LA REPUBBLICA DI SAL  
di MINO MONICELLI
ENCICLOPEDIA TASCABILE "IL SAPERE" EDITA DALLA NEWTON COMPTON
VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA EZIO GALIANO
REVISIONE DI AMEDEO MARCHINI
La mentalit della piccola borghesia umanistica si riassume 
in una sola parola: retorica... Provvenendo generalmente 
dalla scuola classica... essa possiede la cosiddetta 
cultura generale, che potrebbe definirsi l'analfabetismo degli alfabeti.
Luigi Salvatorelli

Sono prigioniero dal giorno in cui mi arrestarono in
casa del re.
Mussolini a Gargnano.

INDICE
Premessa
I venti giorni di Sal
Conclusione
Appendoce 1
Appendice 2
Cronologia
Bibliografia

PREMESSA.
La Repubblica di Sal vide la luce il 23 settembre 1943 a Monaco
di Baviera ed ebbe termine alle tre del mattino del 29 aprile 1945
in piazzale Loreto, a Milano, dove i cadaveri del Duce e della sua
amante Claretta Petacci furono appesi per i piedi al tetto di una
stazione di servizio. Due date che segnano la fine dell'avventura
politica mussoliniana e, insieme, quella fisica di un uomo che da ex
repubblicano era diventato (grazie al Collare dell'Annunziata)
cugino del re, da ex socialista affossatore del PSI, da acceso anti-
militarista convinto fautore di tre guerre che portarono l'Italia alla
catastrofe. Un uomo e un'avventura, dice lo storico inglese Alexander 
J. De Grand, che furono dall'inizio alla fine una congerie di
contraddizioni, al punto che ancora oggi si fatica a dare del regime 
da lui fondato una definizione accettabile, al di l di quella, oltremodo
vaga e inadeguata, di terza via fra capitalismo e socialismo.
Mussolini credeva che per fare grande un popolo bisognava
portarlo al combattimento magari a calci in culo, che la guerra
era lo stato normale dei popoli, che la dittatura ha per scopo di
fare la guerra e che l'Italia non poteva rimanere neutrale per sem-
pre senza divenire una potenza di second'ordine. E in tutta la sua
avventura politica rimase rigidamente fedele a questo credo teori-
co. I due fronti nei quali l'Italia sub le sconfitte pi rovinose furo-
no il Nord Africa e la Russia; ancorch quella pi umiliante sia
stata certamente la stolta e vergognosa aggressione nei Balcani,
nell'ottobre del '40, per spezzare le reni alla Grecia. Ma dopo la
sconfitta in Libia il Duce si sfog amaramente: In vent'anni ho
cercato di edificare l'Italia e non ho trovato che sterco; e rilev
che mentre nella prima guerra mondiale i disertori erano stati
mezzo milione, nella seconda erano almeno il doppio, perch c'erano 
milioni di italiani che preferivano subire la sconfitta che metter
mano al portafogli. Ma il Duce era comunque sicuro che il fa-
scismo fosse una dottrina destinata a sopravvivere alla sconfitta e
a restare il tema centrale nella storia del secolo XX. Vedremo pi
avanti di che dottrina si trattasse. Comunque, egli definiva in as-
soluto come il proprio capolavoro politico il modo in cui era riuscito
a farsi seguire per oltre vent'anni da un popolo volubile come l'ita-
liano: impresa, si vant, che non era mai riuscita a nessun altro.
Il primo grande successo, nella guerra d'Etiopia, gli d letteral-
mente alla testa. Ma quando arrivano i tempi cupi, non ammetter
mai una sua responsabilit nella serie delle catastrofi. Nel dicembre 
del '40, mentre fantaccini e alpini sfangano nel freddo e nel
gelo del Tomori, in Albania, dichiara: Questa neve e questo freddo 
vanno benissimo. Cos muoiono le mezze cartucce e si migliora
questa mediocre razza italiana. Abitava con la famiglia a villa
Torlonia, sulla Nomentana, per cui pagava un canone mensile nominale. 
Ma viveva modestamente e sobriamente, anche per via
della sua salute, che fu sempre tutt'altro che di ferro. Ma va detto
anche che, personalmente, non tenne mai al denaro. Le interviste,
e certi articoli per giornali americani, gli procuravano compensi si-
curamente lauti, decisamente superiori allo stipendio di Capo del
Governo, che all'epoca non superava le 32 mila lire al mese. Ma
fino all'ultimo non smise di sconcertare la gente con le sue sortite
paradossali, quasi schizoidi. Come quando dal censimento del '42,
in piena guerra, salt fuori che in Basilicata il 46 per cento della
popolazione era ancora analfabeta, e lui disse prontamente:
D'ora in poi, invece di Basilicata dovr chiamarsi, romanamente,
Lucania.
Nel '43, dopo tre anni di guerra, si ritrov con un'opinione pub-
blica che non solo per un terzo era rimasta anglomane e per gli al-
tri due terzi era diventata accesamente filoamericana, ma che re-
clamava in gran maggioranza la pace, e la pretendeva subito, a
ogni costo. Gli ultimi giorni a palazzo Venezia li visse in un mondo
allucinato, dove i fatti non contavano pi, ha scritto Denis Mack
Smith, contavano solo il virtuosismo scenico, la propaganda e il
prestigio, finto o vero che fosse. Ma forse questa era sempre stata
la dottrina centrale e la vera anima del fascismo italiano. A parte
l'esplicito rigetto del liberalismo, della democrazia, del socialismo
e l'esaltazione della guerra e del totalitarismo, la dottrina del fa-
scismo rest sempre qualcosa di nebuloso, nonostante gli sforzi di
Giovanni Gentile di renderla pi accessibile. Il pensiero del Duce
era che il fascismo, piuttosto che una dottrina fosse soprattutto un
metodo, una tecnica per la presa del potere; una prassi pi che una
teoria, uno strumento elastico e modificabile a seconda delle ne-
cessit. Se si leggono i suoi scritti, ci che pi colpisce  l'estrema
contraddizione delle affermazioni e delle prese di posizione; nella
stessa pagina si trova tutto e il contrario di tutto. In una sola di-
zione Mussolini non mut mai rotta: nel voler modificare a tutti i
costi, compresa la guerra, l'indole, a suo parere, imbelle, indiscipli-
nata e facilona degli italiani. Ma come in altre imprese, anche in
questa fall completamente. Perch egli stesso fu, prima di ogni altra 
cosa, un grande cultore del dilettantismo e dell'approssimazione.
Per Leo Longanesi, l'esemplare pi geniale di quei fascisti dissi-
denti che si atteggiarono ad antifascisti, il fascismo era in realt
hegeliano e clericale, soreliano e individualista, antidemocratico
e contrario alla soppressione del parlamento, repubblicano e mo-
narchico, cinquecentesco e futurista; tutte le contraddizioni che vi si
scoprono sono quelle del suo capo. Che per, proclamava Longanesi, 
ha sempre ragione. I fascisti di Sal tentarono di resuscitare
il mito del ritorno alle origini. Ma in quelle origini c'era tutto e
il contrario di tutto: liberismo e anarco-sindacalismo, populismo e
ultranazionalismo, elitarismo e collettivismo. All'inizio c' un movi-
mento che nasce senza mezzi finanziari, senza un vero programma, 
privo di retroterra sociale e di dirigenti autorevoli; che alla
prima prova elettorale, a Milano nel 1919, raccoglie 5 mila voti su
268 mila a disposizione e che alla fine del 1920 non ha ancora com-
piuto sostanziali passi avanti. Eppure sei mesi pi tardi  gi una
forza paramilitare e politica nell'Italia settentrionale e centrale.
Un anno ancora e numerosi strati della borghesia, da quella piccola 
piccola a quella alta sono in gran parte filofascisti e il movimento 
 diventato un partito di massa. Il 28 ottobre del 1922  al potere; 
e nella primavera del '24 conquista la maggioranza dei seggi
alla Camera. Queste le fasi dell'ascesa veemente.
Alla nascita, sembr un fenomeno politico radicale ed estremi-
sta, ma minoritario e transitorio; e come tale, marginale e, quindi,
non preoccupante. Una parentesi, una sorta di incidente di percor-
so, un errore della storia, un'escrescenza politica, com'ebbe a de-
finirlo Benedetto Croce. Certi intellettuali che gli restarono al fian-
co per un buon tratto di strada, come Papini, Prezzolini, Pirandello, 
i vociani, i dannunziani, i futuristi, i nazionalisti, pittori come
Sironi o Rosai, scienziati come Marconi, videro nel movimento un
fenomeno vitalistico e rinnovatore, una specie di anticonformismo 
iconoclastico rispetto al provincialismo, alla grettezza, al bac-
chettonismo, alla cipperia del borghesismo, dell'Italietta mo-
derata, perbenista, di quando la lira faceva aggio sull'oro.
Anche George Orwell scopr che i vari fascismi si presentano ri-
vestiti dalle simbologie nazionali di ciascun paese... l'esteriorit
dipende dalla cultura locale. Lo scrittore inglese aveva capito che
il fascismo non  possibile individuarlo in base all'abito. Se un fa-
scismo autentico si fosse imposto in Inghilterra, si sarebbe vestito
in modo pi sobrio rispetto a quello tedesco (o italiano), con bombetta 
e ombrello. Ed ecco infine come valut, pi tardi, il fascismo
nostrano un democristiano di centrodestra, l'on. Francesco Cossiga:
Un movimento reazionario di massa che nella gestione del potere si allontan
da alcune sue origini socialistoidi, sindacaliste, repubblicane, inclinando 
verso la monarchia e il pi ottuso capitalismo. Come movimento di massa 
realizz una serie di miglioramenti da socialismo di Stato. Ma uccise la 
libert... ben prima di quel 1938 in cui violent la coscienza cristiana 
adottando le leggi antiebraiche.
Prima del 1938 infatti c' il 1922, il 1925, il 1926, la guerra d'Etiopia e 
l'intervento contro la Spagna repubblicana, la soppressione dei partiti, 
l'arresto dei parlamentari, il bando alle associazioni cattoliche, alla
massoneria, l'istituzione del Tribunale speciale, la persecuzione delle 
minoranze di lingua tedesca, francese, slava, la soppressione della libert
di stampa, l'abolizione del parlamento.

Il fascismo italiano fu certamente un movimento di massa dei
ceti medi, di cui si valsero i gruppi conservatori egemoni per con-
gelare lo status quo minacciato dalle rivendicazioni socialiste.
Quando il movimento fascista nel '21 si trasform in partito politi-
co, era gi una coalizione ibrida e socialmente eterogenea, il cui
solo collante era costituito dal carisma personale del suo Capo.
Da quel momento la sua storia si pu scompartire in quattro pe-
riodi principali: quello di consolidamento, dal '22 al '30; quello del
consenso, dal '30 al '37; quello dello sbriciolamento, dal '38 al '43;
e infine quello successivo al colpo di Stato del 25 luglio che rove-
sci il Duce e vide l'avvento della Repubblica di Sal.
La fiammata del consenso non riusc a vigoreggiare oltre il 1936,
che suggell la vittoria nella guerra d'Etiopia e la conquista del-
l'Impero. Nell'ottobre di quell'anno Mussolini e Hitler dettero
vita all'Asse Roma-Berlino, che l'anno seguente sfoci nel Patto
Tripartito Anticomintern tra Germania, Italia e Giappone. Ma
gi nel '38 l'inizio della famigerata campagna razzista veniva a co-
ronare l'ormai abusata invettiva mussoliniana contro le plutocrazie 
giudaico-massoniche. Per la prima volta la statua di Pasquino,
che a Roma era rimasta muta dal 1925, torn a ironizzare in occa-
sione della visita del Fhrer nella capitale: Roma di travertino /
vestita di cartone / saluta l'imbianchino / che arriva da padrone.
non solo le folle rifiutarono gli osanna oceanici, ma la persecu-
zione antiebraica fu accolta di malagrazia perfino da alcuni mili-
tanti nelle file fasciste, particolarmente in quelle dei ras pi mode-
rati (Federzoni, Bottai, Grandi, Balbo); e anche da oltre Tevere
vennero i primi segnali di cauta disapprovazione. Nel maggio del
'39, infine, alla vigilia del secondo conflitto mondiale, quando
Mussolini stipul il Patto d'Acciaio con la Germania, la dissidenza
rialz la testa all'interno stesso del vertice fascista, dove Ciano
(con il tacito appoggio della triade Balbo, Grandi e Bottai) cominci 
ad avanzare le prime riserve contro la guerra al fianco dei tedeschi.
Ad ogni modo, spinto dall'ossessione bellicista e dall'invidia per
Hitler, poco meno di un anno dopo, Mussolini riusc a intrufolarsi
nel conflitto approfittando del crollo inaspettato della Francia e
col consenso della monarchia e dei conservatori, i quali prevede-
vano una durata assai breve delle ostilit, visto che il Duce attaccava
una Francia agonizzante, tre giorni dopo la richiesta d'armistizio
avanzata da Parigi ai tedeschi. Cos 19 divisioni italiane aggrediro-
no tre divisioni francesi sul nostro confine nordoccidentale. La di-
chiarazione di guerra italiana  del 10 giugno 1940, ma la guerra
cominci a farsi sentire solo verso la fine dell'anno. Il disastro in
Epiro comincia il 28 ottobre; l'affondamento di tre nostre coraz-
zate nel porto di Taranto ad opera di due aerosiluranti inglesi 
dell'11 novembre; la disfatta del leone di Neghelli, alias Grazia-
ni, in Libia ad opera del generale Wavell  del 9 dicembre; il bom-
bardamento indisturbato di Genova da parte di una squadra navale
nemica  del febbraio '41. Questo il bilancio dei primi otto mesi di
guerra. A scusa dei nostri soldati e marinai (non certo di chi li co-
mandava), va per detto che il nostro armamento individuale era
ancora (e tale rest per tutta la guerra) il fucile '91, la bocca da
fuoco campale pi usata il 75 mm del '15-'18. Un esercito, il no-
stro, ricco di vecchi archibugi e di annose colubrine, poverissimo 
di mezzi cingolati e di reparti motorizzati. Al punto che gi al-
l'inizio di novembre del '40 il ministro degli Esteri Galeazzo Ciano
(acceso fautore della spedizione punitiva contro la Grecia) an-
notava tristemente: Da qualche tempo a questa parte un senso di
non combattuto pessimismo si sta impadronendo degli italiani. E
siamo a soli 5 mesi dall'inizio dell'avventura bellica.
Nel gennaio 1943, dopo le sconfitte di El Alamein e di Stalingrado, 
nacquero i primi dissapori tra il Duce e suo genero Galeazzo
Ciano, ministro degli Esteri. Quest'ultimo era convinto che si do-
vesse cercare una pace di compromesso con gli alleati occidentali,
concentrando lo sforzo contro la sola Urss. Mussolini era propenso,
al contrario, a cercare una via d'uscita verso la pace intavolando
trattative con i sovietici e continuando a battersi contro le demo-
crazie occidentali. Nel febbraio dello stesso anno nelle fabbriche
torinesi scoppiarono scioperi che segnarono il primo risveglio,
dopo 18 anni di sopore, della coscienza di classe in Italia e, in pari
tempo, il prologo di quella che sarebbe stata di l a poco la Resi-
stenza partigiana. Contemporaneamente si intrecciarono i pro-
dromi della cospirazione tra militari monarchici e gerarchi dissi-
denti per mettere fuori gioco Mussolini. La congiura dei fascisti,
capeggiata da Dino Grandi e dal duca Acquarone, ministro della
Real Casa, aveva come obiettivo non di abbattere la dittatura e il
regime totalitario, ma la restituzione al re delle prerogative della
Corona e l'instaurazione di un regime fascista moderato. Un se-
condo complotto, ispirato direttamente dal sovrano tramite Badoglio 
e i generali filosabaudi, mirava al colpo di Stato militare.
Una terza macchinazione infine, quella degli antifascisti liberali e
monarchici (i cosiddetti revenants), era guidata dall'ex socialista ri-
formista Ivanoe Bonomi. Vittorio Emanuele III, terrorizzato dal-
l'eventualit di una qualsiasi sollevazione popolare, fin con l'optare 
per la seconda soluzione (Badoglio) servendosi dello stru-
mento proposto dalla prima (il ricorso al Gran Consiglio); defe-
nestrando cio il Duce attraverso un voto formalmente legale. I
manovratori della trama furono pertanto il duca Acquarone, il
maresciallo Badoglio e il Collare dell'Annunziata Dino Grandi,
cugino del re. Del 25 luglio fu pertanto il tentativo operato in 
extremis, con la connivenza del sovrano, da un gruppo di gerarchi
cosiddetti liberali o moderati (di fatto, ultraconservatori) di salvare 
la sostanza del regime liberandosi della guida ondivaga di un
Capo ormai spento. Ci che ne segu non fu che il disperato so-
prassalto di un pugno di esaltati, i quali con l'appoggio dei nazisti
tentarono la rianimazione di un regime ormai in coma profondo; e
al quale manc da subito, diversamente dal '21-'22, il supporto
delle istituzioni-chiave: monarchia, Vaticano, grande industria, ver-
tice generalizio e masse popolari di ceto medio. La storia di questa
quarta ed ultima fase  quella che ci accingiamo a narrare.

I VENTI MESI DI SAL.
La storia della Repubblica sociale fascista ha un prologo da cui
occorre prendere obbligatoriamente l'avvio. Il 24 ottobre 1942
con la battaglia di El Alamein e la successiva sconfitta e ritirata di
Rommel fino ai confini della Tunisia, la Libia  perduta. Un mese
dopo, il 23 novembre '42, le 22 divisioni (300 mila uomini) della VI 
Armata di von Paulus vengono accerchiate dai sovietici nella
morsa di Stalingrado. I tedeschi superstiti furono 90 mila e la resa
totale avvenne il 31 gennaio 1943, otto giorni dopo l'entrata in Tri-
poli delle truppe dell'VIII Armata britannica. Dal bollettino del
3 novembre, che salutava la vittoria di El Alamein, all'annuncio della
caduta di Stalingrado sono passati 90 giorni. In quei tre mesi cambi
il corso della guerra e apparve ormai chiara a tutti la sconfitta del-
l'Asse. In pari tempo, altrettanto chiara e imminente apparve anche
la probabile fine di quella singolare convivenza di monarchia e regime 
fascista che aveva caratterizzato l'Italia nei vent'anni precedenti.
La Repubblica di Sal, che nascer di l a nove mesi, segn un ri-
torno al repubblicanesimo e al populismo sociale del diciannovismo, 
cio a quella che, a detta dei vecchi squadristi, era la vera es-
senza del fascismo. In realt, i venti mesi della Repubblica di Mus-
solini, con i quali il fascismo pose fine a se stesso, furono il tentativo
disperato di riconquistarsi un minimo di consenso politico-sociale;
tentativo che fall perch, come si  gi detto, alcune delle forze
che avevano sostenuto il regime precedente fino alla guerra, la
grande industria, la monarchia, il vertice militare, la Chiesa, il ceto
medio e buona parte degli intellettuali, voltarono le spalle a Sal.
Al suo fianco rimasero alcuni fanatici filonazisti, come Alessandro
Pavolini e Renato Ricci, il ras di Cremona Farinacci, l'antisemita
d'assalto Giovanni Preziosi; nonch un pugno di opportunisti, con
alla testa Buffarini-Guidi, da sempre legato all'ambasciata tedesca
a Roma, i fedelissimi del Duce, come il giornalista moderato
Giorgio Pini, l'inesausto saltimbanco della sinistra Nicola Bombacci 
e qualche generale spinto dalla rivalit e dall'astio per Badoglio
come Rodolfo Graziani.
Le vicende belliche avevano sottoposto a prova durissima e disin-
tegrato oltre alle strutture militari, anche la fragile impalcatura
politico-sociale messa faticosamente in piedi dal Ventennio fasci-
sta, per cui erano entrate in crisi quelle che sino allora erano state
le componenti del consenso. Prima gli industriali, poi la Chiesa, in-
fine la monarchia e i capi militari, avevano cautamente cominciato
a trafficare per arrivare a una pace separata prima del crollo defi-
nitivo. La sconfitta in Nord Africa aveva fatto svanire, con le spe-
ranze, anche le ultime cautele. Tanto pi che, in quel frangente, il
Duce continuava a dirsi non solo matematicamente certo che
l'Asse avrebbe vinto, ma contento che le vicende della guerra
facessero soffrire il popolo, le cui sofferenze avrebbero migliorato 
e rinvigorito il carattere della stirpe.
L'8 novembre 1942 truppe anglo-americane erano sbarcate in
Marocco e in Algeria e il primo febbraio '43 il Capo di Stato mag-
giore, generale Cavallero, venne sostituito da Vittorio Ambrosio,
legatissimo alla Corona. Ambrosio  un altro grigio burocrate sub-
alpino, a cui il Carignano affida il compito non di gestire, ma di
chiudere il conflitto. Come? Non architettando un piano bellico,
ma improvvisando una sordida operazione di polizia per amma-
nettare Benito Mussolini alla data che gli sarebbe stata comunicata 
dal re. Un'operazione che questo mediocre stratega pedemontano 
delega, per i dettagli, al fido generale Giuseppe Castellano,
lo stesso che poi, il 3 settembre, firmer l'armistizio. Il 5 febbraio
Mussolini silura Ciano dal ministero degli Esteri, che egli riassume 
personalmente, relegando il genero all'ambasciata presso la
Santa Sede; in pari tempo, allontana Grandi dal governo destinan-
dolo alla Presidenza della Camera. Il 12 maggio le truppe dell'Asse si
arrendono in Tunisia. L'11 giugno l'isola di Pantelleria, dichiarata
assolutamente inespugnabile dal Duce (e in verit, attrezzata e armata 
adeguatamente, nonch difesa da ben 12 mila uomini), si arrende 
senza combattere a un reparto d'assalto angloamericano, che registra 
una sola perdita. Il nemico  alle porte di casa. Lo sbarco sulle
spiagge siciliane  imminente. L'invasione dell'Italia  questione di
settimane. Ma a questo punto occorre fare un passo indietro.

UN CADAVERE SULLA SPIAGGIA.
Il 30 aprile il mare aveva buttato sulla spiaggia di Huelva, in Spa-
gna, il cadavere di un ufficiale britannico non identificato, al cui
polso era assicurata una cartella di documenti riservatissimi, ri-
guardanti i piani di guerra inglesi nel Mediterraneo: una trappola
architettata dal Servizio segreto della Marina britannica col nome
di codice Mincemeat. La spia tedesca operante a Madrid era riuscita 
ad avere dalle autorit spagnole le copie fotostatiche dei
documenti, il cui riassunto, subito telegrafato a Berlino, venne va-
lutato autentico e veridico dagli specialisti dello Stato maggiore
generale tedesco. Il piano rivela che gli anglo-americani sferreranno
il grande attacco contro l'Europa meridionale entro le due prossime 
settimane; e prevede due finte contro la Sicilia e il Dodecaneso
mentre la vera offensiva verr scagliata contro due obiettivi princi-
pali, Creta e il Peloponneso. Il giorno dopo Hitler impart dal quar-
tier generale della Wermacht una direttiva di massima che diceva:
In seguito all'imminente fine dei combattimenti in Tunisia  pre-
vedibile che gli anglo-americani cerchino di proseguire senza indugi
le operazioni nel Mediterraneo... Le seguenti localit sembrano le
pi minacciate: nel Mediterraneo occidentale Sardegna, Corsica e
Sicilia, in quello orientale, il Peloponneso e le isole del Dodecaneso... 
Le misure riguardanti Sardegna e Peloponneso avranno la
precedenza assoluta su tutto il resto.
Il 12 maggio le forze dell'Asse, come previsto, si arrendono in
Tunisia. Ma Hitler ora non  pi d'accordo col Duce sul fatto che
la zona su cui pi probabilmente sarebbe avvenuto il prossimo
sbarco sarebbe stata la Sicilia. L'operazione Mincemeat, andata
felicemente a segno, ha reso perplesso il Fhrer. Secondo la sua
valutazione strategica del futuro svolgimento delle operazioni, i
piani alleati per occupare l'Italia insulare e meridionale non erano
che il preludio a un'operazione di sbarco a pi vasto raggio contro
le coste balcaniche occidentali lungo l'Adriatico, che avrebbe avuto
ripercussioni gravissime sul fianco sud delle forze tedesche impe-
gnate in Russia. L'eventuale perdita del Peloponneso e della Balca-
nia avrebbe avuto, secondo il Fhrer, conseguenze assai pi rovi-
nose che non quella della Sicilia e dell'Italia meridionale. Per cui
la sua proposta fu di cautelarsi soprattutto contro l'eventuale at-
tacco al Peloponneso, giacch riteneva che l'Italia, in ogni caso, si
sarebbe potuta tenere a bada. Non ci si pu fidare degli italiani,
 vero; ma sono convinto che se dovesse succedere una porcheria
in Italia, ce la caveremo con forze relativamente scarse. Granitica 
restava la sua certezza che il piano immediato degli alleati con-
sistesse in un attacco concomitante contro la Sardegna e il Pelo-
ponneso; e che, di conseguenza, i Balcani rappresentassero un pro-
blema pi pericoloso di quello italiano, giacch se avviene uno
sbarco nel Peloponneso, in un tempo che  facile prevedere, anche
Creta cadr. In conclusione, a venti giorni dallo sbarco anglo-
americano sulle coste meridionali della Sicilia, il piano che avrebbe 
effettivamente adottato il Comando alleato, e cio risalire gra-
dualmente la penisola a partire dall'isola, con successivi sbarchi
tattici, era quello che il Comando tedesco meno si aspettava.
Fino all'ultimo, le congetture italiane e quelle tedesche sulla di-
rezione in cui sarebbe stato sferrato l'incombente attacco strategi-
co alleato, oltre a procedere a tentoni, mancarono di coordina-
mento. Il primo giugno Mussolini disse ancora all'ambasciatore
Mackensen che il nemico avrebbe cominciato con Pantelleria, do-
podich sarebbe stata la volta della Sicilia occidentale e quindi della
Sardegna; per poi attaccare la Francia, simultaneamente o subito
dopo. Una settimana dopo, il 7 giugno, l'addetto militare italiano
a Berlino, generale Marras, ebbe un colloquio con Keitel che gli rias-
sunse cos le ultime valutazioni tedesche sulle intenzioni strategiche
del nemico:
Gli Alleati sono pronti per una o pi operazioni di sbarco che secondo il 
Comando germanico potranno effettuarsi in Sardegna, in Sicilia, in Grecia
o nel Dodecaneso. Le probabilit maggiori sono per la Sardegna, occupata 
la quale il nemico passerebbe probabilmente in Corsica. Il possesso delle 
due isole darebbe agli alleati un'eccellente base per il martellamento 
dell'Italia e della Francia meridionale. Ma il Comando tedesco ritiene che 
un'operazione di sbarco potrebbe essere tentata anche nel Peloponneso, 
nell'Etolia e nell'Epiro, a cavallo del golfo di Patrasso. Lo scopo finale
dello sbarco in Grecia sarebbe quello di disporre di una base aerea 
per agire nella penisola balcanica...
I tedeschi, com' evidente, continuavano a privilegiare l'ipotesi
che lo sbarco avrebbe avuto luogo in Sardegna e non nella penisola.
Ma l'11 giugno l'isola di Pantelleria viene conquistata in poche
ore. Solo l'attacco alla base aeronavale fornisce il primo barlume
sulle reali intenzioni alleate. La repentina e inaspettata caduta del-
l'avamposto difensivo della Sicilia d l'allarme e fa scoppiare la crisi
nell'Asse Roma-Berlino sul punto cruciale delle richieste militari
italiane, rimaste fin l completamente inascoltate.
Il 21 giugno Ambrosio presenta al generale Rintelen un partico-
lareggiato promemoria, in cui afferma che pur rendendosi conto
che la Germania non pu dar corso in quel momento (in Russia
sta per iniziare il grande scontro corazzato per il saliente di Kursk,
che finir con la totale sconfitta germanica) alle esorbitanti richie-
ste in armi italiane, era tuttavia suo dovere presentare il fabbiso-
gno massimo per mettere in grado l'esercito italiano di opporsi in
piena efficienza alle forze armate nemiche. Ma quando il prome-
moria viene trasmesso a Keitel, questi vede nel disperato S.O.S. di
Ambrosio solo un pretesto per disertare la guerra e capitolare.
Il che  probabilmente vero. Il 30 giugno Rintelen fece presente
che il nerbo delle forze armate italiane era gi andato distrutto in
Grecia, in Russia e in Africa settentrionale, insieme a una perdita
di equipaggiamento giudicata irrimediabile. Quanto alla Marina,
nelle presenti condizioni non sarebbe stata in grado di opporsi ad
alcun tentativo di sbarco. All'Esercito rimanevano ottantacinque
divisioni, sulla carta; di cui soltanto una ventina ancora efficienti.
In tali condizioni l'Italia non era pi attrezzata per reggere da sola
il peso dello scontro imminente.

SULLA LINEA DEL BAGNASCIUGA.
Il 24 giugno si tenne a palazzo Venezia la riunione mensile del
Direttorio del Partito, ritardata per gli avvenimenti militari. Il se-
gretario Scorza lesse quello che sarebbe stato l'ultimo rapporto
sullo stato del Partito. Gli iscritti erano 4 milioni e 770 mila. Ma
le cifre hanno un valore assoluto solo se rappresentano spirito e
volont, tuon il segretario. E la volont e lo spirito che anima-
no le forze inquadrate sotto i segni del "Littorio" si chiamano fe-
delt, disciplina, resistenza, vittoria, concluse trionfalmente il
povero Scorza, a un mese dall'evaporazione subitanea del regime.
Segu il commento tradiziona1e al rapporto del Duce; il quale si li-
mit a proclamare che mai i rottami dei vecchi partiti sarebbero riusciti 
a spiantare il regime; che non c'era via d'uscita alla guerra e
che non era nemmeno il caso di parlare di una pace di disonore.
Il nemico, disse Mussolini, ha annunziato che invader il Con-
tinente. Bisogna che non appena il nemico tenter di sbarcare sia
congelato su quella linea della sabbia dove l'acqua finisce e comincia 
la terra. Il dovere dei fascisti  di dare questa certezza, dovuta
a una decisione ferrea, incrollabile, granitica. Cos il Capo sperava, 
grazie a un'ultima raffica di vacui, roboanti aggettivi, di risolle-
vare il morale pubblico un mese prima del 25 luglio.
Il 30 giugno ci fu il primo incontro fra Ivanoe Bonomi e il gruppo
dei suoi vecchi amici politici antifascisti, che vegetavano all'opposi-
zione da vent'anni. Badoglio era stato Capo di Stato maggiore 25 anni 
prima, quando Bonomi era ministro della Guerra. E al principio 
di luglio ebbe luogo anche l'incontro, nella sua villa di Roma,
tra Badoglio, Ambrosio e Acquarone, ministro della Real Casa, per
decidere nei dettagli le misure militari da prendere nel caso che il
re finalmente risolvesse di allontanare Mussolini dal potere. Con
l'occasione Ambrosio tracci un quadro disastroso della situazio-
ne militare generale, che alla fine della riunione venne riassunto in
un promemoria. Eccolo, in sintesi:
Tutte le nostre forze, in uomini e materiali esistenti, fatte affluire 
nelle colonie, erano scomparse. La Libia aveva ingoiato quasi tutte le 
nostre scarse riserve. In Russia dove avevamo inviato un'intera Armata,
avevamo perduto due terzi della forza e quasi tutto il materiale. 
L'Aviazione aveva ricevuto in Libia il vero colpo di grazia. Intaccata, 
specie nella classe degli incrociatori e delle siluranti, la Marina da 
guerra. Delle divisioni dell'Esercito, ben 36 erano state inviate in 
Francia, Croazia, Montenegro, Albania, Grecia. Rimanevano per difendere 
l'intera Penisola, dodici divisioni di cui una, di forza molto ridotta, 
era di carri armati e affidata alla Milizia. Esistevano divisioni costiere 
senza artiglieria... la consistenza del nostro autoparco era ridotta ai
minimi termini... I tedeschi avevano in Italia otto divisioni, di cui 
quattro poderose corazzate, tutte munite di una ricchissima dotazione 
di automezzi; e di fronte a circa 400 velivoli nostri stavano ben 
800 aeroplani tedeschi.
Il 5 luglio Ambrosio fu ricevuto dal re, al quale prospett l'op-
portunit, dopo l'eventuale allontanamento di Mussolini, di una
dittatura militare con alla testa Caviglia o Badoglio, ma senza ot-
tenere disco verde dal sovrano; il quale riteneva che l'attuazione
del piano fosse per il momento ancora prematura e quindi perico-
losa. Vittorio Emanuele, sempre cauteloso nelle sue mosse, era
inoltre convinto che il regime non andasse abbattuto d'un colpo, ma
modificandolo gradualmente sino a migliorarlo, cambiandogli fi-
sionomia a poco a poco. Quanto alla sostituzione di Mussolini, tra
l'alternativa Caviglia-Badoglio, proposta da Ambrosio, il re dava
la preferenza al secondo, bench non ne gradisse il carattere, in
quanto aveva ancora un certo seguito nelle masse; e anche perch, 
come significativamente precis pi tardi Ambrosio, aveva
troppi contatti con elementi che sono fuori dell'ambiente militare: 
chiarissimo accenno ai cospiratori civili, cio agli uomini
politici amici di Bonomi e del Capo di Stato maggiore. Comun-
que, nei giorni seguenti Ambrosio incaric il generale Castellano
di rielaborare il progetto di cattura del Duce, aggiornandolo secondo 
i pi recenti sviluppi della situazione. Poich palazzo Venezia e
villa Torlonia erano presidiati da un'unit speciale di polizia, la
guardia personale del Duce, su cui non si poteva fare assegnamento, 
l'arresto doveva avvenire altrove. L'operazione avrebbe avuto
un preavviso di almeno venti giorni dalla decisione del re. Inoltre,
durante le ultime 24 ore, il duca Acquarone, il generale Ambrosio,
il futuro capo del governo (qualunque fosse la persona designata),
il comandante dei carabinieri, il nuovo capo della polizia, sarebbero 
rimasti rinchiusi in una stanza del Quirinale, perch neanche
una parola potesse sfuggire dagli uomini che erano al vertice del
golpe. Il 6 luglio, ormai fuori tempo massimo, il generale Roatta
richiede formalmente a Berlino l'invio in Italia di due divisioni co-
razzate tedesche.  praticamente una richiesta d'invasione, pre-
sentata all'alleato, che preceder di qualche giorno quella del ne-
mico, che avverr di l a poco. Quattro giorni dopo lo Stato mag-
giore della Wermacht d l'ordine di non dare corso alla invocazione 
di S.O.S. di Roatta. La notte precedente, quella dal 9 al 10 luglio,
le prime forze da sbarco anglo-americane si erano rovesciate
senza colpo ferire su alcune spiagge della Sicilia meridionale.

