/:/ Il dolore nel romanzo manzoniano.

    Il dolore nella compagine dei Promessi Sposi ha una parte pre-
ponderante, e nulla  cos profondo in questo capolavoro come quello
che scaturisce da tale sentimento. Fino al matrimonio per sorpresa
l'arte  grande ma, in genere, di un ordine relativamente inferiore:
poi, quando comincia l'errar malinconico degli esuli e le loro vicende
s'innestano nella tragedia di tutto un popolo, il romanzo diventa poe-
ma. Perch i Promessi Spos non sono soltanto un'odissea cristiana
luminosamente coronata per la condotta, in complesso, rassegnata e
sublime di Renzo e Lucia, ma la storia degli errori, delle debolezze,
delle angosce di un'et, fra cui ora si profonda e spicca, ora si disperde
come sommersa in un mare tempestoso la vita tormentata dei prota-
gonisti. Fuso col libro che pi conosciamo, ce n' un altro che abbia-
mo appena intravvisto, forse per un'eccessiva censura del Goethe, e
che non  meno grandioso e pensoso: gli errori e le angosce d'una
et: la sommossa, nata da una carestia aggravata dall'ignoranza so-
prattutto dei pi colti, dei pi coscienti e quindi dei pi responsabili;
la peste, nata dalla carestia e dall'invasione, ma terribilmente aggrava-
ta dall'ignoranza e dall'insensibilit umana; le credenze superstizio-
se, la leggenda degli untori e la cieca condanna dei giudici; l'iniquit
della giustizia alleata alla prepotenza; l'oppressione spagnuola; il fla-
gello della guerra. Renzo e Lucia sono i personaggi su cui si riverbera
con pi continuo dolore il dramma di quegli anni: ma il dramma
ha anche una vita artistica in s e per s, che va rivendicata contro
la sensibilit comunemente troppo scarsa di fronte all'arte severa e
commossa del Manzoni, storico, giudice, poeta dei grandi fatti del
tempo. una stortura da raddrizzare: nel capolavoro manzoniano
la storia milanese del secolo diciassettesimo non  secondaria n riguardo 
allo spirito n riguardo all'arte di tutto il romanzo. Questi fatti sono
continuamente infusi d'un'austera costernazione cristiana, apprez-
zati con una sapiente e dolorosa indulgenza, e assommano in s, non
meno che le vicende dei protagonisti, l'amara, rassegnata, penetran-
te esperienza che del mondo aveva acquistato il Manzoni nelle sue
osservazioni solitarie.
   Quand'egli ritrae il dolore, senti nella sua pittura non so che
di meditativo e di pietoso che diffonde intorno alle sue parole una
melanconica austerit religiosa. Non si sofferma: il suo sospiro fu-
gace  l'espressione d'un'anima che sa che la vita  un esercizio di dolo-
ri ma che ogni angoscia terrena  misurata dal tempo. Le sue rasse
gnate contemplazioni dei tormenti umani sottintendono sempre la cer-
tezza del coro di Ermengarda:

Fuor della vita  il termine
Del lungo tuo martir.

   Egli ha un'inesauribile sapienza delle nostre sventure: le pagine
sulle molteplici miserie della carestia ne racchiudono forse la parte
maggiore. Sono d'un'evidenza rapida, piene di espressioni stringenti,
dove balena di quando in quando un sorriso senz'allegrezza, come
un amaro senso delle stranezze delle sorti umane. Tutte le gradazioni
di quelle sofferenze, pi le morali che le fisiche, sono segnate con
una precisione intima, come se il Manzoni le patisse lui stesso e ne
provasse la triste diversit. La fermezza dei tratti lascia un senso di
religioso raccoglimento; la piet umana non  mai disgiunta dalla
misura che la fede d ad ogni sentimento. Non c' particolare fer-
mato dallo sguardo, che non risuoni nel cuore e non si atteggi in linee
meste e meditabonde. Non si saprebbe trovare altre pagine che des-
sero, con uguale scarsezza di riflessioni dolorose, un uguale senso di
piet e di oppressione, pur senza sottintendere una parola disperata.
C' la sobriet di chi ha visto miserie innumerevoli, tutte diverse e
tutte ugualmente terribili, e perci non pu fermarsi a lungo su nes-
suna; ma ha l'animo colorato di quello spettacolo e ne ha la mestizia
nella voce; e le enumera con una tristezza spenta, che rifugge dai par-
ticolari, perch il significato  solo in quella quantit di miseria, in
quell'estremo che si ravvisa non in questa o quella sventura, ma in
tutte. La tinta  un grigio uniforme, che stringe il cuore e tiene lo
spirito in una fissit dolorosa, in uno sgomento dietro il quale non ci
pu essere che il pensiero di Dio.
   Quello stesso che finora l'ha negato,  dominato da un'umilt
nuova, soggiogato da qualcosa che gli sta sopra e che egli ignora. I
bravi  domati dalla fame, non gareggiando con gli altri che di pre-
ghiere, spauriti, incantati, si strascicavan per le strade che avevano
per tanto tempo passeggiate a testa alta, con isguardo sospettoso e fe-
roce, vestiti di livree ricche e bizzarre, con gran penne, guarniti di
ricche armi, attillati, profumati; e paravano umilmente la mano, che
tante volte avevano alzata insolente a minacciare, o traditrice a fe-
rire . Forse in tutto il quadro non c' nulla di pi evangelico e di
pi profondo che questa misurata contrapposizione delle due vite, da
cui scaturisce la certezza d'una giustizia che non manca mai. quel-
la stessa meditazione cristiana sui rivolgimenti provvidenziali della
sorte umana, da cui nascono lo splendore e la rovina di Napoleone,
l'ebbrezza e lo squallore d'Ermengarda, la prepotenza e l'impotenza
di don Rodrigo:

