FRANCIS MERCURY.

IL DISASTRO DI SEDAN.

Il 15 luglio 1870, il governo chiede al Corpo legislativo un credito per la
guerra. Parigi  in subbuglio. La stampa l'opinione pubblica sono impazzite. La
folla, in piazza della Concordia, scandisce slogans patriottici e il grido: A
Berlino!
Il ministro della Guerra, maresciallo Lebceuf, si fa largo a stento in mezzo a
quella folla in tumulto per raggiungere il Parlamento, dove dovr parlare
davanti alla Commissione Difesa.
Il dialogo  breve: Signor Maresciallo, siamo pronti?
S,  tutto pronto...
Ce ne date la vostra parola d'onore? Sarebbe da criminali far entrare in guerra
la Francia senza aver previsto ogni eventualit, senza aver pensato a tutto!
Vi do la mia parola d'onore che siamo perfettamente pronti. (Gesti di evidente
soddisfazione.
Ancora una domanda. Che cosa intendete dire quando affermate che siamo pronti?
Intendo dire che se anche la guerra dovesse durare un anno, non avremmo bisogno
di acquistare nemmeno un bottone per le ghette. (Nuovi gesti di soddisfazione.)
Poi, in seduta pubblica, dopo un intervento del duca di Gramont, ministro degli
Affari Esteri, a sostegno della necessit di dichiarare guerra alla Prussia,
Emile Ollivier a nome del governo dice:
Da oggi grava sui ministri, miei colleghi, e su di me una grande responsabilit
(Si! a sinistra). Noi l'accettiamo a cuor leggero. (Proteste a sinistra.)
Boduin: Dite pure con tristezza!
Esquiros: Voi l'accettate a cuor leggero, ma intanto sta per essere versato il
sangue dei popoli!
Ollivier: S, ho detto a cuor leggero, ma non equivocate su questa parola, non
crediate che voglia dire con gioia. Io stesso vi ho gi espresso il mio profondo
dolore per essere costretto alla guerra; ma voglio dire che il nostro cuore 
sgombro di rimorsi e sereno, perch la guerra che stiamo per intraprendere noi
l'abbiamo subita...
Drago: Siete voi a volerla fare! (Esclamazioni diverse.)
Desseaux: Voi l'avete provocata!
Guyot-Montpayrotax: Certo, signor ministro, avete proprio ragione, sarete voi a
doverne sopportare le conseguenze.
Ollivier: Perch noi abbiamo fatto tutto ci che era umanamente possibile,
conservando integro il nostro onore, per tentare di evitarla, ed infine perch
la nostra causa  giusta ed ora  nelle mani dell'esercito francese.
(Euforia e molte grida di approvazione; applausi.)
Passano quarantotto giorni... Il 1 settembre Guglielmo I, re di Prussia,
circondato da Moltke, capo di stato maggiore, da Roon, ministro della Guerra, da
principi, granduchi, osservatori militari dei paesi neutrali, da un generale
americano, da un colonnello inglese, dall'inviato dello Zar, principe Kutusov,
assiste da una collina che domina Sedan, alla distruzione di met dell'esercito
francese. L'altra met, condannata da Bazaine, si trova sotto Metz, bloccata,
circondata, affamata.
Sotto gli occhi del re di Prussia i cacciatori d'Africa, i dragoni, gli ultimi
corazzieri, gli ussari dei generali Margueritte e Galliffet si fanno uccidere
dalle raffiche di mitraglia in cariche disperate nella pianura di Floing
combattendo ormai solo per salvare l'onore e immolandosi in una morte inutile.
Un prussiano, veterano di Waterloo, che aveva visto morire la Guardia imperiale,
esclama vedendo quelle anacronistiche ma splendide cariche: Ah! come sono bravi!
... poi, ormai certo della vittoria, si prepara ad abbandonare il suo posto
d'osservazione, mentre, il campo di battaglia offre ai vincitori solo il triste
spettacolo dei morti di cui il campo  seminato. La cittadella di Sedan alza
bandiera bianca.
Guglielmo I impartisce l'ordine di cessare il fuoco e manda due ufficiali del
suo stato maggiore verso le linee francesi perch pongano le prime condizioni,
cio la resa incondizionata della citt e delle truppe che vi si trovano.
Gli inviati del re di Prussia, il tenente colonnello Bronsart von Schellendorff
e il capitano Winterfeld, giungono con facilit ad una delle entrate della
citt, la porta di Torcy, presso la quale al momento del cessate il fuoco, una
compagnia di cacciatori bavaresi stava apprestandosi ad assalirla e a superarne
il muro. Segue gli inviati del re un trombettiere, col colbacco e l'uniforme
rossa degli ussari di Ziethen.
I parlamentari vengono ricevuti dal generale Buermann, comandante della difesa
della porta di Torcy, mentre le sue truppe, fuggite in ogni direzione, si
rifugiano in disordine sopra i cassoni sventrati e i cannoni capovolti. I due
ufficiali tedeschi chiedono di vedere, subito, il comandante in capo. Il
generale Buermann li fa condurre alla sottoprefettura, dove  riunito lo stato
maggiore. Lungo la strada un proiettile partito dalle linee prussiane cade a
qualche metro dai due inviati ed uccide due soldati francesi.
Il tenente colonnello Bronsart von Schellendorff ha uno scatto e dice agli
ufficiali francesi che l'accompagnano: Signori, mi scuso profondamente di questo
errore. Evidentemente le nostre truppe non hanno visto la bandiera bianca. E'
incredibile!
Dopo qualche minuto i due inviati del re di Prussia giungono alla
sottoprefettura e quale non  la loro sorpresa quando si trovano di fronte a
Napoleone III! I tedeschi infatti ignoravano che in quel luogo vi fosse anche
l'imperatore. La riunione  breve. Napoleone III ha appena inviato a Guglielmo I
il suo aiutante in campo, generale Reille, latore di un messaggio personale. Le
due missioni si sono incrociate.
Poco dopo il generale Reille, in giacca blu, pantaloni rossi, gilet nero e
stivali di vernice, a cavallo e senza spada sale lentamente lungo le pendici
della collina di Fresnois dove si trova Guglielmo I, circondato dal suo numeroso
seguito, a cui si  unito da poco anche il Kronprinz, il Principe ereditario.
A dieci metri dal re, il generale Reille smonta da cavallo, poi avanza e
scoprendosi il capo consegna al sovrano un plico col sigillo rosso
dell'imperatore.
Vedendo il sigillo Moltke esclama: Ma come, laggi c' l'imperatore?
Mi sembra di sognare. mormora il Kronprinz.
Guglielmo I prega tutto il suo seguito, compreso il figlio, di lasciarlo solo.
Bismarck, che indossa l'alta uniforme bianca di colonnello di cavalleria della
Landwehr, con al petto la sola decorazione della croce di comandante dell'Aquila
rossa di Prussia, dice sottovoce a Roon, ministro della Guerra: Se le cose
stanno cos, non sar molto semplice concludere la pace, perch non c' pi
nessuno per negoziare.
La lettera di Napoleone III non  chiara. Il re e il cancelliere ignorano in
quali condizioni essa sia stata redatta: non sanno se l'imperatore ha avuto il
tempo di mettersi d'accordo con l'imperatrice e il consiglio di reggenza; se ha
abdicato in favore del figlio; se intende con la sua resa porre termine alla
guerra oppure considerarsi un semplice prigioniero. Ci sono infatti molte
possibilit.
Il re interroga il generale Reille. Non ho ricevuto nessun altro ordine.
risponde quest'ultimo. Ormai non c' pi alcun dubbio: la lettera che Guglielmo
I sta leggendo e stata scritta proprio da Napoleone III.
Signor fratello, non avendo potuto alla testa delle mie truppe, ora posso solo
affidare la mia spada alle mani di vostra Maest. Il vostro buon fratello
Napoleone. Sedan, 1 settembre 1870.
Guglielmo I chiama i suoi principali collaboratori, consegna il biglietto al
figlio e s'intrattiene qualche istante con Bismarck.
Bismarck manda a chiamare un suo collaboratore. Il re e il cancelliere dettano
il primo abbozzo di una risposta; poi il re si fa portare una sedia e mentre un
ufficiale il maggiore von Alten, tiene un sacchetto di cuoio appoggiato ad
un'altra sedia, per fare da piano d'appoggio al re, Guglielmo I si fa dettare il
testo definitivo e scrive di suo pugno:
Signor Fratello, spiacente per le circostanze nelle quali ci incontriamo,
accetto la spada di vostra Maest e Vi prego di voler nominare un ufficiale
munito di pieni poteri per trattare la capitolazione dell'esercito che si 
tanto coraggiosamente battuto ai vostri ordini. Per quanto mi riguarda designo a
questo scopo il generale von Moltke.
Il vostro buon fratello. Davanti a Sedan, 1 settembre 1870.
Alle ore 19 il generale Reille raggiunge le linee francesi, dove regna una
terribile confusione: le strade sono coperte di morti e di feriti. Materiale
vario, armi e munizioni sono accatastati qua e l. Le truppe, non appena sono
venute a conoscenza della decisione di arrendersi, hanno cominciato, senza
nemmeno aspettare di sapere le condizioni della resa a distruggere tutto ci che
di utilizzabile cadeva sotto le loro mani. Il disordine  spaventoso: sia i
civili che i soldati urlano, bruciano, saccheggiano, distruggono le casse di
pane, gettano i fucili nella Mosa, rendono inservibili i pezzi d'artiglieria.
Poi i reparti, radunati a fatica, rendono onore ancora una volta alle bandiere e
agli stendardi. L'eroismo dei combattenti  stato cos grande, cos grande 
stato il loro spirito di sacrificio, anche se impiegato in uno sforzo vano, che
i reparti raccolti intorno alle bandiere sono ridotti a un pugno di uomini.
Poi anche le bandiere vengono strappate e le aquile ridotte in frantumi.
Il generale Reille porta all'imperatore la risposta del re di Prussia. Si tratta
ora di designare una persona fidata che conduca le trattative. Si verifica
allora un fatto che mostra chiaramente l'atmosfera che regna nelle pi alte
cariche dell'esercito del Secondo Impero.
Solitamente il compito di trattare viene affidato al generale in capo. Tale
grado era stato assunto proprio quella mattina, dal generale Wimpffen, giunto
qualche giorno prima dall'Algeria. Aveva assunto quell'incarico in sostituzione
di Mac-Mahon, che verso le sei di mattina era stato ferito al fianco da un
proiettile scoppiatogli vicino e che gli aveva reso impossibile continuare a
svolgere la sua funzione di comando.
La sostituzione si era svolta in circostanze alquanto strane: Mac-Mahon, messo
fuori combattimento, aveva designato a prendere la direzione delle manovre
Ducrot. L'imperatore aveva approvato, anche se Donay e Wimpffen ricoprivano lo
stesso grado da un tempo maggiore. Erano stati perci mandati parecchi ufficiali
ad avvertire Ducrot del suo nuovo incarico, ma tutti erano stati feriti prima di
giungere fino a lui. Finalmente un messaggero riesce a raggiungere Ducrot, che
verso le 7 e 40 viene informato del grande onore riservatogli.
Ma egli non conosce affatto i piani di Mac-Mahon (Mac-Mahon, infatti, aveva
deciso di sfondare le linee nemiche per poi dirigersi verso Carignan) e non
appena gli viene comunicata la notizia leva le braccia al cielo e dice: Chiss
poi come voleva condurre quest'operazione!
Ignorando completamente la situazione generale dell'esercito, egli decide allora
di lanciarlo sulle alture d'Illy. Ai suoi occhi una simile mossa offre molti
vantaggi: evita che l'esercito venga circondato dai Tedeschi e nel caso che la
situazione volga al peggio permette una ritirata totale o parziale verso
Mzires. Poich la rapidit  l'unica condizione di successo, per questa
operazione, impartisce immediatamente gli ordini necessari.
Dopo la sconfitta molti esperti discuteranno con opinioni contrastanti sul
valore e sulle possibilit di successo che avrebbe potuto avere una simile
mossa. L'operazione ha dunque inizio e nelle prime ore della mattina; l'ala
destra dell'esercito scivola lentamente dietro le linee verso la parte sinistra.
Alle 6 del mattino, dunque, Mac-Mahon voleva raggiungere Carignan passando da
Bazeille; alle 8 Ducrot vuole raggiungere Mzires passando da Illy... Questo
mutamento di piani, che avviene sotto il fuoco dell'artiglieria nemica, non sar
l'unico della giornata!
Verso le 9, infatti, il generale Wimpffen avverte Ducrot di un nuovo
cambiamento: come se si trattasse di una banale informazione gli scrive, su un
pezzo di carta, il seguente messaggio: Il nemico si sta ritirando sulla nostra
destra. Io mando a Lebrun la divisione Grandchamp. Penso che in questo momento
non si debba pensare alla ritirata. Ho ricevuto il comando dell'esercito con una
lettera del ministro della Guerra, ma ne parleremo dopo la battaglia. Voi siete
pi vicino di me al nemico: fate appello a tutte lo vostre energie e alla vostra
abilit e cercate di sconfiggere il nemico che si trova gi in condizioni
svantaggiose. Pertanto sostenete vigorosamente Lebrun, senza per abbandonare la
linea che vi  stato comandato di tenere.
Wimpffen non aveva mai parlato, fino a quel giorno della lettera del ministro
della Guerra: Mac-Mahon non ne sapeva nulla e neppure i generali del corpo
d'armata, suoi colleghi, e nemmeno l'imperatore. La lettera infatti gli era
stata consegnata dal generale Cousin-Montauban, conte di Palikao, quando, al
ritorno dall'Algeria, era passato da Parigi.
La lettera diceva: Qualora accadesse qualche incidente al maresciallo Mac-Mahon,
voi prenderete il comando delle truppe che sono ora sotto i suoi ordini. Vi
invier in seguito una lettera ufficiale per regolarizzare la situazione e di
cui all'occorrenza vi servirete...
Successivamente qualcuno ha detto: Wimpffen si  valso della lettera solo nel
momento in cui credeva che un attacco sulla destra avrebbe avuto successo. Ma il
generale nega questa versione. Per, nelle sue Memorie, ritiene opportuno
correggere la versione del messaggio che ha fatto pervenire a Ducrot e darle
un'intonazione meno categorica: invece che: il nemico si sta ritirando sulla
nostra destra, afferma di aver scritto: il nemico  pi debole sulla nostra
destra; e di non aver affermato che il nemico si trovava in condizioni
svantaggiose, bens in una posizione svantaggiosa. A prima vista simili
precisazioni potrebbero sembrare sottigliezze inutili, ma nel corso di una
battaglia esse possono avere un'importanza anche decisiva.
Comunque siano andate le cose, per la terza volta in tre ore gli ordini vengono
modificati e di nuovo l'esercito intero deve cambiare completamente le
posizioni. Questa volta Wimpffen gli fa fare un mezzo giro e lo lancia in
avanti, da sinistra verso destra: sempre sotto il fuoco nemico...
Ricevuto il biglietto, Ducrot parte al galoppo alla ricerca del nuovo comandante
in capo e tenta di convincerlo della validit del proprio piano: Io non vengo,
dice a Wimpffen, a contestarvi il comando, sebbene io l'abbia ricevuto dal
maresciallo... e mi sia stato confermato dall'imperatore. Non  il momento di
perdersi in simili controversie... ma permettetemi di farvi notare che sono
quasi due mesi che mi trovo di fronte ai Prussiani, e quindi conosco meglio di
voi la loro tattica. Ho studiato la situazione e il terreno, e mi sembra
evidente che il nemico sta tentando di circondarci: l'ho visto coi miei occhi e
questo biglietto del sindaco di Villers-Cernay...  non pu lasciare alcun dubbio
in proposito. Per la salvezza dell'esercito, vi scongiuro di lasciar proseguire
la ritirata: fra due ore sar gi troppo tardi.
Il biglietto di cui si parla portava alcune informazioni sulle posizioni che le
truppe nemiche avevano assunto nella mattinata ai limiti del campo di battaglia.
Wimpffen non vuol sentire parlare di ritirata, nonostante l'insistenza di
Ducrot, che sostiene si debba lasciare una porta aperta per fuggire da Illy.
Wimpffen ripete che bisogna attaccare, il generale Ducrot mostra su una carta
tre passaggi non ancora occupati dal nemico: Se l'avversario se ne impadronisce,
dice, siamo perduti. Wimpeffen mantiene il suo punto di vista: Per il momento
Lebrun  in vantaggio, dobbiamo approfittarne. Non vogliamo la ritirata,
vogliamo la vittoria!
Volete la vittoria? Benissimo! Vedremo se stasera non impazzirete di gioia solo
perch vi  rimasta ancora una possibilit di ritirarvi! dice Ducrot, prima di
andarsene per raggiungere i suoi uomini.