NON TENIAMO PI.
 la goccia che fa traboccare il vaso. E convince anche i pi pusil-
lanimi ed esitanti (tra cui, in prima fila, il monarca) del gruppo dei
cospiratori che  giunto il momento di liberarsi, ad ogni costo, non
solo dell'uomo al timone, ma del regime. Mussolini sta ispezio-
nando la divisione M, nei dintomi del lago di Bracciano. Vittorio
Emanuele si trova nella tenuta reale di San Rossore. Entrambi
tornano di precipizio a Roma, in attesa dei primi bollettini sulle
operazioni; che risultano, da subito, allarmanti. Nei due protagonisti 
del Ventennio  precisa la convinzione che l'eventuale perdita
dell'isola avrebbe segnato inevitabilmente la crisi del regime. E in-
fatti, gi due giorni dopo lo sbarco, il panico dilaga. Il 12 luglio, a
mezzogiorno, il sottosegretario agli Esteri Bastianini telegrafa al-
l'ambasciatore a Berlino, Alfieri: Non teniamo pi. E lo prega
di compiere un ultimo passo presso il ministro Ribbentrop per
un'estrema richiesta di aerei a rinforzo. Ma Ribbentrop si d malato; 
e il sottosegretario, barone Steengracht, risulta irreperibile.
Quella dei tedeschi  una reazione non solo gelida, ma rabbiosa e
indignata; a causa soprattutto della resa della base navale di Augusta, 
dove l'ammiraglio locale ha fatto saltare le batterie costiere
senza sparare un colpo. Quella sera stessa, a Roma, Mackensen va
a trovare il maresciallo Kesselring, che gli conferma il completo
collasso delle divisioni costiere italiane. Il 14 luglio, a quattro
giorni dall'invasione, il generale Ambrosio invia il suo apprezza-
mento della situazione in un Appunto per il Duce, limpido e conciso.
La sorte della Sicilia deve considerarsi segnata a pi o meno breve 
scadenza. Le ragioni essenziali del rapido crollo sono: l'assoluta mancanza
di contrasto navale e il debole contrasto aereo durante l'avvicinamento 
alla costa, lo sbarco, la penetrazione dell'avversario e le nostre reazioni
controffensive; l'inadeguateza dell'armamento e dell'inquadramento delle 
Grandi Unit costiere; la scarsezza e poca robustezza dei lavori difensivi,
la poca efficienza (armamento e mobilit) delle grandi unit di manovra 
italiane.
Ambrosio aggiungeva che era inutile cercare le cause di questo
fallimento. Esso  la risultante di tre anni di guerra iniziata con
scarsi mezzi, durante i quali le poche risorse sono state bruciate in
Africa, in Russia, in Balcania. La conclusione era che, occupata
la Sicilia, al nemico si offrivano possibilit di agire contro l'Italia
continentale, con azione metodica e una successione di atti operativi 
entro il raggio d'azione dell'aviazione da caccia, da sud a nord;
oppure con una sola azione tesa a dividere in due la penisola; in Sar-
degna e in Corsica, come atto preliminare contro la penisola o contro
le coste provenzali. Secondo Ambrosio, la pi probabile era la prima 
ipotesi (che in seguito risult, pi o meno, esatta). Pertanto, con-
cludeva il Capo di stato maggiore: Se non si pu impedire la costitu-
zione da parte del nemico di un secondo fronte europeo sul territorio
italiano, competerebbe alle pi alte autorit politiche considerare se
non convenisse risparmiare al Paese ulteriori lutti e rovine e anticipare 
la fine della lotta, dato che il risultato finale sarebbe infinitamente
peggiore fra uno o pi anni.
Era un invito esplicito a trattare l'uscita dal conflitto, cercando le
migliori condizioni, prima che fosse troppo tardi. La guerra era
perduta poich, data la situazione sempre pi preoccupante sul
fronte russo, la Germania non era pi in condizioni di portarci im-
mediatamente l'aiuto necessario. L'occupazione nemica dell'Italia,
previa distruzione delle nostre citt, era questione di settimane.
Bisognava quindi parlare schietto alla Germania. L'Italia non
era pi in grado di fare del suo territorio l'antemurale dell'alleato
tedesco. Non si trattava di una geniale anticipazione divinatoria
di Ambrosio, questa. Era una prospettiva che avrebbe condivisa anche 
un bambino. Tutto il Paese ne era convinto, non le sole forze
armate. La Germania doveva concederci libert di azione. E nel
suo stesso interesse...
Ma la minuta del telegramma a Hitler, redatta la sera del 17 da
Ambrosio, su questa base, dopo esser stata riscritta, diluita e so-
stanzialmente corretta dal Duce, fu spedita al Fhrer la mattina
dopo. Eccone, in sintesi, il testo edulcorato:
Il sacrificio del mio Paese non pu aver come funzione principale quella 
di ritardare l'attacco alla Germania. La Germania  pi forte economicamente
e militarmente dell'Italia. Il mio Paese, entrato in guerra tre anni prima
del previsto e dopo due guerre,  andato via via esaurendosi bruciando le
sue risorse in Africa, Russia e Balcania. Credo, Fhrer, che sia giunta 
l'ora di esaminare in comune la situazione per trarne le conseguenze pi 
conformi agli interessi comuni e di ciascun Paese.
Ma gi due giorni prima, il 15 luglio, a una riunione del quartier
generale del Fhrer, il generale Jodl aveva presentato un rapportO
durissimo sulla situazione al fronte italiano, auspicando misure
draconiane:  assolutamente impossibile tenere ancora per molto 
la Sicilia... Gli elementi antifascisti italiani vogliono capitolare...
Siccome gli italiani non posseggono uomini adatti nei punti mi-
nacciati, occorrer mettere comandanti tedeschi per fare piazza
pulita, allontanando dal Comando supremo e da quelli locali tutti
coloro che in Italia sono all'opposizione.
Dal canto suo Hitler aveva detto che soltanto misure rigorosissime, 
quali quelle applicate da Stalin nel 1941, o dai francesi nel
1917, potrebbero essere di qualche giovamento. Se si trattasse di
singole unit, potremmo fare appello al loro senso dell'onore, of-
frendo medaglie ecc.; ma tutto l'esercito italiano  in uno stato di
collasso e soltanto misure barbariche possono servire a salvare la
nazione... Dovrebbe esserci ancora qualche persona capace, in
Italia; non  possibile che tutto, da un momento all'altro, sia andato 
a rotoli. Ma l'ambasciatore Mackensen non aveva saputo
suggerire nessuno che fosse in grado di assumere una posizione
di comando. E il leggendario Rommel, interpellato direttamente
da Hitler se conoscesse qualcuno dell'esercito italiano disposto a
collaborare toto corde coi tedeschi, aveva risposto laconicamente:
Non c' nessuno.
Il 18 luglio, il quartier generale tedesco informa l'addetto milita-
re italiano a Berlino che i russi hanno sferrato la grande offensiva
lungo tutto il fronte orientale. Cadeva l'ultima speranza di ricevere
aiuti concreti in tempo utile, dalla Germania. Dopo lo sbarco,
in meno di un mese, la Sicilia  quasi interamente conquistata.
L'Impero coloniale  perduto. La Marina, bloccata nelle sue basi,
 alla merc dei bombardamenti. Il 16 luglio Mussolini si piega
alla richiesta di riunire il Gran Consiglio. Che  soltanto un organo 
interno del Partito, di fatto un semplice sinedrio di consulta-
zione, non un organo costituzionale. Il segretario Carlo Scorza, ri-
tenuto un duro della prima ora, pronto ove occorresse a ricorrere
alle misure forti, lo convoca per sabato 24 luglio alle ore 17. La
divisa prescritta : sahariana nera, con stivali e pantaloni corti, grigi.

IL GRAN CONSIGLIO.
Alla vigilia, il vecchio antifascista riformista Ivanoe Bonomi riunisce, 
a casa sua, il fior fiore del vetero antifascismo. Dino Grandi,
dal canto suo, rastrella adesioni al suo ordine del giorno non solo
nelle file dei fascisti moderati, come Federzoni, i due marescialli
De Bono e De Vecchi, Acerbo e De Stefani, De Marsico e il sotto-
segretario agli Interni Albini; ma anche tra gli esponenti della co-
siddetta sinistra, come Bottai e Ciano. La triade suprema della
cospirazione  rappresentata da Grandi, Federzoni e Bottai, i soli
tra la congerie dei dissidenti a pensarla univocamente. Nelle scher-
maglie tra i complottardi, che precedono la seduta, ogni fazione
ha il suo esponente militare: quella del re fa capo a Badoglio, quel-
la di Grandi al generale Caviglia, quella di Mussolini al maresciallo 
Graziani. Il Duce  stato regolarmente edotto delle manovre
che s'intrecciano intorno a lui. Conosce anche il testo della mozione 
che sta per presentare Grandi, nonch le varie correnti del dis-
senso all'interno del partito. La sera del 23 luglio il Capo della po-
lizia, Chierici, lo avverte che l'ordine del giorno Grandi ha gi rac-
colto la maggioranza dei voti. I membri del Gran Consiglio arriva-
no a palazzo Venezia alla spicciolata, pochi minuti prima delle 17.
Federzoni poche ore prima era stato a confessarsi; altri sono ar-
mati. Grandi porta su di s due bombe a mano e ne passa una terza
a De Vecchi, sotto il tavolo. Ma non ce ne fu bisogno.
Vent'anni prima, la Marcia su Roma era stata poco pi di una
gita campestre; e tuttavia, qualcosa di pi di una semplice crisi di
governo. Era stata un'insurrezione, mai sboccata in una rivoluzione.
Una vera rivoluzione, infatti, rovescia con la forza non solo il
sistema di governo, ma la forma istituzionale dello Stato. Ma nel
'22 non ci fu nessun capovolgimento istituzionale. C'era una mo-
narchia prima e una monarchia ci fu dopo. Al massimo, vi fu una
diarchia nella gestione del potere. Il primo serio contrasto tra Co-
rona e fascismo si verific pi tardi, quando fu varata la legge che
istituiva il sommo Sinedrio fascista, il Gran Consiglio, che rivendi-
cava a quest'ultimo la facolt di intervenire nella successione al
trono. Ma gi nel 1929 lo screzio era superato; e Mussolini ammise
(in Storia di un anno): La Rivoluzione fascista si ferm davanti a
un trono.
Ma ora, in quel sabato sera del 24 luglio '43, un Mussolini son-
nambolico, quasi assente, si difese in modo fiacco e maldestro. Pi
tardi, raccont a Marinetti che durante la riunione si sentiva imputato 
e nello stesso tempo spettatore. L'ulcera gli dava fastidio,
ma il cervello rimase lucido.
La mozione liquidatoria di Grandi pass senza troppi contrasti,
con 19 s contro 7 no e un'astensione (Suardo). Tra i 19 c'era
anche il s di Ciano, che firm quella notte la sua sentenza di morte. 
Farinacci vot un suo personale ordine del giorno. Alla fine, il
Duce raccolse le sue carte e si alz: Avete provocato la crisi del
regime. La seduta  tolta; e si ritir nel suo studio. Erano le 2,40
del 25 luglio. Il dibattito durato quasi dieci ore. Quattro giorni
dopo, il 29 luglio, il Duce avrebbe compiuto 60 anni. Buffarini lo
raggiunse nello studio, gli propose: Arrestiamoli tutti. Mussolini 
gli consigli di starsene tranquillo. Il pomeriggio seguente, do-
menica 25 luglio, quando si rec a villa Ada per incontrare il re,
appariva sereno, per nulla preoccupato. Pensava che al pi il re gli
avrebbe ritirato la delega con cui, il 10 giugno del '40, gli aveva tra-
smesso il Comando supremo delle Forze armate.
Ma gi dal messaggio che nel tardo pomeriggio del 24 luglio
Grandi aveva inviato al duca Acquarone, questi aveva appreso che
le favorevoli circostanze che nelle ultime settimane i cospiratori
avevano atteso con ansia per dare il via alla rivoluzione di palazzo
stavano per verificarsi in seguito al voto imminente del Gran Con-
siglio, contrario a Mussolini. Questi infatti avrebbe dovuto subito
dopo consultare il re e questi approfittare dell'occasione per chie-
derne le dimissioni e farlo arrestare. Era quindi urgente assicurarsi 
contro ogni eventuale reazione del partito e della milizia fascista. 
Alle 3,30 del mattino del 25, Grandi, lasciato palazzo Venezia,
era tornato nel suo ufficio al Parlamento, dove Acquarone lo aveva
raggiunto immediatamente. Grandi gli aveva detto che tutto ora di-
pendeva dalla rapidit e dal coraggio con cui il sovrano avrebbe
agito; e comunic al ministro della Real Casa quale fosse il suo
candidato come primo ministro del nuovo governo: il maresciallo
Caviglia.  l'unico che sia sempre stato contro la guerra e contro
il fascismo, e per di pi  rispettatissimo dagli inglesi... Secondo
Grandi, il re avrebbe dovuto ritrasformare la Camera dei Fasci e
delle Corporazioni in Camera dei Deputati, ma nessuno dei membri 
del Gran Consiglio doveva esser chiamato a far parte del nuovo 
governo. Quando Acquarone accenn alla possibilit che a pre-
siedere il nuovo ministero fosse chiamato Badoglio, Grandi lo trov
assolutamente inadatto perch, dopo Mussolini, era il maggior
responsabile della guerra. Acquarone chiese allora a Grandi: E tu?. 
La risposta fu che per s chiedeva una cosa sola: partire la
notte stessa per Madrid e prender contatto con l'ambasciatore
inglese sir Samuel Hoare, mio vecchio amico, per spiegargli la si-
tuazione in vista delle trattative, che voi affiderete a chi vi pare.
Il segretario del Duce verso mezzogiorno del 25 aveva telefonato
al generale Puntoni pregandolo di anticipare l'udienza di Mussoli-
ni da parte del re alle 17 del 25 aprile anzich alla mattina di luned, 
come di consueto. Il contrattempo costrinse i cospiratori a fissare
i particolari per l'arresto in gran fretta nel primo pomeriggio.
Non c'era pi tempo da perdere. Poich era gi stato deciso che il
fermo fosse eseguito dai carabinieri, il loro nuovo comandante,
generale Cerica, fu convocato d'urgenza dal generale Ambrosio a
palazzo Vidoni, dove gli fu comunicato che il re non avrebbe con-
fermato la fiducia a Mussolini, nominando al suo posto un altro
presidente del Consiglio. Occorreva quindi provvedere al fermo
del Duce alla fine dell'udienza, per evitare che Mussolini potesse
mettersi alla testa di un movimento sedizioso. Prima di andarsene
Cerica domand: Siamo nel campo costituzionale o siamo fuori
della legge?. La risposta fu: Nel campo costituzionale. L'ordine
viene dal re. Cerica si precipit a diramare fonogrammi a tutte le
caserme perch fossero sospese le libere uscite domenicali. Poi
elabor i particolari tecnici dell'operazione e scelse tre ufficiali
per la sua attuazione. Fu deciso di usare un'autoambulanza, ap-
poggiata da un autocarro con a bordo 50 carabinieri.
Vittorio Emanuele, quel pomeriggio del 25 luglio, quando incontr 
Mussolini era nervosissimo e imbarazzato. Disse: Caro Duce,
le cose non vanno. L'Italia  in tocchi. Il morale  a terra, i soldati
non vogliono pi battersi. Il voto del Gran Consiglio  tremendo.
Diciannove voti per Grandi, e fra essi quattro Collari dell'Annun-
ziata, De Vecchi, De Bono, Grandi e Ciano. In questo momento voi
siete l'uomo pi odiato d'Italia. Non potete contare su di un solo
amico. Uno solo vi  rimasto, io. Vi far proteggere, voi e la fami-
glia. Ho pensato che l'uomo della situazione in questo momento 
Badoglio. Fra sei mesi vedremo.... Mussolini rispose: Prendete
una decisione di una gravit estrema. Mi rendo conto dell'odio
della gente... Ad ogni modo, auguro buona fortuna all'uomo che
prender in mano la situazione.
Il colloquio  durato mezz'ora. Il re accompagna Mussolini al-
l'uscita e gli stringe la mano. Il Duce viene affidato a un ufficiale
dell'Arma nei secoli fedele, che lo dirotta verso un'autoambu-
lanza in attesa. Comincia l'odissea in manette del Duce, prima a
Ponza poi alla Maddalena e infine, per maggior sicurezza, al rifu-
gio di Campo Imperatore sul Gran Sasso. Alle 10,45 della stessa
sera viene trasmesso via radio il messaggio che annuncia le dimis-
sioni del cavalier Benito Mussolini, l'incarico al maresciallo Bado-
glio e la continuazione della guerra. E con ci si conclude, senza la
minima reazione delle camicie nere, il voltafaccia.
Nel tardo pomeriggio del 25 luglio, a palazzo Wedekind, sede
centrale del Partito, Scorza aveva atteso a lungo notizie da villa
Ada. Solo quando tent invano di mettersi in comunicazione con
palazzo Venezia cap che stava accadendo qualcosa di grave. Allora 
part in auto dicendo che si recava a palazzo Venezia e racco-
mandando ai subordinati di mobilitare immediatamente il fascio
di Roma, nel caso non fosse tornato. Ma all'ultimo dirott verso
il Comando generale dei carabinieri dove chiese di essere ricevuto
dal generale Cerica perch lo aiutasse a ritrovare il Duce. Ma Cerica
lo interruppe: Mi rincresce, eccellenza, ma ho il dovere di farla 
arrestare. Mussolini non  pi capo del governo e trovasi in stato
di fermo fuori Roma... Lei  il primo nell'elenco delle persone
da arrestare consegnatomi dai miei superiori. Scorza obiett che
il suo arresto, lasciando il partito senza guida, avrebbe rischiato di
scatenare la guerra civile. Se fosse stato lasciato libero sulla parola
avrebbe dato istruzioni ai suoi uomini perch mantenessero la calma. 
Cerica accett il compromesso e Scorza usc, ma anzich tornare 
al Partito scomparve senza che sia mai stato accertato se abbia
mai dato o meno l'ordine di non resistenza ai fascisti, come aveva 
promesso. Nel frattempo il generale Ambrosio telefon al par-
tito e parl con Tarabini, il funzionario pi anziano presente in
sede in quel momento, il quale fu udito rispondere sull'attenti:
Signors, va bene, provvedo immediatamente, mentre prendeva
appunti su ci che gli veniva dettato per telefono, e cio il testo del
telegramma che doveva essere trasmesso ai federali di tutta Italia.
Tarabini lo consegn a un subordinato per la trasmissione, aggiun-
gendo: Meglio firmarlo Scorza. Dopodich il manipolo di gerar-
chetti riunito nell'ufficio del Segretario assente si disperse e, in se-
rata, la sede del partito fu occupata dall'Esercito.
Restava Galbiati, comandante della Milizia. Anche lui rimase al
Comando paralizzato dall'incertezza (o dalla paura). Alla fine
mand il suo Capo di Stato maggiore dal Capo della polizia, Chie-
rici; dal quale torn alle 19,30 con la notizia delle dimissioni di
Mussolini. Per le due ore successive l'ufficio di Galbiati rimase in
preda al panico. Qualcuno avanz flebilmente la proposta di una
seconda marcia su Roma, ma il comandante della Milizia si limit
a diramare l'ordine ai comandi in subordine di evitare ogni provo-
cazione. Frattanto stavano dispiegandosi le prime contromisure
dell'Esercito, mentre i tedeschi, colti di sorpresa, ancora latitavano. 
Alle prime luci del 26 luglio, Roma era ormai presidiata da
unit motorizzate della Divisione Piave. Ma gi alle 10 della sera
precedente Galbiati aveva abbandonato la partita senza colpo fe-
rire chiamando al telefono il sottosegretario agli Interni Albini e
dettandogli la seguente comunicazione lapidaria: Ti prego di far
sapere a chi in questo momento ha responsabilit di Governo che
la Milizia resta fedele ai suoi princpi, e cio: servire la Patria nel
binomio re e Duce; riferendosi evidentemente, dacch il Duce
era scomparso, al solo sovrano. A mezzanotte, ricevette in rispo-
sta una lettera, firmata Badoglio, con cui gli si intimava di prepa-
rarsi a dare le consegne. Sembra che vi siano stati in tutto 850 ar-
resti, compreso quello di Buffarini. Tutti i funzionari del Partito
furono immediatamente richiamati sotto le armi. Cos svapor il
regime in una nuvola di polvere. Scomparso Mussolini, restavano
soli i detriti di un movimento esangue.
Subito dopo aver congedato Mussolini a villa Torlonia, Vittorio
Emanuele III incaric Acquarone di invitare Badoglio a presentar-
si a Corte. Il maresciallo aveva passato il pomeriggio a giocare
prudentemente a bridge, a casa sua. Quando Badoglio arriv, il re
lo inform succintamente sugli sviluppi della situazione, dell'arre-
sto del cavalier Mussolini e dei compiti che gli venivano affidati:
formazione di un gabinetto di tecnici, militari e civili, manteni-
mento dell'ordine e della legalit, firma e diffusione di un procla-
ma sul proseguimento della guerra a fianco della Germania, com-
pilato dal vecchio Vittorio Emanuele Orlando. Il radiomessaggio
alla Nazione fu trasmesso alle 10,45 di sera. Un quarto d'ora prima 
dell'ingresso del nuovo capo del Governo a palazzo Vidoni.
Cos, dall'oggi al domani, il regime fu spazzato via da un paio di
conventicole segrete, da due ristrettissimi gruppi di persone. Il pri-
mo, in contatto fin dall'estate del '40 con la principessa di Piemonte, 
si era esteso in un secondo momento al gruppo degli esponenti
dei partiti d'ordine del vecchio sistema giolittiano, da cui era
emerso come coordinatore l'ex socialista riformista (ora filomo-
narchico) Ivanoe Bonomi; in casa del quale, verso la met del '43,
avevano cominciato a ritrovarsi, insieme ad alcuni elementi della
sinistra, anche alcuni notabili cattolici e demoliberali, capaci
(come allora precis lo stesso Bonomi) di risuscitare la fisionomia
dei gabinetti precedenti la marcia su Roma.

CROLLO, CAPITOLAZIONE E FUGA.
La cacciata di Mussolini non fu soltanto lo sbocco di un'opera-
zione dinastica. Ma non si tratt neppure dell'esito di una cospira-
zione conservatrice guidata dalla trimurti Grandi-Federzoni-
Bottai; la quale, del resto, era lungi dal costituire una corrente
organizzata, in grado di far ricorso a uno strumento di massa. N
fu tanto meno il risultato dell'intervento sulla scena di quello spa-
ruto e cauteloso gruppuscolo di esponenti dei vecchi partiti de-
moliberali, capeggiato da Ivanoe Bonomi; i quali, tutt'al pi, mi-
ravano semplicemente a un governo del re, sulla falsariga di
quegli sfibrati ministeri di destra, che avevano immediatamente
preceduto la marcia su Roma. A chi scrive, tra tutte quelle propo-
ste, sembra pi convincente la tesi di Roberto Battaglia, che vede
nella crisi italiana del luglio 1943 l'approdo sia di un'azione di
massa maturata da tempo (come dimostrano gli scioperi di marzo), 
sia di quell'opposizione crescente da parte dei grandi interessi
industriali e finanziari che gi da tempo cercavano la pi rapida
via d'uscita verso la pace. Il voto del Gran Consiglio, in conclusio-
ne, non rappresenta che lo strumento costituzionale che gli oppo-
sitori offrono alla Corona per metter fuori gioco Mussolini senza
ricorrere a mezzi extralegali. Dei quali, d'altro canto, non parve ci
fosse bisogno alcuno, visto che il panico si diffuse a tal punto nelle
schiere fasciste che l'intera struttura del Partito si sgretol silen-
ziosamente, senza che qualcuno azzardasse un gesto a difesa. In
serata, di Scorza e Galbiati, si era persa gi ogni traccia. E del re-
sto, dove trovare un personaggio di vaglia intorno al quale orga-
nizzare il controgolpe? Tra i grandi gerarchi non era rimasto di-
sponibile pi nessuno. Farinacci si era gi rifugiato in volo presso
i suoi amici nazisti; seguito, di l a poco, da quel losco figuro di
Giovanni Preziosi e, qualche giorno pi tardi, dal figlio maggiore
del Duce, Vittorio, e infine dal gatto e la volpe, ossia il duo Pa-
volini e Ricci. Del resto, il contenuto e il tono della lettera che
Mussolini si affrett dopo l'arresto a inviare a Badoglio (accompa-
gnata dall'auspicio che il successo coroni il grave compito al quale 
Ella si accinge per ordine e in nome di Sua Maest il Re, di cui
durante 20 anni, sono stato leale servitore, e tale rimango), dimo-
stravano a sufficienza l'accettazione premurosa da parte del vertice 
del partito del fatto compiuto. Dopo il 25 luglio, insomma, si as-
siste a un fatto pi unico che raro nella storia dei colpi di Stato di
ogni tempo: che le vittime si mettono a disposizione degli autori
del ribaltone. Il capo della polizia Chierici, subito deposto, dirama a
tutte le questure di passare agli ordini del nuovo capo, Senise. E il
manganellatore numero uno, il fedelissimo segretario del PNF,
Scorza, diramer alla fine un ordine a tutti i federali di mettersi a
disposizione del re; che , in pratica, un invito alla smobilitazione.
Cos quella notte, il paese lasciato solo di fronte a un evento di
portata storica, pose mano da solo, con febbrile entusiasmo, ad
abbattere gli emblemi e i simboli di un movimento i cui capi, quadri 
e gregari si erano volatilizzati nel volgere di poche ore. Quanto
al Popolo d'Italia, si limit a sostituire in prima pagina la foto del
Duce con quella di Badoglio; e Achille Starace, che per 10 anni
aveva strillato dai palchi e dai balconi: Salutate nel Duce il Fon-
datore dell'Impero! , scrisse una lettera di congratulazioni al nuovo 
Capo del governo. Nel frattempo, la Wermacht si era messa in
movimento. Entro la prima settimana d'agosto sette nuove divi-
sioni erano entrate in territorio italiano. E alla fine del mese, ben
16 divisioni presidiano da cima a fondo la penisola. L'Italia viene
divisa in due zone: la prima, che dal fronte a sud di Roma arriva
fino al confine dell'arco alpino,  affidata al maresciallo Kesselring; 
la seconda, quella occupata al nord, presiede l'estrema linea 
difensiva tedesca con il gruppo di Armate B, sotto il comando
di Rommel. All'interno di questa seconda zona vengono create
due speciali amministrazioni germaniche, che corrispondono
grosso modo ai territori ex asburgici del Tirolo-Alto Adige e della
Carinzia meridionale. Gli accessi al Brennero da una parte, e l'in-
tera costiera dalmato-istriana fino a Fiume e Trieste, alla Venezia
Giulia, Udine e Gorizia dall'altra, passano sotto il controllo diret-
to e immediato tedesco, agli ordini dei due Gauleiter, rispettiva-
mente, di Innsbruck e di Klagenfurt, Hofer e Reiner.
Il 23 agosto anche Ciano decide, improvvisamente, di rifugiarsi
in Germania portandosi dietro tutta la famiglia, grazie a un'opera-
zione organizzata dal funzionario di polizia Kappler. Qualcuno ha
ipotizzato al riguardo che si sia trattato, in realt, pi che di una
fuga, di un rapimento consensuale, giacch i servizi d'informa-
zione tedeschi erano interessati ai diari di Ciano, di cui il fatuo ge-
nero del Duce non faceva mistero, minacciando di fare rivelazioni 
in base agli stessi. Frattanto, anche le trattative segrete per un ar-
mistizio fra Badoglio e gli alleati procedono con circospezione. Il
28 agosto il generale Castellano rientra da Lisbona portando con
s i termini militari della resa incondizionata pretesa dagli angloa-
mericani. Il primo settembre viene comunicata al nemico la deci-
sione del re di accettarli; e il 3 settembre Castellano firma a Cassibile 
l'armistizio, con l'intesa che esso entrer in vigore e sar tra-
smesso per radio da Badoglio entro cinque giorni. Quello stesso
giorno l'incaricato d'affari tedesco a Roma, Rahn, vede Badoglio
che, sulla sua parola d'onore di maresciallo, lo assicura che l'Italia
non capitoler mai. Ma alle 17,45 dell'8 settembre lo stesso Rahn
ascolta alla radio americana la notizia della firma della resa; e alle
19 si reca dal nuovo ministro degli Esteri, Guariglia, che gli comu-
nica che il maresciallo Badoglio, vista la situazione militare di-
sperata,  stato costretto a chiedere un armistizio. Il sinistro
Goebbels, qualche ora pi tardi, commenter lividamente: Il
Duce entrer nella storia come l'ultimo romano, ma dietro la sua
possente figura un popolo di zingari finir d'imputridire... siamo
sempre stati troppo accomodanti con gli italiani... la nostra vec-
chia eredit germanica, il nostro sentimentalismo ha avuto cattive
conseguenze appaiato alla politica....
Del resto, il giudizio di Mussolini sui granconsiglieri del suo Sine-
drio  altrettanto drastico: modestissimi d'intelligenza, vacillanti
nella fede, scarsamente dotati di coraggio, gente che vive di luce
riflessa.... Ma probabilmente fu proprio l'illusione di aver a che
fare con un branco di inetti e di vili che fu fatale al Capo. A Fari-
nacci che nelle ultime ore lo metteva in guardia contro le manovre di
Grandi, raccomand il sangue freddo: era convinto che, in caso
la pronuncia del Gran Consiglio sarebbe stata dal punto di vista 
costituzionale aria fritta. Dopodich, ci sarebbe stato tutto il
tempo, Mussolini assicur a Galbiati, di rimettere in riga gli
straccetti di casa nostra. Solo quando il re lo accompagna all'uscita 
e lo affida a un capitano dei carabinieri che lo costringe a salire
sull'autoambulanza per sottrarlo a eventuali violenze della folla,
il Duce si rende conto che stavolta non si tratta pi di aria fritta.
E non sono aria fritta, soprattutto, quelle ore indimenticabili
(per chi le ha vissute) immediatamente successive alla notizia del
crollo. Un popolo esasperato e stanco di un regime che lo ha spinto 
a un'impresa oltre le sue capacit e la sua comprensione, termi-
nata nella disfatta e nel caos, riduce in frantumi, da un capo all'altro 
del paese, tutte le vestigia grandiloquenti del recente passato;
e senza il bisogno di parole d'ordine o di timonieri esterni, senza
che l'esplosione sia accompagnata da stragi, ruberie e saccheggi
indiscriminati. Le cimici all'occhiello si sono volatilizzate dalla
sera alla mattina. Dal 26 luglio non si vede pi in giro una giacca
d'orbace. Da quell'estate del '43 alla primavera del '45, per tutti i
600 giorni di Sal, l'aspirazione degli italiani sar una sola: che la
guerra finisca. Al sovrano rimproverano non solo di aver voluto la
guerra, ma di averla cominciata con un alleato e di averla prose-
guita con un altro.
Frattanto il nuovo governo traccheggia fino all'ultimo sulla tra-
smissione dei poteri dai ras del regime agli oppositori; e rimane
fermissimo sulla proibizione temporanea di dar via libera ai
partiti antifascisti e ai loro leader e sul mantenimento dello stato
d'assedio. Solo alcuni antifascisti di maggior prestigio riescono,
singolarmente, ad autoliberarsi o a uscire dal carcere, dal confino,
dall'esilio, dalla segregazione domiciliare coatta: i comunisti Longo,
Amendola, Scoccimarro, Negarville, i socialisti Nenni, Saragat, Pertini, 
gli azionisti, Bauer, Lussu, Parri, Valiani, Lombardi. Ma la sera
dell'8 settembre, subito dopo l'annuncio della capitolazione, la
crema del vertice politico-militare si precipita a casa a fare i baga-
gli per ritrovarsi, all'imbrunire, al ministero della Guerra. I fuggia-
schi sono in tutto 57: il re e la regina Elena, con la cameriera di
quest'ultima; il principe Umberto, il ministro della Real Casa Acquarone, 
gli aiutanti di campo del re e del principe ereditario; Badoglio e 
due suoi nipoti; i generali Ambrosio, Roatta e Puntoni,
scortati da attendenti, autisti e guardie del corpo varie. C'erano
anche i ministri della Marina e dell'Aeronautica e altri esponenti
del vertice ufficializio dello Stato maggiore; nonch qualche amico 
degli amici. Il convoglio delle grosse automobili si mise in moto
soltanto verso le cinque del mattino del 9 settembre. I grossi papa-
veri fecero una sosta, con spuntino (carne e rigaglie di 28 polli) a
Chieti. Durante la frettolosa sosta, a nessuno venne in mente o si
preoccup di andare a prelevare Mussolini, che si trovava prigio-
niero al rifugio di Campo Imperatore, sul Gran Sasso, poco distante, 
e di portare anche lui a Brindisi, per consegnarlo agli alleati, 
come prescriveva l'armistizio. Verso mezzanotte i fuggitivi arri-
varono sul molo d'Ortona a Mare, dove li aspettava la corvetta
Baionetta, che subito salp facendo rotta su Brindisi.
Appena giunto in salvo, Vittorio Emanuele diffuse da radio Bari
un impudente messaggio, che diceva: Italiani, faccio sicuro affi-
damento su di voi, come voi potete contare fino all'ultimo sacrificio 
sul vostro re. E Badoglio, rivolgendosi a un esercito in sfacelo,
ribad duramente: Farsi disarmare  un delitto. Le povere divi-
sioni italiane, che in quei giorni vennero disarmate al completo,
sono 51; mentre altre 19 verranno disciolte in parte. I prigionieri
in totale furono 547 mila, di cui 25 mila ufficiali. Il bottino raccolto
dai tedeschi fu enorme, un milione e 225 mila fucili, 38 mila mitra-
gliatrici, 10 mila bocche da fuoco, 15 mila autocarri, 9U0 carri co-
razzati e cingolati vari. Le navi catturate furono soltanto una deci-
na di torpediniere e una cinquantina di battelli minori, dragamine,
rimorchiatori, etc. Il saccheggio, l'occupazione dell'Italia a nord di
Napoli e la liquidazione dell'esercito vennero completati in quattro 
giorni, entro il 12 settembre. Le unit della flotta riuscirono a
prendere il mare e a raggiungere il porto di Malta, con l'eccezione
della nuovissima corazzata Roma, unit di bandiera dell'ammiraglio 
Bergamini, che un aereo tedesco riusc a centrare con una torpedine 
e affondare al traverso della Maddalena. Solo 200 velivoli 
dell'Areonautica poterono atterrare nei campi angloamericani; 
di cui appena un quarto erano ancora efficienti. Queste le cifre 
che riassumono l'epilogo rovinoso di vent'anni di fascismo,
di tre anni di guerra al fianco di Hitler e di sette settimane di governo
Badoglio. Mussolini finir col pagare la catastrofe con la sua macabra
impiccagione alla rovescia in piazzale Loreto; Hitler con il suicidio
nel bunker di Berlino; il re, i Savoia e Badoglio con la privazione del
trono e delle cariche. Ma non della vita n delle ricchezze.
Il 12 settembre, cinque giorni dopo la capitolazione italiana, gli
alianti del maggiore delle SS Otto Skorzeny liherano Mussolini
con il colpo di mano sul Gran Sasso. E il 15 settembre il Duce annuncia
dal suo rifugio in Germania la nascita del nuovo Stato fascista
repubblicano. Il regima appena crollato risorgeva momentaneamente
con nuove sembianze, ma sotto l'ala nazista. Il suo lascito, alla fine,
risulter ancora pi disastroso di quello del vecchio
regime: la guerra civile in alcune zone del Nord Italia, una disfatta
ancor pi devastante in tutto il Paese.

