STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA
OTTOCENTO E NOVECENTO
di GIULIANO MANACORDA
ENCICLOPEDIA TASCABILE "IL SAPERE" EDITA DALLA NEWTON COMPTON
VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA EZIO GALIANO
REVISIONE DI AMEDEO MARCHINI
INDICE:
I. ROMANTICISMO E CLASSICISMO
1. Romanticismo europeo e italiano
2. Il classicismo. Vincenzo Monti
3. Ugo Foscolo
4. Giacomo Leopardi
5. Alessandro Manzoni
6. Scrittori del Romanticismo. La letteratura del Risorgimento
II. SECONDO OTTOCENTO
1. Giosu Carducci. Francesco De Sanctis
2. Decadentismo e Verismo
3. Giovanni Pascoli. Gabriele D'Annunzio
III. IL PRIMO NOVECENTO
1. Benedetto Croce. Le riviste fiorentine
2. Crepuscolari e futuristi
3. Luigi Pirandello
IV. IL PERIODO FASCISTA
1. Gli anni Venti
2. Gli anni Trenta
V. IL SECONDO NOVECENTO
1. Neorealismo e no
2. Gli anni Cinquanta
3. Gli anni Sessanta
4. Dagli anni Settanta a oggi
CRONOLOGIA
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

I. ROMANTICISMO E CLASSICISMO
1. Romanticismo europeo e italiano
Nella seconda met del secolo DICIOTTESIMO, mentre ancora dominano in
Europa e in Italia la cultura e il gusto dell'Illuminismo con la sua fede
nella ragione, nuovi fermenti nella letteratura come nelle altre arti e
nella filosofia cominciano a muoversi con una sempre pi viva atten-
zione alle attivit sentimentali e fantastiche e alle propensioni extra-
razionali e religiose dell'uomo. Centro di questo nuovo movimento 
la Germania e, in genere, i paesi nordici e anglosassoni, dove si pu
parlare, per quanto riguarda questa prima fase, di un preromantici-
smo che si manifesta in Germania con il movimento dello Sturm und
Drang (impeto e assalto) contro il razionalismo e per il ritorno alle
fonti della cultura tedesca, e nelle opere giovanili di Goethe e Schiller,
in Inghilterra con le ballate di Ossian e gli autori di romances - da
cui verr il nome di Romanticismo - e in Francia con l'opera di Rous-
seau. Sar soltanto con l'inizio del secolo DICIANNOVESIMO che il movimento 
diventer esplicito e totale sia col trionfo, talora l'esasperazione, 
dell'immaginazione sia con la predilezione per un paesaggio nuovo non pi
solare, classico, mediterraneo ma malinconico, nebbioso, austero. E
analogamente mutano anche i caratteri dei personaggi spesso dedotti
dall'et di mezzo, abitanti in castelli, manieri e abbazie e che vestono
i panni del cavaliere e dell'eroe per vivere avventure ora violente ora
lacrimevoli ma sempre lontane da una visione serena o allegra o iro-
nica della vita; i fratelli Schlegel, Novalis, nonch Beethoven e i tre
massimi filosofi Fichte, Schelling, Hegel (che sar il sistematore dello
storicismo romantico) in Germania, Madame de Stal, Chateaubriand,
Lamartine in Francia, Coleridge, Byron, Walter Scott in Inghilterra
ne saranno i massimi rappresentanti.
In Italia il Romanticismo non  un movimento autoctono, ma deriva
modi e temi dagli esempi d'Oltralpe, reinterpretandoli tuttavia e vi-
vendoli in maniera autonoma, e facendoli coincidere, in gran parte,
con il moto risorgimentale. Tipico  il caso di Giovanni Berchet che
nelle sue Romanze e nelle sue Fantasie cant con facile onda poetica
le lotte contro i tiranni oppressori delle libert nazionali non solo in
Italia, come in I profughi di Parga, una romanza scritta in favore del-
l'indipendenza greca contro i turchi. Il verseggiare del Berchet  spes-
so concitato come voleva una poesia destinata ad infiammare gli ani-
mi alla lotta - Fra i servi e i tiranni / sia l'ira il sol patto, No, per
Dio non si serva al tiranno - ma esso obbediva anche a una precisa
idea della letteratura, contenuta in quella Lettera semiseria di Griso-
stomo, della fine del 1816, che pu essere considerata come il manife-
sto del romanticismo italiano. Berchet poneva al centro il concetto di
poesia popolare, cio una poesia o un'arte che da una parte tragga
ispirazione dalle religioni e dalle istituzioni popolari, dai riti, dalle
tradizioni e persino dalle superstizioni e, insomma, dalla storia di un
popolo; e dall'altra, non si rivolga all'intelligenza di pochi eruditi ma
al cuore della nazione, perch suo intento deve essere quello di mi-
gliorare i costumi e ingentilire gli animi. Da qui la scelta di particolari
contenuti - episodi cavallereschi, amori profondi, lotte per la libert -
e di un verso orecchiabile e facilmente memorizzabile.

2. Il classicismo. Vincenzo Monti
Ma gli ultimi anni del secolo DICIOTTESIMO e i primi del DICIANNOVESIMO  
vedono anche fiorire, particolarmente sotto l'influenza e l'esempio del 
cesarismo napoleonico, la poetica e la prassi del classicismo, cio un'idea
della letteratura e in genere dell'arte che vuol tornare alla misura dei 
classici e all'ispirazione alla mitologia greco-romana. Ne nacque in Italia
una disputa classico-romantica che occup per oltre un ventennio let-
terati e artisti, durante la quale fior, soprattutto nell'architettura e
nelle arti figurative (sar sufficiente, per la scultura, ricordare l'opera
del Canova) il neoclassicismo sollecitato anche dai nuovi ritrovamenti 
archeologici e conseguentemente da una migliore conoscenza e da
un rinnovato sentimento del bello nel suo aspetto formale equilibrato
e chiaro. Questa famosa polemica ebbe le sue sedi fondamentali in
due riviste, Il Conciliatore, che sosteneva le teorie romantiche ed ebbe
tra i collaboratori il Berchet, e La Biblioteca italiana alla quale tra gli
altri collabor Pietro Giordani che fu maestro e amico del Leopardi.
Nella poesia italiana il massimo rappresentante del classicismo 
Vincenzo Monti (1754-1828), autore di una celebre e ancor oggi uti-
lizzata traduzione dell'Iliade. Nativo di Alfonsine in Romagna, visse a
Roma sotto la protezione di Pio VI e l scrisse il poemetto La bellezza
dell'Universo e la celebre ode in settenari Al Signor di Montgolfier
(1784) che celebrava con ottimistico slancio la prima conquista umana 
del cielo. Nel 1793 scrisse la Bassvilliana, cantica in terzine (Hugo
de Bassville era un diplomatico francese ucciso in quell'anno a Roma,
e il Monti intendeva colpire le violenze e gli orrori della rivoluzione).
Ma nel 1797 l'animo sempre incostante port il Monti ad abbracciare
gli ideali rivoluzionari e a trasferirsi in Francia dove divenne poeta
cesareo (Il bardo della selva nera, 1806). In un suo momentaneo ritorno 
in Italia nel 1800, il Monti cant il suo rientro in patria con una bel-
la canzone in ottonari:
Bella Italia, amate sponde,
pur ritorno a riveder!
Trema in petto e si confonde
l'alma oppressa dal piacer
Ma, caduto Napoleone e tornati gli austriaci, egli di nuovo si accost
ad essi e rinnov la sua vocazione classicheggiante (Il ritorno di Astrea,
Sermone sulla mitologia). Il Monti fu anche autore di due tragedie (Ari-
stodemo, Galeotto Manfredi) e di un poemetto gi cominciato in gio-
vent, la Feroniade, su una allora avviata bonifica delle paludi pontine.
Vi  sempre nei suoi versi una maestria e un'eleganza che ben si ac-
cordano con il suo amore per i classici, ma vi  pure una freddezza e
un'esteriorit sentimentale che ne fanno piuttosto un letterato che un
poeta o, se si preferisce, un poeta che meglio si ascolta per la musica-
lit dei versi che non per la profondit umana che riesce a trasmettere.

3. Ugo Foscolo
Anche Niccol Ugo Foscolo nativo dell'isola di Zante nel mare greco 
dello Jonio (1778), fu vicino agli ideali classici e li cant in odi e
carmi, ma la ricchezza delle sue esperienze biografiche - il dolore per
la perdita dell'indipendenza di Venezia, la partecipazione come sol-
dato alla Repubblica Cisalpina, gli amori per Isabella Roncioni, An-
tonietta Fagnani Arese e le molte altre donne, l'attivit di professore
a Pavia, infine il suo esilio in Svizzera e a Londra nei cui pressi mor
nel 1827 - sempre vissute con grande e focosa passione, ne fanno un
autentico personaggio romantico, e un poeta che di quel clima colse
gli accenti pi profondi.
Gi ispirandosi al mito greco della tragica sorte degli Atridi, il Foscolo
scrive la sua prima tragedia (Tieste, 1796) e appena l'anno dopo,
lasciata Venezia e proclamata la Repubblica Cisalpina in seguito alla
prima discesa in Italia del Bonaparte, scrive l'ode A Bonaparte libera-
tore. Ma, perduta Venezia che il trattato di Campoformio cedeva al-
l'Austria, egli si trasfer a Milano con una momentanea permanenza
a Firenze dove conobbe e am Isabella Roncioni cui dedic la sua se-
conda ode All'amica risanata. Le Odi rappresentano il versante classi-
cheggiante della produzione foscoliana del periodo dalla fine del
DICIOTTESIMO agli inizi del 19esimo secolo. Del 1800, mentre il Foscolo si 
trovava a Genova,  l'ode A Luigia Pallavicini caduta da cavallo scritta in 
strofe di sei settenari alternati piani e sdruccioli, in cui, con molti 
riferimenti mitologici, viene celebrata la bellezza e la divinizzazione delle
donne. Pi complesse sono la struttura che alterna settenari e endecasillabi,
e l'ispirazione di All'amica risanata meno legata alla contingenza, no-
nostante lo spunto, e pi rivolta all'idea eterna della bellezza.
Ma nei medesimi anni, o ancor prima, il Foscolo aveva posto mano o
condotto a termine altre opere in cui lo spirito romantico acceso e
malinconico insieme si affianca alla cultura e al gusto dei classici, o
piuttosto prevale fino a dettare titoli tra i pi alti della nostra lettera-
tura. Fin dal 1796 il Foscolo aveva dato inizio alla stesura delle Ultime
lettere di Jacopo Ortis che, dopo una prima sfortunata edizione, furo-
no pubblicate nel 1802. L'opera rientrava indubbiamente in un gene-
re di letteratura allora largamente diffuso e che aveva avuto nella
Nouvelle Eloise di Rousseau e ancor pi in I dolori del giovane Werther
di Goethe le sue manifestazioni pi celebri che certamente il Foscolo
non ignorava; ma c' nel suo Ortis, soprattutto rispetto al Werther
goethiano, una duplicazione del dramma che al tema dell'amore ag-
giunge quello della patria perduta. Questo motivo  enunciato fin
dalla prima riga - Il sacrificio della patria nostra  consumato. Tutto
 perduto - e percorre l'intera opera, e questo conferisce alle Lettere
foscoliane forse una meno coerente ma anche una pi complessa di-
mensione per quanto riguarda sia la psicologia del personaggio sia lo
sfondo storico sul quale si proietta la sua tragedia sino al suicidio fina-
le. Il romanzo  costruito in forma epistolare con le lettere che Jaco-
po invia all'amico Lorenzo, nelle quali gli confessa il suo amore per
la divina fanciulla Teresa che non potr essere sua perch gi pro-
messa sposa. Jacopo va allora peregrinando per l'Italia, incontra il
Parini, in una pagina memorabile in cui vibra tutto il suo sdegno mo-
rale, donde nasce la disperazione ma anche la speranza di tentare la
libert della patria; ma poi cadono le illusioni e nasce il contrasto tra
la grandezza del passato e le condizioni attuali dell'ltalia: O Italia
(...) dove sono dunque i tuoi figli? Nulla ti manca se non la forza della
concordia (...) Ov' l'antico terrore della tua gloria? Miseri! noi an-
diamo ogni d memorando la libert e la gloria degli avi le quali quan-
to pi splendono tanto pi scoprono la nostra abbietta schiavit.
Mentre invochiamo quelle ombre magnanime, i nostri nemici calpe-
stano i loro sepolcri. Il suicidio sar l'unica soluzione quando in Ja-
copo si porr l'insanabile contrasto tra il funesto istinto della vita e
il dono ancor pi funesto della ragione che ci mostra le nostre ca-
lamit ignorando sempre il modo di ristorarle. E Jacopo si uccide
dopo aver appreso il matrimonio di Teresa e aver reso omaggio alla
tomba di Dante; vede ancora la madre a Venezia e torna ai suoi colli
a compiere l'ultimo gesto.
Nello stesso 1802 escono anche i primi otto Sonetti ai quali se ne ag-
giungeranno l'anno seguente altri quattro. Vi  ancora nei primi la
passione e il linguaggio che avevano alimentato anche l'Ortis - Per-
ch taccia il rumor di mia catena / di lagrime, di speme, e di amor vivo/ 
e di silenzio...; Sperai che il tempo, e i duri casi, e queste / rupi
ch'io varco anelando, e le eterne, / ov'io qual fiera dormo, atre foreste
// sarien ristoro al mio cor sanguinante...; prevale negli ultimi, in una
definitiva nobilt poetica, la sublimazione dei motivi biografici nella
contemplazione della morte come nel sonetto Alla sera:
Forse perch della fatal quiete
tu sei l'imago, a me s cara vieni,
(... )
e mentre guardo la tua pace, dorme
quello spirto guerrier ch'entro mi rugge
o nella premonizione dell'esilio come in A Zacinto:
N pi mai toccher le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque
(...)
Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura
e In morte del fratello Giovanni:
Questo di tanta speme oggi mi resta!
Straniere genti l'ossa mie rendete
allora al petto della madre mesta
La vita del Foscolo continuava intanto con alterne vicende; nel 1804
 in Francia come capitano nell'esercito napoleonico; l am Lady
Hamilton e ne ebbe una figlia, Mary, e incontr a Parigi il Manzoni e
la madre Giulia Beccaria; nel 1806 torn a Milano dove incontr, tra
gli altri, Ippolito Pindemonte da cui trasse la prima ispirazione per I
Sepolcri; nel 1808 ebbe, ma solo per pochi mesi, la cattedra di elo-
quenza all'Universit di Pavia per la quale prepar la prolusione 
Dell'origine e dell'ufficio della letteratura e molte altre lezioni che 
finiscono nel loro complesso per costituire una vera e propria storia della
letteratura italiana dai trovatori e dai poeti siciliani fino al Romanti-
cismo e al Manzoni. Nel 1811 venne rappresentata a Milano la sua se-
conda tragedia, Aiace, dal '12 al '13 fu a Firenze nella splendida villa
di Bellosguardo; frequent allora il salotto della contessa Albany e
conobbe la Donna Gentile Quirina Mocenni.
Solo nel '13, con il decadere dell'astro napoleonico, il Foscolo torn
a Milano. Ma erano stati tutti quegli anni fecondissimi di lavoro e di
opere. Dall'estate del 1806 egli aveva cominciato a comporre I Sepolcri, 
che uscirono a Brescia nel 1807. Si tratta di un carme di duecento-
sessantacinque endecasillabi sciolti, dedicato al Pindemonte autore
de I cimiteri, che si ispirava alla piet cristiana ed era stato provocato
dal decreto napoleonico di Saint Cloud del 1804 ed esteso nel 1806 al
Regno d'Italia, che imponeva la sepoltura fuori delle mura cittadine.
L'intento del Foscolo nello scrivere il carme  chiaramente espresso
in una sua lettera: I monumenti inutili a' morti giovano a' vivi perch
destano affetti virtuosi lasciati in eredit dalle persone dabbene.
Questa idea centrale lega in una salda unit l'intero carme, il cui svol-
glmento si articola in una serie di riferimenti a fatti, di richiami a per-
sone, di voli pindarici (non digressioni ma esaltazioni del tema me-
diante esempi) che aggiungono alla forte ispirazione una genuina cul-
tura classlca e recente totalmente risolta in forma poetica. Il concetto
del rapporto fra i morti e i vivi  chiarissimo: Celeste  questa / cor-
rispondenza d'amorosi sensi, Sol chi non lascia eredit d'affetti /
poca gioia ha dell'urna, Dal d che nozze, tribunali ed are / diero
alle umane belve esser pietose / di se stesse e d'altrui... / ...Testimo-
nianza ai forti eran le tombe, / ed are a' figli, ma  possibile distribui-
re in due tempi lo svolgimento del carme; nel primo tempo  detta
l'inutilit delle tombe per i morti:
All'ombra de' cipressi e dentro l'urne
confortate di pianto  forse il sonno
della morte men duro? Ove pi il Sole
per me alla terra non fecondi questa
bella d'erbe famiglia e d'animali,
e quando vaghe di lusinga innanzi
a me non danzeran l'ore future,
n da te, dolce amico, udr pi il verso
e la mesta armonia che lo governa,
n pi nel cor mi parler lo spirto
delle vergini Muse e dell'amore,
unico spirto a mia vita raminga
qual fia ristoro a' d perduti un sasso
che distingua le mie dall'infinite
ossa che in terra e in mar semina morte?
Vero  ben Pindemonte! Anche la Speme
ultima Dea, fugge i sepolcri
Nel secondo tempo  invece espressa l'importanza per i vivi delle
tombe dei grandi:
A egregie cose il forte animo accendono
l'urne de' forti, o Pindemonte; e bella
e santa fanno al peregrin la terra
che le ricetta. Io quando il monumento
vidi ove posa il corpo di quel grande
che temprando lo scettro a' regnatori
l'allr ne sfronda, ed alle genti svela
di che lagrime grondi e di che sangue
e l'arca di colui che nuovo Olimpo
alz in Roma a' Celesti, e di chi vide
sotto l'etereo padiglion rotarsi
pi mondi, e il Sole irradiarli immoto
onde all'Anglo che tanta ala vi stese
sgombr primo le vie del firmamento
te beata, gridai
e il culto dei grandi del passato conclude nella figura di Ettore il
senso dell'intero carme:
E tu onore di pianti, Ettore avrai,
ove fia santo e lagrimato il sangue
per la patria versato, e finch il Sole
risplender su le sciagure umane.
Fin dal 1803 il Foscolo aveva pubblicato una traduzione in endeca-
sillabi della Chioma di Berenice di Catullo ed aveva poi lavorato a una
traduzione dell'Iliade; questo suo non mai intermesso amore per la
poesia classica culmina, a partire dal 1812, nell'altro grande carme,
pure in endecasillabi sciolti, Le Grazie, dedicato al Canova, costituito
da tre Inni, a Venere dea della bellezza, a Vesta dea dell'ingegno e a
Pallade dea delle arti consolatrici, ma rimasto incompiuto. Manca
alle Grazie quella unit di ispirazione e quell'afflato umano che erano
dei Sepolcri, trionfano invece gli esempi di una classicit vissuta come
ideale d'arte e di bellezza che, particolarmente in alcuni brani, tocca
la felicit della poesia; tal altra, al contrario, si raffredda in un'alta
esercitazione in cui si ammira pi l'eloquenza che non l'emozione del
verso. Si veda, tra i brani pi famosi, questa strofe de Il velo delle Grazie:
Mesci, odorosa Dea, rosee le fila;
e nel mezzo del velo ardita balli,
canti fra 'l coro delle sue speranze
giovinezza: percote a spessi tocchi
antico un plettro il Tempo; e la danzante
discende un clivo onde nessun risale.
Le Grazie a' piedi suoi destano fiori,
a fiorir sue ghirlande: e quando il biondo
crin t'abbandoni e perderai 'l tuo nome,
vivran que' fiori, o Giovinezza, e intorno
l'urna funerea spireranno odore.

4. Giacomo Leopardi
La vita di Giacomo Leopardi non  tanto ricca di avvenimenti e di
emozioni quanto quella del Foscolo; nato a Recanati nel 1798 dal
conte Monaldo pedante erudito e da Adelaide Antici madre severa 
e incomprensiva, pass la prima fanciullezza nella tristezza avita 
e prestissimo, quasi a fuggirne, si diede alle letture nei vari campi
dello scibile, lungo, come lui stesso dice, sette anni di studio matto e
disperatissimo. Frutto di questa attivit insonne , nel 1813, la Storia
dell'astronomia e, due anni dopo, il Saggio sopra gli errori popolari degli
antichi, ai quali si accompagnano gi i primi versi, due tragedie e alcuni
discorsi.
Tra il 1815 e il 1817, mentre gi si annunciavano i segni della malattia 
che lo avrebbe tormentato per l'intera esistenza, il Leopardi supe-
ra il terreno della mera, e sia pure incredibilmente vasta, erudizione e
abbraccia la poesia traducendo dal latino e dal greco, infiammandosi
sull'Alfieri ed entrando in amicizia con Pietro Giordani; si converte
anche alla filosofia riallacciandosi alle esperienze illuministiche e
materialistiche del secolo 18esimo e a Giambattista Vico che gli suggeri-
sce l'idea della poesia come espressione naturale dei sentimenti e del-
le grandi azioni dell'uomo. Interviene perci nella disputa classico-
romantica per respingere la pedissequa imitazione dei classici ma
non la loro cultura e la loro vera grande poesia, e, ugualmente, per re-
spingere gli accenti patetici di tanta letteratura romantica ma apprez-
zando il mondo sentimentale dei grandi poeti dell'antichit. Sul dissi-
dio tra Leopardi e i romantici, il Sapegno scrive: in questi la tenden-
za a incorporare nella letteratura il patrimonio sentimentale e filoso-
fico della civilt moderna, l'esigenza di una poesia che sia vera e
adulta; nel Leopardi una nostalgia dolente (e anch'essa ben moderna
e romantica) delle antiche finzioni, del mondo delle fantasie fanciul-
lesche, di quel complesso di sogni e di illusioni, ai quali il suo intellet-
to non  pi in grado di credere e a cui s'aggrappa disperatamente il
suo sentimento.
Sui diciannove anni l'insofferenza del Leopardi per il natio borgo
selvaggio gli rende ormai insopportabile il vivere in un luogo dove
tutto  morte, tutto  insensataggine e stupidit, dove non arrivano
libri e non  possibile una conversazione;  preso da una barbara
malinconia e tenta la fuga, ma senza riuscirvi, e per di pi una malat-
tia agli occhi gli impedisce nel 1819 per sei mesi l'unico divertimento
in Recanati che  lo studio: unico divertimento  quello che mi am-
mazza: tutto il resto  noia. Dal luglio del '17 aveva cominciato a rac-
cogliere appunti e pensieri che verranno a formare il suo Zibaldone
che sar pubblicato soltanto nel 1898; e intanto brucia rapidamente le
tappe del primo apprendistato poetico di sapore ancora troppo facil-
mente romanticO e con la canzone All'Italia del 1818 approda alla pri-
ma poesia che entrer nei Canti, in essa vibrano ancora accenti alfie-
riani e foscoliani con il raffronto fra la gloria antica e la miseria del-
l'oggi:
O patria mia, vedo le mura e gli archi
e le colonne e i simulacri e l'erme
torri degli avi nostri,
ma la gloria non vedo,
non vedo il lauro e il ferro ond'eran carchi
i nostri padri antichi. Or fatta inerme,
nuda la fronte e nudo il petto mostri
s che il poeta s'infiamma alla memoria delle lotte dei greci per sal-
vare la patria contro le invasioni persiane.
Appena l'anno dopo il Leopardi scrive L'infinito, breve ed eccelsa
poesia nata da un'idea contenuta nello Zibaldone secondo la quale
l'anima umana si appaga pi nei pensieri vaghi e indefiniti che non
in tutto ci che  determinato e certo:
Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di l da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
 viva, e il suon di lei. Cos tra questa
immensit s'annega il pensier mio
e il naufragar m' dolce in questo mare.
Dello stesso periodo sono alcuni dei canti civili, Sopra il monu-
mento di Dante e Ad Angelo Mai che aveva ritrovato i libri della Re-
pubblica di Cicerone, dove si riprendono gli accenti ed anche la vena
retorica della prima canzone: Anime prodi / ai tetti vostri inonorata,
immonda / plebe successe, al vostro sangue  scherno / e d'opra e di
parola / ogni valor. Accenti analoghi si trovano anche nelle altre due
canzoni Nelle nozze della sorella Paolina e A un vincitore nel pallone.
Assimilabili, pur nella loro diversit tematica e di accenti sono il Bru-
to minore e l'Ultimo canto di Saffo, estreme constatazioni del cadere
delle fedi nella patria o nell'amore che il Leopardi misura anche sulla
propria sventura; infine, l'Inno ai Patriarchi che  una celebrazione
del mondo antico e la condanna della civilt. Tra il 1825 e il 1826 il
Leopardi pubblica i primi Idilli (o, come si dir per distinguerli dai
successivi, Piccoli Idilli) che segnano il primo culmine della sua pro-
duzione poetica, in cui, superato il motivo civile che aveva ispirato le
precedenti poesie, il Leopardi canta le affezioni dell'animo sia per
i propri sentimenti che per le bellezze della natura. Nascono cos Alla
luna, Il sogno, La vita solitaria e, soprattutto, La sera del d di festa
con il suo sognante attacco:
Dolce e chiara  la notte e senza vento
e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
posa la luna, e di lontan rivela
serena ogni montagna
e l'ancor pi struggente finale:
...ed alla tarda notte
un canto che s'udia per li sentieri
lontanando morire a poco a poco
gi similmente mi stringeva il core
Dopo il 1822 la poesia del Leopardi tace quasi completamente per
sei anni; in quell'anno fu a Roma, che lo deluse aspramente ma dove
si commosse davanti alla tomba del Tasso, poi a Milano dove accett
di dirigere un'edizione di Cicerone, a Bologna, a Firenze dove entr
in contatto con il gruppo dell'Antologia, infine a Pisa in un soggior-
no che gli fu particolarmente caro. In quel periodo di silenzio poetico
medit e in parte scrisse la sua maggiore opera in prosa (oltre, s'in-
tende, lo Zibaldone), le Operette morali, venticinque prose in gran
parte in forma di dialogo in cui, come dice lo stesso Leopardi nello Zi-
baldone, cercher di portare la commedia a quello che finora  stato
proprio della tragedia, cio i vizi dei grandi, i principii fondamentali
della calamit e della miseria umana, gli assurdi della politica, le scon-
venienze appartenenti alla morale universale, e alla filosofia, l'anda-
mento e lo spirito della societ, della civilt presente, le disgrazie e le
rivoluzioni e le condizioni del mondo, i vizi e le infamie non degli uo-
mini ma dell'uomo, lo stato delle nazioni eccetera. Cos Carlo Salinari 
riassume il contenuto delle Operette: Storia del genere umano (storia
dell'umana infelicit); il Dialogo di un folletto e di un gnomo (in cui si
sostiene che l'uomo non  indispensabile alla terra), il Dialogo di 
Torquato Tasso e del suo Genio familiare (che tratta il tema della noia e
del dolore); il Dialogo della Natura e di un Islandese (in cui il Leopardi
svolge nel modo pi chiaro il tema della natura indifferente e nemica); 
il Parini o della gloria (esaltazione della gloria letteraria e filosofi-
ca e dimostrazione, al tempo stesso, della sua vanit); I detti memora-
bili di Filippo Ottonieri (ritratto spirituale del Leopardi); il Dialogo di
Cristoforo Colombo e di Gutierrez (che individua il sapore della vita
nonostante la sua vanit); L'elogio degli Uccelli e il Cantico del Gallo
silvestre (confessione lirica, la prima, dell'aspirazione del poeta alla
felicit; meditazione, l'altra, sul cammino dell'Universo dal nulla al
nulla); il Frammento apocrifo di Stratone di Lampsaco (coerente
espressione di integrale materialismo); il Dialogo di Timandro e
Eleandro (esaltazione delle immaginazioni belle e felici che, ancorch 
false, danno pregio alla vita); il Dialogo di Plotino e di Porfirio (in
cui si respinge il suicidio come rimedio alla infelicit), il Dialogo di
Tristano e di un suo amico, del 1832 (che conclude le Operette ed 
come il testamento filosofico del Leopardi).
Intanto il Leopardi veniva scrivendo i Pensieri cui solo nel '32 comin-
ci a dare una sistemazione. Tanto qui quanto nelle Operette la sua
prosa si rivela tutta nuova nella sua espressivit pur nel rispetto di
un'eleganza e di una complessit sintattica di derivazione classica, s
da costituire, insieme con quello del Manzoni, il primo esempio di
uno stile moderno.
Proprio dalla filosofia della natura quale appare nelle Operette e che
ribalta l'illusione giovanile e d luogo a quello che si definisce come
pessimismo cosmico del Leopardi, nascono a partire dal 1828 i
Grandi idilli, secondo e maggiore momento culminante non solo
della poesia leopardiana ma dell'intera poesia italiana. Del 1828, nel
felice momento pisano, sono Il risorgimento e A Silvia che canta la no-
stalgia delle soavi speranze cadute all'apparir del vero. Nerina 
l'altra fanciulla presente nelle poesie leopardiane in Le ricordanze
(tali lontane rimembranze - si dice nello Zibaldone - (...) non ponno
ispirare che poesia malinconica, trattandosi di ci che si  perduto).
Dello stesso anno  il Canto notturno di un pastore errante dell'Asia,
massima espressione del mistero e della vanit della vita che inevita-
bilmente precipita nell'abisso orrido, immenso della morte:
Ma perch dare al sole,
perch reggere in vita
chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita  sventura
perch da noi si dura?
(...)
forse in qual forma, in quale
stato che sia, dentro covile o cuna
 funesto a chi nasce il d natale
Sono ancora del '29 la Quiete dopo la tempesta che svolge l'idea del
piacer figlio d'affanno (La continuit dei piaceri  noia, scrive il
Leopardi) e Il sabato del villaggio (Il piacere umano si pu dire che 
sempre futuro - scrive ancora il Leopardi -. L'atto proprio del piace-
re non si d. Io spero un piacere; e questa speranza in moltissimi casi
si chiama piacere). Nel Passero solitario del 1830 (ma iniziato fin dal
1819) il Leopardi si volge al passato e sconsolatamente deve ricono-
scere di non averlo saputo godere.
Intorno al 1830 il Leopardi elabora un ulteriore concetto della vita,
probabilmente ispirato dall'amore per Fanny Targioni Tozzetti; di
esso Il pensiero dominante  il primo documento cui seguono Amore e
morte, Consalvo e Aspasia che d il nome al ciclo di queste poesie de-
finite ciclo d'Aspasia, e infine A se stesso che chiude il ciclo con
l'estrema delusione:
Or poserai per sempre,
stanco mio cor. Per l'inganno estremo,
ch'eterno io mi credei. Per. Ben sento,
in noi di cari inganni,
non che la speme, il desiderio  spento.
Dalle delusioni politiche - il fallimento dei moti del '31 con il ritorno
degli austriaci - nascono le opere satiriche, Palinodia a Gino Capponi, 
I nuovi credenti e Paralipomeni alla Batracomiomachia di Omero.
Gli ultimi due grandi canti sono, Il tramonto della luna e La ginestra.
Nel primo il tramonto della luna viene paragonato al tramonto della
giovinezza; sul mondo per torner a risplendere il sole al mattino,
ma la vita mortal, poi che la bella / giovinezza spar, non si colora /
d'altra luce giammai, n daltra aurora. La ginestra  del '36 quando
il Leopardi, seguendo l'amico Ranieri, gi da tempo si era trasferito a
Napoli sperando di trovare sollievo alla sua malattia nel clima dolce
della citt; ma n questo gli fu sufficiente a guarire n l'ambiente gli
fu particolarmente congeniale. L mor il 14 giugno 1837 durante
un'epidemia di colera, sicch a stento il Ranieri riusc a sottrarlo alla
fossa comune e a dargli sepoltura nella chiesa di San Vitale a Fuorigrotta.
La ginestra era stato l'ultimo messaggio nella pi ampia delle
sue poesie, di oltre trecento versi, in cui il motivo della polemica con-
tro il secol superbo e sciocco si sublima nella rivendicazione di una
suprema dignit dell'uomo che, come la ginestra soccombe alla crudel 
possanza della natura, cos dovr lui sfuggire al potere senza la
codardia della preghiera n lo stolto orgoglio:
E piegherai
sotto il fascio mortal non renitente
il tuo capo innocente:
ma non piegato insino allora indarno
codardamente supplicando innanzi
al futuro oppressor, ma non eretto
con forsennato orgoglio inver le stelle.