Meno di dieci ore dopo, la predizione di Ducrot  divenuta realt: nonostante
gli attacchi disperati condotti con un coraggio e un valore senza precedenti
nella storia dell'esercito, la bandiera bianca sventola sulla cittadella di
Sedan. L'ordine di issarla  venuto dallo stesso Napoleone III.
Quando scorge la bandiera bianca, il primo pensiero di Wimpffen  questo:
l'imperatore non ha tenuto conto dell'opinione del comandante in capo ed ha
ordinato la capitolazione senza neppure informarlo. Questo non  ammissibile,
pertanto a questo punto gli rimane una sola cosa da fare: dare le dimissioni!
Sire, non dimenticher mai i segni di benevolenza che mi avete dimostrato e
sarei stato felice, per la Francia e per voi, se fossi riuscito a concludere la
giornata con un glorioso successo. Non ci sono riuscito ed ora credo opportuno
lasciare a qualcun altro il comando dell'esercito. In questa circostanza,
ritengo di dover dare le dimissioni da comandante in capo e chiedere di essere
messo a riposo. Con rispetto, il vostro devotissimo servitore.
Napoleone III sembra disposto ad accettare le dimissioni e chiede al generale
Douay di riprendere il controllo delle truppe sparse in disordine all'interno di
Sedan. Douay sta per accingersi ad eseguire l'ordine, quando alcuni suoi
colleghi lo informano che Guglielmo I ha delegato per le trattative Moltke e che
toccher quindi al comandante delle truppe francesi di firmare la resa.
Allora Douay rifiuta il comando, facendo presente che Wimpffen non  stato
ferito e che  quindi in grado di assolvere il suo compito, e che inoltre,
avendo il generale ricevuto la nomina dal ministro della Guerra la sua
sostituzione sarebbe irregolare.
Alla fine Napoleone III accetta questa tesi e rifiuta le dimissioni di Wimpffen
con queste parole: Voi non potete dare le dimissioni; avete ancora il dovere di
salvare l'esercito con una capitolazione onorevole...
Wimpffen chiede di vedere l'imperatore. Ammesso alla sua presenza tenta di
giustificarsi: Sire, ho perso la battaglia, sono stato vinto, ma questo 
avvenuto perch i miei ordini non sono stati eseguiti, perch i vostri generali
si sono rifiutati di obbedirmi.
Ma che cosa andate dicendo? esclama un generale che, nascosto dietro altri
ufficiali, non era stato scorto da Wimpffen... Che cosa andate dicendo? Chi ha
rifiutato di obbedirvi? A chi alludete? Forse a me? I vostri ordini sono stati
eseguiti fin troppo bene;  stata la vostra folle persuasione a farci subire
questo terribile disastro. Voi solo ne siete responsabile; se voi non aveste
ordinato di invertire il movimento di ritirata, incurante delle mie esortazioni,
ora noi saremmo al sicuro a Mezires, o per lo meno saremmo lontani dal tiro del
nemico.
Wimpffen si volta e vede, in piedi davanti a s Ducrot, al quale quella mattina
egli aveva praticamente ritirato il comando presentando all'imperatore la
lettera del ministro della Guerra. Benissimo, visto che sono un incapace, non
vedo perch dovrei continuare a conservare il comando.
Avete per rivendicato il diritto al comando questa mattina, quando pensavate
che esercitarlo vi avrebbe procurato onori e vantaggi, e io non ve l'ho
contestato quando probabilmente sarebbe stato opportuno farlo. Ormai non potete
pi rifiutarlo, voi solo avete il dovere di addossarvi l'onta della
capitolazione.
I presenti devono separare i due generali che stanno quasi per venire alle mani.
Perch insistere su simili episodi? Molto raramente la storia ricorda scene
tanto vergognose. Certo l'eroismo e l'abnegazione dei soldati, le cariche
disperate dell'esercito sconfitto sono episodi molto pi gradevoli da
raccontare. Ma non  possibile ricordare la battaglia di Sedan senza denunciare
gli errori e la mediocrit di coloro che quei sacrifici hanno resi inutili.
Vinti, avrebbero almeno potuto tacere: nessuno lo fece. Tranne Napoleone III,
nessuno si comport degnamente in quel frangente, e Wimpffen meno di tutti. Il
suo riprovevole comportamento, infatti non termina qui, lo provano i documenti
che ci sono pervenuti: gli archivi dell'esercito tedesco ci testimoniano di come
egli abbia negoziato la capitolazione.
Protetto da un salvacondotto giunge, verso le 11 di sera, a Donchery, dove 
accampato lo stato maggiore prussiano. Dopo aver verificato le rispettive
credenziali (Moltke chiede di verificare di persona quelle di Wimpffen) le due
delegazioni prendono posto ai tavolo delle trattative. Wimpffen presenta i due
generali che l'accompagnano: Fauze, capo dello stato maggiore, e Castelnau,
aiutante di campo dell'imperatore.
Due candelabri e una lampada, posti al centro del tavolo, rischiarano la sala.
Il tappeto rosso che ricopre il tavolo sembra quasi infuocato e riflette i suoi
bagliori sui volti dei delegati. Un raggio di luce, che esce da una fenditura
della lampada, va ad illuminare il ritratto di Napoleone I, appeso al muro.
I particolari della scena e i dialoghi vengono riferiti da un ufficiale dei
Corazzieri e figurano anche in un documento conservato negli archivi
dell'esercito.
Moltke e Bismarck, tacciono... Finalmente Wimpffen prende la parola: Quali
condizioni di capitolazione ha intenzione di accordarci Sua Maest il re di
Prussia?
Tutto l'esercito  prigioniero, armi e vettovaglie compresi. Lasceremo agli
ufficiali le loro armi, a testimonianza della stima che nutriamo per il loro
coraggio ma essi saranno prigionieri di guerra, come la truppa.
Sono condizioni molto dure, generale; mi sembrerebbe che, per il suo coraggio,
l'esercito francese meriterebbe di pi. Non sarebbe possibile ottenere una
capitolazione a condizioni pi favorevoli? Noi potremmo cedervi la citt e la
sua artiglieria. L'esercito potrebbe ritirarsi con le armi, i bagagli, le
bandiere, a condizione di non combattere pi, durante questa guerra, contro la
Prussia. L'imperatore e i generali risponderebbero per la truppa e gli ufficiali
si impegnerebbero personalmente e per iscritto alle stesse condizioni. Poi la
truppa potrebbe essere condotta in una parte della Francia, stabilita dalla
Prussia nella capitolazione, oppure in Algeria, per restarvi fino alla
conclusione della pace. Poi Wimpffen fa allusione alla sua situazione personale.
Per quanto possa essere sgradevole,  dovere dello storico riportare anche
questo dialogo: Sono giunto da due giorni dall'Africa; fino ad oggi avevo una
reputazione irreprensibile per il mio comportamento in campo. Ho preso il
comando a met battaglia e cos sono stato praticamente obbligato ad unire il
mio nome ad una capitolazione disastrosa di cui mi devo addossare ogni
responsabilit. Voi siete generale come me, dovreste perci comprendere quanto
sia penosa la mia situazione. Voi potete rendermela meno penosa accordandomi
condizioni pi onorevoli. La causa principale di questo disastro  stato il
ferimento, avvenuto questa mattina presto, del valoroso maresciallo che
comandava prima di me. Forse egli non avrebbe vinto, ma perlomeno avrebbe potuto
operare una felice ritirata. Per quanto mi riguarda, se avessi avuto il comando
fin da ieri non voglio dire che mi sarei comportato meglio del maresciallo
Mac-Mahon e che avrei vinto la battaglia, ma avrei preparato la ritirata o, per
lo meno, conoscendo meglio le nostre truppe sarei riuscito a riunirle in uno
sforzo supremo per sfondare. Invece sono stato obbligato a prendere il comando
quando la battaglia era gi cominciata, senza che io conoscessi n lo stato n
la posizione delle mie truppe. Nonostante ci, sarei probabilmente riuscito a
sfondare in qualche punto o a battere in ritirata se non mi fosse accaduto un
incidente, che non  il caso che racconti qui.
Moltke non sembra molto sensibile a questa argomentazione ed espone le sue
ragioni: l'esercito tedesco  ora padrone della situazione, non  dunque rimasta
nessuna possibilit all'esercito francese di sfondare le linee tedesche; non
rimane che la resa, la capitolazione dell'esercito e il suo internamento in
campi di concentramento. Wimpffen allora adduce argomentazioni di tipo pi
politico e tenta di dimostrare che un atteggiamento intransigente da parte della
Prussia potrebbe avere conseguenze molto gravi in avvenire per le relazioni fra
i due popoli. Egli ritiene che una pace generosa possa permettere un
miglioramento delle relazioni e forse, un giorno, il ristabilimento
dell'amicizia fra Tedeschi e Francesi. Se invece i Tedeschi persisteranno in un
atteggiamento intransigente provocheranno senz'altro la collera e l'odio di
tutti i soldati.
Bismarck interviene allora con molta chiarezza e decisione: Sulle prime la
vostra argomentazione potrebbe anche sembrare valida, ma in realt  falsa e non
 tale da poter essere oggetto di discussione. Si potrebbe infatti prestare fede
alla riconoscenza di un sovrano, alla tradizionale lealt della sua famiglia,
poich in certe circostanze anche la fede pu essere una garanzia notevole; ma
non ci si pu aspettare riconoscenza da un'intera nazione. Se il popolo francese
fosse stato un popolo come tutti gli altri, se avesse avuto delle solide
istituzioni, se come il nostro avesse onorato e rispettato tali istituzioni, se
avesse avuto un sovrano che siede con sicurezza sul suo trono, noi potremmo
credere alla gratitudine dell'imperatore, a quella di suo figlio, ed attribuire
un prezzo a tale gratitudine. Ma in Francia, da venticinque anni, i governi sono
stati molto instabili, molto deboli, si sono avvicendati con una rapidit che ha
dell'incredibile e per ragioni assolutamente imprevedibili; dunque non si pu
affatto contare sul vostro paese e non  possibile a una nazione vicina nutrire
fondate speranze sull'amicizia di un sovrano francese; sarebbe come costruire
sulla sabbia. D'altra parte sarebbe una follia sperare che la Francia possa un
giorno perdonarci la vittoria di Sadowa.
Siete rimasto alla Francia del 1861, protesta Wimpffen. Voi la giudicate dai
versi di qualche poeta o dagli articoli di qualche giornale. Oggi i Francesi
sono molto diversi, grazie alla prosperit dell'Impero, ora tutte le menti sono
rivolte alla speculazione, agli affari, alle arti, ciascuno cerca di aumentare
il proprio benessere e le proprie ricchezze e pensa molto di pi al proprio
particolare interesse che alla gloria. In Francia siamo ormai assai disposti a
proclamare la fraternit di tutti i popoli. Pensate all'Inghilterra: che ne 
dell'odio secolare che divideva la Francia dall'Inghilterra? Gli Inglesi non
sono forse divenuti i nostri migliori amici? Lo stesso accadr per la Germania,
se vi dimostrerete generosi.
Bismarck non pare molto convinto e risponde: Basta cos, generale. La Francia
non  cambiata. Siete stati voi a volere la guerra; ci avete provocato per
soddisfare la vostra tradizionale sete di gloria e per usarla nell'interesse
dinastico di Napoleone III. Noi sappiamo bene che la parte ragionevole e sana
della Francia non voleva la guerra ed anzi ha tentato di opporvisi; sappiamo
anche che nemmeno l'esercito ci era molto ostile, ma c'era pure una parte della
Francia che voleva la guerra. E' quella la parte che fa e disfa i governi; 
quella la parte che noi vogliamo punire: il popolo scatenato, ed anche i
giornalisti. Per fare questo dobbiamo andare a Parigi.
A questo punto interviene l'aiutante di campo di Napoleone III, il generale
Castelnau: L'imperatore, dice, mi ha pregato di far notare a Sua Maest il re di
Prussia che egli gli ha inviato la sua spada senza condizioni, che si 
volontariamente consegnato nelle sue mani, ma che egli ha agito in questo modo
nella speranza che il re sarebbe stato commosso da una cos cieca fiducia e
avrebbe saputo apprezzarla, concedendo all'esercito francese una capitolazione
pi onorevole, pi adeguata al coraggio dimostrato in battaglia.
E' tutto? chiede Bismarck.
S. risponde il generale Castelnau.
Quale spada ha consegnato l'imperatore Napoleone III, la spada di Francia o la
sua spada personale? Se  la spada di Francia le condizioni potrebbero essere
notevolmente modificate e il vostro messaggio avrebbe invero un'importanza
enorme.
E' solo la spada dell'imperatore. risponde Castelnau.
(Nel libro il Secondo Impero, lo storico Octave Soubry mette in evidenza che se
Napoleone III avesse consegnato la Spada di Francia, cio avesse firmato
immediatamente la pace,  probabile che le truppe francesi sarebbero state
lasciate sotto il suo comando ed egli avrebbe potuto conservare l'esercito e il
trono: Egli avrebbe amputato la Francia ma salvato Parigi.)
In questo caso, la capitolazione sar senza condizioni, conclude Moltke. La
tregua scade domani. Alle quattro in punto far aprire il fuoco.
Francesi e Prussiani si lasciano con queste parole.
Bismarck, il quale sembra augurarsi che la guerra abbia termine il pi presto
possibile e che possa essere rapidamente firmato un trattato di pace, si sforza
di fare in modo che le trattative giungano ad un risultato positivo e propone al
generale Wimpffen di ascoltare l'esposizione del generale von Moltke sulla
situazione delle truppe tedesche, in modo da rendersi conto dell'inutilit di
riprendere le ostilit l'indomani. La battaglia provocherebbe un inutile
spargimento di sangue da ambo le parti, mentre  evidente che per l'esercito
francese non c' pi nulla da fare. Moltke illustra le posizioni raggiunte
dall'esercito prussiano e poi, dopo un nuovo intervento di Bismarck, le parti
raggiungono un accordo: il cessate il fuoco sar prolungato fino alle 9
dell'indomani, momento dell'arrivo del re di Prussia alla riunione di stato
maggiore.
Wimpffen torna a Sedan. Napoleone III messo al corrente delle condizioni poste
dal nemico, decide di fare un ultimo tentativo personale presso Guglielmo I.
Tre ore dopo una carrozza scoperta lascia Sedan uscendo dalla porta di Torcy, in
direzione di Donchery. La scorta  ridotta al minimo indispensabile: la vettura
 accompagnata da tre aiutanti di campo. Napoleone III impassibile, seduto sul
sedile posteriore, coperto da un cappotto blu coi profili dorati, pantaloni
rossi e guanti di pelle bianca, va a consegnarsi prigioniero. La strada porta a
Donchery costeggiando la Mosa; piove, i pioppi ai lati della strada sono ancora
immersi nella nebbia mattutina che comincia appena ora ad alzarsi. Poco prima
delle 6 l'imperatore fa un cenno a uno degli ufficiali, il generale Reille:
ormai  giunto il momento di svegliare Bismarck. Reille allunga l'andatura ed
alle 6  a Donchery dove chiede di poter parlare al cancelliere.
Bismarck non pensa nemmeno a far toilette, si veste monta a cavallo e si dirige
rapidamente incontro all'imperatore. Lo incontra a circa met strada tra Sedan e
Donchery, poco lontano da Fresnois. Si avvicina alla carrozza, scende da
cavallo, saluta secondo l'etichetta delle Tuileries, (come scriver pi tardi
alla moglie) e chiede quali siano gli ordini di Sua Maest.
Napoleone III esprime il desiderio di poter incontrare Guglielmo I. Bismarck in
realt non vede di buon occhio un simile incontro: pensa che il protocollo di
capitolazione debba essere firmato prima. Teme infatti che Guglielmo I si mostri
troppo conciliante e ceda alle richieste dei vinti.
Sire, il quartier generale di Sua Maest non  a Donchery, ma a Vendresse.
Bismarck pone a disposizione dell'imperatore la sua residenza di Donchery in
attesa della decisione di Guglielmo I.
Il piccolo corteo riparte in direzione di Donchery; giunti all'ingresso del
paese, Napoleone fa fermare la carrozza. Ha capito che Bismarck non vede di buon
occhio il suo incontro immediato con Guglielmo I e cerca di convincere il
cancelliere. Indica una piccola casa ad un solo piano, e propone di farvi sosta,
la casa  modestamente arredata ma egli insiste ugualmente per fermarvisi:
invita Bismarck a seguirlo. Il colloquio dura circa un'ora: Napoleone III cerca
di ottenere condizioni favorevoli per l'esercito francese, ma Bismarck rifiuta:
solo Molkte pu trattare le condizioni di carattere militari. Egli propone
invece di intavolare al pi presto dei negoziati di pace.