LA NASCITA DELLA REPUBBLICA SOCIALE.
La liberazione del Duce fu piuttosto malvista dai collaboratori,
militari e no, pi vicini al Fhrer; e in particolare lasci perplesso
il ministro Goebbels: Finch il Duce restava fuori di scena ci la-
sciava le mani libere in Italia... Ero convinto che oltre all'Alto Adige 
il nostro confine avrebbe dovuto includere anche le Venezie. Il
che sarebbe molto complicato nel caso che il Duce rientri nel gioco 
politico. Andremo incontro alle pi grandi difficolt anche per
quanto riguarda le nostre pretese sul Tirolo meridionale.... Le
preoccupazioni di Goebbels erano totalmente condivise dallo Stato 
maggiore della Wermacht e dai consiglieri di Hitler, ostilissimi
all'idea di ricostituire uno Stato italiano e, soprattutto, di ricorrere
ancora alle forze armate fasciste per continuare la guerra. L'opinione 
di Goebbels, condivisa dagli esperti militari, era che gli italiani
non fossero pi in grado di pensare a una politica rivoluzionaria
all'altezza della situazione. Gli italiani non vogliono essere una
grande potenza... Il vecchio Hindenburg aveva ragione quando
disse che nemmeno Mussolini sarebbe mai riuscito a fare degli ita-
liani altro che degli italiani. Quanto a Ciano, il ministro della
Propaganda hitleriano aveva delle idee ancora pi drastiche di quelle 
di Ribbentrop, a cui il genero di Mussolini non era mai andato a genio. 
Edda Mussolini sembra sia riuscita a far cambiare radicalmente
opinione al Duce circa suo marito... che  rientrato nelle buone grazie 
del Duce. Ci significa che quel fungo velenoso si trova di nuovo 
piantato nel bel mezzo del neo partito fascista italiano. Ed  ovvio 
che Mussolini non pu autorizzare un procedimento penale
contro i traditori del 25 luglio se prima non  disposto a punire il
proprio genero. E c'era un altro problema, infine, che impensieriva
i mentori politico-militari che circondavano il Fhrer: il fatto che i
paesi neutrali si mostravano restii, anzi addirittura ostili, come ve-
dremo, al riconoscimento del nuovo governo italiano in gestazione.
Lo stesso giorno della liberazione di Mussolini, 12 settembre 1943,
un cospicuo gruppo di fascisti imprigionati in agosto da Badoglio a
Forte Boccea (tra cui il generale Cavallero, nemicissimo di Badoglio, 
l'ex sottosegretario agli Interni Guido Buffarini-Guidi, il capo
della Milizia Galbiati, lo squadrista Pollastrini, Telesio Interlandi,
Asvero Gravelli) viene liberato dal maggiore Kappler e portato al
quartier generale germanico di Frascati; e di qui, in volo, in Ger-
mania, dove si era gi rifugiato il primo drappello di filonazisti subito
dopo la caduta di Mussolini. La notte prima di partire, per, il ge-
nerale Cavallero viene trovato nel giardino del quartier generale tede-
sco di Frascati, freddato da una revolverata e con l'arma ancora in
pugno: un dilemma da 007, tra suicidio e assassinio, che rimane tut-
tora irrisolto. All'arrivo all'aeroporto di Monaco, la comitiva dei
gerarchi in fuga si riun al primo gruppuscolo nel progetto di mettere 
in piedi un ipotetico governo ectoplasma: progetto, che ovvia-
mente svan nel momento stesso della ricomparsa del Duce, tirato
gi dalle balze del Gran Sasso dagli uomini del maggiore Skorzeny.
Mussolini passa la prima notte di libert all'Hotel Continental, a
Vienna; incontra il 14 settembre, a Monaco, la moglie Rachele
con i due figli pi piccoli (Romano e Anna Maria) ed  subito di
nuovo in volo verso il quartier generale del Fhrer, a Rastenburg,
dove si riunisce al primogenito Vittorio e al gruppo dei gerarchi
trasferitisi da tempo al sicuro: Farinacci, Pavolini, Buffarini-Guidi
e Preziosi, crociato della persecuzione antiebraica. Hitler e l'intero 
vertice nazista, che lo attendono sul campo di atterraggio vedono 
affacciarsi al portello un fantasma redivivo che accenna a uno
stanco saluto romano. Ricorda il figlio Vittorio: Aveva in testa
un cappello nero a cencio... il volto pallido e l'aspetto malato, la
barba mal fatta.... Nel primo incontro col Fhrer, questi gli dice
che bisogna punire i traditori, chiunque essi siano. Ma il sagace
e onnipresente Goebbels, che ha intuito i dubbi che lacerano il
Duce, commenta lucidamente nel suo diario che il Duce non  un
rivoluzionario come il Fhrer o Stalin:  cos legato alla sua ita-
lianit che gli mancano le qualit del sovvertitore mondiale.
La mattina del 15 settembre l'agenzia Stefani comunica: Benito
Mussolini ha ripreso oggi la suprema direzione del fascismo in Italia. 
Sono passati tre giorni dalla liberazione e il Duce nomina Pavolini 
segretario del nuovo partito, incita gli italiani ad appoggiare
l'esercito germanico che si batte contro il nemico comune, a punire 
esemplarmente i traditori, a ricostituire la Milizia alla cui testa
pone Renato Ricci (uno dei martellatori della primissima ora,
autore nel '21 delle stragi squadriste di Sarzana e della Versilia) e
scioglie gli ufficiali delle forze armate dal giuramento prestato al
re. A Hitler e ai tedeschi, che a poco meno di un mese dalla defe-
nestrazione del Duce cercano ancora di spiegarsi il perch di un
dissolvimento cos repentino del regime, Mussolini finalmente offre 
una spiegazione storica, in realt tanto dilettantesca quanto
infame: Vent'anni  stato un periodo troppo breve per trasfor-
mare gli italiani. Ci vogliono alcune generazioni. Dopo il 1530, ca-
duta la repubblica fiorentina, abbiamo avuto tre secoli di imbelli-
cosit... Il popolo italiano non resiste alle alte temperature politiche.
Solo l'avvilente complesso d'inferiorit che affligge l'uomo
nei confronti di Hitler pu, in parte, giustificare un giudizio cos
ingiurioso sul proprio popolo.
Il 17 dicembre Mussolini si congeda dal Fhrer e torna in aereo
da Rastenburg a Monaco, stabilendosi con la famiglia a Waldbichel, 
nel castello di Hirschberg, nella Baviera meridionale. La sola
comunicazione del castello col mondo  un telefono militare tede-
sco in collegamento diretto col quartier generale di Hitler e con
Roma. Con quel telefono verr messo in piedi il governo della Re-
pubblica Sociale: il castello fu il nuovo, provvisorio palazzo Venezia
della foresta bavarese. Il giorno dopo tutta la famiglia, compreso Ciano, 
 riunita per il pranzo. Ma all'ora di mettersi a tavola, donna Rachele 
prende da parte il genero e gli sibila cupamente: Il Duce non
 un mobile che si pu mettere in solaio quando uno ne  stufo. Voi
avete sbagliato e un giorno forse ne dovrete rendere conto. Alla ta-
volata sono presenti in dieci. Una colazione silenziosa, non delle pi
cordiali, dir Edda. Mussolini ha gi annunciato alla moglie che non
intende abbandonare la partita (e lei, allarmatissima: Ma ne vale la
pena?). Giorgio Almirante riveler in seguito che a convincere il
Duce a far rinascere il fascismo fu il ricatto di Hitler: O lo fate
voi, Duce, o provvediamo noi. Ma chiss se  vero.

IL GOVERNO DEGLI SPETTRI.
Come prima cosa occorre mettere in piedi, e senza indugi, un go-
verno decente. Al processo di Verona Galeazzo Ciano dir che
aveva avuto tre colloqui, durante il soggiorno in Baviera, col suo-
cero; e che questi gli aveva assicurato che avrebbe parlato coi te-
deschi per chiarire la mia posizione. In effetti, sembra che il
Duce non si fosse ancora reso pienamente conto dell'ostilit dei
germanici per il genero e che avesse addirittura preso in conside-
razione l'eventualit di riaffidargli il ministero degli Esteri. Anche
Buffarini, appena fu liberato (contemporaneamente a Mussolini)
aveva raggiunto il Duce a Monaco, dove per non fu ricevuto. Al-
lora gli aveva fatto pervenire un memorandum in cui tra l'altro
suggeriva, a proposito dei provvedimenti pi urgenti da prendere,
una dichiarazione della decadenza della monarchia e della nuova
forma di governo da istituire, Repubblica socialfascista con a capo
il Duce... la legittimit storica del provvedimento dipende dall'in-
vestimento che il Duce ha avuto dal popolo nell'ottobre 1922, in-
vestimento che dopo il tradimento della dinastia non  pi conte-
nuto nei superati limiti costituzionali, ma riacquista la sua origina-
ria integrit e pienezza rivoluzionaria....
Ma Mussolini si faceva poche illusioni, nonostante le piaggerie e
le sollecitazioni degli incensatori al servizio dei tedeschi. La situa-
zione era gravissima non solo perch era stato smantellato il regi-
me, ma perch era stata messa in pericolo l'unit morale e politica
della nazione. Bisognava tornare alle origini, allargare e perfezio-
nare la riforma sociale dello Stato. Riconosco che il sistema dal-
l'alto  fallito. Perch sono falliti gli uomini. Non il fascismo, gli
uomini. Ma tra questi, secondo il pervicace errore dei perdenti,
non includeva se stesso. Il Duce fece il suo primo discorso alla ra-
dio, da Monaco, il 18 settembre. Circa il nuovo governo da con-
trapporre a quello monarchico del Sud, disse che quanto alle tra-
dizioni l'Italia ne possedeva pi di repubblicane che di monarchiche. 
Pi che dai monarchici la libert e l'indipendenza dell'Italia
furono volute dalla corrente repubblicana e dal suo pi puro e grande 
apostolo, Giuseppe Mazzini. Lo Stato che noi vogliamo instau-
rare sar nazionale e sociale nel senso pi alto della parola, sar
cio fascista, risalendo cos alle nostre origini... E proclamava i
seguenti postulati: riprendere le armi a fianco della Germania, del
Giappone e degli altri alleati, preparare la riorganizzazione delle
nostre forze armate attorno alle formazioni della Milizia; eliminare
i traditori, in particolare quelli che sino alle 21,30 del 25 luglio mili-
tavano, talora da parecchi anni, nel Partito e sono passati nelle file
del nemico; annientare le plutocrazie parassitarie e fare del lavoro fi-
nalmente il soggetto dell'economia e la base infrangibile dello Stato.
A Roma, frattanto, erano gi tornati Pavolini, che aveva riaperto
la sede centrale del Partito a palazzo Wedekind, quell'appassionato
cinefilo di Vittorio Mussolini, con Ricci e Graziani; mentre erano ri-
masti in Baviera, a stretto contatto coi loro ispiratori e protettori
hitleriani (in cambio di informazioni e bassi servizi) Farinacci, che re-
clamava a gran voce, ma inutilmente, il dicastero degli Interni, e il
razzista bollente Preziosi, che pretendeva la liquidazione di Pavolini
per il solo crimine di avere una cognata ebrea. A questi, di l a pochi
giorni, si un Buffarini. Ma nella capitale poche erano le vecchie ca-
micie nere disposte a farsi avanti per cercare di rimettere in piedi
un nuovo governo. Le maggiori difficolt le incontr il tentativo di
Ricci di riaprire il reclutamento nella Milizia. Maggior successo ebbe
la nomina chiave al ministero degli Interni che, dopo aver supera-
to qualche resistenza da parte di Mussolini (e anche grazie all'ap-
poggio di Himmler), venne affidata a Buffarini. Il problema pi
spinoso si rivel quello del ministro degli Esteri il cui incarico offriva
ormai scarsissime attrattive; per cui alla fine di numerosi tentativi
andati a vuoto per trovare un candidato di sufficiente prestigio, si
decise che il portafoglio se lo assumesse pro tempore lo stesso Mussolini.
Il ministero della Cultura popolare venne dato, su suggeri-
mento di Pavolini, al giovane Mezzasoma. Ecco come riassunse la
situazione, in un telegramma inviato a Berlino, l'ambasciatore Rahn:
Incertezze e incoerenze degli elementi fascisti a Roma. Molti seguaci presi
in considerazione per posti ministeriali ancora esitanti. Ricci non  
riuscito a reclutare membri per la Milizia...
Mancava ancora la nomina a ministro della Guerra di una perso-
nalit che incontrasse il favore delle autorit militari tedesche; le
quali, d'altra parte, si opponevano recisamente a qualsiasi idea di
ricostruzione di un esercito italiano. Alla fine salt fuori il nome di
Graziani, che offriva il vantaggio di essere un pervicace avversario
di Badoglio, col quale era stato da sempre in pessimi rapporti. Ma
Graziani, avvicinato da Barracu, rifiut l'offerta, bench gli fosse
stato prospettato crudamente che se non avesse accettato l'incarico 
tedesco, il vostro rifiuto potrebbe essere giudicato paura.
Un po' per via di questo velato ricatto, un po' per il fatto che l'am-
basciatore Rahn, ricevendo il generale, gli conferm con un se-
condo ricatto pi esplicito che se non fosse stato pronto ad ac-
cettare la responsabilit delle forze armate del regime repub-
blicano, non poteva rispondere delle conseguenze, un po' infine 
per inestinguibile sete di boria vanagloriosa, il Leone di
Neghelli prontamente si arrese. Era mezzogiorno del 22 settembre,
e quella sera stessa la lista del nuovo governo fascista repub-
blicano fu approvata da Mussolini in Baviera.
Il 23 settembre Mussolini fece ritorno in volo da Monaco, all'ae-
roporto di Forl, dove erano ad attenderlo Rahn e Wolff, che fino
a quel giorno avevano cooperato coi massimi gerarchi del nuovo
regime, in qualit rispettivamente di consigliere (e controllore)
politico e di comandante delle SS nell'Italia del Nord, alla forma-
zione del nuovo governo fascista. Dall'aeroporto il Duce venne
condotto direttamente alla Rocca delle Caminate, dove si install
in attesa che fosse finalmente decisa, nonch approvata dalle au-
torit germaniche, la localit definitiva, per la quale ancora non si
era raggiunto un accordo, della capitale della nuova repubblica.
Mussolini aveva gi fatto intendere che avrebbe preferito come nuova 
sede del governo Merano o Bolzano, per ribadire subito, a scanso
di equivoci, l'appartenenza dell'Alto Adige, che a Berlino ora gi
chiamavano ufficialmente Sudtirol, all'Italia: una scelta che ovvia-
mente non aveva trovato alcun gradimento da parte dei tedeschi.
Comunque, costituiva gi un piccolo passo avanti che Mussolini
fosse adesso rientrato alla Rocca, col suo primo gabinetto gi in
tasca. Buffarini agli Interni, Tringali Casanova (ex presidente del
Tribunale speciale) alla Giustizia, Pellegrini alle Finanze, Biggini
all'Educazione nazionale, Mezzasoma alla Cultura popolare, Pavolini 
al Partito, Ricci alla Milizia e Tamburini capo della polizia.
Un ministero che subito viene chiamato il governo degli spettri
e il cui programma iniziale : Costituente, Riconciliazione, Socia-
lizzazione: tre punti, dei quali nemmeno uno verr realizzato. Per
il ministero degli Esteri, l'ambasciatore Anfuso, trasferito in tutta
fretta da Budapest a Berlino, si  dato affannosamente da fare al
telefono per trovare qualche collega disposto ad assumere l'inca-
rico; ma vari diplomatici dicono di no; compreso il figlio di Fari-
nacci, che  console a Siviglia. Alla fine, l'impasse  risolto da Mus-
solini, che si riserva con la Presidenza anche il dicastero degli Esteri,
con sottosegretario la medaglia d'oro, orbo d'un occhio, Francesco
Maria Barracu. Come compagine ministeriale non  certamente
un granch, ma bisogna accontentarsi di quel che il convento passa. 
Le linee fondamentali sono gi tracciate da tempo: no alla mo-
narchia, s alla repubblica presidenziale con accentuati contenuti
populistici, ritorno alle leggendarie origini diciannoviste.
Ma sorge subito un problema. Diversi paesi neutrali si mostrano
restii, anzi addirittura ostili, a riconoscere il nuovo governicchio
italiano. In Europa, solo la Danimarca acconsente. Oltre alla Ger-
mania, al Giappone e ai loro satelliti (Ungheria, Romania, Bulgaria,
Slovacchia, Croazia, Manciuku e Thailandia), nessun altro si vuole
schierare. I cauti sondaggi effettuati in proposito, o non trovano
risposta o addirittura dei dinieghi brutali.  il caso della Spagna di
Franco, che non solo dice no (l'ambasciatore italiano a Madrid 
passato a Badoglio), ma fa capire di poter concedere a un regime
fantasma, come quello fascista repubblicano, tutt'al pi un ricono-
scimento de facto. Una posizione ben presto imitata da Portogallo,
Svezia, Svizzera, Turchia, Argentina e Santa Sede. Quando l'am-
basciatore tedesco a Madrid ricorda al generale Franco che Mus-
solini, nel '36, non aveva esitato a riconoscere la sua ribellione,
sembra che il Caudillo abbia lasciato cadere ostentatamente il di-
scorso.  un atteggiamento che si pu in parte capire, se si pensa
che il nome ufficiale della nuova repubblica fascista ancora non 
stato trovato, come pure quello della sua capitale.
Pro o contro la Repubblica, oltre agli Stati, si schierano anche gli
individui. Aderisce subito Filippo Anfuso, ambasciatore a Budapest,
subito dirottato a Berlino; e cos i capi missione a Sofia e a Zagabria,
il console di Malaga, Marescotti da Berlino. Rifiuta invece Massimo 
Magistrati cognato di Ciano. Tra i giornalisti e gli intellettuali,
si accodano prontamente, tra gli altri, Luigi Barzini, Marco Ramperti,
Carlo Manzoni, Spampanato Minardi, Cesco Tommaselli, Giogio Pini,
Rino Alessi, Giulio Benedetti, Concetto Pettinato; mentre 
Bergamini e Tommaso Smith vengono rinchiusi al Celio (da
dove ben presto evaderanno). Verso la fine dell'avventura repub-
blichina finir in carcere, sia pure per poco, anche Indro Montanelli.
Giovanni Gentile, Ugo Ojetti, Guelfo Civinini, Ardengo Soffici,
Marino Moretti, Manacorda, Villaroel e Marinetti il superfuturi-
sta, si allineano con entusiasmo. Rispondono picche Riccardo
Bacchelli, Mario Soldati e Leo Longanesi, Elsa Morante e Alberto 
Moravia. E infine n s n no Papini, Pastonchi, Renato Simoni
e Giorgio Pasquali. Finiscono in gattabuia gli industriali Volpi,
Cini, Burgo, Donegani (che poi troveranno il modo di rifugiarsi in
clinica o in Svizzera). Molti generali, se appena ne hanno la possi-
bilit, scompaiono dalla circolazione. Quelli che aderiscono sono
per lo pi i fessi e le mezze cartucce; ma, in odio al rivale 
Badoglio, anche Graziani. A passare guai seri sono solo alcuni am-
miragli, Campioni, Mascherpa, Matteucci, Zannoni, Leonardi,
Pavesi; anzi i primi due pagheranno con la vita la loro fedelt al re.
Il problema pi urgente che si presenta  la scelta di una capitale. 
Il Duce rifiuta di tornare a Roma, a palazzo Venezia. Preferi-
rebbe, come si  detto, Bolzano o Merano; ma la sola prospettiva
manda su tutte le furie i tedeschi. I quali alla fine fanno cadere la
loro scelta su una cittadina del Garda, Sal, poco distante dal vecchio 
confine asburgico con l'Austria, praticamente rimesso in fun-
zione dopo la creazione del Voralpenland sotto controllo nazista.
Il territorio del nuovo Stato si riduce praticamente alla Padania,
escluse le coste, le Alpi e gli Appennini. La popolazione comples-
siva, senza i due distretti del Voralpenland e del Kustenland, gi
scippati,  di poco pi di 17 milioni. I consiglieri-protettori (o car-
cerieri?) del Capo del governo e Duce del nuovo fascismo sono
l'ambasciatore Rudolf Rahn e il generale delle SS Karl Wolff, assi-
stiti dal console generale in Italia, Moellhausen.
Appena rientrato alla Rocca delle Caminate, Mussolini ha convo-
cato la prima riunione del nuovo Consiglio dei ministri diramando le
direttive nel discorso di apertura. Dice che la mattina del 25 luglio
l'Italia, ancorch selvaggiamente martoriata dai bombardamenti an-
gloamericani, era ancora uno Stato e il suo territorio, eccettuata la Si-
cilia occidentale, era intatto; mentre adesso, a due mesi di distanza, il
nemico occupa un terzo del territorio nazionale e tutte le nostre po-
sizioni oltremare e oltre frontiera, e cio Egeo, Albania, Slovenia,
Dalmazia, Corsica, Nizza e la valle del fiume Varo, tra Francia e
Italia, sono state sgombrate. Data questa situazione, prosegue il
Duce (che naturalmente omette di precisare con quali truppe e mezzi 
militari in pieno sfacelo il suo regime si sarebbe opposto alla pre-
sente catastrofica situazione, di cui egli stesso  il principale re-
sponsabile), le direttive che guidano l'azione del governo non pos-
sono essere che le seguenti: tener fede all'alleanza con le nazioni
del Tripartito e per questo riprendere il nostro posto di combatti-
mento accanto alle unit tedesche che operano sul fronte italiano...
Le arcaiche, preistoriche parole d'ordine tornano a essere rispol-
verate. Ma ancora una volta, anche nel rinnovato corso storico del
movimento, cozzando con la nuova disastrosa realt e i compro-
messi che essa impone, i primi propositi svaniscono come brume ai
raggi del sole. Mentre Mussolini trascorre i suoi ultimi giorni alla
Rocca immerso da mattina a sera nella lettura dei giornali, la va-
stit e la gravit del fallimento si fanno sempre pi evidenti. Il 28
settembre il Duce fa stampare senza firma la prima di una serie di
note politiche, intitolata Parliamoci chiaro, in cui riprende la sua
vecchia battaglia giornalistica. In essa si legge la solita, stantia ana-
lisi della situazione, le logore recriminazioni di sempre: Bisogna
uscire da questo abisso. Bisogna uscire con le ossa rotte magari,
ma ancora vivi e capaci di vivere. Nel giugno del '40, quando si entr 
in lizza, non c'era un solo italiano che non credesse che la guerra 
sarebbe finita vittoriosamente.... Gi, ma erano passati da allo-
ra tre anni. E adesso gli italiani, dopo tante rovine, batoste e lutti,
non ci credevano pi. E non volevano pi compiere il loro dovere, 
perch convinti che non sarebbe servito a niente. Il loro desi-
derio pi diffuso era di finirla una volta per tutte col fascismo e
con le sue guerre, nonch riconquistare la libert contro i tedeschi
oppressori. Oppressori s, consentiva Mussolini, per imbattibili
in guerra. Pu darsi, replicavano gli italiani, ma non pi abbastanza 
per vincere. Il 5 ottobre il Duce confida al prefetto Dolfin suo
segretario: Domani o dopo ci trasferiamo nella localit che  sta-
ta scelta come mio quartier generale. Credo sia sulla sponda occi-
dentale del Garda. Cinque giorni pi tardi Mussolini lascia la
Rocca e parte in auto per Gargnano, accompagnato da Dolfin, dal
nipote e segretario aggiunto Vito e da Renato Ricci. Gargnano 
un paesello a due passi dalla nuova capitale imposta dai tede-
schi sulle rive del lago di Garda, Sal. Un lago che subito mette ad-
dosso al Duce la pi nera delle depressioni. Le sedi dei ministeri
sono sparse all'intorno, pi o meno vicine: la Difesa a Desenzano, 
la Giustizia a Cremona, le Finanze a Brescia, l'Educazione
nazionale a Padova, gli Esteri a Gardone, gli Interni a Gargnano,
la Cultura popolare con le agenzie di stampa a Sal; cittadina
quest'ultima che finir per dare il nome alla nuova repubblica. Po-
vera, vacillante repubblichina, come verr subito chiamata dai de-
trattori: senza una capitale degna di questo nome, senza una vera
sede di governo, priva di inno, di bandiera, di Costituzione, con un
territorio e una popolazione dimezzati. E per l'appunto, sar pro-
prio quello della nuova Carta fondamentale il primo progetto ad
essere accantonato e rinviato alla fine della guerra (nella spe-
ranza di vincerla). Anche perch la Costituzione  malvista dai
tedeschi; e poco amata dallo stesso Mussolini, il quale  assoluta-
mente contrario a che essa nasca prima che Hitler si risolva a pro-
mettere la restituzione delle province settentrionali praticamente
gi annesse al Terzo Reich. Il che non contribuisce a risollevare gli
spiriti depressi del Duce, sempre pi amareggiato dalle notizie umi-
lianti che arrivano sulle sponde di quel tetro bacino lacustre. Mus-
solini protesta con Rahn, ma senza mai cavare un ragno dal buco,
giacch i tedeschi ricorrono a un metodo semplicissimo per non
dargli retta: rispondono evasivamente o non rispondono affatto. I
camerati germanici, tra l'altro, oltre alle spie e ai controlli vari, di-
spongono di loro privati galoppini piazzati alle costole del Duce, in-
formatori che hanno nome Farinacci, Pavolini, Buffarini, Preziosi.

RIECCOLI!
Dopo il corto intervallo di riflessione che ha fatto seguito alla ca-
pitolazione e alla fuga scellerata della Corte e del governo Badoglio 
verso Ortona a Mare, nelle citt e nei paesi d'Italia si stanno
riaffacciando i fascisti. Un esempio per tutti: quello dello squadrista
triestino Idreno Uttimpergher, che riapre la federazione, obbliga i
giornali a pubblicare un comunicato che inneggia alla ricostituzio-
ne del locale fascio e subito parte in autocolonna per una spedizio-
ne punitiva a dar man forte ai camerati del Veneto. Il fascismo 
gi in coma, ma lui non se n' ancora accorto; e come tanti altri ca-
merati di mente esaltata e ottusa come la sua, si d allegramente
da fare per dargli il colpo di grazia. Il 25 aprile 1945 anche questo
figuro corto di mente finir fucilato alla schiena a Dongo, insieme
con gli altri gerarchi e gerarchetti di Sal. Ma altri, qui e l, stanno
mettendo la testa fuori dal guscio, per il momento. A Cremona gli
iscritti al nuovo partito sono 7 mila, a Firenze 5 mila, a Milano 18
mila, a Ferrara 14 mila, A Brescia 8500, a Gargnano appena 28 (su
2500 abitanti) contro i 520 di prima del capovolgimento. In no-
vembre, al congresso di Verona, Pavolini dar la cifra totale: 251mila. 
Una cifra accolta da un boato dei puri e duri: troppi! troppi!
Nel marzo del '44 gli iscritti saliranno a 487 mila, divisi in 1072 fa-
sci di combattimento. Ma gli scettici insinueranno che molti di questi
fasci hanno in realt come membri il solo commissario politico.
Questo per quanto riguarda la quantit. La qualit  quanto di
pi disparato si possa immaginare; come del resto nei giorni gloriosi
delle origini. La feccia  rappresentata dai vecchi squadristi,
tornati a galla con livore centuplicato dalle umiliazioni di un ven-
tennio. Eccone un florilegio: la banda sarda di Barracu, quella del-
l'ex manganellatore Pollastrini, dell'ex federale Bardi, del barone
malavitoso Franquinet, del milanese Franco Colombo, che racco-
glie una milizia di avanzi di galera a cui d il nome di Muti. Ac-
canto agli arrabbiati ci sono i moderati, a fianco degli illusi gli
opportunisti, spalla a spalla con gli ingenui i traditori. E infine, le
nuove leve, gli sconosciuti, gli inaspettati: uno di quest'ultimi 
Concetto Pettinato, corrispondente della Stampa, che dal rifugio
svizzero torna inopinatamente in Italia e si mette a disposizione
del nuovo Stato perch dice, non tollera il tradimento, e va a in-
grossare le file dei cosiddetti liberali, come Giorgio Pini e Mirko
Giobbe, direttori del Carlino e della Nazione; i quali si riempiono la
bocca di parole eterodosse come libert, tolleranza, s alla libera
espressione della volont popolare, no al partito unico. E ci sono in-
fine i fautori del fascismo di sinistra, sindacalista ma autoritario,
come il giovane Giorgio Almirante, che dice: Vogliamo le elezioni 
e il controllo dal basso s, ma nel partito; non nei partiti. Per noi
non  contraddittorio conciliare una maggiore partecipazione dal
basso con l'ortodossia fascista. Spiriti infuocati, sui quali i vecchi
marpioni Pavolini, Buffarini e Ricci si affretteranno a rovesciare
tonnellate di acqua gelida, mentre il Duce spedisce veline ai gior-
nali perch non diano rilievo al sacro furore che pervade gli inva-
sati, come se l'Italia repubblicana non avesse di meglio da fare in
questo momento che imitare le buffonate di antico stile.
E ci sono, infine, gli ossessionati del socialismo populista, i mito-
mani del ritorno alle origini, i quali invocano a gran voce che sia
negata l'iscrizione al partito ai plutocrati e che siano espro-
priati i latifondisti; mentre sull'Arena di Verona appare addirit-
tura un editoriale del direttore che comincia: Su fratelli su
compagni. Per costoro la responsabile della sconfitta  s la mo-
narchia; ma anche la borghesia, che ha cospirato al colpo di Stato
del 25 luglio, alla collusione col nemico attraverso la capitolazione.

