/:/ Manzoni.

/:/ Ritratto dl Alessandro Manzoni.

   Acutezza critica, predilezione per l'analisi, rigore logico, sono cer-
to atteggiamenti connaturati al Manzoni ed alla sua mentalit indaga-
trice e precisa; sono stati poi probabilmente acuiti dal lungo contat-
to con gli ideologi, non con le opere solo ma con gli uomini, in anni
in cui il giovane si apriva appena alla vita dello spirito e pi facil-
mente doveva essere disposto a ricevere influssi; ma nelle opere
manzoniane, a cominciare dalle Osservazioni sulla morale cattolica,
il metodo solo e degli ideologi, il contenuto  gi nuovo, infinita-
mente lontano e diverso da quello degli amici di Auteil; ed  naturale
che il contenuto influisse sullo schema e che l'analisi, il rigore lo-
gico, l'acutezza critica assumessero un carattere nuovo, applicati co-
me erano ad un'altra materia e rivolti ad uno scopo diverso. La fede,
e con la fede le nuove letture, hanno dato ancora una volta a queste
sue doti la loro giustificazione ideale, perch la fede ha dato loro
un'ideale unit di misura; ed ecco che il rigore logico tende a di-
mostrare quella verit cui l'uomo gi consente per fede e di cui 
convinto per l'influsso di una dottrina secolare e di un patrimonio
di riflessioni e di studi che l'acuiscono e le danno forza e nutri-
mento. E lo studio della sofistica delle passioni e dell'influenza del-
la volont sull'intelletto  anche esso nutrito ora non solo delle dot-
trine morali dell'Evangelo, ma di quell'apologetica cristiana, che le
cause dei nostri errori aveva indagate con un'acutezza sottile e pene-
trante, illuminata sempre da una dottrina rivelata e saldamente
fondata. Ed il Manzoni ritorna s per suo conto, nelle opere di dottri-
na o di storia e nello stesso romanzo, a quell'analisi che i suoi amici
ideologi gli avevano insegnata, ma possiede una base e un criterio
di giudizio che a quelli mancavano: colpevole  non l'intelletto, ma la
volont traviata: questo il Manzoni cerca di dimostrare tante volte
in tante sue pagine, ma per uno scopo nuovo, per affermare la ne-
cessit di dominare le proprie passioni, di conformare la propria vita
interiore a quegli schemi evangelici che soli possono sanare l'infer-
mit naturale dell'animo umano, di nutrire insomma il proprio spi-
rito di quella fede che immobile a lusinghe e a terrori, estranea ad
ambizioni e a passioni, pu dare essa sola una norma superiore di
vita. Insomma, a raccogliere le fila, appare da queste sparse osserva-
zioni che la conversione manoniana rinnova l'uomo, potenziando,
temperando, correggendo le antiche virt naturali e gli antichi im-
pulsi, originari o assimilati che fossero, e che quest'incontro tra l'uo-
mo di prima e la fede determina il tono particolare della religiosit
manzoniana, che  poi in un certo senso il tono particolare dello scrit-
tore e dell'uomo.
   Chi poi questo tono della religiosit manzoniana volesse concre-
tare in una formula che naturalmente, come tutte le formule, dovrebbe
non caratterizzarlo analiticamente e mostrarne quindi la varia ric-
chezza, ma solo definirlo nei suoi aspetti fondamentali, potrebbe for-
se ricorrere a quella frase dell'Apostolo che tanto piacque al Man-
zoni:  rationale obsequium vestrum :  il razionale vostro culto 
tradusse lui stesso (Tutte le opere, 99). I due elementi apparente-
mente antitetici e che pure il Manzoni affermava convenire assieme
benissimo--fede e ragione--determinano fusi assieme il carattere
della fede manzoniana: ossequio pieno e assoluto, e nello stesso tempo
razionalit; sottomissione alla fede della ragione e pure poi dispie-
gamento della ragione, che tutto vuole comprendere e di tutto vuol
rendersi conto e su tutto, sull'oggetto stesso della sua fede, porta
il suo esame rigoroso ed acuto. L'obsequium, il ritenere che credere
sia una necessit della ragione, perch questa,  riconoscendo incon-
trastabili certi principi,  posta nell'alternativa o di credere alcune
conseguenze necessarie, che,non comprende, o di rinunziare ai prin-
cipi  (ivi, 99), e sia nello stesso tempo una virt perch implica
libert del giudizio delle passioni e forza d'animo a mantenere que-
sta disposizione virtuosa e volont di credere e disposizione del
cuore (ivi, 100-102), questo obsequium dunque pu spiegare o ca-
ratterizzare quella specie di volont ostinata di fede e di accetta-
zione di ogni particolare e di conformazione ad ogni precetto che
 tra i caratteri pi spiccati del Manzoni credente e che degenerando
qualche volta, nei momenti meno vivi, d al suo contegno un certo
che di chiuso e angustioso. E il rationale, il volere che la ragione
riconosca la razionalit e la bellezza di quei non parventi in cui l'uomo
crede per fede, il rationale che  come uno sforzo della ragione a
riconoscere la sua dignit e la sua forza nel momento stesso in cui
pare negarle, questo rationale pu spiegare o caratterizzare quello
sforzo, durato tanti anni, di chiarire a se stesso, di razionalizzare, di
fare evidente e accettabile alla ragione ci che la fede aveva insegnato,
di estendere come pochi altri avevano mai fatto le verit della fede
a tutti i campi dell'intelletto e della morale. E, uniti assieme in equi-
librata armonia, i due termini di rationale e di obsequium caratteriz-
zano quella difficile armonia di ragione e di fede, di analisi sottile
fino allo scrupolo e di dedizione appassionata che  la caratteristica
maggiore della religiosit manzoniana.
