Giuseppe Manno
Storia di Sardegna

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Note al testo

[1] Vedi G. F. Fara, De rebus Sardois, Calari, typis Nicolai Caelles, 1580, lib. I. F. Vico, Historia general de la isla y reyno de Sardea en siete partes, Barcelona, empr. de Loreno Deu, 1639, parte I e II. S. Vidal, Annales Sardiniae, Florentiae, typ. Sermartelliana, 1639, tomo I.
[2] Vedi S. Vidal, Annales Sardiniae, cit., tomo I.
[3] Vedi M. Madao, Dissertazioni storiche apologetiche critiche sulle sarde antichit, Cagliari, Stamperia Reale, 1792, vol. I.
[4] Diodoro Siculo, Bibliothecae historicae, lib. V.
[5] A comprovare il passaggio in Sardegna di colonie fenicie e di persone straniere che seco loro s'accompagnavano, giova non poco un'antica lapida con caratteri fenici esistente presso il luogo di Pula, ed incastrata al di fuori del casino ivi appartenente ai padri detti della Mercede, di Cagliari. L'inscrizione fu fatta incidere per la prima volta dall'erudito professore di sacra scrittura e lingue orientali in quell'universit, padre Giacinto Hintz, e quindi illustrata dal chiarissimo abate Giovanni Bernardo De Rossi, la cui lettera in proposito inserita trovasi nelle Efemeridi letterarie di Roma dell'anno 1774, p. 348. Si chiarisce per tale illustrazione che quella lapida indicava il sepolcro di un Sosimo straniero, che ivi avea fissato la sua tenda nella sua vecchiaia consumata, ed al quale il suo figliuolo Lehmanno, o Lemano, principe forastiero, consagr quel ricordo, deponendolo nell'orto sepolcrale". L'illustratore niuna cosa soggiunge sull'et dell'inscrizione, tuttavia non sembra irragionevole l'argomentare che la menzione fattavi della tenda fissata dal defunto accenni quei remoti tempi della vita pastorale, nei quali d'uopo era insieme colle altre propriet movibili, aver movibile anche la magione.
[6] Giuseppe Flavio, De bello Iudaico de antiquitatibus, contra Appionem Grammaticum, et de imperatrice ratione, canto XIX, verso 28.
[7] I monumenti cos chiamati, che in numero di pi centinaia sussistono ancora pressoch intatti, costrutti sono di smisurati sassi commessi ed accozzati maestrevolmente senza alcun collegamento di calce o di cemento, ed elevantisi in foggia di torre, la quale si ristringa gradatamente in un cono. Veggonsi per lo pi innalzati or nelle falde dei monti, ed ora sulla cima delle colline. Hanno un'apertura nel fondo che serve d'unico adito per entrarvi; al di dentro contengonsi or una sola, or pi stanziuole oscure coperte in arco dai medesimi sassi, i quali talvolta sono di s gran mole da formare da s soli tutta la grossezza delle muraglie. Entro alcuni di questi noraghes, e segnatamente in quei due ch'esistono fra il villaggio di Nulvi e la chiesa detta la Madonna di Terga, trovaronsi sepolture e vie sotterranee, che metteano capo ad altro noraghe (vedi M. Madao, Dissertazioni, cit., parte I, dissertazione 1, congettura 3). Quelle singolarit che talvolta s'incontrano e che darebbero ad alcune di tali moli l'apparenza di luogo munito per la guerra, non possono altramente intendersi che giudicandole opere soprapposte in tempi diversi.
[8] Qualche lume potrebbe trarsi per iscoprire maggiormente l'antichit dei noraghes da un ricordo rimasto presso l'autore dell'opuscolo attribuito volgarmente ad Aristotele ed intitolato De mirabilia auscultatione. Racconta egli ch'esistevano ai tempi suoi in Sardegna varie fabbriche di greca maniera ed inoltre alcune moli designate col nome di tholos, e polite con egregie proporzioni. Il vocabolo greco di tholos da quello scrittore adoperato  quello che maggiormente ne porge aiuto a riconoscere, se non esattamente descritti, figurati almeno in quel luogo quanto basta i sardi noraghes; non avendo quella parola altro significato che quello d'un edificio il quale va a restringersi gradatamente in arco fino a giungere al suo fastigio o cima; locch ne d un modello di costruttura pienamente adattato alla forma conica di quelle moli. Facendo di pi quello scrittore separata menzione delle greche fabbriche della Sardegna, che chiama magnifiche, dinota quasi non esser di greca fazione le moli suddette. Vero  che poscia ad Iolao figlio, d'Ifiele e capo della colonia dei Tespiadi, ne attribuisce l'innalzamento; ma in ci ha potuto egli esser tratto in errore dalle notizie che da lungi si ricevono sempre alterate. Che se la menzione dell'esterior pulimento e delle egregie proporzioni di tali moli poco paresse adatta alla ruvida apparenza delle medesime, non perci riferirsi dovrebbe ad altri monumenti; ma potrebbe invece dirsi aver l'autore creduto che la degradazione e varia misura delle pietre ammassate in quelle strutture, la loro esteriore natural levigatura e quell'artificiosa connessione per cui l'occhio non incontra asprezza alcuna di gran momento, meritassero quel cenno.
[9] Bibbia, Vecchio Testamento, Genesi, cap. XXI, verso 25 e seguenti.
[10] Bibbia, Vecchio Testamento, Genesi, cap. XXIII, verso 7 e seguenti.
[11] Bibbia, Vecchio Testamento, Genesi, cap. XXXI, verso 48.
[12] Strabone, Geographicorum libri XVIII, lib. V.
[13] I Tarati si credono dai sardi scrittori i fondatori della citt di Sassari, chiamata con volgar denominazione Tatari; i Sossinati, per eguale approssimazione di nome, progenitori diconsi degli abitanti di Sosso o Sorso; acci non mi si apponga che io faccio troppo facilmente il viso dell'arme contro ad ogni etimologia, tralascio di fare alcuna osservazione sovra queste due derivazioni.
[14] Diodoro Siculo, Bibliothecae, cit., lib. V.
[15] Diodoro Siculo, Bibliothecae, cit., lib. IV.
[16] Aristotele (attribuito), De mirabilia auscultatione, cit.
[17] Gaio Giulio Solino, Polystor, cap. 10.
[18] Silio Italico, Punica, lib. XII.
[19] Pausania, Descriptio Graeciae, De rebus Phocidiae, lib. X.
[20] Virgilio, Georgicae, lib. IV in finis.
[21] Gaio Giulio Solino, Polystor, cit., cap. 10.
[22] Pausania, Descriptio Graeciae, cit., lib. X.
[23] Questa citt, che da Pausania supponesi la pi antica delle citt sarde,  situata nella descrizione di Tolomeo nel lato meridionale dell'isola fra il porto d'Ercole ed il lido Anneo, cio presso l'odierno capo Pula.
[24] Plinio il Vecchio, Naturalis historia, lib. III, n. 13.
[25] Tolomeo, Geographia, lib. III, 3, tab. 7 Europa.
[26] Claudiano, Bellum Gildonicum.
[27] Pausania, Descriptio Graeciae, cit., lib. X.
[28] Strabone, Geographicorum, cit., lib. V.
[29] Vedi G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. I. F. Vico, Historia general, cit., parte II.
[30] Vedi G. Micali, L'Italia avanti il dominio dei Romani, Firenze, G. Pagani, 1821, cap. X.
[31] Tolomeo, Geographia, cit., lib. III, 3, tab. 7 Europa.
[32] Dionisio di Alicarnasso, Antiquitatum romanarum qui supersunt, lib. I.
[33] Torn in acconcio per illustrare il soggiorno in Sardegna delle colonie antiche italiane, od orientali, la scoperta recentemente fatta entro ad un sepolcro della penisola di S. Antioco di alcune antiche armature, le quali presentate all'Accademia delle Scienze di Torino dal cavaliere Alberto della Marmora, ingegnoso ed operosissimo investigatore delle antichit e cose naturali sarde, formarono l'oggetto delle ricerche storiche pubblicate nel vol. XXV delle memorie di essa Accademia dall'erudito suo socio e tersissimo scrittore Giuseppe Grassi (Ricerche storiche intorno alle armature scoperte in Sardegna, in Memorie dell'Accademia delle Scienze di Torino. Classe di scienze morali e storiche", XXV (1820), pp. 119-156). Si chiarisce dall'autore con validi argomenti che le gambiere di bronzo cadute in disamina, non potendo per la forma loro appartenere ad alcuna delle armature dei secoli di mezzo o della milizia romana, ed essendo affatto conformi a quelle adoperate dai popoli che abitavano l'Italia prima della fondazione di Roma e dagli antichi Greci al tempo della guerra troiana, od agli uni od agli altri pu solamente riferirsi l'introduzione nell'isola di quella foggia di armature.
[34] F. Cluverio, Sardinia antiqua, Augustae Taurinorum, ex Typ. Regia, 1619.
[35] Pausania, Descriptio Graeciae, cit., lib. X.
[36] Pausania, Descriptio Graeciae, cit., De rebus Eliacae, lib. V.
[37] Pausania, Descriptio Graeciae, cit., De rebus Atticae, lib. I.
[38] Pausania, Descriptio Graeciae, cit., De rebus Beoticae, lib. IX.
[39] Pausania, Descriptio Graeciae, cit., De rebus Beoticae, lib. V.
[40] Diodoro Siculo, Bibliothecae, cit., lib. V.
[41] Si crede da taluno che fra le preclare citt delle quali Diodoro Siculo attribuisce la fondazione a Iolao, annoverarsi debba Cagliari, e che Iola fosse nei tempi antichi denominata questa capitale dell'isola, perch in una inscrizione antica riportata dal Bonfant (Breve tratado del primado de Cerdea y Corcega en favor de los Arzobispos de Caller, Caller, Bartholom Gobetti, 1637) e dal Cossu (Citt di Cagliari. Notizie compendiose sacre e profane, Cagliari, Stamperia Reale, 1780, p. 25) leggesi Civitas Iolae. Si vide gi sopra, come Solino ne faccia fondatore Aristeo, e si vedr poscia che n ad Aristeo, n a Iolao, ma ai Cartaginesi riferiscono altri autori l'edificazione di quella citt. In tanta contraddizione di notizie, poca luce apporta a mio credere l'inscrizione suddetta, la quale, se deve credersi autentica e non piuttosto riputarsi un'impostura del secolo XV o XVI, come opinarono gli scrittori delle Efemeridi letterarie di Roma dell'anno 1774, p. 208, mostrerebbe, per ci solo che scritta trovasi in latino, di appartenere ai tempi romani, ad un'et cio in cui niun dubbio pu muoversi sulla notoria denominazione di Carales o Calares. Penso pertanto che le parole civitas Iolae non debbano gi significare una citt chiamata Iola, ma una citt la quale, in grazia di Iolao creduto per tradizione suo fondatore, od in grazia di Iole, moglie d'Ercole, al quale l'inscrizione istessa tributa omaggi religiosi, onorasi della protezione dell'eroe figlio o della matrigna semidea. Se questa spiegazione si riconoscer non arrischiata, Cagliari chiamata sarassi citt d'Iola nel senso istesso per cui Roma chiamavasi citt di Marte.
[42] Diodoro Siculo, Bibliothecae, cit., lib. IV.
[43] Vedi A.-J. Goguet, Dell'origine delle leggi, delle arti e delle scienze e dei loro progressi presso i popoli antichi, Venezia, Andreola, 1818, parte II, lib. II, sez. 2, cap. 3.
[44] Lo storico Vico nel rammentare gli edifizi innalzati da Iolao coll'opera di Dedalo, obbli a tal segno i tempi dei quali scrivea, che non sent esitanza alcuna in attribuire ad ambi la fondazione di una universit di studi, confondendo la purtroppo nota diversit d'un antico e di un moderno gymnasium.  strana certamente l'approssimazione di questi due vocaboli, e la fantasia del lettore ha un grande spazio a percorrere per considerare assembrate due cose cos disparate ed insociabili come sono un'universit di studi ed il secolo d'Ercole.
[45] Pausania, Descriptio Graeciae, cit., lib. X.
[46] Plinio il Vecchio, Naturalis historia, cit., lib. III, n. 13.
[47] Oltre a queste denominazioni dagli scrittori sardi si adotta la pi antica di Cadossene, parola ebraica dinotante sacra o santa pianella; ma siccome la discussione della verit di tal nome si appicca all'amenissima disquisizione della storia antidiluviana in Sardegna ed alla non meno lucida indagine dell'universalit del linguaggio ebraico prima del diluvio, lascio che in siffatte ricerche s'inoltri chiunque non paventa o la noia de'lettori o la miriade di spropositi che sgocciolar suole dalla penna nel trattare questioni tanto al di sopra dei comuni mezzi d'investigazione.
[48] Pausania, Descriptio Graeciae, cit., lib. X.
[49] Silio Italico, Punica, cit., lib. XII.
[50] Isidoro Ispalense, Origines, lib. XIV, cap. 6.
[51] Pausania, Descriptio Graeciae, cit., lib. X.
[52] Vedi A.-J. Goguet, Dell'origine delle leggi, cit., parte II, lib. II, sez. I, cap. 4, e sez. 2, cap. 4.
[53] J. Gronow, Thesaurus graecarum antiquitatum, Venetiis, Javarina-Pasquali, 1732-37, tomo I, tab. XL.
[54] A. Morell, Thesaurus Morellianus, sive Familiarum romanorum numismata omnia, Amsterdam, J. Welstenius, 1734, tomo I, p. 37.
[55] F. Del Torre, Monumenta veteris Antiiqui (Thesaurus antiquitatum et historiarum Italia, cura et studio J. G. Graevii), Venetiis, typis J. B. Paschalii, 1735, tomo VIII, parte IV.
[56] S. Bochart, Geographiae sacrae, Francofurti ad Moenum, J. D. Zuneri, 1681, parte II, lib. I, 31.
[57] L'ebreo vocabolo  saad; chiunque brami conoscere la facile confutazione di questa contorta derivazione, pu aver ricorso alle citate opere.
[58] Tolomeo, Geographia, cit.
[59] Tolomeo, Geographia, cit.
[60] Plinio il Vecchio, Naturalis historia, cit., lib. III, n. 13.
[61] Tolomeo, Geographia, cit.
[62] Detta localit nell'esemplare vaticano di Tolomeo leggesi Libissonis.
[63] Plinio il Vecchio, Naturalis historia, cit., lib. III, n. 13.
[64] Torres vuolsi da F. Vico, Historia general, cit., parte II, cap. 2, cos chiamata dai Torreni o Tirreni, che traevano tal nome dall'edificar che faceano le loro magioni a foggia di torri; questi Tirreni o Vituloni inviati diconsi dallo storico a quella volta da Mesraimo, ossia Osiride, re d'Italia, figlio nientemeno che di Cam di No. Se l'amore delle stranezze pu chiamarsi amor patrio, chi sel crede sel goda.
[65] Pausania, Descriptio Graeciae, cit., lib. X.
[66] Silio Italico, Punica, cit., lib. XII.
[67] Pausania, Descriptio Graeciae, cit., lib. X.
[68] Pomponio Mela, De Chorographia, lib. XI, 7.
[69] Plinio il Vecchio, Naturalis historia, cit., lib. III, n. 13.
[70] Pausania, Descriptio Graeciae, cit., lib. X.
[71] Pausania, Descriptio Graeciae, cit., lib. X.
[72] Tolomeo, Geographia, cit.
[73] Plinio il Vecchio, Naturalis historia, cit., lib. III, n. 13.
[74] Gaio Giulio Solino, Polystor, cit., cap. 10.
[75] Erodoto, Historiarum libri IX, lib. I.
[76] Erodoto, Historiarum, cit., lib. V.
[77] Chiunque brami di numerare la filza compita di tali elogi, pu leggere l'orazione del padre Stefanini delle scuole pie De veteribus Sardiniae laudibus. Gli scrittori delle Efemeridi letterarie di Roma dell'anno 1774, p. 207, portarono un giudizio assai severo di tale scrittura.
[78] Eliano Claudio, Varia historia, lib. IV in principio.
[79] De republica quae supersunt, a cura di A. Maio, lib. II, 4.
[80] Velleio Patercolo, Historiae Romanae, lib. I, 6. Giustino Marco Giuniano, Epitoma historiarum Philippicarum Pompei Trogi, lib. XVIII.
[81] Si rifer nel libro I di questa Storia la contraddizione delle notizie rimasteci sulla prima fondazione di Cagliari. Gli scrittori che l'attribuiscono ai Cartaginesi sono Claudiano (Bellum Gildonicum, cit.) e Pausania (Descriptio Graeciae, cit., De rebus Phocidiae, lib. X). Un mezzo solo si ha per conciliare le diverse sentenze, e questo  stato da me seguito rapportando ai tempi cartaginesi l'ampliazione almeno o la ripopolazione della capitale della Sardegna. Cagliari offrendo per la sua posizione e per la sua felicissima rada molte comodit ai naviganti, dovette fino dai pi antichi tempi esser occupata da qualche colonia; antica perci chiam a ragione Pomponio Mela (De Chorographia, cit., lib. XI, cap. 7) la popolazione di Cagliari. Ma i primordi d'una citt nascente cos tenui sono talvolta e cos limitati, che svanisce il ricordo delle prime opere, ed a coloro che sovra pi ampia base poscia le accrebbero, si volta tutto l'onore della fondazione; e cos probabilmente accadette nel farsi giudizio del primo fondatore di Cagliari. Si volle pure rincalzare da taluno l'opinione favorevole ai Cartaginesi con l'argomento tratto da una creduta medaglia punica e dalla supposta sua iscrizione KARALITWN, comecch dovesse gi comparire a prima vista la difficolt del chiamar punica una medaglia la cui inscrizione era greca. Incapparono in errore nel credere questa medaglia spettante alla citt di Cagliari appi degli scrittori delle cose sarde G. Cossu (Citt di Cagliari, cit., cap. 1) e padre S. Stefanini (De veteribus Sardiniae laudibus, Carali, tip. Regia, 1773), H. Goltzius (Thesaurus rei antiquariae huberrimus, cap. Nomina regionum, Antverpiae, apud G. A. Tongris, 1618, litografia K), E. Frhlich (Notitia elementaris numismatum antiquorum illorum quae urbium liberarumete, Wien, 1758, cap. 6) e J. J. Gesner (Numismata genera regum Macedoniae, Tigur, 1738, tav. XXVIII, num. 21, sez. 2, populorum et urbis). Con validi documenti chiar poscia Giuseppe Eckel nella sua opera intitolata Doctrina nummorum veterum conscripta (Vindobonae, sumptibus J. V. Degen, 1792-98), che l'effigie del cavallo dimezzato e la coppa o vaso che veggonsi nella supposta medaglia cagliaritana, riferir si debbono alla citt di Cime nell'Eolide (vedi parte I, vol. I all'articolo Italiae cum insulis in fine e vol. II all'articolo Aeolis).
[82] Pausania (Descriptio Graeciae, cit., De rebus Phocidiae, lib. X) chiama questa citt col nome di Syllos; nondimeno  manifesto esser quel luogo il medesimo del Sulci degli altri scrittori. Il Fara cadde in errore (G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., cap. Carthaginenses) supponendo esser esistita in Sardegna una citt col nome di Syllos, ch'egli, troppo tenero delle apparenti derivazioni, giudic tosto aver dato il nome ad un moderno vicecontado.
[83] Claudiano, Bellum Gildonicum, cit.
[84] Giustino Marco Giuniano, Epitoma, cit., lib. XII.
[85] Diodoro Siculo, Bibliothecae, cit., lib. XVIII.
[86] Allorch Isaia (Bibbia, Vecchio Testamento, Isaia, cap. XXIII) nel sublime suo vaticinio dello sterminio di Tiro, che da alcuni interpreti si riferisce ad Alessandro, invita enfaticamente le navi tutte del mare a compianger la sorte di quell'emporio dell'antico commercio, suppone comunicata ai naviganti la prima novella di quel disastro dalle isole del Mediterraneo. Ezechiello (Bibbia, Vecchio Testamento, Ezechiele, cap. XXVI) predicendo la devastazione della stessa citt per opera di Nabucco, cos esclama: Non saranno forse dal romore delle tue ruine e dal gemito degli uccisi tuoi commosse le isole? Scenderanno dai loro seggi li principi del mare, spoglieranno le loro vestimenta, ed assaliti dallo stupore e sedenti per terra, meraviglierannosi attoniti all'udire il repentino tuo caso".
[87] Abbracciasi questa conghiettura specialmente dal Gazano (M. A. Gazano, Storia della Sardegna, Cagliari, Stamperia Reale, 1777), scrittore piemontese, segretario di stato per gli affari del regno, autore di una storia sarda, la quale, comecch tutta scritta non sia colla poca diligenza che in questo tratto spero dimostrare, pure caduta  in dimenticanza tale fra i Sardi stessi, che l'unica edizione fatta dell'opera dalla Reale Stamperia di Cagliari nel 1777 esiste anche oggid presso la stessa tipografia quasi per intiero invenduta. N ad altro si deve ci attribuire che al non aver lo scrittore posto mente al gran precetto del curare lo stile. Egli credette di poter trasportare nelle pagine d'un'istoria tanto pi abbisognante di venust di dire, quanto pi povera di egregie fazioni, quella cotal maniera di stile alla segreteriesca che adoperava nel vergare i suoi spacci; senza badare che se nelle scritture destinate alla muta immortalit degli archivi bastar pu la chiarezza e la dignit, in quelle che della luce pubblica voglion giovarsi, ben altre condizioni si richieggono. Un altro difetto essenziale snatura quell'opera specialmente nella parte sua antica. Non avendo l'autore durato la fatica necessaria a rintracciare le memorie sperperate che qua e l  d'uopo raccogliere per scrivere la storia sarda, la quale pu ben paragonarsi ad un lavoro a mosaico; e d'altra parte obbligato essendo a riempirla di qualcosa, appigliossi al partito di ragunare merci straniere, innestando al suo libro gran parte de'fasti romani, senza alcuno di quelli artificii che d'uopo  adoperare acci la storia della provincia non confondasi con quella della metropoli e serbi una sembianza propria. In tal modo ha egli trasportato nella sua storia la descrizione della battaglia navale di Duillio e gli onori accordati a questo generale, e le vicende e catastrofe di Cleopatra, ed altre cose siffatte, col soccorso delle quali, se agevole torna lo scrivere, non del pari lo  il farsi leggere.
[88] Diodoro Siculo, Bibliothecae, cit., lib. XI.
[89] Diodoro Siculo, Bibliothecae, cit.
[90] Diodoro Siculo, Bibliothecae, cit., lib. XV.
[91] Cicerone, De Republica, lib. II, 14.
[92] Polibio, Historiae, lib. III. Questo trattato e gli altri riportati da Polibio esistevano ai suoi tempi e conservavansi scritti su tavole di bronzo nel tempio di Giove Capitolino nell'erario degli edili.
[93] Aristotele (attribuito), De mirabilia auscultatione, cit.
[94] Giustino Marco Giuniano, Epitoma, cit., lib. XVIII. Cicerone, De Republica, cit., lib. III, 9.
[95] Detto in proposito della nota uccisione del duca d'Enghien.
[96] Giustino Marco Giuniano, Epitoma, cit., lib. XVIII.
[97] Giustino Marco Giuniano, Epitoma, cit., lib. XIX.
[98] Diodoro Siculo, Bibliothecae, cit., lib. XVIII.
[99] Diodoro Siculo, Bibliothecae, cit., lib. XIX e XX.
[100] Diodoro Siculo, Bibliothecae, cit., excerpta XXI.
[101] Floro, Epitome bellorum omnium annorum DCC, lib. II, 2.
[102] Polibio, Historiae, cit., lib. I.
[103] Floro, Epitome, cit., lib. II, 2.
[104] Valerio Massimo, Factorum ac dictorum memorabilium libri IX, lib. V e Epitome liviana, lib. XVII.
[105] Valerio Massimo, Factorum ac dictorum, cit., lib. V.
[106] Floro, Epitome, cit., lib. II, 2. Quest'autore menziona l'eccidio per comando di Scipione apportato alla citt di Cagliari; ma siccome le lezioni sono diverse, trovandosi in alcune varianti scritto in altro modo il nome della citt devastata, parvemi di non dover affermare cosa alcuna su tal proposito.
[107] Frontino Sesto Giulio, Stratagemata, lib. III, 9.
[108] Frontino Sesto Giulio, Stratagemata, cit., lib. III, 10.
[109] Floro, Epitome, cit., lib. II, 2.
[110] Eccone le parole: L. Cornelius L. F. Cn. N. Scipio, C. Aquilius M. F. C. N. Florus: L. Cornelius L. F. Cn. N. Scipio Consul de Poenis, et Sardinia, et Corsica anno CCCCXCIV, V Id. Mart. Vedi C. Sigonio, Fasti consulares ac triumphi acti a Romulo rege usque ad Ti. Caesarem, parte relativa a quest'anno: Eutropio, Breviarium ab urbe condita, lib. II, 18.
[111] G. Zonara, Historiae, lib. VIII. C. Sigonio, Fasti consulares, cit., parte relativa all'anno 495.
[112] Polibio, Historiae, cit., lib. I. G. Zonara, Historiae, cit., lib. VIII.
[113] Valerio Massimo, Factorum ac dictorum, cit., lib. II, 2.
[114] Polibio dopo la menzione fatta del passaggio di Annibale, figlio di Giscone, in Sardegna, descrive la sinistra di lui sorte entro ad un porto dell'isola, ove fu racchiuso dai Romani, e la di lui violenta morte per opera dei malcontenti suoi soldati; diverso  perci il di lui racconto da quello di Zonara, il quale, come si vide, riconduce Annibale in iscena facendolo combattere infelicemente col consolo C. Sulpicio. Non  gi che l'autorit di Zonara possa nel mio animo bilanciare il detto di Polibio, storico tanto accreditato, quanto l'altro  sospetto; ma il trionfo di C. Sulpicio sui Cartaginesi e Sardi inscritto trovasi, come sovra si not, nelle tavole capitoline, onde, acquistando con ci grande autorit la narrazione di Zonara, che seguita fu per intiero dal dotto Freinshemio nei suoi supplementi alle deche di Livio, parvemi cosa degna della diligenza d'uno scrittore di confrontare attentamente tutte le notizie appartenenti alle due campagne di Scipione e di Sulpicio, onde rischiararle in modo da serbare all'autorit di Polibio tutto il rispetto dovutole. Ed ecco come sembrommi di poter ci ottenere. Valerio Massimo e l'Epitome liviana pongono a fronte di Cornelio Scipione non Annibale, ma Annone;  dunque permesso il credere con Freinshemio che ad Annibale siasi con Annone dato dai Cartaginesi lo scambio. Polibio nel descrivere il sinistro e la morte d'Annibale servesi della seguente espressione: non lungo tempo dopo;  dunque lecito parimenti d'interporre fra la di lui morte ed il di lui primo arrivo in Sardegna tutta la campagna di Scipione da Polibio omessa, e di far ricomparire Annibale nel seguente anno sotto il consolato di C. Sulpicio. Resterebbe a conciliare il modo del combattimento, perch Zonara, seguito da Freinshemio, parla d'una pugna in alto mare provocata dagli stratagemmi di Sulpicio, e Polibio della riclusione forzata d'Annibale entro ad un porto della Sardegna; ma in questa parte ancora parvemi la narrazione suscettiva d'accordo, supponendo che Annibale, dopo la fuga delle sue navi, trovato siasi racchiuso dai Romani, che lo inseguirono entro a quel porto al quale si rifugg. Non potei perci che credere giustificato dalla pi sana critica il coordinamento dei fatti che Freinshemio dedusse da tali monumenti; al quale perci mi attenni, abbandonando alcune leggiere circostanze nelle quali l'isolato detto di Zonara non ha per me egual peso. Chiunque poi bramasse di conoscere la maniera pi agevole di riescire tosto dalla difficolt delle storiche contraddizioni, quella cio di renderle pi buie con novelli errori, non ha che a leggere la narrazione dell'annalista sardo padre Vitale, il quale, con singolare ravviluppamento confondendo Duillio e Scipione, scambiando le isole Lipari colla Sardegna, e tutto annebbiando, ne presenta un garbuglio tale da stancar la censura del pi paziente critico.
[115] Polibio, Historiae, cit., lib. I.
[116] Cornelio Tacito, Annales, lib. I, 17.
[117] Polibio, Historiae, cit., lib. I.
[118] Polibio, Historiae, cit., lib. I.
[119] Polibio, Historiae, cit., lib. III.
[120] Polibio, Historiae, cit., lib. III.
[121] Eutropio, Breviarum, cit., lib. III, 2.
[122] Eutropio, Breviarium, cit., lib. I.
[123] Vedi C. Sigonio, Fasti consulares, cit., relativi all'anno 518.
[124] Vedi C. Sigonio, Fasti consulares, cit., nella quale il giureconsulto Pomponio enumerando i primi nuovi pretori creati in Roma dopo il pretore urbano ed il peregrino per l'amministrazione delle provincie conquistate, nomina in primo luogo la Sardegna e poscia la Sicilia.
[125] Vedi C. Sigonio, Fasti consulares, cit., relativi all'anno 519; G. Zonara, Historiae, cit., lib. VIII.
[126] Valerio Massimo, Factorum ac dictorum, cit., lib. II, 3.
[127] C. Sigonio, Fasti consulares, cit., relativi all'anno 520; G. Zonara, Historiae, cit., lib. VIII.
[128] G. Zonara, Historiae, cit., lib. VIII.
[129] G. Zonara, Historiae, cit., lib. VIII.
[130] J. Freinsheim, Supplementorum Livianorum, lib. XX, 33.
[131] Gaio Giulio Solino, Polystor, cit., cap. II.
[132] Polibio, Historiae, cit., lib. II.
[133] Tito Livio, Ab urbe condita, lib. XXI, 1; Floro, Epitome, cit., lib. II, 6.
[134] Polibio, Historiae, cit., lib. III.
[135] Polibio, Historiae, cit., lib. III.
[136] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XXII, 1.
[137] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XXIII, 21.
[138] Valerio Massimo, Factorum ac dictorum, cit., lib. VII, 6.
[139] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XXIII, 30, 32.
[140] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XXIII, 34.
[141] Floro, Epitome, cit., lib. II, 6.
[142] Polibio, Historiae, cit., lib. VIII.
[143] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XXIII, 34.
[144] Silio Italico, Punica, cit., lib. XII. Si sa nuocere fra le altre cose al merito poetico di Silio Italico la troppa esattezza ed ordine dei fatti, seguendo la fredda scorta dei quali di rado puossi esclamare: est Deus in nobis; ma ci per lo appunto fa che i di lui racconti possano inserirsi in una storia; la di lui narrazione inoltre  nella parte sostanziale in concordanza colla descrizione della battaglia lasciata da Livio.
[145] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XXIII, 40.
[146] Chiamavasi questa Cornus, e sita era in vicinanza al luogo detto oggi di Pitinuri. Vedi nota 414.
[147] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XXIII, 40.
[148] Silio Italico, Punica, cit., lib. XII.
[149] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XXIII, 41.
[150] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XXIII, 41; Floro, Epitome, cit., lib. II, 6.
[151] Silio Italico, Punica, cit., lib. XII.
[152] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XXIII, 41.
[153] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XXIV, 10, 11, 43; lib. XXV, 3.
[154] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XXV, 41.
[155] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XXVI, 28.
[156] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XXVII, 7 e 22.
[157] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XXVII, 22.
[158] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XXVII, 36.
[159] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XXVIII, 10.
[160] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XXVIII, 38.
[161] Appiano, De bello Mitridatis.
[162] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XXIX, 13 e 36.
[163] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XXX, 1 e 19.
[164] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XXX, 24 e 27.
[165] Polibio, Historiae, cit., lib. XV.
[166] Polibio, Historiae, cit., lib. XV.
[167] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XXX, 40, 41.
[168] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XXXI, 8. Il Fara ha preso errore credendo nell'anno del governo di Marco Valerio Faltone, che destinato fu propretore, come dal citato luogo di Livio, prorogato il comando a Marco Fabio Buteone.
[169] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XXXII, 1.
[170] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XXXII, 8.
[171] Plutarco, Vitae parallelae, vedi vita di Catone il Censore.
[172] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XXXII, 27.
[173] Valerio Massimo, Factorum ac dictorum, cit., lib. IV, 3.
[174] M. Madao, Dissertazioni storiche, cit.
[175] Cornelio Nepote, De viris illustribus, vedi vita di Catone.
[176] Ecco la serie dei pretori intermedi estratta dalle deche di Livio. Anno 556 di Roma: Tiberio Sempronio Longo. A. 557: prorogato il magistrato al medesimo. A. 558: Gneo Cornelio Merenda. A. 559: Lucio Porcio Licino. A. 560: Quinto Salonio Sarra. A. 561: Lucio Oppio Salinatore. A. 562: prorogato il comando allo stesso Oppio. A. 563: Quinto Fabio Pittore. A. 564: Caio Stertinio. A. 565: Quinto Fulvio Flacco. A. 566: Caio Aurelio Scauro. A. 567: Livio riporta la scelta dei pretori, ma non la tratta, onde s'ignora quello di Sardegna. Il Fara erroneamente nomina in quest'anno Lucio Postumio Tepsano, il quale  sibbene compreso nel novero dei novelli pretori, ma senza indicazione di provincia. A. 568: Quinto Nevio Matone, il quale rimase in Roma quattro mesi, distratto dalle commessegli inquisizioni sui veneficii, che finirono colla condanna di duemila colpevoli. A. 569: Gneo Sicinio. A. 570: Caio Terenzio Istra. A. 571: Marco Pinario Posca. Vedi per tutti questi pretori Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XXXII, 28; lib. XXXIII, 26 e 44; lib. XXXIV, 33 e 55; lib. XXXV, 20; lib. XXXVI, 2; lib. XXXVII, 2 e 50; lib. XXXVIII, 35 e 42; lib. XXXIX, 8, 22, 38 e 45; lib. XL, 1 e 18.
[177] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XL, 19.
[178] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XL, 35.
[179] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XL, 44.
[180] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XLI, 1.
[181] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XLI, 6.
[182] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XLI, 8.
[183] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XLI, 9.
[184] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XLI, 12.
[185] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XLI, 12.
[186] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XLI, 15.
[187] Cornelio Tacito, De vita Iulii Agricolae, cap. 30.
[188] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XLI, 17.
[189] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XLI, 18.
[190] Plutarco, Vitae parallelae, cit., vedi vita di Romolo.
[191] N. Bonaparte, Mmorial de Saint-Hlne, Paris, 1823, 29 maggio 1816, tomo III.
[192] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XLI, 21.
[193] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XLI, 28.
[194] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XLII, 1.
[195] Anno 580 di Roma: Spurio Cluvio. A. 581: Lucio Furio Filo. A. 582:  incerto il pretore; il Fara senza fondamento nomina in quest'anno Marco Recio. A. 583: Publio Fonteio Capitone. A. 584: Caio Papirio Carbone. A. 585: Aulo Manlio Torquato. A. 586, nel quale finiscono le deche di Livio, Marco Fonteio. Vedi Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XLII, 10 e 31; lib. XLIII, 3 e 15; lib. XLIV, 17; lib. XLV, 12, 16, 44.
[196] Cicerone, De oratore, lib. II, 5. Cicerone, Epistulae, Ad Quintum fratrem, lib. II, epistola 2.
[197] Cicerone, De oratore, cit., lib. II, 5.
[198] Plutarco, Vitae parallelae, cit., vedi vita di Tiberio e Caio Gracco.
[199] Aulo Gellio, Noctes Atticae, lib. XV, 12.
[200] Nell'orazione di Cicerone, De provincis consularibus, cap. 7, chiamasi Albucio propretore; ed  perci probabile che siagli stato prorogato il comando con quel titolo.
[201] Cicerone, De claris oratoribus, cap. 35 e De finibus bonorum et malarum, lib. I, 3. Vedi in quest'ultimo luogo riportati i versi di Lucilio, che lo scherzo di Scevola innest nelle sue satire, e gli altri dello stesso Lucilio sullo stile a mosaico di Albucio nelle sue scritture, De oratore, cit., cap. 44.
[202] Cicerone, De provincis, cit., cap. 7.
[203] Cicerone, In Caecilium divinatio, cap. 19.
[204] Suetonio Tranquillo, De vita Caesarum, cap. 55.
[205] Cicerone, In Caecilium, cit., cap. 19.
[206] Eutropio suppone decretato il trionfo dei due fratelli Metelli, uno per la Sardegna e l'altro per la Tracia, sotto il consolato di C. Cecilio Metello e di Gneo Carbone: vedi Eutropio, Breviarium, cit., lib. IV, 25. Velleio Patercolo, senza indicare la causa dei trionfi, nota il trionfo contemporaneo dei due fratelli, sotto i consoli Porcio e Marcio: Historiae, cit., lib. II, 8. Vedi C. Sigonio, Fasti consulares, cit., relativi all'anno 640, e Rufo Sesto, Breviarium, al cap. 4, ove si conferma la narrazione d'Eutropio.
[207] Dione Cassio, Historiae Romanae, lib. XXXVI.
[208] Cicerone, De Republica, cit., lib. III.
[209] Valerio Massimo, Epitome liviana, cit., lib. LXXXVI.
[210] Valerio Massimo, Epitome liviana, cit., lib. XC.
[211] Floro, Epitome, cit., lib. III, 23.
[212] Plutarco, Vitae parallelae, cit., vedi vita di Pompeo.
[213] Appiano, De bello civili, lib. I.
[214] Plutarco, Vitae parallelae, cit., vedi vita di Pompeo.
[215] Cicerone, Pro lege Manilia, cap. 12.
[216] Vedi A. Morell, Thesaurus, cit., vol. I, p. 37.
[217] Plutarco, Vitae parallelae, cit., vedi vita di Pompeo.
[218] In una delle lettere che rimangono (Cicerone, Epistulae, Ad Quintum fratrem, cit., lib. II, epistola 2), non avendo Cicerone altro appicco, trasse partito dall'eccitamento fattogli da Quinto per la riscossione di certi suoi crediti, onde piacevoleggiare sull'opportunit assai acconcia che la Sardegna offriva pel ricordo delle cose gi obbliate: a qual proposito cita quanto nell'altro libro si rifer esser accaduto a Tiberio Sempronio Gracco, cui dopo l'arrivo in Sardegna nacquero in mente gli scrupoli di religione circa all'elezione dei consoli Scipione e Figulo. In altra lettera (Cicerone, Epistulae, Ad Quintum fratrem, cit., lib. II, epistola 3) esorta il fratello a guardarsi dell'influenza del clima: comecch siamo nel verno, egli scriveagli, mettiti bene in capo ch' pur la Sardegna quella che tu abiti". In questi luoghi tuttavia egli scherza s, ma non cuoce; il vedremo altrove molto pi caustico.
[219] Per tutti i ragguagli appartenenti alla causa di Scauro vedi i nuovi frammenti di Cicerone dati recentemente in luce dal dotto bibliotecario dell'Ambrosiana e poscia della Vaticana, abate Angelo Maj, intitolati: M. Tullii Ciceronis sex orationum partes ante nostram aetatem ineditae, cum antiquo interprete, qui videtur Asconius Pedianus ecc. Milano, 1817. Vedi pure gli stessi frammenti confrontati con altre scritture palinseste dall'ingegnoso e perspicace illustratore di vari importanti testi a penna della regia biblioteca di Torino, teologo Amedeo Peyron, professore di lingue orientali in questa universit (A. Peyron, Codicis theodosiani fragmenta inedita, Augustae Taurinorum, ex Regio typographeo, 1824).
[220] Plutarco, De fortuna romanorum.
[221] Vedi fra gli altri il padre S. Vidal nei suoi annali di Sardegna (Annales Sardiniae, cit.), il quale combattendo l'opinione di Cicerone e d'Orazio sul sardo Tigellio, di cui fra poco si parler, e seguendo il costume del suo secolo, nel quale ogni letteraria discussione contaminata era di detrazioni e villanie, ebbe la sfrontatezza di chiamare l'aurea eloquenza di Cicerone latrati, e canto di rauca strozza i versi dell'immortale Venosino, che delizia eterna pur sono e saranno di tutti coloro i quali cane peius et angue schivano le scritture degli stolidi e degli impudenti; locch se a me non fu concesso, sarammi almeno lecito di purificarmi, appena dato mi fia di non pi rivedere queste stalle d'Augia.
[222] Questo stesso Scauro, di cui parlasi, il padre fu del famoso Marco Scauro, di ricchezze sprofondate e di lusso eguale, il cui palazzo era dei primari di Roma per ogni maniera di magnificenza; n improbabile si  che gran parte di queste dovuta fosse alla poca continenza del genitore nell'amministrazione delle provincie. Il sig. Mazois, dotto scrittore francese, la casa di Scauro imprese a descrivere allorch volle dare un ragguaglio compiuto d'una ricca casa romana. Vedi F. Mazois, Le palais de Scaurus, ou Description d'une maison romaine, Paris, F. Didot, 1822.
[223] Valerio Massimo, Factorum ac dictorum, cit., lib. VIII, 1, 10.
[224] Cicerone, Epistulae, Ad Atticum, lib. IV, epistola 15.
[225] Poco tempo dopo Scauro accusato pure veniva di broglio dallo stesso Triario, e Cicerone, suo difensore con eguale contraddizione di sentimenti, altra opinione manifestava ad Attico ed altra sosteneva nel cospetto del pretore. Mi dirai, egli scriveva, cosa potrai tu allegare in tal causa? Ch'io possa morire se il so I candidati consolari tutti rei sono di broglio, n d'or innanzi altri si condanner che un omicida" (Cicerone, Epistulae, Ad Atticum, cit., lib. XIV, epistola 16); ed altrove (Cicerone, Epistulae, Ad Quintum fratrem, cit., lib. III, epistola 3): difficile si  la causa, ma sforzeremoci". Cicerone in tal modo lasciava alla posterit i migliori argomenti onde giudicare fino a qual punto debbano andar del pari, nella lettura delle sublimi sue arringhe, l'ammirazione e la fede.
[226] Quintiliano, Instituto oratoria, lib. VII, 2.
[227]  degna d'esser notata in questo frammento la finissima ironia con cui quel sommo oratore rallegra l'animo dei giudici, allorquando sul capo d'Ari e della sua druda tenta di far cadere il sospetto della morte della vecchia moglie di questo teste. Scherza in primo luogo Cicerone sul supposto di lei suicidio e sulla causa assegnatane, di difendere cio la propria pudicizia: e rammentando la rarit dei suicidi presso gli antichi e le dottrine citando dei filosofi, chiede se quella sarda addottrinata erasi alla scuola di Pitagora o di Platone, e se con tanta deformit di volto e peso d'anni era da presumere che fosse stata spinta ad alcun difficile cimento. Venendo poi al mandato d'uccisione, ch'egli suppone dato da Ari ad un suo liberto, dice essergli stato commesso non gi di fare a quella vecchierella violenza alcuna, che ci onesto non era colla moglie dell'antico suo padrone, ma solo di serrarle la strozza con le due minori dita, e di cingerla quindi d'una cordicella, acci comparisse vittima di strangolo volontario". L'avvertenza impiegata da Cicerone nel profondere in questo squarcio i vocaboli diminutivi diretti od a far maggiormente risaltare l'ironico suo dire, od a dipingere la debolezza della vecchierella, d una grazia tale di dicitura a queste poche linee, che a stento pu imitarsi in una traduzione.
[228] In quest'arringa infatti oltre qualche altra notizia, della quale a suo luogo cader in acconcio il parlare, si contiene la menzione di alcuni Sardi illustri, i quali, nel vivente di Cicerone, meritarono (e ci non  poco) i di lui encomi. Parla egli come di persone che volea eccettuare dall'universale riprovazione del sardo Gneo Domizio Simaio, che chiama uomo ornatissimo, ospite e famigliare suo", ed il quale, per quanto apparisce dalla nota dello Scoliaste, merit da Pompeo l'onore della cittadinanza romana. Chiama poscia perdono ai Deletoni, che cos nomavasi una famiglia sarda decorata parimenti da Pompeo della cittadinanza. Ed infine agli altri uomini probi dell'isola chiede indulgenza, seppure non  quest'ultima una novella finezza oratoria; perch menando buono che alcune pur vi si trovassero persone di probit, lascia che se ne argomenti lo scarso numero.
[229] Plutarco, Vitae parallelae, cit., vedi vita di Cesare. Ci succedeva nell'anno di Roma 696.
[230] Cesare, De bello civili, lib. I, 30, 31. Dione Cassio, Historiae, cit., lib. XLI.
[231] Appiano, De bello civili, cit., lib. II.
[232] Plutarco, Vitae parallelae, cit., vedi vita di Cicerone.
[233] Cicerone, Epistulae, Ad Atticum, cit., lib. X, epistola 16.
[234] Plutarco, Vitae parallelae, cit., vedi vita di Catone.
[235] Cesare, De bello civili, cit., lib. III, 10.
[236] Plutarco, Vitae parallelae, cit., vedi vita di Pompeo.
[237] Dione Cassio, Historiae, cit., lib. XLII.
[238] Irzio Aulo, De bellum Alexandrinum, lib. I, 8.
[239] Irzio Aulo, De bellum Alexandrinum, cit., lib. XXIV.
[240] Cicerone, Epistulae, Ad familiares, lib. IX, epistola 7.
[241] Irzio Aulo, De bellum Alexandrinum, cit., lib. XXIV, cap. 98.
[242] Tigellio ha lasciato in Sardegna l'eredit del suo facile verseggiare.  cosa invero sorprendente per coloro che sono abituati a veder in molti altri paesi le persone di contado digradate nelle facolt intellettuali, e vieppi in quelle dell'immaginazione, l'assistere in Sardegna a quelle gare poetiche che contadini o pastori, privi affatto d'ogni conoscenza di lettere, sostengono con calore e con vivacit nelle occasioni di qualche famigliare o pubblica allegrezza. Sta loro in mezzo lo zampognatore del villaggio, che un personaggio egli  pure della pi grand'importanza in un paese, ove n celebransi nozze, n conviensi a festa, vegghia o tripudio alcuno senza il conforto delle rustiche avene. Invita egli coi suoi preludi al cimento quei Tirsi e quei Coridoni, che alternativamente cantano, bench ignorino che amant alterna Camoenae. Il metro pi usitato si  quello delle ottave, e la pruova maggiore d'ingegno  quella d'impadronirsi delle estreme parole dell'avversario e di ritorcerle alla meglio al proprio scopo, sia che si esalti la ninfa del giorno, sia che si festeggi l'ospite della famiglia, sia che la gara si provochi sovra un soggetto designato. Non  gi da dire che in mezzo a quel rovinio di endecassillabi non si odano i pi bizzarri strafalcioni della terra; ma tuttavia questi sono pi rari allorquando non volgari sono i rivali, ma dei pi noti della provincia; e cadono mai sempre su ci che non  lecito aspettare da persone digiune d'ogni sapere, cio sulla propriet e disposizione dei pensieri; di rado sulla parte che pu chiamarsi materiale, della poesia, quale si  la consonanza delle rime e la cadenza ed accento dei metri; ch a ci supplisce quella natura istessa per cui tanto dista dalla crassizie beotica l'acume attico.
[243] Orazio Flacco, Satirae, lib. III in principio.
[244] Orazio Flacco, Satirae, cit., lib. II in principio.
[245] Cicerone, Epistulae, Ad familiares, cit., lib. VII, epistola 24.
[246] Vedi Cicerone, Pro Sestio.
[247] Cicerone, Epistulae, Ad familiares, cit., lib. II, epistola 14.
[248] Cicerone, Epistulae, Ad familiares, cit., lib. IX, epistola 25.
[249] Cornelio Tacito, Annales, cit., lib. IV, 32.
[250] Cicerone, Epistulae, Ad familiares, cit., lib. VII, epistola 24.
[251] Questo Cepione di natura cos tenera si mostrava verso la sua moglie e con tanta spontaneit ne assecondava le licenze, che per turbar meno colla sua presenza il bertone, simulava di sonnecchiare. Gli avvenne tuttavia di dover render avvisato qualch'altro che non per ciascuno ei dormiva.
[252] I pi armeggianti fra gli scrittori nazionali non vollero perdere l'occasione loro offerta di riavere la riputazione del clima sardo contro all'imputazione di Tullio, e creduto avrieno delitto di lesa patria il menargliela buona. Soprasta agli altri il Vico. Non pago egli di contorcer per ogni verso la parola luogo pestilenziale" per stillarne il significato di luogo d'esilio, il quale quanto calzi a Tigellio ognun lo vede; non pago dopo ci di darsi un'inutile briga per provare che non serpeggi in tempi antichi nella Sardegna alcuna peste, quasicch fosse passeggiera ed accidentale la pestilenza in quella lettera menzionata, si rivolge con egual logica a combattere anche contro al poeta Claudiano, perch i monti Menomeni dell'isola chiam egli monti insani. Ma punto non badando che la disfida era ingiusta e che Claudiano era innocente (tutt'altro importando la parola insano che la significazione di malsano), si mise a comporre un tramestio tale di disadatte ragioni, che se tutte dovessi analizzare, non saprei come governarmene. Dir invece che il voler con sterili declamazioni smentire tutta l'antichit, non produce altro effetto che di toglier fede alle altre cose vere che posson narrarsi. Dir pure che gli antichi han potuto a tutta l'isola attribuire quella maligna temperatura che in certe regioni paludose o troppo soleggiate era limitata, e non apprezzare in queste stesse regioni quel periodo di fresca stagione durante il quale impunemente vi si potea da uno straniero soggiornare. Tal  anche ai nostri tempi la Sardegna, quantunque poco popolata e perci poco coltivata; molto pi lo dovea essere ai tempi romani, quando queste due cause sussidiarie del sinistro clima non esistevano. Raffrenisi dunque la foga dello zelo soverchio che nuoce, ed invece d'incorrere la taccia di esagerata difesa, si accagionino di esagerata accusa gli scrittori romani, dai quali, ove moderatamente scritto avessero, non pi pestilente sarebbesi detta la Sardegna di molte altre regioni dell'Italia istessa, che pur appartengono a provincie di felicissimo clima. O se un conforto si brama per quell'infortunio, dicasi pure che la natura, la quale tiene il conto per bilancio, non mai senza compenso lascia i favori e le disgrazie: locch in linguaggio meno astratto vuol dire che posto da parte tutto quanto nelle cause del cattivo clima pu dipendere dall'opera umana, gli elementi stessi pei quali nuociono le esalazioni delle terre malsane, quelli sono che alla loro fertilit conferiscono. La Sardegna perci, la quale dall'antichit intiera romana e greca feracissima  detta, non avria avuto (se lecito  il paragone) molto diversa sorte da quella di tanti uomini grandi, ai quali la natura diede l'anima la pi energica entro un corpo infermiccio.
[253] Cicerone, Epistulae, Ad Atticum, cit., lib. XIII, epistola 49.
[254] Cicerone, Epistulae, Ad Atticum, cit., lib. XIII, epistola 50.
[255] Cicerone, Epistulae, Ad Atticum, cit., lib. XIII, epistola 51.
[256] Appiano, De bello civili, cit., lib. IV.
[257] Appiano, De bello civili, cit., lib. V.
[258] Appiano, De bello civili, cit., lib. V.
[259] Appiano, De bello civili, cit., lib. V.
[260] Dione Cassio, Historiae, cit., lib. XLVIII.
[261] Dione Cassio, Historiae, cit., lib. XLVIII.
[262] Dione Cassio, Historiae, cit., lib. XLVIII.
[263] Dione Cassio, Historiae, cit., lib. XLVIII.
[264] Floro, Epitome, cit., lib. IV, 8.
[265] Suetonio Tranquillo, De vita Caesarum, cit., vedi vita di Ottaviano, cap. 47.
[266] Dione Cassio, Historiae, cit., lib. L.
[267] Dione Cassio, Historiae, cit., lib. LIII.
[268] Dione Cassio, Historiae, cit., lib. LV.
[269] Cornelio Tacito, Annales, cit., lib. II, 85.
[270] Cornelio Tacito, Annales, cit., lib. XIII, 30.
[271] Cornelio Tacito, Annales, cit., lib. XIV, 60-62.
[272] Cornelio Tacito, Annales, cit., lib. XVI, 9.
[273] Cornelio Tacito, Annales, cit., lib. II, 16.
[274] Elio Spartiano, De vita Settimii Severi.
[275] Dione Cassio, Epitome historica, curata da Xifilino, vedi vita di Settimio Severo.
[276] I nomi di questi presidi sono i seguenti: Gelasio sotto Antonino Pio nell'anno di G. C. 242. (dagli Acta Divi Potiti martyrum); Delfico sotto Diocleziano e Massimiano nell'A. 300 (dagli Acta Divi Luxorii martyrum); Barbaro sotto i medesimi imperatori nell'a. 303. (dagli Acta Divi Simplicii et sociorii martyrum); Iulzio sotto gli stessi imperatori nell'a. 303. (dagli Acta Divi Ephisii martyrum); Flaviano sotto i predetti imperatori nell'a. 304. (dagli Acta Divi Ephisii et Iuvenalis martyrum). Vedi M. A. Gazano, Storia della Sardegna, cit., lib. I, cap. 7.
[277] P. Giannone, Istoria civile del Regno di Napoli, Milano, Bettoni, 1821-22, lib. I, cap. 5.
[278] Appiano, De bello civili, cit., lib. I.
[279] Legge 1 Codex Theodosianus, lib. VIII, De cursu publico, angariis et parangariis. Se questo Costanzo fosse veramente prefetto pretorio dell'Italia o preside della Sardegna, non  affatto manifesto, non dandogli questa legge alcun titolo. Ma siccome nella legge 1 dello stesso codice, al titolo de cohortalibus, data nel medesimo anno, si trova questo Costanzo chiamato prefetto del pretorio, perci  da credere fosse egli prefetto dell'Italia. Gotofredo nelle note a quest'ultima legge pensa che lo stesso Costanzo fosse il fratello dell'imperatore e padre dei cesari Gallo e Giuliano.
[280] Legge 16 Codex Theodosianus, lib. VIII. Questa legge di Giuliano  dell'anno di G. C. 363.
[281] Legge 3 Codex Theodosianus, lib. IX, De poenis.
[282] Legge 1 Codex Theodosianus, lib. II, De feriis.
[283] Chi fosse quest'Elpidio si dubita. Gotofredo lo crede prefetto pretorio dell'Italia.
[284] Legge 3 Codex Theodosianus, lib. II, De feriis, cit.
[285] Gotofredo appoggia la sua conghiettura nel trovarsi ambe le disposizioni sovra riferite dirette allo stesso Elpidio, e nell'essere la Sardegna, come provincia agricola, pi a portata di abbisognare di disposizioni di tal fatta.
[286] Legge unica Codex Theodosianus, lib. II, De communi dividendo.
[287] Legge 2 Codex Theodosianus, lib. XII, De susceptoribus.
[288] Legge 7 Codex Theodosianus, lib. II, De exactionibus.
[289] Legge 27 Codex Theodosianus, lib. II, De appellationibus et poenis earum et consultationibus.
[290] Legge 6 e 9 Codex Theodosianus, lib. X, De metallis et metallariis.
[291] Legge 12 Codex Theodosianus, lib. II, De accusationibus ad potentiores translatis.
[292] Legge 3 Codex Theodosianus, lib. IX, Ad legem Iuliam repetundarum.
[293] Giovenale, Satira I.
[294] Libellus provinciarum romanarum aevo, ut videtur Theodosiano compositus, in lucem olim proditus a Cl. V. Antonio Schonhovio. Trovasi inserito nell'edizione di Eutropio, Breviarium ab urbe condita, Leyden, 1742, tomo II.
[295] Iscrizione romana illustrata del cav. don Lodovico Baille, segretario perpetuo della real societ agraria ed economica di Cagliari, Torino, Chiro e Mina, 1820. Inscrizioni romane riguardanti le antiche strade della Sardegna, riportate dal medesimo cavaliere nella sua orazione detta alla presenza della stessa societ, nell'occasione dell'avvenimento al trono di S. M. il re Carlo Felice (Discorso per l'avvenimento al trono di S. M. il Re Carlo Felice I, detto nella solenne pubblica adunanza della Societ agraria ed economica di Cagliari, tenuta il 15 luglio 1821, Genova, G. Bonando, 1821). Vedi pei maggiori ragguagli derivanti dall'esame di tali monumenti il libro seguente di questa Storia.
[296] Vedi inscrizione di Macomer nella suddetta orazione.
[297] Vedi nell'opuscolo suddetto intitolato Iscrizione romana, l'inscrizione gruteriana di Lucio Ragonio XLV, numero 9.
[298] Vedi in L.Baille, Iscrizione romana, cit., l'inscrizione gruteriana di Vibio CCCCLXXVII, n. 6, e le altre di Balbio e Cosconio riportate dal Muratori, Rerum italicarum scriptores, Mediolani, ex Typ.Societatis Palatinae, 1723-51, DCLXXXII, n. 4 e CI, X, p. DCXCV, n. 1.
[299] Vedi inscrizione di Fordongianos nella detta orazione.
[300] Vedi altra inscrizione di Fordongianos nella stessa orazione.
[301] Vedi nell'opuscolo Iscrizione romana, l'inscrizione recentemente scoperta di Settimio Ianuario.
[302] Vedi in L.Baille, Iscrizione romana, cit., l'inscrizione turritana di tal restaurazione.
[303] Cicerone, Epistulae, Ad familiares, cit., lib. III, epistola 8.
[304] Cicerone, Epistulae, Ad Atticum, cit., lib. V, epistola 21.
[305] Di quest'editto provinciale, del quale credesi autore l'imperatore Marco, esistono alcuni frammenti presso il giureconsulto Caio. Vedi J. G. Heinecke, Antiquitatum romanorum jurisprudentiam illustratium syntagma, Francofurti ad Moenum, Broenner, 1822, appendice lib. I, cap. 4.
[306] L'errore di coloro che questa innovazione attribuiscono ad Adriano, e l'abbaglio di Giustiniano che autore ne fa Antonino Pio, dimostrati sono dall'Eineccio [J. G. Heinecke] nelle sue antichit romane [Antiquitatum romanorum, cit.] appendice lib. I, cap. 1.
[307] Strabone, Geographicorum, lib. XVII in finis.
[308] Dione Cassio, Historiae, cit., lib. LIII.
[309] Vedi Iscrizione romana illustrata di Torres del cavaliere Lodovico Baille, cit., p. 214.
[310] Vedi l'inscrizione relativa, gi riportata alla nota 295, fra quelle pubblicate da J. Gruter, Inscriptionum romanorum corpus absolutissimum ingenio et cura Jani Gruteri, Heidelbergae, in bibliopolio Commeliniano, 1616, cap. XLV, numero 9.
[311] Vedi Tito Livio, Ab urbe condita, lib. XLII, 49 e lib. XLV, 39.
[312] Vedi Cicerone, Epistulae, Ad familiares, cit., lib. III, epistola 6, nella quale egli mostra ad Appio Pulcro, suo precessore nel proconsolato di Cilicia, quanto abbia ricercato seco lui un abboccamento, e quanto Appio lo abbia scansato, in modo a lasciar trascorrere i trenta giorni prescritti, per quanto opina in quella lettera Cicerone, dalla legge Cornelia.
[313] Ulpiano Domizio, Digesto, De officio proconsulis, legge 4, par. 3, 4.
[314] Ulpiano Domizio, Digesto, De officio proconsulis, cit., legge 4, par. 5.
[315] Ulpiano Domizio, Digesto, De officio proconsulis, cit., legge 7, par. 1.
[316] Ulpiano Domizio Digesto, De officio proconsulis, cit., legge 4, par. 6. Uguali e pi ampi provvedimenti e consigli contengonsi nel titolo intiero delle Pandette de officio praesidis; fra i quali  da notare l'avvertenza (Ulpiano Domizio, Digesto, cit., De officio praesidis, legge 19) di non ammettere a stretta famigliarit i provinciali, perch dice il giureconsulto Callistrato, da tali pratiche lo spregio deriva della dignit.
[317] Cornelio Tacito, Annales, cit., lib. III, 33, 34.
[318] C. Sigonio, De antiquo jure provinciarum libri duo, Venetiis, ex off. Ziletti, 1567, cap. 2, appendice. J. G. Heinecke, Antiquitatum romanorum, cit., cap. 4.
[319] Ulpiano Domizio, Digesto, De officio proconsulis, cit., legge 6, par. 3.
[320] Cicerone, Epistulae, Ad Atticum, cit., lib. V, epistola 14.
[321] J. G. Heinecke, Antiquitatum romanorum, cit., cap. 4 e Cicerone, Epistulae, Ad Quintum fratrem, cit., lib. I, epistola 1; lettera questa degna d'esser meditata da qualunque amministratore di provincie; tanta  la saviezza, la perspicacia e la dolcezza dei consigli ed ammaestramenti da Cicerone dati a Quinto suo fratello, eletto per il terz'anno a governar la provincia d'Asia, che nel biennio precedente avea egli amministrato con fama non seconda.
[322] Ulpiano Domizio, Digesto, De officio proconsulis, cit., legge 6, par. 1.
[323] Vedi J. G. Heinecke, Antiquitatum romanorum, cit.
[324] Ulpiano Domizio, Digesto, De officio praesidis, cit., legge 4.
[325] Dione Cassio, Historiae, cit., lib. LIII. Vedi Giustino De Lippstadt, Lippiflorium, Francofurti, 1620, alla lettera M. dell'excursus in Tacito.
[326] Cornelio Tacito, Annales, cit., lib. I, 76.
[327] C.-L. Montesquieu, De l'Esprit des loix, Amsterdam, F. Grasset, 1770, lib. XV, cap. 19.
[328] Vedi Ulpiano Domizio, Digesto, cit., De officio proconsulis et legatis.
[329] Dione Cassio Historiae, cit., lib. LIII.
[330] Cicerone, In Verrem, Actio II, lib. IV, 5.
[331] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. XLII, 1.
[332] Fra queste somministrazioni annoveravasi quella del sale, della quale anche oggid dura la derivazione nei salari dei pubblici o privati incarichi.
[333] Orazio Flacco, Satirae, cit., lib. I, satira 6.
[334] Cicerone, Epistulae, Ad Atticum, cit., lib. V, epistola 16.
[335] Suetonio Tranquillo, De vita Caesarum, cit., vedi vita di Ottaviano, cap. 36.
[336] Elio Lampridio, Scriptores Historiae Augustae, vedi vita di Alessandro Severo. Eccone l'enumerazione: al preside della provincia dovute erano, secondo l'ordinamento di quest'imperatore, venti libbre d'argento, sei guastade, due muli, due cavalli, due vestimenta forensi, due domestiche, una per lo bagno, cento monete d'oro ed un cuoco. Dopo le quali cose l'imperiale decreto contiene la seguente prestanza, che noi, abituati ad altro pudore di costumi, non ardiremmo certamente collocare in tal novero: se i presidi non avessero lor mogli, soggiunge l'imperatore, siano essi forniti d'una concubina, perch, dic'egli, senza ci non si pu stare ". Provvedesi quindi alla restituzione d'ogni cosa dopo il fine dell'amministrazione, ed assennatamente si riduce quest'obbligo ai soli muli, cavalli, vetturali e cuochi; in quanto al rimanente si prescrive abbiano i presidi il vantaggio della ritenzione, qualora bene siansi comportati, ed in caso contrario, il peso di presentare il valore quadruplo; del quale non sempre al certo dovea apparire manifesta l'estimazione per taluna delle prestazioni summentovate.
[337] Vedi le leggi del Codex Theodosianus, 3 e 4 De poenis, 1 e 2 De temporum cursu et reparationibus denuntiarorum.
[338] Legge 6 del Corpus iuris civilis, Codex Iustinianus, De modo multarum quae ad iudicibus infiguntur; legge 2, par. 1, del Corpus iuris civilis, Digesta, De poenis.
[339] Corpus iuris civilis, Codex Iustinianus, Ut nulli patriae suae administratio sine speciali permissu principis permittatur.
[340] Legge 38, Corpus iuris civilis, Digesta, De ritu nuptiarum.
[341] Codex Theodosianus, lib. VIII, tit. 15. Vedi E. Gibbon, Storia della decadenza dell'impero romano, Milano, Bettoni, 1823, cap. 17.
[342] Corpus iuris civilis, Institutiones, proemio.
[343] Cicerone, In Verrem, Actio II, cit., lib. III, 6. Suetonio Tranquillo, De vita Caesarum, cit., vedi vita di Iulio, cap. 25.
[344] Vedi P. Giannone, Istoria civile, cit., lib. I, 2.
[345] Cicerone, In Verrem, Actio II, cit., lib. III, 70.
[346] Cicerone, In Verrem, Actio II, cit., lib. III, 11.
[347] Cicerone, In Verrem, Actio II, cit., lib. III, 81.
[348] Cicerone, In Verrem, Actio II, cit., lib. III, 82.
[349] Vedi M. Boulenger, De tributis ac vectigalibus populi romani, cap. 9, in Thesaurus antiquitatum, cit., tomo VIII.
[350] Vedi P. Burmann, De vectigalibus populi romani dissertatio, in Thesaurus antiquitatum, cit., supplemento tomo I.
[351] Suetonio Tranquillo, De vita Caesarum, cit., vedi vita di Augusto, cap. 28.
[352] Vopisco Flavio, Vitae Probus.
[353] Vedi P. Burmann, De vectigalibus, cit., cap. 4.
[354] Legge unica, Codex Theodosianus, De grege dominico.
[355] Vedi legge 9, Corpus iuris civilis, Codex Iustinianus, De iure fisci.
[356] Vedi P. Burmann, De vectigalibus, cit., cap. 4.
[357] Ammiano Marcellino, Historiae, lib. XXIX, 3.
[358] Sesto Aurelio Vittore, De Caesaribus, nel capitolo su Aureliano.
[359] Vopisco Flavio, Vita Aureliani.
[360] Cicerone, In Verrem, Actio II, cit., lib. II, 75.
[361] Vedi P. Burmann, De vectigalibus, cit., cap. 5.
[362] Plauto, Menaechmi, atto I, scena 2, verso 6.
[363] Dione Cassio, Historiae, cit., lib. LV, in finis.
[364] Sidonio Apollinare, Carmina, carme 7.
[365] Gaio Giulio Solino, Polystor, cit., cap. 10.
[366] Legge 6, Codex Theodosianus, De metallis et metallariis. La data di questa legge  dell'anno 369 di G. C.
[367] Legge 9, Codex Theodosianus, De metallis et metallariis, emanata nell'anno 378.
[368] Legge 3, Corpus iuris civilis, Codex Iustinianus, De metallariis et metallis et procuratoribus metallorum.
[369] Oltre al censo sul taglio delle pietre, i Romani dovettero trar partito dalle sostanze pi nobili che abbondano nella Sardegna, e segnatamente dal granito rosso che vi si trova perfettissimo. Si mostrano ancora presso a Longonsardo due colonne informi di quel granito tuttora unite al masso, dal quale diconsi tolte quelle che s'impiegarono nel vestibolo del Pantheon d'Agrippa in Roma.  ricca del pari la terra sarda di diaspro, agata, basalto, marmo ed alabastro.
[370] Tito Livio, Ab urbe condita, cit., lib. II, 9.
[371] Plinio il Vecchio, Naturalis historia, cit., lib. XXXI, nn. 39, 40, 41.
[372] Suetonio Tranquillo, De vita Caesarum, cit., vedi vita di Augusto, cap. 49.
[373] Vedi J. G. Heinecke, Antiquitatum romanorum, cit., appendice lib. I, par. 1.
[374] Elio Lampridio, Scriptores Historiae Augustae, cit., vedi vita di Alessandro Severo.
[375] Vedi Suetonio nella vita di Vespasiano (cap. 23), e la singolare inchiesta fatta da questo imperatore nell'approssimare alle narici del suo fligliuolo Tito una delle prime monete gittate dai novelli dazi.
[376] Cicerone, Epistulae, Ad familiares, cit., lib. III, epistola 8. Vedi Cesare, De bello civili, lib. III, 32.
[377] Legge 2, par. 17, Corpus iuris civilis, Digesta, ne quid in loco publico vel itinere fiat.
[378] Elio Lampridio, Sciptores Historiae Augustae, cit., vedi vita di Alessandro Severo, cap. 24.
[379] Suetonio Tranquillo, De vita Caesarum, cit., vedi vita di Caligola, cap. 40.
[380] Elio Lampridio, Scriptores Historiae Augustae, cit., vedi vita di Alessandro Severo.
[381] Elio Spartiano, Pescennius Nigrus.
[382] Vedi P. Burmann, De vectigalibus, cit., cap. 12.
[383] Vedi P. Burmann, De vectigalibus, cit., cap. 12.
[384] Legge 27, par. 3, Corpus iuris civilis, Digesta, cit., de usu fructu et habitatione et ministerio servorum.
[385] Legge 27, par. 3, Corpus iuris civilis, Digesta, cit., de usu fructu.
[386] Vedi legge 7, Corpus iuris civilis, Digesta, cit., de officio proconsolis et legati.
[387] Cicerone, In Verrem, Actio II, cit., lib. IV, 3.
[388] Cicerone, Epistulae, Ad Atticum, cit., lib. V, epistola 21. Vedi Cicerone, Epistulae, Ad familiares, cit., lib. III, epistola 7.
[389] Vedi P. Burmann, De vectigalibus, cit., cap. 12.
[390] Vedi P. Burmann, De vectigalibus, cit., cap. 12.
[391] Suetonio Tranquillo, De vita Caesarum, cit. vedi vita di Nerone, cap. 12.
[392] Dione Cassio, Epitome historica, curata da Xifilino, vedi vita di Nerone.
[393] Legge 1, Corpus iuris civilis, Codex Iustinianus, De metatis et epidemeticis.
[394] Cornelio Tacito, Annales, cit., lib. XIII, 50.
[395] Cicerone, In Verrem, Actio II, cit., lib. III, 78.
[396] Sesto Aurelio Vittore, Caesares, nel capitolo su Diocleziano.
[397] W.Musgrave, Geta Britannicus, vol. 1; Julii Capitolinii Antonius Geta, Iscae Dunmoniorum, P.Yeo, 1714.
[398] Elio Spartiano, Pescennius Nigrus, cit.
[399] Elio Lampridio, Scriptores Historiae Augustae, cit., vedi vita di Alessandro Severo.
[400] E. Gibbon, Storia della decadenza dell'Impero romano, cit., cap. 3.
[401] Plinio il Vecchio, Naturalis historia, cit., lib. III, n. 13.
[402] Questa recente scoperta dovuta  all'illustrazione fatta dal cavaliere Baille d'un'inscrizione sulcitana. Vedi il di lui opuscolo Iscrizione romana illustrata, cit.
[403] Vedi p. 75.
[404] Vedi p. 108.
[405] Plinio il Vecchio, Naturalis historia, cit., lib. III, n. 13.
[406] Tolomeo, Geographia, cit., lib. III, 3.
[407] Aulo Gellio, Noctes Atticae, cit., lib. XVI, 13.
[408] Rutilio Rufo, Numantiarum itinerariae, lib. I.
[409] Legge unica, Corpus iuris civilis, Codex Iustinianus, De nudo ex iure Quiritium tollendo.
[410] F. Gemelli, Rifiorimento della Sardegna proposto nel miglioramento di sua agricoltura, Torino, Briolo, 1776, lib. I, cap. 2 e 4.
[411] Polibio, Historiae, cit., lib. I.
[412] Padre Tommaso Napoli delle scuole pie, autore di una Compendiosa descrizione corografico-storica della Sardegna, Cagliari, Stamperia Reale, 1814, in un piccolo volume in-8 e di altro egual volume di note [T. Napoli, Note illustrative e diffuse dell'opera intitolata Compendiosa descrizione corografico-storica della Sardegna, Cagliari, Stamperia Reale, 1814] , uomo dotto, giudizioso e degno dei buoni tempi, se buoni tempi corsero giammai. Semplice era egli anche nell'ira, e perci i rimbrotti coi quali, allorch gli andava la senapa al naso, non si teneva in quelle sue note di travagliare vecchi e novelli scrittori delle cose sarde, i rimbrotti sono d'un uomo poco curantesi delle forme colle quali si agevola, se non la conoscenza, l'amore almeno del vero. A malgrado tuttavia di questa poca sua deferenza a ci che egli chiamava soverchia delicatezza del cos detto buon gusto, sarebbe desiderabile che uomini siffatti sorgessero tratto tratto a frenare col caustico loro rigore gli sbalzi degli uomini d'ingegno, ed a riveder il pelo a quei tanti guastamestieri, le scritture dei quali non vagliono, come suol dirsi, un cece col buco.
[413] Vedi p. 46.
[414] Ecco i nomi delle citt sarde menzionate da Tolomeo (Geographia, cit., lib. III, 3, tab. 7, Europa), ed ecco quanto sulla corrispondenza di questi non meno che degli altri luoghi rammentati nell'itinerario d'Antonino, coi nomi delle terre o citt d'oggid, ho creduto poter annotare, come meno arrischiato, dopo un esatto confronto delle opinioni dei migliori geografi colle asserzioni dei sardi scrittori, e dopo d'essermi giovato specialmente dei lavori dello storico Fara nella sua De chorographia Sardiniae, opera degna di molti encomi per la diligenza delle ricerche e per quella dello stile.
Le citt marittime nominate da Tolomeo sono le seguenti: Tilium: Tolomeo colloca questa citt nel lato occidentale dell'isola fra il capo Gorditano, cio la Testa, e porto Ninfeo, cio porto Conte, e perci deve credersi fosse posta nell'odierna Nurra. Tharros: esistono le rovine presso la chiesa abbaziale di S. Giovanni di Sinis nelle vicinanze del capo di S. Marco. Usellis colonia: questa colonia non era sita nel litorale della Sardegna, come scrisse erroneamente Tolomeo, ma entro terra e nel luogo dove anche oggid esiste coll'antico suo nome, ma senza alcuna delle antiche sue illustrazioni il villaggio di Usellus. Osoea: sito incerto fra il capo la Frasca ed il capo Pecora: il Vitale [S. Vidal, Annales Sardiniae, cit.] vorrebbe trovare Osoea in Orosei; ma non bad che Tolomeo la colloc nella parte occidentale dell'isola. Neapolis: non era citt marittima, come la descrisse Tolomeo; ma situata era nelle terre del villaggio di Arbus, e nel luogo dove esiste una chiesetta col titolo di S. Maria di Nabui, nelle vicinanze della quale vedonsi anche oggigiorno le vestigia d'un antico acquedotto; e ci  in concordanza con quanto asserisce il Fara dell'esistenza di Neapolis nella curatoria di Arbus. Pupulum: nella provincia di Solci, ma in luogo incerto. Solci:  dubbio se fosse situata nel continente della Sardegna e nella regione anche oggid cos chiamata, oppure nella penisola di S. Antioco, dove solamente veggonsi molte grandiose reliquie di un'antica citt: io inclino alla seconda opinione, che sembrami combinabile colla menzione da Tolomeo fatta di Solci fra le citt marittime del continente, e colla direzione che nell'itinerario d'Antonino si assegna alla strada continentale fra Tibula e Solci; poich in grazia dell'istmo intermedio considerarsi ben potea Solci come citt appartenente all'isola madre e come luogo di comoda posa pei viaggiatori; riconosco ci nonostante ingegnosa la conciliazione immaginata dal cavaliere L. Baille (Iscrizione solcitana, Genova, Bonando, 1820), il quale suppone per qualche sinistro distrutta l'antica Solci del continente e rifabbricata poscia un'altra citt dello stesso nome nella penisola. Bioea: questa citt, che dava il nome al porto da Tolomeo chiamato coll'istessa appellazione, esisteva nel golfo detto oggid di Teulada; con la scoperta recentemente fatta d'una lapida che accennava la via da Nora a Bizia, si viene a conoscere che il nome fu alterato nelle edizioni di Tolomeo e che quella citt marittima dicevasi Bizia; questa lezione concorda pure coll'esemplare Vaticano di Tolomeo, consultato dal Cluverio (Sardinia antiqua, cit.), nel quale leggesi Bithia. Nora: nelle vicinanze di Pula. Caralis: Cagliari. Susalei: forse lo stesso che il Sorabile dell'itinerario, da cui ha potuto derivare il moderno nome di Sarrabus; questo luogo in alcune edizioni di Tolomeo  chiamato vicus, in altre villa; il Fara lo colloc fra il capo Ferrato e la punta Pirasto. Feronia: nella spiaggia fra il porto Sabatino e Posada; il Fara la credette situata alla foce del rivo Baddiani. Olbia: Terranova. Plubium: nel promontorio la Testa, ove al tempo del Fara esistevano le antiche rovine di questa citt; questa testimonianza del Fara dee preferirsi all'opinione riportata da H. La Martinire (Grand dictionnaire gographique et critique, art. Plubium), secondo la quale Plubium sarebbe l'odierno villaggio di Ploaghe. Iuliola: nel sito dell'antica chiesa vescovile d'Ampurias, alla sinistra del fiume Coghinas, ove ora esiste la chiesa di S. Pietro di Mare. Tibula: nella spiaggia fra Castelsardo e lo stagno di Platamona. Turris Bissonis: S. Gavino di Torres.
Le citt mediterranee rammentate dallo stesso Tolomeo sono quest'esse: Ericenum: nel dipartimento d'Osilo. Eroeum: forse lo stesso che l'Erurio dell'itinerario; sito incerto nella Gallura. Gurullis vetus: probabilmente, come pensa Cluverio, la stessa dell'Ogryllen o Goryllen degli Ateniesi, di cui nel libro I di questa Storia, p. 50; ma il sito  incerto; Fara la credette situata nella cos detta curatoria di Coros. Bosa: citt distrutta; esisteva al lato del fiume Thermus e pi addentro che l'attuale citt dello stesso nome; Fara indica il sito preciso nella chiesa dedicata a S. Pietro, circondata da molte rovine di antichi edifizi. Macopsisa: Macomer; la somiglianza del nome m'induce a preferire quest'opinione a quella del Fara, il quale conghiettura che Macopsisa fosse presso a Padria, ove al suo tempo esistevano le rovine di un'antica citt. Gurullis nova: si crede dal Fara che questa citt fosse posta nel luogo dell'odierno villaggio di Fordongianos (vedi sotto Forum Traiani). Saralapis: sito incerto e forse lo stesso del Sorabile d'Antonino (vedi sopra Susalei); La Martinire crede che Saralapis fosse nel luogo detto oggid Villaputzo. Cornus: Fara la stim collocata nella regione di Montiverro; mi  stato riferito essersi test scoperte in vicinanza a S. Caterina di Pitinuri vestigia d'un'antica citt, ed essersi pure trovata una lapida coll'inscrizione Cornenses; in tal caso ogni dubbiezza sarebbe sciolta e le conghietture del Fara acquisterebbero tutta l'evidenza. Acquae Hypsitanae, Acquae Laesitanae, Acquae Neapolitanae: la prima di queste tre acque o citt, se si stesse alla posizione delle carte di Tolomeo, non sarebbe discosta dalle terme di Fordongianos, ove esistono grandi reliquie degli antichi bagni romani ed ove le colloc La Martinire (art. Fordingiano); altri le pongono in Galtell ed in Orosei; il Fara crede cos chiamato lo stagno di S. Giusta: la dubbiezza, per ci che pare, non si dissiper giammai. Lo stesso dicasi delle Acque Lesitane, le quali, seguendo la norma della carta di Tolomeo e l'opinione del Cluverio, potrebbero credersi le attuali terme di Sardara, come pensano anche M. A. Baudrand (Lexicon geographicum, Paris, apud F. Muguet, 1670) e H. La Martinire, mentre che il Fara asserisce essersi allora cos appellato lo stagno d'Orosei, ed altri scrittori pensano convenir meglio quel nome allo stagno di Chirra od alla regione di Sarrabus. Delle Acque Neapolitane non pu dirsi altro se non che le medesime dovettero prender il nome dalla vicinanza della citt di Neapolis, di cui sopra. Valeria: nominandosi da Plinio i popoli Valentini della Sardegna,  probabile che Valeria sia uno scambio di Valentia, come pensa Cristoforo Cellario (C.Cellarius, Geographia antiqua in compendium redacta, Romae, apud Casaletti, 1774, lib. II, cap. 11); esiste anche oggid un distretto chiamato capo Valenza, nel quale il luogo pi cospicuo  Laconi. Il Fara pensa che Valeria fosse posta nella curatoria di Decimo per ragione delle vestigia di anticaglie esistenti in prossimit al villaggio di tal nome; ma forse fu tratto egli in errore dalle ruine dell'acquedotto cagliaritano, delle quali in questo stesso libro si far cenno altrove.