Bismarck  bene informato sulla situazione che regna nel resto del paese e
soprattutto a Parigi e vorrebbe giungere al pi presto alla firma della pace.
Infatti teme,  stata la sua prima reazione nell'apprendere che Napoleone III
era a Sedan, di non trovare pi nessuno con cui negoziare.
Napoleone III rifiuta di scendere su questo terreno: egli  prigioniero e non
pu trattare; ogni decisione spetta al governo che  a Parigi.
Il giorno precedente, Bismarck e Moltke hanno preso in esame tutte le
possibilit, compresa quella di permettere all'esercito di Sedan di raggiungere
il Belgio e di rimanere in quello Stato neutrale fino alla fine delle ostilit.
Lo stato maggiore pensa che il rischio sia troppo grande e non vuole veder
frustrata la propria vittoria. Bismarck del resto  perfettamente consapevole
che tale concessione non comporterebbe nessun mutamento significativo sul piano
politico: ad ogni modo Napoleone III sarebbe impossibilitato ad agire nel senso
desiderato, cio nel senso di una rapida conclusione della pace. Poich nessuna
possibile alternativa  pi vantaggiosa della capitolazione senza condizione,
Bismarck lascia fare ai militari.
Terminato il colloquio, Napoleone III e Bismarck escono sulla soglia in attesa
del ritorno degli emissari mandati in cerca di una dimora pi consona
all'incontro tra i due sovrani. Napoleone III fuma una sigaretta dopo l'altra,
sembra indifferente a tutto e apparentemente conserva una grande serenit.
Nel frattempo Moltke fa approvare a Guglielmo I i termini della capitolazione
concordati la sera precedente con Wimpffen. Anch'egli, come Bismarck vuole che
sul piano militare tutto sia stabilito prima dell'incontro tra i due sovrani.
L'incontro viene fissato per il pomeriggio, a condizione che la capitolazione
sia effettiva e che venga firmata dal comandante in capo dell'esercito francese.
Ormai il dado  tratto. Napoleone III accetta senza discutere di recarsi al
castello di Bellevue, secondo la proposta di Bismarck, in attesa delle decisioni
di Guglielmo I. Napoleone III raggiunge Bellevue accompagnato da Bismarck;
dietro la carrozza su cui hanno preso posto, vi sono i corazzieri della Guardia
prussiana.
Qualche ora dopo, quando il cielo  ormai limpido, Guglielmo I si fa annunciare.
Napoleone III indossa per l'ultima volta l'alta uniforme ornata dal gran cordone
della Legion d'onore. Nel cortile del castello lo attende la sua carrozza; i
valletti indossano la livrea, i postiglioni riccamente vestiti hanno i capelli
incipriati. Il convoglio  pronto a partire.
Il re di Prussia ed il figlio vengono ricevuti dal generale Castelnau; Napoleone
III attende in cima alla scalinata all'ingresso della veranda del castello. I
due sovrani entrano, il Kronprinz li ha lasciati soli.
Sire, la sorte delle armi ha deciso per noi; sappiate per che mi  molto
doloroso rivedervi in una simile occasione. Napoleone III non risponde: il volto
pallido  rigato di lacrime. Eravamo entrambi molto emozionati di incontrarci in
quelle circostanze, scrive Guglielmo I alla moglie. Non posso esprimere tutto
ci che provavo quando pensavo che solo tre anni prima avevo visto l'imperatore
al culmine della sua potenza...
Secondo il Kronprinz Federico, il re di Prussia, avrebbe chiesto a Napoleone
III: Quali sono le vostre intenzioni? Napoleone III avrebbe messo il proprio
avvenire nelle mani di Sua Maest, e questi avrebbe risposto dicendo che provava
una grande piet nel vedere il proprio avversario in quella situazione, tanto
pi che sapeva che non era stato l'imperatore a volere quella guerra.
Tale affermazione fece molto piacere a Napoleone III, che disse con calore di
essere stato costretto a cedere all'opinione pubblica.
Il re rispose: Se l'opinione pubblica ha preso quest'indirizzo la colpa  dei
vostri consiglieri. Venendo poi al vero scopo della visita, il re chiede a
Napoleone se abbia intenzione di trattare.
Napoleone III risponde di no e che essendo prigioniero non pu avere alcuna
influenza sul governo. Ma ora dov' questo governo? A Parigi.
Il re allora passa ad occuparsi della sistemazione personale dell'imperatore.
Napoleone III accetta di Soggiornare a Wilhelmshoehe, ed apprende con
soddisfazione che sar accompagnato fino alla frontiera da una scorta d'onore.
Quando poi, nel corso del colloquio l'imperatore dice di supporre di aver avuto
di fronte a Sedan l'esercito di Carlo Federico, il re lo corregge dicendo:
Avevate di fronte solo il Kronprinz ed il principe di Saxe.
Ma dove si trovava allora Carlo Federico? chiede il francese.
Il re risponde non nascondendo il proprio compiacimento: Con sette corpi
d'armata davanti a Metz. L'imperatore indietreggia di un passo con una smorfia
dolorosa. Ora sapeva di non aver avuto di fronte tutto l'esercito tedesco,
annota il Kronprinz nel suo racconto. Il re fece gli elogi dell'esercito
francese. Napoleone III approv compiaciuto, ma aggiunse che il suo esercito era
privo di quella disciplina che invece caratterizzava il nostro. La nostra
artiglieria era la migliore del mondo ed i Francesi non avevano potuto
resisterle.
Dopo l'incontro, durato non pi di un quarto d'ora, uscirono: la possente
corporatura del re sembrava ancor pi grande accanto alla piccola taglia
dell'imperatore che, quando mi vide, mi tese la mano, mentre con l'altra si
asciugava le grosse lacrime che gli scendevano lungo le guance. Egli espresse
tutta la sua riconoscenza per la generosit dimostratagli dal re. Io risposi
nello stesso senso e gli chiesi se durante la notte aveva potuto riposare.
Rispose che le preoccupazioni gli avevano tolto completamente il sonno.
Quando gli feci osservare quanto fosse spiacevole che la guerra avesse avuto un
carattere cos cruento, mi rispose che ci era ancor pi terribile dal momento
che la guerra non era stata voluta. Da otto giorni non aveva pi notizie n
dell'imperatrice n del principe ereditario. Chiese di poter inviare loro un
telegramma cifrato, cosa che gli fu concessa.
Ci separammo con una stretta di mano ed egli part accompagnato da Boyen e da
Lynar. Il suo seguito, in uniforme impeccabile, lanciava cupi sguardi alle
nostre divise che erano piuttosto malconce. Dopo la sua partenza giunse un
telegramma cifrato dell'imperatrice. Glielo feci recapitare da Seckendorff.
Anche durante il colloquio con Bismarck, Napoleone III avrebbe detto, come poi
disse a Guglielmo I: Io non volevo la guerra, ma vi sono stato costretto dalla
pressione dell'opinione pubblica francese. Bismark ricorda questa dichiarazione
in un rapporto a Guglielmo I.
Mentre Napoleone III incontra Bismarck, all'alba del 2 settembre, il generale
Wimpffen riunisce il Consiglio di guerra composto dai generali comandanti le
divisioni e dai generali comandanti l'artiglieria ed il genio.
Il generale Wimpffen fa il punto: Secondo gli ordini dell'imperatore, dopo
l'armistizio intervenuto tra i due eserciti, mi sono recato presso il generale
conte von Moltke con lo scopo di ottenere le migliori condizioni possibili per
l'esercito circondato dopo una sfortunata battaglia. Fin dalle prime parole del
colloquio mi sono reso conto che il conte di Moltke conosceva perfettamente la
nostra situazione: l'esercito  completamente privo di viveri e di munizioni.
Mi ha informato che ci siamo battuti contro un esercito di 220.000 uomini e che
le sue truppe ci hanno completamente accerchiato. Ecco quanto ha aggiunto: Siamo
disposti a concedere al vostro esercito, che si  battuto con tanto valore, le
condizioni pi onorevoli. Tuttavia queste condizioni devono essere compatibili
con le esigenze della nostra politica. Chiediamo la capitolazione del vostro
esercito, che sar considerato prigioniero di guerra: gli ufficiali potranno
conservare le loro spade ed i loro effetti personali. Le armi della truppa
dovranno essere depositate in un magazzino della citt per esserci consegnate...
Queste sono le condizioni che ci vengono offerte. Signori, pensate che la lotta
possa essere ancora possibile?
Due generali sono del parere che l'esercito debba tentare una sortita o per lo
meno sostenere l'assedio; ma ben presto appare chiaro che la situazione non
permette nessuna soluzione. Non solo mancano viveri e munizioni, ma gli uomini
ed i carri che si ammassano per le vie di Sedan rendono impossibile: ogni
movimento inoltre le truppe si trovano direttamente sotto il fuoco
dell'artiglieria nemica. Il Consiglio di guerra decide che: nell'impossibilit
materiale di continuare la lotta,  giocoforza accettare le condizioni imposte,
in quanto ogni ulteriore resistenza potrebbe esporre l'esercito a conseguenze
ancor pi dolorose.
Allora il generale Wimpffen redige questo proclama che viene letto ai soldati
nel pomeriggio del 2 settembre: Soldati, ieri avete combattuto contro forze
molto superiori; dall'alba al tramonto avete resistito al nemico con grandissimo
valore e sparato fino all'ultima cartuccia. Sfiniti da questa impari lotta non
avete potuto rispondere all'appello fatto dai vostri generali e dai vostri
ufficiali per cercare di raggiungere la via di Montmedy e di ricongiungersi con
il maresciallo Bazaine. Solo duemila uomini sono riusciti a riunirsi per fare un
ultimo tentativo. Hanno dovuto fermarsi a Balan e tornare a Sedan, dove il
vostro generale ha dovuto constatare con dolore che non c'erano pi n viveri n
munizioni... Ufficiali e soldati, non ci resta che accettare con rassegnazione
le conseguenze di una situazione contro la quale un esercito non pu lottare: la
mancanza di viveri e di munizioni per combattere...
Perch Wimpffen ritiene necessario tirare in ballo l'appuntamento di Montmedy?
Se l'esercito di Mac Mahon avesse avuto altre istruzioni il disastro avrebbe
potuto essere evitato? Wimpffen voleva forse chiamare in causa il Consiglio di
Reggenza ed il ministro della Guerra che, come vedremo, avevano dato l'ordine di
ricongiungimento ai due eserciti? O forse vuole spiegare il fatto di non essere
riuscito a portare a termine la missione affidatagli dal conte di Palikao perch
l'esercito non era in grado di combattere vittoriosamente?
L'affermazione fatta nel proclama in merito al ricongiungimento con le altre
truppe  molto importante per comprendere lo svolgimento dei fatti. Il mancato
appuntamento di Montmedy rimane un enigma: Mac Mahon e Bazaine si sono sempre
difesi dicendo di non avere in ci alcuna responsabilit. Da questo punto di
vista la storia ha dato torto a Bazaine. Il proclama di Wimpffen sembra
discolparlo. Nello studio delle cause del disastro avremo l'occasione di
tornare su questo punto.
Non tutti i soldati sono presenti alla lettura del proclama, ma le condizioni
della resa corrono ben presto di bocca in bocca. Le descrizioni di Sedan, in
particolare quella fatta da Zola ne: La dbacle, sono particolarmente penose.
Nel ristretto spazio delle fortificazioni costruite un tempo da Vauban, sono
asserragliati circa 70.000 uomini. Le vie ed i ponti sono intransitabili;
uomini, cavalli, cannoni, furgoni e carri formano una confusione indescrivibile.
La sera, dopo il tramonto, sul campo di battaglia si contano 25.000 uomini tra
morti e feriti da entrambe le parti, i sopravvissuti strappano brandelli di
carne dai cavalli uccisi e li arrostiscono su fal improvvisati. Fra gli ultimi
rossori del crepuscolo si diffonde la luce di quei fuochi sparsi nella campagna
che sembrano prolungare i bagliori della battaglia.
All'improvviso un immenso grido riempie la valle:  l'urr di vittoria in onore
del re di Prussia. Guglielmo I infatti  appena apparso sulle colline di
Gironne, ha con s il Kronprinz Bismarck e Moltke; la scorta  formata dagli
ussari della Guardia, con l'elmo di parata ed il grande mantello bianco. Passa
lentamente attraverso il campo di battaglia ormai silenzioso: non si odono pi
nemmeno gli ultimi lamenti dei feriti; quando si ferma le trombe intonano il
tema della preghiera dal primo atto del Lohengrin di Wagner.
Ai francesi ormai non resta che attendere di essere fatti prigionieri. I soldati
si sono seduti sui bastioni e sulle fortificazioni. Non c' pi pane e ci si
accontenta di mangiar biscotti pagati fior di quattrini. I feriti sono stati
riuniti nelle chiese e nelle scuole. I posti di medicazione sono gi pieni da
tempo; i feriti pi gravi sono stati ricoverati in case private.
Il 3 settembre ha inizio l'evacuazione. All'alba le prime truppe prussiane
penetrano in citt. Alle 9, sotto un cielo tempestoso rischiarato dai fulmini,
l'esercito abbandona le sue posizioni. Passano per primi i cacciatori d'Africa;
sul ponte che attraversa la Mosa, i soldati che ne sono ancora in possesso
buttano le armi nel fiume.
Al passaggio degli ufficiali i soldati prussiani rendono gli onori. Durante
l'evacuazione dell'esercito sconfitto, sulla citt e nei sobborghi regna un
pesante silenzio. La sfilata dura alcune ore, sotto la pioggia e nel fango, fino
al luogo stabilito dai vincitori: la penisola di Glaires, alla confluenza della
Mosa con un canale navigabile.
Il trasferimento verso il territorio tedesco comincia il giorno 6 e durer pi
di dieci giorni; in tutto questo tempo centinaia di soldati affamati e ammalati
muoiono; i convogli dei prigionieri in viaggio verso la Germania, offrono un
terribile spettacolo di miseria e di desolazione.
Un testimone, il corrispondente di guerra del Daily Telegraph, descrive cos ci
che ha visto nei campi di concentramento e durante il trasferimento dei
prigionieri: Non ho mai visto nulla di pi duro e di pi crudele, prendo Dio a
testimone, del modo in cui i prigionieri francesi sono stati trattati dai loro
vincitori. Se ci che ho visto mi fosse stato raccontato dalla persona che
rispetto di pi al mondo, mi sarei rifiutato di credergli. La parole non possono
rendere le scene di barbarie lenta e premeditata che si sono presentate ai miei
occhi. Ho cercato di richiamare l'attenzione degli ufficiali tedeschi
sull'indegno trattamento riservato ai prigionieri. Per le prime due volte mi 
stato gentilmente risposto di impicciarmi degli affari miei, la terza volta mi 
stato risposto con una valanga di maledizioni contro la nazione francese in
generale e l'esercito francese in particolare...
Ecco ci che fu il disastro di Sedan. Un avvenimento di tale portata non si pu
spiegare alla luce di una battaglia durata una sola giornata; non si spiega
nemmeno con gli errori commessi in una mattina da un comando disorganizzato, n
con la contraddittoriet degli ordini impartiti n a maggior ragione con la
ferita di un generale costretto ad abbandonare il campo di battaglia.
Quando un esercito viene disfatto, come l'esercito francese davanti a Sedan,
bisogna cercare altre cause oltre a quelle immediate.
Le cause profonde non vanno per cercate molto lontano: sono ricordate dai due
maggiori testimoni francesi dei fatti nel racconto che abbiamo appena fatto.
La prima  data da Napoleone III, prima a Bismarck poi a Guglielmo I, ed  di
ordine politico: Io non volevo questa guerra...
La seconda  data da Wimpffen, nel suo proclama alle truppe sconfitte, ed  una
causa di carattere militare: Non avete potuto rispondere all'appello dei vostri
generali... per cercare di raggiungere la via di Montmedy e di congiungervi con
il maresciallo Bazaime...
Napoleone III avrebbe potuto evitare la guerra e Mac-Mahon porre riparo al
mancato ricongiungimento con l'esercito di Metz? Perch Napoleone III era privo
di libert di movimento in pace e Mac Mahon ne fu privo in guerra? La
spiegazione della disastrosa capitolazione di Sedan sta tutta nella risposta a
queste due domande.
E' vero: Napoleone III non voleva la guerra.
E' anche vero che l'opinione pubblica, sobillata dalla stampa, ha fatto giocare
per due volte la carta sbagliata creando cos tutte le condizioni per una guerra
sfavorevole alla Francia. Si potrebbe dire persino che questa situazione 
all'origine della nomina di ministri e di generali apparentemente incapaci.
Certamente il regime imperiale, basato sul favoritismo e sulla necessit di
porre uomini fidati nei posti chiave ha favorito l'avvento dei mediocri alle pi
alte cariche. Ma Napoleone III avrebbe potuto agire in modo diverso?