   Per questo il Manzoni pot tormentarsi tante volte in un esame
minuto di tutto ci che facesse, pot sottoporre le ragioni e i precetti
della sua fede ad un'indagine sottile che li giustificasse e spiegasse,
ma pot nello stesso tempo inneggiare all'intrinseca bellezza di quella
fede con un fervore commosso, con un senso giocondo di pienezza
interiore. La conquista della fede gli parve, sin dal primo momento,
la conquista di un'armonia superiore, di una pacata verit in cui quel
non so che d'irrequieto e di incerto che prima ferveva nell'animo suo,
quasi fiume che si cerca il suo letto, poteva posare appagato: l'uomo
sentiva d'avere finalmente trovato una ragione dei suoi impulsi pi
profondi, una verit che, appagando l'irrequieto intelletto, soddisfa-
cesse nel medesimo tempo a quel bisogno di armonia e di bellezza
che aveva sempre sentito. Non  senza ragione che la prima voce
della sua nuova coscienza cristiana fossero appunto degli inni, liriche,
vale a dire, che sono ringraziamento e tripudio, esaltazione e fervore.
   Che questo senso fiducioso di gioia non sia perdurato immutato
e costante, che ai piedi di quella verit siano rampollati poi dubbi,
non sulla verit in s ma sul modo di applicarla nella vita, che l'uomo
abbia poi meditato e trepidato e indagato,  naturale ed  bello: ha
scritto lui stesso una volta che  ogni finzione che mostri l'uomo in
riposo morale,  dissimile dal vero (Opere inedite e rare, terzo, 197),
ed ha osservato un'altra, con un accenno evidente a se stesso, che
 coloro che non lavorano per vivere, e che abitando nelle citt con-
versano pi continuamente cogli altri uomini, ed esercitano assai pi
il loro ingegno, vanno senza dubbio soggetti a dolori morali ignoti
al contadino e all'artigiano; ma la Provvidenza ha dato a quelli l'agio
di cercare i soli veri ed utili rimedi a questi dolori: e tali rimedi sono
nello studio sincero costante umile e profondo della religione  (Ope-
re inedite e rare, secondo, 472). Non riposo morale perci, impossibile ed
immorale se fosse possibile; ma una vita interiore che, raffinando la
sensibilit, suscita dubbi e timori ed  fonte di dolori morali, ma poi
trova sollievo nello studio della religione, e nelle certezze di questa
si ferma per un poco pacata. Cos in un processo circolare si potrebbe
rappresentare questa vita interiore: prima la certezza sicura, per fede;
poi tormento interiore, dubbiezze, sottigliezze, lavorio dell'intelletto;
poi la certezza di nuovo, una certezza pi sicura e pi alta, di ragione
e di fede. E allora  per un poco la pace, ed  l'inno: l'implorazione
allo Spirito perch discenda placabile, l'inno fervoroso a Maria, la
celebrazione della fede immortale avvezza ad ogni-trionfo, l'esalta-
zione diffusa in tante pagine di ogni suo scritto.
   Ed anche di questo modo complesso di vivere la fede possiamo
trovare le tracce nell'opera, non negli inni veri e propri soltanto, ma
nelle stesse pagine di dimostrazione o di confutazione, nello stile
tutto dell'opera sua, che riflette sempre nei suoi moti la natura anali-
tica e appassionata, raziocinante e fervida dello scrittore. Si rileggano
le Osservazioni sulla morale cattolica, la Storia della colonna infame,
il Dialogo dell'invenzione, qualunque pagina del Manzoni non pro-
priamente di arte, e balzer evidente questa natura complessa del suo
stile, prima per lunghi periodi analitico, fine, tutto distinzioni sot-
tili e dimostrazioni precise; e poi, quando la dimostrazione o la con-
futazione siano state raggiunte, quando l'intelletto sia ormai soddi-
sfatto, trascinante, eloquente, dal periodare ampio e rotondo, dalla
musica piena e robusta, ricco di esclamazioni ammirative e di inter-
rogazioni calorose, fervoroso e solenne come un inno.
