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Il Paradiso perduto
di John Milton
nella traduzione di Andrea Maffei.



LIBRO PRIMO

	La primiera dell'uomo inobbedienza
	E della pianta proibita il frutto,
	Frutto al gusto letal, che sulla terra
	La morte e tutti nostri mali addusse,
5 	Oltre l'Eden perduto; infin che piacque
	Ristorarne di nuovo ad Uom pi grande
	E racquistar la fortunata sede,
	Canta, o musa del ciel! Tu che sui gioghi [1]
	Solitarii del Sina e dell'Orebbe
10 	Inspirasti il pastor al seme eletto
	Primamente insegn come dal grembo
	Nacquero del caosse e cielo e terra;
	O se pi di Sin t' caro il clivo,
	Caro il veloce Silo che lambe [2]
15 	L'oracolo di Dio, col t'invoco
	All'animoso mio canto sostegno.
	Ch su timide penne io non intendo
	Spiccarmi a volo dall'aonia cima,
	Ma cose rivelar che mai n verso,
20 	N parole disciolte ancor tentaro.
	E tu, Spirto divin, ch'ai templi tutti
	Preponi un giusto intemerato core,
	Tu che sai, m'ammaestra! Al gran principio
	Tu presente gi fosti, e colle forti
25 	Ale, diffuse sull'immenso abisso,
	Qual palomba covante il fecondasti.
	Schiara quanto  di bujo, alza, sorreggi
	Quanto  d'mile in me; tal ch'io m'adegui
	Del concetto all'altezza, e, la divina
30 	Provvidenza attestando, all'uom mortale
	Giustifichi le vie del Senno eterno.
	Dimmi tu prima (giacch nulla asconde
	N l'abisso, n il cielo agli occhi tuoi)
	Dimmi tu la cagion che i nostri padri,
35 	Cos felici e cari al ciel, divise
	Dal proprio Creatore, e repugnanti
	Fece, per un divieto, alla sua voglia:
	L'unico a lor imposto, a lor signori
	D'ogni cosa terrena! A tanto eccesso
40 	Chi li sedusse? L'infernal serpente.
	Per invidia il maligno e per vendetta
	Eva ingann, la nostra antica madre.
	Cacciato un'alta ambizion lo avea
	Con tutta la ribelle oste del cielo.
45 	Di tal'armi potente amba levarsi
	Sugli angeli suoi pari, e fin l'Eterno
	Agguagliar presumea, pur ch'ei venisse
	Coll'Eterno a contesa: e nel suo cieco
	Divisamento d'atterrarne il soglio,
50 	Suscit fra'celesti un'empia guerra,
	Ed un conflitto temerario e vano.
	Folgorato dall'alto e capovolto
	L'Onnipotenza lo respinse. Ardente,
	Spaventosa caduta! In un perduto
55 	Bratro ei piovve senza fin profondo,
	Ove carco di ceppi adamantini
	Starsi in foco penace il tracotante
	Sfidator dell'Altissimo dovea.
	E gi nove fiate era trascorso
60 	Lo spazio che misura a noi mortali
	La notte e il giorno, ch'ei giacea riverso
	Colla nera sua ciurma in mar di fiamme.
	Vi giacea senza senso e costernato,
	Bench fosse immortal. Ma lo serbava
65 	A corruccio maggior la sua condanna.
	Perocch si sentia da doppia spada
	Trafiggere il pensier: dalle memorie
	Del suo tempo felice, e dalla eterna
	Sua presente miseria. - Attorno ei volge
70 	Le funeste pupille, onde traluce
	L'ineffabile angoscia e la sfidanza
	All'orgoglio ostinato ed al tenace
	Odio commiste. D'un girar di ciglio,
	Quanto pi lungi spaziar pu l'ala
75 	Dell'angelica vista, egli contempla
	Quel tristo, lagrimoso, ampio deserto,
	Carcere orrendo, circonfuso a guisa
	D'una fornace sterminata. Luce
	Quella fiamma non d, ma tal diffonde
80 	Visibil tenebra che scopre al guardo
	(Miserabile aspetto!) desolate
	Lande, affannosa cecit, cui pace
	Mai non consola, n riposo; e tolto
	Ogni varco v' pure alla speranza
85 	Che per tutto pnetra. Ivi tormenti
	Senza termine o sosta; ivi una pioggia
	Stemperata di vampe alimentate
	Da sempre acceso inconsumabil solfo.
	Tal soggiorno prefisse a quei perduti
90 	La severa giustizia e lo ravvolse
	D'una infinita esterior tnebra:
	Cos lungi da Dio, cos remoto
	Dal sidereo splendor, come tre volte
	Dal centro del creato il pi lontano
95 	Polo si scosta.... Oh quanto il nuovo albergo
	Dissimile da quello onde balzaro!
	In quel vortice immersi e raggirati
	Dall'ardente procella i suoi compagni
	L'Arcangelo discerne. Al fianco suo
100 	Contorceasi colui che pi vicino
	Di possanza e d'empiezza in ciel gli stava.
	Colui che dopo lungo ordine d'anni
	Fu noto in Palestina, ed ebbe il nome
	Di Belzeb. Con esso il gran nemico
105 	(Onde Satn fu poi detto nel cielo)
	Ruppe il lungo silenzio, e queste audaci
	Parole incominci: "Se tu pur quegli
	Sei.... (ma quanto scaduto, ed ahi diverso
	Da colui che di pompa e di bellezza
110 	L nei regni felici un d vincea
	Miriadi splendidissime di spirti!)
	Se pur quegli sei tu, che un mutuo patto,
	Un pensiero, un consiglio, una speranza,
	Un cimento medesmo ed uno stesso
115 	Glorioso disegno a me congiunse,
	Come un'alta sventura or ricongiunge
	Nella stessa caduta, in quale abisso
	E da qual loco rovinammo, il vedi!
	Tanto invitto poter quelle infocate
120 	Armi a Lui diero! Ma chi pria conobbe
	Di quell'armi terribili la possa?
	Pur n per esse, n per quanto ancora
	Sappia nel suo disdegno il fortunato
	Vincitor flagellarmi, io non mi pento,
125 	N mi cangio in eterno, ancor che molto
	Trasmutato di fuor. No, quest'immoto
	Spirto cangiarsi non potr, n questa
	Ira sublime, dal sentir commossa
	D'un gran merto oltraggiato, ond'io fui spinto
130 	A cozzar col pi forte, allor che tanti
	Trascinai nel conflitto angeli armati,
	Che sprezzarlo fur osi, e, me seguendo,
	Forza opposero a forza, e in dubbia pugna
	Gli scrollr nel suo cielo altare e trono.
135 	Fummo sconfitti: e che per ci? fiaccati,
	Bench vinti, non siamo. Una indomata
	Voglia, uno studio di vendetta, un astio
	Immortale, ed un cor che mai piegarsi,
	Mai sopporsi non pu, che denno adunque
140 	Altro significar se non che domo,
	Soggiogato io non sono? Oh questo vanto
	Rapir non mi potr n la sua possa,
	N l'ira sua! Curvarmi? ossequioso
	Implorar nella polve un vil perdono?
145 	Non adoro un poter che nella stretta
	Di queste braccia vacill; sarebbe
	Codardia svergognata, assai pi turpe
	Che la nostra caduta. E poi che fermo
	Sta nel destino, che perir non debba
150 	N il vigor degl'Iddii, n la celeste
	Loro sustanza; poi che l'ardua prova
	Fatta in cielo per noi, non che spossarci,
	N'afforz di consiglio e di prudenza,
	Non potrem rinnovar, nella fiducia
155 	Di fortuna migliore, o colla frode
	O colla forza, un'implacabil guerra
	Contro il nostro nemico, or che trionfa
	Della perdita nostra, e regna solo
	Del ciel tiranno?" - L'angelo ribelle,
160 	Cos pur nel dolore insuperbendo,
	Alti detti parlava, e nel segreto
	Animo il cupo disperar premea;
	E l'audace compagno a lui rispose:
	"O prence, o capitan di numerosi
165 	Troni! o tu che guidasti armati in campo
	Sotto l'alto tuo cenno i serafini,
	Petti chiusi al timor, che dell'Eterno
	Fer sulle stelle titubar la possa,
	Sia ch'ei l'abbia dal caso o dal destino
170 	O da innata virt; pur troppo io veggo,
	E maledico l'infelice evento
	Che, battuti, dispersi e in vergognosa
	Fuga cacciati, ne scagli dal cielo,
	E tante schiere poderose involse
175 	Nell'eccidio comun, fin dove ponno
	Perir le nostre deit! Ma stanno
	Invincibili in noi la mente e il core,
	E rinasce il valor, bench distrutta
	Sia la gloria d'un tempo, e il gaudio antico
180 	In dolorosa eternit converso.
	Ma che? Se il vincitor (che forza  pure
	Credere onnipotente; e tal non fosse,
	Trionfati n'avrebbe?) intera in noi
	La potenza lasci, lo spirto intero,
185 	Fu sol, perch duriamo alla pressura
	Di pi gravi tormenti, e la sua rabbia,
	La sua vendetta, straziando, ei pasca;
	Fu sol, perch sepolti in questo inferno
	Ne destina al servaggio, a vili officj
190 	Quai prigioni di guerra, o faticando,
	Come a lui pi talenti, a mezzo il foco,
	O recando agli abissi i suoi messaggi.
	Che pu dunque fruttarci il sentimento
	D'un poter non scemato e d'una essenza
195 	Non peritura? La crudel certezza
	Che termine non han le nostre pene!"
	A cui rapidamente il gran superbo:
	"Caduto cherubino! il fiacco  sempre,
	Tolleri od opri, miserando. Il bene
200 	(Tienti questo per fermo) uscir da noi
	Mai non potr. La nostra unica gioja
	Sta soltanto nel mal, nel male avverso
	Alla potente volont del nostro
	Sempiterno nemico. Ov'egli adunque
205 	Scaturir, previdente, il ben volesse
	Dal nostro mal, solleciti cerchiamo
	Di sviarne l'intento, o pur dal bene
	Facciamgli il male rampollar. Potremo
	Cos talvolta molestarlo, e forse
210 	Stornar, come n'ho speme, i pi profondi
	Consigli suoi dal termine prefisso.
	Ma vedi! il fiero vincitor richiama
	Alle soglie del cielo i suoi ministri
	Di furor, di vendetta; la rovente
215 	Pioggia d'asfalto che su noi versava
	Quando il lago di foco in s ne accolse
	Precipiti dal cielo, alfin s'ammorza;
	E il tuon di strali rubicondi e d'ire
	Formidabili alato, esausta ha forse
220 	La pesante faretra, e cessa omai
	Di mugghiar sull'abisso interminato.
	Su! l'istante cogliam che sazio sdegno
	O superbo disprezzo a noi presenta.
	Vedi quella remota, inospitale,
225 	Arida landa e povera di lume,
	Tranne il poco baglior, che questa vampa
	Livida, paurosa a lei ne manda?
	L tentiamo approdar da questo acceso
	Golfo, l riposarne, ove il riposo
230 	V'abbia un asilo. Le atterrite schiere
	V'ordineremo, e vi terrem consulta
	Come al nostro oppressor novella offesa
	Recar si possa, ristorarci i danni,
	Superar la sventura, e quai conforti
235 	La speranza ne porga, o quale audace
	Ultimo sforzo il disperar consigli."
	Cos Satano a Belzeb la fronte
	Fuor de'vortici eretta e gli occhi in fiamme;
	Mentre lungo protese e galleggianti
240 	Sulla gora infernal l'altre sue membra
	Ne coprian molti jugeri. Conforme
	A quella immane portentosa schiatta
	Che titania o terrigena le antiche
	Fole appellaro, e mosse a Giove assalto;
245 	E forse a Briaro, forse a Tifone
	Che gi l'antro occupava alla vetusta
	Tarso vicino: o pari a quell'orrendo
	Leviatano che la man di Dio
	Cre d'ogni marina orca pi vasto,
250 	Quella gran cete che talor s'addorme
	Sulle spume norvegie, ed al nocchiero
	Di breve legno per lo bujo errante
	Sembra, come si narra, un'isoletta;
	Tal che l'ncora infitta entro le squamme
255 	Dell'immobile mostro ei si ripara
	Dal vento boreal fin che la notte
	Sul mare incombe, e il desiato raggio
	Gli nasconde il mattin. Cos prosteso,
	Cos vasto giacea l'incatenato
260 	Dimn sui flutti dell'ardente lago;
	N mai da quelli rialzato avrebbe
	La cervice abbattuta, ove concesso
	Non lo avesse il Voler che move i cieli.
	Seguitar gli concesse i suoi malvagi
265 	Pensieri, e colpe accumular su colpe,
	Onde cresca in eterno il suo castigo,
	Onde vegga, e ne frema, in lui converso
	Tutto il mal che procaccia, e l'arti inique
	Altro non far che piovere sull'uomo,
270 	Da lui sedotto, la piet, l'amore,
	La clemenza del cielo; e scorno e sdegno,
	E vendetta su lui. - Rizz dall'onde
	La potente persona; e svolte a destra
	Ed a sinistra le conserte fiamme
275 	S'arriccir, si appuntaro e si disgiunsero
	Vorticose, lasciando una voragine
	Spalancata nel mezzo. Allor le late
	Ali spiegando, il bujo aer compresse,
	Che rotto sibil per quello incarco
280 	Inusitato; fin che giunse e stette
	Su la fervida terra, ove un tal nome
	Dar si debba a quel suolo ognor bollente
	D'una solida fiamma, in quella guisa
	Che d'un liquido foco avvampa il lago.
285 	Tali sono al color (se per tremoto
	Svelgasi da Pelro o dal franato
	Fianco di Mongibello un gran macigno)
	Le viscere di solfo, orribil esca
	Dell'incendio intestino, allor che al cielo
290 	Spinte per forza mineral, soccorsa
	Da vnto impetuoso, abbrustolato
	Lasciano il fondo e lurido e fetente
	Di malvagi vapori. Era s fatto
	Il terren che stamparo i maledetti
295 	Pi di Satano; e Belzeb, che l'orma
	Ne seguia pi da presso, immantinente
	Ne lo raggiunse; gloriosi entrambi
	Di quel loro sfuggir per rinnovata
	Intrinseca virt, non per divino
300 	Consentimento, da quel mar di foco.
	"Questa  dunque la plaga, il clima, il suolo,
	(L'Arcangelo proruppe) il seggio  questo
	Che noi dovremmo rimutar col cielo?
	Questa penosa oscurit col lieto
305 	Raggio del ciel? Sia pure! A suo talento
	Giudica il dritto e ne dispon chi regna
	Despota su le stelle. Or sia la stanza
	Che da Dio pi ci scosta a noi pi cara;
	Da Dio, cui la ragion fa pari agli altri,
310 	E la forza sovrano. - Addio, felici
	Campi, soggiorno di perpetua gioja!
	Tenebrosi deserti, or voi salvete!
	Salve, o mondo infernale! E tu, profondo
	Bratro, il nuovo tuo Signor ricevi.
315 	Uno spirto  con lui che non si cangia
	Per loco o per et, giacch lo spirto
	A se stesso  dimora, e pu del cielo
	Farsi un inferno, e dell'inferno un cielo.
	Che monta il dove, se quell'io pur sono,
320 	E qual essere io debbo in sempiterno?
	Tutto intero qual pria, sebben minore
	Di colui che le folgori soltanto
	Fr pi grande di me. Ma qui signori,
	rbitri di noi stessi almen saremo;
325 	Perocch non cre l'Onnipotente
	Questo loco infernale, onde pentito
	Poi ne lo invdi e ne respinga. In tutta
	Sicurt regneremo; una corona
	Degna  d'alti pensieri, ancor che splenda
330 	Su questo abisso di dolori. Oh, meglio
	Re nell'inferno che vassallo in cielo!
	Ma perch lascerem nell'oblioso
	Flutto sommersi e sgominati i nostri
	Fedeli amici che con noi s'unro,
335 	Che con noi rovinr? Qui non vorremo
	Chiamar quei generosi, e porli a parte
	Di questa terra sciagurata? e, giunte
	Le nostre forze, ritentar di novo
	Se v'ha cosa nel cielo o nell'abisso
340 	Che racquistar, che perdere si possa?"
	Cos Satano, e Belzeb rispose:
	"Condottier degli eserciti raggianti,
	Cui pot superar quel braccio solo
	Che frena il ciel, qualora il tuon li scuota
345 	Della tua voce che animar solea
	Nel timor della rotta la cadente
	Loro speranza; la tua voce, o Grande,
	Che segnai di coraggio e di conforto
	Tante volte ascoltr quando pi calda
350 	La battaglia rugga, novello ardire,
	Vita novella prenderan, quantunque
	Giacciano esterrefatti e gemebondi,
	Come noi giacevam, sulle ondeggianti
	Fiamme del lago; n stupir se guardi
355 	Da qual cademmo smisurata altezza!"
	Chiusa ancor non avea la fiera bocca
	Che Stan s'accostava all'arso lito.
	Tiensi un ampio, massiccio e tondo scudo
	D'eterea tempra sulle terga, e pende
360 	Dall'omero superbo il grave disco,
	Pari all'orbe lunar, quando dal poggio
	Di Fiesole o in Val d'Arno il sapiente [3]
	Tosco lo guarda sulla sera armato
	D'astronomiche lenti; e nuove terre,
365 	Nuovi fiumi e montagne il maculato
	Globo gli svela. - La satanic'asta
	(Al cui paraggio il pi sublime abete
	Tolto ai boschi norvegj, onde le navi
	Capitane alberarne, una sottile
370 	Verga sarebbe) n'appuntella i passi
	Per quel limo mal fermi... oh, ben diversi
	Da quei che sul zaffiro in ciel movea!
	Lo travaglia non men l'assiduo vampo
	Del torrido orizzonte, e pur nol cura.
375 	Alfin la spiaggia dell'ardente golfo
	L'Arcangelo afferrata, i suoi sconvolti
	Battaglioni appell; deformi e guaste
	Angeliche sustanze. E qual d'autunno
	Galleggiano affollate in Vallombrosa
380 	Sul cristallo dei rivoli le foglie,
	Ove in arco salenti ameni intrecci
	Fan l'etrusche boscaglie, in questa forma
	Giacean gli spirti ammonticchiati: o come
	Nuotano l'alghe per l'onda disperse
385 	Quando carco Orion di procellosi
	Nembi flagella all'Eritreo le coste.
	All'Eritreo che seppell Busiri
	E i cavalli di Memfi, allor che in fuga
	Volsero minacciosi e furibondi
390 	Gli ospiti di Gessne, e questi in salvo
	Miravano dal lido i fluttuanti
	Cadaveri nemici, e le spezzate
	Rote de'carri sparir nell'abisso.
	Cos prona, gemente e stupefatta
395 	Dell'improvviso mutamento, il lago
	Infernal quella orrenda oste copria.
	Mise un grido Satano, e le caverne
	Ultime dell'inferno udr quel grido:
	"Principi, potentati e battaglieri,
400 	Fiori del ciel gi vostro ed or perduto!
	Pu stupor cos forte i non mortali
	Spirti occupar? Ma forse  questo il loco
	Che scegliete voi stessi, affaticati
	Dalla battaglia, a ristorar di nuovo
405 	L'abbattuto valor? V' caro il sonno
	Quaggi come gi v'era alle beate
	Ombre del cielo? O forse in tal servile
	Atteggiamento d'adorar vi giova
	Colui che trionf? Sommersi or vede
410 	Tra laceri vessilli ed armi infrante,
	Cherbi e Serafini in questo inferno.
	Ma non molto n'andr, che, l'opportuna
	Ora cogliendo, dall'eteree porte
	Rapidi scenderanno i suoi ministri
415 	A calpestarne le fiacche cervici,
	O con nodi di folgori aggruppate
	A conficcarne in questo limo. Uscite
	Di letargo! svegliatevi, o caduti
	Siete in eterno!" - Vergognando udiro
420 	Quegli assopiti la rampogna, e tosto
	Sovra l'ali s'alzr. Cos talvolta
	Colte nel sonno da severo duce
	Le guardie avvezze a vigilar, di terra
	Si levano con onta, e pur mal deste
425 	Ricompongono l'armi e la persona.
	E bench tutto il lor misero stato
	Conoscano i perversi e la puntura
	Sentano d'insoffribili tormenti,
	Pure in novero immenso alla chiamata
430 	Di Satano obbediro. E come il figlio
	D'Amrano ai tempi del protervo Egitto
	Lev su quelle spiagge e lungo il fiume
	La potente sua verga, ed un oscuro
	Nugolo di locuste raggirato
435 	Dal vento occidental, cal sui regni
	Di Faraone, e d'improvvisa notte
	Le contrade abbuj che il Nilo inonda,
	Fur veduti cos quei maledetti
	(Esercito infinito!) sollevarsi
440 	Fra l'alte, basse e circostanti fiamme
	Del convesso infernal, fin che l'antenna
	Del fiero imperador levata in alto,
	Diede il segno alla mossa. Allor gittrsi
	D'un equabile vol sull'indurito
445 	Bitume, e tutto ne fu bruno il campo.
	Moltitudine tal dalla gelata
	Boreale contrada unqua non scese,
	N del Reno e dell'Istro i flutti oppresse,
	Quando si rovesci come una piena
450 	Devastatrice sul meriggio, e corse
	Da Calpe alle remote afriche arene.
	Da ciascuna falange uscr repente
	I duci e i capitani, e s'affrettaro
	Dove il gran condottier ferm le piante.
455 	Divine agli atti ed alle forme e sopra
	La natura dell'uomo, assise un giorno
	Stavano tali Posse e tali auguste
	Dignit su fulgenti eccelsi troni.
	Ma ne'registri di lass ricordo
460 	Di lor pi non si trova. Evulsi e rasi,
	Poi che spiacquero a Dio, ne furo i nomi
	Dal libro della vita, ed altri ancora
	Non ne avea loro imposte il figlio d'Eva.
	Ma quando si gittr (come l'Eterno
465 	Per la prova dell'uomo a lor concesse)
	Sulla terra, e con false arti e menzogne
	Corrompendo del mondo una gran parte,
	Sedussero all'oblio del Creatore
	Le creature, e fr della divina
470 	Non visibile gloria una deforme
	Immagine di bruto, a cui proferti
	Vennero allegri culti e pompe ed oro,
	Allor per varj nomi all'uom fur noti;
	E sotto idoli varj e simulacri,
475 	Ebbero fra'pagani incenso ed ara.
	Dimmi, o musa, quei nomi, e chi fu il primo,
	Chi l'ultimo a destarsi, a trar le membra
	Da quel letto di fiamme, allor che il grido
	Di Stan li fera: chi fur gl'insigni
480 	Emuli a lui di merto a por le piante
	Sulla sabbia deserta ov'ei le pose,
	Mentre lontano e scombujato il volgo
	Degli spirti minori ancor giacea.
	Eran primi color che dall'inferno
485 	Sulla terra migrando, stimolati
	Dal furor della preda, osaro alzarsi,
	Dopo secoli molti, un empio seggio
	Presso al seggio divino, e por gli altari
	Contro gli altari del Signor. Da genti
490 	Lor vicine adorati un tempio stesso
	Con Jova abitr, con quel potente
	Che tuona da Sionne, e siede in trono
	Da serafiche schiere incoronato;
	E fin nel Santuario i loro infami
495 	Tabernacoli han posto; e profanando
	Di rito abominoso il sacro culto
	E le feste solenni, oppor fur osi
	Alla diva sua luce ombre e paure.
	Molocco, orrido re, si mosse il primo. [4]
500 	Piacque il sangue a costui d'umane offerte;
	Piacque il dolor de'miseri parenti,
	Bench fosse coverto e soffocato
	Dai timpani sonori il grido e il pianto
	De'fanciulli morenti in mezzo ai roghi
505 	Dell'idolo crudele. A Rabba e in tutta [5]
	Quella irrigua pianura a lui chinrsi
	Gli Ammonti, e in Argobio ed in Basana
	Fino alle sponde dell'estremo Arnone.
	E non pago il dimon di questi audaci
510 	Finitimi, sedusse il savio core
	Di Salomone a costruirgli un tempio
	Di fianco a quel di Dio sulla pendice
	Dall'obbrobrio appellata; e dell'amena
	Valle d'Innn si fece un sacro bosco
515 	Che Tofa poi fu detto, o tenebrosa
	Geenna, imago dell'inferno. - Appresso
	Costui Cmos vena; spavento osceno [6]
	Pei figli di Moabbo, d'Aroaro
	A Nebo ed al remoto austral deserto
520 	D'Abrima. In Esebbo, in Aranamo,
	Reame di Sene, oltre la valle
	Di Simma, che di pampini e di fiori
	Spiega un vago tappeto, egli ebbe altare;
	E l'ebbe in Elel fino alla sponda
525 	Dell'asfaltico lago. Anche Pero
	Fu chiamato il dimn, quando in Sittmo
	Ravvolse i figli d'Israel, fuggenti
	Dalle rive del Nilo, in quei lascivi
	Riti che fur cagion di tanti affanni.
530 	Poscia le scellerate orgie traspose
	Sul colle dell'infamia accanto al bosco
	Del cruento Molocco, e fu coll'ira
	La lussuria confusa. Alfin di novo
	Gisia cacciolli nell'abisso. - A questi
535 	S'accoppiano color che dall'Eufrate
	Fino al torrente che l'egizia parte
	Dalle assire campagne, ebber comuni
	I nomi di Bale e d'Astarotte, [7]
	Di quelli, e queste Dee; poich gli spirti
540 	Pigliano a grado lor l'un sesso e l'altro,
	O li fondono insieme.  tanto molle,
	Semplice tanto la spirtale essenza,
	Che libera da fibre e da giunture,
	E non come la carne al frale appoggio
545 	Dell'ossa accomandata, in qual sia forma
	O lucida od opaca, o rara o densa,
	Pu gli aerei seguir divisamenti,
	Ed all'opre dell'odio e dell'amore
	Dar l'effetto proposto. - Abbandonaro,
550 	Da queste sozze deit sedotti,
	Spesso i figli di Giuda la vivente
	Loro possanza, e, negletto l'altare
	Del vero Nume, ad idoli brutali
	Quella fronte curvr, che poi fiaccata
555 	Dal turpe ossequio, si pieg sul campo
	All'urto di spregiate armi nemiche.
	Tra la turba vulgar di questi numi
	Astarotte  distinto, a cui d'Astarte [8]
	Dir gi nome i Fenici, e l'adoraro
560 	Bicornuta del cielo imperatrice.
	Le Sidonie donzelle avean per uso
	Nelle notti serene avvicinarsi
	Al suo lucido tempio, e farle omaggio
	Di lor canti votivi; e inonorata
565 	Di cantici non fu pur tra le mura
	Della stessa Sionne. Il tempio suo
	Sorgea dal monte dell'obbrobrio, dove
	Innalzato lo avea quel molle prence,
	Che saggio un tempo e d'alto cor, ma preso
570 	Delle vaghe idolatre, anch'ei si volse
	Alla malvagia idolatria. - Tammuzzo [9]
	Dopo Astarte appar. La sua divina
	Piaga annual sul Libano traea
	Le assire giovinette, ove con dolci
575 	Querimonie piangeano il suo destino
	Dal sorgere al cader d'un lungo sole,
	Mentre il placido Adon, dalla materna
	Rupe scendendo al mar, l'acque volgea
	Tinte, com'era grido, e rubiconde
580 	Del sangue di quel dio piagato ogni anno.
	Di pari ardor la favola amorosa
	Scald le figlie di Sionne, e viste
	Le lascivie ne fr sotto i devoti
	Portici dal rapito Ezzechiello,
585 	Quando al profeta in vision s'offriro
	L'idolatrie del popolo di Giuda.
	Poscia un tale appar che fu dolente
	Veggendosi troncar dalla captiva
	Arca l'effige mostruosa, e il capo
590 	E le braccia staccarne; e sulle porte
	Del suo tempio medesmo, alla presenza
	De'suoi confusi sacerdoti, in brani
	Precipitar. Dagne  il nome suo; [10]
	Dalla cintola al capo umana forma,
595 	Marina orca nel resto. E nondimeno
	Dal suo tempio in Azoto il turpe iddio
	Le coste impaur di Palestina,
	E Gate, Accarno ed Ascalon fin dove
	Giunge il confin della discosta Gaza.
600 	Rimmon seguia. Piacevole soggiorno [11]
	A costui fu Damasco e la feconda
	Contrada insigne per le terse fonti
	Di Frfara e d'Abbana. Anch'ei la fronte
	Baldanzosa lev contro la casa
605 	Dell'Eterno, e perduto un vil lebbroso [12]
	Fece acquisto d'un re: d'Achaz lo stolto
	Suo vincitor, che volse a Dio le terga,
	Da quel demone spinto, e n'atterrando
	Con mani empie l'altar, sulle ruine
610 	Costrusse un'ara di siriaca foggia,
	Ove incensi odiosi e impure offerte
	All'idolo immol che pria sconfisse.
	Vena dopo costor la schiera e il fasto
	Di quegli spirti che recr d'Osiri
615 	E d'Iside e d'Orusse i nomi antiqui, [13]
	E trassero in error, con differenti
	Mostruose sembianze e sortilegi,
	Il fanatico Egitto e i maghi suoi.
	Stolti! che in laide bestiali forme,
620 	Non gi nell'uom, cercavano l'erranti
	Lor deit; n salvo di tal peste
	Israello n'and, quando egli fuse
	L'oro accattato nel vitel d'Orebbe.
	Poscia in Dana, in Betle il re perverso [14]
625 	Rinnov la gran colpa, allor che Dio
	Compar, forsennato, a bue pascente.
	Quel terribile Dio che in una notte,
	Percorrendo l'Egitto, i primonati
	Stese d'un colpo co'mugghianti numi.
630 	Ultimo apparve Belil. Pi sozzo [15]
	Dmone di costui, pi dell'abbietto
	Vizio invaghito, per lo vizio stesso,
	Sprofondato non fu dall'ira eterna.
	A lui non templi s'innalzr, non are
635 	Fumarono d'offerte; e tuttavolta
	Chi s'aggira ne'templi e fra gli altari
	Pi di questo infernal, quando i corrotti
	Ministri del Signore (alla sembianza
	Dei figliuoli d'El che profanaro
640 	Di tresche abominevoli e di sangue
	La divina sua casa) onta gli fanno?
	E ne'templi non sol, ma ne'palagi,
	Nelle corti egli regna e fra le mura
	D'impudiche citt, mentre il fracasso
645 	Dell'infame bagordo e del peccato
	Passa in altezza l'eminenti rcche:
	E mentre all'aer bujo i suoi vaganti
	Seguaci ebbri di vino e di furore
	Scorrono le contrade e fan tumulto.
650 	Soddoma il dica e Gabal, la sera [16]
	Che fu contaminata una matrona
	Sulle soglie ospitali, ad impedirvi
	Stupro pi reo. - Di grado e di potenza
	Questi furono i primi, e lungo fra
655 	Narrar degli altri, il cui nome si sparse
	Grande e temuto. Gl'idoli d'Ionia, [17]
	Che numi il seme di Javn credea,
	Ma del ciel meno antichi e della terra
	Lor vantati parenti, e quel Titano
660 	Primogenio del ciel colla sua prole
	Smisurata, a cui tolse e trono e regno
	Saturno a lui minor, che poi sofferse
	Da Giove figlio suo (che Rea produsse
	Pi del padre gagliardo) uguale offesa.
665 	Cos Giove usurp del cielo il regno.
	Di, che prima fur noti in Creta e in Ida;
	Poi sulle vette del nevoso Olimpo
	L'aer medio reggeano (il pi sublime
	Loro seggio), o sul vertice di Delfo
670 	O in Dodona, e per quanto ampia si stende
	La dorica contrada. Un di costoro
	Coll'antico Saturno in Adria venne,
	E l'Esperia varcata e il celto lido, [18]
	N'and fino all'estreme isole errando.
675 	Questi ed altri parecchi accolti insieme
	Veniano, ma con basse umide ciglia,
	Cui temprava per di qualche gioja
	Il veder che Satano ancor perduta
	Non avea la speranza, e il non sentirsi
680 	Pur nella stessa perdigion perduti.
	Ci tutto riflettea su quell'altero
	Quasi un dubbio color; ma tosto assunto
	L'orgoglio consueto, con superbo
	Favellar, che l'aspetto e non l'essenza
685 	D'una severa dignit tenea,
	Nuovo spirto ei trasfuse all'abbattuto
	Loro coraggio, e quel timor ne spense.
	Indi cenno egli fe che, salutata
	Al clangor delle trombe e dei timballi,
690 	La sua si spieghi trionfale insegna.
	Quest'onor ne richiese, e consentito
	Gli fu per dritto, Azzazil, cherbo
	Per gran membra distinto. Egli disciolse
	Dall'asta rilucente il gran vessillo,
695 	Che, svolto e ventilato, avea l'imago
	Di fiammante cometa, e rabescati
	D'oro e di gemme vi splendeano in mezzo
	I serafici emblemi ed i trofei.
	Gli oricalchi sonori allor mandaro
700 	Uno squillo di guerra, a cui rispose
	Tutta quanta la turba. Immenso grido
	Che dell'abisso rintron le vlte,
	E gli imperii del caos e dell'eterna
	Notte empi di clangore e di spavento.
705 	Ed ecco fluttuar per l'aere oscuro
	Nel vivo orientale ostro lucenti
	Diecimila bandiere, e insiem con esse
	Sorgere un bosco di ferrate antenne,
	E cimieri a cimieri, e targhe a targhe
710 	Stringersi, ricomporsi in dense file,
	La cui profondit non si misura.
	In perfetta falange i combattenti
	Preser le mosse al dorico concerto
	Delle tibie e de'sistri, antico suono
715 	Che spirava agli eroi nella battaglia
	Una calma sublime, un moderato
	Valor, non quella cieca ira che svampa;
	Tal che tema di morte o vil ritratta
	Nomi incogniti fur. N dell'arcana
720 	Virt religiosa il suon mancava;
	Della virt che il dubbio e la paura
	E l'angosce e il cordoglio allevia e spegne
	Negli eterni non men che nei mortali.
	Tal con possa raggiunta, e tutti accesi
725 	D'un sol pensier quegli angeli caduti
	Procedeano in silenzio al dolce accordo
	De'cavi bossi, che leniano in parte
	Per quel suolo di fuoco il doloroso
	Lor cammin. La turba alfin s'arresta
730 	(Oh quale orrenda immensurata fronte
	Tutta d'armi abbagliante!) in lunga schiera,
	Come i prischi guerrieri armati d'asta
	E di scudo attendeano il venerato
	Cenno del duce lor. Satano avventa
735 	Per le cupe falangi il guardo esperto,
	Da sommo ad imo le percorre, esplora
	L'ordine di ciascuna, il bellicoso
	Contegno, e quelle forme alle divine
	Indifferenti, e noverarle ei gode.
740 	Ed oh come si gonfia, insuperbisce
	E s'indura quel cor per tanta possa!
	Dacch l'uom fu creato, ancor non venne
	S forte e numerosa oste raccolta,
	Che non sembrasse al paragon di questa
745 	Quel popolo pigmeo cacciato in rotta
	Dalle gr, quando pur tutti gli enormi
	Fulminati da Giove in val di Flegra
	Vi fossero alleati, e gli animosi
	Che sotto le tebane e iliache mura
750 	Pugnr confusi ai parteggianti di;
	E quanto suona in favola o in romanzo
	Del buon figlio d'Utro in mezzo a'suoi [19]
	Cavalieri d'Armrica e Bretagna;
	E quanti battezzati e saraceni
755 	Giostraro in Montalbano, in Aspramonte,
	In Damasco, in Marocco, in Trebisonda;
	O quanti ne mand dall'africano [20]
	Lito Biserta, allor che il Magno Carlo
	Cadde coi Paladini in Roncisvalle.
760 	E sebben quest'esercito di spirti
	Vinca ogni prova del valor mortale,
	Riverente obbedisce alla parola
	Del suo temuto capitan. - Satano!
	Della fronte non pur, ma dello sguardo
765 	Superbamente imperioso, a tutti
	Torreggiava sovrano. Ancor perduto
	Non avea quell'altero il suo splendore.
	Oscurato bens, ma non di manco
	L'Arcangelo parea, parea l'occaso
770 	D'un eccesso di gloria. Come quando,
	Povero de'suoi raggi, il sol nascente
	Traspar per li vapori umidi e spessi
	Di turbato orizzonte, o dietro al disco
	Della luna s'atterga in piena eclisse,
775 	E molti imperj e nazioni avvolge
	D'un crepuscolo infausto, ai re presago
	Di spaventosa popolar sommossa.
	Ma, sebben dall'antico assai diverso,
	In luce ogni astro ed in belt vincea.
780 	Dei solchi, che la folgore v'aperse,
	Negra avea la cervice, e sulla smorta
	Guancia posava l'inquieta cura.
	Il cipiglio per che manifesta
	L'orgoglio paziente e il cor non domo,
785 	Intendea vigilante alla vendetta.
	Lo sguardo era crudel, bench talvolta
	Di piet s'animasse e di rimorso
	Nel veder quegli spirti a lui compagni
	Di misfatto, seguaci anzi e vassalli,
790 	Ed or tanto infelici, ora deserti
	D'ogni prisca belt; miriadi immense
	D'angeli condannati a patimenti
	Senza speme di tregua, e per la bieca
	Sua fellonia sommersi in quell'abisso,
795 	E cacciati dagli astri e dalla luce,
	Pure a lui riverenti, a lui fedeli!
	Tal se l'ira del cielo incenerisce
	Le querce d'una selva o gli alti abeti
	D'una montagna, maestosi ancora,
800 	Quantunque scissi e disfrondati, i tronchi
	Sorgono dalla landa inaridita.
	Egli si accinse a favellar. Le doppie
	File allor si curvaro, e raccostando
	Gli estremi opposti lati un emiciclo
805 	Fro in muta aspettanza al sommo duce
	Da'suoi grandi accerchiato. Egli tre volte
	Schiuse il varco alla voce, ed altrettante,
	Pria che ne uscisse, gli mor nel pianto;
	Pianto che sol dagli angeli si versa!
810 	Tronche alfin da singulti e da sospiri
	Parl queste parole: "O Legioni
	Di sostanze immortali! eteree posse
	A cui si paragona il sol Jeva!
	Non fu la nostra ingloriosa pugna,
815 	Bench l'evento sciagurato: e questa
	Miseranda dimra, e quest'orrendo
	Mutar di forme (doloroso a dirsi!)
	Dura prova ne son. Ma quale ingegno,
	Qual alta previdenza, ammaestrata
820 	Da casi antichi e da novelli, avrebbe
	Creduto mai che a superar la forza
	Di tali e tante deit congiunte
	Altra forza valesse? E tuttavolta
	Chi potrebbe suppor, che cos forte
825 	Esercito di spirti, onde l'esiglio
	Gli empirei campi desol, quantunque
	Domo, sconfitto rialzarsi al cielo
	Nuovamente non possa e far conquisto
	Del soggiorno natio? Tutta l'immensa
830 	Oste di numi testimon mi sia,
	Se per dubbi consigli o per temuti
	O cansati cimenti ho riversate
	Le nostre alte speranze. Ma colui
	Che regna in ciel monarca, e sull'eterno
835 	Soglio tranquillo fin allor sedea
	Per consenso, per uso e per antica
	Fama, le sole mestose pompe
	Di sua grandezza ai nostri occhi mostrava,
	Ma la sua forza ne ascondea. Per questo
840 	Noi tentammo assalirlo, e fummo oppressi.
	Or la sua conosciam come la nostra
	Virt. Noi primi rinnovar la guerra
	Tristo avviso saria, ma provocati
	Non temiam d'accettarla. Il meglio avanza;
845 	L'oprar segreto, le coperte vie,
	S che l'arte o l'ingegno a noi consenta
	Quanto la spada non pot. Dimostro
	Chiaramente gli sia che solo a mezzo
	Vinse colui che colla forza ha vinto.
850 	Ed altri mondi generar lo spazio
	Forse ancora non pu? Correa pur voce
	Lass che Dio volesse un orbe novo
	Crear per farlo sede ad una stirpe
	Quanto i figli del cielo a lui diletta:
855 	Qui noi da prima irromperem, non fosse
	Che sol per esplorarlo; ivi od altrove;
	Perocch rinserrar questa infernale
	Bolgia non pu gli spiriti celesti
	In sempiterna prigionia; n queste
860 	Tenebre ricoprirli eternamente.
	Ma consigli pi gravi in pien consesso
	Denno l'impresa maturar. La pace
	Cosa  omai disperata; e chi di noi
	Sosterrebbe abbassarsi? Or dunque guerra,
865 	Guerra coverta o manifesta" - Tacque
	L'arcangelo, ci detto, e mille e mille
	(Segnal d'applauso) fiammeggianti acciari
	Per l'aer rotr, dalle guane
	Cherubiche sfuggiti. Un subitano
870 	Splendor s'effuse e rischiar l'abisso.
	Levr que'furibondi un gran muggito
	Contro l'Eterno; dei branditi ferri
	Percossero gli scudi, e suscitando
	Fiero suono di guerra, alla celeste
875 	Vlta ulularo l'infernal disfida.
	Non lunge s'innalzava un arduo monte
	Che vampe ad or ad ora e vorticoso
	Fumo esalava dall'orribil cresta.
	Ma dal giogo alle falde era lucente
880 	D'una solida gromma, indizio certo
	Che nell'ime latbre eran sepolte
	Metalliche sostanze, opra del solfo.
	Uno stuol numeroso a questo monte
	Rapidissimo vola, in quella guisa
885 	Che veggiam con mannaje e ferrei pali
	Precorrere la schiera i guastatori
	Ad alzar terrapieno o far trincera.
	Mammn li conducea: fra quanti spirti
	Caddero dalle sfere il men sublime;
890 	Perocch la sua mente e gli occhi suoi
	Pur nel cielo eran chini, e delle soglie,
	Ricche d'oro e di gemme, assai pi vaghi
	Che d'ogni santo glorioso aspetto,
	Di che son l'alme in vision beate.
895 	L'uomo istigato da costui s'immerse
	Nel centro della terra, e la spietata
	Mano cacci ne'visceri materni
	Per rapirne i tesori, oh meglio ascosi!
	Squarci la turba di Mammone un fianco
900 	Della montagna, e dalla gran ferita
	Masse d'oro ne trasse. E maraviglia
	Non  se l'oro nell'inferno abbonda;
	Perocch non v'ha suol pi dell'inferno
	Degno di fecondar quel prezioso
905 	Veleno. - Oh venga, venga e inarchi il ciglio
	Chi tien l'opre mortali in tanto pregio,
	Chi di Menfi s'ammira e di Babele!
	Oh! qui venga, e vedr come i perversi
	Angeli ponno soverchiar le moli
910 	Pi salde e pi famose; e quanto i regi
	Con inesausta secolar fatica
	Di braccia innumerabili compiro,
	Compiasi per costoro in picciol'ora!
	Sullo spazzo vicino in preparate
915 	Fornaci, a cui le ardenti onde del lago
	Trascorrono di sotto, un'altra ciurma
	Fonde la massa mineral, separa
	I commisti metalli e l'r divide,
	Con arte mira, dalla feccia. All'opra
920 	Di piantar nel terren le varie forme
	S'affaccenda una terza, e, per segreti
	Cunicoli dedotta, la bollente
	Congerie invasa ne'capaci ordigni.
	Tale un soffio di vento in varie canne
925 	Dell'organo intromesso ogni latente
	Suon ne risveglia. - Ed ecco in un baleno
	Quasi ondoso profumo sollevarsi
	Mirabile edificio al suon concorde
	Di voci armoniose; e come un tempio
930 	D'ogn'intorno suffolto e ghirlandato
	Di pilastri e di doriche colonne,
	Che fan saldo puntello all'architrave
	Tutto d'oro. Di splendide cornici
	E di stupendi istoriati fregi
935 	La gran mole non manca; e sculta in oro
	L'ampia vlta n'ha pur; n mai Babele,
	N Menfi mai spiegaro in tutto il prisco
	Loro splendor dovizia a questa uguale
	Per ornar di Serpide o di Belo
940 	Il divin penetrale, o il regio soglio
	De'lor monarchi vanitosi, quando
	Di fasto e di ricchezze era l'Assiro
	Coll'Egizio a contesa. - Alfin l'altezza
	Del pinacolo aggiunta, immantinente
945 	L'enee porte s'apriro. Ed ecco offrirsi
	E l'aule spaziose e il ricco e terso
	Pavimento agli sguardi stupefatti.
	Per artificio di sottil magia
	Pendono dalla vlta in lunga fila,
950 	Dalla nafta nudrito e dall'asfalto,
	Lampade costellate e faci ardenti,
	E mandano un chiaror come venisse
	Dal firmamento. Accorrono le turbe
	A mirar l'edificio, e chi dell'opra,
955 	Chi del fabbro si loda. Era gi nota
	Quell'artefice man per molte rcche
	Ne'cieli edificate, ove dimora
	Han gli angeli scettrati, e stanvi assisi
	Quasi principi in soglio. Iddio li pose
960 	In quel seggio elevato, onde ciascuno
	Nella sua gerarchia governi e regga
	La milizia immortal: n sconosciuto
	Fu quel fabbro alla terra. Adoratori
	V'ebbe in Grecia e nel Lazio, e di Vulcano
965 	Nome port. Lanciollo Egioco irato,
	Cos favoleggir, dai cristallini
	Spaldi del cielo, ed ei da mane a sera
	Un lungo estivo d per l'ampio vano
	Precipit come stella cadente,
970 	Finch discese col tramonto in Lenno
	Isola antica dell'Ego. Menzogna!
	Cadde in vece il dimn colle sue ciurme
	Gran tempo pria, n valsero al caduto
	Le costrutte sugli astri eccelse torri,
975 	N le macchine sue. L'Onnipossente
	Lo rinverse dal ciel con tutti i suoi
	Compagni industri a fabbricar nel cupo.
	Con tremendo apparecchio e per supremo
	Comandamento proclamato intanto
980 	Gli alati araldi a sonito di tromba
	Una solenne general consulta
	Nel Pandemonio, maestosa reggia
	Destinata a Satano e ai suoi ministri.
	Spandesi la chiamata, e d'ogni parte
985 	Concorrono i pi degni e i pi distinti
	Di ciascuna falange; e dietro a questi
	Turbe minori di seguaci. Ingombri
	Vestiboli ne sono, androni e soglie,
	Ma la sala maggior n' pi gremita,
990 	Bench pari al gran campo, ove, presente
	Il Sultan, che d'assedio li stringea,
	Scendeano i cavalieri a correr giostre
	Od a pugna mortal col fior dell'armi
	Saracene. Stivato  il suol di spirti,
995 	L'aere stivato anch'esso, e freme e fischia
	Da tante ali percosso. E come al dolce
	Tepor di primavera, allor che il sole
	S'accompagna col tauro, in folto sciame
	Sbuca la bionda giovent dell'api,
1000 	Ed all'arnie s'aggroppa, o vola ai fiori
	Rugiadosi, e rivola ai tersi assti
	Spalmati or or di balsamo recente,
	Difesa suburbana a'piccioletti
	Suoi castelli di paglie, e vi ragiona
1005 	Delle cose di Stato; a questo modo
	La ciurmaglia infernal brulica e ferve
	Fino al dato segnale. Oh meraviglia!
	Quei che pur dianzi soverchiar d'altezza
	Pareano i figli della terra, or fatti
1010 	Men che piccioli nani, in breve loco
	Chiudonsi agevolmente; a quella stirpe
	Minutissima pari che soggiorna
	Oltre l'inde montagne; od ai folletti,
	Che preso dalla notte il villanello
1015 	Vede o sogna veder per entro un bosco,
	O sul margo d'un fonte ire e redire
	Con notturno tripudio, allor che splende
	Arbitra in ciel la luna, e pi vicino
	Rota alla terra il suo pallido disco:
1020 	Spirti per la notturna aura danzanti
	Che lusingan l'orecchio allo stupito
	Con soavi armonie, tal che per tema
	Mista a nova dolcezza il cor gli balza.
	Ristrinsero cos la sterminata
1025 	Incorporea persona, e nello spazio
	Di quell'aula regal, bench raccolti
	In numero s grande, i maledetti
	Senza disagio si locr. Ma lungi
	Negli interni recessi in chiuse mura
1030 	I Srafi maggiori e i Cherubini
	Non mutati di forma, ad un segreto
	Congresso s'adunr. Di semidei
	Sedenti in troni d'oro un pien congresso!
	Segu breve silenzio, indi s'aperse,
1035 	Acclamati gli astanti, il gran consiglio.


LIBRO SECONDO

	Alto in soglio regale, il cui splendore
	Supera dell'Ormusse e della ricca [21]
	India i tesori, o di qual altra terra,
	L sotto il cielo oriental, profonde
5 	Sui barbarici re le perle e l'oro,
	Siede Satano, all'infelice altezza
	Da'suoi merti levato; e pur non pago
	Di seder su quel trono, in cui la stessa
	Sua disperanza oltre ogni speme il pose,
10 	Sempre aspira a salir; n sazio ancora
	D'un vano e stolto contrastar col cielo,
	N dagli eventi ammaestrato, in queste
	Parole audaci al suo pensier d vita:
	"O Possanze, o Domin, o Di celesti
15 	(Poich bratro alcuno, alcuno abisso
	Le immortali virt non imprigiona)
	Disperata per noi, sebben caduti,
	La conquista non  del seggio antico.
	Ed anzi, vinta la sfiducia, i prodi
20 	Figli del cielo splenderan pi grandi,
	Formidabili pi, come se mai
	Non fossero caduti, e dal terrore
	D'una rotta seconda andran disciolti.
	Legge lass decreta e giusto dritto
25 	Me crer vostro duce, e poscia tale
	M'han suggellato i liberi suffragi,
	E quanto nella pugna e nel consiglio
	Oprai non senza gloria. In questo almeno
	Ebbero i nostri mali alleggiamento,
30 	Che saldissimo  il trono, ov'io m'assido
	Per consenso comune, e da nessuno
	Invidiato. Nell'eterea corte
	Chi sale i primi gradi  fatto segno
	Alla segreta gelosia degli altri
35 	Men sublimi di lui. Ma chi tra voi,
	Quell'animoso invidiar vorrebbe,
	La cui fronte elevata  pi scoverta
	Ai fulmini di Dio come una torre
	Che voi tutti difende, e pi di tutti
40 	Ne sostiene gli assalti? Ove non sorge
	Utile alcuno ad invogliar le menti,
	Ivi gare non sono; ond'io presumo
	Che nessun porgerebbe alla funesta
	Mia corona la man; perch nessuno,
45 	Sia pur di voglie ambiziose e vane,
	Amer di mutar la sua leggera
	Parte di pena con maggior tormento.
	Or cos vantaggiati e stretti insieme
	D'un voler, d'una fede e d'un accordo
50 	Quale in ciel non si stringe, il seggio nostro,
	La nostra antica eredit vogliamo
	Con pien diritto richiamar; securi
	D'un felice successo, e tal che darne
	Con pi certezza non potria la stessa
55 	Prosperit. Ma dite, e qual vi piace
	Di due strade seguir? La guerra aperta,
	O la segreta? L'argomento  questo
	Che svolgere n' d'uopo. Or chi giovarne
	Pu d'un utile avviso, a noi lo esponga."
60 	Tacque ci detto, e il suo vicin Molocco,
	Re scettrato, s'alz. Costui fra tutti
	I battaglieri dell'eterea pugna
	Fu l'animo pi forte e pi feroce;
	Ed or le furie il disperar gli accresce.
65 	Che lui gridi la fama emulo a Dio,
	Questo ambisce il superbo, e pria vorrebbe
	Nel nulla eterno sprofondar che manco
	Esser di Dio. Cessata in lui tal cura,
	Altra cosa non  che lo sgomenti.
70 	E di Dio, dell'inferno, o se v'ha loco
	Pi cupo e spaventevole di questo,
	Poco monta a Molocco, e ben risponde
	Al suo fiero sentir la sua parola.
	"Guerra aperta  il mio voto; io d'artificj
75 	N so, n vanto di quest'arte io meno.
	Chi mestier, congiurando, ha della frode,
	Eserciti la frode; or non  d'uopo.
	E che? Mentre seggiamo e ordiam congiure
	Premere a queste soglie un'ozioso
80 	Esercito dovr? Dovr l'avviso
	Sospirar della mossa e qui languendo
	Vil fuggiasco del ciel per sua dimora
	Ricevere quest'antro abbominoso,
	Questa infame prigion che l'oppressore
85 	Per noi costrusse? l'oppressor che regna
	Sol perch lo consente il nostro indugio?
	No! col foco piuttosto e colle furie
	Dell'inferno, terribili, serrati
	Voliamo ad assalir quelle sue rcche;
90 	Trasformiamo in potenti armi di guerra
	Contro il loro inventor le nostre pene;
	Lo scoppio della folgore infernale
	Risponda al mugghio della sua, risponda
	Un vapore affocato al suo baleno;
95 	E spargere ne vegga uno sgomento,
	Con rabbia pari al suo furor, su tutti
	Gli schiavi angeli suoi. Quel trono istesso
	Su cui s'asside, di tartareo solfo
	Involuto gli venga e d'atre fiamme,
100 	Pene create di sua man. - Ma forse
	Parr duro a talun l'alzarsi al volo,
	L'assalir ne'suoi regni un avversario
	Pi sublime di noi. Se le fatali
	Onde del lago non sopr la mente
105 	Di colui che ci teme, gli sovvenga,
	Che il nostro moto natural ci porta
	Alla sede nativa, e per istinto
	Lo scendere e il cader ci sono avversi.
	Allor che sulle rotte ultime schiere
110 	Furiava il tiranno, ed insultando
	C'inseguia per l'abisso, oh chi di noi
	Non sent come acerba, faticosa
	Ne parea la discesa? Indizio questo
	Che il salir n' pi lieve. Ma l'evento
115 	Qui non pochi atterrisce. - Aprir di nuovo
	Stolta guerra al potente, acci si vegga
	Quai pi gravi castighi a nostro danno
	L'ira sua pu trovar? - Ma nell'inferno
	V'ha tema forse di maggior castigo?
120 	Che di peggio aspettiam, dacch travolti
	Dai regni della gioja in questo albergo
	Del dolor n'ha Jova, in questo abisso
	Dove un foco immortal, senza lusinga
	Di termine, n'avvampa, allor che l'ora
125 	Tormentatrice o il suo flagel ne incalza,
	Vasi noi del suo sdegno, alla tortura?
	Che temer di pi crudo? Iddio n'accresca
	Solo un grado di pena e pi non siamo.
	Perch dunque gl'indugi e le dubbiezze
130 	A sfidarne il furor, se giunto al sommo
	Altro non pu che toglierci la vita,
	Che consumarci la spirtal sustanza?
	Meglio perir che vivere immortali
	Nella miseria. Ma se pur divina
135 	Fosse nostra natura, ed in eterno
	Non potesse cessar, la sorte nostra
	Non peggiora per questo; e noi da certa
	Prova sappiam che l'animo ci basta
	A sconvolgergli i cieli, a minacciargli
140 	Quel suo fatale inaccessibil trono
	Con attacchi incessanti. Ora se questa
	Non  piena vittoria,  almen vendetta."
	Qui si tacque arruffando i sopraccigli,
	E folgor dalle torve pupille
145 	Un furor di vendetta, una minaccia
	Spaventosa a ciascun che Dio non fosse.
	Sorse di contro Belil negli atti
	Grazioso ed uman. Dalle beate
	Sedi del cielo un angelo pi vago
150 	Di costui non discese. Ei par creato
	A magnanimi intenti, e nondimeno
	Tutto  in lui menzogner, bench dal labbro
	Stilli mele il dimn, tal che potrebbe
	In ottima mutar la pi malvagia
155 	Delle sentenze, e con sottil sofisma
	Confondere o sviar d'un sapiente
	Senno il consiglio. Dal suo cor non sorge
	Pensier che non sia vile. Al vizio  pronto,
	Tardo e ritroso ad ogni bella impresa.
160 	Pur gli orecchi lusinga e persuade
	Col blando suono della voce: "O Grandi,
	(Cos prese a parlar) sostenitore
	Della guerra palese io pur sarei
	Come l'odio m'infiamma, in che nessuno
165 	Mi pareggia di voi; ma la cagione,
	La precipua cagion che fu prodotta
	Per indurci alla pugna,  quella appunto
	Che me ne storna, e d'infelice prova
	M' presagio infelice. Il pi valente
170 	De'nostri battaglieri anch'ei diffida
	Di ci che ne consiglia, e della stessa
	Sua guerriera virt, poi che l'audacia
	Nel disperare e nel perir ritrova,
	Ultimo scopo suo, dopo lo sfogo
175 	D'una vendetta infruttuosa. E quale,
	Qual vendetta otterremo? Armate scolte
	Delle rcche celesti han la difesa,
	E ne vegliano i passi; anzi talvolta
	Sul confin dell'abisso in fitta schiera
180 	S'accampano, e le fosche ali agitando
	Lustrano i regni della notte, e tema
	Non le punge d'assalti. E quando ancora
	Ne si schiuda un'uscita, e dietro a noi
	Tutto s'alzi l'inferno, e sia la pura
185 	Luce del ciel contaminata, Iddio
	Rimarr non pertanto incorruttibile
	Nel suo trono immortal. La diva essenza
	Labe alcuna non soffre, e ripulsando
	Vincitor quell'oltraggio, i cieli suoi
190 	Detergere sapr dal nostro vano
	Foco infernale. In tal guisa rejetti,
	Per ultimo conforto il solo e nudo
	Disperar ci rimane. Or ben? Dovremo
	Cos dunque inasprir l'Onnipossente
195 	Che la fartra in noi tutta discarchi?
	A struggere noi stessi e studio e cura
	Noi, noi dunque porremo? O vergognosa
	Miserabile cura! E chi di voi,
	Bench nel fondo d'ogni mal caduto,
200 	Chi perdere vorria l'intellettiva
	Virt, quel volo del pensier che varca
	L'eternit, perch poi lo divori
	Immobile e indolente il ventre cupo
	Della notte increata? - E questo forse
205 	Ne saprebbe giovar? Chi mai vi accerta
	Ch'abbia Iddio la vaghezza e la potenza
	D'ucciderne lo spirto?  dubbio molto
	Ch'egli n'abbia il poter; ma che nol voglia,
	Questo  sicuro! Il sapiente senno
210 	Dovr l'arche vuotar del suo corruccio
	Tutte in un punto? E improvvido sprecando
	Le tremende armi sue, far pago il voto
	De'suoi nemici? sterminar nell'ira
	Quei che l'ira salv perch puniti
215 	Siano in eterno? - Ma che dee frenarci?
	(Cos gli amici della guerra.) Noi
	Giudicati non siam, non siam dannati
	A perpetuo martoro? Or che potremmo
	Di pi, di peggio paventar per quanto
220 	Da noi si faccia? -  dunque (io lor rispondo)
	Qui sederci a consiglio in pieno arnese
	L'ultimo d'ogni male? E quando noi,
	Fieramente inseguiti e folgorati,
	Pregavam che l'abisso n'accogliesse,
225 	Non pareaci l'inferno un caro asilo?
	E quando giacevam sulla cocente
	Fiumana incatenati? Altro, ben altro
	Tollerammo laggi!... Ma se lo spiro
	Che suscit quelle livide fiamme
230 	D'improvviso rinfreschi, e in lor trasfonda
	Settemplice bollor; se quell'incendio
	N'avviluppi di nuovo, e novamente
	La vendetta or sospesa armi la destra
	Delle folgori sue? Se Dio riapra
235 	I suoi tesori di battaglia, o questo
	Firmamento infernal, che minaccioso
	Sulla fronte ci sta, le sue riversi
	Cateratte di foco e ne ricopra?...
	Mentre noi meditiamo e diam consigli
240 	Di magnanima guerra, io non v'accerto
	Che scoppiar d'improvviso un affocato
	Turbine qui non possa, e ognun di noi
	Balestrato e confitto a qualche rupe,
	Fiero gioco non faccia alle tempeste;
245 	O carco di catene, in quegli ardenti
	Vortici risommerga, e lo costringa
	Di grida disperate e di lamenti
	L'aer cieco a ferir, senza il conforto
	D'una tregua lontana o d'un riscatto.
250 	Oh, ben questo saria strazio pi grave!
	Stogliervi dall'aperta e dall'ascosa
	Guerra ho dunque fiducia. E che varrebbe
	La forza o il senno contro Dio? Qual arte
	Pu lo sguardo ingannar che tutto abbraccia?
255 	Dall'altezza de'cieli a noi si volge
	E si ride di noi, de'nostri vuoti
	Divisamenti: perocch non solo
	Ci soverchia in poter, ma pu d'un cenno
	Sventar le trame nostre, i nostri agguati.
260 	Dunque in tanta vilt trarrem la vita?
	La progenie del ciel sar calpesta,
	Cacciata in bando, ed a patir dannata
	Questi dolori e questi ceppi? Io scelgo
	Di due mali il minore. Un duro giogo
265 	Ne fu posto dal fato e dalla voglia
	(Legge suprema) di colui che vinse.
	Come sono all'oprar le nostre forze,
	Al soffrir son disposte; e mente ingiusta
	Cos non decret. Se pi guardinghi
270 	Fossimo stati nell'aprir la guerra
	Con s forte nemico, e men fidenti
	Nella incerta vittoria, oh questo vero
	N'avria sugli occhi balenato! Al riso
	Mi sforzano color che, l'asta in pugno,
275 	Sono audaci e valenti, e poi li veggo,
	Se quell'arma lor falla, impiccolirsi,
	Tremar d'un male che sfuggir non ponno,
	D'un male a lor gi noto: esiglio ed onta,
	Tormento e prigionia; la legge insomma
280 	Del vincitore. A tal noi siam serbati.
	Pur se noi tolleriam, se pazienti
	Gli chiniamo la fronte, Iddio potrebbe
	Raddolcir la sua rabbia; e noi, lontani
	Per tanto spazio dalla sua presenza,
285 	Forse, non l'offendendo, alfin cadremo
	Dal suo pensier, contento il punitore
	All'imposto castigo. Il foco allora
	Che n'arroventa, scemer, cessato
	Il turbine divin che lo ravviva.
290 	Dal sulfureo vapor la nostra lieve
	Sostanza emerger, se pur cogli anni
	Non vi si adusa, e variando alfine
	Di tempra e di natura, al fiero clima
	Si conformi cos che pi nol senta:
295 	Tal che lieto soggiorno a noi divenga
	Quest'orrore, e quest'ombra amabil luce.
	N vi parlo di tempi in cui potremmo
	Le speranze elevar, n di vicende,
	N di casi aspettati. Oh no! S trista
300 	Non  la sorte nostra, ancor che molto
	Dall'antica diversa; e se noi stessi
	Artefici non siam de'nostri mali,
	Peggior non si far." - Con tai parole
	Che tenue velo di ragion vestia,
305 	Belil consigliava un vil riposo,
	Un ozio ignavo, e non la pace. Il labbro
	Schiuse poscia Mammon: "Con due disegni
	Noi vogliamo la guerra, ove la guerra
	Sia l'avviso migliore: o colla mira
310 	Di balzar dal suo trono il re del cielo,
	O collo scopo d'acquistar di nuovo
	Le perdute franchigie. Or noi potremmo
	Sperar di rovesciarlo allor che il fato
	Ceda al caso incostante, e della lite
315 	Segga giudice il caos. L'intento primo,
	Vuoto d'ogni speranza,  certa prova
	Che pi vuoto  il secondo. Un campo forse
	Ne aprirebbero i cieli, anzi che domo
	Per noi quel loro correttor non fosse?
320 	Ma pognam ch'ei si plachi e ne perdoni,
	Pur che la fronte gli chiniamo. E come
	Oserem presentarci a quel potente
	Sbaldanziti cos? Come la legge
	Accoglierne sommessi, ed esaltarne
325 	La deit con inni a noi prescritti,
	Con forzati alleluja a pi del trono,
	Dove ei siede ed impera invidiato
	Nostro monarca, e l'ara sua vapora
	D'ambrosii fiori e di profumi, offerti
330 	Da schiave mani, dalle nostre?  questo
	L'officio, il gaudio che lass n'aspetta!
	Quanto mai non sarebbe ingrata e dura
	S fatta eternit consunta in lodi,
	In ossequj, in offerte a quell'esoso
335 	Nostro nemico? Non tentiamo adunque
	D'ottener colla forza e coll'ingegno
	Quanto a noi condisceso, onta saria
	Pur fra gli astri accettar; l'onore, io dico,
	D'una fastosa servit: ma solo
340 	Ricerchiamo in noi stessi il nostro meglio,
	E, liberi intelletti, ancor che grave
	Questo albergo ci torni, a noi soltanto,
	Non ad altri obbediam, n pi c'incresca
	Una penosa libert che il giogo,
345 	Quantunque lieve, d'una serva pompa.
	Che se trar saprem noi da tenui cose
	Cose grandi e sublimi, egregio frutto
	Da pianta iniqua, e prospere fortune
	Da fortune contrarie, arditamente
350 	Opponendoci al mal, sia pure in questo
	O in altro loco, e con lungo lavoro
	E lunga tolleranza alcun profitto
	Ritrarrem dalle pene, a quale altezza
	La nostra gloria non andr? Ma forse
355 	Temerem questo abisso e questa notte?
	Non si piace talvolta il creatore,
	Senza raggio scemar della sua luce,
	Sovra un trono sedersi in tenebrosa
	Mest, da cui parte il lampo e il tuono
360 	De'suoi fulmini irati? Il cielo allora
	Non somiglia all'inferno? E s'egli imta
	La nostra oscurit, chi ci contende
	Lo imitar la sua luce? In questa terra
	V'hanno occulti tesori e gemme ed oro,
365 	N l'industria ci manca a porli in opra
	Splendidamente. Ma che sanno i cieli
	Di pi nobile offrir? Le pene istesse
	Di cui ci lamentiam, potrebbe il tempo
	Farle un nostro elemento, abbonazzarci
370 	Queste vampe feroci, o noi di tempra
	Cangiando, in esse rintuzzar per sempre
	L'acuto senso del dolor. Ci tutto
	Ne consiglia alla pace, a por le basi
	D'un ordinato reggimento, e quindi
375 	Meditar con tranquillo animo il come
	Queste pene addolcir (mirando al dove
	Ed al ci che noi siamo), e pi di guerra
	Pensier non ci travagli. - Il mio consiglio
	Voi l'intendeste." - L'infernal si tacque,
380 	E un murmure s'alz dalla plaudente
	Moltitudine, pari a quel profondo
	Dei turbini prigioni in cava roccia,
	Poich l'ampio ocean da sommo ad imo
	Sconvolsero la notte, e il navigante,
385 	Queta alfin la tempesta, si ripara
	Colla nave sdrucita entro quel seno
	Che fortuna gli aperse, ed ivi al sonno,
	Mentre in rauche cadenze il mar lo culla,
	Stanco dalla vigilia ei s'abbandona.
390 	Piacque il sermone consiglier di pace,
	Perocch men temuto  l'infernale
	Bratro da costor, che un novo scontro
	Con Jeva. S grande  lo spavento
	Che del fulmine hann'essi e della spada
395 	Di Michel. N li punge e li conforta
	Minor vaghezza d'un secondo impero,
	Che per senno civile o per vicende
	Emulo si facesse a quel celeste.
	Belzeb se n'avvede, e dallo scanno
400 	Eminente sugli altri, ove ne togli
	Quel sommo ed uno di Satano, assurge.
	Grave assurge e composto; e al volto, agli atti
	Ben appar dello stato una colonna.
	Dalle pubbliche cure e dal profondo
405 	Meditar corrugata  la sua fronte;
	Nobile austera fronte, ove risiede
	Il consiglio sovrano; e pur non sono
	Che pochi avanzi di grandezza. Tutto
	In s raccolto, mestosa mostra
410 	Fa d'un tergo atlanto, che ben potrebbe
	Di vasti regni sostener l'incarco.
	Col guardo e colla voce, orecchio intento
	E silenzio comanda; e mentre ei parla,
	La turba ascoltatrice offre l'imago
415 	Di notte in calma o di meriggio estivo.
	"Troni, figli del cielo, auguste Posse,
	Far rifiuto dovrem di questi nomi?
	Cangiar l'antico stile ed appellarne
	Principi dell'inferno? A por qui stanza,
420 	A dar principio ad un novello impero,
	Parmi che il voto universal propenda.
	Un chimerico impero! e queste  certo.
	Ignoriam forse noi che il re del cielo
	Non ci di questo loco acci, discosti
425 	Dal potente suo braccio, e come all'ombra
	D'un asilo securo, un nuovo patto
	Contro lui ne colleghi, e ne sottragga
	Dal celeste dominio? Il punitore
	N'ha sommersi quaggi, perch soffriamo
430 	Penosa schiavit, comunque lungi
	Dal cielo suo, dannati alla catena
	Ch'egli serba ai prigioni. Io ve lo affermo.
	Colui, sia fra le stelle o nell'inferno,
	Solo, eterno, assoluto, ultimo e primo
435 	Despota regner: le nostre braccia
	Contro lui congiurate, impoverirgli
	Non sapran d'una stella il trono immenso.
	Ben ei la mano stender su questo
	Bratro oscuro, e con verga di ferro
440 	Quaggi ne regger come nel cielo
	Regge con verga d'oro i suoi fedeli.
	A che dunque di pace, a che di guerra
	Qui senza frutto disputiam? La guerra
	N'ha pur dianzi sedotti, ed una rotta
445 	Per sempre irreparabile n'ha colti.
	Patto alcuno di pace ancor non venne
	Da noi richiesto; e qual pace potrebbe
	Concedersi agli schiavi, altro che ceppi,
	Flagelli e pene dall'arbitrio inflitte?
450 	E noi qual pace gli darem? La sola
	Che dar ponno gli oppressi: odio, rancore,
	Repugnanza indomabile e vendetta;
	Vendetta, ancor che tarda, istigatrice
	Di perpetue congiure. Or dunque all'opra!
455 	Cerchiam che l'oppressore il minor frutto
	Del trionfo raccolga, e non s'allegri
	Senza qualche amarezza a'nostri mali;
	N fallirci potr per quest'impresa
	Felice occasion. Levarne al cielo
460 	Con arrischiata temeraria prova
	Uopo non . Timor de'nostri assalti,
	Degli artificj, delle insidie nostre
	Non han le rcche sue. Ma non potremmo
	Tentar men ardua lotta? Se bugiarda
465 	La profetica voce in ciel non era,
	Avvi un loco felice, un altro mondo
	Abitato dall'Uom, n' tale il nome.
	A questa nova cratura Iddio
	Vita pur dianzi e angelico sembiante
470 	Dar si compiacque, e l'innalz su noi,
	Bench tanto di forza e d'eccellenza
	Agli angeli minore. Il suo proposto
	Fe'noto il cielo, e lo giur. Tremonne
	Tutta a quel giuro la siderea vlta.
475 	L drizziamo il pensier: cerchiam gl'ignoti
	Incoli di quel mondo, e qual ne sia
	La sostanza, la forma, i privilegi,
	Le virt, le fralezze; e se coll'arte
	O colla forza soggiogar si ponno.
480 	Tutto questo cerchiam. Quantunque il cielo
	Ne sia conteso, e l'oppressor vi regni
	Nella piena sua possa imperturbato,
	Pur quel nuovo soggiorno esser dovrebbe
	Mal custodito, e, quasi ultimo lembo
485 	Di vastissimo impero, alla difesa
	Di chi v'alberga confidato. A quello
	Avviamoci noi con una mossa
	Subita, impetuosa, e non dispero
	Che corrervi potrem qualche felice
490 	Ventura: o colla fiamma in fumo, in polve,
	Solveremvi il pianeta, o, fatto nostro
	Per forza d'armi, vi porremo al bando
	Gl'inermi occupatori, in quella guisa
	Che dal ciel fummo noi. Ma se l'impresa
495 	Non ci riesce, d'un accordo almeno
	Con noi li stringerem; tal che nemico
	Lor si faccia l'Eterno, e con pentite
	Mani la sua fattura alfin distrugga.
	Questa vendetta le comuni avanza,
500 	E pu certo scemar la gioja sua
	Del vederne cacciati in questo inferno,
	Mentre al nostro dolor sar conforto
	Il cordoglio ch'ei provi, allor che in fondo
	Vegga i suoi prediletti; ed allo strazio
505 	Condannati con noi, con noi li senta
	Imprecar fieramente all'infelice
	Lor nascimento, al lieto antico stato
	Cos tosto fuggito. - Or meditate
	Se cosa  questa da tentar, se parvi
510 	Miglior consiglio che lo star sepolti
	Qui nel bujo perpetuo, e colla mente
	Fantasticar chimerici reami."
	Cos produsse Belzeb l'iniquo
	Disegno suo; diabolico disegno,
515 	Gi prima immaginato e in parte espresso
	Da Satano. E cader forse potea
	L'efferato pensiero in altra mente
	Fuor che del fabro d'ogni mal? Pensiero
	Di s cupa malizia, oim, ripieno,
520 	Che l'uom percosse nella sua radice,
	E coll'inferno la terra confuse
	A dispetto di Dio! Ma dall'insulto
	Di que'mostri d'abisso il re del cielo
	Maggior gloria trarr. - Piacque l'audace
525 	Divisamento, e ne'tartarei sguardi
	La gioia scintill. Di pieno accordo
	Tutti assentiro, e Belzeb riprese:
	"O sinodo di numi, il vostro avviso
	Fu di senno profondo, e ben chiudeste
530 	Questa lunga consulta. Un'opra grande,
	Come voi siete, fu decreta; un'opra
	Che levar ci dovr da questo centro.
	Risalir noi potremo, in onta al fato,
	Alla soglia del ciel, n senza speme
535 	Di penetrarvi, se propizio evento
	Ne consigli di nuovo a trar la spada;
	Perocch sarem noi da quel lucente
	Confine assai pi presso al natio loco;
	O pacifici almanco in mite zona
540 	Ripararci potremo, ove ne scenda
	L'alma luce degli astri, ed un lavacro
	Di purissimi rai dalla infernale
	Caligine ne purghi. Oh qual verranne
	Da quell'aure sincere, avvivatrici
545 	Balsamica virt sulle ferite,
	Che quest'incendio roditor n'aperse!
	Ma chi dunque spedir per tanta impresa?
	Chi l'ardito sar, che le raminghe
	Orme pel bujo degli abissi imprima?
550 	Degli abissi infiniti, e le tenbre
	Palpabili varcando, il desolato
	Calle ci schiuda? Oh, chi l'aereo volo
	Da penne infaticabili soffolto
	Sul gorgo stender che noi sepra
555 	Dall'isola beata, e alfin vi giunga?
	Qual vigor, qual ingegno in questa prova
	Dargli aita potrebbe, od alle guarde
	Angeliche sottrarlo? a quelle guarde
	D'ognintorno serrate, e sempre in volta?
560 	Irne cauto dovr, come noi stessi
	Nella scelta or dobbiam, poich sul capo
	Di costui poser la somma, il carco
	Della nostra suprema unica speme."
	Ci detto, egli si assise, e con erranti
565 	Sguardi attendea che forse un qualche audace
	S'opponesse al disegno, o, l'approvando,
	La grande impresa di tentar si offrisse.
	Ma rimasero tutti inerti e muti
	Meditandone i rischi, e ognun leggea
570 	Nell'aspetto dell'altro il suo terrore.
	Tra quel fior d'imperterriti, che l'armi
	Volsero contro Dio, non uno assurse
	Per chiedere al congresso od accettarne
	Il terribile incarco. Alfin Satano,
575 	Che su tutti or solleva un'eminente
	Gloria, sicuro del maggior suo merto,
	E di regia alterezza enfiato il core,
	Cos pacato favell: "Progenie
	Del cielo, empirei Troni! Esterrefatti
580 	Ben noi siamo a ragion, ma non da vile
	Tema compresi. Faticosa e lunga
	 la via che dal bratro ci guida
	Ai regni della luce, e forti sbarre
	Ha la nostra prigion. L'enorme vlta
585 	Tutta di foco struggitor ne fascia
	Con nove orrendi cerchi, e le sue porte
	Di rovente piropo e sempre chiuse
	Ne vietano l'uscir. Ma se varcarle
	Qualche ardito potesse, il vano immenso
590 	D'una penosa cecit spalanca
	Le negre gole, e nel ventre infinito
	Lo minaccia ingojar. Pur se ne sfugge,
	Gittandosi in un orbe o in altro loco
	Non conosciuto, che potria giovargli?
595 	Trover nove strette, e pi che dianzi
	Difficile lo scampo. Io non di meno
	Sarei di questo trono, e dell'augusto
	Serto, che di splendore e di possanza
	Mi circonda la fronte, al tutto indegno,
600 	Se dovessi o per danno o per fatica
	La grand'opra lasciar, che fu proposta
	E giudicata di comun vantaggio.
	Perch dunque indossai le regie insegne?
	Lo scettro accetter, ma non le imprese
605 	Che di gloria e di rischio han s gran parte?
	Spetta l'un come l'altra a chi governa;
	Anzi il rischio maggior sia del potente
	Che pi sublime ed onorato ha il seggio.
	Dunque, o terror de'cieli, inclite Posse,
610 	Bench cadute, non vi piaccia intanto
	Rimaner neghittose: il senno e il braccio
	Volgete a raddolcir le vostre pene,
	A far questa prigion, fin che ne accolga,
	Fin che patria ci sia, manco affannosa;
615 	Pur che l'arte ci possa, o d'un incanto
	La segreta virt, cessar gli strazj,
	O, se non tanto, moderarli: e mentre
	Io, per lontane ed ignorate piagge
	Peregrinando, m'avventuro in traccia
620 	Dello scampo comun, voi qui guardinghi,
	Sul vegliante nemico invigilate.
	Ma nessun vo'compagno all'alta impresa."
	Surse il re, cos detto, e le risposte
	Tutte tronc: prudente e sospettoso
625 	Che fra'capi infernali alcun si levi,
	O mosso dall'esempio o da segreta
	Speranza d'un rifiuto, e all'alta prova
	Offrasi inesaudito, e gli si faccia
	Nella comune opinion rivale;
630 	Tal che s'abbia a vil prezzo un'alta fama,
	Cui per s lunghi e perigliosi errori
	Egli, Satano, acquister. Ma quelli
	Atterriti cos dell'ardua via,
	Come del forte che la vieta, alzrsi
635 	Con lui da'seggi loro, e tale un rombo
	Da quella mossa simultanea nacque
	Che di nembi remoti urlo parea.
	S'inchinr riverenti al sommo duce,
	E qual Dio l'acclamaro e non secondo
640 	Al signor delle sfere; e laudi ed inni
	Non mancaro al magnanimo che pone
	In non cale la sua per la comune
	Salvezza. Or se nell'alme in Dio ribelli
	Qualche scintilla di virt rivive,
645 	Non esulti l'iniquo, e non si vanti
	D'alcun'opra onorata, a cui fu sprone
	O vana aura di fama, od altra ascosa
	Ambizion ravvolta in falso zelo.
	La tartarea congrega allor si chiuse
650 	(Cieca e dubbia congrega), ed all'invitto
	Suo capitano e difensor plauda.
	Cos quando dall'alpe un tenebroso
	Nugolo si dispicca, e, queto il vento,
	Copre il ciel sorridente, e in neve, o in pioggia
655 	Sulla terra abbujata si riversa;
	Se nell'ultimo addio si svolge il sole
	Lucido e bello dalla nube, i campi
	Riprendono freschezza, in novi accordi
	Escono gli augelletti, e lieto il gregge
660 	Empie il ciel di belati, a cui risponde
	L'eco della collina e della valle.
	Vitupero sull'uomo! Un saldo patto
	Stringe il dimonio col dimn; ma l'uomo,
	Privilegiato di ragion fra tutti
665 	Gli animai della terra,  il sol discorde;
	E pur confida nel favor del cielo!
	Pace  il grido di Dio, ma noi nell'ire,
	Negli odii, nel livor, nelle querele
	Strasciniamo la vita, e gli uni agli altri
670 	Moviam guerre crudeli; e per vaghezza
	Di struggerne a vicenda, in un deserto
	L'ampia terra mutiam, come se al fianco
	(Ci che unirne dovrebbe) il d, la notte
	Non ci stesse l'inferno. - Il gran consiglio
675 	Cos dunque fu sciolto. In lunga tratta
	I principi n'usciro, e in mezzo a questi
	Sovrastava Stan; n men parea
	L'Imperador del tenebroso regno
	Che l'avversario del celeste. Un gruppo
680 	Di fiammanti cherbi, imitatori
	Della divina maest, pomposo
	Sguito gli faceano, in man recando
	Armi tremende e storiate insegne.
	Che sia fatto palese a suon di tromba
685 	Quanto venne proposto e definito
	Dalla sciolta adunanza, allor s'impose;
	E quattro cherubini ai quattro venti
	Volsero gli oricalchi, e v'accostaro
	Le labbra. Poscia gl'infernali araldi
690 	Tradussero in parola il forte squillo.
	L'udiro i cupi abissi, e dall'immenso
	Esercito spirtal levossi un plauso
	Di voci e grida assordatrici. In questa
	Folle, audace speranza i travagliati
695 	Animi alquanto s'acquetr. Le schiere
	Tutte allora sbandrsi, ed ogni spirto
	Prese un vario sentier, dove talento
	O trista scelta irresoluto il mena,
	Dar quiete sperando a'suoi pensieri,
700 	O men nojose consumarvi l'ore,
	Fin che l'inclito duce a lor ritorni.
	Del volo alcuni per gli aerei campi,
	O del rapido pi sul fermo suolo
	Gareggiano fra lor, come ne'ludi
705 	Pizj ed olimpj. Corridori ardenti
	Domano questi, e schivano la meta
	Colle fervide ruote; accozzan altri
	In colonna affilata i battaglieri.
	Cos quando la guerra alza il vessillo
710 	Per lo ciel tempestoso (util minaccia
	A superbe citt), su per le nubi
	S'azzuffano due schiere; e primamente
	Un aereo drappel di cavalieri
	L'asta abbassa, e spronando le precorre,
715 	Fin che vengono all'urto, e van confuse
	Le accorrenti nemiche. Al grido, al rombo
	De'cozzanti guerrieri il firmamento
	Dall'orto all'occidente  tutto in fiamme.
	Molti di pi feroce indole, accesi
720 	D'una rabbia tifa, montagne e rupi
	Squarciano, e si convolvono per l'aria
	Come arena dai turbini aggirata;
	N basta a quella furia, a quel tumulto
	Quasi l'inferno. Similmente Alcide, [22]
725 	Dall'Ecalia tornando incoronato
	Di lauro trionfal, poscia che il tosco
	Sent della fatal veste di Nesso,
	Svelse nel suo furor dalla radice
	I tessalici abeti, e nell'Eubeo
730 	Lica scagli dai vertici dell'Eta.
	Altri pi mansueti in chiuse valli
	Con angeliche note al suon dell'arpe
	Cantano antiche gesta, e la recente
	Loro caduta che le dubbie sorti
735 	Della battaglia decretr; dolenti
	Che sommetta il destino alla fortuna,
	Ed alla forza il libero coraggio.
	Miseranda armonia! Ma pur sospeso
	Tenea l'Inferno e le prementi turbe
740 	Empa di volutt. Qual meraviglia
	Che sulle labbra degli eterei spirti
	Sian di tanta virt la voce e il suono?
	A bei sermoni del cantar pi dolci
	(Ch la musica i sensi, e la parola
745 	L'animo adesca) in erma occulta valle
	Si abbandonano molti, e d'alte cose
	Van la mente nudrendo; ed or sul fato
	Che giammai non si muta, or sul volere
	Arbitro e donno di s stesso, ed ora
750 	Sulla divina prescienza il grave
	Lor colloquio s'aggira; inutil opra!
	Lume non li conduce, e in laberinti
	S'avvolgono confusi e van perduti.
	Il bene, il mal, la gloria e la vergogna,
755 	L'amor, la noncuranza e la fortuna
	Or propizia or avversa, a questi spirti
	Son tema. Vacua sapienza, errante
	Filosofia! Ma pur (gentil prestigio!)
	Temperar cos ponno i loro affanni,
760 	Raddolcirne l'amaro, alzar di nuovo
	Lor fallaci speranze, e d'ostinata
	Pazienza vestir gl'invitti cuori
	Qual di triplice bronzo. Altri in serrati
	Drappelli o in fitte schiere alla conquista
765 	Muovono, coraggiosi avventurieri,
	Di qualche plaga che men duro albergo
	Per quel mondo infelice a lor presenti.
	E per quattro s'avviano opposti calli
	Lungo le quattro infernali fiumane,
770 	Che metton foce nell'ardente lago.
	Lo Stige abbominato, orrendo fiume,
	Sacro al livor; lo squallido Acheronte,
	Negra e cupa riviera del dolore;
	Cocto, a cui d nome il prolungato
775 	Gemito che si leva e si propaga
	Da'suoi gorghi perduti; e Flegetonte,
	Di cui l'onda rabbiosa avvampa e rugge.
	Ma lontano da questi il pigro e muto
	Lete, fiume d'obblio, le sinuose
780 	Linfe sue vi devolve, e chi ne attigne,
	Ci che fu, ci che fece obblia d'un punto;
	Obblia gioie e tormenti, obblia per sempre
	Riso, lagrime e colpe. - Una campagna
	Oltre Lete si stende oscura, fredda,
785 	Aspra e selvaggia; da perpetui nembi,
	Da bufere e da grandine percossa.
	Grandine spaventosa che s'ammucchia,
	Senza mai disgelar, sul tristo suolo,
	E somiglia a ruine accumulate
790 	Di sovversi edificj. In ogni dove
	Neve spessa e gelata, orrendi abissi
	Che rassembrano in parte alle maremme
	Di Serbonia, fra il Casio, antico monte, [23]
	E Damietta egizia; in cui sommersi
795 	Furo eserciti interi. Ivi la brezza
	Pungentissima abbrucia, e porta il freddo
	L'acuto senso della fiamma. - A tempi
	Fissi da Dio, quegli angeli perduti
	Quivi son dalle furie a forza tratti;
800 	Furie, come le arpie, d'artigli armate:
	Tal che sentono i tristi e foco e gelo;
	Doloroso contrasto, a cui tortura
	Cresce l'eterno mutamento. Evelti
	Dai talami infocati, e sull'algente
805 	Crosta tradotti che l'etereo spegne
	Dolcissimo tepor di cui son cinti,
	Stansi per un prescritto ordine d'anni
	Immoti, assiderati. Il pigro Lete
	Quinci e quindi tragittano, e s'inaspra
810 	Lo strazio loro; perocch varcando
	Cercano desiosi a quella riva
	Tentatrice accostarsi, e con un sorso
	Del suo gorgo obblioso ogni ricordo
	Sperdere delle cure e degli affanni.
815 	E gi porgono il labbro, e il sacro flutto
	Sfiorano quasi, ma li spinge addietro
	L'aspra mano del fato, e al lor desio
	Lo spavento s'oppon d'una Gorgone
	Guardiana dell'onda; e l'onda fugge
820 	Dagli spirti delusi, in quella guisa
	Che dal labbro di Tntalo fugga.
	Cos per desolato incerto calle
	Move la turba vagabonda, e mira
	Estereffatta e con occhi travolti
825 	Il destin che l'attende; e mai riposo
	Trovar non sa. Per ime oscure valli
	Passa l'affaticata, e dolorose
	Plaghe ed alpi or di ghiado, ora di foco,
	Rupi, laghi, voragini, spelonche,
830 	E burroni, e paludi, e spettri ed ombre:
	Universo di morte, a cui l'eterno
	Vindice impresse l'ira sua: creato
	Per dolor dello spirto, ove ogni vita
	Muore e vive ogni morte, ove produce
835 	La perversa natura abbominande
	Cose, orribili mostri assai peggiori
	Di quanti immagin la greca fola,
	Pitoni, idre, chimere. - Il gran nemico
	Degli uomini e di Dio, Satano, intanto
840 	Pieno d'alti proposti, alle infernali
	Soglie drizzava solitario il volo.
	Or prendea la diritta, or la sinistra
	Della spiaggia infelice, or con librate
	Ali radea la superficie, ed ora
845 	Rapido s'accostava all'ignea vlta.
	Similmente ondeggiar tra cielo e mare
	Un naviglio veggiamo, allor che soffia
	L'equinozio nimboso, e far cammino
	Da Bengl, da Ternate o da Tedore, [24]
850 	Onde reca gli aromi il mercadante
	Che dal mar d'Etipia all'ubertoso
	Capo per quelle industri acque veleggia
	Dritto al polo la prora, e non lo arresta
	Bujo di notte o torbida marea:
855 	Era questo il volar dell'Infernale.
	Alte sino al convesso ecco le porte
	Dell'inferno apparirgli e le sue larghe
	Triplici sbarre. Di massiccio bronzo
	Le cerchiano tre fasce e tre di ferro,
860 	Tre di saldo adamante, e le convolve
	Una fiamma immortal, che n'arroventa
	Ma non consuma l'indomabil tempra.
	Due gran fantasmi di tremendo aspetto
	Stanvi a dritta ed a manca. Uno dal capo
865 	Fino all'nche bellissima donzella,
	Che fina turpemente in una lunga
	Viperea coda di letal puntura.
	Le s'aggira d'intorno un sozzo branco
	Di molossi infernali, e mai non cessa
870 	D'intronarla, ululando dalle aperte
	Cerberee gole: ch se mai si turba
	L'assordante latrato, a lor talento
	Ponno i veltri sbalzar nelle squarciate
	Viscere di quel mostro e farvi il covo;
875 	E di l non veduti il maledetto
	Ululo seguitar. Men fiere assai
	Fur le bocche canine infestatrici
	Della vergine Scilla, che tuffarsi
	Solea nel mar che la Trinacria parte
880 	Dalla Clabra sponda; e pi nefande
	Chimere non segur la maliarda,
	Quando per lo notturno aere si volge
	A segreto convito ove la tira
	Il grave puzzo di scannato infante.
885 	E l colle lapponie incantatrici
	Tesse luridi balli, onde s'invola
	Contaminato della luna il raggio.
	La forma opposta (se di forma il nome
	A chi membra e giunture ha mal distinte
890 	Ne sia lecito imporre, e dir sostanza
	Ci che larva somiglia, o d'esse un misto),
	Negra come la notte, spaventosa
	Come tutto l'inferno, e pi feroce
	Di dieci furie, un'orrida saetta
895 	Nella destra impugnava, e in fronte avea
	Un simulacro di regal corona.
	Gi Satano appressava, e quello spettro
	Tosto di seggio si lev movendo
	Incontro all'infernal con affrettati
900 	Spaventevoli passi. Al suo levarsi
	Tremr gli abissi, ma l'audace spirto
	Guat maravigliando il novo aspetto,
	E non trem; ch, salvo il Padre e il Figlio,
	Cratura non  da quel superbo
905 	Riverita o temuta; e disdegnoso
	Primo a quell'ombra favell: "Chi sei,
	D'onde vieni, esecrabile apparenza,
	Che feroce quantunque e spaventosa
	La tua squallida fronte osi drizzarmi,
910 	E contendere a me delle infernali
	Porte l'uscita? Accertati che il varco,
	Senza ch'io te ne chiegga, aprirmi io posso.
	Togliti di cost, se far l'emenda
	Non vuoi del folle tuo pensier! Malnata
915 	Razza d'inferno, tu vedrai che sia
	Cozzar coi figli della luce!" - E il mostro
	Furibondo rispose: "Oh se'tu dunque
	L'angelo traditor che fede e pace,
	Fino a quel punto inviolate in cielo,
920 	Primamente rompesti, e, dietro a'segni
	Sediziosi, innumerabil oste
	Di puri eletti spirti hai suscitato
	Contro il Solopotente, e in questi orrori
	Furo per tua cagion dal suo tremendo
925 	Folgore trabalzati a consumarvi
	Secoli di miseria? Or non arrossi
	Dirti figlio del ciel, tu maledetto
	Spirito dell'abisso? E dove io regno,
	Dove io sol, per tua rabbia, ho trono e scettro,
930 	Questo vampo ne meni? Ol, ti scosta!
	Va, fuggiasco mendace, a'tuoi tormenti!
	Ed ale aggiungi alla tua fuga, innanzi
	Ch'io t'acceleri il vol con un flagello
	Di ritorti cheldri, o ch'io ti faccia
935 	Provar d'un colpo della mia saetta
	Non mai provato raccapriccio." - In questa
	Guisa parl quel pallido Terrore;
	E dieci volte pi deforme e truce
	Minacciando si fe'. Ma l'avversario
940 	Imperterrito stette alla minaccia;
	E lo sdegno avvampava in quegli sguardi,
	Qual sanguigna cometa allor che infoca
	L nell'artico ciel la smisurata
	Plaga d'Ofuco, e guerre e morbi scuote
945 	Dalle sparte criniere. Alla cervice
	Entrambi il colpo misurr, n fanno
	D'un secondo pensiero. I truculenti
	Cipigli si scontrr come due nembi
	Che di fulmini carchi e per lo Caspio
950 	Mar procedenti l'un dell'altro a fronte,
	S'arrestano brev'ora anzi che il vento
	Soffi loro il segnal dell'azzuffarsi
	Per l'aeree pianure. A quegli alterni
	Formidabili sguardi, a quel feroce
955 	Corrugar delle ciglia il bujo eterno
	Rabbujarsi parea. Son pari entrambi,
	N dovranno i gagliardi aver lo scontro,
	Fuori una volta, di maggior nemico.
	Suonar d'orrendi colpi il cavernoso
960 	Bratro allor potea, se quell'anguina
	Lmia seduta sulle soglie, a guarda
	Della chiave fatal, non si gittava
	Tra'combattenti con un grido: "Padre,
	Che fai? che tenta la tua man su questa
965 	Unica prole tua?... Qual ira, o figlia,
	Ti persuade di vibrar lo strale
	Contro il capo paterno? E sai tu forse
	Per chi? Per quel tiranno assiso in cielo
	Che si beffa di te, che ti destina
970 	Della sua rabbia, che giustizia appella,
	Vil serva esecutrice, e quella rabbia
	Voi stessi un giorno strugger." - Qui tacque,
	E la peste infernale a questi accenti
	Retrocesse. - "Il tuo grido e quelle strane
975 	Parole tue, l'arcangelo rispose,
	N'han di un tratto divisi; e la mia destra
	Sospesero cos che far per ora
	Non ti voglio coll'opra manifesto
	Ci ch'io tentassi. Ma chiarirmi innanzi
980 	Chi tu sia, doppio mostro, a me dovrai,
	E perch, mi veggendo in questo loco
	La prima volta, tuo padre mi chiami,
	E quel fantasma prole mia. Mal nota
	Mi sei tu, n finor le mie pupille
985 	Videro pi deformi, abbominande
	Crature di voi." - "Caduta io dunque,
	L'inferna usciera ripigli, ti sono,
	Padre mio, dal pensiero? e la sembianza,
	Che bella tanto ti parea nel cielo,
990 	Or ti desta ribrezzo? A mezzo i cori
	Degli angeli giurati e teco avvinti
	Contro il re delle stelle in lega audace,
	Ecco assalirti una subita doglia.
	Gli occhi tuoi s'oscurr come la notte,
995 	Mentre dalla tua fronte uscian frequenti
	Rapide fiamme; in quella al manco lato
	La tempia a te s'aperse, ed io balzai
	(Nell'incesso, negli atti e nel sembiante
	Simile a te) bellissima, divina,
1000 	E tutta armata dal tuo capo. Attoniti
	Restr subitamente a quella vista
	I guerrieri celesti, e dal mio volto,
	Qual da tristo presagio, inorriditi
	Torsero gli occhi e mi chiamr Peccato!
1005 	Poi con me s'avvezzando, in picciol'ora
	M'ebbero cara, e dalle mie lusinghe
	Fur sedotti e rapiti anche i pi schivi;
	Ma tu, padre, su tutti. Oh quante volte
	Nel mio veggendo il volto tuo, vaghezza
1010 	forme t'accese! E tal prendesti
	Piacer di me, che d'un crescente peso
	Tosto il mio grembo inturgid. La guerra
	Ruppe intanto nel cielo, e per gli azzurri
	Spazii pugnr gli eserciti nemici.
1015 	Al potente avversario (ed altro forse
	Potea seguir?) la gloriosa palma
	D'un trionfo inaudito il capo ha cinto;
	E per tutto l'empiro oppressi e spersi
	Fummo noi. Traboccato in questo fondo
1020 	Rovinr folgorando dalle sfere
	Le nostre legioni, ed io confusa
	Nella ruina universal. Commessa
	La chiave che tu vedi allor mi venne,
	E mi s'ingiunse di tener per sempre
1025 	Questo porte racchiuse, acci non possa
	Pi veruno passarle ov'io medesma
	Non le spalanchi. Ma pensosa e sola
	Qui lungamente non restai, ch grave
	Il mio fianco per te vena crescendo
1030 	Senza misura. Subitanee scosse
	Gli davano travaglio e le punture
	Che precedono il parto. Alfin ne irruppe
	Questa prole odiosa, amaro frutto
	De'nostri amori, straziando, ahi lassa!
1035 	Le materne mie viscere, che torte
	Dallo spavento e dal dolor cangiaro
	In una sozza immagine di serpe
	La mia gi bella inferior persona.
	Ma costei, pur nell'alvo a me nemica,
1040 	"Costei che maschia e femminil natura, .[25]
	Come pi le talenta, accoppia o muta,"
	N'usc brandendo una fatal saetta
	Sterminatrice. Io fuggo impurita
	Gridando: Morte! e a questo orribil nome
1045 	Trem l'inferno, e mormor da tutte
	Le voragini: Morte! Io fuggo, e il mostro
	Precipite m'incalza, e pi che d'ira
	Di lascivia bollente, in breve corso,
	Di me pi ratto, mi raggiunge, e cado
1050 	Io sua madre atterrita in quelle branche.
	Dal sacrilego amplesso e dallo stupro
	Incestuoso violento usciro
	Questi urlanti mastini, il cui latrato,
	Come tu vedi, incessante m'introna;
1055 	Queste belve concette e d'ora in ora
	Partorite per me con sempre novo
	Strazio di questo ventre, ove a lor senno
	Rientrano ululando e dan di morso
	Alle viscere mie, lor dolce pasto;
1060 	Poi n'escono di nuovo, e di paure
	M'assediano cos che mai non trovo
	N quiete, n tregua. A me di fronte
	(Mio nemico in un tempo e sangue mio)
	Sta quello spettro, ed i molossi instiga.
1065 	Gi per manco di preda egli m'avrebbe,
	Bench sua madre, divorata, quando
	Non sapesse il crudel come s'allacci
	La mia colla sua vita, e che per lui
	Diverrian le mie carni assenzio e tosco;
1070 	Ch tale il fato decret. Ma fuggi,
	Fuggi, o padre, il suo dardo! io t'ammonisco.
	Mal ti confidi che passar non debba
	Quel tuo fulgido usbergo, ancor che sia
	Di forte eterea tempra. Alla sua punta
1075 	Resistere non pu se non quell'Uno
	Che lass fra le stelle a tutti  sopra."
	Disse, e il demone accorto, immantinente
	Vide il suo meglio e, raddolcendo l'ira:
	"Cara figlia, proruppe, or dacch padre
1080 	Me tu saluti, e il mio vago germoglio
	Mi presenti in costei, soave pegno
	Delle nostre dolcezze in ciel gioite,
	Dolcezze allor s care, e, per l'enorme
	Nostro impensato mutamento, or fatte
1085 	Tristissimo ricordo; apprendi, o figlia,
	Che nemico io non son, n qui mi tira
	Fuor che il desio di togliere da questo
	Carcere di dolor voi due non solo,
	Ma tutti insieme gli animosi spirti,
1090 	Cui la causa fraterna arm la mano,
	E caddero con noi. Da questi eletto
	Solo ed uno per tutti or mi avventuro
	A viaggio intentato. Io nel profondo
	Dell'abisso porr l'orme solinghe,
1095 	E traverso il gran vano andr cercando
	D'una vaticinata arcana terra,
	Che per molti segnali esser dovrebbe
	Da Jova omai creata: una ritonda
	Ampia terra felice al ciel confine,
1100 	Di bene accette crature albergo,
	A riempiere forse i tanti seggi,
	Che noi lasciammo, destinate; ed ora
	Per timor che di troppa oste guerriera
	Siano i cieli ingombrati e un'altra volta
1105 	Combattuti e sconvolti, in quel remoto
	Loco riposte e custodite. O tale
	Sia di Jova l'intento od altro oscuro,
	Io sapr penetrarlo; e penetrato,
	Rifar questo cammino e l trasporvi,
1110 	Sar l'opra d'un punto. Ivi potrete
	A grand'agio abitar, per ogni dove
	Volgere, non vedute, il queto volo,
	E godervi, tranquille in quel sereno
	Aere impregnato di fragranze. O Morte!
1115 	O Colpa! Un lauto inconsumabil pasto
	Col v'attende... l'universo!" - Tacque
	Satano, e quelle dire a tal promessa
	Parvero satisfatte; in un feroce
	Ghigno contrasse le mascelle, e tutta
1120 	La Morte giubil per la speranza
	D'appagar la sua fame, e col digiuno
	Dente si gratul per tale e tanta
	Mensa serbato. Giubilonne anch'essa,
	L'empia sua madre, ed al dimn conversa,
1125 	Cos parl: "Per dritto, e per comando
	Del prepotente regnator celeste
	Guardo io sola le chiavi, e son custode
	Di questa fossa sventurata. Io debbo
	Tener (cos m'impose) ognor serrati
1130 	Questi cancelli d'adamante; e pronta
	A vibrar l'infallibile saetta,
	Se alcun volesse violarne il cenno,
	Sta di contro la Morte, a cui non regge
	Nessun vivo poter. Ma ch'io m'inchini
1135 	Alla legge del cielo? al duro impero
	Di colui che m'abborre e in questo cieco
	Carcere mi sommerse, ove ministra
	D'un ufficio abberrito a forza io seggo?
	Io per sempre dannata ad un'ambascia
1140 	Che fin non ha, dall'ululo e dai morsi
	Del mio parto assalita, e soprapresa
	Da continui terrori? io che pur sono
	Cratura del cielo e cittadina?
	La vita ebbi da te, tu sei mio padre,
1145 	Tu solo a me comandi, ed io non voglio
	Obbedir che te solo. Oh mi trasporta
	In quel pieno di riso e di splendore
	Novo incognito mondo! E fra que'numi
	Di cos dolce e dilettosa vita
1150 	Ponmi, come n'ho dritto, alla tua destra:
	E tua figlia ed amante, eterna io v'abbia
	Voluttuosa signoria." - Ci detto,
	Trasse dal cinto la guardata chiave
	(Infelice stromento all'uom sorgente
1155 	D'ogni sventura); e le scagliose spire
	Divincolando e strascinando a'piedi
	Dell'immane cancello, agevolmente
	Lo alz, ch sola ci potea; n tutte
	Congiunte insieme le tartaree braccia
1160 	Lo avrebbero pur mosso; e svolta poscia
	Negli ardui ingegni quella chiave, il mostro
	Stacc senza fatica i chiavistelli
	E le sbarre di ferro e d'indomato
	Macigno. Spalancrsi orrendamente
1165 	Con sobbalzo discorde, impetuoso
	Gl'infernali battenti, e dai contorti
	Cardini si diffuse un rauco suono,
	Cui rispose mugghiando il vasto abisso.
	Ben fu lieve alla Colpa aprirne il varco
1170 	Ma non serrarlo, perocch l'impresa
	Tutte forze eccedea. Cos dischiuse
	Rimasero le porte, e tanto  il vano,
	Che passar vi potrebbe un campo istrutto
	Con ali dispiegate e sciolte insegne
1175 	Senza che de'cavalli e delle rote
	S'interrompa la mossa. - Un denso fumo
	Qual d'accesa fornace ed una fiamma
	Rubiconda n'usciro; ed allo sguardo
	De'due fantasmi e del dimn, palesi
1180 	Furo i segreti del confuso abisso.
	Fosco, non circoscritto, interminabile
	Ocen senza sponde, ove il Profondo,
	Ove il Lungo, l'Esteso, e il Tempo e il Loco
	Van perduti e scomposti; ove la Notte
1185 	E il Caos, della natura antichi padri,
	Fra l'eterno fragor di guerre eterne
	Signoreggiano anarchi, e lo Scompiglio
	Ne sorregge lo scettro. Il Caldo, il Freddo,
	L'Umido, il Secco, indomiti campioni,
1190 	Si contendono il campo, ed alla zuffa
	Spingono i loro informi atomi erranti.
	Dietro il proprio vessillo in varie torme
	S'accalcano costoro or lievi, or gravi,
	Ora scabri, ora molli, ora veloci,
1195 	Ora pigri; infiniti e vorticosi
	Qual di Barca le sabbie o di Cirene,
	Quando spirano a turbe, e van co'nembi,
	Venuti in guerra, a parteggiar. L'insegna,
	Dietro cui l'irruente immensa turba
1200 	Degli atomi pi ferve, al punto istesso
	S'alza e dispare. Il Caos giudice siede,
	Ma crescono pi sempre i suoi giudizii
	Le furenti discordie ond'ebbe impero.
	Dopo lui regna il Caso e tien la possa,
1205 	Arbitro sommo, d'ogni cosa. - A questo
	Bratro che fu culla, e forse tomba
	Sar della natura, a questo abisso
	Non mar, non terra, non aere, non foco,
	Ma di tali elementi e dei fecondi
1210 	Loro principj una mischianza orrenda,
	Sempre in lotta, in trambusto, ove la mano
	Che tutto pu non spari la negra
	Congerie, e la trasmuti in nuove spere;
	A questo abisso sconsolate un guardo
1215 	Getta il cauto dimn dall'ampie valve
	Ponderando la via, giacch non debbe
	Breve spazio varcar. Lo fere un tuono
	Alto, fisso, crescente; e se le tenui
	Cose alle grandi pareggiar si ponno,
1220 	Simile al tempestar de'fulminanti
	Bronzi allor che Bellona abbatte e strugge
	Una forte citt; n pi sarebbe
	Se ruinasse la celeste mole,
	E gli elementi congiurati, a forza
1225 	Sbalzassero dal fermo asse la terra.
	Scioglie alfin quell'audace il largo volo
	Pari a vela spiegata, e risospinto
	Co'piedi il suol, tra'vortici si libra
	Dell'ondante vapore. Un lungo tratto
1230 	Quasi in plaustro di nubi egli travalca,
	Ma di subito manca al volatore
	Quell'aereo sostegno, e lo ricinge
	Una improvvisa vanit. Stupito,
	Batte indarno le penne, e dieci mila
1235 	Cbiti affonda, e tuttavia dovrebbe
	Affondar l'infernale, ove lo scoppio
	(Per sciagura dell'uom) d'un procelloso
	Nugolo che di fiamma e di bitume
	Carco il grembo recava, in su rejetto
1240 	Quanto discese non lo avesse. Il nembo
	S'estinse e impaludossi in una sirte,
	Che n suolo parea, n liquid'onda.
	Quasi assorto il dimn per quella cruda
	Consistenza viaggia, ed or coll'ali,
1245 	Or co'pie's'affatica, e ben di remi,
	Ben di vele era d'uopo. In quella guisa
	Che per foreste, per valli, per monti
	Segue un grifon con ruinosa foga
	L'arimaspano rubator che l'oro
1250 	Custodito e vegliato a lui sottrasse;
	L'arcangelo cos per dirupate,
	Chiuse, aperte, melmose, asciutte vie,
	Per contrarie sostanze, or fitte or rade,
	Segue il corso affannoso, e colla testa,
1255 	Colle braccia, coll'ali e colle piante
	Nuota, guada, si tuffa, arranca e vola.
	Intanto un novo universal rimbombo
	Di clamori indistinti e d'alte grida
	Dalla profonda oscurit si leva,
1260 	E percuote improvviso e violento
	L'orecchio di Satano. A quella parte
	Drizza tosto il suo vol desideroso
	Di veder qual potenza o quale spirto
	In quel regno sovverso abbia dimora;
1265 	E chiedere ove siano i men lontani
	Termini del creato e i primi raggi
	Dell'aurea luce. Ed ecco assiso in trono
	Apparirgli il Caosse. Immenso e nero
	Sui gorghi inferociti il suo regale
1270 	Padiglion si distende. In bruna vesta
	Presso al torbido re siede la Notte,
	La pi vetusta delle cose, assunta
	All'imperio con lui. Vicini al soglio
	Stanno l'Ades e l'Orco e il formidato
1275 	Demogorgn. Lo Strepito, il Tumulto, [26]
	Lo Scompiglio ed il Caso alla rinfusa
	Vengono poscia, e la Discordia infine
	Di mille armata dissonanti bocche.
	L'intrepido infernale a lor si volse:
1280 	"O Spirti, o Posse dell'informe abisso,
	Cas, perpetua Notte, a voi non vengo
	Esploratore e turbator de'vostri
	Tenebrosi misteri; io vengo a voi
	Costretto a ramingar per questo buio
1285 	Deserto, e per li vostri ampi dominj,
	Ad aprirmi una via che mi trasporti
	Nei campi della luce. Io, solitario,
	Smarrito quasi e senza guida, in traccia
	Vo di qualche sentier che pi spedito
1290 	Mi conduca da questi ai radianti
	Confini delle sfere, o s'altro loco
	Strappato ai regni vostri, il correttore
	Dell'empiro or possegga. A quella plaga
	Solo  converso il mio cammin. Guidate
1295 	Voi la mia traccia, ch non vil mercede
	Pure a voi ne verr, se liberate
	Dal poter che le usurpa, io riconduco
	Alle tnebre antiche, al vostro scettro
	Quelle perdute regioni; tale
1300 	Del mio volo  l'intento. Alzar di nuovo
	Voglio il vessillo della Notte: a voi
	L'utile dell'impresa, a me soltanto
	La volutt della vendetta." - "Ignoto,
	O stranier, non mi sei (cos rispose
1305 	Con sembianze incomposte e rauca voce
	L'antico anarca); il condottier possente
	Sei tu di quegli spiriti ribelli
	Che fr testa a Jova, e fur riversi.
	Vidi ed intesi. Traversar potea
1310 	Per questo impero sgominato un tanto
	Esercito di spirti in piena fuga,
	N fragore a fragor, n rotta a rotta,
	N ruina a ruina accumularvi?
	A miriadi vers l'empirea vlta
1315 	Le insecutrici legioni, ond'io
	Qui piantai la mia sede al lembo estremo
	De'regni miei; n forse al poco spazio
	Che mi rimane (e il veggo ognor scemarsi
	Per le vostre discordie, e la corona
1320 	Tremar sul capo dell'antica Notte)
	Sar la mia possanza util difesa.
	Pria la vostra prigion, profonda e vasta
	Jova ai piedi m'aperse, il firmamento
	Poscia e la terra, creazion recente,
1325 	Sul mio capo ei sospese ad una lunga
	Catena d'oro che dal ciel discende,
	L 've rotti voi foste e qua travolti.
	Se tu cerchi di lei, se quella  il campo
	De'tuoi perigli, non le sei discosto.
1330 	Vanne! gli struggimenti e le ruine
	Son preda mia." - Qui tacque; e confortato
	Stan, che il suo gran mare abbia una riva,
	Non produsse gl'indugi, e con novella
	Virt, con rinnovato animo ardente,
1335 	Quasi ignta piramide, s'immerse
	Per quegli spazii tempestosi, il passo
	Schiudendosi fra l'urto e le battaglie
	Degli elementi che ruggangli attorno.
	N pi rischi di lui, n pi fatiche
1340 	L'argonauta sostenne allor che il flutto
	Del Bosforo pass fra le cozzanti
	Rupi; n pi perigli il cauto Ulisse
	Quando, schivata la fatal Cariddi,
	Rase il vortice opposto. A tale imago
1345 	Stana procedea con incessante
	Doloroso travaglio. Oh! ma varcato
	Ch'egli ebbe il gran deserto e l'uom sedotto
	(Miserabil vicenda!), il mal sentiero
	Colpa e Morte segur, ch dell'Eterno
1350 	Era questo il decreto; ed una larga
	Via lastricaro sull'oscuro abisso,
	Le cui tempeste, pazienti e quete,
	Consentr che dal bratro infernale
	Fino alla cerchia esterior di questo
1355 	Fragile mondo s'incurvasse un ponte
	Di mirabil lunghezza, onde su quello
	Ir potesse e redire a tutta voglia
	La ciurmaglia malvagia, e gastigarvi
	O sedurvi i mortali, a cui non fosse
1360 	La grazia del Signore e de'suoi buoni
	Angeli scudo. - Ma la sacra luce
	Fa sentir, bench lungi, un dolce influsso:
	E radiando da'siderei spaldi,
	Gitta un tremulo albor su quella densa
1365 	Cecit. La natura ha qui segnati
	Gli ultimi fini del suo novo impero.
	Qui dall'argine estremo, alla sembianza
	Di sconfitto avversario, si ritragge
	Men furente il Caosse e minaccioso.
1370 	Dietro la scorta d'un pallido lume,
	Pria con pena minor, poi con remigio
	Facile e lieve, l'infernal s'avanza
	Secando un fiotto che s'appiana, a guisa
	D'una nave dai turbini sbattuta
1375 	Che allegra entra nel porto, ancor che rotte
	Abbia funi ed antenne. In un tranquillo
	Spazio, ch'aere parea, sull'ali immote
	L'arcangelo s'arresta, e, lungi ancora,
	L'empireo ciel contempla; e tale e tanta
1380 	 la sua vastit ch'ei mal discerne
	Di qual forma egli sia. Le torreggianti
	Rcche d'oplo e le merlate mura
	Di vivente zaffiro, ov'ei gi nacque
	Ed alberg, gli splendono alle ciglia:
1385 	E d'un'aurea catena al capo estremo
	Vede il mondo sospeso, in apparenza
	D'una picciola stella accanto al disco
	Della luna. Lo vede, e gonfio il core
	D'ira vendicatrice, in maledetta
1390 	Ora il vol maledetto a lui converte.