5. Alessandro Manzoni
Alessandro Manzoni nacque a Milano nel 1785 dal conte Pietro e da
Giulia Beccaria figlia di Cesare autore del celebre Dei delitti e delle
pene; frequent i primi studi presso scuole religiose delle quali con-
serv assai cattivo ricordo; tornato nel 1801 da Lugano, dove aveva
avuto a maestro il padre Francesco Soave, a Milano, fu a contatto con
gli ambienti colti e dette inizio a una produzione poetica il cui primo
esempio di un certo interesse  Il trionfo della libert, di spiriti 
giacobini e antireligiosi. Fin dal 1792 i genitori si erano separati e la 
madre conviveva con Carlo Imbonati; morto il quale si trasfer con il figlio
a Parigi dove rimasero per cinque anni, fecondissimi per la formazione
culturale del giovane entrato in rapporto con i circoli letterari e filo-
sofici, tra i quali quelli dei filosofi Condillac e Cabanis e degli storici
Thierry e, soprattutto, Claude Fauriel con il quale rimase in lunga e
continua amicizia.
Ma gi allora la morte dell'Imbonati aveva dettato al Manzoni il
Carme in morte di Carlo Imbonati, in endecasillabi sciolti, in cui si
esponeva un rigoroso progetto di comportamento morale che  il primo 
documento di un impegno che lo accomuna per tutta la vita
Sentir - riprese - e meditar: di poco
esser contento: conservar la mano
pura e la mente: de le umane cose
tanto sperimentar, quanto ti basti
per non curarle: non ti far mai servo:
non far tregua coi vili: il santo Vero
mai non tradir n proferir mai verbo
che plauda al vizio, o la virt derida.
A Parigi il Manzoni scrisse l'Urania (1809), un poemetto mitologico
che  quasi l'addio all'influenza classicheggiante montiana e l'inizio
di un nuovo modo di essere e di scrivere. Cade proprio allora, nel-
l'aprile del 1810, la sua conversione, a lungo meditata ma repentina
nell'esecuzione se, come dicono le cronache, avvenne nella chiesa di
San Rocco dove si era rifugiato durante una manifestazione in cui
aveva smarrito la moglie. In realt, proprio dalla moglie Enrichetta
Blondel, che da fervente calvinista si era convertita al cattolicesimo
attraverso gli incontri con il padre Eustachio Degola, gli veniva gi da
tempo l'urgenza religiosa corroborata da lunghe e impegnate letture
soprattutto di testi giansenisti.
Primo frutto letterario della conversione  il progetto degli Inni sacri
che avrebbero dovuto celebrare una data liturgica per ogni mese; ma
il Manzoni riusc a comporne solo cinque, tre fra il 1812 e il 1813, La
Risurezione, Il nome di Maria e Il Natale, uno nel 1815, La Passione e
uno, La Pentecoste lungamente elaborato fra il 1817 e il 1822 (ad essi
si pu aggiungere il frammento Ognissanti, nonch l'abbozzo Il Natale 
del 1833, che per non faceva parte del progetto e fu scritto nel
giorno della morte di Enrichetta).
Il termine stesso di inno che egli volle dare a queste sue poesie
stava a indicare il superamento sia di una liricit di derivazione pe-
trarchesca sia di una didascalicit di derivazione illuminista, in favore
di una poesia corale meno attenta alla bellezza puramente formale e
pi alla passione che tocca il cuore degli uomini e che per il Manzoni
non poteva essere che la passione religiosa e cristiana. Ne nascono
composizioni fortemente ritmate, con abbondanza di versi sdruccioli
come nella Pentecoste:
Madre dei Santi, immagine
della citt superna;
del Sangue incorruttibile
conservatrice eterna,
Tu che da tanti secoli,
soffri, combatti e preghi
che le tue tende spieghi
dall'uno all'altro mar...
o nei decasillabi della Passione:
O tementi dell'ira ventura,
cheti e gravi oggi al tempio moviamo,
come gente che pensi a sventura
che improvviso s'intese annunziar.
Nel 1816, nel momento in cui pi divampa la polemica classico-romantica 
e si afferma la Restaurazione, il Manzoni comincia a scrivere
la sua prima tragedia, Il Conte di Carmagnola in cinque atti, che svol-
ge il dramma del capitano di ventura passato dal servizio dei Visconti
di Milano a quello della Repubblica Veneta e da questa mandato a
morte ancorch vittorioso perch sospettato di tradimento. In armonia
con il gusto e la cultura dell'epoca, il Manzoni aboliva le classiche
unit aristoteliche di tempo e di luogo, tutto teso alla rappresentazione 
del vero, come teorizzer nelle sue lettere a M. Chauvet del 1819
(in francese) e Sul Romanticismo a Cesare D'Azeglio (padre di Massimo) 
del 1823.
Del medesimo periodo (1819) sono le Osservazioni sulla morale cat-
tolica che, anche sotto l'influsso della filosofia rosminiana, sostengono 
l'insufficienza di una filosofia puramente razionale e riconducono
apologeticamente le regole del comportamento umano al pi alto va-
lore della trascendenza; ma l'opera rivela anche la posizione libera-
leggiante del cattolicesimo manzoniano, l dove scrive: Gli abusi
che si giustificano con un pretesto religioso, ma che in realt si sosten-
gono per fini temporali, io non intendo in nulla difenderli, protesto
anzi di bramare ardentemente che sieno sempre pi conosciuti, e
condannati da quegli stessi a cui potessero sembrare utili.
Di quella prima tragedia il luogo certamente pi famoso  il coro La
battaglia di Maclodio con i suoi martellatissimi decasillabi:
S'ode a destra uno squillo di tromba;
a sinistra risponde uno squillo:
d'ambo i lati calpesto rimbomba
da cavalli e da fanti il terren.
Nel 1821 il Manzoni scrive l'ode Marzo 1821, pur essa in decasillabi,
legata ai moti e alle speranze, presto deluse, verificatisi in quell'anno
in Piemonte; e l'altra celeberrima ode, in settenari, per la morte di
Napoleone, Il 5 maggio:
Ei fu. Siccome immobile,
dato il mortal sospiro,
stette la spoglia immemore
orba di tanto spiro,
cos percossa, attonita
la terra al nunzio sta...
Nel 1822 termina la seconda tragedia, Adelchi, pure in cinque atti,
ambientata durante la fine del Regno longobardo in Italia ad opera di
Carlo Magno (contemporaneamente scrive il Discorso sopra alcuni
punti della storia longobardica in Italia). Anche di questa tragedia il
pezzo di gran lunga pi celebre, e forse il pi bello,  il coro in sette-
nari per la morte di Ermengarda, figlia dell'ultimo re longobardo 
Desiderio e moglie ripudiata di Carlo:
Sparsa le trecce morbide
sull'affannoso petto,
lenta le palme, e rorida
di morte il bianco aspetto,
giace la pia col tremolo
sguardo cercando il ciel
ma si ricordino anche i versi che contengono l'idea generale che
presiede all'intera opera e che risponde al pi profondo della fede
cristiana del Manzoni:
Te dalla rea progenie
degli oppressor discesa
cui fu prodezza il numero
cui fu ragion l'offesa
e dritto il sangue e gloria
il non aver piet
te colloc la provida
sventura infra gli oppressi.
Nel 1821 il Manzoni comincia a scrivere il romanzo, concluso due
anni dopo con il titolo Fermo e Lucia . Ma comincia subito la revisione
dell'opera, che uscir di nuovo nel 1827 con il titolo I Promessi sposi,
la cui revisione continuer fino all'edizione del 1840-42. Il lungo pro-
cesso comporter una fondamentale scelta toscana della lingua, che
elimina i lombardismi e i francesismi e che porta il Manzoni a Firenze
per risciacquare i cenci in Arno, come egli dice, a contatto coi cor-
tesi Fiorentini e gentili Fiorentine, ma anche a contatto con i clas-
sici. Ne nacque cos una lingua definitivamente italiana e definitiva-
mente moderna in grado di raccontare con la massima efficacia una
vicenda vera e popolare immersa nel mondo della storia.
Lo spunto del romanzo nasce da una notizia di cronaca del secolo 
diciannovesimo, ed  la prepotenza di un nobile su una ragazza di umile 
condizione; ma da questo inizio prende vita un'opera che si allarga ad
un'epoca intera con i suoi costumi, le sue spesso tragiche vicende sto-
riche e gli uomini che ne furono nel bene e nel male i protagonisti, il
tutto in una visione provvidenziale della storia che porter infine ad
una soluzione positiva. Ma entro questa cornice dalle grandi propor-
zioni che l'autore descrive e controlla con somma perizia, si muove
una quantit di personaggi tutti perfettamente delineati e individuati
nella loro presenza lungo lo svolgersi degli avvenimenti. A cominciare 
dai due primi soggetti della prepotenza, Renzo e Lucia, contadini
lombardi onesti e credenti, pi risentito lui nel carattere, pi dimessa
e virtuosa lei; e vicino a loro Agnese madre di Lucia, buona donna ma
pi disposta ai compromessi, e soprattutto il loro curato don Abbondio, 
figura indimenticabile di religioso del tempo della Controriforma, 
pavidamente obbediente, non cattivo ma non disposto a sacri-
ficare nulla delle sue troppo quiete giornate. Accanto a lui vive
Perpetua, cos esemplare nella sua figura e nel suo comportamento 
da esser passata per antonomasia a significare un tipo e un mestiere.
E contro di loro la piccola aristocrazia di provincia violenta e sprez-
zante impersonata in Don Rodrigo, figura psicologicamente e social-
mente negativa che si trova per di fronte fra Cristoforo, il personaggio
forse pi luminoso del romanzo, quello in cui vive l'ideale cristia-
no come autorit morale, carit umana e alto esercizio del magistero.
Poi il romanzo si allarga sia sulle vicende private delle vittime della
prepotenza in una serie di episodi che le portano a Milano e oltre, sia
sulle vicende pubbliche, dalla peste alla calata dei lanzichenecchi,
con la rappresentazione di grandi scene di massa, sia infine di perso-
naggi che appartengono, al di l della loro trasposizione letteraria,
alla realt della storia, come l'Innominato e il cardinale Borromeo in
cui s'incarna la somma dignit della gerarchia e sul quale ruota la
svolta che porter infine, attraverso le tragiche pagine finali della pe-
ste e del lazzaretto, allo scioglimento della storia con il trionfo del
bene a senza che mai la pagina prenda il sapore della fastidiosa
edificazione tale  l'altezza del messaggio morale e la perfezione dello 
stile con la capacit di comunicare anche al grande pubblico, che
ha fatto di questo romanzo un punto fermo e tuttora vivissimo della
nostra letteratura.
Quasi a commento ma anche a parziale critica del suo capolavoro
nel 1830 (ma pubblicato soltanto nel 1845 dopo la pubblicazione dei
Promessi sposi) il Manzoni scrisse il saggio Del romanzo e in genere dei
componimenti misti di storia e d'invenzione, in cui negava la possibilit
del romanzo storico. Pure legata al romanzo  la Storia della colonna
infame (1842) sui processi agli untori nel secolo 17esimo.
Nel 1833 era morta la moglie Enrichetta; quattro anni dopo il Manzoni 
sposa Teresa Borri vedova Stampa, ma la sua vita continuer ad
essere funestata da una serie di gravi lutti, della madre, dei figli e tra
questi Giulia moglie di Massimo D'Azeglio. Il suo lavoro  ormai
esclusivamente di carattere saggistico dedicato in gran parte ai pro-
blemi della lingua; del '45  la lettera a Giacinto Carena Sulla lingua
italiana; del '50  il dialogo Dell'invenzione; del '68  la relazione al
ministro dell'Istruzione Broglio Dell'unit della lingua e dei mezzi di
diffonderla. Nel 1860  nominato da Vittorio Emanuele secondo senatore
del Regno e in tale veste vota nel '61 per il trasferimento della capita-
le a Roma. Il 22 maggio 1873 muore a Milano; a un anno dalla morte
venne commemorato a Milano con la prima esecuzione della Messa
da requiem di Giuseppe Verdi.

6. SCRITTORI DEL ROMANTICISMO. LA LETTERATURA DEL RISORGIMENTO
I POETI
Si  gi detto del Berchet che va considerato l'espressione pi pura,
come poeta e come letterato, del nostro Romanticismo. Ma altri poe-
ti, lungo i decenni del primo Ottocento, seguirono l'idea romantica
congiunta con la passione risorgimentale. Tali sono il napoletano Ales-
sandro Poerio (1802-1848), i veneziani Arnaldo Fusinato (1817-1888)
e Luigi Carrer (1801-1850), il marchigiano Luigi Mercantini (1821-1872) 
autore dell'Inno di Garibaldi, il trevigiano Francesco Dall'Ongaro 
(1808-1873), il prete calabrese Vincenzo Padula (1819-1893), il
genovese Goffredo Mameli (1827-1849) autore dell'inno Fratelli d'Italia,
morto nella difesa della Repubblica Romana del '49. Di maggior ri-
lievo sono il trentino Giovanni Prati (1814-1884) e il veronese Aleardo 
Aleardi (1812-1878) considerati generalmente poeti di un secondo
Romanticismo caratterizzato da uno spiccato sentimentalismo che
porta all'esaurimento la grande poesia romantica. Del primo si ricor-
dano il poemetto medioevaleggiante Edmenegarda e i Canti liberi, del
secondo il poemetto Monte Circello.
Ma le figure pi rilevanti della poesia italiana del periodo furono
Giuseppe Giusti e Niccol Tommaseo. Il toscano Giuseppe Giusti
(1809-1850)  il rappresentante maggiore della poesia satirica; alcune
sue poesie - Il re Travicello, Il brindisi di Girella, Sant'Ambrogio - go-
dono ancor oggi di larga popolarit per la facile vena e l'arguzia della
satira.
Pi complessa la personalit del dalmata Niccol Tommaseo (era
nato a Sebenico nel 1802 e muore a Firenze nel 1874), amico del
Manzoni, fieramente avverso al Leopardi, fu a Venezia durante
l'assedio del '49. Ebbe interessi assai vasti dalla poesia al romanzo
(Fede e bellezza, uno strano impasto di sensualit e di ideali) ai pro-
blemi linguistici, per i quali ha lasciato due opere tuttora fonda-
mentali, il Dizionario della lingua italiana (con la collaborazione di
Bellini) e il Dizionario dei sinonimi. Il Tommaseo fu anche il racco-
glitore dei Canti popolari toscani, corsi, illirici, greci e lasci un 
Diario intimo che  espressione della sua ricca ma talora torbida per-
sonalit.
Le voci pi alte della poesia in Italia appartengono per a due poeti
dialettali, il milanese Carlo Porta e il romano Giuseppe Gioachino
Belli. Carlo Porta era nato a Milano nel 1775, partecip anche come
funzionario alla vita della sua citt assumendo posizioni filonapoleo-
niche, e fu quindi avverso alla restaurazione austriaca. Aveva comin-
ciato assai presto a poetare in dialetto milanese, fra l'altro traducen-
dovi l'Inferno di Dante, riun poi nella sua cameretta gli amici scrit-
tori romantici tra cui il Berchet e il Grossi e raffigur con intenti de-
scrittivi e satirici la societ lombarda a lui contemporanea, della
quale tramand nei suoi versi alcuni vivissimi personaggi, I desgrazzi
de Giovannin Bongee, Fraa Diodatt, La ninetta del Verzee, El lament
del Marchionn di gam avert, eccetera, figure che, scrive Dante Isella, 
portano per la prima volta nella letteratura italiana la testimonianza au-
tentica di tutta una folla di uomini rimasti sempre senza volto (...) che
parlano un linguaggio rude, senza infingimenti e, spesso, specie
quando tocchino delle zone pi segrete del cuore, anche un po' goffo
nei modi, ma segnato dello stesso accento di verit di cui sono vivi i
moti del loro animo generoso, i loro slanci.
Il Porta mor a Milano nel 1821. Ecco un esempio della sua poesia in
dialetto milanese:
La mia povera nonna la gh'aveva
on vignoeu arent ai Pader Cappuscin:
el guardian ghe le benediseva:
i soeu fraa ghe beveven mezz el vin.

La nonna in del mor la me diseva:
Te lassi sto vignoeu, el m Franzeschin;
s'el voeur bev el guardian lassa ch'el beva:
usellin tira a casa el porscellin.

Quand'ecco tutt a on tratt Napoleon
el d ona soppressada ai fratarij.
S'ciavo suo, sur vin, la protezion
(La mia povera nonna aveva una piccola vigna accanto ai frati cappuccini: il
guardiano gliela benediceva: i suoi frati le bevevano mezzo il vino. La 
nonna nel morire mi diceva: Ti lascio questo pezzetto di vigna, 
Franceschino mio; se il guardiano vuol bere, lascia che beva: l'uccellino 
tira a casa il porcellino. Quand'ecco, tutto a un tratto, Napoleone d 
una bella soppressata - ironico per soppressione - alle fraterie.
Addio, signor vino, la protezione.)
Fu leggendo le poesie del Porta che Giuseppe Gioachino Belli
(Roma, 1791-1863) ebbe l'ispirazione di scrivere in dialetto. Ne sorti-
rono 2279 Sonetti in dialetto romanesco che costituiscono un autentico 
documento di grande realismo. Papi, cardinali, religiosi, popolani
di ogni risma, avvenimenti storici e scenette familiari vengono a for-
mare un ambiente di un'eccezionale ricchezza letteraria, e spesso di
una comica, o tragica miseria, fissato nella breve misura dei quattor-
dici versi costruiti con incredibile maestria. La forte satira che essi
contenevano anche nei confronti della gerarchia cattolica e del go-
verno pontificio indusse il Belli, di animo abbastanza pavido e conser-
vatore, a meditare la distruzione della sua opera, un progetto che per
fortuna non and a buon fine. Ecco il sonetto Li papati.
Li Papi, er primo mese der papato,
s un po'mmeno o un po' ppi tanti cunijji.
Oggnuno t'arinzucchera er passato:
tutti-cuanti t'infioreno de ggijji.

Ma ddajje tempo ch'abbino imparato
aff er mestiere e a mmaneggi li stijji;
aspetta che s'avvezzino a lo stato;
lassa un po'cche jje creschino l'artijji;

E allora fra er pasvbbi e 'r crielleisonne,
cuer nuvolo de gijji te diventa
garofoli, pe ddio, de scinque fronne.

Er ricco sciala, er ciorcinato stenta:
strilli ggiustizia, e ggnisuno risponne
e ppoveretto lui chi sse lamenta
(pasvbbi = pax vobi: crielleisonne = kirie eleison; garofoli de scinque 
fronne = pugni.)

I NARRATORI
La storia fu la grande ispiratrice della narrativa dell'et romantica;
ambientato nel secolo 14esimo  il romanzo Marco Visconti del lombardo
Tommaso Grossi (1790-1853), che fu anche buon poeta (La fuggitiva,
I lombardi alla prima Crociata). Il livornese Francesco Domenico
Guerrazzi (1804-1873), uomo politico democratico membro del governo 
provvisorio in Toscana nel 1848-49 e poi deputato al Parlamento 
italiano, fu autore di alcuni grossi romanzi storici, L'assedio di 
Firenze, Beatrice Cenci, La battaglia di Benevento. Uomo politico di
rilievo ma di segno opposto fu anche Massimo D'Azeglio (1799-1866),
primo ministro del Regno di Sardegna, autore dei romanzi Ettore Fieramosca
e Niccol de' Lapi, nonch dell'opuscolo politico sugli Ultimi
casi di Romagna e di una autobiografia, I miei ricordi, molto ricca di
informazioni e di interessante e gradevole lettura.
Appartiene ad anni di poco posteriori il pi importante romanziere
della met del secolo 19esimo, il padovano Ippolito Nievo (1831-1861); se-
guace di Garibaldi fin dalla campagna del '59, lo segu ancora con i
Mille e mor in un naufragio tornando dalla Sicilia. Le sue esperienze
giovanili gli dettarono i racconti degli Amori garibaldini, del Varmo, e
del Novelliere campagnolo, cui si aggiungono due romanzi, Angelo di
bont ambientato nel momento della fine della repubblica veneziana
e Il conte pecoraio. Il Nievo fu anche buon poeta (Le lucciole) e autore
di tragedie, ma la sua gloria  legata al grande romanzo Le confessioni
di un italiano (scritto nel giro di pochi mesi fra il '57 e il '58 e pubbli-
cato postumo nel 1867, senza che l'autore avesse potuto compiere
l'ultima revisione, con il titolo Le confessioni di un ottuagenario) gran-
de affresco di cinquanta anni di storia dal periodo napoleonico agli
inizi del Risorgimento, popolato di vivissime figure in primo piano
sullo sfondo dei grandi avvenimenti del secolo. Il romanzo  scritto in
forma autobiografica e protagonista ne  Carlo Altoviti che, ottan-
tenne, ricapitola la sua vita a cominciare dalle memorie del castello di
Fratta, antica dimora nobiliare dai costumi ormai decrepiti. L il pic-
colo Carlino vive la sua triste infanzia confortata dalla presenza della
coetanea Pisana, cui rester sempre legato e che  nel romanzo una
delle figure pi vive e moderne. La loro affettuosa amicizia si snoda e
si intreccia lungo gli avvenimenti e le citt in cui si va ponendo la lotta
dell'indipendenza, e in mezzo a un gran numero di personaggi ritratti
con grande vivezza. Forse proprio questa abbondanza di situazioni e
di comprimari costituisce l'eccesso che  stato rimproverato al ro-
manzo, il quale sarebbe mancante di un centro unitario intorno a cui
far ruotare tutta la vicenda; ma  un eccesso che gli conferisce in com-
penso grande ricchezza di motivi storici e letterari sufficienti, unita-
mente al rigore morale e all'autentica passione politica, a farne, dopo
I promessi sposi, il maggiore romanzo del nostro Ottocento romantico.

STORICI, FILOSOFI, MEMORIALISTI
Il secolo 19esimo lo si  detto,  il secolo della storia sia per ragioni
teoriche legate alla grande filosofia tedesca culminata nello storicismo
hegeliano sia per il rinnovato interesse verso i secoli passati partico-
larmente del Medioevo, che suscit molte e importanti opere storio-
grafiche. Cesare Cant (1804-1895), che fu anche romanziere (Margherita 
Pusterla), scrisse addirittura una Storia universale in cinquantadue 
volumi, impressionante per erudizione ma inevitabilmente di
approssimativo valore scientifico. Pi storiograficamente validi sono i
lavori dei napoletani Carlo Troya (1784-1858) autore della Storia
d'Italia nel Medio Evo, Pietro Colletta (1775-1831) autore della Storia
del reame di Napoli e Vincenzo Cuoco (1770-1823) partecipe della ri-
voluzione napoletana del 1799 di cui scrisse nel Saggio storico sulla ri-
voluzione di Napoli; i piemontesi Carlo Botta (1766-1837) che scrisse
la Storia d'Italia dal 1789 al 1824, e Cesare Balbo (1789-1853) autore
del Sommario della storia d'Italia, nonch delle Speranze d'Italia (1844),
uno dei libri pi famosi relativamente al problema dell'indipendenza 
italiana. Molto importanti sono le due opere del palermitano 
Michele Amari, che partecip al governo siciliano del '48 e fu poi
ministro della Pubblica Istruzione del Regno d'Italia, La guerra del
Vespro siciliano e soprattutto la Storia dei Musulmani in Sicilia. Gino
Capponi (1792-1876), amico del Leopardi, figura dominante della
cultura della sua Firenze dove fu tra i fondatori dell'Antologia e del-
l'Archivio storico italiano, scrisse la Storia della Repubblica di Firenze
e, come pedagogista, il Frammento sull'educazione.
PersonaggiO eminente di letterato, giurista, filosofo fu Gian Domenico 
Romagnosi (1761-1835); ma i maggiori rappresentanti della filo-
sofia italiana del periodo furono il trentino Antonio Rosmini Serbati
(1797-1855), sacerdote e fondatore dell'Istituto della Carit, e il tori-
nese Vincenzo Gioberti. Entrambi appartengono alla corrente spiri-
tualista cattolica che intende superare l'empirismo e il soggettivismo;
il Rosmini, nel Nuovo saggio sull'origine delle idee, vide come fonda-
mento d'ogni giudizio l'idea dell'essere; il Gioberti, nella Protologia, 
fond la teoria dell'ontologismo secondo la quale l'Ente crea
l'esistente e l'esistente ritorna all'Ente. Ma il nome del Gioberti 
ancor pi legato al pensiero e alle vicende del Risorgimento, non solo
perch fu primo ministro del Regno di Sardegna, ma perch fu colui
che elabor e sostenne la soluzione federalista cattolica del Risorgimento 
nella celebre opera scritta durante l'esilio a Bruxelles, Del primato 
morale e civile degli italiani (1843). Ad esso si aggiunse nel '51
Del rinnovamento civile d'Italia che aderiva ormai alla soluzione uni-
taria sabauda. Sostenitori invece di un federalismo laico furono i mi-
lanesi Giuseppe Ferrari (1811-1876) autore della Filosofia della rivo-
luzione e della Storia delle rivoluzioni d'Italia, e Carlo Cattaneo (1801-
1869), fondatore de Il Politecnico, la pi moderna delle riviste italiane
dell'epoca per la sua visione scientifica, tecnica e sociale; egli parteci-
p alle Cinque giornate di Milano, di cui fu poi cronista e storico nel
volume Dell'insurrezione di Milano nel 1848. Altri suoi titoli importan-
ti furono l'Archivio triennale delle cose d'Italia e La citt considerata
come principio delle istorie italiane. Ma il vero apostolo del nostro 
Risorgimento fu, come  noto, Giuseppe Mazzini (Genova, 1805 - Pisa, 1872).
Fondatore della Giovine Italia, sub processi ed esili, fu organizzatore 
di tentativi rivoluzionari e triumviro della Repubblica
Romana del '49. La sua concezione, compendiata nei motti Pensiero 
e azione, Dio e popolo, fu di ispirazione religiosa, s che egli si
trov in contrasto con Marx quando, primo in Italia, cominci ad organizzare
le associazioni operaie. La sua opera  vastissima, di essa il
titolo pi importante e pi diffuso fu I doveri dell'uomo.
Il superamento del mazzinianesimo in una ispirazione non pi spiri-
tualista fu operato dal napoletano Carlo Pisacane (1818-1857) che
cadde a Sapri in un tentativo antiborbonico. Oltre a La guerra com-
battuta in Italia nel 1848-49, scrisse il famoso Saggio sulla rivoluzione,
che  il testo pi avanzato nelle rivendicazioni sociali soprattutto 
delle masse contadine.
Accanto alle opere storiche vanno ricordate alcune importantissime
opere di memorialistica che ci hanno tramandato in modo diretto le
esperienze vissute nelle lotte e nelle battaglie. Celeberrime sono Le
mie prigioni di Silvio Pellico (1789-1854) che fu autore anche di alcune 
tragedie. La sua opera maggiore ricorda la prigionia sofferta nel
carcere austriaco dello Spielberg per essere stato accusato quale
membro della Carboneria. Il forte spirito cristiano, che gli permise di
sopportare con rassegnazione la dura prova, traspare in tutta l'opera
rendendola, al di l del valore documentario, ancor oggi edificante.
Memorie di prigionia sono anche Le ricordanze della mia vita di Luigi
Settembrini (1813-1876) che pat i lavori forzati borbonici nell'isola
di Santo Stefano, sopportati con incredibile forza d'animo. Il Settem-
brini ha anche lasciato importanti Lezioni di letteratura italiana.
La memoria della spedizione garibaldina in Sicilia  affidata a I Mille
di Giuseppe Bandi, e soprattutto a Da Quarto al Volturno (o Noterelle
di uno dei Mille) di Giuseppe Cesare Abba (1838-1910) che fu descrittore 
vivace e attento delle battaglie, soprattutto quella di Calatafimi,
e del mondo siciliano al quale la spedizione approd (famoso fra tutti
l'episodio di Bronte con un tentativo di rivolta contadina e la dura re-
pressione di Nino Bixio).