   La fede cos non diede forse al Manzoni la sicurezza piena dello
spirito, ma gli diede la sicurezza piena dell'intelletto e del giudizio;
non la capacit di operare fermo e deciso, ma quella di giudicare tra
s, nel suo intimo, senza titubanze o incertezze. Praticamente, uomo
tra gli uomini, nessuno pi incerto di lui: nobile e spirituale don
Abbondio, anche egli pesava l'impresa e pesando e pensando la con-
sumava, fino a perdere quella specie di spigliatezza che  necessaria
all'operare: a ardito finch si tratta di chiacchierare tra amici, nel
mettere in campo proposizioni che paiono, e saranno, paradossi, e te-
nace non meno nel difenderle; tutto mi si fa dubbioso, oscuro, com-
plicato, quando le parole possono condurre a una deliberazione... il
fattibile le pi volte non mi piace, e dir anzi, mi ripugna; ci che
mi piace, non solo parrebbe fuor di proposito e fuor di tempo agli
altri, ma sgomenterebbe me medesimo quando si trattasse non di va-
gheggiarlo o di lodarlo semplicemente, ma di promuoverlo in effetto;
d'aver poi sulla coscienza una parte qualunque delle conseguenze 
(Ep. secondo, 176 sgg.): cos scrisse una volta, con analisi fine e giusta di
s, a chi lo voleva deputato. L'indole portata naturalmente all'analisi
e allo scrupolo, la sottigliezza analitica che i suoi amici ideologi gli
avevano comunicata, le distinzioni scrupolose di cui i moralisti cri-
stiani d'ogni secolo gli erano stati maestri. tutto doveva portarlo a
questo sottile rodio, a questo, sono le parole del suo don Abbondio,
frugare, rimestare, criticare, inquisire su di s e sopra gli altri: mai
forse il Manzoni conobbe la gioia dell'appagamento pieno di s, la
soddisfazione di sentirsi in piena armonia con quell'ideale alto di vita
che la fede gli aveva donato: fu, per tutta la vita, sempre pi trepido,
pi tormentoso cogli anni il senso di una sproporzione infinita tra
l'ideale e il reale, tra ci che avrebbe dovuto e ci che poteva o sape-
va essere, e quindi un tormentarsi dinanzi all'azione, un timore sem-
pre di sbagliare o peccare, di apparire se non di essere inferiore a se
stesso.
   Incerto e indeciso egualmente era quando doveva giudicare e il
giudicare fosse un'azione, quando dovesse dare il proprio parere su
un fatto o un lavoro; ma quando era solo con s, quando il giudicare
restava un atto del solo intelletto, allora questo timido e irrisoluto
Manzoni si trasformava del tutto, e non pi timori allora, non pi
esitazioni, ma una sorprendente sicurezza di parole e di giudizi, un
assidersi alto a giudicare di tutto e di tutti. Era ancora la fede, quella
sua fede robusta che, creduta e compresa, ampliata con un quotidia-
no lavoro interiore ad ogni campo di conoscenze e di giudizi, gli for-
niva un tesoro di certezze inconcusse sul cui metro ogni azione ed
ogni uomo, ogni pensiero ed ogni atto si potesse sicuramente misu-
rare. Si  tanto parlato in questi ultimi anni di moralismo e di antisto-
ricismo manzoniano, ma non si  ancora indagato, come sarebbe neces-
sario, l'origine e il tono di questo suo radicalismo nel giudicare, quan-
to vi  in esso di angusto e di nobile a un tempo e di pi schietta-
mente e intimamente manzoniano. L'atteggiamento suo di fronte a
qualsiasi uomo e a qualsiasi avvenimento  quello che egli consacr
in una frase famosa del suo 5 Maggio:  Fu vera gloria? .  morto
Napoleone, il mondo sta percosso ed attonito, la fantasia dello stes-
so poeta  affascinata dai ricordi della grande epopea che si  ap-
pena conclusa a Sant'Elena, ma l'uomo si leva al disopra della sua
stessa commozione a domandarsi un momento che cosa sia stato
tutto ci, che cosa significhi, non nell'opinione appassionata degli
uomini, ma nello specchio del giudizio divino. E cos fece ogni volta:
grandezza di nomi, concordia di tradizioni secolari, consenso di in-
dotti e di dotti, nulla pot spaventarlo: chiunque sia innanzi al suo
spirito, egli non ha che un solo problema: se l'uomo abbia operato
in armonia con la legge evangelica, se l'azione sia stata cristiana:
tutto il resto non conta, e innanzi a questo sguardo acuto e impla-
cabile rinomanze di secoli, tradizioni di scuola, idoli di folla si dis-
solvono svelando la loro inconsistenza.
