MARIO PAZZAGLIA.
ANTOLOGIA DELLA LETTERATURA ITALIANA.
AlessandrO Manzoni

La vita

Tutt'altr che romantica appare la vita di questo scrittore che fu guardato come
il caposcuola del nostro Romanticismo. Fu solitaria e raccolta, aliena dalla confes-
sione, antiliricasi potrebbe dire, e antieroica, intesa, cio, non all'affermazione
individualistlcama a ritrovare il proprio significato nella realt quotidiana e nelle
comuni aspirazioni degli uomini. Per questo il Manzoni seppe esprimere, meglio
del Foscolo e del Leopardi, gli ideali democratici e liberali, che l'ambiente lombar-
do aveva saldato alle istanze migliori dell'Illuminismo, e che egli congiunse alle
proprie persuaslonl cristlane.

Nacque a Milano nel 1785 dal nobile Pietro e da Giulia, figlia di Cesare
Beccaria, e comp gli studi prima presso i frati Somaschi, a Merate e a Lugano, poi
a Milano, presso i Barnabiti. Tuttavia, la sua prima formazione intellettuale fu
razionalistica e illuministica, antitirannica e anticlericale, legata alle ideologie giaco-
bine. Lo attesta un suo poemetto giovanile, il Trlonfo della libert (1801), concepito
secondo il gusto delle visioni montiane, che  una fiera invettiva contro la
superstiZiOne cattolica e il dispotismo, e un'esaltazione della libert portata nel
mondo dalla Rivoluzione. Di l dalle forme enfatiche e poeticamente acerbe, gi in
esso si avverte un impegno civile, un ideale di poesia legata alla vita e posta al
serViziO de]la verit.

La meditazione delle opere del Parini, dell'Alfieri e del Foscolo, col quale ebbe
rapporti amichevoli, ribad, nel Manzoni, I'esigenza di una poesia fusa con la vita
della Coscienzae tale da configurarsi come nobile messaggio; e d'altra parte, il
contatto con l'ambiente culturale milanese, illuministico e riformistico, svilupp la
sua tendenza verso una letteratura rivolta alla soluzione dei problemi concreti della
societ, a una battaglia morale e culturale in senso democratico. Assai importanti
furono anche i suoi contatti con gli esuli napoletani del '99, il Lomonaco e il
Cuoco. Da quest'ultimo, soprattuttOapprese la filosofia del Vico, cio la ConCezi-
ne della Storia come storia della civilt dei popoli e del suo continuo progressO e
svolgimento; e apprese, inoltre, dei principi politici a cui tenne poi sempre fede,
cio che la libert non pu essere un dono, ma deve essere conquista d'un popolo,
e che I'Italia non poteva conseguirla se non attraverso l'unit e l~indipendenza
totale dallo straniero.

I frutti di questa maturaZione intellettuale e artistica appaiono nelle opere di
questo periodo, fra le quali ricordiamo l'idillio Adda, di elegante fattura, e i
Sermoni (1802-1804), vivace satira morale, politica e letteraria. Ma la pi importan-
tP frIPereiovaniliI~PI M~n  .lj s  lti rn mnrt  r~n T~nn/lti