LIBRO TERZO

	Primogenia del cielo, o dell'Eterno
	Ceterno splendore, io ti saluto,
	Sacra luce! Ma tal poss'io chiamarti
	Senza tema di biasmo? E poi che Dio,
5 	Dio stesso  luce, e in una luce arcana
	Ab eterno si chiude, ove soggiorna
	Dunque se non in te, raggio fluente
	Da non creata luminosa essenza?
	O pi caro di questi hai forse il nome
10 	Di puro etereo fiume? E la tua fonte
	Chi ne dir? Del sol prima e de'cieli
	Tu fosti, e il mondo che sorgea dall'acque
	Tenebrose e profonde, agl'infiniti
	Scomposti abissi conquistato, hai cinto,
15 	Alla voce di Dio, quasi d'un manto.
	Or con ali pi ferme a te risalgo
	Fuor del lago d'inferno, ove sepolto
	Stetti in tnebra lunga; e nel mio volo
	L'esterna e media oscurit varcando,
20 	Con armonie da quelle assai diverse
	Della lira d'Orfeo, cantai l'eterna
	Notte e il Caosse. La celeste musa
	M'erud, mi guid nel periglioso
	Mio scendere e salir. Non men che nova
25 	Malagevole impresa! Or salvo io torno.
	Torno a te, cara luce, e sento il tuo
	Vital lampo sovrano; e tu non vieni
	Agli occhi miei, che invan rotano, invano
	Cercano che li fera il tuo baleno,
30 	E non trovano albor. Cos li estinse
	Amurosi crudele, o le pupille
	Denso vel ne copr. Ma non pertanto
	Nei solinghi recessi, ove le muse
	D'aggirarsi han costume, io pur m'aggiro,
35 	E le fonti ricerco e i boschi ombrosi
	E le colline che il mattino indora;
	Tanto del sacro verso amor m'accende!
	E te prima, o Sin, te rugiadosa
	Per floridi ruscelli, che lavacro
40 	Mormorando ti fanno al santo piede,
	Visito nella notte; e vola intanto
	L'indefessa mia mente a'due gran ciechi
	Pari a me di sventura (oh cos pari
	Di gloria a lor foss'io!) Tmiri, io dico, [27]
45 	E il Meonio cantor; n da Fino,
	N da Tiresia, illustri antichi vati,
	Mi disgiunge il pensiero. Allor mi pasco
	D'immagini sublimi e cratrici
	Spontanee d'armonia, come l'augello
50 	Che veglia e canta solitario, e chiuso
	Fra le coltrici ombrose il suo notturno
	Dolor sospira. Le stagioni intanto
	Ritornano coll'anno, e non ritorna
	Mai la luce per me; n quel s dolce
55 	Appressar del mattino o della sera,
	N il fior d'aprile, n la rosa estiva,
	N la greggia che pasce, o la divina
	Fronte dell'uomo rivedr pi mai.
	Trista, perpetua cecit mi fascia.
60 	Dagli allegri sentieri io son diviso
	Che l'orma imprime de'veggenti, e il libro
	Delle belle dottrine a me non offre
	Ch'una pagina bianca, onde son rase
	L'opre della natura. Uno de'varchi
65 	Che conduce al saver mi fu precluso.
	Brilla dunque pi viva, eterea lampa,
	Nelle ascose mie parti, e tutte irraggia
	Le virt del mio spirto. Occhi alla mente
	Dammi tu, tu ne sperdi o ne dirada
70 	La nebbia che la copre, e fa ch'io vegga
	E canti cose al senso umano occulte.
	Gi dal puro, sublime, empireo cielo
	L'onnipossente Padre in trono assiso,
	Ch'ogni altezza sovrasta, avea d'un guardo
75 	L'opre sue contemplate e l'opre insieme
	Dell'opre sue. Le crature elette
	Faceano, come stelle, a lui corona,
	E dolcezze traean da quell'aspetto
	Che parola non hanno. Eragli a destra,
80 	Spirante imago della gloria sua,
	L'Unigenito Figlio. In pria l'Eterno
	Mir la terra e i due primi parenti,
	Le sole umane crature in lieta
	Solitudine poste a crre i frutti
85 	Del gaudio e dell'amor; d'un gaudio eterno
	E d'un amor senza rivali. Iddio
	Volse quindi agli abissi ed al frapposto
	Caos, che li parte il creato, il guardo;
	E not l'infernal che la gran diga
90 	Costeggiava del ciel da quella parte
	Che la notte fronteggia, e il vol battea
	Per un fosco emisfero, omai disposto,
	Con ali affaticato e impazienti,
	A calar sulla faccia del creato.
95 	E il creato sembrava al maladetto
	Tonda immobile massa e senza luce
	Di firmamento; ond'ei pendea malcerto,
	Se mar quanto appariagli od aer fosse.
	E guardandolo Iddio con quello sguardo
100 	Che il presento, il passato ed il futuro
	Tutto accoglie in un punto, in questi detti
	Profetici, si volse al suo gran Figlio:
	"Unico Figlio mio, la rabbia vedi
	Di quel nostro nemico? A lui n mta
105 	Prescritta, n infernali enormi sbarre,
	N ceppi accumulati, n l'immenso
	Caos interposto tra l'abisso e il cielo
	Son ritegno che basti. In cor gli bolle
	Una vendetta disperata, e questa
110 	Ricadr sulla perfida cervice.
	Ora, infranti i suoi lacci, ei s'avventura
	Lungo il confin della candida luce
	Non discosto dal cielo, e volte l'ali
	Verso quel mondo che pur or creai,
115 	E vr l'uom che vi posi, ei si propone
	Di struggerlo coll'armi, o traviarlo
	(Maggior misfatto) coll'inganno. E l'uomo
	Pervertito sar. Quelle lusinghe
	Troveran nel suo petto un facil varco,
120 	Tanto che infranger miseramente
	Il sol comandamento, il pegno solo
	D'obbedienza che da lui richiesi.
	Cadr lo sciagurato e tutta quanta
	L'infedele sua stirpe. E chi dovrebbe
125 	Fuor che s stesso cagionarne? Ingrato!
	Ogni lecita cosa a lui concessi;
	Giusto, savio lo feci, e quanto basta
	Valido a sostenersi, ancor che posto
	In bala di fallir. Cos creati
130 	Ho gli spirti celesti, e le cadute
	E non cadute crature; quelle
	Libere nel cader, come nel fermo
	Reggersi queste. E qual sicura prova
	Di vero amor, d'obbedienza vera,
135 	Di saldissima f potriano offrirmi
	Senza il libero arbitrio? E se gli spirti
	Sol costretti operassero, qual lode
	Si dovriano aspettar? Qual gioja io stesso
	Trar da s fatta obbedienza, quando
140 	E volere e ragion (ch la ragione
	 pur essa una scelta), inetti, vani
	Sudditi pazienti, a questa legge,
	Non a me si curvassero? Creati
	Essi fur, com' dritto, e querelarsi
145 	Giustamente non pon di chi li fece,
	N il destino accusar, n la natura,
	Qual se un termine fisso, o per comando
	O per suprema prescienza, il freno
	Di lor voglie reggesse. La rivolta
150 	Eglino stessi decretr, non Io.
	Se da me fu prevista, alcuno influsso
	Quel mio segreto preveder non ebbe
	Sulla grave lor colpa, e non saria,
	Quando ancor preveduta io non l'avessi,
155 	Stata men certa. Non impulso e sprone,
	Non voler di destino o d'altra legge,
	Manifesto al mio sguardo, occulto al loro,
	Li seduce al peccato. A s medesmi
	Fabbri son d'ogni sorte allor che fanno
160 	Giudizio e scelta. Io liberi creai,
	E liberi saran finch le mani
	Spontanee non daranno alla catena.
	Se ci non fosse, trasmutar dovrei
	La lor natura, rivocar l'eterno
165 	Non mutabil decreto, onde largita
	Fu lor la libert; cos gli spirti,
	Arbitri si scavr la gran vorago.
	Caddero i primi rei non consigliati
	Che dal proprio voler, non persuasi
170 	Che dalla propria iniquit. Ma l'uomo
	Cade ingannato da'caduti, e l'uomo
	Perdonato sar. Pur nol saranno
	Gl'ingannatori suoi. Cos trionfi
	Sulla terra e nel ciel la gloria mia,
175 	Bella di grazia e di giustizia, e splenda
	La grazia, ultima e prima, assai pi chiara."
	Mentre Iddio favellava, empa le sfere
	Un'ambrosia fragranza, e diffondea
	Fra quei felici eletti spirti un senso
180 	Di nova arcana volutt. Raggiava
	L'unigenito Figlio agli occhi santi
	Dentro una gloria ch'ogni gloria eccede,
	E l'imago paterna in sua sostanza
	Tutta recava: una piet divina,
185 	Un amor senza fine, una clemenza
	Senza misura gli splendeano in volto;
	E vena questi affetti al suo gran Padre
	Palesando cos: "Misericorde
	Suon, Padre divin, quella parola
190 	Che fu suggello al tuo voler. Perdono
	L'uomo otterr! La terra e il ciel diranno
	Le lodi tue, da mille e mille cori
	Modulate, iterate; e in questi canti,
	Che faran consonanza al tuo gran soglio,
195 	Benedetto verrai negli anni eterni.
	Perir l'uomo dovria? La cratura
	Pur dianzi a te s cara? Il prediletto,
	L'ultimo figlio tuo miseramente
	Perir, sedotto dalla frode aggiunta
200 	Alla propria demenza? Ah lungi, lungi,
	Sia da te, Padre mio, questo pensiero!
	Da te che solo le create cose
	Ponderi in giusta libra! O vuoi tu forse
	Che riesca a Satano il bieco intento,
205 	Frustrato il tuo? Che strugga il malvolere
	La tua bont? Che il perfido si vanti,
	Bench percosso da maggior condanna,
	D'una vendetta satisfatta, e tragga
	Tutta la pervertita umana stirpe
210 	Seco all'inferno? O tu, tu di tua mano
	Scompor quanto creasti, e sfar le cose
	Che gi facesti per la gloria tua?
	Padre! la tua bont, la tua grandezza
	Messe in dubbio sarieno ed imprecate
215 	Senza difesa." - Il Crator rispose:
	"Figlio dell'alma mia, gioia suprema,
	Figlio di queste cor, mio Verbo solo,
	Mio saver, mia potenza, ogni tuo detto
	Risponde a'miei pensieri, al fin prefisso
220 	Con eterno proposto. Ah no, non debbe
	Perir l'umanit! Salute trovi,
	Chi di trovarla in cor senta vaghezza;
	N ci poi suo voler, ma per la grazia
	Liberamente condiscesa. Io voglio
225 	Nella umana natura alzar di nuovo
	La cadente virt, quantunque oppressa
	Dalla colpa e sopposta all'infelice
	Giogo d'immoderate impure voglie.
	Rincorata da me drizzar la fronte
230 	Possa ancor nella lotta; e conoscendo
	Quanto fiacca la fe'l'antico errore,
	Ella ascriva a me solo il suo riscatto,
	Solo a me, non ad altri. Eletti alcuni
	N'ho per grazia suprema, e questa bella
235 	Schiera privilegiai sugli altri tutti;
	Ch tale  il mio voler. Per tutti gli altri
	Sentiran la chiamata, ed ammoniti
	Di lor colpe verranno, a ci che l'arco
	S'affrettino a lentar (mentre l'offerto
240 	Favor l'invita) dello sdegno mio.
	Schiarir quanto basta i nebulosi
	Loro intelletti, e gl'induriti cuori
	Tanto n'ammollir, che far preghiera
	E pentirsi potranno ed obbedirmi.
245 	Ed all'mile prego, al pentimento,
	Alla dovuta obbedienza, quando
	Ella pur si chiudesse entro i confini
	D'una sincera intenzion, n immite
	La mia pupilla, n l'orecchia sorda
250 	Agli erranti sar. La coscienza
	Per giudice severa e conduttrice
	Loro io dar. La udranno? Avran chiarezza
	Sopra chiarezza, e vlto il grazioso
	Lume in buon suo, ed al ben far durando,
255 	Trarranno in porto. Ma gioir di questa
	Mia lunga tolleranza e del promesso
	Di della grazia e del perdon disperi
	Chi non mi cura e mi dispregia. I ciechi
	Si faranno pi ciechi e gl'indurati
260 	Pi duri, acci l'intoppo e la caduta
	Siano a lor pi fatali; e questi soli
	L'ala non coprir del mio perdono.
	E non  tutto. Trasgredendo, infrange
	L'uom la sua fede, e col peccate insulta
265 	La maest del cielo; e mentre in nume
	Di cangiarsi confida, ogni pi cara
	Cosa egli perde, n gli resta un dono
	Espiator del fallo suo. Devoto
	L'uom con tutto il suo genere alla morte,
270 	Morir dovr: la mia giustizia o l'uomo
	Dovr morir, se un altro, ostia potente,
	Per lui non s'offra volontario, e pago
	Faccia il rigor della severa. Morte
	Per morte. Oh favellate, eteree Posse!
275 	Dove si trova un tante amor? Fra voi
	Chi mortal si far per lo riscatto
	D'una colpa mortal? Si leva un giusto
	Redentor degli ingiusti? Ed arde, o spirti,
	Quest'amorosa carit nel cielo?"
280 	Alla inchiesta di Dio gl'immensi cori
	Degli angeli ammutiro, e lo stupore
	Tutti i cieli occup. Ma non levossi
	Per l'uomo intercessor, n chi sul capo
	La condanna mortale imporsi ardisse,
285 	N scontarne la pena: ed irredento
	Cos l'uom si perdea con tutta quanta
	La stirpe sua pel rigido decreto
	Rassegnata alla morte ed all'inferno.
	Ma di nuovo il gran Figlio, in cui la piena
290 	D'amor s'accoglie, fra l'Eterno e l'uomo
	S'interpose e parl: "L'uom, Padre mio,
	Grazia al fallo otterr. Tu l'hai proferta
	Questa parola; n la Grazia, o Padre,
	Trover qualche via che lo redima?
295 	La Grazia rapidissima su tutte
	Le tue nunzie volanti, al cui passaggio
	Nessun varco si chiude? ella che scende
	Non prevista, non cerca e non chiamata
	A visitar le crature tue?
300 	Felicissimo l'uom che dal suo raggio
	Vien per tempo ferito! Indarno poscia,
	Sepolto e morto nell'error, l'ajuto
	N'invocheria. Pel suo debito enorme
	Nessun'ostia o tributo offrir potrebbe.
305 	Io dunque, io mi consacro ostia per lui;
	Vita per vita. L'ira tua non cada
	Che sul mio capo, e tu qual uom m'accetta.
	Questo fervido amor dalle tue braccia,
	Padre mio, scioglierammi, e deponendo,
310 	Libero e lieto, il glorioso serto
	Di che parte mi fai, dar per l'uomo,
	Satisfatto, il mio sangue. In me la Morte
	Volga pur le sue freccie: oppresso e vinto
	Non mi avr lungamente il tenebroso
315 	Suo poter. Tu mi doni in me medesmo
	Serbar vita immortale, ed immortale
	Vita in te vivo, bench sacro a Morte.
	Quanto  in me di caduco e perituro
	Ella s'abbia in trofeo; ma poi che reso
320 	Quel tributo io le avr, non soffrirai
	Che preda io resti dell'immondo avello,
	N che star l'incolpabile mio spirto
	Debba fra le macerie eternamente!
	Con segno di vittoria incoronato
325 	M'alzer dalla tomba, ed abbattuta
	La vincitrice mia, d'ogni vantata
	Preda la spoglier: mortal ferita
	N'avr la Morte, e ingloriosa e priva
	Del suo dardo funesto nella polve
330 	Contorcerassi; ed io per l'ampio cielo,
	Dietro il mio carro trionfal, captivo
	E invan fremente, ne trarr l'inferno
	Colle buje sue Posse. E tu, per tanto
	Spettacolo commosso, a me gli sguardi
335 	Chinerai dal tuo ciel con un sorriso.
	Io, dal Padre esaltato, i miei nemici
	Tutti confonder, la Morte anch'essa,
	Del cui carcame pascer la tomba.
	E da mille redenti accompagnato,
340 	Dopo lungo esular, fra le tue braccia
	Rivolar mi vedrai; n pi turbate,
	Padre, mi appariran da nube d'ira
	Le tue sembianze, ma serene e liete
	Di saldissima pace e di perdono;
345 	E spento da quell'ora ogni tuo sdegno,
	Gioia compiuta regner." - Qui tacque
	La sua favella, ma quel dolce aspetto,
	Pur tacendo, parlava e tutte ardea
	D'un amore immortal per l'uom mortale;
350 	Amor, cui non  sopra altro che il solo
	Filiale obbedir. Desideroso
	D'immolarsi per l'uom, la espressa voglia
	Del gran Padre attendea. Stupor profondo
	I celesti comprese, e maraviglia
355 	Prendeano al senso delle cose arcane,
	Qual ne fosse ignorando il chiuso intento.
	E l'Eterno riprese: "Unica pace
	Nella terra e nel ciel per la dannata
	Alla giusta ira mia progenie umana!
360 	Unico in cui mi piaccio! A te segreto
	Non  quanto m' cara ogni opra mia;
	N men caro m' l'uom, sebben fra tutte
	La novissima sia. Vo'separarti
	Per lui dal seno mio, dalle mie braccia;
365 	Vo'salvar, te perdendo un picciol tempo,
	La traviata umanit. Tu dunque
	L'unico, o Figlio, che ci possa, accoppia
	La tua divina alla mortal natura:
	Uom fra gli uomini scendi, e, fatto carne,
370 	Esci, mirabil parto (allor che i tempi
	Saran maturi) da virgineo grembo.
	Bench figlio d'Adam, d'Adamo invece
	Capo sii degli umani. Ognun perisce
	Con lui, ma teco rigermoglia ognuno,
375 	Pur che degno ne sia, quasi da nova
	Vigorosa radice; e nullo, o Figlio,
	Senza te lo potr. Mentre la grave
	Colpa d'Adamo a'suoi figli discende,
	La tua virt riparatrice assolva
380 	Chi far delle giuste e delle ingiuste
	Opre sue nobilissimo rifiuto,
	Novella e santa vita, in te traslato,
	Ricevendo da te. Cos per l'uomo
	L'uom satisfaccia, com' dritto, e soffra
385 	Il giudizio e la morte; indi risorga
	Alla vita de'santi, e i suoi fratelli,
	Dal prezioso suo sangue redenti,
	Risorgano con lui. Cos trionfi
	Della rabbia infernal l'eterno amore,
390 	Votandosi alla morte e soccombendo
	Per salvezza di ci (salvezza a caro
	Prezzo acquistata) che l'inferno strugge
	S facilmente e strugger ne'cuori
	Sordi al richiamo della grazia. O Figlio!
395 	Non scemerai, non vilirai la diva
	Natura tua vestendoti l'umana.
	Poich lasci ogni cosa, e che d'un mondo
	Farti vuoi redentor (quantunque segga
	Sul maggior d'ogni trono, e al Padre uguale
400 	D'ugual batitudine gioisca);
	Poich merto e virt, pi dei natali,
	Ti fan degno, mio Figlio, e tuttavolta
	Sei men grande che buono, e in te l'amore,
	Pi che la possa e lo splendore abbonda,
405 	Su questo seggio, colla carne assunta,
	L'umilt tua ti riporr. Divino
	Ed umano in un tempo, e figlio insieme
	E dell'uomo e di Dio, terrai qui scettro,
	Unto re del creato. Ogni mia possa
410 	Ti do; regna in perpetuo, e ti circonda
	Del tuo proprio valor. Te, qual sovrano
	Arbitro, obbediranno e troni e prenci,
	E srafi e cherbi. A te d'innanzi
	Quanto vive nel cielo e sulla terra,
415 	O di sotto la terra o nell'inferno
	Piegher le ginocchia. Allor che cinto
	Dal celeste corteggio, apparirai
	Sopra un carro di nubi, e tuberanno,
	Da te spediti, gli angelici araldi
420 	Del tuo giudizio spaventoso, i vivi
	Tutti, e di tutti i secoli gli estinti
	Verran dai quattro venti alla suprema
	Sentenza universal, dal lungo sonno
	Per quell'alto riscossi orrendo squillo.
425 	Tu nel santo consesso ogni misfatto
	Degli uomini malvagi e de'malvagi
	Spirti giudicherai, che sotto il peso
	Cadran del tuo giudizio. Allor l'Inferno
	Pieno e sazio di reprobi, per sempre
430 	Chiuder. Terra e cielo andran consunti;
	Ma dal cenere loro un novo cielo,
	Una terra novella, in cui dimora
	Faranno i giusti, nascer. Campati
	Dal mar di tante pene, un aureo giorno,
435 	D'auree geste fecondo essi vedranno,
	E riso e pace e trionfale amore
	E luminosa verit. Lo scettro
	Quindi tu deporrai, qual vano ingombro,
	Ch tutto in tutto sar Dio. - Ma voi
440 	Adorate, esaltate, eterei spirti,
	Chi per tanto adempir si dona a morte!
	Adorate il gran Figlio, e come il Padre
	Lo esaltate!" - Quest'ultima parola
	Sulle labbra divine ancor sonava,
445 	Che gli angelici cori in un possente
	Grido scoppir, qual muove e si propaga
	Da'plaudenti infiniti, e dolce insieme
	Come voce di santi. Il gaudio e il canto
	Rinacquero a quel grido, e corse i cieli
450 	E l'empireo profondo un benedetto
	Inno di gioja, un suon di lieti osanna.
	All'uno e all'altro seggio ossequiosi
	Gli angeli s'inchinaro, e per solenne
	Atto d'omaggio, al suol gittaro i serti
455 	D'auro tessuti e d'amaranto. - O stelo
	Immortal! Tu nel sacro Eden aprivi
	Presso la pianta della vita i fiori,
	Ma poi che l'uomo trasgred, migrasti
	Ai giardini del cielo, ov'or germogli,
460 	Ove cresci e fiorisci, e il margo inombri
	Al fiume della vita e della gioja,
	Che volve per lo ciel tra i gigli eterni
	L'ambra dell'onde sue. Gli spirti eletti
	Si fan delle impassibili tue foglie
465 	Freno alle anella della bionda testa
	Intercisa di lampi. - E le corone
	Da'bei capi divelte, il suol copriro
	Che sembra un lago di pirpi, e ride
	Imporporato di celesti rose.
470 	Poi ripresi quei serti e ricomposti
	Sulle fronti immortali, i cherubini
	Si staccr le vocali arpe dal fianco,
	Onde pendono ognor come corrusche
	Fartre; e preludendo in dolci note,
475 	Dir principio a'lor canti, empiendo il cielo
	D'un'estasi sublime. Alcuna voce
	Non tacque, e voce non risona in cielo
	Che legarsi rifiuti all'armonia;
	Tante accordo  lass! - Te pria cantaro,
480 	Padre, eterno monarca, onnipossente,
	Infinito, immutabile, immortale;
	Te, fabro d'ogni cosa e sola fonte
	Della luce; Te pur ne'gioriosi
	Raggi di cui t'avvolgi, in cui t'assidi,
485 	Altissimo e profondo; ad ogni sguardo
	Invisibile sempre: e quando ancora
	Sul pieno di tua luce effondimento
	Stendi il vel d'una nube, e da quel velo,
	Che ti fascia e ti cela, ad un raggiante
490 	Tabernacolo egual, ci mostri un lembo
	Di veste, oscuro per soverchia luce,
	Tutto il cielo n'abbagli, e non ardisce
	Angelo d'accostarsi, ove dell'ali
	Non si faccia cortina alle pupille.
495 	Te poi cantaro, o delle cose tutte
	Prima, Figlio divin, divina imago,
	Nel cui fulgido aspetto effigiato
	Splende l'Onnipossente e si palesa
	Senz'ombra che lo copra, e nol potria
500 	Veder, se ci non fosse, occhio creato.
	Teco sta la sua gloria, in te trasfuso
	Regna il grande suo spirto. Il ciel de'cieli
	E tutte le virt che in s racchiude
	Per te solo Ei cre, per te nel fondo
505 	Precipit le angeliche baldanze;
	N tu lasciasti i folgori paterni
	Oziosi quel giorno, o l'ignee rote
	Del suo plaustro di guerra, onde concussa
	Vacill la profonda eterea vlta,
510 	Mentre sulla cervice ai ribellanti
	Sparsi cherbi trascorrevi. Al tuo
	Glorioso ritorno i santi spirti
	T'acclamaro esultando: Unico figlio
	Della possa paterna e della giusta
515 	Sua vendetta ministro alle nimiche
	Turbe, ma non all'uomo! Oh l'infelice
	Pecc, sedotto da'ribelli, o Padre
	Di grazia e di perdono, e tu nol devi
	Severamente giudicar! Per l'uomo
520 	Ti parli la piet pi che il rigore!
	Tosto che il tuo diletto eterno Figlio
	Te vide inchino alla clemenza, inchino
	Ad impor lieve pena al grave errore
	Della umana fralezza, Egli, tuo Figlio,
525 	A blandirti, o crucciato, a dar per sempre
	Fine al conflitto che leggeati in volto
	Fra la giustizia e la pietade, offerse
	Per l'uom s stesso a morte, ed alle gioje
	Non gli corse il pensier che teco ei parte.
530 	O senza esempio mirabile amore!
	O dall'eterno amore amor disceso!
	- Salve, o figlio di Dio, salve dell'uomo
	Riparator! De'nostri carmi obbietto
	Sar sempre il tuo nome, e l'arpe mai
535 	Non taceran le lodi tue, n quelle
	Dell'immenso tuo Padre." - In festa e in suono
	Cos sopra le stelle i cherubini
	Traeano l'ore. - Discendea fra tanto
	Di questo mondo orbicolar sul fisso
540 	Pallido disco l'avversario antico;
	Circa il primo emisfero il vol battendo
	Che cinge i globi inferiori, e parte
	Dal vicino Caosse e dagli assalti
	Della notte. Il convesso avea la forma
545 	D'una sferica mole, e, pi da costo,
	Somigliava una landa oscura, vasta,
	Desolata, selvaggia e sotto un cielo
	Mesto, deserto di pianeti e sempre
	Dalle furie implacabili agitato
550 	Del caos circonfuso. Ingrata plaga,
	Se ne togli quel lato alla gran diga
	Del ciel converso, che, sebben remoto,
	Qualche fioco baglior della celeste
	Luce riceve, e dal turbine eterno
555 	Sente briga minore. Ivi Satano
	Scorre a piena sua voglia un largo campo.
	Come quando un astor dell'Immao figlio
	(Al cui giogo nevoso il vagabondo
	Tartaro si ripara) in gi s'avventa,
560 	Abbandonando la nuda scogliera
	Priva omai di pastura, a far l'ingordo
	Ventre satollo negli opimi lombi
	Di daini e d'agnellette che pascendo
	Vanno in greggia sui colli; e drizza il volo
565 	Alle fonti del Gange e dell'Idaspe, [28]
	Di cui l'India s'irriga; ed ecco a un tratto
	Traversargli il cammin le inospitali
	Sabbie di Sericana, ove il Cinese, [29]
	Ajutato dall'aure e dalle vele,
570 	Dentro un legno di giunchi il lido afferra;
	Cos per questo pelago d'arena
	Combattuto dai venti, il gran nemico
	Vaga inquieto e solitario in traccia
	Della sua preda. Solitario allora,
575 	Poich vedovo ancor di crature
	Viventi o senza vita era quel loco.
	Ma poscia che il peccato empi di stolta
	Vanit le pi tarde opre dell'uomo,
	Vi salr dalla terra in denso fumo,
580 	Tutte le cose transitorie e vuote;
	E colle vuote transitorie cose
	V'ascesero color che la fidanza
	Posero in esse o d'una fama eterna
	O d'un bene aspettato in questa vita
585 	Od in altra futura: e quei delusi
	Che sperano quaggi la ricompensa
	D'un cieco zelo o d'un penoso errore,
	Vaghi d'aura mondana, in quel deserto
	Colgono un frutto amaro, e vano e guasto
590 	Come l'opera lor. Gli aborti tutti
	Della natura, mostruosi, informi,
	Stranamente accozzati, in altro loco
	Non sogliono volar, quando disciolti
	Son dalla terra; ed ivi errando vanno
595 	Fino all'ultimo d senza prefissa
	Meta; n, come vaneggir gli antichi,
	Volano nella luna. Ha pi sembianza
	Di ver, che la sua pura argentea luce
	Belle schiere di santi in s raccolga,
600 	O spirti, che fra l'uomo e il cherubino
	Vestan media natura. A quella plaga
	Mosser primi i giganti, incesta prole
	Del mondo antico, colle fatue e tanto
	Chiare in quel tempo imprese lor. Di poi
605 	Quelli vi riparr che sulle piagge
	Del Senare costrur Bable,
	E di falsi proposti ancor ripieni,
	Li vedremmo innalzar, purch la possa
	Rispondesse alla voglia, altre Babli.
610 	Solitarii taluni alla nembosa
	Terra salro: Empdocle fra questi, [30]
	Che spontaneo balz nelle fumanti
	Viscere del vulcano, acci creduto
	Fosse un Dio: Clombrto, che nell'imo [31]
615 	Del mar discese per goder l'eliso
	Che Plato immagin. Ma lungo troppo
	Dir de'tanti sarebbe ed embrioni
	Ed idioti e monaci e romiti
	In bigio, in nero e in candido mantello,
620 	Che fuggono quass co'loro inganni.
	Quivi i ciechi dementi han pur rifugio
	Che visitr del Golgota le rupi,
	E perr nell'esiglio, invan cercando
	Chi sol vive ne'cieli; e quei che certi
625 	Son del regno celeste, ove li copra
	Di Domenico il sajo o di Francesco,
	E cos camuffati entrarvi han fede.
	Oltre i sette pianeti, oltre le immote
	Stelle vann'essi, e varcano il cristallo
630 	Di quella spera irrequieta, incerta,
	Cagion del tremolo che lungo tema
	Fu di parole. Il guardian del cielo
	Tiensi in mano le chiavi, e par v'aspetti
	Que'tristi peregrini: ed essi intanto
635 	Sul primo grado della infida scala
	Mettono il pi, ma d'una e d'altra parte
	Impetuoso turbine gli avvolge,
	E li balza per l'aere, e li ributta
	Mille miglia di l. Vedresti allora
640 	Lacere in cento brani e svolazzanti
	Cotte, cappe, cocolle, in un commiste
	A color che le indossano; e rosari,
	Bolle, indulti, reliquie e giubilei
	Tutto gioco de'venti; e il grande ammasso
645 	Vorticoso levarsi, e dagli estremi
	Termini della terra entrar nel limbo,
	La trista region che poi fu detta
	Paradiso de'pazzi: inabitata,
	Sola in quel tempo, ma negli anni appresso
650 	Ignota a pochi od a nessuno. - In questa
	Orbita nebulosa il gran nemico
	Trasvolando s'avvenne. A lungo errante
	Sopra vi stette, fin che gli occhi e il passo
	Dell'errabondo una luce nascente
655 	Trasse a s d'improvviso; ed apparirgli
	Ecco un vasto edificio, i cui stupendi
	Gradi saliano alle celesti mura.
	Vedeasi a sommo della scala un varco
	Che parea somigliar, ma pi pomposo,
660 	All'atrio d'una reggia; e gemme ed oro
	N'abbelliano la fronte. Il limitare
	Di gemme anch'esso risplendea, n l'arte
	De'marmi animatrice e delle tele
	Seppe tanto crear. Pareano i gradi
665 	Della scala infinita, onde Giacobbe
	Vide uno stuol d'angelici custodi
	Ascendere e calar, quand'ei fuggente
	Dall'irato fratello a Paddan-Ara,
	L nei campi di Luza, in visione
670 	Pass l'intera notte a ciel sereno,
	E grid nel destarsi: "Ecco la porta
	Del cielo!" Ogni gradino in s racchiude
	Un mistero di Dio; n sempre immota
	Col restava la scala, ma spesso
675 	N'era invisibilmento indi ritratta.
	Mar di liquide perle e di diaspri
	Fluttuavale sotto, e per quel mare
	Soleano poi, dagli angeli condotti,
	Veleggiar della terra i peregrini,
680 	O l'onda sorvolarne, al ciel portati
	Da corsieri di loco. Or fosse intento
	D'allettarvi Satano alla salita,
	O di far che pi vivo il cor gli fera
	Dell'esiglio lo strale, in quell'istante
685 	La santa scala discendea. Di contro
	A quelle porte un vano ampio s'apria
	Che mettea sulla terra e sovrastava
	L'avventuroso paradiso. Un vano
	Maggior di quello che per larga via
690 	Guidava, in tempi men da noi lontani,
	Al colle di Sionne ed alla terra
	Promessa, amor d'Jova! Alati nunzj
	Passarvi e ripassarvi avean costume
	Con supremi comandi. E Jova istesso
695 	Compiaceasi inchinar dal Paneasse, [32]
	Ov'ha culla il Giordano, a Bersabea,
	L 've l'Egitto e l'arabe costiere
	Seguano i fini della Santa Terra,
	Sulle amate trib l'eterno sguardo.
700 	Tale e tanta parea l'immane porta
	Fiancheggiata da mura e da ripari
	Contro gli insulti della notte, a guisa
	Di saldissime sponde infrenatrici
	Dell'oceno. Il dmone s'arresta
705 	A pi della scala che sale al trono
	Di Dio per gradi d'oro; in quel profondo
	Spaziasi collo sguardo, e le bellezze
	Del creato universo ammira e stupe.
	Siccome esplorator che dopo un cieco
710 	Ramingar per deserte obblique vie,
	Con gran periglio della vita, al lieto
	Ridestarsi dell'alba il sommo acquista
	D'un colle erto e sublime, e dall'altura
	Attonito contempla il bel prospetto
715 	O d'estranie campagne a lui mal note,
	O d'un'ampia citt per mestose
	Piramidi stupenda o per raggianti
	Torri che il sole del mattin colora;
	Di tanta meraviglia a quell'aspetto
720 	Stana fu compreso, e non di meno
	Visto il cielo egli avea! Ma lo stupore
	Tosto cesse all'invidia; cos bello
	Quell'universo gli parea! - D'un guardo
	Tutto ei corse lo spazio, e lo potea
725 	Dal suo loco eminente e tanto sopra
	Al padiglione circolar che spiega
	L'atra man della notte. Le pupille
	Gir poi l'infernale alle Bilancie
	Dal punto oriental fino al velloso
730 	Astro che per l'atlantico oceno
	Andromeda trasporta oltre i confini
	Dell'orizzonte: alfin l'ampiezza ammira
	Che divide i due poli, e sulla prima
	Plaga del mondo, ruinando il volo,
735 	Cal senz'altro indugio. Agevolmente
	Per l'aereo zaffiro il corso inflesso
	Segue del suo viaggio attraversando
	Innumeri pianeti, che da lungi
	Splendono come stelle e da vicino
740 	D'altri mondi han la forma e mondi sono;
	O pari ai vaghi espridi giardini,
	Che gi fur s famosi, avventurate
	Isole, lieto di beati campi,
	Di boschi e di convalli ognor fiorenti.
745 	Ma chi dentro di voi, felici e belle
	Isole, s'accogliea, di farne inchiesta
	Satan non si cur. Tra gli astri tutti
	L'aureo Sol, che di lume il ciel pareggia,
	Gli fer le pupille. A quel pianeta
750 	Volse allor per lo queto etere l'ali,
	Ma qual fosse la via, se bassa od alta,
	Eccentrica o central, diritta o torta
	Che il gran nemico percorrea, favella
	Dirlo non pu. L'arcangelo s'appressa
755 	Al dove la maggior lampa ministra
	Il suo lume remoto ai mille e mille
	Globi vulgari, che per l'ampio azzurro
	Contien dal suo regale occhio lontani
	Suddita reverenza. In lor cammino
760 	Lieti balli intessendo, ai giorni, ai mesi
	Ed agli anni dan numero e misura,
	E intorno alla gran face inegualmente
	Compiono il corso lor, sospinti in giro
	Da quel raggio magnetico che scende
765 	Nelle fibre pi chiuse e pi segrete,
	E fin nel cupo degli abissi avventa
	L'invisibil virt de'suoi splendori:
	Tanto maravigliosa  quella sede
	Dove Iddio lo pos! Satano approda
770 	Col; n mai pi vasta ombra di quella
	Vide forse in quel disco il sapiente
	Degli astri indagator, le ciglia armate
	D'acutissimo vetro. - Oltre i concetti
	D'ogni ardito pensiero e pi lucente
775 	Di quanto ne'metalli o nelle gemme
	Possa offrirne la terra, il gran nemico
	Quel soggiorno trov. Non tutte pari,
	Ma per d'uno stesso immoto lume
	Tutte quante informate (in quella guisa
780 	Che nel rovente acciar s'informa il foco)
	N'erano le sue parti. Oro il metallo
	Od argento parea; carbonchio il sasso,
	O rubino, o crisolito, o topazzo,
	O le dodici pietre, onde trapunto
785 	Era il petto d'Aronne; o quella gemma
	Sovente immaginata e mai non vista,
	Che con vana speranza i nostri Sofi
	Lungamente cercr; bench per arte
	Leghin l'agile Ermete, e fuor dall'acque
790 	Chiamino nelle sue forme diverse
	Prteo, l'antico dio, che torna alfine,
	Traverso un filtro, nel suo vero aspetto.
	Chi dunque stupir se le campagne,
	Le valli, i boschi di s dolce olezzo
795 	Vi siano imbalsamati, e liquid'auro
	Volgano le riviere irrigatrici?
	Quando per la virt d'un lieve tocco
	Il Sol, grande alchimista, ancor che molto
	Da noi lontano, sa crear nel bujo,
800 	Misto agli umori della terra, un tanto
	Miracolo di cose, e per colori
	E per effetti, variate e nove?
	Ivi trova il dimon, giacch non ponno
	Gli splendori abbagliarlo, altri argomenti
805 	Di maraviglia. Per immenso tratto
	Domina l'occhio suo, n gli contende
	Corpo od ombra il veder, ch tutto  Sole,
	Come quando egli vibra il culminante
	Raggio meridian dall'equatore,
810 	Che nascere non pu (cos dritto
	Cade in terra quel raggio) ombra veruna
	Da cosa opaca. Un er vivo e puro
	Pi del nostro terreno all'infernale
	Raffinava il vigor delle pupille,
815 	Sicch le cose pi minute al guardo
	Sfuggir non gli poteano. Ed ecco il volto
	Splendergli d'un beato angelo, immoto
	Sui pi; quel desso che nel Sole apparve
	Al rapito di Patmo. Avea conversi [33]
820 	Gli meri, ma la gloria in che raggiava
	Non patia velo alcuno. Un aureo serto,
	Che di lampi solari era tessuto,
	Coronava il suo capo, e men lucenti
	Sul tergo alato non cadean le ciocche
825 	Dell'ondivaga chioma. Il suo pensiero
	Tutto assorto parea da grave cura,
	O da profondo meditar rapito.
	Ne gio l'infernal, ch speme il prese
	D'una guida sicura al suo cammino
830 	Verso il terrestre paradiso, albergo
	Dilettoso dell'uom, termine fisso
	Del suo lungo viaggio e d'ogni nostro
	Danno radice. Ma falsar sembiante
	Pria l'accorto pens, ch scorno e indugio
835 	Venir dal vero gli potea. Le forme
	Quindi ei vest d'un giovane cherubo,
	Non di prima belt, ma pure in viso
	L'eterea giovent gli sorridea.
	Poi di grazia ineffabile soffuse
840 	La leggiadra persona. A tanta audacia
	La menzogna arriv. Cadeano i crini
	Stretti da breve cerchio in crespe anella
	Lungo le gote, e il tergo ali recava
	Di vividi colori e sparse d'oro.
845 	Era in veste succinta e qual chiedea
	La sua rapida mossa. Argentea verga
	Palleggiava la man, moderatrice
	Del suo gentile verecondo incesso.
	Non accostossi inavvertito: i passi
850 	Not di quel vegnente il glorioso
	Spirto, e gli volse il radiante aspetto.
	Subito all'infernal fu manifesto
	L'arcangelo Uriele; un di que'sette
	Che, pronti al cenno del Signor, vicini
855 	Stan fra tutti al suo trono, e dell'Eterno
	Son le pupille. I cieli e il basso mondo
	Trasvolando vann'essi apportatori
	Sulla terra e sul mar de'cenni suoi.
	"Uriel, cos disse il gran nemico,
860 	Tu che de'sette fortunati spirti
	Che circondano primi il soglio eterno
	Primo interprete sei della divina
	Mente, e supremo banditor di questa
	All'altissimo cielo, ove i suoi figli
865 	Aspettano con gioja il tuo messaggio,
	Qui per alto decreto onor simle
	Certo sortisti, e visitando or vai,
	Qual pupilla di Dio, questo universo
	Di recente creato. Una vaghezza
870 	Di veder, di conoscere le grandi
	Opre del Creator, ma pi d'ogni altra
	L'uomo, in cui si compiace, a cui profuse
	Un tesoro di grazie, e sol per esso
	Fe'queste nuove maraviglie; un'alta
875 	Vaghezza, io ti dicea, ramingo e solo,
	La cherubica schiera abbandonando,
	Fino a te mi condusse. Ah, dimmi, o spirto
	Bellissimo fra tutti! in qual pianeta,
	Di tanti che vegg'io, fissata ha l'uomo
880 	La sua dimora? O forse a voglia sua,
	Senza sede prescritta, erra per tutto
	Queste fulgide spere? Or tu mi addita
	Ov'io possa trovarlo, e con segreta
	O con aperta meraviglia in viso
885 	Contemplarlo quest'uomo, a cui L'Eterno
	Fu cortese di mondi e della piena
	De'suoi favori. Entrambi allor potremo,
	O nell'uomo o nell'altre opre stupende,
	Laudar, qual si convien, l'Ordinatore
890 	Delle cose universe, il cui severo,
	Giusto decreto inabiss le torme
	Degli angeli ribelli, ed a ristoro
	Della perdita immensa, ha poi creata
	Questa nova e felice umana stirpe,
895 	Che pi fedele obbedir. Prudenti
	Le sue vie sono tutte!" - In questa forma
	Parl ringannator senza che noto
	Fosse l'inganno; perocch non ponno
	N l'angelo, n l'uomo alzar la benda
900 	Dell'impostura: maladetta serpe
	Che passeggia segreta in cielo e in terra,
	Dio permettente, e solo a lui palese.
	Veglia,  ver, la prudenza; ma talvolta
	S'addormenta il sospetto alle sue porte,
905 	O ne porge le chiavi alla ridente
	Semplicit, ch dove il mal non pare
	Al male occulto la virt non pensa.
	Questo eluse Uriel, bench del Sole
	Moderatore e primo occhio del cielo.
910 	Al sozzo mentitor l'ingenuo labro
	Cos rispose: "Creatura bella!
	Il desio che ti move a far richiesta
	Delle cose divine, acci tu possa
	Glorificar chi le cre, non guida
915 	A biasmevole eccesso, anzi di lode
	Tal vaghezza  pi degna ove trabocchi
	Pur la misura; perocch ti tolse
	Dall'empirea tua sede acci potessi
	Testificar dell'opere di Dio
920 	Per gli stessi occhi tuoi, mentre nel cielo
	Altri al solo racconto  forse pago.
	E mirabili invero ed alla vista
	Grate son l'opre del Signore, e degne
	Di farsene tesoro entro la mente.
925 	Ma qual senno creato osar potria
	Di numerarle, o di gittar lo sguardo
	Nel profondo saver che le compose,
	Poi le cagioni n'occult? L'Eterno
	Videro gli occhi miei quando l'informe
930 	Congerie elementar di questo mondo
	Si rapprese al suo detto. Lo Scompiglio
	La gran voce n'ud, piegossi al giogo
	Della legge il Tumulto, e l'Infinito
	Trov confine. Il Creator proferse
935 	La seconda parola, e le tenbre
	Sparvero, i raggi saett la luce,
	Ed usc l'armonia dalla discordia.
	Gli ancor rudi elementi alle prescritte
	Sedi lor s'affrettaro; il foco e l'aria,
940 	L'acqua e la terra. S'inalz volando
	L'eterea leve essenzial sostanza,
	E girando animata in varie forme,
	Si mut, come vedi, in mille e mille
	Lucentissime spere, ed a ciascuna,
945 	Secondo il moto suo, la traccia, il corso
	Fur divisati. Circur l'avanzo
	Le gran dighe del mondo. - Ora lo sguardo
	Drizza a quell'orbe luminoso in parte
	Del riflesso splendor che gli discende
950 	Da noi. La terra  quella, e v'han soggiorno
	Le umane crature; e quella luce
	Ch'or la riveste  il suo diurno lume.
	La tnebra altrimenti occulteria
	Quell'emisperio come l'altro occulta
955 	Ma la luna vicina ( tale il nome
	Di quella opposta graziosa stella)
	Le d pronto soccorso; e procedendo
	Nel suo giro mensil, che senza posa
	Termina e ricomincia a mezzo il cielo,
960 	D'una luce non propria il suo triforme
	Sembiante imprime, e con alterna vece
	Or ne veste or ne spoglia il dolce lume
	Rischiarando la terra; e cade intanto
	Alla squallida notte il fosco velo.
965 	Quell'ombra ch'io t'accenno  il paradiso,
	Bella stanza di Adamo, n' quel punto
	L'abituro. Or prosegui il tuo cammino,
	Ch smarrir non ti puoi; me chiama il mio."
	Volse il tergo ci detto, e come in cielo
970 	(Ove la reverenza, ove l'onore
	Non si nega ad alcuno)  bel costume,
	Stana s'inchin profondamente
	Al maggior serafino, e il suo viaggio,
	Tolto commiato, ripigli. Precipita
975 	Gi per la curva declinando al polo.
	La speme dell'evento il vol n'affretta;
	Ed in rapidi vortici discende,
	Come aereo palo; n mai s'arresta
	Fin che le cime del Nifte attinge. [34]