II. IL SECONDO OTTOCENTO
1. Giosu Carducci. Francesco De Sanctis
CARDUCCI
Giosu Carducci nacque a Val di Castello in Versilia nel 1835, si lau-
reo presso la Scuola Normale di Pisa e dal 1860 fu professore di Let-
teratura italiana all'Universit di Bologna dove rimase fino al 1904.
Nel 1906 ottenne il Premio Nobel, l'anno seguente mor a Bologna.
Le sue tendenze antiromantiche si rivelarono sin dagli anni giovanili
quando egli fond la societ degli Amici pedanti, e si accompagna-
rono a un intenso contatto con i classici, corroborato da un forte e
moderno impegno filologico e da un acceso patriottismo di spiriti maz-
ziniani e repubblicani. Il primo frutto poetico nato da queste espe-
rienze fu Juvenilia, che raccoglieva le poesie scritte fra il '50 e 
il '60. Le poesie del decennio successivo furono raccolte in Levia Gravia 
e ripetevano in generale modi e motivi del libro precedente ma talora ani-
mandoli di pi vibranti accenti come quelli della rabbia e della delu-
sione in Dopo Aspromonte dove l'esaltazione dell'eroe Garibaldi -
Evviva a te, magnanimo / ribelle e precursore! / Il culto a te de' po-
steri, / con te d'Italia  il cuore! - si congiungeva al forte anticlerica-
lismo con l'augurio che l'umano pensiero / spezzi la falsa cattedra /
del successor di Pietro. Sono i motivi che ispirano anche l'Inno a Satana
(1863) che  la celebrazione non del demonio bens della ragione
umana e del progresso identificato infine nella ferrovia a vapore
estrema invenzione che pareva liberare l'uomo dai vincoli del passato: 
Passa benefico / di loco in loco / sull'infrenabile carro di fuoco....
Non vi  dubbio che in questa prima fase della produzione poetica
carducciana prevalga, nonostante i frequenti accenti di autentica pas-
sione, una forte vibrazione retorica. Essa permane anche nella raccolta 
successiva Giambi ed epodi che contiene poesie degli anni '67-'69, 
ma i pi marcati accenti giacobini finiscono per dare un segno ancor 
pi chiaro del momento culminante della passione politica giova-
nile, destinata in anni pi tardi a piegare verso ideali monarchici e
crispini. Ma qui  ancora Mazzini l'eroe da cantare: Esule antico, al
ciel mite e sereno / leva ora il volto che giammai non rise / Tu sol pen-
sando o ideal sei vero.
La maggiore poesia del Carducci ha inizio con le Rime nuove (1861-87) 
costituite nel primo libro da sonetti, alcuni dei quali sono tra i pi
celebri della sua intera produzione come Il bove, Funere mersit acerbo
scritto per la morte del figlioletto che raggiunge al cimitero il fratello
del poeta, Traversando la Maremma toscana (Dolce paese onde portai 
conforme / l'animo fiero e lo sdegnoso canto...). Questa vena che
si alimenta ora agli affetti familiari e alle memorie - Pianto antico 
ancora per la morte del figlio, Tedio invernale, San Martino - culmina in 
Davanti San Guido, ancora una delle pi famose poesie carducciane, in
cui il ricordo dell'infanzia lontana con le antiche favole della nonna
suggerisce un tono struggente sui sogni del bambino e la vanit della
vita:
O nonna, o nonna! deh com'era bella
quand'ero bimbo! ditemela ancor,
ditela a quest'uom savio la novella
di lei che cerca il suo perduto amor!
(...)
Deh, come bella, o nonna, e come vera
 la novella ancor! Proprio cos.
E quello che cercai mattina e sera
tanti e tanti anni invano  forse qui

Sotto questi cipressi, ove non spero
ove non penso di posarmi pi
forse, nonna,  nel vostro cimitero...
Poi l'ispirazione si allarga ulteriormente ai grandi avvenimenti e ai
personaggi della storia e nasce ora una poesia dagli accenti epici con
La leggenda di Teodorico, Il comune rustico, sogno di una felice societ 
contadina del Medioevo, Sui campi di Marengo sulla discesa di Federico 
Barbarossa in Italia nel 1175, Faida di comune, un episodio di
lotta fra Pisa e Lucca. A questa vena si ricongiungono i dodici sonetti
di Ca ira a memoria ed esaltazione della rivoluzione francese.
La grande poesia carducciana continua con le Odi barbare (1877-89), 
cos intitolate perch, usando metri classici (strofe saffica, strofe
alcaica, distici elegiaci) il poeta immagina che esse sonerebbero bar-
bare cio stonate agli orecchi raffinati degli antichi. Anche di questa
raccolta alcune poesie sono largamente famose; cos Nell'annuale della 
fondazione di Roma (strofe alcaica):
Te redimito di fior purpurei
april te vide sul colle emergere
dal solco di Romolo torva
riguardante su i selvaggi piani...

cos Alle fonti del Clitunno (strofe saffica):
Ancor dal monte, che di foschi ondeggia
frassini al vento mormoranti e lunge
per l'aure odora fresco di silvestri
salvie e di timi...

o in Nevicata (distico elegiaco)
Lenta fiocca la neve pe 'l cielo cinereo: gridi
suon di vita pi non salgon da la citt...

Ma si veda in Alla stazione in una mattina d'autunno (ancora in stro-
fe alcaiche) come la poesia carducciana generalmente connotata da
una forte vibrazione classicheggiante si pieghi ad una sensibilit che
prelude all'ormai prossimo Decadentismo:
Oh quei fanali come s'inseguono
accidiosi l dietro gli alberi,
tra i rami stillanti di pioggia
sbadigliando la luce sul fango!
L'ultima raccolta  Rime e ritmi, ove si fa particolarmente insistente
il motivo celebrativo e storico, come accade in Piemonte o in Bicocca
di San Germano o nella pi famosa Canzone di Legnano:
(...)
Signori milanesi il consol dice
La primavera in fior mena tedeschi
pur come d'uso. Fanno pasqua i lurchi
ne le lor tane e poi calano a valle
(...) Quale
volete, o milanesi? od aspettare
da l'argin novo riguardando in arme
o mandar messi a Cesare, o affrontare
a lancia e spada il Barbarossa in campo?
A lancia e spada tona il parlamento,
A lancia e spada, il Barbarossa, in campo.

FRANCESCO DE SANCTIS
Francesco De Sanctis  il nostro maggiore storico e critico della let-
teratura dell'Ottocento e forse non solo dell'Ottocento. Nacque a
Morra Irpina nel 1817, fu allievo di Basilio Puoti il pi deciso sosteni-
tore del purismo linguistico, e nel '48 combatt a Napoli contro i Bor-
boni e ne sub il carcere; dal '56 insegn nel Politecnico di Zurigo
nel 1860 Garibaldi lo nomin governatore di Avellino e nel '61 Cavour 
lo nomin ministro della Pubblica Istruzione. Della sua vita e
delle esperienze politiche egli parl in due vivissimi libri, La giovinezza
e Viaggio elettorale, ma la maggior gloria gli viene dai grandi saggi
letterari.
Essi si fondano sul concetto di realismo, di derivazione hegeliana
ma che il De Sanctis elabor originalmente; Il mio realismo - egli
scrisse - lo esprimo in poche parole. La sua sostanza  questa: che
nell'arte bisogna dare una pi larga parte alle forze naturali e animali
dell'uomo, cacciare il sogno e sostituirvi l'azione, se vogliamo ritornar
giovani, formare la volont, ritemprare le fibre. Egli perci rifiut
sia il facile e volgare contenutismo secondo il quale l'opera sarebbe
artistica se ha contenuti forti e morali, sia l'astratto formalismo di chi
sostiene che nell'opera d'arte la forma  tutto. L'uomo cantando
esprime tutto di s - ribatte il De Sanctis -. Non gli basta essere arti-
sta, deve essere uomo. Cosa esprime, se il suo mondo interiore  povero 
o artefatto o meccanico, se non ci ha fede, se non ci ha il senti-
mento, se non ha niente da realizzare al di fuori? -; la forma e il con-
tenuto, in conclusione, si identificano.
L'opera del De Sanctis comprende i Saggi critici e i Nuovi Saggi critici, 
il Saggio sul Petrarca, le Lezioni sul Manzoni, lo Studio sul Leopardi
e la Storia della letteratura italiana, che ricostruisce la letteratura come
un processo dialettico tra l'individualit dell'autore e l'ambiente in cui
egli opera. Le pagine fondamentali dell'opera desanctisiana riguardano 
Dante, rispetto al quale il De Sanctis super una critica meramente 
erudita e contenutistica, ricostruendo il processo creativo del poema; 
il Petrarca, nel saggio sul quale  chiarito il concetto di situazione 
quale complesso delle condizioni reali che il poeta non pu igno-
rare; e comunque, del Petrarca, o piuttosto del petrarchismo, il De
Sanctis fu tenace critico come causa della decadenza anche letteraria
in Italia; Machiavelli che fonda la scienza dell'uomo moderno; Parini
e Foscolo, con i quali in Italia rinasce l'uomo; poich tutta l'opera
del De Sanctis mira a tracciare il percorso compiuto in Italia dalla 
decadenza dell'et della Controriforma alla redenzione avvenuta con il
Risorgimento; ma si aggiunga anche l'interesse per il naturalismo a
lui contemporaneo sul quale scrisse con i saggi su Darwin e Zola.

2. DECADENTISMO E VERISMO
IL DECADENTISMO
In un suo celebre saggio sul Decadentismo, cos Walter Binni ne de-
finiva la poetica: Il principio essenziale della poetica decadente  la
constatazione di un mondo nuovo, d'una regione dello spirito ine-
splorata e basilare per ogni conoscenza e per ogni morale. Da qui
derivano alcune conseguenze fondamentali: il concetto di decadentismo 
in letteratura non vuole significare decadenza della letteratura
ma intende indicare un modo diverso di fare letteratura: al limite, di
essere uomo e di sentire il mondo in un modo diverso, e dunque una
letteratura che pu realizzare grandi opere decadenti; in secondo luo-
go, il Decadentismo si pone in antitesi tanto al classicismo quanto al
Romanticismo. Se nel classicismo trionfava l'amore per la forma,
l'ideale della serenit, il culto dei classici; e nel Romanticismo trion-
favano i forti contenuti passionali, il culto per il Medioevo, la visione
storicizzante della realt - il Decadentismo scopre le pure e immediate 
sensazioni, quasi le minime vibrazioni della psiche, l'inconscio
che  dietro la ragione e la poesia come folgorante scoperta del mistero 
che  nell'uomo e nelle cose. La sua poetica  dunque antirealista
e antinaturalista, estetizzante e simbolista, contro le grandi costruzioni 
letterarie a favore dell'atmosfera, del frammento, della musicalit.
In questa rivoluzione della cultura e della letteratura  implicita -
o talora esplicita - anche una concezione rivoluzionaria contro la so-
ciet borghese, la quale, in un momento storico che ne stava cele-
brando i fasti - militarismo, colonialismo, culto della scienza - rivela-
va la sua miseria etica e la sua falsit comportamentale; da qui la
fuga dell'artista, nella vita o nelle opere, verso le pi svariate direzio-
ni, dal bohmien al superuomo, dal dandy all'esteta, con i loro miti del
sangue, o della razza, e del sesso, del primitivo e dell'esotico, e insomma
verso tutto ci che cade al di fuori della normalit borghese. Ma
naturalmente, e proprio perch tutto cade anche al di fuori del controllo 
della ragione, vi  la possibilit che tutto si rovesci nella iperce-
lebrazione dell'etica borghese, come accadde in diversa guisa per le
teorie di Nietzsche, per alcune esasperate forme di spiritualismo, per
il sostegno dato nei diversi paesi alle posizioni di un nazionalismo
esasperato e alla prima Guerra che ne fu l'approdo. Secondo il critico
Carlo Salinari, tre furono i miti pi riconoscibili nella letteratura ita-
liana del periodo, quelli del fanciullino, del superuomo e del santo, di
cui furono rispettivamente portatori il Pascoli, il D'Annunzio e il 
Fogazzaro, rispetto ai quali Pirandello  la riconquista della coscienza
della vera realt di quei valori. Di questi autori si parler pi avan-
ti, ma prima di loro nel tempo, e quali veri fondatori della civilt del
Decadentismo vanno ricordati i poeti francesi Baudelaire, Verlaine,
Rimbaud, Mallarm, Maeterlink e altri ancora che furono d'esempio
ai nostri poeti ancora fino agli inizi del Novecento.

LA SCAPIGLIATURA
Vi  per una premessa al Decadentismo che  tutta italiana, e pi
precisamente settentrionale, nella quale nasce una letteratura in cui
si consumano le ultime propaggini del Romanticismo, e contempora-
neamente si avverte una sensibilit nuova, spesso esasperata ma co-
munque diversa dagli ultimi languori romantici di cui Aleardi e ancor
pi il Prati erano stati gli estremi cantori. Sono gli scrittori e i poeti
della Scapigliatura, che prende nome dal titolo di un romanzo di
Cletto Arrighi (pseudonimo di Carlo Righetti) che traduceva il termine 
francese bohme.
La Scapigliatura pu essere accostata al Decadentismo per la carica
polemica spesso violenta che essa contiene contro la morale borghe-
se, con largo sfoggio di un anticonformismo anche drammatico, che
va dalla frequentazione di ambienti malfamati, all'alcolismo, al gusto
del macabro, al suicidio. E ancora l'accostamento  valido per quel
che concerne l'ammodernamento del linguaggio, certamente pi modesto 
e provinciale rispetto a quello che si sta verificando presso i
grandi decadenti francesi, ma su una linea che supera l'Ottocento ro-
mantico e prelude al Novecento. Ma questo rinnovamento avveniva,
differenziandosi cos dal Decadentismo, attraverso un'immersione nel
mondo popolare e subpopolare donde trarre temi e parole secondo
una concezione che era essenzialmente realistica, volutamente pro-
sastica, o dimessa o irritata con intrusioni dialettali e familiari. Ed era
in queste forme tendenzialmente anarchiche e bizzarre che si manife-
stava il bisogno vago sebbene sincero di modernit (Sapegno) di
questi scrittori. Essi finivano per esprimere nei loro modi inconsueti e
spesso scandalosi la scontentezza di una generazione che aveva vissu-
to l'et eroica del Risorgimento ed aveva poi assistito alle delusioni di
quella piccola politica degli anni Sessanta-Ottanta in cui essi manife-
starono a loro modo la protesta ma fors'anche l'aspirazione a un
modo diverso di vivere rispetto alla piatta quotidianit borghese di
quegli anni.
Numerosi sono i poeti della Scapigliatura; tra di essi si ricordino 
Arrigo Boito, Giovanni Camerana, Emilio Praga, Iginio Ugo Tarchetti.
Arrigo Boito (1842-1918) fu anche musicista di rilievo come autore di
due opere molto note, il Nerone e soprattutto il Mefistofele, nonch
dei libretti delle opere verdiane Otello e Falstaff e della Gioconda di
Ponchielli. La sua attivit poetica appartiene all'et giovanile e com-
prende le raccolte Re Orso e Il libro dei versi, nelle quali emergono
due caratteristiche, il dualismo mefistofelico tra il bene e il male e
la variet metrica che spezzando le misure consuete anticipa pi moderne 
soluzioni. Giovanni Camerana (1845 - morto suicida nel 1905) fu forse 
il pi vicino ai modelli francesi e in particolare a Baudelaire
spirito assai tormentato, coltiv con dignit anche la pittura; la sua
opera poetica  raccolta in Versi. Anche Emilio Praga (1839-1875) fu
pittore e buon conoscitore della poesia francese, precipitato dalla ric-
chezza nella miseria e nello squallore, mor alcolizzato. L'irrequietezza 
del vivere, che ne fa uno dei rappresentanti pi autentici della Sca-
pigliatura, si riflette nell'alternanza delle sue corde poetiche, che van-
no da motivi idillici a motivi satanici in una serie abbastanza numerosa di
raccolte, Tavolozze, Penombre, Fiabe e leggende, Trasparenze nonch
in prosa, Memorie del presbiterio, che egli riusc a scrivere nonostante
la vita sregolata e la morte a soltanto trentasei anni. Poeta e narratore fu
anche Iginio Ugo Tarchetti, pure morto giovanissimo (1841-1869)
tutta l'opera poetica  contenuta nell'opera postuma Disjecta; assai
pi importante  l'opera narrativa caratterizzata da un'ispirazione lu-
gubre e macabra nonch da un acceso antimilitarismo che gli procur
cause e duelli. I suoi romanzi pi famosi sono Una nobile follia e Fosca
che, interrotto dalla morte dell'autore, fu portato a termine dal roman-
ziere Salvatore Farina, l il Tarchetti ripeteva la sua predilezione per i
motivi fatali e morbosi.
Altri narratori importanti sono Carlo Dossi, Giuseppe Rovani, Emilio 
De Marchi e Marco Praga. Pi vicino agli ambienti scapigliati, il
Dossi (il cui vero nome era Carlo Alberto Pisani Dossi, 1849-1910)
era e rest di famiglia aristocratica e fu anche diplomatico con il go-
verno Crispi; in L'altr'ieri: nero su bianco e Vita d'Alberto Pisani egli
raccont le sue esperienze fin dall'et felice dell'infanzia, e nel '74 
pubblic il romanzo La colonia felice. Ma l'opera sua pi importante fu-
rono le Note azzurre, uscite postume, che in una lingua movimentata e
moderna raccoglievano pensieri e considerazioni varie. Il Dossi fu grande 
ammiratore di Giuseppe Rovani (1818-1874) il quale partecip assai
vivamente alle lotte del Risorgimento e fu autore di diversi romanzi
dei quali di gran lunga il pi importante  Cento anni ambientato nel-
la vita milanese dalla met del Settecento alla met dell'Ottocento ri-
tratta con linguaggio vivo e popolare. Anche Giuseppe Rovani, che
biograficamente precede gli scapigliati e ne prepara l'esperienza, fin
vittima dell'alcool. Emilio De Marchi (1851-1901) fu autore di romanzi 
assai fortunati come Il cappello del prete, quasi un romanzo
giallo, e soprattutto Demetrio Pianelli (il cui titolo nella prima edi-
zione era La bella pigotta) sulla figura del travet milanese che paga
con rassegnata solitudine la sua triste vita illuminata per dall'impegno 
morale. Narratore fu anche Marco Praga (1862-1929), figlio di
Emilio, che per dedic quasi tutta la sua attivit al teatro sia come
autore (La vergine, La moglie ideale, L'amico, eccetera) sia come critico e
organizzatore teatrale. Va ricordato infine anche Giovanni Faldella
(1846-1928) come il rappresentante pi in vista della Scapigliatura
piemontese e autore, fra l'altro, delle Figurine.
Non va trascurata in questa rassegna di narratori del periodo postri-
sorgimentale la figura certamente pi fortunata e popolare, quella di
Edmondo De Amicis (1846-1908), il quale non fu autore di romanzi
ma di bozzetti (La vita militare), di prose di viaggio (Spagna, Olanda,
Marocco, Costantinopoli, eccetera) e dei racconti di La carrozza di tutti 
che sono piuttosto un diario dei quotidiani incontri in tram. E forma di
diario ha anche l'opera sua di gran lunga pi famosa, Cuore, in cui si
racconta la vita in una scuola con la viva rappresentazione dei maestri, 
degli alunni e della loro diversit psicologica e sociale, il tutto in
una facile vena con cui si enunciano princpi morali e pedagogici, mo-
tivi sentimentali e patriottici che hanno fatto di questo libro per pi
generazioni un modello di comportamento.
Altrettanta popolarit in Italia e nel mondo ha goduto il libro per
l'infanzia Le avventure di Pinocchio di Collodi (pseudonimo di Carlo
Lorenzini, che fu combattente della prima e della seconda guerra di
Indipendenza), meravigliosa storia di un burattino di legno che attra-
verso molte vicende diventa infine un bravo bambino, scritta in una bel-
la lingua toscana e vivace e piacevole stile. Il Lorenzini fu autore anche
di altri libri per l'infanzia tra i quali quelli dedicati 
all'altro suo eroe, Giannettino. Altro autore dalla bella lingua toscana 
fu Renato Fucini (che us anche lo pseudonimo Neri Tanfucio) autore 
fra l'altro delle Veglie di Neri.
Di tutt'altra tempra il carattere e l'opera del romagnolo Alfredo
Oriani (1852-1909), autore di numerosi romanzi spesso a fosche tinte
e quasi simili a romanzi d'appendice (si ricordino Gelosia, La disfatta,
Vortice, Olocausto e le novelle di La bicicletta); ma la sua figura  pi
legata a una forte partecipazione politica sia nei confronti del colo-
nialismo che egli sostenne in Fino a Dogali sia nella descrizione della
Lotta politica in Italia e la teorizzazione della Rivolta ideale che af-
fronta i problemi delle aristocrazie, delle nuove industrie, delle 
funzioni delle classi sociali, eccetera.

IL VERISMO
Si intende per Verismo una corrente letteraria che ha per basi filo-
sofiche il positivismo e lo scientismo che si andavano affermando negli 
ultimi decenni del secolo 19esimo, e come intento letterario la descri-
zione della realt umana e sociale quale si era venuta determinando
nella vita del recente Regno d'Italia e nell'avvento dell'et del pieno
capitalismo e dell'incipiente socialismo. Esso si affianca a quello che
in Francia viene chiamato naturalismo, un termine che pu essere
scambiato con quello di verismo di cui  sostanzialmente sinonimo.
In Francia il naturalismo ebbe il suo massimo rappresentante in Emile Zola, 
e proprio nel Saggio su Zola il De Sanctis riconosceva il vero
mezzo per sollecitare le virt dell'uomo. Si trattava dunque di superare 
la visione idealista e spiritualista propria dell'et romantica per
prendere atto della vera realt e dei mezzi per poterla attingere; una
realt fatta di questioni economiche, sociali e politiche, ma ancor pri-
ma di individui con la loro condizione singola e la loro psicologia, che
ora la scienza era in grado di indagare e conoscere.
Per questo il Verga parl a proposito di un suo racconto (L'amante
di Gramigna) di documento umano, e auspic l'avvento di una forma 
narrativa cos perfetta che la mano dell'Artista rimarr assoluta-
mente invisibile, allora sar l'impronta dell'avvenimento reale, l'opera 
d'arte sembrer essersi fatta da s, aver maturato ed esser sorta spon-
tanea come un fatto naturale, senza serbare alcun punto di contatto col
suo autore, alcuna macchia del peccato d'origine. Era il principio del-
l'impersonalit che intendeva applicare allo studio della societ umana
gli stessi strumenti con cui si  soliti indagare la natura; e, perci, i
fatti umani come conseguenze necessarie delle leggi che li governano.
Questi intenti comportarono anche profonde trasformazioni nel lin-
guaggio letterario. Poich si doveva descrivere la realt vera, si pass
ad una lingua che la sapesse cogliere e restituire nella sua autenticit,
quindi una lingua che lasciasse definitivamente cadere le immaginosit 
o astratte o vaporose del Romanticismo deteriore, e adottasse termini 
concreti cio pi vicini a quelli parlati. Si diffuse perci l'uso
dei dialetti o dei termini scientifici, e comunque dei linguaggi degli
ambienti di cui si intendeva parlare, fossero di operai o di contadini o
di pescatori, di uomini politici o di militari, eccetera.
Naturalmente non  possibile operare un taglio netto tra coloro che ap-
partengono con certezza al Verismo e coloro che ne sono fuori. Abbiamo
gi incontrato tra gli scapigliati autori cui la qualifica di realisti non
 negabile; e cos, daltra parte, un autore della statura di Verga esorbita
da ogni pura definizione di scuola; o molti altri autori che si spingono 
fin dentro il Novecento certamente derivano dal Verismo (e questa volta
sar meglio dire realismo) ma lo superano per la novit o l'aggiorna-
mento dei problemi e della lingua. Si pu, in ogni caso, con sufficiente
esattezza assegnare una data al Verismo, o almeno alla sua piena coscienza 
da parte degli scrittori, con l'opera di Luigi Capuana (Mineo, 1839 - 
Catania, 1915) Studi sulla letteratura contemporanea (1879-82)
che, partendo soprattutto dai grandi realisti francesi, Balzac, Flaubert,
Zola, teorizz i fondamenti del Verismo: la riproduzione diretta dal
vero, cio dalla vita contemporanea, condotta in modo conforme alle
leggi della natura e della societ. Il Capuana ebbe poi modo di ripren-
dere, e in parte rivedere, le sue teorie nell'opera Gli ismi contempo-
ranei del 1898. Ma egli fu anche notevole e fecondo narratore sia con
le novelle Le paesane, Nuove paesane, Le ultime paesane postume sia
con i romanzi Giacinta e soprattutto Il marchese di Roccaverdina
(1901) dove la descrizione dell'ambiente siciliano ancora feudale si
risolve in uno sconvolto dramma psicologico che approda alla pazzia.
Capuana fu anche fortunato autore di commedie in dialetto siciliano.

GIOVANNI VERGA
Il massimo rappresentante del Verismo in Italia  certamente Giovanni 
Verga (Catania, 1840 - ivi, 1922). La sua attivit di narratore ha
inizio col trasferimento a Firenze nel 1865 e successivamente, nel 1872,
a Milano dove rimase circa un ventennio. Questo primo periodo della
produzione narrativa  caratterizzato dall'incontro con la Scapiglia-
tura che d luogo a una serie di opere in cui  forte l'influenza dei
modi e dei sentimenti dell'ultimo Romanticismo. Nascono cos I carbonari 
della montagna su un'insurrezione in Calabria contro il re Gioacchino 
Murat, e Sulle lagune, che sposta l'ambiente risorgimentale a
Venezia. Hanno poi inizio i romanzi in cui le violente passioni d'amore
e i drammi psicologici ambientati in una societ mondana ricalcano 
gli aspetti deteriori della classe borghese; tali sono Una peccatrice (1862),
Eva (1865), Tigre reale (1875), Eros (1875) in cui la dialettica
uomo-donna si muove in genere fra la stranezza e anche la violenza
della donna e la debolezza, la malattia interiore dell'uomo che lo porta 
fino all'ultimo passo. Usciva in parte da questo clich tardo romantico 
la Storia di una capinera (1871) non solo per la sua struttura di romanzo 
epistolare, ma per la confessione delicata e drammatica della
sorte di una fanciulla destinata alla monacazione di clausura e che
per amore si ribella e viene sconfitta fino al suo ultimo sacrificio. In
questo caso, la sottile e precisa descrizione del mutarsi dei sentimenti
dalla accettata normalit, all'amore, alla follia prelude gi da vicino al
maggior momento dell'arte verghiana che coincide, appena tre anni
dopo, con lo spostamento dei temi e dei personaggi dal parallelo 
settentrionale alla Sicilia.
Nel 1874 Verga scrive il bozzetto siciliano Nedda, che porta l'azione 
e i personaggi in una Sicilia remota e derelitta in cui si consuma la
triste storia di una povera contadina che soccombe alla disgrazia e
alla miseria. Questa nuova vena trova la sua alta realizzazione nella
raccolta di novelle Vita dei campi che contiene alcuni dei titoli pi 
famosi come Cavalleria rusticana resa ancor pi celebre dalla trasposi-
zione teatrale e dall'opera lirica musicata da Mascagni, La lupa, tragica 
storia del sacrificio di una prostituta di paese, Fantasticheria, che
riprende le esperienze settentrionali dell'autore, e poi Jeli il pastore,
Rosso malpelo, e quell'Amante di Gramigna della cui introduzione si 
gi detto.
La seconda raccolta saranno le Novelle rusticane (1883) dove pure
incontriamo alcuni titoli tra i pi importanti, come Malaria, La roba e
Libert che riprende l'episodio di Bronte durante la spedizione dei
Mille. Lo stile del Verga si  fatto ora asciutto, essenziale, e il linguag-
gio realistico con venature dialettali mira al dramma che si contiene
nella vicenda senza tralasciare l'ambiente e le persone che lo vivono,
in un assoluto equilibrio letterario che fa di qualcuno di questi testi
un piccolo capolavoro.
Nell'81 esce il primo dei grandi romanzi, I Malavoglia che apre il ciclo 
de I vinti che avrebbe dovuto comprendere cinque romanzi, di
cui lo stesso Verga tracci l'intero itinerario: Nei Malavoglia - scris-
se - non  ancora che la lotta pei bisogni materiali. Soddisfatti questi
la ricerca diviene avidit di ricchezze e si incarner in un tipo borghe-
se, Mastro-don Gesualdo, incorniciato nel quadro ancora ristretto di
una piccola citt di provincia, ma dal quale i colori cominceranno ad
essere pi vivaci, e il disegno a farsi pi ampio e variato. Poi diventer
vanit aristocratica nella Duchessa di Leyra; e ambizione nell'Onorevole 
Scipioni, per arrivare all'Uomo di lusso, il quale riunisce tutte co-
teste bramosie, tutte coteste vanit, tutte coteste ambizioni, per com-
prenderle e soffrirne, se le sente nel sangue, e ne  consunto. Ma di
questi titoli uscirono solo i primi due e del terzo si ebbe soltanto 
l'inizio.
I Malavoglia  la storia di una famiglia di pescatori di Aci Trezza negli 
anni Sessanta; ma a dominare le vicende degli uomini non  qui
tanto la loro volont quanto il fato che da una disgrazia iniziale deter-
mina una ineluttabile serie di sventure che portano alla rovina; ma
dalla vicenda familiare il romanzo si allarga a descrivere le varie figu-
re del piccolo ambiente di paese che vanno a costituire il coro del
dramma. Meno corale  Mastro-don Gesualdo (1889) in cui si intrec-
ciano i complessi e falsi rapporti matrimoniali (le cui conseguenze
avrebbero dovuto trovar luogo nella Duchessa di Leyra) nei quali ri-
mane invischiato e infine sconfitto il borghese arricchito preso nella
trappola del mondo aristocratico con la sua crudelt e la sua falsit.
Oltre ai due romanzi maggiori e alle due principali raccolte di novelle, 
il Verga scrisse il romanzo Il marito di Elena (1882) e le novelle di
Vagabondaggio (1887), I ricordi del capitano d'Arce (1891), Don Can-
deloro e Ci. (1894), e numerose opere teatrali, talora dedotte dalle no-
velle, la pi importante delle quali  Dal tuo al mio (1903) che affronta 
il contrasto fra la vecchia nobilt e la nuova classe dei capitalisti
con di fronte gli operai come nuovi aspiranti alla ricchezza ma privi
ancora di una sicura coscienza di classe.

