/:/ La poetica del  vero  nel Manzoni.

   [Nella] Lettre allo Chauvet il Manzoni ha per la prima volta
impostato nettamente quel problema del rapporto tra la poesia e la
storia, che costituisce il motivo fondamentale della sua medita-
zione estetica. 
   Soltanto la rappresentazione della storia, di ci che gli uomini
hanno realmente fatto, pensato, sentito pu, secondo il Manzoni, pro-
durre un effetto di elevazione morale. Nella Lettre allo Chauvet il
 vero  che dev'essere oggetto dell'arte  interpretato precisamente
come il  vero positivo , come l'accaduto. Partendo dal presup-
posto che il  bisogno di verit  l'unica cosa che possa farci attri-
buire dell'importanza a tutto ci che apprendiamo  e che, quindi,
l'attrattiva intellettuale di una tragedia consiste nel  conoscere l'uo-
mo, nello scoprire ci che c' nella sua natura di reale e di intimo, a
vedere l'effetto dei fenomeni esterni nella sua anima, il fondo dei
pensieri per i quali si determina ad agire; a vedere in un altro uomo
dei sentimenti che possano eccitare in noi una vera simpatia , il
Manzoni ne deduce che nulla meglio della rappresentazione di
ci che  realmente accaduto pu esercitare questa attrattiva. La ve-
rosimiglianza e l'interesse nei caratteri drammatici, come in ogni
parte della poesia, derivano dalla verit, mentre l'invenzione indi-
viduale rischia sempre di cadere nell'arbitrario e nel falso e di es-
sere cos insieme meno interessante e non educativa. 
   Ma se la poesia, per raggiungere pienamente i suoi fini, deve
fondarsi sui fatti storici, e tutti i grandi monumenti della poesia
hanno per base la storia, in che cosa allora essa si distingue dalla
storia vera e propria?  questo il problema capitale che il Manzoni
affronta nella Lettre. Per rendersi conto della soluzione data qui, e
dei successivi sviluppi, bisogna chiarire il concetto che il Manzoni
ha della  storia . Essa  per lui, fondamentalmente,  rappresen-
tazione  o a racccnto  obiettivo di  fatti  accaduti (perch anche
le  cause  degli avvenimenti sono  fatti ).  Per il Manzoni
quel che importa conoscere del passato non sono tanto i fatti materiali
ed esterni, politici o militari, di singoli individui, quanto lo stato mo-
rale e di quegli individui e di tutta la societ di cui fanno parte. 
   E allora pu rispondere vittoriosamente a chi gli chiedesse in
che cosa si distingua da uno storico il poeta, cui non sia lecito
inventar nulla ma che debba uniformarsi in tutto e per tutto ai dati
della storia:

    Mais dira-t-on peut-etre, si l'on enlve au pote ce qui le distingue de l'histo-
rien, le droit d'inventer les faits, que lui reste-t-il? Ce qui lui reste? la posie;
oui, la posie. Car enfin que nous donne l'histoire? des vnements qui ne
sont, pour ainsi dire, connus que par leurs dehors; ce que les hommes ont ex-
cut: mais ce qu'ils ont pens, les sentiments qui ont accompagn leurs dlib-
rations et leurs projets, leurs succs et leurs infortunes; les discours par lesquels
ils ont fait ou essay de faire prvaloir leurs passions et leurs volonts sur d'au-
tres passions et sur d'autres volonts, par lesquels ils ont exprim leur colre,
panch leur tristesse, par lesquels, en un mot, ils ont rva leur individualit:
tout cela,  peu de chose prs, est pass sous silence par l'histoire; et tout cela
est le domaine de la posie.

    Questo soltanto pu significare  creare  secondo il Manzoni:
intuire e rappresentare tutto ci che la storia, limitata all'esterno,
e alla superficie degli avvenimenti, non dice, ma che non per questo,
si badi,  meno  vero . Il poeta non  inventa  nulla, ma  intui-
sce , anzi  coglie  e rende manifesto qualche cosa che  stato:

    Tout ce que la volont humaine a de fort ou de mystrieux, le malheur de
religieux et de profond, le pote peut le deviner: ou, pour mieux dire, l'aper-
cevoir, le saisir et le rendre.

