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Il Gioco Degli Immortali.
Romanzo di Massimo Mongai (1999).

A mia sorella Annamaria ed a mio cognato Alfonso, due persone pazienti

Che l'inse?
(Comincio?)
Balilla.



Il Risveglio.

La mia  una storia un po'complicata.
No, non  esatto, questo  a dir poco un eufemismo.
La mia  una storia molto complicata, complicata e lunga al punto che io non so bene come cominciarla; anche perch me ne sono successe talmente tante di cose, e di tanto improbabili, che semplicemente non so "da dove" cominciare.
Forse la cosa migliore  cominciare a raccontare quello che  l'ultimo ricordo cosciente che ho della mia vita sulla Terra.
 un ricordo molto vivido. Ricordo che ero in un letto d'ospedale. Credo che fosse l'Ospedale di San Giacomo, il pi vicino a casa mia (vivevo a via Frattina, al centro di Roma), dove per forza di cose mi dovevano aver portato; ma non ne sono sicuro, dato che non ci ero mai stato prima; anzi, a dire il vero io non ero mai stato in un ospedale in vita mia, non in un letto per lo meno, non a passare una notte: ero sempre stato molto sano.
Per devo dire che anche alcuni ricordi immediatamente precedenti non sono meno vividi.
In uno ero a casa mia e mi ero appena alzato; mi ero fatto il mio solito caff, me lo stavo bevendo in cucina, come tutte le mattine, come sempre; in un altro, subito dopo sono in moto, sul lungotevere, quando un imbecille assassino mi taglia la strada proprio davanti a ponte Garibaldi, partendo da fermo alla mia sinistra e diretto verso il ponte.
Mi taglia la strada ed io freno, ma pur rallentando tantissimo la mia moto, una vecchissima ma ben tenuta Honda a quattro cilindri, 500cc Four K, pesante com' frena s, ma non tanto da non toccare la macchina, che mi ha tagliato la strada, nella parte posteriore sinistra.
Ed io cado di lato, quasi da fermo, senza poter fare niente. E ricordo che il casco, che avevo infilato ma non allacciato, vola via.
Sono sempre stato un motociclista prudente io; non ho mai corso, non ho mai rischiato, non impennavo la moto e non facevo gare con gli amici. In vita mia ho avuto una moto fra le gambe fin da giovane, ma sempre le ho portate con prudenza. Sono un moto turista, io, non un "centauro folle". E non mi  successo mai niente di pericoloso, nei miei due o tre mini-incidenti di moto.
Invece quella volta, vado gi perfino lentamente, cadendo quasi da fermo, e batto la tempia destra proprio sull'unica sporgenza di tutto quel punto di strada, il bordo di ferro del tombino dell'Acea, che sporge di almeno un paio di centimetri dal livello dell'asfalto.
E credo di essere svenuto.
Il ricordo successivo  appunto quello del letto di ospedale.
Immobilizzato a letto, non ero in grado di parlare, n di connettere efficacemente. Sentivo vagamente delle voci vicino a me, che parlavano di una emorragia cerebrale localizzata ma devastante. Credo stessero parlando di me, a qualche mio lontano parente o amico, (i miei sono morti da alcuni anni e sono figlio unico) ma non so o non ricordo a chi.

Ci ho pensato molto in questi anni ed ho ricostruito la cosa pi o meno in questi termini: all'et di 35 anni, in una bella mattinata di Aprile, ho avuto un incidente stradale, sono caduto, ho battuto la testa e sono svenuto, probabilmente fratturandomi il cranio con chiss quali conseguenze; qualcuno mi ha trovato per tempo e sono stato trasportato all'ospedale vicino casa, dove sono rinvenuto per pochi secondi, paralizzato completamente; dopo di che sono o svenuto o entrato in coma.
E poi, non so quanto tempo dopo, sono morto.

Devo esser morto, se no non si spiega quello che  accaduto dopo. Certo potrei non essere morto ed essere entrato in una specie di coma molto lungo e molto ricco di sogni. Ma non credo sia cos, per molti motivi. Comunque se sono morto, come credo, non ho provato alcuna sensazione speciale. Non mi  apparso Dio, non ho visto luci celestiali, non ho sentito voci ultraterrene.
Dopo un periodo di tempo che non so definire, che non posso definire, ma che ho sempre pensato molto lungo, mi svegliai di nuovo.
La prima impressione fu che ero ancora in un letto d'ospedale. Perfettamente sveglio, perfettamente a posto, e in grado di muovermi. Tant' che mi drizzai sul letto stesso, reggendomi sui gomiti. Non mi accorsi subito di essere completamente nudo. Mi accorsi per di non essere in un letto d'ospedale, ma in un letto strano, rigido, come fosse fatto di marmo, ma non cos freddo o duro come poteva essere il marmo, e coperto di un lenzuolo bianco.
E di non avere cuscino, n vestiti, n alcuno intorno a me. Non c'erano altri letti, n infermiere. Assolutamente niente e nessuno.
Mi drizzai del tutto.
Ero in una stanza ampia, grosso modo, sei metri per sei, pulitissima, dalle pareti bianche, con una luminosit diffusa che non sembrava provenire da nessuna fonte specifica. La stanza era completamente vuota e senza finestre. E senza una porta.
E per non c'era nient'altro nella stanza. Ma proprio niente, intendiamoci: non un battiscopa, non un lampadario, non un filo elettrico, non una finestra, o una macchia per terra, un graffio ad una parete, una macchia al soffitto; un qualunque segno insomma che dimostrasse che in quel luogo ci fossero, o ci fossero mai stati, altri esseri viventi a parte me.
Ero all'interno di una specie di enorme scatolone bianco, cubico, di circa sei metri per lato, adagiato su un letto di marmo e con un lenzuolo addosso. Basta.

In realt era un luogo molto strano. Spettrale quasi. E mi stupii di essere cos calmo.
 buffo a pensarci o a dirlo, ma mi resi conto che ero calmo, che non c'era motivo per esserlo e che la cosa mi stupiva, il tutto in un'unica sensazione.

- Sei in grado di comprendere?
La voce era forte, leggermente echeggiante e veniva da una direzione imprecisata. Non aveva accento, era neutra, avrebbe potuto essere una voce di un uomo come quella di una donna, anche se sarebbero stati una donna ed un uomo ben strati ad avere una voce simile!
N di giovane n di vecchio, n indifferente n ansiosa; non aveva assolutamente alcuna caratteristica umana.
Mi resi conto di essere veramente sveglio quando cominciai a chiedermi da dove veniva.
- ...cosa? - chiesi.
- Sei in grado di comprendere? - riprese la voce.
- S... - risposi esitando.
- Sono in attesa richieste - disse la voce.
- Prego...?
- Sono in attesa richieste - ripet la voce.

E andammo avanti cos per un pezzo.
A qualunque domanda io facessi, la voce rispondeva "Sono in attesa richieste", solo questo e nient'altro che questo. Ah, no, se io chiedevo "Voglio parlare con un medico" oppure "Ma dove sono?" oppure "Ma dove sono le infermiere" o qualunque altra cosa simile, qualunque richiesta ragionevole insomma, rispondeva: "Richiesta non pertinente".
Per tutto il giorno (o meglio, per un lungo periodo: non c'era traccia di giorno o di notte, l, anche se c'era un alternarsi della luce che dopo un periodo che non potevo misurare ma che a occhio era di una mezza giornata si attenuava un po') non riuscii a ottenere altri risultati.
Inutile che vi dica che dopo la prima mezz'ora, cominciai ad avere paura e la paura fin rapidamente con lo sfociare nel panico.
Dov'ero finito? In quale situazione? Cos'era quella stanza? Una prigione? Non era evidentemente una stanza d'ospedale, nonostante la prima impressione.
Ma cos'era? Un laboratorio sotterraneo per esperimenti su come indurre la pazzia in un essere umano? Chi l'aveva mai visto un posto cos, senza finestre, senza porte, senza una fonte riconoscibile di luce, con una voce come quella che ripeteva ossessivamente quelle frasi senza senso!?!
La paura andava e veniva. Nei momenti in cui non ero preso dal panico ripetevo ossessivamente domande intese a capire dove mi trovavo e non ottenevo altra risposta che "Richiesta non pertinente"; nei momenti invece in cui il panico la faceva da padrone urlavo disperato, oppure piangevo rincantucciato nel letto, sotto il lenzuolo.

Alla fine del "secondo giorno", cio del quarto periodo di variazione di luce, i morsi della fame e della sete cominciarono a farsi sentire. E nel bel mezzo di una sequenza urlata disperatamente di domande regolarmente rigettate dalla voce, esplosi.
- Bastardo! Ho fame! Ho sete! Dammi del cibo!
- Di che tipo? - rispose la voce.
Mi fermai spalancando gli occhi!
- Come sarebbe dire di che tipo?
- Che tipo di cibo - rispose.
- Ah, eh... pane e prosciutto... - risposi balbettando, la prima cosa che mi era venuta in mente.
- Che tipo di pane? Che tipo di prosciutto?
- N-non so, pane qualunque, prosciutto crudo...
- Prosciutto crudo disponibile. Quantit?
- Un paio d'etti...
- Che tipo di pane?
- MA T'HO DETTO PANE QUALUNQUE! - urlai alla voce, al nulla.
- Che tipo di pane? - ripet imperterrito.
- ROSETTE! - urlai.
- Disponibile. Quantit?
- DUE!
- Servito - disse.
Mi guardai intorno e sul bordo del letto, alle mie spalle trovai due rosette al prosciutto. Poggiate in un vassoio, forse di metallo, forse di plastica, dai bordi leggermente rialzati.
Una cosa assolutamente normale che in quel contesto era incongrua ed assurda quanto la situazione. Mi gettai sui panini e li divorai. Cominciavo forse a capire.
- Voglio acqua - dissi ad alta voce.
- Potabile? - rispose.
- Potabile.
- Quantit?
- Un litro.
Ed una bottiglia d'acqua apparve dal nulla proprio sotto i miei occhi, esattamente dove erano stati fino a poco prima i panini.

Insomma cominciai cos a capire, per fame.  proprio vero: la fame aguzza l'ingegno. Di chiunque fosse la voce era disponibile a fornirmi praticamente di tutto. O quasi.
Dapprima chiesi altro cibo, abiti, coperte, oggetti di tutti i tipi. E mi resi subito conto che ogni richiesta doveva essere dettagliata il pi possibile, per evitare successive domande dirette a identificare con esattezza quasi maniacale il tipo di oggetto richiesto: era come se la "macchina" (ah, s certo, avevo deciso a questo punto di aver a che fare con un meccanismo di qualche tipo, sia pure molto evoluto) era come se la macchina disponesse di una gamma di scelte infinita per ogni oggetto.
Ma niente informazioni. Non dava informazioni di alcun tipo.
Per meglio dire non dava informazioni di alcun tipo sul come, il perch, il dove, il quando, eccetera, non dava informazioni di nessun tipo che mi potessero aiutare a capire dove ero e perch.
Delle informazioni le ricavavo dal confronto fra ci che non mi dava o da ci che mi dava. Ad esempio potevo chiedere armi. Chiesi infatti una pistola. Pensavo vagamente che con una pistola avrei potuto difendermi, da chi non sapevo, ovviamente, ma che avevo o avrei avuto bisogno di difendermi di l a poco. Ed ero sicuro che non l'avrei avuta. Invece, dopo la solita trafila di domande su modello, tipo, calibro eccetera, me la diede, una bellissima Colt 357 Magnum a canna lunga con quaranta proiettili. Quindi potevo chiedere armi. Chiesi cos, tanto per provare, una mitragliatrice pesante, e sulle memorie del mio servizio militare riuscii a farmi dare una MG-762 Nato. Poi un lanciamissili anticarro Panzerfaust. Poi chiesi perfino un carro armato, dando per scontato che quello me lo avrebbe rifiutato; e invece me lo diede. Fatta la richiesta (un Leopard, tedesco, Mark 9, del 1980, ed altre sottospecifiche, ci arrivai per approssimazioni progressive) mi disse che era disponibile.
- M-ma dov'...? Non lo vedo. - dissi.
- Nella stanza attigua.
- Voglio vederlo! - ed immediatamente su una parete si apr una porta scorrevole; passai nella stanza attigua e l c'era un Leopard Mark 9 eccetera. Lo guardai come se avessi visto un dinosauro o che so, un Babbo Natale, voglio dire una cosa senza senso.
Tutto ci che chiedevo appariva in un qualche punto della stanza, cos, dal nulla, come per un gioco di prestigio. Il carro armato aveva fatto apparire addirittura un'altra stanza, ed una porta!

Nei tre giorni successivi chiesi denaro, oro, gioielli, altre armi, un impianto hi-fi, altri vestiti, dei libri, cibi, alcool, veramente di tutto insomma, anche per fare delle prove.
E tutto mi veniva dato immediatamente, appena riuscivo a dettagliare abbastanza la richiesta, appena cio la mia richiesta trovava la fine di un procedimento non so se logico, produttivo o di archivio.
Ed ovviamente tutta questa roba finiva per "creare" nuove stanze che dovevano contenerla.
Al dodicesimo giorno avevo una serie di stanze arredate, una camera da letto, uno studio, una sala da pranzo, un bagno. Che fosse il dodicesimo giorno lo sapevo perch avevo chiesto orologi di diverso tipo, e rispetto al tempo passato prima di avere gli orologi, beh, avevo deciso di fare ad occhio.
Avevo chiesto anche un computer su cui avevo cominciato a scrivere sia le regole della macchina, sia il mio diario, sia le mie considerazioni. Mi aiutava a pensare, mi ha sempre aiutato a risolvere i problemi il metterli per scritto.
Vedete io, nella mia prima vita facevo il consulente marketing; in realt facevo di tutto: i miei clienti venivano da me con problemi di vendita dei loro prodotti ed io analizzavo la loro situazione anche dal punto di vista produttivo, finanziario, del personale; clienti piccoli, per lo pi, che non solo non avrebbero potuto rivolgersi ad un esperto di marketing "puro", di quelli con uffici extralusso ed ultramoderni che ti fanno spendere un botto di soldi solo per cominciare le ricerche; ma che soprattutto non avrebbero avuto nessuna utilit dal farlo perch sono abituati ad altri meccanismi, ad altri numeri, ad un'altra gestione delle loro realt economiche. Ma che possono essere benissimo aiutati per le scelte di fondo dall'esperienza marketing delle grosse aziende, e delle teorizzazioni connesse.
Insomma il mio lavoro richiedeva un sacco di adattamenti, di grafici, formule ed altro, da realt complesse a realt pi semplici; ed io ero solito mettere per scritto i termini essenziali di un problema, anche per avere tutto sotto gli occhi e vedere quasi in contemporanea tutti i dati di un problema; tentai di farlo anche questa volta.
Su un pannello attaccavo fogli con parole e dati che definivano la mia situazione. Cosa stava accadendo? Era un sogno? Un incubo, se mai.
Ma non sembrava. Avevo la sensazione di essere vivo, sveglio, cosciente. E per essere un sogno era troppo dettagliato, articolato, preciso. Troppo lungo, troppo vivido.
Allora? Era una specie di esperimento? Ma chi aveva la possibilit di far apparire carri armati Leopard (o se per questo anche le rosette col prosciutto) dal nulla? I marziani? Extraterrestri provenienti da un'altra galassia? O forse solo un abilissimo prestigiatore?
Chiunque fossero, perch stavano facendo questo? Con quale scopo? Perch a me? Cosa mi era accaduto quella mattina? Ero stato colpito da una emorragia cerebrale? Ero stato portato ad un ospedale? Mi avevano fatto qualcosa l? Ero all'inferno? C'era davvero un dio tanto strano e crudele da combinare uno scherzo del genere? Perch sia chiaro che io non mi divertivo affatto.
Tante belle domande, tante belle schede, tutte attaccate alla bacheca di legno davanti a me. Ma dopo giorni di tentativi non riuscivo a formulare una ipotesi non dico plausibile, ma nemmeno assurda e fantastica. O meglio: quelle assurde e fantastiche erano appunto veramente tali. E un po'troppo.

Ero l che stavo cercando di orizzontarmi fra i molti pezzi di carta che avevo prodotto, quando la voce disse:
- 24 ore all'Immissione.
- Cosa? Cos'hai detto?
- 24 ore all'Immissione.
- Quale immissione? Dove? Immissione dove, da dove?
- Richiesta irrilevante.
E di nuovo non ci fu verso. Chiesi alcuni oggetti a caso, tanto per vedere se potevo ancora chiedere, e mi furono dati. Era evidente che potevo ancora ottenere tutto ci che volevo. Per lo meno fino a quel punto, non mi era stato mai rifiutato nessun oggetto avessi chiesto. E a quel che diceva la voce avevo altre 24 ore di tempo per chiedere tutto ci che volevo prima di essere "immesso" chiss dove.
Ovviamente, panico a mille! Decisi che se dovevo essere "immesso" da qualche parte contro la mia volont tanto valeva che almeno mi preparassi. Chiesi tutta la gamma possibile di giubbotti antiproiettili, elmetti, caschi corazze, armi portatili munizioni, eccetera. Poi caricai tutto sul Leopard.
E l mi resi subito conto che con il Leopard non ci potevo fare assolutamente niente. A parte che non avevo chiesto il pieno di carburante, per cui non sarebbe partito comunque, ma chi lo ha mai pilotato un Leopard? Non  mica una macchina normale, che infili la chiave e parte. O caso mai lo  pure, ma giusto per chi sa da che parte si infila la chiave in un Leopard! Quella volta io ho cercato buco e chiave e non li ho trovati.
Uscii dal carro. Poi rientrai, pensando che era meglio stare dentro. Poi uscii di nuovo per chiedere altre cose che mi stavano venendo in mente all'ultimo minuto, tipo viveri di scorta militari, tipo le razioni K ed altro ancora. Mi venne in mente, improvvisamente che forse mi sarei dovuto orientare. Chiesi delle mappe e alle domande tese a dettagliare chiesi:
- Mappe dell'esterno, del luogo in cui sar immesso.
- Oggetto non permesso.
Capite? Non "Richiesta non pertinente"! Allora "c'erano" cose che non potevo avere. Anzi, data la situazione, "non dovevo" avere.
- Quanto tempo manca all'immissione?
- Due ore e cinquantasette minuti.
Altra deviazione dalla routine! Aveva risposto ad una domanda nuova.
Non potevo fare altro che aspettare, cercando di pensare a cos'altro mi poteva servire. Alla fine entrai nel Leopard e mi misi al "periscopio" del carro, guardandomi nervosamente intorno, e vedendo ovviamente solo la stanza nella quale era il carro armato.
Non sapevo cosa aspettarmi. Luci strane? Effetti visivi e sonori tipo "passaggio dimensionale" da film di fantascienza?
Il mio orologio da polso mi inform del passare degli ultimi secondi.
Allo scadere del periodo residuo mi ritrovai all'esterno, in una radura, verde d'erba e con un bosco tutt'intorno. E con me, e tutt'intorno a me, sparsi quasi a perdita d'occhio nella radura, c'erano tutti gli oggetti che avevo richiesto e che erano nelle stanze, dalle armi ai mobili. Tutti.
Non avvertii alcun cambiamento, alcuna sensazione.
Prima ero nella stanzona con il carro armato, incollato al periscopio, e dopo ero all'esterno. Il cuore mi batteva. Era la libert? Era un ritorno alla normalit? La fuori tutto sembrava assolutamente normale e banale: un cavolo di radura coperta della solita stupidissima erbetta verde!
Uscii dal carro. Ero proprio al centro di una radura. Una normalissima radura, con l'erbetta, i fiorellini, gli alberi, le nuvole in alto, bianche nel cielo azzurro, tutto assolutamente normale.
Non sapevo cosa aspettarmi, naturalmente, ma avrebbe potuto essere di tutto a quel punto, anche un altro pianeta. Invece era una normalissima radura, in un bosco, con l'aria di essere in montagna, o a mezza collina.
Cominciai a tremare. Rientrai nel carro e presi delle pasticche di Tavor per calmarmi. Poi uscii di nuovo, scesi dal carro ed ispezionai la radura.
Naturalmente mi vennero subito in mente altre mille cose che in quel contesto mi sarebbero state molto pi utili di un carro armato, di un computer o di una scrivania.
Ma a quanto pareva, l non c'era nessun "genio della lampada" per accontentarmi. Provai a chiamare, a chiedere, ma ci fu altra risposta che il soffiare del vento e qualche stridio di uccelli, lontano.
Toccai l'erba, la terra, le cortecce degli alberi, per cercare di capire se fossero alberi "terrestri"; e tali mi sembrarono. Masticai perfino un paio di fili d'erba. Potevo essere sulle Dolomiti per quello che ne sapevo.

Cambiai idea quando vidi la tigre dai denti a sciabola che veniva lentamente verso di me dalla parte opposta della radura. Rimasi un po'immobile, pensando "E adesso voglio proprio vedere come se la cava...". Cio, c'era una parte di me che stava pensando a me stesso come se fosse un'altra persona, come se io stessi vedendo tutto al cinema o alla televisione e non mi riguardasse.
Mi ricordai di botto che tutte le armi erano rimaste nel Leopard. Cominciai a correre come un forsennato verso il carro armato. La tigre, guardinga fino a quel punto, si mise a correre a sua volta verso di me. E andava veloce.
Raggiunsi per primo il carro e riuscii a salirci sopra. La tigre si slanci ma atterr dove non ero pi. Perse tempo per valutare se poteva salire sul carro anche lei, ma io mi ero tuffato dentro a met. Raggiunsi miracolosamente con un braccio l'Uzi appoggiato a poca distanza dal portellone, mi drizzai e mi girai sparando una raffica.
Centrai la tigre in pieno, appena salita sul carro.
Cadde ruggendo spaventosamente, ringhiando e colpendo l'aria con gli artigli. Rimase un po'a terra, sempre ruggendo; cerc di rimettersi in piedi, ci riusc in parte; ma io ormai le ero sopra e le scaricai addosso il resto del caricatore. Tremando in ogni singola cellula del mio corpo per tutta la durata della raffica e per molti minuti dopo.

Avevo avuto le mie prime lezioni dal Mondo dei Giocatori. Prima: se le hai, tieni le armi a portata di mano "sempre"; seconda: qui ci sono le tigri con i denti a sciabola, estinte sulla terra da quarantamila e passa anni, quindi stai in campana, anche perch se ci sono loro ci potrebbe essere di peggio; terza: ...non me lo ricordo.
Rimasi in una specie di stato di choc per tutta la notte, tremando senza potermi fermare. Vedete io non solo non sono un violento, come presumo la maggior parte della gente, ma per di pi, essendo vissuto in un paese civile ed in pace da quando ero nato, non ho mai avuto modo di assistere alla violenza vera. Al massimo agli effetti della violenza, in TV nei telegiornali. Ma la violenza vera, quella fatta di artigli e sangue e spari, beh, non l'avevo mai vista da vicino. Forse l'avevo letta, in un romanzo, o l'avevo vista in un film. Ma quella era realt. E quella era violenza vera, fisica. Vederla davvero  un'altra cosa.

Naturalmente non sapevo ancora che si chiamava il Mondo dei Giocatori. Questo lo seppi molto tempo dopo. La mattina dopo, invece, decisi di organizzarmi alla meno peggio per usare quella radura come una base fissa. Cercai, fra la massa enorme di oggetti che erano arrivati l con me, ci che mi poteva essere veramente utile (soprattutto viveri, munizioni e vestiti) e misi tutto dentro il carro, che avevo deciso di usare come riparo personale, deposito delle cose pi importanti e "fortezza".
Dopo un paio di giorni, avendo alla meno peggio organizzato il "campo base" come lo consideravo, decisi di andare a vedere cosa c'era oltre la radura.
Mi attrezzai con armi, giubbotto antiproiettile ed elmetto; ricavai una specie di sacca-zaino da un lenzuolo ed un paio di corde (ebbene s, avevo chiesto un carro armato, ma uno zaino no!), lo riempii di provviste e di munizioni e mi incamminai per uno dei sentieri che sbucavano sulla radura. Tigri o non tigri, prima o poi lo dovevo fare.
Prima di partire per studiai per un po'la tigre, per vedere se aveva qualcosa di speciale, a parte il fatto stesso della sua esistenza. Non so cosa cercavo, forse le branchie, o del sangue verde.
Apparentemente invece era una vera e propria tigre con i denti a sciabola, come le avevo viste nelle illustrazioni delle enciclopedie, lunga oltre due metri e mezzo, senza misurare la coda, con due zanne aguzze di oltre trenta centimetri; e aveva sangue rosso nelle vene. Una "normale" tigre con i denti a sciabola.

Entrai nel bosco per un sentiero stretto, poco battuto, probabilmente creato dal passaggio di animali, pi che di uomini, dato che era appunto non battuto, non calpestato.
Mi inoltrai per un tratto, salii su un albero di grosso fusto per cercare di vedere il pi lontano possibile; scesi, tornai nella radura ed entrai nel bosco dalla parte opposta, per verificare l'impressione che avevo avuto.
Era cos: mi trovavo in un radura, al centro di un bosco, in cima ad una collina, nel mezzo di una vasta pianura, con altre colline e boschi all'orizzonte. Un paesaggio idilliaco, tigri a parte.
Dopo un altro paio di giorni decisi di attraversare tutto il bosco e di scendere nella vallata. Con due bastoni lunghi un paio di metri mi ero fatto un "travois", una specie di rudimentale carriola, tipo quelle che avevo visto usare dagli indiani nei film western, per portare con me la maggior quantit possibile di viveri, di armi e di munizioni.
La notte la passavo all'incrocio di due rami, il pi in alto possibile dal suolo, legandomi al fusto per non cadere nel corso del sonno.
Avevo notato tracce di vario tipo che mi facevano pensare che ci fossero anche troppi altri predatori in quel bosco.
La cui pi spiccata stranezza era la sua assoluta normalit: la vegetazione era fatta di margherite, faggi, pini, erba, spighe di orzo selvatico, sembrava in tutto e per tutto identica a quella della "normalit" terrestre; come molti degli animali che intravedevo, dai passeri ai corvi, dai piccioni ai falchi, dai ricci agli scoiattoli; questi ultimi poi erano numerosissimi, e sembravano proprio identici a quelli terrestri, in particolare sembravano una copia spiccicata di "Cip e ciop" di Walt Disney.
Quindi, pensai dapprima, ovunque fossi, forse ero sulla Terra, e non su un lontano pianeta.
E mi resi conto che, in effetti, quell'ipotesi fantascientifica, cio la possibilit di essere su un altro pianeta, non era poi tanto campata in aria. Perch mica potevo essere in un Club Mediterranee. Potevo essere anche su un altro pianeta. O forse no. E la tigre? Ero nel passato? E come ci ero arrivato?
Una sera capii che ovunque fossi quella non era la Terra.
Ero ormai da un giorno nella pianura, e non avendo trovato grotte, o rifugi o altri boschi ed essendosi fatta sera, avevo deciso di passare la notte sveglio per evitare almeno i predatori notturni; avrei cercato di dormire di giorno, e avrei raggiunto la mattina dopo un bosco che avevo intravisto.
Insomma me ne stavo l su una collinetta a sbadigliare ed a guardarmi intorno quando mi accorsi che c'era molta luce; alzai gli occhi a scrutare il cielo e mi dissi, che in effetti, era ovvio che ci fosse tutta quella luce, con le due lune che erano piccole s, ma piene tutte e due...
Bene. Non ero sulla Terra, nemmeno nel passato, dato che la Terra due lune non le ha mai avute, per quello che se ne sa.
Rimasi a guardarle per vari minuti, stupito. Cercai poi di capire se le stelle mi potevano dire qualcosa, ma non sono mai stato forte in astronomia: so riconoscere la Stella polare, ma solo se qualcuno con una bussola mi indica prima il nord. Niente da fare nemmeno con le stelle quindi.
Vagai nella pianura per tre giorni, dormendo alla meno peggio. In lontananza e qualche volta anche troppo da vicino, vidi animali di tutti i tipi, alcuni noti (bisonti, gazzelle, lupi, zebre perfino), altri meno noti (ci sono mai state giraffe con il mantello delle zebre sulla Terra?), altri sicuramente estinti (le tigri con i denti a sciabola, ma anche dei mastodonti), altre infine di sicuro mai esistite sulla Terra: vi risulta siano mai esistiti davvero gli unicorni? I cavalli color verde? Delle scimmie con la pelliccia tigrata? Solo per dirne alcuni poi. E questi ultimi, pur strani, una vaga aria "terrestre" l'avevano.
Ma avevo anche intravisto una specie di talpone, non saprei come definirlo, comunque un animale molto grosso, bianco latte, con una leggerissima peluria rosea, che viveva sottoterra, predando gazzelle in superficie, con sei zampe per lato! Dico dodici zampe!
Nessun vertebrato terrestre ha dodici zampe. Lo schema fisso dei vertebrati terrestri  quattro zampe e al massimo altre due sporgenze, una testa ed una coda, oltre ad una cassa toracica. Ma stop. Gli animali che sembrano non averne pi di quattro zampe, come i mammiferi marini, hanno notoriamente i "residui" evoluzionistici, di quegli arti, internamente; perfino i serpenti li hanno, cos come noi abbiamo i residui della coda nelle nostre vertebre coccigee.
Gli insetti hanno pi di quattro zampe. Ma i vertebrati no. E quelle talpone erano evidentemente vertebrate. Trovai degli scheletri oltretutto.
Qualunque cosa fosse quella specie di "squalo di terra", veniva da una linea evolutiva completamente diversa da qualunque cosa abbia mai vissuto sul nostro pianeta. Anche se respirava ossigeno, aveva un sangue rosso e si poteva nutrire di carne di gazzella che era commestibile anche per me. Insomma era uno strano misto di ecologia ed animali perfettamente terrestri, antichi e moderni, e di animali mai esistiti sulla Terra. Solo che questi ultimi erano biologicamente compatibili con quelli terrestri, al punto di potersene nutrire. Il che, mi venne da pensare, poteva essere pi facilmente il frutto di un adattamento da laboratorio che non naturale.
Alla fine dei tre giorni, avendo quasi finito i viveri, e con le munizioni ormai ridotte a poca cosa, decisi di tornare al carro armato.
Non ci arrivai mai. Avevo ceduto al sonno, in un piccolo avvallamento dove mi ero fermato per riposare, per cui non mi ero accorto del loro avvicinarsi. Mi saltarono addosso in sei o sette e non feci in tempo a svegliarmi che un forte colpo alla testa mi fece svenire.

Quelli che mi avevano catturato erano senza dubbio umani. Di razza bianca, a occhio (se si fossero lavati, forse la pelle sarebbe stata bianca); erano una banda di predatori a piedi, di una qualche trib di nomadi.
Erano armati di armi di legno e pietra, per lo pi lance e mazze, niente di metallo; portavano abiti di pelle, stile uomini delle caverne; non portavano ornamenti di alcun tipo ed erano sporchi di terra e fango in ogni parte del corpo; dapprima avevo pensato fosse solo sporcizia, poi mi resi conto che si trattava di una forma di mimetizzazione quando, avendo deciso di portarmi con loro, mi spogliarono dei miei abiti, mi dettero un paio di indumenti dei loro e mi sporcarono ben bene di fango fresco e molto puzzolente.
Seppi molto tempo dopo come quella trib formava il fango: terra, acqua ed abbondanti manciate di sterco di tigre, leone o altri predatori. Lasciavano cos dietro di se una scia di odori misti, certo, ma che dava comunque l'informazione della presenza di un predatore di quelli cattivi, il che scoraggiava un po'tutti i predatori. Cacciare potevano cacciare solo mettendosi sottovento, ma d'altra parte questo lo avrebbero fatto comunque.
Il capo del gruppo quando rinvenni mi interrog a lungo alternando domande a sganassoni, e smise solo quando svenni per la seconda volta, convinto a quel punto che davvero non capivo ci che diceva.
Nulla di ci che avevo con me li interess davvero, cibo compreso, ed io non fui in grado di spiegargli niente a riguardo le armi. Non avrei potuto comunque, dati i problemi di lingua, ma, se mi avessero lasciato libero per cinque minuti, avrei potuto dare una dimostrazione di cosa poteva fare un Uzi direttamente sulla loro pelle!
Presero comunque alcune cose, fra cui proprio l'Uzi, e si incamminarono per la loro strada, tenendomi legato come un animale, lasciandomi libere solo le gambe.
Cacciavano per lo pi proprio quegli "squali di terra" che avevo gi visto. La tecnica di caccia consisteva sostanzialmente nel cercare delle prede per lo squalo, prede vive, tipo gazzelle, o antilopi, nel legarle ad un palo al centro di piccoli avvallamenti che erano i pi adatti ad una "emersione" dal sottosuolo e nel battere ritmicamente sul terreno attorno per attirare l'animale.
Quando questi emergeva e ghermiva la preda, infilava anche la testa e parte del corpo nei lacci con nodi scorsoi che erano posti tutt'intorno all'esca; le corde venivano tirate e bloccate, l'animale non poteva pi rientrare nel suo tunnel e veniva finito con le lance e le mazze.
Poi veniva squartato e dagli organi interni venivano prelevate delle specie di pietre, dei "calcoli" di qualche tipo, e delle ghiandole, il vero obiettivo della caccia: le pietre, molate e ripulite erano dei gioielli bellissimi e dalle ghiandole si ricavava una spezia curativa non meno preziosa. Il resto veniva lasciato agli spazzini della prateria.
Dopo meno di dieci giorni di questa vita errabonda nella prateria ero sfinito; ferito da mille graffi, scalfitture ed escoriazioni, mi reggevo a malapena in piedi; zoppicavo; mi tenevano legato e mi usavano solo come mulo per trasportare parte del loro bagaglio, e da mangiare mi davano i loro avanzi. Non li odiavo nemmeno pi, ero sfatto, ero incapace di odiare, volevo solo morire.
Una sera intuii che stavo per essere accontentato; dagli sguardi che mi lanciavano nel corso di una discussione, capii che stavano parlando di me; e, ad occhio, che si stavano chiedendo se valeva o meno la pena di continuare a portarmi con loro dato che li facevo rallentare.
Era vero, non ce la facevo a stare al loro passo. Ad un certo punto qualcuno disse una qualche spiritosaggine e tutti si misero a ridere. Uno fra loro, quello che mi aveva schiaffeggiato per interrogarmi si alz e venne verso di me. Mi fece alzare e mi spinse poco lontano, dietro un dosso, poi mi spinse a terra. Mi si sdrai vicino e mi disse qualcosa con voce insolitamente affabile, per quanto potevo giudicare. E cominci a toccarmi.
Tentai di resistere ma potevo fare ben poco e, dopo che mi ebbe piantato sotto la gola un coltello di ossidiana, rozzo ma efficace, ebbe gioco facile. E mi violent. Ebbe un solo pregio: fu breve.

Al ritorno avevano cambiato, per mia fortuna, discorso. Ma per me era stato un segnale d'allarme. Per quei selvaggi ero un animale predato e niente di pi.
Non ero nemmeno scioccato. Dopo dieci giorni di quella vita, ero al di l dello choc. Ero solo terrorizzato a morte. Non ce l'avrei fatta a resistere in quelle condizioni, e quelle bestie mi avrebbero prima o poi assassinato senza pensarci su due volte. Dovevo scappare.
La notte successiva riuscii a liberarmi le mani.
La notte ci fermavamo quasi sempre in cima a un qualche rilievo ed io ero sempre troppo stanco per riuscire a pensare a come scappare. Quella sera, dopo aver fatto grossi sforzi per tenere il loro passo, ci fermammo in un posto che diversamente dagli altri aveva qualche roccia affiorante.
Mi sdraiai vicino ad una di queste rocce, a quella che mi sembrava la pi adatta. Per tutta la notte, appena gli altri si furono addormentati, stando attento ad non attirare l'attenzione della sentinella, riuscii, strofinando i lacci di cuoio che mi stringevano i polsi contro la roccia, a spezzarli.
Ci rimisi anche molta pelle dei polsi, ma la paura di morire non mi fece sentire il dolore. Liberate le mani, senza far rumore cominciai ad allontanarmi dalla sentinella; raggiunsi il capo della banda e la sua sacca, ne trassi la mitraglietta; e l commisi il mio primo errore.
Poi scappai, veloce quanto potevo nella prateria, dove non avrei corso che dei rischi appena inferiori.
La sentinella se ne accorse e cominci a gridare; si svegliarono ed iniziarono l'inseguimento. Non ce la potevo fare, evidentemente, per questo avevo preso l'Uzi, per spaventarli.
Quando mi raggiunsero mi fermai e mi rivoltai verso di loro, urlando:
- Allora, bastardi! Animali! Eh? Allora volete proprio che lo faccia, eh? - e sparai una raffica in aria. E questo fu il secondo errore.
Avete mai ucciso qualcuno voi? No, probabilmente, giusto?
Non  una cosa comune uccidere. La maggior parte della gente, nel corso della propria vita non uccide mai nemmeno una gallina. Da piccoli uccidiamo mosche e lucertole, ma oltre non si va, o si va difficilmente, al massimo un gatto, ed  raro.
Ripeto: la maggior parte della gente che vive in citt non saprebbe nemmeno da che parte cominciare per uccidere non dico un essere umano, ma nemmeno un pollo.
Certo, sull'onda di un impulso, per un pugno mal dato si pu arrivare ad uccidere, o lo si fa per sbaglio; o lo si programma a freddo; ma tutto ci riguarda una minoranza di persone, appunto quelle che uccidono per sbaglio e quelle che uccidono con facilit, ripeto due minoranze.
Ed io, uomo civile, ben educato, non avevo mai ucciso nessuno in vita mia, n mai pensato che avrei potuto o dovuto farlo.
I miei due errori erano stati questi: appena avevo avuto l'Uzi in mano, prima che la sentinella se ne accorgesse avrei dovuto ucciderli tutti, lui per primo; e dopo, quando mi avevano circondato, ridendo, non avrei dovuto tentare di spaventarli, ma avrei dovuto di nuovo approfittare dell'occasione e falciarli con una raffica; invece sparai una raffica in aria.
Solo perch io avevo l'orrore dell'omicidio, perch ero stato educato a ritenere che la soppressione di un essere umano sia la soppressione di un mondo intero, anzi, di un universo intero.
Si fermarono spaventati certo. Ma non fuggirono urlando dal terrore, come mi ero immaginato. No. Uno di loro, proprio il capo, credo, nel buio sia pure illuminato dalle lune non ero in grado di capire bene, mi tir la sua lancia, che mi si piant proprio nel bel mezzo del plesso solare, penetrando a fondo.

Il colpo mi lasci senza fiato. L'Uzi mi scivol dalle mani e cadde a terra; io caddi all'indietro. L'uomo che mi aveva tirato la lancia mi venne vicino e mi disse qualcosa, ridendo. Poi si appoggi con tutto il suo peso all'arma e mi trapass, infilzandomi nel terreno. Il dolore fu forte e spaventoso, ma in qualche modo, probabilmente per la lesione di un qualche nervo spinale, non so, non sentii pi dolore.
Gli altri risero anche loro, vennero vicini dissero qualcosa, qualcuno mi prese a calci, poi se ne andarono. Ed io rimasi l. E svenni.
Rinvenni in pieno sole. Intorno a me gi si stavano radunando degli avvoltoi. Io non ero in grado di muovermi in alcun modo. Stavo per morire e loro potevano aspettare. Rimasi in una specie di dormiveglia per ancora non so quanto tempo, minuti, poche ore.
Avevo una sete spaventosa. Mi capit anche di pensare che avevo avuto la mia ultima lezione: in questo mondo o si uccideva o si era uccisi, non esistevano vie di mezzo.
Il sole era alto quando nella radura arriv una piccola muta di lupi molto grossi, molto pi del normale. Il maschio alfa si avvicin ringhiando, mi odor e poi con un solo unico rapido movimento mi azzann alla gola squarciandomela.
Morii subito.


Il Primo Inverno

Mi risvegliai nello stesso letto e nella stessa stanza che sembravano un ospedale. Nella sorpresa, sorrisi anche: ecco, era stato un sogno, strano, vivido, ma solo un sogno.
Poi, non so cosa me lo fece pensare, pensai che non era cos.
Non era affatto un sogno.
N quella stanza, n la mia morte, n tutto ci che avevo vissuto.
Sentivo ancora i denti del lupo che mi squarciavano la gola, ricordavo benissimo il fiato puzzolente dell'animale su di me, era l'ultimo ricordo sensoriale che avevo prima del buio. E ricordavo ogni singolo maledetto momento di quell'agonia e di tutto ci che l'aveva preceduta!
Quindi era un incubo. Un incubo reale, ma un incubo.
- Sei in grado di comprendere? - disse la stessa voce dell'altra volta.
- M-m-ma cosa sta succedendo? - risposi.
- Sono in attesa richieste.
- Ma cosa  successo?
- Sono in attesa richieste.
- VOGLIO SAPERE COSA  SUCCESSO!
- Sono in attesa richieste.
- VOGLIO UNA PISTOLA COLT 357 MAGNUM, MODELLO 1980, CANNA DA TRE POLLICI, MODELLO EXPORT! - Chiesi, sempre urlando. La dettagliai come avevo dovuto fare la prima volta che l'avevo richiesta, giorni prima.
Apparve vicino alla mia mano. La presi, alzai il cane, me la puntai alla tempia ed urlai.
- SE NON SAPR IMMEDIATAMENTE CHE COSA  SUCCESSO IO MI SPARER!
- Sono in attesa richieste.
Premetti il grilletto. E la pistola scatt a vuoto.
E gi, non avevo ancora chiesto le pallottole. Mi venne da ridere. Mi misi a ridere ed a piangere, al tempo stesso. Mi resi conto che se anche avessi chiesto le pallottole, le avessi avute ed avessi caricato l'arma e mi fossi sparato, dopo non molto, o forse dopo molto chi lo sa, mi sarei trovato di nuovo in quel letto e che la cosa poteva andare avanti all'infinito. Lasciai perdere e chiesi una bottiglia di whisky. Poi un'altra. Alla met della seconda crollai.

L'alcool  notoriamente un rimedio parziale ed inefficiente per risolvere i problemi. L'effetto di sollievo dura poco, ha molte conseguenze sgradevoli, dall'assuefazione al mal di testa del dopo sbronza. Ma ha anche il vantaggio di essere rapido, economico, e di dare una euforica illusione di star bene. Gli svantaggi poi, per una persona sana, in realt, sono un vantaggio: se non ne abusi pi di tanto. E poi fa dormire male, ma senza sogni. Almeno me.

Quando mi svegliai di nuovo, dopo l'ubriacatura, chiesi delle aspirine, dell'acqua, del succo di frutta; e mi rimisi al lavoro. Richiesi subito molte delle cose che avevo chiesto la prima volta, ad esempio scrivania e computer. E mi rimisi a cercare di risolvere il problema a modo mio, come avevo fatto la prima volta: scrivendo, preparando schede, razionalizzando.
Lavorai ininterrottamente per alcuni giorni. Cosa sapevo? Che qualcuno mi aveva messo in una situazione complessa, per un qualche suo motivo, e su questo argomento, il chi, il come ed il perch, oltre non andavo: non avevo elementi per ricavare altro; quindi dovevo posticipare questa parte del problema a quando avessi avuto altri dati.
In cosa consisteva concretamente questa situazione complessa? Ovunque fossi ora, ci sarei rimasto per due settimane, anzi esattamente per 15 giorni di 24 ore l'uno.
Nel corso di questi 15 giorni un meccanismo (o un insieme di meccanismi) predisposto a ci mi avrebbe fornito qualunque cosa io avessi richiesto, qualunque oggetto materiale, dopo di che sarei stato "immesso" in un mondo estremamente simile alla Terra per caratteristiche esteriori (atmosfera, biologia, ecosistema e mille altre cose), ma che non era la Terra.
In questo mondo avrei trovato specie animali identiche a quelle terrestri, specie terrestri estinte e specie animali non terrestri; avrei trovato anche esseri umani in tutto e per tutto simili ai terrestri, come noi violenti ed aggressivi, ma forse non pi di noi.
Per quello che ne sapevo senza dubbio pi barbare e comunque tecnologicamente meno evolute. Ma anche questo non era detto: la trib di cacciatori che avevo incontrato era a livello di civilt neolitica, ma sul pianeta ci poteva essere anche altro: in fondo anche sulla Terra che avevo lasciato convivevano tecnologia nucleare e, nelle foreste amazzoniche o malesiane, quella neolitica.
Se fossi stato ucciso, sarei stato resuscitato all'interno di questa macchina, comunque in questo luogo nel quale stavo scrivendo.
Forse. In realt non era detto. Era successo questa volta, ma sarebbe successo di nuovo? E se s, sarebbe successo sempre, o per un numero limitato di volte? Avevo sette o mille vite? O solo tre? Non che ci tenessi a fare l'esperienza, intendiamoci.
Ero morto. Ero stato ucciso. E non era stata una esperienza gradevole. Non  come addormentarsi, vi assicuro.

No, non avrebbe dovuto mai pi accadere di nuovo. La sicurezza fisica era a quel punto il mio obiettivo principale. Anzi, rapidamente divenne la mia ossessione. Cominciai a stilare liste su liste di oggetti che avrebbero potuto essere utili per sopravvivere, per difendermi, per muovermi. Le scrissi e le riscrissi all'infinito.
Ci lavorai con metodo ed a lungo. Mi resi conto che era inutile chiedere di tutto. Occorreva chiedere qualcosa che mi sarebbe stato utile, ad esempio, nella radura o nella savana nella quale ero stato catturato, o su una montagna di quelle che intravedevo alla fine della savana. Insomma occorreva un progetto articolato di sopravvivenza. Alla fine chiesi, ed ottenni, ci che mi sarebbe servito.
Chiesi di nuovo e prima di tutto armi e munizioni.
Esclusi il carro armato, era stata una scelta sciocca. Quanta nafta poteva portare il serbatoio? Quanta nafta in pi potevo chiedere? Contenendola dove? Inoltre i tank vanno bene in pianura o su pendii leggeri, nelle foreste, no davvero. E comunque non sapevo portarlo un tank, ed imparare avrebbe portato via tempo inutilmente, dato che prima o poi ne avrei dovuto fare a meno.
Chiesi di nuovo una mitraglietta Uzi e relativo ammunizionamento, 200 caricatori da 50 colpi l'uno. Poi pensai alle tigri ed ai selvaggi e raddoppiai la provvista.
Poi chiesi un fucile di precisione, un Anschutz Savage, calibro 312 Hi-Speed, con cannocchiale; aggiunsi alla lista bombe a mano, da assalto (solo con lampo e rumore) e da difesa (tipo ananas, a frammentazione); un paio di grossi coltelli da combattimento, un lanciamissili, il pi elementare possibile, con una riserva di 30 colpi. Mine antiuomo di tre tipi diversi, per un totale di almeno 80 pezzi.
Poi armi ad avancarica. Proprio cos: un paio di fucili ottocenteschi, con pallettoni e pallini, una diecina di chili di polvere da sparo. E chiesi anche alcune migliaia di capsule detonanti, ognuna delle quali equivaleva ad un colpo ma di peso ed ingombro molto pi limitato della polvere da sparo. Sapevo che la polvere da sparo (diversamente dalle capsule)  relativamente facile da farsi (chiesi alcuni libri sull'argomento) e quelle armi avrebbero potuto funzionare a lungo, anche quando avessi finito le pallottole per le armi pi moderne.
Gi che c'ero chiesi anche un paio di archi e di balestre, con frecce e verrettoni in abbondanza, oltre a punte e penne di bilanciamento per fabbricarne altre.
Chiesi attrezzi di tutti i tipi: dal martello ai chiodi, dalle tenaglie ai trapani, dalle seghe alle asce, eccetera. Tutto ovviamente non elettrico.
Chiesi anche contenitori di vetro, di plastica, di metallo, di molte forme e dimensioni, per conservare cibi.
Poi viveri a lunga conservazione di tutti i tipi, dal latte in polvere alla carne in scatola, dalla frutta sciroppata in scatola ai salami; sale in quantit (prevedendo salature di cibi locali ed in attesa di trovare il modo di trovare il sale in loco).
Medicine: dai cerotti agli antibiotici a largo spettro, bende, anestetici, siringhe automatiche, un termometro, alcuni ferri chirurgici, uno stetoscopio, dei manuali di pronto soccorso, dei libri di medicina.
Libri, poi, di tutti i tipi: manuali di istruzioni, una piccola enciclopedia della tecnologia che mi avrebbe permesso di ricostruirmi, forse, un modo di vivere decente. Ma anche libri da leggere: di tutto, dai gialli di Nero Wolfe che conoscevo a memoria fino a tutta la "Recherche" di Proust che sulla Terra non ero mai riuscito a leggere perch la trovavo troppo noiosa; e molti altri autori. Il tutto in edizione estremamente ridotta per spazio ed ingombro.
Una macchina da scrivere portatile (un vecchio modello, una Lettera 32 della Olivetti: tutta di metallo praticamente indistruttibile; a casa ne avevo una vecchia di 40 anni che faceva ancora alla grande il suo mestiere), dieci nastri di ricambio (anni ed anni di scrittura garantita) carta, matite, penne, cancelleria varia.
Un mangianastri a pile, ovviamente, ed una riserva di torcioni per un paio di mesi ed un bel po'di cassette di musica, per lo pi classica. Poi lo avrei dovuto buttare, ma almeno un po'mi avrebbe aiutato.
E molte altre cose che non vi sto ad elencare per esteso: da un mini gruppo elettrogeno che avrebbe potuto funzionare, forse, con una cascata d'acqua, a una bussola (che non avevo idea se avrebbe mai funzionato su un pianeta diverso dalla Terra); da una riserva di spezie ad una ventina di chili d'oro sotto forma di monete, lingottini e catenine ornamentali; gioielli, pietre preziose.
Scelsi l'oro perch pensai che probabilmente, a meno che fosse super abbondante sul pianeta, anche l sarebbe stato un metallo prezioso, da usare negli scambi.
L'oro  sempre stato un metallo prezioso per tutte le civilt terrestri ed il motivo non  una specie di misteriosa "auri sacra fames" biologicamente determinata, ma semplicemente il fatto che  un metallo estremamente malleabile, con il quale anche solo battendolo con una pietra si pu fare di tutto, e soprattutto che non si ossida mai, quindi finisce per creare intorno a s leggende di Immortalit.
E gioielli e pietre per gli stessi motivi: gli esseri umani sulla Terra (uomini e donne), in ogni tempo ed in ogni luogo hanno sempre amato adornarsi di gioielli di tutti i tipi.
Insomma l'idea era: avere di che fare scambi e di che difendermi.

Per portare tutto ci furono necessari 12 muli, che provvidi a chiedere, scoprendo cos che potevo chiedere esseri viventi. In teoria avrei potuto chiederne altri, e chiedere carri per trasportare il tutto. Ma il problema era che ero solo, e gi controllarne dodici sarebbe stato difficile.
E gi che c'ero chiesi anche un po'di altri animali: un po'di galline, gallo compreso, due capre femmine ed un caprone; tanto per far razza ed avere uova fresche.
Quando mi furono consegnati direttamente l, nella stanza in cui li chiedevo, apparvero liberi, senza gabbie o stie.
Non vi dico la confusione. Provvidi a chiedere gabbie e stie e ci misi alcune ore per venirne a capo. Poi mi resi conto che mi servivano anche il cibo per quegli animali, ed un luogo adatto e quindi "ordinai" una stalla su misura.
Improvvisamente mi resi conto che forse quel gallo, quelle galline, quella capra, forse venivano dalla Terra... ma forse no, mi dissi subito. Per un attimo li avevo sentiti quasi come fratelli, come amici.
Anche in questa occasione mi accorsi solo in un secondo momento di cosa mi ero dimenticato, di cosa avevo chiesto in quantit eccessiva e di cosa in quantit esagerata; ma sapete com', degli errori che facciamo, ce ne accorgiamo sempre dopo.
E d'altra parte, la situazione nella quale mi sarei trovato non era davvero una situazione prevista in un qualche manuale! Voi cosa avreste scelto al posto mio? Una radio, ad esempio? E per farci che? Io la presi, intendiamoci, ma a parte il fatto che andava a batterie e che quindi dopo poco si scaric, ma per sentire chi? Presi anche due walkie talkie, pensando che avrebbero potuto essermi utili quando avessi trovano un alleato, un amico. Ed un carica batterie da collegare all'impianto da "allacciare" ad una cascata. Sempre che anche quello avesse funzionato.
E non fu facile, chiedere ed ottenere. Sempre per quella maledetta mania di dover dettagliare tutto fino al limite del dettaglio d'archivio della macchina, ogni richiesta era una fatica improba!

Il tempo vol. E dopo quindici giorni esatti, fui di nuovo "immesso" sul pianeta, con la stessa identica non-sensazione della prima volta, con tutte le casse di tutti i materiali che avevo richiesto e con i dodici muli ed i loro basti.

Mi ritrovai all'aperto di nuovo in una radura di un bosco, molto piccola, con un sentiero largo pochi centimetri davanti a me. Mi chiesi se le radure erano una costante. Ero teso e spaventato, stavolta, e molto sulla difensiva.
Decisi di non allontanarmi dal luogo in cui ero certo ci fosse una "uscita" dal computer, con il vago progetto di stipulare una alleanza con coloro che fossero usciti da l dopo di me, anche se per quel che ne sapevo potevano passare anche anni prima che uscisse qualcun altro.
Cominciai a scavare una fossa. Avevo deciso infatti che gran parte del materiale che avevo portato con me lo avrei lasciato l, in una "cache", in una buca non troppo profonda, e impermeabilizzata con teli di plastica, e che sarei tornato di volta in volta a prendere ci di cui avevo bisogno.
Ci misi un paio di giorni a completare l'operazione, dormendo poche ore per notte, all'interno del cerchio formato dai muli legati fra loro, a titolo di difesa preventiva. Speravo che se fosse riapparsa una tigre (o chi per lei, umani compresi) avrebbe assalito loro prima di me; e che loro comunque forse l'avrebbero annusata prima di me: una specie di "muro" di carne, insomma. Dormii con la mano sull'Uzi, e dormii male, svegliandomi diverse volte in preda alla paura.
Poi mi venne in mente che potevo disporre alcune mine antiuomo tutt'intorno al cerchio dei muli e ad una certa distanza per di pi; e collegarle a dei fili di nylon. Cosa che feci (dopo aver letto con molta attenzione i manuali di istruzione) e che mi aiut a dormire un po'di pi.
Dopo qualche giorno mi avviai sul sentiero per poche centinaia di metri, tornai indietro e lo percorsi nella direzione opposta; passai l'intera giornata a conoscere il territorio immediatamente circostante.
Il bosco era una faggeta, di alberi alti, con un sottobosco fitto ma non troppo e molti sentieri, apparentemente "scavati" nel verde o da animali o da piccoli torrenti primaverili da disgelo. Di nuovo non c'erano sentieri "calpestati" da piedi umani, per lo meno apparentemente.
Trovai uno di questi torrenti pi grande e stabile, un piccolo fiume, un po'pi a valle, e quindi decisi a maggior ragione di stabilirmi vicino ad una fonte d'acqua, sia per l'acqua in s sia per l'idea di trarre da una cascatella naturale la corrente elettrica.
Trovai una piccola grotta, 200 metri pi a valle e mi ci stabilii; misi tutte le provviste sul fondo, coperte da rami e da cespugli, tenni le armi a portata di mano ed ammucchiai della legna secca vicino all'ingresso ma non l'accesi: non volevo qualcuno vedesse la luce del fuoco finch non fossi stato certo di essere in grado di difendermi. Dormi alla meno peggio, svegliandomi diverse volte, in parte per i rumori esterni, in parte per gli incubi che affioravano.

Sapevo di essere vivo e che in questo c'era una qualche logica, ma il mio corpo ricordava solo l'orrore di una morte subita poco prima: improvvisamente cominciavo a sudare freddo o a tremare, senza potermi arrestare, era proprio come se il mio corpo non potesse accettare l'idea di essere stato ucciso e di essere ancora vivo.
Il corpo credo possa accettare la morte. Credo per che non possa accettarla due volte. La pu accettare, ma non ricordare. Non so, forse sto dicendo delle sciocchezze, ma quando avevo un po'di tempo per pensare, e pensavo a cose di questo tipo, avevo l'impressione che il mio corpo "ricordasse" a prescindere dal fatto se ricordavo o meno io.
Cercavo di non pensare al fatto che ero probabilmente gi morto due volte: non sapevo come razionalizzarla questa cosa; questo non era l'aldil, questo era un altro pianeta. Ma io ero senza dubbio morto due volte. E se "io" smettevo di pensarci, se "io" riuscivo a non pensarci, il mio corpo invece no: lui era sempre presente a questo orrore e non si voleva adattare. E a volte mi affiorava il pensiero che forse l'unico modo era uccidersi, e rinato, continuare ad uccidermi, finch chi mi risuscitava non si fosse stancato ed io sarei morto definitivamente, finalmente!
Passai due settimane in questo stato, finch non mi calmai; nel frattempo mi ero orizzontato a sufficienza.

