 d'aereo spazio un uom che in alto assiso
 stende il guardo sul mar, tanto d'un salto
 ne varcr delle Dive i tempestosi
 destrier. L giunte dove l'onde amiche
 confondono davanti all'alta Troia
 Simoenta e Scamandro, ivi rattenne
 Giuno i cavalli, gli stacc dal cocchio,
 e di nebbia li cinse. Il Simoenta
 loro un pasco forn d'ambrosie erbette.
 Tacite allora, e col leggiero incesso
 di timide colombe ambe le Dive
 appropinqursi al campo acheo, bramose
 di dar soccorso a' combattenti. E quando
 arrivr dove molti e valorosi,
 come stuol di cinghiali o di loni,
 si stavano ristretti intorno al forte
 figliuolo di Tido, presa la forma
 di Stntore che voce avea di ferro,
 e pareggiava di cinquanta il grido,
 Giuno sclam: Vituperati Argivi,
 mere apparenze di valor, vergogna!
 Finch mostrossi in campo la divina
 fronte d'Achille, non fur osi i Teucri
 scostarsi mai dalle dardanie porte;
 cotanto di sua lancia era il terrore.
 Or lungi dalle mura insino al mare
 vengono audaci a cimentar la pugna.
 S dicendo svegli di ciascheduno
 e la forza e l'ardir. Sorgiunse in questa
 la cerula Minerva a Domede
 ch'appo il carro la piaga, onde l'offese
 di Pandaro lo stral, refrigerava;
 e colla stanca destra sollevando
 dello scudo la soga tutta molle
 di molesto sudor, tergea del negro
 sangue la tabe. Colla man posata
 sul giogo de' corsier la Dea s disse:
 Tido per certo generossi un figlio
 che poco lo somiglia. Era Tido
 picciol di corpo, ma guerriero; e quando
 io gli vietava di pugnar, fremea.
 E quando senza compagna venuto
 ambasciatore a Tebe io co' Tebani
 ne' regii alberghi a banchettar l'astrinsi,
 non depose egli, no, la bellicosa
 alma di prima, ma sfidando il fiore
 de' giovani Cadmei, tutti li vinse
 agevolmente col mio nume al fianco.
 E al tuo fianco del pari io qui ne vegno,
 e ti guardo e t'esorto e ti comando
 di pugnar co' Troiani arditamente.
 Ma te per certo o la fatica oppresse,
 o qualche tema agghiaccia, e tu non sei
 pi, no, la prole del pugnace Ende.
 Ti riconosco, o Dea (tosto rispose
 il valoroso eroe), ti riconosco,
 figlia di Giove, e di buon grado e netta
 mia ragione dir. N vil timore
 n ignavia mi rattien, ma il tuo comando.
 Non se' tu quella che pugnar poc'anzi
 mi vietasti co' numi? E se la figlia
 di Giove Citerea nel campo entrava,
 non mi dicesti di ferirla? Il feci.
 Ed or recedo, e agli altri Achivi imposi
 d'accogliersi qui tutti, ora che Marte,
 ben lo conosco, de' Troiani  il duce.
 E a lui la Diva dalle luci azzurre:
 Diletto Domede, alcuna tema
 di questo Marte non aver, n d'altro
 qualunque iddio, se tua difesa io sono.
 Sorgi, e drizza in costui gl'impetuosi
 tuoi corridori, e stringilo e il percuoti,
 n riguardo t'arresti n rispetto
 di questo insano ad ogni mal parato
 e ad ogni parteggiar, che a me pur dianzi
 e a Giuno promettea che contra i Teucri
 a pro de' Greci avra pugnato; ed ora
 immemore de' Greci i Teucri aiuta.
 S dicendo afferr colla possente
 destra il figliuol di Capano, dal carro
 traendolo; n quegli a dar fu tardo
 un salto a terra; ed ella stessa ascese
 sovra il cocchio da canto a Domede
 infiammata di sdegno. Orrendamente
 l'asse al gran pondo cigol, ch carco
 d'una gran Diva egli era e d'un gran prode.
 Al sonoro flagello ed alle briglie
 di di piglio Minerva, e senza indugio
 contra Marte sospinse i generosi
 cornipedi. Lo giunse appunto in quella
 che atterrato l'enorme Perifante
 (un fortissimo Etlo, egregio figlio
 d'Ochesio), il Dio crudel lordo di sangue
 lo trucidava. In arrivar si pose
 Minerva di Pluton l'elmo alla fronte,
 onde celarsi di quel fero al guardo.
 Come il nume omicida ebbe veduto
 l'illustre Domede, al suol disteso
 lasci l'immenso Perifante, e dritto
 ad investir si spinse il cavaliero.
 E tosto giunti l'un dell'altro a fronte,
 Marte il primo scagli l'asta di sopra
 al giogo de' corsier lungo le briglie,
 di rapirgli la vita desoso:
 ma prese colla man l'asta volante
 la Dea Minerva e la storn dal carro,
 e vano il colpo riusc. Secondo
 spinse l'asta il Tidde a tutta forza.
 La diresse Minerva, e al Dio l'infisse
 sotto il cinto nell'epa, e vulnerollo,
 e lacerata la divina cute
 l'asta ritrasse. Mugol il ferito
 nume, e ruppe in un tuon pari di nove
 o dieci mila combattenti al grido
 quando appiccan la zuffa. I Troi l'udiro,
 l'udr gli Achivi, e ne tremr: s forte
 fu di Marte il muggito. E quale pel grave
 vento che spira dalla calda terra
 si fa di nubi tenebroso il cielo;
 tal parve il ferreo Marte a Domede,
 mentre avvolto di nugoli alle sfere
 dolorando sala. Giunto alla sede
 degli Dei su l'Olimpo, accanto a Giove
 mesto s'assise, discoperse il sangue
 immortal che scorrea dalla ferita,
 e in suono di lamento: O padre, ei disse,
 e non t'adiri a cotal vista, a fatti
 s nequitosi? Esizosa sempre
 a noi Divi torn la mutua gara
 di gratuir l'umana stirpe; e intanto
 di nostre liti la cagion tu sei,
 tu che una figlia generasti insana,
 e di sterminii e di malvage imprese
 invaghita mai sempre. Obbedenti
 hai quanti alberga Sempiterni il cielo;
 tutti inchiniamo a te. Sola costei
 n con fatti frenar n con parole
 tu sai per anco, connivente padre
 di pestifera furia. Ella pur dianzi
 stimol di Tido l'audace figlio
 a pazzamente guerreggiar co' numi;
 ella a ferir Ciprigna; ella a scagliarsi
 contra me stesso, e pareggiarsi a un Dio.
 E se pi tardo il pi fugga, sarei
 steso rimasto fra quei tanti uccisi
 in lunghe pene, n morir potendo
 m'avra de' colpi infranto la tempesta.
 Bieco il guat l'adunator de' nembi
 Giove, e rispose: Querimonie e lai
 non mi far qui seduto al fianco mio,
 fazoso incostante, e a me fra tutti
 i Celesti odoso. E risse e zuffe
 e discordie e battaglie, ecco le care
 tue delizie. Trasfuso in te conosco
 di tua madre Giunon l'intollerando
 inflessibile spirto, a cui mal posso
 pur colle dolci riparar; n certo
 d'altronde io penso che il tuo danno or scenda,
 che dal suo torto consigliar. Non io
 vo' per questo patir che tu sostegna
 pi lungo duolo: mi sei figlio, e caro
 la Dea tua madre a me ti partora.
 Se malvagio, qual sei, d'altro qualunque
 nume nascevi, da gran tempo avresti
 sorte incorsa peggior degli Urandi.
 Cos detto, a Peon comando ei fece
 di risanarlo. La ferita ei sparse
 di lenitivo medicame, e tolto
 ogni dolore, il torn sano al tutto,
 ch mortale ei non era. E come il latte
 per lo gaglio sbattuto si rappiglia,
 e perde il suo fluir sotto la mano
 del presto mescitor; presta del pari
 la peonia virt Marte guara.
 Ebe poscia lavollo, e di leggiadre
 vesti l'avvolse; ed egli accanto a Giove
 dell'alto onor superbo si ripose.
 Repressa del crudel Marte la strage,
 tornr contente alla magion del padre
 Giuno Argiva e Minerva Alalcomnia.





















 LIBRO SESTO.

 Soli senz'alcun Dio Teucri ed Achei
 cos restaro a battagliar. Pi volte
 tra il Simoenta e il Xanto impetuosi
 si assaliro; pi volte or da quel lato
 ed or da questo con incerte penne
 la Vittoria vol. Ruppe di Troi
 primo una squadra il Telamonio Aiace,
 presidio degli Achivi, e il primo raggio
 port di speme a' suoi, ferendo un Trace
 fortissimo guerriero e di gran mole,
 Acamante d'Eussro. Il colse in fronte
 nel cono dell'elmetto irto d'equine
 chiome, e nell'osso gli piant la punta
 s che i lumi gli chiuse il buio eterno.
 Tolse la vita al Teutrande Assilo
 il marzio Domede. Era d'Arisbe
 bella contrada Assilo abitatore,
 uom di molta ricchezza, a tutti amico,
 ch tutti in sua magion, posta lunghesso
 la via frequente, ricevea cortese.
 Ma degli ospiti ahi! niuno accorse allora,
 niun da morte il camp. Solo il suo fido
 servo Calesio, che reggeagli il cocchio,
 morto ei pur dal Tidde, al fianco cadde
 del suo signore, e con lui scese a Pluto.
 Euralo abbatte Ofelzio e Dreso; e poscia
 Esepo assalta e Pedaso gemelli,
 che al buon Bucolone un d produsse
 la Naiade gentile Abarbara.
 Bucolon del re Laomedonte
 primogenito figlio, ma di nozze
 furtive acquisto, conducea la greggia
 quando alla ninfa in amoroso amplesso
 mischiossi, e di costor madre la feo.
 Ma quivi tolse ad ambedue la vita
 e la bella persona e l'armi il figlio
 di Mecisto. Fur morti a un tempo istesso
 Astalo dal forte Polipete;
 il percosso Pidte dall'acuta
 asta d'Ulisse; Aretaon da Teucro.
 D'Antiloco la lancia Ablero atterra,
 E'lato quella del maggiore Atride,
 E'lato che sua stanza avea nell'alta
 Pedaso in riva dell'ameno fiume
 Satnioente. Euripilo prostese
 Melanzio; e l'asta dell'eroe Leto
 il fuggitivo Flaco trafisse.
 Ma l'Atride minor, strenuo guerriero,
 vivo Adrasto pigli. Repente ombrando
 li costui corridori, e via pel campo
 paventosi fuggendo in un tenace
 cespo implicrsi di mirica, e quivi
 al piede del timon spezzato il carro
 volr con altri spaventati in fuga
 verso le mura. Prono nella polve
 sdrucciol dalla biga appo la ruota
 quell'infelice. Colla lunga lancia
 Menelao gli fu sopra; e Adrasto a lui
 abbracciando i ginocchi e supplicando:
 Pigliami vivo, Atride; e largo prezzo
 del mio riscatto avrai. Figlio son io
 di ricco padre, e gran conserva ei tiene
 d'auro, di rame e di foggiato ferro.
 Di questi largiratti il padre mio
 molti doni, se vivo egli mi sappia
 nelle argoliche navi. - A questo prego
 gi dell'Atride il cor si raddolca,
 gi fidavalo al servo, onde alle navi
 l'adducesse; quand'ecco Agamennne
 che a lui ne corre minaccioso e grida:
 Debole Menelao! e qual ti prende
 de' Troiani piet? Certo per loro
 la tua casa  felice! Or su; nessuno
 de' perfidi risparmi il nostro ferro,
 n pur l'infante nel materno seno:
 perano tutti in un con Ilio, tutti
 senza onor di sepolcro e senza nome.
 Cangi di Menelao la mente il fiero
 ma non torto parlar, s ch'ei respinse
 da s con mano il supplicante, e lui
 fer tosto nel fianco Agamennne,
 e supino lo stese. Indi col piede
 calcato il petto ne ritrasse il telo.
 Nestore intanto in altra parte accende
 l'acheo valor, gridando: Amici eroi,
 Dnai di Marte alunni, alcun non sia
 ch'ora badi alle spoglie, e per tornarne
 carco alle navi si rimanga indietro.
 Non badiam che ad uccidere, e gli uccisi
 poi nel campo a bell'agio ispoglieremo.
 Fatti animosi a questo dir gli Achei
 piombr su i Teucri, che scorati e domi
 di nuovo in Ilio si saran racchiusi,
 se il prestante indovino Eleno, figlio
 del re troiano, non volgea per tempo
 ad Ettore e ad Enea queste parole:
 Poich tutta si folce in voi la speme
 de' Troiani e de' Licii, e che voi siete
 i miglior nella pugna e nel consiglio,
 voi, Ettore ed Enea, qui state, e i nostri
 alle porte fuggenti rattenete,
 pria che, con riso del nemico, in braccio
 si salvin delle mogli. E come tutte
 ben rincorate le falangi avrete,
 noi di pi fermo, bench lassi e in dura
 necessitade, qui farem coll'armi
 buon ripicco agli Achei. Ci fatto, a Troia
 tu, Ettore, ten vola, ed alla madre
 di' che salga la rocca, e del delubro
 a Minerva sacrato apra le porte,
 e vi raccolga le matrone, e il peplo
 il pi grande, il pi bello, e a lei pi caro
 di quanti in serbo ne' regali alberghi
 ella ne tien, deponga umilemente
 su le ginocchia della Diva, e dodici
 giovenche le prometta ancor non dome,
 se la nostra citt commiserando
 e le consorti e i figli, ella dal sacro
 Ilio allontana il fiero Domede
 combattente crudele, e volento
 artefice di fuga, e per mio senno
 il pi gagliardo degli Achei. N certo
 noi tremammo giammai tanto il Pelde,
 bench figlio a una Dea, quanto costui
 che fuor di modo inferocisce, e nullo
 vien di forze con esso a paragone.
 Disse: e al cenno fraterno obbedente
 Ettore armato si lanci dal carro
 con due dardi alla mano; e via scorrendo
 per lo campo e animando ogni guerriero,
 rinfresc la battaglia: e tosto i Teucri
 voltr la faccia, e coraggiosi incontro
 fersi al nemico. S'arretrr gli Achivi,
 e la strage cess; ch'essi mirando
 s audaci i Teucri convertir le fronti,
 stimr disceso in lor soccorso un Dio.
 E tuttavia le sue genti Ettorre
 confortando, gridava ad alta voce:
 Magnanimi Troiani, e voi di Troia
 generosi alleati, ah siate, amici,
 siatemi prodi, e fuor mettete intera
 la vostra gagliarda, mentr'io per poco
 men volo in Ilio ad intimar de' padri
 e delle mogli i preghi e le votive
 ecatombi agli Dei. - Parte, ci detto.
 Ondeggiano all'eroe, mentre cammina,
 l'alte creste dell'elmo; e il negro cuoio,
 che gli orli attorna dell'immenso scudo,
 la cervice gli batte ed il tallone.
 Di duellar bramosi allor nel mezzo
 dell'un campo e dell'altro appresentrsi
 Glauco, prole d'Ippoloco, e il Tidde.
 Come al tratto dell'armi ambo fur giunti,
 primo il Tidde favell: Guerriero,
 chi se' tu? Non ti vidi unqua ne' campi
 della gloria finor. Ma tu d'ardire
 ogni altro avanzi se aspettar non temi
 la mia lancia. E' figliuol d'un infelice
 chi fassi incontro al mio valor. Se poi
 tu se' qualche Immortal, non io per certo
 co' numi pugner; ch lunghi giorni
 n pur non visse di Drante il forte
 figlio Licurgo che agli Dei fe' guerra.
 Su pel sacro Nisseio egli di Bacco
 le nudrici insegua. Dal rio percosse
 con pungolo crudel gittaro i tirsi
 tutte insieme, e fuggr: fugg lo stesso
 Bacco, e nel mar s'ascose, ove del fero
 minacciar di Licurgo paventoso
 Teti l'accolse. Ma sdegnrsi i numi
 con quel superbo. Della luce il caro
 raggio gli tolse di Saturno il figlio,
 e detestato dagli Eterni tutti
 breve vita egli visse. All'armi io dunque
 non verr con gli Dei. Ma se terreno
 cibo ti nutre, accstati; e pi presto
 qui della morte toccherai le mete.
 E d'Ippoloco a lui l'inclito figlio:
 Magnanimo Tidde, a che dimandi
 il mio lignaggio? Quale delle foglie,
 tale  la stirpe degli umani. Il vento
 brumal le sparge a terra, e le ricrea
 la germogliante selva a primavera.
 Cos l'uom nasce, cos muor. Ma s'oltre
 brami saper di mia prosapia, a molti
 ben manifesta, ti far contento.
 Siede nel fondo del paese argivo
 Efira, una citt, nata contrada
 di Sisifo che ognun vincea nel senno.
 Dall'Eolide Sisifo fu nato
 Glauco; da Glauco il buon Bellerofonte,
 cui largiro gli Dei somma beltade,
 e quel dolce valor che i cuori acquista.
 Ma Preto macchin la sua ruina,
 e potente signor d'Argo che Giove
 sottomessa gli avea, d'Argo l'espulse
 per cagione d'Anta sposa al tiranno.
 Furosa costei ne desava
 segretamente l'amoroso amplesso;
 ma non valse a crollar del saggio e casto
 Bellerofonte la virt. Sdegnosa
 del magnanimo niego l'impudica
 volse l'ingegno alla calunnia, e disse
 al marito cos: Bellerofonte
 meco in amor tent meschiarsi a forza:
 muori dunque, o l'uccidi. Arse di sdegno
 Preto a questo parlar, ma non l'uccise,
 di sacro orror compreso. In quella vece
 spedillo in Licia apportator di chiuse
 funeste cifre al re suocero, ond'egli
 perir lo fsse. Dagli Dei scortato
 part Bellerofonte, al Xanto giunse,
 al re de' Licii appresentossi, e lieta
 n'ebbe accoglienza ed ospital banchetto.
 Nove giorni fum su l'are amiche
 di nove tauri il sangue. E quando apparve
 della decima aurora il roseo lume
 interrogollo il sire, e a lui la tssera
 del genero chiedea. Viste le crude
 note di Preto, comandgli in prima
 di dar morte all'indomita Chimera.
 Era il mostro d'origine divina
 lon la testa, il petto capra, e drago
 la coda; e dalla bocca orrende vampe
 vomitava di foco. E nondimeno
 col favor degli Dei l'eroe la spense.
 Pugn poscia co' Slimi, e fu questa,
 per lo stesso suo dir, la pi feroce
 di sue pugne. Dom per terza impresa
 le Amazzoni virili. Al suo ritorno
 il re gli tese un altro inganno, e scelti
 della Licia i pi forti, in fosco agguato
 li colloc; ma non redinne un solo:
 tutti gli uccise l'innocente. Allora
 chiaro veggendo che d'un qualche iddio
 illustre seme egli era, a s lo tenne,
 e diegli a sposa la sua figlia, e mezza
 la regal potestade. Ad esso inoltre
 costituiro i Licii un separato
 ed ameno tenr, di tutti il meglio,
 d'alme viti fecondo e d'auree messi,
 ond'egli a suo piacer lo si coltivi.
 Partor poi la moglie al virtuoso
 Bellerofonte tre figliuoli, Isandro
 e Ippoloco, ed alfin Laodama
 che al gran Giove soggiacque, e padre il fece
 del bellicoso Sarpedon. Ma quando
 venne in odio agli Dei Bellerofonte,
 solo e consunto da tristezza errava
 pel campo Aleio l'infelice, e l'orme
 de' viventi fugga. Da Marte ucciso
 cadde Isandro co' Slimi pugnando;
 Laodama per sotto gli strali
 dell'irata Diana; e a me la vita
 Ippoloco don, di cui m' dolce
 dirmi disceso. Il padre alle troiane
 mura spedimmi, e generosi sproni
 m'aggiunse di lanciarmi innanzi a tutti
 nelle vie del valore, onde de' miei
 padri la stirpe non macchiar, che fro
 d'Efira e delle licie ampie contrade
 i pi famosi. Ecco la schiatta e il sangue
 di che nato mi vanto, o Domede.
 Allegrossi di Glauco alle parole
 il marzal Tidde, e l'asta in terra
 conficcando, all'eroe dolce rispose:
 Un antico paterno ospite mio,
 Glauco, in te riconosco. Eno, gi tempo,
 ne' suoi palagi accolse il valoroso
 Bellerofonte, e lui ben venti interi
 giorni ritenne, e di bei doni entrambi
 si presentaro. Una purpurea cinta
 Eno don, Bellerofonte un nappo
 di doppio seno e d'r, che in serbo io posi
 nel mio partir: ma di Tido non posso
 farmi ricordo, ch bambino io m'era
 quando ei lasciommi per seguire a Tebe
 gli Achei che rotti vi periro. Io dunque
 sarotti in Argo ed ospite ed amico,
 tu in Licia a me, se nella Licia avvegna
 ch'io mai porti i miei passi. Or nella pugna
 evitiamci l'un l'altro. Assai mi resta
 di Teucri e d'alleati, a cui dar morte,
 quanti a' miei teli n'offriranno i numi,
 od il mio pi ne giunger. Tu pure
 troverai fra gli Achivi in chi far prova
 di tua prodezza. Di nostr'armi il cambio
 mostri intanto a costor, che l'uno e l'altro
 siam ospiti paterni. Cos detto,
 dal cocchio entrambi dismontr d'un salto,
 strinser le destre, e si dier mutua fede.
 Ma nel cambio dell'armi a Glauco tolse
 Giove lo senno. Aveale Glauco d'oro,
 Domede di bronzo: eran di quelle
 cento tauri il valor, nove di queste.
 Al faggio intanto delle porte Scee
 Ettore giunge. Gli si fanno intorno
 le troiane consorti e le fanciulle
 per saper de' figliuoli e de' mariti
 e de' fratelli e degli amici; ed egli,
 Ite, risponde, a supplicar gli Dei
 in devota ordinanza, itene tutte,
 ch'oggi a molte sovrasta alta sciagura.
 De' regali palagi indi s'avva
 ai portici superbi. Avea cinquanta
 talami la gran reggia edificati
 l'un presso all'altro, e di polita pietra
 splendidi tutti. Accanto alle consorti
 dormono in questi i Priamdi. A fronte
 dodici altri ne serra il gran cortile
 per le regie donzelle, al par de' primi
 di bel marmo lucenti, e posti in fila.
 Di Priamo in questi dormono gl'illustri
 generi al fianco delle caste spose.
 Qui giunto Ettore, ad incontrarlo corse
 l'inclita madre che a trovar sen ga
 Laodice, la pi delle sue figlie
 avvenente e gentil. Chiamollo a nome,
 e strettolo per mano: O figlio, disse,
 perch, lasciato il guerreggiar, qua vieni?
 Ohim! per certo i detestati Achei
 son gi sotto alle mura, e te qui spinge
 religioso zelo ad innalzare
 l su la rocca le pie mani a Giove.
 Ma deh! rimanti alquanto, ond'io d'un dolce
 vino la spuma da libar ti rechi
 primamente al gran Giove e agli altri Eterni,
 indi a rifar le tue, se ne berai,
 esauste forze. Di guerrier gi stanco
 rinfranca Bacco il core, e te pugnante
 per la tua patria la fatica oppresse.
 No, non recarmi, veneranda madre,
 dolce vino verun, rispose Ettorre,
 ch'egli scemar potra mie forze, e in petto
 addormentarmi la nata virtude.
 Aggiungi che libar non oso a Giove
 pria che di divo fiume onda mi lavi;
 n certo lice colle man di polve
 lorde e di sangue offerir voti al sommo
 de' nembi adunator. Ma tu di Palla
 predatrice t'inva deh! tosto al tempio,
 e rcavi i profumi accompagnata
 dalle auguste matrone, e qual nell'arca
 peplo ti serbi pi leggiadro e caro,
 prendilo, e umle della Diva il poni
 su le sacre ginocchia, e sei le vta
 giovenche e sei di collo ancor non tocco
 se la cittade e le consorti e i figli
 commiserando, dall'iliache mura
 allontana il feroce Domede,
 artefice di fuga e di spavento.
 Corri dunque a placarla. Io ratto intanto
 a Paride ne vado, onde svegliarlo
 dal suo letargo, se darammi orecchio.
 Oh gli s'aprisse il suolo, ed ingoiasse
 questa del mio buon padre e di noi tutti
 invata da Giove alta sciagura.
 N penso che dal cor mi fia mai tolta
 di s spiacenti guai la rimembranza,
 se pria non veggo costui spinto a Pluto.
 Disse; e ne' regii alberghi Ecuba entrata
 chiama le ancelle, e a ragunar le manda
 per la cittade le matrone. Ed ella
 nell'odorato talamo discende,
 ove di pepli istorati un serbo
 tenea, lavor delle fenicie donne
 che Paride, solcando il vasto mare,
 da Sidon conducea quando la figlia
 di Tindaro rapo. Di questi Ecba
 un ne toglie il pi grande, il pi riposto,
 fulgido come stella, ed a Minerva
 offerta lo destina. Indi s'avva
 dalle gravi matrone accompagnata.
 Al tempio giunte di Minerva in vetta
 all'ardua rocca, aperse loro i sacri
 claustri la figlia di Cisso, la bella
 d'alme guance Teano, che lodata
 d'Antnore consorte i giusti Teucri
 di Minerva nomr sacerdotessa.
 Tutte allora levr con alti pianti
 a Pallade le palme, e preso il peplo,
 su le ginocchia della Diva il pose
 la modesta Teano: indi di Giove
 alla gran figlia or con questi accenti:
 Veneranda Minerva, inclita Dea,
 delle citt custode, ah tu del fiero
 Tidde l'asta infrangi, e di tua mano
 stendilo anciso su le porte Scee,
 che noi tosto su l'are a te faremo
 di dodici giovenche ancor non dome
 scorrere il sangue, se di queste mura
 e delle teucre spose, e de' lor cari
 figli innocenti sentirai pietade.
 Cos pregr: ma non uda la Diva
 delle misere i voti. Ettore intanto
 di Paride cammina alle leggiadre
 case, di che egli stesso il prence avea
 divisato il disegno, al magistero
 de' pi sperti di Troia architettori
 fidandone l'effetto. E questi a lui
 e stanza ed atrio e corte edificaro
 sul sommo della rocca, appo i regali
 di Priamo stesso e del maggior fratello
 risplendenti soggiorni. Entrovvi Ettorre,
 nelle mani la lunga asta tenendo
 di ben undici cubiti. La punta
 di terso ferro colla ghiera d'oro
 al mutar de' gran passi scintillava.
 Nel talamo il trov che le sue belle
 armi assettava, i curvi archi e lo scudo
 e l'usbergo. L'argiva Elena, in mezzo
 all'ancelle seduta, i bei lavori
 ne dirigea. Com'ebbe in lui gli sguardi
 fisso il grande guerrier, con detti acerbi
 cos l'invase: Sciagurato! il core
 ira ti rode, il so; ma non  bello
 il coltivarla. Intorno all'alte mura
 cadono combattendo i cittadini,
 e tanta strage e tanto affar di guerra
 per te solo s'accende; e tu sei tale
 che altrui vedendo abbandonar la pugna
 rampognarlo oseresti. Or su, ti scuoti,
 esci di qua pria che da' Greci accesa
 venga a snidarti d'Ilon la fiamma.
 Bello, siccome un Dio, Paride allora
 cos rispose: Tu mi fai, fratello,
 giusti rimprocci, e giusto al par mi sembra
 ch'io ti risponda, e tu mi porga ascolto.
 N sdegno n rancor contra i Troiani
 nel talamo regal mi rattenea,
 ma desir solo di distrarre un mio
 dolor segreto. E in questo punto istesso
 con tenere parole anco la moglie
 m'esortava a tornar nella battaglia,
 e il cor mio stesso mi dicea che questo
 era lo meglio; perocch nel campo
 le palme alterna la vittoria. Or dunque
 attendi che dell'armi io mi rivesta,
 o mi precorri, ch'io ti seguo, e tosto
 raggiungerti mi spero. - Cos disse
 Paride: e nulla gli rispose Ettorre;
 a cui molli volgendo le parole
 Elena soggiugnea: Dolce cognato,
 cognato a me proterva, a me primiero
 de' vostri mali detestando fonte,
 oh m'avesse il d stesso in che la madre
 mi partoriva, un turbine divelta
 dalle sue braccia, ed alle rupi infranta,
 o del mar nell'irate onde sommersa
 pria del bieco mio fallo! E poich tale
 e tanto danno statur gli Dei,
 stata almeno foss'io consorte ad uomo
 pi valoroso, e che nel cor pi addentro
 i dispregi sentisse e le rampogne.
 Ma di presente a costui manca il fermo
 carattere dell'alma, e non ho speme
 ch'ei lo s'acquisti in avvenir. M'avviso
 quindi che presto pagheranne il fio.
 Ma tu vien oltre, amato Ettorre, e siedi
 su questo seggio, e il cor stanco ricrea
 dal rio travaglio che per me sostieni,
 per me d'obbrobrio carca, e per la colpa
 del tuo fratello. Ahi lassa! un duro fato
 Giove n'impose e tal ch'anco ai futuri
 darem materia di canzon famosa.
 Cortese donna, le rispose Ettorre,
 non rattenermi. Il core, impazente
 di dar soccorso a' miei che me lontano
 richiamano, fa vano il dolce invito.
 Ma tu di cotestui sprona il coraggio,
 onde s'affretti ei pure, e mi raggiunga
 anzi ch'io m'esca di citt. Veloce
 corro intanto a' miei lari a veder l'uopo
 di mia famiglia, e la diletta moglie
 e il pargoletto mio, non mi sapendo
 se alle lor braccia torner pi mai,
 o s'oggi  il d che decretr gli Eterni
 sotto le destre achee la mia caduta.
 Parte, ci detto, e giunge in un baleno
 alla eccelsa magion; ma non vi trova
 la sua dal bianco seno alma consorte;
 ch'ella col caro figlio e coll'ancella
 in elegante peplo tutta chiusa
 su l'alto della torre era salita:
 e l si stava in pianti ed in sospiri.
 Come deserta Ettr vide la stanza,
 arrestossi alla soglia, ed all'ancelle
 vlto il parlar: Porgete il vero, ei disse;
 Andromaca dov'? Forse alle case
 di qualcheduna delle sue congiunte,
 o di Palla recossi ai santi altari
 a placar colle troche matrone
 la terribile Dea? - No, gli rispose
 la guardana, e poich brami il vero,
 il vero parler. N alle cognate
 ella n'and, n di Minerva all'are,
 ma d'Ilio alla gran torre. Udito avendo
 dell'inimico un furoso assalto
 e de' Teucri la rotta, la meschina
 corre verso le mura a simiglianza
 di forsennata, e la fedel nutrice
 col pargoletto in braccio l'acccompagna.
 Finito non avea queste parole
 la guardana, che veloce Ettorre
 dalle soglie si spicca, e ripetendo
 il gi corso sentier, fende diritto
 del grand'Ilio le piazze: ed alle Scee,
 onde al campo  l'uscita, ecco d'incontro
 Andromaca venirgli, illustre germe
 d'Eezone, abitator dell'alta
 Ipoplaco selvosa, e de' Cilci
 dominator nell'ipoplacia Tebe.
 Ei ricca di gran dote al grande Ettorre
 diede a sposa costei ch'ivi allor corse
 ad incontrarlo; e seco iva l'ancella
 tra le braccia portando il pargoletto
 unico figlio dell'eroe troiano,
 bambin leggiadro come stella. Il padre
 Scamandrio lo nomava, il vulgo tutto
 Astanatte, perch il padre ei solo
 era dell'alta Troia il difensore.
 Sorrise Ettorre nel vederlo, e tacque.
 Ma di gran pianto Andromaca bagnata
 accostossi al marito, e per la mano
 strignendolo, e per nome in dolce suono
 chiamandolo, proruppe: Oh troppo ardito!
 il tuo valor ti perder: nessuna
 piet del figlio n di me tu senti,
 crudel, di me che vedova infelice
 rimarrommi tra poco, perch tutti
 di conserto gli Achei contro te solo
 si scaglieranno a trucidarti intesi;
 e a me fia meglio allor, se mi sei tolto,
 l'andar sotterra. Di te priva, ahi lassa!
 ch'altro mi resta che perpetuo pianto?
 Orba del padre io sono e della madre.
 M'uccise il padre lo spietato Achille
 il d che de' Cilci egli l'eccelsa
 popolosa citt Tebe distrusse:
 m'uccise, io dico, Eezon quel crudo;
 ma dispogliarlo non os, compreso
 da divino terror. Quindi con tutte
 l'armi sul rogo il corpo ne compose,
 e un tumulo gli alz cui di frondosi
 olmi le figlie dell'Egoco Giove
 l'Oreadi pietose incoronaro.
 Di ben sette fratelli iva superba
 la mia casa. Di questi in un sol giorno
 lo stesso figlio della Dea sospinse
 l'anime a Pluto, e li trafisse in mezzo
 alle mugghianti mandre ed alle gregge.
 Della boscosa Ipoplaco reina
 mi rimanea la madre. Il vincitore
 coll'altre prede qua l'addusse, e poscia
 per largo prezzo in libert la pose.
 Ma questa pure, ahim! nelle paterne
 stanze lo stral d'Artmide trafisse.
 Or mi resti tu solo, Ettore caro,
 tu padre mio, tu madre, tu fratello,
 tu florido marito. Abbi deh! dunque
 di me pietade, e qui rimanti meco
 a questa torre, n voler che sia
 vedova la consorte, orfano il figlio.
 Al caprifico i tuoi guerrieri aduna,
 ove il nemico alla citt scoperse
 pi agevole salita e pi spedito
 lo scalar delle mura. O che agli Achei
 abbia mostro quel varco un indovino,
 o che spinti ve gli abbia il proprio ardire,
 questo ti basti che i pi forti quivi
 gi fr tre volte di valor periglio,
 ambo gli Aiaci, ambo gli Atridi, e il chiaro
 sire di Creta ed il fatal Tidde.
 Dolce consorte, le rispose Ettorre,
 ci tutto che dicesti a me pur anco
 ange il pensier; ma de' Troiani io temo
 fortemente lo spregio, e dell'altere
 Troiane donne, se guerrier codardo
 mi tenessi in disparte, e della pugna
 evitassi i cimenti. Ah nol consente,
 no, questo cor. Da lungo tempo appresi
 ad esser forte, ed a volar tra' primi
 negli acerbi conflitti alla tutela
 della paterna gloria e della mia.
 Giorno verr, presago il cor mel dice,
 verr giorno che il sacro iliaco muro
 e Priamo e tutta la sua gente cada.
 Ma n de' Teucri il rio dolor, n quello
 d'Ecuba stessa, n del padre antico,
 n de' fratei, che molti e valorosi
 sotto il ferro nemico nella polve
 cadran distesi, non mi accora, o donna,
 s di questi il dolor, quanto il crudele
 tuo destino, se fia che qualche Acheo,
 del sangue ancor de' tuoi lordo l'usbergo,
 lagrimosa ti tragga in servitude.
 Misera! in Argo all'insolente cenno
 d'una straniera tesserai le tele.
 Dal fonte di Messde o d'Ipera,
 (ben repugnante, ma dal fato astretta)
 alla superba recherai le linfe;
 e vedendo talun piovere il pianto
 dal tuo ciglio, dir: Quella  d'Ettorre
 l'alta consorte, di quel prode Ettorre
 che fra' troiani eroi di generosi
 cavalli agitatori era il primiero,
 quando intorno a Ilon si combattea.
 Cos dirassi da qualcuno; e allora
 tu di nuovo dolor l'alma trafitta
 pi viva in petto sentirai la brama
 di tal marito a scior le tue catene.
 Ma pria morto la terra mi ricopra,
 ch'io di te schiava i lai pietosi intenda.
 Cos detto, distese al caro figlio
 l'aperte braccia. Acuto mise un grido
 il bambinello, e declinato il volto,
 tutto il nascose alla nudrice in seno,
 dalle fiere atterrito armi paterne,
 e dal cimiero che di chiome equine
 alto su l'elmo orribilmente ondeggia.
 Sorrise il genitor, sorrise anch'ella
 la veneranda madre; e dalla fronte
 l'intenerito eroe tosto si tolse
 l'elmo, e raggiante sul terren lo pose.
 Indi baciato con immenso affetto,
 e dolcemente tra le mani alquanto
 palleggiato l'infante, alzollo al cielo,
 e supplice sclam: Giove pietoso
 e voi tutti, o Celesti, ah concedete
 che di me degno un d questo mio figlio
 sia splendor della patria, e de' Troiani
 forte e possente regnator. Deh fate
 che il veggendo tornar dalla battaglia
 dell'armi onusto de' nemici uccisi,
 dica talun: Non fu s forte il padre:
 E il cor materno nell'udirlo esulti.
 Cos dicendo, in braccio alla diletta
 sposa egli cesse il pargoletto; ed ella
 con un misto di pianti almo sorriso
 lo si raccolse all'odoroso seno.
 Di secreta piet l'alma percosso
 riguardolla il marito, e colla mano
 accarezzando la dolente: Oh! disse,
 diletta mia, ti prego; oltre misura
 non attristarti a mia cagion. Nessuno,
 se il mio punto fatal non giunse ancora,
 spingerammi a Pluton: ma nullo al mondo,
 sia vil, sia forte, si sottragge al fato.
 Or ti rincasa, e a' tuoi lavori intendi,
 alla spola, al pennecchio, e delle ancelle
 veglia su l'opre; e a noi, quanti nascemmo
 fra le dardanie mura, a me primiero
 lascia i doveri dell'acerba guerra.
 Raccolse al terminar di questi accenti
 l'elmo dal suolo il generoso Ettorre,
 e muta alla magion la via riprese
 l'amata donna, riguardando indietro,
 e amaramente lagrimando. Giunta
 agli ettorei palagi, ivi raccolte
 trov le ancelle, e le commosse al pianto.
 Ploravan tutte l'ancor vivo Ettorre
 nella casa d'Ettr le dolorose,
 rivederlo pi mai non si sperando
 reduce dalla pugna, e dalle fiere
 mani scampato de' robusti Achei.
 Non producea gl'indugi in questo mezzo
 dentro l'alte sue soglie il Pramde
 Paride: e gi di tutte rivestito
 le sue bell'armi, d'Ilio folgorando
 traversava le vie con presto piede.
 Come destriero che di largo cibo
 ne' presepi pasciuto, ed a lavarsi
 del fiume avvezzo alla bell'onda, alfine
 rotti i legami per l'aperto corre
 stampando con sonante ugna il terreno:
 scherzan sul dosso i crini, alta s'estolle
 la superba cervice, ed esultando
 di sua bellezza, ai noti paschi ei vola
 ove amor d'erbe o di puledre il tira;
 tale di Priamo il figlio dalla rocca
 di Pergamo scendea tutto nell'armi
 esultante e corrusco come sole.
 S ratti i piedi lo portr, ch'ei tosto
 il germano raggiunse appunto in quella
 che dal tristo parlar si diparta
 della consorte. Favell primiero
 Paride, e disse: Alla tua giusta fretta
 fui di lungo aspettar forse cagione,
 venerando fratello, e non ti giunsi
 sollecito, tem'io, come imponesti.
 Generoso timor! rispose Ettorre;
 null'uom, che l'opre drittamente estimi,
 dar biasmo alle tue nel glorioso
 mestier dell'armi; ch tu pur se' prode.
 Ma, colpa del voler, spesso s'allenta
 la tua virtude, e inoperosa giace.
 Quindi  l'alto mio duol quando de' Teucri
 per te solo infelici odo in tuo danno
 le contumelie. Ma partiam, ch poscia
 comporremo tra noi questa contesa,
 se grazia ne far Giove benigno
 di poter lieti nelle nostre case
 ai Celesti immortali offrir la coppa
 dell'alma libert, vinti gli Achei.




















 LIBRO SETTIMO.

 Cos dicendo, dalle porte eruppe
 seguto dal fratello il grande Ettorre.
 Ardono entrambi di far pugna: e quale
 i naviganti allegra amico vento
 che un Dio lor manda allor che stanchi ei sono
 d'agitar le spumanti onde co' remi,
 e cascano le membra di fatica;
 tali al deso de' Teucri essi appariro.
 A prima giunta Paride stramazza
 Menestio d'Arna abitatore, e figlio
 del portator di clava Arito,
 a cui lo partora Filomedusa
 per grand'occhi lodata. Ettore attasta
 Eoneo di lancia alla cervice
 sotto l'elmetto, e morto lo distende.
 Glauco, duce de' Licii, a un tempo istesso
 d'un colpo di zagaglia ad Ifino,
 prole di Dssio, l'omero trafigge
 appunto in quella che sala sul cocchio,
 e dal cocchio al terren morto il trabocca.
 Vista la strage degli Achei, Minerva
 dall'Olimpo calossi impetuosa
 verso il sacro Ilon. La vide Apollo
 dalla pergmea rocca, e vincitori
 bramando i Teucri, le si fece incontro
 vicino al faggio, e favell primiero:
 Figlia di Giove, e quale il cor t'invade
 furia novella? E qual s grande affetto
 dall'Olimpo ti spinge? a portar forse
 della pugna agli Achei la dubbia palma,
 poich niuna ti tocca il cor pietade
 dello strazio de' Teucri? Or su, m'ascolta,
 e fia lo meglio. Si sospenda in questo
 giorno la zuffa, e alla novella aurora
 si ripigli e s'incalzi infin che Troia
 cada: da che la sua caduta a voi
 possenti Dive il cor cotanto invoglia.
 Sia cos, Palla gli rispose: io scesi
 fra i Troiani e gli Achei con questa mente.
 Ma come avvisi di quetar la pugna?
 Suscitiam, replicava il saettante
 figlio di Giove, suscitiam la forte
 alma d'Ettorre a provocar qualcuno
 de' prodi Achivi a singolar tenzone:
 e indignati gli Achivi un valoroso
 spingano anch'essi a cimentarsi in campo
 da solo a solo col troian guerriero.
 Disse, e Minerva acconsenta. Conobbe
 de' consultanti iddii tosto il disegno
 il Pramide Elno in suo pensiero,
 e ad Ettore venuto: Ettore, ei disse,
 pari a quello d'un nume  il tuo consiglio;
 ma udir vuoi tu del tuo fratello il senno?
 Fa dall'armi cessar Teucri ed Achei,
 e degli Achei tu sfida il pi valente
 a singolar certame. Io ti fo certo
 che il tuo giorno fatal non giunse ancora;
 cos mi dice degli Dei la voce.
 Esult di letizia all'alto invito
 il valoroso: e presa per lo mezzo
 la sua gran lancia, e tra l'un campo e l'altro
 procedendo, fe' alto alle troiane
 falangi; ed elle soffermrsi tutte.
 Soffermrsi del pari al riverito
 cenno d'Atride i coturnati Achivi,
 e in forma d'avoltoi Minerva e Febo
 sull'alto faggio s'arrestr di Giove,
 con diletto mirando de' guerrieri
 quinci e quindi seder dense le file
 d'elmi orrende e di scudi e d'aste erette.
 Quale  l'orror che di Favonio il soffio
 nel suo primo spirar spande sul mare,
 che destato s'arruffa e l'onde imbruna:
 tale de' Teucri e degli Achei nel vasto
 campo sedute comparan le file.
 Trasse Ettorre nel mezzo, e cos disse:
 Udite, o Teucri, udite attenti, o Achivi,
 ci che nel petto mi ragiona il core.
 Ratificar non piacque all'alto Giove
 i nostri giuramenti, e in suo segreto
 agli uni e agli altri macchinar ne sembra
 grandi infortunii, finch l'ora arrivi
 ch'Ilio per voi s'atterri, o che voi stessi
 atterrati restiate appo le navi.
 Or quando il vostro campo il fior racchiude
 degli achivi guerrieri, esca a duello
 chi cuor si sente: lo disfida Ettorre.
 Eccovi i patti del certame, e Giove
 testimonio ne sia. Se il mio nemico
 m'uccider, dell'armi ei mi dispogli,
 e le si porti; ma il mio corpo renda,
 onde i Troiani e le troiane spose
 m'onorino del rogo. Ov'io lui spegna,
 ed Apollo la palma a me conceda,
 porteronne le tolte armi nel sacro
 Ilio, e del nume appenderolle al tempio:
 ma l'intatto cadavere alle navi
 vi sar rimandato, onde d'esequie
 l'orni l'achea pietade e di sepolcro
 su l'Ellesponto. Lo vedr de' posteri
 naviganti qualcuno, e fia che dica:
 Ecco la tomba d'un antico prode
 che combattendo coll'illustre Ettorre
 gloroso per. Questo fia detto,
 ed eterno vivrassi il nome mio.
 All'audace disfida ammutoliro
 gli Achei, tementi d'accettarla, e insieme
 di recusarla vergognosi. Alfine
 in pi rizzossi Menelao, nell'imo
 del cor gemendo, ed in acerbi detti
 prorompendo grid: Vili superbi,
 Achive, non Achei! Fia questo il colmo
 dell'ignominia, se tra voi non trova
 quell'audace Troian chi gli risponda.
 Oh possiate voi tutti in nebbia e polve
 resoluti sparir, voi che vi state
 qui senza core immoti e senza onore.
 Ma io medesmo, io s, contra costui
 scender nell'arena. In man de' numi
 della vittoria i termini son posti.
 Ci detto, l'armi indossa. E certo allora
 per le mani d'Ettorre, o Menelao,
 trovato avresti di tua vita il fine,
 (ch'egli di forza ti vincea d'assai)
 se subito in pi surti i prenci achivi
 non rattenean tua foga. Egli medesmo
 il regnatore Atride Agamennne
 l'afferr per la mano, e, Tu deliri,
 disse, e il delirio non ti giova. Or via,
 fa senno, e premi il tuo dolor, n spinto
 da bellicosa gara avventurarti
 con un pi prode di cui tutti han tema,
 col Pramide Ettorre. Anco il Pelde,
 s pi forte di te, lo scontro teme
 di quella lancia nel conflitto. Or dunque
 ritorna alla tua schiera, e statti in posa.
 Gli desteranno incontra altro pi fermo
 duellator gli Achivi, e tal ch'Ettorre,
 intrepido quantunque ed indefesso,
 metter volentier, se dritto io veggo,
 le ginocchia in riposo, ove pur sia
 che netto egli esca dalla gran tenzone.
 Svolge il saggio parlar del sommo Atride
 del fratello il pensier, che obbedente
 quetossi, e lieti gli levr di dosso
 le bell'arme i sergenti. Allor nel mezzo
 surse Nestore, e disse: Eterni Dei!
 Oh di che lutto ricoprirsi io veggio
 la casa degli eroi, l'achea contrada!
 Oh quanto in cor ne gemer l'antico
 di cocchi agitator Pelo, di lingua
 fra' Mirmidon s chiaro e di consiglio;
 egli che in sua magion solea di tutti
 gli Achei le schiatte dimandarmi e i figli,
 e giubilava nell'udirli! Ed ora
 se per Ettorre ei tutti li sapesse
 di terror costernati, oh come al cielo
 alzerebbe le mani, e pregherebbe
 di scendere dolente anima a Pluto!
 O Giove padre, o Pallade, o divino
 di Latona figliuol! ch non son io
 nel fior degli anni, come quando in riva
 pugnr del ratto Celadonte i Pilii
 con la sperta di lancia arcade gente
 sotto il muro di Fea verso le chiare
 del Jrdano correnti? Alla lor testa
 Ereutalion vena, che pari a nume
 l'armatura regal d'Arito
 indosso avea, del divo Arito
 che gli uomini tutti e le ben cinte donne
 clavigero nomr; perch non d'arco
 n di lunga asta armato ei combattea,
 ma con clava di ferro poderosa
 rompea le schiere. A lui di morte poscia,
 pel valore non gi, ma per inganno
 Licurgo al varco d'un angusto calle,
 ove il rotar della ferrata clava
 al suo scampo non valse; ch Licurgo
 prevenendone il colpo traforgli
 l'epa coll'asta, e stramazzollo; e l'armi
 cos gli tolse che da Marte egli ebbe,
 armi che poscia l'uccisor portava
 ne' fervidi conflitti; insin che, fatto
 per vecchiezza impotente, al suo diletto
 prode scudiero Ereutalion le cesse.
 Di queste dunque altero iva costui
 disfidando i pi forti, ed atterriti
 n'eran s tutti, che nessun si mosse.
 Ma io mi mossi audace core, e d'anni
 minor di tutti m'azzuffai con esso,
 e col favor di Pallade lo spensi:
 forte eccelso campion che in molta arena
 giaceami steso al piede. Oh mi fiorisse
 or quell'etade e la mia forza intgra!
 Per certo Ettorre trovera qui tosto
 chi gli risponda. E voi del campo acheo
 i pi forti, i pi degni, ad incontrarlo
 voi non andrete con allegro petto?
 Tacque: e rizzrsi subitani in piedi
 nove guerrieri. Si rizz primiero
 il re de' prodi Agamennn; rizzossi
 dopo lui Domede, indi ambedue
 gl'impetuosi Aiaci; indi, col fido
 Meron bellicoso, Idomeno;
 e poscia d'Evemon l'inclito figlio
 Eurpilo, e Toante Andremonde,
 e il saggio Ulisse finalmente. Ognuno
 chiese il certame coll'eroe troiano.
 Disse allora il buon veglio: Arbitra sia
 della scelta la sorta, e sia l'eletto,
 salvo tornando dall'ardente agone,
 degli Achei la salute e di s stesso.
 Segna a quel detto ognun sua sorte: e dentro
 l'elmo la gitta del maggior Atride.
 La turba intanto supplicante ai numi
 sollevava le palme; e con gli sguardi
 fissi nel cielo udasi dire: O Giove,
 fa che la sorte il Telamnio Aiace
 nomi, o il Tidde, o di Micene il sire.
 Cos pregava; e il cavalier Nestorre
 agitava le sorti: ed ecco uscirne
 quella che tutti desr. La prese,
 e a dritta e a manca ai prenci achivi in giro
 la mostrava l'araldo, e nullo ancora
 la conoscea per sua. Ma come, andando
 dall'uno all'altro, il banditor pervenne
 al Telamnio Aiace e gliela porse,
 riconobbe l'eroe lieto il suo segno,
 e gittatolo in mezzo, Amici,  mia,
 grid, la sorte, e ne gioisce il core,
 che su l'illustre Ettr spera la palma.
 Voi, mentre l'arma io vesto, al sommo Giove
 supplicate in silenzio, onde non sia
 dai teucri orecchi il vostro prego udito;
 o supplicate ad alta voce ancora,
 se s vi piace, ch nessuno io temo,
 n guerriero v'avr che mio malgrado
 di me trionfi, n per fallo mio.
 S rozzo in guerra non lasciommi, io spero,
 la marzal palestra in Salamina,
 n il chiaro sangue di che nato io sono.
 Disse; e gli Achivi alzr gli sguardi al cielo,
 e a Giove supplicr con questi accenti:
 Saturnio padre, che dall'Ida imperi
 massimo, augusto! vincitor deh rendi
 e glorioso Aiace; o se pur anco
 t' caro Ettorre e lo proteggi, almeno
 forza ad entrambi e gloria ugual concedi.
 Di splendid'armi frettoloso intanto
 Aiace si vestiva: e poich tutte
 l'ebbe assunte dintorno alla persona,
 concitato avvossi, a camminava
 quale incede il gran Marte allor che scende
 tra fiere genti stimolate all'armi
 dallo sdegno di Giove, e dall'insana
 roditrice dell'alme mpia Contesa.
 Tale si mosse degli Achei trinciera
 lo smisurato Aiace, sorridendo
 con terribile piglio, e misurava
 a vasti passi il suol, l'asta crollando
 che lunga sul terren l'ombra spandea.
 Di letizia esultavano gli Achivi
 a riguardarlo; ma per l'ossa ai Teucri
 corse subito un gelo. Palpitonne
 lo stesso Ettr; ma n schivar per tema
 il fier cimento, n tra' suoi ritrarsi
 pi non gli lice, ch fu sua la sfida.
 E gi gli  sopra Aiace coll'immenso
 pavese che parea mobile torre;
 opra di Tichio, d'Ila abitatore,
 prestantissimo fabbro, che di sette
 costruito l'avea ben salde e grosse
 cuoia di tauro, e indttavi di sopra
 una falda d'acciar. Con questo al petto
 enorme scudo il Telamnio eroe
 fssi avanti al Troiano, e minaccioso
 mosse queste parole: Ettore, or chiaro
 saprai da solo a sol quai prodi ancora
 rimangono agli Achei dopo il Pelde
 cuor di lone e rompitor di schiere.
 Irato coll'Atride egli alle navi
 neghittoso si sta; ma noi siam tali,
 che non temiamo lo tuo scontro, e molti.
 Comincia or tu la pugna, e tira il primo.
 Nobile prence Telamnio Aiace,
 rispose Ettorre, a che mi tenti, e parli
 come a imbelle fanciullo o femminetta
 cui dell'armi il mestiero  pellegrino?
 E anch'io trattar so il ferro e dar la morte,
 e a dritta e a manca anch'io girar lo scudo,
 e infaticato sostener l'attacco,
 e a pi fermo danzar nel sanguinoso
 ballo di Marte, o d'un salto sul cocchio
 lanciarmi, e concitar nella battaglia
 i veloci destrier. N gi vogl'io
 un tuo pari ferire insidoso,
 ma discoperto, se arrivar ti posso.
 Ci detto, bilanci colla man forte
 la lunga lancia, e saett d'Aiace
 il settemplice scudo. Furosa
 la punta trapass la ferrea falda
 che di fuor lo copriva, e via scorrendo
 squarci sei giri del bovin tessuto,
 e al settimo fermossi. Allor secondo
 trasse Aiace, e colp di Priamo il figlio
 nella rotonda targa. Traforolla
 il frassino veloce, e nell'usbergo
 s addentro si ficc, che presso al lombo
 lacergli la tunica. Piegossi
 Ettore a tempo, ed evit la morte.
 Ricovr l'uno e l'altro il proprio telo,
 e all'assalto tornr come per fame
 fieri leoni, o per vigor tremendi
 arruffati cinghiali alla montagna.
 Di nuovo Ettorre coll'acuto cerro
 colp, lo scudo ostil, ma senza offesa,
 ch'ivi la punta si curv: di nuovo
 trasse Aiace il suo telo, ed alla penna
 dello scudo ferendo, a parte a parte
 lo trapass, gli punse il collo, e vivo
 sangue spiccionne. N per ci l'attacco
 lasci l'audace Ettorre. Era nel campo
 un negro ed aspro enorme sasso: a questo
 di di piglio il Troiano, e contra il Greco
 lo fulmin. Percosse il duro scoglio
 il colmo dello scudo, e orribilmente
 ne rimbomb la ferrea piastra intorno.
 Segu l'esempio il gran Telamonde,
 ed afferrato e sollevato ei pure
 un altro pi d'assai rude macigno,
 con forza immensa lo rot, lo spinse
 contra il nemico. Il molar sasso infranse
 l'ettoreo scudo, e di tal colpo offese
 lui nel ginocchio, che riverso ei cadde
 con lo scudo sul petto: ma rizzollo
 immantinente di Latona il figlio.
 E qui tratte le spade i due campioni
 pi da vicino si feran, se ratti,
 messaggieri di Giove e de' mortali,
 non accorrean gli araldi, il teucro Ido,
 e l'achivo Taltbio, ambo lodati
 di prudente consiglio. Entrr costoro
 con securtade in mezzo ai combattenti,
 ed interposto fra le nude spade
 il pacifico scettro, il saggio Ido
 cos primiero favell: Cessate,
 diletti figli, la battaglia. Entrambi
 siete cari al gran Giove, entrambi (e chiaro
 ognun sel vede) acerrimi guerrieri:
 ma la notte discende, e giova, o figli,
 alla notte obbedir. - Dimandi Ettorre
 questa tregua, rispose il fiero Aiace:
 primo ei tutti sfidonne, e primo ei chiegga.
 Ritirerommi, se l'esempio ei porga.
 E l'illustre rival tosto riprese:
 Aiace, i numi ti largr cortesi
 pari alla forza ed al valore il senno,
 e nel valor tu vinci ogni altro Acheo.
 Abbian riposo le nostr'armi, e cessi
 la tenzon. Pugneremo altra fata
 finch la Parca ne divida, e intera
 all'uno o all'altro la vittoria doni.
 Or la notte gi cade, e della notte
 romper non dssi la ragion. Tu riedi
 dunque alle navi a rallegrar gli Achivi,
 i congiunti, gli amici. Io nella sacra
 citt rentro a serenar de' Teucri
 le meste fronti e le dardanie donne,
 che in lunghi pepli avvolte appi dell'are
 per me si stanno a supplicar. Ma pria
 di dipartirci, un mutuo dono attesti
 la nostra stima: e gli Achei poscia e i Teucri
 diran: Costoro duellr coll'ira
 di fier nemici, e separrsi amici.
 Cos dicendo, la sua propria spada
 gli present d'argentei chiovi adorna
 con fulgida vagina ed un pendaglio
 di leggiadro lavoro; Aiace a lui
 il risplendente suo purpureo cinto.
 Cos divisi, agli Achei l'uno, ai Teucri
 l'altro avvossi. Esilarrsi i Teucri,
 vivo il lor duce ritornar veggendo
 dalla forza scampato e dall'invitte
 mani d'Aiace; e trepidanti ancora
 del passato periglio alla cittade
 l'accompagnaro. Dall'opposta parte
 della palma superbo il lor campione
 guidr gli Achivi al padiglion d'Atride,
 che per tutti onorar tosto al Tonante
 un bue quinquenne in sacrificio offerse.
 Lo scuoir, lo spaccr, lo fro in brani
 acconciamente, e negli spiedi infisso
 l'abbrustolr con molta cura, e tolto
 il tutto al foco, l'apprestr sul desco,
 e banchettando ne cib ciascuno
 a pien talento. Ma l'immenso tergo
 del sacro bue donollo Agamennne
 d'onore in segno al vincitor guerriero.
 Del cibarsi e del ber spento il deso,
 il buon veglio Nestorre, di cui sempre
 ottimo usca l'avviso, in questo dire
 svolse il suo senno: Atride e duci achei,
 questo giorno fatal la vita estinse
 di molti prodi, del cui sangue rossa
 fe' l'aspro Marte la scamandria riva,
 e all'Orco ne passr l'ombre insepolte.
 Al nuovo sole le nostr'armi adunque
 si restino tranquille, e noi sul campo
 convenendo, imporrem le salme esangui
 su le carrette, e muli oprando e buoi,
 qui ne faremo il pio trasporto, e al rogo
 le darem lungi dalle navi alquanto,
 onde al nostro tornar nel patrio suolo
 le ceneri portarne ai mesti figli.
 E dintorno alla pira una comune
 tomba ergeremo, e di muraglia e d'alte
 torri, a difesa delle navi e nostra,
 con rapido lavor la cingeremo,
 e salde vi apriremo e larghe porte
 per l'egresso de' cocchi. Indi un'esterna
 profonda fossa scaverem che tutta
 circondi la muraglia, e de' cavalli
 l'impeto affreni e de' pedon, se mai
 de' Teucri irrompa l'orgoglioso ardire.
 Disse, e tutti annuiro i prenci achei.
 Di Pramo alle soglie in questo mentre
 su l'alta iliaca rocca i Teucri anch'essi
 tenean confusa e trepida consulta.
 Primo il saggio Antenr s prese a dire:
 Dardanidi, Troiani, e voi venuti
 in sussidio di Troia, i sensi udite
 che il cor mi porge. Rendasi agli Atridi
 con tutto il suo tesor l'argiva Elna.
 Volammo noi soli il giuramento,
 e quindi inique le nostr'armi sono.
 Se non si rende, non avrem che danno.
 Cos detto, s'assise. E surto in piedi
 il bel marito della bella Argiva
 cos Pari rispose: Al cor m' grave,
 Antenore, il tuo detto, e so che porti
 una miglior sentenza in tuo segreto.
 Ch se parli davver, davvero i numi
 ti han tolto il senno. Ma ben io qui schietti
 i miei sensi aprir. La donna io mai
 non render, giammai. Quanto alle ricche
 spoglie che d'Argo a queste rive addussi,
 tutte render le voglio, ed altre ancora
 aggiungeronne di mio proprio dritto.
 Tacque, e sul seggio si raccolse. Allora
 in sembianza d'un Dio levossi in mezzo
 il Dardanide Pramo, ed, Udite,
 Teucri, ei disse, e alleati, il mio pensiero,
 quale il cor lo significa. Pel campo
 del consueto cibo si ristauri
 ognuno, e attenda alla sua scolta, e vegli.
 Col nuovo sole alle nemiche navi
 Ido sen vada, e ad ambedue gli Atridi
 di Paride, cagion della contesa,
 riferisca la mente, e una discreta
 proposta aggiunga di cessar la guerra,
 finch il rogo consunte abbia le morte
 salme de' nostri, per pugnar di poi
 finch la Parca ne spartisca, e agli uni
 conceda o agli altri la vittoria intgra.
 Tutti assentiro riverenti al detto:
 indi pel campo procurr le cene
 in divisi drappelli. Il d novello
 alle navi s'avva l'araldo Ido,
 e raccolti ritrova a parlamento
 i bellicosi Achei davanti all'alta
 agamennnia poppa. Appresentossi
 tosto il canoro banditore, e disse:
 Atridi e duci achei, mi di comando
 Priamo e di Troia gli ottimati insieme
 di sporvi, se vi fia grato l'udirla,
 di Paride, cagion di questa guerra,
 una proferta. Le ricchezze tutte
 ch'ei d'Argo addusse (oh pria perito ei fosse!)
 ei tutte le vi rende, ed altre ancora
 di sua ragion n'aggiunger. Ma quanto
 alla gentil tua donna, o Menelao,
 di questa ei niega il rendimento, e indarno
 l'esortano i Troiani. E un'altra io reco
 di lor proposta: Se quetar vi piaccia
 della guerra il furor, finch de' morti
 le care spoglie il foco abbia combuste,
 per indi razzuffarci infin che piena
 tra noi decida la vittoria il fato.
 Disse, e tutti ammutr. Sciolse il Tidde
 alfin la voce; e, Niun di Pari, ei grida,
 l'offerta accetti, n la stessa pure
 rapita donna. Ai Dardani sovrasta,
 un fanciullo il vedra, l'esizio estremo.
 Plausero tutti al suo parlar gli Achivi
 con alte grida, e n'ammiraro il senno.
 Indi vlto all'araldo il grande Atride:
 Ido, diss'egli, per te stesso udisti
 degli Achei la risposta, e in un la mia.
 Quanto agli estinti, di buon grado assento
 che siano incesi; ch non dssi avaro
 esser di rogo a chi di vita  privo,
 n porre indugio a consolarne l'ombra
 coll'officio pietoso. Il fulminante
 sposo di Giuno il nostro giuro ascolti.
 Cos dicendo alz lo scettro al cielo,
 e l'araldo tornossi entro la sacra
 cittade ai Teucri, gi del suo ritorno
 impazenti e in pien consesso accolti.
 Giunse, e intromesso la risposta espose.
 Si sparsero allor ratti, altri al carreggio
 de' cadaveri intenti, altri al funbre
 taglio de' boschi. Dall'opposta parte
 un cuor medesmo, una medesma cura
 occupava gli Achivi. E gi dal queto
 grembo del mare al ciel montando il sole
 co' rugiadosi lucidi suoi strali
 le campagne fera, quando nell'atra
 pianura si scontrr Teucri ed Achei
 ognuno in cerca de' suoi morti, a tale
 dal sangue sfigurati e dalla polve,
 che mal se ne potea, senza lavarli,
 ravvisar le sembianze. Alfin trovati
 e conosciuti li ponean su i mesti
 plaustri piangendo. Ma di Priamo il senno
 non consenta del pianto a' suoi lo sfogo:
 quindi afflitti, ma muti, al rogo i Teucri
 diero a mucchi le salme; ed arse tutte,
 col cuor serrato alla citt tornaro.
 D'un medesmo dolor rotti gli Achei
 i lor morti ammassr sovra la pira,
 e come gli ebbe la funerea fiamma
 consumati, del mar preser la via.
 Non biancheggiava ancor l'alba novella,
 ma il barlume soltanto antelucano,
 quando d'Achei dintorno all'alto rogo
 scelto stuolo affollossi. E primamente
 alzr dappresso a quello una comune
 tomba agli estinti, ed alla tomba accanto
 una muraglia a edificar si diero
 d'alti torrazzi ghirlandata, a schermo
 delle navi e di s: porte vi fro
 di salda imposta, e di gran varco al volo
 de' bellicosi cocchi: indi lunghesso
 l'esterno muro una profonda e vasta
 fossa scavr di pali irta e gremita.
 Degli Achei la stupenda opra tal era.
 La contemplr maravigliando i numi
 seduti intorno al Dio de' tuoni, e irato
 s prese a dir l'Enosigo Nettunno:
 Giove padre, chi fia pi tra' mortali,
 che gl'Immortali in avvenir consulti,
 e n'implori il favor? Vedi tu quale
 e quanto muro gli orgogliosi Achei
 innanti alle lor navi abbian costrutto
 e circondato d'un'immensa fossa
 senza offerir solenni ostie agli Dei?
 Di cotant'opra andr certo la fama
 ovunque giunge la divina luce,
 e il grido morir delle sacrate
 mura che al re Laomedonte un tempo
 intorno ad Ilone Apollo ed io
 edificammo con assai fatica.
 Che dicesti? sdegnoso gli rispose
 l'adunator de' numbi: altro qualunque
 Iddio di forza a te minor potrebbe
 di questo paventar. Ma del possente
 Enosigo la gloria al par dell'almo
 raggio del sole splender per tutto.
 Or ben: s tosto che gli Achei faranno
 veleggiando ritorno al patrio lido,
 e tu quel muro abbatti e tutto quanto
 sprofondalo nel mare, e d'alta arena
 coprilo s che ogni orma ne svanisca.
 In questo favellar l'astro s'estinse
 del giorno, e l'opra degli Achei fu piena.
 Della sera allestite indi le mense
 per le tende, cibr le opime carni
 di scannati giovenchi, e ristorrsi
 del vino che recato avean di Lenno
 molti navigli; e li spediva Euno
 d'Issipile figliuolo e di Giasone.
 Mille sestieri in amichevol dono
 Euno ne manda ad ambedue gli Atridi;
 compra il resto l'armata, altri con bronzo,
 altri con lame di lucente ferro;
 qual con pelli bovine, e qual col corpo
 del bue medesmo, o di robusto schiavo.
 Lieto adunque imbandr pronto convito
 gli Achivi, e tutta banchettr la notte.
 Banchettava del par nella cittade
 con gli alleati la dardania gente.
 Ma tutta notte di Saturno il figlio
 con terribili tuoni annunzava
 alte sventure nel suo senno ordite.
 Di pallido terror tutti compresi
 dalle tazze spargean le spume a terra
 devotamente, n veruno arda
 appressarvi le labbra, se libato
 pria non avesse al prepotente Giove.
 Corcrsi alfine, e su lor scese il sonno.














 LIBRO OTTAVO.

 Gi spiegava l'aurora il croceo velo
 sul volto della terra, e co' Celesti
 su l'alto Olimpo il folgorante Giove
 tenea consiglio. Ei parla, e riverenti
 stansi gli Eterni ad ascoltar: M'udite
 tutti, ed abbiate il mio voler palese;
 e nessuno di voi n Dio n Diva
 di frangere s'ardisca il mio decreto,
 ma tutti insieme il secondate, ond'io
 l'opra, che penso, a presto fin conduca.
 Qualunque degli Dei vedr furtivo
 partir dal cielo, e scendere a soccorso
 de' Troiani o de' Greci, egli all'Olimpo
 di turpe piaga tornerassi offeso;
 o l'afferrando di mia mano io stesso,
 nel Tartaro remoto e tenebroso
 lo gitter, voragine profonda
 che di bronzo ha la soglia e ferree porte,
 e tanto in gi nell'Orco s'inabissa,
 quanto va lungi dalla terra il cielo.
 Allor sapr che degli Dei son io
 il pi possente. E vuolsene la prova?
 D'oro al cielo appendete una catena,
 e tutti a questa v'attaccate, o Divi
 e voi Dive, e traete. E non per questo
 dal ciel trarrete in terra il sommo Giove,
 supremo senno, n pur tutte oprando
 le vostre posse. Ma ben io, se il voglio,
 la trarr colla terra e il mar sospeso:
 indi alla vetta dell'immoto Olimpo
 annoder la gran catena, ed alto
 tutte da quella penderan le cose.
 Cotanto il mio poter vince de' numi
 le forze e de' mortai. - Qui tacque, e tutti
 dal minaccioso ragionar percossi
 ammutolr gli Dei. Ruppe Minerva
 finalmente il silenzio, e cos disse:
 Padre e re de' Celesti, e noi pur anco
 sappiam che invitta  la tua gran possanza.
 Ma nondimen de' bellicosi Achei
 piet ne prende, che di fato iniquo
 son vicini a perir. Noi dalla pugna,
 se tu il comandi, ci terrem lontani;
 ma non vietar che di consiglio almeno
 sien giovati gli Achivi, onde non tutti
 cadan nell'ira tua disfatti e morti.
 Con un sorriso le rispose il sommo
 de' nembi adunator: Conforta il core,
 diletta figlia; favellai severo,
 ma vo' teco esser mite. - E cos detto,
 gli orocriniti eripedi cavalli
 come vento veloci al carro aggioga:
 al divin corpo induce una lorica
 tutta d'auro, e alla man data una sferza
 pur d'auro intesta e di gentil lavoro,
 monta il cocchio, e flagella a tutto corso
 i corridori che volr bramosi
 infra la terra e lo stellato Olimpo.
 Tosto all'Ida, di belve e di rigosi
 fonti altrice, arriv su l'ardua cima
 del Gargaro, ove sacro a lui frondeggia
 un bosco, e fuma un odorato altare.
 Qui degli uomini il padre e degli Dei
 rattenne e dal timon sciolse i cavalli,
 e di nebbia gli avvolse. Indi s'assise
 esultante di gloria in su la vetta
 di l lo sguardo a Troia rivolgendo
 ed alle navi degli Achei, che preso
 per le tende alla presta un parco cibo
 armavansi. Ed all'armi anch'essi i Teucri
 per la citt correan; n gli sgomenta
 il numero minor, ch per le spose
 e pe' figli a pugnar pronti li rende
 necessit. Spalancansi le porte:
 erompono pedoni e cavalieri
 con immenso tumulto, e giunti a fronte,
 scudi a scudi, aste ad aste e petti a petti
 oppongono, e di targhe odi e d'usberghi
 un fiero cozzo, ed un fragor di pugna
 che rinforza pi sempre. De' cadenti
 l'urlo si mesce coll'orribil vanto
 de' vincitori, e il suol sangue correa.
 Dall'ora che le porte apre al mattino
 fino al merigge, d'ambedue le parti
 dur la strage con egual fortuna.
 Ma quando ascese a mezzo cielo il sole,
 alto spieg l'onnipossente Iddio
 l'auree bilance, e due diversi fati
 di sonnifera morte entro vi pose,
 il troiano e l'acheo. Le prese in mezzo,
 le libr, sollevolle, e degli Achivi
 il fato dechin, che traboccando
 percosse in terra, e balz l'altro al cielo.
 Ton tremendo allor Giove dall'Ida,
 e un infocato fulmine nel campo
 avvent degli Achei, che stupefatti
 a quella vista impallidr di tema.
 N Idomeno n il grande Agamennne,
 n gli Aiaci, ambedue lampi di Marte,
 fermi al lor posto rimaner fur osi.
 Solo il Gerenio, degli Achei tutela,
 Nestore vi rest, ma suo mal grado
 ch un destrier l'impeda, cui di saetta
 d'Elena bella l'avvenente drudo
 nella fronte fer laddove spunta
 nel teschio de' cavalli il primo crine,
 ed  letale il loco alle ferite.
 Inalberossi il corridor trafitto,
 ch nel cerbro entrata era la freccia,
 e dintorno alla rota per l'acuto
 dolor si voltolando, in iscompiglio
 mettea gli altri cavalli. Or mentre il vecchio
 gli si fa sopra colla daga, e tenta
 tagliarne le tirelle, ecco veloci
 fra la calca e il ferir de' combattenti
 sopraggiungere d'Ettore i destrieri,
 superbi di portar s grande auriga.
 E qui perduta il veglio avra la vita,
 se del rischio di lui non s'accorgea
 l'invitto Domede. Un grido orrendo
 di pugna eccitator mise l'eroe
 alla volta d'Ulisse: Ah dove immemore
 di tua stirpe divina, dove fuggi,
 astuto figlio di Laerte, e volgi,
 come un codardo della turba, il tergo?
 Bada che alcun le fuggitive spalle
 non ti giunga coll'asta. Agl'inimici
 volta la fronte, ed a salvar vien meco
 dal furor di quel fiero il vecchio amico.
 Quelle grida non ode, e ratto in salvo
 fugge Ulisse alle navi. Allor rimasto
 solo il Tidde, si sospinse in mezzo
 ai guerrier della fronte, avanti al cocchio
 di Nestore piantossi, e lui chiamando
 veloci gli drizz queste parole:
 Troppo feroce giovent nemica
 ti sta contra, o buon vecchio, e infermi troppo
 sono i tuoi polsi: hai grave d'anni il dorso,
 hai debole l'auriga e i corridori.
 Monta il mio cocchio, e la virt vedrai
 dei cavalli di Troe, che dianzi io tolsi
 d'Anchise al figlio, a maraviglia sperti
 a fuggir ratti in campo e ad inseguire.
 Lascia cotesti agli scudieri in cura,
 drizziam questi ne' Teucri, e vegga Ettorre
 s'anco in mia man la lancia  furibonda.
 Disse: n il veglio ricus l'invito.
 Di Stnelo e del buon Eurimedonte,
 valorosi scudieri, egli al governo
 cesse le sue puledre, e tosto il cocchio
 del Tidde salito, in man si tolse
 le bellissime briglie, e col flagello
 i corsieri percosse. In un baleno
 giunser d'Ettore a fronte, che diritto
 lor d'incontro vena con gran tempesta.
 Trasse la lancia Domede, e il colpo
 err; ma su le poppe in mezzo al petto
 colp l'auriga Enopo, figliuolo
 dell'inclito Tebo. Cade il trafitto
 gi tra le rote colle briglie in pugno:
 s'arretrano i destrieri, e in quello stato
 perde ogni forza l'infelice, e spira.
 Del morto auriga addolorossi Ettorre,
 e mesto di lasciar quivi il compagno
 nella polve disteso, un altro audace
 alla guida del carro iva cercando:
 n di rettor gran tempo ebber bisogno
 i suoi destrieri, ch gli occorse all'uopo
 l'animoso Archeplemo d'Ifito,
 cui sul carro montar fa senza indugio,
 e gli abbandona nella man le briglie.
 Immensa strage allora e fatti orrendi
 fran d'arme seguti, e come agnelli
 stati in Ilio saran racchiusi i Teucri,
 se de' Celesti il padre e de' mortali
 tosto di ci non s'accorgea. Tonando
 con gran fragore un fulmine rovente
 vibr nel campo il nume, e il fece in terra
 guizzar di Domede innanzi al cocchio:
 e subita n'usca d'ardente zolfo
 una terribil vampa. Spaventati
 costernansi i destrier, scappan di mano
 a Nestore le briglie; onde al Tidde
 rivoltosi tremante; Ah piega, ei grida,
 piega indietro i cavalli, o Domede,
 fuggiam: nol vedi? contro noi combatte
 Giove irato, e a costui tutto dar vuole
 di presente l'onor della battaglia.
 Darallo, se gli piace, un'altra volta
 a noi pur: ma di Giove oltrapossente
 il supremo voler forza non pate.
 Tutto ben parli, o vecchio, gli rispose
 l'imperturbato eroe; ma il cor mi crucia
 la dolorosa idea ch'Ettore un giorno
 fra' Troiani dir gonfio d'orgoglio:
 Io fugai Domede, io lo costrinsi
 a scampar nelle navi. - Ei questo vanto
 mener certo, e a me si fenda allora
 sotto i piedi la terra, e mi divori.
 E Nestore ripiglia: Ah che dicesti,
 valoroso Tidde? E quando avvegna
 che un codardo, un imbelle Ettor ti chiami,
 i Troiani non gi sel crederanno,
 n le troiane spose, a cui nell'atra
 polve stendesti i floridi mariti.
 Disse; e addietro gir tosto i cavalli
 tra la calca fuggendo. Ettore e i Teucri
 con urli orrendi li seguiro, e un nembo
 piovean su lor d'acerbi strali, ed alto
 gridar s'udiva de' Troiani il duce:
 I cavalieri argivi, o Domede,
 e di seggio e di tazze e di vivande
 te finora onorr su gli altri a mensa;
 ma deriso or n'andrai, che un cor palesi
 di femminetta. Via di qua, fanciulla;
 non salirai tu, no, fin ch'io respiro,
 d'Ilio le torri, n trarrai cattive
 le nostre mogli nelle navi, e morto
 per la mia destra giacerai tu pria.
 Stettesi in forse a quel parlar l'eroe
 di dar volta ai cavalli, e d'affrontarlo.
 Ben tre volte nel core e nella mente
 gliene corse il deso, tre volte Giove
 rimormor dall'Ida, e fe' securi
 della vittoria con quel segno i Teucri.
 Con orribile grido Ettore allora
 animando le schiere: O Licii, o Dardani,
 o Troiani, dicea, prodi compagni,
 mostratevi valenti, e fuor mettete
 le generose forze. Io non m'inganno,
 Giove  propizio; di vittoria a noi
 e d'esizio a' nemici ei diede il segno.
 Stolti! che questo alzr debile muro,
 troppo al nostro valor frale ritegno.
 Quella lor fossa varcheran d'un salto
 i miei cavalli; e quando emerso a vista
 io sar delle navi, allor le faci
 ministrarmi qualcun si risovvegna,
 ond'io que' legni incenda, e fra le vampe
 sbalorditi dal fumo i Greci uccida.
 Poi conforta i destrieri, e s lor parla:
 Xanto, Podargo, Etn, Lampo divino,
 merc del largo cibo or mi rendete,
 che dell'illustre Eezon la figlia
 Andromaca vi porge, il dolce io dico
 frumento, e l'alma di Leo bevanda,
 ch'ella a voi mesce desosi, a voi
 pria che a me stesso che pur suo mi vanto
 giovine sposo. Or via, volate; andiamo
 alla conquista del nestreo scudo
 di cui va il grido al cielo, e tutto il dice
 d'auro perfetto, e d'auro anco la guiggia.
 Poi di dosso trarremo a Domede
 l'usbergo, esimia di Vulcan fatica.
 Se cotal preda ne riesce, io spero
 che ratti i Greci su le navi in questa
 notte medesma salperan dal lido.
 Del superbo parlar forte sdegnossi
 l'augusta Giuno, e s'agit sul trono
 s che scosso tremonne il vasto Olimpo.
 Quindi rivolte le parole al grande
 dio Nettunno, s disse: E sar vero,
 possente Enosigo, che degli Argivi
 a piet non ti mova la ruina!
 Pur son essi che in Elice ed in Ege
 rcanti offerte graziose e molte.
 E perch dunque non vorrai tu loro
 la vittoria bramar? Certo se quanti
 siam difensori degli Achivi in cielo
 vorrem de' Teucri rintuzzar l'orgoglio
 e al Tonante far forza, egli soletto
 e sconsolato seder su l'Ida.
 Oh! che mai parli, temeraria Giuno?
 le rispose sdegnoso il re Nettunno:
 non sia, no mai, che col saturnio Giove
 a cozzar ne sospinga il nostro ardire;
 rammenta ch'egli  onnipossente, e taci.
 Mentre seguan tra lor queste parole,
 quanto intervallo dalle navi al muro
 la fossa comprendea, tutto era denso
 di cavalli, di cocchi e di guerrieri
 ivi dal fiero Ettr serrati e chiusi,
 che simigliante al rapido Gradivo
 infuriava col favor di Giove.
 E ben le navi avra messe in faville,
 se l'alma Giuno in cor d'Agamennne
 il pensier non ponea di girne attorno
 ratto egli stesso a incoraggiar gli Achivi.
 Per le tende egli dunque e per le navi
 sollecito correa, raccolto il grande
 purpureo manto nel robusto pugno:
 e cotal su la negra capitana
 d'Ulisse si ferm, che vasta il mezzo
 dell'armata tenea, donde distinta
 d'ogni parte mandar potea la voce
 fin d'Aiace e d'Achille al padiglione,
 che l'eguali lor prore ai lati estremi,
 nel valor delle braccia ambo securi,
 avean dedotte all'arenoso lido.
 Di l fec'egli rimbombar sul campo
 quest'alto grido: Svergognati Achivi,
 vitupri nell'opre e sol d'aspetto
 maravigliosi! dove dunque andaro
 gli alteri vanti che menammo un giorno
 di prodezza e di forza? In Lenno queste
 fur le vostre burbanze allor che l'epa
 v'empiean le polpe de' giovenchi uccisi,
 e le ricolme tazze inghirlandate
 si venan tracannando, e si dicea
 che un sol per cento e per dugento Teucri,
 un sol Greco valea nella battaglia.
 Ed or tutti ne fuga un solo Ettorre,
 che ben tosto far di queste navi
 cenere e fumo. O Giove padre, e quale
 altro mai re di tanti danni afflitto,
 di tanto disonor carco volesti?
 Pur io so ben, che quando a questo lido
 il perverso destin mi conducea,
 giammai veruno de' tuoi santi altari
 navigando lasciai sprezzato indietro;
 ma l'adipe a te sempre e i miglior fianchi
 de' giovenchi abbruciai sovra ciascuno,
 bramoso d'atterrar l'iliache mura.
 Deh almen n'adempi questo voto, almeno
 danne, o Giove, uno scampo colla fuga,
 n per le mani del crudel Troiano
 consentir degli Achivi un tanto scempio.
 Cos dicea piangendo. Ebbe pietade
 di sue lagrime il nume, e ad accennargli
 che non tutto il suo campo andra disfatto,
 il pi sicuro de' volanti augurio
 un'aquila sped che negli unghioni
 tolto al covil della veloce madre
 un cerbiatto stringendo, accanto all'ara,
 ove l'ostie svenar solean gli Achivi
 al fatidico Giove, dall'artiglio
 cader lasci la palpitante preda.
 Gli Achei veduto il sacro augel, cui spinto
 conobbero da Giove, ad affrontarsi
 pi coraggiosi ritornr co' Teucri,
 e rinfrescr la pugna. Allor nessuno
 pria del Tidde fra cotanti Argivi
 vanto si diede d'agitar pel campo
 i veloci corsieri, ed oltre il fosso
 cacciarli ed azzuffarsi. Egli primiero
 anzi a tutti si spinse, e a prima giunta
 Agelao di Fradmon tolse di mezzo
 uom troiano. Costui piegti in fuga
 i suoi destrieri avea. Coll'asta il tergo
 gli raggiunse il Tidde, gliela fisse
 tra gli omeri, e passar la fece al petto.
 Cadde Agelao dal carro, e cupamente
 l'armi sovr'esso rintonr. Secondo
 Agamennn si mosse, indi il fratello,
 indi gli Aiaci impetuosi, e poi
 Idomeno con esso il suo scudiero
 Meron che di Marte avea l'aspetto;
 poi d'Evemon l'illustre figlio Eurpilo,
 ed ultimo giungea Teucro del curvo
 elastic'arco tenditor famoso.
 D'Aiace Telamnio egli locossi
 dietro lo scudo, e dello scudo Aiace
 gli antepose la mole. Ivi securo
 l'eroe guatava intorno, e quando avea
 saettato nel denso un inimico,
 quegli cadendo perdea l'alma, e questi,
 come fanciullo della madre al manto,
 ricovrava al fratel che alla grand'ombra
 dello splendido scudo il proteggea.
 Or dall'egregio arcier chi de' Troiani
 fu primo ucciso? Primamente Orsloco,
 indi Ormeno e Ofeleste: a questi aggiunse
 Detore e Cromio, e per divin sembiante
 Licofonte lodato, e Amopaone
 Poliemonde, e Melanippo, tutti
 l'un dopo l'altro nella polve stesi.
 Gioiva il re de' regi Agamennne
 mirandolo dall'arco vigoroso
 lanciar la morte fra' nemici, e a lui
 vicin venuto soffermossi, e disse:
 Diletto capo Telamnio Teucro,
 siegui l'arco a scoccar, porta, se puoi,
 a' Dnai un raggio di salute, e onora
 il tuo buon padre Telamon che un giorno
 ti raccolse fanciullo, e bench frutto
 di non giusto imeneo, pur con pietoso
 tenero affetto in sua magion ti crebbe.
 Or tu fa ch'egli salga in alta fama,
 sebben lontano. Ti prometto io poi
 (e sacra tieni la promessa mia)
 che se Giove e Minerva mi daranno
 d'Ilio il conquisto, tu primier t'avrai
 il premio, dopo me, de' forti onore,
 ed in tua man porrollo io stesso, un tripode,
 o due cavalli ad un bel cocchio aggiunti,
 o di vaghe sembianze una fanciulla
 che teco il letto e l'amor tuo divida.
 E Teucro gli rispose: Illustre Atride,
 a che mi sproni, per me stesso assai
 gi fervido e corrente? Io non rimango
 di far qui tutto il mio poter. Dal punto
 che verso la citt li respingemmo,
 mi sto coll'arco ad aspettar costoro,
 e li trafiggo. E gi ben otto acuti
 dardi dal nervo liberai, che tutti
 profondamente si ficcr nel corpo
 di giovani guerrieri, e non ancora
 ferir m' dato questo can rabbioso.
 Disse; e di nuovo fe' volar dall'arco
 contr'Ettore uno strale. Al colpo tutta
 ei l'anima diresse, e nondimeno
 fall la freccia, ch l'accolse in petto
 di Pramo un valente esimio figlio
 Gorgizon, cui d'Esima condotta
 partor la gentil Castanira,
 che una Diva parea nella persona.
 Come carco talor del proprio frutto,
 e di troppa rugiada a primavera
 il papaver nell'orto il capo abbassa,
 cos la testa dell'elmo gravata
 su la spalla chin quell'infelice.
 E Teucro dalla corda ecco sprigiona
 alla volta d'Ettorre altra saetta,
 pi che mai del suo sangue sitibondo.
 E pur di nuovo usc lo strale in fallo,
 ch Apollo il dev, ma colse al petto
 d'Ettr l'audace bellicoso auriga
 Archeplemo presso alla mammella.
 Cadde ei rovescio gi dal cocchio, addietro
 si piegaro i cavalli, e quivi a lui
 il cor ghiacciossi, e l'anima si sciolse.
 Di quella morte gravemente afflitto
 il teucro duce, e di lasciar costretto,
 mal suo grado, l'amico, a Cebrone
 di lui fratello che il segua, fe' cenno
 di dar mano alle briglie. Ad obbedirlo
 Cebron non fu lento; ed ei d'un salto
 dallo splendido cocchio al suol disceso
 con terribile grido un sasso afferra,
 a Teucro s'addirizza, e di ferirlo
 l'infiammava il deso. Teucro in quel punto
 traeva un altro doloroso telo
 dalla faretra, e lo ponea sul nervo.
 Mentre alla spalla lo ritragge in fretta,
 e l'inimico adocchia, il sopraggiunge
 crollando l'elmo Ettorre, e dove il collo
 s'innesta al petto ed  letale il sito,
 coll'aspro sasso il coglie, e rotto il nervo
 gl'intorpidisce il braccio. Dalle dita
 l'arco gli fugge, e sul ginocchio ei casca.
 Il caduto fratello in abbandono
 Aiace non lasci, ma ratto accorse,
 e col proteso scudo il ricopra,
 finch lo si recr sovra le spalle
 due suoi cari compagni, Mecisto
 d'Echo figliuolo, e il nobile Alastorre,
 e alle navi il portr che gravemente
 sospirava e gemea. Ne' Teucri allora
 di nuovo suscit l'Olimpio Giove
 tal forza e lena, che al profondo fosso
 dirittamente ricaccir gli Achei.
 Iva Ettorre alla testa, e dalle truci
 sue pupille mettea lampi e paura.
 Qual fiero alano che ne' presti piedi
 confidando, un cinghial da tergo assalta,
 od un lone, e al suo voltarsi attento
 or le cluni gli addenta, ora la coscia;
 cos gli Achivi insegue Ettorre, e sempre
 uccidendo il postremo li disperde.
 Ma poich l'alto fosso ed il palizzo
 ebber varcato i fuggitivi, e molti
 il troiano valor n'avea gi spenti,
 giunti alle navi si fermaro, e insieme
 mettendosi coraggio, e a tutti i numi
 sollevando le man spingea ciascuno
 con alta voce le preghiere al cielo.
 Signor del campo d'ogni parte intanto
 agitava i destrieri il grande Ettorre
 di bel crine superbi, e rotar bieco
 le luci si vedea come il Gorgne,
 o come Marte che nel sangue esulta.
 Impietosita degli Achei la bianca
 Giuno a Minerva si rivolse, e disse:
 Invitta figlia dell'Egoco Giove,
 dunque, ohim! non vorremo aver pi nullo
 pensier de' Greci gi cadenti, almeno
 nell'estremo lor punto? Eccoli tutti
 l'empio lor fato a consumar vicini
 per l'impeto d'un sol, del fiero Ettorre
 che in suo furore intollerando omai
 passa ogni modo, e ne fa troppe offese!
 A cui la Diva dalle glauche luci
 Minerva rispondea: Certo perduta
 avra costui la furia e l'alma ancora,
 a giacer posto nella patria terra
 dal valor degli Achei; ma quel mio padre
 di sdegnosi pensier calda ha la mente,
 sempre avverso, e de' miei forti disegni
 acerbo correttor; n si rimembra
 quante volte servar gli seppi il figlio
 dai duri d'Euristo comandi oppresso.
 Ei lagrimava lamentoso al cielo,
 e me dal cielo allora ad atarlo
 Giove spediva. Ma se il cor prudente
 detto m'avesse le presenti cose,
 quando alle ferree porte il suo tiranno
 l'inv dell'Averno a trar dal negro
 Erebo il can dell'abborrito Pluto,
 ei, no, scampato non avra di Stige
 la profonda fiumana. Or m'odia il padre,
 e di Teti adempir cerca le brame,
 che lusinghiera gli baci il ginocchio,
 e accarezzgli colla destra il mento,
 d'onorar supplicandolo il Pelde
 delle cittadi atterrator. Ma tempo,
 s, verr tempo che la sua diletta
 Glaucpide a chiamarmi egli ritorni.
 Or tu vanne, ed il carro m'apparecchia
 co' veloci cornipedi, ch tosto
 io ne vo dentro alle paterne stanze,
 e dell'armi mi vesto per la pugna.
 Vedrem se questo Ettr, che s superbo
 crolla il cimiero, rider quand'io
 nel folto apparir della battaglia.
 Qualcun per certo de' Troiani ancora
 presso le navi achee satolli e pingui
 di sue polpe far cani ed augelli.
 Disse; n Giuno ricus, ma corse
 ai divini cavalli, e d'auree barde
 in fretta li guarna, Giuno la figlia
 del gran Saturno, veneranda Diva.
 D'altra parte Minerva il rabescato
 suo bellissimo peplo, delle stesse
 immortali sue dita opra stupenda,
 sul pavimento dell'Egoco padre
 lasci cader diffuso; ed indossando
 del nimbifero Giove il grande usbergo,
 tutta s'armava a lagrimosa pugna.
 Sul rilucente cocchio indi salita
 impugn la pesante e poderosa
 gran lancia, ond'ella, allor che monta in ira,
 di forte genitor figlia tremenda,
 le schiere degli eroi rovescia e doma.
 Stimolava Giunon velocemente
 colla sferza i destrieri, e tosto fro
 alle celesti soglie, a cui custodi
 vegliano l'Ore che il maggior de' cieli
 hanno in cura e l'Olimpo, onde sgombrarlo
 o circondarlo della sacra nube.
 Cigolando s'aprr per s medesme
 l'eteree porte, e docili al flagello
 spinser per queste i corridor le Dive.
 Come Giove dal Grgaro le vide,
 forte sdegnossi, ed Iri a s chiamando
 ali-dorata Dea, Vola, le disse,
 Iri veloce, le rivolgi indietro,
 e lor divieta il venir oltre meco
 ad inegual cimento. Io lo protesto,
 e il fatto seguir le mie parole,
 io loro fiaccher sotto la biga
 i corridori, e dall'infranto cocchio
 balzer le superbe, e delle piaghe
 che loro impresse lascer il mio telo,
 n pur due lustri salderanno il solco.
 Sapr Minerva allor qual sia stoltezza
 il cimentarsi col suo padre in guerra.
 Quanto a Giunon, m' forza esser con ella
 meno irato: gli  questo il suo costume
 di sempre attraversarmi ogni disegno.
 Disse; ed Iri a portar l'alto messaggio
 mosse veloce al par delle procelle;
 ed ascesa dall'Ida al grande Olimpo
 di molti gioghi altero, e su le soglie
 incontrate le Dee, s le rattenne,
 e lor di Giove le parole espose:
 Dove correte? Che furore  questo?
 Sostate il pi, ch il dar soccorso ai Greci
 nol vi consente Giove. Le minacce
 dell'alto figlio di Saturno udite,
 che fian messe ad effetto. Ei sotto il carro
 storpieravvi i destrieri, e dall'infranto
 carro voi stesse balzer, n dieci
 anni le piaghe salderan che impresse
 lasceravvi il suo telo; e tu, Minerva,
 allor saprai qual sia demenza il farti
 al tuo padre nemica. N con Giuno,
 sempre usata a turbargli ogni disegno,
 tanto s'adira, ei no, quanto con teco,
 invereconda audace Dea, che ardisci
 contra il Tonante sollevar la lancia.
 Disse, e ratta spar la messaggiera.
 Ed a Minerva allor con questi accenti
 Giuno si volse: Ohim! pi non si parli,
 figlia di Giove, di pugnar con esso
 per cagion de' mortali: io nol consento.
 Di loro altri si muoia, altri si viva,
 come piace alla sorte; e Giove intanto,
 come dispon suo senno e sua giustizia,
 fra i Troiani e gli Achei tempri il destino.
 S dicendo la Dea ritorse indietro
 i criniti destrieri, e l'Ore ancelle
 li distaccr dal giogo, e li legaro
 ai nettarei presepi, ed il bel cocchio
 appoggiaro alla lucida parete.
 Si raccolser le Dive in aureo seggio
 con gli altri Dei confuse; e Giove intanto
 dal Grgaro all'Olimpo i corridori
 e le fulgide ruote alto spingea.
 Giunto alle case de' Celesti, a lui
 sciolse i corsieri l'inclito Nettunno,
 rimesse il cocchio, e lo copr d'un velo.
 Giove sul trono si compose e tutto
 trem sotto il suo pi l'immenso Olimpo.
 Ma Minerva e Giunon sole in disparte
 sedean, n motto n dimanda a Giove
 ardan veruna indirizzar. S'avvide
 de' lor pensieri il nume, e cos disse:
 Perch s meste, o voi Minerva e Giuno?
 e' non si par che molto affaticate
 v'abbia finor la glorosa pugna
 in esizio de' Teucri, a cui s grave
 odio poneste. E v' di mente uscito
 che invitto  il braccio mio? che quanti ha numi
 il ciel, cangiare il mio voler non ponno?
 A voi bens le delicate membra
 prese un freddo tremor pria che la guerra
 pur contemplaste, e della guerra i duri
 esperimenti. Io vel dichiaro (e fra
 gi seguto l'effetto) che percosse
 dalla folgore mia, no, non v'avrebbe
 il vostro cocchio ricondotte al cielo,
 albergo degli Eterni. - Il Dio s disse,
 e in secreto fremean Minerva e Giuno
 sedendosi vicino, ed ai Troiani
 meditando nel cor alte sciagure.
 Stette muta Minerva, e contra il padre
 l'acerbo che l'ardea sdegno represse;
 ma sciolto all'ira il fren Giuno rispose:
 Tremendissimo Giove, e che dicesti?
 Ben anco a noi la tua possanza invitta
  manifesta; ma piet ne prende
 dei dannati a perir miseri Achei.
 Noi certo l'armi lascerem, se questo
  il tuo strano voler; ma nondimeno
 qualche ai Greci daremo util consiglio,
 onde non tutti il tuo furor li spegna.
 E Giove replic: Pi fiero ancora
 vedrai dimani, se t'aggrada, o moglie,
 l'onnipotente di Saturno figlio
 dell'esercito acho struggere il fiore.
 Perocch dalla pugna il forte Ettorre
 non pria desister, che finalmente
 l'ozosa si svegli ira d'Achille
 il d che in gran periglio appo le navi
 combatterassi per Patrclo ucciso.
 Tal de' fati  il voler, n de' tuoi sdegni
 sollecito son io, no, s'anco ai muti
 della terra e del mar confini estremi
 andar ti piaccia, nel rimoto esiglio
 di Giapeto e Saturno, che nel cupo
 Tartaro chiusi n il superno raggio
 del Sole, n di vento aura ricrea;
 no, se tant'oltre pure il tuo dispetto
 vagabonda ti porti, io non ti curo,
 poich d'ogni pudor possasti il segno.
 Tacque; n Giuno os pure d'un detto
 fargli risposta. In grembo al mar frattanto
 la splendida cadea lampa del Sole
 l'atra notte traendo su la terra.
 Della luce l'occaso i Teucri afflisse,
 ma pregata pi volte e sospirata
 sovraggiunse agli Achei l'ombra notturna.
 Fuor del campo navale Ettore allora
 i Troiani ritrasse in su la riva
 del rapido Scamandro, ed in pianura
 da' cadaveri sgombra a parlamento
 chiamolli; ed essi dismontr dai cocchi,
 e affollati dintorno al gran guerriero
 cura di Giove, a sue parole attenti
 porgean gli orecchi. Una grand'asta in pugno
 di ben undici cubiti sostiene:
 tutta di bronzo folgora la punta,
 e d'oro un cerchio le discorre intorno.
 Appoggiato su questa, cos disse:
 Dardani, Teucri, Collegati, udite:
 io poc'anzi sperai ch'arse le navi
 e distrutti gli Argivi a Troia avremmo
 fatto ritorno. Ma s bella speme
 ne rapr le tenbre invidiose,
 che inopportune sul cruento lido
 salvr le navi e i paurosi Achei.
 Obbediamo alle negre ombre nemiche,
 apparecchiam le cene. Ognun dal temo
 sciolga i cavalli, e liberal sia loro
 di largo cibo. Di voi parte intanto
 alla citt si affretti, e pingui agnelle
 e giovenchi n'adduca, e di Leo
 e di Cerere il frutto almo e gradito.
 Sian di secche boscaglie anco raccolte
 abbondanti cataste, e si cosparga,
 finch regna la notte e l'alba arriva,
 tutto di fuochi il campo e il ciel di luce,
 onde dell'ombre nel silenzio i Greci
 non prendano del mar su l'ampio dorso
 taciturni la fuga; o i legni almeno
 non salgano tranquilli, e la partenza
 senza terror non sia; ma nell'imbarco
 o di lancia piagato o di saetta
 vada pi d'uno alle paterne case
 a curar la ferita, e rechi ai figli
 l'orror de' Teucri, e cos loro insegni
 a non tentarli con funesta guerra.
 Voi cari a Giove diligenti araldi,
 per la citt frattanto ite, e bandite
 che i canuti vegliardi, e i giovinetti
 a cui le guance il primo pelo infiora,
 custodiscan le mura in su gli spaldi
 dagli Dei fabbricati. Entro le case
 allumino gran fuoco anco le donne,
 e stazon vi sia di sentinelle,
 onde, sendo noi lungi, ostile insidia
 nell'inerme citt non s'introduca.
 Quanto or dico s'admpia, e non fia vano,
 magnanimi compagni, il mio consiglio.
 Dir dimani ci che far ne resta.
 Spero ben io, se Giove e gli altri Eterni
 avrem propizi, di cacciarne lungi
 cotesti cani da funesto fato
 qua su le prore addutti. Or per la notte
 custodiamo noi stessi. Al primo raggio
 del nuovo giorno in tutto punto armati
 desteremo sul lido acre conflitto;
 vedrem se Domede, questo forte
 figliuolo di Tido, respingerammi
 dalle navi alle mura, o s'io coll'asta
 sapr passargli il fianco, e via portarne
 le sanguinose spoglie. Egli dimani
 manifesto far se sua prodezza
 tal sia che possa di mia lancia il duro
 assalto sostener. Ma se fallace
 non  mia speme, ei giacer tra' primi
 spento con molti de' compagni intorno,
 ei s, dimani, all'apparir del Sole.
 Cos immortal foss'io, n mai vecchiezza
 volasse i miei giorni, ed onorato
 foss'io del par che Pallade ed Apollo,
 come fatale ai Greci  il d futuro.
 Tal fu d'Ettorre il favellar superbo,
 e gli fr plauso i Teucri. Immantinente
 sciolsero dal timone i polverosi
 destrier sudati, e colle briglie al carro
 gli annod ciascheduno. Indi menaro
 pecore e buoi dalla cittade in fretta.
 Altri vien carco di nettareo vino,
 altri di cibo cereale; ed altri
 cataste aduna di virgulti e tronchi.
 Rapan l'odor delle vivande i venti
 da tutto il campo, e lo spargeano al cielo.
 Ed essi gonfi di baldanza, e in torme
 belliche assisi dispendean la notte,
 tutta empiendo di fuochi la campagna.
 Siccome quando in ciel tersa  la Luna,
 e tremole e vezzose a lei dintorno
 sfavillano le stelle, allor che l'aria
  senza vento, ed allo sguardo tutte
 si scuoprono le torri e le foreste
 e le cime de' monti; immenso e puro
 l'etra si spande, gli astri tutti il volto
 rivelano ridenti, e in cor ne gode
 l'attonito pastor: tali al vederli,
 e altrettanti apparan de' Teucri i fuochi
 tra le navi e del Xanto le correnti
 sotto il muro di Troia. Erano mille
 che di gran fiamma interrompeano il campo,
 e cinquanta guerrieri a ciascheduno
 sedeansi al lume delle vampe ardenti.
 Presso i carri frattanto orzo ed avena
 i cavalli pascevano, aspettando
 che dal bel trono suo l'Alba sorgesse.











