Tommaso Di Salvo.  Sergio Romagnoli.
SCRITTORI E POETI D'ITALIA NELLA CRITICA.
Volume terzo, parte prima.
Dall'et romantica al Carducci.

/:/ Manzoni.

/:/ Ritratto dl Alessandro Manzoni.

   Acutezza critica, predilezione per l'analisi, rigore logico, sono cer-
to atteggiamenti connaturati al Manzoni ed alla sua mentalit indaga-
trice e precisa; sono stati poi probabilmente acuiti dal lungo contat-
to con gli ideologi, non con le opere solo ma con gli uomini, in anni
in cui il giovane si apriva appena alla vita dello spirito e pi facil-
mente doveva essere disposto a ricevere influssi; ma nelle opere
manzoniane, a cominciare dalle Osservazioni sulla morale cattolica,
il metodo solo e degli ideologi, il contenuto  gi nuovo, infinita-
mente lontano e diverso da quello degli amici di Auteil; ed  naturale
che il contenuto influisse sullo schema e che l'analisi, il rigore lo-
gico, l'acutezza critica assumessero un carattere nuovo, applicati co-
me erano ad un'altra materia e rivolti ad uno scopo diverso. La fede,
e con la fede le nuove letture, hanno dato ancora una volta a queste
sue doti la loro giustificazione ideale, perch la fede ha dato loro
un'ideale unit di misura; ed ecco che il rigore logico tende a di-
mostrare quella verit cui l'uomo gi consente per fede e di cui 
convinto per l'influsso di una dottrina secolare e di un patrimonio
di riflessioni e di studi che l'acuiscono e le danno forza e nutri-
mento. E lo studio della sofistica delle passioni e dell'influenza del-
la volont sull'intelletto  anche esso nutrito ora non solo delle dot-
trine morali dell'Evangelo, ma di quell'apologetica cristiana, che le
cause dei nostri errori aveva indagate con un'acutezza sottile e pene-
trante, illuminata sempre da una dottrina rivelata e saldamente
fondata. Ed il Manzoni ritorna s per suo conto, nelle opere di dottri-
na o di storia e nello stesso romanzo, a quell'analisi che i suoi amici
ideologi gli avevano insegnata, ma possiede una base e un criterio
di giudizio che a quelli mancavano: colpevole  non l'intelletto, ma la
volont traviata: questo il Manzoni cerca di dimostrare tante volte
in tante sue pagine, ma per uno scopo nuovo, per affermare la ne-
cessit di dominare le proprie passioni, di conformare la propria vita
interiore a quegli schemi evangelici che soli possono sanare l'infer-
mit naturale dell'animo umano, di nutrire insomma il proprio spi-
rito di quella fede che immobile a lusinghe e a terrori, estranea ad
ambizioni e a passioni, pu dare essa sola una norma superiore di
vita. Insomma, a raccogliere le fila, appare da queste sparse osserva-
zioni che la conversione manoniana rinnova l'uomo, potenziando,
temperando, correggendo le antiche virt naturali e gli antichi im-
pulsi, originari o assimilati che fossero, e che quest'incontro tra l'uo-
mo di prima e la fede determina il tono particolare della religiosit
manzoniana, che  poi in un certo senso il tono particolare dello scrit-
tore e dell'uomo.
   Chi poi questo tono della religiosit manzoniana volesse concre-
tare in una formula che naturalmente, come tutte le formule, dovrebbe
non caratterizzarlo analiticamente e mostrarne quindi la varia ric-
chezza, ma solo definirlo nei suoi aspetti fondamentali, potrebbe for-
se ricorrere a quella frase dell'Apostolo che tanto piacque al Man-
zoni:  rationale obsequium vestrum :  il razionale vostro culto 
tradusse lui stesso (Tutte le opere, 99). I due elementi apparente-
mente antitetici e che pure il Manzoni affermava convenire assieme
benissimo--fede e ragione--determinano fusi assieme il carattere
della fede manzoniana: ossequio pieno e assoluto, e nello stesso tempo
razionalit; sottomissione alla fede della ragione e pure poi dispie-
gamento della ragione, che tutto vuole comprendere e di tutto vuol
rendersi conto e su tutto, sull'oggetto stesso della sua fede, porta
il suo esame rigoroso ed acuto. L'obsequium, il ritenere che credere
sia una necessit della ragione, perch questa,  riconoscendo incon-
trastabili certi principi,  posta nell'alternativa o di credere alcune
conseguenze necessarie, che,non comprende, o di rinunziare ai prin-
cipi  (ivi, 99), e sia nello stesso tempo una virt perch implica
libert del giudizio delle passioni e forza d'animo a mantenere que-
sta disposizione virtuosa e volont di credere e disposizione del
cuore (ivi, 100-102), questo obsequium dunque pu spiegare o ca-
ratterizzare quella specie di volont ostinata di fede e di accetta-
zione di ogni particolare e di conformazione ad ogni precetto che
 tra i caratteri pi spiccati del Manzoni credente e che degenerando
qualche volta, nei momenti meno vivi, d al suo contegno un certo
che di chiuso e angustioso. E il rationale, il volere che la ragione
riconosca la razionalit e la bellezza di quei non parventi in cui l'uomo
crede per fede, il rationale che  come uno sforzo della ragione a
riconoscere la sua dignit e la sua forza nel momento stesso in cui
pare negarle, questo rationale pu spiegare o caratterizzare quello
sforzo, durato tanti anni, di chiarire a se stesso, di razionalizzare, di
fare evidente e accettabile alla ragione ci che la fede aveva insegnato,
di estendere come pochi altri avevano mai fatto le verit della fede
a tutti i campi dell'intelletto e della morale. E, uniti assieme in equi-
librata armonia, i due termini di rationale e di obsequium caratteriz-
zano quella difficile armonia di ragione e di fede, di analisi sottile
fino allo scrupolo e di dedizione appassionata che  la caratteristica
maggiore della religiosit manzoniana.
   Per questo il Manzoni pot tormentarsi tante volte in un esame
minuto di tutto ci che facesse, pot sottoporre le ragioni e i precetti
della sua fede ad un'indagine sottile che li giustificasse e spiegasse,
ma pot nello stesso tempo inneggiare all'intrinseca bellezza di quella
fede con un fervore commosso, con un senso giocondo di pienezza
interiore. La conquista della fede gli parve, sin dal primo momento,
la conquista di un'armonia superiore, di una pacata verit in cui quel
non so che d'irrequieto e di incerto che prima ferveva nell'animo suo,
quasi fiume che si cerca il suo letto, poteva posare appagato: l'uomo
sentiva d'avere finalmente trovato una ragione dei suoi impulsi pi
profondi, una verit che, appagando l'irrequieto intelletto, soddisfa-
cesse nel medesimo tempo a quel bisogno di armonia e di bellezza
che aveva sempre sentito. Non  senza ragione che la prima voce
della sua nuova coscienza cristiana fossero appunto degli inni, liriche,
vale a dire, che sono ringraziamento e tripudio, esaltazione e fervore.
   Che questo senso fiducioso di gioia non sia perdurato immutato
e costante, che ai piedi di quella verit siano rampollati poi dubbi,
non sulla verit in s ma sul modo di applicarla nella vita, che l'uomo
abbia poi meditato e trepidato e indagato,  naturale ed  bello: ha
scritto lui stesso una volta che  ogni finzione che mostri l'uomo in
riposo morale,  dissimile dal vero (Opere inedite e rare, terzo, 197),
ed ha osservato un'altra, con un accenno evidente a se stesso, che
 coloro che non lavorano per vivere, e che abitando nelle citt con-
versano pi continuamente cogli altri uomini, ed esercitano assai pi
il loro ingegno, vanno senza dubbio soggetti a dolori morali ignoti
al contadino e all'artigiano; ma la Provvidenza ha dato a quelli l'agio
di cercare i soli veri ed utili rimedi a questi dolori: e tali rimedi sono
nello studio sincero costante umile e profondo della religione  (Ope-
re inedite e rare, secondo, 472). Non riposo morale perci, impossibile ed
immorale se fosse possibile; ma una vita interiore che, raffinando la
sensibilit, suscita dubbi e timori ed  fonte di dolori morali, ma poi
trova sollievo nello studio della religione, e nelle certezze di questa
si ferma per un poco pacata. Cos in un processo circolare si potrebbe
rappresentare questa vita interiore: prima la certezza sicura, per fede;
poi tormento interiore, dubbiezze, sottigliezze, lavorio dell'intelletto;
poi la certezza di nuovo, una certezza pi sicura e pi alta, di ragione
e di fede. E allora  per un poco la pace, ed  l'inno: l'implorazione
allo Spirito perch discenda placabile, l'inno fervoroso a Maria, la
celebrazione della fede immortale avvezza ad ogni-trionfo, l'esalta-
zione diffusa in tante pagine di ogni suo scritto.
   Ed anche di questo modo complesso di vivere la fede possiamo
trovare le tracce nell'opera, non negli inni veri e propri soltanto, ma
nelle stesse pagine di dimostrazione o di confutazione, nello stile
tutto dell'opera sua, che riflette sempre nei suoi moti la natura anali-
tica e appassionata, raziocinante e fervida dello scrittore. Si rileggano
le Osservazioni sulla morale cattolica, la Storia della colonna infame,
il Dialogo dell'invenzione, qualunque pagina del Manzoni non pro-
priamente di arte, e balzer evidente questa natura complessa del suo
stile, prima per lunghi periodi analitico, fine, tutto distinzioni sot-
tili e dimostrazioni precise; e poi, quando la dimostrazione o la con-
futazione siano state raggiunte, quando l'intelletto sia ormai soddi-
sfatto, trascinante, eloquente, dal periodare ampio e rotondo, dalla
musica piena e robusta, ricco di esclamazioni ammirative e di inter-
rogazioni calorose, fervoroso e solenne come un inno.
   La fede cos non diede forse al Manzoni la sicurezza piena dello
spirito, ma gli diede la sicurezza piena dell'intelletto e del giudizio;
non la capacit di operare fermo e deciso, ma quella di giudicare tra
s, nel suo intimo, senza titubanze o incertezze. Praticamente, uomo
tra gli uomini, nessuno pi incerto di lui: nobile e spirituale don
Abbondio, anche egli pesava l'impresa e pesando e pensando la con-
sumava, fino a perdere quella specie di spigliatezza che  necessaria
all'operare: a ardito finch si tratta di chiacchierare tra amici, nel
mettere in campo proposizioni che paiono, e saranno, paradossi, e te-
nace non meno nel difenderle; tutto mi si fa dubbioso, oscuro, com-
plicato, quando le parole possono condurre a una deliberazione... il
fattibile le pi volte non mi piace, e dir anzi, mi ripugna; ci che
mi piace, non solo parrebbe fuor di proposito e fuor di tempo agli
altri, ma sgomenterebbe me medesimo quando si trattasse non di va-
gheggiarlo o di lodarlo semplicemente, ma di promuoverlo in effetto;
d'aver poi sulla coscienza una parte qualunque delle conseguenze 
(Ep. secondo, 176 sgg.): cos scrisse una volta, con analisi fine e giusta di
s, a chi lo voleva deputato. L'indole portata naturalmente all'analisi
e allo scrupolo, la sottigliezza analitica che i suoi amici ideologi gli
avevano comunicata, le distinzioni scrupolose di cui i moralisti cri-
stiani d'ogni secolo gli erano stati maestri. tutto doveva portarlo a
questo sottile rodio, a questo, sono le parole del suo don Abbondio,
frugare, rimestare, criticare, inquisire su di s e sopra gli altri: mai
forse il Manzoni conobbe la gioia dell'appagamento pieno di s, la
soddisfazione di sentirsi in piena armonia con quell'ideale alto di vita
che la fede gli aveva donato: fu, per tutta la vita, sempre pi trepido,
pi tormentoso cogli anni il senso di una sproporzione infinita tra
l'ideale e il reale, tra ci che avrebbe dovuto e ci che poteva o sape-
va essere, e quindi un tormentarsi dinanzi all'azione, un timore sem-
pre di sbagliare o peccare, di apparire se non di essere inferiore a se
stesso.
   Incerto e indeciso egualmente era quando doveva giudicare e il
giudicare fosse un'azione, quando dovesse dare il proprio parere su
un fatto o un lavoro; ma quando era solo con s, quando il giudicare
restava un atto del solo intelletto, allora questo timido e irrisoluto
Manzoni si trasformava del tutto, e non pi timori allora, non pi
esitazioni, ma una sorprendente sicurezza di parole e di giudizi, un
assidersi alto a giudicare di tutto e di tutti. Era ancora la fede, quella
sua fede robusta che, creduta e compresa, ampliata con un quotidia-
no lavoro interiore ad ogni campo di conoscenze e di giudizi, gli for-
niva un tesoro di certezze inconcusse sul cui metro ogni azione ed
ogni uomo, ogni pensiero ed ogni atto si potesse sicuramente misu-
rare. Si  tanto parlato in questi ultimi anni di moralismo e di antisto-
ricismo manzoniano, ma non si  ancora indagato, come sarebbe neces-
sario, l'origine e il tono di questo suo radicalismo nel giudicare, quan-
to vi  in esso di angusto e di nobile a un tempo e di pi schietta-
mente e intimamente manzoniano. L'atteggiamento suo di fronte a
qualsiasi uomo e a qualsiasi avvenimento  quello che egli consacr
in una frase famosa del suo 5 Maggio:  Fu vera gloria? .  morto
Napoleone, il mondo sta percosso ed attonito, la fantasia dello stes-
so poeta  affascinata dai ricordi della grande epopea che si  ap-
pena conclusa a Sant'Elena, ma l'uomo si leva al disopra della sua
stessa commozione a domandarsi un momento che cosa sia stato
tutto ci, che cosa significhi, non nell'opinione appassionata degli
uomini, ma nello specchio del giudizio divino. E cos fece ogni volta:
grandezza di nomi, concordia di tradizioni secolari, consenso di in-
dotti e di dotti, nulla pot spaventarlo: chiunque sia innanzi al suo
spirito, egli non ha che un solo problema: se l'uomo abbia operato
in armonia con la legge evangelica, se l'azione sia stata cristiana:
tutto il resto non conta, e innanzi a questo sguardo acuto e impla-
cabile rinomanze di secoli, tradizioni di scuola, idoli di folla si dis-
solvono svelando la loro inconsistenza.
   Baster ricordare il giudizio che dette in tutta l'opera sua di
quel popolo romano che da secoli e secoli appariva il pi grande
del mondo: dal primo Umanesimo che ne aveva affermato l'accordo
ideale con la chiesa cattolica, quasi un cristianesimo ante litteram,
al trionfante Rinascimento, alle scuole dei gesuiti, al classicismo li-
bertario dell'Alfieri e della rivoluzione francese, per secoli e secoli
nessuno aveva osato discutere quegli uomini che apparivano mo-
delli ideali di virt religiosa e civile, di dedizione alla patria, di
esemplare adempimento del dovere. Le storie che correvano per
l'Europa, storie anche di religiosi, non erano che l'esaltazione di
questo popolo eroico che aveva portato per tutto il mondo con le
sue aquile vittoriose il suo senso del disinteresse e del dovere, le
sue virt civili e politiche consacrate nel verso famoso del poeta:
 Parcere subiectis et debellare superbos . Leggete ora Manzoni:
Catone? Assurdo nel voler salvare la vita ai suoi familiari men-
tre la vuol togliere a se stesso credendola un male (Opere inedite
e rare, secondo, 294); prepotente nell'atto di uccidersi (Tutte le opere, 
109), riformatore virtuoso qualche volta, ma  pens egli a riformar que-
sta usanzetta che un uomo prostituisse a suo capriccio al popolo
quante donne poteva avere in propriet (Opere inedite e rare, secondo, 252).
Cicerone? Certo un uomo fra i meno disonesti della repubblica ro-
mana: ma chiamereste disinteressato un uomo che, trovandosi in una
banda di ladri, si astenesse dal derubare i passanti? (ivi, 288). Bruto
secondo? Ingiusto qualche volta sino alla demenza (ivi, secondo, 297).
La virt religiosa dei romani? Ma la minima cura d'istruirsi nella
religione pagana con un sentimento di rispetto per essa o per ac-
cettarla  un eccesso: non vi  un giusto mezzo in ci che  falso del
tutto (ivi, 328). La storia romana, cos come la tradizione l'insegna?
 Contes de vieilles femmes, ou ce qui revient au mme, contes
de vieux auteurs (ivi, 282). Gli storici romani come il Rollin o il
Crevier?  un peccato che non si possa chiamarli senza essere in-
giusti i pi imbecilli tra gli scrittori (ivi, 273).
   Scatti iracondi di un momento, si dir, fermati ai margini di un
libro e che egli non avrebbe mai pubblicati  vero; ma quando il
Manzoni scrive per il pubblico, tempera e affina,  meno violento
e perci pi preciso nell'espressione, ma il pensiero  lo stesso,
e chi conosca appena di sfuggita le opere storiche e apologetiche e lo
stesso romanzo, ricorder senza sforzo le tante battute satiriche su
uomini e azioni, il ridicolo e lo sdegno sparsi a piene mani su nomi
che parevano sacri, quest'atteggiamento spregiudicato di un uomo
che vuole giungere al fondo delle cose e dire sempre la sua e giu-
dicare ci che abbia un'apparenza di disinteresse e di virt (ivi,
secondo, 322), e giudicare e condannare senza ritegno, perch nella sua
qualit di storico si sente l'uomo della ragione e dell'umanit (ivi,
secondo, 334). Aristide, Machiavelli, Montesquieu, Luigi undicesimo,l'Ariosto,
vengono contemplati con il medesimo sguardo acutissimo che fruga
e rifruga n si lascia abbagliare dallo splendore dei nomi: a mostrare
contraddittoria la frase famosa di Aristide e falsa la fama che lo bat-
tezzava il giusto per antonomasia, occorreva contrapporsi ad una tra-
dizione che risaliva a Plutarco e che aveva avuto sostenitori famosi:
il Manzoni se ne sbriga in poche righe disinvolte (Tutte le opere,
204-5); quando si trova di fronte ad una massima di Montesquieu
che gli pare erronea, si libera dall'impaccio di tanto nome con una
mossa tra sdegnosa ed arguta:  Ma per essere del Montesquieu,
questa frase non  meno priva di senso (ivi, 106); quando una
volta finanche si accorse che il suo amato Virgilio aveva peccato di
 indegna adulazione , non si perit di dichiararlo con franche pa-
role (Opere inedite e rare, terzo, 199), cos come nel romanzo manifest
pure qualche volta il suo riserbo di fronte a Federigo Borromeo.
   Che in questo suo atteggiamento, e pi ancora in alcuni di questi
giudizi, vi sia dell'eccesso e dell'angustia  inutile dirlo: tante di que-
ste condanne nascono da un impietrarsi dell'uomo nelle sue convin-
zioni, da una incapacit del Manzoni ad uscire da s e dal suo mon-
do di pensieri e di affetti per comprendere gli altri nella loro dia-
lettica intima, e come  possibile giudicare quando non si  ancora
compreso? Com' possibile misurare uomini e cose lontane sul me-
tro delle nostre convinzioni, senza il minimo sforzo per avvicinarsi
un poco a quegli uomini mossi da altri ideali, sostenuti da altre cre-
denze, miranti a scopi diversi?  naturale che al Manzoni dovesse
riuscire impossibile capire il mondo romano, perch, partendo dalla
assurda pretesa che esso fosse gi prima di Cristo animato dagli
ideali morali del Vangelo, incline a cercare l'origine di ogni colpa
nella volont e non nell'intelletto, egli dov vedere nelle usanze,
nella religione, nella politica romana una serie di atti assurdi e vio-
lenti, senz'alcuna giustificazione ideale, e senza valore per la storia
del mondo.
    naturale ancora che al Manzoni dovesse sfuggire in generale la
comprensione del mondo dell'azione e della politica, e che nella
trama purpurea della storia degli uomini egli non sapesse vedere
che un succedersi senza significato e senza luce di prepotenze e di
errori, frutto della vanit e dell'ambizione di pochi. Angustia senza
dubbio, ma nobile angustia, per i supposti ideali da cui scaturisce,
s che a me pare si possano vedere in questo atteggiamento dello
scrittore e del moralista gli stessi moti e le stesse caratteristiche
dell'uomo quotidiano: come nei contatti con gli altri era tanto fre-
quente non irrigidire ed esasperare le proprie convinzioni fino alla
pedanteria ed all'angustia, cosanche qui, nei contatti intellettuali
con gli uomini del passato, vi  un chiudersi in una cerchia ristretta
e un non volere o non sapere uscire da quella per comprendere gli
altri. Ma l'uomo poi era, nella sua rigidezza, cos signorile e cor-
tese, cos affabile e affettuoso, cos capace di uscire tante volte dal
suo chiuso riserbo; ed anche lo scrittore tante volte si spietra, e agli
uomini della storia si avvicina disposto non a transigere con le sue
convinzioni, ma a compatire e capire. E vengono allora le pagine
di comprensione storica che rare si, pur si trovano nell'opera sua,
e vengono le grandi pagine d'arte in cui umanit, commozione, piet,
tanti moti pi schietti e pi alti hanno vinto quel chiuso riserbo.
E come, vorrei continuare ancora il paragone, a temperare il ri-
serbo ed a permettere all'uomo di tenersi chiuso in se stesso e pur
comunicare con gli altri, vi era quella sua cortesia signorile, che
era difesa di s e intanto legame con gli altri, cos quando scrive, vi
, ad esercitare il medesimo ufficio, quella sua particolare ironia o
umorismo come si voglia chiamare, che serve anch'essa ad avvicinare
il Manzoni ai suoi eroi e nello stesso tempo a salvare quella sua in-
transigente libert di giudizio. Ironia o umorismo si  detto, che
sono ben altra cosa dello sdegno e dell'arguzia di tante altre battute;
sdegno si ha quando il Manzoni sta chiuso nelle sue convinzioni
e giudica dall'interno di esse; ma quando egli comprende la debolezza
umana dei suoi personaggi, e comprendendo perdona, si ha allora
un atteggiamento composito in cui la comprensione si fonde con la
condanna e tutte e due si esprimono in un solo moto di stile, in quelle
sorridenti battute cos schiettamente manzoniane. Non  necessario,
credo, citare don Abbondio e Ferrer e tanti eroi e tante pagine del
grande romanzo; baster avervi accennato, a mostrare come l'arte
il Manzoni potesse attingerla solo quando quel suo mondo morale,
vissuto con tanto severa intransigenza, si ammorbidiva e umanizzava
permettendo cos alla fantasia di tradurre in fantasmi e in parole
le convinzioni profonde dell'uomo.
   Potrebbe forse accadere che il paziente lettore che mi avesse se-
guito fin qui mi chiedesse ora di riassumergli alla fine, in poche righe
o in poche parole, in una formula insomma, il migiudizio su Ales-
sandro Manzoni. Ed io non saprei che invitarlo a rileggersi ancora
di nuovo, se ne avesse il tempo e la voglia, tutte le pagine che precc
dono, perch il mio giudizio o la mia impressione sul Manzoni 
in quelle pagine, in tutto questo gioco di luci e di ombre, in questo
intreccio di moti e di impressioni diverse. Voler caratterizzare una
vita od un uomo con una frase sintetica,  facile forse, ma  peri-
coloso: si mette in luce ci che pare essenziale, ma si trascura ci
che pare secondario, e l'essenziale stesso non  pi quello se non 
accompagnato da quei mille particolari diversi, cos come il tema di
una sinfonia non  pi quello se ridotto a poche note schematiche,
senza svolgimento e senza accompagnamento. Il Manzoni che alcuni
anni di contatto quotidiano con l'opera sua mi hanno fatto conoscere
e apprezzare, anche quando io non ne condivida le idee,  proprio
questo Manzoni complesso, non uniforme ed astratto e tutto d'un
pezzo come gli uomini vivi non sono, ma contraddittorio e agitato;
sicuro della sua fede, eppure incerto e tremante nell'applicare questa
sua fede; nobilmente convinto dei suoi alti principi, e troppo rigido
spesso nel giudicare alla luce di questi principi; pensatore non sem-
pre profondo, forse mai originale, ma artista grandissimo ogni volta
che la fantasia si avvivasse commossa; rinchiuso lontano dal mondo
in una cerchia ristretta, eppure tenero e affabile con i pochi che aveva
vicini e con i mille che la sua fantasia ricreava; incapace tante volte
di comprendere gli uomini della storia, e grande come pochi altre
volte nello scendere al fondo del cuore dell'uomo; pensoso dei desti-
ni dell'uomo, credente per ragione e per fede, giusto sino allo scrupolo,
e pur trepido sempre dell'anima propria; e in questa incertezza
e in queste trepidazioni, in questi suoi limiti, uomo vivo e vicino allo
spirito nostro, nobile anche nelle sue angustie, degno di rispetto an-
che nei suoi errori.

GIUSEPPE PETRONIO:
Da  Ritratto di Alessandro Manzoni gentiluomo milanese  in Dal-
l'illuminismo al Verismo, Palermo, Manfredi, 1962, pp. 126-13.


/:/ Alessandro Manzoni, milanese.

   Dopo gli studi pi recenti e aggiornati intorno al nostro Sette-
cento, appare evidente il grande debito manzoniano verso la tradi-
zione culturale lombarda, verso quel ricco e animoso movimento
di idee letterarie e di convinzioni etiche e civili che venne acqui-
stando fisionomia sempre pi precisa intorno agli anni dell'Acca-
demia dei Trasformati e del Caff, con il consolidarsi di una borghesia
attiva e consapevole, e si approfond, sia nell'ordine della specula-
zione intellettuale che in quello dell'impegno politico, sino agli
uomini del Conciliatore, sino cio a quell'allargamento di orizzonti,
in direzione democratica, che la polemica romantica rappresent,
almeno sotto molti aspetti, in pieno periodo di restaurazione. Resta
naturalmente sempre valido il riferimento all'ascendenza illumini-
stica della formazione manzoniana, al rapporto diretto con il pen-
siero degli ideologi francesi, ma sembra ora pi importante integrare
quel riferimento, troppo ampio e alla fine indifferenziato, oltre che
vagamente cosmopolitico, insistendo sulla incidenza decisiva che eb-
be l'ambiente milanese sul carattere, sugli atteggiamenti di vita, sulle
convinzioni morali, sulla stessa struttura mentale del Manzoni. Solo
tenendo presente la componente lombarda,  infatti possibile co-
gliere i dati inconfondibili della personalit manzoniana e gli aspetti
peculiari dell'interessante processo elaborativo attraverso cui spi-
rito illuministico e spirito romantico si vennero via via sedimentando
e si resero fruttuosamente operativi, nel nipote del Beccaria, in modi
e forme originali e saldamente correlati alle vive esigenze nazionali.
Perch ci che ci sta a cuore, al fine di apprezzare nei giusti termini
l'opera dello scrittore,  conoscere l'esatto valore, il peso determi-
nante della risposta che il Manzoni, restituitosi spontaneamente alla
sua terra dalla fervida Parigi, seppe dare ai maggiori problemi spi-
rituali e letterari italiani quali si erano venuti maturando, e alla fine
imponendo, negli intensi decenni precedenti e sotto la spinta degli
avvenimenti rivoluzionari, nel clima delle nuove grandi speranze e
della mutata realt storica.
   A proposito della forte componente lombarda nella formazione
del Manzoni, non credo che ci si debba limitare all'illustrazione dei
suoi motivi astrattamente ideologici (dignit dell'uomo, difesa della
giustizia, fiducia nella ragione, valore educativo dell'arte e della cul-
tura in genere, rinnovamento della societ, posizione e doveri dello
scrittore di fronte allo stato, e via dicendoperch questi nuovi mo-
tivi, considerati sotto la specie filosofica, non rappresentano vere e
proprie novit nel grande quadro del pensiero europeo. Richiamerei
piuttosto l'attenzione sul costante fervore con cui quelle idee furono
sentite dagli intellettuali lombardi, sulla energia attiva con cui essi
cercarono di tradurle in opere ben definite di letteratura militante
didascalica ed educativa), in istituzioni giuridiche e politiche infor-
mate ai nuovi principi, in riforme amministrative, in programmi
scolastici, insomma direi di guardare, in particolar modo, alla natura
eminentemente etico-pragmatica della cultura milanese settecente-
sca e sulla sua tipica tendenza a muovere risolutamente dai valori
ideali per configurare un preciso programma di concreta azione cul-
turale e civile. Aggiungerei, caso mai, che le ragioni profonde di
questo carattere attivistico dell'illuminismo lombardo, che lo diffe-
renzia abbastanza sensibilmente da quanto avvenne in altri centri
culturali del nostro paese sotto l'influsso della medesima ideologia,
sono da ricercare nella situazione storica della Lombardia intorno
alla seconda met del secolo diciottesimo. Ad evitare, infatti, che il
 lombardismo , vecchio e nuovo, degeneri in una categoria meta-
storica o sentimentale, giover ricordare che l'opera degli intellettuali
milanesi, o di quanti a Milano svolsero la loro attivit, fu largamente
favorita dalla politica austriaca (soprattutto sotto Maria Teresa e Giu-
seppe secondo) e dal livello culturale raggiunto dalla classe dirigente o al-
meno dai suoi pi avveduti rappresentanti. Questa politica (appunto
economica, giuridica, amministrativa e scolastica), ispirata, sia pure
con prudente moderazione, a concetti di riformismo illuminato, in-
dusse gli intellettuali lombardi a nutrire una singolare fiducia neUa
trasformabilit della societ per via di innovazioni graduali e quindi
a collaborare, spesso esercitando una stimolante azione di pungolo,
col governo austriaco. Da questa fiducia e da questo spirito di impe-
gno diretto sono poi derivati, all'attivit pi schiettamente letteraria,
quel mordente in direzione polemica, moralistica, didascalica (identi-
ficabile, fra l'altro, nella persistenza d'un sapido filone satirico, nella
tradizione dialettale, nella chiara inclinazione realistica, evidente per-
sino nelle particolari virt di schietta e robusta perspicuit del clas-
sicismo lombardo) e quella costante trasfusione di riflessioni lette-
rarie e di risoluzioni morali, di suggestioni di gusto e di accenti ci-
vili, che caratterizzano storicamente l'intellettuale lombardo quasi
si trattasse di connotazione puramente etnica.
   E tuttavia noi sentiamo che se il richiamo alle radici illuministi-
che lombarde  necessario per comprendere i succhi di cui si nutr
la personalit manzoniana e per identificare i pi diretti esempi onde
il Manzoni trasse l'attitudine a concepire il mestiere letterario come
un dovere, un compromettersi quotidiano, una rigorosa milizia intel-
lettuale e morale, e non gi un elegante diversivo n una dilettazione
consolatoria, e neppure una seducente avventura della fantasia 
tuttavia anche vero che passando dalle pagine dei settecentisti mila-
nesi a quelle del Manzoni noi avvertiamo un salto notevole di tono
e di stile, un sostanziale mutamento di prospettive, una risonanza
umana pi profonda, un accento pi intenso e un fervore indubbia-
mente pi ricco. La ragione  che quell'originario atteggiamento cri-
tico e quello zelo interiore, che avevano stimolato l'azione dei Bec-
caria e dei Verri o avevano largamente sorretta l'ispirazione parinia-
na, sono ormai avviati, col Manzoni, ad affrontare problemi diversi
in una mutata situazione storica e che l'eredit lombarda, sempre at-
tiva nell'identificazione degli strumenti operativi, govemati dal lu-
me della ragione, e dei dati reali, fatti emergere direttamente dalle
condizioni e possibilit obbiettive, si  venuta via via adeguando, in
uno spirito aperto e sensibile come quello manzoniano, ad una
pi larga e moderna coscienza dei rapporti sociali e del destino dei
popoli, delle intime ragioni delle genti, delle loro radicate e fervide
speranze. Tramontato, infatti, il primitivo ottimismo illuministico,
fondato sulla fede nelle riforme e nella collaborazione, sotto le scos-
se violente degli eventi rivoluzionari, l'intellettualit lombarda, verso
la fine del Settecento, si era trovata repentinamente in crisi: da un
lato, cedendo ad una sorta di disarmata perplessit, di sbigottita pa-
ralisi; dall'altro, invece, esplodendo, specie per quanto riguarda i lom-
bardi pi giovani (tra cui lo stesso Manzoni), in repentine fiammate
libertarie.
   Ma  evidente che, tanto nel primo come nel secondo caso, si
tratt della conseguenza emotiva della drammatica frattura che si
era venuta nuovamente a stabilire tra gli intellettuali e la vita e da cui
deriv poi la posizione di difficile isolamento dello scrittore, nel-
l'ambito della;ociet organizzata, costretto a rimpiangere i vecchi
rapporti oppure a stimolare la creazione d'un diverso assetto politico
e civile. L'uomo di pensiero e di lettere venne cos assumendo,
anche in Lombardia, un atteggiamento vivacemente polemico sia
che si rinchiudesse in un accidioso esilio, rinunciando a capire i nuo-
vi tempi, sia che si affidasse a smisurate illusioni o fremesse in ge-
nerose impazienze, a cui dovevano presto seguire, anche nel recente
ordine costituito (troppo inferiore, a sua volta, ai sogni della vigilia),
abbattimenti profondi e amarezze cocenti. Stando cos le cose,  fa-
cile capire che la restaurazione austriaca non fece che precipitare una
situaz;one gi grave e precaria, in un primo tempo addirittura indu-
cendo alcuni spiriti, tuttora legati all'idea della solidariet governati-
va e convinti di poter riprendere la collaborazione interrotta, a cre-
dere in una ripresa della concordia settecentesca (fra gli altri, vi prest
fede, per breve tempo, lo stesso Carlo Porta, ma poi finendo con
l'accentuare lo stato di disagio e di insofferenza degli intellettuali
pi animosi e meno remissivi e mettendo cos in luce la profondit
della crisi.
   Proprio in questo momento, ancora confuso e generosamente
velleitario, nel quale la polemica ideologica e culturale tendeva a dislo-
carsi dal terreno della collaborazione e dello stimolo pacifico, e quindi
dei subitanei fuochi dell'euforia provvisoria e immotivata, al ter-
reno, sempre pi concreto, della resistenza attiva e della protesta, del-
la liberalizzazione delle coscienze e dell'affermarsi dei diritti subal-
terni, va collocata l'opera manzoniana, a cui fa da sfondo naturale
il decennio 1815-1825, cio quell'importante e decisivo momento
storico che consacra il trapasso di molte coscienze italiane dalle per-
suasioni illuministiche alla presa di possesso delle grandi idee demo-
cratiche europee. All'aspirazione moderata, alle riforme elargite dagli
illustri  Prencipi e Potentati , secondo un movimento dall'lto in
basso che non poteva mutare sostanzialmente il vecchio rapporto
delle classi e secondo una concezione della storia ancora dominata
dai grandi personaggi, subentra cos la volont di una spontanea
conquista dei diritti umani, secondo una concezione della storia in
cui entravano ormai, non pi come oggetto di filantropica assisten-
za ma come attivi protagonisti, gli uomini di  piccol affare ,
nalmente educati a questa nuova responsabilit appunto dagli spiriti
pi adulti e chiaroveggenti. Che poi la storia, non solo di Lombar-
dia ma dell'Italia tutta, non si sia svolta interamente secondo questo
ideale programma e questi genuini impulsi,  altro discorso che po-
trebbe caso mai riguardare, a opere compiute (dagli Inni Sacri alle
Tragedie e alla prima edizione dei Promessi Spost), la singolare e
amara vicenda del lungo silenzio manzoniano e (diciamolo pure,
nonostante l'apparenza d'una facile popolarit) la posizione nuova-
mente solitaria del Manzoni, come di molti altri intellettuali ita-
liani, a met del secolo scorso. Ma per restare al grande momento
creativo manzoniano, esso sicuramente va inscritto entro i termini
indicati (1815-1825) ed esprime, al pi alto grado consentito dai
tempi, il senso profondo d'un'epoca storica che era chiamata a por-
tare innanzi l'eredit illuministica e ad alzare a livello euroneo la
cultura italiana, cio i dati della sua polemica poltica e letteraria

LANFRANCO CARETTI:
Da Dante, Manzoni e altri studi, Milano-Napoli, Ricciardi, 1964, pp. 84-89.