LIBRO QUARTO

	Perch mai non suon l'ammonitrice
	Parola che percosse il Vangelista,
	Quando, vlto il Dragon nella seconda
	Fuga, gittossi con furor su l'uomo
5 	Per desio di vendetta? Il forte grido
	Annunciava dal cielo: "Agli abitanti
	Della terra sventura!" Accorti allora
	Fatti avrebbe quel suono i padri nostri
	Dell'occulto nemico, e forse al laccio
10 	Stan non li cogliea; quel d'ira enfiato
	Che pi sempre s'accosta, e per la prima
	Volta discende sulla terra. Il mostro,
	Pria che si faccia accusator dell'uomo,
	Di tentarlo divisa: a lui si appressa,
15 	Acci della sconfitta e della fuga,
	Che il superbo pat, quella innocente
	Debole cratura il fio gli paghi.
	Ma, quantunque imperterrito ed audace,
	Di tal opra non ride. Iniqua  troppo,
20 	Per superbirne, quella impresa. Intanto,
	Gi vicino a scoppiar, nell'agitato
	Petto infuria e tempesta il gran disegno;
	E, qual rota indefessa, si rigira
	Sopra s stesso. Il dubbio ed il ribrezzo
25 	Travagliano a vicenda i suoi pensieri,
	E sconvolgono in lui dall'imo fondo
	Tutto l'inferno; ch dentro, d'intorno
	Sempre ei porta l'inferno, ed involarsi
	Dall'inferno non pu, come Satano
30 	Mai non s'invola, per mutar di loco,
	Da Stan. La sua colpa, i suoi rimorsi
	Destano il disperar che s'addormenta,
	E (penose memorie!) all'intelletto
	Gli tornano qual fu, qual , qual debbe
35 	Tuttavia diventar; ch nuove empiezze,
	Nuovi tormenti frutteranno. Ei volge
	Talora un lungo doloroso sguardo
	Al paradiso, che beato e bello
	Gli si affaccia e sorride; e mira il cielo,
40 	Mira il sole talor che dalla eccelsa
	Torre meridiana esulta e splende.
	E poi che ripens le andate cose,
	Sospirando prorompe: "O Sol, che cinto
	Sei d'una gloria ch'ogni gloria oscura,
45 	Tu che guardi quaggi dal tuo sublime
	Solingo trono, come fossi il dio
	Di quest'orbe novello, e gli astri tutti
	Si coprono d'un velo al tuo passaggio;
	O Sole, a te mi volgo. Amica voce
50 	La mia voce non . Da queste labbra
	Non mando il nome tuo che per gridarti
	Quanto in odio mi sei. Tu mi rammenti
	Da qual loco io discesi, e come un giorno
	Di te pi luminoso io risplendea.
55 	Ma la superbia m'atterr: nel cielo
	Fei guerra al re del cielo, a quel possente
	Che non ha paragon. No! tal compenso
	Non mertava da me. Mi fece Iddio
	Grande fra tutti ed elevato, e mai
60 	Non s'aprr le sue labbra a rinfacciarmi
	Un beneficio. Increscioso e duro
	L'obbedirgli non era; e che potea
	Chiedermi di pi leve? Un inno, un atto
	Di grazie, di mercede. E degno forse
65 	Non era il mio Signor di tale omaggio?
	Ma l'infinita sua bont non fece
	Che gittar nel mio spirto il tristo seme
	Della perfidia. Sollevato in cima,
	Sdegnai d'essergli servo. Ov'io potessi
70 	(Fra me dicea) levarmi ancor d'un grado,
	L'altissimo io sarei, sarei d'un tratto
	Scarco della pesante ingrata soma
	D'una immortal riconoscenza, immane
	Debito che pi solvi e pi s'accresce!
75 	Quanto io m'ebbi da lui subitamente
	Cadde a me dal pensier, n mi sovvenne
	Che l'anima gentil quando confessa
	L'obbligo suo, d'ogni obbligo si franca,
	Debitrice ed assolta al tempo istesso.
80 	E qual peso era il mio?... Deh, perch nato
	Angelo inferior dal suo potente
	Voler non sono? Smisurata speme
	Non mi avrebbe cos d'ambiziose
	Voglie pasciuto, ed or sarei felice.
85 	Ma forse un'altra non minor potenza
	Anelando all'impero, a s m'avrebbe,
	Bench spirto men alto, affascinato...
	Pur non poche restr fra le maggiori
	Serafiche virtudi immote e salde,
90 	Dentro armate e di fuor, contro gli agguati
	Della lusinga. E tu? Non eri forse
	Nel tuo pieno voler? Non possedevi
	La potenza medesma? Or che puoi dunque
	Del tuo fallo accusar se non l'amore
95 	Del ciel, libero in tutti e in tutti eguale?
	Io dunque maledico a queste amore,
	Se l'amor come l'odio in me non sono
	Che sorgente di mali!... Anzi a te stesso
	Maledici, o perverso, che scegliesti,
100 	Con brama avversa alla divina, quanto
	Di s giusto rimorso or t' cagione.
	Misero! per qual via dall'ira eterna
	E dall'eterno disperar m'involo?
	Non v'ha calle per me che non conduca
105 	Gi nell'inferno!... Io son, son io l'inferno!
	Nel bratro profondo un pi profondo
	Dentro a me se ne schiude, e d'ingojarmi
	Senza posa minaccia, al cui paraggio
	L'inferno, ov'io tormento, un ciel mi pare.
110 	O Dio, sospendi il tuo flagel!... Ma campo
	Non  dunque al perdono? al pentimento?...
	Non  senza curvarmi! E questa voce
	Mi strozzano a vicenda orgoglio e tema;
	Tema della vergogna ond'io sarei
115 	Segno agli spirti di laggi, sedotti
	Con ben altre promesse ed altri vanti
	Che di un timido ossequio; io che con essi
	Mi gloriai di soggiogar l'Eterno.
	Sciagurato ch'io fui! Ci che mi costi
120 	Quella folle jattanza essi non sanno;
	Non san come trafitto il cor mi gema,
	Mentre in soglio mi adorano. Sublime
	Io per scettro e corona, ho tocco il fondo
	Pi d'ogni altro caduto, e lor sovrasto
125 	Sol per eccesso di miseria. I gaudj
	Dell'orgoglio son questi. - E dato ancora
	Che pentirmi io potessi, e per favore
	Ridonato mi fosse il grado antico,
	Non saria la grandezza in me feconda
130 	Pur d'alteri concetti? Oh come tosto
	N'andrebbero spezzati i giuramenti
	D'una mendace reverenza! Il pronto
	Cessar de'mali rinnegar faria,
	Come strappato dalla forza, un voto
135 	Nel dolor proferito. Ove la spada
	Dell'odio inestinguibile e mortale
	Tanto addentro s'immerse, ivi la pace
	Sue radici non pone; e me ci tutto
	Novellamente lusingar potrebbe
140 	A frangere la fede, e in novi abissi
	Quindi precipitar: tal che l'acquisto
	D'un brevissimo indulto un doppio, enorme
	Prezzo varrebbe. Al punitor divino
	Questo ignoto non , che lungi  tanto
145 	Dall'offrirmi un perdon, quanto io lo sono
	Dall'invocarlo. - Or dunque, addio, speranze!...
	Ecco, in vece di noi, dannati, espulsi,
	L'uom, sua gioia, ha creato, e questo mondo
	Tutto per lui. Speranze, or dunque addio!
150 	Addio, paure! addio, rimorsi! Il bene
	Morto al tutto  per me. Sii tu, tu solo
	Ora, o male, il mio ben: per te diviso
	Terr lo scettro col motor de'cieli,
	E forse io regner sovra gran parte
155 	Dell'universo, e l'uomo e questa nova
	Terra lo apprenderanno in picciol tempo."
	Mentre cos dicea, di fiere voglie
	S'abbujava quel volto, a cui lo sdegno,
	Lo sconforto, l'invidia, avean tre volte
160 	Rimutato sembiante: e quelle voglie
	Poteano rivelar, bench nascosto
	Sotto veste bugiarda, il gran caduto,
	Se notato in quel punto alcun lo avesse;
	Ch di tanto sconcerto della mente
165 	I purissimi spirti orma non hanno.
	Ci sovvenne all'iniquo, e le tempeste
	Del cor premendo, si compose in calma.
	Artefice di frodi il maledetto
	Primamente ne us, sotto pietosa
170 	Larva celando l'infernal vendetta
	Che fremea nel suo petto. E pur non era
	Cos dell'arte scellerata esperto
	D'abbagliarne Uriel. Nel suo gran volo
	Quel luminoso arcangelo seguito
175 	D'uno sguardo lo avea. Fermar le piante
	Videlo sugli assirj eccelsi gioghi
	Truce, stravolto, e qual ne'lieti spirti
	Mai non suole accader; not, distinse
	Gli atti, i gesti, or bizzarri, or furibondi,
180 	Mentre solo il perverso e non veduto
	Da sguardo alcuno si credea. - Ripresa
	Satan la via, si volse al paradiso.
	L'amenissimo loco (omai vicino
	Allo sguardo infernal) d'un verde claustro,
185 	Quasi muro campestre,  circondato,
	Di cui la piana sommit presenta
	Una selva selvaggia. Irsuti e folti
	Per cespi e rovi di strano germoglio
	Ne sono i lati che fan siepe al varco.
190 	Sulla vetta s'innalzano superbi
	Fusti di cedro; e pini, abeti e palme
	Vi fan prospetto e boschereccia scena;
	Ch pianta a pianta sormontando, al guardo
	Offrono un mestoso e variato
195 	Teatro di foreste: e nondimeno
	Ne soverchia l'altezza il verdeggiante
	Cerchio del paradiso, ed apre al primo
	Padre dell'uomo l'orizzonte immenso
	Dei campi circostanti. Una selvetta,
200 	Oltre quel muro circular, s'innalza,
	Carca di belle frutta, e frutta e fiori
	D'aureo color vi formano un diverso
	Prezioso ricamo, a cui pi lieti
	Che ad una vaga vespertina nube,
205 	Od all'arco baleno, allor che irrora
	L'Onnipossente la sua terra, il sole
	Manda i giovani raggi. - Era del loco
	Tanta e tal la belt. Stan s'accosta,
	E varca di sereno in pi sereno
210 	Aere, che novo senso al cor gli spira;
	Letizia, volutt primaverile
	Ch'ogni tormento alleviar potria,
	Non mai la disperanza. Aure soavi
	Coll'agitar de'rugiadosi vanni
215 	Spargono intorno virginal fragranza,
	E svelano il segreto ond'han rapiti
	Gli odorosi tesori. A questa imago
	Lo spiro oriental per lungo solco
	Di mar trasporta dalle olenti rive
220 	Dell'Arabia felice al navigante,
	Ch'oltre al Capo veleggia e omai la punta
	Supera del Mozmbico, i profumi
	Sabei; tal ch'ei s'arresta, e dell'indugio
	Non pur si pente, ma lentando il corso,
225 	Bee per molto cammin l'imbalsamata
	Aura, e ne ride l'Ocen canuto.
	Avvolsero cos quei dolci effluvj
	L'arcangelo infedel che ne venia
	Per soffiarvi il suo tosco; e tuttavolta
230 	Satisfatto ei ne fu pi che non fosse
	Asmodeo del fumante arcano pesce [35]
	Che lo strinse alla fuga, ancor che tocco
	Di forte amor per l'avvenente sposa
	Del figliuol di Tobia; n la vendetta
235 	D'inseguirlo cess, finch balzato
	Dalla Media all'Egitto in forti ceppi
	Nol vi contenne. - Tacitorno e lento
	Prese il fianco Satan della boscosa
	Falda; ma tosto non trov pi via.
240 	Che lo guidasse. Le intricate vepri,
	Simili a chiuse senza fin, n varco,
	E le fitte boscaglie inciampo sono
	Ai passi umani ed ai ferini. Ingresso
	Solo una porta oriental vi schiude
245 	Dall'opposito lato. Il gran superbo
	Per, negletto e dispregiato un calle
	Facile troppo, valic la cinta
	Della collina e della gran muraglia
	D'un solo agile salto, e presse il suolo
250 	Ritto sui pi. Conforme a scaltro lupo
	Che, dalla fame stimolato, in traccia
	Va di preda novella, e il loco apposta
	Ove in larga pianura i mandriani
	Riparano l'armento allor che imbruna,
255 	Poi di sopra ai graticci agevolmente
	Balza la cruda belva in mezzo al chiuso;
	O simile a ladron che pei veroni
	S'inerpica animoso o su pel tetto,
	Quando d'un ricco cittadin s'attenta
260 	Rubar l'oro ammassato, a cui difesa
	Son cancelli di bronzo e salde sbarre;
	Cos quel primo rubator s'aperse
	Nell'ovil del Signore il mal sentiero,
	Cos compre in appresso oscene turbe
265 	Nella sua chiesa penetrr. - Satano,
	Scosse l'ali, e sembiante a smergo immane
	Sal la pianta della vita. Altera
	Pianta che sovra tutte ergea la cresta
	Di mezzo al paradiso, e (non che farne
270 	Della vita verace il santo acquisto)
	La morte ei medit di chi vivea.
	Non occorse al pensier del maledetto
	La virt di quell'arbore vitale
	Che, rivolta in buon uso, eterni e lieti
275 	Far noi tutti potea; ma sol vi ascese
	Per veder pi discosto. Oh quanto  vero
	Che nessun, tranne Iddio, conosce il bene
	Quando innanzi gli sta! Ma le migliori
	Cose in abuso o in uso vil son torte.
280 	Sotto al suo pi l'attonito infernale
	Vede in picciolo spazio ogni ricchezza
	Di natura, o piuttosto un cielo in terra
	Per delizia dell'uom. L'avventuroso
	Paradiso era questo, era il giardino
285 	Che la man del Signore avea piantato
	Nella plaga felice al sol conversa.
	L'Eden si diffondea, volgendo ad Orto,
	Da Cartno alle regie eccelse torri [36]
	Della grande Seleucia edificate
290 	Pei monarchi d'Ellenia; e sino ai piani
	Di Tolassr che fu buon tempo innanzi [37]
	Stanza degli Edeniti. Al suo giardino
	Questa plaga felice Iddio trascelse,
	E vi fe'germogliar dalla feconda
295 	Terra le piante pi gentili e care
	Al gusto, al guardo, all'odorato. In mezzo
	Grandeggiava la pianta della vita
	Che la copia spandea d'ambrosie frutta.
	Poco lungi da questa alzava il capo
300 	L'altra, a noi s fatal, della scienza;
	La scienza del ben che valse all'uomo
	Quella del male. Un fiume ampio divide
	L'Eden meridiano, e mai non rompe
	L'equabil corso fin che scende e spare
305 	Tra le occulte voragini del monte.
	Dio v'ha posto quel monte acci che fosse
	Quasi diga al giardin dalle correnti
	Acque ricinto. I tremuli cristalli
	Per le vene del suol, che sitibondo
310 	A fior di terra li suggea, zampillano
	Limpidissimi e freschi in cento rivoli
	Inaffiando le ajuole, e poi raccolti
	In un solo ruscel, da un arduo clivo
	Scendono rumorosi nella valle,
315 	E l si ricongiungono alle basse
	Acque del fiume che dal bujo irrompe
	Mormorando all'aperto: e qui partito
	In quattro rami, per diverse vie
	Volgesi il sacro fiume, e terre insigni
320 	Bagna e grandi reami, ond' qui vano
	Tener sermone. Ma dir, se tanto
	L'arte esprimer sapr, come i ruscelli
	Scorrano da quel fonte di zaffiro
	Su perle orientali e sabbie d'oro;
325 	Come in errori sinuosi all'ombra
	Di virenti arboscelli in cerchio posti
	Nudrano il margo di nettaree linfe,
	Ogni stelo cercando ed ogni fiore
	Degni ben di tal loco. Industre mano
330 	Non li culse o dispose in bei cespugli
	O in ajuole ordinate, ma la sola
	Giovane, ricca, liberal natura
	Li vers per li colli e per le valli,
	Per le rive, pei campi, e dove il primo
335 	Sole riscalda la campagna, e dove
	L'ombre chiuse e conserte oscura e fresca
	Fan la foresta nel meriggio. - Tale
	Era quel loco. Fortunato asilo
	Di vario, opimo, boschereccio aspetto.
340 	Selvette preziose, onde le piante
	Stillan rugiade d'odorato incenso,
	E curve al peso di soavi frutta,
	Che d'oro han la corteccia, amabilmente
	Sospese ai rami lor; s che la fola
345 	Degli esperidi pomi  qui, qui solo
	Mirabil verit. Fra il bosco e il piano,
	Ove pascola il gregge alla verzura,
	O sorgono poggetti inarborati
	Di palme, od apre qualche valle il seno
350 	Ricco d'erbe e di fiori, a cui non manca
	Nessun vago colore, e senza spine
	Fin la rosa vi cresce. E d'altra parte
	Grotte e spechi vi sono, opachi e freschi
	Ricoveri, ove gode abbarbicarsi
355 	Co'pi torti la vite e spiegar l'ostro
	De'maturi suoi grappoli. Dai colli
	Cade l'onda sonora e si disperde,
	O raccogliesi e muor nella serena
	Calma di un lago che lo speglio accosta
360 	Al merlato suo margine di mirti
	Tutto chiuso. Gli augelli in lieto coro
	S'applaudono cantando, e spiran l'aure
	(Aure di primavera) il grato olezzo
	Tolto ai prati, alle selve, e in dolce accordo
365 	Mettono il mormorio che ventilate
	Fan le tremule foglie. E Pane intanto
	Danza coll'Ore e colle Grazie, e mena
	Un aprile immortal. Non la ridente
	Campagna Ennea, laddove un d fu giunta
370 	Cogliendo fior di Cerere la figlia,
	(Essa il fior pi gentile), e dalla madre
	Poi su tutta la terra inchiesta e pianta;
	Non la selva di Dafnide irrigata [38]
	Dall'Oronte o la sacra onda di Cirra
375 	Comparar si potriano al paradiso;
	E men Nisa, quell'isola felice, [39]
	Cui circonda il Tritno, ove l'antico
	Cm (che Libico Giove, e Giove Ammone
	Dagli Argivi fu detto) ascose un tempo
380 	Amalta con suo figlio, il giovinetto [40]
	Bacco, agli occhi di Rea fiera noverca;
	Non l'Amra, ove i principi abissinj
	Guardano i regj figli, illustre monte
	Che il vero paradiso alcun suppose,
385 	Posto al fervido sol dell'Etiopia
	Presso ai fonti del Nilo e coronato
	Di roccie cristalline, al cui sublime
	Vertice un giorno di cammin conduce;
	No, n questo, n quella osi appressarsi
390 	All'assiro giardino, in cui Satano
	Vide non dilettato ogni diletto,
	Vide, nuova al suo sguardo, ogni vivente
	Cratura. Fra tanta e varia turba
	Due ne scorse il dimon di pi leggiadre
395 	Membra, eretta la fronte ed elevata
	Come gli dei. Di mest nativa,
	Ma non d'altro vestito, aver corona
	Parean su tutto e degnamente. In esse
	Splendea del loro Crator l'effigie,
400 	La ragion vi splendea, l'intelligenza,
	La pura e grave santit, ma posta,
	Bench pura e serena, in quella vera
	Libert filial che l'uomo adorna
	D'autorevole aspetto. Han vario il volto
405 	Le ignote crature e vario il sesso.
	L'un creato al coraggio ed ai pensieri
	Contemplativi; alla dolcezza l'altra
	Ed alle grazie seduttrici. L'uomo
	Fatto solo per Dio; per Dio formata
410 	La donna in lui. La spaziosa fronte
	Di questo e l'occhio mestoso indizio
	Son d'assoluta podest: la chioma
	Di giacinto, partita in maschia guisa,
	Cade a ciocche sul collo, e non ne cela
415 	Gli omeri vigorosi.  lucid'auro
	L'ampio crin della donna, e le discende
	Fino agli agili fianchi, ondoleggiando
	Libero in vaghi capricciosi anelli
	Come gl'intrecci della vite; un caro
420 	Simbolo di gentile obbedienza,
	Chiesta cortesemente e volontieri
	Dalla donna concessa, e meglio assunta
	Dall'uom; d'obbedienza acconsentita
	Con un misto d'altera e vereconda
425 	Docilit, di tenere ripulse,
	Di lentezze amorose. Alcuna veste
	Le arcane parti non copria che l'uomo
	Studioso nasconde. Ignoto senso
	Era ancor la colpevole vergogna
430 	Del far palesi le natie bellezze.
	Oh vergogna funesta! E tu, che figlio
	Sei del primo peccato, onor bugiardo!
	Voi con mere apparenze e simulacri
	Di purit nel tardo umano seme
435 	Lo scompiglio gittaste, e vlti in fuga
	I semplici costumi e l'innocenza,
	Della vita uccideste il fior pi bello.
	Cos nuda vivea la coppia antica,
	N di Dio n degli angeli lo sguardo,
440 	Bench nuda, fuggia; ch nato ancora
	Nel suo casto pensiero il mal non era.
	Tenendosi per man que'due felici,
	Di tal vita gioan; n mai l'amplesso
	D'amor pi belle crature avvinse;
445 	Della prole infinita, a cui fu padre,
	Ottimo Adamo, ed Eva il fior di tutto
	Le vaghissime figlie, a cui fu madre.
	Sotto le ventilate ombre d'un cespo,
	Nato in florida piaggia, i primi amanti
450 	A specchio d'una fonte erano assisi.
	La coltura de'fiori e degli arbusti
	Quella lieve stanchezza in lor mettea
	Che fa pi grato lo spirar dell'ra,
	Pi soave il riposo e pi salubre
455 	Il nutrimento. I frutti ivan cogliendo,
	Vespertino lor pasto, che la curva
	Fronda di qualche pianta a lor porgea,
	E sul molle corcati ed olezzante
	Guancial di fiori, ne suggean la polpa
460 	Saporosa, attingendo ad or ad ora
	Sitibondi la fresca acqua del fonte
	Colla concava scorza. Ed argomento
	Lor non fallia d'amabili colloqui,
	Di sorrisi amorosi o d'innocenti
465 	Giuochi, qual si conviene a sposi amanti
	Che vivono solinghi in caro nodo
	Nuzial. Saltellava intorno ad essi
	La famiglia de'bruti, innocua allora,
	Resa poscia feroce e rincacciata
470 	Nelle selve, negli antri e nei deserti.
	S'avvoltola col daino il fier lione,
	E fra gli artigli lo palleggia e scherza.
	La lince, il tigre, il liopardo e l'orso
	Rampano a pi dell'uomo, e l'elefante
475 	Mostra, per dilettarlo, il portentoso
	Vigor delle sue membra, e spiega e svolge
	La flessibile tromba. Il serpe astuto,
	Torcendo in nodo gordian le spire,
	Striscia lor pi vicino, e par che faccia
480 	Delle tristi arti sue funesta prova.
	Del pascolo gi sazii e sonnolenti
	Stan fra l'erbe accasciati altri animali
	Ruminando e guatando alla ventura.
	Vr l'isole marine il sol drizzava
485 	La scendente quadriga, e gi le stelle
	Per la curva del cielo, apportatrici
	Della notte, appariano, allor che il mostro,
	Non ancor dalla prima maraviglia
	Che lo percosse riavuto a stento,
490 	Fea dal labbro volar queste parole:
	"Ahi tortura infernal! Che mai si affaccia
	Ai dolenti occhi miei? Ve', come Iddio
	Sulla nostra ruina alzar si piace
	Queste sue nuove crature e farle
495 	Liete cos! Sustanze assai diverse
	Dalla eterea spirtale onde noi siamo;
	Opre forse d'argilla, e pur di poco
	Inferiori al pi lucente spirto.
	Attonito io le miro, e quasi inchino
500 	Ad amarle io sarei, cos vivace
	L'immagine divina in lor m'appare,
	E tal grazia profuse in quelle forme
	La man che le cre. - Tu non presenti,
	O bellissima coppia, il non lontano
505 	Tuo mutamento! In breve ogni tuo riso
	Volgerassi in dolore, e pi crudele
	Quel dolor ti parr, quanto pi grande
	Fu la tua gioia... Avventurosi, e solo
	Troppo mal custoditi, a ci vi fosse
510 	Durevole il diletto! Il vostro asilo,
	Questo suol che vi accoglie,  mal guardato,
	N difender vi pu contro un nemico
	Che fra voi gi si trova... Eppur no 'l sono
	Vostro nemico, e la piet potria
515 	Favellarmi per voi, per voi deserti,
	Abbandonati; la piet che voce
	Mai per me non mand. D'un patto io cerco
	Con voi legarmi, d'una mutua, salda,
	Strettissima amist, tal che per sempre
520 	Vostra sia la mia stanza e mia la vostra.
	Forse quella dimora a voi gradita,
	Come quest'Eden, non sar; ma pure
	Non la sdegnate, ch fattura anch'essa
	 di colui che vi form. Cortese
525 	Vi do quanto ei mi diede. A voi l'inferno
	Lieto spalancher le porte sue,
	E verranno esultanti ad incontrarvi
	Tutti i suoi re. Capace ampio soggiorno,
	Pi del povero cerchio che v'accoglie,
530 	Troverete laggi per la futura
	Vostra progenie. Se miglior di questo
	Non vi parr, volgete in Dio l'accusa,
	Che mal mio grado a vendicar mi sforza,
	Crature innocenti, un'alta offesa
535 	Su voi, che offeso non mi avete. E quando
	Alla vostra innocenza intenerirmi,
	Come in quest'ora, dovess'io, ragione
	Di stato, onore, signoria d'un regno,
	Che pi vasto io far colla conquista
540 	D'un nuovo mondo, mi sarieno sprone
	Ad un'opra che abborro, ancor ch'io sia
	Spirto dannato." - Nell'altera mente
	Cos l'iniquo ravvolgea, cercando
	Colla legge scusar dell'assoluto
545 	Bisogno (appiglio de'tiranni) il bieco
	Disegno suo. Dal vertice disceso
	Della pianta vitale, ei si confuse
	Tra quelle vispe mansuete fere.
	E dell'una or vestendo ed or dell'altra,
550 	Come meglio gli torna, il simulacro,
	Si avvicina alla preda, inosservato
	La osserva, e quanto d'esplorar gli giova,
	O per atti, o per opre, o per parole
	Dell'amabile coppia, esplora e nota.
555 	Lion con truculenti occhi passeggia
	D'intorno a lor, li segue a pardo eguale
	Che fra'cespi fiut della foresta
	Due belle cavriole: or si rannicchia
	L'agilissima fera; or balza in alto
560 	E, nemico sagace, ad ogni tratto
	Cangia postura, e il buon terreno avvisa
	Per non fallir l'assalto, e por le branche
	Su l'una e l'altra dell'incaute damme.
	A quella prima delle donne il primo
565 	Degli uomini favella, ed all'ignoto
	Armonioso accento il maledetto
	Drizza intanto l'orecchio. - "Unica mia,
	Che parti ogni mia gioja, e pi diletta
	D'ogni mia gioja tu mi sei! La Possa
570 	Che d'argilla ne fe', che sol per noi
	Cre quest'ampia terra, oh quella Possa
	Buona esser dee senza misura, e larga,
	Magnanima del paro, e nell'immensa
	Bont sua liberissima! Dal fango
575 	Essa entrambi ci tolse, e in gaudii tanti
	Ripose noi che dalla eterna mano
	Nulla abbiam meritato, e cosa offrirle
	Che le bisogni non sappiamo. Un solo
	Lievissimo precetto Iddio c'impose:
580 	Quello di non toccar, fra mille piante
	Tutte di saporoso e vario frutto,
	L'albero del saper, che non lontano
	Sorge a quel della vita. A lei s presso
	Sta la morte... la morte! Orribil cosa
585 	Per fermo ell'. Ma quale?... Iddio ci disse:
	- Il gustar di quell'albero  la morte. -
	Solo in questo divieto obbedienza
	Noi deggiamo al Signor, che tanti e tanti
	Segni d'impero e di poter n'ha dato
590 	Sull'altre crature in cielo, in terra
	E nell'acqua viventi. A noi non dolga
	Quel suo tenue comando: ogni altra cosa
	 soggetta a noi pure, e senza legge
	Noi scegliamo il piacer che pi ci adesca.
595 	Lode eterna all'Eterno, e sia per noi
	La sua bont glorificata! Intanto
	De'crescenti germogli e de'boschetti
	Alla cura attendiam: piacevol cura!
	Che, se grave pur fosse, a te vicino
600 	Dolcissima sarebbe." - Ed Eva a lui:
	"Ossa dell'ossa mie, per cui plasmarmi
	Volle il Fabro divin (ch la mia vita
	Senza te non avrebbe alcun intento),
	Mio consiglio, mia guida,  giusto,  buono
605 	Quanto dicesti. A chi ne fe'per certo
	Lodi eterne dobbiamo e diuturni
	Atti di grazia e di mercede; e prima
	Io, che te possedendo, assai mi veggo
	Pi felice di te, di te che tanto
610 	In virt mi sovrasti, e cratura
	Ritrovar non potrei che ti pareggi
	Spesso io torno a quel d che per la prima
	Volta dal sonno mi destai. Corcata
	Mi trovai sotto un'ombra in seno ai fiori.
615 	N che fossi io sapea, n dove io fossi,
	N come ivi condotta. Esca d'un antro
	Poco discosto il mormorio dell'acque
	Che ristagnano al piano, allor serene,
	Quete allor come il cielo. Al verde margo,
620 	D'ogni cosa inesperta, io m'avvicino.
	Mi seggo, e guardo nella immota linfa
	Che un altro cielo mi parea. Ma quando
	Chino gli occhi al cristallo, ecco una forma
	Da quello uscirne e, verso me rivolta,
625 	Attonita mirarmi in quella guisa
	Ch'io lei mirava... Sbigottita, indietro
	Mi volgo... indietro, sbigottita anch'essa,
	Volgesi: rinfrancata, io me le accosto...
	Mi si accosta ella pur con un sembiante
630 	D'amor, di simpatia; n mai lo sguardo
	Tolto avrei da quel volto, ed una vana
	Ombra m'avrebbe di desio consunta,
	Se non venia questa subita voce
	Ad avvertirmi dell'error: - La forma
635 	Che tu vagheggi, o cratura bella,
	 la stessa tua forma. Ella si appressa
	Con te, con te si scosta. Or tiemmi dietro,
	Ed io ti sar guida ove, una vera
	Forma, non vana imago, affretta i tuoi
640 	Soavissimi amplessi; ove, congiunta
	A tal che ti somiglia, eterna e pura
	Volutt gusterai. Per te di prole
	Interminata ei sar padre, e questa
	Similissima a te, s che la madre
645 	Dell'uman seme ti diranno. - E cosa
	Far diversa io potea, fuor che la voce
	Seguir dell'invisibile mia guida?
	Sotto un platano assiso io t'ho veduto.
	Grande e bello eri tu, ma pur men bello,
650 	Men dolce, grazioso e lusinghiero
	Di quella cara amabile sembianza
	Che nel lago mi apparve. Il pi ritraggo
	Per fuggir, tu mi segui, e: Ferma, ferma,
	Eva bella, gridavi, a che mi fuggi?
655 	Tu sei nata da me, mie polpe ed ossa
	Tu sei. Perch tu fossi, io di me stesso
	Cedei la parte pi vicina al core,
	La sustanza, la vita; ed or sei mia,
	Mia sola indivisibile compagna,
660 	Unico eterno mio conforto. Oh vieni,
	Alma dell'alma mia! Soave e cara
	Parte di me medesmo, io ti rivoglio.
	E per man mi prendevi: io non mi opposi.
	Da quel punto sentii, che le avvenenti
665 	Molli forme femmine non ponno
	Reggere al paragon della virile
	Venust: ch nel senno  sol riposta
	La verace bellezza." - In questa guisa
	Dicea l'antica madre, e tutta accesa
670 	Del suo bennato corrisposto affetto,
	Colle candide braccia i nudi fianchi
	Cingea del padre antico; al colmo seno,
	Parte dal fluttuante oro velato
	Del lunghissimo crine, il sen premendo
675 	Del fervido marito; ed ei commosso
	Per s grande bellezza e per quel misto
	D'ineffabili grazie e di rispetto,
	Fra tenero e severo alle sue care
	Blandizie sorridea, come sorride
680 	All'augusta Giunon l'Egioco Giove
	Quando d'avvivatrici acque feconda
	Le nugole di maggio, e si rinfiora
	Il suol che le riceve. Adamo impresse
	In quel viso d'amore un casto bacio,
685 	E trafitto d'invidia, il gran nemico
	Volse altrove la fronte; indi col torvo,
	Geloso, obbliquo saettar degli occhi
	Guat la bella coppia, ed: "Oh crudele
	Abborrito spettacolo! (fremea
690 	Nei segreti del core). E queste adunque,
	Queste sue crature inebbriate
	Di celesti dolcezze, insiem confuse
	D'un carissimo amplesso, un paradiso
	Pi felice si fanno, accumulando
695 	Gioir sopra gioire; ed io s grande,
	Io star nell'abisso, ove non gioia,
	Non amor mi consola, e sol mi strazia
	Un feroce desio (di mie torture
	Non ultima tortura), un disperato
700 	Non mai sazio desio che mi consuma
	Miseramente del suo foco istesso?
	Pur non vuolsi obbliar quant'io raccolsi
	Dal labbro lor: di tutto arbitri dunque
	Questi due qui non sono. Una fatale
705 	Pianta, che detta  del saper, verdeggia
	Fra queste mille, n toccar la ponno.
	Lor vietato  il saper? Sospetta, ingiusta
	Legge m' questa. Ma perch l'Eterno
	Loro invidia quel frutto?  colpa forse,
710 	Forse  morte il saver? Per l'ignoranza
	Vivon dunque costoro, e dessa  il sommo
	De'beni? A questa prova Iddio n'ha posto
	La f, l'obbedienza? Oh salda base
	Per costruirvi l'edificio occulto
715 	Della perdita lor! Ne'vani cuori
	Vo'destar di quel frutto alto desio;
	Vo'lo sprezzo destar di quel precetto
	Invidioso, il cui vile proposto
	 d'abbassar due nobili intelletti,
720 	Che il saper leverebbe alla grandezza
	Degli Dei. Per amor di trasmutarsi
	In nature divine, il fatal pomo
	Gusteranno, e morran. Pi facil via
	Non mi s'apre di questa. Innanzi tratto
725 	Con minuta ricerca il paradiso
	Tutto rovister, n siavi canto
	Ch'io non vegga ed esplori. Il caso forse
	Offerir mi potrebbe o lungo il margo
	D'un fonte, o per la densa ombra d'un bosco
730 	Qualche spirto celeste, e dal suo labbro
	Cos raccoglierei quanto mi giova
	Oltre saper. - Gioisci, o coppia bella,
	Mentre ancor tu lo puoi: finch'io ritorni
	Gusta il breve tuo riso; un lungo pianto
735 	Lo seguir." - L'arcangelo, ci detto,
	Torse furtivamente altrove il piede,
	E cauto, studioso in mezzo a boschi
	Su per clivi, ne'campi e per le valli,
	Die'principio all'inchiesta. Il sole intanto
740 	All'estremo occidente, ove la terra
	Si confonde col cielo in un amplesso,
	Lento lento piegava, e rivestia
	La porta oriental del paradiso
	Degli estremi suoi raggi. Un masso ell'era
745 	Di nitido alabastro al ciel salente,
	E visibile agli occhi ancor remoti.
	Un distorto sentier, che sol potea
	Dal lato della terra aprirvi il passo,
	Conduceva all'entrata. Ogni altra parte
750 	Eran nude scogliere, ed irte al cielo
	Si spingeano cos che via nessuna
	Davano al piede che salirvi osasse.
	Fra i due pilastri della roccia assiso
	Stavasi Gabril, duce supremo
755 	Delle angeliche scolte, e vi attendea
	Le tnebre vicine. In bellicosi
	Ludi l'ardita giovent del cielo
	S'erudia non lontana, e l da presso
	Eran l'armi divine: usberghi, scudi,
760 	Elmi d'oro corruschi e di piropi
	Stretti in fasci e sospesi. Or ecco a sera,
	Lungo un raggio di sol, rapidamente
	Discendervi Uriel. Parea quel volo
	Vol di stella cadente che traversi
765 	Una notte autunnal, quando infocato
	Di vapori  pi l'aere, e quella curva
	Lucida striscia al navigante insegna
	Da qual parte dell'ago a lui sovrasti
	La procella. Uriel con affrettate
770 	Voci si volse a Gabriello: "Il grado
	Che t' sortito, o Gabriel, t'impone
	Di vegliar che non tragga e non s'innoltri
	In questo felicissimo soggiorno
	Cosa alcuna che noccia. In sul meriggio
775 	Sal nella mia spera un pellegrino
	Angelo, in vista desioso e vago
	Di mirar le recenti opre di Dio,
	E l'ultima fra tutte effigiata
	Alla immagine sua. Di quell'ignoto
780 	Seguii la traccia e n'osservai da lungi
	L'aerea via... Calossi egli sul monte
	Che dalla plaga boral s'innalza
	Di contro al paradiso, e sguardi io vidi
	Non di pace e d'amor, ma torti e scuri,
785 	Di rea voglia argomento. Io non cessai
	Di seguirlo cogli occhi infin che l'ombre
	Me l'occultr. Che forse un qualche audace
	Della ciurma perduta osato avesse
	Dal bratro sottrarsi, e por di nuovo
790 	La discordia fra noi? Di questo io temo;
	Spetta a te l'indagarlo." - A cui rispose
	L'aligero guerrier: "Mirabil cosa,
	Uriele, non  che tu dal cerchio
	Dell'astro luminoso, ov'hai dimora,
795 	Per tanto spazio la pupilla avventi.
	Vegliano le mie scolte, e spirto alcuno
	Che non venga dal ciel, n sia ben noto,
	Qui varcar non potrebbe. Or da meriggio
	Non fu veduto passeggier. Ma dove
800 	Qualche spirto malvagio abbia varcata
	Con mal pensiero la muraglia, opporre,
	Come tu sai, sensibili ripari
	A sustanze spirtali,  grave impresa.
	Pur, se dentro la cerchia insinuato
805 	Si fosse un de'perduti, al novo giorno
	Svelar lo ti sapr, sotto qualunque
	Larva si celi." - Della data fede
	Satisfatto Uriele, il vol riprese
	Al suo fulgido seggio, e quel medesmo
810 	Solco di luce che guidollo in terra,
	Or, conversa la punta, obliquamente
	Nell'amplesso del sol lo ricondusse.
	Intanto fra le Azorre il sol calava;
	O che l'orbita sua rotato avesse
815 	Nel diurno cammin senza misura
	Celere, o che la terra assai men ratta
	S'affrettasse per transito pi breve
	L 've spunta la luce, abbandonando
	Il monarca del d nell'ora appunto
820 	Che di porpora e d'r le circostanti
	Nubi colora che gli fan corteggio
	Quand'ei sul trono occidental risplende.
	E gi tranquilla ne vena la sera.
	Un languente crepuscolo velava
825 	Del suo manto le cose, e lo seguia
	Grave e lento il silenzio. Augelli e fere,
	Queste al verde lor covo, e quelli al nido,
	S'erano ricovrati, e sol vegliava
	L'usignuol, modulando le amorose
830 	Sue canzoni alla notte, e l'aere empiendo
	Di mesta volutt. Gi tutto il cielo
	Di vividi zaffiri era cosparso,
	E dell'oste siderea Espero duce,
	Bello fra gli astri procedea, fin tanto
835 	Che, sorgendo la luna in nebulosa
	Mest, salutata imperatrice,
	Svolse un lume di perle, e l'argentino
	Peplo sul volto della terra effuse.
	Adamo ad Eva allor rivolto: "O mia
840 	Dolcissima compagna! in braccio al sonno
	Trae quest'ora notturna ogni vivente,
	E consiglia noi pure a far lo stesso.
	Dio per l'uomo altern l'opra e il riposo
	Come il giorno e la notte, ed or cadendo
845 	Con molle soporifera gravezza
	La rugiada del sonno, abbassa il velo
	Sulle nostre pupille. Inoperosi,
	Mentre dura la luce, errando vanno
	Tutti gli altri animali, e di quiete
850 	Gran bisogno non han; ma l'uomo invece
	Ha continuo travaglio delle braccia
	E della mente; manifesto segno
	Della sua dignit, del come Iddio
	Guardi attento a'suoi passi. Alcun pensiero
855 	Ei perci non rivolge a quelle fere
	Che vagano oziose e senza meta.
	Ma noi col novo giorno, anzi che l'alba
	Preceda in oriente al primo lampo
	Della luce rinata, il verde letto
860 	Lasciar n' d'uopo e ripigliar le nostre
	Dilettose fatiche. A quei fioriti
	Archi, a quei freschi vialetti ombrosi,
	Ov' caro innoltrarsi in sul meriggio,
	Noi porremo la man. Rigoglioso
865 	Troppo il bosco vi cresce, e della scarsa
	Nostra coltura si fa gioco. A trre
	Quella tanta abbondanza, oh quante mani
	Dovrebbero stancarsi! I fiori anch'essi
	E le ruvide gomme al suol cadute,
870 	Che dan noia alla vista, inciampo al piede,
	Sar bello sgombrar, s che rimondi
	Siano al tutto i sentieri. Ora la notte,
	Come vuol la natura, a noi comanda
	Di riposarci." - Ed Eva, in tutto il vezzo
875 	Della stupenda sua belt, rispose:
	"O mio germe e sovrano! a te l'imporre,
	A me soltanto l'obbedir s'aspetta.
	Divin cenno quest'. Tua legge  Dio,
	La mia sei tu, n d'altro aver contezza
880 	 la gloria pi bella, il pi felice
	Conoscimento della donna. Il tempo
	Fuggemi, se tu parli, inavvertito.
	Ogni ora che succede, ugual diletto
	Suscita in me. Soave  il primo orezzo,
885 	Soave il raggio del mattin che nasce
	Fra il canto degli augei: soave il sole
	Quando i novi suoi dardi a questo vago
	Giardin saetta, ed erbe e piante e frutti
	E fiori aspersi di gentil rugiada
890 	Scalda e ricrea. Gratissimo  il profumo
	Che manda il suol dopo la pioggia:  dolce
	Il venir della sera, o d'un'azzurra
	Silenziosa notte accompagnata
	Dal suo fido usignuol, dalla sua luna
895 	Cos pallida e bella, e dalle tante
	Gemme di cui la veste e il crin s'intesse;
	Ma non l'orezzo del mattin che sorge
	Salutato dai musici augelletti,
	Non il sol che ritorna irradiando
900 	Questo nostro giardin, non erba o frutto
	O fiore asperso di rugiada, o molle
	Soffio d'incensi dalla terra uscente
	Dopo l'onda del ciel; n la tranquilla
	Sera, n la quieta azzurra notte
905 	Col suo fido usignuol, n sotto il lume
	Della luna e degli astri il chiuso ed ermo
	Nostro sentier... ci tutto, oh no! dolcezza
	Non ha senza di te! - Ma di': le lampe
	Onde il cielo scintilla, a che nel buio
910 	Splendono solitarie? E mentre il sonno
	Chiude soavemente ogni palpebra,
	A chi mostrasi mai quel glorioso
	Spettacolo di luce?" - "O bella figlia
	Di Dio non che dell'uom (riprese Adamo),
915 	Denno intorno alla terra il lor viaggio
	Quei pianeti compir da mane a sera,
	E il lume dispensar di plaga in plaga
	Che a'popoli futuri Iddio destina.
	Essi hann'orto ed occaso, acci la piena
920 	Notte non possa conquistar di novo,
	Mentre lungi  la luce, i suoi dominj,
	N spegnere la vita in ogni bella
	Opra della natura: e non soltanto
	Dan quei fochi chiaror, ma per benigno
925 	Poter di mite differente influsso,
	Dan calore, alimento e temperanza,
	E godono informar della segreta
	Lor siderea virt le cose tutte
	Dal terren germinate, e far che il raggio
930 	Prolifico del sole atte le trovi
	Ad un pieno sviluppo. Invano adunque
	Non brillano quegli astri, ancor che sguardo
	Non li contempli nella notte. Al cielo,
	Pur senza noi, non fallano pupille
935 	Ammiratrici; n al Signor preghiere.
	Miriadi d'invisibili sustanze,
	O vegliamo o dormiam, per l'universo
	Trasvolano inneggiando, ed alle grandi
	Opre del Creator, che notte e giorno
940 	Vagheggiano, fan plauso. E quante volte
	Echeggiate da clivi e da selvette,
	Quando il bujo  pi fitto, a noi non giunge
	Suon d'angeliche voci or miste, or sole,
	Che dan laude al Signor? Talvolta un coro
945 	Di cherubini (o quando a guardia stanno,
	O fan ronde notturne) in pieno accordo
	Cantano al tocco di celesti lire,
	Ogni nostro pensier levando al cielo."
	In queste dir, tenendosi per mano,
950 	Penetraro que'due nel lor felice
	Ricetto. Un loco dal Cultor divino
	Scelto fra'pi ridenti, allor che tutte
	Cre le cose di quaggi per uso
	Piacevole dell'uomo. Ombrosa e cinta
955 	Di lauri e mirti, e di qual altro arbusto
	Pi valido frondeggia ed odoroso,
	N'era la vlta. Acanti ed altri cespi
	Componean, serpeggiando, a dritta, a manca,
	Un vivente parete, e gelsomini
960 	E rose e fiori d'ogni specie, aperte
	Le recenti lor bocce, un bel tappeto
	V'intesseano. Il terreno erboso e molle,
	Da'lor piedi calcato, era un ricamo,
	Cui la viola, il croco ed il giacinto
965 	Prestavano le tinte, e non fu pietra
	Di pi vaghi colori intarsiata.
	Nessun altro che viva, o serpe, o fera,
	Od augello, od insetto entrarvi arda
	Tale e tanto per l'uomo era il rispetto.
970 	Non mai, pur nelle fole, in pi riposta
	Sacra opaca dimora il Dio de'boschi
	E de'pastori ripos; n Fauno,
	N Driade abitr pi dolce speco.
	Con ghirlande di rose e di serpilli
975 	Rabbell primamente in quel ricinto
	Eva, gi sposa, il nuzial suo letto,
	Ed angelici canti inauguraro
	Il connubio primier. Quel d medesmo
	L'angelo geniale avea guidata
980 	La bellissima ignuda al primo amante;
	La bellissima ignuda assai pi ricca,
	Cara pi di Pandora (a lei per alta
	Sventura pari), che gli Dei cortesi
	Ricolmr d'ogni dono il d che, tratta
985 	Per man di Ermete all'imprudente figlio [41]
	Di Giapeto, invagh de'suoi leggiadri
	Occhi i mortali, e vendic l'Egioco
	Di colui che rapgli il sacro foco.
	Giunta la bella coppia al verde chiuso,
990 	Si volse ad oriente, e quella mano
	Creatrice ador che l'aere, il cielo
	E la terra compose e l'argentino
	Disco lunare e lo stellante polo.
	"Signor! la notte anch'essa  tua fattura,
995 	Tuo questo d che nel lavor prescritto
	Abbiam chiuso ed aperto, avventurosi
	D'un reciproco ajuto e d'un affetto,
	Che de'beni infiniti, onde ci fosti
	Supremo ordinatore,  la corona.
1000 	Cos questo felice Eden creasti,
	Per noi due troppo vasto, ove sprecata
	Cade al suol l'abbondanza, e man non trova
	Che la raccolga. Ma da noi, secondo
	La tua promessa, germogliar fra poco
1005 	Una stirpe farai, che l'ampia terra
	Popolando, glorifichi con noi
	La tua grande bont, sia che dal sonno,
	Dono tuo, ci sciogliam, sia che di novo,
	Com'ora, a s ne inviti." In questa forma
1010 	Orr concordemente a Dio rivolti
	Senz'altro culto che la prece, caro
	Sovra ogn'altro al Signore. Al pi riposto
	Angolo di quel cespo entrr gli sposi
	L'uno in braccio dell'altro, e si corcaro;
1015 	N depor quell'ingrato abbigliamento,
	Di che cinti siam noi, fu lor bisogno.
	Gli meri non volt l'antico padre
	Alla bella sua sposa, e la sua bella
	Sposa, cred'io, rifiuto a lui non fece
1020 	De'cari occulti riti. O benedetto
	Casto amor conjugale, arcana legge,
	Vera sorgente della specie umana,
	Unica cosa propria ove son tutti
	Gli altri beni in comune! A te si debbe
1025 	Che dall'uom fosse tolta, e nelle fere
	Chiusa la febbre adulterina.  tuo,
	Tuo solo il merto, che soavi nodi
	E quante carit fra padre e figlio,
	Tra sorella e fratel nella tua giusta,
1030 	Pura, franca ragione han la radice,
	Fossero primamente all'uom palesi.
	Non mai questo mio clamo si tinga
	Per te nel fele, n di te scrivendo
	Colpa io ti dica o vitupero; e mai
1035 	Non mi corra al pensier che tu, tu fonte
	Di domestiche gioje, entrar non debba
	Pur ne'lochi pi sacri. Immaculato,
	Casto  il talamo tuo non solo in questa,
	Ma nell'antica et, quand'ei solea
1040 	Ricettar santi petti e patriarchi.
	Qui gli strali dorati amor disfrena;
	Qui la face immortal, qui le sue penne
	Di porpora agitando, esulta e regna.
	Ma non gi ne'venduti infiniti vezzi
1045 	Di putte invereconde, in cui non parla
	Voce alcuna di affetto, e non si fanno
	Con piacer corrisposto a noi dilette;
	Non nella fatua volutt di regie
	Cortigiane, o ne'balli, o sotto il velo
1050 	Di maschere lascive, o nei notturni
	Canti d'un amator che si querela
	Dell'altera sua donna, a cui dovrebbe
	Volger pi tosto disdegnoso il tergo.
	L'uno in grembo dell'altra all'armonia
1055 	D'amorosi usignuoli i due felici
	S'addormentaro, e sull'ignude membra
	Dalla vlta del florido abituro
	Pioveano rose che il mattin di nuovo
	Ristorava ai cespugli. - O benedetta
1060 	Coppia! sia dolce il sonno tuo. Beata,
	Pur che vaghezza di miglior fortuna
	Mai non arda il tuo core, e mai non cerchi
	Altra cosa saper se non quest'una:
	"Che saper pi non dei." - Ma gi la notte
1065 	Coll'ombroso suo cono avea raggiunto
	Del pi levato sublumar convesso
	Mezzo il cammino; i vigili cherbi
	Nell'ora consueta usciano armati
	Dall'eburnee lor porte a far la scolta
1070 	In bellicoso atteggiamento. Un cenno
	Diede allor Gabriele al cherubino
	Che nel poter gli succedea: "Conduci,
	Uriello, con te della celeste
	Schiera una parte, e rapido percorri
1075 	La costa di meriggio: a quella opposta
	L'altra intanto si volga, e noi rincontro
	Faremo ad occidente." - I battaglieri
	Si spiccr l'un dall'altro come fiamma,
	Vlti parte allo scudo e parte all'asta.
1080 	Chiama a s Gabriello una seguace
	Forte coppia di spirti a lui vicina,
	E cos le favella: "Ituriele!
	Zafn! Cercate con veloci penne
	D'ognintorno il giardino, e non vi sfugga
1085 	Angolo alcuno. Il vostro occhio si giri
	Pi guardingo ed acuto ov'han dimora
	Quelle due belle crature, in dolce
	Sonno sepolte e di futuro danno
	Non sospettose. Un Angelo qui venne
1090 	Col venir della sera a darmi avviso
	Che per lui fu veduto un de'perduti,
	Dal bratro sfuggito; e forte io temo
	Con perversi disegni, a questa volta
	Drizzar (chi crederebbe?) il volo audace.
1095 	Snidatelo il perverso, e prigioniero
	Qui lo traete!" - Cos detto, ei mosse
	La sua lucente legion che i raggi
	Della luna eclissava. Ituriele
	E Zafn s'avvir dirittamente
1100 	In traccia di Satno, all'abituro,
	E col penetrati, accanto d'Eva
	Trovr, sotto l'immagine d'un rospo,
	Rannicchiato il dimn, mentre tentava
	Con arte maledetta insinuarsi
1105 	Nel femminil cerbro, e della mente
	Le virt sgominarvi; indi a sua voglia
	Destar da quel trambusto illusioni,
	Sogni, larve, fantasmi, o coll'infetto
	Soffio attoscar gli spiriti vitali,
1110 	Cui, pari alle gioconde aure commosse
	Da limpida corrente, agita il sangue
	Che puro e lieto per le vene esulta;
	O trasfondervi almen gl'irrequieti
	Incomposti pensieri e le speranze
1115 	Vane e i vani disegni e quella febbre
	D'arroganti desiri in cui radice
	Mette l'orgoglio. - Or mentre a questa cura
	L'avversario attendea, colla celeste
	Lancia sfiorollo Ituriele. Al tocco
1120 	Della tempra immortal nessun figmento
	Resistere potea; tal che di forza
	Torn lo spirto nel suo vero aspetto.
	Come cade talvolta una favilla
	In polvere nitrosa accumulata
1125 	Per colmarne vaselli e poi munirne,
	Al romor della guerra, una capace
	Conserva, con altissimo fragore
	Scoppia il livido grano e l'aria infoca;
	Non altrimenti l'infernal si scosse
1130 	E folgor nel suo vivo sembiante.
	Non senza maraviglia i due gentili
	Angeli s'arrestaro all'apparenza
	Del terribile re; ma passeggiero
	Fu lo stupor. "Chi sei? (l'ardita coppia
1135 	Cos proruppe e s'accost.) Che spirto
	Del fulminato esercito ribelle?
	Come uscisti da'ceppi, e che rivolgi
	Nell'iniquo pensier mutando aspetto,
	Appostando chi dorme, insidioso
1140 	Qual nemico in agguato?" - "E me voi dunque,
	Me non sapete ravvisar? (Satano
	Disdegnoso tuon.) Ben noto un tempo
	Io vi fui, non confuso o mal distinto,
	Spirti abbietti, fra voi, ma posto in seggio,
1145 	A cui non osavate alzar le penne.
	Ed or col dirmi sconosciuto, oscuro,
	Voi stessi come gl'infimi accusate
	Di vostra vile legion. Ma quando
	Conosciuto io vi sia, perch volgete
1150 	Tai domande a Satano e al vostro incarco
	Date un vano principio, a cui la fine
	Vana del par risponder?" - "Ribelle
	Spirto! (cos rendendo onta per onta
	Di rincontro Zafn) mal tu presumi
1155 	Che l'antica belt, l'aspetto antico
	Tu cangiato non abbia, o che l'eclissi
	Del tuo primo candore or non t'asconda,
	Come fossi purissimo ed intgro
	Quale in cielo eri tu. Ma la tua gloria
1160 	T'abbandon coll'innocenza tua.
	Or somigli al tuo fallo ed all'oscura
	Prigion della tua pena. A chi ne manda,
	A chi dee custodir questo giardino,
	E vegliar che non scenda la sventura
1165 	Sul capo a quei dormenti, alta ragione
	Darai dell'opre tue. Vieni!" - Qui tacque
	Il celeste campione, e quel severo
	Rabbuffo, in tanta giovanil bellezza,
	D'una grazia invincibile il vestia.
1170 	Si confuse il superbo, e qual d'un giusto
	Sia la potenza, e quanto bella e cara
	Nelle sue forme la bont, palese
	In quel punto gli fu. Profondamente
	Sospir l'Infernal su quel perduto
1175 	Doppio tesoro, ma dolor pi vivo
	Sent che manifesto a due celesti
	Fosse il suo turbamento; e nondimeno
	Fe'sembianza d'audace, e lor rispose:
	"Se combattere  forza, il duce al duce
1180 	Contraster. Non voi, ma chi vi manda
	Vegna meco a battaglia, o, se gli piace,
	Vengane con voi due; la mia vittoria
	Pi splendida cos, cos men grave
	La mia rotta sar." - "Quello spavento
1185 	Che ti assale, o malvagio (allor riprese
	L'animoso Zafn), risparmia a noi
	La lieve prova di mostrar che possa
	Contro te, nequitoso, e dalla stessa
	Tua nequizia spossato, il men valente
1190 	Degli armigeri nostri." - Al che Satano
	Non replic, da troppa ira confuso;
	Ma qual superbo corridor che rode
	Il suo morso di ferro, inutil opra
	Stim la fuga e la battaglia. Doma
1195 	Lo spavento divino avea quell'alma,
	E Dio soltanto ci potea. - Gli spirti
	S'accostarono intanto a quella parte
	Occidental, l dove a fronte a fronte
	Si scontrr le due schiere e s'accozzaro,
1200 	Corso mezzo girone, in una sola,
	Novi cenni aspettando; e Gabriello
	Dolce a lor favell: "Mi giunge, amici,
	Rumor d'agili passi a noi correnti,
	E gi scerno al chiarore Ituriello
1205 	E Zafn che s'appressano per l'ombre
	Della notte. Con essi  un altro spirto
	D'apparenza regal, ma d'una luce
	Pallida e trista. Agli atti, al fiero aspetto
	Parmi il rege infernal, n senza lotta
1210 	Di qui, mi penso, fuggir. Mostrate
	Imperterrito cor, ch gi lo scuro
	Suo cipiglio ne sfida." - Appena il labbro
	Chiuso avea Gabriel, che i duo cherubi
	Giunsero al suo cospetto, e in brevi accenti
1215 	Narrr chi traduceano, e il dove e il quando,
	E in qual atto e in qual forma, aveanlo colto.
	E l'arcangelo allor con grave aspetto
	Al dimon favell: "Perch, Satano,
	Violasti il confine a'rei prescritto?
1220 	Che t'adduce a turbar gli spirti eletti
	Di quest'Eden custodi, e che non vonno
	Seguir l'esempio tuo? La possa e il dritto
	Di chiederti abbiam noi perch l dentro
	Ti cacciasti furtivo al tristo fine
1225 	Di stornar (come parmi) e sonno e pace
	Da chi pose il Signor fra tanta gioja?"
	E Satan di rimando: "In cielo un tempo
	Fama avevi di saggio, o Gabriello,
	E saggio io ti credea, ma tal richiesta
1230 	Dubitar me ne fa. Potrebbe alcuno
	Forse amar le sue pene? E chi, chi mai
	Non fuggirebbe se la via n'avesse,
	Bench dannato, dall'inferno? E forse
	A prendere la fuga e batter l'ali
1235 	In parte remotissima e divisa
	Dal tormento infernal te non vedrei,
	Te pure, o Gabriello, ove speranza
	Ti balenasse di mutar per sempre
	In diletto il dolore, il pianto in riso?
1240 	Questo  quel ch'io cercai, ma tu, che solo
	Il ben conosci, n provasti il male,
	Non andrai persuaso a quanto io dico.
	Mi opporresti il voler del vincitore
	Che n'ha fatto prigioni? Ov'ei pretenda
1245 	Di tenerci serrati in quell'oscuro
	Carcere, afforzi le sue ferree porte.
	Troppo pi t'appagai che non bramasti:
	Vere son l'altre cose. Ove t'han detto
	Mi colsero costor, n violenza,
1250 	N mal'opra vi fu." - Cos l'acerbo
	E l'etereo guerrier, con un amaro
	Disdegnoso sogghigno, a lui rispose:
	"Oh qual perdita immensa han fatto i cieli
	D'un che pu giudicar del senno altrui,
1255 	Dacch Satano ne part, riverso
	Dalla propria follia! Sfuggito il fiero
	Al suo carcere, or torna in dubbio grande
	Di por nome di saggio a chi domanda
	Quale audacia il traesse in questo loco
1260 	Senza il consenso di lass, varcando
	I termini fatali a lui segnati.
	Saggio tanto egli stima uscir di pene,
	Non curante del modo, ed involarsi
	Dal suo gastigo. Tracotante! Oh possa
1265 	Tu cos giudicar fin che lo sdegno,
	Che nella fuga t'insegu, t'insegna
	Sette volte pi grave, e nell'abisso
	Ributti, a colpi di rovente sferza,
	Questa tua sapienza, che non seppe
1270 	Insegnarti fin ora, o borioso,
	Come pena non v'ha che si pareggi
	All'ira eterna provocata. Or dimmi,
	A che solo ne vieni? A che non segue
	Tutto l'inferno i passi tuoi? Le pene
1275 	Men penose son forse a'tuoi compagni
	Poi che teco non sono? O men di loro
	Hai la virt di tollerarle? O duce
	Coraggioso, magnanimo, che primo
	Sei gli stenti a fuggir! Se manifesta
1280 	La cagion della fuga agli altri iniqui
	Fatto avessi, o malvagio, or non saresti
	Certo il sol fuggitivo." - A cui Satano,
	Corrugando feroce i sopraccigli:
	"Angelo beffator! se petto io m'abbia
1285 	Di sprezzar le torture, e se d'un passo
	Da lor receda, tu lo sai. Nel campo
	Quando subitamente in tuo soccorso
	Giunse un gruppo di tuoni, e forza infuse
	Alla tua lancia, ch'io spezzai, mi risi
1290 	Dell'ire tue. Ma gli avventati accenti
	Che tu, com'hai costume, ora mi volgi,
	Inesperto ti accusano di quanto
	Spetti a duce fedel dopo le dure
	Prove e gli eventi del passato. Il duce
1295 	L'oste sua non affida ad un cammino
	Di periglio e d'error, se pria non l'abbia
	Corso egli stesso. Divisai per questo
	Io primo attraversar la desolata
	Profondit, cercando io sol la terra,
1300 	Recente creazion, di cui la fama
	Pur laggi non  muta; e qui ne venni
	Nella speranza di miglior dimora,
	Ove pormi io potessi, insiem co'miei
	Valorosi infelici, o sulla faccia
1305 	Del fermo suolo, o per l'aereo vano;
	E dovessimo ancor, per tanto acquisto,
	Provar ci che tu stesso e que'leggiadri
	Tuoi campioni possiate. A voi men grave
	Torna, o fiacchi, il servir nella celeste
1310 	Corte di Jova e l'osannar, curvati
	A'pi del trono suo nella prescritta
	Distanza, che brandir l'asta e lo scudo."
	Ed al dimon l'angelico guerriero:
	"Dire e disdirsi, millantar prudenza
1315 	Lo sfuggir dalle pene, e (vitupero!)
	Qui venir come un vile esploratore,
	Cosa non  da capitan, ma solo
	Da basso mentitore; e non arrossi
	D'appellarti fedele? O santo nome
1320 	Di fedelt, ben sei, ben sei polluto!
	Fedele? A chi, Satano? Alla rubella
	Tua ciurma? A quell'esercito di pravi
	Degni d'un tanto condottiero?  forse
	L'esser voi traditori ad un supremo
1325 	Venerando poter la disciplina
	Vostra? la vostra f? l'obbedienza
	Ai guerreschi precetti? E tu, che bello
	Oggi ti fai di libert, profondo
	Simulator, rispondimi! Qual labbro
1330 	Pi servile del tuo, lo spaventoso
	Jova adul? Qual angelo si fece
	Di te pi curvo innanzi a lui? Favella!
	E qual era il tuo fin? Di riversarlo
	Per regnar tu. Va! fuggi, e de'miei detti,
1335 	Spirto iniquo, fa'senno. Onde venisti
	Rivola tosto. Che se mai tu fossi...
	Se da questo momento oso tu fossi
	Qui nel sacro confin del paradiso
	Por di nuovo le piante, io stesso in ceppi
1340 	Ti trarr nell'abisso, io ribadirti
	Vo'que'ceppi cos che in sempiterno
	N potrai pi varcar, n porre in beffa,
	Come facili al passo e mal guardate,
	Quelle porte di bronzo." - Alla minaccia
1345 	Retta il fiero non diede, anzi nell'ira
	Pi ribollendo mormor: "Di ceppi
	Parla, audace cherbo, allor ch'io sia
	Tuo prigioniero, ma per or disponti
	La stretta a sopportar di queste braccia;
1350 	E vedrem chi sconfitto o vincitore
	Di noi due rimarr, quantunque Iddio
	Monti sulle tue penne, e tu coi servi
	Nati al giogo e tuoi pari il trionfale
	Cocchio strascini per gli aerei campi."
1355 	Mentre cos dicea, la santa schiera
	Si fe'corrusca come fiamma, e giunti
	Gli estremi lembi della fila, in cerchio
	Strinse il dimon con abbassate lance.
	Tale una selva di barbate ariste,
1360 	Se Cerere  matura, ondeggia al vento
	E si piega or da questo or da quel lato,
	Mentre guarda il villano e si querela
	Per timor che di sola arida paglia
	Copran l'aja i manipoli, speranza
1365 	Di sue lunghe fatiche. - Il maledetto
	Raccolse ogni sua forza, ed erto, immoto,
	Pari ad Atlante o Teneriffa, apparve.
	La fronte al ciel giungea; sull'elmo stava
	Il raccapriccio per cimiero, e il braccio
1370 	E la destra reggeano un simulacro
	D'asta e di scudo. Orrende opre segute
	Ne sarebbero forse; e costernato
	Non solo il paradiso, ma l'immensa
	Vlta del cielo e gli elementi tutti
1375 	Rotti, sconvolti la gran lotta avrebbe,
	Se ad impedir l'orribile conquasso
	Jova non sospendea la libra d'oro
	Che veggiam tuttavia nel firmamento
	Fra lo Scorpio ed Astrea. Su questa lance,
1380 	Ove or pesa le guerre, i casi, i regni,
	Primamente pes le cose tutte
	Dal suo Verbo create, la pendente
	Ritonda terra e l'aere in cui s'accoglie.
	Mise Iddio due gran carchi entro le coppe;
1385 	Qui la battaglia, e qui la fuga. In alto
	Balz la prima lance, e Jova strinse
	Nella destra il flagello. Il bellicoso
	Angelo se n'avvide, ed al nemico
	Cos parl: "Satano! io non ignoro
1390 	La tua potenza, n la mia t' nova.
	L'una e l'altra n' data, e non procede
	Da noi. Che folle tracotanza  dunque
	Misurar ci che ponno i nostri acciari,
	Se le tue braccia, se le mie valenti
1395 	Pi di quello non son che dall'Eterno
	Loro  concesso? E la mia possa or sento
	Crescer cos da stenderti riverso
	E calpestarti come polve. Affisa,
	Se non credi a'miei detti, in quel celeste
1400 	Segno lo sguardo, e il tuo destin vi leggi.
	L tu fosti librato; or vedi quanto
	Di sperar se ti opponi." - Il gran superbo
	Drizz gli occhi a quel punto, e vista in alto
	La sua coppa balzar, fugg fremendo,
1405 	E con lui le notturne ombre fuggiro.


LIBRO QUINTO

	Gi l'aurora venia con rosei passi
	Dal balzo d'oriente, e seminava
	Di sue perle la terra, allor che Adamo,
	Come solea, si risvegli. Nudrito
5 	Di semplici alimenti e di sapori
	Soavi e temperati, il sonno avea
	Come l'aer leggero: a dissiparlo
	Il rumor de'ruscelli e delle fronde,
	Ventilabro dell'alba, era bastante,
10 	O sol degli augelletti, onde i cespugli
	D'ognintorno eran pieni, il mattutino
	Piacevole garrito. Ancor ritrova,
	Non senza meraviglia, Eva dormente.
	Scomposto era il suo crine ed infiammata
15 	La guancia, indizio d'inquieto sonno.
	Egli alquanto si leva, alla persona
	Fa del cbito appoggio, ed amoroso
	Piega il capo su lei con occhi accesi
	Di caldissimo affetto, e ne contempla
20 	La stupenda belt, che, vegli o dorma,
	Splende di grazie tutte sue. Per mano
	La prese Adamo, e con voce soave,
	Come l'aura che lambe il seno a Flora,
	Cos le bisbigli: "Ti sveglia, o sposa!
25 	Ultimo e sommo ben che qui trovai,
	Ultimo dono e lo miglior del cielo,
	E sempre nova gioja mia, ti sveglia!
	Mira!  sorto il mattino; ai boschi, ai prati
	Rugiadosi ne invita... Oh, non si perda
30 	La primizia del giorno!  questa l'ora
	Di veder come crescano le piante
	Culte dalla tua mano, o come i fiori
	Metta il bosco d'aranci, e dove gema
	La mirra, o dove il balsamo distilli;
35 	Come spieghi natura i bei colori,
	E l'ape irrequieta ad ogni stelo
	Voli a rapir la liquida dolcezza."
	Con tai parole la dest; ma gli occhi
	Stupefatti volgendo agli occhi suoi,
40 	E stringendolo al petto, Eva rispose:
	"O solo, ove riposa il mio pensiero,
	Unica gloria mia, mio ben perfetto!
	Deh come, lieta il tuo volto riveggo
	E l'aurora novella!... In questa notte
45 	(E la simile, Adamo, ancor non ebbi)
	Sognai, ma non di te, non, come soglio,
	Delle nostre fatiche o gi compiute
	Al cader della sera, o divisate
	Pel vegnente mattin, ma di corrucci
50 	Sognai, di turbamenti, ignote cose
	A me pria di quest'ora. Or dunque ascolta.
	Parvemi che all'orecchio un qualcheduno
	Mi si accostasse, e con blande parole
	Mi fesse invito a passeggiar. - Tu dormi,
55 	Eva? (cos mi disse, e l'amoroso
	Suono della tua voce udir mi parve)
	Cara, fresca  quest'ora e taciturna.
	Solo il musico augel, che nella notte
	Modula l'elegie che amor gli spira,
60 	Ne interrompe i silenzj. Ascende e regna
	Nel suo colmo la luna, e fa dall'ombre
	Colla candida luce uscir le cose.
	Ma tutto, ah tutto invan senza uno sguardo
	Che contempli ed ammiri! E per chi mai
65 	Le pupille del cielo ognor son deste?
	Per te sola, o desio della natura!
	Quel tuo volto ricrea, conforta, avviva
	Quanto ha senso d'amor! La tua bellezza
	Tutto move il creato a vagheggiarti! -
70 	Io sorgo al tuo richiamo, e te non veggo;
	M'avvio su'tuoi vestigi, e parmi il calle
	Solitaria seguir che pi spedito
	Guida alla pianta del saver; la pianta
	Bella pi che di giorno, assai pi bella
75 	Mi frondeggia alla vista; e mentre io guardo
	Meravigliando, una incognita forma
	Presso al tronco mi appare, all'ali, al viso
	Pari in tutto a color che noi veggiamo
	Discendere dal cielo. Avea le chiome
80 	Rugiadose d'ambrosia, e fiso anch'ella
	Tenea nella difesa arbore il guardo.
	- Come bella sei tu, come sei cara
	Di frutta! le dicea. Pur non si degna
	Uomo o nume spiccarne, e la dolcezza
85 	D'un tuo pomo gustar. Ma tanto a vile
	Tiensi dunque il sapere? O di toccarti
	Forse invidia ne vieta o legge arcana?
	Vietimi chi lo vuol, privarmi alcuno
	Del ben che m'offri non sapr, ch certo
90 	Non saresti tu qui se de'tuoi doni
	Niun dovesse goder. - Ci detto, al tronco
	Quella forma s'abbraccia, e con ardita
	Man ne raccoglie e ne sapora un frutto.
	Alle audaci parole, all'opra audace
95 	Che le segu, mi corse un gel per l'ossa;
	E l'immagine allor, come rapita
	Nell'eccesso del gaudio: Oh frutto, esclama,
	Frutto divin, dolcissimo in te stesso,
	Ma gustato in tal guisa ancor pi dolce!
100 	Ti contendono a noi perch sol degno
	Sei di labbra divine... E pur dell'uomo,
	Se gustar ti potesse, un Dio faresti.
	E perch nol potr? S'accresce il bene
	Quanto pi si propaga, e, non che offesa
105 	Porti al suo Crator, di gloria il copre.
	Eva, oh meco ne ciba! Ancor che molto
	Tu sia quaggi, bell'angelo, felice,
	Pi felice esser puoi, ma non pi degna.
	Cibane! e dea tu pur nell'aere o in cielo
110 	Potrai, come tu merti, alzar le penne,
	Mscerti a noi. Qual vita ivi si meni
	Ti sar manifesto, e quella vita,
	Eva bella, vivrai. - Cos dicendo,
	Lo spirto a me s'accosta, e coll'avanzo
115 	Del pomo che tenea, mi sfiora il labbro.
	L'odor soave che n'uscia m'accende
	Tale amor di gustarne, che la forza
	Di vincermi non ebbi. Ed ecco a volo
	M'alzo con quello spirto oltre le nubi,
120 	E di sotto m'appar l'immensa terra.
	Oh qual diverso spazioso aspetto!
	Dell'altezza ov'io stava e del mio volo
	E del mio strano mutamento un'alta
	Meraviglia prendea, quando il mio duce
125 	Mi dispare dagli occhi, ed io gi cado
	(O mi sembra cader) quasi in profondo
	Sonno sepolta. Adamo! oh come lieta
	Fui nel destarmi, e nel veder che sogno,
	Mero sogno era il mio!" - Cos la prima
130 	Madre narr la sua torbida notte.
	E cos mesto le rispose Adamo:
	"Perfetta imago di me stesso e parte
	Di me pi cara! Le scomposte idee
	Che turbr la tua mente in questa notte,
135 	Contristano me pure. Amar non posso
	Questi sonni affannosi, e, com'io temo,
	Procedenti da male. Or d'onde il male
	Proceder? Purissima colomba!
	Nel tuo petto innocente ei non alberga:
140 	Pure attendi al mio dir. Parecchie in noi
	Stan minori virt che quasi ancelle
	Servono la ragion. Fra queste  prima
	La fantasia. Delle cose universe
	Che sogliono affacciarsi ai nostri cinque
145 	Vigili sensi, la virt ch'io dico
	Si crea vaghe apparenze, aeree forme,
	Che la ragion, dal falso il ver cernendo,
	Or accoglie, or rifiuta, e fa di queste
	Tutto ci che affermiam, ci che neghiamo,
150 	Ci che nostra scienza e nostro avviso
	Appellar noi siam usi. E quando in noi
	La natura ha riposo, entro i segreti
	Del suo recesso la ragion si chiude,
	E, finch vi dimora, a contraffarla
155 	L'imitatrice fantasia si prova;
	E d'imagini varie insiem confuse,
	Come appunto ne'sogni, una bizzarra
	Opra compon di cose e di parole
	Stranamente accozzate. Io veggo, o parmi
160 	Veder nel sogno tuo, del vespertino
	Nostro colloquio una pallida imago
	Pur commista a chimere. Or via, t'allegra!
	Nello spirto di Dio come dell'uomo
	Pu riprovato insinuarsi il male,
165 	Ed uscirne del paro, e non lasciarvi
	Biasmo o macchia che sia. Ferma speranza
	Queste mi d che non farai vegliando
	Ci che abborristi come sogno. Adunque
	Non velar di mestizia il mite raggio
170 	Degli occhi tuoi pi lucido, pi terso
	Per me, che per la terra il primo lampo
	D'un bel mattino. Or vieni! Insiem n'andremo
	Alle dolci fatiche, ai boschi, ai rivi,
	Ai fiori che ne'calici socchiusi
175 	Fr la notte per te di lor fragranze
	Mollissime tesoro." - In questa guisa
	Consolando ei venia la bella afflitta,
	Che consolata respir. Si terse
	Eva col lungo crin le mute stille
180 	Da'begli occhi scorrenti; e due supreme,
	Pria del loro cader, ne colse il bacio
	D'Adamo; stille preziose e care,
	Che spuntavano ancor da quella fonte
	Cristallina per tenero rimorso
185 	E pio timor del non commesso errore.
	Cos rasserenati, ai lieti campi
	Gli avventurosi si avvir. Ma quando
	Di sotto all'arco de'fioriti arbusti
	Che tessean l'abituro, alzr lo sguardo,
190 	Videro il d gi grande, e nato il sole
	Lambir coll'aureo cocchio i lidi estremi
	Dell'oceno, settando i raggi
	Paralleli alla terra; e dalla immensa
	Pianura oriental del paradiso
195 	E dall'Eden beato e da'suoi boschi
	Ir le tenebre in fuga. I due parenti,
	In atto d'adorar, profondamente
	S'inchinarono al suolo, e la preghiera
	Mattutina alternr, che varia sempre
200 	Da que'labbri volava ad ogni novo
	Risorgere del d; poich n questo
	Variar di parole e di pensieri,
	N sacro entusiasmo a lor mancava
	Per laudare il Signor con improvvisi
205 	Canti e subiti accordi; e ne piovea,
	Ora in sciolti sermoni, ora in veloci
	Versi un eloquio d'armonia s dolce,
	Che venirgli dall'arpa o dal liuto
	Nova dolcezza non potea. - "Son queste
210 	L'opre tue gloriose, Eterno Padre
	Del ben! Quest'universo  tua fattura.
	Se creato tu l'hai mirabil tanto,
	Qual meraviglia non sarai tu stesso?
	Ineffabile Essenza! agli occhi umani
215 	Sopra gli astri ti celi, e sol nell'ombra
	Dell'opre tue men belle e meno elette
	Ti sveli a noi; ma tali ancor ci fanno
	La tua bont, l'onnipotenza tua,
	Oltre ogni nostro concepir, palesi.
220 	O figli della luce! a noi lo dite
	Voi che dir lo sapete! Al suo cospetto
	Contemplanti vi state, e d'inni e cori
	L nel fulgido d che non ha sera,
	Fate corona al trono suo. Nel cielo
225 	Cos voi, spirti eletti, e sulla terra
	Noi con tutti i viventi Iddio laudiamo
	Primo, Medio, Supremo ed Infinito.
	- O degli astri il pi vago, o tu che segui
	Ultimo il plaustro della notte (quando
230 	La guida tu non sia che dell'aurora,
	Certo pegno del d, preceda il calle),
	Tu pur dalla tua spera in questa dolce
	Ora del novo albor l'Eterno esalta!
	- O Sol, dell'universo alma e pupilla,
235 	Riconosci colui che di grandezza
	Immensurabilmente a te sovrasta,
	Ed all'orto, al meriggio ed all'occaso
	Fa che l'eterno tuo corso risoni
	Della sua gloria! - O Luna, o che ti scontri
240 	Col Sole in oriente, o che t'involi
	Precipitosa colle immote stelle,
	Nella rotante loro orbita immote;
	E voi, cinque errabondi eterei fochi,
	Che mistiche carle in ciel tessete,
245 	Voi pur laudate quella man che trasse
	Fuor del bujo la luce! - Aere, elementi
	Primogeniti voi della natura,
	Che in numero di quattro v'aggirate
	Entro un vortice eterno, e multiformi
250 	Trasmutate le cose e le nudrite,
	Oh levate al Signor, sotto ogni vostro
	Vario aspetto, la lode! - E voi, vapori,
	Nebbie, voi di cerulea o fosca tinta,
	Che v'alzate in quest'ora o da colline,
255 	O da fumanti laghi infin che il raggio
	Del sol v'inauri le lanose falde,
	Sorgete ad esaltar l'onnipossente
	Creator delle cose; o sia che un velo
	All'aere scolorato ed uniforme
260 	Dar vi piaccia di nubi, e di feconda
	Pioggia inaffiar l'inaridite glebe,
	Deh, salendo e calando, al suo gran nome
	Laudi eterne intonate! - E voi da'quattro
	Lati del ciel soffiatele, o bufere,
265 	Con potente ruggito; e voi con mite
	Bisbiglio, o venticelli! - Eccelsi abeti,
	Reclinate le cime, e quanti ha il bosco
	Arbori d'ogni ramo insiem con voi
	Scuotano, in segno d'adorar, le frondi!
270 	- Rivi, che susurrate armoniosi
	Entro i queruli letti, oh sia quel vostro
	Susurro un inno che s'innalzi a Dio!
	- Fate de'vostri suoni un suon concorde,
	Tutti, o voi che vivete! Augei, che l'ali
275 	Inneggiando battete alla celeste
	Vlta vicini, oh siano i canti vostri
	Canti offerti al Signor! - Voi, che nell'onda
	Guizzate, voi, che mestosi e proni
	Strisciate il suolo o lo premete, ah dite
280 	Se da mane e da sera il labbro nostro
	Stassi mai taciturno, o se la voce
	Presti ai poggi, alle valli, ai rivi, ai boschi,
	E loro apprenda la sua lode! - Salve,
	Arbitro d'ogni cosa, e largo a noi
285 	Sii tu sempre di beni! E se nel grembo
	Chiuso avesse la notte occulti mali,
	Sperderli come il Sole or fa dell'ombra."
	Cos quegl'innocenti a Dio pregaro;
	E calma consueta e salda pace
290 	Fr di novo sereni i lor pensieri.
	Il campestre lavor della mattina
	Li guid per ajuole e per cespugli
	Stillanti di rugiada, ove il frutteto
	In prolisso filar le fronde intreccia
295 	Troppo rigogliose, e sembra quasi
	Qualche mano invocar che lo disciolga
	Dagl'infecondi abbracciamenti. All'olmo
	Legarono la vite; e la novella
	Sposa avvolgea le sue vergini braccia
300 	Al robusto marito, a cui per fregio
	Della sterile foglia, i suoi maturi
	Grappoli in dono nuzial recava.
	Volse il re delle stelle un pio riguardo
	A quei nostri parenti intesi e lieti
305 	Nelle dolci lor cure, e Rafaele
	Chiamando a s (l'arcangelo cortese
	Che degn di Tobia farsi compagno,
	Poi colla virgo sette volte sposa
	Il suo connubio assicurar), gli disse:
310 	"Tu gi sai, Rafael, quale scompiglio
	Dest Stan, dal bratro fuggito
	Traverso il cieco abisso, in paradiso.
	Tu sai come il perverso in questa notte
	Turb la coppia umana, e nel suo germe
315 	Spegnerne la progenie egli divisa.
	Vanne dunque ad Adamo, e gli favella
	Quale amico ad amico; a ci ti assento
	Met di questo giorno. Il troverai
	Lungo un fresco viale o sotto un'ombra
320 	Che dal caldo meriggio lo difenda,
	Mentre un breve ristoro al diuturno
	Lavor, di cibi ei prende e di riposo.
	Farai di rammentargli il suo felice
	Stato, di cui l'arbitrio  nella piena
325 	Sua volont; ma questa, e tu lo assenna,
	 mobile, incostante; onde non lasci,
	Troppo in s confidente, il dritto calle.
	Avvertilo di tanto e del periglio
	Che gli sovrasta. Non tacergli in fine
330 	Che lo invidia un nemico, il maledetto
	Che dal gaudio sbandito, ora disegna
	Altri sbandirne... Colla forza? Oh questa
	Fu gi doma e ripulsa; ma coll'arte,
	Colla frode ei si prova. Adamo il sappia,
335 	Acci, disobbedendo inavvertito,
	Non mi opponga a ragion che l'avversario
	D'improvviso il cogliesse." - Iddio qui tacque,
	E fu pieno il giudizio. - Alcuno indugio
	Nell'eseguir l'altissimo messaggio
340 	Rafael non frappose. A mezzo i mille
	Serafici splendori, ove, raccolte
	Le sue fulgide penne, egli sedea,
	Lieve lieve si mosse, attraversando
	L'empireo ciel. Le angeliche corone
345 	Si divisero in due, lasciando il varco
	Al messagger divino; ed ei, trascorsa
	Quella fulgida via, l'ardente foga
	Non cess che alle porte ampie del cielo.
	Per interna virt le sante valve
350 	Si spalancr, girandosi e stridendo
	Su'lor cardini d'oro, opra stupenda
	Del sovrano architetto. A lui n stella,
	N nube, n vapor s'interponea;
	Onde l'orbe terreno, ancor che fosse
355 	Solo un lucido punto e mal distinto
	Fra tante spere luminose, apparve
	Tosto agli occhi immortali. Alzarsi ei vide
	Il giardino di Dio sulle colline
	Circostanti, di cedri incoronato.
360 	Cos (per men certo) il sapiente
	Cristal di Galileo contrade e terre
	Fantastiche contempla entro la luna;
	E cos chi le Cicladi costeggia,
	Samo e Delo mirando uscir dall'acque,
365 	Nebbie erranti le stima. A quella volta
	Fra mondi e mondi Rafael s'immerge.
	Or sull'ali sospeso, alla bufera
	Polare ei s'abbandona, or con gagliardo
	Remeggio la cedente aria flagella;
370 	E giunte ove la sola aquila giunge,
	Sembra ad ogni pennuto una fenice;
	Quel mirabile augel, che il volo estremo
	Volge all'egizia Tebe, ed al delubro
	Del Sol le arcane sue ceneri affida.
375 	Al varco oriental del paradiso
	Ora il nunzio s'arresta, e la sua bella
	Forma d'alato serafin riveste.
	Sei grandi ale son velo alle divine
	Membra: le due che spuntano dal tergo
380 	S'intrecciano sul petto alla sembianza
	Di manto imperial; le medie il fianco
	Cingono a guisa di siderea zona,
	E d'auro e di colori in ciel tritati
	Fanno all'anche un ricamo; ombrati i piedi
385 	Son dall'ultime due che del celeste
	Zaffro hanno la luce, uno smaltato
	Cinto di piume dal calcagno uscente.
	S'arrest Rafael sul verde ingresso
	Pari al figlio di Maja, e dalle scosse [42]
390 	Penne un'aura di cielo intorno sparse.
	Riconobbero tosto il serafino
	Gli angelici custodi, e per rispetto
	Al suo grado eminente ed alla diva
	Mission, di cui certo eran presaghi,
395 	Si levr riverenti al suo passaggio.
	Ed ei da'lor pomposi padiglioni
	S'avvi drittamente al paradiso.
	Boschi ei passa di mirra, ove i profumi
	Confondono fra lor l'acacia e il nardo.
400 	Odoroso deserto, in cui natura
	Scherza e folleggia nell'infanzia sua,
	Lentando a'suoi virgini fantasmi
	Liberissimo il freno, e l'infinita
	Copia versando d'ogni suo tesoro.
405 	Una inculta bellezza insofferente
	D'ogni arte e d'ogni legge... O smisurata
	Felicit! - Cos per quelle selve
	D'armi il messo del Signor movea.
	Sul limitar del suo fresco ricetto
410 	Stava Adamo corcato, e del vegnente
	Tosto ei s'avvide. Il Sol meridiano
	Dardeggiava alla terra i raggi suoi
	Retti, ardenti in quel punto a riscaldarne
	Le cupe cavit; s che molesta
415 	N'era al senso dell'uom l'acuta sferza.
	Nell'interna capanna Eva attendea
	L'ora per imbandir di saporose
	Frutta la mensa, al vero amor di cibo
	Saporose e gradite; e della sete,
420 	Che spegnere soleano il latte e l'uva
	(Innocenti bevande), eccitatrici.
	"Eva (proruppe Adamo), accorri e mira
	Cosa degna di te. Dall'oriente
	Ne vien per quella via tra pianta e pianta
425 	Una splendida forma, e sembra un novo
	Mattin che sul meriggio a noi rinasca.
	Nunzio forse ci vien di qualche grande
	Cenno di Dio; n farsi ospite nostro
	Rifiuter. T'affretta! a lui presenta
430 	Quanto hai tu di riposto, e fa'che abbondi
	D'ogni cosa miglior la nostra mensa,
	Tal che sia degnamente il glorioso
	Straniero accolto ed onorato. I doni
	Ben offrir noi possiamo ai donatori,
435 	E cortesi esser noi di quelle cose
	Che ne largr cortesemente. Addoppia
	L'indefessa natura i suoi prodotti,
	E, scemandone il carco, ognor pi ricca,
	Pi fertile diventa, e n'ammonisce
440 	Di non farne conserva." - Ed a quel primo
	Padre la prima genitrice: "Adamo,
	Sacra parte d'argilla, a cui di vita
	Lo spirto del Signor, non ci bisogna
	Custodir molte frutta; a noi ne reca
445 	Ogni stagione, e pendono da'rami
	Invitando la man che le raccoglia.
	Serbiam quelle soltanto a cui fa d'uopo
	Maturar lentamente, e fin che l'acre
	Gusto perduto, acquistino mollezza
450 	E virt nutritiva. Or dalle piante
	Tutte, da tutti i cespi e dalle scorze
	Pi tenere e succose una tal copia
	N'apprester per l'ospite divino,
	Che, veggendola, ei dica: Iddio dispensa,
455 	Come al ciel, le sue grazie anche alla terra."
	Cos detto, sollecita si parte
	Con occhi impazienti e tutta piena
	Del pensiero ospital. Ma come il fiore
	Da tal dovizia coglier? Qual norma
460 	Pu guidar la gentile a far l'eletta
	Dei sapori diversi, acci confusi
	Non sieno insieme o mal disposti? e questo
	Con vicenda gradita a quel succeda?
	Ella corre a sfiorar da cento steli
465 	Tutto ci che la terra, altrice e madre
	Di varia immensa prole, all'Indie dona,
	Al suol frammesso, al Ponte, all'afre sponde, [43]
	Ove Alcinoo regn. Frutta di specie
	Come di scorza differenti; in queste
470 	Ruvida, in quelle schietta; alcune in crosta,
	Altre in ncciolo chiuse. Ampio tributo,
	Che la donna raccoglie e n'arricchisce
	Il desco liberal. Dall'uva esprime,
	A spegnere la sete, un dolce succo;
475 	Varie bacche dirompe, e da contrite
	Mndorle un untuoso e dilicato
	Licor distilla e mesce, a cui non falla
	Pulito vase che l'accolga. Il suolo
	Sparge poscia di rose e di virgulti
480 	Ch'esalano l'arma e la fragranza
	Senza l'opra del foco. Adamo in questo
	Lascia il verde abituro, e del celeste,
	Senza pi compagnia che le sue belle
	Virt, move all'incontro. Oh, pi solenne
485 	Corto della nojosa e vana pompa
	Che circonda i monarchi, e di quel lungo
	Stormo di paggi in sciamito ed in oro
	Posti al fren de'corsieri, onde le ciglia
	Stupido ed abbagliato il volgo inarca!
490 	Giunto ch'ei fu dell'angelo al cospetto,
	Bench non preso da timor, la fronte
	Abbass rispettoso a quella essenza
	Tanto sopra l'umana, indi proruppe:
	"Cittadino del ciel (ch non accoglie
495 	Forme s gloriose altro che il cielo),
	Poi che volesti il tuo seggio felice
	Lasciar per pochi istanti e qui venirne,
	Oh, degnati con noi, con noi che soli
	Tegnam (dono divin) quest'ampia terra,
500 	Degnati penetrar la nostra ombrosa
	Dimora, e le pi scelte e dolci frutta
	Che produce il giardino assaporarvi,
	Fin che svampi il meriggio, e il sol cadente
	Tempri alquanto il calore." - E mite a lui
505 	La serafica luce: "A questo, Adamo,
	Tu qui mi vedi; perocch non fosti
	Creato tal, n tale  il tuo soggiorno,
	Che sgradito riesca a noi celesti
	Scendere dalle stelle e visitarvi.
510 	Guidami dunque al tuo fresco abituro.
	Dal meriggio al cader delle tenbre
	L'ore son tue." - N'andaro a quel silvestre
	Ricovero, di fiori e di profumi
	Tutto quanto ridente ed odorato,
515 	Come lo speco di Pomona. Ed Eva,
	Bella pi d'ogni ninfa e pi leggiadra
	Della figlia del mar quando sull'Ida
	Contendea di belt colle rivali,
	Eva in pi si tenea per reverenza
520 	All'ospite divino; e, sol vestita
	Del suo proprio candor, le ignude membra
	D'altro vel non copria; pur non tingeva
	Basso pensier di porpora il suo viso.
	Col saluto celeste, onde pi tardi
525 	Fu Maria benedetta, Eva seconda,
	Rafael le si volse e salutolla:
	"Ave, o madre degli uomini! La prole
	Del fecondo tuo sen, pi numerosa
	Di queste frutta screziate e belle,
530 	Che dai boschi di Dio sulla tua mensa
	In tal copia recasti, il mondo intero
	Popoler." - Di fitte erbose zolle
	Era il desco formato, a cui d'intorno
	Verdi scanni sorgeano, e tutto accolto
535 	Sovra il lato suo piano era l'autunno,
	Bench la primavera allor danzasse
	Stretta a mano con lui. Brev'ora innanzi
	L'angelo e l'uomo conversr; n tema
	Pungere li potea che il breve indugio
540 	Raffreddasse le dapi. "Eletto spirto
	(Adamo incominci), di questi beni,
	Nostro cibo e dolcezza, onde la terra,
	Per voler di Colui che n'alimenta,
	Fonte d'ogni bont, n' larga e pia,
545 	Piacciati delibar: non degna forse,
	Forse insipida cosa ad immortali
	D'angelica natura; e non pertanto
	So che il Padre celeste  solo ed uno
	Di tutto a tutti donator." - "Per questo,
550 	Rispose Rafael, quanto a voi dona
	Quel Dator d'ogni cosa (oh sia ne'canti
	Sempre glorificato il nome suo!)
	A voi creta bens, ma pur di spirto
	Dotati in parte come noi, discaro
555 	Cibo non torna agli angioli pi puri;
	Ch le nostre sustanze intellettive
	Bisognose ne son come le vostre
	Razionali. Ha l'uomo ed ha lo spirto
	Le inferiori qualit, che sono
560 	Allo spirto ed all'uom per cinque sensi
	Operose ministre. Il gusto  poi
	Che raffina, smaltisce, assimilando
	Ci che al labbro si accosta, e ne tramuta
	La materia in ispirto. Ogni creata
565 	Cosa ha d'uopo di pasto e di sostegno.
	Il pi puro elemento  dal men puro
	Nudrito: della terra il mar si pasce,
	L'ar dell'acqua e della terra, e quello
	Sazia i fochi celesti e pria la luna,
570 	Prona a voi pi d'ogni altro; e quelle scure
	Macchie nel disco suo, vapori e nebbie
	Son non anco rifuse o commutate
	Nel suo candido lume; e similmente
	Va quest'umile spera i pi sublimi
575 	Pianeti alimentando. Il Sole anch'esso,
	Che dispensa la luce ad ogni cosa,
	Da ciascheduna in guiderdon riceve
	Effluvj nutritivi, e, giunto a sera,
	Siede a mensa col mar. Bench nel cielo
580 	L'albero della vita a noi dispensi
	L'ambrosia di sue frutte, e dai vigneti
	Il nettare ne stilli; e bench noi
	Cogliam da'boschi rugiadosi il mele
	Che vi piove il mattino, e il suol d'eletto
585 	Grano s'imprli, Iddio fe'bella tanto
	La natura quaggi, che pareggiarsi
	Pu quest'Eden al cielo; e tu concetto
	Non far, che schivo il mio labbro si torca
	Dai vostri cibi." - A mensa, in questo dire,
590 	Si assisero amendue; n, come il grave
	Teologo assicura, in apparenza
	L'angelo si cib, ma con verace
	Talento natural, con digestiva
	Calorosa virt che le gustate
595 	Cose trasmuta. Agevole traspira
	Dalle angeliche forme ogni soverchio
	Del preso nutrimento: e ci non rechi
	Stupor; giacch pel foco, a cui dan vita
	Pochi abbietti carboni, un alchimista
600 	Crede o pu trasformar nel pi perfetto
	Oro di vena ignobili metalli.
	Eva, gentil dispensatrice, a mensa
	Nuda intanto servia, mescendo attenta
	Un suo grato licor di mano in mano
605 	Che vti i nappi ne vedea. Ben eri
	Degna del paradiso, anzi la prima
	Delle sue rose, o candida innocenza!
	Solo in tanta bellezza alcun perdono
	Trovar forse poteano i traviati
610 	Figli di Dio del lor non casto amore
	Per le figlie dell'uom; ma verecondo
	In quei vergini cuori era l'affetto,
	N vi stillava gelosia l'occulto
	Suo tosco, inferno de'traditi amanti.
615 	Sazia che fu di pasto e di bevanda,
	Sazia e non carca la natura, Adamo
	Di cogliere pens l'avventurosa
	Occasion, che l'ospite del cielo
	Liberalmente gli offeria, di farsi
620 	D'alte incognite cose util tesoro:
	E notizia acquistar di que'felici
	Che nel cielo han dimora, e tanto sopra
	D'eccellenza gli stanno; e per raggianti
	Forme, che di sua luce Iddio circonda,
625 	E per altezza d'intelletto, addietro
	Lasciano di gran tratto il volto umano
	E l'umano valor. Cos guardingo
	Al divin messo favell: "Ben veggo
	La tua somma bont nel sommo onore
630 	Di che lieti ne fai, beato spirto,
	Che soggiorni con Dio. Quest'umil tetto
	Penetrar tu degnasti, e di terreni
	Cibi gustar che angelica vivanda
	Non sono, e tuttavia tu l'hai gradita,
635 	Come non t'assidessi alla celeste
	Mensa. Ed oh qual paraggio!" - E quell'alato
	Gerarca a lui rispose: "Un solo, Adamo,
	 colui che pu tutto; indi procede
	Ogni cosa creata, e, se non move
640 	Per obbliqui sentieri, a lui ritorna.
	D'una stessa materia Iddio compose
	Le infinite opre sue, n men perfetta
	Questa Ei fece di quella, abbench forma
	Abbian diversa e differenti gradi
645 	Di sustanza e di vita. Or pi si fanno
	Pure quest'opere ed incorporee, quanto
	Pi si appressano al fonte, o d'appressarsi
	Palesano il desio; finch nel cerchio,
	Onde ogni specie  circoscritta, a spirto
650 	La natura s'innalzi. Il gambo sorge
	Cos pi leve della sua radice,
	Aeree pi di lui n'escon le foglie,
	Indi, perfetto fior, le sue vapora
	Molli fragranze. Al fior succede il frutto
655 	Di che voi vi nudrite, e questo frutto
	Svolgesi a grado a grado e farsi anela
	E vitale, e animato, e intellettivo;
	Quindi vita in un tempo e sentimento
	E vigor di fantasmi e di concetti
660 	(Che danno all'alma la ragion) comparte.
	Intuitiva o indagatrice essenza
	Dell'alma  la ragione. A voi pi spesso
	La seconda pertiene, a noi la prima
	Ben pi che a voi. Di specie entrambe uguali,
665 	Varie sono di grado. Or tu non devi
	Stupir, se quanto il Creator conobbe
	Buono al gusto dell'uom sia pure al mio;
	Ed anzi, come voi, nella celeste
	Mia sustanza il converte. Un tempo forse
670 	Verr che dell'angelica natura
	Partecipi l'umana, e non le sia
	Strano o scarso alimento il nostro cibo;
	E nudriti di questo e fatti lievi
	Dalla fuga del tempo, i corpi vostri
675 	Si convertano anch'essi in pura essenza,
	E possano volar come novelli
	Angeli per lo cielo, e farvi stanza;
	O qui nella natia vostra dimora
	A pien grado abitar; ma ci recarvi
680 	Pon solo obbedienza ed un intero
	Costante amore per Colui che ceppo
	Degli uomini vi fece. Or quanto il vostro
	Felice stato pu gioir, gioite:
	Perocch non v' dato ad un maggiore
685 	Spingervi col desio." - "Tu m'hai dimostro,
	Cortese serafin (cos l'antico
	Nostro progenitor), la via che guida
	L'umano intendimento alla scienza,
	E l'ordine non men della natura
690 	Che dal punto centrale al punto estremo
	Manda equabili raggi; e come alzarne
	Possiam gradatamente al Creatore
	Contemplando il creato. Un dubbio solo
	Mi rampolla, al tuo dir, nell'intelletto.
695 	Che vuoi significar con quell'avviso
	Ultimo che ci dai: - Ma ci recarvi
	Pu solo obbedienza? - E trasgredire,
	Disamar potrem noi chi dalla polve
	Ne lev? Chi ne pose in tanta gioia?
700 	Chi su noi rivers l'immensa piena
	Delle sue grazie, e ne larg tesori
	Che pensier non comprende?" - E Rafaele:
	"Figlio del cielo e della terra, ascolta!
	Ben tu devi al Signor la tua presente
705 	Felicit, ma solo a te dovrai
	Che costante ti sia, n ci fruttarti
	Potria che l'obbedir: persisti in esso;
	Di questo, Adamo, t'avvisai. Perfetto
	Ti fe', non immutabile il Signore;
710 	Buono, ma di seguir la retta via
	Libero ti lasci. Fu suo volere,
	Che per natura il tuo voler non fosse
	Dal bisogno inflessibile o dal fato,
	Che sfuggir non si pu, corretto e spinto.
715 	Spontanea, non costretta ama l'Eterno
	L'osservanza a'suoi cenni; e fuor di questa
	Qual altra accogliera? Come accertarsi,
	Che l'oprar di non liberi intelletti
	Sia volontario? D'intelletti, io dico,
720 	Al ferreo giogo del destin sommessi,
	Che non hanno altra scelta? A noi medesmi,
	Moltitudine angelica, sedenti
	Presso al trono divino, in pianto il riso
	Come a voi tornerebbe, ove la fronte
725 	Negassimo piegar; n scudo alcuno
	Fuor di questo abbiam noi che ci protegga.
	Dio, volenti, serviam, perch di amore
	Non imposto l'amiamo, e cos porta
	L'intera nostra volont, d'amarlo
730 	O non amarlo; e sol da lei dipende
	Il tenerci nel seggio a noi sortito
	Come il caderne. E caddero infiniti
	Di noi disobbedendo, e dall'altezza
	De'cieli ruinr nel cieco abisso.
735 	Oh caduta! In qual ultima sventura
	Dal sommo grado della gioja!" - E il nostro
	Grande progenitor: "Raccolsi attento,
	Mio divino maestro, i detti tuoi;
	N mai pi dolce mi bland gli orecchi
740 	La notturna canzon de'cherubini
	Quando melodiosa si diffonde
	Dai colli circostanti. Io gi sapea
	Come liberi d'opra e di pensiero
	Piacque a Dio di crearne; e noi l'amiamo,
745 	L'obbediam quel Signor che ne prescrisse
	Solo una legge, e nondimen s giusta!
	Ferma in queste proposte  la mia mente,
	E tal sempre sar. Ma quanto avvenne
	Lass, come accennavi, il cor m'ingombra
750 	Di non lieve incertezza e d'un ardente
	Desio di pi saperne. Or ben, mi narra,
	Se grave a te non sia, la storia intera;
	Poich strana io la penso, e certo degna
	Che l'ascoltiam raccolti in un silenzio
755 	Religioso, e tempo n'hai. Dal punto
	Meridiano il sol di poco inclina
	Per la zona scendente al suo tramonto."
	Tale inchiesta fe'l'uomo al serafino.
	Non si oppose il celeste, e dopo un breve
760 	Tacer: "Di qual m'aggravi alto subbietto,
	Primo padre dell'uomo! a lui rispose.
	Ardua, trista  l'impresa; or come io posso
	Raccontar degli eserciti celesti
	Le invisibili prove al vostro senso?
765 	Come dir la caduta (e non sentirmi
	Una spada nel cor) di tanti spirti
	Gloriosi e perfetti anzi che l'arme
	Rivolgessero in Dio? d'un mondo ignoto
	Palesarti i misteri, e un velo alzarti
770 	Che toccar non dovrei? Ma, perch torni
	D'alcun utile a te, n'ho pieno assenso:
	E misurando le corporee forme
	Colle spirtali, a quanto i sensi eccede
	Dar, meglio ch'io sappia, una parola
775 	Che meno oscuro al tuo pensier lo porga.
	Non  forse la terra ombra del cielo?
	Or dunque non potranno assomigliarsi
	Le cose di lass colle terrene
	Pi che forse non credi? - Allor che il mondo
780 	Non era ancor, nel vano in cui si rota
	La gran mole de'cieli, ed ha nel centro
	Questa immobile terra, oscuro, informe
	Dominava il Caosse. Un di que'giorni
	(Pur nell'eternit misura il tempo
785 	Giunto al moto le cose, e le distingue
	In presenti, in passate ed in future)
	Un di que'giorni cui rimena il santo
	Anno del ciel, le sparse armi celesti
	Fur, per cenno divin, dai pi remoti
790 	Termini convocate innanzi al trono;
	E sotto i duci loro, in luminose
	Schiere, a miriadi s'affollaro. Un diece
	Mila insegne spiegate e fluttuanti;
	Pinacoli, stendardi ed orifiamme,
795 	Parte a capo sorgenti e parte a tergo
	Dell'esercito immenso, e sui corruschi
	Tessuti istoriate a lettre d'oro
	Belle e sante memorie or d'eminente
	Zelo, or di amore. In doppio e largo giro
800 	Si schier la grand'oste, e fu silenzio,
	Quando il Padre divino, alla cui destra
	Il gran Figlio sedea fra gli splendori
	D'una beata eternit, dall'alto
	Fe'la voce sonar, qual d'avvampante
805 	Culmine, ascoso nel suo proprio lume.
	"Angeli, figli della luce, Troni,
	Virt, Posse, Dominj, udite il mio
	Non mutabil decreto. In questo giorno
	Generato ho colui che per mio figlio
810 	Unigenito acclamo. Alla mia destra
	Consacrato da me su questo monte
	Tutti or voi lo mirate. A duce vostro,
	Spirti eterei, l'ho scelto, ed a me stesso
	Giurai che umiliarsi a lui dovranno
815 	Quanti il cielo ha ginocchi, e quante ha lingue
	Salutarlo signore. Or voi, guidati
	Dal mio Figlio e mia vece, in pieno accordo,
	Come vi governasse un'alma sola,
	Siate lieti e felici, se l'eterna
820 	Vera letizia di fruir vi giova.
	Chi lui non obbedisce, a me ricusa
	L'obbedienza, e frange il sacro nodo.
	Dalla mia diva vision reietto
	Verr tosto l'audace, e nell'abisso
825 	Delle tnebre immerso, ove per sempre,
	Senza speme di scampo e di perdono,
	Star." - Cos l'Eterno, e pago ognuno
	Parea della santissima parola.
	Ma pago ognun non era. - Al santo colle
830 	Fu consunto quel d (come per uso
	Ogni festo e solenne) in canti e in danze;
	Danze misteriose, a cui la sola
	De'pianeti s'accosta e de le stelle:
	Tai ne son le rivolte e tai gli obbliqui
835 	Sinuosi, intrecciati avvolgimenti,
	Che si accordano pi dove pi sembra
	Discordino fra loro; e il suon dell'arpe
	Con beate armonie ne tempra i giri,
	S che Dio, Dio medesmo, in lor si piace.
840 	Gi la sera vena, ch sera e mane,
	Per bisogno non gi, ma per vicenda
	Piacevole di luce abbiam noi pure.
	Stanchi omai di carle, amor di cibo
	Prese i cuori celesti, ed imbandite
845 	Di sideree vivande uscr le mense
	Per mezzo a quegli angelici tripudj.
	Il liquido rubino, amabil succo
	Della vite immortal che nasce in cielo,
	Entro calici d'oro e d'adamante
850 	Brilla e spumeggia. Mollemente assisi
	Su tappeti di fiori e coronati
	Di recenti ghirlande, il lor desio
	Fan di cibi satollo, e a larghi sorsi
	Libano in dolce accordo il gaudio, il riso,
855 	L'eternit. Timor d'alcuno eccesso
	Ivi non , ch limite n' sempre
	Una giusta misura, e la presenza
	Di quel Dio di bont, da cui trabocca
	La letizia e l'amor, mentre a quei loro
860 	Innocenti diletti applaude e gode.
	Gi la notte scendea fra le odorose
	Nubi del santo giogo, onde procede
	La luce e l'ombra; e il lieto azzurro volto
	De'cieli iva languendo in un gentile
865 	Crepuscolo (ch mai pi fitto velo
	Non vi stende la notte), e la rugiada
	Olezzante di rose ogni pupilla
	Gi nel sonno chiudea, fuor che la sola
	Vigile del Signor, che mai non dorme.
870 	Sparso in ampia campagna, assai pi vasta
	Di quest'orbe terreno, ove pur fosse
	Un solo immenso piano ( tal la reggia
	Del Creator), l'esercito immortale
	Lungo i vivi ruscelli in fra le piante
875 	Della vita correnti, a stuoli, a schiere
	S'accamp. Padiglioni e tabernacoli
	Nell'istante costrutti, e senza novero.
	Ivi da freschi zeffiri blanditi
	Riposano i celesti, ove ne togli
880 	Quei che sino all'aurora intorno al soglio
	Di Dio van modulando alterni canti.
	Ma Stan vigilava ( tale il nome
	Di che noi l'appelliam, poich l'antico
	Sul labbro de'celesti or pi non suona);
885 	Oh ben altra vigilia era la sua!
	Spirto de'pi sublimi e forse il primo
	Per virt, per favor, per eminenza
	Di serafici raggi. Ora costui
	Volse un invido sguardo al Figlio eterno,
890 	Onorato in quel giorno e consacrato
	Re Messia dal Signore; e, mal potendo
	Tollerarne l'aspetto, il cor superbo
	Offuscata pens la gloria sua.
	Quindi un alto dispetto ed una cupa
895 	Perfidia germoglir nella sua mente.
	Giunta a mezzo la notte, e gi venuta
	L'ora del sonno e del silenzio amica,
	Di ritrarsi ferm con tutte quante
	Le sue potenti legioni, il trono
900 	Di Dio lasciando inadorato e solo.
	Desta in questo pensiero il pi fedele
	De'suoi guerrieri, e con voce sommessa:
	"Dormi, amico? (gli dice) e puoi le ciglia
	Chiudere con tranquillo animo al sonno?
905 	Ma dell'ultimo editto hai tu perduta
	La rimembranza? Della legge, io parlo,
	Che jeri a tarda sera usc dal labbro
	Di Colui che ne regge? I tuoi concetti
	Non suoli a me svelar? Non soglio i miei
910 	Svelare a te? Siam pure un sol pensiero
	Noi due mentre vegliamo; or vuoi che il sonno
	Ne parta? ne discordi? A te son note
	Le leggi or or bandite; e leggi nuove
	Ponno in core svegliar di noi conservi
915 	Novi sensi e consigli, acci guardarci
	Dagli eventi sappiam. Non offre il loco
	Libert di parole. Or dunque aduna
	D'ogni nostro vessillo i condottieri.
	Adunati che sieno, a lor palesa,
920 	Che per altro decreto, e pria che l'ombra
	Ceda al lume del d, volarne io debbo
	Ai nostri aquilonari accampamenti
	Coll'armi a me soggette, e l disporre
	L'accoglienza dovuta al gran Messia,
925 	Nostro signore, ed al suo novo impero.
	Passar trionfalmente egli divisa
	Per le angeliche insegne, e le sue norme
	Loro dettar." - L'arcangelo malvagio
	Vers con tai parole il suo veleno
930 	Nel petto incauto di colui, che tosto
	O tutti insieme o ad uno ad un, raccoglie
	Quei che reggono gli altri, e dal suo cenno
	Son retti; e narra lor come l'incarco
	Di spiegar la gerarchica bandiera,
935 	Pria che scinga la notte i negri veli.
	Dio gli avesse affidato; e le cagioni
	Suggerite n'accenna, invidiose
	Dubbie voci mescendo all'empia mira
	Di tentarne la fede o di sviarla.
940 	Al segnal consueto, alla favella
	Dello spirto potente ognun si piega.
	Era grande il suo nome, era nel cielo
	Inclito il seggio che premea. Quel volto
	Mastoso parea la mattutina
945	Stella, d'altre infinite imperatrice.
	Vinti fur dall'inganno, ed una parte
	Delle tre che formavano la santa
	Oste di Dio, da Dio l'empio divelse.
	Intanto quel vegliante occhio di fiamma,
950 	Che nei segreti d'ogni cor discende,
	Mir, dal sacro monte, ove risiede
	Tra le lampade d'r che senza tempo
	Gli sfavillano intorno (e non per opra
	Di tai fulgori), i chiusi iniqui germi
955 	Mir della rivolta; in qual pensiero
	Primamente ella nacque, e poi tra i figli
	Del mattin si diffuse; e quale e quanta
	Turba di spirti si venia stringendo
	Contro il solo potente, in empia lega.
960 	Ed all'Unico suo con un sorriso
	Volse lo sguardo e la parola: "O Figlio,
	Della mia gloria e del mio trono a parte,
	Grave cura di regno a s ne chiama:
	Cura di qual poter, di quali schermi
965 	Far l'eletta deggiam, s che rapirci
	L'antica deit, l'impero antico
	Forza alcuna non possa. Un avversario
	Sorge, e guerra ne rompe al folle intento
	D'alzar nel vasto boral confine
970 	Un trono al nostro uguale. Anzi, mal pago
	Di ci, far si propone esperimento
	In battaglia campal dell'armi nostre,
	Della nostra ragion sulla corona
	Dell'universo. Al prossimo periglio
975 	Dar si vuole un pensiero, ed ogni possa
	Che fedel ne rimase, incontanente
	Raccogliere e disporre alla difesa;
	Affinch, per indugio ed incuranza,
	Non perdiam l'alto seggio, il santuario
980 	E la sacra montagna." E radiante
	Di tranquilla serena amabil luce:
	"Padre, il Figlio rispose, onnipossente
	Padre! ben a ragion metti in deriso
	Chi leva in te la fronte, e nella immota
985 	Tua sicurt non curi i lor proposti
	Sediziosi, i lor vani tumulti,
	Sorgente a me di gloria, a me che illustre
	Far quell'odio lor, quand'ei vedranno
	Qual potenza indomabile m'infondi
990 	Per fiaccarne l'orgoglio; e il mio trionfo
	Sapr loro insegnar se forte ho il braccio
	Nel vibrar le tue fiamme, o se fra quanti
	Spirti eterni hai creati ultimo io sia."
	Cos disse il gran Figlio, e gi Satano
995 	Nell'alata sua corsa oltre procede.
	Seguia turba infinita i suoi vestigi,
	Pari agli astri del ciel, pari alle stille
	Della rugiada, anch'esse astri gentili
	Del mattin, che sui fiori e sulle foglie
1000 	Muta in tremole perle il sol nascente.
	Regioni passr, che dal comando
	Di Podest, di Srafi, di Troni
	Nel lor triplice grado eran frenate.
	Regioni che stanno al grande impero
1005 	Dato a te dal Signor, come la terra
	Giunta al pelago tutto e l'orbe intero
	In una piana estension prodotto,
	Starebbe, Adamo, al tuo giardino. - Corso
	Quel gran tratto di cielo, ai borali
1010 	Campi la moltitudine pervenne,
	E l'arcangelo entr nella sua reggia.
	Sopra un clivo ella sorge; e, pari a monte
	Su monte imposto, speciosa mostra
	Fa di s lungi ancora, e spinge in alto
1015 	Le piramidi sue, le sue gran torri,
	Cui massi adamantini e roccie d'oro
	La materia fornr. Regal palagio
	Di Lucifero  detto nell'umana
	Vostra favella l'edificio; e quando
1020 	L'iniqua creatura os vantarsi
	Pari al suo Creatore, il sacro monte
	Pur ne volle imitar, su cui, veggenti
	Tutti gli occhi del cielo, incoronato
	Venne il Figlio divino, ed ei Montagna
1025 	Dell'alleanza la nom. Raccolte
	Tante schiere qui fur perch consulta
	(Tal cagion ne porgea) vi si tenesse
	Sulla regia accoglienza all'aspettato
	Sommo duce decreta; e per quest'arte,
1030 	Simulacro del ver, gl'illusi orecchi
	l'arcangelo allett: "Troni, Dominj,
	Posse, Prenci, Virt, se pur rimasti
	Tai magnifici nomi ancor ci sono,
	N in vano rombo si mutr, dal punto
1035 	Che, per cenno supremo, un altro capo
	Levasi onnipossente, e col pomposo
	Titolo di monarca i nostri abbuja;
	Questa rapida mossa a tarda notte
	Noi facemmo per lui; per lui raccolti
1040 	Qui ci siamo in gran furia a far consulta
	Sul come umiliarci al novo eletto
	E fargli omaggio. A chiedere il tributo,
	Non dato ancor, delle ginocchia ei viene;
	Vergognoso tributo! Era gi troppo
1045 	L'avvilirci ad un sol; ma raddoppiarne
	Or la misura? Al primo, e insieme a questa
	Nova immagine sua? Voi, voi dovreste
	Ci tollerar? Ma che? Se i vostri cuori
	Leva un alto pensiero e v'ammaestra
1050 	Come al giogo sottrarvi, il docil collo
	Tuttavia piegherete? Il vil ginocchio,
	Voi superbi, inchinar? Voi nol farete,
	Se mal non vi conosco, e se caduto
	Dalla mente non v', che nati in cielo
1055 	Siete voi; che nessuno, anzi la vostra
	Nascita, l'occup. Di grado uguali
	Non siamo,  ver, ma liberi ugualmente;
	Perocch non si oppone al franco stato
	Quest'ordine di cose, anzi con esso
1060 	Volontier s'accompagna. Or chi potrebbe
	Arrogarsi con dritto impero e trono
	Su color che per dritto a lui son pari?
	Pari, se non in forza od in altezza,
	Certo in libero arbitrio. A noi precetti,
1065 	Leggi a noi s'imporranno? A noi che sciolti
	Pur di tal freno, non falliam giammai?
	Meno assai torreggiar sul capo vostro
	Colui potr, n stringervi a curvargli,
	Adorando, la fronte, e porre in forse
1070 	Quei titoli sovrani, indubbia prova
	Che noi siam per lo scettro, e non pel giogo."
	L'empia voce cos dall'empia bocca
	Rugga senza contrasto, allorch surse
	Abdiel serafino, e pi di questo
1075 	Nessun petto celeste a Dio pregava,
	N gli alti cenni n'obbedia. Nel foco
	Del suo fervido zelo a quella furia
	Con tal severo favellar si oppose:
	"Falso ardito argomento, anzi blasfema!
1080 	Detti, che non aspetta alcun orecchio
	Del cielo, e men da te, dalle tue labbra
	Cratura ingratissima, che Dio
	Tanto alz fra'tuoi pari. Osi tu dunque,
	Osi biasmar con perfido sofisma
1085 	Quel decreto divin che fu bandito,
	Fu giurato da Lui perch si onori
	L'Unigenito Figlio assunto al trono,
	Gloria a lui ben dovuta? E cosa ingiusta,
	Ingiustissima gridi il dar la legge
1090 A chi servo non nacque, ed un eguale
	Coronar sugli eguali, un sol che regga
	Tutti con uno scettro, a cui nessuno
	Succeder? Ma dimmi! A Dio vorresti
	Darla tu questa legge, e di franchigie
1095 	Tu con lui disputar? Col senno eterno,
	Che ti fe'quale or sei, che similmente
	Cre, come gli piacque, e circoscrisse
	Le celesti virt? Noi pur sappiamo,
	Da mille prove ammaestrati, quanto
1100 	Buono egli sia, sollecito, pensoso
	Del ben, del grado nostro; or se ne lega
	Sotto un capo regal, non solo  lungi
	Dal porne in basso, ma desia di farne
	Pi luminosi, pi felici. E quando
1105 	M'accordassi con te, che questo regno
	D'un egual sugli eguali  regno ingiusto,
	Ardiresti sperar che tu, sublime,
	Bella, lucente creatura, e quanti
	Angelici splendori il ciel raguna,
1110 	Potessero uguagliar, bench rifusi
	In un solo splendore, il suo gran Figlio?
	Col suo Verbo non pur, ma coll'arcana
	Opra del Figlio suo le cose tutte
	Dio dal nulla cre; cre le menti
1115 	Del ciel, cre te stesso, e seggio, e gloria,
	E letizia di loro, e nomi augusti
	Di Troni, di Dominj, di Possanze,
	Di Prenci, di Virt, raggianti spirti,
	Eclissati non gi, ma fatti insigni
1120 	Dal novo re, che, scelto a noi per duce,
	Viene a farsi un di noi; tal che son nostre,
	Nostre son le sue leggi, e torna a noi
	L'onor che gli rendiamo. Ammorza dunque
	Questa tua rabbia scellerata, e cessa
1125 	Dal tentar pi costoro; anzi ti affretta,
	Mentre a tempo implorato ancor potresti
	Ottenerne il perdono, a placar l'ira
	Del Padre offeso e dell'offeso Figlio."
	Questi fur dell'ardente angelo i detti:
1130 	Ma come strano, intempestivo, audace,
	Fu respinto il suo zelo. In cor gioinne
	L'arcangelo ribelle, e con parole
	Pi superbe di pria: "Create cose
	Per te dunque noi siamo? Opre traslate
1135 	Dal Padre al Figlio? Oh novo e strano avviso!
	Ben ne giova saper da cui ti venne
	Cos rara dottrina, e chi presente
	Fosse ai nostri natali. Il loco e il tempo
	Vivi hai tu nella mente allor che Dio
1140 	T'infuse il soffio animator? Ricordo
	D'una et non abbiamo in cui diversi
	Fossimo noi, n conosciam qual vita
	Precedesse la nostra. In noi concetti,
	Creati in noi per sola intima forza,
1145 	Quando un corso di fati ebbe descritta
	La piena orbita sua, quando matura
	Del gran parto fu l'ora, eterni figli
	Del ciel nascemmo. Or quanto abbiam di possa
	Sol da noi ci discende; e possa e dritto
1150 	Suggerirne sapranno in questa guerra
	Contro un emulo nostro, ardite imprese.
	Vedrai, vedrai se con supplici mani
	Noi verremo al suo trono, od altrimente
	L'assalirem!... Vai fuggi! e reca all'unto
1155 	Del Signor questa nova, anzi che metta
	Qualche sventura inciampo alla tua fuga."
	Disse, e pari al cader d'immensa piena,
	Un mrmure d'applausi interminati
	Scoppi dall'oste interminata. Il forte
1160 	Serafin, bench solo e tutto chiuso
	Da quella calca minacciosa, in volto
	Non pur discolor, ma la parola
	Alto levando: "O maledetto, ei disse,
	Da Dio, da Dio spogliato ora e per sempre
1165 	D'ogni ben, d'ogni luce! Omai sicura
	Veggo la tua caduta; e l'infelice
	Turba che ti circonda, involta e stretta
	Dagli iniqui tuoi lacci e dal tuo soffio
	Pestifero sedotta, avrai tra poco
1170 	Nel misfatto compagna e nel castigo.
	Pi l'inchiesta or non  del come al freno
	Del Messia ti sottragga. Oh, pi non sono
	Per te que'dolci nodi! Altri, ben altri
	Decreti irrevocabili scagliati
1175 	Sul tuo capo saranno, e questo mite
	Scettro d'r che tu sprezzi, in ferrea verga
	Cangerassi per te; flagello eterno
	Del tuo disobbedir. S, fuggo, accolgo
	Il tuo consiglio; ma non esso in fuga,
1180 	N il tuo superbo minacciar mi volge.
	Fuggo da queste nequitose tende
	Per timor che la pronta ira divina
	Scoppi in subita fiamma, e l'innocente
	Non distingua dal reo. Fra poco il tuono,
1185 	Vampo divorator, sulla cervice
	Ruggir ti sentirai, n pi mistero
	Sar per te chi fosse il tuo fattore
	Quando conoscerai chi pu disfarti."
	Cos parl l'intrepido Abdiello,
1190 	L'unica creatura, in mezzo a tanta
	Caterva d'infedeli, a Dio fedele.
	Inflessibile, invitto alle lusinghe
	Non men che alle minacce, egli mantenne
	La sua fe', l'amor suo, l'ardente zelo.
1195 	Numero, esempio n stornar dal vero,
	N smoverne potr l'alma costante.
	Traverso a quelle turbe in via si pose,
	E lungo il suo cammin gli oltraggi e l'onte
	De'beffardi il segur; ma troppo egli era,
1200 	Per cos bassa irrision, sublime.
	L'alto core alla forza, ed allo sprezzo
	Lo sprezzo oppose, e volse alle superbe
	Torri, gi sacre alla ruina, il tergo.


