/:/ Il pensiero politico del Manzoni.

   Nei Promessi Sposi non si trova traccia della  consapevolezza
dell'uffcio dello Stato e della sua autonomia . Crediamo che non
vi si incontri neppure la parola  Stato ; certo, non vi fa spicco la
nozione relativa. Vi si incontrano invece governi e popoli; o per me-
glio dire governanti e governati. Individualismo cristiano e uma-
nitarismo settecentesco vi si associano, rafforzandosi a vicenda in
una visione della vita sociale, che potr peccare di unilateralit, ma
che in quel tanto che vede  di una concretezza mirabile.
   Al di l delle sovrastrutture istituzionali, e in disparte da ogni
astrazione e da ogni mito, il Manzoni cristiano e umanitario, mora-
lista e artista, eoglie la realt effettiva dell'uomo. Domina sovrano
l'interesse morale, trasfigurato religiosamente, ma non alterato nei
suoi connotati essenziali di umanit; e perci il Manzoni tiene sem-
pre lo sguardo sulle sorti degli individui, incurante o ignaro del re-
sto. Ogni interesse politico  dal romanzo manzoniano completamen-
te assente. Si veda il modo con cui  rappresentata la guerra per il
Monferrato,  quella bella guerra , in cui pure uno dei protagonisti
--ricordato sullo stesso tono degli Spagnuoli e dei Francesi, di Ve-
nezia e di Urbano ottavo-- Carlo Emanuele primo, salutato, al suo
tempo e al nostro, campione dell'indipendenza italiana. Se Don
Gonzalo abbia fatto o no spropositi all'assedio di Casale, il Man-
zoni non vuol decidere; ma  disposto  quando la cosa fosse real-
mente cos, a trovarla bellissima, se fu cagione che in quella im-
presa sia restato morto, smozzicato, storpiato qualche uomo di meno
e, ceteris paribus, anche soltanto un po' meno danneggiati i tegoli
di Casale  (c. 27, p. 441). Disposizione d'animo umanitaria, cri-
stiana, rivolta a negare radicalmente il valore politico-storico della
guerra. E il sentimento del Manzoni in proposito si esprime, non
meno efficacemente che nella forma diretta, in quella ironica, con l'os-
servazione, sempre in quell'esordio al capitolo 27, che la corte
di Madrid, per escludere il Nevers dalla successione al ducato di
Mantova  aveva bisogno d'una ragione (perch le guerre fatte sen-
za una ragione sarebbero ingiuste) . I pretesti addotti dai politici
a giustificare le guerre, vuol dire in sostanza il Manzoni, sono cavilli,
polvere negli occhi per il grosso pubblico: il fatto della guerra rimane
un ricorso alla violenza.
   Figure di politici nei Promessi Sposi non sono soltanto Don
Gonzalo o il cancelliere Ferrer; ma anche il Conte-zio, che fa com-
piere a padre Cristoforo, con quattro chiacchiere al padre provin-
ciale, quel certo viaggio a piedi da Pescarenico a Rimini; e il padre
provinciale medesimo, che sacrifica padre Cristoforo senza aver
cura di informarsi come stavano le cose, e del danno che ad altri,
innocenti perseguitati, poteva portare l'allontanamento di luie solo
si preoccupa di domandare qualche omaggio da parte di Don Rodrigo
all'Ordine, per  l'abito . Tanto poco pensa il Manzoni a distin-
guere ed a mettere in valore, ciascuno nel proprio campo, gli istituti
della Chiesa e dello Stato, che egli ci rappresenta--come in questo
caso--dignitari ecclesiastici e laici sullo stesso piano e con la stessa
fisionomia di puri utilitari (il cardinale Federigo e padre Cristoforo
sono altra cosa: sono fuori e sopra ogni istituto, sono semplicemen-
te cristiani. Perfino certi personaggi privati, di cui si rappresentano
cattive azioni private, sono rafiigurati sotto l'aspetto di politici sacri-
ficanti religione, morale, umanit, alla ragion di stato particolare.
Cos il padre di Gertrude, nessun tratto isolato del quale  mal-
vagio per capriccio personale: la malvagit  nell'insieme, nell'as-
sunto stesso, nel sacrificio dell'individuo alla grandezza della famiglia:
perci  detto in un momento culminante  il principe , aggiungen-
do:  Non ci regge. il cuore di dargli in questo momento il titolo di
padre .
   Lo stesso patriottismo--non mancante di alte manifestazioni
artistiche, come l'ode Marzo 1821, e il coro della battaglia di Ma-
clodio,-- sbocca nell'umanitarismo morale, e potrebbe dirsi una
derivazione di questo. Nell'ode Marzo 1821 ha gran rilievo il prin-
cipio morale di giustizia, di uguaglianza fra i popoli, il rimprovero
agli stranieri che avevano gridato a stormo:

Dio rigetta la forza straniera;
ogni gente sia libera, e pra
della spada l'iniqua ragion.