ALTRI NARRATORI FRA OTTOCENTO E NOVECENTO
Ancora un folto gruppo di narratori occupa con grande rilievo i decenni 
fra il secolo 19esimo e il 20esimo; ed  di notevole importanza che essi si
muovano in genere nell'ambito di una cultura e di una problematica
regionali sottolineando cos uno degli aspetti pi propri della lettera-
tura realistica del periodo. Federico De Roberto fu napoletano di na-
scita (1861-1927) ma visse la giovinezza a Catania dove sub l'influenza 
del Verga e del Capuana; e proprio in Sicilia  ambientata la sua
opera maggiore, il romanzo I Vicer, storia di una nobile famiglia sici-
liana che vive drammaticamente la decadenza dall'antica posizione
di dominio ai nuovi tempi democratici. De Roberto raggiungeva in
quest'opera un alto livello rappresentativo congiungendo la sua grande 
capacit psicologica con una autentica vocazione storica, che gli
dett anche il successivo romanzo, L'Imperio ambientato nel periodo
crispino, rimasto per incompiuto. Altri suoi romanzi furono Ermanno Raeli,
L'illusione, La messa di nozze; numerose furono anche le raccolte di 
novelle, Documenti umani, Processi verbali, La morte dell'amore, eccetera.
Assai pi caratterizzata nel suo ambiente regionale  l'opera di Grazia 
Deledda, nata a Nuoro nel 1871, morta a Roma nel 1936, premio
Nobel nel 1926. Dopo una giovinezza autodidatta trascorsa tutta in
Sardegna, agli inizi del secolo si trasfer a Roma dove sub influenze
dannunziane e in generale decadentistiche. Ma la sua vera ispirazione
e i suoi temi pi autentici continuarono a venirle dalla sua isola
con un accento che filtrava i modi realistici attraverso la mitizzazione
di uomini e paesaggi visti ormai con l'occhio della nostalgia. Nascono
cos alcuni romanzi ricchi di passioni o vagamente favolosi come Cenere,
Canne al vento, Elias Portolu, Marianna Sirca e altri ancora che si
collocano storicamente tra la sopravvivenza dei moduli veristici e una
sensibilit pi moderna che derivava all'autrice anche dall'impegno
morale sempre presente nella sua opera.
Nativa di Patrasso (Grecia) nel 1856, e morta a Napoli nel 1927, Matilde 
Serao fu in realt napoletana nella vita e nella letteratura. A Napoli 
spos il famoso giornalista Edoardo Scarfoglio (dal quale poi si
separ) e con lui fond alcuni giornali fra cui Il Mattino, e alla vita 
napoletana indagata in tutte le sue pieghe  dedicata la sua opera pi nota,
Il ventre di Napoli, cui si aggiunse Il paese di cuccaga.  questa la mi-
glior vena della Serao che con i bozzetti e le novelle si allarga anche
alla descrizione della vita romana. Meno felici e meno importanti
sono invece  suoi romanzi che tentarono anche la via degli argomenti
religiosi (San Gennaro nella leggenda e nella vita, San Giovanni della
Croce, eccetera).
Ben pi convinta e quasi totale  l'ispirazione religiosa del vicentino
Antonio Fogazzaro (1842-1911), certamente il pi importante scrittore 
cattolico del periodo, anche se il suo cristianesimo si tinse di forti
venature moderniste che portarono alla condanna da parte della Chiesa 
di alcuni suoi romanzi. Fogazzaro fu anche poeta; anzi, la sua prima 
opera, Miranda (1874)  un poemetto cui seguirono le poesie di
Valsolda (1876); ma la sua vera vena fu certamente di narratore e gi
nell'81 produsse il primo romanzo, Malombra cui seguirono Daniele
Cortis (1885) e Il mestiere di poeta (1888). Caratteristica propria della
narrativa fogazzariana gi in questo periodo  una contaminazione
fra uno spiritualismo di fondo e una cultura positivista, tra una ten-
denza a storie sentimentalmente complesse e torbide e la vocazione a
una sublimazione religiosa, tra la capacit di costruire romanzi a tutto
tondo e i compiacimenti bozzettistici spesso espressi in termini dialet-
tali. Rientra in questa tipologia anche la sua maggiore opera, Piccolo
mondo antico (1895) che narra la vicenda di una giovane coppia di
sposi e i loro conflitti resi tragici dalla morte della piccola figlia, in
un'ambientazione che ci porta ai tempi della seconda guerra del 
Risorgimento. Da questo romanzo nascono, con una precisa ripresa di
personaggi, anche i successivi, Piccolo mondo moderno (1900) e Il
santo (1905), in cui l'autore vagheggia e teorizza il rinnovamento 
dogmatico del cattolicesimo, forse con una non sempre felice fusione 
della tematica religiosa con la funzionalit narrativa.

TRE POETI IN DIALETTO
Anche sul finire del secolo 19esimo, come gi vedemmo al suo inizio, la
poesia annovera importanti voci che si esprimono in dialetto, Salvatore
Di Giacomo, Cesare Pascarella e Trilussa.
Salvatore Di Giacomo (1860-1934) fu poeta in dialetto napoletano
nonch narratore, autore di teatro e studioso del mondo e della cultu-
ra della sua citt. Come la Serao - scrive Croce che del Di Giacomo
fu il primo scopritore - Salvatore Di Giacomo prende materiali e co-
lori dalla vita napoletana; ma il suo animo e l'arte sua sono assai di-
versi da quelli della passionale novellatrice e della feconda ed esube-
rante scrittrice. Attraggono il Di Giacomo soprattutto gli spettacoli
tragici, umoristici macabri, i miscugli di ferocia e di bont, di comicit 
e di passione, di abbrutimento e di sentimentalit. Egli trae poesia
da qualunque piccolo fatto della vita napoletana che viene tradotto in
versi cantabili, quasi settecenteschi, vivissimi nel descrivere le parti-
colari situazioni accompagnandole con una nota di umanit (si vedano
Ariette e sunette del 1908 e Canzone e ariette nove del 1916); gli stessi 
caratteri li ritroviamo nelle Novelle napoletane, nel dramma Assunta Spina, 
nei quali  possibile rintracciare la derivazione veristica e insieme il 
suo superamento in un lirismo corale proprio del parallelo letterario nel
quale egli oper e che contribu a portare a un alto livello artistico.
Se la vena del Di Giacomo si realizza eminentemente nella composizione 
breve, quella di Cesare Pascarella, romano (1858-1940), tende al poema 
pur se organizzato come successione di sonetti. Nascono
cos i suoi due titoli maggiori, Villa Glori (1886) sul tentativo compiuto 
da Garibaldi verso Roma nel 1867, e soprattutto La scoperta dell'America 
(1893) che ricostruisce in modo fantasioso e quasi umoristico l'impresa 
di Cristoforo Colombo. Pi che nel tono talvolta retorico
ed eroicizzante del primo poemetto,  nel secondo che l'invenzione
pascarelliana d i migliori risultati per lo spirito brioso e disincantato
con cui un popolano romano descrive a suo modo la grande avventura, non 
senza introdurre motivi di una semplice filosofia popolare che
tuttavia non guasta il fondamentale accento comico-avventuroso che
ha assicurato all'opera una larghissima diffusione. Pascarella  suc-
cessivamente tornato alla storia con Storia nostra, ancora un poema
in sonetti rimasto incompiuto e che solo a tratti rinnova la felicit
poetica della Scoperta dell'America.
Trilussa (1871-1950), pseudonimo di Carlo Alberto Salustri, fu un
poeta romano e romanesco dalla brillante vena satirica, arricchita
dalla tendenza alla favola e temperata da una sostanziale bonomia,
che era espressione di una piccola borghesia romana alla quale lui
stesso apparteneva. La capacit di sorridere e di risolvere la morale in
piccole punture, la tendenza all'idillio che lo ha fatto accostare al ge-
nere crepuscolare, si risolvono infine in un'opera gradevole e anche
piacevolmente istruttiva che ha accompagnato per lunghi decenni la
vita in particolare della sua citt, dai Quaranta sonetti romaneschi del
1895 e dalle Favole romanesche del 1901 fino a Ommini e bestie del
1908 e Cento apologhi del 1935.

3. Giovanni Pascoli e Gabriele D'Annunzio
GIOVANNI PASCOLI
Pascoli e D'Annunzio furono i massimi rappresentanti del Decadentismo 
italiano e gli autori che in diversa maniera pi di altri influenzarono 
la poesia italiana del secolo 20esimo.
Giovanni Pascoli nacque a San Mauro di Romagna (oggi San Mauro Pascoli) 
nel 1858; il padre, amministratore dei beni del principe
Torlonia, fu ucciso da un assassino rimasto sconosciuto nel 1867. Fu
questo il primo lutto familiare seguito presto da altri che colpirono la
madre e quattro fratelli; l'animo del fanciullo ne fu drammaticamente 
e definitivamente segnato, s che il tema della famiglia perduta
della morte, dell'ingiustizia rimase tra i motivi capitali della sua poesia.
Dopo i primi studi a Urbino, Rimini e Firenze, il giovane Pascoli
si iscrisse all'Universit di Bologna dove ebbe a maestro il Carducci
fu anche il periodo in cui, per aver partecipato a una manifestazione
anarchica, soffr alcuni mesi di carcere (1878) da cui usc con una crisi
risolutiva che lo port di nuovo agli studi, alla laurea, alla cattedra di
professore di latino e greco nei licei. Ricostituito il nucleo familiare
nel '94 con le sorelle Ida e Maria nella casa di Castelvecchio presso
Lucca, divenuto raffinato latinista e come tale vincitore per molte
volte del premio di Amsterdam per la poesia latina, nel '95 entr nel-
l'Universit di Bologna dove poi sarebbe subentrato alla cattedra del
Carducci. Il Pascoli mor a Bologna nel 1912.
La sua poetica  espressa nella celebre prosa del Fanciullino che ri-
prende un'immagine classica di Platone.  dentro noi - scrive il Pascoli - 
un fanciullino che non solo ha brividi, ma lagrime ancora e tripdi suoi 
e che risuona in un angolo d'anima anche quando si  divenuti 
adulti. Egli  quello - continua il Pascoli - che ha paura del
buio, perch al buio vede o crede di vedere; quello che alla luce sogna
o sembra di sognare, ricordando cose non vedute mai; quello che parla
alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle, che popola
l'ombre di fantasmi e il cielo di dei.  il fanciullino che scopre la poe-
sia che  nelle cose e piange e ride senza perch, che nella morte degli
amati sa dire le parole che ci salvano, e nella gioia la parola grave che
ci frena; e rende tollerabile la felicit e la sventura, fa umano l'amore
e ammirare all'uomo serio la fiaba, e vuol vedere la cinciallegra che
canta e cogliere il fiore che odora, infine - e fondamentale - egli 
l'Adamo che mette il nome a tutto ci che vede e sente.
La poesia  dunque sentita dal Pascoli come una capacit o un'attivit 
prerazionale, che nasce dal sentimento e non si esaurisce solo nel
fatto estetico, poich il poeta, se e quando  veramente poeta, cio
tale che significhi solo ci che il fanciullo detta dentro, riesce perci
ispiratore di buoni e civili costumi, d'amor patrio e familiare e umano.
Quello del fanciullino si presenta cos come un mito tipico dell'et
decadente in quanto messa in guardia contro il prevalere della facolt
della ragione, del primato scientifico, della filosofia positivistica; esso
celebra la memoria, storica o individuale, come deposito di valori e
stimolo all'ispirazione con la conseguenza, per quanto riguarda lo stes-
so Pascoli, della sovrapposizione della teoria generale del fanciullino
e della personale memoria del fanciullo colpito dalle sventure e dal
dolore.
L'estrema sensibilit sentimentale, e cio la grande capacit di cogliere 
ogni brivido della realt e di dargli parola, fa s che la poesia so-
prattutto del primo Pascoli, quello di Myricae (1891), si realizzi per lo
pi in poesie brevi che registrano piccole impressioni, frammenti di
ricordi, momenti di angoscia, in un linguaggio che non solo rinnova
completamente la retorica tardoromantica, e quella carducciana, ma
avvia una poesia gi tutta novecentesca che rifiuta le grandi costruzioni, 
l'esibizione delle passioni, e corre piuttosto il rischio del bozzetto 
che quello del verso ampolloso o dell'amplificazione retorica. Poi il
Pascoli allargher, e quindi muter, le sue misure, ma per ora la sua
poesia, ed  per gran parte la pi genuina,  nelle vibrazioni anche 
minime della realt, e del fanciullino che le sa cogliere con verit rea-
listica e, insieme, con trasfigurazione poetica. Cos in Arano:
Al campo dove roggio nel filare
qualche pampano brilla, e dalle fratte
sembra la nebbia mattinal fumare

arano: a lente grida, uno le lente
vacche spinge; altri semina; un ribatte
le porche con sua marra paziente;
Ma c' in Myricae anche il motivo della perdita della famiglia, del ri-
cordo doloroso - O casa di mia gente, unica e mesta, /o casa di mio
padre, unica e muta, / dove l'inonda e muove la tempesta - che nella
poesia 10 agosto ha la sua espressione forse pi alta dove il pianto
dei figli viene assimilato al pianto celeste delle stelle che cadono:
San Lorenzo, io lo so perch tanto
di stelle per l'aria tranquilla
arde e cade, perch s gran pianto
nel concavo cielo sfavilla
(...)
Anche un uomo tornava al suo nido
l'uccisero: disse: Perdono;
(...)
E tu, Cielo, dall'alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d'un pianto di stelle lo inondi
quest'atomo opaco del Male!

A Myricae seguirono nel 1897-1904 i Primi poemetti cui si aggiunsero
nel 1909 i Nuovi poemetti, gli uni e gli altri scanditi dai lavori campe-
stri - La sementa, L'accestire, La mietitura - ma contenenti
anche altre poesie tra le pi famose, Digitale purpurea, La quercia 
caduta, L'aquilone, I due fanciulli e Italy sacro all'Italia
raminga, in cui compaiono numerosi termini inglesi o di quella lingua 
mista italo-americana propria degli emigranti. Ed  questo quasi
un esempio limite della creazione di una lingua nuova che  propria
della virt del Pascoli, la quale si realizza non solo nell'uso, talora sin
eccessivo, dell'onomatopea, ma nell'invenzione di un lessico sottile,
sfumato, vibrante - le vecchie parole sentite / da presso con palpiti
nuovi - di una sintassi inusitata, di accenti imprevisti, di parole eso-
tiche, il tutto su una linea di rinnovamento che taglia ormai i ponti col
linguaggio poetico ottocentesco.
Nel 1903 escono I Canti di Castelvecchio, forse la raccolta pi ricca e
dai versi pi famosi ricordiamo appena Valentino, Il gelsomino
notturno, L'ora di Barga, La mia sera; fra tutte celeberrima La
cavalla storna che ritorna al tema della morte del padre nel ricordo
e nell'interrogazione della madre e il suo dolce e disperato ritornello:
O cavallina, cavallina storna
che portavi colui che non ritorna;
tu capivi il suo cenno ed il suo detto!
Egli ha lasciato un figlio giovinetto;

Tu l'hai veduto l'uomo che l'uccise:
esso t' qui nelle pupille fise.
Chi fu? Chi ? Ti voglio dire un nome
E tu fa cenno. Dio t'insegni come
Ora i cavalli non frangean la biada:
dormian sognando il bianco della strada.
La paglia non battean con l'unghie vuote:
dormian sognando il rullo delle ruote.
Mia madre alz nel gran silenzio un dito:
disse un nome... Son alto un nitrito.

Nei Poemi convinviali (1904-1905), cos intitolati perch pubblicati
dapprima nella rivista Il Convito e in Odi e Inni (1906-1913) la poesia
pascoliana, pur non allontanandosi del tutto dai caratteri originali, si
rinnova in buona parte ora per la forte presenza di temi classici ora
per nuovi accenti politici e eroici. Nei Poemi conviviali, con un'alta 
retorica contenuta entro una perfezione formale classicheggiante e pur
drammaticamente viva, il Pascoli affronta temi della cultura greca,
come in Solon (scritto in parte in strofe saffiche) sull'attesa della
morte, La cetra d'Achille, Alxandros sul grande condottiero
macedone, Il sogno dOdisseo e L'ultimo viaggio sull'eroe Ulisse, 
eccetera; ma anche temi dedotti dalla storia romana come Tiberio o
dalle invasioni mongole come in Gog e Magog o dal cristianesimo
come in In oriente e in In occidente. In Odi e Inni prevale la vena
eroica con riferimento a fatti recenti o contemporanei come Bismarck,
Gli eroi del Sempione, A Ciapin (sulle guerre coloniali
italiane in Africa), Nel carcere di Ginevra (per l'uccisione dell'im-
peratrice Elisabetta d'Austria), Alla cometa di Halley, Abba (sui
Mille), eccetera, nelle Odi; Al re Umberto, Al Duca degli Abruzzi e ai
suoi compagni, A Umberto Cagni, Inno secolare a Mazzini, negli Inni. 
Ma il primo eroe  il Pascoli stesso che celebra la sua dura
conquista della vita nella poesia che apre la raccolta, La piccozza:
Ascesi il monte senza lo strepito
delle compagne grida. Silenzio.
Ne' cupi sconforti
non voce che voci di morti.
Da me, da solo, solo con l'anima
con la piccozza d'acciar ceruleo,
su lento, su anelo
su sempre; spezzandoti, o gelo!

Sono anche gli anni in cui il cuore del poeta batte ormai all'unisono
con i valori ufficiali e le passioni pubbliche, onde si moltiplicano i suoi
interventi di sapore patriottico. Scrive, o parla, sul Carducci, su Gari-
baldi, su Mazzini, si rivolge agli allievi dell'Accademia Navale o ai
medici condotti e la parola  sempre vibrante d'amor patrio, gonfia di
una retorica sin eccessiva; e mentre si combatte la guerra in Libia pro-
nuncia il suo discorso pi famoso: La grande proletaria s' mossa.
La produzione poetica segue a suo modo questa parabola con I poemi italici,
I poemi del Risorgimento, l'Inno a Roma, l'Inno a Torino; forse l'ultima 
eco della autentica poesia pascoliana era risuonato nelle
Canzoni di re Enzio (1908-1909) che, nonostante il tentativo molto 
libresco di ridar vita all'antica lingua medioevale, conservavano ancora
in alcuni tratti la delicatezza delle prime poesie.

GABRIELE D'ANNUNZIO
Quanto tranquilla e domestica fu la vita del Pascoli (i travagli furono
tutti interiori) altrettanto movimentata e quasi frenetica fu quella di
Gabriele D'Annunzio. Era nato a Pescara nel 1863, studi a Prato nel
liceo Cicognini e nell'81 si trasfer a Roma dove - aveva gi pubblicato 
i suoi primi versi - entr in contatto con l'ambiente letterario che
faceva capo alla rivista Cronaca bizantina. Ha inizio da questi anni 
ancora giovanili un'esistenza intensa di viaggi, di collaborazioni, di
amori ma anche di grande operosit letteraria; nel 1897 fu eletto deputato
della Destra, ma in seguito, con mossa plateale, pass alla Sinistra.
Continu poi a condurre una vita fastosa e dispendiosa nella
villa della Capponcina presso Firenze; inseguito dai creditori, ripar in
Francia nel 1909, da dove rientr pronunciando un famoso discorso
interventista nel 1915. Alla prima guerra mondiale D'Annunzio partecip 
con alcune azioni clamorose come il volo su Vienna o la beffa
di Buccari, e subito dopo la fine del conflitto comp l'impresa di Fiume
(1919-1920). Fu poi sempre vicino al fascismo anche se non ricopr
mai cariche ufficiali, ma dalla sua villa del Vittoriale sul lago di Garda
egli aleggi come un vate sulle sorti del paese. L mor nel 1938.
La sua opera  vastissima e comprende poesie, romanzi, opere teatrali, 
discorsi, memorie essa ebbe un inizio molto precoce con le poesie 
di Primo vere (1878) e Canto novo (1882) con le quali si venne a
poco a poco liberando dall'influenza carducciana, seguite dalle no-
velle di Terra vergine in cui prevale l'influenza verista, e che con Il 
libro delle vergini e le novelle di San Pantaleone verranno a costituire 
le Novelle della Pescara. Appartiene al periodo romano un'abbondante
produzione poetica, Intermezzo di rime, Isaotta Guttadauro, poi Isotteo 
con la Chimera, le Elegie romane; quasi altrettanto ricco l'elenco
dei romanzi, Il piacere (1889), Giovanni Episcopo, L'innocente.
La poesia dannunziana risente fortemente in questo periodo dell'in-
fluenza dei parnassiani francesi (tra i quali vanno compresi, ciascuno
con sue caratteristiche, anche Baudelaire, Verlaine, Mallarm) che
rivendicavano le esigenze dei valori formali, dell'espressione mediante 
immagini, con soluzioni anche di tipo classicheggiante che si confa-
cevano alla tendenza in quel momento di D'Annunzio di rifarsi alla
poesia italiana del Quattrocento e Cinquecento e alla poesia preraf-
faellita inglese (Rossetti, Shelley, Keats, eccetera). Ed era gi una testi-
monianza della grande capacit dell'autore di auscultare e di carpire
(fino al vero e proprio plagio) modi di diversa provenienza rifusi nella
sua sovrabbondante personalit. Cos per quanto riguarda la prosa,
dove Il piacere, il romanzo pi importante del periodo nel quale 
possibile cogliere forse l'espressione pi completa di questo primo
D'Annunzio, modi naturalistici e accenti decadenti si fondono sotto il
dominio di un sensualismo vissuto come momento definitorio della
vita mondana ed edonistica impersonata nella figura di Andrea Sperelli. 
Negli altri titoli del ciclo dei Romanzi della Rosa, pur nella
persistenza degli stessi motivi, risuonano ora gli accenti della soffe-
renza dell'uomo-vittima forse sotto una suggestione dostojevskiana
(Giovanni Episcopo) ora ie drammatiche vicende psicologiche d'amore
e di morte (L'innocente, Il trionfo della morte).
Gli ultimi anni del secolo sono dominati, per il D'Annunzio, da alcuni 
eventi particolari, la scoperta della teoria nietzschiana del superuomo 
il cui tema compare in Le vergini delle rocce, l'uscita del Poema
paradisiaco (1893) che diverr primo modello della prossima poesia
crepuscolare, e l'inizio della produzione teatrale con La citt morta
seguita da La Gioconda, La gloria, Francesca da Rimini (1901), La figlia 
di Jorio (1904), La fiaccola sotto il moggio (1905), Fedra (1909).
Ritornano in questi testi le caratteristiche pi proprie delle tematiche
dannunziane, la tragedia ricostruita sui miti classici, le reminiscenze
medioevali, la celebrazione dell'arte, il ritorno agli archetipi di un
Abruzzo o di un sud arcaici e selvaggi, testimoni ancora una volta del-
la voracit con cui D'Annunzio si impadronisce dei motivi delle pi
diverse provenienze, e dell'abilit con cui li traduce in un linguaggio
nel quale provenienze antiche e sensibilit moderne convivono nel
fuoco di un'inesauribile invenzione linguistica.
Ma testimonianza di una maturit artistica ormai pienamente raggiunta e 
che trova la sua massima espressione nelle Laudi del cielo del
mare della terra e degli eroi in cinque libri, Maia, Elettra, Alcyone, 
Merope (Canzoni della Gesta d'oltremare), Asterope o Canti della guerra
latina). Maia  la celebrazione dell'antica Grecia - O Ellade, tutto /
in te vige, splende e s'eterna; Elettra  la celebrazione degli eroi, pri-
mo fra tutti Garibaldi, e contiene Le citt del silenzio, Ferrara con la
sua deserta bellezza e la melanconia divina, Pisa con la fluviale
melodia, Ravenna con il suo funebre tesoro e il suo mistico presagio. 
Alcyone  il libro dei versi pi alti di D'Annunzio, permeati di
uno spirito naturalistico e panteistico, di un vago amore per le stagio-
ni in Versilia, e di una misura e variet del verso e del ritmo che cor-
reggono le talora eccessive vibrazioni retoriche di altri testi. Ed  an-
che il libro delle poesie pi note, come La sera fiesolana - (Laudata 
sii pel tuo viso di perla, /o Sera, e pe' tuoi grandi umidi occhi ove
si tace / l'acqua del cielo...) - o La pioggia nel pineto:
Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane, ma odo
parole pi nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
(...)

o La morte del cervo:
(...)
Ma l'uom co' pugni avea divaricato
e divelte le corna del nemico.

Udii lo schianto stridulo dell'osso
infranto, sino alla mascella.
Fumide dal cranio le cervella
sgorgarono commiste al sangue rosso.

L'erto corpo piomb nel gran riposo
con urto sordo; sanguin silente;
senza palpito stette; del cocente
flutto bagn l'arsiccio suol pinoso

Merope (1912) e Asterope fanno parte di un'altra temperie dominata
da forti sentimenti nazionali e spiriti guerrieri; esse contengono le
Canzoni delle gesta d'oltremare e i Canti della guerra latina.
Parallelamente alla grande poesia era proseguita l'opera in prosa;
del 1910  Forse che s forse che no, non un romanzo ma una lunga
novella, come lo defin lo stesso D'Annunzio; del 1906-1913  la Vita 
di Cola di Rienzo; del 1916  la Leda senza cigno scritta gi in parte
nella cecit degli occhi bendati per la ferita per causa di guerra. Ma di
questo momento della vita del poeta, testo fondamentale  il Notturno (1921)
che nell'immersione entro se stesso quasi obbligata dall'infermit segna 
un fatto nuovo nella sua prosa: Io ebbi dentro l'occhio
leso una fucina di sogni che la volont non poteva n condurre n
rompere. Il nervo ottico attingeva a tutti gli strati della mia cultura e
della mia vita anteriore proiettando nella mia visione figure innume-
revoli con una rapidit di trapassi ignorata dal mio pi ardimentoso
lirismo.
Le Faville del maglio raccoglievano nel 1924 le prose che gi dall'inizio 
del secolo e poi negli anni seguenti D'Annunzio era venuto pubblicando, 
in parte sul Corriere della Sera; esse sotto il titolo generale, Il
venturiero senza ventura e altri studi del vivere inimitabile contenevano:
Il secondo amante di Lucrezia Buti, e Il compagno dagli occhi
senza cigli. L'ultima opera di D'Annunzio sono le Cento e cento e
cento e cento pagine del libro segreto di Gabriele D'Annunzio tentato di
morire che raccoglievano rievocazioni, confessioni e anche rielabora-
zioni di prose precedenti. Esse uscirono nel 1935, tre anni prima che
egli morisse nella sua sontuosa e spettacolare villa di Gardone dove
da molti anni si era ritirato.

III. IL PRIMO NOVECENTO
1. Benedetto Croce. Le riviste fiorentine
BENEDETTO CROCE
L'ultimo scorcio del secolo 19esimo  ricco in Italia di eventi importanti
e talora tragici: nel 1896 la sconfitta di Adua in Etiopia pone termine
alla prima fase dell'espansionismo coloniale; nel 1898 la dura repres-
sione militare dei moti popolari a Milano conclude tragicamente un
lungo periodo di rivendicazioni sociali; l'uccisione di re Umberto I av-
venuta a Monza nel luglio del Novecento sanziona uno stato di grave
agitazione nel paese, ma nello stesso tempo d inizio a una fase di re-
lativa pace e di benessere di cui Giovanni Giolitti sar il grande mo-
deratore. In questa situazione, certo tutt'altro che esente da problemi
sociali e politici ma ricca di fermenti e di innovazioni, anche la cultura
e la letteratura acquistano nuove fisionomie sia nelle ideologie sia negli 
strumenti di divulgazione sia nelle soluzioni stilistiche.
Figura per lungo tempo dominante  quella di Benedetto Croce,
abruzzese (1866-1952), filosofo, storico, critico letterario e uomo 
politico. Dopo gli studi giovanili prevalentemente dedicati alla ricerca
storica, nel 1893 pubblic il celebre saggio La storia ridotta sotto il
concetto generale dell'arte, e nel 1900 chiar i suoi rapporti polemici
con il marxismo in Materialismo storico ed economia marxistica. Due
anni dopo dava inizio alle sue teorizzazioni sull'estetica con il volume
Estetica come scienza dell'espressione e linguistica generale cui seguiro-
no il Breviario di estetica (1913) e pi tardi La poesia (1936). Dopo il
primo volume sull'estetica, i Lineamenti di una logica come scienza del
concetto puro (1905), la Filosofia della pratica. Economica ed etica (1909)
e la Teoria e storia della storiografia (1917) completavano la sua
Filosofia dello Spirito, il cui fondamento  dato dalla dialettica dei
distinti, cio dei quattro momenti dello Spirito, di cui l'estetico  il
primo nel senso che  conoscenza del particolare. L'arte  perci 
intuizione o, come si dir nel Breviario, intuizione lirica, cui seguono
nella circolarit il giudizio dell'intelletto e la volont del particolare
(Economia) e dell'universale (Etica).
Su queste basi teoriche l'opera di Croce si  svolta con una larghezza
e fecondit di impegni del tutto eccezionali. Per quanto riguarda
l'ambito letterario, sar sufficiente ricordare i saggi su Dante, Ariosto, 
Shakespeare, Corneille, su poeti e scrittori del Rinascimento e i
sei volumi della Letteratura della nuova Italia che passano in rassegna
con grande diligenza pressoch tutti gli autori italiani degli ultimi 
decenni. Fondamentalmente educato alla scuola del De Sanctis e del
Carducci, Croce non mostr alcuna simpatia per le novit dell'ultima
o penultima generazione; ne resta quale documento fondamentale il
saggio sul Pascoli decisamente negativo, in cui il poeta veniva acco-
stato a D'Annunzio e a Fogazzaro come autori di una trina bugia
fondata sui nuovi miti del fanciullino, del superuomo e del santo.
Croce entr spesso in polemica con i suoi contemporanei sia scrivendo 
nelle varie riviste sia soprattutto sulla sua, La Critica, che dal 1903
accompagn per quasi mezzo secolo la vita culturale italiana. Pur at-
traverso le polemiche, Croce rest un punto di riferimento imprescindibile
del pensiero e della vita italiani; e tanto pi durante il fascismo nei 
cui confronti, dopo una prima momentanea indecisione, assunse un 
atteggiamento di sdegnoso rifiuto. Dopo essere stato ministro della 
Pubblica Istruzione prima del fascismo, torn al governo con la 
Liberazione come rappresentante del Partito Liberale.