LIBRO SESTO

	Per gli spazj del ciel quell'animoso
	Segu, non molestato, il suo cammino
	Finch l'ombre sparr, finch dal sonno
	Destr le circulanti ore l'aurora,
5 	Che con mano di rose apria le porte
	Alla giovine luce. Un antro  schiuso
	Presso il trono di Dio nel sacro monte.
	L con vicenda alterna il lume e il buio
	Fan segreta dimora; e tal vicenda
10 	Continua, inviolabile, produce,
	Come il giorno e la notte, un dilettoso
	Contrasto. Or mentre il lume esce d'un varco,
	Entra il bujo d'un altro, e l'ora aspetta
	Di calar sull'empiro zaffiro
15 	La sua fosca cortina, ancor che sia
	Chiara in cielo la notte e pari al vostro
	Crepuscolo. Sorgea la nova aurora,
	Come suole apparir nel pi sublime
	De'cieli, in veste di pirpi e d'oro:
20 	E dal suo raggio oriental ferita
	La tnebra fuggia, s che lo sguardo
	D'Abdiel distinguea l'immenso piano,
	Tutto di numerosa oste coperto
	Gi schierata a battaglia, e carri ed armi
25 	E destrieri di foco, e d'ognintorno
	Lampi da lampi ripercossi. Guerra
	Imminente vi trova, e quell'annunzio
	Che recarvi ei credea, gi noto e sparso.
	Esult di tal vista, e si confuse
30 	Colle amiche potenze; ed esse un grido
	Di letizia levando a quell'invitto,
	Che solo e salvo ne venia da tante
	Miriadi di perduti, aprr le braccia,
	E con plauso incessante al sacro giogo
35 	Lo guidr. Come giunse il serafino
	Presso al trono divin, son dal grembo
	D'un'aurea nube questa voce: "O servo
	Di Dio, tu ben oprasti! Un ramo hai svelto
	Dal pi nobile allr. Contro la turba
40 	De'reprobi tu solo a viso aperto
	Hai sostenuta la ragion del vero,
	E pi che l'armi di costor, poteo
	La tua santa parola. Hai per lo vero
	Sfidato il biasmo universal, pi duro
45 	Che la forza villana a cor gentile.
	Pago che ti approvasse il guardo mio,
	Non calse a te che un popolo di pravi
	Ti gridasse perverso. Ora t'accingi
	A men ardua vittoria. Accompagnato
50 	Dagli eserciti amici, e glorioso
	Pi che non fosti vilipeso quando
	Ti spiccasti dagli emp, agli empi or vanne.
	Vanne! e chi sdegna la ragion per legge,
	Chi sconosce il Messia, che dritto e merto
55 	Su voi tutti elevr, soggioga e sperdi.
	E tu, Michel, tu, prence e condottiero
	De'celesti vessilli, e tu nell'arte
	Del pugnar, Gabriele a lui secondo,
	Guidate voi gl'intrepidi miei figli,
60 	Le mie forti colonne alla battaglia.
	Affrontatele, o prodi, a mille a mille
	Colle torme ribelli, e non impri
	Di novero sien esse a quelle inique
	Prive di me. Col ferro e colle fiamme
65 	Turbinate su loro! Oltre i confini
	Dell'empireo cacciatele: lontane
	Da me, dal gaudio eterno, eternamente
	Giacciano immerse nel tartareo golfo,
	Loco orrendo di pene, che spalanca
70 	L'infocate sue gole e gi ne inghiotte
	La caduta." - Ammut l'imperiosa
	Voce, e d'atri vapori ad oscurarsi
	Cominci la montagna, e volver rote
	Di fumo e di compresse intime vampe,
75 	Segnal d'ira svegliata. Allor le tube,
	Spaventose non men, dal pi levato
	Giogo squillaro, ed al potente squillo
	Tutta l'oste di Dio, serrata e chiusa
	In tetragona massa irresistibile,
80 	Con gran silenzio s'avvi. Raggianti
	Schiere che precedea degli oricalchi
	L'armonia bellicosa, inspiratrice
	All'eroica virt d'eroiche prove.
	E che mai non potran, guidate in campo
85 	Da quell'inclita coppia e combattenti
	Per la causa del Padre e del Messia?
	Procedeano serrate, e clivo o bosco
	O torrente o voragine scomporne
	L'ordine non potea; librate in alto
90 	Sorvolavano il suolo, e la compressa
	Aria a'lievi lor passi era sostegno.
	Come a sciami discese in paradiso
	L'aligera famiglia, acci distinta
	Fosse, Adamo, da te con proprio nome,
95 	Ingombrava cos la bellicosa
	Moltitudine un lungo etereo vano,
	Lungo pi della terra, e fosse questa
	Dieci volte maggior. Sul pi remoto
	Lembo dell'orizzonte apparve alfine
100 	Quasi una vasta region di foco
	Stesa in forma d'esercito, che l'uno
	E l'altro estremo n'occupava; ed ecco
	Al guardo de'vegnenti i congiurati
	Stendardi di Satano. Una foresta
105 	Irta e fulgente d'inflessibili aste
	E cimieri accalcati, arnesi e targhe
	Diverse e sculte d'impudenti emblemi.
	Quel nuvolo d'armati impetuoso
	Avanzavasi a noi, perch fidanza
110 	D'occupar lo spingea nel d medesmo
	La montagna divina, e porvi in soglio
	Quel d'invidia riarso audace spirto,
	Che salirvi anelava. Il mal disegno
	Cadde a mezzo cammin. Ben duro in pria
115 	Parve a noi che coll'angelo dovesse
	L'angelo guerreggiar; che spirti avvezzi
	A scontrarsi nel gaudio e nella pace,
	Nell'amor, nella danza e nelle lodi
	Modulate al Signor, che figli insomma
120 	D'un padre istesso a quell'orribil cozzo
	Venissero lass; ma ruppe il grido
	Della battaglia, e il fragor dell'assalto
	Questi dolci pensieri in cor n'uccise.
	Da'suoi mille precinto ad esaltato
125 	Come un dio, torreggiava il gran ribelle
	Sopra un carro di soli, e chiuso intorno
	Di cherbi fiammanti e d'aurei scudi;
	Idolo mastoso. Immantinente
	Da quel seggio ei balz, ch poco spazio
130 	Le due fronti avversarie omai partia.
	Terribile intervallo! E l'una e l'altra
	Fieramente converse in doppia riga
	Di lunghezza profonda, offriansi al guardo.
	Alla fosca avanguardia, ove le dense
135 	Sue falangi fan capo, anzi che tutte
	Si confondano insiem, sotto un usbergo
	Di gemme e d'r l'arcangelo s'avanza,
	Pari a rcca munita, altere e grandi
	Orme stampando. Non pot l'orgoglio
140 	Tollerarne Abdiello, a cui nel petto
	Battea l'ardir de'valorosi, e forte
	Lo spronava il desio d'inclite geste.
	E cos meditando, al cor sicuro
	Nova forza aggiungea: "S bella effige
145 	Dell'Altissimo splende ove spariro
	La fede e il ver? Perch vive la possa
	Ove muor la virt? N pi d'ogni altro
	Fiacco il braccio ha colui che superbisce
	Pi d'ogni altro? A quegli atti, a quel sembiante
150 	Non vincibile ei parmi, e tuttavolta
	Col divino soccorso esperimento
	Di sue forze io far, come gi feci
	Del suo fallace ragionar. N giusto
	Sar che pur coll'armi abbia la palma
155 	Chi gi l'ebbe col vero, e due corone
	Colga in due pugne?  stolto,  scellerato
	Lo scontro del poter colla ragione;
	E ch'ella resti vincitrice  dritto."
	Cos tra s volgendo, uscia dal folto
160 	Delle prime falangi; e giunto al mezzo
	Dello spazio interposto, a fronte a fronte
	Si trov del terribile nemico,
	Che pi torvo si fe'quando si vide
	Dall'angelo precorso; ed Abdiello
165 	Con tai parole l'assal: "Superbo,
	Vedi se a te ritorno? Oh, tu speravi
	Senza contrasto guadagnar l'altezza
	Del tuo perfido intento, e farti scanno
	Del soglio incustodito e abbandonato
170 	Pel terror del tuo braccio e del tuo labbro.
	Mal t'usc dal pensier, che trar la spada
	Contro l'Onnipossente  folle impresa;
	Contro il Verbo divin, che mille e mille
	Pu suscitar dalle pi tenui cose
175 	Eserciti incessanti, e la malnata
	Tua demenza punir... Ma d'uopo ha forse
	Di tal'armi il Signor? Col tocco solo
	Di quella man che varca ogni confine
	Rifinirti egli pu, nelle tenbre
180 	Sommergerti per sempre in un co'tuoi
	Ciechi seguaci. Oh stolto! E non t'avvedi
	Che non tutti hai sedotto e trascinato
	Dietro i tuoi passi? Ah s, pi cara han molti
	La fede e la piet! Ma tu notati
185 	Non l'hai quand'io ti parvi il solo errante
	M'opponendo al tuo dir fra'tuoi seguaci?
	Mira or tu chi m' dietro, e tardi impara
	Che pur fra mille ciechi alcun veggente
	Sa distinguere il vero." - Un fiero sguardo
190 	Volse a lui quell'acerbo, e gli rispose:
	"In mal punto per te, ma sospirato
	Dalla vendetta mia, sedizioso
	Angelo, qui ritorni. Io te cercando
	D'infra tutti venia, perch mi giova
195 	Dar la giusta mercede a'merti tuoi;
	E con te primamente il primo saggio
	Far, la spada alla man, de'miei diritti.
	Con te, con te, che osavi a tanti numi,
	Raccolti in assemblea per la difesa
200 	Di lor divinit, la tracotante
	Tua lingua oppor. Chi fremere nel petto
	Sente il foco divin, l'onnipotenza
	Non concede ad alcuno. Or quella schiava
	Ciurma precorri tu per folle vanto
205 	Di strappar qualche piuma al mio cimiero,
	Poi di farne un trofeo, s che tu possa
	Millantar la mia rotta. Or ben, m'arresto,
	Acci vampo non meni, o borioso,
	Ch'io risponderti evti. Anzi m'ascolta:
210 	Pensai che cielo e libert non fosse
	Per gli animi celesti altro che un nome.
	M'illusi. Qui ne veggo una ciurmaglia
	Prepor la servit: vigliacchi spirti,
	Dati al canto, al tripudio. Ecco i valenti
215 	Menestrelli di Dio che tu conduci!
	Col vil servaggio abbattere vorresti
	La libert. Ma l'opre or or palese
	Faran ci che valete." Ed Abdiele
	Breve e severo ripigli: "Tu scendi,
220 	Apostata infelice, in novo errore;
	N di errar finirai poi che lasciasti
	La verit. Tu sfregi indegnamente
	Con titolo servil l'obbedienza
	Che il Creator comanda e vuol natura;
225 	Perocch la natura e il Creatore
	Comandano lo stesso, allor che degno
	Sia del serto chi regge, e sovra gli altri
	Per eccellenza di virt si levi.
	Servir l'inverecondo o l'insensato
230 	Che fa guerra al miglior, come la turba
	Che segue e serve te, come tu stesso
	Che libero non sei, ma schiavo abbietto
	D'una tumida febbre, oh, questo  vero,
	Questo  turpe servaggio! E il nostro culto
235 	Tu pur osi insultar? Va'nell'abisso,
	Vera tua sede, ed ivi regna! In cielo
	Me lascia a Dio servir (che benedetto
	Sia ne'secoli eterni!) ed a'supremi
	Decreti suoi, degnissimi di piena,
240 	Di cieca obbedienza. Oh, ma che dico?
	Regnar tu nell'inferno? Invan lo speri;
	Pur laggi non avrai che ferrei ceppi.
	Ora il saluto di colui che torna
	Tu l'hai detto test) dalla sua fuga,
245 	Sul tuo capo ricevi." - In alto il ferro
	Brand, cos dicendo, e con tempesta
	Sull'empia fronte lo vibr, n moto
	Di ciglio o di pensier, non che pavese,
	Potea la furia prevenirne. Diece
250 	Gran passi ei s'arretr, la ponderosa
	Lancia il sostenne, e il passo ultimo resse
	Sul gi curvo ginocchio. A tale imago,
	O per tremuoto, o per occulta piena,
	Che dal sen della terra un varco obliquo
255 	Schiuda all'impeto suo, talor fu visto
	Smoversi d'una rupe, e nella valle
	Ruinar co'suoi pini un gran macigno.
	Stupiro i Troni ribellanti, ed ira
	Ben pi li colse che stupor; veggendo
260 	Quel s forte prosteso; e lieti i nostri,
	E della pugna impazienti, un grido
	Levr presago di vittoria. - In questo
	L'arcangelica tromba, obbediente
	Al cenno di Michele, empi l'immenso
265 	Convesso, e l'armi tutte a Dio fedeli
	Un'osanna intonr; n le nemiche
	Stettero neghittose a contemplarci,
	Ma s'accostr, terribili e conserte
	Delle nostre non manco, al fiero scontro.
270 	Ed ecco una procella, un tuon confuso
	Di fremiti e di grida, anzi quel giorno
	Non udite nel ciel, d'un tratto alzarsi.
	Stridono disaccordi usberghi e scudi
	Ripercossi e cozzanti, ed un ruggito
275 	Mandano le precipiti quadrighe
	Dalle rote di bronzo; e gi la mischia
	Strepita in ogni dove. Un nembo ardente
	Di scoccate sette, sibilando,
	Passa a vol sulle fronti, e l'una e l'altra
280 	Oste ricopre, che di sotto a questa
	Ignea vlta s'azzuffano rinfuse
	Con una cupa, inestinguibil ira.
	Tutto il ciel ne fu scosso, e dal suo centro
	Stata pur ne saria questa remota
285 	Terra sconvolta; ma creata ancora
	Dio non l'avea. N t'ammirar. Pugnava,
	Da furor concitato e numeroso
	Come le arene, un turbine di spirti,
	E il men gagliardo moderar potea
290 	Gl'indomiti elementi, e della forza
	E dell'impeto loro armar la destra.
	Ed oh! qual non avria lo smisurato
	Vigor di quegli eserciti pugnanti
	Desto incendio di guerra? Offeso e guasto,
295 	Se non forse distrutto, il lor felice
	Natal soggiorno ne saria; ma posto
	Sui cieli il dito, temper l'Eterno
	Quell'immane poter. Pi valoroso
	D'un'oste era ogni stuol, pi d'uno stuolo
300 	Valorosa ogni man. Parea sul campo
	Della battaglia un duce ogni guerriero,
	Un guerriero ogni duce, e ciascheduno
	Quando avanzar, far alto, aprirsi il passo,
	Diradar le falangi e condensarle,
305 	Sapea quant'altri; n pensier di fuga,
	N di ritratta l'invila, n segno
	Di timor, di sconforto. In s medesmo
	Confidava ogni cor, quasi dovesse,
	Per la sola opra sua, la dubbia lance
310 	Traboccar della rotta o del trionfo.
	Di fama imperitura opre seguiro,
	Ma senza fin; ch variata, immensa,
	Or sul fermo terreno, or negli spazj
	Dell'aere, a volo si spandea la guerra;
315 	E l'aere, dalle tante ali sbattute,
	D'un gran campo di foco avea l'aspetto.
	Incerta era la pugna e la vittoria.
	Quando Stan, che portentosa forza
	Palesava in quel d, n braccio ancora
320 	Superar lo potea, Satano, io dico,
	Traversando le schiere, in un'ardente
	Calca di serafini e di cherbi
	Vide la spada di Michel, che sola
	Mietea colonne intere. Ad ambe mani
325 	La tenea con gran possa alta e sospesa
	L'arcangelo sdegnoso, indi l'orrendo
	Taglio calava devastando in giro.
	A stornar la ruina il maledetto
	Subito accrse, e di Michele al ferro
330 	L'orbe egli oppose dello scudo; alpestre,
	Ampio, infrangibil orbe e rafforzato
	Da cinque e cinque adamantine piastre.
	Al venir di Satano i fieri colpi
	L'arcangelo rattenne; e la speranza
335 	Di finir quella guerra, o debellando,
	O traendo captivo il gran nemico,
	Gli sorrise al pensiero. Il sopracciglio
	Corrug fieramente, e queste voci
	Primo ei fece sonar dal labbro irato:
340 	"Artefice del male, anzi la tua
	Sciagurata rivolta innominato
	Nel cielo, ignoto ancora, ed or diffuso
	Per questa lotta abbominosa! A tutti,
	Satano, abbominosa, ancor che prema
345 	Pi te, con equa lance, e i tuoi seguaci.
	Perch guasta n'hai tu la cara pace
	Seminando il dolor nella natura?
	Il dolor, che creato ancor non era
	Pria del tuo fallo? Ed angeli infiniti
350 	Buoni un tempo e fedeli, ed or caduti,
	Avvelenar, corrompere potesti?
	Ma la santa armonia di questo cielo
	Tu sbandir non potrai. Da'suoi confini
	Dio ti ributta, perocch la stanza
355 	Del gaudio e dell'amor n violenze,
	N discordie comporta. Or va! ti scosta,
	E nel loco del male il mal conduci,
	Di cui se'padre, e t'accompagni questa
	Moltitudine rea. Laggi sommovi
360 	Guerra e tumulti, ma non far, tardando,
	Che questa ultrice mia spada cominci
	La tua condanna, e che maggior vendetta,
	Cui dia l'ali il Signor, non t'inabissi
	Con pene accumulate." In questa guisa
365 	Quel prence degli angelici splendori
	Favellava a Satano, e da Satano
	Tal risposta gli venne: "Oh mal presumi
	Che debba il soffio d'una tua minaccia
	Gli animi sgomentar che la tua spada
370 	Non isgomenta. Un tergo, un tergo solo
	Hai veduto de'miei? Se tu gli atterri,
	Non risorgono invitti a nova pugna?
	O riportar pi facile vittoria
	Meco stimi, arrogante, e me dagli astri
375 	Cacciar con vuote ciance? In grande abbaglio
	Sei tu. Non cesser questo conflitto
	(Che reo tu chiami, e glorioso io dico)
	Cos come tu pensi. O vincitori
	Sarem noi, come spero, o nell'inferno
380 	Di cui tu favoleggi, andr converso
	Questo ciel combattuto; e se l'impero
	Ne fallir, vivrem liberi almeno.
	Ma ne avvenga che pu, dalla tua spada
	Me fuggir non vedrai, se qui venisse
385 	Chi vanti onnipossente in tuo soccorso;
	Ch'io pur non ti evitai, ma lungi e presso
	Sempre ho cerco di te." - Cos dicendo,
	Ambedue si apprestaro ad una pugna
	Che narrarti io non so. Ma qual favella
390 	Di celeste il potrebbe? A quali forme
	Di quaggi compararla, e la terrena
	Fantasia sollevar tanto che giunga
	Alla grandezza d'un valor divino?
	Quegli spirti sovrani, o volteggiando,
395 	O fermando le piante, avean di numi,
	Alla grande persona, al passo, all'armi,
	Veracissimo aspetto: emuli degni
	Di pugnar per l'imperio alto de'cieli.
	Ed ecco in rota le spade di foco,
400 	E l'etere improntar di cerchi orrendi.
	Due vasti rutilanti opposti Soli
	Eran gli scudi loro, e paurosa
	Si pingea l'aspettanza in ogni volto.
	Gli eserciti nemici, abbench folta
405 	Ivi ardesse la mischia, a'due campioni
	Tosto il campo sgombraro; e l'aere istesso,
	Da quell'urto commosso, i respingea.
	Cos, per appianar colle minori
	L'arduo concetto delle grandi cose,
410 	Cozzerebbero insiem due stelle avverse,
	Se, rotta l'armonia della natura,
	Fosse guerra fra gli astri, e, dall'influsso
	Di maligne potenze esagitati,
	Volvessero confusi i lor nemici
415 	Orbi per gli atterriti empirei campi.
	Essi alzaro ad un tempo il minaccioso
	Braccio, che solo di vigor cedea
	Al braccio onnipossente, e tale un colpo
	Si misuraro che finir dovesse
420 	Senza pi la battaglia, ed indeciso
	Non lasciarne il trionfo. Agile e forte
	Pi l'un che l'altro non parea, ma tolta
	Era la spada che Michel brandiva
	Al tesoro di Dio, da Dio temprata,
425 	E posta in pugno al suo guerrier; n punta,
	N taglio d'avversaria a quel fendente
	Resistere sapea. Calando in basso
	Precipitosa, si scontr nel ferro
	Ch'opponeavi Satano, e in due partillo,
430 	N Michel s'arrest, ma d'un potente
	Rovescio entr le carni, e tutto il destro
	Lato gli aperse di profonda piaga.
	Stan la prima volta allor conobbe
	Che sia dolore. In tremiti convulsi
435 	Or da questo si torse, or da quel fianco;
	Tanto in lui trapass con prolungato
	Crudelissimo solco il fatal brando.
	Ma l'eterea sustanza, che divisa
	Starsi a lungo non pu, si ricongiunse.
440 	Scatur dalla piaga una vermiglia
	Nettarea linfa, immagine di sangue,
	Qual dagli angeli spiccia, e l'armi infece
	Cos lucide pria. Da tutte parti
	Accorsero veloci a dargli aita
445 	Gagliardi cherubini, ed altri intanto
	Traendo lo venian sull'ampie targhe
	Al suo carro sublime, e l, discosto
	Dalla pugna, il posr. Fremea l'iniquo
	Per dolor, per corruccio e per vergogna,
450 	Non veggendosi omai senza paraggio.
	Domo per la sconfitta avea l'orgoglio,
	E l'ardimento d'uguagliarsi a Dio
	Gi sentiasi cader. Dalla ferita
	In brev'ora san; poich gli spirti,
455 	Vividi in ogni parte e dissimli
	Nel cerbro, nel core e nei minori
	Visceri al corpo tuo, perir non ponno
	Che riversi nel nulla. Il lor tessuto,
	Limpido, fluido, all'ar rassomiglia,
460 	Che, scisso appena, si compon di novo,
	N ferita letal vi si profonda.
	Tutto  cor, tutto capo e tutto orecchio,
	Vista, senso, intelletto in quelle vite.
	Fansi i membri a lor senno; e nova forma,
465 	E colore e sustanza, or rara or densa,
	Prendono, come in lor varia il desio.
	Opre a queste conformi, e non indegne
	Di ricordo, avvenieno, ove la forza
	Pugna di Gabriel: nelle serrate
470 	Colonne di Moloc (feroce spirto
	Che provocollo e minacci di trarlo
	Catenato al suo carro) entra e le sperde.
	Avventava Moloc blasfemi orrendi
	Pur contro Dio, ma fesso insino all'anca,
475 	E coll'armi smagliate, mugulando
	Per doglia acuta, si fugg. - Le spade
	Di Rafel frattanto e d'Uriele,
	Angeli combattenti ai lati opposti,
	Prostravano due forti, Adramelecco
480 	Ed Asmodeo; superbi, immani spirti
	Di scoglio adamantino armati il petto,
	Audacissimi Troni, al cui pensiero
	L'esser da men che divi onta parea:
	Ma pesti e sconci di larghe ferite,
485 	Pur di sotto a quell'armi, in vergognosa
	Fuga si diero, ed abbassr fuggendo
	L'insensata baldanza. E tardo il ferro
	Nell'incalzar le collegate schiere
	Abdiel non menava; e gi sul campo
490 	A colpi raddoppiati avea riverso
	Ariello ed Arroco e quel furente
	Ramiel dalle vampe abbrustolato.
	D'altri mille io potrei le valorose
	Prove narrarti, e sulla terra i nomi
495 	De'pi forti eternar, ma paghi al plauso
	Di Dio, d'umana lode a lor non cale.
	N degli empj io dir, sebben di possa
	Mirabili e d'audacia, e come i nostri
	Vaghi anch'essi di fama. Il dito eterno
500 	Li cancell dall'eterno volume,
	E non  bello sollevar la benda
	Dell'obblio che li copre. Ove dal giusto
	E dal ver s'allontani, onta, rampogna
	Merta il poter, non lode. Innalzi il forte
505 	Ad un'inclita meta il petulante
	Pensiero, e fama nell'infamia cerchi,
	Non sar che silenzio il suo retaggio.
	Abbattuti i migliori, omai piegava
	L'esercito rubello; aperto e rotto
510 	Per molti assalti, v'irrompea la turpe
	Diffalta e lo sconcerto. Il campo tutto
	D'armi infrante era sparso, e cocchi, aurighe,
	Spumanti ignei destrieri, ammonticchiati
	Confusamente sul terreno. Oppresso,
515 	Chi pu reggersi in pi, dalla fatica,
	Entro l'oste satanica si caccia;
	E questa omai fiaccata una difesa
	Vana e languida oppon, finch percossa
	Dal pallido spavento e dal dolore,
520 	Si volge in fuga obbrobriosa e cieca.
	Colpa l'inobbedir, ch fuga, angoscia
	Terror fino a quel d gli eterni petti
	Commossi non avea. - Ma ben diverso
	Seguia de'santi inviolati eroi!
525 	In cubica falange, a fermo passo,
	D'usbergo impenetrabile vestiti,
	S'avanzavano intgri, e questo enorme
	Privilegio sui vinti a lor venia
	Dall'innocenza. Incolumi di colpa,
530 	Combatteano indefessi e dalle spade
	Avversarie sicuri, ancor che smossi,
	Per violento irresistibil urto,
	Talor di loco. - Il consueto corso
	Gi la notte imprendea, velando il cielo
535 	Dell'oscura sua veste. All'odioso
	Rumor della battaglia or succedea
	Silenzio e tregua sospirata, e dava
	Quella bruna sua tenda asilo e pace
	Al vinto e al vincitor. Michel serena
540 	Sul campo della pugna, e numerose
	Scolte in giro dispon di Serafini,
	Faci in alto agitanti. E d'altra parte
	Stan cerca le tnebre, e s'accampa
	Lungi co'suoi. Di requie intollerante,
545 	Stringe i duci a consiglio, e lor favella,
	Non perturbato dagli eventi: "Amici!
	Or provati al cimento, or fatti esperti
	Della guerra voi siete, e forza alcuna
	Soggiogarvi non pu, tal che non solo,
550 	Non sol di libert (che lieve acquisto
	Sarebbe ora per voi), ma di corona,
	Ma d'onor meritevoli e di fama
	Oggi, o prodi, appariste. Un lungo giorno
	(E perch nol potrete oggi e per sempre?)
555 	Voi duraste all'assalto, in dubbia pugna,
	De'pi validi appoggi onde si folce
	Il trono di Jeva, e ch'ei presume
	Bastar per sottoporvi alla sua legge.
	Ma cos non avvenne. Or dunque parmi
560 	Che noi, nella sua forza incircoscritta
	Creduli fino a qui, possiam con dritto
	Giudicarlo fallibile. Vestiti
	Noi d'usberghi men saldi ( vano, io penso,
	Celar la verit), non tenue danno
565 	Ed ignoti dolori abbiam sofferto;
	Ma poi che ci fur noti, ed imparammo
	Che l'essenza spirtale, onde formati
	Siam noi, n pre, n mortale offesa
	Comporta, e per ingenito vigore
570 	Si rimargina e chiude incisa appena,
	Quei dolori sprezzammo. A mal s lieve
	Lieve  dunque il rimedio, e noi con armi
	Pi forti e ruinose alzar potremo,
	Nello scontro vicin, le nostre insegne,
575 	E bassar le nemiche; o quanto almeno
	Ne dispaja uguagliar, ch non esiste
	Tal divario fra noi. Ma se per altra
	Buja cagion l'esercito nemico
	Superati n'avesse, a savio esame,
580 	Fin che lucida e intera abbiam la mente,
	Or si ponga e consulti." - Egli s'assise:
	E Nisocco, de'prenci il capitano,
	Dal seggio si lev, non altrimenti
	Di guerrier che sfuggito ad aspra pugna
585 	Lacero il corpo e fracassate ha l'armi.
	Scuro in volto levossi, e la parola
	Cos volse a Satano: "O tu, che franchi
	N'hai da'novi oppressori, e ne conduci
	A goder liberissimi del nostro
590 	Dritto divin! crudele e troppo impri
	Torna a noi, che siam numi, a noi, soggetti
	Tutti al dolor, combattere con armi
	Di fragil tempra chi dolor non sente.
	D'ogni nostra sventura  questo il fonte;
595 	Questo, o Satano! perocch n possa,
	N valor, bench sommo, a noi pi giova
	Quando ne preme quel senso penoso
	Contra cui non  schermo, e de'pi forti
	Sgagliarda la virt. Senza querela
600 	Rinunciar noi potremmo al sentimento
	Del piacer, rassegnarne ad una vita
	(Che forse  la miglior) tranquilla e paga;
	Ma perfetta miseria e mal supremo
	D'infra tutti  il dolore; e quando eccede,
605 	Ogni pi ferma pazienza atterra.
	Or colui che sapesse un dardo, un'asta,
	Una spada trovar che nelle membra
	De'nostri invulnerabili nemici
	Penetri e le trafigga, o d'uno scudo
610 	Pari al lor ne coprisse, manifesto
	Facciasi, e un lauro gli porrem sul capo
	Come quel glorioso, onde si cinge
	Chi liberi ne fe'." - Satano allora,
	Grave e composto, replic: "L'ignoto
615 	Soccorso che tu credi, e credi il vero,
	Necessario all'impresa, io stesso il porgo.
	Chi di noi, favellate! il gajo aspetto
	Dell'empireo terren che ne sorregge
	Contemplato non ha? Di quel terreno
620 	Che di piante non pur, non pur di frutta
	E di fiori odorosi  ognor fecondo,
	Ma d'oro insieme e preziose gemme?
	Chi di noi non s'avvide al primo sguardo
	Che tutto  germe di cupe radici
625 	Ci che viene alla luce? Oscure, crude,
	Bollenti, ignite masse, infin che tocche
	E penetrate d'un superno raggio,
	Fanno all'aperto cielo uscir dall'imo
	Tanta belt di cose. Or questi semi
630 	Pregni d'intimo foco e nella rude
	Lor sustanza natia dalle latbre
	Del terren ritrarremo; e primamente
	Entro lunghi, ritondi e vuoti ordigni
	Rifusi e ben compressi, e poscia incesi
635 	Da fiaccole appostate al lato opposto,
	Scoppieran col fragor della saetta,
	E da lungi cadr sugli avversari
	Tale una pioggia esizial, che tosto
	Quanto a lei si attraversi andr disfatto:
640 	E percossi da subito sgomento,
	Crederanno color che tolta a Dio
	La sua folgore abbiamo, arme che sola
	Temuto a noi lo rende. - Or tutti all'opra!
	Breve fia la fatica, e coronata
645 	Pria che sorga il mattino. Alziamo intanto
	Gli animi oppressi, e ne sgombriam la tema.
	Quando il poter s'aggiunge all'intelletto,
	Nulla, vi risovvenga, arduo riesce,
	N disperato." - Ei disse, e le abbattute
650 	Fronti e la speme, che languia, di novo
	La sua voce avviv. Diceano tutti
	Mirabile il disegno, e che non fosse
	Balenato cos nel suo pensiero
	Come nel capo di Stan, ciascuno
655 	Altamente stupia. Ci che pur dianzi
	Non possibile e stolto a lor parea,
	Or, trovato e palese, agevol opra
	Pare al senno peggior. Se nei futuri
	Secoli la nequizia in terra abbondi,
660 	Alcun della tua stirpe, o per natio
	Malefico talento, o per consiglio
	Del dimon, quella macchina infelice
	Trovar forse potrebbe alla ruina
	Della umana progenia; oim sospinta
665 	Dal peccato alla guerra, all'odio, al sangue!
	Dal consiglio all'impresa i maledetti
	Passr velocemente, ch nessuno
	Fu di avviso discorde, e mille braccia
	Sono all'opra gi pronte. Immenso tratto
670 	Rinversero di gleba, e sotto a quella
	Gli elementi scoprr della natura
	Nel lor primo concetto. Il solfo, il nitro
	Vi scavarono in copia, e pria commisti,
	Quindi adusti e risecchi, in trita arena
675 	Li sgranaro e riposero in vaselli
	Con sottile artificio. Altri le vene
	Dei metalli esplorando delle selci,
	Di cui ricca e ferace  pur la terra,
	La congerie ne tira, indi ne gitta
680 	Le bocche sciagurate e i tristi globi
	Che portano la strage. Altri procaccia
	Clami accesi, il cui sol tocco  scoppio,
	Vampa sterminatrice. - In questa guisa
	Pria del novo mattin dir fine all'opra,
685 	Consapevole sol la notte arcana;
	E cauti, taciturni, inosservati,
	Ogni cosa apprestr. Ma poi che l'alba
	Bellissima appar nell'oriente,
	Ed all'armi son la mattutina
690 	Tromba, le schiere del Signor levrsi,
	Ed in aurea corazza ogni guerriero
	Corse al proprio vessillo. Luminoso
	Esercito assembrato in un istante!
	Sul giogo oriental delle colline
695 	Stan pi scolte a vedetta, e scorridori
	Di lievi armi vestiti in ogni dove
	Movono ad esplorar se lungi o presso
	E da qual parte l'avversario accampa;
	Se fugg, se tien forte, e nova mossa
700 	Prende per novo assalto. Ed ecco in tarde
	Fitte schiere l'esercito infedele
	A spiegati pennoni avvicinarsi.
	Zaffiel, la pi presta ala del cielo,
	Rapidissimo indietro rivolando,
705 	Pur nell'aere gridava: "All'armi, o prodi,
	All'armi, alla battaglia! Omai s'accosta
	L'esercito ribelle che credemmo
	Sgominato e fuggente, e ci perdona
	Una caccia penosa. Oh non vi prenda
710 	Timor ch'egli ci fugga! In dense file
	Terribile ne vien come aggruppato
	Nembo, e scolpiti sul fosco cipiglio
	Reca il fermo proposto e la speranza.
	L'usbergo d'adamante ognun s'indossi,
715 	D'elmo il capo si copra, ed armi il braccio
	Del suo largo brocchier. Se ben discerno,
	Non gi piova sottil, ma fragorosa
	Grandine di saette arroventate
	Oggi a noi s'apparecchia." - Il presto araldo
720 	Cos quelli avvertia che per la pugna
	Erano omai disposti. Al fiero invito
	Rannodr le falangi, e s'avviaro
	Taciti ed ordinati alla battaglia.
	E gi l'oste nemica in rifulgente
725 	Quadra massa veniane a lento passo,
	Strascinando nel vano occulti e chiusi
	Da colonne stipate i bugi arnesi,
	A meglio mascherar la iniqua frode.
	Giunti i due campi a fronte, un breve tratto
730 	Fr alto e si guatr; ma poco stante
	Alla testa de'suoi Satano apparve,
	E con beffa superba un tal comando
	Loro impart: "Vanguardo! apri la fronte:
	Svolgiti a dritta, a manca, e fa'palese
735 	Ai nostri abborritori in qual maniera
	Noi cerchiamo la pace, e siam parati,
	Pur che l'abbiano in grado, ad un amplesso
	Di fratelli a fratei; bench'io m'aspetti
	Un volgere di tergo ed un maligno
740 	Disdegnoso rifiuto. E non per tanto
	Siami il ciel testimone. O ciel! presente
	A quest'ora io t'invoco, in cui dall'ira
	L'animo si disgrava; e voi, che siete
	Predisposti da me, l'officio vostro
745 	Pronti adempite. In brevi e chiari accenti
	Fate udir le proposte, e il suon n'arrivi
	All'orecchio d'ognun." - Cos beffarde
	Ed ambigue parole a noi volgea.
	Quando aprirsi la fronte a manca, a dritta
750 	Di quell'oste vedemmo e ripiegarsi
	Sull'un fianco e sull'altro. Agli occhi nostri
	Strana e nova apparenza allor s'offerse.
	Un triplice scaglion, che di pilastri
	nei, ferrei, petrosi avea la forma,
755 	O di querce o di cerri in bosco, in monte
	Tronchi, rimondi, pertugiati e posti
	Su girevoli rote; e quelle gole
	Spalancate, funeste, a noi rivolte,
	Di sospetto n'empir che menzognera
760 	Fosse la offerta tregua. Un serafino
	S'attergava a ciascun de'cavi ingegni,
	Ed un clamo ardente in man tenea.
	Or mentre peritosi e insiem ristretti
	Noi stavam meditando, i serafini
765 	Chinr le ardenti verghe, ed un angusto
	Spiraglio ne lambr. Subitamente
	Tutte il cielo avvamp, ma tenebroso
	Tosto si fe'per grave ondante fumo.
	Dalle cieche latbre incendio e tuono,
770 	Che l'aere scosse ed assord, le negre
	Bocche eruttaro, e i visceri latenti
	E tutto quante l'infernal ripieno
	Fuor n'usc collo scoppio: incatenati
	Fulmini e grandinar di ferrei dischi.
775 	Questa furia improvvisa in noi conversa
	Con urto irrefrenabile, travolse
	Ci che in via le si oppose, e starsi eretto
	Spirto alcun non sapea, bench pi saldo
	D'un alpestre dirupo. A mille a mille
780 	Cadono i nostri. All'angelo atterrato
	L'arcangelo s'affascia, e l'armi gravi
	N'ajutano il cader. Se quell'ingombro
	Non impedia, cansar la gran tempesta
	Potevam, per l'angelica natura,
785 	Contraendo le membra o con obbliquo
	Rapido salto. Un subito sbandarsi,
	Un fuggir costernato allor successe;
	N sciogliere giov le fitte squadre.
	Or che scelta avevam? Precipitarne
790 	Sulle schiere nemiche? Una seconda
	Repulsa ed una nova ontosa rotta
	N'avrebbero allo sprezzo ed all'oltraggio
	Fatto bersaglio pi di pria, ch l'altra
	Fila di serafini a folgorarne
795 	Gi le faci inchinava. O la salute
	Confidar nella fuga? Oh questa fuga
	D'ogni orribile cosa a quei gagliardi
	Parea pi dura ed abborrita. Accorto
	Fu del nostro disagio il gran rubello,
800 	E cos dileggiando a'suoi si volse:
	"Ditemi, perch mai que'boriosi
	Vincitori s'arretrano? Pur ora
	Baldi, alteri moveano, e quando i patti
	Con franca e bella cortesia porgemmo
805 	Per l'accordo fraterno (e che di meglio
	Far da noi si potea?), subitamente
	Smesso il primo ponsier, n'han vlto il dorso,
	E caddero in follia presi da nova
	Volutt di danzar; ma per la danza
810 	Rozzi alquanto mi sono. O li rallegra
	Cos la speme della offerta pace?
	Or via! pi vigorosi e pi calzanti
	Iteriamone i patti: ad accettarli
	Pronti allor li faremo." - E Beliallo,
815 	Seguitando il dileggio: "I patti, o duce,
	Che spedimmo a color, di grave pondo
	Furo, e di sommo e valido argomento
	Che convinse i pi schivi; e noi vedemmo
	Come in tutti la gioja ed in parecchi
820 	Lo stupore eccitr. Da cima a fondo
	Comprenderli fa d'uopo a chi di fronte
	Li ricevette; e se non gli han compresi,
	Dotti almeno ci fr di qual maniera
	Reggano questi eroi la lor persona."
825 	Ilari a tai motteggi aprian la vena,
	Tanto il lor pensier dalla incertezza
	Del trionfo abborriva; e per quell'armi
	Erano d'emular l'Onnipossente
	Certissimi cos, che tema alcuna
830 	Non aveano del tuono, ed in deriso
	Metteano i nostri scompigliati. Breve
	Fu per lo scompiglio, e die'lo sdegno
	Alle braccia fedeli armi pi forti
	Delle infernali. Ascoltami ed ammira
835 	L'eccellenza, il vigor che Dio trasfuse
	Ne'buoni angeli suoi. Difese, offese
	Tutti gettano ad una, e come il solco
	Del balen, velocissimi e leggieri
	Drizzano a'monti il vol (poich dal cielo
840 	Tien questa terra il vario ameno aspetto
	Che le valli ne danno, i colli, i piani),
	Quinci e quindi gli svelgono, gl'inversano
	Colle roccie, coll'acque e colle selve
	Di che son ricoperti, e per le verdi
845 	Creste afferrati, come lieve incarco,
	Li sollevano in aere. Un raccapriccio
	Misto ad alto stupore, il tracotante
	Esercito assal, quand'ei ne vide
	Venir colle sterpate alpestri moli
850 	Che lanciammo dall'alto: i tre scaglioni
	Delle ignivome bocche andr sepolti
	Sotto il gran peso e la speranza insieme
	Posta da'maledetti in quei tormenti.
	Poi gli spirti medesmi la ruina
855 	Colse ed oppresse. Alpini ingenti massi,
	Onde ombravasi il ciel, cadean su'capi,
	E lunghe file seppelliano. Ambascia
	N'accresceano gli usberghi e le celate,
	Ch la essenza spirtal, cos ristretta,
860 	Venia pesta, scerpata, e l'efferato
	Spasimo in grida desolate e tronche
	Da'gemiti esalava. A lungo invano
	I miseri lottr per districarsi
	Dalla fiera prigion, sebben composti
865 	Anzi il loro fallir di pura luce,
	Ma fatta or dalla colpa e densa e greve.
	Tutti gli altri Celesti il nostro esempio
	Seguitr senza indugio, ed a quell'armi
	Dato di piglio, evelsero i vicini
870 	Monti, tal che per l'aere ottenebrato
	Urtavano fra lor da questa a quella
	Parte scagliati con tremendo impulso.
	E la pugna infieria sotto una notte
	Spaventosa. Infernal sommovimento,
875 	A cui paragonata ogni altra guerra
	Sarebbe un gioco; subuglio a subuglio
	S'accresceva pur sempre, e gi scomporsi
	L'universo parea. Ma quell'immenso
	Padre, che libra le create cose
880 	Sul trono inviolato ov'ei risiede
	Nell'arcana sua luce, avea previsto
	E concesso il tumulto al grande intento
	D'esaltar l'unigenito suo Figlio,
	Di vendicarlo da'nemici, e tutta
885 	La paterna sua possa in lui riporre.
	Ed a questo Divin che regna e parte
	Con Esso il trono, favell: "Splendore
	Della mia gloria, Figlio mio! mio Figlio
	Caramente diletto, in cui si mostra
890 	Quanto  in me d'invisibile e d'arcano;
	Destra de'miei voleri esecutrice,
	Eguale Onnipotenza! Omai trascorsi
	(Come novera il cielo) or son due giorni
	Dacch mosse Michel co'miei vessilli
895 	A far vendetta de'rubelli. Il cozzo
	Aspro fu qual dovea fra tai nemici,
	Che lasciar non mi spiacque in lor balia.
	Creati uguali, tu lo sai, la colpa
	Li divide tra lor, ma non  molta
900 	L'ineguaglianza, perocch sospeso
	Tengo il fulmine ancor su quelle fronti;
	E la battaglia, senza fin prodotta,
	Sempre incerta sarebbe. Ogni sua prova
	Fece, o Figlio, la guerra, e stanca alfine
905 	Cede i freni al furor, che sveglie i monti,
	E se n'arma! Inaudita opra nel cielo,
	Funesta alla natura. In questa rabbia
	Fur due giorni consunti: il terzo  tuo.
	Lo destino a te solo. Ho tollerato
910 	Fin qui, perch tu fossi il glorioso
	Che termine vi metta, e destra alcuna,
	Fuor la tua, nol potrebbe; ond'io t'infusi
	Tal grazia e tal vigor, che quanto ha vita
	Nel cielo e nell'abisso in te ravvisi
915 	Chi non ha paragon. Cos composta
	La malnata discordia, all'universo
	Manifesto sar, come tu sia
	L'unico erede delle cose, e degno
	D'esser unto monarca e coronato
920 	Per dritto e per virt. Va'dunque, o forte,
	Nella forza del Padre! Ascendi il carro,
	Reggine le veloci arcane ruote
	Che scrollano del cielo i fondamenti.
	Teco sia la mia guerra e l'arco e il tuono;
925 	Stringi quell'armi poderose, al fianco
	Cigniti la mia spada, e questi figli
	Delle tenebre avventali, ributtali
	Dai confini del ciel nel cieco abisso;
	E che giovi a costor l'inobbedirmi,
930 	Lo sconoscere il re nel mio gran Figlio,
	Apprendano laggi." - Qui tacque, e volse
	Tutta nel Figlio suo l'immensa piena
	Della sua luce, e quel Divino, accolto
	Tutto ineffabilmente il Padre eterno
935 	Nelle proprie sembianze, a lui rispose:
	"Sir de'troni celesti, Ottimo, Primo,
	Santo, Altissimo Padre! a te pur sempre
	L'esaltarmi fu dolce, e dolce ognora
	L'esaltarti a me fu, con giusta lance.
940 	Gloria, gioja, grandezza in questo io pongo
	Che di me tu sia pago, e manifesti
	Compiuto il voler tuo, ch sol felice
	Nel compierlo son io. Lo scettro assumo,
	Assumo il tuo poter, ma quello e questo
945 	Pi lieto io deporr nella tua destra
	Quando, tarpate alfin l'ali del tempo,
	Tu sarai tutto in tutti, in te per sempre
	Sar tuo Figlio, e quanti a te son cari
	Nel tuo Figlio saran. Ma chi disami,
950 	Disamo io pure, e circondar mi posso
	Cos del tuo terror, qual della tua
	Misericordia, ch la viva e vera
	Tua sembianza son io. Colla tua spada
	Caccer questa rea trba dal cielo,
955 	E nel duro soggiorno a lor prefisso
	Cadran precipitosi, ove li aspetta
	Una tetra prigione e quell'interno
	Verme che mai non muore. Empi, che l'alto
	Tuo voler non curando, osr levarsi
960 	Contra te! contra te, cui sommo gaudio
	 l'obbedir! Le pure anime allora
	Scevre da quelle immonde, una corona
	Faranno al colle tuo, cantando osanna
	Come l'animo detta, ed io con esse,
965 	Io, Padre, il duce lor." - Cos dicendo,
	Si curv sullo scettro, e dalla destra
	Gloriosa del Padre il Figlio assurse.
	Gi purpurea sorgea la terza aurora,
	Quand'ecco impetuoso e col fragore
970 	Del turbine lanciarsi il fatal carro
	Della paterna deit vibrando
	Spesse fiamme. Un vivente intimo spirto,
	Non esterna virt, volve le rote,
	L'une inchiuse nell'altre; e quattro forme
975 	Di cherbi vi siedono al governo;
	E ciascuno di questi ha quattro facce
	Meravigliose, e l'ale e la persona
	D'occhi come notturni astri gemmate.
	Son le rote, di lucido berillo,
980 	Sparse d'occhi esse pure, e nella corsa
	Fiamme gittano in cerchio. Un cristallino
	Firmamento sovrasta e regge un soglio
	Di zaffiri, cui l'ambra e la piovosa
	Iride variopinge. In pieno arnese,
985 	Divin lavoro di raggiante urmo,
	Sale il Figlio quel plaustro. Ha la vittoria
	Dal volato aquilino alla sua destra,
	L'arco al fianco gli pende e la faretra
	Non mai scarca di fulmini. Stridenti
990 	Vapori e fiamme bellicose e lampi
	Gli fan vortice intorno. Egli s'avanza,
	E ne scorta l'andata un infinito
	Stuolo di santi. Il suo venir corrusca,
	Come un Sol, di lontano, e dieci e dieci
995 	Mila carri di Dio (li vidi io stesso)
	Gli si accalcano ai lati, ed Ei sul trono
	Di vivace zaffro, e dalle penne
	Cherubiche soffolto, alteramente
	In quel ciel di cristallo il capo estolle.
1000 	Primi i suoi lo miraro, e d'una gioja
	Subita, inaspettata ognun fu preso,
	Quando il segno del Figlio in man recato
	Dagli angeli, ondeggiante a lor s'offerse.
	Sotto quel segno trionfal Michele
1005 	Chiam rapidamente ogni colonna
	Diffusa per le opposte ali del campo;
	S che strinsersi tutte in una schiera
	Dietro il lor condottiero. Innanzi al Figlio
	La possanza paterna apria la mossa:
1010 	E le rupi divelte alla sua voce
	Si levr, si composero di novo
	Nelle antiche lor sedi; il primo aspetto
	Riprese il cielo, e valli e poggi e campi
	Esultr di recenti allegri fiori.
1015 	Ci tutto non fuggia della malnata
	Oste allo sguardo; ma n cor, n mente
	La proterva mut. Le schiere sparte
	Per un ultimo sforzo ancor raggiunse.
	Insensata! ch speme ella traea
1020 	Dalla sua disperanza. E tanta ampiezza
	In angelici petti entrar poteo?
	Ma prodigio v'ha forse o maraviglia,
	Che l'orgoglio ammollisca e persuada
	La pervicacia? Gl'inaspr pi sempre
1025 	Ci che piegarli e raddolcir dovea.
	Dalla gloria del Figlio una ferita
	Scese in cor de'perversi, ed aspirando
	A quell'unica altezza, un'altra volta
	Si accinsero alla pugna, in s disposti
1030 	O d'uscir per ingegno e per valore
	Vincitori del Padre e del Messia;
	O, superati, ruinar per sempre
	Nella estrema miseria. In tal proposto,
	Disdegnosi di fuga o di ritratta,
1035 	Sfidar gli eventi d'un final conflitto.
	Intanto alle schierate armi fedeli,
	Che d'ognintorno gli facean ghirlanda,
	Disse il Figlio divino: "In questo giorno
	Rimanetevi, o santi, in cos bello
1040 	Ordine immoti, e voi, voi pur cessate,
	Angeli armati, dalla pugna. A Dio
	Fu la fede del cor, fu l'animosa
	Opra del braccio vostro accetta e cara.
	Voi magnanimi usaste alla difesa
1045 	Della santa sua causa i doni istessi
	Di che largo vi fu; ma quest'iniqui
	Debbe il taglio punir d'un'altra spada.
	Al gran Padre s'aspetta, o solo al forte
	Che suo Vindice elesse, il lor castigo.
1050 	Numero, moltitudine non sono
	Oggi in campo chiamati; e voi tranquilli
	Statevi a contemplar la provocata
	Ira che sui malvagi Iddio riversa
	Per la mia man. Non voi, me, me soltanto
1055 	Quei superbi spregiaro, a me l'invidia
	Drizz lo stral di quella rabbia; segno
	Io ne sono, e non voi; perch l'Eterno,
	Arbitro della gloria e dispensiero,
	Come a lui piacque, m'esalt. Per questo
1060 	M'arma de'suoi flagelli.  sua divina
	Mente, che satisfatto il lor desio
	Di provar quanto io possa, aperto alfine
	Facciasi chi prevaglia, o tutti insieme
	Contro a me stretti in lega, o contra tutti
1065 	Sol Io. Dacch la rude unica forza,
	E null'altra eccellenza hanno per norma;
	Dacch loro non cal che trionfati
	Sien per altre virt, consento ad essi
	Questo solo certame." - Il Figlio tacque,
1070 	E si coperse d'un terror che sguardo
	Sostener non osava; indi si volse
	Terribile a'nemici. In quel momento
	Le quattro occhiute portentose forme
	Spiegr l'ali stellate, onde si sparse
1075 	Una lunga improvvisa orribil'ombra.
	Col sonito di gonfio immenso fiume
	O d'oste numerosa, incominciaro
	A strepitar le ardenti assi del plaustro.
	Fosco come la notte, il Figlio eterno
1080 	Cal su quelle torme, ed alla scossa
	Delle ignivome rote il ciel de'cieli
	Vacill tutto quanto, e solo immoto
	Stette il soglio del Padre. In men ch'io dico,
	Quel potente  su lor. Con dieci mila
1085 	Fulmini nella man saetta, incalza,
	Fuga gli spirti rei, che la difesa
	Pongono esterrefatti in abbandono;
	E l'armi (inutil peso) e l'ardimento
	Cade loro in un punto. Alla rinfusa
1090 	Scudi, elmi e capi il vincitor calpesta
	Di srafi travolti e d'abbattuti
	Troni, che per cessar quella ruina,
	Desiavano i monti accumulati
	Sui lor miseri corpi. E men funeste,
1095 	Men tempestose non partian le frecce
	Dai quattro occhiuti e dal carro vivente
	Sparso d'occhi esso pur. Raggiratore
	N'era uno spirto, e da quegli occhi un nembo
	Di folgori piovea, che sui caduti
1100 	Foco e fiamme versando, ogni vigore
	Ne smungea, ne spossava, esausti, oppressi,
	Sbaldanziti lasciandoli. N volle
	Spiegar la punitrice ira del Figlio
	Che mezzo il suo poter, sicch rattenne
1105 	Le fulminee saette. Il suo proposto
	Distruggerli non era, era soltanto
	Ripulsarli in eterno dalle spere.
	Sollev gli atterrati, insiem li strinse
	Quasi branco di zebe o di tremanti
1110 	Pecore, e fulminando a s dinanzi
	Li cacci, gl'insegu colle paure,
	Colle furie da tergo, infin che giunti
	Furo alla diga cristallina, estremo
	Orlo del ciel. La diga allor s'aperse,
1115 	Si contorse in s stessa, ed una larga
	Breccia dischiuse sul profondo abisso.
	A quella vista mostruosa un novo
	Terror li preme e li ributta indietro;
	Ma spavento maggior li risospinge.
1120 	Gittansi da quell'ultimo confine
	Capovolti nel cupo, e l'ira eterna
	Tuona e piomba su lor per l'infinita
	Oscurit. L'insolito fragore
	Ud l'inferno sbigottito, e vide
1125 	Scendere nel suo grembo il ciel dal cielo;
	E fuggito saria per lo spavento;
	Se non che l'inflessibile destino
	Troppo ferme le basi e salde troppo
	Vi tenea le catene. I maledetti
1130 	Sprofondr nove giorni. Un gran muggito
	Il Caosse mand, ch dieci volte
	Quella caduta le discordie accrebbe
	Dell'infelice suo torbido regno:
	Di ruina s vasta il ricoverse!
1135 	Ingoj tutti alfine a spalancate
	Fauci l'inferno, e sovra lor si chiuse.
	L'inferno, orrida stanza e degno albergo
	Di quell'anime prave; il cupo inferno,
	Bollente inestinguibile fornace,
1140 	Prigion della sventura e del tormento.
	Dall'empie torme liberato il cielo,
	Tutto si rallegr; l'eterea diga,
	Svolvendosi di nuovo, i due contratti
	Lembi restrinse, e il vano ampio disparve.
1145 	Solo sterminator della repulsa
	Oste nemica, il trionfal suo carro
	Volse il Figlio al gran Padre, e la corona
	De'santi suoi, che tacita ed immota
	N'ammirava le geste onnipossenti,
1150 	Or di palme ombreggiata ed esultante
	Precedeano il trionfo; e Lui ne'canti
	Vincitor salutava, e Figlio, Erede,
	E Monarca e Signor; Lui d'ogni possa
	Da Dio largito e del celeste impero
1155 	Degnissimo fra tutti. - In questa guisa
	Esaltato ei movea traverso il cielo,
	Finch giunse alla reggia, ove sublime
	Stava l'Onnipossente in trono assiso.
	Ivi nella sua gloria il Padre eterno
1160 	L'Unigenito accolse, ed or beato
	Egli siede ed esulta alla sua destra.
	Perch dell'avvenir ti sia maestro
	Quanto, Adamo, pass, colle terrene
	Significando le celesti cose,
1165 	Misteri io ti narrai, che non avresti
	N tu, n la tua prole unqua svelato.
	La guerra, io dico, che nel ciel riarse
	Fra le angeliche posse, e la profonda
	Caduta di color che troppo in alto
1170 	Spinsero la pupilla, e con Satano
	Si ribellr. Quest'empio, invidioso
	Del tuo stato felice, or si propone
	Di strapparti dal cor l'obbedienza,
	S che tu vegna, traviando, a parte
1175 	Del suo giusto castigo e dell'eterna
	Sventura sua. Se giunge a queste intento,
	Se compagno ti fa del suo dolore
	A dispetto di Dio, vendetta allegra
	N'avr. Chiudi l'orecchio alle lusinghe
1180 	Del malefico spirto, e n'ammonisci
	La men forte di te. Non vano esempio
	Ti sia la spaventevole condanna
	Degli angeli ribelli. In lieto stato
	Durar poteano, e caddero. Scolpisci
1185 	Ci nel pensiero, e di fallir paventa."


