/:/ La contraddizione dei Promessi Sposi.

   L'alto contributo dei Promessi Sposi alla formazione civile del po-
polo italiano sta nell'invito a riconoscere l'esizialit di ogni contrap-
posizione tra interesse privato e bene pubblico, assumendo piena
coscienza della responsabilit sociale sempre inerente all'agire indi-
viduale. Per questa via, il romanzo si risolve in un grandioso esame
di coscienza collettivo, compiuto a nome e per conto di tutto il pub-
blico nazionale. Manzoni porge agli italiani del suo tempo uno spec-
chio nel quale riconoscere le carenze, i vizi, gli squilibri storici che
hanno impedito il progresso del paese e dai quali occorre pregiudi-
zialmente liberarsi per poter giungere alla formazione di una con-
corde unit nazionale.
   S, l'immagine si riferisce al passato: ma proprio questo la ren-
de maggiormente probante, consentendo di valutare meglio la esten-
sione e gravit del male, verificandone le nefaste conseguenze che si
prolungano nel tempo sino alla realt di oggi. Guai al popolo che
crede di poter edificare il suo futuro senza assumere precisa coscien-
za critica delle vicende trascorse. Il romanzo manzoniano instaura
in ogni pagina un ininterrotto paragone ellittico fra realt di ieri e si-
tuazione attuale: Cos va spesso il mondo... voglio dire, cos anda-
va nel secolo decimo settimo . Nessuna assoluzione  possibile, sia
sul piano individuale sia sul piano storico, senza una piena confessione
dei propri errori.
   Anno 1628: la gloria del Rinascimento si  dissolta senza la-
sciar traccia. L'altero individualismo umanistico ha lasciato luogo ad
una pseudocivilt che si appaga del vuoto fasto cerimoniale, si ubriaca
di un puntiglioso formalismo che spinge a sbudellarsi, per onore, al-
l'angolo delle strade. Letterati e artisti, vanto dell'Italia quattro-cin-
quecentesca, son ridotti al rango. di tronfi mestieranti della penna,
pronti a sparger incenso al potente che li paghi meglio e che d'al-
tronde, fortunatamente, si guarder bene dal seguirne i balordi sug-
gerimenti. Alla gelosa difesa della propria indipendenza, in cui si
crogiolavano tutti gli stati e staterelli della penisola,  succeduto
l'opprimente dominio straniero.
   Una civilt  fallita: ma le classi dirigenti si comportano come se
nulla fosse accaduto. Giocano alla diplomazia, giocano alla guerra, si
accaniscono a smozzicar le tegole di Casale e intanto cercan di ac-
caparrarsi i favori di Spagna, Francia, Impero, illudendosi di poter-
ne rimediare qualcosa di pi di un diploma di servo sciocco. Sul pia-
no interno, le accomuna un disprezzo per la sorte delle loro popo-
lazioni cos completo, cos fanatico, si direbbe, da sconfinare nell'au-
tolesionismo. In questo paese, che si proclama culla del diritto, gli
istituti giuridici non hanno maggior consistenza di un mero flatus
vocis, sia pur altisonante; concordi nel negare ogni diritto ai non
abbienti, i ceti al governo--clero, nobilt, militari--si strazian
poi quotidianamente a vicenda per difendere i privilegi di una ca-
tegoria, per affermare la supremazia di una casta sulle altre.
   Questa grandine di accuse non  mossa da un generico risenti-
mento morale. Il Manzoni si colloca su un terreno propriamente po-
litico, non solo, ma riconosce importanza primaria ai fattori pratici
materiali, nella determinazione delle vicende storiche. Sono le teorie
economiche liberiste a fornire il canone essenziale per la valuta-
zione cos duramente negativa dell'operato delle lites al potere nel-
l'Italia secentesca. I rimproveri di corruzione e incapacit amministra-
tiva rimandano a una imputazione pi grave: l'ignoranza delle ele-
mentari norme dell'arte di governo, il pressapochismo elevato a si-
stema: donde una perpetua oscillazione tra stolta demagogia e bru-
tale autoritarismo, una assoluta inettitudine a prevedere e organiz-
zare il futuro, la puerile fiducia che un provvedimento, magari astrat-
tamente giusto, possa trovar applicazione senza che siano stati ap-
prontati i mezzi pratici atti a sostenerlo.
   La polemica manzoniana si risolve cos in un implicito ma chia-
rissimo ammonimento alle classi che si accingevano a prender la di-
rezione del moto unitario risorgimentale.  l'erede della tradizione il-
luministica che parla: per guidare le sorti di un popolo occorre una
adeguata preparazione tecnica e scientifica, non soltanto vagamente
umanistica; il consenso delle masse lo si ottiene solo con la buona
amministrazione, che a sua volta presuppone una razionale capacit
di intervento sulla vita economica. Non si governa con le belle parole,
non si governa se non  prendendo il metodo proposto da tanto
tempo, d'osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di par-
lare .