Mi trovavo sul costone esposto a sud di una montagna simile ad una montagna terrestre, alta probabilmente oltre i 4000 metri.
Sempre approssimativamente e considerando il caldo, l'altezza del sole ed altri particolari, tutti basati sulla mie impressioni di montanaro della domenica, dovevo essere circa a 1000 metri di altezza, in una zona temperata del pianeta ed in una stagione che si avviava verso il caldo estivo. Intorno a me molti animali, fiori, le prime bacche, e le giornate che si allungavano. Questo lo dedussi subito dal gioco delle ombre su un orologio solare che mi ero costruito in una spiazzo vicino alla mia capanna. A forza di fare piccole esplorazioni e con l'aiuto del binocolo, avevo trovato il luogo dove stabilirmi.
Era in prossimit del torrente, che faceva un'ansa in discesa; io mi ero messo nell'ansa, cos da avere il torrente in alto ed in basso al tempo stesso, per future opere idriche: avrei preso con dei tubi di terracotta o di bamb l'acqua dall'alto, l'avrei usata ai miei scopi, per restituirla al torrente in basso.
Nell'ansa c'era una specie di radura, leggermente inclinata, con diversi cespugli, e su un lato del costone della montagna c'era una ampia grotta, che era essenziale ai miei progetti.
Cominciai a costruirmi una capanna di tronchi. La capanna era dapprima una capanna di rami costruita alla meno peggio come copertura della grotta, che era ampia, areata ed asciutta, e che aveva il grandissimo pregio di avere altre tre uscite, tutte e tre piccole e nascoste nella vegetazione, ma al tempo stesso praticabili.
L'uscita della grotta, e quindi la capanna che ne occultava l'ingresso, era esposta a sud ed aveva una bella visuale sulla vallata; al tempo stesso era abbastanza coperta dal bosco cos da poter sperare di non essere notato dalla vallata stessa, quando avessi fatto luce o fumo.
Quando mi fui rassicurato che non c'erano tracce umane nei paraggi e dopo aver disposto un sistema di mine antiuomo tutt'intorno alla radura, e sempre tenendo l'Uzi a portata di mano, cominciai i lavori.
L'idea era di costruire una piattaforma dinanzi all'ingresso della grotta, poggiata a monte nella rientranza stessa della grotta, ed a valle su due o pi pilastri di tronchi; su questa piattaforma avrei costruito la mia vera e propria capanna di tronchi stile "far-west" americano, con i tronchi ad incastro ad angolo retto negli angoli ed il tetto inclinato per far slittare la neve. Avrei vissuto nella capanna, ma avrei usato a molti altri scopi anche la grotta.
Fu dura. Ma il lavoro funzionava da terapia fisica e psicologica, inoltre mi irrobustiva. Il problema non era trovare o abbattere gli alberi, quanto trasportarli; non volevo infatti creare una radura troppo grande intorno alla casa, per di pi una radura artificiale, con i ceppi dei tronchi tagliati; qualcuno avrebbe potuto notarla.
In prospettiva, infatti, volevo mimetizzare anche la capanna, in modo che sembrasse una parte della radura e del costone.
I muli mi potevano aiutare, ma non poi tanto, dato che sentieri non ce n'erano. Per altro nel frattempo me ne erano morti cinque (di malattia, incidenti ed uno per una tigre) e due erano scappati, per cui ne avevo solo 5, che tenevo per lo pi alla cavezza nella grotta stessa.
Tagliai gli alberi molto pi a monte, sfrondandoli e facendoli scivolare piano piano a valle con un sistema di corde e di pulegge e servendomi di un paio di muli per volta.
Riuscivo a lavorare in questo modo un paio di tronchi al giorno. Un giorno lavoravo ed un giorno cacciavo o raccoglievo. E queste due attivit erano sorprendentemente facili: la selvaggina (cervi, daini, galli cedroni, la tipica selvaggina da foresta europea o americana) abbondava come in un film naturalista ed era facilissimo catturarla o ucciderla; dopo un po'non usavo pi neppure l'arco o il fucile e mi limitavo a porre trappole, alcune con le tagliole che avevo chiesto alla macchina, altre che avevo imparato a fare leggendo i manuali che avevo richiesto; c'erano molti cespugli di bacche diverse e tutte dolci e commestibili, e funghi identici a quelli della Terra (oltre ad altri mai visti, che ovviamente non colsi) ed un tipo di albero da frutto che non avevo mai visto e che produceva una specie di "pane" direi, una specie di zucca, chiara e farinosa e quasi senza sapore, che per tagliata a fette, lasciata seccare o tostata poteva sostituire benissimo il pane.
Dopo due mesi di dodici ore di lavoro al giorno la piattaforma era ultimata insieme ai muri perimetrali ed alle travi portanti del tetto, che coprii di rami, terra e frasche.
Mi dedicai alle altre difese passive intorno alla capanna. Scavai un primo fossato e con la terra che scavavo alzavo un muretto verso l'interno. Sul muretto misi dei paletti acuminati, sottili e di diversa lunghezza e vi trapiantai dei rovi; trapiantai dei rovi anche sulla sponda opposta del fossato, cos che a prima vista, chi vi fosse passato vicino avrebbe visto solo una fitta muraglia di rovi alta un paio di metri dietro la quale una pi alta e fitta muraglia. Certo quando i rovi fossero abbondantemente cresciuti.
Questa doppia muraglia era come un cerchio di trenta metri di diametro che circondava la mia casa, partendo dai costoni della montagna; da un lato della muraglia il lavoro fu molto difficile, perch era proprio sullo strapiombo; e dagli altri la feci un po'pi alta.
La mia casa sporgeva dalla grotta, ed quindi la nascondeva, verso una radura circondata dalla doppia muraglia. Dall'esterno e da pochi metri pi in basso non si poteva vedere niente; la casa poteva essere notata solo dall'alto, ma per risolvere questo problema mi ero recato proprio sulla sporgenza che mi sovrastava ed avevo notato quanto era difficile e senza senso arrivarci; comunque per precauzione decisi di mettere delle trappole in tutta quella parte della montagna: chi fosse arrivato sul bordo della montagna (sopravvivendo alle mine!), in quel punto si sarebbe visto crollare il suolo sotto i piedi e sarebbe precipitato; sia che io ci fossi sia che non ci fossi. Come ulteriore precauzione, ultimano il tetto con tegole di legno, lo coprii di un leggero strato di terra su cui adagiai delle zolle di terra ed erba sperando che attecchissero.
Allargai la "cintura" delle mine antiuomo ad oltre 500 metri di raggio dalla casa stessa e circa dieci metri prima di ogni mina, misi dei teschi di animali su dei pali, come a dire, vai avanti a tuo rischio e pericolo. Giusto per un residuo di un piccolissimo scrupolo.
In prossimit del torrente pi a valle trovai delle specie di bamb, delle grosse canne di palude, ma molto grosse; me ne feci bicchieri e contenitori di tutti i tipi, ma anche tubature per ricevere l'acqua direttamente in casa dal torrente: fu un impianto decisamente artigianale e di cui avrei dovuto cambiare diversi pezzi man mano che si corrodevano le canne, ma vi assicuro che farmi una vera e propria doccia dopo quattro mesi di quella vita fu una esperienza esaltante!

Ormai ero ben piazzato. Sotto la piattaforma scavai una cisterna che impermeabilizzai con muschio, foglie, malta e fieno, in un modo molto rozzo ma efficace (avevo ancora molti fogli di plastica a disposizione, ma preferivo usare materiali naturali che reperivo intorno a me); un piccolo tubo vi portava l'acqua ed un altro ne portava fuori l'eccesso; avevo cos una riserva d'acqua anche in caso di assedio; chiusi i muri intorno e sotto alla piattaforma con rocce e rovi secchi e coprii di piantine di rampicanti e di rovi tutta la base della casa ed altri punti strategici, con la prospettiva di riuscire in poco tempo a coprirla tutta.
Avevo ormai a disposizione una capanna di tronchi quasi completamente mimetizzata, e che con la prossima stagione, se i rovi attecchivano, lo sarebbe stata completamente; con all'interno un camino di sassi fissati con una maltaccia di fango e fieno, la cui cappa finiva nella grotta; il fumo si disperdeva dopo essere passato all'interno della grotta stessa, da tre diverse uscite, pi a monte, ed in modo tale da essere praticamente invisibile. Ero perfettamente mimetizzato. Solo chi mi fosse capitato letteralmente addosso per caso mi avrebbe potuto vedere.
Continuai a cacciare ed a mettere da parte quanta pi selvaggina potevo per affrontare l'inverno: le carni le affumicavo nella grotta ed avevo visto che si mantenevano bene; avevo trovato anche varie ricette di cibi da sopravvivenza in un libro sul ritorno alla natura che avevo comprato anni prima ma non avevo mai letto seriamente e che mi ero fatto ristampare dal computer; fra questi la ricetta del "pemmicam", il cibo invernale degli indiani nordamericani: pesce secco affumicato e sminuzzato con carne secca; non era granch ma era cibo che non si rovinava.
Il pesce lo pescavo con facilit in uno dei molti laghetti formati dal torrente pi a valle: trovai perfino dei salmoni.
Nei contenitori di canna impermeabilizzati con foglie aromatiche secche conservavo diversi tipi di marmellate di bacche; non sapevo quanto sarebbero durate e restate commestibili ma c'erano buone speranze; le marmellate le avevo fatte bollendo le bacche dapprima nelle pentole che avevo portato con me, poi in recipienti di coccio che mi ero fabbricato da solo quando avevo scoperto della creta in un'ansa del torrente. Usavo i vasi di vetro che mi ero portato appresso, ma, di nuovo, cercavo una tecnologia compatibile con l'ambiente in cui ero.
Nel frattempo mangiavo ingordamente anche al di l della fame, e soprattutto il pi grasso che potevo, con il dichiarato scopo di ingrassare: proprio come fanno gli animali che vanno in letargo.
Frutta secca, funghi secchi, pezzi di carne cotti e conservati nello strutto ricavato dal grasso degli animali che uccidevo; insomma passai tutta la primavera, l'estate e parte dell'autunno a fare provviste, legna compresa.
E feci bene. Non avevo idea di quando sarebbe arrivato il freddo e di quanto forte sarebbe stato; potevo legittimamente supporre che sarebbe stato simile a quello delle montagne europee o nordamericane corrispondenti, tipo Centro Europa o nord degli Stati Uniti. Il che significava anche 30 gradi sotto zero.
Quando arriv, fu pesante. Fossero meno 30 o meno 40 non saprei dirvi: non avevo pensato a chiedere alla macchina un termometro da esterno. Fu freddo. Ma molto freddo.
Per fortuna avevo conservato (e conciato alla meno peggio con il sale ed il sole) tutte le pelli degli animali che avevo ucciso e le avevo cucite grossolanamente fra loro; quando calava il sole andavo a letto vestito, dentro il mio sacco a pelo di piume e sotto una pila di pelli, con fuori appena un pezzetto del naso per respirare. Ed avevo freddo.
La mattina non mi alzavo finch il sole non era alto, accendevo il fuoco e tornavo sotto le pelli, e solo quando un po'di tepore si diffondeva nella mia capanna mi alzavo e mi organizzavo la giornata.
Che consisteva per lo pi nel mangiare, nel fare un po'di movimento per non paralizzarmi del tutto. Provai anche a scrivere ed a tenere un diario, ma non dur a lungo, cos come anche la lettura non mi aiut, anzi.
Leggere di un mondo che potevo considerare perso per sempre mi deprimeva. Ero arrivato infatti alla conclusione che per poter mantenere un minimo di salute mentale, alla Terra non ci dovevo pensare pi. Questo era il mio mondo e qui dovevo restare. Quando avessi avuto qualche informazione in pi su quello che mi era successo avrei potuto... cosa? Niente. Non avrei potuto quasi sicuramente fare niente, quindi tanto valeva non pensarci pi.

Per la prima parte dell'inverno uscii raramente dalla capanna; man mano che il freddo si fece pi forte mi pass proprio la voglia di uscire. Passato l'equivalente del solstizio invernale di quel pianeta, quando le giornate cominciarono ad allungarsi di nuovo, cominciai ad uscire pi spesso ed a trovare perfino bello il luogo in cui ero.
La neve copriva tutto, ovviamente, ma era una neve strana: per non so quale fenomeno non era una neve tutta e soltanto bianca; forse cristalli minerali presenti nel pulviscolo atmosferico, forse una particolarit d'altro tipo nella luce del sole di quel sistema, non so, il risultato era che la neve era bianca, s, ma percorsa da incredibili striature di colore, appena accennate, molto flou, tenui, ma con tutti i colori dello spettro; il risultato era, sotto il sole, soprattutto all'alba ed al tramonto, una variegatissima serie di colori cangianti.
La conseguenza pi spettacolosa erano le pellicce invernali degli animali: anch'esse variegate di bianco e colori tenui, e spesso cangianti.
Che fosse un adattamento naturale o voluto da qualcuno, quegli animali avevano delle pellicce incredibili, che sulla Terra sarebbero costate cento volte quelle normali.
Grazie a questa loro mimetizzazione erano bellissimi e difficilissimi da identificare, sia le prede che i predatori, che per altro non erano molto pericolosi per me, per fortuna: lupi ed aquile per lo pi; a queste non interessavo, e quelli non si fecero vedere, anche se ne vidi un branco una delle poche volte che uscii dal recinto, a valle per altro. Avevo visto degli orsi, d'estate, ma essendo tutti scomparsi dovevano essere andati in letargo come i loro omologhi terrestri. E meno male: un esemplare maschio di orso che a primavera vidi a duecento metri da me sar stato alto almeno tre metri. Per il resto sembrava un normalissimo Grizzly. Voglio dire, non sarebbe stato strano a quel punto trovarsi di fronte ad un 'Ursus spaeleus', l'orso delle caverne estinto 30.000 anni fa. Avete presente? Vivevo nel terrore d incontrarne uno.
La fortuna mi aveva aiutato nella scelta del luogo in cui costruire la capanna: era riparata dai venti dominanti nella zona per cui le tempeste non erano mai troppo turbolente ed a parte i 45 giorni pi duri, poi fu possibile vivere abbastanza confortevolmente.

La solitudine mi spinse alla depressione dapprima, poi alla meditazione.
Dato che dormivo, mangiavo e non facevo quasi nulla, presi l'abitudine di stare il giorno seduto a meditare, a fare esercizi di respirazione yoga, a cercare di concentrarmi su progetti, programmi, sul mio futuro in quel pianeta.
All'inizio fu soprattutto per rilassarmi e per passare il tempo, poi divenne una esperienza che non esiterei a definire mistica: ero sette, otto ore al giorno in contemplazione di una natura dura e spietata, ma anche bellissima ed il risultato fu una crescente sensazione di integrazione, direi, di inserimento nella natura.
Ebbi delle visoni. Non saprei come definirle altrimenti. Animali, colori, alberi tutt'intorno a me sembravano parlarmi, interagire con me; ogni mattina mi alzavo uscivo e salutavo (in silenzio, con gesti e pensieri, senza parole) un grosso abete che era oltre la barriera e gli chiedevo com'era andata la notte; e lui, in qualche modo, mi rispondeva.
Erano probabilmente allucinazioni da solitudine e da troppo ossigeno, certo; ma non ci credetti allora e non ci credo ora.
Era semplicemente un momento di pausa nella mia vita, come non ne avevo mai avuti prima e come non ne ebbi mai dopo, nel quale mi era dato tempo e pena per "sentire" la vita che scorreva intorno a me.

A primavera decisi di avventurarmi verso la valle. Mi ero fabbricato delle racchette da neve e con il mio equipaggiamento mimetizzato mi avventurai verso il basso.
Seguii il torrente, per lo pi e dopo due giorni giunsi a valle, segnando regolarmente la strada che facevo con segni apparentemente casuali sui tronchi. Almeno speravo potessero apparire casuali.
A valle faceva molto pi caldo. Il sole batteva pi a lungo e pi forte, e in fondo alla vallata, che si affacciava su una pianura pi lontana e pi grande, intravidi campi coltivati ed un villaggio fortificato.
Quella vista mi emozion e mi spavent anche. Avevo un fortissimo desiderio, me ne accorsi solo allora, di andare incontro a degli esseri umani, ma al tempo stesso avevo la paura di chi sa che cos' la sensazione della morte, e non intendevo ripeterla per niente al mondo.
Mi misi ad osservare a distanza il villaggio, con il potentissimo binocolo che la macchina mi aveva fornito.
Essendo dotato di visione notturna potevo studiare il fortino anche di notte. Sembrava essere un avamposto di confine, con vicino capanne di coloni, gente che si era avventurata sin lass da qualche altra parte del pianeta.
Erano evidentemente a guardia del passo che portava nella vallata pi grande, cui si arrivava dopo aver passato la catena di montagne su cui sorgeva la mia capanna e dall'altro lato della quale ci doveva essere un'altra pianura, e forse una qualche civilt.
Gli occupanti del fortino erano evidentemente guerrieri: portavano armature di cuoio e metallo, con corazze, spallacci e gambali, una via di mezzo fra le armature di un legionario romano e quelle di un soldato del rinascimento; portavano armi bianche quali spade, scuri, asce da combattimento, mazze, lance e balestre di due tipi, una leggera e portatile evidentemente da combattimento ravvicinato ed una pi grossa, che tirava verrettoni pi lunghi e pesanti ed evidentemente pi letali. Sembravano armi di acciaio o come minimo di ferro battuto quindi tecnologicamente gi evolute, molto pi dei selvaggi che avevo incontrato la prima volta.
Da quel che potevo vedere con il mio binocolo, nel forte sembrava ci fosse anche una popolazione mista, tipica dei luoghi di frontiera: da lontano sembravano mercanti, prostitute, schiavi, viaggiatori di tutti i tipi. I costumi e gli abiti erano i pi diversi, da quelli quasi familiari, pantaloni e corsetti e gonne, a quelli pi strani, come tutte intere e disegni astratti, fino alla nudit quasi totale; altri elementi come gioielli, ornamenti, trucco, seguivano la stessa apparente anarchia totale di stili.

Non sapevo che fare. Aspettare? A che scopo? Rischiare l'incontro? Con quali prospettive? Quello era un posto di frontiera, dovevano essere abituati agli stranieri. Ma io quanto lo ero? Quanto ero alieno per loro? In che lingua ci avrei parlato?
Decisi di aspettare ancora un po'. Rimasi cos nella zona, cacciando e sempre sorvegliando quello che accadeva, per altri 5 giorni, senza che accadesse niente e senza prendere una decisione.
Il sesto giorno, di mattina, ero al torrente, lontano dal forte ma relativamente vicino alla strada che vi arrivava e ne veniva, a cercare di pescare una specie di salmoni con una barriera di canne ed un cesto di vimini improvvisato, quando udii dei rumori sul greto poco pi a valle, in un punto dove sapevo esserci un guado.
Mi nascosi, maledicendo il fatto di aver lasciato l'Uzi nell'accampamento 200 metri pi a monte. Ero sceso alla barriera per vedere se avevo catturato qualcosa, con l'idea di tornare subito e non mi ero portato appresso nessuna arma, con me avevo solo un coltello.
I rumori aumentarono ed erano chiaramente rumori di lotta.
Non resistetti alla curiosit, mi avvicinai e vidi un gruppo di armigeri del forte che aveva bloccato un carro. A terra alcuni uomini morti, in abiti colorati, e fra di essi un paio di bambini forse decenni; ed uno degli armigeri.
Altri tre armigeri stavano finendo di uccidere in un modo orribile uno degli uomini mentre gli altri, sette od otto, stavano violentando tre donne.
Rivedere da vicino degli esseri umani era gi uno choc in s e per s, assistere ad una scena di violenza cos spropositata ed apparentemente perfino banale per quegli uomini, lo fu cento volte di pi.
Non pensai, non decisi. Fu tutto molto automatico. Come se i mesi passati da solo avessero contribuito a creare un nuovo me stesso. Fra l'altro in quei mesi, oltre a cacciare, mi ero allenato al tiro al bersaglio, proprio per cacciare meglio; mi ero allenato a portare pesi, ed il lavoro mi aveva irrobustito in modo veramente notevole. Ero magro, scattante e forte come non ero stato mai in vita mia.
Mi allontanai in silenzio e lentamente, poi corsi veloce al mio campo; raggiuntolo senza nemmeno pensare a quello che stavo facendo indossai il giubbotto antiproiettile di fibra, presi l'Uzi, la carabina telescopica e dei caricatori e corsi verso il guado.
Ero pieno di rabbia per quello che avevo visto. Mi ero ovviamente identificato, anche troppo, e non ci avevo pensato un secondo, avevo deciso d'istinto: dovevo fermare quegli assassini e l'unico modo era ammazzarli. Stavolta non avevo dubbi o esitazioni.
Quando li raggiunsi ansante dietro un dosso, mentre regolavo e caricavo la carabina, mi resi subito conto che l'uomo torturato era evidentemente morto, una delle donne non gridava nemmeno pi e quando la lasciarono capii che era morta anche lei.
Mentre si accingevano a continuare la violenza sulle altre due, mi misi in posizione da cecchino, sdraiato sulla pancia in mezzo all'erba con un piccolo cespuglio davanti alla canna e da cui la canna sporgeva e freddamente cominciai ad uccidere quegli uomini. Nel corso dell'inverno mi ero allenato tanto, soprattutto con balestra e fucile ad avancarica, ma anche con il fucile da cecchino, ed ero diventato un tiratore pi che discreto.
Decisi di sparare prima a quelli che erano lontani dalle donne, per essere sicuro di non sbagliare, dato che erano in piedi: erano a circa cinquanta metri.
Cinquanta metri per un tiratore allenato non sono molti, per uno non allenato moltissimi, credetemi, sia pure con un cannocchiale. Comunque ne uccisi tre prima che gli altri otto si accorgessero che c'era qualcosa che non andava; smisero di violentare le donne ed estrassero le armi; ma non sapevano chi e come li attaccava; e riuscii cos ad ucciderne altri tre.
I due rimasti ripararono dietro il carro, avendo capito dal rumore degli spari e dal fumo dove ero e furono raggiunti da altri tre che non avevo notato.
Forse non avevano mai visto prima armi da fuoco in azione, ma erano evidentemente veloci ad imparare. E quella di imparare velocemente in combattimento sembrava essere una di quelle caratteristiche che la vita sul pianeta premiava con la sopravvivenza. Io l'avevo gi imparato sulla mia pelle.
Mi individuarono e da dietro il carro cominciarono a tirare frecce e verrettoni nella mia direzione urlando come forsennati, tentando sia il tiro diretto, teso, sia quello a parabola. Quando un paio di frecce mi arrivarono troppo vicino decisi di non rischiare oltre.
Scesi dal dosso su cui mi trovavo verso il torrente e mi ci immersi fino al torace tenendo alte le armi e mi avviai fra le canne verso il guado 30 metri pi in l: avevo notato un canneto fitto che arrivava fin sulla sponda del torrente e mi ci infilai, giungendo, coperto, a ridosso del loro accampamento, vedendoli, di lato, nascosti dietro al carro. Loro continuavano ad urlare ed a lanciare frecce verso la posizione in cui ero prima.
Due degli uomini preso il coraggio a due mani, indossati elmi e scudi, estrassero le spade e si gettarono urlando verso la posizione che avevo occupato fino a pochi minuti prima.
Io uscii, non visto, dall'acqua ed in punta di piedi, dal lato opposto a quello in cui erano diretti loro.
I tre dietro il carro non mi videro, ma le donne s. Anzi, la donna, l'altra era svenuta. Tacque, guardandomi spaventata.
Ero arrivato a dieci metri dagli uomini quando uno si volt, mi vide ed url armando la balestra.
Con l'Uzi falciai lui e l'uomo che gli era vicino, ma l'Uzi, forse per l'acqua forse per altro, dopo la prima raffica si incepp, proprio mentre un verrettone mi faceva il pelo alla guancia destra. La carabina era a tracolla e non feci in tempo ad impugnarla.
Il terzo uomo mi si gett addosso con la spada e rotolammo a terra; non era pi un'opera di giustizia ma pura e semplice lotta animale per la sopravvivenza. La cinta della carabina si stacc e l'arma rotol via.
Mentre lottavo con lui i due che erano sulla collina si accorsero di tutto e tornarono correndo verso di noi.
Non so come, uccisi il mio aggressore piantandogli il coltello in pancia; mi rivolsi ai due che correvano verso di me, cercando di arrancare sulla spiaggia per raggiungere la carabina disperatamente.
I due scesero e passando vicino alle due donne in un accesso di furia le colpirono entrambe.
Il primo mi era addosso quando mi voltai con la carabina e premetti contemporaneamente il grilletto. Il colpo lo prese non a bruciapelo ma letteralmente con la pancia attaccata alla canna della carabina che per la compressione dei gas, mi esplose fra le mani, stordendomi per un attimo. L'uomo fu praticamente tagliato in due.
L'altro si ferm un attimo poi vedendomi intontito e spaventato riprese coraggio e venne verso di me ghignando.
Alz la spada sulla testa con entrambe le mani. E un attimo prima che potesse abbassare le braccia era passato da parte a parte dalla punta di una lancia.
Era una delle due donne, la pi giovane, ferita, con le vesti stracciate ma ancora in grado di salvarmi la vita.
Url qualcosa che non compresi, era agitata, stravolta. torn indietro e si diresse verso l'uomo che avevo ferito ed era ancora vivo.
Gli prese il coltello dal fodero, gli disse qualcosa con una voce ed un tono dolcissimi e lo sgozz. Si rivolse poi agli altri e controll chi era ancora vivo. Tre erano in effetti solo feriti, fra cui quello che doveva essere evidentemente il capo del drappello.
Uccise i primi due nello stesso modo, poi sempre sorridendo e parlando dolcemente si dedic al terzo.
Studi le sue ferite e vide che era stato colpito alla spalla, probabilmente al polmone, e che respirava a fatica. Lo fece accomodare meglio, gli mise un giaciglio sotto il petto per aiutarlo a respirare, e, mentre io la guardavo instupidito, dalla lotta, dall'adrenalina e dalla percezione di ci che avevo fatto, lei, serafica, gli apr la giacca, gli tagli la camicia e denudatogli il petto cominci a torturarlo con il coltello. Non credevo ai miei occhi.
L'uomo cominci ad urlare e lei a ridere ed a singhiozzare al tempo stesso, sempre affondandogli il coltello fra le carni.
Poi, approfittando della sua nudit, prese ad accarezzarlo sui genitali, sempre sussurrandogli qualcosa, questa volta con la bocca vicino alle orecchie. Cercava di eccitarlo evidentemente, ed incredibilmente, ci riusciva anche! Mi venne in mente di aver letto qualcosa del genere, una prassi sulla terra, non so se Somala o Tuareg, popoli presso i quali spesso erano le donne che torturavano i prigionieri.
L'uomo url come un maiale scannato quando lei lo evir. Lo spruzzo di sangue sembr il getto di una fontana.
L'urlo dell'uomo e quell'orribile spettacolo mi scossero, raggiunsi la donna la scostai, con un braccio e con l'Uzi che avevo ricaricato (non si era inceppato: era solo finito il caricatore) lo uccisi con una breve raffica.
La donna soffi come un gatto arrabbiato e fece per attaccarmi con il coltello, poi si ferm, non so se perch ci aveva ripensato o perch le puntai contro l'Uzi.
Si volt e si diresse verso la donna che era con lei, si chin e la scosse gentilmente. Quella disgraziata era ancora viva. Parlarono un po', l'una con fatica, l'altra piangendo. Poi la pi giovane estrasse uno stiletto dai capelli della donna ferita e quasi con delicatezza pose fine alle sue sofferenze pugnalandola al cuore.
Non dissi niente e non intervenni. Avevo visto la ferita della donna e non so cosa avremmo potuto farle, se non abbreviare le sue sofferenze.
A quel punto la giovane assassina cominci a piangere, lentamente, dolcemente, come di chi  solo triste e non sa perch.
Io scesi al fiume, mi lavai del sangue e della polvere che avevo addosso, poi tornai al carro, presi le mie armi, raccolsi una balestra e delle frecce e mi fermai vicino alla donna, ad un paio di metri.
- So che non mi capisci, ma sar meglio che ti sforzi. Da un momento all'altro su questa strada potrebbe passare qualcun altro, e potrebbero essere gli amici di questi assassini. Se vuoi venire con me - e feci il gesto di me e di lei ed indicai verso la montagna - devi venire ora.
Lei mi guard, pensierosa, poi si guard intorno. Chi dice che il linguaggio  un povero mezzo di comunicazione? Ci sono momenti in cui ci si capisce perfettamente ed al volo, anche se non si parla la stessa lingua.
Annu con la testa. Si alz e fece una cosa che l per l pensai dimostrasse che era impazzita: si spogli completamente dei suoi abiti femminili e rimase nuda. Pur nello stato in cui ero rimasi stupito da quanto era bella. E muscolosa.
Si diresse al suo carro e ne estrasse dei fagotti da cui trasse abiti da uomo: pantaloni, casacche, mantello, stivali, che indoss. Poi raccolse una cotta di maglia di una delle guardie e delle armi: scelse una balestra leggera, una daga, uno stocco e tre faretre; prese una sacca che riemp con dei viveri.
Poi torn verso la sua compagna e le sciolse dai capelli un nastro multicolore, con il quale leg i suoi. Poi venne verso di me e mi guard come a dire:
- Allora, bello, dove andiamo?

Tornammo alla mia capanna, anche se ci misi il doppio del tempo per fare dei giri lunghi e viziosi; non volevo che lei potesse ricordare con facilit come ci si arrivava.
Camminammo in silenzio; ed in silenzio rimanemmo per le due settimane successive, non solo perch non parlavamo l'uno la lingua dell'altra ma soprattutto perch lei evidentemente non aveva una grande voglia di socializzare. Io la mia, l'avevo vista volatilizzarsi nel combattimento.
Lei spesso piangeva, anzi, pass le prime tre notti a piangere. Io no. Passai le prime tre notti sveglio. Non so se fosse la presenza di lei ad agitarmi, o cosa. Per pensai a lungo a cosa avevo fatto. Avevo ucciso degli esseri umani. Ero un assassino come loro. Razionalizzai facilmente,  ovvio, non c'era dubbio sul fatto che, almeno quelli che avevano ucciso in quel modo barbaro gli uomini e la prima donna, erano degli assassini che meritavano la morte. E dopo era stato semplicemente uno sporco e confuso affare.
Ma... avrei potuto evitarlo? E mi rispondevo di no, non avrei potuto. Se avessi tentato mi sarei ritrovato prigioniero ed esposto a morte o a schiavit (e quella era senza dubbio una civilt schiavista: ne avevo visti molti di schiavi in catene dentro al forte).
E allora? Alla fine mi accorsi che se stavo ancora l a pensarci tanto era solo perch c'era una parte di me, un residuo di uomo civile, chiamiamolo cos, che non credeva a quello che ero stato capace di fare e che non lo poteva sopportare. Capito questo decisi che, di quella parte di me, non me ne importava assolutamente pi niente. E mi addormentai.

Dopo che lei fu uscita dal suo dolore, ci adattammo facilmente l'uno all'altra. Cominciammo a tentare di comunicare verso il ventesimo giorno che era l e fu lei ad insegnarmi la sua lingua. Era una buona cacciatrice ed una discreta cuoca, cos ci alternammo nel fare l'una o l'altra cosa, a turno, anche per partire da oggetti concreti ed azioni utili per imparare il suo vocabolario.
La sua lingua. Gi. Beh, non sono laureato in glottologia o filologia o che; parlo bene inglese e mastico un po'di francese e a scuola ho studiato latino e questo  quanto per quel che riguarda la mia conoscenza delle lingue e della storia delle lingue.
Per ricordo di aver letto che la radice di tutte le lingue europee  comune e che risale, insieme al Sanscrito, alla famosa migrazione indoeuropea con relative lingue. E che questo  particolarmente evidente mettendo a confronto le lingue europee per quel che riguarda alcune parole fondamentali, come madre, padre eccetera.
Beh, ripeto, io non ne so molto di lingue, ma la lingua che parlava lei era sicuramente una lingua di origine indoeuropea. Non riuscivo ad immaginare perch e decisi che non ci avrei sprecato sopra troppi pensieri. Ma era una lingua familiare in qualche modo; molto meno aliena degli squali a sei zampe che avevo visto in pianura. O della neve.
Fu facile impararla anche perch non avevamo molto da fare e a quel punto, dopo un anno di solitudine, avere vicino una persona con la quale parlare e non poterlo fare, era una piccola tortura.
Quando fummo in grado di capirci mi raccont la sua storia: si chiamava Spiga di Grano, per via dei suoi capelli biondi; era una ballerina ed una acrobata e quella massacrata al guado era la sua famiglia.
Era tradizione delle ballerine della sua trib (una trib di nomadi diffusa ovunque, disse lei) fare l'amore a pagamento, soprattutto con i nobili dei castelli dove andavano a fare i loro spettacoli; anche sua madre e sua sorella, le due donne uccise, lo facevano ed i loro mariti non ci avevano mai trovato niente da ridire, anche perch era quasi impossibile sfuggire alle mire dei principi locali quindi tanto valeva approfittarne; ma mai, nessuna di loro, sarebbe entrata in un harem di un "fatriscios", un nobile; prostitute s, tranquillamente; ma sempre libere di scegliere e di dire s o no.
Il "fatriscios" comandante del forte, gi nella valle era di altro parere, e quando lei si era rifiutata, le aveva mandato dietro quegli armigeri per punire lei e la sua famiglia. Ma era solo questione di tempo: era un "lars", un-uomo-morto-che-cammina anche se ancora non lo sapeva nessuno.
Uomini e donne della sua trib erano tutti addestrati al combattimento, per necessit. E quelli che aveva ucciso al guado non erano i primi per lei. Devo dire che era affascinante: bella, energica, spietata e dolce al tempo stesso. Mi faceva, onestamente anche un po'paura.

Facemmo l'amore alla fine del terzo mese che era da me. E fu lei a sedurmi. Anzi, dovrei dire, fu lei a quasi-violentarmi. Una abitudine degli abitanti di quel pianeta, a quanto sembrava.
Un giorno, al ritorno da una impegnativa caccia, arrivati nella radura con un cervo di traverso ad una sbarra, ci fermammo a riposare, ansanti: lei disse che era affamata, estrasse il coltello ed aperto il fianco del cervo ne tir fuori il fegato ancora fumante, che morse avidamente; ne mangi un paio di morsi emettendo gridolini di piacere, poi ne tagli una fettina che pul bene, con la lingua per altro, sporcandosi pi che mai il mento di sangue, e me la offr ridendo ed emettendo piccoli grugniti e guaiti, come giocando; io risposi al gioco e morsi il fegato e lo staccai a morsi dalle sue dita.
Cos facendo le morsi, leggermente e per caso, le dita; lei me le lasci mordere, anzi spinse un po'di pi le dita verso le labbra e la bocca. Io continuai a mordicchiarle ma giuro che per me era niente di pi che continuare il gioco.
Per lei per no. Si fece seria, smise di guaire, e mi si avvicin; mi abbracci ferocemente, quasi per bloccarmi, ansando eccitata; poi mi gett a terra e mi si mise sopra. E mi baci quasi con violenza con la sua bellissima bocca sporca di sangue di cervo.
Facemmo l'amore l all'aperto, fino a sera, sotto il sole e sull'erba e devo dire che, sar stato per l'astinenza di ormai quasi due anni, sar stato per le circostanze, ma fu qualcosa di veramente memorabile.
Dopo mi disse che non capiva perch non l'avessimo fatto prima; lei si aspettava da un momento all'altro che io la prendessi, era ovvio: me lo doveva, non fosse altro per gratitudine; ma credeva di non piacermi o che non volessi o non potessi farlo per un voto o per impotenza.
Solo per questo aveva aspettato tanto. E quella mattina non aveva proprio resistito: la caccia la eccitava sempre.
Una belva. M'ero messo in casa una belva, io che non avevo neanche convissuto con una donna in vita mia per paura di perdere la mia libert!

Quando Spiga di Grano mi chiese come mi chiamavo, gli dissi che non lo sapevo pi.
Lei sorrise e disse che allora il nome me lo avrebbe dato lei.
Ci pens un po'poi sorrise e disse:
- Ecco, l'ho trovato, quando ti ho visto la prima volta, quando mi hai salvato la vita, al fiume, io ho pensato che tu fossi il dio del fiume, perch eri bagnato e venivi dall'acqua, e quel fiume si chiama Mosto, come l'uva che fermenta nei tini per fare il vino. E tu sarai Mosto, il Guerriero dai Grossi Attributi Virili, Con Le Armi Che Tuonano, E Che Vive Sulla Montagna!
E rise con la pi bella risata che io abbia mai sentito in vita mia.
Qualche volta ho pensato che la pelle liscia delle donne giovani, bionde e di carnagione chiara sia una buona prova dell'esistenza di Dio.

L'inverno venne e pass, ma quasi non me ne accorsi questa volta. C'era Spiga di Grano a farmi passare il tempo con una velocit incredibile. Quando la primavera torn le dissi che dovevo tornare a valle. Lei non mi chiese nemmeno perch, disse solo una cosa:
- Quando partiamo?


Pareggiare i conti

Ma io me lo chiesi, il perch.
Perch tornare a valle? Per cercare di capire qualcosa del perch e percome ero l?
No, a questo avevo rinunciato. Non solo non sapevo perch ero in quel mondo, non me ne importava pi niente; anzi, erano mesi che non ci pensavo pi.
Ci ripensai solo perch mi accorsi che ero curioso di altro: cosa c'era in quel mondo? Che gente, che popoli, che vita ci si faceva? Come potevo cambiare la mia? Perch la lingua di Spiga, che fra l'altro era una sorta di lingua veicolare diffusissima sul pianeta, era cos simile alle lingue indoeuropee? Visto che non sembrava potessi in nessun modo andarmene da l, non valeva forse la pena di restarci al meglio? E quindi di conoscere tutto quello che c'era da sapere?
Capii che io "volevo" restare l.
Anche se avessi potuto tornare indietro alla mia vita di prima, non lo avrei fatto. Era una vita feroce, e selvaggia quella che avevo fatto l, fino a quel momento. Ma mi aveva cambiato. Ero pi sicuro di me, ero indurito, ero capace di centrare un uomo a trecento metri, di uccidere con il coltello e di combattere come non ero stato mai sulla Terra.
E del resto per quale motivo avrei dovuto diventare un buon tiratore sulla Terra? O un killer? A quale scopo? La vita su quel pianeta mi aveva dato una occasione per realizzare i miei sogni infantili, forse, quelli di onnipotenza sadica. Anche se, finora, a proposito di sadismo, io ero pi una vittima che un carnefice: ero addirittura gi morto e risorto.
Di sicuro quel mondo mi aveva cambiato. Io non ero pi quello che ero.
Ed era senza dubbio un mondo affascinante. Spiga me ne aveva parlato a lungo e mi aveva descritto i luoghi ed i popoli che aveva incontrato e le meraviglie che aveva visto oltre a quelle di cui le avevano parlato. Anche facendo la tara su quanto diceva di una qualche esagerazione infantile, sembrava comunque un mondo affascinante a dir poco.
E poi io stavo benissimo.
C'era qualcosa in me che finalmente percepivo completamente. La mia non era solo forza da esercizio, da addestramento. Era qualcosa di pi. Ero pieno di una energia che non aveva spiegazioni possibili. Avevo gi notato che nel farmi rinascere il mio corpo era stato ricreato identico all'originale, s, il viso era il mio, le mani erano le mie, le riconoscevo; ma ad esempio i denti erano di nuovo tutti miei: quelli che avevo perso e sostituito con capsule erano stati rimessi al posto loro. Denti veri, non protesi.
Avevo poi scoperto che l'energia che avevo si esplicava anche in altri modi. Ad esempio nel fare l'amore con Spiga. Ero instancabile.
In altre parole chi mi aveva "rifatto" il corpo, me lo aveva migliorato. E con tutta questa energia "giovanile" in pi, potevo restare a fare la vita del pensionato nella casetta in montagna?

Quando decisi di scendere a valle, Spiga di Grano non mi disse altro che quando. Ma il suo perch lei lo aveva ben chiaro in mente.
Voleva ammazzare Ut, il "fatriscios" comandante del forte che aveva ordinato di violentare lei, sua madre e sua sorella e di uccidere tutti gli uomini della sua famiglia, perch lei gli si era rifiutata.
Me lo disse mentre scendevamo.
Non mi pareva una buona idea, e glielo dissi.
Lei sorrise e disse ridendo:
- Oh, no,  un'idea bellissima. Per lo voglio catturare vivo per torturarlo con comodo. Ho pensato a molte cose interessanti che potr fare ai suoi testicoli. Non morir n presto, n facilmente.
E sorrise di quel suo bellissimo e luminoso sorriso. Qualche volta mi faceva ancora paura.
Nei dieci giorni che ci mettemmo per arrivare di nuovo in vista del forte non ci fu verso di farle cambiare idea.
E pi io gli dicevo che era una pazzia, pi lei sorrideva e mi prendeva in giro. Semplicemente dava per scontato che stessi scherzando!

Al forte giungemmo come due Frati Cercanti. Fu un'idea di Spiga di Grano. Disse che i Frati Cercanti vanno sempre in giro con un saio con un cappuccio che gli copre quasi completamente il viso perch sono tutti uomini o donne che devono espiare una grande colpa e non vogliono farsi riconoscere, cos possono a volte fare del bene a coloro cui hanno fatto del male, che se li riconoscessero potrebbero ucciderli o perdonarli troppo facilmente. Porta male guardare sotto il cappuccio di un Frate Cercante, per cui nessuno (o quasi) lo fa.
Si raccontano leggende di persone morte fulminate da un qualche dio per aver guardato sotto il cappuccio; ma i pi scettici dicono che non  stato un dio, ma lo stiletto del frate che non si vuole far riconoscere. Insomma, o per l'uno o per l'altro motivo, il risultato  lo stesso: nessuno vuole sapere chi siano. Anche perch portano sempre con s notizie o beni preziosi d'altro tipo.
"E poi che ne sai di chi  parente un Frate Cercante?" recita un proverbio noto ovunque.
I sai ce li procurammo lavorando delle stoffe che avevo con me. Raccolsi nelle bisacce diverse cose che avrebbero potuto essermi utili, ci caricammo di armi di tutti i tipi, ma scegliendo le pi leggere; ed io "chiusi casa".
Ci avevo abitato felicemente per due anni, in fondo, e un po'mi dispiaceva lasciarla. Sperai di rivederla prima o poi, ma riuscii a separarmene con una leggerezza che non era mia; voglio dire, non ero cos, due anni prima, quando ero arrivato l: allora ero com'ero sulla Terra, ormai ero diverso; non mi attaccavo pi ai luoghi e alle cose. Ormai volevo e dovevo andare altrove, senza lasciare niente dietro di me.
Liberai gli animali che avevo con me, chiusi ogni pertugio e lo mascherai con rovi e pietre, sperando che nessuno trovasse mai la casa, nell'eventualit avessi voluto tornarvi. Ma sapevo che non vi sarei mai tornato.

Entrammo al forte senza incertezze. Io avevo la mano, sotto il saio, sul mio Uzi silenziato e con il selettore di tiro sul colpo singolo; e tenevo a portata di mano altre cose un po'pi pesanti, come una bomba "ananas" e altro ancora. Ero nervoso ma in fondo non pi di tanto. Spiga di Grano non aveva voluto armi da fuoco, lei preferiva spada e stiletto.
I Frati Cercanti avevano sempre merci "magiche" con s: spezie, medicamenti, droghe. Per cui ci dirigemmo subito dall'unico speziale del forte a mostrare le nostre merci e per avere in cambio pi che denaro, informazioni.
Oot, lo speziale disse che nulla di ci che mostravamo lo interessava (e non era vero: l'oppio che avevo con me era purissimo, senza dubbio pi puro di quello del pianeta e quello lo voleva, oh, se lo voleva!) ma ci offr un t e dei pasticcini e un po'di conversazione.
Esattamente ci cui noi tenevamo di pi.
- Il vecchio signore Ut? - disse ad un certo punto, dopo mezz'ora di banalit - Ah, s, ma ora  a valle, con la sua scorta, all'altro forte di scambio, quello pi ricco e comodo della pianura. Eh, Ut sa fare bene i suoi affari. Di forte in forte, arriver alla capitale, vedrete!
Ci bastava. Troncammo i convenevoli e passammo alle trattative.
Le trattative le condusse Spiga di Grano.
- Speziale, vuoi l'oppio?  cento volte pi potente di quello cui sei abituato, quindi stai attento quando lo usi. Ma se lo vuoi devi darci una libbra di sangue-di-vena-nera.
Cosa fosse, non ne avevo la pi pallida idea. Ma dalla faccia che fece Oot, capii che non doveva essere una bella cosa.
- Ma cosa dici? Io non ne ho!  merce proibita dallo Czari, lo sanno tutti!
Spiga di Grano estrasse il suo stiletto e glielo punt alla gola.
- Mastro speziale, tu hai almeno due libbre di sangue-di-vena-nera, lo so di sicuro. Noi ne vogliamo una sola. Ora scegli tu: o ci dai ci che vogliamo in cambio di due libbre dell'oppio pi potente che avrai mai; o noi prenderemo ci che vogliamo dopo averti tagliato le palle ed avertele infilate in gola prima di tagliartela...
Era un tipino cos, Spiga di Grano. Aveva venti anni, era una ballerina, una prostituta part-time, una donna bionda bellissima, una amante dolce come il miele; ed una maniaca omicida sadica e torturatrice. Con la fissa di castrare la gente.
Oot ci dette tutto quello che volevamo. E noi gli demmo l'oppio che lui voleva. Lasciammo subito il forte, dopo aver comprato due muli da un mercante. Lungo la strada gli chiesi cosa fosse il sangue-di-vena-nera e come facesse a sapere che lui ce l'aveva.
- Lo sapevo perch glielo aveva venduto mio padre quando venimmo al forte.  un potentissimo allucinogeno, ma solo in dosi infinitesimali. Altrimenti  un veleno letale e rapidissimo. Ci potr servire a molte cose: con quello che abbiamo, sciolto in un acquedotto, potremmo distruggere o addormentare una citt. Mi piace uccidere con lo stiletto, ma molto, molto di pi con il veleno...
Non mi stava portando su una buona strada, lo sentivo.
Due mesi dopo avevamo finalmente raggiunto l'ultima destinazione di Ut. Al forte di pianura avevamo saputo che aveva avuto (o comprato o usurpato, le versioni erano contrastanti) un'altra promozione e che ormai era a Umatsomai, una citt vicino al mare. Era lontana e avremmo dovuto viaggiare a piedi ed a lungo. Ma Spiga non esit un attimo a decidere anche per me. E ci avviammo lungo la pista dei carri.

Strada facendo fummo aggrediti dai banditi ben tre volte. Solo la prima volta corremmo qualche rischio e solo perch stavamo facendo l'amore.
Era notte fonda, e noi eravamo su una piattaforma costruita da altri viaggiatori, su un albero, per evitare i predatori della pianura: lupi per lo pi che non si arrampicano sugli alberi.
Ma Spiga di Grano era irrequieta e scherzava, e mi spingeva e rideva. Quella sera mi irritava. Alla fine la presi per i capelli, sulla nuca, e glieli tirai dicendogli di smettere. Lei grid brevemente, poi cominci ad ansare leggermente, passandosi la lingua sulle labbra. Come una gatta. L'avevo imparato da un pezzo ormai: un po'di brutalit nel fare l'amore la eccitava sempre.
E mentre facevamo l'amore sul ramo principale, sotto di noi alcuni briganti stavano salendo in silenzio.
Erano vestiti di verde scuro e li notammo all'ultimo istante. Io avevo l'Uzi a portata di mano. Lo presi e senza nemmeno staccarmi da Spiga di Grano sparai ai primi due. Lei si stacc, sal sull'albero, prese la sua balestra, incocc e ne colp un altro di quelli che salivano.
Al vedere cadere i tre corpi ed al rumore degli spari quelli di sotto scapparono. Io indossai il visore notturno e sparai alle spalle di quelli che vedevo ancora nella radura. Ne uccisi altri due.
Spiga di Grano era eccitatissima e volle che continuassimo a fare l'amore ma io mi rifiutai. Ed onestamente soprattutto perch la situazione non era evidentemente sicura come credevamo ed occorreva trovare un altro posto che fosse veramente pi sicuro. Cosa che facemmo. Ma a spiga dispiacque pi che a me.

Le altre due volte invece fu come schiacciare gli scarafaggi: facile quanto necessario.

Raggiungemmo Umatsomai. Prima di entrare in citt decidemmo di cambiare aspetto, nel caso fossero stati vivi e nascosti intorno a noi gli amici dei molti briganti che avevamo eliminato fino a quel momento; e nel caso i superstiti fossero in citt con altri amici. Ci vestimmo semplicemente da viaggiatori, decidendo di definirci mercanti.
Umatsomai era una citt portuale, abbastanza grande e ricca di traffici e di merci e di variet di popolazioni. Assomigliava all'idea che mi ero fatto di Amalfi al tempo delle Repubbliche marinare. Ricca, sontuosa, piena di gente, di merci, ma stranamente non sporca. Anzi. C'era un vero e proprio servizio di "nettezza urbana". E mi resi conto che questo era vero anche nei forti. Avevo notato che su quel pianeta, che aveva per quel che ne avevo visto finora un livello di civilt medio diciamo rinascimentale-europeo, non c'era la abituale sporcizia di quei secoli.
Ogni centro abitato che avevo visto era provvisto di fogne, bagni, fontane, acqua in abbondanza; e gli abitanti che vivevano in citt, non puzzavano e si lavavano regolarmente, come parte integrante dei loro comportamenti abituali. Era come se, almeno in quello, fossero qualche secolo pi avanti di quel che dovessero essere.
Trovammo alloggio in una locanda con le finestre sul porto. Era un luogo quasi idilliaco, con la facciata della locanda coperta da un rampicante, che mi sembr una grande "bouganvillea" fiorita, con le stanze ampie e luminose; e per di pi in quella locanda si mangiava anche bene, e pesce fresco, pesce di mare per di pi! Che non mangiavo da anni, ormai.
Nella stanza c'era un bagno, il materasso era di lana cardata, messo su tavole, i cuscini di piume, le lenzuola di lino bianco. Sembrava veramente un albergo di lusso della Terra, per certi aspetti, con una architettura raffinatissima e molto "mediterranea".
Ma Spiga di Grano era nervosa. Quando torn in camera dopo il giro che aveva fatto in citt, aveva con s un fagotto. Lo poggi silenziosa sul tavolo e mi guard. Io stavo pulendo la mia arma e a mia volta la fissavo. Alla fine si decise a parlare.
- Tu non puoi morire, vero?
Mi colp.
Da cosa lo aveva capito? Cosa sapeva? Cosa se ne sapeva sul pianeta? Ma mi prese subito paura di ci che significava, di ci che avevo cercato di rimuovere fino a quel punto, e cio del fatto che c'era qualcuno di cos potente e vero in quel mondo da potermi far rivivere se morivo. E non volli sapere.
- Forse. Non lo so, non ne sono sicuro... ma non ne voglio parlare.
Scosse la testa.
- Per me va bene. Voglio solo che tu sappia che non me ne importa niente.
Fece una pausa pensando a chiss cosa, poi alz gli occhi mi sorrise e disse:
- Ho trovato Ut.
Fece una rapida piroetta su se stessa, come avesse appena detto di avere un appuntamento con un innamorato.
- Vive nel palazzo sul molo, quello che supervisiona l'ingresso al porto. Lui  stato nominato capo del Porto e quella  la sua sede. Domani andr l e mi offrir a lui. Cos lo potr uccidere tranquillamente. Allora, mi vuoi aiutare?
Smisi di pulire l'Uzi e rimasi un secondo in silenzio.
- Ti riconoscer.
- No. Non solo  passato pi di un anno, ma soprattutto io mi tinger la pelle ed i capelli, con una tintura, questa - e tir fuori un piccolo orcio di terracotta. - Mi far bella, sar sensuale e desiderabile e lui non potr non desiderarmi. Ed io lo castrer: glielo far diventare duro e lo castrer e poi lo guarder morire dissanguato.
Era proprio un vizio!
- Ti uccideranno.
- Pazienza. Mi reincarner in una principessa per questo atto eroico: non sono una immortale, ma il diritto alla reincarnazione  di tutti. Mi vuoi aiutare? Non per salvarmi la vita, solo per aiutarmi a portare a termine il mio compito. Lui  vivo e la mia famiglia no. Questo stato di cose  ingiusto e non deve durare.
La guardai.
Pensai che forse, se avesse fatto quello che voleva si sarebbe calmata, e sarebbe stata dolce per sempre; e con me. E in fondo Ut era un assassino della peggior specie, quella dei potenti che non pagano mai per i loro crimini.
- Va bene. Ma studiamo bene come fare, le vie di fuga e tutto il resto.

Avevamo denaro per fortuna. Oot ci aveva anche cambiato i pezzi d'oro che avevo con me in valuta locale, di pezzi d'argento, utili per acquisti di tutti i tipi ed a basso prezzo in una citt che sembrava veramente avere di tutto.
Comprammo quindi tutto ci che ci serviva: abiti, belletti, una piccola carrozza, cavalli. E ci presentammo al palazzo di Ut, io con il nome di Fiume Inquieto, il protettore, e lei Mora di Gelso, la puttana.
Spiga di Grano era veramente diventata Mora di Gelso: non aveva solo cambiato il colore dei capelli ma anche quello della pelle, che aveva scurito su tutto il corpo con una delle creme che aveva comprato. Sembrava una bellissima ragazza araba, su cui gli occhi celesti spiccavano ancora di pi. Portava un saio con cappuccio, viola, che la copriva da capo a piedi e che teneva stretto al collo.
Ma sotto aveva indossato una "mise" cos sexy, fra gioielli, e corte e strette fasce di stoffa, e colori dipinti sulla pelle che avrebbe trascinato alla lussuria anche un santo omosessuale votato alla castit.
Su un capezzolo si era fissata, trafiggendolo, un anello d'oro con un piccolo pendente.
- So che questo gli piacer... - disse sorridendo serafica e leccandosi via la goccia di sangue che ne era uscita.
Ut ci ricevette. Per riuscirci era bastato aprire il saio di Mora di Gelso, progressivamente, dinnanzi ai vari funzionari che di volta in volta ci chiedevano cosa volessimo dal "fatriscios" e poi, dopo un'occhiata, ci rimandavano al funzionario successivo.
Arrivati nel salone dove Ut teneva corte, ci inchinammo. Il funzionario parl all'orecchio di Ut che ci fece cenno di avvicinarci.
Ci avvicinammo ed io mi presentai e presentai Mora di Gelso, che ad ulteriore piccola mimetizzazione portava un piccolo velo bianco sul viso.
E che sorridente come una bambina colta a fare uno scherzo, apr il saio.
Anche Ut rimase colpito. Molto colpito.
- Bene, bene, Fiume Inquieto, la tua protetta ha veramente qualcosa da far vedere, direi. Bene. Bene, bene, bene. Resterete nel mio palazzo, almeno per un po'. Parla delle sue tariffe e delle modalit di congiungimento con il mio Maggiordomo. Stasera sarete alla mia tavola.
E si allontan, seguito da altri cortigiani vocianti.

Mmot il maggiordomo mi ricevette subito e con lui concordai le modalit di "servizio" di Mora di Gelso. La prostituzione d'alto bordo, delle donne giovani e belle, su quel pianeta, o almeno in quell'area, era una attivit professionale vera e propria, di cui andavano concordate tutte le modalit d'uso, per cos dire: quante volte, in quali e quanti modi, con quale grado di trasporto, se con o senza figli, per quanto tempo.
A volte un accordo all'origine puramente sessuale e mercenario temporaneo, poteva diventare un vero e proprio contratto di concubinato, e nelle classi inferiori anche di matrimonio.
Certo, era cosa soprattutto per i ricchi e potenti, ma solo perch i pi poveri non se lo potevano permettere.
Poi, al porto, nei vicoli e nelle taverne si trovava anche la pi tipica prostituzione da strada, di infimo livello. Ma fra le donne di strada in senso proprio le giovani e belle erano rare. Spiga mi aveva ben istruito a riguardo ed io concordai con il maggiordomo tutto ci che c'era da concordare. Trovammo evidentemente un facile accordo dato che il nostro obiettivo (mio e di Spiga) non era esattamente n quello di fare soldi n quello di far contento Ut.

Con Spiga-Mora ci ritirammo nelle nostre stanze. Appena entrati lei "spense" il suo sorriso seduttivo ed accese quello della ferocia allegra.
- Ho visto dove sono le cisterne del palazzo. Stanotte vi scioglieremo una piccolissima quantit di sangue-di-vena-nera. Scioglieremo il veleno prima in brocche di vino, poi verseremo il vino nelle cisterne. Quando  diluito in questo modo ha effetto potente ma ritardato. Cos entro domani notte, nel giro di un'ora al massimo dal primo all'ultimo, cominceranno tutti ad avere visioni o ad addormentarsi ovunque siano e qualunque cosa stiano facendo. Capiter prima alle donne e poi agli uomini. Quindi quando vedremo le guardie addormentarsi sapremo di essere soli. E noi agiremo. Dopodich potremo anche fuggire.
- Va bene. Ma cosa accadr a quelli che si addormenteranno?
- Si sveglieranno dopo un po'di tempo.
- Ma potrebbero, non so, ad esempio, le sentinelle sugli spalti potrebbero cadere. Se qualcuno si sta facendo un bagno, non potrebbe affogare?
- E allora?
La guardai esasperato.
- Spiga, non puoi voler veramente uccidere tanta gente, solo per vendicarti di Ut!
- Sono servi di Ut, gli appartengono e sono parte di lui. Possono anche morire. Ricorda che se dipendesse da me metterei tutta la libbra di sangue-di-vena-nera nei serbatoi. Tanto per essere pi sicura.
- E lui? Se berr si addormenter.
- Lo sveglier io non ti preoccupare: un forte dolore scuote dal sonno del narcotico.
- Cosa farai stasera? Negli accordi  previsto che tu inizi il "servizio" con Ut stanotte stessa.
- Qual' il problema? Sar calda ed avvolgente come quel porco non ha mai saputo una donna possa essere. Cos, domani sera per lui sar anche peggio. Sar solo difficile resistere alla tentazione di ucciderlo subito. Ma sapr resistere: lo voglio anche torturare e per fare questo ho bisogno di tempo. E che tutti dormano.

