PIERRE NOUAILLE.

IL DISPACCIO DI EMS.

Il 19 luglio 1870 la Francia di Napoleone III dichiara guerra alla Prussia di
Guglielmo I. Il mondo  sbalordito: la scusa che giustifica agli occhi di Parigi
questa decisione  troppo debole. Ufficialmente il testo di un telegramma,
ritenuto disonorante dal governo francese, ne spiega il gesto bellicoso. Un
telegramma proveniente da Ems...
N l'imperatore, malato, che incomincia ad invecchiare (malgrado abbia soltanto
sessantadue anni), n il re di Prussia hanno voluto questa guerra. Il primo non
ha ancora dimenticato la folgorante vittoria ottenuta dai Prussiani a Sadowa
contro gli Austriaci soltanto quattro anni prima. Il re, ragionevole, che
suppone l'esercito francese molto pi potente di quanto esso non sia in realt,
 favorevole alla pace. Ma dietro l'imperatore ci sono i bonapartisti, gli
ultras. E dietro Guglielmo, c' Bismarck...
In realt, il famoso telegramma  la scintilla lanciata su un barile di polvere
preparato a Madrid solo 17 giorni prima della dichiarazione di guerra. Il 2
luglio il maresciallo Prim, capo del governo spagnolo, convoca il barone Mercier
de Lostende, ambasciatore di Francia. Alcuni giorni prima, il 25 giugno, la
regina Isabella II di Spagna, spodestata il 26 settembre 1868, ha abdicato. E'
dunque necessario designare un altro re.
Questo sovrano, dice il maresciallo Prim, l'abbiamo cercato a lungo ed ora
l'abbiamo trovato:  il principe Leopoldo di Hohenzollern-Sigrnaringen, che
possiede tutte le qualit richieste.
L'ambasciatore  stupefatto: Un tedesco! Un cugino del re di Prussia!
Non avete nulla da temere, ribatte il maresciallo. Il suo ruolo sar limitato,
quasi inesistente.
Mi dispiace, Eccellenza, ma questa decisione avr pessime conseguenze, in
Francia.
Egli non esagera. Prima ancora che il suo rapporto arrivi a Parigi, le agenzie
di stampa pubblicano un telegramma che annuncia la decisione del governo
spagnolo. A Parigi la notizia ha l'effetto di una bomba. La stampa si scatena.
Per la prima la Gazette de France, giornale realista, pubblica un articolo nel
quale si legge che: il governo spagnolo ha inviato una delegazione in Germania
per offrire la corona al principe di Hohenzollern.
Il Journal des Dbats, che riflette l'opinione della borghesia orleanista,
scrive: Una grave notizia ci giunge oggi da Madrid. Una delegazione inviata in
Prussia dal maresciallo Prim, ha offerto la corona di Spagna al principe di
Hohenzollern, che ha accettato. Questa candidatura sarebbe stata proposta
all'insaputa delle Cortes.
L'informazione  arrivata. E viene presto seguita da commenti. Il 4 luglio, le
Figaro afferma: Non vogliamo i Pirenei Prussiani. Saremo irremovibili. La Presse
rincara la dose: Niente Spagna prussiana. Secondo le National, i Prussiani si
apprestano a dominare la Spagna. Altri giornali mettono altro olio sul fuoco. Le
Galois scrive: Se dovessimo sopportare quest'affronto, non ci sarebbe pi al
mondo una sola donna disposta a dare il braccio ad un Francese. Per le Soir:  La
candidatura Hohenzollern  per la Francia una vera provocazione. Le Sicle
accenna all'accerchiamento prussiano di tutte le nostre frontiere. Soltanto le
Temps mantiene una certa misura, rilevando che: dopo aver maldestramente cercato
di imporre un principe austriaco ai Messicani, possiamo impedire agli Spagnoli
di scegliersi un re prussiano?
Prima di continuare e di vedere con quale rapidit aumentino in Francia la
tensione, la collera e l'odio verso la Prussia, vediamo chi  il principe di
Hohenzollern. Guarda caso, egli  contemporaneamente cugino di Guglielmo I e di
Napoleone III. Infatti gli Hohenzollern Sigmaringen costituiscono un ramo della
famiglia degli Hohenzollern, mentre gli Hohenzollern-Brandeburg sono un altro
ramo, a cui appartengono i re di Prussia. Ma se questi sono ora protestanti, i
Sigmaringen sono rimasti cattolici.
Leopoldo  figlio di Carlo Antonio Federico e di Maria Antonietta, nata Murat.
Egli  dunque nipote di una Murat, e quindi cugino di Napoleone III. Non  la
prima volta che si pensa al principe per il trono di Spagna. Suo fratello
maggiore, Carlo,  appena stato fatto principe della Moldavia e Valacchia e nel
1881 diventer re di Romania con il nome di Carlo I. Leopoldo era gi stato
scelto dal maresciallo Prim nel 1868, ma a causa dell'opposizione del re
Guglielmo di Prussia, questa idea era stata abbandonata. Leopoldo aveva ripreso
le sue funzioni di maggiore nel primo reggimento della guardia a piedi del re e
in poco tempo si era fatto dimenticare.
Quando il suo nome ritorna in primo piano, suo padre, il principe Antonio,
chieder l'approvazione del re. Guglielmo I, che non vede in quella promozione
se non un incarico essenzialmente onorifico e che non immagina che la Francia
possa non gradire tale scelta, d la sua approvazione e ne informa Bismarck, il
suo cancelliere. Questi ha la vista pi acuta e mentre approva la decisione del
re, gli chiede di non mettere al corrente il governo di Berlino, poich si
tratta, dice, di una questione puramente familiare. Guglielmo I  d'accordo e
considera la faccenda sistemata.
Bismarck  il secondo personaggio di questo dramma. Personaggio che solo alla
fine del primo atto comparir ufficialmente, ma che , ci nondimeno, il vero
protagonista. Nel 1870, Otto von Bismarck, il cancelliere di ferro, ha
cinquant'anni. Egli  nato, infatti, il 1 aprile 1815 nel castello di
Schoenhausen, propriet della famiglia ai margini dell'Elba. Come tutti i
giovani signori di campagna prussiani, egli ha compiuto la sua preparazione, ma
non ha mai accettato la terribile disciplina del servizio militare. Di buona
statura, forte, Otto von Bismarck  un cavaliere e un tiratore eccezionale,
nuota come un pesce ed ha coraggio da vendere. Ma non sa ubbidire e i conflitti
tra il giovane e gli ufficiali sono frequenti. In capo a un anno egli lascia la
caserma con il grado di ufficiale della riserva.
Ritornato a casa, vi trova la madre moribonda e il padre praticamente rovinato.
Fino a quel momento era vissuto come tutta la jeunesse dore di quel tempo,
spendendo senza ritegno e accumulando debiti. Bruscamente capisce che deve
cambiare totalmente i suoi modi di vita. Decide di seguire dei corsi di chimica
e di botanica e diventa il direttore di una propriet di cinquecento ettari,
Kniephof, dove ha ai suoi ordini una cinquantina di lavoratori. Durante i sette
anni in cui si dedica alla terra, egli legge molto, pi che altro opere di
storia e di sociologia. Conoscendo perfettamente l'inglese e il francese, non
deve ricorrere a traduzioni. E' soprattutto in quel periodo che si forma a poco
a poco il futuro capo della Prussia.
Deputato supplente nel 1847, la sua personalit, la sua energia selvaggia e le
sue profonde cognizioni fanno s che egli sia nominato il 15 maggio 1851,
consigliere reale personale dell'ambasciata di Prussia presso la Confederazione
Tedesca a Francoforte. Sette anni dopo egli  ambasciatore in Russia. Quando
ritorna, il 22 settembre 1862, viene nominato ministro di Stato e presidente
provvisorio del Consiglio.
La Prussia  in quell'epoca in piena crisi interna. Guglielmo I, che ha
sostituito Federico Guglielmo II, sta per abdicare. L'atto  gi stato redatto,
perch ii popolo non capisce come l'Italia sia riuscita ad unificarsi mentre la
Prussia  in conflitto permanente con Francoforte, l'Holstein e la Hesse. Le
Camere sono divise e i ministri dimissionari.
Ma giunge Bismarck. Tutto cambier. E l'Europa stessa dovr tener conto della
nuova politica prussiana diretta con mano ferma dall'uomo che, non appena
integrato nelle sue funzioni, annuncia ai membri della commissione parlamentare
per il bilancio, con la sua voce sottile: Non sar con i discorsi e con i voti
della maggioranza che i grandi problemi della nostra epoca verranno risolti,
come si  creduto nel 1848, ma col ferro e col sangue!
Confermato nelle sue funzioni di cancelliere-ministro degli Affari esteri, Otto
von Bismarck consacrer d'ora in poi la sua vita alla Prussia e alla Germania
unita, che sogna da quando ha preso coscienza delle sue qualit di uomo di
stato.
Di fronte al cancelliere di ferro, sta Napoleone III, imperatore dei Francesi.
Bismarck lo conosce bene. Lo ha incontrato a Parigi e a Biarritz. Per il
Prussiano, il pronipote del grande imperatore non pu sostenere il confronto con
quest'ultimo. I Francesi, che non hanno del tutto dimenticato il Piccolo
Caporale, vedono in Napoleone III un'idea, un simbolo, e nient'altro.
Eppure, durante il suo regno, I'imperatore ha voluto imitare il prozio. Egli ha
fatto la guerra in Crimea, in Italia, in Cina, nel Libano ed in Messico. Ha
appoggiato i sudisti nella guerra di Secessione, il Papa, i Polacchi insorti a
Varsavia nel 1863.
Le sconfitte e la potenza militare della Prussia, che nel 1866 ha battuto
l'Austria a Sadowa, hanno reso Napoleone III molto prudente. La sua salute
cagionevole non  estranea al desiderio di pace.
Inoltre c' stato il plebiscito dell'8 maggio, il cui risultato  stato di
7.336.434 s, contro 1.560.700 no. Un trionfo, dicono i sostenitori del potere.
Ma l'imperatore ricorda soprattutto il numero degli oppositori. I contadini, in
mano all'aristocrazia, hanno votato bene. Ma il mondo operaio ne ha abbastanza
del bonapartismo. Una guerra forse provocherebbe una rivoluzione che spazzerebbe
via il regime.
Questi i personaggi principali del dramma sul quale si alza il sipario il 2
luglio 1870 a Madrid.
E' opportuna una constatazione preliminare: in questa faccenda, nessuno attacca
il governo spagnolo del maresciallo Prim. I francesi ce l'hanno con la Prussia,
con la Prussia soltanto. E con quale vigore! Certo, qualche raro giornale esorta
alla moderazione. Il primo, Constitutionnel, organo ufficioso del governo,
pubblica, il 5 luglio, la seguente nota ispirata dalle Tuileries: Risulta da
informazioni che ci sembrano degne di fede che agenti del maresciallo Prim si
sarebbero recati questi giorni in Prussia, presso il principe di Hohenzollern,
per offrirgli la corona di Spagna, che Sua Altezza avrebbe accettato. Non
sappiamo ancora se il maresciallo Bismarck, il Cancelliere di ferro, e Guglielmo
I abbiano chiesto al maresciallo Prim se, in questo caso, agisse a titolo
personale o se avesse ricevuto un mandato dalle Cortes spagnole o dal reggente.
Inoltre, attendiamo pi ampie informazioni per valutare un avvenimento la cui
gravit non sfuggir a nessuno.
Se, come tutto fa supporre il maresciallo ha agito senza mandato,
quest'incidente si riduce alle proporzioni di un intrigo, se, al contrario, la
nazione spagnola approva o incoraggia questa azione, dobbiamo, prima di tutto,
affrontarla con il rispetto che merita un popolo che decide il suo destino. Ma,
rendendo omaggio alla sovranit del popolo spagnolo, solo giudice competente in
questo campo, non potremmo reprimere un moto di sorpresa quando vediamo
consegnare lo scettro di Carlo Quinto ad un principe prussiano, nipote di una
principessa della famiglia Murat, il cui nome si collega alla Spagna solo
attraverso ricordi dolorosi.
Les Dbats, le Temps e le Rappel, consigliano anch'essi la moderazione. I loro
articoli non provocano altro che ilarit, ed essi vengono accusati di
vigliaccheria, di codardia, persino di tradimento. Inoltre, quando nella
capitale si viene a sapere che nel pomeriggio del 5 luglio il deputato di
centrosinistra del Loiret, Cochery, ha depositato un'interpellanza sul caso
Hohenzollern, la citt viene presa dal delirio. Cochery  l'uomo del giorno.
Le Soir scrive: Cochery  un eroe. La gente lo incita, lo circonda, lo
festeggia. Tutti gli consigliano di colpire forte e duramente. Bisogna dire che
la misura  colma!
La mattina del 6, tutti si precipitano alle edicole dei giornali. L'iniziativa
di Cochery sembra aver aggiunto del vetriolo all'inchiostro dei redattori.
Che importanza hanno per noi, scrive le National, che Importanza hanno per noi i
ricordi della famiglia Murat! La cosa pi rilevante  che si pensi a disporre di
un trono in favore degli Hohenzollern, famiglia di cui un membro, Carlo Eitel
Federico,  gi principe di Romania dal 20 aprile 1866!
In Le Soir, Edmond About scrive: Come! Si vorrebbe permettere alla Prussia di
collocare un suo proconsole alla nostra frontiera spagnola? Ma allora saremmo
trentotto milioni di prigionieri!
E Francois Victor Hugo, figlio del poeta, aggiunge: Gli Hohenzollern sono
arrivati a una tale audacia che la conquista della Germania non  sufficiente,
per loro; essi vogliono dominare l'Europa. Sar, per la nostra epoca, un'eterna
umiliazione che questo progetto sia stato, non diremo iniziato, ma soltanto
concepito!
Le Sicle, a sua volta, rileva: La Francia, circondata in tutte le sue frontiere
dalla Prussia o da nazioni sottoposte alla sua influenza, si troverebbe ridotta
ad un isolamento simile a quello che fu la causa delle lunghe lotte dell'antica
monarchia contro la Casa d'Austria. La situazione sarebbe, per molti aspetti,
pi grave che all'indomani dei trattati del 1815. Lo sdegno provocato
dall'annuncio della candidatura Hohenzollern assume proporzioni sempre pi
considerevoli, scrive ancora il giornale. E sin d'ora l'unico argomento delle
conversazioni e delle preoccupazioni.
Il governo di Emile Ollivier, tacciato di debolezza o addirittura di complicit
con la Prussia, non sa a che santo votarsi. I ministri sono divisi. L'atmosfera
 pesante quando il consiglio si riunisce alla fine della mattinata del 6, a
Saint Cloud in presenza dell'imperatore, per definire la risposta
all'interpellanza di Cochery. Napoleone III  riservato, quasi reticente. In
compenso, il duca Agnor di Gramont, principe di Bidache, ministro degli Affari
esteri, mostra una decisione che stupisce non poco i suo colleghi. Essi, in
effetti, lo considerano pi pieno di s che ponderato, pi orgoglioso che
politico scaltro. Bismarck non ha forse detto, e naturalmente lo si  venuto a
sapere, che egli considera Gramont uno degli uomini pi scemi d'Europa? Il
cancelliere l'ha perfino definito: un bue...
Quel 6 luglio, per, Gramont intende dimostrare ch'egli  un grand'uomo di
Stato. E forse non  nemmeno tanto scontento di vendicarsi del suo collega
prussiano... Fatto sta che sin dall'inizio egli raccomanda: un atteggiamento
energico, vigoroso. Emile Ollivier, in quel momento, si rivolge al maresciallo
Lebeuf, ministro della Guerra: Malgrado ci che si dice e ci che si pensa nelle
alte sfere ( chiara l'allusione all'imperatore), l'esercito francese pu
facilmente battere l'esercito prussiano, soprattutto se daremo corpo a
un'offensiva vigorosa!
L'esercito  ammirevole, coraggioso, disciplinato preparato, prosegue il
maresciallo. La mobilitazione e la concentrazione delle truppe si opereranno
rapidamente. Se noi agiamo con decisione e senza perdite di tempo, sorprenderemo
i Prussiani nel bel mezzo dei loro preparativi. Possiamo sin dall'inizio mettere
a segno uno di quei colpi ben riusciti che esaltano il morale dell'esercito,
raddoppiano la sua potenza e costituiscono una garanzia di successo definitivo!
A molti ministri, le affermazioni del maresciallo non sembrano affatto
convincenti. Essi, pi moderati, ritengono che la dichiarazione governativa, che
verr letta quello stesso pomeriggio alla camera, non dovr essere troppo
violenta. La discussione  accanita.
