/:/ Il Cinque Maggio.

   La dimensione umana di quest'ode  in realt vastissima, e tale da
giustificare il travaglio dei critici. C' qui il sentimento della storia,
amaro e placato nella coscienza dall'accettazione del divino. Ma entro
che limiti questa accettazione  ritrovamento di una legge, e quanto
resta invece ancora mistero inesplorato della vita, termine di un
dramma romantico? quanto delle contraddizioni dell'esistenza si chia-
risce allo sguardo di chi riconosce il nostro destino religioso, e quanto,
pur perdendo carattere di assurdit, resta tuttavia tormento placato
nell'accettazione che non spiega? Il Cinque Maggio nel suo intimo
significato  proprio il canto su un destino certo ma non chiarito, epi-
co per il grandioso intervento del divino, ma non del tutto razio-
nalmente rischiarato. Napoleone alla fine  consolato per la scoperta,
che direi improvvisa, delle promesse di una fede rivelata, che fino
all ultimo ha parlato in lui per luoghi comuni, con linguaggio trito,
reso significativo soltanto adesso in prossimit della morte. Le ormai
suasive promesse possono pacificarlo; ma a noi si pone il problema del
valore che assumono dinanzi al giudizio della coscienza storica del
Manzoni, che non si confonde con il suo personaggio, e che dopo la
morte di lui inizia il proprio processo ansioso per giudicare l'azione
umana. 
   Si pu dire, infatti, che questa lirica fu originata da una notizia
subitanea, per mancante totalmente della imprevedibilit che  al-
l'origine della motivazione di Marzo 1821. Sul tramonto di Napoleone
il Manzoni aveva gi molto meditato. L'ode  anzi preceduta da un
lungo tempo di adesione a situazioni tragiche, di analisi di stati d'a
nimo di guerrieri (il conte di Carmagnola, Adelchi, Carlo Magno, De-
siderio), per ciascuno dei quali si pone il problema morale del va-
lore dell'azione. E certo nella meditazione manzoniana del 1821 il pro-
blema di Napoleone, ormai isolato da tutta l'umanit, di cui  stato
l'anima (buona o cattiva?), il principio motore, l'agitatore burrascoso,
non appare pi problema storico, ma etico: il problema del suo com-
portamento dinanzi alla morte, dei mutamenti che nel suo animo ave-
va portato la solitudine; ed era tanto urgente, che quando il Man-
zoni riordin, dopo la stesura del primo getto, i tumultuanti pensieri
lo proiett e dilat nella coscienza della Terra che  muta  pensa
 all'ultima / ora dell'uom fatale . Napoleone saliva dal piano,
pur alto, delia sua realt politica, sino a diventare segno definitivo
nella storia della creazione divina: simbolo dell'uomo; egli aveva per
troppi anni stimolato all'odio od all'amore, perch il Manzoni non
cercasse di cogliere il senso di quella vita procellosa, e dei suoi rap-
porti con l'esistenza degli altri uomini. Tutto ci  detto in un grup-
po di strofe cui gi il primo getto d rilievo in apertura dell'ode, e
nel quale il poeta introduce se stesso in modo brusco, e si direbbe
presuntuoso, a spiegare perch sinora abbia taciuto del Bonaparte,
e perch ora intenda parlarne. Noi sappiamo per quale motivo il Man-
zoni non avesse preso pubblicamente posizioni politiche: aveva ten-
tato di farlo tre volte, e la poesia era venuta meno; ma non di questo
si tratta: l'affermazione del Manzoni qui ha troppa importanza perch
possa essere contraddetta con citazioni. Essa contiene l'avvio alla
conclusione dell'ode; vi  gi qui lo stato d'animo dell'ultima strofe:

Tu dalle stanche ceneri
sperdi ogni ria parola.