Ogni sua decisione, quale che fosse, veniva criticata. L'opposizione del partito
popolare era sempre pronta a sparare a zero, purch l'impero crollasse.
L'opposizione conservatrice non era da meno per motivi opposti. Ogni difficolt
sulla strada dell'imperatore, ogni ostacolo, anche quando si trattava di
problemi di interesse nazionale, diventavano materia di propaganda.
Si trattava di riorganizzare l'esercito? L'Impero feroce ed assetato di sangue
pensava solo alle conquiste!
Si trattava di negoziare per evitare il peggio? Napoleone, il piccolo Badinguet,
faceva mercato dell'onore e della gloria della nazione.
Se veniva affidato a Bazaine il comando dell'esercito del Messico, si diceva che
solo gli arrivisti ed i generali di dubbia moralit potevano sperare nel
futuro... Non appena per si richiamava Bazaine dal Messico, costui
ingiustamente caduto in disgrazia, diveniva ii modello dell'ufficiale venuto
dalla gavetta e figlio del popolo perseguitato da un potere aristocratico ed
arrogante...
Ogni decisione provocava le proteste dei redattori dei fogli di opposizione;
prototipo di tali giornali era La Marseillaise, fondato da Henri de Rochefort
otto mesi prima dell'inizio della guerra. L'impronta del giornale  gi
manifesta nel primo numero: In questo momento il problema della prossima caduta
dell'Impero primeggia su ogni cosa, ed i socialisti, se non vogliono venir meno
al loro compiti, devono prendere la testa del movimento.
Il tono e lo stile delle polemiche che si svolgono sulla stampa in quel periodo
sono molto pi aspri di quanto possiamo immaginare oggi: erano molto frequenti
le sfide a duello provocate da un articolo di giornale. In quel periodo per
essere un buon giornalista occorreva certo un bello stile, una buona propriet
di linguaggio, ma anche molta foga e... delle buone pistole. A volte il mestiere
diventava pericoloso: alcuni polemisti sono stati deportati, altri hanno fatto
una tragica fine. Rochefort, per esempio, viene mandato al bagno penale e Victor
Noir si busca una pallottola nel petto.
La vicenda di Victor Noir  qualcosa di pi di un semplice aneddoto e serve a
rendere l'idea del clima di tensione che c'era a Parigi nel 1870. Essa 
all'origine stessa della guerra; essa sembra dare il segnale dell'azione
rivoluzionaria. Il regime, posto sotto accusa, vilipeso ed odiato, vacilla.
Bisogna precisare che l'uomo che uccide Victor Noir si chiama Pierre Bonaparte:
costui, figlio di Luciano Bonaparte e cugino dell'imperatore, in realt  sempre
stato tenuto in disparte, quasi in disgrazia. Napoleone III gli rimprovera il
suo passato: infatti il principe ha una pessima reputazione...
Ecco ci che pensano di lui i suoi illustri parenti: ha un temperamento molto
collerico e pare che, durante il suo viaggio intorno al mondo, non sia
indietreggiato nemmeno davanti all'idea di uccidere qualcuno dei suoi avversari.
In seguito ad un articolo comparso durante la campagna elettorale a Bastia dove
era candidato, il principe, considerandosi offeso, aveva risposto con molta
veemenza. La vivace polemica sarebbe presto scaduta nel ridicolo se l'autore
dell'articolo incriminato, Paschal Grousset, non avesse inviato i suoi padrini
al principe. Grousset, uomo molto ambizioso, vedeva in questa o questione
d'onore, l'occasione per farsi un po' di pubblicit.
Il 10 gennaio, i due padrini, Ulrich de Fonvieille e Victor Noir, si recano
nell'abitazione del principe, dalla quale poco dopo esce Victor Noir per
stramazzare senza vita, ucciso da alcuni colpi di pistola. Non si sapr mai che
cosa sia veramente accaduto. Le versioni, ovviamente, sono due: secondo il
principe, i padrini gli avrebbero messo le mani addosso e lo avrebbero
minacciato, egli si sarebbe solo difeso; secondo Ulrich de Fonvieille invece le
cose sarebbero andate esattamente nel modo opposto.
Come si pu facilmente immaginare, la vicenda assume le proporzioni di un enorme
scandalo che scuote la famiglia imperiale ed il governo. Questo da parte sua
corre immediatamente ai ripari: il principe viene arrestato e la sera stessa
viene diramato un comunicato stampa in cui si annuncia che il principe sar
processato. L'emozione e l'indignazione popolari sono fomentate da tutte le
opposizioni. Lo stesso Rochefort  sorpreso dalla violenza della reazione. C'
addirittura chi vorrebbe approfittare dei funerali di Victor Noir per provocare
un'insurrezione a Parigi. Ma non accade nulla di importante: l'incanto per 
rotto.
Napoleone III sente che la partita  ormai perduta e che solo un miracolo
potrebbe evitare lo spargimento di sangue e forse anche la caduta dell'Impero.
Anche il plebiscito che avr luogo alcune settimane dopo e che lo consacrer
vincitore nel rapporto di sette a uno, non cambier i termini della questione.
Il modo in cui l'imperatore ha trascorso quella giornata  stato raccontato da
un testimone eccezionale, Ernest Lavisse, professore di storia del principe
ereditario, all'amico Maxime du Camp, che cos ha scritto: L'imperatore era alle
Tuileries e riceveva continuamente i rapporti sui vari incidenti della giornata.
Venne a sapere cos che gran parte del corteo rivoluzionario che aveva fatto
atti di ostilit contro la sua persona dietro la bara di Victor Noir, stava
sfilando lungo i viali. Si rec allora dal figlio che risiedeva nel salone di
Flora, le cui finestre si aprono sulla Senna e sul padiglione reale; il principe
ereditario stava prendendo una lezione di storia da Ernest Lavisse. Napoleone
III abbracci il bambino che adorava e poi, senza proferir parola, si diresse
verso una finestra e si mise ad osservare i gruppi distanziati, ma molto
numerosi che sfilavano nei viali. Rimase a lungo silenzioso, assorto nei propri
pensieri, osservando lo spettacolo che si svolgeva sotto i suoi occhi; poi
improvvisamente volgendosi verso Ernest Lavisse, che me lo ha riferito, disse:
Se quella gente sapesse quanto  facile entrare qua dentro, questa notte non
dormiremmo alle Tuileries. Mentre sto scrivendo queste note, nel settembre del
1887, Lavisse  presso di me; gli ho appena riletto il passo che precede ed egli
ne conferma l'esattezza, poi parlando dell'imperatore aggiunge: Il poveretto non
credeva pi in se stesso. O forse  esagerato dire che non credeva pi in se
stesso, ma era affranto e addolorato, il suo entusiasmo si era spento e le sue
energie vacillavano; in quel momento si chiedeva indubbiamente se ce l'avrebbe
fatta a dominare i pericoli incombenti. A vederlo si sarebbe potuto pensare che
stesse tastando con i piedi il terreno per trovare un punto abbastanza solido
per appoggiarvisi, ma inutilmente.
A questo punto il gioco si fa scoperto, la stampa d'opposizione passa al
contrattacco. Come Paschal Grousset scriver in seguito nelle sue Memorie: Il
nostro programma era chiaro e noi non ne facevamo mistero: volevamo abbattere
l'Impero; tutti nostri articoli recavano alla fine un appello all'insurrezione.
Certo, la vicenda di Victor Noir fu solo la scintilla: la lotta all'ultimo
sangue fra l'Impero e l'opposizione durava gi da molti anni e la vittoria
prussiana di Sadowa aveva dato il segnale che era giunto il momento dell'assalto
finale. Bismarck dunque non si era sbagliato quando aveva detto al generale
Wimpffen che i Francesi non avrebbero dimenticato quella battaglia.
Dopo Sadowa infatti l'opposizione trova appigli per fomentare l'ostilit contro
l'Impero sia nella politica interna che nella politica estera di Napoleone III.
Fino a quel momento la politica estera dell'imperatore aveva goduto di un
notevole prestigio in Francia.
Sia l'opposizione che l'imperatore sanno che, per vincere la lotta,  necessario
avere dalla propria parte il popolo. I repubblicani sanno bene che Napoleone
fonda la sua forza sull'opinione pubblica che ha trovato il modo di lusingare e
di soddisfare con la prosperit economica e con una prestigiosa politica estera.
L'opposizione non pu certo attaccare la politica di prosperit economica, e
perci non sa a che cosa appigliarsi;  per in agguato: un solo dubbio sul
successo della politica estera dell'Impero pu essere sufficiente per dare il
via a una vasta campagna di propaganda antiassolutistica.
La politica estera di Napoleone III si fonda sul principio di nazionalit. Egli
realizza l'unit italiana, e l'unit tedesca non sembra preoccuparlo. E' ostile
all'Austria e all'ordine europeo stabilito nel 1815; per trasformarlo favorisce
l'alleanza della Prussia con l'Italia, alleanza che si dimostrer
particolarmente fruttuosa per quest'ultima.
Ma  un errore: un avversario particolarmente accanito dell'Impero, Thiers, d
un primo avvertimento: Se la guerra avr esito felice per la Prussia, vedremo
ricostituirsi un nuovo impero germanico: l'impero di Carlo V, che una volta
risiedeva a Vienna, risieder a Berlino, presser e spinger contro le nostre
frontiere appoggiandosi questa volta all'Italia, invece che alla Germania.
All'unit italiana seguir l'unit tedesca e le due nazioni si daranno la mano
superando le barriere che un tempo le dividevano. La Francia ha lottato per ben
due secoli, dai tempi di Melegnano nel 1515 fino a Villaviciosa e Almaza, nel
1707 e nel 17IO, per dividere in due la corona di Carlo V, gettandone met verso
Madrid e met verso Vienna, Ma ora, grazie all'avventatezza di Napoleone III, il
colossale impero risorger sotto i nostri occhi. L'unico modo per impedirlo  di
fare pressioni sull'Italia, strana alleata che non ci d retta e che sta
avallando la pericolosa politica che turba la pace di cui tanto avevamo bisogno.
Abbiamo il diritto di parlare chiaro a un alleato per il quale abbiamo versato
il sangue di 50.000 Francesi, per il quale abbiamo speso 400 milioni, per il
quale stiamo sostenendo a Roma un'immensa rivoluzione religiosa. Solo se
Napoleone III stipuler chiari ed adeguati accordi con l'Italia, sar possibile
fare altrettanto anche con Bismarck.
Thiers non sapeva che proprio Napoleone III era stato il promotore dell'accordo
fra Italia e Germania o che, perlomeno, aveva fatto di tutto per favorirlo
tramite la sua diplomazia segreta, senza peraltro tenere al corrente il ministro
degli Affari Esteri del tipo di politica che egli segretamente sosteneva. Thiers
dunque non allude a un intervento francese e, poich ignora completamente
l'esistenza delle trattative segrete, rimprovera l'Impero di lasciare che la
Prussia concluda liberamente le sue pericolose alleanze.
Bismarck  un uomo molto energico e ben presto l'alleanza tra l'Italia e la
Prussia contro l'Austria porter i suoi frutti. Il 3 luglio 1866, a Sadowa,
l'esercito prussiano, sconfitti facilmente l'esercito della Baviera e quello
dell'Hannover, respinge in poche ore l'esercito austriaco.
Questa lotta fratricida  necessaria per l'unit tedesca in quanto per imporre
agli Stati tedeschi la supremazia prussiana, Bismarck deve eliminare una volta
per tutte l'influenza di Vienna, anche se non vuole affatto la distruzione
dell'Austria, che considera indispensabile all'equilibrio europeo. E' questa la
ragione per cui dopo l'occupazione della Boemia, deve impedire, e con molta
fatica, ai generali prussiani di marciare su Vienna e di entrare nel vero e
proprio territorio austriaco.
Solo allora Parigi comprende che la Prussia sta diventando pericolosa.
Precedentemente Napoleone III aveva assicurato all'ambasciatore di Guglielmo I a
Parigi che non si sarebbe interessato alla guerra e che non avrebbe ceduto alle
insistenze dell'Austria, la quale al primo manifestarsi del conflitto aveva
chiesto un intervento francese. A questo punto per, nonostante le sue promesse,
forse spinto dall'opinione pubblica francese, forse conscio dell'enorme errore
che stava per commettere, l'imperatore manda il suo ambasciatore a Bismarck.
A Parigi, i ministri gli propongono di convocare le camere e di far marciare
l'esercito fino al Reno; qualcuno propone anche di occupare i territori tedeschi
posti sulla riva sinistra del fiume, ma Napoleone III non vuole spingersi tanto
lontano, si limita a ordinare qualche spostamento di truppe e contemporaneamente
inizia un pesante intervento diplomatico. In un dispaccio al re di Prussia gli
propone la sua mediazione, ma le prime frasi del dispaccio suonano pi come un
serio avvertimento che non come una amichevole proposta: Gli enormi successi
ottenuti da Vostra Maest hanno condotto a risultati tali che mi obbligano ad
uscire dalla mia completa neutralit. L'imperatore d'Austria mi ha annunciato
che  pronto a cedermi il Veneto e ad accettare la mia mediazione per porre fine
al conflitto...
E' molto evidente in questo dispaccio la ben nota ambiguit ed impenetrabilit
di Napoleone III: egli non accenna neppure alle conversazioni avvenute al
momento della stipulazione dell'accordo fra Prussia e Italia, che stanno alla
base della sua completa neutralit, mentre all'inizio della guerra fra l'Austria
e la Prussia si era dimostrato apertamente sostenitore della causa di Berlino.
Oltre tutto l'imperatore, scrivendo questo dispaccio, si dimostra ben poco
astuto; infatti comunica al re di Prussia l'intenzione dell'Austria di cedere il
Veneto, dando cos a Bismarck l'opportunit di iniziare trattative dirette con
l'Austria, tenendo buona la Francia con promesse che non manterr mai.
Nel frattempo l'ambasciatore francese a Berlino ha ricevuto ordine di recarsi da
Bismarck. La visita desta non poca sorpresa: secondo le istruzioni ricevute egli
dichiara che un rifiuto alle proposte francesi sarebbe molto spiacevole e
porterebbe con s le pi funeste conseguenze.
Bismarck colto di sorpresa in Moravia dall'arrivo dell'ambasciatore, accusa il
colpo; in un primo tempo sembra accettare l'accordo a cui Napoleone III ha fatto
allusione nel dispaccio inviato al re di Prussia e propone senza esitare questo
patto: la Francia gli lasci le mani libere in cambio della riva sinistra del
Reno. Paradossalmente l'ambasciatore Benedetti non ha ricevuto istruzioni in tal
senso, forse ignorava persino l'esistenza del messaggio personale
dell'imperatore al re di Prussia, e rifiuta di trattare n vuol ritardare la
propria missione per render conto a Parigi delle controproposte prussiane.
A questo punto Bismarck comprende che la Francia non vuol avere il semplice
ruolo di mediatrice, ma vuole far valere la sua volont: in pratica essa chiede
che si giunga al pi presto alla pace con l'Austria e che le condizioni di pace
non siano troppo pesanti per quest'ultima.
La Prussia che sta ancora battendosi per l'unit tedesca, non vuol correre
rischi; firma i preliminari di pace di Nikolsburg con l'Austria il 26 luglio
1866, ed il 23 agosto la pace di Praga. Vienna accetta finalmente di por fine
all'antica Confederazione germanica e cede lo Schleswig-Holstein alla Prussia ed
il Veneto a Napoleone III perch lo consegni all'Italia.
Finalmente l'Austria ha perso la sua supremazia sulla Germania: l'unit tedesca
potr essere realizzata solo attorno alla Prussia, ma Bismarck sa anche che ora
dovr tener a bada la Francia.
Mentre Berlino coglie i frutti di Sadowa, Parigi finalmente capisce che  giunto
il momento di stare all'erta, cio di armarsi.
Il velo si  squarciato, scrive Edgar Quinet. L'unit tedesca che stava
attuandosi da tanto tempo  balzata ai nostri occhi improvvisamente senza che
nessuna sentinella abbia gridato Chi va l? Che dire di tanta stoltezza?
In un primo tempo l'opposizione sottolinea lo scacco della diplomazia imperiale
nel settore europeo, lo scacco della politica delle nazionalit, i pericoli di
una tale politica per la Francia ed i pericoli di guerra che ora cominciano ad
apparire all'orizzonte. Come logica conseguenza dunque anche l'opposizione
dovrebbe essere favorevole ad una politica di riarmo e di riorganizzazione
dell'esercito.
Sfortunatamente ci che soprattutto le interessa  la caduta dell'Impero; quindi
ogni iniziativa che parta dal governo o dall'imperatore  considerata nefasta
anche se accoglie istanze dell'opposizione medesima.