    Il carattere oggettivo, realistico, della poetica manzoniana ha in
queste parole la sua espressione pi accentuata. Compito della poesia
 non  inventare , non  creare  un mondo diverso da quello
reale, ma al contrario rappresentare pienamente la realt, integran-
do i dati incompleti della storia. Portando le riflessioni manzoniane
al loro limite logico si pu dire che la poesia  una sorta di storia
superiore, pi ricca e completa di quella che si trova nei libri di
storiaanzi che essa soltanto  la vera storia. 
    Il ragionamento del Manzoni nella Lettre pu essere riassunto
schematicamente cos: la tragedia ha un fine morale; questo pu es-
sere raggiunto solo rappresentando il vero, perch solo la verit in-
teressa profondamente l'uomo e ne nobilita lo spirito; quindi la tra-
gedia deve riprodurre fedelmente i fatti storici, rispettandone l'or-
dine e la connessione, i rapporti e le gerarchie che essi hanno reci-
procamente nella realt, senza inventar nulla e limitandosi a inte-
grare la storia in quelle parti per cui essa tace. Il concetto del  vero 
come unico oggetto di un profondo interesse umano e come unico
mezzo di produrre un'impressione morale domina tutta la lettera.
Da esso deriva logicamente il rifiuto delle regole. Le argomentazioni
che il Manzoni fa a questo proposito non contraddicono a quelle della
Prefazione al Carmagnola, ma appartengono essenzialmente a un al-
tra ordine di idee. Esse si concentrano su questo punto: l'ubbidien-
zalle regole impedisce, o perlomeno pu in molti casi impedire,
la fedele rappresentazione del vero. Il Manzoni considera le unit
di tempo e di luogo in funzione dell'unit di azione e questa a sua
volta in rapporto con l'avvenimento storico che il poeta vuol rap-
presentare. l'avvenimento a dettare al poeta le leggi delI sua rap-
presentazione scenica e non viceversa. Di fronte ai fatti il poeta non
si trova in condizione diversa dallo storico: solo che, mentre il pri-
mo rappresenta una catena indefinita di avvenimenti, il poeta sceglie
un gruppo di essi che siano strettamente legati fra di loro, che pos-
sano cio costituire un tutto relativamente organico, un'azione uni-
taria, adatta alla rappresentazione scenica. Fatta la scelta, egli non
 pi libero di mutare i rapporti fra gli avvenimenti, di avvicinarli
o allontanarli secondo il suo arbitrio. Egli, per esempio, non crea
a piacere lunghi intervalli di tempo e di luogo, li prende nell'azione
stessa come sono dati dalla realt. E se un'azione storica  troppo
spezzettata, i fatti troppo poco legati fra di loro, piuttosto che
mutarla ad arbitrio conclude che quest'azione non  adatta a diven-
tare un soggetto di tragedia e l'abbandona. 
   Legando cos strettamente la poesia al vero e alla storia pu sem-
brare che il Manzoni ne restringa eccessivamente, e indebitamente, il
campo. In realt non  cos: anzi il contrario. Dandole per oggetto
il vero, rappresentato in maniera obiettiva e fedele, indipendentemen-
te da ogni norma e da ogni convenzione, egli ne allarga i confini:
fin l dove giunge la realt, pu giungere la poesia. La realt
 infinitamente pi ricca e poetica di ogni formula e convenzione.
La fecondit e l'ampiezza, direi la generosit, della concezione man-
zoniana risultano soprattutto di fronte a un problema di estrema im-
portanza e delicatezza per uno spirito di cos elevata religiosit e mo-
ralit: la rappresentazione del male. Anche qui il criterio discrimi-
nante  quello del vero. Il Manzoni afferma che si pu benissimo
condannare a priori ogni soggetto che non abbia il vero per base, ma
che  troppo ardito decidere se un certo genere di verit  per sem-
pre interdetto alla limitazione poetica. Ci sono personaggi e azioni
che ispirano orrore e quasi disgusto, ma non perci  detto che deb-
bano per forza essere esclusi dalla rappresentazione, perch  c'