IL CONGRESSO DI VERONA.
All'assemblea nazionale del partito che si apre a Verona il 14 novembre '43
vengono a galla le tendenze pi strampalate; comprese quelle 
comunistoidi dir Mussolini, esterrefatto, al suo segretario, 
prefetto Dolfin. Qualcuno ha chiesto l'abolizione, nuda e
cruda, del diritto di propriet! Il nuovo partito  una congerie ar-
lecchinesca di uomini e di idee, un coacervo di isterie e di velleita-
rismi schizoidi: dagli ex squadristi marmorizzati, che nel corso del
Ventennio si sono visti sempre pi emarginati via via che il capo
inalberava sul vecchio vascello fascista i vessilli pi incoerenti (la
monarchia, la grande industria, l'anarchia anticlericale, la conci-
liazione con la Chiesa), agli ex combattenti incartapecoriti che
chiedono di tornare a combattere (contro chi? per che cosa?). 
una moltitudine eterogenea da uniformare e inquadrare in un do-
cumento. E il duce sceglie per la bisogna il pi movimentista di que-
gli irrequieti, Nicola Bombacci. Chioma candida, barba fluente da
anarchico, da sempre agitatore sconclusionato e sconclusionante,
grillo parlante e saltamartino imprevedibile, il vecchio compagno
d'infanzia di Benito riecheggia in molti aspetti l'approssimativa
foga tribunizia e ideologica del giovane Mussolini. Inevitabile che
nel documento si ritrovino, inconfondibili, le tracce del Bombacci-
pensiero. Nicola  un vecchio militante socialista, nato anche lui in
Romagna. Con il Duce ha in comune la stessa professione origina-
ria di maestro elementare, lo stesso massimalismo degli esordi, la
stessa cultura arruffata, la stessa subcultura marxista.  un ex
compagno passato al comunismo, cofondatore nel '21 del Partito
comunista d'Italia, emigrato poi in Russia nel '27, infine espulso
dal PCI e rientrato a bita in tempo per dare man forte al neofasci-
smo repubblicano in quel fantomatico tentativo di ritorno alle ori-
gini.  lui che elabora una bozza di documento in 18 punti, a cui
porranno mano, in seconda stesura, anche Pavolini, Tarchi, Biggini, 
e nella quale per la prima volta compare al posto di collabora-
zione sociale la parola socializzazione. Ma tra quelli che rive-
dono la bozza c' anche l'occhiuto ambasciatore Rahn, che subito
interviene a smussare, ammorbidire, unguentare le asprezze e le
audacie, rassicurando i suoi superiori a Berlino: Sono stato costretto 
ad attenuare le originarie tendenze accentuatamente socialiste e a
cancellare una frase (inserita dal Duce) sulla preservazione dell'inte-
grit territoriale. (I tedeschi avevano gi deciso, infatti, di annet-
tersi Alto Adige e Trentino, Venezia e Trieste, nonch l'intero litorale 
della Dalmazia.)
Pavolini, in sahariana e berretto neri, legge il documento ai dele-
gati dei 250 mila iscritti. I pi conoscono il segretario solo perch
ha per amante, fin da quando era ministro della Cultura popolare,
Doris Duranti, femmina superlativa, l'attrice pi sexy del regime,
famosa per essere stata la prima a esibire il seno nudo nel film Carmela, 
durante la stagione del cosiddetto cinema dei telefoni bianchi; 
donna spregiudicata, ostile ai costumi e agli ideali borghesi,
nata a Livorno nel 1917 (morta a Santo Domingo nel 1995). Narrano 
di lei che le prime volte che si recava a Cinecitt (era il 1935
e lei aveva appena 18 anni), raccontava alla mamma che usciva per
andare in chiesa. Rischi di essere fucilata dai partigiani, ma riusc
in ultimo a raggiungere la Svizzera. E ora il suo amante, tra gente
che chiacchiera, urla, si accapiglia senza sosta, legge quel pot pourri 
indigesto, senza capo n coda, che dovrebbe soddisfare esigenze
cos contrastanti. L'incoerenza delle tesi esposte  tale che non
mette conto di esaminarle nei dettagli. Tra l'altro il documento
Bombacci ribadisce che gli appartenenti alla razza ebraica sono
stranieri e durante questa guerra appartengono a nazionalit nemica; 
e decreta che il fascismo  ritornato alle sue origini rivolu-
zionarie in tutti i settori e particolarmente in quello sociale. I 18
punti vengono frettolosamente e acriticamente approvati per ac-
clamazione in un clima di vociferante esaltazione. Anche perch,
poco prima, all'assemblea tumultuante  arrivata la notizia che il
federale neofascista di Ferrara  stato assassinato dai comunisti, 
scatenando in aula le scalmane tipiche dello squadrismo ante-
marcia. Viene allestita immediatamente una spedizione e una
squadraccia parte al grido: Tutti a Ferrara! per il luogo dell'at-
tentato; dove di l a poco 17 ostaggi antifascisti presi a caso verran-
no passati per le armi. E i 18 punti? Ogni tanto nella sala del con-
gresso si leva un grido: Chi se ne frega!. Solo quando salta fuori
il nome di Ciano, il rinnegato numero uno, la folla torna a infero-
cire: Sparategli una palla in testa! Squartatelo. Dalla sala soffia
il greve afflato dello squadrismo con i suoi emblemi funerei, le
tute e i maglioni girocollo neri, il piglio strafottente verso i papaveri 
sul podio. Mussolini che non ha partecipato alla canea, cos
commenter pi tardi: Una bolgia. Molte chiacchiere confuse,
poche idee chiare.  al fronte che si decidono le sorti della Repubblica,
non nei congressi!.
Il giorno dopo, 25 novembre, il Consiglio dei ministri proclama
che dal primo dicembre p.v. lo Stato nazionale repubblicano pren-
der il nome di Repubblica Sociale Italiana. Ahim,  una Re-
pubblica che conta poco o niente. E al suo vertice Mussolini 
ormai soltanto una figura ornamentale.
Sua moglie gli fa scenate terribili di gelosia; la figlia prediletta
Edda, gli  ostilissima per via di Ciano; il maggiore dei maschi, Vittorio,
si occupa solo di cinema, l'altro, Romano, di jazz. Lui  diventato 
vacillante e incoerente pi di quanto lo sia mai stato. A
volte  persino incline a riconoscere che le leggi razziali del '38,
forse, erano state un errore. S, ma a Sal chi viene chiamato ad
applicarle? Il pi zelota antisemita esistente in Italia, quel prete
spretato di Giovanni Preziosi. E a questo proposito, bisogner fi-
nirla una buona volta con gli slogan autoincensatori del tipo Ita-
liani, brava gente. Dal 1920 in poi il fascismo italiano  stato la
matrice di svariate altre sottospecie, compresa quella del nazismo
hitleriano, da cui uscir l'ideologia del campo di sterminio, della
camera a gas, della soluzione finale.  vero, il fascismo mussoliniano 
non teorizz la violenza organizzata dello sterminio di massa
nella misura in cui fu posta in atto dal nazismo; e molti italiani, tra
cui non pochi fascisti, hanno respinto con orrore l'ignominia delle
leggi del '38. Eppure non si conoscono casi, n nel '38 n durante
i 600 giorni di Sal, di dimissioni di gerarchi, gerarchetti o semplici
ascari, dopo l'emanazione delle leggi e la loro applicazione. Nel
fascismo mussoliniano del Ventennio c' non solo il germe della
struttura politico-sociale di quello hitleriano, ma anche il bacillo
dell'ideologia antisemita.

LO SPLEEN DEL DUCE SUL LAGO.
 dal 10 ottobre che i tedeschi hanno costretto Mussolini a tra-
sferirsi nella nuova capitale sul lago, dove far per conto di Hitler
il Gauleiter di mezza Italia. Lo hanno sistemato con la famiglia a
villa Feltrinelli, dove sulle prime ha anche installato il suo ufficio;
che per lui stesso, pi tardi, far traslocare a villa Orsoline di
Gargnano, per tirare il fiato un po' lontano dalla Rachele; la quale
lo tiene sotto il suo controllo, divenuto ancor pi asfissiante da
quando la donna  venuta a sapere che il Duce si  fatto sistemare
la Claretta nei pressi, a Gardone. Segretario particolare del Duce
 il prefetto Giovanni Dolfin, che poi verr fatto allontanare dalla
sospettosissima Rachele e sostituito dal nipote Vito (figlio del fra-
tello Arnaldo) e da Vanni Teodorani, anche lui lontano parente.
A villa Feltrinelli ci sono anche i due pi giovani Mussolini: Romano, 
che strimpella jazz dalla mattina alla sera, e la piccola polio-
mielitica Anna Maria. Una trentina di SS fungono da secondini.
Il Duce  smagrito, reso ipocondriaco e immalinconito dalla vi-
sione del lago, che odia. D l'impressione di un uomo svuotato di
ogni vigore. Solo una cosa sembra ancora appassionarlo: la lettura
diligente, scrupolosa, ogni mattina, di quella che  stata sempre la
sua vera vocazione, i giornali. La Claretta l'ha fatta sistemare poco
lontano, a villa Fiordaliso; e un giorno s e uno no passa a trovarla.
Ma un giorno va a trovarla anche la Rachele, che si fa accompa-
gnare addirittura dal ministro degli Interni, Buffarini; e succede il
finimondo: lacrime, ingiurie, minacce, proteste, giuramenti, mentre 
il terrorizzato Buffarini, aggrappato al telefono, trasmette al
Duce gli sviluppi della rissa. La Rachele, fuori di s, urla alla rivale: 
Ti odiano tutti, dai fascisti ai partigiani! , mentre Claretta versa 
fiumi di lacrime. La Rachele, nell'andarsene, insulta anche Buffarini 
che le ha fatto da scorta: Doppiogiochista, ruffiano!. Questo  
il clima gaglioffo in cui si vive sul Garda, mentre l'Italia  per-
corsa da due opposte armate che se ne contendono le spoglie.
Il povero Duce sente di essere diventato superfluo a tutto e a tutti. 
Alla moglie dell'addetto stampa dell'ambasciata tedesca, venu-
ta a intervistarlo, confessa: Aspetto la fine della tragedia, ma non
mi sento pi attore. Sotto la maschera del mascellone truce e tra-
cotante ha sempre celato l'indole di un debole, in balia degli avve-
nimenti e pronto ad accettare la tesi dell'ultimo arrivato. Avere il
sospetto, anzi, la quasi certezza che i carcerieri tedeschi inviano
regolarmente a Berlino i testi delle sue intercettazioni telefoniche
24 ore su 24; sapere che i militari hanno spostato il confine tra Italia 
e Germania addirittura alla galleria di Limone, dov'era prima
del '15, appena qualche chilometro pi in su di Gargnano, non
sono certo realt che possano tirargli su il morale. La Germania
del camerata Hitler comincia sulla punta nord del lago di Garda,
chi arriva a Limone deve gi esibire il passaporto se vuole prose-
guire oltre. Ha scritto Silvio Bertoldi nel suo Sal:
A pochi passi da Sal, a Gardone, nella ex villa del duca Acquarone, c' 
la Kommandantur germanica, a villa Albertazzi il comando delle SS, a 
villa Bassetti l'ambasciatore Rahn; e a Besana di Gardone c' il gauleiter
dei gauleiter, il proconsole d'Italia Karl Wolff, comandante delle SS di 
Himmler. Ostentano la massima deferenza verso di lui; la scorta batte 
fragorosamente i tacchi a ogni sua uscita. Ma poi fanno quello che vogliono.
E se lui chiede qualcosa, Rahn assicura di provvedere. Ma non nuove un dito.
Gli hanno imposto un medico di fiducia, un certo dottor Zachariae;
e perfino un fisioterapeuta, che invece  un agente della Gestapo.
Certo non  carcere duro, ma  libert ultravigilata. E il grigio
paesaggio lacustre, con le sue brume autunnali, non aiuta a uscire
dallo spleen. Mussolini legge i dialoghi di Platone. E sprofonda nel-
l'amarezza: Siamo come un gruppo di liberti comandati a governare 
un popolo di schiavi. Ma non si ribella. Abbozza. Perch?
Che altro potrebbe fare? La fragile arma della protesta si  fatta
cos flebile da non esser pi udibile: dunque, inutile. Come il fasci-
smo di Sal, che  solo una degenerazione di quello del Ventennio.
Come lui, il Duce, che tra una moglie inferocita e un'amante
intristita, sta a poco a poco isterilendosi, privo di qualsiasi autono-
mia, sulle rive di uno specchio d'acqua lugubre, immoto, privo di onde.

IL PROCESSO DI VERONA.
Si tenne nel gennaio del '44. Davanti ai giudici trascinarono i mi-
nistri del Gran Sinedrio che nel luglio del '43 avevano votato con-
tro Mussolini. Non tutti. I veri traditori si erano gi messi in sal-
vo; tranne il vecchio e un po' svaporato Emilio De Bono e il candi-
do e vanesio Galeazzo Ciano, che in realt non aveva partecipato
alla cospirazione architettata da Grandi e dai monarchici e, da
facilone e dilettante qual era, si era rifugiato con la famiglia nella
tana del lupo; ossia dei tedeschi, che da anni lo detestavano e pronta-
mente lo riconsegnarono nelle mani dei nuovi fascisti repubblichini,
ansiosi di farne il capro espiatorio della catastrofe. La sentenza capi-
tale era naturalmente un epilogo scontato. Nonostante le illusioni di
Ciano di poter salvarsi offrendo in cambio della vita i suoi famosi dia-
ri, che lui fino all'ultimo si ostin, pervicacemente, a ritenere mate-
riale incandescente non solo per molti dei responsabili della fine del
fascismo, ma addirittura per alcuni statisti nel campo nemico. Quando 
Edda arriv a Monaco coi figli (prima che il padre fosse liberato
dal Gran Sasso), suo fratello Vittorio le sussurr, inorridito: Ma
chi ve l'ha fatto fare di venire quass? . Edda sapeva da tempo che
suo marito era il traditore numero uno per i tedeschi e per quel
pugno di fascisti intransigenti che si erano gi rifugiati in Germania. 
Perch aveva consigliato a Galeazzo di raggiungerla a Monaco? 
Forse la vera risposta  quella che dette in seguito Farinacci:
Lui si  sempre dato le arie di un furbo di tre cotte. Invece era
solo un sempliciotto. Deve aver perduto la testa quando i badogliani 
assassinarono Muti. Invece era meglio se si consegnava a Badoglio 
piuttosto che a Goeebbels e a Ribbentrop.
Un aborto giuridico. Cos fu definito il processo-farsa dinanzi al
quale Galeazzo Ciano fu chiamato per essere giudicato come imputato 
del delitto di tradimento dell'Idea. Un reato che nessun
codice penale o militare di questo mondo ha mai previsto, giacch
non esiste la figura giuridica di Idea. Ma gli azzeccagarbugli di
sempre, anche i pi ferrati, non hanno ancora capito che certi
princpi, o quisquiglie, non hanno pi valore in tempi di rivoluzio-
ne o, se preferite, di colpo di Stato. I chiamati a giudicare Ciano
non erano giudici ma teste calde della vecchia guardia, un branco
di sansepolcristi, antemarcia e super pataccati al valor militare. E
che quel tribunale era speciale e straordinario: come quelli, fa-
migerati, che durante il Ventennio avevano funzionato a pieno ritmo 
emettendo, in meno di 17 anni, 42 condanne alla fucilazione e
4596 sentenze a pene detentive per complessivi 277 secoli e mezzo
di galera. Erano i giorni in cui sui muri si leggeva: Chi tocca la Mi-
lizia avr del piombo. Ora quei giorni bui sono tornati. E Ciano
sar fucilato perch lo hanno stabilito i soli che contano: i tede-
schi. E, in sottordine, anche la suocera Rachele (e dopo di lei, Pa-
volini, che non l'ha mai potuto soffrire). Lui le baciava la mano,
con quella sua vocetta che le dava sui nervi, l'aria del fighetta
che vestiva come l'italiano di provincia immagina che vestano gli
inglesi. E poi ai suoi occhi Galeazzo  il traditore cardinale, massimo; 
ma non del fascismo, di cui alla Rachele in fondo non importa
un granch, ma del suo uomo, del Duce.
A Mussolini invece non garbava affatto di fare la parte del carne-
fice. Tra i capi militari pi direttamente responsabili del tracollo,
messi sotto processo, qualcuno verr amnistiato, qualche altro
condannato pro forma, altri assolti e lasciati evadere. Solo due am-
miragli, Campioni e Mascherpa, pagheranno per tutti, con la fuci-
lazione. Mussolini si  rifiutato di concedere loro la grazia per due
ragioni; primo, perch occorreva una punizione esemplare, se-
condo, perch una salutare lezione non avrebbe fatto male a que-
gli anglomani sviscerati e infidi della Marina, che erano passati in
massa al nemico, consegnando la flotta a Malta. Ma Ciano? Ciano
 un altro problema. E il Duce non sa come venirne fuori. Non lo
pu graziare; lui ricorda che la prima cosa che Hitler gli ha chiesto,
al loro primo incontro a Rastenburg, dopo la liberazione,  stato
di spazzar via i traditori, di dare un esempio. E Mussolini non sa
pi ribellarsi. Non vuole soprattutto passare per un debole. Edda
lo implora e lo minaccia inutilmente. E lui, per sincerarsi un'ultima 
volta, telefona a Wolff e gli chiede se una mancata esecuzione
capitale potrebbe nuocergli agli occhi del Fhrer. La risposta  S,
e molto. Gli basta. Il nuovo Guardasigilli, Piero Pisenti, si mostra
perplesso a riesumare procedure speciali per processi che hanno solo
l'impronta di vendette politiche. Fa sapere al Duce di non essere
riuscito a trovare prove inconfutabili di collusione tra gli impu-
tati, Badoglio e la monarchia. Ma il Duce lo interrompe gelido: Voi
giudicate la cosa come giurista. Io devo vederla sotto il profilo politi-
co. La ragione di Stato viene prima di ogni altra considerazione.
Il processo si apre l'8 gennaio 1944, alla presenza non ufficiale di
una pattuglia di tedeschi. Solo Cianetti  condannato a 30 anni. Tut-
ti gli altri, compresi i molti contumaci, a morte. Alle 8,50 del mat-
tino dell'11 gennaio l'esecuzione per fucilazione alla schiena dei
detenuti (fatti sedere alla rovescia sulle sedie) viene eseguita nel
poligono di tiro della fortezza di San Procolo, un sobborgo di Verona. 
Ciano si comporta con dignit. De Bono rifiuta di farsi legare 
le mani dietro la schiena. Marinelli piange desolatamente. E il
Duce dir, a vendetta ultimata: Sono morti bene, con un coraggio 
che molti non avrebbero. La notizia dell'avvenuta esecuzione
viene trasmessa dalla radio. Dopo l'inno fascista.

SCRITTORI, GIORNALISTI, ARTISTI, INTELLETTUALI. STORIA DI UN ANNO E I
CANGURI GIGANTI.
Appena sceso da Campo Imperatore il giornalista Mussolini ini-
zia a sparare a zero contro i colleghi. Nel novembre del '43, nella
sua Corrispondenza repubblicana (una specie di giornale-diario
privato, con cui distribuisce direttive e veline a chi di dovere), se
la prende con i Giordana, gli Alvaro, i Giovannini e gli Janni, i Bur-
zio e i Montanelli, che hanno voluto far dimenticare il loro passato
di scrittori e soprattutto di profittatori del fascismo. Le firme pi
illustri, i canguri giganti, i pennivendoli che per anni hanno go-
duto di sovvenzioni e di prebende mensili dal regime e alla fine
hanno tradito, vengono esposti al pubblico ludibrio. S, ma dov'
la libert di stampa invocata dai nostalgici del ritorno alle origini? 
Quella parvenza almeno di una stampa senza censura preventiva, 
senza veline, intimidazioni e sequestri? Niente, tutto ri-
mandato - al solito - a dopo la guerra. Su direttiva del Duce un se-
vero e intelligente controllo viene ripristinato su fogli e fo-
glianti (cio giornalisti). Ma quando mai si  vista una censura
intelligente, per di pi se esercitata da quelle ottusit personifi-
cate che sono i capi delle province?
Durante il Ventennio quello del giornalista  stato per lo pi un
mestiere di noia. A domanda, gli addetti di quegli anni rispondo-
no: Be', s, a scrivere ci siamo annoiati; come del resto si annoia-
vano gli italiani che leggevano allora i nostri articoli. E questo ac-
cadde perch dagli anni Trenta in poi il fascismo tent di ridurli a
funzionari del regime; anche se va detto che non vi riusc del tutto;
perch, forse, Mussolini, che era stato a suo tempo un bollente po-
lemista, una volta salito al potere si illuse che i suoi giornalisti
potessero conciliare l'inconciliabile: essere cio al tempo stesso ad-
domesticati e focosi. Per tutto il Ventennio il mestiere si ridusse
a un'attivit artificiale, che si svolgeva in una sorta di serra o di ac-
quario. Ha lasciato scritto un bravo giornalista di quei giorni: Fu
una scuola di ottimismo obbligato, che minacci di farci dimenti-
care non solo il pessimismo, ma anche il ragionevole scetticismo
(che come tutti sanno  il sale della professione). Si lavorava non
solo poco, ma male... Nessuno voleva diventare redattore capo,
tantomeno direttore. Era un giornalismo senza tabacco e senza caff: 
chi ha lavorato di notte nei giornali, sa che cosa voglio dire.
Con la guerra le cose non migliorarono. Anzi. Nel 1942, 890 fra
giornalisti, scrittori e intellettuali vari figuravano nel libro paga
del Minculpop; e cio aiutavano in pratica Mussolini a dare all'Ita-
lia se non prestigio, almeno l'apparenza di esso, ricorrendo a dosi
massicce di retorica, di inverosimiglianza e, nel peggiore dei casi,
di elzevirismo. E dopo l'8 settembre, fu ancora peggio. In base a
un compromesso coi tedeschi, la censura germanica si occup del-
le notizie militari, lasciando il resto al controllo dei camerati di
Sal. Ma per ordine degli hitleriani le vecchie testate tradizionali
non si toccano, ai neofascisti  solo permesso di cambiare i direttori.
Alcuni giornalisti di talento, Filippo Sacchi, Ettore Janni, Giulio 
De Benedetti preferiscono passare il confine. Altri, come Tommaso 
Smith, sono arrestati; mentre perfino Mario Crespi, padrone 
del Corriere della Sera, assaggia qualche giorno di galera. A pre-
siedere l'agenzia Stefani viene chiamato Luigi Barzini il Vecchio,
che, non si sa perch, accetta. Accettano altres di collaborare
come elzeviristi Calzini e Soffici. Il guaio  che per riempire i due
fogli concessi ai quotidiani, obbedire ai censori e, in pari tempo,
tappare i buchi, si deve ricorrere ad argomenti privi di qualsiasi
interesse o addirittura totalmente inventati: rapina in banca in
Macedonia, aquila rapisce un pastorello in Transilvania, furto di
galline a Lione. Pericolosissimo affrontare un argomento che sia,
per un motivo o per l'altro, controverso. Per cui il Duce, che ogni
mattina si sorbisce colonne e colonne di nulla, inferocisce coi pre-
fetti e i capi provincia: Si va da una stampa incolore e attendista
a fogli dove le idee pi sfasate e i furori letterari si alternano in uno
sforzo che vorrebbe essere giacobino ed  semplicemente velleita-
rio.... Nell'aprile '44 Mussolini  di nuovo in collera, e per suo or-
dine viene reintrodotta una censura pi rigorosa, con una circola-
re di Mezzasoma che sopprime anche la rubrica delle Lettere al
Direttore, giudicata dal capo una nociva idiozia. Cos il giorna-
lista Mussolini giudica i colleghi giornalisti, ridotti alla disperazio-
ne non tanto dalla mancanza di spazio quanto di argomenti da af-
frontare. E ormai un Duce che ha sempre meno potere e quindi
sempre pi tempo da perdere, non solo per leggere e criticare; ma
adesso, anche per scrivere. La sua Storia di un anno fa salire la ti-
ratura del Corriere da 300 a 600 mila copie e gli fa intascare centi-
naia di migliaia di lire, di diritti d'autore.
Il primo grosso trauma giornalistico della meteora repubblichina
 l'editoriale Sei ci sei batti un colpo, che Pettinato pubblica sul-
la Stampa a met giugno del '44. Vi si reclama l'uscita allo scoperto 
del governo per dimostrare ai lettori che non si tratta di un ectoplasma, 
bens di qualcosa che si vede, e si sente, soprattutto nei
confronti dei tedeschi. Sono in molti a pensarla come Pettinato. In
pochi a non essere d'accordo; e tra questi, manco a dirlo, il filona-
zista Pavolini e l'uomo di tutte le stagioni (in questo frangente, la
stagione di Rahn e di Wolff), e cio Buffarini-Guidi. I quali fingono 
di vedere nell'invettiva di Pettinato un segnale di riscossa contro 
tutti coloro che per vilt, per inettitudine, per panciafichismo
ci comandano ancora. Basta!.  il solito farnetico verbale che al-
larma Mussolini, contrario ad ogni estremismo di sinistra. Per
cui il Duce si affretta a sopire, a insabbiare, l'inchiesta su Pettinato. 
Il quale solo 9 mesi dopo, il 3 marzo del 1945, a un mese dal crollo, 
verr destinato ad altro incarico.
Ma il vero, formidabile scoop dei venti mesi di Sal si verifica il 24
giugno 1944, tre giorni dopo l'uscita dell'articolo di Pettinato sulla
Stampa, quando il Corriere della Sera pubblica il primo articolo, a
firma Benito Mussolini, sulle vicende non romanzate che vanno
dall'ottobre '42 al settembre '43, col sottotitolo Da El Alamein al
Mareth. La serie avr come titolo Storia di un anno e verr alla
fine raccolta in un volume intitolato Il tempo del bastone e della ca-
rota, di cui furono vendute 300 mila copie, escluse le versioni in
francese, tedesco, spagnolo e inglese.
Resta da accennare agli intellettuali di varia estrazione e profes-
sione, che gi nel Ventennio avevano aderito o preso la tessera del
PNF. Alcuni rimasero fedeli anche al nuovo regime, come il pittore
Ardengo Soffici, il futurista Marinetti, il giornalista Ugo Ojetti, Gui-
do Manacorda, Marco Ramperti; e ancora, Goffredo Coppola, Giu-
seppe Ghiringhelli, Achille Funi e Giovanni Gentile. Filippo Mari-
netti, anche lui uomo di tutte le stagioni (fasciste) dal PNF alla RSI,
nonch ansioso fondatore di novit che si chiamavano antisocialismo, 
anticlericalismo e antipacifismo e che a suo tempo aveva accet-
tato con fervore la presidenza dell'Accademia fascista, ora scrive
un poemetto che ha per titolo Quarto d'ora di poesia con la X MAS.
Quanto al filosofo numero due d'Italia, Giovanni Gentile, scrive
imperturbabile: Io invece approvo s la cessazione delle lotte, tranne 
quella vitale contro i sobillatori, i traditori, venduti e in buona
fede, ma sadicamente ebbri di sterminio. Che sarebbero poi i resistenti, 
i partigiani, i gappisti fiorentini; che infatti di l a poco lo
giustizieranno.

PARTIGIANI RESISTENTI, GAPPISTI.
Beppe Fenoglio nel Partigiano Johnny racconta quel mese di
maggio, coi partigiani confluenti alle festivit a centinaia e con
ogni mezzo al paese di Santo Stefano Belbo, il pi grosso ed evolu-
to di tutti i paesi delle basse Langhe, con la piazza centrale piena
di "belle ragazze" e di partigiani azzurri e rossi. E dice che il pae-
se era lo scoglio di frangimento delle due ondate. Le ragazze ci
avevano il loro bravo zampino... aguzzavano la divisione, portando
nei capelli o alle asole nastri azzurri se preferivano o si accompa-
gnavano con partigiani azzurri, o viceversa se con partigiani garibal-
dini fiammei nastri rossi. Ma spesso mutavano nastri col repentino
mutar di simpatia....
Son pi di cinquant'anni che i fascisti repubblichini accusano i
comunisti d'aver scatenato la guerra civile. In realt fu Mussolini 
il primo a denunciare a Rahn che il comportamento dei tedeschi 
provoca un pericoloso aumento della resistenza clandestina
alla guerra, riferendosi al fatto che i nazisti hanno rinchiuso 
600mila deportati italiani nei lager.
La resistenza di massa nasce come reazione al terrore tedesco e
non viceversa. Nei primi mesi, inverno '43-'44, di partigiani ce n'
assai pochi nelle alte valli alpine e appenniniche: circa 4 mila in
tutto, tra Piemonte (dove sono pi numerosi, 1600 circa), Veneto,
Lombardia, Liguria, Toscana, Emilia-Romagna, Abruzzi, Lazio.
Nessuno parla ancora di guerra civile. I fascisti pi d'ogni altra
cosa sono preoccupati degli operai di fabbrica, in citt; e infatti, a
fine novembre '43, ribelli clandestini, guidati dai comunisti, rie-
scono a far scendere in sciopero 50 mila lavoratori delle officine
Fiat. I comunisti, danno vita per primi alla resistenza dei GAP
(Gruppi di azione patriottica), poche decine di combattenti che com-
piono attentati terroristici, sabotaggi ed esecuzioni singole di fascisti.
 un terrorismo urbano che raggiunge il culmine a met dicembre, a
Milano, dove un terzetto di tre gappisti giustiziano di giorno, in pieno
centro, una camicia nera in divisa senza neppure saperne il nome e
che solo pi tardi risulter essere il federale fascista della citt.
Ma a Roma, per esempio,  tutt'altra faccenda. Ha scritto il regi-
sta Luigi Magni nel suo libro Nemici d'infanzia (da cui ha poi tratto
anche un film) che non c' mai stata guerra civile: Forse in Piemonte 
o in Emilia-Romagna. Ma non a Roma o a Napoli. Pu darsi che 
in certe parti dell'Italia la lotta abbia avuto certe connota-
zioni di guerra civile. Ma in altre mai.  stato come in Francia, con
i collaborazionisti di Vichy. Quando mai hanno parlato di guerra
civile?. E a proposito dei gappisti ( sempre Magni che parla), si
diceva da taluni, allora, che l'eroe di oggi  un vile che struscia con-
tro i muri e ti spara alla schiena... Certo non era un tipo di eroismo
limpido e fulgido, come piace a certa iconografia. Ma nelle citt
dove il nemico era la Wermacht, e i suoi scherani, la Muti, le Bri-
gate nere, l'unico modo che avevano i gappisti di combattere era
quello: le citt allora erano pattugliate dai tedeschi e dai fascisti,
c'era il coprifuoco, in giro non si vedevano uomini a meno che
avessero superati i sessant'anni... C'erano solo bambini e donne, e
in genere camminavano in fretta.
Guerra civile? Ma no. Tutti i morti sono uguali? S, ma questo
non sposta minimamente i termini del dilemma. Che resta, al di l
di ogni fumoseria e rancido revisionismo, chiarissimo: democrazia, 
libert e giustizia erano dalla parte della Resistenza e della
lotta a morte contro nazismo e fascismo, cio dalla parte giusta.
Gli altri, da quella sbagliata.
Su al nord, per tutto il '43, ai partigiani arriver dalle ancor dub-
biose missioni militari alleate dislocate in Svizzera un solo lancio,
sui monti della Lombardia, con armi ed equipaggiamento soltanto
per 30 uomini; queste missioni militari alleate si convincono a fare
qualcosa di pi solo dopo aver accertato che migliaia di loro soldati 
fatti prigionieri, ed evasi dopo l'8 settembre, sono stati ospitati,
rifocillati e guidati in salvo, oltre confine, dalle bande partigiane.
Ma i repubblichini sono ossessionati esclusivamente dal monopolio 
comunista sulla Resistenza e, in particolare, all'inizio, dal capo
partigiano Moscatelli, mentre fingono di non accorgersi che il fulcro 
dell'insurrezione si  spostato ormai nelle valli piemontesi. 
solo nella primavera del '44 che la Resistenza esplode. Gi gli scio-
peri scoppiati il primo marzo a Torino e poi a Milano e a Genova
(60 mila tra operai e impiegati) hanno rivelato un livello di orga-
nizzazione e di politicizzazione pi pericoloso dell'autunno prece-
dente, anche perch  ormai chiaro, da un lato, che chi incrocia le
braccia si muove di concerto con le bande di montagna, dall'altro,
che gli industriali si mostrano molto cauti e disposti a compro-
messi con gli scioperanti. In autunno era stata costituita la Guardia 
Nazionale Repubblicana come quarta forza armata della Repubblica, 
e si era sperato che la chiamata delle giovani leve fornisse 
una riserva sufficiente non solo per il nuovo esercito repub-
blicano, ma anche per combattere la crescente attivit partigiana.
Ma dei 180 mila ragazzi (per lo pi tra i 15 e i 17 anni) chiamati alle
armi se ne presentano solo 87 mila, destinati alla lotta contro i ban-
diti; senza contare le numerose diserzioni. Queste poi, quando in
aprile si aggraveranno le sanzioni contro le fughe, avranno l'unico ef-
fetto di rimpolpare le file dei ribelli in montagna.
Chi furono quelli che salirono sui monti? In gran parte si tratt di
militari sbandati, di renitenti alla leva, di operai, di studenti e di 
intellettuali sul tipo del giovane partigiano Johnny di Beppe Fenoglio, 
cresciuto nel mito del costume e della letteratura anglosassone; 
i quali dopo l'8 settembre risolvono di andare a raggiungere i
loro coetanei gi scesi in lotta. Una massa che era gi antifascista
o lo era appena divenuta; e che solo in seguito diventer comunista. 
Era una minoranza s, non un'lite. E non tanto esigua, se rap-
present in quegli anni il movimento di resistenza pi grande ed
esteso nell'Occidente europeo. Senza contare la Resistenza non
armata, cio di coloro che pur senza impugnare le armi, nascosero, 
aiutarono, nutrirono, collaborarono alla lotta contro gli inva-
sori germanici e i loro complici. Novantamila uomini; di cui circa
la met i veri e propri partigiani, che imbracciarono le armi e pre-
sero parte ad almeno tre azioni belliche o di sabotaggio; e 34 mila
i patrioti o civili che solidarizzarono attivamente, anche senza
armi. Certo, non furono loro a cacciare dall'Italia i tedeschi. Ma det-
tero una mano robusta. Circa la met di loro avevano un'esperienza
militare, 2500 erano ufficiali inferiori, 4 mila sottufficiali. L'et media
(all'8 settembre del '43) era di 24 anni e variava dai 14 ai 30. Cinque
partigiani su 10 facevano capo alle Brigate Garlbaldi (che per l'80
per cento erano comuniste), 2 su 10 ai Gruppi di Giustizia e Libert,
2,5 su 10 alle Formazioni autonome. Molti i lavoratori, gli operai spe-
cializzati gli artigiani; e poi tecnici, impiegati, diplomati studenti. I
professionisti, gli imprenditori, i possidenti furono quasi un migliaio.
Non tutti avevano coscienza della propria identit di classe, o del
significato rivoluzionario della loro lotta. Nel '44 le motivazioni e
le aspirazioni politiche delle avanguardie sono ancora letargiche
mentre pi chiare e vigili invece sono quelle economiche. E come
pu essere diversamente dopo vent'anni in cui l'impegno pi duro
ed esclusivo  stato riservato alla sopravvivenza? Un impegno che
non  ancora superato. Un operaio della grande industria prende an-
cora 1100 lire al mese, un impiegato 1400. Alla Fiat il salario medio 
di 240 lire la settimana di 48 ore. I prezzi invece sono: 10 lire al chilo
il pane, 11 il riso, 170 la carne, 200 il burro, 600 l'olio, 20 lire il 
vino. Il costo della vita, che nel settembre '43  uguale a 624, superer 
le 2300 nell'aprile del '45, alla Liberazione.

