/:/ L'epistolario del Manzoni.

   Si  parlato tanto, da parte di amici, biografi e critici del Man-
zoni, del  tono medio , colloquiale, pieno di bonaria arguzia, che
le lettere manzoniane, come ritratto diretto e fedele dell'uomo,
avrebbero quale caratteristica. Coloro, invece, che meno amano il
Manzoni, hanno detto della sua  reticenza  come di un continuo
schermo che, nelle lettere, si frapporrebbe fra la parola e le idee,
i sentimenti e gli eventi: dovuta alla difesa continua di un bor-
ghese decoro o alla sanzione della religione, questa reticenza deter-
minerebbe il senso di grigiore che emanerebbe dall'enorme raccolta
epistolare.
   In realt, la rinnovata e ordinata lettura delle lettere del Man-
zoni, nell'edizione curata in modo davvero eccellente da Cesare
Arieti non conferma affatto n la prima n la seconda prospettiva
di lettura, rivelandole, anzi, frutto entrambe di quella tendenza ad
addolcire o rendere innocua la figura e l'opera ben altrimenti dram-
matiche del Manzoni che  cosdiffusa nella nostra tradizione cri-
tica.
   L'impressione immediata che deriva dalle lettere , infatti, quel-
la di un discorso che si svolge per contrasti netti, duri, perfino
aspri. Altro che mimetizzarsi in una condizione di mediet bor-
ghese, regolata e normale: il Manzoni tende a marcare la differenza,
l'isolamento, l'opposizione rispetto agli altri. Da quando va a vi-
vere con la madre a Parigi, ogni sua lettera contiene le lodi pi en-
tusiaste di lei: espressione evidente di un esploso complesso edi-
pico nel gioyanissimo Manzoni, ma anche sfida decisa contro l'opi-
nione delondo nei conronti di una donna che aveva fatto parlare
di s per la vita brillante e le avventure galanti:

    Io ho sentito veramente il bisogno di scriverti, di comunicare la mia felicit
a te che me l'avevi predetta; di dirti che io l'ho trovata fra le braccia d'una
madre... Io non vivo che per la mia Giulia... (lettera del 31 agosto 1805 al Monti);
Alla consolazione di riabbracciare un tanto amico si aggiunge quella di farlo co-
noscere alla mia dolce Madre, e di farlo testimonio oculare della mia felicit
d'aver per madre e per amica una Donna, parlando della quale trovo sempre pi
ogni espressione debole e monca (lettera al Pagani del 24 marzo 1807).

    Ma di contro, quando, alcuni parenti della moglie, subito dopo
il matrimonio con Enrichetta Blondel, cercano di istituire relazioni
con la giovane coppia, il Manzoni risponde, in una lettera al cognato,
di non volerne sapere, avendo scelto una vita domestica  interamente
indipendente e isolata, senza essere solitaria  (lettera a Charles Blon-
del del 29 novembre 1808); e quando ha notizia che il padre  mori-
bondo, accorre s a Milano per vederlo, ma, saputo prima di en-
trare in citt che  nel frattempo morto, ritorna subito indietro a To-
rino, dove allora abitava con la madre:

    Al mio arrivo mi si disse che non potevo avere la consolazione di vedere
mio padre, poich il giorno stesso nel quale ero stato avvertito della sua malat-
tia era stato l'ultimo. Avendo fatto questa corsa soltanto per vedere mio padre,
non mi fermai che tre giorni a Brusuglio a una lega da Milano, poi ripartimmo
per Torino (lettera al Fauriel del 24 marzo 1807).

    Non siamo gi nel dominio di s, nella reticenza dei sentimenti
c' qualcosa di pi, la scelta, quasi per autodifesa, di un compor-
tamento che  seguito senza badare alle convenienze e alle conven-
zioni, con una durezza che il linguaggio secco e deciso manifesta
chiaramente. A fronte, si legga la lunga serie delle lettere al Fauriel,
soprattutto quelle degli anni giovanili, o anche le lettere agli amici
Gaetano Gattaneo e (pi tardi) Luigi Rossari e Tommaso Grossi:
ci che colpisce  il tono abbondantemente affettuoso, lo slancio del
cuore, l'effusivit dei sentimenti in un'amicizia portata fino a una
sorta di geloso esclusivismo, che finisce col volersi assicurare inte-
ramente la presenza, l'aiuto, la compagnia degli amici.  un altro
segno d'inquietudine, d'incertezza, di problematit, contro cui il
Manzoni lotta.
    La confessione pi preziosa appare quella della malattia, che ser-
peggia per tutto l'epistolario, ed  pi chiara negli anni giovanili,
quando il Manzoni parla di una vera e propria nevrosi:

    Sono molto malato: quella malattia nervosa di cui avevo sofferto a Parigi
gli ultimi mesi che vi avevo trascorso, e da cui il viaggio in Italia mi aveva per-
fettamente guarito, da qualche mese mi ha ripreso. Sono inquietudini, angosce
che mi provocano una depressione straordinaria; tutte le volte che non posso
avere immediato soccorso, temo di venir meno, e mi trovo in uno stato d'agita-
zione insopportabile, tanto da rendermi impossibile il solo rimedio efficace, le
lunghe passeggiate. Vedo molto bene che l'immaginazione ha gran parte nei
miei timori, ma quel nemico non  sufficiente conoscerlo per vincerlo (lettera al
Fauriel del 25 marzo 1816).

