/:/ Manzoni e la soluzione fiorentina dela questione della lingua.

   Il problema della lingua si impose in maniera preminente e de-
cisa al Manzoni quando, dopo la sua attivit di poeta, circoscrivibile
ancora nell'ambito della tradizione letteraria costituita, egli si accinse
a comporre il romanzo nel quale doveva esprimere tutta intera la sua
evocazione cristiana e romantica della vita e dell'arte. Nasceva da
una esperienza personale che era insieme di stile e di lingua e si fa-
ceva, quel problema, nel travaglio dello scrittore a lungo durato e ri-
solto in modo singolare ed altissimo con assidua riflessione e inces-
sante pentimento, da personale e empirico, generale e teorico, tanto
da richiamar su di s la meditazione del Manzoni per tutto il resto
della vita e da sortire a soluzioni che, rispetto alla sperimentalit, sia
pur coerentemente su di esse orientata, dell'operazione di revisione
dell'opera, finivano per essere di radicale e rigido estremismo. A un
organico trattato sulla lingua il Manzoni pens continuamente sin dal
suo esordio come prosatore e le note e gli abbozzi numerosi scandi-
scono i momenti e gli orientamenti diversi della composizione dell'ope-
ra e segnano e accompagnano il tempo in cui si era maturata la nozione
definitiva e paradigmatica, consegnata nei pochi scritti pubblicati sul-
la lingua; in una lettera del dicembre 1857 al Giorgini egli stesso
parlava di  quel tale eterno suo lavoro sulla lingua : segno di un
interesse inintetrotto e preminente, di un intento teorico e program-
matico di l dai limiti della propria singolare esperienza artistica.
Il suo problema pratico, di scrittore, il Manzoni aveva risolto rin-
novando dal punto di vista dello stile, della sintassi e della lingua
con tanta efficacia e maestria d'artista le strutture complesse e tradi-
zionali dell'italiano; ma il problema teorico e generale risolveva in con-
siderazione di alti interessi e ideali politici e civili--l'unit della
lingua nell'unit dell'Italia--con una soluzione programmatica ra-
dicale e naturalistica--l'assunzione del fiorentino attuale delle per-
sone colte--che, sia pur circoscrivendo la lingua al solo ambito les-
sicale, trasformava la questione linguistica da questione letteraria a
questione sociale. La teorizzazione manzoniana delorentino vivo
capovolgeva i modi tradizionali della questione linguistica limitata
sino ad allora alla controversa generalizzazione di un tipo di lingua
rispondente ai singoli ideali letterari e culturali dei vari disputanti,
e instaurava, con efficacia certo superiore ai risultati pratici della
teoria, una considerazione linguistica in stretta relazione al proble-
ma civile, e geografico, dell'unit e al problema sociale, e tempo-
rale, della attualit e dell'uso vivo. Se l'esempio mirabile del ro-
manzo era riuscito a battere in breccia, nello stile e nella lingua,
il carattere retorico e artificioso persistente della tradizione lette-
raria italiana; la soluzione linguistica antitradizionale del Manzoni,
che trascurava il peso che nella formazione dell'italiano aveva avuto
la lingua degli scrittori e l'incidenza degli apporti individuali di cul-
tura e di arte nell'impiego della lingua, nella sua logica ferrea e li-
neare, anche se inattuabile e arbitraria, era riuscita, risultato princi-
palissimo, a richiamare energicamente l'attenzione e ad accentuare
vivamente l'interesse sull'oggetto fondamentale della questione, la
lingua come istituto di una vivente societ.

   Al tempo della composizione del Fermo e Lucia, cio del primo
abbozzo del romanzo, il Manzoni era gi intento a risolvere il pro-
blema della lingua; e nel bisogno, che non venne meno in lui, d'una
lingua che fosse comune e moderna e accessibile universalmente, ade-
riva, negli schemi eclettici delle pi liberali posizioni teoriche, alla
nozione di una lingua composita e artigianalmente costruita e  al
livello delle cognizioni europee , risultante dall'accettazione di quel
che di valido vi era nella tradizione letteraria, da un arricchimento
ottenuto mediante l'analogia con altre lingue, dalla derivazione dal
francese, dall'apporto della lingua materna. ila fase di cui v' no-
tizia, in mancanza del primo scritto sulla lingua, cui il Manzoni dov
attendere subito dopo l'ultimazione dell'abbozzo (1823), e che a sta-
re alla testimonianza dello Stampa fu distrutto, sia nella lettera al
Fauriel del novembre 1821 sia nell'Introduzione al Fermo e Lu-
cia. 