ESERCITO DI MESTIERE O DI PARTITO?
La grande disputa  sulle Forze armate della Repubblica. Se le
nuove reclute vengono incorporate nell'esercito di Graziani, a chi
si ricorrer per formare la Polizia di Buffarini, la Milizia di Ricci,
le Brigate nere di Pavolini? E quale sarebbe stata la reazione dei
giovani alla prospettiva di essere inviati ad addestrarsi lontano da
casa, in Germania, dove gi si trovavano internati 600 mila uomini
delle ex Forze armate italiane?
Non solo i vari ras rivaleggiano fra di loro per rafforzare i rispet-
tivi contingenti; ma ad aumentare la rissa concorrono le agenzie di
lavoro germaniche che rastrellano lavoratori per le fabbriche in
Germania; e i vari reparti combattenti tedeschi in Italia, che recla-
mano giovani per utilizzarli come forze ausiliarie al proprio servizio. 
All'inizio sembra che a spuntarla sia il capo della Milizia, Renato 
Ricci.  stato l'esercito a tradire, perch regio, monarchico,
non legato al regime. La Repubblica sociale ha bisogno di forze
armate che siano lo specchio del nuovo partito, cio della Milizia. 
Ma Graziani si oppone,  contrario a un esercito politicizzato.
I tedeschi, poi, di esercito italiano non ne vogliono neppure sentire 
parlare. Non si fidano di reclutare soldati tra i 600 mila internati
in Germania, li ritengono gente che rifiuta ormai di combattere e
che una volta rispediti in Italia, diserterebbe o raggiungerebbe i
partigiani in montagna. Invece, le reclute farebbero molto pi co-
modo nelle fabbriche naziste per rimpiazzare i lavoratori tedeschi
partiti per il fronte. Gli italiani, come soldati, non valgono una cicca; 
il maresciallo Keitel non usa mezzi termini, in proposito: Il
solo esercito italiano che non ci tradir  un esercito che non esiste.
Malgrado tutto, Graziani insiste, offrendo alla ex casta gene-
ralizia italiana, ormai in disarmo, prebende da capogiro: fino a 23mila 
lire al mese per un generale, 16 mila per un colonnello, 7 mila
per un capitano, 4 mila per un tenente, con relativi privilegi e al netto
di qualsiasi ritenuta. Allettati da tali cifre, non sorprende che gli ex
sbandati con le spalline si presentino in massa all'appello del mini-
stro della Difesa. Ma Mussolini ne rimane ancor pi sconfortato. C'
da fidarsi? E crolla la testa: Non avremo mai pi un esercito.
Intanto la grande baruffa continua. Il ministro della Difesa si
batte per l'esercito di mestiere; Ricci, Pavolini e Farinacci per
l'esercito ideologizzato. E il Duce non sa che pesci pigliare. Si limi-
ta a decidere su dettagli ridicoli: il saluto dovr essere romano, le
stellette abolite e rimpiazzate da un gladio con quercia e alloro.
Mentre, poi, l'alfiere dell'apoliticit asettica, Graziani, travolto
dalla retorica, finisce col tradirsi, in un discorso in cui incita i 
camerati fascisti a ergersi contro il bolscevismo e la plutocrazia.
Quando il Duce torna a far visita al Fhrer a Rastenburg, questi
detta le sue condizioni: reclutamento di leva obbligatorio in Italia;
addestramento per 6 mesi delle reclute in Germania; costituzione
di non pi, per ora, di 4 divisioni, poi si vedr; spese di armamento
e di equipaggiamento a spese della Repubblica; no al reclutamento 
di uomini dai 600 mila itliani nei lager; s al richiamo di giovani
per il lavoro o per l'inserimento nei servizi ausiliari germanici (an-
tiaerea, batterie costiere, meccanici per aeroporti, corvees, etc).
Prendere o lasciare. I famigerati bandi Graziani vengono affissi in
novembre. Per chi non si presenta si minacciano rappresaglie anche 
verso i parenti pi stretti. La paga  di 300 lire al mese: non
male. Ma quando i ragazzi apprendono che devono andare ad addestrarsi 
in Germania, squagliano in massa. E Graziani inferoci-
sce; in febbraio, un nuovo bando decreta la fucilazione per i reni-
tenti e i disertori. Alcune reclute vengono effettivamente fucilate
in piazza, fra l'orrore delle popolazioni. Alla fine i mobilitati delle
forze armate repubblicane risulteranno s e no 200 mila, di cui quasi
la met spediti in Germania per formare le 4 nuove divisioni pro-
gettate. La cifra va decurtata di 25 mila disertori, nonch degli uo-
mini destinati alla Guardia repubblicana, alla X MAS, alla Muti
alle Brigate nere e alle altre formazioni autonome antibanditi.
Quanti ne restano? Una miseria. Di un esercito repubblicano suscet-
tibile di impiego vero e proprio non sar mai il caso di parlarne.

I TAGLIAGOLE NERI E LO SPORT DELLA RAPPRESAGLIA.
Se il compito  quello di combattere i partigiani, si tramuta ben
presto in qualcosa di pi infame: lo sport della rappresaglia. A
praticarlo ci si mettono in molti. Ma ciascuno per proprio conto,
chi fa da s fa per tre. Cos le bande che si dedicano alle perquisi-
zioni, alle requisizioni, alle rapine, ai soprusi, agli arresti, alle tor-
ture, alle vendette e alle fucilazioni sono decine e si moltiplicano
via via che la fine si avvicina e l'attivit dei ribelli si fa pi rabbiosa:
la GNR, la Muti, la X MAS, le varie Brigate nere pavoliniane, le di
verse formazioni speciali, la Carit, la Koch, la Sicherheit italiana,
la Bernasconi. Tutte sostenute e finanziate dalla Polizia di Buffa-
rini, anche quelle al soldo dei tedeschi. Tutte dedite all'illegalit
maggiore o minore, all'assassinio e alla vendetta; ma anche al furto e
alla rapina, o alla requisizione di auto che poi vengono consegnate ai
tedeschi che le acquistano a met prezzo. Le comandano individui
che da semplici spie, taglieggiatori, torturatori e rastrellatori di uo-
mini da deportare in Germania, si sono autopromossi questori o
colonnelli. Tutto fa brodo purch serva all'invasore. La cosiddetta
guerra civile legittima tutto e tutti. Ognuno ha il suo ispiratore e,
diciamo cos, protettore. All'ombra, beninteso, e sotto l'alto usbergo
delle SS. Ma vediamo un florilegio delle formazioni pi efferate.

LA LEGIONE AUTONOMA MUTI.
Il 18 febbraio '44, quando Vincenzo Costa diventa federale di Mi-
lano, il Duce lo ammonisce: Spazzatemi via la teppaglia che sta
disonorando Milano. Avete carta bianca. Solo che non  facile
spazzare via la Muti perch i suoi protettori sono due: il ras di Cremona 
Roberto Farinacci e il prefetto Piero Parini, che si atteggia a
liberale. Fondata e guidata dall'ex sergente ed ex squadrista,
cacciato dal partito, (che si  autopromosso colonnello) Franco
Colombo, la Muti dispone di 2300 manigoldi decisi a tutto,  bene
armata ed esegue rastrellamenti, fucilazioni, torture di patrioti e
sequestri di giovani sbandati da inviare in Germania. Colombo e il
suo aiutante De Stefani saranno fucilati dopo la Liberazione.

LA BANDA CARIT.
Finanziata dal ministro degli Interni Buffarini, opera a Firenze.
 comandata dal maggiore (?) Mario Carit, gi squadrista nel
1920 ed ex membro dell'OVRA. La banda  a carico di Sal, ma
quando opera dipende dai tedeschi che le garantiscono l'impunit. 
Eppure sar lo stesso maggiore Dollmann a chiedere l'intervento
dell'ambasciatore Rahn affinch la banda sia immediatamente al-
lontanata da Firenze. Carit obbedisce e si trasferisce a Padova,
dove imperversa come e pi di prima a suon di arresti, ricatti, la-
drocini e torture. Dopo la Liberazione, una pattuglia americana lo
sorprende in un alberghetto dell'Alpe di Siusi, in Alto Adige, dove
si  rifugiato con l'amante. Quando i militari irrompono nella
stanza, Carit  a letto con la donna. Impugna la pistola, fulmina
per prima la ragazza e poi rivolge l'arma contro un soldato yankee.
Lo crivellano con una raffica di mitra.

LA BANDA KOCH.
La comanda un bel ragazzo alto, aitante e distinto, ex tenente dei
granatieri, di padre italiano e di madre tedesca, che opera a Roma
insieme a due altri malviventi, di nome Pollastrini e Bardi, nella
villa Triste di via Tasso.  finanziato anche lui da Buffarini, che gli
passa un assegno di due milioni al mese. Si circonda di sgherri,
mariuoli, attori, preti, cocainomani, come Osvaldo Valenti, Luisa
Ferida, Alba Giusti, del prete scomunicato Epaminonda Troia e
di Piero Caruso, che hanno il vizio oltre che della droga, della tor-
tura e del pizzo. La banda, una delle pi sanguinarie sulla piazza, 
fa usualmente uso di scariche elettriche, di frustate, di fiammi-
feri accesi cacciati sotto le unghie dei piedi, di schiaccianoci per
stringere i testicoli; mentre il bel granatiere con i suoi accoliti assi-
ste beato allo show, bevendo champagne. Il questore Caruso, lo
stesso che fornir a Kappler la lista dei noml da massacrare alle 
Ardeatine,  un suo intimo. Dopo la liberazione di Roma, la banda si
trasferisce a Firenze e quindi a Milano. Alla fine Koch si taglia i
baffi, si ossigena i capelli e torna a Firenze dove finge spudorata-
mente di essere un partigiano. Smascherato, viene processato e 
fucilato al Forte Bravetta di Roma, il 5 giugno 1945.

LA X MAS.
Il capitano di fregata Junio Valerio Borghese  figlio di padre ita-
liano e di madre tedesca, e ha sposato una russa. Comanda la flot-
tiglia dal maggio '43 ed  decorato di medaglia d'oro dal '42. Ha
preso parte alle imprese dei sommozzatori italiani nelle basi di
Suda, Gibilterra e Alessandria d'Egitto. Questo principe ipermo-
narchico l'8 settembre rifiuta di obbedire al suo re e a Supermarina, 
non distrugge l'attrezzatura militare, non salpa con i suoi bat-
telli, n li autoaffonda secondo le istruzioni. Anzi, il 12 settembre
sottoscrive un accordo coi tedeschi che al punto 2 prevede che la 
Decima  alleata del Reich tedesco e dipende operativamente dal 
Comando militare tedesco. Un trattato che, oltre a configurare il reato
di alto tradimento di fronte al nemico, mette il comandante Borghese 
non pi in grado di operare autonomamente in mare con la sua
flottiglia, riduce i suoi equipaggi ad una banda adibita alla caccia e
all'annientamento dei partigiani e se stesso a un mero capitano di
ventura agli ordini dei nazisti. Sotto la sua guida i battaglioni della
Decima (eccone i nomi, d'ispirazione prettamente dannunziana:
Barbarigo, Lupo, Fulmine, Nembo, Frecce, Sagittario) saranno ri-
cordati d'ora in poi per la spietata e feroce determinazione con cui
affrontano la lotta fratricida sul fronte di Anzio e di Nettuno, mac-
chiandosi di una serie incredibile di illegalit, angherie, soprusi e
arbitri d'ogni specie. Il 25 aprile il comandante medaglia d'oro si
arrender alla divisione neozelandese del generale Freyberg, riuscendo 
a salvare le medaglie, la pelle (e gli averi).

LA LIBIDINE ANTISEMITA E GIOVANNI PREZIOSI.
Si  detto che non esistono prove che il Duce fosse a conoscenza
della soluzione finale che in quegli anni i suoi alleati nazisti sta-
vano portando a termine.  probabilmente vero. Lo  per altret-
tanto che non esistono prove che, se lo avesse saputo, o solo so-
spettato, Mussolini si sarebbe levato a protestare e a denunciare il
genocidio. Tanto pi che non ha mai cercato di evitare la frequen-
tazione di visionari e ossessionati antisemiti e antimassoni del ca-
libro di quel Giovanni Preziosi che, dalla nascita della nuova re-
pubblica fascista, ha continuato a tempestarlo di lettere in cui am-
monisce il Duce che compito numero uno della RSL...  la totale
eliminazione degli ebrei; non solo, ma gli chiede l'esclusione da
tutti i gangli della vita nazionale dei meticci, mariti delle ebree e
quanti hanno gocce di sangue ebraico. Anzi, probabilmente per
pressione dei tedeschi, ma anche per toglierselo dai piedi, nel-
l'aprile del '44, il Duce mette a disposizione dell'assatanato razzista 
un ufficio con 4 impiegati, a Desenzano. Da cui esce, di l a poco,
un progettino di legge il quale decreta che sono di sangue italiano
solo i cittadini i cui ascendenti, da una data non posteriore ai primi 
di gennaio del 1800 possano dimostrare di essere di razza
bianca caucasica e immune da incroci con gli ebrei. Perfino Buffarini, 
quando porta il progettino da esaminare al Duce, esplode:
Ma  un'aberrazione!. Ma il Duce alza le spalle e lascia che
l'aberrazione, con alcune lievi modifiche, faccia il suo corso.
Dal 1938, anno primo delle leggi razziali fasciste, di ebrei da arre-
stare ne sono rimasti pochi in Italia: o sono finiti nei lager di ster-
minio tedeschi o hanno fatto in tempo a eclissarsi. Ma la caccia al-
l'ebreo riprende dopo l'8 settembre. Il primo eccidio  quello del
18 ottobre '43, quando dal ghetto di Roma vengono prelevati e de-
portati 1035 infelici, di cui solo 16 ritorneranno a casa, a guerra fi-
nita. Una seconda strage razzista avviene alla Risaia di S. Saba di
Trieste, dove all'uopo viene rimessa in funzione l'unica camera a
gas che sia stata in funzione in territorio italiano. Inoltre si riapre
l'ignobile stagione delle taglie, delle ruberie, delle confische, delle
deportazioni che vanno a colpire gli ultimi superstiti. L'ultima razzia 
antiebraica  del 14 dicembre '44. Gli ebrei che salgono sui
monti, spogliati di tutto, e partecipano alla Resistenza, saranno
trentamila.

LE QUATTRO DIVISIONI ADDESTRATE IN GERMANIA.
A met del '44 l'esercito repubblicano  ancora in gestazione. E a
fine estate si riveler, come previsto, poco pi di una farsa. Delle 4
divisioni addestrate oltralpe, due si sono disintegrate appena tor-
nate in Italia. Non c' un solo reparto dell'esercito repubblichino
che sia schierato al fronte, quello vero. La forza teorica delle quat-
tro divisioni  di 16 mila uomini ciascuna, solo la Monterosa ne ha
4 mila in pi. Ma le giovani reclute si sono gi rese conto che la
guerra  perduta e che Sal non  che una repubblica di ascari. An-
che la Guardia repubblicana di Ricci  in stato di avanzato sfacelo.
Quanto ai carabinieri, aspettano soltanto che gli angloamericani
conquistino Roma, poi anche loro si danno alla macchia. Non va
dimenticato che subito dopo l'armistizio i tedeschi hanno seque-
strato la maggior parte del materiale bellico (equipaggiamento
armi, automezzi) italiano, quel poco ancora efficiente, s'intende
non il molto obsoleto. E lo stesso giorno della deportazione degli
ebrei romani dal ghetto, il maggiore Kappler, al comando di un
gruppo di SS irrompe nella Banca d'Italia e sequestra l'intera riser-
va aurea che il govematore Azzolini gli consegna senza fiatare: due
miliardi di oro e un altro miliardo in valute pregiate, che vengono
trasferiti a Fortezza in Alto Adige, a una decina di chilometri dal
confine del Brennero, cio a portata di mano. Inoltre i tedeschi
pretendono, e ottengono, da Sal 7 miliardi al mese (che saliranno
a 10 nel '44, e pi tardi a 12) come contributo alle spese di guerra;
minacciando di rimettere in circolazione, se non verranno accon-
tentati, i marchi di occupazione, che equivalgono a carta straccia.
I tedeschi, del resto, hanno sempre fatto capire chiaramente fin
dall'inizio che dei soldati italiani non ne vogliono pi sapere. An-
che se stavolta le quattro divisioni istruite in Germania sono il pro-
dotto dell'addestramento diretto di una tecnocrazia militare, quella
nazi-prussiana, che da circa un secolo riesce a creare le strutture
belliche pi efficienti che vi siano sulla piazza e grazie alle quali
vince molte battaglie,  vero, ma caso strano, alla fine perde le
guerre, perch non riesce mai a scoprire e a mettere in campo per
prima l'arma chiave, risolutiva (il radar nel primo conflitto mondiale, 
l'atomica nel secondo).
Man mano che i giovani addestrati dalla macchina bellica germa-
nica tornano in Italia, comincia il fuggi-fuggi. In diecimila si vola-
tilizzano, l'equivalente di oltre mezza divisione; e gli altri cadono
in uno stato di prostrazione profonda. I pi non vedranno mai ne-
mici veri, che non siano cio fratelli ribelli in montagna. Il compito
a cui sono chiamati  di dare la caccia ai partigiani, che non  guerra 
vera, solo guerriglia. I tedeschi rifiutano di schierarli in linea, li
tengono nelle retrovie. Non gli hanno dato nemmeno armi effi-
cienti, soltanto i soliti '91 e qualche mitra. E i pochi ragazzi che
vengono utilizzati contro i partigiani si trovano di fronte altri ra-
gazzi; e non fa mai piacere combattere contro chi  tuo coetaneo
parla la tua stessa lingua, magari lo stesso dialetto; e che per giunta 
e ben pi motivato di te... E cos i 20 mila alpini della Monterosa, 
i 14 mila mar della San Marco, i 18 mila fanti della Littorio e
i 14 mila bersaglieri dell'Italia, si sciolgono come i ghiacciai in 
luglio. Restano le bande nere. Un esercito di bande, com'era al-
l'inizio; la Muti, le SS italiane, la X MAS. A cui presto si aggiunge-
ranno le Brigate nere e quelle mobili di Pavolini. Nere perch?
Per distinguerle dalle rosse, dalle Brigate Garibaldi, Matteotti, Giu-
stizia e Libert, e da quelle bianche, le brigate di Dio, cattoliche,
che i partiti antifascisti hanno formato nelle alte valli. Le nere, in-
vece, hanno per divisa un giubbotto nero, un maglione girocollo
nero e un berretto da sciatore su cui  appuntata la solita patacca
di latta che raffigura la morte. Eccoli, alla fine, i soldati dell'eserci-
to di Sal; che la sera, in libera uscita, fanno uno struscio, che pi
triste non si pu, nei paesi e nelle grosse borgate svuotate dalla
paura e dalla miseria; e che di giorno, in formazione di marcia, sfi-
lano cantando il loro inno, una canzone pi sconsolata della tedesca
Lil Marlene, una nenia disperata che dice: Le donne non ci
vogliono pi bene, perch portiamo la camicia nera, hanno detto
che siamo da catene, hanno detto che siamo da galera.
Il ministro della Difesa Graziani invia ogni cinque giorni al Duce
un appunto sulla consistenza del nuovo esercito. Ecco le cifre del-
l'appunto in data 2 aprile '44: 68 mila ausiliari (che non sono sol-
dati, ma lavoratori coatti addetti ai servizi pi umili nelle retrovie
tedesche) ceduti a Kesselring, 51 mila alla Luftwaffe di Goering,
22 mila reclute alle divisioni in addestramento nel Reich, altre 34
mila nei campi di preaddestramento in Italia, infine 29 mila alle
forze territoriali (ma si tratta anche qui non di soldati, ma di im-
piegati), 10 mila ai Cars, che sono i centri di addestramento per i
giovani, per lo pi disarmati, destinati ad affrontare i partigiani, e
140 mila alla Guardia repubblicana, che in agosto entra a far parte
dell'esercito nazionale di Graziani, ma a fine anno viene sollevata
dai compiti di polizia.
Da un lato i tedeschi insistono nel diniego al riarmo effettivo del-
la Repubblica; dall'altro prosegue l'esodo dei renitenti e dei diser-
tori, sui quali ormai nessun bando o minaccia di morte, continua-
mente riproposti, ha effetto. E cos il compito dei rastrellamenti e
della lotta alla Resistenza dilagante resta affidato ai tedeschi e ai
loro accoliti pi spietati, quelli della X MAS. Alla fine del '44 l'esa-
sperato maresciallo senza esercito, Rodolfo Graziani, denuncia
che i suoi soldati dispongono di 21 cartucce a testa; mentre gli ita-
liani ne hanno finora consegnato ai tedeschi oltre 40 milioni. Di
tutta la produzione bellica che esce dalle fabbriche d'armi nazionali,
alle forze armate del maresciallo vengono lasciate, ogni mese,
1500 rivoltelle, 300 mitra, 25 mortai da 81, da dividere tra le 4 divi-
sioni addestrate in Germania, le Brigate nere e le polizie varie. Ai
tedeschi invece, ogni mese, vanno 76 mila mitra. Lasciateci i mezzi 
e la possibilit di operare, grida Graziani fuori di s. Ma Rahn,
freddo, gli fa notare che 10 mila uomini delle prime due divisioni
hanno gi disertato. E Graziani, subito rassegnato, ribatte flebil-
mente No, le diserzioni sono soltanto cinquemila.

IL COSTO DELLA VITA.
Il 21 ottobre '43 il ministro delle Finanze di Sal, Pellegrini, rie-
sce a far ritirare dalla circolazione i marchi d'occupazione tede-
schi; e alla fine dell'anno prevede una spesa globale per la piccola
Repubblica sui 200 miliardi. L'industria del nord dipende dai te-
deschi per i rifornimenti di carbone, petrolio e metalli nobili. Ma
gi dopo un anno di vita, alla fine del '44, l'affflusso di petrolio e di
carbone  ridotto drasticamente, anche a causa dei continui bom-
bardamenti e delle difficolt dei trasporti su strada o ferrovia. A
met del '44 la Fiat sforna ancora 760 autocarri (880 nel '40) e 680
autovetture (1950 nel '40), che per in ottobre si riducono rispet-
tivamente a 203 e a 220. In giugno si producono 24 carri armati e
63 trattori, che scendono il mese dopo a 12 e a 30; mentre la pro-
duzione mensile dell'acciaio, che in primavera era stata di 138 mila
tonnellate, in novembre precipita a 50 mila tonnellate. Alla Fiat il
presidente Valletta decide che nel caso si fosse costretti a licenziare
si dovranno risparmiare fino all'ultimo i lavoratori anziani, quelli pi
bravi, anteguerra. Parla delle maestranze operaie come se si trat-
tasse del caff, quello buono, caff-caff, di prima della tessera.
Nel luglio del '44, alla Falck, uno scapolo prende 1700 lire al
mese, un ammogliato senza figli 1892 lire, con un figlio 2012, con
due figli 2141. Ma per vivere lo stesso scapolo spende 1397; e un
ammogliato con un figlio 3302 lire, mille lire in pi del suo salario.
Tra l'agosto del '43 e l'agosto del '44 stipendi e salari sono aumen
tati del 50 per cento, i prezzi degli alimentari del 100 per cento. Un
paio di scarpe costa 2000 lire. Il caro vita raggiunge livelli impres-
sionanti: una bicicletta 12 mila lire, una cucina a gas 15 mila lire
una radio 7 mila lire, un quintale di carbone mille lire. Dopo la
conquista dell'Italia centrale, fino alla linea Gotica, da parte degli
alleati, nasce il problema del trasferimento degli impianti indu-
striali che ancora valga la pena di salvare sia dai bombardamenti
che dalla rapina dei tedeschi. E a fianco dei padroni del vapore e
degli imprenditori, questa volta si mobilitano per il salvataggio anche 
i comandi partigiani, che cooperano all'occultamento dei
macchinari in grotte, gallerie e in cascinali che vengono poi mura-
ti. Quanto ai disavanzi della povera finanza repubblichina, eccone
le cifre a guerra finita: 175 miliardi e 267 milioni per l'esercizio
'43-'44, 182 miliardi e 630 milioni per il '44-'45. Per tappare in parte 
i buchi, Sal stamper carta moneta per 110 miliardi e 181 milioni; 
e per le somme mancanti si far finanziare dalle banche, ossia dai 
poveri risparmiatori del secondo dopoguerra.

LA SOCIALIZZAZIONE.
Come tanti suoi vecchi camerati Mussolini  ammaliato dal ritorno 
alle leggendarie origini diciannoviste.  convinto che non  sua
la colpa di non aver realizzato i programmi dei giorni in cui era an-
cora un militante della sinistra operaia. No, la colpa  delle forze
del padronato, dei conservatori filomonarchici, dei borghesi pan-
tofolai, cio di tutti coloro che hanno fatto, semplicemente, il loro
mestiere. Sembra un Tecoppa redivivo. E si dice sicuro, ora che
quelle forze non ci sono pi (ma chi lo dice?) che la nuova repub-
blica sociale sapr ridare vita ai fantasmi di un tempo, ai sogni dei
vecchi compagni che non lo chiamano Duce, ma Muslin come
una volta, non gli danno del voi ma del tu. Insieme risusciteranno
l'economia socialista, un nuovo pi intransigente Stato corporativo, 
e faranno fuori una volta per tutte gli squali della reazione, i
pescicani che si nutrono del sangue dei lavoratori, gli antichi ste-
reotipi partoriti dalla mente arruffata del compagno Bombacci.
Solo che i tedeschi questa nuova scorciatoia della socializzazione
non riescono a mandarla gi, perch fa letteralmente a pugni con
la loro linea di politica economico-sociale in tempo di guerra. Ri-
forme? Ma via, lasceranno che quel simulacro socialistoide, quel
giocattolo ideato in extremis dal fascismo agonizzante venga s
promulgato, ma non che diventi realt. Il Fhrer ha gi fatto sape-
re a Rahn che i provvedimenti economico-sociali del Duce non ci
interessano. Il che, tradotto, significa: la faccenda non ci piace,
comunque pensiamo che non avr successo, sbrigatela tu, abbiamo 
altro a cui pensare, a noi interessa solo che la nostra grossa fetta 
di produzione italiana non venga minimamente decurtata, il resto  
affar tuo. Ma Mussolini tiene duro, insiste nel dichiarare che
Sal realizza i postulati del fascismo e getta le basi della nuova
economia destinata a migliorare le condizioni del popolo. Possi-
bile che creda che ci sia ancora qualcuno che resti affascinato da
questo bla bla di promesse?
Non ci credono certo gli operai che nel marzo del '44 incrociano
le braccia, rivelando per la prima volta l'influenza che il CLN  riuscito
a raggiungere nel guidare l'azione di massa contro il regime.
Dopo anni di letargo (e di manganellate, fisiche e sociali), tra gli
operai si  ridestata la coscienza di classe e, con essa, l'assopita vo-
glia di lotta.  escluso che possano credere alla pseudo rivoluzione
che vengono a proporgli i capibastone del nemico di classe. Questi
fascisti giurano che vogliono tornare alle origini socialiste. Ma alle
origini del fascismo, quando mai c' stato il socialismo? C'era stato, 
e loro se lo ricordano bene, il tradimento del socialismo. Dunque,
lo sciopero come risposta va bene. E infatti, stavolta non si
dice pi che lo sciopero, alla base, ha solo rivendicazioni economi-
che; si dice esplicitamente che ha scopi politici. L'astensione dal
lavoro ha dichiarati aspetti di lotta dura contro il tentativo di cor-
ruzione rappresentato dalla burletta della socializzazione procla-
mata nel febbraio '44. E i tedeschi, infatti, non fanno pi finta di
non capire. Il generale delle SS Zimmermann non ci pensa su tanto:
stipa 600 scioperanti nei vagoni piombati e li spedisce in Germania. 
Il colpo inferto alla neonata socializzazione sar devastante.
Da quel momento la gracile trovata dei neofascisti comincia a tra-
ballare. Un paio di mesi dopo, in estate, il tentativo disperato (e
forse, fino a un certo punto, anche sincero) di metter in piedi qual-
cosa che assomigli a un socialismo di destra,  gi in archivio. Lo si
rinvia, come la nuova Costituzione, a dopo la guerra. Ossia alle calende
greche.
Anche perch, al totale scetticismo e alla passivit degli operai
(passivit che si trasforma spesso in ostilit aperta), al larvato sa-
botaggio delle autorit tedesche, all'opposizione degli industriali
Italiani, si aggiunge adesso il colpo di grazia inferto dall'atteggia-
mento nettamente negativo espresso dagli svizzeri che hanno co-
spicui investimenti nelle industrie idroelettriche del Nord Italia. E
allora che cosa fu in conclusione la socializzazione fascista consa-
crata dal decreto legge del 12 febbraio 1944? Non un ritorno al so-
clalismo perduto, sostiene nel suo libro La Repubblica di Sal
Giorglo Bocca (di cui provo qui a riassumere il pensiero), ma solo
un'ipotesi di lavoro. Non una socializzazione del capitale, giacch 
la legge dice solo che la gestione  socializzata; e che le
aziende restano di propriet privata, ma con una limitazione 
degli utili. Solo che, obietta Bocca, il capitalismo o lo si lascia fare
o lo si annienta. Limitarne gli utili  un non senso... significa limi-
tarlo, controllarlo, condannarlo a una terza via che non esiste
Anche Rahn non riesce ad afferrare bene di che cosa si tratti; e secondo 
il console generale tedesco Moellhausen  un progetto che
comunque, non porr alcun problema serio di applicazione prima
della fine della guerra. Infatti, quell'esimio esemplare di canaglie-
sca intelligenza politica che  Goebbels, si dichiara tranquillissimo: 
Al momento cruciale i fascisti abbandoneranno il loro radicalismo 
e lo neutralizzeranno con una buona dose di rispettabilit borghese. 
E Mussolini si affretta a suggellarne l'opinione precisando
che la parola socialismo pu anche circolare, ma a un patto: che non
serva a far passare merce di contrabbando e nostalgie marxiste.
Il successo imponente degli scioperi del marzo '44, che non sono
certamente opera di una minoranza di fanatici in buona fede,
come sostiene personalmente il Duce in un volantino distribuito
dai fascisti nelle fabbriche, decreta praticamente la morte della
socializzazione. Basta a dimostrarlo il fatto che in quei giorni
l'Avanti! diffonde 40 mila copie, l'Unit altre 40 mila e la sinistra
riesce a far incrociare le braccia a mezzo milione di lavoratori. Se
avessero potuto sarebbero scesi in piazza anche gli industriali, che
non avevano mai preso sul serio quella farneticazione; tanto pi
che da quando i sovietici hanno fermato Hitler a Stalingrado e gli
americani hanno messo piede in Mediterraneo, gli imprenditori
sono pi che certi che la fine ormai sia solo una questione di tempo. 
In una situazione del genere, il rapporto sugli industriali italiani 
che i fascisti, da sempre affetti da provincialismo congenito, in-
viano al loro Duce  semplicemente disarmante. Dice il rapporto
che i capitalisti nostrani sono rimasti legati al capitalismo mondiale
combattuto dalle Potenze del Tripartito. Il che  anche esatto. Giacch 
il capitalismo non differisce granch, sul piano strategico, da un
paese all'altro, da una sua variante all'altra; e quindi la loro risposta
alla socializzazione non pu non essere ancor pi negativa, se possi-
bile, di quella dei lavoratori (che l'hanno gi liquidata  un'impostura,
uno specchietto per le allodole). Anzi, in non poche occasio-
ni,  una risposta perfino diretta a sabotarne la realizzazione; di
pi, a foraggiare contemporaneamente le organizzazioni clandestine, 
non escluse quelle comuniste. Nelle direttive al professor Valletta, 
il vecchio Agnelli non si periter di suggerire: Contrarre la pro-
duzione senza scendere sotto il minimo tollerabile. Aiutare i parti-
giani, sia assumendoli sia finanziandoli in larga misura. Quando
la lotta di classe si fa pi dura, occorre far buon viso a cattivo gioco.