/:/ La religione del Manzoni.

   Parlare della religione del Manzoni significa aprire un capitolo
poco noto al di fuori d'Italia, nella storia del risveglio cattolico al
principio del secolo diciannovesimo. Eppure il Manzoni pu ben essere anno-
verato tra i grands convertis dell'era romantica, per quanto sarebbe
probabilmente pi corretto chiamare la sua una riconciliazione piutto-
sto che una conversione. Cattolico di nascita e di educazione, egli
era infatti passato gradualmente, come molti Italiani, dalla indifferen-
za religiosa alla miscredenza aperta e militante. Ritornando in seno
alla Chiesa, egli percorse il cammino di molti dei suoi contemporanei;
ma non  sempre facile inquadrare i suoi punti di vista con quelli
dei suoi correligionari e persino con quelli della stessa Chiesa ro-
mana in quel periodo. Una venatura di austerit giansenista lo isola
di fronte alla faciloneria che molti suoi compatrioti sogliono affet-
tare nei confronti dei problemi religiosi. Pi tardi, quando il con-
flitto fra Stato e Chiesa apr un tragico solco tra i cattolici italiani,
il Manzoni non nascose mai le sue convinzioni democratiche e libe-
rali, e il suo attaccamento alla causa italiana. Si pu facilmente com-
prendere perch la religione del Manzoni sia recentemente stata og-
getto di molte discussioni tra gli storici italiani e si siano finanche
potuti affacciare dei dubbi sulla sincerit e purezza del cattolicesimo
manzoniano. 
   A differenza di molti altri sensazionali convertiti, egli evit sempre
di parlare della sua esperienza pi segreta, e in verit di se stesso. Per-
sonalmente, sono propenso a credere che la controversia accesasi in Ita-
lia a proposito della religione del Manzoni non sia sempre stata spas-
sionata, e che sarebbe parimenti ingiusto descriverlo come un cattolico
bigotto, o come un eretico malgr lui. Rimane il fatto che, nonostante
la sua reticenza, il Manzoni proclam sempre la sua adesione senza ri-
serve agli insegnamenti della Chiesa, la auale a sua volta non pose mai
in dubbio la sua ortodossia. Eppure d'altro lato, l'opera sua  ispirata
interamente dai grandi ideali che l'et dei lumi aveva radicato nel cuore
dell'Europa ottocentesca. Essa costituisce un atto di accusa contro
gli abusi e la superstizione, un invito ad un'interpretazione del cri-
stianesimo che, almeno in auei tempi, poteva certo apparire perico-
losa e sovversiva al partito reazionario sia nello Stato che nella Chie-
sa. Forse il modo migliore di apprezzare la posizione del Manzoni
 di considerarla nella cornice di quel cattolicesimo liberale che  sta-
to un potente lievito di progresso nei paesi cattolici durante il se-
colo scorso. Ma  ancor pi importante ricordare che il Manzoni,
spirito veramente religioso, riusc a trasporre i suoi problemi molto
oltre l'orizzonte della sua epoca e della sua patria, molto al di sopra
delle trascurabili sottigliezze della controversia politica o dogma-
tica. Solamente questo poteva rendere coseloquente il suo invito
e cos salde le sue convinzioni. Quelli che si sono azzardati a porre
in dubbio la genuinit del cattolicesimo manzoniano ignorano, a mio
avviso, che anche per un lSglio pio e devoto della Chiesa vi possono
essere molte dimore nella casa del Padre; essi trascurano anche l'an-
tica saggezza di Roma nel conciliare l'intransigenza sui principi con
una notevole larghezza di idee circa quelle che lo stesso Manzoni
chiamava  opinioni particolari . per tutte queste ragioni che la
religione del Manzoni riveste una cos grande importanza per la com-
prensione della vita spirituale italiana non solo ai suoi tempi, ma
anche in epoca posteriore. Se non altro, il caso del Manzoni, come
quello del suo grande amico e confidente, il Rosmini, e di tanti altri,
serve a provare che non tutto era oscurantismo nel campo cattolico
durante la grande crisi del Risorgimento.
   Sui principi, comunque, Manzoni non vacill mai. Qualunque sia
stato il ruolo che le influenze gianseniste possono aver giuocato nel
suo ritorno alla fede, nessuno  mai riuscito a rintracciare nella sua
opera una prova veramente convincente di giansenismo, se si ec-
cettuano natutalmente quell'ardore appassionato, quell'indefettibile
impulso alla sincerit, che lo ricollegano direttamente al Pascal.
Per quanto forti potessero essere le sue simpatie liberali, che lo re-
sero in giovent critico severo del  confessionalismo  e in epoca
posteriore convinto oppositore del potere temporale, Manzoni, di-
versamente dall'Acton, non condivise mai l'illimitato ottimismo del
credo dei Whig. E infine, cosa di non minore importanza, Manzoni
era singolarmente immune, come sappiamo, da quel peccato di or-
goglio nazionale, al quale molti dei patrioti italiani--compresi i cat-
tolici-- si abbandonarono durante il Risorgimento. i: certamente
possibile riscontrare nelle sue opere alcune delle idee che furono
volgarizzate nella cosiddetta scuola neo-guelfa, nello sforzo di concilia-
re religione e patriottismo. Il Manzoni fu tra i primi a indicare ai
suoi compatrioti i benefici che eran loro derivati dalla presenza del
Papato in Italia. Nella sua controversia con il protestante Sismondi
egli si era sforzato di confutare l'accusa secondo la quale il cattoli-
cesimo era la causa della corruzione d'Italia: una nuova afferma-
zione del celebre atto di accusa del Machiavelli contro la Chiesa ro-
mana, che riecheggia durante tutto il Risorgimento. Ma egli mise
anche ben in chiaro che il suo scopo era di difendere la religione
cattolica, non la religione degli Italiani. isoprattutto questo che fa
del Manzoni prima di ogni altra cosa uno scrittore cattolico, e che
rende la sua voce stranamente familiare per alcuni, distante e stra-
niera per altri.
   Non mi stupisce che il cattolicesimo del Manzoni debba rappre-
sentare un ostacolo per molti lettori stranieri. Non  una questione
di dettaglio insignificante e trascurabile. Il primo traduttore inglese
dei Promessi Sposi, il reverendo Charles Swan, trov necessario dire
ai suoi lettori che gli sarebbe piaciuto vedere nel romanzo  il nome
della Vergine Maria sostituito da quello di Cristo ; ma, egli ag-
giungeva in tono di scusa,  i personaggi del dramma sono cattolici .
Egli si rammaricava pure  che l'autore, nello svolgimento della vi-
cenda, si fosse basato per la dispensa del voto di Lucia sull'autorit
della Chiesa, piuttosto che su quel che  richiesto da Dio, dalla co-
scienza e dalla ragione... . Qui almeno il reverendo Swan giungeva
pi vicino a coglier nel segno, e avrebbe potuto trovare una mi-
glior ragione di litigio.
   Un altro, pi recente studioso inglese ha messo in rilievo come
sia l'idea della sottomissione all'autorit quella che costituisce allo
stesso tempo il pernio e la  tensione  del romanzo manzoniano.
 ben chiaro che la comunione di vita rappresentata dalla Chiesa
esercitava un fascino potente sull'animo del Manzoni. Egli non po-
teva concepire la religione come un affare meramente individuale:
si sarebbe tentati di supporre che il motivo primo ed originario della
sua conversione fosse  la necessit di comunicare in ispirito con
altri uomini . Non c' dunque da stupirsi se la sua poesia, come fa
notare un critico contemporaneo, non  mai tanto grande come quan-
do essa si spiega nei larghi e solenni accenti di un  corale . Ma,
pel Manzoni, la Chiesa non era soltanto il tramite della grazia, il
vascello della salvazione, il riflesso terreno della citt celeste: essa
era anche l'espressione della profonda, quasi primordiale solidarie-
t che lega l'uomo all'uomo, e che invero  il primo passo verso la re-
denzione Molto  stato scritto di recente sulla predilezione del
Manzoni per gli  umili . Ma non si  prestata sufficiente atten-
zione, per quanto io sappia, al fatto che l'umilt  comunque
pel Manzoni il valore religioso pi alto, quello supremo: umilt,
non in senso tolstoiano e, per cos dire, anarchico, ma, nuovamente,
nel significato essenzialmente cattolico di riconoscimento del fatto che
l'uomo non  abbastanza forte per agire senza l'aiuto e la compagnia
di altri uomini e senza la guida di rappresentanti di Dio, da Dio desi-
gnati. Di qui quel sentimento di diffusa remissione e di perdono che
traspira dal modo con cui il Manzoni tratta i suoi personaggi: sono for-
temente portato a credere che nonostante tutta la sua austerit e il
suo rigore, Manzoni non abbia mai realmente concepito la certezza
che qualcuno dei suoi personaggi meritasse la dannazione eterna.
L'immagine che la sua arte ci d del Redentore  quella del Croce-
fisso dalle braccia spalancate, non quella del Cristo dei giansenisti
dalle mani levate per pochi.
   Lascio a giudici migliori di me il decidere quanto dell'atteggia-
mento che ho descritto sia caratteristico della fede cattolica, e quan-
to sia semplicemente, e senza qualifiche, cristiano. Il prestigio della
tradizione, la certezza del dogma, la  bellezza della santit  --
ecco i motivi che vengono subito in mente quando si pensa alla ri-
nascita cattolica degli inizi del secolo diciannovesimo. Ma nessuna di queste
spiegazioni si adatta veramente al caso del Manzoni, ed  essenziale
ricordare come la sua nozione della religione divergesse profonda-
mente dalle varie interpretazioni o re-interpretazioni del cattolice-
simo che erano correnti negli anni immediatamente precedenti la sua
conversione. Non v' traccia del cupo, messianico misticismo del
de Maistre; ancor meno vi si trova quell'apprezzamento  estetico 
della religione che lo Chateaubriand aveva messo di moda. Come ho
gi detto, la vera chiave dell'esperienza religiosa del Manzoni  Pa-
scal: Pascal e i  grandi moralisti cattolici  francesi del secolo diciasset-
tesimo che il Manzoni aveva studiato a fondo e che egli tanto ammirava.
Da essi, assai pi che dai romantici, egli aveva attinto la sua am-
bizione di comporre un ideale trait de l'homme, o, secondo quanto
egli dichiarava pi modestamente, di arrivare a conoscere un poco
 quel guazzabuglio del cuore umano . Da essi pi specificamente,
egli aveva attinto la convinzione che il cristianesimo  l'unica spie-
gazione possibile della natura umana, che  stata la religione cri-
stiana  che ha rivelato l'uomo all'uomo . La fede del Manzoni
 essenzialmente una certezza morale: ed  ci che la rende cos
notevolmente moderna.

ALESSANDRO PASSERIN D'ENTREVES:
Da Dante politico e altri saggi, Torino, Einaudi, 1955, pp. 209-213.


/:/ Il pensiero politico del Manzoni.

   Nei Promessi Sposi non si trova traccia della  consapevolezza
dell'uffcio dello Stato e della sua autonomia . Crediamo che non
vi si incontri neppure la parola  Stato ; certo, non vi fa spicco la
nozione relativa. Vi si incontrano invece governi e popoli; o per me-
glio dire governanti e governati. Individualismo cristiano e uma-
nitarismo settecentesco vi si associano, rafforzandosi a vicenda in
una visione della vita sociale, che potr peccare di unilateralit, ma
che in quel tanto che vede  di una concretezza mirabile.
   Al di l delle sovrastrutture istituzionali, e in disparte da ogni
astrazione e da ogni mito, il Manzoni cristiano e umanitario, mora-
lista e artista, eoglie la realt effettiva dell'uomo. Domina sovrano
l'interesse morale, trasfigurato religiosamente, ma non alterato nei
suoi connotati essenziali di umanit; e perci il Manzoni tiene sem-
pre lo sguardo sulle sorti degli individui, incurante o ignaro del re-
sto. Ogni interesse politico  dal romanzo manzoniano completamen-
te assente. Si veda il modo con cui  rappresentata la guerra per il
Monferrato,  quella bella guerra , in cui pure uno dei protagonisti
--ricordato sullo stesso tono degli Spagnuoli e dei Francesi, di Ve-
nezia e di Urbano ottavo-- Carlo Emanuele primo, salutato, al suo
tempo e al nostro, campione dell'indipendenza italiana. Se Don
Gonzalo abbia fatto o no spropositi all'assedio di Casale, il Man-
zoni non vuol decidere; ma  disposto  quando la cosa fosse real-
mente cos, a trovarla bellissima, se fu cagione che in quella im-
presa sia restato morto, smozzicato, storpiato qualche uomo di meno
e, ceteris paribus, anche soltanto un po' meno danneggiati i tegoli
di Casale  (c. 27, p. 441). Disposizione d'animo umanitaria, cri-
stiana, rivolta a negare radicalmente il valore politico-storico della
guerra. E il sentimento del Manzoni in proposito si esprime, non
meno efficacemente che nella forma diretta, in quella ironica, con l'os-
servazione, sempre in quell'esordio al capitolo 27, che la corte
di Madrid, per escludere il Nevers dalla successione al ducato di
Mantova  aveva bisogno d'una ragione (perch le guerre fatte sen-
za una ragione sarebbero ingiuste) . I pretesti addotti dai politici
a giustificare le guerre, vuol dire in sostanza il Manzoni, sono cavilli,
polvere negli occhi per il grosso pubblico: il fatto della guerra rimane
un ricorso alla violenza.
   Figure di politici nei Promessi Sposi non sono soltanto Don
Gonzalo o il cancelliere Ferrer; ma anche il Conte-zio, che fa com-
piere a padre Cristoforo, con quattro chiacchiere al padre provin-
ciale, quel certo viaggio a piedi da Pescarenico a Rimini; e il padre
provinciale medesimo, che sacrifica padre Cristoforo senza aver
cura di informarsi come stavano le cose, e del danno che ad altri,
innocenti perseguitati, poteva portare l'allontanamento di luie solo
si preoccupa di domandare qualche omaggio da parte di Don Rodrigo
all'Ordine, per  l'abito . Tanto poco pensa il Manzoni a distin-
guere ed a mettere in valore, ciascuno nel proprio campo, gli istituti
della Chiesa e dello Stato, che egli ci rappresenta--come in questo
caso--dignitari ecclesiastici e laici sullo stesso piano e con la stessa
fisionomia di puri utilitari (il cardinale Federigo e padre Cristoforo
sono altra cosa: sono fuori e sopra ogni istituto, sono semplicemen-
te cristiani. Perfino certi personaggi privati, di cui si rappresentano
cattive azioni private, sono rafiigurati sotto l'aspetto di politici sacri-
ficanti religione, morale, umanit, alla ragion di stato particolare.
Cos il padre di Gertrude, nessun tratto isolato del quale  mal-
vagio per capriccio personale: la malvagit  nell'insieme, nell'as-
sunto stesso, nel sacrificio dell'individuo alla grandezza della famiglia:
perci  detto in un momento culminante  il principe , aggiungen-
do:  Non ci regge. il cuore di dargli in questo momento il titolo di
padre .
   Lo stesso patriottismo--non mancante di alte manifestazioni
artistiche, come l'ode Marzo 1821, e il coro della battaglia di Ma-
clodio,-- sbocca nell'umanitarismo morale, e potrebbe dirsi una
derivazione di questo. Nell'ode Marzo 1821 ha gran rilievo il prin-
cipio morale di giustizia, di uguaglianza fra i popoli, il rimprovero
agli stranieri che avevano gridato a stormo:

Dio rigetta la forza straniera;
ogni gente sia libera, e pra
della spada l'iniqua ragion.

   Ma pi caratteristico  il passaggio nel coro di Maclodio dalla
condanna delle discordie italiane, che fatalmente schiudono la via
allo straniero, a quella dello straniero medesimo, che profitta del-
l'occasione per opprimere altrui:

Tu che angusta a' tuoi figli parevi,
tu che in pace nutrirli non sai,
fatal terra, gli estranei ricevi;
tal giudizio comincia per te.
Un nemico che offeso non hai,
a tue mense insultando s'asside;
degli stolti le spoglie divide;
toglie il brando di mano a' tuoi re.

Stolto anche esso! Beata fu mai
gente alcuna per sangue ed oltraggio?
solo al vinto non toccano i guai;
torna in pianto dell'esempio il gioir.
Ben talor nel superbo viaggio
non l'abbatte l'eterna vendetta:
ma lo segna; ma veglia ed aspetta;
ma lo coglie all'estremo sospir.
   
Per un momento il Manzoni sembra qui aderire a una conce-
zione che potremmo chiamare  storicistica . La dominazione stra-
niera  un  giudizio , una nemesi storica; un popolo che non
ha saputo vivere in pace entro i propri confini  giusto che soggiac-
cia alla dominazione straniera, e chi viene a soggiogarlo non  se
non lo strumento di questa giustizia storica. Ma poi il Manzoni si
riprende subito, ritornando ai suoi concetti di giustizia assoluta, di
umanit inviolabile, alla sua negazione di tutti i valori che da questi
concetti prescindano. Il conquistatore straniero non  pi l'esecutore
di un destino: egli  reo alla pari del conquistato, e come lui, perch
reo, infelice. La legge vera, la soluzione vera,  la fraternit uni-
versale:

Tutti fatti a sembianza d'un Solo,
figli tutti d'un solo Riscatto,
in qual ora, in qual parte del suolo,
trascorriamo quest'aura vital,
siam fratelli, siam stretti ad un patto;
maledetto colui che l'infrange,
che s'innalza sul fiacco che piange,
che contrista uno spirto immortal!

   Intanto, pero, il  fiacco che piange  e colui che s'innalza a
schiacciarlo sono la realt. Adelchi morente dice al padre:

Godi che re non sei; godi che chiusa
all'oprar t' ogni via; loco a gentile,
ad innocente opra non v': non resta
che far torto, o patirlo. Una feroce
forza il mondo possiede, e fa nomarsi
dritto: la man degli avi insanguinata
semin l'ingiustizia; i padri l'hanno
coltivata col sangue; e omai la terra
altra messe non d.

   Nel romanzo, Ludovico, il futuro Padre Cristoforo, conferma con
le sue azioni la sentenza di Adelchi: per difendere gli altri contro
le ingiustizie  doveva anche lui adoperar raggiri e violenze, che la
sua coscienza non poteva poi approvare  (c. quarto, p. 58). Quando Ren-
zo, alla fine del terzo capitolo del romanzo, esclama:  A questo
mondo c' giustizia finalmente, il Manzoni commenta: Tant'
vero che un uomo sopraffatto dal dolore non sa pi quel che si dica .
Non  solo Agnese ad osservare che  la legge l'hanno fatta loro,
come gli  piaciuto; e noi poverelli non possiamo capir tutto 
(c. sesto, p. 93), e che  i poveri, ci vuol pocc a farli comparir birboni 
(c. ventiquattresimo p. 403). Questa seconda volta il Cardinal Borromeo in per-
sona approva con un:   vero purtroppo . Ed e il Manzoni diret-
tamente a far l'osservazione circa Renzo in casa del curato, per il ten-
tativo di matrimonio clandestino, che appate oppressore ed  op-
presso, con la famosa conclusione finale, resa pi aspra dalla finta
restrizione:  Cos va spesso il mondo... voglio dire, cos andava nel
secolo decimosettimo (c. ottavo, p. 124). Ironia beffarda che richiama
i passi pi atroci del Giorno pariniano. Siamo ai culmini dell'arte let-
teraria italiana, e insieme della rivolta umana contro le iniquit so-
ciali. Ed  sempre il Manzoni, direttamente, a rappresentarci le astu-
zie del notaio criminale, tenuto--per incarico del potere statale--
ad arrestar Renzo, come vani raggiri di un  furbo matricolato 
(c. quindicesimo, pp. 260-261): condanna sottolineata dalla raccomandazione
finale ai furbi di esser sempre i pi forti. Neppure lontanamente
il pensiero del Manzoni si sofferma a considerare che si trattava di
una autorit governativa, procedente per interessi statali. Il punto
per lui  che si faceva danno a un umile, torto a un innocente.
   Il criterio manzoniano dell'autorit  ben noto:  nella famosa
formula del romanzo  non ci esser giusta superiorit d'uomo sopra
gli uomini, se non in loro servizio , principio  che nessuno il quale
professi cristianesimo pu negar con la bocca  (c. ventiduesimo, p. 359).
E prima, nel Discorso storico, ai contestatori della legittimit della
donazione di Pipino in nome della sovranit dell'impero bizantino,
egli aveva risposto che  sugli uomini la  potest e non propriet ;
l'imperatore bizantino voleva considerare quelle citt come sue:  ma
le citt sono piene d'uomini e gli uomini non sono cose  (p. 413).
Ogni concetto di legittimismo patrimoniale  negato senza discus-
sione. In ambedue i casi  da rilevare una nuova prova che il Man-
zoni non considera lo Stato, entit trascendente gli individui, ma
concretamente governanti e popoli: concretezza di moralit cristia-
na, ma anche di schietto pensiero settecentesco. E occorre anche ag-
giungere che nel passo pi recente, quello del romanzo, il Manzo-
ni fa intravedere, insieme con la sua definizione dell'autorit, quan-
to sia difficile il calare quella definizione nei fatti. Federigo giova-
ne, appunto perch compreso di quel vero concetto cristiano del-
l'autorit,  temeva le dignit e cercava di scansarle . Il Manzoni
soggiunge subito che ci era per umilt cristiana, di chi non si ri-
teneva n capace n degno; il che potr andar benissimo (e ancora,
ci sarebbe da ridire) come giustificazione individuale di Federigo, ma
conferma che l'attuazione della vera--unica legittima--autorit
 cosa difficile assai, e che per giunta essa rischia di trovarsi ;n con-
trasto con altre virt cristiane. E perci il Manzoni in pratica,--
s' visto,--non iarova attuata mai.  Hlas! --esclama egli in
una postilla alle Considerations sulla rivoluzione francese di Ma-
dame de Stael.--Si pour croire  la Providence vous avez besoin
de trouver moralit dans l'exercice du pouvoir, vous n'avez pas
lu l'histoire, ou vous ne croyez pas  la Providence .
   Questa svalutazione degli istituti politici non significa che il Man-
zoni vegga con occhio favorevole e speranzoso le rivolte dei popoli
contro  la mala signoria che sempre accora Li popoli soggetti .
Nel pessimismo verso lo stato e la politica il fondamentale umani-
tarismo settecentesco riceve la propria purificazione e sanzione dal
moralismo cristiano. Nel pessimismo verso il popolo attore di poli-
tica questo moralismo  primario; ma non potrebbe escludersi, in
sottocorrente, una influenza del pensiero settecentesco, che non ave-
va troppa fiducia nella capacit politica del popolo. Il giudizio sui tu-
multi di Milano per la carestia  gi dato preventivamente, quando
si adducono le scusanti al favore di Renzo verso-di essi:  Aveva
cos poco da lodarsi dell'andamento ordinario delle cose, che si
trovava inclinato ad approvare ci che lo mutasse in qualunque ma-
niera  (c. undicesimo, p. 200). Ed  pur significativo che il popolo mila-
nese, il quale avrebbe avuto tanti giusti motivi di lagnanza verso il
governo del vicereame spagnuolo, sia rappresentato proprio nell'atto
d'insorgere contro un provvedimento giusto e inevitabile come l'abo-
lizione del prezzo forzoso del pane. Tutta la descrizione della som-
mossa  ispirata dalla convinzione della sua inutilit e bestialit,
a cui si associa la prospettiva della rivincita immancabile del potere
costituito, che pur funzionava cos male. I tumulti son rappresen-
tati e analizzati (in pagine fra le pi belle del romanzo) da un punto
di vista unicamente di morale e di psicologia individuali. Che da som-
mosse come quelle possano nascere rivoluzioni, e cio abbattimenti
ed erezioni di governi e di stati, ecco una cosa che il Manzoni in sede
di cultura storica certo non ignorava, ma che a lui artista e creatore
di un mondo morale non interessava punto. Ouesto indifferentismo
politico per le rivoluzioni e le loro possibilit non si rivolge solo
alle rivolte accidentali, effettivamente senza contenuto politico. co-
me quella di Milano. Proprio durante il racconto del tumulto mila-
nese iI Manzoni esce in una riflessione estremamente caratteristica
per la sua mentalit--e alla quale tuttavia si  fatta cospoca at-
tenzione,--circa la sorte della statua di Filippo secondo in piazza dei
Mercanti a Milano, trasformata in Bruto al tempo della venuta dei
Francesi in Italia, e dopo qualche anno tirata gi e mutilata, e andata
a finire non si sa dove. Nelle sorti di quella statua c' in compendio
la Rivoluzione e la Controrivoluzione. Ebbene, che riflessione ci fa
sopra il Manzoni?  Chi l'avesse detto a Andrea Biffi, quando la
scolpiva!  (c. dodicesimo, p. 214).
   Eppure il Manzoni ha voluto spezzare una lancia per dimostrar
la capacit degli uornini investiti di autorit a far giustizia anche in
circostanze sfavorevoli, anche nonostante l'imperfezione degli isti-
tuti. Questo  l'assunto della Storia della colonna infame.

LUIGI SALVATORELLI:
Da Il pensiero politico italiano dal 1700 al 1870, Torino, Einaudi,
1949, pp. 181-187.


/:/ L'esordio del Manzoni.

   L'opera poetica del Manzoni si presenta da se stessa distribuita
in tre periodi distintamente e diversamente caratterizzati. Il primo
comprende tutte le poesie giovanili composte prima della con-
versione. Il secondo  costituito dai primi quattro Inni sacri. Il terzo
infine consta delle poesie politiche e delle tragedie. E stando ai ge-
neri letterari, questa terza fase la si potrebbe anche suddividere nei
due gruppi che la compongono; ma sta di fatto che il motivo poli-
tico palesatosi con Aprile 1814 non ebhe uno sviluppo assolutamente
e totalmente autonomo, e and invece a confluire nelle tragedie. Al
termine delle tre fasi, e a guisa di lirico epilogo, sta il grande corale
della Pentecoste.
   Le poesie giovanili appaiono a prima vista caratterizzate da un
elemento negativo. Manca in esse quell'ispirazione religiosa che in-
form poi tutte le opere composte dopo la conversione; e nell'as-
senza di tale motivo unitario, una notevole variet di atteggiamenti
e di inclinazioni sembra continuamente attentare alla loro omogenei-
t. Malgrado per le esteriori divergenze, un elemento comune lega
insieme e costituisce in reale unit gli scritti di questo periodo, ed
 la prima formazione del carattere delanzoni, una formazione
lenta e non priva di pericoli, ma sorretta da una costante volont
assiduamente protesa al raggiungimento di un equilibrio interiore
sempre meno precario, e tuttavia sempre compromesso, mai del tut-
to soddisfacente. Di tale formazione le poesie giovanili sono il docu-
mento pi prezioso ed eloquente. Esse registrano via via i vari ri-
sultati di uno sperimentalismo continuamente inappagato, di una vo-
cazione poetica che viene variamente saggiando la sua seriet e la
sua consistenza, sospinta da un'incessante brama di riconoscersi e di
ritrovarsi nella sua compiuta e schietta realt, nella sua essenza ori
ginale e propria.
   La prima affermazione delLa coscienza e della poesia del Manzoni
avvenne sotto il segno del giacobinismo; e i quattro canti del Trionfo
della Libert (1801), la cui montiana eloquenza  tutta vibrante di
spiriti pariniani e alfieriani, sono insieme la fervida e talora irruente
espressione, e anche la prima, embrionale, e tuttavia sufficientemen-
te organica sistemazione di quel tumulto di affetti e di idee che forma-
vano allora il tessuto della sua vita interiore. Come tanti altri nostri
patriotti, egli non pure si illuse e sper che la battaglia di Marengo
stesse per segnare la rinascita della nazione italIana, ma visse real
mente in uno stato di messianica attesa, e come tanti altri si abbando-
n al sogno di una miracolosa palingenesi, di un totale e definitivo
rinnovamento del genere umano in una societ di liberi e di eguali.
I prmi atti della nuova politica napoleonica segnarono invece la fine
delle speranze e delle utopie giacobine. L'Italia rimaneva schiava
e divisa. Al governo dell'uman genere non si erano assise la Libert
e l'Uguaglianza. Regnava invece il Dispotismo nel suo duplice aspet-
to politico e religioso. E per fatale conseguenza, il vivere sociale
non era retto dai principi della virt stoica e repubblicana, ma era
inquinato da quella dilagante corruttela che  compagna inseparabile
della tirannide. L'urto di questa inattesa realt determin la prima
profonda crisi etico-politica del giovane poeta, il cui primo impe-
tuoso moto di indignazione e di rivolta fu per ben presto gradual-
mente smorzato dall'inesorabile e disarmante procedere di quella
realt, contro la quale appariva sempre pi vano resistere e lottare.
D'altra parte essa era tutt'altro che priva di tentazioni e di seduzioni
per un giovane, che oltre tutto doveva allora cominciare a sentire
anche l'imperioso richiamo dei sensi. Il disinganno acerbo e la sfi-
ducia nelle forze ideali provocarono casl il suo cedere alla generale
corruzione, la sua partecipazione al vivere dissipato, allo scioperato
andazzo del  vil tempo, dei  tempi iniqui .
   A testimoniare questa nuova disposizione del poeta rimangono
l'ode Qual su le cinzie cime e l'idillio Adda. Nell'ode egli si allontana
dal suo iniziale stoicismo per avviarsi alla riva beata di un facile  scet-
tico edonismo, abdica alla sua funzione di poeta civile per assumere i
modi e le lubriche civetterie della galanteria neoclassica. E anche l'Adda
denunzia lo spegnersi di quella passione civile da cui era nato il Trion-
fo. Vi si esprimono invece un diffuso senso di rinuncia e l'aspirazione
a un placido rifugio, lungi dal consorzio umano, nel senso di una na-
tura idillica e arcadica. Dei grandi modelli che avevano presieduto alla
nascita del Trionfo, in questi due componimenti  scomparso l'Alfieri;
e nel Parini e nel Monti ora il poeta ricerca soltanto quegli spiriti di
arcadica mollezza che non contrastano col suo nuovo sentire.
   Con questo abbandonarsi all'idillio da parte di un poeta tutt'altro
che idillico, il Manzoni tocc forse il fondo cupo della sua crisi gio-
vanile. Ma egli non era fatto per obliarsi nell'ignavia, per appagarsi
di una poesia dove la sua coscienza dormisse. Era anzi nato a una
poesia nella quale tutta la sua coscienza fosse virilmente impegnata.
Da quel fondo cupo egli doveva dunque presto riemergere. E gi
l'Adda, accanto ai suoi elementi esplicitamente negativi, ne presenta
altri implicitamente positivi. Quella fuga dal mondo sta infatti a signi-
ficare soprattutto l'allontanarsi del poeta da un vivere sociale a cui egli
non vuole pi partecipare perch non ne condivide e anzi addirittura
ne ripudia i principi; ed  provocata dunque da un'esigenza di sot-
trarsi a quel vivere, non per isolarsi nel circolo sereno delle sue poeti-
che fantasie, ma al fine di osservarlo e di giudicarlo obbiettivamente
dall'esterno. C' dunque nell'Adda la presenza di quella disposizione
morale in cui avvenne il passaggio ai Sermoni.
   Ma la crisi morale era stata provocata dalla delusione politica, e per-
tanto il suo superamento doveva muovere anzitutto dalla formazione
di un nuovo ordine di idee storico-politiche. Il primitivo giacobinismo
del Manzoni, che aveva avuto la sua base pscologica in un istinto di
ribellione e di rivolta contro ogni forma di dispotismo, istinto forma-
tosi nei lunghi anni trascorsi in collegio, aveva ricevuto unsommaria
organizzazione ideologica, sia dalla contemporanea pubblicistica, sia so-
prattutto dagli insegnamenti del suo primo amico Francesco Lomonaco.
Per la correzione di quel primo orientamento e per la formazione di un
nuovo e pi stabile sistema di idee, furono ora dcisivi gli assidui collo-
qui che egli pot avere col suo nuovo amico, Vincenzo Cuoco, il quale,
guarendolo dell'astrattismo e dello schematismo dell'utopia giacobina,
guarendolo cio del suo estremismo giovanile, lo inizi alla ricca pro-
blematica della dottrina vichiana avviandolo a una pi meditata e con-
creta considerazione del complesso prodursi dei fatti storici. Questa
nuova disposizione, non pi caratterizzata da un aprioristico e irrazio-
nale ripudio della realt, era la sola che potesse permettere il ritorno
del poeta al suo impegno civile. Questo per non poteva esser se non
un impegno di lotta, e il suo incontro con la realt fu infatti uno scon-
tro, il suo rapporto con essa fu aspramente polemico e satirico. Ma
appunto in codesta polemicit risiede il valore positivo dei Sermoni.
Il poeta esce infatti dai suoi arcadici ozii, si libera del repertorio del
neoclassicismo, idillico e galante, e assumendo i modi satirici del Pa-
rini, dell'Alfieri, di Orazio e perfino di Giovenale, ritorna fra gli uo-
mini per fustigarne i costumi fiacchi e corrotti in nome di una supe-
riore legge di universale eticit. Il suo scontro con la realt muove
dunque da un'esigenza di intervenire in essa per correggerla e miglio-
rarla. E accanto a questo elemento positivo i Sermoni presentano an-
che l'altro, che  costituito dal costante procedere dell'autore a una
pi risentita e pi rilevata determinazione del proprio carattere indivi-
duale come uomo e come poeta insieme.
   Accaddero a questo punto alcuni fatti che furono tra i pi deci-
sivi della sua vita: il suo viaggio a Parigi, la sua commovente scoperta
dell'amore materno, l'incipiente amicizia col Fauriel, la sua iniziazione,
che valeva quanto una rara elezione, alla gelosa raffinatezza, all'ari-
stocrazia intellettuale e morale degli ideologi. In quella nuova aria,
in quel nuovo clima di affetti e di idee, nacque quasi di getto sullo
scorcio del 1805 il carme In morte di Carlo Imbonati, nel quale lo
scrittore pot giovarsi di una nuova e pi obbiettiva e comprensiva
prospettiva in cui collocare le sue recenti esperienze. Tutta la materia
autobiografica, che nei Sermoni si era venuta formando e affermando,
certo con evidente coerenza, ma tuttavia piuttosto impulsivamente, e
senza un rigoroso ordine interno, prese ben altra forma nel carme, do-
ve si compose in una sistemazione, che dopo quella ormai lontana e su-
perata del Trionfo si presenta come la pi organica e compiuta a cui
il Manzoni pervenisse prima della conversione. Composto con la sco-
perta intenzione di erigere un monumento poetico all'estinto, di cele-
brarne le rare doti della mente e del cuore e pur collegandosi ancora
ai Sermoni per certa asprezza e intemperanza verbale, nella sua pi
intima e verace sostanza il carme riusc invece un autoritratto disegnato
con mano insolitamente ferma e sicura. Egli pot procedere a una cos
meditata e chiara e totale interpretazione del proprio carattere morale,
che ancora ci si presenta come qualche cosa di definitivo. E per-
tanto anche le note, gi sparsamente segnate, di una poetica della real-
t, in cui l'altezza della poesia fosse inscindibile dall'altezza dell'animo,
presero corpo qui in una organica enunciazione che  sempre e giusta-
mente parsa compendiata in quella formula del sentire e meditare, ri-
masta poi come uno dei suoi pi saldi principi.
   Il carme costituiva dunque quel sicuro approdo, e insieme quella
solida piattaforma, da cui lo scrittore poteva ormai muovere a pi
certe conquiste. E fu probabilmente con questa fiducia, che poco dopo,
ai primi del 1807, egli si accinse alla composizione di un poemetto alla
cui esecuzione, sia nell'impianto generale, sia perfino nei pi minuti
particolari, egli intese impegnare tutte quante le sue risorse perch
ne riuscisse un'opera di rara fattura, in tutto degna della sua nobile
e alta ambizione. Invece, quando nel settembre del 1809 l'Urania fu
alfine condotta a termine e pubblicata, il primo a rimanerne deluso fu
lo stesso Manzoni. E in verit il poemetto non segna un progresso nei
confronti del carme, se non sul piano formale. Qualora si guardi sol-
tanto alla maestria, addirittura a'l cesello del lavoro stilistico, esso non
pu non destare meraviglia. Ma non si pu rimanere indifferenti di-
nanzi allo stridente scompenso fra la ricca orchestrazione dello svilup-
po rettorico e la gracilit e addirittura l'inconsistenza del contenuto.
N vi si nota alcuna sostanziale novit. L'accento vichiano che vi af-
fiora rimane episodico e generico. Il ritratto morale dell'autore che se
ne pu dedurre  ancora quello del carme, senza tuttavia quel risentito
vigore. Lo scontroso rapporto di lui con la realt contemporanea 
scomparso. E accantonati i grandi modelli di vita morale e di poesia,
lo scrittore sembra abbandonarsi alla sola ambizione di conquistare
la palma poetica mediante il trattamento di quel neoclassicismo mito-
logico, che costituiva l'aspetto pi seducente e pi prestigioso del ma-
gistero montiano.