LIBRO SETTIMO

	Scendi, Urania, dal ciel, se veramente
	Tale, o diva, ti appelli. Oltre l'Olimpo,
	Ove l'ala di Pegaso non giunge,
	Spinsi il forte mio vol, la tua celeste
5 	Voce seguendo. Non invoco il nome,
	Il concetto ne invoco; e tu non sei
	Delle vergini Muse, e sulla vetta
	Non fai soggiorno dell'antico monte;
	Ma del ciel tu sei figlia, e pria che un poggio
10 	Sorgesse, e pria che gorgogliasse un'onda,
	Colla sorella tua la Sapienza
	Conversavi segreta, e nel cospetto
	Del Padre onnipossente, innamorato
	De'tuoi canti sublimi, insiem con lei
15 	Tu beata esultavi. Io, della terra
	+mile abitator, sulle tue penne
	M'innalzai coraggioso al ciel de'cieli,
	E l'aure vi spirai che tu ritempri.
	Siimi or guida sicura alla discesa;
20 	Tornami non offeso al mio terrestre
	Elemento nato, s che riverso
	Dallo sfrenato alipede non cada,
	Come Bellerofonte un d cado, [44]
	Ma d loco minor, sui campi ellni;
25 	N m'avvolga perduto in lungo errore.
	Giunto a mezzo son io della mia sacra
	Materia. Nel confin pi circoscritto
	Della spera visibile e diurna
	Ora il mio canto soner. Raccolto
30 	Sulla terra il mio vol, n pi rapito
	Oltre il giro de'poli, assai pi ferma
	Moduler la mia voce mortale;
	Ch n muta, n fioca ancor divenne,
	Sebben caduto in tristi, in tristi giorni,
35 	Fra malediche lingue, e solo e cinto
	Di tnebre perpetue e di perigli!
	Ma no! Solo io non sono, allor che lieti
	Fai di te, quando annotta, e quando spunta
	Il purpureo mattino, i sogni miei.
40 	Deh! sempre, Urania, al mio canto presiedi,
	E di pochi t'appaga eletti spirti,
	Cui l'udirti sia caro: ma t'invola
	Ai barbari clamori, all'orgie oscene.
	Turba discesa da quel seme iniquo
45 	Che del Rdope in vetta il tracio bardo [45]
	Pose, ahi misero! in brani. Orecchio umano
	Fin la selva, la rupe aver parea,
	Quando spense il furor delle baccanti
	L'arpa e la voce. Al figlio allor non seppe
50 	Soccorrere la musa; oh! ma pietosa
	Tu sarai del tuo schermo a chi t'implora;
	Poi che celeste vision tu sei,
	Quella vano fantasma. - Or tu mi narra,
	Vergine diva, che segu dappoi
55 	Che Rafael, l'arcangelo cortese,
	Col tremendo flagello, onde percossi
	Fur gli spirti ribelli, insinuando
	Venne al padre dell'uom di non lasciarsi
	Prendere al laccio della colpa istessa.
60 	L'arcangelo temea non incogliesse
	Quella improvvida coppia ugual castigo,
	Trasgredendo e sprezzando il sol precetto
	Di non toccar del pribito pomo;
	Lievissimo precetto in mezzo a tanta
65 	Scelta di gusti che potea far pago,
	Per bizzarro che fosse, ogni desio.
	Intentissimo orecchio Adamo ed Eva
	Dato aveano al racconto, e le sublimi
	Nove cose ammirando, il lor pensiero
70 	Da stupor doloroso era trafitto.
	L'odio in cielo e la guerra, ov' la sede
	Della pace e del riso, oh, tal mischianza
	Concepir non sapeano i due felici!
	Ma non pu colla colpa il ben perfetto
75 	Collegarsi giammai, s che dal cielo
	Respinto il mal, come scroscio di pioggia,
	Sugli iniqui ricadde ond'era uscito.
	Represso il dubbio che sorgeagli in petto,
	La non ancor colpevole vaghezza
80 	D'erudirsi di cose e di segreti
	Men discosti da lui, pungea l'antico
	Padre dell'uom. Com'ebbero principio
	La terra e il ciel, di qual materia e quando
	Furon crati, e la ragion dell'opra;
85 	Quanto, pria ch'egli fosse, in paradiso
	Ed altrove accadesse; ecco gli arcani
	Che veniano infiammando il suo pensiero.
	E quale  quei, che le assetate fauci
	Bagn di poche stille, e collo sguardo
90 	Segue il corso del rio, che mormorando
	Gli raccende la sete, al suo beato
	Ospite similmente aperse Adamo
	La nuova brama che l'ardea. "Gran cose,
	Cose d'alto stupor, cui le terrene
95 	Mal si ponno agguagliar, tu ne apprendesti,
	Interprete di Dio, che qui disceso
	Sei dall'alto de'cieli al solo intento
	Di darne utili avvisi, e d'ammonirne
	Su ci che ne minaccia, e che potrebbe,
100 	Ignorandolo noi, cagion funesta
	Esserne di sventure, a cui non sale
	Il nostro umano antiveder. Ne sino
	Grazie, grazie immortali alla divina
	Bont, di cui vogliam con fermo senno
105 	Accogliere i consigli, ed osservarne
	Con animo costante ogni precetto;
	Mta a ci che siam noi. Ma da che tanto
	Grazioso ci fosti, e n'hai racconte
	Cose, che di gran tratto al nostro corto
110 	Veder van sopra, e, come alla suprema
	Sapienza parea, di molto frutto
	Per noi, ti degna, o caro ospite nostro,
	Scenderne alquanto, e ci che pur giovarne
	Potria, noto a noi rendi. Il come, il quando
115 	Dio cre questo ciel che ne ricopre,
	Questo ciel cos grande e cos pieno
	D'erranti innumerabili fiammelle;
	Che sia l'er sereno, onde si forma
	O s'ingombra lo spazio, er diffuso,
120 	Che, quanto  larga, questa terra abbraccia.
	Svelaci che destasse il Creatore
	Da quel santo riposo, in cui si giacque
	Per tanta eternit; che lo movesse
	A edificar nel cieco orrendo abisso
125 	S tardi una tal mole, e come all'opra
	Diede in tempo s breve inizio e fine.
	Se conteso non t', solleva il velo
	A quanto domandiam, non per talento
	Di scoprir del'Altissimo i segreti,
130 	Ma per meglio laudar le sue fatture,
	Da che note ci sieno. Ancor rimane
	Molto etereo cammino alla diurna
	Lampa, bench gi pieghi al suo tramonto.
	Forse che per udirti il corso allenta,
135 	O certo allenter, desiderosa
	Di saper dal tuo labbro i suoi natali,
	E quel ratto apparir della natura
	Dal grembo oscuro dell'abisso. E dove
	Amor della tua voce in ciel guidasse,
140 	Pria dell'ora segnata, il vespertino
	Astro o la luna, verr pur compagno
	Della notte il silenzio. Ad ascoltarti
	Schiuse il sonno terr le sue palpbre,
	O negherem le nostre all'importuno,
145 	Fin che tu non ammuti, e non ritorni,
	Come nasca il mattino, onde venisti."
	Cos l'antico padre; e Rafaele,
	Bello come un bel nume, a lui rispose:
	"Quest'umile preghiera aperta invano
150 	Tu non m'avrai. Ma chi, chi mai potria
	L'opre divine raccontar? Qual lingua
	Di serafino ne saria bastante,
	Qual senno uman d'intenderle capace!
	Quel poco tuttavia che nel tuo senno
155 	Possa, Adamo, capir, s che tu sappia
	Meglio glorificarne il tuo Signore,
	E siati seme di maggior diletto,
	Volontier narrer. Di far contenta
	Questa tua brama di saver mi venne
160 	Comandato da Dio, purch si chiuda
	Entro certi confini; onde ti guarda
	Di traviar, di sciogliere la briglia
	Alla tua fantasia nella speranza
	Di rimover le bende a que'misteri
165 	Che l'invisibil Re, l'Onnipossente,
	Tien nel bujo sepolti, e vieta agli occhi
	Della terra e del cielo. Altri ve n'hanno
	Che potran satisfare al tuo modesto
	Desio. Simile al cibo  la scienza;
170 	E l'ingordigia di frenarsi ha d'uopo,
	Ci che valga o non valga in giusta lance
	Libri il senno dell'uom, tal ch'ei non cada
	Sotto il grave suo peso, e la dottrina
	Non si muti in follia, come in umori
175 	Mal conversi e nocivi il nutrimento.
	Poich (come dicea) fu capovolto
	Lucifero dal cielo ( questo il nome
	Che dato al luminoso angiol venia,
	Perch, pari a quell'astro che risplende
180 	Bellissimo sugli altri, ei risplendea
	Sulle celesti legioni); e seco
	Folgorate e sommerse nell'abisso
	Le avvampanti sue turbe, il Padre eterno
	Divino, onnipossente, alla cui destra
185 	Riasceso era il Figlio a man guidate
	Dalla vittoria, misur d'un guardo
	La seguace de'santi immensa piena,
	Quindi al Figlio si volse: "In grande errore
	Cadde, o diletto, l'avversario nostro:
190 	Che seguissero tutti il suo vessillo
	Quel ribelle sper; sper di questa
	Eccelsa, immota, inaccessibil rocca
	Lieve cosa il conquisto. Il suo misfatto
	Molti ne travi, di cui per sempre
195 	Rasi i nomi qui son. Ma la gran parte
	Occupa tuttavia gli antichi seggi;
	E tanta ne riman, che popolarne
	Pu sola il vasto impero; e non ci prenda
	Pensier che di preghiere e di solenni
200 	Riti sia questo tempio unqua deserto.
	Non di men, perch vanto il maledetto
	Arcangelo non meni, e si rallegri
	Dell'averne il diadema impoverito,
	A noi, come l'orgoglio in lui delira,
205 	Grave danno recando, io questo danno
	(Se tale  pur la perdita di cuori
	Che s stessi han perduto) agevolmente
	Riparer, creando un altro mondo;
	E far d'un sol uomo una progenie
210 	Senza numero uscir, che lo riempia.
	N ripor gi vogl'io nelle celesti
	Sedi i nuovi miei figli, anzi che tutti,
	O per grado di merto, o per provato
	Lungo obbedir, la via che qui conduce
215 	S'aprano per s stessi; e colla terra
	Confuso il ciel, sia fatto un regno eterno
	Di letizia e di amore. Or fin che giunga
	L'ora predestinata, i santi regni
	Voi sole, o mie potenze, abiterete;
220 	E poi tuo magistero, o Verbo mio,
	Mio dolcissimo Figlio, in me concetto,
	Quanto io dico far. Comanda, e sia!
	La mia possanza, il creator mio spirto,
	Che tutto adombra l'universo, io mando
225 	Sull'orme tue. Va'dunque, ed all'abisso
	Che tramutisi imponi, in cielo e in terra,
	E ne segna i confini.  sterminato
	L'abisso, ed io l'infinit riempio,
	N vuoto  dove io son. Pur, bench spazio
230 	Nessun mi circoscriva, io mi ristringo,
	N propago ugualmente in ogni dove
	La mia bont, che libera  dell'opra,
	Libera del riposo. Io non conosco
	Caso, necessit. Destino  il mio
235 	Voler." - Dio fe'silenzio, e Quei che detto
	Suo Verbo avea, compi la grande impresa.
	Velocissima han l'ala il tempo e il moto,
	Ma son gli atti divini assai pi presti,
	E narrar non si ponno al senso umano
240 	Che per sola virt di lente, alterne,
	Succedenti parole, e tai che un varco
	Sappiano aprirsi nella mente. - Quando
	Il pensiero di Dio fu manifesto,
	Una gioia, un tripudio in ciel si sparse.
245 	"Gloria a Lui che pu tutto; e voglie sante
	E pace sulla terra a'suoi futuri
	Abitatori, e laudi ed inni al Sommo,
	La cui giusta vendetta il gran superbo
	Dal suo ciglio repulse e dall'aspetto
250 	De'giusti! Gloria al sapiente senno
	Che cre, che dedusse il ben dal male,
	Che porr nelle sedi, onde cacciati
	Fur gli spirti maligni, una migliore
	Progenie di viventi, acci palese
255 	Sia ne'secoli tutti e in tutti i mondi
	La divina bont." - Cos le sante
	Gerarchie: quando il Figlio a dar principio
	Alla paterna mission s'accinse.
	Onnipotenza e mest temprate
260 	D'immenso amore e di saper profondo,
	E tutto quanto il Padre suo nel volto
	Del Messia lampeggiavano. Cherbi,
	Serafini, Virt, Dominj e Troni
	Faceano al plaustro del Signor corona;
265 	E commisti agli spirti i carri alati,
	Che fra l'armi celesti a mille a mille
	Serbansi in tutto punto a'd solenni
	Tra due monti di bronzo, ivi riposti
	Ab eterno da Dio; pomposi arnesi
270 	Del cielo. Or questi s'avanzaro, impulsi
	Sol dall'intimo soffio in lor vivente,
	E, spontaneo corteggio, uscr del vallo
	Dietro al plaustro divino. Il ciel d'un tratto
	Spalanc le sue porte, che girando
275 	Sovra i cardini d'oro, un suon mandaro
	Di potente armonia. Pass per queste
	Il Signor della gloria, e nella possa
	Del Verbo e dello Spirto indi si volse
	Novi mondi a crear. - Sull'orlo estremo
280 	Del ciel tutti fr alto, e da quel sommo
	Nel cieco abisso abbandonr lo sguardo.
	Cieco abisso, sconvolto, procelloso
	Come gonfia marea da fieri venti
	Fieramente agitata; il qual mirando
285 	Alle altezze del ciel, dall'imo alzava
	Per confondere insieme i poli e il centro,
	Pari a'vertici alpini, enormi flutti.
	"Silenzio, disse quel Poter che crea,
	Flutti mugghianti! e tu placati, abisso!
290 	Fine ai vostri tumulti." E radiante
	Nella luce del Padre e sulle penne
	Degli angeli librate, egli s'immerse
	Nel cos, che sent l'onnipotente
	Sua parola, e nel mondo ancor non nato.
295 	Seguia la plenitudine de'santi
	In fulgida colonna, desiosa
	Di mirar la potenza operatrice
	Di tante meraviglie. Ed ecco al carro
	L'ignea foga egli rompe, e l'aurea sesta,
300 	Gi custodita nel divin tesoro,
	Recasi nella mano, e pria con essa
	Circoscrive la terra e l'universo.
	Nel centro un pi ne appunta, e l'altro aggira
	Per la profonda oscurit dicendo:
305 	"Stenditi fin laggi; sia quella, o mondo,
	La tua circonferenza." - Iddio d'un cenno
	Cos quest'universo ebbe creato,
	Vacua, informe materia. Orrenda notte
	Sull'abisso premea; ma le paterne
310 	Ali lo spirto avvivator distese
	Sulla calma dell'acque, e vita infuse
	E calor nella fluida inerte massa.
	Poi nel fondo cal la negra, fredda
	Tartarea feccia che la vita avversa.
315 	Alle smili cose un, convolse
	Le smili; partendo in vario loco
	Quanto rimase. Alfin l'er distese
	Fra gli spazj intercisi, e per s stessa
	Pos, sospesa sulla equabil'asse,
320 	Questa mole terrena. - "Or sia la luce!"
	Disse Iddio. - Delle cose allor la prima,
	Questa eterea purissima sostanza
	Scatur dall'abisso, e traversando
	L'aerea cecit, dal suo nativo
325 	Oriente si mosse entro una nube
	Sferica, trasparente, e pria del Sole
	(Che creato dal Verbo ancor non era)
	Alcun tempo abit quel nebuloso
	Tabernacolo suo. - Poi che conobbe
330 	Che la luce era buona, e la distinse
	Dalle tnebre Iddio per emisferi,
	Nom giorno la luce, e notte il bujo;
	E cos dal mattino e dalla sera
	Nacque il primo de'giorni, e non trascorse
335 	Di canti inonorato. Allor che ruppe
	Dalla cubante tenebra quel primo
	Lampo del giorno, ond'ebbero i natali
	La terra e il ciel, le sante anime ad una
	Ferir d'un grido l'universo, all'arpe
340 	Sposaro i canti, e il Creator laudaro
	Coll'alba prima e colla prima sera.
	E di nuovo il Signor: "Per mezzo all'acque
	Stendasi il firmamento, e le divida."
	E il firmamento fu; materia effusa
345 	D'elementar, diafano, sincero
	Liquid'aere; involcro ampio, che tutto
	Gira l'estremo esterior convesso
	Del suo gran cerchio; immota e salda diga
	Fra l'acque inferiori e le superne.
350 	Perch il pensiero ordinator costrusse,
	Come fe'della terra, il mondo tutto
	Sopra un largo, tranquillo e circonfuso
	Ocen di cristallo, e lo rimosse
	Dal cos furibondo, acci coll'urto
355 	Delle sue falde tempestose offesa
	L'armonia non ne fosse; e di l'Eterno
	Nome di cielo al firmamento. - I cori
	Festeggiavano intanto a mane, a sera
	Quel secondo de'giorni. - Era creata
360 	La terra, ma nel grembo imo dell'acque,
	Embrione immaturo, ancor sepolta;
	N da quelle apparia. La faccia intera
	Ne copria l'oceno, e non indarno;
	Perocch ne ammollia, ne accalorava
365 	Colla tepente umidit la crosta,
	E facea fermentar questa universa
	Madre; s che d'umore alfin satolla
	Concpere potesse e dar germoglio. -
	L'Eterno allor: "Raccolga un loco solo
370 	Tutte l'acque fluenti sotto il cielo,
	E l'asciutto apparisca." - Ed ecco i monti
	N'escono primi; smisurati, eretti,
	Sollevando alle nubi i nudi fianchi,
	E gl'irti capi al cielo, e sorgon tanto
375 	Quanto il vasto, capace e cavo letto
	Dell'acque in gi s'avvalla: e l'acque tutte
	Esultanti e precipiti v'accorrono
	Rotte in globi minuti e come stille
	Su terren polveroso. Una gran parte
380 	Or d'un muro di vetro, or d'una rupe
	Prende e perde figura; e come al suono
	Della tromba guerriera, ond'io pur dianzi
	Ti favellai, concorrono, s'accalcano
	Circa i propri vessilli i battaglieri,
385 	Quella liquida piena, onda sur onda,
	Dove un varco le s'apra, irrompe, allaga.
	Qui torrente, che torbido trabalza
	Da roccie dirupate, e l quieto
	Fiume che mastoso i campi irriga.
390 	Scoglio o collina non ne arresta il corso,
	Ma di sotto alla terra e in lungo giro
	Serpendo, aprono l'acque ai sinuosi
	Lor discorsi un cammino; e facil opra
	Era ad esse scavarsi in quel palude
395 	Veicoli latenti, anzi che Dio
	Comandasse al terren di farsi asciutto
	Fuor che tra sponda e sponda, ove costretti
	Si devolvono i fiumi, ed indefessi
	Van l'ondoso tesoro al mar traendo.
400 	All'arido elemento il Creatore
	Nome impose di terra, e mar gli piacque
	La gran conca appellar, che le vaganti
	Divise acque raccolse. E poi che l'opra
	Buona Iddio giudic: "La terra, ei disse,
405 	Erbe verdi produca, erbe che grano
	Germoglino, ed arbusti a vario frutto,
	Entro cui si racchiuda il vital seme
	D'altri simili frutti." - Ed ecco al cenno
	Di Dio la terra, tuttavia deserta,
410 	Squallida, nuda, disadorna e tutta
	Spiacevole alla vista, un molle parto
	Mise pria di verzura, e ne coverse
	D'un tappeto gentil la faccia immensa.
	Piante poi germin di varia fronda,
415 	Che fiorr di repente, e i lor diversi
	Colori aprendo, della madre il seno
	Ne profumaro e n'allegrr. Caduti
	Quasi i fiori non son che gi la vite
	Vedi imbrunir di grappoli improvvisi,
420 	La cocrbita enfiata inerpicarsi;
	Come schiere in battaglia i numerosi
	Calami delle spiche in ordinate
	File disporsi, e gli arruffati crini
	Confondere l'arbusto e l'umil rovo.
425 	Alfin le vigorose arbori usciro
	Come in nota di danza, e aprr le braccia;
	Queste gravi di frutta, imporporate
	Quelle di fiori. Una ghirlanda i colli
	Di foreste si fr: le valli, i fonti
430 	Si cinsero di boschi, e le riviere
	Similmente imboscr le rase sponde.
	Parve allor questa terra un altro cielo,
	Un soggiorno felice, ove gli Dei
	Potessero abitar, n senza gioja
435 	Cercarne i lieti campi, e riposarsi
	Alle sacre ombre sue. - La pioggia ancora
	Non inaffiava della terra il grembo,
	N l'avea braccio umano ancor ferita.
	Se non che sulla sera un rugiadoso
440 	Vapor s'alzava, e ricadea prosciolto,
	Irrorandone i campi e tutte insieme
	Le piante che l'Eterno avea create
	Pria che sorgesser dalla terra, e l'erbe
	Che sui gracili steli ancor levarsi
445 	Non ardiano dal suolo. - Iddio conobbe
	La bont di quell'opra, e il terzo giorno
	Mattino e sera festeggir. - La voce
	Dio di nuovo lev: "Del ciel l'ampiezza
	Abbia corpi lucenti, onde partita
450 	Sia la notte dal giorno, e deggian essi
	Indicar, come lampe, il vario corso
	Delle stagioni, i giorni, i mesi e gli anni,
	E la terra schiarar dal firmamento."
	L'opra al detto segu. Due corpi ei fece
455 	Luminosi, e di molto utili all'uomo.
	Di l'impero del giorno al maggior lume,
	Della notte al minor. Cre le stelle
	Nel firmamento, e splendere alla terra,
	La luce separar dalle tenbre,
460 	E del d moderarvi e della notte
	La perpetua vicenda, ingiunse ad esse.
	Contemplando il Signor la sua grand'opra,
	Buona la ravvis. Ma pria degli astri
	Volle il Sole crear. Potente sfera,
465 	Ma non lucida ancor, quantunque fosse
	Mera eterea sustanza; indi la luna
	Ritonda, e senza fin pianeti e stelle
	Di grandezza diversa, e il ciel ne sparse
	Come un prato di fiori; e della luce
470 	La pi gran parte il Creator traspose
	Dal suo ricetto nebuloso, e quindi
	La colloc nel vasto orbe del Sole,
	Che poroso e raggiunto se ne imbevve,
	E ne ritenne gl'imbevuti raggi.
475 	Or tempio  della luce, a cui ricorre,
	Come al fonte paterno, ogni altra stella;
	Ivi nell'urne d'oro il lume attinge,
	Ivi il pianeta del mattino inostra
	Le sue tremule corna. E gli orbi tutti
480 	Accrescono cos lo scarso lume
	Col lume in lor riflesso, ancor che lungi
	Tanto sien essi, e che minori tanto
	Rassembrino del vero. Ed ecco alzarsi
	Dalla sua culla oriental la fiamma
485 	Gloriosa del giorno imperatrice,
	Vestir di raggi l'orizzonte, e lieta
	Per l'azzurro sentier, non corso ancora,
	Volgere al suo tramonto. Innanzi ad essa
	Le Plejadi e l'Aurora ivano in ballo,
490 	Dolci influssi versando, e sull'opposta
	Occidua region teneasi immota
	La luna a speglio del fraterno lume,
	Di cui tutta irraggiata avea la fronte,
	N d'altra luce la pungea vaghezza.
495 	Ma, caduta la notte, in oriente
	Ella pur si rotava e vi splendea,
	Dividendo con mille astri minori
	Il notturno suo regno; astri che il cielo,
	Quasi lucide arene inseminando,
500 	Apprendean primamente orto ed occaso.
	E la sera e la mane il quarto giorno,
	Inneggiando, esaltaro. - E Dio ridisse:
	"L'acqua ingeneri pesci, e sia fecondo
	Di tai viventi creature il seme;
505 	Ed augei dalla terra aprano il volo
	Per lo libero ciel sulle spiegate
	Ali." E Dio creator fe'le balene
	E quegli altri animai che dentro all'acque,
	Genitrici inesauste della vita,
510 	Nuotano a lor talento; e fe'gli augelli
	E, distinte le specie, agli uni e agli altri
	Benedicendo, comand: "Crescete,
	Moltiplicate, discorrete i mari,
	I laghi e le riviere; e voi, pennuti,
515 	Prolificate sulla terra." - E tosto
	Ogni seno, ogni golfo ed ogni mare
	Brulic di guizzanti; immensa e bella
	D'argentee squame e di lucenti pinne
	Entro i ceruli flutti oste profusa.
520 	Di lor, parte emergendo a mezzo il mare
	Han sembianza di secche, e parte errando
	Per antri di corallo alla ventura,
	Vanno a frotte; o solinghi, in traccia d'alghe,
	Loro alimento; o con agile salto,
525 	Parte a fior d'acqua sobbalzando, al Sole
	Fan ne'lor giochi scintillar le maglie
	D'aurei fili trapunto: infissi alcuni
	Stansi nelle natie loro conchiglie,
	Aspettando l'umor che li nudrisca;
530 	Ed altri, accovacciati entro la dura
	Ben commessa lorica, insidiosi
	Spiano la preda lor sotto gli scogli.
	La foca sulle piane onde folleggia
	Coll'incuvo delfino, ed orche immani,
535 	Con gravi e pigri movimenti, in mare
	Destano una procella. Il leviatano,
	Creatura maggior fra quante han vita,
	Come una sirte smisurata incombe
	Sul bratro dell'acque, e, nuoti o dorma,
540 	Una Ciclade par. L'orrendo mostro
	Sorbe un mar colle fauci, e un mar rigetta
	Fuor delle nari. - In questo i tepid'antri,
	Le boscose costiere e le maremme
	Covano degli augei la multiforme
545 	Famiglia. Implumi ancor dall'ova infranto
	Sbucciano i novi nati; indi, vestendo
	L'ignudo corpicciuol di penne e d'ali,
	Rompono, al vol gi destri, in un garrito
	Di trionfo, e sdegnosi omai del suolo,
550 	Che veggono dall'alto in nebbia avvolto,
	Trattan l'aere sublime. E l pe'cinghi
	Delle balze dirotte o sulle cime
	Degli ardui cedri costruir son use
	L'aquila e la cicogna i forti nidi.
555 	Per aereo cammin divisi o soli
	Si spaziano parecchi; altri, prudenti
	Delle stagioni, un'angolar colonna
	Formano insiem conserti, e col remeggio
	Concorde delle penne il volo e il varco
560 	Pi facili si fan su terre e mari.
	Tale, ai venti affidato, il lor viaggio
	Fan le gru ciascun anno, e l'aere intorno,
	Da tante ali ferito, ondeggia e freme.
	I minori augelletti empiono il bosco
565 	Di vario e dolce canto, e fino a sera
	Battono l'ali screziate; e quando
	Tacciono tutti, l'usignuol non tace,
	Ma confida alla notte un pio lamento.
	Molti ne'fiumi o nel cristal de'laghi
570 	Tuffano il sen piumoso. Infra due bianche
	Ali, altero mantel, rialza il cigno
	L'arco del collo, e dignitoso incede,
	Fatto remi de'pi. Talor si scosta
	Dall'umido elemento, e, steso il volo,
575 	A pi sublime region si leva.
	Corron altri il terren con ferme piante,
	Come il crestato vigilante augello
	Tubator delle quete ore notturne,
	O l'altro dallo strscico pomposo
580 	E dagli occhi stellanti, a cui fa dono
	De'suoi colori il vago arco del cielo.
	Cos l'acqua di pesci, e di volanti
	Popolata fu l'aria, ed alba e sera
	La luce quinta salutr. La sesta
585 	Finalmente appar fra i plausi e gl'inni
	Della sera e dell'alba, e fu suggello
	Del creato. "La terra, Iddio proruppe,
	Generi gli animali, i greggi, i serpi,
	Ogni specie di belva." - Obbediente
590 	Al comando divino, apr la terra
	Il prolifico seno, e d'infinite
	Creature viventi un parto espose;
	Tutte forme perfette e nella piena
	Maturit. Dal suolo uscr le fere
595 	Come fuor del covile, ove per uso
	Fan dimora, sia bosco, antro o foresta.
	Uscr d'infra le piante a coppia a coppia,
	E s'avvir le miti ai campi, ai prati:
	Quelle rade o solinghe, unite queste
600 	In greggia od in armento, e insiem pascenti.
	Or dal tumido suolo una giovenca
	Sviluppasi a fatica, or mezzo ascoso
	Rampa un fulvo lione, intollerante
	Di scior le membra tuttavia confitte;
605 	Sciolto, come scappasse alla catena,
	Balza sui pi, la giubba agita, e fugge.
	La lince, il tigre, il liopardo irrompono
	Come la talpa, e si fan cappa al dorso
	Della gleba sfranata: attolle il cervo
610 	La ramosa cervice: il mastodonte,
	Maggior tra i figli della terra, a stento
	La sua tarda ne trae pesante mole.
	Sbucano come l'erbe dalla zolla
	Le belanti lanose: irresoluti
615 	Stan fra l'acqua e la terra il coccodrillo
	Squamoso e l'ippoptamo. Ma quanto
	Striscia o rade il terreno, insetti e vermi,
	D'un sol tratto n'uscr. Battono i primi
	L'agile ventilabro a guisa d'ale,
620 	Sottil ricamo delle tante assise
	Tessuto, onde pompeggia aprile o maggio;
	Verdi, azzurri colori e d'ostro e d'oro
	Misti o distinti: gli altri, a tenue filo
	Conformi, di spiral traccia segnando
625 	Vanno il lento cammin. N tutti a un modo
	Ebbero da natura umili forme,
	Ch non pochi fra'serpi enormi spire
	Volvono, e sulle terga han creste ed ali.
	Del futuro pensosa, ecco venirne
630 	La provvida formica, a cui rinchiuso
	Sta nel piccolo corpo un alto core.
	Convento popolar, che forse esempio
	A'tuoi figli sar d'una fraterna
	Giusta uguaglianza. Appare in fitti sciami
635 	Poscia la pecchia; femminetta industre,
	Che di succhi soavi il neghittoso
	Marito pasce, e della cerea casa
	Fassi un serbo di mle.  senza fine
	Il novero degli altri, e tu ne sai,
640 	Tu che nome lor desti, il vario istinto;
	S che vano  il parlarne. Ignoto, io stimo,
	Il serpente non t'; la pi sagace
	Vita de'campi. Ha spesso immani forme,
	Ha pupille di bronzo e crini irsuti,
645 	E sebben non ti noccia e t'obbedisca,
	Pur n' fiera la vista e spaventosa.
	Intanto folgor nella sua gloria
	Tutto il cielo stellato, e si commosse
	Secondo il moto circular che dianzi
650 	Gli avea la mano dell'Eterno impresso.
	La terra, del suo ricco abito adorna,
	Amabilmente sorridea; le fere
	V'imprimeano vestigi, e voli e guizzi
	L'aeree l'acque fendean d'augelli e pesci.
655 	Pure il sesto de'giorni opra finita
	Non era ancor. Fallia delle create
	Cose la gemma, e il termine prefisso;
	La cratura, che non prona al suolo
	Come l'altre ferine, e dalla diva
660 	Ragion nobilitata, al ciel potesse
	Ritta, serena sollevar la fronte,
	Conoscere s stessa, alzar lo scettro
	Sulle cose universe, e dalla terra
	Schiudersi coi celesti una sublime
665 	Corrispondenza; ma nel tempo istesso
	Confessar nel suo grato animo il fonte
	Da cui tanto favore a lei derivi,
	E voce, e core, e sguardi al ciel rivolti
	Riverire, adorar chi lei perfetta,
670 	Lei bellissima fe'su tutte quante
	L'opere sue. Perci l'onnipossente
	Padre (ch non  loco ove non sia)
	Disse aperto al gran Figlio: "A nostra imago
	L'uomo or facciam, che in aere, in mar, ne'campi,
675 	Sugli augelli, sui pesci e sulle fere
	E su quanto serpeggia abbia l'impero."
	Te, ci detto, cre, te uom, te polve
	Della terra, e spir nelle tue nari
	L'alito della vita. A propria imago,
680 	Ad imago divina il Creatore
	Ti fece, Adamo, ed anima vivente
	Fosti cos. Virili a te concesse,
	Alla compagna tua femminee membra
	Per la vostra progenie. Ei benedisse
685 	Tutto il genere umano, e la parola
	Poscia a voi dirizz: - Moltiplicate!
	Popolate la terra a voi soggetta,
	Ci che nuota nell'acque, in er vola,
	Passeggia il fermo suolo, e dove un germe
690 	Di vita io suscitai (ch nome ancora
	Loco alcuno non ha), suddito avrete. -
	Indi, te ne sovvenga, in quest'amena
	Selva, in questo giardino Iddio ti trasse,
	Ricco delle sue piante, al guardo, al gusto
695 	Dilettose; e ti di'liberamente
	Di cibarne le frutte: e qui raccolte
	(Variet mirabile infinita!)
	Ne son quante la terra in grembo aduna.
	Ma della pianta che del bene insegna
700 	E del mal la scienza a te si vieta
	Frutto gustar: gustato, il giorno istesso
	Ne morresti; tal pena Iddio v'appose.
	Frena dunque il desio, s che la colpa,
	N la seguace sua, l'orribil morte,
705 	Cogliere non ti possa. - Iddio qui mise
	Termine all'opre sue; gir lo sguardo,
	L'eccellenza ne vide, e sen compiacque;
	E dalla sera e dal mattin fu chiuso
	Quel sesto d. Cess, ma non gi stanco,
710 	L'Architettor divino, e al ciel de'cieli
	Risal per mirarne il suo creato
	All'antico accresciuto, e l'uno all'altro
	Comparando, veder se corrisponda
	L'edificio novello al suo gran soglio,
715 	E se pari all'altissimo concetto
	Sia di bellezza e di bont. Di diece
	Mila angeliche lire al suon concorde
	E fra plausi incessanti il Creatore
	Al suo trono ascendea. L'aere, la terra
720 	(Sovvenir te ne di) ne risonaro;
	Ne risonr le sfere e il ciel profondo.
	E mentre luminoso ed esultante
	Il trionfo salia, stettero gli astri
	Ad udirne l'osanna: "Eterne porte,
725 	Apritevi, cantaro, aprite, o cieli,
	I cardini viventi, e date il passo
	Al Verbo creator, che riede a voi
	Grande dell'opre sue, grande d'un mondo
	Surto in sei d! V'aprite ora e sovente,
730 	Perch Dio degner de'gusti umani
	Spesso la stanza visitar. Gli alati
	Forieri suoi con transito frequente
	Spediravvi l'Eterno, apportatori
	Delle sue grazie." Il glorioso coro
735 	Cos cantava ed ascendea cantando.
	E l'Artefice eterno, il ciel varcato
	Che le sonanti porte gli dischiuse,
	Per diritto cammino alla paterna
	Reggia torn; cammin proteso e largo,
740 	Le cui pietre son astri ed r la polve,
	Come nella galassia a te si mostra;
	Dico il latteo sentier che nelle chiare
	Notti t'appar sembiante ad una zona
	Tempestata di stelle. - E sulla terra
745 	Cadea dal paradiso, onde si mosse,
	Gi la settima sera, e, spento il Sole,
	Espero ne venia dall'oriente
	Percorrendo la notte, allor che giunta
	La filial possanza al santo giogo
750 	Che tien la cima dell'empiro, eterno
	Saldo trono di Dio, s'assise a destra
	Del suo Padre increato. Ei pur quantunque
	Fisso nel seggio suo (l'Onnipotenza
	Sola pu questo) non veduto, all'opra
755 	Col suo figlio assistea, principio e fine
	Ei di tutte le cose; e benedisse
	E consacr quel settimo de'giorni,
	Ch'ei si elesse al riposo e dal lavoro
	Fin. Pure in silenzio il consacrato
760 	D non trascorse; n oziosi i suoni
	Si furono dell'arpe; il flauto molle,
	Il timpano, il salterio e sistri e gighe
	Di corde armati e d'auree file, uniro,
	Confusero le note, a cui la voce
765 	Or d'un coro, or di tutti iva commista.
	Dense nubi d'incensi vaporati
	Dai turiboli d'oro il sacro monte
	Coprr d'un velo. Ai canti era subbietto
	Il novello universo or or creato:
770 	- Ben grandi, ben eccelse, o Jova, sono
	L'opre tue! ben immensa  la tua possa!
	Avvi forse pensier che ti misuri?
	O lingua forse che ti dica? Il tuo
	Rivolar nell'empiro  glorioso
775 	Pi di quel giorno che tornar ti vide
	Vincitor coronato dalla pugna
	Degli angeli giganti. Il tuono e l'ira
	Ti fe'grande quel d, ma di chi strugge
	Ben pi grande  chi crea. V'ha cor, v'ha braccio
780 	Che scemarti potesse, o dar confini,
	Potentissimo Sire, al regno tuo?
	Lieve impresa ti fu la tracotanza
	Superar degli spiriti rubelli,
	E la speme superba, onde pasciuti
785 	Si confidr (follia pari all'empiezza!)
	Di privarti del soglio e delle turbe
	Adoratrici. Ma colui che spera
	Dar fine all'infinito, in s medesmo
	Forsennato si volge, e non adopra
790 	Che pi sempre a mostrar la tua possanza.
	Dall'empiet del tuo nemico istesso
	Tu fai nascere il bene, e ci ne mostra
	L'orbe che tu creasti (un altro cielo
	Sulla soglia del cielo) ad un cristallo
795 	Simile o a vitreo mar, lucido ed ampio
	D'ampiezza immensurabile, cosparso
	Di mondi che tu forse un d farai
	(D, che sol tu conosci) avventurosa
	Stanza di vite nuove. Inghirlandata
800 	Dal suo basso ocen fra questi mondi
	Sta sospesa la terra, umano albergo.
	Felicissimi voi, privilegiati
	Tanto da Dio, ch'ei fece a propria effige,
	Che vi di questa terra ove adorarlo,
805 	Ove in premio regnar sul fermo suolo,
	Sul mar, sull'aere e sulle cose tutto,
	E di giuste e di sante anime empirla!
	Felicissimi voi, se della vostra
	Felicit sapevoli e contenti,
810 	Mai dal retto sentier non torcerete! -
	Cos cantando, festeggir quel primo
	Sabbato, e d'inni rison l'empiro.
	Ora, Adamo, cred'io che pago al tutto
	Sia quel vivo desir che tu m'apristi
815 	Di saver come il mondo e la sembianza
	Delle cose apparisse; e quanto avvenne
	Da te non conosciuto, acci lo apprenda
	La tua stirpe avvenir da'labbri tuoi.
	Ove d'altro ti caglia, a cui tu possa
820 	Colla mente arrivar, lo manifesta."


LIBRO OTTAVO

	Qui l'angelo fe'posa; e tanto impressa
	La dolcezza lasci della sua voce
	Nell'orecchio d'Adm, che senza moto
	Alcun tempo rimase, ancor credendo
5 	D'udirne i suoni armoniosi. Il grato
	Animo in questi detti alfin gli aperse:
	"Quai grazie, qual merc, che l'opra adegui,
	Renderti io posso, istorico divino,
	Tu che la sete del saver m'hai spenta
10 	Con umor di s dolce e larga vena!
	Che con fraterna cortesia degnasti
	Erudirmi di cose, onde il mio senno
	Saria, se tu non eri, ognor digiuno!
	Cose che di stupore e di diletto
15 	M'hanno ingombro il pensier, di cui soltanto
	Vuolsi glorificar l'onnipossente
	Mano di Dio. Ma pur nel mio pensiero
	Alcun dubbio si leva, e dissiparlo
	Tu solo puoi. S'io guardo all'eccellenza
20 	Dell'edificio mondial, composto
	Del cielo e della terra, e ne misuro
	D'amendue la grandezza, io nella terra
	Veggo un punto e non pi, veggo un granello
	D'arena, una minuzia, al paragone
25 	Di tante stelle che rotando vanno,
	O sembrano rotar per incompresi
	Spazj; ch la distanza, ond'io le scerno,
	E quel lor velocissimo ritorno
	Da mane a sera me ne accerta.  dunque
30 	Solo per ministrar nel breve corso
	D'un giorno e d'una notte a questo globo,
	A quest'atomo opaco un fioco raggio,
	Che creolle il Signor senz'altro incarco
	Nell'immenso lor giro? A ci non penso
35 	Senza meco stupir, che la natura,
	Cos provida e parca, oprar potesse
	Cotai disuguaglianze, ed all'intento
	Solo ch'io dissi, con prodiga mano
	Crear (per quanto pare) orbi maggiori
40 	E pi belli di questo, e loro imporre
	D'innovar senza posa un tal diurno
	Rivolgimento; e a questa inerte spera,
	Ch'entro un cerchio pi stretto agiatamente
	Convolgersi potria, dar per ancelle
45 	Altre ben pi di lei nobili e vaste,
	Onde il lume e il calor, di cui bisogna,
	Immobile n'ottien come un tributo
	Di quella ratta immensurabil fuga
	Ch'ogni ragion di calcolo trascende."
50 	Favellava in tal guisa il padre antico,
	E parea profondarsi in argomenti
	Studiosi ed astratti. Eva, dal loco
	Ove alquanto discosta si tenea,
	Se n'avvide, e s'alz di contegnosa
55 	Verecondia atteggiata e d'una cara
	Leggiadria, che spiacevole ai guardanti
	Il partir ne facea. Tra fiori e frutti,
	Sua dolcissima cura, ella si ascose;
	Di veder desiosa e steli e piante
60 	Schiudersi e metter gemme; e tutti, al tocco
	Della cara sua mano, e piante e steli
	Pareano aprirsi e germogliar pi lieti.
	Ella non si part, come se grave
	Quel colloquio le fosse; o l'intelletto
65 	Per sublimi argomenti a lei fallisse,
	Ma perch presentia che pi dolcezza
	Le verrebbe in udirli (ascoltatrice
	Ella sola) dal labbro dello sposo,
	Narrator dello Spirto a lei pi caro,
70 	Che di dolci tramezzi avria condite
	Le sue parole, e sciolti enimmi e dubbj
	Con tenere carezze. Oh, da qual labbro
	Non volea la gentile accenti soli!
	Dove un nodo s bello or si ritrova
75 	Dall'amore intrecciate e dalla fede?
	Eva s'allontan col vero incesso
	D'una dea; n gi sola. A lei corona
	Fean, siccome a reina, ingenui vezzi;
	Vezzi che un nembo d'amorosi strali
80 	D'ognintorno lanciavano, destando
	Delle amabili forme alto desio.
	Ed a'dubbj d'Adamo il glorioso
	Arcangelo rispose: "In te non biasmo
	N domande, n inchieste. Il ciel, volume
85 	Di Dio, t' sempre aperto, e le ammirande
	Opre della sua mano a pien tuo grado
	Legger puoi, meditarle; e le stagioni,
	L'ore, i giorni notarne, i mesi e gli anni.
	Sia che il cielo si mova o sia la terra,
90 	Non ti piaccia indagar! Purch non erri
	Nel tuo cmputo, Adamo, a te che importa?
	Ben provvide l'Artefice divino
	Celandone il segreto alla pupilla
	Dell'angelo e dell'uomo, onde subbietto
95 	D'indagine non sia per chi non debbe
	Fuor che ammirare ed adorar. Ma quando
	Di litigi eruditi il seme tuo
	Farne tema volesse, a tal palestra
	Dio gli schiuse il suo cielo, e, s'io m'oppongo,
100 	Per deriderne poscia i sapienti
	Delirj allor che ne'celesti abissi,
	Colla veduta corta d'una spanna,
	Immergersi presume e divinarne
	Il rotar delle stelle e dei pianeti.
105 	In quante in quante guise i tuoi nepoti
	Volgeran questa macchina del mondo,
	La scomporranno e comporran di novo,
	Assai pi che del ver, delle apparenze
	Cupidi, affaccendati! Oh, di che cerchi
110 	Concentrici ed eccentrici ravvolta
	Fia la sfera celeste ed affollata
	Di cicli, d'epicicli e d'orbi in orbi!
	Gi dal tuo ragionarne io l'argomento,
	Perocch tu sarai maestro e duce
115 	Della intera tua stirpe. Or tu supponi
	Sconvenir, che lucenti astri maggiori
	Servano come schiavi ad un opaco
	E di molto minore; e spazio tanto
	Percorrano di ciel, mentre la terra
120 	Posa tranquillamente, e ne riceve
	Sola il gran beneficio. Innanzi tratto
	Sappi, che la grandezza e lo splendore
	Certe prove non son dell'eccellenza.
	Bench picciola, Adamo, e senza lume
125 	Sia questa terra al paragon del cielo,
	Contener nondimeno ella potrebbe
	Virt che non possiede il gran pianeta,
	Che di luce infeconda la rischiara;
	Infeconda per s, ma, qui discesa,
130 	Germinatrice d'ogni vita. Solo
	Discendendo quaggi l'inoperosa,
	Prolifica si fa; n tanto il raggio
	Di quegli astri alla terra utile splende,
	Quanto a voi della terra abitatori.
135 	Narri l'interminato arco de'cieli
	La grandezza di Dio, che s da lungi
	Stese la mano creatrice, e l'uomo
	Per tal guisa ammon che non  quella
	La sua dimora; sterminata troppo
140 	Perch'ei possa occuparla, ei che s breve
	Angolo ne riempie. Ogni altra parte
	Fu creata da Dio per alte mire
	Note a lui sol. La ruinosa foga
	Di questi cerchi senza fin l'ascrivi
145 	A colui che pu tutto, e che trasfonde
	In corporee sustanze una prestezza
	Quasi spirtal: n certo agli occhi tuoi
	Lento, io credo, parr, che mattutino
	Mi spiccai dal suo trono, e sul meriggio
150 	Giunsi al tuo paradiso; una distanza
	Ch'ogni calcolo eccede. A dimostrarti
	Poi che vano  il tuo dubbio, or or supposi
	Che si muovono i cieli. Io questo moto
	Per (quale a te par, che in terra alberghi)
155 	Non intesi affermar. Perch remoti
	Sieno gli arcani suoi dagli occhi vostri,
	Dio fra il cielo e la terra un infinito
	Spazio frappose, e se pupilla umana
	Di varcarlo tentasse, andria smarrita
160 	Senza guida o consiglio in mar d'errori.
	Ma se, centro del mondo, il sol mandasse
	All'altre spere il suo splendor? Se queste,
	Tratte dalla sua forza e risospinte
	Dalla propria vr lui, con vario moto
165 	Gli danzassero intorno? In sei pianeti
	Tu la danza ne vedi, ora sublime,
	Ora prona, ora occulta, or procedente,
	Or ritrosa, ora stante. E che diresti,
	Quando la terra, che tu vedi immota,
170 	Fosse il settimo d'essi, e in tre diversi
	Non sensibili moti ella rotasse!
	Tu dovresti, altrimenti, a varie spere,
	Circulanti in opposte obblique vie,
	Ascrivere quei moti, o la fatica
175 	Tanto al sole francar, come a quel rombo
	Che sovrasta invisibile, continuo,
	Velocissimo agli astri, ed  la ruota
	Della notte e del d. Cessa il bisogno
	Di tal supposto, se la terra estimi
180 	Volgersi per s stessa all'oriente
	Contro il lume del giorno; e mentre occpa
	La tnebra notturna un emispero,
	L'altro dal raggio mattutin s'imbianchi.
	N potrebbe cos nel suo vicino
185 	Orbe la terra rimandar quel raggio
	Per l'er trasparente onde si fascia,
	Schiarandolo nel d com'ei la schiara
	Fin che dura la notte? Ove la luna
	Campi anch'essa racchiuda e creature
190 	Che soggiornino in lei, saria cortese
	Scambio d'affetto! Osservane le macchie
	Che di nubi han parvenza. Or ben; le nubi
	Ponno solversi in pioggia, e dentro al seno
	Delle glebe ammollite e frugi e frutta
195 	Fecondarvi l'umore ad alimento
	D'esistenze animate. E forse, Adamo,
	Altri soli, altre lune, a lor seguaci,
	Tu scoprirai, raggiantisi a vicenda;
	Questi luce viril, femminea quelli,
200 	Gemino sesso che ravviva il mondo,
	E forse di viventi abitatori
	Popolato ciascun. Che poi s grande
	Dominio di natura al tutto privo
	Sia di sustanze intellettive e solo
205 	Un deserto profondo e non creato
	Che per mandar qualche fioca scintilla
	Da spazio remotissimo alla terra,
	Che la riceve e la rinvia pi fioca,
	Sar per la tua stirpe una sorgente
210 	Inesausta di lotte. Or che sia tale
	L'ordine di natura o sia diverso;
	Che monarca del cielo il sol governi
	La terra, o questa il sol; che d'oriente
	La gran corsa egli prenda, o che la terra
215 	Girisi, e del suo queto er nel grembo
	Mollemente ti porti, oh non ti caglia
	Di tai segreti faticar la mente!
	Lasciali a Dio, n cura omai ti tocchi
	Che d'obbedirgli e di temerlo. All'altre
220 	Creature viventi, ovunque sino,
	Dio comandi a sua voglia, e tu di questo
	Amenissimo loco e de la bella
	Eva, suo don, gioisci. Il cielo, Adamo,
	Troppo  lungi da te, perch tu vegga
225 	Ci che v'accade. In umile saggezza
	Vivi, n ti conturbi altro pensiero
	Che di te, che di quanto alla tua vita
	S'attenga; e non sognar d'astri e di mondi,
	N di chi vi dimori, e qual lo stato,
230 	E l'indole o la forma esser ne debba.
	Alle cose del cielo e della terra
	Che svelate ti fur, contento e pago
	Senza pi ti rimani." - E d'ogni dubbio
	Rischiarato la mente, a Rafaele
235 	Cos quel primo genitor rispose:
	"Oh di che luce m'irraggiasti, o pura
	Del cielo intelligenza, angiol sereno!
	Come tratto m'hai tu dal tortuoso
	Sentier che m'avvolgea! Tu m'additasti
240 	La via conveniente alla mia vita.
	M'apprendesti, ammonendo, a non turbarne
	Con fantastici dubbj il gaudio vero,
	Di cui tutte le cure Iddio rimosse
	Con pietoso consiglio, e loro ingiunse
245 	Di non mai molestarci, ove noi stessi
	Non le invitiam con misere dottrine,
	Con pensieri insensati ad accostarsi.
	Se non che, senza legge che lo affreni,
	Pu lo spirto smarrir le buone tracce,
250 	N le tristi lasciar pria che da saggia
	Parola ammaestrato o reso esperto
	Dai casi della vita, apprenda alfine
	Che l'ingombro d'oscuri insegnamenti,
	Di sottili dottrine, e dal civile
255 	Utile scompagnate, il primo e vero
	Saper non ; ma quelle a noi vicine
	Lo son, che notte e d sui nostri passi
	Nella vita incontriamo. Ogni altra  fumo,
	Vanit, bizzaria, che nelle cure
260 	Pi necessarie improvvidi, malatti,
	Infingardi ne rende, e solo e sempre
	Vaghi d'inchieste infruttose. Or dunque
	Scendiam da quell'altezza, e tema or sia
	Del nostro ragionar ci che da presso
265 	Pi ne tocca e ne giova. Uscir da questo,
	Sempre che tu mi assenta il consueto
	Tuo benigno favor, cagion daria
	D'opportune domande. A me degnarti
	Cose narrar, di cui notizia o lume
270 	Non avea la mia mente. Or non ti spiaccia
	D'udir l'istoria mia, che forse ignori.
	Alta ancora  la luce; e s'io mi provi
	A tardar con ingegno il tuo partire
	Questa offerta tel dica. A ci m'induce
275 	Speme di riudir la tua parola,
	Ch sarei senza questo audace e folle.
	Seggendo al fianco tuo, mi credo in cielo;
	Ch s cari non sono alle mie labbra
	Fameliche assetate, i molli frutti
280 	Della palma, quand'io stanco riposo
	Dal lavoro, e la grata ora del cibo
	Veggo lieto appressar, come all'orecchio
	La tua voce mi suona. Ancor che dolce,
	Sazia in breve quel frutto, e la divina
285 	Grazia, di cui s'informa ogni tuo detto,
	Sazio mai non mi fa" - "Padre dell'uomo,
	(Soavemente Rafael riprese),
	Amabile, feconda hai la favella;
	Su te, che gli somigli, Iddio profuse
290 	Doni esterni ed interni. O parli o taccia,
	Bellezza e leggiadria ti son compagne,
	E ne improntano i gesti e le parole.
	Come un nostro conservo sulla terra
	Noi celesti t'amiamo, e con diletto
295 	Scrutiam le mire del Signor sull'uomo.
	Sull'uom che tanto onora e come noi
	Predilige. Favella! A'tuoi natali
	Non fui presente. Mi traea quel giorno
	Un bujo malagevole cammino
300 	Vr la porta infernal. Per alto cenno
	Io con molti seguaci in piena schiera
	Vi stavam vigilando, acci nessuno
	Degli avversari ad esplorar venisse
	Fuor del carcere suo, fin che compiuta
305 	La grand'opra non fosse; in grave tema
	Che Dio, per quell'irrompere degli empi,
	Distruggesse nell'ira il suo creato.
	E sebben nulla oprar gli oltracotanti
	Potessero laggi senza divino
310 	Consentimento, tuttavia ne impose
	L'ingrata mission per fini occulti
	D'impero, e per tenerne esercitati
	Nel celere obbedir. Non pur racchiusa
	Noi vi trovammo la terribil porta,
315 	Ma da spranghe e da sbarre appuntellata
	Validamente; e dal profondo un tuono,
	Molto pria che toccassimo la soglia,
	Ne assordava gli orecchi. Oh ben diverso
	Dall'armonia dei canti e delle danze!
320 	Voci alte e fioche e suon di man con elle.
	Al regno della luce allegrie paghi,
	Come Dio ne prescrisse, anzi la sera
	Del sabbato tornammo. Or fa'ch'io t'oda;
	Perocch la dolcezza ne presento
325 	Che provar tu dicevi a'detti miei."
	Cos quella Virt, che nell'aspetto
	Somigliava ad un nume; e dall'antico
	Nostro progenitor le fu risposto:
	"Il dir come la vita in me discese
330 	Non  facile assunto; e chi nel suo
	Confuso nascimento aver potrebbe
	Piena notizia di s stesso? Il solo
	Desio di conversar pi lungamente
	Con te, nunzio divin, m'induce a tanto.
335 	Come riscosso da profondo sonno,
	Mollemente corcato io mi trovai
	Sovra un'erba fiorita e di sudore
	Balsamico soffuso. In breve il sole
	Quell'umore asciugommi, e se n'imbevve.
340 	L'attonito mio sguardo al ciel si volse,
	E qualche tempo ne mirai l'ampiezza;
	Fin che da terra per subito impulso
	Balzai come volessi alzarmi in cielo:
	E ritto in piedi mi trovai. Da presso
345 	Vidimi una collina ed una valle,
	Ed ombrose foreste e campi aprichi,
	E con dolce susurro acque cadenti.
	Cose poscia notai che si movino
	Sulla terra e nell'aere: augei reminghi
350 	Che garriano ne'boschi: e tutte un riso,
	Un tripudio, una festa. Era il mio core
	Di profumi e di gioia inebbriato.
	Allor guardai me stesso: a parte a parte
	Contemplai le mie membra, e da giunture
355 	Flessibili sorretto, or lento, or presto,
	Come un'intima forza mi traea,
	M'aggirava inquieto; e pur chi fossi,
	Onde venissi non sapea. Fei prova
	Di favellare, e favellai. La lingua
360 	Subito m'obbed; le cose tutte
	Che feriano il mio sguardo incontanente
	Mi fu lieve appellar. Tu, Sol, bel lampo,
	Diss'io, tu, chiara allegra terra, e voi
	Poggi, valli, riviere, arbori e campi,
365 	E voi, s piene di vita e di moto,
	Vaganti creature, oh dite! oh dite!
	Lo vedeste voi forse?... E da qual loco,
	Come io stesso qui venni e qui mi trovo?
	Non da me, non da me: fu dunque l'opra
370 	D'un grande creator, che tutto eccede
	Di virt, d'eccellenza. Oh, ch'io non conosca
	Ed adori il poter per cui respiro,
	Per cui m'agito e sto, per cui mi sento;
	Pi di quanto lo esprima, avventuroso!
375 	Mentre invan ne chiedea (poich risposta
	Da nessun mi venia), lasciai quel loco,
	Ove l'aeree la luce in pria gustai,
	Com'uom che va, n sa dove riesca.
	Taciturno e pensoso alfin mi stesi
380 	Sur un verde, fiorito, ombroso seggio.
	Quivi un sonno gratissimo mi vinse
	(Primo mio sonno), e dolcemente oppresse,
	Ma senza affaticarli, i sensi miei;
	Bench di ricader nel mio primiero
385 	Nulla io credessi, e dissiparmi. Ed ecco
	Piovermi nella mente un improvviso
	Sogno, la cui presenza in dolce guisa
	Persuaso mi fa ch'io sono e vivo.
	Tal, che al sembiante mi parea divino,
390 	Mi si accosta e favella: "Adamo! uom primo,
	E di futura innumerabil prole
	Prima radice, sorgi! Il tuo soggiorno
	Questo non . Chiamato, a te ne vegno
	Per condurti al giardin d'ogni diletto,
395 	Ch'io ti scelsi a dimora." E s dicendo,
	Per man mi prese e mi lev. Sui campi
	Dolcemente scorremmo, e sovra l'acque,
	Senza passo alternar, come per leve
	Ar natanti. In vetta alfin mi pose
400 	Di boscosa montagna; e quella vetta
	S'allargava in un pian ricinto e chiuso.
	E piante elette e verdi erbosi calli
	L'abbelliano cos che le vedute
	Cose non mi pareano omai pi quelle.
405 	Carca di vaghi frutti era ogni pianta,
	Che tentavano il guardo, ond'io provava
	Di coglierli e gustarli un gran desio.
	Quando il sonno fuggimmi e gli occhi apersi,
	Tutto vero trovai ci che dormendo
410 	Con s vivi fantasmi a lor si offrio;
	E l'incerto mio corso avrei ripreso,
	Se non che la mia guida a mezzo il bosco
	Subita m'appar. Divino aspetto!
	Con un misto di gioja e di temenza,
415 	Caddi a'suoi piedi e l'adorai. Da terra
	Ei m'alz dolcemente, e: "Son colui
	Che tu cerchi, mi disse, il Creatore
	Delle cose che vedi a te d'intorno,
	Sotto e sopra di te. Questo ridente
420 	Paradiso io ti dono, e tu lo guarda
	Come cosa tua propria. A coltivarlo
	Metti ogni cura, e le soavi frutte
	Che ti dar, con franco animo ciba.
	D'ogni pianta crescente in questo loco
425 	Saziati a voglia tua, n di scemarne
	L'immensa copia dubitar. Dal solo
	Albero del saver, che presso a quello
	Della vita io piantai, perch dovesse
	Della tua fe', dell'osservanza tua
430 	Essermi prova, t'allontana, e frutto
	Non toccarne. Rammentai l'avviso
	Ch'io te ne porgo, e le lagrime evta
	Che seguir ne dovrieno. Il giorno istesso
	(Bada, Adamo, al mio dir!) che tu ne gusti,
435 	Cos frangendo il mio solo divieto,
	Irreparabilmento tu morrai.
	Mortale da quel giorno, e dalla lieta
	Tua dimora cacciato, andrai ramingo
	Per un mondo di stenti e di sventure."
440 	Pronunciava il Signor questa severa
	Sentenza (che tremenda ancor mi suona,
	Comech d'evitarla arbitro io sia)
	Severamente. Ma l'aspetto in breve
	Fe'di nuovo sereno, e graziosa
445 	Mi drizz la parola: "E questa bella
	Cerchia non pur, ma la universa terra
	Dono a te, dono a'tuoi. La possedete
	Pieni signori; e ci che in lei si move,
	Ci che nuota nel mare e in ar vola,
450 	Tutto quanto sia vostro. A te venirne,
	Ecco in prova di questo, augelli e fere,
	D'ogni specie una coppia. Io qui le guido
	Perch nome lor dia, perch ne accogli
	L'omaggio ossequioso. Al par soggetti
455 	Dell'onde ti saran gli abitatori,
	Ma qui non li vedrai, perch non ponno
	Nel lieve aere mutar che tu respiri
	Il lor grave elemento." - Or mentre Iddio
	Favellava in tal guisa, a coppia a coppia
460 	Traean fere ed augelli. In lusinghiero
	Umile atteggiamento a me piegava
	L'animal le ginocchia, il vol l'augello;
	E nel transito loro io ne venia
	Nominando ciascuno e di ciascuno
465 	L'indole io divinava. Era s grande
	Il saper che l'Eterno avea concesso
	Al mio novo intelletto! In mezzo a quelle
	Creature per non discernea
	La ignota cosa che sentia mancarmi,
470 	E rivolsi animoso alla celeste
	Apparenza il mio dir: "Qual nome io posso
	Darti, o diva virt, che s ti levi
	Non pur sugli animai, non pur sull'uomo,
	Ma su quanto lo eccede, e d'ogni cosa
475 	Che sappia proferir la mia favella,
	Tu trascendi il confin! Come adorarti,
	Fattor dell'universo, e largo all'uomo
	Di s gran beneficio! All'uom che tutto
	Dalla tua mano generosa ottenne
480 	Ci che possa giovarlo. E pur non veggo
	Chi parta meco i doni tuoi. Qual gioja
	Questa mia solitudine pu darmi?
	Chi gioir pu solingo? e pur gustando
	D'ogni diletto, satisfatto il core
485 	N'avria?" - Cos presuntuoso io dissi,
	E l'alta vision con un sorriso
	Dolcissimo rispose: "A che di nome
	Tu mai di solitudine? Ripiena
	L'aria forse non , non  la terra
490 	Di vive creature? E tutte forse,
	Quando lor tu comandi, obbedienti
	Non ti scherzano attorno? O non ne sai
	Gli usi e il linguaggio? Conoscenza i bruti
	E qualche lume d'intelletto anch'essi
495 	Posseggono. Ti cerca un dilettoso
	Ozio fra loro e li governa.  grande
	L'imperio tuo." - Quel Sir dell'universo
	Tal risposta mi diede, e leggi in questa
	Dettar parea. Ma chiesi umilmente
500 	Libert di parole, ed impetrata,
	Osai di replicar: "Deh, non ti offenda,
	O celeste poter, la mia favella,
	E mi ascolta benigno: in loco tuo
	Non m'hai forse qui posto? E tutte queste
505 	Creature minori, a me soggette
	Forse non hai? Qual vero intimo accordo,
	Qual sincero gioir fra cose impri
	Derivar ne potria? Con giuste parti
	Vuolsi offerto ed accolto un mutuo bene,
510 	Ma dov' disuguaglianza, e questi in basso,
	Quegli in alto si giaccia, amor non regna,
	E noia entrambi assalir. Ti parlo
	Di chi sappia con me dell'intelletto
	Dividere i piaceri, onde la fera
515 	Mai per l'uom non pu farsi una compagna.
	Questo io cerco, o Signor. S'allegra il bruto
	Del bruto a lui consorte, e tu le specie
	Sapiente accozzasti. Ama il lione
	La lionessa; n potria l'augello
520 	Col quadrupede affarsi e men col pesce,
	N la scimmia col bue. Dovrebbe adunque
	L'umana creatura affratellarsi
	Colla belva insensata? Oh no giammai!"
	E non offeso, il Creator rispose:
525 	"In eleggerti, Adamo, una compagna
	Veggo che ti proponi una gentile
	Felicit; n speri alcun diletto
	Cos solo gustar, bench nel grembo
	D'ogni diletto. Or ben, di me che pensi?
530 	Non ti sembro io felice? Io, solo in tutta
	L'eternit? Nessuno  a me secondo,
	Nessun che mi somigli e men chi pari
	Mi sia. Qual altra adunque io mi potrei
	Comunanza aspettar, se non coll'opre
535 	Da me create, inferiori tanto
	E divise da me pi che le fere
	Da te non sono?" - Ei tacque, ed io risposi:
	"Per giungere all'altezza o nel profondo
	Calar delle tue vie, l'uman pensiero
540 	Corta ha troppo la vista. Arbitro eterno
	D'ogni cosa, perfetto in te medesmo,
	Nulla a te manca, n mancar potria.
	Ma l'uom tale non : lento egli sale
	Al supremo de'gradi: e quindi nasce
545 	Quell'amor che lo tira ad annodarsi
	Coll'uom perch riempia o almen sostenga
	Quanto  in lui di manchevole. Tu d'uopo
	Non hai di propagarti. Inizio e fine
	Non conosci; e quantunque uno tu sia,
550 	Pure i numeri tutti in te comprendi;
	L'uomo in vece col numero ripara
	L'individuo difetto; e quindi ei debbe
	Riprodurre in altrui la propria effigie
	Per farsi in unit men difettivo.
555 	E scambievole amore a ci bisogna,
	Vera dolce amist. Tu nell'arcana
	Nube, quantunque solo o da te solo
	Divinamente accompagnato, alcuna
	Fratellanza non vuoi; che se talento
560 	Te ne venisse, sollevar potresti,
	Dificar la tua fattura e porla
	Su qual pi ti giovasse eccelso grado
	D'equalit. Ma, vedi! io gi non posso,
	Conversando coi bruti, alzar la prona
565 	Loro cervice; n sentir diletto
	A'lor gusti ferini." - Arditamente
	Io mi valsi cos della ottenuta
	Franchigia di parlar, n solo accolto
	Fu l'ardimento mio, ma graziosa
570 	Dalla voce divina ebbi risposta:
	"A provarti fin ora io mi compiacqui.
	Non pur di queste fere, a cui s retto
	Nome impor tu sapesti, hai conoscenza,
	Ma di te stesso averla tu palesi.
575 	Trovo, sembianza mia, ne'tuoi concetti
	Quel libro voler, di cui la fera
	Parte alcuna non ha; tal che non sai
	Tollerarne il consorzio; e n'hai ben onde.
	Dura in questo pensier. Come per l'uomo
580 	Fosse la solitudine incresciosa,
	Pria che tu ne parlassi io gi previdi.
	E non fu mente mia di tali belve
	Farti consorte, e solo a te le addussi
	Per udir qual giudizio il senno tuo
585 	Porti del convenevole e del giusto.
	Ci che darti io disegno, a te discaro
	Non sar, te ne accerto. Una sembianza
	Come la tua; l'ata, ond'hai disagio;
	Un altro te medesmo, anzi il sospiro
590 	Che pi scalda il tuo core." - E Dio qui tacque;
	O pi suon non ne udii, perch venuta
	La sua celestial colla terrena
	Mia natura a conflitto, e questa a lungo
	Esaltata all'altezza faticosa
595 	Del colloquio divino, esausta, oppressa,
	Abbagliata rest, siccome quando
	Un obbietto n'appar che i sensi eccede;
	S che vinta soggiacque, e chiese al sonno
	Di reintegrar le sue virt smarrito.
600 	Piovve il sonno su me quasi in ajuto
	Della natura, e gli egri occhi mi chiuse.
	Gli occhi il sonno mi chiuse, e non la cella
	(Pupilla interna) del pensier. Per essa
	Vidi, o veder credei, come rapito
605 	In estasi improvvisa, il glorioso
	Volto, a cui nella veglia innanzi io stetti.
	Chinandosi ei m'aperse il manco lato,
	Ed una costa ne spicc fumante
	Degli spirti del core, onde grondava
610 	Tepido il sangue della vita. Larga
	N'era la piaga, ma s'empi di carne
	E disparve. Plasm colle divine
	Dita la costa evulsa, e sotto il tocco
	Modellator cangiossi in una forma
615 	Simile all'uom, ma d'altro sesso: bella
	Di s lieta belt, che mi parea
	Farsi misero e vil ci che pur dianzi
	Tanto mi piacque, o riunirsi in lei;
	Tutto in lei riunirsi e nel sereno
620 	Degli occhi suoi, che sveglir nel mio core
	Non mai provato godimento. Il suolo
	L'aere, ogni cosa penetrar parea
	Uno spirto d'amore, una letizia
	Da quel volto irraggiata... Ed ecco al guardo
625 	L'immagine mi fugge. Io mi risveglio
	Fermo in me di cercarla, o, cerca invano,
	Di rimpiangerla sempre, ed altre gioje
	Pi non gustar. Ma quando ogni speranza
	Gi dal cor mi partia, di novo agli occhi
630 	Bella come nel sogno ella mi apparve;
	E di quanto potea natura e cielo
	Su lei versar d'amabile e di vago,
	L'angelica apparenza era vestita.
	Del suo celeste Creator la voce
635 	(Ch celava in quel punto il divo aspetto)
	La conducea; n i cari occulti riti
	Del connubio ignorava. Ogni suo passo
	Era una grazia, il cielo avea negli occhi,
	E nell'atto del volto e delle membra
640 	L'amor, la mest. - M'usc dal petto
	La gioja impetuosa in questo grido:
	"Ah ci tutto compensa! Mi tenesti
	La tua promessa, o Creator divino,
	E Dator d'ogni bello! Ah ben la cima
645 	Quest' de'doni tuoi, n men privasti!
	L'ossa mie, le mie polpe e me, me stesso
	Ora innanzi mi stanno.  donna il nome
	Della forma gentil dall'uomo uscita;
	Quindi l'uom lascer la madre, il padre
650 	Per unirsi alla donna, ed egli ed ella
	Diverranno una carne, un core, un'alma."
	Ella intese il mio grido, e bench tratta
	Vr me dal suo Fattor, pur l'innocenza,
	La verecondia virginal, l'innata
655 	Virt, la conoscenza intima e giusta
	Del proprio merto, e d'un valor che solo
	Concederne si vuol, non farne offerta,
	Desiable pi, quanto pi schivo;
	E, stringendo il mio dir, fin la natura,
660 	(Bench non sospettasse ombra di male)
	In lei tanto potr, che nel vedermi
	Ella indietro si volse. Io la raggiunsi;
	L'onor non l'era ignoto, e vinta alfine,
	La peritosa al mio pregar s'arrese.
665 	Come al mattin di porpora dipinta
	La trassi al chiuso nuziale. Il cielo,
	Tutti gli astri, felici in quel momento,
	Raggiavano su noi le pi benigne
	Loro influenze. I campi, i poggi, i boschi
670 	Segni dir di contento. Alzr gli augelli
	Dolci canti di gioja, e per le selve
	Ne sparsero l'avviso aure e favonj;
	E fragranze mollissime, rapite
	Ai balsamici arbusti, ivano intanto
675 	Su noi dalle festose ali scotendo;
	Fin che il notturno innamorato augello
	Ne modul la nuzial canzone,
	Affrettando al venir la vespertina
	Stella, perch sul clivo alluminasse
680 	A quel primo de'talami la face.
	L'esser mio ti narrai fino a quel sommo
	Di terrena letizia in cui mi trovo.
	Non ti occulto per, che se di gioje
	Qui m' fonte ogni cosa, o ch'io ne gusti,
685 	O me ne astenga, in me per non desta
	Vivi accesi desiri o violenti
	Sussulti. Parlo del piacer che danno
	Al gusto ed alla vista i frutti, i fiori,
	Gli ombriferi viali e le armonie
690 	Degli augelli. Ma questo, oh ben diverso
	 dagli alti diletti! Io guardo, io tocco,
	Da nova acuta volutt compreso.
	Provo io qui, qui soltanto (arcano senso!)
	Degli affetti il tumulto; e mentre io sono
695 	Negli altri godimenti ognor tranquillo
	E signor di me stesso, in questo solo
	Impotente mi sento ed abbagliato
	Dallo sguardo fatal della bellezza.
	Forse che la natura in me fu manca
700 	Lasciandomi una parte all'ardua prova
	Fievole troppo, o del mio fianco forse,
	Pi che la mano non dovea, si prese.
	Certo  per che di soverchi fregj
	Le membra femminili ha Dio vestito.
705 	Nell'esterno perfetta, e non compiuta
	Nell'interno  la donna. Io ben comprendo
	Che di spirto non pur, ma d'intelletto
	(Prime e squisite qualit dell'uomo)
	La fe'natura inferior, secondo
710 	L'ideato proposto, e nelle forme
	Men ritrae la sembianza di Colui
	Che n'ha creati entrambi, e meno esprime
	L'indole imperiosa a noi concessa
	Sull'altre creature. E tuttavolta,
715 	Quando a tante lusinghe io m'avvicino,
	Perfetta ella mi sembra, e de'suoi dritti
	Conscia cos, che saggio, ottimo estimo
	Quanto fa, quanto dice. Al suo cospetto
	Cade ogni alto sapere, e soggiogato
720 	Alla dolce virt di quella voce,
	Perdesi l'intelletto, e par follia.
	Ragione e dignit le fan corteggio,
	Come se il dito creator formata
	Lei prima avesse e me secondo; e l'alma
725 	Nobile ed elevata, a cui ricetto
	Die'la bella persona,  quasi il tocco
	Ultimo alla grand'opra, e creale intorno
	Un rispetto, un timor, non altrimenti
	Che se fosse da un angelo vegliata."
730 	E con rigido piglio al primo amante
	L'angelo rispose: "Oh, male accusi
	La natura! L'ufficio ad essa imposto,
	Compiuto ha pienamente; or compi il tuo.
	La ragion, ti assicura, in abbandono
735 	Non ti porr, se tu, tu stesso, Adamo,
	Nel bisogno maggior non le precludi
	La porta del tuo senno, come quando
	Laudi pi che non di, sebben ti avvegga
	Del tuo non sano giudicar, le cose
740 	Che non sono eccellenti. E che t'inspira
	Meraviglia s grande e ti trasporta?
	Una esterna belt, che certo  degna
	Di rispetto ed amor, ma non d'impero.
	Libra lei, libra te, poi d'amendue
745 	Il valor tu rileva. Utile sommo
	Reca all'uomo talor la propria stima.
	Quanto pi ti erudisci in tai dottrine,
	Tanto pi converr che la tua donna
	Guida sua ti confessi, e l'apparenza
750 	Ceda alla schietta realt. Soltanto,
	Per maggior tuo diletto Iddio creolla
	D'avvenenti sembianze, e l'alterezza
	Contegnosa le di, perch tu possa
	Senza biasimo amarla. Oh, mal sapresti
755 	Celar la tua fralezza agli occhi suoi!
	Ma se di tu la palma a quel diletto,
	Per cui la specie si propaga, e pensi
	Che di tutti sia l'ottimo, rammenta
	Come a parte ne son le fere istesse;
760 	N sarebbe altrimenti a lor concesso,
	N cos fatto universal, qualora
	Degno fosse di por l'umano spirto
	Sotto il suo giogo e d'agitarlo. Quanto
	D'attraente, d'altero e d'assennato
765 	Trovi nel ragionar colla tua donna,
	Mova, occpi il tuo cor; ma negl'impulsi
	Della cieca libidine non usa
	L'amor vero albergar; l'amore, intendo,
	Che raffina il pensiero, allarga il core,
770 	E ricetto si fa della ragione,
	Del consiglio, del senno, e scala all'uomo
	Per ascendere a Dio, se nol travolge
	Il diletto dei sensi. Or se l'Eterno
	Non t'ha scelto ne'bruti una compagna,
775 	Il perch tu l'udisti." - E vergognando
	L'antico genitor: "Non son le forme,
	Bench s vaghe il Creator le fece,
	N quel vivo piacer comune a tutte
	Le specie de'viventi (ancor ch'io pensi
780 	Del talamo altamente, e con arcana
	Reverenza l'onori), oh no! non sono
	Cosa dolce al mio cor pi de'costumi,
	Degli atti graziosi, e di que'mille
	Vezzi che le parole, i passi, i gesti
785 	Seguono della donna in un gentile
	Nodo d'amore e di consenso, ed arra
	Son d'un intimo accordo, anzi d'un'alma
	Sola in due corpi. Amabile armonia,
	Pi che suono all'udito, al guardo cara.
790 	Pur ci tutto non vale ad allacciarmi,
	Poich (ti svelo il mio sentir segreto)
	Nei tanti e varj obbietti in vario modo
	Presentati a'miei sensi, io, non che vinto,
	Libero ognor mi sento, il meglio approvo,
795 	Ed a questo m'appiglio. Una rampogna
	Dell'amor non mi fai. L'amore inciela,
	Tu pur or mel dicesti: egli in un tempo
	N' la guida e il cammino. Or ben mi schiara,
	Se conteso non , della tua luce.
800 	Amano in ciel gli spirti? E per che modo
	V'esprimono l'amor! Per mutui sguardi?
	O confondono insieme in un amplesso
	Immediato o virtual gli ardenti
	Loro splendori?" - E l'angelo, disciolte
805 	Le labbra ad un sorriso, onde le rose
	Celesti s'avvivr nel porporino
	Color d'amore: "Bastiti, rispose,
	Che noi siamo felici, e che non havvi
	Priva d'amor felicit. Di quante
810 	Pure dolcezze (e puro Iddio ti fece)
	Gusti, o padre dell'uom, nelle tue membra,
	Noi celesti gustiamo in pi sublime
	Grado di te. Giunture e fibre ai nostri
	Angelici complessi ostar non ponno.
815 	Allorch n'abbracciamo aura con aura,
	Pi di noi non si mesce. Il puro unirsi
	Sempre al puro desia; n d'uopo  in cielo
	Di mezzi circoscritti onde s'accoppii
	A sustanza sustanza, e spirto a spirto.
820 	Ma lasciarti or degg'io. Di l dal verde
	Capo e dalle ridenti esperie plaghe
	Gi vicino all'occaso il sol declina,
	Segno al mio dipartir. - Sii forte, Adamo,
	Felice, ed ama; ed ama Iddio su tutto.
825 	Se gli obbedisci l'amerai. Ne osserva
	Riverente il precetto, e ben ti guarda
	Che violenta passion non torca
	Il tuo retto giudicio ad opra, ad atto,
	Cui la tua volont dar si rifiuti
830 	Libero assenso. Il bene e il mal di tutta
	La stirpe tua, non pur di te, fu posto
	Nel tuo voler; rammentalo, e fa'senno:
	Io con tutti i beati esulteremo,
	Se costante sarai. Rimanti invitto;
835 	Tu sei della vittoria e della rotta
	Assoluto signore, e in te racchiudi
	Virt che non adopra esterni ajuti.
	T'arma, Adamo, di questa, e volgi in fuga
	Le lusinghe al fallir." - Qui fe'silenzio
840 	L'angelo, e si lev. Seguillo Adamo
	Benedicendo: "Dacch forza  pure
	Che di qui ti allontani, ospite santo,
	Messaggiero divino a me spedito
	Dalla bont che genuflesso adoro,
845 	Vanne! Affabile e dolce, hai satisfatte
	Le voglie mie: ricordo eterno e grato
	Ne serber. Benefico ed amico
	Sii tu sempre dell'uomo, e spesso oh vieni
	A consolarlo della tua presenza!"
850 	Cos da quelle fresche ombre tornava
	L'uomo al verde suo tetto, al ciel lo spirto.