ULTIMI FUOCHI.
Roma fu liberata dagli alleati nel giugno del '44, quattro mesi
dopo lo sbarco ad Anzio e due mesi dopo che l'attentato gappista
al battaglione Bozen, in via Rasella, con 32 soldati tedeschi uccisi,
provocasse la rappresaglia atroce delle Fosse Ardeatine, con 335
ostaggi massacrati. Il pomeriggio del 4 giugno avanguardie della IV
Armata del generale Clark entrano nella capitale e Mussolini, a
Gargnano, decreta in segno di lutto la chiusura di cinema e teatri
per tre giorni. Due giorni dopo, il 6 giugno, cinque divisioni alleate
sbarcano sulle coste della Normandia, dando inizio all'assalto della 
fortezza europea. Un devastante uno-due al mento, che provoca 
nel vacillante regime repubblicano un trauma molto vicino al
knock out. L'ormai scarsissima fiducia nella vittoria finale si illan-
guidisce del tutto nelle file nazifasciste, mentre di contro nuovo vi-
gore viene impresso all'offensiva crescente delle forze ribelli. Ma
una terza, crudele, conseguenza della caduta di Roma  l'imme-
diato imbarbarimento dello scontro, che trova sfogo nel processo
agli ammiragli Campioni e Mascherpa, solo colpevoli di aver ce-
duto al nemico nel settembre 1943 alcune isole del Dodecaneso
obbedendo agli ordini di Supermarina, di Badoglio e del sovrano.
Il segno emblematico dell'obnubilamento di ogni residuo senso di
clemenza e di piet  l'atteggiamento del Duce che, mentre si era
mostrato riservato e neutro durante il processo di Verona, adesso
invece interviene duramente per chiedere la condanna capitale
per entrambi gli ufficiali, pena che verr debitamente pronunciata
ed eseguita.
Per effetto dello choc psicologico provocato dagli avvenimenti
del giugno, la situazione si aggrava rapidamente. Nell'Italia cen-
trale, mentre gli alleati avanzano celermente verso Bolsena, Siena
e Grosseto, lo sfarinamento del regime diventa inarrestabile. I primi 
a squagliarsi (con le armi) sono stavolta gli ultimi residui del-
l'Arma dei carabinieri e, da essi contagiati, i militi della Guardia
repubblicana e gli ultimi reperti del cosiddetto esercito di
Graziani; a loro volta seguiti (ma anche, qui e l, preceduti) da
neosquadristi, neo federali e altri gerarchi e gerarchetti di Sal.
All'isola d'Elba un intero battaglione passa al nemico, sfilando
con bandiera e banda militare in testa. L'ultima gracile impalcatura 
del regime si sta sfaldando e la ritirata, inesorabilmente, si tra-
muta in cedimento politico generalizzato. La perdita di tutta la
Toscana, e in particolare di Firenze  un'ulteriore mazzata al morale 
periclitante dei nazifascisti.
All'opposto, la Resistenza rincuorata scende dalle alte valli e dal-
le basse colline, arriva nei centri pedemontani, fonda le prime re-
pubbliche libere. Mussolini, scambiando sempre pi i sogni con
la realta, trova ancora la forza per incitare i fascisti contro la
Vandea monarchica, reazionaria, bolscevica. E la realt  che
non esiste pi, ammesso che ci sia mai stato, un esercito repubbli-
cano fascista; ed  ormai assolutamente rischioso ricorrere a nuove 
chiamate alle armi, giacch l'ultima si  rivelata un errore fatale
e ha portato solo all'aumento dei fuorilegge. Il capo partigiano
Moscatelli, a dileggio, fa affiggere sui muri dei borghi e delle cittadi-
ne manifesti che implorano: Per favore non fate pi richiami, i
nostri ranghi sono al completo.
A Torino, una squadra di partigiani riesce a infilarsi dentro la
Fiat e a portare via, senza colpo ferire, diciotto autocarri. E la sen-
sazione che sia imminente un altro sciopero generale a carattere
insurrezionale in tutta la Padania, dal Piemonte al Veneto, cresce
di giorno in giorno. Di fronte all'aggravarsi della cancrena, alla
fine di giugno Mussolini ricorre all'u1tima arma a disposizione: il
decreto che autorizza la militarizzazione del partito e crea la nuo-
va forza repressiva da tempo reclamata da Pavolini, le Brigate
nere, corpo ausiliario delle camicie nere composto dalle squadre
d'azione. Il vertice neofascista risponde cos al crescere dello
sconcerto, intensificando il terrore. Il 10 agosto 1944, come ritor-
sione a un'azione dei GAP milanesi alla Stazione centrale, nella
quale rimangono uccisi alcuni militari tedeschi, il generale Teusfeld
delle SS ordina ai militi della Muti di fucilare sulla pubblica piazza
15 antifascisti rinchiusi a S. Vittore. L'ordine verr eseguito lo stes-
so giorno, a piazzale Loreto. I tagliagole di turno, dopo il massacro,
abbandonano i cadaveri insepolti sul lastrico, a intimidazione dei
passanti. Ma i tedeschi che ancora tengono duro sulla linea Gotica
e nelle cittadine romagnole non si lasciano pi impressionare da
questi ultimi soprassalti di energia da parte dei fascisti. Il marescial-
lo Kesselring, dopo l'episodio dell'Elba, non vuole pi avere niente 
a che fare con militari italiani di qualsiasi tipo e formazione. E
uno dei suoi ufficiali, il colonnello Heggenreider, dice con spietata
asciuttezza: Un popolo a cui  stata messa davanti agli occhi la
prospettiva della pace non  pi capace di portare le armi, solo di
essere sfruttato per lavoro.

L'ATTENTATO A HITLER.
Il 15 luglio il Duce parte da Gargnano per visitare le 4 divisioni
italiane in fase finale di addestramento in Germania. Mussolini 
accompagnato da Graziani, da Rahn, dal figlio Vittorio e dall'ambasciatore 
a Berlino Anfuso. Il viaggio, in treno speciale, si svolge
tra continui attacchi aerei ai nodi ferroviari attraversati dagli ospi-
ti, in mezzo al rombo delle esplosioni e al crepitio delle contraeree
germaniche. Nei campi di addestramento il Duce e il suo seguito
sono accolti da scene di esultanza da parte delle giovani reclute,
che vedono avvicinarsi la data del sospirato ritorno in patria. Il
viaggio doveva concludersi il 20 luglio con l'incontro tra Mussolini
e Hitler alla Wolfschanze, la tana del lupo, a Rastenburg; ma
mentre il treno speciale del Duce, nel pomeriggio, si sta avvicinando 
alla meta, viene improvvisamente fermato nella stazioncina di
Gorlitz e parcheggiato su un binario morto. Finalmente, dopo una
congrua sosta, il convoglio viene lasciato proseguire lentamente,
con tutti i finestrini abbassati, fino allo scalo dove sta aspettando il
Fhrer col suo seguito generalizio. Hitler, avvicinatosi a Mussolini
che sta scendendo dal treno, gli annuncia in tono concitato:
Duce, poco fa mi  stato lanciato contro un ordigno infernale. Il
braccio levato nel saluto nazista  ancora percorso da un lieve tre-
more, ma Hitler lamenta solo qualche scalfittura. Durante i ner-
vosi colloqui che hanno luogo nelle ore successive, il Duce riesce,
approfittando della confusione che ancora regna nel quartier ge-
nerale tedesco, a ottenere da Hitler il rientro immediato in Italia
di due delle divisioni appena visitate. Hitler  visibilmente distratto 
e interamente assorbito dal compito di organizzare la repressione 
feroce e immediata della cospirazione.  evidente che pensa
che il modo pi spiccio di sbarazzarsi degli ospiti italiani sia di con-
cludere al pi presto i colloqui. Cos presta poca attenzione agli
argomenti in discussione e si affretta a chiudere la riunione. Le
sue ultime parole a Mussolini sono: Io so che posso contare su di
voi e vi prego di credermi quando dico che vi considero il mio amico 
migliore, anzi l'unico al mondo. Nel viaggio di ritorno Musso-
lini e seguito ascoltano dalla radio l'annuncio ufficiale del fallito
complotto del 20 luglio. Sembra che il confronto inevitabile con il
colpo di Stato (riuscito) del 25 luglio 1943 a Roma, sia stato al cen-
tro della conversazione tra i viaggiatori; e che abbia costituito un
non piccolo motivo di conforto per il Duce che (come scrive lo storico 
inglese F.W. Deakin), dopo tante umiliazioni subite ad ope-
ra dei tedeschi... sent che l'incontro era avvenuto in un clima di
tradimento perpetrato dai circoli militari e politici tedeschi.
Verso la met di agosto del '44 le armate sovietiche, dopo esser
penetrate negli Stati baltici, stanno avanzando lungo la Vistola. Il
23 del mese, lo stesso giorno della liberazione di Parigi, il re Michele 
di Romania, dopo aver cambiato anche lui casacca, dichiara
guerra alla Germania e, una settimana pi tardi, accoglie caloro-
samente le truppe del generale Malinowski che entrano a Buca-
rest, inducendo di l a poco anche la Bulgaria a ritirarsi dalla guerra. 
Il fronte balcanico sta crollando e i sovietici, entrati nella pianura 
danubiana, si spingono verso il cuore dell'Europa centrale.
La resa incondizionata chiesta dagli alleati fin dal vertice di 
Casablanca aveva decretato la liquidazione non solo del nazionalsocialismo 
e la punizione dei criminali del regime hitleriano ma lo
smantellamento dello Stato nazionale bismarckiano. A Hitler non
sarebbe stato permesso, stavolta, di sacrificarsi per la salvezza del
suo popolo andando in esilio, come aveva fatto Guglielmo.
Esigendo la resa senza condizioni, le Potenze occidentali intende-
vano evitare che i tedeschi si rifugiassero una seconda volta nella
leggenda della pugnalata alla schiena. Ma Hitler continu fino al-
l'ultimo a intestardirsi nella ricerca di una riscossa attraverso tutta
una serie di effimeri successi militari parziali ancora dopo il giugno
del '44, quando il contenimento dello sbarco in Normandia
era fallito, l'Armata rossa aveva gi praticamente spazzato via il
fronte orientale e in Italia gli angloamericani avevano quasi rag-
giunto la linea Gotica. Anzi, ancora in dicembre, il Fhrer decider 
di giocare il tutto per tutto nell'ultima offensiva delle Ardenne
e la fuggevole conquista di Bastogne, che si rivel un ennesimo
fuoco di paglia.
Negli ultimi mesi del '44 anche il movimento operaio in Italia
rompe gli indugi. A partire dal settembre si susseguono senza in-
terruzione agitazioni, sospensioni dal lavoro, proteste, sabotaggi
che nessuna promessa di aumenti salariali riesce pi ad arginare.
In novembre le ore di sciopero sono 72 mila alla Fiat Mirafiori, 32
mila alla Grandi Motori, 15 mila al Lingotto. Il 19 ottobre Mussolini
convoca a Gargnano il giornalista Giorgio Pini, antemarcia di Bologna. 
Nel Ventennio Pini  stato redattore capo del Popolo d'Italia, 
ha diretto la Gazzetta di Genova, il Gazzettino di Venezia, e ora
 direttore del Resto del Carlino. Nella Repubblica di Sal Pini mi-
lita nella corrente dei moderati, contraria a Pavolini, a Farinacci e, 
soprattutto, a Buffarini-Guidi. Mussolini lo nomina sottosegretario 
agli Interni e gli affida l'incarico di svolgere un'indagine
nelle province della RSI per poi riferirne direttamente a lui stesso.
Pini si mette al lavoro in novembre e da ogni provincia ispezionata
invia un rapporto sincero e approfondito sulla reale situazione po-
litico-sociale delle contrade e dei centri pi importanti. Il quadro
che si ricava dalla sua inchiesta  impressionante: lo Stato repub-
blicano  poco pi di una larva, la piccola Repubblica di Sal  in
fase preagonica. Molte plaghe sono quasi tornate allo stato pasto-
rale, molte amministrazioni locali sono alla merc dei sedicenti al-
leati, i tedeschi; i quali ovunque esercitano il poco potere ancora a
loro disposizione e tengono in totale dispregio i nativi; mentre,
d'altro canto, i partigiani controllano la montagna e, in pianura,
anche buona parte delle campagne. I padroni delle ferriere, i
capitalisti e gli imprenditori, stanno arrampicandosi in fretta e fu-
ria sul carro del vincitore e le popolazioni, umiliate e perseguitate
da ogni lato, hanno ormai una sola speranza: che la fine arrivi pre-
sto, e a qualsiasi prezzo. Che cosa suggerisce il povero Pini, a con-
clusione della ispezione? La sua risposta, leale e schietta, non
servir pi a nulla: Il popolo italiano non si doma col bastone...
Libert di stampa. Elezioni sindacali.... Chimere. Sogni, che re-
steranno nel cassetto. Come quelle enunciate tanti anni prima, nel
diciannove... E gi allora, sotterrate subito, poche settimane dopo.

IL PRINCIPIO DELLA FINE.
Finalmente Alessandro Pavolini ha le mani libere e pu scatena-
re le sue Brigate nere. Bene equipaggiati dai tedeschi, con auto-
blindo, armi automatiche e mezzi di trasporto, i brigatisti si sob-
barcano l'onere e l'onore delle operazioni pi dure e infami contro 
i banditi, abbandonandosi a eccessi (interi paesi dati alle
fiamme, percosse, saccheggi, torture, esecuzioni sommarie) che
presto indurranno podest, capi delle province, vescovi, e perfino
tedeschi, a protestare contro metodi che valgono ormai solo a rin-
focolare l'odio nelle popolazioni. Finch sar addirittura lo stesso
capo supremo delle SS in Italia, Karl Wolff, a bloccare lo scempio
rifiutando la benzina ai brigatisti pavoliniani. C' da non crederlo
ma il richiamo alla misura e alla prudenza arriva da quegli stessi
che, risalendo la penisola, hanno lasciato dietro di s una scia di
eccidi e devastazioni che hanno nome Fosse Ardeatine, S. Anna di
Stazzema, Boves, Marzabotto. Qui, alle porte di Bologna, alla fine
di settembre, gli uomini del maggiore Reder hanno massacrato
1830 civili, tra cui donne e bambini. Forse le tigri si sono trasfor-
mate improvvisamente in agnelli? No, ma Wolff ha ormai deciso
che  giunta l'ora di intavolare trattative con gli alleati, ha preso
qualche contatto con emissari delle potenze occidentali in Svizzera 
e pensa che, d'ora in avanti sia prudente comportarsi meno selvaggiamente.
In dicembre, quando von Rundstedt ha sfondato le linee alleate a
Bastogne nella speranza di arrivare fino ad Anversa, una tenue
speranza si  riaccesa nelle file fasciste e qualcuno ora lancia l'idea
di far tenere al Duce un discorso a Milano per rincuorare la gente.
Mussolini, sulle prime contrario, alla fine si lascia convincere e il
16 dicembre si rivolge a un migliaio di fedelissimi, opportunamente 
mobilitati, prima in piazza S. Sepolcro e poi dentro e fuori il
Teatro Lirico, ricorrendo a toni enfatici e melodrammatici: Non si
torna in questo luogo senza essere afferrati da un intimo, irresistibile
senso di emozione. Questa piazza  legata a un avvenimento non
della storia italiana, ma mondiale. E rincarando le dosi di ro-
boante bellicismo, promette ai cari camerati che Milano deve
dare e dar gli uomini, le armi, la volont e il segnale della riscossa
L'effimera euforia che il discorso indubbiamente cre venne presto 
dissipata dall'incalzare degli avvenimenti. E anche per le cami-
cie nere milanesi, come per tutti gli altri fascisti del nord, via via
che la fine si avvicina, pi frenetica si fa la corsa non alle armi, ma
all'ultima salvezza, alla via di scampo pi sicura. Alcuni pensano al
Friuli, altri al Cadore o alla Carnia; chi alle prealpi venete, chi alla
Valtellina. I tedeschi propongono Merano, al riparo dello Stelvio.
Ma Giorgio Pini, arrivato lass in ispezione, aveva trovato la zona
gi saldamente in mano ai partigiani: Tremila ribelli sulle montagne 
e tremila fascisti nel fondovalle. Niente da fare. Il generale
Diamanti, pi saggiamente, propone di chiudersi nel Castello Sforzesco 
e l attendere l'arrivo degli alleati. Ma Mussolini, che non ha
pi testa, risponde: No, dobbiamo morire combattendo... Morir 
cos senza combattere.
Nei primi giorni del '45, grazie alla nuova offensiva delle forze
sovietiche, il fronte orientale si sposta dalla Vistola all'Oder. I russi 
invadono l'Alta Slesia, si attestano a soli 60 chilometri da Berlino 
e sono gi alle porte di Budapest; mentre gli americani, ristabi-
lita la situazione dopo l'ultima controffensiva tedesca, stanno
avanzando verso il confine del Reno. A Berlino, Himmler e i suoi
accoliti hanno cominciato a cercare una soluzione per metter fine
alla guerra almeno sul fronte italiano, approfittando anche del ral-
lentamento delle operazioni militari intervenuto col sopraggiungere 
dell'inverno, quando le avanguardie angloamericane erano
quasi giunte ai sobborghi di Bologna, senza purtuttavia occupare
la citt. Infine, dal 4 all'11 febbraio Yalta, stazione balneare e ter-
male della Crimea fin dai tempi dello Zar,  teatro della Confe-
renza alleata che avrebbe determinato il corso della storia mondiale 
nel mezzo secolo successivo.
Il Comitato di liberazione nazionale (CLN), nel frattempo, ha gi
emanato un decreto che sbrigativamente ordina: I membri del
governo fascista e i gerarchi fascisti sono puniti con la pena di
morte e, nei casi meno gravi, con l'ergastolo. Ma Mussolini, a soli
due mesi dalla catastrofe finale, spedisce quel suo buono e solerte
figliolo che gli fa da segretario, Vittorio, dal cardinale Schuster
per cercare di intavolare in extremis una trattativa con gli alleati,
sulla base di proposte che rasentano lo schizoidismo, del tipo: 
l'ordine pubblico rester affidato all'esercito (!) della Repubblica, i
partigiani saranno disarmati (!) prima dei fascisti, no a processi e a
epurazioni, assicurazione sulla sorte dei militari di Sal. La risposta,
che arriva tramite la Santa Sede,  quella nuda e cruda che si
conosce gi da mesi: nessuna trattativa, resa senza condizioni. E
mentre tutti trattano, capi e subalterni, o cercano una qualsiasi
via di scampo, anche i tedeschi prendono contatti ad altissimo 1i-
vello. Wolff, l'8 marzo, accetta d'incontrare il capo del servizio se-
greto americano, Allen Dulles, in Svizzera e, come prova di buona
volont fa liberare Ferruccio Parri, uno dei capi della Resistenza
caduto nelle mani della polizia tedesca. Ma occorreranno altri due
mesi per arrivare alla conclusione dei negoziati.
Mussolini, dal canto suo, riunisce il 16 aprile l'ultimo Consiglio
dei ministri a Gargnano e annuncia il trasferimento del governo a
Milano, suscitando allarme e costernazione fra i tedeschi. Rahn
cerca invano di persuaderlo di restare sul Garda o a trasferirsi a
Merano, sulla strada del Brennero. Il Duce gli risponde che se la
guerra  perduta preferisce morire su suolo italiano; e che comunque, 
se necessario, da Milano avrebbe sempre potuto aprirsi una
strada per Sondrio attraverso la Valtellina e l organizzarvi l'estremo 
ridotto difensivo. Il 18 aprile, alle 7 di sera, Mussolini lascia il
Garda con un convoglio di 5 auto, un furgone di bagagli e un distac-
camento di scorta. Giunto a Milano, si installa nella prefettura di
via Monforte, a due passi dall'Arcivescovado e dal cardinale Schu-
ster. Mancano cinque giorni alla caduta della citt nelle mani dei
partigiani. Il Duce nutre ancora propositi bellicosi? O  rassegnato? 
Da quel momento, nessuno sar pi in grado di appurarlo;
nemmeno l'ambasciatore Rahn, che la mattina del 20 aprile fa
un'ultima visita al Duce, in occasione del cinquantaseiesimo 
compleanno del Fhrer.
Si sta avvicinando una data cruciale, un momento storico: la fine
della guerra civile iniziata dal fascismo non l'8 settembre del 1943,
bens ventuno anni prima, nel 1920. Dopo vent'anni di Partito na-
zionale fascista e venti mesi di Repubblica sociale italiana, non c'
pi spazio per trattative, compromessi, mediazioni, scappatoie
dell'ultima ora. Pattuglie avanzate angloamericane stanno attra-
versando il Po. Ma Mussolini saggia un'ultima possibilit: l'ap-
proccio con la nuova generazione di leader socialisti che operano
ai vertici della Resistenza. Il 23 aprile qualcuno stende la bozza di
una lettera a nome del Duce, ma non da lui firmata, da consegnare
in copia, senza indugio, al gruppo dei membri socialisti del CLNAI,
il Comitato di liberazione nazionale Alta Italia, in cui Mussolini
offre la resa sua e dei suoi, ponendo alcune condizioni. La risposta
dei compagni Sandro Pertini e Riccardo Lombardi  sferzante: Il
testo non  stato preso nemmeno in considerazione
Frattanto a Berlino, nel bunker della cancelleria, gli ultimi giorni
non sono meno drammatici. Nel giorno del suo compleanno Hitler 
conferisce la Croce di ferro ad alcuni ragazzi che portano il
suo nome, mentre i berlinesi subiscono un devastante bombarda-
mento aereo angloamericano e le punte corazzate del Fronte ucrai-
no si spingono fino a Zossen, a sole 20 miglia da Berlino. Il 22 aprile 
ha luogo l'ultima importante riunione sulla situazione militare,
presieduta dal Fhrer, il cui stato fisico, aggravato dall'abuso di
droghe e medicinali,  prossimo al collasso. Nel corso della riunione 
Hitler ha un cedimento nervoso e, per la prima volta, d per
persa la guerra, addossandone la responsabilit ai traditori che
lo circondano da anni e comunicando la sua decisione di uccidersi;
ma aggiungendo che la capitolazione di Berlino e della Germania
non rientra ancora nei suoi piani.
Il 27 aprile, giorno precedente l'esecuzione di Mussolini, andarono 
perdute Potsdam e Spandau. Il sipario sta calando definitiva-
mente e il Fhrer decide di sposare Eva Braun, la sua donna, che
era arrivata alla Cancelleria fin dal 15 aprile, rifiutandosi poi di la-
sciare Berlino. Il matrimonio ha luogo nel bunker, a tarda sera del
28 aprile, giorno della morte del Duce, in un'atmosfera spettrale.
Il giorno dopo Hitler redige il suo testamento personale e politico,
nominando il grand'ammiraglio Karl Doenitz suo successore nella
carica politica di presidente del Reich e di Goebbels a Cancelliere.
In pari tempo ordina la cattura sia di Goering, che pochi giorni
prima aveva inviato da Berchtesgaden un radio messaggio in cui si
diceva pronto a succedere a Hitler, richiamandosi alla circostanza,
prevista fin dal '41, che il Fhrer si trovasse tagliato fuori da ogni
possibilit di azione autonoma; sia di Himmler, che nelle stesse
ore aveva offerto la capitolazione del fronte occidentale agli angloa-
mericani attraverso la mediazione svedese del conte Bernadotte.
L'ufficiale di collegamento di Himmler presso il Fhrer, il Gruppen-
fhrer delle SS Fegelein, scoperto in abiti civili e giudicato complice 
di Himmler, viene giustiziato nel cortile della Cancelleria.
Il 30 aprile mattina il Comando supremo dalla Wermacht comunica 
via radio che Berlino  ormai indifendibile. Verso mezzogiorno 
reparti del 380esimo, 674esimo, 756esimo reggimento sovietici prendono 
d'assalto il Reichstag e alle 14,25 issano la bandiera rossa sulla cupola
dell'edificio. Alle 15,30 Hitler ingerisce due capsule di cianuro e si
spara, mentre la Braun si avvelena. Poi due aiutanti delle SS ne
bruciano i cadaveri nel giardino della Cancelleria. Nelle prime ore
del 2 maggio, il maggiore Weidling, comandante delle forze di re-
sistenza di Berlino, accetta finalmente la richiesta di resa incondi-
zionata sottopostagli dal generale russo Cujkov, che entra in vigore
alle 15 dello stesso giorno.