 LIBRO NONO.

 Queste de' Teucri eran le veglie. Intanto
 del gelido Terror negra compagna
 la Fuga, dagli Dei ne' petti infusa,
 l'achivo campo possedea. Percosso
 da profonda tristezza era di tutti
 i pi forti lo spirto; e in quella guisa
 che il pescoso Oceno si rabbuffa,
 quando improvviso dalla tracia tana
 di Ponente sorgiunge e d'Aquilone
 l'impetuoso soffio; alto s'estolle
 l'onda, e si sparge di molt'alga il lido:
 tale  l'interna degli Achei tempesta.
 Sovra ogni altro l'Atride addolorato
 di qua, di l s'aggira, ed agli araldi
 comanda di chiamar tutti in segreto
 ad uno ad uno i duci a parlamento.
 Come fro adunati, e mesti in volto
 s'assisero, levossi Agamennne.
 Lagrimava simle a cupo fonte
 che tenebrosi da scoscesa rupe
 versa i suoi rivi; e dal profondo seno
 messo un sospiro, cominci: Diletti
 principi Argivi, in una ria sciagura
 Giove m'avvolse. Dispietato! ei prima
 mi promise e giur che al suol prostrate
 d'Ilio le mura, gloroso in Argo
 avrei fatto ritorno; ed or mi froda
 indegnamente, e dopo tante in guerra
 estinte vite, di partir m'impone
 inonorato. Il piacimento  questo
 del prepotente nume, che gi molte
 spian cittadi eccelse, e molte ancora
 ne spianer, ch immenso  il suo potere.
 Dunque al mio detto obbediam tutti, al vento
 diam le vele, fuggiamo alla diletta
 paterna terra, ch dell'alta Troia
 lo sperato conquisto  vana impresa.
 Ammutr tutti a queste voci, e in cupo
 lungo silenzio si restr dolenti
 i figli degli Achei. Lo ruppe alfine
 il bellicoso Domede, e disse:
 Atride, al torto tuo parlar col vero
 libero dir, che in libero consesso
 lice ad ognun, risponder. Tu m'odi
 senza disdegno. Osasti, e fosti il primo,
 alla presenza degli Achei pur dianzi
 vituperarmi, e imbelle dirmi, e privo
 d'ogni coraggio, e l'udr tutti. Or io
 dico a te di rimando, che se Giove
 l'un ti di de' suoi doni, l'onor sommo
 dello scettro su noi, non ti concesse
 l'altro pi grande che lo scettro, il core.
 Misero! e speri s codardi e fiacchi,
 come pur cianci, della Grecia i figli?
 Se il cor ti sprona alla partenza, parti;
 sono aperte le vie; le numerose
 navi, che d'Argo ti segur, son pronte:
 ma gli altri Achivi rimarran qui fermi
 all'eccidio di Troia; e se pur essi
 fuggiran sulle prore al patrio lido,
 noi resteremo a guerreggiar; noi due
 Stnelo e Domede, insin che giunga
 il d supremo d'Ilion; ch noi
 qua ne venimmo col favor d'un Dio.
 Tacque; e tutti mandr di plauso un grido,
 del Tidde ammirando i generosi
 sensi; e di Pilo il venerabil veglio
 surto in piedi dicea: Nelle battaglie
 forte ti mostri, o Domede, e vinci
 di senno insieme i coetani eroi.
 N biasmar n impugnar le tue parole
 potr qui nullo degli Achei: ma pure,
 bench retti e prudenti e di noi degni,
 non ferr giusto i tuoi discorsi il segno.
 Giovinetto se' tu, s che il minore
 esser potresti de' miei figli. Io dunque
 che di te pi d'assai vecchio mi vanto,
 dironne il resto, n il mio dir veruno
 biasmer, non lo stesso Agamennne.
 E' senza patria, senza leggi e senza
 lari chi la civile orrenda guerra
 desidera. Ma giovi or della fosca
 diva dell'ombre rispettar l'impero.
 S'apprestino le cene, ed ogni scolta
 vegli al fosso del muro, e questo sia
 de' giovani il pensier. Tu, sommo Atride,
 come a capo s'addice, accogli a mensa
 i pi provetti; e ben lo puoi, ch piene
 le tende hai tu del buon leo che ognora
 pel vasto mar ti recano veloci
 l'achive prore dalle tracie viti.
 Nulla all'uopo ti manca, ed al tuo cenno
 tutto obbedisce. Congregati i duci,
 apra ognun la sua mente, e tu seconda
 il consiglio miglior, ch di consiglio
 utile e saggio or fa mestier davvero.
 Imminente alle navi  l'inimico,
 pien di fuochi il suo campo. E chi mirarli
 pu senza tema? Questa fia la notte
 che l'esercito perda, o lo conservi.
 Disse, e tutti obbediro. Immantinente
 uscr di rilucenti armi vestite
 le sentinelle. N'eran sette i duci;
 il Nestoride prence Trasimede,
 di Marte i figli Asclafo e Jalmeno,
 Meron, Dipro ed Afaro
 con Licomede di Creonte; e cento
 giovani prodi conducea ciascuno
 di lunghe picche armati. In ordinanza
 si difilr tra il fosso e il muro, e quivi
 destaro i fuochi, e apposero le cene.
 Nella tenda regal l'Atride intanto
 convita i duci, di vivande grate
 li ristaura; e s tosto che de' cibi
 e del bere in ciascun tacque il deso,
 il buon Nestorre, di cui sempre usca
 ottimo il detto, cominci primiero
 a svolgere dal petto un suo consiglio,
 e in questo saggio ragionar l'espose:
 Agamennne gloroso Atride,
 da te principio prenderan le mie
 parole, e in te si finiranno, in te
 di molte genti imperador, cui Giove,
 per la salute de' suggetti, il carco
 delle leggi commise e dello scettro.
 Principalmente quindi a te conviensi
 dir tua sentenza, ed ascoltar l'altrui,
 e la porre ad effetto, ove da pura
 coscenza proceda, e il ben ne frutti;
 ch il buon consiglio, da qualunque ei vegna,
 tuo lo farai coll'eseguirlo. Io dunque
 ci che acconcio a me par, dir palese,
 n verun penser miglior pensiero
 di quel ch'io penso e mi pensai dal punto
 che dalla tenda dell'irato Achille
 via menasti, o gran re, la giovinetta
 Briside, sprezzato il nostro avviso.
 Ben io, lo sai, con molti e caldi preghi
 ti sconfortai dall'opra: ma tu spinto
 dall'altero tuo cor onta facesti
 al fortissimo eroe, dagl'Immortali
 stessi onorato, e il premio gli rapisti
 de' suoi sudori, e ancor lo ti ritieni.
 Or tempo egli  di consultar le guise
 di blandirlo e piegarlo, o con eletti
 doni o col dolce favellar che tocca.
 Tu parli il vero, Agamennn rispose,
 parli il vero pur troppo, enumerando
 i miei torti, o buon vecchio. Errai, nol nego:
 val molte squadre un valoroso in cui
 ponga Giove il suo cor, siccome in questo
 per lo cui solo onor doma gli Achei.
 Ma se ascoltando un mal deso l'offesi,
 or vo' placarlo, e il presentar di molti
 onorevoli doni, e a voi qui tutti
 li dir: sette tripodi, non anco
 tocchi dal foco; dieci aurei talenti;
 due volte tanti splendidi lebeti;
 dodici velocissimi destrieri
 usi nel corso a riportarmi i primi
 premii, e di tanti gi mi fr l'acquisto,
 che povero per certo e di ricchezze
 desideroso non sara chi tutti
 li possedesse. Donerogli in oltre
 di suprema belt sette captive
 lesbie donzelle a meraviglia sperte
 nell'opre di Minerva, e da me stesso
 trascelte il d che Lesbo ei prese. A queste
 aggiungo la rapita a lui poc'anzi
 Briside, e far giuro solenne
 ch'unqua il suo letto non calcai. Ci tutto
 senza indugio fia pronto. Ove gli Dei
 ne concedano poscia il porre al fondo
 la troiana citt, primiero ei vada,
 nel partir delle spoglie, a ricolmarsi
 d'oro e bronzo le navi, e si trascelga
 venti bei corpi di dardanie donne
 dopo l'argiva Elna le pi belle.
 Di pi: se d'Argo riveder n' dato
 le care sponde, ei genero sarammi
 onorato e diletto al par d'Oreste,
 ch'unico germe a me del miglior sesso
 ivi s'edca alle dovizie in seno.
 Ho di tre figlie nella reggia il fiore,
 Crisotemi, Ladice, Ifianassa.
 Qual pi d'esse il talenta a sposa ei prenda
 senza dotarla, ed a Pelo la meni.
 Doterolla io medesmo, e di tal dote
 qual non s'ebbe giammai altra donzella:
 sette citt, Cardmile ed Enpe,
 le liete di bei prati Ira ed Anta,
 l'inclita Fere, Epa la bella, e Pdaso
 d'alme viti feconda: elle son poste
 tutte quante sul mar verso il confine
 dell'arenosa Pilo, e dense tutte
 di cittadini che di greggi e mandre
 ricchissimi, co' doni al par d'un Dio
 l'onoreranno, e di tributi opimi
 faran bello il suo scettro. Ecco di quanto
 gli far dono se depor vuol l'ira.
 Placar si lasci: inesorato  il solo
 Pluto, e per questo il pi abborrito iddio.
 Rammenti ancora che di grado e d'anni
 io gli vo sopra; lo rammenti, e ceda.
 Potentissimo Atride Agamennne,
 riprese il veglio cavalier, pregiati
 sono i doni che appresti al re Pelde.
 Senza dunque indugiar alla sua tenda
 si mandino i legati. Io stesso, o sire,
 li nomer, n alcun mi fia ritroso:
 primamente Fenice, al sommo Giove
 carissimo mortale, e capo ei sia
 dell'imbasciata. Il seguir col grande
 Aiace il divo Ulisse, e degli araldi
 n'andran Hodio ed Eurbate. Frattanto
 date l'acqua alle mani, e comandate
 alto silenzio, acci che salga a Giove
 la nostra prece, e la piet ne svegli.
 Disse; e a tutti fu caro il suo consiglio.
 Dier le linfe alle mani i banditori;
 lesti i donzelli coronr di liete
 spume le tazze, e le portaro in giro:
 e libato e gustato a pien talento
 il devoto licore, uscr veloci
 dalla tenda regal gli ambasciadori;
 e molti avvisi porgea lor per via
 il buon veglio, girando a ciascheduno,
 principalmente di Laerte al figlio,
 le parlanti pupille, e a tentar tutte
 le vie gli esorta d'ammansar quel fiero.
 Del risonante mar lungo la riva
 avvirsi i legati, supplicando
 dall'imo cor l'Enosigo Nettunno
 perch d'Achille la grand'alma ei pieghi.
 Alle tende venuti ed alle navi
 de' Mirmidni, ritrovr l'eroe
 che ricreava colla cetra il core,
 cetra arguta e gentil, che la traversa
 avea d'argento, e spoglia era del sacco
 della citt d'Eezon distrutta.
 Su questa degli eroi le glorose
 geste cantando raddolca le cure:
 Solo a rincontro gli sedea Patrclo
 aspettando la fin del bellicoso
 canto in silenzio riverente. Ed ecco
 dall'Itaco precessi all'improvviso
 avanzarsi i legati, e al suo cospetto
 rispettosi sostar. Alzasi Achille
 del vederli stupito, ed abbandona
 colla cetra lo seggio; alzasi ei pure
 di Menzio il buon figlio, e lor porgendo
 il Pelde la man, Salvete, ei dice,
 voi mi giungete assai graditi: al certo
 vi trae grand'uopo: bench irato, io v'amo
 sovra tutti gli Achei. - Cos dicendo,
 dentro la tenda interor li guida,
 in alti scanni fa sederli sopra
 porporini tappeti, ed a Patrclo
 che accanto gli vena, Recami, disse,
 o mio diletto, il mio maggior cratere,
 e mesci del pi puro, ed apparecchia
 il suo nappo a ciascun: sotto il mio tetto
 oggi entrr generose anime care.
 Disse; e Patrclo del suo dolce amico
 alla voce obbed. Su l'ignee vampe
 concavo bronzo di gran seno ei pose,
 e dentro vi tuff di pecorella
 e di scelta capretta i lombi opimi
 con esso il pingue saporoso tergo
 di saginato porco. Intenerite
 cos le carni, Automedonte in alto
 le sollevava; e con forbito acciaro
 acconciamente le incidea lo stesso
 divino Achille, e le infiggea ne' spiedi.
 Destava intanto un grande foco il figlio
 di Menzio, e conversi in viva bragia
 i crepitanti rami, e gi del tutto
 queta la fiamma, delle brage ei fece
 ardente un letto, e gli schidion vi stese;
 del sacro sal gli asperse, e tolte alfine
 dagli alari le carni abbrustolate
 sul desco le pos; prese di pani
 un nitido canestro, e su la mensa
 distribuilli; ma le apposte dapi
 sparta lo stesso Achille, assiso in faccia
 ad Ulisse col tergo alla parete.
 Ci fatto, ingiunse al suo diletto amico
 le sacre offerte ai numi; e quei nel foco
 le primizie gett. Stesero tutti
 allor le mani all'imbandito cibo.
 Come fur sazi, fe' degli occhi Aiace
 al buon Fenice un cotal cenno: il vide
 lo scaltro Ulisse, e ricolmato il nappo,
 al grande Achille propinollo, e disse:
 Salve, Achille; poc'anzi entro la tenda
 d'Atride, ed ora nella tua di lieto
 cibo noi certo ritroviam dovizia;
 ma chi di cibo pu sentir diletto
 mentre sul capo ci veggiam pendente
 un'orrenda sciagura, e sul periglio
 delle navi si trema? E periranno,
 se tu, sangue divin, non ti rivesti
 di tua fortezza, e non ne rechi aita.
 Gli orgogliosi Troiani e gli alleati
 imminente all'armata e al nostro muro
 han posto il campo, e mille fuochi accesi,
 e fan minaccia d'avanzarsi arditi,
 e le navi assalir. Giove co' lampi
 del suo favor gli affida; Ettore i truci
 occhi volgendo d'ogni parte, e molto
 delle sue forze altero e del suo Giove,
 terribilmente infuria, e non rispetta
 n mortali n Dei (tanto gl'invade
 furor la mente), e della nuova aurora
 gi le tardanze accusa, e freme, e giura
 di venirne a schiantar di propria mano
 delle navi gli aplustri, ed a scagliarvi
 dentro le fiamme, e incenerirle tutte,
 e tutti tra le vampe istupiditi
 ancidere gli Achivi. Or io di forte
 timor la mente contristar mi sento,
 che le costui minacce avversi numi
 non mandino ad effetto, e che non sia
 delle Parche decreto il dover noi
 lungi d'Argo perir su queste rive.
 Ma tu deh! sorgi, e bench tardi, accorri
 a preservar dall'inimico assalto
 i desolati Achei. Se gli abbandoni,
 alto cordoglio un d n'avrai, n al danno
 troverai pi riparo. A tempo adunque
 l'antivieni prudente, ed allontana
 dall'argolica gente il giorno estremo.
 Ricrdati, mio caro, i saggi avvisi
 del tuo padre Pelo, quando di Ftia
 invotti all'Atride. Amato figlio,
 (il buon vecchio dicea) Minerva e Giuno,
 se fia lor grado, ti daran fortezza;
 ma tu nel petto il cor superbo affrena,
 ch cor pi bello  il mansueto; e tienti
 (onde pi sempre e giovani e canuti
 t'onorino gli Achei), tienti remoto
 dalla feconda d'ogni mal Contesa.
 Questi del veglio i bei ricordi fro:
 tu gli obblasti. Ten sovvenga adesso,
 e la trista una volta ira deponi.
 Ti sar, se lo fai, largo di cari
 doni l'Atride. Nella tenda ei dianzi
 l'impromessa ne fece: odili tutti.
 Sette tripodi intatti, e dieci d'oro
 talenti, e venti splendidi lebeti;
 dodici velocissimi destrieri
 usi nel corso a riportarne i primi
 premii, e gi tanti n'acquistr, che brama
 pi di ricchezze non avra chi tutti
 li possedesse. Ti largisce inoltre
 sette d'alma belt lesbie donzelle
 d'ago esperte e di spola, e da lui stesso
 per lor suprema leggiadra trascelte
 il d che Lesbo tu espugnavi. A queste
 la figlia aggiunge di Briso, giurando
 che intatta, o prence, la ti rende. E tutte
 pronte son queste cose. Ove poi Troia
 ne sia dato atterrar, tu primo andrai,
 nel partir della preda, a ricolmarti
 d'oro e di bronzo i tuoi navigli, e dieci
 captive e dieci ti scerrai tenute
 dopo l'Argiva Elna le pi belle.
 Di pi: se d'Argo rivedrem le rive,
 tu genero sarai del grande Atride,
 e in onoranza e nella copia accolto
 d'ogni cara dovizia al par del suo
 unico Oreste. Delle tre che il fanno
 beato genitor alme fanciulle,
 Crisotemi, Ladice, Ifianassa,
 prendi quale vorrai senza dotarla.
 Doteralla lo stesso Agamennne
 di tanta dote e tal, ch'altra giammai
 regal donzella la siml non s'ebbe;
 sette citt, Cardamile ed Enpe,
 Ira, Pedaso, Anta, Fere ed Epa,
 tutte belle marittime contrade
 verso il pilio confin, tutte frequenti
 d'abitatori, a cui di molte mandre
 s'alza il muggito, e che di bei tributi
 t'onoreranno al par d'un Dio. Ci tutto
 daratti Atride, se lo sdegno acqueti.
 Ch se lui sempre e i suoi presenti abborri,
 abbi almeno piet degli altri Achei
 l nelle tende costernati e chiusi,
 che t'avranno qual nume, ed alle stelle
 la tua gloria alzeran. Vien dunque, e spegni
 questo Ettr che furente a te si para,
 e vanta che nessun di quanti Achivi
 qua navigaro, di valor l'eguaglia.
 Divino senno, Laerzade Ulisse,
 rispose Achille, senza velo, e quali
 il cor li detta e proveralli il fatto,
 m' d'uopo palesar dell'alma i sensi,
 onde cessiate di garrirmi intorno.
 Odio al par della porte atre di Pluto
 colui ch'altro ha sul labbro, altro nel core:
 ma ben io dir netto il mio pensiero.
 N il grande Atride Agamennn, n alcuno
 me degli Achivi piegher. Qual prezzo,
 qual ricompensa delle assidue pugne?
 Di chi poltrisce e di chi suda in guerra
 qui s'uguaglia la sorte: il vile usurpa
 l'onor del prode, e una medesma tomba
 l'infingardo riceve e l'operoso.
 Ed io che tanto travagliai, che a tanti
 rischi di Marte la mia vita esposi,
 che guadagni, per dio, che guiderdone
 su gli altri ottenni? In vero il meschinello
 augel son io, che d'esca i suoi provvede
 piccioli implumi, e s medesmo obbla.
 Quante, senza dar sonno alle palpbre,
 trascorse notti! quanti giorni avvolto
 in sanguinose pugne ho combattuto
 per le ree mogli di costor! Conquisi
 guerreggiando sul mar dodici altere
 cittadi; ne conquisi undici a piede
 dintorno ai campi d'Ilon; da tutte
 molte asportai pregiate spoglie, e tutte
 all'Atride le cessi, a lui che inerte
 rimasto indietro, nell'avare navi
 le ricevea superbo, e dividendo
 altrui lo peggio riserbossi il meglio;
 o s'alcun dono agli altri duci ei fenne,
 nol si ritolse almeno. Io sol del mio
 premio fui spoglio, io solo; egli la donna
 del mio cor si ritiene, e ne gioisce.
 A che mai questa degli Achei co' Teucri
 cotanta guerra? a che raccolse Atride
 qui tant'armi? Non forse per la bella
 Elena? Ma l'amor delle consorti
 tocca egli forse il cor de' soli Atridi?
 Ogni buono, ogni saggio ama la sua,
 e tienla in pregio, siccom'io costei
 carissima al mio cor, quantunque ancella.
 Or ch'egli dalle man la mi rapo
 con fatto iniquo, di piegar non tenti
 me da sue frodi ammaestrato assai.
 Teco, Ulisse, e co' suoi re tanti ei dunque
 consulti il modo di sottrar l'armata
 alle fiamme nemiche. E quale ha d'uopo
 ei del mio braccio? Senza me gi fece
 di gran cose. Innalzato ha un alto muro,
 lungo il muro ha scavato un largo e cupo
 fosso, e nel fosso un gran palizzo infisse.
 Mirabil opra! che dal fiero Ettorre
 nol fa sicuro ancor, da quell'Ettorre
 che, mentre io parvi fra gli Achei, scostarsi
 non arda dalle mura, o non giugnea
 che sino al faggio delle porte Scee.
 Sola una volta ei l m'attese, e a stento
 pot sottrarsi all'asta mia. Ma nullo
 pi conflitto vogl'io con quel guerriero,
 nullo: e offerti dimani al sommo Giove
 e agli altri numi i sacrifici, e tratte
 tutte nel mare le mie carche navi,
 s, dimani vedrai, se te ne cale,
 coll'aurora spiegar sull'Ellesponto
 i miei legni le vele, ed esultanti
 tutte di lieti remator le sponde.
 Se di prospero corso il buon Nettunno
 cortese mi sar, la terza luce
 di Ftia porrammi su la dolce riva.
 Ivi molta lasciai propria ricchezza
 qua venendo in mal punto, ivi molt'altra
 ne reco in oro, e in fulvo rame, e in terso
 splendido ferro e in eleganti donne,
 tutto tesoro a me sortito. Il solo
 premio ne manca che mi di l'Atride,
 e re villano mel ritolse ei poscia.
 Torna dunque all'ingrato, e gli riporta
 tutto che dico, e a tutti in faccia, ond'anco
 negli altri Achei si svegli una giust'ira
 e un avvisato diffidar dell'arti
 di quel franco impudente, che pur tale
 non ardirebbe di mirarmi in fronte.
 Digli che a parte non verr giammai
 n di fatto con lui n di consiglio;
 che mi deluse; che mi fece oltraggio;
 che gli basti l'aver tanto potuto
 sola una volta, e che mal fonda in vane
 ciance la speme d'un secondo inganno.
 Digli che senza pi turbarmi corra
 alla ruina a cui l'incalza Giove
 che di senno il priv: digli che abborro
 suoi doni, e spregio come vil mancipio
 il donator. N s'egli e dieci e venti
 volte gli addoppii, n se tutto ei m'offra
 ci ch'or possiede, e ci ch'un d venirgli
 potra d'altronde, e quante entran ricchezze
 in Orcomno e nell'egizia Tebe
 per le cento sue porte e li dugento
 aurighi co' lor carri a ciascheduna;
 mi fosse ei largo di tant'oro alfine
 quanto di sabbia e polve si calpesta,
 n cos pur si speri Agamennne
 la mia mente inchinar prima che tutto
 pagato ei m'abbia dell'offesa il fio.
 Non vo' la figlia di costui. Foss'ella
 pari a Minerva nell'ingegno, e il vanto
 di belt contendesse a Citerea,
 non prenderolla in mia consorte io mai.
 Serbila ad altro Acheo che al grand'Atride
 pi di grado s'adegui e di possanza.
 A me, se salvo raddurranmi i numi
 al patrio tetto, a me scerr lo stesso
 Pelo lo sposa. Han molte Ellade e Ftia
 figlie di regi assai possenti: e quale
 di lor vorr, legittima e diletta
 moglie farolla, e mi godr con essa
 nella pace, a cui stanco il cor sospira,
 il paterno retaggio. E parmi in vero
 che di mia vita non pareggi il prezzo
 n tutta l'opulenza in Ilio accolta
 pria della giunta degli Achei, n quanto
 tesor si chiude nel marmoreo templo
 del saettante Apollo in sul petroso
 balzo di Pito. Racquistar si ponno
 e tripodi e cavalli e armenti e greggi;
 ma l'alma, che pass del labbro il varco,
 chi la racquista? chi del freddo petto
 la riconduce a ravvivar la fiamma?
 Meco io porto (la Dea madre mel dice)
 doppio fato di morte. Se qui resto
 a pugnar sotto Troia, al patrio lido
 m' tolto il ritornar, ma d'immortale
 gloria l'acquisto mi far. Se riedo
 al dolce suol nato, perdo la bella
 gloria, ma il fiore de' miei d non fia
 tronco da morte innanzi tempo, ed io
 lieta godrommi e duturna vita.
 Questa m'eleggo, e gli altri tutti esorto
 a rimbarcarsi e abbandonar di Troia
 l'impossibil conquista. Il Dio de' tuoni
 su lei stese la mano, e rincorrsi
 i suoi guerrieri. Itene adunque, e come
 di legati  dover, le mie risposte
 ai prenci achivi riferendo, dite
 che a preservar le navi e il campo argivo
 lor fa mestiero ruminar novello
 miglior partito, ch il gi preso  vano.
 Inesorata  l'ira mia. Fenice
 qui rimanga e riposi: al nuovo giorno
 seguirammi, se il vuole, alla diletta
 patria. Di forza nol trarr giammai.
 Disse: e l'alto parlare e l'aspro niego
 tutti li fece sbalorditi e muti.
 Ruppe alfin quel silenzio il cavaliero
 veglio Fenice, e sul destin tremando
 delle argoliche navi, ed ai sospiri
 mescendo i pianti, cos prese a dire:
 Se in tuo pensiero  fissa, inclito Achille,
 la tua partenza, se nell'ira immoto
 di niuna guisa allontanar non vuoi
 gli ostili incendii dalla classe achea,
 come, ahi come poss'io, diletto figlio,
 qui restar senza te? Teco mandommi
 il tuo canuto genitor Pelo
 quel giorno che all'Atride Agamennne
 invotti da Ftia, fanciullo ancora
 dell'arte ignaro dell'acerba guerra,
 e dell'arte del dir che fama acquista.
 Quindi ei teco spedimmi, onde di questi
 studi erudirti, e farmi a te nell'opre
 della lingua maestro e della mano.
 A niun conto vorrei dunque, mio caro,
 dispiccarmi da te, no, s'anco un Dio,
 rasa la mia vecchiezza, mi prometta
 rinverdir le mie membra, e ritornarmi
 giovinetto qual era allor che il suolo
 d'Ellade abbandonai, l'ira fuggendo
 e un atroce imprecar del padre mio
 Amintore d'Ormno. Era di questa
 ira cagione un'avvenente druda
 ch'egli, sprezzata la consorte, amava
 follemente. Abbracci le mie ginocchia
 la tradita mia madre, e supplicommi
 di mischiarmi in amor colla rivale,
 e porle in odio il vecchio amante. Il feci.
 Reso accorto di questo il genitore,
 mi maledisse, ed invoc sul mio
 capo l'orrendi Eumenidi, pregando
 che mai concesso non mi fosse il porre
 sul suo ginocchio un figlio mio. L'udiro
 il sotterraneo Giove e la spietata
 Proserpina, e il feral voto fu pieno.
 Carco allor della sacra ira del padre,
 non mi sofferse il cor di pi restarmi
 nelle case paterne. E servi e amici
 e congiunti mi fean con caldi preghi
 dolce ritegno, ed in allegre mense
 stornar volendo il mio pensier, si diero
 a far macco d'agnelle e di torelli,
 a rosolar sul foco i saginati
 lombi suni, a tracannar del veglio
 l'anfore in serbo. Nove notti al fianco
 mi fur essi cos con veglie alterne
 e con perpetui fuochi, un sotto il portico
 del ben chiuso cortil, l'altro alle soglie
 della mia stanza nell'andron. Ma quando
 della decima notte il buio venne,
 l'uscio sconfissi, e della stanza evaso
 varcai d'un salto della corte il muro,
 n de' custodi alcun n dell'ancelle
 di mia fuga s'avvide. Errai gran pezza
 per l'ellade contrada, e giunto ai campi
 della feconda pecorosa Ftia,
 trassi al cospetto di Pelo. M'accolse
 lietamente il buon sire, e mi dilesse
 come un padre il figliuol ch'unico in largo
 aver gli nasca nell'et canuta:
 e di popolo molto e di molt'oro
 fattomi ricco, l'ultimo confine
 di Ftia mi diede ad abitar, commesso
 de' Dolopi il governo alla mia cura.
 Son io, divino Achille, io mi son quegli
 che ti crebbi qual sei, che caramente
 t'amai; n tu volevi bambinello
 ir con altri alla mensa, n vivanda
 domestica gustar, ov'io non pria
 adagiato t'avessi e carezzato
 su' miei ginocchi, minuzzando il cibo,
 e porgendo la beva che dal labbro
 infantil traboccando a me sovente
 irrigava sul petto il vestimento.
 Cos molto soffersi a tua cagione,
 e consolava le mie pene il dolce
 pensier che, i numi a me negando un figlio
 generato da me, tu mi saresti
 tal per amore divenuto, e tale
 m'avresti salvo un d da ria sciagura.
 Doma dunque, cor mio, doma l'altero
 tuo spirto: disconviene una spietata
 anima a te che rassomigli i numi:
 ch i numi stessi, s di noi pi grandi
 d'onor, di forza, di virt, son miti;
 e con vittime e voti e libamenti
 e odorosi olocausti il supplicante
 mortal li placa nell'error caduto.
 Perocch del gran Giove alme figliuole
 son le Preghiere che dal pianto fatte
 rugose e losche con incerto passo
 van dietro ad Ate ad emendarla intese.
 Vigorosa di pi questa nocente
 forte Dea le precorre, e discorrendo
 la terra tutta l'uman germe offende.
 Esse van dopo, e degli offesi han cura.
 Chi dispettoso queste Dee riceve,
 ne va colmo di beni ed esaudito;
 chi pertinace le respinge indietro,
 ne spermenta lo sdegno. Esse del padre
 si presentano al trono, e gli fan prego
 ch'Ate ratta inseguisca, e al fio suggetti
 l'inesorato che al pregar fu sordo.
 Trovin dunque di Giove oggi le figlie
 appo te quell'onor ch'anco de' forti
 piega le menti. Se al tuo pi di molti
 doni l'offerta non mettesse Atride
 coll'impromessa di molt'altri poscia,
 e persistesse in suo rancor, non io
 t'esorterei di por gi l'ira, e all'uopo
 degli Achivi volar, comunque afflitti;
 ma molti di presente egli ne porge,
 ed altri poi ne profferisce, e i duci
 miglior trascelti tra gli Achei t'inva,
 e a te stesso i pi cari a supplicarti.
 Non disprezzarne la venuta e i preghi,
 onde l'ira, che pria giusta pur era,
 non torni ingiusta. Degli andati eroi
 somma laude fu questa, allor che grave
 li possedea corruccio, alle preghiere
 placarsi, n sdegnar supplici doni.
 Opportuno sovviemmi un fatto antico,
 che quale avvenne io qui fra tutti amici
 narrer. Combattean ferocemente
 con gli Etli i Cureti anzi alle mura
 di Calidone, ad espugnarla questi,
 a difenderla quelli; e gli uni e gli altri,
 gente d'alto valor, con mutue stragi
 si distruggean. Commossa avea tal guerra
 di Dana uno sdegno, e del suo sdegno
 fu la cagione Eno che, de' suoi campi
 terminata la messe, e offerti ai numi
 i consueti sacrifici, sola
 (fosse spregio od obblo) lasciato avea
 senza offerte la Diva. Ella di questo
 altamente adirata un fero spinse
 cinghial d'Eno ne' campi, che tremendo
 tutte atterrava col fulmineo dente
 le fruttifere piante. Il forte Ende
 Meleagro alla fin, dalle propinque
 citt raccolto molto nerbo avendo
 di cacciatori e cani, a morte il mise;
 n minor forza si chiedea: tant'era
 smisurata la belva, e tanti al rogo
 n'avea sospinti. Ma la Dea pel teschio
 e per la pelle dell'irsuta fera
 tra i Cureti e gli Etli una gran lite
 suscit. Finch in campo il bellicoso
 Meleagro comparve, andr disfatti,
 bench molti, i Cureti, e approssimarse
 unqua alle mura non potean. Ma l'ira,
 che anche i pi saggi invade, il petto accese
 di Meleagro, e la dest la madre
 Alta che, forte pe' fratelli uccisi
 crucciosa, il figlio maledisse, e il suolo
 colle man percotendo inginocchiata
 e forsennata con orrendi preghi
 di gran pianto confusi il negro Pluto
 supplicava e la rigida mogliera
 di dar morte all'eroe: n dal profondo
 orco fu sorda l'implacata Erinni.
 Del materno furor sdegnato il figlio
 lungi dall'armi si ritrasse in braccio
 alla bella consorte Cleopatra,
 di Marpissa Evenina e del possente
 Ida figliuola, di quell'Ida io dico
 che tra' guerrieri de' suoi tempi il grido
 di fortissimo avea, tanto che contra
 lo stesso Apollo per la tolta ninfa
 ard l'arco impugnar. Mutato poscia
 di Cleopatra il nome, i genitori
 la chiamaro Alcon, perch simle
 alla mesta Alcon gemea la madre
 quando rapilla il saettante Iddio.
 Con gran furore intanto eran le porte
 di Calidone e le turrite mura
 combattute e percosse. Eletta schiera
 di venerandi vegli e sacerdoti
 a Meleagro deputati il prega
 di venir, di respingere il nemico,
 a sua scelta offerendo di cinquanta
 iugeri il dono, del miglior terreno
 di tutto il caledonio almo paese,
 parte alle viti acconcio e parte al solco.
 Molto egli pure il genitor lo prega,
 dell'adirato figlio alle sublimi
 soglie traendo il senil fianco, e in voce
 supplicante del talamo picchiando
 alle sbarrate porte. Anche le suore,
 anche la madre gi pentita orando
 chiedean mercede; ed ei pi fermo ognora
 la ricusava. Accorsero gli amici
 i pi cari e diletti; e su quel core
 nulla poteva degli amici il prego:
 finch le porte da sonori e spessi
 colpi battute, lo fr certo alfine
 che scalate i Cureti avean le mura,
 e messo il foco alla citt. Piangente
 la sua bella consorte allor si fece
 a deprecarlo, ed alla mente tutti
 d'una presa citt gli orrendi mali
 gli dipinse: trafitti i cittadini,
 arse le case, ed in catene i figli
 strascinati e le spose. Si commosse
 all'atroce pensier l'alma superba,
 prese l'armi, vol, vinse, e gli Etli
 salv; ma solo dal suo cor sospinto.
 Quindi alcun dono non ottenne, e il tardo
 beneficio rimase inonorato.
 Non imitar cotesto esempio, o figlio,
 n vi ti spinga demone maligno:
 ch il soccorso indugiar, finch le navi
 s'incendano, maggior onta sara.
 Vieni, imita gli Dei, gli offerti doni
 non disdegnar. Se li dispregi, e poscia
 volontario combatti, egual non fia,
 bench ritorni vincitor, l'onore.
 Qui tacque il veglio, e brevemente Achille
 in questi detti replic: Fenice,
 caro alunno di Giove, ed a me caro
 padre, di questo onor non ho bisogno.
 L'onor ch'io cerco mi verr da Giove,
 e qui pure davanti a queste antenne
 l'avr fin che vitale aura mi spiri,
 fin che il pi mi sorregga. Altra or vo' dirti
 cosa che in mente riporrai. Per farti
 grato all'Atride non venir con pianti
 n con lagni a turbarmi il cor pi mai.
 Non amar contra il giusto il mio nemico,
 se l'amor mio t' caro, e meco offendi
 chi m'offende, ch questo ti sta meglio.
 Del mio regno partecipa, e diviso
 sia teco ogni onor mio. Riporteranno
 questi le mie risposte, e tu qui dormi
 sovra morbido letto. Al nuovo sole
 consulterem se starci, o andar si debba.
 Disse; e a Patrclo fe' degli occhi un cenno
 d'allestire al buon veglio un colmo letto,
 onde gli altri a lasciar tosto la tenda
 volgessero il pensiero. In questo mezzo
 vlto ad Ulisse il gran Telamonde,
 Partiam, diss'egli, ch per questa via
 parmi che vano il ragionar resca.
 Bench ingrata, n' forza il recar pronti
 la risposta agli Achei, che impazenti,
 e forse ancora in assemblea seduti
 l'attendono. Feroce alma superba
 chiude Achille nel petto: indegnamente
 l'amist de' compagni egli calpesta,
 n ricorda l'onor che gli rendemmo
 su gli altri tutti. Dispietato! Il prezzo
 qualcuno accetta dell'ucciso figlio,
 o del fratello; e l'uccisor, pagata
 del suo fallo la pena, in una stessa
 citt dimora col placato offeso.
 Ma inesorata ed indomata  l'ira
 che a te pose nel petto un dio nemico;
 per chi? per una donzelletta! e sette
 noi te n'offriamo a maraviglia belle,
 e molt'altre pi cose. Or via, rivesti
 cor benigno una volta. Abbi rispetto
 ai santi dritti dell'ospizio almeno,
 ch'ospiti tuoi noi siamo, e dal consesso
 degli Achei ne venimmo, a te fra tutti
 i pi cari ed amici. - Illustre figlio
 di Telamone, gli rispose Achille,
 ottimo io sento il tuo parlar; ma l'ira
 mi rigonfia qualor penso a colui
 che in mezzo degli Achei mi vilipese
 come un vil vagabondo. Andate, e netta
 la risposta ridite. Alcun pensiero
 non tenterammi di pugnar, se prima
 il Pramde bellicoso Ettorre
 fino al quartier de' Mirmidoni il foco
 e la strage non porti. Ov'egli ardisca
 assalir questa tenda e questa nave,
 sapr la furia rintuzzarne, io spero.
 S disse; e quegli, alzato il nappo e fatta
 la libagion, partrsi; e taciturno
 li precedeva di Laerte il figlio.
 A' suoi sergenti intanto ed all'ancelle
 Patroclo impone d'apprestar veloci
 soffice letto al buon Fenice; e pronte
 quelle obbedendo steser d'agnelline
 pelli uno strato, vi spiegr di sopra
 di finissimo lino una sottile
 candida tela, e su la tela un'ampia
 purpurea coltre; e qui ravvolto il vecchio
 aspettando l'aurora si riposa.
 Nel chiuso fondo della tenda ei pure
 ritirossi il Pelde, ed al suo fianco
 lesbia fanciulla di Forbante figlia
 si corc la gentil Domedea.
 Dorm Patrclo in altra parte, e a lato
 Ifi gli giacque, un'elegante schiava
 che il Pelde dongli il d che l'alta
 Sciro egli prese d'Eneo cittade.
 Giunti i legati al padiglion d'Atride,
 sursero tutti e con aurate tazze
 e affollate dimande i prenci achivi
 gli accolsero. Primiero interrogolli
 il re de' forti Agamennn: Preclaro
 della Grecia splendor, inclito Ulisse,
 parla: vuol egli dalle fiamme ostili
 servar l'armata? o d'ira ancor ripieno
 il cor superbo, di venir ricusa?
 Gloroso signor, rispose il saggio
 di Laerte figliuol, non che gli sdegni
 ammorzar, li raccende egli pi sempre,
 e te dispregia e i tuoi presenti, e dice
 che del come salvar le navi e il campo
 co' duci achivi ti consulti. Aggiunse
 poi la minaccia, che il novello sole
 varar vedrallo le sue navi; e gli altri
 a rimbarcarsi esorta, ch dell'alto
 Ilio l'occaso non vedrem, dic'egli,
 giammai: la mano del Tonante il copre,
 e rincorrsi i Teucri. Ecco i suoi sensi,
 che questi a me consorti, il grande Aiace
 e i saggi araldi confermar ti ponno.
 Il vegliardo Fenice  l rimasto
 per suo cenno a dormir, onde dimani
 seguitarlo, se il vuole, al patrio lido:
 non far forza al suo voler, se il niega.
 D'alto stupor percossi alla feroce
 risposta, tutti ammutoliro i duci,
 e lunga pezza taciturni e mesti
 si restr. Finalmente in questi detti
 proruppe il fiero Domede: Eccelso
 sire de' prodi, gloroso Atride,
 non avessi tu mai n supplicato
 n fatta offerta di cotanti doni
 all'altero Pelde. Era superbo
 egli gi per se stesso; or tu n'hai fatto
 montar l'orgoglio pi d'assai. Ma vada,
 o rimanga, di lui non pi parole.
 Lasciam che il proprio genio, o qualche iddio
 lo ridesti alla pugna. Or secondiamo
 tutti il mio dir. Di cibo e di leo,
 fonte d'ogni vigor, vi ristorate,
 e nel sonno immergete ogni pensiero.
 Tosto che schiuda del mattin le porte
 il roseo dito della bella Aurora,
 metti in punto, o gran re, fanti e cavalli
 nanzi alle navi, e a ben pugnar gl'istiga,
 e combatti tu stesso alla lor testa.
 Disse, e tutti applaudr lodando a cielo
 l'alto parlar di Domede i regi;
 e fatti i libamenti, alla sua tenda
 s'incammin ciascuno. Ivi le stanche
 membra accolser del sonno il dolce dono.
















 LIBRO DECIMO.

 Tutti per l'alta notte i duci achei
 dorman sul lido in sopor molle avvinti;
 ma non l'Atride Agamennn, cui molti
 toglieano il dolce sonno aspri pensieri.
 Quale il marito di Giunon lampeggia
 quando prepara una gran piova o grandine,
 o folta neve ad inalbare i campi,
 o fracasso di guerra voratrice;
 spessi cos dal sen d'Agamennne
 rompevano i sospiri, e il cor tremava.
 Volge lo sguardo alle troiane tende,
 e stupisce mirando i molti fuochi
 ch'ardon dinanzi ad Ilio, e non ascolta
 che di tibie la voce e di sampogne
 e festivo fragor. Ma quando il campo
 acheo contempla ed il tacente lido,
 svellesi il crine, al ciel si lagna, ed alto
 geme il cor generoso. Alfin gli parve
 questo il miglior consiglio, ir del Nelde
 Nestore in traccia a consultarne il senno,
 onde qualcuna divisar con esso
 via di salute alla fortuna achea.
 Alzasi in questa mente, intorno al petto
 la tunica s'avvolge, ed imprigiona
 ne' bei calzari il piede. Indi una fulva
 pelle s'indossa di leon, che larga
 gli discende al calcagno, e l'asta impugna.
 N di minor sgomento a Menelao
 palpita il petto; e fura agli occhi il sonno
 l'egro pensier de' periglianti Achivi,
 che a sua cagione avean per tanto mare
 portato ad Ilio temeraria guerra.
 Sul largo dosso gittasi veloce
 una di pardo maculata pelle,
 ponsi l'elmo alla fronte, e via brandito
 il giavellotto, a risvegliar s'affretta
 l'onorato, qual nume, e dagli Argivi
 tutti obbedito imperador germano;
 ed alla poppa della nave il trova
 che le bell'armi in fretta si vesta.
 Grato ei n'ebbe l'arrivo: e Menelao
 a lui primiero, Perch t'armi, disse,
 venerando fratello? Alcun vuoi forse
 mandar de' nostri esplorator notturno
 al campo de' Troiani? Assai tem'io
 che alcuno imprenda d'arrischiarsi solo
 per lo buio a spar l'oste nemica,
 ch molta vuolsi audacia a tanta impresa.
 Rispose Agamennn: Fratello,  d'uopo
 di prudenza ad entrambi e di consiglio
 che gli Argivi ne scampi e queste navi,
 or che di Giove si volt la mente,
 e d'Ettore ha preferti i sacrifici:
 ch'io n vidi giammai n d'altri intesi,
 che un solo in un sol d tanti potesse
 forti fatti operar quanti il valore
 di questo Ettorre a nostro danno; e a lui
 non fu madre una Dea, n padre un Dio:
 e temo io ben che lungamente afflitti
 di tanto strazio piangeran gli Achivi.
 Or tu vanne, e d'Aiace e Idomeno
 ratto vola alle navi, e li risveglia,
 ch a Nestore io ne vado ad esortarlo
 di tosto alzarsi e di seguirmi al sacro
 stuol delle guardie, e comandarle. A lui
 presteran pi che ad altri obbedenza:
 perocch delle guardie  capitano
 Trasimde suo figlio, e Merone
 d'Idomeno l'amico, a' quai commesso
  delle scolte il principal pensiero.
 E che poi mi prescrive il tuo comando?
 (replic Menelao). Degg'io con essi
 restarmi ad aspettar la tua venuta?
 O, fatta l'imbasciata, a te veloce
 tornar? - Rimanti, Agamennn ripiglia,
 tu rimanti col, ch disvarci
 nell'andar ne potran le molte strade
 onde il campo  interrotto. Ovunque intanto
 t'avvegna di passar leva la voce,
 raccomanda le veglie, ognun col nome
 chiama del padre e della stirpe, a tutti
 largo ti mostra d'onoranze, e poni
 l'alterezza in obblo. Prendiam con gli altri
 parte noi stessi alla comun fatica,
 perch Giove noi pur fin dalla cuna,
 bench regi, grav d'alte sventure.
 Cos dicendo, in via mise il fratello
 di tutto l'uopo ammaestrato; ed esso
 a Nestore avvossi. Ritrovollo
 davanti alla sua nave entro la tenda
 corco in morbido letto. A s vicine
 armi diverse avea, lo scudo e due
 lung'aste e il lucid'elmo; e non lontana
 giacea di vario lavoro la cinta,
 di che il buon veglio si fasciava il fianco
 quando a battaglie sanguinose armato
 le sue schiere movea; ch non ancora
 alla triste vecchiezza egli perdona.
 All'apparir d'Atride erto ei rizzossi
 sul cubito, e levata alto la fronte,
 l'interrog dicendo: E chi sei tu
 che pel campo ne vieni a queste navi
 cos soletto per la notte oscura,
 mentre gli altri mortali han tregua e sonno?
 Forse alcun de' veglianti o de' compagni
 vai rintracciando? Parla, e taciturno
 non appressarti: che ricerchi? - E a lui
 il regnatore Atride: Oh degli Achei
 inclita luce, Nestore Nelde,
 Agamennn son io, cui Giove opprime
 d'infinito travaglio, e fia che duri
 finch avr spirto il petto e moto il piede.
 Vagabondo ne vo poich dal ciglio
 fuggemi il sonno, e il rio pensier mi grava
 di questa guerra e della clade achea.
 De' Danai il rischio mi spaventa: inferma
 stupidisce la mente, il cor mi fugge
 da' suoi ripari, e tremebondo  il piede.
 Tu se cosa ne mediti che giovi
 (quando il sonno s'invola anco a' tuoi lumi),
 sorgi, e alle guardie discendiam. Veggiamo
 se da veglia stancate e da fatica
 siensi date al dormir, posta in obblo
 la vigilanza. Del nemico il campo
 non  lontano, n sappiam s'ei voglia
 pur di notte tentar qualche conflitto.
 Disse; e il gerenio cavalier rispose:
 Agamennne gloroso Atride,
 non tutti adempir Giove pietoso
 i disegni d'Ettore e le speranze.
 Ben pi vero cred'io che molti affanni
 sudar d'ambascia gli faran la fronte
 se desterassi Achille, e la tenace
 ira funesta scuoter dal petto.
 Or io volonteroso ecco ti seguo:
 andianne, risvegliam dal sonno i duci
 Domede ed Ulisse, ed il veloce
 Aiace d'Oilo, e di Filo
 il forte figlio; e si spedisca intanto
 alcun di tutta fretta a richiamarne
 pur l'altro Aiace e Idomeno che lungi
 agli estremi del campo hanno le navi.
 Ma quanto a Menelao, bench ne sia
 d'onor degno ed amico, io non terrommi
 di rampognarlo (ancor che debba il franco
 mio parlare adirarti), e vergognarlo
 far del suo poltrir, tutte lasciando
 a te le cure, or ch' mestier di ressa
 con tutti i duci e d'ogni uml preghiera,
 come crudel necessit dimanda.
 Ben altra volta (Agamennn rispose)
 ti pregai d'ammonirlo, o saggio antico,
 ch spesso ei posa, e di fatica  schivo;
 per pigrezza non gi, n per difetto
 d'accorta mente, ma perch miei cenni
 meglio aspettar che antivenirli ei crede.
 Pur questa volta mi precorse, e innanzi
 mi comparve improvviso, ed io l'ho spinto
 a chiamarne i guerrieri che tu cerchi.
 Andiam, ch tutti fra le guardie, avanti
 alle porte del vallo congregati
 li troverem; ch tale  il mio comando.
 E Nstore a rincontro: Or degli Achei
 niun ritroso a lui fia n disdegnoso,
 o comandi od esorti. - In questo dire
 la tunica s'avvolse intorno al petto;
 al terso piede i bei calzari annoda;
 quindi un'ampia s'affibbia e porporina
 clamide doppia, in cui fiora la felpa.
 Poi recossi alla man l'acuta e salda
 lancia, e verso le navi incamminossi
 de' loricati Achivi. E primamente
 svegli dal sonno il sapente Ulisse
 elevando la voce: e a lui quel grido
 fer l'orecchio appena, che veloce
 della tenda n'usc con questi accenti:
 Chi siete che soletti errando andate
 presso le navi per la dolce notte?
 Qual vi spinge bisogno? - O di Laerte
 magnanimo figliuol, prudente Ulisse,
 (gli rispose di Pilo il cavaliero)
 non isdegnarti, e del dolor ti caglia
 de' travagliati Achei: vieni, che un altro
 svegliarne  d'uopo, e consultar con esso
 o la fuga o la pugna. - A questo detto
 rentr l'Itacense nella tenda,
 sul tergo si gitt lo scudo, e venne.
 Proseguiro il cammin quindi alla volta
 di Domede, e lo trovr di tutte
 l'armi vestito, e fuor del padiglione.
 Gli dormano dintorno i suoi guerrieri
 profondamente, e degli scudi al capo
 s'avean fatto origlier. Fitto nel suolo
 stassi il calce dell'aste, e il ferro in cima
 mette splendor da lungi, a simiglianza
 del baleno di Giove. Esso l'eroe
 di bue selvaggio sulla dura pelle
 dorma disteso, ma purpureo e ricco
 sotto il capo regale era un tappeto.
 Giuntogli sopra, il cavalier toccollo
 colla punta del pi, lo spinse, e forte
 garrendo lo dest. Sorgi, Tidde;
 perch ne sfiori tutta notte il sonno?
 Non odi che i Troiani in campo stanno
 sovra il colle propinquo, e che disgiunti
 di poco spazio dalle navi ei sono?
 Disse; e quei si dest balzando in piedi
 veloce come lampo, e a lui rivolto
 con questi accenti rispondea: Sei troppo
 delle fatiche tollerante, o veglio,
 n ozoso giammai. A risvegliarne
 di quest'ora i re duci inopia forse
 v'ha di giovani achei pronti alla ronda?
 Ma tu sei veglio infaticato e strano.
 E Nestore di nuovo: Illustre amico,
 tu verace parlasti e generoso.
 Padre io mi son d'egregi figli, e duce
 di molti prodi che potran le veci
 pur d'araldo adempir. Ma grande or preme
 necessit gli Achivi, e morte e vita
 stanno sul taglio della spada. Or vanne
 tu che giovine sei, vanne, e il veloce
 chiamami Aiace e di Filo la prole,
 se piet senti del mio tardo piede.
 Cos parla il vegliardo. E Domede
 sull'omero si getta una rossiccia
 capace pelle di lon, cadente
 fino al tallone ed una picca impugna.
 And l'eroe, vol, dal sonno entrambi
 li dest, li condusse; e tutti in gruppo
 s'avvar delle guardie alle caterve:
 n delle guardie abbandonato al sonno
 duce alcuno trovr, ma vigilanti
 tutti ed armati e in compagnia seduti.
 Come i fidi molossi al pecorile
 fan travagliosa sentinella udendo
 calar dal monte una feroce belva
 e stormir le boscaglie: un gran tumulto
 s'alza sovr'essa di latrati e gridi,
 e si rompe ogni sonno: cos questi
 rotto il dolce sopor su le palpebre,
 notte vegliano amara, ognor del piano
 alla parte conversi, ove s'udisse
 nemico calpesto. Gioinne il veglio,
 e confortolli e disse: Vigilate
 cos sempre, o miei figli, e non si lasci
 niun dal sonno allacciar, onde il Troiano
 di noi non rida. Cos detto, il varco
 pass del fosso, e lo seguino i regi
 a consiglio chiamati. A lor s'aggiunse
 compagno Merone, e di Nestorre
 l'inclito figlio, convocati anch'essi
 alla consulta. Valicato il fosso,
 fermrsi in loco dalla strage intatto,
 in quel loco medesmo ove sorgiunto
 Ettore dalla notte alla crudele
 uccisone degli Achei fin pose.
 Quivi seduti comincir la somma
 a parlar delle cose; e in questi detti
 Nestore aperse il parlamento: Amici,
 havvi alcuna tra voi anima ardita
 e in s sicura, che furtiva ir voglia
 de' fier Troiani al campo, onde qualcuno
 de' nemici vaganti alle trinciere
 far prigioniero? o tanto andar vicino,
 che alcun discorso de' Troiani ascolti,
 e ne scopra il pensier? se sia lor mente
 qui rimanersi ad assediar le navi,
 o alla citt tornarsi, or che domata
 han l'achiva possanza? Ei forse tutte
 potra raccor tai cose, e ritornarne
 salvo ed illeso. D'alta fama al mondo
 farebbe acquisto, e n'otterra bel dono.
 Quanti son delle navi i capitani
 gli daranno una negra pecorella
 coll'agnello alla poppa; e guiderdone
 alcun altro non v'ha che questo adegui.
 Poi ne' conviti e ne' banchetti ei fia
 sempre onorato, desato e caro.
 Disse; e tutti restr pensosi e muti.
 Ruppe l'alto silenzio il bellicoso
 Domede e parl: Saggio Nelde,
 quell'audace son io: me la fidanza,
 me l'ardir persuade al gran periglio
 d'insinuarmi nel dardanio campo.
 Ma se meco verranne altro guerriero,
 securt crescerammi ed ardimento.
 Se due ne vanno di conserva, l'uno
 fa l'altro accorto del miglior partito.
 Ma d'un solo, sebben veggente e prode,
 tardo  il coraggio e debole il consiglio.
 Disse: e molti volean di Domede
 ir compagni: il volean ambo gli Aiaci,
 il volea Meron: pi ch'altri il figlio
 di Nestore il volea: chiedealo anch'esso
 l'Atride Menelao: chiedea del pari
 penetrar ne' troiani accampamenti
 il forte Ulisse: perocch nel petto
 sempre il cor gli volgea le ardite imprese.
 Mosse allor le parole il grande Atride.
 Diletto Domede, a tuo talento
 un compagno ti scegli a s grand'uopo,
 qual ti sembra il miglior. Molti ne vedi
 presti a seguirti; n verun rispetto
 la tua scelta governi, onde non sia
 che lasciato il miglior, pigli il peggiore;
 n ti freni pudor, n riverenza
 di lignaggio, n s'altri  re pi grande.
 Cos parlava, del fratello amato
 paventando il periglio: e fea risposta
 Domede cos: Se d'un compagno
 mi comandate a senno mio l'eletta,
 come scordarmi del divino Ulisse,
 di cui provato  il cor, l'alma costante
 nelle fatiche, e che di Palla  amore?
 S'ei meco ne verr, di mezzo ancora
 alle fiamme uscirem; cotanto  saggio.
 Non mi lodar n mi biasmar, Tidde,
 soverchiamente (gli rispose Ulisse),
 ch tu parli nel mezzo ai consci Argivi.
 Partiam: la notte se ne va veloce,
 delle stelle il languir l'alba n'avvisa,
 n dell'ombre riman che il terzo appena.
 D'armi orrende, ci detto, si vestiro.
 A Domede, che il suo brando avea
 obblato alle navi, altro ne diede
 di doppio taglio, ed il suo proprio scudo
 il forte Trasimede. Indi alla fronte
 una celata gli adatt di cuoio
 taurin compatta, senza cono e cresta,
 che barbuta si noma, e copre il capo
 de' giovinetti. Merone a gara
 d'una spada, d'un arco e d'un turcasso
 ad Ulisse fe' dono, e su la testa
 un moron gli pose aspro di pelle,
 da molte lasse nell'interno tutto
 saldamente frenato, e nel di fuore
 di bianchissimi denti rivestito
 di zannuto cinghial, tutti in ghirlanda
 con vago lavoro disposti e folti.
 Grosso feltro il cucuzzolo guarna.
 L'avea furato in Eleona un giorno
 Autolico ad Amntore d'Ormeno,
 della casa rompendo i saldi muri;
 quindi il ladro in Scandea diello al Citrio
 Amfidamante; Amfidamante a Molo
 ospital donamento, e questi poscia
 al figlio Meron, che su la fronte
 alfin lo pose dell'astuto Ulisse.
 Racchiusi nelle orrende arme gli eroi
 partr, lasciando in quel recesso i duci.
 E da man destra intanto su la via
 sped loro Minerva un arone.
 N gi questi il vedean, ch agli occhi il vieta
 la cieca notte, ma n'udan lo strido.
 Di quell'augurio l'Itacense allegro
 a Minerva drizz questa preghiera:
 Odimi, o figlia dell'Egoco Giove,
 che l'opre mie del tuo nume proteggi,
 n t' veruno de' miei passi occulto.
 Or tu benigna pi che prima, o Dea,
 dell'amor tuo m'affida, e ne concedi
 gloroso ritorno e un forte fatto,
 tale che renda dolorosi i Teucri.
 Preg secondo Domede, e disse:
 Di Giove invitta armipotente figlia,
 odi adesso me pur: fausta mi segui
 siccome allor che seguitasti a Tebe
 il mio divino genitor Tido,
 de' loricati Achivi ambasciadore
 attendati d'Asopo alla riviera.
 Di placido messaggio egli a' Tebani
 fu portator; ma fieri fatti ei fece
 nel suo ritorno col favor tuo solo,
 ch nume amico gli venivi al fianco.
 E tu propizia a me pur vieni, o Dea,
 e salvami. Sull'ara una giovenca
 ti ferir d'un anno, ampia la fronte,
 ancor non doma, ancor del giogo intatta.
 Questa darotti, e avr dorato il corno.
 Cos pregaro, e gli esauda la Diva.
 Implorata di Giove la possente
 figlia Minerva, prosegur la via
 quai due loni, per la notte oscura,
 per la strage, per l'armi e pe' cadaveri
 sparsi in morta di sangue atra laguna.
 N d'altra parte ai forti Teucri Ettorre
 permette il sonno; ma de' prenci e duci
 chiama tutti i migliori a parlamento;
 e raccolti, lor apre il suo consiglio.
 Chi di voi mi promette un'alta impresa
 per grande premio che il far contento?
 Darogli un cocchio, e di cervice altera
 due corsieri, i miglior dell'oste achea
 (taccio la fama che n'avr nel mondo).
 Questo dono otterr chiunque ardisca
 appressarsi alle navi, e cauto esplori
 se sian, qual pria, guardate, o pur se domo
 da nostre forze l'inimico or segga
 a consulta di fuga, e le notturne
 veglie trascuri affaticato e stanco.
 Disse, e il silenzio li fe' tutti muti.
 Era un certo Dolone infra' Troiani,
 uom che di bronzo e d'oro era possente,
 figlio d'Eumede banditor famoso,
 deforme il volto, ma veloce il piede,
 e fra cinque sirocchie unico e solo.
 Si trasse innanzi il tristo, e cos disse:
 Ettore, questo cor l'incarco assume
 d'avvicinarsi a quelle navi, e tutto
 scoprir. Lo scettro mi solleva e giura
 che l'neo cocchio e i corridori istessi
 del gran Pelde mi darai: n vano
 esploratore io ti sar: n vta
 fia la tua speme. Nell'acheo steccato
 penetrer, mi spinger fin dentro
 l'agamennnia nave, ove a consulta
 forse i duci si stan di pugna o fuga.
 S disse, e l'altro sollev lo scettro,
 e giur: Testimon Giove mi sia,
 Giove il tonante di Giunon marito,
 che da que' bei corsieri altri tirato
 non verr de' Troiani, e che tu solo
 gloroso n'andrai. - Fu questo il giuro,
 ma sperso all'aura; e da quel giuro intanto
 incitato Dolone in su le spalle
 tosto l'arco gittossi, e la persona
 della pelle vest di bigio lupo:
 poi chiuse il brutto capo entro un elmetto
 che d'ispida fana era munito.
 Impugn un dardo acuto, ed alle navi,
 per non pi ritornarne apportatore
 di novelle ad Ettorre, incamminossi.
 Lasciata de' cavalli e de' pedoni
 la compagnia, Dolon spedito e snello
 battea la strada. Se n'accorse Ulisse
 alla pesta de' piedi, e a Domede
 sommesso favell: Sento qualcuno
 venir dal campo, n so dir se spia
 di nostre navi, o spogliator di morti.
 Lasciam che via trapassi, e gli saremo
 ratti alle spalle, e il piglierem. Se avvegna
 ch'ei di corso ne vinca, tu coll'asta
 indefesso l'incalza, e verso il lido
 serralo s, che alla citt non fugga.
 Uscr di via, ci detto, e s'appiattaro
 tra' morti corpi; ed egli incauto e celere
 oltrepass. Ma lontanato appena,
 quanto  un solco di mule (che de' buoi
 traggono meglio il ben connesso aratro
 nel profondo maggese), gli fur sopra:
 ed egli, udito il calpesto, ristette,
 qualcun sperando che de' suoi venisse
 per comando d'Ettorre a richiamarlo.
 Ma giunti d'asta al tiro e ancor pi presso,
 li conobbe nemici. Allor dier lesti
 l'uno alla fuga il pi, gli altri alla caccia.
 Quai due d'aguzzo dente esperti bracchi
 o lepre o caprol pel bosco incalzano
 senza dar posa, ed ei precorre e bela;
 tali Ulisse e il Tidde all'infelice
 si stringono inseguendo, e precidendo
 sempre ogni scampo. E gi nel suo fuggire
 verso le navi sul momento egli era
 di mischiarsi alle guardie, allor che lena
 crebbe Minerva e forza a Domede,
 onde niun degli Achei vanto si desse
 di ferirlo primiero, egli secondo.
 Alza l'asta l'eroe, Ferma, gridando,
 o ch'io di lancia ti raggiungo e uccido.
 Vibra il telo in ci dir, ma vibra in fallo
 a bello studio: gli strisci la punta
 l'omero destro e conficcossi in terra.
 Ristette il fuggitivo, e di paura
 smorto tremando, della bocca usca
 stridor di denti che batteano insieme.
 L'aggiungono anelanti i due guerrieri,
 l'afferrano alle mani, ed ei piangendo
 grida: Salvate questa vita, ed io
 riscatterolla. Ho gran ricchezza in casa
 d'oro, di rame e lavorato ferro.
 Di questi il padre mio, se nelle navi
 vivo mi sappia degli Achei, faravvi
 per la mia libert dono infinito.
 Via, fa cor, rispondea lo scaltro Ulisse,
 n veruno di morte abbi sospetto,
 ma dinne, e sii verace: Ed a qual fine
 dal campo te ne vai verso le navi
 tutto solingo pel notturno buio
 mentre ogni altro mortal nel sonno ha posa?
 A spogliar forse estinti corpi? o forse
 Ettor ti manda ad ispar de' Greci
 i navili, i pensieri, i portamenti?
 O tuo genio ti mena e tuo diletto?
 E a lui tremante di terror Dolone:
 Misero! mi travolse Ettore il senno,
 e in gran disastro mi cacci, giurando
 che in don m'avrebbe del famoso Achille
 dato il cocchio e i destrieri a questo patto,
 ch'io di notte traessi all'inimico
 ad esplorar se, come pria, guardate
 sien le navi, o se voi dal nostro ferro
 domi teniate del fuggir consiglio,
 schivi di veglie, e di fatica oppressi.
 Sorrise Ulisse, e replic: Gran dono
 certo ambiva il tuo cor, del grande Achille
 i destrier. Ma domarli e cavalcarli
 uom mortale non pu, tranne il Pelde
 cui fu madre una Dea. Ma questo ancora
 contami, e non mentire: Ove lasciasti,
 qua venendoti, Ettorre? ove si stanno
 i suoi guerrieri arnesi? ove i cavalli?
 quai son de' Teucri le vigilie e i sonni?
 quai le consulte? Bloccheran le navi?
 O in Ilio torneran, vinto il nemico?
 Gli rispose Dolon: Nulla del vero
 ti tacer. Co' suoi pi saggi Ettorre
 in parte da rumor scevra e sicura
 siede a consiglio al monumento d'Ilo.
 Ma le guardie, o signor, di che mi chiedi,
 nulla del campo alla custodia  fissa.
 Ch quanti in Ilio han focolar, costretti
 son cotesti alla veglia, e a far la scolta
 s'esortano a vicenda: ma nel sonno
 tutti giacccion sommersi i collegati,
 che da diverse regon raccolti,
 n figli avendo n consorte al fianco,
 lasciano ai Teucri delle guardie il peso.
 Ma dormon essi co' Troian confusi
 (ripiglia Ulisse), o segregati? Parla,
 ch'io vo' saperlo. - E a lui d'Eumede il figlio:
 Ci pure ti sporr schietto e sincero.
 Quei della Caria, ed i Peonii arcieri,
 i Lelegi, i Caucni ed i Pelasghi
 tutto il piano occupr che al mare inchina;
 ma il pian di Timbra i Licii e i Misii alteri
 e i frigii cavalieri, e con gli equestri
 lor drappelli i Meonii. Ma dimande
 tante perch? Se penetrar vi giova
 nel nostro campo, ecco il quartier de' Traci
 alleati novelli, che divisi
 stansi ed estremi. Han duce Reso, il figlio
 d'Eono, e a lui vid'io destrieri
 di gran corpo ammirandi e di bellezza,
 una neve in candor, nel corso un vento.
 Monta un cocchio costui tutto commesso
 d'oro e d'argento, e smisurata e d'oro
 (maraviglia a vedersi!)  l'armatura,
 di mortale non gi ma di celeste
 petto sol degna. Che pi dir? Traetemi
 prigioniero alle navi, o in saldi nodi
 qui lasciatemi avvinto infin che pure
 vi ritorniate, e siavi chiaro a prova
 se fu verace il labbro o menzognero.
 Lo guat bieco Domede, e disse:
 Da che ti spinse in poter nostro il fato,
 Dolon, di scampo non aver lusinga,
 bench tu n'abbia rivelato il vero.
 Se per riscatto o per piet disciolto
 ti mandiam, tu per certo ancor di nuovo
 alle navi verresti esploratore,
 o inimico palese in campo aperto.
 Ma se qui perdi per mia man la vita,
 pi d'Argo ai figli non sarai nocente.
 Disse; e il meschino gi la man stendea
 supplice al mento; ma cal di forza
 quegli il brando sul collo, e ne recise
 ambe le corde. La parlante testa
 rotol nella polve. Allor dal capo
 gli tolsero l'elmetto, e l'arco e l'asta
 e la lupina pelle. In man solleva
 le tolte spoglie Ulisse, e a te, Minerva
 predatrice, sacrandole, s prega:
 Godi di queste, o Dea, ch te primiera
 de' Celesti in Olimpo invocheremo;
 ma di nuovo propizia ai padiglioni
 or tu de' traci cavalier ne guida.
 Disse, e le spoglie su la cima impose
 d'un tamarisco, e canne e ramoscelli
 sterpando intorno, e di lor fatto un fascio,
 segnal lo mette che per l'ombra incerta
 nel loro ritornar lo sguardo avvisi.
 Quindi inoltrr pestando sangue ed armi,
 e fur tosto de' Traci allo squadrone.
 Dormano infranti di fatica, e stesi
 in tre file, coll'armi al suol giacenti
 a canto a ciascheduno. Ognun de' duci
 tiensi dappresso due destrier da giogo:
 dorme Reso nel mezzo; e a lui vicino
 stansi i cavalli colle briglie avvinti
 all'estremo del cocchio. Avvisto il primo
 si fu di Reso Ulisse, e a Domede
 l'addit: Domede, ecco il guerriero,
 ecco i destrier che dianzi n'avvisava
 quel Dolon che uccidemmo. Or tu fuor metti
 l'usata gagliarda, che qui passarla
 neghittoso ed armato onta sarebbe.
 Sciogli tu quei cavalli, o a morte mena
 costor, ch de' cavalli  mia la cura.
 Disse, e spir Minerva a Domede
 robustezza divina. A dritta, a manca
 fora, taglia ed uccide, e degli uccisi
 il gemito la muta aria fera.
 Corre sangue il terren: come lone
 sopravvenendo al non guardato gregge
 scagliarsi, e capre e agnelle empio diserta;
 tal nel mezzo de' Traci  Domede.
 Gi dodici n'avea trafitti; e quanti
 colla spada ne miete il valoroso,
 tanti n'afferra dopo lui d'un piede
 lo scaltro Ulisse, e fuor di via li tira,
 nettando il passo a' bei destrieri, ond'elli
 alla strage non usi in cor non tremino,
 le morte salme calpestando. Intanto
 piomba su Reso il fier Tidde, e priva
 lui tredicesmo della dolce vita.
 Sospirante lo colse ed affannoso
 perch per opra di Minerva apparso
 appunto in quella gli pendea sul capo,
 tremenda vison, d'Enide il figlio.
 Scioglie Ulisse i destrieri, e colle briglie
 accoppiati, di mezzo a quella torma
 via li mena, e coll'arco li percuote
 (ch tor dal cocchio non pens la sferza),
 e d'un fischio fa cenno a Domede.
 Ma questi in mente discorrea pi arditi
 fatti, e dubbiava se dar mano al cocchio
 d'armi ingombro si debba, e pel timone
 trarlo; o se imposto alle gagliarde spalle
 via sel porti di peso; o se prosegua
 d'altri pi Traci a consumar le vite.
 In questo dubbio gli si fece appresso
 Minerva, e disse: Al partir pensa, o figlio
 dell'invitto Tido, riedi alle navi,
 se tornarvi non vuoi cacciato in fuga,
 e che svegli i Troiani un Dio nemico.
 Ud l'eroe la Diva, e ratto ascese
 su l'uno de' corsier, su l'altro Ulisse
 che via coll'arco li tempesta, e quelli
 alle navi volavano veloci.
 Il signor del sonante arco d'argento
 stavasi Apollo alla vedetta, e vista
 seguir Minerva del Tidde i passi,
 adirato alla Dea, mischiossi in mezzo
 alle turbe troiane, e Ipocoonte
 svegli, de' Traci consigliero, e prode
 consobrino di Reso. Ed ei balzando
 dal sonno, e de' cavalli abbandonato
 il quartiero mirando, e palpitanti
 nella morte i compagni, e lordo tutto
 di sangue il loco, url di doglia, e forte
 chiam per nome il suo diletto amico;
 e un trambusto levossi e un alto grido
 degli accorrenti Troi, che l'arduo fatto
 dei due fuggenti contemplr stupiti.
 Giungean questi frattanto ove d'Ettorre
 avean l'incauto esploratore ucciso.
 Qui ferma Ulisse de' corsieri il volo:
 balza il Tidde a terra, e nelle mani
 dell'itaco guerrier le sanguinose
 spoglie deposte, rapido rimonta
 e flagella i corsier che verso il mare
 divorano la via volonterosi.
 Primo udinne il romor Nestore, e disse:
 O amici, o degli Achei principi e duci,
 non so se falso il cor mi parli o vero;
 pur dir: mi ferisce un calpesto
 di correnti cavalli. Oh fosse Ulisse!
 Oh fosse Domede, che veloci
 gli adducessero a noi tolti a' Troiani!
 Ma mi turba timor che a questi prodi
 non avvegna fra' Teucri un qualche danno.
 Finite non avea queste parole,
 che i campioni arrivr. Balzaro a terra;
 e con voci di plauso e con allegro
 toccar di mani gli accogliean gli amici.
 Nestore il primo interrogolli: O sommo
 degli Achivi splendore, inclito Ulisse,
 che destrieri son questi? ove rapiti?
 nel campo forse de' Troiani? o dielli
 fattosi a voi d'incontro un qualche iddio?
 Sono ai raggi del Sol pari in candore
 mirabilmente; ed io che sempre in mezzo
 a' Troiani m'avvolgo, e, bench veglio
 guerrier, restarmi neghittoso abborro,
 io n questi n pari altri corsieri
 unqua vidi n seppi. Onde per via
 qualcun mi penso degli Dei v'apparve,
 e ven fe' dono; perocch voi cari
 siete al gran Giove adunator di nembi,
 e alla figlia di Giove alma Minerva.
 Nestore, gloria degli Achei, rispose
 l'accorto Ulisse, agevolmente un Dio
 potra darli, volendo, anco migliori,
 ch gli Dei ponno pi d'assai. Ma questi,
 di che chiedi, son traci e qua di poco
 giunti: al re loro e a dodici de' primi
 suoi compagni di morte Domede,
 e tredicesmo un altro n'uccidemmo
 dai teucri duci esplorator spedito
 del nostro campo. - Cos detto, spinse
 giubilando oltre il fosso i corridori,
 e festeggianti lo segur gli Achivi.
 Giunto al suo regio padigion, legolli
 con salda briglia alle medesme greppie
 ove dolci pascen biade i corsieri
 Domedi. Ulisse all'alta poppa
 le spoglie di Dolon sospende, e a Palla
 prepararsi comanda un sacrificio.
 Tersero quindi entrambi alla marina
 l'abbondante sudor, gambe lavando
 e collo e fianchi. Riforbito il corpo
 e ricreato il cor, si ripurgaro
 nei nitidi lavacri. Indi odorosi
 di pingue oliva si sedeano a mensa
 pieni i nappi votando, ed a Minerva
 libando di Lo l'almo licore.







 LIBRO UNDECIMO.