LIBRO NONO

	Di colloqui non pi fra l'uomo e Dio,
	N l'angelo, che assiso alla campestre
	Mensa dell'uom, dimestiche parole
	Senza biasmo gl'indulga. Or le mie note
5 	Denno in meste cangiarsi, e della umana
	Creatura narrar la rotta fede,
	La sfiducia oltraggiosa, il violato
	Comando e la rivolta: e d'altra parte
	Il disgusto del ciel che s'allontana,
10 	Lo sdegno, la rampogna e la sentenza
	Dell'offeso Signore; onde fu sparso
	Di sciagure infinite il nostro mondo,
	E fra queste il peccato, e, del peccato
	Sorella indivisibile, la morte,
15 	Precorritrice la miseria. Tristo,
	Lagrimoso argomento, e tuttavolta
	Non men sublime, e d'epico poema
	Degno pi che non sia la luttuosa
	Ira d'Achille, che insegu tre volte
20 	Circa il vallo di Troia i fuggitivi
	Passi d'Ettorre, e le furie di Turno
	Per Lavinia perduta, o quel s lungo
	Corruccio di Nettuno e di Giunone
	Contro l'armi di Grecia e contro Enea.
25 	No! di questi famosi il mio subbietto
	Meno eroico non , pur che favella
	Rispondente mi dia l'eterea musa
	Che mi protegge e scende a me notturna
	Non invocata ajutatrice. Inspira
30 	Ella il mio sonno, e il facile improvviso
	Canto midetta. - A novi epici carmi
	Scelsi il grande subbietto, e dopo lungo
	Tardar lo impresi. Narrator di pugne
	(Solo tma fin qui d'eroici carmi)
35 	Me natura non fece. Oh veramente
	Opra impri, stupenda il dir le stragi
	Lunghe, nojose di guerrier sognati
	In sognate battaglie, e poi, negletta
	La grandezza lasciar d'un paziente
40 	Glorioso martirio! O corse, o ludi
	Dipingere e pomposi abbigliamenti,
	Targhe stemmate, assise o ricche barde,
	Palafreni, gualdrappe, e in pieno arnese
	Ferir torneamenti e correr giostre
45 	Cavalieri superbi, o regie mense
	Da coppieri e da scalchi in luminose
	Sale imbandite! Miserabil arte
	In abbietta materia. Oh, non pu questo
	A poema, a poeta, epico nome
50 	Dar con giusta ragion! Me, di tai cose
	Non esperto e incurante, invita un tma
	Che per s basterebbe a farmi eterno;
	Se l'et troppo tarda in cui son nato;
	E se il rigido clima e il gel degli anni
55 	Non mi tarpano il vol dell'intelletto;
	E tarpato gi fra, ove l'impresa
	Fosse del mio pensiero unica figlia,
	Non di quella immortal, che nelle quete
	Ore all'orecchio bisbigliar mi sento.
60 	Era il sol gi caduto, e lo seguia
	Espero, rubiconda apportatrice
	Di quel dubbio chiaror che brevi istanti
	Concilia il giorno con la notte; e questa
	Sull'immenso orizzonte avea disciolto
65 	La sua veste regal, quando Satano,
	Pria dall'Eden fuggito alle minacce
	Di Gabriello, v'appar di nuovo
	D'insidie meditate e di profonda
	Malizia armato. Pi che mai furente
70 	A dannaggio dell'uomo, ei non si cura
	Del castigo maggior che gli potesse
	Da tal opra venir. Fugg notturno,
	E percorsa la terra, a mezzo il giro
	Ritorn della notte. Il lume evta
75 	Da quel d che Uriele, aggiratore
	Del sol, furtivo penetrar lo vide,
	E l'avviso ne porse ai cherubini
	Che vi stavano a guardia. Indi respinto,
	Sette continue tormentose notti
80 	Err dal bujo occulto. Ei per tre volte
	Rigir l'equator, per quattro il carro
	Della notte pass di polo in polo,
	Traversando i coluri. Alfin l'ottava
	Sera di novo apparve; ed un'aperta
85 	Non sospetta e nascosa al lato opposto
	Della soglia dagli angeli guardata,
	Quel perverso intromise. - Eravi un loco
	(Or ne sparve ogni traccia, e del peccato,
	Non del tempo, fu l'opra), ove radente
90 	Il paradiso s'interrava il Tigri
	Per un bratro cieco, ed alla luce
	Quindi in parte erompea converso in fonte
	Presso la pianta della vita. Il mostro
	S'inabissa col fiume, ed involuto
95 	Dall'ondante vapor, col fiume emerge:
	Cerca poscia d'un loco ove si celi.
	Pria lustrato egli avea la terra e il mare
	Dall'Eden all'Eusino ed al palude [46]
	Metide; e di l dal risonante
100 	Obio fino all'Antartico trascorso
	Era il dimon; poi verso l'occidente
	Dall'Oronte disceso all'oceno,
	Cui sbarra l'istmo Darieno ai liti
	Che dell'Indo e del Gange il flutto irriga.
105 	Cos corse e ricorse ogni confine
	Della terra, e not con alto senno
	Tutte le vive creature, in traccia
	Di quella che potesse alle sue frodi
	Opportuna tornar. Pi d'ogni bruto
110 	Del campo il serpe giudic sagace:
	E dopo un meditar lungo e profondo,
	Dopo molte dubbiezze, alfin su quello,
	Con proposto final, gl'irresoluti
	Suoi pensieri raccolse, e quale innesto
115 	Di menzogne e di frodi e vase acconcio
	Ove starsene ascoso, e le sue nere
	Arti al guardo velar de'pi veggenti,
	Satano il serpe elesse. In questo solo
	(Ragionava con s) malizia alcuna,
120 	Come cosa a lui propria, ed all'arguta
	Sua natura conforme, indur sospetto
	Non potrebbe giammai. Nell'altre fere
	Ombra forse daria di qualche arcano
	Poter trasfuso in loro e tanto sopra
125 	All'istinto brutale. - A questo avviso
	L'infernal s'appigli; ma la ferita
	Che nel cor gli gemea, scoppi d'un tratto
	In un lamento doloroso: "O terra!
	Quanto al ciel tu somigli, ove non debba
130 	Venir meritamente al ciel preposta,
	Qual soggiorno di numi assai pi degno.
	E qual fattura del pensier secondo
	Che l'antico emend; n man divina
	Dopo l'opra migliore avria composta
135 	L'opra peggior! Ti danzano d'intorno
	Altri splendidi cieli, o ciel terreno,
	E per te, come par, per te soltanto
	Van fulgori a fulgori accumulando
	Lampade obbedienti, ed ogni raggio
140 	Pieno di sacri preziosi influssi
	Raccolgono su te. Come l'Eterno,
	Bench centro ne sia, per ogni dove
	Stendesi dello spazio, in simil guisa
	Tu, sospesa nel centro, hai gli orbi tutti
145 	Sudditi e tributari. In te feconda
	Si mostra la virt, che lor non giova,
	Nell'erbe, nelle piante e nell'eletto
	Parto degli animai, che varj gradi
	Palesano di vita, e tutti io veggo
150 	Riunirsi nell'uom; germoglio, senso,
	Ragione. Oh, come lieto avrei trascorsa
	La ridente tua faccia, o bella terra,
	Se gustar potess'io d'alcun diletto!
	Oh, che vario ed ameno avvicendarsi
155 	Di colline, di valli e di riviere,
	D'alberi e di foreste! Or campi, or acque,
	Ora sponde da boschi incoronate,
	Balze, grotte, spelonche! Ah, ma riposo,
	Ma rifugio fra loro io non trovai!
160 	E quanto pi dilette mi circonda,
	Tanto pi s'inacerba il mio dolore.
	A tal che fatto l'odioso albergo
	Son de'contrarj; il ben per me si attosca,
	E non pur sulla terra, anche nel cielo
165 	Questa e peggior la mia sorte sarebbe.
	Ma n qui, n fra gli astri  il mio soggiorno;
	No, qualor non vi possa alzar lo scettro
	Su colui che vi regna. Io non ho speme
	Da tale impresa uscir meno infelice;
170 	Sol compagni desio nella sventura,
	Quando pure addoppiarsi il mio tormento
	Mille volte dovesse. Alcuna pace
	L'irrequieto mio pensier non trova
	Se l'altrui non distrugge; e l'uom perduto
175 	O spinto ad opra che lo perda, in breve
	Questi doni celesti, a lui concessi,
	Seguiran, buona o rea, la sua fortuna
	Come avvinti al suo pi. Sia dunque rea!
	Spargasi la ruina. A me la gloria,
180 	A me, fra le infernali inclite posse,
	Di struggere un d le gloriose
	Opre che la continua fatica
	Di sei giorni e sei notti al braccio valse
	Gridato onnipossente; e chi pu dirmi
185 	Quanto pria meditolle! Ei n'ebbe forse
	L'archetipo pensiero in quella notte,
	Che da turpe seraggio una gran parte
	Degli angeli io sottrassi, e fei pi rare
	Le sue caterve adoratrici. Ed ora
190 	Per furor di vendetta o per ristoro
	Delle schiere scemate (o che la possa,
	Gi dal tempo consunta, gli fallisse
	Novi spirti a crear, se veramente
	Opre son di sua mano, o ricoprirne
195 	Di nova onta egli pensi), ai seggi nostri
	Sollevar si propone una meschina
	Creatura di polve. A tale intento
	L'arricch, non guardando allo spregiato
	Suo nascimento, di celesti spoglie;
200 	Spoglie nostre! e fe'pieno il suo proposto.
	L'uomo ei cre, cre quest'ammiranda
	Mole per l'uomo, e diegli esser monarca
	Della terra; n pago, a'suoi servigi
	Fin l'ali umili de'cherubini,
205 	E fiammanti ministri, (oh, vitupero!)
	A vigilie costrinse, a cure indegne.
	Di costoro io pavento. Ad ingannarli
	Nella nebbia notturna io m'avviluppo
	Strisciandomi furtivo, inosservato
210 	Per macchie e per cespugli, ove mi tira
	Speme di rinvenir nel sonno immerso
	L'angue, nelle cui spire entrar diviso,
	E me celarvi e il mio fiero disegno.
	Ma qual onta al mio capo! Io che pur dianzi,
215 	Per salir su l'altissimo de'troni,
	Mossi guerra agli Dei, dovr mischiarmi
	Ad un verme del suolo, e col suo fango
	Confondere, incarnar l'essenza mia?
	Imbestiarsi l'arcangelo superbo,
220 	Che farsi amba divino? Ah, che non ponno
	Negli animi sdegnosi orgoglio offeso
	E desio di vendetta! A mira eccelsa
	Non aspiri colui che si rifiuta
	Discendere nell'imo, e tosto o tardi
225 	Sopporsi ad opre vergognose e vili.
	Se non che la vendetta in picciol tempo
	Muta il dolce in amaro, e in s medesma
	Torce lo stral. Lo torca! A me non cale;
	Ma pria colga nel punto; e poi che segno
230 	Pi sublime non ha, trafigga il dardo
	Chi secondo svegli l'invidia mia,
	Questo caro al Signor, quest'uom di creta,
	Figlio sol del dispetto, e dalla mano
	Creatrice levato a tale altezza
235 	Per accrescerne scorno. Or ben, coll'odio
	L'odio si paghi!" - Detto ci, conforme
	A vagante vapor, che terra terra
	Fosco serpeggi e sinuoso, i boschi
	Tutti rimescolando umidi o secchi
240 	Seguia l'iniquo la notturna inchiesta
	Per rinvenir sollecito il colbro.
	E lo rinvenne. Immersa in alto sonno
	Stava la mala striscia, e laberinto
	A s stessa facea di larghe spire,
245 	E, di frodi ricetto, ergea nel mezzo
	Irta la testa. Ancor nascoso il serpe
	O sotto orribil ombra o dentro a tana
	Spaventosa non s'era. In grembo all'erbe
	Egli innocuo dormia senza che tema
250 	Inspirasse o sentisse. In lui Satano
	Per la strozza s'infuse, e tutti empiendo
	I recessi del core e del cerbro,
	Ne diresse l'istinto, e l'argomento
	Del pensier gli spir; ma non lo scosse
255 	Dal suo letargo, e chiuso in quel vivente
	Carcere, attese l'appressar dell'alba.
	E gi la sacra luce ai rugiadosi
	Cespiti sorridea del paradiso,
	Ai cespiti fiorenti onde il mattino
260 	Molli effluvi esalava; e mentre tutta
	La spirante natura al cielo ergea
	Dal grande altare della terra incensi,
	(Lode silenziosa, a Dio gradita
	Quant'altra mai) traeano i due parenti
265 	Dal frondoso ridutto all'aere aperto,
	E delle mute creature al coro
	Giungean l'inno vocal; poi di quell'ora
	Prima, dalla pi fresche aure temprata,
	Ed olezzante de'pi dolci odori,
270 	Ricreavano i sensi, e a qual lavoro
	Consacrar la giornata e por la mano,
	Sia venian consigliando. Opra crescente,
	Che vincea quelle braccia educatrici
	Sole di cos vasto inculto suolo.
275 	E prima al suo marito Eva si volse:
	"Ben di questo giardino alla coltura
	Faticarne possiam, disporvi i fiori,
	L'erbe, le piante, amabile fatica
	Che Dio c'impose; ma se noi l'ajuto
280 	Non avrem d'altre mani, ognor crescente
	Per rigoglio infrenabile la nostra
	Opra sar. Que'rami al d troncati
	O sorretti od avvinti, in una o in due
	Notti, per capriccioso accrescimento,
285 	Van piegando al selvaggio, e fansi gioco
	Di noi. Vi pensa, Adamo, o meglio ascolta
	Quanto io stessa pensai. Partiamci l'opra;
	Va'tu dove talento ti conduce
	O bisogno maggior; sia che ti giovi
290 	Ravvolgere a quel tronco il caprifoglio,
	O guidar dove brama inerpicarsi
	L'edera serpeggiante. A quel cespuglio,
	Ove i mirti s'intrecciano alle rose,
	Io d'andarne disegno, e fin che giunga
295 	L'ora meridiana a me, di certo,
	Lavor non fallir. Qual maraviglia,
	Mentre da mane a sera intesi all'opra
	Stiam noi sempre cos, che si frapponga
	Un sorriso, uno sguardo, e la rallenti?
300 	O n'offra d'improvviso un novo obbietto
	Novo argomento di parole? Intanto
	L'interrotto lavor di poco avanza,
	Quantunque impreso da mattino, e viene
	L'ora del pasto immeritato." - Adamo
305 	Dolcemente rispose: "Eva, mia sola,
	Ma cara e sola compagnia fra quante
	Creature ha la terra! I tuoi pensieri,
	Perch meglio da noi la comandata
	Opra s'adempia, hai dritti a nobil segno.
310 	La mia lode tu n'hai, ch nella donna
	Non  dote miglior di quella cura
	Che mette studiosa al reggimento
	Della famiglia e di que'saggi avvisi
	Ch'ella porge al marito, acci si volga
315 	Ad opre di bont. Ma il nostro Iddio
	Con s rigida legge a noi prescritta
	La fatica non ha, che c'impedisca
	Quel riposo opportuno, onde mestiero
	Per nutrirne abbiam noi, per favellarne,
320 	Cibo anch'esso dell'alma, e per un dolce
	Scambio di sguardi e di sorrisi. Al bruto
	Fu disdetto il sorriso, amabil figlio
	Della sola ragion, di cui si pasce
	L'amore; e non  questo il men gentile
325 	Tra i cari intenti della vita. Iddio
	Non n'ha creati pei duri travagli,
	Ma pei soli diletti, e lor compagna
	Di la ragion. Le nostre unite braccia
	Bastevole riparo esser potranno
330 	Contro il deserto che ingombrar minaccia
	Questi ombrosi viali, ond' bisogno
	Al nostro passeggiar, fin che l'ajuto
	D'altri giovani polsi a noi non sorga.
	Ben io, se il troppo conversar ti grava,
335 	Appagarti potrei di corta assenza,
	Giacch la solitudine  talvolta
	La compagna migliore, e, non protratta,
	Fa dolce e desiabile il ritorno.
	Ma cura irrequieta il cor mi preme,
340 	Che lontana da me non ti sorvenga
	Qualche sciagura. Tu gi sai gl'inganni
	Di che fummo avvertiti, e quale astuto
	Nemico insidi al nostro bene, e cerchi,
	Disperando del suo, con arti ignote
345 	Perderci e svergognar. Nella speranza
	Di toccar la sua mta, assai da presso
	Egli certo n'esplora; uniti forse
	Mal si affida assalirne, ch soccorso,
	Ove il periglio minacciasse, avremmo
350 	L'uno dall'altro. O sia che si confidi
	Smoverne dalla fe'che in Dio pognamo,
	Sia che turbar gli giovi il nostro amore,
	Amor che lo avvelena, e pi ne invidia
	Forse d'ogni dolcezza a noi concessa;
355 	Sia tale o peggio di costui la mira,
	No! dal fianco fedele ond'hai la vita,
	E pur sempre ti veglia e ti protegge,
	Eva, non ti staccar! Sicuro usbergo
	E intemerato riparar la donna
360 	Contro il periglio e il disonor potrebbe
	Meglio forse che l'uomo, a cui di santo
	Nodo  congiunta? Ei la difende, o parte
	Con lei volonteroso ogni sventura."
	Ed Eva, come donna innamorata
365 	Punta da lieve asprezza, austera e mite
	Nel suo contegno virginal, rispose:
	"O progenie del cielo e della terra,
	E di questa signor per quanto  grande!
	Che ne agguati un nemico, io dir lo intesi
370 	Da te pur dianzi e dal Celeste in quella
	Che da noi si divise, e ch'io, lasciati
	I calici de'fior socchiusi a sera,
	M'era in disparte fra que'cespi ascosa;
	Ma che tu del costante animo mio
375 	Verso il ciel, verso te dovessi un'ombra
	Di sospetto nudrir, perch tentarmi
	Possa un qualche nemico, io non m'avrei
	Certo aspettato. E che! di violenza
	temi tu forse? Ma su noi n morte,
380 	N dolore hanno impero; e questi mali
	O coglierci non ponno, o ripulsarli
	Sapremo noi. Tu dunque hai della frode,
	Dell'inganno spavento! In ci mi sveli
	Che sospetti di me, dell'amor mio,
385 	Quasi che la mia fede un vano schermo
	Contro l'arte mi fosse. Or come, Adamo,
	Tai pensieri accogliesti? E puoi tu dunque
	Dubitar di colei che t' s cara?"
	Ed ei ne risan con molli accenti
390 	La lievissima offesa: "O bella figlia
	Dell'Eterno e dell'uomo, Eva immortale,
	(Ch tal, mentre n biasmo, n peccato
	Sfiora ed oscura il tuo candor, sarai)
	Solo per impedir la iniqua prova
395 	Di quel nostro avversario io ti sconsiglio
	Questo andar solitaria, e dilungarti
	Cos dagli occhi miei; non ch'io diffidi
	Di te. Colui che tenta, imprime ognora
	Sul tentato una macchia, ancor che falli
400 	La mira sua, stimando agevol opra
	Corromperne la fede: e tu, tu stessa
	Pur d'un oltraggio che mancasse il colpo
	Corrucciata saresti. Or non t'incresca
	Ch'io m'adopri a stornar della tua fronte
405 	Tali insulti. Il nemico, abbench spirto
	Audacissimo sia, non ardirebbe
	Volgersi contra due; ch, se l'ardisse,
	Faria segno il mio petto al primo strale.
	Non tenerne, Eva mia, le frodi a vile:
410 	Chi gli angeli sedusse,  certo astuto;
	N credere perci che vano appoggio
	Siati il braccio d'un altro. In me discende
	Ogni bella virt dagli occhi tuoi.
	Saggio, accorto, fortissimo io mi sento
415 	Sol ch'io ti miri, e quando io pur dovessi
	Il vigor delle braccia e dell'ingegno,
	Te presente, mostrar, l'intollerando
	Pensier d'una sconfitta accrescerebbe
	Le forze mie. Ma tu perch non provi
420 	Questi moti del core allor ch'io sono
	Vicino a te? n cerchi, anzi che sola,
	Correr meco il cimento? e qual vorresti
	Di tua fermezza testimon migliore?"
	Pi domestica cura e vivo affetto
425 	Di marito mettean questi consigli
	Nella bocca di Adm; ma sospettando
	Non le desse lo sposo intera fede,
	Eva, pacata, soggiungea: "Se nostro
	Destin sia d'abitar fra cos stretti
430 	Confini, e che sagace o violento
	Avversario ne prema, e ciascheduno
	Di noi bastante gagliardia non abbia
	D'oppor senza scambievole soccorso
	L'animo invitto all'offensor dovunque
435 	Gli si presenti, ne direm felici?
	Noi, noi felici nell'angoscia eterna
	D'un mal che ne sta sopra? e pu la pena
	Precedere al fallir? Questo avversario
	Mostra nel circuirne in qual disprezzo
440 	Tenga il nostro valor, ma quest'oltraggio
	Getta sul capo suo vergogna e scorno;
	Non vitupera noi. Fuggirlo adunque,
	Paventarlo dovrem, se quando ei fosse
	Nella sua falsa opinion deluso,
445 	Doppio onor ne verria? la pace interna,
	E la grazia del cielo, ammiratore
	Della vittoria? La virt, la fede,
	L'amor che non disfidano perigli
	Senza estraneo soccorso, oh che son essi?
450 	No, suppor non dobbiamo a noi largita
	Dal saggio Creator tanto imperfetta
	Felicit, ch stabile del paro,
	Soli, od uniti, non ci fosse! Incerto
	Troppo il ben ne saria, n pi chiamarsi
455 	L'Eden fra tali angustie Eden potrebbe." -
	"Donna ! acceso nel volto ei le rispose,
	Ogni cosa creata Iddio converse
	Ad un ottimo fin. Nulla che sia
	Difettivo, imperfetto, il Senno eterno
460 	Lasci nell'opre sue, non che nell'uomo,
	E in ogni cosa che giovar gli possa,
	O contro il suo nemico essergli scudo.
	Il periglio dell'uomo  nel suo core,
	E col periglio la virt d'uscirne;
465 	N senza il suo volere il mal potrebbe
	Accostarsegli mai. Non pose Iddio
	Leggi a questo voler; per mancipio
	Non  chi la ragion segue ed osserva.
	Retta Iddio la cre; ma le prescrisse
470 	Di tensersi avvisata e vigilante,
	S che da torta immagine di bene
	Abbagliata non venga, e, tortamente
	Sillogizzando, al libero talento
	Non persuada ci che vieta il cielo.
475 	Dunque  tenero amor, non  sfiducia
	Che di darne a vicenda utili avvisi
	Spesso ne impon. Costanti,  ver, noi siamo;
	Ma potrebbe accader che la ragione
	Dal nemico offuscata, e in qualche obbietto
480 	Specioso abbattuta, e non curante
	Di tenersi guardinga e circospetta,
	Traviasse d'un tratto in grave errore.
	Il consiglio pi cauto  che tu fugga
	Le tentatrici occasioni, e lieve
485 	Il fuggirle ti fia, se dal mio fianco,
	Eva, non ti allontani... Oh! non temere.
	Vien la prova non cerca. Esperimento
	Vuoi tu far di costanza? Innanzi tratto
	Fallo nell'obbedirmi. E chi costante
490 	Ti potrebbe affermar pria che ti vegga
	Posta al cimento? Tuttavia se pensi
	Che pi fermi ci trovi alla difesa
	Un periglio imprevisto, e non soccorsi,
	Non ammoniti l'un dall'altro, vanne!
495 	Vanne, ch, rimanendo a tuo malgrado,
	Pi ti scosti da me. Va'nella tua
	Bella innocenza, affidati al sostegno
	Della virt; te n'arma tutta, e fanne
	Saldo usbergo al tuo cor. La parte sua
500 	Teco il cielo ademp, la tua ne adempi."
	Cos l'antico genitor; ma quella
	Non mut di pensiero, e in questa guisa,
	Bench sommessa, al ragionar di fine:
	"Dunque, te permettente, e confortata
505 	Da'tuoi pieni di senno ultimi avvisi,
	Ove tocco tu m'hai, che cerca meno
	Coglier men fermi ne potria la prova,
	Tranquillissima e lieta io m'incammino.
	No, pensar non poss'io che quel superbo
510 	Nostro occulto nemico in me rivolga,
	In me pi frale creatura, il primo
	De'colpi suoi; ch, dove ei pur l'osasse,
	N'avria la sua baldanza onta maggiore."
	Dalla man del marito in questo dire
515 	La sua man ritraea, poi, come leve
	Dea boschereccia, o Driade, o Napea,
	O del coro di Delia, a mezzo il folto
	Degli alberi disparve: e Delia stessa
	All'atto mestoso, al divo incesso
520 	Vincea, sebben dell'arco e delle freccie
	Non armata la mano, e sol recasse
	Qualche strumento rustical che l'arte,
	Vergine ancor di foco e rozza ancora,
	Dato le avea; se forse il don non era
525 	D'un angelo cortese. E meglio a Pale,
	Meglio a Pomona somigliar petea:
	A Pomona nel d che fuggitiva
	Volse il tergo a Vertunno, ed ella bionda
	Cerere verginetta, della figlia
530 	Ch'ebbe, compressa dal saturnio Giove,
	Non ancor genitrice. A lungo Adamo
	La segu cogli sguardi ebbri d'amore,
	Mesto del suo patir. Riterando
	Pi volte le vena che non mettesse
535 	Troppo indugio al ritorno; ed altrettante
	Eva a lui promettea che sul meriggio
	Reduce la vedrebbe alla capanna
	Per disporvi ogni cosa, e fargli invito
	Al pasto consueto, indi al riposo.
540 	Deh quanto illusa, o sciagurata, in questo
	Tuo sognato ritorno! Ahi tristo evento!
	Da quest'ora infelice in paradiso
	Mai pi non isperar n dolce pasto,
	N riposo tranquillo! Insidiosa
545 	Tra quell'ombra t'aspetta e tra que'fiori
	Una rete infernale; un infernale
	Odio che d'impedirti il buon sentiero,
	E di fe', d'innocenza e d'ogni bene
	Povera, nuda, rinviarti anela!
550 	Per che dagli albori antelucani,
	Mero serpe all'aspetto, il gran nemico
	S'era messo in cammin cercando il dove
	Facilmente incontrar la coppia umana
	Divisata sua preda, e tutto il seme
555 	Chiuso in lei, sterminarne. I prati, i boschi
	Cerca attento e ricerca ove l'aiuola,
	Ove un gruppo di cespi alla sua vista
	Pi culto e dilettevole si mostri,
	Tal che indicio gli sia d'industre mano.
560 	Al margine d'un fonte o d'un ruscello
	Pensa entrambi trovar, se la fortuna
	Favorisca il pensier, ma pi talenta
	Cogliere dal marito Eva lontana.
	Questo brama il dimon, ma poco spera,
565 	Ch ci ben rado v'accadea. Quand'ecco,
	Fuor di tutta credenza, ancor che molto
	Ne sentisse desio, sola apparirgli
	Eva, a mezzo velata entro una nube
	Di profumi: s folte a lei d'intorno
570 	Arrossiano le rose. Ad or ad ora
	Questo e quel fiore di gracile stelo,
	Chinandosi, drizzava, e a'molli capi
	Persi, azzurri, vermigli e d'r trapunti,
	Che sull'umido suolo ivan languendo
575 	Perch manchi d'appoggio, un fren mettea
	Di flessibile mirto; e non pensava
	Ch'ella, il fior pi leggiadro, era deserta
	Del suo fido sostegno, oim s lungi,
	Mentre a lei s vicina  la tempesta!
580 	Per ombrosi viali, a cui son arco
	Palme, cedri ed abeti, il serpe intanto
	Ne venia baldanzoso a spire, ad onde,
	Or sui fiori strisciando, or fra cespugli
	Celandosi, che siepe al doppio margo
585 	Erano della via, gentil fatica
	Della prima cultrice. Ameno loco
	Che vincea di vaghezza i favolosi
	Orti di Adone redivivo, e quelli
	D'Antinoo, illustre per l'ospizio offerto
590 	Al figliuol di Laerte; e quel giardino
	Non sognato, non finto, ove solea
	Starsi il re sapiente in amorosi
	Riti colla sua bella egizia sposa.
	Satano ammira il loco, e pi del loco
595 	La persona gentil. Come colui
	Che gran tempo fa chiuso entro la cerchia
	Di citt popolata, in cui le case
	Stipate e il lezzo d'esalanti fogne
	Gli ammorbavano l'aere, uscito alfine
600 	In un lieto mattin di primavera
	A spirar la salubre aura de'campi
	Fra le sparse villette ed i poderi
	Circostanti, ogni cosa in cui s'incontri
	Gli  cagion di diletto; il fresco olezzo
605 	Delle mssi e dell'erbe allor recise
	Le mandre, i casolari e fin gli arnesi
	Del bifolco e gli strepiti campestri:
	Tutto lo alletta; ma qualor con passo
	Di fuggevole ninfa a lui dinanzi
610 	Trascorra una leggiadra forosetta,
	Ci che pria lo adescava or pi non cura,
	Anzi vinto gli pare ogni altro aspetto
	Da quel volto d'amor, quasi raccolto
	Fosse in lui solo di natura il riso;
615 	Tal piacer si prendea di quel fiorito
	Loco di dimon; ricovero odoroso
	D'Eva s mattutina e s romita.
	E fiso nelle sue dolci sembianze,
	Per femminea mollezza ancor pi dolci,
620 	In que'vezzi innocenti, in quella grazia
	D'ogni atto, d'ogni moto, un senso novo
	Di terror lo comprese, e con rapina
	Dolcissima gli svelse il tenebroso
	Suo proposto dal core. Il mal rimase
625 	Da quella fonte d'ogni mal diviso,
	E d'invidia spogliato e di vendetta,
	D'ira, d'astio, di frode, in insensata
	Bont cangiossi. Ma l'ardente inferno,
	Che pur nel paradiso entro gli rugge,
630 	Dal suo breve letargo lo riscuote,
	E trae dalle dolcezze a lui negate
	Cagion di strazio pi feroce. Allora
	L'ira antica avvivando e il fiero intento,
	Ne rinfiamma cos la mente e il core:
635 	"Pensiero, ove mi sproni? E qual lusinga
	Mi fa l'odio obbliar che qui m'addusse?
	L'odio s, non l'amor, non la speranza
	Di mutar questo inferno in paradiso,
	E librarvi un piacer che m' disdetto:
640 	Per distruggerli tutti io qui ne venni.
	Non v' gioja per me fuor che la gioja
	Di colui che distrugge, ed or non voglio
	Che la felice occasion mi sfugga.
	Ecco! sola  la donna ed indifesa:
645 	Lo sposo suo, per quanto intorno io miri,
	Non  vicino, e di schivar mi giova
	Quel vigor, quella mente e quel coraggio.
	Bench fatto egli sia d'immonda polve,
	Membra eroiche possiede, e non  certo
650 	Spregevole nemico. Ei da ferite
	Finora  illeso: ma non io! Cangiato,
	Invilito cos da quel di pria
	M'hanno i tormenti dell'inferno... Oh, come
	Bella  costei! divinamente bella!...
655 	Non par creata per divini amplessi?
	Nulla che mi atterrisca in quel sembiante;
	Bench siano l'amore e la bellezza
	Terribili virt, se pi potente
	L'odio a lor non si accosti in simulacro
660 	D'amore; e di tal larva io vo'coprirmi
	Per la perdita sua." - Cos volgendo
	Nella mente Stan, del serpentino
	Scoglio malvagio abitator, movea
	Verso la donna. Non traesi allora
665 	Ondulando e strisciando sul terreno
	Come fece dappoi. Sembiante a torre,
	Del suo volume inferior facea
	Base spirale ai circoli salenti
	In tortuoso laberinto. In capo
670 	Alta ergeasi la cresta; erano gli occhi
	Vivi carbonchi, il collo di brunito
	r verdeggiava, e si tenea sorretto
	Di mezzo ai giri suoi, che fluttuanti
	Luccicavan su l'erba. Avea l'aspetto
675 	Piacevole, attraente, e mal colbro
	Che in belt l'agguagliasse occhio non vide.
	Non gli angui in che mutarsi Armnia e Cadmo, [47]
	Non quel che in Epidauro altari e culto
	Vant; non quelle serpi in cui gi furo
680 	Giove capitolino e Giove Ammone [48]
	Trasfigurati; per Olimpia l'uno,
	E l'altro per colei che al mondo pose
	Scipio, grandezza de'Quiriti. - Obbliquo
	Pria di costa ei s'invia, non altrimenti
685 	Di chi cerca appressarsi a qualcheduno,
	Ma nojarlo paventa; e come sperto
	Nocchier presso ad un capo o sulla foce
	D'irrompente riviera, ove contrarj
	Fischino i venti, all'agile naviglio
690 	Muta vela e governo, e ne seconda
	Destramente ogni soffio; in questa forma
	Varia i moti Satano, e d'Eva al guardo,
	Per desio d'allettarlo, il flessuoso
	Strascico avvolge in capricciose anella.
695 	Ben ud lo stormir delle agitate
	Foglie, intesa la donna alla sua cura;
	Pur l'occhio a lui non volse, usa ne'campi
	A veder gli animai piacevolmente
	Farle giochi ed inchini, a lei sommessi
700 	Pi che non fu la trasformata greggia
	Alla voce di Circe. Animo allora
	Prende il serpe, e s'avanza. Al suo cospetto
	Piantasi non chiamato, e, come vinto
	Da stupor, la contempla; e la superba
705 	Cresta inchinando e lo smaltato collo,
	Lambe con atto lusinghiero il suolo
	Tocco dalle sue piante. Alfin quel muto
	Gentile atteggiamento attrae gli sguardi
	D'Eva a'suoi guizzi, e l'infernal n'esulta.
710 	Quindi, o con vera serpentina lingua,
	O col suon d'intromessa aura vocale,
	D principio alla frode: "Oh non ti prenda
	Meraviglia, o reina, ove tu possa,
	Tu sola e vera meraviglia, averne
715 	D'altra cosa creata! E non ti piaccia
	Armar di sprezzo e di rigor quegli occhi,
	Ciel di dolcezza, s'io t'accosto e sbramo
	L'infinito desio di vagheggiarti;
	Io soletto cos, n dalla tua
720 	Mestosa sembianza impurito;
	Tanto pi mestosa e venerata,
	Quanto pi solitaria. O bella effigie
	Del tuo bel Creatore! Ogni animata
	Cosa, ond'ei ti fe'dono, in te s'affisa,
725 	Te, rapita, contempla, e la celeste
	Belt ne adora; la belt che seguo
	All'omaggio saria dell'universo,
	Ma chiusa in un deserto, in mezzo a fere
	Stupide spettatrici ed impossenti
730 	A conoscere un sol de'raggi tuoi,
	Chi, tranne un uomo, ti vagheggia? E basta,
	Basta forse quest'uom per chi dovrebbe
	Seggio aver tra'celesti, e, come diva,
	Obbedita venirvi ed adorata
735 	Dalle angeliche schiere eternamente?"
	Con tai lusinghe il tentator preluse,
	E nel cor della donna, ancor che tutta
	Per quel prodigio attonita e confusa,
	Facil varco s'apr: "Che voce  questa?
740 	- Eva nel suo stupore alfin proruppe. -
	La favella dell'uom, dell'uomo i sensi
	Sulla lingua d'un bruto? E s che privo
	Della parola l'animal pensai;
	Pensai che nel crearlo Iddio gli avesse
745 	Contesi i suoni modulati. In forse
	Sol talora io pendea se pur di mente
	Orbo egli fosse; perocch negli atti,
	Negli sguardi del bruto aperti segni
	D'intelletto notai. Te ben conobbi,
750 	Serpe, come astutissimo fra tutti
	Gli animali del suol; ma non sapea
	Che voce umana possedessi. Or via,
	Rinnovami il prodigio, e mi racconta
	Come fu che da muto il dono avesti
755 	Della parola, e mi sei fatto amico
	Pi di quanti io ne vegga a me d'intorno.
	Parla! una tanta maraviglia  degna
	D'attentissimo orecchio." - E quel sottile
	Mentitor replic: "M' lieve cosa,
760 	O di questo bel mondo imperatrice,
	Eva bella e splendente, il farti paga.
	A te, mia donna, l'accennar s'aspetta,
	A me tuo servo l'obbedir. - Secondo
	La natura brutal d'ogni altra fera,
765 	Che dell'erbe calpeste s'alimenta,
	Vili i pensieri avea pari al mio cibo.
	Sol l'istinto lascivo e la pastura
	M'infiammavano il cor, n cosa alcuna
	Meno abbietta. Un mattin che la campagna
770 	Vagabondo io correa, distinsi a caso
	Un'arbore lontana, e di bei frutti
	Che di porpora e d'oro eran dipinti,
	Tutta carca. M'appresso a vagheggiarla,
	E l'acuta fragranza che venia
775 	Da quelle frutta un vivo amor di pasto
	Mi risveglia d'un tratto, e pi m'attira
	Che l'amor degli anti o di quel latte,
	Non succhiato dall'agna o dal capretto
	Intenti a saltellar, che sparge a sera
780 	La gonfia poppa delle madri. Acceso
	Dal desio di spiccar le savorose
	Poma, perplesso non rimasi a lungo;
	E la fame e la sete istigatrici,
	Da quell'odor gratissimo sedotte,
785 	Pungolo irresistibile mi sono.
	Al suo tronco muscoso io m'avviticchio,
	Ch nulla in altra guisa  del salirvi,
	E giungere dal suolo agli alti rami
	Per chi retto non sia della persona
790 	Come tu, come Adamo. Alla radice
	Premono l'altre fere invidiando
	La mia facile ascesa, avide anch'esse
	Del lusinghiero inarrivabil frutto.
	Giunto a mezzo la pianta, onde pendea
795 	La copia allettatrice, io non m'affreno
	Dal crne e saziar l'ingorda brama.
	Oh, mai fino a quel punto al pasco, al fonte
	Libato io non avea s dolce cosa!
	Queto alfine il desio, provo in me stesso
800 	Un improvviso mutamento. Il lume
	Della ragion mi schiara a poco a poco
	Le segrete virt, n la favella
	Gran tempo a me tard, bench serbassi
	L'immagine di serpe. Io da quel tempo
805 	Sollevai la mia mente ai pi sublimi
	Concetti del sapere, ed ogni cosa
	Visibile o nel cielo o sulla terra
	O per l'er frapposto, e quanto ha luce
	Di bont, di bellezza, alla serena
810 	Mia pupilla s'apr: ma il bello e il buono,
	Che sparso contemplai nell'universo,
	Trovo con istupor nella divina
	Sembianza tua! Non , non  bellezza
	Che ti pareggi o che ti sia seconda!
815 	Questa a te mi conduce, adoratore
	Forse importuno; a te, bellissim'Eva,
	Reina a dritto de'viventi e donna
	Dell'universo!" - L'animato serpe
	Cos scaltro favella, e da crescente
820 	Stupor compresa, la malcauta donna
	Cos risponde: "Le virt del frutto,
	Di che primo facesti esperimento,
	Molto in dubbio mi pon questa soverchia
	Tua lode, o serpe. Or dimmi: ov' la pianta?
825 	 discosta di qui? Son numerosi
	Gli alberi del Signore, e molti ancora
	Sconosciuti per noi: la copia  tale
	Che lasciarvi non tocco un gran tesoro
	Deggiam de'frutti lor; ma rimarranno
830 	Incorruttibilmente a'rami appesi
	Fin che nasca da noi chi li raccolga,
	Ed altre mani aiutino le nostre
	A scarcar la natura affaticata
	Da'parti suoi." - "Reina (allegro e pago
835 	Cos l'insidioso angue seguia)
	Facile e breve n' il cammin. Trascorso
	Un filare di mirti, un verde piano,
	Poscia un bosco d'olibano e di mirra,
	Ivi, presso una fonte,  quella pianta.
840 	Se tua guida m'accetti, io vi t'adduco."
	"Adducimi tu dunque!" Eva rispose.
	Svolge il serpe i viluppi, e si ravvia
	Velocissimo s che dritto il credi,
	Bench distorto e raggruppato. Al male
845 	Rapida scorta! La speranza aderge
	Quelle lubriche ruote, e fa la gioja
	L'ardua cresta raggiar. Cos talvolta,
	Nato da que'vapori umidi e crassi,
	Che la notte condensa e stipa il gelo,
850 	Levasi un fatuo lume, a cui s'accoppia,
	Com' grido vulgare, un malo spirto,
	E volteggia inquieto e guizza e splende
	Di bugiardo splendor, tal che nel bujo,
	Smarrita il pellegrin la dritta via,
855 	Segue attonito, illuso il falso duce,
	Che lo trae per maremme e per fossati
	O per acque stagnanti, ove deserto
	D'ogni umano soccorso, affoga e spare.
	Luccicava cos la maladetta
860 	Biscia, che per inganno Eva traea,
	Eva credula troppo, al triste legno
	Prima radice d'ogni mal. Veduta
	Ch'ebbe la pianta, al serpe Eva si volse:
	"Perdonarci, o serpente, i vani passi
865 	Noi potevam, quantunque il frutto abbondi
	Su quet'arbore tua. Per te soltanto
	Giovino le virt che in s racchiude;
	Mirabili virt, se tali in vero
	Ne son gli effetti. Ma toccarlo, o serpe,
870 	Ma farne saggio non poss'io; l'Eterno
	Ne lo contende, e questo  il sol precetto
	Figlio della sua voce: in ogni cosa,
	Ove questa ne togli, a noi siam legge,
	N freno telleriam che la ragione."
875 	E quel sagace lusinghier: "Nel vero?
	V'impose il Creator di non cibarvi
	Delle frutta crescenti in paradiso?
	Ma dell'aere non v'ha, non v'ha del suolo
	Fatti signori?" - E pura ancor la donna:
880 	"N'ha concesso, rispose, ogni altro frutto
	Questo sol ci neg. - Non ne gustate,
	Non toccatene punto, Iddio ci disse,
	Mangiandone, morrete. -" Appena intese
	Queste brevi parole, audacia nova
885 	Piglia il dimon; ma sotto un novo aspetto
	D'amor, di zelo per la specie umana,
	E di sdegno magnanimo per l'onta
	Che recata le fu. Repente ei muta
	Volto e linguaggio. Di piet compunto,
890 	Ma pur con graziosi atteggiamenti,
	Tituba, si confonde, e alfin si posa,
	Come a grave materia il dir prepari.
	Tale in Roma e in Atene ai tempi antichi,
	Allorch l'eloquenza, or muta e spenta,
895 	Colla civile libert fioria,
	Un illustre orator, che la difesa
	Di gran causa imprendea, pensoso e chiuso
	Stava alquanto in s stesso; e pur tacendo,
	Or cogli atti del corpo, or collo sguardo,
900 	Pria che voce ei mettesse, ad ascoltarlo
	Gli animi apparecchiava; ovver, negletto
	L'inutile preludio e il vano indugio,
	Dritto al tema correa. Non altrimenti
	Movendosi e sostando, lo scaltrito
905 	Tentator s'atteggiava: assurto in fine,
	Quant'alto egli era, dal terren, proruppe
	Con voce impressa di profondo affetto:
	"O sacra pianta, donatrice e madre
	Di senno e di saper! Ben ora io sento
910 	Tutta in me la virt che ne dispensi!
	Virt che mi rischiara, e delle cose
	Non sol mi svela le cagioni occulte,
	Ma le vie di que'sommi ordinatori
	Che nome han pur di saggi. E tu, sovrana
915 	Della terra universa, alle minacce
	Terribili di morte, oh non dar fede!
	No, no, voi non morrete... E lo potreste?...
	Per gustar di quel frutto? Ei pur la vita
	Del saver vi largisce. O dalla mano
920 	Che morte minacci, morte attendete?
	Guarda me! lo toccai, lo morsi il pomo,
	Pure io son vivo; ed anzi il mio coraggio
	D'elevarmi cos mi fece acquisto
	D'una vita perfetta e ben diversa
925 	Dalla vile ed oscura, a cui sortito
	Fui dal destino. E tolto all'uom sarebbe
	Quanto al bruto  concesso? Error s lieve
	Corrucciar pu l'Eterno? o non pi tosto
	L'invitto ei loder che, della morte
930 	Superati i terrori (e sia che vuolsi
	Questo fantasma tenebroso), a vita
	Splendidissima aspiri? alla scienza
	Del bene, io dico, e del contrario suo?
	Del ben? Che di pi giusto e di pi santo?
935 	Del mal? Perch celarlo, ove parola
	Vuota non sia? Palese, agevol opra
	Vi saria l'evitarlo. Iddio per tanto
	Punir non vi potrebbe, ed esser giusto.
	Or se giusto non , non  pi Dio,
940 	N temuto, obbedito esser vi debbe.
	Dunque il terror che desta in voi la morte,
	Quello esclude di Dio. Perch disdetta
	Vi fu la pianta del saver? Fu solo
	Per cingervi di tema e d'ignoranza,
945 	Per avervi in eterno umili e schiavi
	Adoratori. Da quel d che voi
	Ciberete del pomo, agli occhi vostri,
	Che sereni estimate, e sono oscuri,
	Splender nova luce, Iddii sarete;
950 	E del bene e del mal, come son essi,
	Voi pur conoscitori. Ed  ragione
	Che se da bruto in uomo io mi conversi,
	Cos d'uomini voi trasumanarvi
	Deggiate in Dei. Slacciar la vostra spoglia
955 	Per rivestirvi la divina,  questo
	Forse la morte; desiabil fato
	Se conduce a tal fin, bench predetto
	Per minaccia vi sia. Gli Dei che sono,
	Perch l'uom non divenga uno di loro
960 	Gustando il cibo degli Dei? La prima
	Vita con essi, e valgonsi di questa
	Per imporne la fe', che cielo e terra
	Derivino da lor; ma persuasa
	La mia mente non han, poich dal Sole
965 	Veggo scaldarsi e germogliar la terra,
	Non dai numi infecondi. E dove il fonte
	Fossero delle cose, avrieno infusa
	La doppia conoscenza in questo frutto,
	Tal che poi chi ne mangi, il grande acquisto,
970 	Senza il consenso di lass, ne faccia?
	E sar tale acquisto ingiurioso
	A quegli alti intelletti? In che dovrebbe
	Farsi la sapienza a Dio nemica?
	Non  suo l'universo? e darvi un frutto
975 	Cosa contraria al suo voler potria?...
	Invidia forse della sua fattura
	Sugger quel divieto? Oh no! non ponno
	Albergar negli Dei s bassi affetti.
	Queste, queste ragioni ed altre ancora,
980 	Certa prova vi son che bisognosi
	Siete voi di quel frutto. Umana diva,
	Libera ne raccogli e n'assapora."
	Qui tacque; e l'ingannevole parola
	Scese in cor della donna. Al fatal melo,
985 	Che tentata l'avria sol della vista,
	Fissi gli occhi tenea. La lusinghiera
	Voce del seduttor le risonava
	Dolcissima agli orecchi, e in quella voce
	Sentia ragione e verit. Gi l'ora
990 	Del meriggio appressava, e la soave
	Aura impregnata dall'odor del pomo
	Le irritava il desio di porvi il dente.
	A spiccarlo, a cibarne omai disposta,
	Cogli occhi ardenti lo divora. In freno
995 	Pure alquanto si tenne, e con s stessa
	Ragionava cos: "Son grandi, o frutto
	Mirabile fra tutti ed eccellente,
	Le tue virt. Quantunque all'uom disdetto,
	Degno sei ch'io t'ammiri. Al primo saggio
1000 	Che ne fece di te, di te che fosti
	Troppo a lungo negletto, ebbe la muta
	Creatura favella, e la ferina
	Lingua, incapace dell'umano accento,
	Le tue lodi impar; n le nascose
1005 	Colui che t'interdisse, allor che pianta
	Ti nom del sapere. Ei n'ha prescritto
	Di non coglierti, o frutto. Il suo decreto
	Per, che n'ammaestra il ben che doni,
	E qual uopo ne abbiam, ti raccomanda
1010 	Ben pi che se concesso a noi ti avesse.
	Un incognito ben non si possiede;
	Cosa aver che s'ignori o il non averla
	Suona, parmi, lo stesso. Or che vietato
	N'ha Dio? La conoscenza. Il bene adunque,
1015 	Il saver ne viet; ma tai divieti
	Non si denno attener. Che se la morte
	Ne'suoi nodi ci stringa, a che varria
	La nostra interna libert? Nel giorno
	Che cogliam le tue frutte, o sacra pianta,
1020 	(Tale  il decreto del Signor) moriamo.
	Ma la serpe n'ha colto e non moro;
	Vive, intende, favella, e la ragione,
	L'accorgimento, di che priva ell'era,
	In quel cibo trov. Per l'uomo adunque
1025 	Fu creata la morte? o solo al bruto
	Questo all'uomo interdetto arcano pomo
	Venne concesso? al bruto, al bruto solo?
	Ma chi primo finora os cibarne,
	A noi non lo ricusa, anzi cortese,
1030 	Liberal, ne desia dell'acquistato
	Tesoro a parte. Consiglier verace,
	Caldo amico dell'uomo  questo bruto,
	N sa d'arti o di frodi. Or ben che temo?...
	O conoscere io posso (in tanto bujo
1035 	Che veder m'impedisce il male, il bene,
	Dio, la morte, la legge ed il castigo)
	Ci ch'io debba temer? Dell'ignoranza
	Farmaco salutare  questo frutto,
	Frutto divin, bellissimo alla vista,
1040 	Che m'attrae, che m'alletta e mi promette
	La sapienza; n dovrei spiccarlo,
	N le membra nudrirne e l'intelletto?"
	Disse, ed in ora maledetta al pomo
	Stende audace la mano... il coglie... il gusta!...
1045 	La gran ferita ne sent la terra,
	E la natura, sospirando, impresse
	A tutte l'opre sue funesti segni
	Della umana caduta. - Entro la selva
	La colpevol biscia si nascose;
1050 	E far ben lo potea, ch tutta intesa
	Eva al suo pasto, non volgea pupilla;
	N mal tanta dolcezza in altro cibo
	Pareale aver gustata; o fosse il vero,
	O mera fantasia dalla speranza
1055 	Del sapere infiammata e dal pensiero
	Dell'aspettata deit. Quel pomo
	Avida trangugiava, e non sapea
	D'inghiottirsi la morte. Alfin satolla,
	Ebbra come per vino, e di s stessa
1060 	Paga, esultante, prorompea: "Sovrana
	D'ogni pianta che sorga in paradiso,
	Arbore avventurosa, il cui felice
	Parto  il saver? Le tue nobili frutte,
	Fin qui mal note e non curate, a'rami
1065 	Quasi a scopo nessun ti stanno appese.
	Ma d'oggi in poi mia prima e dolce cura
	Tu sarai, cara pianta; n mattino
	Verr senza ch'io t'offra e canti e lodi,
	Come dritto tu n'hai. Dalle tue braccia
1070 	Staccher que'tesori, onde si larga
	Dispensiera ne sei, fin che nudrida
	Di dottrina io mi sia come i divini
	Onniscienti, ed invidi pur tanto
	D'una ricchezza che donar non ponno.
1075 	Perocch se d'un nume il don tu fossi,
	Nata qui non saresti. - Esperienza,
	Quanto mai non ti debbo, ottima guida!
	Io, se te non seguia, nell'ignoranza
	Chiusa ancor mi vedrei. Della saggezza
1080 	Tu mi sgombri il cammino, e per la notte
	Del mistero, ond' cinta, a lei m'adduci.
	N forse di mistero io pur m'avvolgo?
	Alto  il cielo e remoto; e mal distinto
	Denno agli occhi apparir di chi vi siede
1085 	Le cose della terra. Un'opra forse,
	Una cura diversa aver potria,
	Dal suo perpetuo vigilar distratto
	Il gran proibitor, mentre si affida
	Ne'suoi celesti esploratori, e vista
1090 	Forse me non avr... Ma come or debbo
	Presentarmi ad Adamo? Il mio repente
	Mutamento scoprirgli, e della mia
	Nova felicit chiamarlo a parte?
	O guardarmi, tacendo, il privilegio
1095 	Che mi d la scienza? Empirne il vuoto
	Della imperfetta femminil natura,
	Tal ch'io lo accenda d'un amor pi forte,
	Pi cara io gli diventi, a lui m'agguagli,
	E (mio lungo desio!) su lui m'innalzi?
1100 	Ch libero non  chi fa soggetta
	La sua voglia all'altrui. S, questo  il meglio.
	Ma se veduta il Creator m'avesse?
	Se morir dovess'io? se nelle braccia
	D'un'altra donna in dolcezze d'amore,
1105 	Me distrutta, ei vivesse? Il sol pensarvi
	Mi uccide!... Ho risoluto. O lieta o trista,
	Far sua la mia sorte. Io l'amo tanto,
	Che mille morti tollerar potrei,
	Pur che seco io le parta. Oh no, la vita
1110 	Senza lui non  vita!" - E detto questo,
	Scostasi dalla pianta, e le s'inchina
	Come all'alto poter che vi dimora,
	E v'infonde l'umor della scienza,
	Nettareo sorso degli Dei. - Fra tanto
1115 	Di quel lento ritorno insofferente,
	Componeale il marito una ghirlanda,
	Fiore eletto da fiore, onde le chiome
	Fregiar di quella cara, e coronarne
	Le campestri fatiche; in quella guisa
1120 	Che sogliono talvolta i falciatori
	Alla reina delle mssi un vago
	Serto intrecciar. Conforti e gaudj novi
	Quel ritorno indugiato all'infelice
	Promettea; nondimeno un reo presagio
1125 	Gli pesava sul core, e il cor sentia
	Inegualmente palpitar nel petto.
	Per la via ch'ella prese allor che tolse
	Da lui commiato mattutina, Adamo
	Mesto incontro le mosse, ed alla pianta
1130 Lo condusse il sentier, quand'Eva appunto
	Ne ritornava. Fra le mani avea,
	Carco di belle frutte un ramoscello,
	Svelto allor dal suo tronco; e dalle frutte,
	Che recente lanugine velava,
1135 	Uscia dolce profumo. A ratti passi
	Ella corse al marito, e avea sul volto,
	Quasi preludio al favellar, la scusa
	E, pronta troppo, la difesa. Incontro
	Gli venia sorridendo, e di lusinghe,
1140 	Onde artefice ell'era, il dir mescea.
	"Non ti fece stupir s lungo indugio?
	Quanto del tuo mancarmi io fui dolente!
	Come lunghe mi parvero quest'ore
	Che da te m'han divisa! Un'agonia
1145 	D'amore, Adamo, che non mai soffersi,
	Che non mai soffrir; poich lo stolto
	Desio di riprovar ci che provai,
	Temeraria, inesperta, un'altra volta
	Non verrammi al pensier: l'angoscia, dico,
1150 	D'esser lungi da te, dagli occhi tuoi.
	Ma cosa, oltre ogni dir, nova e stupenda
	Ne fu cagion. M'ascolta. In quella pianta
	Non , come n'han detto, alcun periglio;
	No! non reca il suo frutto ignoti mali,
1155 	Ma serena virt che gli occhi irraggia,
	E fa Dio chi lo gusta; e chi gustonne
	Tale il prov. La serpe (o non curante,
	O sciolta dalla legge all'uomo imposta),
	La saggia astuta serpe os mangiarne,
1160 	E non solo evit la minacciata
	Morte, ma da quel punto ebbe favella,
	Ebbe umano intelletto, e ragionando
	Ella mette stupor. La sua parola
	Tanto mi stimol, mi persuase,
1165 	Che la prova io ne feci, e l'alto effetto
	Corrispose alla prova. Il bujo, Adamo,
	Che copria gli occhi miei subito sparve;
	Il mio spirto, il mio cor si dilataro;
	Parmi gi dall'umana alla divina
1170 	Natura alzarmi, e l'animo mi gode
	Nel pensier che tu pure alla mia gloria
	Partecipe sarai. Supremo  il bene
	Se diviso con te; gioirne io sola
	M' fastidio, dolore. Oh s! deliba
1175 	Tu pur di questo pomo, e in noi sia pari
	La letizia all'amor. Ma se le labbra
	Torci, Adamo, da lui, la varia sorte
	Ne partirebbe, ed io tardo rifiuto
	Di mia divinit per te farei.
1180 	Tardo, perch il destin vi s'opporrebbe."
	Cos la sua ventura ella narrava
	Concitata al marito, e sulle guance
	Il rossor le salia del turbamento.
	Ed ei, come raccolse il luttuoso
1185 	Fallo dell'infelice, taciturno,
	Immobile rimase, e si coperse
	Di mortal pallidezza; un gel gli corse
	Per le vene, per l'ossa, e le giunture
	Il terror gli snerv; dalla tremante
1190 	Mano gli cadde la ghirlanda, e tutte
	Quelle rose langur divise e sparte
	Sul terreno. Impietrito e bianco in viso,
	Cos stette gran tempo. Alfin l'interno
	Stupor da tai pensieri in lui si ruppe:
1195 	"O fior dell'universo! ultima e bella
	Tra le belle e migliori opre di Dio!
	Creatura d'amor, che d'eccellenza
	Tutte ci che pei sensi e per lo spirto
	Fu di buono creato e di soave,
1200 	D'amabile, di santo, arrivi e passi!
	Oh come ora scaduta! In cos breve
	Tempo scaduta, e da s bella e pura,
	Ora contaminata, ora deforme
	E devota alla morte! E tu potesti
1205 	Profanar temeraria il sacro pomo
	Ribellandoti a Dio nel suo decreto
	Di non toccarlo? Il maledetto inganno
	Del nemico t'ha colta, e me, me pure
	Teco, o misera, ha colto. Ed altro io forse
1210 	Potrei fuor che soppormi al tuo destino?
	Vivere senza te? senza la dolce
	Tua compagnia? disciogliermi per sempre
	Da quel nodo d'amor che a te m'allaccia
	Per condur solitario in queste selve
1215 	Una vita d'affanno? Ah no! Se pure
	La destra onnipossente una seconda
	Eva traesse dal mio fianco, oh mai
	Dal cor non m'usciria la cara antica!
	Vincolo di natura a me t'annoda;
1220 	Carne delle mie carni, ossa dell'ossa
	Tu sei, n pu diverso il tuo destino,
	Infelice o felice, esser dal mio."
	Quindi simile ad uom che si riscuota
	Da paure funeste o dalla guerra
1225 	Di contrarj pensieri, e pieghi il capo
	Rassegnato a un voler che non si muta,
	Placido la parola a lei rivolse:
	"Eva! ti avventurasti ad opra audace,
	Non men che perigliosa. Alzar lo sguardo
1230 	Non temesti a quel pomo, obbietto sacro
	D'una sacra astinenza. E ci non basta.
	L'hai spiccato e mangiato, alla suprema
	Legge ribelle. Ma chi mai potria
	Cancellar l'avvenuto e sfare il fatto?
1235 	N possanza di Dio, n di destino.
	Ma forse non morrai. La colpa forse
	Grave tanto non ; poich dal serpe
	Guasto il pomo fatale e violato,
	Comun cibo si fece anzi che tocco
1240 	Fosse da te. Mortifero il gustarne
	Non fu come dicevi, a quella fera.
	Vive ancora il serpente, e d'una vita
	Pari all'umana, ed elevata molto
	Su quella a lui sortita. Un argomento
1245 	Che noi pur sollevarci a pi sublime
	Grado potremmo, e forse in Dei cangiarne,
	Od in angeli forse o in semidei.
	Io non oso pensar che il sapiente
	Creator delle cose abbia decreto,
1250 	Comech lo minacci, il nostro scempio.
	Lo scempio delle sue nuove fatture
	Ch'ei sull'altre esalt, sull'altre tutte
	Per noi create, e che perir di forza
	Dovrebbero con noi, perch soggette
1255 	All'imperio dell'uomo. E Dio potrebbe
	Struggere l'opre sue? Sprecar, facendo
	E sfacendo, la possa e la fatica?
	Nol si creda di lui. L'Onnipotenza
	Pu crear l'universo un'altra volta;
1260 	Ma se noi distruggesse, il suo nemico
	Rinfacciargli sapria: - Mal certa  sempre
	La grazia di color che sopra gli altri
	Dio favoreggia. Chi piacergli a lungo
	Potr? Me prima ruin, ruina
1265 	Or la umana progenie, e dopo questa?... -
	Qual materia di scherno a quel superbo
	Non darebbe il Signor? Ma sia comunque
	La tua sorte  la mia; parato io sono
	A dividerla teco; e se la morte
1270 	M'unisse a te, la morte  la mia vita.
	Cos tratto il mio cor dalla natura
	Sento, o donna, vr te, mio vero e caro
	Possedimento! Un'alma, un copro solo
	Siam noi, n si disgiunge il nostro fato,
1275 	Poi che me stesso, te perdendo, io perdo."
	Ed Eva a lui: "Miracolo d'amore,
	D'un amor senza fine! Illustre esempio
	Ch'io seguir ben vorrei! Ma come alzarmi
	Potr mai sino a te, bench'io mi vanti
1280 	Dal tuo fianco essere nata? a te che tanto
	Di grandezza m'avanzi? Allor ch'io t'odo
	Ragionarmi d'amore e mi ripeti
	Che noi siamo in due corpi un'alma sola,
	Tutta esulto di gioja!... Ed oggi... oh, come
1285 	Oggi me n'assicura il tuo proposto
	D'imitar la mia colpa, il mio delitto,
	Pria che morte sepri, o qualche ignota
	Pi crudele sventura, il nostro amplesso!
	Se pur colpa  gustar di questo frutto.
1290 	La cui santa virt mi fa palese
	L'infinito amor tuo (poich dal bene
	Sempre il ben si deriva), amor che forse
	Non avrei conosciuto in tutta quanta
	L'ampiezza sua! Ma pure ov'io credessi
1295 	Che la morte intimata a quanto osai
	Mi dovesse punir, vorrei soppormi
	Sola, silenziosa a questa pena,
	N farmi d'un error consigliatrice.
	Soccombere vorrei, vorrei pi tosto
1300 	Desolata perir che trarti ad opra
	Funesta al tuo riposo; ed or che tanta
	Prova d'affetto tu mi dai, d'un vero,
	Caldo, tenero affetto, oh, meno ancora!
	Per ben altro ne sar l'evento:
1305 	Morte no, ma pi larga intima vita,
	Occhi aperti e veggenti, ignote gioje,
	Nuove speranze e volutt s dolci,
	Che quanto pi soave a me gi parve,
	Comparandolo a queste, assenzio fora.
1310 	T'affida, Adamo, alla mia prova, e posto
	L'animo in piena calma, e dato ai venti
	Queste sogno di morte, il pomo assaggia."
	Cos detto, lo abbraccia, e di dolcezza
	Piange teneramente. E come grande,
1315 	Come splendido estima il suo trionfo
	D'aver nobilitato il cor di Adamo
	Tanto da provocar lo sdegno eterno
	E la morte per lei! Poscia il presenta
	Con mano liberal d'un roseo pomo,
1320 	Spiccandolo dal ramo. Oh, premio degno
	Di tal consenso! Ed ei lo accosta al labbro,
	Conscio dell'opra sua, n dal pi lieve
	Rimprovero trafitto. - Ahi, stoltamente
	Dalla lusinga femminil sedotto,
1325 	Non tradito fu l'uom! Trem dall'ime
	Sue viscere la terra, e come oppressa
	Da nova angoscia, un secondo lamento
	La natura mand. D'un negro velo,
	Quando il mortale original peccato
1330 	Fu consunto dall'uomo, il ciel si chiuse;
	Poi tuon cupamente, e dolorose
	Lagrime piovve. Adamo il fiero pasto
	Trangugiando venia senza un pensiero
	Porre al dolor dell'universo; ed Eva,
1335 	Eva a meglio allettarlo, il gran misfatto
	Rinnovar non tem, n farsi all'empia
	Mensa conviva. Or, come inebbriati
	Di recente falerno, in gran letizia
	Stavano immersi, e gi le penne a tergo
1340 	Si vedeano spuntar, gi lor parea,
	Della terra sdegnosi, in Dei mutarsi
	Ed ascendere al ciel. Ma ben diverso
	Dalla speranza quel perfido frutto
	Nei delusi oper! La prima immonda
1345 	Febbre della lascivia in loro accese!
	A fissar nella donna impuri sguardi
	L'uom cominci. La donna all'uom li volse
	Non men procaci, ed ambo un foco ardea
	Di volutt. Con tai parole Adamo
1350 	La compagna eccitava ai molli amplessi:
	"Eva, che tu possegga un dilicato
	Gusto or or mi provasti; e ci per fermo
	Poca parte non  di sapienza;
	Ch saper noi diciam dell'intelletto,
1355 	Come del gusto. Commendarti io debbo;
	Cos ben provveduto all'uopo nostro
	Quest'oggi hai tu. Negandoci il soave
	Piacer di questo frutto, assai perdemmo.
	Siam vissuti finor nell'ignoranza
1360 	Dei sapori squisiti. Ove si chiuda
	Nelle cose interdette una dolcezza
	Simile a questa, desiabil cosa
	Saria che dieci piante, e non per una,
	Dio n'avesse inibito. Or vieni, o cara,
1365 	Altre gioie a goder che pi gradite
	Faranno il pasto prezioso. Oh mai,
	Dal d che m'apparisti e mia ti feci,
	Mai pi fervida brama il cor non m'arse
	Di confondermi teco! Oh no, s bella
1370 	Mai non raggiasti agli occhi miei! Prestigio
	Di quel nobile frutto!" - E sguardi e detti
	E blandizie aggiungendo, a lei fe'noto
	Qual desio lo pungea. La donna intese,
	E coll'ardente sfavillar degli occhi
1375 	Fiamma accrebbe alla fiamma. Ei non ritrosa
	Per man la prese, e la guid su molle
	Tappeto d'erba, a cui fitto recinto
	Ed ombrifera vlta era un tessuto
	Di larghe foglie. Amrachi, viole,
1380 	Asfodilli e giacinti l'odoroso
	Talamo componeano; occulto, fresco,
	Gentil ricetto pi di quanti il grembo
	Ne allegrr della terra, ed ivi al fondo
	Vuotr la coppa del piacer; suggello
1385 	Della mutua lor colpa, alleggiamento
	Del lor peccato. Il sonno alfin li vinse,
	Sazj e stanchi d'amplessi. Allor che il foco
	Svamp del falso pomo, il cui vapore
	Soave, inebbriante, ingombro avea,
1390 	Quasi nube, il lor senno, e volte in fuga
	Le buone interne facolt, dal sonno
	Ingenerato di maligni influssi,
	E torbido di larve e di paure,
	Si riscossero entrambi, e si levaro
1395 	Come da veglia tormentosa. Ad Eva
	Volse Adamo lo sguardo ed Eva a lui,
	E conobbero allor che gli occhi aperti,
	Ma buje aveano l'alme. Era sparita
	L'innocenza da lor, pietosa benda
1400 	Sulla faccia del male; e colla innata
	Bont, colla scambievole fiducia,
	Loro usate custodi, anche l'onore
	Si partia sospirando, e nelle braccia
	Gli abbandonava della rea vergogna.
1405 	Questa i nudi vest, ma pi scoverti
	Parvero in quella veste; e come un tempo
	Il robusto Dante alz dal grembo [49]
	Di Dlila la fronte, invereconda
	Filistea, raso della forza antica,
1410 	Cos que'tristi si destr, deserti
	D'ogni bella virt. Confusi e muti,
	Come se la parola a lor mancasse,
	Rimasero gran tempo. Adamo alfine,
	Attonito non men della compagna,
1415 	Svolse a fatica queste voci: "O donna!
	In mal punto prestavi a quel fallace
	Serpe l'orecchio, da chiunque appreso
	Egli abbia a contrafar la voce umana.
	Della nostra caduta il ver ne disse,
1420 	Del promesso salir ne disse il falso.
	Chiari, aperti abbiam gli occhi, e il male e il bene
	Conosciam, questo  ver, ma coll'acquisto
	Del mal perdemmo il bene. O sciagurato
	Albero del saver, se questi sono
1425 	Gli amari frutti che ne dai! Se privi
	Di fe', di purit, di verecondia,
	D'innocenza ci lasci, consueti
	Nostri ornamenti, e traccie manifeste
	D'una infame lascivia, onde procede
1430 	La gran piena de'mali, e d'ogni male
	Ultimo, la vergogna, in noi tu stampi!
	Eva, col nostro bene, e queste  certo,
	Compro il male abbiam noi... Ma come in volto
	Oser pi fissar l'Onnipotente?
1435 	Come gli angeli suoi che tante volte,
	Estatico di gioja, io contemplai?
	Pi non potr la mia vista terrena
	Sostenerne l'aspetto e l'abbagliante
	Luce che li circonda... A che non posso
1440 	Condur vita selvaggia! in un deserto,
	In un bosco cacciarmi, ove le piante
	Mi diffondano interno un'ombra oscura
	Pari alla notte; n raggio di sole,
	N di pianeta penetrarvi ardisca!
1445 	E voi, pini, e voi, cedri, oh mi coprite,
	M'ascondete cos che pi di Dio,
	Che pi d'angelo il volto io non rivegga!...
	Ma cessiam le querele, e come il nostro
	Misero stato ci consiglia, un modo
1450 	Cerchiam di ricoprirne, ed alla vista
	Nascondere di noi ci che pi sembra
	Insultare il pudor. Nell'ampie foglie
	Di questa o quella pianta insieme avvinte,
	E fasciatine i fianchi, un manto avremo;
1455 	Cosicch la vergogna, infausta e nova
	Compagna nostra, non vi getti il guardo,
	E non ne accusi d'impudichi." - Tale
	Fu l'avviso d'Adamo; ed egli ed Eva
	Nel folto s'innoltrr d'una foresta.
1460 	Ivi scelsero il fico, e non quel noto
	Pe'frutti suoi, ma l'arbore che l'indo
	Del Malabarre e del Decn conosce.
	Lunghe e larghe cos l'estrania pianta
	Stende ed inarca le ramose braccia,
1465 	Che pentrano il suolo e fan radice.
	Poi come figlie pullular le vedi
	Presso il tronco materno ed intrecciarvi
	Volte opache e sublimi, e chiostri ombrosi,
	E portici echeggianti ed ampie vie.
1470 	E quivi il mandrian dalla solare
	Sferza ripara, e steso alle fresche ombre,
	Per lo fesso de'rami il gregge esplora
	Che pastura all'aperto. I due parenti
	Spiccr di quelle foglie ad una targa
1475 	D'Amazzone sembianti, e rintracciate
	Come seppero meglio, intorno all'anche
	Ne fr cintura; invan! se fu l'intento
	Di velarne la colpa e la vergogna.
	Oh quanto dalla prima e gloriosa
1480 	Nudit rimutati! Il Genovese
	Cos vide vagar l'americano,
	Cinto il fianco di piume, e l'altre membra
	Tutto ignudo, pei campi e per le rive
	Dell'isole boscose, e rintanarsi
1485 	Selvaggio entro le selve. Avviluppati
	Di quelle fronde i nostri antichi padri
	Credean, se non in tutto, in parte almeno
	La vergogna occultar, ma pi tranquilli
	Non batteano i lor cuori, ed incapaci
1490 	D'ogni quiete, e sol vaghi di pianto,
	Caddero sul terren. N pur dagli occhi
	Versavano dolor, ma dentro al petto
	Sollevar si sentiano una tempesta
	Di passioni impetuose e cieche:
1495 	Odio, sdegno, sospetto e diffidenza
	E discordia e rancor che fieramente
	Ne veniano agitando il queto impero;
	Queto e mite pur dianzi, ed or commossa,
	Turbolenta anarchia, perch lo scettro
1500 	Non reggea pi la mente, e fren nessuno
	Patia la volont, sommesse entrambe
	Alla foga de'sensi, all'appetito,
	Che dall'imo usurpandosi l'altezza,
	Alla ragion, che prima era sovrana,
1505 	Tolte avean la corona. Il cor turbato,
	Smarriti gli occhi, il dir lento, confuso,
	L'interrotto colloquio Adam riprese:
	"Perch non secondasti i miei consigli,
	N le iterate mie calde preghiere
1510 	Di restarne con me, quando il talento
	(Non so d'onde venuto) a te s'apprese,
	In questo infelicissimo mattino,
	Di vagar solitaria?... Ancor saremmo
	Felici noi, n trepidi, n prvi,
1515 	Come or siam, d'ogni bene, e vergognosi,
	E nudi e miserissimi! Non cerchi
	Or pi nessuno inutili cimenti
	Per mostrar la sua fede; a darne prove
	Ch'essa incomincia a vacillar, l'amore
1520 	Di cercarli  bastante." - E dal rabbuffo
	Del marito ferita, Eva rispose:
	"Qual severe parole uscir lasciasti
	Dalle tue labbra, Adamo? E tu, tu dunque
	Di cagion dell'evento al mio capriccio,
1525 	Alla mia voglia di vagar solinga,
	Come dirla ti piaci? e non potea
	Cogliermi la sventura e presso e lungi,
	Sola e con te? cadervi in quella frode
	Non potevi tu stesso? O l presente
1530 	Stato fossi all'assalto, o qui le reti
	Tese lo scaltro assalitor n'avesse,
	A te pur non saria da quella dolce
	Favella sua spiccata ombra d'inganno.
	Fra quel rettile e noi v'era colore
1535 	D'astio, di nimist, perch ne avessi
	Qualche offesa a temer? - Ma non dovevi
	Mai staccarti da me? Ci, ti rispondo,
	Saria come uno starmi a te confitta
	Costa insensata e nulla pi. Tua cosa
1540 	Son io, tu sei mio duce, e nel sospetto
	D'incontrarvi un periglio, a che non m'hai
	Impedito l'andar con assoluto
	Comandamento? Opposto,  ver, ti sei,
	Ma con poco vigor. Che dico? Io n'ebbi
1545 	E licenza, ed assenso e buon commiato.
	Se tu con inflessibile fermezza
	Posto al niego ti fossi, io non avrei,
	Tu non avresti inobbedito." - E, rosso
	Del primo sdegno, Adamo ed Eva: " questo
1550 	L'amor che tu mi porti e la mercede
	Del mio? di quell'amor che saldo, eterno
	Ti offersi, ti giurai, dacch perduta
	Eri tu, ma non io? non io, che solo
	Vivere in gaudio senza fin potea?
1555 	E pure, ingrata, volontario scelsi
	Morir della tua morte. Ed or m'incolpi,
	Com'io fossi cagion del tuo misfatto!
	Che non t'ho, mi rimprocci, il mal pensiero
	Combattuto abbastanza? E che dovea
1560 	Far di pi? L'ammonirti, il farti scaltra
	Sul periglio vicino e sull'agguato
	Teso dall'inimico un nulla estimi?
	La forza sola rimanea; ma questa
	Dal libero voler non si comporta.
1565 	Sai chi sprone ti fu? La tua smodata
	Fidanza in te. D'incorrervi periglio
	Tu non temevi, o se temevi, averne
	Speravi occasion d'inclita prova.
	Io stesso, io stesso errai, troppo ammirando
1570 	Ci che tanto perfetto in te mi parve.
	Non credea che l'inganno osar potesse
	D'avvicinarti... Maledetto errore
	Che s' fatto mia colpa, e tu ne sei
	L'accusatrice!... Cos ria, che pianga
1575 	Delle lacrime mie chi troppo affidi
	Nel valor della donna, e sciolga il freno
	Alla sua volont mal tollerante
	Di vincoli e di leggi. Abbandonata
	La femmina a s stessa e presa al laccio,
1580 	Torceranne l'accusa alla indulgente
	Condiscendenza del marito." - Entrambi
	Sprecavano cos le infruttuose
	Ore in parole di corruccio e d'ira.
	Ma n l'uom n la donna in s medesmi
1585 	Mai volgeano la colpa, e non parea
	Quella vana contesa aver pi fine.


