/:/ Introduzione al Promessi Sposi.

   Ideati e composti di slancio negli anni stessi che vedon nascere
l'Adelchi, le odi, i cori, la Pentecoste (tutte le prove insomma pi ma-
ture e pi originali del genio poetico manzoniano), sollecitati e nutriti
da un fervore di riflessioni critiche che in quegli anni medesimi pren-
de forma di poetica consapevole, pubblicamente e polemicamente
ragionata, dalla Prefazione al Carmagnola alla Lettera allo Chauvet,
fino all'altra a Cesare d'Azeglio sul romanticismo; i Promessi Sposi
si collocano, cronologicamente, al vertice dell'esperienza letteraria dei
romantici milanesi, nel momento in cui questa produce il suo mas-
simo sforzo e si esaurisce, e al tempo stesso riassumono i risultati
della ventennale attivit dello scrittore su un piano propriamente ar-
tistico e creativo, che con essi d il suo frutto pi splendido e si con-
chiude. A ben rendersi conto della complessit di un'opera in
cui concorrono, con l'istinto poetico, ricchi fermenti ideali--e che
perci appunto si colloca subito fra le pochissime veramente grandi
e durature, in cui tutta una situazione culturale, e una fase storica, si
rispecchia in forme esemplari,--sar necessario riportarne il con-
tenuto e i moduli espressivi nel quadro dell'evoluzione civile e in-
tellettuale dell'Italia e dell'Europa nel trapasso dall'Illuminismo alla
Restaurazione: che  poi il solo modo di misurarne oggettivamente,
sul filo di una biografia essenziale e non aneddotica, la novit effettiva
e i limiti legati a quella concreta condizione di tempo e di ambiente.
   Nato nel 175, alla vigilia della Rivoluzione, quest'uomo che por-
tava nel sangue l'eredit deirerri e del Beccaria, e a cui dalle circo-
stanze stesse ambientali era stato risparmiato il peso di un'angusta
educazione familiare oppressa da pregiudizi aristocratici e da rigide
convenzioni morali e religiose, avesla con non comune precocit at-
tinto, nell'atmosfera della TJombardia sullo scorcio del Settecento
e agli inizi del nuovo secolo, una notevole apertura di idee e l'abi-
tudine a un giudizio tutt'altro che conformistico delle cose e degli
idoli mentali che ad esse si sovrappongono e si sforzano di dirigerle
ed interpretarle. Nessuno, se non forse il Leopardi (ma in un clima
di gran lunga pi chiuso e quasi affatto libresco), tra gli uomini pi
rappresentativi della cultura italiana dell'Ottocento,  andato altret-
tanto a fondo nell'assimilazione delle conquiste essenziali della cul-
tura illuministica e delle sue risultanze sul terreno pratico, della ri-
voluzione borghese e giacobina. Scritto a quindici anni, e in un tem-
po in cui l'esperienza delle improvvisazioni demagogiche e della pe-
sante occupazione francese maturava quasi dovunque un atteggiamen-
to di stanchezza e la nostalgia degli ordini antichi e delle ideologie
tradizionali, il poemetto Trionfo della Libert attesta una incon-
sueta fermezza di convinzioni, una fede democratica, antitirannica
e fieramente ostile alle superstizioni consacrate, che non si abbatte
n si attenua per circostanze sfavorevoli e momentanee delusioni.
Anche in seguito la sua avversione alla tutela francese non assume-
r mai, in lui, l'aspetto di un cedimento, di un'involuzione ideolo-
gica; sar piuttosto spirito antinapoleonico, e cio ostinata fedelt
alle istanze originarie della Rivoluzione, tradite e deformate sul pia-
no civile dall'avvento del dispotismo e su quello ideale dalla bruta-
lit della conquista imperialistica: atteggiamento che si rinsalder,
durante il primo soggiorno parigino, a contatto con il cenacolo degli
ideologi in cui sopravviveva il culto di Robespierre; n verr meno
anche pi tardi, anche dopo la conversione, nella consuetudine coi
giansenisti repubblicani e anticlericali, dal Degola al Grgoire.