nella verit un interesse cosi potente, che pu costringerci a consi-
derarla, malgrado un certo orrore vicino al disgusto. Se un poeta
 riuscito a imporci questa contemplazione, bisogna riconoscere che
egli ha saputo usare i mezzi artistici pi potenti e pi sicuri e non
rester che giudicare gli effetti di questa sua potenza sulle anime.
Ora,  se l'impressione che egli ha prodotto  eminentemente morale;
se il disgusto che ha eccitato  il disgusto del male; se, associando al
delitto delle idee ripugnanti, l'ha reso pi odioso; se ha risvegliato
nei cuori un'avversione salutare per le passioni che trascinano a com-
metterlo , non si potr certo rimproverarlo perch non ha avuto
sufficiente riguardo per la delicatezza degli spettatori. Si rifletta be-
ne su questa pagina: qui c' veramente il nucleo della poetica manzo-
niana, nella quale vero, bello, morale s'identificano. La potente e
obiettiva rappresentazione del vero, qualunque esso sia, senza alcuna
deformazione, nasca essa dal desiderio di far piacere al lettore o
allo spettatore, o dalle simpatie e dai giudizi soggettivi dell'autore
o dalla fedelt a canoni e modelli arbitrari, questa pi che rappre-
sentazione, direi quasi  presentazione  della verit cos com'essa
 nella sua oggettivit, indipendentemente da noi,  insieme, in
sommo grado, poetica ed educativa. Educativa appunto perch, e sol-
tanto se obiettiva in senso totale, integrale: tale cio da far apparire
l'oggetto nel suo esatto significato.
   Qui sta il carattere proprio del  realismo  manzoniano, cosi
diverso da quello che trionfer anche in Italia dopo di lui. Esso si
contrappone all'idealismo rettorico e astratto, ma nello stesso tempo
rifugge da un ossequio servile al reale nella sua materialit pesante
e opaca. 
   Il concetto del  vero morale  costituisce il fondamento dell'in-
terpretazione che il Manzoni d del romanticismo. n romanticismo
 il sistema letterario che si  proposto di applicare in forma consa-
pevole, coerente e sistematica il principio che l'arte ha uno scopo
educativo e deve e pu raggiungerlo soltanto mediante la rappre-
sentazione del vero.
   Nella lettera al marchese D'Azeglio l'esposizione delle dottrine
romantiche, e in particolare di quella che egli chiama la parte nega-
tiva di esse,  guidata dall'intento di mettere in evidenza la ragio-
nevolezza e la coerenza dei principi su cui i romantici fondavano la
loro polemica e invece le incoerenze e le contraddizioni dei classicisti.
La parte negativa del sistema romantico  tende principalmente ad
escludere l'uso della mitologia, l'imitazione servile dei classici, le
regole fondate su fatti speciali, e non su principi generali, sulla
autorit de' retori e non sul ragionamento . Il fondamento di ognuna
di queste negazioni  sempre il medesimo: l'esigenza di rispettare
la verit. L'uso della mitologia conduce all'assurdo di  parlare del
falso riconosciuto, come si parla del vero ; l'imitazione esclusiva dei
classici fa cadere nell'irragionevolezza e nell'arbitrio e, in ultima ana-
lisi, nel falso (come nel caso della poesia pastorale e di quella ri-
dicola caricatura di essa che fu l'Arcadia); l'ubbidienza alle regole pro-
duce l'effetto  di distrarre l'ingegno inventore dalla contemplazione
del soggetto, dalla ricerca dei caratteri propri e organici di quello,
per rivolgerlo e legarlo alla ricerca e all'adempimento di alcune
condizioni affatto estranee al soggetto .
    Nella polemica contro le regole, come si vede, il Manzoni ripren-
de le argomentazioni della Lettre; nuova invece, e assai significativa,
 quella che egli adduce contro l'uso delle favole mitologiche, e cio
che  l'uso della favola  idolatria . idolatria nel senso che porta
il nostro intelletto a partecipare, pi o meno largamente, delle idee
pagane:

    L'effetto generale della mitologia non pu essere, che di trasportarci alle idee
di que' tempi in cui il Maestro non era venuto, di quegli uomini che non ne
avevano n la previsione n il desiderio; di farci parlare anche oggi, come se
Egli non avesse insegnato; di mantenere i simboli, l'espressioni, le formule dei
sentimenti Che Egli ha inteso distruggere, di farci lasciar da una parte i giudizi
che Egli ci ha dati delle cose il linguaggio che  la vera espressione di quei giu-
dizi, per ritenere le idee e i giudizi del mondo pagano.

     un'opinione che da principio pu certo lasciare perplessi, e che
al Manzoni stesso doveva apparire piuttosto singolare se pensava
che l'enunciarla pubblicamente avrebbe potuto destar delle risa.
Ma essa non  che l'applicazione rigorosa del principio che l'arte
dev'essere  verit  e che, quando tale non , produce effetti dan-
nosi.
   Prima di tutto, infatti, la verit  per il Manzoni quella rivelata
dal cristianesimo: al di fuori di essa c' il falso. In secondo luogo egli
 acutamente consapevole degli errori di giudizio a cui pu por-
tare l'accettazione passiva di certe formule ed espressioni, delle pos-
sibilit di errore intellettuale implicite nel linguaggio. Perci esige
l'uso di un linguaggio che aderisca al vero in maniera totale, che
eviti ogni richiamo e false concezioni e non produca ad esse, anche
inconsapevolmente, assentimento e simpatia. La parola, anche la pa-
rola della poesia, dev'essere l'intera e trasparente manifestazione
della coscienza, illuminata da quell' ultimo vero in cui l'intelletto
riposa . Sempre dalla verit obiettiva viene la misura e la norma cos
all'intelletto come alla parola.
   Su questo punto pare al Manzoni che fossero unanimi i roman-
tici, dei quali riassume le opinioni positive nel principio che  la
poesia deva proporsi per oggetto il vero, come l'unica sorgente d'un
diletto nobile e durevole, giacch il falso pu bens trastullar la
mente, ma non arricchirla n elevarla; e questo trastullo medesimo
, di sua natura, instabile e temporario, potendo essere, come  de-
siderabile che sia, distrutto, anzi cambiato in fastidio, o da una co-
gnizione sopravvegnente del vero, o da un amore cresciuto del vero
medesimo . Il principio appare cos formulato nella redazione de-
finitiva, quella pubblicata, della lettera; ma neila primitiva redazione
la formulazione era diversa. Vi si diceva che la poesia deve propor-
si  l'utile per iscopo, il vero per soggetto, e l'interessante per mez-
zo , e cio  in ogni argomento... scoprire ed esprimere il vero sto-
rico e il vero morale, non solo come fine, ma come pi ampia e per-
petua sorgente del bello . In entrambe le definizioni  chiaro che
il Manzoni non riesce ad ammettere come pienamente valido un
 bello  che nasca dal  falso , riconosciuto come tale dall'intel-
letto, ma d'altra parte non si nasconde che questo  falso  pu pro-
durre un certo  diletto  spirituale, cio essere in certa misura
 bello .
   Si prospettava qui un difficile problema, di cui il Manzoni elude
per il momento la soluzione col limitarsi ad osservare che il diletto
del secondo genere ha il difetto di essere non duraturo, cio soggetto
a dileguare di fronte alla sopravvenuta cognizione del vero. Ma un
ulteriore problema si affaccia con l'ammissione che egli fa poco dopo
a proposito del significato che pu avere la parola  vero  applicata
ai lavori d'immaginazione:

   Non voglio dissimulare... quanto indeterminato, incerto, e vacillante nell'ap-
plicazione sia il senso della parola vero riguardo ai lavori d'immaginazione. Il
senso ovvio e generico non pu essere applicato a questi ne' quali ognuno 
d'accordo che ci deva essere dell'inventato, che  quanto dire, del falso. Il vero
che deve trovarsi in tutte le loro specie, et meme dans la fable,  dunque qual-
checosa di diverso da ci, che si vuol esprimere ordinariamente con quella pa-
rola, e, per dir meglio,  qualchecosa di non definito.

    un'ammissione importantissima, anche se per il momento la-
sciata senza sviluppo. Il Manzoni intuisce che pu esistere un  vero 
diverso dal vero storico e morale, da quel vero  positivo  che era
l'unico concepito e considerato nella Lettre allo Chauvet. L'appro-
fondimento di questo punto lo condurr a superare completamen-
te, anzi a capovolgere la poetica della Lettre, attraverso uno svolgi-
mento logico che passando per il Discorso del romanzo storico cul-
mina nel dialogo Dell'invenzione. Egli rester sempre fedele al prin-
cipio del vero come oggetto dell'arte, ma ne muter radicalmente
il significato.

MARIO PUPPO:
Da Poetica e cultura del Romanticismo, Roma, Canesi, 1962, pp. 74-89.