E se arrivassimo alla guerra? domandano vari membri del parlamento, avremmo
degli alleati? Senza una parola, Napoleone si alza e si dirige a una scrivania
di cui apre un cassetto. Prende due lettere una dell'imperatore d'Austria,
l'altra del re d'Italia. Egli le d in lettura ai ministri, senza spiegare loro
l'origine di quei documenti. Il tono delle lettere di Francesco Giuseppe e di
Vittorio Emanuele II  molto prudente, ma Napoleone lo interpreta come una
promessa di soccorso nel caso in cui la Francia entrasse in guerra con la
Prussia.
Emile Ollivier scriver in seguito su questo argomento: Questa specie di
alleanza esiste spesso senza una dichiarazione formale; i trattati vengono
firmati quando l'eventualit di una guerra si concretizza in un fatto imminente;
essi stessi sono la dimostrazione che la guerra avr inizio...
Il fatto che nessun trattato di alleanza formale fosse stato concluso era la
prova che la guerra ci sorprendeva e non era stata da noi premeditata...
Potevamo contare solo su questi due alleati...!
Dopo aver reso noto al governo il contenuto delle due lettere, l'imperatore
soggiunge: Non dobbiamo dimenticare l'obiettivo principale di questa riunione,
cio il modo per assicurare la pace senza rischiare il nostro onore e la nostra
dignit. E a questo scopo, una risposta precisa si rende indispensabile.
Il duca di Gramont estrae a questo punto dalla sua cartella di cuoio nero un
progetto di dichiarazione, che legge ai suoi colleghi. Il testo  molto fermo,
ma, come desidera l'imperatore, lascia aperta la strada ai negoziati e prevede
il ritiro della candidatura Hohenzollern. Il progetto viene approvato.
Mentre il presidente del Consiglio, Emile Ollivier, rilegge parola per parola il
documento, Napoleone III chiede al duca di Gramont di telegrafare
all'ambasciatore di Francia a San Pietroburgo, affinch il governo dello zar,
messo al corrente delle sue decisioni, intervenga anch'esso e faccia pressione
sul governo prussiano.
La riunione  finita. Gramont riprende il testo della dichiarazione, che era
rimasto nelle mani di Ollivier. Ma egli si accorge che il presidente del
Consiglio ha aggiunto di suo pugno una frase alla fine dello scritto. Il
ministro degli Affari esteri, dopo averla scorsa rapidamente, approva con un
movimento della testa, ma non ne fa cenno con gli altri ministri, molti dei
quali sono gi ritornati alle loro vetture.
All'apertura della seduta del pomeriggio, il duca di Gramont sale alla tribuna
del Corpo legislativo. Tutti i deputati sono presenti, le tribune per il
pubblico sono affollatissime. Il ministro prende la parola in un'atmosfera di
profondo silenzio: E' vero che il maresciallo Prim ha offerto la corona di
Spagna al principe Leopoldo di Hohenzollern e che questi l'ha accettata.
Tuttavia il popolo spagnolo non si  ancora pronunciato e noi non conosciamo
ancora i particolari concreti di una decisione che ci  stata tenuta nascosta.
(Mormorii.)
Per questo motivo una discussione sull'argomento non potrebbe giungere ora ad
alcun risultato pratico e vi preghiamo perci, signori, di rimandarla. Non
abbiamo mai cessato di testimoniare la nostra simpatia alla nazione spagnola e
di evitare tutto ci che avrebbe potuto sembrare un'interferenza nelle questioni
interne di una nobile e grande nazione in pieno possesso della sua sovranit;
non abbiamo mai abbandonato, nei riguardi dei vari pretendenti al trono la pi
rigorosa neutralit, e non abbiamo mai dimostrato per alcuno di essi qualsiasi
preferenza o avversione. Persistiamo in questo atteggiamento. Ma non riteniamo
che il rispetto per i diritti di un popolo vicino, la Spagna, ci obblighi a
permettere che una potenza straniera, la Prussia, collocando uno dei suoi
principi sul trono di Carlo Quinto, possa cambiare a nostro sfavore l'equilibrio
attuale delle forze in Europa (numerosi applausi) e mettere in pericolo gli
interessi e l'onore della Francia (prolungati applausi e approvazioni).
Questa eventualit, ne abbiamo la ferma speranza non si verificher. Per
impedirlo, contiamo contemporaneamente sia sulla saggezza del popolo tedesco,
sia sull'amicizia del popolo spagnolo!
Granier de Cassagnac: E sulla nostra risolutezza!
Il ministro: Se cos non fosse? Forte del vostro appoggio, signori, e di quello
della nazione...
La Roche-Joubert: Noi sapremo compiere il nostro dovere senza esitazioni e senza
debolezze! (Agitazione generale e prolungata. Ripetuti applausi. Proteste a
sinistra). (Quest'ultimo paragrafo  quello aggiunto da Emile Ollivier).
Garnier-Pags: Sono problemi dinastici quelli che disturbano ora la pace
dell'Europa! (Vive esclamazioni) I popoli non hanno che motivi per amarsi ed
aiutarsi reciprocamente!
Voci numerose a destra: Basta, basta! Non avete la parola!
Mentre il duca di Gramont, tra i molti applausi, ritorna al banco dei ministri,
si sente Thiers che grida: E' appena stata lanciata una sfida contro qualcuno
che si vuole costringere a combattere!
E Glais-Bizain, approvato da Crmieux, da Raspail e da altri deputati della
sinistra, chiede a Gramont: Allora,  una dichiarazione di guerra?
Il ministro degli Affari esteri si difende. Ma timoroso, nondimeno, delle
reazioni della maggioranza dei deputati, egli telegrafa all'imperatore, che si
trova a Saint-Cloud: La dichiarazione  stata accolta dalla Camera con emozione
e molti applausi. Anche la sinistra, ad eccezione di un piccolo numero, ha
dichiarato che appogger il governo. La mossa ha addirittura superato il fine.
Sembrava che si trattasse di una dichiarazione di guerra. Ho approfittato di un
intervento di Crmieux per ristabilire la calma.
La seduta continua. Emmanuel Arago sale alla tribuna, per affermare che il
ministro  stato imprudente ad impegnare la Francia suo malgrado, e che le
precisazioni fatte a proposito di una candidatura sono state assai simili alla
nomina di un re di Spagna e ad una dichiarazione di guerra.
Emile Ollivier interviene: Tutto ci  falso e in mala fede. Noi non vogliamo
che la pace...
Crmieux: Poich la guerra  fin d'ora dichiarata, chiedo di interrompere la
discussione del bilancio e di non pensare che alla preparazione delle ostilit!
Questa volta, Ollivier, sale alla tribuna per combattere la mozione Crmieux:
Chiedo all'Assemblea di non accettare la proposta dell'onorevole Crmieux e di
riprendere la discussione del bilancio. Il governo desidera la pace!... La
desidera fermamente, ma con onore. Non posso ammettere che esprimendo
apertamente il proprio giudizio su una situazione che riguarda la sicurezza ed
il prestigio della Francia, il governo comprometta la pace del mondo! Il mio
parere  che esso impieghi il solo mezzo che rimane per consolidarla; perch,
ogni volta che la Francia si dimostra ferma senza esagerazione nella difesa di
un diritto legittimo, essa  sicura di ottenere l'appoggio morale e
l'approvazione dell'Europa. Chiedo dunque ai membri di questa Assemblea di
essere persuasi che essi non partecipano ai preparativi mascherati di una azione
verso la quale ci incammiamo per sentieri oscuri. Noi completiamo il nostro
pensiero: non vogliamo la guerra. Ci preoccupa soltanto la nostra dignit. Se
noi credessimo la guerra inevitabile, non la inizieremmo che dopo aver chiesto e
ottenuto il vostro appoggio. Si far allora un dibattito e se voi non sarete
d'accordo, poich viviamo in regime parlamentare, non vi sar difficile
esprimere le vostre idee: non avrete che da rovesciarci con un voto ed affidare
la guida dei problemi a coloro che vi sembreranno in grado di risolverli secondo
il vostro pensiero...
Un discorso abile! Non pu non piacere all'imperatore la cui avversione per
un'altra guerra Ollivier non ignora. E mentre rassicura la sinistra, soddisfa i
sostenitori dell'inflessibilit nei riguardi della Prussia. E l'apparente
sottomissione al Parlamento deve rassicurare anche tutti gli oppositori e gli
indecisi che non hanno dimenticato il recente plebiscito...
E la stampa? E l'opinione pubblica? Questa, influenzata da quella, tende sempre
di pi ad una spiegazione definitiva con la Prussia. Il Nostro esercito non 
forse invincibile?
In le Correspondant del 7 luglio, Lavedan scrive: La Prussia non ha alcun
interesse confessabile per la penisola e non potrebbe intervenire senza compiere
un atto di vera provocazione. Perci siamo con coloro che approvano
l'atteggiamento fermo adottato dal governo. Da troppo tempo la nostra
compiacenza era al servizio delle altrui conquiste, siamo confortati dal
sentirci di nuovo Francesi! Tutti gli spiriti patriottici hanno reso omaggio,
come la Camera, alla dichiarazione del governo, ritrovandovi con gioia l'antico
tono di fierezza nazionale.
Le National, dal suo canto, se la prende con il cancelliere della Prussia: C'
forse bisogno di ricordare i fatti del 1866 per dimostrare che Bismarck, lungi
dall'agire con franchezza, considera la menzogna come la prima delle virt
diplomatiche?... Noi chiediamo: se, col pretesto che pratiche di questo genere
non interessano la popolazione francese, quest'ultima permette agli Hohenzollern
di piantare le loro tende e puntare i loro cannoni lungo i margini del Reno da
un lato, e le cime dei Pirenei dall'altro, cosa dir la nostra nazione quando
vedr le legioni Prussiane ammassate dietro quei cannoni mettersi in movimento
per soddisfare gli odii accumulati dai rappresentanti dell'assolutismo contro le
idee liberali di cui la Francia  depositaria e custode?
Per ci sono ancora dei giornali che consigliano la moderazione: le
Constitutionnel, le Journal des Dbats, le Temps e le Publie.
Il 7 luglio, il capo redattore di quest'ultimo, Drolle, firma questo articolo:
Non condividiamo il turbamento che provoca l'accettazione del trono di Spagna da
parte del primogenito del principe di Hohenzollern. Ci che  avvenuto tra
Madrid e Berlino ci sembra molto naturale. E addosso a chi, allora, deve
ricadere l'emozione popolare risentita in Francia? Sui ministri!
Ad essi dobbiamo chiedere conto della loro condotta. E quando vediamo che Prim
si agita in Spagna e che Bismarck si comporta da vero Prussiano, dobbiamo sapere
se anche Ollivier e Gramont si sono comportati da Francesi. Ci  stato detto che
il governo si opporr al progetto di Prim. Come si opporr? L'Inghilterra lo
approva, la Prussia lo accetta, e non  impossibile che la Spagna, proprio
perch noi non lo vogliamo, lo sottoscriva. Cosa faranno allora i nostri
ministri? La guerra alla Prussia? Sarebbe mostruoso. Alla Spagna? Sarebbe
insensato!...
Il popolo  meno diviso. Si pu dire che sono rare le opinioni ragionevoli. I
pi accaniti vedono la guerra come un'occasione per vendicare Waterloo!
All'estero tutti sono esterrefatti. I paesi europei non capiscono questa brusca
esplosione di collera, sproporzionata al motivo. Gli Spagnoli sono senza dubbio
i pi sorpresi. Per loro l'idea del maresciallo Prim non  altro che un
sondaggio poich n le Cortes, n la nazione hanno avuto modo di far sapere la
proprio opinione. D'altronde, si  gi manifestata un'opposizione, che si
ribella fermamente alla designazione di un principe tedesco al trono di Madrid.
Si parla addirittura di guerra civile, se il cugino del re di Prussia verr a
Madrid. Ma queste reazioni interne non impediscono ai partigiani e agli
oppositori di Leopoldo di chiedersi le vere ragioni dell'atteggiamento bellicoso
di Parigi.
In Inghilterra gli sviluppi della situazione vengono seguiti con attenzione. La
corte  preoccupata e l'ambasciatore presso il governo francese, lord Lyons,
viene incaricato di chiedere chiarimenti al duca di Gramont. Questi non fa che
confermare i timori di Buckingham Palace: Se il re Guglielmo non obbliga suo
cugino a rifiutare il trono di Spagna, sar la guerra. Il ministro aggiunge: La
questione  diventata un problema di sicurezza pubblica interna...
Il che significa che non soltanto il ministro  minacciato, ma che lo stesso
regime rischia di crollare. Lo stesso Times, intanto, scriveva che la questione
non era troppo importante. Il giornale britannico denunciava l'impertinente
pretesa della Francia di imporre le sue preferenze.
Lo Standard, il Pall Mall Gazette, il Daily Telegraph, invece, se la prendono
pi particolarmente con Guglielmo I, il cui atteggiamento viene definito
gesuitico, poich pretende di essere estraneo alla questione, pur avendo
autorizzata la candidatura del principe Leopoldo non in qualit di re, ma come
semplice capo della famiglia degli Hohenzollern. Questi giornali, per,
giudicano anche che tutto questo non valga una guerra.
E la Prussia? Per il mondo, le voci ufficiali dichiarano di non capire
l'agitazione dei Francesi. Il cancelliere Bismarck si trova nella sua casa di
campagna, a Varzin, e il vecchio re Guglielmo, che ha appena compiuto
settantatr anni, ha incominciato la sua cura annuale a Ems.
Il 7 luglio, I'indomani della dichiarazione fatta dal duca di Gramont di fronte
ai deputati, la stampa  ancora riservata. La maggior parte dei giornali insiste
sul fatto che la questione Hohenzollern  puramente familiare e che non ha
niente a che fare con la politica del regno. L'atteggiamento francese,
nondimeno, viene condannato, ma con moderazione. Unica eccezione, forse, un
articolo della Borsen Zeitung in cui l'autore si congratula per la scelta
spagnola concludendo in questi termini: Se il governo francese avesse
l'intenzione di esigere dal governo federale di esercitare pressioni sul
principe Leopoldo allo scopo di indurlo a rinunciare alla corona offerta, siamo
convinti che il conte Bismarck possieda troppa fierezza nazionale per dare il
bench minimo seguito a tale insinuazione.
I colleghi della Borsen Zeitung, se non vanno cos lontano nei loro commenti,
certo non mancano di rilevare che il principe Leopoldo ha legami di parentela
anche con Napoleone III.
Bismarck, da parte sua, aspetta. Egli scrive, nondimeno, in un appunto per il
segretario, rimasto a Berlino: Trovo il discorso del Duca di Gramont pi
inflessibile e presuntuoso di quanto non mi aspettassi. Non so se ci debba
attribuirsi alla stupidit o se sia il risultato di una decisione presa
anteriormente. Quest'ultima supposizione sarebbe confermata dalle imponenti
dimostrazioni che hanno accolto il discorso e che renderanno difficile qualsiasi
ritirata.
Nel frattempo all'ambasciatore prussiano a Parigi, von Werther, convocato al
Quai d'Orsai, vengono notificate le richieste della Francia. Senza perdere
tempo, egli parte per Ems, dove viene ricevuto dal re, in presenza del
consigliere Abeken, laureato in teologia, uomo di fiducia di Bismarck.
L'ambasciatore riferisce a Guglielmo I sul suo incontro con Gramont. Abeken
viene incaricato di redigerne un rapporto esatto, che viene subito spedito a
Sigmaringen, dove si trova il padre di Leopoldo, il principe Carlo Antonio. Vi
si aggiunge una lettera del re, nella quale il sovrano prussiano annuncia lo
scoppio della bomba e mette il principe al corrente della sua sorpresa per il
gesto prematuro di Prim e del suo rincrescimento che non sia stata chiesta
l'approvazione di Parigi prima di proporre la candidatura.
Il rapporto redatto da Abeken, include, alla fine, una frase aggiunta su
richiesta di Guglielmo I: Sua Maest mi incarica di dire a Vostra Altezza ed a
Vostro Figlio che essa lascia a Voi il compito di esaminare in che maniera e con
quale mezzo credete di poter modificare l'impressione di Parigi e, soprattutto,
quella dell'Imperatore.
Che altro  se non un appello discreto alla rinuncia a qualsiasi pretesa al
trono di Spagna? Sicuramente Bismarck la disapproverebbe...
Durante la giornata del 7 arrivano a Ems i rapporti degli ambasciatori, che
riferiscono le reazioni provocate nelle capitali europee dal discorso
pronunciato da Gramont al Corpo legislativo. La maggior parte di esse sono poco
favorevoli alla candidatura Hohenzollern.
Da Berlino, invece, si sa che il governo britannico ha fatto pervenire al suo
ambasciatore, lord Oftus, augurandosi che il re di Prussia ne fosse informato,
una nota in cui Londra rileva che: la segretezza esagerata mantenuta durante i
negoziati dal governo spagnolo e dai Sigmaringen  contraria allo spirito
amichevole osservato di regola nei rapporti internazionali. Questa misura
inusitata, dice la nota, ha un carattere offensivo, che sussister fino a che il
principe non rinuncer alla sua candidatura.