La sera Spiga-Mora si prepar: si rivest in modo ancora pi sexy, si profum con un profumo costosissimo che aveva comprato da un mercante d'oltre mare, degno dei migliori profumi francesi. Era favolosa. Io ero invece ero geloso e nervoso.
L'accompagnai alla porta di Ut e rimasi fuori ad aspettarla, come mio diritto e dovere, seduto su una panca, di fronte alla porta della camera di Ut ed alle sue cinque guardie del corpo. La porta si apr e Spiga-Mora entr, sorridente.
Usc tre ore dopo, leggermente scarmigliata, con il viso arrossato ed una espressione indecifrabile. La riaccompagnai nella nostra stanza.
- C' cascato. Mi ha gi detto che probabilmente mi comprer a te, se il prezzo  ragionevole. Ed io gli ho detto che lo sar senza dubbio.
Nel frattempo parlando con le guardie, e con i servi che ci portavano la cena e gli abiti puliti, ero riuscito a sapere dove erano le cisterne del palazzo. Era abitudine in quel tipo di fortezze avere sempre delle cisterne autonome, o alimentate da una sorgente naturale o rifornite giornalmente o settimanalmente di acqua. Era cos anche per quella fortezza.
Quella notte riuscii a raggiungere i serbatoi d'acqua e a drogarli con il sangue-di-vena-nera diluito nel vino. Mi sembrava incredibile che la piccola quantit di veleno che vi avevo messo potesse avere un effetto tanto potente, ma Spiga mi aveva detto che il veleno "mutava l'anima dell'acqua", ne alterava evidentemente la struttura chimica. Era l'acqua in fondo ad addormentare, pi che il veleno.

La sera successiva la scena si ripet. L'accompagnai verso la camera di Ut e gi per strada vidi meno gente che affollava i corridoi; e soprattutto solo uomini. Le donne gi dormivano tutte. Evidentemente il sangue-di-vena-nera gi aveva cominciato a fare il suo effetto. Davanti alla camera di Ut c'erano sempre cinque guardie, ma non erano quelle della sera prima. La cosa mi insospett. Spiga-Mora entr nella camera di Ut.
Io cominciai a parlare con le guardie. Erano appena arrivate in citt da un servizio esterno ed avevano dato il cambio ai loro colleghi della sera prima, perch erano in punizione e non avevano diritto alla "libera uscita". Quindi, forse e probabilmente, non avevano bevuto l'acqua del palazzo!
Rimasi a guardarli per un po'pensando se era o meno giusto ucciderli quando fosse venuto il momento. Avevo ancora di questi scrupoli. Se Spiga voleva vendicarsi di un uomo che l'aveva violentata era evidentemente un fatto loro, che non mi riguardava. Ma se questo coinvolgeva altre persone, beh, non ero proprio sicuro di cosa fosse giusto fare.
Il problema si risolse da solo. Dopo un'ora circa dall'ingresso di Spiga nella stanza di Ut la porta si spalanc ed Ut, sanguinante da un taglio sul viso apparve ed url:
- Uccidete quella strega! Ed anche il suo protettore! - disse indicandomi.
Due degli uomini di guardia si rivolsero verso di me, gli altri tre entrarono nella stanza.
Uccisi i primi due con l'Uzi silenziato che avevo portato con me, detti uno spintone ad Ut e lo spinsi dentro la stanza, chiudendomi la porta alle spalle. Ut scivol e batt la testa svenendo. Dei tre uomini, uno era a terra con lo stiletto di spiga infilato nel collo, uno si rivolse verso di me mentre il terzo stava cercando di uccidere Spiga.
L'armigero che avevo di fronte colp l'Uzi con la sua alabarda e me lo fece saltare dalle mani. Io presi la sua arma e detti uno strattone verso di lui, cosa che non si aspettava e che lo squilibr all'indietro.
Cadde e gli fui addosso. Non cercai di essere leale e lo colpii con un colpo secco alla gola, con le nocche della mano destra. Fu un colpo abbastanza casuale ed anche molto fortunato: gli ruppi il pomo d'Adamo con quell'unico colpo e mentre ansimava per respirare, gli diedi il colpo di grazia con la sua stessa arma.
Spiga di Grano era riuscita a liberarsi a sua volta dell'uomo che l'aveva aggredita, ficcandogli alla nuca il secondo stiletto che faceva finta di essere uno spillone nei suoi capelli, ricavandone solo una ferita superficiale ad una spalla sinistra.
Dalla ferita il sangue colava sul suo seno e da l fino all'anello infilato nel suo capezzolo, gocciolando a terra.
Era scarmigliata, nuda, ingioiellata, feroce e bellissima.
- Sbrigati ed andiamocene - dissi secco ed arrabbiato per come si era evoluta la questione.
- No. Ogni cosa vuole il suo tempo.
Si diresse verso Ut, lo trascin al letto e gli leg i polsi al letto stesso. Poi gli sfil i calzoni di seta che l'uomo ancora indossava e gli allarg le gambe. Prese un coltello e si accinse a fare quello che aveva promesso.
Stavo per fermarla, quando lei ci ripens.
And ad una panca, ne prese una brocca d'oro con dentro del vino e lo gett in faccia ad Ut per svegliarlo.
L'uomo apr gli occhi e vide in che condizione era.
Alz gli occhi al cielo e disse:
- Maledetta!  vero che non esiste furia peggiore di una donna rifiutata, ma tu non sei solo una furia, sei una furia pazza! Che tutti gli dei ti maledicano per la tua insana ferocia e la tua irresponsabile arroganza!
Che discorsi erano quelli? Che cosa voleva dire Ut?
- No, Ut, pazzo sei tu, pazzo, cattivo e feroce. Sei tu che hai mandato quegli uomini a violentare me mia madre e mia sorella e ad uccidere tutta la mia famiglia!
- Non so di che stai parlando, strega! Ma tu non vuoi la verit, tu vuoi solo vendicarti del mio rifiuto! Sei una puttana assassina, folle e ingrata! Ma non chieder piet, non illuderti! Guardie! - url infine.
- Taci, porco - disse lei; e lo zitt con un manrovescio.
- Cosa sta dicendo, Spiga di Grano?
- Menzogne, ma fra non molto non potr pi parlare, avr la bocca piena dei suoi testicoli - ed avvicin la mano alla parte appena nominata, stringendo il suo stiletto nell'altra.
- Ferma! - e la colpii al fianco con il manico dell'alabarda, allontanandola dall'uomo.
Cadde poco pi in l, furiosa. Si rivolt contro di me, ma ormai avevo anche recuperato l'Uzi e glielo puntai contro. Si ferm.
- Protettore, salvami e ti coprir d'oro! - disse Ut. - La tua puttana mi odia perch l'ho presa, ma poi l'ho rifiutata. Venne da me quando ero comandante del forte sui monti, mesi e mesi orsono. Feci con il padre un regolare contratto; fin dall'inizio lei giacque con me secondo il contratto ma fin troppo volentieri; purtroppo si accese di amore per me. Ed io dopo poco, vedendo che troppa era la sua passione per me, volendomi addirittura impedire di avere altre concubine, la allontanai. Detti al padre una grossa somma e li cacciai dal forte. Se sono stati raggiunti ed uccisi io non c'entro: non ordinai nulla del genere! Perch dovevo?
- Menti! Tu mi hai voluta uccidere perch ti eri pentito di avermi allontanata! Pazzo ed ingrato! Ma ora pagherai tutto!
- Cosa c' di vero in ci che dice? - chiesi a Spiga di Grano.
-  vero che mi ha allontanato. Ma poi si  pentito ed ha mandato i suoi uomini a riprendersi l'oro, a violentarci tutte ed a riportare me nel suo harem!
- T'ho cacciata da quell'harem, per la tua gelosia!
- Menti. Io fuggii! E tu ordinasti di uccidermi!
- Tu sei pazza!
- E tu stai per morire! - e si gett verso di lui.
Non potevo permetterlo.
Gi non ero stato molto convinto fin dall'inizio del fatto che fosse giusto o meno uccidere Ut, ma almeno, prima, potevo capire il desiderio di vendicarsi di un uomo feroce e potente che aveva sterminato la sua famiglia.
Ma qui la storia sembrava completamente diversa. Quell'uomo non era affatto arrogante e feroce come lei mi aveva raccontato. Avevo anche raccolto voci nei corridoi, in quei due giorni ed Ut aveva fama di governante saggio e buono, non del feroce tiranno che mi aveva descritto Spiga di Grano. Le sue concubine stravedevano per lui e c'era la fila delle volontarie davanti alla sua camera da letto. Non era crudele, n arido, n cattivo come pretendeva lei.
Ed ora si difendeva negando completamente ogni responsabilit in ci che era accaduto, e lo faceva proprio davanti alla sua carnefice ed a me, il suo complice: non c'era una giuria da convincere, ma solo una verit da affermare, ed in faccia alla morte quasi certa.
Mi frapposi e la fermai. Lei ringhi e soffi come una gatta feroce. Nella colluttazione mi colp allo stomaco con il suo stiletto.
Non ci avevo pensato. Non potevo credere che lei avrebbe seriamente tentato di uccidermi. Credo che questa fosse la prova migliore della sua follia.

Per un attimo il colpo mi tolse il respiro. Il dolore era forte, ma soprattutto era forte in me la sensazione che fosse mortale. Era come se fosse iniziato un processo che gi avevo conosciuto. Era l'inizio della mia morte. Della mia nuova morte. Lo riconoscevo.

Mi piegai in due rantolando. Spiga di Grano mi guard allucinata per un attimo, poi parve rinsavire.
- Oh, madre mia! Mosto, amore mio!
Mi raccolse mentre mi piegavo a terra e mi sostenne dietro le spalle, sedendo vicino a me.
- Amore, Mosto, amore mio, che ho fatto?
Ansimando risposi:
- Mi hai ucciso, Spiga, muoio...
- Ma tu non puoi, rivivrai, dimmi dove, verr da te!
- N-non lo so, Spiga... io non... lo so...
-  colpa sua! Anche questa morte  colpa sua. Pagher subito, vedrai, aspetta a morire amore mio, ora faccio ci che devo e tu lo vedrai, poi mi dirai dove rinascerai ed io ti cercher, povero amore mio!
Mi lasci andare delicatamente a terra, poi raccolse lo stiletto e si volt verso Ut.
- Pagherai anche questa morte, malvagio tiranno!
- Sei pazza! Guardie! - url Ut.
Mentre Spiga si avvicinava lentamente a Ut alle sue spalle, puntando l'Uzi, dissi:
- Spiga non te lo posso permettere. Fermati o ti uccider.
Lei si volt e guard con una espressione sorpresa e vagamente allucinata.
- Sei geloso, amore mio? Oh, non devi, sai? Lui non conta nulla per me. Ora lo sistemo e poi ti aiuter ad uscire...
Le sparai una raffica nella schiena quando il suo stiletto era a dieci centimetri dal corpo di Ut.
Cadde senza un lamento sul corpo dell'uomo, scalfendolo leggermente.

E rimanemmo l per alcune ore. Io non ero in grado di muovermi, Ut era legato. Alcune ore dopo, guardie provenienti dall'esterno, insospettite dal silenzio nel palazzo e dalla gente addormentata ovunque, entrarono nella stanza di Ut e lo liberarono. Lui ordin di non farmi del male ed io gli chiesi di seppellirmi vicino a Spiga di Grano.
Rimasi in un letto a dissanguarmi lentamente. I medici di Ut cercarono di curarmi ma lo stiletto di Spiga di Grano era troppo tagliente e lei troppo brava. Mi aveva tagliato un'arteria di quelle grosse ed il sangue usciva copioso.
Spiga di Grano era una delle donne pi sensuali e belle che io avessi mai incontrato. Ma per qualche motivo era impazzita, quando era stata rifiutata da Ut. Lui mi giur e mi spergiur che quanto aveva detto nella stanza era tutto vero. Non aveva mai dato ordine di fare niente alla famiglia di Spiga di Grano. L'aveva amata, anzi, e forse questo era stato il suo errore. Quando aveva scoperto quanto fosse gelosa, l'aveva allontanata: lui era giovane ed aveva gi molte concubine. Ed altre ne avrebbe avute e volute in futuro. Non intendeva rinunziare a tutte loro solo per l'amore di un'unica donna.
Evidentemente il capo delle guardie era stato tentato dalla somma che lui aveva regalato alla famiglia di lei, come regalo d'addio e nella speranza lei si calmasse. Quando aveva saputo dell'assalto al carro di Spiga di Grano, aveva sperato che almeno lei fosse sopravvissuta, visto che il suo corpo non era stato trovato.
La sera precedente non l'aveva riconosciuta perch Spiga, oltre al trucco, aveva parlato con un forte accento del sud. E poi era rimasto attratto dal suo corpo, cos profumato e dipinto.
Ma la sera successiva quando lei gli aveva rimproverato le sue supposte passate colpe, con la sua voce normale, aveva capito e si era spaventato. Ora era morta, e forse, solo ora aveva finito di soffrire.
Io rimasi a sanguinare lentamente fino all'alba, cercando di non pensare che stavo morendo, cercando di non pensare che forse sarei risuscitato di nuovo, per correre di nuovo il rischio di morire.
L'idea di rinascere ad una nuova vita  molto bella, ma il prezzo da pagare  quello di transitare attraverso la morte. E l'anima umana non  fatta per questo.
Il sole stava sorgendo, quando, per la terza volta nella mia vita cosciente, morii.


Bulbo Verde

Rinvenni nella stessa stanza dove ero rivissuto due anni prima.
Era identica.
- Sei in grado di comprendere? - disse la voce del computer.
Mi alzai e mi guardai intorno e addosso.
Ero di nuovo nudo, sotto lo stesso identico lenzuolo e sullo stesso letto di marmo delle altre due volte.
Tutto uguale, ogni particolare, soprattutto la mancanza di qualunque particolare umano. Avrebbe potuto essere uno qualunque degli altri due risvegli, potevo benissimo aver solo sognato. Certo, anche questo risveglio poteva essere un sogno. Ero l, e questi erano i pensieri che mi si accavallavano nella testa. A quanto pareva ero ancora profondamente e totalmente coinvolto in quel folle gioco!
La rabbia galleggi immediatamente, come la schiuma in un bicchiere di birra. Ma subito mi accorsi anche di quanto fosse inutilmente inconsistente, proprio come la schiuma.
- Sei in grado di comprendere? - ripet la voce.
- S. - dissi stancamente, senza rabbia.
- Sono in attesa richieste.
Mi passai la lingua sulle labbra. Tutto ricominciava daccapo a quanto pareva.
Era tutto come prima. Tutto. Ma forse... mi venne una bellissima idea. Esitai.
- Sono in attesa richieste - imperterrita riprese la voce.
Mi chiesi anche se sarebbe andata avanti all'infinito, con lo stesso tono, se mi fossi rifiutato di fare richieste di qualunque tipo, per le due settimane che mi spettavano, o se avrebbe reagito in qualche modo.
- Voglio che Spiga di Grano appaia qui vicino a me. - dissi veloce e con il cuore in tumulto.
- Richiesta non pertinente.
Niente da fare, dunque. Sarebbe stato troppo bello per essere vero. Spiga di Grano era veramente e definitivamente morta. Non potevo non pensare che chi resuscitava me avrebbe potuto forse resuscitare anche lei. Anzi, senza forse. Solo che non voleva, evidentemente.
E questo a quanto pare sarebbe stato un prezzo costante da pagare finch ero "semi-immortale" a quel modo: l'impossibilit di non sopravvivere a coloro che si ama e che muoiono; chiunque avessi amato sarebbe sempre stato pi "mortale" di me, almeno pi vulnerabile di me; hai una diversa visione della vita, se sai che sei destinato a rinascere dopo la morte. Ma quanto sarebbe poi durato tutto ci? Quante volte potevo rinascere?
Comunque un motivo di pi per smettere se possibile. Capii anche che l'unico modo per saperlo, l'unica cosa da fare per poter smettere quel gioco era continuare a giocare...

Mi misi l'anima in pace molto rapidamente. Non ci potevo fare nulla, potevo solo subire tutta la situazione. Ma quel luogo a questo punto mi sembrava orribilmente alieno.
Avevo quasi finito con il dimenticarlo, con il non pensarci pi, di l a poco avrei pensato anche di averlo sognato e di essere nato e cresciuto su quel pianeta.
Ed ora che mi si era riproposto tale e quale, mi spaventava. Meglio uscirne rapidamente. Cos non persi tempo. E cominciai a chiedere.

Mi ricreai una casa intorno, con camera da letto e studio, bagno, cucina, salotto, finte finestre che dessero su un panorama gradevole, di foreste e montagne del pianeta: fossero o meno reali e "dal vivo" non lo sapevo e non aveva in fondo importanza.
Ordinai cibi che non mangiavo da due anni, come la pasta, il vino novello, la cioccolata!
Chiesi di nuovo bacheca e computer e mi organizzai di nuovo con il sistema degli schemi a parte e con pezzi di carta in cui elencavo oggetti e provviste e miglioramenti alla lista precedente.
Dovetti ricominciare da capo praticamente, cercando di ricordare cosa mi era stato pi utile o del tutto superfluo, e cambiando di nuovo il mio atteggiamento, dato che negli ultimi mesi con Spiga di Grano mi ero calato a fondo nella vita e nella mentalit reale del pianeta, quindi non pensando pi al mondo da cui provenivo ed alla sua tecnologia, che anzi cercavo di dimenticare.
Chiesi tanto per provare un vocabolario aggiornato della lingua di Spiga, il "verbaiz", e, sorpresa-sorpresa, il computer me lo forn. Il che mi fece venire in mente che forse, ormai, il computer poteva fornirmi i dettagli di ci che gi conoscevo almeno in parte.
E chiesi quindi delle carte geografiche della montagna in cui avevo la casa e del tragitto che avevo seguito fino alla citt sul mare, e le ebbi.
Ma erano limitate per circa 10km ai lati della strada che avevo percorso. Per il resto, evidentemente me la dovevo cavare da solo. Non mi forn altre mappe che non fossero quelle dei luoghi in cui ero stato.
Precisai meglio le armi, chiesi pi caricatori per l'Uzi, e molto Apilex, un esplosivo molto potente. Chiesi altre sostanze chimiche specifiche, farmaci, veleni, droghe, molte sementi in pi.
Ma, alla fine, mi accorsi che pi o meno avevo le stesse cose dell'altra volta, muli compresi. Chiesi in pi un cavallo, un purosangue arabo. In parte perch era un simbolo di potere e di ricchezza, in parte perch obiettivamente cavalcare un cavallo  una cosa diversa che cavalcare un mulo. Sulla terra montavo, non spesso, ma montavo.
Avevo fretta di uscire da l. Come Dio volle il tempo pass.

Mi ritrovai come le altre volte, senza nessuna sensazione di continuit in una radura, questa volta molto pi ampia, circondata da alberi raggruppati in pi boschetti, come fossi in mezzo ad una prateria con molti alberi piccoli e stentati, ma non una vera e propria foresta.
Sembrava una zona del pianeta diversa, fatta di savane e di pianure pi che di colline boscose o di montagne; in una zona pi arida e lontana dal mare, almeno come primissima impressione.
Sistemai subito un doppio anello di mine antiuomo in un raggio di 300 e di 100 metri intorno a me, piazzai una MG carica su un grosso treppiede e non pensai pi ad eventuali nemici.
Con una piccola escavatrice che avevo chiesto al computer cominciai a scavare un'altra fossa per una "cache" dove nascondere la maggior parte delle mie merci: almeno questa fatica me la evitai, stavolta; a lavoro finito portai l'escavatrice in una piccola forra e la lasciai l.
Misi due giorni a fare tutto il lavoro. Poi smontai i due anelli di mine e caricai cavallo e muli di ci che mi serviva. Lasciai liberi i muli in pi, respirai a fondo, strinsi le redini del cavallo con la destra e l'Uzi con la sinistra e detti leggermente di sperone.

Per dieci giorni vagai nella zona, brulla e con poca vegetazione, senza incontrare traccia di umani e nemmeno di selvaggina. Cercavo di non pensare a Spiga di Grano, alla stanza del risveglio, a chi c'era dietro. Se ci pensavo impazzivo di paura e di rabbia. Se riuscivo a non pensarci potevo pensare meglio alla sopravvivenza ed al fascino della situazione che nella quale ero coinvolto, fascino che comunque non mancava.
Avevo un vago programma di sopravvivenza a base di caccia, e di esplorazioni nei dintorni; ma a parte gli uccelli, grossa selvaggina non se n'era vista; n si vedevano umani.
L'undicesimo giorno, ad un'ora circa dall'alba, alzandomi in piedi sulla sella riuscii a scorgere in lontananza una luce, che poteva essere quella di un fuoco.
Lasciai i muli tutti fermi intorno ad un piolo cui legai le redini, all'interno di un rado boschetto di grossi cespugli, e mi diressi verso le luci, camminando e tirandomi dietro il cavallo con le briglie.
Con il binocolo a visione notturna riuscii a distinguere molto da lontano alcune figure in movimento ed avvicinatomi ancora di pi distinsi una carovana che stava spegnendo i fuochi notturni e che si apprestava a partire.
Sembravano commercianti, ma erano accompagnati da guardie armate di armi bianche e di alcuni fucili che ad occhio sembravano ad avancarica, a canna molto lunga, simili a quelli arabi del XVI e XVII secolo.
Ma non vedevo sugli affusti il tipico ingranaggio con il cane e la pietra focaia, quindi dovevano essere di una tecnologia diversa da quella della polvere da sparo o comunque pi evoluti delle armi cui somigliavano.
Ma fui emozionato e colpito a quella vista, perch si trattava comunque di armi "da fuoco", che emettevano evidentemente proiettili sulla base di una qualche propulsione chimica, e che nelle mie precedenti vite sul pianeta non avevo visto; ma che indicavano come sul pianeta ci fossero diverse forme di civilt, anche molto nettamente separate fra di loro.
Forse ne esisteva una tecnologicamente evoluta come quella terrestre?
Mi chiesi d'improvviso anche se il pianeta fosse lo stesso o se fosse lo stesso il tempo, l'epoca storica. Non ci avevo pensato prima! Chiunque fosse dietro al gioco, dato che ogni volta mi faceva apparire in un posto diverso, poteva benissimo farmi apparire in un "momento" diverso. Non era necessario padroneggiare eventuali "viaggi nel tempo". Fra un risveglio e l'altro per quello che ne sapevo io potevano passare anche secoli! E che ne sapevo io che il pianeta fosse sempre lo stesso?
A questa domanda risposi di s, quando intravidi le due lune, calanti sull'orizzonte, ma dalla parte opposta a quelle in cui me le aspettavo. Nei dieci giorni precedenti non le avevo notate perch non mi ero posto quella domanda. E poi avevano un tipo di orbita che le faceva anche scomparire contemporaneamente, quando entravano nel cono d'ombra del pianeta. La posizione diversa rispetto all'orizzonte per probabilmente stava a significare che avevo cambiato emisfero del pianeta questa volta.
All'altra domanda dovevo rispondere in un altro momento. Del resto non avevo ancora avuto modo di sapere quale era il modo di determinare il tempo in quel pianeta. In che anno eravamo secondo quale civilt, poi?

L'aspetto d'insieme della carovana era quello composito di tutte le carovane: gente che proveniva da tutte le parti del pianeta, evidentemente, anche se le guardie erano tutte dello stesso "ceppo" culturale, di aspetto vagamente mongoli ed evidentemente ottimi cavalieri.
Fra i mercanti ne riconobbi due che portavano abiti che avevo gi conosciuto, in quella che, evidentemente, era solo un'altra zona dello stesso pianeta, con una civilt diversa, e non un altro tempo o un tempo non molto diverso. Decisi di seguire la carovana per cercare di capire cosa mi conveniva fare e fu al terzo giorno, anzi nel corso della terza notte, che mi accorsi che stavano per essere attaccati.
Caso volle che gli attaccanti mi passassero vicino senza accorgersi di me, mentre io mi accorsi di loro. Non sapendo che fare, non feci nulla.
Gli attaccanti, appiedati, vestiti di pelli ed armati di archi e balestre sembravano indiani delle praterie, solo dai tratti pi marcatamente negroidi, e pi scuri di carnagione; e diversamente dagli indiani erano dipinti con colori mimetici e non con i rossi ed i gialli degli indiani delle pianure; ed indossavano abiti anch'essi a colori mimetici, a predominanza di verde e di marrone.
Sembravano un incrocio fra i Sioux delle praterie dell'ottocento, gli Zulu dello stesso periodo ed i soldati con gli abiti mimetici del XX secolo.
Sebbene le loro armi fossero evidentemente inferiori a quelle delle guardie della carovana, (solo archi e lance e niente armi "da fuoco") erano per bene organizzati e soprattutto tantissimi. Avevo valutato le guardie armate della carovana in 50 circa, ma gli attaccanti saranno stati dieci volte quel numero.
Pensai subito che dovevo decidere ora da che parte stare: di l a poco si sarebbe scatenato un bordello spaventoso e probabilmente non avrei fatto nemmeno in tempo a scappare. Decisi che, per il mio carattere, il commercio era preferibile alla mitologia guerresca e decisi di tenere per la carovana.
In preda alla calma dell'incoscienza e dell'esasperazione, salii sul cavallo, cui non avevo tolto le briglie, presi le bombe detonanti e luminose che avevo nelle bisacce e me le appesi a certi ganci della giacca che avevo previsto apposta, in modo tale che tirandone una con una mano sola si sarebbe automaticamente disinnestata la sicura: con un unico gesto potevo strapparla e lanciarla gi armata; impugnai l'Uzi e caricai il lanciagranate portatile, poggiandolo di traverso sulla sella, fermandolo con un laccio; ed in silenzio mi avviai, al trotto leggero, verso la carovana.
A cento metri dalle sentinelle una banda di guerrieri mi vide, ma non fecero in tempo a fare nulla. Mi misi le briglia fra i denti, spronai, lanciai contemporaneamente verso di loro una delle granate detonanti e luminose, e cominciai a galoppare lungo il fronte della carovana lanciando le altre, urlando e continuando a lanciare granate.
Le esplosioni erano assordanti ed accecanti!
Mi ero ricordato di quel tipo di granate, usate dagli agenti antiterrorismo della mia epoca: il loro scopo era spaventare, assordare ed accecare i terroristi che tenevano in ostaggio qualcuno in un ambiente chiuso, e non quello di ferire; una di quelle granate ti poteva esplodere fra i piedi e al massimo avresti avuto una lesione al timpano, ma probabilmente saresti stato accecato e rintronato per molti minuti.
Feci cinquecento metri prima che il mio cavallo, colpito, cadesse sotto di me facendomi ruzzolare.
Riuscii a non farmi male e prima ancora di rendermene conto stavo lottando con il guerriero che mi aveva colpito il cavallo. Riuscii ad allontanarlo da me poi imbracciai l'Uzi che avevo ancora a tracolla e feci fuoco su di lui.
E dopo di lui su altri tre che mi correvano incontro urlando e brandendo asce e lance.
Raccolsi il lancia-granate e corsi verso le sentinelle della carovana, i cui occupanti si erano svegliati e stavano contrattaccando.
S, erano fucili ad avancarica, ma non mi ero reso conto di cosa e come sparassero: colpi singoli ma di cariche a mitraglia, e di qualcosa che quando toccava una qualunque superficie, sembrava, esplodeva; seppi dopo che si trattava di semi di "aza" una pianta del pianeta: quando la scorza del seme si rompeva per l'impatto contro un corpo vivente e l'interno del seme entrava a contatto con un qualunque liquido (ad esempio il sangue) provocava una esplosione ed una dispersione delle spore al suo interno, che si comportavano quasi allo stesso modo; in altre parole una ferita anche di striscio con quell'arma era sempre mortale per un essere umano: si veniva letteralmente spappolati; scoprii che per ogni guardia c'erano tre o quattro serventi che ricaricavano, perch le armi erano in effetti dei veri e propri fucili ad avancarica. La carica esplosiva era data da un seme coperto da una pellicola ed immerso in una piccola quantit d'acqua: premendo il grilletto uno spillo bucava la pellicola, l'acqua faceva agire il seme che esplodendo ne espelleva diversi ad altissima velocit. Non era molto preciso oltre i cinquanta metri, ma entro quella distanza era molto ma molto peggio di una scarica di pallettoni. Cinquanta di quelle guardie con quei fucili erano abbastanza a fermare anche un numero maggiore di attaccanti, purch non fossero state colte di sorpresa. Ed a questo ci avevo pensato io.
Mi misi fra loro con il mio lanciagranate e li aiutai a respingere l'assalto. Nell'insieme, grazie al mio tempestivo intervento, fu un combattimento a distanza, tranne qualche punto in cui ci furono dei corpo a corpo, alla luce dei fal e del sole che ormai si stava alzando.
Alla fine di tutto il capo carovana si avvicin al gruppo di guardie in mezzo al quale avevo combattuto e disse qualcosa che non capii ad una delle guardie. Poi si rivolse a me e di nuovo non lo capii.
Glielo dissi nella lingua che mi aveva insegnato Spiga di Grano, il "verbaiz".
- Ah, lo straniero parla la "comune" - disse rispondendomi nella stessa lingua che avevo usato io - ...beh, pare che tu ci abbia evitato dei fastidi... come ti chiami?
Gli dissi che mi chiamavo Mosto.
- ...ah ...ed  il tuo nome pubblico?
Risposi che non capivo, e cominciammo cos una lunga chiacchierata sui rispettivi usi e costumi, proseguendola davanti ad una tazza di t.

I guerrieri della sua trib usavano pi nomi, per le diverse situazioni: di massima otto, quattro per il privato e quattro per il pubblico; pi altri, variabili nel numero a piacere, pi o meno segreti.
Finch fossi stato nella carovana, se volevo avere un minimo di vita sociale, non potevo permettermene meno di cinque, mi disse, anche se ero uno straniero.
Per non ero tenuto a dirli tutti, solo i tre fondamentali: il nome pubblico con cui tutti mi potevano chiamare e parlare di me, quello privato formale, da usare nei rapporti interpersonali e quello amichevole da riservare a pochi intimi.
La notte successiva, nel corso della tappa parlammo a lungo, andando avanti fino all'alba, seduti in circolo e bevendo oltre all'ottimo t, che apprezzai molto, anche una specie di grappa. Ero stato evidentemente accettato, in quanto guerriero (erano una trib di rinomati ed efficientissimi mercenari) ed in quanto persona cui erano debitori.
Per i Tao-tao-C'hing, questo era il loro nome, i miei nomi furono da allora in poi: Bomba-Bomba, come nome pubblico, Fido Uzi come nome privato formale e T Caldo, come nome amicale.
Il capo mi sugger di considerare Mosto il mio nome segreto e di dirlo solo in rari casi ed agli amici pi cari o per le situazioni pi delicate, inerenti ai miei segreti. E mi sugger di inventarmi un altro nome segreto a scopi sentimental-sessuali, che ovviamente dovevo rivelare solo alle mie amanti.
Con i Tao-tao-C'hing, dopo aver recuperato i miei muli, raggiunsi due settimane dopo la citt di Bulbo Verde, la Citt dei Floricultori.
Era una citt nella quale si coltivavano oltre 4000 specie di piante, tutte di una qualche utilit per una qualche arte umana, dalla pittura all'omicidio, dalla tessitura alla divinazione. I prodotti di Bulbo Verde andavano ovunque. Poteva essere una buona base nella quale stabilirmi per cominciare a fare ricerche sul pianeta.
Barrito Blu, questo era il nome privato del capo della scorta dei Tao-tao-C'hing, aveva deciso che mi era debitore e che mi avrebbe ospitato lui per la durata della sua permanenza a Bulbo Verde, circa un mese.
Ed io mi guardai intorno per cercare di capire cosa potevo fare in quel pianeta ed in quella nuova vita.
La citt era veramente strana. Abitata da circa 40.000 anime, di tutte le razze del pianeta, aveva non meno di 4000 serre e oltre 6000 appezzamenti di terreno nei quali venivano coltivate le piante pi incredibili. Della sola "aza", la pianta dai semi esplosivi, esistevano oltre 40 variet: da quella con i semi microscopici, che davano origine a piccole pistole lancia-aghi, tascabili e letali solo a distanza ravvicinata, a quelle pi grandi, per la caccia grossa, con semi della dimensione di una noce di cocco. Mi dissero che servivano per la caccia a certi animali del sud, specie di lucertole lunghe 40 metri!
Per non parlare delle droghe. Riconobbi una pianta simile alla marijuana, e dei funghi che, da quello che mi dicevano, facevano sembrare il peyote un omogeneizzato da bambini; le variazioni sul tema delle droghe vegetali erano infinite.
Barrito blu mi offr di restare con lui, come guardia; ma la guerra non faceva per me, anche se lui non ci voleva credere.
- T Caldo, amico mio, tu sei un assassino nato lasciatelo dire, sbagli a non venire con noi!
- Ti ringrazio, Picchio Blu - questo era il suo nome amicale, ovviamente - ma proprio non me la sento, anche perch, vedi, io... sono nuovo di qui...
Lui cap "della zona" e stava per rispondere, quando io mi spiegai meglio. Gli raccontai la mia storia, quella vera, della stanza bianca, delle resurrezioni e tutto. Non so perch lo feci, tutto d'un fiato. Sentivo, confusamente che forse mi poteva aiutare.
Si irrigid. Si guard intorno, si alz per controllare se ci fosse qualcuno alla porta, torn indietro mi sedette vicino e prese a parlare a bassa voce al mio orecchio. Mi disse che aveva sospettato che fossi un "Immortale", ma che stessi attento con chi parlavo di queste cose.
Questo naturalmente mi eccit oltre ogni limite! Anche da quelle parti c'erano altri come me, dunque e c'era qualcuno che ne sapeva qualcosa!
Barrito Blu parl a lungo quella notte. Mi disse che nella maggior parte delle Pianure sarei stato messo alla tortura appena scoperto: questo era il destino che i Popoli riservavano agli Immortali, non l'avevo ancora scoperto?
Dato che tutti sapevano che era inutile ammazzarci, perch ritornavamo a nuova vita, per invidia dichiarata (o per obbedire ai vari dei ed ai loro sacerdoti) venivamo torturati e tenuti in vita sotto tortura finch non impazzivamo completamente, il che poteva richiedere per i pi robusti anche un paio d'anni.
Lui non era superstizioso ma tutti dicevano che gli Immortali portavano sfortuna e dove arrivavano loro scoppiavano sempre dei problemi. E che molti popoli credevano che noi fossimo angeli-demoni mandati a controllare cosa facevano gli umani, per conto degli Dei Nascosti, che erano probabilmente gli dei pi potenti ma di cui nessuno sembrava sapere molto. Lui, per, era uomo di mondo, che aveva molto viaggiato e che conosceva troppe lingue e troppe genti per non sapere che chi era dio in un luogo era spesso demone in un altro.
Stessi comunque molto, ma molto attento a non farlo sapere mai a nessuno che ero un Immortale: avrei potuto pentirmene per molte delle mie vite. Gli chiesi tutto quello che sapeva e che mi poteva dire sulla mia condizione. E lui purtroppo non fu abbastanza esauriente. Ma comunque mi disse una enorme quantit di altre cose.

Nessuno sapeva chi fossimo o da dove venissimo. Ognuno di noi raccontava storie diverse e tutte assurde, ma chiaramente venivamo da altri mondi, da altre vite, comunque da un qualche "altroquando" fuori da questo mondo. Quelli come me, arrivati da poco, imparavano rapidamente. Non solo eravamo Immortali nel senso che, morti, tornavamo immediatamente a nuova vita in un nuovo corpo in un'altro luogo, a volte distante dal luogo in cui il primo era morto, ma a volte vicinissimo; ma eravamo anche resistenti a qualunque malattia, a molti veleni, a tutte le maledizioni; le nostre ferite guarivano rapidamente, ed il fatto di avere sempre nuovi corpi a disposizione garantiva una eterna giovinezza; con l'esperienza di molte vite, si favoleggiava in certe contrade del pianeta, finivamo con il diventare potenti, ricchi, e maniaci del potere.
Sembrava che potessimo invecchiare molto pi lentamente degli altri esseri umani e conseguentemente vivere fino a diventare vecchi, s, ma molto molto a lungo, nessuno sapeva quanto. Si diceva ce ne fossero molti, attaccati alla vita ed ormai paurosi della Rigenerazione; e potenti e cattivi quanto erano vecchi. C'era chi diceva che esistesse una Gilda Segreta degli Immortali, e di tanto in tanto qualcuno veniva messo al rogo qua e l in giro per il Pianeta, accusato di farne parte. Lui non credeva che fosse vero: se fosse stato vero, una Gilda cos avrebbe potuto prendere il potere in ogni citt.
Chiesi quanti fossero gli Immortali, a quel che ne sapeva lui. Rispose che nessuno lo sapeva con esattezza: ogni anno ne venivano messi a morte moltissimi, a migliaia forse, ma molto probabilmente non tutti lo erano, anzi, pochi e quasi tutti "nuovi" come me, che non avevano ancora imparato a nascondersi. Anche l'immortale pi scemo alla sua terza o quarta morte imparava a nascondersi al meglio. Per noi era proprio il caso di dire: t'ammazzo, cos impari! Ma chi ci aveva creato? Chi ci rimetteva ogni volta al mondo? Chi c'era dietro quella stanza in cui rivivevo? Lui mi disse di non saperlo. Non volle sapere niente delle mie esperienze con "la macchina", e mi ferm subito quando cominciai ad accennare ai miei risvegli, sostenendo che anche se non era superstizioso, ci che non sapeva non gli poteva fare male.
Mi disse, che in una terra lontana, una volta aveva sentito una leggenda che parlava di noi, come di angeli caduti perch avevamo voluto sfidare l'ira degli Dei Nascosti, e che c'era in atto una guerra fra noi e gli angeli rimasti al fianco di dio, o degli dei, che fossero. Noi, i demoni, lottavamo contro di angeli, che erano invisibili e gli dei parteggiavano ora per loro ora per noi. Eravamo pedine di un gioco plurimillenario, in cui gli altri esseri umani del pianeta erano solo il contorno e forse i nostri discendenti. Mi disse anche di aver sentito questa leggenda altre volte, altrove, in molte altre versioni e che l'unico punto in comune, sempre, era che noi eravamo coinvolti in un gioco. Come fossimo solo pedine, appunto, e ci fosse qualcuno che ci muoveva, a volte gli uni contro gli altri, a volte contro questo o quel re del pianeta.

Parlammo a lungo, quella notte e ci che mi disse fu doloroso: venivo infatti ricalato in una esperienza esistenziale, complessa, folle s, ma con una sua logica interna, sequenziale alla mia vita ed alla mia prima morte, quella avvenuta all'ospedale vicino a casa mia.
Da qualche parte nell'universo, in un momento del mio passato, per chiss quale motivo, qualcuno mi aveva coinvolto in questa storia.
Se nella mia casa nei boschi avevo tentato di dimenticare tutto, e forse ci sarei anche riuscito, per lo meno fino a che non fossi morto, ora tutto tornava dolorosamente a galla; il mio destino, la mia dignit e libert di essere umano erano messe in discussione da quell'essere un burattino nelle mani di una specie di semidio (o di semidei) potente come mai nessun essere umano e nessun dio partorito da mente umana era mai stato nella realt.
Era doloroso, ma al tempo stesso stimolante. Non credevo pi di essere vittima di un incubo partorito dalla mia mente, come spesso avevo pensato, ma vittima di un gioco partorito dalla sadica volont di qualcuno. Di reale, di esistente.
Poco prima di partire Barrito Blu mi disse che, sapendo che ero un Immortale, era contento che avessi scelto di non accompagnarlo, ma che mi augurava tanta fortuna.

Quando Barrito Blu fu partito, mi sentii veramente solo. Era stato il mio primo amico in quella nuova vita, ed avevo scoperto con lui che difficilmente avrei potuto averne tanti, per quanto a lungo potessi ancora vivere in quella o in tutte le altre vite.
Dovevo imparare di pi sugli Immortali e scoprire se la Gilda esisteva o meno. E per riuscirci dovevo prima di tutto inserirmi. Per fare questo dovevo trovare un lavoro, una ragion d'essere, un qualche "ubi consistam", su quel pianeta pazzo ed affascinante, e possibilmente arricchire.
Mi guardai intorno a lungo a Bulbo Verde. La citt era ricca, grazie ai suoi commerci, e governata da un Console, eletto da 300 anni dalle Gilde dei Mercanti e dei Proprietari delle Serre, e restava in carica per un anno.
Gli eletti erano sempre e solo gli appartenenti alla Gilda dei Vetrai, che fornivano vetri (di cui solo loro conoscevano i segreti) di diversi tipi per le serre a tutti, e gli elettori erano solo i pi ricchi fra i Mercanti ed i Proprietari delle serre.
In pratica una repubblica oligarchica capitalistica, che, per il livello locale del pianeta era gi un buon livello di democrazia, tutto sommato.
Tutto funzionava: commerci, coltivazioni, difesa, tutto era poggiato su un equilibrio di poteri e di interessi che arrivava a garantire al popolo, fatto in maggioranza di emigranti di prima e seconda generazione, un discreto benessere.

Decisi di fare il medico. Avevo portato con me non solo una notevole scelta ed una notevole quantit di sostanze chimiche, di droghe e di farmaci; ma anche molti libri, condensati sotto forma di dischetti ultra densi per computer e due computer portatili per leggerli.
Nei libri si parlava non solo dei farmaci ma anche delle tecniche per riprodurli, per lo meno per riprodurre quei dieci, quindici tipi di farmaci fondamentali della farmacopea del XX secolo da cui poi derivavano migliaia di specialit.
Il computer, che aveva bisogno di poca corrente elettrica a basso voltaggio, era alimentato da celle solari e quindi non si sarebbe mai esaurito. Se si rompeva c'era il secondo, se si rompeva anche il secondo, beh potevo buttare tutto. Ma intanto qualcosa avrei potuto comunque fare.
Uscii dalla citt e mi inoltrai nel deserto. Tornai alla radura da cui ero partito, estrassi dalla "cache" ci che mi serviva, riutilizzando l'escavatrice sia per aprire che per ricoprire il buco, e mi organizzai per tornare indietro.
Mi truccai, cambiando il colore ai capelli, nel modo pi drastico: rasandoli a zero, come usavano fare i saggi ed i medici in quell'area; cambiai il colore della pelle, scurendomela con una crema speciale, stabile, che poteva essere neutralizzata da un'altra, cambiai abiti e rientrai in citt fingendo di essere Aarghionte, medico esperto e grande guaritore di Utmamor, una terra cos lontana che non era strano che nessuno ne avesse sentito mai parlare.
Presi alloggio in una locanda e cominciai piano piano a farmi una clientela, curando dapprima gratis i poveri, poi a basso prezzo un po'tutti, poi diversificando prezzi e prestazioni in tre studi diversi della citt.
Per evitare di urtare troppe suscettibilit feci in modo di contattare umilmente i vari medici della citt, donando loro piccole quantit delle mie medicine e delle mie droghe, instaurando rapporti di "buon vicinato" per cos dire, riuscendo con l'oro che avevo con me, l dove non riusciva la diplomazia.
Dopo un po'di tempo fui accettato nella Gilda dei Medici e cercai di far di tutto per raccogliere informazioni sugli Immortali, sempre senza parere, sempre frequentando soprattutto mercanti di passaggio, gente che non aveva e non avrebbe avuto amici e conoscenti nella citt.
Bulbo verde e la mia funzione di medico erano l'ideale da questo punto di vista: per la citt transitavano ogni anno migliaia di mercati provenienti da tutte le zone del pianeta; e quasi sempre, quando arrivavano in citt fra loro c'erano persone ammalate o ferite e bisognose di cure.
Io cercavo in tutti i modi di entrare in confidenza con i capi delle carovane per sapere da loro tutto ci che potevo non solo sugli Immortali, del resto, ma anche sugli altri popoli e civilt del pianeta, per farmene un'idea sempre pi precisa e sempre cercando di capire se da qualche parte esisteva una civilt tecnologicamente evoluta.
Mi formai anche un'idea pi precisa di come fosse fatto il pianeta. Soprattutto sembrava enorme. I geografi di molti luoghi e di molte civilt locali erano molto progrediti: non solo sapevano benissimo che il Mondo (ovviamente questo era il nome del pianeta nelle varie lingue) era tondo, ma ne conoscevano anche il diametro all'altezza dell'equatore: oltre 80.000 chilometri, ossia pi del doppio di quello della Terra.
Il che significava che quel pianeta (che oltretutto sembrava avesse un rapporto fra terre emerse ed oceani pi favorevole alle prime rispetto alla Terra) aveva una superficie abitabile dalle sei alle otto volte quella della Terra! Quanti abitanti potesse avere non ne avevo idee; nessuno ce l'aveva. Ma di certo poteva ospitare tranquillamente una popolazione dieci volte quella della Terra.
Dai mercanti non seppi sugli Immortali molto di pi di ci che mi aveva detto Barrito Blu, dato che evidentemente l'argomento era considerato o una leggenda o un argomento pericoloso e da evitare.
Raccolsi una massa enorme di leggende evidentemente improbabili, anche a voler considerare degli elementi in comune. Una di queste diceva che noi Immortali eravamo tutti figli di un demone re dei demoni chiamato "Belzebobbo" e che eravamo stati cacciati da un giardino meraviglioso per aver voluto mangiare un frutto proibito! E molte altre erano quelle che facevano riferimento a questa o quella leggenda o religione terrestre.
In realt, a parte pochi dati di fatto, i mortali del pianeta non sembrava sapessero quasi niente sugli Immortali. Nessuna delle leggende che trovai, ad esempio parlava di quella famosa "stanza d'ospedale" in cui mi ero svegliato tre volte. Il che voleva dire o che ci ero passato io e pochi altri, o che tutti gli Immortali tendevano a non raccontare i fatti loro. Ed un motivo, in tal caso, ci doveva essere.

Rimasi tranquillo a Bulbo Verde per oltre tre anni. Mi ero organizzato benino: un bel palazzo, molti servi e molti assistenti, diverse concubine.
Ero ricco e discretamente potente e avrei potuto andare avanti per molto tempo ancora; ma commisi un errore che mand tutto all'aria. Mi feci notare troppo, quando iniziai ad insegnare ci che sapevo di medicina.
Fondai una vera e propria universit, una scuola medica, e con l'aiuto dei testi, delle droghe e dei farmaci che avevo con me (in quantit limitata, certo, ma pur sempre sufficiente) iniziai a formare sia dei medici sia dei biologi e dei chimici.
C'era voluto del tempo, ma avevo insegnato a dei traduttori la mia lingua e li avevo messi a tradurre ed a copiare in lingua "comune" tutti i testi dei miei computer (preventivamente stampati con una stampante anch'essa alimentata a celle solari) per avere dei testi su cui insegnare e da lasciare a futura memoria per gli abitanti del pianeta. Da quella scuola sarebbero nati chimici, biologi e medici che sarebbero stati in grado almeno di produrre da soli antibiotici ed anestetici, oltre a nuove regole di medicina.
Urtai inevitabilmente, con la mia scuola, quelle suscettibilit che non avevo urtato come medico. Molti medici cominciarono a parlar male di me; e pi guarivo, pi insegnavo, pi la cultura medica che volevo diffondere si diffondeva, pi loro mi calunniavano e suggerivano che se ottenevo tante guarigioni era evidente che ero uno stregone di qualche genere.

Ero diventato cos potente che fui avvelenato. Credo che ad avvelenarmi sia stato qualcuno della mia stessa scuola, per invidia: forse un giovane studente inviato da un medico della citt come infiltrato. In realt mi aspettavo prima o poi qualcosa del genere. Solo avevo paura di essere messo in mezzo come Immortale pi che come pura e semplice vittima di una "Congiura di Palazzo". Ero a cena con dei Mercanti. Nel dolce che fu servito ci doveva essere veleno a sufficienza per sterminare un plotone di elefanti: due degli ospiti morirono appena messa in bocca la forchetta, dopo che io ne avevo mangiato gi tre bocconi. I crampi presero anche me, e durarono due ore. Scoprii in quell'occasione che essere Immortale d una certa resistenza i veleni, oltre che alle malattie, ma vi assicuro che morire  sempre morire. Una brutta esperienza che ripetevo per la terza volta.
Non mi ci ero ancora abituato e mi convinsi definitivamente in quella occasione che non mi ci sarei abituato mai. Anzi:  molto peggio veder arrivare la morte la terza volta.
La prima volta pu essere liberatorio, indifferente, quasi gioioso, io credo, quando arriva dopo una vita spesa bene e senza troppi rimpianti.
Non c' dubbio che se si mette un po'di attenzione si sa che si sta morendo. Nessuno  mai tornato per confermare quello che vi sto dicendo, ma credetemi,  proprio cos: chi sta per morire, se vuole, lo sa.
E quando lo sai per la seconda o terza volta non  pi leggero, anche se sai che ti reincarnerai, come avrei dovuto saperlo io.
Ma io non lo sapevo, meglio ancora, il mio corpo non ci credeva che sarebbe rivissuto.
Quindi, credetemi, pi volte si muore, peggio .


La scoperta delle Regole

Nel corso delle due ore in cui mi contorsi per i dolori dell'avvelenamento, non pensai mai che stavo per morire e per rivivere.
Il dolore permeava ogni neurone del mio cervello e non c'era posto per altro.
Quando mi svegliai di nuovo, per la quarta volta, nello stesso letto e nella stessa stanza, fu come passare da un sogno alla realt; anzi, come risvegliarsi da un incubo doloroso.
Dopo alcuni secondi la voce del computer disse:
- Sei in grado di comprendere?
L per l mi venne voglia di urlare un qualche insulto, poi, senza sapere perch mi venne voglia di ridere.
Cosa che cominciai a fare, senza potermi interrompere per alcuni minuti.
Quando alla fine smisi, la voce, di nuovo, imperterrita disse:
- Sei in grado di comprendere?

Risposi e ricominci tutto da capo.
Stavolta per volevo che la situazione fosse diversa, che si evolvesse in modo nuovo. Dato che tutto ci che avevo tentato le prime tre volte non era servito, per evitare ulteriori sconfitte dovevo sfruttare la mia permanenza in quel luogo al massimo, come non avevo fatto prima.
Decisi che non volevo cominciare sotto stress, come era stato tutte le volte precedenti. Sospinto dalla paura, dalla tensione, dall'ansia, dalle incertezze non ero stato lucido nelle mie richieste ed ogni volta avevo commesso degli errori.
Oltretutto l'obiettivo principale non era sopravvivere, ormai, ma riuscire a capire con esattezza in quale gioco ero e come uscirne, ma anche se uscirne era possibile o meno e soprattutto se ne valeva la pena.
E se dovevo restare sul pianeta come restarvi il pi a lungo possibile ed il pi difeso possibile.
Ci dovevo pensare su.
Quindi decisi, prima di tutto, di rilassarmi.

Chiesi una tavola imbandita con una serie di piatti che amavo molto, e che, appunto, potevo avere solo l (la cioccolata ad esempio che sul pianeta non c'era e che avevo appena cominciato a far attecchire io a Bulbo Verde con i semi che mi ero portato appresso; ma che prima di arrivare ad una Sacher Torte o a dei gianduiotti, eh, ce ne sarebbe voluto di tempo!) una doccia a getto molto forte, un accappatoio di morbidissima spugna.
Cominciai a rilassarmi proprio sotto la doccia, che fu caldissima e lunga.
Poi pranzai (o cenai? Chiss...).
Chiesi un sonnifero potente, lo presi e mi addormentai dopo pochissimo tempo, in un materasso morbidissimo, coperto di lenzuola di lino pulite e profumate e cullato da una musica dolce e lenta, ipnotica, un brano di Mahler che amavo tanto.
Dormii cos di un sogno ristoratore, lungo e senza sogni.
Per due giorni mi dedicai intenzionalmente alla creazione della "sensazione di non aver fretta".
Qualunque cosa fosse accaduta ormai sapevo bene che sarei uscito di l entro quindici giorni dal mio arrivo, che se fossi morto sarei tornato l e che se non fossi tornato l, forse sarebbe anche stato meglio.
Quindi era inutile preoccuparmi di nulla.
Alla fine del terzo giorno di questo tipo di vita (con molti lunghi sonni e molte letture di libri "da capezzale" che conoscevo a memoria e che mi rilassava rileggere all'infinito, oltre alla visione di film videoregistrati che conoscevo anche loro a memoria) ero molto rilassato ed anche senza che me ne rendessi conto il mio cervello aveva elaborato un nuovo metodo di approccio a tutta la faccenda e soprattutto ai servizi forniti dal computer.

Prima di tutto mi organizzai molto meglio: dedicai anzi allo studio dell'organizzazione temporanea l dentro pi tempo di quanto non avessi dedicato le precedenti volte.
A volte il modo in cui si organizza il proprio pensiero o il proprio lavoro  pi importante del lavoro stesso, non fosse altro perch fa risparmiare tempo; ma anche perch, se ci si pone nelle giuste condizioni di pensiero, possono "galleggiare" spontaneamente alla coscienza delle soluzioni nuove e creative per vecchi problemi; e le soluzioni nuove a volte permettono di risparmiare tempo ed energia.
Per cominciare chiesi al Computer di visualizzare uno schermo su una parete.
Chiese di che tipo, come al solito. Ed io specificai: uno schermo di computer simile a quelli della fine del XX secolo sulla Terra, grande circa due metri per uno, multifunzione, con la possibilit di visualizzare pi schermate contemporaneamente.
Etc, etc, etc.
Lo schermo apparve alla mia sinistra.
Chiesi di trasformare la stanza: ampliarla, dividerla in due, una camera da letto ed uno studio; nello studio una scrivania, degli archivi, un personal computer del tipo a cui ero pi abituato, con una stampante, il programma di word processing che conoscevo meglio, libri da consultazione, fra cui un vocabolario, due, tre enciclopedie, di cui una di tecnologia, di cui ricordavo il nome, sia su carta sia su banca dati, carta, penne, di tutto.
Man mano che chiedevo, le pareti, gli oggetti, tutto intorno a me si trasformava sotto i miei occhi, con una facilit, una immediatezza che secondo me era una conferma della convinzione che ormai mi stavo facendo del fatto che il luogo dove mi trovavo era una mera proiezione elettronica, sia pur tattile, sensibile, percepibile da tutti e cinque i sensi, ed a tre dimensioni; ma sostanzialmente in nulla diversa da una immagine televisiva.
Forse nulla di ci che mi circondava esisteva realmente. Forse io stesso, in quel momento, ero una proiezione di questo tipo, solo che ero autocosciente, certo; forse per tutto ci che mi accadeva non accadeva in una vera realt fisica, in uno spazio fisico in un qualche punto dell'universo, del continuum spazio temporale reale: almeno nel senso che era possibile che tutto stesse accadendo all'interno di un computer, che tutto fosse virtuale, compreso me che pensavo o che scrivevo di essere una realt virtuale.
Alla fine di tutto, quando "uscivo" da quel luogo, forse, la realt esterna nella quale venivo "immesso", quella s era fisica, reale.
Ma forse no.
Forse anche quella non era altro che una idea che io credevo vera, forse tutto ci che stavo vivendo non era altro che una enorme complicatissima allucinazione.
Cosa sono le sensazioni? Stimoli che riceviamo dall'ambiente circostante e che il nostro sistema nervoso porta al cervello. Il cervello decodifica gli stimoli e noi "sappiamo" cosa vediamo, sentiamo, tocchiamo. In altre parole il segnale arriva al cervello sotto forma di stimolo elettrico e biochimico ed il cervello "sa".
Ma cos' la coscienza di s? Nella vita normale quotidiana di ogni giorno, di ogni essere umano,  l'insieme dei fattori chimico-fisici e bio-elettrici che sono, insieme a quel supporto fisico che  il cervello, "l'individuo che sa di essere". Come diceva Cartesio: cogito ergo sum.
Tutto questo  trasformabile in pura e semplice scarica elettrica? E possibile che la sensazione di "io sono Tizio e sto mangiando" oppure "io sono Caio e sto bevendo" possa essere ridotta ad un sia pur complicatissimo schema elettronico? Io credo di s. Anzi, so che nella mia epoca erano molti gli scienziati che ritenevano possibile questa teoria.
A prescindere ovviamente dall'anima, dalla volont di un ipotetico creatore onnipotente. Per chi ha fede,  evidente che il quid essenziale  l'anima e la scintilla di spirito divino creata da Dio e solo da lui.
Ma la voce registrata? L'immagine in movimento su uno schermo? Qual' il rapporto con l'individuo che ne  l'originale? Si pu far agire una immagine elettronica come si vuole e quindi si pu interagire con una persona che vede in un videotelefono, una faccia (che non  la mia ma quella di suo figlio o padre) che parla con la sua voce e dice le cose che io dico ad un microfono.
Non sto parlando di "Vida es sueo" o del fatto che saremmo tutti il sogno di un dio. Io credo per che sia possibile conservare la coscienza di un individuo sotto forma di complicatissimo schema elettrofisico-biologico. Meglio, io sapevo che  possibile perch solo cos si poteva spiegare ci che mi era successo.
Mi era difficile per credere che tutto fosse un sogno, che tutto intorno a me fosse finto, anche quando ero stato sul pianeta. Era pi facile che esternamente a me ci fosse una volont reale, un mondo reale. Solo che quando mi risvegliavo l, era probabile che solo una parte della mia coscienza che si risvegliasse; o al limite anche tutta, ma si risvegliasse solo a se stessa, e non in una realt fisica.
Che appariva solo alla fine, quando venivo "immesso". Anche se non c'era una grande differenza con la realt, anzi, per quel che vedevo nessuna. La volta precedente ad esempio avevo chiesto delle finestre, con un panorama. Le ottenni anche stavolta, ma ero cos sicuro che fossero proiezioni televisive che non pensai mai di "aprire" quelle finestre.
Stavolta chiesi ed ottenni finestre apribili sul panorama della mia casa sui monti. Aprii le finestre e sentii il fresco del vento e gli odori della foresta.
Provai ad uscire, ma non ci riuscii. Una forza mi impediva di uscire, come una invisibile rete di gomma elastica all'inizio ma poi dura come l'acciaio. L'aria, con l'odore di quella foresta che ben conoscevo entrava, il panorama era quello che conoscevo benissimo; ma io non potevo uscire. Quale era la realt?
Alla fine decisi di fregarmene, tutto qui: ho sempre pensato che un problema che non ha una soluzione non  un problema, ma un'altra cosa; o forse un problema mal posto. Meglio rimandare.