Il Manzoni che si ferma pensoso (pensoso ora s'arresta  dice il
primo getto) dinanzi alla spoglia di Napoleone, e innalza il cantico che,
non destinato a morire, sostituisce  le eterne pagine  su cui cadde
 la stanca man , rivela in questo suo atteggiamento di avere gi
meditato tutte le conclusioni, di aver pronunziato un giudizio, non
solo storico (anzi, su questo limite il Manzoni non vuole soffermarsi,
ma trascendentale. Se la poesia nacque di getto e questo volta fu
grande, , dunque, perch nulla d'improvviso era avvenuto, salvo la
accidentale scomparsa di Napoleone; ma quanto contino gli uomini
grandi nella storia,  orme  soltanto della creativit divina, questo
era il vero problema. 
   Tutto ci ho detto per confermare la proposizione che Il Cinque
Maggio non  affatto una lirica improvvisa, ma nasce dalla lunga me-
ditazione sulla sorte degli uomini, ed  pertanto legata agli Inni Sacri,
in quanto il tema di una poesia non  per il Manzoni mai cosa staccata
dalla visione etica dell'esistenza, e quindi dalle formulazioni che que-
sta riceve nei diversi tempi delle altre composizioni. Ogni argomento
 sofferto e meditato a lungo, finch un'occasione storica o intima ne
determini il cristallizzare, il concretarsi in una serie di immagini ricche
di corrispondenze e di echi, frutto non gi di lavoro intellettualistico,
ma di spontaneo convergere di pensieri e sentimenti attorno ad un nu-
cleo, che ne viene arricchito e approfondito, levigato e reso limpido
dalla meditazione che lo rischiara e dalla parola persuasa. 
   Il Cinque Maggio , dunque, una meditazione sulla morte del pi
grande uomo che sia passato sullo schermo del mondo: Napoleone 
soltanto un'occasione, e il suo nome sonoro non  mai pronunciato;
ma la morte non  vista con lo spirito controriformista del Seicento,
bens con quello del cattlico che si avvia al Risorgimento;  il limite
della vita in cui noi pur dobbiamo operare; e la vita  scelta che richiede
tensione e volont. Anche per questo Napoleone  emblema dell'uomo,
egli che ha tato anelato a raggiungere mete difficili, che vivente parve
ottenere un premio  che era follia sperar , e in realt ne raggiunge
poi uno impensato, che ancora  i desideri avanza . Tra le due follie
del sogno umano e del sogno eterno il Manzoni sa che non si pu sce-
gliere, e lui stesso questa volta non ha scelto. Se  vero che  la glo-
ria che pass    silenzio e tenebre  dinanzi all'unica cosa eterna,
egli ha pur sentito sinceramente come eterne le pagine di Napoleone,
e, ancora pi chiaramente affermando il proprio sentire, ha quasi in-
consapevolmente scritto di un  cantico che forse non morr . Sa-
rebbe facile parlare, non dico di orgoglio, di meschina superbia, ma
anche solo di imprudenza, di scarsa penetrazione del senso cristiano
della nullit della vita. Pagine eterne sono in verit solo quelle che
scrive la  Fede ai trionfi avvezza , non l'inno che il poeta scioglie pres-
so l'urna di un eroe. Vi  indubbiamente un'aporia, che a noi rivela,
per una delle molte vie onde abbiamo accesso al cuore del Manzoni,
fino a che punto in lui vi fosse l'inquietudine, la bipolarit del suo
stesso personaggio; come la partita fra l'umano e il divino non fosse
mai chusa, ma il cristianesimo venisse sentito e sofferto, perch sem-
pre operante e scavante in una contraddittoria realt umana
   Napoleone  nel Cinque Maggio un problema aperto, non ia solu-
zione conclusa che appare a prima vista; in lui si compendia il mistero
stesso della vita come tensione dell'agire e del distacco, dell'essere e del
divenire, in un dramma esistenziale la cui soluzione  rimessa alla vo-
lont divina: qui non ancora totalmente: co`n piena risposta solo nel
coro della morte di Ermengarda. E pertanto possiamo ora chiudere
un discorsoperto poc'anzi a proposito del personalismo manzoniano.