   Baster ricordare il giudizio che dette in tutta l'opera sua di
quel popolo romano che da secoli e secoli appariva il pi grande
del mondo: dal primo Umanesimo che ne aveva affermato l'accordo
ideale con la chiesa cattolica, quasi un cristianesimo ante litteram,
al trionfante Rinascimento, alle scuole dei gesuiti, al classicismo li-
bertario dell'Alfieri e della rivoluzione francese, per secoli e secoli
nessuno aveva osato discutere quegli uomini che apparivano mo-
delli ideali di virt religiosa e civile, di dedizione alla patria, di
esemplare adempimento del dovere. Le storie che correvano per
l'Europa, storie anche di religiosi, non erano che l'esaltazione di
questo popolo eroico che aveva portato per tutto il mondo con le
sue aquile vittoriose il suo senso del disinteresse e del dovere, le
sue virt civili e politiche consacrate nel verso famoso del poeta:
 Parcere subiectis et debellare superbos . Leggete ora Manzoni:
Catone? Assurdo nel voler salvare la vita ai suoi familiari men-
tre la vuol togliere a se stesso credendola un male (Opere inedite
e rare, secondo, 294); prepotente nell'atto di uccidersi (Tutte le opere, 
109), riformatore virtuoso qualche volta, ma  pens egli a riformar que-
sta usanzetta che un uomo prostituisse a suo capriccio al popolo
quante donne poteva avere in propriet (Opere inedite e rare, secondo, 252).
Cicerone? Certo un uomo fra i meno disonesti della repubblica ro-
mana: ma chiamereste disinteressato un uomo che, trovandosi in una
banda di ladri, si astenesse dal derubare i passanti? (ivi, 288). Bruto
secondo? Ingiusto qualche volta sino alla demenza (ivi, secondo, 297).
La virt religiosa dei romani? Ma la minima cura d'istruirsi nella
religione pagana con un sentimento di rispetto per essa o per ac-
cettarla  un eccesso: non vi  un giusto mezzo in ci che  falso del
tutto (ivi, 328). La storia romana, cos come la tradizione l'insegna?
 Contes de vieilles femmes, ou ce qui revient au mme, contes
de vieux auteurs (ivi, 282). Gli storici romani come il Rollin o il
Crevier?  un peccato che non si possa chiamarli senza essere in-
giusti i pi imbecilli tra gli scrittori (ivi, 273).
   Scatti iracondi di un momento, si dir, fermati ai margini di un
libro e che egli non avrebbe mai pubblicati  vero; ma quando il
Manzoni scrive per il pubblico, tempera e affina,  meno violento
e perci pi preciso nell'espressione, ma il pensiero  lo stesso,
e chi conosca appena di sfuggita le opere storiche e apologetiche e lo
stesso romanzo, ricorder senza sforzo le tante battute satiriche su
uomini e azioni, il ridicolo e lo sdegno sparsi a piene mani su nomi
che parevano sacri, quest'atteggiamento spregiudicato di un uomo
che vuole giungere al fondo delle cose e dire sempre la sua e giu-
dicare ci che abbia un'apparenza di disinteresse e di virt (ivi,
secondo, 322), e giudicare e condannare senza ritegno, perch nella sua
qualit di storico si sente l'uomo della ragione e dell'umanit (ivi,
secondo, 334). Aristide, Machiavelli, Montesquieu, Luigi undicesimo,l'Ariosto,
vengono contemplati con il medesimo sguardo acutissimo che fruga
e rifruga n si lascia abbagliare dallo splendore dei nomi: a mostrare
contraddittoria la frase famosa di Aristide e falsa la fama che lo bat-
tezzava il giusto per antonomasia, occorreva contrapporsi ad una tra-
dizione che risaliva a Plutarco e che aveva avuto sostenitori famosi:
il Manzoni se ne sbriga in poche righe disinvolte (Tutte le opere,
204-5); quando si trova di fronte ad una massima di Montesquieu
che gli pare erronea, si libera dall'impaccio di tanto nome con una
mossa tra sdegnosa ed arguta:  Ma per essere del Montesquieu,
questa frase non  meno priva di senso (ivi, 106); quando una
volta finanche si accorse che il suo amato Virgilio aveva peccato di
 indegna adulazione , non si perit di dichiararlo con franche pa-
role (Opere inedite e rare, terzo, 199), cos come nel romanzo manifest
pure qualche volta il suo riserbo di fronte a Federigo Borromeo.