Napoleone III quindi, di fronte ai pericoli sorti dalla nuova e temibile potenza
prussiana, di fronte alle aspre critiche dell'opposizione che deplora il
rovesciamento dei rapporti di forza in Europa, di fronte alle notizie allarmanti
che giungono da Berlino sulla forza e sull'organizzazione dell'esercito tedesco,
decide di riorganizzare e potenziare l'esercito francese.
Ovviamente l'opinione pubblica, la maggioranza e perfino l'opposizione
dovrebbero appoggiare tali misure: le informazioni che giungono dagli addetti
militari, dai diplomatici e dai viaggiatori francesi che si recano in Germania
si fanno infatti sempre pi precise.
Dal 1866 al 1870, cio dopo Sadowa e fino allo scoppio della guerra
franco-prussiana, l'addetto militare francese, colonnello Stoffel, invia precisi
rapporti militari sulla situazione dell'esercito tedesco. Tali rapporti provano
che la mirabile organizzazione dimostrata a Sadowa viene continuamente
perfezionata. Tutti gli sforzi della nazione sono concentrati sull'esercito:
Quali che siano le critiche che possono essere mosse all'organizzazione militare
della Prussia, scrive il colonnello Stoffel, come non ammirare questo popolo il
quale, comprendendo che per gli Stati come per gli individui la condizione prima
 l'esistenza, vuole che l'esercito sia la prima e la pi onorata di tutte le
istituzioni, che tutti i cittadini validi partecipino all'onere e all'onore di
difendere il paese e di accrescerne la potenza e che perci siano i pi stimati
ed i pi degni di considerazione? In un altro rapporto dice: Non cesser mai di
insistere sulle incessanti cure che vengono prese per essere pronti a far la
guerra in qualunque momento con le migliori prospettive di successo. In un altro
rapporto annota: Bisognerebbe giungere presto ad una decisione... Se dovesse
scoppiare la guerra, l'artiglieria prussiana  notevolmente superiore alla
nostra. Qualche tempo dopo scrive al Ministero della Guerra: Dobbiamo
proclamarlo ad alta voce come una scottante verit: lo stato maggiore prussiano
 il migliore d'Europa; il nostro non reggerebbe al paragone. Nel giugno 1868 il
colonnello Stoffel stima a 995.000 uomini le forze armate della Confederazione
germanica del Nord e a 128.000 quelle del Sud.
Incute un certo timore pensare che abbiamo alle porte, scrive, una potenza
rivale che ci considera per lo meno un vicino scomodo e che a causa di
un'organizzazione cui non pu rinunciare, dispone di simili forze. Insisto e
ripeto, precisa ancora, che gli ufficiali e i soldati sono espertissimi nel loro
mestiere. Non si tratta di una Guardia nazionale con organizzazione locale n di
una Guardia nazionale a carattere mobile, ma di veri soldati che prestano
servizio e che, dopo la ferma, vengono richiamati per esercitazioni annuali fino
all'et di 32 anni. Allora, pur facendo astrazione dalla nostra inferiorit
sotto molti aspetti, come potremmo combattere con le poche centinaia di migliaia
di uomini di cui si compone il nostro esercito contro un numero doppio o forse
triplo di effettivi cos ben addestrati?
A proposito della mobilitazione, il colonnello Stoffel precisa: Dobbiamo tenerlo
ben presente, non riusciremo mai a prendere di sorpresa la Prussia. La sua
organizzazione militare consente di concentrare contro le nostre posizioni, nel
giro di venti o venticinque giorni, parecchi corpi d'armata di 100.000 uomini
ciascuno, ed inoltre la costante vigilanza dei governo e la sua convinzione che
sia molto probabile una lotta decisiva contro la Francia, sono motivi
sufficienti perch essa sia perfettamente preparata nel momento in cui il
conflitto scoppier.
A sua volta il comandante delle truppe francesi a Strasburgo, generale Ducrot,
fornisce alcune interessanti precisazioni: Mentre noi perdiamo tempo in
discussioni e in chiacchiere, i nostri buoni vicini tedeschi si preparano con
ardore febbrile. Fin da oggi sono in grado di schierare 800.000 uomini e 1.200
cannoni; noi dovremmo fare enormi sforzi per opporre loro 400.000 uomini e 300
cannoni. E' una sproporzione spaventosa che dovrebbe far riflettere i meno
avveduti ed i pi ottimisti. In confronto a quella della Prussia, la nostra
preparazione  ridicola ed al momento della lotta le nostre forze staranno a
quelle del nemico nel rapporto di uno a tre. Entro 48 ore possono lanciare
contro di noi da 120.000 a 150.000 uomini e, secondo calcoli precisi, entro
undici giorni schierare 500.000 uomini, conservando nelle retrovie una riserva
sufficiente a presidiare le fortezze e le principali basi d'operazione.
Noi non saremo capaci di far tanto in undici settimane! Verr dunque il momento
in cui coloro che come me sono in prima linea, si troveranno in grave imbarazzo.
Un bel giorno la Prussia, divenuta arbitra dell'Europa schiaccer la Francia,
annetter al grande Impero tedesco la Lorena e l'Alsazia, mentre il nostro paese
sar in preda al disordine e all'anarchia.
Il generale Ducrot scrive queste note ad alcuni amici che possono riferire tutto
a persone influenti a Corte, ma che possono anche tenere per s la verit mentre
i rapporti del colonnello Stoffel giungono fino ai tavolo di Napoleone III. Il
14 novembre 1866 egli non  ancora perfettamente al corrente di tutti questi
rapporti, ma sa molto bene su quale via si muova la Prussia e perci nomina una
commissione incaricata di elaborare un piano di riorganizzazione dell'esercito;
le istruzioni parlano chiaro: bisogna fare in fretta. L'11 dicembre Napoleone
III approva le prime conclusioni elaborate dalla Commissione per la
riorganizzazione dell'esercito. Quel giorno sul Moniteur si d notizia della
futura costituzione di un esercito di 824.000 uomini, met in servizio
effettivo, l'altra met appartenenti alla riserva, e della formazione di un
corpo di guardie mobili di 400.000 uomini destinati al servizio territoriale.
Nel gennaio 1867, cio sei mesi dopo Sadowa, Napoleone III nomina ministro della
Guerra il maresciallo Niel, dandogli l'incarico di preparare un progetto secondo
le conclusioni della Commissione per la riorganizzazione dell'esercito, da
sottoporre al Corpo Legislativo prima della fine del 1867. In effetti il
progetto viene presentato alla Camera il 19 dicembre: il maresciallo Niel
presenta un programma di riarmo e di riorganizzazione degli stati maggiori e
dell'esercito che  considerato ancor oggi un modello del genere.
In tutto il paese e specialmente a Parigi le testimonianze che giungono dalla
Germania non si limitano ai rapporti ufficiali e segreti. Per esempio il conte
di Pourtals, al ritorno da Berlino, scrive ad un'amica: I tedeschi ci ingannano
e sperano di sorprenderci impreparati. Ormai sono tutti all'opera e da ogni
parte si fanno grandi preparativi; gli eserciti degli Stati or ora annessi
vengono riorganizzati e fusi con l'esercito prussiano. Ho l'impressione che noi
Francesi stiamo camminando in punta di piedi sulle uova come se avessimo paura
di romperle.
Anche gli ambienti politici sono ben informati e la Commissione degli Affari
Esteri del Parlamento viene tenuta al corrente dei rapporti degli ambasciatori e
dei diplomatici francesi. Rothan, ministro di Francia a Francoforte scrive: La
Prussia  perfettamente consapevole della sua superiorit e della nostra
impreparazione. Le nostre mitraglie, in cui tanto speriamo, risultano di
difficile impiego. Il fucile ad ago, sperimentato con successo a Sadowa, non 
stato adottato perch ritenuto troppo pesante per l'esercito d'Africa; il nuovo
modello chassepot  stato costruito in numero molto limitato. L'artiglieria 
notevolmente arretrata. I cannoni vengono caricati ancora dalla bocca.
Rothan riferisce alcuni discorsi uditi a Berlino: L'esercito francese potr
essere vittorioso la mattina ma la sera sar schiacciato da riserve fresche a
cui non avr nulla da opporre. In Francia i lavori di fortificazione sono ancora
allo stato di progetto e gli stati maggiori sono rimasti fermi alla strategia
del Primo Impero. Egli si preoccupa anche per le condizioni psicologiche della
nazione: A Parigi, scrive, le impressioni sono forti ma passeggere: ci si
preoccupa la mattina, ma si riprende fiducia la sera. Finch il pericolo non 
imminente e fino a che non si  direttamente toccati nei propri affari e nei
propri piaceri ci si culla in uno stolto egoismo.
All'inizio del 1867, Prvost-Paradol scrive a Ludovic Halvy: Non dobbiamo
nasconderci che si tratta di una nazione molto fiera, che i soldati danno
l'impressione di solidit e di intelligenza, che il numero di uniformi che
circola per le strade  impressionante e che qui tutto, statue e monumenti,
uomini e cose, sa di guerra.
Perci nel dicembre 1867, quando il maresciallo Niel presenta al Parlamento il
progetto di riorganizzazione dell'esercito, tutte le circostanze dovrebbero
essere favorevoli alla sua approvazione. Paradossalmente invece, n
l'opposizione, che 18 mesi prima si era mostrata tanto allarmata, n la
maggioranza appoggiano le misure necessarie alla sua realizzazione. L'opinione
pubblica e la stampa dibattono vivacemente il problema.
L'esercito francese, vittorioso a Malakoff e a Solferino, si  abituato a
combattere nelle colonie: i generali si sono formati in Algeria e in Messico.
Molto valoroso ed abile nei combattimenti brevi e circoscritti, esso fino a
Sadowa era il miglior esercito d'Europa, ma la sua organizzazione risaliva al
1832. Il reclutamento era basato sull'estrazione a sorte ed erano ammessi la
sostituzione e il riscatto, nel senso che i ricchi potevano farsi sostituire
pagando un povero oppure, se non trovavano nessuno disposto a sostituirli (il
servizio militare durava 7 anni), potevano farsi dispensare pagando una cifra al
Tesoro.
Una parte del contingente di leva restava tuttavia a casa propria o, talora,
aveva semplicemente l'obbligo di allenarsi a maneggiare le armi... di tanto In
tanto. La commissione istituita poco pi di due mesi dopo la vittoria prussiana
sull'Austria si preoccupa innanzi tutto di cambiare queste regole di
reclutamento divenute ormai anacronistiche.
I marescialli e i generali pensano che la legge sul reclutamento debba
permettere di disporre di un milione di uomini. I civili per non sono affatto
d'accordo: affermano che la popolazione non potrebbe capire le ragioni di una
simile iniziativa presa in tempo di pace... I parlamentari infatti pensano alle
difficolt che pu creare loro, specie in periodo di elezioni, l'approvazione di
un provvedimento tanto impopolare quanto l'obbligo del servizio militare per un
periodo e con doveri uguali per tutti.
Il maresciallo Niel propone allora un servizio di 5 anni seguito da 4 anni di
collocamento nella riserva, un contingente annuale di 100.000 uomini, la
costituzione di una Guardia nazionale di 60.000 uomini: questa Guardia nazionale
o Guardia mobile avrebbe dovuto prestare servizio per 15 giorni l'anno.
Per quanto riguarda l'armamento, Niel chiede un credito per la fabbricazione di
180.000 fucili, 110 milioni per l'allestimento di opere di fortificazione e 13
milioni per il rafforzamento dell'artiglieria.
La Camera vota due milioni e mezzo di credito per l'artiglieria, 36 milioni per
le fortificazioni e accetta che vengano fabbricati 60.000 fucili. Accetta anche
che la Guardia mobile abbia 15 giorni di esercitazione obbligatoria, a
condizione per che ogni uomo non rimanga mai fuori di casa pi di 24 ore...
I membri della Commissione creata dall'imperatore, rappresentanti della
maggioranza, temono che tutti coloro che saranno scontenti di queste severe
misure alle prossime elezioni diano il loro appoggio all'opposizione. Ed ecco il
risultato: all'Assemblea un gran numero di deputati di maggioranza si trova
d'accordo con i deputati dell'opposizione nell'intento di limitare il progetto
di riforma a ci che essi chiamano l'indispensabile.
Uno di loro dichiara, nei corridoi: Poich l'imperatore lo vuole, saremo
obbligati a votare questa legge, ma vi porteremo tanti e tali emendamenti che
egli non potr servirsene... Accadr esattamente cos.
Durante le discussioni vengono pronunciate frasi divenute celebri e ripetute
molto spesso in seguito: Non ha importanza il numero dei soldati, ma la santit
della causa che essi sono chiamati a difendere...
Dobbiamo vivamente biasimare il governo che ha ceduto alla tentazione di fondare
la forza della Francia su un numero esagerato di soldati...
La vera potenza, credetemi, sta nell'influenza morale...
L'imperatore ha fatto consultare gli ottantanove prefetti dello Stato per
conoscere che cosa pensasse l'opinione pubblica del loro dipartimento. Ben
settantaquattro, nei loro rapporti, hanno risposto che gli abitanti aspiravano
solo alla pace. Ma negli ambienti di Corte, a cominciare dall'imperatrice
Eugenia, la guerra, una guerra vittoriosa, appare il mezzo migliore per
assicurare il futuro della dinastia distogliendo la popolazione dalle idee
rivoluzionarie. Parigi infatti, che per il 60% ha votato contro il plebiscito,
preoccupa le autorit, si agita e si fa sempre pi minacciosa...
Ma i fautori della guerra non sono solamente a Parigi; Bismarck cerca una nuova
occasione per mettere alla prova le intenzioni della Francia nei confronti della
Prussia e delle sue aspirazioni pangermaniste.
La Spagna, uno dei tradizionali punti deboli della diplomazia francese, fornisce
ancora una volta il pretesto. Dopo la destituzione di Isabella, avvenuta nel
1868, si  alla ricerca di un nuovo re. Il generale Prim, che esercita la
reggenza a Madrid, offre dapprima il trono ad un principe inglese, ma questi
rifiuta. La regina Vittoria non vuole inimicarsi la Francia.
Bismarck invece ha meno scrupoli; del resto i suoi scopi sono molto diversi.
Egli vuol provocare a tutti i costi il risentimento di Parigi, che invece
Vittoria vuol evitare, quindi si mette all'opera per favorire la candidatura di
un principe tedesco, un Hohenzollern, al trono di Spagna.
Nonostante la moderazione di Napoleone III e di Guglielmo I, i partiti della
guerra francese e tedesco riescono a spuntarla: prendendo a pretesto il
telegramma di Ems, riescono a trascinare i due paesi l'uno contro l'altro.
Non ritorneremo sui preliminari diplomatici della dichiarazione di guerra n sul
delirante entusiasmo della stampa e dei membri del Corpo legislativo che
costrinsero Napoleone III ad impegnarsi nel conflitto. Ma ricorderemo tutte le
illusioni e le menzogne che falsarono le informazioni sulle effettive condizioni
dell'esercito, nel periodo che va dall'annuncio della candidatura Hohenzollern
alla dichiarazione di guerra, cio dal 3 al 19 luglio 1870.
Queste illusioni e queste menzogne infatti da una parte hanno provocato
l'adesione degli esitanti, dall'altra, una volta scoppiata la guerra, hanno
causato incredibili errori nella valutazione delle forze in essa impegnate.
Errori che hanno reso inevitabile il disastro di Sedan.
A giudicare dai resoconti che compaiono sulla stampa, dai rapporti al Corpo
legislativo e al governo, sembra evidente che nessuno, nemmeno l'imperatore,
conosceva il reale stato della nazione in procinto di entrare in guerra.
Tale ignoranza, congiunta a moventi politici estranei alla difesa nazionale,
preoccupazioni per la successione o ambizioni personali,  la causa di errate
manovre, di ritardi ed infine della disfatta delle forze francesi.
Per la preoccupazione di accattivarsi le simpatie dell'opinione pubblica, si
cerca di moltiplicare gli atti di pacificazione politica. Il canto della
Marsigliese, per tanto tempo vietato, viene nuovamente autorizzato. Bisogna
precisare che dal 14 luglio la popolazione parigina che, in preda
all'eccitazione, scandisce: A Berlino!, canta continuamente quell'inno. Il 1
luglio l'imperatore fa telegrafare al ministro delle Belle Arti: Autorizzate il
canto, informatene la prefettura di polizia. Il 17 un telegramma del ministro
dell'Interno ordina ai prefetti: Lasciate cantare la Marsigliese nei caff
concerto...
Ma qual  il parere delle personalit pi informate e degli uomini di Stato?