Alla morte dell'eroe il mondo sta muto, valutando gli eventi sul pa-
ragone dell'infinito e dell'eterno; ma il Manzoni, mentre gli eventi si
compivano, vide e tacque. Ha voluto il poeta qui fare l'elogio di se
stesso, della propria prudenza o della propria esitazione, della gene-
rosit o del riserbo? Forse nulla di tutto questo: il medesimo silenzio
che cala sul mondo quando  privato dell'animo di Napoleone si era
gi imposto con sgomento al giovane poeta, in cui qualcosa di divino
indicava nei fatti politici una mano misteriosa. La parola  Genio  non
 soltanto un'espressione rispondente alla terminologia messa in voga
dai Francesi alla fine del Settecento, non ha nulla di rococ, e non ha
nulla di superbo: , fra tante forme latineggianti, un latinismo che in-
dica qualcosa di pi dell'animo del Manzoni, qualcos di divino che 
in lui, non come poeta, per, ma come uomo pensoso, che sente e me-
dita, e non pu unire la propria voce a quella di mille altri, proprio
perch vede la  vece assidua  di quel cadere e risorgere e giacere,
che gli toglie la possibilit di encomio e di oltraggio. Egli non ebbe
merito nel silenzio; cosl ora, quasi forzatamente e senza impegno di
volont,  sorge   commosso , e deve sciogliere presso la tomba,
quasi rito religioso, il cantico che non morr. Non  diverso qui l'at-
teggiamento del Manzoni da quello della strofa in cui egli si chiede se
vera sia stata la gloria di Napoleone, e religiosamente china la fronte
dinanzi a Dio, mentre afferma che l'eroe scomparso fu la pi grande
manifestazione della creativit divina. Che complesso di contraddizioni
potremmo rilevare in queste poche strofe: presunzione e accettazione,
orgoglio ed umilt, solo che noi non dessimo alle parole del Man-
zoni il loro vero significato di meditazione su eventi fatali, dinanzi ai
quali il Genio sgomento tace, e commosso canta come Davidispirato
dal  massimo Fattor . Il chinare il capo, il tacere ed il cantare hanno
lo stesso significato di riconoscimento di un'alta fatalit; e tutto ci si
traduce poeticamente in una serie di strofe che comincia col presentare
 folgorante in solio  l'eroe, e finisce col dissolverlo nell'immagine
della  vasta orma  divina. Al centro vi  la narrazione eroica delle
imprese di Napoleone, indicate con accenni spaziali che tracciano gran-
di archi sull'Europa insanguinata, dove, fra l'uno e l'altro mare em-
blematicamente indeterminati, spazia il cielo solcato dal fulmine di Na-
poleone. La sobria grandezza dell'imperfetto epico ( tenea )  rile-
vata dalla terminologia classica. Ma tosto l'eroe cala dai cieli della sua
tempestosit, e fatto  orma  divina, mentre il poeta china la fronte,
 ormai potenzialmente un naufrago:  La procellosa e trepida... .
Il paragone col naufrago apparir pi avanti, ma  gi qui posto, perch
esso risponde al senso universale che il Manzoni ha dell'eroismo e del-
la vita attiva. 
    Procellosa  era tutta la vita di Napoleone, pure nel periodo eroi-
co, quando egli tutto provava e cadeva e risorgeva: naufrago gi al-
lora. Anche scrivendo le strofe enunciatrici di questi avvenimenti il rit-
mo si era spontaneamente disposto secondo un moto ondoso; anzi,
tutta la lirica era nata sotto l'impressione di un incalzare e travolgere
di fatti, di fughe e di vittorie, e il definirsi nel suo pieno significato del
paragone del naufrago in fondo fu solo illimpidirsi e cristallizzarsi di
tutto un senso della vita come mare ondoso, onda di cavalli assalenti,
onda di ricordi, onda di fatti che solleva alla reggia o prostra nella
polvere. Perfezionatosi il paragone, si era chiarita nella mente del
Manzoni l'ispirazione dell'intera ode, e Napoleone appariva pi che
mai l'uomo fataie, apportatore di un destino per s e per gli altri.