Le citt e luoghi non compresi in Tolomeo e nominati da Antonino nel suo itinerario sono quelli che seguono: Turobole o Turublo minor: sito incerto; si crede da taluno l'istessa della sovradetta Tibula, ma erroneamente, perch l'itinerario nota immediatamente fra l'una e l'altra la distanza di 14 miglia. Il Vitale, che nei suoi confronti geografici poco cura le posizioni rispettive, purch la tessitura delle lettere abbia nei nomi dei luoghi qualche corrispondenza, trova Turobole minor in Torralba. Elephantaria: credesi fosse presso alla torre di Vignola. Lingonis: in vicinanza a Longonsardo. Cochlearia: si colloca da qualcuno presso alla foce del fiume Coghinas; ma la direzione dell'itinerario  contraria; il viaggio  il seguente: da Tibula (vedi tal nome) pel litorale tutto di settentrione e parte di quello di levante ad Olbia, cio Terranova, e quindi a Cochlearia:  strano adunque il far retrocedere il viaggiatore fino al lato occidentale dell'isola, ove trovasi Coghinas; se l'itinerario non  errato, pu solo affermarsi che Cochlearia fosse una citt posta nella parte orientale della Sardegna fra Terranova ed il luogo seguente. Portu Liguidonis: forse l'attuale porto di S. Paolo al mezzod di Terranova; secondo l'altrui parere nella spiaggia dell'Ogliastra. Pietro Wessellingio, nei suoi commenti all'itinerario [P. Wesseling, Observationum variarum libri duo in quibus multi veterum auctorum loci explicantur atque emendatur, Amstelaedami, apud W. Smith, 1772] , vorrebbe trovare in questo nome l'origine dell'odierno nome di Logudoro dato al capo settentrionale dell'isola. Fano Carisi, Viniolis, Porticenses, Scarcapos: la seconda presso alla torre di Vignola, che ne serba il nome, le altre d'incerto sito, chiunque volesse trovare il bandolo di questa impigliatissima matassa, sappia per suo conforto che mentre il viaggiatore trovasi nel porto Liguidonis, cio nella costa orientale, giunto a Fano Carisi, viene sbalzato a Vignola e quindi a Solci, per trovarsi poscia nuovamente nel lato orientale, e tutto ci per recarsi a Cagliari, dove il viaggio finisce: bisogna supporre confusa con singolare mescolanza nell'itinerario la serie dei nomi e delle distanze; gli altri siti, che noto come incerti, soggetti vanno a questo inestricabile viluppo; secondo La Martinire trovasi una derivazione da Scarcapos o Sarcapos (che cos anche leggesi) nel nome moderno di Sarrabus. Ferraria: ove non sia stata l'istessa di Feronia (vedi sopra tal nome), non sarebbe improbabile l'opinione di Wessellingio, il quale crede fosse posta in vicinanza al capo Ferrato. Biora, Gemellas, Hafa, Molaria, ad Medias: d'incerto sito; se nell'itinerario fosse stata mal notata la distanza di 49 miglia fra Liguidonis e Molaria, potrebbe giovare a determinare il sito di questa citt, in prossimit al porto S. Paolo, il nome dell'isola Molara, che trovasi posta in fronte a quelle spiaggie. Forum Traiani: ove tutto  incerto, qualche valore pu accordarsi alla tradizione favorevole a Fordongianos, alla conformit del nome, alle reliquie rimastevi di strada romana e di pubblici edifizi. Othoca: sito incerto; potrebbe esser l'istessa della sopradetta Osoea; tale  pure l'opinione dei commentatori Simlero [J. Simler, In Aethicum scholia cosmographiam, Basilae, 1575] e Wessellingio, il quale, non so per qual notizia, asserisce esistere fra Bosa e Neapoli le vestigia di questa citt. Erurio (vedi sopra Eroeum). Ad Herculem (vedi sotto Herculis portus). Nure: la Nurra ne ha tratto il nome. Carbia: incerto. Metalla: o qualche citt nel territorio d'Iglesias, o meglio le officine o cave dei metalli in quella provincia; dal Fara si crede fosse una citt vicina a Portoscus. Tegula: Teulada.
A compimento di questo cenno sull'antica geografia sarda soggiungo i nomi dei porti e capi principali, delle isole adiacenti e dei fiumi maggiori nominati da Tolomeo (Geographia, cit.) e da Plinio il Vecchio (Naturalis historia, cit., lib. III, n. 13). Gorditanum promontorium: capo Falcone. Nimpheus portus: porto Conte. Hermoeum promontorium: capo Marargio. Coracodes portus: nella spiaggia di Pitinuri secondo il Fara; il Cluverio (Sardinia antiqua, cit.), il Baudrand (Lexicon geographicum, cit., art. Corax), il padre Briet [Annales mundi, Viennae, apud Monath, 1727] riportato da La Martinire (Grand dictionnaire, cit., art. Alghieri), credono che il porto Coracodes e l'antica citt di Corax (di cui per non si fa menzione da Tolomeo nel nominare i popoli Coracesi) fossero nel luogo ove ora fa di s bella mostra la dolce patria mia Alghero. Non oso spiegare sovra questa oscura questione un'opinione che inutile si riconoscerebbe, se il detto di s gravi scrittori  sufficiente; sospetta, se loro acconsentissi; debole, se dovessi combatterli. Sardopatoris fanum: tempio dedicato a Sardo padre nel capo Pecora, come crede il Fara, e nel capo la Frasca, come altri pensano; da tal tempio prese il nome uno di questi due promontori. Pachia extrema: il Fara crede cos chiamato il capo settentrionale di Portopaglia; parmi meglio indicato da Tolomeo il capo meridionale detto capo Altano, perch con questo promontorio, che pi dell'altro sporge nel mare, finisce propriamente il lato meridionale dell'isola, al quale in questo luogo Tolomeo assegna il compimento. Solci portus: golfo Palmas. Chersonesus: capo Teulada. Bioea portus: il golfo di Teulada (vedi sopra tal nome). Herculis portus: Malfatan. La Martinire crede situato questo porto nel luogo stesso chiamato, come sovra nell'itinerario, ad Herculem, e l'uno e l'altro perci colloca nella parte settentrionale dell'isola a fronte delle isole d'Ercole; ma se quest'opinione pu sostenersi per l'ultimo luogo, perch conciliabile colla direzione dell'itinerario, non cos pu dirsi del porto d'Ercole, il quale da Tolomeo  chiaramente collocato nella parte meridionale, come lo stesso La Martinire confessa; onde  chiaro che egli nello scrivere un articolo non pose mente a rivedere ci che avea scritto nell'altro. Cuniocharium promontorium: capo Pula; prima di giungere a questo capo, e fino alle vicinanze dello stagno di Cagliari, la spiaggia nei tempi di Tolomeo appellavasi Littus anneum o Proseches. Sulpicius o Sypicius portus: presso allo stagno di Sarrabus. Olbianus portus: golfo di Terranova. Colymbarium promontorium: capo Libano. Ursi, Arti vel Areti promontorium: capo dell'Orso. Errebantium promontorium: capo la Testa.
Herculis insula: l'Asinara, detta pure Aenaria, donde si form il nome odierno; Tolomeo nomina una sola isola d'Ercole; Plinio d un egual nome alla vicina isola Piana. Diabate: l'isola da Tolomeo cos appellata, credesi dal Fara sia l'istessa isola Piana; La Martinire crede cos chiamata la piccola isola di Feluga che fronteggia il capo La Caccia. Hieracum, hoc est Accipitrum insula: S. Pietro. Plumbea, Aenosis, Moeliotes: S. Antioco. Balarides: l'isoletta di S. Macario e l'altra vicina presso al capo Pula; cos opina il Fara, e la di lui sentenza sembrami preferibile a quella di coloro che con quel nome suppongono indicati li due isolotti o scogli presso a S. Antioco, chiamati il Toro e la Vacca; queste isole Balaridi traevano probabilmente il nome dai popoli Balari, dei quali si parl nel libro I;  perci verosimile che i medesimi abbiano occupato due isolette cos attigue al continente a preferenza di quei due lontani scogli. Ficaria: da Fara si crede l'isoletta oggi detta di S. Simone nello stagno cagliaritano; dal Cellario (Geographia antiqua, cit.) s'intende con questo nome designata o l'isoletta del Coltellazzo o l'isola Serpentaria; quest'ultima opinione parmi la pi probabile, perch Plinio descrive la Ficaria fra le isole che fronteggiano i principali promontori della Sardegna, locch conviene alla Serpentaria e non pu accomodarsi alla posizione e picciolezza dell'isoletta di S. Simone. Collodae: l'isola dei Cavoli presso a Carbonara. Hermaea: Tavolara. Cuniculariae insulae: le isole tutte adiacenti al lato settentrionale della Sardegna e poste nello stretto di Bonifacio, il quale da Plinio vien chiamato Taphros, e nell'itinerario fretum Gallicum. Phintonis insula: una delle piccole isolette adiacenti al promontorio la Testa. Fossae: l'isola Rossa. Ilva: isoletta nella spiaggia di Castelsardo, seppure non corse qualche errore nell'annotare fra le isole adiacenti alla Sardegna anche l'isola d'Elba, la quale avea il nome d'Ilva e di Ethalia. Nymphaea: secondo il Fara, l'isola Frisano presso a Castelsardo.
Thermus o Temus: il fiume di Bosa. Thyrsus: il fiume d'Oristano. Sacer: fiume di Pabillonis; dicevasi anche Hierus (vedi La Martinire in quest'articolo). Soeprus: Flumendosa. Cedrus o Cedrinus: fiume d'Orosei.
Manca ora di rammentare i nomi delle schiatte diverse degli antichi abitanti della Sardegna. Tolomeo nomina i seguenti, cominciando dal settentrione e venendo all'opposto punto dell'isola: i Tibulazii, i Corsi, i Coracesi, i Caresi, i Cunusitani, i Sulcitani, i Luci Idonesi, gli Esaronesi, i Corniesi, chiamati anche Echilesi, i Ruacesi, i Celsitani, i Corpicesi, gli Scapitani, i Siculesi, i Neapoliti, i Valentini ed i Solcitani meridionali. Strabone (Geographicorum, cit., lib. V) menziona i Diatesbi, ossiano Iolaesi, i Toscani, i Tarati, i Sossinati, i Balari e gli Aconiti. Solino (Polystor, cit., cap. 10) i Locresi. Pomponio Mela (De Chorographia, cit., lib. XI, 7), Pausania (Descriptio Graeciae, cit., De rebus Phocidiae, lib. X) e gran parte degli scrittori della storia romana gli Iliesi. Plinio (Naturalis historia, cit.) annovera fra i popoli sardi, che egli chiama celeberrimi, oltre ad alcuni dei sovradetti, i Bosani, i Cagliaritani ed i Noresi; e chiamandoli popoli, volle probabilmente indicare che occupassero essi un'estensione di terreno maggiore del circuito delle citt di quel nome. Aggiungasi a tanti diversi popolatori la quantit di Cartaginesi e di Romani che dovette in tanti secoli di vantaggioso dominio passare nell'isola a porvi sede, e si riconoscer che coloro i quali giudicarono assai abbondante l'antica sua popolazione, non mancarono di validi argomenti per opinare in tal modo.
Nel chiudere questa lunga nota non ho d'uopo di dichiarare che nell'incertezza delle notizie questa  l'indagine la quale maggiormente mi ha travagliato, come la lettura della medesima travaglier, per l'aridit della materia, quei pochi che non la salteranno a pi pari.
[415] Anche coloro che vollero essere pi moderati nel ragguagliare col valsente d'oggid la multa di Solci, caddero in errore, e fra gli altri il padre Napoli, il quale nelle sue Note illustrative, cit., p. 87, combattendo i calcoli esagerati del padre S. Stefanini (De veteribus Sardiniae laudibus, Carali, tip. Regia, 1773), esagera egli ancora moltissimo, credendo che i centomila sesterzi possano equivalere a circa trecentomila scudi sardi. A seconda de'calcoli del signor A. J.-P. Paucton (Metrologie, ou trait des mesures, poids et monnoies des peuples anciens et modernes, Paris, Dessaint, 1780), nell'ottavo secolo di Roma il gran sesterzio decaduto dall'antica proporzione era di valore approssimante a soldi 4 e denari 6 di Francia: tutta dunque la multa non oltrepassava la somma di lire di Francia 22.500. Questa somma, che oggid parrebbe leggiera, non lo era sicuramente in quei tempi, nei quali il prezzo dei metalli era tanto pi elevato. E di ci un argomento convincentissimo somministra Cicerone, il quale (In Verrem, Actio II, cit., lib. II, 57) descrivendo fra le altre concussioni di Verre in Sicilia la somma estorquita a quelle citt di 120 mila sesterzi, onde convertirla nell'erezione di statue a proprio onore, la chiam somma stragrande. Non pu dunque dubitarsi non fosse cospicua per una sola citt una multa, che con poca differenza, tanto grave riesciva ad una intiera ed opulenta provincia.
[416] Plinio il Vecchio, Naturalis historia, cit., lib. XIV.
[417] Cicerone, De Republica, cit., lib. III, 9.
[418] Vopisco Flavio, Vitae Probus, cit.
[419] Plinio il Vecchio, Naturalis historia, cit., lib. XV, n. 1.
[420] Plinio il Vecchio, Naturalis historia, cit., lib. XV, n. 1.
[421] Plinio il Vecchio, Naturalis historia, cit., lib. XIX, n. 2.
[422] Vedi E. Gibbon, Storia della decadenza dell'Impero romano, cit., cap. 2. Chiamasi perci il trifoglio erba medica.
[423] Vedi Virgilio, Egloghe, 7, verso 41.
[424] Vedi Gaio Giulio Solino, Polystor, cit., cap. 10. Pausania, Descriptio Graeciae, cit., lib. X, De rebus Phocidiae. Plinio il Vecchio, Naturalis historia, cit., lib. XX, n. 5. Isidoro Ispalense, Origines, lib. XIV, 6.
[425] Orazio Flacco, Ars poetica, verso 375.
[426] Appartiene questa pianta alla classe Ranunculus dei Latini e Batrachion dei Greci. Rapportasi da alcuni al Ranunculus bulbosus di Linneo e da altri al Ranunculus sceleratus. Vedi la descrizione fattane dai signori Leman e A.J. Bose negli articoli Renunculus e Rnoncule in: Nouveau dictionnaire d'histoire naturelle par une socit de naturalistes, Paris 1819, tomo XXIX.
[427] Omero, Iliade, lib. I.
[428] Omero, Odissea, lib. XX.
[429] Vedi Trait des causes physiques et morales du rire, relativement  l'art de l'exciter, Frankfurt a. M., Herman, 1769.
[430] Cicerone, Epistulae, Ad familiares, cit., lib. VII, epistola 25.
[431] Si dubita se la latina mastruca sia la pelliccia che in alcune regioni della Sardegna  tuttora in uso, o quell'abito di forma affatto singolare, chiamato collette, e che in tutta l'isola  vestito dalle persone di contado. Chiunque voglia conoscere con quanta leggiadria di stile siansi gli opposti pareri rischiarati, non ha che a leggere i due migliori illustratori delle cose sarde Gemelli e Cetti. A me basta il dire che pi appaganti io trovai le conghietture di quest'ultimo scrittore tanto benemerito della storia naturale dell'isola.
[432] Fra gli altri  notevole il tempio della Fortuna, le cui rovine esistono ancora in Torres. L'inscrizione relativa alla ristorazione di tal tempio e della basilica e tribunale annessovi illustrata venne con copiosa erudizione dal cavaliere Baille nella gi lodata sua scrittura. Allo stesso tempo che dissotterravasi l'inscrizione del tempio della Fortuna, altra lapida si discopriva nella penisola di S. Antioco con l'inscrizione indicante un tempio dedicato ad Iside e Serapide e decorato di statue. Il barone Vernazza [G. Vernazza di Freney] nel darne contezza all'Accademia delle Scienze di Torino (Lapidi romane in Cagliari inedite, Memorie dell'Accademia delle Scienze", Torino, 29 aprile 1819) pensava che l'edificazione di tal monumento riferirsi dovesse al tempo in cui li seguaci delle superstizioni egizie ebbero, per comando di Tiberio, confino in Sardegna (vedi p. 119).
[433] Attigue a Cagliari veggonsi anche oggid le rovine dell'anfiteatro che ivi esisteva nei tempi romani.
[434] Vestigia di antiqui acquedotti trovansi in vari luoghi dell'isola. Quello di Torres, prendendo l'acqua dai luoghi superiori a Sassari, la portava a quella colonia pel corso di molte miglia. Minore era quello di Nora; maggiore d'ambi il cagliaritano, la lunghezza del quale da S. Maria di Siliqua a Cagliari equivale a dieci miglia e mezzo di Piemonte. Vedi la descrizione di tali rovine in F. Gemelli, Rifiorimento della Sardegna, cit., lib. III, 2. Le reliquie pi ampie e pi ben conservate delle terme costrutte in Sardegna nei tempi romani esistono presso il villaggio di Fordongianos, ove si vedevano anche le ruine di un gran ponte sul Tirso.
[435] Fra le stranezze dell'annalista Vitale [S. Vidal, Annales Sardiniae, cit.] degna  d'esser annoverata questa, che alla strada sarda ei d la seguente direzione: dal Campidoglio e da Torres per a Cagliari. Non  gi ch'egli abbia potuto dimenticare il mar Tirreno, che s'intromette fra li primi due punti di tale strada; ma in una storia la quale non ti presenta che uno sgominare continuato, ed in cui, se da tanto ti senti, puoi ben numerare netto e spiccato un migliaio per lo meno di grosse babbuassaggini, d'uopo  che ogni cosa sia in concordanza.
[436] Vedi E. Gibbon, Storia della decadenza dell'Impero romano, cit., cap. 2.
[437] Vedi L. Baille, Discorso per l'avvenimento al trono, cit. La lapida di Nerone e la colonna migliaria di Bizia furono scoperte mentre si scriveva la presente opera.
[438] Sesto Aurelio Vittore, Epitomae in Vespasiano.
[439] Vedi nella suddetta orazione l'inscrizione di Macomer.
[440] Vedi nella suddetta orazione l'inscrizione di Monastir.
[441] Vedi nella suddetta orazione l'inscrizione di Fordongianos. Fu questa trovata allorch vi si seguivano le traccie dell'antica strada romana, onde intraprendere la novella apertura della gran via centrale dell'isola, oggid con ottimo successo condotta gi quasi al suo compimento, merc gli ordinamenti e la munificenza del regnante sovrano, il quale, fin da quando reggeva la Sardegna nella qualit di vicer, indirizz le sue cure a s utile scopo e f por mano ad importanti operazioni.
[442] Vedi nella suddetta orazione l'inscrizione seconda di Fordongianos. Questa lapida al pari della precedente fu trasportata in Cagliari e riposta nella Regia Universit degli Studi.
[443] I diversi itinerari sono i seguenti: dal porto di Tibola a Cagliari; da Olbia a Cagliari; da Tibola a Cagliari; dal porto Tibola ad Olbia per iscorciatoia; da Tibola a Solci; da Solci a Nora.
[444] Valerio Massimo, Factorum ac dictorum, cit., lib. IX, 2.
[445] Sesto Aurelio Vittore, Caesares in Adriano.
[446] Elio Lampridio, Scriptores Historiae Augustae, cit., vedi vita di Alessandro Severo.
[447] G. Vernazza di Freney, Diploma di Adriano, in Memorie dell'Accademia delle Scienze", Torino, 1818. Trovasi anche inserita quest'illustrazione negli atti della Reale Accademia delle Scienze, tomo XXIII.
[448] Ecco i nomi dei Sardi che militarono nella flotta di Miseno: nel Tauro milit Gaio Valerio Germano; nella Providentia Gaio Tamudio Cassiano; nella bireme Fide era vittimario principale Lucio Valerio Vittore; nella nave leggiera dello stesso nome serviva come fabbro a doppia paga Lucio Aurelio Forte. Le lapide, dalle quali traggonsi queste notizie, furono poste al primo da una Mestria Evhodia, agli altri dagli eredi. Da un'altra inscrizione esistente nell'Universit di Cagliari si raccoglie pure che Marco Epidio Quadrato, nativo di Cagliari, ove dovette trapiantarsi qualche ramo della famiglia Epidia di Roma, servito avea nella flotta stessa di Miseno. Vedi G. Vernazza di Freney, Diploma di Adriano, cit.
[449] Plinio il Vecchio, Naturalis historia, cit., lib. III, n. 6.
[450] L. A. Muratori, Antiquitates Italicae medii aevi ad Sardiniam spectantes, Mediolani, 1750, dissertazione XXXII.
[451] G. Perticari, Dell'amor patrio di Dante e del suo libro intorno al volgare eloquio, Apologia, Bologna, P. Penna, 1822. V. Monti, Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al Vocabolario della Crusca, con appendice, Milano, Stamperia Reale, 1820, vol. II, parte II, p. 101.
[452] Cornelio Tacito, Annales, cit., lib. XV, 44. Suetonio Tranquillo, De vita Caesarum, cit., vedi vita di Nerone, cap. 16.
[453] I martiri sardi dei quali pi antica  la memoria sono i seguenti: Emilio, Priamo, Felice, Luciano, Fortunato, Giocondiano, Lucio, Saluziano, Eutrico, Crescentino, Tiziano, Quinto e Stabulo. Vedi G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. I. D. Bonfant, Triumpho de los Santos desta isla de Cerdea, Caller, Galcerin-Gobetti, 1635, lib. V, cap. 6.
[454] A. F. Mattei, Sardinia sacra, seu de episcopis sardis historia, Romae, ex typ. J.Zempel, 1758, cap. 3.
[455] Sono questi: le vergini Giusta, Giustina ed Enedina, Gabino, Crispolo, Salustiano, Crescenziano ed Antioco. Fanno fede del loro martirio tutti gli antichi martirologi, dai quali il Ferrario (F. Ferrari, Catalogus sanctorum Italiae in menses duodecim distributus in quo vitae illorum ex particularium ecclesiarum monumentis compendio describuntur, Mediolani, apud H.Bordanium, 1613), il cardinal Baronio nei suoi annali (C. Baronio, Annales ecclesiastici, 1588-1607), il Tillemont (S. Le Nain de Tillermont, Mmoires pour servir  l'histoire ecclsiastique des six premiers sicles, justifiez par les citations des auteurs originaux, Paris, Robustel, 1693-1712) ed altri gravi scrittori delle cose ecclesiastiche, citati da A. F. Mattei, Sardinia Sacra, cit., cap. 3, tolsero argomento per farne menzione nelle loro storie. In quanto alle suddette vergini un altro monumento venne ad esser iscoperto nel 1616 nell'archivio della chiesa d'Oristano, cio la relazione del loro martirio scritta, per quanto si credette, da un sacerdote chiamato Pio; il compendio della quale fu fatto di pubblica ragione colle stampe del canonico Antonio Martis, Brevis relatio vitae et miraculorum sanctarum virginuum et martyrum Justae, Justinae et Henedinae sub speciali protectione don Antonii Carcassona episcopus Usellensis in lucem edita, Neapoli, typ. Abbatiana, 1756. Vi si narra esser stata Giusta addottrinata nella fede da un Ottateno, vescovo della citt di Eaden, ed aver chiuso nello stesso luogo in pace i suoi giorni, a differenza delle sue compagne, le quali soffrirono il martirio. Gravi dubbiezze mosse contro a questa scrittura il citato padre Mattei (nell'articolo Ecclesia sanctae Justae), tratte sia dalla novit del nome di questa citt di Eaden in Sardegna, la quale senza fondamento si credette fosse l'istessa dell'attuale villa di S. Giusta, sia dall'inverosimiglianza del trovarsi in quei tempi stabilita una sede vescovile col a preferenza delle altre citt pi note e pi cospicue dell'isola, sia da altri critici argomenti. E quantunque M. A. Gazano (Storia della Sardegna, cit., lib. I, cap. 6) studiato siasi di attenuare le difficolt presentate da quello scrittore, confessa egli stesso la propria esitazione, allorch fassi a dichiarare la sua opinione. Io riconosco molto sensate le osservazioni del Mattei, ed aggiungo che la sola contraddizione fra il titolo della scrittura, la quale promette la relazione della vita delle martiri Giusta, Giustina ed Enedina, mentre non violenta, ma naturale vi si descrive la morte di Giusta, dimostra con quale critica siano stati o compilati o compendiati quelli atti.
[456] Sotto l'imperio di Antonino, il Tractatio de Martyrologio romano, (ad diem 13 januar.), seguito dal Baronio e dal Bollando citati dal Mattei, segna il martirio del giovine cagliaritano Potito. Vedi M. A. Gazano, Storia della Sardegna, cit., lib. I, cap. 6.
[457] M. B. C. Fleury, Histoire ecclsiastique, Paris, Mariette, 1691-1738, lib. VI, n. 6. Alcuni scrittori sardi, seguendo Damaso, pensano che l'isola Buccina da questo scrittore mentovata come luogo dell'esilio del pontefice, sia l'antica Hermoea, oggid Tavolara.
[458] Questi ultimi martiri sono: Proto, Gavino (distinto dal Gabino di cui sopra si parl), Gianuario, Lussorio, Cisello, Camerino, Simplicio, Saturnino, Restituta, Efisio e Giovenale. Il Martirologio romano, i Bollandisti ed altri accurati scrittori dei fasti della chiesa riconobbero e valutarono gli atti del loro martirio. Vedi M. A. Gazano, Storia della Sardegna, cit., cap. 6 e A. F. Mattei, Sardinia Sacra, cit., cap. 3.
[459] Negli anni 1615-26.
[460] Fu stampata in Napoli nel 1617 col seguente titolo: F. De Esquivel, Relacin de la invencin de los cuerpos santos, que en los aos 1614, 1615 y 1616 fueron hallados en varias Iglesias de la ciudad de Caller y su Arzobispado, En Neapoles, por.C.Vital, 1617.
[461] S. Esquirro, Santuario de Caller, y verdadera historia de la invenin de los cuerpos santos hallados en la dicha ciudad y su arzobispado, Caller, A. Galcerin, 1624. D. Bonfant, Triumpho de los Santos, cit.
[462] Le parole di questi tre scrittori sono riportate da A. F. Mattei, Sardinia Sacra, cit., cap. 3.
[463] L. A. Muratori, Antiquitates Italicae, cit., dissertazione 58. A questi scrittori poco arrendevoli all'opinione concepita dagli autori sardi si aggiunsero poscia G. Marini (Gli Atti e i monumenti de'fratelli Arvali, scolpiti gi in tavole di marmo ed ora raccolti, decifrati e commentati, Roma, Fulgoni, 1795, pp. 554-626), I. Lupi (Codex diplomaticus civitatis et ecclesiae Bergomatis, Bergamo, 1784, tomo I, colonna 354) ed il barone G. Vernazza di Freney, il quale dopo aver toccato di ci in una noterella intitolata Medaglia di Cagliari, Epitaffio dei bassi tempi, in Biblioteca Oltremontana", pubblicata in Torino nel 1792, pi diffusamente intraprese a dimostrare lo stesso assunto in una sua opera manoscritta assai preziosa intitolata Bibliografia lapidaria patria, esistente nella biblioteca dell'eccellentissimo conte [Prospero] Balbo.
[464] A. Machin, Defensio sanctitatis beati Luciferi archiepiscopi Calaritani, Sardiniae et Corsicae primatis et aliorum sanctorum quos colit ecclesia calaritana, Calari, ex typ. Galcerin, apud Gobetum, 1639, cap. 54.
[465] In uno (cos detto) Direttorio per la diocesi di Cagliari, stampato nel 1704, si trova riportato un decreto della S. congregazione dei riti del 18 giugno 1689, nel quale, in seguito di alcune difficolt insorte per lo festeggiamento dei martiri del santuario cagliaritano, si ordina a tutti di uniformarsi al rito introdotto in quel secolo nella chiesa cattedrale per solennizzarne la memoria.
[466] G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. I. F. Vico, Historia general, cit., cap. 1, p. 3. S. Vidal, Annales Sardiniae, cit., tomo II.
[467] Sono di quell'opinione il Vico ed il Vitale. La credenza del passaggio di san Giacomo in Ispagna ha fondamento nell'autorit del breviario armeno. Ma l'antichit di questo breviario  talmente controversa, che alcuni dei difensori di quel passaggio furono costretti a ricorrere ad altri argomenti. Vedi pei maggiori ragguagli spettanti a tal fatto A. F. Mattei, Sardinia sacra, cit., lib. I, cap. 3, e M. A. Gazano, Storia della Sardegna, cit., lib. 1, cap. 4. Io invece dar qui al lettore un saggio dello stile del Vitale, come altre fiate lo diedi della di lui critica. Ecco come egli prorompe nel descrivere il passaggio nella nostra isola di S. Giacomo: approd egli nei nostri lidi prima che nei vostri, o Spagnuoli; e giusta cosa quest'era: non era ella forse la Sardegna l'antica Sandaliotin, la pianella sacra degli apostoli, il loro sandalo? Ben a ragione adunque con siffatto sandalo dov Giacomo calzarsi nel suo passare in Ispagna!!!".
[468] San Paolo, Epistulae ad Romanos, cap. 15, v. 21 e 24.
[469] Teodoreto, Interpretatio in omnes Davidis Psalmos, CXVI.
[470] Vedi Appendice A. F. Mattei, Sardinia sacra, cit., (nell'articolo Ecclesia Calaritana) riferita in tal proposito l'opinione di D. Papebroch, De S. Lucifero episcopus calaritano commentarius historicus, in: Acta sanctorum, Bolla 20 maggio, vol. 5, pp. 197-225 e vol. 7, p. 819. I successori di Clemente diconsi i seguenti: Avendrace, Bonifacio (chiamato secondo per ragione dell'altro vescovo dello stesso nome di cui sovra si parl), Giusto, Floro, Restituto, Bono, Viviano, Lino, Severino, Rude, Eutimio, Gregorio, Giovenale. Quest'ultimo, che fu vescovo nel principiare del IV secolo, sofferse il martirio nella persecuzione di Diocleziano, come si chiarisce dagli atti del martirio di sant'Efisio, dei quali giovossi il citato Papebroch.
[471] J. Hardouin, Acta conciliorum et epistulae decretales ac constitutiones Summorum Pontificum, Paris, 1715.
[472] J. Hardouin, Acta conciliorum, cit.
[473] F.Ferrario, Catalogus sanctorum Italiae, cit., al giorno 15 maggio.
[474] C. Baronio, in nota al Tractatio de Martyrologio romano, ad diem 15 maii.
[475] C. Baronio, in nota al Tractatio de Martyrologio romano. Vedi A. F. Mattei, Sardinia sacra, cit., nell'articolo Ecclesia Phausaniensis.
[476] F. Vico, Historia general, cit., parte 3, cap. 1 e 4; parte 6, cap. 4.
[477] Vedi C. Baronio, in nota al Tractatio de Martyrologio romano, ad diem 25 octobris. L'arcivescovo Machin nella sua opera sovraccitata (Defensio sanctitatis beati Luciferi, cap. 56) riporta il decreto della S. congregazione con cui si f provvisione acci le immagini di san Proto dovessero solo dipingersi coi simboli di semplice prete; poich nata era in quel tempo una gara fra li due arcivescovi di Cagliari e di Sassari in occasione d'un'immagine che Matteo Manconi sassarese serbava di san Proto colle insegne vescovili.
[478] A. F. Mattei, Sardinia sacra, cit., negli articoli Archiepiscopus calaritani e Ecclesia Turritana.
[479] Anastasio Bibliotecario, Historia ecclesiastica, In vita Johannis V.
[480] La quistione sul primato sardo si mosse prima nel 1606 avanti alla rota romana da don Alonso dell'Orca, arcivescovo turritano, e da don Alonso Rieto, arcivescovo d'Arborea, contro a quello di Cagliari. Ma per interposizione del re Filippo III si soprassedette della contenzione, la quale si riprese poscia nel 1637, essendosi personalmente recati in Roma per trattarne don Ambrogio Machin, arcivescovo di Cagliari, e don Diego Passamar, arcivescovo di Sassari. Intervennero in questa causa quattro giudicati, tre dei quali furono riportati al fine dell'opera polemica dal predetto arcivescovo Machin pubblicata in Cagliari nel 1639 ed altra volta da me citata; il quarto fu stampato in Roma nel 1640 e trovasi unito all'esemplare della stessa opera del Machin, esistente nella biblioteca dell'universit di Torino. La prima sentenza  del 27 novembre 1637 (coram R. P. D. Montmanno); ed essendosi allora discusso solamente il punto dell'antichit delle sedi, si pronunzi: per ragione delle rispettabili tradizioni della chiesa cagliaritana ragguardanti all'episcopato di san Clemente e dell'intervento di Quintasio, vescovo di Cagliari, al concilio d'Arles nell'anno 314, essere la sede cagliaritana pi antica di quelle di Torres e d'Arborea. Nella seconda (14 giugno 1638 coram R. P. D. Ghislerio) essendosi voluto comprovare dall'arcivescovo turritano per testi de fama che san Gavino e Gaudenzio, negli anni 100 e 300 della chiesa, erano stati vescovi di Torres, la rota ponendo mente al contrario argomento tratto da tutti li martirologi antichi e dagli altri monumenti, nei quali Gavino  solo chiamato martire, non mai vescovo, e considerando che negli schiarimenti appartenenti a tempi cos remoti l'ammessione dei testimonii per provare l'allegata costante fama era affatto strana, ributt li articoli a tal uopo proposti. Nel terzo giudicato (10 dicembre 1638 coram eodem R. P. D. Ghislerio) scioltisi dalla rota i dubbii presentati per parte dell'arcivescovo turritano sull'intervento di Quintasio al concilio d'Arles, ed avendo apprezzato il tribunale alcuni altri monumenti dell'antichit maggiore della chiesa cagliaritana, si conferm la prima sentenza del Montmanno. In queste tre sentenze si era solamente pronunziato sulla maggior antichit della sede. Nella quarta (27 aprile 1640 coram R. P. D. Ghislerio) non facendosi dai padri verun conto del dritto conteso del primato, il quale al dir loro consiste in ordinatione omnium ecclesiarum ipsius regni, in convocatione omnium episcoporum et archiepiscoporum ad concilia, in concessione facultatis episcopis et archiepiscopis regni exeundi a suis dioecesibus, ecc., si dichiar: sedem calaritanam esse metropolim et antiquiorem. I motivi della decisione furono principalmente derivati dalla serie storica de'monumenti, nei quali, fino dai primi secoli della chiesa, i vescovi di Cagliari vedonsi gi stabiliti prima degli altri dell'isola colla qualificazione di metropolitani; e da altre memorie ragguardanti all'essere stata sempre riconosciuta Cagliari come sede del governo; unde patet, dicono i padri, etiam quod sedes calaritana fuerit pariter metropolis, quia sicut primi flamines residebant in capite proviciarum, ita post adventum Christi, primates, patriarchae et metropolitani resident, ex decreto D. Anacleti, de quo in c. 1, 99, dist. Mor nello stesso sovraddetto anno l'arcivescovo Machin, difensore animoso e dotto dei diritti della sua sede, e colla sua morte si attut la controversia agitata coi predetti due arcivescovi e che si volea ancora agitare coll'arcivescovo di Pisa, del cui primato scriver in altro luogo pi acconcio. Rimase pertanto, dopo quelle non compiute decisioni, agli scrittori di partito il campo di nuovamente armeggiare; alle persone pie, il dispiacere di conoscere che le contenzioni siansi sempre aggirate meglio sui diritti che sui doveri del primate; allo storico, che la sola verit abbia nell'animo l'incarico di rapportare i puri fatti, onde satisfare, se fia possibile, al disinganno degli uomini passionati ed alla curiosit delle persone moderate e saggie, le quali rimirando con compassione, od almeno con indifferenza le gare municipali, una sola patria riconoscono nella Sardegna, la Sardegna intiera.
[481] Atanasio, vescovo di Alessandria, Apologia de fuga sua e Epistola ad solitarium. L'istessa qualificazione si contiene in Teodoreto, Historia Ecclesiae, cit., lib. II, cap. 15. Dal leggersi in alcuni esemplari delle opere d'Atanagio che Lucifero fu vescovo metropolitano, non dell'isola, ma delle isole di Sardegna, sotto la quale denominazione nei tempi romani s'intendeva la pretura unita di Sardegna e di Corsica, dedusse qualche scrittore l'origine dell'opinione anche oggid conservata della soggezione dei vescovi di quest'isola al primate sardo. Qualunque cosa si debba di ci pensare, pare molto probabile che siasi, dopo l'imperio di Giustiniano, come osserva il Mattei (Sardinia sacra, cit., cap. 5), introdotta in tale proposito una diversa consuetudine. In ordine alla giurisdizione dell'arcivescovo di Cagliari sulle isole Baleari, cadr in acconcio il darne cenno allorch si giunger a trattare della persecuzione dei re vandali contro ai vescovi cattolici.
[482] Vedi M. B. C. Fleury, Histoire ecclsiastique, cit., lib. XIII, n. 7.
[483] M. B. C. Fleury, Histoire ecclsiastique, cit., lib. XIII, n. 14.
[484] M. B. C. Fleury, Histoire ecclsiastique, cit., lib. XIII, n. 14.
[485] Trassi in gran parte i ragguagli delle vicende di Eusebio dalla vita di questo vescovo scritta dal suo successore monsignor G. S. Ferrero, In vita Eusebi, Vercelli 1609, nella quale vengono registrati i monumenti tutti che delle cose narratevi fanno fede.
[486] Sant'Ambrogio, Epistola 82.
[487] Sant'Ambrogio, Epistola 82.
[488] A questi momenti di quiete si pu riferire la scrittura del codice degli Evangeli, fatta per mano di Eusebio, monumento prezioso per la religione, poich quella versione latina  anteriore alla volgata di san Girolamo. Volt anche sant'Eusebio dalla greca nella latina lingua i commentari sui salmi di Eusebio di Cesarea.
[489] Vedi la lettera amorosissima scrittagli dal pontefice e riportata da C. Baronio, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 354, n. 6.
[490] Vedi tali lettere in C. Baronio, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 355, n. 6, 7, 8, 17, e la cauta risposta di Eusebio all'imperatore, nella quale con brevissime parole promette di far ci solo che dopo la venuta sua nel concilio, giusto gli parr e grato a Dio.
[491] M. B. C. Fleury, Histoire ecclsiastique, cit., lib. XIII, n. 17.
[492] M. B. C. Fleury, Histoire ecclsiastique, cit., lib. XIII, n. 18, crede sia stato egli esigliato in Germanicia nella Siria, dove era vescovo Eudosio, famoso ariano.
[493] Atanasio, vescovo di Alessandria, Epistula ad Costantinum, lib. I.
[494] Lucifero di Cagliari, De regibus apostaticis, in Maxima bibliotheca patrum, Lione 1677, tomo IV.
[495] Lucifero di Cagliari, De non conveniendo cum haereticis, in Maxima bibliotheca patrum, cit.
[496] Lucifero di Cagliari, De non parcendo in Deum delinquentibus e Moriendum esse pro Dei Filio, in Maxima bibliotheca patrum, cit.
[497] Queste lettere di Atanasio trovansi inserite al fine delle opere di Lucifero nella suddetta Maxima bibliotheca patrum.
[498] M. B. C. Fleury, Histoire ecclsiastique, cit., lib. XIII, n. 17.
[499]  riportata da C. Baronio, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 355, n. 36.
[500] Sulpicio Severo, Chronica, lib. II.
[501] Riportata da C. Baronio, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 356, n. 92.
[502] Lucifero fu trasportato da Germanicia della Siria in Eleuteropoli nella Palestina, e quindi nella Tebaide: il luogo del quarto di lui esilio s'ignora. Vedi M. B. C. Fleury, Histoire ecclsiastique, cit., lib. XIV, n. 28.
[503] M. B. C. Fleury, Histoire ecclsiastique, cit., lib. XIV, n. 28. Ambe le lettere sono riportate da C. Baronio, Annales ecclesiastici, all'anno 356, n. 66 e 67.
[504] Eusebio Ieronimo (san Gerolamo), De viris illustribus, si veda Lucifero, tomo II, appendice. C. Baronio, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 362, n. 226.
[505] M. B. C. Fleury, Histoire ecclsiastique, cit., lib. XV, n. 29.
[506] Socrate (avvocato di Costantinopoli), Historia Tripartita, lib. III, cap. 7. C. Baronio, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 362, n. 213, 214.
[507] C. Baronio, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 362, n. 215.
[508] Scrissero del ravvedimento e santit di Lucifero Socrate, gi citato, e Sozomeno, Historia ecclesiae, lib. V, cap. 12. La combattono Sant'Ambrogio, De obitu Satiri fratris; Eusebio Ieronimo, Dialogus adversus Luciferum, tomo II; sant'Agostino De agone Christi, cap. 30; Rufino, Historia ecclesiastica, lib. I, cap. 30; Teodoreto, Historia ecclesiastica, cit., lib. III, cap. 5; Sulpicio Severo, Chronica, cit., lib. II, cap. 45; le asserzioni dei quali furono riportate per esteso da C. Baronio, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 362 dal n. 219 al n. 225. Gli scrittori moderni delle cose ecclesiastiche si divisero del pari in diverse opinioni sopra una quistione tanto malagevole ad esser trattata, che il dottissimo J. Mabillon (Iter italicum litterarium, Paris, 1724,) citato dal sommo pontefice Benedetto XIV nel suo aureo trattato De servorum Dei beatificatione, lib. I, cap. 40, ebbe a collocarla nel novero delle maggiori storiche difficolt appartenenti al secolo IV della chiesa. E postoch di tal opera cade in acconcio il far menzione, io esorto tutti coloro fra i miei nazionali che amassero di conoscere un giudizio pacato e saggio intorno a quelle diverse opinioni, a leggere il citato capitolo di quel gran pontefice. Eglino vi troveranno anche commendato l'erudito nostro nazionale canonico Nurra, il quale avea impreso allora a maggiormente illustrare la quistione, bench non abbia potuto condurre a perfezione il suo lavoro per la sopraggiunta sua morte in Firenze.
[509] Fra gli argomenti addotti dall'arcivescovo Machin per confermare l'opinione della santit di Lucifero, devo fare qui special menzione della medaglia coniata in di lui onore, la quale trovatasi nel tempo in cui scriveva il Machin, fu da lui riputata antichissima. Venivano in suo soccorso una scrittura del vescovo di Vaison Suares ed un parere del padre O. Quaranta napoletano [La vita di S. Genesio, notaro e martire, Roma, Tinassi, 1682] , il quale tanto trascorse nell'allontanare l'et di quella medaglia, da riferirla ai tempi di Ecuba e di Jolao, non si rammentando che l'eroe della medaglia non era allora nato. Il Papebroch (Memoriale circa Acta sanctorum, maggio, vol. 5, p. 218), pi giudizioso del Quaranta e pi pacato nel giudicare del Machin, opin, per la ragione della perfetta forma delle lettere latine dell'inscrizione, non essere lontano dai suoi tempi il conio di quella medaglia. Il barone Vernazza infine rimosse ogni dubbiezza sull'et assai recente di quella medaglia, che egli suppose coniata, mentre era calda nel secolo XVII la contenzione sulla santit di Lucifero, da qualche divota persona a intendimento di fare anche per tale mezzo comparire la venerazione che i Cagliaresi professavano a quell'antico loro pastore. Vedi opuscolo di G. Vernazza di Freney, Medaglia di Cagliari, cit.
[510] Urbano VIII con suo decreto del 20 giugno 1641 (riferito da Benedetto XIV loc. cit.), ordin a ciascuno di astenersi, fino a nuova decisione della sede apostolica, dal trattare pubblicamente la quistione della santit di Lucifero e dall'impugnare o difendere il culto della di lui memoria".
[511] Mor Lucifero nell'anno 370 in Cagliari (vedi M. B. C. Fleury, Histoire ecclsiastique, cit., lib. XV, n. 29). Ed Eusebio nell'anno seguente (G. Ferrero, In vita Eusebi, cit.).
[512] Merita di essere eccettuato il cenno che qui dee darsi dei due santi anacoreti che correndo quei tempi menarono in Sardegna vita solitaria. Sono questi i santi Nicol e Trano, i quali durarono vita asprissima nelle foreste della Gallura, ove ritiene tuttora il nome di luogo santo il distretto in cui vissero. Ludovico, vescovo d'Ampurias, scrisse sulla vita di questi romiti una lettera ai vescovi sardi, riportata dal Vitale (S. Vidal, Annales Sardiniae, cit., tomo II). Vedi G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. I, e A. F. Mattei, Sardinia sacra, cit., nell'articolo Ecclesia Ampuriensis, come anche G. Arca, De sanctis Sardiniae libri tres, Calari, typ. J. M. Galcerin, 1598. La vita eremitica era gi conosciuta nell'isola fino dal precedente secolo, s' vero ci che con rispettabili monumenti asseriscono i nostri scrittori di Antero, sommo pontefice, anacoreta in Sardegna prima della sua elevazione al pontificato. Vedi G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. I.
[513] Procopio, De bello Iustinianeo, De bello Vandalicorum, lib. I.
[514] Vittore Vitense, Historia persecutionis Africanae provinciae temporibus Genserici et Hunerici regum Vandalorum, lib. I, in Maxima bibliotheca patrum, cit., tomo VIII.
[515] L'espressione adoperata da Vittore non indica propriamente l'occupazione primitiva delle isole, dicendo egli che Genserico colla usata sua superbia le difese. Nullameno l'intiera di lui narrazione tendente a dimostrare lo slancio preso nelle felici incursioni dei Vandali dopo la morte di Valentiniano (alla qual narrazione consente anche la relazione di Procopio), dimostra che Vittore con quella parola, od impropriamente da lui adoperata, od inesattamente riportata negli esemplari delle sue opere, intese di indicare la prima occupazione, o per lo meno il primo stabile possesso di quelle isole; poich altrimenti la semplice difesa delle isole gi per lo innanzi conquistate non sarebbe stata tale da porla al confronto coll'acquisto novello delle provincie africane tuttora non domate; e male avrebbe lo storico spiegato i propri sensi, notando, come fece, quasi una gradazione di buona ventura da questa a quella fazione. Aggiungasi a ci non potersi supporre difesa, ove non pu apparire veruna ostilit, per essere fuori di ogni probabilit che negli anni primi, dopo la morte di Valentiniano, quelli imperatori occidentali nella breve, disputata e tristissima durazione del loro dominio, abbiano posto mente ad assaltare tante ragguardevoli isole onde ritorle dalle mani dei barbari. N di alcun simile tentativo degli imperatori dell'Oriente rest il ricordo prima dell'impero di Leone. Tuttavia non intendo di escludere le incursioni anteriori in Sardegna degli stessi barbari, i quali fino dal 440 aveano gi inquietato le coste della Sicilia. Vedi C. Baronio, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 440, n. 5. A. Pagi, Critica historico-chronologica in universos Annales ecclesiasticos Cardinalis Baronii, Antuerpiae, Societatis, 1705, n. 4.
[516] Vittore Vitense, Historia persecutionis Africanae, cit., lib. I, in finis.
[517] A. Pagi, Critica historico-chronologica, cit., all'anno 462, n. 2.
[518] Vedi C. Baronio, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 461, n. 14.
[519] Sono riportate da C. Baronio, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 462, n. 3-11; all'anno 463, n. 4, 5, 6; all'anno 464, n. 4-8.
[520] Vedi presso C. Baronio, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 495, n. 17-30, gli atti di questo concilio, nel quale, per la prerogativa dell'et, primo soscrisse fra tutti i vescovi Massimo, vescovo di Torino.
[521] Vedi C. Baronio, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 467, n. 3 e 11. A. Pagi, Critica historico-chronologica, cit., all'anno 462, n. 3.
[522] Appare in C. Baronio, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 467, n. 4-10.
[523] C. Baronio, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 467, n. 4-10.
[524] Vedi C. Baronio, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 468, n. 19 e seguenti. A. Pagi, Critica historico-chronologica, cit., all'anno 462, n. 3.
[525] Procopio, De bello Iustinianeo, cit., De bello Vandalicorum, lib. I.
[526] Vittore Vitense, Historia persecutionis Africanae, cit., lib. II.
[527] Vittore Vitense, Historia persecutionis Africanae, cit., lib. IV. Riferisce Vittore i nomi di tali vescovi, e sono: Lucifero secondo di Cagliari, successore del gran prelato di cui ricordava il nome; Martiniano di Foro Traiano; Vitale sulcitano; Felice turritano; ai quali nomi aggiunge lo scrittore nell'istesso catalogo dei vescovi di Sardegna i seguenti: Macario di Minorca, Elia di Maiorca, Opilio d'Ivica, Bonifacio di Sanafer. Da questa relazione procedono varie osservazioni: 1 che le chiese delle isole Baleari e quella di Sanafer, straniera certamente, e probabilmente esistente in Corsica, secondo le conghietture del Mattei (cap. 4), intanto si comprendevano fra le chiese sarde, in quanto trovavansi sottoposte al metropolitano della Sardegna; 2 che il dritto di metropolitano non potea allora esercitarsi da altri che dall'arcivescovo di Cagliari, che vidimo gi decorato di tale qualificazione vivendo il primo Lucifero, che vediamo ora notato da Vittore alla testa degli altri vescovi, che vedremo solo decorato in tutta l'isola di tal titolo fino all'anno 1073, in cui Costantino, vescovo di Torres, trovasi per la prima volta nominato arcivescovo; 3 che Felice turritano qui nominato,  il primo vescovo di Torres, di cui si abbia una notizia sgombra di dubbio; 4 che nel secolo V della chiesa esistevano in Sardegna cinque sedi vescovili, cio le quattro ora notate, e quella di Fausania, di cui altra volta si  parlato, la quale pu credersi sia stata vacante al tempo della chiamata di Unnerico.
[528] C. Baronio, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 504, n. 35, 36, 37. Il numero dei vescovi esigliati in Sardegna credesi da alcuni storici di 225, da altri di 250.
[529] C. Baronio, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 504, n. 54.
[530] C. Baronio, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 498, n. 2-5.
[531] C. Baronio, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 498, n. 5.
[532] C. Baronio, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 499, n. 1.
[533] C. Baronio, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 499, n. 2-9.
[534] C. Baronio, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 499, n. 11.
[535]  riportata da C. Baronio, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 503, n. 18 e seguenti. Deve notarvisi specialmente, per quanto a noi appartiene, che Simmaco, giustificando presso all'imperatore la propria costanza nella fede, cos scrive: Roma pu dire, se io giammai dalla fede cattolica, cui nella sede di Pietro venendo dal paganesimo abbracciai, in qualche cosa abbia deviato. Colle quali parole si chiarisce che non cos diffusa era in Sardegna nel V secolo la fede, che non vi rimanesse qualche provincia pagana. Maggiori argomenti somministreranno in tal proposito, in secolo a noi pi prossimo, le lettere di san Gregorio Magno.
[536] L'oscurit la quale regna sull'anno e sugli atti dei vari concilii celebrati per comporre lo scisma di Lorenzo,  tale, che gli erculei lavori del Baronio e del Pagi non bastarono a spargervi sufficiente luce. Perlocch l'esimio M. B. C. Fleury (Histoire ecclsiastique, cit., lib. XXX) e L. A. Muratori, Annali d'Italia, dal principio dell'era volgare all'anno 1750, Milano, Pasquali, 1744-49, inclinarono a sentenza diversa da quella del Pagi. A me basta l'aver dato cenno delle tribolazioni di Simmaco ed il notare fra li decreti dei concilii da lui congregati, quello con cui si esortano i chierici ad evitare insieme con i pericoli le calunniose imputazioni eziandio che possono derivare dal menar una vita solitaria, non sottoposta alla testimonianza di una onesta famigliare societ. Nella quale esortazione merita di venir osservata la confidenza che il pontefice mostrava della propria illibatezza; poich essendo egli, fra le altre cose, accagionato dai nemici suoi di occulte nefandit, citava avanti al concilio il proprio esempio, onde trarne argomento ad assicurare con maggiori provvedimenti di savia disciplina la reputazione del clero.
[537] Anastasio Bibliotecario, Historia ecclesiastica, cit., in C. Baronio, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 504, n. 41.
[538] Vedi la lettera di Simmaco ai vescovi esuli in Sardegna, riportata da C. Baronio, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 504, n. 42.
[539] M. B. C. Fleury, Histoire ecclsiastique, cit., lib. XXX, n. 61.
[540] C. Baronio, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 504, n. 40, 54 e seguenti.
[541] M. B. C. Fleury, Histoire ecclsiastique, cit., lib. XXXI, n. 57.
[542] Vedi la risposta di Giustiniano a Goda in Procopio, De bello Iustinianeo, cit., De bello Vandalicorum, lib. I.
[543] Procopio, De bello Iustinianeo, cit., De bello Vandalicorum, lib. I.
[544] Procopio, De bello Iustinianeo, cit., De bello Vandalicorum, lib. I e in finis.
[545] Procopio, De bello Iustinianeo, cit., De bello Vandalicorum, lib. II.
[546] Legge 1, Corpus iuris civilis, Codex Iustinianus, De officio praefecti praetorio Africae et de omni eiusdem dioceseos statu, par. 1 e 2 [erroneamente il Manno lo attribuisce al Digesta ] .
[547] Detta legge, par. 3.
[548] Detta legge, par. 5.
[549] Detta legge, par. 6, 7, 8.
[550] Legge 2, di detto titolo, par. 3.
[551] Procopio, De bello Iustinianeo, cit., De bello Vandalicorum, lib. II.
[552] Esistono due libri manoscritti di Giovanni Arca sardo: De origine et fortitudine Barbaricinorum [manoscritto cartaceo di 268 cc. nella collezione Baille] .
[553] Legge 2, Corpus iuris civilis, Codex Iustinianus, De officio praefecti, par. 15.
[554] Legge 2, Corpus iuris civilis, Codex Iustinianus, De officio praefecti, par. 16.
[555] Legge 2, Corpus iuris civilis, Codex Iustinianus, De officio praefecti, par. 19.
[556] Procopio, De bello Iustinianeo, cit., De bello Vandalicorum, lib. VI. Aedificiores, cap. 7.
[557] Corpus iuris civilis, Novellae constitutiones, 8, cap. 11.
[558] Procopio, De bello Iustinianeo, cit., De bello Gothorum, lib. III.
[559] Procopio, De bello Iustinianeo, cit., De bello Gothorum, lib. III.
[560] Aretino (L. Bruni), De bello italico adversus Gothos gesto historia, lib. IV.
[561] Vedi intorno alle difficolt che presentansi nel determinare l'anno della sconfitta e morte di Teia le diverse opinioni di A. Pagi, Critica historico-chronologica, cit., all'anno 552, dal n. 15 al n. 25, e di L. A. Muratori, Annali d'Italia, cit., all'anno 553.
[562] Procopio, De bello Iustinianeo, cit., De bello Gothorum, lib. III.
[563] Le pi scelte fra tali epistole vennero recentemente pubblicate con copiosi ed eruditi commentari dal canonico turritano, dottore don Emanuele A. Marongiu Nurra, Selectae S. Gregorii papae I epistulae de sacris sardorum antiquitatibus historicis commentariis illustratae, Taurini, Marietti, 1825.
[564] Gregorio Magno, Epistulae, edizione Paris, 1705, epistola 6, lib. IX, indizione 12.
[565] Gregorio Magno, Epistulae, cit., epistola 22, lib. XI, indizione 4.
[566] Gregorio Magno, Epistulae, cit., epistola 48, lib. I, indizione 9.
[567] Gregorio Magno, Epistulae, cit., epistola 61, lib. I, indizione 9.
[568] Gregorio Magno, Epistulae, cit., epistola 49, lib. I, indizione 9.
[569] Gregorio Magno, Epistulae, cit., epistola 23, lib. IV, indizione 12.
[570] Gregorio Magno, Epistulae, cit., epistola 24, lib. IV, indizione 12.
[571] Gregorio Magno, Epistulae, cit., epistola 25, lib. IV, indizione 12.
[572] Gregorio Magno, Epistulae, cit., epistola 26, lib. IV, indizione 12.
[573] Gregorio Magno, Epistulae, cit., epistola 41, lib. V, indizione 13.
[574] Vedi Gregorio Magno, Epistulae, cit., epistole 49, 62, 83, lib. I, indizione 9.
[575] Gregorio Magno, Epistulae, cit., epistola 26, lib. IV, indizione 12, cit.
[576] Gregorio Magno, Epistulae, cit., epistola 29, lib. IV, indizione 12. Dissi settentrionale, onde rammentare l'abbaglio preso dal Vico sulla soggezione della sede di Fausania a quella di Torres, di cui a p. 180.
[577] Gregorio Magno, Epistulae, cit., epistola 2, lib. XIV, indizione 7.
[578] Gregorio Magno, Epistulae, cit., epistola 9, lib. IV, indizione 12.
[579] Gregorio Magno, Epistulae, cit., epistola 8, lib. IX, indizione 12.
[580] La lettera  indirizzata a Vincenzo, Innocenzio, Mariniano, Libertino, Agatone e Vittore, vescovi della Sardegna. Mariniano fu gi sopra (p. 208) nominato come vescovo in questo tempo di Torres. Vittore lo era di Fausania. Degli altri resta incerta la sede, malgrado delle conghietture a tal uopo formate da A. F. Mattei (Sardinia sacra, cit., cap. 4). Da tale indicazione si raccoglie che se le sedi a quell'et erano tutte riempite, sette doveano essere ai tempi di san Gregorio i vescovadi della Sardegna, vale a dire Cagliari, Torres, Fausania, Solci e Foro Traiano, senza mescolamento di dubbio (vedi nota 527), e le altre due d'incerto sito; quantunque l'opinione n bastantemente giustificata, n pienamente impugnabile del citato padre Mattei (Sardinia sacra, cit.), siasi spiegata per le sedi di Uselli e di Bosa. Ma non  questa la sola dilucidazione che si richiegga nel commentare quell'epistola. Vidimo gi sopra (p. 180) che la chiesa turritana godea da tempo antico dello speciale privilegio della diretta dipendenza dalla sede apostolica; parrebbe dunque violato tale dritto colla sommessione che da Gregorio si ordin a Mariniano, vescovo di Torres, verso il metropolitano di Cagliari. Per iscansare questa difficolt, si volle ricorrere all'espediente di supporre mutata la persona o la sede di quel Mariniano. Ed ecco uno dei consueti violenti ed infruttuosi ripieghi della cieca prevenzione; quando invece la spiegazione del fatto dovea attignersi nel luogo istesso in cui incontrasi la miglior notizia del dritto. Anastasio Bibliotecario riferisce che, governando la chiesa Giovanni V, l'ordinazione dei vescovi turritani fu ristabilita effettivamente sull'antico piede, nella diretta dipendenza da Roma, dopo che era stata nel frattempo commessa agli arcivescovi di Cagliari, uno dei quali chiamato Citonato (vivente, come in appresso si vedr, nel VII secolo), nonostante la revocazione di quell'incarico ordinata dal papa Martino, avea arbitrariamente ordinato il vescovo turritano Novello; perlocch la di lui protervia (cos scrive Anastasio) nell'abusare d'un temporario dritto gi ritolto, era stata la causa del confermato ristabilimento dell'antica disciplina (vedi Anastasio Bibliotecario, Historia ecclesiastica, cit., In vita Johannis V). Lo stesso Anastasio adunque, che la memoria ci tramand del privilegio della chiesa turritana,  quello che ci certifica della seguitane intermissione. E perci non dee arrecare stupore che nell'et di san Gregorio, precedente a quella di Martino e di Giovanni V, dai quali fu richiamata ad osservanza l'antica consuetudine, Mariniano, vescovo di Torres, abbia avuto un trattamento affatto eguale a quello degli altri vescovi. Mi resta solo a soggiungere che questo passo di Anastasio da me attentamente esaminato, anche nelle parti varianti delle migliori edizioni, ed al quale, nel modo infelice ed intrigato in cui trovasi scritto, non altra miglior spiegazione si accomoda di quella ora da me data, non bene parmi inteso dal padre Mattei; sostenendo egli sulla fede di tal passo, che fino alla met del secolo VII l'arcivescovo di Cagliari abbia ordinato i vescovi di Torres, quando in luogo di ci dovea dire che l'antica contraria prassi fu, dopo qualche interruzione, in quel tempo ristabilita (A. F. Mattei, Sardinia sacra, cit., cap. 5, n. 2).
[581] Gregorio Magno, Epistulae, cit., epistola 36, lib. III, indizione 11.
[582] Gregorio Magno, Epistulae, cit., epistola 49, lib. II, indizione 10.
[583] Gregorio Magno, Epistulae, cit., epistola 36, lib. III, indizione 11, cit. Altri motivi si vollero anche produrre da M. A. Gazano (Storia della Sardegna, cit., lib. II, cap. 10) di questa chiamata di Gianuario a Roma, dei quali egli si lusing, secondo la sua maniera di dire, d'aver fatto la scoperta. Questi sono: 1 l'aver Gianuario in un giorno festivo fatto segare le biade d'uno chiamato Donato, e poscia atterrato i termini del di lui podere. Ma la lettera di calda riprensione scritta da Gregorio per tal fatto a Gianuario trovasi di parecchi anni posteriore alla di lui chiamata (C. Baronio, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 598, n. 21). 2 L'aver quel vescovo permesso alle sagre vergini di andar vagando fuori del chiostro per attendere ai temporali loro negozii. Il qual motivo  parimente assegnato immaturamente, perch la lettera del pontefice (Gregorio Magno, Epistulae, cit., epistola 9, lib. IV, indizione 12) appartiene all'anno posteriore al passaggio di Gianuario in Roma. Appartengono eziandio ad anni posteriori le riprensioni di Gregorio a Gianuario per un dritto illecito di sepoltura da lui esatto nella morte di una nobile damigella, figliuola di Nereida (Gregorio Magno, Epistulae, cit., epistola 3, lib. IX, indizione 12, anno 599), e per la poca sollecitudine usata nel sopraintendere agli ospedali dell'isola (Gregorio Magno, Epistulae, cit., epistola 2, lib. XIV, indizione 7, anno 604). Laonde la scoperta del Gazano non  che il frutto di un anacronismo.
[584] Gregorio Magno, Epistulae, cit., epistola 26, lib. IV, indizione 12.
[585] Gregorio Magno, Epistulae, cit., epistole 4 e 6, lib. IX, indizione 12. Vedi L. A. Muratori, Annali d'Italia, cit., all'anno 598.
[586] Vedi C. Baronio, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 599, n. 1. L. A. Muratori allo stesso anno.
[587] Vedi L. A. Muratori, Annali d'Italia, cit. Il dottore Gioachino Cambiagi, fiorentino, nella sua Istoria del regno di Sardegna dai pi remoti tempi sino al 1457, Firenze, Cambiagi, 1775, non protratta oltre al volume I, toglie argomento da queste operazioni di Gregorio per istabilire che gi in tal tempo esercitava la Santa Sede nella Sardegna i dritti di alto dominio. Ma le lettere sovraccitate del pontefice alla corte imperiale di Costantinopoli ed alla prefettura dell'Africa, palesano sufficientemente ch'egli riconosceva la dipendenza dell'isola dagli imperatori greci. Si vedr posteriormente in qual epoca abbiano cominciato pi manifestamente i sommi pontefici ad esercitare dritti di sovranit nella Sardegna. Frattanto, postoch per la prima volta mi cade in acconcio di citare questa storia del Cambiagi, io qui dir a tutti coloro i quali non ne hanno gi fatto giudizio, che scrittura storica pi debole non vide mai la luce nell'illustre patria dell'autore. Non parlo dello stile, perch l'autore stesso pare non v'abbia posto mente, tanta  la buona fede con cui egli veste delle maniere di dire le pi umili e le pi sconcie le sue narrazioni. Dir piuttosto che il suo libro non pu giovare nemmeno a coloro che della verit storica si compiacciono, quantunque disadorna. Nella prefazione del suo lavoro egli chiede scusa ai lettori sardi per quelli abbagli che sogliono dirsi di penna. Ma ben d'altra tempera sono i suoi errori, e non di quelli quos humana parum cavit natura. Abbench anche di questi, se procedono da negligenza, male si chiede scusa al lettore nelle sommesse e melliflue prefazioni; ch trascuratezza non comportasi nelle gravi scritture, e la cagione anche vera non assolve l'autore, studiata, vieppi lo condanna. Gli errori del Cambiagi nella narrazione dei fatti, nella cronologia, nel giudizio degli avvenimenti dipendono dall'aver egli, specialmente nella parte antica, ordinato leggiermente le sue epoche senza punto ricorrere ai fonti, contento dell'asserzione di chi prima di lui erasi occupato di eguali compilazioni. Epper gli altrui abbagli non pot cansare, n bene conoscere i suoi propri. E ci basti in un suggetto nel quale mi confido della conforme opinione di tutti coloro ai quali regger l'animo di confrontare i fatti in quella ed in questa Storia illustrati.
[588] Vedi gli atti di questo concilio in J. Hardouin, Acta conciliorum, cit., tomo 3 e L. A. Muratori, Annali d'Italia, cit., all'anno 649.
[589] Vedi Onorio I papa, Epistola ad Sergium subdiaconum, in P. Labbe, Sacrosancta Concilia ad regiam editionem exacta cum duobus apparatibus, Parisiis, ex typ. Regia, 1714-15, vol. 5 e A. F. Mattei, Sardinia sacra, cit., nell'articolo Ecclesia Calaritana, n. 7.
[590] Anastasio Bibliotecario, Historia ecclesiastica, cit., In vita Vitaliani pontificis.
[591] Anastasio Bibliotecario, Historia ecclesiastica, cit., In vita Vitaliani pontificis.
[592] L. A. Muratori, Annali d'Italia, cit., all'anno 669.
[593]  notevole la vendetta che ei prese dei propri fratelli, che aveano intinto in una conspirazione contro alla sua persona, ai quali fece egli tagliare il naso, digradandoli da qualunque partecipazione al comando. Vedi L. A. Muratori, Annali d'Italia, cit., all'anno 681.
[594] Vedi in J. Hardouin, Acta conciliorum, cit., tomo 3 e A. F. Mattei, Sardinia sacra, nell'articolo Ecclesia Calaritana, n. 9.
[595] Vedi p. 180 e nota 580.
[596] Vedi le autorit di Paolo Diacono e di Beda, riportate da C. Sigonio, Historiarum de Regno Italiae ab anno 570 ad annum 1200, Francofurti, apud Wecheli, 1591, lib. III all'anno 721, e da A. Pagi, Critica historico-chronologica, cit., all'anno 725, n. 1-9. L'anno preciso di tale traslazione  incerto, e da varii autori variamente determinato negli anni 1721-22-24-25 (vedi L. A. Muratori, Annali d'Italia, cit., all'anno 722); ma il fatto  fuori di contesa.
[597] Questo periodo di tempo deve calcolarsi dall'anno 711, nel quale i Mori cominciarono a fermare stabilmente il piede in Ispagna, e l'anno 726, prima del quale ebbe luogo il riscatto del corpo di sant'Agostino.
[598] Vedi G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. I, in finis.
[599] G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. II, in principio.
[600] Ecco le parole di Anastasio Bibliotecario, Historia ecclesiastica, cit., In vita Hadriani: concessit (Carolus) easdem civitates ac territoria B. Petro, easque praefato pontifici contradi spopondit per designationem confinium, idest a Lunis cum insula Corsica, deinde in Suriano, deinde in monte Bardone, idest in Veneto, deinde in Parma, deinde in Rhegio, et exinde in Mantua atque monte Silicis, simulque et universum exharcatum Ravennatium sicut antiquitus erat, atque provincias Venetiarum et Histriam, nec non et cunctam ducatum Spoletinum et Beneventanum.
[601] Le sole parole del pontefice Adriano nella succitata lettera (riportata da C. Baronio, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 785, n. 32), le quali appartengono alla donazione di Carlo Magno, sono le seguenti: unde (Carolus) per sua laboriosa certamina, eidem Dei apostolicae ecclesiae, ob nimium amorem, plura dona perpetuo contulit possidenda, tam provincias quam civitates, seu castra et caetera territoria. Immo et patrimonia, quae a perfida Longobardorum gente detinebantur, brachio forti eidem Dei ecclesiae restituit, cuius et iure esse dignoscebantur. N in questa lettera cadeva in acconcio al pontefice di estendersi a dire pi su quel fatto, che solo per incidenza vi si trova rammentato, essendo lo scopo di quella scrittura tutt'altro, quello cio di combattere l'eresia degli iconoclasti, di soddisfare alle brame degli imperatori per la congregazione d'un concilio generale in Costantinopoli, e di riprovare il titolo di patriarca universale dato a Tarasio, patriarca di quella metropoli. Il dominio politico della Sardegna non ha perci veruna cosa comune col suggetto, o colle espressioni di tal lettera; dalle illustrazioni della quale, fatte nei commenti del Baronio dall'erudito e critico P. Pagi, si raccoglie invece una notizia che non  di lieve momento per dimostrare il continuato dominio degli imperatori greci nella Sardegna eziandio in quell'et; avendo questo scrittore posto in chiaro che l'uno dei due legati surrogati dagli imperatori alli due primi incaricati di trattar col pontefice quei negozi, era Epifanio, inviato dell'arcivescovo di Cagliari. La qual cosa lascia conghietturare che la fiducia riposta in Epifanio dalla corte di Costantinopoli, derivasse dalla di lui qualit di suddito. Vedi A. Pagi, Critica historico-chronologica, cit., all'anno 785, n. 5.
[602] Vedi C. Sigonio, Historiarum de Regno Italiae, cit., lib. III, in finis.
[603] A maggior conferma del fin qui detto resta a notare che in questo atto di divisione, riportato per esteso dal Baronio all'anno 806, n. 18, non si fa punto menzione della Sardegna.
[604] Annales Loiseliani ad annum 806, 807. Sono inseriti nel tomo 5 della raccolta di M. Bouquet, intitolata Recueil des historiens des Gaules et de la France, Paris, 1738-52. Da questi annali sono tolte le notizie contenute in quelli di Reginone, di Bertiniano, di Eginardo, negli annali mettensi ed altri esistenti in quella stessa opera.
[605] Detti Annales Loiseliani ad annum 810.  da notare in questo luogo l'abbaglio preso dal Gazano, il quale volle assoggettare la Sardegna e la Corsica all'istessa sinistra sorte. Gli annali di Eginardo, che egli cita e che sono, come dissi, conformi ai Loiseliani, cos spiegano in brevi parole il fatto: Mauri, de tota Hispania maxima classe comparata, primo Sardiniam, deinde Corsicam appulerunt; nulloque in ea invento praesidio, insulam pene totam subiecerunt.  manifesto che la mancanza di difesa e l'occupazione si riferiscono in questa narrazione all'ultima delle due isole nominatevi, cio alla Corsica. Il Fara bench anticipi di un anno il fatto e non abbia consultato gli scrittori originali, lo riporta con parole pi adattate.
[606] Vedi i predetti annali e quelli del Muratori agli anni 812 e 813, e la lettera del pontefice Leone III a Carlo Magno, che descrive quel sinistro, inserita per intiero da A. Pagi, Critica historico-chronologica, cit., all'anno 813, nota 22. Non bene si pu affermare se il disastro narrato da Leone e quello riferito negli annali francesi sia lo stesso: in questi il fatto si descrive come accaduto nell'anno 812. Io seguo il Muratori, che accuratamente disamin e confront tutti questi monumenti.
[607] Vedi Annales Loiseliani, cit., all'anno 813. La cronica detta di san Dionigi, inserita nella stessa raccolta de M. Bouquet, Recueil des historiens, cit., tomo 5, riporta in antico linguaggio franzese la vittoria dei Sardi in tal modo: aprs arriverent, et entrerent en Sardaigne; a ceulz du pais se combattirent: mais il furent desconfit, et chaci, et s'enfuirent a grant dommage de leur gent.
[608] Annales Eginardi, all'anno 815 in M. Bouquet, Recueil des historiens, cit., tomo 5.
[609] C. Le Cointe, Annales ecclesiastici Francorum, Parisiis, ex typographia regia, 1615-83, all'anno 815.
[610] Vedi C. Baronio, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 817, n. 10.
[611] J. C. L. Simonde de Sismondi, Storia delle repubbliche italiane nei secoli di mezzo, traduzione dal francese con note di S. Ticozzi, 1817-19, cap. 3.
[612] Annales Eginardi, cit., all'anno 820.
[613] F. Blondo, Historiarum decades II ab inclinatione imperii romani, Venetiis, O.Scottus, 1483, lib. II.
[614] Il Gazano suppone eseguita l'ambasciata nell'anno 820. Bernardo era gi morto crudelmente nell'818. Vedi L. A. Muratori, Annali d'Italia, cit., in detto anno.
[615] Annales Eginardi, cit., all'anno 828. Il Muratori cadde in errore nel riferire questo fatto, supponendo che in compagnia di Bonifacio militassero alcuni conti di Toscana, Corsica e Sardegna. Il testo di Eginardo, da lui citato, parla dei soli conti di Toscana, e l'abbaglio deriv dall'aver il Muratori letto: assumtis comitibus de Tuscia, Corsica et Sardinia, mentre trovavasi scritto in Eginardo: assumtis comitibus de Tuscia, Corsicam et Sardiniam parva classe circumvectus.
[616] Vedi L. A. Muratori, Annali d'Italia, cit., all'anno 828.
[617] Vedi L. A. Muratori, Annali d'Italia, cit., all'anno 842.
[618] Vedi L. A. Muratori, Annali d'Italia, cit., all'anno 846.
[619]  incerto se questa stazione dei Mori in Torar, riferita da Anastasio Bibliotecario nella vita di Leone IV, appartenga all'anno 848 o 849.  incerto egualmente se questo luogo chiamato Torar fosse, come si crede dagli scrittori della storia sarda, l'isoletta chiamata oggid Tavolara.
[620] Anastasio Bibliotecario, Historia ecclesiastica, cit., In vita Leonis IV.
[621] Vedi M. A. Gazano, Storia della Sardegna, cit., lib. III, cap. 1. Il Fara, sempre pi esatto, nomina i soli Corsi, sotto il nome dei quali non mai s'intesero i Sardi, bench in altri tempi, sotto il nome di Sardi, per ragione dell'unita provincia, si potessero intendere anche i Corsi. Anastasio,  vero, nella stessa vita di Leone IV nomina un borgo o vico Sardonum, distante 30 miglia da Roma, al quale quel pontefice fece qualche presente; ma troppo  debole la conghiettura che si pu trarre da quel nome, ed a ragione perci il Muratori nella dissertazione 32 della sua opera, Antiquitates Italicae, dissent dal cardinal Baronio, il quale avea in quell'espressione riconosciuto un argomento dell'abbandono fatto dai Sardi dell'isola loro.
[622] L. A. Muratori, Antiquitates Italicae, cit., dissertazione 32.
[623] Anastasio Bibliotecario, Historia ecclesiastica, cit., In vita Nicolae I.
[624] Risulta ci dalla notizia dei vescovadi greci, pubblicata fra gli altri anche dal Beveregio [W. Beveridge] , Pandectae canonum ss. Apostolorum et conciliorum ab ecclesia graeca receptorum, Oxonii, 1678, vol. 2 e della quale il Pagi riconosce essersi fatta la compilazione nell'istesso nono secolo. Vedi A. Pagi, Critica historico-chronologica, cit., all'anno 893, n. 1.
[625] Vedi C. Baronio, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 1099, n. 5.
[626] G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. II, cap. Pontifices romani.
[627] Gregorio Magno, Epistulae, cit., epistola 26, lib. IV, indizione 12.
[628] Vedi p. 212.
[629] Fra gli altri, gli antichi re dei Goti preferivano a questo titolo quello di giudici, e tale  chiamato Athanarico da Ammiano Marcellino, Historia, lib. XXVII. Vedi L. A. Muratori Antiquitates Italicae, cit., dissertazione 5.
[630] F. Vico, Historia general, cit., parte 3, cap. 20, n. 37.
[631] F. Vico, Historia general, cit., parte 3, cap. 19, n. 16; cap. 27 e 28.
[632] Vedi M. A. Gazano, Storia della Sardegna, cit., lib. III, cap. 4, in principio.
[633] Vedi M. A. Gazano, Storia della Sardegna, cit., lib. III, cap. 4, in principio.
[634] Vedi L. A. Muratori, Antiquitate s'Italicae, cit., dissertazione 61.
[635] G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. II, cap. Turritani iudices e Gallurae iudices.
[636] Vedi P. Tronci, Memorie istoriche, in Livorno, Bonfigli, 1682, all'anno 1022.
[637]  riportata questa carta da L. A. Muratori nella dissertazione 5 della citata sua opera, Antiquitates Italicae, ed ha la data del 24 giugno 1147.
[638] I nomi di questi altri donatori sono i seguenti: Comita colla sua moglie Muscundola, Mariano colla consorte Giusta, Pera, figliuola di Gonnario, Costantino di Carvia colla moglie Georgia, Forato di Gentil colla moglie Susanna.
[639] Leone Ostiense, Annales Casinenses ab a. 1000-1212, Neapoli, 1626, vedi lib.III, cap. 23. L. A. Muratori, Rerum italicarum scriptores, cit., tomo 4.
[640] La narrazione degli annali cassinesi test riferita  anche abbracciata dagli annalisti pisani (vedi P. Tronci, Memorie istoriche, cit., all'anno 1164, il quale rapporta il fatto succeduto un secolo innanzi). Il Muratori (Antiquitates Italicae, cit., dissertazione 32) riferisce la stessa narrazione all'anno 1064. Il Gazano (Storia della Sardegna, cit., lib. III, cap. 7) prese l'abbaglio d'un secolo intiero nel riferire al Barisone di Arborea del 1164 questo fatto, succeduto all'antico re Barisone negli anni 1063-64. Il Fara ha collocato il nome di questo Barisone alla testa dei giudici cagliaritani, perch lo trov chiamato negli annali cassinesi re di Sardegna. Ma egli non conosceva la carta di Gonnario di Torres ed il Barisone di lui atavo. Oltre a ci, al tempo istesso in cui Barisone, chiamato dai Cassinesi re senza indicazione di provincia speciale, sottoscriveva gli atti che ricordano il di lui nome, regnava gi in Cagliari, fino dal 1059, un altro giudice chiamato Torgodorio, come a suo luogo vedremo, il quale dagli stessi annalisti diverso si riconobbe dal Barisone colle seguenti parole: hunc (Barisonem) aemulatus ad bonum alter rex Sardiniae, nomine Torchitorius, fecit et ipse ecc. Onde  pi ragionevole il collocare questo Barisone fra i giudici turritani.
[641] L. A. Muratori, Antiquitates Italicae, cit., dissertazione 32. La data della carta  del dodici di marzo anno nonocentesimo
[642] Chiunque vogliasi pienamente chiarire delle ragioni critiche che si possono opporre alle dubbiezze eccitate dal Muratori, non ha che a consultare gli annali camaldolesi, scritti da G. B. Mittarelli e A. Costadoni (Annales Camaldulenses Ordinis sancti Benedicti, Venetiis, Pasquali, 1755-73, lib. II, note 39 e 40). Essi rischiarano con amplissime ragioni, desunte da altri apprezzabili monumenti, ogni contraria ambiguit, e notano fra le altre cose che, ad eccezione di un solo esemplare di quell'atto di donazione, in cui trovasi scritto il nome intiero di Alessandro, nelle altre copie si legge la sola lettera iniziale A; la quale pu bene interpretarsi o pel nome del papa Anastagio III, creato pontefice nei primi anni del secolo X, o per quello di Adriano III, dal quale nel secolo precedente pot essere stata accordata agli antenati di Berengario la licenza di una fondazione, protratta poscia per qualche accidente ad altro tempo nella sua esecuzione o compimento. Nella qual seconda ipotesi, l'indizione quinta citata nella carta di Berengario, corrisponderebbe all'anno 902. Vedi pure M. A. Gazano, Storia di Sardegna, cit., lib. III, cap. 5. Egli dopo questo Berengario annovera anche un Simone, che dicesi re di Corsica in una carta di vendita che ha la data dell'anno 930, riportata nella stessa dissertazione del Muratori. Ma siccome il titolo di Simone  solo ristretto alla Corsica, non intendo perci valermi di tal monumento.
[643] L. A. Muratori, Antiquitates Italicae, cit., dissertazione 32. La data  del 25 marzo 1019. Quantunque l'indizione IX, che vi si nota, non corrisponda a tal anno, pure la carta merita tutto il riguardo, n devonsi, per questo solo abbaglio di chi la scrisse, trasandare gli altri suoi caratteri di autenticit non contrastati dall'illustratore.
[644]  riportata nella stessa dissertazione 32 colla data del 6 marzo 1021. Il Muratori ritrov pure un'altra carta dello stesso Ugone, in cui egli si intitola marchese di Massa, signor di Corsica e giudice cagliaritano. Gli annali camaldolesi la registrarono per intiero (G. B. Mittarelli, A. Costadoni, Annales Camaldulenses, cit., lib. X, n. 21). Contiene una donazione di molte terre a Placido, abate di S. Mamiliano in Monte Cristo; e l'atto fu scritto in Cagliari. Tuttavia non devo dissimulare che la data dell'anno 1002 di questo stromento, unita a quella del 1021 del precedente, male si accorderebbe colla data intermedia del 1019 della donazione di Guglielmo, il regno del quale avrebbe dovuto o precedere o seguire quello di Ugone. Se gi non furono due gli Ugoni in ambe quelle carte nominati. G. Cambiagi nella sua Istoria del regno di Corsica, 1770-72, lib. I, inserendo fra le altre carte ragguardanti alla storia di quell'isola anche le tre prime in questo luogo esaminate, non seppe in quella di Berengario, ove maggiori presentansi le difficolt, distrigarsene, perch non ebbe sott'occhio le dilucidazioni suddette degli annalisti camaldolesi. Nullameno, pel caso in cui quel Berengario dovesse esser riconosciuto per re di Corsica, egli trov che quell'et non conveniva male a quelle signorie di sovrani poco noti; poich molti dei conti di quell'isola si resero, correndo quei tempi, indipendenti dai discendenti della linea primogenita del celebre Ugo Colonna, i quali esercitarono lungo tempo col il potere sovrano; oppure quei signori, i nomi dei quali sono annotati in quelle carte, poterono essere alcuni degli stessi discendenti erroneamente nominati dal Filippini. Cos quell'autore [G. Cambiagi] nelle note alle pp. 70 e 74, tomo 1.
[645] I Pisani stabilirono un governatore supremo col titolo di giudice nella Corsica. Ma ci accadette molto tempo dopo la conquista della Sardegna; perch la concessione fatta dal pontefice Urbano di quell'isola ai Pisani  dell'anno 1091 (vedi P. Tronci, Memorie istoriche, cit., al detto anno); ed  solo dopo tal tempo che col si cre un giudice, il cui uffizio dovea durare due anni. Vedi G. Cambiagi Istoria del regno di Corsica, cit., lib. II, pp. 99 e 103.