 Dal croceo letto di Titon l'Aurora
 sorgea, la terra illuminando e il cielo,
 e vr le navi achee Giove speda
 la Discordia feral. Scotea di guerra
 l'orrida insegna nella man la Dira,
 e tal d'Ulisse s'arrest su l'alta
 capitana che posta era nel mezzo,
 donde intorno mandar potea la voce
 fin d'Aiace e d'Achille al padiglione,
 che nella forza e nel gran cor securi
 sottratte ai lati estremi avean le prore.
 Qui ferma d'un acuto orrendo grido
 emp l'achive orecchie, e tal ne' petti
 un vigor suscit, tale un deso
 di pugnar, d'azzuffarsi e di ferire,
 che sonava nel cor dolce la guerra
 pi che il ritorno al caro patrio lido.
 Alza Atride la voce, e a tutti impone
 di porsi in tutto punto; e d'armi ei pure
 folgoranti si veste. E pria circonda
 di calzari le gambe ornati e stretti
 d'argentee fibbie. Una lorica al petto
 quindi si pon che Cinira gli avea
 un d mandata in ospital presente.
 Perocch quando strepitosa in Cipro
 corse la fama che l'achiva armata
 verso Troia spiegar dovea le vele,
 gratificar di quell'usbergo ei volle
 l'amico Agamennn. Di bruno acciaro
 dieci strisce il cingean, dodici d'oro,
 venti di stagno. Lubrici sul collo
 stendon le spire tre cerulei draghi
 simiglianti alle pinte iri che Giove
 suol nelle nubi colorar, portento
 ai parlanti mortali. Indi la spada
 agli omeri sospende rilucente
 d'aurate bolle, e la vesta d'argento
 larga vagina col pendaglio d'oro.
 Poi lo scudo imbracci che vario e bello
 e di facil maneggio tutto cuopre
 il combattente. Ha dieci fasce intorno
 di bronzo, e venti di forbito stagno
 candidissimi colmi, e un altro in mezzo
 di bruno acciar. Su questo era scolpita
 terribile gli sguardi la Gorgone
 col Terrore da lato e con la Fuga,
 rilievo orrendo. Dallo scudo poscia
 una gran lassa dipendea d'argento,
 lungo la quale azzurro e sinuoso
 serpe un drago a tre teste, che ritorte
 d'una sola cervice eran germoglio.
 Quindi al capo di l'elmo adorno tutto
 di lucenti chiavelli, irto di quattro
 coni e d'equine setole con una
 superba cresta che di sopra ondeggia
 terribilmente. Alfin due lance impugna
 massicce, acute, le cui ferree punte
 mettean baleni di lontano. Intanto
 Giuno e Palla onorando il grande Atride
 dier di sua mossa con fragore il segno.
 All'auriga ciascuno allor comanda
 che parati in bell'ordine sostegna
 alla fossa i destrier, mentre a gran passi
 chiuse nell'armi le pedestri schiere
 procedono al nemico. Ancor non vedi
 spuntar l'aurora, e d'ogni parte immenso
 romor gi senti. Come tutto giunse
 l'esercito alla fossa, immantinente
 fur cavalli e pedoni in ordinanza,
 questi primieri e quei secondi. Intanto
 Giove dall'alto romoreggia, e piove
 di sangue una rugiada, annunziatrice
 delle molte che all'Orco in quel conflitto
 anime generose avra sospinto.
 D'altra parte i Troiani in su l'altezza
 si schierano del poggio. In mezzo a loro
 s'affaccendano i duci; il grande Ettorre,
 d'Anchise il figlio che vena qual nume
 da' Troiani onorato, il giusto e pio
 Polidamante, e i tre antenrei figli,
 Polibo, io dico, ed il preclaro Agnore,
 ed Acamante, giovinetto a cui
 di celeste belt fiora la guancia.
 Maestoso fra tutti Ettor si volve
 coll'egual d'ogni parte ampio pavese.
 E qual di Sirio la funesta stella
 or senza vel fiammeggia ed or rientra
 nel buio delle nubi, a tal sembianza
 or nelle prime file or nell'estreme
 Ettore compara dando per tutto
 provvidenza e comandi, e tutta d'arme
 rilucea la persona, e folgorava
 come il baleno dell'Egoco Giove.
 Qual di ricco padron nel campo vanno
 i mietitori con opposte fronti
 falciando l'orzo od il frumento; in lunga
 serie recise cadono le bionde
 figlie de' solchi, e in un momento ingombra
 di manipoli tutta  la campagna;
 cos Teucri ed Achei gli uni su gli altri
 irruendo si mietono col ferro
 in mutua strage. Immemore ciascuno
 di vil fuga, e guerrier contra guerriero
 pugnan tutti del pari, e si van contra
 coll'impeto de' lupi. A riguardarli
 sta la Discordia, e della strage esulta
 a cui sola de' numi era presente.
 Sedeansi gli altri taciturni in cielo
 in sua magion ciascuno, edificata
 su gli ardui gioghi del sereno Olimpo.
 Ivi ognuno in suo cor fremea di sdegno
 contro l'alto de' nembi addensatore,
 che dar vittoria a' Troi volea; ma nullo
 pensier si prende di quell'ira il padre
 che in sua gloria esultante e tutto solo
 in disparte sedea, Troia mirando
 e l'achee navi, e il folgorar dell'armi,
 e il ferire e il morir de' combattenti.
 Finch il mattin processe, e crebbe il sacro
 raggio del giorno, d'ambe parti eguale
 si mantenne la strage. Ma nell'ora
 che in montana foresta il legnaiuolo
 pon mano al parco desinar, sentendo
 dall'assiduo tagliar cerri ed abeti
 stanche le braccia e fastidito il core,
 e dolce per la mente e per le membra
 serpe del cibo il natural deso,
 prevalse la virt de' forti Argivi,
 che animando lor file e compagnie
 sbaraglir le nemiche. Agamennne
 salt primier nel mezzo, e Banorre,
 pastor di genti, uccise, indi Oilo,
 suo compagno ed auriga. Era dal carro
 costui sceso d'un salto, e gli vena
 dirittamente contro. A mezza fronte
 coll'acuta asta lo colp l'Atride.
 Non resse al colpo la celata; il ferro
 penetr l'elmo e l'osso, e tutto interna-
 mente di sangue gli allag il cerbro.
 Cos l'audace assalitor fu domo.
 Rap d'ambo le spoglie Agamennne,
 e nudi il petto li lasci supini.
 And poscia diretto ad assalire
 due di Priamo figliuoli, Iso ed Antifo,
 l'un frutto d'Imeneo, l'altro d'Amore.
 Venano entrambi sul medesmo cocchio
 i fratelli: reggeva Iso i destrieri,
 Antifo combattea. Sul balzo d'Ida
 aveali un giorno sopraggiunti Achille,
 mentre pascean le gregge, e di pieghevoli
 vermene avvinti, e poi disciolti a prezzo.
 Ed or l'Atride Agamennn coll'asta
 spalanca ad Iso tra le mamme il petto,
 fiede di brando Antifo nella tempia,
 e lo spiomba dal cocchio. Immantinente
 delle bell'armi li dispoglia entrambi,
 che ben li conoscea dal d che Achille
 dai boschi d'Ida prigionier li trasse
 seco alle navi, ed ei notonne i volti.
 Come quando un lon nel covo entrato
 d'agil cerva, ne sbrana agevolmente
 i pargoli portati, e li maciulla
 co' forti denti mormorando e sperde
 l'anime tenerelle; la vicina
 misera madre, non che dar soccorso,
 compresa di terror fugge veloce
 per le dense boscaglie, e trafelando
 suda al pensier della possente belva:
 cos nullo de' Troi poteo da morte
 salvar que' due: ma tutti anzi le spalle
 conversero agli Achivi. Assalse ei dopo
 Ipploco e Pisandro, ambo figliuoli
 del bellicoso Antmaco, di quello
 che da Paride compro per molt'oro
 e ricchi doni, d'Elena impeda
 il rimando al marito. I figli adunque
 di costui colse al varco Agamennne
 sovra un medesmo carro ambo volanti,
 e turbati e smarriti; ch pel campo
 sfrenaronsi i destrieri, e dalla mano
 le scorrevoli briglie eran cadute.
 Come lon fu loro addosso, e quelli
 s'inginocchir, dal carro supplicando:
 Lasciane vivi, Atride, e di riscatto
 gran pezzo n'otterrai. Molta risplende
 nella magion d'Antmaco ricchezza,
 d'oro, di bronzo e lavorato ferro.
 Di questo il padre ti dar gran pondo
 per la nostra riscossa, ov'egli intenda
 vivi i suoi figli nelle navi achee.
 Cos piangendo supplicr con dolci
 modi, ma dolce non rispose Atride.
 Voi d'Antmaco figli? di colui
 che nel troiano parlamento osava
 d'Ulisse e Menelao, venuti a Troia
 ambasciatori, consigliar la morte?
 Pagherete voi dunque ora del padre
 l'indegna offesa. - S dicendo, immerge
 l'asta in petto a Pisandro, e gi dal carro
 supin lo stende sul terren. Ci visto,
 balza Ippoloco al suolo, e lui secondo
 spaccia l'Atride; coll'acciar gli pota
 ambe le mani, e poi la testa, e lungi
 come palo la scaglia a rotolarsi
 fra la turba. Lasciati ivi costoro,
 fulminando si spinge nel pi caldo
 tumulto della pugna, e l'accompagna
 molta mano d'Achei. Fan strage i fanti
 de' fanti fuggitivi, i cavalieri
 de' cavalier. Si volve al ciel la polve
 dalle sonanti zampe sollevata
 de' fervidi corsieri, e Agamennne
 sempre insegue ed uccide, e gli altri accende.
 Come quando s'appiglia a denso bosco
 incendio struggitor, cui gruppo aggira
 di fiero vento e d'ogni parte il gitta:
 cadono i rami dall'invitta fiamma
 atterrati e combusti; a questo modo
 sotto l'Atride Agamennn le teste
 cadean de' Teucri fuggitivi; e molti
 colle chiome sul collo fluttuanti
 destrier traean pel campo i vti carri,
 sgominando le file, ed il governo
 desiderando de' lor primi aurighi:
 ma quei giacean gi spenti, agli avoltoi
 gradita vista, alle consorti orrenda.
 Fuori intanto dell'armi e della polve,
 delle stragi, del sangue e del tumulto
 condusse Giove Ettr. Ma gl'inseguiti
 Teucri dritto al sepolcro del vetusto
 Dardanid'Ilo verso il caprifico
 la piena fuga dirigean, bramosi
 di ripararsi alla cittade; e sempre
 gl'incalza Atride, e orrendo grida, e lorda
 di polveroso sangue il braccio invitto.
 Giunti alfine alle Scee quivi sostrsi
 vicino al faggio, ed aspettr l'arrivo
 de' compagni pel campo ancor fuggenti,
 e simiglianti a torma d'atterrite
 giovenche che lon di notte assalta.
 Alla prima che abbranca ei figge i duri
 denti nel collo, e avidamente il sangue
 succhiatone, n'incanna i palpitanti
 visceri: e tale gl'insegua l'Atride
 sempre il postremo atterrando, e quei sempre
 spaventati fuggendo: e gi dal cocchio
 altri cadea boccone, altri supino
 sotto i colpi del re che innanzi a tutti
 oltre modo coll'asta infurava.
 E gi in cospetto gli venan dell'alto
 Ilio le mura, e vi giungea; quand'ecco
 degli uomini il gran padre e degli Dei
 scender dal cielo, e maestoso in cima
 sedersi dell'acquosa Ida, stringendo
 la folgore nel pugno. Iri a s chiama
 l'ali-dorata messaggiera, e, Vanne
 vola, le disse, Iri veloce, e ad Ettore
 porta queste parole. Infin ch'ei vegga
 tra' primi combattenti Agamennne
 romper le file furibondo, ei cauto
 stasi in disparte, e d'animar sia pago
 gli altri a far testa, e oprar le mani. Appena
 o di lancia percosso o di saetta
 l'Atride il cocchio monter, si spinga
 ei ratto nella mischia. Io porgerogli
 alla strage la forza, infin che giunga
 vincitore alle navi, e al d caduto
 della notte succeda il sacro orrore.
 Disse; e veloce la veloce Diva
 dal gioco ido discende al campo, e trova
 stante in pi sul suo carro il bellicoso
 Pramide: e appressata, O tu, gli disse,
 che il consiglio d'un Dio porti nel core,
 Ettore, le parole odi che Giove
 per me ti manda. Infin che Agamennne
 vedrai tra' primi infurar rompendo
 de' guerrieri le file, il pi ritira
 tu dal conflitto, e fa che col nemico
 pugni il resto de' tuoi. Ma quando ei d'asta
 o di strale ferito dar volta
 sopra il suo cocchio, allor t'avanza. Avrai
 tal da Giove un vigor ch'anco alle navi
 la strage spingerai, finch la sacra
 ombra si stenda su la morta luce.
 Disse, e sparve. L'eroe balza dal cocchio
 risonante nell'armi, e nella mano
 palleggiando la lancia il campo scorre,
 e raccende la pugna. Allor destossi
 grande conflitto. Rivoltaro i Teucri
 agli Achivi la faccia, e di rincontro
 le lor falangi rinforzr gli Achivi.
 Venuti a fronte, rinnovossi il cozzo,
 e primiero si mosse Agamennne
 innanzi a tutti di pugnar bramoso.
 Muse dell'alto Olimpo abitatrici,
 or voi ne dite chi primier si spinse
 o troiano guerriero od alleato
 contro il supremo Atride. Ifidamante,
 d'Antenore figliuolo, un giovinetto
 d'altere forme e di gran cor, nudrito
 nell'opima di greggi odrisia terra.
 L'educ bambinetto in propria casa
 della bella Teano il genitore
 Cisso l'avo materno, e maturati
 di glorosa pubertate i giorni
 sposo alla figlia il di. Ma colta appena
 d'Imen la rosa, al talamo strappollo
 da dodici navigli accompagnato
 della venuta degli Achei la fama.
 Quindi lasciate alla percopia riva
 le sue navi, pedone ad Ilio ei venne,
 e primo si piant contro l'Atride.
 Giunti al tiro dell'asta, Agamennne
 vibr la sua, ma in fallo. Ifidamante
 appunt l'avversario alla cintura
 sotto il torace, e colla man robusta
 di tutta forza l'asta sospingea;
 ma non valse a forarne il ben tessuto
 cinto, e spuntossi nell'argentea lama
 l'acuta punta, come piombo fosse.
 A due mani l'afferra allor l'Atride
 con ira di lone, a s la tira,
 gliela svelle dal pugno; e tratto il brando,
 lo percuote alla nuca, e lo distende.
 S cadde, e chiuse in ferreo sonno i lumi.
 Miserando garzon! venne a difesa
 del patrio suolo e vi trov la morte:
 n gli compose i rai la giovinetta
 consorte, n di lei frutto lasciava
 che il ravvivasse; e s l'avea con molti
 doni acquistata: perocch da prima
 di cento buoi dotolla, e mille in oltre
 madri promise di lanute torme
 che numerose gli pasceva il prato.
 Spoglia Atride l'ucciso, e le bell'armi
 ne porta ovante fra le turbe achee.
 Come vide Coon morto il fratello,
 (d'Antenore era questi il maggior figlio
 e guerriero di grido), una gran nube
 di dolor gl'ingombr la mente e gli occhi.
 Ponsi in agguato con un dardo in mano
 al re di costa, e vibra. A mezzo il braccio
 conficcossi la punta sotto il cubito,
 e trapassollo. Inorrid del colpo
 l'Atride regnator; ma non per questo
 abbandona la pugna; anzi pi fiero
 colla salda dagli Euri asta nudrita
 avventossi a Coon che frettoloso
 dell'amato fratello Ifidamante
 d'un pi traea la salma, alto chiedendo
 de' pi forti l'aita. Lo raggiunge
 in quell'atto l'Atride, e sotto il colmo
 dello scudo gli caccia impetuoso
 la zagaglia, e l'atterra. Indi sul corpo
 d'Ifidamante il capo gli recide.
 Cos n'andr, compiuto il fato, all'Orco
 per man d'Atride gli antenrei figli.
 Finch fu calda la ferita, il sire
 coll'asta, colla spada e con enormi
 ciotti la pugna seguit; ma come
 stagnossi il sangue, e s'aggel la piaga,
 d'acerbe doglie saettar sentissi.
 Qual trafigge la donna, al partorire,
 l'acuto strale del dolor, vibrato
 dalle figlie di Giuno alme Ilite,
 d'amare fitte apportatrici; e tali
 eran le punte che feran l'Atride.
 Sal dunque sul carro, ed all'auriga
 comand di dar volta alla marina,
 e cruccioso elevando alto la voce,
 Prenci, amici, gridava, e voi valenti
 capitani de' Greci, allontanate
 dalle navi il conflitto, or che di Giove
 non consente il voler ch'io qui compisca,
 combattendo co' Teucri, il giorno intero.
 Disse, e l'auriga flagell i destrieri
 verso le navi; e quei volr spargendo
 le belle chiome all'aura; e il petto aspersi
 d'alta spuma e di polve in un baleno
 fuor del campo ebber tratto il re ferito.
 Come dall'armi ritirarsi il vide,
 di un alto grido Ettorre, e rincorando
 Troiani e Licii e Dardani tonava:
 Uomini siate, amici, e richiamate
 l'antica gagliarda: lasciato ha il campo
 quel fortissimo duce, e a me promette
 l'Olimpio Giove la vittoria. Or via
 gli animosi cornipedi spingete
 dirittamente addosso ai forti Achivi,
 e acquisto fate d'immortal corona.
 Disse, e in tutti dest la forza e il core.
 Come buon cacciator contra un lone
 o silvestre cignale il morso aizza
 de' fier molossi, cos l'ira instiga
 de' magnanimi Troi contro gli Achivi
 il Pramide Marte: ed ei tra' primi
 intrepido si volve, e nel pi folto
 della mischia coll'impeto si spinge
 di sonante procella che dall'alto
 piomba e solleva il ferrugineo flutto.
 Allor chi pria, chi poi fu messo a morte
 dal Pramide eroe, quando a lui Giove
 fu di gloria cortese? Asso da prima,
 Autnoo, Opte, e Dlope di Clito,
 Ofeltio ed Agelao, Esimno, ed Oro
 e il bellicoso Ippnoo. Fur questi
 i dnai duci che il Troiano uccise:
 dopo lor, molta plebe. Come quando
 di Ponente il soffiar l'umide figlie
 di Noto aggira, e con rapido vortice
 le sbatte irato: il mar gonfiati e crebri
 volve i flutti, e dal turbo in larghi sprazzi
 sollevata diffondesi la spuma:
 tal Ettore cader confuse e spesse
 fa le teste plebee. Disfatta intera
 allor sara seguta, e colla strage
 de' fuggitivi ineluttabil danno,
 se con questo parlar l'accorto Ulisse
 non destava il valor di Domede.
 Magnanimo Tidde, e qual disdetta
 della nostra virt ci toglie adesso
 la ricordanza? Or su; ti metti, amico,
 al mio fianco, e tien fermo: onta sarebbe
 lasciar che piombi su le navi Ettorre.
 E Domede di rincontro: Io certo
 rimarr, pugner; ma vano il nostro
 sforzo sar, ch la vittoria ai Teucri
 dar vuole, non a noi, Giove nemico.
 Disse; e coll'asta alla sinistra poppa
 Timbro percosse, e il rivers dal carro.
 Ulisse uccise Molon, guerriero
 d'apparenza divina, e valoroso
 del re Timbro scudiero. E spenti questi,
 si caccir nella turba, simiglianti
 a due cinghiali di gran cor, che il cerchio
 sbarattano de' veltri; e impetuosi
 voltando faccia sgominaro i Teucri,
 s che fuggenti dall'ettreo ferro
 preser conforto e respirr gli Achivi.
 Combattean fra le turbe alti sul carro
 fortissimi campioni i due figliuoli
 di Merope Percsio. Il genitore,
 celebrato indovino, avea dell'armi
 il funesto mestier loro interdetto.
 Non l'obbediro i figli, e la possanza
 segur del fato che traeali a morte.
 Coll'asta in guerra s famosa entrambi
 gl'invest Domede, e colla vita
 dell'armi li spogli, mentre per mano
 cadean d'Ulisse Ippdamo e Ipirco.
 Contemplava dall'Ida i combattenti
 di Saturno il gran figlio, e nel suo senno
 equilibrava tuttavia la pugna,
 e l'orror della strage. Infurava
 pedon tra' primi battaglianti il figlio
 di Peone Agastrfo, e non avea
 l'incauto eroe dappresso i suoi corsieri,
 onde all'uopo salvarsi; ch in disparte
 lo scudier li tenea. Mirollo, e ratto
 l'assalse Domede, e all'anguinaglia
 lo fer di tal colpo che l'uccise.
 Cader lo vide Ettorre, e tra le file
 si spinse alto gridando, e lo seguino
 le troiane falangi. Al suo venire
 turbossi il forte Domede, e vlto
 ad Ulisse, dicea: Ci piomba addosso
 del furibondo Ettorre la ruina.
 Stiam saldi, amico, e sosteniam lo scontro.
 Disse, e drizzando alla nemica testa
 la mira, fulmin l'asta vibrata,
 e colse al sommo del cimier; ma il ferro
 fu respinto dal ferro, e non offese
 la bella fronte dell'eroe, ch il lungo
 triplice elmetto l'imped, fatato
 dono d'Apollo. Sbalord del colpo
 Ettore, e lungi ripar tra' suoi.
 Qui cadde su i ginocchi, puntellando
 contro il suol la gran palma, e tenebroso
 su le pupille gli si stese un velo.
 Ma mentre corre a ricovrar Tidde
 la fitta nella sabbia asta possente,
 si rebbe il caduto, e sopra il carro
 balzando, nella turba si confuse
 novellamente, ed ischiv la morte.
 Perocch il figlio di Tido coll'asta
 un'altra volta l'assala gridando:
 Cane troian, di nuovo tu la scappi
 dalla Parca che gi t'avea raggiunto.
 Gli  Febo che ti salva, a cui, dell'armi
 entrando nel fragor, ti raccomandi.
 Ma se verrai per anco al paragone,
 ti spaccer, s'io pure ho qualche Dio.
 Qualunque intanto mi verr ghermito
 sconter la tua fuga. - E s dicendo,
 l'ucciso figlio di Peon spogliava.
 Ma della ben chiomata Elena il drudo
 Alessandro tenea contro il Tidde
 lo strale in cocca, standosi nascoso
 diretro al cippo sepolcral che al santo
 Dardanid'Ilo, antico padre, eresse
 de' Teucri la piet. Curvo l'eroe
 di dosso al morto Agstrofo traea
 il varato usbergo, ed il brocchiero
 ed il pesante elmetto, allor che l'altro
 lent la corda, e non invan. Veloce
 il quadrello vol, nell'ima parte
 del destro pi s'infisse, e trapassando
 conficcossi nel suolo. Usc d'agguato
 sghignazzando il fellone, e, Sei ferito,
 gloroso grid: Ve' s'io t'ho clto
 pur finalmente! Oh t'avess'io trafitta
 pi vital fibra, e tolta l'alma! Avrebbe
 dall'affanno dell'armi respirato
 il popolo troiano a cui se' orrendo
 come il leone alle belanti agnelle.
 Villan, cirrato arciero, e di fanciulle
 vagheggiator codardo (gli rispose
 nulla atterrito Domede), vieni
 in aperta tenzon, vieni e vedrai
 a che l'arco ti giova, e la di strali
 piena faretra. Mi graffiasti un piede,
 e s gran vampo meni? Io de' tuoi colpi
 prendo il timor che mi darebbe il fuso
 di femminetta, o di fanciul lo stecco;
 ch non fa piaga degl'imbelli il dardo.
 Ma ben altro  il ferir di questa mano.
 Ogni puntura del mio telo  morte
 del mio nemico, e pianto de' suoi figli
 e della sposa che le gote oltraggia;
 mentre di sangue il suol quegli arrossando
 imputridisce, e intorno gli s'accoglie,
 pi che di donne, d'avoltoi corona.
 Cos parlava. Accorso intanto Ulisse
 di s gli fea riparo: ed ei seduto
 dell'amico alle spalle il dardo acuto
 sconficcossi dal piede. Allor gli venne
 per tutto il corpo un dolor grave e tanto,
 che angosciato nell'alma e impazente
 mont sul cocchio, ed all'auriga impose
 di portarlo volando alle sue tende.
 Solo rimase di Laerte il figlio,
 ch la paura avea tutti sbandati
 gli Argivi; ond'egli addolorato e mesto
 seco nel chiuso del gran cor dicea:
 Misero, che far? Male, se in fuga
 mi volgo per timor: peggio, se solo
 qui mi coglie il nemico ora che Giove
 gli altri Achei sgomin. Ma quai pensieri
 mi ragiona la mente? Ignoro io forse
 che nell'armi il vil fugge, e resta il prode
 a ferire o a morir morte onorata?
 Mentre in cor queste cose egli discorre,
 di scutati Troiani ecco venirne
 una gran torma che l'accerchia. Stolti!
 che il proprio danno si chiudean nel mezzo.
 Come stuol di molossi e di fiorenti
 giovani intorno ad un cinghial s'addensa
 per investirlo, ed ei da folto vepre
 sbocca aguzzando le fulminee sanne
 tra le curve mascelle; d'ogni parte
 impeto fassi, e suon di denti ascolti,
 e della belva si sostien l'assalto,
 bench tremenda irrompa e spaventosa:
 tali intorno ad Ulisse furosi
 s'aggruppano i Troiani. Alto ei sull'asta
 insorge, e primo all'omero ferisce
 il buon Deopte; indi Toone
 mette a morte ed Ennomo, e dopo questi
 Chersidamante nel saltar che fea
 dal cocchio a terra. Gli cacci la picca
 sotto il rotondo scudo all'umbilico,
 e quei riverso nella polve strinse
 colla palma la sabbia. Abbandonati
 costor, coll'asta avventasi a Caropo,
 d'Ippaso figlio, e dell'illustre Soco
 fratel germano; e lo ferisce. Accorre
 il diforme Soco in sua difesa,
 e all'Itacense fattosi vicino
 fermasi, e parla: Artefice di frodi
 famoso, e sempre infatigato Ulisse,
 oggi, o palma otterrai d'entrambi i figli
 d'Ippaso, e, spenti, n'avrai l'armi; o colto
 tu dal mio telo perderai la vita.
 Vibr, ci detto, e lo colp nel mezzo
 della salda rotella. Il volento
 dardo lo scudo trafor, ficcossi
 nella corazza, e gli stracci sul fianco
 tutta la pelle: non permise al ferro
 l'addentrarsi di pi Palla Minerva.
 Conobbe tosto che letal non era
 il colpo Ulisse; e retrocesso alquanto,
 Sciagurato, rispose al suo nemico,
 or s che morte al varco ti raggiunse.
 Mi togliesti, egli  vero, il poter oltre
 pugnar co' Teucri, ma ben io t'affermo
 che questa di tua vita  l'ultim'ora,
 e che tu dalla mia lancia qui domo,
 la palma a me darai, lo spirto a Pluto.
 Disse, e l'altro fuggiva. Al fuggitivo
 scaglia Ulisse il suo cerro, e a mezzo il tergo
 s glielo pianta che gli passa al petto.
 Di d'armi un suono nel cadere, e il divo
 vincitor l'insult: Soco, del forte
 Ippaso cavaliero audace figlio,
 morte t'ha giunto innanzi tempo, e vana
 fu la tua fuga. Misero! n il padre
 gli occhi tuoi chiuder n la pietosa
 madre, ma densi a te gli scaveranno
 gli avoltoi dibattendo le grandi ali
 su la tua fronte; e me spento di tomba
 onoreranno i generosi Achei.
 Detto ci, dalla pelle e dal ricolmo
 brocchier si svelse del possente Soco
 il duro giavellotto, e nel cavarlo
 di sangue, e forte dolorossi il fianco.
 Visto il sangue d'Ulisse, i coraggiosi
 Teucri l'un l'altro inanimando mossero
 per assalirlo: ma l'accorto indietro
 si ritrasse, e i compagni ad alta voce
 chiam. Tre volte a tutta gola ei grida,
 tre volte il marzio Menelao l'intese,
 e ad Aiace converso, Aiace, ei disse,
 Telamnio regal seme divino,
 sento all'orecchio risonarmi il grido
 del sofferente Ulisse, e tal mi sembra
 qual se, solo rimasto, ei sia da' Teucri
 nel forte della mischia oppresso e chiuso.
 Corriam, ch giusto  l'aitarlo: solo
 fra nemici potrebbe il valoroso
 grave danno patirne, e costera
 la sua morte agli Achei molti sospiri.
 Si mise in via, ci detto, e lo seguiva
 quel magnanimo, tale al portamento
 che un Dio detto l'avresti: e il caro a Giove
 Ulisse ritrovr da densa torma
 accerchiato di Teucri. A quella guisa
 che affamate s'attruppano le linci
 dintorno a cervo di gran corna, a cui
 fisse lo strale il cacciator nel fianco,
 e il ferito fugg dal feritore
 finch fu caldo il sangue e lesto il piede;
 ma domo alfine dallo stral nel bosco
 lo dismembran le linci; allor, se guida
 col fortuna un fier lon, disperse
 sfrattano quelle, ed ei fa sua la preda:
 molta turba cos di valorosi
 Teucri intorno al pugnace astuto Ulisse
 aggirasi; ma l'asta dimenando
 l'eroe tien lungi la fatal sua sera.
 E comparir tremendo ecco d'Aiace
 il torreggiante scudo, eccolo fermo
 dinanzi a quell'oppresso, e scombuiarsi
 chi qua chi l per lo spavento i Teucri.
 Per man lo prende allora il generoso
 minor Atride, e fuor dell'armi il tragge
 finch l'auriga i corridor gli adduca.
 Ma il Telamnio eroe contra i Troiani
 irrompendo, il Pramide bastardo
 Doriclo uccide; e poi Pandoco, e poi
 Lisandro fiede e Piraso e Pilarte.
 E come quando ruinoso un fiume,
 cui crebbe l'invernal pioggia di Giove,
 si devolve dal monte alla pianura,
 e molte aride querce e molti pini
 rotando spinge una gran torba al mare:
 tal cavalli tagliando e cavalieri
 l'illustre Aiace furoso insegue
 per lo campo i Troiani; e non per anco
 n'aveva Ettorre udita la ruina,
 ch'ei della zuffa sul sinistro corno
 pugnava in riva allo Scamandro, dove
 il cader delle teste era pi spesso,
 e infinito il clamor dintorno al grande
 Nestore e al marzio Idomeno. Qui stava
 Ettore, e oprava orrende cose, e densa
 colla lancia e col carro distruggeva
 la gioventude achea. N ancor per tanto
 avrian gli Argivi abbandonato il campo,
 se il bel marito della bella Elna
 Alessandro ritrar non fea dall'armi
 il bellicoso Macaon, ferendo
 l'illustre duce all'omero diritto
 con trisulca saetta. Di quel colpo
 tremr gli Achivi, e si scorr, temendo
 che, inclinata di Marte la fortuna,
 non vi restasse il buon guerriero ucciso.
 Onde a Nestore vlto Idomeno:
 Eroe Nelde, ei disse, alto splendore
 degli Achivi, t'affretta, il carro ascendi
 e Macaone vi raccogli, e ratto
 sferza i cavalli al mar, salva quel prode,
 ch'egli val molte vite, e non ha pari
 nel cavar dardi dalle piaghe, e spargerle
 di balsamiche stille. - A questo dire
 mont l'antico cavaliero il cocchio
 subitamente, vi raccolse il figlio
 d'Esculapio divin medicatore,
 sferz i destrieri, e quei volaro al lido
 volonterosi e dal deso chiamati.
 Vide in questa de' Teucri lo scompiglio
 Cebron che d'Ettorre al fianco stava,
 e rivolto a quel duce: Ettorre, ei disse,
 noi di Dnai qui stiamo a far macello
 nel corno estremo dell'orrenda mischia,
 e gli altri Teucri intanto in fuga vanno
 cavalli e battaglier cacciati e rotti
 dal Telamnio Aiace: io ben lo scerno
 all'ampio scudo che gli copre il petto.
 Drizziamo il carro a quella volta, ch'ivi
 pi feroce de' fanti e cavalieri
  la zuffa, e pi forti odo le grida.
 Cos dicendo, col flagel sonoro
 i ben chiomati corridor percosse,
 che sentita la sferza a tutto corso
 fra i Troiani e gli Achei traean la biga,
 cadaveri pestando ed elmi e scudi.
 Era tutto di sangue orrido e lordo
 l'asse di sotto e l'mbito del cocchio,
 cui l'ugna de' corsieri e la veloce
 ruota spargean di larghi sprazzi. Anela
 il teucro duce di sfondar la turba,
 e spezzarla d'assalto. In un momento
 gli Achivi sgomin, sempre coll'asta
 fulminando; e scorrendo entro le file,
 colla lancia, col brando e con enormi
 macigni le rompea. Solo d'Aiace
 evitava lo scontro. Ma l'Eterno
 alto-sedente al cor d'Aiace incusse
 tale un terror che attonito ristette,
 e paventoso si gitt sul tergo
 la settemplice pelle, e nel dar volta
 come una fiera si guatava intorno
 nel mezzo della turba, e tardi e lenti
 alternando i ginocchi, all'inimico
 ad or ad ora converta la fronte.
 Come fulvo leon che dall'ovile
 vien da' cani cacciato e da' pastori
 che de' buoi gli frastornano la pingue
 preda, la notte vigilando intera:
 famelico di carne ei nondimeno
 dritto si scaglia, e in van; ch dall'ardite
 destre gli piove di saette un nembo
 e di tizzi e di faci, onde il feroce
 atterrito rifugge, e in sul mattino
 mesto i campi traversa e si rinselva:
 tale Aiace da' Teucri in suo cor tristo
 e di mal grado assai si diparta
 delle navi temendo. E quale intorno
 ad un pigro somier, che nella messe
 si ficc, s'arrabattano i fanciulli
 molte verghe rompendogli sul tergo,
 ed ei pur segue a cimar l'alta biada,
 n de' lor colpi cura la tempesta,
 ch la forza  bambina, e appena il ponno
 allontanar poich satolla ha l'epa;
 non altrimenti i Teucri e le coorti
 collegate inseguan senza riposo
 il gran Telamonde, e colle basse
 lance nel mezzo gli feran lo scudo.
 Ma memore l'eroe di sua virtude
 or rivolta la faccia, e le falangi
 respinge de' nemici, or lento i passi
 move alla fuga: e s potette ei solo
 che di sboccarsi al mar tutti rattenne.
 Ritto in mezzo ai Troiani ed agli Achivi
 infurava, e sostenea di strali
 una gran selva sull'immenso scudo,
 e molti a mezzo spazio e senza forza,
 pria che il corpo gustar, perdeano il volo
 desosi di sangue. In questo stato
 lo mir d'Evemon l'inclito figlio
 Euripilo, ed a lui, che sotto il nembo
 degli strali langua, fatto dappresso,
 a vibrar cominci l'asta lucente,
 e il duce Apisaon, di Fausia figlio,
 nell'epate percosse, e gli disciolse
 de' ginocchi il vigor. Sovra il caduto
 Euripilo avventossi, e le bell'armi
 di dosso gli traea. Ma come il vide
 Paride, il drudo di belt divina,
 del morto Apisaon l'armi rapire,
 mise in cocca lo strale, e d'aspra punta
 la destra coscia gli fer. Si franse
 il calamo pennuto, e tal nell'anca
 spasmo dest, che ad ischivar la morte
 gli fu mestieri ripararsi a' suoi,
 alto gridando, O amici, o prenci achivi,
 volgetevi, sostate, liberate
 da morte Aiace; egli  da' teli oppresso,
 s ch'io pavento, ohim! che pi non abbia
 scampo l'eroe: correte, circondate
 de' vostri petti il Telamnio figlio.
 Cos disse il ferito: e quelli a gara
 stretti inclinando agli omeri gli scudi,
 e l'aste sollevando, al grande Aiace
 si fr dappresso; ed ei venuto in salvo
 tra' suoi, di nuovo la terribil faccia
 converse all'inimico. In cotal guisa,
 come fiamma, tra questi ardea la zuffa.
 Di sudor molli intanto e polverose
 le cavalle nele fuor della pugna
 traean col duce Macaon Nestorre.
 Lo vide il divo Achille e lo conobbe,
 mentre ritto si stava in su la poppa
 della sua grande capitana, e il fiero
 lavor di Marte, e degli Achei mirava
 la lagrimosa fuga. Incontanente
 mise un grido, e chiam dall'alta nave
 il compagno Patrclo: e questi appena
 dalla tenda l'ud, che fuori apparve
 in marzal sembianza; e dal quel punto
 ebbe inizio fatal la sua sventura.
 Parl primiero di Menzio il figlio:
 A che mi chiami, a che mi brami, Achille?
 O mio diletto nobile Patrclo,
 gli rispose il Pelde, or s che spero
 supplicanti e prostesi a' miei ginocchi
 veder gli Achivi, ch suprema e dura
 necessit li preme. Or vanne, o caro,
 vanne e chiedi a Nestr chi quel ferito
 sia, ch'ei ritragge dalla pugna. Il vidi
 ben io da tergo, e Macaon mi parve,
 d'Esculapio il figliuol; ma del guerriero
 non vidi il volto, ch veloci innanzi
 mi passr le cavalle, e via spariro.
 Disse; e Patrclo obbedente al cenno
 dell'amico diletto gi correa
 tra le navi e le tende. E quelli intanto
 del buon Nelde al padiglion venuti
 dismontaro, e l'auriga Eurimedonte
 sciolse dal carro le nele puledre,
 mentr'essi al vento asciugano sul lido
 le tuniche sudate, e delle membra
 rinfrescano la vampa: indi raccolti
 dietro la tenda s'adagir su i seggi.
 Apparecchiava intanto una bevanda
 la ricciuta Ecamde. Era costei
 del magnanimo Arsnoo una figliuola
 che il buon vecchio da Tenedo condotta
 avea quel d che la distrusse Achille,
 e a lui, perch vincea gli altri di senno,
 fra cento eletta la donr gli Achivi.
 Trass'ella innanzi a lor prima un bel desco
 su pi sorretto d'un color che imbruna,
 sovra il desco un taglier pose di rame,
 e fresco miel sovresso, e la cipolla
 del largo bere irritatrice, e il fiore
 di sacra polve cereal. V'aggiunse
 un bellissimo nappo, che recato
 aveasi il veglio dal paterno tetto,
 d'aurei chiovi trapunto, a doppio fondo,
 con quattro orecchie, e intorno a ciascheduna
 due beventi colombe, auree pur esse.
 Altri a stento l'avra colmo rimosso;
 l'alzava il veglio agevolmente. In questo
 la simile alle Dee presta donzella
 pramnio vino versava; indi tritando
 su le spume caprin latte rappreso,
 e spargendovi sovra un leggier nembo
 di candida farina, una bevanda
 uscir ne fece di cotal mistura,
 che apprestata e libata, ai due guerrieri
 la sete estinse e rinfranc le forze.
 Diersi, ci fatto, a ricrear parlando
 gli affaticati spirti; e sulla soglia
 ecco apparir Patrclo, e soffermarsi
 in sembianza di nume il giovinetto.
 Nel vederlo levossi il vecchio in piedi
 dal suo lucido seggio, e l'introdusse
 presol per mano, e di seder pregollo.
 Egli all'invito resistea, dicendo:
 Di seder non m' tempo, egregio veglio,
 n obbedirti poss'io. Tremendo, iroso
  colui che mi manda a interrogarti
 del guerrier che ferito hai qui condotto.
 Or io mel so per me medesmo, e in lui
 ravviso il duce Macaon. Ritorno
 dunque ad Achille relator di tutto.
 Sai quanto, augusto veglio, ei sia stizzoso
 e a colpar pronto l'innocente ancora.
 Disse, e il gerenio cavalier rispose:
 E donde avvien che de' feriti Achivi
 sente Achille piet? N ancor sa quanta
 pel campo s'innalz nube di lutto.
 Piagati altri da lungi, altri da presso
 nelle navi languiscono i pi prodi.
 Di saetta ferito  Domede,
 d'asta l'inclito Ulisse e Agamennne,
 Euripilo di strale nella coscia,
 e di strale egli pur questo che vedi
 da me condotto. Il prode Achille intanto
 niuna si prende n piet n cura
 degl'infelici Achivi. Aspetta ei forse
 che mal grado di noi la fiamma ostile
 arda al lido le navi, e che noi tutti
 l'un su l'altro cadiam trafitti e spenti?
 Ahi che la possa mia non  pi quella
 ch'agili un tempo mi facea le membra!
 Oh quel fior m'avess'io d'anni e di forza,
 ch'io m'ebbi allor che per rapiti armenti
 tra noi surse e gli Eli fiera contesa!
 Io predai con ardita rappresaglia
 del nemico le mandre, e l'elese
 Ipirochde Itimono distesi.
 Combattea de' suoi tauri alla difesa
 l'uom forte, e un dardo di mia mano uscito
 lui tra' primi percosse, e al suo cadere
 l'agreste torma si disperse in fuga.
 Noi molta preda n'adducemmo e ricca:
 di buoi cinquanta armenti, ed altrettante
 di porcelli, d'agnelle e di caprette,
 distinte mandre, e cento oltre cinquanta
 fulve cavalle, tutte madri, e molte
 col poledro alla poppa. Ecco la preda
 che noi di notte ne menammo in Pilo.
 Gio Nelo vedendo il giovinetto
 figlio guerrier di tante spoglie opimo.
 Venuto il giorno, la sonora voce
 de' banditor chiam tutti cui fosse
 qualche compenso dagli Eli dovuto.
 Di Pilo i capi congregrsi, e grande
 sendo il dovere degli Eli, fu tutta
 scompartita la preda, e rintegrate
 l'antiche offese. Perciocch la forza
 d'Ercole avendo desolata un giorno
 la nostra terra, e i pi prestanti uccisi,
 e di dodici figli di Nelo
 prodi guerrier rimasto io solo in Pilo
 con altri pochi oppressi, i baldanzosi
 Eli di nostre disventure alteri
 n'insultr, ne fr danno. Or dunque in serbo
 tenne il vecchio per s di tauri intero
 un armento trascelto, e un'ampia greggia
 di ben trecento pecorelle, insieme
 co' mandriani; giusta ricompensa
 di quattro egregi corridor, mandati
 in un col carro a conquistargli un tripode
 nell'olimpica polve, e dall'elo
 rege rapiti, rimandando spoglio
 de' bei corsieri il doloroso auriga.
 Di questi oltraggi il vecchio padre irato
 larga preda si tolse, e al popol diede,
 giusta il dovuto, a ripartirsi il resto.
 Mentre intenti ne stiamo a queste cose,
 e offriam per tutta la citt solenni
 sacrifici agli Eterni, ecco nel terzo
 giorno gli Eli con tutte de' lor fanti
 e cavalli le forze in campo uscire,
 ed ambedue con essi i Moloni,
 giovinetti ancor sori ed inesperti
 negl'impeti di Marte. Su l'Alfo
 in arduo colle assisa  una cittade
 Troessa nomata, ultima terra
 dell'arenosa Pilo. Desosi
 di porla al fondo la cingean d'assedio.
 Ma come tutto superaro il campo,
 frettolosa e notturna a noi discese
 dall'Olimpo Minerva, ad avvisarne
 di pigliar l'armi; e congreg le turbe
 per la cittade, non gi lente e schive,
 ma tutte accese del deso di guerra.
 Non mi assentiva il genitor Nelo
 l'uscir con gli altri armato; e perch destro
 nel fiero Marte ancor non mi credea,
 occultommi i destrieri. Ed io pedone
 v'andai scorto da Pallade, e tra' nostri
 cavalier mi distinsi in quella pugna.
 Sul fiume Mino che presso Arena
 si devolve nel mar, noi squadra equestre
 posammo ad aspettar l'alba divina,
 finch n'avesse la pedestre aggiunti.
 Riunito l'esercito, movemmo
 ben armati ed accinti, e sul merigge
 d'Alfo giungemmo all'onde sacre. Quivi
 propizammo con opime offerte
 l'onnipossente Giove; al fiume un toro
 svenammo, un altro al gran Nettunno, e intatta
 a Palla una giovenca. Indi pel campo
 preso a drappelli della sera il cibo,
 tutti ne demmo, ognun coll'armi indosso,
 lungo il fiume a dormir. Stringean frattanto
 d'assedio la cittade i forti Eli
 d'espugnarla bramosi. Ma di Marte
 ebber tosto davanti una grand'opra.
 Brill sul volto della terra il sole,
 e noi Minerva supplicando e Giove
 appiccammo la zuffa. Aspro fu il cozzo
 delle due genti, ed io primiero uccisi
 (e i corsieri gli tolsi) il bellicoso
 Mulio, gener d'Auga, del quale in moglie
 la maggior figlia possedea, la bionda
 Agamde, cui nota era, di quante
 l'almo sen della terra erbe produce,
 la medica virt. Questo io trafissi
 coll'asta, e lo distesi, e, dell'ucciso
 salito il cocchio, mi cacciai tra' primi.
 Visto il duce cader de' cavalieri
 che gli altri tutti di valor vincea,
 si sgomentaro i generosi Eli,
 e fuggr d'ogni parte. Io come turbo
 mi serrai loro addosso, e di cinquanta
 carri fei preda, e intorno a ciascheduno
 mordean la polve dal mio ferro ancisi
 due combattenti. E messi a morte avrei
 gli Attridi pur anco, i due medesmi
 Moloni, se fuor della battaglia
 non li traea, coprendoli di nebbia,
 il gran rege Nettunno. Al nostro ardire
 alta vittoria allor Giove concesse.
 Perocch per lo campo, tutto sparso
 di scudi e di cadaveri, tant'oltre
 gl'inseguimmo uccidendo, e raccogliendo
 le bell'armi nemiche, che spingemmo
 fino ai buprasii solchi i corridori,
 fin all'olenio sasso, ed alla riva
 d'Alsio, al luogo che Calon si noma.
 Qui fr alto per cenno di Minerva
 i vincitori, e qui l'estremo io spensi.
 Da Buprasio frattanto i nostri prodi
 riconduceano a Pilo i polverosi
 carri, e dar laude si senta da tutti
 a Giove in cielo, ed a Nestorre in terra.
 Tal nelle pugne apparve il valor mio.
 Ma del valor d'Achille il solo Achille
 godrassi, e quando consumati ahi! tutti
 vedr gli Achivi, pianger, ma indarno.
 Caro Patrclo, nel pensier richiama
 di Menzio i precetti, onde il buon veglio
 t'accompagnava il giorno che da Ftia
 ti spediva all'Atride Agamennne.
 Fummo presenti, e gli ascoltammo interi
 il divo Ulisse ed io Nestorre, entrambi
 al regal tetto di Pelo venuti
 a far eletta di guerrieri achei.
 Ivi l'eroe Menzio e te vedemmo
 d'Achille al fianco. Il cavalier Pelo,
 venerando vegliardo, entro il cortile
 al fulminante Giove ardea le pingui
 cosce d'un tauro, e sull'ardenti fibre
 negro vino da nappo aureo versava.
 Voi vi stavate preparando entrambi
 le sacre carni, e noi giungemmo in quella
 sul limitar. Stup, levossi Achille,
 per man ne prese, e n'introdusse, in seggio
 ne colloc, ne pose innanzi i doni
 che il santo dritto dell'ospizio chiede.
 Ristorati di cibo e di bevanda,
 io parlai primamente, e v'esortava
 l'uno e l'altro a seguirne; e il bramavate
 voi fortemente. E quai de' due canuti
 fro allora i conforti? Al figlio Achille
 raccomand Pelo l'oprar mai sempre
 da prode, e a tutti di valor star sopra.
 Ma volto a te l'Attride Menzio,
 Figlio, il vecchio dicea, ti vince Achille
 di sangue, e tu lui d'anni; egli di forza,
 tu di consiglio. Con prudenti avvisi
 dunque il governa e l'ammonisci, e all'uopo
 t'obbedir. Tal era il suo precetto;
 tu l'obblasti. Or via, l'adempi adesso,
 parla all'amico bellicoso, e tenta
 saderlo. Chi sa? Qualche buon Dio
 animer le tue parole, e l'alma
 toccher di quel fiero. Al cor va sempre
 l'ammonimento d'un diletto amico.
 Ch s'ei paventa in suo segreto un qualche
 vaticinio, se alcuno a lui da Giove
 la madre ne rec, te mandi almeno
 co' Mirmidni a confortar gli Achivi
 nella battaglia, e l'armi sue ti ceda.
 Forse ingannati dall'aspetto i Teucri
 ti crederan lui stesso, e fuggiranno,
 e gli egri Achei respireranno:  spesso
 di gran momento in guerra un sol respiro.
 E voi freschi guerrieri agevolmente
 respingerete lo stanco nemico
 dalle tende e dal mare alla cittade.
 S disse il saggio, e tutto si commosse
 il cor nel petto di Patrclo. Ei corse
 lungo il lido ad Achille, e giunto all'alta
 capitana d'Ulisse, ove nel mezzo
 ai santi altari si tenea ragione
 e parlamento, d'Evemone il figlio
 Eurpilo scontr, che di saetta
 ferito nella coscia e vacillante
 dalla pugna parta. Largo il sudore
 gli discorrea dal capo e dalle spalle,
 e molto sangue dalla ria ferita,
 ma intrepida era l'alma. Il vide e n'ebbe
 pietade il forte Menezade, e a lui
 lagrimando si volse: Oh sventurati
 duci Achei! cos dunque, ohim! lontani
 dai cari amici e dalla patria terra
 de' vostri corpi sazar di Troia
 dovevate le belve? Eroe divino
 Eurpilo, rispondi: Sosterranno
 gli Achei la possa dell'immane Ettorre,
 o cadran spenti dal suo ferro? - Oh diva
 stirpe, Patrclo, (Eurpilo rispose)
 nullo  pi scampo per gli Achei, se scampo
 non ne danno le navi. I pi gagliardi
 tutti giaccion feriti, e ognor pi monta
 de' Troiani la forza. Or tu cortese
 conservami la vita. Alla mia nave
 guidami, e svelli dalla coscia il dardo,
 con tepid'onda lavane la piaga
 e su vi spargi i farmaci salubri
 de' quali  grido che imparata hai l'arte
 dal Pelde, e il Pelde da Chirone
 de' Centauri il pi giusto. Or tu m'aita,
 ch Podalirio e Macaon son lungi;
 questi, credo, in sua tenda, anch'ei piagato
  di medica man necessitoso;
 l'altro co' Teucri in campo si travaglia.
 Qual fia dunque la fin di tanti affanni?
 soggiunse di Menzio il forte figlio,
 e che faremo, Eurpilo? Gran fretta
 mi sospinge ad Achille a riportargli
 del guardano degli Achei Nestorre
 una risposta: ma piet non vuole
 che in questo stato io t'abbandoni. - Il cinse
 colle braccia, ci detto, e nella tenda
 il men, l'adagi sopra bovine
 pelli dal servo acconciamente stese,
 indi col ferro dispicc dall'anca
 l'acerbissimo strale, e con tepenti
 linfe la tabe ne lav. Vi spresse
 poi colle palme il lenente sugo
 d'un'amara radice. Incontanente
 calmossi il duolo, ristagnossi il sangue,
 ed asciutta si chiuse la ferita.











 LIBRO DUODECIMO.

 Cos dentro alle tende medicava
 d'Eurpilo la piaga il valoroso
 Menezade. Frattanto alla rinfusa
 pugnan Teucri ed Achei; n scampo a questi
  pi la fossa omai, n l'ampio muro
 che l'armata cingea. L'avean gli Achivi
 senza vittime eretto a custodire
 i navigli e le prede. Edificato
 dunque malgrado degli Dei, gran tempo
 non dur. Finch vivo Ettore fue,
 e irato Achille, e Troia in piedi, il muro
 saldo si stette; ma de' Teucri estinte
 l'alme pi prodi, e degli Achei pur molte,
 e al decim'anno Ilio distrutto, e il resto
 degli Argivi tornato al patrio lido,
 decretr del gran muro la caduta
 Nettunno e Apollo, l'impeto sfrenando
 di quanti fiumi dalle cime ide
 si devolvono al mar, Reso, Granco,
 Rodio, Careso, Eptporo ed Espo
 e il divino Scamandro e Simoenta
 che volge sotto l'onde agglomerati
 tanti scudi, tant'elmi e tanti eroi.
 Di questi rivolt Febo le bocche
 contro l'alta muraglia, e vi sospinse
 nove giorni la piena. Intanto Giove,
 perch pi ratto l'ingoiasse il mare,
 incessante piovea. Nettunno istesso
 precorrea le fiumane, e col tridente
 e coll'onda atterr le fondamenta
 che di travi e di sassi v'avean posto
 i travagliosi Achivi; infin che tutta
 al piano l'adegu lungo la riva
 dell'Ellesponto. Smantellato il muro,
 fe' di quel tratto un arenoso lido,
 e torn le bell'acque al letto antico.
 Di Nettunno quest'era e in un d'Apollo
 l'opra futura. Ma la pugna intorno
 a quel valido muro or ferve e mugge.
 Cigolar delle torri odi percosse
 le compgi, e gli Achei dentro le navi
 chiudonsi domi dal flagel di Giove,
 e paventosi dell'ettoreo braccio,
 impetuoso artefice di fuga;
 perocch pari a turbine l'eroe
 sempre combatte. E qual cinghiale o bieco
 leon cui fanno cacciatori e cani
 densa corona, di sue forze altero
 volve dintorno i truci occhi, n teme
 la tempesta de' dardi n la morte,
 ma generoso si rigira e guarda
 dove slanciarsi fra gli armati, e ovunque
 urta, s'arretra degli armati il cerchio;
 tal fra l'armi s'avvolge il teucro duce,
 i suoi spronando a valicar la fossa.
 Ma non l'ardan gli ardenti corridori
 che mettean fermi all'orlo alti nitriti,
 dal varco spaventati arduo a saltarsi
 e a tragittarsi: perocch dintorno
 s'apran profondi precipizi, e il sommo
 margo d'acuti pali era munito,
 di che folto v'avean contro il nemico
 confitto un bosco gli operosi Achei,
 tal che passarvi non potean le rote
 di volubile cocchio. Ma bramosi
 ardean d'entrarvi e superarlo i fanti.
 Fattosi innanzi allor Polidamante
 ad Ettore s disse: Ettore, e voi
 duci troiani e collegati, udite.
 Stolto ardire  il cacciar dentro la fossa
 gli animosi cavalli. E non vedete
 il difficile passo e la foresta
 d'acute travi, che circonda il muro?
 Di niuna guisa ai cavalier non lice
 calarsi in quelle strette a far conflitto,
 senza periglio di mortal ferita.
 Se il Tonante in suo sdegno ha risoluta
 degli Achei la ruina e il nostro scampo,
 ben io vorrei che questo intervenisse
 qui tosto, e che dal caro Argo lontani
 perdesser tutti coll'onor la vita.
 Ma se voltano fronte, e dalle navi
 erompendo con impeto, nel fondo
 ne stringono del fosso, allor, cred'io,
 niuno in Troia di noi nunzio ritorna
 salvo dal ferro de' conversi Achei.
 Diam dunque effetto a un mio pensier. Sul fosso
 ogni auriga rattenga i corridori,
 e noi pedoni, corazzati e densi
 tutti in punto seguiam l'orme d'Ettorre.
 Non sosterranno il nostro urto gli Achivi,
 se l'ora estrema del lor fato  giunta.
 Disse; e ad Ettore piacque il saggio avviso.
 Balz dunque dal carro incontanente
 tutto nell'armi, e balzr gli altri a gara,
 visto l'esempio di quel divo. Ognuno
 fe' precetto all'auriga di sostarsi
 co' destrieri alla fossa in ordinanza;
 ed essi in cinque battaglion divisi
 seguiro i duci. And la prima squadra
 con Ettore e col buon Polidamante,
 ed era questa il fiore e il maggior nerbo
 de' combattenti, desosi tutti
 di spezzar l'alto muro, e su le navi
 portar la pugna: terzo condottiero
 li segua Cebron, messo in sua vece
 alla custodia dell'ettoreo carro
 altro men prode auriga. Erano i duci
 della seconda Paride, Alcato
 ed Agenorre. Della terza il divo
 Difobo ed Elno ed Asio, il prode
 d'Irtaco figlio, cui d'Arisba a Troia
 portarono e dall'onda Selleente
 due destrier di gran corpo e biondo pelo.
 Capitan della quarta era d'Anchise
 l'egregia prole, Enea, co' due d'Antnore
 pugnaci figli Archloco e Acamante.
 Degl'incliti alleati  condottiero
 Sarpedonte, con Glauco e Asteropo,
 da lui compagni del comando assunti
 come i pi forti dopo s, tenuto
 il pi forte di tutti. In ordinanza
 posti i cinque drappelli, e di taurine
 targhe coperti, mossero animosi
 contro gli Achei, sperando entro le navi
 precipitarsi alfin senza ritegno.
 Mentre tutti e Troiani ed alleati
 al consiglio obbedan dell'incolpato
 Polidamante, il duce Asio sol esso
 lasciar n auriga n corsier non volle,
 ma vr le navi li sospinse. Insano!
 Que' corsieri, quel cocchio, ond'egli esulta,
 nol torranno alla morte, e dalle navi
 in Ilio no nol torneran. La nera
 Parca gi il copre, e all'asta lo consacra
 del chiaro Deucalde Idomeno.
 Alla sinistra del naval recinto
 ove carri e cavalli in gran tumulto
 venan cacciando i fuggitivi Achei,
 spins'egli i suoi corsier verso la porta,
 non gi di sbarre assicurata e chiusa,
 ma spalancata e da guerrier difesa
 a scampo de' fuggenti. Il coraggioso
 flagell drittamente i corridori
 a quella volta, e con acute grida
 altri il seguan, sperandosi che rotti,
 senza far testa, nelle navi in salvo
 precipitosi fuggiran gli Achivi.
 Stolta speranza! Custodan la porta
 due fortissimi eroi, germi animosi
 de' guerrieri Lapiti. Era l'un d'essi
 Polipte, figliuol di Pirito,
 l'altro il feroce Leonto. Sublimi
 stavan quivi costor, sembianti a due
 eccelse querce in cima alla montagna,
 che ferme e colle lunghe ampie radici
 abbracciando la terra, eternamente
 sostengono la piova e le procelle;
 cos fidati nelle man robuste,
 ben lungi dal voltar per tema il tergo,
 voltan anzi la fronte i due guerrieri,
 d'Asio aspettando la gran furia. Ed esso
 coll'Asiade Acamante, e con Oreste
 e Jameno e Toone ed Enomo
 sollevando gli scudi, il forte muro
 van con fracasso ad assalir. Ma fermi
 sull'ingresso i due prodi altrui fan core
 alla difesa delle navi. Alfine
 visti i Teucri avventarsi alla muraglia
 d'ogni parte, e fuggir con alto grido
 di spavento gli Achivi, impeto fece
 l'ardita coppia: e fiero anzi le porte
 un conflitto attaccr, come silvestri
 verri ch'odon sul monte avvicinarsi
 il fragor della caccia: impetuosi
 fulminando a traverso, a s dintorno
 rompon la selva, schiantano la rosta
 dalle radici, e sentir fanno il suono
 del terribile dente, infine che colti
 d'acuto strale perdono la vita;
 di questi due cos sopra i percossi
 petti sonava il luminoso acciaro,
 e cos combattean, nelle gagliarde
 destre fidando, e nel valor di quelli
 che di sopra dai merli e dalle torri
 piovean nembi di sassi alla difesa
 delle tende, dei legni e di se stessi.
 Cadean spesse le pietre come spessa
 la grandine cui vento impetuoso
 di negre nubi agitator riversa
 sull'alma terra; n piovean gli strali
 sol dalle mani achive, ma ben anco
 dalle troiane, e al grandinar de' sassi
 smisurati mettean roco un rimbombo
 gli elmi percossi e i risonanti scudi.
 Fremendo allor si batt l'anca il figlio
 d'Irtaco, e disse disdegnoso: O Giove
 e tu pur ti se' fatto ora l'amico
 della menzogna? Chi pensar potea
 contro il nerbo di nostre invitte mani
 tal resistenza dagli Achei? Ma vlli
 che come vespe maculose in erti
 nidi nascoste, a chi d lor la caccia
 s'avventano feroci, e per le cave
 case e pe' figli battagliar le vedi:
 cos costor, bench due soli, addietro
 dar non vonno che morti o prigionieri.
 Cos parlava, n perci di Giove
 si mutava il pensier, che al solo Ettorre
 dar la palma volea. Aspro degli altri
 all'altre porte intanto era il conflitto.
 Ma dura impresa mi sara dir tutte,
 come la lingua degli Dei, le cose.
 Perocch quanto  lungo il saldo muro
 tutto  vampo di Marte. Alta costringe
 necessit, quantunque egri, gli Achei
 a pugnar per le navi; e degli Achei
 tutti eran mesti in cielo i numi amici.
 Qui comincir la pugna i due Lapiti.
 Vibr la lancia il forte Polipte,
 e Damaso colp tra le ferrate
 guance dell'elmo. L'elmo non sostenne
 la furosa punta che, spezzati
 i temporali, gli allag di sangue
 tutto il cerbro, e morto lo distese:
 indi all'Orco Pilon spinse ed Ormeno.
 N la strage  minor di Leonto,
 d'Antmaco figliuolo anzi di Marte.
 Sul confin della cintola ei percote
 Ippomaco coll'asta: indi cavata
 dal fodero la daga, per lo mezzo
 della turba si scaglia, e pria d'un colpo
 tasta Antifonte che supin stramazza;
 poi rovescia Menon, Jameno, Oreste,
 tutti l'un sovra l'altro nella polve.
 Mentre che Polipte e Leonto
 delle bell'armi spogliano gli uccisi,
 la numerosa e di gran core armata
 troiana gioventude, impazente
 di spezzar la muraglia, arder le navi,
 Polidamante ed Ettore segua,
 i quai repente all'orlo della fossa
 irresoluti s'arrestr dubbiando
 di passar oltre: perocch sublime
 un'aquila comparve, che sospeso
 tenne il campo a sinistra. Il fero augello
 stretto portava negli artigli un drago
 insanguinato, smisurato e vivo,
 ancor guizzante, e ancor pronto all'offese;
 s che volto a colei che lo gherma,
 lubrico le vibr tra il petto e il collo
 una ferita. Allor la volatrice,
 aperta l'ugna per dolor, lasciollo
 cader dall'alto fra le turbe, e forte
 stridendo sparve per le vie de' venti.
 Visto in terra giacente il maculato
 serpe, prodigio dell'Egoco Giove,
 inorridiro i Teucri, e fatto avanti
 all'intrepido Ettr Polidamante
 s prese a dir: Tu sempre, ancorch io porti
 ottimi avvisi in parlamento, o duce,
 hai pronta contro me qualche rampogna,
 n pensi che non lice a cittadino
 n in assemblea tradir n in mezzo all'armi
 la verit, servendo all'augumento
 di tua possanza. Dir franco adunque
 ci che il meglio or mi sembra. Non si vada
 coll'armi ad assalir le navi achee.
 Il certo evento che n'attende  scritto
 nell'augurio comparso alla sinistra
 dell'esercito nostro, appunto in quella
 che si volea travalicar la fossa,
 dico il volo dell'aquila portante
 nell'ugna un drago sanguinoso, immane
 e vivo ancor. Com'ella cader tosto
 lasci la preda, pria che al caro nido
 giungesse, e pasto la recasse a' suoi
 dolci nati; cos, quando n'accada
 pur de' Greci atterrar le porte e il muro
 e farne strage, non pensar per questo
 di ritornarne con onor; ch indietro
 molti Troiani lasceremo ancisi
 dall'argolico ferro, combattente
 per la tutela delle navi. Ognuno,
 che ben la lingua de' prodigi intenda
 e da' profani riverenza ottegna,
 questo verace interpretar fara.
 Lo guat bieco Ettorre, e gli rispose:
 Polidamante, il tuo parlar non viemmi
 grato all'orecchio, e una miglior sentenza
 or dal tuo labbro m'attendea. Se parli
 persuaso e davvero, io ti fo certo
 che l'ira degli Dei ti tolse il senno,
 poich m'esorti ad obblar di Giove
 le giurate promesse, e all'ale erranti
 degli augelli obbedir; de' quai non curo,
 se volino alla dritta ove il Sol nasce,
 o alla sinistra dove muor. Ben calmi
 del gran Giove seguir l'alto consiglio,
 ch'ei de' mortali e degli Eterni  il sommo
 imperadore. Augurio ottimo e solo
  il pugnar per la patria. Perch tremi
 tu dei perigli della pugna? Ov'anco
 cadiam noi tutti tra le navi ancisi,
 temer di morte tu non dei, ch cuore
 tu non hai d'aspettar l'urto nemico,
 n di pugnar. Se poi ti rimanendo
 lontano dal conflitto, esorterai
 con codarde parole altri a seguire
 la tua vilt, per dio! che tu percosso
 da questa lancia perderai la vita.
 Si spinse avanti cos detto, e gli altri
 con alte grida lo seguino. Allora
 il Folgorante dall'ida montagna
 un turbine dest, che drittamente
 verso le navi sospingea la polve,
 e agli Achivi rapa gli occhi e l'ardire,
 ad Ettorre il crescendo ed a' Troiani
 che nel prodigio e nelle proprie forze
 confidati assalr l'alta muraglia
 per diroccarla. E gi divelti i merli
 delle torri cadean, gi le bertesche
 si sfasciano, e le leve alto sollevano
 gli sporgenti pilastri, eccelso e primo
 fondamento alle torri. Intorno a questi
 travagliansi i Troiani, ampia sperando
 aprir la breccia. N perci d'un passo
 s'arretrano gli Achei, ma di taurine
 targhe schermo facendo alle bastite,
 feran da quelle chi vena di sotto.
 Animosi dall'una all'altra torre
 l'acheo valor svegliando ambo frattanto
 scorrean gli Aiaci, e con parole or dure
 or blande rampognando i neghittosi,
 O compagni, dicean, quanti qui siamo
 primi, secondi ed infimi (ch tutti
 non siamo eguali nel pugnar, ma tutti
 necessari), or gli  tempo, e lo vedete,
 d'oprar le mani. Non vi sia chi pieghi
 dunque alle navi per timor di vana
 minaccia ostil, ma procedete avanti,
 e l'un l'altro incoratevi, e mertate
 che l'Olimpio Tonante vi conceda
 di risospinger l'inimico, e rotto
 inseguirlo fin dentro alle sue mura.
 S sgridando, animr l'acheo certame.
 Come cadono spessi ai d vernali
 i fiocchi della neve, allorch Giove
 versa incessante, addormentati i venti,
 i suoi candidi nembi, e l'alte cime
 delle montagne inalba e i campi erbosi,
 e i pingui seminati e i porti e i lidi:
 l'onda sola del mar non soffre il velo
 delle fioccanti falde onde il celeste
 nembo ricopre delle cose il volto;
 tale allor densa di volanti sassi
 la tempesta piovea quinci da' Teucri
 scagliata e quindi dagli Achivi; e immenso
 sorgea rumor per tutto il lungo muro.
 Ma n i Troiani n l'illustre Ettorre
 n'avran le porte spezzato e le sbarre,
 se alfin contro gli Achei non incitava
 Giove l'ardir del figlio Sarpedonte,
 quale in mandra di buoi fiero lone.
 Imbracciossi l'eroe subitamente
 il bel rotondo scudo, ricoperto
 di ben condotto sottil bronzo, e dentro
 v'avea l'industre artefice cucito
 cuoi taurini a pi doppi, e orlato intorno
 d'aurea verga perenne il cerchio intero.
 Con questo innanzi al petto, e nella destra
 due lanciotti vibrando, incamminossi
 qual montano lon che, stimolato
 da lunga fame e dal gran cor, l'assalto
 tenta di pieno ben munito ovile;
 e quantunque da' cani e da' pastori
 tutti sull'armi custodito il trovi,
 senza prova non soffre esser respinto
 dal pecorile, ma vi salta in mezzo
 e vi fa preda, o da veloce telo
 di man pronta riceve aspra ferita:
 tale il divino Sarpedon dal forte
 suo cor quel muro ad assalir fu spinto
 e a spezzarne i ripari. E volto a Glauco
 d'Ippoloco figliuol, Glauco, gli disse,
 perch siam noi di seggio, e di vivande
 e di ricolme tazze innanzi a tutti
 nella Licia onorati ed ammirati
 pur come numi? Ond' che lungo il Xanto
 una gran terra possediam d'ameno
 sito, e di biade fertili e di viti?
 Certo acciocch primieri andiam tra' Licii
 nelle calde battaglie, onde alcun d'essi
 gridar s'intenda: Glorosi e degni
 son del comando i nostri re: squisita
  lor vivanda, e dolce ambrosia il vino,
 ma grande il core, e nella pugna i primi.
 Se il fuggir dal conflitto, o caro amico,
 ne partorisse eterna giovinezza,
 non io certo vorrei primo di Marte
 i perigli affrontar, ned invitarti
 a cercar gloria ne' guerrieri affanni.
 Ma mille essendo del morir le vie,
 n scansar nullo le potendo, andiamo:
 noi darem gloria ad altri, od altri a noi.
 Disse, n Glauco si ritrasse indietro,
 n ritroso il segu. Con molta mano
 dunque di Licii s'avvir. Li vide
 rovinosi e diritti alla sua torre
 affilarsi il Petde Menesto,
 e sgomentossi. Gir gli occhi intorno
 fra gli Achivi spando un qualche duce
 che lui soccorra e i suoi compagni insieme.
 Scorge gli Aiaci che indefessi e fermi
 sostenean la battaglia, e avean dappresso
 Teucro pur dianzi della tenda uscito.
 Ma non potea far loro a verun modo
 le sue grida sentir, tanto  il fragore
 di che l'aria rimbomba alle percosse
 degli scudi, degli elmi e delle porte
 tutte a un tempo assalite, onde spezzarle
 e spalancarle. Immantinente ei dunque
 manda ad Aiace il banditor Toota,
 e, Va, gli dice, illustre araldo, vola,
 chiama gli Aiaci, chiamali ambedue,
 ch questo  il meglio in s grand'uopo. Un'alta
 strage qui veggo gi imminente. I duci
 del licio stuol con tutta la lor possa
 qua piombano, e mostrr gi in altro incontro
 ch'elli son nelle zuffe impetuosi.
 S'ambo gli eroi ch'io chiedo, in gran travaglio
 si trovano di guerra, almen ne vegna
 il forte Aiace Telamnio, e il segua
 Teucro coll'arco di ferir maestro.
 Corse l'araldo obbediente, e ratto
 per la lunga muraglia traversando
 le file degli Achei, giunse agli Aiaci,
 e con preste parole, Aiaci, ei disse,
 incliti duci degli Argivi, il caro
 nobile figlio di Peto vi prega
 d'accorrere veloci, ed aitarlo
 alcun poco nel rischio in che si trova.
 Prgavi entrambi per lo meglio. Un'alta
 strage gli  sopra: perocch di tutta
 forza si vanno a rovesciar sovr'esso
 i licii capitani, e di costoro
 l'impeto  noto nel pugnar. Se voi
 siete in gran briga voi medesmi, almeno
 vien tu, forte figliuol di Telamone,
 e tu, Teucro, signor d'arco tremendo.
 Tacque, ed il grande Telamnio figlio
 al figlio d'Oilo si volse e disse:
 Tu, Aiace, e tu forte Licomede
 qui restatevi entrambi, ed infiammate
 l'acheo coraggio alla battaglia. Io volo
 col allo scontro del nemico, e data
 la chiesta aita, subito ritorno.
 Part l'eroe, ci detto, ed il germano
 Teucro il seguiva, e Pandon portante
 l'arco di Teucro. Costeggiando il muro
 alla torre arrivr di Menesto:
 ed entrr nella zuffa, appunto in quella
 che a negro turbo simiglianti i duci
 animosi de' Licii avean de' merli
 gi vinto il sommo. Si scontrr gli eroi
 fronte a fronte, e levossi alto clamore.
 Primo l'Aiace Telamnio uccise
 il magnanimo Epcle, un caro amico
 di Sarpedon. Giacea sull'ardua cima
 della muraglia un aspro enorme sasso,
 tal che niun de' presenti, anco sul fiore
 delle forze, il potrebbe agevolmente
 a due man sollevar. Ma lieve in alto
 levollo Aiace, e lo scagli. L'orrendo
 colpo diruppe il bacinetto, e tutte
 l'ossa del capo sfracell. Dall'alta
 torre il percosso a notator simle
 cadde, e l'alma fugg. Teucro di poi
 di strale a Glauco il nudo braccio impiaga
 mentre il muro assalisce, e lo costrigne
 la pugna abbandonar. Glauco d'un salto
 gi dagli spaldi gittasi furtivo,
 onde nessuno degli Achei s'avvegga
 di sua ferita, e villana gli dica.
 Ben se n'accorse Sarpedonte, ed alta
 dell'amico al partir doglia il trafisse.
 Ma non lentossi dalla pugna, e giunto
 colla lancia il Testride Alcmeone,
 gliela ficca nel petto, e a s la tira.
 Segue il trafitto l'asta infissa, e cade
 boccone, e l'armi risonr sovr'esso.
 Colla man forte quindi il licio duce
 un merlo afferra, a s lo tragge, e tutto
 lo dirocca. Snudossi al suo cadere
 la superna muraglia, e larga a molti
 fece la strada. Allor ristretti insieme
 mossero contra Sarpedonte i due
 Telamondi, e Teucro d'uno strale
 al petto il saett. Raccolse il colpo
 il lucente fermaglio dell'immenso
 scudo, ch Giove dal suo figlio allora
 allontan la Parca, e non permise
 che davanti alle navi egli cadesse.
 L'assalse Aiace ad un medesmo tempo,
 e allo scudo il fer. Tutto passollo
 la fiera punta, ed aspramente il caldo
 guerrier represse. Dagli spaldi adunque
 recede alquanto ei s, ma non del tutto,
 ch il cor pur anco gli porgea speranza
 della vittoria, e al suo fedel drappello
 rivoltosi, grid: Licii guerrieri,
 perch l'impeto vostro si rallenta?
 Bench forte io mi sia, solo poss'io
 atterrar questo muro, ed alle navi
 aprir la strada? A me v'unite or dunque,
 ch forza unita tutto vince. - Ei disse,
 e vergognosi rispettando i Licii
 le regali rampogne, s'addensaro
 dintorno al saggio condottier. Dall'altro
 lato gli Argivi nell'interno muro
 rinforzan le falangi, e d'ambe parti
 cresce il travaglio della dura impresa.
 Perocch n il valor degli animosi
 Licii a traverso dell'infranto muro
 alle navi potea farsi la strada,
 n i saettanti Achei dall'occupata
 muraglia i Licii discacciar: ma quale
 in poder che comune abbia il confine,
 fan due villan, la pertica alla mano,
 del limite baruffa, e poca lista
 di terra  tutto della lite il campo:
 cos dei merli combattean costoro,
 e sovra i merli contrastati un fiero
 spezzar si fea di scudi e di brocchieri
 su gli anelanti petti; e molti intorno
 cadean gli uccisi; altri dal crudo acciaro
 nel voltarsi trafitti il tergo ignudo;
 altri, ed erano i pi, da parte a parte
 trapassati le targhe. Da per tutto
 torri e spaldi rosseggiano di sangue
 e troiano ed acheo; n fra gli Achei
 nullo ancor segno si vedea di fuga.
 Siccome onesta femminetta, a cui
 procaccia il vitto la conocchia, in mano
 tien la bilancia, e vi sospende e pesa
 con rigorosa trutina la lana,
 onde i suoi figli sostentar di scarso
 alimento; cos de' combattenti
 equilibrata si tenea la pugna,
 finch l'ora pur venne in che dovea
 spinto da Giove superar primiero
 Ettore la muraglia. Alza ei repente
 la terribile voce, ed, Accorrete,
 grida, o forti Troiani, urtate il muro,
 spezzatelo, gittate alfin le fiamme
 vendicatrici nella classe achea.
 L'udiro i Teucri, ed incitati e densi
 avventrsi ai ripari, e sovra il muro
 montr coll'aste in pugno. Appo le porte
 un immane giacea macigno acuto:
 non l'avran mosso agevolmente due
 de' presenti mortali anche robusti
 per carreggiarlo. A questo di di piglio
 Ettore; ed alto sollevollo, e solo
 senza fatica l'agit; ch Giove
 in man del duce lo rendea leggiero.
 E come nella manca il mandrano
 lieve sostien d'un arte il vello,
 insensibile peso; a questa guisa
 Ettore porta sollevato in alto
 l'enorme sasso, e va dirittamente
 contro l'assito che compatto e grosso
 delle porte muna la doppia imposta,
 da due forti sbarrata internamente
 spranghe traverse, ed uno era il serrame.
 Fattosi appresso, ed allargate e ferme
 saldamente le gambe, onde con forza
 il colpo liberar, percosse il mezzo.
 Al fulmine del sasso sgangherrsi
 i cardini dirotti; orrendamente
 muggr le porte, si spezzr le sbarre,
 si sfracell l'assito, e d'ogni parte
 le schegge ne volr; tale fu il pondo
 e l'impeto del sasso che di dentro
 cadde e pos. Pel varco aperto Ettorre
 si spinse innanzi simigliante a scura
 ruinosa procella. Folgorava
 tutto nell'armi di terribil luce;
 scotea due lance nelle man; gli sguardi
 mettean lampi e faville, e non l'avra,
 quando ei fiero salt dentro le porte,
 rattenuto verun che Dio non fosse.
 Alle sue schiere allor si volse, e a tutte
 comand di varcar l'achea trinciera.
 Obbediro i Troiani; immantinente
 altri il muro salr, altri innondaro
 le spalancate porte. Al mar gli Achivi
 fuggono, e immenso ne segua tumulto.
















 LIBRO DECIMOTERZO.