   In meno di un decennio, fra i quindici e i ventiquattro anni, il
Manzoni intraprende svolge ed esaurisce un'esperienza di lettera-
tura neoclassica, parallela e singolarmente affine, nella linea e nelle
fasi culminanti del suo processo, a quella del Foscolo, dai sonetti
alfieriani all'ode Qual su le cinzie cime e all'Adda, dai sermoni pari-
niani al carme In morte di Carlo Imbonati e all'Urania. Pur con ri-
sultati, sul piano artistico, di gran lunga pi gracili e acerbi (il che
non esclude, ad ogni modo, una precoce maestria formale), al Fo-
scolo appunto lo accosta l'impegno e la seriet con cui applica i ca-
noni di un gusto diffuso a una materia di sentimenti reali e moderni,
lontanissimo sempre dall'eclettismo dispersivo e tutto esteriore di un
Monti; ma dal Foscolo poi lo distingue, e giova a conferirgli fin da
allora una fisionomia personale, l'assenza pressoch totale-di abban-
doni e compiacimenti estetizzanti, nel senso di una poesia pura e fine
a se stessa, l'istintivo rifiuto del concetto di un'arte idealizzante e
trasfiguratrice (porto di consolazione e strumento di evasione), quel-
l'esigenza di una ispirazione realistica e quel costante rigore mora-
le, che attestano nel quadro della sua poetica neoclassica la pre-
senza durevole di un'eredit tutta settecentesca e pariniana. Non
tradire mai  il Santo Vero , tenersi attaccato ai  fatti e costumi 
del suo tempo, subordinare sempre la poesia a un fine etico; perch
degna soltanto di riso  d'opinione che esalta l'arte del poeta come
 necessaria e sacra , laddove essa  soltanto un mestiere da eserci-
tare con impegno e disciplina, meno importante e giovevole senza
dubbio della scienza agraria o giuridica, ma utile nei suoi limiti, se ed
in quanto si propone e svolge una funzione sociale. Il rigore mora-
listico, insieme con la diffidenza ostinata verso ogni forma di este-
tica edonistica (anzi verso il concetto stesso, comunque si tenda ad
esprimerlo, dell'autonomia della professione letteraria), sono una co-
stante nelio spirito del Manzoni; non conseguono alla sua adesione
al cattolicesimo, ma la precedono, e, mentre concorrono in parte a
determinarla, ne segnano anche l'indirizzo, il valore e i limiti effettivi
secondo una prospettiva non puramente psicologica e privata, ma
storica.
   La conversione religiosa, nel 1810, e l'altra, che si matura subito
dopo sebbene con un pi lento e difficile processo, dalla poetica neo-
dassica al romanticismo, non si presentano come una crisi e un ca-
povolgimento improvviso, bens come il coronamento e la definitiva
sistemazione di un patrimonio di convinzioni, di atteggiamenti men-
tali e di propositi che permangono, in un certo senso, intatti pur nel-
la mutata situazione. Sono insomma il modo con cui il Manzoni as-
seconda il processo in corso della cultura europea contemporanea e
si inserisce in esso, conservando quanto pi pu del retaggio ideale,
critico e polemico, del secolo dei lumi. Mentre Leopardi, favorito
e impedito al tempo stesso dal suo isolamento, a quella cultura rea-
gisce svolgendo con strenua coerenza la sua battaglia contro tutti i
compromessi idealistici e le promesse illusorie di un ottimismo banale,
nel nome di una ragione sempre vigile e disincantata; Manzoni, che
opera in un clima pi aperto e sensibile a tutte le sollecitazioni della
civilt del suo tempo, a contatto diretto, e non soltanto libresco, con
i movimenti pi progrediti e irrequieti della cultura liberale fran-
cese e germanica, si mostra invece pi disposto ad accogliere ed assi-
milare le tendenze generali dell'ambiente, sebbene sempre in forme
alquanto personali ed estremamente caute, nei limiti in cui esse non
contraddicono alla sua fondamentale educazione razionalistica. L'ac-
cettazione di una norma religiosa  per lui, almeno in un primo tem-
po, soprattutto un mezzo per correggere quel che di astratto, di
chiuso, di intellettualistico persisteva nel suo moralismo, riportarlo
sotto il segno di una saggezza comune e popolare, uscire dal suo iso-
lamento per rientrare nell'alveo di un'esperienza associata; non lo
induce pertanto a rinnegare ottusamente le sue istanze umanitarie, s
invece l'aiuta a scoprire e mettere in luce il filone egualitario e de-
mocratico della dottrina evangelica. L'adesione al romanticismo, a
quel particolare romanticismo che esclude ogni avventura della fan-
tasia e diffida di tutte le evasioni e le licenze del` sentimento,  per
lui, come per i suoi amici del gruppo lombardo, uno strumento op-
portuno a definire in forme pi rigorose una poetica, che rimane nel
suo impulso e nei suoi propositi tutta settecentesca, realistica e an-
tiumanistica, ostile o se non altro sospettosa nei riguardi della tradi-
zione nostrana lirica e rettorica e delle attardate esperienze neo-
classichc, fermamente orientata verso i modelli d'oltralpe, special-
mente in chi, come lui, ha educato la mente e il gusto con particolare
predilezione sugli scrittori francesi del diciassettesimo e diciottesimo secolo. 