[646] Dopo la pubblicazione del primo tomo di questa Storia, e mentre io mi accingevo a pubblicare il secondo [1826] , comparve in Parigi una nuova opera sulla Sardegna: J. F. Mimaut, Histoire de Sardaigne, ou la Sardaigne ancienne et moderne, considre dans ses lois, sa topographie, ses productions et ses moeurs, Paris, Blaise, 1825. In quest'opera pregevole per molti rispetti, e specialmente per lo stile brioso e leggiadro con cui fu scritta, contiensi, oltre a quelle relazioni che appartengono alla storia naturale ed alla statistica dell'isola, una concisa narrazione delle principali nostre vicende istoriche. Bench l'assunto della mia opera mi permetta solamente di dar cenno di questa scrittura nella parte sua istorica, pure io dovrei tratto tratto porre a confronto le diverse opinioni; poich discordano in qualche parte ambe le narrazioni, ed era forse impossibile che in tanta oscurit di notizie, ambiguit di conghietture e difficolt di ricerche, potessero due scrittori, aventi l'uno lo scopo di trascorrere rapidamente le maggiori nostre epoche storiche, l'altro quello di svolgere il volume intiero de'nostri fasti, o vedere gli avvenimenti da eguale distanza, o giudicarne in egual modo. Ci nonostante dee tornar gradito a me, che, meglio di ci che sariasi potuto aspettare in quella dissimile posizione dei due scrittori, trovisi nelle due scritture in molte parti una uniformit di narrazione che molto io debbo apprezzare, conoscendo l'ingegno del valoroso autore franzese. N certamente mi garba, dopo tal dichiarazione, l'andar cogliendo le occasioni che possono presentarsi di armeggiare nelle discussioni o letterarie o politiche, accennate in quell'opera; poich alcune di queste disquisizioni escirebbero fuori dei termini del mio argomento, e le altre tornerebbono forse compiutamente inutili, considerando che il miglior giudizio  sempre quello dei lettori. Aggiungasi l'esser anche per altra ragione malagevole il praticare quel confronto; perch delle mie opinioni io produssi ad ogni passo le prove a pi di pagina, nel mentre che il signor Mimaut non stim di unire al suo lavoro le annotazioni dei monumenti dai quali trasse partitamente le sue notizie. Nella qual cosa forse ambe le scritture ritraggono del carattere diverso che, come sovra dissi, vollero in esse imprimere gli autori; giacch ad un brieve sunto conveniva meno quella farragine di citazioni; conveniva ad una narrazione pi ampia l'affrontare piuttosto l'inconveniente dello sconciare la venust tipografica, che l'incredulit dei lettori mal prevenuti o diffidenti.
Nullameno, acci questa digressione si appicchi di nuovo alla materia che me ne somministr l'opportunit, io considerer qui una delle sentenze del signor Mimaut nelle quali egli si mostra di opinione diversa dalla mia, quella cio della minor antichit della prima istituzione dei giudici sardi in questo luogo da me trattata (vedi tomo I, cap. 26, di detta opera). Spiacemi che due degli argomenti da me a tal uopo prodotti, cio il diploma di Gonnario del 1147 ed il provvedimento del pontefice Nicol, non siano stati dall'autore toccati, dove imprese a discutere quella quistione. Tuttavia, siccome in una disquisizione distinta da questa (cap. 23) egli ebbe campo di rammentare quel provvedimento di Nicol, mi giover il contrapporre alle difficolt eccitate sovra gli altri argomenti, una di lui asserzione, la quale tenderebbe per se stessa a distruggerle. Intento l'autore a dimostrare che quell'atto di Nicol era solamente un atto di autorit spirituale, e non gi una dimostrazione di sovranit, segue dicendo, che quei giudici o capi, al raffrenamento dei quali indirizzavansi le sollecitudini del pontefice, erano i conti ed i duchi che governavano qualche parte dell'isola a nome degli imperatori, o quelli che in qualche altra parte, non sottomessa ai Saraceni, si erano impadroniti dell'autorit, od erano stati eletti dal popolo ". Queste parole sono la concessione la pi chiara dell'esistenza di capi indipendenti nell'isola all'et di Nicol. Epperci con maggior confidenza mi accosto ad esaminare le obbiezioni dell'ingegnoso autore, bench io sia persuaso che in questa ripetizione delle ragioni gi addotte, sar pi agevole il riforbirle che il rafforzarle. Ecco le eccezioni del signor Mimaut: il Berlingerio di Corsica  un re immaginario, perch il Muratori non seppe trovar maniera da incastrare il di lui nome. Al che io rispondo che il Muratori dubit dell'et, non della fede dovuta al monumento, e dubit dell'et per la principale difficolt nascente dalla menzione del pontefice Alessandro, la quale si pu dire oggi dileguata colle dotte osservazioni sovraccennate degli annalisti camaldolesi. Anzi il Muratori in un'altra sua opera, cio negli Annali d'Italia (all'anno 1021), mostr che gran conto teneva delle notizie da lui inserite in quella dissertazione 32, perch citolla in conferma dell'opinione in quel luogo da lui spiegata contro alla pretesa istituzione dei giudicati fatta dai Pisani in quell'anno. Opinione questa, che per la gravit e critica somma del chiarissimo scrittore, dee molto francheggiare chi in mezzo a queste buie indagini segue l'istessa sentenza. Quel Berengario, dice poscia il signor Mimaut,  lo stesso Berengario, re d'Italia, il quale intanto s'intitol re solamente di Corsica e di Sardegna, inquantoch i sovrani d'Italia riducevano talvolta il protocollo dei loro titoli a quello di re, rammentando poscia i loro dritti di sovranit sovra i paesi in ciascheduna loro carta contemplati. Ma questa osservazione n fu sviluppata dallo scrittore, n, sviluppata, avrebbe intieramente satisfatto al bisogno; poich se trovasi in quei tempi un Berengario, re d'Italia, col quale poteva esser confuso il Berengario di Corsica, non trovasi nel regno d'Italia il nome di Simone, Ugone e Guglielmo che vidimo aver nella stessa et governato, al pari di Berengario, l'uno la Corsica, gli altri la Corsica e la Sardegna. Le altre osservazioni del signor Mimaut si riducono all'improbabilit dell'esistenza dei giudici sardi durante il dominio dei Mori, ed al silenzio degli storici pisani sui tentativi che i giudici nazionali avrebbero fatto per acquistare, dopo l'espulsione dei Saraceni, l'antico potere. Ma alla prima osservazione  facile il rispondere che i giudici sardi poterono esistere in Sardegna durante l'occupazione dei Mori, come i re Goti durarono nelle montagne delle Asturie malgrado dell'occupazione fatta dai Saraceni di quasi tutta la Spagna. Per rispondere alla seconda basta il conoscere o la poca scrupolosit dei conquistatori, o il voto immenso che si trova negli annali di quel tempo. Non  mestieri dopo ci che io dia diffuso cenno delle altre due cose che potrebbonsi notare in quella discussione: cio l'aver lo scrittore nominato il solo storico Gazano nel trattare della seguita pubblicazione di quelle carte; e l'averle appellate, con apparenza di dileggio, vecchie carte. Giacch son certo che il chiaro scrittore n volle con ci privare quei monumenti del maggior pregio che loro torna dalle illustri fatiche del Muratori, primo discopritore di quelle carte; n aver in pensiero che la storia antica si debba trarre da carte recenti.
[647] M. A. Gazano, Storia della Sardegna, cit., lib. III, cap. 1, in finis.
[648] M. A. Gazano, Storia della Sardegna, cit., lib. III, cap. 2.
[649] G. Tarcagnota, Delle historie del mondo, in Venetia, per gli heredi Tramezini, 1580, lib. IX, parte 2.
[650] Nel libro XI, ove la serie dei tempi avrebbe dato miglior occasione al Tarcagnota di inserire le notizie relative ai tempi dei quali trattasi, egli non ne diede verun cenno.
[651] T. Calchi, Historiae patriae libri XX, Mediolani, apud heredes Malatestae, 1628, lib. VI.
[652] T. Calchi, Historiae patriae, cit., lib. VI, XI e XII.
[653] Breviarium pisanae historiae ad anno 1002, compreso in L. A. Muratori, Rerum italicarum scriptores, cit., tomo 6. P. Tronci, Memorie istoriche, cit., all'anno 1004.
[654] Vedi G. Sigonio, Historiarum de Regno Italiae, cit., lib. VIII, all'anno 1004. U. Foglietta, Historiae Genuensium libri XII, Lugduni Batavorum, Van der Aa, 1704, lib. I, all'anno 1015.
[655] Questo dal Sigonio  chiamato Giovanni XIX. Vedi chiarito il di lui errore da L. A. Muratori, Vita Caroli Sigoni, in C. Sigonio, Opera omnia, edita et inedita, Mediolani, 1732.
[656] Giovanni XVIII fu eletto pontefice nell'anno 1003.
[657] Vedi J. C.L.Simonde de Sismondi, Storia delle repubbliche italiane, cit., cap. 5. P. Tronci, Memorie istoriche, cit., all'anno 1005. Cronica varia pisana in L. A. Muratori, Rerum italicarum scriptores, tomo 6, cit.
[658] U. Foglietta, Historiae Genuensium, cit., lib. I.
[659] Foglietta nel citato libro ammette tre spedizioni dei soli Pisani alla volta della Sardegna prima di quella fatta in comune. La prima nel 1005, che corrisponde ad una delle due da me sovrannotate degli anni 1002, 1004, riferite dal Breviario pisano e dal Tronci. La seconda, sette anni dopo l'eccidio di Pisa per opera di Museto, la quale con poco divario corrisponde a quella del 1014, riferita dal Tronci e disputata dal Muratori. La terza, sei anni dopo, cui egli suppone provocata dal pontefice Benedetto VIII, per mezzo del suo legato, vescovo d'Ostia, a tal uopo spedito in Pisa; quantunque questa partecipazione di Benedetto da tutti gli altri annalisti si riferisca alla seguente spedizione delle flotte collegate, come or ora vedremo. Non  da tacere in questo luogo che anche il Foglietta, in questa sua deferenza a favore dei Pisani, cadde in alcuni errori che non mi risulta siano stati finora da altri avvertiti. Egli suppone seguita la spedizione in comune delle due repubbliche non nel 1017, come ne fanno fede gli annali pisani, ma nel 1015, e cos scrivendo non pose mente che, aggiungendosi li sette ed i sei anni intermedi fra le due ultime spedizioni dei Pisani all'anno quinto del secolo, nel quale scrisse esser seguita la prima, egli avea gi varcato l'epoca da lui determinata pel trionfo comune delle due repubbliche. Quell'epoca  anche suggetta ad ambiguit per un altro motivo; poich rammentandosi dal Foglietta la prigionia di Museto, la quale ebbe luogo solamente, secondo il detto degli altri annalisti, nell'ultima delle spedizioni, cio nel 1050, invilupp maggiormente quello storico in tal maniera quella prima sua narrazione dei fasti genovesi. Tanto  vero che nel penetrare addentro nella disamina delle storiche relazioni le pi volte le tenebre si addensano in luogo di diradarsi; e che un po'di fidanza e di abbandono  conveniente nello studio degli uomini trapassati, come  necessario nel consorzio cogli uomini viventi.
[660] La Cronica varia pisana, in L. A. Muratori, Annali d'Italia, cit., all'anno 1017, lib. III, p. 124, narra che Museto facea infiggere nel muro gli uomini vivi. Lorenzo veronese nella sua descrizione in versi esametri della guerra di Maiorca, seguita un secolo dopo, descrive pateticamente gli orribili tormenti coi quali quel re pirata sfogava sugli infelici suoi suggetti il furore delle precedute sue male venture.
[661] Di questi illustri personaggi sardi rimase il ricordo 1 nell'inscrizione esistente nella chiesa di S. Crisogono in Roma, posta dal cardinale Benedetto Cao ad Anastagio suo padre, allo zio Ilario ed al cugino Costantino. Da questa apparisce che Costantino fond e dot un ospedale in Roma pei poveri della Sardegna; che Anastagio fu uomo versato assai nelle lettere; che alle preci d'Ilario fu dovuta la parte presa dal pontefice nella liberazione della Sardegna dal giogo dei Saraceni. L'inscrizione era del 1068, e fu rinnovata nel 1501 da un altro distinto personaggio della stessa famiglia, chiamato Francesco, uno dei camerieri segreti di Alessandro VI. 2 Nell'inscrizione esistente nella chiesa di S. Prassede, titolare del cardinale Benedetto, nella quale si dice ch'egli mor nel 1087. Dicesi rinnovata quest'inscrizione da Quintilio ed Annibale Cao nel 1333, dopoch i medesimi, militando al servizio dei re d'Aragona, aveano preso parte nelle vittorie di quel tempo contro ai Pisani. 3 Nelle opere del Ciacconio [A. Chacon] , il quale (Vitae et res gestae pontificum romanorum a S. E. R. cardinalium, ab initio nascentis ecclesiae usque ad Clementem IX, Romae, sumptibus de Rubeis, 1677, tomo I, Pontifex Graegorius, anno 1073) parla del cardinale Benedetto e della fondazione fatta da Costantino Cao dell'ospedale pei Sardi, il cui edifizio asserisce essere stato diroccato nell'invasione di Roma fatta dal contestabile di Borbone. 4 Nelle opere di C. B. Piazza (Opere pie di Roma, descritte secondo lo stato presente, Roma, Bussotti, 1675, lib. II, cap. 16) e di C. Fanucci (Trattato di tutte le Opere pie dell'elma citt di Roma, Roma, Padini, 1601, lib. IV, cap. 10). Risulta da quest'ultima opera che l'ospedale dei Sardi era sito in Transtevere vicino alla porta Settiniana. Dai monumenti manoscritti esistenti in questo regio archivio di corte si raccoglie che nel 1529 la nazione sarda, la quale continuava a godere del profitto dei beni applicati da Costantino Cao all'ospedale da lui fondato, fu aggregata alla chiesa di Monserrato, ove era stato eretto nel principio di quel secolo l'ospizio pei Spagnuoli. La qual cosa frutt ai Sardi e l'accettazione di tutti i loro infermi in quell'ospedale, e la nomina pi volte caduta in persone nazionali pei posti di consigliere, di amministratore e di cappellani dell'ospizio; talmentech nel 1726 le cappellanie erano quasi per intiero possedute dai Sardi. Allorch dopo il cambiamento della signoria si tratt col re cattolico la separazione e restituzione dei beni sardi, venne a risultare che questi consistevano in parecchi censi ed in alcune case site presso alla nominata porta Settiniana, in una delle quali esisteva l'inscrizione seguente: domus B. Mariae Montisserrati coronae Aragonum ex pia nationis Sardiniae regni largitione.
[662] Cronica varia pisana, in L. A. Muratori, Annali d'Italia, cit., all'anno 1017. Breviarium pisanae historiae, in L. A. Muratori, Rerum italicarum scriptores, cit. Il Tronci all'anno 1016 descrivendo questo fatto istesso, riferito dalle antiche cronache nell'anno seguente, parla di una calda battaglia; ma parmi pi adattato l'attenermi agli antichi monumenti test citati, i quali raccontano solamente la pronta e trepida fuga di Museto.
[663] Vedi Benvenuto da Imola [B. Rambaldo] , Commentum super Dantis Aldigherji comoediam, Venetia, 1477, riportato da L. A. Muratori, Antiquitates Italicae, cit., tomo I, colonna 1089.
[664] Vedi U. Foglietta, Historiae Genuensium, cit.
[665] Cronica varia pisana e Breviarium pisanae historiae, in L. A. Muratori, all'anno 1017, cit. J. C.L.Simonde de Sismondi, Storia delle repubbliche italiane, cit., cap. 5, crede pi probabile che quelle gare debbansi riferire alla posteriore invasione del 1021. Ma in questa io trovo notato dagli annalisti un accordo, come in appresso narrer, mediante il quale i Genovesi dovettero partire soddisfatti; nel mentrech nell'attuale spedizione nissuna altra cagione migliore si pu immaginare per la contenzione delle due nazioni che quella rammentata da Benvenuto da Imola.
[666] Breviarium pisanae historiae, in L. A. Muratori, Rerum italicarum scriptores, cit., all'anno 1020. P. Tronci, Memorie istoriche, cit., agli anni 1021-22. Vedi L. A. Muratori, Annali d'Italia, cit., all'anno 1021.
[667] Breviarium pisanae historiae, in L. A. Muratori, all'anno 1020, cit.
[668] C. Landini, La Divina Commedia, col commento di Cristoforo Landino, Venezia, Scoto, 1484, nei suoi commentari al canto 22 dell'Inferno di Dante, afferma che il nome di Gallura deriv dall'essersi data in principio quella provincia a certi conti pisani che portavano un gallo per insegna.
[669] P. Tronci, Memorie istoriche, cit., all'anno 1022. Vedi L. A. Muratori, Annali d'Italia, cit., all'anno 1021.
[670] P. Tronci, Memorie istoriche, cit., all'anno 1050. Breviarium pisanae historiae, in L. A. Muratori, Rerum italicarum scriptores, cit., all'anno 1050.
[671] L'antica Cornus.
[672] L. A. Muratori, Annali d'Italia, cit., all'anno 1050. Una ragione di dubbiezza dal Muratori non avvertita, e che a me pare di gran momento, si  quella della inverosimiglianza di alcune circostanze di quella narrazione; sembrandomi poco credibile che Museto, il quale avea nel precedente scontro combattuto, ora che, munite le sue fortezze, maggior comodo avea di resistere, abbia, prima di cimentarsi, abbandonato le sue conquiste. Come sembrami riferito non da senno quell'incendio, depredamento e spopolamento della vasta terra di Sardegna in quella fuga di Museto, quasi come si trattasse d'una delle minute isole delle Maldive o delle Mariane.
[673] U. Foglietta, Historiae Genuensium, cit.
[674] Lorenzo Bonincontri di S. Miniato. Trovasi questo frammento nelle note di Costantino Gaietano alla vita di papa Gelasio II, inserita da L. A. Muratori in Rerum italicarum scriptores, cit., tomo 3, parte 1, p. 401.
[675] J. C.L.Simonde de Sismondi, Storia delle repubbliche italiane, cit., cap. 5.
[676] Non esiste nell'isola altro nome pi approssimantesi a questo che quello di Orosei. J. F. Mimaut, Histoire de Sardaigne, cit., cap. 27, crede che debbasi leggere Oristano; ma la citt di Oristano fu popolata posteriormente; e se non della citt, ma della terra si volea far menzione, la provincia di Arborea era gi altramente compresa in quella divisione, perch ceduta alla famiglia de'Sardi.
[677] Questa schiatta illustre dei Sardi, che per lungo tempo figur fra le famiglie pi cospicue di Pisa, doveva la sua origine ad una famiglia originaria sarda col domiciliata. Vedi lo stesso frammento.
[678] I Doria incominciarono a popolare Alghero nel 1102; alcuni anni dopo si edificava dai Malespina Bosa, come a suo luogo si vedr. Sono assai giudiziose le osservazioni che J.F. Mimaut, Histoire de Sardaigne, cit., cap. 27, fece in tal proposito su questo frammento del Bonincontri.
[679] Breviarium pisanae historiae, in L. A. Muratori, Rerum italicarum scriptores, cit., all'anno 1050.
[680] Non si pu dubitare dell'importanza che ebbe e dovea avere pei Pisani la loro felice spedizione in Sardegna. Ci nonostante  conveniente il notare come essi ne vollero serbare perpetuo il ricordo anche nell'inscrizione apposta nella facciata del loro duomo, riferita da A. Da Morrona (Pisa illustrata nelle arti del disegno, Pisa, E. Pieraccini, 1787-93, tomo I), nella quale si leggono i seguenti versi:

His maiora tibi post haec urbs clara dedisti
Viribus eximiis cum superata tuis
Gens Saracenorum periit sine laude suorum
Hinc tibi Sardinia debita semper erit

A. D. MXXXIIII.

Non manc a celebrare lo stesso avvenimento la tromba epica di un poeta pisano. T. Nozzolini stamp la sua La Sardegna ricuperata, Firenze, Nesti, 1632, in ottava rima, nella quale ai trionfi dei Pisani sovra Museto mescol tutte quelle venture guerresche ed amorose che erano necessarie per condurre al diciottesimo canto una narrazione povera di storiche notizie. Ed a danno del cantore e del suggetto torn che al merito dell'invenzione non abbia corrisposto il calore dell'inspirazione poetica; poich quelle stanze, pi facili forse alla composizione che sopportabili alla lettura, furono pressoch tutte scritte a dispetto di Apolline e delle nove vergini sorelle. Onde il solo vantaggio in me deriva di poter qui citare un nome ignoto alla maggior parte dei miei lettori.
[681] G. Pinto nella sua opera Christus crucifixus, Lugduni, Landri, 1624, tomo I, lib. III, tit. 4. D. Bonfant, Triumpho de los Santos, cit., lib. I, cap. 1. F. Vico, Historia general, cit., parte 4, cap. 13, n. 23.
[682] L. Baille, Dissertazione sulle armi di Sardegna, comunicata, in nome del Baille, da don Domenico Simon al barone di Vernazza, 25 febbraio 1818 (manoscritto).
[683] Barras de Aragn.
[684] Le due pi antiche memorie che si hanno dell'arma sarda sono del 1591 nel frontispizio dei capitoli di corte, pubblicati prima da F. Bellit, Capitols de Cort del Stament militar de Sardenya, Caller, Sambenino, 1572, poscia da P. G. Arquer, Capitolos de Cort, del Stament militar de Sardenya ora novament restampats y de nou aadits ab molta diligencia y curiositat reunits, Caller, F. Guarnerio, 1591; e del 1593 nella mazza dello stamento militare. Il re D. Pietro d'Aragona fu, secondo la relazione del urita [G. Zurita] , Anales de la Corona de Aragn, aragoa, por L. de Robles, 1610, lib. I, cap. 32, il primo che ebbe per arma la croce rossa di san Giorgio in campo d'argento, con quattro teste agli angoli, dopo la celebre battaglia d'Alcoraz, combattuta nel 1096. L'origine dell'altra insegna, detta dei pali d'Aragona, si fa dagli storici spagnuoli salire al conte di Barcellona, Guifredo il Peloso. Essendo egli rimasto gravemente ferito in un'azione contro ai Normandi, l'imperatore Carlo il Calvo, suo alleato, intrise quattro dita della sua destra nel sangue che sgorgava dalla ferita, e strisciando con quelle sullo scudo dorato di Guifredo disse: queste saranno, o conte, le armi vostre. Tanto le armi di Aragona che quelle di Sardegna furono in diversi tempi effigiate variamente: le teste or sono coronate, or bendate, or d'una or d'altra tinta. S'introdusse poscia un'altra mutazione, perch si figurarono quelle teste cogli occhi coperti dalle bende; mentre che nelle antiche incisioni e monete comparisce la benda non come velo, ma come ornamento della fronte.
[685] Questa carta colla data del 1066  riportata da M. A. Gazano, Storia della Sardegna, cit., lib. III, cap. 5, ed estratta da E. Gattola, Historia abbatiae Cassiniensis per saeculorum seriem distribuita, Venetiis, Coleti, 1733. Gli annali cassinesi di Leone da Ostia ne fanno anche distinta menzione. Vedi nota 640. Siccome la carta si disse scritta nell'anno ottavo del regno di Torchitorio, si chiarisce che egli cominci a regnare nel 1059.
[686] Vedi D. Papebroch, Acta sanctorum, cit., San Gregorio episcopo, vol. 3, al giorno 23 aprile.
[687] Non si pu affermare che questo sia stato il primo arcivescovo di Torres, ma solamente che non si  trovato altro monumento rispettabile che contenga il nome di un arcivescovo di Torres pi antico.
[688] Bench fra i giudici di Arborea si possa pure annoverare il Comita di Torres, di cui si f menzione a p. 224 e seguenti, ed il Barisone, re di Sardegna, di cui si dar nuovo cenno fra poco nello scrivere dei primi regoli turritani, pure propriamente la serie dei giudici d'Arborea devesi incominciare, come fece il Vico, da Mariano de Zori, del quale rest solo il ricordo nell'antica Cronaca sarda citata dal Fara.
[689] Vedi pp. 224-225.
[690] Gregorio VII, papa, Epistulae, lib. I, epistola 29, in J. Hardouin, Acta conciliorum, cit., tomo 6, parte 1.
[691] Le due lettere scritte nel 1074 e 1080 ad Onroco, il quale  chiamato in queste col nome od errato o scambievole di Orzocorre, sono registrate da J. Hardouin (Acta conciliorum, cit., lib. I, epistola 41, lib. VIII, epistola 10). La riforma nell'ultima lettera provocata entra nel novero di quelle tante variet per le quali le immagini dei maggiori ci si presentano ora fregiate di venerevole barba, ora solcate leggiermente di pelo, ed ora nitide e rase. L'arcivescovo di Cagliari Giacomo era cos tenero del prolisso onor del suo mento, che a tutto potere opponevasi alla consuetudine contraria delle chiese d'Occidente. Il pontefice perci interponeva l'autorit di Orzocorre in tal affare; il quale si considerava allora con tanta severit, che si commetteva al tempo istesso a quel giudice di far pubblicare i beni di tutti quei chierici che avessero ricusato di radersi.
[692] Vedi p. 227.
[693] Gonnario, il quale nell'anno ventesimo del suo regno facea la donazione citata del 1147, cominci a regnare nel 1127. Costantino suo padre, nominato nello stesso atto, regnava, come in appresso si vedr, nel 1112. Fra quest'anno e l'anno 1073, in cui Gregorio VII scriveva a Mariano di Torres, si conta il solo intervallo di anni 39; e questo intervallo non  cos grande che sia d'uopo l'accumulare pi giudici per riempierlo.
[694] Fu questa cronaca trascritta da M. A. Gazano (Storia della Sardegna, cit., lib. III, cap. 4). N'esiste un testo a penna in questo regio archivio di corte.
[695] Se gli assegna la durata di 33 anni, che io credo alquanto alterata in quella narrazione; poich se egli era, come a me pare, figliuolo del re Barisone, donatore dei Cassinesi nel 1063-64 (vedi p. 227 e seguenti), minore fu l'intervallo di tempo decorso fra quell'atto del genitore e la lettera di Gregorio VII al figliuolo Mariano. Se gi Andrea non regnava insieme col padre.
[696] Scrissi gi sopra a p. 224 quale fosse la mia opinione sui due primi regoli di Torres, Gonnario e Comita, dei quali inclinai ad ammettere l'esistenza, purch non in secoli troppo lontani, come volle il Vico, ma si collocassero i loro nomi nel secolo XI, come fece il Fara. Ove dunque si volesse anche conciliare l'atto pi volte citato del Gonnario II, colla fede dovuta alle memorie di quei due primi regoli, converrebbe far precedere Andrea Tanca dal re Barisone, morto dopo il 1064 (se giuste sono le mie conghietture a p. 227 e seguenti), ed assegnare pel regno di questo, e quindi di Comita e di Gonnario I, o la prima met del secolo XI, o gli ultimi anni del secolo precedente. Ma non cesserebbero in tal modo le difficolt, perch, come dissi, il nome di questo re Barisone non si legge nelle cronache sarde citate dal Fara, ed invece si trova quello di Torchitorio. Nondimeno io inclino a credere che il Fara, il quale colloc senza fondamento sufficiente (come si chiar nella nota 640) il nome del re Barisone alla testa dei giudici cagliaritani, invece di comprenderlo fra i regoli di Torres, abbia per un simile abbaglio scambiato da Cagliari a Torres il Torchitorio, giudice di quella prima provincia. Infatti il Fara cita le largizioni del suo Torchitorio al monistero cassinese fatte nel 1065; ed il Torchitorio col quale io incominciai la serie dei giudici cagliaritani, soscriveva nel 1066 la donazione per quei monaci accennata nella nota 685. N' lecito il dubitare del regno di Torchitorio in Cagliari a fronte dell'espressione di quella carta rex Sardiniae de loco Call. Solo dalla narrazione del Fara, che a Torchitorio di Torres disse suggetta anche la provincia d'Arborea, si potrebbe trarre argomento per credere che Barisone (il cui nome dovrebbe in quel luogo esser inserito invece di quello di Torchitorio) possedendo due provincie, avesse con ci acquistato maggior dritto al titolo di re di Sardegna datogli negli annali cassinesi. Ove poi malgrado della concordanza che da tal opinione deriva e della facilit che ne nasce per salvare al re Barisone la qualit di atavo, datagli nella carta pi volte citata, si credesse da taluno troppo arrischiata questa mia noncuranza delle sarde cronache, rimarrebbe per ultimo appicco di conciliazione a dire che la predetta parola di atavo ha potuto essere adoperata non nel suo senso rigoroso, ma in quello generale di ascendente; in qual maniera pu la serie dei giudici turritani accrescersi dei nomi di un altro Mariano e di Pietro Gunale, quale dal Fara fu notata. E parlo del solo Fara, perch il Vico, non avendo profittato dei lavori di quell'illustre nostro annalista, stranamente confuse l'ordine dei giudici di Torres, duplicando i nomi e scambiando i tempi, come facilmente apparir a chiunque voglia confrontare l'una e l'altra scrittura.
[697] Giacomo, di cui nella nota 691.
[698] In questo tempo gli arcivescovi di Cagliari poteano venir chiamati dai sommi pontefici primati della Sardegna, perch non ancora erano stati accordati agli arcivescovi di Pisa i privilegi dei quali fra breve si dar contezza.
[699] Questa lettera fu riportata da D. Papebroch, De S. Lucifero, cit., al giorno 20 maggio in appendice n. 123. Vedi A. F. Mattei, Sardinia sacra, cit., nell'articolo Ecclesia Calaritana, n. 11.
[700] P. Tronci, Memorie istoriche, cit., agli anni 1063, 1087-88.
[701] I monumenti relativi alle donazioni di Arzone e di Costantino, ed al ravvedimento di quest'ultimo, veggonsi nell'opera di E. Martne, Veterum scriptorum et monumentorum historicorum, dogmaticorum, moralium, amplissima collectio, Lutetiae Parisiorum, 1724-33, tomo I, colonne 523-528. Alle donazioni di quei giudici si trova unita quella di Ugone, arcivescovo di Cagliari. Ed alla colonna 658 s'incontra pure la carta di Guglielmo, successore di Ugone, il quale nel 1119 e nello stesso giorno primo d'aprile, in cui con solenne pompa ed al cospetto di Pietro, cardinale di santa chiesa e legato pontificio, e dei vescovi di Bisarcio e di S. Giusta, avea proceduto alla consagrazione della chiesa di S. Saturnino, conferm tutte le precedenti donazioni fatte a favore del monistero; la quale conferma si vede anche approvata dal giudice Mariano, ossia Torchitorio II, di cui in appresso si parler. Nelle donazioni suddette Costantino concede fra le altre cose la met delle decime spettantegli sui beni del monistero (medietatem decimae meae ex integro praefato monasterio); come Ugone concedeva anch'egli la sua met (medietatem insuper decimae calaritanae dioeceseos). Ma sulle conseguenze che si potrebbero trarre da questo cenno, in ordine al pagamento delle decime in quei tempi, presenterassi in altro luogo migliore opportunit di scrivere.
[702] Questa lettera di Giovanni Monaco  riportata da E. Martne, Veterum scriptorum, cit., tomo I, colonna 522. A. F. Mattei, Sardinia sacra, cit., cap. 2, par. 4, con molta critica stabilisce che il Torgodorio di cui vi si parla era giudice di Gallura, e non gi il Torchitorio di Cagliari, il quale in quel tempo non pi regnava. Stabilisce eziandio contro all'opinione del Martne che il concilio si tenne nel 1092, perch non prima di quest'anno il vescovo di Pisa ottenne la qualificazione di arcivescovo, colla quale  nominato in quella lettera.
[703] Notai gi altrove che nel tempo delle invasioni saracene si contavano solamente nell'isola i quattro vescovadi di Cagliari, Torres, Solci e Fausania (p. 223), estinte essendosi le altre sedi, delle quali nei tempi antecedenti si ebbe contezza. Le tre prime sedi serbaronsi in pi anche nei tempi succeduti, e la sola di Fausania sembra siasi estinta nel finire del secolo IX, se gi la cattedra non fu trasferita o nel vescovado d'Ampurias, od in quello di Civita, dei quali sono per indicare i pi antichi monumenti. Vedi A. F. Mattei, Sardinia sacra, cit., nell'articolo Episcopatus Phausaniensis. Dopo la met del secolo XI si hanno le seguenti notizie di novelle chiese vescovili: verso l'anno 1050, san Giorgio, vescovo di Suelli; anno 1089, un Vigilio, vescovo doliese, soscrive alla fondazione del giudice Arzone, di cui test si parl (nota 701); 1116, un arcivescovo di Oristano interviene alla consagrazione della chiesa di Saccargia, di cui vado a dar contezza; v'intervengono egualmente i vescovi di Ampurias (chiamato vescovo di Flumen), di Bosa, di Castro, di Ottana (chiamato di Ortilen dal prossimo villaggio di Orotelli), di Bisarcio, di Ploaghe, di Sorra; 1119, Agostino, vescovo di S. Giusta, interviene alla consagrazione della chiesa di S. Saturnino in Cagliari (vedi nota 701); 1138, Innocenzo II, pontefice, assoggetta in quest'anno all'autorit dell'arcivescovo Balduino di Pisa, insieme col vescovo di Civita, quello di Galtell: P. Tronci, Memorie istoriche, cit., all'anno 1138; 1144, Mariano, vescovo di Terralba, edifica quella chiesa cattedrale, come apparisce dall'inscrizione riportata da F. Vico, Historia general, cit., tomo 2, parte 6, cap. 81; 1147, Pello, vescovo d'Usellus, soscrive ad una donazione del giudice d'Arborea Barisone, riportata nel tomo 3, degli Annali camaldolesi (G. B. Mittarelli, A. Costadoni, Annales Camaldulenses, cit., tomo 3, in appendice, n. 286). La notizia intiera delle sedi arcivescovili e vescovili suddette fu riportata in una cronaca manoscritta riposta nella chiesa di S. Croce di Firenze, compilata, per quanto credesi, nel secolo XIII, e consultata da A. F. Mattei, Sardinia sacra, cit., cap. 4; e siccome contiene le indicazioni della distribuzione dei suffraganei delle tre provincie, io qui la trascrivo, accompagnandola con qualche spiegazione per quei luoghi che o furono distrutti, o cambiarono di nome. Suffraganei dell'arcivescovo di Cagliari: Sulcitanus (Solci: la sede solcitana, della cui posizione nei primi secoli della chiesa non si pu affermare veruna cosa di certo, nel secolo XIII e fino al principio del XVI, in cui si trasport ad Iglesias, fu nel luogo ora spopolato, chiamato Tratalias, come risulta dai monumenti a tal uopo ragunati dal G. Aleo, Sucessos generales de la Isla y Reyno de Sardea, tomo 2, cap. 69 (manoscritto); Doliensis (Bonavoglia, oggid S. Pantaleo); Suellensis (Suelli). Suffraganei dell'arcivescovo turritano: Sorrensis (Sorra: questa citt, secondo il Fara, era sita nella cos detta pianura di Monte Sorrano, distante 25 miglia da Sassari, ed ebbe al tempo di Eugenio IV unita alla propria la sede di Bosa, bench poscia nei tempi di guerra talmente abbattuta, che rest solo in piedi la chiesa maggiore di S. Pietro); Plovacensis (Ploaghe); Ampuriensis (Ampurias: esisteva la citt d'Ampurias, anticamente Iuliola, come alla nota 414, alla sinistra del fiume Coghinas, ove ora esiste la chiesa di S. Pietro di Mare; la sede  oggi trasportata alla citt di Castel Sardo); Giraclensis vel Bisarchensis (Bisarcio, secondo il Fara, era un'antica citt, ai suoi tempi gi distrutta nel principato di Anglona; oggid la sede  trasportata nel villaggio d'Ozieri, dopo essere stata per pi secoli unita a quella di Alghero); Castrensis (Castro, antica citt distrutta, nella regione di Monteacuto); Ottanensis (Ottana); Bosanensis (Bosa: i vescovi di Bosa risiedavano prima nell'antica citt di questo nome, di cui alla nota 414; ed uno di essi, chiamato Costantino de Castro, edific ivi la chiesa di S. Pietro, come apparisce dall'inscrizione riportata dal Fara nella sua Corografia). Suffraganei dell'arcivescovo di Arborea (Arborea non era nome di citt, ma di provincia; dopo la distruzione dell'antica Tharros, la citt d'Oristano divent la capitale del giudicato e della diocesi); Usellensis (Usellus); S. Iustae (S. Giusta); Terralbensis (Terralba: la sede non sempre fu in questo villaggio, ma prima dell'unione fattane nel secolo XVI alla chiesa vescovile di Usellus, risiedevano i vescovi di Terralba nel villaggio di Masullas: G. Aleo, Sucessos generales, cit., tomo 2, cap. 70); Civitatensis (Civita: questa citt, assai illustre nell'antichit, cambi per singolare vicenda pi nomi; era Olbia al tempo dei Romani, Phausania ai tempi di san Gregorio, Civita ai tempi dei quali si parla; divent finalmente il villaggio attuale di Terranova e perdette la sede vescovile, che fu trasportata al villaggio di Tempio. Pare anche cosa molto probabile che come citt principale della provincia fosse la residenza dei giudici di Gallura); Galtellinensis (Galtell: la sede  oggid nel villaggio di Nuoro). N. B. Queste due ultime sedi furono suggette lungo tempo all'arcivescovo di Pisa. In quanto ai nomi di alcune altre chiese vescovili da qualche scrittore malamente aggiunte alle gi notate, vedi A. F. Mattei, Sardinia sacra, cit., cap. 4. In altro luogo, aggiungendo al secolo XVI, si noteranno da me le variazioni occorse nei seggi vescovili della Sardegna.
[704] Condaghe de s'Abadia de sa SS. Trinidade de Sacargia, Tatari, Ant. Seque, 1660 e poscia in D. Simon, Rerum Sardoarum Scriptores, Torino, Stamperia Reale, 1788, vol. 2.
[705] Il Gemelli molto ingegnosamente si fece a dimostrare che la comunanza delle terre in Sardegna debbasi alla signoria dei Vandali ed all'invasione saracena. Tuttavia pare a me maggiore l'influenza di quest'ultima. Vedi F. Gemelli, Rifiorimento della Sardegna, cit., tomo 1, p. 122.
[706] G. F. Fara, De chorographia Sardiniae [si riferisce al manoscritto in quanto la prima edizione a stampa  del 1835] . F. Vico, Historia general cit., p. 6, colonna 77, suppone succeduta quella traslazione nel 1185; ma per dimostrar falsa questa sua narrazione, basta il rammentare che nella consagrazione della chiesa di Saccargia sovra riferita alla nota 703 l'arcivescovo d'Arborea intervenutovi si qualifica arcivescovo d'Oristano; locch dimostra che gi nell'anno 1116 Oristano era il luogo della di lui residenza. A. F. Mattei nell'introduzione del suo capitolo Ecclesia Arborensis, in Sardinia sacra, cit., non bene seppe distrigarsi dalle difficolt derivanti dal non aver egli avuto notizia che Arborea non era nome di citt, ma di provincia; e perci ne tratt confusamente.
[707] Vedi sopra p. 243. Che i giudici di Logodoro risiedessero alternativamente anche in Torres apparisce dal Condaghe de s'Abadia de sa SS. Trinidade de Sacargia, sovra cit. alla nota 704, ove si dice che Costantino infermossi e mor nel suo palazzo di Torres. Andrea Tanca, per quanto riferisce l'altra antica cronaca, era morto ed era stato sepolto in Ardara.
[708] G. F. Fara, De chorographia Sardiniae, cit. F. Vico, Historia general, cap. 12, p. 6.
[709] G. F. Fara, De chorographia Sardiniae, cit. F. Vico, Historia general, cit., cap. 15, p. 4.
[710] Vedi nota 414.
[711] G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. II, cap. Pisani, Genuenses et Musactus.
[712] Che Turbino fosse fratello di Costantino si dichiara nel diploma del 1089, accennato a p. 244, nel quale Turbino, soscrivendo a quella carta, s'intitola fratello del giudice.
[713] Il diploma  riportato da L. A. Muratori, Antiquitates Italicae, cit., dissertazione 32, colonna 1055, all'anno 1104 (stile pisano, corrispondente all'anno volgare 1103).
[714] Questa carta e le altre appartenenti a Turbino ed al nipote suo Torgodorio trovansi menzionate ed illustrate nell'opuscolo assai pregievole del cav. L. Baille, Sigillo II dei bassi tempi illustrato, Torino, Benf e Ceresola, 1800, nel quale per la prima volta si sparse tutta la luce su questo periodo di patria istoria. Egli estrasse tutte le carte che produsse dall'archivio capitolare di Genova e dall'archivio diplomatico di Firenze.
[715] Questa cooperazione dei Pisani dimostra l'errore preso da G. Zurita, Anales, cit., lib. V, cap. 61, che il ritorno di Torgodorio al proprio regno attribuisce all'opera dei soli Genovesi.  pure errata nello stesso luogo l'annotazione del tempo. Lo scrittore U. Foglietta, Histoire Genuensium, cit., perci, seguendo il Zurita, cadde anch'egli in abbaglio.
[716] Questa carta di Guglielmo arcivescovo, nella quale si contiene anche l'obbligo pel capitolo di Genova di presentare in ciascun anno l'arcivescovo di Cagliari di una candela e del tenuissimo censo d'un denaro,  riportata in F. Ughelli, Italia sacra, Venetiis, apud S. Coleti, 1717-22, tomo 4, n. 24, colla conferma di Callisto II, pontefice, del 1121.
[717] La carta di questa conferma  l'istessa di quella che L. A. Muratori, Antiquitates Italicae, cit., produsse nella suddetta dissertazione 32, colonna 1053, colla data del 1070; data che indusse quel dotto antiquario a riferire la carta non a questo, ma al Torgodorio o Torchitorio I; ed il Gazano a supporre che il Torgodorio I fosse passato a seconde nozze con Preziosa di Lacon, poich compariva gi altrove un'altra sua consorte, chiamata col nome di Vera. Il cav. Baille dimostr con ottime ragioni esser errata quella data del Muratori e doversi perci riferire quella carta al regno di Torgodorio II, ed a quello stesso anno, o circa, nel quale soscriveva egli le carte test accennate a favore dei Genovesi. Resta qui da notare che nell'archivio arcivescovile di Cagliari trovansi molti diplomi senza data del giudice Torgodorio de Unali, contenenti alcune cospicue donazioni a S. Saturnino ed a S. Antioco di Solci. Io penso che tali carte si possano riferire allo stesso Torgodorio II di cui scrivo: 1 perch il nome de Unali trovasi gi in altre carte dello stesso giudice, pubblicate dal cav. Baille nel suo opuscolo (vedi Sigillo II dei bassi tempi illustrato, cit.); 2 perch vi si trova del pari il nome conforme della moglie Preziosa e del figliuolo Costantino; 3 perch le largizioni fatte in onore di S. Antioco di Solci molto si confanno ad un principe che lunga pezza soggiorn, come si vide, col navilio dei suoi alleati nella penisola solcitana, ov' in maggior venerazione la memoria di quel santo. M. A. Gazano (Storia della Sardegna, cit., lib. III, cap. 5), riportando il diploma di quest'ultima concessione a S. Antioco, estratto dalle opere del padre cappuccino G. Aleo, autore d'una storia manoscritta della Sardegna in due volumi (Historia cronolgica y verdadera de todos los sucessos y casos particulares sucedidos en la Isla y Reyno de Sardea del ao 1637 al ao 1672) [qui ci si riferisce per all'altro manoscritto, Sucessos generales, cit.] , imprese con critiche osservazioni ad attenuarne il credito. Risultando a me che le carte dell'archivio arcivescovile cagliaritano, dal quale l'Aleo anch'egli trasse quel monumento, hanno tutti i caratteri di legittime ed autentiche scritture, spiegher da qual cosa sia derivata la facilit delle obbiezioni dal Gazano e da altri gravi scrittori fatte contro alle carte dell'Aleo. Quel buon religioso non produsse quelle carte nella lingua originale in cui furono scritte, ma voltate da lui in lingua spagnuola. Nella qual traduzione non avendo saputo rimanersi del dare a molte espressioni e clausole colori adatti a tempi pi recenti, fece s che debbasi denegar fede per giuste ragioni critiche alle sue traduzioni, ma non al contenuto nelle scritture originali, delle quali io qui diedi cenno.
[718] I diplomi sono riportati da E. Martne, Veterum scriptorum, cit., tomo 1, colonne 628-629.
[719] Cronica pisana Laurentii veronensis, tomo 1, p. 114, in L. A. Muratori, Rerum italicarum scriptores, cit., tomo 6.
[720] Cronica pisana Laurentii veronensis, tomo 1, p. 114, in L. A. Muratori, Rerum italicarum scriptores, cit., tomo 6.
[721] Vedi p. 245.
[722] G. B. Mittarelli, A. Costadoni, Annales Camaldulenses, cit., tomo 8, p. 233. J. Mabillon, Iter italicum litterarium, cit., p. 180. Nel diploma riportato nel primo luogo chiamasi Costantino col nome di Lacon (bocativo nomine de Lacon). A questo Costantino di Torres parrebbemi anche si possa riferire la carta riportata da M. A. Gazano (Storia della Sardegna, cit., lib. III, cap. 12) ed estratta dagli annali cassinesi di E. Gattola (Historia abbatiae Cassiniensis, cit.) colla data del 1120, nella quale alla donazione fatta da Gonnario di Lacon ai monaci cassinesi interviene un giudice Costantino. La carta infatti fu scritta in regno qui dicitur Ardar, residenza questa dei giudici turritani. Se non che il nome della moglie del giudice Maria de Arrubu (ove non abbia indicato l'istessa persona) resterebbe in discordanza con quello della regina Marcusa sopravvissuta a Costantino, e gi sua moglie nel 1116, come apparisce dalla cronaca di Saccargia (Condaghe de s'Abadia de sa SS. Trinidade de Sacargia, cit.) test citata.
[723] Il diploma relativo del 1130 esistente nell'archivio diplomatico di Firenze fu citato dal cav. Baille, Sigillo II dei bassi tempi illustrato, cit.
[724] Di questa serie dei regoli di Arborea succeduti all'Orzocorre mentovato nella lettera di Gregorio VII, si avea un solo monumento nell'antico codice dal quale G. F. Fara (De rebus Sardois, cit., lib. II, cap. Arborenses iudices) trasse i loro nomi, e dal quale appariva che Torbeno era figliuolo di Nivata (moglie di esso Orzocorre), e marito di Anna di Lacon; che Orzocorre, ossia Onroco II, impalm Maria Orvu ed ebbe per successore il suo suocero Comita Orvu; che il regno di questo fu continuato dall'altro suo genero Gennario o Gonnario, marito di Elena Orvu, padre di tre figlie, Georgia, Elena e Preziosa, e di tre figliuoli, Costantino, Comita II ed Onroco; i primi due dei quali regnarono l'uno dopo l'altro. Si possono ora produrre tre altri monumenti, i quali su questa genealogia dei regoli d'Arborea spargono maggior luce. Uno di questi  dovuto alle ricerche di L. A. Muratori, il quale nella sua dissertazione 32, pi volte citata (Antiquitates Italicae), pubblic una carta del re Barisone, figliuolo e successore di Comita II, in data del 1182, contenente qualche di lui largizione a favore della chiesa di S. Nicol di Urgen e la menzione di essere stata questa chiesa edificata dall'avo suo Costantino e dal padre suo Comita. Questa carta conferma l'ordine della successione stabilito dal Fara, ma non l'ordine genealogico, perch, secondo i codici sardi, Costantino non era avo di Barisone, ma zio. Ove pertanto non si voglia far prevalere all'autorit del Fara quella della carta del Muratori, resterebbe per conciliazione d'ambe a dire, che qualche alterazione leggiera pot avvenire nel trascriversi quest'ultima, coll'essersi scambiata la parola sarda Tiu (Zio) a quella di Au (Avo) ivi adoperata, la quale presenta poca diversit nelle lettere. Gli altri due monumenti, dei quali  a me dato il pubblicare la prima contezza, appartengono a Torbeno e consistono in due pergamene originali [ora in P. Tola, Codex Diplomaticus Sardiniae (d'ora in poi C.D.S.) (Monumenta Historiae Patriae, tomo X), Torino, Tip. Regia, 1861, sec. XII, doc. n. XLI, pp. 207-208] serbate fra le carte le pi importanti del ducato di Genova, che, dopo la restituzione ottenutane dal governo di Francia, trovansi depositate in questo regio archivio di corte. In una di queste il giudice Torbeno permette alla madre sua Nibatta di disporre a suo talento delle due case di Nurage Nigellu e di Massone de Capras da essa edificate; e Nibatta stabilisce la dotazione di quelle case, delle quali vieta la vendita, volendo che rimangano perpetuamente in potere dell'imperatore, vale a dire di chi regger la provincia. Al piede di questa carta si legge anche la rinnovazione fattane dal giudice Orzocorre di Zori, nipote di Nibatta, il qual  manifestamente il nostro Orzocorre II. Nell'altra carta un giudice Torbeno d'Arborea, che s'intitola di Lacon, insieme colla consorte sua Anna de Zori, compra da Costantino Dorrubu un cavallo di pelame rossiccio e gli cede in cambio alcuni schiavi e varie terre, fra le quali si trova annoverata una terra confinante alla casa di Nurage Nigellu mentovata nell'altra carta, ed in questa chiamata casa di regno in virt probabilmente della condizione come sovra apposta dalla regina Nibatta. Ambe le carte sono senza data precisa. Nullameno la prima manifestamente appartiene al Torbeno, figliuolo di Orzocorre I e di Nibatta. Vorrei incontrare eguale concordanza anche nella seconda carta; ma vi si oppone, oltre allo scambio dei nomi di famiglia, essendo il Torbeno della cronaca Torbeno Zori, e quello della carta Torbeno di Lacon, la difficolt pi importante del nominarsi per incidenza nella stessa carta un altro giudice Torbeni (terra aratoria ante sa de patre meu, e dedimi su donnu meu iudice Torbeni, cio terra aratoria a fronte di quella del mio padre, e diedemi il donno mio giudice Torbeno). Le clausole di questa carta furono cos sconciamente e confusamente espresse, che non si sa se questo padre sia quello di Torbeno; ma parrebbe che questo giudice Torbeni non possa esser lo stesso del contraente; se gi non fosse lecito il conghietturare che in quello stranissimo e barbaro tenore di scrittura quelle parole si pongano in bocca del venditore. Rinuncio pertanto alla speranza di poterla meglio deciferare: e solamente (postoch le conghietture si appiccano facilmente l'una all'altra), dir che anche nel caso dei due Torbeni, si potrebbe supporre il pi antico dei due sia stato l'Orzocorre I, il quale, ad esempio di quanto si trov in altri giudicati, potea avere col proprio nome anche quello di Torbeno dato al di lui figliuolo.
[725] P. Tronci, Memorie istoriche, cit., all'anno 1131. U. Foglietta, Historiae Genuensium, cit., all'anno 1131.
[726] Ecco le parole pi importanti della carta estratta dall'archivio ducale di Genova, che credo conveniente di pubblicare perch finora non  stata da altri, per quanto io sappia, riportata. A. D. Inc. 1131, mense decembri, indizione 9 [ora in P. Tola, C.D.S., cit., sec. XII, doc. n. XLI, p. 208] . Ego Comita, iudex arborensis, dono ecclesiae B. Laurentii ian. et comuni civitatis Ian. ecclesiam unam et planitiem cum servis 100, cum duobus millibus ovium, cum bubus et vaccis, cum porcis et iumentis cum aere ubi extant, cum saltu et semita et pratis, campis ecc Item dono medietatem montium, in quibus invenitur vena argenti in toto regno meo. Item dabo comuni civitatis Ianuae et ecclesiae B. Laurentii, cum acquisiero regnum Turris, duas curias meas proprias et duas meorum consanguineorum, pro quibus iam iuraverunt. Ego iurabo Ianuensibus et dabo quartam partam montium, in quibus vena argenti invenitur in toto regno Turris Actum in ecclesia S. Mariae de Arestano feliciter. In un'altra carta estratta dallo stesso archivio [ora in P. Tola, C.D.S., cit., sec. XII, doc. n. XLII, pp. 208-209] e soscritta nella residenza di Capra, corrispondente all'odierna villa di Cabras, Comita abbandona la sua stessa persona e quella del figlio insieme con il regno e con tutto il suo patrimonio al comune di Genova, e per esso al console Ottone Gontario, il quale era passato nell'isola come legato della repubblica. La carta  senza data; ma nominandovisi il console Gontario, il quale lo era nel predetto anno 1131 (vedi Caffaro, Annali genovesi [manoscritto, 1a ed. 1862] lib. I, all'anno 1131), e facendosi menzione della donazione precedente, si viene in chiaro che devesi riferire anche quest'atto allo stesso anno. Vedi anche A. Giustiniani, Castigatissimi annali, con la copiosa tavola, della eccelsa et illustrissima Republica di Genoa, Genoa, per Bellono, 1537, lib. II.
[727] A. Manrique, Cistercesium seu verius ecclesiasticorum annalium a conditio Cistercio, Lugduni, Boissat, 1642-49, in appendice a A. F. Mattei, Sardinia sacra, cit., cap. 2, par. 2, n. 8. Vedi P. Tronci, Memorie istoriche, cit., all'anno 1145. L'errore puramente tipografico del Mattei, che scrisse 1136 invece dell'anno 1146, serv di norma al Gazano nel rammentare tal fatto.
[728] San Bernado di Chiaravalle, Opera omnia, Parisiis, 1667, a cura di J. Mabillon, Iter italicum litterarium, cit., epistola 245, tomo 1, colonna 243, in A.F.Mattei, Sardinia sacra, cit., in appendice.
[729] Non sar qui inopportuno il rammentare con brevi parole la storia dei dritti degli arcivescovi pisani sulla Sardegna, ad uso almeno dei lettori meno impazienti delle investigazioni di tal natura. Il primo monumento che trovasi analogo a tal materia  la bolla con cui, ad istanza della contessa Matilde, Urbano II, pontefice, concesse nell'anno 1092 a Daiberto, vescovo di Pisa, la dignit arcivescovile e gli sottopose i vescovadi della Corsica. F. Ughelli che la riporta (Italia sacra, cit., tomo 3, colonna 369) suppone che Daiberto sia stato anche riconosciuto per legato nato della Sardegna, perch gi Gregorio VII avea prima conceduto il primato di Sardegna a Landolfo, vescovo di Pisa; ma siccome scrivendo alcune pagine avanti di Landolfo, l'Ughelli non produsse verun monumento della legazione o del primato, resta affatto arbitraria quella supposizione. La bolla inoltre di Urbano II non contiene il nome della Sardegna; onde la menzione fatta poscia da Innocenzo II della legazione di Sardegna conceduta da Urbano deve riferirsi ad altro titolo ignoto. Venendo ora a questa disposizione d'Innocenzo II del 1138, la quale  il primo monumento conosciuto della giurisdizione accordata agli arcivescovi di Pisa nella Sardegna, e che fu riportata dall'Ughelli (Italia sacra, cit., tomo 3, colonna 389), io trovo solamente in questa bolla il provvedimento istesso riportato da P. Tronci (Memorie istoriche, cit., all'anno 1136); in vigor del quale il papa, in compenso delle diocesi assoggettate per l'addietro in Corsica al vescovado di Pisa, per le quali gravi discordie e fatti d'arme erano gi stati fra i Pisani ed i Genovesi, sottopose a Baldovino, arcivescovo di Pisa, le due chiese episcopali di Galtell e di Civita in Sardegna, attribuendogli ad un tempo il dritto di primate nella diocesi turritana e la legazione su tutta la Sardegna, supposta gi concessa da Urbano. E anche in questo luogo l'Ughelli, a fronte delle diverse espressioni della bolla da lui riferita, confonde col primato di una parte dell'isola e colla legazione il primato dell'isola intiera; quando avrebbe dovuto trarre da quelle facolt limitatamente concesse un argomento per conoscere che ai successori di Landolfo, da lui creduto primate della Sardegna, non bene conveniva la grazia del primato di una sola porzione dell'isola. Seguono quindi le altre disposizioni pontificie che l'Ughelli trasse dal Barbosa, difensore del primato pisano, e sono: un indulto di Eugenio III del 1146 ed un altro di Adriano IV del 1156; i quali, contenendo la sola conferma generica delle concessioni d'Innocenzo II, non esigono verun cenno. Si concedette finalmente il primato sull'isola intiera da Alessandro III nel 1176; la qual cosa si conferm da Lucio III nel 1181, da Urbano III nel 1186, da Celestino III nel 1191, e da Innocenzo III nel 1198. L'Ughelli riporta quest'ultima bolla, ma sia in questa, che nella prima riferita dal Barbosa, e di cui si legge anche il tenore in A. Machin, Defensio sanctitatis beati Luciferi, cit., cap. 35; l'espressione adoperatavi dinota non una novella concessione del primato, ma la conferma di quello gi dato sulle provincie di Cagliari e di Arborea, oltre ai dritti pi antichi sulla turritana e sulle chiese di Galtell e di Civita. Ebbe ragione pertanto quel dotto arcivescovo di osservare che se non mai fu data in principio tale qualificazione e diritto di primato, cadono tutte le posteriori concessioni, perch appoggiate in una falsa supposizione. E questa sola considerazione pu bastare per dimostrare quanto suggetta a dubbiet sia la disamina del primato pisano; nella quale chi ami d'internarsi maggiormente pu consultare l'opera citata del Machin, ove fra le vane verbosit scolastiche molte sode e critiche ragioni pur s'incontrano (vedi A. Machin, Defensio sanctitatis beati Luciferi, cit., cap. 36 e seguenti). Nel secolo posteriore i Pisani, avendo demeritato presso alla Santa Sede per le parti seguite di Corradino, nipote di Federigo imperatore, contro alla chiesa romana, furono privati quelli arcivescovi del diritto di metropolitani fino a quando Gregorio X (la cui bolla  riportata da F. Ughelli, Italia sacra, colonna 442) restitu loro l'antica dignit nell'anno 1272. Esercitarono poscia gli arcivescovi di Pisa atti analoghi di giurisdizione (F. Ughelli, Italia sacra, colonna 443); ma incorsero di nuovo i Pisani in disgrazia della Santa Sede nel 1327 per aver seguito le parti di Lodovico imperatore e dell'antipapa Nicol V contra Giovanni XXII; e pi tardi nel 1512 privati furono da Giulio II nel concilio lateranese XIX di tutte le dignit e privilegi ecclesiastici in seguito al noto conciliabolo pisano di quell'et; come colla produzione degli opportuni monumenti dimostr il nostro arcivescovo Machin, intento a comprovare la rivocazione seguita delle antiche concessioni. La rivocazione maggiore  per me, come scrissi, quella della concessione dell'isola ai sovrani aragonesi. Il primato degli arcivescovi pisani in Sardegna, abbench fosse certo in origine, non pot dipendere da altra causa che dalla contemporanea signoria della repubblica. Siccome pertanto segu le vicende del favore o del disfavore in cui trovossi la repubblica, cos dovette seguire la massima delle vicende disfavorevoli a quel comune, vale a dire la perdita intiera del dominio; la quale, lasciando il dritto nell'antica dubbiezza e dando ai fatti novello indirizzamento, fece s che la questione oggid o sia fuori del novero delle quistioni trattabili, od almeno fra quelle che comportano solamente un tocco fuggitivo ed una opinione non inclinante a verun estremo.
[730] Vedi p. 227.
[731] Vedi G. B. Mittarelli, A. Costadoni, Annales Camaldulenses, cit., tomo 3, lib. XXIX, n. 32, e in appendice n. 286, in A. F. Mattei, Sardinia sacra, cit., nell'articolo Ecclesia Turritana, n. 12. Il diploma  anche riportato da M. A. Gazano (Storia della Sardegna, cit., lib. III, cap. 7), il quale dimostra l'errore preso dal Vico nel supporre seguita la consagrazione della chiesa di Bonarcado nel 1263.
[732] Vedi p. 242.
[733] Vedi p. 227.
[734] Nella Cronaca di Pietro Diacono, continuatore degli Annali di Leone Ostiense (L. A. Muratori, Rerum italicarum scriptores, cit., tomo 4), si legge nel lib. IV, cap. 67, che governandosi il monistero cassinese dall'abate Girardo, Gonnario, nobilissimo fra i Sardi, seguendo l'esempio di Barisone e di Torchitorio, offr a S. Benedetto la chiesa di S. Pietro in Nurchi, e quelle di S. Niccol, S. Giovanni, S. Pietro in Nugulbi e S. Elia, e S. Giovanni in Settin per le spese delle vestimenta dei monaci". Questa donazione, a mio credere, deve riportarsi all'anno 1123 circa, perch nel seguente cap. 28, dicesi confermata dal pontefice Callisto II mentre soggiornava in Benevento; quale soggiorno accadette appunto in quell'anno (vedi L. A. Muratori, Annali d'Italia, cit., all'anno 1123). Soggiunge inoltre la Cronaca che lo stesso pontefice ebbe a scrivere una lettera di commendazione a Gonnario ed alla sua moglie. Ora se nel principio del regno di Gonnario, cio nel 1127, avea egli anni 17 circa, come sta scritto nella Cronaca sarda, nel 1123 era egli appena per giungere alla pubert; e si conosce perci, per mezzo delle relazioni cassinesi, che egli in et assai tenera era gi donatore e marito; e che la donazione di Gonnario fu trattata nella casa di quello stesso Ebriando, nella quale avea egli avuto l'educazione e la moglie. Da quel capitolo 67 della Cronaca si raccolgono altre cospicue donazioni fatte al monistero di Monte Cassino da varii altri Sardi che seguirono l'esempio dei loro regoli, e sono questi: Forato di Gytil don la chiesa di S. Nicol in Solio e di S. Maria coi poderi annessi; Comita, che si chiama nobilissimo (del quale non posso affermare se sia lo stesso del giudice d'Arborea non ha guari nominato), la chiesa di S. Michele in Ferrucesi; Mariano de Zori la chiesa di S. Giorgio in Bonarcado; Muscinnionia la sua casa coi servi, ancelle e tutte le cose sue; Susanna la sua casa in Iscano, in Mulana, in Cortina, in Mirra, in Coghina, in Amendula con tutte le attinenze; Vera, figliuola di Gonnario de Thori, la sua casa in Coghina; Costantino de Carvia la chiesa di S. Pietro in Simbrano. Ed ecco le donazioni che ebbero luogo in Sardegna a pro di Monte Cassino durante il solo governo dell'abate Girardo. Affine di compiere questo ragguaglio delle notizie rimaste sul regno di Gonnario II di Torres, conviene che qui dia cenno d'una carta pisana del 1131, esistente per copia presso al lodato cav. Baille, colla quale quel giudice donava alla chiesa di S. Maria di Pisa due corti, una chiamata Castello ed Erio, e l'altra di Bosa. Al cospetto delle tante donazioni di terre sarde fatte fra le altre a quella chiesa pisana, avrebbesi il diritto d'interrogare: quanti bei monumenti religiosi, se religiose volevano essere le intenzioni di quei donatori, sarebbonsi innalzati nell'isola con quei soli mezzi?
[735] L'atto di donazione  riportato in Marqus de Coscojuela, Memorial de los estados que le pertenecen en el Reyno de Cerdea, s. n. t. [ma Madrid, 1712] , per dimostrare i suoi diritti al marchesato d'Oristano, n. 39. La data  del 31 ottobre 1157 (stile pisano, corrispondente al precedente anno 1156).
[736] Vedi sopra p. 250. Di questo Costantino II, dopo l'atto ivi citato del 1130, rest solamente il ricordo per l'approvazione da lui accordata nel 1163 ad una carta di convenzione con cui l'arcivescovo di Cagliari, Bonito, ed i monaci cassinesi mal sofferenti l'occupazione dall'altro fatta di alcuni poderi loro spettanti, erano calati ad un amichevole accordo.  menzionata da E. Martne, Veterum scriptorum, cit., tomo 1, colonna 658. Nelle note e fra le soscrizioni apposte si legge anche la seguente: Constantinus iudex calaritanus.
[737] La successione di questo Pietro di Torres nel giudicato cagliaritano apparisce dalla Cronaca [E.Besta, Il Liber Judicum Turritanorum, con altri documenti logudoresi, Palermo, Tip.New York, 1906] , o Condaghe sardo (Contague sardo dell'Archivio di Corte di Torino, manoscritto), di cui a p. 242. F. Vico err indicandone l'epoca nel 1160 (Historia general, cit., tomo 1, parte 4, cap. 35), mentrech tre anni dopo si hanno le prove, come si vide nella nota precedente, del continuato regno di Costantino. Fra questi due regni di Costantino e di Pietro forse si potrebbe collocare il governo di un giudice cagliaritano, nominato Salucio di Lacon, il nome del quale si trova in alcune carte originali serbate nell'archivio arcivescovile cagliaritano e non aventi data di tempo. G. Aleo nella sua storia manoscritta (Sucessos generales, cit.), tomo 2, cap. 14, riport alcuni di tali atti, e ad uno di essi appose la data del 1218. Ma per conoscere qual fede meritino le citazioni di tale scrittore baster l'accennare che alcune pagine innanzi avea egli gi prodotto una carta di donazione fatta dalla figliuola di questo stesso Salucio nel 1215, donazione fatta, come ivi si dice, per refrigerio dell'anima del padre, il quale in tal maniera comparisce aver fatto il suo testamento tre anni dopo morto. L'errore del padre Aleo deriv dall'aver egli creduto che Benedetta, giudicessa di Cagliari (di cui si parler nel secolo seguente), fosse figliuola del giudice Salucio; nel mentrech  una cosa fuori di dubbiezza che dessa era figliuola di Guglielmo, marchese di Massa, come a suo luogo si vedr. Partendo dunque da tal errore, il padre Aleo confuse stranamente le carte ed i nomi di questi due giudici, in modo che il miglior espediente per spargere qualche lume sull'et di Salucio  per me quello di non stare a bada con le carte registrate dall'Aleo e di considerare solamente ci che mi risult dalle predette scritture senza data, delle quali ebbi sott'occhio le parti principali. Ecco pertanto come seguitando tali indicazioni mi parve di poter conghietturare non solamente che il governo di Salucio possa riferirsi a questi tempi, ma ancora ch'egli sia stato fratello di Costantino II, e zio perci della consorte di Pietro. 1 Salucio si chiama in queste carte Salucio di Lacon, come nella carta del 1108 sopra riferita a p. 248, Torgodorio II (il quale nella mia supposizione fu il suo padre) chiamavasi ego iudex Torchitor de Lacono. 2 Salucio nomina in una di quelle carte la moglie Georgia e la madre sua Preziosa di Lacon, ed in un'altra la madre sua Preziosa de Zori. Forse la parola sua della prima carta si potrebbe riferire a Georgia, ed in tal modo il vero nome della madre di Salucio sarebbe quello della seconda carta. Ad ogni modo, anche opinandosi diversamente, ambi i nomi possono concorrere nella stessa persona, perch Gonnario d'Arborea, il quale regn nei tempi del Torgodorio II ed il quale avea fra le altre una figliuola chiamata Preziosa, (vedi nota 724), portava ambi i nomi di Lacon e di Zori (G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. II, cap. Arborenses iudices). Or Torgodorio II avea una moglie chiamata Preziosa di Lacon (vedi nota 717), la quale perci pot ben essere l'istessa della figliuola di Gonnario e della madre di Salucio. 3 Salucio nomina in una di quelle carte il suo zio Arzocco; e fra li zii del Torgodorio II e fratelli di Costantino I, nominati nella carta del 1089 (pp. 201, 202), eravi un Arzocco. 4 Questo stesso atto del 1089 giova eziandio a convalidare le fatte conghietture; perch siccome in questo si trovano i nomi del suddetto Arzocco e di Cerchis, Gonnario, Pietro, Turbino, Mariano e Trocatore col titolo di fratelli del giudice Costantino I, cos negli atti di Salucio s'incontrano eguali nomi; cio in uno quelli di Turbino e di Zerchis; ed in un altro quelli di Zerchis, Turbino, Torgodorio de Zori e Arzocco di Lacon. Mentre mosso da queste considerazioni inclino a credere che il regno del Salucio si possa riferire a questi tempi, non dissimulo la difficolt che nasce dalla poca probabilit dell'esistenza contemporanea di questi zii del padre di Salucio, tutti per lo meno ottuagenarii; ed il dubbio derivante dalla circostanza del comparire il giudice in quelle carte marito di tre distinte mogli chiamate Sardinia, Adelasia e Georgia; circostanza questa poco conciliabile col breve tempo che frammezza le ultime notizie si hanno del regno di Costantino II e le prime del regno di Pietro. Nullameno anche qualora non si voglia reputare questo nostro giudice precipitato nello stringere il secondo ed il terzo nodo, resta ad osservare che il regno di Pietro fu, come ora vedremo, turbato nel principio da un emolo potente, il quale non pot esser cacciato prima della riunione delle forze del giudice di Torres, fratello di Pietro. Quest'emolo chiamasi  vero, nella Cronaca pisana, Barisone, figlio di Bubbino; ma non potrebbe esser occorso in quella Cronaca un errore di nome? od essere stato il vero emolo il nostro Salucio, il quale potea far valere, a preferenza dei diritti dell'unica figlia di Costantino II, impalmata da Pietro, i diritti propri, come unico agnato della famiglia? Nel dar termine a questa discussione, credo conveniente di dichiarare che io non altro valore attribuisco ai fatti rilievi che quello pu derivare dalle conghietture; giacch purtroppo a questa nostra storia dei giudicati manca quasi sempre non solamente quell'interesse che deriva per tutti dall'importanza, ma quello ancora che pu per alcuni derivare dalla certezza dei fatti.
[738] Breviarium pisanae historiae, in L. A. Muratori, Rerum italicarum scriptores, cit., all'anno 1165. I fatti in quest'anno descritti in questo Breviario appartengono all'anno precedente dell'era volgare.
[739] Vedi nota 737.
[740] Breviarium pisanae historiae, in L. A. Muratori, cit., Rerum italicarum scriptores, cit., all'anno 1165.
[741] Breviarium pisanae historiae, in L. A. Muratori, cit., Rerum italicarum scriptores, cit., all'anno 1165.
[742] Caffaro, Annali genovesi, cit., all'anno 1162, in L. A. Muratori, Rerum italicarum scriptores, cit., tomo 6.
[743] C. Sigonio, Historiarum de Regno Italiae, cit., lib. XII. F. Ughelli, Italia sacra, cit., tomo 3, colonna 399. Da quest'ultimo autore  riportato il diploma di questo Guelfo, duca di Spoleto, di una concessione a favore dei canonici di Pisa, nel quale egli s'intitola princeps Sardiniae. La concessione di Federigo a Guelfo  del 1152.
[744] U. Foglietta, Historiae Genuensium, cit., all'anno 1164.
[745] Breviarium pisanae historiae, in L. A. Muratori, Rerum italicarum scriptores, cit., all'anno 1165.
[746] L'annalista A. Giustiniani (Castigatissimi annali, cit., lib. II, all'anno 1164) scrisse che quella corona fu lavorata espressamente in Genova e che l'imperatore, per far maggior onore a Barisone, esc in quel giorno pubblicamente colla corona in capo.
[747] U. Foglietta, Historiae Genuensium, cit., all'anno 1164.
[748] U. Foglietta, Historiae Genuensium, cit., all'anno 1164. Quest'autore raccolse le notizie precedute e le seguenti nella cronaca di Uberto cancellario, continuatore del Caffaro, riportata da L. A. Muratori, Rerum italicarum scriptores, cit., tomo 6.  faceto nella sua semplicit il ragguaglio che questo cronichista ne lasci del dialogo fra Federigo e Barisone dopo la partenza degli ambasciadori pisani dalla corte; ed io non so rimanermi del comunicarlo qui voltato in volgare ai miei lettori; ai quali ben di rado presentasi in questa Storia l'occasione di festivi racconti. Eccolo: Federigo: La bisogna  gi compiuta; a te sta ora lo sciorre la parola datami e pagare li promessimi quattromila marchi d'argento. Barisone: Non niego, o signore, le mie profferte; ma in questo momento mi trovo a qualche stretta, e mancami il denaio: io ander pertanto in Sardegna, e quivi senza indugio soddisfar al mio debito. Federico: Io sono gi per pigliare le mosse, ed ho, come si suol dire, il pi nella staffa; tanto vale ci che tu mi di', quanto se dicessimi: non vo'pagare. Un uomo quale tu sei, che guadagnossi un regno e che ricevette sul suo capo una corona, dovria non istare in sul tirato, ma piuttosto sopravanzare col pagamento le prime offerte; impertanto, bando alle parole, e vegniamo ai fatti. Barisone: Signor mio, se mai tu dubitassi di mia buona fede, io trover modo a giustificarmene. Segnami solamente un termine entro al quale io possa essere di ritorno dai miei stati, ed allora non interporr difficolt a soddisfarti ancora al di l di quanto ho profferto. Federico: Lasciamo le baie, o Barisone, e non voler ingarbugliarmi di nuovo con le larghe parole, delle quali io gi toccai con mano la vanit. Tu puoi avere qui in terraferma i mezzi come uscir di debito, e da questo punto io non ti conceder altro colloquio meco fuorich col contante fra le mani. Barisone: Per mia f, io ne manco affatto affatto; ma industrierommi, ricorrer ai miei ospiti, consiglier con essi e con gli altri miei amici onde sciogliermi dall'obbligo. Federico: Cos sia. Cronica pisana Laurentii veronensis, lib. II, in L. A. Muratori, cit.
[749] U. Foglietta, Historiae Genuensium, cit., all'anno 1164.
[750] Le notizie di queste convenzioni sono estratte dall'archivio ducale di Genova: la data  del 16 settembre 1164, ed una delle medesime fu anche riportata da F. Ughelli (Italia sacra, cit., tomo 4, in Archiepiscopus Ianuense, n. 27). La regina Algaburga, la quale, come apparisce in tali convenzioni, tenne compagnia al suo consorte in quella pomposa sua gita, promise di far giurare quel figliuolo ch'era per succedere nel regno prima che pigliasse possesso del regno di Gallura. Non si ha da me notizia che questo possesso siasi avverato.
[751] Caffaro, Annali genovesi, cit., lib. II, cronaca del cancelliere Oberto.
[752] Il Breviarium pisanae historiae, in L. A. Muratori, Rerum italicarum scriptores, cit., all'anno 1165, cit., d maggior importanza a questa comparsa delle galee pisane, perch attribuisce alle medesime l'essere stato cacciato Barisone coi Genovesi da quei mari.
[753] U. Foglietta, Historiae Genuensium, cit., all'anno 1164. Caffaro, Annali genovesi, cit., lib. II, cronaca del cancelliere Oberto.
[754] Breviarium pisanae historiae, in L. A. Muratori, Rerum italicarum scriptores, cit., all'anno 1165, cit.
[755] Caffaro, Annali genovesi, cit., lib. II, cronaca del cancelliere Oberto.
[756] Questa carta  riportata da P. Tronci, Memorie istoriche, cit., per intiero all'anno 1165.
[757] U. Foglietta, Historiae Genuensium, cit., all'anno 1165. P. Tronci, Memorie istoriche, cit., per intiero all'anno 1165. A. Giustiniani, Castigatissimi annali, cit., all'anno 1165.
[758] Il Tronci riferendo questo fatto nell'anno precedente, suppone che il giuramento sia stato prestato dal giudice di Arborea. Il Foglietta spiega espressamente che quei provinciali erano sciolti dall'autorit del giudice. Ci dimostra che Pietro, figliuolo di Barisone, appena seguita la lontananza del padre, avea cominciato ad esercitare qualche autorit in Oristano; e che i Genovesi o non la riconoscevano, o se ne valevano soltanto in quanto loro giovava.
[759] U. Foglietta, Historiae Genuensium, cit., all'anno 1166. U.Foglietta, Historiae Genuensium, cit., all'anno 1166.
[760] Le notizie di queste convenzioni sono tratte dall'archivio ducale di Genova.
[761] Breviarium pisanae historiae, in L. A. Muratori, Rerum italicarum scriptores, cit., all'anno 1166.
[762] Consistevano in uno scudo colmo di pane, ed in due vasi di vetro ripieni di pepe e due barili di vino. U. Foglietta, Historiae Genuensium, cit., all'anno 1166.
[763] U. Foglietta, Historiae Genuensium, cit., all'anno 1166.
[764] U. Foglietta, Historiae Genuensium, cit., all'anno 1166.
[765] Vedi U. Foglietta, Historiae Genuensium, cit., all'anno 1167. Breviarium pisanae historiae, in L. A. Muratori, Rerum italicarum scriptores, cit., all'anno 1167.
[766] Caffaro, Annali genovesi, cit., lib. II, cronaca del cancelliere Oberto.
[767] U. Foglietta, Historiae Genuensium, cit., all'anno 1171.
[768] Caffaro, Annali genovesi, cit., lib. II, cronaca del cancelliere Oberto.
[769] Breviarium pisanae historiae, in L. A. Muratori, Rerum italicarum scriptores, cit., all'anno 1171.
[770] U. Foglietta, Historiae Genuensium, cit., all'anno 1173.
[771] P. Tronci, Memorie istoriche, cit., all'anno 1174.
[772] Ecco le parole della carta soscritta da Pietro nei 28 settembre 1174, estratta dall'archivio ducale di Genova: Ego donnicellus Petrus, iudex et rex calaritanus, iuro ad S. Dei Evangelia quod ab hac hora in antea dabo mercationes mei iudicatus Ianuensibus, nec permittam aliquem Pisanorum in toto meo iudicatu negotiari; et si forte venerint, non permittam eos stare ultra tres dies. Do quoque eisdem Ian. portum Grottae cum pertinentiis suis, salem ex salinis ad colligendum libere quibus Ian. dare voluerint, libras 500 per annum, curtem de Thesaraxi cum servis, ancillis et rebus pertinentibus Iuro salvare Ianuenses in rebus et personis bona fide et nuntios com. Ian. iurabo tenere arborense regnum et omnes personas, donec universa debita persoluta fuerint quae arborensis iudex debet comuni Ianuae.
[773] P. Tronci, Memorie istoriche, cit., all'anno 1174.
[774] Breviarium pisanae historiae, in L. A. Muratori, Rerum italicarum scriptores, cit., all'anno 1175.
[775] Tronci ne fa menzione nell'anno 1165.
[776] Fra le carte pisane esaminate e raccolte dal cav. Baille nelle erudite ricerche da lui fatte nell'archivio diplomatico di Firenze e nella certosa di Pisa [si tratta delle carte contenute nel portafoglio IV, n. 2 e portafoglio V, n. unico, citate da P. Martini, Catalogo della biblioteca sarda del cavaliere Lodovico Baille, Cagliari, Timon, 1844] , trovansi alcune notizie intermedie pel giudicato di Gallura, tra il giudice Torgodorio, scomunicato nel 1092 (come a p. 244), e Costantino II di Lacon, di cui si d breve cenno. Egli mi comunic queste e molte altre carte attenenti alla storia dei giudicati, con quella nobilt d'animo che lo distingue e della quale mi torna qui cosa gradita il poterlo pubblicamente riconoscere; non tanto perch ne sia laude a chi  gi per molti altri rispetti laudabile, quanto perch sia posto di ci esempio contro a coloro che, veri Arpagoni della letteratura, e senza favilluzza di generosit nello spirito, o tesoreggiano, o serbano gli altrui tesori letterari ad uso di parecchie generazioni di tignuole. Merc di tali comunicazioni, io fui in grado di rammentare fra i giudici galluresi il nome di Ottocorre, incognito agli altri scrittori della storia sarda. La pi antica notizia che ai di lui tempi appartenga contiensi in una carta del 1113 (stile pisano, corrispondente all'anno dell'era volgare 1112), nella quale Padulesa di Gunale, che s'intitola vedova del defunto re di Gallura Torcotorio de Zori, dona una corte alla chiesa di S. Maria di Pisa. Se da questa carta si raccoglie che Torgodorio era gi morto in quell'anno, s'inferisce del pari dalla medesima che succeduto era gi allo stesso tempo nel di lui regno, e probabilmente meglio colla violenza che col diritto, Ottocorre; poich la carta termina colle seguenti parole: de Sardis vero propter metum iudicis Othocor, qui tunc temporis iudex erat, qui supra memoratae Padulesae valde inimicabatur et minabatur, nullus testis interfuit. Questo giudice regnava ancora nel 1116, perch in altra carta (carte pisane 8 maggio 1117, ora in P.Tola, C.D.S., cit., sec. XII, doc. XXIII, p. 195) Thocorre, che si nomina di Gunale, dona alla chiesa suddetta le quattro chiese galluresi di Torpeia, di Toraie, di Vignolas e di Laratanos, delle quali egli dice che Padulesa aveva gi avanti giustamente e religiosamente donato le sue porzioni a quella chiesa. La conferma della donazione di Padulesa ed il chiamarsi giusta e religiosa la di lei liberalit, e meglio ancora l'intervento in quest'atto di un Comita, che si dice figliuolo del giudice Costantino, fanno credere che se Ottocorre era nel 1112 nemico della famiglia degli antichi giudici (alla quale pare che almeno per agnazione egli non appartenesse, essendo il nome dell'ultimo regolo Torgodorio quello di Zori, ed il nome di Ottocorre quello di Gunale), nel 1116 egli erasi gi rappattumato con esso loro. A questi stessi tempi, ed al medesimo giudice Ottocorre, si possono riferire altre due carte pisane senza data, in una delle quali Ottocorre gallurese conferma la donazione fatta dalla fu regina di Gallura Padulesa a S. Maria di Pisa; e nell'altra Ottocorre, intitolato giudice gallurese, giura fedelt a quella chiesa e promette di donare quattro corti tales quales placeant misso suo. Delle quali carte la prima, trattando manifestamente della donazione istessa sovra notata del 1112, come apparisce dal confronto di tutte le circostanze, devesi necessariamente riferire ad un tempo posteriore a quell'anno, e la seconda deesi credere soscritta prima di quella del 1116, nella quale propriamente si contiene il compimento delle promesse in quest'ultima fatte. Rimane a parlare del nome di un altro giudice gallurese, che nella stessa carta del 1116 si legge. Ottocorre conferma in questa anche la donazione della corte detta di Vitithe fatta alla chiesa pisana dal giudice Saltaro, il quale dalla stessa carta apparisce esser morto senza prole (qui encus mortuus est, idest sine haeredibus). Questo giudice, di cui nuova comparisce la menzione nella serie dei regoli di Gallura, non pu meglio esser collocato che fra Costantino I (1073) ed il Torgodorio scomunicato nel 1092; e forse era figliuolo dello stesso Costantino e fratello maggiore di quel Comita nominato nella carta predetta del 1116, il quale le sue speranze al trono vide prima impedite da Torgodorio de Zori, e poscia da Ottocorre di Gunale. Se tale conghiettura non si potesse sostenere, converrebbe riferire il governo di Saltaro ai tempi che precedettero o seguirono immediatamente li due pi antichi giudici, Manfredi e Baldo, dei quali si diede cenno a p. 225.