 Poich Giove appressati ebbe alle navi
 con Ettore i Troiani, ivi in travaglio
 incessante lasciolli: e volti indietro
 i fulgid'occhi a riguardar si pose
 del Trace di cavalli agitatore
 la contrada e de' Misii a stretta pugna
 valorosi guerrieri e de' famosi
 Ippomolghi, giustissimi mortali
 che di latte nudriti a lunga etade
 producono i lor d: n pi di Troia
 dava un guardo alle mura, in s pensando
 che nessun Dio discendere de' Teucri
 o de' Greci in aita oso sarebbe.
 N invan si stava alla vedetta intanto
 il re Nettunno che su l'alte assiso
 selvose cime della tracia Samo
 contemplava di l l'aspro conflitto;
 e tutto l'Ida e Troia e degli Achei
 le folte antenne si vedea davanti.
 Ivi uscito dell'onde egli sedea,
 e del cader de' Greci impietosito
 contro Giove fremea d'alto disdegno.
 Ratto spiccossi dall'alpestre vetta
 e discese. Tremr le selve e i monti
 sotto il piede immortal dell'incedente
 irato Enosigo. Tre passi ei fece,
 e al quarto giunse alla sua meta in Ege,
 ove d'auro corruschi in fondo al mare
 sorgono eccelsi i suoi palagi eterni.
 Qui venuto i veloci oro-criniti
 eripedi cavalli al cocchio aggioga.
 In aurea vesta si ravvolge tutta
 la divina persona, ed impugnato
 l'aureo flagello di gentil lavoro
 monta il carro, e leggier vola su l'onda.
 Dagl'imi gorghi uscite a lui dintorno,
 conoscendo il re lor, l'ampie balene
 esultano, e per gioia il mar si spiana.
 Cos rapide volano le rote
 che dell'asse n pur si bagna il bronzo;
 e gli agili cavalli a tutto corso
 verso le navi achee portano il Dio.
 Fra Tnedo e fra l'aspra Imbro nell'imo
 s'apre dell'alto sale ampia spelonca.
 Qui giunto il nume i corridor sostenne,
 e dal temo gli sciolse, e ristorati
 d'ambrosio cibo, gli allacci di salde
 auree pastoie d'insolubil nodo,
 onde attendean l fermi il redituro
 re lor che al campo degli Achei s'indrizza.
 Una fiamma sembianti o una procella,
 affollati, indefessi, e d'alte grida
 l'aria empiendo i Troiani e furando
 seguon d'Ettore i passi, il cor ripieni
 della speranza d'occupar le navi,
 e tra le navi sterminar gli Achei.
 Ma di Calcante presa la sembianza
 e la gran voce, raccendea Nettunno
 gli argolici guerrieri; e pria rivolto
 agli Aiaci gridava: Ah vi ricordi
 che il campo achivo col valor si salva,
 non col freddo timor. Non io de' Teucri,
 che in folla superr l'alta muraglia,
 le ardite mani agli altri posti or temo,
 ove a tutti terran fronte gli Achei;
 ma qui tem'io d'assai qualche sinistro,
 qui dove questo inviperito Ettorre,
 che del gran Giove si millanta figlio,
 guida i Teucri, e s'avventa come fiamma.
 Ma se in mente a voi pone un qualche iddio
 di contrastargli, e di dar core altrui,
 certo mi fo che lungi dalle navi
 respingerete il suo furor, foss'anco
 lo stesso Giove che gl'infonde ardire.
 Cos parla Nettunno, e collo scettro
 toccandoli ambidue, per le lor membra
 una divina vigora diffuse,
 che tutta alleggerendo la persona
 alle man polso aggiunse, ed ali al piede;
 e ci fatto, spar colla prestezza
 di veloce sparvier, che nella valle
 visto un augello, da scoscesa rupe
 si precipita a piombo su la preda.
 Aiace d'Oilo s'accorse il primo
 del portento; e al figliuol di Telamone
 di subito converso, Amico, ei disse,
 colui che ne parl non egli al certo
  l'indovino augurator Calcante,
 ma qualche dell'Olimpo abitatore
 che ne prese le forme, e ne comanda
 di pugnar per le navi. Agevolmente
 si riconosce un nume, ed io da tergo
 lui conobbi all'incesso appunto in quella
 che si partiva, e me l'avvisa il core
 che di battaglia pi che mai bramoso
 mi ferve in petto s, che mani e piedi
 brillar mi sento del deso di pugna.
 E a me, risponde il gran Telamonde,
 a me pur brilla intorno a questa lancia
 l'audace destra, e il cor mi cresce in seno,
 e l'impulso de' pi sento di sotto
 s, che pur solo d'azzuffarmi anelo
 coll'indomito Ettorre. - Era di questi
 tale il discorso, e tal dell'armi il caldo
 desir che in petto avea lor posto il nume.
 Nettunno intanto degli Achei ridesta
 l'ultime file, che scorate e stanche
 dal marzal travaglio appo i navigli
 prendean respiro, e di gran duol cagione
 era loro il veder che l'alto muro
 avean varcato con tumulto i Teucri.
 Piovea lor dalle ciglia a quella vista
 un largo pianto, di scampar perduta
 ogni speranza. Ma col pronto arrivo
 le ravviv Nettunno; e pria Leto
 e Teucro e Dipro e Penelo
 e Merone e Antloco e Toante,
 tutti eroi bellicosi, inanimando,
 Oh vergogna! esclam, cos combatte
 or dell'argiva gioventude il fiore?
 nel valor delle vostre armi io sperava
 salve le navi: ma se voi la fiera
 pugna cessate, il d supremo  questo
 della nostra caduta. Oh cielo! oh indegno
 spettacolo ch'io veggo, e ch'io non mai
 possibile credea! fino alle navi
 irrompere i Troiani, essi che dianzi
 non eran osi n un momento pure
 far fronte ai Greci, e ne fuggan la possa
 come timide cerve, che vaganti
 per la foresta, e imbelli e senza core
 son di linci, di lupi e leopardi
 l'ingorde canne a satollar serbate.
 Or ecco che lontan dalla cittade
 fino alle navi la battaglia spingono
 colpa del duce Atride e noncuranza
 de' guerrier che con esso incolloriti,
 anzi che a scampo delle navi armarsi,
 trucidar vi si fanno. E nondimeno
 bench l'Atride eroe veracemente
 sia di ci tutto la cagion, per l'onta
 ch'egli fece al Pelde, a noi non lice
 a verun patto abbandonar la pugna.
 Via, s'emendi l'error: le generose
 alme i lor falli a riparar son preste;
 n voi, sendo i pi forti, onestamente
 il valor vostro rallentar potete;
 ned io col vile che pugnar ricusa
 so corrucciarmi, ma con voi mi sdegno
 altamente, con voi che fatti or molli
 ed ignavi e codardi un maggior danno
 vi preparate. In s ciascuno adunque
 il pudor svegli e del disnor la tema.
 Grande  il certame che s'accese: il prode
 Ettore  quegli che le navi assalta,
 e le porte gi ruppe e l'alta sbarra.
 Da questi di Nettunno acri conforti
 incoraggiate le falangi achee
 si strinsero agli Aiaci in s bel cerchio,
 che stupito n'avra Marte e la stessa
 Minerva de' guerrieri eccitatrice.
 Questo fior di gagliardi il duro assalto
 de' Troiani e d'Ettr fermo attendea,
 come siepe stipando ed appoggiando
 scudo a scudo, asta ad asta, ed elmo ad elmo
 e guerriero a guerrier; s che gli eccelsi
 cimier su i coni rilucenti insieme
 confondean l'onda delle chiome equine.
 Cos densati procedean di punta
 contra il nemico questi forti, ognuno
 nella robusta mano arditamente
 bilanciando il suo telo, e di dar dentro
 tutti vogliosi. Fur primieri i Teucri
 stretti insieme a far impeto precorsi
 dall'intrepido Ettr, pari a veloce
 rovinoso macigno che torrente
 per gran pioggia cresciuto da petrosa
 rupe divelse e spinse al basso; ei vola
 precipite a gran salti, e si fa sotto
 la selva risonar; n il corso allenta
 finch giunto alla valle ivi si queta
 immobile. Cos pel campo Ettorre
 seminando la strage, infino al mare
 penetrar minacciava, e senza intoppo
 fra le navi cacciarsi e fra le tende.
 Ma come a fronte ei giunse della densa
 falange s'arrest, vano vedendo
 di spezzarla ogni mezzo: e di rincontro
 l'appuntr colle lance e colle spade
 s fieri i figli degli Achei, che a forza
 l'allontanr. Respinto ei diede addietro,
 ed alto a' suoi grid: Troiani, e Licii
 e Dardani, deh voi fermo tenete;
 ch, bench denso, lo squadron nemico
 non sosterrammi a lungo, e all'urto io spero
 della mia lancia piegher, se invano
 non eccitommi il pi possente Iddio,
 l'altitonante di Giunon marito.
 Di ciascuno destr la lena e il core
 queste parole. Allor di Priamo il figlio
 con grande ardir Dfobo si mosse,
 e davanti portandosi lo scudo
 che tutto il ricopriva, a lento passo
 s'avanz. Meron di mira il prese
 colla fulgida lancia, e in pieno il colse
 nello scudo taurin, ma di forarlo
 non gli successe, ch alla prima falda
 l'asta si franse. Paventando il telo
 del bellicoso Meron, dal petto
 discostossi Dfobo il brocchiero,
 e l'argolico eroe vista spezzarsi
 la lancia, e tolta la vittoria, irato
 si ritrasse fra' suoi, quindi lunghesso
 le navi ei corse alla sua tenda in cerca
 d'un riposto lancion. La pugna intanto
 cresce, ed immenso si solleva il grido.
 Il Telamnio Teucro innanzi a tutti
 Imbrio distese, acerrimo guerriero,
 cui Mentore di ricche equestri razze
 possessor gener. Tenea costui
 pria dell'arrivo degli Achei suo seggio
 in Pedo, disposata la leggiadra
 Medesicaste, del troiano Sire
 spuria figliuola. Ma venuti i Greci
 rivenne ad Ilio ei pure, e fra' Troiani
 distinto di valor nelle regali
 case abitava, e il re tenealo in pregio
 del par che i figli. A costui l'asta infisse
 sotto l'orecchio il buon Telamonde,
 e tosto ne la svelse. Imbrio cado
 a frassino siml, che su la cima
 d'una montagna da lontan veduta
 reciso dalla scure al suolo abbassa
 le sue tenere chiome; cos cadde
 riverso, e l'armi gli sonr dintorno.
 Di rapirle bramoso immantinente
 Teucro accorse: ma pronto in lui diresse
 la fulgid'asta Ettr. L'altro che a tempo
 del colpo s'avvis, scansollo alquanto,
 ed in sua vece lo raccolse in petto
 il figliuol dell'Attoride Cteato
 Amfimaco, che appunto in quel momento
 entrava nella mischia. Strepitoso
 ei cadde, e sopra gli ton l'usbergo.
 A levar del magnanimo caduto
 dalla fronte il bell'elmo Ettore vola,
 ma d'Aiace l'aggiunse il fulminato
 splendido telo, che l'ettoreo petto
 non offese egli, no (ch tutto quanto
 era nel ferro orribilmente chiuso),
 ma di tal forza gli percosse il colmo
 dello scudo, che pur lo risospinse,
 s che scostarsi fu mestier dall'uno
 cadavere e dall'altro, ed agli Achivi
 abbandonarli. Amfimaco fra' suoi
 fu ritratto da Stichio e Menesto
 Ateni condottieri; Imbrio da' forti
 Aiaci, simiglianti a due leoni
 che tolta al dente di gagliardi cani
 una capra talor, fra i densi arbusti
 la portano del bosco alta da terra
 nell'orrende mascelle. A questa guisa
 sublime fra le braccia i due guerrieri
 d'Imbrio la salma ne portaro, e a lui,
 trattegli l'armi, il figlio d'Oilo,
 della morte d'Amfimaco sdegnoso,
 mozza la testa fe' volar dal busto;
 indi fra i Teucri la gitt rotata
 come lubrico globo, e al pi d'Ettorre
 la travolse sanguigna nella polve.
 Non fu senz'alto di Nettun disdegno
 d'Amfimaco la morte al Dio nipote.
 Risoluto in suo cor de' Teucri il danno,
 fra le navi e le tende il corruccioso
 nume avvossi ad animar gli Achivi.
 Scontrollo Idomeno, che appunto in quella
 un amico lasciava a lui poc'anzi
 fuor della pugna dai compagni addutto
 e ferito al ginocchio. Ai medicanti
 commessane la cura il re cretese
 da quella tenda si parta, pur sempre
 desideroso di battaglia. Ed ecco
 (preso il volto e la voce di Toante
 d'Andremone figliuol, che di Pleurone
 e dell'eccelsa Calidon signore
 agli Etoli imperava, e al par d'un nume
 lo rivera la gente), ecco Nettunno
 farglisi innanzi, e dire: Idomeno
 consiglier de' Cretesi, ove n'andaro
 le minacciate ai Teucri alte minacce
 da' figli degli Achei? - Nullo qui manca
 al suo dover, rispose il gnossio duce,
 nullo, per mio sentire, e sappiam tutti
 pugnar. Nessun da vil tema  preso,
 nessun fiaccato da desidia fugge
 l'affanno marzal. Ma del possente
 Giove quest' la fantasia, che lungi
 dalla patria perire inonorati
 qui debbano gli Achei. Ma tu che fosti
 sempre un forte, o Toante, e altrui se' uso
 destar coraggio, se allentar lo vedi,
 segui a farlo, e rinfranca ogni guerriero.
 Possa da Troia, replic Nettunno,
 non si far pi ritorno, e qui de' cani
 rimanersi sollazzo, ognun che cerchi
 in questo giorno abbandonar la pugna.
 Va, ti rarma, e vieni, e tenteremo,
 bench due soli, di far tale un fatto
 ch'utile torni. La congiunta forza
 pur degl'imbelli  di momento, e noi
 ancor co' prodi guerreggiar sappiamo.
 Disse, e mischiossi il Dio nel travaglioso
 mortal conflitto. Rentr veloce
 nella sua tenda Idomeno, di belle
 armi vestissi tutto quanto, e tolte
 due lance s'avv, simile in vista
 alla corrusca folgore che Giove
 vibra dall'alto a sgomentar le genti,
 e di lucidi solchi il ciel lampeggia;
 cos splendea l'acciaro intorno al petto
 del frettoloso eroe. Lungi di poco
 dalla tenda scontrollo il suo fedele
 Meron, che vena d'altr'asta in cerca.
 Figlio di Molo, Idomeno gli disse,
 ove corri s ratto? e perch lasci,
 diletto amico Meron, la pugna?
 Se' tu forse ferito, e qualche punta
 ti tormenta di strale? od a recarmi
 qualche avviso ne vieni? Andiam, ch'io stesso
 non di riposi, ma di pugna ho brama.
 Vengo, rispose Meron, d'un'asta
 a provedermi, Idomeno, se alcuna
 te ne rimase al padiglion. La mia
 alla scudo la ruppi del feroce
 Dfobo. - Non una, il re riprese,
 ma venti, se le brami, alla parete
 ne troverai poggiate entro la tenda,
 tutte belle e troiane e da me tolte
 ad uccisi nemici. Io li combatto
 sempre dappresso, e cos d'aste io feci
 e d'elmetti e di scudi ombelicati
 e di lucidi usberghi un tanto acquisto.
 Ed io pur nella tenda e nella nave
 ho molte spoglie de' Troiani in serbo,
 soggiunse Meron; ma lungi or sono.
 E neppur io mi spero in obblanza
 aver posto il valor; ch anch'io ne' campi
 della gloria so starmi in mezzo ai primi,
 quando di Marte la tenzon si desta.
 Forse al pi degli Achei mal noto in guerra
  il mio valor, ma tu il conosci, io spero.
 S, lo conosco, Idomeno riprese,
 ma che ridirlo or tu? L'agguato  il campo
 ove in sua chiarit splende il coraggio,
 e dal codardo si discerne il prode.
 Color cangia il codardo, e il cor mal fermo
 non gli permette di tenersi immoto
 un solo istante; mancagli il ginocchio,
 sul calcagno s'accascia, e immaginando
 vicino il suo morir, l'alma nel seno
 palpita e trema dibattendo i denti.
 Ma collocato nell'insidia il forte
 n cor cangia n volto, e della zuffa
 il momento sospira. E a noi tenuti
 tra' pi gagliardi, se l'andar ne tocchi
 d'un agguato al periglio, a noi pur anco
 e del tuo braccio e del tuo cor palese
 si fara la virt. Se nella pugna
 fia che ti colga un qualche telo, al certo
 il tergo no ma piagheratti il petto,
 e diritto corrente all'inimico,
 e tra' primieri avvolto, e nel pi denso
 della battaglia. Ma non pi parole;
 onde a caso qualcun sopravvenendo
 di vanitosi cianciatori a dritto
 non ci getti rampogna. Ors, t'affretta
 nella tenda, e una forte asta ti piglia.
 Disse, e l'altro vol, prese veloce
 una ferrata lancia, e la battaglia
 anelando, raggiunse Idomeno.
 Qual s'avanza al conflitto il sanguinoso
 nume dell'armi, e suo diletto figlio
 l'accompagna il Terror che audace e forte
 anco i pi fermi fa tremar; l'orrenda
 coppia lasciati della Tracia i lidi
 va degli Efri a guerreggiar le genti
 o i magnanimi Flegii, e non ascolta
 pi quei che questi, ancor dubbiando a cui
 la vittoria invar; tali nel ferro
 lampeggianti procedono alla pugna,
 condottieri di prodi, Idomeno
 e Merone, che primier dicea:
 Da qual parte in battaglia entrar t'aggrada,
 o Deucalde valoroso? a destra
 o pur nel centro? o sosterrem pi tosto
 la sinistra? Gli  quivi, a mio parere,
 che di soccorso ai nostri  pi mestiero.
 Il centro ha buoni difensor, rispose
 il re di Creta, ha l'uno e l'altro Aiace
 e il pi prestante saettier de' Greci
 Teucro, gagliardo combattente insieme
 a pi fermo. Daran questi ad Ettorre,
 per audace ch'ei sia, molto travaglio
 nella fervida mischia, e costar caro
 gli faranno il tentar di superarne
 l'invitta forza, e i minacciati legni
 colle fiamme assalir, se pur lo stesso
 Giove non scenda colle proprie mani
 a gittarvi gl'incendii. A mortal uomo
 che sia di frutto cereal nudrito,
 e cui possa del ferro o delle pietre
 il colpo volar, non fia che mai
 il grande Aiace Telamnio ceda,
 non allo stesso violento Achille
 che di corso bens, ma fior nol vince
 nel pugnar di pi fermo. Or noi del campo
 rivolgiamci alla manca, e vediam tosto
 se darem gloria ad altri, od altri a noi.
 Volr, ci detto, alla prefissa meta.
 I Troiani, veduto Idomeno
 come vampa di foco alla lor volta
 col suo scudier venirne, orrendo ei pure
 di scintillanti arnesi, inanimando
 s medesmi a vicenda, ad incontrarli
 mossero tutti di conserto. Allora
 surse avanti alle poppe aspro conflitto.
 A quella guisa che ne' caldi giorni,
 quando copre le vie la molta polve,
 s'alza turbo di vento che solleva
 sibilando di sabbia una gran nube;
 tali ardendo nel cor di porsi a morte
 co' ferri acuti, s'attaccr le schiere.
 Irto era tutto il campo (orrida vista!)
 di lunghe aste impugnate, e il ferreo lampo
 degli usberghi, degli elmi e degli scudi
 tutti in confuso folgoranti e tersi
 facea barbaglio agli occhi; e stato ei fra
 ben audace quel cor che vista avesse
 tranquillo e lieto la crudel contesa.
 Cos divisi di favor li due
 possenti figli di Saturno, acerbe
 ordan gravezze ai combattenti eroi.
 Di qua Giove ai Troiani e al forte Ettorre
 la vittoria desa; non ch'egli intero
 voglia lo scempio della gente achea,
 ma sol quanto a innalzar del grande Achille
 basti la gloria ed onorar la madre:
 di l furtivo da' suoi gorghi uscito
 Nettunno infiamma colla da presenza
 degli Argivi il coraggio, e del vederli
 domi dai Teucri doloroso freme
 contro Giove di sdegno. Una  d'entrambi
 l'origine divina e il nascimento:
 ma nacque Giove il primo, e pi sapea.
 Quindi il minor fratello alla scoperta
 oso non era d'aitarli, e solo
 celatamente ed in sembianza umana
 infondea loro ardire. A questo modo
 l'un nume e l'altro agli uni e agli altri iniqua
 d'aspre discordie ordiro una catena
 che n spezzare si potea n sciorre,
 e che stese di molti al suol la forza.
 Quantunque sparso di canizie il crine,
 con vigor fresco allora Idomeno,
 fatto ai Greci coraggio, i Teucri assalse,
 e sbaragliolli, ucciso Otrono.
 Di Cbeso poc'anzi era costui
 venuto al grido della guerra, e a sposa
 la pi bella chiedea, senza dotarla,
 delle fanciulle prame, Cassandra;
 e l'alta impresa di scacciar da Troia
 lor malgrado gli Achivi impromettea.
 Gli avea di questo intenzon gi data
 il re vecchio e l'assenso, ed animato
 dalle promesse il vantator pugnava
 arditamente, ed incedea superbo.
 Colla fulgida lancia Idomeno
 l'adocchi, lo colp, gl'infisse il telo
 in mezzo all'epa dalle piastre invano
 del torace difesa. Alto fragore
 di cadendo il guerriero, e l'insultando
 il vincitor s disse: Otrono,
 se tutte che tu festi al re troiano
 alte promesse adempirai, su tutti
 i mortali pur io terrotti in pregio.
 Priamo la figlia ti promise, e noi
 altra sposa t'offriam, la pi leggiadra
 delle figlie d'Atride, e lei qui tosto
 farem d'Argo venir, a questo patto
 che tu di Troia ad espugnar n'aiti
 la superba citt. Dunque ne segui,
 onde alle navi contrattar le nozze,
 e suoceri n'avrai larghi e cortesi.
 S dicendo, per mezzo alla battaglia
 strascinollo d'un piede. A vendicarlo
 avanzossi pedon nanzi al suo carro
 Asio, e anelanti al tergo gli guidava
 il fido auriga i corridor. Mentr'egli
 a ferir d'un bel colpo Idomeno
 tutto intende il suo cor, questi il prevenne
 e la lancia gli spinse nella gola
 sotto il mento, e passolla. Asio cado
 siccome quercia o pioppo od alto pino
 cui sul monte taglir con raffilate
 bipenni i fabbri a nautic'uso. Ei giacque
 lungo a terra disteso innanzi al cocchio,
 e digrignava i denti, e colle mani
 strignea rabbioso la cruenta polve.
 Smarr l'auriga il cor, n per sottrarsi
 alla man de' nemici addietro osava
 dar volta al cocchio. Il giunse in quello stato
 Antloco coll'asta, e in mezzo al ventre
 lo trivell, che nulla lo difese
 l'interzata lorica. Ei dal bel carro
 riversossi anelante, ed ai cavalli
 dato di piglio il vincitor, dai Teucri
 li sospinse agli Achei. D'Asio caduto
 Dfobo dolente colla picca
 si strinse addosso al re di Creta, e trasse.
 Previde il colpo, e curvo Idomeno
 sotto il grand'orbe si raccolse tutto
 dello scudo taurin che di fulgente
 ferro il contorno e doppia avea la guiggia.
 Riparato da questo egli la punta
 schiv dell'asta ostil che sorvolando
 veloce delib nel suo trascorso
 lo scudo, e secco risonar lo fece.
 N indarno usc dalla man forte il telo,
 ma l'Ippaside Ipsnore percosse
 sotto i precordi, e l'atterr. Gran vanto
 si di sul morto l'uccisor, gridando:
 Asio non giace inulto, e alle tremende
 porte scendendo di Pluton mi spero
 fia del compagno, ch'io gli do, contento.
 Contrist degli Achei quel vanto i petti,
 d'Antloco su gli altri il bellicoso
 cor ne fu tocco; n lasci per questo
 in abbandon l'amico, anzi accorrendo
 lo copr dello scudo, e lo protesse
 s che Alastorre e Mecisto, due cari
 dall'estinto compagni, in su le spalle
 recarselo potero ed alle navi
 trasportarlo, mettendo alti lamenti.
 Non rallentava Idomeno frattanto
 il magnanimo core, e vie pi sempre
 l'infiammava la brama o di coprire
 qualche Troiano dell'eterna notte,
 o far di sua caduta egli medesmo
 risonante il terren, sol che de' Greci
 allontani l'eccidio. Era fra' Teucri
 un caro figlio d'Esta, il prode
 Alcato, gi consorte alla maggiore
 delle figlie d'Anchise Ippodama,
 che al genitor carissima e alla madre
 onoranda matrona, ogni compagna
 vincea di volto e di prudenza, esperta
 in tutte l'arti di Minerva; ond'ella
 d'un de' pi chiari fra gli eroi fu sposa
 di quanti Ilio n'avea nel suo gran seno.
 Ma sotto la cretense asta domollo
 Nettunno; e prima gli annebbi le luci,
 poi per le belle membra gli diffuse
 tale un torpor, che n fuggirsi addietro
 n scansarsi potea, ma immoto e ritto
 come colonna o pianta alto chiomata
 stavasi; e tale lo colp nel petto
 d'Idomeno la lancia, e la lorica,
 della persona inutile difesa,
 gli trafor. Di un rauco e sordo suono
 il lacerato usbergo; strepitoso
 Alcato cadde, e il battere del core
 fe' la cima tremar dell'asta infissa,
 ch'ivi alfin tutta si quet. Superbo
 del gloroso colpo Idomeno
 alto sclam: Dfobo, e' ti sembra
 che ben s'adegui con tre morti il conto
 d'un solo? Inane fu il tuo vanto, o folle.
 Viemmi a fronte e vedrai qual io mi vegna
 qui rampollo di Giove. Ei primo ceppo
 Minosse gener giusto di Creta
 conservator, Minosse il generoso
 Deucalone, e questi me nell'ampia
 Creta di molto popolo signore;
 ed ora a Troia mi portr le navi
 a te fatale e al padre e a tutti i Teucri.
 Stette all'acre parlar fra due sospeso
 Dfobo, se in cerca retroceda
 d'un valoroso che l'aiuti, o s'egli
 si cimenti pur solo. In tal pensiero
 ir d'Anchise al figliuol gli parve il meglio,
 e negli estremi lo trov del campo
 stante e il cor roso di perpetuo cruccio,
 perch lui, che tra' prodi avea gran fama,
 inonorato il re troian lasciava.
 Venne a lui dunque, e cos disse: Enea
 chiaro de' Teucri capitan: se cura
 de' congiunti ti tocca, il tuo cognato
 esanime soccorri. Andiam, la morte
 vendichiam d'Alcato che un d marito
 di tua sorella t'educ bambino,
 e ch'or d'Idomeno l'asta ti spense.
 Si commosse l'eroe racceso il petto
 del deso della pugna, ed alla volta
 d'Idomeno vol. N gi si volse
 come fanciullo in fuga il re cretese,
 ma fermo stette ad aspettarlo. E quale
 cinghial che sente le sue forze, aspetta
 in solitario loco alla montagna
 de' cacciator la turba: alto sul dosso
 arriccia il pelo, e una terribil luce
 lampeggiando dagli occhi i denti arruota,
 di sbaragliar le torme impazente
 degli uomini e de' cani: in tal sembianza
 fermo si stava Idomeno, l'assalto
 aspettando d'Enea. Pur volto a' suoi,
 Asclafo chiamonne ed Afaro
 e Dipro e Merone e Antloco
 mastri di guerra, e gl'incit con queste
 ratte parole: Amici, a darmi assalto
 corre il figlio d'Anchise: egli  di stragi
 operator gagliardo, e ci che forma
 il maggior nerbo, ha pur degli anni il fiore.
 Io son qui solo, n del par la fresca
 giovent mi sorride. Ove ci fosse,
 con questo cor qui tosto gloroso
 o lui mia morte, o me la sua farebbe.
 Disse, e tutti gli fur concordi al fianco
 con gl'inclinati scudi. Enea dall'altra
 parte eccitando i suoi compagni appella
 Dfobo a soccorso e Pari e il divo
 Agnore, che tutti eran con esso
 condottieri de' Teucri, e li segua
 molta man di guerrieri, a simiglianza
 di pecorelle che dal prato al fonte
 van su la traccia del lanoso duce,
 e ne gode il pastor; tale d'Enea
 pel seguace squadron l'alma gioisce.
 Colle lungh'aste intorno ad Alcato
 s'azzuffr questi e quelli. Intorno ai petti
 orribilmente risonava il ferro
 de' combattenti, e due guerrier famosi
 d'Anchise il figlio e il regnator di Creta
 pari a Marte ambedue con dispietato
 ferro a vicenda di ferirsi han brama.
 Trasse primiero Enea, ma visto il colpo,
 l'avversario schivollo, e tremolante
 al suol s'infisse la dardania punta
 invan fuggita dalla man robusta.
 Idomeno percosse a mezzo il ventre
 Enmao. Spezz l'asta l'incavo
 della corazza, e gl'intestini incise,
 s ch'egli cadde nella polve, e strinse
 colle pugna il sabbion. Svelse dal morto
 la lancia il vincitor, ma le bell'armi
 rapirgli non poteo, ch degli strali
 l'opprimea la tempesta, e non avea
 salde al correr le gambe e al ripigliarsi
 l'asta scagliata, ed a schivar l'ostile.
 Quindi a pi fermo ei ben sapea per anco
 la morte allontanar, ma dal conflitto
 mal nel bisogno sottraealo il piede.
 Dfobo che caldo il cor di rabbia
 sempre in lui mira, vistolo ritrarsi
 a lenti passi, gli avvent, ma indarno
 pur questa volta, il telo che veloce
 via trasvolando Asclafo raggiunse
 prole di Marte, e all'omero il trafisse.
 Ei cadde, e steso brancic la polve:
 n del caduto figlio allor veruna
 ebbe notizia il volento Iddio,
 che dal comando di Giove impedito
 stava in quel punto su le vette assiso
 dell'Olimpo, e il copra d'oro una nube
 misto agli altri Immortali a cui vietato
 era dell'armi il sanguinoso ludo.
 Una pugna crudel sul corpo intanto
 d'Asclafo incomincia. Al morto invola
 Dfobo il bell'elmo; e Merone
 tale sul braccio al rapitor disserra
 di lancia un colpo, che di man gli sbalza
 risonante al terren l'aguzzo elmetto.
 E qui di nuovo Meron scagliossi
 come fiero avoltoio, e dal nemico
 braccio sconfitta dell'astil la punta
 si ritrasse tra' suoi. Corse al ferito
 il suo german Polte, e per traverso
 l'abbracciando il cav dal rio conflitto,
 ed in parte venuto ove l'auriga
 lungi dall'armi co' cavalli il cocchio
 in pronto gli tenea, questi il portaro
 gemente, afflitto e per la fresca piaga
 tutto sangue la mano alla cittade.
 Cresce intanto la pugna e al ciel ne vanno
 immense grida. Enea d'asta colpisce
 nella gola Afaro Caletorde
 che l'investa di fronte. Riversossi
 dall'altra parte il capo, e n'andr seco
 l'elmo e lo scudo, e lui la morte avvolse.
 Visto Toone che volgea le terga,
 Antloco l'assalta, e al fuggitivo
 netta incide la vena che pel dosso
 quanto  lungo scorrendo al collo arriva,
 netta l'incide, e resupino ei casca
 nella sabbia, stendendo a' suoi compagni
 ambe le mani. Gli fu ratto addosso
 Antloco, e dell'armi il dispogliando
 gli occhi ai Teucri tenea, che d'ogni parte
 serrandolo, il lucente ampio pavese
 gli tempestan di dardi, e mai veruno
 di tanti teli disfiorar del figlio
 di Nestore il gentil corpo potea,
 ch da tutti il guardava attentamente
 l'Enosigo Nettunno. Ed il guerriero,
 non che ritrarsi dai nemici, sempre
 coll'asta in moto s'avvolgea fra loro
 pronto a ferir da lungi e da vicino.
 Mentre in cor volge nuovi danni, il vede
 l'Asade Adamante, e in lui repente
 impeto fatto colla lancia il fere
 a mezza targa. Preserv del Greco
 la vita il nume dalle chiome azzurre,
 e spezz le nemica asta che mezza
 rimase infissa nello scudo a guisa
 d'adusto palo, e mezza giacque a terra.
 Diede addietro a tal vista il feritore
 salvandosi fra' suoi. Ma Merone
 spinse l'asta nel ventre al fuggitivo
 fra l'umbilico e il pube, ove del ferro
  mortal la ferita, e lo confisse.
 Cadde il confitto su la lancia, e tutto
 si contorcea qual bue, cui di ritorte
 funi annodato su pel monte a forza
 strascinano i bifolchi, e tale anch'egli
 si dibattea; ma il suo penar fu breve:
 ch tosto accorse Merone, e svelta
 l'asta dal corpo, l'acchet per sempre.
 Grande e battuta su le tracie incudi
 alza Eleno la spada, ed alla tempia
 Dpiro fendendo gli dirompe
 l'elmo, e dal capo glielo sbalza in terra.
 Ruzzol risonante la celata
 fra le gambe agli Achivi, e fu chi tosto
 la raccolse: ma negra eterna notte
 Dpiro coperse. Addolorato
 del morto amico il buon minore Atride,
 contro il regale eroe che a morte il mise,
 minaccioso avanzossi, alto squassando
 l'acuta lancia; ed Eleno a rincontro
 l'arco tese. Affrontrsi ambo i guerrieri,
 bramosi di vibrar quegli la picca,
 questi lo strale. Saett primiero
 di Priamo il figlio, e colp l'altro al petto
 nel cavo del torace. Il rio quadrello
 via vol di risalto, e a quella guisa
 che per l'aia agitato in largo vaglio
 al soffiar dell'auretta ed alle scosse
 del vagliator sussulta della bruna
 fava o del cece l'arido legume;
 dall'usbergo cos di Menelao
 result risospinto il dardo acerbo.
 Di risposta l'Atride al suo nemico
 fer la man che il liscio arco strignea,
 e all'arco stesso la confisse. In salvo
 retrocesse fra' suoi tosto il ferito,
 cui penzolava dalla man l'infisso
 frassneo telo. Glielo svelse alfine
 il generoso Agnore, e la piaga
 destramente fasci d'una lanosa
 fionda che pronta il suo scudier gli avea.
 Al tronfante Atride si converse
 Pisandro allor di punta, e negro fato
 a cader lo spigneva in rio certame
 sotto i tuoi colpi, o Menelao. Venuti
 ambo all'assalto, gitt l'asta in fallo
 il figliuolo d'Atro. Colse Pisandro
 lo scudo ostil, ma non passollo il telo
 dalla targa respinto e nell'estrema
 parte spezzato; nondimen gioinne
 colui nel core, e vincitor si tenne.
 Tratto il fulgido brando, allor l'Atride
 avventossi al nemico, e questi all'ombra
 dello scudo impugn ferrata e bella
 una bipenne, nel polito e lungo
 manico inserta di silvestre olivo.
 Mossero entrambi ad un medesmo tempo.
 Al cono dell'elmetto irto d'equine
 chiome sotto il cimier Pisandro indarno
 la scure dechin; l'altro lui colse
 nella fronte, e del naso alla radice.
 Crepit l'osso infranto, e sanguinosi
 gli cascr gli occhi nella polve al piede.
 Incurvossi cadendo, e Menelao
 d'un pi calcato dell'ucciso il petto,
 l'armi n'invola, e gloroso esclama:
 Ecco la via per cui de' bellicosi
 Dnai le navi lascerete alfine,
 perfidi Teucri ognor di sangue ingordi.
 Vi fu poco l'aver, malvagi cani,
 con altra fellonia, con altre offese
 volati i miei lari, e del tonante
 Giove ospital sprezzata la tremenda
 ira che un giorno sveller dal fondo
 l'alta vostra citt; poco il rapirmi
 una giovine sposa e assai ricchezza
 da nulla ingiuria offesi, anzi a cortese
 ospizio accolti e accarezzati. Or anco
 deso vi strugge di gittar nel mezzo
 delle navi le fiamme, e degli achivi
 eroi far scempio. Ma verr chi ponga
 vostro malgrado a furor tanto il freno.
 Giove padre, per certo uomini e Dei
 di saggezza tu vinci, e nondimeno
 da te vien tutto s nefando eccesso,
 da te de' Teucri difensor, di questa
 sempre d'oltraggi e d'ingiustizie amica
 razza iniqua che mai delle rie zuffe
 di Marte non si sbrama. Il cor di tutte
 cose alfin sente saziet, del sonno,
 della danza, del canto e dell'amore,
 piacer pi cari che la guerra; e mai
 sazi di guerra non saranno i Teucri?
 Tolse l'armi, ci detto, a quell'estinto
 di sangue asperse; e come in man rimesse
 l'ebbe dei suoi, di nuovo all'inimico
 volse la faccia nelle prime file.
 Fiero l'assalse allor di Pilimne
 il figlio Arpalon, che il suo diletto
 padre alla guerra accompagn di Troia
 per non mai pi redire al patrio lido.
 S'avanz, fulmin l'asta nel colmo
 dello scudo d'Atride; e senza effetto
 visto il suo colpo, s'arretr salvando
 fra' suoi la vita, e d'ogni parte attento
 guatando che nol giunga asta nemica.
 Ed ecco dalla man di Merone
 una freccia volar che al destro clune
 colse il fuggente, e sotto l'osso accanto
 alla vescica penetr diritto.
 Caduto sul ginocchio egli nel mezzo
 de' cari amici spirando giacea
 steso al suol come verme, e in larga vena
 il sangue sul terren facea ruscello.
 Gli fur dintorno con pietosa cura
 i generosi Paflagoni, e lui
 collocato sul carro alla cittade
 conducean dolorando. Iva con essi
 tutto in lagrime il padre, e dell'ucciso
 figlio nessuna il consol vendetta.
 Pel morto Arpalon forte crucciossi
 Paride, che cortese ospite l'ebbe
 fra' Paflagoni un tempo, e dalla cocca
 sfren di ferrea punta una saetta.
 Era un certo Euchenr, dell'indovino
 Polide figliuol, uom prode e ricco
 e di Corinto abitator, che appieno
 del reo suo fato istrutto, avea di Troia
 veleggiato alle rive. A lui sovente
 detto aveva il buon veglio Polide
 che d'atro morbo nel paterno tetto,
 o di ferro troiano egli morrebbe
 fra le argoliche navi: e pi che morte,
 di tetra infermit l'aspro martre
 e degli Achei lo spregio egli temette.
 Di Paride lo stral colse costui
 sotto l'orecchio alla mascella, e tosto
 l'abbandon la vita, ed un orrendo
 perpetuo buio gli copr le luci.
 In questa guisa ardea la pugna, e ancora
 il diletto di Giove alto guerriero
 Ettore intesa non avea la strage
 che di sue genti segue alla sinistra
 della battaglia, e che omai piega il volo
 la vittoria agli Achei; tale  l'impulso,
 tale il nerbo e l'ardir di che furtivo
 li soccorre Nettunno. A quella parte
 stavasi Ettorre, ov'egli avea da prima
 le porte a forza superato e il muro,
 e rotte degli Achei le dense file.
 Ivi d'Aiace e di Protesilao
 coronavan le navi al secco il lido;
 e perch da quel lato era pi basso
 edificato il muro, ivi pi forte
 de' cavalli e de' fanti era la pugna.
 Ftii, Beozi, Locresi, e colle lunghe
 lor tuniche gl'Ionii e i chiari Epei
 ivi eran tutti, e tutti a tener lungi
 dalle navi d'Ettorre la rovina
 opravano le mani; e tanti insieme
 a rintuzzar dell'infiammato eroe
 non bastano la furia. Il fior d'Atene
 stassi alle prime file, ed il Petde
 Menesto li conduce, aiutatori
 Stichio, Fida e Bante. E' degli Epei
 duce Megete e Dracio ed Amfone;
 de' Ftii Medonte e il pugnator Podarce,
 Podarce nato del Filcio Ificlo,
 Medonte d'Oilo bastarda prole
 e d'Aiace fratel, che dal paterno
 suolo esulando in Flace abitava,
 messo a morte il german della matrigna
 Eropide d'Oilo mogliera.
 Degli eletti di Ftia questi alla testa
 giunti ai Beozi difendean le navi.
 Aiace d'Oilo mai sempre al fianco
 del Telamnio combattea. Siccome
 due negri buoi d'una medesma voglia
 nella dura maggese il forte aratro
 traggono, e al ceppo delle corna intorno
 largo rompe il sudor, mentre dal solo
 giogo divisi per lo solco eguali
 stampano i passi, e dietro loro il seno
 si squarcia della terra; a questa immago
 pugnavano congiunti i duo guerrieri.
 Molta e gagliarda giovent seguiva
 il Telamnio; e quando la fatica
 e il sudor lo fiaccava, i suoi compagni
 il grave scudo ne prendean. Ma i Locri,
 a cui poco durar solea l'ardire
 nella pugna a pi fermo, d'Oilo
 l'audace figlio non seguan. Costoro
 non elmi avean d'equino crine ondanti,
 n tondi scudi, n frassnee lance,
 ma d'archi solo armati e di ben torte
 lanose fionde ad Ilio il seguitaro,
 e da quest'archi e queste fionde in campo
 scagliavano la morte, e de' Troiani
 le falangi rompean. Per questo modo,
 mentre gli Aiaci nella prima fronte
 di bell'arme precinti alla ruina
 del fiero Ettr fann'argine, al lor tergo
 nascosti i Locri saettando sempre
 e frombolando, le ordinanze tutte
 turban de' Teucri omai smarriti e rotti.
 D'alta strage percossi allora i Troi
 da navi e tende si saran ritratti
 al ventoso Ilon, se non volgea
 all'animoso Ettr queste parole
 Polidamante: Ettorre, ai saggi avvisi
 tu mal presti l'orecchio. E perch Giove
 alto ti diede militar favore,
 vuoi tu forse per questo agli altri ir sopra
 di prudenza e consiglio? Ad un sol tempo
 tutto aver tu non puoi. Di Giove il senno
 largisce a questi la virt guerriera,
 l'arte a quei della danza, ad altri il suono
 e il canto delle muse, ad altri in petto
 pon la saggezza che i mortai governa
 e le citt conserva; e snne il prezzo
 chi la possiede. Or io dir l'avviso
 che mi sembra il miglior. Per tutto, il vedi,
 ti cinge il fuoco della guerra. I Teucri,
 con magnanimo ardir passato il muro,
 parte coll'armi gi dan volta, e parte
 pugnano ancor, ma pochi incontro a molti,
 e spersi tutti fra le navi. Or dunque
 tu ti ritraggi alquanto, e tutti aduna
 qui del campo i migliori, e delle cose
 consultata la somma, si decida
 se delle navi ritentar si debba
 l'assalto, ove pur voglia un qualche iddio
 darne alfin la vittoria, o se pi torni
 l'abbandonarle illesi. Il cor mi turba
 un timor che non paghi oggi il nemico
 il debito di ieri. In quelle navi
 posa un guerrier terribile, che all'armi
 per mia credenza desterassi in breve.
 Piacque ad Ettorre il salutar consiglio,
 e d'un salto gittandosi dal carro
 grid: Polidamante, i pi gagliardi
 tu qui dunque rattien, ch'io l ne vado
 a raddrizzar la pugna, e dato ai nostri
 buon ordine, far pronto ritorno.
 Disse, e ratto part con elevato
 capo, sembiante ad un'eccelsa rupe,
 e volando chiamava alto de' Teucri
 e delle schiere collegate i duci,
 che tosto, udita dell'eroe la voce,
 alla volta correan del Pantode
 Polidamante del valore amico.
 Di Dfobo intanto e del regale
 Eleno e dell'Asade Adamante
 e dell'Irtacid'Asio iva per tutto
 qua e l tra i primi combattenti Ettorre
 dimandando e cercando. Alfin gli avvenne
 di ritrovarli, ma non tutti illesi
 n tutti in vita, ch domati alcuni
 dal ferro acheo giacean nanti alle poppe
 cadaveri deformi, altri tra il muro
 languan feriti di diverso colpo.
 Dell'orrendo conflitto alla sinistra
 vide egli poscia della bella Argiva
 lo sposo rapitor che i suoi compagni
 confortava alla pugna. Gli fu sopra,
 e acerbe gli ton queste parole:
 Ahi funesto di donne ingannatore,
 che di bello non porti altro che il viso,
 Dfobo dov'? dove son l'armi
 d'Eleno, d'Asio, d'Adamante? dove
 Otrono? Dal sommo ecco gi tutto
 il grand'Ilio precipita, e te pure
 l'ultimo danno, o sciagurato, aspetta.
 E il bel drudo a rincontro: Ettore, a torto
 tu mi rampogni. In altri tempi io forse
 un trascurato mi mostrai, non oggi.
 La madre un vile non mi fe'. Dal punto
 che il conflitto attaccasti appo le navi,
 da quel punto qui fermo e senza posa
 con gli Achei mi travaglio. I valorosi
 di che tu chiedi, caddero. Due soli
 Dfobo ed Elno ambi alla mano
 feriti si partr, sottratti a morte
 certo da Giove. Or dove il cor ti dice,
 guidami: io pronto seguirotti, e quanto
 potran mie forze, ti far, mi spero,
 il mio valor palese. Oltre sua possa,
 bench abbondi il voler, nessuno  forte.
 Piegr quei detti del fratello il core,
 e di conserva entrambi ove pi ferve
 la mischia s'avvr. Pugnano quivi
 e Cebrone e il buon Polidamante
 e il divin Polifte e Falce e Orto,
 e i tre d'Ippozon gagliardi figli
 Palmi, Mori ed Ascanio, dal gleboso
 suol d'Ascania venuti il d precesso,
 e spinti all'armi dal voler de' numi.
 Come di venti impetuosi un turbo
 dal tuon di Giove generato piomba
 su la campagna, e con fracasso orrendo
 sovra il mar si diffonde: immensi e spessi
 bollono i flutti di canuta spuma,
 e con fiero mugghiar l'un l'altro incalza
 al risonante lido: a questa guisa
 in ristretti drappelli, e gli uni agli altri
 succedenti i Troiani e scintillanti
 tutti nell'armi ne venan su l'orme
 de' condottieri, e precorreali Ettorre
 non minor del terribile Gradivo.
 Un tessuto di cuoi tondo brocchiero
 di molte piastre rinforzato il prode
 tiensi davanti, ed alle tempie intorno
 tutto lampeggia l'agitato elmetto.
 Sicuro all'ombra del suo gran pavese
 passo passo ei s'avanza, e d'ogni parte
 forar si studia le nemiche file,
 e sgominarle. Ma de' petti achei
 non si turba il coraggio, e mossi Aiace
 i larghi passi a provocarlo il primo:
 Accstati, gli disse: e che pretendi
 tu fier spavaldo? sgomentar gli Achivi?
 Non siam nell'arte marzal fanciulli,
 e chi ne doma non se' tu, ma Giove
 con funesto flagello. Se le navi
 strugger ti speri, a rintuzzarti pronte
 e noi pur anco abbiam le mani, e tutta
 struggeremo noi pria la tua superba
 cittade. A te predco io poi che l'ora
 non  lontana, che tu stesso in fuga
 manderai preghi a Giove e a tutti i Divi
 che sian di penna di sparvier pi ratti
 i corridori, che, diffuse al vento
 le belle chiome, porteranti a Troia
 entro un nembo di polve. - Avea quel fiero
 ci detto appena, che alla dritta in alto
 un'aquila comparve. Alzr le grida
 fatti pi franchi a quell'augurio i Greci,
 ma non fu tardo alla risposta Ettorre:
 Stupida massa di carname, Aiace
 millantator, che parli? Eterno figlio
 cos foss'io di Giove e dell'augusta
 Giuno, e onorato al par di Palla e Febo,
 come m'accerto che funesto a tutti
 vi sar questo giorno: e tu fra' morti
 tu medesmo cadrai, se di mia lancia
 avrai l'ardire d'aspettar lo scontro.
 Rotto da questa e qui disteso il tuo
 vizzo corpaccio di sua pingue polpa
 gli augei di Troia far sazi e i cani.
 Cos detto, s'avanza, e con immenso
 urlo animosi gli van dopo i Teucri.
 Dall'altro lato memori gli Achivi
 della virt guerriera, e del pi scelto
 fiore di Troia intrepidi all'assalto,
 misero anch'essi un alto grido; e d'ambi
 gli eserciti il clamor fera le stelle
 e i raggianti di Giove almi soggiorni.













 LIBRO DECIMOQUARTO.

 De' combattenti ud l'alto fracasso
 Nestore in quella che una colma tazza
 accostava alle labbra; e d'Esculapio
 rivolto al figlio: Oh, che mai fia, diss'egli,
 divino Macaon? Presso alle navi
 dell'usato maggiori odo le grida
 de' giovani guerrieri. Alla vedetta
 vado a saperne la cagion. Tu siedi
 intanto, e bevi il rubicondo vino,
 mentre i caldi lavacri t'apparecchia
 la mia bionda Ecamde, onde del sangue,
 di che vai sozzo, dilavar la gruma.
 Del suo figliuol si tolse in questo dire
 il brocchier che giacea dentro la tenda,
 il fulgido brocchier di Trasimde
 che il paterno portava. Indi una salda
 asta d'acuta cuspide impugnata
 fuor della tenda si sofferma, e vede
 miserando spettacolo: cacciati
 in fuga i Greci, e alle lor spalle i Teucri
 inseguenti e furenti, e la muraglia
 degli Achei rovesciata. Come quando
 il vasto mar s'imbruna, e presentendo
 de' rauchi venti il turbine vicino,
 tace l'onda atterrita, ed in nessuna
 parte si volve, finch d'alto scenda
 la procella di Giove; in due pensieri
 cos del veglio il cor pendea diviso,
 se fra i rapidi carri de' fuggenti
 Dnai si getti, o se alla volta ei corra
 del duce Atride Agamennn. Lo meglio
 questo gli parve, e s'avv. Segua
 la mutua strage intanto, e intorno al petto
 de' combattenti risonava il ferro
 dalle lance spezzato e dalle spade.
 Fuor delle navi gli si fro incontro
 i re feriti Ulisse e Domede
 e Agamennn. Di questi a fior di lido
 stavan lungi dall'armi le carene.
 L'altre, che prime lo toccr, dedotte
 pi dentro alla pianura, eran le navi
 a cui dintorno fu costrutto il muro;
 perocch il lido, bench largo, tutte
 non potea contenerle, ed acervate
 stavan le schiere. Statuiti adunque
 l'uno appo l'altro, come scala, i legni
 tutto empieano del lido il lungo seno
 quanto del mare ne chiudean le gole.
 Scossi al trambusto, che s'uda, que' duci,
 e di saper lo stato impazenti
 della battaglia, ne venan conserti,
 alle lance appoggiati, e gravi il petto
 d'alta tristezza. Terror loro accrebbe
 del veglio la comparsa, e Agamennne
 elevando la voce: O degli Achei
 inclita luce, Nestore Nelde,
 perch lasci la pugna, e qui ne vieni?
 Temo, ohim! che d'Ettr non si compisca
 la minacciata nel troian consesso
 fiera parola di non far ritorno
 nella citt, se pria spenti noi tutti,
 tutte in faville non mettea le navi.
 Ecco il detto adempirsi. Eterni Dei!
 Dunque in ira son io, come ad Achille,
 a tutto il campo acheo, s che non voglia
 pi pugnar dell'armata alla difesa?
 Ahi! pur troppo l'evento  manifesto,
 Nestor rispose, n disfare il fatto
 lo stesso tonator Giove potrebbe.
 Il muro, che de' legni e di noi stessi
 riparo invitto speravam, quel muro
 cadde, il nemico ne combatte intorno
 con ostinato ardire e senza posa:
 n, come che tu l'occhio attento volga,
 pi ti sapresti da qual parte il danno
 degli Achivi  maggior, tanto son essi
 alla rinfusa uccisi, e tanti i gridi
 di che l'aria risuona. Or noi qui tosto,
 se verun pi ne resta util consiglio,
 consultiamo il da farsi. Entrar nel forte
 della mischia non io per v'esorto,
 ch mal combatte il battaglier ferito.
 Saggio vegliardo, replic l'Atride,
 poich fino alle tende hanno i nemici
 spinta la pugna, e pi non giova il vallo
 n della fossa n dell'alto muro,
 a cui tanto sudammo, e involato
 schermo il tenemmo delle navi e nostro,
 chiaro ne par che al prepossente Giove
 caro  il nostro perir su questa riva
 lungi d'Argo, infamati. Il vidi un tempo
 proteggere gli Achei; lui veggo adesso
 i Troiani onorar quanto gli stessi
 beati Eterni, e incatenar le nostre
 forze e l'ardir. Mia voce adunque udite.
 Le navi, che ne stanno in secco al primo
 lembo del lido, si sospingan tutte
 nel vasto mare, e tutte sieno in alto
 sull'ncora fermate insin che fitta
 giunga la notte, dal cui velo ascosi
 varar potremo il resto, ove pur sia
 che ne dian tregua dalla pugna i Teucri.
 Non  biasmo fuggir di notte ancora
 il proprio danno, ed  pur sempre il meglio
 scampar fuggendo, che restar captivo.
 Lo guat bieco Ulisse, e gli rispose:
 Atride, e quale ti fugg dal labbro
 rovinosa parola? Imperadore
 fossi oh! tu di vigliacchi, e non di noi,
 di noi che Giove dalla verde etade
 infino alla canuta agli ardui fatti
 della guerra incit, finch ciascuno
 vi perisca onorato. E cos dunque
 puoi tu de' Teucri abbandonar l'altera
 citt che tanti gi ne costa affanni?
 Per dio! nol dire, dagli Achei non s'oda
 questo sermone, della bocca indegno
 d'uom di senno e scettrato, e, qual tu sei,
 di tante schiere capitano. Io primo
 il tuo parer condanno. Arde la pugna,
 e tu comandi che nel mar lanciate
 sien le navi? Ci fra un far pi certo
 de' Troiani il vantaggio, e pi sicuro
 il nostro eccidio: perocch gli Achivi
 in quell'opra assaliti, anzi che fermi
 sostener l'inimico, al mar terranno
 rivolto il viso, a' Teucri il tergo: e allora
 vedrai funesto, o duce, il tuo consiglio.
 Rispose Agamennn: La tua pungente
 rampogna, Ulisse, mi fer nel core.
 Ma mia mente non  che lor malgrado
 traggan le navi in mar gli Achivi; e s'ora
 altri sa darne pi pensato avviso,
 sia giovine, sia veglio, io l'avr caro.
 Chi darallo n' presso (il bellicoso
 Tidde ripigli), n fia mestieri
 cercarlo a lungo, se ascoltar vorrete,
 n, perch d'anni inferor vi sono,
 con disdegno spregiarmi. Anch'io mi vanto
 figlio d'illustre genitor, del prode
 Tido, di Cadmo nel terren sepolto.
 Porto tre figli gener dell'alta
 Calidone abitanti e di Pleurone,
 Agrio, Mela ed Eno, tutti d'egregio
 valor, ma tutti li vincea di molto
 il cavaliero Eno padre al mio padre.
 Ivi egli visse; ma da' numi astretto
 a gir vagando il padre mio, sua stanza
 pose in Argo, e d'Adrasto a moglie tolse
 una figlia; e signor di ricchi alberghi
 e di campi frugiferi per molte
 file di piante ombrosi, e di fecondo
 copioso gregge, a tutti ancor gli Argivi
 ei sovrastava nel vibrar dell'asta.
 Conte vi sono queste cose, io penso,
 tutte vere; e sapendomi voi quindi
 nato di sangue generoso, a vile
 non terrete il mio retto e franco avviso.
 Ors, crudel necessit ne spinge.
 Al campo adunque, tuttoch feriti;
 e perch piaga a piaga non s'aggiunga,
 fuor di tiro si resti, ma propinqui
 s, che possiamo gl'indolenti almeno
 incitar coll'aspetto e colla voce.
 Piacque il consiglio, e s'avvr precorsi
 dal re supremo Agamennn. Li vide
 Nettunno, e tolte di guerrier canuto
 le sembianze, e per mano preso l'Atride,
 fe' dal labbro volar queste parole:
 Atride, or s che degli Achei la strage
 e la fuga gioir fa la crudele
 alma d'Achille, poich tutto l'ira
 gli tolse il senno. Oh possa egli in mal punto
 perire, e d'onta ricoprirlo un Dio!
 Ma tutti a te non sono irati i numi,
 e de' Teucri vedrai di nuovo i duci
 empir di polve il piano, e dalle tende
 e dalle navi alla citt fuggirsi.
 Disse, e corse, e grid quanto di nove
 o dieci mila combattenti alzarse
 potra, nell'atto d'azzuffarsi, il grido:
 tanto fu l'urlo che dal vasto petto
 l'Enosigo mand. Risurse in seno
 degli Achei la fortezza a quella voce,
 e il deso di pugnar senza riposo.
 Su le vette d'Olimpo in aureo trono
 sedea Giuno, e di l visto il divino
 suo cognato e fratel che in gran faccenda
 per la pugna scorrea, gioinne in core.
 Sovra il giogo maggior scrse ella poscia
 dell'irrigua di fonti Ida seduto
 l'abborrito consorte; e in suo pensiero
 l'augusta Diva a ruminar si mise
 d'ingannarlo una via. Calarsi all'Ida
 in tutto il vezzo della sua persona,
 infiammarlo d'amor, trarlo rapito
 di sua belt nelle sue braccia, e dolce
 nelle palpebre e nell'accorta mente
 insinuargli il sonno, ecco il partito
 che le parve il miglior. Tosto al regale
 suo talamo s'avva, che a lei l'amato
 figlio Vulcano fabbricato avea
 con salde porte, e un tal serrame arcano
 che aperto non l'avrebbe iddio veruno.
 Entrovvi: e chiusa la lucente soglia,
 con ambrosio licor tutto si terse
 pria l'amabile corpo, e d'oleosa
 essenza l'irrig, divina essenza
 fragrante s che negli eterni alberghi
 del Tonante agitata e cielo e terra
 d'almo profumo rempa. Ci fatto,
 le belle chiome al pettine commise,
 e di sua mano intorno all'immortale
 augusto capo le compose in vaghi
 ondeggianti cincinni. Indi il divino
 peplo s'indusse, che Minerva avea
 con grand'arte intessuto, e con aurate
 fulgide fibbie assicurollo al petto.
 Poscia i bei fianchi d'un cintiglio a molte
 frange ricinse, e ai ben forati orecchi
 i gemmati sospese e rilucenti
 suoi ciondoli a tre gocce. Una leggiadra
 e chiara come sole intatta benda
 dopo questo la Diva delle Dive
 si ravvolse alla fronte. Al pi gentile
 alfin legossi i bei coturni, e tutte
 abbigliate le membra usc pomposa,
 ed in disparte Venere chiamata,
 cos le disse: Mi sarai tu, cara,
 d'una grazia cortese? o meco irata,
 perch'io gli Achivi, e tu li Teucri aiti,
 negarmela vorrai? - Parla, rispose
 l'alma figlia di Giove: il tuo desire
 manifestami intero, o veneranda
 Saturnia Giuno. Mi comanda il core
 di far tutto (se il posso, e se pur lice)
 il tuo voler, qual sia. - Dammi, riprese
 la scaltra Giuno, l'amoroso incanto
 che tutti al dolce tuo poter suggetta
 i mortali e gli Dei. Dell'alma terra
 ai fini estremi a visitar men vado
 l'antica Teti e l'Ocen de' numi
 generator, che prsami da Rea,
 quando sotto la terra e le profonde
 voragini del mar di Giove il tuono
 precipit Saturno, mi nudriro
 ne' lor soggiorni, e m'educr con molta
 cura ed affetto. A questi io vado, e solo
 per ricomporne una difficil lite
 ond'ei da molto a gravi sdegni in preda
 e di letto e d'amor stansi divisi.
 Se con parole ad acchetarli arrivo
 e a rannodarne i cuori, io mi son certa
 che sempre avranmi e veneranda e cara.
 E l'amica del riso Citera,
 Non lice, replic, n dssi a quella
 che del tonante Iddio dorme sul petto,
 far di quanto ella vuol niego veruno.
 Disse; e dal seno il ben trapunto e vago
 cinto si sciolse, in che raccolte e chiuse
 erano tutte le lusinghe. V'era
 d'amor la volutt, v'era il desire
 e degli amanti il favello segreto,
 quel dolce favello ch'anco de' saggi
 ruba la mente. In man gliel pose, e disse:
 Prendi questo mio cinto in che si chiude
 ogni dolcezza, prendilo, e nel seno
 lo ti nascondi, e tornerai, lo spero,
 tutte ottenute del tuo cor le brame.
 L'alma Giuno sorrise, e di contento
 lampeggiando i grand'occhi in quel sorriso,
 lo si ripose in seno. Alle paterne
 stanze Ciprigna incamminossi: e Giuno
 frettolosa lasci l'olimpie cime,
 e la Peria sorvolando e i lieti
 emazii campi, le nevose vette
 varc de' tracii monti, e non toccava
 col pi santo la terra. Indi dell'Ato
 superate le rupi, all'estuoso
 Ponto discese, e nella sacra Lenno,
 di Toante citt, rattenne il volo.
 Ivi al fratello della Morte, al Sonno
 n'and, lo strinse per la mano, e disse:
 Sonno, re de' mortali e degli Dei,
 s'unqua mi festi d'un deso contenta,
 or n' d'uopo, e saprotti eterno grado.
 Tosto ch'io l'abbia fra mie braccia avvinto,
 m'addormenta di Giove, amico Dio,
 le fulgide pupille: ed io d'un seggio
 d'auro incorrotto ti far bel dono,
 che lavoro sar maraviglioso
 del mio figlio Vulcan, col suo sgabello
 su cui si posi a mensa il tuo bel piede.
 Saturnia Giuno, veneranda Dea,
 rispose il Sonno, agevolmente io posso
 ogni altro iddio sopir, ben anche i flutti
 del gran fiume Ocen di tutte cose
 generatore; ma il Saturnio Giove
 n il toccher n il sopir, se tanto
 non comanda egli stesso. I tuoi medesmi
 cenni di questo m'assennr quel giorno
 ch'Ercole il suo gran figlio, Ilio distrutto,
 navigava da Troia. Io su la mente
 dolce mi sparsi dell'Egoco Giove,
 e l'assopii. Tu intanto in tuo segreto
 macchinando al suo figlio una ruina,
 di fieri venti sollevasti in mare
 una negra procella, e lui svando
 dal suo cammin, spingesti a Coo, da tutti
 i suoi cari lontano. Arse di sdegno
 destatosi il Tonante, e per l'Olimpo
 scompigliando i Celesti, in cerca andava
 di me fra tutti, e avra dal ciel travolto
 me meschino nel mar, se l'alma Notte,
 de' numi domatrice e de' mortali,
 non mi campava fuggitivo. Ei poscia
 per lo rispetto della bruna Diva
 placossi. E salvo da quel rischio appena
 vuoi che con esso a perigliarmi io torni?
 Di periglio che parli? e di che temi?
 gli rispose Giunon; forse t'avvisi
 che al par del figlio, per cui sdegno il prese,
 Giove i Teucri protegga? Or via, mi segui,
 ch'io la minore delle Grazie in moglie
 ti dar, la vezzosa Pasita,
 di cui so che sei vago e sempre amante.
 Giuralo per la sacra onda di Stige,
 tutto in gran giubilo ripiglia il Sonno;
 e l'alma terra d'una man, coll'altra
 tocca del mar la superficie, e quanti
 stansi intorno a Saturno inferni Dei
 testimoni ne sian, che mia consorte
 delle Grazie farai la pi fanciulla,
 la gentil Pasita cui sempre adoro.
 Disse; e conforme a quel desir giurava
 la bianca Diva, e i sotterranei numi
 tutti invocava che Titani han nome.
 Fatto il gran sacramento, abbandonaro
 d'Imbro e di Lenno le cittadi, e cinti
 di densa nebbia divorr la via.
 D'Ida altrice di belve e di ruscelli
 giunti alla falda, uscr della marina
 alla punta Letta. Preser leggieri
 del monte la salita, e della selva
 sotto i lor passi si scotea la cima.
 Ivi il Sonno arrestossi, e per celarsi
 di Giove agli occhi un alto abete ascese,
 che sovrana innalzava al ciel la cima.
 Quivi s'ascose tra le spesse fronde
 in sembianza d'arguto augel montano
 che noi Cimindi, e noman Calci i numi.
 Con sollecito piede intanto Giuno
 il Grgaro sala. La vide il sommo
 delle tempeste adunatore, e pronta
 al cor gli corse l'amorosa fiamma,
 siccome il d che de' parenti al guardo
 sottrattisi gustr commisti insieme
 la furtiva d'amor prima dolcezza.
 Si fece incontro alla consorte, e disse:
 Giuno, a che vieni dall'Olimpo, e senza
 cocchio e destrieri? - E a lui la scaltra: Io vado
 dell'alma terra agli ultimi confini
 a visitar de' numi il genitore
 Oceano e Teti, che ne' loro alberghi
 con grande cura m'educr fanciulla.
 Vado a comporne la discordia: ei sono
 e di letto e d'amor per ire acerbe
 da gran tempo divisi. Alle radici
 d'Ida lasciati ho i miei destrier che ratta
 su la terra e sul mar mi porteranno.
 Or qui vengo per te, ch meco irarti
 non dovessi tu poi se taciturna
 del vecchio iddio n'andassi alla magione.
 Altra volta v'andrai, Giove rispose:
 Or si gioisca in amoroso amplesso;
 ch n per donna n per Dea giammai
 mi si diffuse in cor fiamma s viva:
 non quando per la sposa Issona,
 che Pirito, divin senno, produsse,
 arsi d'amor, non quando alla gentile
 figlia d'Acrisio generai Perso,
 prestantissimo eroe, n quando Europa
 del divin Radamanto e di Minosse
 padre mi fece. N le due di Tebe
 belt famose Smele ed Alcmena,
 d'Ercole questa genitrice, e quella
 di Bacco dei mortali allegratore;
 n Cerere la bionda, n Latona,
 n tu stessa giammai, siccome adesso,
 mi destasti d'amor tanto diso.
 E l'ingannevol Diva: Oh che mai parli,
 importuno! Ascoltar vuoi tu d'amore
 le fantasie qui d'Ida in su le vette
 dove tutto si scorge? E se qualcuno
 degli Dei ne mirasse, e agli altri Eterni
 conto lo fsse, rentrar nel cielo
 con che fronte ardirei? Ci fra indegno.
 Pur se vera d'amor brama ti punge,
 al talamo n'andiam, che il tuo diletto
 figlio Vulcan ti fabbric di salde
 porte; e quivi di me fa il tuo volere.
 N d'uom mortale n d'iddio veruno
 lo sguardo ne vedr, Giove riprese.
 Diffonderotti intorno un'aurea nube
 tal che per essa n del Sol pur anco
 la vista passer quantunque acuta.
 Disse, ed in grembo alla consorte il figlio
 di Saturno s'infuse: e l'alma terra
 di sotto germogli novelle erbette
 e il rugiadoso loto e il fior di croco
 e il giacinto, che in alto li reggea
 soffice e folto. Qui corcrsi, e densa
 li ricopriva una dorata nube
 che lucida piovea dolce rugiada.
 Sul Gargaro cos queto dorma
 Giove in braccio alla Dea, preda d'amore
 e del soave Sonno che veloce
 corse alle navi ad avvisarne il nume
 scotitor della Terra; e a lui venuto,
 con presto favellar, T'affretta, ei disse,
 a soccorrer gli Achivi, o re Nettunno,
 e almen per poco vincitor li rendi
 finch Giove si dorme. Io lo ricinsi
 d'un tener sopor mentre ingannato
 dalla consorte in seno le riposa.
 Sparve il Sonno, ci detto, e de' mortali
 su l'altere citt l'ali distese.
 Allor Nettunno d'aitar bramoso
 pi che prima gli Achei, diessi nel mezzo
 alle file di fronte, alto gridando:
 Achivi, lascerem di Priamo al figlio
 noi dunque il vanto di novel tronfo,
 e la gloria d'averne arse le navi?
 Ei certo lo si crede, e vampo mena,
 perch d'Achille neghittosa  l'ira.
 Ma d'Achille non fia molto il bisogno,
 se noi far opra delle man sapremo,
 e alternarci gli aiuti. Or su, concordi
 seguiam tutti il mio detto. I pi sicuri
 e grandi scudi, che nel campo sino,
 imbracciamo, e copriam de' pi lucenti
 elmi le teste, e le pi lunghe picche
 strette in pugno, marciam: io vi precedo,
 n per forte ch'ei sia l'audace Ettorre,
 l'impeto nostro sosterr. Chunque
  guerrier valoroso, e di leggiero
 scudo si copre, al men valente il ceda,
 e allo scudo maggior sottentri ei stesso.
 Obbedr tutti al cenno. I re medesmi
 Tidde, Ulisse e Agamennn, sprezzate
 le lor ferite, in ordinanza a gara
 ponean le schiere, e via dell'armi il cambio
 per le file facean; le forti al forte,
 al peggior le peggiori. E poich tutti
 di lucido metallo la persona
 ebber coverta, s'avvr. Nettunno
 li precorrea, nella robusta mano
 sguinata portandosi una lunga
 orrenda spada che parea di Giove
 la folgore, e mettea nel cor paura.
 Misero quegli che la scontra in guerra!
 Dall'altra parte il troian duce i suoi
 pone ei pure in procinto, e senza indugio
 l'illustre Ettorre ed il ceruleo Dio,
 l'uno i Greci incorando e l'altro i Teucri
 una fiera attaccr pugna crudele.
 Gonfiasi il mare, e i padiglioni innonda
 e gli argivi navigli, e con immenso
 clamor si viene delle schiere al cozzo.
 Non cos la marina onda rimugge
 dal tracio soffio flagellata al lido;
 non cos freme il foco alla montagna
 quando va furibondo a divorarsi
 l'arida selva; n d'eccelsa quercia
 rugge s fiero fra le chiome il vento,
 come orrende de' Teucri e degli Achei
 nell'assalirsi si sentan le grida.
 Contro Aiace, che voltagli la fronte,
 scaglia Ettorre la lancia, e lo colpisce
 ove del brando e dello scudo il doppio
 balteo sul petto si distende; e questo
 dal colpo lo salv. Visto uscir vano
 Ettore il telo, di rabbia fremendo
 in securo fra' suoi si ritraea.
 Mentr'ei recede, il gran Telamonde
 ad un sasso, de' molti che ritegno
 delle navi giacean sparsi pel campo
 de' combattenti al pi, dato di piglio,
 l'avvent, lo rot come palo,
 e sul girone dello scudo al petto
 l'avversario fer. Con quel fragore
 che dal foco di Giove fulminata
 gi ruina una quercia, e grave intorno
 del grave zolfo si diffonde il puzzo:
 l'arator, che cadersi accanto vede
 la folgore tremenda, imbianca e trema:
 cos stramazza Ettr; l'asta abbandona
 la man, ma dietro gli va scudo ed elmo,
 e rimbombano l'armi sul caduto.
 V'accorsero con alti urli gli Achei,
 strascinarlo sperandosi, e di strali
 lo tempestando; ma nessun ferirlo
 poto, ch ratti gli fr serra intorno
 i pi valenti, Enea, Polidamante,
 Agnore, e de' Licii il condottiero
 Sarpedonte con Glauco, e nulla in somma
 de' suoi l'abbandon, ch'altri gli scudi
 gli anteposero, e lunge altri dall'armi
 l'asportr su le braccia a' suoi veloci
 destrier che fuori della pugna a lui
 tenea pronti col cocchio il fido auriga.
 Volr questi, e portr l'eroe gemente
 verso l'alta citt; ma giunti al guado
 del vorticoso Xanto, ameno fiume
 generato da Giove, ivi dal carro
 posrlo a terra, gli spruzzr di fresca
 onda la fronte, ed ei rinvenne, e aperte
 gir le luci intorno, e sui ginocchi
 suffulto vomit sangue dal petto.
 Ma di nuovo all'indietro in sul terreno
 riversossi; e coll'alma ancor dal colpo
 doma oscurrsi all'infelice i lumi.
 Gli Achei, veduto uscir dal campo Ettorre,
 si fr pi baldi addosso all'inimico,
 e primo Aiace d'Oilo d'assalto
 Satnio fer, che Nade gentile
 ad Enopo pastor lungo il bel fiume
 Satnoente partorito avea.
 Lo colp coll'acuta asta il veloce
 Oilde nel lombo; ei resupino
 si vers nella polve, e intorno a lui
 pi che mai fiera si scald la zuffa.
 A vendicar l'estinto oltre si spinge
 Polidamante, e tale a Protenorre,
 figliuol d'Arilco, un colpo libra,
 che tutto la gagliarda asta gli passa
 l'omero destro. Ei cadde, e il suol sanguigno
 colla palma gherm. Sovra il caduto
 men gran vanto il vincitor, gridando:
 Dalla man del magnanimo Pantde
 non usc, parmi, indarno il telo, e certo
 lo raccolse nel corpo un qualche Acheo
 che appoggiato a quell'asta or scende a Pluto.
 Fer gli Achivi di dolor quel vanto;
 pi che tutti fer l'alma del grande
 Telamonde, al cui fianco caduto
 era quel prode. E tosto al boroso,
 che indietro si traea, la folgorante
 asta scagli. Polidamante a tempo
 schiv la morte con un salto obliquo;
 e ricevella (degli Dei tal era
 l'aspro decreto) l'antenreo figlio
 Archloco. Lo colse il fatal ferro
 alla vertebra estrema, ove nel collo
 s'innesta il capo, e ne precise il doppio
 tendine. Ei cadde, e del meschin la testa,
 colla bocca davanti e le narici,
 prima a terra n'and, che la persona.
 Alto allora a quel colpo Aiace esclama:
 Polidamante, oh! guarda, e dinne il vero,
 non val egli Protnore quest'altro
 ch'io qui posi a giacer? Ned ei mi sembra
 mica de' vili, n d'ignobil seme,
 ma d'Antnore un figlio, o suo germano;
 s n'ha l'impronta della razza in viso.
 Cos parlava infinto, conoscendo
 ben ei l'ucciso. Addolorrsi i Teucri;
 ma del fratello vindice Acamante
 a Prmaco bezio, che l'estinto
 traea pe' piedi, fulmin di lancia
 tale un sbito colpo, che lo stese.
 Alto allor grida l'uccisor superbo:
 O voi guerrieri da balestra, e forti
 sol di minacce! e voi pur anco, Argivi,
 morderete la polve, e non saremo
 noi soli al lutto. Dalla mia man domo
 mirate di che sonno or dorme il vostro
 Prmaco, e paga del fratello mio
 tosto lo sconto! Perci preghi ognuno
 di lasciar dopo s vendicatore
 di sua morte un fratel nel patrio tetto.
 Dest quel vanto negli Achei lo sdegno:
 sovra ogni altro crucciossi il bellicoso
 Penelo. Si scagli questi con ira
 contro Acamante che del re l'assalto
 non attese; ed il colpo a lui diretto
 Ilono percosse, unica prole
 di Forbante che ricco era di molto
 gregge; e Mercurio, che d'assai l'amava,
 di dovizie fra' Troi l'avea cresciuto.
 Il colse Penelo sotto le ciglia
 dell'occhio alla radice, e la pupilla
 schizzandone passar l'asta gli fece
 via per l'occhio alla nuca. Ilono
 assiso cadde colle man distese:
 ma stretta Penelo l'acuta spada,
 gli recise le canne, e il mozzo capo,
 coll'elmo e l'asta ancor nell'occhio infissa,
 gli mand nella polve. Indi l'alzando
 languente in cima alla picca e cadente
 come lasso papavero, ai nemici
 lo mostra, e altero esclama: In nome mio
 dite, o Teucri, del chiaro Ilono
 ai genitor, che per la casa innalzino
 il funebre ulular, da che n pure
 di Prmaco, figliuol d'Alegenorre,
 la consorte potr del caro aspetto
 del marito gioir quando da Troia
 farem ritorno alle paterne rive.
 S disse, e tutti impallidr di tema,
 e col guardo ciascun giva cercando
 di salvarsi una via. Celesti Muse,
 or voi ne dite chi primier le spoglie
 cruente riport, poi che agli Achivi
 fe' piegar la vittoria il re Nettunno.
 Primiero Aiace Telamnio uccise
 de' forti Misii il duce Irzio Girtde;
 Antloco spogli Falce e Mermro:
 da Meron fu spento Ippozone
 con Mori: a Protoone e Perifete
 Teucro di morte: Menelao nel ventre
 Ipernore colse, e dalla piaga
 tutte ad un tempo uscr le lacerate
 intestina e la vita. Altri pi molti
 ne spense Aiace d'Oilo; ch nullo
 ratto al paro di lui gli spaventati
 fuggitivi insegua, quando ne' petti
 della fuga il terror Giove mettea.








 LIBRO DECIMOQUINTO.

 Ma poich il vallo superaro e il fosso,
 con molta di lor strage, i fuggitivi
 nel viso smorti di terror fermrsi
 ai vti cocchi; e Giove in quel momento
 sull'Ida risvegliossi accanto a Giuno.
 Surse, stette, e gli Achei vide e i Troiani,
 questi incalzati, e quei coll'aste a tergo
 incalzanti, e tra loro il re Nettunno.
 Vide altrove prostrato Ettore, e intorno
 stargli i compagni addolorati, ed esso
 del sentimento uscito, e dall'anelo
 petto a gran pena traendo il respiro
 nero sangue sboccar; ch non l'avea
 certo il pi fiacco degli Achei percosso.
 Piet sentinne nel vederlo il padre
 de' mortali e de' numi, e con obliquo
 terribil occhio guat Giuno, e disse:
 Scaltra malvagia, la sottil tua frode
 dalla pugna cessar fe' il divo Ettorre,
 e i Troiani fuggir. Non so perch'io
 or non t'afferri, e col flagel non faccia
 a te prima saggiar del dolo il frutto.
 E non rammenti il d ch'ambe le mani
 d'aureo nodo infrangibile t'avvinsi,
 e alla celeste volta con due gravi
 incudi al piede penzolon t'appesi?
 Fra l'atre nubi nell'immenso vto
 tu pendola ondeggiavi, e per l'eccelso
 Olimpo ne fremean di rabbia i Numi,
 ma sciorti non potean; ch qual di loro
 afferrato io m'avessi, gi dal cielo
 l'avrei travolto semivivo in terra.
 N ci tutto quetava ancor la bile
 che mi bolla nel cor, quando, commosse
 d'Ercole a danno le procelle e i venti,
 tu pel mar l'agitasti, e macchinando
 la sua rovina lo svasti a Coo,
 donde io salvo poi trassi il travagliato
 figlio, e in Argo il raddussi. Ora di queste
 cose ben io far che ti sovvegna,
 onde svezzarti dagl'inganni, e tutto
 il pro mostrarti de' tuoi falsi amplessi.
 Raccapricci d'orror la veneranda
 Giuno a que' detti; e, Il ciel, la terra attesto
 (diessi a gridare) e il sotterraneo Stige,
 che degli Eterni  il pi tremendo giuro,
 ed il sacro tuo capo, e l'illibato
 d'ogni spergiuro marital mio letto:
 se agli Achivi soccorse e nocque ai Teucri
 il re Nettunno, non fu mio consiglio,
 ma del suo cor spontaneo moto, e pita
 de' mal condotti Argivi. Esorterollo
 anzi io stessa a recarsi, ovunque il chiami,
 terribile mio sire, il tuo comando.
 Sorrise Giove, e replic: Se meco
 nel senato de' numi, augusta Giuno,
 in un solo voler consentirai,
 consentiravvi (e sia diversa pure
 la sua mente) ben tosto anco Nettunno.
 Or tu, se brami che per prova io vegga
 sincero il tuo parlar, rimonta in cielo,
 e qua m'inva sull'Ida Iri ed Apollo.
 Iri nel campo degli Achei discesa
 a Nettunno far l'alto precetto
 d'abbandonar la pugna, e di tornarsi
 ai marini soggiorni. Apollo all'armi
 Ettore dester, novello in petto
 spirandogli vigor, s che sanato
 d'ogni dolore fra gli Achei di nuovo
 sparga la vile paurosa fuga,
 e gl'incalzi cos che fra le navi
 cadan, fuggendo, del Pelde Achille.
 Questi allor nella pugna il suo diletto
 Patroclo mander, che morta in campo
 molta nemica giovent col divo
 mio figlio Sarpedon, morto egli stesso
 cadr, prostrato dall'ettrea lancia.
 Dell'ucciso compagno irato Achille
 spegner l'uccisore, e da quel punto
 far che sempre sian respinti i Teucri,
 finch per la divina arte di Palla
 il superbo Ilon prendan gli Achei.
 N l'ire io deporr, n che veruno
 degli Dei qui l'argive armi soccorra
 sosterr, se d'Achille in pria non veggo
 adempirsi il deso. Cos promisi,
 e le promesse confermai col cenno
 del mio capo quel d che i miei ginocchi
 Teti abbracciando, d'onorar pregommi
 coll'eccidio de' Greci il suo gran figlio.
 Disse, e la Diva dalle bianche braccia
 obbedente dall'ida montagna
 all'Olimpo sal. Colla prestezza
 con che vola il pensier del vatore,
 che scorse molte terre le randa
 in suo secreto, e dice: Io quella riva,
 io quell'altra toccai: colla medesma
 rattezza allor la veneranda Giuno
 vol dall'Ida sull'eccelso Olimpo,
 e sopravvenne agl'Immortali, accolti
 nelle stanze di Giove. Alzrsi i numi
 tutti al vederla, e coll'ambrosie tazze
 l'accolsero festosi. Ella, negletta
 ogni altra offerta, la man porse al nappo
 appresentato dalla bella Temi
 che primiera a incontrar corse la Dea,
 cos dicendo: Perch riedi, o Giuno?
 Tu ne sembri atterrita. Il tuo consorte
 n' forse la cagion? - Non dimandarlo,
 Giuno rispose. Quell'altero e crudo
 suo cor tu stessa gi conosci, o Diva.
 Presiedi ai nostri almi convivii, e tosto
 qui con tutti i Celesti udrai di Giove
 gli aspri comandi che per mio parere
 de' mortali fra poco e degli Dei
 le liete mense cangeranno in lutto.
 Tacque, e s'assise. Contristrsi in cielo
 i Sempiterni; e Giuno un cotal riso
 a fior di labbro apr, ma su le nere
 ciglia la fronte non torn serena.
 Ruppe alfin disdegnosa in questi detti:
 Oh, noi dementi! Inetta  la nostr'ira
 contra Giove, o Celesti, e il faticarci
 con parole a frenarlo o colla forza
  vana impresa. Assiso egli sull'Ida
 n gli cale di noi n si rimove
 dal suo proposto, ch gli Eterni tutti
 di fortezza ei si vanta e di possanza
 immensamente superar. Soffrite
 quindi in pace ogni mal che pi gli piaccia
 inviarvi a ciascuno. E a Marte, io credo,
 il suo gi tocca: Asclafo, il pi caro
 d'ogni mortale al poderoso iddio
 che proprio sangue lo confessa,  spento.
 Si batt colle palme la robusta
 anca Gradivo, e in suon d'alto dolore
 grid: Del cielo cittadini eterni,
 non mi vogliate condannar, s'io scendo
 l'ucciso figlio a vendicar, dovesse
 steso fra' morti il fulmine di Giove
 l tra il sangue gittarmi e tra la polve.
 Disse; e alla Fuga impose e allo Spavento
 d'aggiogargli i destrieri; e di fiammanti
 armi egli stesso si vestiva. E allora
 di ben altro furor contro gli Dei
 di Giove acceso si sarebbe il core,
 se per tutti i Celesti impaurita
 non si spiccava dal suo trono, e ratta
 fuor delle soglie non correa Minerva
 a strappargli di fronte il rilucente
 elmo, e lo scudo dalle spalle: e a forza
 toltagli l'asta dalla man gagliarda,
 la ripose, e il garr: Cieco furente,
 tu se' perduto. Per udir non hai
 tu pi dunque gli orecchi, e in te col senno
 spento  pure il pudor? Dell'alma Giuno,
 ch'or vien da Giove, non intendi i detti?
 Vuoi tu forse, insensato, esser costretto
 a ritornarti doloroso al cielo,
 fatto di molti mali un rio guadagno,
 e creata a noi tutta alta sciagura?
 Perciocch, de' Troiani e degli Achei
 abbandonate le contese, ei tosto
 risalendo all'Olimpo, in iscompiglio
 metter gl'Immortali, ed afferrando
 l'un dopo l'altro, od innocenti o rei,
 noi tutti punir. Del figlio adunque
 la vendetta abbandona, io tel comando:
 ch'altri di lui pi prodi o gi periro
 o periranno. Involar tutta a morte
 de' mortali la schiatta  dura impresa.
 S dicendo, al suo seggio il volento
 Dio ricondusse. Fuor dell'auree soglie
 Giuno intanto a s chiama Apollo ed Iri
 la messaggiera, e lor presta s parla:
 Ite, Giove l'impon, veloci all'Ida;
 arrivati col fissate il guardo
 in quel volto, e ne fate ogni volere.
 Ci detto, indietro ritorn l'augusta
 Giuno, e di nuovo si compose in trono.
 Quei mossero volando, e su l'altrice
 di fontane e di belve Ida discesi,
 di Saturno trovr l'onniveggente
 figlio sull'erto Grgaro seduto;
 e circonfusa intorno il coronava
 un'odorosa nube. Essi del grande
 di nembi adunator giunti al cospetto,
 fermrsi: e satisfatto egli del pronto
 loro obbedir della consorte ai detti,
 ad Iri in prima il favellar rivolto,
 Va, disse, Iri veloce, e al re Nettunno
 nunzia verace il mio comando esponi.
 Digli che il campo ei lasci e la battaglia,
 e al ciel si torni o al mar. Se il cenno mio
 ribelle sprezzer, pensi ben seco
 se, bench forte, s'avr cor che basti
 a sostener l'assalto mio: ricordi
 che primo io nacqui, e che di forza il vinco,
 quantunque egli osi a me vantarsi eguale,
 a me che tutti fo tremar gli Dei.
 Obbed la veloce Iri, e discese
 dalle montagne ide. Come sospinta
 da fiato d'aquilon serenatore
 dalle nubi talor vola la neve
 o la gelida grandine: a tal guisa
 d'Ilio sui campi con rapido volo
 Iri calossi, e al divo Enosigo
 fattasi innanzi, cos prese a dire:
 Ceruleo Nume, messaggiera io vegno
 dell'Egoco signore. Ei ti comanda
 d'abbandonar la pugna, e di far tosto
 o agli alberghi celesti o al mar ritorno.
 Se sprezzi il cenno, ed obbedir ricusi,
 minaccia di venirne egli medesmo
 teco a battaglia. Ti consiglia quindi
 d'evitar le sue mani; e ti ricorda
 ch'ei d'etade  maggiore e di fortezza,
 quantunque egual vantarti oso tu sia
 a lui che mette agli altri Dei terrore.
 Arse d'ira Nettunno, e le rispose:
 Ch'ei sia possente il so; ma sue parole
 sono superbe, se forzar pretende
 me suo pari in onor. Figli a Saturno
 tre germani siam noi da Rea produtti,
 primo Giove, io secondo, e terzo il sire
 dell'Inferno Pluton. Tutte divise
 fur le cose in tre parti, e a ciascheduno
 il suo regno sort. Diede la sorte
 l'imperio a me del mar, dell'ombre a Pluto,
 del cielo a Giove negli aerei campi
 soggiorno delle nubi. Olimpo e Terra
 ne rimaser comuni, e il sono ancora.
 Non far dunque il suo voler; si goda
 pur la sua forza, ma si resti cheto
 nel suo regno, n tenti or colla destra
 come un vile atterrirmi. Alle fanciulle,
 ai bamboli suoi figli il terror porti
 di sue minacce, e meglio fia. Tra questi
 almen si avr chi a forza l'obbedisca.
 Dio del mar, la veloce Iri soggiunse,
 questa dunque vuoi tu che a Giove io rechi
 dura e forte risposta? E raddolcirla
 in parte almeno non vorrai? De' buoni
 pieghevole  la mente; e chi primiero
 nacque ha ministre, tu lo sai, l'Erinni.
 Tu parli, o Diva, il ver, l'altro riprese:
 e gran ventura  messaggier che avvisa
 ci che pi monta. Ma di sdegno avvampa
 il cor quand'egli minaccioso oltraggia
 me suo pari di grado e di destino.
 Pur questa volta porr freno all'ira,
 e ceder. Ma ben vo' dirti io pure
 (e dal cor parte la minaccia mia),
 se Giove, a mio dispetto e di Minerva
 e di Giuno e d'Ermete e di Vulcano,
 risparmier dell'alto Ilio le torri,
 n atterrarle vorr, n darne intera
 la vittoria agli Achei, sappia che questo
 fia tra noi seme di perpetua guerra.
 Lasci, ci detto, il campo e in mar s'ascose,
 e ne sentiro la partenza in petto
 i combattenti Achei. Si volse allora
 Giove ad Apollo, e disse: Or vanne, o caro,
 al bellicoso Ettr. Lo scotitore
 della terra evitando il nostro sdegno
 fe' ritorno nel mar. Se ci non era,
 della pugna il rimbombo avra ferito
 anche l'orecchio degl'inferni Dei
 stanti intorno a Saturno. Ad ambedue
 me' per torna che schivato egli abbia,
 fatto pi senno, di mie mani il peso;
 perch senza sudor la non sara
 certo finita. Or tu la fimbrata
 Egida imbraccia, e forte la percoti,
 e spaventa gli Achei. Cura ti prenda,
 o Saettante, dell'illustre Ettorre,
 e tal ne' polsi valenta gli metti,
 ch'egli fino alle navi e all'Ellesponto
 cacci in fuga gli Achivi. Allor la via
 trover che i fuggenti abbian respiro.
 Obbed pronto Apollo, e dall'ida
 cima disceso, simile a veloce
 di colombi uccisor forte sparviero
 de' volanti il pi ratto, al generoso
 Pramide n'and. Dal suol gi surto
 e risensato il nobile guerriero
 sedea, ripresa degli astanti amici
 la conoscenza: perocch, dal punto
 che in lui di Giove s'arrest la mente,
 l'anelito cessato era e il sudore.
 Stettegli innanzi il Saettante, e disse:
 Perch lungi dagli altri e s spossato,
 Ettore siedi? e che dolor ti opprime?
 E a lui con fioca e languida favella
 di Priamo il figlio: Chi se' tu che vieni,
 ottimo nume, a interrogarmi? Ignori
 che il forte Aiace, mentre che de' suoi
 alle navi io facea strage, mi colse
 d'un sasso al petto, e tolsemi le forze?
 Gi l'alma errava su le labbra; e certo
 di veder mi credetti in questo giorno
 l'ombre de' morti e la magion di Pluto.
 Fa cor, riprese il Dio: Giove ti manda
 soccorritore ed assistente il sire
 dell'aurea spada, Apolline. Son io
 che te finor protessi e queste mura.
 Or via, sveglia il valor de' numerosi
 squadroni equestri, ed a spronar gli esorta
 verso le navi i corridori. Io poscia
 li precedendo spianer lor tutta
 la strada, e fugher gli achivi eroi.
 Disse, ed al duce una gran forza infuse.
 Come destrier di molto orzo in riposo
 alle greppie pasciuto, e nella bella
 uso a lavarsi correnta del fiume,
 rotti i legami, per l'aperto corre
 insuperbito, e con sonante piede
 batte il terren; sul collo agita il crine,
 alta estolle la testa, e baldanzoso
 di sua bellezza, al pasco usato ei vola
 ove amor d'erbe il chiama e di puledre:
 tale, udita del Dio la voce, Ettorre
 move rapidi i passi, inanimando
 i cavalieri. Ma gli Achei, siccome
 veltri e villani che un cornuto cervo
 inseguono, o una damma a cui fa schermo
 alto dirupo o densa ombra di bosco,
 poich lor vieta di pigliarla il fato;
 se a lor grida s'affaccia in su la via
 un barbuto leon colle sbarrate
 mascelle orrende, incontanente tutti,
 bench animosi, volgono le terga:
 cos agli Achei, che stretti infino allora
 senza posa inseguito aveano i Teucri
 colle lance ferendo e colle spade,
 visto aggirarsi tra le file Ettorre,
 cadde a tutti il coraggio. Allor si mosse
 Toante Andremonde, il pi gagliardo
 degli etli guerrieri. Era costui
 di saetta del par che di battaglia
 a pi fermo perito, e degli Achivi
 pochi in arringhe lo vincean, se gara
 fra giovani nascea nella bell'arte
 del diserto parlar. - Numi! qual veggo
 gran prodigio? (dicea questo Toante)
 Dalla Parca scampato, e di bel nuovo
 risurto Ettorre! E speravam noi tutti
 che per le man d'Aiace egli giacesse.
 Certo qualcuno de' Celesti i giorni
 preserv di costui, che molti al suolo
 degli Achivi gi stese, e molti ancora
 ne stender, mi credo; ch non senza
 l'altitonante Giove egli s franco
 alla testa de' Teucri  ricomparso.
 Tutti adunque seguiamo il mio consiglio.
 La turba ai legni si raccosti; e noi,
 quanti del campo achivo i pi valenti
 ci vantiamo, stiam fermi e coll'alzate
 aste vediam di repulsarlo. Io spero
 che quantunque animoso, ei nella calca
 entrar non ardir di scelti eroi.
 Disse, e tutti obbedr volonterosi.
 Ambo gli Aiaci e Teucro e Idomeno
 e Merone e il marzal Megte
 convocando i migliori, in ordinanza
 contro i Teucri ed Ettr poser la pugna.
 Verso le navi intanto s'avvava
 de' men forti la turba. Allor primieri
 e serrati fr impeto i Troiani.
 Li precede a gran passi camminando
 l'eccelso Ettorre, e lui precede Apollo,
 che di nebbia i divini omeri avvolto
 l'irta di fiocchi, orrenda, impetuosa
 egida tiene, di Vulcano a Giove
 ammirabile dono, onde tonando
 i mortali atterrir. Con questa al braccio
 guidava i Teucri il Dio contro gli Achei
 che stretti insieme n'attendean lo scontro.
 Surse allor d'ambe parti un alto grido.
 Dai nervi le saette, e dalle mani
 vedi l'aste volar, altre nel corpo
 de' giovani guerrieri, altre nel mezzo,
 pria che il corpo saggiar, piantarsi in terra
 di sangue sitibonde. Infin che immota
 tenne l'egida Apollo, egual fu d'ambe
 parti il ferire ed il cader. Ma come
 dritto guardando l'agit con forte
 grido sul volto degli Achei, gelossi
 ne' lor petti l'ardire e la fortezza.
 Qual di bovi un armento o un pieno ovile
 incustodito, all'improvviso arrivo
 di due belve notturne si scompiglia;
 cos gli Achivi costernrsi; e Apollo
 fra lor spargeva lo spavento, i Teucri
 esaltando ed Ettorre. Allor turbata
 l'ordinanza, segua strage confusa.
 Ettore Stichio uccide e Arcesilao,
 questi a' Beozi capitano, e quegli
 un compagno fedel del generoso
 Menesto. Per le man poscia d'Enea
 Jaso cade e Medonte. Era Medonte
 del divino Oilo bastardo figlio
 e d'Aiace fratel: ma morto avendo
 un diletto german della matrigna
 Eropde d'Oilo mogliera,
 dalla paterna terra allontanato
 in Filace abitava. Attico duce
 era Jaso, e figliuol detto vena
 del Bucolide Sfelo. A Mecisto
 Polidamante nelle prime file
 tolse la vita; ad Echon Polte,
 ed Agenore a Clnio. A Dijco,
 tra quei di fronte in fuga volto, al tergo
 vibra Paride l'asta e lo trafigge.
 Mentre l'armi rapan questi agli uccisi,
 gi nell'irto di pali orrendo fosso
 precipitando i fuggitivi Achei
 d'ogni parte correan, dalla crudele
 necessit sospinti, entro il riparo
 della muraglia: ed alto alle sue schiere
 gridava Ettorre di lasciar le spoglie
 sanguinolente, e sul navile a gitto
 piombar: Qualunque scorger ristarsi
 dalle navi lontan, di propria mano
 l'uccider, n morto il metteranno
 su la pira i fratei n le sorelle,
 ma innanzi ad Ilio strazieranlo i cani.
 S dicendo, sonar fe' su le groppe
 de' cavalli il flagello e li sospinse
 per le file, animando ogni guerriero.
 Dietro al lor duce minacciosi i Teucri
 con immenso clamor drizzaro i cocchi.
 Iva Apollo davanti, e col leggiero
 urto del piede lo ciglion del cupo
 fosso abbattendo il rivers nel mezzo,
 e ad immago di ponte un'ampia strada
 spianovvi, e larga come d'asta il tiro,
 quando a far di sue forze esperimento
 un lanciator la scaglia. Essi a falangi
 su questa via versavansi, ed Apollo
 sempre alla testa, sollevando in alto
 l'egida orrenda, degli Achivi il muro
 atterrava con quella agevolezza
 che un fanciullo talor lungo la riva
 del mar per giuoco edifica l'arena,
 e per giuoco co' piedi e colle mani
 poco poi la rovescia e la rimesce.
 Tale fu, Febo arcier, l'opra in che tanto
 sudr gli Achivi, dispergesti, e loro
 del gelo della fuga empiesti il petto.
 Cos spinti fermrsi appo le navi,
 e a vicenda incuorandosi, e le mani
 ai numi alzando, ognun porgea gran voti.
 Ma pi che tutti, degli Achei custode,
 il Gernio Nestorre allo stellato
 cielo le palme sollevando orava:
 Giove padre, se mai nelle feconde
 piagge argive o di tauri o d'agnellette
 sacrifici offerendo ti pregammo
 di felice ritorno, e tu promessa
 ne festi e cenno, or deh! il ricorda, e lungi,
 dio pietoso, ne tieni il giorno estremo,
 n voler s da' Troi domi gli Achivi.
 Cos pregava. L'ud Giove, e forte
 tuon. Ma i Teucri dell'Egoco Sire
 udito il segno si scaglir pi fieri
 contro gli Achivi, ed incalzr la pugna.
 Come del mar turbato un vasto flutto
 da furia boreal cresciuto e spinto
 rugge e sormonta della nave i fianchi;
 tali i Teucri con alti urli saliro
 la muraglia, e, cacciati entro i cavalli,
 coll'aste incomincir sotto le poppe
 un conflitto crudel, questi su i cocchi,
 quei sul bordo de' legni colle lunghe,
 che dentro vi giacean, stanghe commesse,
 ed al bisogno di naval battaglia
 accomodate colle ferree teste.
 Finch fuor del navile intorno al muro
 arse de' Teucri e degli Achei la pugna,
 del valoroso Eurpilo si stette
 Patroclo nella tenda, e ragionando
 il ricreava, e sull'acerba piaga
 dell'amico, a placarne ogni dolore,
 obblivosi farmaci spargea.
 Ma tosto che mir su l'arduo muro
 saliti a furia i Teucri, e l'urlo surse
 degli Achivi e la fuga, in lai proruppe,
 e battendosi l'anca, Ohim! diss'egli
 in suono di lamento, una feroce
 mischia l veggo. Non mi lice, Eurpilo,
 all'uopo che pur n'hai, teco indugiarmi
 pi lungamente: assisteratti il servo;
 io ne volo ad Achille onde eccitarlo
 alla pugna. Chi sa? forse un propizio
 nume darammi che mia voce il tocchi;
 degli amici il pregar va dolce al core.
 Cos detto, vol. Gli Achivi intanto
 fermi de' Teucri sostenean l'assalto;
 ma dalle navi non sapean, quantunque
 di numero minori, allontanarli;
 n i Troiani potean romper de' Greci
 le stipate falangi, e insinuarsi
 tra le navi e le tende. E a quella guisa
 che in man di fabbro da Minerva istrutto,
 il rigo una naval trave pareggia;
 cos de' Teucri egual si diffondea
 e degli Achei la pugna; ed altri a questa
 nave attacca la zuffa, ed altri a quella.
 Ma contro Aiace dispiccato Ettorre,
 intorno ad un sol legno ambo gli eroi
 travagliansi, n questi era possente
 a fugar quello e il combattuto pino
 incendere, n quegli a tener lunge
 questo, ch un nume ve l'avea condotto.
 Colp coll'asta il Telamnio allora
 Caletore di Clzio in mezzo al petto,
 mentre alle navi gi vena col foco.
 Rimbomb nel cadere, e dalla mano
 cascgli il tizzo. Come vide Ettorre
 riverso nella polve anzi alla poppa
 il consobrino, alz la voce, e i suoi
 animando grid: Licii, Troiani,
 Dardani bellicosi, ah dalla pugna
 non ritraete in questo stremo il piede!
 Deh non patite che di Clzio il figlio,
 da valoroso nel pugnar caduto,
 sia dell'armi dispoglio. - E s dicendo,
 Aiace saett colla fulgente
 lancia, ma in fallo; e Licofron percosse
 di Mastore figliuol che reo di sangue
 dalla sacra Citera esule venne
 al Telamnio, e v'ebbe asilo, e poscia
 suo scudiero il segu. Lo giunse il ferro
 nella testa, da presso al suo signore,
 sul confin dell'orecchia: e dalla poppa
 resupino il travolse nella polve.
 Raccapriccionne Aiace, e a Teucro disse:
 Caro fratel, n' spento il fido amico
 Mastoride che noi ne' nostri tetti
 da Citera ramingo in pregio avemmo
 quanto i diletti genitor: l'uccise
 Ettore. Dove or son le tue mortali
 frecce, e quell'arco tuo, dono d'Apollo?
 L'ud Teucro, e veloce a lui ne venne
 coll'arco e la faretra, e via ne' Troi
 dardeggiando fer di Pisenorre
 Clito illustre figliuol, caro al Pantde
 Polidamante a cui de' corridori
 reggea le briglie. Or, mentre che bramoso
 di mertarsi d'Ettorre e de' Troiani
 e la grazia e la lode, ove dell'armi
 lo scompiglio  maggior spinge i cavalli,
 malgrado il presto suo girarsi il giunse
 l'inevitabil suo destin; ch il dardo
 lagrimoso gli entr dentro la nuca.
 Cadde il trafitto; s'arretrr turbati
 i destrieri scotendo il vto cocchio
 orrendamente. Ma v'accorse pronto
 di Panto il figlio, che parossi innanzi
 ai frementi corsieri; e ad Astino
 di Protaon fidandoli, con molto
 raccomandar lo prega averli in cura
 e seguirlo vicin. Ci fatto, il prode
 riede alla zuffa, e tra i primier si mesce.
 Pose allor Teucro un altro dardo in cocca
 alla mira d'Ettorre: e qui finita
 tutta alle navi si sara la pugna,
 se al fortissimo eroe togliea l'acerbo
 quadrel la vita. Ma lo vide il guardo
 della mente di Giove, che d'Ettorre
 custoda la persona, e privo fece
 di quella gloria il Telamnio Teucro:
 ch il Dio, nell'atto del tirar, gli ruppe
 del bell'arco la corda, onde svossi
 il ferreo strale, e l'arco di man cadde.
 Inorridito si rivolse Teucro
 al suo fratello, e disse: Ohim! precise
 della nostra battaglia un Dio per certo
 tutta la speme, un Dio che dalla mano
 l'arco mi scosse, e il nervo ne diruppe
 pur contorto di fresco, e ch'io medesmo
 gli adattai questa mane, onde il frequente
 scoccar de' dardi sostener potesse.
 O mio diletto, gli rispose Aiace,
 poich l'arco ti franse un Dio, nemico
 dell'onor degli Achivi, al suolo il lascia
 con esso le saette; e l'asta impugna
 e lo scudo, e co' Teucri entra in battaglia,
 ed agli altri fa core; onde, se prese
 esser denno le navi, almen non sia
 senza fatica la vittoria. Ad altro
 non pensiam dunque che a pugnar da forti.
 Corse Teucro alla tenda, e vi ripose
 l'arco, e preso un brocchier che avea di quattro
 falde il tessuto, un elmo irto d'equine
 chiome al capo si pose; e orribilmente
 n'ondeggiava la cresta. Indi una salda
 lancia impugnata, a cui d'acuto ferro
 splendea la punta, s'avv veloce,
 e raggiunse il fratello. Intanto Ettorre,
 viste cader di Teucro le saette,
 le sue schiere incuorando, alto gridava:
 Teucri, Dardani, Licii, ecco il momento
 d'esser prodi, e mostrar fra queste navi
 il valor vostro, amici. Infrante ha Giove
 d'un gran nemico (con quest'occhi il vidi)
 le funeste quadrella. Agevolmente
 si palesa del Dio l'alta possanza,
 sia ch'esalti il mortal, sia che gli piaccia
 abbassarne l'orgoglio, e l'abbandoni:
 siccome appunto degli Achivi or doma
 la baldanza, e le nostre armi protegge.
 Pugnate adunque fortemente, e stretti
 quelle navi assalite. Ognun che colto
 o di lancia o di stral trovi la morte,
 del suo morir s'allegri. E' dolce e bello
 morir pugnando per la patria, e salvi
 lasciarne dopo s la sposa, i figli
 e la casa e l'aver, quando gli Achei
 torneran navigando al patrio lido.
 Fur quei detti una fiamma ad ogni core.
 Dall'una parte i suoi conforta anch'esso
 Aiace, e grida: Argivi, o qui morire,
 o le navi salvar. Se fia che alfine
 il nemico le pigli, a pi tornarvi
 forse sperate alla nata contrada?
 E non udite di che modo Ettorre
 d'incenerirle tutte impazente
 i suoi guerrieri istiga? Egli per certo
 non alla tresca, ma di Marte al fiero
 ballo gl'invita. N partito adunque
 n consiglio sicuro altro che questo,
 menar le mani, e di gran cor. Gli  meglio
 pure una volta aver salute o morte,
 che a poco a poco in lungo aspro conflitto
 qui consumarci invendicati e domi
 per mano, oh scorno! di peggior nemico.
 Rincorossi ciascuno, e allor la strage
 d'ambe le parti si confuse. Ettorre
 Schedio uccide, figliuol di Perimede,
 condottier de' Focensi. Uccide Aiace
 Laodamante, generosa prole
 d'Antenore, e di fanti capitano.
 Polidamante al suol stende il cillnio
 Oto, compagno di Megte, e duce
 de' magnanimi Epei. Visto Megte
 cader l'amico, scagliasi diritto
 su l'uccisor; ma questi obliquamente
 chinando il fianco andar fe' vto il colpo,
 ch in quella zuffa non permise Apollo
 del figliuolo di Panto la caduta,
 e l'asta di Megte in mezzo al petto
 di Cresmo si piant, che orrendamente
 rimbomb nel cader. Corse a spogliarlo
 dell'armi il vincitor; ma gli si spinse
 contra il gagliardo vibrator di picca
 Dolope che di Lampo era germoglio,
 di Lampo prestantissimo guerriero
 Laomedontde. Impetuoso ei corse
 sopra Megte, e lo fer nel mezzo
 dello scudo; ma il cavo e grosso usbergo
 l'asta sostenne, quell'usbergo istesso
 che d'Efira di l dal Selleente
 un d Fileo port, dono d'Eufete,
 ospite suo. Con questo egli pi volte
 camp se stesso nelle pugne, ed ora
 con questo a morte si sottrasse il figlio
 che non fu tardo alle risposte. Al sommo
 del ferrato e chiomato elmo ei percosse
 l'assalitor coll'asta, e dispicconne
 l'equina cresta, che cos com'era
 di purpureo color fulgida e fresca
 tutta gli cadde nella polve. Or mentre
 ei qui stassi con Dolope alle strette,
 e vittoria ne spera, ecco venirne
 a rapirgli la palma il bellicoso
 minore Atride, che furtivo al fianco
 di Dolope s'accosta, e via nel tergo
 l'asta gli caccia. Trapassgli il petto
 la furosa punta oltre anelando:
 boccon cadde il trafitto, e gli fur sopra
 tosto que' due per dispogliarlo. Allora
 il teucro duce incoraggiando tutti
 i congiunti, si volse a Melanippo
 d'Icetaon. Pasceva egli in Percote,
 pria dell'arrivo degli Achei, le mandre.
 Ma giunti questi ad Ilio, ei pur vi venne,
 e risplendea fra' Teucri, ed abitava
 col re medesmo che l'avea per figlio.
 Lo punse Ettorre, e disse: E cos dunque
 ci starem neghittosi, o Melanippo?
 E non ti senti il cor commosso al diro
 caso del morto consobrin? Non vedi
 lo studio che color dansi dintorno
 a Dolope per l'armi? Ors mi segui:
 non  pi tempo di pugnar da lungi
 con questi Argivi. Sterminarli  d'uopo,
 o veder Troia al fondo, ed allagate
 per lor di sangue cittadin le vie.
 Cos detto, il precede, e l'altro il segue
 in sembianza d'un Dio. Ma volto a' suoi
 il gran Telamonde, Amici, ei grida,
 siate valenti, in cor v'entri la fiamma
 della vergogna, e l'un dell'altro abbiate
 tema e rispetto nella forte mischia.
 De' prodi erubescenti i salvi sono
 pi che gli uccisi. Chi si volge in fuga,
 corre all'infamia insieme ed alla morte.
 S disse, e tutti per s pur gi pronti
 alla difesa, si stampr nel core
 que' detti, e fr dell'armi un ferreo muro
 alle navi; ma Giove era co' Teucri.
 Prese allor Menelao con questi accenti
 d'Antloco a spronar la gagliardia:
 Antloco, tu se' del nostro campo
 il pi giovin guerriero e il pi veloce,
 e niun t'avanza di valor. Trascorri
 dunque, e di sangue ostil tingi il tuo ferro.
 Cos l'accese e si ritrasse; e quegli
 fuor di schiera balzando, e d'ogn'intorno
 guatandosi vibr l'asta lucente.
 Visto quell'atto, si scansaro i Teucri,
 ma il colpo in fallo non and, ch colse
 Melanippo nel petto alla mammella,
 mentre animoso s'avanzava. Ei cadde
 risonando nell'armi, e ratto a lui
 Antloco avventossi. A quella guisa
 che il veltro corre al caprol ferito,
 cui, mentre usca dal covo, il cacciatore
 di stral raggiunse, e sciolsegli le forze:
 cos sovra il tuo corpo, o Melanippo,
 a spogliarti dell'armi il bellicoso
 Antloco si spinse. Il vide Ettorre,
 e vol per la mischia ad assalirlo.
 Non ard l'altro, bench pro' guerriero,
 aspettarne lo scontro, e si fuggo
 siccome lupo misfattor, che ucciso
 presso l'armento il cane od il bifolco,
 si rinselva fuggendo anzi che densa
 lo circuisca dei villan la turba;
 cos di volta sbigottito il figlio
 di Nestore per mezzo alle saette
 che alle sue spalle con immenso strido
 i Troiani piovevano ed Ettorre;
 n di sosta al fuggir, n si converse
 che giunto fra' compagni a salvamento.
 Qui fu che i Teucri un furoso assalto
 diero alle navi, ed adempr di Giove
 il supremo voler, che vie pi sempre
 lor forza accresce, ed agli Achei la scema;
 togliendo a questi la vittoria, e quelli
 incoraggiando, perch tutto s'abbia
 Ettor l'onore di gittar ne' curvi
 legni le fiamme, e tutto sia di Teti
 adempito il deso. Quindi il veggente
 nume il momento ad aspettar si stava
 che il guardo gli ferisse alfin di qualche
 incesa nave lo splendor, perch'egli
 da quel punto volea che de' Troiani
 cominciasse la fuga, e degli Achei
 l'alta vittoria. In questa mente il Dio
 sproni aggiungeva al cor d'Ettorre, e questi
 furando parea Marte che crolla
 la grand'asta in battaglia, o di vorace
 fuoco la vampa che ruggendo involve
 una folta foresta alla montagna.
 Manda spume la bocca, e sotto il torvo
 ciglio lampeggia la pupilla: ai moti
 del pugnar, la celata orrendamente
 si squassa intorno alle sue tempie, e Giove
 il proteggea dall'alto, e di lui solo
 tra tanti eroi volea far chiaro il nome
 a ricompensa di sua corta vita.
 Perocch gi Minerva il d supremo,
 che domar lo dovea sotto il Pelde,
 gl'incalzava alle spalle. Ove pi dense
 egli vede le file, e de' pi forti
 folgoreggiano l'armi, oltre si spigne
 di sbaragliarle impazente, e tutte
 ne ritenta le vie; ma tuttavolta
 gli esce vano il deso, ch stretti insieme
 resistono gli Achei siccome aprico
 immane scoglio che nel mar si sporge,
 e de' venti sostiene e del gigante
 flutto la furia che si spezza e mugge:
 tali a pi fermo sostenean gli Achei
 l'urto de' Teucri. Finalmente Ettorre
 scintillante di foco nella folta
 precipitossi. Come quando un'onda
 gonfia dal vento assale impetuosa
 un veloce naviglio, e tutto il manda
 ricoperto di spuma: il vento rugge
 orribilmente nelle vele, e trema
 ai naviganti il cor, ch dalla morte
 non son divisi che d'un punto solo:
 cos tremava degli Achivi il petto;
 ed Ettore parea crudo lone
 che in prato da palude ampia nudrito
 un pingue assalta numeroso armento.
 Ben egli il suo pastor vorra da morte
 le giovenche campar; ma non esperto
 a guerreggiar col mostro, or tra le prime
 s'aggira ed or tra l'ultime; alfin l'empio
 vi salta in mezzo, ed una ne divora,
 e ne van l'altre impaurite in fuga:
 cos davanti ad Ettore ed a Giove
 fuggan percossi da divin terrore
 tutti allora gli Achei. Restovvi il solo
 Miceno Perifte, amata prole
 di quel Copro che un giorno al grande Alcide
 venne dei duri d'Euristo comandi
 apportatore. Di malvagio padre
 illustre figlio risplendea di tutte
 virt fornito Perifte, ed era
 e nel corso e nell'armi e ne' consigli
 tra' Miceni pregiato e de' primieri.
 Ed or qui diede di sua morte il vanto
 alla lancia d'Ettr. Ch mentre indietro
 si volta nel fuggir, nell'orlo inciampa
 dello scudo, che lungo insino al piede
 dalle saette il difendea. Da questo
 impedito il guerrier cadde supino,
 e dintorno alle tempie in suono orrendo
 la celata squill. V'accorse Ettorre,
 e l'asta in petto gli piant, n alcuno
 aitarlo potea de' mesti amici,
 del teucro duce paurosi anch'essi.
 Abbandonato delle navi il primo
 ordin gli Achivi, come ria gli sforza
 necessitade e l'incalzante ferro
 de' Troiani, riparansi al secondo
 alla marina pi propinquo; e quivi
 nanzi alle tende s'arrestr serrati
 senza sbandarsi (ch vergogna e tema
 li ratteneano) e alzando un incessante
 grido a vicenda si mettean coraggio.
 Anzi a tutti il buon Nestore, l'antico
 guardan degli Achivi, ad uno ad uno
 pe' genitor li supplica: Deh siate,
 siate forti, o miei cari, e di pudore
 il cor v'infiammi la presenza altrui.
 Della sua donna ognuno e de' suoi figli
 e del suo tetto si rammenti; ognuno
 si proponga de' padri, o spenti o vivi,
 i bei fatti al pensiero: io qui per essi
 che son lungi vi parlo, e vi scongiuro
 di tener fermo e non voltarvi in fuga.
 Rincorrsi a que' detti: allor repente
 sgombr Minerva la divina nube,
 che il lor guardo abbuiava, e una gran luce
 dintorno balen. Vider le navi,
 videro il campo e la battaglia e il prode
 Ettore e tutti i suoi guerrier, s quelli
 che in riserbo tenea, s quei che fanno
 pugna alle navi. Non soffr d'Aiace
 il magnanimo cor di rimanersi
 con gli altri Achivi indietro, ed impugnata
 una gran trave da naval conflitto
 con caviglie connessa, e ventidue
 cubiti lunga, la scotea, per l'alte
 de' navigii corse lesto balzando
 a lunghi passi, simigliante a sperto
 equestre saltator che giunti insieme
 quattro scelti destrier gli sferza e spigne
 per le pubbliche vie: maravigliando
 stassi la turba, ed ei sicuro e ritto
 dall'un passando all'altro il salto alterna
 sui volanti cavalli; a tal sembianza
 alternava l'eroe gl'immensi passi
 per le coperte delle navi, e al cielo
 la sua voce giugnea sempre gridando
 terribilmente, e confortando i suoi
 delle tende e de' legni alla difesa.
 E n pur esso di rincontro Ettorre
 tra' Teucri in turba si riman; ma quale
 aquila falba che uno stormo invade
 o di cigni o di gru che lungo il fiume
 van pascolando; a questa guisa il prode
 di schiera uscito avventasi di punta
 contra una nave di cerulea prora.
 Lo stesso Giove colla man possente
 il sospinge da tergo, e gli altri incita,
 e un novello vi desta aspro certame.
 Detto avresti che fresca allora allora
 s'attaccava la mischia, e che indefesse
 eran le braccia: l'impeto  cotanto
 de' combattenti con opposti affetti.
 Nella credenza di perirvi tutti
 pugnavano gli Achei; nella lusinga
 di sterminarli i Teucri, ed in faville
 mandar le navi. Ed in cotal pensiero
 gli uni e gli altri mescean la zuffa e l'ire.
 Ettore intanto colla destra afferra
 d'una nave la poppa. Era la bella
 veloce nave che di Troia al lido
 Protesilao guid senza ritorno.
 Per questa si facea di Teucri e Achei
 un orrido macello, e questi e quelli
 d'un cor medesmo, non con archi e dardi
 fan pugna da lontan, ma con acute
 mannaie a corpo a corpo, e con bipenni
 e con brandi e con aste a doppio taglio,
 e con tersi coltelli di forbito
 ebano indutti e di gran pomo; ed altri
 ne cadean dalle spalle, altri dal pugno
 de' guerrieri, e scorrea sangue la terra.
 Dell'afferrata poppa Ettor tenendo
 forte il timone colle man, gridava:
 Foco, o Teucri, accorrete, e combattete;
 ecco il d che di tutti il conto adegua,
 il d che Giove nelle man ci mette
 queste navi, a Ilon contra il volere
 venute degli Dei, queste che tanti
 ne recr danni per codardi avvisi
 de' nostri padri che mi fean divieto
 di portar qui la guerra. Ma se Giove
 confuse allor le nostre menti, or egli,
 egli stesso n'incalza all'alta impresa.
 Disse, e i Teucri maggior contro gli Argivi
 impeto fro. Degli strali allora
 pi non sostenne Aiace la ruina,
 ma giunta del morir l'ora credendo,
 lasci la sponda del naviglio, e indietro
 retrocesse alcun poco ad uno scanno
 sette pi di lunghezza. E qui piantato
 osservava il nemico, e sempre oprando
 l'asta, i Troiani, che di faci ardenti
 gi s'avanzano armati, allontanava,
 e sempre alzava la terribil voce:
 Dnai di Marte alunni, amici eroi,
 non ponete in obblo vostra prodezza.
 Sperate forse di trovarvi a tergo
 chi ne soccorra, od un pi saldo muro
 che ne difenda? Non abbiam vicina
 citt munita che ne salvi, e nuove
 falangi ne fornisca. In mezzo a fieri
 inimici noi siam, chiusi dal mare,
 lungi dal patrio suol. Nell'armi adunque,
 non nella fuga, ogni salute  posta.
 Cos dicendo, colla lunga lancia
 furoso insegua qualunque osava
 da Ettore sospinto avvicinarsi
 colle fiamme alle navi. E di costoro
 dodici dall'acuta asta trafitti
 pose a giacer davanti alle carene.




