   Che in questo suo atteggiamento, e pi ancora in alcuni di questi
giudizi, vi sia dell'eccesso e dell'angustia  inutile dirlo: tante di que-
ste condanne nascono da un impietrarsi dell'uomo nelle sue convin-
zioni, da una incapacit del Manzoni ad uscire da s e dal suo mon-
do di pensieri e di affetti per comprendere gli altri nella loro dia-
lettica intima, e come  possibile giudicare quando non si  ancora
compreso? Com' possibile misurare uomini e cose lontane sul me-
tro delle nostre convinzioni, senza il minimo sforzo per avvicinarsi
un poco a quegli uomini mossi da altri ideali, sostenuti da altre cre-
denze, miranti a scopi diversi?  naturale che al Manzoni dovesse
riuscire impossibile capire il mondo romano, perch, partendo dalla
assurda pretesa che esso fosse gi prima di Cristo animato dagli
ideali morali del Vangelo, incline a cercare l'origine di ogni colpa
nella volont e non nell'intelletto, egli dov vedere nelle usanze,
nella religione, nella politica romana una serie di atti assurdi e vio-
lenti, senz'alcuna giustificazione ideale, e senza valore per la storia
del mondo.
    naturale ancora che al Manzoni dovesse sfuggire in generale la
comprensione del mondo dell'azione e della politica, e che nella
trama purpurea della storia degli uomini egli non sapesse vedere
che un succedersi senza significato e senza luce di prepotenze e di
errori, frutto della vanit e dell'ambizione di pochi. Angustia senza
dubbio, ma nobile angustia, per i supposti ideali da cui scaturisce,
s che a me pare si possano vedere in questo atteggiamento dello
scrittore e del moralista gli stessi moti e le stesse caratteristiche
dell'uomo quotidiano: come nei contatti con gli altri era tanto fre-
quente non irrigidire ed esasperare le proprie convinzioni fino alla
pedanteria ed all'angustia, cosanche qui, nei contatti intellettuali
con gli uomini del passato, vi  un chiudersi in una cerchia ristretta
e un non volere o non sapere uscire da quella per comprendere gli
altri. Ma l'uomo poi era, nella sua rigidezza, cos signorile e cor-
tese, cos affabile e affettuoso, cos capace di uscire tante volte dal
suo chiuso riserbo; ed anche lo scrittore tante volte si spietra, e agli
uomini della storia si avvicina disposto non a transigere con le sue
convinzioni, ma a compatire e capire. E vengono allora le pagine
di comprensione storica che rare si, pur si trovano nell'opera sua,
e vengono le grandi pagine d'arte in cui umanit, commozione, piet,
tanti moti pi schietti e pi alti hanno vinto quel chiuso riserbo.
E come, vorrei continuare ancora il paragone, a temperare il ri-
serbo ed a permettere all'uomo di tenersi chiuso in se stesso e pur
comunicare con gli altri, vi era quella sua cortesia signorile, che
era difesa di s e intanto legame con gli altri, cos quando scrive, vi
, ad esercitare il medesimo ufficio, quella sua particolare ironia o
umorismo come si voglia chiamare, che serve anch'essa ad avvicinare
il Manzoni ai suoi eroi e nello stesso tempo a salvare quella sua in-
transigente libert di giudizio. Ironia o umorismo si  detto, che
sono ben altra cosa dello sdegno e dell'arguzia di tante altre battute;
sdegno si ha quando il Manzoni sta chiuso nelle sue convinzioni
e giudica dall'interno di esse; ma quando egli comprende la debolezza
umana dei suoi personaggi, e comprendendo perdona, si ha allora
un atteggiamento composito in cui la comprensione si fonde con la
condanna e tutte e due si esprimono in un solo moto di stile, in quelle
sorridenti battute cos schiettamente manzoniane. Non  necessario,
credo, citare don Abbondio e Ferrer e tanti eroi e tante pagine del
grande romanzo; baster avervi accennato, a mostrare come l'arte
il Manzoni potesse attingerla solo quando quel suo mondo morale,
vissuto con tanto severa intransigenza, si ammorbidiva e umanizzava
permettendo cos alla fantasia di tradurre in fantasmi e in parole
le convinzioni profonde dell'uomo.