Un personaggio che sar al centro di tutta la questione entra ora in scena: il
conte de Benedetti, rappresentante della Francia a Berlino. Corso di origine,
ex-console al Cairo e in seguito a Palermo, segretario nel 1856 al Congresso di
Parigi, di cui aveva redatto i protocolli, ex-ambasciatore a Torino, il conte de
Benedetti  in carica a Berlino da ormai cinque anni. Quest'uomo magro, calvo, 
considerato un diplomatico se non geniale almeno coscienzioso. Ha saputo, ad
ogni modo, crearsi innumerevoli amicizie in Prussia, in particolare tra il
seguito del re. Da Wildbad, dove si trova in villeggiatura a quell'epoca, de
Benedetti segue con preoccupazione l'evolversi della situazione. Non avendo
ricevuto alcun incarico da Parigi, egli lo sollecita; con un telegramma che gli
arriva il 7 luglio, alle ore 23 e 45, Gramont gli ingiunge di recarsi a Ems.
Egli deve incontrarsi con un addetto all'ambasciata, partito da Parigi con le
istruzioni.
Questo funzionario, il barone di Bourqueney, consegna all'ambasciatore due
buste. La prima contiene una serie di documenti secondo i quali il principe
Leopoldo avrebbe accettato l'offerta di Prim e il governo di Berlino non avrebbe
ignorato la cosa, ma avrebbe affermato di esserne estraneo. Una nota precisa che
il governo francese si augura che il capo della famiglia degli Hohenzollern,
Guglielmo I, intervenga, se non con degli ordini, almeno con i suoi consigli,
presso il principe. La seconda busta contiene una lettera privata del ministro
degli Affari esteri.
Dobbiamo ottenere una risposta categorica. La sola che risulti soddisfacente
agli occhi del governo imperiale e che possa impedire la guerra : il governo
del re non approva l'accettazione del principe di Hohenzollern e gli ordina di
ritornare su questa decisione, presa senza il suo permesso. Gramont aggiunge che
soprattutto non si deve far guadagnare tempo con risposte evasive. E' necessario
sapere se si avr la pace o se un rifiuto obbligher la Francia a fare la
guerra.
La questione, insiste il ministro,  urgentissima, perch in caso di risposta
non soddisfacente bisogner procedere e, quarantotto ore pi tardi, cio sabato
10 luglio, iniziare i movimenti di truppe per incominciare la campagna entro
quindici giorni. A tutti questi documenti si aggiunge un nuovo codice che dovr
essere impiegato per i telegrammi con Parigi.
Dopo aver preso visione dell'incartamento, Benedetti  sgomento. Egli conosce
abbastanza bene re Guglielmo, e le informazioni sugli ultimi sviluppi della
questione sono abbastanza precisi, per prevedere che il tono che gli viene
imposto da Parigi nei riguardi del sovrano non corrisponde affatto allo stato
d'animo del re. Benedetti si rende perci conto della difficolt dell'incarico
che gli  stato affidato.
L'ambasciatore francese, al suo arrivo a Ems, prende alloggio nella villa Citt
di Bruxelles messa a sua disposizione dalla famiglia Lemoine, sua compatriota di
Saint-Malo. Egli vi passa la notte, ma non riesce a chiudere occhio. La mattina
presto gli viene consegnato un dispaccio di Parigi: il duca di Gramont lo
avverte che l'ambasciatore francese a Madrid si  incontrato con il maresciallo
Prim e l'ha messo al corrente delle reazioni francesi. Prim ha compreso
benissimo la gravit della situazione e non vede che una soluzione per uscire
dall'empasse: il principe di Hohenzollern non ha che da fargli sapere che
incontra resistenza da parte del re di Prussia e il maresciallo, con le scuse
dovute, abbandoner il progetto.
Gramont aggiunge: Come vedete, se il principe di Hohenzollern vuole evitare
tutti gli inconvenienti che la sua candidatura rende inevitabili,  ancora in
tempo per farlo. Ditelo al re e, se necessario, andate a dirlo anche al
principe.
Questo telegramma ridona un po' di ottimismo al conte de Benedetti. E' dunque
con minore inquietudine che egli si reca, alle tre del pomeriggio, all'udienza
da lui richiesta al re, alloggiato al Kurhaus, che gliel'ha concessa facendogli
sapere che l'avrebbe trattenuto a cena, poich i rapporti tra il vecchio sovrano
ed il rappresentante della Francia sono ottimi. A Berlino, Guglielmo I vede
sempre con molto piacere il conte.
Nondimeno, il re di Prussia  contrariato. Verso la fine della mattinata, egli
ha ricevuto da Bismarck, al corrente naturalmente della presenza
dell'ambasciatore francese a Ems, un telegramma che contiene, in un certo senso,
un richiamo all'ordine. Il cancelliere scrive: Che il re non si impegni
minimamente con Benedetti. E se questi si dimostra troppo insistente, bisogna
rispondere: il mio ministro degli Affari esteri  a Varzin.
In compenso, la regina Augusta di Prussia, che soggiorna a Coblenza, ha fatto il
viaggio fino ad Ems per spingere il consorte a fare tutte le concessioni
compatibili con la sua dignit. Questi due interventi quasi simultanei non
facilitano certo il compito di Guglielmo I!
Il re accoglie Benedetti con grande affabilit. Dopo essersi scusato per averlo
fatto attendere a causa della cura, egli chiede all'ambasciatore lo scopo della
sua missione.
Il conte riferisce al re le osservazioni e le riserve del governo francese. E
aggiunge: Mi appello, Sire, alla vostra saggezza ed alla vostra bont. Vi
supplico di allontanare tutte le calamit che il permanere della candidatura del
principe di Hohenzollern potrebbe provocare. Tutta l'Europa vi sar grata per il
vostro benevolo intervento e la Francia non potr che dimostrarsi profondamente
riconoscente verso Vostra Maest.
Guglielmo, che ha ascoltato l'ambasciatore con profonda attenzione, risponde
subito che la questione  di competenza del governo di Berlino. E' necessario
non confondere, dice il re, il mio ruolo di sovrano della Prussia con quello che
io devo esercitare come arbitro delle questioni della mia famiglia. Ma tengo a
precisare che non ho mai incoraggiato il principe Leopoldo ad accettare la
proposta del governo spagnolo. Mi sono limitato a non vietargli di prenderla in
considerazione.
Il re aggiunge che non vede in che modo l'onore della Francia potrebbe essere
colpito dalla decisione del principe. Egli si rifiuta, ad ogni modo, di credere
che una guerra possa essere la conseguenza di una questione cos irrilevante.
Non posso, dice ancora Guglielmo I, usare la mia autorit per chiedere a
Leopoldo di rimangiarsi la parola data. Ma mi asterr dallo sconsigliargli una
rinuncia.
In realt, il re fa capire a Benedetti che egli lascer il principe Leopoldo
libero di prendere la sua decisione, ma nello stesso tempo gli lascia anche
intendere che egli si  gi messo in contatto con il principe Carlo Antonio, a
Sigmaringen, insistendo sul modo in cui egli considerava lo scalpore provocato
in Francia dalla candidatura. Appena avr ricevuto una risposta dal principe,
conclude il sovrano, potremo riprendere questo colloquio. Dobbiamo soltanto
avere un po' di pazienza, perch il principe Leopoldo partecipa in questi giorni
ad una escursione sulle montagne di Salisburgo e suo padre non pu prendere la
decisione da solo.
Prima di andare a cena, il conte de Benedetti chiede al re il permesso di andare
a dettare il telegramma che riferir a Parigi il risultato del colloquio.
Quando ritorna alla Citt di Bruxelles, poco prima di mezzanotte, de Benedetti
trova sulla sua scrivania il testo redatto dai suoi collaboratori. Dopo averlo
riletto attentamente, mentre una tempesta di una violenza mai vista si abbatte
sulla cittadina di Ems, l'ambasciatore vi aggiunge queste poche righe: Non mi
accorgo di nulla, qui, che faccia pensare a misure militari. Il re ha sempre
intorno a s gli stessi collaboratori che lo accompagnavano alla partenza da
Berlino. Vi consiglio, per, di non dare troppa importanza a questa
informazione. Non si pu mobilitare anche un solo corpo d'armata senza che la
notizia diventi di dominio pubblico, ma si pu predisporre tutto il necessario a
questo scopo senza farlo sospettare.
A Parigi, nel frattempo, la tensione aumenta. I giornali si scatenano, ricordano
Sadowa, l'annessione dello Schleswig-Holstein, rubato alla Danimarca, insistono
sulla politica espansionista di Bismarck, di cui la questione spagnola, per
essi,  solo un nuovo aspetto. Si hanno anche manifestazioni in favore della
guerra, a Parigi, sul boulevard des Italiens, nel luglio 1870.
Napoleone III mantiene ancora un po' di sangue freddo. Egli protesta ancora con
vivacit contro le istruzioni impartite da Gramont a de Benedetti di prendere
contatto, se lo credesse opportuno, con Leopoldo di Hohenzollern. Il
ragionamento dell'imperatore  questo: o il principe accoglie la nostra
richiesta oppure la respinge. Ma in ambedue i casi, si d in questo modo alla
questione un carattere politico, mentre Guglielmo I ha tenuto a precisare che si
tratta di una questione esclusivamente di famiglia. Ed il re di Prussia avrebbe
il diritto di considerare l'interferenza del rappresentante francese come una
provocazione vera e propria.
Il duca di Gramont, che non ha ancora ricevuto il primo rapporto di de
Benedetti, gli invia quindi un telegramma, chiedendogli di non cercare di
prendere contatti con Leopoldo di Hohenzollern. Quando il dispaccio
dell'ambasciatore arriva al ministro degli Affari esteri, la mattina del 10
luglio, il testo  incomprensibile. La tempesta ha disturbato le trasmissioni e
mancano molte parole.
Immediatamente, Gramont detta un altro messaggio: Scrivetemi, dice a de
Benedetti, un telegramma che io possa leggere alla Camera o pubblicare, in cui
dimostrerete che il re conosce e approva l'accettazione del principe di
Hohenzollern e dite in particolare che egli vi ha chiesto di lasciargli il tempo
di parlare con il principe prima di farvi sapere la sua decisione. Noi non
possiamo aspettare oltre; mentre il re rimanda la risposta di ora in ora, col
pretesto di accordarsi con il principe di Hohenzollern, in Prussia si richiamano
gli uomini in congedo e si guadagna su di noi del tempo prezioso. A nessun costo
possiamo concedere oggi gli stessi vantaggi che nel 1866 sono stati fatali
all'Austria. D'altronde, ve lo dico chiaramente, l'opinione pubblica si infiamma
e finir col precederci. Dobbiamo incominciare: aspettiamo soltanto il vostro
telegramma per chiamare alle armi i trecentomila uomini necessari. Vi prego
insistentemente, scriveteci, telegrafateci qualcosa di chiaro. Se il re non
vuole consigliare al principe di Hohenzollern di rinunciare, ebbene ci sar la
guerra immediatamente, e in pochi giorni saremo sul Reno!
Benedetti riceve questo testo verso la fine del pomeriggio. Il suo ottimismo
svanisce, ed egli non pu reprimere un moto d'ira di fronte all'insistenza del
governo imperiale. Egli non  responsabile della tempesta che ha disturbato la
trasmissione del suo telegramma precedente, e non se la sente di andare a
chiedere al re di Prussia, senza tener conto delle regole pi elementari della
cortesia tradizionale, una conferma di ci che gli ha detto soltanto poche ore
prima.
L'ambasciatore si ritira in camera, quella sera, triste e malinconico. Non dorme
a lungo; alle tre del mattino un segretario lo sveglia per comunicargli un altro
telegramma da Parigi. Gramont, di fronte al fermento dell'opinione pubblica, si
fa ancora pi pressante: Non potete immaginare a che punto l'opinione pubblica
sia esaltata, scrive il ministro. Essa straripa da tutte le parti, e noi
contiamo le ore. Bisogna assolutamente insistere per ottenere una risposta dal
re positiva o negativa. La vogliamo per domani. Dopodomani sarebbe troppo tardi!
Benedetti passa il resto della notte in una poltrona. Cosa pu fare senza
irritare il re, cosa che certo non gioverebbe? Nondimeno, osservando fedelmente
le istruzioni del ministro, alle nove del mattino egli richiede un'altra udienza
a Guglielmo.
L'ambasciatore ignora che durante la notte  arrivato a Ems un voluminoso plico
postale dell'addetto militare prussiano von Waldersee a Parigi. Insieme ai
giornali francesi che reclamano la chiamata alle armi, Waldersee invia al re un
rapporto in cui segnala evidenti preparativi di mobilitazione in Francia. Egli
riferisce che i dipendenti delle ferrovie sono mobilitati, i soldati in licenza
richiamati, che l'Intendenza sta preparando approvvigionamenti urgenti e che la
squadra navale francese, attualmente in acque siciliane, ha ricevuto l'ordine di
radunarsi a Palermo.
Benedetti ignora, inoltre, che Bismarck, che non compare ufficialmente in tutte
queste trattative,  tenuto al corrente degli sviluppi della faccenda ora per
ora. Il cancelliere ha convocato a Varzin i consiglieri di legazione von Kendell
e Bucher, per decidere una campagna di stampa in risposta agli accesi articoli
dei giornali francesi. Bismarck vuole colpire forte e duramente, ed ordina che
la maggior pubblicit venga data al poema di Ardnt, scritto nel 1859, la cui
prima strofa dice: La tempesta della guerra ha rumoreggiato; i Francesi vogliono
averlo ancora, il nostro Reno. Andiamo, mia Germania, levati come un sol uomo.
Da tutti i monti e da tutte le valli, spandi la paura e il terrore, doni
sanguinanti, e che questo grido risuoni ovunque: Al Reno! Al Reno! Che l'intera
Germania dilaghi sulla Francia!
Questo  l'aspetto segretissimo dei preparativi di Bismarck. Non  provato che
lo stesso Guglielmo I ne conosca i particolari. Non si potrebbe dunque fare una
colpa a Benedetti di ignorarli. Ma ci che egli non sa, non pi, d'altronde, di
quanto lo sappia il governo francese,  che Napoleone III ha intrapreso
trattative segrete. Senza dubbio verr fatto di pensare alla sua predilezione
per i complotti, ma non si pu dimenticare che egli spera ancora di evitare la
guerra. E queste trattative spiegano l'insistenza con cui egli ha chiesto a
Gramont di annullare l'ordine inviato a Benedetti di entrare in contatto con il
principe di Hohenzollern.
Poich il contatto c' stato e sono in corso delle conversazioni, l'imperatore
ha voluto che esse rimanessero assolutamente segrete.
L'ambasciatore di Spagna a Parigi, Olozaga, che non approva il maresciallo Prim,
prova invece una grande ammirazione per Napoleone III. Il 5 luglio questi
convoca il rappresentante di Madrid e lo mette al corrente del suo desiderio di
ottenere dal principe Antonio di Hohenzollern il ritiro della candidatura di suo
figlio. Ma come intervenire presso il principe in modo che n il re, n il
governo della Prussia siano avvertiti? E' necessario agire con estrema prudenza.
Sire, dice Olozaga all'imperatore, ho l'uomo che fa per voi. E' un diplomatico
accorto e fedele servitore del principe Carlo di Romania (fratello di Leopoldo
di Hohenzollern),  in ottimi rapporti con il principe Antonio, padre del suo
signore. Si tratta di Strat, ministro della Romania a Parigi. Se egli accetta la
missione ufficiosa che voi pensate di affidargli,  sicuro che egli otterr il
risultato sperato da Vostra Maest.
La notte dal 5 al 6 luglio, alle due del mattino, Strat viene ricevuto a
Saint-Cloud da Napoleone III, da solo. Questi gli spiega il servizio che si
attende da lui. Il diplomatico non ne  troppo entusiasta. Ma l'imperatore, il
cui fascino, a detta di alcuni di quelli che l'hanno conosciuto,  innegabile,
sa essere persuasivo, e infine Strat accetta a titolo puramente ufficioso,
naturalmente, di recarsi a Sigmaringen. Dopo molti spostamenti per sviare le
polizie politiche, Strat viene ricevuto l'otto luglio dal principe Antonio, che
lo accoglie amichevolmente. Ma non appena il ministro romeno accenna allo scopo
del suo viaggio, il principe va in collera: egli  appena venuto a conoscenza
della dichiarazione letta dal duca di Gramont alla presenza del Corpo
legislativo, in risposta all'interpellanza di Cochery, e soprattutto dell'ultima
frase di quella dichiarazione, aggiunta da Emile Ollivier.