Rouher, uno dei pi influenti sostenitori dell'Impero, il 16 luglio si reca a
Saint-Cloud alla testa dei senatori e si rivolge a Napoleone III e ad Eugenia
con un'allocuzione che il giorno seguente viene pubblicata da tutti i giornali:
...Vostra Maest sfoderi la spada: la patria  con voi fremente di indignazione
e di fierezza... l'imperatore non si  lasciato dominare dall'impazienza,
animato da una serena perseveranza che  la vera ed unica forza, ha saputo
attendere; in quattro anni ha portato alla maggior perfezione possibile
l'armamento dei nostri soldati, ha innalzato in tutta la sua potenza
l'organizzazione delle nostre forze militari. Grazie alle vostre cure, Sire, la
Francia  pronta...
Il giorno precedente erano stati dati all'esercito i primi ordini di manovra: le
prime sorprese non si fecero attendere. Il 17 luglio (la guerra non  ancora
stata dichiarata!) il generale de Failly telegrafa da Bitche che  senza danaro
per armare i suoi diciassette battaglioni di fanteria.
A Metz la fureria  priva di zucchero, di caff, di riso, di acquavite e di
sale... vi sono solo alcune riserve di lardo e di galletta.
Il generale Frossard, comandante del 2 corpo, che  a copertura della
frontiera, informa il ministro della Guerra di non essere riuscito a trovare
neppure una carta della frontiera francese. Il generale Michel, che ha avuto
ordine di recarsi a Belfort per assumere il comando di una brigata, giunto sul
posto non trova n la brigata n il generale di divisione suo superiore; si vede
allora costretto ad inviare a Parigi il seguente telegramma: Che debbo fare? Non
so dove siano i miei reggimenti.
Il 21 luglio, due giorni dopo la dichiarazione di guerra il generale de Failly
viene informato che agli ufficiali spettano 60 franchi a testa per l'acquisto
delle pistole d'ordinanza presso gli armaioli, giacch negli arsenali non ce ne
sono.
Il 24 luglio, il 4 corpo non  ancora provvisto di cartine, di ambulanze ne di
carriaggi per la truppa e per gli stati maggiori. Il 25 il 3 corpo lascia Metz,
privo di infermieri, di furieri, di ambulanze e senza cucine da campo. Quello
stesso giorno giunge notizia da Mzires e da Sedan che i magazzini sono privi
di gallette e d carne salata. Il 26 a Metz i soldati sono gi costretti a
sfamarsi con le gallette di riserva. Il 27 giunge a Parigi la notizia che a Metz
si  a corto di alcuni tipi di munizioni e che i battaglioni che via via
giungono sono privi di cartucce. A Saint-Omer il colonnello che comanda la
piazza si accorge che su ottocento collari per i cavalli cinquecento sono troppo
stretti: non erano mai stati controllati prima.
Come abbiamo visto, il 15 luglio il ministro della Guerra, davanti alla
Commissione della Difesa nazionale ed al Corpo legislativo, si era mostrato
sicuro di s parlando dell'ultimo bottone delle ghette... A sua volta il
relatore della Commissione aveva rassicurato l'Assemblea nazionale in questi
termini: Ispirata da una saggia previdenza, l'amministrazione della Guerra  in
grado di far fronte, con notevole prontezza, alle necessit della situazione...
Anche riguardo all'armamento il potenziale  gravemente compromesso, mentre nei
rapporti ufficiali nulla fa pensare ad una simile situazione. Per esempio, il 1
luglio il comandante dell'artiglieria parla di 4.062 cannoni rigati e 6.046 non
rigati. Il 16 luglio le bocche da fuoco si riducono a... 2 100. Bisogna poi
precisare che per trainare tutti quei pezzi ed i carri di munizioni sono a
disposizione 31.604 cavalli, mentre ne occorrerebbero 51.548!
Infine l'armata del Reno metter in postazione 696 cannoni; cio molto meno di
quanto previsto alcuni giorni prima dal comandante dell'artiglieria. Quanto poi
alle dichiarazioni politiche che accompagnano le rodomontate diplomatiche, ecco
qualche esempio: Granier de Lassagnac, membro del Corpo legislativo, scrive il
18 luglio su Le Paiys: Da parte francese i preparativi necessari sono terminati.
L'imperatore, con la geniale collaborazione dei generali Niel e Lebceuf, e
dell'ammiraglio Rigault de Genouilly, ha portato la forza militare del paese,
quanto a uomini e a materiale, ad armamento e ad approvvigionamento, ad un
livello formidabile. Siamo in grado di schierare tanti soldati quanto la
Prussia, e altrettanto celermente, con il vantaggio di un armamento superiore...
Questo dunque lo stato dell'esercito e dell'opinione pubblica all'inizio della
guerra.
Il 28 luglio alle 8 di mattina l'imperatore ed il principe Luigi, suo figlio,
salgono sul treno. Napoleone indossa la divisa di generale di divisione; il
figlio quella di sottotenente. Alle 18,30 l'imperatore  a Metz e senza indugio
indirizza un proclama all'esercito. Soldati, vengo a pormi alla vostra testa per
difendere l'onore ed il suolo della patria. Vi accingete a combattere contro uno
dei migliori eserciti d'Europa; ma altri eserciti che valevano quanto questo non
hanno potuto resistere al vostro valore. Altrettanto accadr in questa
occasione.
La guerra appena iniziata sar lunga e dura, perch si combatte in luoghi irti
di ostacoli e di fortificazioni... Quale che sia la strada che percorreremo
avanzando al di l delle nostre frontiere, vi troveremo le gloriose tracce dei
nostri padri. Noi saremo degni di loro. Tutta la Francia vi segue con i suoi
ardenti voti ed il mondo intero ha gli occhi puntati su di voi. Dalla nostra
vittoria dipende la sorte della libert e della civilt...
Cinque giorni dopo anche il re di Prussia legge il suo proclama assumendo il
comando degli eserciti riuniti: Soldati, tutta la Germania, animata da un unico
sentimento, si trova in armi contro uno Stato vicino che ci ha dichiarato
guerra. Dobbiamo difendere la nostra patria ed i nostri focolari da una grave
minaccia...
Questa  la prima presa di posizione ufficiale della Germania moderna, unita
nella guerra prima di esserlo organicamente in pace.
Poich  stata la Francia a dichiarare la guerra, la Prussia ha l'appoggio di
tutti gli Stati tedeschi, ai quali  legata da trattati aventi solo carattere
difensivo. Nelle due settimane che seguono la dichiarazione di guerra non ha
luogo nessun combattimento. Per i motivi che conosciamo l'esercito francese non
pu sfruttare l'occasione offerta dalla lentezza con cui la Prussia procede alla
mobilitazione. Moltke, evidentemente conscio della relativa vulnerabilit delle
sue forze, accelera il loro schieramento.
Come nelle settimane precedenti, in contrasto con la presunzione francese i
Tedeschi danno prova di molta prudenza e circospezione: il ministro di Francia
Rothan scrive: Qui ci si aspetta l'immediata occupazione del ducato del Baden.
Il 20 luglio in un rapporto al capo di stato maggiore generale, Bazaine (che
allora era al comando di un semplice corpo d'armata), segnala che secondo alcune
informazioni i Prussiani prevedono una battaglia nei dintorni di Magonza...
Ma le preoccupazioni tedesche sono vane. Infatti l'esercito francese 
concentrato alla meno peggio tra le Ardenne e i Vosgi, su una linea striminzita
in cui sono schierati a malapena 275.000 uomini, cio 1.100 uomini per ogni
chilometro di fronte. Dalla parte opposta invece 450.000 Tedeschi, concentrati
su un fronte di soli 160 chilometri, possono disporre di 2.800 uomini per ogni
chilometro. Senza considerare la superiorit dell'artiglieria nemica, i Francesi
saranno costretti a battersi due contro cinque.
La situazione  aggravata da altri errori: l'esercito  diviso in sette corpi
d'armata, per cui nel momento decisivo l'azione mancher di coordinazione. A
questa pericolosa sproporzione di forze si aggiunge anche lo scarso senso di
responsabilit e l'indisciplina di parecchi generali, intesi soprattutto a
soddisfare le loro ambizioni personali, nonch la costante preoccupazione di
ottenere l'approvazione dell'opinione pubblica...
Il 2 agosto due divisioni francesi combattono qualche scaramuccia nei pressi di
Saarebrucken. La citt, presidiata da un piccolo contingente nemico,  ben
presto alla merc del corpo d'armata del generale Frossard, il quale non si
preoccupa nemmeno di dare l'ordine di occuparla, ma in tutta fretta redige un
comunicato di vittoria da inviare a Parigi, dove verr pubblicato a caratteri
cubitali. In quell'occasione il principe ereditario era accanto a Frossard e
questi scrive nel comunicato di vittoria pubblicato dal Bulletin officiel: La
sua presenza di spirito, il suo sangue freddo di fronte al pericolo sono degni
del nome che porta...
L'imperatore telegrafa ad Eugenia: Luigi ha ricevuto il battesimo del fuoco; 
stato di un coraggio ammirevole; ha voluto conservare un proiettile che gli era
caduto accanto; alcuni soldati vedendolo cos calmo piangevano di commozione.
La vittoria del generale Frossard viene celebrata negli appassionati articoli
della stampa parigina ufficiale. Le People francais di Clment Duvernois,
ironizza sul valore dei soldati tedeschi, sulla loro paura di fronte alle
mitragliatrici francesi e sulla loro aria sinistra...
Vi sono anche degli strateghi della guerra moderna che non cessano di fare
ipotesi e deduzioni: Per la Francia, si legge su la Patrie, la presa di
Saarebrucken  di notevolissima importanza industriale. Si tratta di una
cittadina di ottomila abitanti, ridente ed ingentilita da parecchi giardini,
molto pittoresca: ci offre le sue miniere di carbone che rifornivano tutte le
nostre officine disseminate lungo la frontiera... L'imperatore ed i nostri
generali, doppiamente previdenti e doppiamente ricompensati, hanno portato nuovi
onori alla nostra bandiera ed hanno ridato vigore all'industria delle frontiere
francesi che era rimasta priva di materie prime...
La stampa bonapartista  per insuperabile: Finalmente possiamo dire che questa
piccola festicciola familiare che l'imperatore ci ha allestito a glorioso
coronamento del suo regno, ha avuto buon inizio. Si realizzano cos, e si
realizzeranno completamente, le parole del maresciallo Lebceuf: vinceremo
sicuramente il primo giorno e non dobbiamo preoccuparci per il secondo.
Il 4 agosto lo stato maggiore comunica al generale Frossard che c' pericolo che
il nemico attacchi. Sarebbe, prosegue il messaggio, un'ottima cosa se ci
offrisse battaglia.
Quindi da parte francese tutto  pronto, gli ordini sono chiari: Frossard deve
accettare battaglia comunque si presenti, lo stato maggiore ha stabilito i suoi
piani per mettere in trappola il nemico. Due ore dopo i Prussiani attaccano.
La divisione Douay, forte di 9.000 uomini  accampata ai piedi delle colline di
Wissembourg. E' l'ora del rancio e i soldati hanno deposto le armi, quando
improvvisamente si ode tuonare il cannone. Il nemico esce allo scoperto: si
tratta di ottantamila Prussiani; nessuno sospettava della loro presenza.
Nessuno era riuscito ad avvistarli. I francesi si ritirano abbandonando armi e
bagagli. L'ottima cosa di cui parlava lo stato maggiore si  verificata, ma non
dove era attesa e con conseguenze ben peggiori: Wissembourg cade in mano al
nemico: la porta dell'Alsazia  aperta.
Il ministero viene informato la sera stessa, ma pubblicher la notizia solo nel
pomeriggio del giorno dopo. I giornali stranieri per sono gi giunti a Parigi;
negli ambienti bene informati si lascia intendere che si  trattato di un'abile
mossa di Mac Mahon. Il comunicato annota semplicemente: Il maresciallo Mac Mahon
concentra sul posto le forze ai suoi ordini.
La faccenda di Wissembourg, anche se viene minimizzata, preoccupa l'opinione
pubblica; sfortunatamente  solo il preambolo della disfatta. La mattina del 6
agosto le Moniteur va a ruba, ma non ci sono notizie: una semplice nota su Mac
Mahon: Il maresciallo si trova in ottima posizione.
In quel momento inizia la battaglia nella regione di Reichshoen: il primo corpo,
al diretto comando del maresciallo Mac Mahon, si trova di fronte tutto
l'esercito del principe ereditario prussiano.
Per tutta la notte era caduta una fitta pioggia, cessata verso le cinque di
mattina quando era spuntato il sole che aveva scacciato la foschia mattutina.
Nei campi, racconta uno dei sopravvissuti di quella che sarebbe stata una
terribile ecatombe, gli uccelli cinguettano tra gli alberi... I soldati sono in
preda ad una notevole animazione, puliscono le armi e fanno asciugare le divise
grondanti di pioggia... spira un venticello fresco da Wcerth, in lontananza si
sentono battere i rintocchi delle cinque e mezza. Quasi a voler rispondere ai
tocchi delle campane, si ode in direzione di Froeschwiller una lunga scarica di
fucileria...
Verso le sei i colpi di fucile rimbombano da ogni parte. Alle sette si odono i
primi colpi di cannone. Alle otto Mac Mahon non  ancora convinto di trovarsi di
fronte all'offensiva tedesca. Mezz'ora dopo l'ala destra prussiana passa
all'attacco e cerca di aggirare l'ala sinistra del primo corpo; in questo
settore la lotta si prolunga fino a mezzogiorno; i Francesi riescono a tenere a
bada Prussiani e Bavaresi, che subiscono pesanti perdite.
Le truppe tedesche, nel frattempo, ricevono notevoli rinforzi, mentre Mac Mahon
riceve dal vicino generale de Failly il misero aiuto di una sola divisione. In
breve anche le riserve vengono lanciate nella lotta; Mac Mahon ha il
presentimento che il disastro sia imminente. Dopo parecchie ore di lotta contro
un nemico numericamente superiore e che ha tutto l'appoggio dell'artiglieria, ai
francesi non rimane altro che ritirarsi in buon ordine, lanciando all'attacco la
cavalleria per frenare l'avanzata nemica. Ma il terreno  assolutamente inadatto
all'impiego dei cavalli: vi sono campi coltivati a luppolo attraversati da
filari di fil di ferro, i sentieri sono fiancheggiati da alte siepi e
dappertutto, in ogni cespuglio, vi sono i cecchini bavaresi. Sar necessario
anche liberare alcuni villaggi come Morsbronn in cui sono asserragliati i fanti
prussiani: ci significa esporre i corazzieri di Mac Mahon ad un vero e proprio
massacro.
Tuttavia il maresciallo chieder loro di sacrificarsi: quella infatti  l'ultima
possibilit di salvezza per l'esercito. E' lo stesso Mac Mahon a chiedere che si
passi alla carica. Rivolto al generale de Bonnemains dice: Lo esige la salvezza
dell'esercito. Poi, indicando le postazioni dell'artiglieria prussiana ed altre
batterie che stanno per essere messe in campo, si rivolge ai corazzieri dicendo:
Vi chiedo di far tacere quelle batterie per 20 minuti!
Facendosi avanti con gli occhi iniettati di sangue il viso infuocato la voce
tonante e il fare brusco, aggiunge in un silenzio impressionante: Sacrificatevi
per la ritirata.
Dopo le eroiche cariche di Waterloo  la prima volta che la cavalleria pesante
viene nuovamente impiegata. Sar anche l'ultima volta nella storia. A
Froeschwiller e a Reichshoffen ben sei reggimenti di corazzieri, dei dieci che
compongono tutta la cavalleria pesante francese, periranno nella battaglia.
La sera del 6 agosto, quando i generali faranno il bilancio della battaglia e lo
stato maggiore chieder a Mac Mahon: Quanti corazzieri vi rimangono? questi
risponder semplicemente: Corazzieri? Non ce ne sono pi.
I generali che comandano la carica hanno le lacrime agli occhi pensando al
sacrificio che attende i loro uomini. Sono partiti alla carica con il mantello
blu, scintillanti nelle loro corazze, spinti dal suono delle trombe, poi quando
tutti i trombettieri sono caduti, hanno avuto come solo incoraggiamento il
rumore della mischia. Si calcola che durante la carica siano stati sparati
contro ogni brigata pi di mille cannonate e pi di cinquecento colpi a
mitraglia. La fanteria nemica spar pi di cinquantamila pallottole solo durante
la carica di Froeschwiller. Parecchi testimoni riferiscono che i proiettili
piovevano cos fitti che, urtando le corazze, producevano un rumore analogo a
quello della grandine che cade su una tettoia di lamiera.
Alcuni cavalieri videro morire sotto di s parecchi cavalli. Un sottotenente va
alla carica per quattro volte con la mascella fracassata da una pallottola.
Le prime cariche sono durate dieci minuti. Mac Mahon ha chiesto venti minuti di
respiro:  necessario mandare al massacro altri reggimenti.