Nessuna concessione pertanto, nel Manzoni cattolico, alle interpretazioni rea-
zionarie di un cattolicesimo in funzione della ragion di stato alla
De Maistre, ovvero estetizzante e decadente alla Chateaubriand; nes-
suna inclinazione, nel Manzoni romantico, alle tendenze irraziona-
listiche, al gusto del magico, dell'esotico, dell'evasione fantastica: le
esigenze del cuore restano fermamente controllate e sottomesse al
primato della ragione.  lecito persino dubitare della legittimit del-
la tesi comunemente accolta, per cui si suol considerare il nostro
come il rappresentante pi insigne della corrente moderata, catto-
lico-liberale, del Risorgimento R bensi vero che quella corrente a lui
volle richiamarsi e farsene un maestro; ma, a guardar bene, tutti gli
argomenti addotti per dimostrare su un terreno concreto quella con-
cordia di atteggiamenti e di intenzioni risultano alquanto precari e
sfuggenti. Certo  che non si pu dire che egli aderisse mai fino in
fondo a una dottrina neoguelfa; respinse sempre ogni pretesa eccle-
siastica di governo temporale, nonostante i cedimenti e le propen-
sioni al compromesso di molti fra i suoi stessi amici e familiari; ri-
mase a lungo ostinatamente fedele alle sue convinzioni repubblicane
e soltanto tardi, e con molte riserve, si pieg ad accettare la soluzione
monarchica e piemontese in omaggio a un'esigenza unitaria; non rin-
neg mai, in sede politica, il suo anticlericalismo e, sul piano della
lotta delle idee, il suo criterio di liberale tolleranza; perfino il suo
sentimento della storia, pessimistico e ironico,  pi volterriano che
romantico, e il suo concetto della politica, antidemagogico e pater-
nalistico, nazionale senza nazionalismo,  di schietta ascendenza illu-
ministica.