FUGA E MORTE DI MUSSOLINI.
A Milano, il 21 mattina, arriva la notizia che i tedeschi in rotta
hanno gi abbandonato Pavia. In via Monforte, Graziani si dice
convinto che gli alleati, se solo accelerassero un po', potrebbero
essere qui domani. Ma il panico vero e proprio esplode il 23
quando i milanesi apprendono che gli angloamericani sono entrati
a Parma, Cremona e Mantova, mentre in citt si sparge la voce che
al Comando delle SS stanno bruciando gli archivi. Mussolini sem-
bra trasognato, vive un uno stato semilarvale, non mangia e non
dorme quasi pi. Mentre le ultime Brigate nere evacuano Piacenza 
sotto la pioggia, i tedeschi intimano al ministro delle Finanze
Pellegrini di versare loro, in anticipo, l'assegno mensile di 12 miliardi 
per il mese di aprile, altrimenti le SS preleveranno la somma di-
rettamente dalle banche. Dalla Svizzera arriva la conferma che le
autorit elvetiche non vogliono sentir parlare di visti per Mussolini 
e la sua famiglia, tutt'al pi sono disposte a concedere, ma vaga-
mente, un eventuale asilo, ma senza impegni. Il 25 aprile l'arci-
vescovo Schuster comunica finalmente a Mussolini che il CLN ha
accettato di incontrare il Duce per le cinque del pomeriggio. Quando 
entra nello studio del cardinale, Mussolini, svegliandosi all'im-
provviso dal sopore in cui  caduto negli ultimi due giorni, chiede
con tono arrogante al democristiano Marazza: Che cosa ha da
propormi?. Imperturbabile, Marazza risponde: Solo una cosa:
la resa immediata. Il colloquio finisce l. Indignato, Mussolini la
scia l'Arcivescovado, promettendo di dare una risposta entro
un'ora e torna in via Moscova. Non si rifar vivo n entro un'ora
n mai.  probabile che ancora non si renda conto di essere sol-
tanto uno sconfitto, e niente pi. Esita a lasciare Milano, a partire
per Como come molti gli suggeriscono.  curioso, ma tra i gerarchi 
che lo attorniano in quel frangente l'unico che si mostri all'altezza 
del momento  Buffarini. Al figlio che, disperato, lo esorta a
fuggire, a eclissarsi senza porre pi indugio, risponde: Ma come
fa uno a lasciare il tavolo del poker quando sta perdendo?.
A Milano  gi il crepuscolo. Pavolini insiste: Duce, bisogna andare.
Tutto  pronto. E alle 8 di sera Mussolini si decide. Il con-
voglio delle auto, con a bordo i fuggiaschi, non ha ancora imboccato 
la strada per Como che in citt si scatena il si salvi chi pu.
Mezz'ora dopo Mussolini arriva alla prefettura di Como, che  gi
in pieno marasma. Ha con s due borse di cuoio. Mentre apre una
delle borse, l'ex ministro Tarchi intravede (con i miei occhi) una
lettera di Churchill, scritta alla vigilia dell'entrata in guerra del-
l'Italia, nella quale lo statista britannico dichiarava di comprendere
la decisione di Mussolini, in quanto avrebbe potuto moderare al tavolo 
della pace la tracotanza di Hitler, se fosse risultato vincitore.
Ma chiss poi se Tarchi ha davvero visto e letto bene. Comunque
una delle due borse contenente i documenti pi scottanti sembra 
sia stata poi passata alla Claretta Petacci, che avrebbe dovuto
consegnarla a sir Clifford John Norton in Svizzera, se la donna fosse 
riuscita a varcare il confine insieme al fratello Marcello, come
progettato. In realt, a questo punto, ai servizi segreti inglesi inte-
ressava ben poco la sorte finale del Duce; tanto  vero che non in-
sisterono a fondo per farsi consegnare Mussolini, dopo che i parti-
giani lo ebbero fermato a Dongo. Li interessava soltanto il cosid-
detto carteggio segreto sui compromessi tra Mussolini e
Churchill. Si trattava dell'arma di ricatto (ma chissa poi se davvero
segreta e rivelatrice di eventuali agreements, come si e vocife-
rato) che il capo dei fascisti possedeva per far assolvere l'Italia
alla conferenza della pace. A parte il fatto che il tutto si muove su
uno sfondo fantascientifico difficilmente credibile, si presume che
il carteggio sia andato alla fine disperso nel trambusto al momento
della cattura, e che lettere e documenti, siano tornati in un modo
o nell'altro, in mano inglese.
Chi scrive ritiene che la storia della Repubblica Sociale fascista
debba finire a questo punto, lasciando il campo alla semplice cro-
naca delle ultime ore del suo capo. Una cronaca di cui, negli ultimi
50 anni, sono state date svariate versioni dai numerosi testimoni
che l'hanno (o dicono di averla) vissuta, nonch dagli ancor pi
numerosi cronisti che l'hanno raccontata. Per cui, sar sufficiente
fissare alcuni punti focali della fine dell'avventura, trascurando le
molte mezze verit o approssimazioni introdotte successivamente
nella vicenda ultima da testimoni, in un modo o nell'altro e in
diversa misura, interessati. Per quanto ci riguarda, noi ci atter-
remo per grandi linee alla narrazione che di quelle ore ha fatto il
teste principale: il colonnello Valerio, l'uomo cio che, su ordine
del Comitato di liberazione nazionale e con l'assistenza di un paio
di garibaldini della 52esima Brigata, prelev Mussolini e la Petacci a
Dongo e giustizi il Duce e la sua donna in localit Giulino di
Mezzegra. Ecco il compendio tacitiano, rigoroso, non inquinato
da cedimenti alla spettacolarizzazione, di quell'epilogo.
La colonna fascista partita da Milano la sera del 25 aprile, giunta
a Como, vi aveva pernottato. La mattina del 26 Mussolini si era re-
cato insieme al resto dei gerarchi fuggiaschi a Menaggio, dove nel-
la notte era transitata una colonna motorizzata di 200 tedeschi
della Luftwaffe, comandata dal tenente Fallmeyer, in ritirata verso 
nord. Il maresciallo Graziani, invece se n'era tornato a Cernobbio, 
dove si era imbattuto fortunosamente in alcune macchine militari 
battenti bandiera americana, costituendosi agli occupanti
delle stesse. La mattina del 27, i repubblichini fuggiaschi insieme
al Duce si erano accodati alla colonna di automezzi tedeschi in ri-
tirata, formando una carovana in testa alla quale si era posta l'au-
toblindata di Pavolini e composta di 38 fra macchine e autocarri.
L'itinerario previsto era seguire la sponda sinistra del lago, quindi
aggirarlo a nord per poi entrare in Valtellina, arrivare a Merano e
da l raggiungere l'Austria attraverso il Brennero.
Quel giorno, fra i due paeselli di Musso e Dongo operava la 52esima
Brigata Garibaldi comandata da Pedro (Pier Bellini Delle Stelle)
con commissario politico Pietro Gatti (Michele Moretti). I parti-
giani di Musso avevano sbarrato la carreggiata a nord del paese
con una trave e dei sassi; quelli di Dongo con una barricata di ma-
cigni del parapetto stradale, tronchi d'albero e cavalli di frisia
Alle 6,50 del 27 aprile due garibaldini di guardia a sud di Musso
odono i motori della colonna tedesca in avvicinamento e si na-
scondono tra i cespugli. Appena la colonna  passata, sparano al-
cuni colpi in aria in segno di avvertimento per i compagni appostati 
a nord del paese. Quando l'autoblindo di testa giunge al primo
sbarramento deve fermarsi, mentre il resto dell'autocolonna serra
sotto. Poco prima, dentro l'autoblindo di Pavolini si sono rifugiate
un'altra decina di persone, tra cui Mussolini, Bombacci, Uttimpergher, 
Barracu. In quel punto la strada  addossata da un lato
alla roccia, dall'altro a uno strapiombo sul lago. I tedeschi, sebbene 
bene armati, sono paralizzati dall'indecisione: il loro obiettivo
 solo quello di tornare a casa senza incidenti. Chiedono subito di
parlamentare con il comandante dei partigiani. Il comandante Pedro, 
subito accorso, fa sapere che l'autocolonna pu proseguire
fino alla piazza di Dongo, dove si sarebbe accertato che nell'autoblindo 
e negli altri mezzi non fossero nascosti italiani, civili o militari. 
Nel frattempo, Mussolini, travestito da militare tedesco, era
sceso dall'autoblindo ed era risalito, inosservato, su un camion
della colonna. Altri fascisti, che si erano alla loro volta eclissati
prendendo alcuni sentieri su per la montagna, vengono pi tardi
rastrellati e rinchiusi da partigiani e abitanti di Musso nei locali
della scuola di Musso: fra di loro ci sono Goffredo Coppola, rettore 
dell'Universit di Bologna e presidente dell'Istituto nazionale
di cultura fascista, Nicola Bombacci, pubblicista, Francesco Maria
Barracu, colonnello, Vito Casalinuovo, colonnello, Idreno Uttimpergher, 
Commissario Triumvirato fascista della Venezia Giulia,
Alessandro Pavolini, ministro segretario del Partito Fascista Re-
pubblicano, Ernesto Daquanno, direttore dell'agenzia Stefani,
Romano Ruggero, ministro dei Lavori Pubblici, Luigi Gatti, prefetto, 
Ernesto Nudi, ufficiale di polizia, Pietro Calistri, capitano pilota,
Augusto Liverani, ministro delle Comunicazioni, Paolo Zerbino, mi-
nistro dell'Interno, Fernando Mezzasoma, ministro della Cultura
popolare; e con loro, autisti e poliziotti vari al seguito dei gerarchi.
Nel momento in cui i tedeschi vengono lasciati proseguire verso
la piazza di Dongo l'autoblindo di Pavolini si mette a mitragliare a
destra e a sinistra, scatenando la reazione dei garibaldini. Colpita
alle ruote anteriori dalle bombe a mano dei partigiani, dalla porta
anteriore dell'automezzo schizza fuori lo stesso segretario del partito 
fascista che, bench ferito a un braccio, cerca scampo tra i cespugli 
della sponda, seguito da altri gerarchi; ma acciuffato da altri par-
tigiani subito intervenuti, viene subito portato con gli altri fuggiaschi
a Dongo, dove  gi iniziata l'ispezione degli automezzi tedeschi.
Il garibaldino Giuseppe Negri, salito per un ultimo controllo su
un camion gi visitato da altri compagni, scorge rannicchiato in
fondo all'autocarro, semicoperto da un mucchio di mantelline militari, 
un uomo con indosso un'uniforme da sergente delle SS Flack. 
Il Negri, poco convinto, interpella i tedeschi; che gli rispon-
dono che si tratta di un camerata ubriaco. Il Negri solleva una
mantellina e riconosce il Duce. Facendo finta di niente, scende dal-
l'autocarro e sussurra a un maresciallo della Guardia di Finanza di
non lasciar partire quel camion. Poi, con calma, va ad avvertire
della scoperta il compagno Bill (Urbano Lazzaro) che scortato da
altri due garibaldini risale sull'autocarro, disarma Mussolini, gli
toglie il casco, gli occhiali da sole, il cappotto da sergente della
Luftwaffe e conduce il Duce dentro il municipio di Dongo, dove
Mussolini ritrova la Petacci, scoperta poco prima di lui. Di l a
poco, per maggior sicurezza, i due vengono condotti in montagna
e custoditi nella caserma della Guardia di Finanza di Germasino,
dove rimasero fino all'una di notte del 28 aprile. A quell'ora giunge 
una macchina con Pedro e altri partigiani, che portano i due a
Bonzanigo, alla casa dei coniugi contadini De Maria, conosciuti
da Pietro, il commissario politico della 52esima. Bonzanigo, dista tre
quarti d'ora d'auto da Dongo. Pioveva a dirotto. Erano le tre e mezzo 
del 28 aprile. A quella stessa ora il colonnello Valerio (Walter
Audisio) si appresta a lasciare Milano per eseguire la missione che
gli  stata affidata dal CLNAI.
A questo punto  necessario fare un passo indietro. La mattina
del 28 aprile il CLNAI comunica al generale Cadorna del CVL la
condanna a morte di Mussolini e l'ordine di farla eseguire. Viene
scelto per eseguire l'incarico il colonnello Valerio (Walter Audisio
e il partigiano Guido (Aldo Lampredi). Sono le 1,21 dopo
mezzanotte, una notte fresca, nuvolosa. Valerio convoca come autista 
un compagno socialista, Giuseppe Perotta, e sceglie una Fiat
1100 nera, che viene immediatamente gommata, rifornita di ben-
zina e due gomme di scorta. Alle 5,30 il colonnello pulisce e carica
un mitra, prende un caricatore di scorta e la pistola personale. Fa
requisire un camioncino, sul quale fa caricare 12 partigiani del-
l'Oltrep pavese e il loro comandante, Riccardo, che gli serviranno 
da scorta sul camioncino, guidato dal giovane partigiano Barba.
Partirono alle prime luci del 28, mentre cadeva una pioggerellina fitta.
A tempo debito, il Corpo Volontari della Libert aveva deciso al-
l'unanimit che Mussolini, ove fosse stato catturato, lo si doveva
accoppare subito, senza processo, senza teatralit. Ma giunti alla
Prefettura di Como alle 8,30 del mattino, Valerio incontra le prime 
difficolt per proseguire nella sua missione da parte dei compagni 
del CLN locale. Il compagno Valerio fa loro presente che ha
un preciso ordine da eseguire che riguarda i fascisti arrestati a
Dongo, facendo il pi presto e il pi segretamente possibile. Voi
avete un compito solo: quello di procurarci un grosso camion coperto. 
Quelli del CLN comasco, dopo aver promesso di cercare il
camion, se ne vanno, lasciando il colonnello solo in Prefettura.
Alla fine, esasperato dal ritardo e dalle lungaggini che gli vengono
frapposte, alle 10 Valerio chiede che lo mettano in comunicazione
con Milano; soltanto alle 11 riesce ad avere la linea e chiede al 
Comando se l'ordine da lui ricevuto dovesse ritenersi superiore a
qualsiasi decisione locale. La risposta fu perentoria e inequivoca-
bile. COs ha scritto Luigi Longo a proposito di quella telefonata:
Valerio chiedeva istruzioni. La risposta fu semplice: "Compa-
gno, gli ordini li hai avuti. O fai fuori lui o facciamo fuori te. Arran-
giati . Non ci fu bisogno d'altro. Audisio rintraccia un membro
del CLN locale e lo investe duramente reclamando il camion pro-
messo. Alle 11,20 ne arriva uno, vecchio e scassato, a carbonella
praticamente inutilizzabile. E alle 11,50 arriva un'autoambulanza
della Croce Rossa. Valerio decide di tagliar corto. Requisisce due
auto che stazionano sulla piazza e vi prende posto, ammucchiandovi 
anche i partigiani della scorta. Ma le macchine stracariche si
muovono a fatica. Miracolosamente dopo appena un chilometro
incrociano un bel camion coperto, largo e alto; che subito viene
fermato e requisito, e i tre uomini a bordo fatti scendere. I parti-
giani della scorta si sistemano dietro, Valerio prende posto avanti
accanto all'autista Barba: Partenza per Dongo, comanda. L'oro-
logio segna le 12,15. Mentre escono da Como odono grida, acclamazioni 
e scrosci di applausi: la popolazione di Como saluta l'arrivo in 
citt delle avanguardie alleate. Valerio promette a Barba
una ricompensa se fosse riuscito ad arrivare a Dongo prima delle due.
Il camion entra nella piazza del paese alle 14,10.
Valerio scende, presenta le credenziali al capoposto della 52esima
Brigata e chiede di parlare subito al comandante. Il capoposto entra 
nel municipio e riappare dopo dieci minuti: Il comandante
vuole sapere che cosa vuole da lui. Valerio risponde che avrebbe
considerato ogni ulteriore tergiversazione come un atto di insu-
bordinazione; e stavolta Pedro compare subito e invita il colonnello 
nel suo ufficio. Appena dentro, Valerio dice: Ho l'ordine dal
comando generale di far giustiziare i criminali fascisti. Pedro non
fa obiezioni e consegna alcuni fogli dattilografati con i nominativi
dei gerarchi arrestati, in testa quello di Mussolini Benito.
Esaminati gli elenchi, viene compilata una lista di 17 alti gerarchi
responsabili e immediatamente convocato il comando, in funzione 
di tribunale di guerra, a cui partecipano: colonnello Valerio
(Walter Audisio), presidente - Guido (Aldo Lampredi), membro
- Pedro (Pier Bellini Delle Stelle), comandante 52esima Brigata - 
Pietro Gatti (Michele Moretti), commissario politico 52esima Brigata -
Bill (Lazzaro Urbano), vicecommissario politico.
Poche le parole pronunciate. Alla fine i 17 imputati sono tutti
condannati. Pedro viene incaricato di riunire a Dongo i condannati 
dispersi nelle localit vicine. Bill a questo punto rivela che c' 
anche quello sconosciuto "diplomatico spagnolo" con moglie e figli, 
di cui non si  riusciti ad accertare le generalit. Ha un passaporto 
nuovo di zecca, non capisce e non pronuncia una sola parola
di spagnolo. Si decide di custodirlo in luogo sicuro, in attesa di 
accertamenti. Valerio conclude la seduta dicendo che a prelevare
Mussolini e la Petacci a Bonzanigo sarebbe andato lui personalmente. 
Audisio con Guido e Pietro ripartono da Dongo in macchina 
con l'autista Giovanbattista Geminazza, di Tremezzo, alle 15,10.
Lungo il percorso, Valerio sceglie il luogo dell'esecuzione: Una
curva, un cancello chiuso su un frutteto, la casa sul fondo palese-
mente deserta.  villa Belmonte. La localit, a un chilometro da
Bonzanigo, si chiama Giulino di Mezzegra. La casetta dei contadini 
De Maria  500 metri pi avanti. I due partigiani lasciati di guardia 
(Lino e Sandrino) sono in cima alla scaletta. Uno di loro tira il
paletto, la porta si apre, Valerio entra, solo, nella stanza dove sono
rinchiusi la Claretta e il Duce. Nel nome del popolo italiano....
Dice a quest'ultimo, in fretta: Sono venuto a liberarti. Sbrigati,
andiamo. I due sono impauriti. La donna  a letto, sotto le coperte, 
ma vestita. Lui aveva un fremito sul labbro inferiore Disse:
Davvero?. Ma non chiede nulla, neanche una spiegazione su
quella incredibile liberazione. Entrambi non fanno resistenza, se-
guono docilmente Valerio all'aperto. Passando davanti al colon-
nello, Mussolini, col volto trasfigurato, dice: Ti offro un impero!. 
Ha scritto Walter Audisio nel suo libro: So che molta gente
non ha creduto che quella frase sia stata veramente pronunciata:
ed  realmente incredibile in apparenza. Eppure l'ha detta, con
decisione, col suo ben noto ciglio volitivo dell'uomo che non sarebbe 
mancato alla promessa. Mussolini e la donna salgono in
macchina in fretta. Solo poco prima di arrivare al luogo dell'esecu-
zione Mussolini ha i primi sospetti. Quando Audisio gli dice di
scendere e, con il mitra imbracciato, gli indica di andare a mettersi
tra il muro e il pilastro del cancello della villa, esita qualche istante,
guardandosi intorno smarrito, ma alla fine obbedisce. La Petacci lo 
segue mettendosi subito al suo fianco. Nel suo libro In nome del 
popolo italiano, Audisio scrive: Cominciai a leggere il
testo della sentenza della condanna a morte del criminale di guerra 
Benito Mussolini: "Per ordine del Comando generale del CVL
sono incaricato di rendere giustizia al popolo italiano". Le ultime
parole del Duce sono: Ma... ma, signor colonnello. Il mitra di
Audisio si inceppa, Pietro scambia la sua arma con quella di Valerio. 
Il colonnello scarica cinque raffiche sul Duce, che si affloscia
sulle ginocchia, la testa reclinata sul petto. La Petacci che si 
mossa convulsamente, cade anche lei di schianto Sono le 16,10
del 28 aprile 1945.
Qualcuno ha detto: ma non c' stata troppa fretta, non  stata fatta 
una giustizia troppo precipitosa? Il giornalista Ugo Zatterin
nella Settimana Incom del 23 aprile 1955, scriver: Era giustificata. 
Le autoblindo americane erano arrivate alle prime case di Tremezzo.
Entro mezz'ora al massimo, avrebbero preso il controllo di
tutta la zona. Mussolini ne Il tempo del bastone e della carota, a
commento della sua liberazione dal Gran Sasso, aveva scritto nel
settembre del '43: Mussolini ringrazia gli di di avergli risparmiato
la farsa di un assordante processo al Madison Square Garden di
New York, al che avrebbe di gran lunga preferito una regolare 
impiccagione nella Torre di Londra.
Dopo aver dato ordine ai due partigiani Lino e Sandrino di piantonare 
le salme, il colonnello Valerio con Pietro e Guido e l'autista
Geminazza si affrettano a far ritorno a Dongo, per completare
la seconda parte della missione. Col giunti, viene immediatamente
letta ai 15 gerarchi e ministri di Sal, arrestati insieme al Duce e alla
Petacci, la sentenza che li condanna alla fucilazione. Il plotone di
esecuzione  formato da 15 garibaldini, al comando del partigiano
Riccardo. Al frate Accursio, che si era offerto di assistere religio-
samente i condannati, Valerio concesse pochi minuti, in quanto la
situazione non permetteva ulteriori dilazioni; al che il religioso
precis: Mi basteranno tre minuti: non  necessario che li confessi 
uno per uno. Dopodich il padre pronunci davanti ai condannati 
queste parole: In questo momento supremo rivolgete la
mente a Dio per chiedere perdono dei delitti di cui vi siete mac-
chiati e nel nome di Dio preparatevi al trapasso. La sua misericor-
dia  infinita.
I giustiziandi vengono allineati lungo il parapetto del lungolago,
le spalle rivolte al plotone di esecuzione. Eccone l'elenco: Barracu,
Bombacci, Calistri, Casalinuovo, Coppola, Daquanno, Gatti, Liverani,
Mezzasoma, Nudi, Pavolini, Porta, Romano, Uttimpergher e
Zerbino. All'ultimo momento il partigiano Bill, al secolo Urbano
Lazzaro, vicecommissario politico della Brigata, si rammenta del
fascista sconosciuto, il diplomatico spagnolo avuto in custodia,
dopo esser stato arrestato insieme al gruppo dei 15 che stanno per
essere giustiziati. Riceve l'ordine di andare a prelevarlo per risol-
vere una volta per tutte il problema della sua identit: Portalo
fuori. Vedremo. Ma quando Bill si ripresenta sul luogo dell'ese-
cuzione con il prigioniero, gli altri gi allineati cominciano a prote-
stare a gran voce: No, no, Marcello Petacci no, con noi non lo vo-
gliamo.  una spia, un traditore. Allora il fratello di Claretta tenta 
di fuggire: inseguito da un gruppo di garibaldini, riesce a raggiungere 
la riva e a gettarsi in acqua; dove, raggiunto da alcune raffiche 
di mitra, viene ripescato morente nel momento in cui il
plotone di esecuzione si appresta a far fuoco sui 15 caporioni fascisti 
e viene giustiziato insieme agli altri.
Compiuta la seconda parte della missione, Audisio con il camion
e la scorta ripartono di furia per Mezzegra. Sono le 18,30. Rag-
giungono il cancello di villa Belmonte, caricano le salme di Musso-
lini e della sua donna e riprendono la via di Milano, destinazione
piazzale Loreto. Lasciano Bonzanigo alle 20 del 28 aprile e arrivano 
a Mlano alle 22 circa, superando felicemente diversi posti di
blocco e controlli sia di partigiani sia di militari alleati. Alle tre del
mattino del 29 aprile, i cadaveri dei fascisti vengono scaricati a
piazzale Loreto. Non c'era anima viva, ha scritto Walter Audisio.
Furono appesi nello stesso luogo in cui, otto mesi prima, le squa-
dracce della Muti avevano trucidato per rappresaglia uomini della
Resistenza. Alle quattro del mattino, a missione ultimata, il colon-
nello Valerio rientra al Comando generale Volontari della libert.
Lo stesso giorno del 29 aprile il CLNAI (Comitato Liberazione
Nazionale Alta Italia) dirama il seguente comunicato:
Il CLNAI dichiara che la fucilazione di Mussolini e dei suoi complici, da
esso ordinata,  la conclusione necessaria di una fase storica che lascia 
il nostro paese ancora coperto di macerie materiali e morali... Il popolo 
italiano non potrebbe iniziare una vita libera e normale - che per 
vent'anni il fascismo gli ha negato - se il CLNAI non avesse tempestivamente
dimostrato la sua ferma decisione di far suo un giudizio gi pronunciato
dalla storia.
Firmato: Achille Marazza e Augusto De Gasperi, per la DC; Ferruccio Parri e
Leo Valiani, per il Partito d'azione; Luigi Longo e Emilio Sereni, per 
il PCI; Giustino Arpesani e Filippo Jacini per il PLI; Rodolfo Morandi e 
Sandro Pertini, per il PSIUP.
Questa  la versione di Walter Audisio. In seguito, ne circolarono 
dozzine di altre. Gli ex partigiani Pedro e Bill, in particolare, ri-
venderanno le loro ad alcuni quotidiani e settimanali. Qualcuno
ha scritto anche dei libri. Ripeto che il testo della sentenza di morte, 
la responsabilit degli individui che la decretarono e i particolari
delle esecuzioni e degli uomini che le eseguirono, hanno ormai un
interesse storico modesto. Ha scritto Deakin nel suo libro: Il
Duce fu giustiziato nel corso di un'azione rivoluzionaria da un
gruppo di partigiani agli ordini di un militante comunista che aveva 
assunto il nome di battaglia di colonnello Valerio. Ed  tutto.
Quanti furono in totale i fascisti repubblichini soppressi nei giorni 
di aprile del '45? I neofascisti hanno sparato fin dall'inizio la ci-
fra di 300 mila. Il missino Giorgio Pisan ha ridotto in seguito la 
cifra a 40-50 mila giustiziati. L'ex partigiano Giorgio Bocca dice che
a Torino i fucilati non furono pi di tremila, pi o meno come a
Milano; e in tutto il Nord Italia la cifra pi attendibile  di 15 mila. 
Anche Farinacci e Starace vennero arrestati e fucilati; e il
secondo si comport molto bene di fronte al plotone di esecuzione. 
Buffarini-Guidi, infine, fu fucilato il 10 luglio del '45, legato a
una sedia, come Ciano e gli altri suoi camerati a Verona.
In seguito ai primi contatti che all'inizio del 1945 Alan F. Dulles,
capo della CIA negli anni Cinquanta, aveva allacciato in Svizzera
con i rappresentanti del Corpo d'armata tedesco Nord Italia, il
29 aprile, giorno susseguente l'esecuzione di Mussolini e prece-
dente il suicidio di Hitler, i contingenti tedeschi in Italia si arresero 
al Comando delle Forze britanniche a Caserta. In Italia le armi
cessarono di sparare solo alle 4 di mattina del 2 maggio, con l'au-
torizzazione del grandammiraglio Doenitz.
Per finire, mi sia permesso di servirmi delle parole con cui termi-
na il suo libro, 1943, la caduta del fascismo, il giornalista Paolo Pa-
volini: Nel 1945, con il ritorno della primavera... Ferruccio Parri, 
simbolo della Resistenza, sostituiva a Roma Bonomi alla guida
di un nuovo governo, che dur fino alla fine del '45. Quando De
Gasperi subentr a Parri sul finire del '45, erano trascorsi appena
tre anni dalla battaglia di El Alamein. Ma il trionfo della Resistenza 
era gi sfiorito in quella che fu detta, al suo avvento, la "repubblica 
monarchica dei preti".

CONCLUSIONE.
Nel secondo dopoguerra italiano, dopo un intermezzo di solo po-
chi anni, hanno ricominciato a comandare, limati delle schegge
pi impresentabili (la monarchia sabauda, la casta generalizia, i
vertici della filibusta squadristica) i gruppi dirigenti, i ceti sociali e
i maggiorenti di sempre. Tranne pochi sfortunati esemplari, i fa-
scisti a viso aperto o mascherato hanno ricominciato gradatamente 
a contare nel cinquantennio successivo, mimetizzandosi all'ombra
della Balena bianca; mentre il Movimento sociale si irrobustiva, 
da piccolo ancorch ineliminabile fenomeno nostalgico, a forza 
politica permanente, riuscendo a tornare alla fine del '94, sia
pure temporaneamente, al potere. Di questa ascesa o comparteci-
pazione al governo della Repubblica, di questo sdoganamento
dei neofascisti si  parlato come di un evento, in fin dei conti, po-
sitivo, in quanto riflettente un recupero del neofascismo alla demo-
crazia; dunque, in definitiva, di un allargamento della stessa.
Andando alle Fosse Ardeatine a rendere omaggio alle vittime
del nazifascismo gli esponenti di Alleanza Nazionale avrebbero
provato che non hanno pi nulla a che vedere n con Hitler n col
razzismo, responsabili dell'Olocausto e dell'ideologia della rappresa-
glia. Altri hanno sostenuto che da mezzo secolo le forze di sinistra,
quando sono in difficolt, dissotterrano la salma di Mussolini e ce la
sbattono in faccia, avventandosi su un nemico inesistente per giustifi-
care la propria esistenza. Temo che commettano lo stesso sbaglio di
Mussolini quando rimprover al generale Canevari di aver detto che
il fascismo non esisteva pi in Italia: Questo  un errore perch finch 
esisto io, esister il fascismo. Errore anche questo. Mussolini infatti 
non esiste pi, ma il fascismo (non il mussolinismo)  esistito in
Italia prima di lui ed esiste anche dopo di lui.
Secondo Piero Ignazi, docente di Scienza della politica all'Universit 
di Bologna, la nostra destra attuale, Alleanza Nazionale,
 allo stato attuale una pura e semplice sigla elettorale, un guscio
vuoto che ricopre il corpo intatto del partito fascista... Almirante
gi negli anni Settanta aveva detto di accettare la democrazia e la
libert come valori prioritari e irrinunciabili... aveva addirittura
esaltato i valori della Resistenza. Ma anche allora si trattava
solo di parole, dietro le quali non c'era nessun riesame critico del
fascismo. Resta il fatto che i riferimenti culturali dei fascisti sono
tuttora i valori che hanno nutrito precedenti generazioni di camerati: 
D'Annunzio, Marinetti, Gentile, Rocco, fino al filosofo Evola
(maestro di Buttiglione). Dice Ignazi: Una cosa  accettare libere
elezioni, altra cosa accettare l'ideologia che discende dalla Rivolu-
zione francese... nei loro giornali non si trova un dibattito che sia
anche lontanamente paragonabile a quello che ha lacerato il partito 
comunista. Rincalza l'opinionista Giorgio Bocca: Secondo
alcuni, non essendoci pi il fascismo, dirsi oggi antifascisti  una
distinzione superflua. Ma se io credo nell'illuminismo e non la
penso come De Maistre, mi dico razionalista e, nel mio secolo, an-
tifascista. Quanto all'annoso tentativo di stabilire un'equipollenza 
tra antifascismo e comunismo, Norberto Bobbio l'ha pi volte
liquidato in due righe: La contrapposizione frontale con la de-
mocrazia, perlomeno in Italia, riguarda solo i fascisti. Chi in Italia
 stato antifascista, ha avuto al suo fianco i comunisti.
Fu verso la fine degli anni Ottanta che in Italia si cominci a met-
tere in discussione il concetto di antifascismo e l'opportunit della
sua sopravvivenza. Ad alimentare in prima fila la polemica fu lo
stesso segretario del PSI, Craxi, nell'intento di scongelare i voti
missini a proprio vantaggio. Tentativo cui si accodarono alcuni
personaggi di rilievo, lo storico revisionista Renzo De Felice
l'economista Luigi Cafagna, il filosofo Lucio Colletti. La tesi del
De Felice, ripresa in Francia dallo storico Francois Furet (o vice-
versa?), afferma l'impronta non democratica dell'antifascismo, il
quale sarebbe stato egemonizzato dal comunismo come veicolo
del sovietismo. In realt, almeno in Italia,  avvenuto esattamente
il contrario; e cio,  stato l'antifascismo a permeare il PCI. Nel ro-
manzo Il partigiano Johnny, di Beppe Fenoglio, il protagonista
chiede al compagno d'armi: Tu sei comunista, Tito?. Io no
sbott lui, io sono niente e sono tutto. Io sono soltanto contro i fa-
scisti. Sono nella Stella rossa perch la formazione che ho incrociato 
era rossa, il merito  loro d'averla organizzata e d'avermela pre-
sentata a me che era tanto che la cercavo... Ma a cose finite, se sar
vivo, vengano a dirmi che sono comunista! E il partigiano Johnny
aveva espresso lo stesso concetto in inglese: I'm in the wrong sector
of the right side. Molti altri giovani borghesi anglomani di allora
(compreso chi scrive) avevano cercato la stessa cosa e l'avevano a
poco a poco trovata presso chi gliela offriva con pi convinzione e pi
affidabilit; e da antifascisti generici erano cos diventati comunisti, e
per un motivo semplicissimo: che il comunismo parve loro lo stru-
mento pi valido, il randello pi nodoso da usare sulla schiena di
Mussolini, di Hitler e della indecorosa destra italiana. Una destra da
sempre connotata da una tenace propensione alla democrazia im-
balsamata e da una cultura di sostanziale affinit, nei momenti
di crisi o di emergenza, con la poetica del capitalismo selvaggio.
Un principe del giornalismo italiano, Indro Montanelli, ha defi-
nito l'attuale destra italiana una patacca, non una destra liberale. 
E sono molti gli italiani che, come Montanelli, si augurano una
destra normale, sul tipo, diciamo, di quella di Major o di Chirac.
Ma non  che la destra italiana attuale, a parte le forme esteriori,
sia molto differente da quelle precedenti. Le quali non sono mai
andate oltre la democrazia formale, che del resto non  mai stata
metabolizzata dall'Italia del potere. Per cui il problema deve esse-
re spostato e allargato: e cio, il dilemma non  pi tanto se il fasci-
smo sdoganato sia pi o meno ricuperabile alla democrazia,
quanto se lo sia la destra tout court. E chiedersi quindi se non di-
penda da un atavico attributo del nostro paese il fatto che, a inter-
valli sempre meno lunghi, riemerga da radici profonde una cifra
stilistica d'impronta fascista, ancorch diversa di volta in volta. E
se quindi la vecchia formula brechtiana, la madre del fascismo 
sempre incinta, non sembri attagliarsi al nostro paese pi che a
qualsiasi altro paese europeo. Infatti  da noi che, come lamentava 
Gobetti, la latitanza della borghesia rispetto al senso del pro-
prio compito storico e il sovversivismo non dei ceti emarginati
(che  perlomeno comprensibile), ma di quelli dirigenti, appaiono
quasi un aspetto strutturale della italica stirpe. I vecchi valori del li-
beralismo, quindi, possono sopravvivere da noi solo a patto di in-
tegrarsi con quelli della democrazia sociale, la solidariet, l'egua-
glianza dei punti di partenza, la giustizia distributiva; altrimenti ri-
mangono nozioni ideali, astratte, avulse dal movimento di massa.
Ma torniamo al primitivo dilemma: se il fascismo  morto, a che serve 
l'antifascismo? Per essere democratici  ancora necessario, oggi,
essere antifascisti? Il punto pregiudiziale  stabilire se il fascismo sia
morto davvero. Io non lo credo e penso che sia necessario rifiutare
certi embrassons nous indiscriminati. Si invoca la pacificazione, al-
meno la piet per i caduti di entrambe le parti... Ma Nuto Revelli,
intervistato da Nello Aiello su Repubblica, ha risposto: Quella piet 
io l'ho sempre provata. Per non dimentico. Furono 3000 i civili
uccisi in provincia di Cuneo, in quei venti mesi di Sal; 1994 i partigiani
morti in combattimento o assassinati. Quasi 1000 le case incendia-
te, 100 gli eccidi, 700 i deportati, tra ebrei e no, poi scomparsi nei 
lager. Pacificazione? Non ne abbiamo bisogno. Ci serve la libert. E
Marco Revelli, figlio di Nuto e allievo di Bobbio, ribadisce che il
fascismo resta una delle possibili forme dell'identit nazionale:
Non  stato ancora neutralizzato nell'organismo italiano, che 
segnato da un secolare deficit di democrazia. Quanto alla destra
italiana (o centrodestra che sia), quella di sempre, il problema, se-
condo Pietro Scoppola,  che essa  prefascista o postfascista. In
tutti i paesi la Destra  tradizione. Da noi no. E il vuoto lo si copre col
nuovismo, la televisione, la societ consumistica, il berlusconismo
La distanza critica che alcuni fascisti, anche se in buona fede
prendono oggi da un'esperienza storica non basta. Solo il ricono-
scimento esplicito dell'antifascismo come credo laico della nostra
epoca pu costituire la base di una nuova convivenza civile. Il fatto 
di aver avuto un regime fascista cos duraturo e ricco di consensi, 
ha lasciato tracce profonde nella nostra cultura, ha osservato
Piero Ignazi; e l'entusiasmo con cui si  accolto lo sdoganamento
del Msi rivela la voglia di seppellire definitivamente il passato
L'Italia non ha mai fatto i conti col fascismo.
Ma per tornare alla domanda ma che cos' il fascismo? forse
occorre prenderne in esame aspetti ancora poco esplorati. Soprat-
tutto quello delle sue remote radici storiche, del fascismo come
malattia dello spirito nazionale, qualcosa di connaturato al
modo di pensare, di essere, degli italiani. Un giornalista intelligente 
segnal e riconobbe anni fa in un eminente ex mazziniano deluso, 
quel Francesco Crispi nato a sinistra e scivolato a destra verso
la fine del secolo scorso, azioni, accenti e toni che gli parvero pre-
monitori di quelli che poco pi di vent'anni pi tardi, sarebbero
stati gli stessi valori del fascismo mussoliniano. Nell'immediato se-
condo dopoguerra, un certo commediografo napoletano, Guglielmo Giannini, 
leader di un piccolo movimento detto L'uomo qualunque, ottenne 
alle elezioni un milione e ottocentomila voti di
connotazione chiaramente fascista; e questo a un solo anno dal
crollo della Repubblica di Sal, mettendo a nudo un inquinamento 
particolarmente inquietante ai livelli medi e alti dei funzionari
statali e parastatali, delle forze armate, della polizia della magi-
stratura e della diplomazia. Poi ci fu, sui primi anni Sessanta, il
caso del governo Tambroni che tent di passare alla Camera col
sostegno dei missini e che a molti parve un riaffacciarsi subitaneo
del fascismo, sul tipo di quelle sorgive che, all'improvviso, riaffio-
rano nelle vaste pianure del Friuli solcate da grandi fiumare.
Quello che voglio dire  che forse il fascismo, come quelle sorgive
latenti, forse noi italiani ce l'abbiamo annidato nel profondo; e, a
tratti, erompe a galla, senza che noi stessi ce ne avvediamo.
Come si spiega altrimenti che Giovanni Gentile, professore filo-
sofo idealista, arrivi a osannare la forza morale del manganello?
E che l'ex presidente del Consiglio dei ministri Salandra, leader dei
liberali di destra e acceso interventista, ma certo non fascista, aval-
li l'ascesa al potere di Mussolini in questi termini:  uno di quegli
uomini che lasciano il solco nella storia... Lo riconosciamo senza
sottintesi nostro capo? Non erano trascorse due settimane dal-
l'assassinio di Giacomo Matteotti che un altro alfiere della demo-
crazia, il senatore liberale, nonch direttore del Corriere della Sera,
Albertini, riconosce in un discorso a palazzo Madama la fatica
compiuta dal fascismo per dare ordine all'Italia.
Secondo non pochi studiosi il fascismo latente  un frutto della
struttura politica nazionale che  gi maturo nell'ultimo decennio
dell'Ottocento, quando intorno alla Corona ruota l'intera vita po-
litica italiana nella sua espressione risorgimentale di destra. Il peso
delle prerogative reali  aggravato nelle province dall'egemonia di
quel tipico funzionario regio che  il prefetto, e sorretto dall'astio che
aristocrazia, grande, media borghesia e alte gerarchie militari nutro-
no per i valori della Rivoluzione francese e dello stesso Risorgimento.
Nel 1898 a Milano, regnando re Umberto, monarca retrivo che
ha per consorte l'infausta Margherita, si verifica il primo grande
moto operaio di piazza della storia italiana, nato dalla consapevo-
lezza ormai acquisita dalle plebi che monarchia, alti e medi ceti
sono non la guida ma i nemici del popolo. La reazione militare,
sotto forma di arresti, fucilerie, stati d'assedio e cannoneggiamenti 
di inermi,  immediata. Il generale Bava Beccaris mitraglia a Mi-
lano la popolazione facendo ottanta vittime.  la prima spedizio-
ne punitiva che precede di vent'anni quelle delle camicie nere. Ed
 promossa da un monarca pauroso e da una regina ultrareazionaria, 
da uomini politici decrepiti, da generali poco prima ignomi-
niosamente sconfitti in una guerra coloniale (Adua, in Abissinia).
In Italia dove il fascismo  un virus nascosto e antico, la democra-
zia recente e fievole, sar quella prima cruenta sorgiva reazio-
naria ad armare la mano dell'anarchico Gaetano Bresci, che il 29
luglio 1900 fredda a Monza, con tre colpi di revolver, il re Buono.
La storia non  pura elencazione di documenti, di cronache, di
ipotesi. Le interpretazioni, anche quelle sbagliate, sono la sostan-
za della storia. La storia non  un se ma un perch;  indagine,
scelta, giudizio. Ha detto uno storico revisionista che quando il fa-
scismo nacque l'Italia non era ancora fascista (oh s, invece, lo era,
senza saperlo); che quando lo divenne, il fascismo non intendeva
diventare totalitario; e che quando lo divenne, non pensava alla
guerra; e infine, che nel '38, fece le leggi razziali perch in Germa-
nia c'erano gi dal '33. Ma le scelte, l'istinto, insomma il DNA an-
tioperaio, antidemocratico, colonialista, belluino, erano nel pro-
fondo della stirpe, per cui accettammo sostanzialmente il tutto
compreso il razzismo, ancorch con qualche mugugno. Le leggi
razziali del '38,  vero, a onore e per merito degli italiani, furono
applicate solo in parte. Ma erano pi crudeli e dettagliate di
quelle tedesche (Furio Colombo); e per quanto riguarda le auto-
rit di allora, cio il regime, vennero promulgate e applicate inte-
gralmente. Ecco perch  cos difficile separare nazismo e fascismo. 
O un fascismo buono da un fascismo cattivo, o un fascismo di
prima da un fascismo post.
Il fascismo, qui da noi,  qualcosa che viene da molto lontano. Non
dal primo dopoguerra, dall'immediato anteguerra o dal fine Otto-
cento; da molto pi in l. Forse non  stato cos efferato e sanguina-
rio come altrove; ma  pi storico, annidato pi in fondo. Per cui la
connotazione para fascista della destra italiana non  un fatto oc-
casionale, una variante, una mutazione labile e imprevista, un'escre-
scenza della storia patria. No,  un bacillo endemico dell'assetto ge-
netico nazionale. Ancora oggi ci sono valenti intellettuali demoli-
berali i quali pensano che la Resistenza sia una frottola inventata
dai comunisti, per cui sarebbe anche giunta l'ora di cancellarne una
volta per tutte la celebrazione.  una conferma che lo storico DNA
antiriformista, anticamera dello squadrismo, nei momenti cruciali
torna a riaffiorare come un fontanazzo dietro gli argini del Po, a 
riemergere, rimosso dal profondo, alla coscienza dei nostri benpen-
santi. Alcuni evoluzionisti, oggi, pur respingendo l'ipotesi lamarckia-
na dell'eredit dei caratteri acquisiti, ammettono tuttavia che le
tendenze culturali finiscono per influire, nel lunghissimo periodo
anche sul codice genetico, come una costante atavica. Qualcuno ha
detto o scritto recentemente, una cosa molto giusta: che se c' una
cosa alla quale la maggioranza di noi italiani abbiamo la tendenza
a guardare con nostalgia , in fondo, il partito unico. Siamo passati
dal PNF totalitario di Mussolini alla Balena bianca democristiana
come eravamo passati, a suo tempo, dal governo forcaiolo a suffragio
ristrettissimo dei tempi di Bava Beccaris, a quello a suffragio
un po' meno ristretto del liberale Giolitti... E poi dalla DC monoco-
lore a quella bicolore, al Tripartito, al Quadripartito, all'arco costi-
tuzionale, con sempre alle costole, in posizione egemone, la Balena. 
Cinquant'anni di cambiamenti apparenti, di sostanziale immutabilit 
all'insegna di un solo, onnivoro partito. E questo non pu
essere una coincidenza, ma una vocazione. A scriverlo  stato il
direttore del Giornale, Vittorio Feltri. Un liberale, di destra. Lo sto-
rico Giovanni De Luna ha ricordato che Gobetti coglieva nel fasci-
smo l'autobiografia della nazione, il "ventre molle del paese".

APPENDICE 1
PIETRO BADOGLIO
A Caporetto, il 24 ottobre 1917, comanda il XXVII Corpo d'Armata 
dell'Esercito di Cadorna, che il generale tedesco von Seekt definir 
l'unico condottiero della storia militare di ogni tempo e paese, capace 
di vincere di seguito undici battaglie (quelle, sanguinosissime, 
dell'Isonzo, n.d.A.) restando sempre nelle stesse posizioni. 
Badoglio si accorge della rotta quando i mille granatieri del Wrttemberg,
comandati da un giovane capitano di nome Erwin Rommel, sono gi alle 
spalle del suo Corpo d'Armata. Nella battaglia Rommel perde sei uomini,
mentre Badoglio, anzich finire davanti a una Corte marziale,  promosso
sottocapo di Stato maggiore, secondo solo ad Armando Diaz; premiato col 
titolo di marchese del Sabotino. Nel '36, dopo aver vinto la campagna 
di Etiopia, scambia il marchesato del Sabotino col ducato di Addis Abeba. 
Dopo il crollo del regime, il 25 luglio 1943, diviene presidente del 
Consiglio. Dopo l'8 settembre, in cui rende noto l'armistizio firmato a 
Cassibile, fugge con il re a Brindisi. Il 13 ottobre '43 dichiara
guerra alla Germania.  capo del Governo sino al giugno 1944.