   Potrebbe forse accadere che il paziente lettore che mi avesse se-
guito fin qui mi chiedesse ora di riassumergli alla fine, in poche righe
o in poche parole, in una formula insomma, il migiudizio su Ales-
sandro Manzoni. Ed io non saprei che invitarlo a rileggersi ancora
di nuovo, se ne avesse il tempo e la voglia, tutte le pagine che precc
dono, perch il mio giudizio o la mia impressione sul Manzoni 
in quelle pagine, in tutto questo gioco di luci e di ombre, in questo
intreccio di moti e di impressioni diverse. Voler caratterizzare una
vita od un uomo con una frase sintetica,  facile forse, ma  peri-
coloso: si mette in luce ci che pare essenziale, ma si trascura ci
che pare secondario, e l'essenziale stesso non  pi quello se non 
accompagnato da quei mille particolari diversi, cos come il tema di
una sinfonia non  pi quello se ridotto a poche note schematiche,
senza svolgimento e senza accompagnamento. Il Manzoni che alcuni
anni di contatto quotidiano con l'opera sua mi hanno fatto conoscere
e apprezzare, anche quando io non ne condivida le idee,  proprio
questo Manzoni complesso, non uniforme ed astratto e tutto d'un
pezzo come gli uomini vivi non sono, ma contraddittorio e agitato;
sicuro della sua fede, eppure incerto e tremante nell'applicare questa
sua fede; nobilmente convinto dei suoi alti principi, e troppo rigido
spesso nel giudicare alla luce di questi principi; pensatore non sem-
pre profondo, forse mai originale, ma artista grandissimo ogni volta
che la fantasia si avvivasse commossa; rinchiuso lontano dal mondo
in una cerchia ristretta, eppure tenero e affabile con i pochi che aveva
vicini e con i mille che la sua fantasia ricreava; incapace tante volte
di comprendere gli uomini della storia, e grande come pochi altre
volte nello scendere al fondo del cuore dell'uomo; pensoso dei desti-
ni dell'uomo, credente per ragione e per fede, giusto sino allo scrupolo,
e pur trepido sempre dell'anima propria; e in questa incertezza
e in queste trepidazioni, in questi suoi limiti, uomo vivo e vicino allo
spirito nostro, nobile anche nelle sue angustie, degno di rispetto an-
che nei suoi errori.

GIUSEPPE PETRONIO:
Da  Ritratto di Alessandro Manzoni gentiluomo milanese  in Dal-
l'illuminismo al Verismo, Palermo, Manfredi, 1962, pp. 126-13.


/:/ Alessandro Manzoni, milanese.

   Dopo gli studi pi recenti e aggiornati intorno al nostro Sette-
cento, appare evidente il grande debito manzoniano verso la tradi-
zione culturale lombarda, verso quel ricco e animoso movimento
di idee letterarie e di convinzioni etiche e civili che venne acqui-
stando fisionomia sempre pi precisa intorno agli anni dell'Acca-
demia dei Trasformati e del Caff, con il consolidarsi di una borghesia
attiva e consapevole, e si approfond, sia nell'ordine della specula-
zione intellettuale che in quello dell'impegno politico, sino agli
uomini del Conciliatore, sino cio a quell'allargamento di orizzonti,
in direzione democratica, che la polemica romantica rappresent,
almeno sotto molti aspetti, in pieno periodo di restaurazione. Resta
naturalmente sempre valido il riferimento all'ascendenza illumini-
stica della formazione manzoniana, al rapporto diretto con il pen-
siero degli ideologi francesi, ma sembra ora pi importante integrare
quel riferimento, troppo ampio e alla fine indifferenziato, oltre che
vagamente cosmopolitico, insistendo sulla incidenza decisiva che eb-
be l'ambiente milanese sul carattere, sugli atteggiamenti di vita, sulle
convinzioni morali, sulla stessa struttura mentale del Manzoni. Solo
tenendo presente la componente lombarda,  infatti possibile co-
gliere i dati inconfondibili della personalit manzoniana e gli aspetti
peculiari dell'interessante processo elaborativo attraverso cui spi-
rito illuministico e spirito romantico si vennero via via sedimentando
e si resero fruttuosamente operativi, nel nipote del Beccaria, in modi
e forme originali e saldamente correlati alle vive esigenze nazionali.
Perch ci che ci sta a cuore, al fine di apprezzare nei giusti termini
l'opera dello scrittore,  conoscere l'esatto valore, il peso determi-
nante della risposta che il Manzoni, restituitosi spontaneamente alla
sua terra dalla fervida Parigi, seppe dare ai maggiori problemi spi-
rituali e letterari italiani quali si erano venuti maturando, e alla fine
imponendo, negli intensi decenni precedenti e sotto la spinta degli
avvenimenti rivoluzionari, nel clima delle nuove grandi speranze e
della mutata realt storica.