Chiesi al computer di visualizzare sullo schermo, in giorni di 24 ore ed in singole ore e minuti il tempo che mi rimaneva prima di essere espulso.
Nello schermo apparve la scritta : 11 giorni, 23 ore, trenta minuti.
Continuai a chiedere al computer altre cose: mappe del pianeta nella zona intorno a Bulbo Verde e per un raggio di 100 km all'intorno, stessa cosa per gli altri luoghi che avevo conosciuto, confrontandole e posizionandoli fra loro; pi altri dati sulla popolazione, sulle razze che avevo conosciuto e cos via.
Ogni volta che la mia richiesta era null'altro che una precisazione di un dato che conoscevo anche in parte, il computer mi forniva tutti i dati che cercavo. Se invece era un dato di realt che non avevo in nessun modo vissuto di persona, non ricevevo altro che la solita risposta negativa del computer.
Riuscii comunque ad avere molti dati di tutti i tipi sul pianeta. Ebbi conferma delle mie teorie sulle dimensioni del pianeta: era veramente molto pi grande della Terra (le terre emerse fino a 15 volte di pi ), ed evidentemente aveva una densit inferiore perch la gravit era praticamente la stessa. E questo in teoria poteva essere, frutto del caso; ma anche della volont di qualche essere senziente.
Per la biologia del pianeta era perfettamente compatibile con quella umana, quindi era artificiale per forza: quel pianeta non era la Terra, ma era talmente identico alla Terra per l'ecosistema di base e per la biologia delle forme di vita pi importanti che vi abitavano (altrimenti la vita umana non sarebbe stata possibile) che non poteva che essere stato "terraformato" intenzionalmente, in modo tale da renderlo biologicamente identico alla Terra.
Chiunque potesse far questo ci aveva messo una quantit di tempo enorme per farlo e disponeva di conoscenze immensamente pi avanzate di quelle anche solo ipotizzabili sulla terra.
Tutto poteva essere falso, ovviamente. Tutto poteva essere un mio sogno incredibilmente vivido, o una operazione gestita in un computer, forse sulla Terra forse su quel pianeta, forse su un altro. Chiss.
Ma cos non si finiva mai. Cos sarei stato paralizzato, sarei impazzito.
Decisi allora di vivere definitivamente come se tutto ci che mi era capitato fino a quel momento mi fosse realmente capitato esattamente nei tempi e nei modi dei miei ricordi: come i miei ricordi mi dicevano fosse accaduto ogni singolo evento.
Tutto ci che ricordavo era tutto vero. E su questa base avrei cercato di venirne fuori, forse solo per riuscire una buona volta a morire per davvero. Ma, se possibile, riuscire prima a capire..

Pi chiedevo pi mi venivano in mente cose da chiedere. Dopotutto avevo passato quasi cinque anni l fuori, ormai, ed avevo molte cose da chiedere e da verificare.
Avevo capito una cosa importantissima del computer che mi parlava. Lui era "tenuto" a rispondere a qualunque domanda abbastanza definita, a qualunque domanda che potesse "chiudere" un circuito logico di domande e risposte, e probabilmente era tenuto a fornirmi quasi qualunque cosa; ora ero in grado di ottenere molte di queste risposte.
Avevo capito infatti che quando non rispondeva questo non accadeva perch c'era una volont di non rispondere da parte sua; al contrario, lui "doveva" rispondere, solo che doveva fare prima un'altra cosa: esaurire le alternative.
Avevo gi scoperto che se gli chiedevo di produrre una pistola, lui mi chiedeva quale, di che epoca, di che calibro, di quale casa di produzione, e via di questo passo, al punto che una richiesta poteva essere fonte di mille specifiche fino a farmi esaurire. Ma pi specifico e deciso ero nel "chiudere" una richiesta, pi rapidamente arrivavo ad ottenere ci che volevo.
Chiesi una valanga di cose: un Uzi che sparasse semi di "aza", ad esempio, il che avrebbe reso quell'arma pi simile ad un cannoncino che non ad un mitra, almeno contro una qualunque forma di vita che avesse dei liquidi al proprio interno; dei cavalli indigeni di una razza speciale, che avevo scoperto essere molto pi resistenti di quelli della terra; e cos via molte altre cose. Chiesi ad un certo punto, ricordandomene improvvisamente, un "elmetto da pilota di elicottero con visori notturni, in lega ultraleggera di "brasson", una lega speciale dei fabbri di Bulbo Verde, che avevo conosciuto nella mia permanenza laggi e che avevo anche aiutato a perfezionare, dato che secondo me si sarebbe trattato di una lega ideale per bisturi e protesi.
Ora, io avevo richiesto uno strumento che era un misto di tecnologia terrestre e di quella del pianeta, ed oltre tutto della pi elevata tecnologia elettronica ed ottica della mia epoca, integrato con materiali e tecniche aliene, a loro volta integrate da miei contributi personali e recentissimi.
Un problema non da poco, se ci pensate.
Gli occhi mi caddero per caso sul led luminoso che mi informava di quanto tempo mi restava; e mi accorsi di una cosa incredibile: fino a quel momento i numeri sul video erano scorsi al contrario, come in un count-down; ma mentre guardavo e per un attimo i numeri dei minuti passarono da 25 a 28 poi di nuovo, dopo un po', a 27.
Era come se avessi guadagnato 3 minuti.
Chiesi conferma al computer del fatto, per essere sicuro di non aver avuto una illusione ottica. Mi rispose affermativamente.
- Vuoi dire che ho proprio guadagnato tre minuti?
- Affermativo.
- E perch?
- Per le necessit produttive.
- Che intendi?
- Dinnanzi ad uno specifico ordine possono determinarsi necessit produttive tali da determinare un incremento del tempo totale a disposizione.

Iniziai a quel punto una sfilza di domande e risposte, che facevo e ricevevo sempre pi eccitato!
Scoprii che il tempo limite non era "necessariamente" di due settimane, allo scadere delle quali sarei stato gettato fuori, pronto o non pronto.
Se ci che chiedevo era logico o necessario ad un qualunque progetto, il tempo necessario alla produzione dell'oggetto richiesto (o al suo reperimento? in chiss quale enorme magazzino cosmico?!) poteva essere calcolato "in aggiunta" alle due settimane; per produrre quell'elmetto ultratecnologico partendo dai banchi dati del computer aggiornati all'oggi ed a ci che io stesso avevo fatto di quella lega due mesi prima, mi dette la misura di quanto fosse potente il computer; ma anche del fatto che non era onnipotente. Ci andava vicino, certo, ma proprio onnipotente-onnipotente, tipo Dio, non lo era.
Per realizzare quell'elmetto, incrociando tutte quelle tecnologie, aveva valutato come necessario un tempo aggiuntivo di tre minuti sul totale che mi era dovuto; e me li aveva concessi!
Ma allora, se avessi trovato qualcosa di abbastanza complicato, poteva darmi di pi, forse giorni, mesi. Forse potevo chiedere veramente qualunque cosa e dovevo solo trovare il modo giusto di chiederla.

Sprecai tre ore di domande aggiuntive per scoprire che la chiave di volta del trucchetto stava in ci che il computer riteneva plausibile o coerente con un progetto. Non potevo chiedere una astronave ad esempio; o un androide; o un altro essere umano o un'arma nucleare; niente probabilmente che potesse in alcun modo aiutarmi a scappare dal pianeta o ad avere una tecnologia troppo superiore; ma potevo avere tutto ci che non fosse esplicitamente proibito all'interno delle "regole del gioco" nel quale mi trovavo: potevo chiedere tutto, qualunque cosa mi passasse per la mente che fosse tecnicamente e materialmente realizzabile.
Proprio per aver scoperto queste "regole" del computer compresi che davvero non ero proprio nient'altro che questo: una pedina in un gioco, cosmico o planetario forse, ma un gioco. Se fino a quel punto avevo pensato di essere in un gioco altrui, quel termine lo avevo sempre pensato come una sorta di metafora, di esemplificazione. Invece era un vero e proprio gioco, che aveva delle regole che potevo capire, dedurre, scoprire, e forse influenzare. E se giocavo conoscendo a fondo le regole, ne avrei potuto trarre vantaggio.
Chi fossero i Giocatori o quali fossero esattamente tutte le regole dovevo ancora capirlo, ma di gioco si trattava. E di nient'altro. Se il mio obiettivo fino a quel punto era stato morire definitivamente, forse potevo averne anche un'altro: uccidere i Giocatori! Certo, era a dir poco un obiettivo ambizioso. Ma meglio aver obiettivi alti che bassi nella vita, lo avevo sempre pensato.
Avevo solo bisogno di tempo. Ci pensai per altri tre giorni, sia per pensare come avere tempo in pi, sia per trovare una soluzione tecnica, delle cose materiali da chiedere che mi dessero un grosso punto di vantaggio su tutti gli abitanti del pianeta. Sapevo che avrei corso il rischio di essere ucciso di nuovo: e quello era senza dubbio uno degli obiettivi del gioco per qualcuno: ammazzare me!
Ma volevo evitarlo per il futuro e per di pi volevo anche arrivare ad avere la possibilit di interromperlo quel gioco: non avevo scelto di farlo, di parteciparvi, nessuno mi aveva chiesto niente ed io non ero tenuto a giocare secondo le regole. Se potevo scoprire come barare era mio diritto farlo!

Alla fine dei tre giorni avevo elaborato un piano molto complesso.
- Ok, Macchina, ho delle richieste.
- In attesa.
- Prima di tutto gradirei da ora in poi tu reagissi al nome di Genio o Genio della Lampada.
- Si richiede una motivazione.
-  fondamentale per la mia stabilit mentale e la riuscita dei miei progetti.
- La motivazione  insufficiente.
- Insisto. La mia salute mentale, i miei futuri progetti e la riuscita del progetto di cui tu fai parte potrebbero restarne compromessi. Insisto fortemente!
Silenzio.
Aspettai un po'e poi chiesi:
- Genio..?
- S?
Vittoria! Piccola e stupida, ma: vittoria!
Ero eccitatissimo: forse stavo imparando. Lo scopo di tutta quella manfrina era solo di vedere se avevo capito come funzionava e se riuscivo a far fare al computer qualcosa di irrazionale o di non programmato dai Giocatori, chiunque essi fossero.
Era possibile, ovviamente, che costoro avessero anche previsto una cosa del genere, ma questo significava comunque che io stavo imparando a controllare, sia pur di poco, il computer per ottenerne i migliori risultati possibili.
- Gradirei anche che nel rivolgerti a me tu mi chiamassi: "Signore". Questa esigenza  collegata a quella del nome che ti ho dato.
Silenzio.
- Genio?
- S, signore?
Perfetto.
- Genio, ho un progetto molto complesso di cui ti vorrei parlare.

Lo feci per due giorni, specificando tutto al meglio, dando indicazioni dettagliate o mettendo le cose in modo tale da presentare un problema da risolvere in modo tale che fossero molti i modi e che io mi riservavo di scegliere quale in un secondo momento; e che la soluzione del primo richiedesse tanto tempo, in modo tale da avere modo di complicare il secondo ed inventarmene un terzo.
Ad esempio; trovare una lega speciale per ci che mi serviva, ma in quantit tale da dover produrre dieci volte un certo oggetto enorme, all'interno del quale ci fossero una serie di macchinari ed impianti, ciascuno dei quali dovesse poi essere ulteriormente definito, da creare in tre modelli diversi per dimensioni anche solo di pochi centimetri. E via complicando in questo modo la realizzazione di un progetto che nell'insieme per io avevo ben chiaro e che di fondo era in realt semplice. Certo, improvvisavo molto...

Alla fine dei due giorni, senza dormire, e quasi senza mangiare, distrutto, guardai il tempo a mia disposizione.
Era salito a 76 giorni.
Avevo pi di due mesi per pensare, trovare altre soluzioni, altri trucchi, cercare di capire meglio quali potessero essere le regole, e soprattutto riposare e prepararmi. E alla fine sarei uscito da l equipaggiato come il conquistatore del pianeta. O quasi.


Le regole del Genio e del Gioco

Nel corso di tutte le mie esperienze con il Genio sono arrivato a capire sulla base di quali regole potevo ottenere da lui ci che volevo. E quali potessero essere in linea di massima le regole del Gioco cui io ero sottoposto. Ci sono voluti innumerevoli tentativi e lui non mi ha mai detto che "queste" sono le regole. Sono io che le ho dedotte, dato che rispettandole ho sempre ottenuto ci che volevo. O, per meglio dire, ci che ho ottenuto l'ho ottenuto seguendo delle regole che mi sembrano appunto, queste.
Sono regole abbastanza semplici e lineari, nella loro rigidit. Nascondono un disegno, un progetto, una qualche funzionalit? Mi  sembrato di s, e mi  sembrato anche di capire quale: fornire la pedina del Gioco di tutto ci che essa ritiene utile alla propria sopravvivenza, o a qualunque progetto le passi per la testa, e che possa movimentare il Gioco e creare le premesse per interessanti sviluppi (interessanti evidentemente per i Giocatori di cui io ero la pedina, e come me tutti gli altri semi-Immortali) con l'eccezione di qualunque tecnologia possa essere pericolosa per i padroni del gioco.
E con l'unico limite pratico, e non teorico o per partito preso, delle conoscenze tecnologiche e scientifiche non tanto dell'epoca e del mondo cui la pedina appartiene in origine, ma delle sue personali conoscenze.
 ovvio ad esempio che avrei potuto chiedere delle armi ad energia, poniamo del XXV secolo (ammesso che ve ne siano o che ve ne saranno o che ve ne siano mai state) e ci ho anche provato, pi di una volta: ma arrivato alle specifiche tecnologiche, mi sono sempre bloccato.
Una volta ad esempio gli ho chiesto un "lancia raggi laser" e sono riuscito, a forza di insistere di fantasia, ad ottenere solo oggetti del tipo bisturi laser per uso chirurgico in uso nel mio mondo e nella mia epoca; ma se cercavo di ottenere un'arma vera e propria mi sono sempre fermato dinanzi a domande cui non ero in grado di rispondere; ad esempio alla domanda "quanti ciclobetatroni di potenza deve avere?" ho risposto dieci, venti, mille, un milione, e la risposta del computer era sempre "risposta inadeguata"; ho chiesto meccanismi antigravit, e alla domanda "di quale entit entropica", non ho saputo cosa rispondere.
Ci ho provato, intendiamoci: ad esempio a quest'ultima domanda ho risposto cose come "dieci", "alfa-minus", "gamma omega", "quarantadue" e cento altre risposte, ma senza costrutto.
 stata una esperienza molto frustrante: sapere che il computer avrebbe potuto produrre oggetti inimmaginabili e non sapere come chiederglieli.
Se di regole ve ne fossero altre, non l'ho mai scoperto.


Le Regole del Genio

1.    Il computer produrr per te qualunque oggetto tu chiederai e che sia all'interno della sua memoria, nelle modalit, dimensioni quantit e qualit indicate da te, con eccezione di armi di tipo atomico o nucleare, a fissione od a fusione, nucleoniche ed antimateria.

2.    Hai a disposizione un numero illimitato di richieste ma non di tempo. In concreto:

a.    Dal momento del tuo risveglio hai 15 giorni di 24 ore l'uno di tempo a disposizione, al termine dei quali verrai espulso dalle tue stanze verso l'esterno in un luogo scelto a caso, con tutti gli oggetti che avrai chiesto fino al quel momento.

b.    Lo scorrere di questo tempo pu essere indicato da un orologio a richiesta, posto dove vorrai, o in qualunque altro modo tu vorrai sia indicato.

c.    Il tempo  calcolato in giorni di 20 ore di 100 minuti l'una. In altre parole ha un credito di tempo iniziale di 600 ore.

d.    Il tempo a tua disposizione scorre mentre chiedi, ma si ferma mentre vengono prodotti gli oggetti che chiedi, per un periodo di tempo che ti verr indicato di volta in volta, oggetto per oggetto, se lo richiederai; altrimenti apparir con un aumento di credito di ore nel video.

e.    Tale sospensione di tempo  ammessa solo se le richieste di oggetti fanno parte di un progetto approvato dal computer: non puoi chiedere la produzione infinita di beni tanto per non uscire.
Il giudizio del computer  insindacabile.

3.    Il computer non risponder a nessuna domanda e non ti dar alcuna informazione che non riguardi la produzione di oggetti, il loro uso o necessit connesse.

4.    Il computer non ti dar mai ed in nessun modo delle informazioni sui suoi costruttori n sulla eventuale esistenza di un gioco, n direttamente n indirettamente.
Il computer ti dar qualunque risposta a qualunque domanda sia formulata in modo chiaro, ma non ti dar spontaneamente nessuna informazione.
Qualunque informazione sul pianeta ti verr fornita solo se utile a completare una informazione parziale gi in tuo possesso e solo se lo chiederai.
Altrimenti non ti verr fornita nessuna informazione sui luoghi, sulle razze, sulle civilt del pianeta stesso.

5.    Il computer non ti dar alcuna tecnologia in grado di costruire veicoli spaziali di qualunque tipo. Qualunque velivolo sar sempre infra-stratosferico.

6.    Qualunque richiesta riguardi la produzione di esseri viventi  ammessa con l'eccezione degli esseri intelligenti, umani o meno.

7.    Qualunque domanda farai per ottenere qualunque informazione o spiegazione su qualunque argomento, il tempo scorrer ugualmente, con l'unica eccezione delle necessit produttive.

8.    Qualunque ordine diretto ed esplicito verr immediatamente eseguito purch rispetti le regole sopra indicate.
Il rispetto delle regole verr giudicato dal computer. Il giudizio del computer  insindacabile.

9.    Di qualunque oggetto tu voglia creare ex novo, dovrai dare precisi dettagli di costruzione in relazione a dimensioni, materiali da usare ed ogni altra specifica necessaria al computer per la realizzazione dell'oggetto stesso, sia che esso esista gi sia che debba essere prodotto su progetto nuovo.
Sar il computer a dirti se e quando hai raggiunto la soddisfazione dei suoi parametri fornendoti l'oggetto.
Il giudizio del computer  insindacabile.

10.    Qualunque richiesta farai nei limiti suddetti verr eseguita.

11.    Non potrai avere niente che possa in alcun modo aiutarti a scappare dal pianeta.

12.    Il computer non ti confermer mai se le regole che hai dedotto sono o meno le regole del gioco.


Le regole del Gioco

 molto pi complicato dire quali sono le regole del gioco. Non ho mai avuto conferma neanche di queste.
Io ho solo l'impressione che le regole del gioco siano queste.

Il giocatore (o un gruppo di Giocatori o una singola entit in gioco con se stessa) probabilmente "punta" su una pedina, forse scegliendola e forse in modo del tutto casuale.
Forse gli viene assegnata secondo dei criteri prestabiliti, forse la sceglie con suoi criteri personali.

La pedina viene immessa nella "stanza d'ospedale" dinnanzi al computer che parla e fa quelle domande ossessive secondo le sue proprie regole; dopodich la pedina fa quello che gli pare.
Domanda, tace, impazzisce, chiede ed ottiene.  irrilevante ai fini del gioco.

Sulla base delle regole del Genio, la pedina pu chiedere ed ottenere tutto ci che riuscir a chiedere ed ottenere, alla fine dei 15 giorni (o pi) viene immessa sul pianeta dove affronter le avventure che sar capace di affrontare, di vivere.

Se morr rivivr e ricomincer daccapo.
Se si suicider, rivivr e dovr ricominciare daccapo.
Non sar mai possibile sottrarsi al gioco morendo, almeno finch il Giocatore o i Giocatori non decidano in tal senso.

Le regole del gioco sono molto pi semplici ma solo perch non so veramente bene quali siano le intenzioni, no, il piacere dei Giocatori.
O, ripeto, del Giocatore. Ce ne potrebbe essere anche uno solo per quel che ne so io che gioca un enorme complicatissimo solitario con se stesso.
Lui o loro, seguono le pedine e si divertono nel fare questo.
E si divertono a vedere ad ogni nuova vita della pedina, come ricomincia daccapo e cosa fa.
Sono, scusate i termini, dei veri stronzi.


La Casa e La Fortezza

Cosa avreste chiesto voi?
Io avevo chiesto un enorme, armatissimo, difesissimo, potentissimo ed ultratecnologio "overcraft".
Un veicolo a cuscino d'aria, che si potesse muovere su qualunque terreno, fino ad un massimo di tre metri da terra, grazie alla spinta di un vortice d'aria; un veicolo sia marino sia terrestre delle dimensioni di un piccolo transatlantico, del peso di un piccola montagna, corazzato contro qualunque attacco al di sotto di una arma nucleare, alimentato da un reattore nucleare a fusione e non a fissione, non inquinante n pericoloso ed alimentato ad idrogeno, quindi praticamente ad acqua, in grado di muoversi e funzionare ininterrottamente per almeno due secoli.
E per buona misura, ne avevo chiesto anche un doppione assolutamente identico, da portarmi appresso come un rimorchio e da lasciare dove mi avesse fatto pi comodo in modo tale da avere una riserva completa di tutto.
Perfino il Genio aveva bisogno di un paio di mesi per realizzarli, anche perch con gli optionals avevo esagerato...

Diciamo che era una piccola montagna semovente o se preferite un castello di titanio semovente: la "base" dello scafo, infatti, la sua struttura portante per cos dire era una sorta di enorme mezzo guscio di noce rovesciato, interamente di acciaio al titanio, dello spessore di circa cinquanta centimetri; come avesse potuto produrlo non so, dato che era un blocco unico, con gi predisposte aperture, canali interni per cavi ed altro; essendo cavo, il guscio non era pesantissimo, ma se fosse stato preso a cannonate a distanza ravvicinata con granate dalla punta di uranio, ultrapesanti, sarebbe stato a malapena scalfito; sottoposto ad un bombardamento diretto di missili aria terra o di bombe da bombardiere, avrebbe "ballato" un po'e si sarebbe, forse, ammaccato; ma spaccarlo era praticamente impossibile; e questo era solo il guscio esterno; probabilmente il pi grosso e pi efficiente carro armato mai costruito nella storia delle guerre.
Lungo 200 metri, largo 80 e alto 30, pesante in tutto oltre 15.000 tonnellate, come ho detto ricavava l'energia di cui aveva bisogno principalmente da due reattori a fusione di idrogeno, basati sui sistemi dei premi Nobel Hasehnbach e Scalzamanna.
Conoscevo la teoria a sufficienza da riuscire a dettagliare la richiesta al genio, perch quando avevano annunciato al mondo la loro scoperta me ne ero appassionato tanto che, pur non essendo un fisico, ero riuscito a capire a fondo la teoria, al punto che quando avevo chiesto i reattori o sapevo la risposta alle domande del genio o ero riuscito a dedurla.
Tramite impianti di bordo per l'elettrolisi avrei facilmente ricavato l'idrogeno da qualunque fonte d'acqua avessi incontrato sul pianeta, fosse anche e solo acqua piovana, o al limite l'acqua di bordo riciclata; perfino dalla mia stessa orina potevo ricavare carburante per i reattori; d'altra parte potevo ricavare l'idrogeno anche da altre sostanze, per cui me ne potevo andare in giro per anni anche in un deserto.
Poche centinaia di litri d'acqua garantivano una notevole autonomia ed il carburante non mi sarebbe mai mancato. L'operazione di rifornimento carburante consisteva semplicemente, una volta al mese, nell'immettere un tubo in un fiume o nel mare e pompare alcune centinaia di litri di acqua nelle camere per l'elettrolisi, dove ininterrottamente avveniva il processo di separazione fra acqua ed idrogeno: l'idrogeno veniva indirizzato ai reattori a fusione e l'ossigeno o liberato nell'aria o immagazzinato per altri usi.

I reattori erano due perch uno si poteva, in teoria, guastare. Essendo delle "macchine" con minime parti in movimento, la probabilit era di uno su 10.000 (calcolata dal Genio) in un secolo. Se fosse successo qualcosa al primo l'altro ne avrebbe automaticamente preso il posto.
E comunque io di over ne avevo chiesti due, quindi i reattori in totale erano quattro: il secondo over, identico al primo, era trainato come fosse il tender di uno yacht.
Ogni reattore era "innescato" dal raggiungimento di massa critica dell'idrogeno, compresso in una camera speciale ad opera di un meccanismo elettrico alimentato da batterie, ricaricate da pannelli elettrici ad energia solare.
E di questi pannelli ce n'erano otto sulla superficie esterna, protetti e se necessario rientranti. Nella peggiore delle ipotesi avrei potuto procedere io ad innescare i due reattori praticamente "a mano", con batterie di riserva, o se queste fossero state guaste o scariche, con un meccanismo elettrico alimentabile con energia muscolare umana.
I reattori in realt non si spengevano mai, ma se si fossero spenti (uno dietro l'altro, tutti e quattro) sarebbe stato possibile riaccenderli semplicemente aspettando la ricarica naturale ad opera del sole di quelle tali batterie, il che sarebbe avvenuto in dieci giorni circa.
Se anche fossi vissuto mille anni su quel pianeta non avrei mai avuto problemi di energia. Il Genio mi disse che la durata probabile a pieno funzionamento del veicolo che avevo progettato era di circa 1000 anni.
Qualcosa mi diceva che sarei morto definitivamente o definitivamente impazzito molto prima. Mille anni erano un periodo di tempo inconcepibile, per una vita umana. O almeno allora lo pensavo.

Tutti gli impianti di bordo, da quello dell'aria, a quello elettrico, dai sistemi d'arma alla biblioteca centrale, dalla cucina alle macchine per le TAC e le radiografie erano automatizzati al massimo livello.
Dal funzionamento standard alle riparazioni, dall'alimentazione di materie o di energia fino agli scarichi o al riciclo, tutto era automatizzato.
Io potevo intervenire sempre in qualunque momento su qualunque processo, ma non dovevo occuparmi di nulla. Ad esempio a bordo c'erano una serra idroponica che provvedeva, sempre automaticamente alla produzione di cibo: era completamente separata dall'ambiente esterno, produceva il cibo vegetale che arrivava sulla mia tavola in modo totalmente automatico e tenendosi a bassi livelli di consumo delle proprie potenzialit: se poteva produrre, poniamo, 100 chili di vegetali commestibili al mese, dato che a me ne bastavano 20 si teneva a quel livello da sola. Era come i reattori: autosufficiente, come fosse un piccolo pianeta; un ecosistema microscopico e chiuso che funzionava grazie al grande dispendio di energia (che non era un problema), al controllo di uno speciale computer ed al fatto che potevo immettere acqua ed aria "fresche" quando volevo; ma da circuito completamente chiuso avrebbe comunque funzionato per anni.
Mi ero ispirato alle serre idroponiche che ai miei tempi erano installate su tutte le portaerei nucleari statunitensi, previste per dare frutta e verdura fresche ad equipaggi di 4000 uomini in caso di guerra nucleare, senza dover toccare mai terra per uno o due anni. Funzionava perfettamente.
Le serre idroponiche di bordo (oltre ad altri sistemi di alimentazione e di conservazione dei cibi) avrebbero provveduto al nutrimento mio e di un massimo altri eventuali 40 ospiti senza necessit di contatto alcuno con l'esterno, 24 ore su 24 per almeno due anni.
Da solo mi sarei potuto aggirare tranquillamente in un deserto radioattivo per un paio di secoli, in realt per molto di pi. E questo nelle peggiori condizioni.

A bordo avrebbe preso posto un computer centrale, evolutissimo, simile al Genio, in grado di far funzionare o supervisionare tutto, da solo, compresi gli altri mini-computer sparsi per l'over, rispondendo sempre e comunque ad una Direttiva Primaria: la mia salvezza e la mia salute.
Insieme a questo computer ne "progettai" molti altri, in modo da avere la miglior automazione possibile di tutte le funzioni di bordo, pi molte altre che avrebbero potuto rendersi utili o necessarie in futuro.
Ad esempio avevo previsto anche robot minatori e robot operai, che fossero in grado di organizzare la ricerca di minerali prima, la creazione di una fonderia poi, e la gestione di una fabbrica di altri robot multiuso infine.
Il modello base dei robot era un modello che avevo creato io nel corso dei due mesi di tempo in pi che avevo strappato al Genio: di base c'era un computer simile ai normali PC ed una serie di servomeccanismi multifunzioni che venivano direttamente dalle fabbriche di automobili della fine del XX secolo, che avevo letteralmente copiato dai manuali fornitimi dal genio stesso.
L'idea era di avere a disposizione tutto ci che poteva servire per creare dal nulla, e sopra un giacimento di ferro ed uno di petrolio, una civilt industriale, almeno nei suoi aspetti materiali, saltando a pie'pari la fase delle macchine a vapore.
Avevo il vago progetto di contribuire a creare una civilt scientifica che fosse in grado, sia pure dopo centinaia di anni di ulteriore ed autonoma evoluzione, di capire chi erano i Giocatori e come si poteva sconfiggerli.
Forse era possibile seminare in giro per il pianeta dei nuclei di civilizzazione, propriamente scientifica ed industriale, che finissero con lo sviluppare autonomamente una civilt scientificamente superiore a tutto ci che potevo ricordare o pensare di ci che aveva prodotto la terra, romanzi di fantascienza compresi. Niente di meno che una supercivilt scientifica aveva prodotto tutto ci che mi circondava. Niente di meno di una civilt superscientifica di pari grado la poteva sconfiggere; o anche solo comprendere.
E per realizzare questo ambiziosissimo progetto si poteva, secondo me, partire dalla conoscenza e dalla coscienza di cosa  il metodo scientifico sperimentale. La biblioteca non era quindi meno importate del resto dei "magazzini": conteneva non meno di 10.000 titoli di libri divisi fra manuali di tutti i tipi e narrativa di tutti gli autori e le letterature della Terra, per come potevo ricordarmene io; ma anche scelti a caso, dando al genio istruzioni del tipo: cento autori scelti a caso fra gli autori pi famosi della letteratura francese del 1700. Poi nel mucchio avevo trovato tutto Voltaire, che conoscevo bene, ma anche "Adolphe" di Constant, ed era stata una piacevolissima scoperta.
Ma se i libri di carta erano diecimila, i testi che avevo a disposizione erano molti di pi : erano decine di migliaia i titoli sotto forma di memorie elettroniche del computer e che potevano, se necessario essere stampati in pochissimo tempo.
Avevo previsto ed ottenuto anche la traduzione di questi testi in lingua "comune", il verbaiz del pianeta, che in effetti aveva una sua grammatica precisa ed una scrittura alfabetica (avevo dovuto ovviamente iniziare un vocabolario con nuove parole ed il lavoro sarebbe stato tutto a mio carico e molto lungo; ma probabilmente avevo il tempo di farlo) cos da poterli condividere con gli umani del pianeta quando lo avessi ritenuto opportuno.
La biblioteca voleva essere sia un centro di informazioni da elaborare successivamente per trovare nuove soluzioni ai problemi che si fossero presentati; sia un luogo di piacere per me: era arredata come una biblioteca che avevo ben conosciuto a frequentato nella mia citt natale, Roma: la biblioteca della Societ Geografica Italiana. Bellissima! E chiss se esisteva ancora?

Il mio appartamento (che copriva oltre 400 metri quadrati dell'interno, comprensivi di biblioteca, cinema, piscina, palestra e solarium) era all'interno dell'over. Che avevo battezzato Utero.
Nel corso della realizzazione dei miei progetti, proprio mentre disegnavo l'over per definire alcuni dettagli per il Genio, mi ero reso conto che stavo disegnando sia formalmente sia simbolicamente un vero e proprio utero iperprotettivo di metallo: nel mio desiderio di non morire pi o di morire definitivamente, una parte del mio inconscio probabilmente aveva trovato la soluzione che forse ogni essere umano desidera, ma che a tutti  preclusa: il ritorno nell'utero materno. Beh, quando mi ero reso conto di questa cosa, dapprima mi ero spaventato. Mi sembrava uno scivolare lentamente verso la pazzia. Poi, per esorcizzare questa paura, avevo deciso di chiamare esattamente cos l'over, e di far scrivere per di pi il nome sulla fiancata, sia in italiano sia in verbaiz. E sul secondo over rimorchiato c'era scritto "tender to Utero".
Sulle pareti del mio appartamento, cos come nella sala comando, sarebbero stati disposti schermi video a finestra, cos da creare una perfetta illusione di finestre aperte sull'esterno, arietta frizzante compresa (fornita da condizionatori d'aria). In realt molti metri di meccanismi ed uno spessore di acciaio al titanio di mezzo metro mi separavano dall'esterno.
La cucina era grande, spaziosa, luminosa, ben attrezzata; fornitissima di cibi conservabili di tutti i tipi e le dispense erano due: una per i cibi secchi ed in scatola, l'altra per i surgelati. Entrambe le dispense erano veri e propri magazzini. Avrei potuto mangiare ci che volevo per mesi e mesi, sia per saziare la fame sia per saziare il palato o i miei ricordi. Inoltre avevo sempre amato cucinare e questo mi avrebbe fatto sentire in qualche modo in un posto strano s, ma familiare; o se volete, un posto stranissimo, ma ormai e sempre di pi, casa mia.

Nella sala comando c'erano schermi televisivi a 360 gradi, come fossero finestre altre un metro e mezzo lunghe tre metri, ma una dietro l'altra, in modo da dare veramente l'impressione di una finestra circolare completa a trecentosessanta gradi, basati sullo stesso principio delle finestre del mio appartamento.
Ero nell'hardcore dell'over, nel nocciolo duro: se una bomba nucleare a fusione o ai neutroni fosse esplosa direttamente sulla verticale dell'over, avrebbe fuso le telecamere e lo avrebbe danneggiato e fermato, ma a me mi avrebbe solo sballottato di qua e di la. Forse. E forse no. Ma non credo che si sarebbero state molte armi a fusione o a fissione su Mondo. Ed io avrei senza dubbio rischiato di pi la pelle per un virus o per un colpo di stiletto.
Per evitare il primo, la pressione dell'aria all'interno dell'over era sempre leggermente superiore all'aria esterna, cos che nulla potesse entrare: era un trucchetto che avevo copiato dai carri armati "Leopard", nei quali era previsto per impedire ai gas o alle spore delle armi batteriologiche di entrare con l'unico veicolo che li poteva portare dentro: l'aria, appunto. Per evitare gli stiletti, beh, avrei dovuto evitare gli esseri umani. Ed era questo l'unico problema vero che avevo.

I sistemi d'arma (oltre ad una nutritissima serie di fucili e mitra, destinati inevitabilmente a finire le munizioni, in ipotesi di lungo uso) prevedevano altri tipi di armamenti quasi eterni: armi per difesa ravvicinata, da 0 a 100 metri, di precisione e di massa, brandeggiabili e fisse, ma tutte sostanzialmente fucili a vapore, la maggior parte delle quali poteva sparare proiettili di ghiaccio a velocit tale da sfondare una corazza di acciaio di due centimetri di spessore. In ogni arma c'era una piccola camera che produceva ghiaccio a forma di proiettile, ed una che produceva vapore per lanciarlo, il tutto alimentato elettricamente. All'esterno si presentavano come dei normali "cannoni" antiaerei a canne multiple, tipo i Vulcan a sei canne da elicottero o da tiro antiaereo.
Il vantaggio delle armi di questo tipo era che, come i reattori a fusione che alimentavano il tutto, funzionavano ad acqua ed a calore: la prima era ovunque sul pianeta, il secondo era fornito dalla fissione di bordo dell'idrogeno, ricavato dalla prima; un sistema di raffreddamento elettrico (alimentato da una dinamo alimentata dal reattore) produceva in tempo reale proiettili di ghiaccio di 20 diversi calibri e alla temperatura di 80 gradi sotto zero e li poteva sparare man mano che venivano prodotti con la forza del vapore costantemente prodotto. Come in una macchinetta da caff espresso di quelle per ufficio, che macinano il caff al volo e ve lo danno subito.
Per la difesa a distanza media, dai 100 ai 1000 metri e per grossi obiettivi avevo armi simili: "catapulte" a ghiaccio o a roccia. Per difesa o attacco su distanze maggiori, fino ai 50 km avevo otto batterie lanciarazzi con 400 colpi a testata convenzionale, di un esplosivo chimico, simile al Semtex ed al Torpex, ma pi potente, pari ad un decimo di megaton; armi nucleari il Genio non me ne aveva volute dare: avevo scoperto che era un limite non superabile per lui, il che mi faceva pensare che armi di quel tipo erano pericolose per i suoi creatori e per lui. Strano poi che mi avesse concesso dei reattori a fusione: tecnicamente ed in teoria li potevo trasformare in una bomba a fissione.

Le armi a ghiaccio erano praticamente eterne, i lanciarazzi e le armi da fuoco no, ma se mai avessi avuto bisogno di pi di 400 megaton per difendermi sul pianeta... beh, sarei stato veramente nei guai!
A bordo venivano ospitate anche altre macchine: un paio di aerei, due elicotteri, diversi veicoli terrestri, tutti controllati da periferiche del computer centrale. Ma potevano essere pilotati o guidati autonomamente, erano a motori elettrici alimentati da batterie o dai pannelli solari che avevano sulle ali o all'esterno; quindi, finch non si fossero guastati e tranne in periodi di pioggia continuata, avrebbero funzionato anche lontani dall'over. Le parole "autonomia totale" erano la parola d'ordine di tutto il progetto.

Il luogo fisicamente pi protetto di tutto l'over era una camera blindata al centro del veicolo, circondata da pareti di acciaio al titanio spesse due metri e mezzo. Era il vero cuore del tutto, all'interno della sala comando.
E all'interno di questa camera, con tutti i comandi a portata di mano, di occhi, di bocca e di piedi, c'era una specie di bozzolo di gomma e metallo che mi poteva sostenere. Il "bozzolo" era una vera e propria "macchina nella macchina". O se volete un vero e proprio "utero nell'Utero".
Poteva massaggiarmi, lavarmi, pulirmi, nutrirmi, asciugarmi, curarmi se necessario. Potevo, se volevo, restare "imbozzolato" indefinitamente, almeno in teoria, dato che il bozzolo era una sorta di ospedale ambulante: se ferito sarei stato curato l, se volevo dormire per un mese, avrei dormito l, se volevo affrontare un combattimento stando completamente al sicuro, avrei potuto farlo l. Ne curai la realizzazione e la progettazione come non avevo fatto per il resto dell'over, anzi, dir di pi, il resto dell'over era in funzione della protezione totale di questo bozzolo: il bozzolo era il nucleo da cui tutto partiva ed in funzione del quale tutto era stato realizzato.
Il desiderio regressivo di tornare nell'utero lo abbiamo tutti in fondo al cervello, da qualche parte nel nostro inconscio. Credo che ci sia un neonato, in ognuno di noi, che non ha mai accettato di essere stato costretto a nascere. Normalmente questo neonato non ha potere su di noi; progressivamente lo allontaniamo dalla nostra coscienza ed affiora solo in momenti drammatici, di grande sofferenza e di grande paura o dolore; ed allora ci mettiamo il dito in bocca (o qualcosa di equivalente, dall'alcool alla sigaretta, dal cibo alla droga) e ci accoccoliamo in posizione fetale e non parliamo pi a nessuno, cercando di ricreare l'unico momento della nostra vita in cui siamo stati veramente sicuri. Credo che le esperienze che avevo avuto fino a quel momento sul pianeta mi avessero fatto recedere ad una fase di assoluta regressione infantile.
Man mano che il bozzolo veniva realizzato ero sempre pi ansioso e felice al tempo stesso: ansioso perch ne ero ancora fuori, felice perch presto vi sarei entrato. La prima volta che vi entrai, non ne uscii per venti giorni, che passai quasi tutti a dormire ed a mangiare.

Chiesi al Genio se poteva produrre delle lenti a contatto che potessi mettere e scordarmi e lui mi rispose di s. Chiesi per quanto tempo e mi rispose indefinitamente. Il che mi fece venire in mente che forse, se poteva ricrearlo dal nulla (probabilmente clonandolo da una qualche mia cellula conservata da qualche parte) anche in questo campo il Genio avrebbe potuto "migliorare" il mio corpo.
In realt non c'era nemmeno bisogno di una mia cellula. Bastava sapere come era il mio DNA. Il DNA non  nulla di "magico". Sar anche vero che "solo Dio pu fare un albero", ma qualunque scienziato sa che, una volta che Dio (o chi per lui) abbia creato il meccanismo per far s che quell'albero sia quello e non un'altro, lo si potr riprodurre. Ogni frammento di DNA  un insieme di sostanze chimiche, di acido desossiribonucleico, messe esattamente in quello e non in un altro ordine. Alla fine  possibile, molecola dopo molecola, anche partendo da un materiale biologico qualunque, che ne so, petrolio ad esempio, ricostruire tutti e 46 i cromosomi che formano il corpo, anche "quel" corpo, un corpo specifico. E quindi riprodurlo tale e quale.
Certo in teoria non la personalit di un individuo, i suoi ricordi, la sua coscienza di s. Anche se il Genio o i Giocatori, questo esattamente facevano.
Credo che sia questo il vero significato del racconto della Genesi: anche Dio per fare l'uomo prende della terra qualunque e la impasta con il soffio divino del proprio spirito.
Non era strano risvegliarsi in un corpo nuovo. Era strano risvegliarsi in s, ed era strano che la personalit e tutti i ricordi fossero anche loro cos facilmente riproducibili.
Insomma pensai che se poteva ricostruire il mio corpo, poteva anche ricostruirmelo diverso, no? E come mi pareva a me, giusto?
Feci altre domande per molte ore, ed alla fine varai il programma di "ristrutturazione globale".
Pensavo sarebbe stato doloroso o noioso, per cui chiesi al Genio di tenermi in stato di anestesia per tutta la durata dei cambiamenti.
Che richiesero 5 giorni aggiuntivi. Non so se abbia cambiato me o creato un altro me in cui ha "riversato" la mia personalit. Non so se sono "morto" anche in quella occasione. Io chiesi una anestesia totale e di non essere informato nei dettagli. Non ricordo altro.
Una mattina mi svegliai di nuovo nel letto e pur avendo ancora il mio "vecchio" corpo (il quinto in assoluto ed il quarto in quel mondo; ma come ho detto, forse era il sesto) era un corpo in larga parte rinnovato.
I difetti della vista erano stati eliminati, anzi, gli occhi erano stati migliorati: ero in grado di vedere meglio al buio e la gamma di visibilit si allargava a parte degli infrarossi e degli ultravioletti; il buio totale non sarebbe praticamente pi esistito per me ed al sole pi accecante sarei stato perfettamente a mio agio. Anche perch la velocit di abbronzatura della mia pelle era tale da farmi essere quasi un camaleonte: dopo venti minuti circa di esposizione al sole del deserto, a meno che non fossi io a voler rallentare il procedimento con un atto cosciente, sarei stato perfettamente abbronzato e protetto.
La pelle poteva cambiare colore per anche virando verso il verde pallido ed altre sfumature di colori, sempre a comando ed a scopo mimetico. La cosa era resa possibile da un metabolismo diverso da quello umano standard e da un maggiore controllo della pelle.
Avete presente quando avete i brividi sulla schiena, per il freddo o per un emozione? A volte, quegli stessi brividi, con un po'di concentrazione, si possono riprodurre volontariamente: se volete provare un brivido potete farlo, basta pensare a qualcosa di freddo; a volte basta pensare al brivido in s e per s. Bene, quello era il meccanismo di partenza. Bastava rabbrividire in un certo modo, per cos dire, e in pochi secondi si cambiava colore alle estremit, viso compreso, poi, pi lentamente (sempre nell'ordine di minuti) in tutto il corpo. Era molto meglio di un camaleonte.
Le ossa erano state rinforzate da infiltrazioni di una speciale sostanza simile al silicone, diventando al tempo stesso pi flessibili e pi resistenti.
Le capacit degli "yogi" pi esperti della terra erano tutte a mia disposizione grazie alla tecnologia del Genio: potevo rallentare e sospendere per molti giorni il battito cardiaco, la respirazione, la coscienza, perfino certe onde elettroencefalografiche; ero in grado di restare senza respirare, ma cosciente ed in azione, per oltre 15 minuti; potevo rigenerare i miei tessuti molto pi rapidamente di qualunque essere umano, ed una mano tagliata sarebbe ricresciuta, non subito, ma sarebbe ricresciuta; difficilmente sarei morto per delle ustioni o per una emorragia ed i peggiori virus della storia delle malattie mi sarebbero letteralmente rimbalzati addosso: il mio sistema immunitario era feroce!
I denti che avevo perso mi erano gi ricresciuti in ognuno dei quattro nuovi corpi che avevo avuto, ma d'ora in poi sarebbe stato un processo naturale ed automatico che coinvolgeva tutte le cellule del mio corpo; la rigenerazione cellulare del mio corpo era tale che per alimentarla correttamente sarebbe stato bene mangiare a quattro palmenti e soprattutto cibi ricchi di zuccheri e di grassi ed alcool: mai pi problemi di dieta, anzi.
Ad un metabolismo estremamente accelerato corrispondevano riflessi degni di un servomeccanismo, una velocit nella corsa pari a quella dei pi grandi velocisti ed una forza da sollevatore di pesi.
Era come se intorno a me tutti si muovessero pi lentamente di prima: le loro reazioni nervose agli stimoli in confronto alle mie erano quelle di una tartaruga.
Gi che c'ero, avevo fatto aggiungere una quindicina di centimetri alla mia altezza naturale ed ero cos ormai alto pi di un metro e novanta; avevo fatto modificare anche qualche tratto somatico ed avevo cambiato il colore dei capelli in rosso e degli occhi in verde.
Ero una specie di superuomo alto, bello, supermuscoloso e super virile: avevo infatti anche "migliorato" alcuni particolari del mio apparato riproduttivo e della sua fisiologia. Mi ero detto: cambiare per cambiare, tanto valeva esagerare, no?
Restavo "mortale", nel senso che potevo essere ucciso, Rigenerazione a parte; ma sarebbe stato molto ma molto ma molto pi difficile riuscirci, in futuro, per chiunque.


La Solitudine e la Follia

Quando l'over fu pronto, nell'enorme hangar creato apposta per contenerlo dal Genio, e pochi giorni prima che scadesse il tempo, salii a bordo. Vi ero gi stato "in video", per intervenire nella correzione di questo o quel particolare, sulla base di domande o di richieste di chiarimenti da parte del Genio. Ma dal vivo era meglio di come lo avevo immaginato.
Chiesi ultime correzioni, aggiustamenti (ad esempio tappeti, quadri, lampade, e molti altri oggetti di uso comune; il sale, ad esempio, che mi ero completamente dimenticato!) e mille altre cose che mi venivano in mente qua e l. Ero euforico. Non sospettai cosa stava per accadere, e come avrei mai potuto? Nessuno  mai rientrato nell'utero della propria madre, ma io, in qualche modo sia pure simbolico, stavo per farlo.

Senza soluzione di continuit nelle mie sensazioni, improvvisamente percepii una piccola differenza: subito dopo lo scadere dell'ultimo minuto del tempo a mia disposizione, il rumore di fondo era cambiato. Fino a quel momento e per tre mesi in totale ero stato circondato solo da un eco di rumori di produzione, con gli echi veri e propri tipici di uno spazio chiuso, di un cantiere; improvvisamente c'era solo silenzio, rotto dal leggero frusciare del vento. Chiesi che si accendessero gli schermi della sala comando ed intorno a me vidi una pianura, una delle grandi pianure verdi del pianeta.
Ero di nuovo l, chiss dove.
Improvvisamente l'euforia scomparve e cominciai ad agitarmi.
L'agitazione divenne presto vera e propria paura. Dapprima feci finta di niente. Ordinai al robot della cucina un bicchiere di vino freddo e mi assisi nella poltrona al centro della sala comando. Giocherellai con i comandi vocali, ordinando ad esempio un ingrandimento di una delle immagini di uno degli schermi, poi di un altro.
E sentivo l'ansia montare.
Alla fine corsi ansante verso il bozzolo e quasi mi feci male per entrarvi il pi rapidamente possibile. Urlavo i comandi al computer che li eseguiva al volo:
- Chiudere tutte le paratie esterne, chiudere ogni contatto con il mondo esterno, attivare la condizione da guerra nucleare, autonomia totale e riciclo di ossigeno e liquidi. Blocco totale di qualunque forma di comunicazione con l'esterno. Identificare la pianura pi larga nelle immediate vicinanze, dirigervisi e fermarsi al centro, comunque lontani dal pi vicino centro abitato! Far decollare i palloni sonda, attivare le telecamere di bordo per una ricognizione ininterrotta dei dintorni dell'Utero. Attivare i servizi d'arma automatici, eliminare qualunque forma di vita si avvicini all'over entro i trecento metri, umana o animale che sia! Sterilizzare il sottosuolo fin dove  possibile!
E continuai cos ad ordinare il raggiungimento della massima condizione difensiva possibile. Non lo sapevo ancora ma ero all'inizio di una vera e propria crisi psicotica.

Cosa mi era successo? Non lo so bene. Ho ricordi spezzettati di quel periodo, frammentari. Ero nel mio bozzolo, sospeso nel nulla, caldo, protetto, nutrito, massaggiato. Non dovevo fare nulla e nulla intorno a me si muoveva. Nulla mi poteva raggiungere o farmi del male. Non sapevo cosa volevo, forse non volevo nulla, perch l'atto del volere significa cambiare qualcosa ed io non volevo nessun cambiamento.
Un giorno, non so quando, a circa 100 chilometri a sud del posto dove mi ero fermato pass una mandria di bufali. Il computer me lo disse perch gli avevo detto anche di avvertirmi di qualunque movimento significativo intorno a noi in un raggio di 500 chilometri.
Appena lo seppi ordinai urlando un bombardamento con i missili ad esplosivo convenzionale; ne feci lanciare pi di 20. Distrussero tutta la mandria ovviamente, sei, settemila capi, un orrore di carni carbonizzate per un raggio di un paio di chilometri.
Perch lo feci? Ma  semplice: perch stavo impazzendo.

Impazzii.
Completamente. Detti fuori di matto. Ruppi la brocca. Mi girarono completamente tutte le rotelle. Sebbene avessi predisposto un vero e proprio utero di titanio intorno a me e sebbene fossi fisicamente protetto da metri di pareti di acciaio al titanio eccetera eccetera, il mio inconscio non ci credeva. Mi ero sentito al sicuro solo finch ero rimasto in quella specie di "ospedale" nel quale rivivevo, ogni volta. L sapevo che non morivo; l sapevo che rivivevo. Quello era forse l'utero che volevo ricreare. Ma, appena fuori, la crisi mi aveva preso immediatamente, subitanea ed irrefrenabile.
La paura di morire credo sia stata la molla principale. Non era una paura razionale, dato che razionalmente era vero che ero protetto come mai in nessuna delle mie vite. Pensate anche ai cambiamenti che avevo fatto al mio corpo. Non dico che ero invulnerabile ma quasi. Eppure avevo paura di morire, avevo una paura folle e disperata di morire un'altra volta. Era questo il punto: un'altra volta. Io sapevo come si moriva, ero gi morto; se non proprio io, come ho gi detto, lo sapeva il mio corpo, e non lo tollerava pi.
Continuai a fare cose insensate. Ad esempio ordinai al computer di bordo una rielaborazione di molte sostanze chimiche presenti nei magazzini dell'over per realizzare dei veleni, dei defolianti, dei veleni per animali ed ordinai di spargerli intorno al veicolo, anche molto lontano. Feci dare fuoco alla prateria circostante. Feci uccidere metodicamente qualunque uccello sorvolasse l'over; ordinai la caccia costante di talpe ed altri animali, vermi compresi, sotto l'over fino ad una profondit di decine di metri. Distrussi ogni forma di vita intorno a me.
Mi faceva paura la vita perch la ritenevo la possibile fonte della mia possibile prossima morte.
All'inizio era un delirio paranoico autogiustificativo: ricordo vagamente anche di aver scritto un diario, in quel periodo; ma rapidamente divenne pura e semplice ubris distruttiva. Pazzia.
Come ne uscii? Anche qui, presto detto: non ne uscii affatto.
Non ricordo cosa sia successo con esattezza. Il mio ultimo ricordo cosciente  di me stesso chiuso nel bozzolo, in preda ad uno dei miei momenti di folle paura, che alternavo a sensazioni di felicit e di rilassatezza e di amore per i miei due uteri, uno dentro l'altro, ossia per il bozzolo e per l'over. Ma deve essere il ricordo di un sogno perch il bozzolo, nel ricordo cambia forma e non  sempre la stessa.
Devo averlo sognato, quindi, ed  un sogno di me, assolutamente normale, felice, leggermente preoccupato per ci che sta succedendo, come se dentro di me, in quel momento ci fosse un nucleo di sanit mentale. Dopo di allora ho spesso pensato che la follia sia fatta di un essere umano pazzo s, ma al centro del quale si nasconde un nucleo di sanit mentale: come se dentro ogni folle ci fosse un sano.
Non so se sia vero. La pazzia a volte mi sembra pi una macchina senza conducente, un disegno sulla sabbia cancellato dall'onda. Nella pazzia vera  come se l'umano non esistesse pi. Ma poi se penso a me pazzo, ho l'impressione che in fondo a quella delirante povera cosa, ci fosse un altro me stesso sano.
Dicevo che quello  l'ultimo ricordo cosciente che ho. Non ricordo se stavo male, e se quindi sono morto per un infarto o qualcosa del genere, n quanto tempo sia durato il tutto.
Molto tempo dopo ho ritrovato quell'over, il primo, con il suo rimorchio-doppione, nel mezzo di una prateria. Ancora l, immobili ed ancora perfettamente funzionanti.
Non ho avuto il coraggio di andare a vedere in che stato era il mio corpo di allora, n se c'era ancora e di che morte fosse morto. Non ho mai visto i miei corpi precedenti. Mi fa orrore solo l'idea.
Ma in un raggio di quaranta chilometri intorno all'over la vita non era ancora tornata normale. Devo aver avvelenato anche le falde acquifere, sparso veleni di tutti i tipi, non lo so. Quanto ci posso aver messo a combinare un disastro simile? Mesi, almeno. Tanto dur la mia pazzia.

Mi risvegliai nel mio letto, nel mio solito letto con il Genio che chiedeva.
- Sei in grado di intendere?

Non ricordo la mia morte da pazzo.
Non so nemmeno se sia stato il Genio ad eliminarmi, per reimmettermi nel gioco: in quelle condizioni di esistenza, fra l'energia dei reattori, le celle solari e tutto il resto, avrei potuto continuare a vegetare in quella condizione per anni.
I sistemi di alimentazione del bozzolo funzionarono a meraviglia, dato che erano una specie di sala di rianimazione da ospedale moderno. Credo proprio di essere stato "spento" dal computer. O dai Giocatori. Evidentemente, e questa era una regola nuova: la follia totale, la psicosi irrecuperabile, equivaleva per loro alla morte.
Quindi sono stato "spento", "riparato" e "riacceso".
Quando ripresi i sensi, ricordai tutto, chiaramente fino all'uscita nella prateria. Da quel momento in poi i ricordi sono confusi, quindi sono comunque miei; ma devo essere impazzito subito. Dico che sono stato "riparato" perch stavolta ero pi tranquillo, pi sereno. E poi perch chiesi al genio di realizzare immediatamente tutto ci che mi aveva gi fatto la volta precedente, e di tenermi in stato di incoscienza fino al momento dell'immissione.
Praticamente mi feci immettere subito nel mondo esterno. Volevo vedere se sarei impazzito di nuovo.

Arrivato l (nel bel mezzo di una tempesta in un mare polare! Circondato da iceberg! Ma poco male, dato che Utero era previsto per navigare in quasi qualunque condizione di mare e che la sala comando era montata su giunti cardanici; e se ci fosse stato un vero tifone, potevo immergermi tranquillamente fino a trenta metri ed aspettare che passasse tutto e poi riemergere) affrontai invece serenamente la situazione. Non solo non impazzii, non ebbi nemmeno una particolare paura. Ero stato "riparato". E bene anche.
Perch si impazzisce? Cosa vuol dire impazzire? Non lo so. Ma volendo essere estremamente rozzi e superficiali e pretendendo di dire qualcosa che si avvicina un po'alla verit, forse si pu dire che la pazzia  un "guasto", che evidentemente per pu essere aggiustato. Questo  quello che accadde a me, per lo meno. Si impazzisce per un difetto strutturale, forse: c' qualcosa che non funziona nella biochimica del cervello e la macchinetta si rompe. O si impazzisce perch si  portati alla follia da circostanze esterne, dalle esperienze che non possiamo gestire o controllare. Si impazzisce sotto un bombardamento, o per le torture, o per errori nell'educazione.
Forse questi "guasti" si possono recuperare. Anzi, senza forse: le psicoterapie, i farmaci sono di grande aiuto per il recupero ad una vita assolutamente "normale" di molti psicotici.
Ma non per tutti. Ci sono macchine che non si riparano pi. Non sulla Terra per lo meno. I Giocatori erano in grado di riparare qualunque "macchina" cerebrale umana. Per lo meno ripararono me.
La ripetuta serie di morti mi doveva aver "guastato". Per cui impazii. Chiss, forse accadeva normalmente, a tutte le pedine come me. In tal caso si dovevano essere fatti una bella esperienza.
Nei pochi ricordi che ho di quel periodo credo sia nascosto anche il segreto della mia guarigione. Esiste anche la possibilit che io mi sia "autoriparato"? Non so, non credo.
Ho per scoperto un'altra cosa: ho provato la morte e la follia; e credo che la follia sia peggio della morte.