GIUSEPPE BOTTAI
Principale esponente del fascismo tecnocratico, ministro delle
Corporazioni, fondatore delle riviste Critica fascista e Primato, fu 
considerato il personaggio culturalmente e moralmente pi pulito del 
vertice fascista durante il Ventennio, ma anche il pi romantico e ambiguo.
Credeva (o diceva di credere) nella libert e serv la dittatura, postulava 
la giustizia sociale ma elabor un'impalcatura socio-economica, quella
corporativa, che si diceva di sinistra ma operava in un
regime sostanzialmente reazionario. Figlio di un commeraante di vini, 
ufficiale degli arditi e simpatizzante futurista, fu il solo gerarca
romano in un movimento dominato da provinciali pasdaran nordici. Fascista 
della vigilia, fu anche dissidente antemarcia e frondista della prima ora.
In conclusione un uomo serio, accigliato, abbastanza colto, sensibile e 
disinteressato; ma anche un intellettuale vago e inconcludente; fedele s 
al ruolo d'uomo di penna, ma anche di manganello. Che cosa in realt sia 
stato Bottai, non lo seppe forse nemmeno lui. Non approv l'ag-
gressione alla Grecia, ma vinta la guerra, grazie ai tedeschi, fece 
capire che non avrebbe disdegnato la nomina a governatore civile di Atene.
Scopre la bancarotta del regime quando anche il pi modesto intellettuale
di sinistra se n' accorto gi da un pezzo. Allora lascia l'Italia e, 
con un gesto di romantica autoespiazione, si presenta al Centro di 
reclutamento della Legione straniera, a Sidi Bel Abbs, arruolandosi 
sotto il nome di Andrea Battaglia, professore di scuola media, celibe. 
Cos, a 47 anni, col grado di sergente, riparte per la sua quarta guerra
e nel '44 si batte per i francesi contro i tedeschi a Colmar, pronto 
a morire per la liberta degli altri dopo aver contribuito a soffocare 
quella di casa, scrive Guido Nozzoli nel suo libro I ras del regime. 
Gli si attribuisce il merito di aver cercato di addomesticare a
favore del regime la migliore intelligenza antifascista offrendole 
uno spiraglio di parola sulla rivista Primato, un pertugio a intellettuali
come Alicata, Pavese, Giaime Pintor e altri, che cercavano uno spazio per 
lavorare anche dal di dentro delle organizzazioni fasciste. Ma la sua 
macchia pi nera, di aver firmato come ministro dell'Educazione nazionale 
le circolari contro i professori e gli studenti ebrei anticipando di un 
mese la legislazione antisemita, rimane indelebile. Rientrato in Italia 
dopo la fine della guerra, scriver le sue memorie di fascista non fascista.

GUIDO BUFFARINI-GUIDI
 scaltro, infido, pronto al compromesso e abilissimo nel gestirlo. Infatti 
si picca di essere il Fouch o, addirittura, il Tayllerand di Sal. Protegge
Claretta Petacci, l'amante del Duce, ma nello stesso tempo si tiene in 
stretto contatto anche con la moglie Rachele, conducendo a proprio favore 
il doppiogioco con grande sagacia.
Ma commette un errore. Accompagna la moglie, accecata dalla gelosia, nella 
visita di sorpresa che, un pomeriggio, la Rachele fa a villa Fiordaliso, 
dove il Duce ha sistemato la Petacci, scoprendo, nell'occasione che il 
paraninfo della tresca  proprio il ministro degli Interni, Buffarini, 
l'uomo in cui lei, fino a quel momento, ha riposto la sua fiducia. 
E da quel momento il ruffiano  perduto. Il Duce, forse
anche per tener buona la moglie e, probabilmente, per istigazione della
stessa, liquida l'infido Buffarini; ma il ministro, che  uno dei 
superprotetti dai tedeschi in cambio di favori facilmente immaginabili, 
riesce a tener duro, e bench gi formalmente silurato da Mussolini,  
ancora con lui il 25 aprile del '45, a Milano, e insieme partono alla 
volta di Como. Col giunti, vista la mala parata, Buffarini e
Tarchi cercano di passare in Svizzera al varco di Porlezza. I partigiani 
li bloccano il 26 aprile: Tarchi riesce a svignarsela, Buffarini  
arrestato, trascinato davanti a un tribunale del popolo improvvisato 
che il 27 aprile lo condanna a morte. Tre giorni dopo, la Corte d'Assise 
di Milano lo processa regolarmente, ribadendo la condanna capitale. 
Lo fucilano il 31 maggio, al campo Giuriati, trascinandolo semisvenuto 
dal terrore fino alla sedia dell'esecuzione.

GALEAZZO CIANO
Un leggerone sventato. Un bullo rissoso. Un goliardo erotomane, privo
di freni inibitori. Cos lo vedono i camerati. Per tutta la vita  mal 
visto e dileggiato da camerati e avversari, che lo chiamavano anche 
il conte genero il cretino arrivato, il mantenuto morale (per via 
del matrimonio con la figlia del Duce). A un tipo siffatto il sovrano non 
si perita di conferire, alla vigilia della seconda guerra mondiale, il
Collare dell'Annunziata; e intorno a lui la moglie Edda riunisce un 
circolo privato di cortigiani, autonominatosi CAC, Circolo Amici Ciano. 
Ma non era affatto un cretino. E per di pi fu per molti anni il delfino 
del Capo; che a 33 anni lo fece ministro degli Esteri, poi ambasciatore 
presso la Santa Sede dalla fine del '42 al 25 luglio del '43. Ciano si 
disse convinto e sper, fino a El Alamein e a Stalingrado, in una vittoria
dell'Asse, guardandosi bene dall'osteggiare apertamente i tedeschi: dei 
quali non parve affatto disgustato finch Hitler continu a vincere. Fu 
fucilato a Verona, nel gennaio del '44, dai pasdaran repubblichini, senza
che il Duce muovesse un dito per salvarlo, perch il 25 luglio aveva votato
a favore dell'ordine del giorno Grandi. Ma dinnanzi alla morte il 
leggerone Galeazzo si comport con onore.

ROBERTO FARINACCI
Il pi violento e facinoroso dei capibanda squadristi tra il '19 e il '22,
al momento della fondazione del Movimento fascista ha 27 anni: baffi neri 
a spazzola, occhi infossati, espressione bieca, il ras di Cremona non 
proviene dalle file degli ex arditi.  semplicemente il capostazione in 
seconda di Villetta Malagnino. Intransigentissimo padrone e direttore del 
Regime fascista, privo di qualsiasi senso della misura, si vota senza 
riserve prima alla causa del Duce e poi a quella del Fhrer,
di cui resta, fino all'ultimo, l'agente e informatore pi fedele e 
affidabile. I partigiani lo faranno fuori il 28 aprile del '45, nella 
piazza di Vimercate.

LUIGI FEDERZONI
Conservatore, filomonarchico, acceso dannunzianeggiante e nazionalista 
sfegatato, si batte con furore per l'intervento in guerra dell'Italia 
nel 1915; e, nel dopoguerra, per l'ingresso dei suoi amici nazionalisti 
nel Movimento fascista delle camicie nere. Uomo d'ordine ideale per 
attuare il sovvertimento (da destra) del vecchio Stato liberale e garantire
il carattere reazionario del regime, ministro delle Colonie, degli Interni
e presidente del Senato dal 1929 al 1939, Federzoni sar la spalla di 
Dino Grandi nell'organizzare il complotto del 25 luglio; riuscendo, 
dopo la defenestrazione di Mussolini, ad eclissarsi e a mettersi in salvo.

DINO GRANDI
Fascista romagnolo ed esecutore della reazione agraria in Padania alla 
vigilia dell'ascesa fascista; ma al tempo stesso uomo d'ordine e 
businessman lontano da ogni tipo di mistica, ispiratore dell'ala moderata 
del Movimento dopo la Marcia su Roma, ambasciatore a Londra (assai gradito 
agli inglesi) e fautore, in tale veste, di un agreement con le Potenze 
occidentali alla vigilia della guerra, infine coordinatore del colpo di 
Stato monarchico del 25 luglio, Dino Grandi, conte col predicato di Mordano
e gerarca principe del fascismo, infine Collare dell'Annunziata (a sua 
richiesta), non ha mai rinnegato il suo passato. Rientrato in Italia, anco-
ra nel 1968 dichiarava: Ho l'onore di essere stato fascista e, presentandosi 
condizioni analoghe, tornerei ad esserlo; cos come tornerei a lottare 
dentro il fascismo perch diventasse il movimento politico che ho sognato 
e intendevo che fosse. Che tipo di fascismo ha sognato Grandi? 
Sottosegretario prima agli Interni, poi agli Esteri, ministro degli Esteri 
e ambasciatore a Londra, ministro della Giustizia e insieme presidente 
della Camera nonch conte... Poteva bastare? No. Non bastava,
scrisse Mussolini in Storia di un anno. Cos il 25 marzo del '43, 
esattamente quattro mesi prima della defenestrazione di Mussolini, 
il cugino onorario del sovrano organizza e capeggia il complotto 
che mette fuori gioco il Duce. Ma il suo intento, come quello dei suoi 
amici destrorsi,  di liquidare il dittatore non la dittatura; il Duce, 
non il fascismo. Anzi, i suoi amici sono tutti dei reazionari viscerali,
decisi a conservare intatta l'impalcatura essenziale del regime, 
limitandosi a mettere, al posto del primo, un secondo duce che non nutra 
strane ubbie, come quella ad esempio di voler conciliare il fascismo con
il socialismo, anzi peggio, il holscevismo.

ETTORE MUTI.
Romagnolo di Ravenna, nato nel 1902, ebbe fin dall'adolescenza il muso pi
duro e la bastonata pi facile dei suoi compaesani. A 15 anni faceva gi a
pistolettate con i tedeschi, spalla a spalla con gli arditi, sul Piave. 
Due anni dopo D'Annunzio lo scopr nelle file dei suoi legionari di Fiume. 
E siccome era alto, spavaldo, gli occhi chiari, e sempre pronto a menar 
(letteralmente) le mani, il Vate immaginifico lo chiam Gim dagli occhi
verdi. Era un mistico della scazzottata, un fanatico del culto pagano
dell'ardimento, un invasato della pistolettata e del colpo di mano.
Un bravo giornalista suo conterraneo ha scritto di lui: Nato in una
terra (almeno allora) di gente manesca, era un manesco fuori serie.
Nei giorni dell'impresa fiumana Gim dagli occhi verdi approfitta di una 
licenza a Milano per incontrare nel covo di via Paolo da Cannobbio
Mussolini e restarne folgorato per tutta la vita. Da quel giorno non fu mai
turbato da crisi di coscienza, dubbi o ripensamenti. Lui era sempre per 
Mussolini e basta. Da quel momento, i suoi pugni, il suo manganello e, 
non di rado, anche la sua rivoltella lasciano il segno sulla faceia, 
la testa e il torso di braccianti, operai e ferrovieri
bolscevichi; ma anche di rivali non in politica, ma in amore. Il culto 
della rissa e l'amore per le scazzottate non verranno mai meno. A meno 
di 22 anni  gi console, cio colonnello; e fa lo sbruffone, irrompendo 
per le strade della sua Ravenna a bordo di una rombante Bugatti da corsa 
per far colpo sulle ragazze. Intorno alla trentina  ancora totalmente 
fuori dal gioco e dall'intrigo politico. Odiava Roma; e anche il regime, 
da cui si teneva alla larga il pi possibile. Preferiva le spericolatezze 
in automobile, i corsi di pilotaggio, i cimenti amorosi e i ludi maneschi 
e muscolari. A 34 anni entra nell'Aeronautica come tenente; e nella guerra
d'Etiopia comincia a guadagnarsi medaglie e promozioni di guerra. Possiede
una riserva inesauribile di coraggio a cui attingere.
Poi partecipa alla guerra di Spagna con uno stormo di S 81, facendo 
l'aviatore, non il politicante, e arricchendo la collezione di medaglie.
A quasi 40 anni, di arte di governo, di puletica e di maneggi ministeriali
non ne capisce ancora un'acca; n ha voglia di cominciare a capirci qualcosa.
Ma il primo novembre del '39 Mussolini lo nomina segretario del Partito al 
posto di Achille Starace. Perch lo sceglie per un posto cui era cos 
inadatto? Forse per dare una rispolverata e una rilucidata al logoro e 
sfibrato fascismo alla vigilia dell'imminente prova del fuoco? Ma Muti, 
uomo d'azione e d'avventura,  incapace di fare lo sbirro o il censore, 
di controllare i pensieri della gente o di stimolarne la volont e il fervo-
re. Lui  sempre e solo per Muslein. La fedelt al Duce. Quella era una 
cosa che restava fuori discussione. L'atto di maggior rilievo compiuto 
durante il suo breve proconsolato fu il rapporto ai federali del 
febbraio 1940, durante il periodo della non belligeranza italiana dopo lo 
scoppio della guerra: un discorso antidemocratico, antibolscevico, 
antiborghese, antiesterofilo, antinonbelligerante. Dopodich Ciano si 
convinse di aver sbagliato a consigliarlo al Duce. Altri defin la
segreteria di Muti la pi goliardica del Ventennio.
Ma era arrivata, per tutti, l'ora della verit. E Gim dagli occhi verdi,
ora che l'Italia era entrata in guerra, non se la sent di starsene seduto 
a scaldare la poltrona della segreteria. Aveva borbottato contro il Patto 
d'acciaio, non riusciva a chiamare camerati i tedeschi che nel '18 aveva 
affrontato a baionettate sul Piave. Ma adesso Mussolini voleva la guerra. 
E se Mussolini voleva la guerra, lui avrebbe fatto la guerra, tedeschi o 
non tedeschi. Cos nel giugno del '40, Muti lascia la segreteria e assume 
il comando di un gruppo da bombardamento in zona d'operazione. La segreteria
pass ad Adelchi Serena, il pi grigio e inconsistente del gerarchi, a 
disposizione in quel momento. Muti frattanto riprese a coprirsi il
petto di nuovi nastrini. Alla fine saranno, in tutto, una medaglia d'oro, 
dieci d'argento, due di bronzo, pi i distintivi delle campagne e delle 
promozioni al merito.
Il ribaltone del 25 luglio non lo colse di sorpresa. Dopo l'arresto di 
Mussolini e la salita al potere di Badoglio continu a farsi vedere a 
passeggio per via Veneto con i vecchi amici romagnoli residenti a Roma. 
Non aveva l'aria di essere coinvolto o impressionato da quello che stava 
accadendo; e tanto meno preoccupato dalle ultime vicende del partito. 
Si rec anche a far visita al generale von Richtofen comandante della 
II Flotta aerea tedesca. E naturalmente continu a manifestare
la sua antica venerazione per Muslein. Comunque, non sembra che abbia mai
tentato di tramare qualcosa contro Badoglio. Non  certamente un personaggio
positivo. Ma, confrontando la sua figura e il suo comportamento con quello 
che stavano assumendo e assumeranno molti camerati gerarchi in quei giorni 
e, specialmente, in quelli che verranno dopo l'8 settembre, non c' dubbio
che Gim dagli occhi verdi ne viene fuori bene. Basta pensare ai manigoldi
e ai tagliagole che daranno vita, usurpando il suo nome, a quella 
squadraccia di torturatori e di stragisti che infierir per i 600 giorni 
di Sal.
La notte del 24 agosto, il giorno prima che il generale Castellano 
partisse per Lisbona per intavolare trattative in vista di un armistizio
con gli alleati, il tenente dei carabinieri Taddei, accompagnato da una 
pattuglia di carabinieri armati, si presenta alla villa di Fregene dove 
Muti soggiorna con la cecoslovacca Dana De Teff, sorprendendolo nel sonno 
e comunicandogli l'ordine ricevuto di arrestarlo. Lui indossa l'uniforme 
di tenente colonnello pilota e si avvia con i carabinieri
attraverso la pineta. A un certo punto, un individuo in tuta gialla, 
sbucato dal sottobosco, raggiunge il pattuglione e scarica due revolverate 
contro il prigioniero, dandosi subito dopo alla fuga. Il cadavere di Muti 
viene trasportato all'ospedale del Celio. Chi e che cosa rappresentava 
l'ignoto giustiziere in tuta gialla? Dietro di lui non si fece vivo nessuno:
n un'idea, n una classe, n un vendicatore legittimo. A quelli 
dell'aeronautica che chiesero che tipo di esequie si dovesse riservare 
a quell'ufficiale superdecorato, fu seccamente risposto di lasciar perdere
il caso. Dietro quelle due revolverate c' solo un'ombra; che tale rimane.

ALESSANDRO PAVOLINI
Intellettuale fiorentino, magro e sempre iperteso. Aderisce al Movimento 
fascista nel 1920 e viene agevolato nella carriera da Galeazzo Ciano, fino
a essere nominato ministro della Cultura popolare. Silurato dall'incarico 
alcuni mesl prima del 25 luglio '43, viene dirottato alla direzione del
Messaggero, che mantiene fino al colpo di Stato. Quand' ancora a capo 
del Minculpop, abbandona moglie e figli e si innamora di Doris Duranti, 
una delle tre vamp (le altre sono Clara Calamai e Luisa Ferida) del 
cinema dei telefoni bianchi. Scrive due libri, uno sul Giro d'Italia, 
l'altro intitolato Scomparsa d'Angela. Durante la Repubblica lo chiamano 
il pazzariello di Sal. Ma Mussolini gli riconosce doti di diligenza, 
onest, povert e coraggio e lo nomina segretario del partito fascista 
repubblicano. 
Svolge un'intensa attivit a capo delle Brigate nere. Il 25 aprile 
cerca con Mussolini e altri gerarchi di allontanarsi da Milano, ma  
catturato dai partiglani a Musso sul lago di Como e fucilato a 
Dongo (28 aptile 1945).

CLARETTA PETACCI
Conosce il Duce nel '32, quando ha 20 anni ed  gi fidanzata con un bravo
giovine di nome Federici. Ma non fu certo l'unica donna di Mussolini 
(a parte la Rachele). Il quale continu ad avere incontri galanti nella 
garconniere che si era fatto arredare a palazzo Venezia, nell'appartamento 
Cybo, accanto alla Sala del Mappamondo. Secondo il commendator Quinto 
Navarra, capo usciere di palazzo Venezia, il Duce seguit a ricevere 
donne (vecchie e nuove fiamme, giornaliste, postulanti, spie, ammiratrici 
straniere, fiduciarie e federalesse bellocce dei fasci femminili) fino alla 
vigilia del 25 luglio. Sembra che con Claretta gli incontri restassero 
platonici (cos almeno si assicura) per un paio d'anni. Quando diven-
tarono intimi, dopo la separazione dal Federici, Claretta cominci a 
chiamarlo Ben o, anche, Bombolone; e gli scriveva due lettere al giorno. 
Ma sia la favorita sia il padre, professor Francesco Saverio Petacci, 
archiatra pontificio, sfruttarono solo in modo indiretto la benevolenza 
della sorte. Soltanto il fratello di lei, Marcello, mariuolo e 
intrallazzatore, in grande dimestichezza con Buffarini, allora
sottosegretario agli Interni, fece soldi, pare, scorrettamente. Pi tardi 
la signora Claretta, separata da Federici, ebbe assegnati dal solito 
Buffarini 16 milioni al mese da distribuire, a sua discrezione, in 
beneficenza. Ma, a quanto sembra, non sottrasse neanche una lira al 
malloppo mensile; anche perch, va precisato, la cifra veniva 
controllata severamente da uno scrupolosissimo Duce. Nel '41 Ciano
scrisse nel suo Diario che la famiglia Petacci interviene a destra, 
protegge a sinistra, minaccia in alto, intriga in basso e mangia in tutti 
i punti cardinali. Ma sembra che la verit della descrizione sia alterata 
da una sola menzogna: quel verbo mangia (che probabilmente si riferisce
al solo mariuolo Marcello, che sapeva arrangiarsi molto bene per conto 
suo). Claretta segue il suo amante fino alla morte:  giustiziata insieme 
a Mussolini il 28 aprile 1945 a Giulino di Mezzegra.

GIOVANNI PREZIOSI
 il primo italiano a cui il Fhrer si rivolge, 30 ore dopo la caduta di 
Mussolini per sapere che cosa  realmente accaduto a Roma. Un arcinemico 
di ebrei e massoni, un fanatico della rigenerazione della razza, uno 
psicopatico paranoico che per giunta, ha fama di jettatore ed  chiamato 
l'Innominabile. Seminarista e prete, nel 1914 getta la tonaca alle ortiche,
si trasforma in agitatore politico, interventista arrabbiato e membro del 
partito fascista (fin dal maggio 1920). Hitler  suo amico fin dal '22, 
da quando Preziosi, nel suo mensile Vita italiana, ospita un
articolo del Fhrer sull'ebraismo a firma Un bavarese. Diventato il pi 
feroce antisemita d'Italia, Preziosi identifica nell'ebraismo il male 
assoluto e traduce dal tedesco quel falso storico che ha nome I protocolli
dei Savi di Sion. Il giorno in cui l'Italia introduce le leggi razziali 
segna il suo trionfo; e i primi a sostenerlo nel suo antigiudaismo 
aberrante sono Paolo Orano, Telesio Interlandi, Julius Evola, Marco 
Ramperti, Mario Appelius, Gioacchino Volpe, Goffredo Coppola e gli
pseudo scienziati che firmeranno il vergognoso Manifesfo della Razza. 
Nel giugno del '43 Preziosi si rivolge all'ambasciatore tedesco a Roma, 
von Mackensen, per metterlo in guardia contro le trame di Grandi, Federzoni,
Bottai e Ciano. Ma l'ineffabile ambasciatore, la mattina del 25 luglio, fa 
sapere a Hitler che la situazione del fascismo in Italia  saldissima. 
Quando Mussolini lascia per l'ultima volta Sal diretto a Milano, Preziosi 
lo segue. Ma non  pi con lui quando la colonna dei ministri e dei 
gerarchi parte per Como e, poi, prosegue verso Dongo.
Preziosi si chiude in casa di amici, finch, resosi conto che la partita 
chiusa per sempre, si lancia insieme alla moglie dalla finestra, 
sfracellandosi al suolo.

RENATO RICCI
Nasce a Carrara, discendente da una famiglia di cavatori di marmo apuani.
Bersagliere nella prima guerra mondiale, bell'uomo e legionario dannunziano
nell'impresa di Fiume, occupa la citt di Zara, sulla costa dalmata, 
nel '21 e fonda la prima squadra fascista nella citt natale. Nell'agosto 
del '22 capeggia la grande e feroce spedizione punitiva contro Genova; ed 
alla testa di una colonna fascista durante la marcia su Roma. Deputato 
fascista nel '24, vicesegretario del partito nel '25-'26,  presidente 
dell'Opera Balilla nel '27, quindi sottosegretario al ministero 
dell'Educazione nazionale. Dal '39 al '43  ministro delle Corporazioni. 
Gi prima del colpo di Stato del 25 luglio 1943  in stretto contatto coi 
tedeschi e amicissimo di Himmler. Durante i 600 giorni di Sal  comandante 
della Milizia e si batte, contro Graziani, per la creazione di un esercito 
repubblicano politicizzato, cio fascista.

ACHILLE STARACE
Per otto anni, dal gennaio 1931 all'ottobre 1939,  segretario del PNF. 
Presenzia a tutti i discorsi del Duce, annunciando dai balconi: Salutate 
nel Duce il fondatore dell'Impero!. Tra i gerarchi  soprannominato il 
super citrullo: petto in fuori occhi fissi (nel nulla), fronte 
inutilmente spaziosa. Durante il suo mandato, i suoi fogli d'ordine 
e le veline del Minculpop proibiscono di parlare troppo del fisico 
Einstein, degli scrittori Moravia, Comisso e Alba de Cespedes, del criti-
co Luigi Russo, degli attori Greta Garbo, Mirna Loy, Fred Astaire, Charlie 
Chaplin; vietano di ricordare (chissa perch) la nazionalit di Copernico. 
Lo arrestano dopo il 25 aprile; ma a suo carico, a parte la citrullaggine 
non risulta nulla o quasi. Ma non aderisce neanche alla Repubblica di Sal.
Il 27 aprile 1945 un gruppo di partigiani va a prelevarlo a casa, a Milano,
dove lo trova in tuta da ginnastica; e lo porta a piazzale Loreto, dove
sono appese le salme di Mussolini e della Petacci. Quando lo mettono al 
muro, lui si volta un paio di volte per bisbigliare al plotone di 
esecuzione: Fate presto. Ma si comporta fino all'ultimo pi
che dignitosamente.

APPENDICE 2
A proposito della Brutal Friendship, la Brutale Amicizia tra Mussolini e 
Hitler, che d il titolo originale al libro di Deakin sul crollo del 
fascismo di Sal, forse vale ancora la pena di citare una parte delle 
riflessioni che il Fhrer lasci nel suo Testamento: Se nonostante tutti 
i nostri sforzi non dovessimo riuscire a vincere questa guerra, l'allenza
con l'Italia avr contribuito alla nostra sconfitta!...
La Francia riconobbe di essere stata lealmente sconfitta dagli eserciti 
del Reich, ma non fu disposta ad accettare la sconfitta ad opera 
dell'Asse... L'entrata in guerra dell'Italia offr subito il destro ai 
nostri nemici per cogliere le prime vittorie... Persino nel momento in 
cui si stavano dimostrando incapaci di mantenere le loro posizioni in 
Abissinia e in Cirenaica, gli italiani ebbero la faccia tosta di lan-
ciarsi senza chiedere il nostro parere e senza neppure avvertirci in 
precedenza delle loro intenzioni, in un'inutile campagna in Grecia... 
Questo ci costnnse, contrariamente a tutti i nostri piani, a intervenire 
nei Balcani e port a sua volta a un ritardo catastrofico nell'inizio 
dell'attacco alla Russia... Se la guerra fosse stata condotta dalla sola 
Germania e non dall'Asse, saremmo stati in grado di attaccare la Russia 
entro il maggio del '41... e concludere la campagna prima dell'inizio
dell'inverno. N il mio affetto personale, n i miei istintivi sentimenti 
di amicizia per il popolo italiano sono mutati. Solo mi rimprovero di non 
aver ascoltato la voce della ragione, che mi imponeva di essere spietato 
pur nella mia amicizia per l'Italia... Ho perduto solo per un'incollatura: 
esattamente cinque settimane... e ho perduto perch ho posto la mia fiducia 
nel mio pi caro e ammirato amico, Mussolini.

CRONOLOGIA.
1942. 23 ottobre. L'VIII Armata di Montgomery scatena l'offensiva a El 
Alamein
3-5 novembre. Vittoria britannica a El Alamein. Rommel ordina la ritirata
8 novembre. Sbarco angloamericano in Algeria e Marocco.
10 novembre. Inizia la controffensiva sovietica contro la VI Armata di von
Paulus.
20 novembre. Gli inglesi occupano Bengasi. I sovietici sfondano il fronte 
tedesco a sud e a nord di Stalingrado accerchiando la VI Armata di 
von Paulus
18 dicembre. In un incontro con il Fhrer, Ciano prospetta l'eventualit 
di un armistizio con l'Urss. Hitler rifiuta. Mussolini, malato,  assente.
19 dicembre. In Russia ha inizio la ritirata delle truppe italiane dal Don
1943. 23 gennaio. Montgomery a Tripoli. Ciano insiste per l'avvio di 
trattative per una pace separata. Contrasti con Mussolini.
31 gennaio. Capitolazione della VI Armata tedesca a Stalingrado.
5 febbraio. Ciano si dimette da ministro degli Esteri. Anche Grandi lascia 
il ministero della Giustizia.
Marzo. Scioperi nel Nord Italia contro la guerra e il fascismo.
Aprile-giugno. Insurrezione del ghetto di Varsavia. Massacro di 50 mila 
ebrei 
12 maggio Capitolazione di Tunisi. 291 mila soldati tedeschi e italiani 
cadono 
10 luglio. Gli angloamericani sbarcano in Sicilia.
19 luglio. Bombardamento di Roma.
24 luglio. Riunione del Gran Consiglio del Fascismo, che vota per il 
ripristino delle prerogative della Corona
25 luglio. Mussolini viene arrestato. Il nuovo governo  affidato al 
maresciallo Badoglio
27 luglio. Scioglimento del PNF.
Luglio-settembre. 300 mila ebrei vengono deportati dal ghetto di Varsavia 
nel lager di Treblinka.
3 settembre. Firma a Cassibile dell'armistizio tra Italia e Alleati. Le 
armate angloamericane attraversano lo Stretto di Messina.
8 settembre. L'armistizio viene annunciato dalla radio. Fuga del re e del 
governo Badoglio.
9 settembre. Sbarco a Salerno degli americani del generale Clark
10 settembre. I tedeschi occupano Roma.
12 settembre. Paracadutisti tedeschi liberano Mussolini prigioniero sul Gran
Sasso.
13 settembre. Mussolini si rifugia in Germania.
23 settembre. Mussolini fonda la Repubblica Sociale italiana.
1 ottobre. Gli alleati entrano a Napoli.
13 ottobre. Il governo Badoglio dichiara guerra alla Germania.
14 novembre. Congresso dei neofascisti a Verona.
1944. 8 gennaio. Processo di Verona contro i gerarchi traditori. 
Fucilazione di Ciano e di pochi altri.
22 gennaio. Gli alleati sbarcano ad Anzio e Nettuno.
1 marzo. Scioperi in Nord Italia.
24 marzo. Eccidio di 335 ostaggi alle Fosse Ardeatine.
4 giugno. Gli alleati entrano a Roma. Vittorio Emanuele trasmette i poteri
al figlio Umberto. Al nuovo governo guidato da Ivanoe Bonomi partecipano
Croce, De Gasperi, Nenni, Togliatti.
6 giugno. Gli alleati sbarcano in Normandia.
20 luglio. Fallito attentato contro Hitler di von Stauffenberg. Incontro 
tra Mussolini e Hitler in Prussia orientale.
22 agosto. Liberazione di Firenze.
24 agosto. Liberazione di Parigi.
30 agosto. Duemila civili trucidati dai tedeschi a Marzabotto.
14 ottobre. Suicidio di Rommel.
18 ottobre. I sovietici entrano in Cecoslovacchia.
16 dicembre. Ultima controffensiva dei tedeschi a Bastogne, nelle Ardenne.
Ultimo discorso di Mussolini al Lirico di Milano.
1945 17 gennaio. L'armata rossa libera Varsavia.
4 febbraio. Conferenza di Yalta tra Stalin, Roosevelt e Churchill.
14 febbraio. Bombardamento di Dresda.
7 marzo. Gli alleati passano il Reno sul ponte di Remagen.
29 marzo. L'armata rossa entra in Austria.
12 aprile. Morte del presidente Roosevelt.
13 aprile. I russi a Vienna.
21 aprile. Gli alleati occupano Bologna.
23-25 aprile. Il CLNAI proclama l'insurrezione generale. I partigiani 
liberano Genova, Torino, Milano. Forze russe e americane si ricongiungono 
a Torgau sull'Elba. Mussolini tenta la fuga, ma viene scoperto e arrestato
dai partigiani a Dongo, sul lago di Como.
28 aprile. Mussolini viene giustiziato dai partigiani insieme a Claretta 
Petacci, in localit Giulino di Mezzegra.
29 aprile. I russi nei sobborghi di Berlino. I cadaveri del Duce e della 
Petacci vengono appesi in piazzale Loreto a Milano. A Caserta le forze 
tedesche firmano la resa.
30 aprile. Suicidio di Hitler nel bunker della Cancelleria.
1 maggio. L'ammiraglio Doenitz succede a Hitler.
2 maggio. I russi conquistano Berlino.
7-8 maggio. Capitolazione generale delle forze armate tedesche firmata 
dal generale Jodl al Quartier generale di Eisenhower.
6 agosto. La prima bomba atomica esplode a Hiroshima.
14 agosto. Il Giappone si arrende senza condizioni.
2 settembre. Firma della capitolazione giapponese sulla corazzata Missouri.

BIBLIOGRAFIA.
Per allargare la conoscenza delle vicende storiche tratteggiate in questo 
libro  utile consultare l'elenco delle opere qui sotto elencate, di alcune
delle quali l'autore si confessa largamente debitore.
WALTER AUDISIO, In nome del popolo italiano, Teti editore 1975.
NANNI BALESTRINI, Una mattina mi son svegliato, Baldini e Castoldi.
SILVIO BERTOLDI, Sal, Rizzoli 1976.
GIORGIO BOCCA, La repubblica di Mussolini, Laterza 1977.
GIAMPIERO CAROCCI, Storia del fascismo, Newton Compton 1994.
FURIO COLOMBO - VITTORIO FELTRI, Fascismo Antifascismo, Rizzoli 1994.
F.W. DEAKIN, Storia della repubblica di Sal, Einaudi 1963.
ALEXANDER J. DE GRAND, Breve storia del fascismo, Laterza 1983.
Eia, Eia, Eia, Alal, Antologia a cura di Oreste del Buono, Feltrinelli 1971.
URBANO LAZZARO, Dongo, Mondadori 1993.
DENIS MACK SMITH, Le guerre del Duce, Laterza 1976.
PAOLO MONELLI, Roma 1943, Longanesi 1963.
ROLF-DIETER MLLER - GERD R. NEBERSCHAR, La fine del terzo Reich, Il Mulino
1995.
BENITO MUSSOLINI, Storia di un anno, Mondadori 1945.
GUIDO NOZZOLI, I ras del regime, Bompiani 1972.
CLAUDIO PAVONE, Una guerra civile, Bollati-Boringhieri 1991.
PAOLO PAVOLINI, 1943, la caduta del fascismo, Fabbri editori 1973.
EMILIO RADIUS, Da Mussolini alla Callas, Rizzoli 1961.
PIETRO SCOPPOLA, 25 aprile. Liberazione, Einaudi.
ANGELO TASCA, Nascita e avvento del fascismo, Laterza 1971.
LUCIO VILLARI, La roulette del capitalismo, Einaudi 1995.
FINE.