[777] La carta di questa donazione di Costantino si riport da P. Tronci, Memorie istoriche, cit., all'anno 1173 per incidenza, allorch rifer l'altra carta di quell'anno del figliuolo Barusone. La cosa  tanto manifesta, che la briga presa dal Gazano per far comparire la prima carta di pi antica data,  per lo meno soverchia. G. Cambiagi, Istoria del regno di Corsica, cit., lib. IV, determina il principio e fine del regno di Costantino II nel 1165 e 1171; ma non arreca verun monumento in prova di ci.
[778] P. Tronci, Memorie istoriche, cit., all'anno 1160.
[779] Anche questa carta dell'operaio Benedetto  riportata da P. Tronci, (Memorie istoriche, cit., all'anno 1173), il quale la crede una donazione fatta da Barusone di alcune corti, mentrech, per quanto si pu raccogliere in quello scorrettissimo ed intrigato tenore d'uno strumento, scritto, come si spiega il Tronci, in lingua pi barbara che sarda, Barusone vi conferm solamente le offerte di Benedetto; al quale forse tenne anche compagnia nel viaggio fatto a Pisa col vescovo Giovanni di Galtell e con molte altre persone, per recar ad effetto le donazioni. Non sono anche alieno dal credere che questo operaio Benedetto abbia in tal carta compreso pi i frutti della propria sollecitudine, che quelli della sua liberalit; parendomi probabile ch'egli con quel titolo fosse incaricato delle collette da farsi nella provincia a benefizio di quella chiesa. Del rimanente, il voler conoscere chiaro il senso della carta in quella vera barbarie e sconciatura di espressioni, non  impresa da pigliare a gabbo", od almeno  opera superiore al grado della mia attenzione ed a quello della mia pazienza.
[780] Il Tronci registr tal carta nel luogo gi citato. Nel sigillo che vi  effigiato vedesi da un lato il capo di Barusone e dall'altro l'inscrizione Barusone rex Galluri. La carta  priva di data. M. A. Gazano (Storia della Sardegna, cit., lib. III, cap. 8) credette che questo Barusone di Gallura abbia vissuto fino all'anno 1182, perch nella donazione fatta in quest'anno da Barisone di Arborea, riportata dal Muratori nella pi volte citata dissertazione 32 e di cui si dar cenno in appresso, si legge fra i testimoni il nome di un giudice Baresone de Lacon. Ma io credo errata questa conghiettura; e penso che questo giudice chiamato di Lacon, al pari di quello di Gallura, non sia altri che lo stesso Barisone donatore, cio il famoso Barisone d'Arborea; essendo cosa facile a certificarsi che in quei strumenti di donazione quasi sempre il primo fra i testimoni dopo Iddio ed i santi  il donatore, il quale comparisce testimonio degli stessi suoi fatti. Cade pertanto con questa sola considerazione la conghiettura del Gazano. Il Muratori fece un'altra osservazione sovra quel Barisone di Lacon, cercando il mezzo di conciliare il marito di Algaburga, in questa carta nominata, col Barisone marito di Preziosa de Orrubu, o de Florrubu, mentovata nelle due carte del 1170 e del 1153 da lui prodotte nella dissertazione gi citata; nelle quali Alberto, arcivescovo di Torres, e Gonnario II, giudice della stessa provincia, fanno alcune donazioni al monistero di Monte Cassino; a qual uopo conghiettur l'illustre scrittore che Barisone di Arborea fosse passato a seconde nozze con Algaburga dopo il 1170. Non dandogli la materia che avea fra le mani lume sufficiente, cadde anch'egli in abbaglio. Il Barasone di Lacon, marito di Preziosa, non era gi il re d'Arborea (il quale, come sovra si vide, non dopo il 1170, ma fin dal 1156 avea impalmato la sua Algaburga), ma il Barisone turritano suo rivale, fratello primogenito del Pietro di Cagliari e figliuolo del Gonnario II, chiamato anch'egli nella carta suddetta del 1153 di Lacon. E ci pi che altrove si chiarisce in questa carta medesima, in cui Gonnario afferm soscriverla col consenso del figlio suo Barisone re e della di lui consorte Preziosa. Si dimostra pertanto con tali dilucidazioni che non solamente esistevano al tempo stesso tre Barisoni giudici di Torres, di Arborea e di Gallura, figliuoli di Gonnario, di Comita e di Costantino; ma che tutte queste famiglie aveano anche al tempo stesso l'eguale cognome di Lacon, o perch di eguale agnazione, o perch mescolate con cognazioni importanti l'obbligo o l'onore di quell'appellazione. Nella qual cosa non stimo di maggiormente internarmi, bastando a me il rettificare gli altrui errori, senza ricercare in s impigliata materia l'occasione di accompagnarli coi miei.
[781] P. Tronci, Memorie istoriche, cit., all'anno 1171.
[782] P. Tronci, Memorie istoriche, cit., all'anno 1171.
[783] Ottobono Scriba, continuatore degli Annali di Caffaro (Annali genovesi, cit., lib. III), riferisce la spedizione a tal uopo fatta in Sardegna dai Genovesi di Guglielmo Torrello.
[784] P. Tronci, Memorie istoriche, cit., all'anno 1188. F. Dal Borgo nella sua opera intitolata Raccolta di scelti diplomi pisani, Pisa, 1765, inser i monumenti pi interessanti di questa pace.
[785] Due sono gli atti di donazione di Barisone ai Cassinesi riportati da L. A. Muratori, Antiquitates Italicae, cit., dissertazioni 32 e 65. Il primo contiene la cessione della chiesa di S. Nicol d'Urgen posta in Ficusmara e del dritto di pesca negli stagni di S. Giusta e di Mareponte; ed  scritto in lingua sarda. Il secondo, scritto in lingua latina, contiene la concessione della chiesa di S. Nicol de Gurgo e la condizione test mentovata dell'invio dei dodici monachi. Parmi che ambe queste donazioni siansi riferite alla stessa chiesa chiamata in lingua sarda d'Urgen ed in latino de Gurgo.
[786] La copia della carta contenente tale donazione  posseduta dal cav. Baille.
[787] L'atto del 1187, indizione 4 (stile pisano corrispondente all'anno 1186),  posseduto per copia dal cav. Baille.
[788] Vedi F. Ughelli, Italia sacra, Venetiis, apud S. Coleti, 1717-22, tomo 4, n. 27, in Archiepiscopus Ianuense.
[789] Le notizie di questi stromenti aventi tutti la data del 1189 sono tratte dall'archivio ducale di Genova. Il procuratore del giudice che stipol a di lui nome, chiamavasi Niccol Leccanozze. In quest'archivio di corte si serba altra carta simile colla data del 1192.
[790] Barisone turritano, di lui padre, regnava ancora nel 1186, perch nell'archivio ducale di Genova esiste la memoria d'uno strumento del 30 novembre detto anno, nel quale Andrea Doria, che dicesi genero di esso Barisone, ottiene dai consoli genovesi che le quistioni fra il giudice ed i cittadini di Genova si decidano secundum leges romanas et bonos usus. Le altre notizie di questo Barisone tratte dalla Cronaca sarda [E.Besta, Il Liber Judicucum Turritanorum, con altri documenti logudoresi, Palermo, Tip.New York, 1906] , ossia Condaghe sardo dell'Archivio di Corte di Torino (vedi vol. I, p. 242), sono: ch'egli marit la sua figlia Susanna al patrizio genovese Andrea Doria; padre, merc di tal matrimonio, di quattro figliuoli, il primo dei quali, chiamato Barisone, fu stipite della famiglia posseditrice della cos detta curatoria di Hurra (forse Nurra); che regn molti anni amato dai suoi popoli; che fin i suoi giorni al pari del padre nella solitudine religiosa, ritiratosi nell'ospedale di S. Giovanni fondato in Sicilia dalla regina Marcusa (vedi vol. I, p. 245).
[791] La notizia di tale strumento fu da me parimente tratta dall'archivio ducale di Genova. Assegnai la data del 1191 perch la convenzione fu accettata da Menegoldo, il quale in quell'anno fu creato podest, come risulta dagli Annali genovesi [manoscritto, 1 a ed. 1862] , di Caffaro, all'anno 1191.
[792] La disamina da me fatta d'una carta estratta dall'archivio ducale di Genova, in cui Comita II, giudice turritano e successore immediato di Costantino, accord, in unione del figliuolo Mariano, alcuni favori a quel comune, mi d occasione a conghietturare che Guglielmo abbia regnato in Cagliari prima del tempo segnato da alcuni dei nostri storici; poich, sebbene manchi a quella carta la data e siami tornata inutile ogni diligenza nel rischiararla, mediante il confronto dei nomi dei consoli genovesi mentovativi con quelli contenuti negli Annali della repubblica, pure trovandosi quella carta preceduta e seguita, nel codice in cui fu registrata, da varie altre carte, aventi la data del 1191, si pu credere che abbia anche quel monumento appartenuto allo stesso anno. In tal maniera verrebbe ad apparire che Comita regnava gi in quell'anno; e che perci Guglielmo, il quale combatt con Costantino di lui predecessore, avea occupato il regno di Cagliari prima di quel tempo.
[793] P. Tronci, Memorie istoriche della citt di Pisa, in Livorno, Bonfigli, 1682, all'anno 1197. U. Foglietta, Historiae Genuensium libri XII, Lugduni Batavorum, Van der Aa, 1704, all'anno 1196. Fra l'una e l'altra narrazione esiste la differenza di un anno.
[794] Innocenzo III, Epistulae 329, lib. I, in E. Baluze, Epistularum Innocentii III papae libri XI, Parisiis, 1682, tomo I, p. 183.
[795] Ecco una testimonianza che anche nel giudicato di Arborea era in uso l'elezione d'ogni novello giudice. Vedi nel vol.I, p. 242, l'uso conforme del giudicato di Torres.
[796] 10. Il Gazano parlando di questo fatto cadde in poche linee in quattro gravi errori: 1 d'aver supposto che fosse scritta dal pontefice al giudice Guglielmo la lettera la quale fu scritta ai tre vescovi; 2 d'aver assegnato per causa delle misure rigorose d'Innocenzo la cattiva condotta di Guglielmo verso l'arcivescovo di Cagliari, invece di quella verso l'arcivescovo d'Arborea; 3 d'aver segnato qual data dell'epistola l'anno 1200 in luogo dell'anno 1198; 4 d'aver citato in prova di tutto ci la lettera 103 del lib. XIV (Innocenzo III, Epistulae, cit.), mentre in questa si parla solamente di una dispensa matrimoniale desiderata da Guglielmo. Anche il padre Mattei err supponendo scritta la lettera del pontefice nel 1200, quando  noto che il primo anno del pontificato cadeva nel 1198. Vedi A. F. Mattei, Sardinia sacra, seu de episcopis sardis historia, Romae, ex typ. J. Zempel, 1758, nell'articolo Archiepiscopus calaritani, n. 19. Qual fosse il nome dell'arcivescovo d'Arborea non risulta dall'epistola. Gli scrittori nazionali lo dissero chiamato Giusto.
[797] L'unica difficolt che si pu opporre deriva dall'essersi denotata nell'epistola d'Innocenzo III la persona del giudice colla lettera iniziale A. Si potrebbe rispondere che il pontefice cadette forse in errore, scambiando il nome di Pietro con quello di Ugone, di lui socio nel regno; nel qual caso pi credibile diventa l'errore di chi pot scrivere un'A invece di un'H. Ma quando i fatti sono manifesti, come spero di poter dimostrare, questa difficolt derivante dalla sola alterazione di una lettera non dee trattenere nissuno.
[798] I due storici che pi si accostarono al vero furono il Fara, il quale sebbene taccia di Ugone II, narra che Ugone I era socio di Pietro nel regno; ed il Vico, il quale bench non parli di questa comunione di regno, riconobbe l'esistenza di due Ugoni.
[799] Trattandosi di un monumento che tutta rischiara questa parte finora tenebrosissima della storia sarda, stimo esser cosa opportuna il pubblicarne qui per la prima volta [ora in P. Tola, C.D.S., cit., sec. XII, doc. n. CXXXVIII, pp. 274-275] le parti pi essenziali. Petrus, Dei gratia, iudex arborensis, filius quondam iudicis Baresonis, iudicis arborensis, et Ugo, filius quondam Ugonis de Bas, qui olim Poncet nominabatur, consilio et auctoritate Raimundi de Turingia maioris, quem in hoc casu suum curatorem elegit quemque Guillelmus Buronus, consul comunis Ianuae et iudex ordinarius, ei confirmavit et dedit, comuni concordia et beneplacito compromiserunt in Guillelmum Buronum, consulem Ianuae, de omnibus discordiis et controversiis quae inter eos vertebant aliquo modo, et de omnibus actionibus et negotiis ad regnum et iudicatum arborense pertinentibus aliquo modo. Et de debitis, et quae comune Ianuae et cives eiusdem civitatis recepturi sunt in Arborea: quod stabunt in eo quod idem iudicabit et ordinabit Quare ego W. Buronus, consul comunis Ianuae, contemplando bonum pacis et concordiae et cupiens quod regnum et iudicatum Arboreae in tranquillitate et pace diu debeant permanere, hanc fero et promulgo sententiam; et ut infra legitur ordino servari. Videlicet quod Petrus praedictus et praenominatus Ugo veram inter se et inviolatam pacem in perpetuum observent. Item laudo et ordino atque constituo quod comune Ianuae urbis admodo consequatur et habeat per singulos annos medietatem in integrum toti recoltae, et introitus atque reddituum omnium arborensis regni et iudicatus, de eo videlicet quod in ipsis Petro et Ugo supradictis aliquo modo pervenit, quousque comune Ianuae et cives ipsius civitatis de omnibus debitis quae recepturi sunt in regno et iudicatu Arboreae, solutionem integram fuerint consequuti. Residuum vero ipsi Petrus et Ugo supradicti aequaliter habeant. Solutis vero debitis praememoratis, praedictus Petrus, vel eius nuncius, medietatem reddituum omnium et introituum atque recoltae arborensis regni et iudicatus consequatur et habeat. Et praenominatus Ugo alteram medietatem, vel eius missus, in integrum habeat et consequatur. Item statuo et iudico quod quando Petrus et Ugo praedicti fuerint simul in aliqua parte regni et iudicatus Arboreae, quod causae omnes et placita atque contentiones arborensis regni et iudicatus ante eos fiant et veniant, et quod ipsi eas audire et examinare et terminare debeant tamquam domini et iudices arborenses. Quando vero praedictus Ugo absens fuerit, liceat praedicto Petro easdem et contentiones omnes quae ante eum fient et venient tam criminales, quam civiles, audire et definire non obstante absentia Ugonis praedicti. Ita tamen quod medietatem toti quod ipsi Petro aliquo modo pervenit, ipse Ugo, vel missus eius, in integrum consequatur Item sancio et ordino quod castella omnia et munitiones regni et iud. Arb. in potestate mea et comunis Ianuae dentur et consignentur, et quod in mea potestate et comunis Ianuae, debeant permanere et ego ea guarnire pro comuni Ianuae debeam et retinere ad expensas tamen praedictorum Petri et Ugonis Si forte dictus Petrus sine legitimo haerede de se nato obierit, tunc regnum totum et terram Arboreae Ugoni praedicto, vel eius haeredi superstiti legitime de se nato, perveniat, et laudo et ordino quod quando Ugo praedictus annos 24 expleverit, hoc teneatur iuramento firmare infra mensem unum postquam ipse ab ipso iudice Petro monitus fuerit Et Guillelmus Buronus, Ian. cons., haec ad memoriam in posterum conservandam omnemque ambiguitatem de medio expellendam, per manum publicam scribi iussit et sigilli sui auctoritate muniri. Acta sunt in ecclesia S. Mariae de Arestano, in basilica videlicet S. Michalis, quae dicitur Paradisus. In praesentia domini Iusti, archiep. Arbor Ann. Dom. nat. mill. cent. nonag. secundo, indict. 9, 20 die februarii. Ottobonus, imperialis aulae notarius, praecepto suprascripti consulis et rogatu praedictorum.  da notare che l'anno 1192 in questa carta segnato, lo fu seguendo lo stile pisano, e che secondo l'era volgare, l'indizione 9, che allora correva, corrisponde all'anno precedente 1191.
[800] Il Fara, narrando che Ugone govern insieme con Pietro, lo disse figliuolo di questo giudice. Ma questa figliuolanza  smentita dalla carta test prodotta 1 perch il nome antico di famiglia di Ugone risulta essere stato quello di Poncetto; 2 perch la clausola della successione all'intiero giudicato da aprirsi a favore del giovinetto Ugone, nel caso di mancanza della discendenza di Pietro, sarebbe stata inutile ove lo stesso Ugone fosse stato discendente in linea diretta di Pietro. Li due primari nostri storici, Fara e Vico, indicano inoltre l'origine del titolo che il primo Ugone port e trasmise ai suoi discendenti e successori in Arborea, riferendo un rapimento alquanto romanzesco fatto dai Catalani di esso Ugone, mentre egli giovinetto vagava sollazzandosi nelle spiaggie di Oristano; rapimento pel quale venne condotto alla corte di Aragona, dove accolto benignamente da re Pietro, ebbe poscia per di lui mezzo la mano della viscontessa di Basso. Citansi da ambi quelli storici in tal proposito genericamente gli scrittori spagnuoli.
[801] Anche di tale carta estratta dallo stesso archivio ducale di Genova credo cosa utile il pubblicare i frammenti li pi importanti [ora in P. Tola, C.D.S., cit., sec. XII, doc. n. CXLVIII, pp. 282-283] . Ego Ugo de Basso, filius quondam Ugonis de Basso, convenio et promitto vobis domino Alberto de Mandello, Ian. civ., Pot. recipienti nomine comunis Ianuae, quod deinceps per me et homines meos salvabo et custodiam atque defendam universos Ianuenses in terra et acqua in toto arborensi iudicatu Si, quod Deus avertat, aliquod lignum ianuense naufragium faciet et homines mei aliquid inde habuerint, faciam illud pro bona fide in integrum restituere. Item consignabo et dabo negotiatoribus ianuensibus domus et loca sine aliqua pensione et dacita, quibus libere maneant et negotientur Item promitto quotiescumque comune Ianuae guerram habuerit cum Pisanis, vel cum aliquo iudice de Sardinea, ei vel eis guerram faciam nec pacem, vel treguam faciam sine voluntate et licentia potestatis et civium com. Ian Praeterea ex quo Dominus terram meam concedere dignabitur recuperare, dabo et consignabo potestati Ian quartam partem toti introitus arborensis iudicatus, excepto vino meae curiae pro debitis comunis et civium Ian., aut libras mille den. ian. in electione potestatis, quousque universa debita comunis et civium Ian. fuerint per omnia in integrum soluta. Insuper libras 100 dono annuatim comuni ian quousque debitum totum, ut supra dictum est, solutum fuerit. Item convenio et promitto quod de certo concedam atque permittam Ianuenses habere et tenere curiam in toto iudicatu Arboreae Item confiteor quod alii tres quarterii arborensis iudicatus sunt obbligati comuni Ianuae pro debito comunis et civium, et ex parte mea in quantum possum ipsos obbligo, et eos in guardia tenebo pro comuni Ianuae De his omnibus dictis tot securitates eis faciam quot potestati Ian. et civibus placuerit. Et si quod absit ut dictum est, non observavero, penam libr. 2.000 argenti fini vobis promitto et pro his omnibus observandis universa bona mea habita et habenda vobis pignoro et obligo et omnia iura et rationes, quas ullo modo habeo, vel habebo in arboren. iudicatu Abrenuntio omnibus actionibus quibus ullo modo me tueri possum et de terris et supradictis omnibus iuro fidelitatem com. Ian., et ipsas terras tenere promitto pro comuni et nomine comunis in feudum. Haec omnia ut suprascripta sunt iuro tactis Evangeliis ego Ugo de Bassis, filius quondam Ugonis de Bassis, qui professus sum habere annos 20, attendere et observare bona fide, sine fraude et malo ingenio Factum Ianuae in publico parlamento; testes Rogerius de Brema et multi alii, anno Dom. nativ. millesimo centesimo nonagesimo octavo, indizione XV (stile pisano, corrispondente all'anno volgare 1197), die 28 aug Ego Bertolottus Alberti, not., conventionem superiorem scripsi.
[802] Risultano tali nozze dalla lettera d'Innocenzo III, scritta nell'anno decimo del suo pontificato, cio nel 1207, e la quale nell'edizione di E. Baluze, Epistularum Innocentii III, cit.,  l'epistola 143 del lib. X.
[803] Questa carta fu riportata per intiero da M. A. Gazano (Storia della Sardegna, Cagliari, Stamperia Reale, 1777, lib. III, cap. 7) colla data del 1200 senza punto indicarne la sorgente. Il padre A. F. Mattei (Sardinia sacra, cit., nell'articolo Archiepiscopus arborenses, n. 4) valendosi della menzione fattavi dell'arcivescovo di Arborea Omodeo, rifer che una tal carta eragli stata indicata dal padre Mittarelli, come esistente nelle di lui mani ed appartenente all'anno 1200. Avendo poscia il padre G. B. Mittarelli e A. Costadoni pubblicato il quarto tomo degli Annales Camaldulenses Ordinis sancti Benedicti, Venetiis, Pasquali, 1755-73, devo credere che la carta, colla menzione della quale egli diede principio in quel volume al secolo XIII e che riport poscia nell'appendice al n. 149, sia l'istessa di quella di cui avea dato notizia al Mattei. Esaminatala, trovai che la medesima non si accorda in qualche parte con quella riferita dal Gazano, trattandosi in una di conferma della donazione della regina Diana, e nell'altra di quella della regina Focode, moglie di Comita. Trovai pure che quantunque la carta porti l'annotazione del 1200, pure gli annalisti dubbiosamente toccarono di tal data. Ed invero, se la carta che nel n. 148 dell'appendice si produsse, contenente la conferma fatta dall'arcivescovo Omodeo delle largizioni del giudice, bench annotata collo stesso anno 1200, pure per ragione dell'indizione XIV si rapporta dagli annalisti agli anni o 1196 o 1211, parmi verosimile che anche quella del giudice Costantino, la quale  da credere sia stata soscritta contemporaneamente, debbasi riferire ad una di queste due date. Fra queste poi io inclino alla seconda per lo seguente motivo. Innocenzo III nella sua epistola sovraccitata (Epistulae, cit., epistola 143, lib. X), scritta nel 1207, disapprova le nozze di Ugone di Basso con la figliuola del marchese di Massa; viveva dunque in quell'anno Ugone, anzi menava moglie. Gli atti pertanto di sovranit di Costantino dovendo esser posteriori a tal anno, ne siegue che la data del 1196 male si converrebbe a quella di lui carta.
[804] Questi due atti furono inseriti in G. B. Mittarelli, A. Costadoni, Annales Camaldulenses, cit., tomo 4, appendice, all'anno 1230, n. 305 il primo, ed il secondo all'anno 1237, n. 341.
[805] Questi tre diplomi furono pubblicati da L. A. Muratori, Antiquitates Italicae medii aevi ad Sardiniam spectantes, Mediolani, 1750, dissertazione 71, colla data del 1237. Io notai l'anno seguente perch a quell'anno corrisponde l'indizione XI mentovata nelli strumenti. Il legato pontificio che ricevette l'omaggio e il giuramento di Pietro II nel monistero di Bonarcado chiamavasi Alessandro, cappellano del papa.
[806] Al tempo di questi due giudici Costantino II e Pietro II devesi riferire l'edificazione della chiesa cattedrale di Oristano, fatta da Drogodorio, arcivescovo d'Arborea, nel 1228, con assistenza di chi allora regnava, come risulta dalle notizie datene dal Vico e riferite da A. F. Mattei, Sardinia sacra, cit., in Ecclesia Arborensis, n. 7.
[807] Vol. I, p. 264.
[808] Gregorio IX, Decretalium, lib. II, tit. 24, De Iureiurando, cap. 22.
[809] O. Rinaldi, continuatore degli Annales ecclesiastici di C. Baronio, Lucca, 1747-55, anno 1205, n. 66. Canones et decreta sacro-sancti concilii tridentini, Romae, apud P. Manutium, 1564, lib. II, tit. 26, decretum de praescriptione, cap. 17.
[810] O. Rinaldi, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 1203, n. 68. Vedi A. F. Mattei, Sardinia sacra, cit., nell'articolo Ecclesia Turritana, n. 15.
[811] Vedi l'atto di satisfazione presentato al papa dai legati pisani ed inscritto dopo la di lui lettera (Innocenzo III, Epistulae, cit., epistola 117, lib. X) in E. Baluze, Epistularum Innocentii III, cit., tomo 2, p. 67.
[812] Innocenzo III, Epistulae, cit, epistola 117, lib. X.
[813] La lettera scritta in tal proposito dal pontefice a Rico trovasi inserita in Gregorio IX, Decretalium, cit., lib. I, tit. 19, De renunciatione, c. 10.
[814] Innocenzo III, Epistulae, cit., epistola 143, lib. X, in E. Baluze, Epistularum Innocentii III, cit., tomo 2, p. 83.
[815] Innocenzo III, Epistulae, cit., epistola 80, lib. XI, in E. Baluze, Epistularum Innocentii III, cit., tomo 2, p. 171.
[816] Innocenzo III, Epistulae, cit., epistola 101, lib. XIV, in E. Baluze Epistularum Innocentii III, cit., tomo 2, p. 554.  diretta a Comita II, giudice turritano; ed  questa la lettera iniziale del nome di Comita, regnante in quel tempo.
[817] Vedi la nota 6. Questo Comita era l'ultimo figliuolo di Gonnario II, fratello di Barisone II e zio di Costantino II, al quale succedette perch manc questo senza discendenza. Vedi G. F. Fara, De rebus Sardois, Calari, typis Nicolai Caelles, 1580, lib. II, cap. Turritani iudices.
[818] Vedi E. Martne, Thesaurus novus anecdotorum, Paris, 1177, tomo 1, colonna 800. Il Gazano crede a torto che questa fondazione sia stata quella del monistero di Cabu Abas, mentre nella carta del Martne, nella quale non si nota il luogo della nuova fondazione, si legge che il monistero di Cabu Abas esisteva gi allora: praeterea voluit esse exemtos a regalibus omnibus probat fuerunt in tempore illo illi de Capite aquae.
[819] P. Tronci, Memorie istoriche, cit., all'anno 1212. La carta di donazione esiste per copia presso al cav. Baille, ed incomincia: Nos Guillelmus, Dei gratia, Massae marchio et iudex calaritanus et arborensis. La data  del 10 maggio 1212 (stile pisano, corrispondente all'anno volgare 1211).
[820] Innocenzo III, Epistulae, cit., epistola 103, lib. XIV, in E. Baluze, Epistularum Innocentii III, cit., tomo 2, p. 554.
[821] Questo regno di Benedetta di Massa  stato finora uno dei tratti pi oscuri della storia dei giudicati, per ragione specialmente della narrazione del Fara (De rebus Sardois, cit., lib. II, cap. Calaritani iudices), dalla quale si trasse anche motivo a credere che il nome del primo marito di Benedetta non fosse quello di Parasone e che al primo marito sia sottentrato un secondo, ed al secondo un terzo. Io tenter di spargere maggior lume su di ci, difendendo il titolo di giudice dovuto a Parasone, ed il maggior pregio che torna a Benedetta dall'unico nodo maritale seco lui stretto. L'atto di omaggio test mentovato, rinvenuto fra le carte dell'archivio Vaticano ed inserito in L. A. Muratori, Antiquitates Italicae, cit., dissertazione 71, contiene espressamente il nome di Prasson e di Parason, marchese di Massa e giudice cagliaritano, e della sua moglie Benedetta. Di un Parasone, figliuolo del giudice d'Arborea Pietro I e della sua consorte Bina, parla in altro luogo lo storico G. F. Fara (De rebus Sardois, cit., lib. II, cap. Arborenses iudices), dicendolo condotto prigioniero insieme col padre da Guglielmo; nella cui corte perci egli crebbe sotto gli occhi della futura sua sposa. Benedetta, nella sua lettera ad Onorio III papa, della quale fra breve si dar contezza, chiam il suo sposo P., figliuolo di P., giudice defunto di Arborea; e queste lettere iniziali convengono perfettamente a Parasone, figliuolo di Pietro. Sarebbe pertanto necessaria una grande soprabbondanza di contrarie ragioni per escludere a fronte di questi monumenti Parasone dal talamo e dal trono di Benedetta. Ma le contrarie ragioni desunte, come dissi, dalle relazioni del Fara sono assai deboli. Questo scrittore invece di prevalersi della notizia da lui stesso somministrata del Parasone figliuolo di Pietro, onde crederlo lo sposo di Benedetta, f succedere al giudicato di Cagliari, dopo Guglielmo, Pietro, giudice d'Arborea, marito di quella principessa, per le notizie ch'egli scrisse aver raccolto nell'archivio della chiesa cagliaritana. Io per dimostrare come quelle notizie siano state poco esatte, mi contenter di notare che il Fara f incominciare il regno di questo Pietro d'Arborea in Cagliari nel 1207, quando  cosa manifesta che il regno di Guglielmo si prolung fino al 1211 (vedi p. 18). Dopo il Pietro d'Arborea not lo stesso Fara il nome di Torgodorio, che da molti si credette il secondo sposo di Benedetta. Ed invero in molti monumenti della chiesa arcivescovile cagliaritana, dei quali ho avuto sott'occhio le parti principali, trovasi il nome del giudice cagliaritano Torgodorio de Unali colla sua moglie Benedetta di Lacon, ed hanno questi monumenti la data del giugno e 6 novembre 1215, 21 marzo e 24 aprile 1217, e 8 maggio 1218. Ci nonostante io penso, che questo Torgodorio non sia gi stato un secondo sposo di Benedetta, ma lo stesso del Parasone d'Arborea; perch in quell'istess'anno 1215 e nel 18 di novembre, cio 12 giorni dopo uno dei pi antichi monumenti contenenti il nome di Torgodorio, fu, nelle carte del Vaticano pubblicate, come sovra, dal Muratori, inscritto il nome di Parasone. Il quale perci devesi piuttosto credere abbia anche fatto uso negli atti pubblici del nome di Torgodorio, portato da molti giudici suoi antecessori e da qualcuno di essi usato promiscuamente col proprio distinto nome (vedi vol. I, p. 248). In terzo luogo riferisce il Fara, dopo il regno di Torgodorio, quello di un Barisone, marito di Benedetta. Ma se fu facile la conciliazione di due nomi diversi, molto pi lo sar quella di due nomi eguali. E perci non istento a credere che questo Barisone sia lo stesso del Parasone sovra mentovato e che il Fara abbia notato il suo regno come un regno separato, per la sola ragione che egli, avendo incontrato al tempo stesso alcune carte col nome di Torgodorio ed altre con quello di Barisone, non avvis che quei due nomi potevano indicare l'istessa persona. Conciliata in tal maniera la narrazione del Fara coi monumenti dei quali io mi prevalsi, mi giova anche il notare che per mezzo delle nozze di Benedetta col Parasone di Arborea resta anche maggiormente dilucidata la qualit di giudicessa d'Arborea colla quale talvolta quella principessa s'intitol nelle sue carte; poich Parasone suo marito, come figlio di Pietro I d'Arborea, aveva un certo dritto (quantunque forse non esercitato) sulla met di quella provincia, in seguito al giudizio di compromesso del 1191 gi da me riferito a p. 12. Parendomi in tal modo d'aver rischiarato alquanto queste notizie principali del regno di Benedetta, mi rimarr dal toccare delle opinioni degli altri storici; e dell'Aleo specialmente, il quale ha a tutto potere ammassato in questo periodo di storia le cose le pi discordanti e strane. Non meritando pi estesa disquisizione un'indagine dalla quale potrebbe anche risultare il nome di un diverso regolo, senza che perci venga a conoscersi il nome di un personaggio storico.
[822] P. Tronci, Memorie istoriche, cit., all'anno 1217. O. Rinaldi, Annales ecclesiastici, cit., allo stesso anno, n. 86.
[823] Vedi O. Rinaldi, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 1217. Con sentenza dello stesso anno serbata in questo regio archivio di corte fra le carte del ducato di Genova, Onorio, come arbitro eletto dalle parti, contentavasi poscia che il castello venisse rimesso in sua podest.
[824] La lettera  riportata da O. Rinaldi, Annales ecclesiastici, cit., nel detto anno 1217, n. 90 e seguenti, e mentovata da L. A. Muratori, Annali d'Italia, dal principio dell'era volgare all'anno 1750, Milano, Pasquali, 1744-49, all'anno 1217.
[825] O. Rinaldi, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 1217, n. 97.
[826] Il diploma  riportato da L. A. Muratori, Antiquitates Italicae, cit., dissertazione 71.
[827] Vedi U. Foglietta, Historiae Genuensium, cit., all'anno 1217, e le condizioni intiere della pace scritte da Onorio nel suo Breve del 1 dicembre 1217 riportato da C. Cocquelines, Bullarium romanum, Romae, Mainardi, 1734-44, tomo 3, n. 17 degli atti di esso pontefice. Ogerio Pane, continuatore degli Annali genovesi di Caffaro (Annali genovesi, lib. IV, in Rerum italicarum scriptores, a cura di L. A. Muratori, Mediolani, ex Typ. Societatis Palatinae,172-51, tomo 6), fa ascendere quel tributo a lire 20.000. Lo stesso cronichista, narrando i fatti del preceduto anno 1203, altro argomento ci porge della quantit di denaio che si traeva dall'isola dai protettori dei nostri regoli. Scriv'egli che in quell'anno una nave grossissima pisana, chiamata Rosa, la quale era stata inviata in Sardegna per recare la pecunia dei Pisani a loro mani, fu predata da due navi genovesi col pure spedite per recare la pecunia spettante agli stessi Genovesi.
[828] Questo Lamberto pare debba esser lo stesso di quello che alcuni anni avanti avea occupato la Gallura (p. 15). L'invasione dei due giudicati e la figliuolanza di Ubaldo da Lamberto risultano dalla carta pisana che sono per produrre. Che ambi fossero della famiglia Visconti si scrisse da P. Tronci, Memorie istoriche, cit., all'anno 1224. Vedi O. Rinaldi, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 1218, n. 31.
[829] La lettera di Onorio del 10 novembre 1218  riportata nel detto C. Cocquelines, Bullarium romanum, al n. 27 degli atti di esso pontefice.
[830] Risulta ci manifestamente da una carta del 18 settembre 1220, indizione 7 (stile pisano, corrispondente all'anno volgare 1219), la copia della quale  serbata dal cav. Baille: eccone le parti principali: Marianus, Dei gratia, iudex turritanus, filius quondam iudicis Comitae bonae memoriae do, cedo, concedo, reddo, mando et restituo in perpetuum tibi domino Lamberto Vicecomiti, iudici calaritano et de Galluri, totam terram (qui non la nomina, ma poscia spiega che era la Gallura) cum omnibus iurisdictionibus et si quam cartam inde habeo tibi, vel nuncio tuo, reddam et dabo, et aliam bullatam Ubaldo, filio tuo et genero meo, Et promitto et convenio tibi quod si quis vel si qui liber vel liberi aut servi de suprascripta terra de Galluri, quam tibi rendo, non iuraverit, illos in terra mea nec in tota mea fortia non recipiam.
[831] Dai codici sardi esaminati da G. F. Fara (De rebus Sardois, cit., lib. II, cap. Turritani iudices) apparisce che Mariano II, figliuolo di Comita II di Torres, avea impalmato Agnese, figliuola del marchese Guglielmo di Cagliari, dalla quale ebbe il figliuolo Barisone, suo successore nel regno, Benedetta, sposa del conte d'Ampurias, ed Adelasia, moglie di Ubaldo.
[832] L'autore del Contague sardo dell'Archivio di Corte di Torino, manoscritto, pi volte citato [E.Besta, cit.] narra che questo Barisone regn tre anni e tre mesi, e fu quindi sepolto nella chiesa di S. Pantaleo di Sorso. O. Rinaldi (Annales ecclesiastici, cit., all'anno 1236, n. 26) riferisce che egli fu trucidato in una ribellione. Al tempo notato in questi monumenti corrisponde una carta da me esaminata ed estratta dall'archivio ducale di Genova, nella quale Barisone conferma a favore dei Genovesi la concessione dell'avo suo Comita e del padre suo Mariano, giudice di Torres nel 1233; il qual anno in tal modo si chiarisce essere stato il primo del suo regno. Resta da notare che il Rinaldi, parlando degli autori della ribellione contro a Barisone, li chiam Sazarenses. Fu perci un puro abbaglio di A. F. Mattei (Sardinia sacra, cit., cap. 2, par. 3, n. 11) lo scrivere Sarzanenses; e siccome l'abbaglio d'un autore  frequentemente il primo anello di una catena d'abbagli pei compilatori poco accurati, il Gazano anch'egli scrisse che Barisone era stato trucidato dalle truppe di Sarzana; le quali non si sa come potessero intromettersi in quei nostri fatti.
[833] Vedi O. Rinaldi, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 1236, n. 26.
[834] Vedi O. Rinaldi, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 1237, n. 16, 17 e 18. L'essersi fatto uso da Ubaldo dei soli titoli di giudice gallurese e turritano  per me un argomento che egli avesse gi in quel tempo perduto ogni potere nel giudicato cagliaritano. Ci si conferma colle notizie che si raccolgono nelle seguenti carte pisane possedute dal pi volte lodato cav. Baille. 1 26 gennaio 1231, indizione 4: in questa Ubaldo Visconti, ordinando il suo testamento, parla anche della sua terra calaritana, che lascia in custodia di alcuni suoi confidenti a favore dei suoi figli. La data  in villa S. Caeciliae in palatio regni kallaritani; 2 altro atto soscritto due giorni dopo, in cui Ubaldo costitu il comune pisano tutore e difensore dei suoi figliuoli e di tutti i suoi beni, e specialmente in toto regno kalaritano; 3 22 luglio 1334, indizione 6 (stile pisano, corrispondente all'anno volgare 1233): Ubaldo, il quale in quest'atto s'intitol iudex gallurensis et rector kallaritanu s, soscrisse una carta di debito a favore di Rodolfo, conte di Capraia: actum in palatio regni kallaritani in villa dicta S. Gilliae; 4 27 settembre 1236, indizione 9: soscrivendo in quel giorno Ubaldo una donazione a favore di Guido Burgundione, conte di Capraia, non pi giudice cagliaritano s'intitola, ma giudice gallurese e turritano (in quell'anno appunto era morto Barisone di Torres); e la carta non pi vedesi scritta in Cagliari, ma in iudicatu turritano in ecclesia S. Petri de Silchi. In tal modo si chiarisce che fra il 1233 ed il 1236 Ubaldo od abbandon o perdette il trono cagliaritano, il quale forse non mai fu da lui posseduto intieramente, perch nel 1224, cio 6 anni dopo della di lui invasione, vidimo Benedetta esercitar atti di sovrana autorit. Onde  da credere che la capitale obbedisse ad Ubaldo almeno dopo il 1231; in altre parti del giudicato si riconoscesse la signoria di Benedetta (della cui morte s'ignora il tempo), o quella del successore suo figliuolo, del quale in altro luogo si parler.
[835] G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. II, cap. Turritani iudices.
[836] O. Rinaldi, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 1237, detto n. 16. Gli atti di sommessione del giudice Pietro II di Arborea furono gi da me riportati alle pp. 13 e 15.
[837] Le carte relative a tali atti furono riportate da O. Rinaldi (Annales ecclesiastici, cit., all'anno 1237, n. 16-19). Trovansi anche inserite in L. A. Muratori, Antiquitates Italicae, cit., dissertazione 71, colle date del 3 marzo 1236, 3 marzo e 8 aprile 1237. Le indizioni X e XI notate in questi strumenti corrispondono ai due anni posteriori.
[838] O. Rinaldi, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 1237, n. 23.
[839] O. Rinaldi, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 1238, n. 67.
[840] O. Rinaldi, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 1238, n. 68. L. A. Muratori, Annali d'Italia, cit., all'anno 1238.
[841] Sono queste notizie tratte dalla cronaca, ossia Contague sardo, pi volte citato.
[842] L. A. Muratori, Annali d'Italia, cit., agli anni 1239, 1245 e 1247.
[843] L. A. Muratori, Annali d'Italia, cit., all'anno 1241.
[844] L. A. Muratori, Annali d'Italia, cit., agli anni 1249 e 1272. In tanto intervallo fra la di lui prigionia e la di lui morte non vollero giammai i Bolognesi prestar l'orecchio al dimandato di lui rilascio.
[845] A. Tassoni, La secchia rapita, Parigi, T. Du Bray, 1622.
[846] Cronaca di Pisa, d'incerto autore, riportata da L.A.Muratori, Rerum italicarum scriptores, cit., tomo 15, pp. 973-974, all'anno 1242. P. Tronci riferisce tal fatto in Memorie istoriche, cit., all'anno 1250.
[847] G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. II, cap. Calaritani iudices narra aver avuto principio il regno di Guglielmo II nel 1239. Che egli fosse figliuolo di Benedetta si raccoglie da varie carte di quel tempo, e segnatamente da una carta del 10 luglio 1225, esistente nell'archivio arcivescovile di Cagliari, nella quale Benedetta parla del figliuolo suo Guglielmo, del padre suo, marchese Guglielmo, e della madre Adelasia. Questo Guglielmo II fu dal Cambiagi e da altri, sulla di lui fede, confuso col Guglielmo III, detto anche Cepola, di cui si scriver in appresso.
[848] Il titolo di marchese di Massa  sempre assunto da Chiano in tutti li suoi atti. Fra questi il pi antico a me noto  il di lui testamento fatto in Cagliari nei 23 settembre 1254, indizione XI (stile pisano, corrispondente all'anno volgare 1253), nel quale istitu eredi Rinaldo e Guglielmo, suoi cugini. Le copie autentiche di tal atto e degli altri dei quali in questo periodo di storia far menzione, sono possedute dal marchese Fabio Pallavicini di Genova [ora in P. Tola, C.D.S., cit., sec. XII, doc. n. LXXXVI, p. 363] , studioso ed erudito raccoglitore dei monumenti storici appartenenti alla sua patria, e segnatamente di quelli che rischiarano i fasti dell'illustre di lui casato. Come egli previde che nel trattare di questi tempi mi tornerebbe utile il conoscere le molte antiche carte del di lui archivio, cos profferissi di comunicarmele. Ed io essendo debitore a questa comunicazione del vantaggio d'aver potuto con maggior diligenza degli altri scrittori della storia sarda toccare di quanto appartiene a questi ultimi tempi del giudicato cagliaritano, devo qui testimoniargli il mio grato animo. Non perch ci basti a rispondere alla cortesia ch'ei mi f; ma perch non altro mezzo migliore della pubblica riconoscenza si presenta a chi non ha la sorte d'esser cognito a quel gentile letterato per alcun privato rispetto.
[849] U. Foglietta, Historiae Genuensium, cit., all'anno 1256. Breviarium pisanae historiae, in L. A. Muratori, Rerum italicarum scriptores, cit., all'anno 1258.
[850] G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. II, cap. Arborenses iudices.
[851] U. Foglietta, Historae Genuensium, cit., all'anno 1256. Bartolomeo Scriba, continuatore degli Annali genovesi di Caffaro, cit., lib. VI, all'anno 1256. Tronci descrive egualmente la morte di Chiano; ma non distinguendo il tempo e gli avvenimenti, riferisce questa morte nell'anno stesso 1250 in cui avea narrato la novella nomina dei giudici pisani. Come suppone accaduta anche contemporaneamente la resa del castello di Castro, la quale non ebbe effetto che dopo. Gli stromenti di convenzione di Chiano col comune di Genova, aventi le date del 20 aprile e 25 maggio 1256, mi furono comunicati dal lodato marchese Pallavicini. Contengono oltre alle condizioni gi dette, lo sgombero dal castello di Castro di tutte le persone non grate ai Genovesi; la perdita per queste delle antiche loro propriet; il dritto riserbato al giudice di entrarvi liberamente colla sua famiglia e di possedervi una casa; l'obbligo di nutrire per un anno i novelli abitanti genovesi del castello, di permettere al comune di Genova l'estrazione gratuita del sale e di non aprire altro porto nella provincia eccetto quello di Cagliari.
[852] Questi due atti di testamento e di donazione, soscritti in S. Gillia presso a Cagliari nei 27 luglio e 28 ottobre 1256, mi pervennero per lo stesso mezzo. Si trova anche in questi che la chiesa principale di S. Gillia o S. Igia avea il titolo di S. Maria de Clusi, e che nella medesima era stabilito un capitolo di canonici, vedendosi fra i nomi dei testimonii quelli di Costantino, arciprete, e di Comita, canonico della stessa chiesa. Essendo stato il primo atto soscritto in presenza del giudice Chiano, si raccoglie che il di lui disastro accadette fra il 27 luglio e 28 ottobre del suddetto anno. Agnese si dice nel suo atto di donazione figliuola del giudice Guglielmo; ma non puossi affermare se lo sia stata del primo o del secondo principe di quel nome, bench G. F. Fara (De rebus Sardois, cit., lib. II, cap. Calaritani iudices) abbia notato che il primo avea una figliuola, nominata Agnese, conceduta in isposa a Mariano di Torres, come si vide nella nota 45.
[853] Questi due atti hanno la data del 15 ottobre 1256.
[854] Vedi U. Foglietta, Historiae Genuensium, cit., all'anno 1256. Il testamento di Guglielmo Cepola, comunicatomi coi due atti dello stesso giudice nel modo istesso delle precedenti carte [ora in P. Tola, C.D.S., cit., sec. XII, doc. n. XCVIII, pp. 377-378] , ha la data del 14 gennaio 1258. Per questo si viene a conoscere che o le voci del sangue erano da Guglielmo meno sentite che i consigli della politica, o che egli stimava dannosa alla sua famiglia un'eredit da disputarsi coll'arme. Si legge infatti in quel testamento che egli lasciava una figliuola in infantile et, chiamata Alasia, avuta da una Francesca; i cui alimenti e la cui dote lasciava all'arbitrio prudente della repubblica; che del pari rimetteva nell'arbitrio della repubblica la sorte della prole che dovea nascere da una Crescia, quam dicit ex se pregnantem esse; che infine si contentava di fare ai figliuoli del fratello Rinaldo, gi suo benefattore, un solo lascio delle terre che possedeva nell'Ogliastra.
[855] B. Scriba, Annali genovesi, cit., all'anno 1257.
[856] Vedi P. Tronci, Memorie istoriche, cit., all'anno 1250. Egli, come sopra ho detto, confonde in questo solo anno cogli altri avvenimenti accaduti in questo periodo di tempo anche l'edificazione di tal torre, alla quale non si pot porre mano dai Pisani prima della resa del castello. L'inscrizione appostavi, riferita da F. Vico (Historia general de la isla y reyno de Sardea en siete partes, Barcelona, empr. de Loreno Deu, 1639, cap. 42, p. 6), ha la data dell'anno 1295 e ricorda che il castellano di Cagliari era allora Ranieri del Balneo, e che l'operaio, lo scrivano e l'architetto nominavansi Beato Cargolasio, Cefa e Giovanni Capula. Alcuni anni dopo, cio nel 1300, come apparisce dall'inscrizione copiata da G. Aleo (Sucessos generales de la Isla y Reyno de Sardea, tomo 2, cap. 37, manoscritto), si eresse anche l'altra torre del castello detta dell'Elefante, essendo castellani Giovanni Giora e Giovanni de Vecchiis, sotto la direzione dello stesso architetto Giovanni Capula.
[857] U. Foglietta, Historiae Genuensium, cit., all'anno 1257. P. Tronci, Memorie istoriche, cit., allo stesso anno.
[858] Vedi la bolla di assoluzione in P. Tronci, Memorie istoriche, cit., all'anno 1257.
[859] Vedi Breviarium pisanae historiae, in L. A. Muratori, Rerum italicarum scriptores, cit., all'anno 1259. I giudici di Gallura ebbero il castello di Chirra e l'Ogliastra. Ugolino della Gherardesca comand in Villa Iglesias, Domusnovas e dintorni, coi mari della costa. I successori di Gerardo ebbero il castello di Gioiosa Guardia, Villa Massargia, Gonnesa, colla regione di Cixerro. Vedi G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. II, cap. Calaritani iudices.
[860] O. Rinaldi, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 1258, n. 29 e seguenti, e P. Tronci, Memorie istoriche, cit., nello stesso anno, non riferiscono il risultamento decisivo di quel compromesso pontificio. Il Breviario pisano, narrando esser caduta in potere dei Pisani dopo stretto assedio la fortezza di S. Gillia, trovasi in maggior concordanza con quanto ho scritto della distruzione di quella rocca e dell'inosservanza del compromesso. Io trassi questa notizia da un Breve di Alessandro IV, papa, del 5 dicembre 1258, esistente originalmente in questo regio archivio di corte [ora in P. Tola, C.D.S., cit., sec. XIII, doc. n. CI, p. 379] ; nel quale il pontefice commetteva all'abate di S. Stefano e ad Azzolino, canonico di Bologna, di scomunicare i Pisani se non consegnavano la fortezza di S. Gillia, dove aveano malgrado di quel lodo commesso le violenze che ho riferito.
[861] Vedi G. M. Crescimbeni, Istoria della volgar poesia, Roma, per il Chracas, 1698, vol. 2, parte 2, lib. I.
[862] Vedi L. A. Muratori, Annali d'Italia, cit., all'anno 1272. Non occorre riferire la diversit delle opinioni degli scrittori sul di lui testamento, perch non col di lui testamento fu regolata la sorte dei suoi dominii nella Sardegna. Vedi G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. II, cap. Turritani iudices.
[863] Vedi p. 24.
[864] D. Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, canto 22.
[865] Benvenuto da Imola [B. Rambaldo] , Commentum super Dantis Aldigherji comoediam, Venetia, 1477. Lo stesso affermano gli altri due antichi commentatori C. Landino e A. Vellutello, Dante, con nuove ed utili ispositioni, Lione, G. Rouillio, 1552.
[866] Per quanto narra Cristoforo Landino nel suo commento al canto 22 dell'Inferno, alcuni asseriscono che messer Branca Doria abbia impalmato la figliuola di Zanche; altri che Michele abbia tolto per moglie la di lui sorella.
[867] Vedi G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. II, cap. Turritani iudices, in finis. Le terre suggette a Sassari erano Romania, Fluminargia, una parte della Nurra, e le ville di Gerida, Ottava ed Aristola.
[868] G. Villani, Nova cronica, Firenze, Giunta, 1559, lib. VII, cap. 45. Guidone di Corvaria, Cronaca pisana, in L. A. Muratori, Rerum italicarum scriptores, cit., tomo 24, colonna 684.
[869] O. Rinaldi, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 1267, n. 17.
[870] L'irruzione del conte Ugolino nel regno turritano apparisce nell'epistola scritta nell'anno 1267 da Clemente IV, riferita da E. Martne (Thesaurus novus, cit., tomo 2, epistola 519), in cui molto si lagna il pontefice di quell'invasione.
[871] M. A. Gazano, Storia della Sardegna, cit., lib. IV, cap. 1, taccia di errore il Mattei, perch chiam re questo Giacomo mentrech Giacomo II nel 1267 era solamente infante d'Aragona. Ma il Mattei avea buon diritto di chiamarlo re, ed il Gazano non pose mente che Giacomo, infante nel 1267, era Giacomo II, quello stesso il quale poscia ottenne l'investitura dell'isola; e che quel sovrano il quale ora la chiedeva, era Giacomo I, detto il Vittorioso, morto nel 1276.
[872] O. Rinaldi, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 1267, n. 17. Di questa gara di varii principi per l'acquisto della Sardegna si d anche contezza nelle novelle di ser Giovanni Fiorentino, conosciute col nome Il Pecorone (Milano, appresso G. A. de gli Antonij, 1558).
[873] P. Tronci, Memorie istoriche, cit., all'anno 1272.
[874] O. Rinaldi, Annales ecclesiastici, cit., all'anno 1275, n. 38.
[875] U. Foglietta, Historiae Genuensium, cit., all'anno 1282.
[876] U. Foglietta, Historiae Genuensium, cit., lib. V, all'anno 1283. Fra questi devonsi rammentare i vescovi di Ampurias e di Bisarcio, le convenzioni amichevoli dei quali col comune di Genova, colla promessa di ogni ausilio, onde far cadere in potere della repubblica la citt e terre di Sassari, trovansi comprese in un atto soscritto dal secondo di essi vescovi, chiamato Pietro, in Genova nei 30 agosto 1283, del quale io possiedo la copia estratta dall'archivio del marchese Fabio Pallavicini [ora in P. Tola, C.D.S., cit., sec. XIII, doc. n. CXV, pp. 394-395] .
[877] Iacopo Doria, continuatore degli Annali genovesi di Caffaro, cit., lib. X, all'anno 1283. P. Tronci, Memorie istoriche, cit., all'anno 1283.
[878] U. Foglietta, Historiae Genuensium, cit., all'anno 1283.
[879] I. Doria, Annali genovesi, cit., all'anno 1283.
[880] I. Doria, Annali genovesi, cit., all'anno 1283. G. Villani, Nova cronica, cit., lib. VII, cap. 89, fa sommare quella preda a 120 mila fiorini d'oro.
[881] Vedi I. Doria, Annali genovesi, cit., agli anni 1284, 1285, 1286. Le navi predate erano per lo pi cariche di fromento, carni e cacio.
[882] U. Foglietta, Historiae Genuensium, cit., all'anno 1284. I Genovesi condussero in Genova un cos gran numero di prigionieri, che ne nacque il proverbio: chi vuol veder Pisa vada a Genova. L. A. Muratori, Annali d'Italia, cit., all'anno 1284.
[883] I. Doria, Annali genovesi, cit., all'anno 1284.
[884] G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. II, cap. Arborenses iudices, F. Vico, Historia general, cit., parte 4, cap. 34. A questo Mariano di Arborea fu scritta una lettera da Pietro, re d'Aragona, nelli 11 aprile 1284, riportata dal Marqus de Coscojuela, Memorial de los estados que pertenecen en el Reyno de Cerdea, s. n. t. [ma Madrid, 1712] , n. 39. Nella qual lettera si ricerca la mediazione del giudice per la restituzione di alcune prede fatte dai Pisani sugli Aragonesi.
[885] Non poco lume per indagare come questo Mariano sia succeduto nel giudicato d'Arborea a Guglielmo, conte di Capraia, somministra una carta pisana (la cui copia  posseduta dal cav. Baille) colla data del 17 giugno 1266; nella quale il podest, il capitano e gli anziani di Pisa approvano il trattato fatto dai loro ambasciatori col nobil uomo Mariano, donnicello de Arborea, pro se et tutore viri nobilis comitis Nicolai de Capraria, filio quondam bonae memoriae domini Guillelmi, comitis Caprariae, iudicis Arboreae et tertiae partis regni calaritani domini. Consiste questo trattato in ci che il comune di Pisa riceve come suoi cittadini i suddetti Mariano e Niccol, merc del consueto giuramento; e che dessi in compenso promettono ai cittadini pisani in Arborea l'affrancamento da tutti i dazi e la libera estrazione delle biade, colla sola cautela di guarentirne il trasporto a Pisa; come anche accordarono l'estrazione di qualunque specie di bestiame, esclusi i cavalli. Apparisce da tal carta che Guglielmo lasci morendo un figliuolo Niccol erede dei suoi stati, sotto la tutela di Mariano. E perci  lecito il conghietturare che, mancato in et pupillare, o senza altri eredi pi prossimi Niccol, siagli succeduto nel giudicato il suo tutore; che si pu anche credere sia stato suo consanguineo. Tuttavia non sarebbe strano il supporre eziandio che Niccol od avesse gi od abbia poscia assunto il nome di Mariano.
[886] G. Villani, Nova cronica, cit., lib. VII, cap. 83.
[887] G. Villani, Nova cronica, cit., lib. VII, cap. 83.
[888] Benvenuto da Imola, Commentum super Dantis, cit., al canto 8 del Purgatorio lo dice della famiglia degli Scotti; e tale opinione fu seguita dal Fara, il quale allo stesso casato opin pure aver appartenuto Giovanni, o Chiano, predecessore di Ugolino. Io inclino a credere Ugolino al pari di Chiano della famiglia dei Visconti, sia perch a tale famiglia era stato dai Pisani conceduto il giudicato di Gallura, sia perch il Landino ed il Vellutello nei loro commentari sull'istesso canto cos ne scrissero. E conforme alla loro opinione  quella pure dell'incerto cronichista pisano, Cronaca di Pisa, riportata da L. A. Muratori, Rerum italicarum scriptores, cit., tomo 24, colonna 649.
[889] D. Alighieri, La Divina Commedia, Purgatorio, cit., canto 8.
[890] D. Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, cit., canto 22. Vedi Benvenuto da Imola, Commentum super Dantis, cit., e A. Vellutello, Dante, cit.
[891] P. Tronci, Memorie istoriche, cit., all'anno 1286.
[892] P. Tronci, Memorie istoriche, cit., all'anno 1287.
[893] U. Foglietta, Historiae Genuensium, cit., all'anno 1289.
[894] Vedi G. F. Fara, De rebus Sardois, lib. II, all'anno 1289, il quale cita per tali fatti l'autorit di una antica Cronaca sarda. Alla narrazione di questa qualche peso aggiugne una carta genovese esistente in questo regio archivio di corte, contenente uno strumento di convenzione colla data del 16 settembre 1292 fra Lotto, Guelfo e Matteo, conti della Gherardesca (stipulante il primo a nome degli altri due), ed Oberto Pazzio, giurisperito, sindaco di Genova; nel quale strumento Lotto, che trovavasi allora in carcere per un debito di lire 15.000 contratto verso quel comune, stabilisce le condizioni attenenti all'estinzione di tal debito. Si legge fra gli altri il seguente patto: quod dictus comes Lottus dimittet et faciet et curabit quod fratres ipsius dimittant per se et haeredes suos communi Ianuae libere et quiete, adveniente conditione seu casu, quod commune Ianuae recuperaret castrum castri, omnes terras quas haberent intra confines datos communi Ianuae de castro castri ecc. ecc.  molto probabile che il debito di cui in questa carta si tratta, sia stato contratto per sopperire alle spese della guerra sarda provocata dai fratelli della Gherardesca.
[895] U. Foglietta, Historiae Genuensium, cit., all'anno 1290. P. Tronci, Memorie istoriche, cit., all'anno 1290.
[896] I. Doria, Annali genovesi, cit., all'anno 1292.
[897] P. Tronci, Memorie istoriche, cit., all'anno 1293.
[898] U. Foglietta, Historiae Genuensium, cit., all'anno 1299. P. Tronci, Memorie istoriche, cit., nello stesso anno.  inserita questa convenzione da F. Dal Borgo nella sua Raccolta di scelti diplomi pisani, Pisa, Pasqua, 1765, n. 40.
[899] P. Tronci, Memorie istoriche, cit., all'anno 1293.
[900] G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. II, all'anno 1297. Abbench questo scrittore noti questi fatti come accaduti nell'anno 1297, credo che per porre in concordanza la di lui narrazione con quella degli scrittori genovesi e pisani sopra citati, sia conveniente il riferirli all'anno 1299.
[901] Dopo il Mariano II, di cui si parl alle pp. 32-33, il Fara ed il Vico riferiscono il governo di Giovanni Serra o Chiano, di lui figliuolo, e punto non nominano Tosorato. Forse questo occup per qualche tempo quel giudicato. Ad ogni modo non dee trasandarsi l'autorit delle antiche nostre cronache, anche perch col mezzo di Giovanni si continua regolarmente la serie e discendenza dei giudici di Arborea nell'istessa famiglia.
[902] P. Tronci, Memorie istoriche, cit., all'anno 1299. Vedi Cronaca di Pisa, in L. A. Muratori, cit., all'anno 1300.
[903] A. F. Mattei, Sardinia sacra, cit., cap. 2, par. 4, e M. A. Gazano, Storia della Sardegna, cit., lib. III, cap. 8, sulla di lui fede, suppongono che Benvenuto da Imola sia in contraddizione con se stesso, narrando accaduta la morte di Nino nel 1298, mentrech due anni dopo lo fa combattere contro ai Pisani. Se invece di accagionare di abbaglio quell'insigne commentatore, si fosse con maggior attenzione letta la di lui scrittura, si sarebbe riconosciuto, che non della morte di Nino scrive egli citando l'anno 1298, ma delle vicende del conte Ugolino. L. A. Muratori, Antiquitates Italicae, cit., crede sia morto Nino nel 1298. L'autorit di Benvenuto da Imola, Commentum super Dantis, cit., al quale si accorda B. Corio, L'Historia di Milano, Vinegia, G. M. Bonelli, 1554, riferite da P. Tronci, Memorie istoriche, cit., all'anno 1300, m'induce a notare quest'ultimo anno.
[904] D. Alighieri, La Divina Commedia, Purgatorio, cit., canto 8. Questa principessa mor in Milano nel 1335, e malgrado delle predizioni di Nino fu tumulata con molto onore nella chiesa di S. Francesco dei frati minori, ove fu chiusa nel monumento marmoreo che avea fatto innalzare vivendo. Vedi Galvano Fiamma in L. A. Muratori, Antiquitates Italicae, cit., delle antichit estensi, parte 2, cap. 3.
[905] Galvano Fiamma, Opusculum de rebus gestis ab Azone Luchino et Iohanne Vicecomitibus ab a 1328-1342, in L. A. Muratori, Rerum italicarum scriptores, cit., tomo 12.
[906] P. Tronci, Memorie istoriche, cit., all'anno 1300 cita in tal proposito B. Corio, L'Historia di Milano, cit.
[907] C. Landino e A. Vellutello, commento al canto 8 di D. Alighieri, La Divina Commedia, Purgatorio.
[908] G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. II, cap. Gallurae iudices, in finis.
[909] In questo luogo credo opportuno di ricapitolare i nomi dei giudici delle quattro provincie, acci, dopo aver io seguito nello scriverne un metodo diverso da quello di tutti gli altri storici delle cose sarde, i quali non in altro modo si distrigarono dalla difficolt del suggetto che descrivendo in quattro distinti articoli il nudo ordine genealogico dei nostri regoli, non manchi al lettore il comodo di trascorrerne in un sol tratto la serie. Gli anni notati indicano il tempo in cui si  da me trovata la notizia pi antica del loro governo. Giudicato di Cagliari. Anno 1059, Torchitorio o Torgodorio I. 1073, Onroco. Arzone. 1089, Costantino I. 1103, Turbino. 1108, Torgodorio II ossia Mariano. 1130, Costantino II. Salucio? 1164, Pietro di Torres. 1191, Guglielmo, marchese di Massa. 1215, Benedetta con Barisone. 1218, Ubaldo invade il giudicato. 1239, Guglielmo II. 1253, Giovanni o Chiano. 1256, Guglielmo III detto Cepola. Giudicato di Torres. Anno Gonnario I. Comita I. 1063-64, Barisone, re di Sardegna, (vedi per gli altri due giudici Mariano e Pietro Gunale, i nomi dei quali potrebbero anche qui aver luogo, quanto scrissi nel vol. I, nota 696). Andrea Tanca. 1073, Mariano I. 1112, Costantino I. 1127, Gonnario II. 1164, Barisone II. 1191, Costantino II. 1191, Comita II. 1218, Mariano II. 1233, Barisone III. 1236, Adelasia ed Ubaldo. 1238, Adelasia ed Enzio. 1272, Michele Zanche. Giudicato di Gallura. Anno Manfredi. Baldo. 1073, Costantino I. Saltaro? 1092, Torgodorio. 1112, Ottocorre. 1160, Costantino II. 1173, Barusone. 1203, Lamberto. 1211, Comita II di Torres. 1218, Ubaldo. 1257, Giovanni o Chiano Visconti. 1282, Nino. 1300, Giovanna. Giudicato di Arborea. Anno Mariano I. 1073, Onroco od Orzocorre. Torbeno. Orzocorre II. Comita I. Gonnario. Costantino I. 1131, Comita II. 1147, Barisone, re di Sardegna. 1186, Pietro I con Ugone I. 1191, Pietro I con Ugone II. 1211, Costantino II. 1230, Pietro II. Comita III. 1253, Guglielmo, conte di Capraia. 1282, Mariano II. 1299, Tosorato degli Uberti, secondo il Tronci; secondo il Fara ed il Vico, Giovanni o Chiano, figliuolo di Mariano II. I nomi dei seguenti giudici di Arborea con minor difficolt si possono riscontrare nel seguito della Storia.
[910] L'importanza di questa convenzione [ora in P.Tola, C.D.S., cit., sec. XIII, doc. n. CXXXV, pp. 448-454]  grande, perch grande  il passaggio da citt suggetta a citt confederata; credo quindi conducente ad illustrare i fasti sassaresi la pubblicazione della carta estratta dall'archivio ducale di Genova, che per la prima volta mi  dato di porre in tal modo a notizia dei miei nazionali. Lo strumento  stipulato fra Giacomo Bonuomo, cancelliere, sindaco deputato del podest, anziani, consiglio e comune di Genova da una parte, e Torpino Ennuaca, Biagio Mannato, Guantino Pilalbo, Leonardo de Campo, Gascono Capra, ambasciatori e procuratori di Denetone Pala, Torgodorio Corda, Guantino Loitolli e Niccol Calderari, capitano ed anziani di Sassari. Eccone le parti pi sostanziali. Dicti domini potestas, abbas, anciani et consiliarii nomine et vice comunis Ianuae receperunt ad gratiam suam et dicti comunis dictos sindicos nomine comunis de Sassari, et ipsam villam et districtum, et homines praesentes et futuros sub protectione et defensione comunis Ianuae receperunt, ita quod firma confederatio et concordia perpetuo sit et duret inter comune Ianuae et districtuales, et comune Sassaris. Si qua vero damna iniuriae vel offensiones hactenus contingerunt, sibi ad invicem remiserunt. Concedit etiam dictus sindicus quod ecclesiae et clerici villae, et terrae de Sassari et eius districtus sua habeant beneficia et ipsis gaudeant absque impedimento Ianuenses nullomodo ad solvendum pedagia, tholonea seu quascumque alias praestationes compelli possint. Actum est etiam quod comune Ianuae nullo tempore erit in consilio quod terra seu villa sassariensis de loco ubi nunc sita est removeatur vel transferatur, nec etiam comune Ianuae in ipsa terra vel iuxta eam, nec in curatoriis de Romagna, Flumenargio, Nurra et Nulabris aliquod castrum vel fortaliciam aedificabit Concedit etiam sindicus quod Sassariensis in Ianua conveniri non debeat, nisi in districtu contraxisset seu deliquisset, et tunc dictae quaestiones secundum statuta civitatis Ianuae definiantur. In quaestionibus vero quae vertentur in Sassari inter Sassar. et Ian., procedatur et definiatur secundum capitula et consuetudines loci praedicti Si cives sassarenses naufragium fecerint in mari vel terra comunis Ianuae, ipsos ubicumque in personis et rebus salvos comune Ianuae habebit; et eodem modo Ianuenses naufragium patientes ipsi Sassarienses salvos et securos habebunt Concedit etiam dictus sindicus quod homines de Sassari et de districtu ubicumque terrarum habeantur et tractentur ut Ianuenses quantum ad imunitates, libertates et honores Sub consulibus vero ianuensibus per diversas mundi partes, extra Sassarim et districtum, dicti Sassarienses et districtus ipsis consulibus, potestatibus et magistratibus ianuensibus obedientes existant prohut caeteri Ianuenses. Si contigerit pacem fieri inter Ianuenses et Pisanos, comune Ianuae faciet quod de promissionibus quas comune Sassaris teneretur ipsis Pisanis, penitus absolvetur. Si tregua cum ipsis fieri contingerit, Sassarenses ut Ianuenses treguam habebunt Coronae vero circumstantium locorum Sassaris, quae per ipsos Sassarienses distringuntur, concedit dictus sindicus quod in villa Sassaris debeant fieri Vinum non ianuense causa vendendi ad villam de Sassari non deferent Item quod homines de Sassari et districtu sint immunes a drictis, collectis, pedagiis et gabellis omnibus pertinentibus ad comune Ianuae, de his quae ad civitatem ianuensem apportaverint et extraxerint de Sassari et districtu, et de his quae de eorum propria pecunia vel redacta ex rebus quas ad civitatem Ianuae apportaverint, sint exemti in civitate Ian. et districtu portando ipsas res ad locum de Sassari
Versa vice dicti sindaci sassarienses promiserunt et convenerunt quod comune et homines facient pacem, guerram et treguam cum omnibus cum quibus comune Ianuae pacem, guerram vel treguam habet vel habebit, ac etiam praedictum comune Sassaris guerras, hostem et cavalcatam faciet in voluntate et ordinatione comunis Ianuae in toto regno turritano, sive Logodoris, contra omnes contra quos comune Ianuae guerram habere contingerit. Extra vero dictum regnum in tota insula Sardiniae dabunt centum milites, balistarios quinquaginta et pedites cum scutis et vergis centum per mensem unum ad expensas et soldos comunitatis Sassaris, ultra vero mensem stabunt ad soldos com. Ianuae, qui soldi ut infra percipiantur: videlicet a milite in mense L. 4, Ss. 10, a pedite et balistario Ss. 30 ian. monetae. Comune et homines de Sassari habebunt et recipient in perpetuum quolibet anno potestatem ianuensem, qui civis et oriundus sit civitatis Ianuae, qui ad eum regimen secum conducat militem unum sive socium, notarium unum de collegio Ianuae, scriventes armigeros decem et aliam familiam prohut honori suo videbitur expedire, et equos quatuor teneat, quousque in dicto fuerit officio. Qui potestas omnem iurisdictionem, merum et mixtum imperium ac quamlibet potestatem in dicta terra Sassari et districtu habeat et exerceat; et regat secundum capitula et statuta et consuetudines loci praedicti; ita quod potestas nullum habeat superiorem vel aequalem, per quem eiusdem potestatis officium impediatur Eidem vero potestati Sassarienses dare debebunt quolibet anno pro suo salario et dictae familiae L. 600 ian. monetae, et sit dictus potestas contentus dicto salario, salvo quod possit accipere exculentum et epulentum, et quod intra tres dies proximos consumatur. Eiusdem vero potestatis electio fiat in hunc modum: videlicet quod consilium maius et antiani civ. Ianuae congregentur annis singulis infra dies octo mensis augusti, in quo consilio eligantur quatuor per compagnam de hominibus, qui in ipso erunt praesentes consilio, qui cum electi fuerint, ab aliis segregati, iurent eligere quem crediderint esse de melioribus, et ille qui inventus fuerit habere inter ipsos quatuor per compagnam, qui erunt numero 32, duas partes brevium, eligatur et sit potestas terrae Sassari Qui vero fuit potestas in dicto loco Sassari, inde ad septem annos completos, eiusdem loci potestas esse non possit, nec aliquis de albergo suo sive de cognomine, usque ad annos tres proxime completos. Nec aliquis ad dictam potestatem eligi valeat, qui habeat terram cum iurisdictione hominum in tota insula Sardiniae potestas vero, scriba et miles seu socius possint sindicari per sindicatores dictae terrae Habeat autem dictus potestas pro stallo suo et familiae suae, atque pro curia tenenda palatium magnum Sassaris cum curia anteriori Homines vero Sassaris et districtus, qui de portu turritano exierint cum grano, hordeo, carnibus, caseo, victualibus et aliis quibuscumque mercibus, omnia adducant et adducere teneantur in portu Ianuae Possint etiam homines Ianuae et districtus in terra Sassari libere emere, vendere, negotiari, et extrahere merces absque dacita aliqua vel impositione Item quod comune Ianuae possit pro tuitione et defensione portus turritani in ipso portu duas turres construere, et ipsum portum munire cum catenis, machinis et aliis paramentis, ita tamen quod nulla alia habitatio fiat in ipso portu, excepta una solo domo pro ponendo merces Pro reedificatione vero et constructione praedictorum colligatur a Ian. et Sassarensibus in introitu et exitu denarius unus per libram, ab aliis vero personis denarii quatuor Omnes Pisani expellantur de villa Sassari sine spe redeundi Verum Pisani qui in Sassari vel districtu nunc habitant, infra tempus trium mensium possint res et possessiones suas vendere quibuscumque habitantibus in Sassari vel districtu Homines quidem de Sassari matrimonium non contrahent cum aliquo pisano vel pisana Concesserunt etiam dicti ambasciatores respondere in civitate Ianuae et coram potestate Ianuae cuicumque civi Ianuae volenti aliquid petere ab ipsa comunitate Sassaris in curatoriis de Nurra et Fluminargia Et ad maiorem rei firmitatem et signum verae dilectionis et fidei, promiserunt omni anno dare comuni Ianuae quatuor cerea cerae ponderis pro quolibet libr. 40 Quae omnia promiserunt invicem solemni stipulatione attendere, complere et observare; alioquin poenam mille marcharum argenti dicti sindici ad invicem dare et solvere promiserunt Actum Ianuae in palatio illorum de Auria, quo habitat dominus abbas praedictus Anno Dom. incarn. 1294, ind. 7, nono kal. aprilis.
[911] Il volume in pergamena degli Statuti ed ordinamenti della repubblica di Sassari [ora pubblicati da P.Tola, Codice degli Statuti della Repubblica di Sassari, Cagliari, A.Timon, 1850; P.E.Guarnerio, Gli Statuti della repubblica sassarese, in "Archivio Glottologico Italiano", XIII (1892); V.Finzi, Gli Statuti della Repubblica di Sassari, in "Archivio Storico Sardo", V (1909), VI (1910), VIII (1912), IX (1914)] da me esaminato  quello che si trova riposto nell'archivio della stessa citt.  scritto con nitidi caratteri ed ha la data del 1316, anno in cui fu il codice pubblicato, essendo podest in Sassari Cavallino de Honestis. A tenore del cap. 5 degli stessi Statuti, due esemplari doveansi serbare di tal codice per uso pubblico, uno in volgare sardo e l'altro voltato in latino. Il primo si trova pressoch intiero; del secondo esistono solamente alcuni frammenti.  diviso il codice in tre parti. La prima contiene i doveri dei pubblici officiali, i limiti delle diverse giurisdizioni, le leggi politiche di amist coi Genovesi ed inimicizia contro ai Pisani, i provvedimenti ragguardanti alla custodia della citt, le leggi fiscali, le municipali, quelle di polizia, molte leggi civili sui diritti personali, le tabellionali, le annonarie, gli ordinamenti per l'esercizio delle arti e mestieri e per l'agricoltura, i privilegi dei cittadini sassaresi, e molte altre ordinazioni che appartengono alla ragione civile. Nella seconda parte si tratta della materia delle successioni e delle forme dei giudizi. Nella terza sono scritte le leggi penali.
[912] Massaio o massaro, quasi custode di masserizie e denari, o meglio derivante dal far massa di roba e mantenerla, vir frugi.
[913] Nel 1245 san Luigi pubblic il suo editto chiamato Tregua reale, per cui non poteano incominciarsi le ostilit nelle guerre private, fuorch quaranta giorni dopo il misfatto o l'offesa. Nel 1296, cio al tempo stesso in cui si compilava il codice sassarese, Filippo il Bello credeva di fare un altro gran passo nell'abolizione di quel feroce sistema vietando le guerre private nel tempo di guerra nazionale. L'abolizione totale si pu appena riferire ad un secolo dopo, cio all'anno 1413, nel quale Carlo VI pubblic la sua ordinazione di assoluto divieto. In Ispagna avea gittato s profonde radici l'uso delle guerre private, che Carlo V fu nel 1519 obbligato a pubblicare contro al medesimo una nuova legge. Nell'Alemagna l'abolizione finale non ebbe effetto che nel 1495. Vedi W. Robertson, The history of the Reign of the Emperor Charles V, London, Strahan-Cadell, 1769, p. 1 e nota 21.
[914] Vedi W. Robertson, The history, cit., nota 22. In quanto all'Italia primogenita delle nazioni moderne, come nelle lettere e scienze, cos nella civilt, vedi le due importantissime dissertazioni del Muratori, 22 e 23, nella sua aurea opera Antiquitatum italicarum medii aevi. Le leggi sarde ritraggono certamente delle leggi degli statuti italiani di quei tempi. Tuttavia molte hanno una sembianza originale; e di ci cader pi in acconcio il render ragione allorch tratter dell'altro antico codice di legislazione della giudicessa Eleonora.
[915] Secondo le leggi antiche d'Italia ai testimonii falsi si mozzava la mano. Vedi L. A. Muratori, Antiquitates Italicae, cit., dissertazione 23.
[916] Fra le prove di tale ignoranza si pu citare il giuramento che alcuni vescovi sardi prestavano nel XII secolo, di non mai parlare ai loro fratelli, sorelle, padri e madri; il quale giuramento dimostra che l'ignoranza non solamente ammalia l'uomo della societ, ma corrompe ancora l'uomo della natura. Un frammento dell'epistola indirizzata in tale proposito da Urbano III all'arcivescovo di Pisa  riportato in Gregorio IX, Decretalium, cit., lib. II, tit. 24, De Iureiurando, cit., cap. 12.