 LIBRO DECIMOSESTO.

 E cos questi combattean la nave.
 Presentossi davanti al fiero Achille
 Patroclo intanto un caldo rio versando
 di lagrime, siccome onda di cupo
 fonte che in brune polle si devolve
 da rupe alpestre. Riguardollo, e n'ebbe
 piet il guerriero pi-veloce, e disse:
 Perch piangi, Patrclo? Bamboletta
 sembri che dietro alla madre correndo
 torla in braccio la prega, e la rattiene
 attaccata alla gonna, ed i suoi passi
 impedendo piangente la riguarda
 finch'ella al petto la raccolga. Or donde
 questo imbelle tuo pianto? Ai Mirmidni
 o a me medesmo d'una ria novella
 sei forse annunziator? Forse di Ftia
 la ti giunse segreta? E pur la fama
 vivo ne dice ancor Menzio, e vivo
 tra i Mirmidn l'Ecide Pelo,
 d'ambo i quali d'assai grave a noi fra
 certo la morte. O per gli Achei tu forse
 le tue lagrime versi, e li compiagni
 l tra le fiamme delle navi ancisi,
 e dell'onta puniti che mi fro?
 Parla, m'apri il tuo duol, meco il dividi.
 E tu dal cor rompendo alto un sospiro
 cos, Patrclo, rispondesti: O Achille,
 o degli Achei fortissimo Pelde,
 non ti sdegnar del mio pianto. Lo chiede
 degli Achei l'empio fato. Oim, che quanti
 eran dianzi i miglior, tutti alle navi
 giaccion feriti, quale di saetta,
 qual di fendente. Di saetta il forte
 Tidde Domede, e di fendente
 l'inclito Ulisse e Agamennn; trafitta
 ei pur di freccia Eurpilo ha la coscia.
 Intorno a lor di farmaci molt'opra
 fan le mediche mani, e le ferite
 ristorando ne vanno. E tu resisti
 inesorato ancora? O Achille! oh mai
 non mi s'appigli al cor, pari alla tua,
 l'ira, o funesto valoroso! E s'oggi
 sottrar nieghi gli Achivi a morte indegna,
 chi fia che poscia da te speri aita?
 Crudel! n padre a te Pelo, n madre
 Tetide fu: te il negro mare o il fianco
 partor delle rupi, e tu rinserri
 cuor di rupe nel sen. Se doloroso
 ti turba un qualche oracolo la mente;
 se di Giove alcun cenno a te la madre
 veneranda rec, me tosto almeno
 inva nel campo; e al mio comando i forti
 Mirmidoni concedi, ond'io, se puossi,
 qualche raggio di speme ai travagliati
 compagni apporti. E questo ancor mi assenti,
 ch'io, delle tue coperto armi le spalle,
 m'appresenti al nemico, onde ingannato
 dalla sembianza, in me comparso ei creda
 lo stesso Achille, e fugga, e l'abbattuto
 Acheo respiri. Nella pugna  spesso
 una via di salute un sol respiro;
 e noi di forze intgri agevolmente
 ricaccerem la stanca oste alle mura
 dalle navi respinta e dalle tende.
 Cos l'eroe preg. Folle! ch morte
 perorava a se stesso e reo destino.
 E a lui gemendo di corruccio Achille:
 Che dicesti, o Patrclo? In questo petto
 terror d'udite profezie non passa,
 n di Giove alcun cenno a me la diva
 madre rec. Ma il cor mi rode acerba
 doglia in pensando che rapirmi il mio
 un mio pari s'ardisce, e del concesso
 premio spogliarmi prepotente. E' questo,
 questo il tormento, il dispetto, la rabbia
 onde l'alma  angosciata. Una donzella
 di valor ricompensa, a me prescelta
 da tutto il campo, e da me pria coll'asta
 conquistata per mezzo alla ruina
 di munita citt, questa alle mie
 mani ha ritolta l'orgoglioso Atride,
 come a vil vagabondo. Ma le andate
 cose sien poste nell'obblo; ch l'ira
 viver non debbe eterna. Io certo avea
 fatto un severo nel mio cor decreto
 di non porla, se prima non giugnesse
 alle mie navi de' pugnanti il grido
 e la pugna. Ma tu le mie ti vesti
 armi temute, e alla battaglia guida
 i bellicosi Tessali; ch fosco
 di Teucri e fiero un nugolo vegg'io
 circondar gi le navi, e al lido stringersi
 in poco spazio i Greci, e su lor tutta
 Troia versarsi, audace fatta e balda
 perch vicino balenar non vede
 dell'elmo mio la fronte. Oh fosse meco
 stato re giusto Agamennn! Ben io
 t'affermo che costoro avran fuggendo
 de' lor corpi ricolme allor le fosse.
 Or ecco che n'han chiuso essi d'assedio:
 perocch nella man di Domede,
 a tener lunge dagli Achei la morte,
 l'asta pi non infuria, n d'Atride
 la voce ascolto io pi dall'abborrita
 bocca scoppiante; ma sol quella intorno
 dell'omicida Ettorre mi rimbomba
 animante i Troiani. E questi alzando
 liete grida guerriere il campo tutto
 tengon gi vincitori. E nondimeno
 va, ti scaglia animoso, e dalle navi
 quella peste allontana, n patire
 che le si strugga il fuoco, e ne sia tolta
 del desato ritornar la via.
 Ma, quale in mente la ti pongo, avverti
 de' miei detti alla somma, e m'obbedisci,
 se vuoi che gloria me ne torni, e grande
 dai Greci onore, e che la bella schiava
 con doni eletti alfin mi sia renduta.
 Cacciati i Teucri, fa ritorno: e s'anco
 l'altitonante di Giunon marito
 ti prometta vittoria, incauta brama
 di pugnar senza me con quei gagliardi
 non ti seduca, n voler ch'io colga
 di ci vergogna e disonor: n spinto
 dall'ardor della pugna alle fatali
 dardanie mura avvicinar le schiere
 della strage de' Teucri insuperbito;
 onde non scenda dall'Olimpo un qualche
 Immortale a tuo danno. Essi son cari,
 non obblarlo, al saettante Apollo.
 Posti in salvo i navili, immantinente
 dunque d volta, e lascia ambo a vicenda
 struggersi i campi. Oh Giove padre! oh Pallade!
 e tu di Delo arciero Iddio, deh fate
 che nessun possa n Troian n Greco
 schivar morte, nessuno; onde del sacro
 ilaco muro la caduta sia
 di noi due soli preservati il vanto.
 Mentre seguan tra lor queste parole
 Aiace omai cedea l'arena oppresso
 da gran selva di strali. Rintuzzava
 le sue forze il voler di Giove e il nembo
 delle teucre saette. Il rilucente
 elmo percosso un suon mettea che orrendo
 gl'intronava le tempie, ed incessante
 sovra i chiavelli il martellar cadea.
 Langue spossata la sinistra spalla
 dall'assiduo maneggio affaticata
 del versatile scudo. E tuttavolta
 n la calca premente, n de' colpi
 la tempesta il potea mover di loco.
 Scuotegli i fianchi pi affannato e spesso
 l'anelito: il sudor discorre a rivi
 per le membra, n puote a niuna guisa
 pigliar respiro il valoroso. Intanto
 d'ogni parte l'orror cresce e il periglio.
 Muse dell'alto Olimpo abitatrici,
 or voi ne dite per che modo il primo
 fuoco alle navi degli Achei s'apprese.
 Di frassino una grave asta scotea
 Aiace. A questa avvicinato Ettorre
 tal trasse un colpo della grande spada
 che netta la tagli l dove al tronco
 si commette la punta. Invan vibrava
 il Telamnio eroe l'asta privata
 della sua cima, che lontan cadendo
 rison sul terren. Raccapricciossi
 il magnanimo, e vide ivi d'un nume
 manifesta la man; vide che avverso
 l'Altitonante del pugnar le vie
 tutte gli avea precise, e decretata
 de' Teucri all'armi la vittoria. Ei dunque
 lunge dai dardi si ritrasse; e ratto
 i Troi gittaro nella nave il foco,
 che tosto le si apprese, e d'ogni lato
 l'inestinguibil fiamma si diffuse.
 Si batt l'anca per dolore Achille,
 vista la vampa divorante; e, Sorgi,
 mio Patroclo, grid: sorgi. Alle navi
 l'impeto io veggo della fiamma ostile.
 Deh che il nemico non le prenda, e tutti
 ne precluda gli scampi: su via, tosto
 armati; ch i miei forti io ti raduno.
 Disse: e Patrclo si vesta dell'armi
 folgoranti. Alle gambe primamente
 i bei schinieri si ravvolse adorni
 d'argentee fibbie. La corazza al petto
 poscia si mise del veloce Achille
 screzata di stelle. Indi la spada
 di bei chiovi d'argento aspra e lucente
 dall'omero sospese. Indi lo scudo
 saldo e grande imbracci: la valorosa
 fronte nell'elmo imprigion, su cui
 d'equine chiome orrendamente ondeggia
 una cresta. Alfin prese, atte al suo pugno,
 valide lance; ed unica d'Achille
 l'asta non prese, immensa, grave e salda
 cui nullo palleggiar Greco potea,
 tranne il braccio achillo: massiccia antenna
 sulle cime del Plio un d recisa
 dal buon Chirone, ed a Pelo donata,
 perch fosse in sua man strage d'eroi.
 Comanda ei quindi che i cavalli al cocchio
 subito aggioghi Automedon, guerriero
 cui dopo Achille rompitor di squadre
 sovra ogni altro ei pregiava: ed in battaglia
 nel sostener gl'impetuosi assalti
 del nemico, ad Achille era il pi fido.
 Rotti adunque gl'indugi, Automedonte
 i veloci corsieri al giogo addusse
 Balio e Xanto che un vento eran nel corso,
 e partoriti a Zefiro gli avea
 l'Arpia Podarge un d ch'ella pascendo
 iva nel prato lungo la corrente
 dell'Ocen. Dall'una banda ei poscia
 Pedaso aggiunse, corridor gentile,
 cui seco Achille un d dalla disfatta
 citt d'Eezon s'avea condotto;
 e quantunque mortale iva del paro
 co' destrieri immortali. Intanto Achille
 su e gi scorrendo per le tende, tutti
 di tutto punto i Mirmidni armava.
 Quai crudivori lupi il cor ripieni
 di molta gagliardia, prostrato avendo
 sul monte un cervo di gran corpo e corna,
 sel trangugiano a brani, e sozze a tutti
 rosseggiano di sangue le mascelle:
 quindi calano in branco ad una bruna
 fonte a lambir colle minute lingue
 il nereggiante umor, carne ruttando
 mista col sangue: il cor ne' petti audaci
 s'allegra, e il ventre ne va gonfio e teso:
 tali dintorno al bellicoso amico
 del gran Pelde intrepidi si affollano
 i mirmidonii capitani; e in mezzo
 a lor s'aggira il marzale Achille
 i cavalli animando e i battaglieri.
 Cinquanta eran le prore che veloci
 avea condotte a Troia il caro a Giove
 Tessalo prence, e carca iva ciascuna
 di cinquanta guerrieri. A cinque duci
 n'avea dato il comando, ed ei la somma
 potest ne tenea. Guida la prima
 squadra Menstio, scintillante il petto
 di varato usbergo. Era costui
 prole di Sperchio, fiume che da Giove
 l'origine vantava; e di Pelo
 la bella figlia Polidora a Sperchio
 partorito l'avea, donna mortale
 commista con un Dio. Ma lui la fama
 nel popolo dicea prole di Boro,
 di Periero figliuol, che tolta in moglie
 l'avea solenne e di gran dote ornata.
 Guidava la seconda il marzio Eudoro
 generato di furto, a cui fu madre
 la figlia di Filante Polimela,
 danzatrice leggiadra. Innamorossi
 in lei Mercurio un d che alle cantate
 danze la vide della Dea che gode
 del romor delle cacce e d'aureo strale;
 la vide, e della casa alle superne
 stanze salito giacquesi furtivo
 il pacifico Iddio colla fanciulla,
 e lei fe' madre d'un illustre figlio,
 d'Eudoro, egregio nella pugna al pari
 che rapido nel corso. E poich tratto
 fuor l'ebbe dal materno alvo Ilita
 curatrice de' parti, e l'almo ei vide
 raggio del Sol, la genitrice al prode
 Attride Echeclo pass consorte,
 di largo dono nuzal dotata.
 Nudr poscia il fanciullo ed allevollo
 l'avo Filante con paterna cura,
 e di figlio diletto in loco il tenne.
 Capitan della terza era il valente
 Memalide Pisandro, il pi perito
 de' Mirmidni nel vibrar dell'asta
 dopo il compagno del Pelde Achille.
 La quarta il veglio cavalier Fenice,
 e conducea la quinta Alcimedonte,
 di Laerce buon figlio. Or poich tutti
 gli ebbe schierati co' lor duci Achille,
 gravi ed alte parl queste parole:
 Mirmidoni, di voi nullo mi ponga
 le minacce in obblo, che, mentre immoti
 su le navi la mia ira vi tenne,
 fste a' Troiani, me accusando tutti,
 e dicendo: Implacabile Pelde,
 certo di bile ti nudro la madre:
 crudel, che tieni a lor dispetto inerti
 nelle navi i tuoi prodi. A Ftia deh almeno
 redir ne lascia su le nostre prore,
 da che nel cor ti cadde una tant'ira.
 Questi biasmi in accolta a me sovente
 mormoraste, o guerrieri. Or ecco  giunto
 del gran conflitto che bramaste il giorno.
 All'armi adunque; e chi cuor forte in petto
 si chiude, a danno de' Troiani il mostri.
 S dicendo, dest d'ogni guerriero
 e la forza e l'ardir. Strinser pi densa
 tosto le schiere l'ordinanza, uditi
 del lor sire gli accenti. E in quella guisa
 che industre architettor l'una su l'altra
 le pietre ammassa, e insieme le commette
 acconciamente a costruir d'eccelso
 palagio la muraglia all'urto invitta
 del furente aquilon: non altramente
 addensati venan gli elmi e gli scudi.
 Scudo a scudo, elmo ad elmo, e uomo ad uomo
 s'appoggia; e al moto delle teste vedi
 l'un coll'altro toccarsi i rilucenti
 cimieri e l'onda delle chiome equine:
 s de' guerrier serrate eran le file.
 Iva il paro d'eroi dinanzi a tutti
 Patroclo e Automedonte, ambo d'un core
 e d'una brama di dar dentro ei primi.
 Con altra cura intanto alla sua tenda
 avvossi il Pelde, ed un forziere
 apr di vago lavoro, cui Teti
 gli avea riposto nella nave e colmo
 di tuniche e di clamidi del vento
 riparatrici, e di vellosi strati.
 Quivi una tazza in serbo egli tenea
 di pregiato artificio, a cui null'altro
 labbro mai non attinse il rubicondo
 umor del tralcio, e fuor che a Giove, ei stesso
 non libava con questa ad altro iddio.
 Fuor la trasse dell'arca, e con lo zolfo
 la purg primamente: indi alla schietta
 corrente la lav. Lavossi ei pure
 le mani, e il vino rosseggiante attinse.
 Ritto poscia nel mezzo al suo recinto
 libando, e gli occhi sollevando al cielo,
 a Giove, che il vedea, fe' questo prego:
 Dio che lungi fra' tuoni hai posto il trono,
 Giove Pelasgo, regnator dell'alta
 agghiacciata Dodona, ove gli austeri
 Selli che han l'are a te sacrate in cura,
 d'ogni lavacro schivi al fianco letto
 fan del nudo terreno, i voti miei
 gi tu benigno un'altra volta udisti,
 e dalle piaghe degli Achei vendetta
 dell'onor mio prendesti. Or tu pur questa
 fata, o padre, le mie preci adempi.
 Io qui fermo mi resto appo le navi;
 ma in mia vece alla pugna ecco spedisco
 con molti prodi il mio diletto amico.
 Deh vittoria gl'inva, tonante Iddio,
 l'ardir gli afforza in petto, onde s'avvegga
 Ettore se pugnar sappia pur solo
 il mio compagno, o allor soltanto invitta
 la sua destra infierir, quando al tremendo
 lavor di Marte lo conduce Achille.
 Ma dalle navi achee lungi rimosso
 l'ostil furore, a me deh tosto il torna
 con tutte l'armi e co' suoi forti illeso.
 S disse orando, e il sapiente Giove
 parte del prego ud, parte ne sperse.
 Ud che dalle navi alfin respinta
 fosse la pugna, e non ud che salvo
 dalla pugna tornasse il caro amico.
 Libato a Giove e supplicato, Achille
 rentr, rinserr nell'arca il sacro
 nappo: e di nuovo della tenda uscito
 ritto all'ingresso si ferm bramoso
 di mirar de' Troiani e degli Achei
 la terribile mischia. E questi al cenno
 dell'ardito Patrclo in ordinati
 squadroni, e tutti di gran cor precinti
 gi piombano su i Teucri, e si dispiccano
 come rabide vespe, entro i lor nidi
 lungo la strada stimolate all'ira
 da procaci fanciulli, a cui diletta
 travagliarle incessanti a loro usanza.
 Stolti! ch a s fan danno ed all'ignaro
 passeggiero innocente. Le sdegnose
 che ne' piccioli petti han grande il core,
 sbucano in frotta, e alla difesa volano
 de' cari parti. Coll'ardir di queste
 si versr dalle navi i Mirmidni.
 N'era immenso il fracasso, e di Menzio
 confortandoli il figlio alto gridava:
 Commilitoni del Pelde Achille,
 siate valenti; della vostra possa
 ricordatevi, amici, e combattiamo
 per la gloria di lui, forti campioni
 del pi forte de' Greci. Il suo fallire
 vegga il superbo Atride, e dell'oltraggio
 fatto al maggiore degli eroi si penta.
 Sprone alle forze e al cor di ciascheduno
 fur le parole. Si serrr, scaglirsi
 sul nemico ad un punto; e si sentiva
 terribilmente rimbombar le navi
 al gridar degli Achei. Ma come i Teucri
 di Menzio mirr l'inclito figlio
 esso e l'auriga Automedonte al fianco
 folgoranti nell'armi, a tutti il core
 trem: le schiere scompiglirsi, ognuna
 nella credenza che il Pelde avesse
 deposta l'ira, e l'amist ripresa.
 Studia ognuno la fuga, ognun procaccia
 la sua salvezza. Allor Patrclo il primo
 la fulgida vibr lancia nel mezzo
 dove pi densa intorno all'alta poppa
 del buon Protesilao ferve la calca:
 e Pirecmo fer, che dalle vaste
 rive dell'Assio e d'Amidone avea
 seco i peonii cavalier condutti.
 Gli mise il colpo alla diritta spalla,
 e quei riverso e gemebondo cadde
 nella polve. Si volse al suo cadere
 il peonio drappello in presta fuga,
 e tutto si sband, morto il suo duce
 prestantissimo in guerra. Repulsati
 i nemici, l'eroe spense le vampe;
 ma il naviglio rest mezz'arso e monco.
 E qui fuggire e sgominarsi i Teucri,
 e gli Achivi inseguirli, e via pe' banchi
 delle navi cacciarli in gran tumulto.
 Siccome allor che dall'eccelsa vetta
 di gran monte le nubi atre disgombra
 il balenante Giove, appaion tutte
 subitamente le vedette e gli alti
 gioghi e le selve, e immenso s'apre il cielo:
 cos respinta l'ostil fiamma, aprissi
 de' Dnai il core e respir. Ma tregua
 non si fece alla zuffa; ancor non tutti
 davan le spalle agl'incalzanti Achei
 gli ostinati Troiani: e tuttavolta
 resistendo, cedean forzati e lenti
 gli occupati navigli. Allor diffusa
 in maggior spazio la battaglia, ognuno
 de' dnai duci un inimico uccise.
 Fu Patroclo il primier che con acuto
 cerro percosse Arilco al fianco
 nel voltarsi che fea. Lo passa il ferro,
 frange l'osso; e boccon cade il meschino.
 Trafisse Menelao Toante al petto
 scoperto dello scudo, e freddo il fece.
 Il figliuol di Filo, visto a rincontro
 venirsi Anficlo d'assaltarlo in atto,
 il previen, lo colpisce ove pi ingrossa
 della gamba la polpa. Infrange i nervi
 la ferrea punta, e a lui le luci abbuia.
 E voi l'armi d'ostil sangue non vile
 Antloco tingeste e Trasimde
 valorosi Nestoridi. Coll'asta
 Antloco pass d'Antmio il fianco,
 e il distese boccon. Mride irato
 per l'ucciso fratello innanzi al caro
 cadavere si pianta, e contra Antloco
 la picca abbassa. Ma di lui pi ratto
 Trasimde il prevenne, e non indarno
 vol la punta. All'omero lo giunse,
 i muscoli seg del braccio estremo,
 e netto l'osso ne recise. Ei cadde
 fragoroso, e l'avvolse eterna notte.
 Da due germani i due germani uccisi
 cos n'andaro a Dite, ambo valenti
 di Sarpedon compagni, ambo famosi
 lanciatori, figliuoi d'Amisodaro
 che la Chimera, insuperabil mostro
 di molte genti esizio, un d nudriva.
 Aiace d'Oilo sovra Clebolo
 correndo impetuoso il piglia vivo
 nella calca impacciato, e via sul collo
 l'enorme daga calando lo scanna.
 Si tepefece per lo sangue il ferro;
 e la purpurea morte e il volento
 fato le luci gli occup per sempre.
 S'azzuffr Lico e Penelo: ma in fallo
 trasser ambo le lance. Allor pi fieri
 dier mano al brando. Del chiomato elmetto
 Lico il cono percosse: ma la spada
 si franse all'elsa. All'avversario il ferro
 assest Penelo sotto l'orecchio,
 e tutto ve l'immerse. Penzolava
 in gi la testa dispiccata, e sola
 tenea la pelle. Cos cadde e giacque.
 Meron velocissimo correndo
 Acamante raggiunse appunto in quella
 che il cocchio ei monta, e al destro omero il fere.
 Ruin quel percosso dalla biga,
 e morte gli tir su gli occhi il velo.
 Idomeno la lancia nella bocca
 d'Erimanto cacci. La ferrea cima
 apertasi la via sotto il cerbro
 rusc per la nuca, spezz l'osso
 del gorgozzule, e sganghergli i denti;
 talch di sangue s'empr gli occhi, e sangue
 soffi dal naso e dalle fauci aperte.
 Cos concio il copr l'ombra di morte.
 E questi fro i condottieri achei
 che spensero ciascuno un inimico.
 Qual su capri ed agnelle i lupi piombano
 sterminatori, allor che per inospita
 balza neglette dal pastor si sbrancano;
 appena le adocchir, che ratti avventansi
 alle misere imbelli e ne fan strazio:
 non altrimenti si vedeva i Dnai
 dar sopra i Teucri che del core immemori
 con orribile strepito fuggivano.
 Nel folto della mischia il grande Aiace
 sempre ad Ettr volgea l'asta e la mira.
 Ma quel mastro di guerra ricoperto
 il largo petto di taurino scudo
 all'acuto stridor delle saette
 e al sibilo dell'aste attento bada,
 ben s'accorgendo alla contraria parte
 gi piegar la vittoria: e tuttavolta
 teneasi saldo alla salvezza intento
 degli amati compagni. Alfin, siccome
 per l'etere sereno al cielo ascende
 su dal monte una nube allor che Giove
 tenebrosa solleva la tempesta:
 non altrimenti dalle navi i Teucri
 dier volta urlando, e non avea ritegno
 il ritrarsi e il fuggir. Lo stesso Ettorre,
 via coll'armi dai rapidi destrieri
 trasportato in mal punto, la difesa
 abbandona de' suoi che la profonda
 fossa accalca e impedisce. Ivi sossopra
 molti destrier precipitando spezzano
 e timoni e tirelle, e conquassati
 lascian l dentro co' lor duci i carri.
 E Patroclo gl'incalza, ed incitando
 fieramente i compagni, alla suprema
 ruina anela de' Troiani. E questi
 d'alte grida e di fuga empion gi tutte
 sbaragliati le vie. Saliva al cielo
 vorticosa di polve una procella:
 spaventati i cavalli a tutta briglia
 correan dal mare alla cittade; e dove
 maggior vede l'eroe turba e scompiglio
 minaccioso gridando a quella volta
 drizza la biga. Traboccar dai cocchi
 vedi sotto le ruote i fuggitivi,
 e i vti cocchi sobbalzando volano
 risonanti. Varcr d'un salto il fosso
 gl'immortali destrieri oltre anelando,
 i destrier che a Pelo diero gli Dei
 preclaro dono. E tuttavia l'eroe
 contra Ettr li flagella, desoso
 pur d'arrivarlo e di ferir. Ma lui
 traean gi lunge i corridor veloci.
 Come d'autunno procelloso nembo
 tutta inonda la terra, allor che Giove
 densissime dal ciel versa le piogge
 quando contra i mortali arma il suo sdegno,
 i quai, cacciata la giustizia in bando
 e la vendetta degli Dei schernita,
 volente nel fro e nequitose
 proferiscon sentenze: allor furenti
 sboccan ne' campi i fiumi; gi dal monte
 precipitando le sonanti piene
 squarcian le ripe, e nel purpureo mare
 devolvonsi mugghiando, e dal cultore
 corrompono la speme e la fatica:
 cos gementi corrono e sbuffanti
 i troiani cavalli. Intanto rotte
 le prime schiere, di Menzio il figlio
 le ricaccia, le stringe alla marina,
 lor tagliando il ritorno al desato
 Ilio; e tra il mare e il Xanto e l'alto muro
 incalzava, uccideva e vendicava
 molte morti d'eroi. E primamente
 fer d'asta Prono che mal di scudo
 coprasi il petto. Lo trafisse; e quegli
 gi cadendo, nell'armi rison.
 Poi d'Enpo il figliuol Tstore assalse
 impetuosamente. Iva costui
 sovra elegante cocchio, la persona
 curvo ed in atto di raccor le briglie,
 che smarrito nel cor s'avea lasciato
 dalle mani fuggir. Gli si fe' sopra
 l'eroe coll'asta, e tal gli spinse un colpo
 su la destra mascella, che la siepe
 sprofondgli dei denti. A questo modo
 infilzato nell'asta sollevollo
 dalla conca del cocchio, e il trasse a terra.
 Quale il buon pescator sovra sporgente
 scoglio seduto colla lenza, armata
 di fulgid'amo, fuor dell'onda estragge
 enorme pesce; a cotal guisa il Greco
 fuor del cocchio tir colla lucente
 asta il confitto boccheggiante, e poscia
 lo scroll dalla picca, e lungi al suolo
 lo gitt sanguinoso e senza vita.
 Quindi Eralo, che contro gli vena,
 giunge d'un sasso al mezzo della fronte,
 e in due, chiusa nel forte elmo, la spacca.
 Boccon versossi nella sabbia, e morte
 lo si recinse e gli rapo la vita.
 Indi Erimante, Anftero ed Epalte
 e il figliuol di Damstore Tleplemo,
 l'Argade Polimlo ed Echio e Piro
 e con Evippo Ifo tutti in un mucchio
 rovesci, rassegn morti alla terra.
 Ma Sarpedonte visto de' compagni
 per le man di Patrclo un tale e tanto
 scempio, i suoi Licii rincorando, e insieme
 rampognando, Oh vergogna! o Licii, ei grida,
 dove, o Licii, fuggite? Ah per gli Dei
 rivolate alla pugna! Io di costui
 corro allo scontro, per saper chi sia
 questo fiero campion che vi diserta,
 che s nuoce ai Troiani, e gi di molti
 forti disciolse le ginocchia. - Disse,
 e via d'un salto a terra in tutto punto
 si lanci dalla biga. Ed a rincontro
 come Patroclo il vide, ei pur nell'armi
 si spicc dalla sua. Qual due grifagni
 ben unghiati avoltoi forte stridendo
 sovra un erto dirupo si rabbuffano,
 tal vennero quei due gridando a zuffa.
 Li vide, e tocco di pietade il figlio
 dell'astuto Saturno, in questi detti
 a Giunon si rivolse: Ohim, diletta
 sorella e sposa! Sarpedon, ch'io m'aggio
 de' mortali il pi caro,  sacro a morte
 pel ferro di Patrclo. Irresoluta
 fra due pensieri la mia mente ondeggia,
 se vivo il debba liberar da questo
 lagrimoso conflitto, e a' suoi tornarlo
 nell'opulenta Licia; o consentire
 che qui lo domi la tessalic'asta.
 E a lui grave i divini occhi girando
 l'alma Giuno cos: Che parli, o Giove?
 che pretendi? Un mortale, un destinato
 da gran tempo alla Parca, or della negra
 diva ritorlo alla ragion? Fa pure,
 fa pur tuo senno: ma degli altri Eterni
 non isperar l'assenso. Anzi ti aggiungo,
 e tu poni nel cor le mie parole:
 se vivo e salvo alle paterne case
 renderai Sarpedon, bada che poscia
 del par non voglia pi d'un altro iddio
 alla pugna sottrarre il proprio figlio;
 ch molti sotto alle dardanie mura
 stan nell'armi a sudar figli di numi,
 a cui porresti una grand'ira in seno.
 Ch s'ei t' caro e lo compiagni, il lascia
 nella mischia perir domo dall'asta
 del figliuol di Menzio: ma deserto
 dall'alma il corpo, al dolce Sonno imponi
 ed alla Morte, che alla licia gente
 il portino. I fratelli ivi e gli amici
 l'onoreranno di funereo rito
 e di tomba e di cippo, alle defunte
 anime forti onor supremo e caro.
 Disse; e al consiglio di Giunon s'attenne
 degli uomini il gran padre e degli Dei,
 e sangue piovve per onor del caro
 figlio cui lungi dalle patrie arene
 ne' frigii campi avra Patroclo ucciso.
 Gi l'uno all'altro si fa sotto e sono
 alle prese. Patrclo a Trasimlo,
 di Sarpedonte valoroso auriga,
 trapass l'anguinaglia, e lo distese.
 Mosse secondo Sarpedonte, e in fallo
 la grand'asta vibr, che trasvolando
 la destra spalla a Pdaso trafisse.
 Si rivers sbuffando in su l'arena
 il trafitto cavallo, e dal ferino
 petto l'alma si sciolse gemebonda.
 Visto il compagno corridor disteso
 gli altri due costernrsi, e a calci, a salti
 diersi; il timone cigol; confuse
 implicrsi le briglie. Ma riparo
 l'intrepido vi mise Automedonte,
 che rapido insorgendo, e via dal fianco
 sguinata la lunga acuta spada
 tagli netto al giacente le tirelle,
 e fu l'opra d'un punto. Entrambi allora
 rassettrsi i corsieri, e raddrizzrsi
 al cenno della briglia obbedenti.
 E qui di nuovo alla crudel tenzone
 si spinsero i campioni, e pur di nuovo
 err dell'asta Sarpedonte il tiro,
 che via sovresso l'omero sinistro
 di Patroclo trascorse e non l'offese.
 Gli fe' risposta il Tessalo, n vano
 il suo telo vol, ch dove  cinto
 da' suoi ripari il cor gli aperse il petto.
 Qual rovina una quercia o pioppo o pino
 cui sul monte tagli con affilata
 bipenne il fabbro a nautico bisogno,
 tal Sarpedonte rovin. Giacea
 steso innanzi alla biga, e colle mani
 gherma la polve del suo sangue rossa,
 e fremendo gemea pari a superbo
 tauro, onor dell'armento e d'aureo pelo,
 che da lon, che il giunge alla sprovvista,
 sbranato cade, e sotto la mascella
 del vincitore mugolando spira.
 Tale del licio condottier prostrato
 dal tessalico ferro in sul morire
 era il gemito e l'ira. E Glauco il suo
 dolce amico per nome a s chiamato,
 Caro Glauco, gli disse, or t' mestieri
 buon guerriero mostrarti, e oprar le mani
 audacemente. Tu dell'aspra pugna
 se magnanimo sei, l'incarco assumi:
 corri, vola, e de' Licii i capitani
 alla difesa del mio corpo accendi.
 Difendilo tu stesso, e per l'amico
 combatti: infamia ti deriva eterna
 se me dell'armi mie spoglia il nemico,
 me pel certame delle navi ucciso;
 tien saldo adunque e pugna, e di coraggio
 tutte infiamma le squadre. - In questo dire
 le narici affil, travolse i lumi,
 e la morte il copr. Col piede il petto
 calcgli il vincitor, l'asta ne trasse,
 e il polmon la segua, s che dal seno
 il ferro a un tempo gli fu svelto e l'alma.
 A' suoi sbuffanti corridori intanto
 scioltisi e in atto di fuggir, lasciando
 del lor signore il cocchio, i Mirmidoni
 parrsi innanzi, e gli arrestr. Ma Glauco
 dell'amico alla voce il cor compunto
 di profondo dolor sospira e geme,
 ch mal pu dargli la richiesta aita.
 L'impedisce la piaga al braccio infissa
 dallo strale di Teucro allor che Glauco,
 de' suoi volando alla difesa, assalse
 l'alta muraglia degli Achei. Compresso
 si tenea colla manca il braccio offeso
 l'infelice, ed orando al saettante
 nume di Delo, O re divino, ei disse,
 o che di Licia, o che di Troia or bi
 tua presenza le rive, odi il mio prego;
 ch dovunque tu sia puoi d'un dolente
 qual, lasso! mi son io, la voce udire.
 Di che grave ferita e di che doglia
 trafitto io porti questo braccio il vedi;
 n il sangue ancor mi si ristagna, e tale
 incessante m'opprime una gravezza
 l'omero tutto, che dell'asta al peso
 mal reggo, e mal poss'io coll'inimico
 avventurarmi alla battaglia. Intanto
 di Giove il figlio Sarpedonte giace
 fortissimo guerriero, e l'abbandona
 ahi! pure il padre. Ma tu, Dio pietoso,
 quest'acerba mia piaga or mi risana:
 deh! placane il dolor, forza m'aggiungi,
 s che i Licii compagni inanimando,
 io gli sproni al conflitto, e a me medesmo
 pugnar sia dato per l'estinto amico.
 S disse orando, ed esaudillo il nume:
 della piaga sed tosto il tormento,
 stagnonne il sangue, e gagliardia gli crebbe.
 Sent del Dio la man, fe' lieto il core
 l'esaudito guerrier: de' Licii in prima
 a incitar corre d'ogni parte i duci
 alla difesa dell'estinto: move
 quindi a gran passi fra' Troiani, e chiama
 Polidamante e Agnore, ed Enea
 anco ed Ettorre, e in rapide parole
 lor fattosi davanti, Ettore, ei grida,
 tu dimentichi i prodi che per te
 dalla patria lontani e dagli amici
 spendono l'alma, e tu lor nieghi aita.
 Giace de' Licii il condottiero, il giusto
 forte lor prence Sarpedon. Gradivo
 sotto Patrclo l'atterr: correte,
 v'infiammi, amici, una giust'ira il petto;
 non patite, per dio! che i Mirmidni
 lo spoglino dell'armi, e villania
 facciano al morto vendicando i Dnai
 da noi spenti. - S disse, e ricoperse
 dolor profondo le dardanie fronti;
 ch un gran sostegno, bench stranio, egli era
 d'Ilio, e molta segua gagliarda gente
 lui fortissimo in guerra. Difilati
 mosser dunque e serrati i teucri duci
 contra il nemico, ed Ettore, fremente
 del morto Sarpedon, li precorrea.
 D'altra parte Patrclo, anima ardita,
 sprona l'acheo valor. Gli Aiaci in prima,
 gi per s caldi di coraggio, infiamma
 con questi detti: Aiaci, ora vi caglia
 di far testa a costoro, e vi mostrate
 quali un tempo gi foste, anzi migliori.
 Il campion che primiero la bastita
 salt de' Greci, Sarpedonte  steso.
 Oh se fargli pur onta e strascinarlo
 e spogliarlo dell'armi ne si desse!
 E stramazzargli accanto un qualcheduno
 de' suoi compagni a disputarlo accinti!
 Disse, e di nel deso de' due guerrieri.
 Quinci e quindi le schiere inanimate
 Troiani e Licii, Mirmidni e Achei
 sovra l'estinto s'azzuffr mettendo
 orrende grida; e con fragore immenso
 risonavano l'armi. Un fiero buio
 su l'aspra pugna allor Giove diffuse,
 onde costasse molta strage il corpo
 dell'amato figliuol. Primi i Troiani
 respinsero gli Achei, spento Epigo.
 Del magnanimo Agcle era costui
 illustre figlio, e fra gli audaci Tessali
 audacissimo. A lui di Budio un giorno
 l'alma terra obbeda. Ma spento avendo
 un suo valente consobrino, ei supplice
 a Pelo rifuggissi ed alla diva
 consorte: e questi a guerreggiar co' Teucri
 d'Ilio ne' campi lo spedr compagno
 dell'omicida Achille. Or qui costui
 gi l'animose mani al combattuto
 cadavere mettea, quando d'un sasso
 Ettore il giunse nella fronte, e tutta
 in due gliela spezz dentro l'elmetto.
 Cadde prono sul morto l'infelice,
 e chiuse i lumi nell'eterna notte.
 Addolorato dell'ucciso amico
 dritto tra' primi pugnator scagliossi
 di Menzio il buon figlio: e qual veloce
 sparvier che gracci paventosi e storni
 sparpaglia per lo cielo e li persegue;
 tal nel denso de' Licii e de' Troiani
 irrompesti, o Patrclo, alla vendetta
 del caduto compagno. A Stenelao,
 caro figliuol d'Itemeno, percosse
 d'un rude sasso la cervice, e i nervi
 ne lacer. Piegr, ci visto, addietro
 i combattenti della fronte: ei pure
 pieg l'illustre Ettorre; e quanto  il tratto
 di stral che in giostra o in omicida pugna
 vibra un buon gittator, tanto i Troiani
 dier volta addietro dall'Acheo repulsi.
 Il primo che converse ardito il viso
 fu de' Licii scudati il capitano
 Glauco; e a Batcle, di Calcon diletto
 magnanimo figliuol, tolse la vita.
 In Grecia egli era possessor di molte
 splendide case, e per dovizia il primo
 fra i Tessali tenuto. A lui si volse
 il Licio all'improvvista, e il giavellotto
 gli ficc nelle coste appunto in quella
 che costui l'inseguiva ed era in atto
 gi d'afferrarlo. Ei cadde, e un fragor cupo
 dieder l'armi sovr'esso. Alla caduta
 dell'egregio guerriero alto dolore
 gli Achei comprese ed alta gioia i Teucri,
 che stretti a Glauco s'avanzr pi baldi.
 N si smarrr gli Achivi, ma di punta
 si spinsero allo scontro. E Merone
 Laogono prostese, audace figlio
 d'Entore che in Ida era di Giove
 sacerdote, e qual nume il popol tutto
 lo riveriva. Meron lo colse
 tra il confin dell'orecchio e della gota,
 e tosto l'alma usc dal corpo, e lui
 un'orrenda ravvolse ombra di morte.
 Incontro all'uccisor la ferrea lancia
 Enea diresse, e a lui che sotto l'orbe
 del gran pavese procedea securo,
 assestarla sper. Ma quei del colpo
 avvistosi, e piegata la persona
 l'asta schiv che sibilante e lunga
 and di retro a conficcarsi in terra.
 Ne tremol la coda, e quivi tutta
 perd l'impeto e l'ira che la spinse.
 Come fitto nel suolo, e indarno uscito
 Enea si vide dalla mano il telo;
 Per certo, o Meron, disse rabbioso,
 un assai destro saltator tu sei:
 ma questa lancia mia, se t'aggiungea,
 t'avra ferme le gambe eternamente.
 E Merone di rimando: Enea,
 forte sei, ma ti fia duro la possa
 prostrar d'ognuno che al tuo scontro vegna,
 ch mortal se' tu pure: e s'io con questa
 in pieno ti corr, con tutto il nerbo
 delle tue mani e la tua gran baldanza
 la palma a me darai, lo spirto a Pluto.
 Disse: e Patrclo con rampogna acerba
 garrendolo: Perch cianci s vano
 tu che sei valoroso, o Merone?
 Per contumelie, amico, unqua non fia
 che l'inimico quell'esangue ceda,
 ma col far che pi d'un morda il terreno.
 Ors, lingua in consiglio, e braccio in guerra,
 tregua alle ciance, e mano al ferro. - E dette
 queste cose, s'avanza, e l'altro il segue.
 Quale  il romor che fanno i legnaiuoli
 in montana foresta, e lunge il suono
 va gli orecchi a ferir, tale il rimbombo
 per la vasta pianura si solleva
 di celate, di scudi e di loriche,
 altre di duro cuoio, altre di ferro,
 ripercosse dall'aste e dalle spade:
 ned occhio il pi scernente affigurato
 avra l'illustre Sarpedon: tant'era
 negli strali, nel sangue e nella polve
 sepolto tutto dalla fronte al piede.
 Senza mai requie al freddo corpo intorno
 facean tutti baruffa: e quale  il zonzo
 con che soglion le mosche a primavera
 assalir susurrando entro il presepe
 i vasi pastorali, allor che pieni
 sgorgan di latte; di costor tal era
 la giravolta intorno a quell'estinto.
 Fissi intanto tenea nell'aspra pugna
 Giove gli sguardi lampeggianti, e seco
 sul fato di Patrclo omai maturo
 severamente nell'eterno senno
 consultando vena, se il grande Ettorre
 l sul giacente Sarpedon l'uccida,
 e dell'armi lo spogli; o se preceda
 al suo morire di molt'altri il fato.
 E questo parve lo miglior pensiero,
 che del Pelde Achille il bellicoso
 scudier ricacci col lor duce i Teucri
 alla cittade, e molte vite estingua.
 Per d'Ettore al cor tale egli mise
 una vil tema, che montato il cocchio
 ratto in fuga si volse, ed alla fuga
 i Troiani esort, chiaro scorgendo
 inclinarsi di Giove a suo periglio
 le fatali bilance. Allor pi fermo
 neppur de' Licii lo squadron non tenne,
 ma tutti si fuggr visto il trafitto
 re lor giacente sotto monte orrendo
 di cadaveri: tante su lui caddero
 anime forti quando della pugna
 a Giove piacque esasperar gli sdegni.
 Cos le corruscanti arme gli Achivi
 trasser di dosso a Sarpedonte, e altero
 alle navi involle il vincitore.
 Allor l'eterno adunator de' nembi
 ad Apollo cos: Scendi veloce,
 Febo diletto, e da quell'alto ingombro
 d'armi sottraggi Sarpedonte, e terso
 dall'atro sangue altrove il porta, e il lava
 alla corrente, e lui d'ambrosia sparso
 d'immortal veste avvolgi: indi alla Morte
 ed al Sonno gemelli fa precetto
 che all'opime di Licia alme contrade
 il portino veloci, ove di tomba
 e di colonna, onor de' morti, egli abbia
 da' fratelli conforto e dagli amici.
 Disse: e al paterno cenno obbedente
 calossi Apollo dall'ida montagna
 sul campo sanguinoso, e in un baleno
 di sotto ai dardi Sarpedon levando,
 e lontano il recando alla corrente
 tutto lavollo, e l'irrig d'ambrosia,
 e di stola immortal lo ricoperse;
 quindi al Sonno comanda ed alla Morte
 d'indossarlo e portarselo veloci:
 e quei subitamente ebber deposto
 nella licia contrada il sacro incarco.
 In questo mentre di Menzio il figlio
 i cavalli e l'auriga inanimando
 ai Licii dava e ai Dardani la caccia.
 Stolto! ch in danno gli torn dassezzo.
 Se d'Achille obbeda saggio al comando,
 schivato ei certo della Parca avrebbe
 il decreto fatal: ma pi possente
 e di Giove il voler, che de' mortali.
 Arbitro della tema ei mette in fuga
 i pi forti a suo senno, e allor pur anco
 ch'egli medesmo a battagliar li sprona,
 lor toglie la vittoria; e questo ei fece
 d'audacia empiendo di Patrclo il petto.
 Or qual prima, qual poi spingesti a Pluto,
 quando alla morte ti chiamr gli Dei,
 magnanimo guerrier? Fur primi Adresto,
 Autnoo, Echeclo, ed Epistorre e Primo
 prole di Mega, e Melanippo; quindi
 Elaso e Mulio con Pilarte; e come
 stese questi al terren, gli altri non fro
 lenti alla fuga. E per Patrclo allora
 (ch'ei dirotto nell'ira innanzi a tutti
 furava coll'asta) avran di Troia
 consumato gli Achei l'alto conquisto;
 ma Febo Apollo lo viet calato
 su l'erta d'una torre, alto disastro
 meditando al guerriero, e scampo ai Teucri.
 Tre volte il cavalier dell'arduo muro
 su gli sproni mont; tre volte il nume
 colla destra immortal lo risospinse,
 forte picchiando sul lucente scudo.
 Ma come pi feroce al quarto assalto
 l'eroe spiccossi, minacciollo irato
 con fiera voce il saettante iddio:
 Addietro, illustre baldanzoso, addietro:
 alla tua lancia non concede il fato
 espugnar la citt de' generosi
 Teucri, n a quella pur del grande Achille
 s pi forte di te. - Questo sol disse:
 ed il guerriero retrocesse e l'ira
 schiv del nume che da lungi impiaga.
 Avea frattanto su le porte Scee
 de' suoi fuggenti corridori Ettorre
 rattenuta la foga, e in cor dubbiava
 se spronarli dovesse entro la mischia
 novellamente, e rinfrescar la pugna
 o chiamando a raccolta entro le mura
 l'esercito ridurre. A lui nel mezzo
 di questo dubbio appresentossi Apollo,
 tolte d'Asio le forme. Era d'Ettorre
 zio cotest'Asio ad Ecuba germano,
 e nondimeno ancor di giovinezza
 fresco e di forze, di Dimante figlio,
 che del frigio Sangario in su le rive
 tenea suo seggio. La costui sembianza
 presa, il nume s disse: Ettor, perch
 cessi dall'armi? E' d'un tuo pari indegna
 questa desidia. Di vigor vincessi
 io te quanto tu me! ben io pentirti
 farei del tuo riposo. Ors, converti
 contra Patrclo que' destrieri, e trova
 d'atterrarlo una via: fa che l'onore
 di questa morte Apollo ti conceda.
 Disse; e di nuovo il Dio nel travaglioso
 conflitto si confuse. In s riscosso
 Ettore al franco Cebron fe' cenno
 di sferzargli i destrieri alla battaglia:
 ed Apollo per mezzo ai combattenti
 scorrendo occulto seminava intanto
 tra gli Achei lo scompiglio e la paura,
 e fea vincenti col lor duce i Teucri.
 Sdegnoso Ettorre di ferir sul volgo
 de' nemici, spingea solo in Patrclo
 i gagliardi cavalli, e ad incontrarlo
 di il Tessalo dal cocchio un salto in terra
 coll'asta nella manca, e colla dritta
 un macigno afferr aspro che tutto
 empiagli il pugno, e lo scagli di forza.
 Fall la mira il colpo, ma d'un pelo;
 n per vano usc, ch nella fronte
 l'ettreo auriga Cebron percosse,
 tutto al governo delle briglie intento,
 Cebron che nascea del re troiano
 valoroso bastardo. Il sasso acuto
 l'un ciglio e l'altro sgretol, n l'osso
 sostenerlo poteo. Divelti al piede
 gli schizzr gli occhi nella sabbia, ed esso,
 qual suole il notator, fece cadendo
 dal carro un tmo, e l'agghiacci la morte.
 E tu, Patrclo, con amari accenti
 lo schernisti cos: Davvero  snello
 questo Troiano: ve' ve' come ei tombola
 con leggiadria! Se in pelago pescoso
 capitasse costui, certo saprebbe
 saltando in mar, foss'anche in gran fortuna,
 dallo scoglio spiccar conchiglie e ricci
 da saziarne molte epe: s lesto
 salt pur or dal carro a capo in giuso.
 Oh gli eccellenti notator che ha Troia!
 S dicendo, avventossi a Cebrone
 come fiero lon che disertando
 una greggia, piagar si sente il petto,
 e dal proprio valor morte riceve.
 Ma ratto contra a quel furor si slancia
 Ettore dalla biga; e i due superbi
 incomincian col ferro a disputarsi
 l'esangue Cebron. Qual due loni
 che per gran fame e per gran cor feroci
 s'azzuffano d'un monte in su la cima
 per la contesa d'una cerva uccisa;
 non altrimenti i due mastri di guerra,
 l'intrepido Patrclo e il grande Ettorre,
 ardono entrambi del crudel deso
 di trucidarsi. Il teucro eroe la testa
 del cadavere afferra, e lo ghermisce
 il Tessalo d'un piede, e la sua presa
 n quei n questi di lasciar fa stima.
 Allor Troiani e Achivi una battaglia
 appiccr disperata: e qual gareggiano
 d'Euro e di Noto i forti fiati a svellere
 nelle selve montane il faggio e il frassino
 ed il ruvido cornio; e questi all'aere
 dibattendo le lunghe e larghe braccia
 con immenso ruggito le confondono,
 finch li vedi fracassarsi, e opprimere
 fragorosi la valle: a questa immagine
 l'un su l'altro scagliandosi combattono
 Troiani e Dnai del fuggir dimentichi.
 Dintorno a Cebron folta conficcasi
 una selva d'acute aste e d'aligeri
 dardi guizzanti dalle cocche; assidua
 d'enormi sassi una tempesta crepita
 su gli ammaccati scudi; ed ei nel vortice
 della polve giacea grande cadavere
 in grande spazio, eternamente, ahi misero!
 dei cari in vita equestri studi immemore.
 Finch del sole ascesero le rote
 verso il mezzo del ciel, d'ambe le parti
 uscano i colpi con egual ruina,
 e la gente cadea. Ma quando il giorno
 su le vie dechin dell'occidente,
 prevalse il fato degli Achei che alfine
 dall'acervo dei teli, e dalla serra
 de' Troiani involr di Cebrone
 la salma, e l'armi gli rapr di dosso.
 Qui fu che pieno di crudel talento
 urt Patrclo i Troi. Tre volte il fiero
 con gridi orrendi gli assal, tre volte
 spense nove guerrier; ma come il quarto
 impeto fece, e parve un Dio, la Parca
 del viver tuo raccolse il filo estremo,
 miserando garzon, ch ad incontrarti
 vena tremendo nella mischia Apollo:
 n camminar tra l'armi alla sua volta
 l'eroe lo vide, ch una folta nebbia
 le divine sembianze ricopra.
 Vennegli a tergo il nume, e colla grave
 palma sul dosso tra le late spalle
 gli dechin s forte una percossa,
 che abbacinossi al misero la vista
 e gir l'intelletto. Indi dal capo
 via saltar gli fe' l'elmo il Dio nemico,
 e l'elmo al suolo rotolando fece
 sotto il pi de' corsieri un tintinno,
 e si bruttaro del cimier le creste
 di sangue e polve; n di polve in pria
 insozzar quel cimiero era concesso
 quando l'intatto capo e la leggiadra
 fronte copriva del divino Achille.
 Ma in quel giorno fatal Giove permise
 che d'Ettore passasse in su le chiome
 vicino anch'esso al fato estremo. Allora
 tutta a Patrclo nella man si franse
 la ferrea, lunga, ponderosa e salda
 smisurata sua lancia, e sul terreno
 dalla manca gli cadde il gran pavese
 rotto il guinzaglio. Di sua man l'usbergo
 sciolsegli alfine di Latona il figlio,
 e l'infelice allor del tutto usco
 di sentimento; gli tremaro i polsi,
 ristette immoto, sbalordito, e in quella
 tra l'una spalla e l'altra lo percosse
 coll'asta da vicin di Panto il figlio
 l'audace Euforbo, un Dardano che al corso
 e in trattar lancia e maneggiar destrieri
 la pari giovent vincea d'assai.
 La prima volta che sublime ei parve
 su la biga a imparar dell'armi il duro
 mestier, venti guerrieri al paragone
 rivers da' lor cocchi; ed or fu il primo
 che ti fer, Patrclo, e non t'uccise.
 Anzi dal corpo ricovrando il ferro
 si fugg pauroso, e nella turba
 si confuse il fellon, che di Patrclo
 bench piagato e gi dell'armi ignudo
 non sostenne la vista. Da quel colpo
 e pi dall'urto dell'avverso Dio
 abbattuto l'eroe si ritirava
 fra' suoi compagni ad ischivar la morte.
 Ed Ettore, veduto il suo nemico
 retrocedente e gi di piaga offeso,
 tra le file vicino gli si strinse,
 nell'imo cass immerse l'asta e tutta
 dall'altra parte ruscir la fece.
 Rison nel cadere, ed un gran lutto
 per l'esercito achivo si diffuse.
 Come quando un lone alla montagna
 cinghial di forze smisurate assalta,
 e l'uno e l'altro di gran cor fan lite
 d'una povera fonte, al cui zampillo
 venano entrambi ad ammorzar la sete;
 alfin la belva dai robusti artigli
 stende anelo il nemico in su l'arena:
 tal di Menzio al generoso figlio
 de' Teucri struggitor tolse la vita
 il troian duce, e al moribondo eroe
 orgoglioso insultando, Ecco, dicea,
 ecco, o Patrclo, la citt che dianzi
 atterrar ti credesti, ecco le donne
 che ti sperasti di condur captive
 alla paterna Ftia. Folle! e non sai
 che a difesa di queste anco i cavalli
 d'Ettr son pronti a guerreggiar co' piedi?
 E che fra' Teucri bellicosi io stesso
 non vil guerriero maneggiar so l'asta,
 e preservarli da servil catena?
 Tu frattanto qui statti orrido pasto
 d'avoltoi. Che ti valse, o sventurato,
 quel tuo s forte Achille? Ei molti avvisi
 ti di certo al partire: O cavaliero
 caro Patrclo, non mi far ritorno
 alle navi se pria dell'omicida
 Ettr sul petto non avrai spezzato
 il sanguinoso usbergo... Ei certo il disse,
 e a te, stolto che fosti! il persuase.
 E a lui cos l'eroe languente: Or puoi
 menar gran vampo, Ettorre, or che ti diero
 di mia morte la palma Apollo e Giove.
 Essi, non tu, m'han domo; essi m'han tratto
 l'armi di dosso. Se pur venti a fronte
 tuoi pari in campo mi venan, qui tutti
 questo braccio gli avra prostrati e spenti.
 Ma me per rio destin qui Febo uccide
 fra gl'Immortali, e tra' mortali Euforbo,
 tu terzo mi dispogli. Or io vo' dirti
 cosa che in mente collocar ben devi:
 breve corso a te pur resta di vita:
 gi t'incalza la Parca, e tu cadrai
 sotto la destra dell'invitto Achille.
 Disse e spir. Disciolta dalle membra
 scese l'alma a Pluton la sua piangendo
 sorte infelice e la perduta insieme
 fortezza e giovent. Sovra l'estinto
 arrestatosi Ettorre, A che mi vai
 profetando, dicea, morte funesta?
 Chi sa che questo della bella Teti
 vantato figlio, questo Achille a Dite
 colto dall'asta mia non mi preceda?
 Cos dicendo, lo calc d'un piede,
 gli svelse il telo dalla piaga, e lungi
 lui supino gitt. Poi ratto addosso
 all'auriga d'Achille si disserra,
 di ferirlo bramoso. Invan; ch altrove
 gl'immortali sel portano corsieri,
 che in bel dono a Pelo diero gli Dei.











 LIBRO DECIMOSETTIMO.

 Visto in campo cader dai Teucri ucciso
 Patrclo, s'avanz d'armi splendente
 il bellicoso Menelao. Si pose
 del morto alla difesa, e il circuiva
 qual suole mugolando errar dintorno
 alla tenera prole una giovenca
 cui di madre sentir fe' il dolce affetto
 del primo parto la fatica. Il forte
 davanti gli sporgea l'asta e lo scudo,
 pronto a ferir qual osi avvicinarsi.
 Ma sul caduto eroe di Panto il figlio
 rivol, si fe' presso, e baldanzoso
 all'Atride grid: Duce di genti,
 di Giove alunno Menelao, recedi;
 quell'estinto abbandona, e a me le spoglie
 sanguinose ne lascia, a me che primo
 tra tutti e Teucri ed alleati in aspra
 pugna il percossi. Non vietarmi adunque
 quest'alta gloria fra' Troiani; o ch'io
 col ferro ti trarr l'alma dal petto.
 Eterno Giove, gli rispose irato
 il biondo Menelao, dove s'intese
 pi sconcio millantar? N di pantera
 n di lon fu mai n di robusto
 truculento cinghial tanto l'ardire
 quanta spiran ferocia i Pantodi.
 E pur che valse il fior di gioventude
 a quel tuo di cavalli agitatore
 fratello Iperenr, quando chiamarmi
 il pi codardo de' guerrieri achei,
 e aspettarmi s'ard? Ma nol tornaro
 i propri piedi alla magion, mi credo,
 di molta festa obbietto ai venerandi
 suoi genitori e alla diletta sposa.
 Far di te, se innoltri, ora lo stesso.
 Ma t'esorto a ritrarti, e pria che qualche
 danno ti colga, dilungarti. Il fatto
 rende accorto, ma tardi, anche lo stolto.
 Disse; e fermo in suo cor l'altro riprese.
 Pagami or dunque, o Menelao, del morto
 mio fratello la pena e del tuo vanto.
 D'una giovine sposa,  ver, tu festi
 vedovo il letto, e d'ineffabil lutto
 fosti cagione ai genitor; ma dolce
 far ben io di quei meschini il pianto,
 se carco del tuo capo e di tue spoglie
 in man di Panto e della da Frontde
 le deporr. Non pi parole. Il ferro
 provi qui tosto chi sia prode o vile.
 Fer, ci detto, nel rotondo scudo,
 ma nol pass, ch nella salda targa
 si ritorse la punta. Impeto fece,
 Giove invocando, dopo lui l'Atride,
 e al nemico, che in guardia si traea,
 nell'imo gorgozzul spinta la picca,
 ve l'immerge di forza, e gli trafora
 il delicato collo. Ei cadde, e sopra
 gli tonr l'armi; e della chioma, a quella
 delle Grazie siml, le vaghe anella
 d'auro avvinte e d'argento insanguinrsi.
 Qual d'olivo gentil pianta nudrita
 in lieto d'acque solitario loco
 bella sorge e frondosa: il molle fiato
 l'accarezza dell'aure, e mentre tutta
 del suo candido fiore si riveste,
 un improvviso turbine la schianta
 dall'ime barbe, e la distende a terra;
 tal l'Atride prostese il valoroso
 figliuol di Panto Euforbo, e a dispogliarlo
 corse dell'armi. Come quando un forte
 lon montano una giovenca afferra
 fior dell'armento, co' robusti denti
 prima il collo le frange, indi sbranata
 le sanguinose viscere n'ingozza:
 alto di cani intorno e di pastori
 romor si leva, ma nun s'accosta,
 ch affrontarlo non osano compresi
 di pallido timor: cos nessuno
 arda de' Teucri al baldanzoso Atride
 farsi addosso; e all'ucciso ei tolte l'armi
 agevolmente avra, se questa lode
 gl'invidiando Apollo, incontro a lui
 non incitava il marzale Ettorre.
 Di Menta, duce de' Ciconi, ei prese
 le sembianze e grid queste parole:
 Ettore, a che del bellicoso Achille,
 senza speranza d'arrivarli, insegui
 gl'immortali corsieri? Umana destra
 mal li doma, e guidarli altri non puote
 che Achille, germe d'una Diva. Intanto
 il forte Atride Menelao la salma
 di Patroclo salvando, a morte ha messo
 un illustre Troian, di Panto il figlio,
 e ne spense il valor. - Ci detto, il Dio
 ritorn nella mischia. Alto dolore
 l'ettreo petto circond: rivolse
 l'eroe lo sguardo per le file in giro,
 e tosto dell'esimie armi veduto
 il rapitore, e l'altro al suol giacente
 in un lago di sangue, oltre si spinse
 scintillante nel ferro come lingua
 del vivo fuoco di Vulcano, e mise
 acuto un grido. Udillo, e sospirando
 nel segreto suo cor disse l'Atride:
 Misero che far? Se queste belle
 armi abbandono e di Menzio il figlio
 per onor mio qui steso, alla mia fuga
 gli Achei per certo insulteran; se solo,
 da pudor vinto, con Ettr mi provo
 e co' suoi forti, io sol da molti oppresso
 cadr, ch tutti il condottier troiano
 seco i Teucri ne mena a questa volta.
 Ma che dubbia il mio cor? Chi con avversi
 numi un guerrier, che sia lor caro, affronta,
 corre alla sua ruina. Alcun non fia
 dunque de' Greci che con me s'adiri
 se davanti ad Ettorre, a lui che pugna
 per comando d'un nume, io mi ritraggo.
 Pur se avverr che in qualche parte io trovi
 il magnanimo Aiace, entrambi all'armi
 ritorneremo allor, pur contra un Dio,
 e a sollievo de' mali opra faremo
 di trar salvo ad Achille il morto amico.
 Mentre tai cose gli ragiona il core,
 da Ettore precorse ecco de' Teucri
 sopravvenir le schiere. Allora ei cesse,
 e il morto abbandon, gli occhi volgendo
 tratto tratto all'indietro, a simiglianza
 di giubbato lon cui da' presepi
 caccian cani e pastor con dardi ed urli.
 Freme la belva in suo gran core, e parte
 mal suo grado dal chiuso: a tal sembianza
 da Patroclo partissi il biondo Atride.
 Giunto ai compagni, s'arrest, si volse
 cercando in giro collo sguardo il grande
 figliuol di Telamone, e alla sinistra
 della pugna il mir, che alla battaglia
 animava i suoi prodi a cui poc'anzi
 Febo avea messo nelle vene il gelo
 d'un divino terror. Corse, e veloce
 raggiuntolo grid: Qua tosto, Aiace,
 vola, amico, affrettiamci alla difesa
 di Patroclo; serbiamne al divo Achille
 il nudo corpo almen, poich dell'armi
 gi si fece signor l'altero Ettorre.
 Turbr la generosa alma d'Aiace
 queste parole: s'avv, si spinse
 tra i guerrieri davanti, in compagnia
 di Menelao. Per l'atra polve intanto
 strascinava di Ptroclo la nuda
 salma il duce troiano, onde troncarne
 dagli omeri la testa, e far del rotto
 corpo ai cani di Troia orrido pasto.
 Ma gli fu sopra col turrito scudo
 il Telamnio: retrocesse Ettorre
 nella torma de' suoi, d'un salto ascese
 il cocchio, e le rapite armi famose
 dielle ai Teucri a portar nella cittade,
 d'alta sua gloria monumento. Allora
 coll'ampio scudo ricoprendo il figlio
 di Menzio, fermossi il grande Aiace,
 come lon, cui, mentre al bosco mena
 i leoncini, sopravvien la turba
 de' cacciatori: si raggira il fiero,
 che sente la sua forza, intorno ai figli,
 e i truci occhi rivolve, e tutto abbassa
 il sopracciglio che gli copre il lampo
 delle pupille: a questo modo Aiace
 circuisce e protegge il morto eroe.
 Dall'altro lato  Menelao cui l'alta
 doglia del petto tuttavia ricresce.
 De' Licii il condottier Glauco, buon figlio
 d'Ipploco, ad Ettr volgendo allora
 bieco il guardo, con detti aspri il garrisce:
 O di viso sol prode, e non di fatto,
 Ettore! a torto te la fama estolle,
 te s pronto al fuggir. Pensa alla guisa
 di salvar la cittade e le sue rocche
 quindi innanzi tu sol colla tua gente,
 ch nessuno de' Licii alla salvezza
 d'Ilio co' Greci pugner, nessuno,
 da che teco nessun merto s'acquista
 col sempre battagliar contro il nemico.
 Sciaurato! e qual dunque avrai tu cura
 de' minori guerrier, tu che lasciasti
 preda agli Argivi Sarpedon, che mentre
 visse, a Troia fu scudo ed a te stesso?
 E ti sofferse il cor d'abbandonarlo
 allo strazio de' cani? Or se a mio senno
 faranno i Licii, partiremci, e tosto;
 e d'Ilio apparir l'alta ruina.
 Oh! s'or fosse ne' Troi quella fort'alma,
 quell'intrepido ardir che ne' conflitti
 scalda gli amici della patria veri,
 noi dentr'Ilio trarremmo immantinente
 di Patroclo la salma. Ove un cotanto
 morto, sottratto dalla calda pugna,
 strascinato di Pramo ne fosse
 dentro le mura, renderan gli Achei
 di Sarpedonte le bell'armi e il corpo
 pronti a tal prezzo. Perocch l'ucciso
 di quel forte  l'amico che di possa
 tutti avanza gli Argivi, e schiera il segue
 di bellicosi. Ma del fiero Aiace
 tu non osasti sostener lo scontro
 n lo sguardo fra l'armi, e via fuggisti,
 perch minore di valor ti senti.
 Con bieco piglio fe' risposta Ettorre:
 Perch tale qual sei, Glauco, favelli
 cos superbo? Io ti credea per senno
 miglior di quanti la feconda gleba
 della Licia nudrisce. Or veggo a prova
 che tu se' stolto, se affermar t'attenti
 che d'Aiace lo scontro io non sostenni.
 N la pugna io, no mai, n il calpesto
 de' cavalli pavento, ma di Giove
 l'alto consiglio che ogni forza eccede.
 Egli in fuga ne mette a suo talento
 anche i pi prodi, e ne' conflitti or toglie
 or dona la vittoria. Ors, vien meco,
 statti, amico, al mio fianco, e vedi al fatto
 se quel vile sar tutto quest'oggi
 che tu dicesti, o se sapr l'ardire
 di qualunque domar gagliardo Acheo
 che del morto s'innoltri alla difesa.
 Quindi le schiere inanimando grida:
 Teucri, Dardani, Licii, or vi mostrate
 uomini, e il petto vi conforti, amici,
 dell'antico valor la rimembranza,
 mentre l'armi d'Achille, da me tolte
 all'ucciso Patroclo, io mi rivesto.
 Disse, e corse e raggiunse in un baleno
 delle bell'arme i portatori, e date
 a recarsi nel sacro Ilio le sue,
 fuor del conflitto ed a' suoi prodi in mezzo
 le immortali si cinse armi d'Achille,
 dono de' numi al genitor Pelo,
 che poi vecchio le cesse al suo gran figlio:
 ma il figlio in quelle ad invecchiar non venne.
 Come il sommo de' nembi adunatore
 del Pelde indossarsi le divine
 armi lo vide, croll il capo, e seco
 nel suo cor favell: Misero! al fianco
 ti sta la morte, e tu nol pensi, e l'armi
 ti vesti dell'eroe che de' guerrieri
 tutti  il terrore, a cui tu il forte hai spento
 mansueto compagno, armi d'eterna
 tempra a lui tolte con oltraggio. Or io
 d'alta vittoria ti far superbo,
 e compenso sar del non doverti
 Andromaca, al tornar dalla battaglia,
 scioglier l'usbergo del Pelde Achille.
 Disse; e l'arco de' negri sopraccigli
 abbassando, d'Ettorre alla persona
 adatt l'armatura. Al suo contatto
 infiammossi l'eroe d'un bellicoso
 orribile furor, tutte di forza
 sent inondarsi e di valor le vene.
 Degl'incliti alleati, alto gridando,
 quindi avvossi alle caterve, e a tutti
 veder sembrava folgorar nell'armi
 del magnanimo Achille Achille istesso.
 E d'ogni parte ognun riconfortando,
 Mestle, Glauco, Tersloco, Medonte,
 Asteropo, Disnore, Ippoto,
 e Crmio, e Forci, e l'indovino Ennmo,
 con questi accenti li raccese: Udite,
 collegati: non io dalle vicine
 cittadi ad Ilio ragunai le vostre
 numerose coorti onde di gente
 far molta mano, ch mestier non m'era;
 ma perch meco da' feroci Achei
 le teucre spose ne servaste e i figli
 con pronti petti. Di tributi io gravo
 in questo intendimento il popol mio
 per satollarvi. Dover vostro  dunque
 voltar dritta la fronte all'inimico,
 e o salvarsi o perir, ch della guerra
 questo  il commercio. A chi di voi costringa
 Aiace in fuga, e de' Troiani al campo
 tragga il morto Patrclo, a questi io cedo
 la met delle spoglie, e andr divisa
 egual con esso la mia gloria ancora.
 Al fin delle parole alzr le lance
 tutti, e al nemico s'addrizzr di punta
 con grande in core di strappar speranza
 dalle mani del gran Telamonde
 il morto: folli! ch sul morto istesso
 quell'invitto dovea farne macello.
 Allor rivolto Aice al battagliero
 Menelao, cos disse: Illustre Atride,
 caro alunno di Giove, assai pavento
 ch'or salvi usciamo dell'acerba pugna.
 N s tem'io per Patroclo, che parmi
 del suo corpo far tosto di Troia
 sazi i cani e gli augei, quanto pel mio
 e pel tuo capo un qualche sconcio: vedi
 quella nube di guerra che gi tutto
 ricopre il campo? D'Ettore son quelle
 le falangi, e su noi pende una grave
 manifesta rovina. Ors de' Greci,
 se udir ti ponno, i pi valenti appella.
 Non fe' niego il guerriero, e a tutta gola
 gridava: Amici, capitani achei,
 quanti alle mense degli Atridi in giro
 propinate le tazze, ed onorati
 dal sommo Giove i popoli reggete;
 nell'ardor della zuffa il guardo mio
 non vi distingue, ma chiunque ascolta
 deh corra, e sdegno il prenda che Patrclo
 ludibrio resti delle frigie belve.
 Aiace, d'Oilo veloce figlio,
 udillo, e primo per la mischia accorse;
 Idomeno dop'esso e Merone
 in sembianza di Marte. E chi di tutti,
 che poi la pugna rintegrr, potra
 dire i nomi al pensier? Primieri i Teucri
 stretti insieme fr impeto, precorsi
 dal grande Ettorre. Come quando all'alta
 foce d'un fiume che da Giove  sceso,
 freme ritroso alla corrente il flutto
 eruttato dal mar: mugghian con vasto
 rimbombo i lidi: simigliante a questo
 fu de' Teucri il clamor. Dall'altro lato
 tutti d'un cor con assiepati scudi
 gli Achei fr cerchio di Menzio al figlio,
 e il Saturnio dintorno ai rilucenti
 elmi un'atra caligine spandea,
 ch d'Achille l'amico il Dio dilesse,
 mentre fu vivo, e ch'egli or sia di fiere
 orrido cibo sofferir non puote.
 A pugnar quindi per la sua difesa
 i compagni eccit. Nel primo cozzo
 i Troiani respinsero gli Achivi
 che sbigottiti abbandonr l'estinto;
 n i Troiani per, bench bramosi,
 dieder morte a verun, solo badando
 a predar il cadavere; ma presto
 si raccostr gli Achei, ch il grande Aiace,
 e d'aspetto e di forze il pi prestante
 sovra tutti gli Achei dopo il Pelde,
 tostamente voltar fronte li fece.
 Tra gl'innanzi l'eroe quindi si spinse,
 pari ad ispido verro alla montagna,
 che con sbita furia si converte
 fra le roste, e sbaraglia de' gagliardi
 cacciatori la turba e de' molossi:
 cos di Telamon l'esimio figlio
 de' Troiani disperde le falangi
 che a Patroclo fan calca, e strascinarlo
 si studiano in tronfo entro le mura.
 Illustre germe del Pelasgo Leto,
 Ipptoo gli avea d'un saldo cuoio
 ai nervi del tallon l'un piede avvinto,
 e di mezzo al ferir de' combattenti
 per la sabbia il traea, grato sperando
 farsi ad Ettorre ed ai Troiani; ed ecco
 giungergli un danno che nessun, quantunque
 desideroso, allontanar gli seppe.
 Fra la turba avventossi, e su le guance
 dell'elmo Aiace disserrgli un colpo
 che tutto lo spezz: tanto dell'asta
 fu il picchio e tanto della mano il pondo.
 Schizzr per l'aria le cervella e il sangue
 dall'aperta ferita, e tosto a lui
 quetrsi i polsi; dalle man gli cadde
 del morto il piede, e sovra il morto ei pure
 boccon cadde e spir lungi dai campi
 di Larissa fecondi: n poteo
 dell'averlo educato ai genitori
 rendere il premio, perocch d'Aiace
 la gran lancia fe' brevi i giorni suoi.
 Contro Aiace l'acuta asta allor trasse
 Ettore; e l'altro, visto l'atto, alquanto
 dechinossi, e schivolla. Era di costa
 Schedio, d'Ifito generoso figlio,
 fortissimo Focense che sua stanza,
 di molta gente correttor, tenea
 nell'inclita Panpe. A mezza gola
 colpillo, e tutta al sommo della spalla
 la ferrea punta gli pass la strozza.
 Cadde il trafitto con fragore, e cupo
 s'ud dell'armi il tuon sopra il suo petto.
 Aiace di rincontro in mezzo all'epa
 di Fenpo il figliuol Forci percosse,
 forte guerrier che messo alla difesa
 d'Ipptoo s'era. Il furioso ferro
 ruppe l'incavo del torace, ed alto
 ne squarci gl'intestini. Ei cadde, e strinse
 colla palma il terren. Dier piega allora
 i primi in zuffa, ripiegossi ei pure
 l'illustre Ettorre, e con orrende grida
 d'Ipptoo e Forci strascinr gli Argivi
 le morte salme, e le spoglir. Compresi
 di viltade i Troiani, e dalle greche
 lance incalzati allor verso le rocche
 saran d'Ilio fuggiti, e avran gli Argivi
 contro il decreto del tonante Iddio
 in lor solo valor vinta la pugna,
 se Apollo a tempo la virt d'Enea
 non ridestava. Le sembianze ei prese
 dell'Epitide araldo Perifante,
 che in tale officio a molta et venuto
 del vecchio Anchise nelle case, istrutta
 di fedeli consigli avea la mente.
 Cos cangiato, a lui disse il divino
 figlio di Giove: Enea, l'eccelsa Troia
 contro il volere degli Dei periglia.
 Ch non la cerchi di salvar? l'esemplo
 ch non imiti degli eroi ch'io vidi
 d'ogni cimento tronfar, fidti
 nel valor, nell'ardir, nella fortezza
 del proprio petto e delle molte schiere
 che li seguano, invitte alla paura?
 Pi che agli Achivi, a noi Giove per certo
 consente la vittoria; ma chi fugge
 trepido e schiva di pugnar, la perde.
 Fisse a tai detti Enea lo sguardo in viso
 al saettante nume, e lo conobbe;
 e d'Ettore alla volta alzando il grido,
 Ettore, ei disse, e voi degli alleati
 capitani e de' Teucri, oh qual vergogna
 s'or per nostra vilt domi dal ferro
 de' bellicosi Achei risaliremo
 d'Ilio le mura! Un Dio m'apparve, e disse
 che l'arbitro dell'armi eterno Giove
 ne difende. Corriam dunque diritto
 all'inimico, e almen non sia che il morto
 Patroclo ei seco ne trasporti in pace.
 Al fin delle parole innanzi a tutta
 la prima fronte si sospinse, e stette.
 Si conversero i Teucri, ed agli Achei
 mostrr la faccia arditamente. Allora
 coll'asta Enea Lecrito figliuolo
 d'Arisbante fer, forte compagno
 di Licomede che al caduto amico
 pietoso accorse, e fattosi vicino
 fermossi, e la fulgente asta vibrando
 d'Ippaso il figlio Apisaon percosse
 nell'pate di sotto alla corata,
 e l'atterr. Venuto era costui
 dalla fertil Penia; ed era in guerra
 il pi valente dopo Asteropo.
 Sent pietade del caduto il forte
 Asterpeo; e di zuffa desoso
 si scagli tra gli Achei. Ma degli scudi
 e dell'aste protese ei non potea
 rompere il cerchio che Patrclo serra.
 E Aiace intorno s'avvolgendo, a tutti
 molti dava comandi, e non pata
 che alcun dal morto allontanasse il piede,
 o fuor di fila ad azzuffarsi uscisse;
 ma fea precetto a ciaschedun di starsi
 saldi al suo fianco, e battagliar dappresso.
 Tal dell'enorme Aiace era il volere,
 e tutta in rosso si tingea la terra.
 Teucri, Argivi, alleati alla rinfusa
 cadon trafitti: ch neppur gli Argivi
 senza sangue combattono, ma n'esce
 minor la strage, perocch l'un l'altro
 nel travaglio fatal si porge aita.
 Cos qual vasto incendio arde il conflitto;
 e del Sol detto avresti e della Luna
 spento il chiaror; cotanta era sul campo
 l'atra caligo che dintorno al morto
 Patroclo il fiore de' guerrier copra,
 mentre l'un'oste e l'altra a ciel sereno
 libera altrove combattea. Su questi
 puro si spande della luce il fiume:
 nessuna nube al pian, nessuna al monte.
 Cos la pugna ha i suoi riposi, e molto
 spazio correndo tra i pugnanti, ognuno
 dalle mutue si scherma aspre saette.
 Ma cotesti di mezzo hanno travaglio
 dall'armi a un tempo e dalla nebbia, e il ferro
 i pi prestanti crudelmente offende.
 Sol due guerrieri non avean per anco
 del buon Patrclo la ria morte udita,
 due guerrier glorosi, Trasimde
 e Antloco: ma vivo e tuttavolta
 alle mani il credean co' Teucri al centro
 della battaglia. E intanto essi la strage
 de' compagni veduta e la paura,
 pugnavano in disparte, e come imposto
 fu lor dal padre, dalle negre navi
 tenean lontano le nemiche offese.
 Ma il conflitto maggior ferve dintorno
 al valoroso del Pelde amico,
 terribile conflitto, e senza posa
 fino al tramonto della luce. A tutti
 dissolve la stanchezza e gambe e piedi
 e ginocchia; il sudore a tutti insozza
 e le mani e la faccia; e quale, allora
 che a robusti garzoni il coreggiaio
 la pingue pelle a rammollir commette
 di gran tauro; disposti essi in corona
 la stirano di forza; immantinente
 l'umidor ne distilla, e l'adiposo
 succo le fibre ne pentra, e tutto
 a quel molto tirar si stende il cuoio:
 tale in piccolo spazio i combattenti
 gareggiando traean da opposti lati
 il cadavere, questi nella speme
 di strascinarlo entro le mura, e quelli
 alle concave navi. Ognor pi fiera
 sull'estinto sorgea quindi la zuffa,
 tal che Marte dell'armi eccitatore
 nel vederla e Minerva anche nell'ira
 commendata l'avra. Tanta in quel giorno
 di cavalli e d'eroi Giove diffuse
 sul corpo di Patrclo aspra contesa.
 N ancor del morto amico al divo Achille
 giunt'era il grido: perocch di molto
 dalle navi lontana ardea la pugna
 sotto il muro troian; n in suo pensiero
 di tal danno cadea pure il sospetto.
 Spera egli anzi che dopo aver trascorso
 fino alle porte, ei torni illeso indietro:
 n ch'ei possa atterrar d'Ilio le mura
 senza s n con s punto s'avvisa,
 ch del contrario l'alma genitrice
 fatto certo l'avea quando in segreto
 a lui di Giove rifera la mente;
 e il fiero caso occorso, la caduta
 del suo diletto amico ora gli tacque.
 In questo d'abbassate aste lucenti
 e di cozzi e di stragi alto trambusto
 su quell'esangue, dalla parte achea
 gridar s'uda: Compagni,  perso il nostro
 onor se indietro si ritorna. A tutti
 s'apra piuttosto qui la terra;  meglio
 ir nell'abisso, che ai Troiani il vanto
 lasciar di trarre in Ilio una tal preda.
 E di rincontro i Troi: Saldi, o fratelli,
 niun s'arretri, per dio! dovesse il fato
 qui su l'estinto sterminarci tutti.
 Cos d'ambe le parti ognuno infiamma
 il vicino, e combatte. Il suon de' ferri
 pe' deserti dell'aria iva alle stelle.
 D'Achille intanto i corridor, veduto
 il loro auriga dall'ettrea lancia
 nella polve disteso, allontanati
 dalla pugna piangean. Di Doro
 il forte figlio Automedonte invano
 or con presto flagello, ora con blande
 parole, ed ora con minacce al corso
 gli stimola. Ostinati essi n vonno
 alla riva piegar dell'Ellesponto,
 n rentrar nella battaglia. Immoti
 come colonna sul sepolcro ritta
 di matrona o d'eroe, starsi li vedi
 giunti al bel carro colle teste inchine,
 e dolorosi del perduto auriga
 calde stille versar dalle palpebre.
 Per lo giogo diffusa al suol cadea
 la bella chioma, e s'imbrattava. Il pianto
 ne vide il figlio di Saturno, e tocco
 di piet scosse il capo, e cos disse:
 O sventurati! perch mai vi demmo
 ad un mortale, al re Pelo, non sendo
 voi n a morte soggetti n a vecchiezza?
 Forse perch partecipi de' mali
 foste dell'uomo di cui nulla al mondo,
 di quanto in terra ha spiro e moto, eguaglia
 l'alta miseria? Ma non fia per certo
 che da voi sia portato e da quel cocchio
 il Prmide Ettorre: io nol consento.
 E non basta che l'armi ei ne possegga,
 e gran vampo ne meni? Or io nel petto
 metterovvi e ne' pi forza novella,
 onde fuor della mischia a salvamento
 adduciate alle navi Automedonte.
 Ch'io son fermo di far vittorosi
 per anco i Teucri insin che fino ai legni
 spingan la strage, e il Sol tramonti, e il sacro
 velo dell'ombre le sembianze asconda.
 Cos detto, spir tale un vigore
 ne' divini corsier, che dalle chiome
 scossa la polve, in un balen portaro
 fra i Teucri il cocchio e fra gli Achei. Sublime
 combatteva su questo Automedonte,
 bench dolente del compagno; e a guisa
 d'avoltoio fra timidi volanti
 stimolava i cavalli. Ed or lo vedi
 ratto involarsi dai nemici, ed ora
 impetuoso ricacciarsi in mezzo,
 e le turbe inseguir: ma di lor nullo
 nel suo corso uccidea, ch solo in cocchio
 assalir colla lancia e de' cavalli
 reggere a un tempo non potea le briglie.
 Videlo alfine un suo compagno, il figlio
 dell'Emnio Laerce Alcimedonte,
 che dietro al cocchio si lanci gridando:
 Automedonte, e qual de' numi il senno
 ti tolse, e il vano t'ispir consiglio
 d'assalir solo de' Troian la fronte?
 Il tuo compagno  spento, e l'esultante
 Ettore l'armi del Pelde indossa.
 E a lui di Doro l'inclita prole:
 Alcimedonte, l'indole di questi
 sempiterni corsieri, e di domarli
 l'arte, chi meglio tra gli Achei l'intende
 di te dopo Patrclo in sin che visse?
 Or che questo de' numi emulo giace,
 tu prenditi la sferza e le lucenti
 briglie, ch'io scendo a guerreggiar pedone.
 Spicc sul cocchio un salto a questo invito
 Alcimedonte, ed alla man di tosto
 il flagello e le guide, e l'altro scese.
 Avvisossene Ettorre, ed al propinquo
 Enea rivolto, I destrier scorgo, ei disse,
 del Pelde tornar nella battaglia
 con fiacchi aurighi. Enea, se mi secondi
 col tuo coraggio, que' destrier son presi.
 Non sosterran costoro il nostro assalto,
 n di far fronte s'ardiran. - S disse,
 n all'invito fu lento il valoroso
 germe d'Anchise. S'avvr diretti
 e rinchiusi ambiduo nelle taurine
 aride targhe che di molto ferro
 splendean coperte. Mossero con essi
 Crmio ed Arto di belt divina,
 con grande entrambi di predar speranza
 que' superbi corsieri, e al suol trafitti
 lasciarne i reggitor. Stolti! ch l'asta
 d'Automedonte sanguinosa avra
 lor preciso il ritorno. Egli, invocato
 Giove, nell'imo si sent del petto
 correr la forza e l'ardimento. Quindi
 all'amico drizz queste parole:
 Alcimedonte, non tener lontani
 dal mio fianco i destrier: fa ch'io ne senta
 l'anelito alle spalle. Al suo furore
 Ettore modo non porr, mi penso,
 se pria d'Achille in suo poter non mette
 i chiomati destrier, noi due trafitti,
 e sbaragliate degli Achei le file;
 o se tra' primi ei pur freddo non cade.
 Agli Aiaci, ci detto, e a Menelao
 ei grida: Aiaci, Menelao, lasciate
 ai pi prodi del morto la difesa,
 e il rintuzzar gli ostili assalti; e voi
 qua correte a salvar noi vivi ancora.
 I due pi forti eroi troiani, Ettorre
 ed Enea, furibondi a lagrimosa
 pugna vr noi discendono. L'evento
 su le ginocchia degli Dei s'asside.
 Sia qual vuolsi, far di lancia un colpo
 io pur: del resto avr Giove il pensiero.
 S dicendo, e la lunga asta vibrando,
 fer d'Arto nel rotondo scudo,
 cui tutto trapass speditamente
 le ferrea punta, e traforato il cinto,
 l'imo ventre gli aperse. A quella guisa
 che robusto garzon, levata in alto
 la tagliente bipenne, fra le corna
 di bue selvaggio la dechina, e tutto
 tronco il nervo, la belva morta cade:
 tal, dato un salto, supin cadde Arto,
 e tra le rotte viscere l'acuta
 asta tremando gli rap la vita.
 Fe' contra Automedonte Ettore allora
 la sua lancia volar; ma visto il colpo,
 quegli curvossi, e la schiv. Gli rase
 le terga il telo, e al suol piantossi; il fusto
 tremonne, e quivi ogn'impeto consunto,
 la valid'asta s'acchet. Qui tratte
 le fiere spade a pi serrato assalto
 i due prodi venan, se quegli ardenti
 spirti repente non spartan gli Aiaci
 d'Automedonte accorsi alla chiamata.
 Venir li vide fra la turba Ettorre,
 e con Crmio di nuovo e con Enea
 paventoso arretrossi, il lacerato
 giacente Arto abbandonando. Corse
 sull'esangue il veloce Automedonte,
 dispogliollo dell'armi, e glorando
 grid: Non vale costui certo il figlio
 di Menzio; ma pur del morto eroe
 questo ucciso mi tempra alquanto il lutto.
 S dicendo, gitt le sanguinose
 spoglie sul carro, e tutto sangue ei pure
 mani e pi, vi sala pari a lone
 che, divorato un toro, si rinselva.
 Affannosa, arrabbiata e lagrimosa
 sovra la salma di Patrclo intanto
 si rinforza la pugna, e la raccende
 Palla Minerva, ad animar gli Achivi
 dall'Olimpo discesa; e la speda
 cangiato di pensiero il suo gran padre.
 Come quando dal ciel Giove ai mortali
 dell'Iride dispiega il porporino
 arco, di guerra indizio o di tempesta,
 che tosto de' villani alla campagna
 rompe i lavori, e gli animai contrista:
 tal di purpureo nembo avviluppata
 insinuossi fra gli Achei la Diva
 eccitando ogni cor. Prima il vicino
 minore Atride a confortar si diede,
 e la voce sonora e la sembianza
 di Fenice prendendo, cos disse:
 Se sotto Troia sbraneranno i cani
 dell'illustre Pelde il fido amico,
 tua per certo fia l'onta, o Menelao,
 e tuo lo scorno. Ors tien forte, e tutti
 a ben le mani oprar sprona gli Achei.
 Veglio padre Fenice, gli rispose
 l'egregio Atride, a Pallade piacesse
 darmi forza novella, e dagli strali
 preservarmi; e farei per la tutela
 di Patroclo ogni prova. Il cor mi tocca
 la sua caduta: ma l'ardente orrenda
 forza d'Ettor n' contra; ei dalla strage
 mai non rimansi, e d'onor Giove il copre.
 Gio Minerva dell'udirsi, pria
 d'ogni altro iddio, pregata; ed alla destra
 polso gli aggiunse e al piede, e dentro il petto
 l'ardir gli mise dell'impronta mosca
 che, ognor cacciata, ognor ritorna e morde
 ghiotta di sangue. Di cotal baldanza
 pieno il torbido cor, ratto a Patrclo
 appressossi, e scagli la fulgid'asta.
 Era fra' Teucri un certo Pode, un ricco
 d'Eezone valoroso figlio
 in alto onor per Ettore tenuto,
 e suo diletto commensal. Lo colse
 il biondo Atride nella cinta in quella
 ch'ei la fuga prendea. Passollo il ferro
 da parte a parte, e con fragor lo stese.
 Mentre vola sul morto, e a' suoi lo tragge
 l'altero vincitor, calossi Apollo
 d'Ettore al fianco, ed il sembiante assunto
 dell'Asade Fenpo a lui diletto
 ospite un tempo, e abitator d'Abido,
 questa rampogna gli drizz: Chi fia
 che tra gli Achivi in avvenir ti tema,
 se un Menelao ti fuga e ti spaventa,
 un Menelao finor tenuto in conto
 di debile guerriero, e ch'or da solo
 di mezzo ai Teucri via si porta il fido
 tuo compagno da lui tra i primi ucciso,
 Pode io dico figliuol d'Eezone?
 Un negro di dolor velo coperse
 a quell'annunzio dell'eroe la fronte.
 Corse ei tosto a cacciossi innanzi a tutti
 folgorante nell'armi. Allor di nubi
 tutta fasciando la montagna ida,
 Giove in man la fiammante egida prese,
 la scosse, e fra baleni orrendamente
 tonando, ai Teucri di vittoria il segno
 di tosto, e sparse fra gli Achei la fuga.
 Primo a fuggir fu de' Beoti il duce
 Penelo, di leggier colpo di lancia
 ferito al sommo della spalla, mentre
 tenea volta la fronte; il ferro acuto
 lo graffi fino all'osso, e il colpo venne
 dalla man di Poldama che sotto
 gli si fece improvviso. Ettore poscia
 al carpo della man colse Leto
 germe del prode Alettrone, e il fece
 dalla pugna cessar. Si volse in fuga
 guatandosi dintorno sbigottito
 il piagato guerrier, n pi sperava
 poter col telo nella destra infisso
 combattere co' Troi. Mentre si scaglia
 contra Leto il feritor, gli spinge
 Idomeno dappresso alla mammella
 nell'usbergo la picca: ma si franse
 alla giuntura della ferrea punta
 il frassino, e n'urlr di gioia i Teucri.
 Rispose al colpo Ettorre, e il Deucalde
 stante sul carro saett. D'un pelo
 lo fall; ma Ceran, scudiero e auriga
 di Meron, colpo. Venuto egli era
 dalla splendida Litto in compagnia
 di Merone che di questa guerra
 al cominciar, sue navi abbandonando,
 venne ad Ilio pedone, e di sua morte
 avra qui fatto glorosi i Teucri,
 se co' pronti destrieri in suo soccorso
 non accorrea Cerano. Ei del suo duce
 camp la vita, ma la propria perse
 per le mani d'Ettr. L'asta al confine
 della gota lo giunse e dell'orecchia,
 e conquassgli le mascelle, e mezza
 la lingua gli tagli. Cadde dal carro
 quell'infelice: abbandonate al suolo
 si diffuser le briglie, che veloce
 curvo da terra Meron raccolse,
 e volto a Idomeno: Sferza, gli grida,
 sferza, amico, i cavalli, e al mar ti salva,
 ch per noi persa, il vedi,  la battaglia.
 S disse, e l'altro costernato ei pure
 verso le navi flagell le groppe
 de' chiomati destrier. Scorsero anch'essi
 il magnanimo Aiace e Menelao,
 che Giove ai Teucri concedea l'onore
 dell'alterna vittoria; onde proruppe
 in questi accenti il gran Telamonde:
 Anche uno stolto, per mia f, vedra
 che pe' Teucri sta Giove: ogni lor strale,
 sia vil, sia forte il braccio che lo spinge,
 porta ferite, e il Dio li drizza. I nostri
 van tutti a vto. Nondimen si pensi
 qualche sano partito, un qualche modo
 di salvar quell'estinto, e di tornarci
 salvi noi stessi a rallegrar gli amici,
 che con gli sguardi qua rivolti e mesti
 stiman che lungi dal poter le invitte
 mani d'Ettorre sostener, noi tutti
 cadrem morti alle navi. Oh fosse alcuno
 qui che ratto portasse al grande Achille
 del periglio l'avviso! A lui, cred'io,
 ancor non giunse dell'ucciso amico
 la funesta novella; e tra gli Achei
 ancor non veggo al doloroso officio
 acconcio ambasciator, tanta nasconde
 caligine i cavalli e i combattenti.
 Giove padre, deh togli a questo buio
 i figli degli Achei, spandi il sereno,
 rendi agli occhi il vedere, e poich spenti
 ne vuoi, ci spegni nella luce almeno.
 Cos pregava. Udillo il padre, e visto
 il pianto dell'eroe, si fe' pietoso,
 e, rimossa la nebbia, in un baleno
 il buio dissip. Rifulse il Sole,
 e tutta apparve la battaglia. Aiace
 disse allora all'Atride: Or guarda intorno,
 diletto Menelao, vedi se trovi
 di Nestore ancor vivo il forte figlio
 Antloco, e di volo al grande Achille
 nunzio del fato del suo caro il manda.
 Mosse pronto a quei detti il generoso
 Atride, e s'avv come lone
 che il bovile abbandona lasso e stanco
 d'azzuffarsi co' veltri e co' pastori
 tutta la notte vigilanti, e il pingue
 lombo de' tori a contrastargli intesi.
 Avido delle carni egli di fronte
 tuttavolta si slancia, e nulla acquista;
 ch dalle ardite mani una ruina
 gli vien di strali addosso e di facelle,
 dal cui lustro atterrito egli rifugge,
 bench furente, finch mesto alfine
 sul mattin si rimbosca. A questa guisa
 di mal cuore da Ptroclo si parte
 il bellicoso Menelao, la tema
 seco portando che gli Achei, compresi
 di soverchio terror, preda al nemico
 nol lascino fuggendo. Onde con molti
 preghi agli Aiaci e a Meron rivolto:
 Duci argivi, dicea, deh vi sovvenga
 quanto fu bello il cor dell'infelice
 Ptroclo, e come mansueto ei visse:
 ahi! visse; e in braccio alla ria Parca or giace.
 Part, ci detto, riguardando intorno
 com'aquila che sopra ogni volante
 aver acuta la pupilla  grido,
 e che dall'alte nubi infra le spesse
 chiome de' cespi discoperta avendo
 la presta lepre, su lei piomba, e ratto
 la ghermisce e l'uccide. E tu del pari,
 o da Giove educato illustre Atride,
 d'ogni parte volgevi i fulgid'occhi
 fra le turbe de' tuoi, vivo spando
 di Nestore il buon figlio. Alla sinistra
 alfin lo vide della pugna in atto
 di far cuore ai compagni e rinfiammarli
 alla battaglia. Gli si fece appresso,
 e con ratto parlar: Vieni, gli disse,
 vieni, Antloco mio: t'annunzio un fiero
 doloroso accidente, e oh! mai non fosse
 intervenuto. Un Dio, tu stesso il senti,
 i Dnai strugge, e i Teucri esalta:  morto
 un fortissimo Acheo ch'alto ne lascia
 desiderio di s, morto  Patrclo.
 Corri, avvisa il Pelde, e fa che voli
 a trarne in salvo il nudo corpo: l'armi
 gi venute in bala sono d'Ettorre.
 All'annunzio crudel muto d'orrore
 Antloco rest: di pianto un fiume
 gli affog le parole, e nondimeno,
 l'armi in fretta rimesse al suo compagno
 Ladoco che fido a lui dappresso
 i destrier gli reggea, corse d'Atride
 il cenno ad eseguir. Piangea dirotto,
 e volava l'eroe fuor della pugna
 nunzio ad Achille della rea novella.
 Del dipartir d'Antloco dolenti
 e bramose di lui le pilie schiere
 in periglio restr; n tu potendo
 dar loro aita, o Menelao, mettesti
 alla lor testa il generoso duce
 Trasimde, e di nuovo alla difesa
 del morto eroe tornasti; e degli Aiaci
 giunto al cospetto, sostenesti il piede,
 e dicesti: Alle navi io l'ho spedito
 verso il Pelde: ma ch'ei pronto or vegna,
 bench crucciato con Ettr, nol credo;
 ch per conto verun non fia ch'ei voglia
 pugnar co' Teucri disarmato. Or dunque
 la miglior guisa risolviam noi stessi
 di sottrarre al furor dell'inimico
 quell'estinto, e campar le proprie vite.
 Saggio parlasti, o Menelao, rispose
 il grande Aiace Telamnio. Or tosto
 tu dunque e Meron sotto all'esangue
 mettetevi, e sul dosso alto il portate
 fuor del tumulto: frenerem da tergo
 noi de' Troiani e d'Ettore l'assalto,
 noi che pari di nome e d'ardimento
 la pugna uniti a sostener siam usi.
 Disse; e quelli da terra alto levaro
 il morto tra le braccia. A cotal vista
 url la troica turba, e difilossi
 furibonda, di cani a simiglianza
 che precorrendo i cacciator s'avventano
 a ferito cinghial, desiderosi
 di farlo in brani: ma se quei repente
 di sua forza securo in lor converte
 l'orrido grifo, immantinente tutti
 dan volta e per terror piglian la fuga
 chi qua spersi, chi l: tali i Troiani
 inseguono attruppati il fuggitivo
 stuol, coll'aste il pungendo e colle spade.
 Ma come rivolgean fermi sul piede
 gli Aiaci il viso, di color cangiava
 l'inseguente caterva, e non arda
 niun farsi avanti, e disputar l'estinto,
 che di mezzo al conflitto audacemente
 vena portato da quei forti al lido,
 bench fiera su lor cresca la zuffa.
 Come fuoco che involve all'improvviso
 popolosa cittade, e ruinosi
 sparir fa i tetti nella vasta fiamma,
 che dal vento agitata esulta e rugge;
 tale alle spalle dell'acheo drappello
 de' guerrieri incalzanti e de' cavalli
 rimbombava il tumulto. E a quella guisa
 che per aspero calle gi dal monte
 traggon due muli di robusta lena
 o trave o antenna da volar sull'onda,
 e di sudore infranti e di fatica
 studian la via: del par que' due gagliardi
 portavano affannati il tristo incarco
 difesi a tergo dagli Aiaci. E quale
 steso in larga pianura argin selvoso
 de' fiumi affrena il volento corso,
 e respinta devolve per lo chino
 l'onda furente che spezzar nol puote;
 cos gli Aiaci l'irruente piena
 rispingono de' Troi che tuttavolta
 gl'inseguono ristretti, Enea tra questi
 principalmente e il non mai stanco Ettorre.
 Con quell'alto stridor che di mulacchie
 fugge una nube o di stornei vedendo
 venirsi incontro lo sparvier che strage
 fa del minuto volato; con tali
 acute grida innanzi alla ruina
 de' due troiani eroi fugga dispersa
 la turba degli Achei, posto di pugna
 ogni pensier. Di belle armi, cadute
 ai fuggitivi, ingombra era la fossa
 e della fossa il margo; e il faticoso
 lavor di Marte non avea respiro.