   Ma pi caratteristico  il passaggio nel coro di Maclodio dalla
condanna delle discordie italiane, che fatalmente schiudono la via
allo straniero, a quella dello straniero medesimo, che profitta del-
l'occasione per opprimere altrui:

Tu che angusta a' tuoi figli parevi,
tu che in pace nutrirli non sai,
fatal terra, gli estranei ricevi;
tal giudizio comincia per te.
Un nemico che offeso non hai,
a tue mense insultando s'asside;
degli stolti le spoglie divide;
toglie il brando di mano a' tuoi re.

Stolto anche esso! Beata fu mai
gente alcuna per sangue ed oltraggio?
solo al vinto non toccano i guai;
torna in pianto dell'esempio il gioir.
Ben talor nel superbo viaggio
non l'abbatte l'eterna vendetta:
ma lo segna; ma veglia ed aspetta;
ma lo coglie all'estremo sospir.
   
Per un momento il Manzoni sembra qui aderire a una conce-
zione che potremmo chiamare  storicistica . La dominazione stra-
niera  un  giudizio , una nemesi storica; un popolo che non
ha saputo vivere in pace entro i propri confini  giusto che soggiac-
cia alla dominazione straniera, e chi viene a soggiogarlo non  se
non lo strumento di questa giustizia storica. Ma poi il Manzoni si
riprende subito, ritornando ai suoi concetti di giustizia assoluta, di
umanit inviolabile, alla sua negazione di tutti i valori che da questi
concetti prescindano. Il conquistatore straniero non  pi l'esecutore
di un destino: egli  reo alla pari del conquistato, e come lui, perch
reo, infelice. La legge vera, la soluzione vera,  la fraternit uni-
versale:

Tutti fatti a sembianza d'un Solo,
figli tutti d'un solo Riscatto,
in qual ora, in qual parte del suolo,
trascorriamo quest'aura vital,
siam fratelli, siam stretti ad un patto;
maledetto colui che l'infrange,
che s'innalza sul fiacco che piange,
che contrista uno spirto immortal!

   Intanto, pero, il  fiacco che piange  e colui che s'innalza a
schiacciarlo sono la realt. Adelchi morente dice al padre:

Godi che re non sei; godi che chiusa
all'oprar t' ogni via; loco a gentile,
ad innocente opra non v': non resta
che far torto, o patirlo. Una feroce
forza il mondo possiede, e fa nomarsi
dritto: la man degli avi insanguinata
semin l'ingiustizia; i padri l'hanno
coltivata col sangue; e omai la terra
altra messe non d.