In questo senso circoscritto si pu dire che nel cinque Maggio l'e-
roico viene asserito come realt, da quel Manzoni che nelle Osservazioni
sulla morale cattolica ha pure rinnegato ogni guerra, e ritenuto che la
morte di un solo uomo sia anche troppo per l'intera umanit. Nell'ode
egli par celebrare l'assalto agli accampamenti nemici, l'impeto della
cavalleria, il celere obbedire all'intuizione geniale che porta la morte,
e sospettare, e quasi ammettere, che in ci sia vera gloria; in realt
per, vi  una rappresentazione nitida e un'interpretazione drammati-
camente oggettiva della storia, in cui si avverte soprattutto la misterio-
sa ostillazione delle fortune. Manca qualsiasi giudizio sulla guerra. Im-
parziale  persino l'espressione  cruenta polvere , la cui essenzialit
implica un senso cosmico e religioso della vita per mancanza di accusa
e mancanza di piet. Inutilmente in tutta l'ode cercheremmo una paro-
la di compatimento per i popoli che hanno infinitamente sofferto, per
gli innumerevoli morti che hanno ricoperto l'Europa. Si direbbe che ac-
canto alla spoglia di Napoleone nessun altro infelice dorma, nessuna
delle sue vittime. L'imparzialit qui rasenta la spietatezza, se non fosse
che il Manzoni  rapito pi in alto del piano dell'umanit, vola su
quello della trascendenza sin dall'inizio, e la sua terra non  solo mu-
ta  al nunzio, ma pare quasi deserta,  orba di tanto spiro ; piano
di trascendenza che impegna al grande problema indicato: quello del
valore dell'azione umana, qualunque essa sia; del significato della sto-
ria e di questo nostro agitarci naufraghi fra le onde. Il Manzoni sa
che a una vita intera di meriti non basta a coprire una violenza;
perch, ci chiediamo, non dovrebbe contare tutto il sangue sparso da
Napoleone? E noi sappiamo che non conta il sangue di Sisara se Dio
stesso lo colpisce col  maglio  di Giaele; e cos l'infinito sangue 
ignorato dal Manzoni perch  solo a cruenta polvere  sotto l'orma
dello spirito creatore di Dio. Ricordiamo che con austera solennit
a questo punto il poeta doveva dire: a Nui chiniam la fronte ; e la
chinava assorto in una meditazione non limitata alla a vera gloria 
o all' ultima ora dell'uom fatale , ma abbracciante l'una e l'altra
cosa. N dissimile doveva essere nella sua immaginazione lo sguardo
di Napoleone, reso trascendentale dopo il crollo e la disperazione.
L'imperatore non afferma che sarebbe stato meglio non essere mai
diventato sovrano, non giudica o rinnega i valori della vita; ma astrae
da essa, e tutto s'immerge nel cammino che porta ai a campi eterni ;
non si umilia al divino, come Desiderio, vinto e non convinto, che
di Dio adora la vendetta, la forza, e s'inchina dinanzi a Carlo cui
Dio lo inchin, a un Dio tremendo e barbarico  (Sansone) che pie-
ga i superbi: aspetto unico e unilaterale della complessa divinit
del Manzoni, la quale  elargitrice di sventure e gioie, affanna e con-
sola, ed  anche il Dio che uccide Sisara, e vuole si affermi la sua
volont oltre a l'antiveder bugiardo  di senni umani.
   Napoleone  dapprima eroe anticristiano: il suo folle sperare
appartiene a quegli a smisurati desideri  che il cielo aborre, come
ricorda Desiderio a un re che non molto bada ai dolori degli altri
 pria d'oprar ; ed  totalmente disgiunto dal senso della carit.
