/:/ L'esordio del Manzoni.

   L'opera poetica del Manzoni si presenta da se stessa distribuita
in tre periodi distintamente e diversamente caratterizzati. Il primo
comprende tutte le poesie giovanili composte prima della con-
versione. Il secondo  costituito dai primi quattro Inni sacri. Il terzo
infine consta delle poesie politiche e delle tragedie. E stando ai ge-
neri letterari, questa terza fase la si potrebbe anche suddividere nei
due gruppi che la compongono; ma sta di fatto che il motivo poli-
tico palesatosi con Aprile 1814 non ebhe uno sviluppo assolutamente
e totalmente autonomo, e and invece a confluire nelle tragedie. Al
termine delle tre fasi, e a guisa di lirico epilogo, sta il grande corale
della Pentecoste.
   Le poesie giovanili appaiono a prima vista caratterizzate da un
elemento negativo. Manca in esse quell'ispirazione religiosa che in-
form poi tutte le opere composte dopo la conversione; e nell'as-
senza di tale motivo unitario, una notevole variet di atteggiamenti
e di inclinazioni sembra continuamente attentare alla loro omogenei-
t. Malgrado per le esteriori divergenze, un elemento comune lega
insieme e costituisce in reale unit gli scritti di questo periodo, ed
 la prima formazione del carattere delanzoni, una formazione
lenta e non priva di pericoli, ma sorretta da una costante volont
assiduamente protesa al raggiungimento di un equilibrio interiore
sempre meno precario, e tuttavia sempre compromesso, mai del tut-
to soddisfacente. Di tale formazione le poesie giovanili sono il docu-
mento pi prezioso ed eloquente. Esse registrano via via i vari ri-
sultati di uno sperimentalismo continuamente inappagato, di una vo-
cazione poetica che viene variamente saggiando la sua seriet e la
sua consistenza, sospinta da un'incessante brama di riconoscersi e di
ritrovarsi nella sua compiuta e schietta realt, nella sua essenza ori
ginale e propria.
   La prima affermazione delLa coscienza e della poesia del Manzoni
avvenne sotto il segno del giacobinismo; e i quattro canti del Trionfo
della Libert (1801), la cui montiana eloquenza  tutta vibrante di
spiriti pariniani e alfieriani, sono insieme la fervida e talora irruente
espressione, e anche la prima, embrionale, e tuttavia sufficientemen-
te organica sistemazione di quel tumulto di affetti e di idee che forma-
vano allora il tessuto della sua vita interiore. Come tanti altri nostri
patriotti, egli non pure si illuse e sper che la battaglia di Marengo
stesse per segnare la rinascita della nazione italIana, ma visse real
mente in uno stato di messianica attesa, e come tanti altri si abbando-
n al sogno di una miracolosa palingenesi, di un totale e definitivo
rinnovamento del genere umano in una societ di liberi e di eguali.
I prmi atti della nuova politica napoleonica segnarono invece la fine
delle speranze e delle utopie giacobine. L'Italia rimaneva schiava
e divisa. Al governo dell'uman genere non si erano assise la Libert
e l'Uguaglianza. Regnava invece il Dispotismo nel suo duplice aspet-
to politico e religioso. E per fatale conseguenza, il vivere sociale
non era retto dai principi della virt stoica e repubblicana, ma era
inquinato da quella dilagante corruttela che  compagna inseparabile
della tirannide. L'urto di questa inattesa realt determin la prima
profonda crisi etico-politica del giovane poeta, il cui primo impe-
tuoso moto di indignazione e di rivolta fu per ben presto gradual-
mente smorzato dall'inesorabile e disarmante procedere di quella
realt, contro la quale appariva sempre pi vano resistere e lottare.
D'altra parte essa era tutt'altro che priva di tentazioni e di seduzioni
per un giovane, che oltre tutto doveva allora cominciare a sentire
anche l'imperioso richiamo dei sensi. Il disinganno acerbo e la sfi-
ducia nelle forze ideali provocarono casl il suo cedere alla generale
corruzione, la sua partecipazione al vivere dissipato, allo scioperato
andazzo del  vil tempo, dei  tempi iniqui .