[917] In un secolo in cui lo studio della statistica traluce anche nelle composizioni storiche, non sar inopportuno l'aggiungere qui l'annotazione dei molti monasteri esistenti in Sardegna prima del secolo XIII. Epoca in cui si disertarono talmente gli antichi monasteri, che pur uno non pot restarne in piede; o perch il fervore degli isolani si sia voltato a careggiare le novelle congregazioni di mendicanti che allora sursero in Europa e che tosto propagaronsi in Sardegna; o perch attirando questi religiosi a s i proseliti, mancato abbiano i monasteri coll'andar del tempo di novelli alunni. Ecco la serie dei principali monasteri ricavata dalle notizie tratto tratto sparse in quest'opera; da quelle serbate da G. F. Fara, De chorographia Sardiniae (manoscritta, pubblicata pochi anni dopo da L.Cibrario, Torino, Typ. Regia, 1835, e da V.Angius, Calari, Monteverde, 1838) e da F. Vico, Historia general, cit., nella parte 6; e dalle altre ragunate dal padre cappuccino G. Aleo, Sucessos generales, cit. Ad oggetto di distinguere in questa lunga serie di nomi quei monasteri, dell'esistenza antica dei quali pi concordi o pi appaganti presentansi i ricordi, noto con un asterisco . quelli che possono, a mio credere, collocarsi in questa categoria. In Cagliari. . Monastero della regola di S. Agostino, edificato da Fulgenzio, vescovo di Ruspa, presso all'antica basilica di S. Saturnino, al tempo della persecuzione di Trasamondo. O questo monistero, o pi probabilmente un altro dello stesso titolo, divent poscia priorato della regola benedettina; il titolo del quale fu nel 1144 unito all'arcivescovado di Cagliari. Il sito dell'antico monistero di S. Fulgenzio credesi fosse ove ora trovasi l'antica chiesa di S. Cosimo presso al borgo di Villanova. . Altro della regola di S. Agostino, ove rest depositato per pi anni il corpo di quel santo; abbandonato dai religiosi agostiniani quando per le novelle fortificazioni del sobborgo della Marina rimase fuori delle mura ed in parte diroccato. . Altro di femmine col titolo di S. Vito, fondato dalla matrona Vetulana (non si pu affermare se questo esistesse in Cagliari). . Altro di femmine, fondato dalla matrona Pompeiana. . Altro fondato da Teodosia, vedova di Stefano. . Altro di femmine col titolo di S. Lussorio e di S. Gavino. . Altro detto di S. Giuliano, in prossimit alle saline del Levante, ove al tempo dell'Aleo era in piedi una chiesetta dello stesso nome. . Altri tre menzionati nelle epistole di san Gregorio (dalle quali anche si traggono le notizie degli altri monasteri test menzionati), governati dagli abati Urbano e Giovanni, e dall'abbadessa Desideria. Altro di Benedettini nel luogo poscia occupato dai religiosi claustrali, e prima di essi tenuto dai cavalieri Templari. Altro della stessa regola, occupato poscia dai padri Domenicani. Altro nel luogo in cui si fond poscia l'ospedale di S. Antonio. Altro di femmine, al quale sucedettero le attuali religiose di S. Chiara. Altro detto di S. Leonardo, titolo di priorato, nel luogo in cui, per l'abbandono sovraccennato dell'antico convento di S. Agostino, si edific l'attuale novello convento. Altro di eremiti, nel luogo detto di S. Guillem in Stampace. Altro nel sobborgo di Villanova, di cui si vedeano ai tempi dell'Aleo le reliquie. Altro detto di S. Martino fra la chiesa di S. Paolo ed il borgo di S. Avendrace. Altri due al pi ed alla cima della collina detta di S. Elia, vicino alla capitale, e dove furono edificate le chiese di S. Bartolomeo e di S. Elia; agli antichi anacoreti, che occupavano quest'ultimo, succedettero i religiosi carmelitani, i quali poscia l'abbandonarono. Altro di Certosini nel colle detto di S. Michele, abbandonato allorch vi si fabbric il castello. Altro al pi dello stesso colle di monaci di Chiaravalle, nel luogo detto poscia S. Maria Clara. Altro di Camaldolesi fra Cagliari e Pirri, dove si edific poscia una chiesa col titolo di S. Maria delle Vigne. Altro in luogo non discosto, ove poscia si edific la chiesa di S. Elena. Altro fra i villaggi di Pauli e Selargius, col nome di S. Lucifero. Altro detto di S. Agata nel villaggio di Quarto, sulle rovine del quale edificarono poscia i padri Cappuccini nel 1631 l'attuale loro convento. Altro in prossimit al villaggio di Maracalagonis nel luogo in cui poscia s'innalz la chiesa di S. Pietro. Altro chiamato Agilitano, menzionato nelle epistole di san Gregorio, che dall'Aleo si suppone esistesse presso allo stesso villaggio di Maracalagonis, e dal Vico presso alla chiesa di S. Gavino di Torres. Altro nella montagna di Baraci, ossia monti de Cresia, dove poscia si edific la chiesa di S. Pietro di Paradiso. Altri due nella vicina montagna detta di Solanas, ove si edific la chiesa di S. Pietro di Sinnia e quella di S. Barbara. Altro nell'isoletta di S. Macario, di monaci che seguivano la regola di quel santo. Altro nel villaggio del Mas, dipendente dall'abbadia di Monte Cristo. Altri due in Uta, in prossimit alle chiese dette di S. Cromazio e della Vergine Maria. Altri due in Decimo, dove poscia rimasero in pi le chiese di S. Niccol e di S. Pietro. Altro in Monastir. Altro fra Villasor e Siliqua, nel luogo detto S. Pietro di Palmas. Altri due nei territori d'Iglesias della regola benedettina, nel luogo ove poscia restarono in piede le chiese di S. Benedetto e di S. Elena. . Altro entro quella citt nell'antica chiesa di S. Lucia, titolo prima di priorato e poscia d'un benefizio semplice. Altro in S. Gavino Monreale col titolo di S. Gavino, nel luogo ove era l'antica parrocchia. Altro in Guspini nella chiesa poscia ceduta ai cavalieri Gerosolimitani. . Altro nei territori d'Uras col titolo di S. Michele di Tamis (questa potrebbe essere quell'abbazia Tremen di cui si parla nella lettera d'Alessandro III ai vescovi di Sardegna, riportata in Gregorio IX, Decretalium, cit., lib. II, tit. 24, cap. 9). Altro in Barumini nel luogo della chiesa della Trinit. Altro nella citt d'Oristano di monaci cassinesi, nel sito poscia occupato dai padri claustrali di S. Francesco. . Altri tre ivi coi titoli di abbazia di S. Niccol extra muros e di priorati di S. Lazzaro e di S. Vincenzo, diventati poscia titoli di benefizi semplici. . Altro ivi col titolo di S. Antonio, ove si fond poscia l'ospedale. . Altro ivi col titolo di priorato di S. Salvatore, ove poscia fu il monastero delle religiose di S. Chiara. . Altro insigne in Bonarcado, detto di S. Maria e di S. Zenone, della regola camaldolese, titolo anche oggid d'un priorato. . Altro nei salti di Sinis col titolo di S. Giovanni, attuale titolo di abbazia. . Altro in Scano, col titolo di priorato di S. Pietro, della regola camaldolese. . Altro vicino a S. Lussurgiu, detto di S. Leonardo, nel luogo chiamato Settefontane, col titolo di priorato, diventato poscia dotazione d'una comenda gerosolimitana. . Altro in vicinanza a Bosa, chiamato priorato di S. Eustachio. . Altro in Cabuabas di monaci cassinesi, col spediti da S. Bernardo a richiesta di Gonnario, giudice turritano, fondatore. . Altro in Suni col titolo di S. Maria. Altro in luogo incerto nella diocesi di Bosa, chiamato abbadia di Geraneta o Garabeta. . Altri due di Benedettini nel territorio e villaggio d'Orotelli, col titolo di S. Giovanni e di S. Anastasia. . Altro di Camaldolesi nel contado di Goceano col titolo di S. Maria di Sabulcide. . Altri tre nel luogo distrutto ed antico vescovado di Castro, di Benedettini col titolo di S. Maria, di Cisterciensi col titolo di S. Antonio, e di ignota regola col titolo di S. Paolo. . Altro fra i villaggi d'Ozieri e di Nughedu di Benedettini, detto di Gulseri, dipendente dall'abbazia di Tergo. . Abbazia suddetta di Tergo, detta di S. Maria, attuale titolo del vescovo d'Ampurias, nei territori d'Osilo. . Altro monastero, col titolo di priorato di S. Niccol di Butule, della regola cisterciense, unito prima al vescovado di Castro e poscia a quello d'Alghero. . Due abbazie ed un priorato nell'incontrada di Monteacuto chiamate Acquaformosa, S. Maria de Oradello e S. Paolo (quest'ultimo, secondo il Fara ed il Vico, esisteva nel villaggio di Monti). . Altra abbazia di Benedettini fuori delle mura di Sassari, detta di Campolongu, col titolo della Vergine Assunta, nel luogo poscia occupato dai padri claustrali, e chiamato di S. Maria di Belem. . Altro ivi di monache benedettine detto di S. Pietro di Sirchi, occupato poscia dai padri osservanti, mediante la traslazione di quelle monache al convento di S. Maria: il titolo fu unito alla chiesa metropolitana nel 1427. . Altro ivi col titolo di priorato di S. Bonifacio, unito poscia al vescovado di Ampurias. . Altro ivi di Benedettini nell'attuale parrocchia di S. Donato. . Altro ivi col titolo di priorato di S. Antonio, occupato poscia dai padri Cappuccini, i quali lo scambiarono con quello dei padri Serviti, detto di S. Maria di Valverde, avendo questi occupato quello di S. Antonio. . Altre tre abbadie nella diocesi di Sassari, dette di S. Maria de Paulis o de Padulibus, della regola cisterciense, unita alla chiesa turritana, di S. Maria di Cerigo dei Benedettini, unita alla chiesa d'Ampurias, e di S. Michele de Plano dei Camaldolesi, unita alla stessa chiesa e poscia all'ufficio d'inquisizione. . Altro monastero di Benedettini presso a Sassari, detto di S. Pietro di Bunari. . Altro ivi della stessa regola col titolo di S. Leonardo di Bosue, detto anche di Pisa. . Altro della stessa regola nella provincia della Nurra col titolo di S. Quirico. . Altri due della regola camaldolese nel luogo detto Orria Manna, chiamati di S. Giusta e di S. Niccol. . Altro della stessa regola presso a Sassari, detto di S. Iula. . Altro di monache cisterciensi vicino alla stessa citt, chiamato S. Maria di Escalas, soggetto al monastero di Monte Cristo. . Altro di Cisterciensi chiamato di Ferraceso. . Altro negli stessi contorni, della regola di Vallombrosa, chiamato di S. Maria de Oriola. . Altro ivi di Cisterciensi detto di S. Martino. Altri due nella diocesi turritana, di regola camaldolese, fondati da Maria Dettori nel 1120 nel luogo detto Orria piccinna. . Altro di Camaldolesi vicino a Semestene, detto S. Niccol di Trulla, unito gi all'abbadia di Saccargia. . Altro della stessa regola nel villaggio distrutto di Semenars, detto di S. Eugenio. . Altro di Cisterciensi fra Florinas e Bannari, detto S. Maria di Saba o di Sehue. . Altro di Camaldolesi nell'isola dell'Asinara, detto di S. Andrea. . Altro in Codrongianos della stessa regola, col titolo di priorato di S. Paolo. . Altra abbadia celebre in Saccargia di Camaldolesi, fondata e dotata da Costantino, giudice di Torres, nel 1116, col titolo della SS. Trinit; esiste anche oggid il titolo. . Altra insigne della congregazione di Vallombrosa sotto l'invocazione di S. Michele in Salvenero; esiste anche oggid il titolo. . Altre due nella stessa diocesi di Cisterciensi, col titolo di S. Niccol di Sogro, o Sogio, e di S. Maria di Coros. . Un priorato nella stessa diocesi, col titolo di Sabalis, regola benedettina. . Altro benedettino in quella d'Alghero, detto priorato di S. Maria, antico patronato della famiglia Doria genovese. . Altro monastero di Benedettini, col titolo di priorato di S. Tecla in Nulvi, nel cui sito fu poscia edificato l'attuale convento dei Cappuccini. . Altro in Castelsardo col titolo di priorato di S. Martino. . Abbazie site nella diocesi d'Ampurias, dette di S. Pancrazio de Nursi e di S. Niccol di Silanos, unite a quella chiesa vescovile. . Monistero di Cassinesi venuti in Sardegna a richiesta del re Barisone nel 1063-64 (come nel vol. I, p. 228), ai quali diede le chiese di S. Maria de Bubalis e di S. Elia de Monte Sancto. A queste si aggiunsero da Torchitorio (vedi vol. I, p. 240 e nota 696) le chiese di S. Vincenzo de Taberna, di S. Maria in Flumentepido, di S. Marta, di S. Pantaleo ad Olivarum, di S. Giorgio de Tulvi e di S. Maria de Palma; del monastero di S. Maria de Flumentepido esistevano le reliquie nel luogo cos detto nei territori d'Iglesias, al tempo dell'Aleo; la chiesa di S. Maria di Palmas rimase in pi negli stessi territori. Dovrei fare un'enumerazione non minore, se mi toccasse di qui soggiungere i nomi delle molte chiese donate dai nostri giudici e dai vescovi alli diversi monasteri sovrannominati o per benefizio delle congregazioni del continente, o per dotazione di quelle dell'isola. Fra tante chiese, i nomi delle quali si veggono in grand'abbondanza negli annali cassinesi e camaldolesi, alcune poterono anche esser governate dai monaci. Ma mi contento d'aver gi tratto tratto nel decorso della storia dei giudicati dato cenno delle principali fra quelle donazioni.
[918] Vedi le convenzioni del 1108 e 1266 nel vol. I, p. 249, e in questo, nota 99.
[919] F. Dal Borgo, Raccolta di scelti diplomi pisani, cit., p. 315.
[920] L'illustrazione fatta dal Viani di quella moneta rimase inedita, allorch egli mor, fra le altre scritture che dovea inserire nella sua grande opera numismatica. Ma vide poscia la luce per opera dell'erudito e pregiato scrittore Sebastiano Ciampi, Notizie della vita letteraria e degli scritti numismatici di Giorgio Viani, Firenze, Ciardetti, 1817. Vi si trova incisa la moneta, nella quale da una parte vedesi un'aquila coronata sopra un capitello con un picciol fiore o frutto sotto il rostro, avente intorno la leggenda Federicus imperator. Nell'altra parte  effigiata una croce nel mezzo a due circoli concentrici, con due leggende parimenti concentriche dicenti l'una Facta in Villa Ecclesiae, e l'altra Pro communi pisano. Dell'et della moneta il dotto illustratore non istim di dar giudizio. Se la leggenda di Federigo imperatore dovesse dinotarla, e non si potesse dire che il conio una volta adoperato abbia servito anche nei tempi posteriori, sarebbe agevole il riferire quella moneta ai tempi del primo o del secondo Federigo, che tanta parte ebbero nelle vicende pisane e sarde; e specialmente all'et del secondo, alla quale maggiormente converrebbe la perfezione di lavoro che si trova in quella moneta. Pu arguirsene con maggior certezza che l'istituzione della zecca in Villa Iglesias sale per lo meno al secolo XIII. A quanto sovra si disse dei denari aquilini correnti nella Sardegna al tempo dei giudici, devesi anche aggiungere conservarsi nelle memorie contemporanee, e segnatamente nel codice di Eleonora d'Arborea, il ricordo della moneta di convenzione usata allora nell'isola, cio della lira. La quale, per la corrispondenza della Sardegna maggiore coll'Italia che colla Francia, dovendosi credere ragguagliata pi colla lira imperiale che colla francese, devesi anche riputare del valsente della pi recente lira imperiale; cio dei fiorini d'oro, molte volte mentovati nelle carte sarde di quel tempo. In tal modo la lira sarda di tal et avrebbe avuto un valore corrispondente con leggiero divario alle lire 6 1/2 dell'attuale moneta sarda.  degno di commendazione quanto in tale proposito scrisse il cavaliere G. M. Mameli De'Mannelli, Le costituzioni di Eleonora, giudicessa d'Arborea, intitolate Carta de Logu, colla traduzione letterale dalla sarda nell'italiana favella, e con copiose note, Roma, presso Antonio Fulgoni, 1805, nella nota 153.
[921] Apparisce tale sistema dell'agitarsi e definirsi le questioni tutte giudiziarie al cospetto de'regoli dalla carta di compromesso del 1191, sovraccitata alla nota 13, nella quale fra le altre cose si regola il dritto dei due competitori Pietro ed Ugone nella decisione delle cause della provincia.
[922] Fra le altre pu citarsi la carta di Torbeno d'Arborea, rammentata nel vol. I, nota 724, alla quale intervennero come testimonii i curatori d'Oristano, di Valenza, di Usellus, di Milis e di Fortoriani (odierno Fordongianos). Il curatore di Valenza chiamavasi Comita de Lacon, nome d'una famiglia forse la pi illustre di quei tempi, poich in varii giudicati troviamo essersene fregiati i regoli e le loro mogli.
[923] Imposizione sulle terre si potrebbe credere la met delle decime ecclesiastiche, che nel vol.I, p. 224, vidimo essere stata talvolta esatta dai giudici di Cagliari; ma dall'atto stesso di ravvedimento di Costantino ivi notato, si pu dedurre che quella riscossione si riconosceva da lui illegittima; essendosi da lui adoperata la parola di restituzione di quei diritti (decimas et primitias ab hac die in antea me fideliter redditurum promitto). Infatti nell'ultima conferma, ivi pure citata, dell'arcivescovo Guglielmo, fatta nel regno di Torgodorio II, fra gli altri beni ceduti al monistero di S. Saturnino, si descrive la met delle decime del giudice (medietatem decimae iudicis); seppure non  da dire che quella met abbia ritenuto l'antico nome e non l'antica destinazione. Ad ogni modo, se da questo monumento non apparisce quale fosse il dritto dei giudici nel riscuotere una parte delle decime ecclesiastiche, apparisce almeno che le decime ecclesiastiche erano al tempo dei giudici pagate nell'isola. Sebbene non di lunga durata dovette poscia essere tal riscossione; poich esistono nel regio archivio di Cagliari due reali carte in data del 1332 e 1409, riferite anche dal cavaliere G. Cossu (Citt di Cagliari. Notizie compendiose sacre e profane, Cagliari, Stamperia Reale, 1780, cap. 11), nella prima delle quali il re don Alfonso riprende l'arcivescovo di Cagliari Gundisalvo perch contro all'antico costume, il quale non permetteva ai prelati dell'isola di riscuotere veruna decima, egli avea introdotto quell'esazione nella sua diocesi; e nella seconda il re don Martino, annunziando i concerti presi colla Santa Sede, permette il pagamento della decima nella diocesi cagliaritana, della quale la terza parte spettar dovea alla Corona. Questi monumenti dimostrano che l'introduzione generale del pagamento delle decime ecclesiastiche nell'isola fu posteriore al governo aragonese; e che in quelle stesse diocesi (come sarebbe la cagliaritana), nelle quali pagavansi al tempo dei giudici le decime, questa riscossione venne poscia per cause a noi ignote soppressa od intermessa. Il clero pertanto devesi credere fosse in quei luoghi e in quei tempi dotato con terre e con schiavi; come lo erano le molte chiese dei monisteri, delle quali tratto tratto si diede cenno; e come lo erano le possessioni delle chiese stesse vescovili nella precedente et di san Gregorio Magno, per quanto si chiarisce in varie di lui epistole, e segnatamente in quelle nelle quali si lagna dello scandalo di soffrirsi in quelle possessioni i coloni non convertiti alla fede. Un'altra conghiettura infine pare debba procedere da quell'ultimo monumento del regio archivio, dove si tocca della terza porzione delle decime spettante alla Corona; poich a questa riserva si pu con molta verosimiglianza riferire quel diritto regale che anche oggid esercitasi dai sovrani, d'imporre cio d'accordo colla Santa Sede sui redditi vescovili pensioni equivalenti alla terza parte di quelle entrate.
[924] Della signoria feudale introdotta in Sardegna nel tempo del governo de'giudici, si hanno le traccie nel codice di Eleonora, nella carta del 1294 (nota 124), e nella Cronaca sarda [E.Besta, cit.] , ossia Contague sardo, cit.; nella quale, parlandosi del regno di Gonnario di Torres, si narra come egli, riconoscente verso Ittocorre Gambella, protettore della di lui infanzia, gli diede in dono le ville tutte del distretto della Romangia. Uguale natura sembra avessero le concessioni fatte dai nostri giudici agli abati e vescovi; od almeno nel progresso del tempo ebbero quelle concessioni la qualit di feudi; non avendo altra origine i titoli baronali oggid portati da alcuni dei nostri prelati, fuorch le largizioni loro fatte nel tempo dei giudici. Altra conghiettura per credere introdotta in Sardegna la signoria feudale, si trae dal vederla in quei tempi introdotta e riconosciuta in Corsica. F. Dal Borgo (Raccolta di scelti diplomi pisani, cit., n. 36) pubblic la ricognizione del vassallaggio fatta da molti nobili di Corsica per i feudi loro conceduti dalla repubblica pisana. E forse non aveano altro titolo almeno in apparenza le signorie dei Gherardeschi, dei Doria e dei Malespina nella Sardegna.
[925] Vedi fra gli altri la convenzione di Pietro, giudice cagliaritano, nel 1174 (vol.I, nota 772).
[926] Potrebbesi anche credere che frutto di qualche dritto demaniale sulle miniere fossero quei ricchi carichi d'argento che nelle storie genovesi vidimo pi volte caduti in mano di quella repubblica. Ma siccome quei carichi poterono esser ancora il risultamento di un vantaggioso commercio cogli isolani, non oso trarre da quei fatti verun decisivo argomento in tale proposito.
[927] Vedi le carte di Torbeno d'Arborea nel vol.I, nota 724.
[928] Si vide gi pi volte che le navi trafficanti in Sardegna erano cariche specialmente di granaglie, carni e cacio. Erano anche i Pisani ed i Genovesi specialmente intenti a profittare in Sardegna de'cambi del denaro; chiarendosi ci dalla sentenza profferita dai cardinali di S. Cecilia e di S. Maria in via lata per pontificia commissione, onde comporre le differenze fra le due repubbliche; nella quale sentenza (esistente fra le pergamene genovesi di questo regio archivio di corte colla data del 1175) espressamente si vieta a quei negozianti di continuare nell'isola quelle maniere di contratti usurarii che soliti erano di palliare col nome di donnicallie. E grande importanza certamente doveano porre in tali contrattazioni, se con quella parola, la quale nella latinit di quel tempo indicava i maggiori dritti della signoria (vedi C. D. Du Cange, Glossarium ad scriptores mediae et infima latinitatis, Lutetiae Parisiorum, Typis Martini, 1678, alle voci Donnecale e Dominicum), nobilitare voleano i cambi delle monete.
[929] Il novellino, novella 84: Come Messere Azzolino fece bandire una grande pietanza.
[930] Nel volume I di questa Storia, alla nota 414, si not la serie intiera delle citt e ville della Sardegna rammentate dagli scrittori greci e latini, delle quali il tempo rispett solamente il nome. Credo opportuno d'inserire ora in questo luogo un nuovo quadro degli altri luoghi ricordati nei monumenti posteriori e non pi in piede ai d nostri, acci in tal maniera per me si compia questa che potria ben chiamarsi statistica delle nostre rovine. Il lettore si meraviglier certamente nel riconoscere i segni di tanta distruzione e nel considerare qual numero di luoghi abitati coperto abbia un tempo la superficie della nostra isola; in cui, se lecito  il servirmi dell'espressione enfatica di Sulpicio nello scrivere a Cicerone sulle ruine greche (Epistulae, Ad familiares, lib. IV, epistola 5), prostrati giacciono i cadaveri di tante citt e ville. Per procedere con qualche metodo in questa materia intralciatissima, incomincier dal notare: 1 i nomi di quei luoghi che nei monumenti appartenenti ai diversi periodi del governo aragonese e castigliano, compariscono popolati (e che perci lo erano gi al tempo dei giudici), i quali poscia si disertarono; 2 la serie di quelli che negli stessi monumenti si notano in et diverse come gi spopolati; 3 l'annotazione degli altri luoghi spopolati, della distruzione dei quali non si pu accennare l'et precisa. Pel primo e secondo articolo mi sono specialmente giovato della raccolta di tutti gli antichi diplomi e contratti feudali esistenti in questo regio archivio di corte, il sunto dei quali fu riferito nella Storia feudale di Sardegna manoscritta, riposta nell'archivio del regio patrimonio di Cagliari; come anche mi giovai delle molte notizie contenute nel registro segnato F dello stesso archivio del patrimonio, ove fra molte altre carte si registr la pace stipulata dalla giudicessa Eleonora di Arborea coi sovrani aragonesi. Ho pure confrontato tutti i nomi trascritti da quei monumenti (alcuni dei quali compariscono strani anche agli occhi d'un nazionale) con quelli notati nei migliori testi a penna dell'eccellente opera del Fara altra volta da me citata, ed intitolata De chorographia Sardiniae; e con gli altri rammentati dal Vico nella parte 6 della sua Historia general, cit., onde scegliere le migliori varianti; prevalendomi ancora del Fara e dell'Aleo (Sucessos generales, cit., tomo 2, cap. 57) per notare quei luoghi attualmente disabitati che mentre essi scriveano erano ancora in piede. Detratta in tal modo dalle notizie serbate dal Fara quella parte in cui possono le sue annotazioni aver appoggio in altra autorit a me nota, pongo in ultimo luogo la serie di quelli altri luoghi che, specialmente per le relazioni di quest'autore, si conoscono spopolati senza indicazione di tempo. Parlando delle castella mi contento di accennarne l'esistenza; ma lascio di notare, per la maggior parte di esse, l'et dello smantellamento; sia perch di alcune si parler nel seguito della Storia; sia perch quelle ruine ben lungi dal dinotare verun avvenimento poco fausto per la popolazione, segnano solamente la cessazione delle nostre guerre civili. Erano popolati nei tempi che seguono: anno 1324 (diploma del re Alfonso a favore di don Berengario Carrz), nel territorio di Cagliari, Germea. 1325 (altro simile diploma), nella curatoria d'Ippis, Utaposo ed Utanso. 1326 (diploma di don Alfonso a Raimondo de Vall), nel Campidano di Cagliari, Nulgi e Sapolla. 1328 (il re don Alfonso ad Ugone de Basso: registro F dell'archivio patrimoniale di Cagliari), le castella di Monteferro, di Goceano, di Monteacuto, di Montereale e di Marmilla. 1345 (diploma del re don Pietro a Francesco di S. Clemente), nella curatoria di Dolia ossia di Parte Olla, Suani, Suris, Sanai, Sisors. 1350 (il re don Pietro a Giovanni Carrz), nella curatoria di Seurgus, Serassi, Iuspicia, Decreioder, Gozzolai, Ussassai, Turben gentile, Lenei (forse lo stesso del Lesei del Fara), Guidisappe (Guidisaffa del Fara), Orso, Musei (Mussi del Fara). 1355 (il re don Pietro a Francesco Roig), nella curatoria di Nora, Pedra de Sal, Cabron (Garabioni del Fara), Cucho (Cuchi del Fara), S. Maria Maddalena. Detto anno (procura del re Pietro per comporre le differenze col giudice d'Arborea, detto registro F), nel giudicato di Gallura, Bonvhe (castello), Dardena (idem). 1356 (lettera del re Pietro al giudice d'Arborea, detto registro F), nella provincia di Gallura, Pedreso (castello), Terranova (idem). 1358 (registro dei luoghi spettanti alla Corona nel giudicato di Gallura, detto registro F), nella regione d'Orosei, Galtell (castello), Binine (Binissa del Fara), Culla, Duassodera, Duloporra (Dulosara del Fara), Muro, Scopeta, Sifilionis (Sifilinu del Fara); nella baronia di Posada, Quorre Nolennero (forse lo stesso del Guorreno del Fara), Tammarispa, Polterisca, Panana, Pelaya, Quadam, Lochoe, Loi (Iloi del Fara), Osso (Ossio del Fara), Lorade. Curatoria d'Orfida, Resquion (forse lo stesso del Teguison del Fara), Sulla, Orfilo (Orfali del Fara); nella suddetta baronia di Posada e nella provincia di Gallura annotati confusamente, Ortomurtaco (Ortomurato del Fara), Cornera (forse la stessa della Corrura del Fara), Gurgurai, Uranno, Muagi, Umia Marte, Affinu (forse lo stesso dell'Assuni del Fara), Albargius, Aristana, Locus (forse il Locus Sanctus del Fara), Ariagnono (Ariagani del Fara), Sartpene, Lapaliga, Verri, Puzolo, Caressus, Terris (Torreciu del Fara), Maior, Arsegue, Alagnana (Albagnano del Fara), Canahim (Caniani del Fara), Baroc (Barore del Fara), Agiano (Ogianu del Fara), Castro, Malestum (Malassi o Malesti del Fara), Agnoraqui (Agoragni del Fara), Telargio, Montinargo, Agugari, Guardoco (Gardoci del Fara), Lappie (Lapia del Fara), Melacaras (Melaterra del Fara), Dauno (Dani del Fara), Luraguo (Saragui del Fara), Lainaro, Guortiglaca, Lauras, Campo de Vinies. Si nominano nella stessa scrittura per incidenza le seguenti ville allora popolate nella Nurra: Esse (Issi del Fara), Logno (Longu del Fara), Usso. 1363 (il re don Pietro a don Berengario Carrz), nel Campidano di Cagliari, Carbonayre, Corongie, Sedauno. 1388 (atti e stromento di pace fra la giudicessa Eleonora d'Arborea ed il governo aragonese, esistenti nel suddetto registro segnato F dell'archivio del regio patrimonio di Cagliari), Castel d'Oria, castello di Bonvhe, castello d'Osilo, consegnati per sicurt; vi si trovano fra i comuni rappresentati in quella pace dai loro sindachi i seguenti nomi di luoghi ora spopolati: nel Monteacuto, Gensiana, Guluso, Ulusufe (Usulife del Fara), Sorefa, Dure, Ilanti o Ilane, Ghecisle, Pira Domestica, Balamune, Leranis, Dolefa; nel Monreale, Villa d'Abas, Parugionis; nel Marghine e Goceano, Gorare, S. Giuliano Penna, Golossane, Guittiocor, Lorsia; nel Montiverro, Montiverro (castello); nel dipartimento di Nuoro, Ocana; nell'Anglona, Bangios, Martis, Gistorlu; in Parte Valenza, Stolo, Orvinas; nella costa di Vals, Torchillo (Terchido del Fara); in Parte Ozier Reale, detta allora di Guilcier, e nel dipartimento di Canales, Guilcier, Cuuri, Solli (Solis del Fara), Ustei (Ustedi del Fara), Ulli o Uri (Uras del Fara), Sella, Borone (forse Orena del Fara); nei dipartimenti d'Oppia e Meilogu, Capula (castello), Bitiri (forse l'Hitui del Fara), Gunanor; in Parte Milis, Milis piccinnu, Rippurui, Bangados, Calcargia, Segatos, Spinalba, Solli; in Parte Montis, Pardu, Gocula, Funtana, Serdis de monte, Margini, Almos; nel Campidano Maggiore, Villalonga, Pedraveurra, Nuraxi albu, Semiste, Nuraxi de pische, Eusorra; nella Marmilla, Cilina; in Parte Barigadu, Sorrai, Loddu, Montesanctu Iosso, Alari, Barbasgiana, Moddanunis: nel Campidano Simaxis, Simaxis de S. Giulianu, Simaxis giosso, Bangius, Camples, Sia Sancti Nicolai, Olbarra, Palmas de ponte, Palmas maiore (distinti dall'attuale Palmas), Sia Sanctae Luccae; nel Mandrolisai, Leonissa; provincia incerta, Ecnars, Selimi. 1391 (diploma del re don Giovanni ad Antonio di Podio Alto), nella curatoria di Nuraminis, Baralla. 1392, Eleonora possedeva in quest'anno, appi di altre castella delle summentovate, quelle di Oliena, Pasules ed Elcono (detto registro F). 1416 (stromento di vendita feudale del proc. r. Pietro Segarra a Pietro Gmez), nella regione di Parte Olla, Frandor, Seserri, Sana. 1417 (diploma del re don Alfonso a Guglielmo di Montagnans), nella regione di Montiverro, Palamor. 1420 (diploma del re don Alfonso a Ludovico de Aragall), nella regione di Cixerro, Margal (Margan del Fara, ossia l'odierno Marganai), Villapadro (Pardu del Fara). 1421 (diploma del re Alfonso al Visconte di Gessa), nelle regioni di Sulcis e di Arbus, Nughes, Duras; nella regione di Cixerro, Gulbilza (forse la stessa delle Galbasurba del Fara): nella curatoria di Decimo, Sipont; (diploma del re Alfonso a Giovanni Mari), nella regione di Montiverro, Sietefuentes; (diploma dello stesso re a Niccol de Cassiano), nella regione di Parte Olla, Segale, ossia Segogus: nella curatoria di Nuraminis, Sentis, Premont (Pramonti del Fara), Nuraig; (diploma dello stesso re a Giordano de Tola), nel Campidano di Cagliari, Magor, Sanna, Siria (Sirio del Fara), Cusua. 1426 (diploma del re Alfonso al donnicello Dalmazio Sangiust), nel Campidano di Cagliari, Sisali (Salsali del Fara). 1432 (diploma del re Alfonso a don Ludovico de Aragall), nelle regioni di Sulcis e Cixerro, Perlau, Deconca, Evelacadu (forse lo stesso dell'Encladi del Fara). 1436 (diploma del re Alfonso a Pietro Espano), nella Planargia, Mossudano. 1442 (stromento di vendita feudale fra Raimondo di Rivosecco e Franceschino Saba), nella regione di Figulinu, Susu. 1452 (ordine del re Alfonso per occuparsi alcune castella possedute da don Niccol Carrz, registro suddetto F), castello della Fava, castello di Longonsardo. 1453 (stromento di vendita fra Antonio Dessena e Pietro Geoffr), nell'Incontrada di Parte Valenza, Genades o Tinades. 1455 (approvazione regia della vendita feudale a favore di Giorgio Oggero), nella regione di Cixerro, Silico o Sigulis, Villanova, Tului, Macio, Perduxo o Perucciu. 1492 (stromento di vendita di Giacomo de Aragall a Niccol Gessa), nella curatoria di Montangia, Seguris; nella regione di Cixerro, Quindili (Guidandali del Fara). 1504 (diploma del re don Ferdinando a favore di don Violante Carrz), nell'Ogliastra e Sarrabus, Suzi (forse lo stesso del Pusi del Fara), Orrea, Perdedu (Petretu del Fara); nelle Incontrate di Parte Montis, Parte Usellus, ed Arbus, Barumela (castello), Savola, Ipis, Oselboa, Bonorcili; nella baronia di Monreale, Gonosmontangia, Barrana. 1519 (diploma dell'imperatore Carlo V e della sua madre la regina Giovanna a favore di Pietro Ludovico Bellit), nelle regioni di Cixerro e di Sulcis, Nacaladu o Narcadu, Astia o Stya, Villasturba o Villadesrubu, Suergiu, Palmas (castello e villa), Formentedu, Arenas, Petrargius, Riestrutta, Barettas, Baiacamias, Paringianu, Batterra, Tratalias, Pardolungo. Nello stesso secolo XVI, in cui scriveva il Fara, erano tuttora popolate le seguenti ville: nella regione di Figulinu, Bedas; nella curatoria d'Oppia, Todoraquis; nella regione di Costaval, Terchido; nella regione di Monteacuto, Butula; nel Campidano Maggiore, Fenugheda e Villalonga; nella regione di Canales, Solis e Orena; nella regione d'Usellus, Cabras; nella curatoria di Parte Ippis, Sorris (castello); nella regione di Trexenta, Seneghe; nella curatoria di Seurgus, Sassai; in quella di Gerrei, Sisenu; in quella di Barbagia Seulo, Sadelli; nell'Ogliastra, Arzena e Stirsala. Nel 1684, mentre scriveva G. Aleo (Sucessos generales, cit., tomo 2, cap. 64), erano ancora popolati i seguenti luoghi: nella regione di Figulinu, Salvenero; in quella di Anglona, Spelunca; nei territori d'Alghero, Lunafras; nel Monteacuto, Biducara, Bidufe; nel Campidano Maggiore, Nuracabra; nel Mandrolisai, Spazulis; in Parte Montis, Gimussi, Sarcella o Serrala; nella Marmilla, Ussarella, Azeni; nella Trexenta, Segolai; nell'Ogliastra, Manurri.
Seguono i nomi dei luoghi, dei quali si trova notato nei monumenti appartenenti al tempo del governo spagnuolo il gi seguito spopolamento: 1358 (registro sovrannotato delle ville della Gallura, volume F), si notano per incidenza come spopolate gi nella Fluminargia, Taunes, Arspella, Occau. 1374 (concessione fatta dal governatore di Cagliari a Giordano de Tola), nella curatoria di Decimo, Itzu. 1421 (diploma del re don Alfonso a favore di Riambalto de Corbaria, detto registro F), nella regione detta Montagna nella Gallura, Silionis, Carciana (Carsiana del Fara), Oragiana (Aagnana del Fara), Crastiuscrodu (forse il Crasmisadi del Fara), Corruare (Crarraris del Fara), Ortumurcadu (Ortumuratu del Fara), Capichere (Capuera del Fara), Argagrai (Agraganis del Fara), Bator, Laegustu (Lacousta del Fara), Ariplai (in un duplicato dello stesso diploma, esistente nel medesimo volume, si legge Aristan, ed  probabile sia lo stesso villaggio di cui sovra si  fatta menzione con quel nome), Alvargios (Alaugiu del Fara), Azimu (Azini del Fara), Melaaxim (Melaxini del Fara), Huraghe (Nuraghis del Fara), Conarim (Conariu del Fara), Vingia, Maiormonte, Arangia (forse Saragni del Fara), Vingiolas, Montecaredis, Caxia, Arzaghena, Baredel (Baradili del Fara), Agugeda de Vianni (nel diploma citato si nota che tutte le sopraddette ville erano spopolate solamente da 50 anni addietro). 1423, castello di Longonsardo; demolito in quest'anno per comando del re (vedi Fara, De rebus Sardois, lib. IV, cap. Alphonsus rex). 1429 (diploma del re don Alfonso a Pietro de Ferraria), nella regione di Cabuabas e baronia detta di Bonvhe, Sangrana, Barig, Orneto, Flumenlongo. 1436 (diploma del re Alfonso a Giacomo Manca), nell'Incontrada di Cabuabas, Mogoris. Nello stesso anno: castella di Monteleone e di Bonvicino atterrate (Fara ib.). 1439 (diploma del re Alfonso a Ruggiero di Besora), nella curatoria di Nuraminis, Naraguens (forse lo stesso del Nurapetzi del Fara), Borro, Baralla, Cironio ossia Oronio (queste due ultime non  abbastanza chiaro se fossero gi a quel tempo spopolate come lo furono poscia). 1479 (diploma del re don Ferdinando a don Enrico Enrichez), nell'incontrada di Valenza, Sebolles, Fluminada. 1480 (diploma dello stesso re a Gandislao Talavera), nella regione di Montiverro, Pitinuri. 1486 (donazione di Angiola Beltram a Galzerando de Cap de Villa), nella curatoria di Nuraminis, Canxeddus (Caxella del Fara), Sogus. 1521 (transazione del fisco con don Girolamo Sangiust), nel Campidano di Cagliari, Simbilis; nella curatoria di Decimo, Mogori. 1543 (stromento di vendita fra don Salvatore Aymerich e Mattia Cavaller), nella curatoria di Nuraminis, Aliri. (Stromento di vendita fra lo stesso Aymerich e don Filippo di Cervelln) nella regione di Parte Olla, Trondons (forse la stessa della Trugodori del Fara).
Seguono i nomi degli altri luoghi spopolati, della distruzione dei quali non si accenna l'et precisa: nella regione di Romandia, Gennonis, Uruspa, Gerino, Taniga. In quella d'Osilo, Tonse, Seliquentinor, Gutoi, Utalis, Sassali, Bualis, Scalas, Villafranca Erices. Nella Fluminargia, Settepalmi, Hertis, Lentis, Lequili, Sancti Ardi, Querqui, Herla, Domusnovas, Murussa, Taverra, Ottava, Eristola, Nonnoi, Curcas. Nel territorio di Sassari, Sirchi o Silchi, Guiterono. Nella Nurra, Ussi, Bionis, Sorana, Occoa, Gilitis, Vialossi, Esquilis, Donnoragius, Nurchis, Baracis, Essola (fortezza), Castel Pisano (fortezza). Nella curatoria di Coros, Coros, Canetu, Manstoles o Manotola, Vindiguinoris, Noalis, Sartis, Tifis, Bangius, Paulis, Turtana, Lodai, Oltazori, Turriguis, Liessis, Noraci Longu, Iunchi. Nella regione di Figulinu, Figulinu, Noagra, Musellano, Sena, Briaris, Biguegna, Sebodes, Dulnosa. Nella curatoria di Meilogu, Sorra (citt). Curatoria d'Oppia, Sali, Caiola, Corceddu, Castilis, Nieddu. Nella regione di Costaval, Defrio. In quella di Macomer, Macomer (castello). In quella di Cabuabas, Sustana, Ibilis, Nurighes, Monte Giave (fortezza). In quella di Anglona, Ampurias (citt), Bisarcio (citt), Montefurcadu, Morredi, Odatelis, Ostia de Monti, Baptana, Orria manna, Orria piccinna, Bulcis (castello), Insari, Fresano (citt), Cerigo. In quella di Coghinas, Villalba, Coghinas, Castel d'Oria (fortezza). Nel territorio d'Alghero, Vessus, Ceis, S. Marco, Minutadas. Nella curatoria d'Anela, Bulterina o Bulleiana. Nella regione del Goceano, Goceano (castello). In quella di Monteacuto, Castro (citt), Narvara, Orgueri (castello), Olofa (castello), Otti, Cucata (castello), Monteacuto (castello), Sinorvei. In quella di Monteleone, Paulis, Massada, Montecarti, S. Vittoria, Mocitano, Minerva. In quella di Montiverro, S. Leonardo. Nel Campidano Maggiore, Marepontis (castello). Nel Campidano Simaxis, S. Giusta (citt oggid ridotta a pochi casolari), Congiu. Nella regione di Canales, Bocles, Licheri, Suri, Nordai. Nella Barbagia Ollollai, Orcada. Nella curatoria d'Arbus, Erculentu (castello), L'Arcivescovo, Manissa, Maiori de Pont. Nella regione di Monreale, Monreale (castello), Uras (castello). In quella di Usellus, Margunulis (castello). Nella Marmilla, Las Plassas (castello). Nella regione di Nora, Pula (castello), Santisconata (castello), Chia, Salioni, Orto Giacob, Torralba, Vestaris, Villanova, Petrasterrida, Pauli de Nuris. Nella curatoria di Decimo, Uta (distinta dall'attuale), Foixilis, Sirvis, Ortixedro, Gioiosaguardia presso a Villamassargia (castello). In quella di Parte Ippis, Ippis superiore, Ippis inferiore, Pavi superiore, Pavi inferiore, Fanari superiore, Fanari inferiore, Leni, Ispidi, Achensa, Dovisellu, Masona, Issi, Paurissi, Mumpupusi, Murca, Scari, Balnei, Sipoli, Gettaisana, Sipoli inferiore, Gurgoso, Poli, Sogus, Paluca, Ideipa de Sturpone. In quella di Nuraminis, Nuraminis (distinto dall'attuale). Nel Campidano di Cagliari, S. Michele ossia Bonvhe (castello distinto dall'altro Bonvhe del capo superiore, di cui sopra), S. Gilla (castello), S. Vidriano, Cipula, Sennerino, Palma, Sinnuri, Separa, Feminale, S. Maria di Paradiso, Siuris, Pituxi, Bangargia, Scannu, Sennenosi, Maturrei, Solones, Girsemi, Gruoros, Tizza, Separasi. Nella regione di Sarrabus, Tacatu, Noraria, Villatrona, Rastradi, Ulmu, Ignalis, Cortimia, Pupus, Sorrui, Sarrabus (con castello), Pietrafoco. In quella di Sulcis, Pixinas, Nepos, Uratelis, Pesus, Burstri, Buidicaras, Garonata, Pransi o Pisanai, Marba, Xibari, Puxma, Paderios, Baicucuri, Revi, Aradulis, Socomerris, Distrai, Adoi, Mariani, Natalbis. In quella di Cixerro, Domusnovas (castello), Frongia, Sebassus, Desus, Ursa, Barca, Seici, Serrai o Sirai, Antesa o Antas, Guidandali, Cisa, Maciconcia, Parmiana, Strua o Stray, Formentebidu, Sibolessi o Sebelesi, Antesumada, Argenis, Gallursa, Arda, Sirici, Baratuli (castello), Acquafredda presso a Siliqua (castello). (NB. A questi nomi delle regioni Sulcis e Cixerro, tratti dalla Chorografia del Fara, si possono aggiungere i seguenti, estratti da un antico manoscritto accreditato in quella provincia, e fondato sulla conformit dei nomi serbativisi: Barega, Piolanas, Barbusi, Canas, Coaterra, Arriu, Gibas, Masaynas, Murdeu, Margau, S. Elia, Santadi, Baicucu, S. Giuliana, Marrocu, Villa de casas, Corongiu, Puppuasinus, Terrazoppu, S. Zeferino, Cungiadus, Sarrunchei, Nebida, Montalbu, Bronti onca, Enestra, S. Elena, S. Angelo, Gintili, Bangini, Planu de Saltu, Canoniga, Carradas, Bingiarxa). Nella regione di Parte Olla, Dolia (citt distrutta, oggid villaggio di S. Pantaleo), Sipiola, Sidriani, Bacchi, Strana, Boraculi, Sisterna, Ergati, Morcati, Moduli, Parasuli, Ninoxi, Nuox. Nella Trexenta, Alura, Sebocu, Bangiu, Sunnexi, Archuasili, Turri, Separa, Seboghos, Goi. Nella curatoria di Seurgus, Guidila, Cossi, Sadali, Guini, Barexi, Sinesi, Speciani, Stertilis, Serchi, Sercolai, Nauli. In quella di Gerrei, Latrinu, Nuraxi, Surlegi, Castagnani, Crari (forse lo stesso che Villaclara), Connosi, Orgulosu (castello). Nella regione di Chirra, Chirra (castello), Ulli, S. Pietro, Lentisco. Nella regione di Barbagia Seulo, Genossi. Nell'Ogliastra, Ogliastra (castello), Tollania (forse scritto cos per errore, nel qual caso non sarebbe diversa dall'attuale Talana), Lozorai (castello). Nella regione d'Orosei, Orosei (castello), Golione. In quella di Posada, Lineris, Stellari, Guidani, Urulis, Isarlis. Nella curatoria d'Orfida, Offuda. Nella Gallura, Civita (citt: l'istessa delle antiche Olbia e Fausiana, e dell'odierno villaggio di Terranova), Textu (castello), Calagnana (distinto dall'attuale Calangianos), Taresinu, S. Cumiano, S. Stefano.
[931] O. Rinaldi, Annales ecclesastici, cit., all'anno 1295. G. Zurita, Anales de la Corona de Aragon, aragoa, por L. de Robles, 1610, lib. V, cap. 10. Nell'altra edizione di Barcellona [non esiste alcuna edizione di Barcellona degli Anales ] i capitoli sono diversamente numerati in alcuni libri. La storia della conquista della Sardegna fatta dagli Aragonesi ebbe il vanto di essere scritta da un re, cio da don Pietro, figliuolo del conquistatore don Alfonso. Il Zurita trasse poi le sue narrazioni da quelle di esso don Pietro [P. M.Carbonell, Chroniques de Espanya, Barcelona, Jonot, 1546] , del Moliner [R. Muntaner, Chronica, o Descripcio dels fets e hazanyes del inclyt rey don Jaume I, Valencia, vidua de J. M. Flandro, 1558] , di Giovanni Villani [G. Villani, Nova cronica, cit.] ed altri.
[932] O. Rainaldi, Annales ecclesastici, cit., all'anno 1297, n. 2. G. Zurita, Anales, cit., lib. V, cap. 28.
[933] G. Villani, Nova cronica, cit., lib. VIII, cap. 105. P. Tronci, Memorie istoriche, cit., all'anno 1307.
[934] Il tempio maggiore di Cagliari fu ampliato ed abbellito poscia dagli Aragonesi: la fabbrica fu perfezionata nel 1331 o circa. Vedi G. Cossu, Citt di Cagliari, cit., cap. 6.
[935] Vedi p. 49.
[936] G. Zurita, Anales, cit., lib. V, cap. 68, 69, 71, 72.
[937] Vedi nota 115.
[938] G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. II, cap. Arborenses iudices. Del regno unito di Andrea e Mariano d conto anche G. Zurita, Anales, cit., lib. V, cap. 61; e del regno del solo Mariano in G. Zurita, Anales, cit., lib. VI, cap. 18, dove descrive l'onorata accoglienza che egli fece alla regina Maria, sorella del re di Cipro, quando passava in Catalogna per le sue nozze col re don Giacomo II.
[939] G. Villani, Nova cronica, cit., lib. IX, cap. 196. G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. II, cap. Arborenses iudices.
[940] G. Zurita, Anales, cit., lib. VI, cap. 38.
[941] G. Villani, Nova cronica, cit., lib. IX, cap. 196. G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. II, cap. Arborenses iudices.
[942] G. Zurita, Anales, cit., lib. VI, cap. 43.
[943] G. Zurita, Anales, cit., lib. VI, cap. 43.
[944] F. Vico, Historia general, cit., cap. 7, p. 5, riferisce il diploma in tal occasione soscritto dal re a favore dei Sassaresi nel 7 maggio 1323; nel quale accord loro le pi ampie franchigie in tutti i suoi stati, la conferma delle private propriet e dei dritti notarieschi; stabil che il podest sarebbe nominato dal re; promise di rivedere i loro statuti e concedette varie altre grazie.  anche questo diploma registrato nel volume degli Statuti di Sassari, del quale diedi conto alla nota 125.
[945] G. Villani, Nova cronica, cit., lib. IX, cap. 196. P. Tronci, Memorie istoriche, cit., all'anno 1324.
[946] G. Zurita, Anales, cit., lib. VI, cap. 45.
[947] Nel Memorial del Marqus de Coscojuela, altra volta citato, si trova registrato al n. 14 il diploma del 21 maggio 1323 con cui prima della partenza della flotta si concedeva ad Ugone, con titolo di feudo nobile, dipendente dai re di Aragona, tutta la provincia ch'egli possedeva come giudice. Seguono quindi tutte le posteriori conferme e concessioni. Al n. 4, si trova il diploma 11 settembre 1339 con cui lo stesso Ugone fu nominato conte del Goceano.
[948] G. Villani, Nova cronica, cit., lib. IX, cap. 196.
[949] G. Zurita, Anales, cit., lib. VI, cap. 45.
[950] Nel suddetto Memorial del Marqus de Coscojuela (n. 40) si legge la lettera che i capitani di masnada in Villa Iglesias, chiamati Vico di Rosselmoni e Giacomo di Settimo scrissero al comune di Pisa, implorando pronto soccorso; e si trova pure inserita la deposizione del corriere che, recando la stessa lettera, cadde fra le mani degli Aragonesi. Da questa si raccoglie che le forze degli assediati sommavano a mille uomini d'arme, compresi 250 cavalli o circa. Gli abitanti del luogo erano 600. La terra era circondata di fossa e steccato e difesa da 20 torri. Lo staio del frumento valeva entro la rocca soldi 8 sardi.
[951] In questa occasione l'infante, rammentando il privilegio del padre a favore dei Sassaresi (di cui alla nota 158), concedeva anche loro nel 4 luglio 1323 un privilegio novello, riferito da F. Vico, Historia general, cit., parte 5, cap. 9, e registrato nel volume sovraccitato degli Statuti di Sassari. Nel qual privilegio tre articoli principali contengonsi: il permesso di estrarre dall'isola le derrate malgrado del fattone divieto; l'assicurazione della perpetua unione di Sassari al regio patrimonio; e la promessa eterogenea del rimandarsi ai Sassaresi i servi loro o serve trafugate. La qual cosa io spiego dicendo che le prime due dimande contenevano il voto universale dei cittadini commettenti; la terza il voto individuale di qualcuno dei commessari. Non essendo nuovo il veder mescolate colle cagioni occulte e cogli effetti palesi delle cose le pi grandi le cose le pi piccole.
[952] G. Zurita, Anales, cit., lib. VI, cap. 45.
[953] G. Zurita, Anales, cit., lib. VI, cap. 45. P. Tronci, Memorie istoriche, cit., all'anno 1324. G. Villani, Nova cronica, cit., lib. IX, cap. 209.
[954] G. Zurita, Anales, cit., lib. VI, cap. 48.
[955] G. Zurita, Anales, cit., lib. VI, cap. 48.
[956] G. Zurita, Anales, cit., lib. VI, cap. 49.
[957] G. Zurita, Anales, cit., lib. VI, cap. 49. G. Villani, Nova cronica, cit., lib. IX, cap. 236. P. Tronci, Memorie istoriche, cit., all'anno 1324.
[958] G. Zurita, Anales, cit., lib. 6, cap. 53. G. Villani, Nova cronica, cit., lib. IX, cap. 250. M. A. Gazano, Storia della Sardegna, cit., il quale male intese in questo luogo il Zurita, suppone accaduto questo incontro in Villa Iglesias, e ragiona a voto, dimostrando la impossibilit d'un fatto non vero. Non credo necessario di intrattenermi di frequente coi molti abbagli presi da questo storico, specialmente nella cronologia. Dar solo qui cenno di una maggiore di lui disattenzione, per cui non lascia egli mai, tuttavolta che gli occorre di nominare i sovrani di Aragona, di fregiarli del titolo di Sua Maest; quando  una cosa di ben comune notizia che il primo ad assumere quel titolo fu l'imperadore Carlo V; non avendo gli antichi sovrani d'Europa portato altro titolo che quello di Altezza o di Grazia.
[959] G. Zurita, Anales, cit., lib. VI, cap. 54, nomina oltre alle castella di Terranova e di Acquafredda sopra mentovate, quelle di Chirra, della Fava, di Petresa.
[960] G. Zurita, Anales, cit., lib. VI, cap. 54. G. Villani, Nova cronica, cit., lib. IX, cap. 259. P. Tronci, Memorie istoriche, cit., all'anno 1324.
[961] Vedi nota 144.
[962] Questo Filippo era figliuolo terzogenito di Tommaso I, marchese di Saluzzo, e di Alice di Ceva, di lui consorte. Vedi Dentis, Compendio storico dell'origine de'marchesi di Saluzzo [?] .
[963] G. Zurita, Anales, cit., lib. VI, cap. 53, 54, 55.
[964] G. Zurita, Anales, cit., lib. VI, cap. 54.
[965] G. Zurita, Anales, cit., lib. VI, cap. 56.
[966] G. Zurita, Anales, cit., lib. VI, cap. 60. G. Villani, Nova cronica, cit., lib. IX, cap. 307. P. Tronci, Memorie istoriche, cit., all'anno 1325.
[967] G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. III, cap. Iacobus rex, scrisse che l'ammiraglio ebbe anche allora il governo generale dell'isola; ma la gara insorta fra lui e Raimondo di Peralta, della quale son per dar cenno,  per me un contrario argomento.
[968] G. Zurita, Anales, cit., lib. VI, cap. 60 e 66.
[969] G. Zurita, Anales, cit., lib. VI, cap. 67 e 68.
[970] G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. III, cap. Iacobus rex.
[971] Furono questi frate Bacciomeo da Pisa, guardiano, e frate Giovanni da Settimo, minori conventuali, il cavaliere Iacopo da Parracca dei Gualandi, Raniero Tempanello e Bartolomeo Mussi, giureconsulti. Il trattato  riportato per esteso nella raccolta altre volte citata del cav. Dal Borgo, Raccolta di scelti diplomi pisani, cit., p. 351.
[972] G. Zurita, Anales, cit., lib. VI, cap. 69. P. Tronci, Memorie istoriche, cit., all'anno 1325. G. Villani, Nova cronica, cit., lib. IX, cap. 326.
[973] G. Zurita, Anales, cit., lib. VI, cap. 70.
[974] G. Zurita, Anales, cit., lib. VI, cap. 71.
[975] G. Zurita, Anales, cit., lib. VI, cap. 77.
[976] G. Zurita, Anales, cit., lib. VI, cap. 75.
[977] G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. III, cap. Alphonsus rex.
[978] G. Zurita, Anales, cit., lib. VII, cap. 1. Alla mensa del re nel giorno dell'incoronazione sedettero solamente l'infante don Giovanni, suo fratello, e gli arcivescovi di Saragozza e d'Arborea.
[979] G. Zurita, Anales, cit., lib. VI, cap. 77.
[980] G. Zurita, Anales, cit., lib. VII, cap. 6.
[981] G. Zurita, Anales, cit., lib. VII, cap. 10.
[982] Questo divieto dur lunga pezza. Nella carta reale del 3 gennaio 1485 al par. 28 (archivio patrimoniale di Cagliari) si trova il permesso conceduto a Giovanni e Niccol Boi sardi di poter soggiornare nel castello di Cagliari per ragione delle loro buone qualit. Nelle istruzioni annesse alla stessa real carta si legge al par. 30 abolito il suono della trombetta col quale in ogni vespro soleasi buccinare: escissero dal recinto del castello tutti i Sardi.
[983] G. Zurita, Anales, cit., lib. VI, cap. 69.
[984] Tutti questi privilegi colle spiegazioni pi estese si trovano nel diploma di don Iacopo del 25 agosto 1327, esistente nel cos detto Libro verde della citt di Cagliari [ora pubblicato da R. Di Tucci, Cagliari, Societ Editrice Italiana, 1925] ; nel quale si contengono le carte pi importanti che ragguardano agli interessi della capitale.
[985] In questo tempo si edificava anche per opera di Raimondo di Monpavone, governatore di Sassari, il castello della stessa citt. Vedi G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. III, cap. Alphonsus rex.
[986] G. Zurita, Anales, cit., lib. VII, cap. 10, 13, 16.
[987] I feudatari concorsi a questa spedizione erano gi dopo pochi anni della conquista trentotto, ed i nomi leggonsi in G. Zurita, Anales, cit., lib. VII, cap. 16.
[988] G. Zurita, Anales, cit., lib. VII, cap. 16.
[989] G. Zurita, Anales, cit., lib. VII, cap. 22. G. Villani, Nova cronica, cit., lib. XI, cap. 17. U. Foglietta, Historiae Genuensium, cit., all'anno 1334.
[990] G. Zurita, Anales, cit., lib. VII, cap. 22.
[991] G. Zurita, Anales, cit., lib. VII, cap. 27.
[992] G. Zurita, Anales, cit., lib. VII, cap. 28. Assistette pure a quell'incoronazione il vescovo di S. Giusta.
[993] G. Zurita, Anales, cit., lib. VII, cap. 31.
[994] G. Zurita, Anales, cit., lib. VII, cap. 36.
[995] G. Zurita, Anales, cit., lib. VII, cap. 45.
[996] G. Zurita, Anales, cit., lib. VII, cap. 52.
[997] G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. III, cap. Petrus rex; altro simile decreto dei Sassaresi fatto nel 1325 si riporta da F. Vico, Historia general, cit., parte 5, cap. 14.
[998] G. Zurita, Anales, cit., lib. VII, cap. 58.
[999] G. Zurita, Anales, cit., lib. VII, cap. 73.
[1000] Nel luogo detto Ajdu de turdu.
[1001] G. Zurita, Anales, cit., lib. VIII, cap. 16.
[1002] G. Zurita, Anales, cit., lib. VIII, cap. 16.
[1003] G. Boccaccio, Decamerone, introduzione.
[1004] G. Zurita, Anales, cit., lib. VIII, cap. 27 e 28.
[1005] G. Zurita, Anales, cit., lib. VIII, cap. 34.
[1006] G. Zurita, Anales, cit., lib. VIII, cap. 38.
[1007] G. Zurita, Anales, cit., lib. VIII, cap. 45 e 46.
[1008] G. Zurita, Anales, cit., lib. VIII, cap. 50.
[1009] G. Zurita, Anales, cit., lib. VIII, cap. 52. U. Foglietta, Historiae Genuensium, cit., all'anno 1353. L. A. Muratori, Annali d'Italia, cit., all'anno 1353. Fu dopo questa battaglia navale d'Alghero che il Petrarca scrisse una commoventissima epistola ad Andrea Dandolo, doge di Venezia, esortandolo alla pace coi Genovesi. Vedi fra le epistole quella del 5 giugno 1354.
[1010] Lo strumento con cui il comune d'Alghero costitu suo procuratore Antonio Medico per presentarsi al doge di Genova, in data del 1 gennaio 1353, coll'altro di dedizione e di giuramento di fedelt del 7 marzo dello stesso anno, esiste in questo regio archivio di corte [ora in P. Tola, C.D.S., cit., sec. XIV, doc. n. LVII, pp. 723-724] ; sonovi soscritti i pi notabili cittadini di quel tempo in numero di 244.
[1011] G. Zurita, Anales, cit., lib. VIII, cap. 53.
[1012] G. Zurita, Anales, cit., lib. VIII, cap. 53.
[1013] G. Zurita, Anales, cit., lib. VIII, cap. 53.
[1014] G. Zurita, Anales, cit., lib. VIII, cap. 54.
[1015] G. Zurita, Anales, cit., lib. VIII, cap. 57.
[1016] G. Zurita, Anales, cit., lib. VIII, cap. 57.
[1017] Molti sono i privilegi accordati alla citt d'Alghero dal re don Pietro e dai suoi successori che serbansi in quell'archivio civico. I cinque pi antichi hanno la data di Cagliari del 15 febbraio dello stesso anno 1354. Contengono la perpetua unione di Alghero ai regni aragonesi; la concessione delle franchigie tutte di Sassari e l'esenzione dalle gabelle e tributi. Fra i posteriori dello stesso re don Pietro  specialmente da notare quello del 10 maggio 1358 [ora in P. Tola, C.D.S., cit., sec. XIV, doc. n. CXI, p. 776] , nel quale, collo scopo di serbare in Alghero le discipline belliche, si accorda una franchigia speciale a qualunque cittadino algherese avesse balestra e cento dardi e ne scoccasse almeno sei in ciascuna domenica: volentes dare materiam et causam incolis Algherii tenendi balistas, et utendi et sagittandi cum eisdem.  anche da rammentare, qual prova dell'antichit della pesca dei coralli in quei mari, l'altro privilegio dello stesso re don Pietro del 28 luglio 1384 [ora in P. Tola, C.D.S., cit., sec. XIV, doc. n. LVII, p. 815] , con cui si proibisce alle barche accorrenti per quella pesca l'approdare altrove che in Alghero, in tutta la spiaggia compresa fra il golfo d'Oristano e l'Asinara.
[1018] G. Zurita, Anales, cit., lib. VIII, cap. 57.
[1019] G. Zurita, Anales, cit., lib.VIII, cap. 58. J. Dexart, Capitula sive acta curiarum regni Sardiniae, Carali, ex typis A. Galcerin, apud B. Gobettum, 1645, in proemio n. 16. Quest'ultimo considerando non essersi stanziata propriamente in quell'adunanza veruna legge, n accordata ai sudditi nissuna grazia, opin che la vera istituzione del parlamento sardo non al re don Pietro, ma al re don Alfonso suo successore si debba riferire.  da osservare che nei commentari del Dexart trovasi mal notato l'anno di quella congrega, cio nel 1351.  una cosa troppo manifesta per la testimonianza degli scrittori catalani che il viaggio e soggiorno di don Pietro in Sardegna ebbe luogo negli anni 1354-55. Scrivendosi pertanto dal Dexart che egli ebbe fra le mani gli atti di quella prima adunanza, non si pu quella errata citazione attribuire ad altro che ad un abbaglio tipografico.
[1020] G. Zurita, Anales, cit., lib. VIII, cap. 58, nomina i seguenti notabili personaggi dell'isola: Manfredo Dardi, Gandino di Azeni, Aldebrando di Azeni, Bartolo Catoni.
[1021] G. Zurita, Anales, cit., lib. VIII, cap. 58.
[1022] In una di queste per un re moro venuto in Sardegna coll'armata regia: G. Zurita, Anales, cit., lib. VIII, cap. 59.
[1023] G. Zurita, Anales, cit., lib. VIII, cap. 59.
[1024] G. Zurita, Anales, cit., lib. VIII, cap. 60.
[1025] G. Zurita, Anales, cit., lib. VIII, cap. 62.
[1026] G. Zurita, Anales, cit., lib. IX, cap. 15.
[1027] G. Zurita, Anales, cit., lib. IX, cap. 29. In questo regio archivio di corte serbasi l'intiero processo di questo arbitrato del marchese di Monferrato, riferito con piena esattezza dal Zurita. Contiene la nomina fatta dal re e dal doge dei loro procuratori Francesco de Perilionibus e Leonardo di Montaldo per trattare del compromesso; lo strumento di compromesso di ambi nel marchese; la lettera dell'arbitro al doge ed a Pietro, re di Cipro, mescolato in quelle competenze; nella quale comanda si rilascino i prigionieri fatti d'ambe le parti e non si danneggino i sudditi del re d'Aragona; l'ordine a questo di rimetter in libert i prigionieri genovesi, con altri provvedimenti ragguardanti ai danni passati; la lettera di notificazione di tal ordine; le ratifiche reciproche del compromesso; le nuove procure per Francesco Iasperto e Romeo Lulli da parte del re, e per Enrico giusperito, Gabriele Adorno e Domenico Favinanti da parte del doge; l'atto con cui il marchese accetta il compromesso; e le sentenze infine da lui pronunziate.
[1028] G. Zurita, Anales, cit., lib. IX, cap. 48.
[1029] G. Zurita, Anales, cit., lib. IX, cap. 53.
[1030] P. Tronci, Memorie istoriche, cit., all'anno 1365.
[1031] Nell'assenza di Olfo di Procita governarono il regno, come not M. A. Gazano ( Storia della Sardegna, cit., lib. V, cap. ultimo [sic!] ), Pietro di Besal e don Pietro Ximenes Prez di Calatayud. Io trovai qualche ricordo negli antichi bandi, conosciuti fra noi col titolo di pregoni, del nome del primo, non del secondo. E qui devo osservare che quella serie, data dal Gazano dei governanti dell'isola,  in pi luoghi errata, specialmente nella cronologia.
[1032] G. Zurita, Anales, cit., lib. IX, cap. 66.
[1033] G. Zurita, Anales, cit., lib. X, cap. 1.
[1034] G. Zurita, Anales, cit., lib. X, cap. 4. G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. III, cap. Petrus rex .
[1035] G. Zurita, Anales, cit., lib. X, cap. 10.
[1036] G. Zurita, Anales, cit., lib. X, cap. 13.
[1037] G. Zurita, Anales, cit., lib. X, cap. 16.
[1038] G. Zurita, Anales, cit., lib. X, cap. 17.
[1039] G. Zurita, Anales, cit., lib. X, cap. 20.
[1040] G. Zurita, Anales, cit., lib. X, cap. 20. G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. III, cap. Petrus rex .
[1041] Vedi Carta de Logu, dal cap. 133 al cap. 198.
[1042] G. Zurita, Anales, cit., lib. X, cap. 23.
[1043] Notices et extraits des manuscrits de la bibliothque du roi, Paris, 1787, tomo I, pp. 341-360. Questa relazione, il cui sunto fu fatto da uno dei compilatori di quell'insigne raccolta, cio dal sig. G. H. Gaillard, autore dell'opera intitolata: Histoire de la rivalit de la France et de l'Espagne, Paris, Lavillette, 1801, contiene: 1 il rapporto della legazione; 2 le lettere credenziali e le istruzioni date agli ambasciadori ( rotulus credentiae ); 3 una plenipotenza per conchiuder l'alleanza ( procuratorium super alligantiis iam factis confirmandis et de novo faciendis ); 4 il mandato pel matrimonio del figlio del duca colla figliuola del giudice ( procuratorium pro matrimonio contrahendo ); 5 la risposta del giudice e la sua lettera al duca. Il primo scrittore di cose sarde il quale abbia posto mente a tal monumento  il cav. G. Cossu nella sua Descrizione geografica della Sardegna, Genova, A. Olzati, 1799, pp. 16 e 85.
[1044] Questo uffiziale era scortato da quattro mazzieri della corte e seguito da venti persone o circa, armate di spada. Il nome che gli si d nella relazione  di don Pal . Siccome nissuno degli antichi scrittori sardi ha fatto menzione di quest'ambasciata, non sono in grado di confrontare con altro monumento questo nome, che parmi sia stato alquanto guasto dallo scrittore della memoria. Forse il nome di quell'uffiziale era don Paolo, o don Pala; giacch in Sardegna la qualificazione di don, distintivo dei nobili, si unisce egualmente coi nomi e coi cognomi soli delle persone.
[1045] Lo scrittore della relazione not i di lui calzari di cuoio bianco alla maniera dei Sardi (more sardico).
[1046] Et non expectare futuros ventos .
[1047] L'espressione, con cui s'indirizz il discorso al popolo, fu quella di buona gente ( bonae gentes ); espressione anche oggid comune in Sardegna allorch si parla a persone incognite o raccolte insieme.
[1048] La relazione d contezza che gli ambasciadori mangiarono parcamente e mestamente ( moesti et dolentes modicum pransi fuerunt ), e che l'imbandimento del pranzo era pessimo ( prandium pessimum ). Non  fuor di proposito il pensare che il sinistro giudizio sovra quei cibi debbasi in gran parte al palato amaro con cui furono gustati.
[1049] Vedi G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. III, cap. Petrus rex .
[1050] G. Zurita, Anales, cit., lib. X, cap. 23.
[1051] G. Zurita, Anales, cit., lib. X, cap. 34. Il racconto fatto da P. Tronci ( Memorie istoriche, cit., all'anno 1382) d'essere stato spento Ugone perch il popolo erasi inasprito per l'uccisione da lui comandata dei maestri Andrea da Palaia, fisico, e Pace, chirurgo, venuti da Pisa per guarirlo da una sua infermit, e poco fortunati in quel tentativo, sa alquanto del romanzesco.
[1052] G. Zurita, Anales, cit., lib. X, cap. 34. La lettera di Eleonora  inserita in Marqus de Coscojuela, Memorial, cit., n. 40. Eleonora si soscrive nel modo seguente: Eleonora, iudicissa Arboreae cum devota et humili recomendatione .
[1053] G. Zurita, Anales, cit., lib. X, cap. 34.
[1054] Nel gennaio del 1387.
[1055] G. Zurita, Anales, cit., lib. X, cap. 38. La convenzione, di cui ho dato il sunto, esiste nel registro segnato F dell'archivio patrimoniale di Cagliari; e la relazione del Zurita accordasi pienamente con tal monumento. Intervennero alla stipulazione per parte del re Bernardo di Senesterra, governatore di Cagliari, e Giasberto di Campolongo; per parte di Eleonora il vescovo di S. Giusta e Comita Pancia.
[1056] G. Zurita, Anales, cit., lib. X, cap. 41. G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. III, cap. Iohannes rex . Anche le carte ragguardanti a questa pace trovansi registrate nel succitato volume F.
[1057] G. Zurita, Anales, cit., lib. X, cap. 43.
[1058] G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. III, cap. Iohannes rex . Nel suddetto registro F veggonsi notate le minute cautele adoperate nel conceder la libert a Brancaleone; e le molte condizioni di nuovo trattate col governatore generale, Prez di Arenoso, per malleveria delle complicate restituzioni e rinuncie che allora si voleano recare ad effetto.
[1059] G. Zurita, Anales, cit., lib. X, cap. 47.
[1060] G. Zurita, Anales, cit., lib. X, cap. 51.
[1061] G. Zurita, Anales, cit., lib. X, cap. 52.
[1062] G. Zurita, Anales, cit., lib. X, cap. 52.
[1063] G. Zurita, Anales, cit., lib. X, cap. 55.
[1064] G. Zurita, Anales, cit., lib. X, cap. 56.
[1065] Questo titolo dinotava che si contenevano in quella carta le leggi o statuti speciali del luogo, ossia del giudicato di Arborea.
[1066] L'osservanza della Carta de Logu fu estesa a quasi tutto il regno nel parlamento del re don Alfonso del 1421 (vedi J. Dexart, Capitula, cit., lib. I, tit. 4, cap. 1). Quindi confermata da F. Vico, Leyes y pragmticas del reyno de Serdea compuestas, glosadas y comentadas, Napoles, Impr. Real, 1640, tit. 49, cap. 1.
[1067] Carta de Logu, cit., cap. 1.
[1068] Carta de Logu, cit., cap. 3.
[1069] Carta de Logu, cit., cap. 5.
[1070] Carta de Logu, cit., cap. 13.
[1071] Carta de Logu, cit., cap. 33.
[1072] Carta de Logu, cit., cap. 193.
[1073] Carta de Logu, cit., cap. 189.
[1074] Carta de Logu, cit., cap. 24.
[1075] Carta de Logu, cit., cap. 106.
[1076] Carta de Logu, cit., capp. 107, 111.
[1077] Carta de Logu, cit., cap. 16.
[1078] Carta de Logu, cit., capp. 6 e 15.
[1079] Carta de Logu, cit., cap. 56. Il cav. G. M. Mameli De'Mannelli, Le costituzioni d'Eleonora, cit., opera scritta con buon giudizio e ricca di patrie notizie, traduce la parola lieros, impiegata in alcune edizioni del codice a designare questi giudici di consulto, con quella di leali . A me pare che liero non sia altro che un'abbreviazione di libero ; e prova manifesta me ne d J. Dexart, Capitula, cit., cap. 5, tit. 7, lib. VIII; nel quale rappresentandosi esser state sempre in Sardegna le cavalle tenute per libere, in quanto non pagavasi dai conduttori veruna multa allorch passavano coll'armento in territorio altrui, citasi la legge della Carta de Logu per cui si dichiarava qualunque cavalla liera . Ci posto, qualora fosse necessario di voltare letteralmente quella parola, risponderebbe meglio alla giurisprudenza di quei tempi il vocabolo di proprietario .  noto che nei secoli feudali le parole di uomo libero e di vassallo dinotavano la prima un proprietario allodiale, e l'altra colui che nella sua propriet riconosceva un maggior signore. Vedi W. Robertson, The history, cit., sez. 1, nota 8. Ed un monumento anche patrio mi giova addurre all'istesso proposito nel Condaghe pi volte citato della chiesa di Saccargia ( Condaghe de s'Abadia de SS. Trinidade de Sacargia, Tatari, Ant. Seque, 1660 e poscia in D.Simon, Rerum Sardoarum Scriptores, Torino, Stamperia Reale, 1788, vol. 2); nel quale, parlandosi di un nobile Gambella, che dicesi il primo personaggio della corte di Costantino I, giudice di Torres,  il medesimo appellato uno dei pi notabili lieros di quei tempi. Locch vuol dire certamente uno dei pi ricchi proprietari liberi di quel giudicato.
[1080] Carta de Logu, cit., cap. 71.
[1081] Carta de Logu, cit., capp. 65 e 122.
[1082] Carta de Logu, cit., capp. 73, 79, 124.
[1083] Carta de Logu, cit., capp. 19, 20.
[1084] Carta de Logu, cit., cap. 99.
[1085] Carta de Logu, cit., cap. 98.
[1086] Carta de Logu, cit., capp. 112, 120, 133, 184.
[1087] La Sardegna deve alla saviezza del suo re la pubblicazione di una legge recente colla quale si  aperta la miglior via ad abolire gradatamente questa comunione delle terre, merc del favore accordato alle chiudende. regio editto del 6 ottobre 1820.
[1088] Vol. I, p. 161.
[1089] Carta de Logu, cit., cap. 123.
[1090] Carta de Logu, cit., cap. 124.
[1091] Carta de Logu, cit., capp. 89, 90, 91.
[1092] Carta de Logu, cit., cap. 93.
[1093] Vedi nota 138.
[1094] Carta de Logu, cit., capp. 81, 84.
[1095] Carta de Logu, cit., cap. 87.
[1096] Carta de Logu, cit., cap. 91.
[1097] Carta de Logu, cit., cap. 83.
[1098] Negli annali pisani e genovesi si parla pi volte delle verghe sardesche, e dalla descrizione che P. Tronci ( Memorie istoriche, cit., all'anno 1375) lasci di un trambusto popolare, in cui una di tali verghe scagliata con impeto trapass il braccio di colui contro al quale fu spinta, si raccoglie che tali verghe (le quali dovettero prender il nome o dall'invenzione, o dal grand'uso, o dalla fabbricazione fattane in Sardegna) erano una maniera di lanciotti.
[1099] Carta de Logu, cit., capp. 91, 95.
[1100] Carta de Logu, cit., cap. 88.
[1101] Carta de Logu, cit., cap. 104.
[1102] Carta de Logu, cit., cap. 2.
[1103] Carta de Logu, cit., capp. 27, 31.
[1104] Carta de Logu, cit., capp. 21, 22, 23.
[1105] Carta de Logu, cit., cap. 50.
[1106] C. L. Montesquieu, De l'Esprit des loix, Amsterdam, F. Grasset, 1770, lib. XXIX, cap. 16.
[1107] G. Zurita, Anales, cit., lib. X, cap. 62.
[1108] G. Zurita, Anales, cit., lib. X, cap. 65.
[1109] G. Zurita, Anales, cit., lib. X, cap. 78.
[1110] Vedi il privilegio del re don Martino del 15 gennaio 1401, riportato da J. Dexart, Capitula, cit., glossa al cap. 5, tit. 13, lib. III.
[1111] G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. III, cap. Martinus rex .
[1112] G. Zurita, Anales, cit., lib. X, capp. 86, 87.
[1113] G. Zurita, Anales, cit., lib. X, cap. 87.
[1114] G. Zurita, Anales, cit., lib. X, cap. 87.
[1115] G. Zurita, Anales, cit., lib. X, cap. 87.
[1116] G. Zurita, Anales, cit., lib. X, cap. 76.
[1117] G. Zurita, Anales, cit., lib. X, cap. 88. G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. III, cap. Martinus rex . Il mausoleo marmoreo dove si depose la salma di questo re  uno dei pi belli ornamenti della chiesa maggiore cagliaritana.
[1118] G. Zurita, Anales, cit., lib. X, cap. 88.
[1119] Vedi l'albero genealogico della casa d'Arborea, con cui si conchiude il pi volte citato Memorial del Marqus de Coscojuela.
[1120] G. Zurita, Anales, cit., lib. X, capp. 89, 90, 91 e lib. XI, cap. 5. G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. III, cap. Martinus rex .
[1121] G. Zurita, Anales, cit., lib. XI, cap. 5.
[1122] G. Zurita, Anales, cit., lib. XI, cap. 16.
[1123] G. Zurita, Anales, cit., lib. XI, cap. 16.
[1124] G. Zurita, Anales, cit., lib. XI, cap. 27. Vedi G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. IV, cap. Ferdinandus rex, in finis .
[1125] G. Zurita, Anales, cit., lib. XI, cap. 60.
[1126] G. Zurita, Anales, cit., lib. XI, cap. 77.
[1127] Il cav. G. Cossu ( Citt di Cagliari, cit., cap. 11) riportando questo fatto colla data errata del 1428, suppone che il visconte di Narbona fosse presente in questa spedizione; e ch'egli sia stato quindi decapitato nella piazza maggiore d'Alghero. Ed anche in questo secondo rispetto la notizia  mancante di verit.  da notare in questo luogo che le opere storiche di quell'egregio cavaliere, benemerito delle patrie antichit e della patria agricoltura, sono o per incuria dei tipografi, o per poca attenzione dell'autore, cos ridondanti di errori nelle date dei fatti, ch' d'uopo, a chi legge, stare in guardia contro alle false citazioni che trovansi in ogni pagina.
[1128] La relazione ampia di questa difesa d'Alghero, riportata anche da G. Zurita ( Anales, cit., lib. XI, cap. 77), trovasi riposta nell'archivio civico d'Alghero ed in quello del capitolo della chiesa cattedrale. Vi si contiene anche il voto allora fatto di celebrare annualmente, per rimembranza di quell'avvenimento, una festa. La quale serv di occasione agli Algheresi onde sfogare contro ai cittadini di Sassari un astio tanto meno giusto, quanto, dopo la cessazione delle nostre guerre civili (nelle quali non l'opinione della maggioranza, ma il cieco impeto degli avvenimenti strascinava gli abitanti delle provincie a sottostare ad una od altra signoria), i Sassaresi, non meno degli Algheresi, si mostrarono devoti alla Corona. Si ricordano anche oggid le strofe catalane di un cotale inno alla popolaresca, grave d'imprecazioni contro ai nimici. E il canto di quei versi; l'abbruciamento di un fantoccio rappresentante i soldati franzesi componenti in parte le truppe del visconte; ed il giolito di una popolazione concitata davano a quella festa tutt'altra sembianza che quella di un rendimento di grazie a Dio. Non dissimili in ci gli Algheresi dai cittadini di molti luoghi d'Italia, dove si introdussero queste rappresentazioni baccanali delle antiche gare ed ingiurie municipali. Dissimili, in quanto non durano pi fra noi, come altrove; contentandosi gli Algheresi di rammentare con modesta e religiosa pompa la gloria dei trapassati, senza screditare l'urbanit dei viventi.
[1129] G. Zurita, Anales, cit., lib. XI, cap. 77.
[1130] G. Zurita, Anales, cit., lib. XI, cap. 87.  interessante negli annali aragonesi questa disputa, che, senza gravi conturbamenti, si fin allora col voto di nove compromessari; fra i quali quello che maggiormente influ alla scelta di don Ferdinando, fu il padre Vincenzo Ferreri dell'ordine dei predicatori, poscia canonizzato dalla Chiesa. Sono rari nella storia gli esempi di tanto temperamento nella discussione di s alti interessi.
[1131] G. Zurita, Anales, cit., lib. XII, cap. 2.
[1132] Era gi allora morto Aimerico, visconte di Narbona, del quale si  in addietro parlato; questo era Guglielmo, suo figliuolo: G. Zurita, Anales, cit., lib. XII, cap. 33.
[1133] G. Zurita, Anales, cit., lib. XII, cap. 2.
[1134] G. Zurita, Anales, cit., lib. XII, cap. 34.
[1135] G. Zurita, Anales, cit., lib. XII, cap. 39.
[1136] G. Zurita, Anales, cit., lib. XII, cap. 55.
[1137] G. Zurita, Anales, cit., lib. XII, cap. 65.
[1138] G. Zurita, Anales, cit., lib. XIII, cap. 1.
[1139] Gli ambasciatori di Sassari, mentovati da G. F. Fara ( De rebus Sardois, cit., lib. IV, cap. Alphonsus rex ), furono Pietro de Feno, podest del luogo, Leonardo Sanna, Andrea Cardello, Gonnario Gambella, Stefano de Cherchi e Pietro Pilo.
[1140] G. Zurita, Anales, cit., lib. XIII, cap. 4. G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. IV, cap. Alphonsus rex .
[1141] G. Zurita, Anales, cit., lib. XIII, cap. 8. G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. IV, cap. Alphonsus rex .
[1142] Vedi J. Dexart, Capitula, cit., lib. I, tit. 1, cap. 1.
[1143] L'ecclesiastico nell'arcivescovado; il militare nella chiesa detta della Speranza; il reale nel palazzo civico.
[1144] Vedi pei maggiori ragguagli di tali formalit J. Dexart, Capitula, cit., nel proemio e nella glossa al lib. I, tit. 1.
[1145] J. Dexart, Capitula, cit., lib. I, tit. 4, cap. 1.
[1146] J. Dexart, Capitula, cit., lib. I, tit. 4, cap. 1.
[1147] J. Dexart, Capitula, cit., lib. 5, tit. 2, cap. 1.
[1148] J. Dexart, Capitula, cit., lib. I, tit. 5, cap. 1.
[1149] Vedi J. Dexart, Capitula, cit., lib. III, tit. 3, cap. 1; lib. III, tit. 11, cap. 1; lib. VII, tit. 1, cap. 1; lib. II, tit. 3, cap. 1; lib. V, tit. 1, cap. 1.
[1150] J. Dexart, Capitula, cit., lib. I, tit. 3, cap. 1.
[1151] G. Zurita, Anales, cit., lib. XIII, capp. 5, 6 e seguenti.
[1152] G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. IV, cap. Alphonsus rex .
[1153] A. Giustiniani, Castigatissimi annali, con la copiosa tavola, della eccelsa et illustrissima Republica di Genoa, Genoa, per Bellono, 1537, all'anno 1422. G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. IV, cap. Alphonsus rex .
[1154] G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. IV, cap. Alphonsus rex .
[1155] G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. II, cap. Arborenses iudices .