   Del resto non  questa la sede pi opportuna per soffermarsi
a descrivere l'evoluzione del Manzoni nell'ultimo quarantennio, che
non tocca, come si  gi detto, la storia della sua poesia. Basta ac-
cennare che essa rivela, pur con un fondo di sostanziale coerenza,
anche tracce innegabili di irrigidimento e di chiusura etica e intel-
lettuale. Qui  necessario insistere invece, ed esclusivamente, su quel-
la fase della vita e dell'opera, che  la sola che veramente conti,
quando si attua il felice incontro fra la mente dello scrittore e le idee
del suo secolo, in un vivacissimo fermento di proposte teoriche e di
invenzioni poetiche, per cui l'arte del Manzoni, e con lui la cultura
e la letteratura d'Italia, si inserisce vigorosamente e originalmente
in un movimento di pensiero e di sensibilita di largo orizzonte, eu-
ropeo Considerata in questa prospettiva, l'attivit letteraria del Man-
zoni maggiore, dai primi Inni sacri alla Pentecoste, dalle odi civili
alle tragedie, fino al romanzo, si rivela come la progressiva conquista
di un contenuto vero, epico e drammatico, tutto risolto in racconto
e rappresentazione, sul filo di una poetica oggettiva e corale, o come
egli stesso diceva  sliricata , in consapevole opposizione cio con lo
spirito della nostra tradizione umanistica. Per questo rispetto anche
il trapasso (che culmina in seno alla composizione stessa del roman-
zo, coll'evolversi dei Promessi Sposi dal nocciolo originario del Fermo
e Lucia) da una prima fase di acerbo pessimismo, che scinde e con-
trappone i due piani dell'umano e del divino, e sottolinea l'antitesi
fra la storia terrestre intrisa di sangue, di errori e di lacrime e la legge
cristiana che quaggi  patrimonio e accorata speranza dei vinti, degli
infelici e degli oppressi (Ermengarda e Adelchi, ovvero Napoleone
sconfitto e esule), ad una fase pi matura di relativo ottimismo, in
cui la Provvidenza  chiamata ad operare anche nel nostro mondo,
a correggerne in parte le storture e a consolarne le miserie, , come
vide bene il De Sanctis, progresso d'arte in senso realistico, apertura
verso una visione delle cose pi serena ed articolata, pi vera, per
cul nel reale si riassorbe l'ideale, e cio gli ultimi residui autobiogra-
fici e lirici del moralismo giovanile dello scrittore. Progresso paral-
lelo e concomitante all'altro, per cui i modi intensi ma alquanto duri
di un caratterizzare e definire sintetico e lampeggiante si sciolgono in
una lenta e complessa analisi psicologica, e l'epopea e il dramma si
mutano in un racconto disteso, conquistano un pi aperto spazio
e una durata pi persuasiva. Da un punto di vista pi strettamente
formale, l'attivit lirica e tragica del Manzoni  coerente avviamento
alla  prosa , affrancamento dai moduli della rettorica tradizionale
e dagli arcaismi superstiti del lessico e delle immagini, ricerca sempre
pi decisa e cosciente di un linguaggio moderno, di una parlata pi
naturalmente cordiale e immediatamente comunicativa. Al vertice
di questo processo, considerato in tutti i suoi aspetti, sta la scelta,
che in Italia non ha precedenti degni di rilievo e che anche rispetto
ai modelli stranieri si configura in modi nettamente originali, del ge-
nere letterario per eccellenza moderno; scelta attuata in funzione
di quel contenuto realistico, maturata in un punto con l'invenzione
di una appropriata tecnica espressiva, di un nuovo ritmo, di una
nuova lingua.

   Giunti a questo punto, dovrebbe risultare abbastanza chiaro che
cosa i Promessi Sposi siano, e con quale metro convenga misurarne
il significato e l'importanza; e anzitutto il posto che essi occupano
nella storia della nostra letteratura, sullo stesso piano di grandezza
esemplare e rinnovatrice della Commedia e del Decamerone, delle
Rime e dell'Orlando, la frattura che essi compiono nel corso di una
tradizione mutata in sterile consuetudine, l'incalcolabile apporto di
novit che per merito loro penetra nella nostra cultura, negli spiriti
e nelle forme. Non a dispetto, come si dice, dei suoi presupposti mo-
rali e polemici, s proprio in virt di guei presupposti, il romanzo
 una grande opera di poesia, la cui validit si commisura, come 
proprio dei capolavori, in rapporto all'ampiezza dell'orizzonte cul-
turale e alla sua attitudine a comprendere e a modificare la complessa
realt di un'epoca e di una civilt determinata. Polemico  gi il nu-
cleo primo dell'invenzione: quel porre al centro del racconto ed ele-
vare a simboli della dignit umana conculcata, ma insopprimibile,
un filatore e una contadina, quello spostare l'attenzione dai perso-
naggi degli eroi e dei grandi alla gente umile e anonima, che a molti
dei contemporanei, e perfino a un Tommaseo, apparve atteggiamento
paradossale e deprecabile; e un lievito di insistente polemica, in cui