   A testimoniare questa nuova disposizione del poeta rimangono
l'ode Qual su le cinzie cime e l'idillio Adda. Nell'ode egli si allontana
dal suo iniziale stoicismo per avviarsi alla riva beata di un facile  scet-
tico edonismo, abdica alla sua funzione di poeta civile per assumere i
modi e le lubriche civetterie della galanteria neoclassica. E anche l'Adda
denunzia lo spegnersi di quella passione civile da cui era nato il Trion-
fo. Vi si esprimono invece un diffuso senso di rinuncia e l'aspirazione
a un placido rifugio, lungi dal consorzio umano, nel senso di una na-
tura idillica e arcadica. Dei grandi modelli che avevano presieduto alla
nascita del Trionfo, in questi due componimenti  scomparso l'Alfieri;
e nel Parini e nel Monti ora il poeta ricerca soltanto quegli spiriti di
arcadica mollezza che non contrastano col suo nuovo sentire.
   Con questo abbandonarsi all'idillio da parte di un poeta tutt'altro
che idillico, il Manzoni tocc forse il fondo cupo della sua crisi gio-
vanile. Ma egli non era fatto per obliarsi nell'ignavia, per appagarsi
di una poesia dove la sua coscienza dormisse. Era anzi nato a una
poesia nella quale tutta la sua coscienza fosse virilmente impegnata.
Da quel fondo cupo egli doveva dunque presto riemergere. E gi
l'Adda, accanto ai suoi elementi esplicitamente negativi, ne presenta
altri implicitamente positivi. Quella fuga dal mondo sta infatti a signi-
ficare soprattutto l'allontanarsi del poeta da un vivere sociale a cui egli
non vuole pi partecipare perch non ne condivide e anzi addirittura
ne ripudia i principi; ed  provocata dunque da un'esigenza di sot-
trarsi a quel vivere, non per isolarsi nel circolo sereno delle sue poeti-
che fantasie, ma al fine di osservarlo e di giudicarlo obbiettivamente
dall'esterno. C' dunque nell'Adda la presenza di quella disposizione
morale in cui avvenne il passaggio ai Sermoni.
   Ma la crisi morale era stata provocata dalla delusione politica, e per-
tanto il suo superamento doveva muovere anzitutto dalla formazione
di un nuovo ordine di idee storico-politiche. Il primitivo giacobinismo
del Manzoni, che aveva avuto la sua base pscologica in un istinto di
ribellione e di rivolta contro ogni forma di dispotismo, istinto forma-
tosi nei lunghi anni trascorsi in collegio, aveva ricevuto unsommaria
organizzazione ideologica, sia dalla contemporanea pubblicistica, sia so-
prattutto dagli insegnamenti del suo primo amico Francesco Lomonaco.
Per la correzione di quel primo orientamento e per la formazione di un
nuovo e pi stabile sistema di idee, furono ora dcisivi gli assidui collo-
qui che egli pot avere col suo nuovo amico, Vincenzo Cuoco, il quale,
guarendolo dell'astrattismo e dello schematismo dell'utopia giacobina,
guarendolo cio del suo estremismo giovanile, lo inizi alla ricca pro-
blematica della dottrina vichiana avviandolo a una pi meditata e con-
creta considerazione del complesso prodursi dei fatti storici. Questa
nuova disposizione, non pi caratterizzata da un aprioristico e irrazio-
nale ripudio della realt, era la sola che potesse permettere il ritorno
del poeta al suo impegno civile. Questo per non poteva esser se non
un impegno di lotta, e il suo incontro con la realt fu infatti uno scon-
tro, il suo rapporto con essa fu aspramente polemico e satirico. Ma
appunto in codesta polemicit risiede il valore positivo dei Sermoni.
Il poeta esce infatti dai suoi arcadici ozii, si libera del repertorio del
neoclassicismo, idillico e galante, e assumendo i modi satirici del Pa-
rini, dell'Alfieri, di Orazio e perfino di Giovenale, ritorna fra gli uo-
mini per fustigarne i costumi fiacchi e corrotti in nome di una supe-
riore legge di universale eticit. Il suo scontro con la realt muove
dunque da un'esigenza di intervenire in essa per correggerla e miglio-
rarla. E accanto a questo elemento positivo i Sermoni presentano an-
che l'altro, che  costituito dal costante procedere dell'autore a una
pi risentita e pi rilevata determinazione del proprio carattere indivi-
duale come uomo e come poeta insieme.