[1156] G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. IV, cap. Alphonsus rex, F. Vico, Historia general, cit., parte 5, cap. 38. Gazano segna il governo del Centelles nel 1421; e tal data avea veramente la di lui patente di vicer, citata in una carta reale del 17 novembre 1427 esistente nell'archivio civico di Cagliari; sebbene sia probabile che egli abbia differito a prender possesso della carica fino all'anno notato dal Fara e dal Vico. Riferisce poi il Gazano fra il governo del Centelles e del Besora, di cui poscia si parler, quello di don Galzerando Mercader e di don Niccol Carrz. In luogo di ci nella relazione del Zurita, il primo comparisce aver governato nel 1451. Del secondo non trovai nei tempi preceduti verun cenno.
[1157] G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. IV, cap. Alphonsus rex . G. Zurita, Anales, cit., lib. XIII, cap. 58.
[1158] G. Zurita, Anales, cit., lib. XIV, cap. 13.
[1159] G. Zurita, Anales, cit., lib. XIV. cap. 16.
[1160] G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. IV, cap. Alphonsus rex . F. Vico, Historia general, cit., parte 5, cap. 39.
[1161] G. Zurita, Anales, cit., lib. XIV, capp. 27 e 31. A. Giustiniani, Castigatissimi annali, cit., all'anno 1435.
[1162] I personaggi sardi che maggiormente si distinsero per prodezza personale e per generose largizioni in questo assedio di Monteleone, e che perci furono privilegiati ed onorati dal re, furono: i tre fratelli Giacomo, Giovanni ed Andrea Manca, i quali ebbero in feudo le ville di Tiesi, Cheremule e Bessude; Serafino Montagnano ebbe quelle di Giave e Cossoine; Giovanni e Gonnario Gambella e Francesco Saba ebbero varie ville ora deserte nella regione di Fluminargia presso a Sassari; Francesco Melone ebbe il villaggio di Pozzomaggiore; Pietro Spano, Modolo e Mositano ora distrutto; Giovanni Onoros, un altro luogo distrutto; Ferdinando Ereida, Matteo Fara e Pietro Gioffr, varii territori. Tutti questi erano di Sassari. Gli Algheresi furono: Pietro di Ferrero, il quale ebbe Padria e Mara; Bernardo Sellera ossia Pugiades ebbe la villa ora distrutta di Lunafras; Andrea Xonxoto, Giacomo Fighera, Gisperto Ferretto ebbero altre ville ora spopolate e territori; Niccol Abella ebbe le saline d'Alghero. Dei cittadini di Bosa, Niccol Salaris ebbe la villa della Minerva, e Niccol Palma, un campo. Salvatore Portula oristanese ottenne il vasto terreno detto Plano de murtas . Accordavansi al tempo stesso novelli feudi a Salvatore di Arborea, e confermavansi con maggiori vantaggi nel seguente anno 1437 al marchese, suo fratello, le antiche concessioni. Nel 1439 erano creati da don Alfonso cavalieri col suddetto Ferdinando di Ereida, Niccol Vignoso e Valentino Capra; e nel 1440 lo erano egualmente Stefano Fara, Antonio Pischedda di Sassari ed il suddetto Giacomo Manca. Ed il re poscia nel 1440 scriveva da Capua una lettera amorevolissima ai Sassaresi, nella quale certificavali della benigna accoglienza fatta ai loro messaggieri Francesco Saba e Gonnario Gambella, che il re stesso avea allora creati cavalieri e consiglieri suoi, adornandoli, per impresa cavalleresca, della sua propria sciarpa. Vedi G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. IV, cap. Alphonsus rex . F. Vico, Historia general, cit., parte 5, cap. 41.
[1163] Vedi G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. IV, cap. Alphonsus rex . F. Vico, Historia general, cit., parte 5, capp. 41 e 42.
[1164] Pietro Spano, arcivescovo, fu quello che nel 1438 trasferissi per la prima volta da Torres a soggiornare in Sassari, ove innalz il palazzo arcivescovile; e dove nel 1441 fu definitivamente trasportata la sede coll'erezione della chiesa di S. Niccol in chiesa arcivescovile. Vedi G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. IV, cap. Alphonsus rex .
[1165] Vedi G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. 4, cap. Alphonsus rex .
[1166] J. Dexart, Capitula, cit., lib. I, tit. 2, cap. 1.
[1167] J. Dexart, Capitula, cit., lib. I, tit. 2, cap. 2.
[1168] J. Dexart, Capitula, cit., lib. I, tit. 3, cap. 3. Vedi lib. I, tit. 5, cap. 2; lib. III, tit. 12, cap. 1; lib. V, tit. 3, cap. 1; lib. VII, tit. 7, cap. 1; lib. IV, tit. 9, cap. 1.
[1169] J. Dexart, Capitula, cit., lib. I, tit. 3, cap. 3, cit. Bench il giuramento con cui i sovrani di Aragona soleano convalidare l'approvazione delle leggi di ogni parlamento, non siasi pi prestato in quell'atto dopo il regno di Carlo V, imperatore, supplirono a ci i sovrani tutti della Sardegna, facendo prestare al vicer il pubblico giuramento a loro nome nell'atto stesso in cui si receve da lui l'omaggio dei tre stamenti, ed il giuramento di fedelt del regno nel salire al trono il novello regnante.
[1170] J. Dexart, Capitula, cit., lib. III, tit. 13, cap. 2.
[1171] Vedi J. Dexart, Capitula, cit., lib. III, tit. 13, cap. 2, in glossa.
[1172] G. Zurita, Anales, cit., lib. XV, cap. 62.
[1173] G. Zurita, Anales, cit., lib. XVI, cap. 15.
[1174] Vedi J. Dexart, Capitula, cit., nel proemio dopo il n. 31. I nomi dei deputati sono i seguenti: il conte di Chirra, don Pietro Gioffr, mossen Francesco Saba, mossen Antonio Gambella, don Galzerando Torrello, don Giacomo Manca, Bindo di Pansa, procuratore del marchese d'Oristano, mossen Galzern, procuratore del conte d'Oliva, Domenico Marras, canonico di S. Giusta, procuratore di mossen Salvatore di Arborea, mossen Giacomo Aragall, procuratore del suo fratello Filippo, di mossen Gerardo Dedoni e di don Raimondo Satrillas.
[1175] G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. IV, cap. Alphonsus rex .
[1176] Vedi vol. I, p. 136.
[1177] Vedi le due Regie prammatiche dell'8 gennaio e 27 marzo 1459 riportate da J. Dexart, Capitula, cit., nella sua rubrica del lib. III, tit. 12.
[1178] G. Zurita, Anales, cit., lib. XVI, cap. 55.
[1179] Vedi le due ordinazioni pontificie di Pio II e di Urbano VIII del 1459 e 1626 in J. Dexart ( Capitula, cit., glossa del lib. III, tit. 11, cap. 36). La prima per errore tipografico si riferisce nelle edizioni di quell'autore a Pio V, il quale govern la chiesa nel secolo seguente.
[1180] G. Zurita, Anales, cit., lib. XVII, cap. 2.
[1181] G. Zurita, Anales, cit., lib. XVII, cap. 40.
[1182] G. Zurita, Anales, cit., lib. XVII, cap. 8; lib. XVIII, cap. 15.
[1183] G. P. Arca, nel suo opuscolo manoscritto De bello et interitu marchionis Oristanei, attribuisce la principal cagione della inimicizia del vicer col marchese al non aver questi secondato la dimanda fattagli della mano della figlia per lo figliuolo del vicer. Anche F. Vico, Historia general, cit., parte 5, cap. 44, quantunque assai riguardoso nel trattare di quelle materie che poteano nuocere alla fama degli uffiziali aragonesi, confessa essere stati i privati rancori del vicer la causa principale della guerra.
[1184] G. Zurita, Anales, cit., lib. XVIII, cap. 28. G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. IV, cap. Iohannes rex .
[1185] G. Zurita, Anales, cit., lib. XVIII, cap. 47.
[1186] G. Zurita, Anales, cit., lib. XIX, cap. 14.
[1187] G. Zurita, Anales, cit., lib. XX, cap. 15. G. F. Fara, ( De rebus Sardois, cit., lib. IV, cap. Alphonsus rex ) e F. Vico ( Historia general, cit., cap. 44, p. 5) rapportano per esteso le sentenze. Pi esatto  l'esemplare inseritone nella raccolta altre volte citata del Marqus de Coscojuela.
[1188] G. Zurita, Anales, cit., lib. XX, capp. 15 e 17.
[1189] G. Zurita, Anales, cit., lib. XX, capp. 17 e 18.
[1190] Questo capitano generale Giovanni di Villamarn avea in Sardegna, per beneficenza sovrana, a titolo di feudo, la citt di Bosa ed il distretto di Planargia fin dal 1468. Il re Filippo II ne f poscia il riscatto nel 1565; e dopo tal tempo la citt di Bosa rest incorporata alla Corona.
[1191] G. Zurita, Anales, cit., lib. XX, cap. 18.
[1192] G. Zurita, Anales, cit., lib. XX, cap. 18.
[1193] Tuvo el rey d'esta vitoria tan grande contentamiento, que no pudiera ser ms si cobrara a Rosselln . G. Zurita, Anales, cit., lib. XX, cap. 18.
[1194] Questi titoli si portano anche oggid dai re di Sardegna.
[1195] G. Zurita, Anales, cit., lib. XX, cap. 18.
[1196] G. Zurita, Anales, cit., lib. XX, cap. 18. G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. IV, cap. Alphonsus rex . Vedi le carte inserite nel Memorial del Marqus de Coscojuela, cit., ai numeri 8, 9 e 18.
[1197] G. Zurita, Anales, cit., lib. XX, cap. 18.
[1198] G. Zurita, Anales, cit., lib. XX, capp. 24, 27, 32. G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. IV, cap. Alphonsus rex .
[1199] G. Zurita, Anales, cit., lib. XX, cap. 31.
[1200] Con diploma del 10 novembre 1479 si concedette a don Enrico de Enrchez il viscontado di Sanluri e tutto il distretto di Parte Valenza; tre giorni dopo egli ne fece la vendita ai fratelli Pietro e Luigi di Castelv pel prezzo di 56 mila reali di Valenza. Nell'anno seguente si accord allo steso don Enrico tutta la regione detta di Costaval; e con diploma del 15 febbraio 1480 ebbe poscia le ville di Torralba, Boruta e Bonannaro. S le une che le altre donazioni si risolvettero poscia in vendite. I monumenti esistono nell'archivio del R. patrimonio di Cagliari.
[1201] J. Dexart, Capitula, cit., lib. II, tit. 3, cap. 6.
[1202] J. Dexart, Capitula, cit., lib. II, tit. 6, cap. 1.
[1203] J. Dexart, Capitula, cit., lib. IV, tit. 9, cap. 4.
[1204] J. Dexart, Capitula, cit., lib. VIII, tit. 7, cap. 1.
[1205] Vedi J. Dexart, Capitula, cit., nella glossa al lib. II, tit. 6, cap. 1.
[1206] L'atto d'approvazione soscritto in Barcellona nel 1484  riportato da J. Dexart nel proemio ai Capitula, cit. Vedi G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. IV, cap. Ferdinandus rex .
[1207] Lorenzo Gambella, Giovanni Solinas, Iacopo Gambella, Leonardo Trumbeta.
[1208] G. Zurita, Anales, cit., lib. XX, cap. 55. G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. IV, cap. Ferdinandus rex .
[1209] G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. IV, cap. Ferdinandus rex .
[1210] Era questi dottore in legge, e fu il primo vicer scelto non fra i guerrieri, ma fra i togati.
[1211] Vedi vol. I, p. 119. Nella carta reale del 31 marzo 1492, registrata nel vol. 1, fol. 192, dell'archivio patrimoniale di Cagliari, si contengono le istruzioni date ad esso vicer Dusay per l'espulsione dei Giudei.
[1212] L'ultimo vescovo di Suelli fu un padre Elia della regola de'Minori, di cui s'ignora il casato. Vedi A. F. Mattei, Sardinia sacra, cit., articolo Ecclesia Suellensis .
[1213] Le bolle di Giulio II, in data del 1503 e 1506, sono riportate per esteso da M. A. Gazano ( Storia della Sardegna, cit., lib. IV, cap. 11). Non si fa menzione in queste dell'unione di Galtell a Cagliari, la quale deesi credere abbia avuto luogo in quell'istesso tempo, come dimostr A. F. Mattei ( Sardinia sacra, cit., articolo Ecclesia Galtellensis ). I nomi dallo stesso Mattei rinvenuti degli ultimi vescovi delle sedi soppresse od aggregate sono i seguenti: Pietro Pilares di Dolia; Giacomo Poggio di Sorra; Giovanni, d'ignoto casato, di Ploaghe; Gasparo di S. Giusta; Giovanni, religioso francescano, di Terralba; Garzia Quixada di Bisarcio; Giovanni Prez di Ottana; Giovanni Pilares di Solci; Lorenzo Pugiol di Galtell: l'unione di Ampurias e Civita faceasi vivendo ancora il vescovo della prima chiesa, Francesco Manno.
[1214] Vedi G. F. Fara, De rebus Sardois, lib. IV, cap. Ferdinandus rex . L'atto d'approvazione giurato dal sovrano per i capitoli di questo parlamento nel 14 aprile 1511,  riportato dal Dexart, Capitula, cit., nel proemio. Durante il governo del Dusay presiedettero anche al regno per la di lui assenza: nel 1501 don Michele Benedetto Gualbes, nel 1503 don Iacopo Amat, nel 1508 don Ferdinando di Rebolledo, nel 1510 don Angelo di Villanova, cui succedette lo stesso di Rebolledo, presidente delle corti ora mentovate. Vedi M. A. Gazano, Storia della Sardegna, cit., lib. V, cap. ultimo.
[1215] J. Dexart, Capitula, cit., lib. III, tit. 1, cap. 4.
[1216] J. Dexart, Capitula, cit., lib. I, tit. 2, cap. 5.  da notare, che essendosi dallo stamento rinnovata eguale domanda nel seguente parlamento (J. Dexart, Capitula, cit., lib. I, tit. 2, cap. 6), l'imperatore Carlo V ridusse il suo provvedimento all'osservanza della consuetudine . Vedi J. Dexart, Capitula, cit., nella glossa al lib. I, tit. 2, cap. 6 ed il cap. 15, colla carta reale del 22 febbraio 1634 ivi riportata; dalla quale apparisce essersi, dopo le nuove istanze, stabilito in quel proposito che l'obbligo del previo rapporto al vicer non si estenda ai casi di peculiare di lui interesse; doversi osservare in tutte le altre congiunture.
[1217] J. Dexart, Capitula, cit., lib. I, tit. 1, cap. 1.
[1218] J. Dexart, Capitula, cit., lib. IV, tit. 9, cap. 5.
[1219] Vedi J. Dexart, Capitula, cit., lib. IV, tit. 9, capp. 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 16.
[1220] Sono meritevoli di osservazione molti dei decreti apposti dalla cancelleria spagnuola alle dimande dei nostri parlamenti; ed  degno d'esser notato l'artifizio con cui, sotto l'apparenza di benigne od insignificanti parole, si schivava, o si ponea da banda una richiesta increscevole. Alcuni di tali decreti mi fecero risovvenire di quel rescritto del celebre ministro di Napoli, marchese [Bernardo] Tanucci, menzionato da [Antonio] Genovesi, si faccia come si faceva quando si faceva bene .
[1221] Vedi in J. Dexart, Capitula, cit., nel proemio, l'approvazione di queste corti soscritta nel 28 aprile 1520. Questo  l'ultimo atto in cui trovisi inserito il giuramento del sovrano; il seguente dello stesso Carlo V, e gli altri di Filippo II e dei successori sono scritti con diverse forme.
[1222] J. Dexart, Capitula, cit., lib. I, tit. 2, cap. 7.
[1223] Vedi J. Dexart, Capitula, cit., lib. I, tit. 2, capp. 10, 12, 13, 14, 15. Nel penultimo capitolo la dimanda dello stamento fu presentata non nella forma consueta, ma colle formole d'una scrittura giudiziaria soscritta dall'avvocato dello stamento, don Stefano Manca. Coll'ultimo si ebbe una momentanea vittoria dai Sassaresi; ma la carta reale del 22 febbraio 1634, mentovata gi alla nota 430, ristabil per intiero le antiche consuetudini.
[1224] Vedi le carte reali del 2 maggio 1613, 17 ottobre 1616, 17 giugno 1617 e 20 marzo 1622, riportate da J. Dexart, Capitula, cit., nelle glosse del lib. I, tit. 2, capp. 7 e 10. Nell'ultima si rimprovera il vicer, conte d'Erill, perch nell'occorrenza in cui ricevette le condoglianze degli stamenti per la morte di Filippo III, avea permesso a don Francesco de Ledda, nobile sassarese, di presentarglisi come procuratore dei gentiluomini del capo settentrionale separatamente dallo stamento.
[1225] Travagliarono specialmente l'isola dell'Asinara, dove molti Sassaresi eransi stabiliti per la pesca del corallo, e donde furono espulsi i nemici dopo furiosa mischia. Vedi G. F. Fara, De rebus Sardois, lib. IV, cap. Carolus rex .
[1226] Vedi per le circostanze di questo assedio di Castellaragonese G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. IV, cap. Carolus rex, F. Vico, Historia general, cit. parte 5, cap. 51; F. Guicciardini, Storia d'Italia, Venezia, appresso Giolito de'Ferrari, 1567, lib. XVIII; C. Sigonio, Historiarum de Regno Italiae ab anno 570 ad annum 1200, Francofurti, apud Wecheli, 1591, nella vita di Andrea Doria, lib. I, cap. 11; F. Beucaire-Peguillon, Rerum Gallicarum commentarii, Lugduni, sumptibus C. Du Four, 1642, lib. XX.
[1227] Su questo punto e su qualche altro di questa narrazione i due principali nostri storici G. F. Fara, e Vico non sempre sono d'accordo. Io seguo il Vico, perch trovai la di lui relazione pi conforme a quelle del Sigonio e del Beaucaire nei luoghi test citati.
[1228] C. Sigonio, Historiarum, cit., lib. I, cap. 11, e F. Beaucaire-Peguillon, Rerum Gallicarum, cit., lib. XX.
[1229] F. Beaucaire-Peguillon, Rerum Gallicarum, cit., lib. XX.
[1230] F. Vico, Historia general, cit., cap. 51, parte 5. F. Beaucaire-Peguillon, Rerum Gallicarum, cit., lib. XX.
[1231] F. Vico, Historia general, cit., riporta nel cap. 52, parte 5, il diploma di Carlo V nel quale si commenda altamente dal sovrano il valore dei Sassaresi, praecipue in expulsione Gallorum tam de civitate Sassaris quam de Castro Aragonensi, dum ab iisdem Gallis oppugnabatur, ubi strenue dimicastis ecc.
[1232] F. Vico, Historia general, cit., cap. 52.
[1233] F. Vico, Historia general, cit., cap. 52. G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. IV, cap. Carolus rex .  questa la pestilenza che avendo incominciato a declinare nel festeggiarsi la commemorazione dei santi Fabiano e Sebastiano, fu cagione della maggior venerazione durata fino ai nostri d verso quei santi in tutta l'isola.
[1234] Vedi J. Dexart, Capitula, cit., nel proemio.
[1235] F. Vico, Historia general, cit., parte 5, cap. 55.
[1236] Secondo i calcoli di G. Leti [Vita dell'invittissimo imperatore Carlo V, 1700] , riportati da M. G. Gazano ( Storia della Sardegna, cit., lib. V, cap. 1), gli schiavi sardi liberati in tal occorrenza ascendevano al numero di 1.119.
[1237] W. Robertson, The history, cit., lib. V. F. Vico, Historia general, cit., parte 5, cap. 56. G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. IV, cap. Carolus rex .
[1238] G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. IV, cap. Carolus rex .
[1239] La memoria della visita di Carlo V in Alghero, compilata nel giorno stesso della di lui partenza, trovasi depositata nell'archivio di quella citt [ora in P.Tola, C.D.S., cit., sec. XVI, doc. n. XX, pp. 198-202] . L'imperatore giunse in Portoconte nel 6 ottobre 1541, in Alghero nel 7, e partinne nel seguente giorno dopo il pranzo. Di questo passaggio di Carlo V in Alghero tratt anche A. Bosio, Dell'Istoria della sacra religione et militia di San Giovanni Gerosolomino, Roma, 1621, lib. X. Vedi F. Gemelli, Rifiorimento della Sardegna proposto nel miglioramento di sua agricoltura, Torino, Briolo, 1776, lib. II, cap. 15.
[1240] Era accompagnato da quattro gentiluomini sassaresi, don Giovanni, don Angelo, don Giacomo Manca e don Giovanni Cariga.
[1241] Il duca di Camerino, nipote del pontefice Paolo III, il principe di Salmona, don Luigi Davila, commendatore maggiore d'Alcantara, il principe di Macedonia e l'ambasciatore d'Inghilterra.
[1242] Ecco le parole di Carlo V: iurados teneldas en bonora, que desgo semos servido; y ans hos mandamos y rogamos que tengais aquellas y penseis por el bien de la tierra, como sois obbligados y vuestra fidelidad requiere .
[1243] Sono ancora serbate dalla tradizione, e registrate in quella notizia le parole di lode dette in tal occasione da Cesare: bonita por mi f, y bien assentada .
[1244] Fu alloggiato nella casa di don Pietro de Ferrera.
[1245] Ducento vacche di vari particolari furono a furia di bottino uccise dagli Spagnuoli nel primo loro giro per la terra. Gli uffiziali minori della casa imperiale non erano pi continenti della soldatesca. Uno di essi domand all'imperatore s'era lecito il distaccare dalle pareti i ricchi drappi di seta che le addobbavano. L'imperatore disse allora volgendosi al giurato che l'accompagnava: giurato, bada bene, che questi sciocchi non vi faccian danno ( iurado, mirad que non hagan dao estos locos ).
[1246] Giovanni Galeasso, consigliere della citt, il quale tenne sempre compagnia all'imperatore, Durando Ghio di Alghero, Pietro Pilo, Pietro Verde, Francesco Cano di Sassari, Francesco Desgreccio di Castellaragonese.
[1247] Vedi J. Dexart, Capitula, cit., nel proemio.
[1248] J. Dexart, Capitula, cit., lib. III, tit. 1, cap. 5.
[1249] J. Dexart, Capitula, cit., lib. VII, tit. 5, cap. 1.
[1250] J. Dexart, Capitula, cit., lib. I, tit. 6, cap. 5.
[1251] J. Dexart, Capitula, cit., lib. VIII, tit. 1, cap. 2.
[1252] G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. IV, cap. Carolus rex . Il Vico, citando una lettera di questo vicer del 1549, cadde in errore, poich le scorrerie del famoso corsale Dragut in Bonifacio, delle quali ivi si parla, non accaddero che nel 1553. Mancando dopo il regno di Carlo V la scorta degli annali del Fara e del Vico,  d'uopo che io qui dia cenno essere state tutte le successive notizie delle quali non vedesi segnato a pi di pagina il monumento, tratte dalle antiche carte di quei tempi, riposte in questo archivio di corte, da me con diligenza esaminate.
[1253] G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. IV, cap. Carolus rex .
[1254] La data dell'atto di approvazione  dell'8 maggio 1560. Vedi J. Dexart, Capitula, cit., nel proemio. M. A. Gazano confuse questa data col tempo della celebrazione delle corti.
[1255] J. Dexart, Capitula, cit., nel proemio al lib. III, tit. 12.
[1256] J. Dexart, Capitula, cit., lib. I, tit. 1, cap. 2.
[1257] Vedi J. Dexart, Capitula, cit., alla glossa al lib. I, tit. 1, cap. 2.
[1258] Vedi intorno all'applicazione dei frutti delle chiese vescovili vacanti le bolle di Pio V 8 febbraio 1567, 4 gennaio 1572; di Gregorio XIII 13 aprile 1582; di Clemente VIII 22 settembre 1604, in J. Dexart, Capitula, cit., alla glossa al lib. II, tit. 1, cap. 1 e lib. II, tit. 2, cap. 2.
[1259] J. Dexart, Capitula, cit., alla glossa al lib. II, tit. 1, cap. 1 e 2.
[1260] Vedi la bolla di Clemente VIII 12 aprile 1601 in J. Dexart, Capitula, cit., alla glossa del lib. II, cap. 2.
[1261]  riferita la prammatica del 3 marzo 1573 colle altre del 16 gennaio 1614 e 20 aprile 1630 da J. Dexart, Capitula, cit., alla glossa del lib. III, tit. 5, cap. 5.
[1262] J. Dexart, Capitula, cit., nel proemio.
[1263] J. Dexart, Capitula, cit., lib. VIII, tit. 8, cap. 1.
[1264] J. Dexart, Capitula, cit., lib. VI, tit. 9, cap. 1. Nasceva questa diversit dall'essersi serbato nella provincia di Sassari lo stile pisano dell'incominciar l'anno dall'incarnazione; nell'altra quello dei Genovesi d'incominciarlo dalla nativit.  necessaria quest'avvertenza a chi esamina le carte di quei tempi per non confondere nell'istesso anno due date che hanno nove mesi di distanza. Per la qual cosa la miglior norma  il confronto col numero dell'indizione.
[1265] J. Dexart, Capitula, cit., lib. I, tit. 4, cap. 2.
[1266] Vedi J. Dexart, Capitula, cit., nel proemio.
[1267] J. Dexart, Capitula, cit., lib. I, tit. 1, cap. 7.
[1268] J. Dexart, Capitula, cit., lib. VIII, tit. 5, cap. 14.
[1269] J. Dexart, Capitula, cit., lib. III, tit. 1, cap. 6.
[1270] Fra don Giovanni di Coloma e don Michele di Moncada presiedette per la terza volta don Gerolamo d'Aragall nel 1576; fra i due governi del Moncada fu presidente nel 1585 l'arcivescovo di Cagliari don Gasparo Vincenzo Novella.
[1271]  intitolato: Ectypa pestilentis status Algheriae Sardiniae anni LXXXII et III supra MD ad illustrissimum D. Michalem de Moncada regni proregem, Calari, typ.Nic. Canelles per Franc.Guarnerium, 1588.
[1272] J. Dexart, Capitula, cit., nel proemio.
[1273] J. Dexart, Capitula, cit., lib. V, tit. 5, cap. 7.
[1274] J. Dexart, Capitula, cit., lib. III, tit. 8, cap. 3.
[1275] J. Dexart, Capitula, cit., lib. II, tit. 4, cap. 1.
[1276] L'estensore del diploma di Filippo dal quale  tratta questa narrazione, ignorava che la pesca del tonno, bench in quei tempi intermessa, era stata nell'antica et assai accreditata nei nostri mari. Vedi le molte autorit a tal uopo ragunate dall'egregio nostro scrittore G. P. Nurra, De varia lectione adagii: BAMMA SARDINIAKON, tinctura sardiniaca, dissertatio, Florentiae, apud P. Martini, 1708; e segnatamente quella di C. Galeno ( De alimentorum facultatibus libri tres, lib. III, cap. 31), il quale a tutti gli altri tonni preferiva quelli pescati in Sardegna ed in Ispagna. Ebbe perci presso agli antichi questo pesce il nome di Sarda .
[1277]  riportata da J. Dexart, Capitula, cit., alla glossa al lib. I, tit. 4, cap. 6.
[1278] Vedi J. Dexart, Capitula, cit., nel proemio. Il Gazano omise l'annotazione di tali corti.
[1279] Il Gazano confuse questo conte d'Elda, don Antonio Coloma, con don Giovanni Coloma, di lui padre, vicer nel 1570.
[1280] J. Dexart, Capitula, cit., lib. II, tit. 4, cap. 2.
[1281] J. Dexart, Capitula, cit., lib. V, tit. 5, cap. 9.
[1282] J. Dexart, Capitula, cit., lib. II, tit. 4, cap. 4.
[1283] L'atto di approvazione sovrana del 4 febbraio 1605  riportato dal Dexart nel proemio pi volte citato.
[1284] J. Dexart, Capitula, cit., lib. I, tit. 4, cap. 3.
[1285] J. Dexart, Capitula, cit., lib. I, tit. 2, cap. 3.
[1286] J. Dexart, Capitula, cit., lib. II, tit. 2, cap. 4.
[1287] J. Dexart, Capitula, cit., lib. II, tit. 4, capp. 6, 7, 8.
[1288] J. Dexart, Capitula, cit., lib. III, tit. 12, cap. 12.
[1289] J. Dexart, Capitula, cit., lib. VII, tit. 5, capp. 3, 4, 6.
[1290] J. Dexart, Capitula, cit., lib. VIII, tit. 5, cap. 20.
[1291] J. Dexart, Capitula, cit., lib. VIII, tit. 7, cap. 3.
[1292] J. Dexart, Capitula, cit., lib. VIII, tit. 7, cap. 4.
[1293] J. Dexart, Capitula, cit., lib. VIII, tit. 9, cap. 2.
[1294] J. Dexart, Capitula, cit., lib. VIII, tit. 9, cap. 4.
[1295] J. Dexart, Capitula, cit., lib. VIII, tit. 5, cap. 21.
[1296] J. Dexart, Capitula, cit., lib. VIII, tit. 2, capp. 1, 2.
[1297] Questo vicer fu il primo cui siasi dato il trattamento di Eccellenza . Gli antichi governatori generali, luogotenenti e vicer (dei quali titoli fu vario l'uso, conforme la significanza) furono chiamati Illustrissimi signori . Vedi G. Cossu, Della citt di Sassari notizie compendiose sacre e profane, Cagliari, Stamperia Reale, 1783, cap. 7. Prima e dopo del conte del Real, la presidenza del regno pass di nuovo fra le mani di don Gerolamo Aragall.
[1298] M. Carrillo, Relain al rey D. Phelippe nuestro seor del nombre, sitio, planta, conquistas, christiandad, fertilidad, ciudades, lugares, y govierno del reyno de Sardea, Barcelona, en casa de Sebastiano Mathevad, 1612.
[1299] L'atto di approvazione del 2 maggio 1615  registrato nel Dexart, Capitula, cit., nel proemio.
[1300] J. Dexart, Capitula, cit., lib. I, tit. 1, cap. 11.
[1301] J. Dexart, Capitula, cit., lib. I, tit. 1, cap. 12. Questo capitolo per la non osservata reciprocazione in Aragona fu poscia rivocato nel parlamento del marchese di Baiona.
[1302] J. Dexart, Capitula, cit., lib. I, tit. 2, cap. 9.
[1303] J. Dexart, Capitula, cit., lib. VIII, tit. 7, cap. 4.
[1304] J. Dexart, Capitula, cit., lib. I, tit. 7, capp. 5, 6.
[1305] Vedi vol. I, p. 173.
[1306] Vedi J. Dexart, Capitula, cit., in glossa al lib. I, tit. 1, cap. 2.
[1307] La relazione manoscritta di tal venuta  serbata nell'archivio civico d'Alghero. La citt f dono di 200 montoni, 25 botti di vino e di 50 vacche. Il conte di Monteleone present il principe di un destriero di gran brio, guernito di ricca bardatura.
[1308] Vedi J. Dexart, Capitula, cit., nel proemio, cit.
[1309] J. Dexart, Capitula, cit., lib. I, tit. 3, cap. 23.
[1310] J. Dexart, Capitula, cit., lib. VIII, tit. 5, cap. 40; lib. 8, tit. 7, capp. 7 e 10.
[1311] J. Dexart, Capitula, cit., lib. VIII, tit. 7, cap. 11.
[1312] J. Dexart, Capitula, cit., lib. VIII, tit. 10, cap. 2.
[1313] J. Dexart, Capitula, cit., lib. III, tit. 2, capp. 2, 3.
[1314] . Fu approvato questo lavoro del Vico ( Leyes y pragmaticas, cit.) da Filippo IV con sua prammatica del 7 marzo 1633, che trovasi in fronte a tutte le edizioni dell'opera. In forza di tale provvisione la compilazione del Vico acquist fra noi autorit solenne di legge.
[1315] Fra don Giovanni Vivas ed il marchese di Baiona governarono l'isola come presidenti, don Diego di Aragall, governatore di Cagliari, e don Diego Raimondo la Fortesa, procuratore regio di Maiorca.
[1316] Vedi J. Dexart, Capitula, cit., glossa al lib. I, tit. 1, cap. 2.
[1317] Prima che nel 1632 giugnesse il marchese di Almonazir govern, come presidente, il vescovo d'Alghero don Gasparo Prieto.
[1318] J. Dexart, Capitula, cit., lib. II, tit. 2, cap. 6.
[1319] J. Dexart, Capitula, cit., lib. III, tit. 5, cap. 5.
[1320] J. Dexart, Capitula, cit., lib. VII, tit. 5, capp. 7, 8.
[1321] Vedi p. 178.
[1322] Vedi J. Dexart, Capitula, cit., lib. I, tit. 3, cap. 24 e la glossa.
[1323] Vedi J. Dexart, Capitula, cit., nel proemio n. 31.
[1324] Vaglia per tutte l'opinione ch'egli, giudice della reale udienza, abbracci contro al Vico intorno alla trasfusione dell'autorit viceregia in quel corpo nelle occasioni di vacanza della carica di vicer. Vedi J. Dexart, Capitula, cit., nella glossa al lib. III, tit. 1, cap. 6.
[1325] Vedi J. Dexart, Capitula, cit., nella glossa al lib. I, tit. 3, cap. 24.
[1326] C. Bernard, Histoire du roi Louis XIII, Paris, Courb, 1646, lib. XVIII, art. 5.
[1327] La relazione dell'invasione franzese del 1637 in Oristano fu scritta con ampi ragguagli dal dottore don Antonio Canales de Vega ( Invasion de l'armada francesa del arzobispo de Bordeus, y Enrique de Lorena, conde de Harcourt, hecha sobre la ciudad de Oristan, Caller, en la emprenta Galcerin, por B. Gobetti, 1637), e stampata nell'istesso anno. Vedi G. Cossu, Citt di Cagliari, cit., cap. 11. La lettera, di cui poscia si parler, scritta dall'arcivescovo coadiutore di Oristano all'arcivescovo di Bordeaux, esiste nell'archivio del capitolo di quella chiesa.
[1328] Questo, secondo la relazione di C. Bernard ( Histoire du roi Louis XIII, cit.), era di quattromila soldati; secondo la notizia sarda, di undicimila.
[1329] Il eust fallu qu'il eust et asseur de l'avenir par des presages infaillibles pour aller hasarder les troupes du roy dans une entreprise si perilleuse; il ayma mieux suivre l'exemple de tous les bons capitaines, qui lors qu'ils ont veu, que leurs forces n'estoient point esgalles a celles de leurs ennemis, ont creu, que c'estoit un acte de sagesse de se retirer pour ne se pas precipiter temerairement. C. Bernard, Histoire du roi Louis XIII, cit.
[1330] J. Dexart, Capitula, cit., nella glossa al lib. III, tit. 12, cap. 31.
[1331] Govern di nuovo nell'intervallo, col titolo di presidente, don Diego di Aragall.
[1332] Il bando, ch'egli a tal uopo pubblic,  riferito da J. Dexart, Capitula, cit., nella glossa al lib. III, tit. 1, cap. 1.
[1333] Il primo contratto per recar ad effetto la formazione delle galee si fece nel 1638 in Genova col principe stesso di Melfi, il quale l'anno seguente govern l'isola e fu creato generale di quella armatetta. Dal medesimo fu fatta costrurre la galea chiamata Capitana. Il suo fratello e successore duca di Avellano f fabbricare la seconda chiamata Patrona. Rimase quindi l'isola con queste sole due galee delle otto decretate nel parlamento infino al 1660; nel qual anno il marchese di Castelrodrigo, vicer, f costrurre la terza nominata di S. Francesco. Contengonsi a tal uopo i maggiori ragguagli nelle carte depositate in questo regio archivio di corte.  opportuno che in questo luogo, dove si parla della frequente incursione dei Barbareschi, si noti eziandio che se i Sardi seppero, resistendo od assaltando, vincere pi volte quei pirati, seppero anche, perdenti, signoreggiarli. Morat, schiavo sardo rinnegato in Tunisi, giunto col per la sua maestria alla carica di gran tesoriere della reggenza, s'impadron poscia del supremo potere; e perci la di lui famiglia domin su quel paese quasi per tutto il secolo XVIII. Vedi Ricerche sulle scienze dei governi, Losanna, 1790, tomo 2, articolo Tunisi .
[1334] Anche in quest'intervallo comand di nuovo, come presidente, don Diego di Aragall.
[1335] Gli atti di questo parlamento del duca di Avellano e delle altre corti succedute trovansi depositati nell'archivio della reale udienza di Cagliari; dal quale furono estratte le copie che io n'ebbi sott'occhio.
[1336] G. Cossu, Citt di Cagliari, cit., cap. 12.
[1337] Prima del duca di Montalto presiedette un'altra volta il regno, nel 1644, don Diego d'Aragall.
[1338] Vedi G. Cossu, Citt di Cagliari, cit., cap. 2. Alla liberazione di questa pestilenza nel 1656  dovuta la festa annua votiva di sant'Efisio, che con molta pompa si celebra nella capitale nell'incominciare di maggio.
[1339] Nel 1656 e 1657 govern, come presidente, don Bernardino Mattia di Cervelln, governatore di Cagliari.
[1340] La carta reale di erezione  del 4 luglio 1651.
[1341] Governarono nei due intervalli allo scadere del triennio, nel 1662, don Pietro Vico, arcivescovo di Cagliari; quello stesso di cui scrissi nel narrare l'invasione franzese del 1637; e nel 1665 don Bernardino Mattia di Cervelln per la seconda volta.
[1342] Non pot, quantunque autorizzato dalla legge, assumere tosto la presidenza del regno il governatore di Cagliari don Bernardino Mattia di Cervelln, sia per ragione della sua assenza da Cagliari, sia per le oppostegli difficolt della sua parentela colla marchesa di Laconi.
[1343] Il solo Portoghese prese diversa via. Del Grixoni non si ha altra certa contezza.
[1344] A compimento di tali notizie (tratte dall'archivio patrimoniale di Cagliari e dagli atti delle corti), resta che si dia cenno della marchesa di Laconi; la quale chiuse i suoi giorni in un ritiro in Nizza, assistita dalla liberalit di don Antonio di Savoia. Il di lei figliuolo don Gabriele Antonio Aymerich fu poscia riammesso in grazia dallo stesso sovrano Carlo II, e quindi da Filippo V e da Carlo VI imperatore; e restituito nella possessione del feudo materno di Sietefuentes; come gli eredi degli altri condannati erano stati restituiti anch'essi nei loro diritti. Le cause della generosit sovrana, annotate nei diplomi, furono la persuasione, in cui venne poscia il governo, che l'omicidio del marchese di Camarassa procedette solamente da iracondia e vendetta privata . Espressione questa, che lascia dubbia la quistione della parte da lui avuta nell'omicidio del marchese di Laconi; sulla quale perci mi astenni dallo spiegare decisa opinione.
[1345] Fra il marchese de los Veles ed il conte di S. Stefano, presiedette al regno nel 1675 il reggente don Melchiorre Sisternes de Oblites.
[1346] L'approvazione fu soscritta nel 31 agosto 1678.
[1347] Prima dell'arrivo del marchese d'Osera govern altra volta, come presidente, il reggente Sisternes dal 1678 al 1680. Nel 1682 govern egualmente fra i conti di Egmont e di Fuensalida, l'arcivescovo di Cagliari don Diego Ferdinando di Angulo.
[1348] Questa eccellente prammatica  registrata nel vol. 4, fol. 87, delle carte reali dell'archivio patrimoniale di Cagliari [ora pubblicata da F.Loddo Canepa, Due complessi normativi regi inediti sul governo della Sardegna (1686 e 1755), in "Annali della Facolt di Lettere e Magistero dell'Universit di Cagliari", XXI, 1953, vol. 1, pp. 259-311] .
[1349] Prima ch'egli giungesse nel regno, ebbe la presidenza nel 1686 don Giuseppe Antonio Delitala di Castelv, governatore di Cagliari.
[1350] La carta reale di approvazione ha la data del 30 gennaio 1689.
[1351] Nell'incarico di reggente di toga era succeduto a don Francesco Vico, don Giorgio di Castelv. Negli atti del parlamento seguente del conte di Montellano del 1698, si parla dell'elezione allora fatta per l'istessa carica di don Simone Soro; il quale perci fu l'ultimo reggente di toga durante la dominazione spagnuola.
[1352] Prima ch'ei giungesse, fu commessa la presidenza al reggente la real cancelleria ed al magistrato della real udienza.
[1353] La carta reale di approvazione ha la data del 12 novembre 1699.
[1354] Credo qui opportuno di riordinare in un ristretto elenco i nomi di tutti i vicer che con vario titolo governarono la Sardegna dopo la conquista aragonese. L'anno annotato indica la pi antica menzione da me incontrata del loro nome; nella qual cosa mi trovai quasi sempre d'accordo coll'esattissimo nostro Fara; non sempre col Gazano, il quale anche in quella serie dei vicer ha commesso molti abbagli. Anno 1324, Filippo di Saluzzo. 1324, don Berengario Carrz. 1326, Filippo di Boyl. 1326, Bernardo di Boxados. 1332, don Raimondo di Cardona. 1337, don Raimondo di Ribellas; prima del suo arrivo govern Raimondo di Monpavone, governatore del Logodoro. 1340, Bernardo di Boxados, per la seconda volta. 1341, don Guglielmo di Cervelln. 1347, prima don Giacomo d'Aragona, e poscia don Rambaldo di Corbera. 1355, Olfo di Procita. 1366, don Pietro di Luna. 1369, don Berengario Carrz, conte di Chirra. 1374, Gilaberto di Cruillas. 1387, don Ximen Perz di Arenoso. 1391, Raimondo di Montbui. 1394, il conte Arrigo della Rocca. 1394 e 1397, don Ruggiero di Moncada; in sua assenza Francesco Giovanni di S. Coloma. 1409, don Pietro di Torrellas. 1411, don Giovanni di Corbera, eletto dal Torrellas; don Berengario Carrz, conte di Chirra, eletto dai Cagliaritani governatore della capitale e riconosciuto poscia per vicer. 1415, Acarto de Muro. 1419, il suddetto don Giovanni di Corbera. 1429, Bernardo di Centelles. 1434, Giacomo di Besora. 1437, Francesco Erill. 1448, Niccol Antonio di Monte Capra. 1451, Galzerando Mercader. 1453, Gioffredo di Ortaffa. 1455, Giacomo Carrz, conte di Chirra. 1456, Giacomo Besala. 1459, Giovanni de Flos. 1460, don Niccol Carrz di Arborea. 1481, Ximene Perz. 1483, Guglielmo di Peralta. 1484, Pietro Massa. 1485, Ximene Perz, per la seconda volta. 1487, Ignazio Lpez Mendosa. 1491, lvaro Carrillo. 1492, Giovanni Dusay. Durante il governo del Dusay presiedettero al regno, per la di lui assenza, nel 1501, don Michele Benedetto Gualbes; nel 1503, don Iacopo Amat; nel 1508, don Ferdinando di Rebolledo; nel 1510, don Angelo di Villanova; cui succedette di nuovo il Rebolledo; questo governava come vicer nel 1511. 1516, don Angelo di Villanova, per la seconda volta. 1530, Martino di Cabrera. 1533, don Antonio di Cardona. 1549, don Gerolamo di Aragall, presidente. 1551, don Lorenzo Fernndez di Hereda. 1559, don lvaro di Madrigal. 1569, don Girolamo di Aragall, presidente, per la seconda volta. 1570, don Giovanni Coloma. 1576, il suddetto d'Aragall, per la terza volta. 1578, don Michele di Moncada. 1585, l'arcivescovo di Cagliari don Gasparo Vincenzo Novella, presidente. 1586, don Michele di Moncada, per la seconda volta. 1592, il marchese di Aytona. 1595, il conte d'Elda. 1604, il suddetto di Aragall, presidente, per la quarta volta. 1604, conte del Real. 1610, il suddetto di Aragall, presidente, per la quinta volta. 1611, duca di Gandia. 1617, conte di Erill. 1622, don Giovanni Vivas. 1624, don Diego di Aragall, governatore di Cagliari, presidente. 1625, don Diego Raimond la Fortesa, presidente. 1626, il marchese di Bayona. 1631, don Gaspare Pietro, vescovo d'Alghero, presidente. 1632, il marchese di Almonazir. 1637, don Diego di Aragall, presidente, per la seconda volta. 1639, il principe di Melfi. 1640, il suddetto di Aragall, presidente, per la terza volta. 1641, il duca di Avellano. 1644, il suddetto di Aragall, presidente, per la quarta volta. 1644, il duca di Montalto. 1649, il cardinale Teodoro, principe di Trivulzio. 1651, il marchese di Camporeale. 1653, il conte di Lemos. 1656-57, don Bernardino Mattia di Cervelln, governatore di Cagliari, presidente. 1658, marchese di Castelrodrigo. 1662, l'arcivescovo di Cagliari don Pietro Vico, presidente. 1662, il principe di Piombino. 1665, il suddetto di Cervelln, presidente, per la seconda volta. 1665, marchese di Camarassa. 1668, il suddetto di Cervelln, presidente, per la terza volta. 1668, il duca di S. Germano. 1673, il marchese de los Veles. 1675, il reggente don Melchiorre Sisternes de Oblites, presidente. 1676, il conte di S. Stefano. 1678, il suddetto Sisternes, presidente, per la seconda volta. 1680, il marchese di Osera. 1680, il conte di Egmont. 1682, l'arcivescovo di Cagliari don Diego Ferdinando di Angulo. 1683, il conte di Fuensalida. 1686, don Giuseppe Antonio Delitala di Castelv, governatore di Cagliari, presidente. 1687, duca di Monteleone. 1690, la reale udienza. 1690, il conte di Altamira. 1696, il conte di Montellano. 1700, il duca di S. Giovanni.
[1355] F. Vico, Leyes y pragmticas del reyno de Serdea compuestas, glosadas y comentadas, Napoles, impr. real, 1640, tit. 1, cap. 2.
[1356] La carta reale di Filippo II del 13 marzo 1568  registrata nel vol. 1, fol. 235, delle carte reali dell'archivio patrimoniale di Cagliari. La dignit dei procuratori reali era tale che i novelli vicer giuravano nelle loro mani genuflessi pubblicamente nella chiesa cattedrale.
[1357] Vedi vol. II, p. 144.
[1358] F. Vico, Leyes y pragmticas, cit., tit. 51 contiene la serie compiuta delle ordinazioni pontificie e regie ragguardanti alla citata concordia ed allo stabilimento del tribunale di contenzioni. Vedi anche F. Vico, Leyes y pragmticas, cit., tit. 7.
[1359] In cinque soli villaggi della Gallura si trovarono, in un'occasione in cui il governo spagnuolo dovette dare qualche provvedimento generale a quelli abitanti, cinquecento esenti.
[1360] F. Vico, Leyes y pragmticas, cit., tit. 4, cap. 1.
[1361] F. Vico, Leyes y pragmticas, cit., tit. 1, cap. 32.
[1362] F. Vico, Leyes y pragmticas, cit., tit. 1, cap. 34.
[1363] F. Vico, Leyes y pragmticas, cit., tit. 5, capp. 4 e 5.
[1364] F. Vico, Leyes y pragmticas, cit., tit. 1, cap. 45.
[1365] Cos accadette nel 1694, essendosi dovuto per la poca et del governatore abilitare il conte di Altamira a prolungare il suo governo con carta reale del 5 giugno di quell'anno.
[1366] Vedi vol.II, p. 140.
[1367] Il governatore del Logodoro, munito anch'egli al pari del vicer di doppia autorit politica e militare, avea nei primi tempi un consultore od assessore, col voto del quale giudicava in grado di appello le cause della sua provincia. Negli ultimi tempi del governo spagnuolo quelli assessori erano due, uno per le cause civili, l'altro per le criminali, con un avvocato del fisco.
[1368] Il governatore di Cagliari e Gallura non esercitava veruna podest militare. In presenza del vicer la sua carica riducevasi al diritto che avea di conoscere, col voto del suo assessore, di alcune cause della provincia. Mancando il vicer, acquistava questa carica il massimo splendore; perch, eccettuati i casi di speciale sovrana provvisione, assumeva egli allora insieme colla Reale Udienza il governo generale dell'isola. Oltre ai governatori delle due provincie, esistevano ancora in quei tempi i governatori militari di Alghero e di Castellaragonese ed il governatore politico del Goceano. Sotto la signoria austriaca si aggiunse il governatore politico della Gallura.
[1369] Il primo reggente la reale cancellaria nominato da don Ferdinando nel 1487 fu il dottore Pons de Ornos. G. Cossu, Citt di Cagliari. Notizie compendiose sacre e profane, Cagliari, Stamperia Reale, 1780, cap. 11.
[1370] Il primo avvocato del fisco nominato nel 1496 fu il dottore Giovanni Snchez. G. Cossu, Citt di Cagliari, cit.
[1371] Nella raccolta delle leggi antiche di Scozia, eseguita dallo Skeneo, si legge: per qualunque donna o nobile sia dessa, o serva, o mercenaria, la marcheta consister in una giovenca od in tre soldi". Marcheta chiamavasi allora il riscatto di un dritto signorile sul talamo delle novelle maritate. Per questa sola legge si chiarisce quanto fosse ad un tempo alto il valore della moneta e basso quello del pudore.
[1372]  degno in tal proposito di esser meditato quanto di savio e di umano si contiene in F. Vico, Leyes y pragmticas, tit. 18 e 19.
[1373] F. Vico, Leyes y pragmticas, tit. 8, cap. 3.
[1374] F. Vico, Leyes y pragmticas, tit. 8, cap. 4.
[1375] F. Vico, Leyes y pragmticas, tit. 8, cap. 5.
[1376] F. Vico, Leyes y pragmticas, tit. 8, cap. 6.
[1377] F. Vico, Leyes y pragmticas, tit. 8, cap. 16.
[1378] F. Vico, Leyes y pragmticas, tit. 8, cap. 24.
[1379] F. Vico, Leyes y pragmticas, tit. 1, cap. 42.
[1380] F. Vico, Leyes y pragmticas, tit. 8, cap. 19.
[1381] F. Vico, Leyes y pragmticas, tit. 1, cap. 31.
[1382] F. Vico, Leyes y pragmticas, tit. 1, cap. 43.
[1383] Vedi vol. II, nota 145.
[1384] Vedi pei maggiori ragguagli appartenenti alle fortificazioni di Cagliari e Sassari il cav. G. Cossu, Citt di Cagliari, cit., e Della citt di Sassari notizie compendiose sacre e profane, Cagliari, Stamperia Reale, 1783. Le fortificazioni d'Alghero si accrebbero specialmente delle opere fatte nel governo di Gerardo Satrillas nel 1508.
[1385] Vedi vol. II, p. 116.
[1386] G. Cossu, Citt di Cagliari, cit., cap. 11.
[1387] Apparisce pi ampiamente questo ordinamento delle milizie sarde dal bando del principe di Melfi del 15 settembre 1639, riportato da J. Dexart, Capitula sive acta curiarum regni Sardiniae, Carali, ex typis A. Galcerin, apud B. Gobettum, 1645, nel proemio del lib. III, tit. 1.
[1388] Nelle rassegne fatte nel 1588 e 1594 avute sott'occhio dal visitatore Carrillo, sommavano i fanti a trentamila ed i cavalli a settemila. M. Carrillo, Relain al rey D. Phelippe nuestro seor del nombre, sitio, planta, conquistas, christiandad, fertilidad, ciudades, lugares, y govierno del reyno de Sardea, Barcelona, en casa de Sebastiano Mathevad, 1612, par. 6. Al tempo dell'ingresso delle armi di Savoia si trov ridotto il primo ruolo a ventimila fanti ed aumentato il secondo a novemila e cinquecento cavalli.
[1389] Vedi vol. II, p. 45.
[1390] Vedi vol.II, p. 172.
[1391] Avea egli sotto il suo comando un capitano, un cos detto gentiluomo, un maestro di scuola e le compagnie degli artiglieri, le quali faceano specialmente il loro servizio in Cagliari, Alghero e Castellaragonese.
[1392] Vedi vol.II, nota 547.
[1393] Non  gi che pi volte non sia tornato utile quel servizio. Sotto il comando specialmente del conte di Sifuentes, il quale fu vicer e generale delle galee alcuni anni dopo dei tempi dei quali scrivo (1708-10), le galee sarde nel frequente loro passaggio in Africa aveano sparso il terrore per quelle spiaggie; donde ritornavano ogni volta cariche di bottino, riempiendo l'isola di schiavi col predati.
[1394] Il generale delle galee avea lire seimila di soldo ed il trattamento di Eccellenza. Nei registri della Reale Udienza trovasi la carta reale del 26 giugno 1655, colla quale si regolano fra questo generale ed il vicer varie formalit di ci che chiamasi etichetta. L'amministrazione delle galee era principalmente commessa ad un cos detto veedor (veditore). Un tribunale speciale per le contenzioni ragguardanti al navilio era governato da un auditore con venticinque scudi di stipendio al mese.
[1395] Le guarnigioni di fanteria erano ripartite egualmente in Cagliari ed Alghero. Colla regia prammatica del 20 novembre 1686 si ordin la formazione di due compagnie di cavalli che doveansi acquartierare negli stessi luoghi. Nello scadere del secolo la cavalleria avea le sue stanze in Sassari.
[1396] Del 18 agosto 1474.  registrata fra le carte reali del regio patrimonio di Cagliari, vol. I, fol. 175.
[1397] Fu il re accompagnato in quell'occorrenza da Giovanni Manca, Gennaro Gambella, Guglielmo e Serafino fratelli Montagnans, Leonardo Carta, Giovanni Meloni, Antonio Milia. Nel 1442, durando la stessa guerra, si portarono a militare col Cristoforo Manno, il quale acquist in quell'istesso anno i feudi di Loi, Siligo, Bannari e Terquiddo, da lui poscia venduti a Niccol Vigino; Elia e Bartolomeo Manno, Pietro Cariga e Tommaso Marongiu, i quali furono allora armati cavalieri. G. Cossu, Della citt di Sassari, cit., cap. 11. G. F. Fara, De rebus Sardois, Calari, typis Nicolai Caelles, 1580, lib. IV, cap. Alphonsus rex.
[1398] Vedi vol.II, p. 181.
[1399] G. Cossu, Citt di Cagliari, cit., cap. 11.
[1400] Di questa spedizione d contezza lo scrittore nazionale don Giovanni Battista Buragna nella sua storia della rivoluzione di Napoli, intitolata: Battalla peregrina entre amor y fidelidad, Mantoa, Carpentana, 1651.
[1401] G. Cossu, Citt di Cagliari, cit., cap. 11.
[1402] G. Cossu, Della citt di Sassari, cit., cap. 11.
[1403] F. Strada, De bello belgico decades duae, Romae, ex typis F. Corbelletti, 1632, lib. VI, intitolato: Margarita Parmensis. Lo storico imparziale non dee dissimulare che la legione sarda, dopo aver preso parte nelle successive fazioni tanto orrevoli pel duca d'Alba, contamin nel ritorno dell'esercito vittorioso la sua gloria; allorch all'aspetto dei luoghi, ove poco prima era accaduta la terribile strage delle schiere di Arembergo, trascorse a tanto furore nel voler vendicare l'eccidio dei commilitoni, che appicc il fuoco a quei borghi nei quali le truppe spagnuole fuggitive erano state tradite dai popolani. Il duca d'Alba vendic altamente l'eccesso, e condannati nel capo i principali autori, sperper la legione, mescolandola colle altre soldatesche. Ma il colonnello dei Sardi, i capitani e gli alfieri non seppero sopportar l'onta di quella mutazione; e protestarono voler eglino piuttosto allontanarsi dai vessilli che scambiarli. Il duca d'Alba rimise poco stante nella sua grazia il colonnello. F. Strada, De bello belgico, cit., lib. VII, intitolato: Albanus.
[1404] Vedi vol.II, p. 181.
[1405] Soggiungo qui un breve sunto di alcuni graziosi donativi pagati in varie occorrenze dai parlamenti o da altri corpi della nazione per cause non ragguardanti al servizio dell'isola. Dico di alcuni; perch il voler scrivere di tutti esigerebbe un'indagine, il frutto della quale sarebbe d'assai inferiore alla briga. Tratto anche solamente dei pi recenti; perch di alcuni dei pi antichi, e segnatamente di quelli offerti ad Alfonso V nella guerra di Napoli, si parl altrove (vol. II, pp. 141-143). Una gran parte di tali sussidi  rammentata nel cap. 7 degli atti delle corti convocate dal duca di Monteleone. Si ricordano in primo luogo genericamente i grandiosi sussidi accordati a Carlo V per la guerra d'Ungheria; a Filippo II negli anni 1596-97; a Filippo III nel 1604. Si fa menzione quindi di quello accordato come sovra a richiesta di don Luigi Blasco. Si viene poscia a narrare come nel 1628 e 1629, abbisognando il re per le guerre del tempo di uno straordinario soccorso, la citt di Cagliari soddisfece alle premure del sovrano con lire sarde 233.000; nel mentrech anche le citt di Sassari, Alghero ed Oristano faceano ciascuna corrispondenti sagrifizi. (La citt di Sassari infatti fu quotata per 25.000 scudi, e quella d'Oristano per lire sarde 12.048, come risulta dagli strumenti dell'11 gennaio e 19 aprile dello stesso anno, esistenti in questo regio archivio di corte). Nel 1633 si offerirono due donativi particolari, nei quali la quota spettante alla citt di Cagliari fu di lire sarde 8.700. Nel 1635 invi la stessa citt mille moggia di grano per soccorso agli eserciti della Catalogna. Nel 1644, essendosi dal governatore di Valenza chiesto un sussidio per le strettezze delle truppe spagnuole nella Catalogna, fu cos rilevante quello accordato dal regno, che la sola porzione appartenente alla suddetta citt di Cagliari fu di 4.000 moggia di frumento; alle quali si aggiunse altrettanta quantit con titolo di prestito. Nel 1645 s'inviarono agli stessi eserciti dalla capitale altre 4.000 moggia di frumento. Nel 1651 lire sarde 4.000. Nel 1653 altra somma eguale al re, che trovavasi in Genova. Nell'occasione dei tumulti di Napoli, la citt di Cagliari sped in aiuto delle soldatesche regie chiuse nel Castelnuovo 1.800 quintali di biscotto. Nella guerra di Portogallo contribu la stessa citt col dono di 3.000 moggia di grano. Risultano queste largizioni dal predetto cap. 7. Dalle scritture del regio archivio di Cagliari appariscono anche le seguenti: nel 1641 offer la citt di Cagliari a Filippo IV lire sarde 11.900 per donativo grazioso. Nel 1645 offerirono vari baroni, cavalieri e possidenti dell'isola allo stesso monarca lire sarde 38.046,17,11 in contanti, in grano moggia 36.787; in bestiame di varie specie 3.215 capi a titolo di donativo volontario. Nel 1660 per la guerra sovraccitata del Portogallo pag il regno per nuovo donativo lire sarde 5.140,5 in denaio; moggia 21.920 in grano; e lire sarde 3.589,5 prodotte dal bestiame contemporaneamente offerto. Nel 1663 i prelati, ecclesiastici, le citt, i comuni e molte persone private presentarono Carlo II di lire sarde 54.549,15 in contanti; di 24.513 moggia di frumento e 240 di orzo. Nel 1674, a richiesta dello stesso sovrano, si pagarono lire sarde 9.373,10; 21.806 moggia di grano; 289 d'orzo e 636 montoni. Si aggiunga ora il calcolo delle decime e rendite ecclesiastiche dell'isola, delle quali pi volte ottennero i sovrani dalla Santa Sede la temporanea concessione. Coerentemente all'ordinazione contenuta nella carta reale del 20 marzo 1679 (esistente nel vol. 4, fol. 24, dei registri del regio patrimonio di Cagliari), essendosi allora accordata la decima parte delle entrate ecclesiastiche di tutti i regni spagnuoli, calcolata a ducati 800.000, si determin la parte spettante all'isola in ducati 113.648. La qual cosa va anche considerata per la proporzione colla quale, nonostante la vastit della monarchia, veniva quotato il clero sardo in ragione o della sua opulenza o della sua sommessione. Si aggiungano infine gli altri cospicui sussidi che i parlamenti, le citt od il clero offerirono pi volte in via straordinaria onde riparare alle urgenze dell'erario sardo, il quale al pari di quello degli altri regni della corona era meglio soccorso che amministrato, e si riconoscer di leggieri che la costante disposizione dei Sardi a venire al soccorso dei particolari o comuni bisogni dello stato non ebbe altro limite che il potere.
[1406] G. Zurita, Anales de la Corona de Aragn, aragoa, por L. de Robles, 1610, lib. V, cap. 65. Questa concessione fu per un triennio. Nel 1216 e nel 1323 si ottenne per un sesennio; e per un biennio quella delle entrate ecclesiastiche della Sardegna. F. Vico, Historia general de la isla y reyno de Sardea en siete partes, Barcelona, empr. de Loreno Deu, 1639, parte 5, capp. 5 e 13.
[1407] Vedi vol.II, nota 201.
[1408] Vedi vol. II, p. 155.
[1409] Apparisce ci dalla carta reale del 26 agosto 1434, esistente nell'archivio del patrimonio di Cagliari vol. 1, fol. 3. Fu tanta poscia l'abbondanza delle concessioni, che fu necessario pi volte comandassero i sovrani le novelle dinunzie da farsi dai possessori dei loro titoli, onde formarsi quei registri che dai Catalani chiamavansi capbreu.
[1410] Carta reale del 13 marzo 1568 nell'archivio patrimoniale, vol. 1, fol. 235.
[1411] Girolamo Vivaldi, ceppo dell'illustre famiglia sarda dei marchesi di Trivigno Pasqua, oggid duchi di S. Giovanni.
[1412] La carica di procuratore reale fu per la prima volta conferita a Berengario Xicot nell'anno 1341. Quest'uffizio era prima governato da due amministratori detti di Cagliari e di Logodoro. Il primo maestro razionale nominato nel 1485 fu Berengario Granell. L'uffizio dell'avvocato del patrimonio regio era nei primi tempi esercitato dall'avvocato istesso del fisco, incaricato delle pubbliche accuse. Si cre un uffiziale distinto nel 1604, nominandosi a quel separato incarico il dottore Giovanni Masons (carte reali 18 febbraio 1341, 8 gennaio 1485, 26 settembre 1604 nell'archivio patrimoniale, vol. 1, fol. 103, 108, 262).
[1413] Le monete di conio sardo erano allora le seguenti: oro: la doppia sarda (circa 8 lire antiche piemontesi). Argento: scudi (met della doppia); quarti di scudi; reali de plata (decima parte dello scudo); mezzo reale de plata (soldi 2 1/2). Rame: esisteva anticamente il soldo e mezzo soldo. Seguita quindi una copiosa clandestina fabbricazione di false monete di quel conio, fu necessario, per ristabilire il bilancio nelle contrattazioni, si riducesse con bando viceregio del 17 giugno 1644 il soldo di sei cos detti cagliaresi a due; il mezzo soldo ad uno. Poscia con carta reale del 14 maggio 1653 si approv il provvedimento allora dato dal visitatore del regno perch l'antico cagliarese di due denari si riducesse ad un solo. Per ragione dei monumenti rispettabili, dai quali trassi tali notizie, forse si potrebbe notare di errore la relazione di M. Carrillo (Relaion al rey, cit., par. 7), il quale annovera fra le monete d'argento quelle da 5 reali, da 3 e da 2. Resta a notare in tal materia che la zecca nei primi tempi del governo aragonese fu continuata in Iglesias, dove la vedemmo stabilita dai Pisani. Chiariscesi ci dall'editto del re don Pietro del 1338, esistente nel regio archivio di Cagliari, col quale si stabilisce in Cagliari la fabbricazione di nuove monete d'oro col titolo di alfonsini, ad imitazione degli alfonsini d'argento, che per comando del re D. Alfonso si coniavano in Villa Iglesias.
[1414] Volume di carte reali ed istruzioni dal 1323 al 1419, esistente nel regio archivio di Cagliari.
[1415] Regie istruzioni del 18 agosto 1335.
[1416] Carta reale del 17 febbraio 1337.
[1417] Cade in acconcio il notare in questo luogo che non alla sola ripartigione dei donativi dovuti al tesoro si facea provvisione nei parlamenti, ma a quella eziandio di altri diritti di natura diversa. Ecco un sunto della tassa fatta dai cos detti trattatori nelle corti ultime test citate: all'eccellentissimo vicer scudi 8.000. All'egregio don Alonso de Solis, figliuolo di S. E., scudi 1.000. All'egregia signora donna Luigia di Gante, nuora di S. E., scudi 1.000. Ai sette nipoti di S. E. scudi 500 a cadauno. Al presidente del Consiglio d'Aragona lire sarde 2.800. Ai consiglieri lire 750 per cadauno. Seguitano quindi i nomi e le tasse degli uffiziali maggiori e minori del regno, i quali per cagione dei loro incarichi aveano qualche cosa a fare o a permettere negli atti dei parlamenti: trovandosi anche a favore di essi una categoria di pagamenti col titolo di travagli straordinari. Si chiude la nota con una serie di largizioni pie fatte ad alcune chiese. E la somma totale  di lire sarde 118.442,14,6; somma non molto discosta dall'annuo donativo in quello stesso parlamento offerto.
[1418] Con carta reale del 29 febbraio 1644 (registro della Reale Udienza) vedonsi assegnati all'arciduchessa Claudia, per l'arciduca Sigismondo suo figlio, 12.000 ducati sul donativo della Sardegna.
[1419] M. A. Gazano, Storia della Sardegna, Cagliari, Stamperia Reale, 1777, lib. V, cap. 2.
[1420] Carta reale del 31 agosto 1675. Archivio patrimoniale, vol. 2, fol. 179.
[1421] G. De Illescas, Historia pontifical y catlica, en la qual se contien las vidas y hechos de todos los summos pontifices romanos, Madrid, Snchez, 1652-78, tomo 2, lib. VI, cap. 20, par. 1.
[1422] Nei registri del regio patrimonio di Cagliari serbansi le memorie dei molti contratti fatti per le miniere sarde mediante il dritto riserbato al tesoro del 10 per 100 nelle miniere di stagno e piombo, del 5 in quelle di galena. Le cose procedettero pi rimessamente dopoch, per la scoperta dell'America, divent tanto meno importante in quel rispetto la dovizia dell'isola.
[1423] Erano escluse da quel contratto le miniere, i dritti di pesca, la gabella della neve ed i feudi devoluti. In un antico stato o bilancio, esistente in questo regio archivio di corte, trovansi annotate le rendite certe per scudi 93.000.
[1424] Con carta reale del 20 agosto 1662 (archivio patrimoniale, vol. 2, fol. 118) si comand, che sui proventi delle gabelle di estrazione dell'isola si togliessero le paghe dei vicer di Catalogna e di Aragona.
[1425] Nel governo del vicer duca di Gandia si estrasse dal regno un milione di moggia di grano. Vedi F. Gemelli, Rifiorimento della Sardegna proposto nel miglioramento di sua agricoltura, Torino, Briolo, 1776, lib. II, cap. 15. Nei governi dei quattro ultimi vicer sovrannominati, il profitto delle estrazioni somm alla quantit notata.
[1426] I calcoli da me fatti sulle annotazioni antiche, esistenti in questo regio archivio di corte, non oltrepassano che di poco, per quanto ragguarda agli stipendi, li scudi 36.000. Il vicer avea allora 14.000 scudi di stipendio; il governatore di Cagliari 300; quello di Logodoro 700; gli altri governi sommavano fra tutti a 3.100; e cos in proporzione le paghe erano per ciascun uffiziale moderate e tenui. Il visitatore Carrillo not le spese del suo tempo come segue: per stipendi lire 72.723; per mercedi particolari date dal re ad alcune persone lire 35.973; per censi caricati sul tesoro lire 19.030. Delle spese militari si riserb di dar ragione particolare.
[1427] Carta reale del 30 gennaio 1358 (archivio patrimoniale, vol. 1, fol. 126).
[1428] Carta reale del 3 febbraio 1686 (archivio patrimoniale, vol. 7, fol. 99).
[1429] Carta reale del 18 novembre 1694 (archivio patrimoniale, vol. 4, fol. 116).
[1430] Carta reale del 18 novembre ed altra del 31 luglio 1700 (archivio patrimoniale, vol. 5, fol. 105).
[1431] Ecco la serie cronologica dei visitatori della Sardegna: anno 1546, don Pietro Vaguer, vescovo d'Alghero. 1598, don Monserrato Rossell, giudice della Reale Udienza. 1599, don Alonso Lasso de Sedeo, arcivescovo di Cagliari. 1601, Raffaele Bertolotti. 1611, don Martino Carrillo. 1615, don Pietro di Tarazona, giudice della Reale Udienza. 1624, Francesco Pasquale, coadiutore del maestro razionale. 1625, don Baldassarre Amador, del Supremo Consiglio d'Aragona. 1628, don Silverio Bernat, reggente la real cancellaria. 1630, don Francesco d'Esquivel, arcivescovo di Cagliari. 1633, don Vincenzo de Molina, inquisitore apostolico. 1636, don Ferdinando Azcn, reggente la real cancellaria. 1641, don Giovanni Maria Tanda, assessore del procuratore regio. 1643, don Giacomo Mir, reggente la real cancellaria. 1650, don Pietro Martnez Rubio. 1681, don Diego Ferdinando de Angulo, arcivescovo di Cagliari.
[1432] Regio editto del 24 settembre 1771.
[1433] Cos con carta reale del 20 settembre 1444 (archivio patrimoniale, vol. 1, fol. 137) si trova vietato ai Sassaresi l'introdurre merci in Alghero, Bosa od altrove; permesso solamente in Sassari. Cos, per tacere di tante altre cose, la citt di Cagliari ricercava nelle corti del duca di Avellano che non fosse lecito lo stampar veruna scrittura fuorch nella capitale.
[1434] La citt di Cagliari ebbe ricorso nel 1622 a Filippo IV per mezzo del suo sindaco dottore Bernardo Armanyach, colla proposizione di vari capitoli tendenti alla conferma dei suoi antichi privilegi e che contenevano ad un tempo alcune migliori regole per lo reggimento delle sue cose. Nel 1647, il vicer duca di Montalto approv quaranta capitoli presentatigli per parte della stessa citt, nei quali  manifesto lo spirito di voler introdurre nell'amministrazione una miglior economia. Nel 1660, il vicer marchese di Castelrodrigo il quale molto si occup di migliorare lo stato della cos detta azienda frumentaria della medesima citt, prescrisse l'elezione di due deputati dei creditori, i quali dovessero prender parte nella discussione dei maggiori interessi civici. Fece anche lo stesso marchese molti saggi ordinamenti per un pi diligente e netto maneggio delle rendite. Nel 1670, il vicer duca di S. Germano approv il nuovo progetto di regolamento rassegnatogli dalla citt per l'istesso fine. Con tali ricordi resta comprovato ed il vizio che serpeggiava nell'amministrazione, e la coscienza che ne aveano gli stessi consigli. Tutte queste ordinazioni furono raccolte in un volumetto dal titolo: Ordinaciones de la illustre y magnfica iudad de Caller, en Caller, en la estampa de el real Convent de S. Domingo, 1713.
[1435] Delle sovvenzioni fatte al tesoro di Spagna ed a quello dell'isola, si diede gi cenno alla nota 51. Giova qui a gloria dei nostri consigli il notare che nei bisogni speciali dell'isola le citt non si rimasero mai del soccorrere prontamente le altre parti del regno poste in angustie. Cos, per tacere delle altre, la citt di Cagliari nel 1637, nell'invasione d'Oristano, sbors, per affrettare i mezzi di difesa di quella citt, lire sarde 42.500, con profferta di qualunque altra maggior somma. Nel 1642 il regno era in istrettezze, perch i ministri spagnuoli aveano venduto anticipatamente per alcuni anni il dritto dell'estrazione del frumento; e si vide gi nel vol.II, p. 188, come la citt di Cagliari abbia superato ogni difficolt coll'offerta di 30.000 scudi al tesoro per dieci anni. Nell'anno 1656, fatale a tutto il regno per la pestilenza che vi serpeggiava, la stessa citt di Cagliari venne in sussidio dell'universale bisogno con 50.000 scudi. Risultano questi ed altri importanti servigi renduti dalla citt di Cagliari dal cap. 7 altra volta citato delle dimande presentate nelle corti del duca di Monteleone. In proporzione delle rendite si potrebbe dire lo stesso dei sagrifizi fatti in ogni tempo dalle altre citt del regno.
[1436] Vedi, nota 51.
[1437] Queste espressioni sono letteralmente tradotte dalla lettera regia, inserita nel contratto del 23 novembre 1628 in quell'occorrenza stipulato dai ministri regii, esistente in questo regio archivio di corte.
[1438] Questa tariffa serbata nel regio archivio di corte  del 29 maggio 1329. Il dritto pel vino era stabilito se vino rosso (chiamato nella tariffa vino latino) di 1 denaro per barile; se vino bianco (detto vino greco) di 2 denari. Il dazio per un moggio di frumento era di 2 denari. Per un quintale di cacio di 4 denari.
[1439] M. Carrillo, Relaion al rey, cit., par. 5 e 6.
[1440] Carta reale del 25 settembre 1612, 25 ottobre 1625, archivio patrimoniale, vol. 1, fol. 269; vol. 2, fol. 25. Vedi F. Gemelli, Rifiorimento della Sardegna, cit., lib. II, cap. 15.
[1441] M. Carrillo, Relaion al rey, cit., par. 5.
[1442] Carta reale del 13 giugno 1644, nei registri della Reale Udienza.
[1443] Carta reale del 25 ottobre 1625.
[1444] Fra questi non devo lasciar di notare contenersi nelle carte reali del 3 e 20 novembre 1695 i comandi premurosi della corte di Madrid acci effettuandosi l'estrazione di 15.000 salme di frumento concordata col real duca di Savoia, si usassero ancora tutte le agevolezze possibili a qualunque persona volesse trasportare frumento nel Piemonte e nella Lombardia.
[1445] Esistevano negli ultimi anni del governo spagnuolo in Sassari alcuni telai per le stoffe di seta. In Nurri, Isili ed altri luoghi fabbricavasi la polvere da fuoco. Le altre manifatture riducevansi alle tele, ai grossolani drappi di lana sarda, che anche oggid sono in uso presso le persone di contado, alle concie delle pelli e dei cuoi e ad altri minuti opifici, oltre alle arti meccaniche di comune uso.
[1446] Per gli ultimi due quinquenni della dogana di Cagliari, prima della signoria di Savoia, si ebbe il seguente stato di rendita comune: nel 1715 scudi 22.998, nel 1720 scudi 17.715.
[1447] Vedi F. Vico, Leyes y pragmticas, cit., tit. 44, capp. 18, 19, 20.
[1448] Vedi vol.II, p. 179.
[1449] F. Vico, Leyes y pragmticas, cit., tit. 44, cap. 1.
[1450] F. Vico, Leyes y pragmticas, cit., tit. 44, cap. 2.
[1451] F. Vico, Leyes y pragmticas, cit., tit. 44, cap. 3.
[1452] F. Vico, Leyes y pragmticas, cit., tit. 44, capp. 4 e 5.
[1453] F. Vico, Leyes y pragmticas, cit., tit. 44, capp. 8, 9, 10, 12, 13.
[1454] Vol.I, p. 160.
[1455] Palladio Rutilio Tauro, Opus agriculturae, lib. IV, nel mese di marzo. Esistono in Sardegna li tre generi principali: l'arancio dolce (citrus aurantium di Linneo); il cedro (citrus medica); il limone (limonia).
[1456] G. Gallesio, Trait du citrus, Paris, 1811, cap. 4, art. 1.
[1457] Risulta ci dalla carta di donazione fatta nel 1156 da Barisone d'Arborea, riferita nel vol.I, p. 253, nella quale si contiene la menzione dei vigneti e degli oliveti del giudice. Vedi F. Gemelli, Rifiorimento della Sardegna, cit., lib. II, cap. 12.
[1458] Sigismondo Arquer, scrittore sardo del secolo XVI, narra nella sua opera intitolata: Sardiniae brevis historia et descriptio; tabula chorographica insulae ac metropolis illustrata, in S.Munster, Cosmographiae universalis libri VI, Basileae, apud Henricum Petri, 1550, pp. 242-250, ripubblicata in Rerum Sardoarum Scriptores, edente D.Simon, Augustae Taurinorum, Typ. Regia, 1788, cap. 2, che solo da pochi anni si cominciava allora nell'isola ad inserire gli oleastri.
[1459] F. Vico, Leyes y pragmticas, cit., tit. 45, capp. 2 e 3.
[1460] Columella Giunio Moderato, De re rustica, lib. V, cap. 7.
[1461] Vedi vol.I, p. 157.
[1462] Vedi vol. II, p. 55.
[1463] Dai monumenti esistenti in questo regio archivio di corte, dai quali trassi tal notizia, apparisce eziandio che al tempo della perdita fatta dell'isola di Rodi dai cavalieri gerosolimitani, dimandarono eglino per residenza l'isola di S. Pietro, la quale fu dal governo spagnuolo loro negata.
[1464] M. Carrillo, Relaion al rey, cit., par. 6.
[1465] G. Cossu, Citt di Cagliari, cit., cap. 3.
[1466] Vedi vol.II, nota 131.
[1467] F. Vico ha nella parte 6 della sua Historia general, cit., ragunato le notizie delle fondazioni delle diverse regole nell'isola. Eccone il sunto. In Cagliari 1274. Prima di quest'anno eravi gi fondato il convento dei Claustrali, perch si trova in quella data un lascio di terre a favore di essi. 1334. Fondato il convento dei Domenicani dal padre Niccol Sortigiarra, nobile sienese. 1336. Il re don Alfonso don alla regola chiamata della Mercede la chiesa del castello di Bonaria, da lui edificata nel 1323. 1400. Gli Agostiniani si stabiliscono nella chiesa ove credesi sia stato il deposito del loro patriarca, allorquando i vescovi d'Africa trasportarono la di lui salma in Sardegna. Riformatasi questa regola e ridotta a stretta osservanza nel 1480, venne poscia la famiglia trasportata al locale occupato al presente, regnando Filippo II. 1508. Fondossi in quest'anno il convento dei padri osservanti, detto di Gesus, fuori delle mura di Lapola (trasportato in tempi pi recenti all'interno del sobborgo ed accresciuto d'un secondo convento nel borgo di Villanova). 1539. Fondazione del monastero di S. Lucia sotto gli auspizi del vicer di Cardona. 1540. Fondazione del monastero detto della Purissima Concezione da una suora Girolama Ram. 1564. Si fond nel castello il collegio dei Gesuiti dai padri Pietro Spiga di Cagliari e Baldassarre Pinna catalano, a dimanda di don lvaro di Madrigal, vicer, e dei consiglieri della citt. 1583. Trovavasi gi fondato il convento dei Carmelitani. 1583. Fondazione nell'antica chiesa di Nostra Signora del porto di Bonayre, detta anche di S. Bardilio, del convento dei Trinitari (trasportato poscia alla chiesa di S. Lucifero). 1585. Dato principio al noviziato dei Gesuiti nella chiesa di S. Michele a spese di don Girolamo Torresani. Furono quindi larghi benefattori il decano d'Ales, dottore Giacomo Spiga, che assegn le prebende di Sardara e di Arcela; e don Giovanni Sanna, vescovo d'Ampurias, il quale dot quello stabilimento di 20.000 lire nel 1595. 1593. Fondazione del convento dei padri cappuccini (accresciuto poscia di un secondo convento). 1625. Fondazione del convento dei Minimi di S. Francesco di Paola da Francesco Astrabaldo di nazione genovese. In tempo incerto: il monastero di Francescane di S. Chiara. Dopo l'et del Vico si eressero in Cagliari un monastero di Domenicane, detto di S. Caterina; altro di monache cappuccine; due case delle scuole pie; altra casa dei Gesuiti in S. Teresa.
Sassari. 1220. Mentre viveva ancora san Francesco fondavasi il convento di Francescani, detto di Belem, ossia di Campolungo. 1464. Fondato il convento dei padri osservanti. 1464. Le antiche monache di S. Pietro di Sirchi trasferironsi da questo monastero, occupato dai padri osservanti, alla chiesa di S. Chiara. 1480. Si crede fondato prima di quest'anno il convento degli Agostiniani. 1490. Fondazione del monistero di S. Elisabetta, il quale nel 1615 fu poscia riedificato e dotato a spese di donna Margarita Tavera. 1540. In quest'anno, o circa, giunsero alcuni padri serviti, ai quali si assegn l'antico monastero di S. Maria di Valverde. 1519. Alessio Fontana, cavaliere sassarese, maestro razionale del regno, valendosi dei consigli dei padri Fabio e Giacomo, contemporanei di sant'Ignazio di Loyola, e della corrispondenza epistolare tenuta con lo stesso fondatore, stabil il primo collegio dei Gesuiti, dotandolo con 1.000 ducati di rendita nel generalato del padre Lainez; il quale ordin a san Francesco Borgia, commissario generale in Ispagna, di spedire in Sardegna il padre Baldassarre Pinna catalano, ed il padre Francesco Antonio portoghese. Il collegio si trasport poscia nel 1627 nella casa professa in quest'anno ridotta a compimento, merc specialmente del dono di 25.000 scudi fatto da don Giovanni Sanna, vescovo d'Ampurias. 1591. I padri cappuccini occupano per la prima volta l'antico monastero di S. Antonio, scambiato poscia con quello dei Serviti. 1595. Fondazione dei padri predicatori, dotati da Filippo II con le terre del real castello. 1610. Don Gavino Marongiu lascia tutto il suo patrimonio per la fondazione dei tre conventi di Carmelitani, Mercedari e Trinitari. I primi abitarono in principio al di l di Pozzo di Rena, e quindi entrarono in citt, profittando, per la fabbrica della nuova chiesa e convento, dell'eredit lasciata loro da don Girolamo de Sena; i secondi, dopo aver soggiornato per qualche tempo vicino alla porta del Rosello, fondarono poscia il loro convento nella chiesa di S. Eusebio, e quindi, con permesso della citt, nella chiesa antica di S. Paolo; i terzi fondarono il loro convento nel monte detto di Rosello. 1633. Fondazione del convento di S. Francesco di Paola nella chiesa di S. Sebastiano, abbandonata dai Domenicani. 1639. Venuti fissamente a soggiornare i Fate ben fratelli. Dopo l'et del Vico si aggiunsero: i religiosi delle scuole pie e le monache cappuccine.