riaffiorano tenaci i motivi antifeudali e antiumanistici della cultura
lombarda settecentesca, accompagna e sottolinea, ora ironica ora
sdegnosa, la rappresentazione sempre calda di affetto e di piet della
vita dei poveri, svela, sotto il fasto pesante del cerimoniale, gli idoli
di orgoglio e di crudelt, di boria e di violenza che ispirano la con-
dotta e regolano il costume dei ceti dominanti; scopre, illuminandolo
di luce cruda, l'oscuro fondo di cupa tetraggine, di simulazione, di ari-
dit o di vigliaccheria, deiersonaggi d'autorit, tirannelli e politi-
coni, prelati di mondo e avvocati azzeccagarbugli, nobili puntigliosi
e ridicoli pedanti, bigotte con la loro smania dilantropia invaden-
te ed inutile e grandi signore depravate e perverse; suscita ad ogni
passo la satira pungente di una societ con i suoi pregiudizi e le sue
superstizioni, i suoi riti artificiosi e la sua cultura scolastica, nonch
della politica in s e di coloro che l'incarnano, dell'immortale ra-
gion di stato, dei  motivi d'interesse e di riputazione , a cui i go-
vernanti ubbidiscono, procedendo ora con grossolana violenza, ora
con imperizia, con stoltezza sempre, incuranti della miseria, della
fame, del  sangue de' poveri .
   N questo fermento polemico  da considerare come elemento
secondariomarginale ed episodico, o peggio ancora come un'arbitra-
ria e fastidiosa intrusione dell'ideologia religiosa dello scrittore, che
costringa e raffreni la sostanza poetica in funzione di un'apologia an-
gustamente confessionale;  vero invece che esso investe tutta la strut-
tura del libro e ogni particolare; in esso convergono e si compon-
gono fantasia e sentimento, invenzione e riflessione, si accordano, in
un ritmo alterno, temperandosi a vicenda, i momenti e i toni umo-
ristia e comici e quelli tragici eloquenti o solenni. Un medesimo
impulso di alta e combattiva tensione morale ispira la vivacissima
commedia del personaggio di don Abbondio, e, su un piano diame-
tralmente diverso, la psicologia sottile, penetrante, spietatamente ri-
velatrice di Gertrude; anima la mossa, incalzante descrizione, tutta
in chiave ironica, dei tumulti milanesi e la drammatica rappresenta-
zione della carestia e della peste. Il moralismo giovanile dello scrit-
tore, traducendosi in una alta e severa concezione religiosa, si ri-
conosce ora e si articola in una materia ben altrimenti ricca e con-
creta, ma senza perder nulla del suo rigore e dena sua forza batta-
gliera. E quella religiosit, che  stata fin da principio ed  tuttora
per molti lettori ragione di scandalo, di diffidenza e di tenace anti-
patia, quando la si consideri nella sua genesi e nella sua situazione
storica, in quella fase della cultura e della vita italiana, appare per
quello che veramente , nella storia della creazione poetica, al di fuo-
ri e al di sopra dell'ideologia particolare dello scrittore, lo strumen-
to di un interpretazione critica, straordinariamente nuova e attiva in
quel tempo e in quella societ, la condizione e l'avvio al sorgere e al
maturarsi, in Italia, di un'arte realistica in senso moderno. Proprio
per il tramite della conversione e dell'adesione al cattolicesimo, l'i-
deale morale del giovane Manzoni si riempie di un contenuto vero e
acquista una forza espansiva, riconoscendosi nella faticata saggezza
e nella secolare esperienza degli umili; e, inversamente, il principio
egualitario cristiano per la prima volta scende con lui dal cielo sulla
terra e diventa criterio di interpretazione e discriminazione delle vi-
cende storiche e degli atteggiamenti umani. I limiti, che pur si pale-
sano evidenti a un'indagine retrospettiva, di quella posizione mentale
servono tutt'al pi a definire il grado di evoluzione di una societ
quando appunto i Promessi Sposi si leggano in funzione meramente
documentaria; non toccano e non attenuano la sostanza poetica del
libro, n il suo evidentissimo signi;cato storico. Talch, se il con-
fronto con altre situazioni, altrimenti progressive e mature, dell'Eu-
ropa contemporanea, pu riuscire illuminante per lo storico che si pro-
ponga di illustrare le insufficienze e le debolezze della nostra rivo-
luzione nazionale e borghese; diventa poi assurdo, e precisamente anti-
storico, quando lo si assume come criterio di giudizio in sede let-
teraria. Nell'ambito della civilt del Risorgimento, non  possibile
scorgere altra opera pi rappresentativa, sul piano dell'arte, n pi
nuova e feconda, che i Promessi Sposi, se non forse le musiche con-
geniali di Verdi (Leopardi sta a s, e a quella civilt si contrappone
con un virile, se pur sommario, rifiuto, lacerando bruscamente il velo
delle consolanti illusioni metafisiche e  inaugurando il regno del-
l'arido vero ).