Nel Deserto

Ho detto anche come, essermi trovato nel bel mezzo di una tempesta in un mare polare non fosse affatto un problema. L'over galleggiava da solo, per pesante che fosse, anche senza manovrare in nessun modo e senza far funzionare il cuscino d'aria. Notoriamente sono pesanti anche i sommergibili, ma per farli scendere occorre appesantirli: allagarli.
Cosa che si poteva fare anche con Utero (non avevo cambiato n il nome, n le caratteristiche dell'over, bozzolo compreso: in fondo era una buona idea) Non lo si poteva usare come un vero e proprio sommergibile, perch non era idrodinamico e non avevo previsto quella evenienza. D'altra parte i viaggi in mare li avrei comodamente fatti "sopra" e non sotto il mare stesso.
Nell'eventualit che una tempesta, o uno "tsunami" (sempre che vi fossero "tsunami" od onde anomale su quel pianeta) se ne poteva andare sott'acqua per una cinquantina di metri e per un periodo di tempo indefinito e poi tornare su. In caso di tsunami poi, l'hardcore dell'over, sospeso com'era sui giunti cardanici, non avrebbe minimamente risentito di eventuali capovolgimenti: l'intero scafo avrebbe potuto girargli intorno ed io non me ne sarei nemmeno accorto.
Quella volta non fu nemmeno necessario aumentare troppo il cuscino d'aria per contrastare le onde. Era la prima vera prova che facevo di tutto il meccanismo e ne fui estremamente soddisfatto.
L'over era maneggevole, facilissimo a comandare anche con i comandi vocali, poteva muoversi sull'acqua a velocit altissime e spostarsi lentamente anche di pochi centimetri. Chiesi al computer di bordo di identificare, tramite radar e palloni sonda la terra pi vicina e di dirigervisi, sia pure in mezzo alla tempesta. Se non ci riusciva subito prendesse una qualunque direzione e la tenesse, dritto per dritto, fino a che non avesse o raggiunto una costa o trovato traccia di una costa sul radar. Poi non ci pensai pi di tanto per dedicarmi a verificare altre cose a bordo.
Tre giorni dopo giunsi cos quasi senza accorgermene alla costa desertica di uno dei continenti meridionali del pianeta. Era una terra fredda a non molta distanza dal polo sud, coperto di ghiacci adagiati su una superficie di terra. Il continente in s era deserto e disabitato, almeno apparentemente. Decisi di proseguire via mare verso nord, praticamente in cabotaggio e lasciando il compito di dirigere l'over esclusivamente al computer di bordo. Io mi ambientai di nuovo alla mia nuova casa, dato che la prima volta il tempo l'avevo passato ad impazzire!

Era una vita un po'artificiale, ma comunque gradevole. Le finestre non erano solo artificiali e sotto forma di schermi televisivi: in prossimit delle paratie esterne ne esistevano anche di vere, e le feci aprire, di tanto in tanto; anzi, avevo previsto addirittura una terrazza esterna e ci andai, ben coperto, dato il freddo; a farla breve, uscii da quell'utero protettivo ma un po'soffocante a prenderlo troppo sul serio: non ci tenevo ad impazzire di nuovo!
Dopo alcune settimane di navigazione sempre senza vedere anima viva, scorsi una terra non solo molto pi calda, ma desertica, simile al Sahara.
Raggiunta la costa vera e propria, decisi di inoltrarmi nel deserto.
Le mappe che avevo ottenuto dal mio computer tramite rielaborazione dei dati dei palloni sonda, mi dicevano quasi tutto sull'orografia e sui fiumi e sulla geografia fisica in senso stretto di quella zona del pianeta: ma nulla della gente, degli esseri umani che si trovavano nelle varie zone in prossimit delle quali passavo.
Sui palloni sonda c'erano anche delle telecamere sul tipo di quelle dei satelliti spia e ne ricavavo immagini dettagliate, che a volte visionavo di persona e che comunque venivano automaticamente archiviate e "gestite" dai computer di bordo, secondo programmi predisposti. Volevo immagazzinare quanti pi dati possibili sul pianeta e sulle sue popolazioni, dato che qualunque dato avessi immagazzinato lo avrei potuto riutilizzare in qualunque momento, e soprattutto chiederlo di nuovo al genio in un eventuale successivo incontro. Che ci tenevo ad evitare ma che non potevo escludere.
Quel periodo di ricerca, indagini e di solitudine "sana" per cos dire, frutto di attenzione e di un progetto e non di follia, dur quasi tre anni.
Mi mossi soprattutto nei deserti, ed al largo delle coste perch non volevo essere notato troppo. Di tanto in tanto lasciavo l'Over in prossimit di carovaniere o di villaggi, di notte, e con preventivi comandi lo facevo allontanare da me, dando al computer successivi appuntamenti, o portando con me un telecomando per richiamarlo.
Mi aggregavo alle carovane con una scusa e viaggiando, conoscevo. In quei tre anni ebbi molte avventure, piccole e grandi, ma non mi esposi mai troppo, non rimasi a lungo in nessun posto, non mi rivelai mai a nessuno come un Immortale, non strinsi amicizie.
Mi era venuto anche in mente che l'avvelenamento di cui ero stato vittima a Bulbo Verde poteva essere motivato non tanto da invide e gelosie della casta medica di quella citt quanto, perch no, da qualcun altro che mi aveva identificato come Immortale. Era bene essere guardingo anche da questo punto di vista.
Approfondii la mia conoscenza delle lingue del pianeta, le mie abilit di guerriero, di spadaccino in particolar modo, ovviamente aiutato dai cambiamenti che avevo effettuato nel mio corpo. Nei combattimenti e nei duelli che fui costretto ad affrontare fui ferito diverse volte, ma mai ucciso; n ci andai vicino. Continuai le mie ricerche.

Non sapevo quasi nulla dei Warraff, o "Popolo del Deserto Viola" prima di incontrarli ed anche nelle altre mie vite non avevo mai sentito parlare di loro. Il Popolo del Deserto Viola era un popolo civile, dai tratti vagamente semitici, con una organizzazione tribale, patriarcale, autoritaria, un po'rigida, ma sostanzialmente rispettosa dei diritti e dei desideri dei singoli.
Derivavano il loro nome dal colore della sabbia di quel deserto: viola, di diverse sfumature, dal malva al lilla, al viola scuro. Le dune, all'alba o al tramonto, erano uno spettacolo senza pari, senza confronti; in pieno sole la maggior parte delle sfumature del viola si perdevano in un violetto chiaro e compatto, ma nella penombra invece si esaltavano.
Il colore era dato alla sabbia da una maggiore o minore concentrazione di un certo cristallo di carbonio, che avendo un peso specifico diverso dal resto dei componenti della sabbia veniva smosso dal vento in modo diverso dagli altri granelli; da dove venisse non riuscii mai a scoprirlo; credo fosse un elemento artificiale aggiunto ad un normale deserto per motivazioni puramente estetiche.
Fra i Warraff tutti, dai bambini alle donne, dagli uomini agli anziani, avevano dei doveri e dei diritti. Sebbene il diritto al parlare nelle assemblee tribali spettasse solo ai maschi guerrieri adulti, era tradizione (e quasi un obbligo) che le riunioni si tenessero la mattina presto, quando, come diceva un proverbio della trib "la notte e le mogli hanno portato consiglio e riposo".
Inoltre le assemblee erano, in linea di principio pubbliche e ad esse partecipava di fatto tutta la trib anche se solo i maschi adulti e con il diritto di portare la spada, avevano il diritto di parola, qualunque discorso e discussione avvenivano sotto gli occhi di tutti. In un rispettoso silenzio, tutti venivano informati su tutto.
Erano rispettosi dei viandanti e degli stranieri che fossero rispettosi delle loro leggi e soprattutto amavano la bella vita: le serate a base di buoni cibi e belle canzoni, dopo un bagno caldo, erano il loro ideale di vita.
S, si lavavano. Sottolineo il fatto, perch sebbene le civilt del Mondo come ho gi avuto modo di dire, perfino quelle pi "barbare" e selvagge o nomadi, amassero abbastanza la pulizia, i Warraff, cio un popolo del deserto, usavano buona parte dell'acqua a loro disposizione per lavarsi e profumarsi. Si facevano un punto d'onore di continuare a vivere nel deserto, ma puliti come fossero un popolo di fiume, come dicevano di solito. Questa cosa mi piaceva molto, ma devo dire che ho sempre pensato che fosse una sorta di prova dell'artificialit del mondo e delle sue civilt. Come se fosse una abitudine in qualche modo imposta dai Giocatori: l'abitudine alla pulizia, per gli umani  sempre stata una conquista di civilt ed una eccezione.

I Warraff erano ottimi guerrieri ed usavano i fucili a semi di "axa" con estrema precisione, le spade ed i pugnali da provetti spadaccini ed erano molto disciplinati, diversamente dalla maggior parte degli altri nomadi dei deserti limitrofi. Occupavano quasi tutto il Deserto Viola, un'area grande tre volte il Sahara terrestre. In tutto erano una confederazione di circa 120 clan, pi o meno imparentati fra di loro, spesso in lite, se non in una vera e propria guerra, che era comunque cosa che riguardava solo i guerrieri e mai le donne, i vecchi o i bambini.
Combattevano per il piacere di farlo, non per predare, e commerciavano in beni di molti tipi, fra cui alcune pietre preziose su cui solo un Warraff poteva mettere le mani e restare vivo: essendo esperti cacciatori le prendevano direttamente dagli intestini degli squali-di-terra o delle talpe; ed erano considerati fra i migliori mercenari dell'emisfero. Anzi, i giovani regolarmente si allontanavano dalla trib verso i vent'anni, per un periodo di 5 o 10 anni, proprio per fare i mercenari e tornare poi alla loro trib, ricchi o meno che fossero di denaro, ricchi soprattutto di esperienza guerriera, che era la cosa pi apprezzata presso il Popolo Viola.

Io col passare del tempo ero riuscito a farmi accettare: ero diventato uno di loro, con il nome di Mamo T'amo, che voleva dire "Il Cantore delle Strane Canzoni".
La trib mi aveva accolto quando, nel deserto, avevo salvato un gruppo di cacciatori di talpe della trib da un assedio da parte di una talpa fuori misura, nome improprio per indicare degli animali simili s alle talpe terrestri, ma dieci volte pi grandi e feroci e che si nutrivano di un tipo di grossissimi vermi sotterranei, abbondantissimi nel deserto. Le talpe erano molto simili agli squali-di-terra che avevo incontrato nella mia prima vita, solo che erano a quattro zampe, e non sei, quindi di possibile evoluzione terrestre; predatori sotterranei, sostanzialmente ma se capitava di integrare la dieta, in superficie, non stavano a guardare tanto per il sottile, e cammelli o umani, faceva lo stesso.
Le talpe erano a loro volta la fonte principale di cibo e di materiali per la trib degli Warraff. Quando li incontrai, fra l'altro, ero solo e fuori da Utero, in abiti da "shang", un cantastorie; ero equipaggiato per con bombe detonanti, lancia-semi microscopici ed ultra potenti e altre cosucce; ed ero arrivato al momento giusto.
Una "talpona" era uscita per catturare una preda esca ed era caduta nei cappi delle trappole Warraff, quasi identici a quelle dei subumani che mi avevano catturato, violentato ed ucciso in un tempo incommensurabilmente lontano ormai; ma era molto grossa, pi del previsto ed era riuscita a liberarsi in parte ed a fare danni: aveva ucciso due uomini e ne aveva feriti altri tre; si stava mettendo male quando intervenni, uccidendo la talpa con un colpo solo del mio lancia-semi.
Avevo deciso di reinserirmi in una comunit locale e grazie a questo episodio c'ero riuscito; dopo quell'episodio e due mesi di viaggio con gli Warraff, ero stato accolto ufficialmente nella trib, anche perch amavano le mie canzoni, che suonavo con una chitarra terrestre, che loro non avevano mai visto; sulla Terra non la sapevo suonare, ma nei tre anni da che ero sull'Utero avevo avuto modo di imparare; il repertorio poi non poteva fallire: avevo gli spartiti di oltre quattrocento canzoni, soprattutto dei Beatles, dei Beach Boys e dei Bee-Gees, che cantavo ritradotte ed adattate alla realt dei Warraff.
Quando ebbero completa fiducia in me, molti mesi e molte avventure dopo quella prima decisi di cominciare il mio programma di creazione di una civilt in grado di affrontare i Giocatori proprio da loro. Avevo bisogno di molti alleati per riuscirci, anzi, avevo bisogno di allearmi al pianeta intero.
Mi rivelai a loro come un Immortale, gli mostrai il mio Over e gli chiesi se volevano stipulare un patto con me: io mi impegnavo a rifornirli di informazioni sui pozzi di acqua, di protezione, di merci preziose e di molte nuove conoscenze, e loro sarebbero stati i miei alleati nella ricerca di altri Immortali.
Accettarono, anche perch degli Immortali sapevano molto poco, e quindi non ne erano particolarmente spaventati, ed in fondo io ero ormai uno della trib e senza dubbio un potente mago. Ma credo che accettarono soprattutto perch gli piaceva l'idea di quel tipo di avventura, l'idea di combattere contro nemici molto pi potenti di quelli che avevano combattuto e vinto fino ad allora.
Con il loro aiuto cominciai ad estendere il mio controllo nel Deserto Viola prima e su quelli limitrofi poi. Questo controllo significava alleanze con le varie trib e le loro alleanze; in cambio di controllo territoriale ed informazioni, io fornivo protezione delle carovaniere contro talpe e predoni, acqua in abbondanza per tutti e soluzioni concrete a mille problemi.
Ero diventato uno "Shaduz", un Capo fra i Capi. Distribuii tramite le Trib una serie di telecamere, mini-radio molto potenti e creai una serie di punti di raccolta di informazioni in tutte le oasi, affidando tale incarico ai vari saggi delle trib. In breve tempo fui certo di aver raggiunto un controllo capillare del territorio, controllo in parte automatizzato ed in parte affidato ad umani e la cui supervisione avevo affidato ad un gruppo di Warraff che avevo addestrato appositamente.
Qualunque cosa accadesse nei Grandi Deserti io lo venivo a sapere. Chi c'era, quando e dove, se c'erano tracce di Immortali, se c'erano novit di qualunque tipo: tutto veniva riferito in una catena di informatori ed arrivava a me ed ai miei computer. Acquisivo mappe ed informazioni sempre pi dettagliate del pianeta.
Tramite i Capi carovana entrai in contatto anche con Bulbo Verde ed a tempo debito raggiunsi la citt, non proprio lontanissima, praticamente poco oltre la fine dell'ultimo deserto, a sessanta giorni di cammino di una carovaniera.
La scuola di medici che avevo creato era andata avanti. Era pur sempre una scuola elitaria e quasi solo per nobili o per ricchi, come sempre erano le scuole di questo tipo in quell'area, ma almeno insegnava cose scientificamente corrette. Ormai erano pochissimi i medici che a Bulbo Verde seguivano i metodi tradizionali. E cos direi che, sia pure a prezzo della mia vita, o di una delle mie vite, anche quel piccolo tassello nella creazione di un mondo scientificamente evoluto ed autosufficiente era stato posto.
Dalla citt ormai partivano non solo merci vegetali di tutti i tipi ma anche nozioni mediche, farmaci e medici preparati scientificamente.
Mi tolsi lo sfizio di indagare, con discrezione, sugli autori del mio omicidio e scoprii che erano stati tutti scoperti ed impiccati, tranne, come spesso accade il mandante, il console in carica all'epoca.
Stavo per farlo eliminare quando ci ripensai. Poteva essere stata una sua iniziativa personale, certo, ma se fosse stato un incarico da parte di uno dei Giocatori? Ed in tal caso forse non era meglio sorvegliarlo?
Gli feci riempire la casa di spie elettroniche di diversi tipi oltre ad alcune mine telecomandate e lo affidai al controllo di alcuni dei miei pi fidati Warraff. Poi me lo scordai.

Trovai il primo Immortale al secondo anno del patto con i Warraff.
Era un vecchio sciamano di una trib imparentata con i Warraff che viveva 300 km a nord della nostra area. Appena mi giunse la notizia della sua scoperta (e diciamolo pure, della sua cattura, sia pure con ottime maniere) mi ci recai in volo con l'elicottero dell'Over.
L'uomo, Assudi-Aman, sembrava vecchissimo e mi aspettava nella tenda del capo della Trib. Chiesi di restare solo con lui e fui obbedito.
- Mi dicono che sei come me - dissi in linguaggio Warraff.
- Da dove vieni? - mi rispose in lingua comune.
- Dalla Terra.
Fece un sorriso qualcosa a met fra un sorriso ed un ghigno.
- E da "quando" vieni?".
- Dall'anno 1998 dell'era Cristiana. E sono sul Mondo da 9 anni. E da cinque reincarnazioni.
Mi guard in silenzio per un po', poi:
- Ricordo di aver sentito parlare di Cristo. Io vengo da Alicarnasso, quando era ancora una citt greca, prima, ma non molto prima dell'arrivo degli infedeli musulmani. Ero un sacerdote di Mitra, allora, un dio morente. Credo.
Pi o meno l'inizio del settimo secolo dopo Cristo, valutai.
Se eravamo ancora alla fine del XX secolo, come potevo ritenere, quell'uomo viveva da oltre 12 secoli. Non in quello stesso corpo, per.
- Vivo in questo corpo da 320 anni - disse lui come mi avesse letto nel pensiero.
Lo pensai per un attimo e lui, con un sorriso.
- No, non leggo nel pensiero.
Lo guardai come se mi stesse prendendo in giro ma anche come se fosse un pericoloso serpente. Ma davvero poteva leggermi il pensiero?
- Ti ho detto di no - disse ghignando - Anche se sembra il contrario. Tu sei giovane, vero? Voglio dire: quando sei stato preso, nella tua prima vita eri giovane, giusto? Quando sarai vissuto a lungo come me, ti accorgerai che il modo di pensare degli esseri umani  molto prevedibile e che  facilissimo interpretare i segni del viso e del corpo. Per la maggior parte dei pensieri, per lo meno, per quelli pi forti e pi immediati. E poi l'esperienza di molte vite aiuta: gli umani in fondo sono veramente tutti uguali. Ma se mi nascondi il tuo viso e se resti fermo e rigido non posso capire quasi niente di te. Tu chi sei?
Gli spiegai brevemente la mia storia. Poi gli dissi chi ero in quel momento ed in quel luogo.
- Ah, sei tu dunque il Possessore della Montagna... perch cerchi gli Immortali?
- Voglio scoprire chi ci ha portato qui.
- E perch?
- Perch voglio essere padrone della mia vita.
Rise.
- Sei un illuso ed un ingenuo, e anche se sei molto giovane, sei troppo di tutte e due le cose. Nessuno  mai padrone della propria vita, in nessuno dei mondi possibili.
- Io non lo credo. Vuoi o puoi aiutarmi?
- Perch dovrei?
- Perch se non lo farai, non dar pi acqua e protezione alla tua trib. E faro di peggio. Non so cosa, anzi non ne ho idea, ma stai sicuro che qualcosa trover. Inoltre se sei vissuto cos a lungo non credo tu abbia voglia di ricominciare daccapo, vero? Tu speri di vivere ancora a lungo, di morire di vecchiaia e di essere premiato con la morte definitiva. Ma non hai nessuna voglia di tornare ad essere giovane, vero?
Tacque per un po', guardandomi senza espressione.
- Non sei poi ingenuo fino in fondo, eh, Mamo T'Amo? Va bene, chiedi ci che vuoi...

Lo feci. Ma non ne ricavai granch. La sua era una storia in parte molto simile alla mia. Viveva forse da 1200 anni, non ne poteva essere sicuro, sul pianeta ed era morto moltissime volte, non ricordava nemmeno quante.
Quasi tutte comunque nei primissimi anni, ucciso per errori suoi prevalentemente.
Anche lui si "risvegliava" con le stesse modalit con cui mi "risvegliavo" io. Alla Voce, come lui chiamava il Genio aveva sempre chiesto cose molto semplici e concrete: armi, oro, gioielli di cui veniva regolarmente derubato.
Una volta molto tempo prima, come era successo a me, era impazzito; poi si era suicidato in continuazione, due, tre, cinque, fino a dodici volte, tutte di seguito ed aveva smesso solo quando nelle ultime due o tre volte in cui era stato Rigenerato non aveva nemmeno cambiato luogo: il computer lo aveva fatto risorgere direttamente nel luogo in cui si era suicidato le ultime tre volte, senza farlo transitare nelle sue "sale".
Allora si era rassegnato. Aveva trovato quella trib due secoli prima e data la tradizionale tolleranza dei Warraff per gli stranieri ed i pellegrini vi si era stabilito, rivelandosi poi alla trib come un Immortale, ma venendone accettato, in cambio del segreto, per le sue abilit di Sciamano.
Che in effetti possedeva, realmente. Quell'uomo, scoprii nei giorni che passai con lui, aveva sviluppato un incredibile intuito, che confinava con la telepatia: come aveva detto lui era evidentemente un misto di esperienza, di capacit acquisite nel decifrare le espressioni anche minime del viso e di qualcosa in pi forse; perch di fatto era quasi un telepate, e poteva comunque dire, sempre, se qualcuno stava mentendo o no e perfino rivelare alle persone cose che loro non sapevano o che non sapevano di sapere.
Gli raccontai quello che mi aveva detto Barrito Blu, quello che avevo scoperto io delle regole del gioco e delle regole del computer, e la mia teoria del gioco. Che ne pensava?, gli chiesi.
Rispose che valeva quanto un'altra teoria, ad esempio che la Voce fosse Dio. O un demone. Gli parlai dei miei progetti di radunare gli Immortali. Chiese perch. Cominciai a spiegargli il mio punto di vista: capire chi eravamo, quanti, da dove venivamo, quali erano i punti in comune, tutto ci ci avrebbe aiutato a risolvere il problema di fondo.
Lui rise e mi guard in modo strano.
- Perch mi guardi cosi? - chiesi.
- Non ce la farai mai...
- E chi lo dice? Son sicuro che trover altri di noi e che...
- Oh, s, questo s, ti riuscir e diventerai anche il loro capo e forse riuscirai anche a costruire le macchine che stai pensando per vedere se riuscirai a lasciare il pianeta, e, chiss, anche ad attaccare il tuo Genio, la Voce. Ma non riuscirai a sconfiggerli ed a sostituirti a loro.
Tacqui per un po'.
Aveva ragione. Era quello il mio vero progetto. Finora era stato nascosto nel mio inconscio, ma quel vecchio diavolo millenario lo aveva capito subito. Sotto sotto volevo il potere, o almeno una parte di me lo voleva.
Per mentre mi chiedevo cosa potevo fare per tirarlo dalla mia parte, mi venne una stupenda idea.
Lui cap al volo.
- Lo farai davvero? - disse improvvisamente eccitato.
- S, lo far per te: se mi aiuterai a conquistare il Genio, ti uccider. Definitivamente.
Mi guard con gli occhi spalancati e poi si alz e si inchin dinanzi a me, secondo l'uso Warraff.
- Comanda, "Shaduz" Mamo T'Amo, ed il tuo fedele servitore obbedir.


La Ricerca

Dopo il lungo periodo di permanenza presso gli Warraff e grazie ai miei patti con loro ed al sistema informativo che avevo messo in piedi, mi ero fatto una idea pi precisa di come era fatto, abitato ed organizzato l'enorme pianeta che costituiva il campo del gioco nel quale, me nolente, ero stato trascinato.
Ormai, fra l'altro, pensavo e mi riferivo a tutta quella situazione sempre e solo in termini di Gioco e di Giocatori. Certo, se gioco era, era un gioco da dei, che andava oltre le mie capacit di comprensione. Creare un mondo intero per destinare centinaia o migliaia di esseri umani alla morte, ad una vita di avventure, di nuove morti e di pazzia e di nuove avventure, su un pianeta a loro sconosciuto, solo per farli partecipare ad un gioco? Con quale scopo ultimo, con quali regole davvero, e soprattutto con quale divertimento o piacere?
In realt cercavo di non pensarci. Perch se lo facevo mi assaliva una sorda rabbia. Da un lato infatti ero perfino contento di vivere questa esperienza, dall'altro il sentirmi manovrato e manovrabile fino a questo punto mi dava una rabbia incontenibile. L'eterna polemica sul fatto se gli umani siano o no liberi di fare quello che vogliono, se siano o no condizionati dalla volont degli dei, di un singolo dio, del destino gi scritto o meno, dai condizionamenti biologici, sociali, che non sono altro che la versione laica della parola destino, non avevano molto senso.
Non qui: qui c'era qualcuno che veramente mi condizionava, sceglieva per me; non Dio o il destino, ma una o pi "persone" fisiche, talmente potenti che era illusione pensare di potersi sottrarre al loro potere.
E questo io non l'ho mai sopportato, fin da bambino: ad esempio non sono mai stato un ribelle, ho sempre accettato regole e situazioni di ubbidienza, di sottomissione, purch ci fossero delle regole; la violazione delle quali da parte di chiunque mi faceva imbestialire, mi faceva sentire manovrato, un burattino. Ricordo che perfino durante il mio servizio militare di leva mi accadde una episodio simile: fui punito con tre giorni di consegna per una sciocchezza della quale non ero responsabile; non era niente di grave, intendiamoci, ma il punto era che io ero innocente. Ma il mio comandante di compagnia non la pensava cos ed aveva deciso di punirmi; un tipico abuso da militare di carriera, di quelli tipo i sergenti che ti fanno scavare un buco e poi te lo fanno riempire solo per dimostrare che loro hanno potere ed autorit su di te. E tu non puoi disobbedire, ch in quel caso commetteresti insubordinazione, un reato non da poco. In quell'occasione io non potevo che subire anche perch l'ufficiale mi aveva comandato di stare zitto; beh, mi misi a piangere dalla rabbia; in piedi, in divisa mimetica, in silenzio, perch avevo paura di parlare e di fare peggio, mi misi a piangere.
Perfino lui fu imbarazzato, ma credo anche spaventato, perch aveva intuito che ben poco mi separava da una crisi isterica, alla fine della quale chiss cosa avrei potuto fare, anche sparargli! Mi fece uscire subito e non si fece vedere per tre giorni! Beh, a volte, se pensavo ai Giocatori, mi sentivo esattamente cos: incontenibilmente rabbioso.

Il pianeta era veramente immenso e dato che il Gioco era in atto probabilmente da molti millenni, ne era risultata una gamma di civilt estremamente numerose e diversificate.
Le civilt del pianeta infatti non erano tutte uguali fra loro, anzi. Avevo finalmente scoperto quali erano quelle pi evolute del pianeta: a nord dell'equatore, in una zona chiamata Arsaab, esistevano delle vere e proprie civilt industriali, di tipo simile a quelle terrestri della fine della prima met del XIX secolo, diciamo gli anni intorno al 1850 in Europa.
Erano relativamente "nuove", da questo punto di vista: infatti se le scoperte fondamentali nella chimica e nella metallurgia, nell'uso del vapore e nella realizzazione delle prime macchine vere e proprie risalivano secondo le mie ricerche ad oltre otto secoli prima, una civilt equivalente a quelle dell'Europa del XVII secolo si era sviluppata in quell'area con una estrema lentezza ed erano arrivati ad una vera e propria rivoluzione industriale solo da pochi decenni.
Era come se, su Mondo, ci fosse una certa lentezza di fondo nei progressi tecnologico-sociali. Tutto andava sempre a rilento, senza quell'alternarsi di periodi di veloce sviluppo e di grandi stasi, che erano tipici della Terra.
I progressi c'erano, ma su periodi di tempo estremamente lunghi. Tracce di tale lentezza si vedevano anche nei lentissimi cambiamenti delle lingue e nel permanere ovunque sul pianeta di una lingua "franca" di base, il verbaiz, appunto, che aveva chiare origini indoeuropee e che quindi, probabilmente risaliva all'inizio della colonizzazione di quel pianeta con umani provenienti dalla Terra forse trenta o quarantamila anni prima.
In 40.000 anni la lingua era cambiata cos poco da essere facilmente riconoscibile come una parente stretta del latino, del greco e del sanscrito; e la cosa era sospetta: pensate solo a quanto sono cambiate queste tre lingue in soli 2000 anni sulla terra.
Si  sempre discusso sulla Terra sul perch ai tempi dell'Impero Romano non sia nata una civilt industriale vera e propria; in teoria le premesse tecnologiche c'erano tutte: la prima "macchina a vapore", un semplice giocattolo, fu realizzata da un filosofo della Magna Grecia tre secoli prima di Cristo; le tecniche metallurgiche dei Greci e dei Romani erano molto pi raffinate ed evolute di quelle sopravvissute dopo il medioevo e paragonabili a quelle del 1700 europeo (pensate solo alle statue Greche in bronzo); le conoscenze di chimica erano inferiori a quelle settecentesche, ma pi nella teoria che nella pratica; e poi la chimica gioca un ruolo importante nell'industria del 1800 pi che in quella del 1700.
 vero che quella romana era una civilt schiavista e quella europea del 1700 no, e che quindi la prima semplicemente "non aveva bisogno" delle macchine. Ma anche non considerando questo fattore, il lasso di tempo che va dalle prime invenzioni industriali del '700 alla nascita di una civilt a tecnologia nucleare  stato brevissimo: dai primi telai a vapore alla bomba H in meno due secoli.
Anche ammesso che questo non sia un lasso di tempo "normale" per una evoluzione umana, era comunque ben strano che lo stato delle civilt industriali su Mondo fosse cos arretrato. I primi telai a vapore erano stati introdotti in Arsaab oltre quattro secoli prima. E da allora erano andati poco oltre.
Mi venne cos da pensare che forse c'era qualcuno che aveva interesse a rallentarlo, il progresso scientifico-tecnologico. Se invece era "normale" che fosse cos, allora era stato sorprendentemente veloce, ed in modo sospetto, quello avvenuto sulla Terra. Era stato accelerato da qualcuno?
C'era in atto un altro Gioco sulla Terra? Perch era evidente che i Giocatori conoscevano la Terra e ci potevano venire quando volevano e farne quello che volevano: da rapire singole persone a trasferire interi gruppi di esseri umani.
Quello di Arsaab era comunque un tipo di civilt "delle macchine", dove forse, avrei potuto trovare un inizio di strutture, di conoscenze e di cultura scientifica autoctone e radicate in una evoluzione culturale aborigena, autonoma, quindi tendenzialmente pi stabile ed allargata e in grado di aiutarmi a creare in un secondo momento quell'alleanza planetaria che era l'unica speranza di farcela contro il Genio ed i Giocatori.
I miei tentativi a Bulbo Verde o presso i Warraff erano un ottimo inizio, ma non potevano bastare. Serviva un intero gruppo sociale, un paio di nazioni intere ed evolute per poter agire in modo efficace.
Raccolsi notizie su quei paesi tramite i mercanti Raian, che erano il punto di contatto con le carovane Warraff nei mari interni in cui si affacciavano le societ industriali.
Pensavo di operare soprattutto tramite i miei agenti commerciali e la gente del mio Cerchio Interno, come avevo chiamato l'insieme di agenti Warraff, amici, persone di cui mi fidavo e quei pochi Immortali che avevo rintracciato.
Oltre ad Assudi-Aman avevo trovato solo altri due Immortali, appena "immessi" nel gioco, appena in senso relativo, intendiamoci: erano Kun, un contadino olandese quarantenne, "morto" del 1830 circa, alla sua seconda reincarnazione, spaventatissimo e diffidente; e Yin-Ha, una vecchia contadina cinese degli anni 20 del mio secolo, alla sua quinta reincarnazione ma che sorprendentemente si era fin dall'inizio reincarnata da vecchia qual'era al momento della sua morte; praticamente di nessuna utilit per capire il Gioco. Ma continuavo a cercarne altri: evidentemente gli Immortali si nascondevano bene. O forse in quel periodo ce n'erano pochi, forse servivano altri tipi di pedine.
Era per me chiaro che l'Immortale era esattamente questo: una pedina speciale; veniva immesso nel Gioco avendo a disposizione tutto ci che desiderava. Questo per non lo poteva capire subito, ma solo dopo una serie di morti e reincarnazioni. La cosa pi interessante poteva essere vedere cosa sceglievamo dopo ogni morte e come ci comportavamo man mano che imparavamo ed aggiungevamo dati alle nostre conoscenze sul pianeta e sul tipo di vita che vi si conduceva. E anche sulla base delle idee che ci formavamo rispetto al gioco in cui eravamo coinvolti. Gli Immortali che sopravvivevano a lungo probabilmente tendevano a mettersi da parte: a vivere s, ma a non strafare, a non farsi notare. Per questo era difficile trovarli. Ma anche essenziale: insieme avremmo potuto capire di pi ed ottenere progressivamente sempre di pi. Usare il Genio per sconfiggere i Giocatori ad esempio.
I membri del Cerchio Interno erano al corrente del mio progetto di progresso industrial-scientifico: grazie anche alla loro collaborazione creai in pochissimo tempo una nuova e floridissima societ di import-export dei prodotti Warraff, di Bulbo Verde e delle mie officine nell'Over, che mi permisero di acquisire quel tipo di contatti e di potere di cui avevo bisogno in loco in Arsaab.
Mi ci trasferii via over di notte, approdando in un'isola a 20 miglia da Ommunda, il porto principale di Far, la nazione in cui avevo aperto la mia societ, posta di fronte alle coste di Arsaab.
L'isola era il posto ideale per nascondere l'over, perch circondata a nord da una barriera di scogli, praticamente insormontabile dalle navi locali, ancora tutte di legno; mentre a sud era desertica per la maggior parte, tranne per alcune zone verdi, miste di boschi e paludi, insalubri e disabitate.
Nessuno ci andava mai ed un sistema di mimetizzazione anche elementare sarebbe bastato a proteggere l'Over da sguardi indiscreti.
Allertai comunque il computer di bordo: chiunque fosse sbarcato sull'isola e fosse arrivato nelle vicinanze dell'over avrebbe dovuto essere immobilizzato e narcotizzato; ed io avrei dovuto esserne immediatamente avvertito. Lasciai l'isola con un elicottero ed atterrai all'alba, in una radura in un bosco alla periferia di Ommunda.
Tre mesi dopo, acquisite abitudini e conoscenza della lingua locale, oltre ovviamente ad abiti, denaro e mezzi di trasporto sempre locali, per il tramite dei miei agenti, mi trasferii nella capitale, Roommod.
Era una bellissima citt, antica, sede originaria della civilt di quel continente, vecchia, a quello che mi avevano detto le mie ricerche, di oltre 3000 anni e con molti antichi archivi intatti.
Grazie a tale antichit era forse possibile trovare l tracce delle prime colonizzazioni umane di quel pianeta, il che rimaneva per me un problema insoluto, ma che forse mi poteva dare qualche ulteriore indicazione su chi e dove erano i Giocatori.
Non mi rivelai alla mia gente Warraff e raian nella capitale, non era il caso sapessero pi di quanto dovevano. Mi dedicai invece a fare la vita del ricco rampollo della nobilt commerciale della citt, in parte per ragioni di "mimetizzazione" (cercare di apparire clamorosamente ci che non ero in realt) in parte perch ero stanco della vita semplice ed orgogliosa, s, ma alla lunga anche un po'noiosa dei nomadi del deserto. Volevo una civilt fatta di un po'di lusso, di esagerazioni, di consumi, di una vita pubblica simile a quella che avevo conosciuto e che mi mancava da molti, troppi anni, ormai.
Per gli standard locali ero un ricchissimo giovane meridionale, figlio di non si sapeva bene chi, non nobile ma di ricca famiglia senza dubbio; e di grande generosit. Arrivato in citt, grazie alle mie lettere di presentazione, procuratemi dai miei agenti, mi iscrissi a diversi club locali; cominciai cos a frequentare anche una delle chiese locali, una variazione sul tema del paleocristianesimo, un misto di Cristianesimo e di vero e proprio culto di Mitra: il battesimo, ad esempio, comune ad entrambi i culti alle origini, era ancora fatto, qui, con il sangue, e non con l'acqua, proprio come avveniva nei mitrei romani e greci e dell'Asia minore; anche se il sangue del toro sacrificato era stato sostituito quasi ovunque da vino rosso; mentre non esisteva la cerimonia dello spezzare il pane di grano della comunione; ma esistevano i "piccoli Osiride", le mummie egiziane fatte di bende, di terra e semi d'orzo; con le piantine d'orzo che nascevano dalla mummia si faceva il pane che serviva in alcune cerimonie sacre riservate ai sacerdoti ed era detto il "corpo del dio risorto", proprio come nell'Egitto del 1500 Avanti Cristo.
Tutto ci (e molti altri particolari della lingua locale, delle leggende e delle tradizioni) mi fece pensare che la popolazione locale discendesse da una civilt originariamente formata da popolazioni mediterranee di ceppo semitico e mediorientale, di circa mille anni avanti Cristo su cui erano state innestati i cosiddetti "Guerrieri dell'Alba", un gruppo leggendario di alcune migliaia di guerrieri che apparvero dal nulla un giorno di 2000 anni prima, e che sembravano essere a tutti gli effetti legionari romani dei primi tempi dell'Impero.
Tutto quadrava, in particolar modo il culto evidentemente derivato da quello di Mitra, che era diffusissimo presso i legionari romani del I secolo dopo Cristo (soprattutto quelli che combattevano in medio oriente) ed una delle basi del paleocristianesimo. Tutto questo, comunque, voleva dire anche che le immissioni di massa di esseri umani dalla Terra erano iniziate senza dubbio oltre trentamila anni prima, ma che poi erano proseguite nell'arco dei millenni fino ad arrivare a circa 2000 anni fa. E che poi, probabilmente erano iniziate immissioni di singoli individui. Io dovevo appartenere a questa fase del Gioco, che doveva essere caratterizzata dalle rinascite.

Feci la bella vita per un paio di mesi. Frequentavo i club, stringevo amicizie, facevo vita mondana, andavo ai vari spettacoli, fra cui un tipo di teatro molto simile a quello europeo del 1500 e musica purtroppo ferma anch'essa a quel periodo.
Inevitabilmente detti nell'occhio ad un paio di bulli locali e fui sfidato a duello. Onestamente non avevo pensato a questo tipo di rischi. All'origine si era trattato di una piccola scortesia che un giovanotto ricco e viziato, aveva fatto ad un vecchietto, urtandolo e facendolo cadere in un viale del centro della citt; il vecchio era chiaramente un popolano, molto anziano e tipicamente sottomesso; si era lamentato, ma niente di pi; io lo avevo aiutato ad alzarsi e gli avevo detto:
- Ah, "papuia", nonnino, non uscite di giorno festivo, le strade sono piene di "torelli scemi" - termine locale che indicava i vitelloni castrati per farne bestie da macello, ed era anche sinonimo di giovane ricco e stupido.
Il giovanotto che mi aveva urtato, si volt, mi squadr e mi disse:
- Signore, parlate di me?
- No, signore, parlavo al papuia.
- S, ma di me, forse?
- Signore, parlavo di un torello-scemo, non di un gentiluomo. Voi a quale categoria appartenete?
Molti risero intorno a noi, anche nel suo gruppo e lui arross.
- Signore, mi state insultando? - disse.
- Signore, non mi pare. Voi cosa ne pensate?
- Signore, mi state insultando!
- Signore, non mi abbasserei mai a tanto!
Al che mi schiaffeggi. O meglio ci prov: gli fermai il braccio al volo e poi lo feci cadere con una tecnica di combattimento Warraff, molto simile al ju-jitsu terrestre. Si rialz, raccolse il bastone da passeggio, ne estrasse una lama e tent di colpirmi con quella; lo evitai e gli spezzai il braccio. Mi stavo cominciando ad arrabbiare.
Fu portato via dai suoi amici, nessun dei quali si permise di dire niente, tranne uno che, prima di allontanarsi mi chiese, molto gentilmente, devo dire, nome ed indirizzo; che gli fornii.
La mattina dopo fui sfidato a duello da un amico di quel giovanotto. Usava, in quella civilt, ma non detti grande peso alla cosa. Non accettai il duello e ritenni la cosa chiusa l. Dopo due giorni ricevetti un'altra sfida, che di nuovo ignorai. Partii per una settimana e tornato in citt, trovai nell'albergo un imbarazzatissimo direttore che mi disse che non poteva ospitarmi oltre: i miei bagagli erano in magazzino a mia disposizione.
Cercai di capire; mi disse che l'albergo non si poteva permettere di ospitare un signore che rifiutava un duello. Gli chiesi, irritato, se avrebbe cambiato idea se glielo avesse chiesto il mio sfidante e lui rispose di s. Gli dissi di far riportare il bagaglio in camera ed uscii.
Andai a casa dello sfidante, bussai mi aprirono, chiesi di lui, mi dissero che non voleva ricevermi; al che entrai di forza. Tentarono di fermarmi ben otto dei suoi servitori che misi tutti fuori combattimento ma, miracolosamente, dato che ero arrabbiato, senza ucciderne nessuno; raggiunsi quell'imbecille che non conoscevo nemmeno e lo tirai fuori dal letto con la forza.
Gli spiegai la situazione e gli chiesi di venire in albergo con me; rifiut ed io cominciai a prenderlo a ceffoni; dopo quindici minuti ed altri inutili tentativi di difesa da parte sua, accett anche perch lo minacciai di continuare a trattarlo in quel modo lungo la strada da casa sua all'albergo. Si vest alla meno peggio, e venne con me. Tremando di rabbia e di paura chiese all'albergatore di ridarmi la mia camera ed io lo ringraziai gentilmente.
La mattina dopo ricevetti 14 cartelli di sfida, uno suo nuovo e 13 di suoi amici. Non mi davano alternative e mi informavano che sarebbero stati davanti alla porta dell'albergo l'indomani. Stavolta accettai e suggerii un prato di periferia. Erano sfide alla spada, uno stocco simile a quelli del rinascimento italiano. Nei miei anni sul pianeta ed in particolare durante la mia permanenza con gli Warraff ero diventato uno spadaccino espertissimo; per di pi avevo riflessi artificiali tre volte pi veloci dei loro: per me era come se si muovessero al rallentatore.
Uno dopo l'altro (ma avrei potuto anche tutti insieme) ferii pi o meno gravemente tutti e 14 gli sfidanti, che si dichiararono soddisfatti. Tipica situazione incredibilmente stupida. Accettare il duello e rischiare di morire (nel mio caso: di uccidere 14 persone) o non accettarlo e rischiare di essere ostracizzato.
La cosa che mi seccava di pi era il fatto che mi ero fatto notare, e per di pi nel modo peggiore. Cosa che avrei preferito evitare. Ormai mi conoscevano tutti come uno spadaccino provetto, anche se pochi erano cos pazzi da volermi sfidare di nuovo, soprattutto dopo che avevo conciato malissimo i due imbecilli che ci avevano riprovato dopo il famoso duello dei 14: stavolta li avevo feriti abbastanza gravemente, pur senza ucciderli; uccidere per difendermi era cosa che potevo fare quasi automaticamente e di sicuro senza nemmeno l'ombra di un rimorso; ma uccidere per una questione d'onore cos stupida come un duello, beh, questo urtava la mia sensibilit.
Ma stavolta prima di finire il combattimento li avevo anche sfregiati, cosa che non avevo fatto prima e che per loro era forse peggio della morte (e niente  peggio della morte, ma questo lo sapevo solo io; e pochi altri su quel pianeta); ma ero proprio seccato: chiunque mi sfidasse doveva sapere cosa rischiava. Feci anche circolare la notizia che il prossimo lo avrei ucciso al primo colpo. Gli sfidanti si volatilizzarono.

Un altro problema furono le donne. Mi si gettavano letteralmente fra le braccia. A dozzine. Ovviamente del resto: ero ricco, misterioso, un grande spadaccino...
E per un po'fu divertente, non lo nascondo. Ma anche qui commisi l'errore iniziale di starci e di cercare di "fare del mio meglio". Si diffuse anche questa di voce, che ero un amante focoso ed instancabile.
Ve la faccio breve: lasciai la citt di notte e di nascosto, soprattutto perch gli uomini di quelle donne (fratelli, mariti, amanti, padri, patiti s dell'onore, ma solo finch erano o si credevano i pi forti fisicamente; poi come tutti i violenti, passavano all'attacco vile) stavano cominciando a pensare che non stava scritto da nessuna parte che per uccidermi dovevano per forza sfidarmi: subii due attentati con armi da fuoco, ed anche se li evitai grazie alla mia velocit ed alla mia esperienza non era detto che qualcuno prima o poi non sarebbe riuscito nell'intento; anche nella mia condizione di immortale sarebbe stato a dir poco seccante essere ucciso, proprio ora che cominciavo a tessere una rete organizzativa, di contatti, di idee in buona parte del pianeta.
Inoltre il mio personaggio l era bruciato: nessuno mi sarebbe mai stato a sentire se avessi fatto discorsi di collaborazione nell'interesse comune. Tornai cos all'Over e ci rimasi per due mesi, continuando a raccogliere e classificare dati ed informazioni sulle civilt industriali di quel continente. Identificai in una citt non molto lontana uno dei centri pi promettenti dal punto di vista culturale e decisi di recarmici, in elicottero. A venti chilometri dalla citt di Baarle, nel centro del continente, fui attaccato da un missile terra aria, l'elicottero fu abbattuto ed io precipitai.

Stavolta per, non morii. Fu peggio. Nell'urto l'elicottero non si incendi, per fortuna (o per sfortuna, non saprei dire, almeno sarei morto) ed io mi ruppi entrambe le gambe, tre costole ed un polso, oltre a perdere un occhio.
Rimasi fra i rottami, svenuto, credo in coma, non so per quanto tempo. Quando ripresi conoscenza dovevano essere passati diversi giorni: avevo una sete tremenda ma quando tentai di muovermi il dolore alle gambe mi blocc immediatamente facendomi urlare come un animale ferito.
Rimasi immobile per altre due ore, poi sforzandomi ed urlando per il dolore cominciai a rivoltarmi per uscire dall'elicottero; smisi di urlare quando mi resi conto che era solo energia sprecata e mi tenni il dolore.
Non avevo mai sofferto tanto in nessuna delle mie vite; sebbene le modifiche che avevo apportato al mio corpo comprendessero anche un notevole controllo del dolore, questo era troppo: il mio corpo era troppo malridotto, troppe ossa rotte perch riuscissi a far barriera cosciente al dolore. Un essere umano normale non sarebbe sopravvissuto n al colpo n al dolore.
Mi tirai fuori e mi lasciai andare sull'erba, sotto l'ombra di un albero vicino.
La questione era: morire o non morire? Se avessi voluto avrei potuto: senza nemmeno bisogno di fare granch, dovevo solo rallentare i battiti del cuore fino a fermarli ed ero in grado di farlo.
In tal caso? Sarei stato Rigenerato dal Genio. Ma sarei stato Rigenerato? Quanto a lungo poteva durare questo Gioco? Morire in quel caso non era un cavarmela troppo facilmente? I Giocatori cosa si aspettavano da me?
Il dubbio era sempre lo stesso e sempre presente. Quante vite avevo?
Ero ancora interessante per i Giocatori? Il controllo che il Genio aveva dimostrato sulla vita e le decisioni di altri Immortali era evidente, bastava pensare al caso del vecchio sciamano che non riusciva a morire.
Inoltre chi mi aveva attaccato? Per quel che ne sapevo io, nessuno su quel pianeta era in grado, tranne me, di costruire o disporre di missili terra-aria; ed era stato senza dubbio un missile di questo tipo che mi aveva abbattuto. E che senso aveva avere missili di quel tipo in un mondo in cui non esistevano macchine volanti se non quelle mie?
Avevo dunque dei nemici che non sapevo di avere. E nemici potenti come e pi di me, non fosse altro perch loro mi avevano identificato ed io non sapevo nemmeno chi fossero.
E molto probabilmente non erano i Giocatori. Non solo perch secondo me non interferivano con le "pedine" come gli umani del pianeta; o per lo meno cos mi sembrava; ma soprattutto perch non avevano nessun bisogno di usare un mezzo per loro cos primitivo come un missile: bastava mi "spegnessero" se volevano eliminarmi.
No, si trattava di esseri umani, gente che nel pi totale segreto (non ne avevo mai rilevato traccia alcuna) disponeva di una tecnologia in grado di produrre missili terra-aria, quasi sicuramente anche radar e tecnologie annesse e connesse, necessarie per abbattere un elicottero in volo; e che disponevano di una organizzazione che mi aveva studiato, seguito e colpito in un momento di massima vulnerabilit. Come si dice, ero stato beccato proprio con i pantaloni abbassati ed ero vivo per miracolo.
Che fare, dunque? Se fossi stato Rigenerato forse mi sarei ritrovato sano ed integro nel computer, e dopo un paio di mesi sarei stato di nuovo l con un nuovo overcraft, volendo anche perfezionato.
Ma non mi fidavo. E poi non ce la facevo a suicidarmi, era pi forte di me. Non solo per il ricordo delle altre morti. Pur essendo passati anni, non si era sbiadito. Non si pu sbiadire: avevo paura che se fossi morto, stavolta non sarei rivissuto. Era come se avessi intuito di aver fatto una mossa sbagliata a quel gioco di cui non conoscevo realmente le regole.

Cercai di valutare freddamente la situazione. Il mio corpo stava producendo naturalmente endorfine per sopportare il dolore. Non ero in grado di muovermi per le lesioni subite, avevo una emorragia interna che stavo contenendo e tentando di recuperare con i miei mezzi speciali per cos dire; i nuovi processi di rigenerazione che avevo introdotto nel mio corpo, per veloci che fossero, avrebbero comunque chiesto tempo.
Qualunque altro essere umano al mio posto sarebbe morto gi da un pezzo. Io potevo sopravvivere e riprendermi, ma dovevo usare tutta l'energia di cui disponevo per un adeguato periodo; inoltre avrei fatto meglio a nascondermi: gli attaccanti avrebbero potuto venire a cercarmi e se non loro quel pianeta era anche troppo pieno di predatori di tutti i tipi e dimensioni.
Ero in fondo ad una specie di pozzo verde, una sorta di "scavo" verticale fatto dall'elicottero che cadeva all'interno di una foresta fittissima.
Individuai a circa venti metri da me le radici di un grosso albero simile ad una mangrovia e vicino delle pozze d'acqua. Mi ci diressi, strisciando ed usando tutta la volont e le endorfine che potevo produrre per non sentire dolore; ci misi tre ore ed arrivato che fui, svenni.
Ripresomi, mi calai pi a fondo possibile fra le radici e l'acqua, trascinandomi dietro foglie e rami per coprirmi del tutto.
Mi accinsi al compito della sopravvivenza pura e semplice. I miei tessuti, lo sapevo, si stavano rigenerando a velocit immensamente superiore a quella di un essere umano normale, quindi dovevo fornire energia al processo; sarei dimagrito, perch parte dell'energia il mio metabolismo l'avrebbe ricavata purtroppo dal mia massa corporea; per fortuna negli ultimi mesi ero anche ingrassato, cos disponevo di un po'di massa extra; ma dovevo comunque rifornire energia in gran quantit io stesso, il che voleva dire cibo.
Non c'era molta scelta. Cominciai subito a scavare la terra intorno a me ed a nutrirmi di tutte le larve e gli insetti che riuscivo a trovare; feci altrettanto con il fondo limaccioso delle pozze fra le radici dell'albero e mi nutrii anche di foglie, erba, muschio, qualunque forma di sostanza organica fosse a portata di mano. Continuai in questo modo per sei giorni, riprendendomi lentamente, ma costantemente.
Sapete che a parit di peso fra larve e carne di manzo, le larve forniscono una quantit tripla di calorie, sali minerali e vitamine? Faranno anche schifo, ma sono estremamente nutrienti.
Mentre ero l in quelle condizioni, udii un rumore subito fuori del mio nascondiglio; fra le radici ed i rami vidi uno di quegli onnipresenti scoiattoli del pianeta che mi guardava.
Pensai di catturarlo e mangiarlo, e mi mossi lentamente verso di lui mentre restava fisso a guardarmi; quasi lo catturai quando allungai la mano e lui scatt indietro con uno squittio di sorpresa; poi si agit tutto, squittendo ferocemente, verso di me come si stesse riprendendo da uno spavento. Poi si allontan velocemente. Due ore dopo tentai con una talpa, ma fallii.
Aspettai ancora, finch non riuscii a catturare una specie di avvoltoio, un uccello spazino, che era atterrato vicino alla mia mano che facevo sporgere dal cespuglio, muovendola lentamente. Aveva una carne durissima, la dovetti mangiare cruda, ma con la fame feroce che avevo mi sembr il miglior filetto che avessi mai mangiato.

Verso il 15 giorno udii rumori umani. Mi immobilizzai e trattenni il respiro. Era una pattuglia di indigeni di quei boschi, montanari, una razza dalla pelle blu chiaro, cacciatori e nomadi, accompagnati per da due uomini in abiti Arsaabiani e di razza bianca; solo che erano strani: prima di tutto parlavano fra di loro non in Arsaabiano ma in un'altra lingua che non conoscevo, che non avevo mai sentito (ed ormai ne parlavo una dozzina e ne conoscevo per "sentito dire" almeno altrettante); e poi uno dei due aveva in mano un congegno che era evidentemente una radio portatile, congegno che sul pianeta possedevano solo i miei agenti e che era diverso da quello. Guardarono i rottami, e si guardarono anche intorno. Rimasero due giorni a fare delle ricerche, ma fui fortunato: non avevano cani con s e quando passarono vicino al mio albero non mi videro, n videro tracce del mio passaggio. Se ne andarono lasciandomi pi che mai perplesso. Erano evidentemente stati mandati da coloro che mi avevano abbattuto per verificare se il lavoro era stato fatto a puntino.

Due mesi dopo ero ancora nella giungla, ma questa volta nella parte nord a 200 e passa chilometri dal punto in cui ero caduto.
Ero un po'zoppo dalla gamba sinistra, che non si era saldata perfettamente, magro ma non pi come uno scheletro e in via di recupero, coperto da pelli di talpa e di cinghiale; ed armato di lancia di legno con la punta indurita dal fuoco, di un propulsore, quasi uguale a quelli degli aborigeni australiani, di un arco efficace e potente a breve raggio e di frecce molto approssimative, con impennaggi fatti di foglie secche; nella foresta non c'erano pietre, quindi le frecce avevano un punta sottile ed anch'essa indurita dal fuoco ed ero riuscito a farmi una specie di "machete" di legno, lavorando una specie di legno locale durissimo con il fuoco e con dell'altro legno, nello stile degli indiani Yanoami dell'Amazzonia; la foresta mi aveva fornito fino ad allora selvaggina, radici e funghi in abbondanza.
Non sapevo bene dov'ero ed avevo solo una vaga idea di dove dirigermi: verso la costa dell'estremo nord di quel continente, nel punto in cui finivano i ghiacci invernali che scendevano dal polo, costa da cui partivano velieri diretti verso Arsaab; l c'era una stazione commerciale Warraff, con miei agenti ed una radio; se l'avessi raggiunta avrei potuto chiamare a me l'over.
Sempre che l'avessi raggiunta, che fossi riuscito a farmi dar retta dal mio agente (che non mi conosceva di persona), che la radio funzionasse ancora e che non fossero successi nel frattempo altri drammi.
E sempre che fossi riuscito a sopravvivere in quella foresta per altri 300 chilometri, fra esseri sconosciuti e leggendari, di cui nessuno sapeva nulla. Robetta.
La foresta si estendeva per tutto il continente, dal mare interno del sud fino a quello del nord, che era solcato da mercanti e da pirati, da mostri marini e da chiss chi altro. Sapevo che la foresta era totalmente inesplorata. Nessuno che vi fosse penetrato era mai andato pi a fondo di pochi chilometri e su di essa si raccontavano solo confuse leggende.
Le popolazioni limitrofe raccontavano di popoli maligni, folletti, fate, giganti, strani animali, strani guerrieri, strane armi.
Ma erano notizie confuse e contraddittorie e molto inattendibili, come gi avevo verificato in altre occasioni altrove. Anche su quel pianeta c'erano pochi mostri veri e quelli raccontati erano frutto di immaginazione. Non avevo agenti in quelle zone e tutte le informazioni che avevo avuto erano di terza o quarta mano e veramente troppo incerte.
Ero nella parte pi misteriosa del pianeta. Ero preparato a tutto quindi, ma non certo alle farfalle-elefante! Le battezzai cos ovviamente per la loro dimensione: sei metri di apertura alare! Il corpo era grande in proporzione, lungo circa un metro, con delle antenne di oltre due metri ed una proboscide sottile e di oltre tre metri di lunghezza una volta srotolata.
Pensai che non potevano essere veri insetti, ma un altro tipo di animale, come tutti gli insetti giganteschi presenti su quel pianeta. Gli insetti, per lo meno quelli terrestri, hanno un sistema respiratorio che non permette loro di raggiungere dimensioni ragguardevoli. Il pi grosso di cui si abbia avuto traccia  un fossile di libellula di qualche milione di anni fa, con una apertura alare di quasi un metro; ma anche quella non ha un corpo pi lungo di quindici centimetri, proprio perch quella  la lunghezza massima cui pu arrivare un insetto. Certo, sempre per le linee evolutive terrestri, che su Mondo erano abbondantemente manovrate.
Comunque, qualunque cosa fossero erano bellissime da vedere e svolazzavano in quella grande radura che avevo scoperto passando a mezza altezza di albero in albero. Rimasi a guardarle affascinato: erano trenta, o quaranta e svolazzavano in un turbine di pulviscolo dorato che si staccava dalle loro ali; sembrava una sorta di danza collettiva, forse un rito di accoppiamento.
Mi avvicinai, a bocca aperta e con la testa ripiegata indietro, e rimasi a guardarle finch una, che era la pi esterna al gruppo non si accorse di me e mi vol incontro, bellissima in una nube di pulviscolo dorato ed un balenare di fruscii e di colori chiari.
E con la proboscide mi colp al torace, ustionandomi con un liquido acido. Fu peggio di un morso. Urlai, scattai indietro, caddi a terra e la farfalla ritir la proboscide che vidi sporca di sangue.
La farfalla continu l'attacco. Erano belle s, ma anche predatrici e carnivore! Nella confusione e nell'agitazione riuscii ad incoccare una freccia e a scagliarla e poi un'altra ed un'altra ancora, finch non la uccisi. Le altre continuavano a svolazzare sopra di noi. Tremante mi avvicinai alla farfalla agonizzante e le strappai le antenne, simili a due enormi piume, per farmene un qualche ornamento o degli impennaggi per le frecce. Poi prima che un'altra di quelle "farfalle vampiro" venisse verso di me, me ne andai.
Belle, stupide e cattive. Mi ricordavano certe donne che avevo conosciuto nella mia prima vita.


