/:/ Il Manzoni e la rivoluzione francese.

   La storia occupa nelle intenzioni manzoniane un posto essenziale
anche se manca di quella autonomia che Vico le aveva gia fornito e
che la speculazione idealistica doveva attuare completamente. Storia,
ma storia sacra bisogna aggiungere se si vogliono vedere anche i li-
miti del pensiero manzoniano, storia governata da un potere che vi
porta le sue leggi, la sua morale, le sue istituzioni s che possa in
essa apparire una parte direttamente divina ed una parte di resistenza
del male; quasi una parte demoniaca diremmo, se ci piacesse accen-
tuare qualche fremito che resta invece sempre accuratamente inscritto
in un cerchio di sensibilit aliena da ogni suggestione misteriosa. D'al-
tra parte accanto al suo cattolicismo vi era la sua formazione raziona-
listica, vi era una esigenza di coerenza ragionativa, di spiegazione, un
amore per la verit, per i fatti che forma la trama minuta della prosa
manzoniana: quella estrema familiarit poetica, quella limpidezza con-
creta nasceva su fatti, non su esaltate immagini, e semmai su imma-
gini precise come fatti ordinati dall'intelligenza. La storia in quanto
orma della provvidenza era un soffio gigantesco che anima da un'al-
tezza infinita i fatti (5 maggio), ma viceversa i fatti spiccano netti e
sicuri come oggetto essenziale della provvidenza: le creature umane
vivono in questa relazione e tutta la loro complessa psicologia non
mira a liberarle. Con ci il Manzoni otteneva una perfetta unit, una
realt senza incrinature dal creatore al creato e al pane che Renzo
raccoglie per la via di Milano; con ci il romanzo assume un suo va-
lore di mondo inalterabile; ma se risaliamo allo scrittore troviamo in
lui anche perci una certa senilit, un predominio della intelligenza
che sistema gli uomini nella rete divina dei fatti. Tali appunti prov-
visori alla grandezza del Manzoni, trovano una riprova sicura nel sag-
gio su La rivoluzione francese del 1789 e la rivoluzione italiana del
1859.
   Il saggio intero voleva dire molte cose del suo animo: l'afferma-
zione di un tlpo di rivoluzione moderata e cristiana, il trionfo di un
ideale liberale cattolico, l'allineamento del Risorgimento italiano con
movimenti concreti, costitutivi, nazionali pi che con la tipica rivo-
luzione giacobina, la sconfessione romantica dei principi illuministici
dell'89. Sconfessione romantica che si poteva ricollegare sia alla rea-
zione del nuovo sentimento nazionale iniziato dall'Alfieri sia alla po-
sizione mazziniana che cercava una nuova unit religiosa e popolare
e vedeva nella rivoluzione francese il risultato di una mentalit mate-
rialistica  con le sue passioni di reazione, di distruzione, di indivi-
dualismo . 
   Se la maggiore cura del Manzoni in questo saggio voleva consi-
stere nel distinguere rivoluzioni astratte da rivoluzioni concrete, il
mancato sviluppo del confronto tra movimento francese ed italiano
trova un compenso verso la fine del libro nel confronto istituito con
la rivoluzione americana. Qui l'acutezza manzoniana che sfiora una
sottigliezza giuridica, anche se avvezza a tribunali divini, riesce a li-
mitare l'universalit della dichiarazione americana in cui venivano
riaffermati diritti sanciti e poi violati dal governo inglese e solo al-
l'ultimo venivano allegati a in un modo astrattissimo, alcuni principi
di diritto naturale, ma per applicarli ad un solo diritto, cio a quello
che ha ogni popolo di sottrarsi alla suggestione di un governo incor-
reggib,ile iniquo e dispotico. Era un manifesto d'indipendenza nazio-
nale e non una norma di governo interiore . Una lotta dunque per
diritti concreti, non astratti, per realt non per sogni ideologici (e in-
vece l'Alfieri aveva titubato se riconoscere o no la qualit di rivolu-
zione al movimento americano come a movimento originato da un
motivo economico e non di pura libert), mentre in Francia la gene-
ralizzazione era pari alla incapacit di una assemblea che doveva pat-
teggiare con la folla turbolenta del Palais-Royal. Potremmo dire che
la posizione manzoniana  dovuta all'amore romantico per il concreto
affermato da una mentalit razionalistica che per poggiare sul sodo,
sul reale (i tre ordini) finiva per cadere nell'errore stesso di cui accu-
sava la rivoluzione francese: quel concreto vecchio diventava infatti
astratto di fronte al vero concreto, la borghesia cio con la sua forza,
con la sua ricchezza, con la sua ambizione. Quella borghesia era allora
reale e concreta quanto le  nazioni  dell'800. Inoltre mentre il suo
elevato liberalismo provava la stessa reazione- provata alla fine del 700
dal Parini, dall'Alfieri, dai primi liberali--se cos possiam dire--
italiani di fronte alle violenze della rivoluzione francese nei riguardi
degli aristocratici e spesso di persone del tutto innocenti, egli sem-
brava ignorare o trascurare il motivo meno evidente, ma pi profondo
di una umanit offesa legalmente dalle disuguaglianze dell'antico re-
gime, la violenza attuale esercita.a dalla semplice esistenza dei residui
feudali e dalla oppressione di diritto della aristocrazia e dell'alto clero.