   Solo nella misura in cui avr maturato questa consapevolezza la
borghesia ottocentesca potr pretendere di sgravarsi dal peso della
tutela straniera Sul popolo si pu, da sempre, contare: purch lo si
voglia, purch si sia disposti a riconoscergli dignit umana e civile.
Di fronte al fallimentare bilancio delle classi dirigenti secentesche,
lo scrittore addita nelle masse popolari una intatta riserva di energie
civiche pronte a rappresentare la necessaria base per un'opera di con-
corde rigenerazione del paese. Nell'et che segn il culmine della
decadenza italiana, gli strati sociali che meglio resistettero al gene-
rale processo degenerativo sono quelli inferiori: e precisamente non
tanto le plebi cittadine, quanto gli abitanti del contado.
   La civilt rinascimentale, eminentemente urbana, aveva guardato
al mondo agricolo in termini o di ironica superiorit o di favoloso
vagheggiamento idillico. Il Manzoni lo osserva nella sua dura realt,
segnata anzitutto dalla sopravvivenza di istituti e rapporti sociali di tipo
nettamente feudale. Ma proprio la crisi economica in atto nelle cam-
pagne, misere e spopolate, libera delle forze capaci di evolvere posi-
tivamente verso una condizione superiore e pi moderna: di tipo bor-
ghese-imprenditoriale, per dirla in termini grezzamente sociologici,
come quella che finalmente arride a Renzo, emigrato dai domini spa-
gnoli al libero stato veneto e divenuto comproprietario di una piccola
azienda tessile.
   Il rinnovamento, le speranze d'Italia non possono non fondarsi
sull'apporto di questi ceti. Attenzione per a non imboccare la perico-
losa strada dell'agitazione, della lotta sociale. Il Manzoni dei Promessi
Sposi non  pi il giovane giacobino che inneggiava al Trionfo della
libert. L'esperienza della rivoluzione francese si  risolta, ai suoi occhi,
in un tragico fallimento. E nel corso del romanzo lo spettro della ri-
volta viene evocato in funzione esplicitamente deterrente, per poterlo
subito esorcizzare con la massima durezza. Per lo scrittore, il concetto
del popolo perde ogni positivit quando si converte in quello di folla,
cio di massa: attributo del primo  il buon senso, del secondo il sen-
so comune, attraverso il quale son pronti a sfrenarsi gli istinti pi
anarchicamente brutali. Le origini di classe dell'iniquit legislativa so-
no chiaramente, insistentemente sottolineate: ma l'ansia di giustizia
degli oppressi non deve cercar soddisfazione attraverso la violenza,
che porterebbe soltanto a un miserevole scambio delle parti fra so-
praffatti e sopraffattori.
    A sostenere la difesa, a promuovere l'elevazione dei ceti subal-
terni il Manzoni vede delegata l'organizzazione ecclesiastica. Attiva-
mente intervenendo nella vita sociale, la Chiesa non solo realizza la
sua perpetua vocazione missionaria ma adempie una indispensabile
funzione mediatrice fra le classi. Dove infatti la presenza del ministro
di Dio  pi necessaria che nel fuoco dei conflitti fra opposti interessi,
a richiamare il pi forte alla coscienza dei suoi obblighi, e nello stesso
tempo esortare il debole a non trasmodare nell'ira, ponendosi dalla
parte del torto?
    Il raggiungimento della concordia sociale appare allo scrittore la
prima e maggior premessa dell'unit nazionale. L'ugualitarismo evan-
gelico ne rappresenta la motivazione di fondo: piegato per a un senso
non di palingenesi rivoluzionaria ma di riformismo interclassista. Il
programma dell'illuminismo settecentesco trova cos una nuova spinta
etica e nello stesso tempo una strumentazione pratica capace di farlo
penetrare in tutti gli strati della collettivit. All'azione individuale del
principe, che dal sommo della scala sociale discende via via per gli
inferiori gradini, si sostituisce quella degli ordini sacerdotali, presenti
ad ogni livello della scala stessa, in posizione di assoluto disinteresse
personale. Il loro compito non sar di formulare piani rivendicativi dal
basso, per conto del popolo, ma piuttosto di interpretarne le esigenze,
di sostenerle presso i pubblici poteri, di convincere i ceti superiori a
quei provvedimenti di giustizia che soli possono prevenire le esplo-
sioni di una collera tale da sfuggire ad ogni controllo.