La Grande Foresta Doppia

Capii tardi che tentare di passare per quella foresta per arrivare a nord era stato un errore. Non tanto per quanto era grande, fitta ed intricata, o pericolosa; quanto per com'era affascinante.
Recuperata la forma fisica, avevo voglia di restare l ad esplorarla. Gli alberi erano tutti molto alti e di tipo progressivamente sempre pi nordico, quali pini ed abeti, ma c'erano anche faggi, querce enormi ed altri alberi locali, variazioni di specie terrestri o specie completamente nuove, come certe piante carnivore e semoventi (di tutte le dimensioni) che erano un vero incubo: per fortuna la maggior parte erano lentissime nei loro spostamenti, dato che dovevano piantare e spiantare le loro radici ogni volta; alcune erano piante "mimetiche", sembravano solo grossi cespugli, identici ad un paio di altre specie della foresta solo che si nutrivano di animali piccoli e grandi, uomini compresi, se ci si imbatteva in un esemplare abbastanza grosso.
Ma quella foresta aveva un'altra assoluta originalit: era una foresta doppia. Tranne che nella parte esterna della foresta, vicino ai bordi, all'interno, a met fusto circa degli alberi, fin dove arrivava molta della luce del sole, si stendeva quasi onnipresente, (tranne che nelle radure, per altro ampie e numerose) una specie di "pavimento": era come una stuoia, una rete pi o meno fitta formata dai rampicanti, dai rami intrecciati, dai rami morti e dalle foglie caduti dall'alto; questo materiale vegetale che cadeva si rinnovava costantemente, a volte marciva, e finiva per ospitare semi di altre piane, a volte la rete cedeva e tutto cadeva di sotto.
Ma praticamente ovunque nella zona centrale della foresta a diverse altezze c'era questo pavimento forte e robusto che costituiva il tetto di un altro mondo, la foresta di Sotto. Sotto questo "tetto", in un mondo scuro e crepuscolare, c'era un "sottobosco" ricchissimo e pieno di vita, ma fatto di piante completamente diverse: di cespugli, pi che di alberi (anche se ovviamente c'erano tutti i tronchi degli alberi che svettavano "sopra" il tetto), coperti di 100 specie diverse di licheni, dalla "lanetta" tipica a veri e propri alberelli; di muschi e di funghi di tutti i tipi: c'erano funghi alti anche un paio di metri.
Era come se fossero due foreste e due mondi separati: dal livello del suolo sino a circa dieci metri di altezza dei fusti degli alberi, il sottobosco primitivo delle felci e dei funghi, con rettili di tutte le specie e dimensioni, insetti anche giganteschi, e mostruosit varie; e uomini; e dai dieci metri in su, fino ai trenta delle volte pi alte, un mondo aereo fatto di uccelli, piccoli mammiferi e primati; e uomini naturalmente.
Erano il Mondo di Sopra ed il Mondo di Sotto. E decisi di chiamarne gli abitanti umani rispettivamente Soprani e Sottani.
L'ecosistema di Sotto era autonomo e poteva sopravvivere solo se la luce non era troppa. Quindi era legato alla buona salute di quegli alberi e di quelle liane. L'ecosistema di Sopra era basato su una maggiore quantit di luce, ma al tempo stesso su un sottobosco ed un terreno basati sull'ecosistema del Mondo di Sotto. Se qualcuno avesse voluto cancellare il Sotto, avrebbe inevitabilmente cancellato anche il Sopra: i due ecosistemi erano essenziali l'uno all'altro, e si proteggevano efficacemente semplicemente esistendo.
All'interno di questa dipendenza ovviamente i Soprani erano in lotta coi Sottani, anche se ad essere onesti pi che di lotta si trattava di reciproca diffidenza e rifiuto: non c'erano vere e proprie guerre, ma solo incursioni dei giovani guerrieri delle trib dell'una e dell'altra parte, e pi per le prove di virilit che per altro.
La caccia ad esempio si praticava nel proprio territorio, e l'unico cibo in comune che avevano i due gruppi erano alcuni funghi ed alcuni insetti che vivevano nella "stuoia" che li separava.
I Soprani erano di razza Verde, con la pelle colorata di svariate sfumature di verde e con variazioni di pezzati e striati, con gli occhi normalmente marroni o verdi ed i capelli sempre neri. Erano naturalmente una civilt arboricola, ottimi arcieri e balestrieri; i loro archi erano i migliori che avessi mai visto sul pianeta e le loro frecce le pi ingegnose, dato che ne avevano di diversi tipi: esplosive, a fune, paralizzanti, che usavano anche con le cerbottane(mini dardi con semi esplosivi di axa uniti ad una vescicola di acqua e polvere soporifera: con quelli erano in grado di addormentare, o di eliminare, un essere umano in pochi istanti); frecce a "gancio" (con una molla vegetale in cima, servivano a colpire un ramo sopra un altro e girarvi intorno una fune per un miglior appoggio) frecce messaggere, frecce sonore e molti altri modelli. Sembravano davvero la realizzazione dei molti modelli di Super Eroi Arcieri dei fumetti della mia infanzia, solo che non erano frecce "tecnologiche", ma frecce "biologiche" direi: tutta la tecnologia di quel popolo era basata su un uso o un riuso di elementi assolutamente naturali, avvolta su una vera e propria simbiosi o sull'uso di altri esseri viventi.
Ero stato facilmente accettato dai Soprani per via della mia capacit di cambiare colore: mi ero fatto verde sin da quando mi ero inoltrato nel folto, solo che mi ero fatto anche "automaticamente cangiante" : cio cambiavo il colore della pelle, cambiavo l'intensit del verde, per meglio dire, senza pensarci, a secondo dell'ambiente circostante: pi era scuro, pi diventavo scuro, o il contrario; io vedevo il colore ed inconsciamente trasmettevo il cambiamento alla pelle. Fra l'altro quella di farlo automaticamente era una capacit che non sapevo di avere, che non avevo programmato; l'avevo invece sviluppata (o scoperta, non saprei) l, nella foresta.
Ma ovviamente per i Soprani, che erano verdi s, anche a chiazze, ma a colore fisso, ero una specie di mago; in un primo momento quando mi avevano visto per la prima volta (ed io non mi ero accorto di nulla: mi avevano seguito per tre giorni prima di rivelarsi) erano indecisi se fossi un demone o un semidio; ma mi avevano visto affrontare un grosso serpente per salvare una albero-antilope, una specie di antilope con arti finali prensili (onestamente volevo procurarmi carne fresca e volevo rubarla al serpente, poi per non ne avevo avuto il coraggio: quell'animale sembrava un Bambi con le mani!, e visto che non avevo poi tanta fame e che era una femmina che stava allattando dei cuccioli, l'avevo lasciata libera; non fosse altro per rispetto dell'entropia: mangiarmi quella avrebbe significato eliminare oltre al serpente molte altre vite inutilmente; e cos mi ero mangiato il serpente).
Caso volle che l'albero-antilope fosse l'animale totemico della trib dei Robbin-a-had e questo me li rese amici. Rimasi con loro sei mesi in totale, imparando la loro lingua, le loro tradizioni, continuando ad indagare se sapevano niente dei Giocatori.
Ma a parte le solite leggende standard umane di quel pianeta, sia pure adattate alla foresta, non c'era nulla di nuovo.
Non per la loro vita e tecnologia, per!
Come ho detto erano in perfetta simbiosi con la foresta. Non avevano motori ad esempio, ma si servivano di ruote (di legno) alimentate da grossi scoiattoli in gabbia (di legno), di trenta, quaranta chili, per far funzionare i loro montacarichi (a liane intrecciate); e disponevano di uno stranissimo animale, una specie di mammifero-picchio che si scavava una tana in un grande tronco e poi vi rimaneva per tutta la vita, in colonie, in cunicoli accuratamente delimitati e scavati in modo da non danneggiare l'albero ospite, che i Soprani riuscivano ad addestrare per adempiere altre funzioni "meccaniche" in cambio di cibo: per cui avevano acqua fresca che prelevavano dalle polle sotterranee, tramite i canali di queste talpe-picchio e tramite pompe da loro alimentate con le "ruote" a trazione animale: risultato, avevano delle bellissime fontane, bagni pubblici e l'acqua corrente in casa!
Insomma vivevano in perfetta armonia con tutti gli animali che li circondavano, uccidendo solo i pi pericolosi e per la carne cercando di cacciare solo gli animali pi vecchi.
Cacciavano perch era tradizione, un modo di allenarsi alla guerra e comunque una fonte di cibo in pi. Ma in realt traevano il grosso della loro alimentazione dalla foresta stessa, che era ricchissima di frutta e di cibo sotto tutte le forme: si andava da una specie di albero del pane simile a quello che gi conoscevo, a una pianta che produceva bacche grosse come noci, dolcissime e ricchissime di vitamine. C'era un frutto, agrodolce, anzi, dolcepiccante rende meglio l'idea, rosso, che aveva sicuramente (come del resto il peperoncino terrestre) una potente funzione antibiotica ed antibatterica: spalmato su una ferita, bruciava per un po'ma garantiva contro qualunque infezione. E poi una miriade di liquidi e di creme: due diversi tipi di "latte", creme salate o dolci simili al burro o a certi formaggi. Insomma erano centinaia e centinaia le piante alimentari. Molte sostanze, molti cibi andavano trattati o mescolati fra di loro prima di essere commestibili, ma l'abbondanza di cibo era la regola.
Anche il rischio di vita, era la regola. Ovviamente tanta abbondanza aveva favorito un afflusso di specie erbivore, una loro selezione ed adattamento alla foresta (specie con arti prensili, quasi tutte) e quindi i loro predatori le avevano seguite.
La foresta era grandissima: occupava tutto il centro di quel continente e copriva un'area grande quasi quanto met dell'Africa. Lo spazio per far sbizzarrire l'evoluzione c'era stato ed il tempo anche. I risultati erano, beh, molto variegati.
A volte sembrava di stare in un cartone animato: animali con le forme, i colori ed i disegni pi improbabili ti si paravano innanzi e ci mettevi sempre un po'per capire se erano o no pericolosi. Per fortuna questo dubbio lo avevano anche loro! Occorreva stare in guardia ad ogni passo, ad ogni ramo. Del resto lo avevo scoperto io stesso e molto rapidamente.
La struttura sociale dei Soprani era quella tribale su base patriarcale e di clan. Un gruppo di clan viveva insieme e praticava una diffusa esogamia (esclusivamente femminile) con gli altri clan. Il capo clan era l'uomo pi vecchio e saggio, ma le decisioni pi importanti erano prese da un consiglio allargato alle donne pi anziane e sagge.
Dato che ogni clan delegava un proprio rappresentante al consiglio, e la scelta avveniva per accordo interno al clan, era quasi una democrazia.
I capi di guerra erano eletti dai guerrieri che partivano per una scorreria, e le scorrerie dovevano avvenire ad almeno venti giorni di marcia dalla sede attuale della trib, cos da essere quasi certi di non incontrare clan imparentati in qualche modo.
Insomma, i Soprani mi ricordavano molto i miei Warraff e stavo molto bene con loro. Passai tutto il tempo ad approfondire la conoscenza, ricambiando l'ospitalit con partecipazioni alle battute di caccia, ed ero molto apprezzato per la mia mira e per la mia forza fisica. Ed ovviamente guardato con rispetto per le mie capacit mimetiche.

Decisi poi di approfondire la mia conoscenza del Mondo di Sotto. I Sottani erano bianchissimi di carnagione, biondi ed albini, e la loro pelle si scottava con estrema facilit se esposta anche per brevi momenti al sole di Sopra: la luce penetrava attenuatissima e diffusa nel Mondo di Sotto: di giorno ci si vedeva, per circa sei, sette ore, ma come se fosse sempre pomeriggio e ci fosse sempre una nebbia opalescente.
I Sottani erano esperti in trappole di tutti i tipi, ci vedevano benissimo in tutta la gamma dell'infrarosso, praticamente anche nel buio pi fitto.
Erano veloci, pronti di riflessi, sempre accigliati, come a chiedersi qualcosa, ma pronti anche al sorriso.
Ed anche con loro, quando li volli incontrare funzion il trucco della pelle: mi allontanai di diversi giorni di cammino dalla mia trib Soprana, per non creare equivoci, e provai a sbiancarmi al massimo, riuscendoci; il fatto che avessi capelli biondo-rossi e ci vedessi al buio come loro mi aiut enormemente a farmi accettare.
Catturai alcuni animali e li feci trovare in prossimit di uno dei villaggi; e feci questo per un paio di volte, fino ad incontrare dei cacciatori e ad iniziare un dialogo con loro, sostenendo di venire da un villaggio lontanissimo da quella zona.
Non erano aggressivi senza motivo e dopo un po'fui accettato anche nella loro trib.
La struttura sociale dei Sottani era analoga a quella dei Soprani, solo che fra loro i clan scambiavano i maschi e non le femmine, e che la struttura era matriarcale, sia pure allargata al parere dei maschi.
Fra loro anche le donne giovani e senza figli erano guerriere (non lo erano fra i Soprani, anche se era meglio non contraddirle: portavano tutte e sempre, con s uno stiletto molto acuminato).
Dei Soprani dicevano la stessa cosa che dicevano loro: tipi strani, e non amavano frequentarli.
Se un Soprano entrava involontariamente nel Mondo di Sotto (ad esempio cadeva attraverso un buco nel "pavimento") tornava subito in superficie; se non era in grado di farlo perch ferito i Sottani a volte lo riportavano sopra ed a volte mettevano fine alle sue sofferenze, dipendeva da molti fattori; se scendeva intenzionalmente, e con cattive intenzioni, veniva ucciso.
I Sottani non potevano andare di sopra a pena di ustionarsi, ergo fra i due popoli non c'erano altri rapporti che quelli guerreschi, se e quando i Soprani volevano scendere nel Mondo di Sotto.
Mi chiesi se fossero interfecondi, e soprattutto se i Sottani fossero ancora interfecondi con l'homo sapiens: colori a parte, sembravano identici a noi. Me lo chiesi ma non ebbi modo di verificare.
In parte perch non ci avevo nemmeno provato ad avere per amanti donne Sottane o Soprane; dato il tipo di civilt, molto basata sui clan e quindi sui rapporti di parentela, non era il caso di rischiare incomprensioni nei comportamenti sessuali. E poi sotto sotto le femmine di quei clan di me avevano un po'paura. Comunque non vidi incroci delle due razze: se erano possibili evidentemente non erano desiderati.

I Sottani, poi, e me ne accorsi con stupore dopo un po', erano dotati di facolt parapsichiche. Non tutti, intendiamoci, ma molti fra loro potevano ad esempio "sentire" gli avvenimenti pericolosi per loro stessi o per qualcuno loro vicino che si stavano per verificare. E percepivano chi mentiva.
Uno dei loro sciamani un giorno mi disse che avevano una sorta di "preveggenza del molto-possibile": era come se in prossimit di una diramazione del caso, sentissero che l'una o l'altra di due scelte erano pi o meno pericolose ed erano in grado di capire cosa fare; altri invece (ma non tutti) erano dotati di una vera e propria "telepatia a largo raggio", anche se solo fra di loro, come fossero radio sintonizzate su una stessa ed unica lunghezza di frequenza; ed altri ancora erano telecinetici, sia pure per oggetti molto piccoli, anzi erano pi efficienti a livello molecolare e forse atomico che non a livello superiore; ad esempio erano in grado di far incendiare un mezzo di legno perch acceleravano la velocit delle molecole e quelli fra di loro che erano sciamani erano in grado di guarire molte malattie "spostando " fisicamente parti di organi o zone malate, come un tumore, ad esempio; e creando un embolo nel cervello erano in grado di uccidere in pochi secondi un essere umano o un elefante. Per fortuna erano pochi, molto vecchi e molto saggi. Mi sembr di capire che tali capacit stavano apparendo da non moltissimo tempo, poche decine di anni, e che erano ancora oggetto di studio per i Sottani stessi.
Notai la solita mancanza di animali domestici, ma anche una completa mancanza di scoiattoli fra i sottani, tant' vero che loro non li conoscevano proprio, non li avevano mai visti. Mi dissi che quegli animaletti onnipresenti sul pianeta, non dovevano amare n la poca luce del Mondo di Sotto n l'alto numero di predatori naturali che vi si trovavano.
I rettili in particolar modo erano pi numerosi che nel Mondo di Sopra e molti insetti si nutrivano perfino dei roditori del Mondo di Sopra, tendendo loro trappole subito sopra il "pavimento".
Con i rettili invece i Sottani avevano ottimi rapporti e c'era un tipo di iguana che stava in tutte le case, come fosse un cagnone; era utilissimo perch si nutriva di diversi tipi di animali piccoli e velenosi.

Dopo un paio di mesi che ero con loro, nel corso di una battuta di caccia a largo raggio, lontani molti giorni di cammino dal villaggio scoprii una cosa che mi emozion profondamente.
Al centro della Foresta Doppia, come l'avevo battezzata c'era la cosa pi incredibile che avessi visto mai in tutte le mie vite e in tutto quel pianeta: un enorme, immenso, assurdo parallelepipedo, alto 25 metri circa, largo 200 e lungo 800; sprofondava nel terreno per almeno due metri, ma probabilmente molto di pi; mi dissero sia i Sottani che i Soprani che, sia pure lentamente, con il passare degli anni si ingrandiva e si modificava.
Cresceva, insomma.
Sembrava fatto di specchio, anche se la sua superficie, pur riflettente come uno specchio di vetro, sembrava fatta di metallo. Tutt'intorno al Muro che Riflette, come lo avevano chiamato i Sottani, non c'era altro che vita vegetale.
Solo i pi piccoli insetti, quelli necessari in qualche modo alle piante, potevano sopravvivere in un raggio di cento metri intorno al Muro; anche gli uomini non ci potevano restare a lungo: dopo dieci minuti al massimo si veniva presi da un'ansia spaventosa che diminuiva solo allontanandosi.
N Soprani n Sottani seppero dirmi nulla di quello scatolone. Era l da sempre, a quel che ne sapevano loro: i clan erano arrivati in prossimit dello Scatolone secoli prima, quando erano entrati nella Foresta Doppia e ce lo avevano gi trovato.
Mi ripromisi di ritornarci appena possibile e di scoprire cosa nascondeva: l c'era una tecnologia affine alla mia, probabilmente molto pi evoluta. Era la sede dei Giocatori? Era un'altra razza del pianeta? Era un luogo di raduno di Immortali? Era il centro da cui erano partiti i missili che mi avevano abbattuto?
Dovevo sapere. Ma rimandai: stavo bene, mi ero ripreso pienamente, era ora di cominciare a pensare al ritorno.

Fusto Verde, lo Sciamano dei Soprani un giorno mi chiese da dove venivo con esattezza. Gli ripetei che venivo da fuori della Foresta Doppia e che appartenevo ad una trib del Deserto (l'idea del deserto, un luogo senza piante, li aveva affascinati ed intimoriti al tempo stesso, era come dire ad un cristiano che venivo dall'Inferno; o dal Paradiso).
Mi disse che questo se lo ricordava; ma, per caso, prima ero stato altrove?
- Che intendi Fusto Verde?
- Intendo che io so che questo pianeta non  il solo nell'Universo del Grande albero.
La cosmologia dei Soprani era coerente con il loro mondo: Foresta Doppia era l'unica grande foresta su una enorme mela o arancia, un frutto comunque, che era grande ed enorme ed era appesa per il picciolo ad un ramo di un albero che era il cosmo tutto; ruotava su se stessa attorcigliando il picciolo da una parte e dall'altra (cos si spiegava l'alternarsi dei giorni e delle stagioni); l'albero portava infiniti altri frutti (gli altri pianeti) su cui vivevano altri esseri senzienti; i buoni nelle foreste ed i cattivi fuori, ovviamente.
- Tu vieni da un altro Frutto, vero?
- Come mai dici ci?
- Rispondimi figlio...
- S, Fusto Verde, vengo da un altro frutto, ma tu come lo sai?
Fra loro non c'erano Immortali, a quel che avevo capito; anche se qualche sciamano diceva che, prima che il popolo dei Soprani entrasse nella Foresta, c'erano stati.
- Eh, figlio, cosa vuoi, l'esperienza aiuta a capire prima che cada il frutto, dove cadr. Ascolta, te l'ho chiesto perch penso che tu debba leggere, se puoi, questo libro.
Estrasse da una sacca di cuoio un quaderno rilegato, di tipica fattura terrestre.
Mi emozionai a vederlo perch era di quelli con la copertina nera, lucida, cerata ed i bordi dei fogli rossi, di carta pesante, che si usavano nelle scuole quando io ero non ero ancora nato, ma che mi erano sempre piaciuti. Lo aprii emozionato e cominciai a leggere.
Dopo un po'smisi e dissi a fusto Verde.
- Sciamano, padre, ti dispiace se mi ritiro da te? Ci che devo leggere mi porter via tempo.
- Fai pure figlio, spero ti sia utile. Attende un lettore da molto, moltissimo tempo...

Era il diario di un altro immortale. Ed era scritto in Inglese.
Era la storia delle avventure di un uomo (non diceva come si chiamava, come si fa normalmente nei diari) che si era trovato come me dentro quella famosa stanza d'ospedale.
Quando scrisse il diario quell'uomo era alla sua quarta reincarnazione. Aveva passato molte avventure a sua volta, in un arco di oltre 80 anni.
Confessava di essersi suicidato per l'orrore sia la seconda che la terza volta che era stato resuscitato.
Ma vedendo che non c'era niente da fare aveva accettato il suo destino.
Il diario era il racconto di una serie di avventure nel mondo esterno, riassunte in modo molto schematico e semplice; ed infine del suo arrivo presso i Soprani.
Questi lo avevano bene accolto soprattutto perch l'uomo era un ottimo musicista jazz (suonava il sax e ne aveva sempre uno con s) ed era un afroamericano di pelle scurissima, quindi li aveva colpiti moltissimo per il suo aspetto ed affascinati con la sua musica.
Ci sono moltissimi umani di razza nera sul pianeta, ma in effetti sono tutti originari di una zona molto lontana da qui e trovarne da queste parti era rarissimo.
Nella sua vita sulla terra quell'uomo era stato un noto jazzista del sud degli stati uniti negli anni 20 del XX secolo, ed era morto nel corso di una rissa a New Orleans.
A questo punto, e per la prima volta, ebbi un'intuizione.
Anche io ero stato "prelevato" subito a ridosso della mia prima e mi viene da dire, vera morte! Assudi-Aman non ricordava e degli altri due, l'olandese e la cinese non lo avevo proprio capito.
Questa, forse poteva essere una delle regole dei Giocatori? Prelevare un uomo sul punto di morire per dargli un'altra chance? Intuii come ragionavano, o come era possibile ragionassero: qualunque essere umano, in punto di morte, sarebbe disposto ad accettare di rivivere almeno un'altra volta; e quindi noi prendiamo coloro che stanno per morire, forse, anzi, aspettiamo proprio che siano morti, li "preleviamo" come sappiamo fare noi e li trapiantiamo nel nostro campo giochi. E vediamo cosa succede.
Beh, non mi andava bene comunque: se volevo o no giocare me lo avrebbero dovuto chiedere. Nemmeno Dio, se c', pu permettersi di giocare cos con le vite delle sue creature, anche se forse  esattamente questo che fa. Ma quelli non erano dei.
L'uomo del diario non aveva una sua teoria a riguardo. Aveva capito cosa succedeva se moriva, aveva deciso di non suicidarsi pi e di restare a vivere nel Mondo di Sopra, dove era stato accettato come uno del clan.
L, dopo una vita tranquilla e senza scosse, era morto all'et di circa 70 anni, dopo altri 50 anni di vita passati su Mondo.
- Sciamano, quanto tempo fa  morto l'uomo che ha scritto questo libro?
- Dieci anni fa.
- Sai dirmi qualcosa di lui?
- Di Notte Sonora? - sorridemmo entrambi al nome Soprano - Era un buon uomo e molto abile con il suo strumento, fu di letizia per il clan. Ricordo solo che invecchi rapidamente e ne fui stupito. Era giunto a noi come un giovane di forse venti anni e tale rimase per altri venti anni. Poi, d'improvviso cominci ad invecchiare, velocissimamente, ed in poco tempo, forse sei mesi, ebbe l'aspetto di un uomo maturo, gli avresti dato 50 anni. Da l in poi invecchi normalmente, fino a morire.
- Lui disse cosa era accaduto?
- Non lo sapeva. Ma una volta, ricordo, disse che forse chi lo aveva mandato aveva deciso di togliergli parte di ci che gli aveva dato e questo doveva essere perch lui si era fermato.

E questa forse era un'altra regola del gioco: finch ti muovi, finch hai avventure che io posso seguire e che mi possano appassionare ti lascio immortalit e giovent, altrimenti torni ad essere mortale e muori. E probabilmente definitivamente. Gi. Almeno sapevo di avere una via d'uscita.
No. C'era Assudi-Aman, viveva da 320 anni, faceva lo sciamano, ed era nello stesso posto da non meno di cento anni. Ma forse le cose che capitavano ad Assudi erano pi divertenti di quelle che erano capitate al jazzista di New Orleans in quella strana e in fondo pacifica e calma foresta.
Alla fine decisi di lasciare il mio clan di Mondo di Sopra, i Roobin-a-hud. Ero stato bene fra loro, ma era ora di andare a nord, di uscire dalla foresta e di tornare, dopo un anno al mio Over.
Se c'era ancora, certo, se no avrei dovuto raggiungere il doppione dove l'avevo lasciato, in mezzo al deserto di Aq.
E facendomi aiutare dagli Warraff, e dai miei agenti se ancora li avevo.
Mi mossi seguito da otto guerrieri, cinque Sottani, dotati di diversi poteri psi e tre Soprani, i migliori arcieri che avessi mai visto.
I Sottani erano giovani ed avventurosi, ed erano vestiti da capo a piedi, con un cappuccio per di pi, per evitare di scottarsi al sole, oltre a numerose creme protettive.
Il gruppo era misto di Soprani e Sottani perch lo avevano voluto loro.
I saggi delle due trib, dietro mio suggerimento, si erano riuniti, ne avevano parlato ed avevano deciso che poteva essere una buona cosa fare un esperimento di "caccia" in comune: forse si poteva imparare qualcosa gli uni dagli altri; e si sa, i giovani sono incoscienti, ma non misoneisti: tendenzialmente aperti alle novit.

Traversammo tutta la parte nord della foresta in un mese e vi garantisco che fu una impresa eccezionale e che solo perch eravamo il miglior gruppo di combattimento della foresta riuscimmo a venirne fuori vivi e sani. Contattammo lungo la strada diversi altri villaggi Soprani e Sottani e cominciammo a spargere i semi della collaborazione, dimostrando come era possibile ed utile collaborare per grandi imprese; e promettendo di ritornare. Strada facendo trovai anche una katana Warraff e la acquistai; era un'arma perfettamente bilanciata, di acciaio multistrato e perfettamente bilanciata; dopo quei mesi passati solo con armi di legno e pietra, mi sentii di nuovo "vestito".
Trovammo la strada per la costa ed a tempo debito raggiungemmo la stazione commerciale Warraff. Mi misi ad osservarla da lontano con un piccolo cannocchiale (una delle poche cose sopravvissute dal mio atterraggio forzato e che avevo sempre portato con me). Cambiai colore alla pelle, e questo sconvolse i Soprani, ma siccome me la feci diventare blu, ci sconvolse i Sottani.
Ma blu mi serviva, visto che l'agente locale era diventato un blu e non era pi un Warraff. Per di pi avevo notato i suoi tatuaggi che lo definivano come un appartenente ad una setta di uccisori: brutta gente, maniaci omicidi e pericolosi come ragni lupo.
Presi delle precauzioni. Raggiunsi da solo la stazione commerciale, seguito a distanza dai miei accompagnatori; intorno alla stazione gravitava la solita fauna mista di questi posti: molte razze, molti meticci, armi, merci ed un po'di puttane.
L'agente blu mi ricevette nella sua stanza, in una capanna di tronchi che era l'edifico pi grosso della stazione stessa.
Chiesi di parlare con l'agente in capo. Il blu mi disse che Watt-m-lamela, il nome del Warraff mio agente, era lui; feci finta di crederci e di non vedere la sua mano che andava verso il cassetto a prendere qualcosa che non credevo fosse un regalo per me.
Dietro di me sentii muoversi qualcuno ma feci finta di niente. Continuai dicendo di essere venuto con una lettera di presentazione di Mamo T'amo, il mio nome presso i Warraff, presso il quale dovevo tornare quanto prima. Il blu disse che era onorato di poter rendere un servizio a tanto signore e che mi avrebbe fatto subito servire del t se solo avessi preso posto su quella sedia, che mi indic, e che per farlo contento guardai.
Mi lanci contro la gola un "multipunte" Warraff, che evitai con un movimento minimo del capo. Quello lanciato dal suo compare dalla porta invece lo presi al volo e lo rigettai contro di lui inchiodandogli la spalla allo schienale di legno della poltrona.
Estrassi la mia katana e mi dedicai ad uccidere l'uomo della porta, cosa che feci in pochi secondi. Estrassi un fischietto e modulai un suono convenuto con i miei giovani accompagnatori. Mentre fuori fioccavano dardi di cerbottana, frecce e morte sulle guardie traditrici o mercenarie che fossero, mi dedicai all'impostore che stava tentando di liberare il braccio.
- Dov' Watt-m-lamela?
Mi insult tentando di colpirmi con un pugnale nell'altra mano.
Lo disarmai e gli torsi il polso.
- Dov' Watt-m-lamela?
Url, continuando a maledirmi, svenendo solo quando gli spezzai il polso. I blu erano fatti cos: cattivi, coraggiosi e testardi.
Chiamai Chiarore Viola, il Sottano pi bravo nella psicocinesi e gli spiegai cosa doveva fare. Assent.
Il blu si svegli urlando. Chiarore viola aveva sollecitato direttamente il suo trigemino e lavorava su quello: se serviva era abilissimo nel torturare.
Dissi al blu:
- Morire morirai tra poco, questo  certo. Mamo T'amo sono io, e non permetto che i miei centri vengano assaliti e danneggiati. Se rispondi rapidamente e bene alle mie domande morirai presto ed in modo indolore, altrimenti i tuoi urli diventeranno parte delle leggende di questo luogo e tu morirai fra molti mesi. Scegli pure liberamente.
Dopo poco scelse e parl. Watt-m-lamela era schiavo con parte dei miei uomini in un "drakkar" blu, in navigazione da dieci giorni verso sud; tutte le cose che non erano di valore erano ancora l, ed i cadaveri dei morti erano in fondo alla scogliera. Gli chiesi il nome del drakkar ed una breve descrizione e poche altre cose.
Poi gli dissi:
- Vedi quell'albero? - e mentre si rivoltava, estrassi la katana e lo decapitai. In fondo sono sempre stato un sentimentale e se posso non far soffrire chi muore, preferisco.
Chiarore Viola era stupito.
- L'hai ucciso!
- Certo, glielo avevo promesso.
- ...mmhma... non potevi, ...non lo hai sfidato regolarmente! Torturarlo va bene, ma ucciderlo senza una possibilit di difendersi...
- Ascolta Chiarore Viola: avresti lasciato un Ragno Lupo in circolazione per l'accampamento?
- No, l'avrei ucciso.
- Ecco. Quest'uomo era pi pericoloso di un ragno lupo in calore; ma molto di pi. Inoltre ha ucciso molti miei amici ed avrebbe ucciso noi per allegria: apparteneva ad una setta blu, i Kamk, gli uccisori, che a 11 anni fanno voto di non morire se prima non uccideranno almeno 1000 esseri umani e di accettare di finire al loro inferno se non ci riusciranno; per loro uccidere  uno sport ed un divertimento e per raggiungere la loro quota il prima possibile uccidono chiunque: giovani, vecchi, bambini, donne; per loro, ad esempio una donna incinta vale dieci guerrieri. Hai capito il tipo? Gli Warraff non uccidono se non per difendersi, ma per loro uccidere un Kamk  al tempo stesso un dovere sociale ed un tab, una cosa di cui non vantarsi mai.
Forse l'avevo convinto e forse no, Chiarore era un po'sadico, ma come un bambino; e come un bambino ci teneva a rispettare le regole dell'onore.
Eliminati i cadaveri, e fatta allontanare la gente al di fuori della cinta della stazione cominciammo a cercare fra ci che rimaneva. Trovai la radio in un mucchio di "roba inutile" come l'aveva chiamata il blu.
Era guasta ma i Sottani, dietro mie indicazioni la ripararono, "ripristinando" a loro modo le parti rotte: riparando a livello molecolare tutto ci che era rotto, in modi di fortuna, spostando poche molecole, ma riportando la radio a funzionare in poche ore.
Chiamai la mia base nel mezzo del grande deserto. Non risposero subito. Bravi ragazzi, li avevo addestrati bene: stavano posizionando la trasmittente per capire chi chiamava da dove. Io comunque avevo detto ai Sottani di deviare, ad ogni buon conto, il punto di partenza delle onde radio a due chilometri da l. La scoperta delle onde radio li aveva galvanizzati!
Mi risposero finalmente. E chiesero la mia identificazione. Ci vollero venti minuti per chiarirsi ed identificarci reciprocamente.
Era prassi, ma la seguirono con una attenzione che mi fece sospettare che si attendevano o che avevano avuto guai.
Andava tutto bene, per fortuna e per ora. Il Centro nel deserto era stato attaccato da missili terra aria lo stesso giorno in cui ero stato attaccato io, e molti dei miei agenti in giro per le zone in cui mi ero fatto vedere erano stati eliminati da non si sa chi nello stesso periodo. Erano quasi sempre addetti alle stazioni radio ed erano stati eliminati o direttamente da sicari o da esplosioni sospette che probabilmente erano state provocate da razzi analoghi a quello che aveva colpito me.
Loro per si erano organizzati bene. Gli Warraff avevano ripreso la loro vita nomade in giro per il deserto, uccidendo chiunque li attaccava e la parola d'ordine per tutti era stata: defilarsi finch non si era capito da dove veniva l'attacco.
Gli attacchi erano cessati e non si erano ripetuti. Da allora erano stati pi attenti di prima ed avevano continuato con il lavoro, aumentando per coperture e livelli di sicurezza, in attesa che mi facessi vivo io. Tutto stava andando bene. Avevo bisogno di qualcosa?
Ringraziai e li misi in attesa di ulteriori ordini.
Contattai Genietto (il nomignolo che a volte usavo con il computer principale del mio over) che mi rispose subito.
- Buon giorno, signore, come va?
- Bene Genietto, ti sono mancato?
- S, signore.  pi di un anno che lei  sparito signore.  in buona salute, suppongo.
- S Genietto, senti puoi venire a prendermi sulla costa nord di Aad? In prossimit della stazione commerciale Warraff numero 112?
- S signore, se lo desidera in tre ore e 45 minuti sar l, signore. Devo portare i prigionieri con me, signore?
- Prigionieri?
- S, signore. Ricorda l'ordine impartitomi di catturare e narcotizzare coloro che eventualmente mi avessero scoperto sull'isola. signore?
Oddio!
- Cosa  successo, Genietto?
- Beh, signore, il primo  stato un marinaio venuto a terra per cercare acqua signore, poi altri otto membri dello stesso equipaggio, poi duecento fanti da sbarco della marina di Ommunda, poi...
- Quanti in tutto?
- Per ora sono 340, signore ma per pranzo dovrebbero essere di pi...
- Perch per pranzo!?
- Sono sotto attacco, signore, c' una flotta alleata delle citt della costa che mi sta bombardando.
Mai, mai dare ad un computer ordini che non comprendano alternative. Si era fatto notare anche lui.
- In che condizioni sono quegli uomini?
- Oh, ottime signore. Ho approfittato della loro condizione per curarne un po'alcuni e sperimentare nuovi antibiotici. 32 di loro erano affetti da sifilide primaria, 45 da epatite, 200 avevano lo scorbuto e...
- Li puoi liberare e te ne puoi sganciare immediatamente?
- S signore.
- Fallo!
Mi immaginavo la scena. Una flotta di tutte le repubbliche marinare della costa che tentavano di espugnare l'isola su cui una potenza ostile aveva costruito una "fortezza" inaccessibile! Era gi incredibile non ci fossero state vittime.

Dopo tre ore Utero era di fronte a noi. Usai i robot della nave per recuperare i cadaveri dei miei agenti morti in fondo alla scogliera. Poi ci dirigemmo con un over pi piccolo verso sud mentre dei palloni sonda lanciati da Utero perlustravano un raggio di 500 chilometri per trovare traccia del drakkar. Lo trovammo alla fine del secondo giorno e lo raggiungemmo. Uccidemmo tutti i Kamk in vista, compresi due dodicenni: i ragni lupo non sono meno velenosi quando sono appena nati e vanno eliminati subito.
I rematori erano tutti schiavi e fra loro Watt-m-lamela ed altri amici. Piansi riabbracciandoli, per il sollievo e per il ricordo di quelli morti. Impalammo i cadaveri dei Kamk su pali infissi in tutta la nave ed affidai ad un robot l'incarico di rimorchiare sott'acqua la nave fino al porto d'origine, in un fiordo non molto lontano. Al centro della nave, a sovrastare tutti i cadaveri il mio stemma Warraff: uno Scorpione dentro una O. Dovevano sapere che ero stato io e che non avrebbero dovuto attaccare mai pi i miei centri. E i Kamk erano notoriamente stupidi: per fargli penetrare un po'di sale in zucca occorrevano i metodi forti.


Nello Scatolone

Ricominciai con "la vita di bordo" come la chiamavo: a bordo avevo fatto predisporre a suo tempo un mini ospedale-robot e mi feci rimettere a posto l'occhio che avevo perso nella caduta; fu clonato da una cellula dell'altro ed il trapianto non richiese molto tempo. Le mie capacit di risanamento non arrivavano fino al punto di riprodurre un organo intero. Tutti i residui danni di quell'anno di avventure (per lo pi cicatrici e danni estetici, occhio a parte) furono sistemati.
Feci studiare al computer una serie di sistemi di sopravvivenza finalizzati a rintracciarmi ovunque io fossi, basati su unit radio microscopiche che avrei inserito sottopelle e fatto alimentare da microbatterie sostituibili dall'esterno con facilit; tutti sistemi che io potevo attivare in quattro modi diversi, con le mani, con i denti, con la lingua e con un sistema automatico che entrava da solo in funzione se io non emettevo alcun suono per 72 ore di seguito.
Qualunque cosa fosse successa in futuro sarei stato rintracciato da un gruppo di robot addetti esclusivamente a questo scopo e portato in salvo.
 vero che se avessi avuto questo sistema addosso un anno prima sarei stato salvato subito. Ma era anche vero che non avrei conosciuto la Foresta Doppia e soprattutto lo Scatolone. I vantaggi e gli svantaggi dell'imprevisto...

Iniziai una serie di ricerche. Partii dall'ipotesi che a lanciare quei missili non fossero stati i Giocatori, ma qualcun altro: o una civilt ultra progredita ma assolutamente clandestina, o un piccolo gruppo, forse tutto di Immortali, o forse con solo uno o pochi Immortali al suo interno; o forse anche un singolo, come me.
Considerando le possibili traiettorie dei missili che avevano colpito me ed i miei centri, da dove erano partiti?
Sulla base di una serie di calcoli di probabilit e secondo altri parametri che io diedi al computer, da quale zona del pianeta avrebbero potuto partire quei missili? Quale zona avrebbe potuto ospitare una civilt o un gruppo o un singolo in grado di produrli.
Ad esempio: considerando la necessit di alcuni materiali strategici, di cui feci l'elenco (tipo: mercurio, rame, gomma, vetro, magnesio, titanio ecc) e le relative zone di produzione e le carovaniere ed i mercanti acquirenti e le citt tradizionalmente incaricate della tratta di quelle materie di base, e cos via, quale era la zona di maggior concentrazione di questi materiali? Non solo della produzione ma anche dell'invio dei manufatti?
Il ragionamento era semplice: una civilt in grado di produrre missili come quelli che mi avevano colpito non poteva non disporre di elettricit, il che significava anche su quel pianeta, il possibile uso (non certo, ma possibile) di cavi di rame, di vetro, di gomma ed altre sostanze plastiche. Avevo fatto esaminare anche i resti di quei missili e tutto quadrava.
Genietto si mise al lavoro e tre settimane dopo, la maggior parte delle quali dedicata a raccogliere i dati in questioni delimit l'area del pianeta in cui quelle merci di fatto finivano.
Era un cerchio irregolare che comprendeva la costa e la parte centrale del continente in cui si trovava la Foresta Doppia e buona parte della foresta stessa. Ai bordi di quella zona si perdevano le tracce delle materie prime e dei prodotti che avevo indicato.
Gli chiesi di identificare anche il possibile punto di origine dei missili che ci avevano colpito, sulla base di quanto eravamo riusciti a capire del tipo di caratteristiche dei missili stessi. E di nuovo era un cerchio, pi piccolo, sempre all'interno della Foresta Doppia.
Gli chiesi di identificare il Muro che Riflette e sulla base dei miei ricordi e lui lo posizion. Era esattamente al centro della zona delimitata dalla seconda ricerca.

Lo so. Non era una prova. Oltretutto lo sospettavo fin dall'inizio che fosse l. Ma spesso la differenza fra la vita e la morte non  questione di prove,  questione di intuito e di chi reagisce prima. Come si diceva a miei tempi e nella mia citt, fra coloro che avevano un porto d'armi, a proposito se andare in giro armati o meno:  meglio un processo che un funerale. Nel senso che se si doveva subire un funerale per non essere stati svelti a sparare, era meglio subire un processo per aver sparato troppo in fretta. Sar anche da cinici, ma favorisce la sopravvivenza, sia pure a danno di quella altrui.
Inviai agenti presso i Soprani ed i Sottani. Soprattutto presso i Sottani, per. Gli agenti portarono con s grandi quantit di doni, e per proteggerli al meglio inviai con loro numerose truppe di sostegno formate dai migliori mercenari Warraff, con l'ordine di non offendere mai nessuno, di chiedere sempre il permesso di passare e di cambiare strada se il permesso non veniva concesso, ma di respingere ogni attacco con la massima decisione. Furono accompagnati dai Soprani e dai Sottani che erano venuti con me e non ci furono problemi; cominciai cos a crearmi una base a non molta distanza dallo Scatolone.
Avevo bisogno dell'aiuto dei popoli della Foresta Doppia per controllare i dintorni del muro 24 ore su 24. Inizi quindi una sorveglianza attenta e discreta.
Per Soprani e Sottani per era difficile sorvegliare da vicino, per via di quell'angoscia che li prendeva nelle vicinanze del Muro. Appena si accostavano al di sotto di una certa distanza, circa 10 metri, cominciavano a provare un'agitazione interiore, forte ed immotivata, che aumentava con il diminuire della distanza. Ma si organizzarono.
Furono i Soprani a trovare il sistema: un caschetto di pelle di "serpente d'oro", dalle scaglie lucidissime e in parte silicee, li aiutava a resistere di pi, specie se il serpente era giovane e le scaglie molto lucenti.
Era la conferma di un'idea che avevo avuto ricordando la strana aura che circondava lo Scatolone: qualunque cosa fosse che causava quella sensazione era veicolata dalla luce, sia visibile, sia infrarossa sia ultravioletta. E le scaglie la respingevano. Quella luce agiva sul cervello pi che su altri organi e non passando dagli occhi.
Analizzai la zona con uno spettroscopio montato su un piccolo satellite portato in volo sulla zona da un uccello addestrato dai Soprani (evitando cos di usare un velivolo artificiale); tutta la costruzione era immersa in una luce infrarossa fortissima, non visibile all'occhio umano e che veicolava evidentemente quelle vibrazioni negative.
Trovato il trucco fu facile contrapporvisi: caschi a tutto viso e tute di plastica ultraleggera, porosa, trattata a specchio e riflettente al massimo.
Chi li portava era praticamente invisibile, specie nella foresta, specie muovendosi piano, specie se portava un termoregolatore.
Sorvegliammo in questo ed in altri modi lo Scatolone per tre mesi, dal basso e dall'alto, con estrema discrezione. Avevo messo un gruppo di Warraff, Sottani e Soprani a lavorare insieme e promesso loro ricchissimi premi per ogni trovata che elaborassero che ci avesse permesso di acquisire pi informazioni restando pi al coperto. Non volevo essere notato da gente che l'ultima volta che mi aveva notato mi aveva preso a colpi di missile. Mimetizzarsi al massimo era la parola d'ordine.

Nel corso di questa osservazione per sette volte sul tetto si aprirono delle botole, da cui uscirono degli oggetti volanti.
In tre casi si tratt di missili diretti su obiettivi civetta che avevo creato apposta qualche mese prima. Si trattava di tre finte fabbriche di impianti elettrici di tutti i tipi: batterie, lampadine, piccole dinamo, tutti piccoli oggetti, che producevano campi magnetici, elettrici, che a mio parere erano stati il tipo di fonte di segnali che mi aveva fatto identificare in volo quella notte di tre anni prima, unitamente ad altri miei centri.
Chiunque fosse dentro quello Scatolone, identificava la produzione di corrente elettrica come un nemico da eliminare. Cos forse si spiegava anche perch la civilt delle repubbliche marinare andava tanto a rilento: se ogni volta che in un laboratorio qualcuno inventava una pila esplodeva tutto, non c'era un gran futuro per la civilt industriale.
Continuammo le ricerche, usando anche i Sottani pi dotati che si misero ad ispezionare l'interno dello Scatolone, fin dove potevano arrivare con le loro capacit psioniche. Sembrava non ci fosse traccia di vita umana o comunque intelligente. Senza dubbio, non in un raggio di dieci, venti metri verso l'interno, dal perimetro esterno delle pareti dello scatolone.
Forse c'era vita animale, per.
Chi c'era dentro lo scatolone? Robot e basta? E se non erano i Giocatori, chi?

Una notte illune, sette mesi dopo l'inizio della sorveglianza, eravamo in viaggio in un aliante verso lo Scatolone. Eravamo uno stormo di quattro alianti con a bordo di ognuno 20 guerrieri, fra i migliori di tutte le popolazioni con cui avevo rapporti di alleanza: Warraff, Soprani, Sottani, Latz, Romman, Guardie di Bulbo Verde, amazzoni Watt-m-laceema, Baribal, e perfino due Kamk pentiti, due femmine, cadute prigioniere in una scorreria e che si erano innamorate di due guerrieri Warraff e, rimaste incinte, avevano abiurato la loro fede. Ma erano rimaste due fenomenali assassine.
In tutto 80 guerrieri, uomini e donne, fra i migliori del pianeta, addestrati con le loro armi tradizionali e con le migliori che le mie officine avevano potuto mettere a loro disposizione: cariche esplosive, cariche cave, armi automatiche, giubbotti antiproiettili. E con mesi di addestramento intensivo alle spalle.
Portammo con noi anche una squadra di una ventina di robot multiuso, tutti spenti per evitare venissero percepite vibrazioni elettriche: li avremmo usati per ispezionare luoghi, servendocene come esploratori, e per diversi altri scopi.
Quattro di loro erano molto grossi e sostanzialmente erano delle bombe semoventi e moderatamente autocoscienti. L'idea era di portarli dentro e se qualcosa andava male, appena l'ultimo di noi fosse morto, farle esplodere. Erano fatte di uno speciale esplosivo chimico: l'equivalente di una diecina di megaton, la forza di una discreta bomba nucleare. Questa volta volevo fare danno.

Fummo portati in quota da aerei robot telecomandati (che avevo fatto produrre in una officina sotterranea nel Deserto Viola), che arrivarono altissimi; dopo di che planarono spengendo i motori molto prima di arrivare in zona e sempre a quota altissima. Fummo lasciati in volo planato trenta chilometri pi a nord, poi gli aerei robot fecero una curva e sempre planando si allontanarono. Erano programmati per riattivarsi sull'oceano a pochi metri dall'acqua, ma molto pi lontani.
Avevamo constatato come le fonti di correnti elettrica e di effetti magnetici venivano attaccati solo se entro il giro dell'orizzonte dello scatolone, circa 800 chilometri. Oltre evidentemente quei missili non potevano arrivare.
Volammo verso sud nel silenzio pi totale. Niente ci poteva identificare come macchine: eravamo schermati a qualunque rilevazione di metallo o di elettricit.
Un eventuale radar ci avrebbe rilevati come masse, ma potevamo essere scambiati per i condor giganti delle catene montuose settentrionali.
Per una eventuale osservazione visiva avevamo dipinto gli alianti esattamente come i condor e a non sapere del trucco, non ci accorgeva della differenza se non a distanza estremamente ravvicinata.
Non avevamo visto osservatori umani, sul tetto, ma se ci fossero stati se ne sarebbero accorti solo all'ultimo momento.
Planammo silenziosissimi e leggerissimi sul tetto dello Scatolone. A tempo record ne uscimmo tutti: una squadra si dispose a protezione degli altri, pronta a scatenare un inferno di fuoco, mentre un'altra alz dei leggerissimi pali con dei cavi che dovevano servire ad altri alianti che ci seguivano di prendere al volo quelli atterrati. Con un po'di fortuna, anche per come erano dipinti gli alianti, gli "abitanti" dello scatolone avrebbero pensato a quattro condor giganti atterrati sul tetto e subito ripartiti in compagnia di altri quattro che li seguivano. Era un rischio: il tetto poteva essere minato o altrimenti controllato, anche se non aveva alla rilevazione aerea guardie umane in vista. Ma era un classico caso di o la va o la spacca.

Funzion. Gli alianti presero il volo subito dopo che ne eravamo usciti. Tutto era durato quattro minuti. Se non venivamo attaccati subito voleva dire che se l'erano bevuta. Come unica via di fuga avevamo fissato ai bordi dello Scatolone una cinquantina di corde da montanari, per scendere il pi velocemente possibile lungo i fianchi della costruzione. Aspettammo con il dito sul grilletto.
Non fummo attaccati per due giorni. E per due giorni non si apr nemmeno una botola. Restammo l senza parlare, e senza muoverci praticamente per nulla, sotto il sole ed al freddo notturno.
Eravamo divisi in gruppi ed ognuno era intorno ad una delle botole che sapevamo esistere. Quando una si fosse spalancata, il gruppo che le stava intorno la doveva tenere aperta in modo tale da permettere a due Sottani almeno di entrare.
All'alba del terzo giorno una botola si apr ed il gruppo che era di turno quasi se la lasci scappare. Si apr e ne usc un robot volante, ad elica, come un piccolo elicottero, che si alz in volo ignorandoci. Un Warraff molto robusto scatt e si mise a reggere la botola che si stava gi chiudendo, gli altri lo imitarono e due Sottani entrarono. Poi lasciammo richiudere la botola. Se non venivamo attaccati neanche ora era fatta.
Non fummo attaccati. Tre ore dopo la stessa botola si apr lentamente e ne uscirono i due sottani, Bruco Pallido e Vena Lilla, i due pi giovani ed esperti fra tutti gli psi che avevo nel gruppo.
Parlando sottovoce dissero.
- Abbiamo scoperto come funzionano le botole. Sono organismi robotici, ma bionici, un misto di carne e metallo...
- Dei cyborg! - dissi.
- Come vuoi tu; ma soprattutto sono ingannabili. Hanno un cervello organico, simile a quello di un mammifero ed un corpo misto di carne e di metallo; il corpo  disegnato per la funzione cui deve adempiere, questo ad esempio  fatto di un bulbo, due braccia e la botola, senza organi esterni, almeno apparentemente; viene alimentato da una corrente elettrica a basso voltaggio e da un liquido proteico che entra dentro il corpo con un tubo speciale. Adesso quella botola  "convinta" di essere chiusa e rester cos finch non glielo diremo noi.
Erano termini e concetti nuovi per loro, come per gli altri, ma erano stai ben addestrati anche a questo riguardo ed erano intelligenti. Tutto il gruppo era formato da persone eccezionali.
Entrammo tutti lentamente da quella e da altre botole aperte dai due Sottani grazie alle loro capacit di "persuasione". Ci dividemmo in quattro squadre, tenendoci in contatto sia via etere e via psi. Avevo deciso di correre il rischio di usare l'elettricit "dentro" lo Scatolone, pensando che l non fosse possibile essere rilevati come "fonte esterna" al sistema. Ed infatti non ci furono conseguenze.
Dopo averli portati sotto a mano accendemmo tutti i robot. Vicino a me ne stazionava sempre uno, che aveva tre schermi video per poter vedere ci cui si trovavano di fronte gli altri; e c'era anche Bruco viola, che manteneva i contatti psi con i Sottani degli altri tre gruppi. Ci dividemmo i compiti, ci organizzammo in colonna e iniziammo a scendere con le armi in pugno.

L'ambiente era molto strano. Ma molto, molto, molto strano. Prima di tutto c'era quasi dappertutto una luce diffusa che proveniva da molte piccole e grandi fonti luminose che erano sparse ovunque: sembravano piante, con foglie o superfici luminose. Ma l'ambiente era evidentemente del tutto artificiale: sebbene quasi sempre coperte da vegetazione di vari tipi, si vedeva benissimo che le pareti che ci circondavano erano metalliche.
Gli spazi che ci si aprivano davanti andavano da piccole stanze intercomunicanti a tunnel, a "radure" od a caverne, molto grandi. Molta vegetazione, un certo ricambio d'aria, terra, rocce: sembrava una via di mezzo fra un ambiente naturale ed un giardino trascurato, oppure una enorme astronave o un palazzo d'acciaio, abbandonati ed invasi da piante ed animali.
Senza dubbio ospitava un ecosistema complesso e funzionante; e non sembrava fosse un ambiente degradato ed in via di estinzione, anzi. Non c'erano gli odori della putrefazione o del chiuso, c'erano piuttosto quelli della vita, del sottobosco, delle caverne abitate da piante ed animali. Il tutto per stranamente "alieno", mai sentito prima. Era un ecosistema che aveva bisogno di aria e di luce, ma che si era sviluppato, o era stato sviluppato totalmente al chiuso ed in luce artificiale. Il che in qualche modo lo rendeva alieno come se fosse un altro pianeta.
Per tre ore non incontrammo che piante, animali, robot e cyborg che ci ignorarono. Cominciai a pensare che la totale mancanza di reazione poteva voler significare che quell'organismo aveva cos proiettato verso l'esterno tutte le sue difese da non aver concepito possibile un attacco dall'interno: come se non avesse alcun "sistema immunitario".
Ci separammo in piccoli gruppi per brevi esplorazioni. Il luogo era fatto di ambienti ristretti, ma in realt, a considerare la superficie di ogni piano, era enorme. I gruppi si allontanavano per poche ore o pochi giorni e poi tornavano riferendo ci che trovavano.
C'era un po'dappertutto un'accozzaglia di meccanismi con uno scopo o apparentemente senza senso, di visori, di video, di piccole e grandi fabbriche totalmente automatizzate, mescolata a parchi, boschetti pi o meno ampii e selvaggi, di giardinetti fini a se stessi, ed anche di campi in cui venivano coltivati fiori, e piante commestibili di tutti i tipi; in questo ambiente circolavano animali, cyborg e robot di tutte le forme. Si ebbero pochi scontri e solo con alcuni animali predatori, fra cui un tipo di orso senza pelo, ad esempio. Questa poi era una caratteristica comune a molti animali; la totale mancanza di peli cio: evidentemente non c'era bisogno di termoregolazione per gli sbalzi di temperatura l dentro.
Cominciammo ad orizzontarci verso il quinto giorno e, fra i diversi gruppi in cui ci eravamo divisi, ci demmo appuntamento in un luogo che doveva essere a circa 15 metri dalla superficie del soffitto.
L arrivati facemmo il punto.
Fuscello Al sole, il Soprano comandante il primo gruppo disse la sua.
- Ho chiesto alla copia di Genietto alcune valutazioni- Avevamo portato con noi una miniaturizzazione del Genietto, senza la sua coscienza ma con le sue stesse capacit di calcolo; avevamo supposto, giustamente, che non saremmo stati in grado di comunicare con l'esterno. Non c'era verso di far uscire o entrare un'onda radio.
- Se, come  probabile, dalle prime rilevazioni fatte da Genietto con i suoi scanner, questo scatolone  profondo oltre 1500 metri, e lo spazio abitabile interno  calcolabile in 300 piani a cinque metri l'uno dall'altro di media; e se ogni piano ha una superficie di 160.000 metri quadrati questo vuol dire che la superficie abitabile di tutto questo coso potrebbe essere di oltre 48 chilometri quadrati!  enorme!
- Servir molto tempo per ispezionarlo tutto... - disse Watt-m-lamela.
- Ispezionarlo? Ma ti rendi conto? Ci potremmo passare una vita intera, qui dentro! - ribatt Fuscello al Sole.
- Ok - dissi - ...allora organizziamoci per passarci una vita intera. Dico sul serio.
Mi guardarono come se fossi matto.
-  meglio vi abituate subito all'idea! - mi veniva da ridere. - Forse non lo faremo, anzi, lo spero, ma sarebbe possibile, sapete?
Erano pi perplessi che mai.
- Guardatevi intorno: questo  un ecosistema perfettamente equilibrato. Strano ma equilibrato. Qui ci si pu veramente passare una vita intera.
Ci volle un po'per spiegare bene il concetto di ecosistema.
- Qui dentro non penetra niente dall'esterno. N aria, n acqua n luce.  probabile che in fondo a tutto questo edificio ci siano delle fonti d'acqua, delle polle, dei giacimenti, forse un intero lago sotterraneo, e che probabilmente l'acqua  l'unica cosa che penetra nel sistema, ma potrebbero anche non esserci. Ma ci deve essere per forza una fonte di energia: secondo me tutto il sistema dello scatolone funziona con l'utilizzo delle differenze di calore che esistono a diverse profondit nelle viscere del pianeta: in teoria basta scavare un pozzo profondo un dato numero di chilometri farci cade l'acqua all'interno di tubi di metalli in grado di resistere ad alte temperature; arrivata al punto giusto l'acqua si surriscalder trasformandosi in vapore e potendo far funzionare una dinamo; del resto non  necessario nemmeno che si giunga a tanto, gi la differenza di calore pu, con opportuni meccanismi produrre elettricit. Ma qualunque sia, deve essere una grossa fonte di energia, per alimentare tutte queste luci, tutti i sistemi di aereazione; e tutto il sistema di riciclo che  necessario a mantenere questo ecosistema isolato dal mondo esterno: aria, acqua, rifiuti organici ed inorganici, tutto entra nel ciclo; questo  un mondo a se stante;  come una astronave o se volete un pianeta. Anzi, meglio, un satellite del pianeta, solo che, stanco di girarci intorno,  atterrato. Vedrete che troveremo molti altri animali e piante. E probabilmente anche uomini.