   Un rapido sguardo alla trama ed ai personaggi del libro (vivi,
del resto, nella mente di ogni lettore) potr servire di conferma
a quanto s' detto riguardo alla novit e alla forza del suo contenuto.
Al centro della storia stanno i due popolani, i  promessi sposi ,
la cui esistenza passerebbe su questa terra inavvertita, senza lasciarvi
traccia, se essi non finissero proprio per caso, e senza volerlo, a ca-
pitar fra i piedi dei grandi e dei prepotenti e ad inciampare cos nelle
loro trappole. Uno  Renzo, che sembra davvero riassumere in s tut-
te le doti di un certo mondo contadino: la bont generosa, la giu-
stizia istintiva, la religiosit schietta, la laboriosit ilare e serena,
la freschezza non corrotta dei sentimenti; Renzo, di cui la vicenda 
tutta una coperta ininterrotta battaglia contro l'orgoglio e le strego-
nerie dei dotti, di quelli che san leggere e scrivere e servirsi a tempo
del latino dei decreti e della scrittura, contro le ingiustizie dei signori
che han fatto la legge e l'adoperano secondo i loro fini e il loro ca-
priccio; e questa battaglia egli la combatte senz'altra arma che le sue
idee chiare e non artefatte, la sua fiducia tetragona nel trionfo del
bene, la forza sana delle sue braccia e delle sue spalle addestrate da
sempre alla dura fatica:  la figura pi lieta e franca, la pi cordiale
e convincente che il Manzoni abbia saputo inventare. E poi c' Lucia,
in cui la fede ha creato una sensibilit pi alta, pi delicata e sottile;
un pudore, una ritrosia, una superiore gentilezza d'affetti, che reca
con s una luce ineffabile e la proietta su tutte le cose e persone con
cui s'incontra: una creatura che non sembra di questa terra, e pur
rimane una contadina, con il suo modo di sentire semplice e qua-
drato, ben circoscritto in una precisa misura di tempi e di luoghi e di
educazione. Intorno ai due protagonisti brulica tutto un mondo di
umili: contadini, artigiani, barcaioli, barocciai, povera gente tormen-
tata dall'ingiustizia degli uomini e dalla crudelt della sorte, ma non
distorta e soffocata, tuttavia umana e solidale: sempre pronta al
bene nei pensieri e nelle opere. E c' la vita del villaggio, con i suoi
interni squallidi e le sue magre cene e i suoi focolari spenti; e la chie-
setta, la canonica, il convento dei cappuccini; e le campagne bruciate
dalla siccit, devastate dalle invasioni soldatesche, spopolate dalla
epidemia; e le lunghe strade che corrono il mondo pieno di sorprese
e di malincontri; e le osterie; e infine anche la citt, ma come la vede
il contadino, stupenda e vasta, ma irta di insidie e di tranelli, la cit-
t del popolo, stremata e atterrita dal contagio, ovvero eccitata e fre-
mente nei giorni di gazzarra. E nello sfondo, il paesaggio familiare di
Lombardia, con i suoi cieli, i suoi monti, le sue acque, la sua mite
luce autunnale.
   Questo fondo popolano tiene una parte grande, pi grande che
a volte non sl pensi, e predominante, nella struttura del romanzo.
