G. GETTO.

VINCENZO MONTI E LA POESIA NEOCLASSICA.

.
...
Trascrizione elettronica resa disponibile dalla
     Fondazione Ezio Galiano onlus
        http:\\www.galiano.it
ad esclusivo uso dei privi della vista.
...

Il primo Ottocento si caratterizza per l'avvento della rivoluzione romantica, che viene a risolvere definitivamente la complessa crisi dell'Illuminismo, rivelatasi sempre pi negli ultimi decenni del Settecento. Bisogna per arrivare al 1816 per trovare la data di nascita ufficiale del Romanticismo italiano: in quell'anno sono infatti pubblicati i primi "manifesti" della nuova letteratura, e solo a partire da quella data si pu parlare di Romanticismo in termini di piena consapevolezza teorica.
I primi quindici anni del secolo, che corrispondono all'et napoleonica, si presentano pertanto come naturale prosecuzione di quel momento di trapasso fra Illuminismo e Romanticismo su cui ci siarno gi soffermati.  questo un esempio chiarificatore dell'arbitrariet di ogni divisione storiografica per secoli: la data del 1800 viene infatti a spezzare in due un unico processo di maturazione culturale che dal secondo Settecento giunge fino al 1816. Riaffiorano cos puntualmente in questo quindicennio le due correnti, gi individuate nel secondo Settecento, in cui si esprimeva, diversamente ma in fondo in maniera complementare, il tramonto dell'Illuminismo e la faticosa gestazione della nuova civilt romantica: il Neoclassicismo e il Preromanticismo.
Delle due tendenze appare tuttavia predominante in questi anni del primo Ottocento quella neoclassica, anche per l'influenza di Napoleone e del gusto pomposamente classicheggiante, diffuso sotto il suo impero nei vari aspetti della vita sociale e culturale. In questo spazio cronologico si pone la grande poesia di Ugo Foscolo, ma il vero interprete dei gusti dell'et napoleonica  VINCENZO MONTI (nato in Romagna, ad Alfonsine, nel 1754 e morto a Milano nel 1828).
La vita di Monti incide in un'et di profonda crisi: dal periodo illuministico delle riforme e dei piccoli governi paternalistici, si passa, attraverso lo sconvolgimento della Rivoluzione francese, all'avventura napoleonica, e di qui alla restaurazione, minata all'interno dalle sommosse liberali.
Monti diviene in un ceco senso la vittima di quest'et critica, l'uomo privo di un'autentica forza morale e ideologica che si lascia coinvolgere dagli avvenimenti e sopraffare dai rivolgimenti.
Pi nella prospettiva di questa fragilit morale che in quella di un calcolato opportunismo politico vanno considerati i suoi clamorosi sbandamenti ideologici. A Roma (dove si era trasferito, dopo gli studi a Ferrara, fin dal 1778) - nella Roma papale e fortemente reazionaria di Pio VI - si fa alfiere con la Bassvilliana (1793) dei sentimenti monarchici e cattolici contro gli "orrori" della Rivoluzione francese.
Nel 1797 lascia improvvisamente Roma per raggiungere Milano, dove saluta la discesa in Italia di Napoleone, e si converte agli ideali democratici e rivoluzionari con il Prometeo (1797), in cui vuole rievocare, attraverso il mito del grande ribelle, le gesta di Napoleone, che vittoriosamente si accanisce contro i tiranni.
Due anni pi tardi, caduta la Cisalpina, si rifugia a Parigi. Qui l'opinione pubblica borghese, stanca delle violenze rivoluzionarie, vagheggia un regime d'ordine. Monti raccoglie immediatamente questa diffusa aspirazione e se ne fa interprete nella Mascheroniana (1800).
Dopo la battaglia di Marengo e la vittoria francese, ritorna in Italia, componendo subito una canzonetta, Per la liberazione d'Italia (1801), in cui canta il suo amor patrio, e di qui innanzi si fa poeta ufficiale del regime napoleonico, celebrando le gesta militari di Napoleone in Germania (Bardo della selva nera, 1806), in Spagna (Palingenesi politica, 1809) ecc. Quando crolla l'impero napoleonico e tornano in Italia gli Austriaci, si piega all'ossequio dei nuovi vincitori, con il Mistico omaggio (1815) e il Ritorno di Astrea (1816).