   Gi dalla prima revisione del Fermo e Lucia, le idee sulla lin-
gua del Manzoni mutavano radicalmente e, perasi successive e pro-
gredienti, ma tutte orientate in una stessa direzione,  passando da
forme rudimentali a forme pi compiute , si organizzavano nella
dottrina definitiva quale risulta dalle minute e dai capitoli del libro
sulla lingua e dagli scritti noti e pubblicati. Sempre pi convinto
del bisogno di una lingua naturale e comune, ripudiava il Manzoni
la primitiva pratica e teoria della lingua composita e artificialmente
costruita; e coerentemente all'acquisita convinzione che quel che di
comune esisteva in Italia nell'uso della lingua era toscano,  certo
non soltanto--come giustamente scrive il Forti--nella " buona
lingua" della Crusca, tanto lontana dal progresso delle idee, ma
anche in ci che i toscani su quel fondamento avevano prodotto per
seguire i tempi, per esprimere tutte quelle idee, per designare tutte
quelle cose che in un dialetto come il milanese riusciva pure ad indi-
care, il Manzoni rivedeva il primo abbozzo e allestiva la prima edi-
zione del romanzo (1827) adeguando il pi possibile la sua lingua
lombarda e milanese al toscano.  la fase questa, toscano-milanese
non nel senso- di un  impasto dei due dialetti  ma di  una ricerca
--come ancora il Forti osserva--dell'equivalente toscano che so-
stituisse le locuzioni lombarde lasciate di primo getto nel romanzo ;
fase attuata officinalmente sulla scorta dello studio dei materiali of-
ferti dalla Crusca confermati ancor vivi nell'uso dai suoi conoscenti
fiorentini e del Vocabolario milanese del Cherubini, e di cui si ha
notizia in scritti vari dal 1825 al 1829. 
   Si andava maturando e precisando la teoria fiorentina, gi tutta
presente nella revisione del romanzo per l'edizione definitiva del 42
nella duplice direzione dell'accettazione pura e semplice dell'uso vivo
senza dati intermedi e della scelta specifica e unitaria deliorentino
ad esclusione degli altri dialetti toscani.
   Proprio nel decennio 1830-40, durante la correzione dei Pro-
messi Sposi, il Manzoni cominciava ad attendere a quel trattato
sulla lingua non mai terminato del quale si possiedono minute e ca-
pitoli il cui esatto ordinamento e la cui precisa datazione rappre-
sentano ancora un problema insoluto; ma  agevole dedurre che il
trattato dovesse risultare di tre libri, il primo dei quali dedicato
alla trattazione delle idee generali elosofiche sulla lingua, il secondo
all'esposizione della teoria manzoniana nel quadro delle soluzioni
tradizionalmente proposte alla questione linguistica, il terzo all'indi-
cazione dei mezzi atti a diffondere in Italia la lingua prevista dalla
soluzione manzoniana. E se il romanzo, come si  osservato, non ri-
flette puntualmente l'applicazione rigorosa della teoria fiorentina, que-
sta, in forma schematica e rigidamente coerente, era esposta negli
scritti sulla lingua pubblicati dal Manzoni in circostanze diverse, a
partire dalla lettera a Giacinto Carena Sulla lingua italiana del 1845
in occasione dell'edizione della prima parte del Prontuario che il
Carena aveva compilato attingendo le voci dall'uso vivo di Tosca-
na. Il Manzoni, in quella lettera, lodando i criteri del Carena ma
esprimendo il convincimento che l'utilit del Prontuario sarebbe
stata maggiore se i termini fossero stati presi dal solo fiorentino,
si dichiarava fautore dell' opinione, che la lingua italiana  in Fi-
renze, come la lingua latina era in Roma, come la francese  in Pa-
rigi ; respingeva il principio di  associare al nome di lingua non
l'idea universale e perpetua d'uno strumento sociale, ma un concetto
indeterminato e confuso d'un non so che letterario  e il criterio
dell'uso scritto  ch lo scrivere non , n pu essere l'istrumento
d'un pieno commercio sociale, non c'essendo, e non ci potendo
essere tra scrittori e scrittori quella totalit di relazioni che produce
quella totalit, pi o meno grande, di vocaboli, che si chiama una
lingua , condannava come errori, accumunadoli,  i diversi siste-
mi in fatto di lingua italiana , perch  per quanto differiscano ne'
particolari, sono simili nel voler tutti qualche cosa che non  una
vera lingua, e nel concedere o nell'attribuire qualcosa di particolare
a quella vera lingua che non vogliono riconoscere per tale . Con
chiara visione del carattere sociale e del valore sincronico della lin-
gua ( una quantit di vocaboli corrispondente alle cose nomi-
nate da una societ in vera e piena comunione di linguaggio...  la
condizione, anzi l'essenza medesima delle lingue ... a giacch co-
m' possibile una lingua, senza una societ che l'adopri a tutti gli usi
della vita, vale a dire una societ che la parli? ), il Manzoni, rico-
nosciuta l'inesistenza in Italia di una lingua comune, indicava nell'as-
sunzione del fiorentino vivo il mezzo per realizzare una unit linguistica
contro la molteplicit dialettale e per attuare, con il possesso di un lin-
guaggio vivo e vero da parte di tutti gli italiani, la sospirata lingua
comune:  lingua per natura, e italiana per adozione, perch vo-
luta dagli Italiani per loro lingua comune . Le stesse idee, che non
avevano avuto la sperata larga eco di consensi, il Manzoni con strin-
gata argomentazione ripeteva pi di vent'anni dopo, quando nel 1868
realizzata l'unit d'Italia e divenuta Firenze capitale del regno, sten-
deva una relazione, Dell'unit della lingua e dei mezzi per diffon-
derla, come presidente della Commissione costituita dal Ministro
della Pubblica Istruzione Emilio Broglio, fervente manzoniano, sud-
divisa in due sezioni una milanese e l'altraorentina, con l'incarico
 di proporre tutti i provvedimenti e i modi coi quali si possa aiu-
tare e rendere pi universale in tutti gli ordini del popolo la notizia
della buona lingua e della buona pronunzia . In quella relazione il
Manzoni ribadiva, confutando tutte le possibili obiezioni, la solu-
zione fiorentina sostenuta nella lettera al Carena e additava come
 uno de' mezzi pi efficaci e d'un effetto pi generale, particolar-
mente nelle nostre circostanze, per propagare una lingua , un vo-
cabolario:  E, secondo i principe i patti qui esposti, il vocabola-
rio a proposito per l'Italia non potrebbe essere altro che quello del
linguaggio fiorentino vivente .

MAURIZIO VITALE:
Da La guestione della lingua, Palermo, Palumbo, 1960, pp. 197-203.