LIBRO DECIMO

	Gi non era lass qual nequitosa
	Opra nel paradiso avea compiuta
	L'arcangelo ribelle: era gi noto
	Come a cogliere il frutto Eva sedotta
5 	Entro il serpe egli avesse, ed ella Adamo.
	E che mai si nasconde alla pupilla
	Di Dio che tutto vede? o tesse inganno
	All'intelletto onnisciente? Ei saggio,
	Ei giusto in ogni cosa, all'avversario
10 	Tentar non imped lo spirto umano;
	Spirto di forza e di ragione armato,
	D'un voler liberissimo, potente
	A svelar gli artificj e ripulsarli,
	Sia del nemico o del bugiardo amico.
15 	Sapea la coppia umana, e dalla mente
	Cader non le dovea, che pribito
	Erale di toccar l'arcano frutto,
	Qualunque fosse il tentator. La pena,
	Trasgredendo, incontraro; ed altro forse
20 	Si doveano aspettar? Quel lor peccato
	Mille in s ne ravvolse, e la caduta
	Meritamente ne segu. - Dolenti,
	Taciturni gli angelici custodi
	Dal paradiso risaliano al cielo,
25 	Vlti all'uomo i pensieri, il cui destino
	Agli spirti di Dio non era oscuro.
	Stupian, che per astuta arte infernale
	Intromesso il dimon nel santo loco
	Non veduto si fosse. Or quando al varco
30 	Dell'empiro arrivr le dolorose
	Novelle della terra, ognun trafitto
	D'amarezza rest. Sulle celesti
	Fronti una nube di dolor si sparse,
	Dolor misto a piet, che dell'empiro
35 	Non scem la letizia. A que'vegnenti
	L'eterea moltitudine accorrea,
	Di saper desiosa il come, il quando
	Dell'avvenuto; ed essi a'pi del trono
	S'affrettr riverenti, ove la cura
40 	Li traea di scolparsi innanzi a Dio
	Della ingannata vigilanza; giusta
	Discolpa, udita e facilmente accolta
	Dal benigno Signore. A mezzo i tuoni
	Questa voce ei mand dalla sua nube:
45 	"Angeli qui raccolti, e voi, Potenze,
	Che d'una vana mission tornate,
	Non vi cada il coraggio, e non vi turbi
	Questo annunzo terreno. I tristi eventi
	Prevenir non potea la vostra cura
50 	Per vegliante che fosse. Io gi predissi,
	Allorch primamente uscir d'inferno
	Stana vidi e traversar l'abisso,
	Che sollecito avrebbe e pieno effetto
	Il suo nero proposto, e che l'orecchio
55 	L'uomo alfin piegherebbe alla menzogna
	Contro il suo Creator; sedotto il folle
	Dalla lusinga e nell'error gittato.
	Nessun de'miei decreti il suo fallire
	Necessit; nessun leggiero impulso
60 	Diedi all'arbitrio suo, perch dovesse
	A diritta di forza od a sinistra
	La sua bilancia vacillar. Ma l'uomo
	Tuttavolta  caduto, e non mi resta
	Altro che pronunciar sul grave errore
65 	La sentenza final: la morte, io dico,
	Che predetta gli fu nel giorno istesso
	Del fallo suo. Minaccia inane e vana
	Sol perch'egli respira e non lo colse,
	Come temea, di subita percossa,
70 	L'uomo estima la morte: oh, ma la luce
	Tramontar non vedr di questo giorno
	Pria ch'egli esca d'inganno, e riconosca
	Che perdono non  la tolleranza.
	Come fu la bont, non vo'che sia
75 	La giustizia schernita. Ed or chi deggio
	Inviar sulla terra a giudicarlo?
	Chi, se non te, mia vece e Figlio mio?
	Della terra, del cielo e dell'inferno
	Diedi a te la bala. Che mio consiglio
80 	Sia d'udir la giustizia alla clemenza,
	Te scegliendo, o diletto, aperto io mostro.
	Tu dunque, amico e intercessor dell'uomo,
	Tu prezzo al suo riscatto, ed uom tu stesso
	Predestinato, a giudicar discendi
85 	L'uomo caduto." - All'ultima parola
	Svel l'eterno Padre il glorioso
	Splendor della sua destra, e senza nube
	Tutto rifolgor sul Figlio eterno
	Quel divino splendor. Cos raggiante
90 	Della paterna ripercossa imago,
	Con dolcezza ineffabile rispose:
	" tuo, Padre, il comando, e mio l'incarco
	D'eseguirne la mente in cielo, in terra;
	Tal che debba tu sempre in me piacerti.
95 	Scender sulla terra a dar sentenza
	Dei colpevoli tuoi; ma sia comunque,
	Padre, il giudizio, al compiersi de'tempi,
	Ricader sul mio capo, e tu lo sai,
	Dee la pena maggiore: il grave fascio,
100 	Te presente, io ne assunsi, e non mi pento
	Della promessa.  mio pertanto il dritto
	D'addolcir quella pena a cui m'offersi;
	Temperar la giustizia io mi propongo
	Cos colla piet, che l'una e l'altra
105 	Paghe in fine saranno e tu placato.
	Pompa, corteggio non desio. Nessuno
	Al giudizio verr fuor dell'umana
	Coppia incolpata. Il rettile dannato
	Meglio assente sar: convinto  il tristo
110 	Dalla propria sua fuga, e ribellante
	Ad ogni legge; n di prova ha d'uopo
	La colpa sua." - Ci detto, il Figlio surse
	Da quel seggio di gloria, a cui ghirlanda
	Erano i lampi che venian dal Padre.
115 	Troni, Posse, Dominj, a lui ministri,
	Lo scortaro in silenzio ai limitari
	Del cielo, ove in prospetto il paradiso
	Tutto appara. Precipite discese
	L'Unigenito in terra, e non potrebbe,
120 	Bench veloce, misurarne il tempo
	Quella sua rapidissima discesa.
	Dal meriggio eminente il sol calava
	Per l'occiduo convesso, e deste all'ora
	Consueta l'aurette, svetolando
125 	Ivan coll'ali la riarsa terra;
	E la dolce frescura e la quiete
	V'adducea della sera. In questo il Figlio,
	Giudice e difensor, ritemperata
	L'ira del Padre, a proferir venia
130 	La condanna dell'uomo. Il suon divino
	Della sua voce diffondersi intorno,
	Ed al cader della diurna luce
	L'aure lo sussurravano all'orecchio
	D'Eva e d'Adamo; ed essi al noto suono
135 	Cercavano tremanti le pi dense
	Ombre della foresta. Ad alta voce,
	Accostandosi Iddio, chiamava Adamo:
	"Adamo, ove sei tu?... Tu che solevi,
	Mentre ancor t'era lungi, a me venirne
140 	Pieno di gioja e di desio? M'incresce
	L'assenza tua. S tenero se'fatto
	Dello star solitario? E pur non chiesto,
	Dal tuo zelo affrettato, a me correvi.
	 men pomposa l'apparenza mia?
145 	Qual cagion, qual vicenda a me ti scosta?
	Vieni!" Egli venne, ed Eva, abbench fosse
	Prima all'offesa, repugnante e tarda
	Seguia. Muti e scomposti erano entrambi;
	N l'amor verso Dio, n la fraterna
150 	Carit, che d'un nodo i cuori allaccia,
	Pi negli occhi apparia degli infelici;
	Ma delitto, vergogna e turbamento,
	Ira, sconforto, pervicacia ed astio
	Collegato alla frode. - Adamo alfine,
155 	Dopo lungo esitar, quante pi breve
	Pot, rispose: "Udito ho la tua voce
	Sonar per lo giardino, e perch nudo
	Son io, n'ebbi spavento e mi nascosi."
	A cui, misericorde e senza un motto
160 	Di pungente rampogna, il suo divino
	Giudice disse: "Udita hai pur sovente
	La voce mia, n tema, anzi diletto
	Ne avesti. Or come avvien che spaventosa
	Ti si fe'd'improvviso? E chi ti disse
165 	Che nudo sei? Gustato hai forse il pomo
	Che toccar non dovei, com'io t'imposi?"
	E nell'ultima angoscia il padre antico:
	"O cielo, in quali strette io mi presento
	Oggi al giudice mio! Gravarmi io debbo
170 	Di tutto il peso della colpa? o vlgo
	Ad un altro me stesso, alla compagna
	Della mia vita l'infelice accusa?
	Mentre fida ella m', vorrei d'un velo
	Coprir la colpa sua, n darle biasmo
175 	Co'miei lamenti: ma costretto io sono
	Dalla crudel necessit per tema
	Che la colpa e il castigo, intollerando
	Carco, me solo aggravi. E d'altra parte
	S'io chiudessi le labbra, agevolmente
180 	Rivelar tu sapresti il mio segreto.
	Costei che tu creasti a mio conforto,
	Che donata m'hai tu come il perfetto
	De'doni tuoi, s buona, s conforme
	D'indole a me, s dolce e s divina,
185 	Da cui non sospettava ombra di male,
	Costei che colle grazie ingenue e care,
	Sia nel dir, sia nel far, giustificando
	Vania, retta o non retta, ogni opra sua,
	Costei diemmi quel frutto, ed io lo morsi."
190 E la presente mest del Figlio:
	"Era dessa il tuo Dio, ch la obbedisti
	Pi di Colui che ti cre? Per guida,
	Per sovrana l'avesti o per tua pari,
	S che la maschia dignit dovessi
195 	Sottoporle cos? lasciar quel grado
	In cui sovra la donna Iddio t'ha pOsto?
	Tu che tanto prevali in eccellenza,
	In decoro, in onore a questa parte
	Di te, per te sol fatta? Io l'ho vestita
200 	Di grazia e di belt, perch d'amore
	Ti sapesse infiammar, non perch scettro
	Su te levasse. Accolte in lei soltanto,
	Per lasciarsi guidar dalla tua mano,
	Dovean s care qualit parerti,
205 	Non mai per quell'impero a cui tu solo
	Fosti eletto da Dio, se conosciuto
	Te stesso avessi." - Ad Eva indi rivolto:
	"Parla, o donna, le disse in brevi accenti,
	Perch fatto hai tu questo?" - E la meschina,
210 	Confusa, oppressa di rossor, la colpa
	Subito confess, ma non loquace,
	Non petulante: "M'ingann la serpe,
	Ed io mangiai." - Quand'ebbe udito questo,
	Profer Dio Signor contro il serpente
215 	Senza indugio il giudizio, ancor che bruto,
	E non atto a gittar su chi lo fece
	Strumento al male e devi dal fine
	Per cui venne creato, il suo delitto.
	Ma pur, come corrotto in sua natura,
220 	Maledetto a ragione. Oltre saperne
	L'uom non dovea, n seppe; e quando ancora
	Noto a lui pi ne fosse, il proprio fallo
	Non avria gi scemato. Iddio proferse
	Su quel primo dei rei la sua condanna,
225 	Ma di mistiche forme la ravvolse;
	Meglio allor ci stimando, e l'anatma
	Cos sull'angue fulmin: "Fra tutte
	Le fere e gli animai che sono in terra
	Maledetto sii tu, che fatto hai questo!
230 	Striscerai sul tuo ventre, e tutte l'ore
	Della tua vita roderai la polve.
	Fra la femmina e te, fra la sua razza
	E la tua s'intrometta un odio eterno.
	Ella il capo ti schiacci, e tu fa'prova
235 	Di addentarle il calcagno." - In questi detti
	L'oracolo si espresse; e quando il nato
	Da Maria nazarena, Eva seconda,
	Vide dal cielo ruinar Satano
	Rapido come folgore, dimostro
240 	Quell'oracolo fu. Sorgendo allora
	Ges dalla sua tomba, alle infernali
	Posse ritolse le celesti prede
	Vincitor trionfante; e dietro al carro,
	Nel suo festoso risalir, si trasse
245 	Schiava la schiavit traverso ai regni
	Medesimi dell'aere, onde Satano
	Fu per gran tempo usurpator. Ma quegli
	Che da pria ne predisse il suo fatale
	Conculcamento, lo porr per sempre
250 	Sotto i piedi dell'uom. - Converso ad Eva,
	Tal sentenza ei dett: "Tu recherai,
	Da pi mali angosciata, il sen pregnante;
	Lo sciorrai nel dolore, ed alla voglia
	Ed al cenno dell'uom sarai soggetta."
255 	Alfin questa condanna Iddio Signore
	Sopra l'uom pronunci: "Perch la voce
	Della femmina udisti, ed a quel frutto,
	Di cui detto io t'avea: non por la mano!
	Tu la mano ponesti, maladetta
260 	Sar la terra; e tu, che n'hai la colpa,
	Non potrai senza stento il poco cibo
	Strappar, fin che tu viva, alla ritrosa.
	Essa ti produrr triboli e spine,
	E per tuo nutrimento erbe di campo.
265 	Bagnato dal sudor della tua fronte
	Mangerai questo pan fin che di novo
	Nella terra rientri ond'io ti trassi.
	Polvere, in polve tornerai." - Dell'uomo
	La condanna fu questa, e la proferse
270 	Colui che giudicante e salvatore
	Fu mandato dell'uom. Dal capo suo
	Scost la morte che dovea colpirlo
	In quel giorno medesmo; indi commosso
	A piet di que'nudi ed all'insulto
275 	Dell'aere esposti, che patir fra poco
	Dovea funesti mutamenti, a vile
	I pietosi non ebbe mili offici
	Di servo; e come quando a'suoi seguaci
	Lav le piante in dolce atto di padre,
280 	Ne coperse cos le terga e il petto
	Con pelli d'animai fra loro uccisi,
	O mutati di spoglia in quella guisa
	Che la sveste il colbro e la rinnova.
	N lung'ora indugi nell'addossarne
285 	Le colpevoli membra; e non soltanto
	La loro esterna nudit coperse
	Di que'velli ferini, ma l'occulta,
	L'intima ne cel, pi turpe assai,
	D'un manto di clemenza, ed ai paterni
290 	Occhi l'ascose. Con celere volo
	Quindi al Padre torn, che lo raccolse
	Nel beate suo grembo, e nella gloria
	Consueta s'assise. Al suo gran Padre,
	Gi placato, narr (bench di tutto
295 	Conscio) ci che segu fra l'uomo e lui
	Nel terrestre giardino; ed al racconto
	Dolci preghiere di perdon mescea.
	Ma caduto non era e giudicato
	L'uomo ancora quaggi, che Morte e Colpa
300 	Stavano neghittose a fronte a fronte
	Sull'ingresso infernal. Fin da quel giorno
	Che la trista custode avea le porte
	Spalancate a Satano, ed ei varcolle,
	Pi racchiuse non furo; e per lo bujo
305 	Cos rigurgitavano torrenti
	Di fiamme impetuose. Alz la Colpa
	Prima la voce e favell: "Diletta
	Prole mia, perch stiam su questa soglia
	L'una all'altra converse il vil riposo,
310 	Mentre il nostro gran Padre in altri mondi
	Pianta le insegne dell'inferno, e sede
	Pi di questa felice a noi prepara?
	A noi caro suo germe? Egli, o ch'io spero,
	L'alta impresa compi, ch, s'altro fosse,
315 	Reduce lo vedremmo, dalle furie
	Persecutrici del Signor respinto;
	Perocch, fuor di questa, altra dimora
	Nel creato non  che pi convenga
	Al suo castigo ed all'altrui vendetta.
320 	E gi dentro di me sentir mi pare
	Nova virt che l'ale al vol mi scioglie,
	E di l dal Caosse un ampio regno
	Mi promette. Poter, ch'io mal distinguo
	Se forza  di natura o simpata,
325 	Mi trae da remotissima distanza
	A legar per coverte oscure vie
	Cose d'indole pari in un segreto
	Vincolo d'amist. Per seguirmi,
	Ombra mia, devi tu, ch man nessuna
330 	Pu dalla Colpa separar la Morte.
	Tuttavia nel timor che grave inciampo
	Impedisca o ritardi al Padre nostro
	Di rivarcar l'irremeabil golfo,
	Tentiamo (opra animosa e non pertanto
335 	Pari al nostro vigor), tentiamo, o figlia,
	Di por su questo mare i fondamenti
	D'una solida via, che dall'inferno
	Metta al mondo novello, ove Satano
	Or trionfa. Quest'opra assai dovrebbe
340 	Gl'infernali giovar, che per talento,
	O per altra cagion, da questo abisso
	Traessero col; poich verria
	Loro dischiuso un facile tragitto.
	La via non fallir, con tale ardore
345 	Mi vi sprona il poter del novo istinto."
	E la forma scarnata a lei rispose:
	"Va'dove o fato o tuo voler ti mena.
	Seguir l'orme tue, n, ch'io smarrisca,
	Te duce, il calle, dubitar; s vivo
350 	L'alito delle carni a me ne giunge
	Da strage interminabile! S dolce
	Il letale sapor di quante vite
	Chiude quel mondo ignoto in cor pregusto!
	Sola all'impresa non sarai. Soccorso
355 	Potente io ti verr." - Cos dicendo
	Della vece funesta, a cui l'Eterno
	Condannava la terra, il crudo mostro
	Fiutava il lezzo con gioja feroce.
	Come stuol di carnivori volanti
360 	Cala, il d che precede alla battaglia,
	Dove l'una e l'avversa oste s'accampa,
	Ch il sentor delle vittime viventi
	Destinate a cader col novo sole,
	Da lontane contrade a s lo tira;
365 	Tal quale fiera immagine di morte
	Fiuta il pasto futuro, e le sue larghe
	Nari sbarrando per l'er maligno,
	Il remoto ne gusta orribil puzzo.
	Indi entrambe lascir le maledette
370 	Porte, e nei regni turbolenti e ciechi
	Del freddo umido caos, per calli avversi
	S'immersero. Radendo i negri flutti,
	Col vigor delle braccia (ed era immenso)
	Quanto incontrr di viscido e di molle
375 	Mescro, agglomeraro, e il grande ammasso
	Di su di gi, di qua di l sbattuto
	Come in gonfia marea, spinser le dire
	Sulla foce infernal. Cos dal polo
	Mossi sul cronio mar due venti opposti,
380 	Soffian l'un contro l'altro, accumulando
	Montagne irte di gelo, enorme sbarra
	Al varco oriental che da Petzora, [50]
	Come s'immagin, condur dovea
	A'ricchi piani del Cataio. Armata
385 	Della sua clava ch'ogni cosa impietra,
	Assidera, disecca e nell'impulso
	Non minor del tridente, urta la Morte
	L'ammucchiata materia; e qual gi Delo,
	Che da natante s'affiss, s'affissa
390 	La congerie cos; poi tutto indura
	Il terror del gorgonio immoto sguardo.
	Lo spazio alfin che l'uno e l'altro schermo
	Del gran ponte rinserra, ampio non meno
	Che la porta infernal, le furie empiero,
395 	E cementr d'asfaltico bitume.
	Larga, distesa sul furente abisso
	Fin dall'ime radici ergeasi in arco
	Quella struttura smisurata; in arco
	Per lunghezza stupendo, che s'appoggia
400 	Del novo mondo all'incrollabil vallo;
	Del mondo ora indifeso, ora conquista
	Della Morte! Per esso una diritta,
	Stesa, agevole via mette all'inferno.
	Che se m' dato comparar le grandi
405 	Colle picciole cose, in simil guisa
	Serse venne da Suza, abbandonata [51]
	La regal sua Memnia, all'Ellesponto
	Per gravar delle asiatiche catene
	La greca libert; poi su quel mare
410 	Una via costru che coll'Europa
	L'Asia congiunse, e flagell demente
	L'onde indignate. - Con mirabil arte
	Fu da lor quella enorme opra condotta;
	Una parete di pendenti rupi
415 	Sui tormentati abissi, che s'allunga,
	Dietro le traccie da Stan segnate,
	Fin l dove l'acerbo il vol raccolse
	All'uscir del Caosse, e sulla esterna
	Arida faccia del creato impresse
420 	Le primiere orme sue. Ci fatto, i mostri
	Di chiovi e d'insolubili catene
	Tutto quanto assodr. Durabil troppo,
	Troppo saldo edificio! In breve corso
	Ai termini arrivr del cielo empiro
425 	E del mondo. L'inferno apriasi a manca,
	Da infinita voragine disgiunto,
	E tre calli diversi ai tre soggiorni
	N'eran guida. Gittrsi i due fantasmi
	Sul cammin della terra a loro apparsa,
430 	Drizzando il volo al paradiso. Ed ecco
	Sotto larva d'un angelo lucente,
	Fra lo scorpio e il centauro, avvicinarsi
	Il gran mostro d'abisso in quella appunto
	Che il sol montava in arite. Assunto
435 	Egli avea, per celarsi ad ogni sguardo,
	Quel celeste fulgor, ma tosto il padre,
	Pur nella spoglia simulata, agli occhi
	Della prole infernal fu manifesto.
	Poich Stan la donna ebbe sedotta,
440 	Erasi, inosservato, entro il vicino
	Bosco nascoso, e presa altra sembianza
	Per veder che seguisse. Al fallo primo
	Succedere il secondo, allor che porse
	Eva (non mossa da maligno intento)
445 	All'incauto marito il fatal pomo,
	Egli not; n gli sfugg la cura
	Che si diero in velar la vergognosa
	Lor nudit: sottile, inutil velo!
	Ma quando a giudicarli Iddio discese
450 	Nel Figlio suo, da subita paura
	Sopraffatto il dimon, si pose in fuga.
	Non gi che la speranza il lusingasse
	Di sottrarsi al castigo; ma la vista,
	Colpevole com'era il maledetto,
455 	Non ne ard sostener, temendo il primo
	Scoppiar dell'ira onnipossente. A buja
	Notte ei poscia rivenne, e giunto al loco
	Ove gli sciagurati erano assisi,
	Le triste voci e il lagrimar ne intese;
460 	E quindi argoment la sua condanna;
	Per non imminente e sol decreta
	Per un tempo avvenir. Si volse allora,
	Di pompose novelle apportatore,
	A'suoi regni infelici; e sull'estremo
465 	Caosse, a pi di quel mirabil ponte,
	Ebbe il dimon l'inaspettato incontro
	Della orribile coppia, amata e degna
	Progenie sua. Gran gioja in rivedersi
	Que'tre manifestaro, e in lui s'accrebbe
470 	Nel mirar la gran mole. A lungo immoto
	Stette per meraviglia a contemplarla,
	Fin che sciolse la Colpa, amata figlia
	Del suo pensier, quell'estasi paterna
	Con tai parole: "O Padre mio! null'altro
475 	Che stupende opre tue, che tue conquiste
	Queste son che tu vedi, autor tu solo,
	Tu primiero architetto. Io non s tosto
	Nel mio cor divinai (che d'un soave
	Nodo s'allaccia e palpita col tuo
480 	Per segreto tenor che li governa),
	Dico che non s tosto i tuoi trionfi
	Divinai nel mio core (e piena fede
	Quel tuo sguardo or mi d, che fui del vero
	Vera presaga), trascinar m'intesi
485 	Potentemente verso te con questo
	Indiviso mio germe, ancor ch'io fossi
	Da mondi innumerevoli disgiunta.
	Tale  il nodo fatal che ne incatena!
	N l'abisso per fermo a noi potea
490 	Pi lungamente contrastar l'uscita,
	N quel baratro cupo, importuoso
	Contenderci il seguir le tue vestigie.
	Da captive che fummo al limitare
	Della porta infernal, per te soltanto
495 	Libere siamo noi. Tu ne infondesti
	Virt d'edificar questo gran ponte
	A distanza infinita, e di carcarne
	Riluttante il caosse. Ora e per sempre
	Il mondo  tuo vassallo. Hai fatto acquisto
500 	Per senno e per valor di quanto eretto
	La tua destra non ha; tal che sapesti
	Riparar con usura ad ogni grave
	Perdita della guerra, e trar vendetta
	Della immane sconfitta in ciel sofferta;
505 	In cielo ov'eri servo, e re qui sei.
	Jova regni lass, come i destini
	Dell'armi giudicr; ma poi che sgombra
	Dal suo novo creato, e lo ributta
	Con eterna condanna, a te fa parte
510 	Del suo dominio sulle cose, e ponvi
	L'empireo per confine. A lui l'antica
	Tetrgona citt, l'orbicolare
	Mondo a te solo. Ei rompa a nova lotta
	Or che reso ti sei, pi che non eri,
515 	Periglioso al suo trono." - Allegro in vista,
	Il Signor delle tnebre rispose:
	"O leggiadra mia figlia, e tu, mia prole
	Carissima non meno e mia nepote,
	Mostro avete ambidue con ammiranda
520 	Prova che stirpe di Stan voi siete;
	Perocch di tal nome io superbisco;
	Nome che Jova, onnipossente
	Correttor delle spere, emulo suona.
	Ben di me meritaste, anzi di tutta
525 	L'infernal monarchia, poich sapeste
	D'un arco trionfal s presso al cielo
	Rispondere animose al mio trionfo,
	Ed imitar le grandi opre del Padre
	Per quest'opra sublime, ond'or s' fatto
530 	Dell'abisso e del mondo un regno solo.
	Regno nostro e per sempre. Or mentre io volo
	Sull'agevole via, che mi schiudeste
	A traverso la notte, annunziatore
	Di nuove avventurose a quelle posse
535 	Che giurate son meco, itene voi,
	Quanto  lungo il sentier, per questi globi,
	Vostro immenso possesso, e discendete
	Nel terrestre giardino. In pace e in riso
	Abitatelo, o figlie, ed imperate.
540 	Poi la vostra ragion di l si stenda
	Sulla terra, sull'aere, e pi sull'uomo
	Che dominio gi v'ebbe; e poi che stretto
	In catene lo avrete al vostro carro,
	Spegnetelo! V'eleggo a mie ministre
545 	Pienopotenti sul creato, e v'armo
	Della mia spada, a cui nulla resiste.
	Sol le vostre congiunte invitte braccia
	Sono al novo mio soglio appoggio e schermo.
	Di quell'orbe, vo'dir, cui di la Colpa
550 	In bala della Morte. Ove prevalga
	La vostra unita gagliardia, timore
	Non ho che soffra l'infernal potenza.
	Ora, o forti, ne andate!" - E s dicendo,
	Di lor commiato; e quelle il varco aprirsi
555 	Rapide tra le spere, ov' pi fitta
	La gran danza degli astri, e il lor veleno
	Vi sparsero. Le stelle impallidiro,
	E gli orbi erranti, dal maligno influsso
	Contaminati, s'ecclissr. - Calava
560 	Satano intanto pel contrario calle
	Vr l'orrenda magion. Diviso e presso
	Sotto il gran pondo della doppia diga
	Stride il caosse, e sollevando i fiotti,
	Move inutile assalto a quelle sponde
565 	Che ne sprezzano l'ira. - E gi le porte
	Spalancate e deserte addietro ei lassa,
	E silenzio soltanto e desolata
	Solitudine trova. In abbandono
	Poste aveanle que'duo che vigilarne
570 	Dovean l'ingresso, ed or batteano il volo
	Per un mondo superno. Indi ritratta,
	Accampavasi l'oste intorno ai muri
	Del Pandemonio, mestosa sede
	E citt di Lucifero. Satano
575 	Da questo folgorante astro tenea
	Di Lucifero il nome. Intanto i duci
	Solleciti di ci che al lor signore
	Fosse inclto tra via (come prescritto
	Fu da lui nel partirsi), obbedienti
580 	Tenean consulta. E quale innanzi al russo
	Persecutore il tartaro s'invola
	Per mezzo ad Astracane, attraversando
	Campi di neve; o quale il batriano [52]
	Sof; cacciato dalla tracia Luna,
585 	In deserto trasmuta ogni contrada,
	Al di l d'Aladl, nella sua fuga
	Vr Tauride o Casbino; a tale immago
	Quei balzati dal cielo un lungo tratto
	Abbandonaro, e desolr l'inferno,
590 	Ristringendosi a guarda intorno al muro
	Dell'iniqua citt; mal tolleranti
	Che il grande avventurier, fuggito in traccia
	D'ignote regioni, ancor non rieda.
	E per mezzo alla calca inosservato
595 	Egli in questo movea sotto la forma
	D'angelo militante e della plebe
	Infima degli spirti. Entr non visto
	Nella reggia plutonia, e il trono ascese,
	Posto al sommo di quella: eccelso trono,
600 	Di festosi coperto aurei tessuti.
	Tutto l'arcidimon d'un solo sguardo,
	Invisibile, vide; e si rimase
	Cos muto e segreto alcuni istanti.
	Alfin, quasi da nube, il capo insigne
605 	E l'intera persona in una luce
	D'ogni fulgida stella assai pi viva
	Improvviso appar. Gloria suprema
	Dall'alto lui concessa, o menzognero
	Splendor che non estinto ancor serbava
610 	Nella caduta. A quel subito lampo
	La stupefatta innumerevol oste
	Tutta a un punto si volse, ed ivi il lungo
	Desiderio trov degli occhi suoi;
	Reduce vi trov dai mondi ignoti
615 	Quel possente suo duce. Un clamoroso
	Plauso si sparse. Accorsero veloci
	Gli adunati in consiglio, e vuoti i seggi
	Della trista congrga, al lor signore
	S'affollr gratulando, ognun compreso
620 	Della stessa letizia. Ei colla mano
	Silenzio ottenne e colla voce orecchio
	Sospeso ad ascoltar. "Virt, Possanze,
	Troni, Prenci, Dominj, or s che tali,
	Per diritto non sol, ma per verace
625 	Possedimento, salutarvi io posso.
	Lieto d'una vittoria, a cui la speme
	Quasi alzar non osava, a voi ritorno;
	Ritorno a voi per togliervi in eterno
	A questo abisso tormentoso, a questo
630 	Albergo di miserie, e rcca infame
	Di quel nostro tiranno. Alfin d'un mondo
	Voi terrete l'imperio, ampio, di poco
	Al cielo inferior che vi fu culla.
	Mondo che v'acquistai con infiniti
635 	Stenti, con un'impresa ardua e felice.
	Di quanto io feci e tollerai, sarebbe
	Lungo troppo il racconto, e mal potrei
	Dipingervi le angosce che sostenni
	Nel superar l'orribile, incessante
640 	Discordia elementar che non ha fini,
	N sostanze distinte; ove pur dianzi,
	Per farvi piano il glorioso ingresso,
	Han la Colpa e la Morte un vasto ponte
	Lastricato. Ma schiuso a gran fatica
645 	Io m'ho solo quel passo; io solo e primo
	Per l'indomito abisso il vol drizzai;
	Io per entro le viscere m'avvolsi
	Della notte increata e del mugghiante
	Caos che, gelosi degli arcani loro,
650 	Travaglir con altissimi ululati
	Il mio strano viaggio, ed al destino
	Ne fr protesta. Non dirovvi il come
	Vi trovassi quel mondo, or or creato,
	Onde sparsa nel ciel gran tempo innanzi
655 	Erasi un'alta fama. Opra stupenda
	Stupendamente costruita, albergo
	Dell'uom, che, noi sbanditi, in un giardino
	Dilettoso fu posto. Io per inganno
	Staccai dal suo Fattor quella infelice
660 	Fattura, e la sedussi... alzate il ciglio
	Per maraviglia... con un frutto! Offeso
	Di questo Iddio (frenar potrete il riso?),
	L'uom, ch'ei tanto dilige e il nuovo mondo
	Diede in preda alla Colpa ed alla Morte;
665 	Quindi a noi, che s facile conquisto
	E di fatiche e di periglio privo
	Fatto in breve ne abbiam; tal che potremo
	Correrlo, porvi stanza, e signoria
	Sull'uomo esercitar, com'ei l'avrebbe
670 	Sull'universo esercitata. Il Figlio
	Giudicato ha me pur, nol vi nascondo,
	O (la parola emendo) il vil serpente
	Entro cui mi trasfusi, e l'uom sedussi.
	Altro di quel giudizio a me non tocca,
675 	Salvo un astio mortal ch'ei porre accenna
	Fra l'uomo e me: di mordergli il calcagno
	Mi si concede, ma la stirpe umana
	Schiaccer la mia testa, ancor che Dio
	Detto il quando non abbia. Or chi pel lieve
680 	Prezzo di quest'offesa, e fosse ancora
	Di gran lunga maggior, chi non vorrebbe
	Far d'un mondo il guadagno? Eccovi istrutti
	D'ogni opra mia. Che pi, che pi ne avanza
	Se non battere il volo al nuovo impero,
685 	E farvi un lieto trionfale ingresso?"
	Chiuse con questo dir la iniqua bocca
	Aspettando il dimon, che plausi e grida
	Fragorose, concordi, universali
	Gli empissero l'orecchio; ed ode in vece
690 	A dritta, a manca, a tergo, a fronte un lungo
	Fischio, segnal di pubblico disprezzo.
	Meraviglia ne trae, ma sol per poco,
	Ch pi grave stupor di s lo ingombra.
	Scemar d'un tratto ed allungarsi il volto
695 	Sente e vede Satano, e braccia e mani
	Configgersi alle cosce, e l'una all'altra
	Appiccarsi le gambe, infin che privo
	Di pi, serpente mostruoso, cade
	Carpon sul ventre, repugnando in vano,
700 	Ch pi forte virt la sua soggioga,
	E lo castiga nella forma istessa,
	Giusta il decreto eterno, in cui misfece.
	Provasi favellar, ma la favella
	Dalla lingua forcuta esce fischiando,
705 	E risponde alle tante al par forcute.
	Perocch trasformato in un serpente,
	Qual consorte alla colpa, era ciascuno.
	Tuon di sibili acuti empie in sala,
	Ove brulica e ferve una confusa
710 	Stipa di mostri, e teste e code insieme
	Raggruppate ed immiste; aspidi sordi,
	Crudeli anfesibene e bicornute
	Ceraste, ed idre, ed llopi sinistre,
	E dipse venenose. Oh mai le glebe
715 	Che il sangue infece del medseo capo,
	O le arene d'Ofisa, un tal acervo
	Di serpi non copr! Ma d'infra tutti,
	In dragon tramutato, ergea Satano
	Alta la cresta, ed eccedea d'ampiezza
720 	Quel famoso Piton, che fu dal sole
	Nella Pizia palude ingenerato;
	E levar nondimen la regia fronte
	Sovra gli altri parea. Dal chiuso loco
	Trasse il mostro all'aperto, e quegli spirti
725 	Trasfigurati lo segur. La grande
	Oste del ciel caduta, in bella mostra
	Circondava le mura, e insofferente
	Il trionfo attendea del glorioso
	Lor prence e condottier. Ma ben diverso
730 	Spettacolo si offerse a quegli sguardi:
	Un laido stuolo di serpenti! Orrendo
	Raccapriccio li prende, ed in un punto
	(Simpatia spaventosa!) ognun rimuta
	Nelle luride forme il proprio aspetto.
735 	Cadean le braccia, le lance, gli scudi;
	Cadeano le persone, e sibilando
	All'efferato sibilar de'primi,
	N'assumean per contagio indole e faccia,
	Nella colpa uguagliati e nel castigo.
740 	Cos le impure bocche in s medesme
	Volsero il vitupero, in cui gli applausi
	Meditati cangirsi e l'aspettata
	Magnificenza del trionfo. - In quella
	Che gli spirti malvagi in altre membra
745 	S'erano convertiti, usc dal suolo
	(Come piacque al Signor, perch le pene
	Fossero ne'perversi inacerbate)
	Una selva improvvisa, i cui gremiti
	Rami eran carchi di soavi poma;
750 	Poma a quelle sembianti, onde fu colta
	Eva dal tentatore in paradiso.
	Ficcr su quello strano apparimento
	Tutti un guardo di foco, immaginando
	Che d'un arbore a vece una boscaglia
755 	Sorta fosse laggi di que'contesi
	Frutti per rinnovarvi onte e dolori.
	Ma da sete rovente stimolati
	E da fame crudele, in lor trasfuse
	Per adescarli ed ingannarli, a torme
760 	Vi si avventano i serpi, e vi si aggruppano
	Pi folti assai che le viperee chiome,
	Di cui s'intreccia di Megera il capo.
	Poi con morso vorace ognun dispicca
	Mela vaghe all'aspetto e pari a quelle
765 	Crescenti in riva del sulfureo lago,
	Ove Soddoma stette e fu combusta;
	Se non che pi di loro ingannatrici,
	Queste illudono il dente e non la mano.
	Alla stolta speranza abbandonati
770 	Di spegnere il digiun, le ingorde bocche
	Mettono al frutto, e di cenere sozzo
	N'appestano le fauci; imbratto amaro
	Da lor con rabbia e con fragor rejetto.
	Pur da fame pi cupa e da pi viva
775 	Sete sospinti, a novo e vano assalto
	Corrono gl'infelici, e sempre indietro
	Tornano fastiditi: intollerando
	Fetor ne torce le mascelle, e schifa
	Fuliggine le ammorba. Oh quante volte
780 	La sciagurata illusion li vinse,
	Mentre cadde una sola in queste errore,
	L'uom, di cui trionfaro! - In simil guisa
	Trasfigurati, e per fame consunti,
	E da fischio incessante affaticati,
785 	Stentarono gran tempo. Alfin, l'Eterno
	Concedente, il perduto antico aspetto
	Si rivestr. Ma fama il mondo corse,
	Che dovessero ogni anno (acci l'orgoglio
	Fosse emunto e punito in que'superbi
790 	Vincitori dell'uom) pur numerati
	Giorni indossar le serpentine spoglie.
	Sparsero tuttavia gl'iniqui spirti
	Qualche incerto romor di quel trionfo
	Fra popoli idolatri, e lor narraro
795 	Favoleggiando, che sull'alto Olimpo
	Regn primo il Serpente, a cui fu dato
	Nome poi d'Ofion, con Eurinme,
	Che forse ne'remoti oscuri tempi
	Quello d'Eva usurp; dal sacro monte
800 	Per Saturno e per Opi indi sbanditi
	Pria che Giove ditto le luci aprisse.
	La fatal coppia intanto al paradiso
	Ratta, ahi troppo! giugnea. V'era la Colpa,
	Prima entrata in potenza, in atto poscia,
805 	Ed or v'entra in figura, e ponvi sede.
	Morte  con lei, sebben non prema ancora
	Del suo pallente corridor le trega.
	La Colpa a lei si volse. "O di Satano
	Prole seconda, che sarai fra poco
810 	D'ogni cosa vital conquistatrice,
	Qual concetto fai tu del novo impero
	Che per tante fatiche abbiam conquiso?
	Non  meglio qui starne anzi sempre
	Vigilar sui vestiboli deserti
815 	Di quel carcere orrendo, innominate
	E da nessun temute, e tu rimorta
	Quasi per fame?" - E quella orribil ombra
	Dalla Colpa concetta, a lei rispose:
	"A me consunta da perpetua fame
820 	Una cosa  l'inferno, il ciel, la terra;
	Ove preda pi sia che mi satolli,
	L m' caro abitar; ma qui non veggo
	Pasto, bench vi abbondi, ond'io m'impingui
	Quest'arido carcame e il ventre vuoto."
825 	Cui l'incesta sua madre: "Or ben divora
	Quest'erbe, questi fiori e queste frutte;
	Poi de'bruti, de'pesci e degli augelli,
	Squisita imbadigion, l'epa riempi.
	Struggi senza piet ci che precide
830 	La gran falce del tempo infino al giorno
	Che dell'uomo io mi faccia un caro albergo,
	E gli sguardi, i pensieri, i detti e l'opre,
	Dal mio tosco inquinati, a te condisca
	L'ultima e la miglior delle vivande."
835 	Vario calle, ci detto, i due fantasmi
	Presero e separrsi, e non per tanto
	Dritti allo stesso fin, di tr la essenza
	Immortale alle cose e maturarle
	Tosto o tardi al sepolcro. E ci veggendo
840 	Dal sublime suo trono il re de'cieli,
	Fece udir la sua voce alle corone
	Degli eletti e de'santi, ond'ei si cinge.
	"Con quale ardore i due veltri d'inferno
	Corrono a devastar la mia fattura,
845 	Il mondo che creai s buono e bello,
	E che tal senza tempo avrei serbato,
	Se la umana follia non vi lasciava
	Penetrar quelle furie! A me dann'esse
	Cagion di tal demenza, e simil taccia
850 	Viemmi pur da Satano e dalle turbe
	Che l'iniquo segur, perch soffersi
	Senza contrasto ch'ei ponesse il piede
	Su quella terra benedetta, e donno
	V'innalzasse i vessili. Or quasi io fossi
855 	Concitato da sdegno, e in lor bala
	Posta avessi ogni cosa o data al caso,
	Tripudiano i beffardi! Oh! ma non sanno
	Quegli intelletti nell'error confusi,
	Ch'io stesso vi chiamai, ch'io vi sospinsi
860 	Quella muta infernale, acci lambisca
	Le fetenti sozzure che l'umano
	Fallir sulle mie pure opre diffuse;
	Fin che paste, satolle, e, per l'enorme
	Putredine ingozzata, omai vicine
865 	Colpa e Morte a scoppiar, tu le balestri
	D'un sol colpo di fionda, o Figlio invitto,
	Nell'inferno. Per sempre allor serrate
	Le gran fauci saranno e stretta alfine
	La vorace mascella. Il ciel, la terra,
870 	Di nova e lieta giovent vestiti,
	Santi ridiverranno, e d'ogni labe
	Tersi in eterno. Or fino al d promesso
	Prema il capo dell'uom la proferita
	Condanna." - Iddio qui tacque, ed i celesti,
875 	Che ne udr la parola, un'alleluja
	Col sonito levr di gonfio mare.
	E cos mille voci ivan cantando:
	"Giuste son le tue vie, giusti i decreti
	Sulle tue creature. E chi saprebbe
880 	La tua possanza affievolir?" - Cantaro
	Poscia il Figlio divin predestinato
	Riaparator della progenie umana,
	Onde un ciel novo ed una nova terra
	Si comporran ne'secoli avvenire,
885 	O scenderan dal ciel de'cieli. - Alzarsi
	Questo canto s'udia, mentre l'Eterno,
	Chiamati i suoi potenti angeli a nome,
	Dava loro i messaggi, alle mutate
	Cose conformi. E gli angeli, ministri
890 	Del divino volere, il primo incarco
	Diero al Sol di mutar l'usato corso,
	Cos ritemperando il suo splendore,
	Che si alterni alla terra il caldo e il freddo
	Sopportabili appena, il verno antico
895 	Evocato dal polo, e dal meriggio
	La canicola ardente. Officj e norme
	Prescrissero alla luna, e agli altri cinque
	Pianeti aspetto e moto, ora in sestile,
	Ora in quadro, ora in trino, ora in opposto,
900 	Pieni di rea potenza, e il come e il quando
	Debbano riunirsi in un funesto
	Congiungimento. Ai fissi astri insegnaro
	Piovere di lass maligni influssi,
	E sorgendo col Sole o tramontando,
905 	Destar morbi e procelle. I siti, i tempi
	Furo a venti assegnati, e al tuon s'ingiunse
	Di solcar con terror il fosco cielo.
	E dagli uni si vuol, che a'suoi ministri
	Dio comandasse di piegar per venti
910 	Gradi sull'infocato asse del Sole
	I poli della terra; onde gli spirti,
	Coll'impulso potente, a gran fatica
	Travolsero in obbliquo il tondo giro
	Di quest'orbe central. Dagli altri invece
915 	Credesi, che precetto il Sole avesse
	Di torcere il cammino, ed a distanza
	Pari dall'Equator, traverso il Tauro,
	Le atlantiche sorelle ed i Gemelli
	Di Sparta, al Cancro sollevarsi, e quindi
920 	Pel Lion, per la Virgo e pel la Libbra
	Scendere al Capricorno, e la vicenda
	Portar delle stagioni ad ogni clima.
	Primavera perenne avria fiorito
	Altrimenti la terra, equidivisa
925 	Nelle notti e nei di, fuorch poi solo
	De'circoli polari abitatore.
	Sorridere per esso un giorno immoto
	Senza sera dovea, ch prono il Sole
	Rigirandosi ognor sull'orizzonte,
930 	Quasi a compenso dello scarso lume,
	Non v'avria conosciuto orto ed occaso;
	Talch dalla gelata Estotilanda [53]
	Sarebbesi per sempre allontanata
	La neve aquilonare, e dall'algente
935 	Magellania l'austral. Ma poi che il Sole
	Vide il morso funesto, retrocesse
	Qual dall'orrendo tiesto banchetto.
	Come, se ci non era, il mondo antico,
	Bench puro di error, cansato avrebbe
940 	Del freddo e del calore il doppio insulto?
	Tal vicenda nel cielo altre ne trasse
	Sulla terra e sul mar, bench pi tarde:
	Turbini siderali, ignei vapori,
	Nebbie caliginose ed influenze
945 	Di morbi agitatrici. E dall'estrema
	Contrada boral di Nonembega [54]
	E dalle spiagge Samojde, infrante
	Le lor chiuse di bronzo, e carche l'ali
	Di grandine, di ghiado e di bufere,
950 	Aquilon, Cecia, Argeste irato e Trascia [55]
	Turbinr d'improvviso a svellar boschi,
	A sconvolgere flutti, che la furia
	Poi risconvolse de'contrarj venti,
	Che il meriggio scatena, Africo e Noto,
955 	Cui di nubi tonanti il capo avvolge
	Serraliona. N di fianco a questi
	Men furenti e precipiti avventrsi
	Quei dell'occidua e oriental contrada,
	Zeffiro ed Euro, e dietro lor la rabbia
960 	Del fischiante Libeccio e del Scirocco.
	Cos la violenza ebbe principio
	Da ci che non ha vita; indi la pazza
	Discordia, nata dalla Colpa, addusse
	Per virt d'un innato astio crudele
965 	La morte agli animai. Col bruto il bruto,
	Coll'augello l'augel, col pesce il pesce
	Vennero a lotta, e, fastidito il pasto
	Che la terra lor d, si divoraro
	L'un coll'altro, n tema, n rispetto
970 	Pi sentendo per l'uomo, o ne fuggiro
	La presenza, o gli volsero feroci
	Nel suo passar gli sguardi. - Erano tali
	Le miserie palesi e ognor crescenti.
	Adamo, abbandonato al suo dolore,
975 	In parte le vedea, sebben celato
	Sotto le tenebrose ombre d'un bosco.
	Ma ben altre e pi gravi in s medesmo
	Ne sentia l'infelice, e combattuto
	Da gran tempesta di pensieri, in questo
980 	Disperato lamento il cor versava:
	Me misero!... e pur or cos felice!
	Di questo novo glorioso mondo
	Tale il termine  dunque, e tale  il mio?
	Io, che gloria gi fui di glorie tante,
985 	L'obbrobrio ora ne sono? il maledetto?
	Io celarmi al Signor, la cui presenza
	Erami il sommo d'ogni bene?... E tutta
	Fosse pur qui la mia sventura! Il capo
	Piegherei rassegnato ad un castigo
990 	Che so di meritar. Ma ci non basta.
	Sia che cibo o bevanda al labbro accosti,
	Sia che il talento di natura appaghi,
	Generando altre vite, io pi non faccio
	Che propagar l'antema di Dio.
995 	O parole, che un tempo risonaste
	Cos soavi nel mio cor: - Crescete,
	Multiplicate! Oh come in s brev'ora
	Vi cangiaste in minaccia! E che potrebbe
	Crescer altro da me, multiplicarsi,
1000 	Se non bestemmie sulla fronte mia?
	Chi negli anni avvenir, sentendo i mali
	Onde origine io fui, rimaledirmi
	Nel dolor non vorr? - Mal s'abbia il nostro
	Primo parente! Adamo, il premio  questo
1005 	Che solo a te si debbe! - Io non m'aspetto
	Dall'odio universale altra mercede.
	Cos non pure i mali miei, ma quanti
	N'usciranno da me, per violento
	Riflusso torneranno al proprio centro.
1010 	Tutti a me torneranno! Orribil piena,
	Rigurgitante al fonte suo... V'ho compre
	Con durevoli angosce, o fuggitive
	Gioje del paradiso! - E tu, Signore,
	Forse dalla mia polve io ti richiesi
1015 	Di plasmarmi cos? di sciorre il bujo
	Che mi cingea? di pormi in questo loco
	Di volutt? Se dunque il mio volere
	Libero non concorse al nascer mio,
	Giusto non ti parr ch'io mi risolva
1020 	Nella polvere antica? Io che ridarti
	Bramo i tuoi doni, invalido qual sono
	La legge ad eseguir che tu m'imponi
	Per riceverne un ben che non ho cerco?
	N ti parve, gran Dio, bastante pena,
1025 	Ritogliermi quel ben, ch v'aggiungesti
	Il sentimento d'infiniti mali?
	Giustizia inesplicabile la tua!
	Ma tardo, intempestivo  il mio lamento.
	- Quando a te la proposi, allor dovevi
1030 	Rifiutar quella legge, e nol facesti
	(Cos dirmi potrai). Fruir del bene
	Vuoi dunque, Adamo, e studiati appigli
	Mendicar sul convegno? Io t'ho creato
	Senza tua volont. Che dirmi intendi
1035 	Con ci? Se trasgredisse un figlio tuo
	Al paterno comando e, rampognato,
	Ti parlasse cos: Perch mi desti
	La vita? Io non l'ho cerca. Or dirami, Adamo,
	Satisfar ti potria questa superba
1040 	Ragion del suo rifiuto? E nondimeno
	Generato non l'hai per fisso intento,
	Ma per bisogno natural; quand'io
	T'ho per mia propria elezion creato,
	Perch tu mi obbedissi, e il mio favore
1045 	T'accordai per compenso. In me sta dunque
	L'arbitrio del punirti. - E stia! La fronte
	Piego sommesso. Giudicato ha il Giusto;
	Son polve e sar polve... Oh come cara,
	Quando che sia, mi giunger quell'ora!
1050 	A che tarda Egli mai la mia condanna,
	Che colpirmi dovrebbe in questo giorno?
	A che dunque pur vivo? a che la morte
	Del mio gridar si ride, e m'abbandona
	A dolori incessanti? Oh come lieto
1055 	La mortal mia sentenza io sosterrei!
	Rifarmi in terra, che dolor non sente,
	Reclinarmi, dormir, come nel queto
	Sen d'una madre! Oh gioja!... Ed alla voce
	Spaventosa di Dio chiuso per sempre
1060 	Tener l'orecchio, e finir quest'angoscia
	D'un eterno aspettar peggiori affanni
	Per me, per la mia prole!... Un dubbio ancora
	M'attraversa la mente e m'avvelena
	Questa speranza: ch'io perir non possa!
1065 	Che il purissimo soffio della vita,
	Alito che nell'uomo Iddio trasfuse,
	Colla creta non cessi, ed io mi debba
	O in un avello, o in altro oscuro loco
	In perpetuo morir d'una vivente
1070 	Morte... Se fosse il vero? O dubbio orrendo!...
	Ma vero esser potria? Pecc soltanto
	L'alito della vita; or chi da Dio
	Fu dannato a cessar? Chi vive ed erra.
	Ma le membra, ove chiuso  quello spiro,
1075 	Parte alla vita ed al fallir non hanno....
	Dunque intero io morr. Dal dubbio mio
	Libero or son, n lece a mente umana
	Oltre varcar. - Saran per questo eterne
	L'ire di Dio perch'egli eterno dura?
1080 	Sia! ma l'uom non  tale, e il suo destino
	 di perir. L'Altissimo potrebbe
	Far chi termine avr d'interminata
	Ira bersaglio, ed immortal la morte?
	Ci saria per quel mar di tutto senno
1085 	Uno strano disdirsi, un argomento
	Non gi di vigoria, ma di fiacchezza,
	Impossibile in Dio. Per fiera voglia
	Di sbramar l'odio suo nell'uom caduto,
	Stender la ragion dell'infinito
1090 	Sulle cose finite? Ove ci fosse
	Produrrebbe L'Eterno il suo castigo
	Al di l della polve e delle leggi
	Imposte alla natura, onde ogni causa
	Opra secondo quel poter che vige
1095 	Negli obbietti diversi in cui s'informa,
	Non quanto il suo s'allarga. E se nel giusto
	Colto avess'io, n stendermi d'un colpo
	Questa morte dovesse, anzi non fosse
	Fuorch d'interminabili sventure
1100 	Una ferrea catena (e il primo anello
	Questo giorno fatal) di cui gi sento
	Dentro me stesso e fuor di me la stretta;
	Ed ora ed in perpetuo... Oim, di nuovo
	Lo spavento m'assale, e sulla inerme
1105 	Mia cervice ripiomba colla furia
	D'una rivolta minacciosa!... Io dunque
	Una sola, incarnata, eterna essenza
	Son colla morte; n sol io, ma tutta
	La sciagurata mia stirpe futura!
1110 	O bella eredit che vi tramando,
	Figli miei! Consumarla almen potessi
	Tutta intera io medesmo, e non lasciarne
	Parte alcuna per voi. Diseredati,
	Come bendireste il padre antico,
1115 	Anzi che maledir lo sciagurato
	Che la morte vi lega! E gl'innocenti
	Castigati verran per la mia colpa?
	Tutta una stirpe per l'error d'un solo?
	Ma prole che non sia corrotta e guasta
1120 	Di voglie, d'intelletto, e pronta, inchina
	A cader nel mio fallo, uscir potria
	Dalle mie reni infette e immaculata
	Presentarsi all'Eterno? Oh s; m' forza
	Riconoscerlo giusto. Ogni sofisma,
1125 	Ogni falso argomento a ci mi porta,
	E per ambagi tortuose al vero
	Persuaso m'adduce. Ultimo e primo
	Su me, su me soltanto, abbominata
	Radice d'ogni male, il biasmo cade;
1130 	E cos tutta la vendetta eterna
	Ricader vi potesse!... Alma insensata,
	E tu varresti a sostener quel peso
	Della terra pi grave, anzi del mondo,
	Sebben fra te diviso, e la perversa
1135 	Femmina tua?... Dovunque, oim, ti volga
	O col timore o col desio, non vedi
	Speme alcuna di scampo e di rifugio!
	Tra'miseri che sono e che saranno
	Miserissimo tu, non assomigli
1140 	Per colpa e per destin che solo all'empio
	Arcangelo caduto. - O coscienza!
	In qual buja voragine d'errori
	Travolgendo mi vai? Nessun cammino
	Per uscirne a me s'apre, e d'un abisso
1145 	In un abisso pi profondo io cado."
	Per la notte tranquilla ad alta voce
	Lamentava cos l'antico padre.
	Notte non pi salubre e fresca e mite
	Come pria del suo fallo, ma di tetro
1150 	Aere e d'ombre terribili convolta,
	Che di doppio sgomento alla malvagia
	Coscienza dell'uom vestia le cose.
	Egli giacea sul freddo umido suolo,
	Or la nascita sua maledicendo,
1155 	Ora il lento venir di quella morte
	Minacciata da Dio nel giorno istesso
	Della colpa. "O morte! e perch mai,
	Quel dolente gemea, con un felice
	Colpo tu non m'involi a tanti affanni?
1160 	Potria la verit mancar di fede?
	La giustizia divina uscir del giusto?
	Ma la morte non ode, e non le affretta
	Per grida e per preghiere i lenti passi
	La giustizia di Dio!... Colline, boschi,
1165 	Fonti, spechi, valle, ben d'altri suoni
	Rallegrarvi io solea; ben altri canti
	All'eco ammaestrai dell'ombre vostre!"
	Eva dal loco ove sedea, si mosse
	Per piet del marito, e a lui vicina
1170 	Traendosi, tentava il disperato
	Dolor calmarne con dolci parole;
	Ma d'un guardo severo ei la respinse:
	"Via, serpente, da me! No, non v'ha nome
	Che a te pi si convenga, a te con esso
1175 	In lega, e falsa ed odiosa al paro.
	La figura, il color, null'altro, iniqua,
	Del serpente ti manca, a far palesi
	Le coperte tue frodi, e sull'avviso
	Porre di te le creature tutte,
1180 	S che prese non siano alla lusinga
	Di questa, ahi troppo, tua bella sembianza,
	Larva celeste d'infernal menzogna!
	Sarei, se tu non eri, ancor felice,
	Se la tua stolta ambiziosa febbre
1185 	D'irtene vagabonda non avesse
	Al maggior tuo periglio i miei ricordi
	Disprezzati e rejetti, e se d'orgoglio
	Enfiata non ti fossi al mio presago
	Diffidar del tuo senno. Oh, ma la sete
1190 	Che lo stesso dimon ti vagheggiasse
	Divorava il tuo core, e ti credevi,
	Spirto presuntuoso, averne palma!
	Ma schernita allo scontro, affascinata
	Da lui tu fosti, ed io da te, ch cieco
1195 	Dilungar ti lasciai dal fianco mio.
	Saggia, accorta, matura io ti supposi
	Per opporti all'assalto, e non m'avvidi,
	Ch'eri sola corteccia, anzi che salda
	Virt, ch'eri una spuria inutil costa
1200 	Vlta per sua natura al triste lato
	Da cui fu tratta. Oh spersa Iddio t'avesse
	Come parte soverchia ed eccedente
	Il novero dell'altre!... E perch mai
	La gran mente di Dio, che le superne
1205 	Regioni del cielo ha popolate
	Sol di maschie sostanze, un'opra tale,
	Una tal novit compose in terra?
	Perch mai questo error nella natura?
	N pi tosto egli emp di creature
1210 	Virili il mondo, come diede i soli
	Angeli al ciel, n volle in altro modo
	Perpetuar l'umanit? Su questa,
	E sull'altre miserie, a cui saranno
	Condannati i miei figli, or non farei
1215 	Pianto e querela; perocch la terra
	Seminata verr di liti eterne
	A cagion della donna e de'legami
	Stretti con lei. Compagna adatta e cara
	L'uom di rado otterr, ma quale invece
1220 	La sventura o la frode a lui presenti.
	La donna ch'ei desia, per consueta
	Perfidia femminil, vedr gittarsi
	Nel vile amplesso del peggior; ma quando
	Riamato pur fosse, o s'opporranno
1225 	Duri i parenti, od avverr che tarda
	Gli sorrida la scelta allor che stretto
	Sia di ferrea catena ad un maligno
	Spirto, che d'odio e di vergogna il pasca;
	Peste, veleno della vita e furia
1230 	Dei dimestici asili infestatrice."
	Chiuse il labbro, ci detto, ed alla donna
	Volse il tergo. Ma quella, in pianto effusa
	E scomposta le chiome, a'piedi suoi,
	Non ributtata, si gitt. Li strinse
1235 	Umile in atto, ed implor perdono
	Singhiozzando e gemendo: "Adamo, Adamo,
	Oh non lasciarmi! Il cielo, Iddio ne attesti
	Qual puro e vero amor, qual reverenza
	Ebbi io sempre per te! T'offesi,  vero,
1240 	Ma senza il mio voler. Le tue ginocchia
	Supplichevole abbraccio, e prego e grido
	Misericordia. Non mi tr la vita,
	Togliendomi i tuoi sguardi, i tuoi sorrisi,
	L'aiuto tuo, mia forza e mio sostegno
1245 	Unico nell'estremo a cui son giunta.
	Ove, se mi abbandoni, ove ricorro,
	Vedova sconsolata?... Oh fin che soffio
	Vital ne regga (e forse un'ora appena
	Ne regger) fra noi sia pace! Uniti
1250 	Pria n'ha l'error, lo sdegno ora ci unisca
	Contro il serpe crudele a noi nemico,
	Ch tale Iddio lo dichiar. Per questo
	Lagrimevole evento, ah non gravarmi
	Dell'odio tuo! Punita, oh s, punita
1255 	Son io ben pi di te! Peccammo entrambi;
	Contro Dio tu soltanto, io contra Lui
	E contra te. M'ascolta. Andarne io voglio
	Ove il Signor n'ha giudicati, e tanto
	Ivi il cielo stancar co'miei lamenti,
1260 	Colle lagrime mie, che dal tuo capo
	Storni al fin la condanna e la riversi
	Su questa sciagurata, ahi, fonte sola
	Delle tue pene, e vittima dovuta
	Allo sdegno del ciel!" - Cos nel pianto
1265 	L'infelice dicea; n da quel lato
	Umile si scompose anzi che tocco
	La piet non avesse il cor d'Adamo,
	E del confesso lagrimato errore
	Ottenuto il perdono. Intenerirsi
1270 	Per colei, che pur dianzi e vita e gioia
	Unica gli era, ed ora i suoi ginocchi
	Nell'angoscia abbracciava, Adamo intese.
	Creatura bellissima, che pace
	E conforto e soccorso all'uom chiedea,
1275 	Cui pur tanto ella offese. Immantinente
	Cadder l'armi al marito e spenta ogn'ira,
	Sollev la piangente, e la parola
	Placida e mite le converse: "Incauta!
	E di ci che non sai cupida troppo
1280 	Or come prima! Tu vorresti intera
	Sostener la condanna? Impara innanzi
	A soffrir la tua propria. E tu confidi,
	Tu che il dispetto mio s mal comporti,
	Sola patir la piena ira di Dio?
1285 	L'ira di cui finor non ti trafisse
	Che lievissima punta? Ove preghiere
	Valessero a mutar dell'oltraggiato
	Nume i decreti, io pur con te verrei
	A quel loco fatale, e ben pi forti
1290 	Le mie grida alzerei, perch l'Eterno,
	Perdonando il tuo sesso e la tua frale
	Indole confidata alle mie cure,
	E rea per mia cagion, me sol punisse.
	Ma sorgi, e ricomponti. Ogni contesa
1295 	Fra noi sia qui finita, e dal biasmarci
	L'un con l'altro cessiam, ch biasmo, ahi troppo!
	D'altre lingue ne abbonda. Or via, cerchiamo
	D'alleviar con raddoppiato affetto
	La sventura comun. La morte, io penso,
1300 	Oggi a noi minacciata, assai pi tardi
	A coglierci verr, non altrimenti
	Del cader lento d'una sera; e certo
	Per accrescerne i mali: ecco il retaggio
	Che avranno i figli nostri, ahi sciagurati!"
1305 	E ripreso ardimento, Eva proruppe:
	"Adamo, istrutta da infelice prova,
	Ben so, qual poca fede i detti miei
	Ponno in te ritrovar: cos fallaci
	Un evento funesto a te li rese.
1310 	Pur, quantunque non degna, or che mi torni
	Nella tua grazia, e speme in cor mi dsti
	Dell'amor tuo, suprema unica gioja,
	Vita o morte ch'io m'abbia, a te non voglio
	Quei pensieri occultar che sento alzarsi
1315 	Dal mio seno inquieto, ed altra mira
	Non han che di por fine ai nostri affanni,
	O di molcerli almeno: amati e tristi
	Pensieri,  ver, ma comparati a quanto
	Ora duriam, soffribili, n forse
1320 	Gravi tanto a seguir. Se t'addolora
	Pi del presente l'avvenir, pensando
	Ai tanti e tanti ch'usciran (da noi,
	N la luce vedran che per trovarvi
	Sicurissime pene, e divorati
1325 	Venir poi dalla morte, e noi cagione
	Esser di tai miserie ai propri figli,
	Cagion che sulla terra un maledetto
	Seme si sparga, e in lagrime, in dolori
	Corsa una vita travagliata, alfine
1330 	Preda sia di quel mostro: oh, se tal cura
	Sopra altra t'affligge, in tuo potere
	Sta che il geme non nato unqua non nasca,
	E sia la stirpe dolorosa estinta
	Nella radice. Senza figli or sei,
1335 	Senza figli rimanti. In questa guisa
	Saran le non mai sazie orrende sanne
	Della morte deluse, e le voraci
	Viscere condannate a star contente
	Solo a noi due. Ma dove ardua tu creda
1340 	E durissima impresa a te, sospinto
	Dall'amor, dai colloqui e dagli sguardi,
	Negar gli amplessi nuziali e i dolci
	Riti di sposo amante, ed in desio
	Struggerti senza speme alla presenza
1345 	Di chi si strugge desiando invano,
	(Non ultima tortura fra le tante
	Che dovremo impara!) tronchiam d'un colpo
	Questo vivere ingrato, e noi, con tutta
	La progenie futura, a tanti mali
1350 	Involiamo per sempre in braccio a morte.
	Che se la cruda il suo venir ne indugia,
	Affrettiamla noi stessi. E che? dovremmo
	Stentar miseramente in un eterno
	Fremito di paure, a cui la sola
1355 	Morte d fine? n di tante strade,
	Che ne menano a lei, la pi spedita
	Scegliere, e prevenir la struggitrice
	Struggendoci noi stessi?" - E qui fe'posa;
	Forse che un fiero diperar le spense
1360 	La parola sul labbro. Avea la morte
	Cos pieno il pensier, che sulle guance
	Ne recava il pallore e la speranza.
	Ma dai tetri consigli impersuaso,
	A ben altri pensieri erasi Adamo
1365 	Con pi sublime meditar levato;
	E cos le rispose: "Eva! lo sprezzo
	Che tu fai dei piaceri e della vita,
	Non so che di pi grande in te rivela
	Di quel che sdegna l'alma tua: ma sappi,
1370 	Lo struggere te stessa, idea funesta
	Di cui ti pasci, abbatte a un tempo stesso
	La grandezza di cor che in te supposi;
	E non gi della vita e de'piaceri,
	Che pur cari ti son, lo sprezzo avvisa,
1375 	Ma la sola amarezza, il sol rimpianto
	Della perdita lor. Che se la morte
	Come un termine vuoi della sventura,
	E speri e credi di sfuggir per essa
	Al castigo di Dio, mal ti confidi
1380 	Ch'Egli, armata la man di sapiente
	Vendetta, illuso rimaner si debba.
	Oh ben pi temerei che, non potendo
	Una subita morte alla mertata
	pena sottrarci, risdegnar quell'atto
1385 	Di pervicacia e d'empiet dovesse
	La giustizia divina, e far la morte
	Vivere in noi! Cerchiam, cerchiamo adunque
	Di consiglio migliore, e gi lo scorgo
	Richiamando al pensier quelle parole
1390 	Dalla sentenza: - La tua prole al serpe
	Calcher la cervice. - Or quest'ammenda
	Miserrima saria se, come io stimo,
	Non alluse a colui che nel serpente
	L'alta frode ne ord. Calcargli il capo
1395 	Qual sublime vendetta! E per la morte
	Data, come vorresti, a noi medesimi,
	O per menar la vita orba di figli,
	Tanta vendetta ci saria perduta!
	Sfuggirebbe Satano al suo castigo,
1400 	E noi doppio l'avremmo. Oh non si parli
	N di volgere in noi la violenta
	Mano, n di serbar volonterosi
	Sterile il nodo marital! Delusa
	Ne sarebbe ogni speme, e noi superbi,
1405 	Dispettosi, iracondi, insofferenti
	Detti saremo e contro Dio ribelli,
	Che c'impose sul capo un giusto giogo.
	Rammenta quel suo dolce atto benigno,
	Onde orecchio ne porse, e senza sdegno,
1410 	Senza rampogna giudiconne! Un colpo
	Rapido aspettavam, che noi quel giorno
	Credemmo espresso col nome di morte.
	Ma dal mite Signore a te predetti
	Furo il peso del grembo ed il travaglio
1415 	Del parto, e nulla pi; travaglio in breve
	Racconsolato dal tenero frutto
	Delle viscere tue. Sulla mia fronte
	L'antema strisci, poi cadde al suolo.
	Guadagnar con fatica il pan mi debbo;
1420 	Che monta? l'ozio mi saria pi duro:
	Nutrirammi il lavoro. Ei ne provvide
	Contro il freddo e il calore; e la persona,
	Quantunque indegni, ne vest, mutando
	Il rigore in piet nel punto istesso
1425 	Che giudice, e non padre, a noi s'offerse.
	Quanto poi non farem l'orecchio suo,
	Quanto il suo core alla clemenza inchino
	Colle nostre preghiere! Ammestrando
	Ne verr come opporci alle malvagie
1430 	Stagioni, ed evitar la piovra, il gelo,
	La grandine, la neve... e gi mutarsi
	Veggo l'aere sul monte, ed odo il vento
	Soffiar per la foresta umido, acuto,
	E le chiome gentili a queste belle
1435 	Piante agitar, che le ramose braccia
	Spingono al cielo. Or tutto a noi consiglia
	Di rintracciar ricovero migliore
	E tepente dimora, ove le membra,
	Assiderate dalla fredda brezza,
1440 	Sciogliere, confortarne, anzi che il Sole
	Alla rigida notte il ciel consenta.
	Tentiam, se ne riesca, o coi raccolti
	E riflessi suoi raggi una fiammella
	Trar da secche sostanze, o l'aere interno
1445 	Infiammar per veloce stropicco
	Di due corpi rotati, in quella guisa
	Che vedemmo pur ora insiem cozzarsi
	Con aspro cozzo i nuvoli cacciati
	Dalla bufera, e sprigionar dal grembo
1450 	Una fulgida striscia che discese
	Divincolando, ed arse la gommosa
	Scorza di quell'abete, onde fu sparso
	Un soave tepor, che ben potria
	Compensar del diurno astro la luce.
1455 	Ad usar di quel foco e d'ogni cosa
	Che toglierne potesse e raddolcirne
	Quanto mal germogli dal nostro errore,
	Iddio ne insegner, se lo preghiamo
	Invocando mercede. Alcun timore
1460 	Di trar la vita dolorosa e dura
	Non ci venga a turbar, cos protetti,
	Confortati da Lui, fin che di novo
	In polve ternerem, riposo nostro,
	Nostra sede nativa. E meglio, o donna,
1465 	Far da noi si potria che l ritrarci
	Dov'ei ne giudic? che la cervice
	China e chino il ginocchio, i nostri falli
	Confessargli, pentirci, ed implorando
	Piet, bagnar di lagrime la terra,
1470 	L'aere empir di sospiri e di lamenti,
	Segno delle contrite anime nostre,
	Di dolor vero e d'umilt profonda?
	Moverassi a merc, porr lo sdegno,
	Oh non v'ho dubbio! E forse allor che parve
1475 	Pi severo e crucciato, altro esprimea
	Nel sereno girar delle pupille
	Che la grazia, il perdono e la clemenza?"
	Favellava in tal guisa il penitente
	Nostro progenitor; n men trafitta
1480 	Dallo stral del rimorso Eva parea.
	Ravviaronsi entrambi ove l'Eterno
	Li giudic: prostesi al suo cospetto,
	Confessr riverenti il lor delitto
	Implorando perdono; il suol di pianto
1485 	Bagnaro, e l'er di lamenti empiro,
	segno delle contrite anime loro,
	Di dolor vero e d'umilt profonda.


LIBRO UNDECIMO

	Pregavano compunti ed atteggiati
	D'infinita umilt, perch dal trono
	Misericorde discendea su loro
	La grazia precorrente, e il duro smalto
5 	Spetrandone del cor, vi germogliava
	Molle e giovane carne: indi la foga
	Di sospiri movea che, dallo spirto
	Dalla preghiera fecondati, il volo
	Batteano al ciel pi rapidi e spediti
10 	D'ogni ardente parola. Eppur contegno
	D'abbietti supplicanti il lor non era;
	N per cosa pi grande un d pregaro
	Pirra e Deucalion, la coppia antica
	(Men di questa per), di cui si narra
15 	Nella favola argiva, allor che l'are
	Di Tmide abbraccir, perch la stirpe
	Dell'uom, nelle fatali acque sommersa,
	Ristorata venisse. E dritta al cielo
	La preghiera ascendea de'padri nostri,
20 	Senza andar vagabonda o dissipata
	Da vento invidioso; e come essenza
	Pura tratta e spirtal varc le soglie
	Del santuario. Allor del sacro incenso,
	Che vaporava dall'altar, l'avvolse
25 	L'Intercessor divino, ed allo sguardo
	La offer del gran Padre a pi del trono.
	Poi, raggiante di gioja, ei di principio
	Al suo pio ministero. "Osserva, o Padre,
	Quali primizie ti frutt la terra,
30 	Dal seme uscite della grazia tua
	Sparso nell'uomo! I preghi ed i sospiri
	Che confusi all'incenso io ti presento,
	Io, tuo supremo sacerdote, in questo
	Turribolo, son frutti, a cui di la vita
35 	La feconda virt del pentimento
	Che nel cor gli mettesti, e saporosi
	Pi di quanti produrne il paradiso,
	Culto delle sue mani, a te potea,
	Pria ch'ei perdesse l'innocenza. Inchina
40 	L'orecchio a'preghi suoi, n'odi i sospiri,
	Quantunque muti! Ignorano i suoi labbri
	Come, o Padre, pregarti. Oh, ch'io ne sia
	L'interprete consenti, il difensore,
	L'offerta espiatrice! Ogni opra umana,
45 	Buona o malvagia, sul mio capo imponi:
	Quella i miei inerti renderan perfetta,
	Questa canceller la morte mia.
	Me dunque accetta, e per mia man ricevi
	Da questi infortunati un odoroso
50 	Spirto di pace, che propizio esali
	Per l'intera sua stirpe. A l'uom permetti
	Condur nella tua grazia i numerati
	Giorni del viver suo, quantunque amari;
	Fin che guida la morte (io non ti chieggo
55 	Di revocarne la sentenza, solo
	D'addolcirla t'imploro) alla migliore
	Vita gli sia, l dove i miei redenti
	Soggiornino con me nell'allegrezza;
	E cos come teco uno son io,
60 	Tutti meco sian essi." - E con serena
	Fronte il gran Padre: "I tuoi preghi per l'uomo
	Sono esauditi, e quanto or tu mi chiedi
	Era decreto. Ma la legge, o Figlio,
	Ch'io diedi alla natura, all'uom contende
65 	Lo star pi lungamente in paradiso.
	Quegli eterni purissimi elementi,
	Che non san di materia o di corrotta
	Differente mistura, ond'egli  brutto,
	Respingere lo vonno, e ripurgarsi
70 	Di lui come d'un morbo. Ad un impuro
	Acre l'impuro invieranno, al pasto
	Di mortiferi cibi; acci si venga
	Disponendo a quel fin che per la colpa
	Gli fu prescritto. Origine funesta,
75 	Per cui di bella immaculata innanzi
	Alterossi ogni cosa, e si corruppe.
	Quando l'uomo io composi, il doppio dono
	D'esser felice ed immortal gli diedi;
	Ma di questi bei doni egli ha perduto,
80 	Per sua demenza, il primo, e reso eterno
	Egli avria col secondo il suo dolore.
	Provvidi a questo colla morte; estremo
	Farmaco a'mali suoi. Corsa una vita
	Tra durissime prove, e dalla fede,
85 	E dall'opre che inspira e la seconda,
	Per gran tempo affinato, ad altra vita
	L'uom sorger. La morte, allor che il giusto
	Si rinnovelli di novelle spoglie,
	Lo addurr sino a me coll'universo
90 	Rigenerato. - Or l'anime beate
	Traggano al trono mio dai pi lontani
	Spazj del cielo. Non terr gli eterni
	Miei giudizj nascosi. Esse vedranno
	Come adopri coll'uomo, esse che furo
95 	Spettatrici pur or del come io seppi
	Adoprar cogli spirti in me superbi;
	Esse che ne'lor seggi, ancor che ferme,
	Sempre pi s'affermaro." - Iddio qui tacque:
	E si volse il gran Figlio ad un lucente
100 	Angelo, esecutor del cenno eterno.
	Suon di questi alla tromba, a quella tromba
	Di cui forse l'Orebbe ud lo squillo
	Quando Iddio vi discese, ed un secondo
	Forse ne mander nel gran mattino
105 	Della sentenza universal. Le sfere
	Tutte ne rimbombaro, e dai ridenti
	Cspiti d'amaranto e dalle sponde
	Che v'irrorano i fonti ed i ruscelli,
	Dai margini che l'onda della vita
110 	Bagna ed infiora, o da qual altro asilo
	In dolce li tenea fraterno amplesso,
	I figli della luce al santo squillo
	Vennero, e si locr negli aurei seggi.
	Pales dall'altissimo de'troni
115 	L'Onnipossente allora in queste voci
	La suprema sua voglia: "O miei diletti!
	L'uom s' fatto un di noi. Dacch le labbra
	Pose a quel frutto pribito, esperto
	 del male e del ben; ma del perduto
120 	Bene e del mal che s'acquist non rida!
	Oh quanto pi felice ov'ei, contento
	Al conoscere il primo, amor dell'altro
	Punto mai non lo avesse! Or n' contrito,
	Geme, pntesi e prega, e questi moti
125 	Io gli nutro nel cor, poich m' chiaro
	Come vano ei saria, come incostante
	In poter di s stesso. Acci la mano,
	Pi di pria temeraria, alzar non osi
	Sul frutto della vita, ed immortale,
130 	Gustandone, si faccia, o sogni almeno
	Di farsi tal, cacciarlo indi m' d'uopo.
	Parta dal paradiso, e sulla terra,
	Da cui fu tratto, s'affatichi: il loco
	Meglio a lui si convien. - Michele! affido
135 	L'eseguirne il comando alla tua cura.
	Scegli fra'cherubini un forte stuolo
	Di fiammanti guerrieri, acci non possa
	Suscitar l'avversario altri tumulti
	Per difesa dell'uomo o per desio
140 	D'occuparne la sede abbandonata.
	Va'! la coppia colpevole allontana,
	Rimossa ogni piet, dal mio giardino.
	Caccia i profani dalla sacra terra,
	Ed annunzia a coloro ed all'intera
145 	Stirpe che n'uscir l'esiglio eterno
	Da quel soggiorno... Nondimen ti spoglia
	D'ogni terror. Que'miseri, percossi
	Dal giudizio severo, ove profferto
	Fosse lor con asprezza, uscir de'sensi
150 	Potriano, vinti dal dolor; ch tocchi
	Da rimorso io li veggo e sciolti in pianto
	Sulla grave lor colpa. Obbedienti,
	Docili saran essi al tuo messaggio?
	Non congedarli sconsolati. I casi
155 	Che prepara il futuro all'uom tu svela
	Come inspirando io ti verr; n taci
	Del novo patto ch'io fermai col germe
	Della donna. Cos, quantunque afflitti,
	Partano in pace. - Al lato orientale,
160 	Che d facile ingresso al paradiso,
	Una schiera porrai di cherubini,
	Che lo guardino attenti, ed una spada
	Fiammeggiante da lungi, che sgomento
	Metta in chi s'avvicini, e ne difenda
165 	L'albero della vita, acci non sia
	Quel mio caro soggiorno albergo immondo
	D'immondi spirti, n le sacre piante
	Preda di quegli artigli, e l'uom non vegna
	Colle frutta rapite ancor sedotto."
170 	Cos l'Eterno. Ad obbedir s'accinse
	L'arcangelica possa, ed i cherbi
	S'apprestarono anch'essi alla discesa.
	Simile a doppio Giano, avea ciascuno
	Quattro facce, e cosperso ogni suo membro
175 	D'occhi pi numerosi e vigilanti
	Di quei che la lusinga un d racchiuse
	Del molle arcade flauto, agreste canna
	D'Ermte, ed assop del caduco
	Soporifero il tocco. - Uscita intanto
180 	Col sacro lume Leuctoe, il mondo
	Salutava di nuovo imbalsamando
	Di fragranze la terra. I due parenti
	Chiudeano in questo la preghiera, e nova
	Virt da Dio mandata in lor piovea:
185 	E sentian rampollar dallo sconforto
	Una incognita speme, una dolcezza,
	Bench dallo spavento ancor temprata.
	Adamo incominci: "La fede, o donna,
	Convincere ne dee che tutti i beni
190 	Ci scendono dal ciel; ma che potesse
	Cosa alcuna di noi levarvi l'ale,
	E lo spirto di Dio, sovranamente
	Beato, a s ritrarre, ed inchinarne
	La volont, nel mio senno non cape
195 	O non sembra capir. Pure una voce,
	Un sospiro del core a Dio s'innalza.
	Ed io, dacch cercai con le preghiere
	Sviar dalla sua giusta ira gli strali,
	Ed umile compunto a lui mi volsi,
200 	Parvemi che placabile e benigno
	Mi porgesse l'orecchio e ributtato
	Non ne foss'io. La pace  nel mio petto,
	Come nel mio pensier quella impromessa
	Che verranne da te chi l'angue uccida.
205 	Il terror la cacci dalla mia mente,
	Or vi torna di novo, e m'assicura
	Che l'amarezza del morir trascorse,
	E noi vivremo. - Oh salve, Eva, tu dunque,
	Salve, o detta a ragion del seme umano
210 	E d'ogni vita genitrice! L'uomo
	Per te solo vivr, mentre vivranno
	Per l'uom tutte le cose." - Ed Eva in dolce
	Mestizia assorta rispondea: "Non sono
	Degna io no di tal nome, io peccatrice,
215 	Io che per cenno del Signor dovea
	Farmiti appoggio, e insidia a te mi feci!
	Nulla fuor che rimprovero, sfiducia,
	Biasmo a me si convien. Pur non ha fine
	La piet del mio giudice. Colei
220 	Che la morte port nell'universo
	Scelta a sorgente della vita? Adamo!
	E chiamandomi or tu col nome istesso
	(Oh ben altro io ne merto!) a te non duole
	L'alto esempio seguir? Ma vieni! il campo
225 	Ai lavori ne invita, ora prescritti,
	Or faticosi, bench notte insonne
	Fu la scorsa per noi. Mira! il mattino,
	Non curante di ci, la rosea via,
	Sorridendo, incomincia. Andiam! partimi
230 	No, dal caro tuo fianco io pi non voglio,
	Dovunque la penosa opra ti chiami,
	Che ne impose il Signor da mane a sera.
	Ma penosa sar, finch n'alberghi
	Questo giardino e passeggiam quest'ombre?
235 	Dunque, bench scaduti, al novo stato
	Conformiamci tranquilli." - In questi accenti
	Esprimendo vena l'umiliata
	Donna i voti del core, ah! ma non volle
	Secondarli il destino, e la natura
240 	Nell'aere, della fera e nell'augello
	Tosto un segno ne diede. Il ciel si chiuse,
	Dopo un fugace rosseggiar d'aurora,
	Di nugoli improvvisi. Al guardo d'Eva
	Cal l'aquila a piombo, e volse in fuga
245 	Due timide palombe a bei colori
	Screziate le penne; e gi dal monte,
	La prima volta cacciator, discese
	Il re delle foreste, e due cerbiatte,
	Le pi gentili e mansuete figlie
250 	Della selva, cacci fino alla porta
	Oriental. La purosa fuga
	Ne vide Adamo, e la segu cogli occhi;
	Poi, non senza dolore: "Eva, proruppe,
	Qualche nova vicenda a noi sovrasta.
255 	O ne manda il Signore in questi muti
	Segni della natura un qualche messo
	De'suoi divisamenti, o farne ei brama
	Ammoniti cos che troppa fede
	Nel perdono mettiam, perch di poche
260 	Ore ne tarda la mortal condanna.
	Ma se lunga la vita, e di che tempra,
	Fin che giunga quel d, n' cosa oscura.
	Polve noi siamo, e torneremo in polve;
	Ecco ci che sappiamo. E che potrebbe
265 	Altro significar quel doppio assalto
	Nell'aere e sulla terra al punto istesso
	E dal lato medesmo? o quelle fosche
	Nugole in oriente anzi che il sole
	Giunga a mezzo il suo corso? E perch mai
270 	Pi vivida risplende e porporina
	La luce del mattin su quella nube
	Che biancheggia all'occaso? Ella riflette
	Nel zaffiro celeste il suo candore,
	E lenta a noi discende. Ha forse in grembo
275 	Qualche angelico spirto?" - E male Adamo
	Non s'apponea. Scendeano in questo mezzo,
	Da un ciel che di diaspro avea l'aspetto,
	Gli angelici guerrieri, e sopra un colle
	Chiusero il vol. Mirabile apparenza,
280 	Se velato in quel d gli occhi d'Adamo
	Dubbio o paura non avesse! E manco
	Meravigliosa non vena di quella
	Ch'ebbe Giacobbe in Manamo, quando
	Tutto sparso di tende e rutilante
285 	D'angeli guardiani il campo apparve;
	O dell'altra improvvisa, onde le vette
	Fiammeggir di Dotano: oste di foco
	Contra il siriaco re, che per talento
	Di sorprendere un uom, pari a'ladroni,
290 	Port la guerra non inditta. - Il prence
	Sul vertice lasci della collina
	La sua lucida schiera a fin che prenda
	Signoria del giardino; e solo in traccia
	Del loco, ove ritratto erasi Adamo,
295 	L'arcangelo avviossi. Inosservato
	Non per ne movea. S'avvide Adamo
	Del gran visitatore e vlto ad Eva:
	"Ad udir t'apparecchia alte novelle!
	Novelle, a creder mio, che fisseranno
300 	Forse i nostri destini, e nove leggi
	M'imporran; perch veggo a noi disceso
	Da quel nugolo d'r, che vela il monte,
	Un celeste guerriero; e se dovessi
	Giudicarne all'incesso, io lo porrei
305 	Fra gli spirti maggiori. Una Possanza,
	Un de'Troni egli  certo;  tale e tanta
	La mest che lo circonda. Nulla
	Trovo negli atti suoi che mi sgomenti,
	Ma neppur quell'amica aria soave
310 	Che vidi in Rafal, tal ch'io mi possa
	Molto affidar Solenne egli , sublime.
	Or, perch non si offenda, a me conviensi
	Movergli incontro, a te ritrarti" - Adamo
	Favellava cos. Vicino intanto
315 	L'arcangelo si fe'; la sua celeste
	Forma svestita, n'assumea l'umana;
	Com'uomo s'accosta. Un'ampia cotta
	Fluttuava sull'armi e le copria;
	N in Sarra mai, n in Melibea fu tinto [56]
320 	Di porpora pi viva o drappo o manto,
	Fregio antico de'prenci e degli eroi
	Al cessar della pugna. Incolorati
	L'iri n'avea gli stami. Era di stelle
	L'elmo cosparso, e la visiera alzata
325 	Quel sembiante scopria, che varca appena
	Dall'et giovanile alla matura.
	Quasi zodiaco luminoso, al fianco,
	Spavento di Stan, pendeagli il ferro,
	E la grand'asta gli splendea nel pugno.
330 	Chinossi ossequioso al messaggiero
	Di Dio l'umile Adamo, e regalmente
	Contegnoso Michele in questi accenti
	Del suo venirne le cagioni espose:
	"I comandi supremi alcun bisogno
335 	Di preludi non han. Ti basti, Adamo,
	Che non furo i tuoi preghi inesauditi.
	La morte che dovea nel punto istesso
	Del tuo fallir colpirti (e la sentenza
	Cos sonava), rimarr per lunghi
340 	Giorni di grazia, che ti son concessi,
	Del suo pasto digiuna, acci tu possa
	Ripentirti e con molte opre perfette
	Cancellar quella rea. Cos placarsi
	Potr forse l'Eterno, e dall'avaro
345 	Dritto acquistato da colei per sempre
	Redimerti. Ma stanza in questo loco
	A te pi non assente, ed io qui venni
	A bandirtene, Adamo, e rinviarti
	Di qua lontano a coltivar la terra
350 	Onde tratto gi fosti; il suol che meglio
	Ti si convien." - Qui l'angelo pietoso
	Ruppe a mezzo il suo dir, per che Adamo
	Settato nel cor da tal parola,
	Immobile rist sotto la fredda
355 	Pressura del dolore e privo a lungo
	Di sentimento. Ma la donna, inteso
	Quell'annunzio crudel, con alte grida
	Tosto il loco svel dov'era occulta:
	"O colpo amaro pi che morte! E deggio,
360 	Deggio dunque lasciarti, o paradiso,
	Caro nido ov'io nacqui? Ombre, viali
	Degni che vi calpesti il pi divino,
	Voi, voi dunque lasciar? Qui mi sperava
	Passar, se non felice, almen tranquilla
365 	Quel tempo che precede al d supremo
	Che noi due strugger. Gentili ajuole,
	Che non mai fiorirete in altro suolo,
	Che, me visitatrice, a mane a sera
	Liete sempre accoglieste, e ch'io con blanda
370 	Mano educai dal primo uscir de'chiusi
	Calici vostri, e nome a tutti imposi!
	Chi mai, vedovi fiori, incontro al Sole
	Or drizzarvi sapr? dispor le vostre
	Famiglie e della tersa ambrosia linfa
375 	I cespiti innaffiarvi? E te, te pure,
	Mia capannetta nuzial, di quanto
	Innamora la vista e l'odorato
	Fatta bella per me, lasciar m' forza?
	Misera, e lo poss'io? Ma dove i passi
380 	Rivolgere, smarrir per quella bassa
	Terra che sembra al paragon di questa
	Un oscuro deserto? Or come, Adamo,
	Respirar noi potremo un ciel men puro,
	Ed avvezzi a cibar delle immortali
385 	Frutta..." Tronc con dolce atto Michele
	La dolente parola: "Eva, ti calma!
	Non t'incresca lasciar ci che perdesti
	Col tuo disubbidir; n tanto affetto
	Porre in cosa non tua. Sola non parti,
390 	Ti accompagna il marito, e di seguirlo
	Debito hai tu; la tua patria  quel loco
	Dov'ei soggiorni: pnsavi!" - Dal freddo
	Terror, che lo comprese e d'improvviso
	Tolti i sensi gli avea, si scosse Adamo,
395 	E raccolti gli spirti, all'immortale
	Umile e piano sussurr: "Cleste!
	Sii tu pure uno de'Troni o forse il primo
	Di lor (poich d'un prence hai l'apparenza
	Che sui prenci s'innalzi), il tuo messaggio
400 	Dolcemente esponesti. In alto modo
	Disperati n'avria, n'avria finiti.
	Quanto pu di dolor, di smarrimento,
	Di sconforto soffrir la nostra umana
	Fralezza, il tuo messaggio, ohim, n'apporta!
405 	Dunque andarne deggiam da questo lieto
	Soggiorno, asilo di quiete e solo
	Desio degli occhi nostri?... Ogni altro loco
	Ne parr desolato, inospitale,
	Straniero esso per noi, per lui stranieri
410 	Noi miseri del paro!... Oh se preghiere
	Valessero a piegar di chi pu tutto
	La volont, le mie grida incessanti
	Stancherebbero il ciel: ma voce umana
	Contro i decreti suoi non ha possanza
415 	Pi d'un sospir, che il turbine respinga
	E soffochi nel petto all'infelice
	Che l'esal. Sommesso adunque io sono
	Al divino voler. Ci che su tutto
	M'addolora  il pensar che in altra terra
420 	Sar del volto suo, de'suoi favori
	Privo per sempre. E qui di passo in passo
	Visitati, adorando, avrei que'siti
	Ove manifestar la sua presenza
	L'Altissimo degn. Su questo colle
425 	M'appar, sotto l'ombra di quel cedro
	Visibile si fece, e la sua voce
	Da quegli abeti mi son. Sul verde
	Margine di quel fonte io mi ristrinsi
	Favellando con lui... Cos pensava
430 	Narrar, quando che fosse, alla mia prole;
	Ed erbe raccogliendo, e tolte ai rivi
	Le pi nitide pietre, alzarvi altari,
	Monumenti d'amor, memorie sacre
	Per l'et che verranno, e por su quelli
435 	Gemme, incensi, profumi e frutti e fiori.
	Ma laggi su quell'ermo ignoto mondo
	Ove, lasso, cercar la gloriosa
	Vision del Signore? ove l'impronta
	Del divino suo pi? Sebben fuggente
440 	Dal suo corruccio, or poi che la mia vita
	Produr si degna, e figli a me promette,
	Vedrei con gioja balenarmi un lampo
	Ultimo di sua gloria, e lungi ancora
	L'orme n'adorerei." - "La terra e il cielo,
445 	(Michel benignamente a lui rispose)
	Non pur la cerchia che t'accoglie,  cosa
	Di Dio, n tu lo ignori: il suolo, il mare,
	L'aere, e quanto qui vive ed ha germoglio,
	Movimento, calore, Iddio riempie
450 	Della sua possa virtuale. In dono
	La terra egli ti di (Non tenue dono!)
	Perch la occpi e la governi. Or dunque
	Non pensar circoscritto dall'angusta
	Cinta del paradiso o dal vicino
455 	Eden Iddio. Qui forse il tuo soggiorno
	Stato, Adamo, saria: sariasi tutto
	Di qui per l'ampia terra il tuo futuro
	Genere sparso, e qui dai pi lontani
	Confini ricondotto a farti omaggio,
460 	A riverir l'antico augusto padre.
	Da tanta preminenza or sei caduto,
	E t' d'uopo abitar la terra stessa
	Che abiteranno i figli tuoi. Ma dubbio
	Non ti sorga nel cor, che Dio non sia
465 	Pur laggi su quei piani e in quelle valli.
	Segni tu troverai della divina
	Presenza in ogni dove. Il tuo cammino
	Sar dall'amor suo, dalla paterna
	Sua bont, dalla sua viva sembianza,
470 	Dalle sue tracce benedette impresso.
	E perch tu ne possa aver pi fede
	E renderti sicuro anzi la tua
	Dipartita di qui, L'terno ed Uno
	Mi sped dal suo trono a farti istrutto
475 	Di quanto a'figli tuoi dovr nei tempi
	Nascituri accader. Disponti adunque
	Ad udir del tuo seme il bene e il male,
	A veder colle inique opre dell'uomo
	Lottar la grazia del Signore; e quindi
480 	Saprai, come si soffra e si contempri
	Colla mestizia e col timor la gioja,
	Disponendo il tuo core alle vicende
	Della varia fortuna. A queste modo
	Vita avrai riposata; e quando giunga
485 	L'ora fatal, men arduo il gran passaggio
	Ti parr dalla vita. - Or vieni! ascendi
	Con me su queste vertice, e qui lascia
	La tua donna nel sonno; a lei velate
	Le pupille ho pur dianzi, e fin che dorme,
490 	Come tu gi dormivi allor che il soffio
	Creator l'anim, veglia e contempla
	Nell'avvenir." - "Precedimi, io ti seguo,
	O sicura mia guida, in ogni loco,
	(Cos riconoscente il nostro antico
495 	Padre rispose), e bacio nella polve
	La man che mi percote. Al male oppongo
	L'animo invitto, e conseguir m'affido,
	Se pu tanto un mortal, riposo e pace
	Col sudor della fronte." - E dette queste,
500 	Salirono amendue nelle divine
	Visioni. Quel monte, il pi sublime
	Del paradiso, spaziarsi al guardo
	Non impedito concedea dal sommo
	Per l'ampiezza maggior dell'emispero.
505 	Alto non era pi, n pi lontana
	Prospettica veduta agli occhi aperse
	Quel monte del deserto, ove Satano,
	Per diversa cagion, traspose il nostro
	Secondo Adamo, e gli addit gl'imperi
510 	E le pompe del mondo. E quinci Adamo
	Potea sulle moderne e sulle antiche
	Pi famose citt, non surte ancora,
	Gittar, dovumque fossero, lo sguardo;
	E le sedi veder de'grandi imperi
515 	Dalla immane muraglia, onde Camblo, [57]
	Reggia al Kan di Catajo, un d fu cinta,
	Non che da Samarcanda, ove Temri
	Prese in riva dell'Oxo il regio serto,
	Fino a Pechin, de'principi cinesi
520 	Regal dimora; e quindi insino ad Agra,
	E da questa a Lar, citt suggette
	Ai monarchi mongolli; e discendendo
	Vr l'aurea Chersoneso o vr la spiaggia
	Pria da Perso abitata, ad Ecbatna,
525 	E poscia ad Ispano, o vr la fredda
	Mosca, dal russo imperador corretta,
	E da questa a Bisanzio, obbediente
	Al sultan turchestano. E contemplarne
	Ei potea similmente anche l'impero
530 	Di Nego, insino ad rcoco, quel porto
	Ultimo de'suoi mari: e di Mombaza,
	Di Quela, di Melinda e di Sofala,
	Che creduta gi fu l'antica Offri,
	I piccioli monarchi; e Tongo e il regno
535 	D'Angola pi d'ogni altro al sol converso.
	Poi quelli d'Almanzor, di Fez, di Suse,
	Di Marocco, d'Alger, di Tremisenne,
	Che stan fra il Nigro e fra l'Atlante; e quindi
	L'europee regioni, onde Quirino
540 	Dovea sull'universo alzar la spada;
	N sfuggire ad Adam la messicana
	Ricca terra potea, di Montezma
	Sede anch'essa regal, n Cusco, opima
	Nel Per d'Atablipa dimora;
545 E la Gujana non ancor predata,
	La cui grande citt fu dalla tarda
	Prole di Gerion detta Eldorado.
	Ma perch fosse spettator di cose
	Pi sublimi di queste, alz Michele
550 	La benda all'offuscato occhio d'Adamo,
	Di che cinto lo avea quel menzognero
	Promettitor di pi serena vista.
	Ne irrig l'immortal d'eufrasia e ruta
	La visiva potenza, e tre v'infuse
555 	Del fonte della vita eteree stille,
	Poich gran cose contemplar dovea.
	La virt del collirio entr s viva
	Nella veduta interior, che gli occhi
	Gli si chiusero a forza, e cadde al suolo
560 	Come privo di sensi. Ma la destra
	L'angelo grazioso allor gli stese,
	E gli volse il pensiero ai novi obbietti.
	"Gli occhi, Adamo, or riapri, acci tu vegga
	Della tua colpa original gli effetti
565 	In alcun di color che nasceranno
	Da'lombi tuoi, quantunque il pribito
	Albero non toccasse, e col serpente
	Non si stringesse, n del tuo peccato
	Si venisse macchiando; e pur da questo
570 	Tutto il mal si deriva, e di peggiori
	Opre  fonte perenne." - Aperse Adamo
	A quel dir le pupille, e vide un campo.
	Qui dal vomere  culto e di recenti
	Manipoli coperto; ivi gran copia
575 	Di pascoli e di greggi. Un rozzo altare,
	Che la pietra diresti onde partiti
	Sono i dominj, vi sorgea nel mezzo.
	Ed ecco un mietitor, grondante il volto
	Per durata fatica, impor su quello
580 	Le primizie de'frutti, che la terra
	Da lui solcata gli produce: ariste
	Verdi e bionde,non scelte, e qual la mano
	Le avea sterpate. Un mandrian pi mite
	Dopo quello appar coi primonati
585 	Della greggia, i migliori, ed in offerta
	Ne immol su'troncati aridi rami
	Le viscere squarciate e il pingue omento
	Sparso di mirra; e tutto il sacro rito
	Devotamente n'ademp. D'un tratto
590 	Scese un foco dal cielo, e vi consunse
	L'ostia del mandrian con una fiamma
	Rapida, vaporante un dolce olezzo:
	L'altra, che non venia da cor sincero,
	Inconsunta rimase; onde il bifolco
595 	D'ira s'accese, e il mandrian percosse,
	Mentre insiem discorreano, a mezzo il petto
	Con una pietra che l'uccise. Al suolo
	Cadde tosto il percosso, e, sparso in volto
	Di mortale pallor, la gemebonda
600 	Alma vers con un fiume di sangue.
	Adamo, impurito a quella vista,
	Mise un subito grido: "Alta sventura
	Colse, o spirto, colui che piamente
	Sacrific; ma, dimmi, il premio  questo
605 	Dato alla fede? alla piet promesso?"
	E l'altro anch'ei commosso: "I due che vedi
	Nati sono d'un grembo, e vita avranno
	Dal sangue tuo. L'ingiusto uccise il giusto,
	Invido che il fratello un'ostia immoli
610 	Ben accetta al Signor. Ma vendicata
	L'opra iniqua sar, n di mercede
	Frustrato il buono, che morir tu vedi
	Contorto nella polve e sanguinoso."
	Ed Adamo a Michele: "Oh qual delitto!
615 	E qual cagion! Ma non vid'io la morte?
	Per tal via condurrommi alla mia polve?
	Spaventevole vista! orribil morte,
	Onde l'occhio e il pensiero, abbrividiti,
	Rifuggono del paro! Oh quanto amara
620 	Ne fia la prova!" - E l'angelo ad Adamo:
	"La morte t'appar nel primo aspetto
	In cui s' manifesta al guardo umano;
	Pur diversi ne assume, e numerose
	Sono le strade, e tutte al par funeste,
625 	Che guidano alla sua buja spelonca.
	Ma pei sensi dell'uom penoso  il varco
	Molto pi che l'interno. Alcuni a morte
	Trarr, come vedesti, un violento
	Colpo, ad altri la fame, il foco e l'acqua
630 	Ma pi ne spegner l'ingorda gola,
	Indefessa del mondo ammorbatrice.
	De'suoi tanti malori il mostruoso
	Esercito vedrai; vedrai qual fonte
	Inesausta d'angosce all'uom dischiuse
635 	L'intemperanza della donna." - E tosto
	Vider gli occhi d'Adamo un tristo, oscuro,
	Laido ridutto, che sembiante avea
	D'un ospizio d'infermi. Una gran turba
	Oppressa vi giacea da quanti morbi
640 	Son di strazj fecondi e di torture.
	Agonie da deliquj affaticate,
	Febbri lente ed acute, dolorosi
	Contorcimenti e tremiti convulsi;
	Colluvie, interne pietre, ulceri, doglie;
645 	Demoniache, tranquille e furibonde
	Follie, tabi, languori e pestilenze
	Cos larghe di stragi; idropi, spasmi,
	Che frangon l'ossa e le giunture. Orrende
	N'eran le scosse, i gemiti profondi.
650 	Sollecita correa la Disperanza
	Di giaciglio in giaciglio, e sugl'infermi
	Branda la Morte il trionfal suo telo,
	Ma di vibrarlo differia, quantunque
	Invocata talor dagli infelici,
655 	Come un'ultima speme, un ben supremo,
	Oh qual cor di macigno avria sofferto
	L'orror di quei tormenti a ciglio asciutti?
	Adamo nol soffr; quantunque nato
	Da femmina non fosse, ei ruppe in pianto:
660 	Per che un senso di piet ne vinse
	Quanto ha l'uom di migliore, e pochi istanti
	Lo lasci di quel pianto all'amarezza.
	Ma pi forti pensieri alfin l'eccesso
	Ne moderaro, e riavuta a stento
665 	La voce dalle lagrime affogata,
	Mand questi lamenti: "O miserando
	Genere umano! oh quanto, oim, scaduto!
	A qual destino l'avvenir ti serba!
	Meglio, oh meglio non nascere! La vita
670 	Dunque all'uom fu concessa, affinch tolta
	Cos gli fosse? Ma che dico? a forza
	Essa imposta ne fu! Chi, chi di noi,
	Se potesse adombrar ci che riceve,
	Accettarla vorrebbe? e non pi tosto
675 	Farne allegro rifiuto, ed alla pace
	Ritornar della polve un'altra volta?
	L'immagine di Dio, nell'uom riflessa
	Cos nobile e bella, ancor che poscia
	Dalla colpa inquinata, andr soggetta
680 	A pene, a strazj disumani e tanto
	Spaventosi alla vista? E poi che l'uomo
	Chiude in s tuttavia qualche vestigio
	Del sembiante divin, trasfigurarsi
	Debbe cos? Perch la santa effigie
685 	Del proprio Creator da questo informe
	Mutamento nol salva?" - E quella luce
	Angelica ad Adamo: "Allor che l'uomo
	S medesmo invil, lentando il freno
	A scomposti appetiti, in lui s'estinse
690 	L'immagine divina, e vi s'impresse
	Quella del vizio, a cui si fe'mancipio;
	Del vizio, intendo, scellerato e brutto
	Che spron primamente Eva alla colpa.
	Vile, esoso  per questo il suo castigo.
695 	Non l'effigie di Dio, la sua travolse
	L'uom caduto; ma quando in lui rimasta
	Fosse un'orma di Dio, corrosa e spenta
	L'avria, dacch la sana e pura norma
	Di natura invertendo, a sozzi morbi
700 	Gettossi in braccio. Rispettar non seppe
	L'immagine divina in s medesmo?
	Giusta dunque  l'emenda." - "E tal la penso,
	Riprese Adamo, e piego il capo. Or dimmi,
	Non vi sono altre vie meno affannose
705 	Per giungere alla morte, e colla polve
	Confonderci di novo?" - "Una, rispose
	L'arcangelo Michel, purch tu segua
	L'avviso salutar: - Nulla di troppo. -
	Questo t'insegner la temperanza
710 	Nel bere e nel cibarti, ingenuo e schietto
	Nudrimento scegliendo e non sapori
	Deliziosi. In fin che sul tuo capo
	Gli anni s'affolleran, fa'che non esca
	Dal sentier che ti addito; e quasi un frutto
715 	Che maturo dall'arbore si spicchi,
	Tu, maturo alla morte, allor cadrai
	(Dolcemente raccolto e non divelto
	Da quell'ugna fatal) nelle tranquille
	Braccia materne. La vecchiezza  questa.
720 	Ma sopravivere, Adamo, a'tuoi prim'anni,
	Alle belle tue forme assai sfiorite,
	Alla tua verde gagliardia t' forza.
	Fiacco allora e canuto, il vivo senso
	Del piacer perderai; nelle tue vene
725 	L'alito giovanil, la speme, il gaudio
	Non pi circoleran, ma un tristo, freddo
	Sterile umor, che sugli spirti pese
	Fin che ne strugge il balsamo vitale."
	Ed all'angelo Adamo: "Or dalla morte
730 	Pi non rifuggo, n vorrei la vita
	Molto allungar; mia prima assidua cura
	Or far di poter con manco affanno
	Deporre il fascio, che recar m' d'uopo
	Fino al giorno prefisso, e paziente
735 	Aspettarne l'arrivo." - E l'altro a lui:
	"Non odiar la vita, e non amarla,
	Ma qual ti fu concessa, e tal la vivi,
	Vlto sempre al ben far. Se lungo o breve,
	Lascia al cielo pensarne. Or drizza gli occhi,
740 	E vedrai nuove cose." - Adamo affisa
	Le pupille, e discerne una campagna
	Spaziosa e di tende a pi colori
	Tutta coperta. Pascolanti gregge
	Stanno a quelle da presso; uscir da queste
745 	Odesi un'armonia d'organi e d'arpe,
	Ed agli occhi d'Adam non si nasconde
	Chi le chiavi e le corde agita e tira.
	Vola l'agile mano or alta, or bassa,
	E con rapido transito prosegue
750 	Per tutti i gradi la sonante fuga.
	All'incudine altrove un uom fatica.
	Due gran masse egli avea di ferro e rame
	Liquefatte in quel punto; o in alto loco
	Rinvenute le avesse, o in cupa valle.
755 	Forse che dell'incendio, onde combusta
	Venne a caso una selva, entr le vene
	Metalliche la fiamma, e le squagliate
	Masse per qualche aperta in luce espose;
	Forse che la corrente inpetuosa
760 	Le scav di sotterra e fuor le trasse.
	Il liquido metallo in preparate
	Forme vers quel primo antico fabbro,
	E strumenti ne fece al gitto acconci
	Ed all'intaglio. - Dall'opposto lato
765 	Scendean genti diverse alla pianura
	Gi dai monti vicini, consueta
	Loro dimora; e cuori intgri e giusti
	Li dicea la sembianza. Al vero culto
	Del Signore, a conoscere quell'opre
770 	Che svelarne ei si degna, ed alle cose,
	Che pace e libert nel germe umano
	Ponno serbar, volgeano ogni lor cura.
	Pochi passi costoro avean mutati
	Lungo quel pian, quand'ecco un folto stuolo
775 	Venir di belle donne in ricche vesti,
	Tutte adorne di gemme ed atteggiate
	Di volutt. Cantavano sull'arpa
	Dolci versi d'amore, e, carolando,
	S'accostavano a lor. Quantunque gravi,
780 	Essi le contemplaro, e collo sguardo
	Le belle forme percorrendo, in breve
	Dir ne'lacci d'amore e s'invaghiro.
	Scelse ognun la sua cara, e fin non ebbe
	Il colloquio amoroso anzi che l'astro
785 	Vespertino sorgesse, a'loro occulti
	Gaudj foriero. Allor, come il desio
	Ne gl'infiammava, accesero d'Imene
	La face, e lo invocr (la prima volta
	Ne'connubj invocato), e di tripudio,
790 	Di canzoni, di festa i padiglioni
	Tutti echeggir. - S bello e lieto incontro
	D'amor, di giovent che non trapassa
	Inavvertita, i balli, i canti, i suoni,
	E quei serti, quei fiori il cor d'Adamo
795 	Inclinato ai diletti (umano istinto!),
	Commossero, allettaro, e questi accenti
	Gli trassero dal labro: "O tu, che apristi
	Veracemente gli occhi miei, sovrano
	Angelo benedetto! Assai migliore,
800 	Delle due che pur dianzi a me s'offriro,
	Certo  quest'apparenza, e di tranquilli
	Giorni presaga. Di corrucci e sangue,
	O se cosa  peggior, triste eran quelle;
	Ma qui, qui la natura ogni suo fine
805 	Raggiungere mi par." - "Perch la cosa
	Lusinga i sensi tuoi, perch la credi
	Sorella alla natura, ottima, Adamo,
	La estimi tu; ma il Creator ti fece
	A pi nobile intento; ad un intento
810 	Puro, santo e conforme alla divina
	Sembianza, ond'ei t'impresse. In quegli allegri
	Padiglioni  la colpa; all'empia razza
	Di chi spense il fratel futuro albergo.
	E costor che dell'arti, onde gentile
815 	Si fa la vita, studiosi e primi
	Trovatori saran, saranno ad una
	Dimentichi di Dio: quantunque istrutti
	Dallo spirito suo, saranno ingrati,
	Sconoscenti a'suoi doni. Eppur di stirpe
820 	Bella, meravigliosa andran superbi.
	Le donne che vedesti han la figura
	Di vere dit, cos leggiadre,
	Cos gaje, attraenti, incantatrici
	Son esse, e tuttavia di quella salda
825 	Virt deserte, che radice  sola
	Dell'onor casalingo e gloria prima
	Della donna; ma ricche, esperte invece
	Nelle mollezze del piacer, nel canto,
	Nel ballo, nel pomposo abbigliamento,
830 	Nel volgere degli occhi e scior la lingua
	Or garrule, or procaci e inique sempre.
	E quegli uomini gravi, a cui la vita
	Pia, severa, devota il nome impose
	Di figliuoli di Dio, faran d'onore,
835 	Di virt, di credenza indegna offerta
	Agli amori, ai sorrisi, alle lusinghe
	Della belle perdute. Immersi or sono
	In un mar di letizia, e in mar pi vasto
	Tutti in breve saranno. Immenso pianto
840 	Per poco riso verser la terra!"
	E spenta Adamo quella corta gioja:
	"Oh dolore, oh vergogna! E ponno il piede
	Torcere dalla buona impresa via,
	Per seguirne una triste, o giunti a mezzo
845 	Della prima cader? Pur troppo io veggo
	Che di tutte sciagure  sola eterna
	Origine la donna!" - "Il molle petto
	Dell'uom piuttosto, l'Immortal soggiunse,
	L'uom, che starne dovria pi dignitoso
850 	Per la mente miglior, per le migliori
	Virt, di cui l'Eterno a lui fe'dono.
	Ma t'apparecchia ad altri aspetti." - Adamo
	Guarda e vede spiegarsi agli occhi suoi
	Una pianura sterminata, e sparsa
855 	Qui di capanne e di rural coltura,
	L di belle citt con porte e torri,
	Che si levano al cielo, e gran subuglio
	Di gente armata: audaci e fieri volti
	Che minacciano guerra, e d'ossa immani
860 	Terribili giganti, a cui nessuna
	Temeraria intrapresa il cor disfranca.
	Trattan l'arme taluni, altri la foga
	Domano di spumanti corridori;
	E sciolti o in bellicoso ordine stretti
865 	Pedoni e cavalieri a vana mostra
	Qui venuti non sono. - E d'altra parte
	Scelta man di guerrieri un grosso armento
	Di ben paste giovenche e pingui buoi,
	O di pecore un branco e di novelli
870 	Belanti, foraggiando, ai paschi invola.
	Atterriti i pastori, a gran fatica
	Scampano dalla morte e van gridando
	Soccorso. Accorron altri; una feroce
	Lotta s'appicca, e gronda il sangue. I piani,
875 	D'onde fu preso o sgominato il gregge,
	Or di corpi trafitti e d'armi infranto
	Ingombri tutti e sanguinosi. - Un'altra
	Turba di combattenti assedia e stringe
	Con tormenti di guerra e mine e scale
880 	Una forte citt. Dall'ardue mura
	Ributtano l'assalto i cittadini
	Con dardi, giavellotti e sassi e piova
	Di zolfo ardente, e d'una e d'altra parte
	Fatti immani, e macello. Altrove araldi
885 	Levan alto gli scettri, ed un consiglio
	Convcano alle porte, e coi guerrieri
	Ecco i lenti vegliardi andar confusi.
	Succedono alle arringhe furibondi
	Contrasti, e scissa l'assemblea parteggia
890 	Tumultuando. Un uom alfin s'innalza
	D'et matura e per saggezza insigne.
	Ei del retto e del torto assai ragiona,
	Del ver, del giusto, della fede; e pace,
	Grida, pace, o fratelli! e li minaccia
895 	Del giudizio divino. A grave sdegno
	Giovani e vegli quel parlar concita;
	E gi volgono in lui la violenta
	Mano; ma scende una subita nube
	Ed invisibilmente a loro il fura.
900 	Cos la tirannia, cos la iniqua
	Ragion del pi robusto in ogni parte
	Scorre la terra, ed uom non trova scampo.
	Con lagrime e singhiozzi allor si volse
	Adamo alla sua guida: "Oh, chi son quelli?
905 	Uomini no! satelliti, ministri
	Della morte? Se fosse umana carne
	La carne di costor, potriano forse
	Struggere crudelmente i lor fratelli?
	Mille volte innovar la colpa orrenda
910 	Del parricida? n strage fraterna
	Questa dunque sar, dov' dall'uomo
	Trafitto l'uom? - Ma parlami del giusto,
	Che, se presto a salvarlo il ciel non era,
	Vena, per bene oprar, punito e morto."
915 	E l'Arcangelo a lui: "Di quelle nozze
	Malaugurate che vedesti, or vedi
	Gli amarissimi frutti: il buono al reo,
	L'un dall'altro aborrenti, amor congiunse,
	E di membra n'usciro e d'intelletto
920 	Dall'incauto connubio orrendi parti.
	Saran tali giganti, illustri al mondo;
	Ch la forza a que'd, la sola forza
	Rispettata sar, sar valore
	Ed eroica virt vincere in guerra,
925 	Giogo imporre alle genti, e sparso un fiume
	Di sangue, riportarne infami spoglie.
	Questo la somma d'ogni gloria, e quegli
	Che ne aggiunga l'altezza e s'incoroni
	D'un lauro trionfal, conquistatore
930 	Acclameranno, difensor dell'uomo,
	Divo o diva progenie!... Oh meglio peste,
	Meglio fiagel del tuo misero seme!
	E cos della fama e dell'onore
	Farassi indegno acquisto, e il merto vero
935 	Nell'obblio giacer. L'uom, di che cerchi,
	Settimo del tuo sangue, il solo intgro
	Sulla terra corrotta, in odio ai pravi
	Verr; verr da'perfidi assalito,
	Sol perch coraggioso andr gridando
940 	L'ingrato ver: che Dio, stanco di colpe,
	Scender cogli eletti a giudicarli.
	Ma su nube odorosa, al ciel traslato
	Da destrieri volanti, Iddio lo accoglie
	Ne'beati suoi regni, acci con lui
945 	Prenda, illeso da morte, il santo calle
	Della salute. - Or Volgiti ed ammira
	Qual pena i rei, qual premio i buoni attenda."
	Si volse Adamo e contempl. L'aspetto
	Delle cose terrene era mutato.
950 	Pi ruggir non s'udia la ferrea gola
	Della guerra, ma tutto in festa, in gioco,
	In letizia converso, in orgie, in danze,
	In concubiti o nozze; e, come porta
	La cieca occasion, dovunque appaja
955 	Ed adeschi il desio qualche leggiadra
	Femmina, o ratto od adulterio; e quindi
	Le discordie civili uscir furenti
	Dal nappo della gioja. Un uom alfine
	Venerabile in vista a lor s'appressa;
960 	Non asconde l'orror per tante empiezze,
	E contro il reo costume alta, solenne
	Protesta ci fa. Sovente i lor ritrovi
	Quel severo frequenta, e non vi scorge
	Che banchetti e sollazzi; e come a'capi
965 	Su cui penda la spada esecutrice
	Di condanna mortal, rimorso, emenda
	A quei tristi consiglia, e sempre invano.
	Ci veggendo egli ammuta, e le sue tende
	Allontana da loro; indi, abbattute
970 	Molte travi sul monte, a costruirsi
	Comincia un'arca di gran mole, e l'alto,
	Il largo, il lungo a cubiti misura.
	Poi di pece la spalma, un varco schiude
	Da lato, e di alimenti in molta copia
975 	Per l'uom, per gli animali alfin la carca.
	Ed ecco (oh maraviglia!) insetti, augelli,
	Belve accostarsi d'ogni specie a sette,
	A due, come il Signore avea prescritto,
	E locarsi sull'arca. Il padre, i figli
980 	E le quattro lor donne ultimi entraro;
	Dio ne chiuse la porta. - In quella il vento
	Del meriggio si leva, e quante nubi
	Coprono il ciel, la negra ala scotendo,
	Tutte raguna. I monti in lor soccorso
985 	V'addensano di sotto, umidi, foschi,
	Nebulosi vapori; e posseduto
	Da lor, tutto il celeste ampio convesso
	Prende d'un bruno padiglion l'aspetto.
	La pioggia impetuosa si riversa,
990 	N cessa di cader fin che la terra
	Dispar tutta agli sguardi; e l'arca intanto
	Solca il gran mar sicura, e va col rostro
	Della sua prora combattendo i flutti.
	Gli altri umani abituri omai sommersi
995 	Son dall'acqua sovrana, e nel profondo
	Cozzano capovolti in un con tutte
	Le pompe loro. Al mare  il mar coperchio;
	Bratro sterminato! Entro i palagi
	Ove il fasto abbagliava, orche marine
1000 	Guizzano e fanvi il covo; e degli umani,
	Pur or s numerosi, una reliquia
	Unica sfugge dal comun flagello
	Sopra povero legno. - Oh, che tormenti
	Stretto il cor non ti avranno, antico padre,
1005 	Nel veder questa fin della tua prole!
	L'esterminio! Te pure un altro abisso
	Di lagrime e d'angosce, oim, sommerse;
	Fin che la man dell'angelo cortese,
	Dolce e pia, te ne trasse. In piedi alfine
1010 	Pur ti reggesti, ma serrato il core
	Come un misero padre, a cui sugli occhi
	Son d'un colpo trafitti i figli suoi;
	Ed in queste querele a gran fatica
	Il compresso dolor t'uscia dal petto:
1015 	"O male antiveduti apparimenti!
	Oh vissuto foss'io per sempre ignaro
	Dell'avvenir! Sofferta avrei soltanto
	La mia parte d'affanni, il mero incarco,
	Grave abbastanza, d'ogni d! Ma tutte,
1020 	Tutte le pene che pesar divise
	Dovean su molte et, le pongo io stesso,
	Conoscendole pria, sulle mie terga.
	Per maggior mio cordoglio un prematuro
	Nascimento sortr, poich presento
1025 	Ci che saran. Nessuno i ciechi eventi
	Che prepara per s, per la sua prole,
	Pi dimandi al futuro, onde certezza
	Abbia d'un mal, che, preveduto, invano
	Evitar cercheria. N manco acerbo
1030 	Del presente e real, quell'aspettato
	Nell'angoscia dell'animo presago
	A lui parr. Ma vano  il mio consiglio.
	Ora un uom pi non  che trarne possa
	Utile insegnamento; e quelle poche
1035 	Vite scampate rimarranno alfine
	Dalla fame consunte e dallo stento
	Dopo un lungo vagar per quell'ondosa
	Solitudine. Il cor mi lusingava,
	Che sariensi le cose al ben composte
1040 	Per cessar della forza e della guerra;
	E che d'anni pacifici e beati
	La terra ognor godria. Ma, quale inganno!
	La pace, or lo vegg'io, corrompe e strugge
	Come la spada. O mia guida celeste,
1045 	Dimmene le ragioni, e non tacermi
	Se finir qui dovr la schiatta umana!"
	E l'angelo: "Color che tu vedesti
	In lascivie pur ora, in gioco, in pompe,
	Son quei dessi che pria ti s'affacciaro
1050 	Per alte imprese e per valor famosi,
	Ma vuoti tuttavia d'ogni verace
	Virt. Poich di sangue e di ruine,
	Per domar nazioni, avranno ingombra
	La terra, e di gran fama e di superbi
1055 	Titoli e di tesori altrui rapiti
	Fatto misero acquisto, ad altre cure
	Darann'essi il pensiero, e nell'amplesso
	Degli agj, del piacer, della mollezza,
	Della crapula sozza, i giorni e l'ore
1060 	Gitteran, fin che l'ozio e l'alterigia
	Facciano nella pace opre di sangue
	Fruttar dall'amist; le genti anch'esse
	Superate dall'armi e fatte schiave,
	La virt perderan col franco stato
1065 E la tema di Dio; n la bugiarda
	Loro piet nei rischi e nei disagi
	D'una guerra crudele alcuno usbergo
	Contro gl'invaditori avr dall'altO.
	Morto quindi ogni zelo, all'ozioso
1070 	Vivere intenderanno ed alle turpi
	Libidini, contenti a ci che tolto
	Non verr lor dagli avidi oppressori;
	Ch, feconda la terra oltre i bisogni,
	Porr la umana continenza a prova.
1075 	Pervertita cos, degenerata
	Ogni cosa quaggi, la fede, il vero,
	La temperanza e la giustizia in fondo
	Per gran tempo staranno. Un uom soltanto,
	Unico figlio della luce in quella
1080 	Profonda oscurit, dal buon proposto
	Smovere non potran lusinghe, esempi,
	Minacce. Esorter, non atterrito
	Dalla forza insolente e dallo sprezzo,
	La tua reproba stirpe, e il dritto calle,
1085 	Che mena alla salvezza ed alla pace,
	N'additer, dell'alta ira divina
	Profeta a'cuori impenitenti. Irriso
	Dall'uom, ma giorioso in faccia a Dio,
	Il buon veglio n'andr come la sola,
1090 	Fra tante tralignate, anima giusta
	Un'arca di mirabile struttura,
	Qual test la vedestI, ubbidiente
	Al Signor, comporranne, ove ritrarsi
	Colla sua famigliuola a salvamento
1095 	Di mezzo un mondo a universal naufragio
	Condannato. Nell'arca asceso e chiuso
	Colla picciola scorta e colle fere
	Destinate alla vita, i fonti tutti
	Dal ciel si schiuderanno, e giorno e notte
1100 	Piover sulla terra. Le sorgenti
	Sgorgheran dall'abisso, e l'oceno
	Sciorr, gonfio di quelle, il freno all'acque
	Divorando le sponde, infin che sorga
	Sulle montagne pi sublimi. Allora
1105 	Dislocato dall'urto dei marosi
	Verr pur questo asilo, e del suo verde,
	De'suoi boschi deserto, e, preda all'onde,
	Scender, scender colla gran piena
	Fin dove ella s'ingolfi, e sulla foce
1110 	Gitter le radici: isola salsa,
	Tana d'orche e di foche, e dall'acuto
	Urlo intronata di que'mostri! - Impara
	Da ci, che non santifica l'Eterno
	Loco alcun sulla terra, ove non sia
1115 	Dall'uom che lo frequenti e vi dimori
	Santificato. Or guarda, e lume avrai
	Di quel che seguir." - Guard l'afflitto
	Nostro progenitore, e l'arca vide
	Sulla massa dell'acque omai scendenti;
1120 	Perocch dissipate eran le nubi
	Dal vento boreal, che secco, acuto
	Iva increspando di quel mar la faccia
	Di mano in mano che perdea d'altezza.
	Limpido il sol nel suo limpido specchio
1125 	Sguardi ardenti vibrava, e come fosse
	Da gran sete infiammato, a larghi fiotti
	La fresca onda bevea; tal che d'un lago,
	Pur dianzi immoto, in agile corrente
	Trasformossi la piena, e si devolse
1130 	Con leve pi nel bratro, che chiusi
	Avea gli sgorghi come il ciel le fonti.
	L'arca pi non galleggia, e pare infissa
	Ed arenata al vertice d'un monte.
	Gi dell'alpi maggiori escon le creste
1135 	In sembianza di scogli, e ne scoscendono
	Fragorosi torrenti al mar che fugge
	Nell'antico suo letto. Intanto a volo
	Parte un corbo dall'arca, e poi due volte
	Pi fedel messaggiera una colomba,
1140 	Per esplorar se un albero verdeggi
	O s'innalzi una gleba, ove l'artiglio
	All'asciutto posar. L'augel ritorna
	Dal secondo suo volo, ed ha nel rostro,
	Segno di pace, un ramoscel d'olivo.
1145 	Gi la terra si mostra asciutta e ferma,
	E gi scende dall'arca il padre antico
	Col drappello seguace; e mentre a Dio
	Leva riconoscente e palme e sguardi,
	Una rorida nube a bei colori
1150 	Da tre zone listata egli si vide
	Sul capo tremolar, che pace nova
	E novo patto promettea. - Di gioia
	Inond quella vista il cor d'Adamo,
	Pria s mesto e turbato, e in questo grido
1155 	Fe'scoppiar la sua gioja: "O tu, che mostri,
	Celeste insegnator, come presenti
	Le vicende future agli occhi miei,
	Quest'ultima apparenza, ond'io m'accerto
	Che l'uom e insiem le creature tutte
1160 	Sorvivono al diluvio, e niuna estinta
	Delle specie n'andr, mi torna a vita.
	Molto pi che non piango e non mi accoro
	Sull'esterminio d'un mondo perverso,
	Io m'allegro ed esulto in questo pio,
1165 	Giusto, intgro vegliardo, onde il Signore
	Trarr, spento lo sdegno, un altro mondo.
	Ma che dicono mai le tre dipinte
	Fasce su quella nube, somiglianti
	Al sopraccigli del Signor placato?
1170 	Son tre lucide dighe agli acquidosi
	Margini suoi, perch l'onde di novo
	Non ne squarcino il grembo, e pi non vegna
	Affogata la terra?" - "A dritto segno
	Mirasti, Adam, l'arcangelo gli disse:
1175 	Pose l'ira il Signor, quantunque innanzi
	Si pentisse dell'uomo, e nel suo core
	S'affliggesse altamente, contemplando
	Le violenze della terra e tutta
	Guasta nelle sue vie la carne umana.
1180 	Pur, rimossine gli empi, un uom perfetto
	Tal grazia trova agli occhi suoi, che l'ira
	Placa, n dalla terra il germe tuo
	Raso al tutto Egli vuol, ma stringe un patto
	Di non pi sterminarlo in mezzo all'acque,
1185 	E l'oceano serrar ne'suoi ripari,
	S che da pi non soverchi, e che la terra
	Non sia co'suoi viventi un'altra volta
	Dalla piena allagata. Or quando Iddio
	Mandi un nugolo in terra, il suo vi stende
1190 	Di triplice color arco distinto;
	Tal che l'occhio n'attiri, e l'alleanza
	Rammemori allo spirto. Il d, la notte,
	Le stagioni opportune alla semente,
	Quelle addette al ricolto, il caldo, il freddo
1195 	Seguono il corso lor, fin che la fiamma
	Purifichi ogni cosa in terra e in cielo,
	Ove l'anime sante avran soggiorno."