Tutta questa vicenda di continue esaltazioni e di successive ritrattazioni costituisce lo sfondo umano su cui si muove la poesia del Monti, la premessa - per cos dire - delle sue scelte di artista e di quel suo rifugio, pieno di trepidazioni, nel culto della poesia classica, che  quasi la spontanea reazione di chi, di fronte a una realt in continuo, vorticoso mutamento, avverte la necessit di un valore fisso e immutabile in cui credere.
Ma in questa vicenda stanno anche le ragioni esterne della poesia montiana. Seguiamo qualche esempio tipico, fermandoci per ora agli ultimi anni del '700, al periodo romano. Nella Roma di Pio VI, in cui trionfa il neoclassicismo di Winckelmann e dell'archeologo romano Ennio Quirino Visconti, nel fervore degli scavi archeologici e dei clamorosi ritrovamenti, Monti compone la Prosopopea di Pericle (1779), che fu considerata a buon diritto l'inno ufficiale del Neoclassicismo italiano.
Il reperimento di un busto greco di Pericle offre lo spunto a una mirabile rievocazione dell'et del celebre statista ateniese, paragonata naturalmente all'ancora pi felice et di Pio VI.
L'ode fu scritta in soli due giorni e suscit intorno a s un entusiasmo fanatico: un cardinale propose di ricopiarla in caratteri dorati e di attaccarla all'erma di Pericle; lo stesso papa volle leggerla.
Ebbene, la poesia di Monti nasce sempre in un simile spazio di mondanit, sullo sfondo di una societ cortigiana in cui l'arte  spesso degradata a improvvisazione brillante di sonetti galanti o encomiastici.
Questo il caso anche della Bassvilliana (1793), la cantica in terza rima che apre la serie degli interventi montiani nella cronaca politica.
Nicola Hugou, soprannominato Bassville, diplomatico francese, era stato ucciso a Roma nel '93, dalla plebe fanatica mentre tentava di far propaganda delle idee rivoluzionarie. Monti immagina che l'anima di Bassville, prima di poter salire in paradiso, debba assistere, come pena, agli infiniti misfatti compiuti dalla Rivoluzione francese, culminati nell'uccisione di re Luigi XVI. Suggestioni shakespeariane si mescolano nella cantica a motivi biblici e danteschi (e dantesco  il linguaggio aspro e spesso sferzante).
Nella dura invettiva che conduce contro le idee rivoluzionarie, nelle tinte fosche con cui descrive gli orrori della Rivoluzione, il poema sembra riecheggiare gli spaventati commenti del chiuso mondo cortigiano aristocratico-clericale in cui Monti si trova, e la perplessit stessa dell'opinione pubblica di fronte alle stragi della Rivoluzione, e in ci Monti fu davvero - come osserv il De Sanctis - "il segretario dell'opinione dominante". Ma la partecipazione ai gusti della societ in cui si trova inserito, si fa ancora pi vivo in Monti negli anni dell'impero napoleonico.
Nel Prometeo (1797), nel Bardo della Selva nera (1806) da poeta del neoclassicismo egli si fa, in perfetta consonanza con il suo tempo, poeta dello stile impero. Sono anni questi in cui il presente  visto sotto specie mitologica. Nei quadri dell'Appiani i soldati napoleonici sono vestiti talvolta come guerrieri romani, e lo stesso Napoleone vi appare contornato da divinit mitologiche.
A buon diritto dunque nei versi di Monti possiamo trovare la dea della guerra, Bellona, che prepara per Napoleone a i procellosi alipedi del cocchio trionfatore e la  boreal corona , che avr tolto ai sovrani di Prussia e di Russia. Il mondo classico rivive nel mondo moderno, nel costume, negli abiti, nelle acconciature, persino nei mobili e negli oggetti: la poltrona viene ribattezzata agrippina, lo specchio psiche. N si tratta di una semplice mascherata carnevalesca.
Le sanguinose battaglie napoleoniche su tutti i campi d'Europa possono ben reggere il confronto con quelle dell'Iliade; e la discesa di Napoleone in Italia nel 1800 pu ben valere quella di Annibale, come dice Monti nel componimento Per la liberazione d'Italia (1801).