GAETANO TROMBATORE:
Da Alessandro Manzoni, Firenze, La Nuova Italia, 1970, pp. 5-9.


/:/ Motivi manzoniani negli Inni.

   Dovunque negli Inni l'atmosfera se non  proprio gaudiosa, 
gi consolata e consolante, e questo motivo li lega psicologicamente
al tono proprio e maggiore della poesia manzoniana. In essi non c'
ancora il mondo ribenedetto e accettato, e perci guardato con pie-
tosa arcana solenne tristezza, o, che  lo stesso, con sorridente bo-
nariet e con fraterna arguzia; tuttavia c' il senso di una luce che
piove, il senso dell'avvento prodigioso della Grazia e del dono della
Redenzione, e l'anima s'innalza ad esso, ed  investita dalla sua luce
miracolosa; e sente pi viva e pi dolce la piet di s, e volge pi
ferma e trepida l'invocazione a Dio.
   C' nella poesia del Manzoni oltre che la valutazione della sto-
ria, quella dei grandi come degli umili, e cio un suo accettato modo
di intenderla e patirla, un modo particolare di annunziarla, special-
mente nelle sue punte prodigiose. Manzoni non solo poetizza il rea-
le e la storia penetrandola della sua commossa interpretazione, ma
la poetizza altres annunziandola, come in uno stupito attimo di
arresto. L'Ei fu del Cinque Maggio rispecchia nella maniera pi evi-
dente e profonda questo atteggiamento della fantasia manzoniana, che
 ancora da scoprire bene e da approfondire.
   Cos negli Inni sacri le narrazioni, che sono spesso le parti pi
belle e pi commoventi (la resurrezione e l'incontro delle donne pian-
genti con l'angelo nella Risurrezione; l'oscura ascesa della Vergine
verso la casa di Elisabetta nel Nome di Maria; la capannuccia e il
modo della nascita del Redentore nel Natale, la trepida inattivit de-
gli Apostoli aspettanti nella Pentecoste ecc.), traducono in cotesta
stupita, sospesa descrittiva il sentimento manzoniano. Quel che com-
muove il poeta  il senso dei grandi eventi che si muovono, mentre
il mondo ignaro batte le sue vie faticose, il sentimento di un'immen-
sa trasformazione che si opera in tenui ambienti e fra miti affetti.
L'augusto significato e moto della storia afferra con intensa commo-
zione il cuore del Manzoni. Il quale  s, fondamentalmente, il poe-
ta di un particolare sentimento della storia, e non riesce a ritrovare
se stesso se non quando, appunto, ha illuminato di una sua legge il
moto, apparsogli per tanto tempo oscuro ed assurdo, del reale, ma
 anche il poeta della storia annunziata nei suoi prodigiosi eventi,
che lo colpiscono prima ancora che egli si pieghi ad intenderli. Come
per Napoleone, come, in minor proporzione, per gli eventi italiani
ricordati nelle odi e nei cori patriottici, come nelle parti storiche
dei Promessi sposi, Manzoni ha come un attimo di sospensione di
fronte al fatto, ed  primamente colpito dal suo moto e dal suo es-
sere: onde quell'apparente divisione che si pu cogliere in tutte le
opere del Manzoni, tra parti narrative o descrittive e parti pi pro-
priamente liriche (e che ha potuto dar luogo a fallaci impostazioni
critiche), e che non  una divisione o duplicit o discordia di motivi,
perch, a guardar bene, lo stupore dell'annunzio delle grandi ore sto-
riche nasce proprio dal sentimento gi posseduto dell'augusta signi-
ficazione e necessit della storia.
   Ma non v'ha dubbio che pi alta e fonda batte la vena poetica man-
zoniana quando egli avverte, in cospetto della luce provvidenziale
e del dono della Redenzione, pi viva e trepida, e piena insieme
di consolazione e di speranza, la piet tenera e fraterna per gli uo-
mini: la femminetta che depone la sua spregiata lacrima sul seno
della Vergine, la schiava che guarda ancora invidiosa il seno di chi
nutre un bimbo segnato da un destino diverso dal destino di quello
cheressa stessa allatta, i bimbi trepidanti nella notte, la gioia festiva
per la Pasqua, e simili scene e spunti realizzano questo momento del-
la poesia manzoniana. E come l'annunzio del prodigioso presuppone
la riconquistata luce della storia, cos cotesta piet cos acuta insie-
me e cos buona e mite prelude essa medesima a quella riconquista,
e ne  gi tutta penetrata.
   Accanto a questi due motivi, l'annunzio sospeso del prodigioso
e la piet per gli umani, vive negli Inni l'altro dell'elevazione della
anima a Dio. Questo motivo corre segreto un po' dovunque negli
Inni che hanno in s sempre qualcosa di corale e di ieratico; ma
non si tratta propriamente di una preghiera di distacco dal mondo,
che nel Manzoni non ha mai vera risonanza poetica, sibbene di una
divina riconsacrazione della nostra terrena esistenza. Questo motivo
corale  gi nell'aria di nenia con cui si conclude il Natale, nella
preghiera per gli Ebri con cui termina la Passione, nell'esortazio-
ne al gaudio pacato e santo che suggella la letizia della Risurrezione,
ma s'innalza altissimo nella seconda parte della Pentecoste, dove fi-
nalmente la grande poesia manzoniana si apre al suo grande volo.
Il poeta invoca la discesa dello Spirito Santo e il suo lievito divino
per ogni ora della nostra vita: l'anelito  appunto alla santificazione
dell'esistenza, che  infelicit e letizia, dolore e speranza. La vita
tutta non appare pi sbandata ed aberrante in preda a forze oscure
ed irrazionali, ma sorretta da una fiducia consolatrice e da una di-
vina presenza. Nell'invocazione manzoniana , sotto la forma di pre-
ghiera e nell'accento del canto religioso, la fede nell'esistenza e nel-
la realt e la certezza della santit della vita.
   Perci qui  l'accento pi alto della poesia manzoniana degli Inni:
quel che era presagio  diventato certezza. Negli altri Inni, attra-
verso la celebrazione dei riti e dei meriti della Chiesa e dei misteri,
che essa perpetua, delle grandi ore di una divina storia che essa
rinnova, si annunziava fugace ed intermittente il manzoniano senti-
mento del mondo; qui, invece, si dispiega intero, giacch il grande
corale con cui si chiude la Pentecoste  gi tutto dominato dalla
piena accettazione del reale e da quell'equilibrio di pensosa mestizia
e di arcana serenit, e quasi casta letizia, in cui brilla e splende la
pi profonda poesia manzoniana.

MARIO SANSONE:
Da L'opera poetica di Alessandro Manzoni, Milano, Principato, 1947,
pp. 197-198.

/:/ La poetica del  vero  nel Manzoni.

   [Nella] Lettre allo Chauvet il Manzoni ha per la prima volta
impostato nettamente quel problema del rapporto tra la poesia e la
storia, che costituisce il motivo fondamentale della sua medita-
zione estetica. 
   Soltanto la rappresentazione della storia, di ci che gli uomini
hanno realmente fatto, pensato, sentito pu, secondo il Manzoni, pro-
durre un effetto di elevazione morale. Nella Lettre allo Chauvet il
 vero  che dev'essere oggetto dell'arte  interpretato precisamente
come il  vero positivo , come l'accaduto. Partendo dal presup-
posto che il  bisogno di verit  l'unica cosa che possa farci attri-
buire dell'importanza a tutto ci che apprendiamo  e che, quindi,
l'attrattiva intellettuale di una tragedia consiste nel  conoscere l'uo-
mo, nello scoprire ci che c' nella sua natura di reale e di intimo, a
vedere l'effetto dei fenomeni esterni nella sua anima, il fondo dei
pensieri per i quali si determina ad agire; a vedere in un altro uomo
dei sentimenti che possano eccitare in noi una vera simpatia , il
Manzoni ne deduce che nulla meglio della rappresentazione di
ci che  realmente accaduto pu esercitare questa attrattiva. La ve-
rosimiglianza e l'interesse nei caratteri drammatici, come in ogni
parte della poesia, derivano dalla verit, mentre l'invenzione indi-
viduale rischia sempre di cadere nell'arbitrario e nel falso e di es-
sere cos insieme meno interessante e non educativa. 
   Ma se la poesia, per raggiungere pienamente i suoi fini, deve
fondarsi sui fatti storici, e tutti i grandi monumenti della poesia
hanno per base la storia, in che cosa allora essa si distingue dalla
storia vera e propria?  questo il problema capitale che il Manzoni
affronta nella Lettre. Per rendersi conto della soluzione data qui, e
dei successivi sviluppi, bisogna chiarire il concetto che il Manzoni
ha della  storia . Essa  per lui, fondamentalmente,  rappresen-
tazione  o a racccnto  obiettivo di  fatti  accaduti (perch anche
le  cause  degli avvenimenti sono  fatti ).  Per il Manzoni
quel che importa conoscere del passato non sono tanto i fatti materiali
ed esterni, politici o militari, di singoli individui, quanto lo stato mo-
rale e di quegli individui e di tutta la societ di cui fanno parte. 
   E allora pu rispondere vittoriosamente a chi gli chiedesse in
che cosa si distingua da uno storico il poeta, cui non sia lecito
inventar nulla ma che debba uniformarsi in tutto e per tutto ai dati
della storia:

    Mais dira-t-on peut-etre, si l'on enlve au pote ce qui le distingue de l'histo-
rien, le droit d'inventer les faits, que lui reste-t-il? Ce qui lui reste? la posie;
oui, la posie. Car enfin que nous donne l'histoire? des vnements qui ne
sont, pour ainsi dire, connus que par leurs dehors; ce que les hommes ont ex-
cut: mais ce qu'ils ont pens, les sentiments qui ont accompagn leurs dlib-
rations et leurs projets, leurs succs et leurs infortunes; les discours par lesquels
ils ont fait ou essay de faire prvaloir leurs passions et leurs volonts sur d'au-
tres passions et sur d'autres volonts, par lesquels ils ont exprim leur colre,
panch leur tristesse, par lesquels, en un mot, ils ont rva leur individualit:
tout cela,  peu de chose prs, est pass sous silence par l'histoire; et tout cela
est le domaine de la posie.

    Questo soltanto pu significare  creare  secondo il Manzoni:
intuire e rappresentare tutto ci che la storia, limitata all'esterno,
e alla superficie degli avvenimenti, non dice, ma che non per questo,
si badi,  meno  vero . Il poeta non  inventa  nulla, ma  intui-
sce , anzi  coglie  e rende manifesto qualche cosa che  stato:

    Tout ce que la volont humaine a de fort ou de mystrieux, le malheur de
religieux et de profond, le pote peut le deviner: ou, pour mieux dire, l'aper-
cevoir, le saisir et le rendre.

    Il carattere oggettivo, realistico, della poetica manzoniana ha in
queste parole la sua espressione pi accentuata. Compito della poesia
 non  inventare , non  creare  un mondo diverso da quello
reale, ma al contrario rappresentare pienamente la realt, integran-
do i dati incompleti della storia. Portando le riflessioni manzoniane
al loro limite logico si pu dire che la poesia  una sorta di storia
superiore, pi ricca e completa di quella che si trova nei libri di
storiaanzi che essa soltanto  la vera storia. 
    Il ragionamento del Manzoni nella Lettre pu essere riassunto
schematicamente cos: la tragedia ha un fine morale; questo pu es-
sere raggiunto solo rappresentando il vero, perch solo la verit in-
teressa profondamente l'uomo e ne nobilita lo spirito; quindi la tra-
gedia deve riprodurre fedelmente i fatti storici, rispettandone l'or-
dine e la connessione, i rapporti e le gerarchie che essi hanno reci-
procamente nella realt, senza inventar nulla e limitandosi a inte-
grare la storia in quelle parti per cui essa tace. Il concetto del  vero 
come unico oggetto di un profondo interesse umano e come unico
mezzo di produrre un'impressione morale domina tutta la lettera.
Da esso deriva logicamente il rifiuto delle regole. Le argomentazioni
che il Manzoni fa a questo proposito non contraddicono a quelle della
Prefazione al Carmagnola, ma appartengono essenzialmente a un al-
tra ordine di idee. Esse si concentrano su questo punto: l'ubbidien-
zalle regole impedisce, o perlomeno pu in molti casi impedire,
la fedele rappresentazione del vero. Il Manzoni considera le unit
di tempo e di luogo in funzione dell'unit di azione e questa a sua
volta in rapporto con l'avvenimento storico che il poeta vuol rap-
presentare. l'avvenimento a dettare al poeta le leggi delI sua rap-
presentazione scenica e non viceversa. Di fronte ai fatti il poeta non
si trova in condizione diversa dallo storico: solo che, mentre il pri-
mo rappresenta una catena indefinita di avvenimenti, il poeta sceglie
un gruppo di essi che siano strettamente legati fra di loro, che pos-
sano cio costituire un tutto relativamente organico, un'azione uni-
taria, adatta alla rappresentazione scenica. Fatta la scelta, egli non
 pi libero di mutare i rapporti fra gli avvenimenti, di avvicinarli
o allontanarli secondo il suo arbitrio. Egli, per esempio, non crea
a piacere lunghi intervalli di tempo e di luogo, li prende nell'azione
stessa come sono dati dalla realt. E se un'azione storica  troppo
spezzettata, i fatti troppo poco legati fra di loro, piuttosto che
mutarla ad arbitrio conclude che quest'azione non  adatta a diven-
tare un soggetto di tragedia e l'abbandona. 
   Legando cos strettamente la poesia al vero e alla storia pu sem-
brare che il Manzoni ne restringa eccessivamente, e indebitamente, il
campo. In realt non  cos: anzi il contrario. Dandole per oggetto
il vero, rappresentato in maniera obiettiva e fedele, indipendentemen-
te da ogni norma e da ogni convenzione, egli ne allarga i confini:
fin l dove giunge la realt, pu giungere la poesia. La realt
 infinitamente pi ricca e poetica di ogni formula e convenzione.
La fecondit e l'ampiezza, direi la generosit, della concezione man-
zoniana risultano soprattutto di fronte a un problema di estrema im-
portanza e delicatezza per uno spirito di cos elevata religiosit e mo-
ralit: la rappresentazione del male. Anche qui il criterio discrimi-
nante  quello del vero. Il Manzoni afferma che si pu benissimo
condannare a priori ogni soggetto che non abbia il vero per base, ma
che  troppo ardito decidere se un certo genere di verit  per sem-
pre interdetto alla limitazione poetica. Ci sono personaggi e azioni
che ispirano orrore e quasi disgusto, ma non perci  detto che deb-
bano per forza essere esclusi dalla rappresentazione, perch  c'
nella verit un interesse cosi potente, che pu costringerci a consi-
derarla, malgrado un certo orrore vicino al disgusto. Se un poeta
 riuscito a imporci questa contemplazione, bisogna riconoscere che
egli ha saputo usare i mezzi artistici pi potenti e pi sicuri e non
rester che giudicare gli effetti di questa sua potenza sulle anime.
Ora,  se l'impressione che egli ha prodotto  eminentemente morale;
se il disgusto che ha eccitato  il disgusto del male; se, associando al
delitto delle idee ripugnanti, l'ha reso pi odioso; se ha risvegliato
nei cuori un'avversione salutare per le passioni che trascinano a com-
metterlo , non si potr certo rimproverarlo perch non ha avuto
sufficiente riguardo per la delicatezza degli spettatori. Si rifletta be-
ne su questa pagina: qui c' veramente il nucleo della poetica manzo-
niana, nella quale vero, bello, morale s'identificano. La potente e
obiettiva rappresentazione del vero, qualunque esso sia, senza alcuna
deformazione, nasca essa dal desiderio di far piacere al lettore o
allo spettatore, o dalle simpatie e dai giudizi soggettivi dell'autore
o dalla fedelt a canoni e modelli arbitrari, questa pi che rappre-
sentazione, direi quasi  presentazione  della verit cos com'essa
 nella sua oggettivit, indipendentemente da noi,  insieme, in
sommo grado, poetica ed educativa. Educativa appunto perch, e sol-
tanto se obiettiva in senso totale, integrale: tale cio da far apparire
l'oggetto nel suo esatto significato.
   Qui sta il carattere proprio del  realismo  manzoniano, cosi
diverso da quello che trionfer anche in Italia dopo di lui. Esso si
contrappone all'idealismo rettorico e astratto, ma nello stesso tempo
rifugge da un ossequio servile al reale nella sua materialit pesante
e opaca. 
   Il concetto del  vero morale  costituisce il fondamento dell'in-
terpretazione che il Manzoni d del romanticismo. n romanticismo
 il sistema letterario che si  proposto di applicare in forma consa-
pevole, coerente e sistematica il principio che l'arte ha uno scopo
educativo e deve e pu raggiungerlo soltanto mediante la rappre-
sentazione del vero.
   Nella lettera al marchese D'Azeglio l'esposizione delle dottrine
romantiche, e in particolare di quella che egli chiama la parte nega-
tiva di esse,  guidata dall'intento di mettere in evidenza la ragio-
nevolezza e la coerenza dei principi su cui i romantici fondavano la
loro polemica e invece le incoerenze e le contraddizioni dei classicisti.
La parte negativa del sistema romantico  tende principalmente ad
escludere l'uso della mitologia, l'imitazione servile dei classici, le
regole fondate su fatti speciali, e non su principi generali, sulla
autorit de' retori e non sul ragionamento . Il fondamento di ognuna
di queste negazioni  sempre il medesimo: l'esigenza di rispettare
la verit. L'uso della mitologia conduce all'assurdo di  parlare del
falso riconosciuto, come si parla del vero ; l'imitazione esclusiva dei
classici fa cadere nell'irragionevolezza e nell'arbitrio e, in ultima ana-
lisi, nel falso (come nel caso della poesia pastorale e di quella ri-
dicola caricatura di essa che fu l'Arcadia); l'ubbidienza alle regole pro-
duce l'effetto  di distrarre l'ingegno inventore dalla contemplazione
del soggetto, dalla ricerca dei caratteri propri e organici di quello,
per rivolgerlo e legarlo alla ricerca e all'adempimento di alcune
condizioni affatto estranee al soggetto .
    Nella polemica contro le regole, come si vede, il Manzoni ripren-
de le argomentazioni della Lettre; nuova invece, e assai significativa,
 quella che egli adduce contro l'uso delle favole mitologiche, e cio
che  l'uso della favola  idolatria . idolatria nel senso che porta
il nostro intelletto a partecipare, pi o meno largamente, delle idee
pagane:

    L'effetto generale della mitologia non pu essere, che di trasportarci alle idee
di que' tempi in cui il Maestro non era venuto, di quegli uomini che non ne
avevano n la previsione n il desiderio; di farci parlare anche oggi, come se
Egli non avesse insegnato; di mantenere i simboli, l'espressioni, le formule dei
sentimenti Che Egli ha inteso distruggere, di farci lasciar da una parte i giudizi
che Egli ci ha dati delle cose il linguaggio che  la vera espressione di quei giu-
dizi, per ritenere le idee e i giudizi del mondo pagano.

     un'opinione che da principio pu certo lasciare perplessi, e che
al Manzoni stesso doveva apparire piuttosto singolare se pensava
che l'enunciarla pubblicamente avrebbe potuto destar delle risa.
Ma essa non  che l'applicazione rigorosa del principio che l'arte
dev'essere  verit  e che, quando tale non , produce effetti dan-
nosi.
   Prima di tutto, infatti, la verit  per il Manzoni quella rivelata
dal cristianesimo: al di fuori di essa c' il falso. In secondo luogo egli
 acutamente consapevole degli errori di giudizio a cui pu por-
tare l'accettazione passiva di certe formule ed espressioni, delle pos-
sibilit di errore intellettuale implicite nel linguaggio. Perci esige
l'uso di un linguaggio che aderisca al vero in maniera totale, che
eviti ogni richiamo e false concezioni e non produca ad esse, anche
inconsapevolmente, assentimento e simpatia. La parola, anche la pa-
rola della poesia, dev'essere l'intera e trasparente manifestazione
della coscienza, illuminata da quell' ultimo vero in cui l'intelletto
riposa . Sempre dalla verit obiettiva viene la misura e la norma cos
all'intelletto come alla parola.
   Su questo punto pare al Manzoni che fossero unanimi i roman-
tici, dei quali riassume le opinioni positive nel principio che  la
poesia deva proporsi per oggetto il vero, come l'unica sorgente d'un
diletto nobile e durevole, giacch il falso pu bens trastullar la
mente, ma non arricchirla n elevarla; e questo trastullo medesimo
, di sua natura, instabile e temporario, potendo essere, come  de-
siderabile che sia, distrutto, anzi cambiato in fastidio, o da una co-
gnizione sopravvegnente del vero, o da un amore cresciuto del vero
medesimo . Il principio appare cos formulato nella redazione de-
finitiva, quella pubblicata, della lettera; ma neila primitiva redazione
la formulazione era diversa. Vi si diceva che la poesia deve propor-
si  l'utile per iscopo, il vero per soggetto, e l'interessante per mez-
zo , e cio  in ogni argomento... scoprire ed esprimere il vero sto-
rico e il vero morale, non solo come fine, ma come pi ampia e per-
petua sorgente del bello . In entrambe le definizioni  chiaro che
il Manzoni non riesce ad ammettere come pienamente valido un
 bello  che nasca dal  falso , riconosciuto come tale dall'intel-
letto, ma d'altra parte non si nasconde che questo  falso  pu pro-
durre un certo  diletto  spirituale, cio essere in certa misura
 bello .
   Si prospettava qui un difficile problema, di cui il Manzoni elude
per il momento la soluzione col limitarsi ad osservare che il diletto
del secondo genere ha il difetto di essere non duraturo, cio soggetto
a dileguare di fronte alla sopravvenuta cognizione del vero. Ma un
ulteriore problema si affaccia con l'ammissione che egli fa poco dopo
a proposito del significato che pu avere la parola  vero  applicata
ai lavori d'immaginazione:

   Non voglio dissimulare... quanto indeterminato, incerto, e vacillante nell'ap-
plicazione sia il senso della parola vero riguardo ai lavori d'immaginazione. Il
senso ovvio e generico non pu essere applicato a questi ne' quali ognuno 
d'accordo che ci deva essere dell'inventato, che  quanto dire, del falso. Il vero
che deve trovarsi in tutte le loro specie, et meme dans la fable,  dunque qual-
checosa di diverso da ci, che si vuol esprimere ordinariamente con quella pa-
rola, e, per dir meglio,  qualchecosa di non definito.

    un'ammissione importantissima, anche se per il momento la-
sciata senza sviluppo. Il Manzoni intuisce che pu esistere un  vero 
diverso dal vero storico e morale, da quel vero  positivo  che era
l'unico concepito e considerato nella Lettre allo Chauvet. L'appro-
fondimento di questo punto lo condurr a superare completamen-
te, anzi a capovolgere la poetica della Lettre, attraverso uno svolgi-
mento logico che passando per il Discorso del romanzo storico cul-
mina nel dialogo Dell'invenzione. Egli rester sempre fedele al prin-
cipio del vero come oggetto dell'arte, ma ne muter radicalmente
il significato.

MARIO PUPPO:
Da Poetica e cultura del Romanticismo, Roma, Canesi, 1962, pp. 74-89.


/:/ Le Tragedie

   Questo  il genere tragedia per il Manzoni: prendere un eroe
e calarlo in una  situazione storica determinata , che  quanto dire
costringerlo ad agire in un contesto comunque ripugnante all'azio-
ne. La lunga polemica sostenuta col signor Chauvet nell'apposita Lettre
mira a sgombrare il campo dell'autore drammatico da ogni possibile
convenzione arbitraria, ma anche, in sostanza, da ogni possibile fa-
cilitazione: niente regole a priori (le unit di tempo e di luogo) ma
anche niente invenzioni romanesques, niente intrighi, niente passioni
exagres, artatamente portate al calor bianco, niente acceleratori ar-
tificiali dell'azione. L'amore  bandito per ragioni moralistiche (si
sa che il Manzoni  d'accordo con Bossuet, Nicole, Rousseau nel giu-
dicare i tragediografi ancien rgime degli avvelenatori pubblici), ma
anche perch l'amore  la passione che pi facilmente si presta a
creare grandi contrasti in breve tempo e attraverso incidenti minimi,
cio perche  lo strumento con cui un autore pu pi facilmente
mandare avanti l'azione senza derogare alla legge delle due unit ( Il
est difficile de trouver une tragdie o l'action marche avec plus de
rapidit et de suite, prcipite par les oscillations et les obstacles
memeS qui semblent devoir l'arreter, que celle d'Andromaque . Let-
tre  M.hauvet). L'eroe deve stare a faccia a faccia con circostanze
storiche reali, scientificamente determinate; dev'essere solo in quella
fossa dei leoni che  la storia. Assistere al suo calvario, e riflettere,
e disporci a sentimenti di  indulgenza , di  giustizia  e di  bon-
t questa  la ragion poetica della tragedia, che fa tutt'uno con la
sua ragion morale. Vero storico e vero poetico convertuntur attra-
verso il grado intermedio della moralit commossa, della  riflessio-
ne sentita  ( C'est de l'histoire que le pote tragique peut faire
ressortir, sans contrainte, des sentiments humains; ce sont toujours
les plus nobles, et nous en avons tant besoin! ).
    Nel grafico della tragedia avremo dunque due curve: una di-
scendente, che ha per punto d'arrivo l'immancabile fallimento del
protagonista; e una ascendente che riproduce il processo di subli-
mazione sentimentale-morale nell'autore e nello spettatore (i quali
sono supposti essere nient'altro che testimoni:  nous ne sommes
que tmoins ).
    Ma se queste sono, per chiamarle cos, le istruzioni fornite dallo
stesso Manzoni, nelle sue tragedie la catarsi prevista non porge alcun
effetto catartico, rivelandosi quella soluzione fittizia e consolatoria
che di fatto : il dramma, per fortuna, resta aperto, e nella sua inso-
lubilit ritiene quanto c' in esse di autentico e di poetico.  il dram-
ma che abbiamo detto dell'azione buona impossibile o frustrata, e del
tormento, del senso di colpa, dei travagli che ne conseguono.
    Nel Conte di Carmagnola l'autore colpisce questo bersaglio sol-
tanto di sttiscio. Un errore, una sorta di scambio di persona lo in-
duce ad assegnare il ruolo principale al personaggio meno dotato.
L'assunto puntava su  un uomo d'animo forte ed elevato e deside-
roso di grandi imprese, che si dibatte colla debolezza e colla perfidia
dei suoi tempi, e con istituzioni misere, improvvide, irragionevoli,
ma astute, e gi fortificate dall'abitudine e dal rispetto, e dagli inte-
ressi di quelli che hanno l'iniziativa della forza...  (Lettera all'abate
Gaetano Giudici del 7 febbraio 1820).
    Ma la probit dimostrativa porta il giovane trageda a distan-
ziare da s quest'uomo, a guardarlo da fuori, lo storico e il moralista
sia pure perturbati e commossi prevalendo sul poeta e facendogli
mancare l'opportunit d'una identificazione piena con l'eroe; cosicch
Francesco di Bartolomeo Bussone, pi che diventare il protagonista,
offre soltanto un esempio della tipica antitesi romantica ora enun-
ciata. Egli e il tema coincidono per linee affatto esterne, senza sua
consapevolezza, senza sua partecipazione, se non per la rovina che fi-
nisce per travolgerlo stupefatto e sdegnato. Insomma il Carmagnola
 un eroe semplificato, da imagerie populaire, senza alcun rovello
interiore. una somma di virt e di buoni sentimenti che s'accresce
ad ogni passo, e grava in modo irrimediabile sul gi precario bilan
cio d'un linguaggio da libretto d'opera (che forse altro non  se non
la degenerazione sentimentale della vasta eredit montiana, forte-
mente condizionata dagli intendimenti discorsivi e dai freni prosa-
stici di chi versifica dialoghi e psicologie della vita  reale ). Dice
di s il conte:

          Dubbio veruno
          Sul partito che scelsi in cor non sento,
          Perche egli  giusto ed onorato: il solo
          Timor mi pesa-del giudizio altrui
          (Atto prio scena seconda).

   Questo timore, che peraltro si riveler fondato,  quanto il condot-
tiero, sicuro di s, concede agli ondeggiamenti dell'anim. Se de-
flette dalla sua linea di fierezza, ci accade di preferenza in direzione
d'un sentimentalismo magnanimo, come nella scena terza dell'atto terzo,
quando si commuove alla vista di prigionieri catturati dal suo eser-
cito ( O prodi indarno, o sventurati... A voi / Dunque fortuna  pi
crudel? Voi soli / Siete alla trista prigionia serbati? ); ma subito
nel liberarli ritrova accenti di imperturbabile grandiosit:

Tolga il ciel che alcuno
Pi altamente di me pensi che io stesso.

    inevitabile che un personaggio siffatto,  ardente   sdegnoso 
e  leale  cada senza sospetto nel tranello tesogli dagli  uomin di
Stato  della Serenissima e lasci la testa sul ceppo, tra il pianto delle
sue donne: in una scena finale da miserere verdiano, con evocati squil-
li di tromba e rintocchi funebri ( E quando squilleran le trombe /
Quando le insegne agiteransi al vento / Dona un pensiero al tuo com-
pagno antico / E il dl che segue la battagliaquando / Sul campo della
strage il sacerdote, / Tra il suon lugubre, alzi le palme... ecc.); con
attacchi vieppi cantabili ( No mia dolce Matilde... ); mentre flui-
sce la piena inarrestabile delle  parole estreme :  tenero fior ,
 infocate lacrime ,  dolente madre ,  degno sposo ,  tristo
destin .
   La tragedia sarebbe da consegnare senza indugio al museo de-
sanctisiano dell' arcadia  romantica anche fatta la debita parte
al gusto storico e al movimento delle scene di battaglia--se il dram-
ma di cui si parlava pi sopra non si insinuasse nella partitura attra-
verso una figura secondaria e lasciata in tronco, quella del senatore
Marco, amicissimo e confidente del Carmgnola. A lui  affidata quel-
la coscienza di cui il condottiero da Bussone, passiva vittima di
eventi per lui incomprensibili,  del tutto destituito. Nelle sue en-
trate sentiamo impegnato l'autore. Marco che disserta, con argo-
menti e moti del verso che scavalcando gli Inni Sacri rimandano al-
l'ode in morte dell'Imbonati, sulla  grandezza : sulla essenza, sul-
l'arte, sull'amore della grandezza, e aggiunge sfumature e temperamen-
ti che la fanno meno elementare, e meno vulnerabile, di quel che
non sia nel Conte ( V'ha una prudenza / Anche pei cor pi nobili e
pi schivi , atto primo, scena quinta). Lui che indica, nell'antinomia tra il
buon volere e le circostanze avverse, il nodo della situazione, e ama-
ramente denuncia l'inefficienza d'un comportamento troppo rettilineo:

 ver se v'ha mortal di cui
La sorte invidii,  colui che nacque
In luoghi e in tempi ov'uom potesse aperto
Mostrar l'animo in fronte, e a quelle prove
Solo trovarsi ove pi forza  d'uopo
Che accorgimenti.
(Atto primo, scena quinta).

   Ma quel che pi conta  che Marco non si limita a questi enun-
ciati. La vicenda, sottraendolo al comodo decoro di confidente e di
amico, lo afferra a un certo punto nel suo rugginoso ingranaggio, ed
egli  chiamato ad agire, a decidere: tra l'amicizia per il Conte e la
ragion di stato, tra l'inchinarsi a una patria scellerata e il salvare una
vita cara. Sceglie il peggio, lascia l'amico al suo destino, e subito parte
per una lontana missione e di lui non sapremo pi nulla: impreveduta
sparizione, brusco troncamento che  la risorsa teatrale inaspettata
del Carmagnola. Il monologo commiato di Marco, d'altra parte, ri-
scatta la tragedia, l'accentra nella sua figura e la ricollega a un ordine
di riflessioni pertinenti non solo al senatore in angustie, ma soprat-
tutto al moralista-poeta. Lasciamo l'attacco baritonale ( Dunque  de-
ciso!..Un vil son io ) e corriamo alla struggente autointerrogazione:

O Dio, che tutto scerni,
Rivelami il mio cor- che io veda almeno
In quale abisso son caduto, s'io
Fui pi stolto, o codardo, o sventurato.
(Atto quarto, scena seconda).

dove per un momento l'ornato solito del linguaggio si assottiglia fino
a valori minimi, e metro e parola e significato vanno spontaneamente,
naturalmente insieme. E saltiamo subito alla conclusione:

Oh empi in quale abbominevol rete
Stretto m'avete! Un nobile consiglio
Per me non c'; qualunque io scelga  colpa.