DAL LEONARDO A LACERBA
A partire dal 1903 una serie di riviste che vengono pubblicate a Firenze 
danno inizio all'elaborazione di nuove teorie che investono non
solo la letteratura ma anche i vari aspetti della vita italiana. Comin-
ciarono Giovanni Papini e Giuseppe Prezzolini con il Leonardo in cui
si rivendicava una forma di irrazionalismo artistico-filosofico con at-
teggiamenti antipositivisti e antisocialisti, e nazionalisti in politica
quali poi vennero pi tenacemente professati nella rivista di Enrico
Corradini Il Regno. A sua volta Giuseppe Antonio Borgese, germani-
sta, critico, narratore, pubblic per due anni dal 1904 al 1906 Hermes,
una rivista di idealisti, aristocratici, individualisti. Ma la rivista di 
gran lunga pi importante che segn una tappa fondamentale della cultu-
ra e della vita intellettuale in Italia, fu La Voce, fondata e diretta (sal-
vo un breve periodo di direzione Papini) da Prezzolini. Uomo ricco di
iniziative, grande organizzatore culturale, polemista e giornalista di
vaglia, egli riusc a coagulare nelle sue pagine le forze pi vive sia del-
la politica e del pensiero, compreso Croce, sia della letteratura. Col-
laborarono infatti alla Voce tutte le nuove firme destinate a diventare
protagoniste non solo nel campo della letteratura - Slataper, Jahier,
Boine, Bacchelli, Saba, Carlo e Giani Stuparich e naturalmente Papini - ma 
della vita nazionale - Salvemini. Amendola, Lombardo Radice, Einaudi, 
Giustino Fortunato, eccetera. Vennero cos dibattuti sulla Voce i 
problemi della scuola, delle donne, dell'irredentismo, del Me-
ridione, con una tendenza generale, particolarmente nella seconda
fase della vita della rivista, filoidealista (ma per fondare un idealismo
militante) e progiolittiana con la conseguenza di numerose polemiche, 
cui infine pose termine la chiusura della rivista (novembre 1914) 
che prosegu subito dopo in due opposte direzioni: da una parte 
Prezzolini fond La Voce politica (maggio 1915) e dunque antigio-
littiana e che realizza un primo contatto con Mussolini; dall'altra
Giuseppe De Robertis che conferma il titolo La Voce (spesso definita
come Voce bianca per il colore della copertina) dedicata esclusiva-
mente alla letteratura e nella quale perci continua la collaborazione
delle firme pi prestigiose, Serra, Savinio, Ungarettl, Pea, Cardarelli,
Soffici, Palazzeschi, Linati, Govoni, Baldini, Vigolo, eccetera. La fonda-
mentale idea alla quale questa ultima Voce intendeva uniformarsi era
quella del suo direttore De Robertis che definiva la poesia un dono
di segreti e misteri ai quali il critico deve collaborare. Con maggiore 
o minore fedelt a questa definizione, tutti gli autori citati possono
nel loro complesso essere definiti vociani per alcuni caratteri gene-
rali abbastanza frequenti e comuni che vanno dalla propriet ed ele-
ganza dello stile, al rifiuto delle grandi costruzioni letterarie a favore
della pagina breve, della discontinuit logica, della delicatezza del
tono, del frammento.
Ma dalla Voce nacquero altre due riviste in opposta direzione; da
una parte Gaetano Salvemini alla fine del 1911 fondava L'Unit che si
sarebbe particolarmente interessata della questione meridionale;
dall'altra Papini e Soffici davano vita all'inizio del 1913 a Lacerba (il
nome riprendeva un poema trecentesco di Cecco d'Ascoli), un foglio
stonato urtante, spiacevole e personale come si autodefiniva, che
fu dapprima vicino ai futuristi lasciando spazio allo stesso Marinetti,
poi fieramente avverso, e in politica decisamente interventista.
Ma ancora un folto gruppo di nobilissimi scrittori arricchiscono questa
generazione - Giovanni Boine, intellettuale religiosamente problematico 
dallo stile personalissimo, autore, fra l'altro, di un romanzo Il peccato
che, nel genere, rappresenta una novit, e della rassegna letteraria, 
tenuta nella rivista La Riviera ligure, Plausi e botte che
segue da vicino con aperta visione critica la letteratura che veniva na-
scendo, Piero Jahier, anch'egli coinvolto nelle problematiche religiose 
dal punto di vista valdese, autore di un libro, Con me e con gli alpini,
da giudicare tra le pi alte testimonianze letterarie della prima guerra; 
Scipio Slataper, il rappresentante pi qualificato della letteratura
triestina che allora cominci a dare le sue migliori prove, autore del
Mio Carso, libro vivissimo a sfondo autobiografico, testimonianza di
una forte personalit umana e poetica. Infine due poeti, Clemente
Rebora e Camillo Sbarbaro; il primo, autore dei Frammenti lirici, fu
spirito profondamente cristiano; presi i voti nel 1936, continu la sua
opera fino agli estremi Canti dell'infermit; il secondo, autore fra l'al-
tro di Pianissimo e Trucioli  il pi freddo e disperato assertore di un
annullamento del vivere, della mineralizzazione dell'essere umano.
Ma di questa intera esperienza umana e letteraria forse il testimone
maggiore pu considerarsi Renato Serra, critico avveduto e informa-
tissimo che consegn nei suoi saggi e in particolare nelle Lettere il 
ritratto di gran parte degli scrittori della sua generazione. Al momento
dell'ingresso dell'Italia nella prima guerra e mentre si accingeva a
partire per il fronte dove sarebbe caduto appena pochi mesi dopo
Serra scrisse l'Esame di coscienza di un letterato, vero testamento di
una generazione che aveva vissuto nella letteratura e per la letteratura,
e che ora non riusciva a vedere la guerra come una distrazione as-
soluta, rivendicando il diritto di fare della letteratura, malgrado la
guerra. La guerra - scriveva Serra -  un fatto, come tanti altri in
questo mondo... Non cambia nulla, assolutamente, nel mondo. Neanche 
la letteratura.

2. CREPUSCOLARI E FUTURISTI
POETI CREPUSCOLARI E NO
In un articolo su La Stampa del 10 settembre 1910, borgese scriveva
di scorgere nell'opera di tre giovani poeti - Marino Moretti, Fausto
M. Martini, Carlo Chiaves - una voce crepuscolare, la voce di una
gloriosa poesia che si spegne in un mite e lunghissimo crepuscolo che
seguiva alle Laudi dannunziane e ai Poemetti pascoliani. Il termine
venne presto usufruito per indicare un genere intero di poesia che
dall'inizio del secolo, anche prendendo a modello poeti francesi e
fiamminghi, diceva di un mondo provinciale e piccolo borghese, ma-
linconico e dolente, dove la malattia, l'ospedale, il cimitero occupano
uno spazio caratteristico. Appartamenti modesti, vecchie ville degradate 
o chiese romite in una natura incolta o inselvatichita da una vegeta-
zione misera, sono i luoghi topici di questa poesia abitata per lo pi
da giovani malati di etisia, da trasparenti figure di religiosi, di beghine
o di cocotte, e condotta secondo una versificazione ancora tradizionale.
Marino Moretti romagnolo (1885-1979)  certamente tra i pi genuini 
rappresentanti della poesia crepuscolare, anche se poco gradiva
questa semplicistica attribuzione. Dopo Fraternit, sono le Poesie scritte 
col lapis (1910) quelle che meglio esprimono il suo piccolo mondo
provinciale afflitto dalla noia e il grigio che incombono nei giorni do-
menicali con i loro organetti di Barberia, e che la memoria riporta,
con le figure della maestra, dei compagni di scuola, della mamma, e
tutto detto sempre in una forma affabile, semplice, con le parole pi
usuali con le quali Moretti riesce a dire le cose anche gravi della vita
e il mistero dell'esistere e la sottile angoscia che ne deriva. Ma non il
dramma della morte, che  invece la ragione prima della poesia del
romano Sergio Corazzini morto tisico ventenne nel 1906. Corazzini
fu il poeta della pena profonda del convivere con la malattia e il
senso della fine incombente: Oh, io sono veramente malato! / E muoio
un poco ogni giorno. Le sue raccolte, Dolcezze, L'amaro calice, Piccolo 
libro inutile ci consegnano la voce di un poeta tenue ma autentico
nella sua drammaticit che nasce non da motivi scolastici ma dalla triste 
esperienza di vita.
Ma la figura pi nota e pi importante tra i poeti crepuscolari fu
quella del torinese Guido Gozzano (1883-1916) anch'egli malato sin
da giovane e perci vicino nella sua poesia al tema della non goduta
giovinezza, del triste affanno che accompagna il vivere e prelude
alla morte. Ma Gozzano  anche l'autore del rimpianto di un'et passata 
che si abbellisce nella lontananza, con i suoi salotti eleganti, le vie
di Torino, la campagna del Canavese. La sua poesia, raccolta in La
via del rifugio e nei Colloqui ha spesso una gradevole orecchiabilit
che le ha assicurato una popolarit mantenutasi lungo tutto il secolo
frequentemente con pessime imitazioni o parodie. La terza raccolta
poetica  Farfalle, uscita postuma, in cui Gozzano mise in poesia la
sua non dilettantesca competenza entomologica. In Verso la cuna del
mondo furono registrate con grande abilit descrittiva le tappe di un
viaggio in India che il poeta comp - Viaggio per fuggire altro viaggio -
nel tentativo di dare sollievo alla tisi che lo aggrediva.
Vi sono poi poeti che hanno attraversato una fase crepuscolare e
sono successivamente passati ad altre esperienze; tale  Corrado Govoni 
(1884-1965), la cui prima raccolta, Fiale (1903) precede addirittura 
quelle di altri autori; ed  subito seguita da Armonie in grigio et in
silenzio,  questa la fase pi dannunziana e crepuscolare cui segue un
accostamento al Futurismo con Fuochi d'artificio, Gli aborti e culminante 
con le Poesie elettriche dell'11. In realt, Govoni  sempre stato
il poeta legato alla sua terra ferrarese e alla casa e ai tanti abitanti con
i loro lavori e le nostalgie familiari, tutto sempre con una forte capa-
cit creativa di immagini che lo tengono lontano dal clima pi carat-
teristico della poesia a lui contemporanea; ed  questa virt che ne fa
quasi un isolato anche negli anni futuri (Il flauto magico, 1933, 
Govonigiotto 1943, Aladino, 1946 scritto per il figlio trucidato alle Fosse
Ardeatine, Stradario della primavera, 1958).
Pi complessa la figura di Aldo Palazzeschi (Firenze, 1885-Roma, 1974), 
pseudonimo di Aldo Giurlani, le cui prime raccolte poetiche
dalla strana indefinibile cantilena come le defin il sodale Moretti,
sono I cavalli bianchi (1905) e Lanterna (1907); ma contemporaneamente 
usciva il romanzo: riflessi (1908) che poi prender il titolo Alle-
goria di novembre. Aveva inizio cos una lunga carriera in cui il muta-
mento e la simultaneit degli stili caratterizzavano una scrittura cre-
puscolare, e poi quasi espressionista e poi surrealista, e poi futurista,
e poi tutti questi stili insieme e nessuno d'essi in modo preciso e totale
(Pullini); ma in tanto variare di scritture continuava ad essere
chiaro il senso che Palazzeschi voleva dare alla sua opera: rompere
decisamente con un gesto di sfida beffardo e demolitore ogni retori-
ca, ogni pretesa del bello e del serioso, trasmettendo cos, in modo
paradossale per la forma quasi blasfema, un valore autentico, quello
del rifiuto de!la vecchia falsit letteraria in nome di una novit assolu-
ta, imprevedibile e scandalosa. Tutto questo veniva in chiaro nei suoi
tre titoli principali del periodo, L'incendiario, 1910, Il codice di Perel,
1911, Il controdolore, 1914. Il primo, dedicato a Marinetti,  una raccolta
di poesie in versi assolutamente liberi, in cui si esalta il fuoco che
dar finalmente vita e distrugger la gelida carcassa / di questo vecchio
mondo!, e conclude con la pi famosa delle citazioni palazze-
schiane: ha ah ah ah ah... Infine io  pienamente ragione, / gli uo-
mini non dimandano / pi nulla ai poeti / e lasciatemi divertire!. Il
codice di Perel (poi Perel uomo di fumo)  un romanzo, naturalmente 
molto sui generis, in cui la leggerezza del protagonista  metafora
di una condizione che si oppone a tutte le strutture intellettuali e a
tutte le passioni, in cui si proclami l'esistenza di un codice; Il con-
trodolore. Manifesto futurista compendia infine tutto il messaggio del
saltimbanco Palazzeschi: Invece di fermarsi nel buio del dolore
attraversarlo con slancio, per entrare nella luce della risata.
L'attivit di Palazzeschi continu intensissima anche negli anni e de-
cenni successivi sia con romanzi, La Piramide, Due imperi... mancati
(e poi Tre imperi... mancati) e soprattutto Le sorelle Materassi (1934)
con un quadro toccante della provincia toscana vista attraverso due
zitelle, come accadr anche in Stampe dell'Ottocento. Dopo la seconda 
guerra mondiale uscirono altri due romanzi, I fratelli Cuccoli (1948)
e Roma (1953) e, in anni pi tardi, le favole surreali e grottesche Il
doge, Stefanino, Storia di un'amicizia e ancora la stupefacente rinascita 
della poesia dopo oltre mezzo secolo con le raccolte Cuor mio e Via
delle cento stelle, uscita quest'ultima due anni prima della morte.
Giovanni Papini fiorentino (1881-1956), oltre ad essere stato il mag-
giore agitatore di idee e organizzatore letterario del primo quindi-
cennio del secolo, fu anche prolifico scrittore come poeta, narratore e
polemista. La poesia, compendiata nelle Cento pagine di poesia (1915)
e Opera prima (1917), pur uscendo in un momento in cui prevalevano
tendenze crepuscolari o futuriste o il persistente dannunzianesimo,
conserva un tono inconfondibile che le deriva dalla prorompente per-
sonalit dell'autore, la quale in quegli anni si era gi manifestata
come sappiamo, attraverso le riviste Leonardo, La Voce, L'Anima e
ben presto, Lacerba. Sono anche gli anni della complessa, spesso di-
sordinata e comunque fondamentalmente autodidatta maturazione
culturale, che lo vede di volta in volta abbracciare il pragmatismo,
l'occultismo, i1 nazionalismo con una vocazione eclettica e curiosa
che costituisce l'originalit ma anche il limite della sua personalit.
Scrittore precocissimo e addirittura inarrestabile, i primi racconti ri-
salgono al 1903 con Il tragico quotidiano, al quale seguono le Strane
storie, di cui lo stesso autore sottolineava la stravaganza e il paradosso
fino all'assurdo. Ma l'opera che lo rese famoso e che resta forse come
la sua pi rappresentativa  Un uomo finito (1912), un'autobiografia
sui generis in cui le esperienze vitali e culturali dall'infanzia fino alla
giovinezza vengono raccontate con un linguaggio vivissimo e disinibito. 
Quattro anni dopo Stroncature dava la misura di un'attivit critica
sorretta pi da spiriti polemici che da una salda base teorica, mentre
continuava la instancabile produzione di testi sul pragmatismo, sul
vecchio e nuovo nazionalismo, sul suo futurismo, e poi su L'uomo
Carducci (1918) che chiude il primo periodo della scrittura papiniana. 
Il secondo periodo  caratterizzato dalla conversione al cattolicesimo 
rumorosa come era nel carattere dell'uomo, che ebbe nella Storia di
Cristo (1921) il suo testo fondamentale e nel Dizionario dell'omo
salvatico (1923), in collaborazione con Domenico Giuliotti, il vademecum 
per una fede medioevaleggiante e intollerante. Nei lunghi decenni che 
seguirono non diminu l'attivit di scrittore con volumi, fra
gli altri, su S. Agostino, Dante, Michelangelo, eccetera, ma la presa e
il mordente culturali non erano pi quelli del primo quindicennio del seco-
lo, lo stile si era fatto pesante, le premesse fideistiche ingombranti, le
compromissioni con il regime, sanzionate dalla nomina ad accademico 
d'Italia, sempre pi forti; sicch la lunga senilit aggravata da un
disturbo agli occhi fino alla cecit fin per allontanare le nuove gene-
razioni da quello che era stato, pur nel suo modo impetuoso e disor-
dinato, un maestro dei loro padri.
Ardengo Soffici, nato presso Firenze nel 1879, morto nel 1964, fu in-
sieme pittore e scrittore e fu per la generazione della Voce il tramite
con la cultura francese (particolarmente importante il suo saggio su
Rimbaud che fece conoscere il poeta francese in Italia). I suoi scritti
su arte e artisti comprendono saggi su Medardo Rosso, l'Impressionismo, 
il Cubismo, eccetera, e il Futurismo al quale egli ader per un certo
periodo scrivendo anche i Primi principi di un'estetica futurista (1920).
Nel 1912 pubblic il romanzo Lemmonio Boreo storia di una sorta dl
Don Chisciotte toscano (Cecchi) che nei tratti e nei modi anticipa di
oltre un decennio le caratteristiche della letteratura strapaesana e
fors'anche dell'etica del fascismo, al quale Soffici ader anche nella
versione della Repubblica di Sal. Volontario nella prima guerra mon-
diale, ne ha lasciato memoria in Kobilek: giornale di battaglia (1918) e
le poesie di Bif2b & 2b + 18 - Simultaneit-Chimismi lirici (1915) e
gli articoli polemici poi raccolti in Statue e fantocci e Scoperte e 
massacri. Dopo la guerra lo stile di Soffici si  alquanto placato in una 
lingua toscana disinvolta e comunicativa come si legge nel Taccuino di 
Arno Borghi (1933) e nei quattro volumi autobiografici, Autoritratto di Arti-   
sta italiano nel quadro del suo tempo (L'uva e la croce, Passi tra le rovi-
ne, Il salto vitale, Fine di un mondo) in cui, oltre che sull'autore, si 
forniscono molte notizie sul mondo artistico-letterario francese e 
fiorentino fino allo scoppio della prima guerra.
Una figura a parte  quella di Gian Pietro Lucini (Milano, 1867-1914), 
l'unico scrittore decisamente all'opposizione, non solo nelle
forme letterarie, come poteva accadere a Palazzeschi, ma anche nell'ambito
sociale e politico, pur se il suo non conformismo anarchizzante non oper 
mai direttamente sulla realt anche per le infelicissime condizioni 
fisiche che lo tormentarono. La sua posizione laica e repubblicana, 
nonostante le origini aristocratiche e certi aspetti preziosi della 
sua scrittura, traspare gi nel giovanile Spirito ribelle (1888)
e in maniera pi piena nel romanzo Gian Pietro da Core (1895) dove
gli ideali democratici vengono svolti, letterariamente, con remini-
scenze ora naturaliste ora simboliste ora scapigliate (Lucini fu anche
autore di L'ora topica di Carlo Dossi) ora dannunziane fino a che in
Antidannunziana (1914) non intervenne una decisa critica. Successi-
vamente vi fu una momentanea adesione al Futurismo, il cui documento 
pi interessante fu dato dalla Ragion Poetica e programma del
verso libero (1908) dedicata a Marinetti. Gli scritti di Lucini furono
moltissimi e spesso dispersi in articoli e foglietti talora andati perduti
anche per gli interventi della censura che voleva colpire le sue idee e
il suo antimilitarismo; le raccolte poetiche sono assai numerose e re-
gistrano una versificazione spesso abnorme e prosastica, che costituisce 
una frattura particolarmente stridente con la poesia tradizionale
da Il libro delle figurazioni ideali (1894), al Monologo di Rosaura e i
Monologhi di Pierrot (1898), a La prima ora della Academia (1902) a
Revolverate (1909), che  il testo pi vicino al Futurismo, a La solita
canzone del Melibeo (1910).
Ancora pi fuori legge rispetto al comportamento del poeta e del
letterato italiano  Dino Campana (1885-1932), ma egualmente fuori
norma  anche la sua poesia, nata certamente da suggestioni in preva-
lenza dannunziane e anche francesi, ma ancor pi da una personalit
patologica che ha pagato fino alla morte con lunghi e ripetuti ricoveri
l'eccezionalit di una vita ricca di emigrazioni e ritorni. L'incontro a
Firenze con gli uomini della Voce segna l'inizio di un contatto con la
cultura ufficiale, ma anche, con la ben nota storia dello smarrimento
del manoscritto, l'aggravamento della nevrosi. Era quella l'opera
pressoch completa di Campana, i Canti orfici, ai quali soltanto negli
anni Sessanta si aggiunsero gli inediti nonch il carteggio con Sibilla
Aleramo, e si trattava di una raccolta dagli accenti originali rispetto a
quanto allora si andava pubblicando in poesia, poich, al di l dei 
richiami cui si  accennato, essa sgorgava da una vocazione assoluta
che si confondeva con la intermittente notte ( la parola che apre i
Canti) della ragione; s che la poesia di Campana, se pur considerata
oggi fra i testi pi importanti del nostro Novecento, non ha prodotto
seguaci o scuole. A caratterizzarla c'era una troppo personale tensione 
lirica con tendenza all'allucinazione, alla visionariet dei colori, al
martellamento delle parole, a tutto ci, insomma, che l'aggettivo orfico 
compendiava nel titolo.

IL FUTURISMO
Il 20 febbraio 1909 usciva sul giornale parigino Figaro il Manifesto
del Futurismo redatto da Filippo Tomaso Marinetti, (Alessandria
d'Egitto, 1876 - Milano, 1943) con il quale prende vita un movimento
che avr nel secolo 20esimo una fondamentale importanza non soltanto
nel campo della letteratura. L'ideologia esibita nel Manifesto celebrava 
l'amore per il pericolo, la ribellione, l'aggressivit, l'esaltazione
della guerra sola igiene del mondo e quindi il militarismo, il 
patriottismo ma anche il gesto distruttore dei libertari. Marinetti partiva
all'attacco contro tutta la fetida cancrena del passatismo - i profes-
sori, gli archeologi, gli antiquari, i musei, le biblioteche, le accademie,
le citt passatiste Roma e Venezia - e compendiava il suo messaggio
con la parola d'ordine Uccidiamo il chiaro di luna!.
Solo tre anni dopo in un secondo Manifesto tecnico Marinetti precis i 
caratteri propri della scrittura futurista nonch delle altre arti: di-
struzione della sintassi, sostantivi posti a caso (parole in libert),
abolizione dell'aggettivo, dell'avverbio, della punteggiatura (sostitui-
bile con segni matematici), legami analogici fra sostantivi (immagi-
nazione senza fili), rivoluzione tipografica con l'uso di caratteri e co-
lori diversi, libert ortografica di deformare e riplasmare le parole. Di
tutto questo Marinetti dava un esempio nel 1914 con Zang Tumb
Tumb, poema parolibero su un bombardamento durante l'assedio di
Adrianopoli: ogni 5 secondi cannoni da assedio sventrare, spazio,
con un accordo tam-tuuumb ammutinamento di 500 echi per azzan-
narlo sminuzzarlo sparpagliarlo all'infinito nel centro, di quei tam-
tuuumb spiaccicati (ampiezza 50 chilometri quadrati) balzare scoppi,
tagli pugni batterie, tiro rapido....
Marinetti e gli altri aderenti al Futurismo (Boccioni, Carr, Russolo,
Balla, Severini, Pratella, Sant'Elia) pubblicarono molti altri Manifesti 
tra i quali il Manifesto del partito futurista italiano (1918, ma prece-
duto da altri fin dal 1909) che era un misto di ultrademocrazia dema-
gogica (abolizione di molte universit, parlamento sgombro di rammolliti 
e canaglie, abolizione del Senato, suffragio universale, anticleri-
calismo, socializzazione delle terre, libert di sciopero, decentramento
regionale, eccetera) e sfrenato nazionalismo rivoluzionario con il mante-
nimento in efficienza dell'esercito e della marina fino allo smembra-
mento dell'impero austro-ungarico. Si trattava di un programma non
del tutto lontano da quello del fascismo ai suoi inizi; ma i rapporti fra
Marinetti e il fascismo passarono attraverso fasi di alleanze e di di-
stacchi finch la definitiva affermazione di Mussolini non releg il
capo del Futurismo, e l'intero movimento, a una funzione marginale e 
decorativa sanzionata dall'ingresso di Marinetti all'Accademia d'Italia.
Ma per tornare ai suoi inizi, Marinetti era stato dapprima scrittore
in francese (La conqute des Etoiles, Mafarka le futuriste, Le monopla-
ne du pape, romanzo politico in versi liberi, eccetera). La sua produzione
continu molto intensa anche nei decenni successivi, Il fascino
dell'Egitto, Spagna veloce e toro futurista, La grande Milano tradiziona-
le e futurista, eccetera. Importante fu il Manifesto del teatro futurista
sintetico definito dinamico-alogico-autonomo-simultaneo-visionico
cui collaborarono molti autori tra i quali Cangiullo, Carli, Corra, Depero, 
Folgore, Settimelli, Govoni, eccetera.