                     Ben talor nel superbo viaggio...

La persona, l'ambiente, le linee cambiano; la fonte vitale della loro
poesia  unica.

   Alla fame si aggiunge la peste. Renzo torna verso casa sua: come
 reso lo scoramento senza parole e senza pianto, che incute la vista
d'un paese un tempo tranquillo e fiorente, ora taciturno, sparso di mi-
serie e di lutti! Non c' la commiserazione, ma quella stanchezza,
quell'abbattimento che non cerca nemmeno pi uno sfogo, che non
 nemmeno pi rassegnazione, ma immobilit intontita sotto la per-
cossa. S'indovina nel modo di disegnare del Manzoni la commozione
chiusa, lo stupore che la sventura possa giungere a tanto. Le linee
sono rigide, scarne, e spirano esse stesse--con la loro precisione
severa--lo squallore della scena. Tonio  reso dalla peste cos si-
mile al fratello scimunito, da poter essere scambiato con lui; in que-
sto solo particolare  tutta la sua miseria: soffusa della comicit lonta-
na e malinconica di Gervaso, saltellante stupidamente nella buia stan-
za di don Abbondio. Incantato dalla malattia, ripete meccanicamente
quell'unica frase  A chi la tocca, la tocca , che  l'unico resto di
pensiero che gli abbia lasciato la peste. La sua coscienza  tutta in
queste sei parole, dove risuona come in un immenso vuoto la de-
vastazione dell'immane sventura. Dopo averle pronunciate rimane con
la bocca aperta, come ripetendole dentro di s--senza suono--in
una fissit di ebete. Tonio non  pi che la preda abbandonata della
peste. La comicit di Gervaso muore nell'incantato squallore di To-
nio: il ritratto di quest'inebetito  una delle pi alte fantasie man-
zoniane.
   L'effetto che produce quella frase,  sobrio: Renzo  seguit la
sua strada, pi contristato : e basta;  il solito raccoglimento del
Manzoni.
   La costernazione  il tono continuo di queste pagine dove pas-
sano, con una sobriet immortale, i dolori di tutto un popolo.
   Renzo prosegue il suo cammino in cerca d'un amico. Lo trova che
 quasi buio, sull'uscio, seduto  sur un panchetto di legno, con le
braccia incrociate, con gli occhi fissi al cielo, come un uomo sbalor-
dito dalle disgrazie, e insalvatichito dalla solitudine . L'incontro
nell'ora triste del crepuscolo; l'isolamento inerte del compagno--che
s'indovina oppresso da immagini uniformi e disperate--; il suo la-
mento stanco all'apparire di quella creatura viva che, nell'abitudine
funebre di ogni giorno, scambia per Paolin de' morti che viene sem-
pre a tormentarlo perch vada a sotterrare; il dialogo che segue,
riflettono in quella sola figura di sopravvissuto l'intero paese deser-
to, il corteo uguale, interminabile delle sepolture. Si sente lo sgo-
mento freddo di quella solitudine, il grigio di quell'esistenza trasci-
nata senza pi nemmeno il pensiero d'un barlume lontano.  Sai 
dice Renzo  sai che son rimasto solo? solo! solo, come un romito! :
e ripetendo tre volte, in tre toni diversi, la sua sventura, sembra che
guardi dentro di s il suo smarrimento. Poi l'idea ritorna, quasi
con la monotonia intontita del fratello di Gervaso, quando ad un trat-
to, mentre sta per far la polenta all'ospite, gli cede il matterello e se
ne va dicendo:  Son rimasto solo: ma! son rimasto solo! .  Cose
da levarvi l'allegria per tutta la vita  dice a Renzo con una tristezza
penetrante;  ma per , soggiunge con un conforto soave  a par-
larne tra amici,  un sollievo. E cos lo spirito frenato del Manzoni,
che non osserva mai una faccia della vita senza veder l'altra, diffonde
sulla scena una dolcezza accorata; per lui l'angoscia non  mai senza
sollievo, perch gli spiriti sani, anche nelle ore pi fosche non pos-