Per lui la legge terribile della vita  quella enunciata da Adelchi:
 Una feroce forza possiede il mondo ; e questa forza egli vuole
adoperare per attuare folli sogni; tutto conseguendo. Anche Adelchi
 in certo senso non interamente cristiano, perch lui pure crede di
dover anelare ad una giustizia terrena; vuole la gloria conquistata
in imprese giuste, affermata attraverso l'eroismo redento daUa san-
tit degli scopi. Vera gloria la sua? Anche a questa domanda il Man-
zoni chinerebbe il capo, perch nell'anelito alla giustizia terrena  an-
cora attaccamento al mondo, e solo quando lo spirito anelante ai ri-
sultati mondani cade, e subentra la disperazione nel valore delle no-
stre azioni, nel distacco dal mondo si trova la verit.
   Non molto tempo  passato da quando, scrivendo il coro per la
battaglia di Maclodio, il Manzoni, sdegnato e pieno di zelo religioso,
come fra Cristoforo nel palazzotto di don Rodrigo, aveva levato il
dito sentenziando che a torna in pianto dell'empio il gioir ; e poi
aveva aggiunto che

talor nel superho viaggio
non l'abbatte l'eterna vendetta:
ma lo segna; ma veglia ed aspetta;
ma lo coglie all'estremo sospir.

   Ebbene, Napoleone  in certo senso l'immagine dell'uomo per il
quale questa profezia non  valsa. Tutto per lui  stato avallato; abbat-
tuto ancora nel culmine dell'et e del!a potenza, sul suo capo la ven-
detta divina non si  scatenata: ha vegliato ed aspettato per assisterlo,
incoraggiarlo, salvarlo  all'estremo sospir . Rovesciamento di si-
tuazione, il quale ci dice come per il Manzoni la fine di Napoleone
dovette costituire la prova dell'ordine provvidenziale delle sue azio-
ni. Definita per sempre la natura teleologica della storia, il problema
del male, delle azioni malvagie, sfuma nella consapevolezza della
cagione divina che agisce nell'interno dell'uomo, e fornisce ai fatti
una giustificazione misteriosa in un ordine generale di beni. Non sa-
rebbe pi possibile al Manzoni constatare la maledizione divina su
colui che infrange il patto di fratellanza tra gli uomini; il presume-
re che sia maledetto chi  contrista uno spirto immortal   in fondo
smodata valutazione dello spirito umano, che  supremo nell'ordine
immanente, infimo nell'ordine trascendente. Per il Manzoni si pone
ora piuttosto l'altro aspetto del problema: se lo  spirto immortal 
abbia diritto di contristarsi, se ci non sia ancora il momento pura-
mente umano della sua coscienza; quello di Napoleone che dispera.
Nell'ordine generale metafisico si apre il cammino fiorito di diffe-
renti speranze, quando si chiude quello della disperazione terrena.
Napoleone che dispera di ogni possibile azione congeda con le lusin-
ghe terrene i ricordi e le ambizioni, aprendosi la prospettiva dei
 campi eterni . Vista cos dall'alto  l'aiola che ci fa tanto feroci ,
anche la  cruenta polvere  dei vari campi di Maclodio  solo la ma-
teria su cui s'imprime la misteriosa orma del procedere divino.
Appunto perch il morire di Napoleone  susseguente ad un dispe-
rato abbandono,  cos sfinito di forze umane, escludendo ogni no-
stalgia della vita terrena in nome di una legge pi alta di quella
della storia, Napoleone morente  grande creatura della lirica man-
zoniana, dietro la quale si apre in immense prospettive l'abbandonato
terreno del dramma sanguinoso dell'Europa, col suo ritmo incalzan-
te nei versi, e si fa attuale l'essere senza storia, dove si perde nel
silenzio e nelle tenebre l'assurdo e lo strazio del mondo.