   A questi non molti endecasillabi l'autore ha affidato il mes-
saggio tragico dell'opera: nell'agone storico-politico, l'azione  per
se stessa iniqua:  qualunque io scelga  colpa . Marco exit, il dram-
ma  consumato.
   Nell'Adelchi il tema diventa dominante, il personaggio centrale ne
 il portatore, e la vittima, da un capo all'altro della tragedia. Aggiu-
stata la messa a fuoco sul protagonista, anche il quadro generale si fa
pi nitido, il linguaggio e il verso pi funzionali. Adelchi, come ve-
dremo tra poco, rilutta alla parte di eroe che la storia gli ha assegnato;
ha l'animo dell'esule, pur tra i suoi Longobardi: e la luce malinco-
nica di questo esilio si diffonde sulle cose attorno, crea una mesta
lontananza di rimpianto che rende probabili i battifredi e le mura,
e i duchi, e i conventi, e il  fior di Francia , e il  santo avel di
Pietro , insomma tutto l'arredo e il paesaggio storico di cui  inti-
mamente contessuta la vicenda. Cos pure rende plausibile, e con-
gruente a un gusto finalmente precisato di litografia romant*a, il lin-
guaggio di base, che trae i suoi migliori effetti  medioevali  dal
repertorio stesso della tradizione neoclassica e puristica; tanto pi
efficace quanto pi liso e senza pretese di parer altro: si vedano (a
casola  fida scorta , il  brando vendicator , le  memorie acer-
be , l'arti inique , il  soave raggio d'april , per non dire del
 guiderdone , delle  poma , dell' aure  e per tacere affatto del
 comple , che offese crudelmente l'orecchio del Foscolo. A quello
stesso deposito non attinsero del resto a piene mani e con risultati
non indegni i primi traduttori di Walter Scott, primo fra tutti l'I. R.
professor Gaetano Barbieri?
   Con questi materiali di ricupero l'autore riesce spesso--ed 
spettacolo straordinario--a edificare strutture di solida praticit o
eleganti pinnacoli svettanti in pi spirabil aere; come pu essere
esemplificato allo stadio pi elementare da versi quali

Oh Mosa errante! Oh tepidi
Lavacri di Aquisgrana!

dove la non superabile ovviet lessicale e retorica non impedisce
affatto che si verifichi la magica reazione della poesia: per merito
di quell'enjambement, che scinde l'atomo inerte  tepidi lavacri  li-
berandone insospettata energia; per i'incidenza parnassiana di Mosa
e di Aquisgrana, che restituisce a  errante  una dignit indefinita;
grazie infine al nostalgico movimento di metronomo che coordina i
vari elementi.
Benemerito di questi e di altri prodigi che s'incontrano nella tra-
gedia  dunque Adelchi, cio la felicit--se cossi pu dire--la
coerenza, la compiutezza del suo dramma. Adelchi , come il Carma-
gnola, un eroe, un uomo di animo elevato aspirante a grandi imprese.
Ma laddove il Conte si dibatteva  colla debolezza e colla perfidia dei
suoi tempi , tempi nei quali peraltro, osservava non senza ra-
gione il Tommaseo, era perfettamente integrato, per Adelchi non
si tratta pi di circostanze particolari,  ormai questione di principio.
La chiave  nei versi famosi del finale, nel superbo commiato di
Adelchi dal padre:

          Godi che re non sei; godi che chiusa
          All'opra t' ogni via; loco a gentile
          Ad innocente opra non v': non resta
          Che far torto o patirlo. Una feroce
          Forza il mondo possiede e fa nomarsi
          Dritto: la man degli avi insanguinata
          Semin l'ingiustizia; i padri l'hanno
          Coltivata col sangue, e ormai la terra
          Altra messe non d
          (Atto quinto, scena quinta).

Commiato irrevocabile dalla politica, commiato dalla storia, sede
di questa. Dimissioni dal rango di eroe mondano. Ripudio dell'azio-
ne, raggiunto dopo le penose, frantumate, casuali peregrinazioni guer-
resche in cui consiste la trama della tragedia (anche questo disordine
 funzionale). Ma non senza alta protesta, come documentano i versi
appena citati. Non senza crudele sofferenza. Il finale edificante della
tragedia reca una pace posticcia,  uno scadimento elegiaco nel pianto.
La morte si offre all'eroe come una provvidenziale via di scampo, ac-
cettata con sollievo, e proprio per questo non ha il minimo valore
risolutivo. Resta vero e autentico il dolore dell'immedicabile impo-
tenza:

          ... La gloria? il mio
          Destino  d'agognarla e di morire
          Senza averla gustata...

          ... Oh! mi parea
          Pur mi parea che ad altro io fossi nato...

          Il mio cor m'ange Anfrido: ei mi comanda
          Alte e nobili cose; e la fortuna
          Mi condanna ad inique, e strascinato
          Vo per la via che non mi scelsi, oscura
          Senza scopo; e il mio cor s'inaridisce...
          (Atto terzo, scena prima).

La risposta di Anfrido:  Soffri e sii grande, il tuo destino  que-
sto  condensa epigraficamente il nucleo della tragedia e rinvia, chi
voglia, a sondare le affinit segrete tra Adelchi e l' anima  leopar-
diana, a scrutare comparatisticamente le due vie seguite dal mila-
nese e dal recanatese nella ricerca di una risposta a domande che l'e-
poca poneva identiche a chi avesse orecchio da raccoglierle.
Una delle conseguenze pi rilevanti del fallimento di Adelchi
 l'instaurazione del binomio oppressori-oppressi, secondo un'acce-
zione tutt'altro che univoca. Il patrocinio dell'oppresso, questa co-
stante manzoniana, trova nell'Adelchi il contesto pi favorevole a un
suo rovesciamento in invidia per l'oppresso, che per definizione  og-
getto e non soggetto di storia, deve subire l'azione anzich intrapren-
derla. Tra il  far torto  e il  patirlo  la scelta d'un cuore sen-
sibile non  dubbia. Commiserazione e piet per chi soffre, esecra-
zione per chi-fa soffrire, e sollievo per sapere la vittima immune da
errori e crimini inevitabili, formano un composto che soddisfa insie-
me la ragione, il senso di giustizia e i pi cari affetti dell'anima. Nel-
l'Adelchi i Latini oppressi dai Longobardi, a parte che restano molto
in ombra, sono compianti nel corso della tragedia, ma ammoniti, non
senza qualche durezza, nel coro Degli atrii muscosi. Invece tutte le
condizioni pi favorevoli alla definizione di oppresso si realizzano in
Ermengarda. La naturale tenerezza e remissivit femminile, e l'atroce
violenza dell'essere ripudiata dall'uomo amato, la escludono dalla
vita senza privarla del bene dei suoi  terrestri ardori , passione e an-
goscia amorosa. Dolcissima vittima e affatto incolpevole,  ben degna
di essere, in uno, compianta e invidiata:

Te colloc la provida
Sventura in fra gli oppressi.

Sconfitta anche lei, anche lei frustrata: ma non era chiamata, come
l'inquieto, spaesato suo fratello, a grandi cose. La sua morte  un se-
reno congedo. Adelchi non pu n vivere secondo le sue alte aspira-
zioni, n quindi veramente morire.

GIULIO BOLLATI:
Da A. MANZONI, Tragedie, a cura di Giulio Bollati, Torino, Einaudi,
1965, pp. 15-24.


/:/ Il Cinque Maggio.

   La dimensione umana di quest'ode  in realt vastissima, e tale da
giustificare il travaglio dei critici. C' qui il sentimento della storia,
amaro e placato nella coscienza dall'accettazione del divino. Ma entro
che limiti questa accettazione  ritrovamento di una legge, e quanto
resta invece ancora mistero inesplorato della vita, termine di un
dramma romantico? quanto delle contraddizioni dell'esistenza si chia-
risce allo sguardo di chi riconosce il nostro destino religioso, e quanto,
pur perdendo carattere di assurdit, resta tuttavia tormento placato
nell'accettazione che non spiega? Il Cinque Maggio nel suo intimo
significato  proprio il canto su un destino certo ma non chiarito, epi-
co per il grandioso intervento del divino, ma non del tutto razio-
nalmente rischiarato. Napoleone alla fine  consolato per la scoperta,
che direi improvvisa, delle promesse di una fede rivelata, che fino
all ultimo ha parlato in lui per luoghi comuni, con linguaggio trito,
reso significativo soltanto adesso in prossimit della morte. Le ormai
suasive promesse possono pacificarlo; ma a noi si pone il problema del
valore che assumono dinanzi al giudizio della coscienza storica del
Manzoni, che non si confonde con il suo personaggio, e che dopo la
morte di lui inizia il proprio processo ansioso per giudicare l'azione
umana. 
   Si pu dire, infatti, che questa lirica fu originata da una notizia
subitanea, per mancante totalmente della imprevedibilit che  al-
l'origine della motivazione di Marzo 1821. Sul tramonto di Napoleone
il Manzoni aveva gi molto meditato. L'ode  anzi preceduta da un
lungo tempo di adesione a situazioni tragiche, di analisi di stati d'a
nimo di guerrieri (il conte di Carmagnola, Adelchi, Carlo Magno, De-
siderio), per ciascuno dei quali si pone il problema morale del va-
lore dell'azione. E certo nella meditazione manzoniana del 1821 il pro-
blema di Napoleone, ormai isolato da tutta l'umanit, di cui  stato
l'anima (buona o cattiva?), il principio motore, l'agitatore burrascoso,
non appare pi problema storico, ma etico: il problema del suo com-
portamento dinanzi alla morte, dei mutamenti che nel suo animo ave-
va portato la solitudine; ed era tanto urgente, che quando il Man-
zoni riordin, dopo la stesura del primo getto, i tumultuanti pensieri
lo proiett e dilat nella coscienza della Terra che  muta  pensa
 all'ultima / ora dell'uom fatale . Napoleone saliva dal piano,
pur alto, delia sua realt politica, sino a diventare segno definitivo
nella storia della creazione divina: simbolo dell'uomo; egli aveva per
troppi anni stimolato all'odio od all'amore, perch il Manzoni non
cercasse di cogliere il senso di quella vita procellosa, e dei suoi rap-
porti con l'esistenza degli altri uomini. Tutto ci  detto in un grup-
po di strofe cui gi il primo getto d rilievo in apertura dell'ode, e
nel quale il poeta introduce se stesso in modo brusco, e si direbbe
presuntuoso, a spiegare perch sinora abbia taciuto del Bonaparte,
e perch ora intenda parlarne. Noi sappiamo per quale motivo il Man-
zoni non avesse preso pubblicamente posizioni politiche: aveva ten-
tato di farlo tre volte, e la poesia era venuta meno; ma non di questo
si tratta: l'affermazione del Manzoni qui ha troppa importanza perch
possa essere contraddetta con citazioni. Essa contiene l'avvio alla
conclusione dell'ode; vi  gi qui lo stato d'animo dell'ultima strofe:

Tu dalle stanche ceneri
sperdi ogni ria parola.

Il Manzoni che si ferma pensoso (pensoso ora s'arresta  dice il
primo getto) dinanzi alla spoglia di Napoleone, e innalza il cantico che,
non destinato a morire, sostituisce  le eterne pagine  su cui cadde
 la stanca man , rivela in questo suo atteggiamento di avere gi
meditato tutte le conclusioni, di aver pronunziato un giudizio, non
solo storico (anzi, su questo limite il Manzoni non vuole soffermarsi,
ma trascendentale. Se la poesia nacque di getto e questo volta fu
grande, , dunque, perch nulla d'improvviso era avvenuto, salvo la
accidentale scomparsa di Napoleone; ma quanto contino gli uomini
grandi nella storia,  orme  soltanto della creativit divina, questo
era il vero problema. 
   Tutto ci ho detto per confermare la proposizione che Il Cinque
Maggio non  affatto una lirica improvvisa, ma nasce dalla lunga me-
ditazione sulla sorte degli uomini, ed  pertanto legata agli Inni Sacri,
in quanto il tema di una poesia non  per il Manzoni mai cosa staccata
dalla visione etica dell'esistenza, e quindi dalle formulazioni che que-
sta riceve nei diversi tempi delle altre composizioni. Ogni argomento
 sofferto e meditato a lungo, finch un'occasione storica o intima ne
determini il cristallizzare, il concretarsi in una serie di immagini ricche
di corrispondenze e di echi, frutto non gi di lavoro intellettualistico,
ma di spontaneo convergere di pensieri e sentimenti attorno ad un nu-
cleo, che ne viene arricchito e approfondito, levigato e reso limpido
dalla meditazione che lo rischiara e dalla parola persuasa. 
   Il Cinque Maggio , dunque, una meditazione sulla morte del pi
grande uomo che sia passato sullo schermo del mondo: Napoleone 
soltanto un'occasione, e il suo nome sonoro non  mai pronunciato;
ma la morte non  vista con lo spirito controriformista del Seicento,
bens con quello del cattlico che si avvia al Risorgimento;  il limite
della vita in cui noi pur dobbiamo operare; e la vita  scelta che richiede
tensione e volont. Anche per questo Napoleone  emblema dell'uomo,
egli che ha tato anelato a raggiungere mete difficili, che vivente parve
ottenere un premio  che era follia sperar , e in realt ne raggiunge
poi uno impensato, che ancora  i desideri avanza . Tra le due follie
del sogno umano e del sogno eterno il Manzoni sa che non si pu sce-
gliere, e lui stesso questa volta non ha scelto. Se  vero che  la glo-
ria che pass    silenzio e tenebre  dinanzi all'unica cosa eterna,
egli ha pur sentito sinceramente come eterne le pagine di Napoleone,
e, ancora pi chiaramente affermando il proprio sentire, ha quasi in-
consapevolmente scritto di un  cantico che forse non morr . Sa-
rebbe facile parlare, non dico di orgoglio, di meschina superbia, ma
anche solo di imprudenza, di scarsa penetrazione del senso cristiano
della nullit della vita. Pagine eterne sono in verit solo quelle che
scrive la  Fede ai trionfi avvezza , non l'inno che il poeta scioglie pres-
so l'urna di un eroe. Vi  indubbiamente un'aporia, che a noi rivela,
per una delle molte vie onde abbiamo accesso al cuore del Manzoni,
fino a che punto in lui vi fosse l'inquietudine, la bipolarit del suo
stesso personaggio; come la partita fra l'umano e il divino non fosse
mai chusa, ma il cristianesimo venisse sentito e sofferto, perch sem-
pre operante e scavante in una contraddittoria realt umana
   Napoleone  nel Cinque Maggio un problema aperto, non ia solu-
zione conclusa che appare a prima vista; in lui si compendia il mistero
stesso della vita come tensione dell'agire e del distacco, dell'essere e del
divenire, in un dramma esistenziale la cui soluzione  rimessa alla vo-
lont divina: qui non ancora totalmente: co`n piena risposta solo nel
coro della morte di Ermengarda. E pertanto possiamo ora chiudere
un discorsoperto poc'anzi a proposito del personalismo manzoniano.
Alla morte dell'eroe il mondo sta muto, valutando gli eventi sul pa-
ragone dell'infinito e dell'eterno; ma il Manzoni, mentre gli eventi si
compivano, vide e tacque. Ha voluto il poeta qui fare l'elogio di se
stesso, della propria prudenza o della propria esitazione, della gene-
rosit o del riserbo? Forse nulla di tutto questo: il medesimo silenzio
che cala sul mondo quando  privato dell'animo di Napoleone si era
gi imposto con sgomento al giovane poeta, in cui qualcosa di divino
indicava nei fatti politici una mano misteriosa. La parola  Genio  non
 soltanto un'espressione rispondente alla terminologia messa in voga
dai Francesi alla fine del Settecento, non ha nulla di rococ, e non ha
nulla di superbo: , fra tante forme latineggianti, un latinismo che in-
dica qualcosa di pi dell'animo del Manzoni, qualcos di divino che 
in lui, non come poeta, per, ma come uomo pensoso, che sente e me-
dita, e non pu unire la propria voce a quella di mille altri, proprio
perch vede la  vece assidua  di quel cadere e risorgere e giacere,
che gli toglie la possibilit di encomio e di oltraggio. Egli non ebbe
merito nel silenzio; cosl ora, quasi forzatamente e senza impegno di
volont,  sorge   commosso , e deve sciogliere presso la tomba,
quasi rito religioso, il cantico che non morr. Non  diverso qui l'at-
teggiamento del Manzoni da quello della strofa in cui egli si chiede se
vera sia stata la gloria di Napoleone, e religiosamente china la fronte
dinanzi a Dio, mentre afferma che l'eroe scomparso fu la pi grande
manifestazione della creativit divina. Che complesso di contraddizioni
potremmo rilevare in queste poche strofe: presunzione e accettazione,
orgoglio ed umilt, solo che noi non dessimo alle parole del Man-
zoni il loro vero significato di meditazione su eventi fatali, dinanzi ai
quali il Genio sgomento tace, e commosso canta come Davidispirato
dal  massimo Fattor . Il chinare il capo, il tacere ed il cantare hanno
lo stesso significato di riconoscimento di un'alta fatalit; e tutto ci si
traduce poeticamente in una serie di strofe che comincia col presentare
 folgorante in solio  l'eroe, e finisce col dissolverlo nell'immagine
della  vasta orma  divina. Al centro vi  la narrazione eroica delle
imprese di Napoleone, indicate con accenni spaziali che tracciano gran-
di archi sull'Europa insanguinata, dove, fra l'uno e l'altro mare em-
blematicamente indeterminati, spazia il cielo solcato dal fulmine di Na-
poleone. La sobria grandezza dell'imperfetto epico ( tenea )  rile-
vata dalla terminologia classica. Ma tosto l'eroe cala dai cieli della sua
tempestosit, e fatto  orma  divina, mentre il poeta china la fronte,
 ormai potenzialmente un naufrago:  La procellosa e trepida... .
Il paragone col naufrago apparir pi avanti, ma  gi qui posto, perch
esso risponde al senso universale che il Manzoni ha dell'eroismo e del-
la vita attiva. 
    Procellosa  era tutta la vita di Napoleone, pure nel periodo eroi-
co, quando egli tutto provava e cadeva e risorgeva: naufrago gi al-
lora. Anche scrivendo le strofe enunciatrici di questi avvenimenti il rit-
mo si era spontaneamente disposto secondo un moto ondoso; anzi,
tutta la lirica era nata sotto l'impressione di un incalzare e travolgere
di fatti, di fughe e di vittorie, e il definirsi nel suo pieno significato del
paragone del naufrago in fondo fu solo illimpidirsi e cristallizzarsi di
tutto un senso della vita come mare ondoso, onda di cavalli assalenti,
onda di ricordi, onda di fatti che solleva alla reggia o prostra nella
polvere. Perfezionatosi il paragone, si era chiarita nella mente del
Manzoni l'ispirazione dell'intera ode, e Napoleone appariva pi che
mai l'uomo fataie, apportatore di un destino per s e per gli altri.
In questo senso circoscritto si pu dire che nel cinque Maggio l'e-
roico viene asserito come realt, da quel Manzoni che nelle Osservazioni
sulla morale cattolica ha pure rinnegato ogni guerra, e ritenuto che la
morte di un solo uomo sia anche troppo per l'intera umanit. Nell'ode
egli par celebrare l'assalto agli accampamenti nemici, l'impeto della
cavalleria, il celere obbedire all'intuizione geniale che porta la morte,
e sospettare, e quasi ammettere, che in ci sia vera gloria; in realt
per, vi  una rappresentazione nitida e un'interpretazione drammati-
camente oggettiva della storia, in cui si avverte soprattutto la misterio-
sa ostillazione delle fortune. Manca qualsiasi giudizio sulla guerra. Im-
parziale  persino l'espressione  cruenta polvere , la cui essenzialit
implica un senso cosmico e religioso della vita per mancanza di accusa
e mancanza di piet. Inutilmente in tutta l'ode cercheremmo una paro-
la di compatimento per i popoli che hanno infinitamente sofferto, per
gli innumerevoli morti che hanno ricoperto l'Europa. Si direbbe che ac-
canto alla spoglia di Napoleone nessun altro infelice dorma, nessuna
delle sue vittime. L'imparzialit qui rasenta la spietatezza, se non fosse
che il Manzoni  rapito pi in alto del piano dell'umanit, vola su
quello della trascendenza sin dall'inizio, e la sua terra non  solo mu-
ta  al nunzio, ma pare quasi deserta,  orba di tanto spiro ; piano
di trascendenza che impegna al grande problema indicato: quello del
valore dell'azione umana, qualunque essa sia; del significato della sto-
ria e di questo nostro agitarci naufraghi fra le onde. Il Manzoni sa
che a una vita intera di meriti non basta a coprire una violenza;
perch, ci chiediamo, non dovrebbe contare tutto il sangue sparso da
Napoleone? E noi sappiamo che non conta il sangue di Sisara se Dio
stesso lo colpisce col  maglio  di Giaele; e cos l'infinito sangue 
ignorato dal Manzoni perch  solo a cruenta polvere  sotto l'orma
dello spirito creatore di Dio. Ricordiamo che con austera solennit
a questo punto il poeta doveva dire: a Nui chiniam la fronte ; e la
chinava assorto in una meditazione non limitata alla a vera gloria 
o all' ultima ora dell'uom fatale , ma abbracciante l'una e l'altra
cosa. N dissimile doveva essere nella sua immaginazione lo sguardo
di Napoleone, reso trascendentale dopo il crollo e la disperazione.
L'imperatore non afferma che sarebbe stato meglio non essere mai
diventato sovrano, non giudica o rinnega i valori della vita; ma astrae
da essa, e tutto s'immerge nel cammino che porta ai a campi eterni ;
non si umilia al divino, come Desiderio, vinto e non convinto, che
di Dio adora la vendetta, la forza, e s'inchina dinanzi a Carlo cui
Dio lo inchin, a un Dio tremendo e barbarico  (Sansone) che pie-
ga i superbi: aspetto unico e unilaterale della complessa divinit
del Manzoni, la quale  elargitrice di sventure e gioie, affanna e con-
sola, ed  anche il Dio che uccide Sisara, e vuole si affermi la sua
volont oltre a l'antiveder bugiardo  di senni umani.
   Napoleone  dapprima eroe anticristiano: il suo folle sperare
appartiene a quegli a smisurati desideri  che il cielo aborre, come
ricorda Desiderio a un re che non molto bada ai dolori degli altri
 pria d'oprar ; ed  totalmente disgiunto dal senso della carit.
Per lui la legge terribile della vita  quella enunciata da Adelchi:
 Una feroce forza possiede il mondo ; e questa forza egli vuole
adoperare per attuare folli sogni; tutto conseguendo. Anche Adelchi
 in certo senso non interamente cristiano, perch lui pure crede di
dover anelare ad una giustizia terrena; vuole la gloria conquistata
in imprese giuste, affermata attraverso l'eroismo redento daUa san-
tit degli scopi. Vera gloria la sua? Anche a questa domanda il Man-
zoni chinerebbe il capo, perch nell'anelito alla giustizia terrena  an-
cora attaccamento al mondo, e solo quando lo spirito anelante ai ri-
sultati mondani cade, e subentra la disperazione nel valore delle no-
stre azioni, nel distacco dal mondo si trova la verit.
   Non molto tempo  passato da quando, scrivendo il coro per la
battaglia di Maclodio, il Manzoni, sdegnato e pieno di zelo religioso,
come fra Cristoforo nel palazzotto di don Rodrigo, aveva levato il
dito sentenziando che a torna in pianto dell'empio il gioir ; e poi
aveva aggiunto che

talor nel superho viaggio
non l'abbatte l'eterna vendetta:
ma lo segna; ma veglia ed aspetta;
ma lo coglie all'estremo sospir.

   Ebbene, Napoleone  in certo senso l'immagine dell'uomo per il
quale questa profezia non  valsa. Tutto per lui  stato avallato; abbat-
tuto ancora nel culmine dell'et e del!a potenza, sul suo capo la ven-
detta divina non si  scatenata: ha vegliato ed aspettato per assisterlo,
incoraggiarlo, salvarlo  all'estremo sospir . Rovesciamento di si-
tuazione, il quale ci dice come per il Manzoni la fine di Napoleone
dovette costituire la prova dell'ordine provvidenziale delle sue azio-
ni. Definita per sempre la natura teleologica della storia, il problema
del male, delle azioni malvagie, sfuma nella consapevolezza della
cagione divina che agisce nell'interno dell'uomo, e fornisce ai fatti
una giustificazione misteriosa in un ordine generale di beni. Non sa-
rebbe pi possibile al Manzoni constatare la maledizione divina su
colui che infrange il patto di fratellanza tra gli uomini; il presume-
re che sia maledetto chi  contrista uno spirto immortal   in fondo
smodata valutazione dello spirito umano, che  supremo nell'ordine
immanente, infimo nell'ordine trascendente. Per il Manzoni si pone
ora piuttosto l'altro aspetto del problema: se lo  spirto immortal 
abbia diritto di contristarsi, se ci non sia ancora il momento pura-
mente umano della sua coscienza; quello di Napoleone che dispera.
Nell'ordine generale metafisico si apre il cammino fiorito di diffe-
renti speranze, quando si chiude quello della disperazione terrena.
Napoleone che dispera di ogni possibile azione congeda con le lusin-
ghe terrene i ricordi e le ambizioni, aprendosi la prospettiva dei
 campi eterni . Vista cos dall'alto  l'aiola che ci fa tanto feroci ,
anche la  cruenta polvere  dei vari campi di Maclodio  solo la ma-
teria su cui s'imprime la misteriosa orma del procedere divino.
Appunto perch il morire di Napoleone  susseguente ad un dispe-
rato abbandono,  cos sfinito di forze umane, escludendo ogni no-
stalgia della vita terrena in nome di una legge pi alta di quella
della storia, Napoleone morente  grande creatura della lirica man-
zoniana, dietro la quale si apre in immense prospettive l'abbandonato
terreno del dramma sanguinoso dell'Europa, col suo ritmo incalzan-
te nei versi, e si fa attuale l'essere senza storia, dove si perde nel
silenzio e nelle tenebre l'assurdo e lo strazio del mondo.
   Adelchi ci ha detto che

gran segreto  la vita, e nol comprende
che l'ora estrema...;

ma anche il segreto da lui compreso  pi in basso di quello scoperto
da Napoleone, che si disinteressa di qualsiasi comprensione della
vita, ha rinunziato interamente ad intenderla, proprio perch la sua
disperata rinunzia  apertura di un mondo mistico, ingresso nel  pi
spirabil aere ; parole che, se a molti di noi non dicono pi nulla
(e pertanto esse parvero rugiadose di oratoria cattolica al Russo)
avevano un significato vibrante nell'animo del Manzoni, tendevano
a cogliere un ritmo eterno di realt, a farsi espressione dell'ineffabile.
   Siamo ritornati in questo modo al giudizio sull'eroico: ci tro-
viamo qui dinanzi alla piena redenzione dell'oppressore, di chi ha
infranto il patto di solidariet umana; e verrebbe voglia di chiederci
ancora se sia bene essere oppressori. Ma la risposta del Manzoni  gi
stata troppo lunga, e nulla egli pu asserire, perch tutta l'ode  un
meditare a fronte china. Sul  capo antico  di Desiderio poteva scen-
dere, grave, la mano di Dio; anche egli si sentiva  stanco dalla fuga ,
che pur era stata un fuggire dalla storia non troppo lungo. Egli era per
giunta desolato al pensiero di non poter raccontare un giorno  in
una fida ora di pace  le burrasche della vita. Come lontano il no-
stro oppressore ormai anche da queste consolazioni terrene!
   Il Cinque Maggio,  dunque, alla sua conclusione. Dalla mitiz-
zazione eroica di Napoleone, sentito come il fulmine che attraversa
il cielo d'Europa, alla celebrazione umana della sua procellosa gioia
ed ansia, e degli alterni successi e dolori, alla disperazione umana
degli incalzanti ricordi, al conforto divino, si  svolta l'ode attraverso
una serie di ritorni al tema tormentoso della grandezza che si esau-
risce nella morte. Ode non celebrativa, ma introspettiva, nella quale
pertanto il Manzoni poteva, caso unico, introdurre per un momento
se stesso, uscendo dal cantuccio dove di regola si apparta. La cele-
brazione, se pur ci fosse, dell'eroe  folgorante in solio  sarebbe
fatta attraverso l'immagine, iniziale, dello  spirto anelo ; e resta
per noi dubbio giudizio se il ritmo agitato sia pi quello di una
marcia eroica o di un rantolo di agonia.
   Il Momigliano ha notato che in quest'ode mancano gli uomini:
preciserei che qui vi sono astrattamente  i secoli  e la  reggia  e
l'altar , n ci senza ragione. L'ode si svolge come rapida e gran-
diosa epopea con due personaggi: colui che non  pi nella sua spo-
glia, e colui che dopo averlo atterrato e suscitato  accanto a lui po-
s . Epopea, o, se preferiamo dire, sinfonia a due temi e due voci,
assai diverse da quelle dell'eroico e del mansueto poeta di Merzo
1821, perch in entrambe  tale grandezza da giustificare l'afferma-
zione del  cantico che forse non morr . L'intrecciarsi dei due temi,
delle due voci di meditazione e di epica lungo tutta l'ode, stabilisce
una continuit tematica, risultato della ininterrotta opera della fan-
tasia creatrice d'immagini, e stimolata dalla meditazione, dall'agire
simultaneo del  sentire e meditare , che crea il  suader potente .
Anche l'assenza di uomini, l'uso continuo degli astratti, che va dalla
 terra muta  alla  deserta coltrice   istintiva semplificazione,
o meglio stilizzazione, dov' eliminato ogni personaggio estraneo al
sintetico dialogo. E si potrebbe dire di pi: che Napoleone, orma
divina, assume, senza certo piena consapevolezza da parte del Man-
zoni, qualcosa del fatale agire divino, se egli si asside fra i due
secoli e impone silenzio, non diversamente da come lo impone Dio a
 ogni ria parola , posando sulla  deserta coltrice  accanto all'uomo
morente.
                            
CESARE FEDERICO GOFFIS:
Da  Il Cinque Maggio  in La Rassegna della letteratura italiana,
a. 67, n. 2, maggio-settembre, 1963, pp. 246-278.


/:/ Introduzione al Promessi Sposi.