3. Luigi Pirandello
Luigi Pirandello nacque ad Agrigento nel 1867; dopo un soggiorno
a Palermo e a Roma, studi in Germania e l si laure con una tesi sui
dialetti greco-siculi. Si stabil poi definitivamente a Roma dove inse-
gn presso il Magistero. La sua vita, funestata da alcune sventure, si
svolse senza grandi eventi, se non il clamore della fama che lo rag-
giunse come autore di teatro, per la quale fu costretto a numerosi
viaggi. Nel 1935 ebbe il Premio Nobel, l'anno seguente mor a Roma.
La produzione teatrale non appartiene all'et giovanile dello scrit-
tore; Pirandello inizi come poeta pubblicando nell'89 le poesie di
Mal giocondo seguite due anni dopo da Pasqua di Gea e dalla tradu-
zione delle goethiane Elegie romane (1895); l'influenza  in parte car-
ducciana in parte verista, anche per la presenza di Capuana che gli fu
allora molto vicino, ma alcuni caratteri originali lasciavano gi presa-
gire i1 futuro grande scrittore, il quale in quegli anni si rivel tuttavia
soprattutto come narratore. Oltre le prime novelle che entreranno
poi a far parte delle Novelle per un anno, escono nel 1901 e 1902 i 
romanzi L'esclusa e Il turno, di ambientazione ancora verista. Ma lo
svolgimento dei fatti con il rovesciamento delle buone ragioni che
mettono in forse la razionalit del reale e suggeriscono considerazioni 
gi molto pirandelliane, preludono ormai da vicino alla prima
stagione di successo che gi si realizza nel 1904 con il romanzo Il fu
Mattia Pascal, la ben nota storia dell'uomo creduto falsamente morto
che si ricostruisce una vita finch la norma del vivere non lo riporta
alle origini. In questo caso la ironizzazione della sorte umana appariva 
palese e segnava uno specifico interesse anche teorico dell'autore
che nel 1908 pubblicava il saggio su L'umorismo che individuava nei
sentimento del contrario la possibilit di analizzare e scomporre le
immagini e cos giudicarle avendone una visione umoristica che sdop-
pia la realt creduta e quella che vi si nasconde dentro; si ha cio la di-
stinzione fra la maschera e il volto, fra l'illusione e la vita, con il 
venir meno di ogni certezza oggettiva, di ogni coscienza normale. Per
questo non possiamo pi prestar fede al sentimento solito della vita,
perch sappiamo ormai che sono un nostro inganno per vivere e che
sotto c' qualcos'altro, a cui l'uomo non pu affacciarsi, se non a co-
sto di morire o di impazzire... La vita, allora, che s'aggira piccola, so-
lita fra queste apparenze ci sembra quasi che non sia pi per davvero,
che sia come una fantasmagoria meccanica.
Il successivo romanzo (1911) Suo marito (ribattezzato poi Giustino
Roncella nato Boggilo) era la storia di un uomo debole vittima di una
moglie troppo forte per lui, e tornava cos il sapore dell'ironia; men-
tre I vecchi e i giovani (1912) mutava del tutto registro nel suo impianto 
storico-naturalistico per affrontare il tema della delusione postrisorgi-
mentale nella quale pu anche vedersi l'origine di certe scelte
politiche di Pirandello. Ma in quegli anni aveva anche preso inizio la
grande stagione del teatro pirandelliano, che gi annovera con Lume
di Sicilia (1910) il primo successo in un atto unico in cui si scontrano
l'ipocrisia del mondo cittadino e la nostalgia dell'isola; quella che tor-
na con il sapore della beffa in La giara (1916) e in Liol (1916), una
commedia carnpestre (scritta dapprima in siciliano e poi tradotta
dallo stesso autore in italiano) in cui balza dal carattere dei singoli
personaggi e dal coro dei contadini un mondo luminoso ma tramato
di tristezza e di preoccupazioni. Dello stesso fecondissimo 1916 sono
altri due testi teatrali di grande rilievo, Pensaci Giacomino! con il con-
flitto tra lo scandalo dei benpensanti e una morale innovatrice; e Il
berretto a sonagli, in cui compare il tema della pazzia che si rovescia a
seconda dell'uso che il protagonista Ciampa fa delle sue tre corde,
quella seria, quella civile e quella della pazzia.
Ma il testo che sanziona l'intero periodo e fissa in modo quasi para-
digmatico il pirandellismo  Cos  se vi pare (1917) dove il proble-
ma della verit  posto come un dilemma che non ha soluzione: Io
sono colei che mi si crede, dir la signora Ponza nella battuta che
chiude il dramma della sua identit. E subito dopo nel Giuoco delle
parti ciascuno non pu vedere gli altri se non a modo suo.
Il teatro di Pirandello gi in questa fase, che comprende anche Il pia-
cere dell'onest e Ma non  una cosa seria, si rivela non come un teatro
d'azione ma come un teatro di parola, nel quale i fatti che accadono
hanno minore importanza rispetto alle riflessioni che suscitano, agli
scambi di opinioni, ai rovesciamenti del vero; tutto ci comporta
un'elaborazione dei dialoghi e della logica che li sostiene non sempre,
inevitabilmente, cristallina, almeno per lo spettatore che vi assista per
la prima volta. Lungaggini, paradossi, contorcimenti psicologici, arzi-
gogolii fanno parte del rischio di opere pensate in tal modo, rivelandosi 
per come l'unico mezzo possibile per renderle, proprio nella loro
non sempre immediata accessibilit, credibili.
Con il 1920 ha inizio il periodo di una miracolosa fertilit che si rive-
la non solo con la produzione di alcuni capolavori teatrali, ma con il
ritorno di Pirandello al romanzo. Nel 1925 escono i Quaderni di Serafino 
Gubbio operatore (che in una prima edizione si intitolava Si gira)
e l'anno seguente Uno, nessuno e centomila, che giungeva alla com-
pletezza dopo una lunga gestazione e che contiene un'altra delle pi
esplicite formulazioni della filosofia di Pirandello. Portatore ne  il
personaggio Vitangelo Moscarda che da una banale osservazione sul
proprio naso arriva alla conclusione di non potersi veder vivere, di re-
stare estraneo a se stesso e che ciascuno pu vederlo a suo modo, finch 
non approda ad un ospizio dove scopre forse la verit: Rinascere 
attimo per attimo.
Il decennio ha inizio con altri titoli fondamentali, La signora Morli
una e due, Come prima, meglio di prima, Tutto per bene, Vestire gli ignudi,
e l'attenzione dello scrittore sembra prevalentemente concentrarsi sul 
tema della inafferrabilit della persona, anzi del suo duplicarsi a
seconda delle circostanze. Nel maggio del '21 va in scena a Roma uno
dei testi capitali, Sei personaggi in cerca d'autore, che mette in scena
sei personaggi dapprima rifiutati e che pretendono un piano di vita
superiore alla volubile esistenza quotidiana; con il che Pirandello
proclamava la superiorit dell'arte sulla vita. Ciascuno a suo modo si
ispirava al fatto di cronaca del dissidio Canella-Bruneri e rinnovava il
dramma della perdita della personalit; ma il testo introduceva quello 
che si chiama il teatro nel teatro che si estende fino alla platea e
agli ingressi coinvolgendo gli attori sul palcoscenico, quelli in sala e
quelli reali. Questo coinvolgimento totale  ripreso in Questa sera si
recita a soggetto (1929) in cui si dibatte la questione della superiorit
dell'autore, dell'attore o del capocomico.
Nel frattempo altri lavori erano andati in scena tra i quali Enrico quarto,
un altro dramma della pazzia, ma in cui lo scambio tra pazzia e saviezza 
provoca una particolare e ardita dialettica. Il critico Adriano
Tilgher aveva allora coniato la formula secondo la quale in Pirandello
la dialettica si fa poesia, che Piero Gobetti rovesci in Pirandello
poeta della dialettica. In verit, la cosidetta filosofia di Pirandello 
 stata da pi d'uno esclusa.
Altri testi teatrali continuavano intanto ad essere rappresentati
Diana e la Tuda, L'amica delle mogli ( questo il momento in cui Pi-
randello  particolarmente legato alla grande attrice Marta Abba).
Infine, a partire dal 1928, comincia ad apparire una nuova visione della
realt che permette di aprire uno spiraglio attraverso la creazione di
possibili miti, di una societ diversa, di una fede religiosa, di una fun-
zione dell'arte: La nuova colonia, Lazzaro, I giganti della montagna
(incompiuta e portata a termine dal figlio Stefano) sono i testi che se-
gnano quest'ultimo passo del teatro e del pensiero pirandelliani.
Intanto si era venuta ampliando la produzione novellistica strettamente 
legata a quella teatrale frequentemente dedotta da quei testi
narrati. Il loro carattere non si discosta perci nei temi, negli ambien-
ti nella scrittura riscontrabili nei testi teatrali, dove talora gli stessi
dialoghi vengono ripresi dalle novelle. Ci non toglie, pur in questa
sostanziale vicinanza, che di grande valore fu anche la produzione in
questo particolare settore che annovera ben duecentoquarantuno racconti.

IV. IL PERIODO FASCISTA
1. Gli anni Venti
LA POLITICA CULTURALE DEL REGIME
Il 28 ottobre 1922 Mussolini sale al potere, ma occorrono circa tre
anni, segnati ancora da violenze squadriste e dal delitto Matteotti (10
giugno 1924), perch si possa parlare di regime. La data iniziale 
fissabile al 3 gennaio 1925 con il discorso alla Camera nel quale il
capo del Governo supera il momento di incertezza seguito all'opposizione
dell'Aventino e d inizio a un potere pressoch assoluto sanzio-
nato e perfezionato dalle leggi fascistissime del '26. Queste inve-
stono anche gli aspetti culturali della vita nazionale con l'abrogazione
della libert di stampa e l'introduzione della censura, cui seguir un
controllo sempre pi totale e capillare fino alla fondazione di un ap-
posito ministero della Cultura popolare (dapprima ministero della
Stampa e Propaganda). Alla soffocazione delle libere attivit culturali 
il fascismo tent di sopperire con la sollecitazione di una cultura di-
versa che riflettesse l'ideologia e la politica del regime, ma inevitabil-
mente la sua fu appena un'azione di carattere burocratico cui manc
l'apporto e la verifica di una produzione letteraria degna di questo
nome e alla quale potesse darsi la qualifica di fascista.
Maggior protagonista di un tentativo di fondazione di una cultura
fascista fu Giuseppe Bottai, ripetutamente ministro, che nel '23 fond 
la rivista Critica fascista nella quale sostenne la necessit di una
normalizzazione della vita del Paese e, attraverso un dibattito. La
possibilit di definire che cosa dovesse intendersi per letteratura e
arti fasciste, ma i risultati furono del tutto inconcludenti. Pi impor-
tante fu l'opera di Giovanni Gentile, non solo e non tanto per la sua
riforma scolastica, quanto per aver diretto l'impresa, certamente di
grande merito, dell'Enciclopedia Italiana Treccani. Un tentativo di
coinvolgere le giovani generazioni fu dato, a partire dal 1934, dai
Littoriali della cultura e dell'arte, ma in questo caso i risultati furo-
no assal modesti e gli incontri fra studenti si risolsero spesso parados-
salmente in palestra di antifascismo. Il tentativo pi clamoroso, in buo-
na parte riuscito, di cattura degli intellettuali fu infine l'Accademia
d'Italia (l929).
Al di fuori di queste sollecitazioni pi o meno ufficiali, vi furono ri-
viste, opere e scrittori che in forma individuale e spesso indisciplinata
nei confronti dell'ufficialit dettero vita ad episodi non privi di inte-
resse. Tali possono essere considerati Curzio Suckert Malaparte,
Mino Maccari con la rivista Il Selvaggio, Berto Ricci con L'Universale,
nonch Il Bargello fiorentino fucina di scrittori importanti.
Ma difficilmente tutto ci potrebbe ricondursi a una concezione o a
una produzione organica al regime; sembrerebbe piuttosto trattarsi
di normali scontri o di semplici sussulti presenti in qualunque mo-
mento di una vicenda letteraria a prescindere dal regime politico in
cui essa si svolge. Vero  piuttosto che la classe dei colti italiana in
quel ventennio pu essere schematicamente divisa in tre: coloro che
furono decisamente all'opposizione e pagarono con la vita o l'esilio o
il silenzio (Gobetti, Gramsci, Amendola, Silone, Jahier, nonche gli
scrittori ebrei impediti di scrivere dal 1938); coloro che sostennero
apertamente il fascismo (Gentile, Soffici, Ojetti, Interlandi), coloro in-
fine che convissero col fascismo, senza troppo compromettersi e senza 
troppo esporsi o che al massimo pagarono una piccola o meno pic-
cola moneta per continuare a fare il loro mestiere; e sono la grande
maggioranza, o la quasi totalit, degli scrittori. Il che, se non d uno
spettacolo eccelso di dirittura morale, bisogna riconoscere che ha
permesso alla letteratura italiana non solo di sopravvivere ma di offrire 
una stagione letteraria tra le pi feconde e stimabili.

DA LA RONDA A LETTERATURA
La vicenda letteraria di quel ventennio pu essere abbastanza age-
volmente seguita attraverso le varie riviste che ne scandirono i mo-
menti. Era appena cessato il rombo delle armi quando nel novembre
1918 il giovanissimo torinese Piero Gobetti (1901-1926) fondava la
sua prima rivista  raccogliendo firme molto illustre, da Croce a Gentile,
da Einaudi a Sapegno, eccetera; a quella prima succedeva una seconda 
rivista, La Rivoluzione liberale (febbraio 1922) decisamente 
all'opposizione di fronte al fascismo emergente, nella quale ci
fu un importante scambio polemico tra Gobetti e Prezzoini appena
alla vigilia della marcia su Roma. Di fronte a quella lotta politica 
fanatica, Prezzolini invitava gli intellettuali a fondare la Congregazione
degli Apoti, cio di coloro che non la bevono e prefigurava cos l'as-
senteismo di cui si  detto; Gobetti replicava sdegnato che Di fronte
a un fascismo che con l'abolizione della libert di voto e di stampa vo-
lesse soffocare i germi della nostra azione formeremo bene non la
Congregazione degli Apoti, ma la compagnia della morte, prefigurando 
cos a sua volta la sua personale fine a Parigi dopo l'ennesima
aggressione squadrista ordinata personalmente da Mussolini. Prima
di essere costretto all'esilio ma ormai impossibilitato a proseguire con
una rivista prevalentemente politica, Gobetti dette vita a Il Baretti
fondato nel 1924 e durato fra diffide e sequestri fino al 1928. Questa
volta era una rivista letteraria che innestandosi su una linea La Voce
- La Ronda, ma non senza grosse distinzioni da quest'ultima, ebbe a
collaboratori, oltre i gi nominati, Giacomo Debenedetti, Adriano
Tilgher, il meridionalista Guido Dorso, Prezzolini, Montale (che nelle 
edizioni della rivista pubblic gli Ossi di seppia) e Croce che non
solo fu solerte collaboratore ma punto di riferimento per tutta l'azione 
culturale del Baretti, di cui l'impegno furono i frequenti rapporti
con la cultura europea.
Ma la vicenda letteraria italiana  pi marcatamente segnata dalla
rivista romana La Ronda (1919-1923) diretta da Vincenzo Cardarelli
e che ebbe tra i suoi protagonisti Emilio Cecchi, Riccardo Bacchelli,
Antonio Baldini, Lorenzo Montano (pseudonimo di Danilo Lebrecht), 
Bruno Barilli e il pittore Armando Spadini. La linea a cui a
sua volta si rifaceva La Ronda pu essere individuata nell'ultima Voce
con la decisa rivendicazione dell'autonomia della letteratura e dello
stile. Introducendo la rivista, Cardarelli ne fissava in alcuni punti il
progetto: l'arte come diletto, la simpatia per il passato e per i classici
l'importanza del linguaggio al fine di realizzare delle nuove eleganze 
e perpetuare insensibilmente la tradizione della nostra arte. E
questo stimeremo essere moderni - continuava Cardarelli - senza
spatriarci, e intendeva dire senza il consueto riferimento alla Francia. 
Era, in concreto, un richiamo all'ordine, cio una polemica
contro ogni avanguardia e un aperto invito al decoro, al fare lettera-
tura senza lasciarsi distrarre da altre motivazioni. Di conseguenza
sono molto scarsi gli interventi politici, che quando ci sono, special-
mente ad opera di Bacchelli, si colorano di equidistanza ironica tra
fascisti e comunisti e di una sostanziale fedelt alle istituzioni. Tra le
battaglie letterarie sostenute dalla Ronda, oltre una conclamata anti-
patia per Croce e anche De Sanctis, ci fu un'aperta avversione al Pascoli 
(un po' meno a D'Annunzio) e, al contrario, una totale ammirazione 
per Leopardi, in particolare per lo Zibaldone, letto soprattutto
come maestro di stile.
Nel Prologo si diceva anche che i collaboratori della rivista non
volevano costituire un cenacolo e infatti ciascuno, nella propria attivit, 
segu una strada diversa. Cardarelli, un cinico che ha fede in quello 
che fa, come si autodefin, culturalmente autodidatta ma come
scrittore ricco di sensibilit, di tormento e di un quasi infallibile gusto
fu poeta e prosatore, con uno stile che molto avvicina le due scelte per
il comune senso della misura che le tiene lontano tanto da vibrazioni
retoriche quanto da facilonerie realistiche. I suoi principali titoli, che
contengono anche opere precedenti, sono i Viaggi nel tempo (1920) e
Favole e memorie (1925), dove le favole riportano episodi della Bibbia
e le memorie ricordano con accorata nostalgia il paese etrusco del-
l'infanzia. Gli stessi atteggiamenti dell'animo sono nelle Poesie, con il
senso trepido delle stagioni e le tristezze e le stanchezze e le illusioni,
e sempre in un tono medio che non alza mai la voce e non si esaurisce
nel frammento o nel grido. Poi c' il Cardarelli saggista di Solitario
Arcadia e di Il cielo sulle citt con una Roma luminosa e barocca; e il
Cardarelli viaggiatore insocievole in Russia e altrove.
Scrittore egualmente elegante fu Emilio Cecchi, pi organicamente
inserito nella cultura italiana fin dai primi anni della Voce. Anch'egli
non fu un narratore ma un prosatore, dando a questo termine non
soltanto il senso di chi non fu autore di romanzi, ma di chi profess
una scrittura che fu propria del suo tempo e che ebbe nome di prosa
d'arte e si espresse nell'"elzeviro" o nel "capitolo". Tipici in questo
senso sono i suoi Pesci rossi (1920) e i volumi successivi L'osteria del
cattivo tempo, Et in Arcadia ego, e Corse al trotto. Anche Cecchi fu
viaggiatore e ne dette notizia in Messico e America amara, un'opera
che proprio nel momento in cui si stava diffondendo in Italia il mito
dell'America, guardava agli Stati Uniti con occhio preoccupato e critico.
Prosatore fu anche Antonio Baldini, scrittore pi disincantato e scet-
tico, forse ben rappresentato da Michelaccio (1924) col suo tirare a
campare e i suoi poco eroici ideali. Ma Baldini aveva partecipato
alla guerra e ne aveva dato testimonianza, sempre in una prosa limpi-
da e gradevole, in Nostro purgatorio (1918). Il suo aspetto caratteristi-
co di blando edonismo  gi contenuto nel titolo Beato fra le donne,
mentre il Baldini viaggiatore ha lasciato Italia di Bonincontro e Buoni
incontri d'Italia e Diagonale che racconta l'Europa.
Unico vero narratore fra i rondisti fu Riccardo Bacchelli che fu,
anzi, romanziere di vastissimo respiro e di molte opere spesso centrate 
in un'ambientazione storica, anche se il suo primo titolo di successo 
fu la favola satirica Lo sa il tonno (1923) in cui si volle vedere qual-
che riferimento al fascismo. Il primo grosso romanzo fu Il diavolo al
Pontelungo (1927) sui moti anarchici di Romagna del 1873-74 con la
figura di Michele Bakunin e degli anarchici italiani verso i quali il giu-
dizio di Bacchelli suona totalmente negativo. Ancora maggiore l'im-
pegno per il romanzo certamente pi importante Il mulino del Po, in
tre parti, che da una premessa napoleonica attraversa il Risorgimento, 
le lotte contadine dell'Italia unita fino all'epilogo nella prima
guerra mondiale. La storia  anche per Bacchelli dominata dalla Prov-
videnza, la quale per serve a punire la colpa iniziale che mette in
moto tutta la macchina romanzesca ricchissima di personaggi e di si-
tuazioni disparate, e scritto in un linguaggio alieno da rinnovamenti
novecenteschi e di avvincente lettura. Molto abbondante  anche l'opera 
narrativa successiva di Bacchelli.
Bruno Barilli fu in primo luogo musicista e critico musicale (Il sorcio
nel violino, Il paese del melodrammal, ma la sua prosa movimentata e
curiosa ha anche prodotto un libro di viaggi in Africa, Il sole in trappo-
la, e le memorie autobiografiche di Capricci del vegliardo (1951).
La Ronda finiva con un numero del 1923; tre anni dopo nasceva a Firenze 
Solaria diretta da Alberto Carocci, che un'accettabile topogra-
fia letteraria potrebbe collocare alla confluenza della Ronda col Baretti, 
intendendo che della rivista romana fu accolta l'istanza dello stile e 
della rivista torinese l'istanza di un contatto da mantenere con la
realt, nonostante il nome della rivista alludesse a una mitica Citt
del Sole. In realt, fu lungo il cammino su cui Solaria venne chiarendo 
a se stessa i propri intenti, i quali si potrebbero rapidamente rias-
sumere in un sempre pi vivo contatto con l'Europa, e in un supera-
mento della prosa d'arte nella direzione di una rinnovata narrativa.
Del primo intento fu chiaro segno il saggio di Leo Ferrero Perch l'Italia
abbia una letteratura europea (1928), ma anche i continui interventi e
le recensioni; del secondo  manifestazione l'apertura delle pagine
della rivista alle firme pi significative e il lancio di nuovi protagoni-
sti, da Svevo a Tozzi, Gadda, Vittorini, Stuparich (Guerra del '15, 
Ritorneranno, Trieste nei miei ricordi), Tecchi (Il nome sulla sabbia, 
I Villatauri, Valentina Velier), Comisso (Il porto dell'amore, Al vento 
dell'Adriatico, Gente di mare), Loria (Il cieco e la bellona, La scuola di
ballo), Bonsanti (Racconto militare, La vipera e il toro, La buca di San
Colombano) che, come Giansiro Ferrata, fu per qualche tempo condirettore. 
N meno importante la presenza dei poeti, Saba e Montale
in primo luogo, e Ungaretti, Giotti, Quasimodo, Solmi, Barile, 
Valeri, eccetera, nonch Pavese che usc con Lavorare stanca nelle
edizioni della rivista.
Solaria entr in crisi con l'ingresso fra i collaboratori di Giacomo
Noventa (pseudonimo di Ca' Zorzi) che nel '34 vi pubblic un violento 
attacco contro i poeti italiani del momento, molti dei quali erano
collaboratori della rivista. Le polemiche che ne nacquero portarono
Solaria alla fine, la quale porta due date, il 1934 e il 1936 per gli
enormi ritardi determinati dagli interventi della censura. Dalla sua fine
nacquero due riviste, La Riforma letteraria (1936) di Noventa che avvi
un discorso un po' ambiguo con il potere politico, e Letteratura
(1937) diretta da Alessandro Bonsanti, che fu gelosa custode della
purezza dell'impegno letterario che non doveva essere inquinato da
altre motivazioni, e tanto meno quelle politiche. Letteratura si apriva
con un esplicito richiamo a La Voce e a La Ronda, sanzionando cos
se non la via maestra, certo una delle componenti fondamentali della
letteratura Italiana fino alla seconda guerra. Oltre ai nomi che abbiamo 
gi avuto occasione di citare, fra i suoi collaboratori ci furono
Landolfi, Pratolini, Cassola, Cancogni, Fortini (Lattes), Tobino, eccetera;
senza contare che, pur senza mai nominarlo, la rivista fu fiancheggiatrice 
dell'ermetismo soprattutto ad opera di Carlo Bo.
Naturalmente anche altre riviste popolarono il panorama letterario
italiano; vanno ricordate le due riviste dirette da Ugo Ojetti, Pegaso e
Pan tecnicamente ben fatte ma del tutto ossequiose al potere; ancora
pi ligio al fascismo fu Quadrivio diretto da Telesio Interlandi che fu
poi campione del razzismo con la rivista La difesa della razza. Anche Il
Bargello nacque a Firenze come organo della Federazione fascista e
la direzione di Alessandro Pavolini futuro ministro della Cultura po-
polare, ma la presenza fra i collaboratori di scrittori come Gatto, Vit-
torini, Bilenchi (autore di Conservatorio di Santa Teresa) concorse a
dargli un aspetto assai poco conformista. In campo cattolico la rivista
pi importante fu Il Frontespizio (nato nel marzo 1929 all'indomani
dei Patti Lateranensi) diretta da Piero Bargellini, non priva di gravi
compromissioni col regime, ma che ebbe tra i collaboratori gli autori
pi autorizzati dell'ermetismo, Luzi, Parronchi, Fallacara, Lisi, nonch 
Bo, Macr, Vigorelli, eccetera, molti dei quali poi passarono a Campo
di Marte, diretta da Gatto e Pratolini, che fu pure legata all'ermetismo.
Altre riviste che vanno ricordate furono Prospettive di Malaparte 
con interessi vicini al surrealismo, Corrente di Ernesto Treccani, ri-
vista di giovani iniziata fascista e chiusa alla fine dalla censura e, con
analoga parabola, La Ruota di Alicata e Trombadori, in posizione 
antiermetica, almeno agli inizi.

IL ROMANZO DEL NOVECENTO, SVEVO, TOZZI, BONTEMPELLI.
Le caratteristiche che distinguono il romanzo del secolo 20esimo da quel-
lo del secolo precedente possono rapidamente riassumersi in un ro-
vesciamento di prospettiva dal punto di vista dell'oggetto a quello del
soggetto, con il conseguente venir meno delle fondamentali categorie
spazio-temporali e la grande attenzione alla psicologia e quindi a una
nuova forma di scrittura. Anche in Italia si verific questo tipico svi-
luppo del narrare (si  gi detto di Pirandello); anzi, il triestino Italo
Svevo (pseudonimo di Ettore Schmitz, 1861-1928) precorse per certi
aspetti il romanzo novecentesco con i suoi due primi titoli, Una vita
(1893) e Senilit (1898). Particolarmente in Una vita la dimensione
del narrare  ancora fondalmentalmente verista, ma alcune spie gi ci
indicano una strada nuova che l'autore si accingeva a percorrere. A
cominciare dal titolo originale, Un inetto, che voleva individuare un
tipo umano frustrato e perdente, capostipite di tutti gli abulici e indif-
ferenti e senza qualit (Musil) che affolleranno tra poco i romanzi
non solo italiani, in secondo luogo, il protagonista Alfonso Nitti  ma-
lato di autoanalisi, vive e si guarda e ne soffre fino al suicidio. Lo 
stesso pu dirsi di Emilio Brentani, il protagonista di Senilit, almeno nel
senso della sua autoillusione a proposito dell'avventura sentimentale
con una non irreprensibile donna. Ma il processo di allontanamento
dal realismo aveva il suo completamento, dopo oltre un ventennio di
astensione dalla letterdtura per la delusione seguita all'insucccsso,
nel 1923 con La coscienza di Zeno. Qui veramente le strutture del ro-
manzo ottocentesco sono ribaltate e non perch manchino descrizioni 
di fatti e personaggi, ma perch la prospettiva dalla quale tutto viene 
raccontato  quella della coscienza del protagonista, anzi della sua
confessione psicanalitica. Ci non vuol dire che il romanzo sia una
trasposizione narrativa delle teorie di Freud, che pure Svevo cono-
sceva, ma significa l'attenzione a un rapporto nuovo tra il soggetto e il
mondo in cui vive e si racconta, avendo anche una sua filosofia che 
accetta la malattia come modo per arrivare alla salvezza, visto che la
sola malattia veramente mortale  la vita stessa.
La pubblicazione della Coscienza di Zeno serv a scoprire lo scrittore, 
e ci avvenne pressoch in contemporanea ad opera di Montale in
Italia e di Crmieux in Francia. Svevo raggiunse allora rapidamente
la fama, ma presto nacquero dispute a proposito del suo stile che a
molti sembr povero e confuso, come era logico in un momento in cui
pareva che valessero solo le eleganze della prosa d'arte e che stava di-
battendo la polemica fra contenutisti e calligrafi. Ma ormai il
nome di Svevo si era affermato e su Solaria uscirono due suoi racconti,
Una burla riuscita e Il vecchione e altri furono raccolti in La novella
del buon vecchio e della bella fanciulla, mentre veniva preso in consi-
derazione anche il suo teatro, il cui titolo pi importante, Un marito
risaliva al 1903. Al culmine di una fama finalmente conquistata, un
incidente stradale gli tolse la vita.
Pi succinta la parabola biografica e letteraria di Federigo Tozzi
(1883-1920), isolato nella giovinezza nella sua odiosamata Siena, au-
tore da principio di opere in forma di lettere o di diario o di frammenti 
(Novale, Ricordi di un impiegato, Bestie), di due raccolte di poesie
(La zampogna verde e La citt della vergine) nonch della rivista La
Torre fatta insieme con l'amico Domenico Giuliotti, che segna un mo-
mento di ipercattolicesimo che Giuliotti, come si  visto, continuer
con Papini e Tozzi invece abbandoner.
Gi nell'impiegato Leopoldo, fortemente autobiografico, era possibile 
riscontrare le caratteristiche dell'inetto che non sa che cosa
significa vivere e che perci fallisce la sua breve uscita dal guscio per
rientrarvi pi fallito di prima, ma  col romanzo Con gli occhi chiusi
(1919 ma la stesura era di qualche anno precedente) che Tozzi entra
di dirltto fra i nostri maggiori narratori del Novecento. Quegli occhi
sono la versione tozziana del non saper vivere, del destinarsi
all'insuccesso fino a che un repentino soprassalto di coscienza finale
non rivela la vera natura della ragazza amata. Ancora un personaggio
che Tozzi defillice dostojevskianamente umiliato e offeso  in Gli
egoisti, dove compare. sotto il nome di Carraresi, lo stesso Giuliotti, e
ancora con le medesime caratteristiche, in Il podere, storia della inco-
sciente perdita di un patrimonio.  proprio in queste vicende di inco-
scienza entro la quale o a causa della quale gli eventi esorbitano dalla
logica che i romanzi di Tozzi spezzano i vincoli del buon comportamento
borghese, non stabiliscono corretti rapporti di causa e effetto e si 
fanno cos testimoni anch'essi di una crisi epocale. Forse in Tre
croci, che  pure una storia di un'assurda autocondanna alla miseria, 
certi modi di narrare - anche perch tutto si svolge in una ricono-
scibile Siena - ci riportano in parte al naturalismo. Ma l'ambito in
cui il dramma si svolge  quello familiare, e questo segnala un altro
motivO tozziano, la scoperta della famiglia come luogo della menzogna; 
tale appare anche nelle opere teatrali di cui L'incalco  il titolo
principale.
Massimo Bontempelli (1878-1960) fond nel 1926 la rivista 900, che
venne redatta in francese a sottolineare l'intento di sprovincializzare
la letteratura italiana. Ne nacque una polemica con la rivista di Mino
Maccari Il Selvaggio che sosteneva la tesi opposta di una letteratura
radicata nella nostra tradizione paesana. E Strapaese fu detta questa 
tesi, sostenuta anche nell'Italiano di Leo Longanesi, e, in contrap-
posizione Stracitt fu detta l'altra con molta polemica da parte di
Malaparte (La rivolta dei santi maledetti, Le avventure di un capitano
di ventura, Don Camaleo e, dopo la guerra, Kaputt, La pelle, eccetera).
Dei novecentisti la figura pi importante, oltre Bontempelli,  quella 
del calabrese Corrado Alvaro (1895-1956) che, dopo le Poesie in
grigioverde nate dalla guerra e le novelle di La siepe e l'orto (1920) 
dette pure il suo contributo all'ormai diffusa figura dell'uomo superfluo
con L'uomo nel labirinto e Vent'anni. I titoli che pi lo avvicinano al
clima del realismo magico teorizzato da Bontempelli escono tra il
'29 e il '30, L'amata alla finestra, La signora dell'isola, Misteri e 
avventure. Ma  con Gente in Aspromonte (1931) che Alvaro fornisce la sua
prova pi alta con la storia di un pastore calabrese, un vinto anche
lui, che di fronte alla prepotenza di una societ ancora feudale perde
la sua battaglia contro il padrone e contro lo Stato che ne  il garante.
L'Alvaro viaggiatore scrive Viaggio in Turchia, I maestri del diluvio e
Saggio nella Russia Sovietica (1935), il pi importante perch da questa 
esperienza nasce L'uomo  forte, un romanzo sulla sorte dell'uomo del 
secolo 20esimo preso nelle morse dei totalitarismi che possono
dorninare a Mosca come a Roma. La produzione di Alvaro continua
anche negli anni Quaranta e Cinquanta sia con il diario Quasi una vita
sia con la trilogia incompiuta L'et breve, Mastrangelina, Tutto  acca-
duto in cui ritorna il contrasto tra vagheggiamento e fuga dalla 
Calabria, e pericoloso inurbamento.
Bontempelli intendeva con La vita intensa (1919) e La vita operosa (1920) 
rinnovare le strutture del romanzo tradizionale frazionando il
racconto in episodi dalla cui somma risultava il romanzo di romanzi,
ma pi della soluzione meramente tecnica era forse interessante
lo spirito che animava le vicende gi nel gusto del realismo magico
che intendeva fondere la precisione realistica con un'atmosfera fan-
tastica. Cos accade in La scacchiera davanti allo specchio (1922) me-
diante la creazione di uno spazio-tempo astratti e Eva ultima (1923)
di cui  protagonista una marionetta. Ma i pi convincenti, e drammatici,
romanzi che verificano quella poetica sono  Il figliO di due madri (1928),
storia di una reincarnazione che avviene nella prassi quotidiana, 
Vita e morte di Adria e dei suoi figli (1930), celebrazione della
bellezza assoluta, e Gente nel tempo (1937) dove una inspiegabile legge 
porta ritmicamente alla morte i membri di una famiglia. In buona
parte ispirato al realismo magico  anche il teatro di Bontempelli
come in Nostra Dea e Minnie la candida.