 LIBRO DECIMOTTAVO.

 Tutta cos qual fiamma arde la pugna.
 Veloce messaggier correa frattanto
 Antloco ad Achille. Anzi all'eccelse
 sue navi il trova, che nel cor gi volge
 l'accaduto disastro, e nel segreto
 della grand'alma sospirando, dice:
 Perch di nuovo, ohim! verso le navi
 fuggon gli Achivi con tumulto, e vanno
 spaventati pel campo? Ah! non mi cmpia
 l'ira de' numi la crudel sventura
 che un d la madre profet, narrando
 che, me vivente ancor, de' Mirmidni
 il pi prode guerrier dai Teucri ucciso
 del Sol la luce abbandonato avra.
 Ah! certo di Menzio il forte figlio
 mor. Infelice! E pur gl'imposi io stesso
 che risospinta la nemica fiamma
 ritornasse alle navi, e con Ettorre
 cimentarsi in battaglia oso non fosse.
 In questo rio pensier l'aggiunse il figlio
 di Nestore piangendo, e, Ohim! gli disse,
 magnanimo Pelde; una novella
 tristissima ti reco, e che nol fosse
 oh piacesse agli Dei! Giace Patrclo;
 sul cadavere nudo si combatte;
 nudo; ch l'armi n'ha rapito Ettorre.
 Una negra a que' detti il ricoperse
 nube di duol; con ambedue le pugna
 la cenere afferr, gi per la testa
 la sparse, e tutto ne brutt il bel volto
 e la veste odorosa. Ei col gran corpo
 in grande spazio nella polve steso
 giacea turbando colle man le chiome
 e stracciandole a ciocche. Al suo lamento
 accorsero d'Achille e di Patrclo
 l'addolorate ancelle, e con alti urli
 si fr dintorno al bellicoso eroe
 percotendosi il seno, e ciascheduna
 senta mancarsi le ginocchia e il core.
 Dall'altra parte Antloco pietoso
 lagrimando dirotto, e di cordoglio
 spezzato il petto rattenea d'Achille
 le terribili mani, onde col ferro
 non si squarciasse per furor la gola.
 Ud del figlio l'ululato orrendo
 la veneranda Teti che del mare
 sedea ne' gorghi al vecchio padre accanto.
 Mise un gemito, e tutte a lei dintorno
 si raccolser le Dee, quante ne serra
 il mar profondo, di Nero figliuole
 Glauce, Tala, Cimdoce, Nesea
 e Spio vezzosa e Toe ed Alie bella
 per bovine pupille, e la gentile
 Cimtoe ed Attea: quindi Melte
 e Limnria e Anfite, Jera ed Agave,
 Doto, Proto, Ferusa e Dinamena
 e Desamena ed Amfinma e seco
 Callanra e Dori e Panopea,
 e sovra tutte Galatea famosa;
 v'era Apseude e Nemerte e con Janira
 Callanassa ed Ianassa; alfine
 l'alma Climene, e Mera ed Orita
 ed Amatea dall'auree trecce, ed altre
 Neridi dell'onda abitatrici.
 Tutto di lor fu pieno in un momento
 il cristallino speco, e tutte insieme
 batteansi il petto, allorch Teti in mezzo
 tal di principio al lamentar: Sorelle,
 m'udite, e quanto  il mio dolor vedete.
 Ohim misera! ohim madre infelice
 di fortissima prole! Io generai
 un valoroso incomparabil figlio,
 il pi prestante degli eroi: lo crebbi,
 lo coltivai siccome pianta eletta
 in fertile terren: poscia ne' campi
 d'Ilio lo spinsi su le navi io stessa
 a pugnar co' Troiani. Ahi che m' tolto
 l'abbracciarlo tornato alla paterna
 reggia! e finch'egli all'amor mio pur vive,
 fin che gli  dato di fruir la luce,
 di tristezza si pasce; ed io, comunque
 a lui mi rechi, sovvenir nol posso.
 Nondimeno v'andr, del caro figlio
 vedr l'aspetto, e intender qual duolo
 dalla guerra lontano il cor gl'ingombra.
 Usc, ci detto, dallo speco, e quelle
 piangendo la segur: l' onda ai lor passi
 riverente s'apra. Come di Troia
 attinsero le rive, in lunga fila
 emersero sul lido ove frequenti
 le mirmidnie antenne in ordinanza
 facean selva e corona al grande Achille.
 A lui che in gravi si struggea sospiri
 la diva madre s'appress, proruppe
 in acuti ululati, ed abbracciando
 l'amato capo, e lagrimando, disse:
 Figlio, che piangi? Che dolore  questo?
 Nol mi celar, deh parla. A compimento
 mand pur Giove il tuo pregar: gli Achivi
 son pur, siccome supplicasti, astretti
 ripararsi alle navi, e del tuo braccio
 aver mestiero, di sciagure oppressi.
 Con un forte sospir rispose Achille:
 O madre mia, ben Giove a me compiacque
 ogni preghiera: ma di ci qual dolce
 me ne procede, se il diletto amico,
 se Ptroclo  gi spento? Io lo pregiava
 sovra tutti i compagni; io di me stesso
 al par l'amava, ahi lasso! e l'ho perduto.
 L'uccise Ettorre, e lo spogli dell'armi,
 di quelle grandi e belle armi, a vedersi
 maravigliose, che gli eterni Dei,
 dono illustre, a Pelo diero quel giorno
 che te nel letto d'un mortal locaro.
 Oh fossi tu dell'Ocen rimasta
 fra le divine abitatrici, e stretto
 Pelo si fosse a una mortal consorte!
 Ch d'infinita angoscia il cor trafitto
 or non avresti pel morir d'un figlio
 che alle tue braccia nel paterno tetto
 non torner pi mai, poich il dolore
 n la vita n d'uom pi mi consente
 la presenza soffrir, se prima Ettorre
 dalla mia lancia non cade trafitto,
 e di Patrclo non mi paga il fio.
 Figlio, nol dir (riprese lagrimando
 la Dea), non dirlo, ch tua morte affretti:
 dopo quello d'Ettr pronto  il tuo fato.
 Lo sia (con forte gemito interruppe
 l'addolorato eroe), si muoia, e tosto,
 se giovar mi fu tolto il morto amico.
 Ahi che lontano dalla patria terra
 il misero per, desideroso
 del mio soccorso nella sua sciagura.
 Or poich il fato riveder mi vieta
 di Ftia le care arene, ed io crudele
 n Ptroclo aitai n gli altri amici
 de' quai molti dom l'ettrea lancia,
 ma qui presso le navi inutil peso
 della terra mi seggo, io fra gli Achei
 nel travaglio dell'armi il pi possente,
 bench me di parole altri pur vinca,
 pera nel cor de' numi e de' mortali
 la discordia fatal, pera lo sdegno
 ch'anco il pi saggio a inferocir costrigne,
 che dolce pi che miel le valorose
 anime investe come fumo e cresce.
 Tal si fu l'ira che da te mi venne,
 Agamennn. Ma su l'andate cose,
 bench ne frema il cor, l'obblo si sparga,
 e l'alme in sen necessit ne domi.
 Del caro capo l'uccisore Ettorre
 or si corra a trovar; poi quando a Giove
 e agli altri Eterni piacer mia morte,
 venga pur, ch'io l'accetto. Il forte Alcide,
 dilettissimo a Giove e suo gran figlio,
 Alcide stesso vi soggiacque, domo
 dalla Parca e dall'aspra ira di Giuno.
 Cos pur io, se fato ugual m'aspetta,
 estinto giacer. Questo frattanto
 tempo  di gloria. Sforzer qualcuna
 delle spose di Dardano e di Troe
 ad asciugar con ambedue le mani
 gi per le guance delicate il pianto,
 e a trar dal largo petto alti sospiri.
 Sappiano alfin che il braccio mio dall'armi
 abbastanza cess; n dalla pugna
 tu, madre, mi svar, ch indarno il tenti.
 E a lui la Diva dall'argenteo piede:
 Giusta, o figlio,  l'impresa e d'onor degna,
 campar da scempio i travagliati amici.
 Ma le tue scintillanti armi divine
 son fra' Troiani, ed Ettore, quel fiero
 dell'elmo crollator, sen fregia il dosso,
 e dell'incarco esulta. Ma fia breve,
 lo spero, il suo gioir, ch negra al fianco
 gi l'incalza la Parca. Or tu di Marte
 per anco non entrar nel rio tumulto,
 se tu qua pria venir non mi riveggia.
 Verr dimani al raggio mattutino,
 e recherotti io stessa una forbita
 bella armatura di Vulcan lavoro.
 Cos detto, dal figlio alle sorelle
 ripieg la persona, e, Voi, soggiunse,
 rentrate del mar nell'ampio grembo,
 e del marino genitor canuto
 rendetevi alle case, e tutto dite
 che vedeste ed udiste. Al grande Olimpo
 io salgo a ritrovar l'inclito fabbro
 Vulcano, e il pregher che luminose
 armi stupende al figlio mio conceda.
 Disse; e quelle del mar tosto nell'onde
 discesero, e la Dea dal pi d'argento
 avvossi all'Olimpo a procacciarne
 al diletto figliuolo armi divine.
 Mentr'ella al ciel sala, con urlo immenso
 dal sanguinoso Ettr cacciati in fuga
 giunser gli Achivi delle navi al vallo
 e al mugghiante Ellesponto. E non ancora
 del compagno achillo la morta spoglia
 al nembo degli strali avean sottratta
 gli argolici guerrieri. Un'altra volta
 fiero assalto le dava una gran serra
 di cavalli e di fanti, e innanzi a tutti
 di Pramo il figlio, l'indefesso Ettorre
 che una fiamma parea. Tre volte il prode
 per gli piedi il cadavere afferrando
 prov di trarlo, e con orrenda voce
 i Troiani chiam: tre volte i due
 impetuosi e vigorosi Aiaci
 respinserlo dal morto. E nondimeno
 saldo e securo in sua fortezza or dentro
 nella turba ei s'avventa, ed or s'arresta,
 e con gran voce tuttavia pur grida,
 n d'un passo s'arretra. E qual di notte
 vigilanti pastori alla campagna
 da preso tauro allontanar non ponno
 affamato lon; cos de' forti
 Aiaci la virt da quell'esangue
 dispiccar non potea l'ardito Ettorre.
 E l'avra tratto alfine e conseguita
 immensa gloria, s'Iride veloce,
 a Giove occulta e a ogni altro iddio, dall'alto
 Olimpo non correa col vento al piede
 messaggiera ad Achille; e la speda,
 per eccitarlo alla battaglia, il cenno
 dell'augusta Giunon. Gli parve al fianco
 improvvisa la Diva, e questi accenti
 fe' dal labbro volar: Sorgi, Pelde
 terribile guerriero, e di Patrclo
 il cadavere salva. Intorno a lui
 ferve avanti alle navi orrida pugna
 con mutue stragi. In sua difesa i Greci
 fan che puossi: per trarlo in Ilio i Teucri
 s'avventano di punta. Il fiero Ettorre
 innanzi a tutti di rapirlo agogna,
 bramoso di mozzar dal dilicato
 collo il bel capo, e d'un infame tronco
 conficcarlo alla cima. Alzati, e pigro
 pi non giacer. Ti tocchi il cor vergogna
 che de' cani di Troia il tuo diletto
 debba le sanne trastullar. Se offesa
 ne riceve la salma,  tuo lo smacco.
 Rispose Achille: E quale a me de' numi
 ti manda ambasciatrice, Iri divina?
 Mi manda, replic la Dea veloce,
 Giunon, di Giove glorosa moglie,
 n Giove il sa, n verun altro iddio
 de' sereni d'Olimpo abitatore.
 Come al campo n'andr, soggiunse Achille,
 se in mano di color venner le mie
 armi: e che d'armi or io mi cinga il vieta
 la cara madre, se lei pria non veggio
 da Vulcano tornar, come promise,
 di leggiadra armatura apportatrice?
 Di qual altra famosa or mi vestire
 al bisogno non so, tranne lo scudo
 dell'egregio figliuol di Telamone.
 Ma pur egli, mi spero, in questo punto
 sta combattendo pel mio spento amico.
 E a lui di nuovo la taumnzia figlia:
 Noto  ben anco a noi che le tue belle
 armi or sono d'altrui. Ma su la fossa
 anco inerme ti mostra all'inimico.
 Lascer spaventato la battaglia
 solo al vederti, e respirar potranno
 i travagliati Achei. Salute  spesso
 nel calor della pugna un sol respiro.
 Cos disse, e disparve. In piedi allora
 rizzossi Achille amor di Giove, e tutto
 coll'egida Minerva il ricoperse.
 D'un'aurea nube gli fasci la fronte,
 ed una fiamma dalla nube usca,
 che dintorno accendea l'aria di luce.
 Siccome quando al ciel s'innalza il fumo
 d'isolana citt, cui d'aspro assedio
 cinge il nemico: con orrendo marte
 combattono dal muro i cittadini
 finch gli alluma il Sol; poi quando annotta,
 destan fuochi frequenti alle vedette,
 e al ciel ne sbalza uno splendor che manda
 ai convicini del periglio il segno,
 se per sorte venir con pronte antenne
 volessero in aita: a questo modo
 dalla testa d'Achille alta alle stelle
 quella fiamma sala. Varcato il muro,
 sul primo margo s'arrest del fosso,
 n mischiossi agli Achei, ch della madre
 al precetto obbeda. L stando, un grido
 mise, e d'un altro da lontan gli fece
 eco Minerva, ed un terror ne' Teucri
 immenso suscit. Come sonoro
 d'una tuba talor s'ode lo squillo,
 quando d'assedio una citt serrando
 armi grida terribile il nemico,
 cos chiara d'Achille era la voce.
 N'udiro i Teucri il ferreo suono, e a tutti
 tremaro i petti; si rizzr sul collo
 ai destrieri le chiome, e d'alto affanno
 presaghi addietro rivolgean le bighe.
 Gli aurighi sbigottr, vista la fiamma
 che da Minerva di repente accesa
 orrenda e lunga su la fronte ardea
 del magnanimo eroe. Tre volte Achille
 dalla fossa grid: tre volte i Teucri
 e i collegati sgominrsi, e dodici
 de' pi prestanti fra i riversi cocchi
 trafitti vi perr dal proprio ferro.
 Pronti intanto gli Achei di sotto ai densi
 strali sottratto di Menzio il figlio,
 il locr nella bara, e gli fr cerchio
 lagrimando i compagni. Anch'ei veloce
 v'accorse Achille, e si disciolse in pianto
 nel feretro mirando il fido amico
 d'acuta lancia trapassato il petto.
 Egli stesso con carri, armi e destrieri
 l'avea spedito alla battaglia, e freddo
 lo rebbe al ritorno e sanguinoso.
 Costrinse allor la veneranda Giuno
 suo malgrado a calar nelle correnti
 dell'Oceno l'instancabil Sole.
 Ei si sommerse, e dal crudel conflitto
 ebber tregua gli Achei. Dier posa all'armi
 di rincontro i Troiani; i corridori
 sciolser dai cocchi, e pria che a cibo alcuno
 volger la mente, convocr consiglio.
 Ritti in piedi aprr essi il parlamento;
 n verun di sedersi ebbe fidanza,
 perch d'Achille la comparsa orrenda
 facea loro tremar le vene e i polsi,
 ch da lunga stagion ne' lagrimosi
 campi di Marte non l'avean veduto.
 Prese tra lor Polidamante il primo
 a ragionar. Di Panto era costui
 prudente figlio, e de' Troiani il solo
 che le passate e le future cose
 al guardo avea presenti. Egli d'Ettorre
 era compagno, e una medesma notte
 li produsse ambedue, l'un di parole,
 l'altro d'asta valente. Ei dunque in mezzo
 con saggio avviso cos tolse a dire:
 Librate, amici, la bisogna; ir dentro
 alla cittade, e tosto,  mio consiglio,
 senz'aspettar davanti a queste navi
 l'alma luce del d. Troppo siam lungi
 qui dalle mura. Finch l'ira in petto
 arse a questo guerrier contra l'Atride,
 pi lieve er'anco il debellar gli Achivi,
 ed io pure vegliar godea le notti
 presso le navi, nella dolce speme
 d'occuparle. Or tremar fammi il Pelde.
 L'ardor che il mena non vorr ristretto
 contenersi nel campo ove l'acheo
 col troiano valore in generose
 prove la gloria marzal divise:
 ma per Ilio a pugnar e per le mogli
 ne sforzer. Nella cittade adunque
 ripariamo, e si segua il mio sentire,
 ch le cose avverran com'io v'assenno.
 L'alma notte or sopito in dolce calma
 tien d'Achille il furor: ma se dimani
 all'assalto prorompe, e qui ne trova,
 certo talun conoscerallo, e quanti
 dar potranno le spalle, e dentro il sacro
 Ilio camparsi, si terran beati;
 ma pria ben molti rimarran pastura
 di voraci avoltoi. Deh ch'io non oda
 s rio caso giammai! Se al mio ricordo,
 bench non grato, obbedirem, la notte
 spenderem ne' rinforzi e ne' consigli.
 E le torri e le porte e i contrafforti
 de' ben commessi tavolati intanto
 faran sicura la citt. Poi tutti
 d'arme orrendi domani al nuovo Sole
 starem su i merli. E s'ei lasciato il lido
 verr nosco a pugnar sotto le mura,
 duro affar troveravvi, e poich stanca
 in vane giravolte avr la foga
 de' suoi superbi corridor, gli fia
 forza alle navi ritornar confuso;
 n di scagliarsi dentro alla cittade
 daragli il cuore, e pria che porla al fondo,
 ei far sazii del suo corpo i cani.
 Qui tacque; e bieco gli rispose Ettorre:
 Tu non mi fai gradevole proposta,
 Polidamante, no, quando n'esorti
 a serrarci di nuovo entro le mura.
 E non vi noia ancor di quelle torri
 la prigionia? Fu tempo in cui le genti
 di vario favellar tutte a una voce
 dicean ricca di molto auro e di bronzo
 la citt prameia. Or dalle case
 dilegursi i tesori. Alle contrade
 dell'amena Meonia e della Frigia
 molta ricchezza ne pass venduta
 da che l'ira di Giove i Teucri oppresse.
 Ed or che Giove innanzi a questi legni
 d'alta vittoria mi fe' lieto, e diemmi
 che al mar chiudessi le falangi achee,
 non far palese, o stolto, ai cittadini
 questo consiglio, ch nessuno avrai
 fra i Troiani s vil che lo secondi,
 n patirollo io mai. Teucri, obbediamo
 tutti al mio detto. Ristorate i corpi
 al suo posto ciascuno, e vi sovvegna
 delle scolte per tutto e delle ronde.
 Qualunque de' Troiani in pensier stassi
 di sue ricchezze, le raguni, e poscia
 largo ai soldati le spartisca. E meglio
 che alcun nostro ne goda, e non l'Acheo.
 Sull'aurora dimani in tutto punto
 assalirem le navi: e se il divino
 Achille all'armi si svegli davvero,
 gli fia la pugna, se la vuol, funesta.
 Non fuggirollo io, no, nell'affannoso
 ballo di Marte, ma starogli a fronte
 con intrepido petto. Uno de' due
 d'un'illustre vittoria andr superbo;
 il cimento  comune, ed avvien spesso
 che morte incontra chi di darla ha speme.
 Disse, e i Teucri levr d'applauso un grido.
 Stolti! ch Palla avea lor tolto il senno.
 Tutti assentr d'Ettorre al pazzo avviso,
 nessuno al saggio del figliuol di Panto.
 Mentre col cibo a rivocar le forze
 intendono i Troiani, in alti lai
 l'intera notte dispendean gli Achivi
 sovra il morto Patrclo, e prorompea
 fra loro in pianti sospirosi Achille,
 la man tremenda sul gelato petto
 dell'amico ponendo, e cupi e spessi
 i gemiti mettea, come talvolta
 ben chiomato lone a cui rapo
 il cacciator nel bosco i loncini.
 Crucciato il fiero del suo tardo arrivo,
 tutta scorre la valle, e l'orme esplora
 del predator, se mai di ritrovarlo
 in qualche lato gli resca; e orrenda
 gli divampa nel cor la rabbia e l'ira:
 tal si cruccia il Pelde, e con profondi
 sospiri in mezzo ai Mirmidni esclama:
 Oh mie vane parole il d ch'io diedi
 a Menzio il conforto, e la promessa
 che in Opunta gli avrei carco di gloria
 e di gran preda ricondotto il figlio
 dall'atterrata Troia! Ahi che non tutti
 Giove i disegni de' mortali adempie!
 Sotto Troia il destino ambo ne danna
 a far vermiglia una medesma terra,
 ch me neppure abbraccer tornato
 il buon vecchio Pelo nel patrio tetto,
 n Teti genitrice; ma sepolcro
 mi dar questo lido. Or poi che deggio
 dopo te, mio fedel, scender sotterra,
 tu, no, sul rogo non andrai, lo giuro,
 se non t'arreco in prima io qui d'Ettorre,
 del tuo crudo uccisor l'armi e la testa;
 e dodici d'illustri iliaci figli
 troncheronne davanti alla tua pira.
 Giaci intanto cos, caro compagno,
 qui presso alle mie navi; e le troiane
 e le dardanie ancelle il largo seno
 tutte discinte intorno al tuo fertro
 notte e d faran pianto, e ploreranno.
 Esse ne fur comun fatica e preda
 quando noi colla forza e colle lunghe
 aste domando le nemiche genti
 l'opime n'atterrammo ampie cittadi.
 Ci detto, comand l'almo Pelde
 che dai compagni al fuoco si ponesse
 sul tripode un gran vaso, onde veloci
 di Ptroclo lavar la sanguinosa
 tabe. E quelli sul fuoco in un baleno
 atto ai lavacri collocaro un bronzo,
 e v'infusero l'onda, e di stecchiti
 rami di sotto alimentr la fiamma.
 Abbracciavan le vampe mormorando
 del vaso il ventre, e rotto in sottil fumo
 scaldavasi l'umor. Poich nel cavo
 rame la linfa al suo bollor pervenne,
 diersi il corpo a lavar: l'unser di pingue
 felice oliva, e le ferite empiero
 di balsamo novenne. Indi al funbre
 letto renduto, dalla fronte al piede
 in sottil lino avvolserlo, e superno
 un bianco panno vi spiegr. Ci fatto,
 tornaro ai pianti, e intorno al mesto Achille
 tutta in lamenti consumr la notte.
 Giove in questo alla sua moglie e sorella
 si volse e disse: Veneranda Giuno,
 ecco pieni alla fine i tuoi desiri;
 ecco all'armi tornato il grande Achille.
 Di te nacque, cred'io, (cotanto l'ami)
 l'argiva gente. - E Giuno a lui: Che parli,
 tremendo figlio di Saturno? All'uomo
 povero d'alma e di consigli  dato
 il dannaggio tramar del suo simile;
 ed io che incedo degli Dei reina,
 perch saturnia prole e perch sposa
 son dell'alto de' numi imperadore,
 contra i Troiani co' Troiani irata
 macchinar qualche offesa io non dovea?
 Mentre seguan tra lor queste contese,
 Teti agli alberghi di Vulcan pervenne;
 stellati eterni rilucenti alberghi,
 fra i celesti i pi belli, e dallo stesso
 Vulcan costrutti di massiccio bronzo.
 Tutto in sudor trovollo affaccendato
 de' mantici al lavoro. Avea per mano
 dieci tripodi e dieci, adornamento
 di palagio regal. Sopposte a tutti
 d'oro avea le rotelle, onde ne gisse
 da s ciascuno all'assemblea de' numi,
 e da s ne tornasse onde si tolse:
 maraviglia a vederli! Omai compiuto
 l'ammirando lavor, solo restava
 ch'ei v'adattasse le polite orecchie,
 e appunto all'uopo n'aguzzava i chiovi.
 Mentre vena tai cose elaborando
 con egregio artificio, entro la soglia
 l'alma Teti mettea l'argenteo piede.
 La vide, e le si fe' Crite incontro
 ornata il capo d'eleganti bende,
 dell'inclito Vulcan moglie vezzosa:
 per man la strinse, e il roseo labbro aprendo,
 Qual, le disse, cagione, o bella Teti,
 ti guida inaspettata a queste case?
 Rado suoli onorarle, e nondimeno
 sempre cara vi giungi e riverita.
 Inltrati, perch'io pronta t'appresti
 le vivande ospitali. - E s dicendo,
 la bellissima Dea l'altra introdusse,
 e in un bel seggio collocolla, ornato
 d'argentee borchie a lavoro gentile
 col suo sgabello al piede. Indi a chiamarne
 corse l'esimio fabbro, e s gli disse:
 Vieni, Vulcan, ch ti vuol Teti. - Ed egli:
 Venerevole Diva e d'onor degna
 nella casa mi venne. Ella malconcio
 e afflitto mi salv quando dal cielo
 mi feo gittar l'invereconda madre,
 che il distorto mio pi volea celato;
 e mille allor m'avrei doglie sofferto
 se me del mar non raccogliean nel grembo
 del rifluente Ocano la figlia
 Eurnome e la Dea Teti. Di queste
 quasi due lustri in compagnia mi vissi,
 e di molte vi feci opre d'ingegno,
 fibbie ed armille tortuose e vezzi
 e bei monili, in cavo antro nascoso
 a cui spumante intorno ed infinita
 d'Ocen la corrente mormorava;
 n verun di mia stanza avea contezza,
 n mortale n Dio, tranne le belle
 mie servatrici. Or poich Teti  giunta
 alla nostra magion, piena le voglio
 render merc del benefizio antico.
 Tu dinanzi sollecita le poni
 il banchetto ospital, mentr'io veloce
 questi mantici assetto e gli altri arnesi.
 Disse, e dal ceppo dell'incude il mostro
 abbronzato levossi zoppicando.
 Moveansi sotto a gran stento le fiacche
 gambe sottili. Allontan dal fuoco
 i mantici ventosi: ogni fabbrile
 istrumento raccolse, e dentro un'arca
 li ripose d'argento. Indi con molle
 spugna ben tutto stropicciossi il volto
 affumicato ed ambedue le mani
 e il duro collo ed il peloso petto.
 Poi la tunica mise; ed il pesante
 scettro impugnato, tentennando usco.
 Seguan l'orrido rege, e a dritta e a manca
 il passo ne reggean forme e figure
 di vaghe ancelle, tutte d'oro, e a vive
 giovinette simli, entro il cui seno
 avea messo il gran fabbro e voce e vita
 e vigor d'intelletto e delle care
 arti insegnate dai Celesti il senno.
 Queste al fianco del Dio spedite e snelle
 camminavano; ed egli a tardo passo
 avvicinato a Teti, in un lucente
 trono s'assise, e la sua man ponendo
 nella man della Dea, cos le disse:
 Qual mai sorte t'adduce a queste soglie,
 o sempre cara e veneranda Teti,
 in quell'ampio tuo peplo ancor pi bella?
 Troppo rado ne fai di tua presenza
 contenti e lieti. Or parla, e il tuo desire
 libera esponi. A soddisfarlo il grato
 cor mi sospinge, se pur farlo io possa,
 e il farlo mi s'addica. - E a lui suffusa
 di lagrime i bei rai Teti rispose:
 Delle Dive d'Olimpo e qual sofferse
 tanti, o Vulcano, tormentosi affanni
 quanti in me Giove n'adun? Me sola
 fra le Dive del mar suggetta ei fece
 ad un mortale, al re Pelo. Ritrosa
 ne sostenni gli amplessi; ed egli or giace
 logro dagli anni nel regal suo tetto.
 N il tenor qui rest di mie sventure.
 Mi nacque un figlio. Io l'educai gelosa,
 e come pianta ei crebbe, e mi divenne
 il maggior degli eroi. Questo germoglio
 di fertile terren, questo diletto
 unico figlio su le navi io stessa
 spedii di Troia alle funeste rive
 a guerreggiar co' Teucri. Avverso fato
 gli dinega il ritorno; ed io non deggio
 nella pela magion madre infelice
 abbracciarlo pi mai. N questo  tutto.
 Fin ch'ei mi vive, e la ria Parca il raggio
 gli prolunga del Sole, ei lo consuma
 nella tristezza, n giovarlo io posso.
 Dagli Achivi ottenuta egli s'avea
 premio di sue fatiche una fanciulla.
 Agamennn gliela ritolse; ed esso
 dell'onta irato, e nel dolor sepolto
 si ritrasse dall'armi. I Teucri intanto
 alle navi rinchiusero gli Achei,
 n permettean l'uscita. Umli allora
 i duci argivi gli mandr preghiere
 e d'orrevoli doni ampie profferte.
 Egli fermo neg la chiesta aita:
 ma cinse di sue stesse armi l'amico
 Ptroclo, e al campo l'inv seguto
 da molti prodi. Su le porte Scee
 tutto un giorno dur l'aspro conflitto.
 E il d stesso Ilon sara caduto,
 s'alta strage menar visto il gagliardo
 di Menzio figliuol, non l'uccidea
 tra i combattenti della fronte Apollo,
 esaltandone Ettorre. Or io pel figlio
 vengo supplice madre al tuo ginocchio,
 onde a conforto di sua corta vita
 di scudo e d'elmo provveder tu il voglia,
 e di forte lorica e di schinieri
 con leggiadro fermaglio. A lui perdute
 ha tutte l'armi dai Troiani ucciso
 il suo fedel compagno, ed egli or giace
 gittato a terra, e dal dolore oppresso.
 Tacque; e il mal fermo Dio cos rispose:
 Ti riconforta, o Teti, e questa cura
 non ti gravi il pensier. Cos potessi
 alla morte il celar quando la Parca
 sul capo gli star, com'io di belle
 armi fornito manderollo, e tali
 che al vederle ogni sguardo ne stupisca.
 Lasci la Dea, ci detto, e impazente
 ai mantici torn, li volse al fuoco,
 e comand suo moto a ciascheduno.
 Eran venti che dentro la fornace
 per venti bocche ne venan soffiando,
 e al fiato, che mettean dal cavo seno,
 or gagliardo or leggier, come il bisogno
 chiedea dell'opra e di Vulcano il senno,
 sibilando prendea spirto la fiamma.
 In un commisti allor gitt nel fuoco
 argento ed auro prezoso e stagno
 ed indomito rame. Indi sul toppo
 loc la dura risonante incude,
 di pesante martello arm la dritta,
 di tanaglie la manca; e primamente
 un saldo ei fece smisurato scudo
 di ddalo rilievo, e d'auro intorno
 tre ben fulgidi cerchi vi condusse,
 poi d'argento al di fuor mise la soga.
 Cinque dell'ampio scudo eran le zone,
 e gl'intervalli, con divin sapere,
 d'ammiranda scultura avea ripieni.
 Ivi ei fece la terra, il mare, il cielo
 e il Sole infaticabile, e la tonda
 Luna, e gli astri diversi onde sfavilla
 incoronata la celeste volta,
 e le Pleiadi, e l'Iadi, e la stella
 d'Oron tempestosa, e la grand'Orsa
 che pur Plaustro si noma. Intorno al polo
 ella si gira ed Oron riguarda,
 dai lavacri del mar sola divisa.
 Ivi inoltre scolpite avea due belle
 popolose citt. Vedi nell'una
 conviti e nozze. Delle tede al chiaro
 per le contrade ne venan condotte
 dal talamo le spose, e Imene, Imene
 con molti s'intonava inni festivi.
 Menan carole i giovinetti in giro
 dai flauti accompagnate e dalle cetre,
 mentre le donne sulla soglia ritte
 stan la pompa a guardar maravigliose.
 D'altra parte nel fro una gran turba
 convenir si vedea. Quivi contesa
 era insorta fra due che d'un ucciso
 piativano la multa. Un la mercede
 gi pagata assera; l'altro negava.
 Finir davanti a un arbitro la lite
 chiedeano entrambi, e i testimon produrre.
 In due parti diviso era il favore
 del popolo fremente, e i banditori
 sedavano il tumulto. In sacro circo
 sedeansi i padri su polite pietre,
 e dalla mano degli araldi preso
 il suo scettro ciascun, con questo in pugno
 sorgeano, e l'uno dopo l'altro in piedi
 lor sentenza dicean. Doppio talento
 d'auro  nel mezzo da largirsi a quello
 che pi diritta sua ragion dimostri.
 Era l'altra citt dalle fulgenti
 armi ristretta di due campi in due
 parer divisi, o di spianar del tutto
 l'opulento castello, o che di quante
 son l dentro ricchezze in due partito
 sia l'ammasso. I rinchiusi alla chiamata
 non obbedan per anco, e ad un agguato
 armavansi di cheto. In su le mura
 le care spose, i fanciulletti e i vegli
 fan custodia e corona; e quelli intanto
 taciturni s'avanzano. Minerva
 li precorre e Gradivo entrambi d'oro,
 e la veste han pur d'oro, ed alte e belle
 le divine stature, e d'ogni parte
 visibili: pi bassa iva la torma.
 Come in loco all'insidie atto fur giunti
 presso un fiume, ove tutti a dissetarse
 venan gli armenti, s'appiattr que' prodi
 chiusi nel ferro, collocati in pria
 due di loro in disparte, che de' buoi
 spassero la giunta e delle gregge.
 Ed eccole arrivar con due pastori
 che, nulla insidia suspicando, al suono
 delle zampogne si prendean diletto.
 L'insidiator drappello alla sprovvista
 gli assala, ne predava in un momento
 de' buoi le mandre e delle bianche agnelle,
 ed uccidea crudele anco i pastori.
 Scossa all'alto rumor l'assediatrice
 oste a consiglio tuttavia seduta,
 de' veloci corsier subitamente
 monta le groppe, i predatori insegue,
 e li raggiunge. Allor si ferma, e fiera
 sul fiume appicca la battaglia. Entrambe
 si feran coll'acute aste le schiere.
 Scorrea nel mezzo la Discordia, e seco
 era il Tumulto e la terribil Parca
 che un vivo gi ferito e un altro illeso
 artiglia colla dritta, e un morto afferra
 ne' pi coll'altra, e per la strage il tira.
 Manto di sangue tutto sozzo e rotto
 le ricopre le spalle: i combattenti
 parean vivi, e traean de' loro uccisi
 i cadaveri in salvo alternamente.
 Vi sculse poscia un morbido maggese
 spazoso, ubertoso e che tre volte
 del vomero la piaga avea sentito.
 Molti aratori lo venan solcando,
 e sotto il giogo in questa parte e in quella
 stimolando i giovenchi. E come al capo
 giungean del solco, un uom che giva in volta,
 lor ponea nelle man spumante un nappo
 di dolcissimo bacco; e quei tornando
 ristorati al lavor, l'almo terreno
 fendean, bramosi di finirlo tutto.
 Dietro nereggia la sconvolta gleba:
 vero arato sembrava, e nondimeno
 tutta era d'r. Mirabile fattura!
 Altrove un campo effigato avea
 d'alta messe gi biondo. Ivi le destre
 d'acuta falce armati i segatori
 mietean le spighe; e le recise manne
 altre in terra cadean tra solco e solco,
 altre con vinchi le venan stringendo
 tre legator da tergo, a cui festosi
 tra le braccia recandole i fanciulli
 senza posa porgean le tronche ariste.
 In mezzo a tutti colla verga in pugno
 sovra un solco sedea del campo il sire,
 tacito e lieto della molta messe.
 Sotto una quercia i suoi sergenti intanto
 imbandiscon la mensa, e i lombi curano
 d'un immolato bue, mentre le donne
 intente a mescolar bianche farine,
 van preparando ai mietitor la cena.
 Segua quindi un vigneto oppresso e curvo
 sotto il carco dell'uva. Il tralcio  d'oro,
 nero il racemo, ed un filar prolisso
 d'argentei pali sostenea le viti.
 Lo circondava una cerulea fossa
 e di stagno una siepe. Un sentier solo
 al vendemmiante ne schiudea l'ingresso.
 Allegri giovinetti e verginelle
 portano ne' canestri il dolce frutto,
 e fra loro un garzon tocca la cetra
 soavemente. La percossa corda
 con sottil voce rispondeagli, e quelli
 con tripudio di piedi sufolando
 e canticchiando ne seguano il suono.
 Di giovenche una mandra anco vi pose
 con erette cervici. Erano sculte
 in oro e stagno, e dal bovile uscino
 mugolando e correndo alla pastura
 lungo le rive d'un sonante fiume
 che tra giunchi volgea l'onda veloce.
 Quattro pastori, tutti d'oro, in fila
 gan coll'armento, e li seguan fedeli
 nove bianchi mastini. Ed ecco uscire
 due tremendi loni, ed avventarsi
 tra le prime giovenche ad un gran tauro,
 che abbrancato, ferito e strascinato
 lamentosi mandava alti muggiti.
 Per raverlo i cani ed i pastori
 pronti accorrean: ma le superbe fiere
 del tauro avendo gi squarciato il fianco,
 ne mettean dentro alle bramose canne
 le palpitanti viscere ed il sangue.
 Gl'inseguivano indarno i mandrani
 aizzando i mastini. Essi co' morsi
 attaccar non osando i due feroci,
 latravan loro addosso, e si schermivano.
 Fecevi ancora il mastro ignipotente
 in amena convalle una pastura
 tutta di greggi biancheggiante, e sparsa
 di capanne, di chiusi e pecorili.
 Poi vi sculse una danza a quella eguale
 che ad Aranna dalle belle trecce
 nell'ampia Creta Dedalo compose.
 V'erano garzoncelli e verginette
 di bellissimo corpo, che saltando
 teneansi al carpo delle palme avvinti.
 Queste un velo sottil, quelli un farsetto
 ben tessuto vesta, soavemente
 lustro qual bacca di palladia fronda.
 Portano queste al crin belle ghirlande,
 quelli aurato trafiere al fianco appeso
 da cintola d'argento. Ed or leggieri
 danzano in tondo con maestri passi,
 come rapida ruota che seduto
 al mobil torno il vasellier rivolve,
 or si spiegano in file. Numerosa
 stava la turba a riguardar le belle
 carole, e in cor godea. Finan la danza
 tre saltator che in varii caracolli
 rotavansi, intonando una canzona.
 Il gran fiume Ocen l'orlo chiudea
 dell'ammirando scudo. A fin condotto
 questo lavoro, una lorica ei fece
 che della fiamma lo splendor vincea;
 poi di raro artificio un saldo e vago
 elmo alle tempie ben acconcio, e sopra
 d'auro tessuta v'innest la cresta.
 Fur l'ultima fatica i bei schinieri
 di pieghevole stagno. E terminate
 l'armi tutte, il gran fabbro alto levolle,
 e al pi di Teti le depose. Ed ella,
 co' bei doni del Dio, come sparviero
 ratta calossi dal nevoso Olimpo.


 LIBRO DECIMONONO.

 Usca del mar l'Aurora in croceo velo,
 alla terra ed al ciel nunzia di luce,
 e co' doni del Dio Teti giungea.
 Singhiozzante da canto al morto amico
 trov l'amato figlio a cui dintorno
 ploravano i compagni. Apparve in mezzo
 l'augusta Diva, e strettolo per mano,
 Figlio, disse, poich piacque agli Dei
 la sua morte, lasciam, bench dolenti,
 che questi qui si giaccia; e tu le belle
 armi ti prendi di Vulcan, che mai
 mortal non indoss. - Cos dicendo,
 le depose al suo pi. Dier quelle un suono
 che terror mise ai Mirmidni: il guardo
 non le sostenne, e si fuggr. Ma come
 le vide Achille, maggior surse l'ira,
 e sotto le palpbre orrendamente
 gli occhi qual fiamma balenr. Godea
 trattarle, vagheggiarle; e dilettato
 del mirando lavor, si volse, e disse:
 Madre, son degne del divino fabbro
 quest'armi, n pu tanto arte terrena.
 Or le mi vesto; ma timor mi grava
 che nelle piaghe di Patrclo intanto
 vile insetto non entri, che di vermi
 generator la salma (ahi! senza vita!)
 ne guasti s che tutta imputridisca.
 Pensier di questo non ti prenda, o figlio,
 gli rispose la Dea: l'infesto sciame
 divoratore de' guerrieri uccisi
 io ne terr lontano. Ov'anco ei giaccia
 intero un anno, far s che il corpo
 incorrotto ne resti, e ancor pi bello.
 Or tu raccogli in assemblea gli Achivi,
 e, placato all'Atride, rmati ratto
 per la battaglia, e di valor ti cingi.
 Disse, e spirto audacissimo gl'infuse.
 Indi ambrosia all'estinto, e rubicondo
 nttare, a farlo d'ogni tabe illeso,
 nelle nari still. Lunghesso il lido
 l'orrenda voce intanto alza il Pelde;
 n soli i prenci achei, ma tutte accorrono
 le sparse schiere per le navi, e quanti
 di navi han cura, remator, piloti
 e vivandieri e dispensier, van tutti
 a parlamento, di veder bramosi
 dopo un lungo cessar l'apparso Achille.
 Barcollanti v'andaro anche i due prodi
 Domede ed Ulisse, per le gravi
 piaghe all'asta appoggiati, e ne' primieri
 seggi adagirsi. Ultimo giunse il sommo
 Atride, in forte mischia ei pur dal telo
 di Coon Antenride ferito.
 Tutti adunati, Achille surse e disse:
 Atride, a te del par che a me sara
 meglio tornato che tra noi non fusse
 mai surta la fatal lite che il core
 s ne rse a cagion d'una fanciulla.
 Dovea Dana saettarla il giorno
 ch'io saccheggiai Lirnesso, e mia la feci,
 ch tanti non avran trafitti Achivi,
 mentre l'ira io covai, morso il terreno.
 Ettore e i Teucri ne gior, ma lunga
 rimarr tra gli Achei, credo, ed amara
 de' nostri piati la memoria. Or copra
 obblo le andate cose, e il cor nel petto
 necessit ne domi. Io qui depongo
 l'ira, n giusto  ch'io la serbi eterna.
 Tu ridesta le schiere alla battaglia.
 Vedr se i Teucri al mio venir vorranno
 presso le navi pernottar. Di gambe,
 spero, fia lesto volentier chunque
 potr sottrarsi in campo alla mia lancia.
 Disse: e gli Achivi giubilr vedendo
 alfin placato il generoso Achille.
 Surse allora l'Atride, e dal suo seggio,
 senza avanzarsi, favell: M'udite,
 eroi di Grecia, bellicosi amici,
 n turbate il mio dir, ch lo frastuono
 anche il pi sperto dicitor confonde.
 E chi far mente, chi parlar potrebbe
 in cotanto tumulto, ove la voce
 la pi sonora verra meno? Io volgo
 le parole ad Achille, e voi porgete
 attento orecchio. Con rimprocci ed onte
 spesso gli Achivi m'accusr d'un fallo
 cui Giove e il Fato e la notturna Erinni
 commisero, non io. Essi in consiglio
 quel d la mente m'offuscr, che il premio
 ad Achille rapii. Che farmi? Un Dio
 cos dispose, la funesta a tutti
 Ate, tremenda del Saturnio figlia.
 Lieve ed alta dal suolo ella sul capo
 de' mortali cammina, e lo perturba,
 e a ben altri pur nocque. Anche allo stesso
 degli uomini e de' numi arbitro Giove
 fu nocente costei quando ingannollo
 l'augusta Giuno il d che in Tebe Alcmena
 l'erculea forza partorir dovea.
 Detto ai Celesti avea Giove per vanto:
 Divi e Dive, ascoltate; io vo' del petto
 rivelarvi un segreto: oggi Ilita
 curatrice de' parti in luce un uomo
 del mio sangue trarr, che su le tutte
 vicine genti stender lo scettro.
 Mentirai, n atterrai la tua parola,
 Giuno riprese meditando un frodo.
 Giura, o Giove, il gran giuro, che nel vero
 fia de' vicini regnator l'uom ch'oggi
 di tua stirpe cadr fra le ginocchia
 d'una madre mortal. Giurollo il nume
 senza sospetto, e ne fu poi pentito.
 Ch Giuno dal ciel ratta in Argo scesa
 del Persede Stnelo all'illustre
 moglie sen venne. Avea grav'ella il seno
 d'un caro figlio settimestre. A questo,
 bench immaturo, acceler la luce
 Giuno, e d'Alcmena prolungando il parto,
 ne represse le doglie. Indi a narrarne
 corse al Saturnio la novella, e disse:
 Giove, t'annunzio che mo' nacque un prode
 che in Argo imperer, lo Stenelde,
 tua progenie, Euristo d'Argo re degno.
 D'alto dolor ferito infurossi
 Giove, e tosto ai capelli Ate afferrando
 per lo Stige giur che questa a tutti
 furia dannosa non avra pi mai
 riveduto l'Olimpo. E s dicendo,
 la rot colla destra, e fra' mortali
 dagli astri la scagli. Per la costei
 colpa veggendo di travagli oppresso
 il diletto figliuol sotto Euristo
 adiravasi Giove. E a me pur anco,
 quando alle navi Ettr struggea gli Achivi,
 lacerava il pensier la rimembranza
 di questa Diva che mi tolse il senno.
 Ma poich Giove il volle, io vo' del pari
 farne l'emenda con immensi doni.
 Sorgi Achille alla pugna, e gli altri accendi.
 Tutto, che ieri nella tenda Ulisse
 ti promise, io darotti: e se t'aggrada,
 l'ardor sospendi che a pugnar ti sprona,
 e dal mio legno far tosto i doni
 recar, che visti placheranti il core.
 Duce de' prodi gloroso Atride,
 rispose Achille, il dar que' doni a norma
 di tua giustizia o ritenerli,  tutto
 nel tuo poter. Ma tempo non  questo
 da parole: sia d'armi ogni pensiero,
 n pi s'indugi, ch il da farsi  assai.
 Uop' che Achille in campo rieda e sperda
 le troiane falangi, e ch'altri il vegga,
 e l'esempio n'imiti. - Illustre Achille,
 soggiunse allor l'accorto Ulisse,  grande
 il tuo valor; ma non menar digiuni
 contro i Teucri gli Achei. Venuti al cozzo
 una volta gli eserciti, e infiammati
 quinci e quindi da un Dio, non fia s breve
 l'aspro certame. Nelle navi adunque
 comanda che di cibo e di bevanda,
 fonte di forza, si ristaurin tutti,
 ch digiuno soldato un giorno intero
 fino al tramonto non sostiene la pugna.
 Sete, fame, fatica a poco a poco
 dman anco i pi forti, e dispossato
 casca il ginocchio. Ma guerrier, cui fresche
 torn le forze il cibo, il giorno tutto
 intrepido combatte, e sua stanchezza
 sol col finirsi del conflitto ei sente.
 Dunque il campo congeda, e fa che pronte
 mense imbandisca. Agamennn frattanto
 qua rechi i doni, onde ogni Acheo li vegga,
 e il tuo cor ne gioisca. Indi nel mezzo
 del parlamento il re si levi, e giuri
 che mai non giacque colla tua fanciulla;
 e questo giuro il cor ti plachi. Ei poscia,
 perch nulla si fraudi al tuo diritto,
 di lauto desco nella propria tenda
 ti presenti e t'onori. E tu pi giusto
 mstrati, Atride, in avvenir, ch bello
 regal atto  il placar, qual sia, l'offeso.
 A questo il sire Agamennn: M' grato,
 Ulisse, il saggio e acconciamente espresso
 tuo ragionar. Io giurer dall'imo
 cuor, n dinanzi al Dio sar spergiuro.
 Ma tempri Achille del pugnar la foga
 sino che giunga il donativo; e il sangue
 della vittima fermi il giuramento,
 qui presenti voi tutti. Or tu medesmo
 vanne, Ulisse, e trascelto, io tel comando,
 de' primi achivi giovinetti il fiore,
 reca i doni promessi e le donzelle;
 e Taltbio mi cerchi e m'apparecchi
 un cinghial da svenarsi a Giove e al Sole.
 Inclito Atride, gli rispose Achille,
 serbar si denno queste cose al tempo
 che dall'armi avrem posa, e che non tanto
 sdegno m'infiammi. Giacciono squarciati
 nella polve gli eroi che spense Ettorre
 favorito da Giove, e voi ne fate
 ressa di cibo? Io, qual si trova, all'armi
 senza ritardo il campo esorterei,
 e vendicato l'onor nostro, allegre
 cene abbondanti appresterei la sera.
 Non verr cibo al labbro mio n beva,
 s'ulto pria non vedr l'estinto amico.
 D'acuto acciar trafitto egli mi giace
 nella tenda co' pi volti all'uscita,
 e gli fan cerchio i suoi compagni in pianto.
 Non altro  dunque il mio pensier che strage
 e sangue, e il cupo di chi muor sospiro.
 E Ulisse a lui: Fortissimo Pelde,
 tu nell'asta me vinci, io te nel senno,
 perch pria nacqui, e pi imparai. Fa dunque
 di quetarti al mio detto. Umano core
 presto si sazia di conflitti in cui
 molto miete l'acciar, poco raccoglie
 il mietitor, se Giove, arbitro sommo
 di nostre guerre, le bilance inclina.
 Pianger col ventre non si dee gli estinti;
 e qual respiro il pianto avra se mille
 fa caderne la Parca ogni momento?
 Intero un sole al lagrimar si doni,
 poi con coraggio, chi mor s'intombi:
 e noi che vivi della mischia uscimmo
 confortiamci di cibo, onde pi fieri
 d'invitto ferro ricoperti il petto
 alla pugna tornar, senza che sia
 mestier novello incitamento. E guai
 a chi terrassi su le navi inerte,
 mentre gli altri animosi ad acre assalto
 contra i Teucri dal vallo irromperanno!
 Disse, e compagni i due figliuoi si prese
 di Nestore, e Toante e Merone
 e il Filde Megte e Melanippo
 e Licomede di Creonte. Andaro
 d'Atride al padiglion, presti il comando
 n'adempiro, e arrecr le gi promesse
 cose; sette treppi, venti lebti,
 dodici corridori; indi prestanti
 d'ingegno e di belt sette captive.
 La figlia di Briso, guancia rosata,
 ottava ne vena. Li precedea
 con dieci di buon peso aurei talenti
 Ulisse, e lo seguan con gli altri doni
 gli altri giovani achei. Deposto il tutto
 nell'assemblea, levossi Agamennne;
 e Taltbio di voce a un Dio simle
 irto cinghial gli appresent. Fuor trasse
 il sospeso del brando alla vagina
 trafier l'Atride, e della belva i primi
 peli recisi, alz le palme, e a Giove
 preg. Sedeansi tutti in riverente
 giusto silenzio per udirlo; ed egli
 guardando al cielo e supplicando disse:
 Il sommo ottimo Iddio, la Terra, il Sole,
 e l'Erinni laggi gastigatrici
 degli spergiuri, testimon mi sieno
 che per deso lascivo unqua io non posi
 sopra la figlia di Briso le mani,
 e che la tenni nelle tende intatta.
 Mi mandino, s'io mento, ogni castigo
 serbato al falso giurator gli Dei.
 Disse, e l'ostia scann; poscia ne' vasti
 gorghi marini la scagli l'araldo,
 pasto de' pesci. Allor rizzossi Achille
 e sclam: Giove padre, oh di che danni
 tu ne gravi! Non mai m'avra l'Atride
 mosso all'ira, n mai per farmi oltraggio
 rapita a mio mal grado egli la schiava:
 ma tu il volesti, Iddio, tu che di tanti
 Achei la morte decretavi. Or voi
 itene al cibo, e all'armi indi si voli.
 Disse, e sciolto il consesso, alla sua nave
 si disperse ciascun. Ma co' presenti
 i Mirmidni s'avvr d'Achille
 verso le tende, e li posr, schierando
 su bei seggi le donne; e nell'armento
 fur dai sergenti i corridor sospinti.
 Di belt simigliante all'aurea Venere
 come vide Briside del morto
 Ptroclo le ferite, abbandonossi
 sull'estinto, e ululava e colle mani
 laceravasi il petto e il delicato
 collo e il bel viso, e s dicea plorando:
 Oh mio Patrclo! oh caro e dolce amico
 d'una meschina! Io ti lasciai qui vivo
 partendo; e ahi quale al mio tornar ti trovo!
 Ahi come viemmi un mal su l'altro! Vidi
 l'uomo a cui diermi i genitor, trafitto
 dinanzi alla citt, vidi d'acerba
 morte rapiti tre fratei diletti;
 e quando Achille il mio consorte uccise
 e di Minete la citt distrusse,
 tu mi vietavi il piangere, e d'Achille
 farmi sposa dicevi, e a Ftia condurmi
 tu stesso, e m'apprestar fra' Mirmidni
 il nuzal banchetto. Avrai tu dunque,
 o sempre mite eroe, sempre il mio pianto.
 Cos piange: piangean l'altre donzelle
 Ptroclo in vista, e il proprio danno in core.
 Stretti intanto ad Achille i senori
 lo confortano al cibo, ed egli il niega
 gemebondo: Se restami un amico
 che mi compiaccia, non m'esorti, il prego,
 a toccar cibo in tanto duol: vo' starmi
 fino a sera, e potrollo, in questo stato.
 Tutti, ci detto, accomiat, ma seco
 restr gli Atridi e Nestore ed Ulisse
 e il re cretese e il buon Fenice, intenti
 a stornarne il dolor: ma il cor sta chiuso
 ad ogni dolce finch l'apra il grido
 della battaglia sanguinosa. Or tutto
 col pensier nell'amico alto sospira
 e prorompe cos: Caro infelice!
 Tu pur ne' giorni di feral conflitto
 degli Achivi co' Troi m'apparecchiavi
 con presta cura nelle tende il cibo.
 Or tu giaci, e digiuno io qui mi struggo
 del deso di te sol; n pi cordoglio
 mi gravera se morto il padre udissi
 (misero! ei forse or per me piange in Ftia,
 per me fatto campione in stranio lido
 dell'abborrita Argiva), o morto il mio
 di divina belt figlio diletto,
 che a me si edca, se pur vive, in Sciro.
 Ahi! mi sperava di morir qui solo;
 sperava che tu salvo a Ftia tornando
 su presta nave, un d da Sciro avresti
 teco addutto il mio Pirro, e mostri a lui
 i miei campi, i miei servi e l'alta reggia;
 perocch temo che Pelo pur troppo
 o pi non viva, o di dolor sol viva,
 aspettando ogni d veglio cadente
 l'amaro annunzio della morte mia.
 Cos geme: gemean gli astanti eroi
 ricordando ciascun gli abbandonati
 suoi cari pegni. Di quel pianto Giove
 impietosito, a Pallade si volse
 immantinente, e s le disse: O figlia,
 perch lasci l'uom prode in abbandono?
 Pensier d'Achille non hai pi? Nol vedi
 l seduto alle navi e lagrimoso
 pel caro amico? Andr gi tutti al desco;
 ei sol ricusa ogni ristor. Va dunque,
 e dolce ambrosia e nttare nel petto,
 onde non caggia di languor, gl'instilla.
 Sprone aggiunse quel cenno alla gi pronta
 Minerva che d'un salto, con la foga
 delle vaste ali di stridente nibbio,
 cal dal cielo, e nttare ed ambrosia
 still d'Achille in petto, onde le forze
 il suo fiero digiun non gli togliesse;
 indi agli eterni del potente padre
 soggiorni rivol. Gli Achivi intanto
 tutti in procinto dalle navi a torme
 versavansi nel campo; e a quella guisa
 che fioccano dal ciel, spinte dal soffio
 serenatore d'aquilon, le nevi,
 cos dai legni uscir densi allor vedi
 i lucid'elmi, i vasti scudi, e i forti
 concavi usberghi e le frassinee lance.
 Folgora ai lampi dell'acciaro il cielo
 e ne brilla il terren, che al calpesto
 delle squadre rimbomba. In mezzo a queste
 armasi Achille. Gli strideano i denti,
 gli occhi eran fiamme, di dolore e d'ira
 rompeasi il petto; e tale egli dell'armi
 vulcanie si vesta. Strinse alle gambe
 i bei stinieri con argentee fibbie,
 pose al petto l'usbergo, e di lucenti
 chiovi fregiato agli omeri sospese
 il forte brando; s'imbracci lo scudo,
 che immenso e saldo di lontan splendea
 come luna, o qual foco ai naviganti
 sovr'alta apparso solitaria cima,
 quando lontani da' lor cari il vento
 li travaglia nel mar: tale dal bello
 e vario scudo dell'eroe saliva
 all'etra lo splendor. Stella parea
 su la fronte il grand'elmo irto d'equine
 chiome, e fusa sul cono tremolava
 l'aurea cresta. In quest'armi il divo Achille
 tenta se stesso, e vi si vibra, e prova
 se gli son atte; e gli erano qual piuma
 ch'alto il solleva. Alfin dal suo riservo
 cav l'immensa e salda asta paterna,
 cui nullo Achivo palleggiar potea
 tranne il Pelde, frassino d'eroi
 sterminatore, da Chiron reciso
 su le pelache vette, e dato al padre.
 Alcmo intanto e Automedonte aggiogano
 di belle barde adorni e di bei freni
 i cavalli: e allungate ai saldi anelli
 le guide, e tolta nella man la sferza,
 salta sul cocchio Automedn. Vi monta
 dopo, raggiante come Sole, Achille
 tutto presto alla pugna, e con tremenda
 voce ai paterni corridor s grida:
 Xanto e Blio a Podarge incliti figli,
 sia vostra cura in salvo ricondurre
 sazio di stragi il signor vostro; e morto
 nol lasciate col come Patrclo.
 Chin la testa l'immortal corsiero
 Xanto: diffusa per lo giogo andava
 fino a terra la chioma, ed ei da Giuno
 fatto parlante udir fe' questi accenti:
 Achille, in salvo questa volta ancora
 ti trarremo noi, s; ma ti sovrasta
 l'ultim'ora, n fia nostra la colpa,
 ma di Giove e del Fato. Se dell'armi
 spoglir Patroclo i Troi, non accusarne
 nostra pigrizia e tardit, ma il forte
 di Latona figliuolo. Ei nella prima
 fronte l'uccise, e dienne a Ettr la palma.
 Noi Zefiro sfidiamo, il pi veloce
 de' venti, al corso; ma nel Fato  scritto
 che un Dio te domi ed un mortal... Troncaro
 l'Erinni i detti. E a lui l'irato Achille:
 Xanto, a che morte mi predir? Non tocca
 questo a te. Qui cader deggio lontano,
 lo so, dai cari genitor; ma pria
 trarr tutta di guerre a' Troi la voglia.
 Disse, e gridando i corridor sospinse.














 LIBRO VENTESIMO.