   Ideati e composti di slancio negli anni stessi che vedon nascere
l'Adelchi, le odi, i cori, la Pentecoste (tutte le prove insomma pi ma-
ture e pi originali del genio poetico manzoniano), sollecitati e nutriti
da un fervore di riflessioni critiche che in quegli anni medesimi pren-
de forma di poetica consapevole, pubblicamente e polemicamente
ragionata, dalla Prefazione al Carmagnola alla Lettera allo Chauvet,
fino all'altra a Cesare d'Azeglio sul romanticismo; i Promessi Sposi
si collocano, cronologicamente, al vertice dell'esperienza letteraria dei
romantici milanesi, nel momento in cui questa produce il suo mas-
simo sforzo e si esaurisce, e al tempo stesso riassumono i risultati
della ventennale attivit dello scrittore su un piano propriamente ar-
tistico e creativo, che con essi d il suo frutto pi splendido e si con-
chiude. A ben rendersi conto della complessit di un'opera in
cui concorrono, con l'istinto poetico, ricchi fermenti ideali--e che
perci appunto si colloca subito fra le pochissime veramente grandi
e durature, in cui tutta una situazione culturale, e una fase storica, si
rispecchia in forme esemplari,--sar necessario riportarne il con-
tenuto e i moduli espressivi nel quadro dell'evoluzione civile e in-
tellettuale dell'Italia e dell'Europa nel trapasso dall'Illuminismo alla
Restaurazione: che  poi il solo modo di misurarne oggettivamente,
sul filo di una biografia essenziale e non aneddotica, la novit effettiva
e i limiti legati a quella concreta condizione di tempo e di ambiente.
   Nato nel 175, alla vigilia della Rivoluzione, quest'uomo che por-
tava nel sangue l'eredit deirerri e del Beccaria, e a cui dalle circo-
stanze stesse ambientali era stato risparmiato il peso di un'angusta
educazione familiare oppressa da pregiudizi aristocratici e da rigide
convenzioni morali e religiose, avesla con non comune precocit at-
tinto, nell'atmosfera della TJombardia sullo scorcio del Settecento
e agli inizi del nuovo secolo, una notevole apertura di idee e l'abi-
tudine a un giudizio tutt'altro che conformistico delle cose e degli
idoli mentali che ad esse si sovrappongono e si sforzano di dirigerle
ed interpretarle. Nessuno, se non forse il Leopardi (ma in un clima
di gran lunga pi chiuso e quasi affatto libresco), tra gli uomini pi
rappresentativi della cultura italiana dell'Ottocento,  andato altret-
tanto a fondo nell'assimilazione delle conquiste essenziali della cul-
tura illuministica e delle sue risultanze sul terreno pratico, della ri-
voluzione borghese e giacobina. Scritto a quindici anni, e in un tem-
po in cui l'esperienza delle improvvisazioni demagogiche e della pe-
sante occupazione francese maturava quasi dovunque un atteggiamen-
to di stanchezza e la nostalgia degli ordini antichi e delle ideologie
tradizionali, il poemetto Trionfo della Libert attesta una incon-
sueta fermezza di convinzioni, una fede democratica, antitirannica
e fieramente ostile alle superstizioni consacrate, che non si abbatte
n si attenua per circostanze sfavorevoli e momentanee delusioni.
Anche in seguito la sua avversione alla tutela francese non assume-
r mai, in lui, l'aspetto di un cedimento, di un'involuzione ideolo-
gica; sar piuttosto spirito antinapoleonico, e cio ostinata fedelt
alle istanze originarie della Rivoluzione, tradite e deformate sul pia-
no civile dall'avvento del dispotismo e su quello ideale dalla bruta-
lit della conquista imperialistica: atteggiamento che si rinsalder,
durante il primo soggiorno parigino, a contatto con il cenacolo degli
ideologi in cui sopravviveva il culto di Robespierre; n verr meno
anche pi tardi, anche dopo la conversione, nella consuetudine coi
giansenisti repubblicani e anticlericali, dal Degola al Grgoire.
   In meno di un decennio, fra i quindici e i ventiquattro anni, il
Manzoni intraprende svolge ed esaurisce un'esperienza di lettera-
tura neoclassica, parallela e singolarmente affine, nella linea e nelle
fasi culminanti del suo processo, a quella del Foscolo, dai sonetti
alfieriani all'ode Qual su le cinzie cime e all'Adda, dai sermoni pari-
niani al carme In morte di Carlo Imbonati e all'Urania. Pur con ri-
sultati, sul piano artistico, di gran lunga pi gracili e acerbi (il che
non esclude, ad ogni modo, una precoce maestria formale), al Fo-
scolo appunto lo accosta l'impegno e la seriet con cui applica i ca-
noni di un gusto diffuso a una materia di sentimenti reali e moderni,
lontanissimo sempre dall'eclettismo dispersivo e tutto esteriore di un
Monti; ma dal Foscolo poi lo distingue, e giova a conferirgli fin da
allora una fisionomia personale, l'assenza pressoch totale-di abban-
doni e compiacimenti estetizzanti, nel senso di una poesia pura e fine
a se stessa, l'istintivo rifiuto del concetto di un'arte idealizzante e
trasfiguratrice (porto di consolazione e strumento di evasione), quel-
l'esigenza di una ispirazione realistica e quel costante rigore mora-
le, che attestano nel quadro della sua poetica neoclassica la pre-
senza durevole di un'eredit tutta settecentesca e pariniana. Non
tradire mai  il Santo Vero , tenersi attaccato ai  fatti e costumi 
del suo tempo, subordinare sempre la poesia a un fine etico; perch
degna soltanto di riso  d'opinione che esalta l'arte del poeta come
 necessaria e sacra , laddove essa  soltanto un mestiere da eserci-
tare con impegno e disciplina, meno importante e giovevole senza
dubbio della scienza agraria o giuridica, ma utile nei suoi limiti, se ed
in quanto si propone e svolge una funzione sociale. Il rigore mora-
listico, insieme con la diffidenza ostinata verso ogni forma di este-
tica edonistica (anzi verso il concetto stesso, comunque si tenda ad
esprimerlo, dell'autonomia della professione letteraria), sono una co-
stante nelio spirito del Manzoni; non conseguono alla sua adesione
al cattolicesimo, ma la precedono, e, mentre concorrono in parte a
determinarla, ne segnano anche l'indirizzo, il valore e i limiti effettivi
secondo una prospettiva non puramente psicologica e privata, ma
storica.
   La conversione religiosa, nel 1810, e l'altra, che si matura subito
dopo sebbene con un pi lento e difficile processo, dalla poetica neo-
dassica al romanticismo, non si presentano come una crisi e un ca-
povolgimento improvviso, bens come il coronamento e la definitiva
sistemazione di un patrimonio di convinzioni, di atteggiamenti men-
tali e di propositi che permangono, in un certo senso, intatti pur nel-
la mutata situazione. Sono insomma il modo con cui il Manzoni as-
seconda il processo in corso della cultura europea contemporanea e
si inserisce in esso, conservando quanto pi pu del retaggio ideale,
critico e polemico, del secolo dei lumi. Mentre Leopardi, favorito
e impedito al tempo stesso dal suo isolamento, a quella cultura rea-
gisce svolgendo con strenua coerenza la sua battaglia contro tutti i
compromessi idealistici e le promesse illusorie di un ottimismo banale,
nel nome di una ragione sempre vigile e disincantata; Manzoni, che
opera in un clima pi aperto e sensibile a tutte le sollecitazioni della
civilt del suo tempo, a contatto diretto, e non soltanto libresco, con
i movimenti pi progrediti e irrequieti della cultura liberale fran-
cese e germanica, si mostra invece pi disposto ad accogliere ed assi-
milare le tendenze generali dell'ambiente, sebbene sempre in forme
alquanto personali ed estremamente caute, nei limiti in cui esse non
contraddicono alla sua fondamentale educazione razionalistica. L'ac-
cettazione di una norma religiosa  per lui, almeno in un primo tem-
po, soprattutto un mezzo per correggere quel che di astratto, di
chiuso, di intellettualistico persisteva nel suo moralismo, riportarlo
sotto il segno di una saggezza comune e popolare, uscire dal suo iso-
lamento per rientrare nell'alveo di un'esperienza associata; non lo
induce pertanto a rinnegare ottusamente le sue istanze umanitarie, s
invece l'aiuta a scoprire e mettere in luce il filone egualitario e de-
mocratico della dottrina evangelica. L'adesione al romanticismo, a
quel particolare romanticismo che esclude ogni avventura della fan-
tasia e diffida di tutte le evasioni e le licenze del` sentimento,  per
lui, come per i suoi amici del gruppo lombardo, uno strumento op-
portuno a definire in forme pi rigorose una poetica, che rimane nel
suo impulso e nei suoi propositi tutta settecentesca, realistica e an-
tiumanistica, ostile o se non altro sospettosa nei riguardi della tradi-
zione nostrana lirica e rettorica e delle attardate esperienze neo-
classichc, fermamente orientata verso i modelli d'oltralpe, special-
mente in chi, come lui, ha educato la mente e il gusto con particolare
predilezione sugli scrittori francesi del diciassettesimo e diciottesimo secolo. 
Nessuna concessione pertanto, nel Manzoni cattolico, alle interpretazioni rea-
zionarie di un cattolicesimo in funzione della ragion di stato alla
De Maistre, ovvero estetizzante e decadente alla Chateaubriand; nes-
suna inclinazione, nel Manzoni romantico, alle tendenze irraziona-
listiche, al gusto del magico, dell'esotico, dell'evasione fantastica: le
esigenze del cuore restano fermamente controllate e sottomesse al
primato della ragione.  lecito persino dubitare della legittimit del-
la tesi comunemente accolta, per cui si suol considerare il nostro
come il rappresentante pi insigne della corrente moderata, catto-
lico-liberale, del Risorgimento R bensi vero che quella corrente a lui
volle richiamarsi e farsene un maestro; ma, a guardar bene, tutti gli
argomenti addotti per dimostrare su un terreno concreto quella con-
cordia di atteggiamenti e di intenzioni risultano alquanto precari e
sfuggenti. Certo  che non si pu dire che egli aderisse mai fino in
fondo a una dottrina neoguelfa; respinse sempre ogni pretesa eccle-
siastica di governo temporale, nonostante i cedimenti e le propen-
sioni al compromesso di molti fra i suoi stessi amici e familiari; ri-
mase a lungo ostinatamente fedele alle sue convinzioni repubblicane
e soltanto tardi, e con molte riserve, si pieg ad accettare la soluzione
monarchica e piemontese in omaggio a un'esigenza unitaria; non rin-
neg mai, in sede politica, il suo anticlericalismo e, sul piano della
lotta delle idee, il suo criterio di liberale tolleranza; perfino il suo
sentimento della storia, pessimistico e ironico,  pi volterriano che
romantico, e il suo concetto della politica, antidemagogico e pater-
nalistico, nazionale senza nazionalismo,  di schietta ascendenza illu-
ministica.
   Del resto non  questa la sede pi opportuna per soffermarsi
a descrivere l'evoluzione del Manzoni nell'ultimo quarantennio, che
non tocca, come si  gi detto, la storia della sua poesia. Basta ac-
cennare che essa rivela, pur con un fondo di sostanziale coerenza,
anche tracce innegabili di irrigidimento e di chiusura etica e intel-
lettuale. Qui  necessario insistere invece, ed esclusivamente, su quel-
la fase della vita e dell'opera, che  la sola che veramente conti,
quando si attua il felice incontro fra la mente dello scrittore e le idee
del suo secolo, in un vivacissimo fermento di proposte teoriche e di
invenzioni poetiche, per cui l'arte del Manzoni, e con lui la cultura
e la letteratura d'Italia, si inserisce vigorosamente e originalmente
in un movimento di pensiero e di sensibilita di largo orizzonte, eu-
ropeo Considerata in questa prospettiva, l'attivit letteraria del Man-
zoni maggiore, dai primi Inni sacri alla Pentecoste, dalle odi civili
alle tragedie, fino al romanzo, si rivela come la progressiva conquista
di un contenuto vero, epico e drammatico, tutto risolto in racconto
e rappresentazione, sul filo di una poetica oggettiva e corale, o come
egli stesso diceva  sliricata , in consapevole opposizione cio con lo
spirito della nostra tradizione umanistica. Per questo rispetto anche
il trapasso (che culmina in seno alla composizione stessa del roman-
zo, coll'evolversi dei Promessi Sposi dal nocciolo originario del Fermo
e Lucia) da una prima fase di acerbo pessimismo, che scinde e con-
trappone i due piani dell'umano e del divino, e sottolinea l'antitesi
fra la storia terrestre intrisa di sangue, di errori e di lacrime e la legge
cristiana che quaggi  patrimonio e accorata speranza dei vinti, degli
infelici e degli oppressi (Ermengarda e Adelchi, ovvero Napoleone
sconfitto e esule), ad una fase pi matura di relativo ottimismo, in
cui la Provvidenza  chiamata ad operare anche nel nostro mondo,
a correggerne in parte le storture e a consolarne le miserie, , come
vide bene il De Sanctis, progresso d'arte in senso realistico, apertura
verso una visione delle cose pi serena ed articolata, pi vera, per
cul nel reale si riassorbe l'ideale, e cio gli ultimi residui autobiogra-
fici e lirici del moralismo giovanile dello scrittore. Progresso paral-
lelo e concomitante all'altro, per cui i modi intensi ma alquanto duri
di un caratterizzare e definire sintetico e lampeggiante si sciolgono in
una lenta e complessa analisi psicologica, e l'epopea e il dramma si
mutano in un racconto disteso, conquistano un pi aperto spazio
e una durata pi persuasiva. Da un punto di vista pi strettamente
formale, l'attivit lirica e tragica del Manzoni  coerente avviamento
alla  prosa , affrancamento dai moduli della rettorica tradizionale
e dagli arcaismi superstiti del lessico e delle immagini, ricerca sempre
pi decisa e cosciente di un linguaggio moderno, di una parlata pi
naturalmente cordiale e immediatamente comunicativa. Al vertice
di questo processo, considerato in tutti i suoi aspetti, sta la scelta,
che in Italia non ha precedenti degni di rilievo e che anche rispetto
ai modelli stranieri si configura in modi nettamente originali, del ge-
nere letterario per eccellenza moderno; scelta attuata in funzione
di quel contenuto realistico, maturata in un punto con l'invenzione
di una appropriata tecnica espressiva, di un nuovo ritmo, di una
nuova lingua.

   Giunti a questo punto, dovrebbe risultare abbastanza chiaro che
cosa i Promessi Sposi siano, e con quale metro convenga misurarne
il significato e l'importanza; e anzitutto il posto che essi occupano
nella storia della nostra letteratura, sullo stesso piano di grandezza
esemplare e rinnovatrice della Commedia e del Decamerone, delle
Rime e dell'Orlando, la frattura che essi compiono nel corso di una
tradizione mutata in sterile consuetudine, l'incalcolabile apporto di
novit che per merito loro penetra nella nostra cultura, negli spiriti
e nelle forme. Non a dispetto, come si dice, dei suoi presupposti mo-
rali e polemici, s proprio in virt di guei presupposti, il romanzo
 una grande opera di poesia, la cui validit si commisura, come 
proprio dei capolavori, in rapporto all'ampiezza dell'orizzonte cul-
turale e alla sua attitudine a comprendere e a modificare la complessa
realt di un'epoca e di una civilt determinata. Polemico  gi il nu-
cleo primo dell'invenzione: quel porre al centro del racconto ed ele-
vare a simboli della dignit umana conculcata, ma insopprimibile,
un filatore e una contadina, quello spostare l'attenzione dai perso-
naggi degli eroi e dei grandi alla gente umile e anonima, che a molti
dei contemporanei, e perfino a un Tommaseo, apparve atteggiamento
paradossale e deprecabile; e un lievito di insistente polemica, in cui
riaffiorano tenaci i motivi antifeudali e antiumanistici della cultura
lombarda settecentesca, accompagna e sottolinea, ora ironica ora
sdegnosa, la rappresentazione sempre calda di affetto e di piet della
vita dei poveri, svela, sotto il fasto pesante del cerimoniale, gli idoli
di orgoglio e di crudelt, di boria e di violenza che ispirano la con-
dotta e regolano il costume dei ceti dominanti; scopre, illuminandolo
di luce cruda, l'oscuro fondo di cupa tetraggine, di simulazione, di ari-
dit o di vigliaccheria, deiersonaggi d'autorit, tirannelli e politi-
coni, prelati di mondo e avvocati azzeccagarbugli, nobili puntigliosi
e ridicoli pedanti, bigotte con la loro smania dilantropia invaden-
te ed inutile e grandi signore depravate e perverse; suscita ad ogni
passo la satira pungente di una societ con i suoi pregiudizi e le sue
superstizioni, i suoi riti artificiosi e la sua cultura scolastica, nonch
della politica in s e di coloro che l'incarnano, dell'immortale ra-
gion di stato, dei  motivi d'interesse e di riputazione , a cui i go-
vernanti ubbidiscono, procedendo ora con grossolana violenza, ora
con imperizia, con stoltezza sempre, incuranti della miseria, della
fame, del  sangue de' poveri .
   N questo fermento polemico  da considerare come elemento
secondariomarginale ed episodico, o peggio ancora come un'arbitra-
ria e fastidiosa intrusione dell'ideologia religiosa dello scrittore, che
costringa e raffreni la sostanza poetica in funzione di un'apologia an-
gustamente confessionale;  vero invece che esso investe tutta la strut-
tura del libro e ogni particolare; in esso convergono e si compon-
gono fantasia e sentimento, invenzione e riflessione, si accordano, in
un ritmo alterno, temperandosi a vicenda, i momenti e i toni umo-
ristia e comici e quelli tragici eloquenti o solenni. Un medesimo
impulso di alta e combattiva tensione morale ispira la vivacissima
commedia del personaggio di don Abbondio, e, su un piano diame-
tralmente diverso, la psicologia sottile, penetrante, spietatamente ri-
velatrice di Gertrude; anima la mossa, incalzante descrizione, tutta
in chiave ironica, dei tumulti milanesi e la drammatica rappresenta-
zione della carestia e della peste. Il moralismo giovanile dello scrit-
tore, traducendosi in una alta e severa concezione religiosa, si ri-
conosce ora e si articola in una materia ben altrimenti ricca e con-
creta, ma senza perder nulla del suo rigore e dena sua forza batta-
gliera. E quella religiosit, che  stata fin da principio ed  tuttora
per molti lettori ragione di scandalo, di diffidenza e di tenace anti-
patia, quando la si consideri nella sua genesi e nella sua situazione
storica, in quella fase della cultura e della vita italiana, appare per
quello che veramente , nella storia della creazione poetica, al di fuo-
ri e al di sopra dell'ideologia particolare dello scrittore, lo strumen-
to di un interpretazione critica, straordinariamente nuova e attiva in
quel tempo e in quella societ, la condizione e l'avvio al sorgere e al
maturarsi, in Italia, di un'arte realistica in senso moderno. Proprio
per il tramite della conversione e dell'adesione al cattolicesimo, l'i-
deale morale del giovane Manzoni si riempie di un contenuto vero e
acquista una forza espansiva, riconoscendosi nella faticata saggezza
e nella secolare esperienza degli umili; e, inversamente, il principio
egualitario cristiano per la prima volta scende con lui dal cielo sulla
terra e diventa criterio di interpretazione e discriminazione delle vi-
cende storiche e degli atteggiamenti umani. I limiti, che pur si pale-
sano evidenti a un'indagine retrospettiva, di quella posizione mentale
servono tutt'al pi a definire il grado di evoluzione di una societ
quando appunto i Promessi Sposi si leggano in funzione meramente
documentaria; non toccano e non attenuano la sostanza poetica del
libro, n il suo evidentissimo signi;cato storico. Talch, se il con-
fronto con altre situazioni, altrimenti progressive e mature, dell'Eu-
ropa contemporanea, pu riuscire illuminante per lo storico che si pro-
ponga di illustrare le insufficienze e le debolezze della nostra rivo-
luzione nazionale e borghese; diventa poi assurdo, e precisamente anti-
storico, quando lo si assume come criterio di giudizio in sede let-
teraria. Nell'ambito della civilt del Risorgimento, non  possibile
scorgere altra opera pi rappresentativa, sul piano dell'arte, n pi
nuova e feconda, che i Promessi Sposi, se non forse le musiche con-
geniali di Verdi (Leopardi sta a s, e a quella civilt si contrappone
con un virile, se pur sommario, rifiuto, lacerando bruscamente il velo
delle consolanti illusioni metafisiche e  inaugurando il regno del-
l'arido vero ).
   Un rapido sguardo alla trama ed ai personaggi del libro (vivi,
del resto, nella mente di ogni lettore) potr servire di conferma
a quanto s' detto riguardo alla novit e alla forza del suo contenuto.
Al centro della storia stanno i due popolani, i  promessi sposi ,
la cui esistenza passerebbe su questa terra inavvertita, senza lasciarvi
traccia, se essi non finissero proprio per caso, e senza volerlo, a ca-
pitar fra i piedi dei grandi e dei prepotenti e ad inciampare cos nelle
loro trappole. Uno  Renzo, che sembra davvero riassumere in s tut-
te le doti di un certo mondo contadino: la bont generosa, la giu-
stizia istintiva, la religiosit schietta, la laboriosit ilare e serena,
la freschezza non corrotta dei sentimenti; Renzo, di cui la vicenda 
tutta una coperta ininterrotta battaglia contro l'orgoglio e le strego-
nerie dei dotti, di quelli che san leggere e scrivere e servirsi a tempo
del latino dei decreti e della scrittura, contro le ingiustizie dei signori
che han fatto la legge e l'adoperano secondo i loro fini e il loro ca-
priccio; e questa battaglia egli la combatte senz'altra arma che le sue
idee chiare e non artefatte, la sua fiducia tetragona nel trionfo del
bene, la forza sana delle sue braccia e delle sue spalle addestrate da
sempre alla dura fatica:  la figura pi lieta e franca, la pi cordiale
e convincente che il Manzoni abbia saputo inventare. E poi c' Lucia,
in cui la fede ha creato una sensibilit pi alta, pi delicata e sottile;
un pudore, una ritrosia, una superiore gentilezza d'affetti, che reca
con s una luce ineffabile e la proietta su tutte le cose e persone con
cui s'incontra: una creatura che non sembra di questa terra, e pur
rimane una contadina, con il suo modo di sentire semplice e qua-
drato, ben circoscritto in una precisa misura di tempi e di luoghi e di
educazione. Intorno ai due protagonisti brulica tutto un mondo di
umili: contadini, artigiani, barcaioli, barocciai, povera gente tormen-
tata dall'ingiustizia degli uomini e dalla crudelt della sorte, ma non
distorta e soffocata, tuttavia umana e solidale: sempre pronta al
bene nei pensieri e nelle opere. E c' la vita del villaggio, con i suoi
interni squallidi e le sue magre cene e i suoi focolari spenti; e la chie-
setta, la canonica, il convento dei cappuccini; e le campagne bruciate
dalla siccit, devastate dalle invasioni soldatesche, spopolate dalla
epidemia; e le lunghe strade che corrono il mondo pieno di sorprese
e di malincontri; e le osterie; e infine anche la citt, ma come la vede
il contadino, stupenda e vasta, ma irta di insidie e di tranelli, la cit-
t del popolo, stremata e atterrita dal contagio, ovvero eccitata e fre-
mente nei giorni di gazzarra. E nello sfondo, il paesaggio familiare di
Lombardia, con i suoi cieli, i suoi monti, le sue acque, la sua mite
luce autunnale.
   Questo fondo popolano tiene una parte grande, pi grande che
a volte non sl pensi, e predominante, nella struttura del romanzo.
Anche il quadro storico, in cui tutta la vicenda s'inserisce, non tocca
se non di passata gli eventi politici, diplomatici, bellici, quelli in-
somma che formano essenzialmente e quasi esclusivamente la tra-
ma di una storia nel senso corrente del termine, e si specifica piut-
tosto in una serie di quadri d'ambiente e di costume, per cui si deli-
nea, non il corso solenne dei fatti, s il colore, la fisionornia minuta
e variegata di un'epoca. E quando un avvenimento di vasta portata
-- il malgoverno spagnolo, la carestia, la guerra, la peste--pe-
netra nel racconto,  visto non in una considerazione astratta e disin-
teressata da storico professionale, bens in quanto aderisce alla vita
degli umili, li agita, li fa soffrire, reca un improvviso sconquasso nelle
loro abitudini e nelle loro coscienze.
   Naturalmente, in quella rappresentazione vasta e complessa di un
periodo storico visto nei suoi riflessi umani e quotidiani, debbono
penetrare anche i grandi, i personaggi illustri, i rappresentanti dei
ceti e degli ordini privilegiati; ma vi entrano, come  giusto, in fun-
zione subordinata: o per antitesi, come le ombre che hanno il compito
di delimitare e porre in rilievo le zone di luce; ovvero come elementi
di sostegno e di conforto del concetto che regola la rappresentazione
nel suo complesso, in quanto si tratti di potenti che s'adeguano al
mondo degli umili e si mettono al loro servizio. Forse soltanto a pro-
posito dei personaggi di quest'ultimo tipo (il Cardinale, fra' Cristo-
foro, per certi aspetti anche l'Innominato, con la sua vicenda esem-
plare e lievemente stilizzata)  lecito parlare di un residuo irrisolto
di intenzioni moralistiche (quasi un'eco e un riflesso della splendida
oratoria dei predicatori francesi del gran secolo, trasferita su un piano
di persuasione popolare e raccontata): solo la sapienza e la discrezione
infinita dell artista, e il freno dell'ironia, riescono quasi sempre a sal-
varli, trattenendoli in un difficile equilibrio sull'orlo dell'oleografia.
Ma quanto agli altri personaggi, che abbiamo detto antitetici, sono
proprio quelli in cui il lievito polemico opera pi direttamente e in
modo pi palese, sia che incarnino gli aspetti ridicoli, tronfi, arte-
fatti, barocchi, le forme vuote di una civilt pomposa e puntigliosa;
o sia che impersonino i malvagi, i violenti che ignorano il timor
di Dio, gli esclusi per i quali  presso che impossibile ogni reden-
zione, prostrati nel fango della loro vilt, della loro abiezione, dei
loro delitti; e qui la polemica stimola, e non impaccia, la libert della
fantasia, l'orrore o il disprezzo si mutano in drammatica perplessit e
aiutano a penetrare pi a fondo, onde la grandezza del male  sen-
tita in termini di tragedia, investita dalla commozione, riscattata
dalla piet del poeta (storia di Gertrude, morte di don Rodrigo),
e il comico non ha nulla di piccolo e di caricaturale, anzi si distende
in pagine luminose, che son tra le pi ilari e cordiali ed umane del
romanzo (don Abbondio, don Ferrante, donna Prassede).
   Un alto sentimento religioso circola in ogni parte di quel mondo,
penetra in ogni vicenda, sfiora anche i personaggi pi tristi e i pi vili.
L'intervento di Dio negli accadimenti piccoli e grandi  in ogni mo-
mento cos forte che ti sembra di poterlo toccar con mano:  una
presenza paterna, amorosa e severa, che palpita in ogni cosa; e il
poeta l'avverte con la fede semplice e intatta dei suoi contadini,
della povera gente:  quel che Dio vuole. Lui sa quel che fa; c'
anche per noi ;  lasciamo fare a Quellass ;  tiriamo avanti
con fede, e Dio ci aiuter . E in questo mondo basso, pi triste che
lieto, l'opera di Dio la senti soprattutto nelle tribolazioni, negli af-
fanni, e in quegli spiragli di luce che s'aprono improvvisi in mezzo
alle tenebre dell'angoscia e chiudon le porte alla disperazione. La
 provvida sventura  del coro d'Ermengarda, il  Dio che atterra
e suscita, che affanna e che consola  dell'ode napoleonica, sono anche
il filo conduttore, la trama segreta del romanzo, ma espressi in ter-
mini pi semplici, familiari, popolareschi. il tema che palpita nelle
parole di fra' Cristoforo ai due sposi finalmente ricongiunti:  Rin-
graziate il Cielo che v'ha condotti a questo stato, non per mezzo
dell'allegrezze turbolente e passeggere, ma co' travagli e tra le mise-
rie, per disporvi a un'allegrezza raccolta e tranquilla . Ed era gi
nella chiusa dell'addio ai monti:  chi dava a voi tanta giocondit 
per tutto; e non turba mai la gioia de' suoi figli se non pr prepararne
loro una pi certa e pi grande . E ritorner anche nelle meditate
conclusioni; in cui Lucia e Renzo condenseranno alla fine il frutto e il
 sugo  di tutta la loro esperienza. Il pessimismo cristiano del
l'Adelchi s' schiarito e intenerito in questo dono di fiducia e di at-
tesa, in questa luce di  allegrezza raccolta e tranquilla .
   Questa morale, con quel che comporta di rassegnato e di umbra-
tile,  il limite in cui si appuntano le diffidenze e le riserve dei lettori
pi restii (suonava ostica gi a qualche democratico dell'Ottocento, che
l'applicava con visione alquanto miope alla lotta politica in corso, e
vi fiutava un invito, tutt'altro che conforme ai sentimenti dello scritto-
re, alla rassegnazione e alla non violenza di fronte all'Austria e al cleri-
calismo retrivo). Limite, ad ogni modo, come s' gi detto, d'ambiente
e di situazione storica, d'ideologia storicamente condizionata, insom-
ma, non di arte. Perch la moralit non si sovrappone al racconto,
ma lo compenetra e l'illumina dal di dentro: la senti anche nei pae-
saggi e negli oggetti e nelle peripezie pi naturali (nel gran notturno
drammatico e musicale del capitolo VIII, nella fuga di Renzo da Mi-
lano all'Adda, nella descrizione dell'afa e del temporale che mette
fine al contagio), ma appunto la senti come un elemento e una luce
delle cose e degli avvenimenti, una nota che li completa, e li arric-
chisce. La sua funzione , non di fine, bens di strumento, che fa pi
penetrante ed intensa l'analisi psicologica e asseconda la ricerca del
naturale, del concreto, del vero, nella scelta degli oggetti e nel modo
di rappresentarli.
   Parallela alla novit del contenuto, si accampa l'altra, fors'anche
pi vistosa, della forma e del linguaggio, quell'incomparabile apporto
di invenzioni verbali e stilistiche, per cui col romanzo manzoniano na-
sce la letteratura moderna d'Italia; e tale novit della forma deriva
anche essa, riprendendo in modi di gran lunga pi maturi e concreti
le esigenze della generazione dei Verri e del Parini, dallo stesso fon-
do morale e polemico: come la vita  non  gi destinata ad essere
un peso per molti e una festa per alcuni, ma per tutti un impiego ,
cos anche la letteratura non pu proporsi  soltanto per fine di di-
vertire quella classe d'uomini che non fa quasi altro che divertirsi .
non pu ridursi a privilegio di una minoranza. Anche qui al senno
dei posteri, con tutto il tesoro delle successive esperienze letterarie
europee e anche italiane, riesce abbastanza facile scorgere certi limiti
e timidezze del realismo manzoniano; ma sarebbe stolto rifiutarsi
di vedere l'enorme importanza di quella svolta storica. Sta di fatto
che solo con molto stento, e con alterne fasi di superficiale adesione
e di ripiegamenti involutivi, la cultura italiana  giunta a prender
coscienza della sua portata e a maturarne i frutti; n l'efficacia esem-
plare di quell'insegnamento pu dirsi a tutt'oggi veramente esaurita.

NATALINO SAPEGNO:
Dd Ritratto del Manzoni ed altri saggi, Bari, Laterza, 1961, pp. 135-150.


/:/ Lucia in Fermo e Lucia.

   Lucia non  tutti i Promessi Sposi, Lucia non  tutto Manzo-
ni. La stessa formula cos elegante di uno dei critici che con pi caldo
affetto e con pi penetrante attenzione ha guardato nell'arte manzo-
niana, Attilio Momigliano, suona incompleta:  la visione di un umi-
le cuore ignaro [di Lucia] fatta cosciente dalla meditazione d'un
intelletto instancabile .
   La visione del mondo di Lucia, quella stessa della pagina finale
del romanzo non  n il quadro n il motivo esclusivo di un'opera
cos complessa, complessa nell'una e nell'altra stesura, anche se nel-
la prima la complessit  pi evidente e sembra aspettare una solu-
zione meno armonizzante. Lucia  un tono fondamentale, una pre-
senza, un richiamo e quasi l'avvertimento di una provvidenziale per-
fezione, il segno della possibilit dell'idillio su un piano che supera
eppure conserva la realt quotidiana. In questo suo procedere inco-
lume e immacolato Lucia, nei Promessi Sposi,  un personaggio
lirico talvolta pi evocato che non raccontato; in Fermo e Lucia,
invece,  un personaggio narrativo pi legato con il fitto degli avve-
nimenti, pi reale e certe volte pi realistico. L'incertezza fra una
rappresentazione tutta ideale e una rappresentazione realistica non
 soltanto il segno di un difetto, ma anche la traccia di un diverso
personaggio.
   La Lucia della prima stesura  un personaggio che s; presta al-
l'analisi continua, i suoi sentimenti sono meno univoci, la sua ani-
ma talvolta pi inquieta e i rapporti con gli altri personaggi e con
il suo ambiente pi stretti e pi continui: Lucia vive nel suo borgo.
Quattro aggettivi ne riprendono i temi e la caratterizzano nel rifles-
so dell'opinione paesana:  pei parrocchiani di don Abbondio, l'in-
teresse era ancor pi grande che per gli altri; per essi la povera gio-
vane era Lucia, quella Lucia che avevano veduta fra loro modesta,
bella, irreprensibile, allegra... . L'aggettivo allegro rispecchia una
tranquilla immagine di vita paesana e i due aggettivi bella e modesta
riprendono in questa corale integrazione le parole del primo ritrat-
to di lei, quella  modesta bellezza . Lucia ha esperimentato in tutto
il suo peso non solo nel dolore ma anche in quello che ha di per-
verso e di torbido, la persecuzione di don Rodrigo. Di questa perse-
cuzione ha in un quadro di ambienti e di tempo una immagine mol-
to pi reale e motivata, e questa immagine ritorna due volte dopo
la fuga dal paese e dopo il ratto. Nel racconto pi particolareggiato
Lucia  meno isolata, pi inserita in una situazione generale:

    ... Quel senza timore di Dio di don Rodrigo veniva spesso alla filanda a ve-
derci trarre la seta. Andava da un fornello all'altro facendo a questa e a quella
mille vezzi l'uno peggio dell'altro: a chi ne diceva una trista a chi una peggio: e
si pigliava tante libert: chi fuggiva, chi gridava; e purtroppo v'era chi lasciava
fare! Se si lamentavano al padrone, egli diceva:  badate a fare il atto vostro,
nongli date ansa, sono scherzi , e borbottava poi:  gli  un cavaliere; gli 
un uomo che pu fare del male;  un uomo che sa mostrare il viso .

    Nei suoi colloqui con Gertrude porta il clima di una vita di vil-
laggio e quasi da noveUa campagnola con il racconto di Bettina se-
dotta da don Rodrigo. Il senso ben preciso della differenza di si-
tuazioni sociali fa dire a Lucia, come a Fermo: noi poverelli: a " Le
ingiurie dei signori" rispose Lucia con quella sicurezza che non
manca mai a chi comincia un discorso con una persuasione viva ed
intima, " le ingiurie dei signori, sono tremende pei poverelli... " .
Dinnanzi a Gertrude la sua riconoscenza non  quella cristiana, ma
  quell'aria di fiducia affettuosa,... quella gioia riconoscente, che
il debole sente alla presenza del forte che  per lui.. 
    Solo l'immaginazione sbrigliata e passionale di Gertrude pu
giungere all'idea di un matrimonio fra don Rodrigo e Lucia:  " Spo-
sarmi! sposarlo! " esclam Lucia, maravigliata di questo pensiero
che supponeva l'accordo di due volont, d'una delle quali ella sen-
tiva, e dell'altra sapeva che ne erano le mille miglia lontane .
    Lucia  vista talvolta con volgarit: cos per esempio i bravi che
la rapiscono le dicono:  ... voi ci volete far malinconia, e noi vi
conduciamo a stare allegra . Il Conte del Sagrato le dice con pro-
tezione signorile e con facile scetticismo:  E che male voglio io
fare a voi, scioccherella?... Credete forse d'essere condotta al ma-
cello? Verr un giorno che riderete di tutto questo vostro spavento
e riderete forse anche di me che vi rispondo ora cos sul serio ... S
s, tutte voi altre fate cos... .
    Vi  dunque in questo personaggio una maggiore variet di sen-
timenti e di reazioni. I suoi rapporti con la realt che la circonda
sono pi stretti e lo stesso legame con padre Cristoforo trova una
definizione pi esplicita e definita:  L'assenza del padre Cristoforo
accresceva ed esacerbava tutti questi cordogli; le mancava l'aiuto,
e il consiglio; quegli a cui ella confidava anche i mezzi pensieri, que-
gli le cui parole la rendevano sempre pi tranquilla, e pi conscia di
se stessa.
    Quando Lucia vien liberata e torna al paese, l'inquietudine del
voto diventa in lei angoscia ed incertezza e i suoi sentimenti sono
pi complicati e pi sottilmente analizzati:  Ma i sentimenti di Lu-
cia erano misti, intralciati, ripugnanti: erano di quelli sui quali la
mente s'appoggia con una insistenza dolorosa, per distinguerli e per
dominarli: di quei sentimenti che non cercano di essere comunicati,
n trovano ancora la parola che li rappresenti . Questa chiusa in-
quietudine si manifesta anche nel lungo silenzio intorno al voto che
ella serba fino all'incontro con Fermo al lazzaretto. La rivelazione
ritardata si giustifica nella struttura pi lineare di tutta la trama
e degli stessi personaggi che sono costruiti in successione progres-
siva, senza quelle rientranze e quei movimenti che sono invece nei
Promessi Sposi dove lo scrittore pi agilmente, pi efficacemente
e pi continuamente si muove, personaggio fra i personaggi, e agisce
con loro e su di loro.
     Il pianto segreto dell'addio ai monti nei Promessi Sposi scorre
commosso, doloroso, con qualche brivido e sgomento alla vista del
castellaccio ma nello specchio di una mente serena e di un dolore
in qualche modo torbido:

     L'uomo sa tormentar l'uomo nel cuore; e amareggiargli il pensiero di modo
che anche la memoria dei momenti passati lietamente affacciandosi ad esso perde
ogni bellezza, e porta un rancore non temperato da alcuna compiacenza;  tutta
dolorosa: reca all'afflitto una certa maraviglia che abbia potuto altre volte go-
dere, e non desidera pi quelle contentezze delle quali non gli par pi capace
la sua mente trasformata. Dolore speciale: la contemplazione della perversit
d'una mente simile alla nostra: idea predominante in chi  afflitto dal suo simile.