Strat non insiste. Nel corso di ulteriori conversazioni, pazientemente, egli
ritorna alla carica. Secondo il principe Antonio,  indubbio che la candidatura
di suo figlio non  altro che un pretesto per Napoleone III, che vuole la
guerra. La dichiarazione del 6 luglio non ne  forse la prova? D'altronde, se
questo pretesto cessasse di esistere il desiderio di guerra della Francia
rimarebbe inalterato. Ecco perch gli Hohenzollern non si rimangeranno la
parola.
Voi vi sbagliate, ribatte Strat, e siete stato ingannato. Se Napoleone III
avesse voluto la guerra non l'avrebbe forse dichiarata all'epoca di Sadowa? Dopo
il 1866, egli ha avuto varie occasioni di lanciarsi contro la Prussia. Ed ha
sempre dimostrato moderazione.
Il principe Antonio non  affatto convinto. Il diplomatico romeno trova allora
un altro argomento. E' di dominio pubblico il fatto che numerosi Romeni
rifugiati in Francia complottano contro il principe Carlo, un Hohenzollern che
essi non hanno mai accettato che ha sostituito il principe romeno Couza sul
trono mollavo-valacco. Un complotto proprio a Parigi,  stato scoperto dalla
polizia, che sorveglia i congiurati, ma fino ad ora non  intervenuta.
L'imperatore segue questo problema molto attentamente. E' pi che evidente che
se il principe Antonio accetta di ritirare la candidatura di suo figlio
Leopoldo, i rifugiati romeni saranno immediatamente messi nell'impossibilit di
nuocere...
Certo, il diplomatico che c' in Strat non espone i fatti cos crudamente. Ma lo
spirito della sua argomentazione  quello, ed egli  certo che possa convincere
il principe Antonio molto pi che le affermazioni pacifiste di Napoleone III. Ad
ogni modo, quando Strat, che non pu restare indefinitamente a Sigmaringen,
riprende, sempre per vie traverse, la strada per Parigi, egli  del parere che
la sua missione non avr un esito negativo. Vedremo pi avanti che essa infatti
non sar stata inutile.
Ritorniamo allo sfortunato ambasciatore Benedetti. Non  senza apprensione che
egli si reca, a mezzogiorno, all'udienza concessagli da Guglielmo I. Egli ha in
tasca un altro telegramma di Gramont, che gli fa sapere che un emissario 
appena partito da Madrid per andare a chiedere al principe Antonio il ritiro
della candidatura di suo figlio. L'ambasciatore pu, se lo ritiene utile,
adoperare questa informazione durante la sua conversazione con il re.
Questi, quando riceve Benedetti, dimostra la sua solita cortesia, anche se le
novit della mattina non sono molto buone. Egli ha saputo che il Moniteur
Universel, uscito il giorno prima a Parigi, e che si dice sia ispirato da
Gramont, pubblica un lungo articolo in cui chiede la liberazione degli Stati del
Sud dalla Germania, la restituzione dello Schleswig-Holstein alla Danimarca e
l'evacuazione della fortezza di Magonza.
Senza dubbio, queste non sono che proposte da giornalista irresponsabile. Ma non
riflettono forse l'opinione della maggioranza, in Francia? Inoltre, durante la
sua passeggiata mattutina, il re ha incontrato il generale Herwarth von
Bittenfeld, comandante dell'esercito del Reno, il cui figlio  affogato quattro
giorni prima accidentalmente, che gli ha raccomandato di prendere immediate
misure preventive.
Tutto ci non pu che guastare l'umore di Guglielmo I. Ma egli non lo dimostra
quando tende la mano al rappresentante della Francia. L'udienza  lunga. Il
risultato non  proporzionale alla durata. Tutto ci che si pu dire  che il re
mantiene la posizione del giorno prima. Per, su richiesta di Benedetti, egli lo
autorizza a inviare a Parigi un telegramma in cui precisa: a nome del re, che
Sua Maest spera di ricevere l'indomani mattina o dopodomani al pi tardi, un
comunicato del principe Leopoldo, e che egli si affretter a dare una risposta
definitiva.
Quando l'ambasciatore si congeda, Guglielmo I gli dice: Non ignoro i preparativi
che si fanno a Parigi e non vi nascondo che sto prendendo precauzioni per non
essere sorpreso.
Benedetti ritorna alla Citt di Bruxelles per dettare il rapporto che un
segretario porter a Parigi, il telegrafo non  abbastanza sicuro, in modo che
il termine imposto da Gramont sia osservato. Almeno, l'ambasciatore lo pensa.
Contemporaneamente, il re indice una riunione, in cui decide di rimandare
immediatamente a Parigi il suo ambasciatore, von Werther, che far il viaggio
insieme al corriere di Benedetti, e di chiedere al ministro della Guerra, von
Roon, attualmente in villeggiatura, che ritorni al suo posto, a Berlino. Un
telegramma avverte Bismarck di queste decisioni.
A Parigi, durante queste ore, la tensione arriva al parossismo. Benedetti se ne
rende conto quando riceve nel cuore della notte, mentre il suo corriere
dormicchia in una carrozza ferroviaria, un altro telegramma imperativo dal suo
ministro: Al punto in cui siamo, non posso non comunicarvi che il vostro
linguaggio non corrisponde pi, come fermezza, alla posizione presa dal governo
dell'imperatore. Adesso bisogna renderlo pi deciso e risoluto. Chiediamo che il
re proibisca al principe di Hohenzollern di persistere nella propria
candidatura!
Al punto in cui siamo! Con queste parole, Gramont descrive pi la situazione
interna che lo stadio dei colloqui di Ems. Perch a Parigi, ormai, si gioca a
chi dimostra maggior ardore guerriero.
In le Pays del 2, Granier de Cassagnac, accanito sostenitore dell'Impero,
scrive: Non si sente che una voce tra le file della maggioranza: bisogna farla
finita. La Francia non  mai stata preparata bene alla guerra come in questo
momento. Sarebbe uno sbaglio non approfittare della situazione attuale per
conferire all'ordine e alla pace europei una base solida e definitiva.
Lo stesso Cassagnac, in un altro articolo, afferma: Per noi la guerra 
imperiosamente richiesta dagli interessi della Francia e dalle necessit della
dinastia.
In Germania, tuttavia, Benedetti pensa ancora che la pace possa essere salvata.
Il principe Antonio viene incalzato da diverse direzioni. Quel giorno, egli
riceve inizialmente un messaggio dal re del Belgio, Leopoldo II, cognato di sua
figlia. La lettera  indirizzata al principe Leopoldo, ma Antonio di
Hohenzollern, in sua assenza, ne prende conoscenza.
Il re del Belgio interviene su discreta richiesta di Napoleone III. L'imperatore
ha sottolineato la gravit della situazione, aggiungendo che la salvezza
dell'Europa dipende dal principe di Hohenzollern. Il rifiuto di accettare il
trono di Spagna  il solo mezzo per evitare la guerra, e questo atto di
abnegazione gli conquister la riconoscenza di tutta l'Europa. Il principe
Antonio conosce la saggezza del re Leopoldo II, e la lettera lo commuove.
Poco dopo, egli riceve un telegramma da Ems, firmato d'Abeken, che gli annuncia
l'arrivo del colonnello Stranz, inviato speciale del re Guglielmo. Il
colonnello, che ha perso una coincidenza a causa di un ritardo, arriver
soltanto l'indomani mattina.
Questa volta il principe Antonio capisce che tutti sono d'accordo perch egli
ritiri la candidatura di suo figlio. La responsabilit, che sarebbe soltanto sua
se egli rifiutasse di cedere, lo spaventa non poco. Egli decide di rifiutare
l'offerta di Prim. Il problema, ora,  di sapere come l'annuncio ufficiale di
questa decisione possa essere dato. Per cortesia verso il re di Prussia, che per
primo deve essere avvertito, si aspetta l'arrivo del colonnello Stranz. Quando
questi, dopo trentaquattro ore di viaggio massacrante, arriva a Sigmaringen,
capisce che la sua missione  ormai inutile.
All'alba del 12 luglio, due telegrammi vengono impostati, uno per il maresciallo
Prim, e l'altro per l'ambasciatore Olozaga, a Parigi: Date le difficolt
provocate dalla candidatura di mio figlio Leopoldo al trono di Spagna, scrive il
principe Antonio, e la situazione penosa che gli avvenimenti hanno creato al
popolo spagnolo, ponendolo di fronte ad una alternativa da cui esso non potrebbe
svincolarsi se non affidandosi al sentimento di indipendenza, convinto che in
simili circostanze un suo voto non avrebbe la spontaneit e la sincerit su cui
contava mio figlio quando ha accettato la candidatura, io, a suo nome, la
ritiro.
Questa, indubbiamente,  una dura prova per il principe Antonio di Hohenzollern,
poich tutti i suoi sogni di gloria crollano. Ma egli non pu ignorare un
desiderio del suo re!
A Ems, dove il caldo  ancora insopportabile, la giornata inizia con una parata
militare. Il re, che aveva in progetto di passare la giornata a Coblenza insieme
con la regina, vi ha rinunciato. Egli deve rimanere nel villaggio per preparare
la riunione che avr luogo l'indomani con Bismarck, che ha fatto annunciare il
suo arrivo.
Il telegramma di Stranz con l'annuncio della decisione del principe Antonio gli
giunge in mattinata mentre egli scrive alla regina. Quale peso di meno sul
cuore! egli annota. E aggiunge, sempre scrivendo alla sposa, che non dir niente
a Benedetti fino a che non abbia ricevuto una lettera pi particolareggiata da
Stranz, e che egli continuer ad attenersi alla linea di condotta: agli
Hohenzollern piena autonomia nella decisione.
Un gran pranzo  stato organizzato. La maggior parte dei diplomatici presenti a
Ems vi  stata invitata dal re che ha alla sua destra il conte de Benedetti.
Durante il pranzo, molto movimentato, Guglielmo I annuncia all'ambasciatore
l'imminente arrivo del cancelliere, ma non gli parla della notizia ricevuta
quella mattina. Egli dice soltanto che un telegramma annuncia per l'indomani la
decisione del principe Antonio. Appena sar informato, aggiunge il sovrano, vi
far avvertire.
Rientrato a casa, Benedetti comunica la notizia a Parigi, e chiede istruzioni
definitive. Nel frattempo, arriva un altro telegramma dal Quai d'Orsay:
Impiegate tutta la vostra abilit affinch la rinuncia del principe di
Hohenzollern vi sia annunciata, comunicata o trasmessa dal re di Prussia o dal
suo governo. Ci  per noi di capitale importanza. La partecipazione del re
deve, a tutti i costi, essere da lui autorizzata o risultare dai fatti in forma
comprensibile.
E' facile impartire ordini quando si  a Parigi, pensa Benedetti. Ma cosa
succeder in caso di insuccesso? Cos, nel telegramma che annuncia l'arrivo a
Ems del cancelliere Bismarck, egli aggiunge questo paragrafo: Se questo  il
vostro parere, vi prego di autorizzarmi a partire immediatamente nel caso in cui
il comunicato che il re mi far non sia del tutto soddisfacente. Dopo ci che mi
avete chiesto, non vorrei accettare alcuna proroga, a meno che ci mi venga
ordinato.
Benedetti non pu sapere che mentre egli scrive, l'ambasciatore di Spagna a
Parigi, Olozaga, che  in possesso del telegramma del principe Antonio di
Hohenzollern con l'annuncio della rinuncia, ha appena avvertito ufficialmente il
governo francese. Poco dopo, nei corridoi della Camera, Emile Ollivier confida
ad alcuni deputati: Non abbiamo mai chiesto altro che il ritiro della
candidatura del principe di Hohenzollern. Non abbiamo mai chiesto altro. Ora la
candidatura Hohenzollern non c' pi. Noi non la volevamo. Dunque, niente
incidenti.
Ci non va affatto bene ai bonapartisti estremisti. Uno di essi, Clment
Duvernois, presenta immediatamente un'interpellanza al governo, redatta in
questi termini: Chiediamo al governo di conoscere le garanzie da esso richieste
per evitare il ripetersi delle incessanti complicazioni con la Prussia.
Corre voce che Duvernois, che conta degli appoggi a Saint-Cloud, sia stato
istigato dall'imperatrice. Eugenia non desidera forse la guerra, che
permetterebbe al governo di dominare nuovamente tutti i rivoluzionari ed i
blanquisti, minaccia permanente contro l'Impero? La dama di Montijo non ha
dimenticato i risultati del plebiscito...
Si dice perfino, e non soltanto nel giro dell'opposizione, che l'imperatrice
saboti gli sforzi del consorte per mantenere la pace.
Ad ogni modo, il giorno dopo, 13 luglio si effettua una nuova offensiva dei
sostenitori della dinastia. Nel pomeriggio, il duca di Gramont sale alla tribuna
della Camera per leggere questo comunicato: L'ambasciatore di Spagna ci ha
annunziato ieri ufficialmente la rinuncia del principe Leopoldo di Hohenzollern
alla sua candidatura al trono di Spagna (prolungata agitazione sui banchi).
I negoziati che stiamo conducendo con la Prussia, e che non hanno mai avuto
altro scopo, non sono ancora terminati. Ci  dunque impossibile parlarne e
sottomettere oggi alla Camera ed al paese un rapporto generale della questione.
In quel momento, il deputato Jerome David, che , come Duvernois, un estremista,
si leva in piedi: Dopo la risposta del ministro degli Affari Esteri, presento
questa richiesta di interpellanza: Considerando che le dichiarazioni ferme,
precise e patriottiche del ministro nella seduta del 6 luglio sono state accolte
favorevolmente dalla Camera e dal paese; Considerando che queste dichiarazioni
del ministero sono in contrasto con la lentezza dei negoziati con la Prussia,
chiedo di interpellare il ministro sulle ragioni della sua condotta all'estero,
che non soltanto provoca turbamento in vari settori della ricchezza pubblica, ma
rischia anche di colpire la dignit nazionale.
In le Pays, gli fa eco Cassagnac: Attraversiamo momenti di attesa angosciosa...
La pace sarebbe una cosa fatale, perch  impossibile che essa ci offra garanzie
serie e definitive... Vergogna a quei Francesi degenerati, a quegli uomini
perduti dietro una filosofia vana, per i quali la fratellanza universale
sostituisce il nobile sentimento nazionale! Il loro numero cresce, aumenta ogni
giorno, ed  gi abbastanza grande da intralciare ed ostacolare lo slancio
nazionale...
Tuttavia, lo stesso Napoleone III si schiera tra i pacifisti. Quando apprende la
notizia del ritiro della candidatura Hohenzollern, egli convoca gli ufficiali
del suo stato maggiore e dice loro: Per me, questo  un grande sollievo. Sono
ben felice che tutto finisca cos. Una guerra  sempre un'enorme avventura.
All'ambasciatore d'Italia, il conte Nigra, che va a congratularsi con lui, egli
risponde con un sorriso: S,  la pace...  E, dopo un momento di silenzio:
Certamente il popolo avrebbe preferito la guerra ma riconosco che la rinuncia 
una soluzione felice.
Prima di raggiungere la famiglia a Saint-Cloud, egli trasmette al maresciallo
Lebeuf l'ordine di far cessare i preparativi per la mobilitazione. La sera, dopo
cena,  molto allegro. Ridendo, dice ai generali de Berckheim e Reille: Potete
disfare i bagagli. Non partiamo pi...
Purtroppo l'ottimismo non durer. Perch a Ems il re Guglielmo, che credeva
anch'egli tutto sistemato, ha in mano un telegramma di Bismarck che rimette
tutto in causa.
Il re, tornando da una serata piacevolmente trascorsa con il fratello, il
principe Albrecht, trova il consigliere Abeken, che  venuto a consegnargli il
telegramma. Al lume di una lampada a gas, Guglielmo I legge il testo: ne 
costernato.
Cosa  successo?
A Varzin, Bismarck non  tranquillo. Egli non ammette che le questioni della
Prussia, sia pure quelle che vengono classificate familiari, vengano decise
senza di lui. E la sua fiducia nel senso diplomatico del re non  molto grande.
Ecco perch gli ha fatto sapere che si sarebbe recato a Ems, senza per
precisare la vera ragione di quel viaggio.
La mattina del 12 luglio quindi, il cancelliere decide di ritornare a Berlino.
Egli pensa di passare rapidamente dalla cancelleria per informarsi degli ultimi
telegrammi, prima di proseguire, di notte, il viaggio per Ems. La calura
temporalesca e la polvere rendono il viaggio molto faticoso. Cos, arrivando
alla capitale, Bismarck decide di passare dal suo appartamento per rinfrescarsi.
Sono le 6 di sera. Ma, nei pressi della stazione, all'angolo tra l'Unter den
Linden e la Wilhemstrasse, la sua vettura incrocia una carrozza il cui cocchiere
porta la livrea dell'ambasciata russa. Non vi sarebbe in ci nulla di
straordinario, se Bismarck non avesse riconosciuto all'interno della vettura il
principe Gortschakoff, cancelliere dell'Impero. Cosa fa a Berlino il capo del
governo dello zar?