   Adelchi ci ha detto che

gran segreto  la vita, e nol comprende
che l'ora estrema...;

ma anche il segreto da lui compreso  pi in basso di quello scoperto
da Napoleone, che si disinteressa di qualsiasi comprensione della
vita, ha rinunziato interamente ad intenderla, proprio perch la sua
disperata rinunzia  apertura di un mondo mistico, ingresso nel  pi
spirabil aere ; parole che, se a molti di noi non dicono pi nulla
(e pertanto esse parvero rugiadose di oratoria cattolica al Russo)
avevano un significato vibrante nell'animo del Manzoni, tendevano
a cogliere un ritmo eterno di realt, a farsi espressione dell'ineffabile.
   Siamo ritornati in questo modo al giudizio sull'eroico: ci tro-
viamo qui dinanzi alla piena redenzione dell'oppressore, di chi ha
infranto il patto di solidariet umana; e verrebbe voglia di chiederci
ancora se sia bene essere oppressori. Ma la risposta del Manzoni  gi
stata troppo lunga, e nulla egli pu asserire, perch tutta l'ode  un
meditare a fronte china. Sul  capo antico  di Desiderio poteva scen-
dere, grave, la mano di Dio; anche egli si sentiva  stanco dalla fuga ,
che pur era stata un fuggire dalla storia non troppo lungo. Egli era per
giunta desolato al pensiero di non poter raccontare un giorno  in
una fida ora di pace  le burrasche della vita. Come lontano il no-
stro oppressore ormai anche da queste consolazioni terrene!
   Il Cinque Maggio,  dunque, alla sua conclusione. Dalla mitiz-
zazione eroica di Napoleone, sentito come il fulmine che attraversa
il cielo d'Europa, alla celebrazione umana della sua procellosa gioia
ed ansia, e degli alterni successi e dolori, alla disperazione umana
degli incalzanti ricordi, al conforto divino, si  svolta l'ode attraverso
una serie di ritorni al tema tormentoso della grandezza che si esau-
risce nella morte. Ode non celebrativa, ma introspettiva, nella quale
pertanto il Manzoni poteva, caso unico, introdurre per un momento
se stesso, uscendo dal cantuccio dove di regola si apparta. La cele-
brazione, se pur ci fosse, dell'eroe  folgorante in solio  sarebbe
fatta attraverso l'immagine, iniziale, dello  spirto anelo ; e resta
per noi dubbio giudizio se il ritmo agitato sia pi quello di una
marcia eroica o di un rantolo di agonia.
   Il Momigliano ha notato che in quest'ode mancano gli uomini:
preciserei che qui vi sono astrattamente  i secoli  e la  reggia  e
l'altar , n ci senza ragione. L'ode si svolge come rapida e gran-
diosa epopea con due personaggi: colui che non  pi nella sua spo-
glia, e colui che dopo averlo atterrato e suscitato  accanto a lui po-
s . Epopea, o, se preferiamo dire, sinfonia a due temi e due voci,
assai diverse da quelle dell'eroico e del mansueto poeta di Merzo
1821, perch in entrambe  tale grandezza da giustificare l'afferma-
zione del  cantico che forse non morr . L'intrecciarsi dei due temi,
delle due voci di meditazione e di epica lungo tutta l'ode, stabilisce
una continuit tematica, risultato della ininterrotta opera della fan-
tasia creatrice d'immagini, e stimolata dalla meditazione, dall'agire
simultaneo del  sentire e meditare , che crea il  suader potente .
Anche l'assenza di uomini, l'uso continuo degli astratti, che va dalla
 terra muta  alla  deserta coltrice   istintiva semplificazione,
o meglio stilizzazione, dov' eliminato ogni personaggio estraneo al
sintetico dialogo. E si potrebbe dire di pi: che Napoleone, orma
divina, assume, senza certo piena consapevolezza da parte del Man-
zoni, qualcosa del fatale agire divino, se egli si asside fra i due
secoli e impone silenzio, non diversamente da come lo impone Dio a
 ogni ria parola , posando sulla  deserta coltrice  accanto all'uomo
morente.
                            
CESARE FEDERICO GOFFIS:
Da  Il Cinque Maggio  in La Rassegna della letteratura italiana,
a. 67, n. 2, maggio-settembre, 1963, pp. 246-278.