sono restar di volgere l'occhio a Dio o di cercare un riposo nel bisogno
di amare. Questa malinconia affettuosa  una delle innumerevoli prove
dell'umanit del Manzoni, che scende con infallibile naturalezza nei
cuori lieti, pensosi, tormentati, e coglie il loro segreto, come se vi-
vesse in loro, con una simpatia quale hanno solo i grandi creatori.
   Poi Renzo va a Milano; dovunque ci sono i segni del flagello: il
cielo stesso e il paesaggio si direbbero contagiati dalla peste.  Il
tempo era chiuso, l'aria pesante, il cielo velato per tutto da una nu-
vola o da un nebbione uguale, inerte, che pareva negare il sole, senza
prometter la pioggia... : il periodo  smorto, costernato, nel cielo,
nel paesaggio, in ogni oggetto, in ogni uomo la calamit ha impresso
il suo segno. Procedendo se ne vede l'opera sempre pi frequente
e pi vasta: coglie fulminea la vita in moto, stanca la volont, dif-
fonde un'intima sfiducia su ogni rimedio umano, spegne la piet del-
le moltitudini, accende e moltiplica la compassione operosa delle
anime eroiche.
   In piazza San Marco sfila davanti a Renzo una serie interminabile
di carri di morti, guidati da monatti. Di qui alla fine del capitolo  un
intrecciarsi, un mescolarsi confuso grandioso di ombre brutali e di lu-
minosit divine, un alternarsi e affrontarsi delle sublimit e delle ne-
fandezze della vita, dominato da uno spirito a cui nulla sfugge nella
sua considerazione di questo nostro breve passaggio. Urla violente,
sospiri d'agonia, volti ghignanti, sguardi di carit angosciata, orge,
morti, disfacimenti, il paradiso e l'inferno dell'anima ondeggiano mos-
si da una sferza che sembra crudele ma negli spettacoli, negli atti,
nei sensi che desta, si rivela animata da un'incommensurabile sapien-
za. Ogni volta che riappaiono i monatti, il quadro si fa bestiale: sotto
la tremenda tempesta la compassione pi comune ed elementare 
sommersa da una brutalit che arresta il pensiero del Manzoni sulle
spaventose capacit nascoste della nostra anima. In quei momenti il
mondo sembra trasfigurato in un deserto di belve scatenate.
      L'insistere e l'imperversar del disastro aveva insalvatichiti gli
animi, e fatto dimenticare ogni cura di piet, ogni riguardo sociale :
ma d'altro canto  ne' pubblici infortuni, e nelle lunghe perturbazioni
di quel qual si sia ordine consueto, si vede, anche  sempre un au-
mento, una sublimazione di virt , per quanto d'ordinario molto pi
scarsa. I capitoli sulla peste sono tutti governati da questa duplice
riflessione, che trova la sua forma pi efficace nelle pagine che ho ac-
cennato. Nel pietosissimo quadro la cosa pi pietosa  l'oblio della
carit, pi pietosa delle morti stesse improvvise e innumerevoli.
Prima che compaiano i carri, si sente  un rumor di ruote e di ca-
valli , e un  accompagnamento d'urli ; quando ci passano dinan-
zi, la sensazione preannunciata si precisa: i carri, trascinati a stento,
come carichi di pietre, in mezzo a un frastuono di fruste e di bestem-
mie, portano un peso terribile: la sua descrizione suggella la scena
con un lagrimoso e verecondo orrore. Fra lo scempio bestiale, miseran-
do, quasi inevitabile, palpita la divina piet del poeta:

     Eran que' cadaveri, la pi parte ignudi, alcuni mal involtati in qualche cen-
cio, ammonticchiati, intrecciati insieme, come un gruppo di serpi che lentamente
si svolgono al tepore della primavera; ch, a ogni intoppo, a ogni scossa, si ve-
devan que' mucchi funesti tremolare e scompaginarsi bruttamente e ciondolar
teste, e chiome verginali arrovesciarsi, e braccia svincolarsi, e batter sulle rote
mostrando all'occhio gi inorridito come un tale spettacolo poteva divenire pi
doloroso e pi sconcio.