   Nel romanzo, Ludovico, il futuro Padre Cristoforo, conferma con
le sue azioni la sentenza di Adelchi: per difendere gli altri contro
le ingiustizie  doveva anche lui adoperar raggiri e violenze, che la
sua coscienza non poteva poi approvare  (c. quarto, p. 58). Quando Ren-
zo, alla fine del terzo capitolo del romanzo, esclama:  A questo
mondo c' giustizia finalmente, il Manzoni commenta: Tant'
vero che un uomo sopraffatto dal dolore non sa pi quel che si dica .
Non  solo Agnese ad osservare che  la legge l'hanno fatta loro,
come gli  piaciuto; e noi poverelli non possiamo capir tutto 
(c. sesto, p. 93), e che  i poveri, ci vuol pocc a farli comparir birboni 
(c. ventiquattresimo p. 403). Questa seconda volta il Cardinal Borromeo in per-
sona approva con un:   vero purtroppo . Ed e il Manzoni diret-
tamente a far l'osservazione circa Renzo in casa del curato, per il ten-
tativo di matrimonio clandestino, che appate oppressore ed  op-
presso, con la famosa conclusione finale, resa pi aspra dalla finta
restrizione:  Cos va spesso il mondo... voglio dire, cos andava nel
secolo decimosettimo (c. ottavo, p. 124). Ironia beffarda che richiama
i passi pi atroci del Giorno pariniano. Siamo ai culmini dell'arte let-
teraria italiana, e insieme della rivolta umana contro le iniquit so-
ciali. Ed  sempre il Manzoni, direttamente, a rappresentarci le astu-
zie del notaio criminale, tenuto--per incarico del potere statale--
ad arrestar Renzo, come vani raggiri di un  furbo matricolato 
(c. quindicesimo, pp. 260-261): condanna sottolineata dalla raccomandazione
finale ai furbi di esser sempre i pi forti. Neppure lontanamente
il pensiero del Manzoni si sofferma a considerare che si trattava di
una autorit governativa, procedente per interessi statali. Il punto
per lui  che si faceva danno a un umile, torto a un innocente.
   Il criterio manzoniano dell'autorit  ben noto:  nella famosa
formula del romanzo  non ci esser giusta superiorit d'uomo sopra
gli uomini, se non in loro servizio , principio  che nessuno il quale
professi cristianesimo pu negar con la bocca  (c. ventiduesimo, p. 359).
E prima, nel Discorso storico, ai contestatori della legittimit della
donazione di Pipino in nome della sovranit dell'impero bizantino,
egli aveva risposto che  sugli uomini la  potest e non propriet ;
l'imperatore bizantino voleva considerare quelle citt come sue:  ma
le citt sono piene d'uomini e gli uomini non sono cose  (p. 413).
Ogni concetto di legittimismo patrimoniale  negato senza discus-
sione. In ambedue i casi  da rilevare una nuova prova che il Man-
zoni non considera lo Stato, entit trascendente gli individui, ma
concretamente governanti e popoli: concretezza di moralit cristia-
na, ma anche di schietto pensiero settecentesco. E occorre anche ag-
giungere che nel passo pi recente, quello del romanzo, il Manzo-
ni fa intravedere, insieme con la sua definizione dell'autorit, quan-
to sia difficile il calare quella definizione nei fatti. Federigo giova-
ne, appunto perch compreso di quel vero concetto cristiano del-
l'autorit,  temeva le dignit e cercava di scansarle . Il Manzoni
soggiunge subito che ci era per umilt cristiana, di chi non si ri-
teneva n capace n degno; il che potr andar benissimo (e ancora,
ci sarebbe da ridire) come giustificazione individuale di Federigo, ma
conferma che l'attuazione della vera--unica legittima--autorit
 cosa difficile assai, e che per giunta essa rischia di trovarsi ;n con-
trasto con altre virt cristiane. E perci il Manzoni in pratica,--
s' visto,--non iarova attuata mai.  Hlas! --esclama egli in
una postilla alle Considerations sulla rivoluzione francese di Ma-
dame de Stael.--Si pour croire  la Providence vous avez besoin
de trouver moralit dans l'exercice du pouvoir, vous n'avez pas
lu l'histoire, ou vous ne croyez pas  la Providence .
   Questa svalutazione degli istituti politici non significa che il Man-
zoni vegga con occhio favorevole e speranzoso le rivolte dei popoli
contro  la mala signoria che sempre accora Li popoli soggetti .
Nel pessimismo verso lo stato e la politica il fondamentale umani-
tarismo settecentesco riceve la propria purificazione e sanzione dal
moralismo cristiano. Nel pessimismo verso il popolo attore di poli-
tica questo moralismo  primario; ma non potrebbe escludersi, in
sottocorrente, una influenza del pensiero settecentesco, che non ave-
va troppa fiducia nella capacit politica del popolo. Il giudizio sui tu-
multi di Milano per la carestia  gi dato preventivamente, quando
si adducono le scusanti al favore di Renzo verso-di essi:  Aveva
cos poco da lodarsi dell'andamento ordinario delle cose, che si
trovava inclinato ad approvare ci che lo mutasse in qualunque ma-
niera  (c. undicesimo, p. 200). Ed  pur significativo che il popolo mila-
nese, il quale avrebbe avuto tanti giusti motivi di lagnanza verso il
governo del vicereame spagnuolo, sia rappresentato proprio nell'atto
d'insorgere contro un provvedimento giusto e inevitabile come l'abo-
lizione del prezzo forzoso del pane. Tutta la descrizione della som-
mossa  ispirata dalla convinzione della sua inutilit e bestialit,
a cui si associa la prospettiva della rivincita immancabile del potere
costituito, che pur funzionava cos male. I tumulti son rappresen-
tati e analizzati (in pagine fra le pi belle del romanzo) da un punto
di vista unicamente di morale e di psicologia individuali. Che da som-
mosse come quelle possano nascere rivoluzioni, e cio abbattimenti
ed erezioni di governi e di stati, ecco una cosa che il Manzoni in sede
di cultura storica certo non ignorava, ma che a lui artista e creatore
di un mondo morale non interessava punto. Ouesto indifferentismo
politico per le rivoluzioni e le loro possibilit non si rivolge solo
alle rivolte accidentali, effettivamente senza contenuto politico. co-
me quella di Milano. Proprio durante il racconto del tumulto mila-
nese iI Manzoni esce in una riflessione estremamente caratteristica
per la sua mentalit--e alla quale tuttavia si  fatta cospoca at-
tenzione,--circa la sorte della statua di Filippo secondo in piazza dei
Mercanti a Milano, trasformata in Bruto al tempo della venuta dei
Francesi in Italia, e dopo qualche anno tirata gi e mutilata, e andata
a finire non si sa dove. Nelle sorti di quella statua c' in compendio
la Rivoluzione e la Controrivoluzione. Ebbene, che riflessione ci fa
sopra il Manzoni?  Chi l'avesse detto a Andrea Biffi, quando la
scolpiva!  (c. dodicesimo, p. 214).
   Eppure il Manzoni ha voluto spezzare una lancia per dimostrar
la capacit degli uornini investiti di autorit a far giustizia anche in
circostanze sfavorevoli, anche nonostante l'imperfezione degli isti-
tuti. Questo  l'assunto della Storia della colonna infame.

LUIGI SALVATORELLI:
Da Il pensiero politico italiano dal 1700 al 1870, Torino, Einaudi,
1949, pp. 181-187.