2. Gli anni Trenta
UNGARETTI, MONTALE, SABA
Le prime poesie di Giuseppe Ungaretti (Alessandria d'Egitto, 1888
- Milano, 1970) apparvero nel 1915 su Lacerba; di formazione preva-
lentemente francese (nel 1919 usciva a Parigi La guerre) fu convinto
interventista e dalla sua partecipazione alla guerra nacquero le poesie 
del Porto sepolto (1916) in una piccola edizioncina compresa 
successivamente nella raccolta del 1919 Allegria di naufragi poi divenuta
L'allegria. Esplicita fu la sua adesione al fascismo che gli guadagn
anche un'introduzione di Mussolini, ma la sua poesia ne risente poco
o niente, mentre resta fondamentale l'apporto che essa rec al rinno-
vamento metrico come espressione di una premessa filosofica equili-
brata tra il mistero e la misura, l'effimero e l'eterno congiunti in una
visione analogica di cui il verso breve e folgorante era l'elemento espres-
sivo. In realt, non si trattava di una vera e propria rivoluzione,
come lascia intendere non solo la vicinanza di Ungaretti alla Ronda
ma la possibilit di ricostruzione del verso tradizionale mediante un
accostamento dei versicoli; ci nulla toglie alla innovazione unga-
rettiana fondata assai pi sui ritmi che sui metri e comunque lontanis-
sima da altre innovazioni di tipo avanguardista, ma dettata, o imposta, 
dalla necessit di aderire con la parola a un segreto moto inte-
riore, come dice lo stesso poeta. Da questa intuizione nascono i versi
fulminei nati nelle trincee del Carso, spesso sospesi ossimoricamente
fra dramma e stupita gioia dell'Ungaretti uomo di pena cui basta
un'illusione per farsi coraggio - Col mare / mi sono fatto / una
bara / di freschezza; Balaustrata di brezza / per appoggiare stasera
/ la mia malinconia; Di che reggimento siete / fratelli? // Parola tre-
mante / nella notte, fino al celeberrimo M'illumino / d'immenso.
Col Sentimento del tempo (1933) la poesia e l'uomo Ungaretti subi-
scono un profondo processo di revisione che coincide con il trasferi-
mento a Roma e la grande suggestione dell'arte barocca, e la conver-
sione al cattolicesimo nel 1929; ne risente profondamente il pensiero
che presiede alla poesia (Ogni mio palpito, come usa il cuore, / ma ora
l'ascolto), e la stessa struttura metrica che ora tende a misure pi ampie:
Sono un uomo ferito,
e me ne vorrei andare
e finalmente giungere,
Piet, dove si ascolta
l'uomo che  solo con s.
Non ho che superbia e bont
e mi sento esiliato in mezzo agli uomini
ma per essi sto in pena.

Il dolore (1947) nasce dallo strazio dei gravissimi lutti familiari e da-
gli orrori della guerra, e la poesia di Ungaretti non si esaurisce pi in
un grido ma si dilunga in una disperata delusione sentimentale:
Mi porteranno gli anni / chiss quali altri orrori, / ma ti sentivo ac-
canto, m'avresti consolato, scrive per la morte del figlioletto; e la
medesima disperazione torna in Un grido e paesaggi (1952): Sconto,
sopravvivendoti, l'orrore / degli anni che t'usurpo. La terra promessa
(1952)  il tentativo di elevare a mito l'esperienza biografica e ne 
simbolo la figura di Enea in cerca sempre di terra promessa; e Il
taccuino del vecchio (1960) ne riprende in parte i motivi con un pi 
accentuato sentimento della vita e della morte.
Eugenio Montale (Genova, 1896 - Milano, 1981) pubblic la sua pri-
ma raccolta, Ossi di seppia, nel 1925 nelle edizioni di Gobetti; questa
vicinanza al giovane ideologo torinese, confermata dalla collabora-
zione al Baretti,  il primo indizio di una collocazione anche politica
all'opposizione del fascismo per ragioni anzitutto etiche, di decenza
quotidiana. Ma naturalmente la poesia di Montale non  allusiva di
una specifica contingenza,  espressione di una pi profonda e ineli-
minabile condizione umana segnata dal male di vivere. La poesia,
particolarmente in questo primo momento, vive in una dimensione
platonica dove il nostro mondo fenomenico  l'inganno consueto
dal quale solo un prodigio pu liberarci per metterci nel mezzo di
una verit:
E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com' tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Solo un miracoloso intervento pu permetterci di superare quel
muro che ci imprigiona e scoprire l'anello che non tiene, e a com-
pierlo pu essere un misterioso amuleto: l'odore dei limoni, il girasole 
impazzito di luce, il topo d'avorio nella borsetta... Da questo rap-
porto metafisico deriva un totale rifiuto di una poesia retorica e pas-
sionale e l'adesione invece a una nettezza sentimentale ed espressiva
(qualche storta sillaba e secca come un ramo) che si connette a
quella che suole chiamarsi linea ligure.
Le Occasioni (1939) rientrano in qualche misura nel contemporaneo 
ermetismo almeno nel senso che i ricordi cui spesso la poesia ri-
corre restano non facilmente individuabili per il loro innalzarsi quasi
a mitologia personale; ma l'idea di fondo che presiede anche a questa
raccolta  la vita come scialo / di triti fatti / vano pi che crudele.
fino a che la violenza della storia non batte come nembo alle tue
porte nella rissa cristiana che sta per travolgere il mondo in una
bufera. E La bufera e altro (1956) sar la nuova raccolta, nata dalla
guerra non certo come cronaca dei fatti, pur se non ne mancano rife-
rimenti, ma come nuova espressione di una condizione da cui soltan-
to il prodigio pu salvare, e a compierlo pu essere la donna in una
funzione non dissimile da quella cui era destinata, nell'antica poesia
stilnovista, la donna messaggera prediletta / del mio Dio / del tuo forse.
L'ultima fase della poesia montaliana comprende tre titoli, Satura
(1971), Diario del '71 e del '72 (1973) e Quaderno di quattro anni (1977)
e, almeno in parte, sembra aver perduto quella carica metafisica che
aveva dominato nelle raccolte precedenti ed essersi avvicinata a una
poesia pi colloquiale; ma a ben vedere, dietro l'immagine pi dome-
stica e gli accenti spesso ironici e sferzanti, la fedelt di Montale ad
una visione drammatica della vita e della storia la quale non  magi-
stra / di niente che ci riguardi, rimane intatta. Come pure nelle prose
narrative di Farfalla di Dinard e nel suo principale volume di saggi,
Auto da f (1966).
La biografia di Umberto Saba (Trieste, 1883 - Gorizia, 1957; il vero
cognome era Poli, ma fu rifiutato dal poeta abbandonato dal padre
ancor prima della nascita, e sostituito da quello suggerito dall'essere
la madre ebrea: saba=pane in ebraico) ha un andamento letterario
diverso dal consueto. Egli appartiene infatti a quella letteratura trie-
stina che ha una prima notevole presenza all'inizio del secolo con ca-
ratteri particolari, anche se Saba non entr mai nelle grazie della
Voce. Le sue raccolte, che risalgono al 1911, vennero poi comprese
nel Canzoniere nelle varie edizioni fino a quella del 1961. A questa at-
tivit poetica Saba ha aggiunto le prose di Scorciatoie e raccontini
(1946), Ricordi. Racconti (1956) e il romanzo postumo Ernesto (1975).
La sua poesia si distingue visibilmente da quella a lui contemporanea
che era fortemente impegnata nel rinnovamento del linguaggio, ed 
il poeta stesso a darne, forse un po' polemicamente, la descrizione:
Amai trite parole che non uno / osava. M'incant la rima fiore / amore, 
ed  uno dei suoi titoli, Trieste e una donna, che compendia nel
migliore dei modi questa sua Musa dai semplici panni, questo suo
far poesia amando, specie all'inizio, le forme chiuse. Ugualmente si
pu dire del titolo La serena disperazione che individua, non senza
un'eco leopardiana, l'autentica condizione di spirito che accompagn
Saba per l'intera esistenza e per l'intera sua produzione (Cose leggere
e vaganti, L'amorosa spina, Preludio e canzonette, Cuor morituro, Il
piccolo Berto).  nella poesia degli anni Trenta-Quaranta (Parole, Ul-
time cose) che la metrica di Saba si rinnova in forme meno tradizionali 
e che talora si avvicinano all'ermetismo (si veda in particolare 
Mediterranee) mentre il senso drammatico dell'oppressione razziale e della 
guerra si fa pi intenso e angoscioso. Ancora nel 1950 usc Uccelli e
postuma Epigrafe (1959).

L'ERMETISMO
Nell'ottobre 1938 usciva sulla rivista Il Frontespizio il saggio di Carlo
Bo Letteratura come vita cui l'autore nega esplicitamente il carattere
di manifesto, ma che non  del tutto errato considerare come fon-
damentale testo teorico dell'ermetismo. In realt, di ermetismo si
parlava gi da circa due anni da quando Francesco Flora aveva coniato 
il termine per indicare, in senso negativo, il carattere della poesia
degli anni Trenta, ma che nel '38 era ormai diffuso in un senso accet-
tato e positivo. Ora Bo ne dava, pi o meno direttamente, la premessa
teorica individuando nella letteratura il riscatto dal tempo minore
della storia: la letteratura come sorpresa assoluta e scandaglio ine-
sauribile, come illuminazione e parte migliore e vera della vita di
fronte alla fiera di vanit e ai peccati e omissioni del vivere. C'era nel-
le parole di Bo l'individuazione di una condizione di spirito cui egli
dava coscienza e parola, anche giustificandone gli aspetti pi preoc-
cupanti in poesia: Qui non regge la questione dell'oscurit e della
chiarezza: in quanto la chiarezza non  che un'oscurit travestita... La
letteratura non serve per conoscere, ma  in se stessa una conoscenza. 
Se a ci si aggiungono la negazione del concetto di letteratura
come rispecchiamento della realt, e il riferimento al simbolismo
francese, si pu concludere che in quell'anno la consapevolezza 
dell'ermetismo era ormai perfetta.
Ma i testi avevano preceduto l'elaborazione teorica, perch fin dal
1930 era uscito Acque e terre di Salvatore Quasimodo (1901-1968;
premio Nobel 1959) seguito due anni dopo da Oboe sommerso che attuava 
la poetica della parola come unica realt e verit. Quasimodo 
anche il poeta della memoria siciliana e della mitologia greca (e tra-
duttore dei lirici greci); e fu anche, tra i poeti di estrazione ermetica,
quello che pi sent il contraccolpo della guerra - E come potevamo
noi cantare / con il piede straniero sopra il cuore - con un rinnova-
mento abbastanza sensibile dei temi e dei modi, che lo avvicinano a
quella che allora si definiva letteratura dell'impegno (Giorno dopo
giorno, 1947, La vita non  sogno, 1949, Il falso e vero verde, 1956, La
terra impareggiabile, 1958, Dare e avere, 1966).
La poesia ermetica ha la sua sede pi propria a Firenze dove opera-
rono Piero Bigongiari, Alessandro Parronchi, Alfonso Gatto, salerni-
tano di nascita, autore di Isola, Morto ai paesi e che pure si avvicin
alla poesia impegnata con Il capo sulla neve (1949), La storia delle vit-
time (1966), eccetera. In parte accostabile all'area ermetica per il legame
personale con gli altri poeti e il profondo spirito religioso fu Carlo 
Betocchi, autore in quegli anni di Realt vince il sogno. Ma il nome pi
importante e divenuto protagonista fino ai giorni nostri  quello di
Mario Luzi, autore di La barca (1935) e Avvento notturno (1942), in
cui il linguaggio analogico, l'aggettivazione non qualificativa 
(cipresso equinoziale, ventilate fanciulle) e il senso della prigione
del tempo e dell'angoscia esistenziale (la contesa col nulla) confe-
riscono ai testi un alone drammatico cui solo la fede pu dare soccor-
so. La lunga e ricchissima storia si continua anche nei decenni seguiti
alla guerra con numerose raccolte - Quaderno gotico, 1947, Le primizie 
del deserto, 1952, Onore del vero, 1957, Nel magma, 1963, Su fondamenti 
invisibili, 1971, Al fuoco della controversia, 1978, Per il battesimo
dei nostri frammenti, 1985, fino al recentissimo Il viaggio terrestre e cele-
ste di Simone Martini, 1994, nelle quali permane l'afflato religioso di
sempre, visto ora sotto specie di un itinerario di salvezza che investe
l'intera umanit. Lo stesso alto grado di impegno etico e religioso 
nel teatro di Luzi da Ipazia a Rosales, eccetera.
Altri poeti di notevole interesse avviarono la loro carriera negli anni
Trenta, talora prossimi talora meno al clima ermetico. Libero de
Libero, cantore della sua Ciociaria, inizi con Solstizio del '32 cui se-
gu Eclisse del '40 e successivamente Il libro del forestiero che nel '46
risentiva del clima e della tragedia della guerra. Anche il lavoro di
de Libero  stato lungo e intenso fino a Di brace in brace (1971) che 
riassume nel modo pi sincero la sua vicenda umana e poetica. L'iter di
Leonardo Sinisgalli  invece segnato da una doppia passione, quella
scientifica, che lo ha portato a fondare e dirigere la rivista Civilt
delle macchine e quella per il suo paese lucano. Nascono cos da una
parte Quaderno di geometria, Horror vacui, Furor mathematicus, dall'altra 
La vigna vecchia, L'et della luna, Il passero e il lebbroso, eccetera.
Pi difficile da ricondurre al clima ermetico  la poesia di Sandro
Penna (Poesie, 1938), forse pi vicina alla semplicit sabiana, sem-
pre nel senso di una chiarezza dietro la quale si cela un tormento che
solo la poesia riesce a sublimare in una forma di eleganza alessandrina 
che nascondeva un poeta del mistero secondo un'autodefinizione. 
E pi difficile ancora o del tutto indebito l'accostamento all'ermetismo 
della poesia di Giorgio Vigolo (Conclave dei sogni, 1935) che
definiva un poeta oscuro come una contradictio in adjecto. Anche la
poesia di Attilio Bertolucci si discosta dalla poetica e dalle forme del-
l'ermetismo per l'andamento colloquiale e il fondamento memoriale,
con qualche tono crepuscolare, che la riportano affettivamente alla
terra padana (Sirio, 1929, Fuochi di novembre, 1934). La nostalgia, lo
scorrere lento dei giorni, gli echi leopardiani insieme con una versifi-
cazione tendenzialmente ampia ne fanno una poesia fuori del pi dif-
fuso gusto degli anni Trenta; e si continuano in La capanna indiana
(1951) e in Viaggio d'inverno fino ai due recenti volumi di La camera
da letto, riassunto in versi di un'intera esistenza.
Per ragioni opposte  problematico l'avvicinamento della poesia di
Arturo Onofri alla poesia ermetica nonostante il forte afflato religioso 
che la muove e che sembra preludere all'ermetismo (Onofri muore
nel 1928). La sua esperienza aveva avuto inizio sulla Voce, ma la suc-
cessiva elaborazione di una dottrina esoterica e panica esaspera in
anticipo le prossime teorie ermetiche e si esprime in versi ampi e immagini
ardite che fanno delle sue raccolte (Terrestrit del sole, 1927,
Vincere il drago, 1928, Simili a melodie rapprese in mondo, 1929, Zolla
ritorna cosmo, eccetera) forse un unicum nella poesia italiana di quegli
anni.
Personalit poetica di grande rilievo e distinta dalla scuola ermetica 
 quella di Giorgio Caproni (1912-1990) le cui raccolte degli anni
Trenta sono Come un'allegoria (1932) e Ballo a Fontanigorda (1938),
ed erano testi lontani dalla tensione linguistica dell'ermetismo per il
tono colloquiale, l'uso affettuoso della memoria, l'apparente facilit
di certe espressioni che potevano ricollegarli alla linea ligure. Que-
sta prima fase si conclude nel '41 con Finzioni; con Cronistoria (1943)
e Stanze della funicolare (1952) il verso e i temi si arricchiscono per
una metrica pi complessa e per il dramma della guerra; ma il maggior 
Caproni  forse contenuto nelle tre raccolte Il passaggio di Enea
(1956), Il seme del piangere (1959), Congedo del viaggiatore cerimonio-
so (1965) nelle quali la consueta limpidit del verso si drammatizza
nella visione della solitudine dell'uomo di cui Enea si fa simbolo, nel
segno del dolore e dell'attesa della morte ma, insieme, di una straziata 
allegria, di una virile resistenza alla quale sembra per negata
la soluzione religiosa: L'occasione era bella. / Volli sparare anch'io.
/ Puntai in alto. Una stella /o l'occhio (il gelo) di Dio?. Cos in aper-
tura di Il franco cacciatore (1982) cui  seguita l'ultima raccolta, Il
conte di Kevenhuller (1986) quasi in forma di melodramma.
L'ermetismo ha anche avuto una derivazione lombarda della quale
Vittorio Sereni (1913-1983)  il rappresentante pi illustre. Gi in
Frontiera (1941) appaiono certi caratteri tipici di una paesaggio lacu-
stre e nebbioso simbolo anche di una disposizione psicologica; ma la
seconda raccolta, Diario d'Algeria (1947) aggrava questa condizione
nella clausura della prigionia, dell'assenza alla storia, dell'umilia-
zione. Una condizione che il ritorno alla libert non modifica nel
profondo per il disamore verso un'et in cui la libert  solo apparente: 
Si fanno versi per scrollare un peso / e passare al seguente. Ma
c' sempre / qualche peso di troppo (Gli strumenti umani, 1965).

SURREALISMO IN ITALIA
Nel gennaio del '40 la rivista di Malaparte Prospettive dedicava un
numero al Surrealismo in Italia, in realt, gi da qualche anno cir-
colavano in Italia le teorie di Breton ad opera anche di Alberto Savi-
nio (pseudonimo di Andrea De Chirico), musicista e pittore che aveva 
anticipato temi e tecniche che poi si sarebbero diffusi (Hermaphrodito, 
1918, Tragedia dell'infanzia, 1937 ma risalente al 1920 e ripresa
nel '41 come Infanzia di Nivasio Dolcemare). Ma le prove pi alte di
Savinio in cui la classicit della scrittura convive con il senso profondo
del mistero del vivere e del morire sono nei racconti o ritratti di Nar-
rate uomini la vostra storia (1942), Ascolto il tuo cuore citt (1943) e
Casa La Vita (1943).
Forse il maggiore narratore italiano per il quale  autorizzata la qua-
lifica di surrealista  Tommaso Landolfi (1908-1979) per una natu-
rale predisposizione alla lingua come alto gioco di bravura e alla fan-
tasia come libera e virtuosistica invenzione di fatti imprevedibili o al-
lucinati. Cos era gi nel Dialogo dei massimi sistemi (1937) e La pietra
lunare (1939) con un'accentuazione degli aspetti morbosi in Il mar
delle blatte (1939) e Le due zittelle (1945). Il surrealismo landolfiano si
 sempre alimentato, in realt, non tanto ai testi canonici quanto a
una larga fonte europea che si estendeva particolarmente alla Russia,
da cui traduceva, e ad altri modelli, Poe, Kafka, gli autori di fanta-
scienza (Cancroregina, 1950). Landolfi ha continuato a produrre molti 
volumi, dei quali il titolo Racconti impossibili (1966) raccoglie rias-
suntivamente il senso della sua intera opera.
La vena di Dino Buzzati (1906-1972)  caratterizzata invece dalle atmosfere
misteriose, dagli snervanti stati di attesa, dalle situazioni inquietanti
dove realt della cronaca e iperrealt si congiungono favo-
losamente. Questi caratteri erano gi in Barnabo delle montagne (1933) e 
Il segreto del bosco vecchio (1935), ma raggiunsero la loro migliore 
espressione in Il deserto dei Tartari (1940), storia di un ufficiale
che, giunto in una fortezza di frontiera, attende invano che la vita torni
a battere. Nel 1958, dopo Paura alla Scala e Il crollo della Baliverna,
Buzzati ha pubblicato Sessanta racconti che riassumono la sua intera
esperienza. L'appartenenza di Antonio Delfini (1908-1963) all'ambito 
surrealista  di tutt'altro genere, fondandosi non tanto sull'inven-
zione di eventi o di immagini quanto sulla scrittura. Il ricordo della
Basca (1938) e Il fanalino della Battimonda (1940) sono infatti gli
esempi pi tipici da noi di quella scrittura automatica prevista dalla
teorizzazione surrealista come libero e incontrollato scorrere del
pensiero da un'immagine all'altra, da una parola all'altra nell'intento
di cogliere quella verit che sfugge alla coscicnza ma che  nelle cose.

V. IL SECONDO NOVECENTO
1. Neorealismo e no
Il neorealismo, nella letteratura e nel cinema, nasce come reazione
alla rappresentazione falsata dalla retorica ufficiale del nostro paese.
Dalle conclamate conquiste, dagli accenti vibranti, dal luminoso av-
venire si scende ora ad esaminare la verit di una condizione irta di
problemi e di drammi. Tutto ci comincia ad accadere sin dagli anni
Trenta se si pensa all'opera di Alvaro, Moravia, Silone (autore di
Fontamara costretto ad uscire in Svizzera) ma diventa drammatica-
mente palese con la guerra, la sconfitta e le loro conseguenze: le citt
distrutte, la gente umiliata, l'enormit dei problemi pubblici e privati
da affrontare impongono quasi agli scrittori un mutamento profondo
dei temi e, insieme, un mutamento profondo della lingua e dello stile
che siano finalmente in grado di giungere a un pubblico vasto e popo-
lare. A questo moto quasi istintivo si aggiunger, a partire dal 1948,
anche la giustificazione storica e teorica con l'inizio della pubblica-
zione dei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci e il suo concetto di
letteratura nazionale-popolare in antitesi con quella aristocratica e
individualista.
Prima necessit, dopo il 1945,  dunque quella di testimoniare la tra-
gedia appena vissuta, e per questo nasce un'abbondante letteratura
che racconta le esperienze; alcuni di questi testi sono di grande valore
anche letterario come Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern per
la guerra di Russia, e poi Quota Albania; Il deserto della Libia di 
Mario Tobino, Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio, Il mondo  una pri-
gione di Guglielmo Petroni per la prigionia in mano tedesca.
Una ripetuta attribuzione assegna a Elio Vittorini e Cesare Pavese
l'inizio della narrativa neorealista e certamente non senza buone ra-
gioni ma anche con le necessarie precisazioni. Entrambi gli scrittori
erano stati fra i protagonisti di quel mito dell'America che negli
anni Trenta aveva introdotto in Italia formule letterarie e interessi
umani in contrasto con quelli pi diffusi o ufficiali; e Pavese aveva
fornito con Lavorare stanca (1936) un modello di poesia all'opposto
dell'ermetismo, e Vittorini con Il garofano rosso e Conversazione in 
Sicilia (entrambi non a caso colpiti dalla censura) avevano avviato un
discorso nuovo nella nostra letteratura. Ma la premessa filosofica di
Pavese riconducibile al concetto di mito e la soluzione stilistica spes-
so liricheggiante di Vittorini impongono un giudizio pi complesso
sul carattere neorealistico della loro opera che comunque comprende 
altri titoli di notevole valore come La casa in collina, Il diavolo sulle
colline, La luna e i fal per Pavese, e Uomini e no, Il Sempione strizza
l'occhio al Frejus e Le donne di Messina per Vittorini. Il quale fu anche
il direttore della rivista Il Politecnico in cui, fra l'altro, si svolse 
una polemica con Togliatti sulla funzione dell'intellettuale che port alla
rottura fra Vittorini e il Pci.
Anche il discorso su Alberto Moravia non pu non partire dal 1929
quando Gli indifferenti ruppero la crosta del conformismo rappresen-
tando i vizi di una certa borghesia e ricevettero un'asperrima condanna 
da parte dei critici fascisti. Ma la carriera di Moravia  cos ampia
e lunga che la definizione neorealista risulta inadeguata ed  piut-
tosto sostituibile con quella di realista, per una narrativa ispirata da
due presupposti teorici, il marxismo e il freudismo come teorie che
collocano al centro dell'essere al mondo dell'uomo il denaro e il sesso
e che permangono anche in Agostino, La disubbidienza, La romana, i
Racconti romani, La ciociara, La noia che  del 1960 e forse chiude la
grande stagione di Moravia espressa negli anni successivi piuttosto
dai libri di viaggio in URSS, in Cina, in India, in Africa piuttosto che
negli ulteriori romanzi e racconti.
Pi vicina a una letteratura impegnata fu l'opera di Francesco Jovine 
iniziata negli anni Trenta e culminata l'anno stesso della morte
dello scrittore (1950) con Le terre del Sacramento che racconta la lotta
dei contadini in Molise. Lo stesso si pu dire di Carlo Bernari che
centra i suoi interessi, spesso di natura sociale e politica, nel mondo
napoletano, gi in Tre operai del '34 e poi in Speranzella, Vesuvio e
pane, Era l'anno del sole quieto.
La nuova generazione del dopoguerra vide la presenza in primo piano 
di Vasco Pratolini, il cui primo titolo, Il tappeto verde  del '41 e gi
contiene quel piccolo mondo familiare che rester sempre nel cuore
e nell'opera dello scrittore. Ma presto Pratolini allarga il suo orizzonte 
alla societ e alla storia con Il quartiere e ancor pi con Cronache di
poveri amanti (1947) grande affresco della lotta contro il fascismo a
Firenze nel 1925, e pi tardi con la trilogia di Una storia italiana com-
prendente Metello sullo sciopero generale del 1904, Lo scialo sulla
societ italiana che cede al fascismo, e Allegoria e derisione che porta 
la storia italiana fino alla lotta partigiana.
Rea, Cassola, Bassani - oltre Calvino - sono le presenze pi nuove.
Domenico Rea esord e prosegu con alcuni felicissimi bozzetti e rac-
conti napoletani, Spaccanapoli, Ges, fate luce seguiti negli anni Cin-
quanta da Ritratto di maggio e Quel che vide Cummeo con i quali, se si
esclude il romanzo Una vampata di rossore, quasi si conclude la sua
carriera di narratore sostituita da un'attivit prevalentemente giorna-
listica. Pi lunga e prolifica la carriera di Carlo Cassola ambientata
nella maggior parte dei casi in un angolo della Toscana tirrenica dove
vivono minimi personaggi di provincia, spesso donne, alle prese con i
loro quotidiani problemi e interne afflizioni. Cassola  il poeta di que-
sto piccolo mondo colto in una dimensione pi esistenziale che storica,
anche se in Fausto e Anna e I vecchi compagni le vicende recenti
entravano nelle sue pagine, come pi tardi (1960) nel suo romanzo
pi noto, La ragazza di Bube. Ma in genere Cassola preferisce l'ambito 
pi ristretto della cittadina o del quartiere dove soffrono e vivono
uomini e donne destinati a non essere protagonisti se non della loro
vita e che vengono ritratti con una lingua semplice e scarna senza altri
meriti se non quello della riproduzione fedele del vero. Il racconto
lungo Il tag1io del bosco (1954) e poi Un cuore arido, Storia di Ada,
Paura e tristezza sono forse i titoli pi rappresentativi. Anche Giorgio
Bassani occupa un largo spazio nella narrativa degli anni 
Quaranta-Cinquanta; i suoi racconti vennero riuniti in Cinque storie 
ferraresi che hanno spesso a protagonisti personaggi ebrei presi nella 
morsa della persecuzione. Questa crudelt della storia, unita al vuoto 
della storia di Cassola, ha fatto spesso apparentare, pur diversi nello 
stile, i due autori come testimoni paralleli di una condizione di crisi, 
di sfiducia, di fallimento degli uomini appena passati gli entusiasmi della
liberazione. Il momento culminante in Bassani di questo stato d'animo  Il
giardino dei Finzi Contini (1962) dove la violenza della storia abbatte
l'immobilit di un mondo che si credeva sicuro.
Ancora pi elegante nello stile e pi angosciatamente ambigua nei
sentimenti  stata la narrativa di Guido Piovene dal romanzo epistolare 
Lettere di una novizia (1941) a Gazzetta nera, Piet contro piet, Le
furie, Le stelle fredde, dove si va svolgendo il ritratto di un mondo 
orribile, che non  solo quello esteriore ma anche quello personale in-
teriore dello stesso Piovene, che ha messo a nudo le sue colpe etiche
e politiche in La coda di paglia. Un posto a s occupa Vitaliano Brancati 
per la vena tragicomica e satirica che si  esercitata sulla societ
siciliana e italiana (Il vecchio con gli stivali) con una specifica 
attenzione al fenomeno del gallismo nei suoi titoli pi importanti, 
Don Giovanni in Sicilia, Il bell'Antonio, e Paolo il caldo uscito 
nel '55 l'anno dopo la morte dell'autore.
Esorbita totalmente dalle categorie neorealistiche sia dal punto di
vista tematico che da quello stilistico, l'opera di Carlo Emilio Gadda
(1893-1973) la cui carriera aveva avuto inizio in Solaria e nelle sue
edizioni (La Madonna dei filosofi, 1931, Il castello di Udine, 1934)
Ma i capolavori di Gadda appartengono agli anni Cinquanta con le
Novelle del Ducato in fiamme, Quer pasticciaccio de via Merulana e
La cognizione del dolore uscita nel '63 ma gi in parte in Letteratura
alla fine degli anni Trenta. Ci che appare pi sconvolgente e mirabile 
 la lingua gaddiana risultante da accostamenti e sovrapposizioni
sintattiche e lessicali le cui componenti dialettali, scientifiche, stra-
niere o puramente fantastiche o deformate o riadattate costituiscono
infine un inimitabile strumento espressivo tra i pi strabilianti della
prosa italiana troppo spesso ammalata di accademismi e formalismi.
Questo stile  presente in diversa misura anche negli altri titoli che 
talora riprendono vecchie pagine (La meccanica, Accoppiamenti giudiziosi) 
talora accentuano il carattere satirico nei confronti del fascismo
(Eros e Priapo). Ma questo aspetto era ben presente anche nel Pasticciaccio 
che, nella struttura simile al romanzo poliziesco, dava una
rappresentazione negativa della societ, della burocrazia, della lingua 
del Ventennio; mentre La cognizione del dolore conteneva la doppia 
passione-delusione nei confronti della madre e della patria.
La stessa assoluta indipendenza dalle voghe momentanee ha la pro-
duzione narrativa di Elsa Morante di cui nel 1948 usc Menzogna e
sortilegio, un romanzo favoloso nel senso della ricostruzione solitaria
e allucinata della decadenza di una nobile famiglia meridionale attra-
verso le generazioni. Caratteristiche mitizzanti che ritornano in L'isola 
di Arturo (1957) per l'atmosfera rarefatta e viziosa all'interno di un
rapporto padre-figlio; e in Aracoeli (1982) dove il contrastatissimo rap-
porto  tra madre e figlia. Ma nel frattempo la Morante aveva pubblicato 
Il mondo salvato dai ragazzini e La storia (1974) che svolgeva
l'ideologia chiaramente espressa nel titolo precedente in un romanzo
che racconta anno per anno le vicende della guerra attribuendo ai semplici 
e agli ingenui la funzione redentrice della storia fatta dai violenti.
Carlo Levi, infine, pittore in prima istanza, si  rivelato grande scrit-
tore con Cristo si  fermato a Eboli, che appena all'indomani della fine
della guerra rivelava la vicenda del suo confino fascista che gli aveva
permesso di conoscere ed amare un mondo meridionale arcaico e favoloso, 
ricco di valori umani quanto povero di risorse. Levi comunicava la sua 
esperienza in un linguaggio splendente di colore e di umana
partecipazione, cui sarebbe seguito L'orologio (1950) sul mondo politico 
di quegli anni, Le parole sono pietre sulle lotte sindacali in Sicilia,
Il futuro ha un cuore antico sulla Russia sovietica, Tutto il miele  finito
sulla Sardegna.
Gli anni del dopoguerra sono anche quelli della migliore produzione 
teatrale di Eduardo De Filippo e della sua descrizione di una drammatica 
societ napoletana che muove al riso per le grandi virt del testo, 
ma mette a nudo le pieghe e le piaghe di un mondo tanto ricco di
passioni quanto di problemi irrisolti. Dopo Natale in casa Cupiello
che  ancora degli anni Trenta giungevano ora alla ribalta
Napoli milionaria, Questi fantasmi, Filumena Marturano, Le voci di dentro,
eccetera. Va invece registrata la quasi totale assenza di una poesia
di stampo neorealista che abbia un vero valore letterario, tutta presa come
era da una retorica troppo ideologizzata e di forme popolareggianti 
non sufficientemente riadeguate. Ad essa sfuggiva forse soltanto 
fatto giorno (1954) di Rocco Scotellaro proprio perch fuori
dal clich neorealista.