     Il realismo tragico  come sollevato dal candore d'una fantasia che
non si offusca nemmeno dinanzi agli spettacoli pi atroci ma indie-
treggia come offesa nel suo pudore. La descrizione orrenda  sparsa
di palpiti soavi; le scosse del carro che imprimono ai corpi un mo-
vimenio abbandonato e disfatto, mettendo in macabro rilievo lo scom-
paginarsi dell'armoniosa figura umana, danno alle parole del poeta me-
ditabondo una pensosit religiosa. Il problema della morte che fa scem-
pio della compagine umana, il mistero di questo trapasso che sembra
una dissoluzione, si affaccia dietro la descrizione stupenda e ne  la
anima stessa. Lo spirito si arretra con uno spasimo davanti a quei
corpi che ora incutono il ribrezzo d'un mucchio di serpi, si allontana
tristemente dalle chiome verginali arrovesciate che diffondono sulle
membra ciondolanti la loro luce malinconica e dolce.
     Renzo s'era fermato sull'angolo della piazza,  e pregava intanto
per que' morti sconosciuti .
     La citt  ammorbata, deserta o sparsa di cadaveri, immersa in un
silenzio rotto solo da suoni che accrescono lo sgomento: unico ripo-
so, la campana, la voce di Dio, che tre volte al giorno leva le anime
sconsolate alla plaga dell'infallibile conforto. come un arco di cielo
in mezzo al cimitero del giudizio universale. Ma anche qui il tono
 sommesso, senz'impeto: la fede tempera, non pu cancellare la co-
sternazione. La comunanza della preghiera all'alba, a mezzogiorno, al
vespro, stringe in una solidariet ineffabile le poche anime umane
superstiti in mezzo a quelle indurate e chiuse dalla strage.
   Sono pagine, tutte queste, che non s' mai mostrato d'apprez-
zare a dovere, dove non c' una parola inerte, dove la linea sobria e
severa  d'una coerenza perfetta: perci poco serve citare.  C'era
in quel dolore un non so che di pacato e profondo, che attestava
un anima tutta consapevole e presente a sentirlo : queste parole che,
dipingendo l'atteggiamento della madre di Cecilia, fermano cos bene
la fisionomia di quell'episodio sereno ed angoscioso, definiscono an-
che la tristezza del Manzoni intento alle sventure umane. Un senso
d'armoniosa, composta, spirituale bellezza, religioso anche esso, domi-
na pur fra gli orrori della peste, e le chiome verginali dei carri dei
morti e il greco bassorilievo di quella madre non sono che alcune
delle sue manifestazioni pi evidenti e luminose. Dappertutto un do-
lore contenuto ma infinito; e l'infernale e il fosco si dissolvono in
una serenit dolorosa. Dappertutto la fantasia nel ritrarre le forme
innumerevoli di un'unica angoscia,  ad un tempo misurata e profon-
da; dappertutto una nota sommessa di elegia corre in mezzo al va-
stissimo quadro, mentre lo sguardo accenna ad un riposo lontano.
   Le pagine dolorose o gravi del Manzoni sembrano riecheggiare
la grande musica cristiana, dove risuona un dolore fermo, chiaro e
senza spazio, e si espande la luce d'un mondo che noi ignoriamo in
quasi tutti i momenti della nostra vita. Solo le anime pi alte possono
qualche volta intravvedere quei campi sconfinati: solo quella musica li
ha espressi nella loro immateriale e soave grandezza.
   Il Manzoni sublime  spesso in questa sfera di dolore che, dif-
fuso nell'onda maestosa della musica, sembra la pi grande realt
d'un oltremondo che soverchia la nostra piccola immaginazione e de-
bella i nostri ragionamenti umani. Bisogna salire in quella plaga per
comprendere il Manzoni degli attimi immortali, delle coscienze pe-
netrate da Dio, dei dolori universali, delle inevitabili mestizie uma-
ne, delle elevazioni dell'anima sull'ala della carit. L'arte religiosa del
Manzoni la intende veramente solo chi ha sentito aprirsi dinanzi ad
un mottetto del Palestrina il cielo d'una vita non mai sospettata, che
ha visto nella malinconia piena di quella musica una verit che le
nostre facolt presenti ci possono appena far balenare, e ha sentito
sfumare come vanit compassionevoli e senza peso i suoi ragiona-
menti sull'inutilit del dolore. Allora questo appare come una cosa
nuova, non mai prima conosciuta, come la chiave d'un mondo igno-
to: chi ascolta, sale umilmente verso quel canto e, dinanzi a quei mi-
steri accennati, vede che nulla sa e nulla sapr della vita finch ri-
marr sulla terra. Chi non ha mai provato nulla di tutto questo, deve
rinunziare a capire le contemplazioni del dolore di cui  sparso que-
sto romanzo. Hanno la limpidezza cristallina, la sonorit uguale di
quella musica sacra, additano--come quella--un mistero lontano e
luminoso.

ATTILIO MOMIGLIANO:
Da Alessandro Manzoni, Milano, Principato, 1933, pp. 201-211.