Ero stato buon profeta. Due giorni dopo fummo attaccati. Oddio, proprio uomini forse non erano. Erano Cyborg: un misto di uomini e macchine, delle forme pi disparate.
Li incontrammo quasi per caso: alla fine di un tunnel ci imbattemmo in un gruppo di bestioni, che assomigliavano ad grossi buoi, ma enormi, tozzi, con zampe quasi piramidali per reggere quel peso e che si muovevano lentissimamente, condotti da cani pastori cyborg che appena ci videro cominciarono a ululare.
Dal fondo della "mandria" accorsero tre umanoidi cyborg, parte metallici e parte di carne: sembravano uomini alti due metri, dalla carnagione simile al cuoio, coperti di placche di cuoio pi spesso in molti punti e di un elmo di metallo; ma al posto delle gambe avevano cingoli; ed erano armati di enormi spade.
Quando ci videro esitarono solo un attimo poi ci attaccarono. Un Waraff, stupito ed immobilizzato dalla vista dei Cyborg umanoidi, fu tagliato in due da una lama lunghissima; al che noi ripresici a nostra volta, eliminammo subito i tre attaccanti concentrando su di loro tutta la potenza di fuoco che avevamo.
Fu orribile vedere come i cingoli continuarono a funzionare per un po'dopo che avevamo distrutto quasi completamente la parte superiore di quegli esseri.
Mentre sezionavamo i cadaveri per capirci qualcosa, fummo attaccati da un fritto misto di figure da incubo: alcuni erano perfettamente antropoidi, con due braccia e due gambe di proporzioni umane, e portavano armature ed armi bianche; solo che le une e le altre non erano indossate o portate ma erano parte integrante del loro corpo, come il carapace degli insetti o il guscio delle tartarughe e le chele dei granchi.
Altri, delle specie di centauri, erano solo busti umani, ma corazzati ed anche loro su cingoli; altri particolarmente orribili erano torsi umani su otto zampe metalliche, dei veri e propri uomini-ragno cyborg. Ma molti erano in "pezzo" singolo per cos dire, del tutto diversi dagli altri e con forme apparentemente senza uno scopo preciso, il che li rendeva particolarmente orribili.
Ma erano troppi. Quindi ci ritirammo combattendo fino a che quell'esercito di mostri umano-meccanici non rallent fino a fermarsi, ad una svolta di uno dei corridoi; poi, continuando a retrocedere, li perdemmo di vista.
Chiamai gli altri gruppi per avvertirli di stare in guardia e di ritirarsi verso il punto di incontro precedente, verso il quale ci avviammo noi stessi.
Tre giorni dopo questo scontro, al rendez vouz del 18 piano facemmo di nuovo il punto. Anche gli altri avevano avuto esperienze simili alle nostre. Eravamo stati attaccati tutti, pi o meno dallo stesso tipo di "pastori" cyborg. Appena ci avevano visti ci avevano attaccati senza esitazione e senza provocazione.
Ma al tempo stesso se ci ritiravamo verso l'alto non ci seguivano, come il loro fosse pi un controllo territoriale a livello di piano che non di tutto lo Scatolone.
- La Regina dev'essere in basso - disse Waassaak, una "strega" Watt-m-laceema.
Non vorrei per che il termine strega vi tragga in inganno: era giovane e bella. Solo che adempiva le funzioni di sciamano e strega nel suo gruppo.
- Che intendi dire? - dissi colpito dalla scelta del termine "Regina".
- Che secondo me qui siamo in un enorme formicaio e dove c' un formicaio c' sempre una Regina.
- Cosa te lo fa dire?
- Ricordi i cyborg che abbiamo combattuto ieri? Quelli fra loro che avevano un volto umano o semiumano, con dei lineamenti riconoscibili, si assomigliavano molto fra di loro: sembravano fratelli; tutti maschi e tutti figli di una stessa madre.
- S, forse  vero. Ma perch una madre e non un padre?
- Il padre non conta nulla - disse sorridendo. Le Watt-m-laceema erano amazzoni matriarcali molto dure!
Sorrisi a mia volta.
- Forse. Insomma tu dici che da qualche parte in questo "formicaio", c' una regina madre che partorisce tutti quei mostri?
Si strinse nelle spalle.
-  solo un'intuizione. Ma...
Mi guard concentrata.
- ...fossi in te mi fiderei delle mie intuizioni.

Decisi che avremmo lavorato su quella intuizione. Fissammo una base stabile a quel piano, organizzandoci per la miglior difesa possibile e per una permanenza lunga.
Occorreva quindi cercare fonti di acqua e di cibo, dato che fino ad allora avevamo usato viveri ed acqua che avevamo portato con noi. Avevamo per fatto qualche esperimento e molto di ci che ci circondava si era rivelato commestibile: almeno la biologia di base di quel posto era di tipo terrestre e compatibile con la nostra fino al punto che potevamo mangiarla. O esserne mangiati, certo...
Trovammo tutto quello che ci serviva.

Ogni piano era un dedalo di gallerie, cunicoli, grotte, di tutte le dimensioni, ma tutto metallico e ricoperto di muschio, licheni, liane, piante vive o morte di tutti i tipi.
In alcune delle grotte pi grandi c'erano mini foreste, e presto trovammo tutto ci che ci serviva.
Il ricambio d'aria era assicurato da qualche meccanismo o serie di meccanismi posti chiss dove perch l'aria non era mai stagnante e spesso anzi si sentivano refoli di vento qua e l.
Per essere un ecosistema artificiale era molto ben progettato e sembrava anche autonomo: probabilmente da qualche parte ci doveva essere un ingresso di aria e di acqua, per rinnovare le scorte, e da qualche altra una uscita di ci che non poteva essere reinserito nel ciclo.
Al piano in cui eravamo c'era molta vita animale ma non c'erano tracce di umani o di cyborg aggressivi. Trovammo molti altri meccanismi del tipo delle botole, un misto di muscoli e di robot. Trovammo ad esempio dei ventilatori, che dovevano far parte del meccanismo di aereazione: le pale erano metalliche ed il perno su cui giravano anche; ma quest'ultimo era alimentato da una specie di "cintura muscolare", un muscolo ad anello, ma non uno sfintere, un vero e proprio muscolo liscio, lungo per un paio di metri, unto di una qualche sostanza che in realt doveva essere al tempo stesso il nutrimento del muscolo scorrente, per chiamarlo cos, ed una sostanza che creava attrito e faceva funzionare le pale. Il muscolo era immerso in un carapace durissimo che non riuscimmo n a scalfire n ad aprire, e che alla fine lasciammo perdere: era una bio-macchina insomma, non pi intelligente di un mollusco, n pi mobile.
Organizzammo diverse altre puntate in tutte le direzioni, servendoci soprattutto di alcuni mini-robot dotati di telecamere e cominciammo a capire come funzionava il tutto. Ad ogni piano, dal 25 in gi, e fino al 60 almeno, c'erano uno o pi gruppi dominanti di esseri senzienti, umani a tutti gli effetti, o cyborg, met umani e met macchine.
Fra gli umani erano riconoscibili alcune delle razze che erano fuori dello Scatolone, ed altre mai viste. Una sicuramente "autoctona", dato che la loro fisiologia era perfettamente adattata all'ambiente e che fuori difficilmente sarebbe sopravvissuta: erano dei "lillipuziani", esseri umani alti 80 centimetri ma perfettamente proporzionati, e vivevano fra le intercapedini di tre dei piani, in corridoi strettissimi dove la temperatura era sempre superiore ai 70 gradi e l'indice di umidit altissimo; la loro era una societ di termiti, in qualche modo: i maschi lottavano fra di loro e solo uno si accoppiava con la regina, morendo subito dopo, ucciso dalla regina stessa; la quale a quel punto cominciava a mangiare spropositatamente ed a modificarsi per altre vie; le si ingrandiva spropositatamente il ventre, che si allungava con tutta la parte bassa del suo corpo fino a tre metri, perdeva l'uso delle gambe che si atrofizzavano e partoriva in continuazione piccoli bambini, lunghi forse 20 centimetri che venivano allattati dalle altre donne. A vederla era particolarmente orribile, fra l'altro, proprio per la sua somiglianza con gli umani nella parte alta del corpo. La Regina dei Lilli, come li battezzammo, cominciava a mangiare subito dopo essersi accoppiata praticamente ed entrava cos in una sorta di stupore catatonico che non le dava modo di fare altro che mangiare. E partorire.
Gli altri Lilli invece conducevano una vita sociale complessa, apparentemente del tutto umana, con un linguaggio, una cultura, ma senza riprodursi. Le femmine potevano allattare i figli della regina, ma non aver figli a loro volta. Inoltre nessuno faceva sesso. L il sesso era esclusivamente riproduttivo, lo facevano solo due membri della colonia, uno moriva e l'altro partoriva, morendo cerebralmente, fra l'altro, dato che mangiava e basta. Quando la regina moriva, le femmine ed i maschi lottavano fra loro per decidere chi l'avrebbe sostituita ed il ciclo ricominciava. Termiti umane a tutti gli effetti. E forse tutto lo scatolone, su scala molto pi grande era qualcosa di simile.

La strega Watt-m-laceema aveva ragione, almeno in parte. Dopo uno scontro con degli altri cyborg portammo via i cadaveri e ne analizzammo il DNA grazie ad un minilaboratorio che avevamo con noi ed alla copia di Genietto che aveva la possibilit di compiere una serie di analisi di questo tipo. I quattro cyborg su cui compimmo l'analisi erano senza dubbio alcuno gemelli identici. Da alcune tracce di un DNA troppo complicato per poterlo analizzare tutto, si poteva anche pensare che tutti i senzienti (ne confrontammo altri quattro corpi di tre razze diverse) di quel luogo fossero parenti strettissimi fra loro, pur essendo fisicamente molto diversi.
C'erano anche esseri umani, ho detto, assolutamente identici all'homo sapiens. Ed una delle trib del 33 piano sembrava anche molto civilizzata. Decidemmo di tentare di entrare in contatto pacifico con loro. Li avevamo scelti anche perch, tramite i robot-telecamera, avevamo studiato la loro lingua e sembrava una variazione della lingua dei Soprani, quindi era relativamente facile da imparare per noi. Fra di loro c'erano anche molti Verdi, con sfumature pi o meno accentuate, anche se nell'insieme i colori della pelle erano estremamente misti (una trib che veramente non avrebbe mai potuto essere razzista! Non sulla base del colore per lo meno). Entrammo cos in contatto con il Clan Del Cerchio, del popolo degli Skoo.
Arrivammo senza troppi scontri fino al 33 piano: ci muovevamo veloci passando al volo attraverso i territori, evitando i combattimenti. Aspettammo ai bordi esterni del territorio degli Skoo, in guardia e pronti a tutto, e mandammo avanti un robot con altoparlanti ed in una "pinza" una penna di un uccello locale che avevamo identificato come simbolo di pace. Gli Skoo appena videro il robot rimasero impressionati ed allarmati ma, alla vista della penna, pur ancor pi stupiti, si rassicurarono. Dall'altoparlante usc la mia voce che chiedeva, pi o meno nella loro lingua, il permesso di entrare nel loro territorio in pace. Ci fu accordato.


Sposare una Dea

Gli Skoo erano un clan di umani di razze molto diverse fra di loro. Il che scoprimmo non era affatto strano, all'interno dello Scatolone. C'erano clan formati da individui dello stesso tipo somatico, della stessa razza, per intendersi; o anche di razze affini. E c'erano molti clan formati da individui di razze diverse, dai blu, ai verdi, ai bianchi, ad evidenti discendenti di sottani e soprani, ed altre razze ancora.
La civilt di base dei clan umani era simile: strutture patriarcali o matriarcali, ma sempre basate su nuclei familiari allargati. Non si nasceva in un clan senza avere molti parenti. La natalit era altissima, i parti plurigemellari la regola ed i parti singoli una eccezione foriera di sventure.
Era una evoluzione alla situazione ambientale. La mortalit infantile infatti era altissima: in parte per le condizioni delle puerpere (dure e severe come quelle di sempre dei popoli senza una civilt adeguata a proteggere il parto) ma anche per i rischi del tipo di vita nello scatolone.
Chi arrivava a superare la soglia dei sei, sette anni aveva buone chance di sopravvivere fino ai 70; ma il 70% dei bambini non ce la faceva.
E gi questa mi sembr una crudelt inutile. Voglio dire che mi venne da pensare che mettere al mondo tante vite per selezionarle con le difficolt esistenziali in modo cos crudele non era cosa ben fatta. E l dentro era sicuramente cosa voluta da qualcuno.
Rispondeva all'ecosistema, un usa-getta-e-ricicla molto accentuato, e gi sapevamo che quell'ecosistema era voluto, programmato. Quindi lo era anche l'alto livello della mortalit perinatale. Se all'origine di tutto c'era una Regina, era una Regina crudele.
La trib era l'unica forma di sopravvivenza del singolo. L'esilio equivaleva alla morte.
Si nutrivano di cacciagione e di raccolta di diversi tipi di frutti che per non coltivavano. Ma da queste forme di raccolta di cibo ricavavano poco. Allora andavano in un altro piano a rubare cibo nei campi dei cyborg, i quali sembravano anche loro parte di un gioco.
I cyborg coltivavano o allevavano quantit di cibo superiori e di molto alle loro necessit. Che poi non commerciavano, che non usavano.
E che stava l proprio per essere rubato dai clan umani. E nel corso dei furti si scatenavano guerre che erano un ulteriore regolatore della popolazione. I cyborg non potevano produrne di meno, probabilmente: erano programmati per creare una tentazione agli umani, che per vivere dovevano rubare quel cibo e rischiare di farsi ammazzare.
Una selezione molto accentuata e crudele.
Frequentammo gli Skoo per un paio di mesi, scambiando informazioni sull'ambiente e sulle nostre storie. Nel gruppo di contatto eravamo in venti, anche se gli altri ci aspettavano non molto distanti, collegati con noi via radio e pronti ad intervenire se fosse stato il caso o se lo avessimo richiesto. Ci adeguammo piano piano alla vita della trib, cercando di essere cortesi, offrendo doni ed aiuto nella caccia, o nei combattimenti contro i cyborg. Chiedemmo ospitalit per un breve periodo, per poterci riposare dalle fatiche del viaggio e dei combattimenti. Dichiarammo di provenire da un piano molto lontano, verso l'alto, da cui i malvagi cyborg ci avevano scacciato. Poteva accadere che un clan fosse cacciato dal suo piano dai cyborg e che quindi dovesse andare a cercare territorio libero in altri piani, con successive guerre ed altri spostamenti di sconfitti. Poteva accadere che due clan, sfibrati dagli scontri finissero per unirsi, ma, ovviamente, sempre fra umani e mai fra cyborg ed umani, anche perch l'unione dei clan implicava lo scambio delle femmine, per mescolare il sangue. E questo era impossibile fra umani e cyborg. Questi ultimi poi erano tendenzialmente cannibali, almeno nei confronti degli umani. Il Clan sosteneva che questa era la prova della loro invida e della loro percezione del fatto di essere uno Scherzo della Grande Madre, posto in quel mondo per mettere alla prova i Suoi Veri Figli. Come gli Skoo, che erano infatti un Clan felice e florido, per la benevolenza della Grande Madre e per il proprio valore, come sottoline Oldaban. A quegli accenni alla Grande Madre ci si rizzarono le orecchie, ma l per l facemmo finta di niente.
La forza del Clan permetteva una ampia ospitalit. Avevano cibo in abbondanza, erano molto numerosi e stavano anzi progettando di cacciare o sottomettere i clan dei due piani sotto, dato che questi ultimi erano ridotti a ben poca cosa: se avessero accettato la mescolanza delle mogli e la cancellazione dei loro simboli totemici dalle pareti del piano, sarebbero stati accolti, altrimenti sarebbero stati cacciati ed il Clan del Cerchio Nero si sarebbe espanso verso il Cuore della Madre. Che era evidentemente il basso dello Scatolone.
Scoprimmo, restando con gli Skoo che, in certi periodi, considerati infausti la natalit era bassa e che solo raramente nascevano bambini. Ma che per integrare quelle perdite, periodicamente la Grande Madre mandava loro i suoi figli prediletti, figli suoi e del Campione dell'Anno, il vincitore dei Tornei degli Sposi.
A quel punto dichiarammo la nostra ignoranza: mi arrampicai sugli specchi e dissi che il nostro clan era stato distrutto in un epico scontro con i cyborg quando noi eravamo tutti molto giovani: avevamo perso il Piano, ma avevamo anche distrutto ben tre clan Cyborg.
Solo che pochi erano i vecchi sopravvissuti e rimasti con noi e noi eravamo cresciuti lontano dai totem e dai racconti dei saggi, passando di piano in piano e... ebbene, s, non conoscevamo la Grande Madre.
Poteva Oldaban istruirci di nuovo sull'antica fede?
Oldaban rimase stupitissimo a quelle parole.
- Ma come  possibile? Voi dunque non adorate la Grande Madre?
- Ma noi non adoriamo nessun dio, Oldaban, siamo ignoranti solo perch nessuno nella foga dei combattimenti ha potuto insegnarci la nostra storia. Sapevamo di essere in torto e che c'era qualcuno da adorare, ma non sappiamo come! Illuminaci, te ne prego!
Lui scosse la testa sorpreso e decise di consultarsi con altri saggi del clan. Alla fine, dopo molte consultazioni si decise a "indottrinarci" ex novo, cosa che gli sembrava semplicemente inconcepibile.
Come si poteva vivere senza adorare ed onorare la Grande Madre?
Cominci a raccontare.
- Nella notte dei tempi, i popoli della Grande Casa della Madre Dea vivevano sparsi all'Esterno, nel Luogo Ove non C' Pace: all'esterno non c' sicurezza, non c' il calore dell'Utero della santa Madre. Ma lei che aveva partorito tutti i viventi ebbe piet degli uomini ed anche dei Cyborg (e questa era prova evidente della sua troppa bont, anche se le vie della Madre Sono Oscure e Lei Solo Sa Cosa  Giusto). Ella decise di accogliere di nuovo dentro il suo Utero, la Grande Casa, tutti coloro che lo desideravano e lo meritavano. Scelse fior da fiore i maschi pi forti e le donne pi belle e li accolse Dentro Di S. Da allora inizi la storia della Felicit e della Lotte Giuste fra i suoi figli. Da allora ogni anno, due volte l'anno i migliori maschi di ogni clan umano combattono fra di loro per diventare gli Sposi della Dea e cos da essere pronti alla chiamata che la Madre far nei momenti in cui le nascite calano. I figli di questi uomini valorosi e della Madre-e-Moglie tornano nei Clan, numerosi, e vengono allevati come futuri guerrieri.
La teologia di tutti i clan umani era pi o meno questa, aggiungendovi riti specifici di ogni trib.
I Cyborg, pare avessero qualcosa di simile, ma la loro era una religione evidentemente falsa: essi esistevano solo per mettere alla prova i veri figli della Madre di Tutti.
- Essi sostengono nella loro malizia di essere loro i figli prediletti della Dea, e sostengono che i loro corpi, met ferro e met carne sono la prova di quanto dicono, dato che la Madre  come loro! E questa  la grande bestemmia che nessun umano pu perdonare ad un cyborg! Per questo li uccidiamo appena li vediamo e loro fanno altrettanto.

Ci mettemmo un po'di tempo a convincere Oldaban ma alla fine ci riuscimmo. Offrimmo molti doni a lui ed alla trib, e ci offrimmo di eliminare del tutto i cyborg dal Piano sopra il suo e di occuparlo in amicizia, se ci avesse messo in contatto con la Dea, se avesse cio permesso ad alcuni di noi di partecipare agli "sposalizi" per quell'anno, cos da poter accogliere anche noi nel nostro Clan i Figli della Madre.
Fece molte obiezioni. Non sapeva di chi fossimo figli noi, da dove venissimo, di quali clan, se non per quello che avevamo detto noi. Che la nostra era evidentemente una storia molto strana e se avevamo perso la memoria della Madre non poteva che essere per sua volont, una punizione per chiss quale crimine commesso dai nostri padri.
Insomma la fece un po'noiosa. Ma fra noi avevamo Azpel, che veniva da un collegio religioso Warraff ed era abituato non solo alle discussioni teologiche, ma anche a ribaltare i punti di vista e le dimostrazioni, come ogni bravo prete. Fu lui a sostenere la discussione "teologica".
Alla fine il capo acconsent, a patto che ci facessimo circoncidere, per essere accettati dalla Trib.
Scelse lui tre di noi, due oltre a me, (un Soprano ed un Sottano) in base alla illuminazione che la Dea gli mand dopo che si fu concentrato in una cerimonia con molto uso di una erba aromatica che probabilmente era marijuana.
Acconsentimmo senza problemi, io poi a maggior ragione dato che ero gi stato circonciso quando ero diventato membro della trib dei Warraff molti anni prima e quindi non ne avevo bisogno.

I Tornei degli Sposi erano a due turni, uno locale ed uno intertribale, di l ad un mese. A livello locale il torneo era molto semplice: incontri di lotta ad eliminazione diretta per dieci "turni" ed i vincitori di ogni turno sarebbero andati all'incontro Intertribale.
Furono due settimane faticose, con incontri di lotta ogni giorno e fu faticoso perfino riuscire a qualificarci. Gli Skoo erano combattenti coraggiosi e dovemmo tutti e tre far ricorso alle nostre migliori abilit per farcela. I miei due amici per superare i combattimenti, io per non uccidere i concorrenti. La fine dei tornei fu seguita da una festa che dur una settimana intera dopo di che ce ne volle un'altra per riprendersi.
Ci recammo infine all'incontro intertribale, sei piani pi sotto. Solo arrivarci vivi era una prova in s.
Qui poi le prove erano diverse, ed anche pi rischiose. Si trattava di combattere con armi vere e proprie ed in condizioni precarie: con bastoni in equilibrio su un cavo teso a dieci metri da terra; duelli con l'arco, da fermi, tipo duello ottocentesco con la pistola; ed altre prove ancora; ci scapparono moltissimi feriti ed anche qualche morto.
Poi alla fine delle prove fisiche e delle due tradizionali settimane di festa e di riposo, fu la volta delle prove "mentali", direi.
Gli sciamani decidevano il tipo di prova a cui il guerriero era sottoposto: sempre diverse; era impossibile prepararsi.
In qualche caso era richiesto l'uso di droghe, che inducevano sogni ed incubi, diversi da persona a persona.
Una prova cos, a base di un allucinogeno capit anche a me. Mi fecero entrare insieme ad altri in una capanna di frasche, dove uno sciamano prepar le tazze per tutti: vers in ognuno una identica porzione di un liquido assolutamente chiaro, inodore e trasparente che sembrava acqua.
Io bevvi la mia tazza, in un paio di sorsate e mi sembr di bere acqua; ed apparentemente non successe niente.
Bevuto che ebbi gli sciamani si alzarono e se ne andarono senza dirmi una parola; io ne rimasi anche un po'sorpreso; mi alzai ed uscii per andare a cercare Watt-m-lamela.
E d'improvviso tutto l'universo intorno a me cominci a vorticare velocissimamente, senza che io ne sentissi disagio alcuno, fino a confondersi in una serie di striscie colorate e confuse che finirono con lo scomparire ed io mi trovai per un attimo sospeso all'interno di un nulla fatto di un cielo azzurro pieno di nuvole bianche, come si pu vedere dai finestrini di un aereo.
E cominciai a precipitare, sempre pi veloce, verso il basso, sentendo l'aria che fischiava attorno a me, come un paracadutista in caduta libera.
Era tutto molto reale! Ed io ero perfettamente cosciente del fatto che su quel pianeta non esistevano paracadute, se non a bordo dei miei elicotteri.
Fui preso dal panico. Poi mi sforzai di razionalizzare. Quello che stava accadendo non era reale, quindi potevo godermelo; inoltre quand'anche fossi morto, sfracellandomi al suolo, sarei (sarei?) stato rigenerato.
Mi calmai.
Precipitavo nel blu chiaro, nel celeste carico, fra banchi di nuvole bianchissime e soffici, velocissimo a braccia spalancate e gambe tese, cambiando posizione, ruotando, con il volto verso il basso oppure verso l'alto.
E pi lo facevo pi mi piaceva!
Il volo, ch di questo si trattava, continu per un tempo infinito.
La percezione del passare del tempo era duplice: ora lentissima, secondo dopo secondo, decimo di secondo dopo decimo di secondo e tutti percepiti in ogni singola frazione; ora, ma quasi in contemporanea, come su due livelli paralleli, veloce e continua, percezione di un tempo infinitamente lungo e tale da un tempo infinito, eterno.
Finalmente vidi sotto di me (o davanti a me?) una parete verticale (od orizzontale? o era la stessa cosa?) di acqua azzurra.
Un oceano infinito.
Non mi spaventai, mi misi in posizione tale da offrire il minor impatto possibile e penetrai velocissimo nell'acqua.
Tutt'intorno a me all'inizio bollicine d'aria che avevo portato con me, poi pi nulla e solo acqua blu cobalto e blu di Prussia; ed io sempre pi veloce: l'acqua non faceva resistenza intorno a me.
Finch non sbucai di nuovo nell'aria, come se stessi uscendo da un soffitto di acqua, un oceano sospeso nel nulla con tanto cielo sotto!
Continu cos, aria e acqua alternantisi per nove volte.
Dalla terza volta in poi lo stato in cui mi trovavo non pu essere che definito che come un ininterrotto orgasmo!
Era la droga pi potente che avessi mai provato o di cui avessi mai sentito parlare! All'impatto della ennesima superficie d'acqua, anni ed anni, millenni anzi, che dico, eoni interi, dopo l'inizio di tutta quella faccenda, mi ritrovai in piedi e barcollante.
Bagnato. Ma di acqua o di sudore?
Mi guardai intorno ed ero a pochi metri dalla tazza in cui avevo bevuto. Dovevano essere passati pochi secondi che erano stati lunghi una eternit.
La prima cosa che desiderai fu di ritornare in quello stato. Tornai sui miei passi e leccai avidamente le poche gocce che erano rimaste nella tazza, ma non mi fecero nessun effetto. Cercai gli sciamani, li vidi e li raggiunsi. Chiesi loro altro liquido, subito! Non mi rendevo conto che ero gi un drogato. Una dose era bastata a rendermi un tossico per il resto della mia vita. Alzai la voce, straparlai, ma evidentemente il fenomeno era atteso: la prova non era la droga, era il farne a meno!
Fui catturato da alcune guardie ed immobilizzato. Ci misi dodici giorni per uscire dalla crisi d'astinenza.

Alla fine uno sciamano venne e sedutomisi vicino mi disse:
- So quanto  stata dura, ci sono passato anche io ai miei tempi. Il fatto che sei sopravvissuto dimostra gi che sei in grado di andare oltre. Sono in molti quelli che muoiono o che rinunciano. Quello che hai provato  una parte del piacere che ti dar la Dea. Ma devi comprendere che quando la Dea avr finito con te, tu avrai finito con lei, per sempre e dovrai lasciarla. A te rester solo il ricordo.
- Va bene. Accetter il rischio.
- Non hai ancora finito le tue prove. Hai bevuto una tazza di Amore della Dea. Ora, se vuoi andare oltre, devi berne anche una del Suo Odio.
- Che intendi dire?
- Solo quello che ho detto: ci che hai provato era un saggio dell'Amore della Dea; se vuoi incontrare di nuovo il suo amore devi prima avere, e sopportare, un saggio del Suo Odio; ci che hai vissuto come piacere lo rivivrai come odio e dolore. Sei disposto a farlo?
Non avevo in realt alternative. Pensai solo un secondo a quei cieli e a quelle acque e dissi di s.
Il giorno dopo bevvi la tazza dell'Odio.

Ma di questo non posso e non voglio parlare; e non credo che potr o vorr farlo mai. L'unico vantaggio dell'Odio era che non c'era crisi di astinenza da superare. Ma altro, beh, s...

Quando mi fui ripreso, partii con gli altri che ce l'avevano fatta. Ma dei miei ero il solo. Watt-m-lamela e Senzasangue, non avevano avuto il coraggio di provare l'Odio. Non gli potevo dare torto. Io stesso l'avevo fatto in fondo solo perch sapevo che potevo sempre morire e rinascere ma, forse, se avessi potuto sarei tornato indietro.
Ormai tanto valeva andare avanti.
Portando innanzi a noi una piuma rossa su un bastone scendemmo per altri otto piani, senza che nessuno ci attaccasse o ci disturbasse.
I piani che stavamo attraversando erano evidentemente pi "civili", pi controllati.
Sembravano, anzi, in realt erano giardini, ed i clan umani che incontrammo e che ci ospitarono facendoci molte feste ne erano evidentemente i "giardinieri": non c'era violenza l, se non quella casuale ed individuale che poteva accadere fra due persone; ma anche quella doveva essere rara.
Gli umani che incontrammo erano tutti come trasognati, come fossero sotto sedativi. E probabilmente era proprio cos.
Non producevano il cibo che mangiavano. Esso appariva da montacarichi celati in colonne tutte uguali, che si trovavano dappertutto.
Evidentemente la Dea, chiunque o qualunque cosa fosse era intenzionata a non permettere che questi piani venissero danneggiati da incursori di qualunque tipo e non favoriva la nascita di clan guerrieri da quelle parti.
Io mi nutrii del cibo che avevamo portato con noi, usando anche quello degli altri, dato che loro lo scartarono per quello delle colonne. Vidi che presto anche loro assunsero la stessa espressione trasognata dei giardinieri, prova evidente che il cibo conteneva droghe rilassanti. Io volevo restare ben sveglio e teso come una corda d'arco.
Giungemmo al piano dedicato all'incontro con la Dea. Era un'area sacra, con pellegrini e sacerdoti, tutti molto silenziosi e, appunto "trasognati": strafatti di tranquillanti. Ovunque, anche in mezzo ad alcune migliaia di persone, solo un diffuso mormorio.
Il giorno del "matrimonio" con la Dea, tutti noi vincitori fummo fatti entrare nel Tempio Maggiore, col pinnacolo pi grosso che avessi visto in quel mondo.
Genietto (la radio che mi teneva in contatto con lui era cos piccola che la potevo portare con me, come fosse un ornamento) mi diceva di aver rilevato al di sotto del Tempio delle cavit cilindriche, ed una in particolar modo, che occupava almeno 40 dei 300 piani totali del Mondo di Dentro.
Prima di entrare nel tempio Watt-m-lamela, che mi aveva seguito di nascosto, riusc a raggiungermi.
- Gli esploratori confermano. Il plotone di Ramuia  arrivato sotto il cilindro, circa al 250 piano, come da programmi. E proprio l che i collettori di energia provenienti dal centro del pianeta si immettono al centro del Cilindro Principale.
- Nessun dubbio?
- Nessuno plausibile. L'energia  proprio ricavata dai dislivelli di calore fra le diverse profondit del pianeta, come dicevi tu. Abbiamo visto dei veri e propri fiumi, probabilmente formati dalla condensa di tutti i piani superiori e l'inizio di una enorme cascata: l'acqua scende dall'alto, arriva in profondit a temperature altissime, evapora e sale alimentando turbine elettriche di diverso tipo e potenza. Il risultato  un meccanismo di autoalimentazione che durer finch dura il pianeta e finch durano i materiali dei condotti; gi sappiamo che si tratta praticamente di un metallo "vivente" ed autoriparante, incorrodibile, per cui durer in eterno o quasi.
- A meno di"ucciderlo".
- A meno di ucciderlo. Abbiamo gi posizionato le quattro bombe.
- Sono attivate e collegate come avevamo programmato?
Watt-m-lamela sogghign.
- Vai, T Caldo, vai pure tranquillo al tuo "appuntamento al buio".
Sogghignai a mia volta: quell'espressione gliel'avevo detta io, molto tempo prima e c'erano volute ore per riuscire a spiegargliela.
Ma evidentemente aveva capito bene. Quello era decisamente un "appuntamento al buio", molto al buio.
- Non credo che sar poi cos divertente.
- Chi credi di prendere in giro? Lo sai che se ce l'avessi fatta a sopportare quella maledetta bevanda ora sarei al posto tuo.
Ci guardammo, imbarazzati un attimo, poi ci abbracciamo.
- Bene - dissi. - Sai cosa devi fare. Ritiratevi verso il soffitto, per ogni evenienza e fatelo ora.

Entrai nel Tempio, senza rivoltarmi.
Gli Sciamani sedettero in terra, su dei tappeti, davanti a noi, dinanzi a delle porte enormi. Eravamo nudi e coperti di fiori, alcuni truccati, tutti lavati e profumati.
- State per sposare la Dea. - disse uno degli Sciamani. -Voi credete di sapere cosa vi aspetta ma vi sbagliate. Ci che avete provato, nel bene e nel male,  solo una parte del tutto. Se la Dea vi amer, i piaceri che proverete saranno tali che voi ne morirete letteralmente, per rinascere a nuova vita: la vostra anima stessa verr scissa, e distrutta e poi ricreata ad un pi alto livello. Dopo, la vita quotidiana vi apparir per quello che  realmente, una pallida imitazione dei sogni della Dea. Vorrete morire di nuovo, ma non potrete, perch il vostro amore per la dea e per i suoi e vostri figli sar tale che saprete che  vostro dovere continuare a vivere per servirla come Sciamani. Chi vi dice questo parla per esperienza, lo sapete. La Dea mi prese quando ero giovane ed ha riempito la mia vita di un piacere troppo breve ed eterno al tempo stesso. Da allora io vivo per servirla e per aspettare il giorno in cui la morte da lei voluta mi riunir a lei. Sia lode alla Dea Madre!
Rispondemmo tutti in coro con lui.
- Ma se volete, la legge vi d il diritto a ritirarvi. Ora. Ora o mai pi. Avete un minuto per decidervi.
Prese una sottilissima clessidra di cristallo e la gir. La sabbia scorse rapidamente e nessuno si alz per uscire.
Le porte, scorsero ai lati e si spalancarono su un buio fitto e blu. Noi avanzammo, verso il buio; e chi con fretta, chi con calma tutti ci tuffammo in quel nulla blu.
Iniziammo subito a precipitare, ma lentamente, verso un buio blu; non un buio illuminato di luce blu, ma un buio blu, accogliente e caldo.
Nel fluttuare verso il basso retti da non so cosa cominciammo a separarci fra di noi.
- Antigravit! - pensai. Se cos era, pensai, questo poteva voler dire che ero in presenza dei Giocatori: si trattava di una tecnologia troppo avanzata. Solo, se erano i Giocatori che bisogno avevano di usare mezzi cos rozzi di intervento sull'esterno come i missili?

Una voce cominci a risuonare. Una voce di donna, giovane ed allegra, rideva, felice, ci chiamava eccitata.
- Venite, miei nuovi amanti, presto, presto!
Continuammo a fluttuare verso il basso, sempre pi lontani l'uno dall'altro, fino a perderci di vista; e lo spazio intorno a noi si stava illuminando in una girandola di colori, colori puri, come masse di energia pulsanti, bellissimi a vedere.
- Eccoti finalmente, prendimi! Sono tua!
Una immagine prese forma davanti a me: una donna bellissima, giovane, dai lineamenti regolari, dalla pelle bianchissima ed i capelli rossi; leggerissime lentiggini sul viso ai lati del naso, le labbra carnose e rosse e generose. Notai che il suo viso era cangiante, non era fisso, come anche i suoi colori perfino quello della pelle, e capii che cambiava seguendo il mio desiderio, seguendo anche ci che non sapevo di desiderare.
Ora sembrava la mia prima ragazza, quando avevo 17 anni, ora Spiga-di-Grano, ora un volto sconosciuto e bellissimo che riconobbi per quello di mia madre da giovane e poi...
- Vieni, T Caldo, amami...
D'improvviso proprio quando ero al massimo dell'eccitazione e stavo per lasciarmi andare, una voce acuta e stridente, orribile url:
- CHI SEI TU?!?
Era una voce fortissima, mi lacerava i timpani. Fui preso da un vortice, spinto contro una parete metallica, dura e fredda, che urtai con violenza; ed immerso in una luce bianca, fortissima, accecante.
- CHI SEI TU?!?
La parte su cui appoggiavo la schiena divenne istantaneamente rovente e mi ustion. L'aria stessa intorno a me si riemp di orrori: lame puntate contro di me, orribili mostri ripugnanti che mi artigliavano le carni, orrori indicibili sbavanti ed urlanti! Era il pi mostruoso degli incubi fatto realt!
Non riuscivo a parlare n a respirare, quando una lama mi trapass un fianco ed un altra mi cominci a penetrarmi nel costato lentamente, dolorosamente e diretta verso il cuore.
- SE MI UCCIDI MORIRAI ANCHE TU! - riuscii non so come ad urlare.
- CHI SEI TU? PARLA SUBITO O MORRAI SUBITO! - fu la risposta. Ma intanto la lama si era fermata.
- Sono un Immortale come te - riuscii a dire, ansimando - Vengo dall'Esterno del tuo mondo e vi ho portato la morte per tutti, per te ed i tuoi figli. Se muoio, ora e qui, anche tu e tutto il tuo mondo morrete, nel giro di pochi giorni. Bada a te!
L'orrore che mi circondava era come sospeso.
Gli occhi dei mostri mi guardavano tutti con bramosia e preoccupazione al tempo stesso.
L'attenuarsi del dolore, quasi totale e subitaneo, al mio fianco, dove avrebbe dovuto essere una lama ben ficcata nel mio corpo, mi fece pensare che si trattava di un'illusione. Il che mi dette ulteriore slancio e grinta.
- Fai sparire questo orrore, e subito! Non sopporter oltre questo comportamento. Posso morire quando voglio e sar Rigenerato, lo sai, se sei come me. Ma se io morir, nel momento stesso in cui il mio schema elettroencefalografico non sar pi percepito da quattro robot che ho fatto penetrare nel tuo mondo, loro esploderanno e distruggeranno la tua fonte di energia. E se questo accadr tu morrai! Non subito forse ma morrai e con te tutti gli esseri di questo assurdo scatolone!
- MENTI!
I mostri si avvicinarono e la lama nel costato avanz di qualche millimetro.
- Guarda tu stessa, imbecille paranoica!
L'avrei ammazzata con le mie mani se avessi potuto, ero pieno di rabbia e di paura.
- Puoi vedere al 50 piano? Se non hai mezzi tuoi, sintonizzati sulle onde televisive delle loro telecamere. E TOGLI QUESTE LAME, BASTARDA CICCIONA!
Non so perch l'avessi chiamata "cicciona". Capii in quel momento che me ne ero fatto esattamente l'idea di una specie di "regina" delle formiche, o simile a quella dei Lilli, solo pi grande, grassissima, enorme ed adagiata in un letto a fare figli come fosse una macchina.
Funzion, o comunque le lame furono ritratte ed io vidi che non avevo ferite. Erano proprio pura illusione, proiezioni dentro la mia mente, illusioni che facevano male per. D'altra parte le illusioni non lo fanno sempre?
Non ero ancora libero, qualcosa mi tratteneva alla parete.
- DISTRUGGERO QUELLE MACCHINE! - rintron la voce intorno a me. Le aveva viste allora!
- Non puoi. Se sottoposte ad un attacco, non si difenderanno: esploderanno e troncheranno in quattro punti vitali il tuo sistema di rifornimento d'energia. Se qualcuno tenter di manometterle, esploderanno. Se io muoio, esploderanno. Se io glielo ordino, esploderanno.
- RIPARER I CAVI! RIPARER TUTTO IL SISTEMA- la voce cominciava ad avere note di panico.
- Non puoi. Non in tempo per impedire la morte per asfissia di tutte le creature viventi del tuo Mondo. L'aria  riciclata e purificata dalle macchine alimentate con quella energia, la luce viene dalla stessa fonte, la climatizzazione pure. Se mancher l'energia in met dei livelli la temperatura dapprima salir di quaranta gradi e poi scender a meno 20, per fluttuare ed arrivare spesso agli estremi; interi piani ghiacceranno, altri bruceranno; le piante moriranno, le tue serre idroponiche smetteranno di funzionare, tutto l'ecosistema di questa enorme serra che hai creato croller ed in pochi giorni in tutto il Mondo di Dentro ci sar solo il tanfo della putrefazione; presto finir anche quello e solo i batteri anaerobi potranno continuare a vivere qui dentro in questo utero marcito! Ora liberami, o morr di mia volont!
Evidentemente controll minuziosamente quanto avevo detto. Mi liber ed io caddi verso il basso, ma lentamente fino ad arrivare, al buio, in un piano.
Una luce si accese sopra di me, come un occhio di bue teatrale; nel cerchio intorno, nulla.
Poi un altro occhio di bue, un cono di luce dall'alto, all'interno del quale apparve una donna.
Era sempre lei, il viso voglio dire era quello che avevo visto per ultimo; ma serissima stavolta, e vestita con una cappa blu che la cingeva sino al collo, le mani all'interno delle maniche ed i capelli raccolti in una crocchia, il viso bianchissimo e teso.
- Chi sei tu? Da dove vieni?
- Sono T Caldo, guerriero Warraff, Immortale, Pedina del Gioco e Terrestre.

Le dissi rapidamente tutto di me; le dissi perch ero entrato e le feci notare che ero stato vittima di un suo attacco e come me molti miei amici ed alleati; le dissi che questo doveva cessare e che volevo da lei tutte le informazioni che aveva sui Giocatori. Non dissi cosa sarebbe accaduto altrimenti, non serviva dato che comunque ero io ad avere il coltello dalla parte del manico.
Ci volle molto a convincerla, ma alla fine cedette. Era terrestre anche lei, di origine americana. Era anche lei, come avevo ben intuito, una Immortale, solo che non voleva giocare al gioco dei Giocatori e si era chiusa l dentro.
Disse di venire dalla Los Angeles del 2460 d.C. E questo mi sconvolse, perch non me l'aspettavo. Avevo sempre pensato che i Giocatori si situassero nel tempo in una data molto vicina a quella in cui io ero stato prelevato. Invece lei era stata prelevata in un tempo quattro secoli distante dal mio ed a quello che diceva pi di 800 anni prima: questo significava che, se il tempo era scorso normalmente e se io ero ora contemporaneo a "quella" sequenza, io ero oltre 1200 anni lontano dalla mia epoca.
I casi erano due: o i Giocatori dominavano anche i viaggi nel tempo; o io ero stato tenuto sospeso per 1200 anni, e poi "giocato" sul pianeta. Era una sensazione che non sapevo come motivare, ma che era sgradevolissima. Non che avessi mai pensato di tornare facilmente sul mio pianeta, nel mio tempo. Ma sapere che ne ero cos irrimediabilmente lontano, mi sconvolse.
Adriana, questo era il suo nome, aveva avuto una storia simile alla mia. In punto di morte era stata raccolta dai Giocatori, all'et terrestre di oltre 120 anni. Era vecchia e ritrovarsi viva e giovane dentro il computer l'aveva spaventata ed eccitata al tempo stesso.
Era molto bella e uscita sul pianeta era stata, per tutte le sue prime vite, una vittima sessuale di chiunque la incontrasse: quando scoprivano che era una Immortale, la trasformavano sempre in una specie di prostituta sacra o qualcosa del genere, tenendola prigioniera, finch non riusciva a darsi la morte; alla fine anche lei aveva capito come funzionava il Genio, e servendosi delle sue conoscenze del XX secolo era riuscita a farsi costruire il primo nucleo del Mondo di Dentro, come lei aveva chiamato lo Scatolone, che aveva successivamente perfezionato. Per tenere lontani tutti dal suo mondo aveva creato le barriere psichiche esterne veicolate dalla luce, e per essere ben sicura che nessuno sviluppasse mai una civilt tecnologicamente superiore ed in grado di minacciarla di nuovo in un raggio molto ampio intorno al suo Scatolone, aveva creato un sistema automatizzato di rilevazione di onde radio e campi magnetici di origine elettrica ed artificiale; le fonti individuate venivano distrutte automaticamente.
Tutti gli esseri umani di "quel" mondo erano realmente figli suoi: aveva clonato i suoi ovuli molte e molte volte e periodicamente creava nuovi esseri umani con il seme fresco dei vincitori della gara dello sposalizio.
All'inizio era partita da un gruppo di Sottani e di Soprani, pi di 700 anni primi e da allora aveva continuato: tutti gli abitanti umani e cyborg del Mondo di Dentro di oggi erano in linea pi o meno diretta suoi discendenti diretti.
I cyborg erano anche loro suoi figli. Erano un ricordo della sua attivit sulla Terra: lei si occupava di progettare organismi cyborg per tutte le necessit ed aveva continuato.
Odiava il mondo esterno. Era sempre stata una madre, una donna legata alla famiglia e alla casa e dopo aver vissuto diverse vite come vittima sessuale all'esterno, aveva deciso di non avere nessun contatto con l'esterno mai pi. Per questo aveva creato il Dentro: a immagine e somiglianza di un enorme utero, che non si sgravava mai, ma ingrandiva sempre di pi.
- Non potrai ingrandire all'infinito, lo sai.
- Che importa? Finch potr vivr qui, con i miei figli, in pace.
- Lo dovresti aver capito che se i Giocatori ti hanno permesso tutto ci  solo perch li diverti. Per ora.
- Forse. E forse no. Che i Giocatori esistano realmente lo dici tu. Io non li ho mai incontrati.
- A s? E chi ha costruito il Genio? E chi ti ha dato tutto questo?
- Non lo so e non lo voglio sapere. Non voglio nessuno e niente dall'esterno. Prendi i tuoi robot, i tuoi uomini e vattene!
- Me ne andr, con i miei uomini e con i miei robot. Tutti meno quattro.
- Che vuoi dire?
- I quattro Robot-Bomba resteranno dove sono.
Mi guard furiosa e cominci ad ingrandire, a diventare una gigantessa feroce ed orribile. Era evidentemente, frutto di manipolazione della mia coscienza, come tutto l dentro.
- PORTALI VIA TUTTI!
Era molto, molto uterina.
- Calmati e ricorda che se IO muoio, TU muori con me.
Si calm subito.
- Saranno la mia assicurazione e quella delle altre civilt del pianeta. D'oggi in poi la smetterai con i tuoi missili e lascerai che le altre civilt sul pianeta si evolvano come pare a loro. Nessuno ti disturber e verrai lasciata in pace, ma anche tu dovrai fare altrettanto. Non hai pensato che la tua azione  perfettamente congeniale agli scopi dei Giocatori? Non hai pensato che l'unica speranza di capire come stanno realmente le cose e smettere di essere le pedine di questo gioco  sviluppare una forte civilt scientifica stabile e democratica?
Url imbufalita per un po'poi si calm di nuovo.
- Cerca di capire - ripresi. - Ti garantisco che nessuno dei miei alleati, nessuno spinto o motivato da me, entrer mai dentro il tuo Dentro. Sarai lasciata in pace, ma esigo un canale di contatto con te aperto per qualunque emergenza futura. E richiedo tassativamente che tu non interferisca mai pi con l'Esterno. Pena la morte tua e di tutti i tuoi figli, probabilmente. E tu dovrai cominciare daccapo.
- SE TU MORRAI I TUOI ROBOT ESPLODERANNO. - continuava a parlare con una voce minacciosa e tonante.
- Posso modificare questo programma, e lo far appena uscito. Esploderanno solo se attaccati o se io lo ordiner da fuori.
- VATTENE!
- Rispondi - tutto cominci a vorticare intorno a me.
- VA BENE. MA TU ED I TUOI ANDATEVENE E NON TORNATE MAI PI+!
Un vento furioso mi spinse verso l'alto fino a farmi uscire dalle porte, ruzzolando.
- NESSUNO TOCCHI LUI ED I SUOI AMICI! LA DEA NON LO VUOLE NEL SUO MONDO E LO CACCIA FUORI!
Gli astanti restarono muti e spaventati a guardarmi uscire. Nulla del genere era mai accaduto a memoria d'uomo. Uscii dal tempio, mi rivestii, presi le mie armi ed uscii dal villaggio avviandomi verso l'alto.
Dopo due giorni raggiunsi il gruppo che si era fermato ad aspettarmi e due settimane pi tardi arrivammo sul tetto. Dal tetto mandammo segnali alla base e fummo raggiunti da altri alianti. Come eravamo atterrati riuscimmo a ripartire.

Non era finita con Adriana, ne ero sicuro. Ci sarebbero stati altri contatti in futuro e di sicuro sarebbe stato necessario lei tornasse nel Genio per portare altra tecnologia del XXV secolo su Mondo. Ma non era il caso di forzarla. Preferivo averla per alleata, anche se ci sarebbe voluto molto tempo. Era troppo uterina, quella donna...


Suicidio.

Una volta tornati al campo Base, e da l al mio over, mi resi conto che non sapevo pi come procedere. O meglio, appena ritornato ai ritmi normali e calmi della vita di bordo, dopo essermi rilassato ed aver cominciato a fare il punto, mi resi conto che ormai quello che potevo fare lo avevo fatto.
Dato che Adriana non sarebbe pi stata un pericolo, il problema dei limiti allo sviluppo di una civilt tecnologicamente evoluta in quell'area non si sarebbe pi posto. Per lo meno non ad opera sua.
Ero del resto arrivato alla conclusione che la sua fosse stata pi che altro una azione di disturbo, efficace a livello locale. Il ritardo di quattro secoli non poteva essere attribuito tutto a lei, anche se era proprio in quella zona che si stavano sviluppando le prime civilt propriamente industriali di Mondo, non fosse altro perch i suoi missili non andavano oltre il suo orizzonte di 800 chilometri. Ed oltre quell'area non si era comunque evoluta una civilt basata sull'elettricit. Quindi il ritardo era dovuto anche all'intervento diretto di qualcun altro: ma ormai restavano solo i Giocatori.
Che fare ora? Il programma che avevo avviato, o meglio, l'idea di base della creazione di una civilt comune progredita ed equilibrata, pi ci pensavo e pi mi sembrava buona. Pi tempo passava e pi gente vi aderiva, entusiasta per di pi.
Il Cerchio Interno comprendeva ormai alcune centinaia di persone e chiss quante fughe di notizie c'erano. Il che per non mi preoccupava pi di tanto, anzi, era bene che qualche notizia filtrasse, cos da incuriosire la gente e da spingerla a cercare di saperne di pi, anche se faceva parte di aree, gruppi, lontani ed estranei all'idea ed ai miei contatti.
Anche perch era evidente che, in linea di principio, i Giocatori erano in grado di sapere tutto di me e delle mie riunioni segrete, quindi la segretezza non doveva servire per loro quanto piuttosto per eventuali nemici umani, del tipo di Adriana, certo, ma anche di altri potentati che avrebbero mal visto il mio programma quando avessero capito dove poteva portare. Tanto per dire ad elezioni democratiche. Su Mondo ad esempio c'erano non meno di tre grossi imperi transnazionali: uno a base ieratocratica, in cui il potere era tutto in mano ai sacerdoti di una religione di tipo azteco, che occupava Seech, l'isola-continente meridionale; un'altro, su base economica, sul tipo della vecchia Compagnia delle Indie, che si stava organizzando proprio in quegli ultimi anni, in Ommunda, e che cominciava a colonizzare altre piattaforme continentali con i metodi classici del colonialismo europeo dell'ottocento: sparando alla gente coi cannoni e vendendo i suoi prodotti ai superstiti; ed un terzo infine, molto antico, un impero di terre artiche costruito su base dinastica, con pochi e nessun contatto con gli altri paesi, ma con una grossa forza economica per via di alcuni prodotti quali ambra, pellicce, legno, spezie particolarissime ricavate da alcune piante che crescevano solo a bassissime temperature ed altro ancora. E questi tre imperi erano solo una parte delle molte nazioni in cui era diviso Mondo.
Sul pianeta secondo i miei calcoli pi aggiornati abitavano non meno di 40 miliardi di esseri umani, praticamente tre volte l'intera popolazione umana dal primo homo sapiens in gi fino ai tempi miei.
Cominciavo a pensare che il mio progetto di creare una civilt tecnologicamente evoluta per combattere i Giocatori fosse s una possibile chimera, un disperato tentativo con un minimo di chance, ma che comunque avrebbe richiesto molto, ma molto tempo, forse troppo. Occorreva accelerare il tutto. Ma come?
Me ne rimasi a pensarci, chiuso nel mio Utero per un bel po'di tempo. Mi venne in mente ovviamente il paragone con Adriana: anche io mi ero costruito un utero intorno e mi ci ero chiuso dentro. Ma almeno il mio era mobile!
E poi io al mio primo tentativo ero completamente impazzito e rinsavito. Lei era solo impazzita probabilmente. Mi dissi anche che siamo tutti pessimi giudici della paure degli altri: ci sembrano sempre fole e sciocchezze; n pi n meno come le nostre peggiori paure sembrano fole e sciocchezze proprio a coloro che noi disprezziamo.

Ma io lo sapevo quale era la soluzione! Solo che non ci volevo pensare: per un po'volevo fare finta di non saperlo, per abituarmi all'idea. La risposta era nel ju-jitsu: usare la forza dell'avversario contro di lui.

Tentai prima un'altra strada. Avevo bisogno della collaborazione crescente di milioni e milioni di persone; di diffondere progressivamente ma costantemente alcune idee base, quali i diritti umani fondamentali e le idee di democrazia parlamentare e via di questo passo. Solo creando strutture sempre pi ricche di partecipazione umana, potevo creare una civilt di massa che supportasse non solo una crescita scientifica simile a quella terrestre, ma soprattutto che superasse autonomamente quei livelli e potesse arrivare a raggiungere la civilt dei Giocatori. Per fare questo occorreva diffondere idee prima ancora che conoscenze scientifiche e prodotti industriali.
Organizzai, d'accordo con un gruppo ristretto del mio cerchio interno, un gruppo di studio che realizzasse due potenti "motori" di progresso: Massoneria e Partito Comunista. Sulla Terra entrambe le organizzazioni si erano rivelate, nell'arco dei secoli e della loro specifica vita e alla fine dei conti, una ben povera cosa, lontanissime entrambe dagli ideali che le avevano create.
Ma  anche vero che per periodi di tempo ben determinati erano entrambe state un potente motore di progresso e di libert; per lo meno di cambiamento, e se occorreva far cambiare tre imperi ed un intero pianeta, beh, secondo me erano proprio quello che ci voleva.
Prova ne era che in certi periodi gli iscritti all'una erano (o erano stati) anche iscritti all'altro, anche se le regole fondamentali di entrambe le strutture prevedevano fedelt assoluta ed esclusiva. Ma si sa, la fedelt  una merce umana molto rara.
Occorreva ricrearle e ricrearle all'interno di un sistema di contrapposte visioni ideologiche ed economiche della realt: estremo individualismo e lavoro di gruppo, capitalismo sfrenato e comunismo primitivo, condivisione totale ed egocentrismo sfrenato.
Posi il problema all'attenzione di diversi gruppi di lavoro. Procurai a tutti alcuni testi fondamentali della storia di queste due organizzazioni (memorizzate nell'over avevo intere biblioteche) e spiegai il mio punto di vista. Il progetto era: creare l dove gi esisteva una struttura di tipo paleocapitalistica, una forte spinta alla nascita di un capitalismo particolarmente libero e selvaggio.
A moderare questa spinta avremmo fin da prima ancora creato una struttura di tipo massonico, creata e strutturata sulla nostra stessa organizzazione. La "nostra" massoneria avrebbe fatto da stimolo e da controllo del nascente capitalismo, come in parte era accaduto anche sulla Terra: i massoni da un lato spingevano gli imprenditori (e gli imprenditori erano spesso massoni) dall'altro sostenevano le varie "giuste cause", dalle organizzazioni benefiche ai sindacati; i massoni furono un potente motore della nascita e dell'evoluzione delle democrazie occidentali dal settecento a tutto l'ottocento.
Per rafforzare l'imprenditoria capitalistica occorreva creare una struttura bancaria e di comunicazioni molto pi efficiente di quelle esistenti: far passare il sistema bancario dei paesi industriali di Mondo dalle lettere di credito alla trasmissione via telegrafo di grosse somme, e in meno di dieci anni; dalla capacita di gestione finanziaria di un capitale 100 a quella di un capitale 1.000.000, creando le "borse", creando una rete di telecomunicazioni e tutta la struttura di base di una futura societ consumista. Male necessario alla democrazia, il consumismo.
Per bilanciare tutto questo, altrove, forse proprio nell'Impero Dinastico della Zona Polare, creare una civilt fortemente egualitaria, su basi di controllo iper-centralizzato, praticamente comunista, secondo la storia e l'esperienza dell'URSS e della Cina Maoista.
Insomma una rivoluzione capitalistica con la massoneria la dove l'idea pi rivoluzionaria era ridurre il latifondo, ma dove tali idee cominciavano ad avere forte seguito; ed una rivoluzione comunista l dove la locale struttura imperiale gi predisponeva ad uno stato-nazione collettivizzato. Cercando di controllare il tutto da dietro le quinte, per evitare si creassero quelle storture che si sarebbero riproposte probabilmente uguali alla storia che conoscevo.
I miei amici del Cerchio interno, studiata la storia della terra, si appassionarono e nei vari gruppi cominciarono subito a litigare su quale dei due sistemi fosse in realt il migliore. Non faticai molto per a fargli capire che finch non avessimo risolto la questione dei Giocatori, non importava con quale governo ci illudessimo di autogovernarci.
Il progetto and avanti. Fino al punto, dieci mesi dopo, di far partire i primi agenti organizzatori di entrambe le correnti di pensiero.
Solo che a quel punto anche questo era un segnare il passo per me. E soprattutto era un arrivare finalmente al punto cruciale.
Se davvero volevo ridurre i tempi da secoli a decenni ed usare il Genio contro i Giocatori la cosa migliore da fare era studiare tutta una serie di cose da chiedergli in quantit veramente e letteralmente industriale e portarla nel deserto Warraff.
Chiedergli di fornirmi fisicamente e materialmente una civilt industriale evoluta "chiavi in mano". Ad esempio un centinaio di centrali idroelettriche smontate, gi sistemate su camion carichi di carburante e con autobotti al seguito in grado di garantire il trasporto anche a migliaia di chilometri; macchinari per pozzi di petrolio, ma non 2 o venti: 2000, invece.
Centomila telefoni, qualche milione di chilometri di cavi telefonici, centraline; una flotta di aerei, 3000 caterpillar per spianare le strade per le piste, alcuni milioni di tonnellate di prodotti di ferro lavorati, dalle viti ai chiodi alle asce alle lime ai tondini di ferro alle spille da balia.
Insomma la cosa migliore da provare a fare era studiare cosa serviva materialmente per creare quasi dal nulla le basi di una civilt industriale di tipo terrestre del XX secolo (io quella conoscevo) e farsela fisicamente dare dal Genio: i semi, le piante gi sviluppate, i manuali, i trattori ed i concimi di una intera civilt.
C'era solo una piccolissima difficolt. Non era il pensare tutto, il progettare tutto. No. Quello era difficile ma avrebbe richiesto solo un po'di tempo e di lavoro e la collaborazione di alcune centinaia di persone intelligenti e convinte (e quelle ormai le avevo).
No. La difficolt vera era che per poter parlare con il Genio e chiedergli tutto io dovevo semplicemente e banalmente, suicidarmi. Morto, sarei riapparso nella famosa stanza che non vedevo da qualche anno.
Ma sarebbe andata cos? Mica facile dirlo. Era sempre successo che dopo ogni volta che ero morto, ero stato anche rifatto vivere nella stanza di marmo; non c'era un limite prefissato da una formula magica. Ad Assudi-Aman era successo forse venti volte in tutto. A me quattro.
Ma era anche evidente che era una cosa che dipendeva dai Giocatori. Se avessi portato avanti il progetto se ne sarebbero accorti. Se mi fossi suicidato, avendo imparato bene a memoria la lista delle cose (uno scherzetto non da poco se permettete: imparare a memoria la lista di tutto ci che serve per creare una civilt in pi o meno dieci anni!) sarei rivissuto?
E poi: se fosse andata cos ed avessi chiesto tutto, avrei avuto veramente tutto? Ma proprio tutto? Alcuni decine di migliaia di tonnellate di materiali estremamente diversificati? Quanto tempo avrei dovuto restare nella stanza, come "tempo aggiunto"? Un mese? Un anno? Un secolo? Era pi difficile creare un altro over o 100 tonnellate di prodotti di ferro lavorati?
Non solo. Se davvero il Genio mi avesse dato tutto, non sarebbe stata questa la prova del fatto che anche tutto questo progetto megagalattico non era altro che un tentativo inutile? I Giocatori controllavano tutto e prevedevano tutto? E come avrebbero valutato, tutte le mie richieste? E poi: erano "vincolati" anche loro alle loro stesse regole?
Non sapevo cosa pensare. Sapevo solo che l'idea di affrontare la morte per mia scelta, di mia mano, non mi piaceva n tanto n poco. A maggior ragione perch sapevo cosa voleva dire morire.