Oristano. 1369. Fondazione del monistero di religiose di S. Chiara. In questo stesso anno esisteva gi il convento dei padri claustrali di S. Francesco. 1458-60. In quest'intervallo fu fondato il convento dei padri osservanti. 1571. Fondazione del convento detto di S. Martino, dei Domenicani. 1608. Fondazione del convento dei Cappuccini. 1640. Raccomandasi ai Fate ben fratelli l'ospedale. Fondaronsi dopo l'et del Vico i conventi dei Carmelitani, dei regolari delle scuole pie e delle monache cappuccine.
Alghero. 1385. Prima di quest'anno esisteva gi il convento dei padri claustrali, che credesi fondato dalla casa Doria, signora del luogo. 1508. Fondazione del convento dei Minori Osservanti. 1590. Si cominci a fondare il collegio dei Gesuiti, ai quali fu poscia assegnata la chiesa di S. Michele: si valsero i padri dei cospicui lasci e donazioni loro fatte dal decano di quel capitolo, dottore Giovanni Sarrovita, e dal capitano Girolamo Ferret della stessa citt. 1599. Fondazione del convento dei padri cappuccini. In tempo incerto. Fondazione del convento degli Agostiniani, che prima fu nella chiesa della Vergine degli Angeli, attigua alle mura, e poscia nel luogo ove di presente trovasi. 1640. Consegnasi l'ospedale ai Fate ben fratelli. Dopo l'et del Vico si fondarono i conventi dei Mercedari e dei Carmelitani.
Bosa. 1580 (circa). Si fonda nella chiesa di S. Antonio abate il convento dei Carmelitani, trasportato nel 1606 alla chiesa di S. Maria del Soccorso. 1608. Fondazione del convento dei Cappuccini.
Iglesias. 1385. In quest'anno era gi fondato il convento dei Francescani. 1578. Fondazione del collegio dei Gesuiti. 1594. Fondazione del convento dei Cappuccini. 1610. Fondato dal canonico Michele Fensa di Cagliari il convento dei Domenicani. 1614. Fondazione del monistero di religiose francescane a spese del canonico Marco Canavera e dei suoi fratelli, vescovi d'Ales e d'Alghero.
Castelsardo. Fondato in tempo incerto il convento dei padri francescani. Barumini. 1609. Fondazione del convento dei Cappuccini. Bolotana. 1609. Lo stesso. Busachi. In tempo incerto. Fondazione del convento dei Minori Osservanti. Dopo l'et del Vico vi si stabilirono anche i Domenicani. Cuglieri. 1609. Fondazione del convento dei Cappuccini. Dopo l'et del Vico quella dei Serviti. Fonni. In tempo incerto. Fondazione del convento dei Minori Osservanti. Gadoni. Lo stesso. Ittiri. In tempo incerto. Stabiliti i padri osservanti. Mandas. Lo stesso. Monterasu in Goceano. 1220. Convento antichissimo dei Francescani. Nulvi. 1608. Fondazione di un convento di Cappuccini; dopo l'et del Vico quella dei Minori Osservanti. Nuoro. In tempo incerto. I padri osservanti. Orani. Lo stesso. Padria. Lo stesso. Quarto. 1631. Fondazione del convento dei Cappuccini. S. Gavino Monreale. Fondazione in tempo incerto dei Minori Osservanti. Sanluri. 1608. Fondazione del convento dei Cappuccini. S. Lussurgiu. In tempo incerto. Stabiliti i Minori Osservanti. Sorso. Nei primi anni del secolo XVII. Stabiliti i Cappuccini; dopo l'et del Vico i Minori Osservanti. Tempio. In tempo incerto. I Minori Osservanti; dopo l'et del Vico i Regolari delle scuole pie e le monache cappuccine. Villasor. 1629. Fondazione del convento dei Cappuccini; dubbia la data di quella dei Minori Osservanti.
Gli altri conventi eretti dopo che il Vico pubblic la sua Storia sono li seguenti:
Bonorva, Minori Osservanti. Bottidda, Minori Conventuali. Bitti, Cappuccini. Calangianos, Cappuccini. Chiaramonti, Carmelitani. Genoni, Minori Osservanti. Isili, Regolari delle scuole pie. Lanusei, Minori Osservanti. Masullas, Cappuccini. Mogoro, Carmelitani. Mores, Cappuccini. Nurri, Cappuccini. Ozieri, Minori Osservanti, Cappuccini, monache cappuccine. Ploaghe, Cappuccini. Pozzomaggiore, Agostiniani. Serramanna, Domenicani. Tiesi, Cappuccini. Tortol, Agostiniani. Villacidro, Mercedari. Villanovafranca, Minimi.  da notare che in una gran parte dei conventi eretti nei villaggi trovasi stabilito solamente quello scarsissimo numero di religiosi che  sufficiente al governo dei poderi.
[1468] Esiste in questo regio archivio di corte lo strumento stipulato in Roma nel 21 febbraio 1636 fra don Francesco Gallo, col inviato dai consoli di Cagliari, ed il padre Niccol Avagnale, priore generale della regola dei Fate ben fratelli, per la consegna da farsi ad essi dell'ospedale della capitale. Esistono pure i seguenti atti relativi all'ospedale di Sassari: 1 Ordinamento del consiglio generale del 9 novembre 1588, con cui si nominano 24 cittadini, due dei quali doveano in ciascun mese aver cura dei due ospedali. 2 Il regolamento di amministrazione approvato nel 1595 dal vicer marchese d'Aytona nella visita da lui fatta del regno. 3 La convenzione fatta nel 1598 coi Fate ben fratelli. 4 La nuova convenzione fatta nel 1639, dopoch nel 1601, per motivo di non aver eglino soddisfatto all'aspettazione del consiglio, erano stati costretti a partire da Sassari. 5 La notizia della soppressione fattasi nel 1673 dell'ospedale dei leprosi, dove nissuno pi si ricoverava, e dell'unione del medesimo all'altro di S. Croce. Degli ospedali di Alghero e di Oristano diedi cenno nella nota precedente.
[1469] In questo luogo lo scrittore [M. Carrillo, Relaion al rey, cit.] , entrando in pi ampi ragguagli, racconta come profusi fossero i Sardi nei loro conviti in occasione di qualche speciale allegrezza; ed arreca l'esempio di ci che s'impieg per celebrare il sacerdozio del dottore Antioco Marcello, rettore di Mamoiada. Dice egli adunque che vi si consumarono: 22 vacche, 26 vitelle, 28 capi di grossa salvaggina, 740 montoni, 300 tra capretti, porcellini ed agnelli, 600 galline, 65 mozzi di zucchero, 50 libbre di pepe ed aromati vari, 280 moggia di frumento, 1 quintale di riso, 1 quintale di datteri, 50 tondi di paste dolci, 3.000 uova, 25 grosse botti di vino vario, gran quantit di confetture, 3.000 pesci. Si assisero a questo convito 2.500 persone.
[1470] Pare che la maggior propagazione in Sardegna delle arme da fuoco abbia avuto luogo nel regno di Carlo V; perch, fra i privilegi accordati da lui alla citt di Cagliari, trovasi l'ordine dato nel 14 novembre 1528 al vicer di provvedere alla richiesta della stessa citt, la quale dimandava: che i Sardi, essendo assai destri nel trattare la balestra, si dovessero anche esercitare nel trarre degli schioppetti"; a qual uopo si supplicava il re ne facesse trasmettere una quantit da pagarsi dal regio erario.
[1471] Carta reale del 19 dicembre 1656, nel registro della Reale Udienza.
[1472] Vol.I, p. 122.
[1473] Carta reale del 15 novembre 1679, nel registro della Reale Udienza.
[1474] V. Baccallar y Sanna, Mmoires pour servir a l'histoire d'Espagne sous le rgne de Philippe V, par D. Vincent Baccallar y Sanna, marquis de S. Philippe etc. traduites de l'espagnol, Amsterdam, Z. Chatelain, 1756, lib. VIII.
[1475] G. Cossu, Citt di Cagliari, cit., riferisce il breve di Paolo V del 27 settembre 1607, nel quale si seconda la dimanda fattagli acci le persone nate nella diocesi turritana non potessero avere verun beneficio nella chiesa di Cagliari, e viceversa. Si dubita da alcuni dell'esistenza o delle espressioni di tal breve. Pel mio assunto giova non meno l'ottenimento del breve che la credenza d'averlo ottenuto.
[1476] Ai risultamenti di una discordia ridevole si pu riferire quanto M. Carrillo (Relaion al rey, cit., par. 6) e G. Olives (Commentaria et glosa in Cartam de Logu legum et ordinationum sardarum, Matriti, in aedibus A. Gomesii et P. Gasin, 1567, cap. 104) narrarono dello statuto fatto in Alghero acci i Sassaresi non potessero aggirarsi in quella citt colla spada al fianco; e dell'altro statuto bandito di rimbalzo dai Sassaresi affinch i cittadini d'Alghero dovessero in Sassari cingersi di due spade. Vedi anche nota 79.
[1477] Ad alcune citt furono concedute le cos dette costituzioni di Barcellona. Da ci deriv nella forma dei contratti ed in alcune materie di ragion civile, e specialmente in quelle delle successioni, una diversit notabile nella giurisprudenza delle diverse parti del regno.
[1478] G. Cossu, Citt di Cagliari, cit., introduzione, scrisse che serbavasi nella biblioteca dei padri gesuiti un'edizione della Carta de Logu del 1495.
[1479] F. Gemelli, Rifiorimento della Sardegna, cit., lib. I, cap. 5, pensa che il primo libro stampato in Cagliari sia E. Anger, Catechismo o summa de la religio christiana, compuesta en lengua francesa [] , y traduzita por Lorenzo Palmireno, Caller, por V. Sembenino a despesas del [] canonigo Canyelles, 1566; e che il primo volume stampato in Sassari sia J. G. Gillo y Marignacio, El triumpho y martirio esclarecido de lo martyres Gavino, Proto y Januario dirigido a la ciudad de Sacer, Sacer, don Antonio Canopolo, por B. Gobetti, 1616. Eguale opinione fu seguita dal chiarissimo barone G. Vernazza di Freney, Lezione sopra la stampa, Cagliari, Stamperia Reale, 1788, inserita in uno di quelli aurei libriccini che nel declinare dello scorso secolo stampavansi in Cagliari in forma di calendari, e dei quali con danno delle lettere e delle scienze s'intermise poscia la pubblicazione. Questa Lezione  la prima del libricciuolo intitolato: Opuscoli curiosi per l'anno 1778. In un altro pregievole volumetto stampato in Cagliari, Stamperia Reale, 1801: F. C. Baille, Vicende tipografiche in Sardegna esposte in dodici qualit di caratteri esistenti nella R. Stamperia di Cagliari all'anno 1801, nel mentre si fa fede con la bont e nitidezza dell'opera d'esser gi giunta per la Sardegna la migliore delle sue epoche tipografiche, si fa una compiuta ed esatta narrazione delle varie antiche stamperie che in Cagliari e in Sassari si stabilirono dopo la prima erezione del Canelles e del Canopolo. Ecco la serie dei proprietari e dei proti. Don Niccol Canelles nomin direttore della sua stamperia Vincenzo Sembenino di Sal, il quale la govern fino all'anno 1576. Gli succedette nel seguente anno Francesco Guarner di Lione, la cui prima opera si crede sia stata Caesarii Arelatensis homilia XLV. Continu il Guarner a reggere la tipografia del Canelles, anche dopo la di lui morte, fino all'anno 1589; e poscia pass a dirigere la nuova stamperia eretta in Cagliari da Giovanni Maria Galzerino. Stamp quindi il Galzerino senza il Guarner dal 1591 al 1596. Nel 1598 comparisce la stamperia esercitata dagli eredi del Galzerin. Nei primi anni del secolo XVII apr un'altra stamperia nella capitale Martino Saba, il quale la tenne aperta fino all'anno 1623. Nel 1629 Bartolomeo Gobetti, dopo aver governato la stamperia del Canopolo in Sassari, pass in Cagliari a dirigere quella di don Antonio Galzerin, erede del suddetto Giovanni Maria; la quale ebbe quindi per direttori Giovanni Saba, Gregorio Gobetti fino all'anno 1652, ed Onofrio Martin fino al 1658. Avendo poi quest'ultimo fondato una stamperia di sua propriet, pass a quella del Galzerin Marco Antonio de Ferrariis, di cui si trovano poche stampe del 1662. Ebbe maggior lavoro l'altra di Onofrio Martin, di cui si ebbero edizioni fino al 1755. La stamperia poi del Galzerin fu diretta da Niccol Pis dal 1673 al 1697; ed in qualche intervallo di tempo vedesi unito a quello del Pis il nome di Onofrio Martin, cio dal 1669 al 1691. Anche presso ai Regolari fu coltivata in Cagliari la tipografia, introdotta verso la fine del secolo XVII nel convento di S. Domenico merc delle cure prima di Onofrio Martin, e poscia dei direttori religiosi fra Giovanni Battista Canavera, fra Domenico Muscas e fra Agostino Murtas. Come nel principio del seguente secolo fu pure introdotta nel convento di Bonaria, sotto la direzione di fra Matteo Contini. Le ultime stamperie che fiorirono in Cagliari furono quelle di don Pietro Borro e di don Bachisio Nieddu, che rest in piedi fino all'anno 1770. Nel qual anno Bonaventura Porro, insigne allievo della Stamperia Reale di Torino, fu destinato con ottimi auspizi a governare la Stamperia Reale del regno. In Sassari, la tipografia introdotta, come ho detto, dal Canopolo, pass poscia al convento dei padri serviti; e quindi sotto la direzione di Simone Polo. A questi tipografi sassaresi, notati nell'opuscolo summentovato,  anche da aggiungersi il nome di Giovanni Gavino Seque, il quale con nitidi caratteri stamp nel 1641 il concilio provinciale turritano dell'arcivescovo Passamar [J. Passamar, Decreta concilii provincialis turritani Sassari celebrati anno 1633, Sassari, ex typ. Scano de Castelvy, apud J. G. Seque, 1641] . Ebbe infine anche quella citt la sorte di veder salire in qualche riputazione le sue stampe, dopoch ne assunse la direzione Giuseppe Piattoli, valoroso artista; a cui gloria baster il citare la nitida ed accurata edizione della Storia naturale della Sardegna di F. Cetti (Sassari, per G. Piattoli, tomo I, 1774; tomo II, 1776; tomo III, 1777). Se si dovessero notare fra le antiche stampe sarde quelle che hanno maggior pregio d'arte, dovrei citare quelle del Sembenino, del Guarner e del Gobetti.
[1480] Carta reale dell'11 aprile 1658 nel registro della Reale Udienza.
[1481] Regio editto del 24 giugno 1823. Manifesto dell'intendente generale del regno del 26 marzo 1824.
[1482] Dalla copia dello strumento di fondazione esistente in questo regio archivio di corte colla data del 18 gennaio 1619, apparisce quanta fosse la religione di questo esimio prelato. Poich essendo i capitali della dotazione fatti in gran parte coi proventi delle chiese da lui governate, volle che delle venti piazze di alunni da lui fondate dodici fossero riserbate ai diocesani d'Oristano, ed una ad un chierico del luogo di Bitti, dove l'istitutore era stato per qualche tempo parroco. A gloria di questo insigne prelato sia anche qui rammentato che egli al tempo stesso faceva un lascio di lire settantamila perch il frutto fosse annualmente convertito nel dotare donzelle orfane.
[1483] L'ordinamento della citt di Cagliari  del 27 luglio 1621. Fu poscia questo collegio accresciuto colla dotazione che l'arcivescovo Machin fece di due posti a benefizio dei suoi compatrioti di Alghero; e colle altre piazze che il governo cre a sue spese onde far fiorire uno stabilimento che rispose in ogni tempo fruttuosamente alle cure impiegate nel proteggerlo.
[1484] Allorch si stabilirono le due universit, di cui vado a parlare, i padri gesuiti oltre alle scuole inferiori teneano aperte in Cagliari quattro scuole maggiori di teologia, tre di filosofia ed una di lingua ebraica; a qual uopo erano stati dotati dalla citt di lire 1.250 di annua rendita. In Sassari erano da essi rette una cattedra di filosofia, due di teologia scolastica, una dei casi di coscienza ed un'altra di sagra scrittura.
[1485] La citt di Cagliari pagava ai padri domenicani residenti nel convento di S. Lucifero edificato a spese della citt istessa, un'annua somma coll'obbligo di tenere in quel luogo le scuole aperte anche per la teologia a comodo degli abitanti del borgo di Villanova. Ma non ebbero poscia concorso quelle scuole per l'infelicit del sito.
[1486] Lo strumento di fondazione del collegio delle scuole pie di Cagliari  del 29 novembre 1640. Questa fondazione  dovuta ad un generoso pensiero del consiglio di citt, che dot convenientemente quel collegio.
[1487] La bolla di Paolo V  del 12 febbraio 1606.
[1488] Il diploma di Filippo III  del 31 ottobre 1620. Pare che l'universit non siasi aperta che nel 1626; poich in quest'anno vedonsi approvati dal consiglio civico nel 1 febbraio i regolamenti per la medesima, soscritti dal dottore Giovanni Dexart, da Filippo Silvestra, Giangiacomo Mastio e Girolamo Aleo.
[1489] Sembra che gli altri due stamenti abbiano solo preso parte nei primi dispendi, pagando ciascuno li mille ducati profferti nel parlamento del conte d'Elda. Da questo pagamento e da qualche altra largizione, di cui mancano i monumenti, deriv il titolo di protettori dell'universit che ebbero in quel tempo i primi di ciascheduno stamento, appellati da noi prime voci. La citt di Cagliari fu in verit quella che coi suoi capitali comp l'edificio e stipendi le cattedre. Lo zelo dei consoli fu anche imitato da qualche privato cittadino: e don Antonio Brondo, nel suo testamento del 16 agosto 1624, f un lascio di lire sarde 10.000 a favore dell'universit.
[1490] Queste erano poscia duplicate.
[1491] Il collegio teologico e quello dei legisti erano composti ciascuno di diciotto persone; quello di medicina di sei; di dodici quello di filosofia; compresi sempre i professori.
[1492] Il corso di studi per l'esame della licenza era di anni cinque: di anni quattro per quello di bacelliere. La laurea conferivasi poscia senza speciale esame e con molte formalit; fra le quali non poteasi trasandare quella di presentare ciascun concorrente di un paro di guanti.
[1493] Erano eccettuate quelle governate dai padri gesuiti, per le quali i professori erano eletti dal loro superiore regolare. Quando mancavano i concorrenti, eleggevasi il nuovo professore coi voti del collegio.
[1494] Con suo testamento del 18 gennaio 1606.
[1495] Teneano in Sassari i Gesuiti tre scuole di umane lettere, una di filosofia, due di teologia scolastica, una di casi di coscienza ed altra di sagra scrittura, come nella nota 130.
[1496] Con diploma del 18 ottobre 1632.
[1497] Nel 5 novembre 1634.
[1498] Servirono con lode in Ispagna e in Napoli prima dello stabilimento delle universit nei supremi magistrati l'Olives di cui fra breve si scriver, il Vico e il Dexart, dei quali si  gi scritto nel vol.II, alle pp. 179 e 182. Dopo quel tempo fu avvocato fiscale del regno del Per don Pietro Frasso Pilo autore dell'opera Tractatus de regio patronatu ac aliis nonnullis regaliis regibus catholicis in Indiarum Occidentalium imperio pertinentibus, Matriti, ex typ. imper., apud J. Fernndez a Buendia, 1677-79. Fu onorato delle pi illustri cariche e della maggior confidenza del sovrano il marchese di S. Filippo, del quale dar altrove maggiore contezza. Fu medico del re Filippo IV il dottore Gavino Farina, autore della pregievole opera intitolata: Medicinale patrocinium ad tyrones Sardiniae medicos, in quo natura febris Sardiniae provincialis vexantis, caussae, signa, prognostica, et medendi methodus, juxta Ippocratis et Galeni doctrinam, describitur, Venetiis, apud J. Sarzina, 1651. Fu destinato professore dell'universit di Pisa e teologo di Cosimo III, il padre Sogia; come in appresso si narrer.
[1499] Vedi sul Canavera la lettera del di lui fratello scritta al duca Emanuele Filiberto comunicata dal barone Vernazza al Gazano, il quale la inser nella sua storia (M. A. Gazano, Storia della Sardegna, cit., lib. IV, cap. 11).
[1500] L'edifizio dell'universit di Cagliari disertato correndo quei tempi serviva poscia di quartiere alle truppe; ed in una delle sale era stabilito il pubblico teatro.
[1501] Meriterebbero special menzione Baldassarre di Ereda e Salvator Salepus, arcivescovi di Cagliari e Sassari intervenuti al concilio di Trento e molto apprezzati da quei padri, al cospetto dei quali il Salepus lesse un'assai grave orazione. Ma la patria di questi due insigni prelati non  bastantemente chiarita. Vedi A. F. Mattei, Sardinia sacra, seu de episcopis sardis historia, Romae, ex typ. J. Zempel, 1758, Ecclesia Calaritana, n. 46 e Ecclesia Turritana, n. 46.
[1502] G. Cossu, Citt di Cagliari, cit., cap. 12. Non  certo che questa traduzione siasi poscia stampata. Vedi A. F. Mattei, Sardinia sacra, cit., Ecclesia Turritana, n. 51.
[1503] F. Boyl, Bullarium ordinis B. M. de Mercede, appendice ad A. F. Mattei, Sardinia sacra, cit., Ecclesia Algharense, n. 21, p. 300.
[1504] Scrisse egli anche 22 ragionamenti sopra il simbolo apostolico ed alcuni commentari sulle epistole di san Paolo; ma lasci queste sue opere inedite.
[1505] Vedi vol. I, note 480 e 509.
[1506] Pubblic un'opera di 3 voll. in-folio (A. Machin, Commentarii una cum disputationibus in primam partem S. Thomae, tomus primus, Matriti, apud viduam I. Martin, 1621; tomus secundus, Calari, ex typis A. Galcerin, apud B. Gobettum, 1634), contenente un intero corso di teologia scolastica. Altra opera intitolata: Resolucin en la defensa de la jurisdicin de las tres rdenes mylitares de Sant'Jago, Calatrava, y Alcntara, Caller, en la emprenta Galcerin, por B. Gobetti, 1635. Se ne fece una terza edizione [la seconda  dello stesso anno ed editore, ma notevolmente accresciuta] in Palermo, por Decio Cirillo, nel 1636. Altra avente per titolo: En favor de la ciudad del Algher a cerca de la paga de los censos cargados sobre sus derechos, Sacer, en la imprenta de F. Scano de Castelvy, por B. Gobetti, 1626. Fu autore di varie prediche (Sermn por la canonizacin de S. Ignacio y S. Francisco Xavier, Caller, por M. Saba, 1623; Sermn en la beatificacin de S. Francisco de Borja, Sacer, en la imprenta Scano de Castelvy, por B. Gobetti, 1624; Sermn predicado en Caller el da del voto y juramento que las cortes hizieron en nombre del reyno de defender la limpia concepcin de Mara, Caller, en la imprenta Galcerin, par B. Gobetti, 1632. Infine pubblic nel 1639 in Cagliari la sua miglior opera: Defensio sanctitatis Beati Luciferi, cit.
[1507] Esistono molte lettere del Sogia al Magliabecchi nella Magliabecchiana di Firenze. Della di lui opera si fecero due edizioni in Sassari una in 4 voll. in-folio (G. Sogia-Serra, Quaestiones disputatae in prologum et IV libros sententiarum magistri Fr. Henrici a Gandavo, doctoris solemnis, Sacer, ex typ. Servitana, per J. Brandino, 1692 [vol. I, parte prima e seconda, Romae, Bernab, 1691; vol. I, parte terza: De sacra scriptura et eius sensibus, Saceri, 1692] , vol. II, 1689; vol. III e IV, 1697) ed altra in 6 vol. in-8 [in realt si tratta di sette volumi, il primo dei quali  edito a Romae, ex typ. Bernab, 1691, gli altri Saceri, ex typ. Servitana, 1690; 1692; 1697 (2 volumi); 1690; 1700] . A. F. Mattei, citando A. M. Garbio, Annalium sacri ordinis fratrum A.S.O. servorum poetae Mariae Virginis, Lucca, 1725, tomo 3, annovera le scritture teologiche di questo insigne prelato e fa fede del conto speciale in cui era tenuto dai pontefici. Vedi A. F. Mattei, Sardinia sacra, cit., Ecclesia Bosana, n. 41.
[1508] D. Serpi, Tratado del purgatorio contra Luthero y otros hereges, Barcelona, en la imprenta di G. Graells y G. Dotil, 1601. Di quest'opera si fecero otto edizioni [in realt 6: 2 a ed.: stesso luogo e tipografo, 1604; 3 a ed.: Barcelona, en la imprenta de J. Candrar, 1604; 4 a ed.: Barcelona, en la imprenta de G. Graells, 1613; 5 a ed.: Madrid, por L. Sanchez, 1617; 6 a ed.: Girona, emprenta de G. Garrich, 1620] . Fu il Serpi anche autore della Chronica de los santos de Sardea, Barcelona, en casa de S. de Cormellas, 1600, in-4; e della Apodixis sanctitatis Sancti Georgii suellensis episcopi, Paulo V, pont. maximo dicata, Romae, apud J. Mascardum, 1609, in-8 [2 a ed.: Apodixis sanctitatis episcoporum Luciferi calaritani et Georgi suellensis, Romae, apud J. Mascardum, 1609] . L'autore della Biblioteca francescana, citando qualche altro di lui opuscolo, d dell'autore un cenno assai singolare sull'autorit del Wadingo: cum quadam nocte cum suis confratribus religiose et hilariter conversaretur, die sequenti mane diluculo perquisitus, non est inventus in cubiculo, neque alibi; neque in hunc usque diem sciri potuit quid de homine actum sit, aut qualiter ab omnium oculis evaserit.
[1509] A. Brondo, Commentariorum, paraphrasum, conceptuumque praedicabilium, ac disputationum in Apocalypsim, prior tomus, Romae, ex typis A. Spada, 1612.
[1510] G. Carta, Gua de confessores y practica de administrar los sacramentos en especial el de la penitencia, Sacer, en la imprenta de M. de Castelvy, por G. Seque, 1640, altra ed.: Sacer, en la imprenta de G. Castelvy, por A. Beati, 1681.
[1511] G. E. Madao, Summa de la theologa moral o instrucin de confessores, Caller, en la imprenta A. Galcerin, por H. Martin, 1653, in-4.
[1512] E. G. Soto Real, Doctrina sacra, et laconica instructio theolgica, Toleti, Beneventi, 1679, in-4. Explicacin provechosa sobre el Exodo, Madrid, por J. de Paredes, 1677, Madrid, in-4. Vari discorsi stampati in Macerata nel 1633, (Sermoni varii, Macerata, por los herederos de Grisei y Picini, 1633) ed in Spoleto nel 1663 (Orationes et resolutiones morales, Spoleto, 1663). Vida del venerable servo de Dios Joseph Calasanz, Madrid, por J. de Paredes, 1675. Epitome de Sardea y de su corte Caller, Madrid, por J. de Paredes, 1672. Explicacin de las iniquas operaciones del Antichristo y de sus precursores y figura, Madrid, por J. de Paredes, 1676.
[1513] G. Pilo Frasso, Verbum caro factum scholasticis rationibus, scripturae, conciliorum, et sanctorum patrum testimoniis mirandum simul et adorandum proponitur, Viennae Austriae, typis J. B. Schilgen, 1724, in-folio. Stamp anche in Vienna nel 1716 le sue orazioni panegiriche in-4 (Oraciones panegricas, Viena de Austria, en la imprenta de I. D. Vojgt, 1716), e poscia le seguenti due opere: Discurso moral predicable perteneiente al peligroso estudio de muchos en puntos de religin, Viena de Austria, en la imprenta de Su Magestad, 1730, in-4; Reflexiones sobre la carta de un estudioso sin nombre escritas, Viena, en la imprenta de la Universidad, 1731, in-4.
[1514] J. Pinto, Christus crucifixus, sive selectorum ex scriptura universa locorum in certas classes pro variis Christi titulis digestorum nova et accurata discussio, Lugduni, tomo 1: sumptibus C. Landri, 1624; tomo 2: sumptibus C. Dufour, 1644. Le altre due parti non furono pubblicate.
[1515] Vedi G. Cossu, Citt di Cagliari, cit., cap. 12.
[1516] J. Passamar, Decreta, cit.
[1517] N. Cani, Costituciones synodales del obispado de Bosa, dispuestas y ordenadas en la synodo a los 10 henero 1729, Caller, en la emprenta de S. Domingo, por D. Muscas, 1729.
[1518] Del cardinale Pipia si parla specialmente da Mario Guarnacci, Vitae et res gestae pontificum romanorum, Romae, sumptibus Monaldini, 1751 (continuazione dell'opera di A. Chacon, Vitae et res gestae pontificum romanorum a S. E. R. cardinalium, ab initio nascentis ecclesiae usque ad Clementem IX, Romae, sumptibus de Rubeis, 1677), tomo 2, col. 449. Vedi A. F. Mattei, Sardinia sacra, cit., Ecclesia Arborenses, nel proemio. Mor nel 1730 onorato eziandio della incumbenza di cardinale protettore della corona di Sardegna.
[1519] Historia del famoso predicador fray Gerundio de Campazas alias Zotes, escrita por el liceniado D. Francisco Lobon de Salazar, ecc. (Madrid, en la Imp. de D. Gabriel Ramrez, 1758). Sotto questo nome si cel nella met dello scorso secolo il padre Isla, scrittore applauditissimo in Ispagna e degno di esser maggiormente conosciuto altrove. Si fece un'edizione recente di tal opera in 5 volumetti (Madrid, Libreria de Ramos, 1820).
[1520] G. Olives, Commentaria et glosa, cit. 1 a ed.: Madrid, in aedibus A. Gomezii et P. Casin, 1567; 2 a ed.: Sassari, ex typis D. A. Canopolo, per B. Gobettum, 1617; 3 a ed.: Calari, ex typis conventus S. Dominici, apud J. B. Cannavera, 1708; 4 a ed.: Calari, ex typogr. P. Borro, per G. N. Garimberti, 1725.
[1521] Li commenti di F. Vico, Leyes y pragmticas, cit., ebbero quattro [non cinque] edizioni. 1 a ed.: Napoles, en la emprenta real, 1640; 2 a ed.: Caller, en el convento de S. Domingo, 1680; 3 a ed.: Cagliari, en la emprenta di J. B. Galcerin y Fortesa, 1714; 4 a ed., la migliore: en Sasser, en la emprenta de J. Piattoli, 1781.
[1522] J. Dexart, Capitula, cit., 1 a ed.: Calari, ex typis A. Galcerin, apud B. Gobettum, 1645; 2 a ed.: Calari, ex typographia P. Borro, por G. N. Garimberti, 1725.
[1523] Vedi vol.II, pp. 179 e 182.
[1524] J. Dexart, Selectarum juris conclusionum in sacro regio sardiniensi praetorio digestarum et decisarum centuria, Neapoli, ex officina J. Caffari, 1646, 1 vol. in-folio. Si hanno pure di lui alcune allegazioni stampate (Patrocinium juris pro Angelo Virde, contra Antonim de Sillent, in-folio, 16 p., s. n. t.; Patrocinium juris pro creditoribus villae de Gestori, contra Dominum ejusdem Villae, in-folio, 20 p., s. n. t.; Pro Nob. D. Francisco Zapata, contra Nob. D. Antoniam Barbar Zapata, Calari, ex typis A. Galcerin, apud B. Gobettum, 1630, in-folio).
[1525] F. Bellid, Capitols de cort del Stament militar de Sardea, ara novament stampats, ab son repertori,  despesas de dit Stament, Caller, per V. Sembenino, Impressa di N. Canyellas, 1572, in-folio. P. G. Arquer, Capitols de cort del Stament militar de Sardenya ora novament restampats y de nou aadits ab molta diligencia y curiositat reunits, Caller, por F. Guarnerio, impr. J. M. Galcerino, 1591.
[1526] N. Pilo, Flores sententiarum omnium utriusque jurisprudentiae, uberius et castigatus quam antea, alphabetica serie ubique retenta, utiliter collecti, Romae, apud J. B. Roblettum, 1639, in-8. L'editore di quest'opera fa menzione delle precedute edizioni.
[1527] P. Quesada-Pilo, Controversiarum forensium utriusque juris miscellaneam conficientium, Romae, typis A. Bernab, 1665, in-folio. Altra edizione col titolo: Controversiarum forensium rerum praticabilium, Romae, typis A. Barnab, sumptibus J. Corvi, 1666, in-folio. Dissertationum quotidianarum juris in tribunalibus turritanis controversi, tomus primus, Neapoli, ex regia typogr. A. Longhi, 1662, in-folio [il secondo tomo non fu mai edito] .
[1528] P. Frasso Pilo, Tractatus de regio patronatu, cit.
[1529] L'opera del primo F. Piquer, Patrocinia forensia XII [raccolta di allegazioni forensi a stampa, che lo stesso Piquer riun e numer dal I al XII, datate Cagliari, dal 30 novembre 1642 all'8 dicembre 1649] , e quella del secondo G. Alivesi, Controversiarum forensium [senza frontespizio] , sono pi volte citate dal Frasso nella sua opera test mentovata.
[1530] Le opere del Giasone hanno regolarmente il volume separato De actionibus commentato da vari interpreti, e fra questi dal nostro Carcassona, il quale distinse le sue chiose con apporvi il suo cognome o la parola Sardus [si tratta dell'opera di Jason del Maino, De Actionibus lectura praeclarissima [] novissime per Do. Antonium Carcassonam Sardum, Lugduni, B. Fraenus, 1556] .
[1531] G. F. Fara, Tractatus de essentia infantis, proximi infanti, et proximi pubertati, Florentiae, apud Juntas, 1567, in-8. Si trova pure quest'opera inserita nella collezione dei cos detti trattanti.
[1532] Tra questi alleganti meritano di esser citati, come pi commendevoli, don Antonio Canales de Vega, che scrisse con buona lingua latina quaranta consulti, componenti un vol. in-4 [in diversi tempi dati alle stampe in Cagliari] , don Giovanni Maria Tanda, don Girolamo Meli Escarchioni, don Antonio Cani, Pietro Diego Cocco de Haro, ed il professore in Cagliari Francesco Aleo, il quale oltre alle sue [Sucessos generales de la Isla y Reyno de Sardea, (manoscritto); Historia cronolgica y verdadera de todos los sucessos y casos particulares sucedidos en la Isla y Reyno de Sardea del ao 1637 al ao 1672 (manoscritto)] pubblic anche le scritture di alcuni altri dottori in essa citt nel 1637 [Consilia diversorum auctorum a J. U. D. Francisco Aleu caralitano in unum congesta, Calari, 1637] . Potrei anche fra i giurisperiti comprendere don Francesco Ansaldo Pilo di Sassari, di cui G. Cossu (Della citt di Sassari, cit., cap. 12) d l'idea la pi vantaggiosa, descrivendolo guerriero arditissimo; giurisperito di tal valore che, andato a concorso per una cattedra di legge in Pisa, l'ottenne tosto fra i molti competitori, come avea prima ottenuto nella stessa universit una cattedra di filosofia; e filologo insigne, scrittore di una miriade di opere ed opuscoli di varia e disparata natura. Ma questa stessa ridondanza di glorie diverse fu quella che mi di occasione prima a metter tempo in mezzo nel mio giudizio, e poscia a rimanermene. Per dir il vero io aombrava gi nel leggere una cos strana mescolanza di fatti e quel mondo di scritture. Ma rispettando l'autorit dello storico, m'induceva solo a sospettare che gli studi dell'Ansaldo, il quale stans pede in uno pot dettare trattati teologici, medici, filosofici, poesie latine, italiane, spagnuole, vite di santi, osservazioni sovra Tacito, storie generali e particolari, opere di matematica, di politica, dizionari, ecc., fossero stati al pari degli studi degli altri disputatori de omni scibili, che ebbero pi vena che diligenza, tanto meno profondi quanto pi estesi. Giunse poscia ad aumentare le mie titubazioni il consiglio di un dotto mio amico, il quale, avendo alcuni anni sono frugato nelle carte rimaste dell'Ansaldo (giacch nissuna cosa ei pubblic colle stampe), non vi trov che informi abbozzi di cose triviali, e poche pagine d'inconcludenti scritture. Per le quali ragioni inclinai maggiormente a credere che il cav. Cossu nello scriverne sia stato aggirato dai trovamenti di chi volle spassarsi seco lui o col pubblico; e che tutto quell'elenco enciclopedico sia una grossa nidiata di farfalloni. In tale stato di cose io credo mio debito se non di smentire, di non accreditare almeno quella narrazione. Anzi considerando che quando si bee grosso si fa poco divario nell'ingozzare l'una o l'altra cosa, mi astenni anche dal toccare delle geste militari dell'Ansaldo col timore che col potesse del pari dormire lo scorpione. Ci nonostante, io desidero che da altra persona posta in grado di fare migliori ricerche si riduca al suo giusto valore il pregio e letterario e guerresco di questo cavaliere; il quale certamente non senza un primiero fondamento di vero merito fu preso per suggetto di esagerate laudi. In tal modo gli si restituir da un moderato scrittore quella riputazione, la quale non mai peggio si corrompe come da quelli che Tacito chiam in altro rispetto giustamente e profondamente: pessimum genus inimicorum, laudantes.
[1533] T. Porcell, Informacin y curacin de la peste de Zaragoza y preservacin contra peste en general, Zaragoza, en la casa de la viuda de B. de Nagera, 1565, in-4.
[1534] G. Farina, Medicinale patrocinium, cit. Epistola ad Marcum Antonio Alaymo, academiae panormitanae primum principem, in qua morbi historia quo dux de Montalto fuit vexatus describitur, Neapoli, ex officina J. Caffari, 1650, in-4. Apologia in curatione Catharinae Moncatae, ducissae Montisalti, In Valentino regio palatio, per V. Sacco, 1658.
[1535] P. Aquenza Mossa, Tractatus de febre intemperie sive mutaciones vulgariter dicta Regni Sardiniae, Matriti, ex typ. E. Ruiz de Murga, 1702 in-4. De sanguinis missione libri IV contra Erasisfratei Portiani dialogos IV. Quibus accedunt fragmentum ad doctrinam de venae sectione pertinens, atque historia quaedam de veneni exhibiti suspicione, Matriti, Typ. E. Ruiz, 1696.
[1536] A. Vico-Guidone, Ad praestantissimos archigymnasii Turrenae primariae universitatis doctores pro vulgari febre dignoscenda et curanda, consultatio, Neapoli, in-folio. Apodixis contra apologiam Michaelis Scofferii, Gerundae, ex typographia H. Palol, 1639, in-4. (M. Scofferio, medico genovese in Cagliari, avea pubblicato contro al Guidone la seguente opera: Apologia ad ea quae de febribus sassarensibus scripta sunt a doctore Andrea Vico Guidone, Genua, Ios. Pavone, 1639, in-16). Judiciale sacoma ad trutinam apologeticorum Antonii Galcerini, Sarrocchi, Marii Anelly, et Francisci Martis doctorum. Additur insuper antilogia pro anthracis curatione ab eisdem medicis perperam instituta, Gerundae, ex tipographia H. Palol, 1693, in-4. (Con questa scrittura si rispondeva alla seguente opera dei medici cagliaritani: Apologeticus sermo artium et medicinae calaritanae generalis Academiae doctorum adversus doctoris Andreae Vico Guidonis de morbis in civitate Sassaritana vagantibus consultum a. 1638, Neapoli, apud Roncagliolum, 1639).
[1537] G. A. Fancello, El flebotomista instruido a beneficio de la publica salud para todas las operaciones que puede exercer un sangrador, Caller, en Santo Domingo, in-4 (si pu credere stampato nel 1730 o circa). Nella prefazione l'autore annunzia che avea sotto il torchio altra opera intitolata: Epitome de la anatoma y chirurga, Caller, en Santo Domingo.
[1538] N. Giraldi, Riflessioni notomiche sopra le censure ultimamente date alla luce contro al dottissimo medico Ermanno Boerhaave dal signor Gaetano Petroli, Roma, Stamp. di A. Fulgoni, 1763, in-4. Bench questi due ultimi autori abbiano scritto dopo i tempi dei quali tratto, pure avendo fiorito prima della riforma delle due universit, doveano esser qui mentovati.
[1539] F. Manca de Prado, Aristotelis philosophiae selecta expositio thomistica, quaestionibus ac dubiis illustrata, Messanae, per J. F. Bianco, 1636 [non 1638] , in-folio.
[1540] G. Deu Abella, Euclides geometra especulativa y practica de los llanos y solidos, en Zaragoza, por F. Revilla, 1723, in-4. Egli s'intitola dottore in legge, gi governatore di Castellaragonese ed aggregato allo stato maggiore di Saragozza.
[1541] M. Prez de Xea scrisse un'opera inedita: De la defensa de las plassas. Pubblic: Preceptos militares, orden y formain de esquadrones, Madrid, por la Viuda de A. Martin, 1632, in-4.
[1542] G. Sambigucci, In Hermathenam Bocchiam interpretatio, Bononiae, apud Ant. Manutium Aldi filium, 1556.
[1543] Con vocabolo greco Hermathena.
[1544] Vedi vol. I, nota 508.
[1545] G. P. Nurra, De varia lectione adagii: BAMMA SARDINIAKON, tinctura sardiniaca, dissertatio, Florentiae, apud P. Martini, 1708.
[1546] Scrissero di lui con encomio i giornalisti di Lipsia e quelli di Trevoux. Molti elogi del Nurra si leggono anche nella raccolta Clarorum virorum ad Antonium Magliabecchium.
[1547] A. Maccioni, Arte y vocabulario de la lengua Lule y Toconote, Madrid, por los heredes de J. G. Infanzone, 1732, in-8.
[1548] A. Maccioni, Descriptin chorogrphica del terreno, ros, arboles, y animales de las dilatadssimas provincias del Gran Chaco, Gualamba, y de los ritos y costumbres de las innumerables naciones brbaras y infieles que las habitan, en Cordoba, por J. S. Balbas, 1733, in-4. Scrisse anche la vita di sette Gesuiti sardi, missionari nella provincia del Paraguai, Las siete estellas de la mano de Jess. Tratado histrico de las admirables vidas de siete varones illustres de la compaia de Jess, naturales de Cerdea, en Cordoba, por J. S. Balbas, 1732, in-4; ed un'opera intitolata: El nuevo superior religioso, instuido en la pratica y arte de governar, en el puerto de S. Mara, en la imprenta de R. Gmez Guiracen, 1750, in-4.
[1549] G. F. Fara, De rebus Sardois, cit., lib. I. Il volume secondo, contenente il 2, 3 e 4 libro dell'opera, protratta fino all'anno 1554, giacque per due secoli occulto in un'antica biblioteca in Cagliari. Fattasene la scoperta nel 1758, circol subito in tutta l'isola per mezzo di varie copie manoscritte. Fu ristampato il libro I nella raccolta del Burmanno (P. Burmann, Thesaurus antiquitatum et historiarum Italiae, Neapolis, Siciliae, Sardiniae, Lugduni Batavorum, Van der Aa, 1704; 1725) ed in quella del Grevio (J. G. Graevius, Thesaurus antiquitatum et historiarum Italiae, Lugduni Batavorum, 1704-23, tomo XV).
[1550] Il Fara saviamente diede alla sua compilazione il titolo semplice: De rebus Sardois.
[1551] Vedi a p. 62 la notizia della di lui opera legale. Per le altre vedi F. Vico, Leyes y pragmticas, cit., parte 6, cap. 16.
[1552] F. Vico, Historia general, cit.
[1553] Vedi vol.II, p. 179.
[1554] S. Vidal, Annales Sardiniae, Florentiae, typ. Sermartelliana, 1639, 3 voll. in-folio, 1 a ed.: Florentiae, ex typographia Sermartelliana, 1639; 2 a ed.: 3 voll. in-4, Mediolani, typ. P. Cardi sub signo Fortunae, 1645. Fu inserita quest'opera nella collezione del Grevio (J. G. Graevius, Thesaurus antiquitatum, cit.) tomo XV. L'acrimonia con cui in questi annali e nell'altra opera intitolata: Clypeus aureus excellentiae calaritanae, Florentiae, typis P. Papinii et F. Sabatinii, 1641, in-4, scrisse l'autore contro al Vico, obblig questo a rispondergli coll'opera seguente: Apologatio honorfica del doctor D. Francisco Vico a las obiecciones que haze a su historia general et P. Fr. Salvador Vidal en su libro intitulado: Clypeus aureus ecc. Madrid 1543. Scrisse anche il Vitale a difesa della capitale: Propugnaculum triumphale in adnotationes sive censuras auctoris innominati contra Annales Sardiniae, Mediolani, per Malatesta fratres, 1643, in-4; e poscia: Respuesta al historico Vico, Venetiis, 1644, in-4. Scrisse anche un mondo di altre opere ed opuscoli di varia materia, delle quali non monta il pregio di dare distinta contezza. Sarebbe fra queste la pi importante una sua storia di Milano (Theatrum triumphale mediolanensis urbis magnalium, Mediolani, a Malatestis, 1644), se il nome dell'autore fosse meno screditato.
[1555] S. Arquer, Sardiniae brevis historia et descriptio, cit., fu inserita in S. Munster, Cosmographiae universalis, cit.
[1556] G. Arca, Naturalis et moralis historiae de regno Sardiniae libri VII: de origine et fortitudine Barbaricinorum libri duo [codice manoscritto] , in-4.
[1557] La di lui storia sarda (P. Quesada Pilo) in lingua latina  un compendio del Vico. Vedi p. 62.
[1558] G. Aleo, Sucessos generales, cit.
[1559] Vedi vol.II, note 397 e 542.
[1560] G. B. Buragna, Batalla peregrina, cit. Egli scrisse anche e pubblic una sua difesa contro ad alcune imputazioni dategli in quella citt; ed  intitolato il suo opuscolo: El ministro acrizolado, s. n. t., in-4.
[1561] G. Arca, De sanctis Sardiniae libri tres, Calari, typ. J. M. Galcerin, 1598.
[1562] D. Serpi, Chronica, cit., Apodixis sanctitatis Sancti Georgii, cit., come alla nota 154.
[1563] S. Esquirro, Santuario de Caller, y verdadera historia de la invenin de los cuerpos santos hallados en la dicha ciudad y su arzobispado, Caller, A. Galcerin, 1624.
[1564] D. Bonfant, Triumpho de los Santos desta isla de Cerdea, Caller, Galcerin-Gobetti, 1635. Dell'invenzione che, correndo quelli stessi tempi, si fece nella basilica di S. Gavino di Torres di vari antichi depositi, scrissero Francesco Bastelga, segretario dell'Inquisizione, Relacin summaria de la invencin de muchos cuerpos santos en la Iglesia de San Gavino de Torres, Barcelona, por S. Mathenet, 1615; G. Manca Cedrelles, Relacin breve dela invencion de los cuerpos de los illustrissimos martires San Gavino, S. Proto y S. Januario por el mes de Junio 1614, en el templo de la ciudad antigua de Torres, Madrid, L. Sanchez, 1615; ed il dottore Martino Bologna, Manual de memorias antiguas de Cerdea, Sacer, 1739 [ l'unica volta che si trova notizia di tale volume] . Fra gli autori di opuscoli di egual natura si trovano i nomi del padre Francesco Boyl, mercedario, gi mentovato a p. 58 (Nuestra Seora del Puche, camara angelical de M.SS., patrona de la insigne ciudad y reyno de Valencia, Valencia, por S. Esparsa, 1631); del dottore Antonio Martis d'Oristano (Brevis relatio, cit.); del padre Leonardo Carta, minore osservante (Vida y admirabile doctrina del venerable Juan Escoto, Caller, en la emprenta Galcerin, por H. Martin, 1657, 2 a ed.); del dottore Antioco Strada cagliaritano (Relazione della morte che ha patito in Algeri il padre Francesco Cirano sardo della citt di Sassari, tradotta dallo spagnuolo, Torino, per gli eredi di A. Bianchi, 1605); di Fr. Pacifico Guiso-Pirella (Historia de las heroicas virtudes, relacin de los portentosos milagros, vida, muerte e culto de B. Salvador de Horta, Caller, en S. Domingo, por D. Muscas, 1732 [non 1731] ); di don Agostino Tola (Thesoro escondido de la religin christiana en el qual se prueva con muchos y fuertes fundamentos que el emperador Constantino Magno es santo, Roma, por F. Cavalli, 1656; La corona de los triumphos de los santos del reyno de Serdea, en el qual se prueva que Santa Elena, madre del emperador San Constantino el Magno, fue de Serdea, Roma, per F. Caballo, 1658); e di molti altri.
[1565] Vedi vol.I, p. 175.
[1566] V. Baccallar y Sanna, Monarqua Hebrea, Madrid, por G. Ramirez, 1749-50 [non 1702; tra l'altro si tratta della 2 a ed.] , 2 voll. in-4; Genova, por M. Garbizza, 1719, 4 vol. in-8, tradotta in lingua franzese dal signor Antonio di La Barre di Beaumarchais, a la Haye, chez A. et V. der Kloot, 1727, 4 voll. in-12.
[1567] Vedi L. G. Michaud, Biographie universelle ancienne et moderne, Paris, Michaud frres, 1811-28, tomo 40, art. S. Philippe; ed il Dizionario storico di M. L. Chaudon e A. F. Delandine, Nouveau dictionnaire historique, au histoire abrge de tous les hommes qui se sont fait un nom, Lyon, Bruyset, 1804, tomo 2, art. Baccallar.
[1568] V. Baccallar y Sanna, Commentarios de la guerra de Espaa desde el principio del reynado del rey Phelipe V hasta la paz general, il primo volume fu stampato in Genova in-folio [ privo di note tipografiche, si pensa nel 1720] , poscia in 2 voll. in-4 in Madrid, bench col luogo di Genova senza data di anno (en Genova, por M. Garvizza). Una terza edizione se ne fece in Madrid colla stessa data di Genova, e colla continuazione [en Genova, por M. Garvizza, 1792-93, 2 voll. in-4. La continuazione: Memorias polticas y mylitares para servir de continuacin a los commentarios del marqus de S. Felipe por Don Ioseph del Campo-Raso, Madrid, en la officina de B. Cano, 1792-93, 2 vol. in-4] . Fu tradotta quest'opera in franzese dal cav. di Mandave; e pubblicata colla data d'Amsterdam (Parigi), 1756, in 4 voll. in-12, col titolo di cui alla nota 120.
[1569] Vedi N. Lenglet Du Fresnoy, Mthode pour tudier l'histoire, Paris, Debure pre, 1772, tomo 10.
[1570] Vedi N. Lenglet Du Fresnoy, Mthode pour tudier l'histoire, cit.
[1571] V. Baccallar y Sanna, Mmoires, cit., lib. IV.
[1572] A. De Lo Frasso, Los diez libros de la fortuna de amor, compuestos por Antonio del Frasso, militar sardo de la ciudad de l'Alguer, Barcelona, 1573. Egli scrisse anche un'altra opera poetica intitolata: Los mil y dozientos consejos y avisos discretos sobre los siete grados y estamentos de nuestra humana vida, Barcelona, en la imprenta de P. Cortey y P. Malo [1571] . Comincia colla narrazione della vittoria di Lepanto in ottava rima; segue una sua epistola ai figli Alfonso e Scipione; e vengono quindi li 1.200 consigli di tre versi settenari cadauno.
[1573] M. Cervantes Saavedra, El ingenioso hidalgo don Quixote de la Mancha, Madrid, por I. Cuesta, 1605, parte 1, cap. 6.
[1574] Qu'en los consejos de amor / Los que matan son los sanos.
[1575] Tal  fra gli altri un dialoghetto fra li due amici Bras e Gil (lib. VIII):

D Bras que te tiene muerto
Que trasmudas el color?
Gil. Humo locura y amor
No puede estar encubierto.

Tal  pure l'altro dialogo (lib. X), in cui ricorrono sempre in bocca ad una giovanetta, consigliata dalla madre a prender parte nella gioia delle compagne, questi due cari versicciuoli:

Pues no soy bonita
No me buscarn.
[1576] Le rime di Pietro Delitala furono col titolo di Rime diverse stampate in Cagliari, per G. M. Galcerino [1595] .
[1577] G. Delogu Ibba, Index libri vitae cui titulus est Jesus Nazarenus rex Iudaeorum, in oppido Villae Novae Montileonis, in praelo RR. PP. servorum, por, J. Centolani, 1736, in-4.
[1578] G. B. Buragna, Ramillete espiritual, compuesto de las ms suaves y odorferas flores del mayor y ms excellente sacramento, el Santssimo de la Eucharestia, Napoles, por J. Paxero, 1622, in-8.
[1579] G. Delitala Castelv, Cima del monte Parnaso Espaol, con las tres musas castellanas Caliope, Urania y Euterpe, Caller, por H. Martin, 1672, in-4.
[1580] G. Gillo y Marignacio, El triumpho, cit.
[1581] J. Zatrilla y Vico, Poema heroyco, al merecido aplauso del nico orculo de las Musas Soror Iuana Ies de la Cruz, Barcelona, en la casa Carmellas, 1696. Fu egli anche autore d'un romanzo spagnuolo intitolato: Engaos y desengaos del profano Amor, Neapoles, por J. Roseli, 1687, 2 voll. in-4; del quale si f poscia un'altra edizione in Barcelona, L. Bezares, 1756.  questo romanzo intarsiato di molti squarci poetici non privi di merito; e potrebbe perci la di lui scrittura esser paragonata a quella del Lo Frasso.
[1582] V. Baccallar y Sanna, Los Tobas, su vida escrita en octavas, [Madrid, 1709] e 2 a ed.: Madrid, por G. Ramirez, 1746, in-4.
[1583] Le poesie sarde dell'Araolla intitolate: Rime spirituali, furono stampate in Cagliari nel 1597 [G. Araolla, Rimas diversas spirituales, Calaris, par J. M. Galcerinu, 1597, in-8] . Pubblic anche in ottava rima sarda la vita di san Gavino martire [Sa vida, su martiriu et morte de sos gloriosos martires Gavinu, Brothu at Gianuari ] , stampata prima a Cagliari [e non a Roma] nel 1582 [Caller, stampa de N. Canyelles, por F. Guarneri, 1582] , e poscia a Mondov [non a Madrid] nel 1615 [Mondov, presso G. T. de Rossi, 1615, in-8] . Lo stesso tema fu trattato dal vescovo Antonio Cano sassarese in versi sardi, stampati senza data [A. Cano, Sa vitta et sa morte et passione de sanctu Gavinu, Prothu et Januariu, s. n. t. [1557] , in 12] .
[1584] De foras tottu bianca, e intro bruna. / Et fettit in sas almas commistione / De varias attendencias ambiziosas / Cun duas caras naschende una persone.
[1585] Et de piantu bagnai pinna et pabiros.
[1586] Vedi p. 65.
[1587] Lu visi postu in se totu suspesu / Quale homine qui tengiat in sa mente / De narrer meda, et s'organu hat offesu.
[1588] Fontana marmorea di ricca e bella struttura presso a Sassari.
[1589] Quantu sas doighi figias de Rosellu / Qui dulchemente pianghen a d'ogniora / Et de su piantu insoro restat bellu.
[1590] Vedi p. 65.
[1591] Dipintura giustissima del castello di Cagliari.
[1592] Qui sende mortu ti reputen vivu.
[1593] La vita di Carlo Buragna fu scritta in lingua latina da Carlo Susanna e trovasi premessa all'edizione delle di lui poesie fatta in Napoli nel 1683 [C. Susanna, Poesie del signor Don Carlo Buragna, colla vita del medesimo, Napoli, per S. Castaldo, 1683] . Bench in questa vita chiamisi Carlo nativo d'Alghero, ho certa contezza del contrario.
[1594] Vedi p. 70.
[1595] Vedi vol.II, p. 182.
[1596] Leonardo da Capua, Parere, dovisato in otto ragionamenti sopra l'origine e il progresso della medicina e l'incertezza manifesta della medesima, Napoli, 1681.
[1597] Vedi sulla parte presa dallo Schettini nel risorgimento della volgare poesia italiana il giudizio di G. M. Crescimbeni, Istoria della volgar poesia, Roma, per il Chracas, 1698, lib. III, art. 97.
[1598] G. M. Crescimbeni, Istoria, cit., lib. III, art. 98.
[1599] G. Mazzuchelli, Gli scrittori d'Italia, Brescia, Bossini, 1753-63, vol. 2, parte 4, all'articolo Buragna.
[1600] N. Ammenta, I rapporti di Parnasso, Rapp. 1, pp. 4, 5; nel Giornale de'Letterati d'Italia", 24 (1733), p. 30; e in L. Nicodemo, Addizioni copiose di Lionardo Nicodemo alla biblioteca napoletana del D. Niccol Toppi, Napoli, S. Castaldo, 1683, p. 151.
[1601] Le notizie contenute in questo libro sono tratte dalle memorie del marchese di San Filippo [V. Baccallar y Sanna, Mmoires, cit.] gi citate alla nota 214, e dalle carte serbate in questo regio archivio di corte, che diligentemente sono state da me esaminate. Credo perci inutile il proseguire le citazioni a pi di pagina, che pei tempi pi lontani ho stimato opportune a conciliare maggior fede alla narrazione. Per quanto poi ragguarda al suggetto degli altri due libri, baster il notare che sono state a tal uopo consultate da me non solo tutte le carte di governo riposte nel suddetto archivio e nel ministero degli affari interni, ma le pi importanti anche fra quelle che sono custodite nel particolar archivio del ministero della guerra e dell'azienda di finanze.
[1602] Vedi vol.II, p. 200.
[1603] Il marchese di Laconi fu uno di questi pochi; e quantunque egli non fosse allora provvigionato dal re, punto non scostossi in s duro frangente dalla persona di lui.
[1604]  meritevole di speciale ricordo il seguente tratto di fedelt castigliana. Le femmine le pi perdute di costumi concepirono in Madrid il disegno di cooperare anch'esse alla distruzione dell'armata degli alleati, che stanziava in quella capitale. Le pi vaghe perci addobbatesi con pompa, e con arte, quanta ne cape in donne di tal fatta, presentaronsi ne'quartieri dell'inimico. Seimila soldati presi a s turpe artificio perirono pressoch tutti vittime dell'infezione ricevuta. Il marchese di S. Filippo, raccontando il fatto, dice con ragione che la storia non d altro esempio di una fede portata infino a tal eccesso di empiet (tam impia lealdad).
[1605] Il marchese di Valero governava gi infin dell'anno 1704; perch il conte di Lemos riconosciuto inabile a sopportare il peso addossatogli, fu richiamato in Ispagna avanti che scadesse il primo anno del suo comando.
[1606] Allorch il conte di Thaun, generale degl'imperiali, prese a combattere le fortezze della citt di Napoli, tre soli fra i molti ufficiali rinchiusi nel Castel Nuovo resistettero alle minaccie ed alle liberali offerte de'nimici gi padroni della citt. In questo scarso numero di fedeli annoveravasi il gentiluomo sardo don Domenico Loi.
[1607] Furono i pi distinti fra questi il conte del Castiglio e don Giuseppe Masones.
[1608] Don Michele e don Antonio Ruiz. Vedi p. 107.
[1609] L'imperatore in tal occasione con carta reale del 1 febbraio 1715 un al regio tesoro i diritti che le corti aveano stabilito, acci servissero di stipendio ai reggenti nazionali del Supremo Consiglio, e concedette loro uno stipendio fisso di ottomila fiorini annui per ciascun reggente. Coprivano allora tali cariche in Vienna il marchese di Villasor e don Giovanni Battista Cugia.
[1610] Chiamavasi egli don Pio Deravizza. La carta reale ragguardante alla creazione di tale nuova carica  del 15 dicembre 1715.
[1611] Quello stesso di cui si parl alla nota 252.
[1612] In questi anni ne'quali le cose pubbliche della Sardegna non offrono alcun fatto ricordevole, non devesi lasciar di notare come alcuni de'Sardi, che costanti nella loro fede verso Filippo militavano sotto le sue insegne, segnalarono nelle campagne spagnuole la loro prodezza. Il marchese di S. Filippo rammenta con molta lode il coraggio mostrato da don Giuseppe Delitala, quando stringeasi vivamente dal maresciallo di Berwich l'assedio di Barcellona. Nell'azione la pi calda di tal assedio, cio nell'attacco del bastione detto di S. Chiara, riputato dai Catalani il fondamento maggiore di loro sicurezza, fu dovuto in gran parte al valore straordinario di quell'uffiziale se i Franzesi e gli Spagnuoli poterono impossessarsi di quel baluardo dopo sforzi massimi e molto sangue versato. Egli marci il primo alla testa della sua compagnia e si mantenne poscia immobile nel suo posto per una intiera notte, malgrado degli sforzi nemici. Onde fu sul campo rimeritato col comando di quella stessa compagnia che come luogotenente avea s bene comandato in tale incontro.
[1613] I Sardi erano sessanta; i Tedeschi quattrocentoventisei.
[1614] Credo opportuno di qui inserire gli articoli principali del trattato della quadruplice alleanza soscritto in Londra nel 2 agosto 1718 (per quanto ragguarda alle convenzioni della cessione della Sardegna da farsi dall'imperatore al re di Sicilia Vittorio Amedeo), tratti da J. Dumont, Corps universel diplomatique du droit des gens, contenant un recueil des traits d'alliance, de pax, qui ont t faits in Europe depuis la rgne de l'empereur Charlemagne jusqu' present, Amsterdam, P. Brunel, 1726-31, tomo 8, parte 1, p. 533: His igitur tantis rationibus permoti convenerunt quod rex Siciliae insulam regnumque Siciliae cum omnibus suis dependentiis et annexis suae maiestati Caesareae restituet sublata penitus eius ad coronam Hispaniae reversione. II. Vicissim sua maiestas Caesarea cedet regi Siciliae insulam regnumque Sardiniae in eo quo illud a rege Catholico receperit statu, renunciabitque omnibus iuribus et actionibus in dictum regnum, pro se suisque haeredibus et successoribus utriusque sexus, in favorem regis Siciliae eiusque haeredum et successorum, ad illud deinceps, cum titulo regni, cunctisque regio axiomati annexis honoribus, perpetuo possidendum, prohut regnum Siciliae possederat: salva tamen uti supra dicti regni Sardinae ad coronam Hispaniae reversione, quando regem Siciliae absque posteris masculis, et totam domum Sabaudicam successoribus masculis destitui contingeret: caeterum ad eum plane modum, quo dicta reversio per tractatus traiectenses et per actum cessionis consequenter a rege Hispaniae factae pro Siciliae regno pacta, et ordinata fuit. III. Sua maiestas Caesarea confirmabit regi Siciliae omnes per tractatum signatum Taurini 8 novembris 1703 eidem factas cessiones tam illius partis ducatus Montisferrati, quam provinciarum, urbium, oppidorum de statu mediolanensi quae possidet IV. Sua Maiestas Caesarea agnoscet ius regis Siciliae eiusque domus succedendi immediate in regno Hispaniae atque ladiarum in casum, quando rex Philippus V eiusque posteri deficient hac tamen declaratione adiecta quod nullus princeps e domo sabaudica qui in regno Hispaniae succedet ullam unquam provinciam seu ditionem uno tempore possidere in continenti Italiae possit, et quod in eum casum istae provinciae devolventur ad principes collaterales istius domus, quorum unus post alium secundum proximitatem sanguinis in iis succedet. V. Sua maiestas Caesarea et rex Siciliae mutuam tutelam seu guarantiam sibi praestabunt pro regnis et provinciis universis, quas actu in Italia possident, aut vigore huius tractatus eis obvenient etc. etc.".
L'articolo VI delle convenzioni relative alla pace di Cesare e di Filippo era cos concepito (ib. p. 531): Sua maiestas Catholica ad testificandam sinceram suam in tranquillitatem publicam voluntatem, consentit iis quae infra de regno Siciliae in commodum suae maiestatis Caesareae disponuntur, renunciatque pro se suisque haeredibus et successoribus maribus et foeminis iuri reversionis dicti regni ad coronam Hispaniae per instrumentum cessionis die 10 iunii 1713 diserte eidem reservato, amoreque boni publici, dicto actui 10 iunii 1713 in quantum opus est, item et articulo sexto tractatus, se inter, regiamque suam celsitudinem ducem Sabaudiae Traiecti initi, prout et generaliter omni ei derogat; quod retrocessioni, dispositioni et permutationi memorati regni Siciliae per praesentia pacta stabilitae, adversari posset; ea tamen conditione ut ius reversionis insulae et regni Sardiniae ad eamdem coronam eidem vicissim cedatur et asseratur, prout infra articulo secundo conventionum inter sacram maiestatem Caesaream, et regem Siciliae magis explicatur".
E siccome all'intelligenza della clausola apposta all'articolo secondo suddetto cedet regnum Sardiniae perpetuo possidendum, prout regnum Siciliae possederat" pu servire la notizia delle condizioni apposte nella cessione della Sicilia con l'atto soscritto in Madrid dal re Filippo nel 10 giugno 1713, ho pure stimato conveniente di qui inserire l'articolo V di tal trattato; bench riguardo alla materia contenutavi maggiori siano i chiarimenti che in appresso sar in grado di dare: art. V. Que hayan de ser mantenidos, y se conserven qualesquiera leyes, fueros, capitulos del reyno, privilegios, graias y exempiones, que al presente gosan y han devido gosar en my tiempo, y de mis predecessores assy el reyno, como qualesquiera comunidades seculares o ecclesiasticas, y todos los habitantes en aquel reyno, manteniendo a todos en comun y en particular las que tubieren, y sus leyes, constituciones, capitulos de reyno, pragmaticas, costumbres, liberdades y imunidades y exempiones  ellos concedidas, y concedidas por mi y los reyes mis predecessores tanto al comun del reyno como a las iudades, villas y lugares, y tierras, y a qualesquiera personas, assi ecclesiasticas como seculares, segun y como han uzado, y gosado, y debido uzar, y gosar de ellas". Vedi J. Dumont, Corps universel, cit., tomo 8, parte 1, p. 389.
[1615] Questo trattato  pure riportato da J. Dumont, Corps universel, cit., tomo 8, parte 1, p. 549, e fu soscritto in Londra nell'8 novembre, ed in Parigi nel 18 dello stesso mese. Dopo l'inserzione fattavi del precedente trattato della quadruplice alleanza, la convenzione  concepita come segue: Cumque porro rex tum Siciliae, quem vero nunc regis Sardiniae nomine appellari conventum est invitatus fuerit ut iisdem omnibus, et singulis plene ampleque accedere, et partibus contrahentibus sese adiungere vellet, cumque dictus rex Sardiniae mature perpensis conditionibus in tractatu, articulisque praeinsertis speciatim expressis, non solum declaraverit sese velle easdem acceptare, et accessione sua comprobare, verum etiam plenipotentiarum tabulas sufficientes ministris suis ad id opus perficiendum nominatis concesserit: quo itaque negotium tam salutare finem optatum consequatur nos infrascripti suprafatum regem Sardiniae in tractatus praeinserti, articulorumque omnium eodem pertinentium, societatem plaenam atque omnimodam admisimus Proviso insuper quod omnia et singula de quibus conventum erat per articulos secretos contra dictum Sardiniae regem, per praesentem hanc eiusdem accessionem cessent prorsus atque aboleantur. Vicissim vero nos infrascripti regis Sardiniae ministri plenipotentiarii testamur hisce, spondemusque dicti regis nomine, quod praedictus rex et dominus noster accedit plene, ampleque tractatui, articulisque omnibus, et singulis ibidem praeinsertis: quod accessione hac solemni partibus contrahentibus sese adiungit; quodque vi vigoreque actus huiusce antedicta regis Sardiniae maiestas, tam pro se quam pro haeredibus suis et successoribus sese mutuo obligat et obstringit, maiestati suae Caesareae et Catholicae, maiestati suae Christianissimae, et maiestati suae Britannicae sese omnes et singulas conditiones, cessiones, pactiones, guarantias et fideiussiones in tractatu articulisque supra insertis expressas, memoratasque observaturam, praestituram, atque adimpleturam etc. etc.".
[1616] Questa convenzione soscritta in Vienna nel 29 dicembre 1718 e che serbasi in questo archivio di corte, non fu riportata dal Dumont. A questa ragione che mi muove ad inserire qui l'articolo decimo di tal trattato, dove si parla della maniera con cui dovea farsi al re di Sardegna la rimessione dell'isola, si aggiunge anche l'esser stata tal convenzione ignorata dal recente scrittore cavaliere Alberto Ferrero de La Marmora, Voyage en Sardaigne de 1819  1845, ou description statistique, physique et politique de cette le avec des recherches sur ses productions naturelles et ses antiquits, Paris, Delaforest, 1826; il quale per non aver avuto sott'occhio tal carta e le altre pi importanti che in appresso produrr, quando mi far a dar contezza della possessione presa del novello regno, scrisse nel libro I, cap. 5 di quell'opera, che per essere stata la Sardegna ceduta non dalla Spagna, ma dall'Austria, non avea avuto luogo ne'negoziati alcun patto che ragguardasse alla conservazione degli antichi privilegi del regno. L'articolo decimo sovracitato  cos concepito: La possession de la Sardaigne sera remise au roi  la premire entre dans le royaume, et ses places,  mesure qu'on les occupera, aux officers et troupes de S. M. Les revenus, et gnralement l'entire souverainet sera d'abord au pouvoir de S. dite M., au nom de la quelle le tout se fera; et les privilges des habitans de ce royaume seront conservs, comme ils en ont joui sous la domination de S. M. Impriale, et Catholique.
[1617] Vedi in J. Dumont, Corps universel, cit., tomo 8, parte 2, pp. 17 e 26 i due atti di adesione di Filippo soscritti nel 26 gennaio e 17 febbraio 1720.
[1618] Una delle maggiori difficolt era la restituzione, invano desiderata da Filippo, della importantissima rocca di Gibraltar occupata dagl'Inglesi.
[1619] Vedi V. Baccallar y Sanna, Mmoires, cit., lib. IX, tomo 4, p. 32.
[1620] Ecco il tenore della plenipotenza di Cesare soscritta in Luxembourg nel 12 giugno 1720 e serbata in questo regio archivio di corte e nell'archivio civico di Cagliari: Nos Carolus VI etc. vigore praesentium notum testatumque facimus universis quorum interest, aut interesse quomodocumque potest, quod nos illustri et magnifico don Iosepho de Medicis de Hetruria principi Ottaiano etc. etc. potestatem plenam fecerimus prout vigore praesentiarum facimus, ut is nomine ac de mandato nostro regnum Sardiniae nobis a rege Catholico Philippo V vi tractatus Londini die 2 augusti anni 1718 initi, ac subinde a praefato rege die 17 februarii nuper solemniter acceptati, restituendum et cedendum ab eo, vel iis qui ad id a memorato rege Catholico facultate debita munitus, vel muniti fuerint, in suas manus ac potestatem, atque in supremum nostrum regium dominium, cum omnibus fidelissimis regni ordinibus, universisque tam ecclesiasticis quam civilibus et militaribus subditis ac vassallis recipiat, eosque omnes et singulos, postquam ii prius e iuramento fide ac subiectione regi Catholico forte antea praestito absoluti fuerint, in nostram potestatem ac tutelam reabsumat, fidemque nostram de conservandis eorum iuribus, statutis ac privilegiis interponat. Quod ubi peractum fuerit, potestatem ac facultatem supra eidem collatam ulterius eactenus extendimus et ampliamus mandantes, ut regnum, ordines, subditos, et vassallos, denique incolas eiusdem omnes, et singulos a fide et iuramento nobis praestito quantocius absolvat, et pro absolutis promulget, dictumque regnum, ac iam iterum memoratos ordines, subditos, et vassallos nemine excepto, eo modo ac forma, ac in praecitato tractatu londinensi cautum et praevisum est, in manus, potestatem ac supremum dominium serenissimi ac potentissimi principis Victorii Amedei Sardiniae regis, duci Sabaudiae et Pedemontium principis, pro se suisque haeredibus masculis et successoribus de manu in manum tradat, iusque omne quod in dictum regnum nobis competit aut competiit, in praefatum Sardiniae regem, aut eum vel eos qui ab eo ad id potestatem habent sub expressa tamen reservatione regni, regnicolorumque iurium, statutorum ac privilegiorum cedat ac transferat. Denique ea omnia agat, praestet, ac perficiat quae ipsi nos in hocce solemni receptionis, cessionis ac translationis actu agere, praestare ac perficere possemus, aut praestare vigore saepius citati tractatus londinensis tenemur; volentes ac mandantes, ut praefatus commissarius noster super eiusmodi receptionis, cessionis ac translationis actu plura instrumenta solemnia in perpetuum rei monumentum et fidem confici iubeat, eorumque alterum nobis reservet, alterum regi Sardiniae, et tertium ipsis regni ordinibus extradat, verbo caesareo, regio, atque arciducali pro nobis, haeredibus et successoribus promittentes, nos eiusmodi cessionem ac regni translationem pro rite, iuste valideque facta habituros, ac perpetuo agnituros etc. etc. etc. In quorum fidem etc.".
[1621] gli conduceva seco cinque battaglioni di fanteria ed il reggimento de'dragoni di Piemonte. Il conte di Campiglione passava al tempo stesso da Siracusa a Sassari con altri due battaglioni di fanti.
[1622] Le galee sarde, delle quali si parl pi volte in questa Storia, erano state riformate in questi anni ed inviate a Napoli.
[1623] Pe'miei nazionali non possono riescire indifferenti anche i minuti ragguagli appartenenti a quest'epoca tanto fausta per essi. Ecco pertanto un breve cenno di quanto si oper fra l'arrivo del principe d'Ottaiano e la cessione a lui fatta. Add 31 luglio: il principe d'Ottaiano pone piede a terra; ed il generale Desportes, comandante supremo delle truppe piemontesi (stanziate ne'sobborghi della capitale, dove era anche alloggiato il vicer barone di S. Remy), va dal principe a pigliar la parola. Il capitano generale spagnuolo don Gonzles Chacn gl'invia un drappello di truppe per guardia della sua persona; il principe ringrazia il capitano generale ed accetta dal generale Desportes una guardia piemontese. Al far della sera, visita privata del barone di S. Remy al principe. 1 agosto: il capitano generale accompagnato da trenta dragoni spagnuoli recasi a far visita al principe. L'ammiraglio Byngh, passato nella notte precedente dal capo Pula alla citt, va a desinare in casa del principe, insieme col barone di S. Remy. S'incominciano frattanto gl'inventari delle artiglierie e munizioni. Il principe rende la visita al capitano generale con eguale accompagnamento di dragoni piemontesi. 2 detto: concerti fra l'ammiraglio, il principe ed il capitano generale sulle forme dell'atto di cessione. Il principe  invitato a desinare dal barone di S. Remy. 3 detto: le truppe spagnuole escono della piazza e vi entrano i Piemontesi. S'inviano lettere per lasciar occupare alle nuove truppe le altre rocche dell'isola. 4 detto: si stipula l'atto di cessione all'imperatore. Le truppe spagnuole, le quali sommavano a quattromila soldati, finiscono d'imbarcarsi nel giorno 5.
[1624] Questa restituzione non ebbe poi luogo che nel 1724; avendo il re Filippo, per mezzo de'suoi plenipotenziari marchese di S. Filippo e visconte del Porto, esibito ai ministri del re di Sardegna conte di S. Nazario e conte di Gros la somma di scudi centomila; la quale bench inferiore al valore delle cose dovute fu per le circostanze de'tempi accettata. Vedi V. Baccallar y Sanna, Mmoires, cit., lib. X.
[1625] L'atto di tal cessione stipulato nel d 8 agosto 1720 e serbato in questo regio archivio di corte e nel civico di Cagliari,  del seguente tenore: Nos don Ioseph de Medicis de Hetruria, princeps de Ottaiano ex proceribus Hispaniarum, dux de Sarno, Campi venusti dominus, et in regno neapolitano unius militiarum cohortis ductor, et in hac parte commissarius et plenipotentiarius a sua maiestate Caesarea Catholica specialiter deputatus, tenore praesentium notum facimus: cum in tractatu pacificationis inter sacram Caesaream Catholicam maiestatem nec non inter Christianissimum et magnae Britanniae reges, die 2 augusti anni 1718, Londini inito, inter caetera conventum fuerit ut quando Hispaniarum Indiarumque rex Philippus V Sardiniaeque rex dicto tractatui intra tempus statutum accederent, regnum Sardiniae suae maiestati Caesareae Catholicae a rege Hispaniarum Philippo V restitui, idipsum regnum vero modo dicto Sardiniae regi cum ab eo dependentibus a sua maiestate Caesarea pro se suisque haeredibus et successoribus masculis in dicto tractatu nominatis illico cedi, tradi ac in eius supremum regium dominium transferri debeat; porro uterque modo praefatus rex dicto pacificationis tractatui londinensi, subinde intra praefixum et respective de communi contrahentium consensu prorogatum terminum accesserit; quod nos nomine ac voce S. M. C. C. vigore specialis mandati praefatum regnum et insulam Sardiniae una cum suis adnexis, connexis ac dependentibus et eo pertinentibus sacrae maiestati regis Sardiniae, Cypri, Hierusalem etc. etc. in vim et executionem dicti tractatus londinensis pro se suisque haeredibus et successoribus masculis ad manus domini Ludovici Desportes, domini de Coinsin, unius suarum legionum tribuni et locumtenentis marescalli in suis exercitibus et sui regii commissarii, hic praesentis et acceptantis pro sua S. M. regis Sardiniae et suis haeredibus ac successoribus praedictis ad acceptandum hocce regnum plena potestate muniti, prout ex tenore eius mandati pariter in fine huius actus appositi constat, per hunc solemnem actum in perpetuum cum pleno, supremo et absoluto dominio et omni iure regio cedimus, tradimus et abdicative transferimus; declarantes propterea absolutos prout vigore praesentis actus absolvimus omnes regni ordines a quocumque fidelitatis et subiectionis iuramento suae maiestati Caesareae praestito; cum assertione per dictum dominum Ludovicum Desportes nomine S. M. regis Sardiniae facta quod idem rex Sardiniae libenti animo confirmabit et observabit prout vigore praesentis confirmat leges, privilegia et statuta regni praedicti, eodem modo et forma quibus observabantur et reperiebantur in usu tempore dominationis suae maiestatis Caesareae. Hicce cessionis, traditionis et translatinis prout et acceptationis actus intra spatium duorum mensium aut citius, si fieri poterit, a sua maiestate Caesarea Catholica suaque maiestate regia Sardiniae ratihabebitur, et ratihabitionis instrumenta mutuo extradentur. Dat. Calari die 8, mensis augusti, anno Domini 1720. Praesentibus dominis archiepiscopo calaritanensi Bernardo de Carignena, et Pensa, marchione de Albis, et Efisio Eschirro, respective primis vocibus brachiorum ecclesiastici, militaris et regalis. Il prencipe di Ottaiano, plenipotenziario e commissario di S. M. Cesarea Cattolica, L. S., Desportes, commissaire plnipotentiaire, L. S.".
[1626] Fu egli poscia primo segretario di guerra col titolo di marchese di Cravanzana.
[1627] L'intendente generale spagnuolo destinato da Filippo V chiamavasi don Clemente d'Aguillar. Seguendo l'infausta politica colla quale si governarono in Sardegna gli Spagnuoli nel tempo dell'ultima invasione, egli si comport con tal asprezza, che fu alla fine ridotto a tale di dover camparsi di sfuggiasco e di nottetempo, per non cader vittima dell'effervescenza popolare provocata dalle sue avane.
[1628] Ecco come il conte di Mellarede ministro degli affari interni scriveva al barone di S. Remy in un'occasione in cui questi intendeva di ripigliare la giustificazione di alcune sue opinioni disapprovate gi dal re: Je prie au reste V. E. de me permettre de lui dire quant'aux espces de protestastion qu'elle fait, qu'elles ne servent pas pour un souverain auss clair que le ntre; et qu'il n'y a pas autre chose  faire que d'excuter ses ordres.
[1629] Il segretario di stato La Biche cos ne scriveva, fin dal primo suo arrivo, al conte di Mellarede: La noblesse y parait assez civilise, affable et avoir des manires; et tous varaissent avoir plaisir d'tre tombs sous la domination de S. M.
[1630] Fra i provvedimenti allora emanati devesi annoverare lo stabilimento del lazzaretto d'Alghero, di cui si principi l'edifizio nel 1722; ed il miglior ordinamento dato al magistrato generale di sanit.
[1631] Il marchese di Villaclara fu accolto dal re con particolar distinzione. Fu presentato dal ministro nell'appartamento superiore del regio palazzo, dove solea il re ammettere ad udienza i ministri degli altri sovrani. Il re aveva al suo fianco il principe di Piemonte; e rispose con molta dignit ed amorevolezza all'arringa detta in lingua italiana dal deputato del regno; il quale ebbe poscia dal re e dalla reale famiglia pubblica e solenne udienza. Il marchese di Villaclara accoppiava alla splendidezza de'natali molto studio di lettere; e la sua presenza nella corte riesc anche per ci molto onorevole per la nazione da lui rappresentata.