Ignorava dunque, nella lotta di potenza, la realt della potenza bor-
ghese, e nella lotta ideale i diritti di un popolo oppresso: accanto ad
una violenza legalizzata e che aveva quindi il volto tranquillo della
consuetudine e dell ordine, una violenza di vendetta, illegale e quindi
disordinata e barbara. Il grande equilibrio del Risorgimento italiano
e la mancanza in esso di un vero avvio di questione sociale impedi-
vano di vedere nella rivoluzione francese accanto alla rivoluzione
borghese l'inizio informe della vita del quarto stato che si esprimeva
nella violenza scomposta, nelle crudelt della plebe scatenata.

   Quando ci si sia spiegato il limite dell'indagine manzoniana, si
pu apprezzare anche il positivo che non manca certo nel libro, e l'im-
peto sincero che lo anima: sdegno contro la violenza della plebe e il
comportamento del terzo stato che non sapeva e non voleva costruire
un ordine nuovo rlavorare alla trasformazione dell'ordine vecchio,
e nello stesso tempo anelito ad un governo liberale non privo di au-
torit, in cui l'individuo non venisse leso nella sua personalit e che
si basasse su leggi concrete e non su principi ideologici astratti. Per-
ch il liberalismo manzoniano non  certo la veste bella di un puro
sentimento reazionario:  Io sono persuaso, almeno quanto chi mi
grida pi forte, che un governo qualunque, o sia in mano d'un solo
o di pi, ereditario o elettivo, stabile o provvisorio, come si vuole,
non fa che il suldovere facendo ai governati tutto il bene che pu .
Solo che se egli riconosceva il diritto del popolo a cambiare il go-
verno che non va, negava che il popolo abbia l'autorit di rendere
giusto un fatto ingiustO e soprattutto ribadiva che non c' peggior
dispotismo di quello  dei facinorosi sugli esseri onesti e pacifici .

   Il positivo (sia pure evidentemente astratto dalle reali condizioni
storiche)  proprio nella difesa ad ogni costo della libert come unico
criterio della utilit e santit di una rivoluzione. Dice perci dell'Italia
del 59:  Qui la libert, lungi dall'essere oppressa dalla Rivoluzione
nacque dalla Rivoluzione medesima: non la libert di nome, fatta con-
sistere da alcuni nell'esclusione di una forma di governo, cio in un
concetto meramente negativo, e che, per conseguenza, si risolve in un
incognito; ma la libert davvero, che consiste nell'essere il cittadino,
per mezzo di giuste leggi e di stabili istituzioni, assicurato, e contro
violenze private e contro ordini tirannici del potere, e nell'essere il
potere stesso immune dal predominio di societ oligarchiche e non
sopraffatto dalla pressura di turbe, sia avventizie, sia arrolate . Per-
ci pone come inizio di una rivoluzione il sentimento di un diritto
conculcato, sentimento che  la prima forza di un popolo che si risol-
leva e senza il quale ogni aiuto straniero  insufficiente;  qualunque
pi poderoso e anche leale aiuto straniero sarebbe insufficiente a ren-
dere stabilmente libera e signora di s una Nazione inerte; poich,
per mantenersi e per governarsi, le sarebbero necessarie quelle virt
appunto che le sarebbero mancate per concorrere alla sua liberazione.
Un braccio vigoroso pu bens levare dal letto un paralitico, ma non
dargli la forza di reggersi e di camminare .
                                  
WALTER BINNI:
Ds Critici e poeti dal Cinquecento al Novecento, Firenze,
La Nuova Italia, 1969, pp. 91-96.