   A proposito della forte componente lombarda nella formazione
del Manzoni, non credo che ci si debba limitare all'illustrazione dei
suoi motivi astrattamente ideologici (dignit dell'uomo, difesa della
giustizia, fiducia nella ragione, valore educativo dell'arte e della cul-
tura in genere, rinnovamento della societ, posizione e doveri dello
scrittore di fronte allo stato, e via dicendoperch questi nuovi mo-
tivi, considerati sotto la specie filosofica, non rappresentano vere e
proprie novit nel grande quadro del pensiero europeo. Richiamerei
piuttosto l'attenzione sul costante fervore con cui quelle idee furono
sentite dagli intellettuali lombardi, sulla energia attiva con cui essi
cercarono di tradurle in opere ben definite di letteratura militante
didascalica ed educativa), in istituzioni giuridiche e politiche infor-
mate ai nuovi principi, in riforme amministrative, in programmi
scolastici, insomma direi di guardare, in particolar modo, alla natura
eminentemente etico-pragmatica della cultura milanese settecente-
sca e sulla sua tipica tendenza a muovere risolutamente dai valori
ideali per configurare un preciso programma di concreta azione cul-
turale e civile. Aggiungerei, caso mai, che le ragioni profonde di
questo carattere attivistico dell'illuminismo lombardo, che lo diffe-
renzia abbastanza sensibilmente da quanto avvenne in altri centri
culturali del nostro paese sotto l'influsso della medesima ideologia,
sono da ricercare nella situazione storica della Lombardia intorno
alla seconda met del secolo diciottesimo. Ad evitare, infatti, che il
 lombardismo , vecchio e nuovo, degeneri in una categoria meta-
storica o sentimentale, giover ricordare che l'opera degli intellettuali
milanesi, o di quanti a Milano svolsero la loro attivit, fu largamente
favorita dalla politica austriaca (soprattutto sotto Maria Teresa e Giu-
seppe secondo) e dal livello culturale raggiunto dalla classe dirigente o al-
meno dai suoi pi avveduti rappresentanti. Questa politica (appunto
economica, giuridica, amministrativa e scolastica), ispirata, sia pure
con prudente moderazione, a concetti di riformismo illuminato, in-
dusse gli intellettuali lombardi a nutrire una singolare fiducia neUa
trasformabilit della societ per via di innovazioni graduali e quindi
a collaborare, spesso esercitando una stimolante azione di pungolo,
col governo austriaco. Da questa fiducia e da questo spirito di impe-
gno diretto sono poi derivati, all'attivit pi schiettamente letteraria,
quel mordente in direzione polemica, moralistica, didascalica (identi-
ficabile, fra l'altro, nella persistenza d'un sapido filone satirico, nella
tradizione dialettale, nella chiara inclinazione realistica, evidente per-
sino nelle particolari virt di schietta e robusta perspicuit del clas-
sicismo lombardo) e quella costante trasfusione di riflessioni lette-
rarie e di risoluzioni morali, di suggestioni di gusto e di accenti ci-
vili, che caratterizzano storicamente l'intellettuale lombardo quasi
si trattasse di connotazione puramente etnica.
   E tuttavia noi sentiamo che se il richiamo alle radici illuministi-
che lombarde  necessario per comprendere i succhi di cui si nutr
la personalit manzoniana e per identificare i pi diretti esempi onde
il Manzoni trasse l'attitudine a concepire il mestiere letterario come
un dovere, un compromettersi quotidiano, una rigorosa milizia intel-
lettuale e morale, e non gi un elegante diversivo n una dilettazione
consolatoria, e neppure una seducente avventura della fantasia 
tuttavia anche vero che passando dalle pagine dei settecentisti mila-
nesi a quelle del Manzoni noi avvertiamo un salto notevole di tono
e di stile, un sostanziale mutamento di prospettive, una risonanza
umana pi profonda, un accento pi intenso e un fervore indubbia-
mente pi ricco. La ragione  che quell'originario atteggiamento cri-
tico e quello zelo interiore, che avevano stimolato l'azione dei Bec-
caria e dei Verri o avevano largamente sorretta l'ispirazione parinia-
na, sono ormai avviati, col Manzoni, ad affrontare problemi diversi
in una mutata situazione storica e che l'eredit lombarda, sempre at-
tiva nell'identificazione degli strumenti operativi, govemati dal lu-
me della ragione, e dei dati reali, fatti emergere direttamente dalle
condizioni e possibilit obbiettive, si  venuta via via adeguando, in
uno spirito aperto e sensibile come quello manzoniano, ad una
pi larga e moderna coscienza dei rapporti sociali e del destino dei
popoli, delle intime ragioni delle genti, delle loro radicate e fervide
speranze. Tramontato, infatti, il primitivo ottimismo illuministico,
fondato sulla fede nelle riforme e nella collaborazione, sotto le scos-
se violente degli eventi rivoluzionari, l'intellettualit lombarda, verso
la fine del Settecento, si era trovata repentinamente in crisi: da un
lato, cedendo ad una sorta di disarmata perplessit, di sbigottita pa-
ralisi; dall'altro, invece, esplodendo, specie per quanto riguarda i lom-
bardi pi giovani (tra cui lo stesso Manzoni), in repentine fiammate
libertarie.