Gortschakoff, che ha pure lui riconosciuto il cancelliere di Prussia, fa fermare
la vettura. I due uomini scambiano qualche parola di cortesia, ed il principe
russo, che non credeva Bismarck a Berlino, promette di andarlo a trovare con pi
calma prima di continuare il viaggio per Wildbad.
Ma Bismarck intuisce che gatta ci cova. Per cui dice al cocchiere di affrettarsi
per arrivare pi presto al ministero. Qui viene a sapere non solo che
Gortschakoff si  gi incontrato con alcune personalit prussiane a proposito
della candidatura del principe Hohenzollern, ma anche che a Ems; il re Guglielmo
continua a ricevere il rappresentante della Francia, Benedetti.
Il cancelliere  furioso. E' in quel momento che, senza attendere oltre, egli
invia al vecchio re un telegramma in cui minaccia di presentare le dimissioni.
Poi, dopo aver impartito le istruzioni ai membri del suo governo, si reca nel
suoi appartamenti.
Poco dopo, il generale von Moltke, che aveva lasciato lui pure la sua tenuta di
campagna, a Kreisau per ritornare a Berlino, e von Room, ministro della guerra,
raggiungono Bismarck. Il cancelliere li ha invitati a cena per studiare insieme
la situazione creata dalla questione Hohenzollern.
Guglielmo risponde a suo nipote coerentemente con la posizione da lui sempre
mantenuta: gli  difficile far pressione su Antonio di Hohenzollern, poich si
tratta di una questione di famiglia. Lo zar, tuttavia, di fronte alla piega che
prendono gli avvenimenti telegrafa a Ems, il 12 luglio, per insistere presso suo
zio e chiede a Gortschakoff, che deve partire per fare una cura a Wildbad, di
intervenire, al suo passaggio da Berlino, presso i membri del governo reale.
L'ambasciatore di Francia a Vienna  il marchese di Cazaux. Quando riceve
l'incartamento con le istruzioni egli vi trova allegato un appunto di Gramont,
ex-ambasciatore francese presso il governo austriaco. Il ministro vantandosi
delle amicizie che, dice, ha conservato nel governo viennese, predice a Cazaux
che avr un compito molto facile.
Ma Gramont si sbaglia: infatti, quando viene ricevuto dal capo del governo, il
conte Beust, il malaugurato ambasciatore si rende conto di non essere ricevuto a
braccia aperte. Sulle rive del Danubio non sono stati dimenticati Sadowa e
l'atteggiamento di una parte dell'opinione pubblica francese. Inoltre, la lunga
serie di sovrani provenienti dagli Absburgo ha lasciato in Spagna molti ricordi,
e l'Austria non intende immischiarsi in una questione che, secondo lei, riguarda
esclusivamente Madrid.
Il cancelliere Beust si limita ad auspicare il mantenimento della pace, senza
volersi impegnare di pi. E siccome Cazaux, forte dei consigli di Gramont
insiste perch venga decisa un'azione comune tra Vienna e Parigi, il cancelliere
non si fa scrupoli: Se la Francia, dice, avesse voluto un'azione comune, essa
avrebbe potuto avvertirci. Non accetter ciecamente la tirannide dei fatti
compiuti. Sono in possesso di telegrammi del nostro ambasciatore a Parigi, von
Metternich, in cui esso afferma che il governo conta su di noi, sulla nostra
alleanza effettiva.
Quali che siano le mie inclinazioni per la Francia, si crede forse che noi
entreremo in guerra? Se ci fosse un trattato di alleanza, questa operazione
sarebbe necessaria, ma voi sapete bene che questo trattato non esiste. N il
governo, n l'imperatore sono disposti ad impegnarsi improvvisamente in una
questione nata al di fuori di noi, su cui non siamo mai stati interpellati e che
il linguaggio usato dal governo delle Tuileries rende ancora pi difficile!
E conclude: Vedo nel modo in cui questa questione  stata avviata dalla Francia
un motivo consistente per continuare a conservare un certo riserbo...
Gli Italiani, invece, si dimostrano pi comprensivi. Essi non hanno le stesse
ragioni degli Austriaci per rinchiudersi in una prudente aspettativa.
Il rappresentante francese a Firenze il barone di Malaret, in esecuzione delle
istruzioni dei Quai d'Orsay, chiede al primo ministro, il conte Visconti
Venosta, di intervenire presso il maresciallo Prim. Il conte accetta
immediatamente, e telegrafa il giorno stesso al suo ambasciatore a Madrid
chiedendo di fare tutto il possibile a favore della pace, facendo capire al
maresciallo il pericolo della situazione. Il conte Venosta, inoltre, fa
intervenire presso il governo di Prussia il suo ambasciatore a Berlino. Se
questo intervento non avr successo, il rappresentante dell'Italia dovr recarsi
a Ems per incontrare il re in persona.
Infine, gli Inglesi. Il ministro degli Affari esteri di Sua Maest la regina
Vittoria, lord Granville, che pure si era dimostrato sorpreso nell'apprendere la
candidatura Hohenzollern, trova le suscettibilit francesi molto esagerate per
il fatto che la Francia chieda ora a Londra di intervenire e di estirpare
qualsiasi causa di malinteso tra il suo governo e quello dell'imperatore.
Gramont aggiunge che tale dichiarazione avrebbe un effetto ancora migliore se
fosse fatta per iscritto. Werther rileva subito la difficolt, per non parlare
della sconvenienza, di simile pratica nei riguardi del suo sovrano.
Moltke, un vecchio incartapecorito che fa pensare a un modesto burocrate,  in
realt uno dei migliori strateghi che la Prussia abbia mai conosciuto. Molto
brillante, di un'intelligenza acuta, egli  stato soprannominato da Bismarck: il
soldato diplomatico. Von Room, invece,  il tipico militare prussiano, la cui
fedelt al cancelliere tutti conoscono. Questi tre uomini costituiscono la
testa, ma anche i muscoli del governo di Berlino.
La cena si svolge serenamente. Le spacconate della Francia, finora, non
preoccupano il cancelliere e i suoi invitati. I tre uomini sono arrivati alla
frutta quando portano loro un telegramma da Parigi che comunica ufficialmente la
rinuncia di Leopoldo di Hohenzollern.
Bismarck ne  costernato. Egli sa che questo ritiro rappresenta una vittoria
diplomatica per la Francia e allontana la guerra. Ma il perdurare della pace
rischia di far crollare tutti i suoi sogni di unit tedesca. Gli altri regni che
temono la Prussia vedranno in questo successo francese una prova della debolezza
del governo di Berlino, e disprezzeranno le pressioni del cancelliere. In tutta
l'Europa, Napoleone III ritrover il prestigio che si era affievolito durante
gli ultimi anni.
Bismarck non si sbaglia. Fino al momento in cui il principe Antonio ha preso la
decisione, la maggior parte dei governi europei disapprovava l'atteggiamento di
Parigi. Ed il governo francese, d'altronde, ne era al corrente. Tutti i
rappresentanti dell'imperatore nelle capitali straniere avevano ricevuto
l'incarico di sondare i capi dei governi presso i quali essi erano accreditati,
ed eventualmente di chiedere che essi approfittassero della loro influenza per
ottenere il ritiro della candidatura di Leopoldo di Hohenzollern.
Nondimeno, Ollivier e Gramont si sono divisi i compiti: mentre si chiede alla
Russia ed all'Austria di fare pressione sulla Prussia, all'Inghilterra ed
all'Italia si domandano interventi a Madrid.
Il primo ad essere sollecitato  il governo russo. Il generale Fleury,
rappresentante della Francia a San Pietroburgo, si rivolge al cancelliere
principe Gortschakoff e gli chiede di intervenire presso lo zar Alessandro,
affinch questi scriva, secondo i desideri della Francia, al re Guglielmo, suo
zio. Gortschakoff  incerto, ma accetta alla fine di parlare della questione con
il sovrano russo. Alessandro II scrive dunque al re di Prussia, anche se deplora
l'atteggiamento della Francia.
Alla fine, senza alcun entusiasmo, Werther accetta di trasmettere la richiesta
del governo francese. Ma lo far per mezzo di un rapporto dettagliato e non,
come desidererebbero i suoi interlocutori, con un telegramma.
Dopo la partenza dell'ambasciatore, Gramont si reca a Saint-Cloud per tenere
informato l'imperatore. Questi  molto sorpreso, ma  gi troppo tardi per fare
marcia indietro.
Di ritorno al Quai d'Orsay, Gramont redige un telegramma indirizzato a
Benedetti, in cui, dopo aver annunciato che  stato avvertito ufficialmente
della rinuncia del principe di Hohenzollern, lo informa che affinch la rinuncia
produca tutto l'effetto desiderato, pare necessario che il re di Prussia vi si
associ e assicuri che egli non autorizzer una ripresa della candidatura.
Il ministro ordina dunque all'ambasciatore di recarsi immediatamente dal re per
chiedergli questa dichiarazione, che egli non potrebbe rifiutare a meno che non
sia mosso da qualche secondo fine. Nonostante la rinuncia, che  ora conosciuta,
l'eccitazione  tale che non sappiamo se potremo dominarla, conclude Gramont.
La mattina del 13 luglio, prima di fare la dichiarazione ai deputati, Gramont
partecipa ad un consiglio dei ministri che si riunisce a Saint-Cloud, alle 9 del
mattino. Egli annuncia subito all'imperatore ed ai suoi colleghi la sua
richiesta di garanzie. Tutti ne sono sorpresi. Vari ministri esprimono il loro
rammarico per simile decisione, presa senza che il governo fosse consultato.
E' purtroppo impossibile, adesso, adottare un altro atteggiamento.
Tutti i presenti notano la preoccupazione dell'imperatore, che ritorce
continuamente le punte dei baffi, come fa sempre quando si trova di fronte a
circostanze imbarazzanti. Durante la discussione tra i ministri, egli rimane
silenzioso. Soltanto dopo un'ora e mezza egli apre bocca per dire che si associa
alla decisione di Gramont e di Ollivier. Ma la sua riluttanza non sfugge a
nessuno.
La principessa Matilde, che  venuta a congratularsi con Napoleone III per il
buon esito della questione Hohenzollern, lo trova nei giardini che cammina a
passi lenti assieme al generale Bourbaki. Scriver ad una amica: L'ho trovato
invecchiato e affaticato... In risposta alle mie congratulazioni egli ha detto
con tristezza: Ohim, tutto  cambiato! Eccoci ad un'altra guerra. Tutti i
presenti sono d'accordo nel dire che egli dimostrava molta stanchezza e sembrava
subire le decisioni senza partecipare.
Ma l'opinione pubblica, su di cui egli contava molto, lo trascina; la stampa si
scatena sempre di pi; i deputati estremisti tacciano Ollivier e i ministri
moderati di traditori e sciagurati.
Sono rari coloro che in quei giorni mantengono il sangue freddo. Si direbbe che
la canicola, particolarmente spossante quell'estate del 1870, accresca ancora di
pi l'esasperazione. L'esaltazione, scrive Welschinger,  tale che sembra
impossibile dominarla.
Gli uomini di sinistra e i moderati, nonch l'imperatore ed i suoi ministri meno
violenti, sono pi o meno apertamente influenzati da quelli che vogliono venire
alle mani con i prussiani.
La questione Hohenzollern, oramai, non  altro che un'occasione che ha permesso
di mettere Guglielmo e la sua anima dannata, Bismarck, con le spalle al muro.
Ci che bisogna fare, ora,  riprendere il combattimento. Gli anni di pace non
sono stati altro che un intervallo. La tragedia deve continuare. Ed il pubblico,
che fornir anche gli attori, si spazientisce...
Ecco che la stampa prussiana entra in lizza a sua volta. Fino a quel momento
aveva dimostrato molta moderazione. I commenti erano molto diversi da quelli dei
giornali francesi. Nell'oltre Reno, gli sguardi erano puntati su Ems, e gli
incontri, sempre cordiali, tra il re e l'ambasciatore francese, non davano adito
a prese di posizione nette.
Dal 13 luglio in poi, i giornali di Berlino pubblicano articoli molto acidi, se
non bellicosi, nei riguardi della Francia. Si mette in discussione la sua buona
fede, si scrive che essa cerca di irritare l'onesta Prussia, la quale  ben
lungi dal volersi stabilire in Spagna. In breve, la stampa segue le istruzioni
di Bismarck. Ben presto riesce sempre pi frequente leggere sui giornali
prussiani le cronache, talvolta esagerate, in quanto possibile, delle
manifestazioni bellicose e delle parate militari che si svolgono a Parigi.
I servizi dei corrispondenti in Francia commentano la curiosa acquiescenza della
polizia imperiale, di solito cos vigilante ed implacabile, che permette a folle
scalmanate di riunirsi tutte le sere di invadere i boulevards, di sventolare
bandiere scortate dalle blomses blanches e di gridare senza ritegno: Viva la
guerra! A Berlino!
Queste manifestazioni finiscono sempre sotto le finestre dell'ambasciata
prussiana e si disperdono solo molto tardi, dopo aver ricoperto di ingiurie
l'ambasciatore ed i suoi connazionali. Parlando di queste manifestazioni, Jules
Claretie, scrive: E' uno spettacolo quotidiano, insieme irritante e febbrile,
adatto a far piombare in una malinconica inquietudine quelli che pensano che non
ci si prepari a questa orribile cosa, a volte necessaria, che  la guerra, se
non con quella specie di ripiegamento su se stessi pieno di gravit e di
pensieri, che i cavalieri di una volta chiamavano la vigilia d'armi. In realt 
un cattivo metodo per generare l'eroismo quello di far ricorso all'epilessia...
Ritorniamo ancora una volta a Ems. Vi troveremo il povero Benedetti in
situazione non invidiabile.
Infatti, durante la notte egli ha ricevuto il telegramma di Gramont che gli
ordina di ottenere delle garanzie dal re Guglielmo di Prussia. Il rappresentante
della Francia non sa pi a che santo votarsi. Finora  riuscito a mantenere con
il sovrano un rapporto amichevole e la felice conclusione della questione
Hohenzollern gli lascia supporre che, tra qualche giorno, egli potr raggiungere
sua moglie che  ancora in villeggiatura.
Ma la mattina del 13, fa sempre un tempo magnifico e tra gli alberi che
circondano la Citt di Bruxelles gli uccelli si abbandonano a gioiosi canti,
Benedetti non pu allontanare il suo sguardo dal telegramma che  rimasto aperto
sul suo comodino.
Garanzie! In verit, Gramont sembra non rendersi conto dell'inutilit del
compito che egli vuole ora imporre all'ambasciatore. Che giova a Benedetti
sapere che il re lo tratta amichevolmente? Egli si troverebbe a disagio
nell'esigere tali garanzie! Eppure  necessario...
Alle otto e mezzo, il conte lascia la sua residenza per recarsi al Kurhaus.
Quando vi giunge, gli dicono che il re  gi uscito. Il principe Radziwill,
maresciallo (cio aiutante di campo) della casa reale, con il quale
l'ambasciatore  in ottimi rapporti sta per uscire anche lui. Benedetti gli fa
sapere che la missione di cui  stato incaricato dal suo governo  delle pi
urgenti, e che egli  venuto per sollecitare un'udienza nelle prossime ore.
Radziwill, abbastanza sorpreso, risponde tuttavia che sta per andare dal re e
che lo avvertir della richiesta dell'ambasciatore. Passa un quarto d'ora,
durante il quale Benedetti va avanti e indietro, impaziente, nell'atrio del
palazzo.
Il principe, che non ha perso tempo ritorna per dire che il re ricever il
rappresentante francese subito dopo la passeggiata. Benedetti ringrazia
Radziwill e, calcolando che non ha il tempo per ritornare alla villa, va a
passeggiare nel parco. Cos vede arrivare Guglielmo I.
Ormai  mattina avanzata e molta  la gente che passeggia sotto gli alberi. Il
sole  gi molto caldo, ma fa ancora fresco sotto il fogliame. A un tratto,
Benedetti vede il re. Egli cammina tranquillamente in compagnia di suo fratello,
il principe Albrecht, davanti al Kursaal dietro di loro, gli aiutanti di campo
chiacchierano, apparentemente senza preoccupazioni. Ci sono il maggiore von
Kleist, il conte Lehndorff e il capitano von Chappuis, che l'ambasciatore
conosce bene, poich ha spesso giocato al whist con loro a Berlino.
A un tratto Benedetti vede un uomo,  l'ispettore dei Bagni Baumann, uscire dal
padiglione. Egli ha un giornale in mano. Si avvicina al re, ed inchinandosi, gli
porge il quotidiano. E' un'edizione speciale del Koelnishe Zeitung, appena
arrivato a Ems. Guglielmo prende il giornale e vede, in prima pagina, un titolo
che mostra subito a suo fratello ed agli altri. E' l'annuncio della rinuncia del
principe Leopoldo di Hohenzollern.