   Accaddero a questo punto alcuni fatti che furono tra i pi deci-
sivi della sua vita: il suo viaggio a Parigi, la sua commovente scoperta
dell'amore materno, l'incipiente amicizia col Fauriel, la sua iniziazione,
che valeva quanto una rara elezione, alla gelosa raffinatezza, all'ari-
stocrazia intellettuale e morale degli ideologi. In quella nuova aria,
in quel nuovo clima di affetti e di idee, nacque quasi di getto sullo
scorcio del 1805 il carme In morte di Carlo Imbonati, nel quale lo
scrittore pot giovarsi di una nuova e pi obbiettiva e comprensiva
prospettiva in cui collocare le sue recenti esperienze. Tutta la materia
autobiografica, che nei Sermoni si era venuta formando e affermando,
certo con evidente coerenza, ma tuttavia piuttosto impulsivamente, e
senza un rigoroso ordine interno, prese ben altra forma nel carme, do-
ve si compose in una sistemazione, che dopo quella ormai lontana e su-
perata del Trionfo si presenta come la pi organica e compiuta a cui
il Manzoni pervenisse prima della conversione. Composto con la sco-
perta intenzione di erigere un monumento poetico all'estinto, di cele-
brarne le rare doti della mente e del cuore e pur collegandosi ancora
ai Sermoni per certa asprezza e intemperanza verbale, nella sua pi
intima e verace sostanza il carme riusc invece un autoritratto disegnato
con mano insolitamente ferma e sicura. Egli pot procedere a una cos
meditata e chiara e totale interpretazione del proprio carattere morale,
che ancora ci si presenta come qualche cosa di definitivo. E per-
tanto anche le note, gi sparsamente segnate, di una poetica della real-
t, in cui l'altezza della poesia fosse inscindibile dall'altezza dell'animo,
presero corpo qui in una organica enunciazione che  sempre e giusta-
mente parsa compendiata in quella formula del sentire e meditare, ri-
masta poi come uno dei suoi pi saldi principi.
   Il carme costituiva dunque quel sicuro approdo, e insieme quella
solida piattaforma, da cui lo scrittore poteva ormai muovere a pi
certe conquiste. E fu probabilmente con questa fiducia, che poco dopo,
ai primi del 1807, egli si accinse alla composizione di un poemetto alla
cui esecuzione, sia nell'impianto generale, sia perfino nei pi minuti
particolari, egli intese impegnare tutte quante le sue risorse perch
ne riuscisse un'opera di rara fattura, in tutto degna della sua nobile
e alta ambizione. Invece, quando nel settembre del 1809 l'Urania fu
alfine condotta a termine e pubblicata, il primo a rimanerne deluso fu
lo stesso Manzoni. E in verit il poemetto non segna un progresso nei
confronti del carme, se non sul piano formale. Qualora si guardi sol-
tanto alla maestria, addirittura a'l cesello del lavoro stilistico, esso non
pu non destare meraviglia. Ma non si pu rimanere indifferenti di-
nanzi allo stridente scompenso fra la ricca orchestrazione dello svilup-
po rettorico e la gracilit e addirittura l'inconsistenza del contenuto.
N vi si nota alcuna sostanziale novit. L'accento vichiano che vi af-
fiora rimane episodico e generico. Il ritratto morale dell'autore che se
ne pu dedurre  ancora quello del carme, senza tuttavia quel risentito
vigore. Lo scontroso rapporto di lui con la realt contemporanea 
scomparso. E accantonati i grandi modelli di vita morale e di poesia,
lo scrittore sembra abbandonarsi alla sola ambizione di conquistare
la palma poetica mediante il trattamento di quel neoclassicismo mito-
logico, che costituiva l'aspetto pi seducente e pi prestigioso del ma-
gistero montiano.

GAETANO TROMBATORE:
Da Alessandro Manzoni, Firenze, La Nuova Italia, 1970, pp. 5-9.