   Ma  evidente che, tanto nel primo come nel secondo caso, si
tratt della conseguenza emotiva della drammatica frattura che si
era venuta nuovamente a stabilire tra gli intellettuali e la vita e da cui
deriv poi la posizione di difficile isolamento dello scrittore, nel-
l'ambito della;ociet organizzata, costretto a rimpiangere i vecchi
rapporti oppure a stimolare la creazione d'un diverso assetto politico
e civile. L'uomo di pensiero e di lettere venne cos assumendo,
anche in Lombardia, un atteggiamento vivacemente polemico sia
che si rinchiudesse in un accidioso esilio, rinunciando a capire i nuo-
vi tempi, sia che si affidasse a smisurate illusioni o fremesse in ge-
nerose impazienze, a cui dovevano presto seguire, anche nel recente
ordine costituito (troppo inferiore, a sua volta, ai sogni della vigilia),
abbattimenti profondi e amarezze cocenti. Stando cos le cose,  fa-
cile capire che la restaurazione austriaca non fece che precipitare una
situaz;one gi grave e precaria, in un primo tempo addirittura indu-
cendo alcuni spiriti, tuttora legati all'idea della solidariet governati-
va e convinti di poter riprendere la collaborazione interrotta, a cre-
dere in una ripresa della concordia settecentesca (fra gli altri, vi prest
fede, per breve tempo, lo stesso Carlo Porta, ma poi finendo con
l'accentuare lo stato di disagio e di insofferenza degli intellettuali
pi animosi e meno remissivi e mettendo cos in luce la profondit
della crisi.
   Proprio in questo momento, ancora confuso e generosamente
velleitario, nel quale la polemica ideologica e culturale tendeva a dislo-
carsi dal terreno della collaborazione e dello stimolo pacifico, e quindi
dei subitanei fuochi dell'euforia provvisoria e immotivata, al ter-
reno, sempre pi concreto, della resistenza attiva e della protesta, del-
la liberalizzazione delle coscienze e dell'affermarsi dei diritti subal-
terni, va collocata l'opera manzoniana, a cui fa da sfondo naturale
il decennio 1815-1825, cio quell'importante e decisivo momento
storico che consacra il trapasso di molte coscienze italiane dalle per-
suasioni illuministiche alla presa di possesso delle grandi idee demo-
cratiche europee. All'aspirazione moderata, alle riforme elargite dagli
illustri  Prencipi e Potentati , secondo un movimento dall'lto in
basso che non poteva mutare sostanzialmente il vecchio rapporto
delle classi e secondo una concezione della storia ancora dominata
dai grandi personaggi, subentra cos la volont di una spontanea
conquista dei diritti umani, secondo una concezione della storia in
cui entravano ormai, non pi come oggetto di filantropica assisten-
za ma come attivi protagonisti, gli uomini di  piccol affare ,
nalmente educati a questa nuova responsabilit appunto dagli spiriti
pi adulti e chiaroveggenti. Che poi la storia, non solo di Lombar-
dia ma dell'Italia tutta, non si sia svolta interamente secondo questo
ideale programma e questi genuini impulsi,  altro discorso che po-
trebbe caso mai riguardare, a opere compiute (dagli Inni Sacri alle
Tragedie e alla prima edizione dei Promessi Spost), la singolare e
amara vicenda del lungo silenzio manzoniano e (diciamolo pure,
nonostante l'apparenza d'una facile popolarit) la posizione nuova-
mente solitaria del Manzoni, come di molti altri intellettuali ita-
liani, a met del secolo scorso. Ma per restare al grande momento
creativo manzoniano, esso sicuramente va inscritto entro i termini
indicati (1815-1825) ed esprime, al pi alto grado consentito dai
tempi, il senso profondo d'un'epoca storica che era chiamata a por-
tare innanzi l'eredit illuministica e ad alzare a livello euroneo la
cultura italiana, cio i dati della sua polemica poltica e letteraria

LANFRANCO CARETTI:
Da Dante, Manzoni e altri studi, Milano-Napoli, Ricciardi, 1964, pp. 84-89.