Benedetti si  avvicinato. Vedendolo, il re riprende il giornale, che un
ufficiale aveva tenuto, e lo fa vedere al conte sorridendo: Ebbene, Signore,
cosa ne dite? chiede il sovrano. L'ambasciatore ringrazia il re, anche se
conosceva la notizia. E poich il caso gli permette di anticipare l'udienza,
egli prende il coraggio a quattro mani: Sire, ho ricevuto questa notte nuove
istruzioni da Parigi.
Nuove istruzioni? Cosa dite? chiede Guglielmo I, molto sorpreso.
Il principe Albrecht e gli ufficiali si sono allontanati. Il re e l'ambasciatore
sono ora soli, faccia a faccia, mentre a pochi passi i villeggianti, ignari
della gravit del momento, continuano a chiacchierare. Sin dalle prime parole,
la discussione  animata. Benedetti comunica al re il desiderio del governo
imperiale di ottenere l'impegno formale che Guglielmo impedir in futuro a
Leopoldo di Hohenzollern di riproporsi come candidato al trono di Spagna.
Guglielmo I  allibito e non lo nasconde: Non capisco cosa volete dire,
risponde. La rinuncia del principe non  sufficiente al governo di Parigi?
Sono desolato Sire, insiste l'ambasciatore, ma se questa decisione soddisfa
tutti quanti, il ministro desidera che mai pi la questione possa offuscare i
rapporti tra la Prussia e la Francia.
E' da escludere che io faccia ci che voi mi chiedete. Voi esigete un impegno
senza scadenze e per qualsiasi evenienza. Comprenderete che non posso assumerlo.
Questa questione, per la quale esigete una concessione nuova e inattesa, mi ha
dato troppe preoccupazioni per non desiderare che sia definitivamente
archiviata.
Il vecchio re non nasconde pi la sua irritazione. Malgrado tutto il suo
autocontrollo egli alza il tono della voce, cosa che attira l'attenzione della
gente che passeggia l intorno. Gli ufficiali del seguito reale tentano invano
di allontanare i curiosi. Si forma un piccolo assembramento molto lontano, 
vero, dai due interlocutori. Ma tale situazione non pu continuare. Guglielmo I
decide di porvi fine. Non ho ancora ricevuto un messaggio ufficiale dal principe
Antonio di Hohenzollern, dice con voce aspra. Mi sembra dunque difficile
proseguire questa conversazione. Ad ogni modo, devo ripetervi, signor
ambasciatore, che non voglio, n posso, impegnarmi cos come lo domandate voi.
In questa materia, come in altre, devo d'altronde tener conto delle circostanze.
E, dopo un breve saluto all'ambasciatore, pallido di emozione, seguito dai suoi
ufficiali, il re ritorna alla residenza. Il grande orologio del Kurhaus segna le
nove e dieci.
La scena, che  durata solo qualche minuto, ha avuto uno spettatore che se ne
ricorder per sempre, un giovane Inglese Houston Chamberlain che, trentacinque
anni pi tardi, la racconter nel libro Der MerKer. Il ragazzo, scriver pi
tardi,  stato colpito pi che altro dalla presenza nel parco di un uomo in
abito e cravatta bianchi, molto agitato, che passeggiava in un viale.
Quell'abbigliamento, di prima mattina, ha impressionato non poco il giovane
britannico. Un po' pi tardi, egli riconosce il re di Prussia, ma prende l'uomo
in bianco, che fa grandi gesti rivolgendosi al sovrano, per un prestigiatore
francese che deve esibirsi quella sera al Schutzenhof.
Mentre l'ambasciatore francese ritorna alla Citt di Bruxelles chiedendosi cosa
succeder nelle prossime ore, il consigliere di Stato, il teologo Abeken,
traduce un lungo telegramma in codice appena arrivato da Parigi. E' il rapporto
scritto dal rappresentante di Prussia von Werther, in seguito al suo incontro
con il duca di Gramont.
Abeken, man mano che le parole si susseguono, si chiede come far per comunicare
al re quel testo. Il consigliere ignora che Guglielmo  gi stato messo al
corrente delle richieste francesi da Benedetti. Abeken ha appena finito la
trascrizione del telegramma di von Werther quando un messaggio gli comunica
l'arrivo del ministro degli Interni, il conte di Eulemburg. Bismarck, avendo
deciso di annullare il suo viaggio a Ems, ha chiesto al conte di recarsi dal re.
Il consigliere si sente sollevato: ha trovato un intermediario per consegnare a
Guglielmo I il rapporto dell'ambasciatore a Parigi. Tuttavia, prima di andare
all'Hotel Panorama, dove  alloggiato Eulemburg, egli fa telegrafare a Bismarck,
a Varzin, il contenuto del messaggio di von Werther.
Abeken sta per andare al Panorama, quando un ufficiale del seguito di Guglielmo
I gli porta un breve messaggio del sovrano: questi mette il consigliere al
corrente della sua conversazione con Benedetti. Cos il re non rester sorpreso,
quando verr a sapere le richieste presentate al suo ambasciatore dal duca di
Gramont. Qualche minuto dopo, il conte di Eulemburg riceve Abeken. Il ministro
dell'Interno, dopo aver preso conoscenza del testo, esprime parole di
commiserazione per von Werther: Non avrei mai creduto, dice, che egli sarebbe
finito cos male...
Ma, per ora, bisogna andare dal re. Primo, per trasmettergli il rapporto, e
secondo, come ha chiesto il cancelliere, per ricordargli che egli non deve pi
ricevere l'ambasciatore di Francia.
Sono le 11 e 30 quando Eulemburg viene introdotto nell'ufficio di Guglielmo I.
Questi sta finendo una lettera per il principe Antonio di Hohenzollern, in cui
conferma di aver ricevuto il suo messaggio a proposito della rinuncia del
principe Leopoldo. Il ministro dell'Interno vedendo il cattivo umore del re, non
gli consegna il rapporto di von Werther. Egli si limita a comunicargli le
raccomandazioni di Bismarck. Forse, pi tardi, il sovrano avr ritrovato la
calma...
Nello stesso momento Benedetti, circondato dai suoi collaboratori, discute la
situazione. Bisogna redigere un telegramma per il Quai d'Orsay, per informare
Gramont dell'incontro di quella mattina. In effetti esso si  risolto in un
rifiuto del re e l'ambasciatore si rende conto dell'effetto che produrr, a
Parigi, il suo telegramma. Ci nonostante, egli deve fare un rapporto che
riproduca fedelmente l'incontro nel parco. Ma appena il suo messaggio  partito,
egli riceve un nuovo telegramma di Gramont. Questa volta l'imperatore partecipa
direttamente. Secondo il ministro degli Affari esteri,  lo stesso Napoleone III
che insiste per ottenere delle garanzie.
L'imperatore, scrive il duca, mi incarica di farvi notare che noi non potremmo
considerare la rinuncia comunicataci dall'ambasciatore di Spagna, che non ci 
stata indirizzata direttamente, come risposta sufficiente alle giuste richieste
fatte da noi al re di Prussia. Ancora meno potremmo vedervi una garanzia per
l'avvenire. Affinch possiamo essere sicuri che il figlio non ritratter il
padre, o che egli non arriver in Spagna come ha fatto suo fratello in Romania,
 indispensabile che il re ci dica che egli non permetter al principe Leopoldo
di far marcia indietro sulla rinuncia che ci ha comunicato il principe Antonio.
Leggendo questo telegramma, Benedetti si rende conto che ormai tutto  perduto.
Fino a quel momento, Napoleone III non era intervenuto negli ordini che gli
venivano indirizzati. Di fronte al re, egli poteva lasciar intendere che
l'imperatore manteneva una posizione pi moderata di quella del suo governo.
L'ambasciatore aveva anche ricordato l'obbligo in cui si trovava il governo di
assumere posizioni ufficiali rigide a causa dell'opinione pubblica. Ma si poteva
pensare, negli ambienti prussiani, che queste prese di posizione non
riflettessero il pensiero di Napoleone III.
Ora per la faccenda  diversa:  lo stesso capo dello Stato che si dimostra
esigente con la Prussia. E Benedetti non si fa pi illusioni sul successo della
sua missione. Viene l'ora di mettersi a tavola. Il pranzo  dei pi malinconici.
Intorno a Benedetti, i segretari d'ambasciata di solito molto ciarlieri,
mangiano in silenzio. Il pasto  presto finito.
Il gruppo si  appena trasferito nel salone per prendere il caff, quando il
principe Radziwill, ufficiale, come sappiamo, del seguito reale, ma che, nella
terminologia dell'esercito prussiano, porta il titolo di aiutante, vedremo il
ruolo di questa carica nel seguito degli avvenimenti, si fa annunciare. A nome
del re egli viene a comunicare ufficialmente al rappresentante della Francia il
messaggio del principe Antonio di Hohenzollern.
Benedetti, se riceve con piacere l'inviato di Guglielmo  tuttavia deluso. Egli
credeva che Radziwill venisse per fissargli un incontro con il sovrano al quale
egli deve ora comunicare le ultime istruzioni di Napoleone III.
L'ambasciatore approfitta per della venuta del principe, per pregarlo di
ricordare al re che egli attende una sua autorizzazione per trasmettere al suo
governo, oltre che la rinuncia di Leopoldo, anche la sua totale approvazione.
Radziwill si reca dunque al Kurhaus e ritorna poco dopo per avvertire che il re
permette all'ambasciatore di telegrafare a Parigi che il re approva la rinuncia
del principe Leopoldo. Il re concede interamente e senza riserve questa
approvazione alla rinuncia del principe, ma non pu fare di pi. Egli considera
la questione definitivamente conclusa.
Il principe Radziwill, stretto nel suo doltan, soffocato dal caldo, fa la spola
tra il re e l'ambasciatore di Francia. Infatti, non appena l'aiutante lo ha reso
partecipe del messaggio di Guglielmo I, Benedetti risponde: Ringrazio Sua Maest
per la sua comunicazione e vi prego di voler trasmettere a Sua Maest i miei
rispettosi ringraziamenti. Tuttavia, ho ricevuto dall'imperatore e dal duca di
Gramont nuove istruzioni. Vi chiedo dunque di sollecitare al re di Prussia
un'altra udienza, affinch io possa sottoporgli ancora una volta e sviluppare,
pi esaurientemente di quanto non abbia potuto farlo questa mattina, la
questione delle garanzie che il governo francese richiede per il futuro e le
considerazioni che rendono legittima la mia azione.
Il principe Radziwill non manifesta alcuna sorpresa, ma egli  molto stupito del
fatto che il rappresentante della Francia insista su questo argomento, dopo il
messaggio amichevole che il re gli ha fatto trasmettere. Egli riprende dunque la
via del Kurhaus dove, in quel momento, il consigliere Abeken  a colloquio con
il re. Entrando nello studio del sovrano, Abeken lo ha trovato intento a
scrivere una lettera.
Accomodatevi, dice il sovrano. Finisco questo messaggio da inviare alla regina
per ringraziarla degli auguri che essa mi ha inviato in occasione del compleanno
di mia sorella Carlotta, sapete, la madre dello zar.
Guglielmo  di ottimo umore. La questione Hohenzollern per lui  finita, ed egli
spera di poter finire la sua cura senza altre preoccupazioni. Trovandolo in
questo stato d'animo, Abeken prende dalla cartella il rapporto di von Werther:
Se Vostra Maest desidera prendere conoscenza di questo testo, che  stato
inviato la notte scorsa dal Vostro ambasciatore...
Guglielmo I tende la mano, ed incomincia a leggere. Il suo viso si fa scarlatto.
Come pu un governo avere simili pretese? Capisco adesso, dice il re,
l'atteggiamento di quel povero de Benedetti. Ma come ha potuto von Werther
accettare di ascoltare questo duca di Gramont? Se Bismarck ne  al corrente,
certamente si star chiedendo cosa faccio io qui, che accetto di discutere con
il rappresentante di Napoleone III! Telegrafate immediatamente a Varzin, per
rassicurare il cancelliere. Quanto a von Werther, inviategli un telegramma per
dirgli che deploro il suo comportamento. Un ambasciatore di Prussia non deve
accettare di sentire frasi come quelle pronunciate dal ministro degli Affari
esteri della Francia!
Sono le 16,05 o quando il telegramma indirizzato a Bismarck parte da Ems. Alcuni
minuti pi tardi il fedele Radziwill si reca al Kurhaus per presentare la
richiesta di udienza di Benedetti. L'accoglienza che gli viene fatta  piuttosto
fredda, ed egli riparte subito per la Citt di Bruxelles per dire
all'ambasciatore francese che il re non intende riprendere conversazioni
inutili. Tutto ci che pu fare il sovrano  ripetere che egli approva in pieno
e senza riserve la rinuncia del principe di Hohenzollern. Non pu e non vuole
far di pi.
Ed ecco di nuovo Radziwill sulla strada che conduce alla residenza di Benedetti.
Quando questi lo vede arrivare, capisce subito che non pu pi sperare.
Radziwill sembra sinceramente desolato di questo stato di cose, poich ha molta
stima per l'ambasciatore. Ma, ufficiale al servizio del re di Prussia, egli non
pu che trasmettere il messaggio che gli  stato affidato.
Benedetti lo capisce benissimo, ed  con emozione che saluta il principe. Dopo
la sua partenza, egli chiama i suoi segretari ed incomincia a redigere il
telegramma che partir alle 19 per il Quai d'Orsay.
Il re, scrive l'ambasciatore, ha ricevuto la risposta del principe di
Hohenzollern;  del principe Antonio e annuncia a Sua Maest che il principe
Leopoldo, suo figlio, ha rinunciato alla candidatura alla corona di Spagna. Il
re mi autorizza a comunicare al governo dell'imperatore che egli approva questa
risoluzione. Il re ha incaricato uno dei suoi aiutanti di campo di farmi questa
comunicazione, ed io ne riproduco esattamente i termini. Non avendomi Sua Maest
fatto annunciare nulla a proposito delle garanzie che noi esigiamo per il
futuro, ho sollecitato un'altra udienza per sottoporgliele di nuovo e sviluppare
le argomentazioni cui ho accennato questa mattina. Alla richiesta di un'altra
udienza, il re mi ha fatto rispondere che egli non potrebbe riprendere con me la
discussione riguardante le garanzie che a nostro avviso dovevano esserci
concesse per l'avvenire. Sua Maest mi ha fatto dire che, a questo proposito,
egli si attiene alle considerazioni che mi ha fatto questa mattina,
considerazioni che vi ho riferito nell'ultimo telegramma.
Questo telegramma arriva a Parigi la sera del tredici. Contemporaneamente il
corrispondente della Nord-leutsehe Korrespondent invia al suo giornale il
seguente telegramma: I nazionalisti tedeschi dicono con rammarico che la
questione  per la Prussia una grossa umiliazione.
Al Quai d'Orsay, il duca di Gramont sente la sua impazienza crescere di ora in
ora. Le informazioni della polizia imperiale registrano un pericoloso aumento
della collera popolare. Le dimostrazioni da cui partono grida del tipo: A
Berlino! oppure: Ollivier, Gramont vigliacchi e traditori! sono sempre pi
frequenti. I responsabili della polizia, che hanno ricevuto l'ordine di
lasciarli fare, incominciano a dar segni di inquietudine. Quando la folla si
agita e si ammassa in questo modo un'esplosione violenta non  da escludersi,
senza che la si possa prevedere, ed in qualsiasi momento. Inoltre, fa ancora
molto caldo, ed i bettolieri non scioperano.
Ci che preoccupa maggiormente i funzionari del ministero degli Interni sono i
manifestanti che ora scendono anche dalle alture di Montmartre e di Belleville.
Attraverso le porte della capitale, gli operai della periferia vengono anch'essi
a chiedere di farla finita con la Prussia...
Se anche il governo imperiale ritrovasse il suo sangue freddo, sarebbe oramai
impossibile evitare la guerra, perch la rivoluzione irromperebbe su Parigi e
sulle grandi citt di provincia e spazzerebbe via il regime. D'altronde, il
fatto che l'imperatore abbia finito per accettare di addossarsi la
responsabilit della richiesta di garanzie nei riguardi della Prussia impedisce
ormai qualunque marcia indietro. Quindi, appena riceve l'ultimo telegramma di
Benedetti, Gramont, d'accordo con Ollivier, decide di dare all'ambasciatore
nuove istruzioni. Sempre nella stessa direzione, del resto.
In quattro giorni, questo sar il quinto tentativo fatto dall'ambasciatore
presso il re di Prussia.
In attesa della risposta di Parigi, sulla quale non si fa illusioni, il
rappresentante della Francia passeggia malinconicamente nel parco dello
stabilimento termale. Egli cerca, tuttavia, di non uscire nelle ore in cui anche
Guglielmo I va a spasso sotto le fronde del Kurhaus. Un altro incontro, nelle
attuali circostanze, sarebbe certamente male interpretato dal re.