[1632] Le forme adoperate nel ricercare quel sussidio, e che adoperansi anche oggid negli atti tutti che esigono la cooperazione de'rappresentanti del regno, sono quest'esse: si scrivono dal re distinte lettere ai membri dello stamento ecclesiastico ed ai consigli delle citt componenti lo stamento reale, nelle quali si espone la dimanda del governo. Eguali lettere si distribuiscono ai membri dello stamento militare che trovansi presenti nella capitale. I tre stamenti talvolta si ragunano separatamente; ed inviano allora i loro deputati al vicer per conoscere pi specificamente il suggetto della congrega. Il vicer li riceve seduto, avendo a'suoi lati il magistrato della Reale Udienza; ed invia quindi due ambasciadori per spiegare estesamente a ciascuno stamento le deliberazioni che occorrono. Prese poscia da ogni stamento le determinazioni, e comunicate, ove d'uopo, a vicenda per mezzo di deputati, si trasferiscono di nuovo alla presenza del vicer i rappresentanti degli stessi stamenti ad offerire con pubblica arringa il sussidio o donativo. Alla quale arringa o risponde il reggente la reale cancelleria, o risponde il vicer per mezzo de'suoi ambasciadori inviati di nuovo agli stamenti. Il pi delle volte per gli stamenti ecclesiastico e reale manifestano la loro adesione per via di lettere; e la congrega non si fa che dallo stamento militare. Ma anche in tal caso l'offerta fassi in forma solenne con pubblica arringa de'deputati d'ogni stamento.
[1633] Per esser allora vacante la carica di gran cancelliere, furono supplite le veci nella presidenza del consiglio dal guarda-sigilli, presidente Riccardi. Era allora il consiglio composto oltre al presidente ed ai due reggenti, da un consigliere e da un avvocato del fisco; la scelta de'quali cadde per la prima volta nel senatore Richelmi e nell'avvocato Aguirre. Il nuovo ordinamento poscia dato al consiglio  del 3 dicembre 1732.
[1634] Al principio del governo vivevano solamente l'arcivescovo di Cagliari Carignena, di cui a p. 108, morto nel 1722; ed il vescovo d'Ales don Isidoro Masones, trapassato nel 1724. Rest allora unico vescovo in tutto il regno il vescovo d'Adra, in partibus ausiliario di Cagliari, di cui a p. 123, uomo di dubbio contegno e corrivo a tenzonar co'ministri del re; specialmente dopo che gli and fallita la fiducia che nudriva di esser dal re considerato nelle proposte per le sedi allora vacanti.
[1635] Fra i lavori di questo magistrato deve darsi pubblica lode alla relazione da lui compilata, per ordine del re, delle cose ecclesiastiche della Sardegna; opera questa di gran merito e ripiena di molta dottrina e di sottili e giudiziose indagini; la quale serbasi anche oggid dagli amatori delle cose patrie come un monumento dell'attivit e scienza di quell'egregio reggente (G. Beltramo, De jurisdictione, ossia Raccolta degli usi circa le materie ecclesiastiche nel Regno praticati e che trovansi di presente in osservanza e di quelli che possono essere andati in disuso, manoscritto datato 31 maggio 1728).
[1636] Vedi pregone del 6 marzo 1724, Editti, Pregoni ed altri provvedimenti emanati pel regno di Sardegna dappoich pass sotto la dominazione della R. Casa di Savoia sino all'anno 1774 [a cura di P. Sanna-Lecca] , Cagliari, Stamperia Reale, 1775, tit. 7, ord. 3.
[1637] Nella prima udienza avuta dal marchese d'Ormea parl egli con s nobile e rispettosa schiettezza, che il papa levandosi dalla sua sedia gli gitt le braccia al collo dicendo tornargli a gran soddisfazione il dover trattare con un uomo siffatto.
[1638] Il marchese d'Ormea richiesto dal re di dare specifica contezza del carattere di questo cardinale sardo, rispondeva: essere il cardinale Pipia di carattere freddo, ma onorato e prudente; non disposto per natura ad imprendere di sostenere con calore gli altrui interessi; ma pronto a fare que'passi giudiziosi che il suo zelo ed attaccamento per la persona del re gl'inspiravano; essersi egli nell'ultimo concilio condotto con una prudenza tale, che avea recato ammirazione ed aveasi conciliato l'affezione universale. Concorrere perci molte ragioni per fargli pronosticare, nella prima vacanza della sede, il papato".
[1639] In data del 25 ottobre 1726.
[1640] Questo trattato fu soscritto nel 30 aprile 1725.
[1641] Questa provvigione si f sotto la direzione del commendatore di Castell'Alfero mandato in Sardegna a tal uopo. Un altro ragguardevole invio di grosse artiglierie si f poscia nel 1754 con cinquanta pezzi di cannone a tal uopo comprati in Inghilterra e distribuiti nelle piazze di Cagliari ed Alghero.
[1642] Furono allora eletti all'arcivescovado di Cagliari l'abate Falletti di Barolo, a quello di Sassari il padre Costanzo Giordino, a quello d'Oristano il canonico don Antonio Nn, al vescovado d'Alghero il padre Giovanni Battista Lomellini, a quello di Bosa il padre M. Niccol Cani, il canonico Salvatore Ruiu alla chiesa d'Ales ed il padre M. Angelo Galzerin a quella d'Ampurias.
[1643] Vedi pp. 55-56.
[1644] Fra i padri italiani della compagnia di Ges venuti in quest'occorrenza in Sardegna rimase fra noi in maggior venerazione il ricordo del padre Vassallo, per la molta sua piet e per lo zelo singolare della sua predicazione.
[1645] Ritiene ancora il nome di questo vicer uno de'baluardi del castello cagliaritano. Si seguirono poi tali opere durante il governo de'due vicer successori; nel quale si pose mano anche a migliorare la fortezza d'Alghero.
[1646] Nel 1728 la popolazione dell'isola si trov superiore a quella verificata nel 1698 di 48.320 anime. Il ruolo della popolazione delle sette citt nel predetto anno 1728  il seguente: Cagliari 16.924; Sassari 13.733; Oristano 4.646; Alghero 4.583; Iglesias 6.065; Bosa 3.885; Castellaragonese 1.616. La popolazione totale dell'isola risult: uomini 154.206; femmine 155.788: totale 309.994.
[1647] Alla stipulazione di tal atto assistettero il presidente del Supremo Consiglio di Sardegna ed i due reggenti sardi.
[1648] Non essendosi poscia creduta conciliabile colla carica di reggente questa deputazione, fu approvata dal re la surrogazione del mandato dagli stamenti fatta pel cavaliere don Giovanni Battista Martn Zatrillas.
[1649] Furono in tal occasione nominati gentiluomini della camera del re il marchese di Laconi don Dalmazio Sangiust di S. Lorenzo ed il conte del Castiglio. Il primo fu quindi decorato della gran croce de'Ss. Morizio e Lazzaro e poscia della collana dell'ordine supremo dell'Annunziata.
[1650] I capitani dati alle due prime compagnie, aumentate poscia fino a cinque, furono il cavaliere Martin, di cui alla nota 294, ed il cavaliere don Giuseppe Carrion, poscia marchese di Valverde.
[1651] Questa compagnia non fu stabilita che in tempi molto posteriori; nondimeno molti nazionali servirono tempo a tempo nelle antiche compagnie.
[1652] Donna Lucia Delitala.
[1653] Il primo arrolarsi di questi soldati nel reggimento di Sicilia fu comandato; ma essendosi presentati da essi varii richiami nella prima rassegna fattane, si discusse meglio la cosa in un congresso composto dal gi vicer marchese di Cortanze, dal reggente del Supremo Consiglio presidente Melonda, dal gi reggente la reale cancelleria conte di Pralormo, dall'auditore generale Bogino, dal senatore Dani, avvocato fiscale nel Supremo Consiglio, e dal conte Cani, avvocato patrimoniale del regno, trovatosi in tal tempo in Torino. Lasciato allora in arbitrio di ciascheduno il farsi scrivere per ispontanea elezione ne'ruoli, o lo scontare altrimenti la pena dell'esilio, la maggior parte de'condannati ingaggiossi volontariamente a servire nello stesso reggimento di Sicilia.
[1654] I principali ministri che lo accompagnarono in questa visita furono il proreggente della reale cancelleria don Francesco Cadello, l'avvocato fiscale regio Boggio ed il segretario di stato Giacomo Cauda.
[1655] Nel villaggio di Sardara l'estirpazione de'malviventi avea in un solo anno prodotto un accrescimento tale nella seminagione, che vi si numeravano gi trenta paia di buoi di pi del consueto, destinati al lavorio delle terre.
[1656] Al giungere in Tabarca la novella del conchiuso accordo trenta matrimoni si strinsero allo stesso tempo; le giovani spose trovavansi tutte incinte nell'approdare in Cagliari.
[1657] Vedi il regio editto del 15 maggio 1738 in Editti, Pregoni, cit., tit. 11, ord. 3.
[1658] Vedi vol. II, p. 172.
[1659] Formolario per la compilazione degli atti criminali pubblicato con pregone del 12 maggio 1736.
[1660] Vedi regio editto del 26 luglio 1743, in Editti, Pregoni, cit., tit. 11, ord. 9.
[1661] Vedi regio editto della stessa data, in Editti, Pregoni, cit., tit. 11, ord. 10.
[1662] Furono mandati in Montpellier il medico Saturnino Demelas ed il chirurgo Vincenzo Antonio Casetta.
[1663] I magistrati e curiali non mai prima di quel tempo comparivano in pubblico senza le insegne della dignit e della professione; od almeno senza un cotal loro gonnellino di drappo nero.
[1664] Bench i preliminari della pace (pe'quali il re di Sardegna ebbe Tortona, Novara e le Langhe) fossero stati soscritti in Vienna nel 3 ottobre 1735, la pace non fu conchiusa che nel 18 novembre 1738, avendo sempre la Spagna ricusato il suo consentimento.
[1665] Vedi vol.II, p. 199.
[1666] Vedi p. 49.
[1667] Nel 1739 si assegnarono in aiuto alle finanze del Piemonte lire ducentomila sulla cassa di Sardegna. Simile assegnamento si f pure nell'anno 1741; da computarsi sempre nel maggior credito che aveano le finanze suddette, per ragione specialmente de'primi dispendi fatti nel restaurare le fortezze e nel fornirle di artiglierie. Al qual credito andavasi anche sempre rispondendo sia con provvisioni di frumento per le truppe di terraferma, sia con quelle del sale che inviavasi periodicamente per uso della gabella del Piemonte.
[1668] Ai lavori fatti in tal tempo, si devono le opere esteriori della cittadella di Cagliari elevate nella cresta chiamata di Buon Cammino.
[1669] Vedi p. 144.
[1670] Da Giovanni Battista Melis di Villasor.
[1671] Dei tre capi di queste compagnie levate dal barone di Blonay, uno di essi chiamato Serra disert al primo giungere in faccia all'inimico. La qual cosa facendo dubitare della fede di que'soldati, indusse il governo a farli passare al forte di Ceva. Impiegati poscia nel corso della guerra servirono con tal ardore, che il conte Bogino facendone gli encomi, si credette in obbligo di raccomandare i superstiti (fra i quali molti erano feriti) al vicer; acci oltre all'abolizione de'loro delitti, conseguissero gli altri vantaggi che poteano loro esser conceduti nel rientrare in patria. Gli altri due capitani chiamavansi Melis, autore del progetto, e Mela.
[1672] Vedi p. 139.
[1673] Nel 1731 si scriveva dal re al marchese di Castagnole che per le notizie avute del tempo necessario a ristorare il regno delle perdite avute negli infelici ricolti, avea determinato di differire la convocazione delle corti insino all'anno 1734. Ma le circostanze della guerra, ch'era ancor viva in tal anno, non permisero di metter ad effetto quella risoluzione.
[1674] Vedi p. 29.
[1675] Vedi nota 278.
[1676] Don Saturnino Vico fu nominato luogotenente colonnello.
[1677] Il figliuolo di lui, duca don Alberto, merit anche assai del reggimento di Sardegna, con aver nell'anno 1775 ipotecato un fondo capitale di lire centomila antiche di Piemonte pel mantenimento della cos detta banda musicale, conceduta dal re Vittorio Amedeo III in quell'anno al corpo.
[1678] Ecco come il re scriveva al vicer nel 16 giugno 1747: Coll'occasione che il reggimento di Sardegna  stato ultimamente di presidio in questa capitale, abbiamo avuto la soddisfazione di vederlo Noi stessi sotto le armi corrispondente alla nostra aspettativa; avendolo osservato composto di un'uffizialit assai ben iscelta e di uomini di statura ed altezza quanto ragionevole, altrettanto propria per sopportare le militari fatiche. Presimo quindi da ci ben giusto motivo di dichiarare al colonnello duca di S. Pietro il singolare gradimento che ci  risultato dall'attivit e dallo zelo con cui tanto egli, che gli altri capitani ed uffiziali del corpo si sono impiegati per metterlo su tal piede e per ridurlo a quel buon sistema di eguaglianza e di disciplina a cui lo sappiamo anche portato. E siccome ci preme particolarmente di conservarlo tale, nel mentre che veniamo d'incaricare lo stesso duca a continuarvi le sue attenzioni col procurare dal regno buone reclute, prendiamo altres ad accennarvi queste nostre premure, affinch vi diate anche dal vostro canto la mano ecc. ecc.
[1679] Il conte Alessandro di Saluzzo nella sua egregia opera intitolata Histoire militaire du Pimont, Turin, P.Y.Pic, 1818, tomo I, p. 386; cos scrive del nostro reggimento: Ce rgiment servit avec honneur ds les premires annes de son existence. Il montra la plus grande fermet  l'attaque d'Acqui en 1745; et  celles des postes prs de Vintimille la campagne suivante. Il fit ensuite avec distinction la guerre dans le comt de Nice, sous le gnral Leutron; et les montagnes de cette province servirent une seconde fois de thatre  sa bravoure lors de l'affaire de Laution en 1793. E postoch nel citare le parole di questo autore sono venuto a tempi pi recenti di quelli compresi nella presente Storia, non voglio lasciar qui di dare un breve cenno de'principali fatti d'arme per cui nell'ultima guerra ivi mentovata, merit il reggimento di Sardegna i datigli encomi. Pass il reggimento nella primavera del suddetto anno 1793 alla contea di Nizza, comandato dal maggiore di battaglione cavaliere don Giacomo Pes di Villamarina. Destinato quindi all'antiguardia nella positura del Perus con quattro pezzi di cannone, sostenne ivi con molta bravura l'attacco de'Franzesi; i quali nella mattina del 17 aprile investirono con varie colonne quel posto sotto gli ordini del generale Brunet; e dopo otto ore di vivo combattimento, si ripiegarono i Sardi per comando avuto dal generale conte di S. Andr, marciando in ordinanza infino al campo di Brois, colla perdita di 17 prigionieri, di 20 morti e di 40 feriti; fra i quali erano i cavalieri capitano don Antonio Ravaneda e sottotenenti don Diego Marramaldo e don Stefano Decandia. Nel giugno seguente trovossi il corpo ne'fatti d'arme dell'8 e del 12 sull'Anthion; ne'quali perdette nove uomini fra uccisi e feriti; oltre al sottotenente cavaliere Martnez, che rimase ucciso nell'atto che comandando un distaccamento di volontari perseguitava il nimico messo in fuga. In questo tempo essendosi formati nell'esercito alcuni battaglioni separati di granatieri e cacciatori, e granatieri e cacciatori sardi vi furono incorporati. Questi ultimi trasportati in Tolone per esser uniti ai collegati inglesi e spagnuoli parteciparono insieme con dugento reclute, giunte ivi dalla Sardegna, alla presa de'forti di quella citt; dove singolarmente si distinsero due soldati, che i primi salirono sulla breccia; per la qual cosa furono decorati l'uno della medaglia d'oro e l'altro di quella d'argento. In uno di questi assalti rest ferito il capitano di que'cacciatori cavaliere don Antonio Grondona. I granatieri presero parte cogli altri granatieri piemontesi nella difesa del campo di Raus, dal quale fu il nimico rispinto. Queste stesse compagnie di granatieri e cacciatori si trovarono poi nel 1795 ne'fatti d'arme della Cianea e della Dondella; e nel 1796 nella difesa de'ridotti presso a Ceva, nella fazione di S. Michele ed in quella del Mondov; nella quale, alla positura del Brichetto, rimase ferito il capitano de'granatieri cavaliere don Serafino Decandia. Furono perci molti uffiziali, che maggiormente si segnalarono in tali incontri, decorati dal re colla Croce de'Ss. Morizio e Lazzaro; e parecchi bassi uffiziali e soldati ebbero la medaglia d'onore.
[1680] Leonardo Marceddu di Pozzomaggiore.
[1681] Nell'anno 1747 due infausti avvenimenti contristarono la capitale: cio un andazzo di vaiolo, per cui in tre mesi in quella sola citt perirono cinquecento fanciulli; ed il diruparsi del monistero detto di S. Caterina, sotto le cui ruine perirono venti fra religiose e giovanette tenute col in educazione. Nel gennaio del seguente anno mor l'esimio arcivescovo Falletti, compianto e desiderato da tutti; ed ebbe tosto per successore l'abate Gandolfi de'marchesi di Ricaldone.
[1682] Giuseppe Maria Cacciardi succeduto a Giacomo Cauda nel 1739.
[1683] Vedi p. 150.
[1684] Dopo la cessione della Sicilia il cavaliere Valguarnera non seppe distaccarsi dal servigio della real casa di Savoia; presso alla quale occupava in questo tempo la carica di capitano di una delle compagnie delle guardie del corpo del re.
[1685] Nel 18 ottobre 1748.
[1686] Don Giovanni Valentino di Tempio e Gerolamo Dettori di Patada, elevato poscia alla dignit equestre.
[1687] Nell'anno 1741.
[1688] Ricercava egli 50 mila zecchini. Il capitano Porcile, il quale, rendendo conto della prima udienza concedutagli dal bey, paragon l'aspetto di lui a quello di Pluto nella sua reggia, offerigli zecchini ottomila; ma il bey rispose non essere una tal somma bastante a fare una sepoltura ai Tabarchini. Attentossi allora il Porcile di rappresentare al bey come quelli infelici Tabarchini, gi suoi tributari, erano stati a torto ridotti in ischiavit. Ed era gi egli in sul toccare del diritto delle genti; allorch quel rigido ceffo guatandolo in cagnesco gli rammezz le mal indiritte parole con questa perentoria risposta: tacer e non parlar di queste cose: voler 50 mila zecchini.
[1689] Erano questi nuovi coloni in numero di 58.
[1690] Erano in numero di 118.
[1691] Il re si addossava le spese principali del primo stabilimento; e fra le altre cose la distribuzione gratuita del pane, e di lire 50 per ciascuna famiglia di cinque persone, nel primo anno.
[1692] Vedi p. 43.
[1693] Furono approvate con regio biglietto del 10 giugno 1751.
[1694] Questo ruolo serv di norma al ripartimento dell'annuo donativo nello stamento militare e nel reale, che venne riformato con proporzione al numero de'fuochi allora ritrovatisi nell'isola. Le differenze fra questo ruolo e quello scritto nel 1728 sono le seguenti: Cagliari (1728) 16.924, (1751) 19.512. Sassari (1728) 13.723, (1751) 13.807. Oristano (1728) 4.646, (1751) 5.112. Alghero (1728) 4.583, (1751) 5.117. Iglesias (1728) 6.065, (1751) 6.066. Bosa (1728) 3.885, (1751) 4.609. Castellaragonese (1728) 1.616, (1751) 1.621. Popolazione totale dell'isola nel (1728) uomini 154.206, nel (1751) 181.125; femmine (1728) 155.788, (1751) 179.807. Totale (1728) 309.994, (1751) 360.932. Di pi 50.938.
[1695] rano in numero di 121; dati nella maggior parte in iscambio degli schiavi maomettani ceduti dal re. Gli altri ebbero la libert per generosit del bey, il quale avendo allora perduto la sua moglie, volle allontanare da'suoi occhi gli schiavi destinati al servigio di lei. Il bey mand allora in dono al re due pelli di tigre ed al duca di Savoia un cavallo arabo di forme assai belle.
[1696] Avendo in questo stesso anno gl'Inglesi trattato la compra dell'isola di Tabarca per mezzo di mylord Koppell, il bey non volle venire ad alcuna convenzione seco loro per quanto apparteneva al riscatto degli antichi popolatori; dicendo sempre di voler da prima compiere i suoi negoziati col re di Sardegna.
[1697] Il capitano Porcile intraprese un nuovo riscatto di schiavi tabarchini nel 1753, cogli stessi patti gi sovraccennati, per mezzo degli schiavi maomettani cedutigli a tal uopo dal papa, dall'imperatore e dal gran mastro di Malta. Nel 1754, avuti altri schiavi in Civitavecchia ed in Livorno, ottenne un cambio di quasi uno per uno. Nel 1755 accrescevasi il novero de'riscattati con quelli cui il bey dava spontaneamente la libert per la morte del suo figliuolo terzogenito. Negli stessi anni trattavasi la redenzione degli schiavi sardi ch'erano in potere del bey; ed impiegatisi a quest'uopo li scudi settemila di private limosine raccolte nell'isola dai padri della Mercede, il re aggiungeva a tal somma altro cospicuo sussidio, ed il dono di varie preziose stoffe e di due cavalle al bey. La memoria di questo riscatto de'Tabarchini con tanta piet del re e tanto vantaggio della nascente colonia condotto a termine in questi anni, si serba durevole entro quella popolazione per mezzo della statua marmorea col eretta nel 1788.
[1698] La casa fu aperta nel governo del succeduto vicer.
[1699] Acconsent poscia l'arcivescovo ad una concordia, per cui rimase al re la giurisdizione; ed il dominio utile si cedette alla religione de'Ss. Morizio e Lazzaro per l'erezione di una commenda. La convenzione  del 21 marzo 1758; approvata dal papa con bolla del 16 settembre 1759.
[1700] Nel 1756.
[1701] A queste ragioni devesi attribuire la pronta caduta delle manifatture di carta, di conciature di pelli, di cappelli, e di sapone introdotte in questi anni. L'unica che rest in piedi per qualche tempo fu quella di vetri diretta dai fratelli Peret savoiardi, e sostenuta dal marchese di Balestrino comandante de'dragoni di Sardegna.
[1702] Per agevolare agli Svezzesi il commercio del sale fu nel 1752 proposta la formazione di un gran canale, che prendendo l'imboccatura dal mare fra la chiesa di Bonaria ed il lazzaretto di Cagliari, corresse per cinque e pi miglia diramandosi verso le saline dette di Molentargius e di Maristagno, onde facilitare il trasporto de'sali sull'acqua. Nel seguente anno essendosi riconosciuto per varie ragioni locali non praticabile tale apertura, si pens di supplire al bisogno che aveasi di non far indugiare i compratori del sale, con l'erezione nella darsena di Cagliari di un gran magazzino destinato al deposito di quella derrata; cui poscia si pose mano nel 1754. La prima istituzione del consolato svezzese in Cagliari, destinato specialmente a promuovere questo commercio de'sali fu nel 1744.
[1703] In questa riforma fattasi nel 1752 e 1753 si ridusse il numero de'fanti miliziani a 39.342 divisi in 186 compagnie; e quello de'cavalli a 7.983 ripartiti in 143 compagnie. Si ordin poi nel 1758 di ridurre i primi ad 85 compagnie composte di uomini 22.799; ed i secondi ad 80 compagnie formanti la totalit di cavalli 5.907.
[1704] A questa generale prosperit, da cui derivava come necessaria conseguenza la larghezza di entrate nel pubblico tesoro, si devono molte opere fatte nel governo del conte di Bricherasio attorno alle fortificazioni; appartenendo a questi anni l'intiera riparazione delle ruine cagionate nel baluardo di Cagliari di S. Caterina dalla caduta del monistero, di cui alla nota 327. Nel succeduto governo si restaurarono nelle tre piazze principali le strade coperte, gli spalti, i parapetti e ripari, e si compirono ne'siti adattati le palizzate. E si pose pur mano allora alla formazione dello spalto di rincontro al borgo di Villanova nella capitale.
[1705] I mastri uditori della regia camera Cauda e Curlando; il primo gi segretario di stato per molti anni nel regno e molto al fatto delle cose di quel governo; che seguit a trattare nel ministero degli affari interni dopo il suo rimpatriamento. Si recarono ambi nell'isola nel 1753.
[1706] Con carta reale del 12 aprile 1755.
[1707] Ne'villaggi del regno le spose arrecano alla casa del marito il letto e le masserizie; lo sposo agricoltore deve apprestare del suo la casa ed esser padrone d'un paio di buoi, del carro, dell'aratro e degli altri arnesi da campagna.
[1708] L'assegnamento di 24 doti da scudi sessanta cadauna sulla r. cassa, da distribuirsi annualmente a povere figlie native ed abitanti del regno, fu una delle grazie che il re Vittorio Amedeo III concedette ai nazionali con suo biglietto del 3 aprile 1793 nella fausta circostanza della difesa dell'isola fatta da essi contro all'armata franzese comandata dal contrammiraglio Truguet. Non  gi che nel regno di Carlo Emanuele siasi abbandonato un cos utile pensiero; che anzi con regio biglietto del 23 novembre 1759 si cominci dall'approvare pel corso di cinque anni una distribuzione di doti fino al numero di cinquanta da scudi 40 ciascuna. Ma le difficolt insorte nella disamina degli altri capi che doveano far parte di una prammatica indirizzata totalmente a quel fine dell'incremento della popolazione; la tiepidezza dell'intendente generale Bogino, di cui si parler in appresso; ed il bisogno di supplire ai dispendi delle altre grandi istituzioni, delle quali tratter nel libro seguente, fecero s che siansi in tal proposito ridotti poscia i provvedimenti a curare la giusta distribuzione delle doti dipendenti da particolari lasci; e ad accrescerle con quelle destinate poscia ai vassalli della famiglia spagnuola de'duchi di Gandia, delle quali a suo luogo si dar estesa notizia.
[1709] Nella compilazione di tali progetti e nel dare i ragguagli scientifici su questa difficile materia ebbe la maggior parte un nazionale tanto pi commendevole, quanto che i profondi ed aggiustati di lui studi erano frutto di sola naturale perspicacia ed inclinazione. Era questi il dottore Gemiliano Deidda, il quale promosso poscia a varie cariche e decorato della dignit equestre, govern per molti anni con somma diligenza la tesoreria generale del regno.
[1710] Il regio biglietto di tal incarico  del 12 settembre 1759. Ma cominci il conte Bogino a trattar gli affari del regno infino dal tempo in cui, avendo il re ordinato che si discutessero in varii congressi avanti esso conte i progetti pel miglioramento delle cose pubbliche del regno raccolti dal vicer conte di Bricherasio nel suo ritorno a Torino, commise pure allo stesso ministro il carteggio relativo all'esecuzione de'medesimi progetti.
[1711] Regio editto del 13 marzo 1759, in Editti, Pregoni, cit., tit. 7, ord. 25.
[1712] Regio biglietto della stessa data.
[1713] Vedi breve apostolico di Clemente XIII Pastoralis officii, del 21 marzo 1759, in Editti, Pregoni, cit., tit. 1, ord. 1.
[1714] Vedi pp. 138-139.
[1715] Vedi il breve pontificio Paternae del 14 gennaio 1761 pubblicato con regio editto del 14 febbraio dello stesso anno, in Editti, Pregoni, cit., tit. 1, ord. 2.
[1716] Il tabacco di Sardegna fu per la prima volta nel ministero del conte Bogino cognito alle nazioni straniere; e le sollecitudini da lui adoperate furono tali, che gli amministratori delle gabelle di Milano e del duca di Parma tolsero per pi anni grande quantit delle foglie della nicoziana sarda per le loro manifatture. Ed  da notare che nel 1759 esciva ancora del regno per le provviste di foglie straniere necessarie agl'isolani una gran quantit di denaio.
[1717] Le miniere erano state negli anni precedenti tenute in appalto dal console di Svezia Carlo Gustavo Mandel. Questo contratto fu malagurato; come lo sono sempre le convenzioni che hanno una sfera troppo ampia di opere nelle mani di persone non fornite di mezzi sufficienti per s gran fare. Il conte Bogino nel 1764-65 riesc ad accordare le condizioni di una miglior societ per quella impresa. Egli ebbe anche il vantaggio di ragunare molte esatte notizie sulla mineralogia dell'isola, per mezzo dell'uffiziale d'artiglieria Belly inviato col nel 1760; li cui preziosi lavori possono anche oggid esser utili a chi imprendesse di trar maggior pro di questa nostra oziosa ricchezza.
[1718] Gi intendente delle miniere e reggente la carica di primo uffiziale nella Segreteria di Guerra.
[1719] Fu allora eletto prima intendente capo e poscia intendente generale l'avvocato Felice Cassiano Vacha, gi avvocato fiscale regio; il quale per molti anni govern con senno ed attivit assai commendevole le finanze del regno.
[1720] Le istruzioni date all'intendente generale Bogino sono un capolavoro di politica saviezza; ed  difficile l'immaginare per la prosperit d'un popolo suggerimenti pi saggi e pi opportuni. E resti la lode dovuta all'ottimo consiglio anche dove i disegni fallirono.
[1721] Regolamento del 30 luglio 1760.
[1722] Per l'infelice scelta del luogo tornarono poscia a voto le ragguardevoli spese fatte attorno a quel terreno.
[1723] Ecco come scriveane il ministro al vicer: S. M. ha sentito con piacere che riesca anche nel regno la coltura de'mori gelsi; e dal fazzoletto che V. E. mi ha rimesso ha rilevato fin dove arrivi l'industria veramente mirabile di codesti regnicoli ad intraprendere senza altro indirizzo ed esempio avanti agli occhi questi lavori, e condurli al segno cui si vede portato esso saggio di manifattura, con ordegni fabbricati anche di propria idea. Confesso all'E. V. che io ne rimasi sopraffatto".
[1724] Il dottore Gemiliano Deidda, mentovato alla nota 355.
[1725] Fu allora scoperto il prezioso mosaico d'Orfeo, che divent poi uno de'migliori ornamenti del museo dell'universit di Torino.
[1726] Il professore Michele Plazza.
[1727] Vedi pregone del 30 agosto 1759, in Editti, Pregoni, cit., tit. 16, ord. 6.
[1728] Infin dai primi anni contavansi in quella scuola quaranta alunni, molti de'quali lodavansi dal professore come ingegnosi ed attenti. Il re informato del prospero andamento di tale scuola inviava poscia nel 1763 venti assortimenti di ferri chirurgici egregiamente lavorati per esser dati in dono ai pi distinti scolari.
[1729] Vedi p. 53.
[1730] La grammatica di M. lvarez (De instituzione grammaticae, en Caller, en la emprenta de H. Galcerin, 1686; 2 a ed.: Caller, 1714), il Decolonia (D. Decolonia, De arte rethorica ad usum regionum scholarium, Augustae Taurinorum, ex tip. Regia, 1750) ed un compendio d'istituzioni oratorie del padre Agostino di S. Giovanni Battista dell'ordine delle scuole pie (Agostino da Fusignano, Discorsi istruttivi sopra i doveri del Cristiano, Venezia, presso G. Zerletti, 1773), erano i soli libri che giravano per le mani de'fanciulli nelle scuole di grammatica e di lettere latine.
[1731] Regio biglietto del 25 luglio 1760.
[1732] Si approvarono per le scuole minori i seguenti libri: gli avvertimenti grammaticali del Buonmattei (B. Buommattei, Avvertimenti grammaticali per la lingua italiana, Torino, Stamperia Reale, 1742); il Donato ed il compendio del nuovo metodo, ossia della grammatica del Lancelloto (C. Lancelot, Grammaire gnrale et raisonn contenent les fondaments de l'art de parler expliquez d'une manire claire et naturelle, Paris, Le Petit, 1660); varie antologie col titolo di Excerpta, contenenti per le diverse classi alcuni tratti scelti di prose e poesie latine; i libri De expolienda oratione e De rhetorica, ed i lessici italiano e latino, gi posti in uso nelle scuole di Torino.
[1733] Si ottenne allora dai superiori maggiori degli ordini de'Gesuiti e degli Scolopi in Roma l'invio nell'isola di alcuni abili professori italiani per la direzione delle scuole minori. I primi che vennero a Cagliari, nel 1763 e negli anni seguenti, furono pe'Gesuiti i padri Fossa, Spada (faentino), Regon (veneto); pegli Scolopi i padri Lovera, Giovanni Felice Arrighi, e Stanislao Stefanini (lucchese). Essendosi nel 1764 estesi anche alle scuole di Sassari gli stessi regolamenti, s'invi col nel 1765 per gli Scolopi il padre Giacomo Carelli e pe'Gesuiti il padre Angelo Berlendis (vicentino); il quale poscia pass a Cagliari nel 1768 a governare quelle scuole, succedendogli in Sassari il padre Francesco Gemelli.
[1734] Concedevagli una commenda dell'ordine militare de'Ss. Morizio e Lazzaro.
[1735] L'avvocato Ponza di Casale, succeduto nel 1754 all'avvocato Gazano.
[1736] Questa presidenza dur dal 2 aprile al settembre 1763.
[1737] Il decreto del concilio di Trento (Canones et decreta sacro-sancti concilii tridentini, Romae, apud P. Manutium, 1564, sessione 23, decretum de reformatione, cap. 18) per l'erezione de'seminari de'chierici fu per testimonianza del cardinale P. Pallavicino Sforza (Istoria del Concilio di Trento, Roma, B. Dal Verme, 1656-57, lib. XXI, cap. 8, n. 3) riputato cos utile, giusto e santo, che molti arrivavano a dire che qualora non si fosse ritratto altro bene da quel sagro consesso, questo solo ricompensava le fatiche ed i disagi sopportati dai padri che v'intervennero.
[1738] Il seminario di Cagliari trovavasi istituito infino dai tempi prossimi al concilio di Trento; ma l'edifizio, come ho scritto, n'era angusto e meschina la rendita. L'arcivescovo Natta, successore nel 1759 dell'arcivescovo Gandolfi di Ricaldone, ponea allora ogni cura per migliorarne lo stato, sebbene con mezzi assai inferiori al suo desiderio. Il seminario di Sassari era stato recentemente stabilito dall'arcivescovo Matteo Bertolini. L'erezione di quello d'Oristano rimontava all'anno 1712. In Alghero l'istituzione era quasi contemporanea all'erezione di quella sede vescovile; ma il vescovo di quel tempo, Giuseppe Agostino Delbecchi, avendo trovato la fabbrica in uno stato indecente, avea eretto dalle fondamenta un nuovo edifizio, e dato tali regole di disciplina agli alunni, che potea allora chiamarsi quel seminario l'unico che fosse governato lodevolmente. In Bosa mancando per lo avanti il seminario, cominciava l'ottimo vescovo di quel tempo; monsignor Stanislao Concas, a ragunare nel suo stesso palazzo alcuni chierici, privandosi a tal uopo generosamente di una parte della propria abitazione. In Ampurias il seminario mancava affatto.
[1739] La bolla di Clemente XIII dell'applicazione di varie prebende ai seminari  del 15 luglio 1763. Le prebende applicate sono quelle di Samassi e Serrenti al seminario di Cagliari; di Riola e Baratili a quello d'Arborea; di Orani ad Alghero; Nulvi ad Ampurias; Gonnosn e Figus ad Usellus; Tresnuraghes a Bosa. L'altra bolla per l'applicazione d'una parte degli spogli e delle vacanti  del 6 agosto 1765 (vedi Editti, Pregoni, cit., tit. 3, ord. 2 e 5). Il nuovo seminario di Cagliari fu poscia innalzato per cura dell'arcivescovo Delbecchi, di costa all'edifizio della novella universit. L'erezione novella, o restaurazione degli altri seminari dell'isola, si deve principalmente agli arcivescovi Viancini di Sassari e del Carretto d'Oristano; ed ai vescovi Carta d'Ampurias, Satta d'Iglesias e Pilo di Ales.
[1740] La bolla della reintegrazione del vescovado solcitano del 18 maggio 1763  riportata in Editti, Pregoni, cit., tit. 1, ord. 3. Il primo vescovo allora nominato fu don Luigi Satta, pievano della parrocchia di Nuoro; uomo per dottrina e per zelo evangelico ben degno di presiedere ad una chiesa rinascente. E qui mi giova il notare i motivi avuti nella scelta di lui, acci si conosca come in questi gravi affari si procedesse avvisatamente. Il ministro dopo aver significato al vicer la mira che il re avea di destinare al vescovado di Bosa il canonico Borro, passando a parlare d'Iglesias, spiegavasi in questo modo: non cos per Iglesias, vigna incolta; mentre Bosa ebbe ne'due ultimi vescovi eccellenti operai. In tali circostanze mi farei un ribrezzo di consultare S. M. a nominare per Iglesias un canonico accostumato ad una vita agiata e tranquilla Quindi sto pensando a qualche buon parroco, che sappia ben spiegare il vangelo Amando assai meglio che col mancare la vacanza di qualche altra prebenda canonicale si differisca l'ottenimento de'soccorsi, che vogliono applicarsi ad altri fini, che di sollecitarli col dono d'un pastore alla suddetta chiesa, il quale non corrisponda in tutti i numeri all'esigenza".
[1741] Vedi la bolla del 12 luglio 1763, in Editti, Pregoni, cit., tit. 3, ord. 1.
[1742] Vedi p. 53.
[1743] Vedi la bolla del 15 detto mese, in Editti, Pregoni, cit., tit. 3, ord. 2.
[1744] Vedi p. 56.
[1745] Sono assai frequenti negli spacci de'vicer e de'ministri le occasioni che si hanno di conoscere il pregio in cui, anche prima della restaurazione delle universit, era tenuta da essi la dottrina di alcuni nostri commendevoli nazionali. E non solo nel regno di Carlo Emanuele (nel quale la scelta ponderatissima degl'impiegati stranieri, fu uno de'pi gravi pensieri del suo ministro), ma anche nel regno dell'illustre suo genitore aveasi tale stima de'primari nostri maestrati, e segnatamente dei giudici della Reale Udienza, don Francesco Melonda, don Francesco Santuccio, don Pietro Meloni, don Francesco Cadello e don Ignazio Paliaccio (poscia marchese della Planargia e successore del Melonda nella reggenza di toga del Supremo Consiglio in Torino), che qualche volta avvenne a quel savio re di dover interrompere l'uso ch'era stabilito di destinare ad alcuni posti i sudditi degli antichi stati, per la sola ragione di non aver in pronto tali scelte, per cui non iscapitasse nel confronto la loro opera. Nel regno di Carlo Emanuele erano parimente considerati fra gli alunni delle nostre vecchie scuole don Giuseppe Scardaccio e don Pietro Sanna Lecca, ambi reggenti del Supremo Consiglio; don Gavino Cocco, poscia reggente la reale cancelleria del regno; e don Francesco Pes, che, chiamato a Torino per la fama che correva della particolar sua perizia nelle cose legali, vi fu tosto aggregato al consiglio di stato ed al consiglio supremo; e quindi sedette con lode nella regia camera de'conti; ed occup infine la carica nazionale di reggente del predetto Supremo Consiglio. Pe'soggetti ecclesiastici basterebbe il nominare, oltre al dottore Corongiu ed al padre Cossu, (de'quali vedremo fra poco farsi distinto conto dal ministro nella distribuzione delle cattedre della novella universit), l'illustre vescovo d'Ales don Giuseppe Maria Pilo, carmelitano; le cui omelie in lingua italiana (G. M. Pilo, Omeliae, Cagliari, Stamperia Reale, vol. 1 e 2, 1781; vol. 3 e 4, 1785) possono esser citate come un perfetto esemplare di quella soave eloquenza che deve animare le pastorali esortazioni de'vescovi; e come una testimonianza non dubbia della molta scienza dell'autore nelle cose sagre. Egli avea gi allora renduto illustre il suo nome colla pubblicazione del sinodo diocesano, da lui congregato nel 1775 (G. M. Pilo, Synodus diocesana Usellensis, Calari, Regiis typis calaritanis, 1776 [non 1775] , 1 vol. in-4). Per la qual cosa il pontefice Pio VI scriveagli nel 1783 (vedi G. M. Pilo, Omeliae, cit., tomo 4, l'omelia alla fine) un'epistola piena d'encomi; nella quale commendando la dottrina del nostro prelato, rallegravasi seco lui perch avea nelle sue scritture mostrato un nuovo esempio della virt degli antichi vescovi.  giusto per che ai nomi di questi ecclesiastici, i quali precedettero co'loro studi la riforma delle universit, si aggiunga anche quello dell'arciprete, e poscia arcivescovo turritano, don Giovanni Battista Simon; il quale sopra all'aver coltivato con molto profitto le scienze ecclesiastiche, si rendette benemerito della sarda letteratura per lo studio profondo ed aggiustato ch'egli fece sulle antichit dell'isola. La vasta sua erudizione e la sana sua critica furono specialmente poste in vista allorch il barone Vernazza, illustrando un sigillo di Gilitto, vescovo d'Ampurias in Sardegna (Vercelli 1786), pubblic le lettere in tal proposito da lui scritte al Simon; o per meglio dire, pubblic in tali lettere quanto da quelle scrittegli dal Simon (G. Vernazza di Freney, Lettera a D. Giambattista Simon, arciprete canonico turritano, Cagliari, R. Stamperia, 1779) ei fu in grado di ricavare per spargere la maggior copia di luce sull'et di quel sigillo. Una memoria dello stesso nostro scienziato sull'antica strada romana nella Sardegna  posseduta dal cav. Baille. Ma riescirono finora infruttuose le indagini che questi fece per rintracciare gli altri manoscritti del Simon ed arricchire con ci la sua preziosa biblioteca sarda; ossia la raccolta, che con molta diligenza ei giunse a possedere, di tutte le opere pubblicate dai nazionali prima della riforma delle universit.
[1746] Il disegno si f dal vassallo Belgrano, capo allora del genio militare del regno; ma fu riveduto e migliorato dal rinomato ingegnere Borra.
[1747] Durante la fabbrica dell'universit, le scuole maggiori si tennero ne'due collegi de'Gesuiti e degli Scolopi entro il castello. E gli uni e gli altri bench ripetutamente invitati a ricevere il fitto delle sale cedute, ricusarono nobilmente ogni ricompenso.
[1748] Destinavasi ad una cattedra di gius. civile il dottore Ignazio Carboni; ed a quella d'istituzioni mediche il dottore Ignazio Fadda.
[1749] Il cavaliere don Giuseppe Valentino, alunno e ripetitore del real collegio delle provincie di Torino, fu destinato professore d'istituzioni civili; il teologo ed avvocato chierico Salvatore Mameli, alunno dello stesso collegio, fu nominato professore d'istituzioni canoniche.
[1750] Il padre Giovanni Antonio Cossu de'Servi di Maria che avea letto con lode la filosofia in Bologna fu destinato professore di fisica ed etica. Ma prima chiamato a Torino vi si trattenne per qualche tempo, largamente soccorso dal re, giovandosi de'lumi de'due sommi uomini P. Beccaria e P. Gerdil, poscia cardinale, ai quali il conte Bogino lo avea raccomandato. Nel partire egli veniva fornito dal re di un corredo di macchine e d'istrumenti per la sua scuola. Fu egualmente chiamato a Torino il dottore Francesco Maria Corongiu; il quale nell'esercizio della carica di vicario generale della diocesi d'Ales avea mostrato singolare perizia nella ragione canonica. Trasse egli allora tutto il pro dalle conferenze tenute col dotto professore di Torino abate Berardi; e questi rendeva poscia al ministro il pi onorevole conto degli studi di quel nostro valente giurisperito.
[1751] Stampate in Torino nello stesso anno (Costituzioni di Sua Maest per l'Universit degli Studi di Cagliari, Torino, Stamperia Reale, 1764).
[1752] Vedi Editti, Pregoni, cit., tit. 3, ord. 3.
[1753] I soccorsi pel viatico di questi professori si diedero dal cassiere privato del re.
[1754] Tali erano il padre Fassoni, professore di teologia morale, ed il padre Oggero, professore di sagra scrittura e di lingue orientali.
[1755] Queste due navi erano state nell'anno precedente comperate in Londra ed aveano il nome di S. Carlo e S. Vittorio. Trovate poscia difettosissime vennero abbandonate; e si compr in Olanda una nuova fregata, al prezzo della quale concorse il tesoro di Sardegna col pagamento di lire cinquantamila.
[1756]  giusto che rimanga fra noi durevole la memoria de'nomi de'primi nostri professori; e perci credo opportuno di qui inserire l'elenco de'medesimi e degli altri offiziali maggiori dell'universit nominati durante il ministero del conte Bogino. Teologia S. scrittura e lingue orientali: A. 1764: il padre Paolo Maria Oggero, carmelitano di Torino; 1770: il padre Giacinto Hintz di Lituania dell'ordine de'Predicatori Teologia scolastico-dogmatica e storia ecclesiastica: 1764: il padre Tommaso Vasco di Torino dell'ordine de'Predicatori; 1766: il padre Liberato Fassoni delle scuole pie, gi professore di teologia morale; 1770: il padre Vittorio Filippo Melano di Portula dell'ordine de'Predicatori (poscia arcivescovo di Cagliari) Teologia morale e conferenza: 1764: il suddetto padre Liberato Fassoni; 1766: il padre Niccol Fabi, agostiniano della congregazione di Lombardia, gi professore di logica e metafisica (mor vescovo di Bobbio); 1770: il padre Giovanni Antonio Cossu de'Servi di Maria, sardo, gi professore di fisica (mor vescovo di Bosa) Giurisprudenza Istituzioni canoniche: 1764: il teologo e dottore in leggi chierico Salvatore Mameli di Cagliari (mor vescovo eletto d'Alghero); 1772: il dottore collegiato in leggi Luigi Tiragallo (attuale reggente il magistrato del consolato, presidente e cavaliere di gran croce de'Ss. Morizio e Lazzaro) Istituzioni civili: 1764: il dottore don Giuseppe Valentino di Tempio in Sardegna (mor reggente la R. cancelleria del regno); 1765 (previo concorso) il dottore don Saturnino Cadello di Cagliari, marchese di S. Sperate Nelle due cattedre di leggi civili: 1764: dottore Ignazio Carboni, sardo; 1765: il dottore don Giuseppe Valentino suddetto; 1768: l'avvocato Ignazio Casazza di Torino (fu poi decorato del titolo di conte di Valmonte, e mor pochi anni sono presidente emerito del Supremo Consiglio del regno, dopo aver coperto le pi luminose cariche dell'isola) Decretali: 1765: il dottore e sacerdote Francesco Maria Corongiu, sardo; 1772: il predetto dottore Salvatore Mameli. Medicina Teorico-pratica: 1764: il medico collegiato nell'universit di Torino Giacomo Giuseppe Paglietti Materia medica: 1764: il medico collegiato nella stessa universit Pietro Francesco De-Gioanni. N. B. a queste due cattedre era anche annesso allora l'obbligo di dettare alternativamente in ciascun anno le lezioni di anatomia Istituzioni mediche: 1764: il medico Ignazio Fadda, sardo Professore sostituto di medicina: 1764: il dottore Carlo Sini, sardo, gi allievo del collegio delle provincie di Torino. Chirurgia: era gi professore infino dal 1759 il dottore Michele Plazza. Filosofia Logica e metafisica: 1764: il padre Niccol Fabi suddetto; 1766: il padre Giovanni Felice Arrighi delle scuole pie, gi professore di rettorica in Cagliari; 1770 (previo concorso): il dottore collegiato in teologia Giuseppe Mariano Cordiglia, sardo Fisica: 1764: il predetto padre Giovanni Antonio Cossu, servita; 1770: il padre Alberto Marchi, carmelitano, sardo. N. B. a queste due cattedre era allora annesso l'obbligo delle alternative lezioni dell'etica Geometria e matematiche: 1764: il padre Giovanni Andrea Bucchetti d'Arona della compagnia di Ges; 1770: il padre Virgilio Cavina di Faenza della stessa compagnia; 1772: il padre Ignazio Cadello di Seneghe in Sardegna, gesuita. Di eloquenza latina: 1771: il padre Stanislao Stefanini, lucchese delle scuole pie. Di eloquenza italiana: 1771: il padre Angelo Berlendis di Vicenza, della compagnia di Ges. Prefetti nella facolt teologica: 1764: il canonico Ignazio Dettori; 1770: il predetto dottore Salvatore Mameli Nel collegio di leggi: 1764: il dottore don Giovanni Battista Sanna; 1770: il canonico e dottore Francesco Ignazio Ghiso (poscia vescovo d'Ampurias); 1772: il predetto professore Corongiu Nel collegio medico: 1764: il medico Giovanni Battista Cossu; 1770: il medico Pietro Giovanni Demelas, gi prefetto del collegio d'arti Nel collegio d'arti: 1764: il predetto dottor Demelas; 1770: il dottore Gemiliano Deidda (vedi nota 355). Censore dell'universit: 1764: il predetto cavaliere don Saturnino Cadello; 1765: il dottore collegiato don Giuseppe Sulis; 1771: confermato. Assessore del magistrato sopra gli studi: 1764: il dottore collegiato Carlo Cardano; 1769: il dottore collegiato Gavino Nieddu (mor giudice emerito della Reale Udienza col titolo di reggente); 1772: il predetto dottore don Giovanni Battista Sanna.
[1757] Intervennero in quei primi anni all'universit alcuni giovani delle isole Baleari; dove il conte Bogino avea fatto a tal uopo pervenire alcuni esemplari delle costituzioni.
[1758] La biblioteca di Cagliari fu incominciata con l'acquisto fatto di alcune opere di maggior bisogno pe'professori e con il dono di varie altre opere che il re fece trarre a tal uopo dalla sua biblioteca di corte. Ebbe poi la biblioteca un altro dono dai direttori della Stamperia Reale di Torino che la presentarono di tutte le edizioni escite da quei torchi; come anche dal conte Bogino, il quale trasmise all'istesso fine varii suoi libri. Poscia si tratt dallo stesso ministro un acquisto grandioso di molti altri volumi, co'quali fin dai primi anni fu la biblioteca portata a buon punto. Il maggiore accrescimento le tocc poscia nel regno di Vittorio Amedeo III.
[1759] Delle note degli scolari pi distinti che insieme con quelle relazioni si trasmettevano, tenea poscia il ministro singolar conto nella distribuzione degl'impieghi.
[1760] Per esempio: nel lodare la maniera con cui il padre Fassoni avea scritto l'argomento delle prime conferenze morali da lui tenute, ammonivalo a tenersi a preferenza ai soggetti pratici ed utili, pi che ai peregrini e curiosi; e gl'indicava quei punti ai quali conveniva por mente per divellere dalla credenza de'nazionali alcune false dottrine. In questi, scriveagli: unendosi il profitto degli studenti, la di lei lode  pi soda; laddove gli altri non possono fare che un onore particolare a lei, ed un onore soggetto a qualche eccezione".
[1761] Fra le altre cose, ai giovani soli benemeriti delle novelle scuole ebbe sempre a distribuire le pensioni ecclesiastiche, che soglionsi sulla proposizione del re concedere dalla Santa Sede sulle chiese vacanti; ed ai medesimi riserb pure le raccomandazioni presso alla corte di Roma per la concessione de'benefizi ecclesiastici. Non v'ha esempio ch'egli abbia mai mancato alle promesse a tal uopo fatte agli studenti nelle costituzioni dell'universit.
[1762] Vedi p. 54.
[1763] Il padre Giorgio Lecca, del cui tratto e buon giudizio il conte Bogino fu oltre ogni credere soddisfatto.
[1764] Vedi Editti, Pregoni, cit., tit. 3, ord. 4.
[1765] Egli ne scriveva in questo modo al vicer: questa  una nuova macchina di cui mi sono caricato in mezzo alla fresca idea di tutto ci che mi ha costato quella di Cagliari. Io lo fo tuttavia ben volentieri".
[1766] L'apertura solenne dell'universit di Sassari bench fosse decretata pel novembre del 1765 si dovette per qualche circostanza differire infino al d 4 del seguente gennaio. L'elenco de'professori ed uffiziali principali della stessa universit nominati nel ministero del conte Bogino  il seguente: Teologia S. Scrittura e lingue orientali: A. 1765: il padre Simone Verdi, gesuita, nativo di Monte Libano; 1768: il padre Giovanni Guglielmo Borio di Mondov, gesuita; 1772: il padre Gaudenzio Dotta della Lumellina, della stessa compagnia Teologia scolastico-dogmatica: 1765: il padre Gaetano Tesia, gesuita, di Corni; 1768: il padre Giuseppe Fassati, gesuita, di Casale; 1772: il padre Giuseppe Mazzari, gesuita, di Belluno Teologia morale: 1765: il padre Giovanni Battista Ceppi, gesuita, di Chieri; 1767: il padre Giovanni Battista Somani, gesuita; 1772: il padre Giovanni Battista Pellolio, gesuita, di Torino, gi professore di logica nella stessa universit. Giurisprudenza Sacri canoni: 1765: l'avvocato Giuseppe della Chiesa, di Saluzzo Gius. civile: 1765: dottore Filippo Maglioni, cavaliere sardo. Questi due professori nel primo anno dell'apertura dello studio dettarono le istituzioni canoniche e civili; il dottore Maglioni resse poscia ambe le cattedre di digesto infino all'anno 1768, in cui fu promosso ad una delle medesime il dottore don Giuseppe Pilo di Sassari, gi allievo del collegio delle provincie in Torino e professore in quell'intervallo d'istituzioni canoniche e civili; l'altra cattedra di digesto fu nello stesso anno data, previo concorso, all'avvocato Pietro Meyer; 1772: il dottore collegiato Gavino Manfredi; 1773: (previo concorso) il dottore Pietro Luigi Fontana, gi professore d'istituzioni civili Istituzioni canoniche: (dopo la separazione delle due cattedre): 1768: (previo concorso) il dottore Giuseppe Vacca, sardo, gi allievo del collegio delle provincie di Torino; 1772: il dottore Gavino Defraya di Sassari (trasferito poscia all'universit di Cagliari, vi legge anche oggid le decretali, onorato dal re coll'abbazia di S. Giovanni di Sinis e colla croce de'Ss. Morizio e Lazzaro) Istituzioni civili: 1768: (previo concorso) il predetto dottore Fontana; 1773: (previo concorso) il dottore collegiato Giovanni Pinna Crispo d'Osilo. Medicina Materia medica ed Anatomia: 1765: il medico collegiato nell'universit di Torino Felice Tabasso Teorico-pratica ed Instituta medica: 1765: il dottore Giuseppe Aragonese di Sassari. Chirurgia: il dottore chirurgo Giovanni Olivero, collegiato in Torino. Filosofia Logica e Metafisica: 1765: il padre Pietro Alpino di Centallo gesuita: 1768: il predetto padre Pellolio; 1772: il padre Anton Giuseppe Regon, veneto, gesuita, gi preside del collegio de'nobili di Cagliari Fisica: 1765: il padre Giuseppe Gagliardi di Torino; a queste due cattedre  annessa l'alternativa annuale lettura dell'etica Geometria e Matematiche: 1765: il padre gesuita Francesco Cetti di Como. Di Eloquenza latina: 1771: il padre Francesco Gemelli, gesuita, gi prefetto di quelle scuole e professore di rettorica. Prefetti Nella Facolt teologica: 1765: il canonico e dottore Salvatore Castia; 1771: confermato In Legge: 1765: il dottore Ignazio Sircana; 1766: il dottore collegiato Vincenzo Fontana; 1772: il dottore collegiato Antioco Francesco Solis In Medicina: 1765: il dottore Francesco Tommaso Giraldi; 1771: confermato Nel collegio d'Arti: 1765: il teologo Salvatore Mela; 1771: il canonico e dottore Gavino Pitalis. Censori: 1765: il dottore don Pietro Martnez, poscia marchese di Montemuros; 1770: il dottore Gerolamo Scartello. Assessori: 1765: il dottore Giovanni Berlingher; 1769: il predetto dottore collegiato Solis.
[1767] Con regio biglietto del 9 settembre 1763. Questo regolamento era poscia esteso agli altri ospedali dell'isola con regie patenti del 13 febbraio 1768, inserite negli Editti, Pregoni, cit., tit. 2, ord. unica.
[1768] Con regio biglietto del 10 settembre 1763.
[1769] Co'regi biglietti del 30 agosto 1763, 18 gennaio 1764 e 26 agosto dello stesso anno. Vedi Editti, Pregoni, cit., tit. 13, ord. 5. Un nuovo regolamento poscia davasi alla stessa citt con R. Biglietto del 29 marzo 1768; frutto delle osservazioni fatte nel corso di quattro anni dopo l'eseguimento delle altre regole.
[1770] Nel 1764 l'uffiziale Belly (nota 363) ed il dottore Giuseppe Cossu scopersero una miniera d'antimonio nel territorio della villa di Ballao ed un'altra di bolo armeno. Del primo si fece con felice successo un'importante spedizione in Venezia nel 1766. Si assaggiava pure allora la miniera d'allume di rocca, esistente nelle terre del villaggio di Segariu; e quella di calamita trovata nel luogo detto Elechi, territorio d'Arzana. Nello stesso anno 1764 essendosi, per ordine del ministro, fatta una ricolta di quelle coccole che sono cognite col nome di grane di kermes o di scarlatto; e riconosciutosi dal celebre botanico piemontese, dottore Allione, che queste superavano in bont le galle di Provenza e di Linguadoca; si davano li convenienti ammaestramenti per la moltiplicazione e ricolta di que'preziosi insetti. Eguali ammaestramenti si davano poscia nel 1767 per la coltura della robbia (rubia tinctorum di Linneo), e specialmente dell'izari (con questo nome e con quello di azala distinguesi la miglior robbia della Turchia asiatica); e ci dopoch per l'esperimento fatto della tintura sul lino e sul cotone con le radici inviate dall'isola, erasene sperimentata la bont. Nel 1765 il professore Plazza dava al ministro la relazione delle agate e de'diaspri trovati nella baronia di Monreale; e faceansi in Torino i saggi del ferro delle miniere d'Arzana; riconosciuto di tal bont da potersene formare canne d'arme da fuoco eguali a quelle di Spagna. Il ministro faceane lavorare per suo uso una guarnitura di spada.
[1771] Vedi il regio editto del 28 dicembre 1763 ed il pregone del 14 marzo 1764, in Editti, Pregoni, cit., tit. 11, ord. 23 e 24.
[1772] Vedi il regio editto del 25 settembre 1764, in Editti, Pregoni, cit., tit. 11, ord. 27.
[1773] Vedi pp. 177-178.
[1774] Vedi il regio editto del 24 febbraio 1765, in Editti, Pregoni, cit., tit. 6, ord. 7.
[1775] Vedi il regio editto del 29 luglio 1764, in Editti, Pregoni, cit., tit. 11, ord. 25. Due anni dopo, con altro regio editto del 1 febbraio 1767 (Editti, Pregoni, cit., tit. 11, ord. 28), si guarentiva maggiormente in altro rispetto l'esatta osservanza di questi provvedimenti per mezzo di una legge compiuta, riguardante la materia de'commerzi clandestini delle derrate del regno.
[1776] Faceasi questa spedizione nella primavera del 1764.
[1777] L'avv. Ponza, di cui alla nota 381. Se gli dava d'indi a poco per successore nel 1765 l'avvocato Leprotti.
[1778] Fu specialmente dovuta alle direzioni da lui date alle galee di Malta, trovatesi in Cagliari nell'estate del 1764, la vittoria compiuta riportata dalle medesime dopo un combattimento assai sanguinoso sopra un'armata tunisina nelle acque dell'Isola Rossa presso a Castelsardo. Le armi del Rais, il quale mor combattendo carico di ferite, furono inviate in omaggio a S. A. R. il duca di Savoia. Nell'anno precedente i popolani di Teulada aveano dato nel loro lido grandi prove di valore, cacciando tre mezze galee barbaresche approdatevi. Le milizie paesane erano guidate da Niccol Pasella, gi sergente nel reggimento di Sardegna; e l'ordine delle positure prese dai nazionali e la vivezza del fuoco fu tale, che il vicer ebbe a commendarneli grandemente. Nello stesso anno, all'annunzio avuto della presenza d'una flotta nimica, il vicer f armare alcuni legni per inseguirla; e quantunque non sia avvenuto alcuno scontro, l'ardore de'marinai sardi accorsi a quella spedizione merit che in premio di quella spontanea devozione, molti di essi siano stati ammessi a militare sulle fregate della marina reale.
[1779] Vedi il regio regolamento del 16 gennaio 1766, in Editti, Pregoni, cit., tit. 20, ord. 2 e 3.
[1780] Il marchese Todde.
[1781] Ne'lavori appartenenti a quest'ordinamento, come in quelli fattisi per la restaurazione delle universit e per la miglior regola degli ospedali, ebbe una gran parte il giudice della Reale Udienza commendatore Graneri, che fu poi nel regno seguente ministro degli affari interni; ed il quale composto per natura a trattare gli affari li pi gravi colla profondit d'un uomo assennato e ad abbandonarsi quindi ai divagamenti della sua fresca et e della sua bollente tempera d'animo, tostoch vedea tempo di deporre i gravi pensieri, era pel conte Bogino, che molto lo stimava, un suggetto continuo or di lode, or di dura riprensione. E non dee ignorarsi che le riprensioni del conte Bogino erano scottanti, e come suol dirsi, a ranno caldo.
[1782] Vedi vol. II, p. 179.
[1783] Fra questi merita speciale menzione Simone Lago di Alghero, il quale fece un lascio di lire 3.000 sarde per l'erezione del monte nella sua patria.
[1784] L'aggio era di uno e talvolta di due imbuti per moggio.
[1785] Ci avvenne nel 1770.
[1786] Le opere principali pubblicate dal dottore Giuseppe Cossu, il quale fu poscia decorato della dignit equestre, sono le seguenti: Citt di Cagliari, cit.; Della citt di Sassari, cit. Il primo di questi due volumi fu poscia ristampato in Genova (Olzati) dall'autore con alcune aggiunte in un tomo in-8 nel 1799; ed aggiugneva egli a tale dizione altri due volumi intitolati: Descrizione geografica, cit., opera questa contenente molte utili notizie. Discorso georgico indicante i vantaggi che si possono ricavare dalle pecore sarde, Cagliari, Stamperia Reale, 1787, 1 vol. in-8. Moriografia sarda, ossia catechismo gelsario proposto alli possessori di terre ed agricoltori del Regno sardo, Cagliari, Stamperia Reale, 1788, 2 vol. in-8. Istruzione olearia ad uso dei vassalli del duca di S. Pietro, Torino, Stamperia Reale, 1789, in-8. Pensieri sulla moneta papiracea, Torino, Stamperia Reale, 1798, in-8. Il cotoniere arboreo, producente il cotone detto di pietra, e sua coltivazione in Sardegna. Memoria, Firenze, Luchi, in-8. Saggio del commercio in Sardegna, 1799 senza data di luogo [in realt questo  un capitolo della Descrizione geografica, cit. Esiste una Memoria sul commercio manoscritta nella Collezione Baille] .
[1787] Vedi il pregone del 4 settembre 1767, in Editti, Pregoni, cit., tit. 14, ord. 6.
[1788] Si esigettero nel 1767 moggia 82.145 dai debitori de'monti. Rimaneano allora solamente ad esigere moggia 3.500, ridotte nel seguente anno a sole 1.500.
[1789] Nel secondo anno dopo la legge le notizie raccolte dal vicer gli diedero a conoscere che la seminagione delle biade erasi gi aumentata in tutta l'isola presso ad un terzo. Questi monti frumentari erano poscia cagione di un'altra salutare istituzione messa ad effetto nel regno di Vittorio Amedeo III: poich col fondo sopravanzante alla dotazione de'monti frumentari e col mezzo istesso de'lavori gratuiti (chiamati roadie), si venne allora ad istituire in ciascun luogo un monte di soccorso in denaro; dal quale si dovessero fare agli agricoltori le prestanze necessarie alla compera de'buoi ed arnesi di campagna, ed alle spese di ricolto col solo merito del 1 1/2 per 100. Il regio editto con cui si diedero le regole per l'amministrazione di tali monti (che venne unita a quella de'frumentari col nome di monti di soccorso)  del 22 agosto 1780. Il monte nummario della capitale, siccome fu dotato in altra maniera, ebbe anche particolari leggi comprese nel regolamento regio del 12 ottobre 1781; le quali sono tolte in gran parte dagli statuti del monte di S. Paolo di Torino.
[1790] Litigavano allora la contessa e duchessa donna Giuseppa Maria Alfonso Pimentell Tllez Girn di Benavente, e la madre di lei donna Maria Faustina Tllez Girn Claros Prez di Gusmn il buono.
[1791] Restava anche allora a determinare l'impiego di una parte degli stessi frutti, che aveano gi avuto una speciale destinazione a favore d'un'opera pia in America; alla quale veniva poscia surrogata l'erezione d'un ospedale nel villaggio d'Ozieri capoluogo del ducato di Monteacuto.
[1792] Nel luogo detto Padrumannu.
[1793] Fra gli altri titoli ebbero pel feudo d'Anglona il titolo di principi: titolo unico in Ispagna prima del Principe della pace.
[1794] Lo stromento stipulato nel 24 luglio 1767 fu nello stesso anno pubblicato dalla Stamperia Reale di Torino.
[1795] Vedi il regio editto del 23 agosto 1767, in Editti, Pregoni, cit., tit. 7, ord. 28.
[1796] Il miglioramento di stato per la popolazione dell'isola della Maddalena ebbe luogo nel regno successivo; durante il quale abbandonate le capanne incominciarono que'coloni ad accasare l'isola, ed a fabbricarvi la chiesa parrocchiale.
[1797] Vedi i regi editti del 2 e 20 marzo 1768, in Editti, Pregoni, cit., tit. 10, ord. 2 e tit. 12, ord. 20.
[1798] Nel 1785 il re di Francia ordinando una nuova monetazione di luigi d'oro fiss la proporzione dall'oro all'argento in ragione di 1 a 15 1/2; quando la precedente era stata da 1 a 14 11/24. Ci obblig il governo del Piemonte a rifondere le doppie di Savoia e gli spezzati, ed a determinare nella nuova fabbricazione fattasene nel successivo anno una diversa proporzione fra i due metalli: la quale fu in ragione di 1 a 15 10/24; invece che quella avutasi per la monetazione del 1755 era stata da 1 a 14 15/24. Ma per le monete sarde non fu necessario allora di procedere ad eguale operazione: perch la proporzione fra l'oro e l'argento era stata per queste fissata nel 1768, come dal 1 al 14 3/4 ossia 18/24; e cos con 3/4 di maggior favore all'oro di ci che si fosse praticato pel Piemonte. Nella qual cosa si era considerato che l'argento dovesse esser meno favorito in Sardegna perch giugneavi meno caricato di spese per le scale di Cadice e di Lisbona. Onde si credette che bastasse per le monete di Sardegna il solo aumento del 5 per 100 del valore, senza bisogno di rifonderle; e tale fu l'ordinazione che si pubblic a tal uopo nel 10 febbraio 1786.
[1799] Le leggi degli orefici ed argentieri in Sardegna determinarono da tempo antico che l'oro non possa lavorarsi a bont inferiore di carati 21; e che i lavori d'argento debbano essere al titolo di denari 11.
[1800] Questa legge era anche commendata in Italia; e da molti de'pi distinti uomini di stato della penisola furono perci fatti complimenti al conte Bogino. Fra gli altri l'auditore generale di Siena chiamavala un capolavoro di saviezza, per la conciliazione delle diverse viste del commerzio interno ed esterno.
[1801] Vedi Editti, Pregoni, cit., tit. 10, ord. 21 e 22.
[1802] Una egregia parte delle nuove monete impiegavasi allora nella redenzione di parecchi censi, dai quali era da lungo tempo gravato il tesoro, per le cagioni specialmente riferite a p. 36; essendosi con la carta reale del 8 marzo 1768 comandato che tutto in tale riscatto venisse convertito il cambio delle L. S. 276.612, 16, che il fisco avea ricavato da alcuni contratti fatti sui beni patrimoniali. In tal maniera risanava il governo le piaghe lasciateci dalla vecchia monarchia castigliana.
[1803] L'abate Sineo gi per parecchi anni vicario generale dell'arcivescovo del Carretto in Oristano.
[1804] Lettera pontificia, Inter multiplices, del 21 settembre 1769, in Editti, Pregoni, cit., tit. 1, ord. 6. Essendo poi nati alcuni dubbi sull'intelligenza di questa enciclica, vennero dallo stesso pontefice risoluti con altra sua lettera, Delatum vix nobis fuit, dell'11 febbraio 1771, in Editti, Pregoni, cit., tit. 1, ord. 9.
[1805] Vedi la lettera pontificia Decet quam maxime del 21 settembre 1769, in Editti, Pregoni, cit., tit. 1, ord. 5.
[1806] Vedi il breve apostolico Nuper del 29 novembre dello stesso anno, in Editti, Pregoni, cit., tit. 1, ord. 7.
[1807] Furono specialmente oggetto delle sue commendazioni: un'accademia pastorale del Berlendis, rappresentata in Sassari nel 1766; una pubblica difesa di geometria fatta nel seguente anno dagli scolari del Cetti nella stessa citt; e le altre accademie dirette nel 1769 e 1772 nella medesima citt dal Gemelli; nelle quali si tratt di varii saggi della storia del regno e della geografia; come anche le esercitazioni seguite nella capitale per opera dello Stefanini e del Berlendis; il quale, dopo il suo passaggio a Cagliari, non mai cess di svegliare lo zelo de'giovani, addestrandoli alla declamazione delle leggiadre sue poesie. Fra queste merita special ricordo il dramma tragico di san Saturnino, scritto da lui per uso degli alunni del collegio de'nobili, dai quali fu recitato nel 1772. Perch si conosca con quale benvolenza di espressioni incoraggiava il conte Bogino questi valent'uomini, gioverammi il qui notare le seguenti brevi parole da lui scritte al cav. di Costigliole, governatore di Sassari, lodando l'esercitazione sovraddetta del Cetti ed un componimento poetico contemporaneo del Berlendis: prego V. S. illustrissima di farmi il piacere di compiere a quello che farei io medesimo se fossi cost, nel portarsi espressamente al loro collegio per felicitarli amendue in nome mio". Sia onore eterno al ministro, che cos altamente sentiva del pregio degli uomini di lettere.
[1808] F. Gemelli, Rifiorimento della Sardegna, cit., stampata alcuni anni dopo in Torino (Briole) nel 1776, in 2 volumi in-4; ma scritta, come l'autore stesso afferma nell'introduzione, intieramente in Sardegna; donde tratto tratto trasmetteansi al ministro le parti gi compiute dell'opera per essere da lui esaminate. Il Gemelli si scost,  vero, alquanto dal pensiero dello stesso ministro, dando un'estensione tale alle sue considerazioni, che non pi si confacevano allo scopo avuto di porre quell'opera nelle mani di tutti. Ma per rispetto all'egregio lavoro ed alla fama dello scrittore, non volle permettere il conte Bogino che venisse quella scrittura ridotta a minor mole; volgendo invece per l'animo di farne quindi formare dallo stesso autore un compendio che servisse all'uso principale cui era destinata. E postoch cade qui il discorso di un'opera scritta a benefizio della nostra agricoltura, non devo tralasciar di notare come in questo stesso tempo si occupasse d'un altro lavoro che dovea molto giovarle un benemerito scrittore nazionale, don Andrea Manca dell'Arca, sassarese; il quale avendo compiuto nell'anno 1776 il suo trattato dell'Agricoltura di Sardegna, lo pubblicava poscia colle stampe di Napoli (Vincenzo Orsino) nel 1780 (1 vol. in-4). L'autore ponendo mente al non buon uso che talvolta faceasi delle scritture di agricoltura compilate pe'paesi stranieri, intese in questa sua opera a ragunare que'precetti che parevangli pi accomodati alla natura delle nostre terre ed alle consuetudini del paese; non senza lasciar di predicare quelle riforme che in alcune cose riconosceva anch'egli indispensabili. E perci, quantunque dopo quel tempo di molto siansi migliorati tali studi, possono gli ammaestramenti dati dal Manca tornar utili anche oggid ai nostri coltivatori di quelle cose nelle quali le novelle dottrine non sono state ancora messe alla pruova.
[1809] Le poesie di A. Berlendis (Stanze, sonetti e capitoli raccolti da D. Gianfrancesco Simon) furono poscia pubblicate unitamente in Torino (Stamperia Reale) nel 1784-85, in 3 voll. in-12.
[1810] Faceansi a tal uopo partire da Torino alcuni lavorieri, i quali erano dal Cetti impiegati specialmente nelle vicinanze di Bosa e di Silanos a scavarvi e ripulirvi i marmi col trovati. In questo stesso anno 1769 scopriva il Cetti il calcedonio bianco ed una qualit di diaspro verde in Bosa, i cui saggi inviati a Toscana furono trovati assai preziosi. Lodavasi specialmente il Cetti d'aver gi segnato quattro colonne di diaspro di palmi 14 di lunghezza; misura rara, e forse unica in tal materia. Questa nostra ricchezza si era gi allora fatta conoscere in paesi stranieri: perch nel 1768 avendo Carlo Emanuele presentato il re di Portogallo di dieci cavalli sardi de'pi belli, avea unito a tal dono varii saggi di lavori fatti sopra i marmi scavati nelle provincie de'suoi stati; fra i quali erano ancora alcune tavole di marmo di Sardegna.
[1811] Il primo volume della storia naturale del Cetti, intitolato: I Quadrupedi di Sardegna si pubblic in Sassari colle stampe del Piattoli nel 1774. Il secondo (Gli uccelli) e il terzo (Gli anfibi e i pesci), contenenti l'ornitologia, l'ictiologia e la descrizione degli anfibi dell'isola, si stamparono nella stessa tipografia nel 1776 e 1777. Egli mor mentr'era in sul compiere la sua opera colle ricerche sugl'insetti.
[1812] Il vicer balio della Trinit avea gi impiegato per ci molte cure. La miglior riforma per si fece dopoch fu inviato dall'Italia a governare il collegio il padre Regon, veneziano, nel 1768; e dopoch fu lo stesso collegio gradita stanza dell'ottimo padre Berlendis; cui era riserbata la triste ventura d'incontrar la morte alle falde di quest'edifizio, nel precipitare inavvedutamente da un dirupato che ne sostiene le fondamenta.
[1813] Il privilegio per la Stamperia Reale di Cagliari  del 9 dicembre 1769. Si apr poscia nell'anno seguente dall'abile e stimato direttore Bonaventura Porro.
[1814] L'apertura della nuova universit si fece nel primo giorno di settembre dell'anno 1769.
[1815] Vedi il regio editto del 15 gennaio 1770, in Editti, Pregoni, cit., tit. 10, ord. 3.
[1816] Vedi il regio editto del 6 giugno 1770, in Editti, Pregoni, cit., tit. 6, ord. 8.
[1817] Vedi il regio editto del 30 agosto 1770, in Editti, Pregoni, cit., tit. 15, ord. 8.
[1818] Vedi il pregone del 2 gennaio 1768 e del 15 gennaio 1770, in Editti, Pregoni, cit., tit. 1, ord. 4 e 8.
[1819] Era stato specialmente incaricato il conte des Hayes di riconoscere gli abusi delle curie subalterne, e soprattutto di quelle che non erano governate da ministri di regia nomina. Sulle accurate notizie ch'egli poscia somministr a tal uopo si divis dal ministro un progetto di legge, contenente molte nuove cautele indiritte a sicurarsi contro all'incapacit ed abbiezione d'animo di que'ministri. Protrattesi le discussioni di tal ordinamento pi in lungo che il ministero del conte Bogino, non si f poscia provvisione a tal materia che nell'arrivo nel regno del re Carlo Emanuele IV; il quale col suo editto del 15 aprile 1799 apport in tal rispetto alla nostra legislazione molti essenziali miglioramenti.
[1820] Vedi il pregone detto di visita del 2 aprile 1771, Editti, Pregoni, cit., tit. 14, ord. 8.
[1821] Fu da questi formata la popolazione che ancor dura nel luogo di Calasetta.
[1822] Avea gi il re, all'occasione del matrimonio da lui contratto nel 1737, usato lo stesso tratto di generosit col regno.
[1823] Istruzioni generali a tutti li censori del regno di Sardegna contenenti le leggi agrarie del regno e altre incumbenze emanate dal vicer Vittorio Lodovico d'Hallot, datate 10 luglio 1771, Cagliari, Stamperia Reale [1771] .
[1824] A compimento delle notizie ragguardanti al governo del conte des Hayes devesi notare che a lui si deve la restaurazione del regio palazzo di Cagliari.
[1825] Vedi il regio editto del 24 settembre 1771, in Editti, Pregoni, cit., tit. 13, ord. 7.
[1826] Della citt di Cagliari si  gi scritto a p. 197. Nell'intervallo erasi anche migliorata l'amministrazione delle citt di Sassari e di Bosa, merc specialmente de'lavori assai importanti fatti attorno a tale materia dall'egregio nostro magistrato don Gavino Cocco. La riforma dell'amministrazione delle altre citt di Alghero, Oristano, Iglesias e Castelsardo contenevasi nel regolamento unito al regio biglietto soscritto nel giorno stesso in cui approvavasi la legge test citata.
[1827] Bench la stampa degli editti e pregoni fosse assai avanzata nel 1771 e 1772, si prolung nondimeno il compimento infino al 1775; onde la pubblicazione si fece sotto agli auspicii del novello regnante Vittorio Amedeo III.  anche da sapersi che quantunque il lavoro principale di tal opera appartenga al reggente Sanna Lecca, sorpreso egli da seria infermit lasci che venisse compiuta dal consigliere e poscia suo successore don Francesco Pes; dal quale fu anche scritta la prefazione ch' in fronte all'opera.
[1828] Bench questo poema del Carboni intitolato: De sardoa intemperie (Carali, typ. regia, 1772; 2 a ed.: Accessit versio italica Iacobi Pinnae sardi, Sassari, Piattoli, 1774) sia stato scritto dall'autore in et assai fresca,  pure uno de'pi pregevoli componimenti di lui; non solo per la vivezza propria d'un giovane poeta, ma anche per quella propriet e disposizione de'pensieri ch' frutto alle volte d'et pi matura. Avvi di quelle descrizioni (e specialmente quella del muflone nel lib. I), nelle quali il vero  ritratto con tanta fedelt e fluisce cos spontanea l'aurea locuzione, che tu le torresti per qualche frammento inedito del buon secolo. Le altre opere poetiche pubblicate dal Carboni sono: Cralliorum libelli duo (Carali, ex typ. B. Titard, 1779); De extrema Christi coena carmen (Carali, typ. regia, 1784); De corde Jesu (Calari, typ. regia, 1784); Ad SS. Eucharistiam carmina (Calari, J. Fea, 1781); Thomae Aquinatis in sacram Eucharistiam rythmus "adorate, devote" hendecasyllabis XII expressus (Calari, typ. regia, 1784); Poesie italiane e latine (Sassari, Piattoli, 1774); Phaleucia (Calari, ex typ. regia, 1784); Recentoria carmina (Carali, typ. regia, 1780). Di queste poesie si fecero separatamente varie edizioni in Cagliari, in Sassari ed in Torino. Due delle orazioni latine del Carboni videro anche la luce in Cagliari ed in Torino, e sono quelle: In funere Angeli Berlendii, eloquentiae italicae professoris, oratio habita in aede S. Crucis die XII nov. 1793 (Carali, typ. regia, 1793) e De Sardorum literatura. Oratio III habita in solemni studiorum instauratione (Taurini, ex typ. regiis, 1793). E tale  sempre il valore del nostro poeta nell'adoperare le pi forbite dizioni, e talvolta ancora nell'accomodarle ad esprimere cose novelle (per le quali parrebbe di prima veduta non acconcia la lingua latina), che ben si conosce che quel suo scrivere di vena non cos procedeva dall'aver egli fatto tesoro de'pi scelti vocaboli della favella, come dall'averne ben addentro considerato l'indole e le arcane bellezze. Fu egli perci a giusta ragione onorato dalla stima de'pi chiari letterati d'Italia del suo tempo; e specialmente pregiato dall'ottimo giudice delle cose latine Angelo Fabroni, dal Roberti, dal Ferri, dal Zampieri e dal Vernazza. Queste sue lodi si diffonderebbero senza fallo maggiormente se si radunassero in una nuova edizione le cose migliori scritte da lui. E dico le migliori: perch fra tante sue poesie ch'egli dava stans pede in uno all'importunit della monaca novella, alla nascente vanit del novello laureato ed all'allegria de'novelli sposi, poche sono quelle nelle quali sopra alla purit della lingua siavi altra virt da pregiare. Mentre dunque io bramo che tal opera si compia, bramo ancora che il raccoglitore delle sparse poesie del Carboni smentisca l'opinione di chi paragona gli ordinatori di tali raccolte ai mangiatori d'ostriche o di ciriegie; i quali cominciano dallo scegliere le pi buone e poi finiscono per ingozzarle tutte.
[1829] Non fanno eccezione a ci i quattro diplomi di nobilt conceduti in questi anni in occasione di contratti fatti per alienazione di beni feudali: perch oltre alle speciali ragioni dipendenti dalla natura di quelle convenzioni, era annesso a quelle grazie l'obbligo di fondare nuove popolazioni.
[1830] Vedi p. 167.
[1831] Il computo riferito da F. Gemelli (Rifiorimento della Sardegna, cit., tomo 2, p. 63)  di anime 423.514. Vedi anche lo stesso autore, Rifiorimento della Sardegna, cit., tomo 1, p. 46.