    L'indicazione manzoniana assume una sua concretezza, se si pensa
alla posizione di prestigio del clero nelle nostre campagne, nel Seicento
come nel secolo decimonono. Ma per intenderne l'attualit polemica oc-
corre rifarsi alla controversia fra il nostro scrittore e il Sismondi a pro-
posito della funzione svolta dalla Chiesa nella storia italiana; e pi in
generale al dibattito, che per vari decenni impegn tante menti di pa-
trioti, sulla partecipazione dei cattolici in quanto tali al processo risor-
gimentale.
    Con grande audacia apologetica il romanziere ha scelto proprio la
et della Controriforma trionfante per mostrare il positivo, insosti-
tuibile ruolo degli istituti ecclesiastici quale estrema garanzia di ordi-
ne, di fronte alla bancarotta degli organismi di governo laici; ed ha
esaltato come indefesso esempio di apertura mentale, modernit di in-
teressi, spregiudicatezza di azione sociale proprio quell'uomo cospoco
illuminato che nella realt fu Federigo Borromeo. L'interpretazione
storica si tramuta nella verifica di un assioma universale: attraverso
la figura del Cardinale, e quella di fra Cristoforo, che ne ripete i mo-
tivi a livello di apostolato militante, il Manzoni delinea una sorta di
utopia teocratica, secondo la quale i valori della socialit vivono e vi-
vranno nella loro pienezza solo nella misura in cui si affidino al Verbo
divino, e a colei che ne  eterna depositaria, la Chiesa cattolica.
    Non per nulla il primo Ottocento fu et singolarmente propizia, in
tutta Europa, al fiorire della letteratura utopistica. Ma nell'ambito
stesso di questa proposta ideale il Manzoni vede sorgere un'obiezione
insuperabile. La natura umana  stata corrotta dal peccato. C' in essa
un fondo oscuro che caparbiamente resiste ad ogni tentativo di riscat-
to, ad ogni sforzo per darle coscienza che la via del bene, della giusti-
zia  in realt l'unica conforme ai suoi veri interessi. L'episodio del
voto di Lucia insegna che nemmeno chi segue con la pi fervida sem-
plicit il messaggio evangelico va immune dall'errore: ed errare signifi-
ca fare del male al prossimo, dunque rendere imperfetto l'ordine dei
rapporti fra le creature.
    D'altronde, la stessa dignit sacerdotale non esonera dalle conse-
guenze della prima colpa, per cui i nostri progenitori furono scacciati
dall'Eden. Nessun Paradiso potr pi aver luogo sulla terra. Anche
l'organismo ecclesiastico partecipa della corruttibilit di tutto ci che
vive nel mondo; per quanto volonteroso, ogni intervento dell'uomo in
favore dei suoi simili reca in s un limite che ne precostituisce l'ina-
deguatezza; nessuna intelligenza, nessuno slancio mistico  in grado di
provvedere alla salvezza della specie. Il soccorso dello Spirito, cui
ognuno pu accedere, riguarda solo il personale destino dell'individuo;
la grazia potr portare oVunque il Suo beneficio, ma a trarne salvezza
sar un'anima singola.
    Svanisce cos ogni speranza di volgere a un fine positivo l'evolu-
zione storica. Le vicende dei popoli si susseguono onda dopo onda,
senza recare in s alcuno scopo. Neanche di fronte alle supreme scia-
gure collettive l'umanit sa trovare la concordia necessaria per costi-
tuire le pi elementari difese; n dalla consapevolezza dello scampato
pericolo trae un qualche valido ammaestramento per il futuro. Il ro-
manzo storico dei Promessi Sposi sembra concludere a una radicale
svalutazione della politica, e della storia, che ne  la sede.
    Nell'impossibilit di riconoscere un senso unitario all'esperienza
sociale, la parabola di ogni esistenza individuale apparirebbe chiusa in
se stessa, escludendo qualsiasi rimando d'ordine collettivo. E a tratte-
nere questo desolato pessimismo dallo scivolare verso l'inerzia scet-
tica sarebbe soltanto la fede in un avvenire oltremondano, nel quale
i valori etici trovino quella gloriosa attuazione che la storia nega loro
irrimediabilmente. Donde il significato consolatorio della moralit
espressa nella pagina conclusiva del romanzo:

    Dopo un lungo dibattere e cercare insieme, conclusero che i guai vengono
bens spesso, perch ci si  dato cagione; ma che la condotta pi cauta e pi
innocente non basta a tenerli lontani, e che quando vengono, o per colpa o senza
colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore.

    In realt l'affermazione, certamente incontrovertibile per qualsiasi
credente, non implica affatto un invito alla mansueta rassegnazione.