 Cos dintorno a te, marzio Pelde,
 gli Achei metteansi in punto appo le navi,
 e i Troi del campo sul ralto. A Temi
 Giove allor comand che dalle molte
 eminenze d'Olimpo a parlamento
 convocasse gli Dei. Vol la Diva
 d'ogni parte, e chiamolli alla stellata
 magion di Giove. Accorser tutti, e, tranne
 il canuto Ocen, nullo de' Fiumi
 n delle Ninfe vi manc, de' boschi
 e de' prati e de' fonti abitatrici.
 Giunti del grande adunator de' nembi
 alle stanze, si assisero su tersi
 troni che a Giove con solerte cura
 Vulcano fabbric. Prese ciascuno
 cheto il suo posto; ma dal mar venuto
 obbedente ei pure il re Nettunno,
 tra i maggiori sedendosi, la mente
 di Giove interrog con questi accenti:
 Perch di nuovo, fulminante Iddio,
 chiami i numi a consiglio? Alfin decisa
 de' Troiani vuoi forse e degli Achei
 pronti a zuffa mortal l'ultima sorte?
 Ben vedesti, o Nettunno, il mio pensiero,
 Giove rispose; del chiamarvi  questa
 la cagion: bench presso al fato estremo
 e gli uni e gli altri in cor mi stanno. Assiso
 su le cime d'Olimpo io qui mi resto
 l'ire mortali a contemplar tranquillo.
 Voi sul campo scendete, e a cui v'aggrada
 de' Teucri e degli Achei recate aita.
 Se pugna Achille ei sol, nol sosterranno
 n pur tampoco i Teucri, essi che ieri
 solo al vederlo ne tremaro. Ed oggi,
 che d'ira egli arde per l'amico, io temo
 non anzi il d fatal Troia rovini.
 Disse, e di guerra un fier desire accese
 de' Celesti nel cor, che in due divisi
 nel campo si calr: verso le navi
 Giuno e Palla Minerva e coll'accorto
 util Mercurio s'avv Nettunno.
 Li segua zoppicando, e truci intorno
 gli occhi volgendo di sua forza altero
 Vulcano, ed il sottil stinco di sotto
 gli barcollava. Alla troiana parte
 n'andr dell'elmo il crollator Gradivo,
 l'intonso Febo colla madre e l'alma
 cacciatrice sorella e Xanto e Venere
 Dea del riso. Finch dalle mortali
 turbe i numi fur lungi, orgoglio e festa
 menavano gli Achei, perch comparso
 dopo lungo riposo era il Pelde,
 e corse ai Teucri un freddo orror per l'ossa
 visto nell'armi lampeggiar, sembiante
 al Dio tremendo delle stragi, Achille.
 Ma quando le celesti alle terrene
 armi fur miste, una ineffabil surse
 di genti agitatrici aspra contesa.
 Terribile Minerva, or sull'estremo
 fosso volando ed or sul rauco lido,
 da questa parte orribilmente grida:
 grida Marte dall'altra a tenebroso
 turbin simle, ed or dall'ardue cime
 delle dardanie torri, ed or sul poggio
 di Colone lunghesso il Simoenta
 correndo, infiamma a tutta voce i Teucri.
 Cos l'un campo e l'altro inanimando
 gli Dei beati gli azzuffr, commisti
 in conflitto crudel. Dall'alto allora
 de' mortali e de' numi orrendamente
 il gran padre tuon: scosse di sotto
 l'ampia terra e de' monti le superbe
 cime Nettunno. Traballr dell'Ida
 le falde tutte e i gioghi e le troiane
 rocche, e le navi degli Achei. Tremonne
 Pluto il re de' sepolti e spaventato
 di un alto grido e si gitt dal trono,
 temendo non gli squarci la terrena
 volta sul capo il crollator Nettunno,
 ed intromessa colaggi la luce
 agli Dei non discopra ed ai mortali
 le sue squallide bolge, al guardo orrende
 anco del ciel; cotanto era il fragore
 che dal conflitto de' Celesti usca.
 Contra Nettunno il re dell'arco Apollo,
 contra Marte Minerva, e contra Giuno
 sta delle cacce e degli strali amante
 la sorella di Febo alma Dana:
 contra il dator de' lucri e servatore
 di ricchezze Mercurio era Latona,
 contra Vulcano il vorticoso fiume
 dai mortali Scamandro e dagli Dei
 Xanto nomato. E questo era di numi
 contro numi il certame e l'ordinanza.
 Ma di scagliarsi fra le turbe in cerca
 del Primide Ettorre arde il Pelde,
 ch innanzi a tutto gli comanda il core
 di far la rabbia marzal satolla
 di quel sangue abborrito. Allor destando
 le guerriere faville Apollo spinse
 contro il tessalo eroe d'Anchise il figlio,
 e presa la favella e la sembianza
 del Prameio Licaon gl'infuse
 ardimento e valor con questi accenti:
 Illustre duce Enea dove n'andaro
 le fatte tra le tazze alte promesse
 al re de' Teucri, che pur solo avresti
 contro il Pelde Achille combattuto?
 Pramde, e perch, contro mia voglia,
 Enea rispose, ad affrontar mi sproni
 quell'invitto guerrier? Gli stetti a fronte
 pur altra volta, ed altra volta in fuga
 la sua lancia dall'Ida mi sospinse,
 quando, assaliti i nostri armenti, ei Pdaso
 e Lirnesso atterr. Giove protesse
 il mio ratto fuggir: senza il suo nume
 m'avra domo il Pelde, esso e Minerva
 che il precorrendo lo spargea di luce,
 e de' Teucri e de' Llegi alla strage
 la sua lancia animava. Alcun non sia
 dunque che pugni col Pelde. Un Dio
 sempre va seco che il difende, e dritto
 vola sempre il suo telo, e non s'arresta
 finch non passi del nemico il petto.
 Se della guerra si librasse eguale
 dai Sampiterni la bilancia, ei certo,
 fosse tutto qual vantasi di ferro,
 non avra meco agevolmente il meglio.
 E tu pur prega i numi, o valoroso,
 rispose Apollo, ch tu pure,  fama,
 di Venere nascesti, ed ei di Diva
 inferor, ch quella a Giove, e questa
 al marin vecchio  figlia. Ors dirizza
 in lui l'invitto acciaro, e non lasciarti
 per minacce fugar dure e superbe.
 Fatto animoso a questi detti il duce,
 processe di lucenti armi vestito
 tra i guerrieri di fronte. E lui veduto
 per le file avanzarsi arditamente
 contro il Pelde, ai collegati numi
 si volse Giuno e disse: Il cor volgete,
 tu Nettunno e tu Pallade, al periglio
 che ne sovrasta. Enea tutto nell'armi
 folgorante s'avva contro il Pelde,
 e Febo Apollo ve lo spinge. Or noi
 o forziamlo a dar volta, o pur d'Achille
 vada in aiuto alcun di noi, che forza
 all'uopo gli ministri, onde s'avvegga
 ch'egli ai Celesti pi possenti  caro,
 e che di Troia i difensor fann'opra
 infruttuosa. Vi rammenti, o numi,
 che noi tutti scendemmo a questa pugna
 perch nullo da' Teucri egli riceva
 questo d nocumento. Abbiasi dopo
 quella sorte che a lui fil la Parca
 quando la madre il partoro. Se istrutto
 di ci nol renda degli Dei la voce,
 temer nel veder venirsi incontro
 fra l'armi un nume: perocch tremendi
 son gli Eterni veduti alla scoperta.
 Fuor di ragione non irarti, o Giuno,
 ch ci sconvienti, rispondea Nettunno.
 Non sia che primi commettiam la pugna
 noi che siamo i pi forti. Alla vedetta
 di qualche poggio dalla via remoto
 assidiamci piuttosto, ed ai mortali
 resti la cura del pugnar. Se poscia
 cominceran la zuffa o Marte o Febo,
 e rattenendo Achille impediranno
 ch'egli entri nella mischia, e noi pur tosto
 susciteremo allor l'aspro conflitto,
 e presto, io spero, dal valor del nostro
 braccio domati, per le vie d'Olimpo
 ritorneranno all'immortal consesso.
 Li precorse, ci detto, il nume azzurro
 verso l'alta basta che pel divino
 Ercole un giorno con Minerva i Teucri
 innalzr, perch a quella egli potesse
 riparato schivar della vorace
 orca l'assalto allor che furibonda
 l'inseguisse dal lido alla pianura.
 Qui co' numi alleati il Dio s'assise
 d'impenetrabil nube circonfuso.
 Sul ciglio anch'essi s'adagir dell'erto
 Callicolon gli opposti numi intorno
 a te, divino saettante Apollo,
 e a Marte di cittadi atterratore.
 Cos di qua, di l deliberando
 siedono i Divi, e niuna parte ardisce,
 bench Giove gli sproni, aprir la pugna.
 E gi tutto d'armati il campo  pieno,
 e di lampi che manda il riforbito
 bronzo de' cocchi e de' guerrieri, e suona
 sotto il fervido pi de' concorrenti
 eserciti la terra. Ed ecco in mezzo
 affrontarsi di pugna desosi
 due fortissimi eroi, d'Anchise il figlio
 ed Achille. Avanzossi Enea primiero
 minacciando e crollando il poderoso
 elmo, e proteso il forte scudo al petto,
 la grand'asta vibrava. Ad incontrarlo
 mosse il Pelde impetuoso, e parve
 truculento lone alla cui vita
 denso stuol di garzoni, anzi l'intero
 borgo si scaglia: incede egli da prima
 sprezzatamente; ma se alcun de' forti
 assalitor coll'asta il tocca, ei fiero
 spalancando le fauci si rivolve
 colla schiuma alle sanne; la gagliarda
 alma in cor gli sospira, i fianchi e i lombi
 flagella colla coda, e se medesmo
 alla battaglia irrita: indi repente
 con torvi sguardi avventasi ruggendo,
 di dar morte gi fermo o di morire:
 tal la forza e il coraggio incontro al franco
 Enea sospinser l'orgoglioso Achille,
 e giunti a fronte, favell primiero
 il gran Pelde: Enea, perch tant'oltre
 fuor della turba ti spingesti? Forse
 meco agogni pugnar perch su i Teucri
 di Pramo speri un d stender lo scettro?
 Ma s'egli avvegna ancor che tu m'uccida,
 ei non porrallo alle tue mani, ei padre
 di pi figli, e d'et sano e di mente:
 o forse i Teucri, se mi metti a morte,
 un eletto poder bello di viti
 ti statuiro e di fecondi solchi?
 Ma dura impresa t'assumesti, io spero;
 ch'altra volta, mi par, ti pose in fuga
 questa mia lancia. Non rammenti il giorno
 che soletto ti colsi, e con veloce
 corso dall'Ida ti cacciai lontano
 dalle tue mandre? Tu volavi, e, mai
 non volgendo la fronte, entro Lirnesso
 ti riparasti. Col favore io poi
 di Giove e Palla la citt distrussi,
 e ne predai le donne, e tolta loro
 la cara libert, meco le trassi.
 Gli Dei quel giorno ti scampr; non oggi
 lo faranno, cred'io, come t'avvisi.
 Va, ritrati adunque, io te n'assenno,
 rientra in turba, n mi star di fronte,
 se il tuo peggio non vuoi, ch dopo il fatto
 anche lo stolto dell'error si pente.
 Me co' detti atterrir come fanciullo
 indarno tenti, Enea rispose; anch'io
 so dir minacce ed onte, e l'un dell'altro
 i natali sappiamo, e per udita
 i genitori; ch n tu conosci
 per vista i miei, ned io li tuoi. Te prole
 dell'egregio Pelo dice la fama,
 e della bella equrea Teti. Io nato
 di Venere mi vanto, e generommi
 il magnanimo Anchise. Oggi per certo
 o gli uni o gli altri piangeranno il figlio.
 Ch veruno di noi di puerili
 ciance contento non vorr, cred'io,
 separarsi ed uscir di questo arringo.
 Ma se pi brami di mia stirpe udire
 al mondo chiara, primamente Giove
 Drdano gener, che fondamento
 pose qui poscia alle dardanie mura.
 Perocch non ancora allor nel piano
 sorgean le sacre ilache torri, e il molto
 suo popolo le ide falde copriva.
 Di Drdano fu nato il re d'ogni altro
 pi opulente Erittnio. A lui tre mila
 di teneri puledri allegre madri
 le convalli pascean. Innamorossi
 Borea di loro, e di destrier morello
 presa la forma alquante ne compresse,
 che sei puledre e sei gli partoriro.
 Queste talor ruzzando alla campagna
 correan sul capo delle bionde ariste
 senza pur sgretolarle; e se co' salti
 prendean sul dorso a lascivir del mare,
 su le spume volavano de' flutti
 senza toccarli. D'Erittnio nacque
 Tre re de' Troiani, e poi di Troe
 generosi tre figli Ilo ed Assraco,
 e il deforme Ganimede, al tutto
 de' mortali il pi bello, e dagli Dei
 rapito in cielo, perch fosse a Giove
 di coppa mescitor per sua beltade,
 ed abitasse con gli Eterni. Ad Ilo
 nacque l'alto figliuol Laomedonte;
 Titone a questo e Pramo e Lampo e Clzio
 e l'alunno di Marte Icetaone:
 Assraco ebbe Capi, e Capi Anchise,
 mio venitore, e Pramo il divo Ettorre.
 Ecco il sangue ch'io vanto. Il resto scende
 tutto da Giove che ne' petti umani
 il valor cresce o scema a suo talento,
 potentissimo iddio. Ma tregua omai
 fra l'armi a borie fanciullesche. Entrambi
 possiam d'ingiurie aver dovizia e tanta
 che nave non potra di cento remi
 levarne il pondo. De' mortai volubile
 e la lingua, e ne piovono parole
 d'ogni maniera in largo campo, e quale
 dirai motto, cotal ti fia rimesso.
 Ma perch d'onte tenzonar siccome
 stizzose femminette che nel mezzo
 della via si rabbuffano, col vero,
 spinte dall'ira, affastellando il falso?
 Me qui pronto a pugnar non distorrai
 colle minacce dal cimento. Or via
 alle prove dell'asta. - E cos detto,
 la ferrea lancia fulmin nel vasto
 terribile brocchier che dell'acuta
 cuspide al picchio rimugghi. Turbossi
 il Pelde, e dal petto colla forte
 mano lo scudo allontan, temendo
 nol trafori la lunga ombrosa lancia
 del magnanimo Enea. Di mente uscito
 eragli, stolto! che mortal possanza
 difficilmente doma armi divine.
 Non ruppe la gagliarda asta troiana
 il pavese achillo, ch la rattenne
 dell'aurea piastra l'immortal fattura,
 e sol due falde ne for di cinque
 che Vulcano v'avea l'una sull'altra
 ribattute; di bronzo le due prime,
 le due dentro di stagno, e tutta d'oro
 la media che il crudel tronco represse.
 Vibr secondo la sua lunga trave
 il Pelde, e colp dell'inimico
 l'orbicolar rotella all'orlo estremo,
 ove sottil di rame era condotta
 una falda, e sottile il sovrapposto
 cuoio taurino. La pelaca antenna
 da parte a parte lo pass. La targa
 rimbomb sotto il colpo: esterrefatto
 rannicchiossi e scost dalla persona
 Enea lo scudo sollevato; e l'asta,
 rotti i due cerchi che il cingean, sul dorso
 trasvol furosa, e al suol si fisse.
 Scansato il colpo, si ristette, e immenso
 duol di paura gli abbui le luci,
 sentita la vicina asta confitta.
 Pronto il Pelde allor tratta la spada,
 con terribile grido si disserra
 contro il nemico. Era nel campo un sasso
 d'enorme pondo che soverchio fra
 alle forze di due quai la presente
 et produce. Di di piglio Enea
 a questo sasso, e agevolmente solo
 l'agitando, si volse all'aggressore.
 E nel vulcanio scudo o nell'elmetto
 avventato l'avra, ma senza offesa,
 e a lui per certo del Pelde il brando
 togliea la vita, se di ci per tempo
 avvistosi Nettunno, ai circostanti
 celesti non facea queste parole:
 Duolmi, o numi, d'assai del generoso
 Enea che domo dal Pelde all'Orco
 irne tosto dovr, dalle lusinghe
 mal consigliato dell'arciero Apollo.
 Insensato! ch nulla incontro a morte
 gli varr questo Dio. Ma della colpa
 altrui la pena perch dee patirla
 quest'innocente, liberal di grati
 doni mai sempre agl'Immortali? Or via
 moviamo in suo soccorso, e s'impedisca
 che il Pelde l'uccida, e che di Giove
 l'ire risvegli la sua morte. I fati
 decretr ch'egli viva, onde la stirpe
 di Dardano non pera interamente,
 di lui che Giove innanzi a quanti figli
 alvo mortal gli partoro, dilesse:
 perocch da gran tempo egli la gente
 di Pramo abborre, e su i Troiani omai
 d'Enea la forza regner con tutti
 de' figli i figli e chi verr da quelli.
 Pensa tu teco stesso, o re Nettunno,
 Giuno rispose, se sottrarre a morte
 Enea si debba, o consentir, malgrado
 la sua virtude, che lo domi Achille.
 Quanto a Pallade e a me, presenti i numi,
 noi giurammo solenne giuramento
 di non mai da' Troiani la ruina
 allontanar, no, s'anco tutta in cenere
 Troia cadesse tra le fiamme achee.
 Udito quel parlar, corse per mezzo
 alla mischia e al fragor delle volanti
 aste Nettunno, e giunto ove d'Enea
 e dell'inclito Achille era la pugna,
 una sbita nube intorno agli occhi
 del Pelde diffuse, e dallo scudo
 del magnanimo Enea svelto il ferrato
 frassino, al piede del rival lo pose.
 Indi spinse di forza, e dalla terra
 lev sublime Enea, che preso il volo
 dalla mano del Dio, varc d'un salto
 molte file d'eroi, molte di cocchi,
 e all'estremo arriv del rio conflitto,
 ove in procinto si mettean di pugna
 de' Cuconi le schiere. Ivi davanti
 gli si fece Nettunno, e cos disse:
 Sconsigliato! qual Dio contra il Pelde
 ti sedusse a pugnar, contra un guerriero
 di te pi caro ai numi e pi gagliardo?
 S'altra volta lo scontri, ti ritira,
 onde anzi tempo non andar sotterra.
 Morto Achille, combatti audacemente,
 ch nullo Acheo t'uccider. - Disparve
 dopo questo precetto, e alle pupille
 del Pelde sgombr la portentosa
 caligine: tornr tutto ad un tempo
 chiari al guardo gli obbietti, onde fremendo
 nel magnanimo cor: Numi, diss'egli,
 quale strano prodigio? Al suol giacente
 veggo il mio telo, ma il guerrier non veggo
 in cui bramoso di ferir lo spinsi.
 Dunque  caro a' Celesti ei pur davvero
 questo figlio d'Anchise! ed io stimava
 falso il suo vanto. E ben si salvi. Andata
 gli sar, spero, di provarsi meco
 in avvenir la voglia, assai felice
 d'aver posta in sicuro oggi la vita.
 Ors, l'acheo valor riconfortato,
 facciam degli altri Teucri esperimento.
 S dicendo, salt dentro alle file
 e tutti rincuor: Prestanti Achei,
 non vogliate discosto or pi tenervi
 da' nemici: guerrier contra guerriero
 scagliatevi, e pugnate ardimentosi.
 Per forte ch'io mi sia, m' dura impresa
 sol con tutti azzuffarmi ed inseguirli.
 N Marte pure immortal Dio n Palla
 a tanti armati reggeran. Ma quanto
 queste man, questi piedi e questo petto
 potranno, io tutto vel consacro, e giuro
 di non posarmi un sol momento. Io vado
 a sfondar quelle file, e non fia lieto
 chi la mia lancia scontrer, mi penso.
 Cos gli sprona; e minaccioso anch'esso
 Ettore i suoi conforta, e contro Achille
 ir si promette: Del Pelde, o prodi,
 non temete le borie: anch'io saprei
 pur co' numi combattere a parole,
 coll'asta, no, ch'ei son pi forti assai.
 N tutti avran d'Achille i vanti effetto:
 se l'un pieno gli andr, l'altro gli fia
 tronco nel mezzo. Ad incontrarlo io vado
 s'anco la man di fuoco egli s'avesse,
 s, di fuoco la man, di ferro il polso.
 Da questo dire accesi, alto levaro
 l'aste avverse i Troiani, e con immenso
 romor le forze s'accozzr. Si strinse
 allora Apollo al teucro duce, e disse:
 Ettore, non andar contro il Pelde
 fuor di fila: ma tienti entro la schiera,
 e dalla turba lo ricevi, e bada
 che di brando o di stral non ti raggiunga.
 Ud del Dio la voce, e sbigottito
 nella turba de' suoi l'eroe s'immerse.
 Ma di gran forza il cor vestito Achille
 con gridi orrendi si balz nel mezzo
 de' Troiani, e prostese a prima giunta
 di numerose genti un condottiero,
 il prode Ifizon che ad Otrinto
 guastator di citt nell'opulento
 popolo d'Ide sul nevoso Tmolo
 Nide Ninfa partor. Vena
 costui di punta a furia. Il divo Achille
 coll'asta a mezzo capo lo percosse,
 e in due lo fsse. Rimbombando ei cadde,
 ed orgoglioso il vincitor sovr'esso
 esclam: Tremendissimo Otrintde,
 eccoti a terra: e tu sepolcro umle
 in questa sabbia avrai, tu che superba
 cuna sortisti alla giga palude
 ne' paterni poderi appo il pescoso
 Illo e dell'Ermo il vorticoso flutto.
 Cos l'oltraggia; della morte il buio
 copr gli occhi al meschino, e de' cavalli
 l'ugna e li chiovi delle rote achee
 il lascir nella calca infranto e pesto.
 Fer dopo costui Demoleonte,
 d'Antnore figliuolo e valoroso
 combattitore; lo fer sul polso
 della tempia, n valse alla difesa
 la ferrea guancia del polito elmetto.
 L'impetuosa punta spezz l'osso,
 sgomin le cervella, che di sangue
 tutte insozzrsi, e cos giacque il fiero.
 Gittatosi dal carro, Ippodamante
 dinanzi gli fugga. L'asta d'Achille
 lo raggiunse nel tergo. L'infelice
 esalava lo spirto, e mugolava
 come tauro che a forza innanzi all'are
 d'Elice  tratto da garzon robusti,
 e ne gode Nettunno: a questa guisa
 mugga quell'alma feroce, e spirava.
 S'avvent dopo questi a Polidoro.
 Era costui di Pramo un figlio: il padre
 gli avea difeso di pugnar, siccome
 il minor de' suoi nati e il pi diletto,
 che tutti al corso li vincea. Di questa
 sua virtute di pi con fanciullesca
 demenza vanitoso egli tra' primi
 combattenti correa senza consiglio,
 finch morto vi cadde. Il colse a tergo
 in quei trascorsi Achille ove la cinta
 dall'auree fibbie s'annodava, e doppio
 scontravasi l'usbergo. Il telo acuto
 rusc di rimpetto all'ombilico:
 ulul quel trafitto, e su i ginocchi
 casc: curvato colla man compresse
 le intestina, e mortal nube lo cinse.
 Come in quell'atto miserando il vide
 il suo germano Ettorre, una profonda
 nube di duolo gl'ingombr le luci,
 n gli sofferse il cor di pi ristarsi
 dentro la turba; ma crollando immensa
 una lancia, vol contro il Pelde
 come fiamma ondeggiante. A quella vista
 salt di gioia Achille, e baldanzoso,
 Ecco l'uom, disse, che nel cor m'aperse
 s gran piaga, colui che il mio m'uccise
 caro compagno: or pi non fuggiremo
 l'un l'altro a lungo pei sentier di guerra.
 Disse, e al divino Ettr bieco guatando,
 grid: T'accosta, ch al tuo fin se' giunto.
 Non pensar, gli rispose imperturbato
 l'eroe troiano, non pensar di darmi
 per minacce terror come a fanciullo,
 ch oprar so l'armi della lingua io pure,
 e conosco tue forze, e mi confesso
 men valente di te: ma in grembo ai numi
 sta la vittoria, ed avvenir pu forse
 ch'io men prode dal sen l'alma ti svelga.
 Affilata ha la punta anche il mio telo.
 Disse, e l'asta scagli: ma dal divino
 petto d'Achille la sv Minerva
 con levissimo soffio. Risospinta
 dall'alito immortal, l'asta ritorno
 fece ad Ettorre, e al pi gli cadde. Allora
 con orribile grido disserrossi
 furibondo il Pelde, impazente
 di trucidarlo. Ma gliel tolse Apollo,
 lieve impresa ad un Dio, tutto coprendo
 di folta nebbia Ettr. Tre volte Achille
 coll'asta l'assal, tre volte un vano
 fumo trafisse, e con furor venendo
 il divino guerriero al quarto assalto,
 minaccioso tuon queste parole:
 Cane troian, di nuovo ecco fuggisti
 l'estremo fato che t'avea raggiunto,
 e Febo ti scamp, quel Febo a cui
 tra il sibilo dei dardi alzi le preci.
 Ma s'altra volta mi darai nell'ugna,
 e se a me pure assiste un qualche iddio,
 ti finir. Di quanti in man frattanto
 mi verranno de' tuoi far macello.
 Cos dicendo, a Drope sospinse
 sotto il mento la picca, e questi al piede
 gli trabocc. Cos lasciollo, e ratto
 scagliandosi a Demco, un grande e prode
 di Filtore figlio, alle ginocchia
 lo fer, l'arrest, poscia col brando
 l'alma gli tolse. Dopo questi Dardano
 e Lagono assalse, illustri figli
 di Bante, e travolti ambo dal cocchio
 l'un di lancia atterr, l'altro di spada.
 Poi distese il troiano Alastorde
 che a' suoi ginocchi supplice cadendo
 chiedea la vita in dono, ed ai conformi
 suoi verd'anni piet. Stolto! ch vano
 il pregar non sapea, n quanto egli era
 mite no, ma feroce. In umil atto
 gli abbracciava i ginocchi, ed altro dire
 volea pure il meschin; ma quegli il ferro
 nell'pate gl'immerse, che di fuori
 riversossi, e di sangue un nero fiume
 gli fe' lago nel seno. Venne manco
 l'alma, e gli occhi copr di morte il velo.
 Indi Mulio investendo, entro un'orecchia
 gli fisse il telo, e uscir per l'altra il fece.
 Ad Echeclo d'Agnore un fendente
 cal di spada al mezzo della testa,
 e la spacc; si tepefece il grande
 acciar nel sangue, e la purpurea morte
 e la Parca possente i rai gli chiuse.
 Colse dopo di punta nella destra
 Deucalon l dove i nervi vanno
 del cubito ad unirsi. Intormentito
 nella mano il guerrier vedeasi innanzi
 la morte, e passo non movea. Gli mena
 un mandritto il Pelde alla cervice,
 netto il capo gli mozza, e via coll'elmo
 lungi il butta. Schizzr dalle vertbre
 le midolle, e disteso il tronco giacque.
 Rigmo poscia aggred, Rigmo dai pingui
 tracii campi venuto, e di Piro
 generoso figliuol. Lo colse al ventre
 il tessalico telo, e gi dal cocchio
 lo scosse. Allor di volta ai corridori
 l'auriga Arito; ma del Pelde
 l'asta il giunge alle spalle, e capovolto
 tra i turbati cavalli lo precipita.
 Quale infuria talor per le profonde
 valli d'arido monte un vasto fuoco
 che divora le selve, e in ogni lato
 l'agita e spande di Garbino il soffio;
 tale in sembianza d'un irato iddio
 d'ogni parte si volve furibondo
 il Pelde, ed insegue e uccide e rossa
 fa di sangue la terra. E come quando
 nella tonda e polita aia il villano
 due tauri accoppia di ben larga fronte
 di Cerere a trebbiar le bionde ariste,
 fuor del guscio in un subito saltella
 di sotto al piede de' mugghianti il grano:
 del magnanimo Achille in questa forma
 gl'immortali cornipedi sospinti
 i cadaveri calcano e gli scudi.
 L'orbe tutto del cocchio e tutto l'asse
 gronda di sangue dalle zampe sparso
 de' cavalli a gran sprazzi e dalle rote.
 Deso di gloria il cuor d'Achille infiamma,
 e l'invitte sue mani tutte sozze
 son di polve, di tabe e di sudore.












 LIBRO VENTESIMOPRIMO.

 Ma divenuti i Teucri alle bell'onde
 del vorticoso Xanto, ameno fiume
 generato da Giove, ivi il Pelde
 intercise i fuggenti; e parte al muro
 per lo piano ne incalza ove testeso
 davan le spalle al furibondo Ettorre
 scompigliati gli Achei (per l'orme istesse
 or dispersi si versano i Troiani,
 e a tardarne il fuggir densa una nebbia
 Giuno intorno spandea), parte negli alti
 gorghi si getta dell'argenteo fiume
 con tumulto. La rotta onda rimbomba,
 ne gemono le ripe, e quei mettendo
 cupi ululati, nuotano dispersi
 come il rapido vortice li gira.
 Qual cacciate dall'impeto del fuoco
 alzan repente le locuste il volo
 sul margo del ruscello: arde veloce
 l'inopinata fiamma, e quelle in fretta
 spaventate si gettano nel rio:
 tal dinanzi al Pelde la sonante
 corsa di Xanto rempasi tutta
 di guerrieri e cavalli alla rinfusa.
 Su la sponda del fiume allor poggiata
 alle mirci la pelaca antenna,
 strinse l'eroe la spada, e dentro il flutto
 come demn lanciossi, rivolgendo
 opre orrende nel cor. Menava a cerchio
 il terribile acciar; s'uda lugbre
 dei trafitti il lamento, e tinta in rosso
 l'onda correa. Qual fugge innanzi al vasto
 delfin la torma del minuto pesce,
 che di tranquillo porto si ripara
 nei recessi atterrito, ed ei n'ingoia
 quanti ne giunge: paurosi i Teucri
 cos ne' greti s'ascondean del fiume.
 Poich stanca d'ucciderli il Pelde
 sent la destra, dodici ne prese
 vivi e di scelta giovent, che il fio
 dovean pagargli dell'estinto amico.
 Stupidi per terror come cervetti
 fuor degli antri ei li tira, e co' politi
 cuoi di che strette avean le gonne, a tutti
 dietro annoda le mani, e a' suoi compagni
 onde trarli alle navi li commette.
 Vago ei poscia di stragi in mezzo all'acque
 diessi di nuovo impetuoso, e il figlio
 del dardnide Pramo Licaone
 gli occorse in quella che fugga dal fiume.
 Ne' paterni poderi un'altra volta,
 venutovi notturno, egli l'avea
 sorpreso e seco a viva forza addutto
 mentre inaccorto con tagliente accetta
 i nuovi rami recidendo stava
 di selvatico fico, onde foggiarne
 di bel carro il contorno: all'improvvista
 gli fu sopra in quell'opra il divo Achille,
 che trattolo alle navi in Lenno il cesse
 per prezzo al figlio di Giasone Euno.
 Ospite poi d'Euno con molti doni
 ne fe' riscatto l'imbrio Eezine,
 che in Arisba il mand. Di l fuggito
 nascostamente, alle paterne case
 avea fatto ritorno, e gi la luce
 undecima splendea, che con gli amici
 si ricreava di servaggio uscito;
 quando di nuovo il dodicesmo giorno
 un Dio nemico tra le mani il pose
 del terribile Achille, onde invarlo
 suo malgrado alle porte atre di Pluto.
 Riguardollo il Pelde; e siccom'era
 nudo la fronte (ch celata e scudo
 e lancia e tutto avea gittato oppresso
 dalla fatica nel fuggir dal fiume,
 e vacillava di stanchezza il piede),
 lo riconobbe, e irato in suo cor disse:
 Quale agli occhi mi vien strano portento?
 Che s che i Teucri dal mio ferro ancisi
 tornan dall'ombre di Cocito al giorno!
 Come vivo costui? come, venduto
 gi tempo in Lenno, del frapposto mare
 pot l'onda passar che a tutti  freno?
 Or ben, dell'asta mia gusti la punta.
 Vedrem s'ei torna di l pure, ovvero
 se l'alma terra che ritien costretti
 anche i pi forti, riterr costui.
 Queste cose ei discorre in suo segreto
 senza far passo. Sbigottito intanto
 Licaon s'avvicina desoso
 d'abbracciargli i ginocchi, e al nero artiglio
 della Parca involarsi. Alza il Pelde
 la lunga lancia per ferir; ma quello
 gli si fa sotto a tutto corso, e chino
 atterrasi al suo pi. Divincolando
 l'asta sul capo gli trapassa, e in terra
 sitibonda di sangue si conficca.
 Supplichevole allor coll'una mano
 le ginocchia gli stringe il meschinello,
 coll'altra gli rattien l'asta confitta,
 n l'abbandona, e tuttavia pregando,
 Deh ferma, ei grida: umilemente io tocco
 le tue ginocchia, Achille: ah, mi rispetta;
 miserere di me: pensa che sacro
 tuo supplice son io, pensa, o divino
 germe di Giove, che nudrito fui
 del tuo pane quel d che nel paterno
 poder tua preda mi facesti, e tratto
 lungi dal padre e dagli amici in Lenno,
 di cento buoi ti valsi il prezzo, ed ora
 tre volte tanti io ti varr redento.
 E' questa a me la dodicesma aurora
 che dopo molti affanni in Ilio giunsi,
 ed ecco che crudel fato mi mette
 in tuo poter: ci chiaro assai mi mostra
 che in odio a Giove io sono. Ahi! che a ben corta
 vita la madre a partorir mi venne,
 la madre Laote d'Alte figliuola,
 di quell'Alte che vecchio ai bellicosi
 Lelegi impera, e tien suo seggio al fiume
 Satnoente nell'eccelsa Pdaso.
 Di questo ebbe la figlia il re troiano
 fra le molte sue spose, e due nascemmo
 di lei, serbati a insanguinarti il ferro.
 E l'un tra i fanti della prima fronte
 gi domasti coll'asta, il generoso
 mio fratel Polidoro, ed or me pure
 ria sorte attende; ch non io gi spero,
 poich nemico mi vi spinse un Dio,
 le tue mani sfuggir. E nondimeno
 nuovo un prego ti porgo, e tu del core
 la via gli schiudi. Non volermi, Achille,
 trucidar: d'uno stesso alvo io non nacqui
 con Ettor che t'ha morto il caro amico.
 Cos pregava uml di Pramo il figlio;
 ma dispietata la risposta intese.
 Non parlar, stolto, di riscatto, e taci.
 Pria che Patrclo il d fatal compiesse,
 erami dolce il perdonar de' Teucri
 alla vita, e di vivi assai ne presi,
 ed assai ne vendetti: ora di quanti
 fia che ne mandi alle mie mani Iddio,
 nessun da morte scamper, nessuno
 de' Teucri, e meno del tuo padre i figli.
 Muori dunque tu pur. Perch s piangi?
 Mor Patrclo che miglior ben era.
 E me bello qual vedi e valoroso
 e di gran padre nato e di una Diva,
 me pur la morte ad ogni istante aspetta,
 e di lancia o di strale un qualcheduno
 anche ad Achille rapir la vita.
 Sent mancarsi le ginocchia e il core
 a quel dir l'infelice, e abbandonata
 l'asta, accosciossi coll'aperte braccia.
 Strinse Achille la spada, e alla giuntura
 lo percosse del collo. Addentro tutto
 gli si nascose l'affilato acciaro,
 e boccon egli cadde in sul terreno
 steso in lago di sangue. Allor d'un piede
 presolo Achille, lo gitt nell'onda,
 e con acerbo insulto, Or qui ti giaci,
 disse, tra' pesci che di tua ferita
 il negro sangue lambiran securi.
 N te la madre sul funereo letto
 pianger, ma del mar nell'ampio seno
 ti trarr lo Scamandro impetuoso,
 e l qualcuno del guizzante armento
 ti salter dintorno, e sotto l'atre
 crespe dell'onda l'adipose polpe
 di Licaon si roder. Possiate
 cos tutti perir finch del sacro
 Ilio sia nostra la citt, voi sempre
 fuggendo, e io sempre colle stragi al tergo.
 N gioveranvi i vortici di questo
 argenteo fiume a cui di molti tori
 fate sovente sacrificio, e vivi
 gettar solete i corridor nell'onda.
 N per questo sar che non vi tocchi
 di rio fato perir, finch la morte
 di Patroclo sia sconta e in un la strage
 che, me lontano, degli Achei faceste.
 Dagl'imi gorghi ud Xanto d'Achille
 le superbe parole, e d'alto sdegno
 fremendo, divisava in suo pensiero
 come alla furia dell'eroe por modo,
 e de' Teucri impedir l'ultimo danno.
 Intanto il figlio di Pelo brandita
 a nuove stragi la gran lancia, assalse
 Asteropo, figliuol di Pelegone,
 di Pelegon cui l'Assio ampio-corrente
 gener Dio commisto a Periba,
 d'Acessameno la maggior fanciulla.
 A costui si fe' sopra il grande Achille,
 e quei del fiume uscendo ad incontrarlo
 con due lance ne venne. Animo e forza
 gli avea messo nel cor lo Xanto irato
 pe' tanti in mezzo alle sue limpid'onde
 giovani prodi dal Pelde uccisi
 spietatamente. Avvicinati entrambi,
 disse Achille primiero: Chi se' tu
 ch'osi farmiti incontro, e di che gente?
 Chi m'attenta  figliuol d'un infelice.
 E a lui di Pelegon l'inclita prole:
 Magnanimo Pelde, a che mi chiedi
 del mio lignaggio? Dai remoti campi
 della Peonia qua ne venni ( questo
 gi l'undecimo sole), e alla battaglia
 guido i Peonii dalle lunghe picche.
 Del nostro sangue  autor l'Assio di larga
 bellissima corrente, e genitore
 del bellicoso Pelegon. Di questo
 io nacqui, e basta. Or mano all'armi, o prode.
 All'altere minacce alto solleva
 il divo Achille la pelaca trave.
 Fassi avanti del par con due gran teli
 l'ambidestro campione Asteropo.
 Coglie col primo l'inimico scudo,
 ma nol giunge a forar, ch l'aurea squama
 lo vieta, opra d'un Dio: sfiora coll'altro
 il destro braccio dell'eroe, di nero
 sangue lo sprizza, e dopo lui si figge
 di maggior piaga desoso in terra.
 Fe' secondo volar contro il nemico
 la sua lancia il Pelde, intento tutto
 a trapassargli il cor, ma colse in fallo:
 colse la ripa, e mezzo infitto in quella
 il gran fusto rest. Dal fianco allora
 trasse Achille la spada, e furibondo
 assalse Asteropo che invan dall'alta
 sponda si studia di sferrar d'Achille
 il frassino: tre volte egli lo scosse
 colla robusta mano, e lui tre volte
 la forza abbandon. Mentre s'accinge
 ad incurvarlo colla quarta prova
 e spezzarlo, d'Achille il folgorante
 brando il prevenne arrecator di morte.
 Lo percosse nell'epa all'ombelico;
 n'andr per terra gl'intestini; in negra
 caligine ravvolti ei chiuse i lumi,
 e spir. L'uccisor gli calca il petto,
 lo dispoglia dell'armi, e s l'insulta:
 Statti cos, meschino, e bench nato
 d'un fiume, impara che il cozzar co' figli
 del saturnio signor t' dura impresa.
 Tu dell'Assio che larghe ha le correnti
 ti lodavi rampollo, ed io di Giove
 sangue mi vanto, e generommi il prode
 Ecide Pelo che i numerosi
 Mirmidni corregge, e discendea
 Eaco da Giove. Or quanto  questo Dio
 maggior de' fiumi che nel vasto grembo
 devolvonsi del mar, tanto sua stirpe
 la stirpe avanza che da lor procede.
 Eccoti innanzi un alto fiume, il Xanto;
 di' che ti porga, se lo puote, aita.
 Ma che puot'egli contra Giove a cui
 n il regale Achelo n la gran possa
 del profondo Oceno si pareggia?
 E l'Ocen che a tutti e fiumi e mari
 e fonti e laghi  genitor, pur egli
 della folgore trema, e dell'orrendo
 fragor che mette del gran Giove il tuono.
 S dicendo, divelse dalla ripa
 la ferrea lancia, e su la sabbia steso
 l'esamine lasci. Bruna il bagnava
 la corrente, e famelici dintorno
 affollavansi i pesci a divorarlo.
 Visto il forte lor duce Asteropo
 cader domato dal Pelde, in fuga
 spaventati si volsero i Peonii
 lungo il rapido fiume, flagellando
 prontamente i corsier. Gl'insegue Achille
 e Tersloco uccide e Trasio e Mneso,
 Enio, Midone, Astpilo, Ofeleste,
 e pi n'avra trafitti il valoroso,
 se irato il fiume dai profondi gorghi
 non levava in mortal forma la fronte
 con questo grido: Achille, tu di forza
 ogni altro vinci,  ver, ma il vinci insieme
 di fatti indegni, e troppo insuperbisci
 del favor degli Dei che sempre hai teco.
 Se ti concesse di Saturno il figlio
 di tutti i Troi la morte, dal mio letto
 cacciali, e in campo almen fa tue prodezze.
 Di cadaveri e d'armi ingombra  tutta
 la mia bella corrente, ed impedita
 da tante salme aprirsi al mar la via
 pi non puote; e tu segui a farle intoppo
 di nuova strage. Ors, desisti, o fiero
 prence, e ti basti il mio stupor. - Scamandro
 figlio di Giove, gli rispose Achille,
 sia che vuoi; ma non io degli spergiuri
 Teucri l'eccidio cesser, se pria
 dentr'Ilio non li chiudo, e corpo a corpo
 non mi cimento con Ettr. Qui deve
 restar privo di vita od esso od io.
 S dicendo, coll'impeto d'un nume
 avventossi ai Troiani. Allor si volse
 Xanto ad Apollo: Saettante iddio,
 Giove fatto t'avea l'alto comando
 di dar soccorso ai Teucri insin che giunga
 la sera, e il volto della terra adombri.
 E tu del padre non adempi il cenno?
 Mentr'egli s dicea, l'audace Achille
 si scagli dalla ripa in mezzo al fiume.
 Il fiume allor si rabbuff, gonfiossi,
 intorbidossi, e furando sciolse
 a tutte l'onde il freno: urt la stipa
 de' cadaveri opposti, e li respinse,
 mugghiando come tauro, alla pianura,
 servati i vivi ed occultati in seno
 a' suoi vasti recessi. Orrenda intorno
 al Pelde rugga la torbid'onda,
 e gli urtava lo scudo impetuosa,
 s ch'ei fermarsi non potea su i piedi.
 A un eccelso e grand'olmo alfin s'apprese
 colle robuste mani, ma divelta
 dalle radici ruin la pianta,
 seco trasse la ripa, e coi prostrati
 folti rami la fiera onda rattenne,
 e le sponde congiunse come ponte.
 Fuor balza allor l'eroe dalla vorago,
 e, messe l'ali al pi, nel campo vola
 sbigottito. N il Dio perci si resta,
 ma colmo e negro rinforzando il flutto
 vie pi gonfio l'insegue, onde di Marte
 rintuzzargli le furie, e de' Troiani
 l'eccidio allontanar. Di un salto Achille
 quanto  il tratto d'un'asta, ed il suo corso
 somigliava il volar di cacciatrice
 aquila fosca che i volanti tutti
 di forza vince e di prestezza. Il bronzo
 dell'usbergo gli squilla orribilmente
 sul vasto petto; con obliqua fuga
 scappar dal fiume ei tenta, e il fiume a tergo
 con pi spesse e sonanti onde l'incalza.
 Come quando per l'orto e pe' filari
 di liete piante il fontanier deduce
 di limpida sorgente un ruscelletto,
 e, la marra alla man, sgombra gl'intoppi
 alla rapida linfa che correndo
 i lapilli rimescola, e si volve
 gi per la china gorgogliando, e avanza
 pur chi la guida: cos sempre insegue
 l'alto flutto il Pelde, e lo raggiunge
 bench presto di pi: ch non resiste
 mortal virtude all'immortal. Quantunque
 volte la fronte gli converse il forte,
 mirando se giurati a porlo in fuga
 tutti fosser gli Dei, tante il sovrano
 fiotto del fiume gli avvolgea le spalle.
 Conturbato nell'alma egli non cessa
 d'espedirsi e saltar verso la riva,
 ma con rapide ruote il fiero fiume
 sottentrato gli snerva le ginocchia,
 e di costa aggirandolo, gli ruba
 di sotto ai piedi la fuggente arena.
 Lev lo sguardo al cielo il generoso,
 ed url: Giove padre, adunque nullo
 de' numi aita l'infelice Achille
 contro quest'onda! Ah ch'io la fugga, e poi
 contento patir qualsia sventura.
 Ma nullo ha colpa de' Celesti meco
 quanto la madre mia che di menzogne
 mi latt, profetando che di Troia
 sotto le mura perirei trafitto
 dagli strali d'Apollo! Oh foss'io morto
 sotto i colpi d'Ettorre, il pi gagliardo
 che qui si crebbe! Avra rapito un forte
 d'un altro forte almen l'armi e la vita.
 Or vuole il Fato che sommerso io pera
 d'oscura morte, ohim! come fanciullo
 di mandre guardian cui ne' piovosi
 tempi il torrente, nel guardarlo, affoga.
 Accorsero veloci al suo lamento,
 e appressrsi all'eroe Palla e Nettunno
 in sembianza mortal: lo confortaro,
 il presero per mano, e della terra
 s disse il grande scotitor: Pelde,
 non trepidar: qui siamo in tua difesa
 due gran Divi, Minerva ed io Nettunno,
 n Giove il vieta, n dal Fato  fisso
 che ti conquida un fiume; e tu di questo
 vedrai tra poco abbonacciarsi il flutto.
 Un saggio avviso porgeremti intanto,
 se obbedirne vorrai. Dalla battaglia
 non ti ristar se pria dentro le mura
 dell'alta Troia non rinserri i Teucri
 quanti potranno dalla man fuggirti,
 n alle navi tornar che spento Ettorre:
 noi ti daremo di sua morte il vanto.
 Disparvero, ci detto, e ai congiurati
 Numi tornr. Riconfortato Achille
 dal celeste comando, in mezzo al campo
 precipitossi. Il campo era gi tutto
 una vasta palude in cui disperse
 de' trafitti nuotavano le belle
 armature e le salme. Alto al Pelde
 saltavano i ginocchi, ed ei diretto
 la fiumana rompea, che a rattenerlo
 pi non bastava: perocch Minerva
 gli avea nel petto una gran forza infuso.
 N rallent per questo lo Scamandro
 gl'impeti suoi, ma pi che pria sdegnoso
 contro il Pelde sollevossi in alto
 arricciando le spume, e al Simoenta,
 destandolo, grid queste parole:
 Caro germano, ad affrenar vien meco
 la costui furia, o le dardnie torri
 vedrai tosto atterrate, e tolta ai Teucri
 di resister la speme. Or tu deh corri
 veloce in mio soccorso, apri le fonti,
 tutti gonfia i tuoi rivi, e con superbe
 onde t'innalza e tronchi aduna e sassi,
 e con fracasso ruotali nel petto
 di questo immane guastator che tenta
 uguagliarsi agli Dei. Ben io t'affermo
 che n bellezza gli varr, n forza,
 n quel divin suo scudo, che di limo
 giacer ricoperto in qualche gorgo
 voraginoso. Ed io di negra sabbia
 involver lui stesso, e tale un monte
 di ghiaia immenso e di pattume intorno
 gli verser, gli ammasser, che l'ossa
 gli Achei raccorne non potran: cotanta
 la belletta sar che lo nasconda.
 Fia questo il suo sepolcro, onde non v'abbia
 mestier di fossa nell'esequie sue.
 Disse, ed alto insorgendo e d'atre spume
 ribollendo e di sangue e corpi estinti,
 con tempesta piomb sopra il Pelde.
 E gi la sollevata onda vermiglia
 occupava l'eroe, quando temendo
 che vorticoso nol rapisca il fiume,
 di Giuno un alto grido, ed a Vulcano
 Sorgi, disse, mio figlio; a te si spetta
 pugnar col Xanto: non tardar, risveglia
 le tremende tue fiamme. Io di Ponente
 e di Noto a destar dalla marina
 vo le gravi procelle, onde l'incendio
 per lor cresciuto i corpi involva e l'arme
 de' Troiani, e le bruci. E tu del Xanto
 lungo il margo le piante incenerisci,
 fa che avvampi egli stesso; e non lasciarti
 n per minacce n per dolci preghi
 svolger dall'opra, n allentar la forza
 s'io non ten porga con un grido il segno.
 Frena allora gl'incendii e ti ritira.
 Ci detto appena, un vasto foco accese
 Vulcano, e lo scagli. Si sparse quello
 prima pel campo, e i tanti, di che pieno
 il Pelde l'avea, morti combusse.
 Si dilegur le limpid'acque, e tutto
 seccossi il pian, qual suole in un istante
 d'autunnale aquilon sciugarsi al soffio
 l'orto irrigato di recente, e in core
 ne gode il suo cultor. Seccato il campo,
 e combusti i cadaveri, si volse
 contro il fiume la vampa. Ardean stridendo
 i salci e gli olmi e i tamarigi, ardea
 il loto e l'alga ed il cipero in molta
 copia cresciuti su la verde ripa.
 Dal caldo spirto di Vulcano afflitti,
 e qua e l per le belle onde dispersi
 guizzano i pesci. Il cupo fiume istesso
 s'infoca, e in voce dolorosa esclama:
 Vulcano, al tuo poter nullo resiste
 de' numi: io cedo alle tue fiamme. Ah cessa
 dalla contesa: immantinente Achille
 scacci pur tutti di cittade i Teucri;
 di soccorsi e di risse a me che cale? -
 Cos rarso dalle fiamme ei parla.
 Come ferve a gran fuoco ampio lebte
 in cui di verro saginato il pingue
 lombo si frolla; alla sonora vampa
 crescon forza di sotto i crepitanti
 virgulti, e l'onda d'ogni parte esulta:
 s la bella del Xanto acqua infocata
 bolle, n puote pi fluir consunta
 ed impedita dalla forza infesta
 dell'ignifero Dio. Quindi a Giunone
 quell'offeso preg con questi accenti:
 perch prese il tuo figlio, augusta Giuno,
 su l'altre a tormentar la mia corrente?
 Reo ti son forse pi che gli altri tutti
 protettori de' Troi? Pur se il comandi,
 mi rimarr, ma si rimanga anch'esso
 questo nemico, e non sar, lo giuro,
 mai de' Teucri per me conteso il fato,
 no, s'anco tutta per la man dovesse
 de' forti Achivi andar Troia in faville.
 La Dea l'intese, ed a Vulcan rivolta,
 Frmati, disse, gloroso figlio:
 dar cotanto martr non si conviene
 per cagion de' mortali a un Immortale.
 Spense Vulcano della madre al cenno
 quell'incendio divino, e ne' bei rivi
 retrograda torn l'onda lucente.
 Domo il Xanto, quetrsi i due rivali,
 ch cos Giuno comand, quantunque
 calda di sdegno; ma tra gli altri numi
 pi tremenda risurse la contesa.
 Scissi in due parti s'avanzr sdegnosi
 l'un contro l'altro con fracasso orrendo:
 ne mugg l'ampia terra, e le celesti
 tube squillr: sull'alte vette assiso
 dell'Olimpo n'ud Giove il clangore,
 e il cor di gioia gli ridea mirando
 la divina tenzone: e gi sparisce
 tra gli eterni guerrieri ogn'intervallo.
 Truce di scudi forator di Marte
 le mosse, e primo colla lancia assalse
 Minerva, e ontoso favell: Proterva
 audacissima Dea, perch de' numi
 l'ire attizzi cos? Non ti ricorda
 quando a ferirmi concitasti il figlio
 di Tido Domede, e dirigendo
 della sua lancia tu medesma il colpo,
 lacerasti il mio corpo? Il tempo  giunto
 che tu mi paghi dell'oltraggio il fio.
 S dicendo, avvent l'insanguinato
 Marte il gran telo, e ne fer l'orrenda
 egida, che di Giove anco resiste
 alle saette. Si ritrasse indietro
 la Diva, e ratta colla man robusta
 un macigno afferr, che negro e grande
 giacea nel campo dalle prische genti
 posto a confine di poder. Con questo
 colp l'impetuoso iddio nel collo,
 e gli sciolse le membra. Ei cadde, e steso
 ingombr sette jugeri; le chiome
 insozzrsi di polve, e orrendamente
 l'armi sul corpo gli tonr. Sorrise
 Pallade, e altera l'insult: Demente!
 che meco ardisci gareggiar, non vedi
 quant'io t'avanzo di valor? Va, sconta
 di tua madre le furie, e dal suo sdegno
 maggior castigo, dell'aver tradito
 pe' Teucri infidi i giusti Achei, t'aspetta.
 Cos detto, le lucide pupille
 volse altrove. Frattanto al Dio prostrato
 Venere accorse, per la mano il prese,
 e lui che grave sospira, e a fatica
 riaver pu gli spirti, altrove adduce.
 L'alma Giuno li vide, ed a Minerva,
 Guarda, disse, di Giove invitta figlia,
 guarda quella impudente: ella di nuovo
 fuor dell'aspro conflitto via ne mena
 quell'omicida. Ah vola, e su lor piomba.
 Vol Minerva, e gl'insegu. Di gioia
 il cor balzava, e fattasi lor sopra,
 colla terribil mano a Citerea
 tal di un tocco nel petto, che la stese:
 giaceano entrambi riversati, e altera
 su lor Minerva glorossi, e disse:
 Fosser tutti cos questi di Troia
 proteggitori a disfidar venuti
 i loricati Achei! Fossero tutti
 di fermezza e d'ardir pari a Ciprigna
 di Marte aiutatrice e mia rivale!
 E noi, distrutte d'Ilon le torri,
 gi poste l'armi da gran tempo avremmo.
 Ud la Diva dalle bianche braccia
 il motteggio, e sorrise. A Febo allora
 disse il sire del mar: Febo, gi sono
 gli altri alle prese; e noi ci stiamo in posa?
 ci del tutto sconviensi; onta sara
 tornar di Giove ai rilucenti alberghi
 senza far d'armi paragon. Comincia
 tu minore d'et; ch non  bello
 a me, pi saggio e antico, esser primiero.
 Oh povero di senno e d'intelletto!
 non ricordi pi dunque i tanti affanni
 che noi da Giove ad esular costretti
 intorno ad Ilio sopportammo insieme,
 noi soli e numi, allor che all'orgoglioso
 Laomedonte intero un anno a prezzo
 pattuimmo il servir? Duri comandi
 il tiranno ne dava. Ed io di Troia
 l'alta cittade edificai, di belle
 ampie mura la cinsi, e di securi
 baluardi; e tu, Febo, alle selvose
 ide pendici pascolavi intanto
 le cornigere mandre. Ma condotta
 dalle grate Ore del servir la fine,
 ne frod la mercede il re crudele,
 e minaccioso ne scacci, giurando
 che te di lacci avvinto e mani e piedi
 in isola remota avra venduto,
 e mozze inoltre ad ambeduo l'orecchie.
 Frementi di rancor per la negata
 pattuita mercede, immantinente
 noi ne partimmo. E' questo forse il merto
 ch'or le sue genti a favorir ti move,
 anzi che nosco procurar di questi
 fedfraghi Troiani e de' lor figli
 e delle mogli la total ruina?
 Possente Enosigo, rispose Apollo,
 stolto davvero ti parrei se teco
 a cagion de' mortali io combattessi,
 che miseri e quai foglie or freschi sono,
 or languidi e appassiti. Usciamo adunque
 del campo, e sia tra lor tutta la briga.
 Ci detto, altrove s'avvi, n volle
 alle mani venir, per lo rispetto
 di quel Nume a lui zio. Ma la sorella
 di belve agitatrice aspra Dana
 con acri motti il rampogn: Tu fuggi,
 tu che lunge saetti? e tutta cedi
 senza contrasto al re Nettun la palma?
 Vile! a che dunque nella man quell'arco?
 Ch'io non t'oda pi mai nella paterna
 reggia tra' numi, come pria, vantarti
 di combattere solo il re Nettunno.
 Non le rispose Apollo; ma sdegnosa
 si rivolse alla Dea di strali amante
 la veneranda Giuno, e s la punse
 con acerbo ripiglio: E come ardisci
 starmi a fronte, o proterva? Di possanza
 mal tu puoi meco gareggiar, quantunque
 d'arco armata. Gli  ver che fra le donne
 ti fe' Giove un lone, e qual ti piaccia
 ti concesse ferir. Ma per le selve
 meglio ti fia dar morte a capri e cervi,
 che pugnar co' pi forti. E se provarti
 vuoi pur, ti prova, e al paragone impara
 quanto io sono da pi. - Ci detto, al polso
 colla manca le afferra ambe le mani,
 colla dritta dagli omeri le strappa
 gli aurei strali, e ridendo su l'orecchia
 li sbatte alla rival che d'ogni parte
 si divincola; e sparse al suol ne vanno
 le aligere saette. Alfin di sotto
 le si tolse, e fugg come colomba
 che da grifagno augel per venturoso
 fato scampata ad appiattarsi vola
 nel cavo d'una rupe. Ella piangendo
 cos fugga, lasciate ivi le frecce.
 Parl quindi a Latna il messaggiero
 argicda: Latna, io non vo' teco
 cimentarmi; il pugnar colle consorti
 del nimbifero Giove  dura impresa.
 Va dunque; e franca fra gli eterni Dei
 d'avermi vinto per valor ti vanta.
 Cos dicea Mercurio, e quella intanto
 gli sparsi per la polve archi e quadrelli
 raccogliea della figlia, e la segua,
 ch all'Olimpo salita entro l'eterne
 stanze di Giove avea gi messo il piede.
 Su i paterni ginocchi lagrimando
 la vergine s'assise, e le tremava
 l'ambrosio manto sul bel corpo. Il padre
 la si raccolse al petto, e con un dolce
 sorriso dimand: Chi de' Celesti
 temerario t'offese, o mia diletta,
 come colta in error? - La tua consorte,
 Cinzia rispose, mi percosse, o padre,
 Giunon che sparge fra gli Dei le risse.
 Mentre in cielo seguan queste parole,
 Febo entrava nel sacro Ilio a difesa
 dell'alto muro, perocch temea
 nol prendesse in quel d pria del destino
 degli Achivi il valor. Ma gli altri Eterni
 all'Olimpo tornaro, irati i vinti,
 festosi i vincitori, e ognun dintorno
 al procelloso genitor s'assise.
 Il Pelde struggea pel campo intanto
 i Troiani, e stendea confusamente
 cavalli e cavalier. Come fra densi
 globi di fumo che si volve al cielo
 un gran fuoco, in cui soffia ira divina,
 una cittade incende, e a tutti arreca
 travaglio e a molti esizio; a questa immago
 dava Achille ai Troiani angoscia e morte.
 Stava sull'alto d'una torre il veglio
 Pramo, e visti fuggir senza ritegno,
 senza far pi difesa, i Troi davanti
 al gigante guerrier, mise uno strido,
 e cal dalla torre, onde ai custodi
 degli ingressi lasciar lungo le mura
 questi avvisi: Alle man tenete, o prodi,
 spalancate le porte insin che tutti
 nella citt sien salvi i fuggitivi
 dal diro Achille sbaragliati. Ahi giunto
 forse  l'ultimo danno! Come dentro
 siensi messe le schiere, e ognun respiri,
 riserrate le porte, e saldamente
 sbarratele; ch'io temo non irrompa
 fin qua dentro il furor di questo fiero.
 Al comando regal schiusero quelli
 tosto le porte, e ne levr le sbarre.
 Onde una via s'aperse di salute.
 Fuor delle soglie allor lanciossi Apollo
 in soccorso de' Troi che dritto al muro
 fuggan da tutto il campo arsi di sete,
 sozzi di polve. E impetuoso Achille,
 come il porta furor, rabbia, ira e brama
 di sterminarli, gl'insegua coll'asta;
 ed era questo il punto in che gli Achei
 dell'alta Troia avran fatto il conquisto,
 se Febo Apollo l'antenreo figlio
 Agnore, guerrier d'alta prestanza,
 non eccitava alla battaglia. Il Dio
 gli fe' coraggio, gli si mise al fianco,
 onde lungi tenergli della Parca
 i gravi artigli, ed appoggiato a un faggio,
 di caligine tutto si ricinse.
 Come Agnore il truce ebbe veduto
 guastator di citt, fermossi, e molti
 pensier volgendo, gli ondeggiava il core,
 e dicea doloroso in suo segreto:
 Misero me! se dietro agli altri io fuggo
 per timor di quel crudo, egli malgrado
 la mia rattezza prenderammi, e morte
 non decorosa mi dar. Se mentre
 ei va questi inseguendo, io d'altra parte
 m'involo, e d'Ilio traversando il piano,
 dell'Ida ai gioghi mi riparo, e quivi
 nei roveti m'appiatto, indi la sera
 lavato al fiume, e rinfrescato a Troia
 mi ritorno... Oh che penso? Egli non puote
 non veder la mia fuga, e arriverammi
 precipitoso con pi presti piedi.
 E allor dall'ugna di costui, che tutti
 vince di forza, chi mi scampa? Or dunque,
 poich certa  mia morte, ad incontrarlo
 vadasi in faccia alla cittade. Ei pure
 ha corpo che si fora, e un'alma sola;
 e bench Giove gloroso il renda,
 mortal cosa lo dice il comun grido.
 Verso Achille, in ci dir, volta la fronte,
 e desoso di pugnar l'aspetta.
 Come da folto bosco una pantera
 sbucando affronta il cacciator, n teme
 i latrati, n fugge, e s'anco avvegna
 ch'ei l'impiaghi primier, la generosa
 il furor non rallenta, innanzi ch'ella
 o gli si stringa addosso, o resti uccisa:
 cos ricusa di fuggir l'ardito
 d'Antnore figliuol, se col Pelde
 pria non fa prova di valor. Protese
 dunque al petto lo scudo, e nel nemico
 tolta la mira, alto grid: Per certo
 de' magnanimi Teucri, illustre Achille,
 atterrar ti speravi oggi le mura.
 Stolto! n'avrai penoso affare ancora,
 ch l dentro siam molti e valorosi
 che ai cari padri, alle consorti, ai figli
 difendiam la cittade, e tu, quantunque
 guerrier tremendo, giacerai qui steso.
 S dicendo, lanci con vigoroso
 polso la picca, e nello stinco il colse
 sotto il ginocchio. Rison lo stagno
 dell'intatto stinier, ma il ferro acuto
 senza forarlo rimbalz respinto
 dalle tempre divine. Impetuoso
 scagliossi Achille al feritor, ma ratto
 gl'invidando quella lode Apollo,
 invol l'avversario alla sua vista
 l'avvolgendo di nebbia, e queto queto
 dal certame lo trasse, e via lo spinse.
 Indi tolta d'Agnore la forma,
 diessi in fuga, e sv con quest'inganno
 dalla turba il Pelde che veloce
 dietro gli move e incalzalo, e piegarne
 vr lo Scamandro studiasi la fuga.
 Nol precorre il fuggente a tutto corso,
 ma di poco intervallo, e colla speme
 sempre l'alletta d'una pronta presa,
 e sempre lo delude. Intanto a torme
 spaventati si versano i Troiani
 dentro le porte. In un momento tutta
 di lor fu piena la citt, ch nullo
 rimanersene fuori non sostenne,
 n il compagno aspettar, n dei campati
 dimandar, n de' morti. Ognun che snelle
 a salvarsi ha le piante, alla rinfusa
 dentro si getta, e dal terror respira.













 LIBRO VENTESIMOSECONDO.

 Cos, quai cervi paurosi, i Teucri
 nella citt fuggan confusamente,
 e davano appoggiati agli alti merli
 al sudor refrigerio ed alla sete,
 mentre gli Achei con inclinati scudi
 si fan sotto alle mura. Ma la Parca
 dinanzi ad Ilio su le porte Scee
 rattenne immoto, come astretto in ceppi,
 lo sventurato Ettr. Fece ad Achille
 l'arciero Apollo allor queste parole:
 Perch mortale un Immortal persegui,
 o figlio di Pelo? Non anco avvisi,
 cieco furente, che un Celeste io sono?
 Dei fugati Troiani e nel riparo
 d'Ilio gi chiusi ogni pensier ponesti,
 e qua svasti il tuo furor. Che speri?
 uccidermi? Son nume. - E nume infesto,
 e di tutti il peggior (rispose acceso
 di grand'ira il Pelde). A questa parte
 m'hai devato dalle mura, e tolto
 che molti, prima d'arrivar l dentro,
 mordessero la polve. Ah mi rapisti
 un gran vanto, e quei vili in salvo hai messo
 perch non temi la vendetta mia;
 ma la farei ben io, se la potessi.
 Tacque, e drizzossi alla citt volgendo
 terribili pensieri, e il pi movea
 rapido come vincitor de' ludi
 animoso destrier che per l'arena
 fa le ruote volar. Primo lo vide
 precipitoso correre pel campo
 Pramo, e da lungi folgorar, siccome
 l'astro che cane d'Oron s'appella,
 e precorre l'Autunno: scintillanti
 fra numerose stelle in densa notte
 manda i suoi raggi; splendissim'astro,
 ma luttuoso e di cocenti morbi
 ai miseri mortali apportatore.
 Tal del volante eroe sul vasto petto
 splendean l'armi. Ululava, e colle mani
 alto levate si battea la fronte
 il buon vecchio, e chiamava a tutta voce
 l'amato figlio supplicando: e questi
 fermo innanzi alle porte altro non ode
 che il deso di pugnar col suo nemico.
 Allor le palme il misero gli stese,
 e questi proffer pietosi accenti:
 Mio diletto figliuolo, Ettore mio,
 deh lontano da' tuoi da solo a solo
 non affrontar costui che di fortezza
 d'assai t' sopra. Oh fosse in odio il crudo
 agli Dei quanto a me! Pasto di belve
 ei giacera qui steso (e del mio petto
 avra fine l'angoscia), ei che di tanti
 orbo mi fece valorosi figli,
 quale ucciso, qual tratto alle remote
 rive e venduto. Ed or fra i qui rinchiusi
 Teucri i due figli, ahi lasso! ancor non veggo
 che l'esimia consorte Laote
 a me produsse, Polidoro io dico
 e Licaon. Se prigionieri ei sono,
 con auro e bronzo ne farem riscatto,
 ch'io n'ho molte conserve, e molto avere
 di l'egregio vegliardo Alte alla figlia.
 Se poi ne' regni gi passr di Pluto,
 alto sar su la lor morte il pianto
 della madre ed il mio, ma brevi i lutti
 del popolo, ove spento tu non cada
 dal Pelde, tu pur. Rentra adunque,
 mio dolce figlio, nelle mura, e i Teucri
 conservane e le spose. Al diro Achille
 non lasciar s gran lode: abbi pensiero
 della cara tua vita, abbi pietade
 di me meschino a cui non tolse ancora
 la sventura il sentir, di me che misi
 gi nelle soglie di vecchiezza il piede,
 dall'alta condannato ira di Giove
 di ria morte a perir, vista di mali
 prima ogni faccia, trucidati i figli,
 rapite le fanciulle, i casti letti
 contaminati, crudelmente infranti
 contro terra i bambini, e strascinate
 dall'empio braccio degli Achei, le nuore.
 Ed ultimo me pur su le regali
 porte trafitto e spoglia abbandonata
 voraci i cani sbraneran, que' cani
 che custodi io nudra del regio tetto
 alla mia mensa io stesso; e allor da ingorda
 rabbia sospinti disputar vedransi
 il mio sangue; e di questo alfin satolli
 ne' portici sdraiarsi. Ah, bello  in campo
 del giovine il morir! Coperto il petto
 d'onorate ferite, onta non avvi,
 non offesa che morto il disonesti.
 Ma che ludibrio sia degli affamati
 mastini il capo venerando e il bianco
 mento d'un veglio indegnamente ucciso,
 che sia bruttato il nudo e verecondo
 suo cadavere, ah! questo,  questo il colmo
 dell'umane sventure. E s dicendo,
 strappasi il veglio dall'augusto capo
 i canuti capei; ma non si piega
 l'alma d'Ettorre. Desolata accorse
 d'altra parte la madre, e lagrimando
 e nudandosi il seno, la materna
 poppa scoperse, e, A questa abbi rispetto,
 singhiozzante sclamava, a questa, o figlio,
 che calm, lo ricorda, i tuoi vagiti.
 Rentra, Ettore mio, fuggi cotesto
 sterminatore, non istargli a petto,
 sciaurato! Non io, s'egli t'uccide,
 non io darti potr, caro germoglio
 delle viscere mie, su la funbre
 bara il mio pianto, n il potr l'illustre
 tua consorte: e tu lungi appo le navi
 giacerai degli Achivi, esca alle belve.
 Questi preghi di lagrime interrotti
 porgono al figlio i dolorosi, e nulla
 persuadon l'eroe che fermo attende
 lo smisurato gi vicino Achille.
 Quale in tana di tristi erbe pasciuto
 fero colbro il vandante aspetta,
 e gonfio di grand'ira, orribilmente
 guatando intorno, nelle sue latbre
 lubrico si convolve; e tale il duce
 Troian, di sdegni generosi acceso,
 appoggiato lo scudo a una sporgente
 torre, sta saldo; e nel gran cor rivolge
 questi pensieri: Che far? Se metto
 l dentro il pi, Polidamante il primo
 rampognerammi acerbo, ei che la scorsa
 notte esortommi alla citt ritrarre,
 comparso Achille, i Teucri; ed io nol feci:
 e s quest'era il meglio. Or che la mia
 pertinacia fatal tutti li trasse
 nella ruina, sostener l'aspetto
 pi non oso de' Troi n dell'altere
 Troiane, e parmi gi i peggiori udire:
 Ecco l quell'Ettr che di sue forze
 troppo fidando il popolo distrusse.
 Cos diranno, e meglio allor mi fia
 combattere, e redir, prostrato Achille,
 nella cittade, o per la patria mia
 aver qui morte glorosa io stesso.
 Pur se deposto e scudo e lancia ed elmo,
 io medesmo mi fssi incontro a questo
 magnanimo rivale, e la spartana
 donna cagion di tanta guerra, e tutte
 gli promettessi le con lei portate
 da Paride ricchezze, ed altre ancora
 da partirsi agli Achei, quante ne chiude
 questa citt; se con tremendo giuro
 quindi i Troiani a rivelar stringessi
 i riposti tesori, ed in due parti
 dividendoli tutti... Oh che vaneggia
 mai la mia mente! Io supplice, io dimesso
 presentarmi? Il crudel, nulla m'avendo
 n piet n rispetto (ov'io dell'armi
 nudo a lui vada), disarmato ancora,
 qual donna imbelle, metterammi a morte,
 ch'ei non  tale da poter con esso
 novellar dal querceto o dalla rupe
 come amanti garzoni e donzellette.
 A donzellette adunque ed a garzoni
 le dolci fole, a me la pugna; e tosto
 vedrassi cui dar Giove la palma.
 Cos seco ragiona, e fermo aspetta.
 Ed ecco Achille avvicinarsi, al truce
 dell'elmo agitator Marte simle.
 Nella destra scotea la spaventosa
 pelaca trave; come viva fiamma,
 o come disco di nascente Sole
 balenava il suo scudo. Il riconobbe
 Ettore, e freddo corsegli per l'ossa
 un tremor, n aspettarlo ei pi sostenne,
 ma lasciate le porte, a fuggir diessi
 atterrito. Spiccossi ad inseguirlo
 fidato Achille ne' veloci piedi;
 qual ne' monti sparvier che, de' volanti
 il pi ratto, si scaglia impetuoso
 su pavida colomba: ella sen fugge
 obbliquamente, e quei doppiando il volo
 vie pi l'incalza con acuti stridi,
 di ghermirla bramoso: a questa guisa
 l'ardente Achille difilato vola
 dietro il trepido Ettr che in tutta fuga
 mena il rapido pi rasente il muro.
 Trascorsero veloci la collina
 delle vedette, oltrepassr, lunghesso
 la callaia, il selvaggio aereo fico
 sempre sotto alle mura; e gi venuti
 son dell'alto Scamandro alle due fonti.
 Calida  l'una, e qual di fuoco acceso
 spandesi intorno di sue linfe il fumo:
 fredda come gragnuola o ghiaccio o neve
 scorre l'altra di state: ambe son cinte
 d'ampii lavacri di polita pietra,
 a cui, pria che l'Acheo venisse i giorni
 della pace a turbar, solean de' Teucri
 liete le spose e le avvenenti figlie
 i bei veli lavar. Da questa parte
 volano i due campion, l'uno fuggendo,
 l'altro inseguendo. Il fuggitivo  forte,
 ma pi forte e pi ratto  chi l'insegue,
 e d'un tauro non gi, n della pelle
 si gareggia d'un bue, premio a veloce
 di corsa vincitor, ma della vita
 del grande Ettorre. E quale a vincer usi
 giran le mete corridori ardenti,
 a cui proposto  di gentil donzella
 o d'un tripode il premio, ad onoranza
 d'alcun defunto eroe; cos tre volte
 dell'ilaca citt fr questi il giro
 velocemente. A riguardarli intento
 stava il consesso de' Celesti, e Giove
 a dir si fece: Ahi sorte indegna! io veggo
 d'Ilio intorno alle mura esagitato
 un diletto mortal; duolmi d'Ettorre
 che su l'ide pendici e sull'eccelsa
 pergmea rocca a me solea di scelte
 vittime offrire i pingui lombi, ed ora
 del minaccioso Achille il presto piede
 l'incalza intorno alla citt. Pensate,
 vedete, o numi, se per noi si debba
 dalla morte camparlo, o pur, quantunque
 cos prode, il domar sotto il Pelde.
 Procelloso Tonante, oh che dicesti,
 gli rispose Minerva, e che t'avvisi?
 Alla morte involar uomo sacro a morte?
 E tu l'invola. Ma non tutti al certo
 noi Celesti tal fatto assentiremo.
 T'accheta, o figlia, replic de' nembi
 l'adunator, ch'io nulla ho fermo ancora,
 e nulla io voglio a te negar. Fa tutto,
 senza punto ristarti, il tuo desire.
 Spron quel detto la gi pronta Diva
 che dall'olimpie cime impetuosa
 spiccossi, e scese. Alla dirotta intanto
 incalza Achille il fuggitivo Ettorre.
 Come veltro cerviero alla montagna
 gi per convalli e per boscaglie insegue
 dalla tana destato un capruolo:
 sotto un arbusto il meschinel s'appiatta
 tutto tremante, e l'altro ne ritesse
 l'orme, e corre e ricorre irrequeto
 finch lo trova: cos tutte Achille
 del sottrarsi ad Ettr tronca le vie.
 Quante volte sfilar diritto ei tenta
 alle dardanie porte, o delle torri
 sotto gli spaldi, onde co' dardi aita
 gli dian di sopra i suoi, tante il Pelde
 lo previene e il ricaccia alla pianura,
 vicino alla citt. Come nel sogno
 talor ne sembra con lena affannata
 uom che fugge inseguir, n questi ha forza
 d'involarsi, n noi di conseguirlo;
 cos n Achille aggiugner puote Ettorre,
 n questi a quello dileguarsi. E intanto
 come schivar potuto avra la Parca
 di Pramo il figlio, se l'estrema volta
 nuovo al petto vigor non gli porgea
 propizio Apollo, e nuova lena al piede?
 Accennava col capo il divo Achille
 alle sue genti di non far co' dardi
 al fuggitivo offesa, onde veruno,
 ferendolo, l'onor non gli precida
 del primo colpo. Ma venuti entrambi
 la quarta volta alle scamandrie fonti,
 l'auree bilance sollev nel cielo
 il gran Padre, e due sorti entro vi pose
 di mortal sonno eterno, una d'Achille,
 l'altra d'Ettorre: le libr nel mezzo,
 e del duce troiano il fatal giorno
 cadde, e vr l'Orco dechin. Dolente
 Febo allora lasciollo in abbandono;
 ed al Pelde fattasi vicina,
 s Minerva parl: Diletto a Giove
 inclito Achille, or s che giunto io spero
 il momento in che noi su queste rive,
 spento alla fine il bellicoso Ettorre,
 d'alta gloria andrem lieti. Ei pi non puote
 scapparne ei no, quand'anche il Saettante,
 ai pi prostrato dell'Egoco Padre,
 di liberarlo s'argomenti. Or tu
 qui sstati e respira. Andronne io stessa
 al tuo nemico, e metterogli in core
 di venir teco a singolar conflitto.
 Obbed, s'appoggi lieto al ferrato
 suo frassino il Pelde, e dipartita
 da lui la Diva, al volto, alla favella
 Dfobo si fece, e all'anelante
 Ettor venuta, O mio german, dicea,
 troppo costui dintorno a queste mura
 con pi ratto t'incalza e ti travaglia.
 Or via restiamci, e difendiamci a fermo.
 Rispose Ettr: Dfobo, di quanti
 mi di fratelli Pramo ed Ecba,
 sempre il pi caro tu mi fosti, ed ora
 lo mi sei pi che prima, e pi mi traggi
 ad onorarti, perocch tu solo
 da quelle mura osasti a mia difesa,
 tu solo uscir, veduto il mio periglio.
 Fratello amato, replic la Diva,
 i venerandi genitori, e tutti
 stringendosi gli amici a' miei ginocchi
 di non uscire mi pregr, cotanto
 terror gl'ingombra: ma l'interno vinse,
 che per te mi struggea, fiero dolore.
 Combattiam dunque arditamente, e nullo
 sia pi d'aste risparmio, onde si vegga
 s'egli, noi spenti, torner di nostre
 spoglie onusto alle navi, o se piuttosto
 qui cadr per la tua lancia trafitto.
 S dicendo, la Diva ingannatrice
 precorse, e quelli l'un dell'altro a fronte
 divenuti, primier l'armi crollando
 fe' questi detti l'animoso Ettorre:
 Pi non fuggo, o Pelde. Intorno all'alte
 ilache mura mi aggirai tre volte,
 n aspettarti sostenni. Ora son io
 che intrepido t'affronto, e dar morte,
 o l'avr. Ma gli Dei, fidi custodi
 de' giuramenti, testimon ne sino,
 che se Giove l'onor di tua caduta
 mi concede, non io sar spietato
 col cadavere tuo, ma renderollo,
 toltene solo le bell'armi, intatto
 a' tuoi. Tu giura in mio favor lo stesso.
 Non parlarmi d'accordi, abbominato
 nemico, ripigli torvo il Pelde:
 nessun patto fra l'uomo ed il lone,
 nessuna pace tra l'eterna guerra
 dell'agnello e del lupo, e tra noi due
 n giuramento n amist nessuna,
 finch l'uno di noi steso col sangue
 l'invitto Marte non satolli. Or bada,
 ch n'hai mestiero, a richiamar la tutta
 tua prodezza, e a lanciar dritta la punta.
 Ogni scampo  preciso, e gi Minerva
 per l'asta mia ti doma. Ecco il momento
 che dei morti da te miei cari amici
 tutte ad un tempo sconterai le pene.
 Disse, e forte avvent la bilanciata
 lunga lancia. Antivide Ettorre il tiro,
 e piegato il ginocchio e la persona,
 lo schiv. Sorvolando il ferreo telo
 si confisse nel suol, ma ne lo svelse
 invisibile ad Ettore Minerva,
 e tornollo al Pelde. - Errasti il colpo,
 grid l'eroe troian, n Giove ancora,
 come dianzi cianciasti, il mio destino
 ti fe' palese. Diforme sei,
 ma cinguettiero, ch con vani accenti
 atterrirmi ti speri, e nella mente
 addormentarmi la virtude antica.
 Ma nel dorso tu, no, non pianterai
 l'asta ad Ettorre che diritto viene
 ad assalirti, e ti presenta il petto;
 piantala in questo se t'assiste un Dio.
 Schiva intanto tu pur la ferrea punta
 di mia lancia. Oh si possa entro il tuo corpo
 seppellir tutta quanta, e della guerra
 ai Teucri il peso allevar, te spento,
 te lor funesta principal rovina.
 Disse, e l'asta di lunga ombra squassando,
 la scagli di gran forza, e del Pelde
 colp senza fallir lo smisurato
 scudo nel mezzo. Ma il divino arnese
 la respinse lontan. Crucciossi Ettorre,
 visto uscir vano il colpo, e non gli essendo
 pronta altra lancia, chin mesto il volto,
 e a gran voce Dfobo chiamando,
 una picca chiedea: ma lungi egli era.
 Allor s'accorse dell'inganno, e disse:
 Misero! a morte m'appellr gli Dei.
 Credeami aver Dfobo presente;
 egli  dentro le mura, e mi deluse
 Minerva. Al fianco ho gi la morte, e nullo
 v' pi scampo per me. Fu cara un tempo
 a Giove la mia vita, e al saettante
 suo figlio, ed essi mi campr cortesi
 ne' guerrieri perigli. Or mi raggiunse
 la negra Parca. Ma non fia per questo
 che da codardo io cada: periremo,
 ma glorosi, e alle future genti
 qualche bel fatto porter il mio nome.
 Ci detto, scintillar dalla vagina
 fe' la spada che acuta e grande e forte
 dal fianco gli pendea. Con questa in pugno
 drizza il viso al nemico, e si disserra
 com'aquila che d'alto per le fosche
 nubi a piombo sul campo si precipita
 a ghermir una lepre o un'agnelletta:
 tale, agitando l'affilato acciaro,
 si scaglia Ettorre. Scagliasi del pari
 gonfio il cor di feroce ira il Pelde
 impetuoso. Gli ricopre il petto
 l'ammirando brocchier: sovra il guernito
 di quattro coni fulgid'elmo ondeggia
 l'aureo pennacchio che Vulcan v'avea
 sulla cima diffuso. E qual sfavilla
 nei notturni sereni in fra le stelle
 Espero il pi leggiadro astro del cielo;
 tale l'acuta cuspide lampeggia
 nella destra d'Achille che l'estremo
 danno in cor volge dell'illustre Ettorre,
 e tutto con attenti occhi spando
 il bel corpo, pon mente ove al ferire
 pi spedita  la via. Chiuso il nemico
 era tutto nell'armi luminose
 che all'ucciso Patrclo avea rapite.
 Sol, dove il collo all'omero s'innesta,
 nuda una parte della gola appare,
 mortalissima parte. A questa Achille
 l'asta diresse con furor: la punta
 il collo trapass, ma non offese
 della voce le vie, s che precluso
 fosse del tutto alle parole il varco.
 Cadde il ferito nella sabbia, e altero
 sclam sovr'esso il feritor divino:
 Ettore, il giorno che spogliasti il morto
 Patroclo, in salvo ti credesti, e nullo
 terror ti prese del lontano Achille.
 Stolto! restava sulle navi al mio
 trafitto amico un vindice, di molto
 pi gagliardo di lui: io vi restava,
 io che qui ti distesi. Or cani e corvi
 te strazieranno turpemente, e quegli
 avr pomposa dagli Achei la tomba.
 E a lui cos l'eroe languente: Achille,
 per la tua vita, per le tue ginoccnia,
 per li tuoi genitori io ti scongiuro,
 deh non far che di belve io sia pastura
 alla presenza degli Achei: ti piaccia
 l'oro e il bronzo accettar che il padre mio
 e la mia veneranda genitrice
 ti daranno in gran copia, e tu lor rendi
 questo mio corpo, onde l'onor del rogo
 dai Teucri io m'abbia e dalle teucre donne.
 Con atroce cipiglio gli rispose
 il fiero Achille: Non pregarmi, iniquo,
 non supplicarmi n pe' miei ginocchi
 n pe' miei genitor. Potessi io preso
 dal mio furore minuzzar le tue
 carni, ed io stesso, per l'immensa offesa
 che mi facesti, divorarle crude.
 No, nessun la tua testa al fero morso
 de' cani involer: n s'anco dieci
 e venti volte mi s'addoppii il prezzo
 del tuo riscatto, n se d'altri doni
 mi si faccia promessa, n se Pramo
 a peso d'oro il corpo tuo redima,
 no, mai non fia che sul funereo letto
 la tua madre ti pianga. Io vo' che tutto
 ti squarcino le belve a brano a brano.
 Ben lo previdi che pregato indarno
 t'avrei, riprese il moribondo Ettorre.
 Hai cor di ferro, e lo sapea. Ma bada
 che di qualche celeste ira cagione
 io non ti sia quel d che Febo Apollo
 e Paride, malgrado il tuo valore,
 t'ancideranno su le porte Scee.
 Cos detto, spir. Sciolta dal corpo
 prese l'alma il suo vol verso l'abisso,
 lamentando il suo fato ed il perduto
 fior della forte gioventude. E a lui,
 gi fredda spoglia, il vincitor soggiunse:
 Muori; ch poscia la mia morte io pure,
 quando a Giove sia grado e agli altri Eterni,
 contento accetter. Cos dicendo,
 svelse dal morto la ferrata lancia,
 in disparte la pose, e dalle spalle
 l'armi gli tolse insanguinate. Intanto
 d'ogn'intorno v'accorsero gli Achivi
 contemplando d'Ettr maravigliosi
 l'ammirande sembianze e la statura;
 n vi fu chi di fargli una ferita
 non si godesse, al suo vicin dicendo:
 Per gli Dei, che a toccarsi egli s' fatto
 pi tenero che quando arse le navi:
 e in questo dir coll'asta il ripungea.
 Spoglio ch'ei l'ebbe, fra gli astanti Achei
 ritto Achille parl queste parole:
 Amici e prenci e capitani, udite.
 Poich diermi gli Dei che domo alfine
 costui ne fosse, che d'assai pi nocque
 che gli altri tutti insieme, alla cittade
 volgiam l'armi, e vediam se, spento Ettorre,
 fanno i Teucri pensier d'abbandonarla,
 o, bench privi di cotanto aiuto,
 coraggiosi resistere... Ma quale
 vano consiglio mi ragiona il core?
 Senza pianto sul lido e senza tomba
 giace il morto Patrclo. Insin che queste
 mie membra animer soffio di vita,
 ei fia presente al mio pensiero; e s'anco
 laggi nell'Orco obblivon scendesse
 della vita primiera, anco nell'Orco
 mi seguir del mio diletto amico
 la rimembranza. Or via, dunque si rieda
 alle navi, e costui vi si strascini.
 E voi frattanto, giovinetti achivi,
 intonate il peana: alto  il trionfo
 che riportammo: il grande Ettr, dai Teucri
 adorato qual nume,  qui disteso.
 Disse, e contra l'estinto opra crudele
 meditando, de' pi gli fora i nervi
 dal calcagno al tallone, ed un guinzaglio
 insertovi bovino, al cocchio il lega,
 andar lasciando strascinato a terra
 il bel capo. Sul carro indi salito
 con l'elevate glorose spoglie,
 stimol col flagello a tutto corso
 i corridori che volr bramosi.
 Lo strascinato cadavere un nembo
 sollevava di polve onde la sparta
 negra chioma agitata e il volto tutto
 bruttavasi, quel volto in pria s bello,
 allor da Giove abbandonato all'ira
 degl'inimici nella patria terra.
 All'atroce spettacolo si svelse
 la genitrice i crini, e via gittando
 il regal velo, un ululato mise,
 che alle stelle n'and. Plorava il padre
 miseramente, e gemiti e singulti
 per la citt s'udan, come se tutta
 dall'eccelse sue cime arsa cadesse.
 Rattenevano a stento i cittadini
 il re canuto, che di duol scoppiando
 dalle dardnie porte a tutto costo
 fuor voleva gittarsi. S'avvolgea
 il misero nel fango, e tutti a nome
 chiamandoli e pregando, Ah! vi scostate,
 lasciatemi, gridava;  intempestivo
 ogni vostro timor; lasciate, amici,
 ch'io me n'esca, ch'io vada tutto solo
 alle navi nemiche. Io vo' cadere
 supplichevole ai pi di quell'iniquo
 violento uccisor. Chi sa che il crudo
 il mio crin bianco non rispetti e senta
 piet di mia vecchiezza. Ei pure ha un padre
 d'anni carco, Pelo che generollo
 e de' Teucri nudrillo alla ruina,
 soprattutto alla mia, tanti uccidendo
 giovinetti miei figli: n mi dolgo
 s di lor tutti, ohim! quanto d'un solo,
 quanto d'Ettr, di cui trarrammi in breve
 l'empia doglia alla tomba. Oh fosse ei morto
 tra le mie braccia almen! cos la madre,
 che sventurata partorillo, e io stesso
 sfogo avremmo di pianti e di sospiri.
 Questo ei dicea piangendo, e co' lamenti
 facean eco al suo pianto i cittadini.
 Dalle Tradi intanto circondata,
 in alti lai rompea la madre: Oh figlio!
 tu se' morto, ed io vivo? io giunta al sommo
 delle sventure te perdendo, ahi lassa!
 te che in ogni momento eri la mia
 gloria e il sostegno della patria tutta
 che t'accogliea qual nume. Ahi! ne saresti,
 vivo, il decoro; e ne sei, morto, il lutto.
 Segua questo parlar di pianto un fiume.
 Ma del fato d'Ettr nulla per anco
 Andrmaca sapea, ch nullo a lei
 del marito rimasto anzi alle porte
 recato avea l'avviso. Nell'interne
 regie stanze tessendo ella si stava
 a doppie fila una lucente tela
 di diverso rabesco. E per suo cenno
 avean frattanto le leggiadre ancelle
 posto un tripode al fuoco, onde al consorte
 pronto fosse, al tornar dalla battaglia,
 caldo un lavacro. Non sapea, demente!
 che da' lavacri assai lungi domato
 l'avea Minerva per la man d'Achille.
 Ma come dalla torre un suon confuso
 d'ululi intese e di lamenti, tutte
 le tremaro le membra, al suol le cadde
 la spola, e volta alle donzelle, disse:
 Accorrete sollecite, seguitemi
 due di voi tosto: vo' veder che avvenne.
 Dell'onoranda suocera la voce
 mi percuote l'orecchio, e il cor mi balza
 con sussulto nel petto, e manca il piede.
 Certo, qualche gran danno, ohim! sovrasta
 di Pramo ai figli. Allontanate, o numi,
 questo presagio: ma ben forte io temo
 che il divo Achille all'animoso Ettorre
 non abbia del salvarsi entro le mura
 gi tagliata la strada, ed or pel campo
 lo m'insegua da tutti abbandonato;
 e la bravura esizal non domi
 che il possedea: restarsi egli non seppe
 mai nella folla, e sempre oltre si spinse,
 a nessun prode di valor secondo.
 Cos dicendo, della reggia usco
 qual forsennata, e le tremava il core.
 La seguivan le ancelle; e fra le turbe
 giunta alla torre, s'arrest, girando
 lo sguardo intorno dalle mura. Il vide,
 il riconobbe da corsier veloci
 strascinato davanti alla cittade
 verso le navi indegnamente. Oscura
 notte i rai le coperse, ed ella cadde
 all'indietro svenuta. Si scomposero
 i leggiadri del capo adornamenti
 e nastri e bende e l'intrecciata mitra
 e la rete ed il vel che dielle in dono
 l'aurea Venere il d che dalle case
 d'Eezne Ettr la si condusse
 di molti doni nuzali ornata.
 Affollrsi pietose a lei dintorno
 le cognate che smorta tra le braccia
 reggean l'afflitta di morir bramosa
 per immenso dolor. Come in se stessa
 alfin rivenne, e l'alma al cor s'accolse,
 fe' degli occhi due fonti, e cos disse:
 Oh me deserta! oh sposo mio! noi dunque
 nascemmo entrambi col medesmo fato,
 tu nella reggia del tuo padre, ed io
 nella tebana Ipplaco selvosa
 seggio d'Eezn che pargoletta
 allevommi, meschino una meschina!
 Oh non m'avesse generata! Ai regni
 tu di Pluto discendi entro il profondo
 sen della terra, e me qui lasci al lutto
 vedova in reggia desolata. Intanto
 del figlio, ohim! che fia? Figlio infelice
 di miserandi genitor, bambino
 egli  del tutto ancor, n tu puoi morto
 pi farti suo sostegno, Ettore mio,
 ned egli il padre vendicar: ch dove
 pur sia che degli Achei la lagrimosa
 guerra egli sfugga, nondimen dolenti
 trarr sempre i suoi giorni, e a lui l'avaro
 vicin mutando i termini del campo
 spoglierallo di questo. Abbandonato
 da' suoi compagni  l'orfanello; ei porta
 ognor dimesso il volto, e lagrimosa
 la smunta guancia. Supplice indigente
 va del padre agli amici, e all'uno il saio,
 tocca all'altro la veste. Il pi pietoso
 gli accosta alquanto il nappo, e il labbro bagna,
 non il palato. Ed altro tal che lieto
 va di padre e di madre, alteramente
 dalla mensa il ributta, e lo percote,
 e villano gli grida: Sciagurato,
 esci: il tuo padre qui non siede al desco.
 Torna allor lagrimando Astanatte
 alla vedova madre, egli che dianzi
 d'eletti cibi si nudra, scherzando
 sul paterno ginocchio. E quando ei stanco
 d'innocenti trastulli al dolce sonno
 chiudea le luci alla nudrice in grembo,
 dentro il suo letticciuol su molli piume,
 sazio di gioia il cor, s'addormentava.
 E quanti or privo dell'amato padre,
 ahi quanti affanni soffrir! n punto
 d'Astanatte gioveragli il nome
 che gli posero i Troi, perch le porte
 tu sol ne difendevi e l'ardue mura.
 Or te sul lido fra le navi, e lungi
 da chi vita ti di, lubrici i vermi
 roderan, come sazio avrai de' veltri
 nudo le gole; ahi nudo! e nella reggia
 tante avevi leggiadre ed esquisite
 vesti, lavoro dell'esperte ancelle.
 Or poich vane a te son fatte, e tolto
 n' il coprirti di queste in sul fertro,
 tutte alle fiamme gitterolle io stessa,
 onde al cospetto de' Troiani almeno
 questo segno d'onor ti sia renduto.
 Cos dicea piangendo, ed al suo pianto
 co' sospiri facean eco le donne.






 LIBRO VENTESIMOTERZO.