Avete mai pensato a suicidarvi? In un momento di depressione, di tristezza? Io s. Voglio dire, prima di morire la prima volta. Ci avevo anche scritto sopra una breve storia, ne avevo parlato con gli amici. Ma era solo un abbaiare alla luna. Quando pensiamo di suicidarci, in realt pensiamo quasi sempre a come sarebbe bello vedere tutti (o anche solo qualcuno in particolare) che piangono sulla nostra bara. Tutto l. Avevo anche pensato al mezzo. Una pallottola in testa! Bang. E poi mi ero detto (come tutti) e se resto paralizzato? Eccetera, eccetera. No, io dopo qualche ricerca ero arrivato alla conclusione che il metodo migliore sarebbe stato ingollare un barattolo di sonniferi insieme ad un bel bicchierone di grappa, e appena sentivo il sonno che arrivava, metterci sopra un veleno ad effetto lento, di modo da addormentarmi sicuro di morire, o per i sonniferi, o per l'interazione con l'alcool o per il veleno!
Stavolta il problema nemmeno si poneva. Dovevo solo spegnermi i battiti. Sapevo che potevo farlo: era una delle modifiche che avevo indotto nel mio corpo all'ultima rinascita, e l'avevo pensata soprattutto per evitare torture.

Alla fine varai il programma della lista delle cose da chiedere. Sapendo che a programma fatto, a lista scritta ed imparata a memoria, sarei stato costretto a farlo. Non fosse altro per non sputtanarmi davanti agli Warraff ed a tutti i miei amici del Cerchio Interno, i quali ormai mi consideravano una via di mezzo fra un semidio, un eroe, un grande mago ed un conquistatore.
Credo che i motivi principali per cui partecipavano al Cerchio Interno non fossero tutti molto nobili: delirio di onnipotenza, desiderio di conquista, di eccellere, desiderio di avventure fuori dal normale; ma nell'insieme erano comunque persone oneste, valide, leali, e ne avevo mille prove (e in realt, non lo sapevano, ma erano stracontrollati tutti: fra di loro, da loro stessi e da me con minitelecamere, microspie ed un sacco di altri trucchi e trappole: i traditori veri ed i maniaci del potere si erano rivelati e si rivelavano tuttora nel giro di poco tempo e venivano messi in condizione di non nuocere; beh, fidarsi  bene e quel che ne consegue...)
Fu un programma lungo. Richiese sei mesi di lavoro di oltre 200 persone, che dapprima dovettero, dietro la mia guida, imparare cosa voleva dire una civilt evoluta, poi mettersi a fare una lista delle cose essenziali ed infine verificare queste liste in dibattiti incrociati dei vari gruppi. Liste che alla fine io dovetti imparare a memoria.
Sei mesi di studi di tutti, pi uno personale per verificare di aver imparato bene la lista delle 3.576 cose che servivano e delle relative quantit. Alla fine di quel periodo feci entrare un gruppo ristretto nell'over, spiegai loro come funzionava il 99% dell'over stesso (non i sistemi di autodistruzione comandabili dall'esterno e qualche altra cosuccia, ovviamente...).
Cenai con loro in allegria ed infine salutai tutti un po'emozionato. Non potevo essere sicuro che li avrei rivisti. Uscirono in silenzio.
Io mi presi un goccio di ottima grappa di Chardonnay, monovitigno, mi sdraiai sul letto in camera mia, pensai per un attimo a Spiga di Grano, dicendomi che, se non altro, se fossi morto definitivamente e se un aldil vero e definitivo esisteva, forse l'avrei rivista.
Poi mi spensi.

Quando mi risvegliai, quasi senza soluzione di continuit stavolta, sempre nudo e sempre su quel tavolo di marmo, sentii una voce che non sentivo da anni che diceva.
- Sei in grado di comprendere?
Onestamente, tirai un sospirone di sollievo.


Davanti al Fuoco

Chiesi tutte le 3.576 cose della lista, per tutte le quantit indicate, ed il Genio mi dette tutto.
Chiesi anche una nuova copia del mio over, con qualche piccolo aggiustamento, ed un centinaio di versioni ridotte.
Il tutto richiese solo quattro mesi di tempo aggiuntivo, il che mi lasci veramente basito. Che tipo di tecnologia era quella che in quattro mesi di tempo poteva fornire, devo credere dal nulla, alcuni milioni di tonnellate di prodotti estremamente diversificati? Quali implicazioni energetiche c'erano in una cos massiccia produzione di oggetti? Quali catene di montaggio, quali fabbriche, quale visione della materia, dell'energia e dell'universo? Come potevo mai sperare di sconfiggere una civilt cos evoluta? Per un po'mi prese il panico. Poi, come al solito, decisi di non avere alternative e mi sforzai di non pensarci pi.
Quando fui immesso di nuovo su Mondo vidi di essere al centro della parte pi remota ed isolata del Deserto Viola. Ed intorno a me, per chilometri e chilometri in tutte le direzioni, pile, cataste, montagne di materiali, di prodotti, di oggetti; e tutti predisposti secondo lo schema che avevo indicato, cos da poter trovare qualunque oggetto senza dover faticare.
Alla fine calcolai che la parte materiale della civilt che volevo creare occupava una superficie perfettamente quadrata di 120 chilometri per 120, oltre 14.400 chilometri quadrati tappezzati di oggetti: dalla spilla da balia al transatlantico, si sarebbe potuto dire.
Comunicai via radio il mio arrivo ai miei amici Warraff e quando giunsero a bordo del mio vecchio over facemmo festa. Affidai a loro l'incarico di cominciare ad organizzare la nuova civilt di Mondo e mi trasferii con il mio nuovo over, Utero Terzo, in quella parte del deserto Warraff in cui si trovava la mia vecchia trib. Mi trovavo meglio con loro di quanto non stessi con tutti gli altri popoli del pianeta e mi volevo riposare se possibile un po'prima di riprendere l'organizzazione delle attivit sul pianeta. I mesi passati all'interno della "stanza d'ospedale" erano stati in realt mesi di duro lavoro, anche perch avevo dovuto modificare la lista, man mano che la controllavo, per aggiungere altri oggetti e prodotti.
Partecipai cos per un po'alle cacce alle talpe, agli squali-di-terra, ad altri animali predatori. Partecipai anche ad un paio di spedizioni di guerra contro un clan rivale, anche perch presto quei raid sarebbero finiti, non avrebbero pi avuto n senso n fascino, nel quadro di una civilt completamente diversa; quindi tanto valeva godersi gli ultimi combattimenti con lancia e spada. Occorreva far capire bene a tutti che le lotte fra umani sul pianeta erano controproducenti e dovevano finire.
Mi stavo rilassando e come a volte capita quando si  rilassati, molti pensieri sul proprio passato galleggiano con maggior chiarezza, in una nuova ottica.
Una sera, accampati in un'oasi di roccia, quindi al sicuro dagli squali, mentre cantavamo a turno, calmi e sereni davanti al fuoco, improvvisamente capii chi erano e dove erano i Giocatori. O per lo meno capii che ci ero molto ma molto vicino. Fu la classica illuminazione, dopo la quale ci si chiede come sia mai stato possibile non averlo capito prima.
Era tutto molto logico e semplice. In che cosa consisteva il Gioco? Probabilmente far interagire fra loro umani, mortali, cyborg, tutti i senzienti presenti sul pianeta. Ed assistere.
Che tipo di risultati si aspettavano i Giocatori? Di tutto, e valutavano secondo loro schemi personali, chiss quali.
Ma senza dubbio li avevano, questi schemi, e se non giocavi bene secondo loro, o se non eri interessante, venivi "sottratto" al gioco.
Il jazzista afroamericano era invecchiato e morto per non aver voluto giocare, mentre Adriana, pur sottrattasi alla superficie ed ai suoi rischi, aveva creato un mondo tutto suo, estremamente interessante per i Giocatori. Che l'avevano lasciata fare e probabilmente avrebbero continuato per secoli a lasciarla fare.
E la stessa cosa stava accadendo a me. Avevo perso il conto del numero di anni che ero sul pianeta ma molto probabilmente il gioco che conducevo io doveva essere abbastanza interessante da tenermi in lizza e continuare a fornirmi tutto ci che volevo, fossero anche decine di migliaia di tonnellate di prodotti tecnologicamente evoluti.
Ma loro, i Giocatori, come potevano assistere al Gioco?
Certo le risposte potevano essere molteplici, considerando le enormi possibilit della loro tecnologia; ma io avevo l'impressione che "assistere" al Gioco, essere fisicamente presenti, per loro fosse il modo migliore di parteciparvi. L'unico che avesse senso per dei semidei quali almeno tecnologicamente erano. Non so perch ne fui cos sicuro, era solo intuizione o forse un desiderio proiettivo: volevo che fosse cos, perch se li avessi avuti a portata di mano forse avrei potuto colpirli, obbligarli, catturarli, vendicarmi. Dovevano essere l, sul pianeta.
Chi erano le pedine? Gli esseri umani, sia i mortali che gli Immortali.
E chi assisteva agli scontri fra esseri umani? Per definizione solo altri esseri umani. O i Giocatori.
Dovevano essere ovunque fossero gli umani, che erano onnipresenti sul pianeta. E su Mondo (come sulla Terra) noi umani eravamo letteralmente presenti ovunque, tranne al polo Nord; ma solo noi: l'unica specie onnipresente sul pianeta era quella umana.
Poi d'improvviso mi resi conto che non era cos. Mi vennero in mente gli esquimesi, che nel secolo scorso per lo meno, pur vivendo sul pack ghiacciato, avevano pidocchi e piattole.
Le specie onnipresenti sul pianeta erano, evidentemente, gli esseri umani; ma anche tutti i loro parassiti, a dir poco: i batteri dell'intestino, le piattole ed i pidocchi, se uno li aveva, anche se su Mondo non li avevano in tanti; gli animali domestici. Che erano molti: uccelli, cani.
Ma non i gatti. Avevo notato questa strana assenza tempo prima: c'erano cani e canarini e cardellini; ma non cerano gatti. Felini feroci in abbondanza, comprese le specie estinte sulla terra. Ma felini domestici, no. Niente gatti.
Ma su Mondo dove c'erano umani c'era sempre anche qualcun altro. C'era un'altra specie che era presente quasi ovunque. Una specie, che ora che ci pensavo, non avevo trovato solo in un luogo e che era presente perfino all'interno del Mondo di Dentro. E non era presente, invece, nel Mondo di Sotto nella Foresta Doppia. Dove c'erano troppi serpenti e dove gli umani stavano evidentemente sviluppando capacit di percezione extrasensoriale, sia pure in forme e modi ancora rudimentali.
Quando me ne resi conto fui tentato di verificare immediatamente la mia teoria. Ero eccitatissimo! Volevo smascherarli. Volevo parlarne a tutti, coinvolgere il Cerchio Interno nella scoperta, iniziare a cacciarli e...
Ma mi calmai. Se avevo ragione, era fondamentale mantenere la calma. Prima di tutto non sapevo se fossero telepati. Non lo credevo, non mi sembrava probabile, ma non potevo escluderlo. Quindi meno ci pensavo meglio era.
In secondo luogo, anche ammesso che non fossero telepati, di sicuro erano potenti in un modo inimmaginabile. Potenti e pericolosi. Dovevo stare molto attento a quello che facevo o che dicevo. E a meno gente ne parlavo, meglio era, almeno fino a che non fosse stato il momento.
Rimasi in assoluta solitudine a delineare un programma, senza scrivere nemmeno un foglio, un appunto (e questa fu la cosa pi difficile): doveva restare tutto nella mia testa; se erano telepati era inutile, ma se non lo erano ed io avessi scritto su un foglietto la mia idea o qualcosa che gli facesse capire che avevo capito, probabilmente mi avrebbero spento loro.
Dopo un inizio di confusione capii che dovevo essere veramente sicuro di essere solo. Presi alcune precauzioni generali. Quindi ribaltai la politica di segretezza. Dissi a tutti che dovevamo fare un nuovo ciclo di riunioni e fissai un programma di riunioni speciali a bordo dell'over. Per essere sicuro che nessuno dei Giocatori fosse presente all'interno dell'over, ordinai a computer di bordo, con la scusa di una disinfestazione periodica, la prima di una serie, una disinfestazione generale dell'over da condurre con uno speciale gas a base di cianuro di potassio: qualunque cosa respirasse ossigeno, e secondo me loro (se erano veramente loro...) lo facevano di sicuro, sarebbe rimasta uccisa; per non morire avrebbero dovuto o lasciare l'over o rivelarsi per ci che erano.
Entrambe le ipotesi, morire o rivelarsi, erano inconcepibili; quindi avrebbero lasciato l'over.
Lo fecero infatti, ne notai diversi che uscivano la mattina dell'operazione di pulizia, che fu condotta in uno spiazzo deserto ed arieggiato vicino all'accampamento Warraff, con un vasto pubblico di curiosi e con tutti i miei animali da compagnia, fuori, in gabbia, insieme alle piante pi delicate.
Appena il gas si fu disperso, dissi a tutti i presenti che mi ero ricordato di un evento importante e li lasciai l di sasso, entrando velocemente nell'over. Anche se avevo ragione, comunque potevano avere spie o complici fra gli umani. Solo, dovevo restare solo.
Il Genietto chiuse tutte le aperture e si sollev immediatamente da terra. Raggiunsi, in navigazione ininterrotta il polo Nord, altro luogo dove i Giocatori non potevano essere perch non c'erano esseri umani.
Uscii dall'Over facendo estrarre e depositare l'Hard Core di Piombo spesso due metri e coperto di acciaio che conteneva il mio appartamento privato, le consolle ed i sistemi di sopravvivenza direttamente sul pack.
Ordinai al Genietto di far funzionare il reattore a fusione al massimo, ma secondo uno schema ben preciso, che avevo previsto come mezzo estremo di difesa, e di abbassare tutti gli schermi protettivi del reattore stesso e di avviare cos una sterilizzazione radioattiva a base di radiazioni neutroniche letali ma labili: un "lampo" neutronico, letale ma brevissimo.
Le radiazioni neutroniche inondarono l'over, uccidendo tutti i batteri anaerobi che erano sopravvissuti al gas, tutte le piante delle serre, i semi, le muffe e qualunque altra forma di vita fosse all'interno del vascello (fino a livello di virus o di prioni) e che eventualmente fosse stata la nuova forma assunta dai Giocatori.
Il mio Over era a quel punto il luogo pi sterile del pianeta. I residui delle radiazioni neutroniche erano destinati a svanire rapidissimamente entro tre o quattro giorni. Io comunque ero al riparo nel mio hard-core di piombo.
L'unico dubbio era che qualcosa fosse restato nell'Hard Core. Indossai una tuta speciale ed uscii dall'Hard Core, lasciando ogni feritoia aperta. Fuori facevano 75 gradi sottozero.
Io con quella tuta potevo sopravvivere per otto ore, e qualunque forma di vita avessero assunto che avesse un minimo di temperatura corporea sarebbe morta. Non era altrettanto efficace delle radiazioni neutroniche, ma ci andava molto vicino.
Aspettai tutte e otto le ore, poi rientrai.

Ora, forse, potevo respirare. Intorno a me non esisteva nessuna forma di vita e d'oggi in poi avrei, forse, potuto mantenere quel luogo fuori della portata almeno fisica dei Giocatori. Certo potevano senza dubbio usare delle sonde di qualche tipo per vedere cosa facevo. Ma non essere presenti di persona, cosa che secondo me era il loro vero piacere di partecipazione al gioco. Era una soddisfazione da poco non averli fisicamente attorno, ma si sa, in condizione estreme si impara a contentarsi delle piccole cose.
Tornai nel Deserto. Senza mai uscire da Utero organizzai delle videoconferenze con tutti i miei Capi Team: li feci salire a bordo, uno alla volta, salendo per delle scale di corda che lasciavo penzolare con l'over sospeso da terra, e li riunii in una sala dalla quale mi potevano vedere solo su video e che era l'unica accessibile dall'esterno; se qualcuno dei Giocatori fosse entrato con loro lo avrei visto, ma anche in tal caso, non sarebbero entrati nel resto dell'over.
Dissi loro che ero per il momento impossibilitato per via di un certo contagio a contattarli di persona, ma intanto andassero avanti con i nostri progetti.
Mettemmo altre basi per il cambiamento a breve di tutta la civilt del pianeta, ed ultimammo nuovi piani alla luce di quello che avevo intuito e, forse, scoperto. Senza per informarli di cosa si trattava. Dissi loro di fidarsi di me.
Mettemmo contemporaneamente le basi per la creazione di una serie di nuovi organismi segreti, a cellula, che fossero in grado di evitare i Giocatori, qualcosa di pi efficiente delle nostre Massoneria e Partito. Nessuno dei miei Capi Team sapeva chi erano i Giocatori, non lo avevo detto a nessuno. Quello doveva essere il segreto meglio tutelato del pianeta e dovevo trovare un modo di comunicarglielo senza che i Giocatori sospettassero che io sapevo, o che lo sapessero altri esseri umani.
- Saprete tutto al momento opportuno, fidatevi. - forse mentivo, ma occorreva procedere cos. - Ricordate che il nostro unico obiettivo  e deve essere raggiungere una parit tecnologica con loro, il che sar possibile se solo ricorderemo di essere uniti e di lavorare nell'interesse non di questo o di quel gruppo ma di tutto il genere umano, su questo come su altri pianeti. Non dimenticate che la tecnologia di Adriana  stata tollerata dai Giocatori per 800 anni perch faceva loro comodo e perch li divertiva; quando si accorgeranno di cosa sta accadendo, o meglio, quando si renderanno conto che il nostro progetto (che di sicuro gi conoscono) sta avendo successo, dovr essere troppo tardi. Pensate ai Sottani: hanno sviluppato capacit Psi perch i Giocatori si sono distratti e perch non frequentano il Mondo di Sotto; questo fa il nostro gioco e dimostra che non sono infallibili. Inoltre noi non vogliamo n ucciderli n sopraffarli, vogliamo solo essere padroni del nostro destino. E questo ci da una superiorit morale che non pu non aiutarci a vincere nel lungo periodo. Sono potenti, ma crudeli, quindi a mio parere pi deboli di chi crudele non .
Feci una pausa e li guardai tutti attentamente, quasi uno per uno.
- Non vi posso dire cosa ho scoperto perch non ne sono sicuro, perch non voglio ancora coinvolgervi e perch non voglio vi siano fughe di informazione. Sono sicuro che altri esseri umani hanno intuito il segreto e lo dovrete fare anche voi. Ricordate: se dovesse capitare, se doveste capire quello che ho capito io, non fatene parola a nessuno mai. Dovrete trovare un altro modo per comunicarvelo, cos come forse sto per fare io. Loro non dovranno mai essere sicuri che abbiate capito chi sono. Non parlate mai a nessuno di quanto ci siamo detti qui. Abbiate fede e seguite i miei consigli.

Uscirono in silenzio, perplessi e preoccupati. Nei giorni successivi organizzai anche qualcos'altro. E ci volle tempo, per verificare se funzionava.

Infine preparai una trappola complicatissima all'interno dell'Over, in officina, con le mie mani, per non dare al Genietto un ordine che avrebbe potuto essere ascoltato e mi misi a costruire qualcosa che forse non sarebbe mai sembrato una trappola ad un Giocatore.
O almeno lo speravo. Cos come speravo che il fatto di non essere fisicamente l dentro li stesse esasperando. Non era detto,  chiaro, non potevo esserne sicuro. Mi potevano sicuramente vedere in mille modi, essere "elettronicamente" presenti. Ma speravo che esserlo fisicamente per loro fosse essenziale, per motivazioni psicologiche per cos dire, e che il fatto di essere riuscito a tenerli fuori li stesse infastidendo.
Certo, sempre se ci ero riuscito davvero.
Quando la trappola fu pronta, avvertii Watt-m-lamela che sarei tornato, mi raggiungesse una diecina di chilometri a sud del campo. Atterrai, vidi il mio amico Warraff, feci entrare lui solo, lasciando l'over ad un metro da terra e facendolo salire per una scaletta verticale.
Dopo di lui, per brevissimi incontri, altri, sempre curando che all'interno dell'over non entrasse nessun Giocatore. Certo, sempre se erano loro.
A notte, l'ultimo usc per tornare al campo ed io, atterrato e lasciate aperte le porte dell'Over, mi misi ad aspettare che i Giocatori arrivassero.
Ero sicuro che lo avrebbero fatto: erano troppo curiosi ed era ormai troppo tempo che nessuno di loro metteva piede nella mia nave.
Il sole era sorto da pochi minuti, quando sentii uno squittio.
Due scoiattoli entrarono rincorrendosi e giocando. Nel boschetto dell'oasi, come sempre, ce n'erano molti. I due litigarono giocando per un po', finch uno dei due non fugg all'esterno. L'altro si guard intorno e vide le nocciole che gli avevo gettato. E cominci a mangiarne,
Gli feci pissi-pissi con le dita e lui si diresse verso di me, che ero sdraiato su una sdraio di legno, da giardino, proprio in fronte alla porta.
Mi venne incontro e scivol sulla sottilissima stuoia che avevo messo sopra il pozzetto del dotto di aereazione, avendo svitato la griglia di protezione. Era una trappola che definire rozza era un eufemismo, ma funzion: lo scoiattolo cadde fino in fondo e fin in una scatola di vetro che era messa in modo tale da capovolgersi per il suo stesso peso.
Contemporaneamente premetti un pulsante: scatt un sensore che blocc tutte le uscite dell'Over e lo fece decollare immediatamente, senza che io dovessi dare alcun ordine.
I comandi che avevo predisposto diressero automaticamente l'over al mare pi vicino, lo diressero al largo e lo fecero immergere in acqua, fino a raggiungere il fondo, ad oltre 400 metri di profondit.
Mentre scendevo nella stanza inferiore, dove era collocata la fine del pozzetto di aereazione e la scatola di vetro sentii un rumore ovattato ed entrato vidi dei fumi che svanivano e la scatola di vetro, a terra, distrutta e semifusa.
Lo scoiattolo era sopra una mensola che squittiva spaventato.
Guardai la scatola prendendone in mano i pezzi. E senza guardare altro dissi:
- Non ci provare, lo so che sei stato tu a far esplodere la trappola.
L'animaletto continuava a squittire.
- E puoi anche smetterla di fare finta di essere un animale, lo so che i Giocatori siete voi.
Lui continuava nella sua recita.
- Sai come l'ho capito? - ripresi imperterrito stavolta guardandolo fisso - Siete VOI l'unica altra specie diffusa ovunque sul pianeta, a parte la razza umana ed i suoi parassiti. Ovunque ci siano esseri umani, voi ci siete. Dove gli esseri umani non ci sono, voi non ci siete. E l'unico luogo in cui ci sono esseri umani ma voi no  la Foresta di Sotto, che per un caso evolutivo o per vostro errore o disattenzione o forse per esplicita scelta, non vi piace frequentare per via dei troppi rettili che vi si trovano. E voi non amate i rettili: sono da sempre i predatori naturali degli "scoiattoli" o dei piccoli mammiferi e roditori. Cos come non amate i gatti, per lo stesso motivo. I gatti non sono animali che si facciano controllare da nessuno, nemmeno da voi: sono cacciatori nati e pericolosi, anche da animali domestici. Ora sebbene sicuramente anche voi siate Immortali, essere mangiati non vi deve piacere, giusto? D'altra parte non potevate mica eliminare i rettili dal pianeta (come avete fatto invece con i gatti domestici), n indurli a spavento o ad un rispetto per voi che sarebbe risultato sospetto, giusto? Vi siete limitati a controllare quella zona da lontano.
Lo scoiattolo taceva ora e si puliva le zampe con fare indifferente.
- Solo tu puoi aver distrutto la trappola, qui non ci siamo che tu ed io, e l'hai fatto perch sei stato preso di sorpresa, giusto? Come quella volta che ero immobile e ferito ed avevo fame e mi stavo per mangiare uno di voi. O eri proprio tu?
L'animaletto a quel punto si ferm.
Si drizz ed assunse un altro atteggiamento. Lo so che detto cos sembra ridicolo, ma fu esattamente e letteralmente quello che fece. Improvvisamente non pretendeva pi di essere un animale, ecco tutto.
- S, ero proprio io - disse con una voce sottile.


Sipario

- Come ci sei arrivato?
Il cuore mi batteva a mille! Non sapevo se fosse o meno una vittoria, sapevo solo che quello scoiattolino davanti a me era uno di quegli esseri che aveva creato l'over in cui eravamo, che mi aveva fatto rinascere dalla morte per 5 volte, che era il depositario di una tecnologia talmente al di l delle mie possibilit di comprensione da essere quasi un dio per me. Ma intanto io lo avevo battuto, sia pure per una piccola cosa: intanto almeno si era dovuto rivelare.
- Ho sommato diverse piccole coincidenze - ripresi con voce emozionata. Mi tremavano le gambe per l'eccitazione. - Ad esempio la vostra onnipresenza, il fatto che eravate l'animaletto domestico preferito per tutte le culture del pianeta, il fatto che eravate i beniamini di tutti, che non ho mai visto uno di voi ucciso. Tante, tantissime piccole cose tutte insieme. Era una teoria che reggeva, e pi conoscevo il pianeta, le sue razze ed i suoi problemi, pi tutto aveva un senso. Fin dall'inizio ero convinto che voi dovevate esistere. Dio non lo sapevo, ma voi s. Molte leggende note e meno note di diverse culture di Mondo parlano in un modo o un altro dei Giocatori ed in fondo era pi che probabile che i Giocatori esistessero davvero. Qualcuno doveva aver creato il Genio e qualcuno doveva aver creato o adattato questo pianeta.
- E perch non avrebbe potuto evolversi da solo?
- Impensabile. Questo l'ho capito subito: su questo pianeta ci sono forme di vita simili a quelle terrestri e che di quelle sono evidentemente una evoluzione; ad esempio le grandi talpe del deserto Warraff: derivano indubbiamente dalle talpe terrestri e si sono evolute (o le avete fatte evolvere voi), qui, su questo pianeta; ma gli squali di terra esapodi, no, quelli no. Quindi l'evoluzione su questo pianeta pur seguendo le stesse regole della Terra che probabilmente sono regole universali almeno nella nostra galassia, doveva essere artificiale. Poi anche ammesso che avesse prodotto "naturalmente" gli squali, non poteva aver prodotto contemporaneamente gli esseri umani n tutti gli animali identici a quelli della Terra che sono qui; e per tanti ma non tutti, quindi resta la Terra il pianeta d'origine delle specie qui presenti: l'evoluzione parallela  sempre stato considerato un assurdo scientifico dagli scienziati terrestri.
- Beh, sai, gli scienziati terrestri non  che siano poi eccezionali.
- Quelli veri sanno l'unica cosa che uno scienziato pu e deve sapere.
- Cio?
- Sanno di non sapere ancora tutto quello che c' da sapere.
- Questo  vero. E poi?
- E poi basta. Vi ho scoperto, ecco tutto. Ora tocca a te. Cominciamo. Qual' lo scopo del Gioco?
- Ma davvero credi che risponder alle tue domande?
- Credo di s. Credo che voi dobbiate seguire delle regole, che vi siete posti da voi, certo, ma che per voi sono comunque vincolanti.
- E cio?
- Basta domande, so che puoi uccidermi in mille modi diversi, che puoi probabilmente perfino cancellare in me il ricordo di questo incontro, ma io resto un essere umano con una sua volont, almeno finch non la perdo, per farmaci o torture. Ma allora non sar pi io. E poi io credo che tu voglia rispondermi, non  vero?
Rimase silenzioso per un po'.
Poi si accucci, come si stesse rilassando.
- Che strana razza  la tua, sempre a cercare i perch delle cose e sempre con la folle volont e capacit di ignorare le risposte... Comunque voglio accontentarti. Forse non ci crederai ma il Gioco non  altro che questo: un gioco, un passatempo su scala cosmica per una razza di Immortali. Di veri Immortali, di una razza che ha raggiunto da sola, con le proprie forze, l'immortalit fisica; una cosa che probabilmente la tua specie non riuscir mai a fare.
- Vedremo. Ma cos' che vi diverte in questo gioco?
- Solo la Valutazione delle Probabilit.
- Spiegati meglio.
- Vedi, noi siamo una razza antichissima: la nostra evoluzione  iniziata su un pianeta lontanissimo da qui che non esiste nemmeno pi, da quando  stato distrutto dal nostro sole che diventava una Nova. Ed  iniziata pi di un miliardo di anni fa. Abbiamo raggiunto l'immortalit, sia come specie sia come singoli individui, milioni di anni or sono e siamo passati attraverso varie fasi.
- Siete Immortali ma non invulnerabili, vero? Potete essere uccisi, fisicamente annientati. Per questo vi nascondete.
- S, almeno in teoria  vero. Siamo Immortali nel senso che la vecchiaia non figura fra le nostre cause di morte. E che nel caso estremamente improbabile che il nostro corpo muoia, la nostra essenza, la coscienza, la memoria, ci che siamo nella sostanza, possono essere "recuperate", cos come abbiamo fatto con te ogni volta che sei morto. Ma come potrai capire l'idea di poter essere fisicamente annientati  una cosa per un immortale  inaccettabile: non accade quasi mai. Non a caso il corpo che vedi non  il nostro vero corpo. Lo indossiamo cos come tu indossi una giacca.
- Qual' la vostra forma reale?
-  difficile dirlo. Vedi ognuno di noi  formato da una colonia di milioni di microorganismi ospitata prevalentemente nel cervello di questo corpo. Tu ci chiameresti virus. In effetti i virus del tuo pianeta sono paragonabili ai nostri antenati. Ad un certo punto della nostra evoluzione, noi passammo dall'essere puri e semplici parassiti di cellule pi grosse (che usavamo per riprodurci, proprio come fanno i virus terrestri) ad essere i controllori di quella cellula che occupavamo; quindi dal controllare singole cellule, a controllare gruppi di cellule, poi i singoli organi, ed infine l'intero individuo in cui eravamo entrati.
- Quindi quando l'individuo infettato moriva...
- Noi passavamo semplicemente in un'altro, della stessa specie, quasi sempre prima che morisse e nel corso dell'accoppiamento. Oppure nel predatore che lo uccideva. E quando incontravamo un altro corpo con uno di noi come "ospite" imparammo a non riprodurci, a fonderci invece, mantenendo intatto il nostro corredo genetico ed aumentandolo.
- Non ti seguo...
- Vedi quando un essere evoluto si riproduce, se  bisessuato, riproduce solo il 50% del proprio corredo genetico nei propri discendenti, sia se  maschio sia se  femmina. Se  monosessuato invece, riproduce esattamente il proprio corredo genetico: in un microrganismo unicellulare che si riproduce per scissione, la seconda cellula ha esattamente lo stesso corredo genetico della prima.  solo una copia. Ed i virus, usando i sistemi riproduttivi delle cellule ospiti, riproducono a loro volta sempre se stessi. Ma noi, smettendo di uccidere le cellule ed imparando ad usarle, smettemmo anche di riprodurci. Fu una mutazione in qualche modo: non ci riproducevamo ed aumentavamo di volume; poi imparammo ad arricchire il nostro corredo genetico unendolo a quello di un'altro parassita come noi, creando un individuo unico sempre pi ricco di variazioni genetiche. Quando arrivammo al cervello dei vertebrati pi evoluti del nostro pianeta, in qualche modo ne acquisimmo ricordi, coscienza ed esperienze. Questo acceler la nostra evoluzione. Eravamo ancora mortali, ma usando le risorse dell'organismo ospite imparammo a riparare i nostri corpi. Capisci? Noi non ci riproducevamo, ma ci sommavamo gli uni agli altri; cos ci espandevamo, evitando se possibile di uccidere il nostro ospite. Se alla fine la massa corporea del nostro corpo era eccessiva, l'ospite moriva, e noi con lui. Imparammo quindi a scinderci in due esseri separati.
- Quindi riprendeste a riprodurvi.
- Non nel senso normale. I due individui che derivavano dalla riproduzione non erano n due copie l'uno dell'altro n due copie degli organismi originari, ma due individui completamente diversi, con due corredi genetici completamente diversi. Anche se chiamarli "corredi genetici" non  esatto, dato che noi non usiamo il nostro DNA per la riproduzione. Arrivammo rapidamente all'autocoscienza ed a creare una serie di civilt superiori, partendo da civilt inferiori di altre specie.
- Restate dei parassiti! A livello cosmico, ma sempre parassiti!
- Quanto sei sciocco. Lo saremmo se non fosse vero che tutte le specie viventi della Galassia esistono solo per fornire a noi un supporto per esprimerci e per spostarci. Noi siamo la specie pi evoluta della Galassia, che si pu adattare a tutte, l'unica immortale, a quanto abbiamo visto finora. Questa galassia  nata solo per dare origine alla nostra specie.
- Un'ottica decisamente di parte, direi.
- Come quella di tutti i predatori, compresa la tua specie: non pensi forse che buoi e lattuga esistano solo per te? E del resto queste non sono due forme di vita che la vostra specie ha selezionato appositamente per la propria nutrizione, fra le tante? Cosa facciamo di tanto strano, noi? Oltretutto noi siamo riusciti anche a vincere le trappole dell'immortalit.
- Che intendi dire?
- In realt qualunque specie cosciente potrebbe diventare immortale, sul piano fisico, sviluppano una tecnologia adeguata, in teoria anche la tua potrebbe; ma poi l'individuo deve affrontare i problemi psicologici per cos dire connessi all'immortalit. Problemi come l'accumularsi della memoria di migliaia di millenni di eventi, che alla fine  insopportabile e genera confusione; per non parlare della noia della incredibile ripetitivit della vita e dello spazio-tempo, dato che a vivere abbastanza a lungo da conoscerlo per come  veramente, l'universo  lo stesso ovunque e tutto accade seguendo leggi che sono sempre le stesse, ripetitive, uguali a se stesse fino al ridicolo; ed infine occorre affrontare anche la paura dell'Entropia, il fatto che tutta l'energia di questo universo  destinata comunque a finire, quindi noi stessi siamo destinati a finire quando, con la scomparsa della materia, scomparir il tempo e noi con lui.
- Quindi non siete veramente Immortali?
- Non sotto questa forma che  solo quella di un abito, come ti ho gi detto, una delle tante che abbiamo assunto finora. N sotto quella originale, che del resto non ha molta importanza. Sappiamo che cambieremo ancora e molto prima della Fine del Tempo: lo abbiamo gi previsto, anche se non lo abbiamo ancora compreso a fondo. Sappiamo che qualcosa accadr, ma non sappiamo ancora bene cosa. Conosciamo in qualche modo il futuro; esso, per grandi linee  necessitato: la sequenza dei grandi eventi  in rapporto di causa ed effetto inevitabili; il che ci crea... disagio. Preferiamo non pensarci, non in questa fase. Ma per i microeventi, come la vita di un singolo essere vivente o di un intero pianeta, il Gioco delle Probabilit  praticamente infinito, ed infinitamente influenzabile, soprattutto per un essere senziente, come noi o in misura minore anche voi umani; e molte altre specie. E a noi piace calcolarle queste probabilit. E scommetterci sopra.
- Voi scommettete sulle probabilit che io faccia o non faccia una cosa?
- Certo. Scommettere  una traduzione inadeguata, naturalmente, ma rende bene l'idea. Pi esattamente scommettiamo sulla probabilit che un dato evento si realizzi, "fissata" dagli "allibratori", se li vuoi chiamare cos, sia esatta o meno; che l'evento cio si verifichi o meno, considerando le tue chances di riuscire ad ottenere ci che vuoi e la maggiore o minore capacit delle varie squadre di influenzarti.
- Squadre? Squadre che giocano per influenzare me?
- Si. Ci sono delle squadre di "scoiattoli", come ci chiami tu, che cercano di influenzare gli eventi, secondo la regola del Minimo Sforzo.
- Non capisco.
-  semplice. Sarebbe troppo facile intervenire con macro-eventi. Ad esempio, ricordi quando sei stato abbattuto dal missile di Adriana? Beh c'era una grossa scommessa sul fatto se lei ci sarebbe riuscita o meno. Ma ce n'era una ancora pi grossa sul fatto se tu saresti riuscito a sopravvivere o meno. Ed i Giocatori sono quelli che cercano di influenzare questo o quell'evento intervenendo s, ma il Minimo Possibile. E minore  l'intervento, cio meno sono le azioni e di minor importanza, e pi alto  il merito. Ad esempio impedire che tu morissi fermando intenzionalmente il missile in volo, con un atto voluto ed una azione diretta, sarebbe stato grossolano. Riuscire a deviare quel missile perch gli si era spostato di pochi millimetri prima della partenza un alettone, per colpa di un insetto che ne ha danneggiato i comandi, e questo  accaduto perch si era previsto molti giorni prima che quello (e non un altro) era il missile che ti avrebbe colpito... Capisci? Non farti morire spostando uno scarafaggio venti giorni prima che il missile partisse!  stata un'azione da maestro! Ed  esattamente ci che ho fatto io: in quell'occasione, ti ho salvato la vita. Tu sei la mia pedina preferita, ho vinto molte "scommesse" con te.
- Ma quella volta io sono precipitato e non sono morto per puro caso!
- Ma no! Se il missile che io ho danneggiato con lo scarafaggio avesse volato secondo la traiettoria che era stata programmata, il danno per te sarebbe stato maggiore: saresti morto in volo, completamente disintegrato, con l'elicottero colpito nel pieno della carlinga e non su un rotore dell'elicottero. Sopravvivere alla caduta, con tutte le modifiche che avevi fatto apportare al tuo corpo, era quasi certo. Sopravvivere all'esplosione, no. A meno che un certo scarafaggio non spostasse di un paio di centimetri un certo alettone di un certo missile...
- Quindi sono sopravvissuto grazie a te?
- Certo. "Anche" grazie a me.
- E siete intervenuti molte altre volte?
- Certo. Infinite. E sempre per micro-interventi. Considera, se ti pu far piacere, che cos come io ed altri intervenivamo a tuo favore, altri intervenivano, sempre con micro-interventi, per far fallire i tuoi progetti, o per ucciderti. Farti violentare alla tua prima resurrezione ad esempio  stata una operazione molto riuscita. Eppure molto dipende dalla pedina: pensa, se avessi ucciso la tigre dai denti a sciabola con met caricatore dell'Uzi, non sarebbe accaduto.
- Ma non  possibile! Stai dicendo che se io avessi usato meno pallottole per uccidere la tigre non sarei stato violentato? Ma come  possibile? L'ho cambiato varie volte, quel caricatore, nel corso di quei giorni.
- Cosa ne vuoi capire tu? Pensi che potresti spiegare un tubo catodico ad un aborigeno australiano del 2000 avanti cristo? Ma se non sai nemmeno tu come funziona un tubo catodico! Eppure pensa che questo sarebbe molto pi facile che spiegare a te perch se tu avessi avuto sei pallottole di pi nel caricatore, dieci giorni prima, non saresti stato violentato dieci giorni dopo. Fidati. E ringraziami. Avrebbe potuto essere molto peggio.
- Cos'hai fatto per risparmiarmi il peggio? E cosa sarebbe stato peggio di quello che mi  successo? - chiesi amareggiato ed incredulo.
- Beh, se quell'uomo ti avesse lasciato in vita, prigioniero, e ti avesse violentato ripetutamente per i successivi 30 giorni? E con lui, gli altri? Non sarebbe stato peggio? E ricordi il taglio che ti sei fatto alla mano il secondo giorno? Con quei rovi?
- No.
- Beh,  stato quello che ti ha salvato. E sono sempre stato io. Saresti un ingrato se non mi fossi grato!
Lo guardai fisso, in una tempesta di impressioni contraddittorie.
- Non credo a nulla di ci che mi stai dicendo.
Squitt e sembr una risatina.
- E cosa importa il fatto che tu non ci creda?
- Ti ho catturato, per.
- Ma no!
- Come no?
-  che ho esagerato io. Ho scommesso che la cristallizzazione di probabilit che prevedeva che tu scoprissi tutto, e che riuscissi a catturarmi era probabile s, ma che sarebbe bastato spostare un certo microevento a dieci giorni prima del tuo arrivo per ottenere almeno che la cattura non scattasse. Tutti dicevano che occorrevano due microeventi ed almeno tre mesi prima. E non ho saputo resistere: mi sono montato la testa, ultimamente. Ho perso io, non hai vinto tu.
- Voi sapevate che io volevo catturare uno di voi? - ero sbalordito.
- Non per certo, naturalmente. Ma con un altissimo grado di probabilit.
- Ed hai rischiato di essere catturato e di morire per scommessa?
- No. Ho rischiato di essere catturato. Non di morire. Tu non puoi uccidermi.
- Ne sei sicuro?
Mi guard fisso negli occhi. Tacque a lungo. E per non dargli dati, tacqui a lungo anche io, immobile.
Alla fine riprese.
- C' qualcosa in effetti... cos'hai fatto?
- Ho fatto molto.
- mmh... s, ricordo nell'ultimo over hai aggiunto... ma non  possibile!?
- Cosa non  possibile?
Stava pensando, forse ricostruendo il significato di fatti che conosceva ma che non erano collegati fra di loro.
- ...hai aggiunto diverse tonnellate di Apilex al rivestimento dell'hard-core, questo in cui siamo, per non farti catturare vivo o per distruggere dall'esterno la sala comandi in caso di cattura, ma questo lo sapevo gi... ed hai collegato il detonatore... santo cielo, ecco cos'erano le 30 galline che hai fatto salire a bordo tre giorni fa! Hai collegato il detonatore... tramite un circuito miniaturizzato... s, lo vedo... al cervello di tutte ed ognuna di loro ed a te... come fossero un circuito integrato, sempre attivo... e se una sola di loro non percepisce pi il segnale che viene da te, il circuito ne fa partire un altro ed l'Apilex esplode! Quindi se muori tutto qui dentro esploder... ma non puoi usarlo!
- E perch no?
- Ma perch puoi restare in vita cos come sei, con questo corpo; ti lasceremo invecchiare in pace, naturalmente, non siamo cattivi. O anche a continuare il Gioco, se vorrai. Ma se tu ti uccidessi ora, trascinando me nella rovina, noi non ti resusciteremmo! Sarebbe una morte vera e definitiva!
- E allora?
- Ma tu non vuoi morire, gli esseri umani non vogliono morire, quasi mai! Non se sono sani, felici ed in buone condizioni di vita.
- Eppure si suicidano, lo sai.
- Ma se sono pazzi, o per evitare disonore o torture e se sono sicuri che rivivranno in un qualche paradiso. E tu non sei in nessuna di queste condizioni!
- Io sono incazzato nero!
Lo scoiattolo (o l'organismo che era dentro di lui?) tacque guardandomi con gli occhi spalancati, con le vibrisse tremanti.
- Io vi ho odiato fin dal primo giorno, fin da quando ho capito che esistevate!
- Ma a te  piaciuto immensamente vivere su questo pianeta in tutti questi anni! Non puoi negarlo!
- S. Ma odio essere manipolato, odio l'idea che ci sia qualcuno che mi manovra, che mi obbliga a fare qualcosa. Ed odio l'idea che questo qualcuno manipoli una intera umanit.
- M-m-a non puoi dire sul serio. Ti ho detto che sei uno dei Giocatori migliori, potrai vivere infinite avventure su questo pianeta.
Mi sedetti comodo.
- Hai ben chiaro in che condizione sei vero? Se mi uccidi, i sensori di questa stanza non percepiranno pi n il mio battito cardiaco, n le mie onde encefaliche; e rimbalzando da tutte ed ognuna delle galline, faranno esplodere l'Apilex. E tu morrai. Se io ti prendo in mano e tento di ucciderti, per difenderti tu mi dovrai uccidere. E l'over esploder. Non puoi farmi svenire per farti venire a prendere dai tuoi amichetti, perch ho iper-regolato i sensori: nel sonno o nell'incoscienza sia le onde encefaliche sia i battiti del cuore si alterano; i sensori lo percepiranno e allora: boom-boom. Forse puoi teleportarti via, ma ho notato che le immissioni all'esterno del Genio erano sempre in luoghi aperti. Correggimi se sbaglio, ma ho come l'impressione che i 400 metri d'acqua che ci sovrastano non faciliteranno l'eventuale teletrasporto, oltre al piombo ed alle 300 tonnellate di metallo e di materiali che ci circondano, naturalmente.
Lo scoiattolo taceva, continuando a guardarmi fisso.
- So cosa stai aspettando: che io ti dica qualcos'altro per trovare una via di uscita. Ma vedi, io ci ho pensato per mesi e mesi, e lontano da voi. A meno che non abbiate barato, intervenendo su di me quando dormivo. Ed io non credo che lo abbiate fatto. Ci volete essere, voi, siete dei presenzialisti, in fondo, giusto? E volete manovrare microeventi, hai detto.
-  cos. Il minimo di rischio implicito nella presenza  ci che ci stimola realmente, e poi alcune azioni vanno compiute di persona, fisicamente.  una delle regole. Cosa hai fatto?
- Ho spiegato tutto a centinaia di persone su dei messaggi speciali: tutto quello che sapevo e tutto quello che si poteva fare per incastrarvi, nascosto "nelle pieghe" dei messaggi che ci passavamo: fra le righe per cos dire, con diversi tipi di codici. Senza spiegare a nessuno n che c'era un messaggio n quale era il codice, ma solo alludendo a qualcosa, sperando che se ne accorgessero. E cinque persone ci sono riuscite e mi hanno risposto con lo stesso sistema.
- Ma come hai fatto?
- Uno dei codici era basato sulla prima lettera di ogni periodo di ogni documento che scrivevo e passavo ad altri, su tutti gli argomenti: si collega alla prima lettera del periodo successivo, e cos via creando un messaggio a catena. Ho ricevuto le risposte nello stesso modo. Ma ho usato anche altri codici.
- Cosa hai organizzato allora?
-  questo il bello. Non lo so.
- Come sarebbe a dire?
- Te l'ho detto: non lo so. Ho detto ad ognuno dei miei partners di trovare un sistema di uccidere te e di incorporarlo in questa "situazione", ma senza dire niente n a me n agli altri. Le trappole scatteranno comunque a meno che io non trasmetta uno speciale messaggio che far s che mi dicano cosa devo fare per disattivare le trappole. Qui ce sono molte di pi di quanto io stesso non sappia.
- Ti ipnotizzer e te lo far trasmettere.
- Non puoi. Ci ho pensato: le onde encefaliche di un essere umano ipnotizzato sono identiche a quelle di un dormiente; appena le mie onde encefaliche assumeranno la regolarit di andamento dell'ipnosi o del sonno, i rilevatori encefalici che tu non sai dove siano determineranno in me un arresto cardiaco. Io morr e boom-boom. Puoi solo torturarmi, ammesso tu ci possa riuscire, ma credo che non ceder. E pensa che non ho la pi pallida idea di cosa abbiano fatto gli altri.
- Ma cosa vuoi?
- Niente di meno del massimo: che abbandoniate il pianeta e lasciate in pace la razza umana.
- E gli Immortali?
- Torneranno mortali come tutti gli altri:  quello che vogliono o hanno voluto tutti gli Immortali che ho incontrato.
Lo scoiattolo riprese:
- Non ti puoi aspettare davvero che questo accada.
- No. Certo. Ma ci non ostante lo pretendiamo. Almeno io e tutti e cinque i miei amici che hanno scoperto il codice. E credo che tutta la razza umana sarebbe d'accordo con me. O no? Tu lo sai forse meglio di me, giusto?
- Guarda che con quello che mi hai detto, ho elaborato nuove ipotesi probabiliste. Pu essere benissimo che una di quelle trappole stia per scattare ora e tu non lo sai! Potremmo morire a minuti! A secondi!
- O ci lasciate liberi, o morrai.  poca cosa, lo so, ma  un primo piccolo colpo. Altri ne verranno.
- Sei pazzo! Io, comunque sopravvivr.
- No, sono solo stanco. E comunque mi basta segnare un punto e dimostrare che non siete infallibili.
- Ma perch fai tutto questo? Non posso credere che le motivazioni che hai addotto siano vere. Tu sai che se sopravvivessi, potresti vivere una infinit di vite felici ed avventurose ed essere di grande aiuto alla tua specie. Noi non abbiamo mai abusato della vita di nessun essere umano: coloro che abbiamo preso erano sempre e tutti in fin di vita: per una malattia, per un incidente, per il decorso naturale degli eventi. Stavano per morire e noi gli abbiamo dato una chance di una nuova vita. Tu stesso eri praticamente gi morto, quando abbiamo prelevato la tua essenza per portarla qui. Se un essere umano Immortale vuole davvero morire, poi, qui su Mondo pu farlo, basta che si rassegni, basta che lo desideri veramente e alla fine morir. Inoltre il tuo programma di creare una civilt che ci tenga testa  affascinante: secondo noi  destinato ad essere sconfitto, ma, te lo posso dire con sincerit,  l'unica cosa che in un qualche modo ha una sia pur minima possibilit di successo. E con te vivo ne avrebbe di pi.
- Se non pu funzionare senza di me, non funzioner mai.
- Ma perch vuoi obbligarmi a fare quello che sto per fare? Comunque vada, a questo punto le implicazioni sono troppe e non riesco pi a seguire le variabili possibili. Moriremo entrambi e per me sar la prima volta! Verr resuscitato, ma a me occorreranno secoli per riprendermi!
- Cos impari...
- Ma tu non rivivrai mai pi, la tua  follia... .... ...
- A casa mia si chiama tigna...


E ora?

Dovevo saperlo che non sarebbe stato facile averla vinta con i Giocatori. Ma quello che accadde proprio non me l'aspettavo.
Non so cosa sia successo su Mondo. Pu essere che sia andata come avevo programmato.  possibile, anzi,  quasi certo. Qualunque cosa mi abbiano fatto, il collegamento fra me e tutti i meccanismi che avevo predisposto "deve" essere cessato ed l'Apilex "deve" essere esploso.
Ma non ne posso essere sicuro. Perch appena ebbi detto quelle ultime parole, mi ritrovai, senza soluzione di continuit, senza nemmeno aver percepito la mia morte, alla guida della mia moto, proprio in quei pochi secondi in cui la macchina mi stava tagliando la strada, davanti a Ponte Garibaldi a Roma, ...quando?
Anni e anni or sono? 1200? Com'era possibile?
Certo, lo so: possono benissimo avermi spento per un secondo o un anno o un secolo. E avermi reimmesso nel mio tempo originale, un secondo, un anno o un secolo dopo. I Giocatori possono evidentemente manipolare il tempo.

Quanto a me, "per la seconda volta" stavo per morire per la prima volta.
Fu questo il pensiero che mi pass per la testa. Non so per quale miracolo mi sono salvato. Credo sia stato per l'esperienza accumulata nei miei anni di vita su Mondo.
In qualche modo quegli anni di esperienza non sono stati cancellati in me, come la memoria; e credo che questo sia stato l'unico errore commesso dai Giocatori.
Ammesso che sia stato un errore, e non invece un voluto scherzo, un crudele scherzo. O un'altra scommessa in una nuova partita del Gioco.
Mi sono ritrovato esattamente nella stessa situazione e nello stesso momento in cui sono stato prelevato la prima volta. E pur essendo passati anni ed anni, io scoprii in quel momento che ricordavo ogni singolo particolare, ogni micro-secondo di quei pochi secondi che precedettero la mia prima morte.
Ho cos scoperto che la prima morte non si scorda mai, anche se sembra il contrario. Non riuscii ad evitare di urtare la macchina: sarebbe stato impossibile, ero apparso a pochi metri da lei.
L'incidente ci fu, ma non fu mortale. Urtai la macchina quasi da fermo, come la prima volta, caddi a terra su un fianco, come allora, ma stavolta, in un gesto disperato, mentre cadevo a terra ed il casco non allacciato volava via lontano, cercai di spingere la testa in avanti, anche di pochi centimetri soltanto, in modo da non battere la tempia sul bordo sporgente del tombino di ferro, ma solo sull'asfalto.
Ci riuscii. Sbattei la testa e svenni. E mi svegliai in una camera d'ospedale, solo che stavolta non c'erano dubbi che si trattasse di una vera camera d'ospedale.
Solo che non era il San Giacomo, ma il Fatebenefratelli. Avevo la testa fasciata, mi sentivo una schifezza, ma ero non solo vivo: ero io, me stesso, con tutti i miei ricordi, nella mia citt, ad anni e anni di esperienza soggettiva da quel momento, ma apparentemente a non pi di poche ore di distanza dal momento in cui tutto era cominciato.

So cosa pensate. Un delirio, un sogno particolarmente complesso, ma solo un sogno.
Io non lo credo.  vero che voi non potete essere nella mia testa per cui non potete capire. Ma la vivezza dei ricordi delle mie esperienze  eccessiva.
Ho letto che nei ricordi dei pazzi, quando loro raccontano delle loro vite, c' la stessa vivezza, la stessa sicurezza che ho io.
Forse una prova oggettiva c'. Non ho pi nessuna delle caratteristiche fisiche nuove che avevo introdotto nel mio corpo: n le capacit mimetiche, n le ossa ultraresistenti, ne le superprestazioni sessuali. Sono esattamente com'ero prima tranne per un particolare: prima di morire la prima volta io avevo tre capsule in bocca, tre denti finti.
Invece oggi ho ancora i denti veri che mi erano riapparsi fin dal primo risveglio. Evidentemente l'automatismo del gioco prevedeva il mantenimento di una "configurazione" fisica standard e questa  stata mantenuta nella mia ultima reincarnazione. Lo so che non  una gran prova. Ma lo  per me.
Non so come spiegarlo. Comunque io so, sento, che  tutto vero. Non lo posso provare, non potr farlo mai, men che meno con tre denti assolutamente normali che non ci dovrebbero essere ma ci sono.
D'altra parte nemmeno me ne importa niente. Resta il fatto che tutta questa esperienza  stata crudele fino all'inverosimile. Perch onestamente, anche io mi sono sopravvalutato. Ho scoperto che mi sono abituato alla semiimmortalit che avevo sul Mondo.
Non voglio tornare a vivere in modo normale, ad aspettare di morire definitivamente. E vorrei tornare l. Ma non so come fare.
Ho anche spesso pensato di essere stato oggetto di un'altra scommessa: ce la far a salvarsi, ora che sa come morr?
Sono ancora in gioco?

FINE


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