Sono le tre del pomeriggio, l'ultima brigata che ha assistito al sacrificio del
suoi compagni sta per sacrificarsi a sua volta; andr alla carica a scaglioni
per resistere pi a lungo. Si avvia al passo, poi passa al trotto: a terra i
resti degli altri reggimenti: un orribile spettacolo di corpi, di cavalli morti
o feriti, di corazze e di elmi squarciati.
Solo un pugno di cavalieri riuscir a giungere sulle batterie nemiche, perch
tutti gli altri cadranno prima, ma neppure quelli riusciranno a salvarsi.
Finalmente parte l'ultima carica: il colonnello non ha neppure il tempo di
gridare Caricate!: mentre sta pronunciando la prima sillaba, viene decapitato da
una cannonata. Per alcuni istanti, un cavaliere decapitato, alla testa degli
ultimi corazzieri, la sciabola in pugno, guida la carica: il cavallo
imbizzarrito lo trascina verso la mitraglia. Dopo mezz'ora di arresto l'avanzata
prussiana prosegue, ma il 1 corpo  ormai riuscito a sganciarsi.
Perch il generale de Failly, cui Mac Mahon aveva chiesto rinforzi, lasci che
il 1 corpo si impegnasse da solo in battaglia contro un nemico superiore di
numero? La storia non ha mai potuto dare una risposta...
Dodicimila uomini fuori combattimento, quaranta cannoni e due bandiere
abbandonate al nemico e la perdita dell'Alsazia per mezzo secolo: ecco il
bilancio della disfatta. Si tratta di un bilancio estremamente pesante e non si
ferma qui, nemmeno per la giornata del 6 agosto.
La cosa che oggi ci sembra particolarmente strana  che le altre notizie
riguardanti la sfortunata giornata del 6 agosto furono conosciute dai parigini
quasi per caso, a seguito di un'operazione di borsa rimasta misteriosa!
La mattina, come abbiamo visto, la popolazione legge sul AIoniteur le cattive
notizie di Wissembourg. Non contenta, attende altre notizie su Mac Mahon, tanto
pi che, come sappiamo, circolano insistenti voci che la ritirata da Wissembourg
sia uno stratagemma del maresciallo.
Improvvisamente, poco dopo l'apertura della Borsa viene affisso un comunicato:
L'esercito di Mac Mahon ha sbaragliato quello del principe Carlo. Il principe,
lo stato maggiore e 27.000 Tedeschi sono caduti prigionieri. Landau  stata
conquistata.
La notizia attraversa Parigi in un baleno; ai balconi compaiono le bandiere,
dappertutto si sente cantare la Marsigliese e gridare Vive la France! Due ore
dopo l'euforia generale si spegne: la notizia era falsa. Uno speculatore di
Borsa per far risalire il corso delle sue azioni prima di venderle non aveva
trovato di meglio che diffondere una tale fandonia.
Per un attimo si teme addirittura un'insurrezione. La folla penetra nella Borsa,
sfonda le transenne della corbeille, poi si ammassa davanti al ministero della
Giustizia e minaccia di entrare. Finalmente compare al balcone il ministro Emile
Ollivier, che  anche capo del Governo, ed annuncia l'arresto del colpevole. In
breve torna la calma, ma l'angoscia rimane: i Parigini sono sempre in strada. A
questo punto per, per farli tornare a casa convinti di saperne di pi, viene
data questa notizia: Il corpo del generale Frossard  in ritirata. Nessun'altro
particolare...
Quella sera nessuno aveva osato parlare della sconfitta del 1 corpo a
Froeschwiller. Il timore delle reazioni dell'opinione pubblica era tanto che la
notizia di un'altra disfatta nella stessa giornata si presentava come una
fortunata circostanza: infatti si evitava di far sapere alla folla ci che essa
pi temeva, comunicandole tuttavia qualche cosa!
Il 6 agosto, una vera giornata delle beffe, ci consente di valutare appieno
l'impudenza, la negligenza la debolezza e la mancanza di solidariet dei
comandanti dell'esercito.
Frossard, ancor pi di Mac Mahon, sar la vera vittima dell'egoismo dei suoi
colleghi e della loro indisciplina. Sfortuna vuole che a Forbach, dove era
appostato Frossard, vittima ne fosse anche la Francia. Frossard, uno dei
migliori generali di Napoleone III,  al comando del 2 corpo, forte di
ventottomila uomini: ha fatto schierare le varie divisioni sfruttando nel
miglior modo possibile il terreno, garantendosi, in caso di lotta ad armi pari,
le migliori probabilit di successo grazie alla posizione.
Frossard ha di fronte 70.000 soldati nemici: malgrado le prodezze e gli eroismi
individuali, la battaglia non pu essere vinta senza l'ausilio di notevoli
rinforzi. Fin dai primi scambi di fucileria si capisce che si tratter di una
battaglia decisiva. Frossard per non perde tempo e, mentre la 1 armata
prussiana comandata dal generale von Steinmetz viene respinta per ben quattro
volte, manda al vicino Bazaine un ufficiale del suo stato maggiore per chiedere
rinforzi. Ma dovr attenderli a lungo.
Pare che Bazaine abbia detto: Il bastone di maresciallo se lo conquisti da solo.
Egli per ha sempre negato di aver fatto una simile osservazione. Qualche anno
dopo, durante il processo contro di lui, risulter chiaro che quel giorno il
vecchio maresciallo aveva dato senza troppa fretta gli ordini necessari, che
per furono eseguiti molto lentamente.
Frossard dovr aspettare. Nel frattempo, nel campo opposto, il principe Carlo
Federico, senza aver bisogno di chiedere rinforzo ai vicini, fa marciare le sue
truppe con estrema decisione.
Ben presto la situazione del 2 corpo diviene insostenibile. Frossard  ormai
costretto a inviare una vera e propria invocazione d'aiuto. Bazaine finalmente
si decide ad impartire ordini precisi: alle tre del pomeriggio tre generali
ricevono ordine di marciare con le loro truppe in direzione di Forbach.
Il primo, Castagny, che pi tardi porter a sua scusante il fatto che un
mutamento di posizione dei suoi reggimenti era molto difficile perch tutta la
sua divisione era impegnata lungo una strada secondaria, non si muove nemmeno.
Il secondo, Metman, il quale non ha capito che deve mettersi a disposizione di
Frossard, si limita a manovrare senza intervenire nella battaglia. Il terzo,
Montaudou, giunge quando la battaglia  gi finita. Frossard manda un ultimo
inutile messaggio: Sono attaccato da ogni parte, affrettate il pi possibile
l'arrivo dei rinforzi, poi d l'ordine di ritirata. Sul terreno sono rimasti
quasi 4.000 uomini.
Due giorni dopo von Moltke esonera dal comando il generale von Steinmetz per gli
errori da lui commessi. L'alto comando tedesco annota: Il successo ottenuto  da
attribuire solo agli errori del nemico.
Mentre nel campo tedesco la lezione di questa battaglia viene subito imparata,
lo stesso non accade in quello francese: otto giorni dopo Forbach, Ladmirault,
ricevuto l'ordine di dirigersi verso Rezonville, fa rispondere che le sue truppe
sono troppo stanche, che hanno combattuto per tutta la giornata del 14 e che non
potr perci muoversi immediatamente. Bazaine per non vuole apportare modifiche
al piano di battaglia e l'assenza della divisione Ladmirault, non sostituita al
momento opportuno, sar una delle cause della ritirata verso Metz e quindi
dell'accerchiamento di met dell'esercito francese.
Il giorno dopo la battaglia di Forbach, Napoleone III modifica l'organizzazione
del comando e sconvolge completamente i piani di battaglia francesi. Ancora una
volta per non sar una logica analisi della situazione n l'esigenza di una
maggior efficienza a provocare questi profondi mutamenti, ma l'opinione
pubblica. Tutti se ne servono ormai, tutti pretendono di esserne i veri
interpreti e portavoce, tutti pensano di riuscire a servirsene per raggiungere i
propri fini, quali che essi siano.
Per esempio, il giorno seguente le sconfitte, il 7 agosto, Emile Ollivier fa
pervenire a Napoleone un rapporto che tende a nascondere tutta la verit e che
val la pena di citare diffusamente perch  stato scritto due giorni prima che
il Corpo legislativo facesse cadere il ministero.
Dalle Tuileries 7 agosto 1870, ore 9,45 della sera. ...Il morale dell'opinione
pubblica  eccellente. Allo stupore ed al grande dolore sono successi la fiducia
e lo slancio. Anche il partito rivoluzionario  trascinato dal movimento
generale. Uno o due disgraziati che avevano gridato Viva la Repubblica! sono
stati zittiti dalla folla. La Guardia nazionale ad ogni sua uscita viene
acclamata con calore. Non abbiate quindi alcuna preoccupazione per quanto accade
a Parigi, ma dedicate tutte le vostre energie alla necessaria rivincita.
L'indomani, 8 agosto, un decreto annuncia la convocazione del Corpo legislativo
che si riunisce il giorno 9. Emile Ollivier viene aspramente criticato e deve
rassegnare le dimissioni. Gli succeder il generale Cousin-Montauban, conte di
Palikao. Il nuovo capo del governo assume anche la carica di ministro della
Guerra e si dedica con energia ad una rapida ricostruzione delle riserve.
Ma i deputati ben presto criticano tutto il sistema con cui sono state condotte
le operazioni fino a quel momento, ponendo cio in discussione la capacit
stessa dell'imperatore. Thiers esclama dalla tribuna. S, la preparazione 
stata del tutto insufficiente e la direzione profondamente incapace... Per
cercare di guadagnare tempo e forse anche di placare l'ira popolare,
l'imperatrice riesce ad ottenere le dimissioni del maresciallo Lebeuf; Napoleone
III per non aveva intenzione di destituirlo.
L'11 agosto il conte di Palikao annuncia le dimissioni del maresciallo.
L'imperatore affider il comando in capo dell'esercito al maresciallo Bazaine.
Bisogna precisare che il 10 agosto, a Parigi, parecchie manifestazioni fanno
temere il peggio. Sono state provocate dalla fretta con cui il governo ha deciso
di riunire il Corpo legislativo e di dichiarare lo stato d'assedio.
Da questo momento un giornale di Madrid non esita a predire la prossima fine del
regime. Di fronte a fatti come questi, si ha l'impressione che il potere si
scinda in due: da una parte l'imperatrice ed il Consiglio di Reggenza con
Palikao, dall'altra l'imperatore ed i capi dell'esercito.
La mancanza di coesione nella direzione del paese e la costante preoccupazione
di garantire il futuro della dinastia, cio il compiacere in tutti i modi
l'opinione pubblica, saranno una delle cause della sconfitta di Sedan.
Eppure Napoleone ed i marescialli dello stato maggiore generale sembrano avere
avuto, dopo i primi insuccessi, una visione abbastanza chiara della situazione.
I loro piani lasciavano alle forze armate la possibilit di ricostituirsi non
solo in prima linea ma anche nel resto del paese.
Per quel che si pu giudicare, dal momento che molti documenti sono ormai
scomparsi, il piano consisteva nello scindere, in un primo momento, I'esercito
in due parti e nel ritardare l'avanzata tedesca con continui combattimenti. In
un secondo momento esso prevedeva di riunire tutte le forze e di aggiungervi i
rinforzi arruolati nel corso della ritirata strategica. Nel frattempo Parigi si
sarebbe organizzata per la propria difesa lasciando alle truppe le mani pi
libere per i combattimenti.
Una simile tattica presupponeva per un continuo riadattamento alla realt,
dettato soltanto dalle situazioni militari.
Napoleone III raggruppa dunque le armate in due eserciti e riorganizza il
comando; prevede poi di nominare un comandante in capo per la seconda fase della
guerra, quando le truppe si saranno attestate su una solida linea di difesa. Nel
frattempo ognuno dei due tronconi dell'esercito godr di una propria autonomia
d'azione; uno per schierarsi nei pressi di Chalons-sur-Marne, l'altro per
concentrarsi nel celebre triangolo di ferro i cui vertici sono Metz, Toul e
Verdun.
In nuce, si tratta dello stesso piano che verr adottato cinquant'anni pi tardi
dai generali della Grande Guerra. Disgraziatamente la personalit del comandante
dell'armata di Metz far volgere ben presto le cose al peggio: Bazaine infatti
non si preoccupa di mantenere i necessari collegamenti con l'armata di Chalons e
si considera quasi un cavaliere solitario.
A partire dall'ultima settimana di agosto ci sono quindi tre politiche diverse:
alle precedenti si  aggiunta infatti quella di Bazaine. La responsabilit di
tale dispersione di energie  da imputare quasi completamente all'imperatrice
Eugenia; infatti  lei, come vedremo, ad impedire ai capi militari di agire
secondo le necessit dettate dagli sviluppi della battaglia; ed  ancora lei a
nominare comandante in capo Bazaine, dopo un colloquio con uno dei capi
dell'opposizione: Jules Favre.
La preoccupazione di salvare le possibilit del figlio alla successione la
spinge a seguire le inclinazioni dell'opinione pubblica. Questa non vuol nemmeno
sentir parlare di una difesa nazionale che non abbia il suo cardine nella difesa
di Parigi; dalla capitale si leva una grande ondata di proteste, condensate
nella parola d'ordine: Perdere Parigi vuol dire perdere la guerra...
La popolazione, dimenticando di essere stata una delle maggiori responsabili
dello scoppio delle ostilit, pone sotto accusa l'Impero per gli insuccessi
subiti. Di fronte al pericolo riprende la vecchia ricetta delle illusioni: fra
le altre quella del ricorso all'uomo della provvidenza. Bazaine, che gi era
stato sospettato di ogni turpitudine, che era stato accusato di arrivismo, di
mediocrit e perfino di prevaricazione, diventa improvvisamente il generale
capace di salvare la situazione.
Il suo unico merito consiste nell'esser caduto in disgrazia dopo la vicenda
messicana... Egli infatti era a capo delle truppe del corpo di spedizione
inviato da Napoleone III per imporre il regno di Massimiliano d'Absburgo ai
Messicani. Il tentativo si era dimostrato disastroso, pi sul piano politico che
militare, per; Bazaine non aveva responsabilit, anche se non aveva mostrato
doti eccezionali. Al ritorno aveva avuto grandi onori ed era entrato nei favori
dell'imperatore ma poich il suo nome rimaneva legato ad una vicenda molto
spiacevole per l'Impero, ben presto era stato messo in disparte, assumendo il
ruolo di capro espiatorio.
In tal modo intorno a Bazaine si viene creando una specie di leggenda: quella
dell'abile soldato, con molta esperienza, messo in disparte dagli intrighi degli
uomini politici. L'esame dei fatti realmente accaduti mostra quanto l'opinione
comune possa errare: la presunta vittima di macchinazioni politiche ha brigato
fin che ha potuto pur di ottenere il comando.
Durante il mese di agosto Bazaine invia la moglie presso uno dei suoi
ex-ufficiali d'ordinanza, divenuto deputato dell'opposizione, de Kratry. Ecco
come costui descrive l'incontro: Prima del 4 settembre la moglie del maresciallo
fece a me e a mia moglie l'onore di una sua visita. Chiese di parlarmi da solo:
mi disse che veniva per conto del marito, che la presenza dell'imperatore sul
campo di operazioni stava per compromettere l'esito della campagna, che il
maresciallo meditava di dare le proprie dimissioni se il comando fosse rimasto
nelle mani dell'imperatore e che lo pregava di portare questi fatti a conoscenza
dei membri della minoranza. Ho parlato di questi fatti ai miei colleghi durante
una riunione della sinistra... si decise allora di intercedere presso il
ministro della Guerra, conte di Palikao, per ottenere che il maresciallo Bazaine
fosse nominato comandante in capo e l'imperatore fosse richiamato a Parigi...
Bisogna per ammettere che ai calcoli ed alle ambizioni del maresciallo
corrispondevano le aspirazioni del potere. Per esempio, proprio in quei giorni
il segretario particolare dell'imperatore scrive all'imperatrice: Ho chiesto
all'imperatore se non si sentisse stanco per le fatiche di una campagna tanto
movimentata, giornate a cavallo e notti nei bivacchi: ha riconosciuto di
esserlo. Gli dissi allora che forse era meglio tornare a Parigi per
riorganizzare un altro esercito e sostenere lo slancio nazionale, lasciando il
comando in capo al generale Bazaine, che gode della fiducia del paese ed a cui
si attribuisce la capacit di saper porre rimedio a tutto. Del resto, cos
facendo, se si verificasse qualche insuccesso la responsabilit non ricadrebbe
pi interamente sull'imperatore.
Il governo, da parte sua, guidato dagli interessi e dalle contraddizioni di cui
abbiamo parlato, molto lontane bisogna dirlo, dalle esigenze del patriottismo,
cerca di barcamenarsi scegliendo una via di mezzo: approva la nomina di Bazaine
a comandante in capo, ma lascia che l'imperatore rimanga con l'esercito; Eugenia
infatti pensa che egli potr ritornare solamente quando il successo avr arriso
almeno una volta alle armi di Francia...