Benedetti, quindi, si dirige verso l'albergo Panorama, e si trova di colpo di
fronte al ministro degli Interni, il conte di Eulemburg. Questi, vedendo l'aria
inquieta del diplomatico francese, gli chiede che cosa lo preoccupa. E
Benedetti, che conosce bene il conte, gli spiega minuziosamente la situazione in
cui si trova.
Eulemburg capisce perfettamente la posizione del suo interlocutore e gli
promette di fare tutto il possibile per metterne al corrente Guglielmo I. E non
mancher, dice a Benedetti, di fargli sapere il risultato del suo intervento.
L'ambasciatore vede in ci una vaga possibilit, alla quale vuole attaccarsi.
Senza attendere oltre, egli ritorna alla Citt di Bruxelles dove trova, senza
esserne sorpreso, il telegramma di Parigi in cui gli si chiede, ancora una
volta, di rivedere il re per ottenere le famose garanzie. Benedetti  nel salone
del palazzo quando un ufficiale gli porta un messaggio. E' scritto su un
foglietto di carta semplice, piegato in quattro, ed  del conte di Eulemburg il
quale dice che: non ha nulla da fargli sapere.
Ci significa che il re non vuole pi sentir parlare di questa storia delle
garanzie. In effetti, Guglielmo I ne ha abbastanza delle garanzie al punto che
decide di interrompere la cura e di andare a Coblenza, dove trover la regina.
Dopo, ritorner a Berlino, dove il governo reale, cio Bismarck, prender in
mano la faccenda.
Nondimeno, Benedetti vuole fare un ultimo tentativo. Funzionario scrupoloso,
vuole eseguire sino in fondo gli ordini inviatigli dal suo superiore, il
ministro degli Affari esteri, duca di Gramont. Egli indossa di nuovo la tenuta
ufficiale da ambasciatore e si fa portare al Kurhaus, dove chiede all'aiutante
di campo di dire al re che egli partir da Ems in serata e che desidera
congedarsi dal sovrano.
Questo tentativo fallisce: alcuni minuti dopo, il principe Radziwill viene a
dire a Benedetti che il sovrano deve prendere il treno delle 15 e 10; se
l'ambasciatore desidera salutarlo, egli sar lieto di riceverlo prima della
partenza del treno, nel salone che gli  riservato alla stazione. Sarebbe
difficile per il rappresentante della Francia non accettare ci che egli deve
sicuramente considerare come un saluto.
Alle 15 egli  in stazione, e vede arrivare il re seguito dai suoi ufficiali di
ordinanza. Quando Guglielmo I vede Benedetti gli tende la mano con un sorriso.
Gli ufficiali si allontanano mentre il sovrano e l'ambasciatore si dirigono
verso il Salone.
Guglielmo I dir finalmente qualcosa che possa placare Parigi? Niente affatto.
Egli si limita a ringraziare Benedetti per la visita e a pregarlo di trasmettere
i suoi auguri all'imperatore e al governo francese. Il treno  gi in stazione.
Con un'ultima stretta di mano il re sale sul vagone. Sono finite le
conversazioni di Ems.
L'ambasciatore ritorna in vettura e si fa portare alla Citt di Bruxelles dove
scrive l'ultimo telegramma da Ems:  Ems, 15 e 45. Ho appena incontrato il re
alla stazione. Egli si  limitato a dichiarare che non aveva niente altro da
comunicarmi e che i negoziati, che potranno ancora essere ripresi, verranno
condotti dal suo governo.
La stessa sera, dopo aver avvertito la moglie, che  ancora a Wildbad, il conte
de Benedetti, ambasciatore di Francia, prende il treno per Parigi. La questione
potrebbe finire qui. In realt, essa comincia appena, poich le ore che
seguiranno saranno quelle che porteranno alla guerra.
Quando prende posto nel compartimento riservatogli, Benedetti ha in mano alcuni
giornali, tra cui la Gazette de Cologne. Sono stati i segretari d'ambasciata a
preparargli questa lettura. Ci che colpisce subito l'ambasciatore  un piccolo
articolo del giornale di Colonia, sottolineato in rosso.
E' la riproduzione di un dispaccio dell'agenzia Wolf, redatto in questi termini:
Ems. 13 luglio. Dopo che la rinuncia del principe Leopoldo di Hohenzollern 
stata comunicata al governo imperiale francese dal governo reale spagnolo,
l'ambasciatore di Francia ha chiesto di nuovo a Sua Maest l'autorizzazione di
far sapere a Parigi che Sua Maest il re si impegna a non concedere pi in
futuro la sua autorizzazione se gli Hohenzollern riproponessero la candidatura.
A questo punto, Sua Maest il re si  rifiutato di ricevere ancora una volta
l'ambasciatore e gli ha fatto dire dall'aiutante di servizio, che Sua Maest non
aveva nulla da comunicare.
Dopo aver letto questo trafiletto, Benedetti non pu che constatare, come dir
pi avanti, che esso non deforma la verit. Ma non arriva a prevedere le
conseguenze che esso avr a Parigi.
Ritorniamo indietro di qualche ora.
A Berlino, dopo la cena del 12, Bismarck ha chiesto ai suoi due ospiti, von Roon
e von Moltke, di venire a cena di nuovo il 13. Il cancelliere prevede sviluppi
ulteriori e vuole poter fare il punto della situazione con i suoi amici.
Nella giornata del 13, Bismarck legge i commenti della stampa francese, la
quale, come egli si aspettava, si congratula senza mezzi termini con il principe
di Hohenzollern per la rinuncia. I giornali, soprattutto quelli di Parigi, sono
concordi: la Francia ha alzato la voce e la Prussia vi si  sottomessa. E' una
prova irrefutabile del prestigio dell'impero napoleonico in Europa.
Appena ha preso conoscenza degli estratti della stampa francese, Bismarck riceve
da Abeken il telegramma con il resoconto dell'incontro avvenuto a Parigi tra von
Werther, ambasciatore di Prussia, e il duca di Gramont.
Se prima era furioso, ora il cancelliere si chiede se il re, adesso solo ad Ems,
non finir per soddisfare Benedetti. Se Guglielmo dovesse accettare il principio
delle garanzie, le conseguenze per la Prussia sarebbero catastrofiche. Bismarck
esamina tutte le possibilit e rimpiange di non essere andato ad Ems, invece di
rimanere a Berlino.
Giunge l'ora di cena, e Moltke e Roon vengono annunciati. I tre uomini si
mettono a tavola. All'inizio del pasto il cancelliere informa i commensali sulle
novit della giornata. Il generale ed il ministro sono d'accordo con Bismarck: 
necessario impedire al re di Prussia di negoziare da solo con l'ambasciatore di
Francia, soprattutto dopo il vero ultimatum di Gramont a von Werther.
Per non tutto  perduto, ed  senza troppa preoccupazione che il cancelliere ed
i suoi amici inumidiscono le labbra nel vino del Reno. Essi hanno appena
iniziato la trota au bleu quando un ufficiale si fa annunciare: egli porta un
altro telegramma di Abeken. Il consigliere preferito di Bismarck gli indirizza
un lungo dispaccio in cui dice: Ricevo il seguente comunicato da Sua Maest: Il
conte de Benedetti mi ha fermato durante la passeggiata per chiedermi, in
maniera molto pressante, che lo autorizzassi a telegrafare immediatamente a
Parigi il mio impegno a non accordare pi il mio consenso nel caso che in futuro
gli Hohenzollern riproponessero la loro candidatura. Io mi sono rifiutato
categoricamente di farlo, perch non potevo n dovevo assumere un impegno di
questo genere a tempo indeterminato. Naturalmente, gli ho detto che non avevo
ancora ricevuto nessuna comunicazione al riguardo e che, siccome la notizia
della rinuncia era gi nota a Parigi e a Madrid, egli poteva constatare come il
mio governo fosse del tutto estraneo alla faccenda.
A questo testo  allegato un altro telegramma scritto da Abeken. Il consigliere
cos commenta il testo del primo telegramma: Sua Maest ha poi ricevuto un
telegramma del principe. Avendo Sua Maest detto al conte de Benedetti che
attendeva notizie dal principe, egli ha deciso, dietro consiglio del conte di
Eulenburg, e dopo il mio rapporto, date le pretese sopra menzionate, di non
ricevere pi il conte de Benedetti, ma di fargli soltanto dire da un aiutante
che Sua Maest aveva ricevuto dal principe la conferma della notizia avuta
dall'ambasciatore a Parigi e che non aveva altro da dire all'ambasciatore.
Sua Maest lascia a voi decidere se le nuove richieste di Benedetti e il suo
rifiuto devono essere comunicati ai nostri rappresentanti all'estero e alla
stampa.
Cos, a Ems,  finita. Senza dubbio, Bismarck  soddisfatto nel vedere che i
suoi consigli, cio le sue minacce di rassegnare le dimissioni, hanno avuto un
risultato. Ma avrebbe preferito che questi negoziati, anche troppo lunghi! si
fossero svolti tramite il suo governo e non con il re, che , in fin dei conti,
un irresponsabile. Comunque, poich il re gli affida la questione, egli cercher
di approfittarne al massimo.
La rottura dei negoziati, non c' dubbio, provocher in Francia una nuova ondata
di collera e c' da aspettarsi una dichiarazione di guerra. Ma, prima di
avvertire gli ambasciatori e i giornali, come il re gli permette di fare,
Bismarck vuole conoscere esattamente la situazione dell'esercito prussiano. Non
ha forse davanti a s proprio il capo di stato maggiore e il ministro della
guerra?
Immediatamente, e mentre il pasto interrotto dal messaggio di Abeken riprende,
Moltke espone al cancelliere le esatte condizioni dell'esercito. Se deve esserci
una guerra, dice, non ci sarebbe alcun vantaggio nel ritardarla. Anche se,
inizialmente, non siamo abbastanza forti per proteggere tutta la riva sinistra
del Reno da un'invasione francese, la preparazione del nostro nemico sar presto
superata e noi riacquisteremo subito la superiorit. Ecco perch, sotto tutti i
punti di vista, penso che una guerra immediata sia preferibile ad un rinvio. Von
Roon  pienamente d'accordo. Egli aggiunge che, se la Francia  l'aggressore, si
potr contare sull'appoggio totale degli Stati del sud.
Per Bismarck, dunque, non ci sono pi dubbi: il furore bellico di Parigi gli
permetter di prendere due piccioni con una fava. Da un lato, egli potr infine
regolare i conti con la Francia, l'aggressore, mentre dall'altro, la lotta di
tutti gli Stati tedeschi per la stessa causa costituisce il primo passo verso
quell'unit cui egli aspira da tanto tempo. Il cancelliere si fa portare una
penna, un calamaio e della carta poi, allontanato il piatto, incomincia a
scrivere sotto lo sguardo interessato degli ospiti.
Poich il re gli ha lasciato la libert di agire come crede nei confronti della
stampa, comunicher ai giornali il telegramma di Ems. Ma il testo di Abeken
verr un po' modificato. Poco dopo, Bismarck legge ai suoi amici le poche righe
di cui Benedetti verr a conoscenza nello scompartimento del treno.
Attraverso la penna del cancelliere, ci che sembrava essere soltanto un
episodio dei negoziati tra il re e l'ambasciatore di Francia  diventato un
comunicato di rottura. E Moltke esclama: Ecco che tutto suona molto diverso!
Prima era un segnale di resa; ora  una fanfara in risposta ad un segnale di
sfida!
E mentre un corriere va a portare il testo al Nord-deutsehe Allgemeine Zeitung,
che lo trasmetter immediatamente all'agenzia Wolf, i tre uomini politici
riprendono il loro pasto con appetito. Alle congratulazioni dei due amici,
Bismarck risponde: Facendo telegrafare immediatamente il testo, come il re mi ha
autorizzato, senza alterazioni od aggiunte, a tutti i giornali e a tutte le
nostre legazioni, esso arriver a Parigi prima di mezzanotte; a causa della sua
forma, e soprattutto a causa del modo in cui sar stato diffuso, esso avr sul
toro gallico l'effetto di un drappo rosso!
Il cancelliere non si sbaglia. La mattina del 14 luglio, molto presto, il duca
di Gramont si fa annunciare a Emile Ollivier. Entrando nell'ufficio del capo del
governo, il ministro degli Affari esteri esclama: Avete di fronte a voi un uomo
che  appena stato schiaffeggiato!
Ed egli porge a Ollivier un foglio di carta:  la copia di un telegramma inviato
la sera stessa da Le Sourd, l'incaricato d'Affari francese a Berlino. Si tratta
del testo redatto da Bismarck! Far trasmettere un messaggio al nostro
ambasciatore da un aiutante, che vergogna! esclama il duca.
Ollivier ha appena il tempo di leggere il telegramma che gi Gramont, molto
eccitato, gli chiede di convocare immediatamente il consiglio per prendere la
decisione di dichiarare guerra alla Prussia. D'altronde, vedete, aggiunge il
duca porgendo un secondo telegramma. Ecco ci che pensa Stoffel.
Il colonnello Stoffel, addetto militare a Berlino, ha inviato qualche ora prima
un telegramma in cui afferma che: i Berlinesi si aspettano di vedere un esercito
francese varcare il Reno.
Secondo l'addetto militare venti giorni dopo il 15 luglio la Prussia avr
concentrato in pi punti lungo le sue frontiere varie armate per un complesso di
cento o centoventimila uomini.
Emile Ollivier, di fronte all'esaltazione di Gramont accetta di convocare il
consiglio dei ministri. Il governo si riunisce a mezzogiorno, alle Tuileries, in
presenza dell'imperatore. Gramont interviene sin dall'inizio per affermare che
se non sar decisa l'entrata in guerra, egli non conserver neppure per un
minuto il suo portafoglio di ministro. Il maresciallo Lebeuf ministro della
guerra, lo approva. Dobbiamo, dice, mobilitare immediatamente per conservare
tutto il nostro vantaggio.
Gli altri ministri esitano. Molti chiedono se  veramente il caso di fare una
guerra per una questione di dispacci. Non abbiamo ottenuto reali soddisfazioni
essi dicono, con la rinuncia del principe di Hohenzollern? Alcune voci si
sollevano per proporre che la questione sia sottoposta ad una conferenza
internazionale.
L'imperatore, invece, rimane in silenzio. Egli  pi che mai contrario ad un
conflitto. Se ha accettato per l'insistenza di Gramont, di associarsi alla
richiesta di garanzie, nondimeno conserva il sangue freddo. Tutti coloro che lo
vedono, d'altronde, durante quelle ore cruciali, sono impressionati dalla sua
prostrazione. Il colorito sempre pi giallognolo, i capelli tutti bianchi,
curvo, egli non  ormai che un vecchio, scavalcato da coloro che si dichiarano
suoi fedeli. Inoltre, egli soffre permanentemente di calcoli alla vescica, cosa
che lo indebolisce anche fisicamente.
Lui, che ha sempre governato soltanto come si cospira,  l'espressione di un
giornalista del Sicle,  ora pi che mai nell'impossibilit di imporre la sua
volont. Quando il consiglio si scioglie, nonostante l'insistenza di Gramont,
non  stato ancora deciso nulla. In compenso si scatena la stampa. Tutti i
giornali che gi prima scaldavano l'opinione pubblica, adesso fanno fuoco e
fiamme. Per Le Soir: Se la dichiarazione di guerra non arriva, sar pi che un
disappunto, pi che una delusione.
Le Constitutionnel afferma: Una sola risposta all'insolenza della Prussia: la
guerra. Se la Prussia ci insulta, varchiamo il Reno! I soldati di Iena sono
pronti! I soldati di Iena! Sempre questo richiamo all'epoca Napoleonica...
Le Sicle pubblica un lungo articolo descrivendo la permanente agitazione nelle
strade: Intorno a Palazzo Borbone regna una straordinaria animazione. Numerosi
gruppi gi discutono ad alta voce sui piani di guerra... Al suo arrivo, il
generale Changarnier viene accolto da un'ovazione...
Quanto al corrispondente parigino del giornale madrileno la Epoca, egli scrive:
Tutta Parigi  sui viali. Dai balconi delle case, dalle terrazze dei caff, si
agitano i fazzoletti per applaudire i gruppi di manifestanti che reclamano la
guerra. Pi di ventimila persone con bandiere tricolori si dirigono verso
palazzo Borbone o verso le Tuileries. Anche alle 2 del mattino il movimento 
immutato. Eccitazione generale e immensa. Il paese  unanime nel volere, dice,
vendicarsi dell'insulto che il re di Prussia ha fatto all'ambasciatore.