2. Gli anni Cinquanta
La poetica e la pratica del neorealismo si va esaurendo gi nella pri-
ma met degli anni Cinquanta con l'allontanarsi dei problemi pi urgenti 
che avevano costituito l'oggetto primario della narrativa degli
anni Quaranta, e la concomitante stanchezza per un linguaggio che
appariva ormai troppo semplicistico e quasi rozzo. Tuttavia resiste
ancora una letteratura impegnata nei problemi concreti della societ
italiana la quale sommava ai vecchi vizi quelli nuovi sorti all'ombra
dei rapporti politici e sociali del dopoguerra. Si pensi al Diario di un
giudice di Dante Troisi, radiografia dall'interno di un'aula giudiziaria
dei mali che ancora affliggevano il paese; o a Impiegato d'imposte di
Nino Palumbo che esemplificava le trame della corruzione; si pensi
ancora alla narrativa degli scrittori calabresi con la specifica attenzio-
ne alla loro regione, Saverio Strati (La Marchesina, Mani vuote fino a
Noi lazzaroni sul dramma dell'emigrazione), Mario La Cava (Mim
Cafiero, Vita di Stefano), Fortunato Seminara (La masseria, Il vento
nell'oliveto). L'autore che con maggiore fedelt e attento spirito de-
scrittivo ha dato un referto narrativo sui nostri tempi e i modi come li
stiamo vivendo  probabilmente Libero Bigiaretti, di cui si ricordino
almeno dagli anni Quaranta Esterina, La scuola dei ladri, Il congresso,
eccetera; n va tralasciata la permanente presenza sempre gradevole dei
romanzi o dei racconti di Mario Soldati da La verit sul caso Motta a
A cena col commendatore, L'attore, eccetera.
Ma si ricordi la denuncia talora esplicita dei limiti del maggior partito 
politico nei romanzi di scrittori cattolici come Mario Pomilio (La
compromissione, ma poi si veda il grande impegno storico-teorico del
Quinto Evangelio), e Rodolfo Doni, la cui opera verr raccolta in La
doppia vita. Resiste anche una narrativa meno impegnata e pi fedele 
ad una formula di romanzo ben collaudata e tenuta ad un alto livello 
professionale come nei racconti (La provincla addormentata) o
nei romanzi (Gli eredi del vento, La dama di piazza, Una spirale di 
nebbia, eccetera) di Michele Prisco; o nell'opera di Giuseppe Dess, 
gi avviata nel '39 con San Silvano, un romanzo che forse risentiva 
della lezione di Proust, e poi proseguita sempre con una particolare 
attenzione al mondo sardo (Michele Boschino, Racconti drammatici, 
Paese d'ombre) e nei romanzi di Raffaele La Capria (raccolti in Tre romanzi
di una giornata) dominati dalla abbreviata dimensione del tempo. E si
avviava intanto l'opera fuori di schemi o temi prestabiliti di Giuseppe
Bonaviri, che nel mondo siciliano di Mineo collocava i suoi primi rac-
conti del Sarto della Stradalunga. Ma poi la Sicilia di Bonaviri diventava
una regione della fantasia dove le coordinate geografiche si perde-
vano in dimensioni favolose sulle quali agivano influenze greco-arabe,
e i romanzi divenivano vicende cosmiche di vita e di morte in La
divina foresta e Notti sull'altura, seguiti da altri numerosi titoli 
sfocianti infine nella pronuncia poetica del Dire celeste.
Gli anni Cinquanta vedono ancora all'opera con titoli di grande ri-
lievo alcune scrittrici protagoniste della nostra narrativa fin dagli anni
Trenta. Anna Maria Ortese aveva iniziato nel '37 con Angelici dolori
forse sotto una suggestione bontempelliana corretta nei quadri napo-
letani e milanesi di Il mare non bagna Napoli e Silenzio a Milano, ma in
parte ripresa o allargata nei romanzi successivi, L'iguana, Il porto di
Toledo fino a Il cardellino innamorato (1994). Anche Gianna Manzini
aveva esordito prima della guerra (Tempo innamorato) continuando
poi negli anni Quaranta (Lettera all'editore) e sempre esibendo uno
stile raffinato che non venne meno pur quando i romanzi si accosta-
rono a problemi pi personali con La sparviera (1956) e soprattutto
Ritratto in piedi (1971) un affettuoso ricordo del padre. E anche Anna
Banti dall'Itinerario di Paolina del '37 era giunta ai racconti e romanzi
degli anni Quaranta-Cinquanta (Artemisia, Le donne muoiono, Allarme sul
lago, eccetera). Ha invece inizio negli anni Quaranta l'opera di Natalia 
Ginzburg che in Tutti i nostri ieri (1952) ha narrato la storia per-
sonale del confino e del marito Leone ucciso dai nazisti, e ha ripreso
la vena autobiografica in Lessico familiare e Caro Michele. Ma la sua
narrativa si distingue soprattutto per lo stile meticoloso e nitido che
con parole sommesse dice la quotidianit del vivere; di questo modo
di raccontare Le piccole virt e Le voci della sera offrono l'esempio pi
caratteristico.
Una voce a parte in questi anni  quella di Ennio Flaiano, il cui unico
romanzo  Tempo d'uccidere (1947) ambientato nella guerra d'Etiopia, 
ma la cui presenza si segnala per le opere di carattere satirico rivolte 
verso o contro una societ, soprattutto romana, di cui Flaiano
ha saputo cogliere gli aspetti pi fatui e volgari in una serie di opere
agili e discontinue nella forma quanto chiarissime nel messaggio
(Diario notturno, La solitudine del satiro, Un marziano a Roma).
Sul finire degli anni Cinquanta usciva Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi 
di Lampedusa, un romanzo che dest non poche polemiche rivolte pi 
che allo stile, all'ideologia che vi presiedeva. Ambientato in
Sicilia all'indomani della spedizione di Garibaldi, l'interpretazione
che vi veniva data degli eventi era compendiata nella frase del principe 
di Salina - Se vogliamo che tutto rimanga come , bisogna che
tutto cambi - anticipazione esatta di quanto sarebbe avvenuto a 
Risorgimento compiuto e dello Stato che ne sarebbe nato, conservatore
ed espressione dell'alleanza tra il nascente capitale industriale del
nord e la storica ricchezza latifondista del sud.

3. Gli anni Sessanta
LE NEOAVANGUARDIE
Sul n. 4 della rivista Il Menab (1961) Vittorini affrontava il proble-
ma del rapporto della letteratura con la nuova realt industriale del
Paese, sostenendo che essa non doveva dar luogo a una sorta di nuovo 
realismo con appena i contenuti cambiati, poich la totalit dei ca-
ratteri di una societ industriale costituivano un condizionamento 
assoluto per l'uomo e lo scrittore. In realt, il problema era gi venuto
alla ribalta negli anni Cinquanta che avevano visto uscire Tempi stretti
e Donnarumma all'assalto di Ottiero Ottieri, presto seguiti da Il fab-
bricone di Giovanni Testori, Il padrone di Goffredo Parise, Memoriale
di Paolo VOlponi, nonch Il male oscuro (1964) di Giuseppe Berto che
pur non avendo direttamente a tema il mondo dell'industria o della
fabbrica, esprimeva lo stato di alienazione e nevrosi di cui pu essere
vittima l'uomo contemporaneo. E lo stesso pu dirsi dell'opera di Roberto 
Roversi (Registrazione di eventi, Descrizioni in atto, I diecimila
cavalli) nei quali la polemica era rivolta in prima istanza contro il
mondo dell'editoria condizionante l'attivit dello scrittore. La carriera 
di questi autori avr poi esiti diversi, e forse i pi interessanti sono
quelli di Volponi che prima in Corporale poi in Il pianeta irritabile ri-
prendeva il tema dell'angoscia vissuta anche sotto la minaccia della
bomba atomica; e quelli di Testori che da una prevalente descrizione
del mondo milanese  salito a una letteratura di angosciante e lacerata 
religiosit (La cattedrale, Passio laetitiae et felicitatis, eccetera).
Continuava ad essere testimone implacabile del suo e nostro tempo
Franco Fortini (1917-1994), poeta fin dagli anni Quaranta e poi negli
anni Cinquanta (Poesia ed errore) e ancora negli anni Sessanta (Una
volta per sempre), ma soprattutto saggista letterario e non solo. In 
Dieci inverni 1947-1957 Fortini risaliva alla sua partecipazione al 
Politecnico per affrontare il tema della presenza dell'intellettuale, 
ripreso in Verifica dei poteri, mentre alla letteratura erano dedicati i 
Saggi italiani e le molte traduzioni da Eluard, Brecht, Goethe, eccetera, 
e ad argomenti di attualit nel campo della cultura e della vita civile.
Il fenomeno letterario pi intenso e caratteristico degli anni Sessanta 
fu quello delle neoavanguardie le cui premesse teoriche erano gi
state poste fin dal '56 nella rivista Il Verri diretta da Luciano Anceschi.
Il testo in cui si confrontarono le diverse tendenze fu l'antologia 
I Novissimi (1961) che, con un'introduzione di Alfredo Giuliani, compren-
deva testi poetici dello stesso Giuliani e di Elio Pagliarani, Edoardo
Sanguineti, Nanni Balestrini e Antonio Porta. In verit, sia le pre-
messe teoriche sia gli esiti letterari erano abbastanza disparati poich
andavanO dal marxismo meno o pi estremo di Sanguineti e Balestrini 
alle posizioni fenomenologiche di Porta, e i testi si muovevano fra
il postcrepuscolarismo di Pagliarani e le differenti rivoluzioni lingui-
stiche di Sanguineti e Balestrini. Ma nel complesso il senso dell'ope-
razione risultava chiaro come attacco a fondo contro un realismo ormai
invecchiato e incapace di rinnovarsi, in nome di una letteratura che
avrebbe dovuto puntare pi sul linguaggio che sulla realt e l'ideologia 
che la governa. Gli autori della neoavanguardia si riunirono 
nell'ottobre del 1963 a Palermo e da l presero nome di Gruppo 63;
l'anno seguente si ritrovarono a Reggio Emilia e la discussione conti-
nu a vertere sul rinnovamento di una letteratura che non fosse pi
evasiva e tenesse presenti le nuove aperture di conoscenza, ma senza
giungere a soluzioni comuni.
L'indubbia opera di pulizia letteraria e di rinnovamento teorico-culturale 
compiuto in quegli anni con l'introduzione, contro il crocio-gramscismo, 
di nuove teorie o discipline (semiologia, strutturalismo, psicanalisi) 
non trova per riscontro nei testi letterari dei cinque novissimi o 
di altri aderenti al movimento. Si possono solo ricordare il 
Triperuno (Laborintus, Erotopaegnia, Paradiso de l'inferno) di
Sanguineti che con gli anni Settanta muter abbastanza visibilmente i
suoi criteri letterari, certe raccolte di Pagliarani (Lezione di fisica, 
Fecaloro) o di Porta (La palpebra rovesciata, Rapporti), il romanzo di Ba-
lestrini Vogliamo tutto, o gli esiti verso una poesia concreta o visiva di
cui Lamberto Pignotti fu il principale rappresentante.
Ma gli esiti pi probanti vanno cercati fuori della scuola, princi-
palmente nell'opera ricchissima di Giorgio Manganelli (appena
qualche titolo dei suoi moltissimi: Hilarotragoedia, Nuovo commento
Agli dei ulteriori, A & B, eccetera) ricchissimi di un linguaggio che, dopo
quello di Gadda, appare come la pi moderna e ardita innovazione; o
in quella di Alberto Arbasino altrettanto esuberante nella produzione
che si segnala pi che altro nello sfoggio di una moderna erudizione.
Nel campo della poesia la voce autonoma pi problematica e interes-
sante  stata quella di Edoardo Cacciatore operante sin dagli anni
Cinquanta (L'identificazione intera) e ancora negli anni Sessanta (Ma
chi  qui il responsabile). Partecipe delle polemiche e poi autore del
fortunatissimo Il nome della rosa (1981), seguito da Il pendolo di Foucault 
e l'Isola del giorno prima  stato Umberto Eco.
Il dibattito interno alle neoavanguardie di cui si  fatto cenno continu 
per gli interi anni Sessanta ed ebbe la sua ultima collocazione
nella rivista Quindici dal giugno del '67. Diretta da Giuliani, essa si
impegn, non sempre con assoluta coerenza, su tutte le contestazioni
o le rivolte del momento, dalla Fiat al movimento studentesco, dalla
Cina di Mao al Vietnam, dal Black Power a Che Guevara, finch non
giunse al pettine il nodo della letteratura sul quale la redazione si di-
vise fra coloro che sostenevano la totale indipendenza della letteratu-
ra (Angelo Guglielmi: La letteratura  letteratura... e non ha nulla a
che fare con ogni altra sorta di esperienza intellettuale o pratica) e
coloro, in primis Balestrini che nel frattempo era diventato direttore,
convinti della necessit di un impegno che fosse anche politico. Su
questo contrasto Quindici si divise e chiuse definitivamente nel 
maggio del 1969.

PASOLINI, CALVINO, SCIASCIA
Nel mezzo delle molte dispute la letteratura continuava a proseguire 
per una strada che non ne era aliena ma che aveva anche altri inte-
ressi e altre direzioni dipendenti non tanto dalle polemiche contingen-
ti quanto dalla personalit dello scrittore. Pier Paolo Pasolini (1922-
1975) aveva cominciato fin dagli anni Quaranta come poeta in lingua
friulana, ma la sua fama nazionale ebbe inizio con i due romanzi degli
anni Cinquanta, Ragazzi di vita (1955) e Una vita violenta (1959) note-
voli per ragioni formali, l'invenzione di una lingua spregiudicata mi-
sta di italiano e di dialetto romanesco e la scoperta di un mondo sot-
toproletario che urgeva alle porte della storia. Questo era anche il
progetto che presiedeva alle poesie di Le ceneri di Gramsci (1957) e
continuava nelle raccolte poetiche degli anni Sessanta e Settanta (La
religione del mio tempo, Poesia in forma di rosa, Al dagli occhi azzurri,
Trasumanar e organizzar). Negli anni Cinquanta Pasolini, insieme con
Francesco Leonetti e Roberto Roversi, aveva dato vita alla rivista let-
teraria Officina e aveva poi raccolto i suoi saggi letterari in Passione e
ideologia. In seguito la sua attivit fu data prevalentemente al cinema,
ferma restando la sferzante critica nei confronti della societ e dei
suoi governanti (Scritti corsari, Lettere luterane) e la sua produzione
teatrale (Affabulazione, Pilade, Calderon, eccetera). Pasolini fu ucciso 
il 2 novembre 1975 in circostanze che non furono mai chiarite. Nel 1994 
uscito Petrolio.
Anche Italo Calvino (1923-1985) pubblic negli anni Quaranta il
suo primo libro, Il sentiero dei nidi di ragno, un romanzo in cui la lotta
partigiana era vista attraverso gli occhi di un bambino; in parte legati
a quel tema erano i racconti di Ultimo viene il corvo e L'entrata in guer-
ra (1954). Negli anni Cinquanta la vena insiste ulteriormente sugli
aspetti fiabeschi nei tre titoli dei Nostri antenati e su certi aspetti 
etico-politici che culminano in La giornata di uno scrutatore (1963). Poi 
il fiabesco si prolunga in una produzione fantascientifica (Le Cosmi-
comiche, Ti con zero) o di ardua esercitazione letteraria (Le citt invi-
sibili, Il castello dei destini incrociati) che fanno di Calvino uno dei
nostri autori pi innovatori e pi moderni in cui la limpidit dello stile,
l'intelligenza illuministica, la fruizione delle pi recenti teorie narra-
tologiche producono opere del tutto fuori del consueto nel panorama
italiano (Se una notte d'inverno un viaggiatore, Palomar). Altri titoli
recenti, prevalentemente saggistici o di viaggio, sono Una pietra sopra, 
Collezione di sabbia, Lezioni americane, La strada di San Giovanni, 
Prima che tu dica pronto.
Nel 1950 Leonardo Sciascia (1921-1989) pubblicava le Favole della
dittatura, ma presto i suoi interessi puntarono in modo pi concreto
sui mali della Sicilia (Odio, detesto la Sicilia nella misura in cui
l'amo) compendiati nei subdoli misfatti della mafia (Il giorno della
civetta, 1961; A ciascuno il suo, 1967) ma risalenti anche al passato (Il
Consiglio d'Egitto, 1963; Recitazione della controversia liparitana
1969). Spesso costruiti in forma di racconti polizieschi, i romanzi brevi 
di Sciascia vengono sempre condotti in una lingua tersa e ragionata
in cui il dialogo ha una sua funzione euristica; ma ad abbuiare, per
cos dire, le sue pagine c' un'ideologia sempre pi pessimistica che
coinvolge ogni possibile forza politica (Il contesto, Todo modo, Candido 
ovvero un sogno fatto in Sicilia) ben simboleggiata dal titolo della
raccolta di scritti vari Nero su nero, 1979. L'affaire Moro (1978) 
affrontava con grande coraggio e lucidit la tragedia dell'uomo politico
mentre gli interessi letterari dettavano a Sciascia alcuni volumi pure
riferiti soprattutto alla Sicilia, Pirandello e la Sicilia, La corda pazza.
Le ultime cose di Sciascia riguardano ancora la sua isola studiata in
agili volumetti relativi alla sua lingua, alle sue tradizioni, alle sue
cronachette.

4. Dagli anni Settanta a oggi
All'esaurimento delle neoavanguardie segu una condizione di incertezza 
e polivalenza della letteratura cui venne in genere attribuito
il carattere di riflusso per indicare la tendenza alla restaurazione
dei valori tradizionali. Certo, in quel decennio e anche nei successivi
scrissero autori di grande prestigio, Montale, Caproni, Bertolucci,
Luzi, Moravia, Morante e altri ancora gi ricordati, e le stesse avan-
guardie continuarono il loro discorso in parte critico in parte autocri-
tico nella rivista Alfabeta dal 1979; ma quello che manc a quegli anni
Settanta, e si deve dire anche negli anni seguenti ormai fino alle soglie
del Duemila,  una caratterizzazione precisa come era accaduto
forse fin dagli inizi del secolo col succedersi di voghe e di ismi. 
Questo stato di carenza nulla tolse all'opera di singoli scrittori per i 
quali resta per meno facile individuare il senso storico dell'opera e il 
senso culturale della presenza. Sar sufficiente ricordare, oltre i molti 
titoli gi citati, Horcynus Orca (1975) del siciliano Stefano D'Arrigo, un
romanzo inusitato per il modo come veniva raccontata la fine della
guerra in Sicilia e ancor pi per l'ibrido italo-siciliano in cui era 
scritto; nel '76 esordiva, dopo un antefatto del '63, Vincenzo Consolo
pure siciliano, con Il sorriso dell'ignoto marinaio, cui son seguiti 
Retablo, i racconti delle Pietre di Pantalica, spesso con un accento di 
critica o di parodia apparso pi evidente in Nottetempo casa per casa (1992).
Il 1981 rivel due scrittori non giovani, Gesualdo Bufalino, ancora un
siciliano, con Diceria dell'untore in una lingua ricca e baroccheggiante
e un'atmosfera di sanatorio e di morte, seguita da Argo il cieco ovvero
i sogni della memoria; e Carmelo Samon (morto nel 1990) ispanista
autore di Fratelli e Il custode, un'appassionata esplorazione di un dif-
ficile rapporto familiare e di un assurdo stato di clausura. Ma sono
questi anche gli anni in cui si rivela definitivamente la forza narrativa
di Primo Levi che era stato il testimone pi drammatico della prigionia
nazista con Se questo  un uomo (1947) cui erano seguiti La tregua
che narrava le assurde peripezie del ritorno e I sommersi e i salvati
dove il tema veniva ripreso con andamento prevalentemente saggistico. 
Poi quella di Primo Levi si rivel una vena non solo memorialistica 
ma di autentico narratore sia nella misura del racconto (Storie naturali, 
pubblicate con lo pseudonimo Damiano Malabaila, Il sistema penodico, 
La chiave a stella, Lilith) sia nel romanzo Se non ora, quando? in cui 
le due disposizioni memorialistica e narrativa si congiungevano in 
un'opera di fantasia ma di grande valore testimoniale. A questi titoli 
si  aggiunto anche quello che raccoglie le poesie in Ad ora incerta.
Anche la poesia ha avuto in questi anni opere di valore, ora pi con-
giunte ad una vena novecentesca come in M. Luisa Spaziani (Transito con
catene, Geometria del disordine) o Giovanni Giudici (O Beatrice, Il male 
dei creditori) o Silvio Ramat (Corpo e cosmo, Fisica dell'immagine); 
ora pi movimentate da disposizioni personali come in Amelia Rosselli 
(Serie ospedaliera, Documento); ora pi tendenti a una visionariet 
come in Bartolo Cattafi (morto nel '79, L'osso, l'anima, Marzo e le sue idi)
ora pi legate a quella che suole chiamarsi linea lombarda, come 
Luciano Erba e Giovanni Raboni. La figura pi in vista  stata per 
quella di Andrea Zanzotto per l'estrema audacia delle sue contaminazioni 
linguistiche che intendono usufruire di ogni possibile apporto anche in
funzione polemica contro il degrado del linguaggio (La belt, Pasque, 
Il Galateo in bosco, Fosfeni). E certamente meritano di essere ricordati 
Mario Socrate, Cesare Ruffato, Ugo Reale, Elena Clementelli, Vito Riviello,
Biagia Marniti, Leonardo Mancino, Fabio Doplicher, Ettore Violani eccetera.
Appartengono a una generazione pi giovane Dario Bellezza, Maurizio Cucchi,
Milo De Angelis, Rodolfo Di Biasio, Giovanni Occhipinti, Biancamaria 
Frabotta, Mario Lunetta, Mariella Bettarini, Valerio Magrelli e altri 
ancora di cui sarebbe doverosa la citazione ma non l'essere relegati 
in un ordine frettoloso. Lo stesso si dica per i narratori che accanto 
ai nomi di una generazione precedente, Lalla Romano, Livia De Stefani, 
Ferruccio Ulivi, Francesco Burdin, Luigi Compagnone, Luca Canali, 
Alberto Bevilacqua, Giorgio Saviane, hanno visto presente una generazione
di mezzo, Marcello Venturi, Gina Lagorio, Giampaolo Rugarli, Giuseppe 
Pontiggia, Ferdinando Camon, Sebastiano Vassalli, Carlo Villa, Alberto Lecco, 
Melo Freni, Luigi Malerba, Carlo Sgorlon, Dacia Maraini, Rossana Ombres,
Renzo Ricchi, eccetera; e autori forse di qualche anno pi giovani in una
quasi impossibile distribuzione per generazioni ma comunque operanti con 
sicura dignit e forse appena a met del loro cammino, Andrea De Carlo, 
Aldo Busi, Daniele Del Giudice, Stefano Benni, Giorgio Montefoschi, 
Luciana Morandini, Francesca Sanvitale, Sergio Campailla, Susanna Tamaro, 
eccetera. Altri poeti o narratori, ci hanno abbandonato in questi anni, 
Antonio Pizzuto (morto nel 1976), Pier Vittorio Tondelli (morto nel 1992), 
Italo Alighiero Chiusano (morto nel 1995), Francesco Tentori (morto nel 1995).
A questo punto l'anagrafe si farebbe o troppo o troppo poco generosa e 
non molto potrebbe aggiungere a un panorama folto e vivace e
che ci sta portando verso la fine del secolo in una grande compagnia,
dalla quale per non pare che emergano figure di protagonisti assoluti 
quanto piuttosto rappresentanti di un mondo intellettuale e letterario 
ricco di partecipazione e di fermenti e di idee forse pi brillanti
che chiare, di polemiche talora illuminanti talora meno, ma soprattutto, 
ed  forse il tratto dominante di questi ultimi residui del secolo 20esimo,
in posizione ora di avversione ora acquiesciente nei confronti
del moloch televisivo.
FINE.

CRONOLOGIA
1800. V. Monti scrive Bell'Italia amate sponde
1802. Foscolo: Ultime lettere di J. Ortis
1805. Nasce a Genova  G. Mazzini     
1807. Foscolo I Sepolcri
1812. Foscolo  inizia  Le Grazie. Manzoni inizia
gli Inni Sacri
1816. Manzoni, Il Conte di Carmagnola
1817. Nasce F. De Sanctis a Morra Irpina
1818. Leopardi: Canzone all'Italia
1822. Manzoni: Adelchi
1825. Leopard: I primi Idilli
1827. Muore il Foscolo
1828 e seg. Leopardi: Grandi Idilli
1831. Nasce a Padova Ippolito Nievo
1835. Nasce Carducci
1837. Muore Leopardi a Napoli
1840. Nasce a Catania il Verga
1840-42. Escono a puntate I promessi sposi
1843. V. Gioberti: Del primato morale e civile degli italiani
1858. Nasce il Pascoli
1861. Nasce I. Svevo. C. Arrighi scrive La Scapigliatura                                       Cavour
1861 e seg. Carducci: Rime nuove
1863. Nasce G. D'Annunzio
1866. Nasce B. Croce
1867. Nasce L. Pirandello
1878. D'Annunzio: Primo vere
1879. L. Capuana: Studi sulla letteratura contemporanea
1881. G. Verga: I Malavoglia. Nasce a Firenze G. Papini
1883. G. Verga: Novelle rusticane. Nasce G. Gozzano
1885. Nasce A. Palazzeschi
1888. Nasce G. Ungaretti
1889. Verga: Mastro don Gesualdo. D'Annunzio: Il piacere
1891. Pascoli: Myricae
1902. Croce: Estetica
1903. Pascoli: I Canti di Castelvecchio. D'Annunzio: le Laudi. 
Esce Leonardo
1904. Pirandello: Il fu Mattia Pascal 
1908. Nasce La Voce
1909. Primo Manifesto futurista
1917. Pirandello: Cos  se vi pare
1919. Nasce La Ronda. Ungaretti: Allegria di naufragi
1921. Pirandello: Sei personaggi in cerca d'autore
1923. Svevo: La coscienza di Zeno
1924. Nasce Il Baretti
1925. Montale: Ossi di seppia
1926. Nascono Solaria e 900
1928. Muore Svevo
1929. Moravia: Gli indifferenti
1932. Quasimodo: Oboe sommerso, Ungaretti: Sentimento del tempo
1936. Muore Pirandello. Pavese: Lavorare stanca
1939. Montale: Le occasioni
1941. Vittorini: Conversazione in Sicilia
1945. Nasce Il Politecnico  
1947. Calvino: Il sentiero dei nidi di ragno
1955. Pasolini: Ragazzi di vita
1957. Gadda: Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana
1961. Sciascia: Il giorno della civetta
1963. Gruppo 63 a Palermo
1970. Muore Ungaretti
1973. Muore Gadda
1975. Muore Pasolini
1981. Muore Montale
1985. Muore Calvino

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
La bibliografia critica sulla letteratura italiana dell'Ottocento e del 
Novecento  naturalmente sterminata. Ci limitiamo perci a segnalare le 
Opere generali nelle quali, oltre i saggi critici,  possibile trovare
tutti i necessari riferimenti bibliografici.
AA.VV., 900, Milano, Marzorati, 10 voll.
AA.VV., I critici, ivi, 5 voll.
AA.VV., I contemporanei, ivi, 2 voll.
AA.VV., Letteratura italiana. Le correnti, ivi, 2 voll.
AA.VV., Letteratura italiana. I maggiori, ivi, 2 voll.
AA.VV., Letteratura italiana contemporanea, Roma, Lucarini, 3 voll.
AA.VV., Letteratura italuana, Torino, Einaudi, 12 voll.
AA.VV., Storia della letteratura italiana, Milano, Garzanti, 9 voll.
AA.VV., Storia della letteratura italiana. Il Novecento, ivi, 2 voll.