Dopo tutti questi rivolgimenti, potremmo attenderci che da quel giorno in poi
gli obiettivi fossero chiaramente definiti e che il nuovo comandante in capo
fosse messo apertamente al corrente dei piani dello stato maggiore generale.
Niente di tutto questo...
Ho ricevuto, dice Bazaine, l'avviso della mia nomina il 12 pomeriggio.
Immediatamente mi recai dall'imperatore per fargli presente che vi erano
marescialli pi anziani di me e pi degni di ricevere il comando in una
situazione tanto difficile come quella in cui ci trovavamo (sic). Non ricevetti
nessuna indicazione precisa sul modo di procedere, n sui futuri piani; non
venni informato della ritirata del 1, 3 e 7 corpo n mi fu fornita alcuna
informazione sulla posizione e sulle forze del nemico. Neppure il maggior
generale che era presente mi forn qualche indicazione. In quel colloquio
parlammo solamente del concentramento delle truppe nei pressi di
Chalons-sur-Marne: credo che il maggior generale abbia spedito gli ordini
relativi a questo movimento al maresciallo Mac Mahon, ma io non ne ricevetti
alcuna notizia. L'opinione pubblica e la volont dell'esercito vi chiamano a
questo compito, rispose Napoleone...
Se ci pu sorprendere un simile criterio di scelta, cosa potremmo dire allora
del modo in cui viene organizzato lo stato maggiore? Senza neppure chiedere
l'opinione di Bazaine, l'imperatore sceglie come capo dello stato maggiore il
generale col quale il nuovo comandante in capo va meno d'accordo. La cosa  nota
a tutti. Si tratta del generale Jarras, che Bazaine tiene completamente in
disparte. Quest'ultimo, da parte sua, non gli fornisce alcuna informazione.
Al processo contro Bazaine i giudici cercheranno di conoscere le ragioni di
questo silenzio. La risposta di Jarras non ha bisogno di commenti: Riusciste a
riferire al maresciallo ci che stava succedendo a Pont--Mousson, il fatto che
Frouard era stata occupata dal nemico e che gli ulani erano a Corny? chiede il
presidente del tribunale.
Non ero al corrente di questi avvenimenti, risponde semplicemente Jarras.
Possiamo dunque concludere che n il comandante in capo, n il capo dello stato
maggiore erano a conoscenza della situazione del campo di battaglia nel momento
in cui il nemico, con molta precisione, tagliava a una met dell'esercito ogni
via di ritirata. In pochi giorni Bazaine viene completamente isolato e ben
presto  circondato a Metz.
Mentre Bazaine si lascia bloccare in questo modo, Mac Mahon prosegue nel suo
movimento di ritirata in direzione di Chalons, dove molto rapidamente
ricostruir le sue forze, perlomeno cos si spera.
Parigi interviene di nuovo: bisogna far di tutto per riunire l'esercito, Mac
Mahon deve raggiungere Bazaine. Cos si pongono nuovamente in gioco tutti i
vantaggi raggiunti con la divisione dell'esercito effettuata nei giorni
precedenti. Con la morte nel cuore, Mac Mahon deve ubbidire.
Condizioni imprescindibili del successo di una manovra tanto pericolosa sotto la
costante minaccia del nemico, sono prima di tutto la segretezza e poi un deciso
spostamento di Bazaine verso ovest.
Su questo punto non esiste incertezza: Bazaine si lasci tagliare la strada.
Inoltre egli chiaramente non aveva nessuna voglia di raggiungere il collega. I
tentativi da lui fatti non possono trarre in inganno alcuno: tendono tutti a
scaricare il peso dell'operazione sulle truppe di Mac Mahon. Bazaine vuole
conservare intatte le sue per utilizzarle un giorno, per soddisfare le sue
ambizioni politiche. Lui stesso lo affermer in seguito, in un comunicato
all'esercito accerchiato e alla popolazione di Metz: il suo intento  quello di
mantenere l'ordine sociale in Francia.
Nessuno crede pi ormai, come possiamo constatare, alla vittoria: non il
segretario dell'imperatore nella lettera ad Eugenia, n l'opposizione, n i
generali. Ma non  ancora venuto il momento di gettare la maschera. Il popolo
crede ancora nella vittoria. Per soddisfare l'opinione pubblica, i giornali di
tutte le tendenze spiegano dettagliatamente in che modo l'esercito francese sta
per ottenerla.
Ecco la ragione per cui non venne rispettata l'esigenza fondamentale per il
successo del ricongiungimento dell'esercito: il segreto. Sar proprio da
un'informazione pubblicata a Parigi che lo stato maggiore tedesco verr a
conoscenza del movimenti dell'armata di Chalons. L'audacia della manovra avrebbe
forse potuto sorprendere il nemico e forse avere anche successo. I Tedeschi
infatti rimangono molto sorpresi nel leggere la notizia su le Temps del 24
agosto: Mac Mahon ha preso la direzione di Metz con una rapidit che accresce il
merito di quest'operazione... Nello stesso giornale un altro dispaccio precisa:
Sappiamo da fonte sicura che i marescialli Bazaine e Mac Mahon stanno per
congiungersi e che gi sono in comunicazione tramite staffette...
Il 2 agosto un giornalista spagnolo manda questo cablogramma al suo giornale:
Mac Mahon  in marcia per raggiungere Bazaine a Montmedy.
L'informazione  esatta: corrisponde agli ordini trasmessi dal ministro della
Guerra ai due marescialli.
Moltke si rifiuta di credervi ma, per non trascurare nessuna precauzione, ordina
che l'informazione venga controllata. La notizia  proprio vera. Cos l'esercito
francese perde l'unica possibilit di cogliere di sorpresa i Tedeschi. Moltke
riunisce l'esercito del principe ereditario di Prussia e lo lancia sui fianchi
dell'esercito di Mac Mahon. Costui comprende che il suo piano  ormai fallito e
decide di ritornare sui suoi passi. Il ministro della Guerra invece mantiene
l'ordine di marciare su Metz. Il 30 agosto, quando il 5 corpo  fermo per il
rancio, i tedeschi sferrano l'attacco. Ancora una volta la cavalleria, con il
suo sacrificio, permette una precipitosa ritirata o, pi esattamente, una fuga.
Nonostante tutto, Mac Mahon tenta di proseguire verso l'avanguardia
dell'esercito di Metz con cui si dovrebbe congiungere, secondo i piani, a
Montmdy. Prima di correre ulteriori rischi, manda il generale Margueritte e la
sua cavalleria addetta alla ricognizione per stabilire, se possibile, un primo
contatto. Bazaine non giunge all'appuntamento.
Ormai l'esercito di Chalons ha perso troppo tempo ed  alla merc del nemico.
Possiamo dunque considerare Montmdy come la causa prossima della sconfitta di
Sedan. L'assenza di Bazaine ha reso inutile lo sforzo di Mac Mahon ed ha
lasciato allo scoperto met dell'esercito francese. Se il congiungimento era
possibile, Bazaine  colpevole di non aver fatto di tutto per realizzarlo e, in
questo caso, egli  il maggiore responsabile di Sedan. Se il congiungimento
invece non era possibile, allora il vero responsabile  Mac Mahon: avrebbe
dovuto, sembra, dar prova di maggior carattere e non lasciarsi convincere da
Parigi e da coloro che non avevano la possibilit di giudicare direttamente la
situazione dell'esercito. La presenza dell'imperatore al suo fianco avrebbe
potuto facilitare una simile scelta.

Dopo aver nominato Bazaine comandante in capo, Napoleone III lascia Metz per
raggiungere Chalons. Il corpo d'armata d'Alsazia, infatti aveva ricevuto
l'ordine di concentrarsi col sotto il comando di Mac Mahon. L'imperatore lascia
a Bazaine istruzioni molto generiche, sulle quali si discusse molto durante il
processo al maresciallo e di cui non si  trovata alcuna traccia di ordine
scritto. Tuttavia questo scambio di battute tra il presidente del tribunale
militare, duca d'Aumale, e l'accusato Bazaine, al processo di Versailles, non
lascia dubbi sulle intenzioni di Napoleone III: Duca d'Aumale: L'imperatore vi
ha manifestato, il 16 mattina a Gravelotte, la sua intenzione di precedervi a
Verdun?
Bazaine: Gi dal giorno 15 egli mi aveva parlato della sua intenzione di
precedermi a Verdun; io lo pregai di non partire. Il 16 mattina vennero ad
annunciarmi: L'imperatore  in carrozza, sta per partire, vuole parlarvi. Vi
andai.
Duca d'Aumale: Dunque che ordini vi lasci?
Bazaine: Nessuno.
Alla partenza di Napoleone III la situazione sembra dunque molto chiara, anche
se gli ordini non sono stati dati per iscritto: l'esercito di Bazaine deve
muoversi verso ovest per ricongiungersi con le truppe al comando di Mac Mahon,
sulla strada di Chalons. Sfortunatamente Bazaine commette numerosi errori; il
pi importante  quello di non aver tagliato i ponti fra s e il nemico.
Le conseguenze di questa grave negligenza non si fanno attendere: alle ore 10
del 16 agosto 60.000 Tedeschi attaccano, fra Gravelotte e Rezonville, 135.000
Francesi male organizzati e ancora una volta impreparati; ha cos inizio un
combattimento dall'esito incerto. All'inizio sembra che il successo arrida
all'esercito francese, ma la battaglia ritarda di un giorno la marcia di
Bazaine. Il ritardo non sar pi colmato, mentre d'altra parte l'ordine di
ritirarsi verso ovest impedisce a Bazaine di approfittare del leggero vantaggio
acquistato a Rezonville.
Anche questo solo fatto costituisce una prova che gli ordini di marciare verso
ovest erano tassativi e chiari in tutto e per tutto, nonostante le
argomentazioni addotte dal maresciallo in sua autodifesa, altrimenti che ragione
ci sarebbe stata per non contrattaccare alle prime ore della giornata successiva
alla battaglia di Rezonville?
Ma Bazaine modifica radicalmente i piani e quella sera commette l'errore che
provocher la disfatta definitiva dell'esercito posto sotto il suo comando. Egli
infatti decide di raggruppare le sue truppe al riparo dei forti di Metz.
Ormai non pu pi ignorare gli ordini del comando supremo poich, finalmente,
riceve istruzioni scritte, telegrafate dal ministro della Guerra: Mac Mahon ha
reso nota la sua esatta posizione, il 19 sar a Chalons. Il ministro della
Guerra, conte di Palikao d chiare e dettagliate istruzioni per operare il
ricongiungimento dei due eserciti.
Bazaine scrive all'imperatore: ...Adesso la difficolt maggiore  costituita
principalmente dalla diminuzione delle nostre truppe di riserva e ci sarebbe
molto difficile sopportare una giornata come quella di oggi con le poche
munizioni che ci sono rimaste. Del resto anche i viveri scarseggiano, come le
munizioni e, per rifornirmi, sono obbligato a portarmi sulla linea da Vigneules
a Lessy. I feriti sono stati trasportati questa sera a Metz. Se sono vere le
notizie riguardanti il concentramento delle truppe prussiane,  probabile che
sia obbligato a raggiungere la strada di Verdun passando dal nord. Gravelotte 16
agosto, ore 11 della sera.
L'ordine di ritirarmi verso Parigi non era tassativo, dichiara Bazaine al suo
processo, ed eravamo rimasti d'accordo che se mi fossi trovato di fronte ad una
resistenza troppo forte mi sarei ritirato presso Metz... Cos, voi credevate che
l'imperatore fosse partito convinto che avreste marciato su Verdun?
No, neppure lui si sarebbe aspettato di essere attaccato tanto violentemente.
Il 19 agosto giunge a Metz un dispaccio di Mac Mahon: Se, come credo, sarete
costretti molto presto a battere in ritirata, data la distanza che mi divide da
voi, non so come venirvi in aiuto senza scoprire Parigi. Se pensate
diversamente, fatemelo sapere...
Questo dispaccio  molto importante; esso infatti costituisce la prova che
esiste una tattica d'insieme basata sulla diversione e sulla protezione della
capitale in attesa che quest'ultima si armi e si organizzi.
Questo  l'ultimo dispaccio che Bazaine riceve da Mac Mahon ed esso spiega anche
come mai il primo si sia impegnato cos poco nel tentativo di forzare le linee
nemiche: come avrebbe potuto, senza aver ricevuto altre notizie, basandosi
esclusivamente su questo dispaccio, impegnare a fondo il suo esercito, per
recarsi ad un appuntamento tanto incerto? Nessuno avrebbe certo potuto
biasimarlo se non avesse tentato pi nessun movimento mirante al
ricongiungimento con Mac Mahon.
Ma Bazaine, come tutti i comandanti dell'esercito imperiale, non vuole assumersi
da solo una simile responsabilit e fa perci credere a Mac Mahon che egli
tenter di raggiungerlo, nonostante tutto.
Il 19 manda il seguente dispaccio decisivo: L'esercito si  battuto per tutto il
giorno sulle posizioni da Saint-Privat a Rsrieulles e le ha conservate. Questa
mattina ho fatto scendere nuovamente l'esercito sulla riva sinistra della
Mosella... Conto sempre di dirigermi verso nord e di ripiegare in seguito per
Montdy sulla strada da Sainte-Menehould a Chalons, se non sar occupata troppo
fortemente. In caso contrario continuer la marcia verso Sedan, o verso
Mrcires, per raggiungere Chalons.
Mac Mahon riceve questo dispaccio con tre giorni di ritardo. Il 23 si mette in
marcia verso est. L'esito della guerra dipende da questi tre giorni di ritardo
nella trasmissione di un dispaccio, in piena battaglia. Il disastro  ormai
inevitabile.
Bazaine per ci ripensa e, il 20, manda un nuovo dispaccio nel quale comunica
che egli non eseguir pi la manovra preannunciata. Ma invece di mandarlo a Mac
Mahon egli lo manda a Palikao... e quest'ultimo non lo trasmette! Fu un errore o
una volontaria omissione? Chi potrebbe dirlo oggi? Dobbiamo credere che il
Consiglio di Reggenza abbia lasciato proseguire Mac Mahon in una marcia divenuta
inutile per costringere gli eserciti al ricongiungimento che esso ardentemente
auspicava? Su quale miracolo facevano affidamento a Parigi?
Sotto la costante pressione nemica, l'esercito di Chalons ha ormai un'unica
possibilit dopo l'inutile sforzo verso Montmdy: ritornare verso Parigi.
Il maresciallo concentra l'esercito davanti a Sedan, ma ormai sono stati perduti
giorni preziosi e l'esercito francese non ha pi libert di movimento: verr
battuto il giorno dopo, nelle circostanze che conosciamo.
Quando viene a conoscenza della capitolazione di Sedan, Rouher, capo della
maggioranza del governo e ministro di Napoleone III, dice semplicemente: Non c'
pi niente da fare; domani ci sar la rivoluzione.
Effettivamente nessuno si azzarda a difendere il regime: n Napoleone III, n
l'imperatrice, n i ministri in carica, n la Camera, n tanto meno l'opinione
pubblica. Avremmo potuto aspettarci che di fronte al pericolo il Corpo
legislativo prendesse in mano le redini del destino della nazione.
Nient'affatto. Ancora una volta  la folla a prendere la parola: il 4 settembre
gli elementi rivoluzionari dei sobborghi, e alla loro testa gli irriducibili
avversari dell'Impero, invadono il Palais Bourbon senza trovare la minima
resistenza. Qualche ora dopo, all'Hotel de Ville di Parigi, dove i capi pi
influenti del partito repubblicano sono riusciti a radunare la folla, viene
proclamata la Repubblica.
L'imperatrice fugge in carrozza e si rifugia in Inghilterra. Il governo di
Difesa nazionale non riuscir a conseguire la vittoria. A Versailles Guglielmo I
si fa proclamare imperatore di Germania. La pace giunger molto lentamente, dopo
un lungo martirio e dopo che la Francia avr superato una delle prove pi
terribili della sua storia: la Comune, in cui gli eccessi della rivolta saranno
eguagliati solamente dagli eccessi della repressione.
Quasi un secolo di rivolgimenti, di sofferenze e di rancori sar la conseguenza
di una guerra affrontata con leggerezza e condotta senza metodo. Se  vero che
Bismarck ha voluto far passare l'unit tedesca attraverso la sconfitta della
Francia,  anche vero che le condizioni di questa sconfitta hanno segnato il
declino dell'Europa. La Francia del 1870 ha una buona parte di responsabilit in
questo declino. Alla luce degli avvenimenti accaduti dopo il 2 settembre 1870,
Sedan non pu pi essere considerato solamente un disastro nazionale: esso segna
una svolta nella storia politica mondiale.

FINE.