     Questo stesso pensiero angoscioso ritorna al momento della
liberazione dal castello del conte, un turbamento amaro e, come
sentimento, senza conforto:

     Ma v'ha un'altra specie di mali e di pericoli, i quali dopo avere orribilmente
tormentato con la presenza, restano nojosi anche nella memoria: quei mali e
quei pericoli nei quali vi si  rivelato un grado ignorato di perversit umana,
aumento di scienza molto tristo: nei quali si  conosciuta in s una suscettibilit
di profondo ed amaro patire, che diventa esperienza, che porta ad osservare, a
distinguere in tutti gli oggetti, in tutti i casi ci che potrebbero avere di penoso,
e si associa cosa tutte le idee: quei mali e quei pericoli, nei quali non v'
stato nessuno splendido esercizio di attivit morale, che destano una piet senza
maraviglia, che non si possono sentire a rammemorare senza ribrezzo, e senza
vergogna, persino da chi vi si  trovato e n' uscito innocente; e i mali di Lucia
erano di questa seconda specie.

     Il Manzoni scrisse in uno dei cosiddetti Materiali estetici che
ogni rappresentazione dell'uomo in riposo morale  falsa: Lucia nei
Promessi Sposi, nella sua linea di lirica perfezione, sembra contrad-
dire a questa considerazione; la Lucia della prima stesura ha inquieto
ancora l'animo dopo che la sventura  cessata:

    L'animo che  liberato da una grande sventura,  come la terra daddove 
sterpato un grand'albero: per qualche tempo ella appare sgombra, e vuota: ma
a poco a poco comineia ad esser segnata qua e l di piccoli germogli, quindi a
coprirsi di erbacce, e mostra chiaramente che quello che si chiama riposo della
terra  una metafora, o un errore.

    Dinnanzi al Conte del Sagrato o alla memoria di don Rodrigo,
Lucia ha una ripugnanza viva e esplicita: la rimembranza di don
Rodrigo  per lei  trista e schifosa : forse per questo don Rodrigo,
quasi a confermare questa immagine appare a Lucia nei sussulti della
sua fine farneticante per essere buttato come ripugnante ingombro
su un mucchio di cadaveri proprio dinanzi a lei.
    La venerazione pi ancora che ammirazione che il Manzoni mo-
stra per la Lucia dei Promessi Sposi si esprime in un contemporaneo
processo di idealizzazione e di stilizzazione. Nella prima redazione, in-
vece, i movimenti della sua persona come quelli del suo animo sono
pi a lungo e in un certo senso pi realisticamente guardati. Lucia
segue Fermo che l'avvia verso la parrocchia di don Abbondio nel ma-
trimonio clandestino e corre  come un leprotto inseguito . La
purit dell'animo  uno, non l'unico dei tre motivi della grazia dei
movimenti di Lucia che s'inchina a Gertrude:  Lucia s'inchin pure,
da inesperta, ma con una certa grazia che la bellezza, la giovinezza,
e la purit dell'animo danno a tutti i movimenti .
    Il Nencioni ha avvertito la differenza di linguaggio tra le due
redazioni, nell'episodio di Lucia trovata da Renzo al lazzaretto, e ha
confrontato questa legatissima sequenza, l'ampia struttura parabolica
tutta incastri e riprese col ritmo staccato della seconda stesura. L'am-
piezza di linguaggio  il segno di un personaggio pi mosso, pi in-
quieto che riflette pi da vicino la sua origine popolana, di un per-
sonaggio che il Manzoni invece ha costruito, nei Promessi Sposi,
come un centro lirico e ideale.
                                
CLAUDIO VARESE:
Da Fermo Lucia, Firenze, La Nuova Italia, 1964, pp. 50-55.


/:/ Il dolore nel romanzo manzoniano.

    Il dolore nella compagine dei Promessi Sposi ha una parte pre-
ponderante, e nulla  cos profondo in questo capolavoro come quello
che scaturisce da tale sentimento. Fino al matrimonio per sorpresa
l'arte  grande ma, in genere, di un ordine relativamente inferiore:
poi, quando comincia l'errar malinconico degli esuli e le loro vicende
s'innestano nella tragedia di tutto un popolo, il romanzo diventa poe-
ma. Perch i Promessi Spos non sono soltanto un'odissea cristiana
luminosamente coronata per la condotta, in complesso, rassegnata e
sublime di Renzo e Lucia, ma la storia degli errori, delle debolezze,
delle angosce di un'et, fra cui ora si profonda e spicca, ora si disperde
come sommersa in un mare tempestoso la vita tormentata dei prota-
gonisti. Fuso col libro che pi conosciamo, ce n' un altro che abbia-
mo appena intravvisto, forse per un'eccessiva censura del Goethe, e
che non  meno grandioso e pensoso: gli errori e le angosce d'una
et: la sommossa, nata da una carestia aggravata dall'ignoranza so-
prattutto dei pi colti, dei pi coscienti e quindi dei pi responsabili;
la peste, nata dalla carestia e dall'invasione, ma terribilmente aggrava-
ta dall'ignoranza e dall'insensibilit umana; le credenze superstizio-
se, la leggenda degli untori e la cieca condanna dei giudici; l'iniquit
della giustizia alleata alla prepotenza; l'oppressione spagnuola; il fla-
gello della guerra. Renzo e Lucia sono i personaggi su cui si riverbera
con pi continuo dolore il dramma di quegli anni: ma il dramma
ha anche una vita artistica in s e per s, che va rivendicata contro
la sensibilit comunemente troppo scarsa di fronte all'arte severa e
commossa del Manzoni, storico, giudice, poeta dei grandi fatti del
tempo. una stortura da raddrizzare: nel capolavoro manzoniano
la storia milanese del secolo diciassettesimo non  secondaria n riguardo 
allo spirito n riguardo all'arte di tutto il romanzo. Questi fatti sono
continuamente infusi d'un'austera costernazione cristiana, apprez-
zati con una sapiente e dolorosa indulgenza, e assommano in s, non
meno che le vicende dei protagonisti, l'amara, rassegnata, penetran-
te esperienza che del mondo aveva acquistato il Manzoni nelle sue
osservazioni solitarie.
   Quand'egli ritrae il dolore, senti nella sua pittura non so che
di meditativo e di pietoso che diffonde intorno alle sue parole una
melanconica austerit religiosa. Non si sofferma: il suo sospiro fu-
gace  l'espressione d'un'anima che sa che la vita  un esercizio di dolo-
ri ma che ogni angoscia terrena  misurata dal tempo. Le sue rasse
gnate contemplazioni dei tormenti umani sottintendono sempre la cer-
tezza del coro di Ermengarda:

Fuor della vita  il termine
Del lungo tuo martir.

   Egli ha un'inesauribile sapienza delle nostre sventure: le pagine
sulle molteplici miserie della carestia ne racchiudono forse la parte
maggiore. Sono d'un'evidenza rapida, piene di espressioni stringenti,
dove balena di quando in quando un sorriso senz'allegrezza, come
un amaro senso delle stranezze delle sorti umane. Tutte le gradazioni
di quelle sofferenze, pi le morali che le fisiche, sono segnate con
una precisione intima, come se il Manzoni le patisse lui stesso e ne
provasse la triste diversit. La fermezza dei tratti lascia un senso di
religioso raccoglimento; la piet umana non  mai disgiunta dalla
misura che la fede d ad ogni sentimento. Non c' particolare fer-
mato dallo sguardo, che non risuoni nel cuore e non si atteggi in linee
meste e meditabonde. Non si saprebbe trovare altre pagine che des-
sero, con uguale scarsezza di riflessioni dolorose, un uguale senso di
piet e di oppressione, pur senza sottintendere una parola disperata.
C' la sobriet di chi ha visto miserie innumerevoli, tutte diverse e
tutte ugualmente terribili, e perci non pu fermarsi a lungo su nes-
suna; ma ha l'animo colorato di quello spettacolo e ne ha la mestizia
nella voce; e le enumera con una tristezza spenta, che rifugge dai par-
ticolari, perch il significato  solo in quella quantit di miseria, in
quell'estremo che si ravvisa non in questa o quella sventura, ma in
tutte. La tinta  un grigio uniforme, che stringe il cuore e tiene lo
spirito in una fissit dolorosa, in uno sgomento dietro il quale non ci
pu essere che il pensiero di Dio.
   Quello stesso che finora l'ha negato,  dominato da un'umilt
nuova, soggiogato da qualcosa che gli sta sopra e che egli ignora. I
bravi  domati dalla fame, non gareggiando con gli altri che di pre-
ghiere, spauriti, incantati, si strascicavan per le strade che avevano
per tanto tempo passeggiate a testa alta, con isguardo sospettoso e fe-
roce, vestiti di livree ricche e bizzarre, con gran penne, guarniti di
ricche armi, attillati, profumati; e paravano umilmente la mano, che
tante volte avevano alzata insolente a minacciare, o traditrice a fe-
rire . Forse in tutto il quadro non c' nulla di pi evangelico e di
pi profondo che questa misurata contrapposizione delle due vite, da
cui scaturisce la certezza d'una giustizia che non manca mai. quel-
la stessa meditazione cristiana sui rivolgimenti provvidenziali della
sorte umana, da cui nascono lo splendore e la rovina di Napoleone,
l'ebbrezza e lo squallore d'Ermengarda, la prepotenza e l'impotenza
di don Rodrigo:

                     Ben talor nel superbo viaggio...

La persona, l'ambiente, le linee cambiano; la fonte vitale della loro
poesia  unica.

   Alla fame si aggiunge la peste. Renzo torna verso casa sua: come
 reso lo scoramento senza parole e senza pianto, che incute la vista
d'un paese un tempo tranquillo e fiorente, ora taciturno, sparso di mi-
serie e di lutti! Non c' la commiserazione, ma quella stanchezza,
quell'abbattimento che non cerca nemmeno pi uno sfogo, che non
 nemmeno pi rassegnazione, ma immobilit intontita sotto la per-
cossa. S'indovina nel modo di disegnare del Manzoni la commozione
chiusa, lo stupore che la sventura possa giungere a tanto. Le linee
sono rigide, scarne, e spirano esse stesse--con la loro precisione
severa--lo squallore della scena. Tonio  reso dalla peste cos si-
mile al fratello scimunito, da poter essere scambiato con lui; in que-
sto solo particolare  tutta la sua miseria: soffusa della comicit lonta-
na e malinconica di Gervaso, saltellante stupidamente nella buia stan-
za di don Abbondio. Incantato dalla malattia, ripete meccanicamente
quell'unica frase  A chi la tocca, la tocca , che  l'unico resto di
pensiero che gli abbia lasciato la peste. La sua coscienza  tutta in
queste sei parole, dove risuona come in un immenso vuoto la de-
vastazione dell'immane sventura. Dopo averle pronunciate rimane con
la bocca aperta, come ripetendole dentro di s--senza suono--in
una fissit di ebete. Tonio non  pi che la preda abbandonata della
peste. La comicit di Gervaso muore nell'incantato squallore di To-
nio: il ritratto di quest'inebetito  una delle pi alte fantasie man-
zoniane.
   L'effetto che produce quella frase,  sobrio: Renzo  seguit la
sua strada, pi contristato : e basta;  il solito raccoglimento del
Manzoni.
   La costernazione  il tono continuo di queste pagine dove pas-
sano, con una sobriet immortale, i dolori di tutto un popolo.
   Renzo prosegue il suo cammino in cerca d'un amico. Lo trova che
 quasi buio, sull'uscio, seduto  sur un panchetto di legno, con le
braccia incrociate, con gli occhi fissi al cielo, come un uomo sbalor-
dito dalle disgrazie, e insalvatichito dalla solitudine . L'incontro
nell'ora triste del crepuscolo; l'isolamento inerte del compagno--che
s'indovina oppresso da immagini uniformi e disperate--; il suo la-
mento stanco all'apparire di quella creatura viva che, nell'abitudine
funebre di ogni giorno, scambia per Paolin de' morti che viene sem-
pre a tormentarlo perch vada a sotterrare; il dialogo che segue,
riflettono in quella sola figura di sopravvissuto l'intero paese deser-
to, il corteo uguale, interminabile delle sepolture. Si sente lo sgo-
mento freddo di quella solitudine, il grigio di quell'esistenza trasci-
nata senza pi nemmeno il pensiero d'un barlume lontano.  Sai 
dice Renzo  sai che son rimasto solo? solo! solo, come un romito! :
e ripetendo tre volte, in tre toni diversi, la sua sventura, sembra che
guardi dentro di s il suo smarrimento. Poi l'idea ritorna, quasi
con la monotonia intontita del fratello di Gervaso, quando ad un trat-
to, mentre sta per far la polenta all'ospite, gli cede il matterello e se
ne va dicendo:  Son rimasto solo: ma! son rimasto solo! .  Cose
da levarvi l'allegria per tutta la vita  dice a Renzo con una tristezza
penetrante;  ma per , soggiunge con un conforto soave  a par-
larne tra amici,  un sollievo. E cos lo spirito frenato del Manzoni,
che non osserva mai una faccia della vita senza veder l'altra, diffonde
sulla scena una dolcezza accorata; per lui l'angoscia non  mai senza
sollievo, perch gli spiriti sani, anche nelle ore pi fosche non pos-
sono restar di volgere l'occhio a Dio o di cercare un riposo nel bisogno
di amare. Questa malinconia affettuosa  una delle innumerevoli prove
dell'umanit del Manzoni, che scende con infallibile naturalezza nei
cuori lieti, pensosi, tormentati, e coglie il loro segreto, come se vi-
vesse in loro, con una simpatia quale hanno solo i grandi creatori.
   Poi Renzo va a Milano; dovunque ci sono i segni del flagello: il
cielo stesso e il paesaggio si direbbero contagiati dalla peste.  Il
tempo era chiuso, l'aria pesante, il cielo velato per tutto da una nu-
vola o da un nebbione uguale, inerte, che pareva negare il sole, senza
prometter la pioggia... : il periodo  smorto, costernato, nel cielo,
nel paesaggio, in ogni oggetto, in ogni uomo la calamit ha impresso
il suo segno. Procedendo se ne vede l'opera sempre pi frequente
e pi vasta: coglie fulminea la vita in moto, stanca la volont, dif-
fonde un'intima sfiducia su ogni rimedio umano, spegne la piet del-
le moltitudini, accende e moltiplica la compassione operosa delle
anime eroiche.
   In piazza San Marco sfila davanti a Renzo una serie interminabile
di carri di morti, guidati da monatti. Di qui alla fine del capitolo  un
intrecciarsi, un mescolarsi confuso grandioso di ombre brutali e di lu-
minosit divine, un alternarsi e affrontarsi delle sublimit e delle ne-
fandezze della vita, dominato da uno spirito a cui nulla sfugge nella
sua considerazione di questo nostro breve passaggio. Urla violente,
sospiri d'agonia, volti ghignanti, sguardi di carit angosciata, orge,
morti, disfacimenti, il paradiso e l'inferno dell'anima ondeggiano mos-
si da una sferza che sembra crudele ma negli spettacoli, negli atti,
nei sensi che desta, si rivela animata da un'incommensurabile sapien-
za. Ogni volta che riappaiono i monatti, il quadro si fa bestiale: sotto
la tremenda tempesta la compassione pi comune ed elementare 
sommersa da una brutalit che arresta il pensiero del Manzoni sulle
spaventose capacit nascoste della nostra anima. In quei momenti il
mondo sembra trasfigurato in un deserto di belve scatenate.
      L'insistere e l'imperversar del disastro aveva insalvatichiti gli
animi, e fatto dimenticare ogni cura di piet, ogni riguardo sociale :
ma d'altro canto  ne' pubblici infortuni, e nelle lunghe perturbazioni
di quel qual si sia ordine consueto, si vede, anche  sempre un au-
mento, una sublimazione di virt , per quanto d'ordinario molto pi
scarsa. I capitoli sulla peste sono tutti governati da questa duplice
riflessione, che trova la sua forma pi efficace nelle pagine che ho ac-
cennato. Nel pietosissimo quadro la cosa pi pietosa  l'oblio della
carit, pi pietosa delle morti stesse improvvise e innumerevoli.
Prima che compaiano i carri, si sente  un rumor di ruote e di ca-
valli , e un  accompagnamento d'urli ; quando ci passano dinan-
zi, la sensazione preannunciata si precisa: i carri, trascinati a stento,
come carichi di pietre, in mezzo a un frastuono di fruste e di bestem-
mie, portano un peso terribile: la sua descrizione suggella la scena
con un lagrimoso e verecondo orrore. Fra lo scempio bestiale, miseran-
do, quasi inevitabile, palpita la divina piet del poeta:

     Eran que' cadaveri, la pi parte ignudi, alcuni mal involtati in qualche cen-
cio, ammonticchiati, intrecciati insieme, come un gruppo di serpi che lentamente
si svolgono al tepore della primavera; ch, a ogni intoppo, a ogni scossa, si ve-
devan que' mucchi funesti tremolare e scompaginarsi bruttamente e ciondolar
teste, e chiome verginali arrovesciarsi, e braccia svincolarsi, e batter sulle rote
mostrando all'occhio gi inorridito come un tale spettacolo poteva divenire pi
doloroso e pi sconcio.

     Il realismo tragico  come sollevato dal candore d'una fantasia che
non si offusca nemmeno dinanzi agli spettacoli pi atroci ma indie-
treggia come offesa nel suo pudore. La descrizione orrenda  sparsa
di palpiti soavi; le scosse del carro che imprimono ai corpi un mo-
vimenio abbandonato e disfatto, mettendo in macabro rilievo lo scom-
paginarsi dell'armoniosa figura umana, danno alle parole del poeta me-
ditabondo una pensosit religiosa. Il problema della morte che fa scem-
pio della compagine umana, il mistero di questo trapasso che sembra
una dissoluzione, si affaccia dietro la descrizione stupenda e ne  la
anima stessa. Lo spirito si arretra con uno spasimo davanti a quei
corpi che ora incutono il ribrezzo d'un mucchio di serpi, si allontana
tristemente dalle chiome verginali arrovesciate che diffondono sulle
membra ciondolanti la loro luce malinconica e dolce.
     Renzo s'era fermato sull'angolo della piazza,  e pregava intanto
per que' morti sconosciuti .
     La citt  ammorbata, deserta o sparsa di cadaveri, immersa in un
silenzio rotto solo da suoni che accrescono lo sgomento: unico ripo-
so, la campana, la voce di Dio, che tre volte al giorno leva le anime
sconsolate alla plaga dell'infallibile conforto. come un arco di cielo
in mezzo al cimitero del giudizio universale. Ma anche qui il tono
 sommesso, senz'impeto: la fede tempera, non pu cancellare la co-
sternazione. La comunanza della preghiera all'alba, a mezzogiorno, al
vespro, stringe in una solidariet ineffabile le poche anime umane
superstiti in mezzo a quelle indurate e chiuse dalla strage.
   Sono pagine, tutte queste, che non s' mai mostrato d'apprez-
zare a dovere, dove non c' una parola inerte, dove la linea sobria e
severa  d'una coerenza perfetta: perci poco serve citare.  C'era
in quel dolore un non so che di pacato e profondo, che attestava
un anima tutta consapevole e presente a sentirlo : queste parole che,
dipingendo l'atteggiamento della madre di Cecilia, fermano cos bene
la fisionomia di quell'episodio sereno ed angoscioso, definiscono an-
che la tristezza del Manzoni intento alle sventure umane. Un senso
d'armoniosa, composta, spirituale bellezza, religioso anche esso, domi-
na pur fra gli orrori della peste, e le chiome verginali dei carri dei
morti e il greco bassorilievo di quella madre non sono che alcune
delle sue manifestazioni pi evidenti e luminose. Dappertutto un do-
lore contenuto ma infinito; e l'infernale e il fosco si dissolvono in
una serenit dolorosa. Dappertutto la fantasia nel ritrarre le forme
innumerevoli di un'unica angoscia,  ad un tempo misurata e profon-
da; dappertutto una nota sommessa di elegia corre in mezzo al va-
stissimo quadro, mentre lo sguardo accenna ad un riposo lontano.
   Le pagine dolorose o gravi del Manzoni sembrano riecheggiare
la grande musica cristiana, dove risuona un dolore fermo, chiaro e
senza spazio, e si espande la luce d'un mondo che noi ignoriamo in
quasi tutti i momenti della nostra vita. Solo le anime pi alte possono
qualche volta intravvedere quei campi sconfinati: solo quella musica li
ha espressi nella loro immateriale e soave grandezza.
   Il Manzoni sublime  spesso in questa sfera di dolore che, dif-
fuso nell'onda maestosa della musica, sembra la pi grande realt
d'un oltremondo che soverchia la nostra piccola immaginazione e de-
bella i nostri ragionamenti umani. Bisogna salire in quella plaga per
comprendere il Manzoni degli attimi immortali, delle coscienze pe-
netrate da Dio, dei dolori universali, delle inevitabili mestizie uma-
ne, delle elevazioni dell'anima sull'ala della carit. L'arte religiosa del
Manzoni la intende veramente solo chi ha sentito aprirsi dinanzi ad
un mottetto del Palestrina il cielo d'una vita non mai sospettata, che
ha visto nella malinconia piena di quella musica una verit che le
nostre facolt presenti ci possono appena far balenare, e ha sentito
sfumare come vanit compassionevoli e senza peso i suoi ragiona-
menti sull'inutilit del dolore. Allora questo appare come una cosa
nuova, non mai prima conosciuta, come la chiave d'un mondo igno-
to: chi ascolta, sale umilmente verso quel canto e, dinanzi a quei mi-
steri accennati, vede che nulla sa e nulla sapr della vita finch ri-
marr sulla terra. Chi non ha mai provato nulla di tutto questo, deve
rinunziare a capire le contemplazioni del dolore di cui  sparso que-
sto romanzo. Hanno la limpidezza cristallina, la sonorit uguale di
quella musica sacra, additano--come quella--un mistero lontano e
luminoso.

ATTILIO MOMIGLIANO:
Da Alessandro Manzoni, Milano, Principato, 1933, pp. 201-211.


/:/ La contraddizione dei Promessi Sposi.

   L'alto contributo dei Promessi Sposi alla formazione civile del po-
polo italiano sta nell'invito a riconoscere l'esizialit di ogni contrap-
posizione tra interesse privato e bene pubblico, assumendo piena
coscienza della responsabilit sociale sempre inerente all'agire indi-
viduale. Per questa via, il romanzo si risolve in un grandioso esame
di coscienza collettivo, compiuto a nome e per conto di tutto il pub-
blico nazionale. Manzoni porge agli italiani del suo tempo uno spec-
chio nel quale riconoscere le carenze, i vizi, gli squilibri storici che
hanno impedito il progresso del paese e dai quali occorre pregiudi-
zialmente liberarsi per poter giungere alla formazione di una con-
corde unit nazionale.
   S, l'immagine si riferisce al passato: ma proprio questo la ren-
de maggiormente probante, consentendo di valutare meglio la esten-
sione e gravit del male, verificandone le nefaste conseguenze che si
prolungano nel tempo sino alla realt di oggi. Guai al popolo che
crede di poter edificare il suo futuro senza assumere precisa coscien-
za critica delle vicende trascorse. Il romanzo manzoniano instaura
in ogni pagina un ininterrotto paragone ellittico fra realt di ieri e si-
tuazione attuale: Cos va spesso il mondo... voglio dire, cos anda-
va nel secolo decimo settimo . Nessuna assoluzione  possibile, sia
sul piano individuale sia sul piano storico, senza una piena confessione
dei propri errori.
   Anno 1628: la gloria del Rinascimento si  dissolta senza la-
sciar traccia. L'altero individualismo umanistico ha lasciato luogo ad
una pseudocivilt che si appaga del vuoto fasto cerimoniale, si ubriaca
di un puntiglioso formalismo che spinge a sbudellarsi, per onore, al-
l'angolo delle strade. Letterati e artisti, vanto dell'Italia quattro-cin-
quecentesca, son ridotti al rango. di tronfi mestieranti della penna,
pronti a sparger incenso al potente che li paghi meglio e che d'al-
tronde, fortunatamente, si guarder bene dal seguirne i balordi sug-
gerimenti. Alla gelosa difesa della propria indipendenza, in cui si
crogiolavano tutti gli stati e staterelli della penisola,  succeduto
l'opprimente dominio straniero.
   Una civilt  fallita: ma le classi dirigenti si comportano come se
nulla fosse accaduto. Giocano alla diplomazia, giocano alla guerra, si
accaniscono a smozzicar le tegole di Casale e intanto cercan di ac-
caparrarsi i favori di Spagna, Francia, Impero, illudendosi di poter-
ne rimediare qualcosa di pi di un diploma di servo sciocco. Sul pia-
no interno, le accomuna un disprezzo per la sorte delle loro popo-
lazioni cos completo, cos fanatico, si direbbe, da sconfinare nell'au-
tolesionismo. In questo paese, che si proclama culla del diritto, gli
istituti giuridici non hanno maggior consistenza di un mero flatus
vocis, sia pur altisonante; concordi nel negare ogni diritto ai non
abbienti, i ceti al governo--clero, nobilt, militari--si strazian
poi quotidianamente a vicenda per difendere i privilegi di una ca-
tegoria, per affermare la supremazia di una casta sulle altre.
   Questa grandine di accuse non  mossa da un generico risenti-
mento morale. Il Manzoni si colloca su un terreno propriamente po-
litico, non solo, ma riconosce importanza primaria ai fattori pratici
materiali, nella determinazione delle vicende storiche. Sono le teorie
economiche liberiste a fornire il canone essenziale per la valuta-
zione cos duramente negativa dell'operato delle lites al potere nel-
l'Italia secentesca. I rimproveri di corruzione e incapacit amministra-
tiva rimandano a una imputazione pi grave: l'ignoranza delle ele-
mentari norme dell'arte di governo, il pressapochismo elevato a si-
stema: donde una perpetua oscillazione tra stolta demagogia e bru-
tale autoritarismo, una assoluta inettitudine a prevedere e organiz-
zare il futuro, la puerile fiducia che un provvedimento, magari astrat-
tamente giusto, possa trovar applicazione senza che siano stati ap-
prontati i mezzi pratici atti a sostenerlo.
   La polemica manzoniana si risolve cos in un implicito ma chia-
rissimo ammonimento alle classi che si accingevano a prender la di-
rezione del moto unitario risorgimentale.  l'erede della tradizione il-
luministica che parla: per guidare le sorti di un popolo occorre una
adeguata preparazione tecnica e scientifica, non soltanto vagamente
umanistica; il consenso delle masse lo si ottiene solo con la buona
amministrazione, che a sua volta presuppone una razionale capacit
di intervento sulla vita economica. Non si governa con le belle parole,
non si governa se non  prendendo il metodo proposto da tanto
tempo, d'osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di par-
lare .
   Solo nella misura in cui avr maturato questa consapevolezza la
borghesia ottocentesca potr pretendere di sgravarsi dal peso della
tutela straniera Sul popolo si pu, da sempre, contare: purch lo si
voglia, purch si sia disposti a riconoscergli dignit umana e civile.
Di fronte al fallimentare bilancio delle classi dirigenti secentesche,
lo scrittore addita nelle masse popolari una intatta riserva di energie
civiche pronte a rappresentare la necessaria base per un'opera di con-
corde rigenerazione del paese. Nell'et che segn il culmine della
decadenza italiana, gli strati sociali che meglio resistettero al gene-
rale processo degenerativo sono quelli inferiori: e precisamente non
tanto le plebi cittadine, quanto gli abitanti del contado.
   La civilt rinascimentale, eminentemente urbana, aveva guardato
al mondo agricolo in termini o di ironica superiorit o di favoloso
vagheggiamento idillico. Il Manzoni lo osserva nella sua dura realt,
segnata anzitutto dalla sopravvivenza di istituti e rapporti sociali di tipo
nettamente feudale. Ma proprio la crisi economica in atto nelle cam-
pagne, misere e spopolate, libera delle forze capaci di evolvere posi-
tivamente verso una condizione superiore e pi moderna: di tipo bor-
ghese-imprenditoriale, per dirla in termini grezzamente sociologici,
come quella che finalmente arride a Renzo, emigrato dai domini spa-
gnoli al libero stato veneto e divenuto comproprietario di una piccola
azienda tessile.
   Il rinnovamento, le speranze d'Italia non possono non fondarsi
sull'apporto di questi ceti. Attenzione per a non imboccare la perico-
losa strada dell'agitazione, della lotta sociale. Il Manzoni dei Promessi
Sposi non  pi il giovane giacobino che inneggiava al Trionfo della
libert. L'esperienza della rivoluzione francese si  risolta, ai suoi occhi,
in un tragico fallimento. E nel corso del romanzo lo spettro della ri-
volta viene evocato in funzione esplicitamente deterrente, per poterlo
subito esorcizzare con la massima durezza. Per lo scrittore, il concetto
del popolo perde ogni positivit quando si converte in quello di folla,
cio di massa: attributo del primo  il buon senso, del secondo il sen-
so comune, attraverso il quale son pronti a sfrenarsi gli istinti pi
anarchicamente brutali. Le origini di classe dell'iniquit legislativa so-
no chiaramente, insistentemente sottolineate: ma l'ansia di giustizia
degli oppressi non deve cercar soddisfazione attraverso la violenza,
che porterebbe soltanto a un miserevole scambio delle parti fra so-
praffatti e sopraffattori.
    A sostenere la difesa, a promuovere l'elevazione dei ceti subal-
terni il Manzoni vede delegata l'organizzazione ecclesiastica. Attiva-
mente intervenendo nella vita sociale, la Chiesa non solo realizza la
sua perpetua vocazione missionaria ma adempie una indispensabile
funzione mediatrice fra le classi. Dove infatti la presenza del ministro
di Dio  pi necessaria che nel fuoco dei conflitti fra opposti interessi,
a richiamare il pi forte alla coscienza dei suoi obblighi, e nello stesso
tempo esortare il debole a non trasmodare nell'ira, ponendosi dalla
parte del torto?
    Il raggiungimento della concordia sociale appare allo scrittore la
prima e maggior premessa dell'unit nazionale. L'ugualitarismo evan-
gelico ne rappresenta la motivazione di fondo: piegato per a un senso
non di palingenesi rivoluzionaria ma di riformismo interclassista. Il
programma dell'illuminismo settecentesco trova cos una nuova spinta
etica e nello stesso tempo una strumentazione pratica capace di farlo
penetrare in tutti gli strati della collettivit. All'azione individuale del
principe, che dal sommo della scala sociale discende via via per gli
inferiori gradini, si sostituisce quella degli ordini sacerdotali, presenti
ad ogni livello della scala stessa, in posizione di assoluto disinteresse
personale. Il loro compito non sar di formulare piani rivendicativi dal
basso, per conto del popolo, ma piuttosto di interpretarne le esigenze,
di sostenerle presso i pubblici poteri, di convincere i ceti superiori a
quei provvedimenti di giustizia che soli possono prevenire le esplo-
sioni di una collera tale da sfuggire ad ogni controllo.
    L'indicazione manzoniana assume una sua concretezza, se si pensa
alla posizione di prestigio del clero nelle nostre campagne, nel Seicento
come nel secolo decimonono. Ma per intenderne l'attualit polemica oc-
corre rifarsi alla controversia fra il nostro scrittore e il Sismondi a pro-
posito della funzione svolta dalla Chiesa nella storia italiana; e pi in
generale al dibattito, che per vari decenni impegn tante menti di pa-
trioti, sulla partecipazione dei cattolici in quanto tali al processo risor-
gimentale.
    Con grande audacia apologetica il romanziere ha scelto proprio la
et della Controriforma trionfante per mostrare il positivo, insosti-
tuibile ruolo degli istituti ecclesiastici quale estrema garanzia di ordi-
ne, di fronte alla bancarotta degli organismi di governo laici; ed ha
esaltato come indefesso esempio di apertura mentale, modernit di in-
teressi, spregiudicatezza di azione sociale proprio quell'uomo cospoco
illuminato che nella realt fu Federigo Borromeo. L'interpretazione
storica si tramuta nella verifica di un assioma universale: attraverso
la figura del Cardinale, e quella di fra Cristoforo, che ne ripete i mo-
tivi a livello di apostolato militante, il Manzoni delinea una sorta di
utopia teocratica, secondo la quale i valori della socialit vivono e vi-
vranno nella loro pienezza solo nella misura in cui si affidino al Verbo
divino, e a colei che ne  eterna depositaria, la Chiesa cattolica.
    Non per nulla il primo Ottocento fu et singolarmente propizia, in
tutta Europa, al fiorire della letteratura utopistica. Ma nell'ambito
stesso di questa proposta ideale il Manzoni vede sorgere un'obiezione
insuperabile. La natura umana  stata corrotta dal peccato. C' in essa
un fondo oscuro che caparbiamente resiste ad ogni tentativo di riscat-
to, ad ogni sforzo per darle coscienza che la via del bene, della giusti-
zia  in realt l'unica conforme ai suoi veri interessi. L'episodio del
voto di Lucia insegna che nemmeno chi segue con la pi fervida sem-
plicit il messaggio evangelico va immune dall'errore: ed errare signifi-
ca fare del male al prossimo, dunque rendere imperfetto l'ordine dei
rapporti fra le creature.
    D'altronde, la stessa dignit sacerdotale non esonera dalle conse-
guenze della prima colpa, per cui i nostri progenitori furono scacciati
dall'Eden. Nessun Paradiso potr pi aver luogo sulla terra. Anche
l'organismo ecclesiastico partecipa della corruttibilit di tutto ci che
vive nel mondo; per quanto volonteroso, ogni intervento dell'uomo in
favore dei suoi simili reca in s un limite che ne precostituisce l'ina-
deguatezza; nessuna intelligenza, nessuno slancio mistico  in grado di
provvedere alla salvezza della specie. Il soccorso dello Spirito, cui
ognuno pu accedere, riguarda solo il personale destino dell'individuo;
la grazia potr portare oVunque il Suo beneficio, ma a trarne salvezza
sar un'anima singola.
    Svanisce cos ogni speranza di volgere a un fine positivo l'evolu-
zione storica. Le vicende dei popoli si susseguono onda dopo onda,
senza recare in s alcuno scopo. Neanche di fronte alle supreme scia-
gure collettive l'umanit sa trovare la concordia necessaria per costi-
tuire le pi elementari difese; n dalla consapevolezza dello scampato
pericolo trae un qualche valido ammaestramento per il futuro. Il ro-
manzo storico dei Promessi Sposi sembra concludere a una radicale
svalutazione della politica, e della storia, che ne  la sede.
    Nell'impossibilit di riconoscere un senso unitario all'esperienza
sociale, la parabola di ogni esistenza individuale apparirebbe chiusa in
se stessa, escludendo qualsiasi rimando d'ordine collettivo. E a tratte-
nere questo desolato pessimismo dallo scivolare verso l'inerzia scet-
tica sarebbe soltanto la fede in un avvenire oltremondano, nel quale
i valori etici trovino quella gloriosa attuazione che la storia nega loro
irrimediabilmente. Donde il significato consolatorio della moralit
espressa nella pagina conclusiva del romanzo:

    Dopo un lungo dibattere e cercare insieme, conclusero che i guai vengono
bens spesso, perch ci si  dato cagione; ma che la condotta pi cauta e pi
innocente non basta a tenerli lontani, e che quando vengono, o per colpa o senza
colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore.