Anche il quadro storico, in cui tutta la vicenda s'inserisce, non tocca
se non di passata gli eventi politici, diplomatici, bellici, quelli in-
somma che formano essenzialmente e quasi esclusivamente la tra-
ma di una storia nel senso corrente del termine, e si specifica piut-
tosto in una serie di quadri d'ambiente e di costume, per cui si deli-
nea, non il corso solenne dei fatti, s il colore, la fisionornia minuta
e variegata di un'epoca. E quando un avvenimento di vasta portata
-- il malgoverno spagnolo, la carestia, la guerra, la peste--pe-
netra nel racconto,  visto non in una considerazione astratta e disin-
teressata da storico professionale, bens in quanto aderisce alla vita
degli umili, li agita, li fa soffrire, reca un improvviso sconquasso nelle
loro abitudini e nelle loro coscienze.
   Naturalmente, in quella rappresentazione vasta e complessa di un
periodo storico visto nei suoi riflessi umani e quotidiani, debbono
penetrare anche i grandi, i personaggi illustri, i rappresentanti dei
ceti e degli ordini privilegiati; ma vi entrano, come  giusto, in fun-
zione subordinata: o per antitesi, come le ombre che hanno il compito
di delimitare e porre in rilievo le zone di luce; ovvero come elementi
di sostegno e di conforto del concetto che regola la rappresentazione
nel suo complesso, in quanto si tratti di potenti che s'adeguano al
mondo degli umili e si mettono al loro servizio. Forse soltanto a pro-
posito dei personaggi di quest'ultimo tipo (il Cardinale, fra' Cristo-
foro, per certi aspetti anche l'Innominato, con la sua vicenda esem-
plare e lievemente stilizzata)  lecito parlare di un residuo irrisolto
di intenzioni moralistiche (quasi un'eco e un riflesso della splendida
oratoria dei predicatori francesi del gran secolo, trasferita su un piano
di persuasione popolare e raccontata): solo la sapienza e la discrezione
infinita dell artista, e il freno dell'ironia, riescono quasi sempre a sal-
varli, trattenendoli in un difficile equilibrio sull'orlo dell'oleografia.
Ma quanto agli altri personaggi, che abbiamo detto antitetici, sono
proprio quelli in cui il lievito polemico opera pi direttamente e in
modo pi palese, sia che incarnino gli aspetti ridicoli, tronfi, arte-
fatti, barocchi, le forme vuote di una civilt pomposa e puntigliosa;
o sia che impersonino i malvagi, i violenti che ignorano il timor
di Dio, gli esclusi per i quali  presso che impossibile ogni reden-
zione, prostrati nel fango della loro vilt, della loro abiezione, dei
loro delitti; e qui la polemica stimola, e non impaccia, la libert della
fantasia, l'orrore o il disprezzo si mutano in drammatica perplessit e
aiutano a penetrare pi a fondo, onde la grandezza del male  sen-
tita in termini di tragedia, investita dalla commozione, riscattata
dalla piet del poeta (storia di Gertrude, morte di don Rodrigo),
e il comico non ha nulla di piccolo e di caricaturale, anzi si distende
in pagine luminose, che son tra le pi ilari e cordiali ed umane del
romanzo (don Abbondio, don Ferrante, donna Prassede).
   Un alto sentimento religioso circola in ogni parte di quel mondo,
penetra in ogni vicenda, sfiora anche i personaggi pi tristi e i pi vili.