 Mentre in Troia si piange, all'Ellesponto
 giungon gli Achivi, e spargesi ciascuno
 alla sua nave. Ma l'andar dispersi
 non permise il Pelde ai bellicosi
 suoi Mirmidni, da cui cinto disse:
 Miei diletti compagni e cavalieri,
 non distacchiamo per ancor dai cocchi
 i corridori: procediam con questi
 a piagnere Patrclo, a tributargli
 l'onor dovuto ai trapassati. E quando
 avrem del pianto al cor dato il diletto,
 sciolti i destrieri, appresterem le cene.
 Disse, e tutti innalzr ristretti insieme
 il fnebre lamento, Achille il primo.
 Corser tre volte colle bighe intorno
 all'estinto ululando, e ne' lor petti
 dest Teti di pianto alto deso.
 Si bagnava di lagrime l'arena,
 di lagrime gli usberghi; cotant'era
 il desiderio dell'eroe perduto.
 Ma fra tutti piagnea dirottamente
 Achille, e poste le omicide mani
 dell'amico sul cor, Salve, dicea,
 salve, caro Patrclo, anco sotterra.
 Tutto io voglio compir che ti promisi.
 D'Ettore il corpo al tuo pi strascinato
 far pasto de' cani, e alla tua pira
 dodici capi troncher d'eletti
 figli de' Teucri, di tua morte irato.
 Disse; ed opra crudel contra il divino
 Ettor volgendo in suo pensiero, il trasse
 per la polve boccon presso al fertro
 del figliuol di Menzio: e gli altri intanto
 scinsero le corrusche armi, e staccati
 gli annitrenti corsier, folti sull'alta
 capitana d'Achille a lauto desco
 s'assisero. Muggan sotto la scure
 molti candidi buoi, molte belando
 cadean capre scannate e pecorelle,
 e molti di pinguedine fiorenti
 cinghiai sannuti alle vulcanie vampe
 venan distesi a brustolarsi. Il sangue
 scorrea dintorno al morto in larghi rivi.
 Al sommo Atride intanto i prenci achei
 scortr vinto da' preghi, e per l'amico
 sempre d'ira infiammato il re Pelde.
 Giunti i duci alla tenda, immantinente
 ai prodi araldi Agamennn comanda
 che alle fiamme un gran tripode si metta,
 onde il Pelde indur, se gli resca,
 a lavarsi del sangue ogni sozzura.
 Recusollo il feroce, e fermamente
 giur: Non sia per Giove ottimo e sommo
 che lavacro mi tocchi anzi ch'io ponga
 l'amico mio sul rogo, e gli consacri
 sull'eretto sepolcro il crin reciso.
 Ah! mai pari dolor, fin ch'io mi viva,
 in questo petto non cadr, giammai.
 Nondimeno si segga all'abborrita
 mensa: ma tu, supremo Atride, imponi
 alla tua gente che domn per tempo
 molta selva qua porti; e qual conviensi
 ad illustre defunto che nell'atra
 notte discende, le cataste appresti,
 onde rapido il foco lo consumi,
 e tolto agli occhi il doloroso obbietto,
 tornin le schiere ai consueti offici.
 Obbedr tutti al detto, e prontamente
 poste le mense, a convivar si diero,
 e vivand ciascuno a suo talento.
 Del cibarsi e del ber spenta la voglia,
 tutti sbandrsi alle lor tende, e al sonno
 cesser le membra. Ma del mar sonante
 lungo il lido si stese in mezzo ai folti
 tessali Achille su la nuda arena,
 di cui l'onda gli estremi orli lamba.
 Ivi stanco di gemiti e sospiri
 e della molta in perseguendo Ettorre
 sostenuta fatica, il dolce sonno
 alleggiator dell'aspre cure il prese,
 soavemente circonfuso. Ed ecco
 comparirgli del misero Patrclo
 in vison lo spettro, a lui del tutto
 ne' begli occhi simle e nella voce,
 nella statura, nelle vesti, e tale
 sovra il capo gli stette, e cos disse:
 Tu dormi, Achille, n di me pi pensi.
 Vivo m'amasti, e morto m'abbandoni.
 Deh tosto mi sotterra, onde mi sia
 dato nell'Orco penetrar. Respinto
 io ne son dalle vane ombre defunte,
 n meschiarmi con lor di l dal fiume
 mi si concede. Vagabondo io quindi
 m'aggiro intorno alla magion di Pluto.
 Or deh porgi la man, ch teco io pianga
 anco una volta: perocch consunto
 dalle fiamme del rogo a te dall'Orco
 non torner pi mai. Pi non potremo
 vivi entrambi, e lontan dagli altri amici
 seduti in dolci parlamenti aprire
 i segreti del cor: ch preda io sono
 della Parca crudele a me nascente
 un d sortita. E a te pur anco, Achille,
 a te che un Dio somigli,  destinato
 il perir sotto le dardanie mura.
 Ben ti prego, o mio caro, e raccomando
 che tu non voglia, se mi sei cortese,
 dal tuo disgiunto il cener mio. Noi fummo
 nella tua reggia allor nudriti insieme
 che Menzio d'Opunte a Ftia menommi
 giovinetto quel d che per la lite
 degli astragali irato e fuor di senno
 d'Anfidamante a morte misi il figlio,
 mio malgrado. M'accolse il re Pelo
 ne' suoi palagi umanamente, e posta
 nell'educarmi diligente cura,
 mi nom tuo donzello. Una sol'urna
 chiuda adunque le nostre ossa, quell'urna
 che d'r ti di la tua madre divina.
 A che ne vieni, o anima diletta?
 gli rispose il Pelde; e a che m'ingiungi
 partitamente queste cose? Io tutto
 che comandi far: ma deh t'appressa,
 ch'io t'abbracci, che stretti almen per poco
 gustiam la trista volutt del pianto.
 Cos dicendo, coll'aperte braccia
 amoroso avventossi, e nulla strinse,
 ch stridendo cal l'ombra sotterra,
 e svan come fumo. In pi rizzossi
 sbalordito il Pelde, e palma a palma
 battendo, in suono di lamento disse:
 Oh ciel! dell'Orco gli abitanti han dunque
 spirito ed ombra, ma non corpo alcuno?
 Del misero Patrclo in questa notte
 sovra il capo mi stette il sospiroso
 spettro piangente, tutto desso al vivo,
 e pi cose m'ingiunse ad una ad una.
 Ridestr delle lagrime la brama
 queste parole: raddoppiossi il lutto
 sul miserando corpo, e l'Alba intanto
 col roseo dito l'Orente apra.
 Da tutte parti allor fece l'Atride
 dalle trabacche uscir giumenti e turbe
 per lo trasporto del funereo bosco,
 duce il valente Meron, del prode
 Idomeno scudier. Givan costoro
 di corde armati e di taglienti scuri
 co' giumenti dinanzi. E per distorti
 aspri greppi montando e discendendo
 e rimontando, agli erti boschi alfine
 giunser dell'Ida che di fonti abbonda.
 Qui dier sbita man con affilate
 bipenni al taglio dell'aeree querce
 che strepitose al suol cadeano, e poscia
 legavansi spaccate in su la schiena
 de' giumenti, che ratte orme stampando
 scendean bramosi d'arrivar pe' folti
 roveti alla pianura: e li seguino
 carchi il dosso di ciocchi i tagliatori;
 ch tal di Meron era il precetto.
 Giunti sul lido, scaricr le some,
 ne fr catasta al luogo ove il Pelde
 un tumulo sublime al morto amico
 ed a se stesso disegnato avea.
 E tutta apparecchiata in questa guisa
 l'immensa selva, riposr seduti,
 nuovi cenni aspettando. Intanto Achille
 ai bellicosi Mirmidn comanda
 di porsi in armi, ed aggiogar ciascuno
 alle bighe i destrier. Sursero quelli
 frettolosi, e fur tutti in tutto punto.
 Montan su i cocchi aurighi e duci, e danno
 alla pompa principio. Immenso un nembo
 di pedoni li segue, e a questi in mezzo
 di Patrclo procede il cataletto
 da' compagni portato, che sul morto
 venan gittando le recise chiome,
 di che tutto il copran. Di retro Achille
 colla man gli reggea la tremolante
 testa, e plorava sui fnebri onori
 con che all'Orco speda l'illustre amico.
 Giunti al luogo lor detto, il mesto incarco
 deposero, e a ribocco intorno a quello
 adunr pronti la funerea selva.
 Recatosi in se stesso, un altro avviso
 fece allora il Pelde. Allontanossi
 dal rogo alquanto, e il biondo si recise,
 che allo Sperchio nudra, florido crine,
 e al mar guardando con dolor, s disse:
 Sperchio, invan ti promise il padre mio
 che tomando al nato dolce terreno
 io t'avrei tronco la mia chioma, e offerto
 una sacra ecatombe, ed immolato
 cinquanta agnelli accanto alla tua fonte
 ov'hai delubro, ed odorati altari.
 Del canuto Pelo fu questo il voto:
 tu nol compiesti. Poich dunque or tolto
 n' alla patria il ritorno, abbia il mio crine
 l'eroe Patrclo, e lo si porti seco.
 Cos detto, alla man del caro amico
 pose la chioma, e rinnovossi il pianto
 de' circostanti: e tra gli omei gli avra
 colti il cader della durna luce,
 se non si fea davanti al grande Atride
 il figlio di Pelo con questi accenti:
 Agamennn, di lagrime potremo
 satollarci altra volta. Or tu, cui tutti
 obbediscon gli Achei, tu li congeda
 da questa pira, e a ristorar li manda
 colla mensa le membra. Avrem del resto
 noi la cura, ch nostro innanzi a tutti
 dell'esequie  il pensiero, e rimarranno
 nosco, a tal uopo di pietade, i duci.
 Udito questo, Agamennn disperse
 tosto le schiere per le tende, e soli
 vi restaro i deletti al ministero
 dell'esequie e del rogo. Essi una pira
 cento piedi sublime in ogni lato
 innalzr primamente, e sovra il sommo,
 d'angoscia oppressi, collocr l'estinto;
 poi davanti alla pira una gran torma
 scuoir di pingui agnelle e di giovenchi,
 e traendone l'adipe il Pelde
 coprane il morto dalla fronte al piede,
 e le scuoiate vittime dintorno
 gli accumol. Da canto indi gli pose
 colle bocche sul fretro inclinate
 due di miele e d'unguento urne ricolme.
 Precipitoso ei poscia e sospiroso
 sulla pira gitt quattro corsieri
 d'alta cervice, e due smembrati cani
 di nove che del sir nudra la mensa.
 Preso alfin da spietata ira, le gole
 di dodici seg prestanti figli
 de' magnanimi Teucri, e sulla pira
 scagliandoli, dest del fuoco in quella
 l'invitto spirto struggitor, che il tutto
 divorasse, e chiam con dolorosi
 gridi l'amico: Addio, Patrclo, addio
 ne' regni anche di Pluto. Ecco adempite
 le mie promesse: dodici d'illustre
 sangue Troiani si consuman teco
 in queste fiamme, ed Ettore fia pasto
 delle fiamme non gi, ma delle belve.
 Queste minacce ei fea; ma gl'incitati
 mastin la salma non toccr d'Ettorre,
 ch notte e d sollecita la figlia
 di Giove Citerea gli allontanava,
 e il cadavere ugnea d'una celeste
 rosata essenza che impeda del corpo
 strascinato l'offesa. Intanto Apollo
 sul campo indusse una cerulea nube
 che tutto intorno ricopra lo spazio
 dal cadavere ingombro, onde alle membra
 e de' nervi al tessuto innocua fosse
 dell'igneo Sole la virtute attiva.
 Ma del morto Patrclo il rogo ancora
 non avvampa. Allor prende altro consiglio
 il divo Achille. Trattosi in disparte,
 ai due venti Ponente e Tramontana
 supplicando, solenni ostie promette,
 e in aurea coppa ad ambedue libando,
 di venirne li prega, e intorno al morto
 s le fiamme animar, che in un momento
 lo si struggano tutto, esso e la pira.
 Udito la veloce Iride il prego,
 ai venti lo rec, che accolti insieme
 nella reggia di Zefiro un festivo
 tenean convito. S'arrest la Diva
 su la marmorea soglia, e alla sua vista
 sursero tutti frettolosi: ognuno
 a s chiamolla, ognun le offerse il seggio,
 ma ricusollo la Taumnzia, e disse:
 Di seder non  tempo: alle correnti
 dell'Oceno ritornar mi deggio
 nell'etope terreno ove s'appresta
 agl'Immortali un'ecatombe, e bramo
 ne' sacrifici aver mia parte io pure.
 Ma il Pelde te, Borea, e te, sonoro
 Zefiro, prega di soffiar nel rogo
 su cui giace di Ptroclo la spoglia
 dagli Achei tutti deplorata, e molte
 vittime ei v'offre, se avvampar lo fate.
 Cos detto, disparve; e quei levrsi
 con immenso stridor, densate innanzi
 a s le nubi. Si sfrenr soffiando
 sulla marina, sollevaro i flutti,
 e di Troia arrivati alla pianura,
 riunr su la pira; e strepitoso
 immane incendio si dest. Dai forti
 soffii agitata divamp sublime
 tutta notte la fiamma, e tutta notte
 il Pelde da vasto aureo cratere
 il vino attinse con ritonda coppa,
 e spargendolo al suol devotamente,
 n'irrigava la terra, e l'infelice
 ombra invocava dell'estinto amico.
 Come un padre talor piange bruciando
 l'ossa d'un figlio che mor gi sposo,
 e morendo lasci gli sventurati
 suoi genitori di cordoglio oppressi;
 cos dando alle fiamme il suo compagno,
 geme il Pelde, e crebri alti sospiri
 traendo, intorno al rogo si strascina.
 Come poi nunzio della luce al mondo
 Lucifero brill, dopo cui stende
 sul pelago l'Aurora il croceo velo,
 mor la vampa sul consunto rogo,
 e per lo tracio mar, che rabbuffato
 mugga, tornaro alle lor case i venti.
 Stanco allora il Pelde, e dalla pira
 scostatosi, sdraiossi, e dolce il sonno
 l'occup. Ma il tumulto e il calpesto
 de' capitani, che all'Atride in folla
 si raccogliean, destollo; ei surse, e assiso
 cos loro parl: Supremo Atride,
 e voi primati degli Achei, spegnete
 voi tutti or meco con purpureo vino
 di tutto il rogo in pria la brage, e poscia
 raccogliam di Patrclo attentamente
 le sacrate ossa; e scernerle fia lieve,
 imperocch nel mezzo ei si giacea
 della catasta, e gli altri all'orlo estremo
 separati, fur arsi alla rinfusa
 e uomini e cavalli. Indi d'opimo
 doppio zirbo ravvolte, in urna d'oro
 le riporremo, finch vegna il giorno
 ch'io pur di Pluto alla magion discenda.
 Non vo' gli s'erga una superba tomba,
 ma modesta. Potrete ampia e sublime
 voi poscia alzarla, o duci achei, che vivi
 dopo me rimarrete a questa riva.
 Del Pelde al comando obbedenti
 con larghi sprazzi di vermiglio bacco
 di tutto il rogo ei spensero alla prima
 le vive brage, e gi cadde profonda
 la cenere. Adunr quindi piangendo
 del mansueto eroe le candid'ossa;
 le composer nell'urna avvolte in doppio
 adipe, e dentro il padiglion deposte,
 di sottil lino le coprr. Ci fatto,
 disegnr presti in tondo il monumento,
 ne gittaro dintorno all'arsa pira
 i fondamenti, v'ammassr di sopra
 lo scavato terreno, e a fin condotta
 la tomba, si partan. Ma li rattenne
 il Pelde, e l fatto in ampio agone
 il popolo seder, de' ludi i premii
 fe' dai legni recar; tripodi e vasi
 e destrieri e giumenti e generosi
 tauri e captive di gentil cintiglio
 e forbite armature. E primamente
 alla corsa de' cocchi il premio pose:
 una leggiadra in bei lavori esperta
 donzella a chi primier tocca la meta,
 con un tripode a doppia ansa, e capace
 di ventidue misure. Una giumenta
 che al sest'anno gi venne, ancor non doma,
 e il sen gi grave di bastarda prole
 al secondo. Un lebte intatto e bello
 e di quattro misure al terzo auriga;
 al quarto un doppio aureo talento, e al quinto
 una coppa dal foco ancor non tocca.
 Surto in piedi allor disse: Atride, Argivi,
 giovent bellicosa, a voi dinanzi
 ecco i premii che attendono nel circo
 degli aurighi il valor. S'altra cagione
 questi ludi eccitasse, i primi onori
 miei per certo saran, ch la prestezza
 de' miei destrieri non ha pari, e voi
 lo vi sapete: perocch son essi
 immortali, e donolli il re Nettunno
 al mio padre Pelo, che a me li cesse.
 Queto io dunque starommi, e queti insieme
 i miei cavalli. I miseri perduto
 hanno il lor forte condottiero e mite,
 che lavarne solea le belle chiome
 alla chiara corrente, ed irrorarle
 di liquid'olio rilucente; ed ora
 piangonlo immoti, colle meste giubbe
 al suol diffuse, e il cor di doglia oppresso.
 Chunque degli Achei pertanto ha speme
 ne' cocchi e ne' destrier, si metta in punto.
 Ci disse appena, che animosi e pronti
 presentrsi gli aurighi; Eumelo il primo,
 regal germe d'Admeto, e delle bighe
 perito agitator. Mosse secondo
 il gagliardo Tidde Domde
 co' destrieri di Troe tolti ad Enea,
 cui da morte camp l'opra d'Apollo.
 Il biondo Menelao, sangue di Giove,
 levossi il terzo, e sotto al giogo addusse
 due veloci cavalli, il suo Podargo,
 ed Eta, del fratello una puledra,
 dell'aringo bramosa a meraviglia.
 Donata al rege Agamennn l'avea
 l'Anchisade Echeplo, onde francarsi
 dal seguitarlo a Troia, e neghittoso
 nell'opulenta Sicon sua stanza
 rimanersi a fruir le concedute
 dal saturnio Signor molte ricchezze.
 Del magnanimo Nstore buon figlio
 Antloco aggiog quarto i criniti
 suoi cavalli di Pilo, ancor del cocchio
 buoni al tiro. Si trasse il vecchio padre
 a lui gi saggio per se stesso, e un saggio
 utile avviso gli porgea dicendo:
 Antloco, te amr Giove e Nettunno
 giovane ancora, e t'erudr di tutta
 l'arte equestre: perci poco fia l'uopo
 d'ammaestrarti, perocch sai destro
 girar la meta: ma son tardi al corso
 i tuoi destrieri, e qualche danno io temo.
 Destrier pi ratti han gli altri, ma non arte
 n scenza maggior. Dunque, o mio caro,
 tutti richiama al cor gli accorgimenti,
 se vuoi che il premio da tue man non fugga.
 L'arte pi che la forza al fabbro  buona;
 coll'arte in mar da venti combattuto
 regge il piloto la sua presta nave,
 e coll'arte il cocchier passa il cocchiero.
 Chi sol del cocchio e de' corsier si fida,
 qua e l s'aggira senza senno; incerti
 divagano i cavalli, ed ei non puote
 pi governarli. Ma l'esperto auriga,
 bench meno valenti i suoi sospinga,
 sempre ha l'occhio alla meta, e volta stretto,
 e sa come lentar, sa come a tempo
 con fermi polsi rattener le briglie,
 ed osserva il rival che lo precede.
 Or la meta, perch tu senza errore
 la distingua, dir. Sorge da terra
 alto sei piedi un tronco di larce
 o di quercia che sia, secco e da pioggia
 non putrefatto ancor. Stan quinci e quindi,
 dove sbocca la via, due bianche pietre
 da cui si stende tutto piano in giro
 de' cavalli lo stadio. O che sepolcro
 questo si fosse d'un illustre estinto,
 o confin posto dalla prisca gente,
 meta al corso lo fece oggi il Pelde.
 Tu fa di rasentarla, e vi sospingi
 vicin vicino il cocchio e i corridori,
 alcun poco piegando alla sinistra
 la persona, e flagella e incalza e sgrida
 il cavallo alla dritta, e gli abbandona
 tutta la briglia, e fa che l'altro intanto
 rada la meta s che paia il mozzo
 della ruota volubile toccarla;
 ma vedi, ve', che non la tocchi, infranto
 n'andrebbe il carro, offesi i corridori,
 e tu deriso e di disnor coperto.
 Sii dunque saggio e cauto. Ove la meta
 trascorrer netto ti resca, alcuno
 non fia che poi t'aggiunga o ti trapassi,
 no, s'anco a tergo ti venisse a volo
 quel d'Adrasto corsier nato d'un Dio,
 il veloce Arone, o quei famosi
 che qui Laomedonte un d nudra.
 Divisate al figliuol distintamente
 queste avvertenze, si raccolse il veglio
 nell'erboso suo seggio. Ultimo intanto
 con bella coppia di corsier superbi
 Meron nella lizza era venuto.
 Montati i carri, si gittr le sorti.
 Agitolle il Pelde, e usc primiero
 Antloco; indi Eumelo, indi l'Atride,
 fu quarto Meron, quinto il fortissimo
 Domede. Locrsi in ordinanza
 tutti, ed Achille mostr lor lontana
 nel pian la meta a cui giudice avea
 posto del padre lo scudier Fenice
 venerando vegliardo, onde notasse
 le corse attento, e riferisse il vero.
 Stavano tutti colle sferze alzate
 su gli ardenti destrieri, e dato il segno,
 lentr tutti le briglie, e co' flagelli
 e co' gridi animaro i generosi
 corsier che ratti si lancir nel campo,
 e dal lido spariro in un baleno.
 Sorge sotto i lor petti alta la polve
 che di nugolo a guisa o di procella
 si condensa, ed al vento abbandonate
 svolazzano le giubbe. Or vedi i cocchi
 rader bassi la terra, ed or sublimi
 balzarsi, n perci perde mai piede
 degli aurighi veruno, e batte a tutti
 per desiderio della palma il core;
 e in un nembo di polve ognun d spirto
 a' suoi volanti alipedi. Varcata
 la meta, e preso il rimanente corso
 di ritorno alle mosse, allor rifulse
 di ciascun la prodezza, allor si stese
 nello stadio ogni cocchio. Innanzi a tutti
 le puledre volavano veloci
 del Ferezade Eumelo; e dopo queste,
 ma di poco intervallo, i corridori
 di Troe, guidati dal Tidde, e tanto
 imminenti che ognor parean sul carro
 montar d'Eumelo, a cui co' fiati ardenti
 gi scaldano le spalle, e gi le toccano
 colle fervide teste. E oltrepassato
 forse l'avrebbe, o pareggiato almeno,
 se al figlio di Tido Febo la palma
 invidando, non gli fea sdegnoso
 balzar dal pugno la lucente sferza.
 Lagrime d'ira e di dolor le gote
 inondr dell'eroe, vista d'Eumelo
 lontanarsi pi rapida la biga,
 e per difetto di flagel pi lenta
 correr la sua. Ma Pallade d'Apollo
 scorta la frode, e del Tidde il danno,
 presta a lui corse, e alla sua man rimessa
 la sferza, aggiunse ai corridor la lena.
 Indi al figlio d'Admeto avvicinossi
 irata, e il giogo gli spezz. Turbate
 si svar le cavalle, and per terra
 il timon, riversossi il cavaliero
 presso alla ruota, e il cubito e la bocca
 lacerossi e le nari, e su le ciglia
 n'ebbe pesta la fronte: le pupille
 s'empr di pianto, s'arrest la voce,
 e Domede il trapass sferzando
 gli animosi destrier che innanzi a tutti
 scappan di molto, perocch Minerva
 gli afforza, e vincitor vuole il Tidde.
 Vien dopo questi Menelao cui preme
 di Nstore il figliuol che confortando
 i paterni destrier, grida: Correte,
 stendetevi prestissimi: non io
 gi vi comando gareggiar con quelli
 del forte Domde, a' quai Minerva
 di l'ali al piede, e a lui la palma: solo
 raggiungete l'Atride, e non soffrite
 restando addietro, ch'Eta, una giumenta,
 vi sorpassi di corso e disonori.
 Che lentezza s' questa? ov' l'antica
 vostra prestanza? Io lo vi giuro, e il giuro
 s'adempir; se pigri un premio vile
 riporterem, negletti, anzi trafitti
 da Nstore sarete. Or via, volate,
 ch'io di astuzia giovandomi senz'erro
 trapasser l'Atride nello stretto.
 Antloco s disse, e quei temendo
 le sue minacce rinforzaro il corso;
 ed ecco dopo poco il passo angusto
 del concavo cammin. V'era una frana
 ove l'acqua invernal, raccolta in copia,
 dirotta avea la strada, e tutto intorno
 affondato il terren. Per quella parte
 si drizzava l'Atride, onde il concorso
 ischivar delle bighe. Ivi si spinse
 Antloco pur esso; e devando
 dalla carriera un cotal poco, e forte
 flagellando i corsier, lo stringe, e tenta
 prevenirlo. Temettene l'Atride,
 e grid: Dove vai, pazzo? rattieni,
 Antloco, i destrier: stretta  la via.
 Aspetta che s'allarghi, e trapassarmi
 potrai: qui entrambi romperemo i cocchi.
 Antloco non l'ode, e stimolando
 pi veemente i corridor, s'avanza.
 Quanto  il tratto d'un disco da robusto
 giovin scagliato per provar sue forze,
 tanto trascorse la nestrea biga.
 Iscansossi l'Atride, e volontario
 i suoi destrieri rallent, temendo
 che da quegli altri urtati in quello stretto
 non gli versino il cocchio, e al suol stramazzino
 essi medesmi nel voler per troppo
 amor di lode acccelerarsi. Intanto
 dietro al figlio di Nstore l'Atride
 gridar s'udiva: Antloco, non avvi
 il pi tristo di te: va pure: a torto
 noi saggio ti tenemmo: ma tu premio
 non toccherai, per dio! se pria non giuri.
 Quindi animando i suoi corsier, dicea:
 non v'impigrite, non mi state afflitti;
 pria di voi perderan quelli la lena,
 ch'ei son vecchi ambidue. - Cos lor grida,
 e docili i destrieri alla sua voce
 doppiaro il corso, e tosto li raggiunsero.
 Nel circo assisi intanto i prenci achei
 stavansi attenti ad osservar da lungi
 i volanti cavalli che nel campo
 sollevavan la polve. Idomeneo
 re de' Cretesi gli avvis primiero,
 che fuor del circo si sedea sublime
 a una vedetta. E di lontano udita
 del primo auriga che vena, la voce,
 lo conobbe, e distinse il precorrente
 destrier che tutto sauro in fronte avea
 bianca una macchia, tonda come luna.
 Rizzossi in piedi, e disse: O degli Achei
 prenci amici, m'inganno, o ravvisate
 quei cavalli voi pure? Altri mi sembrano
 da quei di prima, ed altro il condottiero.
 Le puledre che dianzi eran davanti
 forse sofferto han qualche sconcio. Al certo
 girar primiere le vid'io la meta;
 or come che pel campo il guardo io volga,
 pi non le scorgo. O che scappr di mano
 all'auriga le briglie, o ch'ei non seppe
 rattenerne la foga, e non fe' netto
 il giro della meta. Ei forse quivi
 cadde, e infranse la biga, e le cavalle
 devir furose. Or voi pur anco
 alzatevi e guardate: io non discerno
 abbastanza; ma parmi esser quel primo
 l'tolo prence argivo Domede.
 Che vai tu vaneggiando? aspro riprese
 Aiace d'Oilo. Quelle che miri
 da lungi a noi volar son le puledre.
 Pi non sei giovinetto, o Idomeno:
 la vista hai corta, e ciance assai, n il farne
 molte t' bello ov'altri  pi prestante.
 Quelle davanti son, qual pria, d'Eumelo
 le puledre, e ne regge esso le briglie.
 E a lui cruccioso de' Cretesi il sire:
 Maldico rissoso, in questo solo
 tra noi valente, ed ultimo nel resto,
 villano Aiace, deponiam su via
 un tripode o un lebte, e Agamennne
 giudichi e dica che corsier sian primi,
 e pagando il saprai. Sorgea parato
 a far risposta con acerbi detti
 lo stizzito Oilde, e la contesa
 crescea: ma grave la precise Achille:
 Fine, o duci, a un ontoso ed indecoro
 parlar che in altri biasmereste. In pace
 sedetevi e guardate. I gareggianti
 corridori son presso, e voi ben tosto
 chi sia primo saprete, e chi secondo.
 Fra questo dire, a furia ecco il Tidde
 avanzarsi, e le groppe senza posa
 tempestar de' cavalli che sublimi
 divorano la via. Schizzi di polve
 incessanti percuotono l'auriga.
 D'r raggiante e di stagno si rivolve
 dietro i ratti corsier s lieve il cocchio
 che appena vedi della ruota il solco
 nella sabbia sottil. Giunto alle mosse,
 fra le plaudenti turbe il vincitore
 fermossi. Un rivo di sudor dal collo
 e dal petto scorrea degli anelanti
 corsieri, ed esso dal lucente carro
 leggier d'un salto al suol gittossi, e al giogo
 lo scudiscio appoggi. N stette a bada
 Stenelo, il forte suo scudier, che pronto
 il tripode si tolse e la donzella
 premio del corso, e consegnato il tutto
 ai prodi amici, i corridor disciolse.
 Secondo giunse Antloco che avea
 non per rattezza di destrier precorso
 Menelao, ma per arte; e nondimeno
 questi a tergo gli  s, che quasi il tocca.
 Quanto si scosta dalla ruota il piede
 di corsier che pel campo alla distesa
 tragge sul cocchio il suo signor, lambendo
 co' crini estremi della coda il cerchio
 del volubile giro che diviso
 da minimo intervallo ognor si volve
 dietro i rapidi passi; iva l'Atride
 sol di tanto discosto allor dal figlio
 di Nstore, quantunque egli da prima
 fosse rimasto un trar di disco indietro.
 Ma dell'agamennnia Eta fu tale
 la prestezza e il valor, che tosto il giunse.
 E l'avra pure oltrepassato, e fatta
 non dubbia la vittoria, ove pi lunga
 stata si fosse d'ambedue la corsa.
 Segua l'Atride Meron, preclaro
 scudier d'Idomeno, distante il tiro
 d'una lancia, perch belli, ma pigri
 i corridori egli ebbe, e perch desso
 era il men destro nel guidar la biga.
 Ultimo ne vena d'Admeto il figlio,
 a stento il cocchio traendo, e dinanzi
 cacciandosi i destrieri. Lo compianse,
 come lo vide, Achille, e circondato
 dagli Achei, proffer queste parole:
 Ultimo giunge il pi valente. Or via,
 diamgli il premio secondo; egli n' degno.
 Ma il primo al figlio di Tido si resti.
 Lodr tutti il decreto, e fra gli applausi
 degli Achei sull'istante egli donata
 la giumenta gli avra, se posta in campo
 la sua ragione Antloco al Pelde
 non si volgea dicendo: Achille, io teco
 mi corruccio davver, se il tuo disegno
 metti ad effetto. Perch un Dio gli offese
 i cavalli ed il cocchio, e non gli valse
 la sua prodezza, mi vorrai tu dunque
 il mio premio rapir? Ch non pors'egli
 prima ai numi i suoi voti? Ei non sara
 ultimo giunto nell'illustre aringo.
 Ch se di lui piet ti move, e questo
 al cor t' grato, nella tenda hai molte
 d'auro e bronzo conserve, hai molto gregge,
 hai fanciulle e cavalli. E tu il presenta
 di queste cose, e sian maggiori ancora,
 ma in altro tempo, o se il vuoi, pure adesso,
 onde ten vegna degli Achei la lode.
 Ma questa io non vo' darla, e dovr meco
 sperimentarsi ogni uom che la pretenda.
 Delle franche d'Antloco parole
 compiaciuto, sorrise il divo Achille,
 cui caro amico egli era; e gli rispose:
 Antloco, tu vuoi che s'abbia Eumelo
 di ci che in serbo io tengo, altro presente;
 e l'avr. Gli dar d'Asteropeo
 la di bronzo lorica, a cui dintorno
 scorre un bell'orlo di fulgente stagno;
 lavoro di gran pregio. - E cos detto,
 al suo fedele Automedonte impose
 di recar dalla tenda la lorica.
 Vol quegli, e recolla al suo signore
 che in man la pose dell'allegro Eumelo.
 Contro Antloco allor surse il cor pieno
 di doglia e d'ira Menelao. L'araldo
 misegli tosto nelle man lo scettro,
 e silenzio intim. Quindi l'eroe
 cos a dir prese: O tu, che per l'innanzi
 grido avevi di saggio, che facesti?
 Disonestasti, o Antloco, la mia
 gloria, e cacciati per inganno avanti
 li tuoi corsieri assai da meno, i miei
 sconciamente offendesti. Or voi qui fate,
 prenci achivi, ragione ad ambedue
 senza rispetti; ch'io non vo' che poi
 dica qualcuno degli Achei: L'Atride
 colle menzogne Antloco aggravando
 via la giumenta si men, vincendo
 di cavalli non gi, ma di possanza
 e di forza. Ma che? Senza paura
 di biasmo io stesso finir la lite,
 e fia retto il giudizio. Ors, t'accosta,
 prode alunno di Giove, e giusta il rito
 statti innanzi alla biga, e d'una mano
 impugnando la sfera agitatrice,
 e s coll'altra i corridor toccando,
 giura a Nettunno non aver volente
 n con frode impedito il cocchio mio.
 Re Menelao, mi compatisci, accorto
 l'altro rispose: giovinetto ancora
 son io: tu d'anni e di virt mi vinci,
 e dell'etade giovanil ben sai
 i difetti: cuor caldo e poco senno.
 Siimi dunque benigno. Ecco a te cedo
 l'ottenuta giumenta; e s'altro brami
 del mio, darollo di cuor pronto, e tosto,
 anzi che l'amor tuo per sempre, o prence,
 perdere e farmi ai sommi iddii spergiuro.
 S dicendo, di Nstore il buon figlio
 la giumenta condusse, ed alle mani
 la ponea dell'Atride a cui di gioia
 intenerissi il cor. Siccome quando
 su i sitibondi culti la rugiada
 spargesi e avviva le crescenti spighe:
 a te del pari, o Menelao, nel petto
 si sparse la letizia, e dolcemente
 gli rispondesti: Antloco, a te cedo,
 deposta l'ira, io stesso. Unqua non fosti
 n leggier n bizzarro. Oggi fu vinto
 da sconsigliata giovinezza il senno.
 Ma il ben guardarsi dagl'inganni  bello
 co' maggiori. Nessun m'avra placato
 s facilmente degli Achei: ma molto
 coll'egregio tuo padre e col fratello
 per mia cagion tu soffri, e molto sudi;
 perci m'arrendo al tuo pregare, e questa,
 ch' mia, ti dono, a fin che ognun si vegga
 che n fier n superbo ho il cor nel petto.
 Di, ci detto, d'Antloco al compagno
 Nemn la giumenta, indi si tolse
 il fulgido lebte; e Merone,
 che quarto giunse, i due talenti d'oro.
 Restava il quinto guiderdon, la coppa.
 La prese Achille, e traversando il pieno
 circo, accostossi al buon Nestorre, e lieto
 presentolla all'eroe con questi accenti:
 Tieni, illustre vegliardo, e questo dono
 ricordanza ti sia delle funbri
 pompe del nostro Ptroclo, cui, lasso!
 non rivedrem pi mai. Questo vogl'io
 che gratuito sia, poich del cesto,
 e dell'arco il certame e della lotta,
 e del corso pedestre a te si vieta
 dalla triste vecchiezza che ti grava.
 Tacque, e la coppa fra le man gli mise.
 Lieto il veglio accettolla, e s rispose:
 Ben parli, o figlio: le mie forze tutte
 sono inferme, o mio caro: il pi va lento:
 dispossato mi pende dalle spalle
 l'un braccio e l'altro. Oh! giovine foss'io
 e intero di vigor siccome il giorno
 che in Buprasio gli Epei diero al sepolcro
 il rege Amarinco, proposti i ludi
 dai regali suoi figli! Ivi nessuno
 n degli Epei n de' medesmi Pilii
 pari mi stette di valor, n manco
 de' magnanimi Etli. Io vinsi al cesto
 il figliuolo d'Enpe Clitomde,
 Alceo Pleurnio nella lotta a cui
 m'avea sfidato: superai nel corso
 l'agile Ificlo, e nel vibrar dell'asta
 Polidoro e Filo. Soli all'equestre
 lizza innanzi m'andr d'Attore i figli,
 che due contr'un gelosi invidirmi
 una vittoria d'infinito prezzo.
 Indivisi gemelli, uno reggeva
 sempre sempre i destrier, l'altro di sferza
 li percotea. Tal fui gi tempo: or lascio
 siffatte imprese ai giovinetti, e forza
 m' l'obbedire alla feral vecchiezza.
 Ma tra gli eroi fui chiaro anch'io. Tu segui
 del morto amico ad onorar la tomba
 co' fnebri certami. Il tuo bel dono
 m' caro, e il prendo. Mi gioisce il core
 al veder che di me, che t'amo, ognora
 sei memore, e sai quale al mio canuto
 crine si debba dagli Achivi onore:
 di ci ti dien gli Dei larga mercede.
 Tutta udita di Nestore la lode,
 entr il Pelde nella calca, e il duro
 pugilato propose. Addur si fece
 ed annodar nel circo una gagliarda
 infaticabil mula, a cui gi il sesto
 anno fiora, non doma, ed a domarsi
 malagevole: premio al vincitore.
 Pel vinto pose una ritonda coppa.
 Indi surse, e parlava: Atridi, Achei,
 ecco i premii alli due che valorosi
 vorranno al cesto perigliarsi. Quegli,
 cui doni amico la vittoria il figlio
 di Latona, e l'affermino gli Achei,
 s'abbia la mula, e il perditor la coppa.
 Disse, e un uom si lev forte, membruto,
 pugilatore assai perito, Epo,
 di Panope figliuol. Stese alla mula
 costui la mano, e favell: S'accosti
 chi vuol la coppa, ch la mula  mia.
 Niun degli Achivi vincerammi, io spero,
 nel certame del cesto, in che mi vanto
 prestantissimo. E che? forse non basta
 che agli altri io ceda in battagliar? Non puote
 a verun patto un solo esser di tutte
 arti maestro. Io vel dichiaro, e il fatto
 prover ci che dico: al mio rivale
 spezzer il corpo e l'ossa. Abbia vicino
 molti assistenti a trasportarlo pronti
 fuor della lizza da mie forze domo.
 Tacque, e tutti ammutiro. Eravi un figlio
 del Talenio Mecisto, di quello
 che un d nell'alta Tebe ai sepolcrali
 ludi venuto del defunto Edippo,
 tutti vinse i Cadmei. Costui di nome
 Euralo, e guerrier di divo aspetto,
 fu il solo che s'alz. Molto dintorno
 gli si adoprava il grande Domede,
 e co' detti il pungea, lui desando
 vincitore. Egli stesso al fianco il cinto
 gli avvinse, e il guanto gli forn di duro
 cuoio, gi spoglia di selvaggio bue.
 Come in punto si furo, ambi nel mezzo
 presentrsi gli atleti, e sollevate
 l'un contra l'altro le robuste pugna,
 si mischir fieramente. Odesi orrendo
 sotto i colpi il crosciar delle mascelle,
 e da tutte le membra il sudor piove.
 Il terribile Epo con improvvisa
 furia si scaglia all'avversario, e mentre
 questi bada a mirar dove ferire,
 Epo la guancia gli tempesta in guisa,
 che il meschin pi non regge, e balenando
 con tutto il corpo si rovescia in terra.
 Qual di Borea al soffiar l'onda sul lido
 gitta il pesce talvolta, e lo risorbe;
 tale l'invitto Epo stese al terreno
 il suo rivale, e tosto generosa
 la man gli porse, e il ralz. Pietosi
 accorsero del vinto i fidi amici
 che fuor del circo lo menr gittante
 atro sangue, e i ginocchi egri traente
 col capo spenzolato, ed in disparte
 condottolo, il posr de' sensi uscito:
 ed altri intorno gli restaro, ed altri
 a tor ne giro la ritonda coppa.
 Tronco ogn'indugio, Achille il terzo giuoco
 propose, il giuoco della dura lotta,
 e de' premii fe' mostra; al vincitore
 un tripode da fuoco, e a cui di dodici
 tauri il valore dagli Achei si dava,
 ed al perdente una leggiadra ancella
 quattro tauri estimata, e che di molti
 bei lavori donneschi era perita.
 Rizzossi Achille, e a quegli eroi rivolto,
 Sorga, disse, chi vuole in questo ludo
 del suo valor far prova. Immantinente
 surse l'immane Telamnio Aiace,
 e il saggio mastro delle frodi Ulisse.
 Nel mezzo della lizza entrambi accinti
 presentrsi, e stringendosi a vicenda
 colle man forti s'afferrr, siccome
 due travi che valente architettore
 congegna insieme a sostener d'eccelso
 edificio il colmigno, agli urti invitto
 degli aquiloni. Allo stirar de' validi
 polsi intrecciati scricchiolar si sentono
 le spalle, il sudor gronda, e spessi appaiono
 pe' larghi dossi e per le coste i lividi
 rosseggianti di sangue. Ambi del tripode
 a tutta prova la conquista agognano,
 ma n Ulisse pu mai l'altro dismuovere
 e atterrarlo, n il puote il Telamnio,
 ch del rivale la gran forza il vieta.
 Gli Achei noiando omai la zuffa, Aiace
 all'emolo guerrier fe' questo invito:
 Nobile figlio di Laerte, in alto
 sollevami, o sollevo io te: del resto
 abbia Giove la cura. E cos detto,
 l'abbranca, e l'alza. Ma di sue malizie
 memore Ulisse col tallon gli sferra,
 al ginocchio di retro ove si piega,
 tale un sbito colpo, che le forze
 sciolse ad Aiace, e resupino il gitta
 con Ulisse sul petto. Alto levossi
 de' riguardanti stupefatti il grido.
 Tent secondo il sofferente Ulisse
 alzar da terra l'avversario, e alquanto
 lo mosse ei s, ma non alzollo. Intanto
 l'altro gl'impaccia le ginocchia in guisa
 che sossopra ambedue si riversaro
 e lordrsi di polve. E gi risurti
 sarano al terzo paragon venuti,
 se il figlio di Pelo levato in piedi
 non l'impeda, dicendo: Oltre non vada
 la tenzon, n vi state, o valorosi,
 a consumar le forze. Ambo vinceste,
 e v'avrete egual premio. Itene, e resti
 agli altri Achivi libero l'aringo.
 Obbedr quegli al detto, e dalle membra
 tersa la polve, ripiglir le vesti.
 Pose, ci fatto, i premii alla pedestre
 corsa: al primo un cratere ampio d'argento,
 messo a rilievi, contenea sei metri,
 n al mondo si vedea vaso pi bello.
 Era d'industri artefici sidonii
 ammirando lavoro, e per l'azzurre
 onde ai porti di Lenno trasportato
 l'avean fenicii mercatanti, e in dono
 cesso a Toante. A Ptroclo poi diello
 il Giasnide Euno, prezzo del figlio
 di Pramo Licaone: ed or l'espose
 premio il Pelde al vincitor del corso
 in onor dell'amico. Un grande e pingue
 tauro al secondo; all'ultimo d'r mette
 mezzo talento, e ritto alza la voce:
 Sorga chi al premio delle corse aspira.
 E sursero di sbito il veloce
 Aiace d'Oilo, lo scaltro Ulisse,
 e il Nestride Antloco, il pi ratto
 de' giovinetti achei. Posti in diritta
 riga alle mosse, addit lor la meta
 il Pelde, e di il segno. In un baleno
 s'avventr dalla sbarra, e innanzi a tutti
 l'Oilde spiccossi: Ulisse a lui
 vicino si spingea quanto di snella
 tessitrice al sen candido la spola,
 quando presta dall'una all'altra mano
 la gitta, e svolge per la trama il filo,
 e sull'opra gentil pende col petto:
 cos l'incalza Ulisse, e col seguace
 pi ne preme i vestigi anzi che s'alzi
 il polvero dintorno; e s correndo
 gli manda il fiato nella nuca. Un grido
 sorge di plauso d'ogni parte, e tutti
 gli fan cuore alla palma a cui sospira.
 Eran del corso ormai presso alla fine,
 quando a Minerva l'Itaco dal core
 mand questa preghiera: Odimi, o Dea,
 e soccorri al mio pi. - La Dea l'intese,
 gli fe' lievi le membra, i pi, le braccia;
 e come fur per avventarsi entrambi
 ad un tempo sul premio, l'Oilde
 da Minerva sospinto sdrucciol
 in lubrico terren sparso del fimo
 de' buoi mugghianti dal Pelde uccisi
 di Ptroclo alla pira. Ivi il caduto
 nari e bocca insozzossi. Il precorrente
 divo Ulisse il cratere ampio si prese,
 e l'Oilde il bue. Della selvaggia
 fera il corno impugn l'eroe doglioso,
 la lordura sputando, e fra la turba
 ruppe in questo lamento: Empio destino!
 Per certo i piedi mi rub la Dea
 che da gran tempo va d'Ulisse al fianco,
 e qual madre sel guarda. - Accompagnaro
 tutti il suo cruccio con un dolce riso.
 Ultimo giunto Antloco si tolse
 l'ultimo premio, e sorridendo disse:
 Amici, i numi, lo vedete, onorano
 i provetti mortali. Aiace innanzi
 mi va di poca etade: Ulisse al tempo
 de' nostri padri  nato, e nondimeno
 egli  rubizzo e verde, e nullo al corso
 superarlo potra, tranne il Pelde.
 Questo sol disse: e l'esaltato Achille
 cos rispose: Antloco, non fia
 detta invan la tua lode. Eccoti d'oro
 altro mezzo talento. - E s dicendo
 gliel porse, e quegli giubilando il prese.
 Dopo ci, fe' recarsi, e nell'arena
 depose Achille una lunghissim'asta,
 uno scudo ed un elmo, armi rapite
 gi da Patrclo a Sarpedonte; e ritto
 nel mezzo degli Achei, Vogliamo, ei disse,
 che per l'esposto guiderdone armati
 due guerrieri de' pi forti con acuto
 tagliente acciar davanti all'adunanza
 combattano. Chi pria punga la pelle
 dell'avversario, e rotte l'armi, il sangue
 ne tragga, avrassi questo brando in dono
 di tracia lama, e bello e tempestato
 d'argentei chiovi. Di quest'arme io stesso
 Asteropo spogliai. L'altre saranno
 premio comune. Ai combattenti io poscia
 nelle tende far lauto banchetto.
 Surse subitamente al fiero invito
 lo smisurato Telamnio Aiace,
 surse del par l'invitto Domde,
 e armatisi in disparte ambo nel campo
 pronti alla pugna s'avanzr gli eroi
 con terribili sguardi. Alto stupore
 tutti occupava i circostanti Achei.
 L'uno all'altro appressati a fiero assalto
 si disserrr tre volte, e tre alla vita
 impetuosi s'investr. Primiero
 Aiace trafor di Domde
 il rotondo brocchier, ma non la pelle
 dall'usbergo difesa. Indi il Tidde
 sopra la penna dello scudo all'altro
 spinse rapido l'asta, e nella strozza
 gliel'appunt. D'Aiace al fier periglio
 spaventrsi gli Achivi, e della pugna
 gridr la fine, e premio egual. Ma il brando
 col bel cinto l'eroe diello al Tidde.
 Grezzo, qual gi dalla fornace usco,
 un gran disco il Pelde allor nel mezzo
 colloc. Lo solea l'immensa forza
 scagliar d'Eezone; a costui morte
 di poscia il divo Achille, e nelle navi
 con altre spoglie si port quel peso.
 Ritto alzossi, e grid: Sorga chi brama
 cos bel premio meritarsi. In questo
 il vincitor s'avr per cinque interi
 giri di Sole di che all'uopo tutto
 provveder de' suoi campi anche remoti:
 n suoi bifolchi n pastori andranno
 per bisogno di ferro alla cittade,
 ch questo ne dar quanto  mestiero.
 Levossi il bellicoso Polipete;
 levossi Leonto, forza divina;
 levossi Aiace Telamnio, e seco
 il muscoloso Epo. Locrsi in fila,
 e primo Epo scagli l'orbe rotato,
 ma s mal destro, che ne rise ognuno.
 Il rampollo di Marte Leonto
 fu secondo a lanciar: terzo il gran figlio
 di Telamone, che con man robusta
 ogni segno pass: quarto alla fine
 con fermo polso Polipete il disco
 afferr. Quanto lungi un pastorello
 gitta il vincastro che rotato in alto
 vola sopra l'armento; and di tanto
 fuor del circo il suo tiro. Applause tutto
 il consesso: affollrsi i fidi amici
 del forte Polipete, e alla sua nave
 portr del disco la pesante massa.
 Invit quindi i saettieri, e in mezzo
 dieci bipenni espose e dieci accette;
 e piantato lontano nell'arena
 un albero navale, avvinse a questo
 con sottil fune al piede una colomba,
 segno alle frecce. Le bipenni prenda
 chi l'augel coglie, e le si porti. Quello
 che il fallisca, e a toccar vada la fune,
 essendo inferor, s'abbia l'accette.
 Ci detto appena, presentossi il forte
 re Teucro, e Meron d'Idomeno
 prode sergente, e in un sonoro elmetto
 agitate le sorti, usc primiero
 Teucro, e tosto lo stral tir di forza.
 Ma perch non aveva votata a Febo
 di primo-nati agnelli un'ecatombe,
 sfall l'augello (ch tal lode il Dio
 gl'invid); sol colse al pi la fune
 che legato il tenea. Tagliolla il dardo;
 libera la colomba a volo alzossi
 per lo cielo, e fugg; cadde la fune,
 e di plausi sonar s'uda l'arena.
 Ratto allora di mano a Teucro tolse
 Meron l'arco, e ben presa la mira
 colla cocca sul nervo, al saettante
 nume promise un'ecatombe; e in alto
 adocchiata la timida colomba
 che in vario giro s'avvolgea, la colse
 sotto l'ala. Passolla il dardo acuto,
 e ricadde, e s'infisse alto nel suolo
 di Merone al pi. Ma la ferita
 colomba si pos sovra l'antenna,
 stese il collo, abbass l'ali diffuse,
 e dal corpo volata la veloce
 alma, dal tronco piomb. Stupefatte
 guardavano le turbe. Allor si tolse
 le scuri Meron, Teucro l'accette.
 Produsse Achille all'ultimo nel mezzo
 una lunga lunga asta, ed un lebte
 non volato dalle fiamme ancora,
 del valore d'un tauro, e sculto a fiori,
 premio alla prova delle lance. Alzossi
 l'ampio-regnante Atride Agamennne
 e il compagno fedel del re cretese
 Meron. Ma levatosi il Pelde,
 trasse innanzi, e parl: Figlio d'Atro,
 sappiam noi tutti come tutti avanzi
 e nel vibrar dell'asta e nella possa.
 Prenditi dunque questo premio, e il manda
 alla tua nave. A Meron daremo,
 se il consenti, la lancia; ed io ten prego.
 Acconsent l'Atride. A Merone
 diede Achille la lancia, ed all'araldo
 d'Agamennn lo splendido lebte.









 LIBRO VENTESIMOQUARTO.

 Finiti i ludi, s'avvir le sciolte
 turbe alle navi per diverse vie,
 e preso il cibo, a placido riposo
 s'abbandonr. Ma memore il Pelde
 dell'amato compagno, in nuovo pianto
 scioglieasi, n serrar poteagli il sonno,
 di tutte cure domator, le ciglia.
 Di qua, di l si rivolgea membrando
 il valor di Patrclo, e la grand'alma,
 e le comuni imprese, e i tollerati
 guerrieri affanni insieme, e i perigliosi
 trascorsi flutti. E in queste ricordanze
 dirottamente lagrimava, ed ora
 giacea su i fianchi, or prono, ora supino;
 poi di repente in pi balzato errava
 mesto sul lido. E quando i campi e l'onde
 illumina l'Aurora, egli di nuovo,
 aggiogati i corsier, di retro al cocchio
 Ettore avvince, e trattolo tre volte
 di Ptroclo dintorno al monumento,
 a riposar si torna entro la tenda,
 boccon lasciando nella polve steso
 l'esangue corpo. Ma del morto eroe
 impietosito Apollo ogni bruttura
 ne tien rimossa, e tutto coll'aurata
 egida il copre, perch nulla offesa
 lo strascinato corpo ne riceva.
 Visto del divo Ettr lo strazio indegno,
 piet ne venne ai fortunati Eterni,
 e il vegliante Argicida ad involarlo
 incitando venan. Questo di tutti
 era il vivo deso, ma non di Giuno,
 n di Nettunno, n dell'aspra vergine
 dall'azzurre pupille. Alto riposta
 nella mente sedea di queste Dive
 di Paride l'ingiuria, e la sprezzata
 lor beltade quel d che a lui venute
 nel suo tugurio, ei prefer lor quella
 che di funesto amor contento il fece.
 Quindi l'odio immortal delle superbe
 contro le sacre ilache mura, e Pramo
 e tutta insieme la dardania gente.
 Ma il duodecimo sole apparso al mondo,
 Febo agli Eterni cos prese a dire:
 Numi crudeli, che vi fece Ettorre?
 Forse che su gli altari a voi non arse
 e di mugghianti e di lanosi armenti
 vittime elette ei sempre? Ed or che fiera
 morte lo spense, che furor s' questo
 di non renderne il corpo alla consorte,
 alla madre, al figliuolo, al genitore,
 al popol tutto, acci che tosto ei s'abbia
 l'onor del rogo e della tomba? E tante
 onte a qual fine? Per servir d'Achille
 alle furie; d'Achille, a cui nel seno
 n amor del giusto n piet s'alberga,
 ma cuor selvaggio di lon che spinto
 dall'ardir, dalla forza e dalla fame
 il gregge assalta a procacciarsi il cibo.
 Tale il Pelde gitt via dal petto
 ogni senso pietoso, e quel pudore
 che l'uom castiga co' rimorsi e il giova.
 Perde taluno ancor pi cari oggetti,
 il fratello od il figlio. E nondimeno,
 finito il pianto, al suo dolor d tregua;
 ch nell'uom pose il Fato alma soffrente.
 Ma non sazio costui della gi spenta
 vita d'Ettorre, al carro il lega, e morto
 pur dintorno alla tomba lo strascina
 dell'amico. Non  questo per lui
 n utile n bello: e badi il crudo
 che, quantunque s prode, egli le nostre
 ire non desti infurando e tanta
 onta facendo a un'insensibil terra.
 Tacque: e irata Giunon cos rispose:
 Se d'Ettore e d'Achille a una bilancia
 l'onor dee porsi, e cos piace ai numi,
 s'admpia, o re dell'arco, il tuo discorso.
 Ma di padre mortale Ettore  figlio,
 e mortal poppa l'allatt. Divino
 germe  il Pelde, ed io nudra la Diva
 sua madre, io stessa l'educava, e sposa
 la concessi a Pelo diletto ai numi.
 Voi tutti a quelle nozze, o Dei, scendeste,
 e tu medesmo, o disleal compagno
 de' malvagi, toccasti allor la cetra,
 e misto agli altri banchettasti allegro.
 Contro gli Dei non adirarti, o Giuno,
 l'interruppe il Tonante. Eguale onore
 dar non vuolsi, no certo, ai due guerrieri;
 ma carissimo ai numi era pur anco
 tra i Teucri tutti Ettorre, e a Giove in prima.
 Ostie elette mai sempre gli m'offerse,
 n l'are mie per esso ebber difetto
 mai di convivii, n di pingui odori,
 n di tazze libate, onor che solo
 ai Celesti  sortito. Ma si ponga
 ogni pensiero d'involar l'offeso
 cadavere; e sottrarlo ora di furto
 al fiero Achille non si pu, ch Teti
 notte e d gli  dintorno e tutto osserva.
 Pur se alcuno di voi Teti a me chiami,
 io tale un motto le far discreto,
 che tutti accetter di Pramo i doni
 placato Achille, e renderagli il figlio.
 Disse, ed Iri col pi che le tempeste
 nel corso adegua, si spicc. Fra Samo
 e l'aspra Imbro cal sovra le brune
 onde del mare, e il mar sotto le piante
 della Diva mugga. Quindi s'immerse
 come ghianda di piombo che a bovino
 corno fidata a disertar gi scende
 i crudivori pesci; e in cavo speco
 Teti trov che dalle sue sorelle
 circondata piagnea la gi vicina
 morte del figlio che ne' frigii campi
 perir lungi dovea dal patrio lido.
 Le parve innanzi all'improvviso, e disse:
 Sorgi, o Teti: il gran padre a s ti chiama.
 E che vuole da me l'Onnipotente?
 Teti rispose. Afflitta, come sono,
 di mischiarmi arrossisco agl'Immortali.
 Pur vadasi e s'admpia il suo volere.
 Ci detto, si copr l'augusta Diva
 d'un atro vel di che null'altro il nero
 color lugbre eguaglia, e in via si mise.
 Iva innanzi la presta Iri, e sonora
 intorno a lor s'apria l' onda marina.
 Sul lido emerse al ciel volaro: e Giove
 trovr seduto tra gli accolti Eterni.
 Qui Teti accanto al sommo Iddio s'assise
 (cesso a lei da Minerva il proprio seggio):
 un aureo nappo in man Giuno le pose
 con dolci accenti di conforto; ed ella
 vtollo, e il rese grazosa. Allora
 il gran padre dicea queste parole:
 Teti, malgrado il tuo dolor (ch'io tutto
 ben conosco e so quanto il cor t'aggrava),
 tu salisti all'Olimpo, ed io dirotti
 la cagion del chiamarti. E' questo il nono
 giorno che in cielo si dest tra i numi
 pel morto Ettr gran lite e per Achille.
 Voleano i pi che l'Argicida il corpo
 n'involasse di furto. Io non v'assento
 e per l'onor d'Achille, e pel rispetto
 e per l'amor ch'io t'aggio e aver ti voglio
 eternamente. Frettolosa adunque
 scendi, o Diva, sul campo, e al figlio porta
 i miei precetti. Digli che adirati
 son con esso gli Dei, ch'io stesso il sono
 sovra tutti, da che s furibondo
 agli strazii ei rattien l'ettrea salma,
 e per riscatto non la rende ancora.
 Ma renderalla, se il mio cenno ei teme.
 A Pramo intanto io spedir di Giuno
 la messaggiera, ond'egli immantinente
 ito alle navi degli Achei, co' doni
 plachi il Pelde, e il figlio suo redima.
 Obbedente a quel parlar la Diva
 mosse i candidi piedi, e dall'Olimpo
 scese d'un salto al padiglion d'Achille.
 Il trov sospiroso; affaccendati
 a lui dintorno i suoi diletti amici
 apprestavan la mensa, ucciso un grande
 e lanoso arte. Entr, s'assise
 dolce al suo fianco la divina madre,
 accarezzollo colla destra, e disse:
 E fino a quando, o figlio, in pianti e lutti
 ti struggerai, immemore del cibo,
 e deserto nel letto? Eppur di cara
 donna l'amplesso il cor consola: il tempo,
 ch'a me vivrai, gli  breve, e volenta
 gi t'incalza la Parca. Or via, m'ascolta,
 ch'io di Giove a te vengo ambasciatrice.
 I numi, ed esso primamente, sono
 teco irati, perch nel tuo furore
 ostinato ritieni appo le navi
 d'Ettore il corpo, e al genitor nol rendi.
 Rendilo, e il prezzo del riscatto accetta.
 E ben, rispose sospirando Achille,
 venga chi lo redima e via sel porti,
 se tal di Giove  l'assoluto impero.
 Mentre in questo parlar stassi col figlio
 la genitrice Dea dentro la tenda,
 Giove alla sacra Troia Iri speda.
 Su, t'affretta, veloce Iri, e dal cielo
 vola in Ilio, ed a Pramo comanda
 che alle navi si tragga e seco apporti
 a riscatto del figlio eletti doni,
 onde si plachi del Pelde il core.
 Ma solo ei vada, n verun lo scorti
 de' Teucri, eccetto un attempato araldo
 che d'un plaustro mular segga al governo,
 su cui la salma dal Pelde uccisa
 alla cittade trasportar. N tema
 di morte il cor gli turbi o d'altro danno.
 Gli darem l'Argicida a condottiero,
 che fin d'Achille al padiglion lo guidi.
 L'eroe vedrallo al suo cospetto, e lungi
 dal porlo a morte, terr gli altri a freno,
 ch'ei non  stolto n villan n iniquo,
 e benigno farassi a chi lo prega.
 Ratta, come del turbine le penne,
 part la Diva messaggiera, e a Pramo
 giunta, il trov tra pianti e grida. I figli
 dintorno al padre doloroso accolti
 inondavan di lagrime le vesti.
 Stavasi in mezzo il venerando veglio
 tutto chiuso nel manto, ed insozzato
 il capo e il collo dell'immonda polve
 di che bruttato di sua mano ei s'era
 sul terren voltolandosi. La turba
 delle misere figlie e delle nuore
 empiea la reggia d'ululati, e quale
 ricordava il fratel, quale il marito,
 ch valorosi e molti eran caduti
 sotto le lance degli Achei. Comparve
 improvvisa davanti al re canuto
 la ministra di Giove, e a lui che tutto
 al vederla trem, dicea sommesso:
 Pramo, fa core, n timor ti prenda.
 Nunzia di mali non vengh'io, ma tutta
 del tuo meglio bramosa. A te mi manda
 l'Olimpio Giove che lontano ancora
 su te veglia pietoso. Ei ti comanda
 di redimere il figlio, e recar molti
 doni ad Achille per placarlo. A lui
 vanne adunque, ma solo, e che nessuno
 t'accompagni de' Troi, salvo un araldo
 d'et provetta, reggitor del plaustro
 che il corpo trasportar del figlio ucciso
 ti dee qua dentro: n temer di morte
 o d'altra offesa. Condottiero avrai
 l'Argicida che te fino al cospetto
 d'Achille scorter. Lungi l'eroe
 dal trucidarti, terr gli altri a freno.
 Ei non  stolto n villan n iniquo,
 e benigno farassi a chi lo prega.
 Disse, e sparve. Riscosso il re dolente,
 senza punto indugiarsi, ai figli impone
 d'apprestargli il mular plaustro veloce,
 e di legar su quello una grand'arca.
 Indi salito ad un'eccelsa stanza
 odorosa di cedro, ov'egli in serbo
 tenea di molti preziosi arredi,
 chiam dentro la moglie Ecuba, e disse:
 Infelice, m'ascolta: la celeste
 messaggiera recommi or or di Giove
 un comando. Egli vuol che degli Achei
 m'incammini alle navi, ed al Pelde
 il prezzo io porti del diletto figlio.
 Che ne senti? A quel campo, a quelle tende
 certo mi spinge fortemente il core.
 Ulul la consorte, e gli rispose:
 Misera! ahi dove ti fugga quel senno
 che alle tue genti e alle straniere un giorno
 gloroso ti fea? Solo alle navi
 inimiche avvarti? esporti solo
 alla presenza di colui che tanti
 figli t'uccise? oh cuor di ferro! e quale,
 s'ei ti scopre, se cadi in suo potere,
 qual mai pietade o riverenza speri
 da quell'alma crudele e senza fede?
 Deh piangiamlo qui soli. Era destino
 dalle Parche filato all'infelice,
 quand'io meschina il partorii; che lungi
 dai genitori satollar dovesse
 d'un barbaro i mastini. Oh potess'io
 stretto tenerne fra le mani il core,
 e strazarlo, divorarlo! Allora
 del mio figlio sara sconta l'offesa,
 ch'ei da codardo non mor, ma in campo
 per la patria pugnando, e fermo il piede,
 senza smarrirsi o declinar la fronte.
 Cessa, il vecchio riprese: il mio partire
  risoluto; non mi far ritegno,
 non volermi tu stessa esser funesta
 auguratrice: il distornarmi  vano.
 Se mi desse un mortal questo comando,
 o aruspice o indovino o sacerdote,
 lo terremmo menzogna, e spregeremmo:
 ma vidi io stesso, io stesso udii la Diva.
 Dunque si vada, ed obbediam. Se il Fato
 vuol che fra' Greci io pera, io pure il voglio.
 Morr trafitto, ma stringendo il figlio,
 e tutto il dolce esaurir del pianto.
 Apr ci detto, i bei forzieri, e fuora
 dodici ne cav splendidi pepli,
 ed altrettante clamidi e tappeti
 e tuniche ed ammanti, e dieci insieme
 aurei talenti, due forbiti tripodi,
 quattro lebti, e finalmente un nappo
 bellissimo, dai Traci avuto in dono
 quando andovvi orator; raro presente:
 e nondimen di questo pure il veglio
 si fe' privo: cotanto al cor gli preme
 il riscatto del figlio. Uscito ei quindi,
 tutto discaccia de' Troiani il vulgo
 ai portici raccolto, e acerbo grida:
 Via, perversi, di qua: forse vi manca
 domestico dolor, ch qui venite
 ad aggravarmi il mio? forse n' poco
 l'alto affanno in che Giove mi sommerse
 il pi forte togliendomi de' figli?
 Ma voi medesmi vel saprete in breve,
 voi che senza difesa, or ch'egli  morto,
 sotto le spade degli Achei cadrete.
 Ma deh! pria che veder Troia distrutta,
 deh ch'io discenda alla magion di Pluto.
 Cos grida il tapino, e con lo scettro
 fuor ne mette la turba che sommessa
 si dileguava. Irrequeto poscia
 i suoi figli bravando li rampogna,
 Eleno e Pari e Antifono e Pammone
 e l'illustre Agatone e il prode in guerra
 buon Polite e Dfobo ed Agvo,
 di divina sembianza giovinetto,
 ed Ippoto. Si volge a questi nove
 con acerbi rabbuffi il doloroso,
 e, Studiatevi, grida: a che vi state,
 nequitosi infingardi? oh foste tutti
 spenti in vece d'Ettorre! Oh me infelice!
 Re dell'eccelsa Troia io generai
 fortissimi figliuoli, e nullo in vita
 ne rimase. Caduto  il diforme
 mio Mstore; caduto  il bellicoso
 Trilo di cocchi agitatore; ed ora
 Ettore cadde, quell'Ettr che un Dio
 fra' mortali parea; no, d'un mortale
 figlio ei non parve, ma d'un Dio. La guerra
 mi tolse i buoni, e mi lasci cotesti
 vituperii; s voi, prodi soltanto
 alle danze, agl'inganni, alle rapine.
 Su, che si tarda? Apparecchiate il carro,
 ponetevi que' doni, e vi spedite,
 onde senza pi starmi io m'incammini.
 Rispettosi al garrir del genitore
 corser quelli e dier fuora incontanente
 l'agile plaustro tutto nuovo e bello,
 e una grand'arca vi legr di sopra.
 Indi un giogo mulin di bosso, ornato
 d'un umbilico con anel ben messo,
 dal pulo spiccr: poscia di nove
 cubiti tratta la giogal gombna,
 al capo accomodr del liscio temo
 acconciamente il giogo, e sovrapposto
 alla caviglia del timon l'anello,
 con triplicato giro all'umbilico
 l'avvinghir quinci e quindi, e fatto un nodo,
 della gombna ripiegr la punta
 nella parte di sotto. Ci finito,
 gi recr dalla stanza i destinati
 doni al riscatto dell'ettrea testa,
 immensi doni; e sul pulito plaustro
 gl'imposero, e del plaustro al giogo addussero
 senza ritardo due gagliarde mule,
 de' Misii illustre dono al re troiano.
 Quindi allestiti presentaro al padre
 del regale suo cocchio i corridori,
 cui Pramo stesso governar solea
 ne' nitidi presepi: ed or gli accoppia
 ei medesmo alla biga il mesto veglio
 sotto i portici eccelsi, esso e il suo fido
 araldo, entrambi pensierosi e muti.
 Fssi allor la dolente Ecuba incontro
 al re marito, nella man tenendo
 di soave licore un aureo nappo,
 onde ai numi libasse anzi il partire.
 Stette avanti ai corsieri, e, Tien, gli disse,
 liba a Giove, e lo prega che ti voglia
 dai nemici tornar salvo al tuo tetto,
 poich, malgrado il mio dissenso, hai ferma
 la tua partenza. Or tu la supplicante
 voce innalza all'ido Giove nemboso,
 che d'alto guarda la cittade, e chiedi
 che messaggier ti mandi alla diritta
 quel fortissimo suo veloce augello
 sovra tutti a lui caro, onde tal vista
 il tuo vaggio affidi al campo acheo.
 Se il Dio ricusa d'invarti questo
 suo propizio messaggio, io ti scongiuro
 di non rischiar tuoi passi a quelle navi,
 e di dar bando al fier deso che porti.
 Facciasi, o donna, il tuo voler, rispose
 il nobile vegliardo: ai numi  buono
 alzar le palme ed implorar mercede.
 Disse; e all'ancella dispensiera impose
 di versargli una pura onda alle mani;
 e l'ancella appressossi, e colla manca
 sostenendo il bacin, vers coll'altra
 da tersa idria l'umor. Lavato ei prese
 l'offerta coppa, e ritto in pi nel mezzo
 dell'atrio, in atto supplicante alzati
 gli occhi al cielo, lib con questi accenti:
 Giove massimo Iddio, che gloroso
 dall'Ida imperi, fa che grato io giunga
 ad Achille, e piet di me gl'ispira.
 Mandami a dritta il tuo veloce e caro
 re de' volanti, e ch'io lo vegga: e certo
 per lui del tuo favore, alle nemiche
 tende i miei passi volger sicuro.
 Esaud Giove il prego, e il pi perfetto
 degli augurii mand, l'aquila fosca,
 cacciatrice, che detta  ancor la Bruna.
 Larghe quanto la porta di sublime
 stanza regal spiegava il negro augello
 le sue vaste ali, dirigendo a destra
 sulla cittade il volo. Esilarossi
 a tutti il core nel vederla. Il veglio
 mont il bel cocchio frettoloso, e fuora
 dei risonanti portici lo spinse.
 Traenti il plaustro precedean le mule
 dal saggio Ido guidate, e lo seguino
 della biga i corsier che il re canuto
 per l'ampie strade colla sferza affretta.
 L'accompagnan piangendo i suoi pi cari,
 come se a morte ei gisse. Alfin venuti
 alle porte, lascirsi. Il re discese
 verso il campo nemico, e lagrimosi
 nella cittade ritornrsi i figli.
 Vide Giove dall'alto i due soletti
 pellegrini inoltrarsi alla pianura.
 Piet gli venne dell'antico sire,
 e a Mercurio parl: Diletto figlio,
 tu che guida ai mortali esser ti piaci,
 e pietoso gli ascolti, va veloce,
 ed alle navi achee Pramo conduci
 occulto in guisa che nessuno il vegga
 de' vigilanti Argivi e se n'accorga,
 pria che d'Achille alla presenza ei sia.
 Mercurio ad obbedir tosto s'accinge
 i precetti del padre. E prima ai piedi
 i bei talari adatta. Ali son queste
 d'incorruttibil auro, ond'ei volando
 l'immensa terra e il mar ratto trascorre
 collo spiro de' venti. Indi la verga,
 che dona e toglie a suo talento il sonno,
 nella destra si reca, e scioglie il volo.
 In un batter di ciglio all'Ellesponto
 giunge e al campo troian. Qui prende il volto
 di regal giovinetto a cui fiora
 del primo pelo la venusta guancia,
 e, cos fatto, il nume s'incammina.
 Gi Pramo con Ido d'Ilo la tomba
 avea trascorsa, e qui sostato alquanto,
 alla chiara corrente abbeverava
 e le mule e i destrier. L'ombra notturna
 sulla terra scendea, quando l'araldo
 del nume s'avvis che alla lor volta
 gi s'appressava, e sbigottito disse:
 Bada, o re; qui si vuol tutta prudenza.
 Veggo un nemico, e siam perduti. O ratto
 diamci in fuga, o abbracciam le sue ginocchia
 implorando piet. - Smarrissi il veglio,
 il terror gli arricci su le canute
 tempie le chiome, il brivido gli corse
 per le tremule membra; e stupidito
 s'arrest: Ma si fece innanzi il nume,
 e presolo per mano interrogollo:
 Dove, o padre, dirigi esti corsieri
 cos pel buio della dolce notte
 mentre gli altri han riposo? E non paventi
 i furibondi Achei, che ti son presso,
 fieri nemici? Se qualcun di loro
 per l'ombra oscura portator ti coglie
 di quei tesori, che farai? Garzone
 tu non sei, n cotesto che ti segue,
 onde far petto a chi t'assalti infesto.
 Ma di me non temer, ch'io qui mi sono
 in tuo danno non gi, ma in tua difesa,
 perocch come padre a me sei caro.
 E Pramo a lui: La va, come tu dici,
 mio dolce figlio. Ma propizio ancora
 tien su me la sua mano un qualche iddio,
 che tal mi manda della via compagno
 ben augurato, come te, di corpo
 bello e di volto, e di mirando senno,
 e di beati genitor germoglio.
 Gli  ver, ti guarda un Dio, siccome avvisi
 (ripiglia il nume): ma rispondi, e schietto
 parlami il vero. In regon straniera
 porti tu forse, per salvarli, questi
 prezosi tesori? O forse tutti
 di spavento compresi abbandonate
 la citt, da che spento  il tuo gran figlio
 che a nullo Achivo di valor cedea?
 Oh chi se' tu? riprese intenerito
 l'esimio rege, chi se' tu che parli
 del mio morto figliuol cos cortese?
 E chi son dunque i tuoi parenti, o caro?
 Allor Mercurio: Tu mi tenti, o veglio,
 col tuo dimando. Or ben: nella battaglia
 onoratrice de' guerrieri io vidi
 con quest'occhi pi volte il divo Ettorre,
 massimamente il d che degli Achei
 strage egli fece col fulmineo ferro
 cacciandoli alle navi. Ad ammirarlo
 noi fermi ci stavam; ch irato Achille
 col sommo Atride a noi non consenta
 l'entrar dentro alla mischia. Io suo soldato
 qua ne venni con esso in una stessa
 nave: di schiatta Mirmidne io sono;
 Poltore m' padre: a lui son molte
 ricchezze e molta et pari alla tua,
 e settimo de' figli io fui sortito
 a questa guerra. Esplorator del campo
 or qui ne venni: perocch dimani
 di buon tempo gli Achivi alla cittade
 daran l'assalto. Di riposo ei sono
 tutti sdegnosi, e contenerne il fiero
 deso di pugna pi non ponno i duci.
 Udito questo, replic de' Teucri
 l'augusto sire: Se davver soldato
 del Pelde tu sei, tutto deh fammi
 palese il vero. Il mio figliuol giac'egli
 per anco intero nelle tende, o fatto,
 misero! in brani, lo gitt pastura
 de' suoi mastini l'uccisor? - No, pronto
 l'Argicida rispose. Ei giace intatto
 tuttavia dalle belve appo la nave
 capitana d'Achille entro la tenda
 senza segno d'onor. La dodicesma
 luce rifulse sul giacente, e ancora
 il suo corpo  incorrotto, ed il vorace
 morso de' vermi che gli estinti in guerra
 tutti consuma, il figlio tuo rispetta.
 Vero gli  ben che dell'amico intorno
 alla tomba, col sorgere dell'alba,
 spietatamente Achille lo strascina;
 n per ci giunge a deturparlo, e quando
 tu medesmo il vedessi, maraviglia
 ti prenderebbe nel trovarlo tutto
 mondo dal tabo e fresco e rugiadoso,
 in ogni parte intgro, e le ferite,
 che molte ei n'ebbe, tutte chiuse. Tanto
 gl'iddii beati, a cui diletto egli era,
 dell'estinto tuo figlio ebber pensiero.
 Gioinne il vecchio, e replic: Per certo
 torna in gran bene agl'Immortali offrire
 ogni debito onor, n il mio figliuolo,
 finch si visse, degli Dei gli altari
 dimentic. Quind'essi alla sua morte
 ricordrsi di lui. Ma tu ricevi,
 deh ricevi da me questo bel nappo;
 custodiscilo, e fausti i sommi Dei,
 del Pelde alla tenda m'accompagna.
 Buon vecchio, replic con un sorriso
 l'Argicida, tu tenti l'inesperta
 mia giovinezza, ma la tenti in vano.
 Inscio Achille, non fia che doni io prenda.
 Temo il mio duce, e pi il rubar; n voglio
 che guaio me n'incolga. Io scorterotti
 cos pur senza doni e di buon grado,
 e per terra e per mar, come ti piace,
 anche d'Argo alle rive, n veruno
 su te le mani metter, me duce.
 Cos detto, balz sopra la biga,
 e alle man date col flagel le briglie
 ne' cavalli trasfuse e nelle mule
 una gagliarda lena. Eran gi presso
 delle navi alle torri ed alla fossa,
 e davano le scolte opra alle cene.
 Tutte Mercurio addormentolle, e tosto,
 levatene le sbarre, apr le porte,
 e di Pramo la biga, e de' bei doni
 l'onusto carro v'introdusse. Il passo
 drizzr quindi d'Achille al padiglione,
 che splendido e sublime i Mirmidni
 gli avean costrutto di robusto abete.
 Irsuto e spesso di campestri giunchi
 il culmine s'estolle: ampio di pali
 folto steccato lo circonda, e sola
 una trave la porta n'assicura,
 trave immensa, abetina, che a levarsi
 e a riporsi di tre chiedea la forza,
 ed il Pelde vi bastava ei solo.
 L'aperse il nume, ed intromesso il vecchio
 co' recati ad Achille incliti doni,
 scese d'un salto a terra, e cos disse:
 O Pramo, io sono il sempiterno iddio
 Mercurio; il padre mi sped tua guida,
 e qui ti lascio, ch il menarti io stesso
 del Pelde al cospetto, e tanto innanzi
 favorire un mortale, a un Immortale
 disconviensi. Tu entra, ed abbracciando
 le sue ginocchia per la madre il prega
 e pel padre e pel figlio, onde si plachi.
 Sparve, ci detto, ed all'olimpie cime
 risal. Pramo scese, ed alla cura
 de' cavalli lasciato e delle mule
 l'araldo, s'avv dritto d'Achille
 alle stanze riposte. Avea di Giove
 l'eroe diletto in quel medesmo punto
 dato fine alla cena. I suoi sergenti
 in disparte sedean. Soli al guerriero
 ministravano in piedi Automedonte
 ed Alcimo, di Marte almo rampollo.
 Tolta non era ancor la mensa, e ancora
 sedeavi Achille. Il venerando veglio
 entr non visto da veruno, e tosto
 fattosi innanzi, tra le man si prese
 le ginocchia d'Achille, e singhiozzando
 la tremenda baci destra omicida
 che di tanti suoi figli orbo lo fece.
 Come avvien talor se un infelice
 reo del sangue d'alcun del patrio suolo
 fugge in altro paese, e ad un possente
 s'appresentando, i riguardanti ingombra
 d'improvviso stupor; tale il Pelde
 del diforme Pramo alla vista
 stup. Stupiro e si guardaro in viso
 gli altri con muta maraviglia, e allora
 il supplice cos sciolse la voce:
 Divino Achille, ti rammenta il padre,
 il padre tuo da ria vecchiezza oppresso
 qual io mi sono. Io questo punto ei forse
 da' potenti vicini assediato
 non ha chi lo soccorra, e all'imminente
 periglio il tolga. Nondimeno, udendo
 che tu sei vivo, si conforta, e spera
 ad ogn'istante riveder tornato
 da Troia il figlio suo diletto. Ed io,
 miserrimo! io che a tanti e valorosi
 figli fui padre, ahi! pi nol sono, e parmi
 gi di tutti esser privo. Di cinquanta
 lieto io vivea de' Greci alla venuta.
 Dieci e nove di questi eran d'un solo
 alvo prodotti; mi venano gli altri
 da diverse consorti, e i pi ne spense
 l'orrido Marte. Mi restava Ettorre,
 l'unico Ettorre, che de' suoi fratelli
 e di Troia e di tutti era il sostegno;
 e questo pure per le patrie mura
 combattendo cado dianzi al tuo piede.
 Per lui supplice io vegno, ed infiniti
 doni ti reco a riscattarlo, Achille!
 Abbi ai numi rispetto, abbi pietade
 di me: ricorda il padre tuo: deh! pensa
 ch'io mi sono pi misero, io che soffro
 disventura che mai altro mortale
 non soffr, supplicante alla mia bocca
 la man premendo che i miei figli uccise.
 A queste voci intenerito Achille,
 membrando il genitor, proruppe in pianto,
 e preso il vecchio per la man, scostollo
 dolcemente. Piangea questi il perduto
 Ettorre ai pi dell'uccisore, e quegli
 or il padre, or l'amico, e risonava
 di gemiti la stanza. Alfin satollo
 di lagrime il Pelde, e ritornati
 tranquilli i sensi, si rizz dal seggio,
 e colla destra sollev il cadente
 veglio, il bianco suo crin commiserando
 ed il mento canuto. Indi rispose:
 Infelice! per vero alte sventure
 il tuo cor toller. Come potesti
 venir solo alle navi ed al cospetto
 dell'uccisore de' tuoi forti figli?
 Hai tu di ferro il core? Or via, ti siedi,
 e diam tregua a un dolor che pi non giova.
 Liberi i numi d'ogni cura al pianto
 condannano il mortal. Stansi di Giove
 sul limitar due dogli, uno del bene,
 l'altro del male. A cui d'entrambi ei porga,
 quegli mista col bene ha la sventura.
 A cui sol porga del funesto vaso,
 quei va carco d'oltraggi, e lui la dura
 calamitade su la terra incalza,
 e ramingo lo manda e disprezzato
 dagli uomini e da' numi. Ebbe Pelo
 al nascimento suo molti da Giove
 illustri doni. Ei ricco, egli felice
 sovra tutti i viventi, il regno ottenne
 de' Mirmidni, e una consorte Diva
 bench mortale. Ma lui pure il nume
 d'un disastro grav. Nell'alta reggia
 prole neggli del suo scettro erede,
 n gli concesse che di corta vita
 un unico figliuolo, ed io son quello;
 io che di lui gi vecchio esser non posso
 dolce sostegno, e negl'ilaci campi
 seggo lontano dalla patria, infesto
 a' tuoi figli e a te sesso. E te pur anco
 udimmo un tempo, o vecchio, esser beato
 posseditor di quanta hanno ricchezza
 Lesbo sede di Mcare, e la Frigia
 ed il lungo Ellesponto. All'opulenza
 di queste terre numerosi figli
 la fama t'aggiungea. Ma poich i numi
 in questa guerra ti caccir, meschino!
 ch'altro vedesti intorno alle tue mura
 che perpetue battaglie e sangue e morti?
 Pur datti pace, n voler ch'eterno
 ti consumi il dolor. Nullo  il profitto
 del piangere il tuo figlio, e pria che in vita
 richiamarlo, ti resta altro soffrire.
 Deh non far ch'io mi segga, almo guerriero,
 l'antico sire ripigli: l dentro
 senza onor di sepolcro il mio diletto
 Ettore giace: rendilo al mio sguardo;
 rendilo prontamente, e i molti doni
 che ti rechiamo, accetta, e ne fruisci,
 e dati il ciel di salvo ritornarti
 al tuo loco nato, poich pietoso
 e la vita mi lasci e i rai del Sole.
 Non m'irritar co' tuoi rifiuti, o veglio,
 bieco Achille riprese. Io stesso avea
 statuito nel cor, che alfin renduto
 ti fosse il figlio, perocch la diva
 Neride mia madre a me di Giove
 gi fe' chiaro il voler. N si nasconde
 al mio vedere, al mio sentir, che un nume
 ti fu scorta alle navi a cui veruno
 mortal non fra d'inoltrarsi ardito,
 n le guardie ingannar, n delle porte
 avra le sbarre disserrar potuto
 neppur di tutto il suo vigor nel fiore.
 Con querimonie adunque il mio corruccio
 non rinfrescarmi, se non vuoi ti metta,
 bench supplice mio, fuor della tenda,
 e del Tonante trasgredisca il cenno.
 Tremonne il vecchio, ed obbed. Balzossi
 fuor della tenda allor come lone
 il Pelde con esso i due scudieri
 Automedonte ed Alcimo, cui, dopo
 il morto amico, tra' compagni egli ebbe
 in pi pregio ed amor. Sciolsero questi
 i corsieri e le mule, ed intromesso
 l'antico araldo l'adagiaro in seggio.
 Poscia dal plaustro i prezosi doni
 del riscatto levr, ma due pomposi
 manti lascirvi, ed una ben tessuta
 tunica all'uopo di mandar coperto
 il cadavere in Ilio. Indi chiamate
 le ancelle, comand che tutto fosse
 e lavato e di balsami perfuso
 in disparte dal padre, onde il meschino,
 veduto il figlio, in impeti non rompa
 subitamente di dolore e d'ira,
 s che la sua destando anche il Pelde
 contro il cenno di Giove nol trafigga.
 Lavato adunque dall'ancelle ed unto
 di balsami odorati, e di leggiadra
 tunica avvolto, e poi di risplendente
 pallio coperto, il gran Pelde istesso
 alzatolo di peso, in sul fertro
 collocollo; e composto i suoi compagni
 sul liscio plaustro lo portr. Dal petto
 trasse allora l'eroe cupo un sospiro,
 e il diletto chiamando estinto amico
 sclam: Patrclo, non volerti meco
 adirar, se nell'Orco udrai ch'io rendo
 Ettore al padre. In suo riscatto ei diemmi
 convenevoli doni, e la migliore
 parte a te sar sacra, anima cara.
 Rentr quindi nella tenda, e sopra
 il suo seggio col tergo alla parete
 sedutosi di fronte a Pramo, disse:
 Buon vecchio, il tuo figliuol, siccome hai chiesto,
  in tuo potere, e nel fertro ei giace.
 Potrai dell'alba all'apparir vederlo,
 e via portarlo. Si rivolga adesso
 alla mensa il pensier, ch'anco l'afflitta
 Nobe del cibo ricordossi il giorno
 che dodici figliuoi morti le furo,
 sei del leggiadro e sei del forte sesso,
 tutti nel fior di giovinezza. Ai primi
 rec morte Diana, ed ai secondi
 il saettante Apollo, ambo sdegnati
 che Nobe ardisse all'immortal Latona
 uguagliarsi d'onor, perch la Dea
 sol di due parti fu feconda, ed essa
 di ben molti di pi. Ma i molti furo
 dai due trafitti. Nove volte il Sole
 stesi li vide nella strage, e nullo
 fu che di poca terra li coprisse,
 perch converso in dure pietre avea
 Giove la gente. Alfin lor diero i numi
 nella decima luce sepoltura.
 Stanca la madre del suo molto pianto,
 non fu schiva di cibo. Or poi fra i sassi
 del Sipilo deserti, ove le stanze
 son delle Ninfe che sul verde margo
 danzano d'Achelo, cangiata in rupe
 sensibilmente ancor piagne, e in ruscelli
 sfoga l'affanno che gli Dei le diero.
 E noi pure, o divin vecchio, pensiamo
 al nutrimento. Ritornato poscia
 col figlio a Troia, il piangerai di nuovo,
 ch molto  il pianto che ti resta ancora.
 Cos detto, levossi frettoloso,
 e un'agnella sgozz di bianco pelo.
 La scuoiaro i compagni, e acconciamente
 l'apprestr minuzzandola con molta
 perizia; e infissa negli spiedi, e quindi
 ben rosolata la levr dal foco.
 Da nitido canestro Automedonte
 pose il pan su la mensa, ed il Pelde
 spart le carni. La man porse ognuno
 alle vivande apparecchiate, e spento
 del cibarsi il deso, Pramo si pose
 maravigliando a contemplar d'Achille
 le divine sembianze, e quale e quanto
 il portamento. Stupefatto ei pure
 sul dardnide eroe tenea le luci
 fisse il Pelde, e il venerando volto
 n'ammirava e il parlar pieno di senno.
 Come fur sazii del mirarsi, ruppe
 Pramo il tacer: Preclaro ospite mio,
 mettimi or tosto a riposar, ch'io possa
 gustar di dolce sonno alcuna stilla.
 Dal d che sotto la tua man possente
 il mio figlio spir, mai non fur chiuse
 queste palpebre, mai; ch'altro non seppi
 da quel punto che piangere, ululare,
 voltolarmi per gli atrii nella polve,
 mille ambasce ingoiando. Dopo tanto
 fiero digiuno, or ecco che gustato
 ho qualche cibo alfine e qualche sorso.
 Questo udendo, ai compagni ed all'ancelle
 pronto il Pelde comand di porre
 nel padiglione esteror due letti
 con distesi tappeti, e porporine
 belle coltrici, e vesti altre vellose
 da ricoprirsi. Obbedenti al cenno
 uscr le ancelle colle faci in mano,
 e tosto i letti apparecchir. Di lui
 sollecito il Pelde, allor gli punse
 di tema il cor, dicendo: Ottimo padre,
 dormi qua fuor. Potra de' prenci achivi,
 che qui son per consulte a tutte l'ore,
 recarsi a me talun, siccome  l'uso,
 e vederti, e ridirlo al sommo duce
 Agamennne, e farsi impedimento
 al riscatto d'Ettorre. Or mi dichiara
 veracemente. A' suoi funebri onori
 quanti vuoi giorni? Io terr l'armi in posa
 per altrettanti, e frener le schiere.
 Se ne consenti (Pramo rispose)
 placide esequie al figlio mio, per certo
 mi fai cosa ben grata, o generoso.
 Siam rinchiusi, lo sai, dentro le mura;
 sai che n' lungi il monte, ove la selva
 tagliar pel rogo, e sai quanto de' Teucri
  lo spavento. Nove giorni al pianto
 consacreremo nelle case: al decimo
 arderemo la pira, e imbandirassi
 per la cittade il funeral banchetto.
 Gli darem tomba nel seguente, e l'armi
 nell'altro piglierem, se stremo il chiede.
 Buon vecchio, sia cos, soggiunse Achille:
 tanto l'armi staran quanto tu brami.
 Cos dicendo, la sua destra pose
 nella destra di quello, onde sgombrargli
 ogni temenza. Pramo e l'araldo
 nell'atrio coricrsi; entro i recessi
 della tenda il Pelde; ed al suo fianco
 la bella figlia di Briso si giacque.
 Tutti dorman sepolti in dolce sonno
 i guerrieri e gli Dei, ma non l'amico
 de' mortali Mercurio, che vena
 pur divisando in suo pensier la guisa
 di trarre, dalle guardie inosservato,
 fuor del dorico vallo il re troiano.
 Stettegli adunque su la fronte, e disse:
 Re, cos dormi fra' nemici? e nulla
 ti cal del rischio in che ti trovi, uscito
 dagli artigli d'Achille? A caro prezzo
 redimesti l'amato estinto figlio.
 Ma per te che sei vivo, Agamennne
 se qui sapratti, e tutto il campo acheo,
 tre volte tanto chiederanno ai figli
 che rimasti ti sono. - E pi non disse.
 Destasi il vecchio sbigottito, e sveglia
 l'araldo: aggioga l'Argicida istesso
 i cavalli e le mule, e presto presto
 spinti i carri, invisibile traversa
 gli accampamenti. Alla corrente giunti
 del genito da Giove ondoso Xanto
 nell'ora che sul mondo il suo vermiglio
 velo dispiega di Titon l'amica,
 vol Mercurio al cielo, e i due canuti
 con gemiti e lamenti alla cittade
 celeravan la via. Grave del caro
 cadavere davanti iva il carretto,
 n d'uomo orecchio, n di donna ancora
 il fragor ne senta. L'ud primiera
 la vergine Cassandra, e su la rocca
 di Pergamo salita, il suo diletto
 padre e l'araldo riconobbe eccelsi
 sovra i carri, e la spoglia inanimata
 che sul plaustro giacea. Mise a tal vista
 alti gridi e ululati, e per le vie,
 Troi, Troiane, gridava, eccone Ettorre;
 accorrete, vedetelo, gli  quello
 che ritornando dalla pugna empiea
 tutti, un tempo, di gioia i vostri petti.
 N verun n veruna a questo annunzio
 nella cittade si rest, ma tutti
 d'intollerando duolo il cuor compresi
 si versr dalle porte, e fersi incontro
 al lugubre convoglio. Ivi primiere
 lacerandosi i crini la diletta
 sposa e l'augusta genitrice al carro
 s'avventr furose, e sull'amata
 pallida fronte abbandonr le bocche,
 tutta dintorno piangendo la turba.
 E le lagrime, i gemiti, le grida
 sul deplorato Ettorre avran l'intero
 giorno consunto su le meste porte,
 se Pramo dal cocchio all'inondante
 turba rivolto non dicea: Sgombrate
 al carro il varco: pascervi di pianto
 su quel corpo potrete entro la reggia.
 S'apr la folta, pass il carro, e giunse
 negl'incliti palagi. Ivi deposto
 il cadavere in regio cataletto,
 il lugubre sovr'esso incominciaro
 inno i cantori de' lamenti, e al mesto
 canto pietose rispondean le donne:
 fra cui plorando Andrmaca, e strignendo
 d'Ettore il capo fra le bianche braccia,
 fe' primiera sonar queste querele:
 Eccoti spento, o mio consorte, e spento
 sul fior degli anni! e vedova me lasci
 nella tua reggia, ed orfanello il figlio
 di sventurato amor misero frutto,
 bambino ancora, e senza pur la speme
 che pubertade la sua guancia infiori.
 Perocch dalla cima Ilio sovverso
 ruiner tra poco or che tu giaci,
 tu che n'eri il custode, e gli servavi
 i dolci pargoletti e le pudiche
 spose, che tosto ai legni achei n'andranno
 strascinate in catene, ed io con esse.
 E tu, povero figlio, o ne verrai
 meco in servaggio di crudel signore
 che ad opre indegne danneratti, o forse
 qualche barbaro Acheo dall'alta torre
 ti scaglier sdegnoso, vendicando
 o il padre, o il figlio, od il fratel dall'asta
 d'Ettor prostrati; ch per certo molti
 di costoro per lui mordon la terra.
 Terribile ai nemici era il tuo padre
 nelle battaglie, e quindi  il duol che tragge
 da tutti gli occhi cittadini il pianto.
 Ineffabile angoscia, Ettore mio,
 tu partoristi ai genitor, ma nulla
 si pareggia al dolor dell'infelice
 tua consorte. Spirasti, e la mancante
 mano dal letto, ohim! non mi porgesti,
 non mi lasciasti alcun tuo savio avviso,
 ch'or giorno e notte nel fedel pensiero
 dolce mi fra richiamar piangendo.
 Accompagnr co' gemiti le donne
 d'Andrmaca i lamenti, e li seguiva
 il compianto d'Ecba in questa voce:
 O de' miei figli, Ettorre, il pi diletto!
 Fosti caro agli Dei mentre vivevi,
 e il sei, qui morto, ancora. Il crudo Achille
 di Samo e d'Imbro e dell'infida Lenno
 su le remote tempestose rive
 quanti a man gli venan, tutti vendeva
 gli altri miei figli; e tu dal suo spietato
 ferro trafitto, e tante volte intorno
 strascinato alla tomba dell'amico
 che gli prostrasti (n per questo in vita
 lo ritorn), tu fresco e rugiadoso
 or mi giaci davanti, e fior somigli
 dai dolci strali della luce ucciso.
 A questo pianto rinnovossi il lutto,
 ed Elena fe' terza il suo lamento:
 O a me il pi caro de' cognati, Ettorre,
 poich il Fato mi trasse a queste rive
 di Paride consorte! oh morta io fossi
 pria che venirvi! Venti volte il Sole
 il suo giro comp da che lasciato
 ho il patrio nido, e una maligna o dura
 sola parola sul tuo labbro io mai
 mai non intesi. E se talvolta o suora
 o fratello o cognata, o la medesma
 veneranda tua madre (ch benigno
 a me fu Pramo ognor) mi rampognava,
 tu mansueto, con dolce ripiglio
 gli ammonendo, placavi ogni corruccio.
 Quind'io te piango e in un la mia sventura,
 ch in tutta Troia io non ho pi chi m'ami
 o compatisca, a tutti abbominosa.
 Cos sclamava lagrimando, e seco
 il popolo gemea. Si volse alfine
 Pramo alla turba, e favell: Troiani,
 si pensi al rogo. Andate, e dalla selva
 qua recate il bisogno, n vi prenda
 timor d'insidie. Mi promise Achille,
 nel congedarmi, di non farne offesa
 anzi che spunti il dodicesmo Sole.
 Disse; e muli e giovenchi in un momento
 sotto il giogo fur pronti, e dalle porte
 proruppero. Dur ben nove interi
 giorni il trasporto delle tronche selve.
 Come rifulse su la terra il raggio
 della decima aurora, lagrimando
 dal feretro levr del valoroso
 Ettore il corpo, e postolo sul rogo,
 il foco vi destr. Rapparita
 la rosea figlia del mattin, s'accolse
 il popolo dintorno all'alta pira,
 e pria con onde di purpureo vino
 tutte estinser le brage. Indi per tutto
 queto il foco, i fratelli e i fidi amici
 pieni il volto di pianto e sospirosi
 raccolsero le bianche ossa, e composte
 in urna d'oro le coprr d'un molle
 cremisino. Ci fatto, in cava buca
 le posero, e di spesse e grandi pietre
 un lastrico vi fro, e prestamente
 il tumulo elevr. Le scolte intanto
 vigilavan dintorno, onde un ostile
 non irrompesse repentino assalto
 pria che fosse al suo fin l'opra pietosa.
 Innalzato il sepolcro dipartrsi
 tutti in grande frequenza, e nella vasta
 di Pramo adunati eccelsa reggia
 funebre celebrr lauto convito.
 Questi furo gli estremi onor renduti
 al domatore di cavalli Ettorre.
FINE.