    In realt l'affermazione, certamente incontrovertibile per qualsiasi
credente, non implica affatto un invito alla mansueta rassegnazione.
Esistere nel mondo significa bens inevitabilmente affrontarne i guai,
cio fare ogni giorno i conti con la presenza del male. Ma al Manzoni
preme appunto ribadire che, come nessuna evasione  possibile sul
piano dell'istinto egoistico, cos nessun rifugio inaccessibile  offerto
dallo spirito ascetico. Se la fiducia in Dio e nella vita migliore che
egli ci promette  l'unica nostra arma, il terreno dello scontro resta
pur sempre quello dei nostri rapporti col prossimo.
    Certo, il riconoscimento del ruolo determinante svolto dal fattore
politico nelle vicende umane non s; traduce, nei Promessi Sposi, in
una positiva comprensione delle interne leggi che regolano la vita del-
la comunit civile e ne determinano il divenire. Ma non per questo la
dimensione del vivere collettivo, la realt storico-politica perdono con-
sistenza, agli occhi dello scrittore:  questa l'arena su cui gli esseri
umani sono chiamati uno per uno a cimentarsi. Nessun rifiuto della
mondanit, dunque; s piuttosto la combattiva affermazione che a nes-
sun uomo, in nessun momento  lecito rinchiudersi nel proprio  par-
ticolare , restando estraneo ai casi della comunit di cui  parte.
L'uomo, il cristiano, decide fra gli uomini il suo destino celeste.
     nell'azione pratica che il Manzoni vede conciliarsi pessimismo
metafisico e gioiosa adesione alla vita. I valori etici vivono in ogni
cuore, depostivi da Dio. Realizzando il proprio essere morale, l'indivi-
duo li proietta nel mondo. Ivi essi non potranno mai trionfare, poich
altre forze, provenienti anche esse dall'interiorit individuale, conti-
nuamente insorgono a insidiarli, a contraddirli. Ma se  vano atten-
dersi dal governi terreni il perfetto adempimento della giustizia, i rap-
porti sociali sono nondimeno fondati su un valore che nemmeno il pi
iniquo ordinamento legislativo pu revocare: la libert del singolo cit-
tadino di attuare la legge divina. Cos il Manzoni consacra religiosa-
mente il principio primo della democrazia liberale: l'esaltazione della
personalit individuale, attivamente presente alla propria coscienza
e quindi altamente responsabile del proprio agire.
   Lottando per la sua salvezza, l'uomo viene naturalmente a parte-
cipare in spirito di solidariet all'analogo combattimento che sosten-
gono i suoi simili. Ecco delineato il terreno su cui la socialit pu,
sia pur in modo sempre provvisorio, positivamente fondarsi. Il Man-
zoni sa bene quanto mala cosa sia nascer povero: e sottolinea forte-
mente i maggiori obblighi spettanti ai detentori della ricchezza, i pi
gravi pericoli ai quali la loro coscienza  esposta:  pi facile che un
cammello... Certo, siamo pur sempre sul piano degli astratti doveri.
Alla resa dei conti, l'egualitarismo evangelico sembra ridursi a un
punto di riferimento ideale, il sogno o il miraggio di un mondo nel
quale non vi siano pi n bastonatori n bastonati. Concretamente, la
disparit di condizione materiale resta: nessun abbraccio vale a col-
mare la distanza fra privilegiati e non abbienti.
   Siamo al limite ultimo delle posizioni sociali manzoniane: in ogni
concezione solidaristica c' un elemento di ambiguit, e diciamo pure
di mistificazione paternalistica. Ma il nostro scrittore  troppo poco
amante dell'ordine costituito per non voler sottrarvisi. D'altronde
nessuno meno di lui, aristocratico e proprietario, ignora che se  pos-
sibile trovare un qualche titolato discendente della costola d'Adamo
tanto umile da mettersi al di sotto della gente comune, occorre un
 portento d'umilt  perch stia loro in pari. Cos, assai pi dell'a-
spetto filantropico egli vuole affermare il carattere eroico di una lotta
che non conosce sosta, che esige dall'uomo il sacrificio di ogni energia,
ma infine lo esalta sopra se stesso, scoprendogli il vero significato
della sua presenza nel mondo.
   E tanto pi esaltante  questa milizia in quanto nessun compenso
 lecito attendersene: solo la serena consapevolezza di aver contribuito
ad affermare tra gli uomini la dignit della persona umana, nella quale
Dio si  compiaciuto di alitare il suo soffio. Questa  la suprema le-
zione, civile e morale, dei Promessi Sposi: dalla storia di Renzo e
Lucia si leva solenne l'ammonimento ai don Rodrigo di ieri e di oggi.
Dio non ha fatto  una creatura a sua immagine, per darvi il piacere
di tormentarla .

VITTORIO SPINAZZOLA:
Da  La contraddizione dd Promessi Sposi in  Acme , Annali
della Facolt di lettere e filosofia dell'Universit degli Studi di Mi-
lano, volume 22, 1969, pp. 37-42.


/:/ Personaggi di autorit nei- Promessi Sposi.

   Il Seicento italiano  il secolo delle autorit. il secolo della Spa-
gna e di S. M. Cattolica, dei contiduchi, dei vicer, dei governatori
degli infanti dei grandi e dei creati, dei senati e delle giunte, degli
eccellentissimi, dei magnifici, dei reverendissimi signori: il secolo del-
le accademie, dei dottissimi, degli amplissimi, dei chiarissimi :il se-
colo dei mecenati, dei nobilissimi, degli illustrissimi.  il secolo dei
diplomatici, dal labbro muto come il labbro di Arpocrate, dagli occhi
acuti come gli occhi d'Argo. di quel secolo un'orgia di superlativi,
rimasti ancora nell'uso familiare e che, come spesso accade, valgono
troppo meno del positivo, che vorrebbero ingrandire. Il Seicento  il
secolo delle iperboli: dello sforzo che non  forza, ma desiderio o bi-
sogno di forza: dello sfarzo, che non  ricchezza, ma povert che ha
vergogna di comparire. Sui germi o sui germogli del Rinascimento, in
quel secolo della Restaurazione cattolica e politica si  gettata in fretta
e furia la cenere del Medioevo: quei germi, cosi soffocati, si sviluppa-
no malefici, e se prima corrodevano, ora corrompono. Il sensualismo
giocondo e illuminato di pensiero dell'Ariosto diventa il sensualismo
pesante del Marino. Il principe machiavellico si petrifica in Filippo di
Spagna: l'arte di governare i popoli diventa l'arte di sfruttarli.
Si vuole rimontare alle istituzioni del Medioevo; ma le epoche non
si rinnovano, e restaurare il passato non  che un falsare e un gua-
stare il presente. Lo spirito cavalleresco degenera nelle competizioni
di qualche hidalgo prepotente e sfaccendato. L'austero ascetismo di
un tempo ripullula in una moltitudine di inerti devozioni. I fieri
domenicani sono continuati dagli arrendevoli gesuiti. La religiosit da
spirito diventa rito. La filosofia scolastica, gi audace omaggio reso
nell et della fede alla ragione,  disciplina di meditazione che permise
di porre, se non ancora di risolvere, i capitali problemi filosofici
diventa un meccanismo dialettico, una trama di sofismi: che fac-
ciano tacere il dubbio pericoloso, che non lascino scorgere la perico-
losa realt.
   La primigenia unit morale, questa forza di coesione di tutta la
vita di un popolo, si  frantumata nel nostro Seicento. Non pi la so-
ciet, ma le classi. Non c' pi l'uomo, ma degli uomini, non pi
degli uomini, ma delle funzioni, ciascuna vivente e operante per s
e da s. Il cavaliere  solamente cavaliere, il prete solamente prete.
Ci sono tante morali, anzi tanti catechismi di morale, quante le caste
anzi quante le situazioni e i momenti della vita civile Il dottor Az-
zeccagarbugli, che, come tutti gli esseri moralmente inferiori, ha l'in-
tuito sicuro delle opportunita, esprime tutta l'ingenua falsit morale
del Seicento in quel suo commento o biasimo alle parole di padre Cri-
stoforo, che, chiamato dai commensali di Don Rodrigo a decidere un
punto di cavalleria, aveva manifestato il suo voto che non ci fossero
 n sfide, n portatori, n bastonate .  La sentenza, declama l'av-
vocato, buona, ottima, e di giusto peso sul pulpito, non val niente, sia
detto col dovuto rispetto, in una disputa cavalleresca. Il padre sa...
che ogni cosa  buona a suo luogo . Di una morale assoluta--di
quella che sar l'umanitarismo del secolo diciottesimo--non  il caso di
parlare: se non dai professori di filosofia dalle loro cattedre.
   Ma quanto pi falsa  la vita del Seicento nella sua sostanza mo-
rale, tanto pi viene ad assumere valore per s quella che tante volte,
anche agli occhi pi acuti, non lascia guardar nella sostanza: la forma.
   Il Seicento  il trionfo della forma, anzi delle forme. Tutto si viola,
ma la forma si rispetta sempre. Nessun governo fu pi iniquo e tra-
scurato dello spagnolo: e nessuno produsse pi leggi: e leggi giustis-
sime, sacrosante, e che consideravano tutti i possibili casi e sottocasi
di delinquenza, e comminavano pene a chiunque: feudatari, nobili,
mediocri, vili, plebei:  le ci son tutti,  come la valle di Giosafat ,
diceva a Renzo l'avvocato Azzeccagarbugli: il quale per sapeva anche
che cosa valessero in effetto quelle terribilissime grida, e come a  sa-
perle ben maneggiare, nessuno era reo e nessuno era innocente .
   Il Seicento  il secolo pi sensuale e pi epicureo, e tuttavia po-
pola il mondo di conventi e di templi: ha la forma della religiosit.
Sino la tirannide ha nel Seicento questa fisima della forma, e filosofi
che si mettono a difenderla, l'Hobbes e il Grozio, parlano di un con-
tratto fra sudditi e sovrani, che renda il re padrone dei suoi sudditi
di diritto E mentre si violano costantemente quelle leggi naturali, la
cui difesa e la cui riabilitazione saranno il paradosso e la gloria del
Rousseau, tanto pi si osservano le leggi scritte, o almeno la lega-
lit. Non si.  mai parlato tanto di diritto come nel Seicento; e
quella scienza del diritto che Mefistofele compiangeva come una
infezione insanabile, che si trasmette da padre in figlio e da figlio
in nipote, sorge appunto nel Seicento: nell'et in cui erano possibili
le prepotenze feudali pi cupe: ma salve sempre le forme. Il padre
principe costringe al chiostro Gertrude, con una serie ininterrotta di
accorgimenti, di seduzioni, di violenze, di tradimenti: ma egli non dir
mai alla figlia: tu devi farti monaca. La forma  salva.--Del resto
il fariseismo non muore mai; e io non ardirei chiamare principalmente
in colpa il mal governo spagnolo di troppe insincerit, di troppe stor-
ture, che sono rimaste nella coscienza italiana. Forse ogni periodo di
civilt incomincia dallo spirito che vivilSca, e si cristallizza nella for-
ma che uccide. 
   Ma il formalismo ipocrita del Seicento trova la sua espressione
pi tangibile in quei personaggi di cappa e spada, o di toga, o di co-
colla, che sono le autorit: e d loro un caral:tere speciale, che i rappre-
sentanti dell'autorit non avevano avuto prima e non hanno pi
smesso del tutto poi. Nelle repubbliche del Medioevo, anche nelle
signorie del Cinquecento l'uomo di autorit  prima uomo e cittadino:
nel Seicento  prima autorit: l'ascendente non  pi dovuto ai me-
riti, ma ai titoli: non  qualcosa che sorga dal di dentro:  qualche
cosa che  portata dal di fuori. Nel Tre, nel Quattro, nel Cinquecento
l'uomo di valore si fa strada da s; nel Seicento, all'uomo che vuoi
farsi avanti, si domanda il passaporto. L'individualit muore. Non si
 dotti, se non si appartiene ad una accademia, non si  diplomatici,
se non si  cortigiani, non si  cortigiani, se non si  nobili. Tutto  re-
golato. Si aprono le carriere, con tutti gli artifici e le industrie della
carriera. Gli uomini di autorit vengono a formare una casta: e han-
no un'aria comune di famiglia. Sono teatrali, mediocri: maligni sotto
il loro sorriso: maligni della malignit del servilismo. Non possono
non essere quelli che rappresenta il Manzoni. Il quale, di questi per-
sonaggi che sono espressione pi diretta della vita pubblica del Sei-
cento, ha popolato il romanzo: e nella canzonatura amara, nella de-
molizione che fa d'essi, c' tutto lo spirito sostanzialmente anarchico
dell'autore;  uno degli aspetti pi vivi del libro, e un'altra delle non
poche analogie del Manzoni con il Tolstoi. 
   Il Conte zio, nel teatro delle autorit, non pu non sedere in pri-
ma fila. Poich egli non  n governatore, n gran cancelliere, n po-
dest di nessun potere diretto: appartiene solo ad una di quelle giun-
te, di quei corpi ornamentali, onde il dispotico governo spagnolo tro-
vava modo di accontentare la imbecille vanit del patriziato, dandogli
l'illusione di partecipare al governo della cosa pubblica. Ma vicino al-
l'autorit legale ci  sempre un'altra specie di autorit, tanto pi ef-
ficace, quanto meno avvertita: l'autorit, che io chiamerei dell'influen-
za.  l'autorit nascosta, che lavora sott'acqua, che preme e sforza le
autorit palesi.  l'autorit, la cui presenza e invadenza  documentata
da quel ritornello delle gride: che le pene inesorabili potevano essere
modificate  ad arbitrio di S. E. .
   Fra questa autorit d'influenza e l'autorit legale  una lotta perpe-
tua. Nell'et tipica della libert, nell'et dei Comuni, una serie di prov-
vedimenti tendeva a liberare l'autorit legale dagli impacci e dalle insi-
die di quell'autorit d'influenza. La pubblicit dei processi, le rigide
norme imposte al potere esecutivo, la discussione delle leggi sono alcu-
ni dei mezzi, non sempre sufficienti, per dar forza anche oggi all'auto-
rit legale: perch l'autorit d'influenza non muore mai, anche se as-
sume le parvenze e i nomi pi liberi, e pi democratici. In tempi po-
veri, l'autorit legale cede all'autorit d'influenza. E quest'altra --
inutile dirlo--novanta volte su cento--e non pu essere altrimenti
--la protezione delle iniquit. l'abuso, il privilegio che non vuole
morire. E il Conte zio esercita infatti quell'autorit d'influenza per un
fine malefico, perch la tristizia di suo nipote non abbia pi nessun testi-
monio importuno, perch l'amor proprio di suo nipote sia pago, e pa-
dre Cristoforo, che era venuto a braveggiarlo nel suo palazzo, sia trasfe-
rito lontano.  Provvedimenti prudenziali  vecchi e sempre nuovi.
    Il Conte zio  un anonimo.  cos, sostanzialmente, nullo che si di-
rebbe non gli convenga neppure quella qualunque fisionomia che d un
nome proprio. Ma ha la forza della sua stessa nullit. Accoppiata alla
sua qualit di conte, alla dignit di membro del Consiglio Segreto,
quella nullit si trasforma in una risultante tutta prestigiosa, che si
chiama credito: in una virt fatta di illusione, di prospettiva ottica
che svanisce in niente, ogni volta che le si va vicino.
    Il Conte zio sa che la sua forza  in questo credito: egli non ha
mai niente da dire, niente da proporre; ma nel far valere quel niente,
nel lasciare intravvedere chi sa che in quel niente,  maestro. E il
Manzoni ce lo ritrae in questa funzione essenziale della sua vita, in
questo atteggiamento fondamentale del suo spirito, con un umorismo,
anzi con un buon umore, con una ricchezza e individualit di partico-
lari, che c' da credere egli abbia desunto quel tipo dal vivo di quella
vecchia nobilt donde egli proveniva, e che, pi che parinianamente,
dispregiava.

    Un parlare ambiguo, un tacere significativo, un restare a mezzo, uno stringer
d'occhi che esprimeva: non posso parlare; un lusingare senza promettere; un
minacciare in cerimonia, tutto era diretto a quel fine; e tutto, pi o meno, tor-
nava in pro. A segno che fino un: Io non posso niente in questo affare, detto
talvolta per la pura verit, ma detto in modo che non gli era creduto, serviva
ad accrescere il concetto, e quindi la realt, del suo potere: come quelle scatole
che si vedono ancora in qualche bottega di spezialecon su certe parole arabe:
e dentro non c' nulla. Ma servono a mantenere il credito alla bottega.

    Il Conte zio, di quel suo niente divenuto una potenza, di quel suo
credito, ha piena consapevolezza: e guai a chi lo tocca! Il diletto ni-
pote Attilio, se avesse saputo il latino-certamente avrebbe riferito a
suo zio l'esopiano  O quanta species, cerebrum non habet! . Ma
con la sfrontata intuizione della sua monelleria, che del cervello lo
zio ne avesse poco, che la circospezione del valentuomo fosse tardit
intellettuale, lo sapeva bene: e perci dalla lontana, come chi esprime
un parere proprio, insinua nel vecchio l'idea, a cui forse egli non sa-
rebbe arrivato da s, di far rimuovere da Pescarenico il padre Cristo-
foro. Ma il Conte, che pure tradurr in atto quel suggerimento, sente
di dover reagire contro chi ardisce di credere che egli possa accogliere
il consiglio altrui.  Lasci il pensiero a chi tocca, vossignoria, disse
un po' crudamente il Conte zio : che passa subitamente dal confiden-
ziale tu a quel gelido e diplomatico Lei. Il Conte zio  ombroso del suo
credito, veglia continuamente alla sua difesa. Capisce che se gli man-
ca  morto. Perci racconta spesso, a rinfrescarla nell'animo altrui, la
sua missione diplomatica a Madrid; quella missione in cui il Conte
duca gli aveva rivolto--in presenza di mezza la corte--una delle
domande pi pregnante di significati reconditi: se gli piaceva Madrid,
e fattagli, nel vano di una finestra, una confidenza, di quelle che scopro-
no a un tratto un nuovo orientamento diplomatico: che il duomo di
Milano era il tempio pi grande che fosse negli stati del re.
   Ma il Conte zio ha non solamente un amore ombroso per la sua
carica e per il suo credito: ma un amore anche pi ombroso per il suo
sangue e per il suo nome: che sono del resto la base vera anche di
quel credito. Il suo sangue e il suo nome sono, in fondo, tutto lui:
perch egli, per s, non  niente. Il Conte Attilio lo sa, e, per averlo
protettore sicuro contro il padre Cristoforo, non conosce miglior mez-
zo, che di fargli intendere che il frate non ha nessun riguardo all'alta
parentela di Don Rodrigo.  M'immagino  dice il Conte  che questo
frate non sappia che Rodrigo  mio nipote .
    Se lo sa! anzi, questo  quel che gli mette pi il diavolo addos-
so .-- Come, come? -- Perch--e lo va dicendo lui--ci
prova pi gusto a farla vedere a Rodrigo, appunto perch questo ha un
protettor naturale di tanta autorit come vossignoria: e che lui se la
ride dei grandi e dei politici: e che il cordone di San Francesco tiene
legate anche le spade, e che...   Oh frate temerario! Come si chiama
costui? .
   E in questa difesa innanzi tutto del suo sangue la vanit del Conte
zio si trasforma--come tante volte accade delle vanit--in una
vera e proprLa ingiustizia: l'angustia del cervello diventa miseria di
cuore: l'uomo ridicolo diventa cattivo: come cattivi, cio egoisti sino
alla repugnanza, sono parecchi personaggi manzoniani, che si presen-
tano come umoristici in prima fronte: Don Abbondio, per esempio:
non ultima ragione della vitalit di quei personaggi. E la morale del
Conte zio  inferiore, come la sua mentalit.
   Il magnifico signore e il padre molto reverendo son due nullit,
due forme pure, due marionette, e si capisce che anche la mimica
debba avere qui una grande importanza.
   Il Conte  tutto lui in questa funzione, che  tutta sua e dell'arte
sua: si tratta di conquistare un'altra autorit: e la conquista acca-
dr in virt di quella forma, che per quel diplomatico  la pi ef-
ficace e la pi reale delle sostanze. Un banchetto deve impegnare al-
l'obbedienza e al servizio l'animo del padre provinciale: e quel ban-
chetto  il pieno sfarzo della forma e delle forme. Vi intervengono
parecchi titolati,  di quelli il cui casato era un gran titolo : e l'u-
nico titolo era forse il casato. Non vi si discorre che di argomenti e
di cose magniiche: di dignit, di corti, del viaggio diplomatico a Ma-
drid, di cardinali, di papi: una cosa pi splendida dell'altra, una cosa
pi vana dell'altra.
   Tutto il discorso del Conte dopo il banchetto al padre provinciale,
e l'incitamento a trasferire padre Cristoforo, ha per punto di partenza,
anche, e per punto di arrivo una questione di forma: di salvare
quello che ancor oggi si chiama, e al quale ancor oggi si d troppo pi
importanza che non alla sostanza: il prestigio: il prestigio del conven-
to--che ha bisogno di essere in buon accordo con tutti: il prestigio
di lui, uomo di stato: di lui, sopra tutto, come, di lui, e del sangue
suo. La virt che il Conte esalta su tutte le virt cristiane, o almeno
fratesche,  la prudenza: quella che le et povere e le anime pusille
chiamano prudenza: e che  troppo spesso vilt, o egoismo, o tolle-
ranza del male, o anche connivenza con esso. Il padre Cristoforo  un
uomo  un po' amico dei contrasti... che non ha tutta quella pruden-
za... tutti quei riguardi... .
   E la prudenza  essa stessa la virt del Conte zio: quella prudenza
s'intende. Egli non vede le cose che dal punto di vista di quella pru-
denza: e in nome di essa egli riesce non solo a imporre una iniquit,
ma anche a cambiare il nome e la fisionomia delle cose, per s pi
limpide. Il padre provinciale non vorrebbe tramutare fra Cristoforo,
fare un passo prima di...  un passo e non  un passo, interviene il
Conte... una cosa naturale, una cosa ordinaria... . Il provinciale non
vorrebbe risolversi, senz'altro, ad una punizione, ma il Conte inter-
rompe.  No, punizione, no: un provvedimento prudenziale, un ri-
piego di comune convenienza, per impedire i sinistri che potrebbe-
ro .  Perch tutta la politica del Conte zio si riassume in una mas-
sima vecchia e sempre nuova e sempre calamitosa: evitare gli scan-
dali.  Sopire, troncare, padre molto reverendo, troncare, sopire... Per
buona sorte  ancora il caso di un buon principiis obsta .

   Ma il Conte , anche in quella occasione, non meno vacuo che
inconsapevolmente cattivo: cattivo non tanto pel fine che si propone
col suo abboccamento, quanto pei mezzi ondsi consegue quel fine.
 invadente, di una invadenza che al suo interlocutore non lascia tem-
po n modo neppur di respirare. Egli non da neppure ascolto a quel-
le parole di timidissima difesa, che il superiore fa dell'inferiore. Non
manca d'impaurire il padre, mostrandogli che potrebbe aver delle noie
tollerando la protezione di Cristoforo per un accusato di lesa maest.
--Non manca, poich questo spauracchio non sembra ottener troppo
effetto, di minacciar contro il convento e l'ordine tutta una rappre-
saglia dei suoi innumerevoli parenti  cospicui : quelli che s'eran
fatti vedere un momento prima a mensa:  tutta gente che ha san-
gue nelle vene e che a questo mondo...  qualche cosa . Nel linguag-
gio del gentiluomo si sente qui quella irriducibile malvagia testardag-
gine, che  il puntiglio: si sente che la minaccia questa volta non  fat-
ta solamente  in cerimonia . Gli  che il Conte zio ha fatto, questa
volta, l'estremo di sua possa. Le stesse frequentissime sospensioni, e
reticenze, e il frequente soffiare, dicono l'affanno e il travaglio di chi
trae a fine un'impresa, e passa per un momento grave di conseguenze.
Una sconfitta sarebbe stata la morte del suo credito, cio di lui, pres-
so quello sfacciato di nipOte Attilio, meno disposto, forse, a riconoscere
il merito superiore dello zio, ed a cui bisognava tanto pi imprimere
un'idea della propria potenza.
   Una grande arte quella del Conte zio! Senonch non c'era neppur
bisogno che egli la impiegasse tutta e sciupasse tutte le sue energie per
debellare e conquistare un uomo di carta pesta e di pasta frolla come
il padre provinciale: il quale  anche esso un'autorit, anonima, un no-
me vano senza soggetto La figura del Conte  cos prepotente, la sua
rappresentazione estetica cos ricca e vivace, che la semifigura del pa-
dre provinciale appena si avverte. Ma nella sua stessa negativit essa
 quanto mai espressiva. Che se dei conti zii se ne trovano pochi, per-
ch la vita nostra  troppo forte, troppo seria, per sopportare questi
esseri ornamentali; e la coscienza pubblica  troppo illuminata, gli
ingegni troppo scaltriti, perch altri ne rimanga allucinato; dei padri
provinciali, fuori dei conventi, qualcheduno e pi di uno ne abbiamo
conosciuto e ne conosceremo tutti.
   Quel molto reverendo padre  il  superiore  tipo: l'uomo sa-
lito di dignit per la sua profonda dappocaggine, per quella virt che
trema di tutti i contrasti, che evita tutti gli urti: e che si chiama tatto:
una virt molto accreditata sempre, perch blandisce tutti gli egoismi:
fondamentale in una et come il Seicento spagnolo, in cui le classi
gli istituti, bacati nell'intimo potevano vivere uno accanto all'altro a
patto di una diplomatica tolleranza dell'equivoco, di una gigantesca
omert.
   Il padre provinciale, come le altre autorit, non impersona una
idea, ma esercita una funzione: e in quella funzione  tutto. Della
morale cristiana non pensa pi altamente del dottor Azzeccagarbugli.
Quella morale non deve penetrare, molesta, nella vita: la parola di
Cristo deve restare sui pulpiti: in bocca di predicatori girovaghi: e
tocca a lui fare che un cristiano ingenuo non trovi modo n tempo che
quella parola fruttifichi; in nome della prudenza, del tatto. Colpa
mia, pensa il padre, appena ha inteso dove il Conte va a parare:
 lo sapevo che quel benedetto Cristoforo--e in quel benedetto 
tutta la rancura del superiore che non vuol noie--quel benedetto
Cristoforo era un soggetto da farlo girare di pulpito in pulpito: e non
lasciarlo fermare sei mesi in un luogo, specialmente nei conventi di
campagna . il cattolicesimo che protesta contro il cristianesimo.
   E questo fariseo, per cui la pace dell'ordine  troppo pi impor-
tante dello spirito del Vangelo, , di fronte alla potenza terrena, di
una arrendevolezza, di una servilit estrema. Il Conte ha appena accen-
nato la sua disapprovazione per Cristoforo, che il provinciale si  gi
potenzialmente arreso.  Ho inteso,  un impegno, pensava . A di-
fendere l'assente si accinge s, ma trepido, chiedendo scusa a ogni trat-
to, perch quello  l'obbligo del suo ufficio. Non una parola di simpa-
tia calda per il suo inferiore, e quando sa che egli se l' presa con
Don Rodrigo, col nipote del Conte, rompe in un lamento sincero, che
 un rimprovero manifesto al frate senza tatto.  Oh questo mi dispia-
ce, mi dispiace, mi dispiace davvero! . Osserva, s, dimessamente,
che  tutti siamo di carne, soggetti a sbagliare ; ma la sua prona co-
dardia servile arriver a tanto, da non chiedere neppure in che consista
la colpa o l'imprudenza di Cristoforo. Egli punisce, senza saper perch,
l'inferiore; giustificando, non tanto alla propria mezza coscienza, quan-
to al benservito signore il provvedimento, con uno di quei sofismi che
uccidono la giustizia in nome del diritto: padre Cristoforo  predicatore
innanzi tutto,  di professione predicatore, e il provinciale potr, con
diritto, mandarlo a predicare a Rimini. In compenso, esiger una qual-
che pubblica dimostrazione di stima al convento: era una di quelle
formedi cui nessuno meglio del Conte poteva intendere l'opportuni-
t e valutar l'importanza: e qui, su questa dimostrazione, il provin-
ciale ardisce di insistere: perch non c' solamente da salvare il pre-
stigio della casta nobiliare, ma anche il prestigio del convento.  Ognu-
no  dice il padre  ha il suo decoro da conservare . E l'essenziale,
naturalmente, non  che un potente abbia rimosso dagli occhi di un
suo tristo nipote un testimonio indiscreto, e che un frate francescano
impedisca ad un suo fratello di essere con Cristo e per Cristo, l'es-
senziale  che siano salvi tutti i decori, tutti i prestigi e tutte le men-
zogne.

EUGENIO DONADONI:
Da Studi danteschi e manzoniani, Firenze, La Nuova Italia, 1963, pp. 205 222.


/:/ Il dialogo popolare.

    Il dialogo tra la gente del popolo apre sempre un amabile scorcio
su sentimenti garbati e genuini, anche nei piccoli difetti che il Man-
zoni riguarda con un sorriso di sottile affettuosit: i  difetti  del
parlare del sarto, culminanti nella meno pretensiosa e perci pi in-
quietante delle sue espressioni:  quell'insulso siguri! ; o le pro-
priet comaresche della conversazione di Agnese e di Perpetua: pi
veloce, incisivo e istintivo il dialogato di questa (calar le...; ci gon-
gola; e quel Un febbrone conclamato dalla finestra a tutte le co-
mari del paese, e che , guarda caso, una delle poche novit di bat-
tute che l'edizione definitiva presenti rispetto alla ventisettana); pi
umana e affettuosa, ma anche pi penetrante la conversazione di
Agnese, e a questo proposito si pensi non tanto alle reti dialettiche
che la madre di Lucia tende per catturare Perpetua, ma alla furbesca
maniera di incuriosire con la sua stizza l'attento Federigo:  Biso-
gnerebbe che tutti i preti fossero come vossignoria, che tenessero un
po' dalla parte de' poveri; e non aiutassero a metterli in imbroglio,
per cavarsene loro .
    Non infrequenti le espressioni pittoresche di Agnese ( il diavolo
non  brutto ,  un pulcin nella stoppa ,   come lasciar andare
un pugno a un cristiano ,  ne sentirai ,  ah anima nera! ah tiz-
zone d'inferno , e simili), ma esse non nascondono l'accento nor-
male della sua conversazione, quale si pu apprezzare nei duetti
perfin teneri con Lucia.
    Lucia  un problema critico delicato, anche nei riguardi del suo
tono di conversazione. Non  a dire che il Manzoni non si renda
conto della fragilit a dialogica  di questo personaggio; s che tal-
volta lo mette in burla: ma una parodia quanto lieve e affettuosa:
 Le dimostrazioni di Lucia in vece furon tali, che non ci vuol molto
a descriverle. " Vi saluto: come state? " disse, a occhi bassi, e sen-
za scomporsi . I discorsi di Lucia sono sempre molto brevi, hanno
la sobriet del pudore e l'asciuttezza della timidit, e caratterizzano
il personaggio solo in senso riflesso, indiretto, come la negativa di
un'immagine vibrante e vivace che  il parlare di coloro che stanno
accanto. Anche qui lo studio delle varianti insegna molto: il Man-
zoni arriva al dialogato di Lucia attraverso un minuto processo. di
svuotamento di tutti i particolari discorsivi realistici. Un resocon-
to cos importante ai fini della vicenda, come quello delle perse-
cuzioni di don Rodrigo, era discorso diretto in Fermo e Lucia (e
anche con qualche grossolanit:  e mi volle tirare in disparte, e
si prese con me pi libert ), diverr discorso indiretto nei Promessi
Sposi, s da gettare un caratteristico chiaroscuro su questo diffi-
cile personaggio. E le aggiunte ( fu allora che feci la sfacciata ) li-
berano un nuovo elemento per la conoscenza  artistica , oltre che
psicologica, dell'animo di Lucia.
    Per una Lucia a poco a poco  srealisticizzata  dovranno essere
soppresse tutte le battute che la mostrino loquace, perfino pettegola
e direi quasi maliziosetta, come quando in Fermo e Lucia raccontava
a Gertrude il  fattaccio  dell'amica Bettina:

     Spero dunque di poter parlare con prudenza, riprese Lucia,  ma di po-
terle far toccare con mano che cosa poteva essere il bene di quel Signore. Sap-
pia che io non sono stata la prima, a cui per mala sorte egli abbia badato. Eh!...
le cose si sanno purtroppo: e d'una poveretta in particolare, io non ho potuto
a meno di non saperlo, perch eravamo amiche, e me ne piange il cuore tuttavia.
Questa poveretta--non la nomino--diede retta al bene di quel signore- e sa
ella che ne avvenne? Cominci a disubbidire ai suoi parenti; quando fu ammo-
nita si rivolt; la casa le venne in odio, non ebbe pi amiche, disprezzava tutti,
e diceva--puh villani!--come avrebbe potuto fare una gran dama. Quando
i parenti s'avvidero di qualche cosa, sulle prime neg, e poi, rispose in modo
da fargli tacere per paura. Comparve con un vestito troppo bello per una ricca
sposa, e credeva la poveretta che tutti avrebbero fatte le meraviglie e l'avreb-
bero inchinata, e tutti la sfuggivano: i ragazzi le facevano dietro mille visacci.
Un fior di giovane, mi compatisca se parlo male, che voleva ricercarla in matri-
monio, non la guard pi; nessuno le parlava, nessuno voglio dire della gente
come si deve, perch i cattivi se le avvicinavano per la via con una famigliarit
come se le fossero sempre stati amici, e fino, a parlare con poca riverenza, i birri,
la salutavano ridendo, e le gittavano parole da non dire. Poveretta! di tratto in
tratto pareva pi lieta che non fosse mai stata, ma le lagrime che spargeva in
segreto! e quante volte la vedevamo da lontano piangente, e si nascondeva da
noi: e io mi ricordava di quando ell'era allegra come un pesce, di quando ri-
devamo insieme alla filanda. Basta: la disgraziata non pot pi vivere nel suo
paese, e un bel mattino, fece un fagottello, e fina girare il mondo.

    Il racconto, si badi,  tutt'altro che insulso e informe sebbene
in un'astratta dimensione di apologo o di novelletta morale; e aveva
un'efficace funzione di contraltare alla storia di Gertrude, che l'ascolta
senza battere ciglio. Ma in bocca di Lucia come poteva stare? Questa
contadina che risponde a monosillabi persino alla madre e al  pro-
messo? .
    Eppure nei discorsi di Lucia c' una coerenza espressiva straordi-
naria. Timida e vereconda quanto si vuole, la giovane donna ha la
 risolutezza della volitiva , come ha ben detto il Russo a proposito
di questa  discepola spirituale di fra Cristoforo, che  un com-
battente, e non un contemplativo . La secchezza delle sue espres-
sioni  dunque la resultanza dell'incontro della timidezza con la
fermezza; quando parla con Gertrude si fa rossa, abbassa la testa,
stenta a rispondere, ben si sente  tanto impicciata , come avrebbe
voglia di rimproverarle Agnese, ma quando d finalmente la ri-
sposta, la dice precisa e concreta. Solo quando si sente in difetto, e
cio davanti a don Abbondio nel momento di pronunciare la formula
a tradimento, non riesce a dir la sua. E a donna Prassede che indaga
e stuzzica, risponde asciutta:  Io non penso a nessuno . Nemmeno
il terrore del ratto e della prigionia al castello le ha fatto pronun-
ciare parole fuori posto, o per servilismo, o per ira, o per meschini-
t di donnetta. Lucia  sempre al livello del suo antagonista, anzi
qualche gradino pi in su, e se questi lascia  la frase a mezzo , le
invocazioni di misericordia e di mitezza di Lucia esplodono con tutto
il vigore della spiritualit di lei, in una forma icastica, incisiva, con-
creta, cos che pi tardi potranno risuonare con nettezza nella mente
dell'Innominato:

    Tutt'a un tratto, gli tornarono in mente parole che aveva sentite e risentite
poche ore prima:  Dio perdona tante cose, per un'opera di misericordia! .
E non gli tornavan gi con quell'accento d'umile preghiera, con cui erano state
proferite; ma con un suono pieno d'autorit, e che insieme induceva una lon-
tana speranza.