Il governo  travolto dagli eventi, e il 15, durante un nuovo consiglio a
Saint-Cloud, decide la guerra. E' il trionfo di Gramont e di Lebeuf. Ma  anche
l'ora dell'imperatrice, la quale da giorni tenta di piegare la volont, o almeno
ci che di essa rimane, di Napoleone III. Non corre forse voce che, dopo il
consiglio del giorno precedente, venendo a conoscenza dell'indecisione dalla
maggioranza dei ministri, essa abbia pronunciato il termine vilt? Vuole
assicurare il futuro di suo figlio e, non cessa di ripeterlo, soltanto la guerra
pu evitare la rivoluzione. I cortigiani che propendono a suo favore sono
numerosi.
A Saint-Cloud, dunque, si decide che le Camere saranno avvisate nel pomeriggio.
Ollivier si presenter davanti al Corpo legislativo, Gramont al Senato.
La seduta al Palazzo del Lussemburgo  brevissima. Dopo il resoconto lievemente
tendenzioso delle trattative di Ems fatto da Gramont, i senatori approvano
unanimemente il governo. Quando il ministro scende dalla tribuna si levano grida
di: Bravo! Viva l'imperatore! Viva la Francia!
Il pubblico delle tribune si unisce a queste manifestazioni e il presidente
Rouher esclama: Il senato, con i suoi bravo! entusiasti, ha dato la sua alta
approvazione alla condotta del governo... La sua emozione precorre i nobili
sentimenti del paese... Attendiamo da Dio e dal nostro coraggio il trionfo della
spada francese...
Al Corpo legislativo la seduta sar molto pi drammatica. Un vecchio di
settantatr anni che, dal 1830  in prima fila nella politica francese, sta per
levarsi contro coloro che richiedono a gran voce l'apertura delle ostilit. E'
Adolph Thiers, ex-presidente del Consiglio durante la monarchia di luglio,
storico, membro dell'Acadmie Francaise. Il vecchietto dalla parrucca grigia e
dai piccoli occhiali cerchiati di ferro sta per battersi contro quasi tutta la
Camera per cercare di evitare il conflitto. All'inizio del pomeriggio, mentre
nei corridoi di Palazzo Borbone l'agitazione cresce sempre di pi, si riunisce
la commissione incaricata, a termini di regolamento, di esaminare il progetto di
apertura di crediti militari presentato dal governo. Il maresciallo Lebeuf si
trova l per difendere il testo, che sar in seguito presentato al Corpo
legislativo in seduta pubblica. La seduta della commissione  breve. Alle poche
domande che gli vengono poste, Lebeuf risponde con maschia sicumera.
De Keratry: Maresciallo, siamo veramente pronti?
Lebeuf: Completamente pronti!
De Keratry: Ce ne date la vostra parola d'onore? Badate, sarebbe un delitto
impegnare la Francia senza aver previsto tutto, senza aver pensato a tutto!
Lebeuf: Vi do la mia parola d'onore che siamo completamente pronti!
De Cassagnac: Che cosa intendete per essere pronti?
Lebeuf: Intendo con questo che, se la guerra dovesse durare un anno, non avremmo
bisogno di comperare nemmeno un bottone per le ghette!
All'apertura della prima seduta di quel 15 luglio, nel primo pomeriggio,
l'emiciclo  colmo. Non un posto libero nelle tribune del pubblico e si contano
a migliaia coloro che, all'esterno, fanno la coda sperando in qualche rinuncia.
Per primo parla Emile Ollivier. Con il suo accento guascone, il gestire brusco e
discontinuo, egli non d affatto l'impressione di essere sul punto di
pronunciare le parole pi gravi che mai possa pronunciare un capo di governo.
Ma, per la maggioranza, non  l'aspetto che conta; ci che importa  il succo
del discorso. E i difensori dell'impero ne hanno piena soddisfazione. Se ne avr
un'idea da questo estratto del verbale della seduta.
Emile Ollivier: Da questo giorno per i ministri i miei colleghi e me, ha inizio
una grande responsabilit (S! dalla sinistra). Noi l'accettiamo a cuor
leggero... (Vivaci proteste a sinistra).
Baudain: Dite rattristato!
Esquiros: Voi avete il cuore leggero e il sangue sta per scorrere!
Emile Ollivier: S, a cuor leggero, e non equivochiamo su questa parola, e non
crediate che io voglia dire con gioia, vi ho detto io stesso quale sia il mio
dolore per essere costretto alla guerra. Intendo dire con un cuore non
appesantito dai rimorsi, con un cuore fiducioso, perch la guerra che facciamo,
la subiamo...
Emile Arago: Voi la fate!
Gli interventi di un realista, Choiseul, di un repubblicano, Gambetta, di un
altro rappresentante della sinistra, Jules Favre, i quali domandano che i
messaggi diplomatici scambiati dall'inizio della questione vengano esibiti di
fronte all'assemblea, non vengono accolti.
Si ascolta un deputato della maggioranza, Guyot-Montpeyroux, esclamare: Credo
che la Prussia abbia dimenticato ci che  la Francia di Iena. Bisogna
ricordarglielo!
Allora, finalmente, Thiers si leva nel suo banco. Il suo intervento sar
punteggiato dalle interruzioni della maggioranza e dagli applausi della
sinistra. Ma senza perdere la calma un istante, il vegliardo metter in guardia
il governo contro le conseguenze dell'avventura in cui ha deciso di lanciarsi.
La protesta che avete formulato sulla candidatura del principe di Hohenzollern 
stata fondamentalmente accolta, ed ecco che voi vi irrigidite su una questione
di forma. Volete dire che per una questione di forma siete decisi a versare
torrenti di sangue? Riflettete un momento!
Biroteau: Riflettere? Signore, quando si  insultati, non c' bisogno di
riflettere!
Le interruzioni della maggioranza sono tali che il presidente Schneider deve pi
volte intervenire. Dopo aver chiesto che i documenti diplomatici siano resi noti
alle Camere, Thiers, senza curarsi delle grida di ostilit, prosegue: Lasciate
che vi dica che considero questa guerra estremamente imprudente... Amo il mio
paese; sono stato colpito pi di chiunque altro dagli avvenimenti del 1866; pi
di ogni altro ne desidero la riparazione; ma secondo la mia profonda convinzione
e, oserei dire, secondo la mia esperienza, il momento non  ben scelto...
(Nuove interruzioni dai banchi della maggioranza; consensi a sinistra.)
Il marchese de Pir, violentemente: Siete la trombetta antipatriottica del
disastro. Andate a Coblenza! I colleghi del marchese, che lo circondano, lo
fanno sedere.
Thiers: Offendetemi... Insultatemi... Sono pronto a sopportarvi per difendere i
miei concittadini ed il loro sangue che con tanta imprudenza voi siete pronto a
versare.
Il marchese de Pir, che interviene di nuovo, si fa richiamare all'ordine dal
presidente. E Thiers giunge alla conclusione: Dite quello che volete, ma  molto
imprudente che voi lasciate sospettare al paese che quella che prendete oggi 
una decisione di parte. (Vivaci e numerose proteste.) Sono pronto a votare al
governo tutti i mezzi necessari quando la guerra sar dichiarata, ma desidero
conoscere i telegrammi sui quali si fonda questa dichiarazione di guerra. La
Camera far ci che vorr, io mi rimetto alla sua decisione; quanto a me,
declino la responsabilit di una guerra cos poco giustificata. (Proteste a
destra, applausi a sinistra.)
Dopo un intervento del maresciallo Lebeuf (Non manca nemmeno un bottone di
ghetta), Buffet, un deputato della sinistra, domanda di nuovo la presentazione
dei documenti richiesta da Thiers. Ma la sua proposta viene respinta con 164
voti contro 83. A questo punto la seduta viene sospesa per permettere alla
commissione incaricata di esaminare quattro progetti di legge urgenti che
riguardano l'inizio della guerra. Il segretario designato  de Talhouet, membro
moderato della maggioranza, di cui per si dice che intrattenga buoni rapporti
con Thiers. Quando la seduta riprende alle 20, de Talhouet monta in tribuna. Nel
suo rapporto, egli dice: Il ministro della Guerra ha giustificato in poche
parole l'urgenza dei crediti richiesti e le sue spiegazioni categoriche, mentre
ci inducono ad approvare i progetti di legge, ci fanno capire che, ispirate da
saggia previdenza, le due amministrazioni della Guerra e della Marina si trovano
in grado di far fronte con notevole prontezza alle necessit della situazione.
(Applausi.)
La nostra commissione ha anche sentito il Cancelliere e il ministro degli Affari
esteri. Ci sono stati presentati i documenti diplomatici e su di essi ci sono
state fornite spiegazioni molto precise e complete. Per rispondere al desiderio
della Camera ci siamo informati scrupolosamente su tutti gli incidenti
diplomatici; abbiamo la soddisfazione di dirvi, signori, che il governo, sin
dall'inizio della questione e dopo la prima fase dei negoziati, ha perseguito
lealmente lo stesso scopo. (Nuovi applausi.)
Dopo l'intervento del segretario, si passa al voto per i crediti speciali, cio
un totale di cinquanta milioni di franchi destinati al ministero della Guerra.
Con duecentoquarantasei voti contro dieci, il progetto viene approvato. Alla
fine, Thiers e Gambetta hanno votato a favore.
E' fatta, dunque. E' la guerra. Parigi  esultante. Durante tutta la notte,
gruppi di manifestanti percorrono le vie della capitale al grido di: Al Reno! A
Berlino! Ritornando a casa, in Piazza San Giorgio, Thiers viene riconosciuto da
alcuni soldati sbronzi che lo insultano. L'indomani, la folla si accalca di
fronte a casa sua e lancia pietre verso le sue finestre, al grido di: A morte il
traditore! La stampa lo definisce nano malvagio, servitore del re di Prussia, o
ancora venduto alla Germania...
Questa guerra, che tanto male far alla Francia, senza alleati, senza amici in
Europa, poteva essere evitata? Indubbiamente, se ne consideriamo il pretesto. Un
secolo dopo  difficile capire che per una questione che si dice sia soltanto
d'onore, ma che crolla ad un esame anche sommario, pi di centoventicinquemila
giovani francesi e quasi altrettanti tedeschi abbiano trovato la morte sui campi
di battaglia.
Ma se la causa ufficiale  stata soltanto il telegramma di Ems, quale  la vera
causa? Da parte dei tedeschi  indubbio che Bismarck ha preso al volo
l'occasione che gli ha permesso non solo di mettere in ginocchio la Francia, ma
anche, e questo aveva per lui altrettanta, se non maggiore importanza, di
unificare finalmente la Germania.
I vari Stati che componevano a quell'epoca la Germania erano legati alla Prussia
da una serie di trattati d'alleanza che per entravano in vigore soltanto in
caso di aggressione esterna. Ci significa che se uno degli Stati veniva
attaccato da una potenza straniera, tutti gli altri erano tenuti a venirgli in
soccorso. Se la Francia fosse stata attaccata dalla Prussia, gli Stati tedeschi
(alcuni dei quali, come l'Hannover e la Baviera, diffidavano profondamente della
Prussia) avrebbero potuto esimersi dalla partecipazione alla guerra. Quindi
Bismarck aveva bisogno di una guerra mossa dall'esterno per promuovere l'unit
tedesca sotto lo scettro della Prussia e gli tornava quindi comodo che la guerra
fosse imposta alla Prussia, e che l'aggressore fosse la Francia.
Era necessario inoltre che l'esercito prussiano apparisse come il solo baluardo
capace di resistere ad una nuova invasione francese, quando il ricordo delle
guerre del primo impero era ancora vivo nell'opinione di tutta la Germania.
Il Cancelliere di ferro, con il suo eccezionale senso politico, ha saputo quindi
servirsi della scarsa intelligenza dei ministri francesi e dell'impossibilit in
cui si trovava Napoleone III di imporre la sua volont. Con l'interferenza nei
negoziati tra il vecchio re Guglielmo I, contrario alla guerra, ed il conte de
Benedetti, egli ha impedito un accordo che, alla fine, avrebbe forse potuto
evitare il conflitto. Diciamo forse, perch non si pu essere sicuri di nulla di
fronte alle manovre francesi tendenti senza esitazioni verso l'irrevocabile
decisione del 15 luglio.
Il partito della guerra, in Francia era tanto pi potente in quanto godeva di
sicuri appoggi nelle sfere assai prossime all'imperatore. L'imperatrice, la
corte, Gramont e lo stesso Ollivier temevano per l'avvenire. Come abbiamo gi
detto, per loro era meglio mandare il popolo a combattere contro i prussiani con
la speranza di sconfiggerli, che non aspettare che esso si ribellasse contro il
governo.
Non si fa la rivoluzione quando si  vincitori. Queste sono cose evidenti.
Ma ce ne sono altre molto meno chiare.
Come potevano dei governanti, dopo Sadowa, ignorare che la Prussia disponeva di
forze militari notevoli e ben addestrate? Napoleone III ne era rimasto
impressionato, ma i suoi ministri, e in particolare Lebeuf, non lo erano
altrettanto, anche se tutti avevano avuto la possibilit di vedere i cannoni
Krupp esibiti all'esposizione del 1867.
Al contrario, quando nel 1867 era stato presentato, dietro richiesta
dell'imperatore e ad opera del maresciallo Niel, un progetto di rafforzamento
dell'esercito il Parlamento ne aveva rifiutato l'approvazione, sia da parte
della maggioranza che da parte dell'opposizione, sebbene per ragioni diverse.
La maggioranza era del parere che la Francia fosse sufficientemente forte
(volete fare della Francia una caserma, aveva detto Emile Ollivier), mentre
l'opposizione di sinistra, appoggiata dal popolo, aveva denunciato l'eccessiva
importanza che si voleva dare ai militari.
Il 15 luglio 1870 la Francia disponeva da duecentocinquanta a
duecentosessantacinquemila uomini; la Germania, da quattrocentocinquanta a
seicentomila...
Sul piano esclusivamente politico, i fatti non erano meno preoccupanti.
L'insistenza con cui si era cercato di ottenere dal re di Prussia delle garanzie
aveva dimostrato, da parte del governo, sia l'ignoranza dei pi elementari
principi della diplomazia sia un certo machiavellismo rudimentale assolutamente
inadatto a tener testa alla finezza politica di Bismarck. Ma  durante la
lettura dei documenti che riguardano la giornata del 15 luglio che vien fatto di
porsi alcune domande. L'atteggiamento di Thiers, prima di tutto.
Sicuramente, l'ometto non ha bisogno di lezioni di patriottismo da nessuno. Ma
il suo lungo intervento lascia perplessi, quando si viene a sapere che egli in
seguito  andato ad offrire la sua opera a Napoleone III per formare un governo
di unione nazionale. Forse Thiers crede di potere, da solo, affrontare l'uragano
che sta per scoppiare e del cui arrivo egli  pi che sicuro. Perch, dunque,
questo intervento contro la guerra, dal momento che egli si dichiara pronto ad
affrontarla?
Napoleone gli ha risposto che: non era il momento di fare dei cambiamenti...
Poi, c' la questione Talhouet. Come abbiamo visto, de Talhouet, incaricato di
esporre le conclusioni della commissione speciale, gode la fama di essere in
buoni rapporti con Thiers. Ma, lo si sapr pi tardi, egli  pi che d'accordo,
politicamente, con l'ex-presidente del Consiglio, poich  stato quest'ultimo a
consigliarlo di approvare il rapporto.
E questo rapporto, che incanta la maggioranza nel corso della seduta notturna
del 15 luglio,  un falso. In esso non ci sono che affermazioni gratuite. E
Talhouet lo riconosce, finita la guerra, di fronte alla commissione di inchiesta
creata dalla Repubblica.
Quando egli sale alla tribuna per presentare il suo rapporto, scritto d'urgenza
durante la cena, un solo pensiero regna nella sua mente: non deludere coloro che
hanno fatto di lui l'uomo del momento. Perci egli afferma di aver ricevuto dai
ministri tutte le assicurazioni possibili e che la commissione ha potuto
prendere visione dei documenti diplomatici, commentati dal duca di Gramont. In
tutto questo non c' assolutamente nulla di vero. I commissari si sono
accontentati delle dichiarazioni, senza alcuna prova. Ma Talhouet si dimostra
cos entusiasta e convinto, che perfino i deputati dell'opposizione, ad
eccezione dei dieci che facevano parte della commissione, lo ritengono degno di
fiducia. Ritornata la pace, Talhouet, roso dai rimorsi, morir pazzo. E
rinnegato da Thiers...
La guerra del 1870 coster alla Francia decine di migliaia di morti, e miliardi
di franchi-oro. Nondimeno, n il capo dell'impero, Napoleone III, n il capo
della Prussia, Guglielmo I, la volevano.
Vien fatto di meditare sulle ultime parole del futuro imperatore della Germania,
che, sul marciapiede della stazione di Ems, rivolgendosi al conte de Benedetti
ambasciatore di Francia, gli aveva detto: Non si fa una guerra per motivi cos
poco rilevanti... Ad ogni modo, conte, noi due resteremo amici...

FINE.