Questa aderenza alla moda del tempo, questo ossequioso tributo pagato ai gusti dell'et napoleonica ha fatto parlare taluni critici di Monti come di un magnifico ma freddo decoratore di belle forme, come il a poeta veramente dell'orecchio e dell'immaginazione, del cuore in nessun modo (secondo la felice formula proposta da Leopardi).
E la generale considerazione negativa della sua produzione poetica ha spinto qualche altro critico a ricercare, in isolati componimenti, delle tonalit pi intime e raccolte che sembrerebbero giustificare il ritratto di un Monti nuovo, di un Monti finalmente ripiegato su se stesso, in auscultazione del proprio cuore e dei propri affetti privati.
Si sono cos ritrovati, nei Pensieri d'amore (1782) e negli Sciolti al Principe don Sigismondo Chigi (1783), i toni delicati dell'elegia d'amore, o nella pi tarda Nel giorno onomastico della mia donna (1826) una profonda meditazione sulla morte, che hanno fatto pensare ad una sensibilit vicina a quella romantica.
E si  osservato nel teatro montiano, tipicamente classico nella sua struttura (con una ligia osservanza dell'unit di tempo e di luogo), l'innesto di cadenze e di toni sepolcrali e ossianeschi (specie nell'Aristodemo, 1786) e di numerose reminiscenze shakespeariane: nel Galeotto Manfredi (1786-1788), dove  tenuto presente l'Otello; e nel Caio Gracco (1788-1800), che echeggia in pi punti il Coriolano e il Giulio Cesare del grande drammaturgo inglese.
Tentare di rivalutare la poesia montiana per quanto di romantico essa offre,  impresa che pu essere legittimamente intrapresa, ma che porterebbe inevitabilmente a risultati parziali, che non ci darebbe insomma una vera fisionomia di Monti.
La sua poesia rimane sostanzialmente poesia senza svolgimento interiore: certi ripiegamenti romantici rientrano pi nella sua generale fisionomia di poesia eclettica, facile a riecheggiare modi e motivi differenti, che a segnare un approdo positivo, sia pure parziale. Per questo scrittore vale ancora la definizione proposta dal Croce di poeta della letteratura.
La letteratura diviene infatti il mondo esclusivo di Monti. Il mondo in cui egli si pu rifugiare, per sfuggire a una realt che non comprende, al cui ritmo vorticoso non sa resistere. In tutta la poesia di Monti si avverte un movimento continuo dalla realt alla letteratura: le sue canzoni, i suoi poemi partono sempre da un'occasione offerta dal reale (le imprese di Napoleone come una scoperta archeologica, una conquista della scienza come una ricorrenza festiva), per trasferirsi nel mito letterario. un movimento in direzione costante che nasconde, al suo fondo, un dramma umano, autenticamente sofferto.
Di qui l'importanza della mitologia, che nella sua opera costituisce per il lettore moderno la parte pi estranea e arida: in realt una poesia montiana senza il ricorso all'immagine mitologica non sarebbe neppure immaginabile. La mitologia  per Monti l'inevitabile punto di riferimento di un'immaginazione satura di letteratura classica e portata a trasformare in mito, per eluderla, anche la pi incandescente modernit.
Non a caso il suo capolavoro diviene la traduzione dell'Iliade (1810-1811; poi ripubblicata con correzioni in edizioni successive, fino a quella definitiva del 1825): dove il poeta fa oggetto del suo canto la letteratura stessa.
Nel tradurre il capolavoro di Omero, Monti trova infatti il modo di raccogliersi in una realt che lo assorbe completamente nella sua immobilit eterna. Se le altre opere montiane, ha osservato giustamente un critico, sono l'espressione e l'eco di un momento, ben radicata nella storia  l'Iliade, che  come il fiore del gran sogno neoclassico. Con questa versione si chiude fulgidamente la lunga stagione delle traduzioni dei grandi poemi classici. Dopo la cinquecentesca versione dell'Eneide a opera di Caro, e quella dell'Odissea a cura di Pindemonte su cui ci siamo gi soffermati, l'impresa di Monti viene a porsi come il frutto supremo di un idoleggiato classicismo plurisecolare, proprio alla vigilia di quella rivoluzione romantica decisa a consumare, fino in fondo, il proprio "distacco" dai classici.
FINE.