     una confessione dolorosa e crudele (e si ripete a un anno di
distanza, quasi uguale, in un'altra lettera al Fauriel), di fronte alla
quale non  possibile non ricordare almeno quella morbosa col-
tivatrice dell'immaginazione che  la giovane Gertrude (e si com-
prender allora meglio la severit della condanna che, in quell'episodio
del romanzo, il Manzoni manifester contro i vizi della fantasia, che
fanno di Gertrude una colpevole oltre che una vittima).
    I pochi amici fedeli che ha accuratamente scelto, rappresentano,
allora, un efficace argine contro l'abbandono all'immaginazione della
nevrosi: molto pi sicuro dell'agricoltura, alla quale dapprima,
proprio per vincere il suo male, il Manzoni si dedica nei suoi pos-
sessi di Brusuglio, facendosi arrivare piante e semi e libri dalla
Francia (e riuscendo perfino a coltivare il cotone e a ottenere ot-
timo e abbondante prodotto, per straordinario che il fatto possa sem-
brare).
    Allo stesso modo, si comprende la ragione che conduce il Man-
zoni a respingere decisamente ogni intrusione nel suo mondo: chi
gli chiede giudizi, o vuole iniziare un colloquio su problemi lette-
rari, se non appartiene alla cerchia degli amici,  duramente messo
da parte:

    Per tutto ci che riguarda il giudizio che altri possa portare pubblicamente
delle mie qualsisieno fatture, io mi sono prescritto di starmene nella pi rigo-
rosa inazione e d'ignorare, per quanto sia possibile, ogni cosa (lettera a Paride
Zajotti del 6 luglio 1824).

    E ancora:

    Dal proferire un parere senza ragioni, un'asciutta sentenza, quando anche
non fosse il rispetto particolare che Le  dovuto, basterebbe a trattenermi la
sconvenienza della cosa. Quanto a un parere ragionato, non saprei dirle se sia
per me cosa pi difficile il compormelo in mente o l'esprimerlo con parole (let-
tera a Stanislao Marchisio dell'11 aprile 1826).

    Ecco: questa  la via per intendere la vera natura degli inter-
venti manzoniani nei fatti della letteratura, come testimoniano le fa-
mose lettere (che  appena il caso di richiamare alla memoria) al
Fauriel sulle regole nella tragedia, al Cesari, al Borghial Fauriel
stesso, al Tommaseo sulla lingua, a Cesare d'Azeglio e allo Zajotti
sul romanticismo. La polemica vi  dura, rapida, decisa, senza mez-
zi termini, senza bonariet o reticenze, allo stesso modo che le opi-
nioni e i giudizi sono espressi con una nettezza che sfiora a tratti l'acre-
dine. Non che essere il luogo dell'ironia bonaria o del conformismo,
le lettere del Manzoni appaiono la sede di un discorso sempre teso,
inquieto, che non si concede tenerezze, compiacenze, piaceri della let-
teratura, contesto com' d'idee o di decise reazioni morali o psicologi-
che (e fanno eccezione le due lettere al Grossi e al Rossari su Genova e
sul viaggio da Genova a Livorno, del 1827, colorite e pittoresche).
   Su questa linea, come degna conclusione, possiamo allora cita-
re le due lettere al canonico Luigi Tosi del primo dicembre 1819 e del
7 aprile 1820, nelle quali il problema del rapporto fra politica e
religione  esposto, a proposito della Francia, con la consueta net-
tezza e decisione.

    A malgrado gli sforzi di alcuni buoni e illuminati cattolici per separare la
religione dagli interessi e dalle passioni del secolo, malgrado la disposizione di
molti increduli stessi a riconoscere questa separazione, e a lasciare la Religione
almeno in pace, sembra che prevalgano gli sforzi di altri che vogliono assoluta-
mente tenerla unita ad articoli di fede politica che essi hanno aggiunto al Sim-
bolo. Quando la Fede si presenta al popolo cos accompagnata, si pu mai spe-
rare che egli si dar la pena di distinguere ci che vienea Dio da ci che 
l'immaginazione degli uomini? I solitari di Porto Reale l'hanno fatto, ma erano
pochi, erano dotti, erano separati dal mondo, assistiti da quella grazia che non
cessavano d'implorare.

    E nella successiva lettera il Manzoni, schierandosi dalla parte di
 quelli che vogliono la libert religiosa come giusta, quelli che la
vogliono come utile  e  come evangelica , manifesta la sua oppo-
sizione al clero che chiede  la forza in sostegno della Religione Cat-
tolica  contro le altre confessioni, e  non fa altro che lamentarsi
che la religione manchi di protezione da parte dell'autorit .
    Sono, accanto alla lettera al Cesari dell'8 settembre 1828 nella
quale il Manzoni respinge con durezza la pretesa di chi, come il Ce-
sari stesso, pretende di limitare all'estremo la libert di pensiero
del cattolico anche in materia non strettamente dogmatica, i pochi casi
in cui si ha il segno, nell'epistolario, della presenza del Manzoni
convertito; ed  l'indicazione anche in questo ambito cos delicato
di un'opposizione decisa al conformismo, alle idee correnti, al gusto
del mondo, che appare uno degli elementi fondamentali di queste
lettere.
                         
GIORGIO BARBERI SQUAROTTI:
Da La Stampa, n. 24, a. 105, 29-1-1971.