    Il grande scrittore, come sempre, ci suggerisce egli stesso le vie
della sua arte. Il tono delle parole di Lucia, lungi da conferire mag-
giore angustia ai limiti imposti a questo personaggio dal suo deli-
cato temperamento, si inserisce autorevolmente tra le pi alte e pure
voci di spiritualit dell'intero romanzo, accanto alla voce di Federigo,
a quella di Cristoforo, a quella che in certi momenti di commozione
o contrizione ascoltiamo dalle labbra del buon Renzo. Ma, a diffe-
renza di questi altri, la spiritualit di Lucia non si esprime in forma
elaborata, ma per incisi, per allusioni appena accennate, per parole
rapide e dense di significati ma pronunciate come in sordina, con
una tonalit di voce soffocata ma profonda ( Ah, Renzo!--rispose
Lucia, rivolgendosi un momento, senza fermarsi ;  Al padre Cri-
stoforo, in confessione, mamma ;  Ah! no, Renzo, per amor del
cielo! ;  Mamma, perdonatemi ;  Buona notte -- disse trista-
mente Lucia a Renzo, il quale non sapeva risolversi d'andarsene ;
 Non ci abbandoner; padre?--disse questa singhiozzando ;  Ma
perch dunque, mamma--disse Lucia, con quel suo contegno som-
messo,--perch questa cosa non  venuta in mente al padre Cristo-
foro? ; Ah, Renzo, non abbiam cominciato cos; Oh Renzo!--
disse Lucia, a stento, tra i singhiozzi,--non v'ho mai visto cos ).
   La compattezza espressiva della parola di Lucia, con quelle sfu-
mature tenui e discrete che hanno fatto ricordare a pi d'uno la voce
d'Ermengarda, pi difficilmente consente di seguire il procedimento
tecnico che ha fatto guadagnare al Manzoni questo tipo di dialogo
intermedio che  sulle labbra della giovane donna. Giacch Lucia,
per quanto montanara e operaia, sembra respirare un'aria pi fine
di quella del suo promesso, di Agnese, dell'ambiente di paese; quasi
che la sottile spiritualit che  soffusa sulle sue parole, contribuisca
in qualche modo ad innalzare il tono della conversazione che le 
usuale, talmente priva di popolarismi, d'idiotismi, di locuzioni pitto-
resche e vivaci (mai il suo dialogo , per, smorto), da rilevarsi con
maggiore evidenza, nella parlata di lei rispetto alle altre, quella pu-
rezza toscana, quel castigato lindore di forme e di suoni che  il pre-
gio delle pagine pi alte del Manzoni.
   Attraverso le voci degli altri personaggi, invece,  pi agevole
seguire il processo letterario che ha portato il Manzoni al dialogo
di tono medio. Ed  un processo duplice: da un lato viene sfrondata,
attenuata, polita e modernizzata la tradizionale prosa classicistica in
modo da conquistare quel linguaggio intenso e ben sostenuto dalle
leggi della retorica che splende nelle parole di un Federigo; d'altro
lato il parlare popolaresco, colto direttamente e via via registrato
secondo le usanze toscane, viene ad essere immesso con gradualit
in un livello migliore, insinuandovi le forme dell'eloquio della buona
borghesia (e naturalmente toscana), le caratteristiche espressioni del-
la cortesia, del garbo, dell'urbanit, dell'arguzia bonaria e sottile,
del rimprovero affettuoso, dell'accorto consiglio morale del buon
senso comune. In questa direzione i precedenti letterari o non vi
sono o non contano affatto. Noi possiamo riscontrare, sia pure a
fatica, qualche elemento preesistente al Manzoni nell'elevata parola
del Cardinale o nei modi d'un monatto o d'un bravo, quasi che in
qualche istante il Manzoni si adagiasse passivamente sulle forme
dell'eloquenza sei-settecentesca o del teatro comico-popolare mo-
derno. Ma son sempre reperti isolati e anomali, solitarie inflessioni
di linguaggio, occasionali ripetizioni. L'intento del Manzoni  di riu-
scir nuovo anche in questi due poli opposti di parlata, Federigo o un
monatto.

GIORGIO PETROCCHI:
Da La tccnica manzoniana del dialogo, Firenze, Le Monnier, 1959, pp. 4451.


/:/ Il Manzoni e la rivoluzione francese.

   La storia occupa nelle intenzioni manzoniane un posto essenziale
anche se manca di quella autonomia che Vico le aveva gia fornito e
che la speculazione idealistica doveva attuare completamente. Storia,
ma storia sacra bisogna aggiungere se si vogliono vedere anche i li-
miti del pensiero manzoniano, storia governata da un potere che vi
porta le sue leggi, la sua morale, le sue istituzioni s che possa in
essa apparire una parte direttamente divina ed una parte di resistenza
del male; quasi una parte demoniaca diremmo, se ci piacesse accen-
tuare qualche fremito che resta invece sempre accuratamente inscritto
in un cerchio di sensibilit aliena da ogni suggestione misteriosa. D'al-
tra parte accanto al suo cattolicismo vi era la sua formazione raziona-
listica, vi era una esigenza di coerenza ragionativa, di spiegazione, un
amore per la verit, per i fatti che forma la trama minuta della prosa
manzoniana: quella estrema familiarit poetica, quella limpidezza con-
creta nasceva su fatti, non su esaltate immagini, e semmai su imma-
gini precise come fatti ordinati dall'intelligenza. La storia in quanto
orma della provvidenza era un soffio gigantesco che anima da un'al-
tezza infinita i fatti (5 maggio), ma viceversa i fatti spiccano netti e
sicuri come oggetto essenziale della provvidenza: le creature umane
vivono in questa relazione e tutta la loro complessa psicologia non
mira a liberarle. Con ci il Manzoni otteneva una perfetta unit, una
realt senza incrinature dal creatore al creato e al pane che Renzo
raccoglie per la via di Milano; con ci il romanzo assume un suo va-
lore di mondo inalterabile; ma se risaliamo allo scrittore troviamo in
lui anche perci una certa senilit, un predominio della intelligenza
che sistema gli uomini nella rete divina dei fatti. Tali appunti prov-
visori alla grandezza del Manzoni, trovano una riprova sicura nel sag-
gio su La rivoluzione francese del 1789 e la rivoluzione italiana del
1859.
   Il saggio intero voleva dire molte cose del suo animo: l'afferma-
zione di un tlpo di rivoluzione moderata e cristiana, il trionfo di un
ideale liberale cattolico, l'allineamento del Risorgimento italiano con
movimenti concreti, costitutivi, nazionali pi che con la tipica rivo-
luzione giacobina, la sconfessione romantica dei principi illuministici
dell'89. Sconfessione romantica che si poteva ricollegare sia alla rea-
zione del nuovo sentimento nazionale iniziato dall'Alfieri sia alla po-
sizione mazziniana che cercava una nuova unit religiosa e popolare
e vedeva nella rivoluzione francese il risultato di una mentalit mate-
rialistica  con le sue passioni di reazione, di distruzione, di indivi-
dualismo . 
   Se la maggiore cura del Manzoni in questo saggio voleva consi-
stere nel distinguere rivoluzioni astratte da rivoluzioni concrete, il
mancato sviluppo del confronto tra movimento francese ed italiano
trova un compenso verso la fine del libro nel confronto istituito con
la rivoluzione americana. Qui l'acutezza manzoniana che sfiora una
sottigliezza giuridica, anche se avvezza a tribunali divini, riesce a li-
mitare l'universalit della dichiarazione americana in cui venivano
riaffermati diritti sanciti e poi violati dal governo inglese e solo al-
l'ultimo venivano allegati a in un modo astrattissimo, alcuni principi
di diritto naturale, ma per applicarli ad un solo diritto, cio a quello
che ha ogni popolo di sottrarsi alla suggestione di un governo incor-
reggib,ile iniquo e dispotico. Era un manifesto d'indipendenza nazio-
nale e non una norma di governo interiore . Una lotta dunque per
diritti concreti, non astratti, per realt non per sogni ideologici (e in-
vece l'Alfieri aveva titubato se riconoscere o no la qualit di rivolu-
zione al movimento americano come a movimento originato da un
motivo economico e non di pura libert), mentre in Francia la gene-
ralizzazione era pari alla incapacit di una assemblea che doveva pat-
teggiare con la folla turbolenta del Palais-Royal. Potremmo dire che
la posizione manzoniana  dovuta all'amore romantico per il concreto
affermato da una mentalit razionalistica che per poggiare sul sodo,
sul reale (i tre ordini) finiva per cadere nell'errore stesso di cui accu-
sava la rivoluzione francese: quel concreto vecchio diventava infatti
astratto di fronte al vero concreto, la borghesia cio con la sua forza,
con la sua ricchezza, con la sua ambizione. Quella borghesia era allora
reale e concreta quanto le  nazioni  dell'800. Inoltre mentre il suo
elevato liberalismo provava la stessa reazione- provata alla fine del 700
dal Parini, dall'Alfieri, dai primi liberali--se cos possiam dire--
italiani di fronte alle violenze della rivoluzione francese nei riguardi
degli aristocratici e spesso di persone del tutto innocenti, egli sem-
brava ignorare o trascurare il motivo meno evidente, ma pi profondo
di una umanit offesa legalmente dalle disuguaglianze dell'antico re-
gime, la violenza attuale esercita.a dalla semplice esistenza dei residui
feudali e dalla oppressione di diritto della aristocrazia e dell'alto clero.

Ignorava dunque, nella lotta di potenza, la realt della potenza bor-
ghese, e nella lotta ideale i diritti di un popolo oppresso: accanto ad
una violenza legalizzata e che aveva quindi il volto tranquillo della
consuetudine e dell ordine, una violenza di vendetta, illegale e quindi
disordinata e barbara. Il grande equilibrio del Risorgimento italiano
e la mancanza in esso di un vero avvio di questione sociale impedi-
vano di vedere nella rivoluzione francese accanto alla rivoluzione
borghese l'inizio informe della vita del quarto stato che si esprimeva
nella violenza scomposta, nelle crudelt della plebe scatenata.

   Quando ci si sia spiegato il limite dell'indagine manzoniana, si
pu apprezzare anche il positivo che non manca certo nel libro, e l'im-
peto sincero che lo anima: sdegno contro la violenza della plebe e il
comportamento del terzo stato che non sapeva e non voleva costruire
un ordine nuovo rlavorare alla trasformazione dell'ordine vecchio,
e nello stesso tempo anelito ad un governo liberale non privo di au-
torit, in cui l'individuo non venisse leso nella sua personalit e che
si basasse su leggi concrete e non su principi ideologici astratti. Per-
ch il liberalismo manzoniano non  certo la veste bella di un puro
sentimento reazionario:  Io sono persuaso, almeno quanto chi mi
grida pi forte, che un governo qualunque, o sia in mano d'un solo
o di pi, ereditario o elettivo, stabile o provvisorio, come si vuole,
non fa che il suldovere facendo ai governati tutto il bene che pu .
Solo che se egli riconosceva il diritto del popolo a cambiare il go-
verno che non va, negava che il popolo abbia l'autorit di rendere
giusto un fatto ingiustO e soprattutto ribadiva che non c' peggior
dispotismo di quello  dei facinorosi sugli esseri onesti e pacifici .

   Il positivo (sia pure evidentemente astratto dalle reali condizioni
storiche)  proprio nella difesa ad ogni costo della libert come unico
criterio della utilit e santit di una rivoluzione. Dice perci dell'Italia
del 59:  Qui la libert, lungi dall'essere oppressa dalla Rivoluzione
nacque dalla Rivoluzione medesima: non la libert di nome, fatta con-
sistere da alcuni nell'esclusione di una forma di governo, cio in un
concetto meramente negativo, e che, per conseguenza, si risolve in un
incognito; ma la libert davvero, che consiste nell'essere il cittadino,
per mezzo di giuste leggi e di stabili istituzioni, assicurato, e contro
violenze private e contro ordini tirannici del potere, e nell'essere il
potere stesso immune dal predominio di societ oligarchiche e non
sopraffatto dalla pressura di turbe, sia avventizie, sia arrolate . Per-
ci pone come inizio di una rivoluzione il sentimento di un diritto
conculcato, sentimento che  la prima forza di un popolo che si risol-
leva e senza il quale ogni aiuto straniero  insufficiente;  qualunque
pi poderoso e anche leale aiuto straniero sarebbe insufficiente a ren-
dere stabilmente libera e signora di s una Nazione inerte; poich,
per mantenersi e per governarsi, le sarebbero necessarie quelle virt
appunto che le sarebbero mancate per concorrere alla sua liberazione.
Un braccio vigoroso pu bens levare dal letto un paralitico, ma non
dargli la forza di reggersi e di camminare .
                                  
WALTER BINNI:
Ds Critici e poeti dal Cinquecento al Novecento, Firenze,
La Nuova Italia, 1969, pp. 91-96.


/:/ Manzoni e la soluzione fiorentina dela questione della lingua.

   Il problema della lingua si impose in maniera preminente e de-
cisa al Manzoni quando, dopo la sua attivit di poeta, circoscrivibile
ancora nell'ambito della tradizione letteraria costituita, egli si accinse
a comporre il romanzo nel quale doveva esprimere tutta intera la sua
evocazione cristiana e romantica della vita e dell'arte. Nasceva da
una esperienza personale che era insieme di stile e di lingua e si fa-
ceva, quel problema, nel travaglio dello scrittore a lungo durato e ri-
solto in modo singolare ed altissimo con assidua riflessione e inces-
sante pentimento, da personale e empirico, generale e teorico, tanto
da richiamar su di s la meditazione del Manzoni per tutto il resto
della vita e da sortire a soluzioni che, rispetto alla sperimentalit, sia
pur coerentemente su di esse orientata, dell'operazione di revisione
dell'opera, finivano per essere di radicale e rigido estremismo. A un
organico trattato sulla lingua il Manzoni pens continuamente sin dal
suo esordio come prosatore e le note e gli abbozzi numerosi scandi-
scono i momenti e gli orientamenti diversi della composizione dell'ope-
ra e segnano e accompagnano il tempo in cui si era maturata la nozione
definitiva e paradigmatica, consegnata nei pochi scritti pubblicati sul-
la lingua; in una lettera del dicembre 1857 al Giorgini egli stesso
parlava di  quel tale eterno suo lavoro sulla lingua : segno di un
interesse inintetrotto e preminente, di un intento teorico e program-
matico di l dai limiti della propria singolare esperienza artistica.
Il suo problema pratico, di scrittore, il Manzoni aveva risolto rin-
novando dal punto di vista dello stile, della sintassi e della lingua
con tanta efficacia e maestria d'artista le strutture complesse e tradi-
zionali dell'italiano; ma il problema teorico e generale risolveva in con-
siderazione di alti interessi e ideali politici e civili--l'unit della
lingua nell'unit dell'Italia--con una soluzione programmatica ra-
dicale e naturalistica--l'assunzione del fiorentino attuale delle per-
sone colte--che, sia pur circoscrivendo la lingua al solo ambito les-
sicale, trasformava la questione linguistica da questione letteraria a
questione sociale. La teorizzazione manzoniana delorentino vivo
capovolgeva i modi tradizionali della questione linguistica limitata
sino ad allora alla controversa generalizzazione di un tipo di lingua
rispondente ai singoli ideali letterari e culturali dei vari disputanti,
e instaurava, con efficacia certo superiore ai risultati pratici della
teoria, una considerazione linguistica in stretta relazione al proble-
ma civile, e geografico, dell'unit e al problema sociale, e tempo-
rale, della attualit e dell'uso vivo. Se l'esempio mirabile del ro-
manzo era riuscito a battere in breccia, nello stile e nella lingua,
il carattere retorico e artificioso persistente della tradizione lette-
raria italiana; la soluzione linguistica antitradizionale del Manzoni,
che trascurava il peso che nella formazione dell'italiano aveva avuto
la lingua degli scrittori e l'incidenza degli apporti individuali di cul-
tura e di arte nell'impiego della lingua, nella sua logica ferrea e li-
neare, anche se inattuabile e arbitraria, era riuscita, risultato princi-
palissimo, a richiamare energicamente l'attenzione e ad accentuare
vivamente l'interesse sull'oggetto fondamentale della questione, la
lingua come istituto di una vivente societ.

   Al tempo della composizione del Fermo e Lucia, cio del primo
abbozzo del romanzo, il Manzoni era gi intento a risolvere il pro-
blema della lingua; e nel bisogno, che non venne meno in lui, d'una
lingua che fosse comune e moderna e accessibile universalmente, ade-
riva, negli schemi eclettici delle pi liberali posizioni teoriche, alla
nozione di una lingua composita e artigianalmente costruita e  al
livello delle cognizioni europee , risultante dall'accettazione di quel
che di valido vi era nella tradizione letteraria, da un arricchimento
ottenuto mediante l'analogia con altre lingue, dalla derivazione dal
francese, dall'apporto della lingua materna. ila fase di cui v' no-
tizia, in mancanza del primo scritto sulla lingua, cui il Manzoni dov
attendere subito dopo l'ultimazione dell'abbozzo (1823), e che a sta-
re alla testimonianza dello Stampa fu distrutto, sia nella lettera al
Fauriel del novembre 1821 sia nell'Introduzione al Fermo e Lu-
cia. 

   Gi dalla prima revisione del Fermo e Lucia, le idee sulla lin-
gua del Manzoni mutavano radicalmente e, perasi successive e pro-
gredienti, ma tutte orientate in una stessa direzione,  passando da
forme rudimentali a forme pi compiute , si organizzavano nella
dottrina definitiva quale risulta dalle minute e dai capitoli del libro
sulla lingua e dagli scritti noti e pubblicati. Sempre pi convinto
del bisogno di una lingua naturale e comune, ripudiava il Manzoni
la primitiva pratica e teoria della lingua composita e artificialmente
costruita; e coerentemente all'acquisita convinzione che quel che di
comune esisteva in Italia nell'uso della lingua era toscano,  certo
non soltanto--come giustamente scrive il Forti--nella " buona
lingua" della Crusca, tanto lontana dal progresso delle idee, ma
anche in ci che i toscani su quel fondamento avevano prodotto per
seguire i tempi, per esprimere tutte quelle idee, per designare tutte
quelle cose che in un dialetto come il milanese riusciva pure ad indi-
care, il Manzoni rivedeva il primo abbozzo e allestiva la prima edi-
zione del romanzo (1827) adeguando il pi possibile la sua lingua
lombarda e milanese al toscano.  la fase questa, toscano-milanese
non nel senso- di un  impasto dei due dialetti  ma di  una ricerca
--come ancora il Forti osserva--dell'equivalente toscano che so-
stituisse le locuzioni lombarde lasciate di primo getto nel romanzo ;
fase attuata officinalmente sulla scorta dello studio dei materiali of-
ferti dalla Crusca confermati ancor vivi nell'uso dai suoi conoscenti
fiorentini e del Vocabolario milanese del Cherubini, e di cui si ha
notizia in scritti vari dal 1825 al 1829. 
   Si andava maturando e precisando la teoria fiorentina, gi tutta
presente nella revisione del romanzo per l'edizione definitiva del 42
nella duplice direzione dell'accettazione pura e semplice dell'uso vivo
senza dati intermedi e della scelta specifica e unitaria deliorentino
ad esclusione degli altri dialetti toscani.
   Proprio nel decennio 1830-40, durante la correzione dei Pro-
messi Sposi, il Manzoni cominciava ad attendere a quel trattato
sulla lingua non mai terminato del quale si possiedono minute e ca-
pitoli il cui esatto ordinamento e la cui precisa datazione rappre-
sentano ancora un problema insoluto; ma  agevole dedurre che il
trattato dovesse risultare di tre libri, il primo dei quali dedicato
alla trattazione delle idee generali elosofiche sulla lingua, il secondo
all'esposizione della teoria manzoniana nel quadro delle soluzioni
tradizionalmente proposte alla questione linguistica, il terzo all'indi-
cazione dei mezzi atti a diffondere in Italia la lingua prevista dalla
soluzione manzoniana. E se il romanzo, come si  osservato, non ri-
flette puntualmente l'applicazione rigorosa della teoria fiorentina, que-
sta, in forma schematica e rigidamente coerente, era esposta negli
scritti sulla lingua pubblicati dal Manzoni in circostanze diverse, a
partire dalla lettera a Giacinto Carena Sulla lingua italiana del 1845
in occasione dell'edizione della prima parte del Prontuario che il
Carena aveva compilato attingendo le voci dall'uso vivo di Tosca-
na. Il Manzoni, in quella lettera, lodando i criteri del Carena ma
esprimendo il convincimento che l'utilit del Prontuario sarebbe
stata maggiore se i termini fossero stati presi dal solo fiorentino,
si dichiarava fautore dell' opinione, che la lingua italiana  in Fi-
renze, come la lingua latina era in Roma, come la francese  in Pa-
rigi ; respingeva il principio di  associare al nome di lingua non
l'idea universale e perpetua d'uno strumento sociale, ma un concetto
indeterminato e confuso d'un non so che letterario  e il criterio
dell'uso scritto  ch lo scrivere non , n pu essere l'istrumento
d'un pieno commercio sociale, non c'essendo, e non ci potendo
essere tra scrittori e scrittori quella totalit di relazioni che produce
quella totalit, pi o meno grande, di vocaboli, che si chiama una
lingua , condannava come errori, accumunadoli,  i diversi siste-
mi in fatto di lingua italiana , perch  per quanto differiscano ne'
particolari, sono simili nel voler tutti qualche cosa che non  una
vera lingua, e nel concedere o nell'attribuire qualcosa di particolare
a quella vera lingua che non vogliono riconoscere per tale . Con
chiara visione del carattere sociale e del valore sincronico della lin-
gua ( una quantit di vocaboli corrispondente alle cose nomi-
nate da una societ in vera e piena comunione di linguaggio...  la
condizione, anzi l'essenza medesima delle lingue ... a giacch co-
m' possibile una lingua, senza una societ che l'adopri a tutti gli usi
della vita, vale a dire una societ che la parli? ), il Manzoni, rico-
nosciuta l'inesistenza in Italia di una lingua comune, indicava nell'as-
sunzione del fiorentino vivo il mezzo per realizzare una unit linguistica
contro la molteplicit dialettale e per attuare, con il possesso di un lin-
guaggio vivo e vero da parte di tutti gli italiani, la sospirata lingua
comune:  lingua per natura, e italiana per adozione, perch vo-
luta dagli Italiani per loro lingua comune . Le stesse idee, che non
avevano avuto la sperata larga eco di consensi, il Manzoni con strin-
gata argomentazione ripeteva pi di vent'anni dopo, quando nel 1868
realizzata l'unit d'Italia e divenuta Firenze capitale del regno, sten-
deva una relazione, Dell'unit della lingua e dei mezzi per diffon-
derla, come presidente della Commissione costituita dal Ministro
della Pubblica Istruzione Emilio Broglio, fervente manzoniano, sud-
divisa in due sezioni una milanese e l'altraorentina, con l'incarico
 di proporre tutti i provvedimenti e i modi coi quali si possa aiu-
tare e rendere pi universale in tutti gli ordini del popolo la notizia
della buona lingua e della buona pronunzia . In quella relazione il
Manzoni ribadiva, confutando tutte le possibili obiezioni, la solu-
zione fiorentina sostenuta nella lettera al Carena e additava come
 uno de' mezzi pi efficaci e d'un effetto pi generale, particolar-
mente nelle nostre circostanze, per propagare una lingua , un vo-
cabolario:  E, secondo i principe i patti qui esposti, il vocabola-
rio a proposito per l'Italia non potrebbe essere altro che quello del
linguaggio fiorentino vivente .

MAURIZIO VITALE:
Da La guestione della lingua, Palermo, Palumbo, 1960, pp. 197-203.


/:/ L'epistolario del Manzoni.

   Si  parlato tanto, da parte di amici, biografi e critici del Man-
zoni, del  tono medio , colloquiale, pieno di bonaria arguzia, che
le lettere manzoniane, come ritratto diretto e fedele dell'uomo,
avrebbero quale caratteristica. Coloro, invece, che meno amano il
Manzoni, hanno detto della sua  reticenza  come di un continuo
schermo che, nelle lettere, si frapporrebbe fra la parola e le idee,
i sentimenti e gli eventi: dovuta alla difesa continua di un bor-
ghese decoro o alla sanzione della religione, questa reticenza deter-
minerebbe il senso di grigiore che emanerebbe dall'enorme raccolta
epistolare.
   In realt, la rinnovata e ordinata lettura delle lettere del Man-
zoni, nell'edizione curata in modo davvero eccellente da Cesare
Arieti non conferma affatto n la prima n la seconda prospettiva
di lettura, rivelandole, anzi, frutto entrambe di quella tendenza ad
addolcire o rendere innocua la figura e l'opera ben altrimenti dram-
matiche del Manzoni che  cosdiffusa nella nostra tradizione cri-
tica.
   L'impressione immediata che deriva dalle lettere , infatti, quel-
la di un discorso che si svolge per contrasti netti, duri, perfino
aspri. Altro che mimetizzarsi in una condizione di mediet bor-
ghese, regolata e normale: il Manzoni tende a marcare la differenza,
l'isolamento, l'opposizione rispetto agli altri. Da quando va a vi-
vere con la madre a Parigi, ogni sua lettera contiene le lodi pi en-
tusiaste di lei: espressione evidente di un esploso complesso edi-
pico nel gioyanissimo Manzoni, ma anche sfida decisa contro l'opi-
nione delondo nei conronti di una donna che aveva fatto parlare
di s per la vita brillante e le avventure galanti:

    Io ho sentito veramente il bisogno di scriverti, di comunicare la mia felicit
a te che me l'avevi predetta; di dirti che io l'ho trovata fra le braccia d'una
madre... Io non vivo che per la mia Giulia... (lettera del 31 agosto 1805 al Monti);
Alla consolazione di riabbracciare un tanto amico si aggiunge quella di farlo co-
noscere alla mia dolce Madre, e di farlo testimonio oculare della mia felicit
d'aver per madre e per amica una Donna, parlando della quale trovo sempre pi
ogni espressione debole e monca (lettera al Pagani del 24 marzo 1807).

    Ma di contro, quando, alcuni parenti della moglie, subito dopo
il matrimonio con Enrichetta Blondel, cercano di istituire relazioni
con la giovane coppia, il Manzoni risponde, in una lettera al cognato,
di non volerne sapere, avendo scelto una vita domestica  interamente
indipendente e isolata, senza essere solitaria  (lettera a Charles Blon-
del del 29 novembre 1808); e quando ha notizia che il padre  mori-
bondo, accorre s a Milano per vederlo, ma, saputo prima di en-
trare in citt che  nel frattempo morto, ritorna subito indietro a To-
rino, dove allora abitava con la madre:

    Al mio arrivo mi si disse che non potevo avere la consolazione di vedere
mio padre, poich il giorno stesso nel quale ero stato avvertito della sua malat-
tia era stato l'ultimo. Avendo fatto questa corsa soltanto per vedere mio padre,
non mi fermai che tre giorni a Brusuglio a una lega da Milano, poi ripartimmo
per Torino (lettera al Fauriel del 24 marzo 1807).

    Non siamo gi nel dominio di s, nella reticenza dei sentimenti
c' qualcosa di pi, la scelta, quasi per autodifesa, di un compor-
tamento che  seguito senza badare alle convenienze e alle conven-
zioni, con una durezza che il linguaggio secco e deciso manifesta
chiaramente. A fronte, si legga la lunga serie delle lettere al Fauriel,
soprattutto quelle degli anni giovanili, o anche le lettere agli amici
Gaetano Gattaneo e (pi tardi) Luigi Rossari e Tommaso Grossi:
ci che colpisce  il tono abbondantemente affettuoso, lo slancio del
cuore, l'effusivit dei sentimenti in un'amicizia portata fino a una
sorta di geloso esclusivismo, che finisce col volersi assicurare inte-
ramente la presenza, l'aiuto, la compagnia degli amici.  un altro
segno d'inquietudine, d'incertezza, di problematit, contro cui il
Manzoni lotta.
    La confessione pi preziosa appare quella della malattia, che ser-
peggia per tutto l'epistolario, ed  pi chiara negli anni giovanili,
quando il Manzoni parla di una vera e propria nevrosi:

    Sono molto malato: quella malattia nervosa di cui avevo sofferto a Parigi
gli ultimi mesi che vi avevo trascorso, e da cui il viaggio in Italia mi aveva per-
fettamente guarito, da qualche mese mi ha ripreso. Sono inquietudini, angosce
che mi provocano una depressione straordinaria; tutte le volte che non posso
avere immediato soccorso, temo di venir meno, e mi trovo in uno stato d'agita-
zione insopportabile, tanto da rendermi impossibile il solo rimedio efficace, le
lunghe passeggiate. Vedo molto bene che l'immaginazione ha gran parte nei
miei timori, ma quel nemico non  sufficiente conoscerlo per vincerlo (lettera al
Fauriel del 25 marzo 1816).

     una confessione dolorosa e crudele (e si ripete a un anno di
distanza, quasi uguale, in un'altra lettera al Fauriel), di fronte alla
quale non  possibile non ricordare almeno quella morbosa col-
tivatrice dell'immaginazione che  la giovane Gertrude (e si com-
prender allora meglio la severit della condanna che, in quell'episodio
del romanzo, il Manzoni manifester contro i vizi della fantasia, che
fanno di Gertrude una colpevole oltre che una vittima).
    I pochi amici fedeli che ha accuratamente scelto, rappresentano,
allora, un efficace argine contro l'abbandono all'immaginazione della
nevrosi: molto pi sicuro dell'agricoltura, alla quale dapprima,
proprio per vincere il suo male, il Manzoni si dedica nei suoi pos-
sessi di Brusuglio, facendosi arrivare piante e semi e libri dalla
Francia (e riuscendo perfino a coltivare il cotone e a ottenere ot-
timo e abbondante prodotto, per straordinario che il fatto possa sem-
brare).
    Allo stesso modo, si comprende la ragione che conduce il Man-
zoni a respingere decisamente ogni intrusione nel suo mondo: chi
gli chiede giudizi, o vuole iniziare un colloquio su problemi lette-
rari, se non appartiene alla cerchia degli amici,  duramente messo
da parte:

    Per tutto ci che riguarda il giudizio che altri possa portare pubblicamente
delle mie qualsisieno fatture, io mi sono prescritto di starmene nella pi rigo-
rosa inazione e d'ignorare, per quanto sia possibile, ogni cosa (lettera a Paride
Zajotti del 6 luglio 1824).

    E ancora:

    Dal proferire un parere senza ragioni, un'asciutta sentenza, quando anche
non fosse il rispetto particolare che Le  dovuto, basterebbe a trattenermi la
sconvenienza della cosa. Quanto a un parere ragionato, non saprei dirle se sia
per me cosa pi difficile il compormelo in mente o l'esprimerlo con parole (let-
tera a Stanislao Marchisio dell'11 aprile 1826).

    Ecco: questa  la via per intendere la vera natura degli inter-
venti manzoniani nei fatti della letteratura, come testimoniano le fa-
mose lettere (che  appena il caso di richiamare alla memoria) al
Fauriel sulle regole nella tragedia, al Cesari, al Borghial Fauriel
stesso, al Tommaseo sulla lingua, a Cesare d'Azeglio e allo Zajotti
sul romanticismo. La polemica vi  dura, rapida, decisa, senza mez-
zi termini, senza bonariet o reticenze, allo stesso modo che le opi-
nioni e i giudizi sono espressi con una nettezza che sfiora a tratti l'acre-
dine. Non che essere il luogo dell'ironia bonaria o del conformismo,
le lettere del Manzoni appaiono la sede di un discorso sempre teso,
inquieto, che non si concede tenerezze, compiacenze, piaceri della let-
teratura, contesto com' d'idee o di decise reazioni morali o psicologi-
che (e fanno eccezione le due lettere al Grossi e al Rossari su Genova e
sul viaggio da Genova a Livorno, del 1827, colorite e pittoresche).
   Su questa linea, come degna conclusione, possiamo allora cita-
re le due lettere al canonico Luigi Tosi del primo dicembre 1819 e del
7 aprile 1820, nelle quali il problema del rapporto fra politica e
religione  esposto, a proposito della Francia, con la consueta net-
tezza e decisione.

    A malgrado gli sforzi di alcuni buoni e illuminati cattolici per separare la
religione dagli interessi e dalle passioni del secolo, malgrado la disposizione di
molti increduli stessi a riconoscere questa separazione, e a lasciare la Religione
almeno in pace, sembra che prevalgano gli sforzi di altri che vogliono assoluta-
mente tenerla unita ad articoli di fede politica che essi hanno aggiunto al Sim-
bolo. Quando la Fede si presenta al popolo cos accompagnata, si pu mai spe-
rare che egli si dar la pena di distinguere ci che vienea Dio da ci che 
l'immaginazione degli uomini? I solitari di Porto Reale l'hanno fatto, ma erano
pochi, erano dotti, erano separati dal mondo, assistiti da quella grazia che non
cessavano d'implorare.

    E nella successiva lettera il Manzoni, schierandosi dalla parte di
 quelli che vogliono la libert religiosa come giusta, quelli che la
vogliono come utile  e  come evangelica , manifesta la sua oppo-
sizione al clero che chiede  la forza in sostegno della Religione Cat-
tolica  contro le altre confessioni, e  non fa altro che lamentarsi
che la religione manchi di protezione da parte dell'autorit .
    Sono, accanto alla lettera al Cesari dell'8 settembre 1828 nella
quale il Manzoni respinge con durezza la pretesa di chi, come il Ce-
sari stesso, pretende di limitare all'estremo la libert di pensiero
del cattolico anche in materia non strettamente dogmatica, i pochi casi
in cui si ha il segno, nell'epistolario, della presenza del Manzoni
convertito; ed  l'indicazione anche in questo ambito cos delicato
di un'opposizione decisa al conformismo, alle idee correnti, al gusto
del mondo, che appare uno degli elementi fondamentali di queste
lettere.
                         
GIORGIO BARBERI SQUAROTTI:
Da La Stampa, n. 24, a. 105, 29-1-1971.