Esistere nel mondo significa bens inevitabilmente affrontarne i guai,
cio fare ogni giorno i conti con la presenza del male. Ma al Manzoni
preme appunto ribadire che, come nessuna evasione  possibile sul
piano dell'istinto egoistico, cos nessun rifugio inaccessibile  offerto
dallo spirito ascetico. Se la fiducia in Dio e nella vita migliore che
egli ci promette  l'unica nostra arma, il terreno dello scontro resta
pur sempre quello dei nostri rapporti col prossimo.
    Certo, il riconoscimento del ruolo determinante svolto dal fattore
politico nelle vicende umane non s; traduce, nei Promessi Sposi, in
una positiva comprensione delle interne leggi che regolano la vita del-
la comunit civile e ne determinano il divenire. Ma non per questo la
dimensione del vivere collettivo, la realt storico-politica perdono con-
sistenza, agli occhi dello scrittore:  questa l'arena su cui gli esseri
umani sono chiamati uno per uno a cimentarsi. Nessun rifiuto della
mondanit, dunque; s piuttosto la combattiva affermazione che a nes-
sun uomo, in nessun momento  lecito rinchiudersi nel proprio  par-
ticolare , restando estraneo ai casi della comunit di cui  parte.
L'uomo, il cristiano, decide fra gli uomini il suo destino celeste.
     nell'azione pratica che il Manzoni vede conciliarsi pessimismo
metafisico e gioiosa adesione alla vita. I valori etici vivono in ogni
cuore, depostivi da Dio. Realizzando il proprio essere morale, l'indivi-
duo li proietta nel mondo. Ivi essi non potranno mai trionfare, poich
altre forze, provenienti anche esse dall'interiorit individuale, conti-
nuamente insorgono a insidiarli, a contraddirli. Ma se  vano atten-
dersi dal governi terreni il perfetto adempimento della giustizia, i rap-
porti sociali sono nondimeno fondati su un valore che nemmeno il pi
iniquo ordinamento legislativo pu revocare: la libert del singolo cit-
tadino di attuare la legge divina. Cos il Manzoni consacra religiosa-
mente il principio primo della democrazia liberale: l'esaltazione della
personalit individuale, attivamente presente alla propria coscienza
e quindi altamente responsabile del proprio agire.
   Lottando per la sua salvezza, l'uomo viene naturalmente a parte-
cipare in spirito di solidariet all'analogo combattimento che sosten-
gono i suoi simili. Ecco delineato il terreno su cui la socialit pu,
sia pur in modo sempre provvisorio, positivamente fondarsi. Il Man-
zoni sa bene quanto mala cosa sia nascer povero: e sottolinea forte-
mente i maggiori obblighi spettanti ai detentori della ricchezza, i pi
gravi pericoli ai quali la loro coscienza  esposta:  pi facile che un
cammello... Certo, siamo pur sempre sul piano degli astratti doveri.
Alla resa dei conti, l'egualitarismo evangelico sembra ridursi a un
punto di riferimento ideale, il sogno o il miraggio di un mondo nel
quale non vi siano pi n bastonatori n bastonati. Concretamente, la
disparit di condizione materiale resta: nessun abbraccio vale a col-
mare la distanza fra privilegiati e non abbienti.
   Siamo al limite ultimo delle posizioni sociali manzoniane: in ogni
concezione solidaristica c' un elemento di ambiguit, e diciamo pure
di mistificazione paternalistica. Ma il nostro scrittore  troppo poco
amante dell'ordine costituito per non voler sottrarvisi. D'altronde
nessuno meno di lui, aristocratico e proprietario, ignora che se  pos-
sibile trovare un qualche titolato discendente della costola d'Adamo
tanto umile da mettersi al di sotto della gente comune, occorre un
 portento d'umilt  perch stia loro in pari. Cos, assai pi dell'a-
spetto filantropico egli vuole affermare il carattere eroico di una lotta
che non conosce sosta, che esige dall'uomo il sacrificio di ogni energia,
ma infine lo esalta sopra se stesso, scoprendogli il vero significato
della sua presenza nel mondo.
   E tanto pi esaltante  questa milizia in quanto nessun compenso
 lecito attendersene: solo la serena consapevolezza di aver contribuito
ad affermare tra gli uomini la dignit della persona umana, nella quale
Dio si  compiaciuto di alitare il suo soffio. Questa  la suprema le-
zione, civile e morale, dei Promessi Sposi: dalla storia di Renzo e
Lucia si leva solenne l'ammonimento ai don Rodrigo di ieri e di oggi.
Dio non ha fatto  una creatura a sua immagine, per darvi il piacere
di tormentarla .

VITTORIO SPINAZZOLA:
Da  La contraddizione dd Promessi Sposi in  Acme , Annali
della Facolt di lettere e filosofia dell'Universit degli Studi di Mi-
lano, volume 22, 1969, pp. 37-42.