L'intervento di Dio negli accadimenti piccoli e grandi  in ogni mo-
mento cos forte che ti sembra di poterlo toccar con mano:  una
presenza paterna, amorosa e severa, che palpita in ogni cosa; e il
poeta l'avverte con la fede semplice e intatta dei suoi contadini,
della povera gente:  quel che Dio vuole. Lui sa quel che fa; c'
anche per noi ;  lasciamo fare a Quellass ;  tiriamo avanti
con fede, e Dio ci aiuter . E in questo mondo basso, pi triste che
lieto, l'opera di Dio la senti soprattutto nelle tribolazioni, negli af-
fanni, e in quegli spiragli di luce che s'aprono improvvisi in mezzo
alle tenebre dell'angoscia e chiudon le porte alla disperazione. La
 provvida sventura  del coro d'Ermengarda, il  Dio che atterra
e suscita, che affanna e che consola  dell'ode napoleonica, sono anche
il filo conduttore, la trama segreta del romanzo, ma espressi in ter-
mini pi semplici, familiari, popolareschi. il tema che palpita nelle
parole di fra' Cristoforo ai due sposi finalmente ricongiunti:  Rin-
graziate il Cielo che v'ha condotti a questo stato, non per mezzo
dell'allegrezze turbolente e passeggere, ma co' travagli e tra le mise-
rie, per disporvi a un'allegrezza raccolta e tranquilla . Ed era gi
nella chiusa dell'addio ai monti:  chi dava a voi tanta giocondit 
per tutto; e non turba mai la gioia de' suoi figli se non pr prepararne
loro una pi certa e pi grande . E ritorner anche nelle meditate
conclusioni; in cui Lucia e Renzo condenseranno alla fine il frutto e il
 sugo  di tutta la loro esperienza. Il pessimismo cristiano del
l'Adelchi s' schiarito e intenerito in questo dono di fiducia e di at-
tesa, in questa luce di  allegrezza raccolta e tranquilla .
   Questa morale, con quel che comporta di rassegnato e di umbra-
tile,  il limite in cui si appuntano le diffidenze e le riserve dei lettori
pi restii (suonava ostica gi a qualche democratico dell'Ottocento, che
l'applicava con visione alquanto miope alla lotta politica in corso, e
vi fiutava un invito, tutt'altro che conforme ai sentimenti dello scritto-
re, alla rassegnazione e alla non violenza di fronte all'Austria e al cleri-
calismo retrivo). Limite, ad ogni modo, come s' gi detto, d'ambiente
e di situazione storica, d'ideologia storicamente condizionata, insom-
ma, non di arte. Perch la moralit non si sovrappone al racconto,
ma lo compenetra e l'illumina dal di dentro: la senti anche nei pae-
saggi e negli oggetti e nelle peripezie pi naturali (nel gran notturno
drammatico e musicale del capitolo VIII, nella fuga di Renzo da Mi-
lano all'Adda, nella descrizione dell'afa e del temporale che mette
fine al contagio), ma appunto la senti come un elemento e una luce
delle cose e degli avvenimenti, una nota che li completa, e li arric-
chisce. La sua funzione , non di fine, bens di strumento, che fa pi
penetrante ed intensa l'analisi psicologica e asseconda la ricerca del
naturale, del concreto, del vero, nella scelta degli oggetti e nel modo
di rappresentarli.
   Parallela alla novit del contenuto, si accampa l'altra, fors'anche
pi vistosa, della forma e del linguaggio, quell'incomparabile apporto
di invenzioni verbali e stilistiche, per cui col romanzo manzoniano na-
sce la letteratura moderna d'Italia; e tale novit della forma deriva
anche essa, riprendendo in modi di gran lunga pi maturi e concreti
le esigenze della generazione dei Verri e del Parini, dallo stesso fon-
do morale e polemico: come la vita  non  gi destinata ad essere
un peso per molti e una festa per alcuni, ma per tutti un impiego ,
cos anche la letteratura non pu proporsi  soltanto per fine di di-
vertire quella classe d'uomini che non fa quasi altro che divertirsi .
non pu ridursi a privilegio di una minoranza. Anche qui al senno
dei posteri, con tutto il tesoro delle successive esperienze letterarie
europee e anche italiane, riesce abbastanza facile scorgere certi limiti
e timidezze del realismo manzoniano; ma sarebbe stolto rifiutarsi
di vedere l'enorme importanza di quella svolta storica. Sta di fatto
che solo con molto stento, e con alterne fasi di superficiale adesione
e di ripiegamenti involutivi, la cultura italiana  giunta a prender
coscienza della sua portata e a maturarne i frutti; n l'efficacia esem-
plare di quell'insegnamento pu dirsi a tutt'oggi veramente esaurita.

NATALINO SAPEGNO:
Dd Ritratto del Manzoni ed altri saggi, Bari, Laterza, 1961, pp. 135-150.