LIBRO DUODECIMO

	Simile al viator che sul meriggio,
	Bench sospinto dal cammin, s'arresta,
	Fra due mondi, uno estinto, ed un risorto,
	L'arcangelo fe'pausa, ed alle inchieste
5 	Che movergli potea l'antico padre
	Cos l'adito aperse; indi con dolce
	Transito ripigli: "Vedesti un mondo
	Sorgere e tramontar; l'uom tu vedesti,
	Quasi rampollo di secondo stelo,
10 	Germogliar nuovamente; oh molto ancora
	Ti rimane a veder! Ma stanca parmi
	La tua vista mortale; e non diverso
	Esser potria, ch gravi e faticosi
	Son gli obbietti divini al senso umano.
15 	Dunque dalle mie labbra udrai gli eventi
	Delle et che verranno, e qual l'altezza
	Del subbietto richiede, attendi e nota.
	Fin tanto che non sia questa seconda
	Progenie umana numerosa, e spento
20 	Negli animi il ricordo e la paura
	Del passato flagello, Iddio temendo,
	Serbando il giusto e il retto, orme sicure
	Porr sul buon cammino, e con prestezza
	Propagherassi. Fecondar la terra,
25 	Raccoglierne le messi, il vin, l'oliva,
	Ora il tauro, ora il capro ed or l'agnello
	Scegliere dall'armento, e farne a Dio
	Con larghe libagioni un olocausto,
	Saran le cure umane; e in sacre feste,
30 	In trastulli innocenti i giorni e gli anni
	Lieti i mortali condurranno, accolti
	In famiglie, in trib sotto il soave
	Reggimento de'padri, e consolati
	Da lunga pace. Ma levarsi un uomo [58]
35 	Di cor fiero e superbo, infastidito
	Di s bella uguaglianza e di quel pio
	Vincolo di fratelli, alfin vedrassi:
	Arrogarsi quest'uom sugli altri pari
	Dominio ingiusto cercher, strappando
40 	Lo scettro della terra alla concordia
	Ed alla legge di natura. In caccia
	D'uomini e non di fere, ora coll'armi,
	Or coll'arti n'andr, mettendo a morte
	Chi non porga la mano alle catene.
45 	Gagliardo cacciatore in faccia a Dio
	Sar questi appellato, e millantarsi
	L'udran come dal cielo in lui derivi
	Quel sovrano potere, o n'abbia il dritto
	A dispetto del ciel. Dalla rivolta
50 	Sorger l'oppressore, e di ribelli
	Dar nome agli oppressi. Ad una schiera
	Di compagni o di servi, che la stessa
	Libidine divora, ei si fa duce,
	E dall'Eden si drizza all'occidente
55 	Per sopporlo al suo giogo. Or lungo un piano
	In sulfureo s'abbatte oscuro gorgo,
	Che mormora e soverchia a fior di terra,
	Quasi foce infernal. Co'suoi seguaci
	Giovandosi d'argilla e di quell'atra
60 	Mistura, egli s'accinge a por le basi
	D'una grande citt con una torre
	Che giunga al cielo, e renda illustre il nome
	Del loro architettor; n fra stranieri
	Popoli si disperda, e dalle menti
65 	Tolto in breve ne sia; non si curando
	Poi se buono o malvagio. Ma l'Eterno,
	Che talvolta invisibile discende
	A visitar le creature sue,
	Che si aggira fra lor, che d'uno sguardo
70 	L'opre ne osserva, alla citt si volge
	Anzi che quella torre emula sorga
	Delle rcche celesti, e per deriso
	Pone su quelle lingue un vario spirto
	Che spegne la natia loro favella,
75 	E di sillabe ignote uno sconcerto
	Destavi in quella vece. Incontanente
	Propagasi ne'fabbri una schifosa
	Garrulit. L'un chiede invano, e invano
	L'altro risponde. E del gridar gi rochi
80 	E saliti in furor, come se presi
	Fossero a scherno, all'onte, alle percosse
	Vengono gl'infelici. Il ciel che vede
	Quello strano subuglio e quel clamore,
	Di piet ne sorride. In abbandono
85 	Cos la forsennata opra fu posta,
	E Scompiglio appellata." - Adamo allora,
	Da paterna amarezza il cor trafitto,
	Grid: "Malnato figlio, alzarti agogni
	Su'tuoi propri fratelli, e un dritto usurpi
90 	Che da Dio tu non hai? Dominio intero
	Sulle fere, sui pesci e sugli augelli
	Dio soltanto ne di; di questo dritto
	Ben cortese ne fu, ma l'uom non fece
	Signor dell'uomo: riserbar si piacque
95 	Questo impero a s stesso, ed all'umano
	Non fe'servo l'umano. Oh, ma costui,
	Quest'empio usurpator, non  satollo
	D'una ingiusta tirannide sull'uomo!
	Sfidar l'Eterno ed assalirlo ardisce
100 	Colla sua torre. Sciagurato! E come
	Spingere a quell'altezza il tristo pane
	Che te, che l'impudente e numerosa
	Tua ciurmaglia sostenga? a quell'altezza
	Che trascende le nubi, ove tormento
105 	Sar l'er sottile ai crassi e fiacchi
	Visceri vostri; a tal che per disagio,
	Se non di cibo, di respiro almanco,
	Voi perirete?" - E l'angelo ad Adamo:
	"Odio ingiusto non porti a quel tuo figlio
110 	Che nel tranquillo umano stato un tale
	Riverso produrr per l'empia brama
	D'incatenar la libert dell'uomo;
	Ma sappi tuttavia, che la verace
	Libert dopo il tuo primo peccato
115 	Dalla terra fugg. Di quella intendo
	Che nacque e crebbe alla ragion sorella,
	Che soggiorna con lei, che non ha vita
	Se da lei si divide. Ove nell'uomo
	Questa luce si offuschi, o non ne sia
120 	Fedelmente obbedita, immoderate
	Voglie, sfrenati, violenti affetti
	N'usurpano il governo, e un vil mancipio
	Fan dell'umana creatura, illesa
	Fino allor da servaggio. E poi che questa
125 	Non contende in s stessa a posse inique
	Regnar sulla ragione, il senno eterno
	Lascia debitamente il tuo mal seme
	In bala d'immanissimi tiranni,
	Che della esterna libert deserto
130 	Non di rado lo fan. La tirannia
	Quindi  mal necessario, abbench nulla
	Scusi il tiranno. Tuttavia gli umani
	Cadran dalla virt, gentile amica
	Della ragione, a tal vilt, che giusto
135 	Decreto del Signore, a cui s'aggiunga
	Alcun funesto maladetto evento,
	Cos li priver della nativa
	Franchigia esterior come privati
	Della interna saran. Lo attesti il figlio
140 	Irriverente di No. Costui
	Per l'oltraggio che fece al genitore,
	Ud sulla corrotta, invereconda
	Progenie sua quella grave condanna:
	"Sarai la schiava degli schiavi!175" - E sempre
145 	Peggiorando n'andr quest'altro mondo
	Come hai visto l'antico, infin che lasso
	Da tante iniquit, la sua presenza
	Dio nasconda ai mortali, e torca i santi
	Occhi da lor, disposto in suo segreto
150 	Di lasciar che percorrano a talento
	Le malvagie lor vie. Ma d'infra tutti
	Scerre un popolo vuol che riverente
	Lo invochi ed ami, e ne sia ceppo un giusto,
	Caldo il petto di fe', sebbene in riva
155 	Dell'Eufrate educato alla perversa
	Idolatria. - Capir nel tuo pensiero
	Come, Adamo, potr, che vivo ancora
	Colui che dal diluvio Iddio sottrasse,
	Cadessero i mortali in tale e tanta
160 	Stupidit d'alzar delubri ed are,
	Quasi fossero numi, a forme oscene,
	Onde fabri son elli? a simulacri
	Or di legno, or di sasso, il Dio vivente
	Pi non curando? Ma quel pio, che dissi, [59]
165 	Dalla divina vision condotto,
	La casa de'suoi padri, i suoi fratelli,
	I falsi numi lascer, cercando
	D'una terra impromessa; ed un gagliardo
	Popolo germinar da questo ceppo
170 	Far l'Onnipossente, a cui s largo
	Di sue grazie egli sia, che benedette
	Quante genti ha la terra in quell'eletto
	Germe saranno. - Ubbidiente al cenno,
	Si mette il giusto in via, per dove ignora;
175 	Pur la fede il sorregge. Io por lo veggo,
	Ma veder tu nol puoi, gli dei, gli amici,
	La Caldea, dove nacque, in abbandono,
	Passar d'Arane il guado, e seco addurre
	E mandre, e gregge, e numeroso stuolo
180 	Di servi. In povert non si discosta
	Dal suo loco natio, ma quanto il segue
	Tutto affida al Signor che lo trasporta
	Verso un'ignota region. Gi tocca
	Canan, gi discerne i padiglioni
185 	Ch'egli pianta in Sichm, nelle campagne [60]
	Non lontane da More; ivi ei riceve
	La promessa da Dio che l'ampio suolo
	Dal boreale Amath fino al deserto [61]
	Meridian (le plaghe ancora ignote
190 	Co'lor nomi futuri a te distinguo),
	E dall'Ermne oriental fin dove
	L'occidua interminata onda confina,
	Sar donato al sangue suo. L'Ermne
	Ivi alzarsi tu vedi, e l'oceno
195 	Stendersi l. Ti volgi or'io t'addito.
	Sorge in riva il Carmelo, e non discosto
	Scaturisce il Giordan da doppia fonte,
	Termine vero d'oriente. I figli
	Dell'uomo, ond'io ti parlo, abiteranno
200 	Nell'alpestre Senr, quella catena
	Prolungata di monti. Or bada a questo.
	Nel seme di costui le genti tutte
	Benedette saranno, e fisso  in cielo,
	Che il tuo gran Salvator da lui proceda;
205 	L'Uom Dio che il serpe schiaccer. Ma cenno
	Lucido pi di questo avrai tra poco.
	Da quel caro al Signor, che ne'prescritti
	Tempi avr nome di fedele Abramo,
	Un figlio nascer; da questo figlio
210 	Poscia un nipote, uguali a lui di fede,
	Di saggezza e di grido. Ora il nipote
	Di dodici suoi nati in compagnia
	Move da Canan per una terra
	Che parte il Nilo, e chiamerassi Egitto:
215 	Onde nasca quel fiume e sbocchi in mare
	Per sette foci, osserva. Un de'minori
	Figliuoli suoi, che grandi inclite prove
	Nel regno locheran di Faraone
	Vicinissimo al trono, invita il padre,
220 	In tempo di miseria, a far soggiorno
	Su quella terra. Ei muore, ed una gente
	Lascia, che in breve nazion diviene.
	Tanto che il novo re di porre un freno
	Studiasi, puroso, a quel crescente
225 	Popolo di stranieri; e, conculcato
	Ogni dritto ospital, non pur fa schiavi
	Gli ospiti suoi, ma passa a fil di spada
	I lor maschi fanciulli. A due fratelli,
	Detti Aronne e Mos, l'Eterno alfine
230 	Suscita nel pensier di trar dai ceppi
	Il suo popolo afflitto e di condurlo,
	Carco di spoglie e glorioso, al regno
	Che promesso gli fu. Ricusa in pria
	Quell'iniquo tiranno e senza legge
235 	Di conoscerne il Dio, di rispettarne
	I messaggieri. Ma per segni infausti,
	Per tremendi giudizj alfin v' stretto.
	I fiumi in sangue rimutati, in sangue
	Che versato non fu: ranocchi, assilli,
240 	Vermini in moltitudine schifosa
	Ne'palagi reali e in tutto il regno
	Formicolanti: da mora, da peste
	Gangrenosa consunto il regio armento:
	Ulceri corrodenti, enfiate bozze
245 	Sulle carni del re, su quelle tutte
	Del popol suo. Squarciato il ciel d'Egitto
	Da grandine dirotta, a tuoni, a lampi,
	A turbini confusa, e riversarsi
	La gran furia sui campi e devastarli.
250 	Ci che d'erbe, di frugi ancor distrutto
	Non , diluviando un negro immenso
	Nugolo di locuste si divora,
	N pi s'alza dal suol virente stelo.
	L'ombra (palpabil ombra!) si distende
255 	Quante i termini egizj, onde ne sono
	Spenti tre d. Per ultima sciagura
	Da colpo subitano, a mezzo il corso
	D'una notte percossi, i primonati
	Tutti cadono estinti. - Umiliato
260 	Il niliaco dragon per dieci piaghe,
	Concede agli stranieri uscir d'Egitto,
	E sovente il protervo animo inchina;
	Ma pari al ghiaccio, che divien pi duro
	Raggelandosi ancor poi che fu sciolto,
265 	La rinata sua rabbia insecutore
	Degli erranti lo fa, che pria lasciava
	Congedati partir. Ma l'onda ingoja
	Lui con tutto l'esercito seguace,
	Mentre, come un sentier fra due pareti
270 	Di solido cristallo, agli inseguiti
	Schiudesi il passo. Riverenti i flutti
	Alla verga mosaica in due divisi
	Ed immobili stanno infin che a riva
	Sia l'errante Israel. Maravigliosa
275 	Virt che al suo profeta Iddio comparte:
	Iddio nel cherubino ognor presente,
	Che ne regge l'andata; e si nasconde,
	Mentre il giorno risplende, in una nube,
	In un'ignea colonna, allor che annotta;
280 	Guardia fedele al suo popolo amato
	Dal pervicace assalitor tiranno.
	Tutta notte costui l'incerta traccia
	Seguitando ne va, ma l'intromessa
	Tnebra gli  d'impiglio, e nol raggiunge
285 	Che sull'aprirsi del mattin. L'Eterno,
	Fra quell'ignea colonna e quella nube,
	Guata l'oste nemica, e spezza a'plaustri
	Bellicosi le rote. Allor sull'onda,
	Come ingiunto gli fu, la sua potente
290 	Verga di novo il condottier protende.
	L'onda al cenno obbedisce e, gi riversa,
	L'armi egizie ravvolge, e tutta inghiotte
	Ne'suoi gorghi la guerra. - Indi l'eletto
	Popolo in piena sicurt procede
295 	Alla bramata Canan traverso
	L'arenoso deserto, e dal pi breve
	Cammin disvia con provvido consiglio.
	Perocch s'accostando al sospettoso
	Cananite gl'inesperti all'arme
300 	Profughi d'Israel, dallo spavento
	D'un conflitto respinti, entrar l'Egitto
	Novamente poteano, e quella serva
	Ingloriosa vita aver pi cara.
	Ch pi dolce  la vita al cor dell'uomo,
305 	Sia di nobili sensi o di volgari,
	Non turbata dall'armi, ove nol muova
	Cieca temerit. - Ma lieve acquisto
	L'indugiar nel deserto a quella gente
	Cara a Dio non procaccia. I fondamenti
310 	Mette a saldo governo, e va da tutte
	Le dodici trib scegliendo i capi
	Per un grande senato esecutore
	Delle leggi prescritte; e Dio le detta,
	Dio medesmo dal Sina (i cui nembosi
315 	Vertici tremeran sotto i suoi passi)
	Fra tuoni e lampi e strepitar di tube.
	Parte di queste leggi ordine e norma
	Seguano alla giustizia, e parte ai santi
	Riti del sacrificio; e questi in ombre,
320 	In mistiche figure alla contezza
	Guidano di Colui che da tal seme
	Verr predestinato a porre il serpe
	Sotto al calcagno; e come oprar disponga
	Pel riscatto dell'uom que'santi
325 	Dicono pur. Ma la voce divina
	Troppo al senso mortale  spaventosa.
	Or che cessi il terrore e Dio si degni
	Rivelar per Mos la mente eterna,
	Pregano le trib, riconoscendo
330 	Che senza intercessore aver non ponno
	Accessibile Iddio. Questa preghiera
	Venne loro esaudita, ed in figura
	Mos la insigne mission v'adempie,
	Preparando il cammino ad Uom pi grande,
335 	Di cui predice la venuta e il tempo;
	Come poi canteran dell'Aspettato,
	E del quando verr, tutti i profeti
	Alla et lor. - Cos di riti e leggi
	Moderato Israele, Iddio si piace
340 	Tanto ne'figli suoi, non pi ribelli,
	Che fra lor non isdegna il suo divino
	Tabernacolo porre, acci dimora
	Abbia pur sulla terra il Santo e il Solo.
	Quindi, com'ei prescrive, un santuario
345 	Vien di cedro costrutto e d'r coperto.
	Chiusa un'arca ha nel seno, e stanno in questa
	Testimonianze e simboli del patto
	Strette coll'uom. Di sopra e in mezzo all'ale
	Di due raggianti cherubini il trono
350 	Della piet si leva. Innanzi ad esso
	Splendono sette lampe, e dei celesti
	Lumi, novo zodiaco, offrono imago.
	Posa il d sulla tenda oscura nube,
	V'arde un raggio la notte, e questo e quella
355 	Pi non son manifesti allor che in via
	Mettonsi le trib. La terra alfine,
	Ad Abramo promessa ed alla stirpe
	Che da lui nascer, quel pellegrino
	Popolo ha tocca. Ma lungo sarebbe
360 	Narrar che ne segu: le molte pugne,
	I re sconfitti, i conquistati imperi,
	Il sol che a mezzo il ciel da mane a sera
	Immobile s'arresta e tarda il passo
	Consueto alla notte, allor che suoni
365 	La parola d'un uomo: "O Sol, ti ferma
	Sul Gabaone, e tu, luna, trattienti
	In valle d'Ajaln finch la spada
	D'Israello trionfi! Il terzo uscito
	Dagli Abramiti, a cui fia padre Isacco,
370 	Si dir con tal nome, e si diranno
	Tutti i posteri suoi conquistatori
	Di Canan." - Qui l'angelo interrotto
	Venne dall'uomo: "Messaggier di Dio,
	Face che schiari la mia notte! Istrutto
375 	M'hai tu di grandi cose, e primamente
	Del giusto Abramo e de'suoi figli. Alfine
	Gli occhi aperti io mi sento e serenato
	Molto il mio cor dai torbidi pensieri
	Di quanto a me prepara ed all'intero
380 	Genere umano l'avvenir. Quel giorno,
	Il giorno di quel Sommo, in cui verranno
	Benedette le genti or chiaro io veggo;
	Favore immeritato a me che cerco
	Ho per via proibita un proibito
385 	Saver. Ma togli un dubbio alla mia mente.
	Perch tante si danno e varie leggi
	Agli eletti di Dio, fra'quali in terra
	Si compiace abitar? Saran le colpe
	Quante son quelle leggi? E fosse il vero,
390 	Far con essi dimora Iddio vorrebbe?"
	E l'arcangelo a lui: "Non porre in forse
	Che vi regni la colpa; ingenerata
	Dal tuo fianco non fu? Perch si mostri
	La natural perversa indole umana,
395 	Fur create le leggi, a cui non cessa
	Mover guerra il delitto. Indi vedrassi
	Che svelarlo esse pon, non impedirlo;
	E che d'agni, di tauri e di capretti
	Debole offerta espiatrice  il sangue.
400 	Chiaro allor si parr, che debba il fio
	Dell'umano fallir ben altro sangue
	Prezioso pagar: del giusto il sangue
	Per l'ingiusto versato; onde i mortali
	Da quell'alta giustizia (a cui suggello
405 	Sar la fede), e venia a'lor misfatti
	E discolpa otterranno in faccia a Dio,
	E quel silenzio dell'interna voce,
	Cui n leggi, n riti hanno valore
	Di tranquillar; n l'uom per s potria
410 	Agli officj adempir che via gli sono
	Alla vita spirtale, e ne morrebbe
	Non li adempiendo. E quindi appar la legge
	Norma imperfetta, n concessa all'uomo
	Se non per allacciarlo a pi felice
415 	Colleganza col cielo, allor che piene
	Sieno l'et; se non perch'ei trascenda
	Dai figurati adombramenti al vero,
	Dalla carne allo spirto, dagli angusti
	Legami del precetto al godimento
420 	Libero della grazia, e dal servile
	Spavento al solo filial timore;
	Infin dall'opre della legge a quelle
	Della fede. - Or, seguendo il mio racconto,
	Mos, quantunque a Dio tanto diletto,
425 	Solo perch proposto al ministero
	Fu di legista, a Canan non mena
	La gente d'Israello. Altri n' duce;
	Giosu, che dal popolo gentile
	Detto  Ges. Costui l'officio e il nome
430 	Di quegli assumer che prema il serpe,
	E sicuro conduca il germe umano,
	Da gran tempo smarrito e senza scorta
	Pel deserto del mondo, ad un eterno
	Paradiso di pace. - Alfin raggiunta
435 	Dai figli d'Israel la sospirata
	Canan, vi fann'alto, e in fior vi stanno
	Per molta et. Ma quando i lor delitti
	Ne turbano la pace, Iddio, crucciato,
	Desta loro avversarj; e ne li franca,
440 	Sempre che, ripentiti, il buon sentiero
	Riprendere li vegga. E ci coll'opra
	De'giudici e de'regi. - Ora il secondo
	Di questi reggitori, illustre in terra
	Per alte imprese e per piet, riceve
445 	Da Dio l'irrevocabile promessa
	Che perpetua star la sua corona.
	Tutti annunziano poscia i vaticinj
	Che dalla stirpe di Davidde (tale
	Questo re nomeran) discende un figlio
450 	Quello a te profetato e al buono Abramo
	Rampollo della donna, amor, sospiro
	Dei popoli del mondo e re supremo
	Predetto ai re; ch termine il suo regno
	Mai non avr. Ma lungo a lui precede
455 	Ordine di monarchi. Il primo uscito
	Di Davidde, per senno e per ricchezze
	Celebrato fra gli altri, in un pomposo
	Tempio la nebulosa arca depone.
	Entra di questo prence alla corona
460 	Una turba di re, benigni in parte
	Ed in parte malvagi, e pi de'primi
	Numerosi i secondi. Or dalle turpi
	Idolatrie degli ultimi sdegnato
	E dall'altre lor colpe, accumulate
465 	Alla nequizia popolar, lo sguardo
	Dio ritragge da loro, e terra, e tempio
	Ed arca santa ed ogni santa cosa
	Alla preda abbandona ed allo scherno
	Di quella che vedesti oltracotata
470 	Citt, le cui muraglie al ciel salenti
	Arrest lo scompiglio, onde fu detta
	Babilonia. - Per sette e sette lustri
	Vi condanna il Signore a vil servaggio
	Il suo popolo ingrato. A lui favella
475 	Pur la clemenza, e gli ricorda il patto,
	Immutabile eterno come il cielo,
	Ch'ei giurava a Davidde, e dalla dura
	Schiavit li redime. Abbandonata
	Bable, a costruir di novo il tempio,
480 	Consentendovi i re che Dio dispone
	A favor d'Israello, il liberato
	Popolo intende. Moderata un tempo
	E frugal n' la vita, ma cresciuto
	Di numero non men che d'opulenza,
485 	Rompe in risse intestine, e il primo segno
	Ne danno i sacerdoti al ministero
	Dell'altar destinati, ed a zelarne
	Pi d'ogni altro la pace. Il lor dissidio
	Contamina e svergogna il tempio stesso,
490 	E per ultima infamia irriverenti
	Ai figli di Davidde, il regio scettro
	Ne ardiscono afferrar; ma poco stante
	Cade loro di mano, e da straniere
	Poscia  raccolto; perocch dovea
495 	Spoglio d'ogni suo dritto il re verace,
	Il verace Messia venir nel mondo.
	Nunzio di sua venuta un astro in cielo,
	Mai non visto, si leva e scorta i saggi
	Dell'Oriente, che cercando vanno
500 	La sua dimora, e incenso e mirra ed oro
	Gli recano in offerta. Un mestoso
	Angelo manifesta ov'egli alberga
	A pochi mandriani, in quella notte
	Vigilanti al sereno; allegri questi,
505 	Vanno al loco accennato, e stupefatti
	Odono un coro d'angelici spirti,
	Che de'santi natali il canto intuona.
	Una vergine  madre al pargoletto,
	Ma il poter dell'Altissimo n' padre.
510 	Ei rivola al suo trono e vi si asside;
	Solo i confini della immensa terra
	Chiudono il regno suo, la gloria i cieli."
	Qui l'angelo ammut veggendo Adamo
	Da tanta piena di letizia oppresso,
515 	Che tormento parea. Diffuso in pianto,
	Anelante il respiro e senza voce,
	Stette a lungo cos, fin ch'ai tumulti
	Del gaudio in questi accenti il varco aperse:
	"Presago di lietissime novelle!
520 	Tu sollevi il mio core alla pi grande
	Delle speranze! Aperto or m', sereno,
	Ci che spesso cercai, ma sempre indarno,
	Nella buja mia mente! manifesto,
	Perch germoglio della donna appelli
525 	Quel divino Aspettato! Io ti saluto,
	Vergine genitrice, amor de'cieli!
	Ma grande come sei, da queste reni
	Pure uscir tu dovrai; pur nel tuo grembo
	Prender carne umana, ed unirassi
530 	All'Uomo il Dio. Con quale angoscia il serpe
	Attender la gloriosa pianta
	Che sul capo gli prema! Or dove e quando
	La gran lotta avverr? M'accenna il morso
	Che rechi offesa al vincitor calcagno."
535 	"Non sognar di battaglie o di ferite
	Al calcagno, alla fronte (gli rispose
	Quell'angelica Possa); il Figlio eterno
	Non congiunse l'umana e la divina
	Natura in s medesmo, acci s'afforzi
540 	Nel lottar col nemico. Oh no! quest'armi
	Soggiogar non dovranno il tracotante,
	La cui caduta di lass (ferita
	Ben pi profonda) svigorir nol seppe,
	Tanto ch'ei non potesse il mortal colpo
545 	Vibrar sul capo tuo. La piaga antica
	Colui ti saner che vegna in terra
	Tuo redentor, non Stana struggendo,
	Ma l'opre contro te, contro il tuo seme
	Dalla sua rabbia consumato. Questo
550 	Per non seguir, se al tuo difetto
	Ei non abbia adempiuto, ed alla legge,
	Sotto pena mortal dal cielo imposta,
	Pienamente obbedito, tollerando
	La morte, al fallo tuo debita emenda,
555 	E legata a color che da'tuoi lombi
	Colpevoli usciranno. A questo modo
	Satisfatta verr, ma solo a questo,
	La giustizia sovrana. Or la paterna
	Legge, amando, obbedendo, il Redentore
560 	Segno per segno eseguir, quantunque
	Vi potesse adempir col solo amore.
	Sosterr l'innocente il tuo castigo,
	Nella spoglia dell'uom s stesso offrendo
	A travagliati giorni, a morte infame.
565 	Nunzia d'avventurosa eterna vita
	Fia la bocca divina a quei che fede
	Porran nel suo riscatto, e crederanno
	Che quella obbedienza al suo gran Padre
	Lor propria diverr, ch la salvezza
570 	Pe'suoi merti otterran, non gi per quelli
	Delle sole opre lor, bench conformi
	Alle leggi supreme. E per ci tutto
	Abborrito, oltraggiato, e stretto in lacci,
	Tratto ad empio giudizio, e quale abbietto
575 	Malfattor, condannato e posto a morte.
	Che pi? Sopra una croce infisso, anciso
	Da que'perfidi stessi a cui die'vita.
	Ma tutti ei figger su quella croce
	I propri e tuoi nemici. Oh s! con lui
580 	La mortal tua condanna ed i peccati
	Del mondo intero vi saran confitti;
	N tema di Stan chi nella grande
	Ostia confidi. - Ei muor, ma tosto a vita
	Risorge.  breve l'usurpata possa
585 	Della morte su lui. Pria che l'aurora
	Splenda del terzo d, le mattutine
	Stelle il vedranno dalla tomba alzarsi
	Rorido come il raggio allor nascente.
	Perocch satisfatta avr l'ammenda
590 	Che l'uom francheggi dalla morte; e sempre
	Che negletta per l'uom non sia l'offerta
	Sanguinosa del Figlio, e l'infinito
	Beneficio ne accolga in una fede
	D'opre feconda, prezioso frutto
595 	Maturar gli sapr. Quest'olocausto
	La tua pena cancella e svia lo strale,
	A cui pel tuo fallir sei fatto segno
	Senza speme di grazia; il capo alfine
	Schiaccer di Satano, e Colpa e Morte,
600 	Le sue pi formidabili guerriere,
	N'abbatter, fissando il loro artiglio
	Nella tosta infernal ben pi profondo
	Che nol fisse la morte passeggiera
	Nel calcagno del Figlio e de'riscossi
605 	Dalla invitta sua man. La morte! or sonno,
	Or dolce ingresso a sempiterna vita!
	Risorto il Salvator, pi non indugia
	Il partir di quaggi che per mostrarsi
	Ai discepoli suoi, compagni, amici
610 	Nel suo corso mortale. Ingiunge a questi
	Di far palese ai popoli universi
	Quanto sanno di lui, del suo riscatto,
	Battezzando i fedeli alle correnti
	Dell'acque; indizio che detersa  in loro
615 	Ogni labe terrena. Apparecchiando
	In ispirto ei l viene ad un tragitto,
	Quando l'ora verr, conforme a quello
	Ch'egli, il Messia, sostenne. Erudiranno
	L'orbe intero costor, poich bandita
620 	La salute sar da quel gran giorno,
	Alla progenie che per dritta via
	Scenda d'Abramo e a quante umane stirpi
	Ne accolgano la fede; acci nel seme
	Di Colui benedetta ogni favella
625 	Della terra ne sia. L'Uom-Dio s'innalza
	Coronato di gloria al ciel de'cieli,
	L'etere trasvolando a mezzo i vinti
	Nemici. Il re dell'aere ivi sorprende;
	Dico il serpe infernal. Gi ne'suoi regni
630 	Catenato ei lo tragge, e l confuso
	Lo abbandona per sempre. Allor risale
	Nella luce paterna, ed al paterno
	Fianco si posa; n v'ha nome in cielo
	Che dal labbro degli angeli risoni
635 	Pi laudato del suo. Ma quando il mondo
	Dissolversi dovr, qui ridiscende
	Di splendor circonfuso e di possanza
	Vivi ed estinti a giudicar. Castiga,
	Premia reprobi e buoni, e i buoni assume
640 	Nel suo gaudio immortal, sia cielo o terra.
	Perocch tutta quanta un paradiso
	Pur la terra diventa, una felice
	Stanza, serena di pi lieti giorni
	Che quest'Eden non ebbe." - Egli qui tacque,
645 	Ed alquanto pos come del mondo
	Giunto al grande periodo. Adamo allora,
	Da letizia compreso e da stupore,
	Cos proruppe: "O somma, immensurata
	Bont divina, che dal male un tanto
650 	Bene deduce, e il male in ben trasforma!
	Miracolo di quello assai pi grande
	Che fe'dal bujo scintillar la luce!
	Or se debba pentirmi o rallegrarmi
	Dell'error che commisi in forse io sono;
655 	Giacch veggo venir dalla mia colpa
	A Dio gloria maggiore, all'uom la piena
	Dei celesti favori, e dove l'ira
	Abbondava finor, la grazia abbonda.
	Ma se Dio redentore al ciel ritorna,
660 	De'suoi pochi fedeli, abbandonati
	Fra la turba infedel nemica al vero,
	Che diverr? Qual duce o qual difesa
	Quei derelitti troveranno? E scempio
	Non farassi di lor pi che non lessi
565 	Del lor divino insegnatore?" - "Oh dubbio
	Tu non averne! si far! (rispose
	L'arcangelo Michel). Ma sulla terra
	Egli invia dalle stelle ai benamati
	Un pio consolator, lo Spirto suo,
670 	Che le promesse dell'Eterno adempia,
	Che soggiorni con essi e della fede
	Le sante leggi ne'lor petti incida,
	Conducendoli al ver per man d'amore;
	E perch non soccombano agli assalti
675 	Del nemico infernale, e rintuzzarne
	Possano le saette, Iddio li veste
	D'armi spirtali, e quindi impaurirli
	Di quanto inventi la barbarie umana
	D'odioso e crudel, sia pur la morte,
680 	Nulla potr. Conforti intimi e santi
	N'alleggieran lo strazio, e sostenerlo
	Sapran cos, da farne i lor feroci
	Tormentatori attoniti e confusi.
	Perocch dallo spirto (in pria disceso
685 	Su quei dodici capi, acci la luce
	Del Vangel si propaghi, indi su tutte
	Le fronti battezzate) eletti doni,
	Doni stupendi, recheran: le lingue
	Tutte conosceranno, e delle cose
690 	Mirabili che fece il lor Maestro
	Saran essi non manco operatori.
	Tal che genti diverse e di favella
	E di costume da costor chiarite
	Con gioja accoglieran la lieta nova
695 	Apportata dal cielo. Alfin quel grande
	Ministero compiuto e giunti a mta,
	Ciascun l'istoria sua, la sua dottrina
	Raccomanda alla penna, e corre a morte.
	Ma succedono lupi a que'pastori
700 	(Come avran presagito); ingordi lupi,
	Che le cose di Dio, per cupidigia
	Di vil guadagno o per superba febbre,
	Torceranno in mal uso, e di chimere
	E d'ippocrite fole ingombro il vero
705 	S'abbujer; quel vero unico e puro
	Che dai seguaci dell'Uom-Dio fu scritto,
	N pu che per lo spirto esser compreso.
	A nomi, a gradi, a titoli fastosi
	S'appiglieran costoro, e simulando
710 	Per la causa celeste un'alta cura
	V'uniran la mondana, e suo diranno
	Lo Spirito di Dio che venne a tutti
	I credenti promesso: a tal che forti
	Di questo dritto menzogner, sopporre
715 	Potran le coscienze a false leggi,
	E con armi corpore forzarne
	Il libero voler. Ma traccia alcuna
	Non serbano di questo i santi scritti,
	N quei che dentro i cuori ha Dio vergato.
720 	E qual fine in costor se non la luce
	Della grazia offuscar, se non catene
	Dare alla libert che n' compagna?
	Qual fin, se non abbattere i viventi
	Templi del Santo per la fede eretti,
725 	Per la propria durabile lor fede,
	E non gi per l'altrui? Poich nel mondo
	Qual parola infallibile pu dirsi,
	Quando all'intima voce, alle credenze
	Del cor si opponga? Tuttavia vorranno
730 	Posseder tal parola, ed un feroce
	Odio si lever contro i fedeli
	Che solo in verit, solo in idea
	L'Eterno adoreran; ma gli altri invece,
	In numero maggior, faran pensiero
735 	Di servir con esterne e speciose
	Cerimonie all'altare. Il ver fugato
	Dalla calunnia si terr nell'ombra,
	E pi sempre infrequenti e singolari
	L'opre pie diverran. - Per questa via
740 	Nemico ai buoni, ai pravi amico, il mondo
	N'andr sotto il suo carco oppresso e stanco;
	Finch sorga il mattin di pace ai giusti,
	Di castigo ai malvagi; il gran mattino
	Che dal ciel riconduca il tuo soccorso,
745 	Quel figlio della donna a te predetto
	Pur dianzi in ombra, ed ora in viva luce
	Tuo Signor manifesto e salvatore;
	Colui che sulle nubi alfin discende
	Nella gloria del Padre. In fuga ei volge
750 	Stana, e il tralignato orbe distrugge.
	Poi combusta cos l'immensa mole,
	Cos monda, affinata, uscir da quella
	Egli fa novi soli e terre nove,
	Nove et senza fine; et di amore,
755 	Di giustizia, di pace e di perenne
	Felicit." - L'arcangelo qui diede
	Termine al ragionar. V'aggiunse Adamo
	Una estrema parola: "Oh benedetto
	Veggente! in che brev'ora hai misurato
760 	Questo mondo caduco e il vol seguito
	Del tempo insino al d che le sue penne
	Saran chiuse per sempre! Oltre non vvi
	Se non abisso, eternit; n sguardo
	Se vedervi confine! Io mi diparto
765 	Di gran cose istruito, e l'alma in pace.
	Per quante di saver, di conoscenza
	Capace  il vaso mio, tu l'hai ripieno.
	Spingere la vaghezza ad altri arcani
	Fu mia demenza. Persuaso al tutto
770 	Mi son, che l'obbedire al mio Signore,
	L'amarlo con timor, seguirne i passi,
	Com'ei fosse presente, ed adorarne
	La provvidenza  il meglio! Oh s, pensieri,
	Opre a Dio sottoporre! A Dio che volge
775 	Uno sguardo pietoso al suo creato,
	Col bene il mal sormonta, eccelse cose
	Da picciole deriva, abbatte e sperde
	Il poter formidabile del mondo
	Con armi in vista frali, e per la schietta
780 	Semplicit dell'umile confonde
	La superbia del saggio. Al pi sublime
	Degli umani trionfi, or chiaro io scemo,
	Solo aspira colui che pugna e soffre
	Per la causa del vero; ed al credente
785 	La morte  soglia della vita. E questa
	Sapienza verace in me procede
	Dall'esempio di Lui, che mio divino
	Salvator riconosco e benedico."
	"E tu (cos l'Arcangelo conchiuse),
790 	Tali cose apprendendo, il sommo hai tocco
	D'ogni scienza, n maggior n'avresti
	Quando pure ogni stella, ogni pianeta
	Conoscessi per nome, e tutte quante
	Le celesti potenze e i lor segreti
795 	Ti fossero palesi, e l'opre tutte
	Di Dio, della natura in cielo e in terra
	E nell'aere e nell'acqua, e fosse tua
	La ricchezza del mondo, e questo mondo
	Solo un impero al tuo poter vassallo.
800 	Aggiungere al saper le non discordi
	Opre or t' d'uopo. Aggiungervi la Fede,
	La Virt, l'Umilt, la Temperanza
	E l'Amor, che ne'secoli avvenire
	Carit sar detto, alma di tutto.
805 	Meno allor ti dorrai del tuo perduto
	Paradiso, ch un altro assai pi bello,
	Pi felice di questo in te medesmo
	Ne sorger. Ma vieni omai; la vetta
	Da cui mirasti l'avvenir, si lasci.
810 	Tempo  gi di partirci. Ecco! le guardie,
	Che sull'erta appostai dell'altro colle,
	Attendono alla mossa il cenno mio.
	Precede ad esse e fieramente ondeggia
	Una spada di fuoco; il segno  quello
815 	Del tuo bando da qui. Scendiamo, ed Eva
	Tu precorri a destar. Lei pur con sogni
	Di felice presagio andai calmando,
	E disposi il suo core ad una mite
	Obbedienza. A loco e tempo adatto
820 	Tu poi le udite e le vedute cose
	Rivelarle saprai, ma quelle in pria
	Che toccano la Fede e il gran riscatto
	Che dal suo grembo partir; germoglio
	Della donna. Vivete i giorni vostri,
825 	Che saran numerosi, in una piena
	Concordia di voleri, abbench mesti
	Per ricordi incresciosi, e non di meno
	Consolati al pensier d'un lieto fine."
	Disse, e presero entrambi la discesa.
830 	Come giunsero al piano, accorse Adamo
	Al cespo ov'egli occulta e in braccio al sonno
	La pentita lasci; ma desta ell'era,
	E con parole non pi triste accolse
	Il marito cos: "Donde tu venga,
835 	Ove tu fossi, non ignoro. Iddio
	Pur nel sonno  presente e manda i sogni,
	E lieti e nunzi di miglior destino
	Or or me gl'invi, mentre sfinita
	Dall'angoscia e dal pianto, e stretto il core,
840 	M'addormentai. Perplessa or pi non sono.
	Guidami a tuo talento. Ora l'uscirne
	Con te m' come un rimanervi, e priva
	Qui restarmi di te non m' diverso
	Che se tratta ne fossi a mio dispetto.
845 	Ogni cosa, ogni loco, in cielo, in terra
	Tu mi sei! Tu da questo Eden cacciato
	Per la sola mia colpa!... E pur ne reco
	Un conforto supremo: ancor che tanto
	Volontaria perdessi, il non mertato
850 	Favore ottengo, che dal sangue mio
	Una prole uscir d'ogni sventura
	Riparatrice." - In tal guisa parlava
	La nostra antica madre, e lieto Adamo
	L'udia. Ma l'appressar dell'immortale
855 	Ne tagli le parole; e gi calava
	Dall'opposta collina, al divisato
	Loco (ardente meteora) il luminoso
	Drappel de'cherubini; e il suol radea
	Pari a bianco vapor, che, nato a sera
860 	Da palude o da fiume, si dilati
	Su melmoso terreno, e tutto il copra,
	Incalzando veloce il buon colono
	Che torna all'abituro. - I cherubini
	Procedeano di fronte, e innanzi ad essi
865 	Quella spada di Dio brandita in alto
	Terribile fiammava in apparenza
	D'una cometa, e la torrida vampa
	E l'igneo fumo che mettea, sembiante
	All'ardor che di Libia il cielo adugge,
870 	Affocando venia quel dolce e mite
	Clima del paradiso. Allor Michele,
	Affrettato l'andar dei peritosi,
	Per man li prese e li condusse al varco
	Oriental; di l con ratti passi
875 	Li men gi per l'erta alla soggetta
	Pianura, e sparve. Si guataro addietro
	Gl'infelici, e miraro il vasto lato
	Che fronteggia l'aurora (ed ahi pur dianzi
	Fortunata lor sede!), ondeggiar tutto
880 	All'orrendo fulgor di quella spada,
	E da fiere sembianze e d'armi ignite
	La gran porta ingombrata. Adamo ed Eva
	Versarono a tal vista alcune stille
	Che spresse a lor natura: ma le ciglia
885 	N'asciugarono tosto. Il mondo intero
	Loro innanzi s'offria per farvi eletta
	D'un soggiorno tranquillo, e li guidava
	La Provvidenza; ed essi incerti e lenti,
	Tenendosi per man, lungo il deserto
890 	Eden drizzr la solitaria via.



Note al testo:

[1] V. 8 - 9. sui gioghi / Solitarii del Sina e dell'Orebbe: L'oreb e il Sinai, monti dell'Arabia che sorgono nella Penisola formata dal golfo di Suez, dal Mar Rosso e dal golfo di Akabah. Sul primo di questi monti Iddio apparve a Mos in un rovo ardente, e gli comand di liberare il popolo d'Israele dalla schiavit d'Egitto: e sul secondo gli diede le tavole della legge.
[2] V. 14 - 15. il veloce Silo che lambe / L'oracolo di Dio: Silo, ruscello che scorreva vicino al tempio di Gerusalemme, chiamato dal poeta Oracolo di Dio.
[3] V. 362 - 363. il sapiente / Tosco: Parla di Galileo inventore del telescopio.
[4] V. 499. Molocco, orrido re: Moloch, idolo degli Ammoniti, si rappresentava colla testa di toro e con braccia umane distese, sulle quali venivano collocati i fanciulli destinati ad essere bruciati vivi in onore suo.
[5] V. 505 e segg., A Rabba e in tutta / Quella irrigua pianura a lui chinrsi / Gli Ammonti: Rabba, capitale degli Ammoniti, popoli dell'Asia, il cui territorio confinava colla Palestina, ed era bagnato al sud dal fiume Arnone.
[6] V. 517 - 520. Cmos vena; spavento osceno / Pei figli di Moabbo, d'Aroaro / A Nebo ed al remoto austral deserto / D'Abrima: Cmos, divinit adorata dai Moabiti con osceno ed orrendo culto.
Aroaro, citt Sul fiume Arnone al nord di Moab.
Nebo, citt verso l'est della stessa contrada avente al sud la catena dei monti Abrima.
[7] V. 538. I nomi di Bale: Baal, o Belo, cio signore, giusta il significato etimologico della parola, era la principale divinit dei Fenicii, dei Sirii, dei Persiani e dei Caldei, e forse uno dei pi antichi idoli dell'Oriente. Esso prendeva varii nomi secondo i luoghi, le circostanze del suo culto e dei suoi diversi attributi; e si chiamava quindi Baal-Peor, Baal-Berith, ecc. Baal per in generale  la personificazione del Sole, e significa la forza primitiva della natura nelle sue funzioni della generazione e della produzione. I suoi tempii erano posti sulle alture, ed il suo culto consisteva in offerte d'incenso, ed in sacrifizi di vitelli e qualche volta di bambini; ed i suoi sacerdoti, danzando intorno all'altare, sposso si laceravano le carni coi coltelli.
[8] V. 558 - 559. Astarotte  distinto, a cui d'Astarte / Dir gi nome i Fenici: Astarotte o Astarte, cio la Luna, era la principale divinit dei Fenicii e dei Sirii, ed era la stessa della Venere Siriaca, la Giunone Cartaginese e l'Iside Egiziana. Essa rappresenta il principio femminile della natura, ossia il principio del concepire e del partorire, come Baal rappresenta il principio maschile, cio la forza produttiva e generatrice. Il suo culto consisteva in sacrificii di animali, ed in offerte di frutta; e soprattutto in orgie oscene e turpi, simbolo della parte sensuale della vita.
[9] V. 571 - 572. Tammuzzo / Dopo Astarte appar: Thammuz, o Adone: era il giovane amante di Venere, che fu ucciso alla caccia da un cinghiale. Questo mito  d'origine Fenicia, e si ritrova sotto altro nome in Egitto, dove Iside e Nesti piangono sul corpo del morto Osiride. Tanto  vero, che il nome del dio Adone deriva dal fiume Adone della Fenicia; fiume che sorge dal Libano, e sbocca nel Mediterraneo vicino a Biblo. In un certo tempo dell'anno le acque di questo fiume sono di un color rosso per le arene che trasportano; ed il popolo credeva che fosse il sangue di Adone, e solennizzava in quel tempo le sue feste, dette Adonie. Quelle feste erano i funerali del nume, celebrati con lamenti, grida e pianti; i quali poi terminavano con una gioia frenetica, perch Adone risuscitava.
[10] V. 593. Dagne  il nome suo: Dagone era la principale divinit dei Filistei, e si rappresentava met uomo e met pesce. Il suo tempio principale stava a Gaza, e Sansone lo fece crollare, seppellendosi sotto le sue rovine con tutti i Filistei ivi raccolti. Nei versi antecedenti Milton accenna al fatto, quando i Filistei, in guerra cogl'Israeliti, presero l'Arca del Signore, e la posero nel tempio di Dagone; ed il giorno seguente fu trovata la statua di quest'idolo a terra, e rotta in pi pezzi.
[11] V. 600. Rimmon seguia: Rimmone, divinit della Siria, che aveva il suo principal tempio in Damasco.
[12] V. 605 - 606 - 10. e perduto un vil lebbroso / Fece acquisto d'un re: d'Achaz lo stolto: Qui parla l'autore di Naaman, generale di Benhadad re di Siria, che, essendo tormentato dalla lebbra, ne guar per il consiglio del profeta Eliseo, che lo fece bagnare sette volte nel Giordano. Dopo questo fatto Naaman rinunzi alculto di Rimmone. Ma Achaz, re di Giuda, introdusse poi in Gerusalemme il culto di questa divinit.
[13] V. 615. E d'Iside e d'Orusse i nomi antiqui: Iside, divinit Egiziana, era moglie e sorella di Osiride re d'Egitto. Ora Osiride aveva un fratello di nome Tifone, il quale, preso dall'amore di regnare, lo ucciso chiudendolo in una cassa, e gittollo nel Nilo. Le acque del Nilo trasportarono la cassa vicino a Biblo sotto una pianta di loto, la quale chiuse entro di s la cassa, e crebbe quanto un albero, per modo che il re di Biblo la fece tagliare per fare una colonna del suo palazzo. Iside, dolorosa per la morte del marito, si mise in viaggio per trovarne le membra, e giunse a Biblo, ed entr nella casa del re come balia del principe. Essa allattava il bambino dandogli a succhiare il dito, perch non aveva latte; e poi si trasformava in rondine, e volava intorno alla colonna che racchiudeva le ossa del marito. Alla fine svel tutto alla regina, port seco la cassa d'Osiride, e la seppell nella citt di Buto, ove in segreto allevava suo figlio Orus. Ma Tifone, avendo saputo ci, ruppe la cassa, tagli il cadavere in pezzi, e li gitt nel Nilo. Iside per giunse a trovare gli avanzi del corpo del marito, il quale poco dopo risuscit, ed insieme col suo figliuolo Orus vinse Tifone, e regn di nuovo in Egitto. Iside si rappresenta ordinariamente seduta, colla testa di vacca, col corpo di donna e con un fanciullo che allatta; e tiene fra le corna una palla. Osiride spesso si rappresenta seduto con la testa di sparviero, o di qualche altro uccello di preda, e col corpo d'uomo. Egli tiene in capo un fiore di loto, in una mano un coreggiato per battere il grano, ed in un'altra un bastone con un pomo che rappresenta un uccello.
Il bue Api era adorato in Egitto, perch si credeva che fosse la personificazione d'Osiride: e, quando moriva, era imbalsamato e seppellito con molta pompa in un gran sepolcro, e qualche volta in una piramide. Esso era tutto nero, ed aveva una macchia bianca in fronte ed un tumore sotto la lingua.
[14] V. 624 - 625. Poscia in Dana, in Betle il re perverso / Rinnov la gran colpa: Geroboamo, eletto re quando gl'Israeliti si ribellarono contro Roboamo, figlio e successore di Salomone, fece due vitelli d'oro; e si diede all'Idolatria.
Dan era una delle dodici trib della Palestina, ed era anche una citt al nord della Giudea presso alla catena dell'Antilibano, ed apparteneva alla trib di Dan, quantunque ne fosse lontana.
Bethel, citt della Terra Santa, posta sul confine della trib di Beniamino.
[15] V. 630. Ultimo apparve Belil: Belil significa malefico, maligno; ed in molti luoghi della Scrittura si chiama il demonio con questo nome, sicch pare egli sia l'idolo della sfrenata licenza, della libidine e della dissipazione.
[16] V. 650. Soddoma il dica e Gabal: Gabal, citt della trib di Beniamino, patria di Saulle, posta quasi a due leghe da Gerusalemme. Milton accenna in questo luogo al violento pubblico oltraggio fatto alla moglie di un levita, la quale ne cadde morta dal dolore. Il marito tagli il cadavere in dodici pezzi; e li mand per tutte le trib d'Israele, che punirono gli abitanti di Gabal e della trib di Beniamino, i quali n'avean preso le difese.
[17] V. 656 - 657. Gl'idoli d'Ionia, / Che numi il seme di Javn credea: Javn, quarto figlio di Jafet, figlio di No,  tenuto per il progenitore de'Greci. Per Ionia Milton intende la Grecia, adoperando la parte per il tutto.
[18] V. 673. E l'Esperia varcata: Esperia, antico nome d'Italia.
[19] V. 752. Del buon figlio d'Utro in mezzo a'suoi: Il re Arturo, figlio d'Utro, che fior al principio del quinto secolo, fu celebre pel suo valore, e pe'suoi cavalieri della tavola rotonda, le cui gesta sono state celebrate da molti poeti e romanzieri.
[20] V. 757 - 758. O quanti ne mand dall'africano / Lito Biserta: Milton allude qui ai Saracini, che vennero in Ispagna da Biserta, l'antica Utica, citt dell'Africa; ed allude pure alla morte di Carlo Magno, che, secondo le supposizioni dei romanzi, avvenne in Roncisvalle.
[21] V. 2. Supera dell'Ormusse: Ormutz, piccola isola all'ingresso del golfo Persico, detta anche pel suo ricco commercio il Diamante delle Indie.
[22] V. 724 - 725. Alcide, / Dall'Ecalia tornando: Si allude alla morte di Ercole, il quale, avendo indossato la veste bagnata del sangue del centauro Nesso, si sent bruciare da un fuoco interno; e preso da furore gitt nell'Eubeo dalla cima del monte Eta lo schiavo Lica, che gli aveva portato quella veste.
[23] V. 793. Di Serbonia...: Serbonia, piccolo lago fra il monte Casio e Damiata, citt posta sopra una delle bocche del Nilo.
[24] V. 849. da Ternate o da Tedore: Ternate e Tedore sono due isole che stanno nel gruppo delle Molucche.
[25] V. 1040. Morte nella lingua inglese  di genero maschile; femminile nella nostra. Ora, per ovviare un assurdo, aggiunsi due versi. Pensiero significato dal poeta medesimo nel libro antecedente, ove dice:
"Gli spirti
"Pigliano a grado lor l'un sesso e l'altro.
[26] V. 1275. Demogorgn: Demogorgon  il genio della Terra, o piuttosto della Natura, che gli antichi credevan capace di produrre i pi terribili effetti, ed il cui nome essi non osavano pronunziare. Secondo altri Demogorgon  un mago potentissimo.
[27] V. 44. Tmiri, io dico: Temiri, antico poeta greco, le cui opere sono perdute,  nominato spesso con lode da parecchi autori greci.
[28] V. 565. Alle fonti del Gange e dell'Idaspe: Gange, fiume che traversa l'Indostan, e formando un grandissimo delta sbocca nel golfo di Bengala.
Idaspe, uno dei cinque affluenti dell'Indo, che bagnano il Bendjab: esso ora si chiama Djalem.
[29] V. 568. Sabbie di Sericana: Sericana, nome col quale indicavano gli antichi la maggior parte Tartaria Cinese.
[30] V. 611. Empdocle fra questi: Empdocle, poeta e celebre filosofo greco, che, secondo la tradizione, si gitt nell'Etna per essere creduto un nume.
[31] V. 614. Clombrto: Cleombroto di Ambracia in Epiro fu preso da tale amore nel leggere il dialogo di Platone sull'immortalit dell'anima, e sui piaceri dell'Eliso, che per anticipare il godimento di questa felicit si anneg nel mare.
[32] V. 695 - 696. dal Paneasse, / Ov'ha culla il Giordano, a Bersabea: Paneasse  una citt della Palestina, chiamata in origine Dan, posta al confine settentrionale della Terra Santa. Paneasse  anche il nome di una montagna della catena del Libano, dalla quale sorge il Giordano, che traversa dal nord al sud la Palestina, passa pel lago Genezareth, e sbocca nel Mar Morto. Bersabea, citt posta al confine meridionale della Palestina verso l'Arabia e l'Egitto.
[33] V. 819. Al rapito di Patmo: San Giovanni, che in Patmos, una delle isole Sporadi che stanno nell'Arcipelago Ellenico, fu rapito in visione, e scrisse l'Apocalisse.
[34] V. 979. Fin che le cime del Nifte attinge: Nifte, montagna dell'Armenia, appartenente alla catena del Tauro, e vicina alle sorgenti del Tigri.
[35] V. 231. Asmodeo: Asmodeo, nome d'uno spirito maligno, che, innamoratosi di Sara, figlia di Raguel, faceva morire tutti i mariti di lei, finch Tobiuzzo la liber dallo spirito per mezzo di un pesce, secondo il consiglio dell'angelo Rafaele.
[36] V. 288 - 289. Da Cartno alle regie eccelse torri / Della grande Seleucia: Milton, ponendo l'Eden nella Mesopotamia, nomina qui Cartno, citt sull'Eufrate, e Seleucia, citt sul Tigri, edificata da Seleuco.
[37] V. 291. Di Tolassr: Tolassr, citt e provincia sull'unione del Tigri e dell'Eufrate, nella quale abitarono gli Edeniti.
[38] V. 373 - 374. Non la selva di Dafnide irrigata / Dall'Oronte: La selva di Dafni, celebre pe'suoi oracoli, stava sul fiume Oronte, vicino ad Antiochia nella Siria.
[39] V. 376 - 377. E men Nisa, quell'isola felice, / Cui circonda il Tritno: Nisa, isola dell'Africa, formata dal fiume Tritno.
[40] V. 380 - 381. Amalta con suo figlio, il giovinetto / Bacco: Milton segue qui l'opinione di Diodoro Siculo, e chiama Bacco figlio di Amaltea e non di Semele.
[41] V. 985 - 986. Per man d'Ermete all'imprudente figlio / Di Giapeto: Prometeo, figlio di Giapeto, rap il fuoco del cielo per animare la sua statua; e Giove, per vendetta, fece fare da Vulcano una statua di giovinetta, cui tutti gli Dei fecero un dono, e perci detta Pandora. Giove poi le don un vaso ripieno di tutti i mali, e mand Pandora a Prometeo per Ermete, ossia Mercurio. Prometeo, sospettoso, non volle aprire il vaso; ma Epimeteo, suo fratello, l'aperse, e subito uscirono tutti i mali, salvo la speranza, che vi rimase in fondo.
[42] V. 389. Pari al figlio di Maja: Mercurio era figlio di Maja, ed era il messaggiero degli Dei. I poeti antichi lo dipingevano bello e splendente di luce, quando adempiva qualche messaggio celeste.
[43] V. 467 - 468. al Ponto, all'afre sponde, / Ove Alcinoo regn: Il Ponto  una contrada dell'Asia Minore posta sul Mar Nero, nella quale regn Mitridate. I giardini di Alcinoo celebri per la descrizione che Omero ne fece nell'Odissea.
[44] V. 23. Come Bellerofonte: Bellerofonte, figliuolo di Glauco, stando alla corte di Preto, re d'Argo fu richiesto d'amore da Antea, moglie di Preto, che s'invaghi della sua maravigliosa bellezza. Ma, non essendo corrisposta, se ne vendic calunniandolo presso il marito, che lo mand a Giobate per farlo uccidere. Giobate lo mand a combattere colla Chimera, terribile mostro, e Bellerofonte l'uccise; in premio ebbe in moglie la figlia di costui. Egli volle poi, secondo altri, salire al cielo sul cavallo Pegaso, ma cadde sui campi elleni.
[45] V. 45. del Rdope in vetta il tracio bardo: Il tracio bardo  Orfeo, che fu messo a brani dalle Baccanti sulla catena dei monti Rodope nella Tracia.
[46] V. 98. Dall'Eden all'Eusino: Eusino, Mar Nero.
Palude Meotide, mare di Azoff.
Obio, fiume della Siberia che sbocca nell'oceano glaciale artico, e propriamente nel golfo di Oby.
Darieno, istmo di Panama che divide l'America settentrionale dalla meridionale.
[47] V 677. Non gli angui in che mutarsi Armnia e Cadmo: Cadmo, lasciando Tebe citt della Beozia da lui fondata, and colla moglie Armonia o Ermione nell'Illirio, ove, dice la favola, furono amendue convertiti in serpenti, per aver ucciso un serpe sacro a Marte.
[48] V. 680. Giove Capitolino: L'autore accenna ad Alessandro il Grande ed a Scipione l'Africano, che si attribuivano un'origine divina, dicendo essere stati generati da Giove trasformato in serpente.
[49] V. 1407. Il robusto Danite: Sansone, al quale la moglie tagli i capelli, principio della sua forza.
[50] V. 382 - 384. da Petzora, / Come s'immagin, condur dovea / A'ricchi piani del Catajo: Petzora, antico nome di una provincia della Siberia al nord-est. Catajo, antico nome di una plaga cinese.
[51] V. 406 - 407. Serse venne da Suza, abbandonata / La regal sua Memnia: Suza, detta anche da Erodoto Memonia, era l'antica capitale della Persia.
[52] V. 583 e segg. o quale il batriano, ...: Il batriano Sofi, cio il re di Persia,  cos chiamato dalla Batriana, ricca provincia della Persia. Per tracia luna poi s'intendono i Turchi che hanno per insegna la mezza luna.
L'Armenia  qui detta Aladul dal nome d'uno de'suoi re.
Tauride o Tauris, citt importante della Persia; ora capitale della provincia detta Adjebirgian.
Casbino anch'essa importante citt della Persia verso il Mar Caspio.
[53] V. 932. dalla gelata Estotilanda: Estotilanda, contrada dell'America Settentrionale verso la baja di Hudson.
[54] V. 946. Contrada boral, ec.: Nonembega, provincia dell'America Settentrionale. Samojeda, contrada al nord-est della Moscovia sull'oceano glaciale artico.
[55] V. 950. Aquilon, Cecia, ec.: Nomi di venti. Cecia  il nord-ovest. Argeste  il nord-est. Trascia, vento che spira dalla Tracia, contrada al nord della Grecia.
[56] V. 319. N in Sarra mai: Sarra, ossia Tiro, e Melibea, che  una citt della Tessaglia, furono celebri per le tinte di porpora.
[57] V. 515 - 547. onde Camblo, ec.: Camblo, principale citt del Cathay, residenza de'tartari Can o re.
Samarcanda, citt della Tartaria indipendente o Turchestan, presso al fiume Oxo; reale residenza del gran Temiri o Tamerlano.
Agra e Lar, due citt dell'India, un tempo appartenenti all'Impero del gran Mogol, ed ora all'Impero anglo-indiano.
L'aurea Chersoneso, antico nome della penisola di Malacca.
Ecbatana, capitale del regno dei Medi.
Ispahan, antica capitale della Persia, la cui metropoli  Teheran.
Nego, antico impero nell'Etiopia superiore o Abissinia, soggetto ad un re che nella lingua di quel luogo era detto Nego.
Ercoco o Erquico, citt sul Mar Rosso, posta al confine settentrionale dell'Impero abissino.
Mombza, Quela, Melinda, piccoli stati nello Zanguebar sulla costa orientale dell'Africa.
Sofla, contrada anch'essa sulla costa orientale dell'Africa presso la costa di Mozambico. Milton accenna qui alla credenza, che Sofla corrispondesse all'antica Offri, contrada ricca d'oro e di vegetazione nominata dagli antichi, che ora non si conosce propriamente a qual parte della terra corrisponda.
Congo e Angola, regni sulla costa occidentale dell'Africa che stanno nella Guina meridionale.
Montezma, l'ultimo imperatore del Messico, soggiogato da Fernando Cortez.
Cusco, antica capitale del Per, residenza di Atablipa, ultimo imperatore di questa contrada soggiogata da Pizarro.
Gujana (contrada al nord dell'America meridionale) o Columbia.
Manhoa, grande citt della Gujana, fu detta dagli Spagnuoli Eldorado, o citt dell'oro, per le sue ricchezze. L'autore chiama gli Spagnuoli figli di Gerione, da un antico re della Spagna che cos si chiamava.
[58] V. 34. Ma levarsi un uomo: Qui l'autore accenna a Nembrot, che alcuni dicono essere stato il primo a fondare il governo monarchico.
[59] V. 164. Ma quel pio: Milton parla qui di Abramo, che fu lo stipite del popolo ebreo, e della chiamata che egli ebbe dal Signore, colla quale comincia la chiamata del popolo d'Israele.
[60] V. 185. Ch'egli pianta in Sichm: Sichem, citt della Palestina nel regno di Samaria.
[61] V. 188. Dal boreale Amath ec.: Amath, citt posta al confine settentrionale della Palestina.
Per deserto meridiano s'intende il deserto dell'Arabia.
Ermone, monte al di l del Giordano.
Senir, altro nome del monte Ermone.






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