1  (1806), composti a Parigi, dove il poeta accompagn la madre, dopo la morte
     dell'Imbonati, col quale ella, separata legalmente dal marito, aveva convissuto. Il
     carme rivela una certa spregiudicatezza nei confronti della morale corrente (e per
     questO l'autore lo ripudi, insieme con tutta la sua produzione giovanile, dopo la
     conversiOne)ma enuncia anche una poetica, che, per molti aspetti, rester definiti-
-  va. Essa propone come fine della poesia la testimonianza del vero, del giusto e del
     retto, ribadita poi nel poemetto neoclassico Uran~a del 1809.
      Gli anni del soggiorno parigino (1805-1810) furono veramente essenziali nella
:  formazione del poeta, perch lo misero in contatto con la cultura europea. A Parigi
 t egli frequent i pi importanti fra i nuovi ideologi, intesi a orientare i principi
     illuministici, dopo le delusioni della Rivoluzione, verso una sensibilit romantica,
     pi rispettosa della tradizione e della storia. Importante fu soprattutto l'amicizia
:  con Claude Fauriel, il principale storico del gruppo, seguace dello storicismo
     tedesco, che rafforz nel poeta l'amore della storia e lo scrupoloso rispetto dei fatti,
     che tanta parte avr nella struttura delle sue opere maggiori.
      Frattanto, nel 1809, il Manzoni aveva sposato Enrichetta Blondel, di religione
     calvinista, una donna di elevate virt morali. Il matrimonio segn l'inizio del
     travaglio spirituale che port il poeta dal deismo e dal razionalismo illuministici al
     ritorno alla fede cattolica, e fu certo intenso e profondo, anche se egli, col pudore
     che era in lui caratteristico, non ce ne ha lasciato precise testimonianze. Sappiamo
     soltanto che questa conversione, l'awenimento senza dubbio pi importante della
     sua vita di uomo e di poeta, awenne nel 1810 dopo quella della moglie, e che non
     fu un'illuminazione improwisa, ma un fatto a lungo meditato, il coronamento di
     tutta la sua precedente storia spirituale. La fede cattolica consent, infatti, al
     Manzoni di ancorare a una verit, che egli sent assoluta, le sue esigenze morali, di
     placare la sua ansia etico-religiosa nella certezza di una fede comune, radicata nella
     coscienza popolare da secoli. Non lo port a rinnegare i suoi ideali illuministici di
     libert, uguaglianza, fraternit e giustiZia, n la sua critica recisa alle forme retrive
     delle lettere, della politica e del costume, n la sua concezione della letteratura
 1 come mezzo di edificazione spirituale; gli consent, anzi, di fondare pi saldamente
     questi principi, non pi sull'astratto razionalismo, ma su una fede che fosse slancio
`  totale della persona e che gli desse, di l dalle delusioni del presente, la certezza
     nell~immancabile trionfo del bene e d'un intervento divino nella storia degli uomi-
     ni. Cos, mentre nel resto d'Europa il cattolicesimo sposava la causa della Restaura-
     zione, orientandosi spesso, in politica, in senso reazionario, il Manzoni fu un
     cattolico liberale e democratico.
      La conversione accompagna il nascere della grande poesia manzoniana. Ritorna-
     to in Italia nel 1810, il poeta visse da allora stabilmente (ove si eccettuino un breve
     Soggiorno a Parigi, fra il '19 e il '20, dove si era recato per curare i gravi disturbi
     nervOSi che lo afflissero per tutta la vita, e altri due, nel '27 e nel '56, in Toscana,
     per apprendervi la buona lingua italiana dell'uso vivo) fra la sua casa di Milano e le
     sue ville di Brusuglio e di Lesa, immerso nel lavoro. Il suo grande periodo creativo
  [   compreSO negli anni fra il '12 e il '27. Dal '12 al '15 compose i primi quattro Inni
     saCriai quali ne aggiunse un quinto nel '22, la Pentecoste; dal '16 al '20 la sua
     prlma tragedia, il Conte di Carmagnola, e dal '20 al '22 la seconda, l'Adelchi: nel
     '21 le due grandi odi politiche, Marzo 1821 e Il cinque maggio; dal '21 al '23 il
     primO abbozzo del romanzo, che fu poi riveduto e pubblicato col titolo I promessi
     sposi dal '25 al '27. Contemporaneamente compose alcuni dei suoi pi importanti
  L  sCritti morali, storici e di poetica: le Ossert)aztoni sulla morale cattolica (1819), il
  L  DtSCorson,l~ra al~Mni t)~ntiIP tnri~7 Inn~7nl~flr 7 in rt   I PttrP i M
Chauvet sur l'unit de temps et de lieu dans la tragdie ('20) e quella al marchese
Cesare d'Azeglio sul Romanticismo (~23), espressioni della sua adesione ai principi

romantici .

Il Manzoni partecip, sebbene la malferma salute lo tenesse lontano da ogni
impegno pratico, alla passione politica del Risorgimento. Nonostante il suo cattoli-
cesimo, fu awerso al potere temporale dei papi e convinto assertore dell'idea di
Roma capitale d'Italia, e, soprattutto, della necessit della risoluzione del problema
nazionale in senso unitario. Ancor pi importante fu la battaglia che egli combatt
per portare la nostra letteratura a un livello moderno ed europeo e, nello stesso
tempo, nazionale e popolare. Riconoscendo il popolo come protagonista della
storia, volle, nella sua opera, interpretarne l'animo e gli ideali, educarlo ad acqui-
stare piena consapevolezza di s, moralmente e politicamente, congiungendo alle
comuni tradizioni cattoliche i nuovi ideali di libert e di giustizia del Risorgimento.
In tal modo la sua opera si allineava a quella dei nostri primi romantici, ossia
degli uomini raggruppati attorno al Conciltatore, esprimendone per le aspirazioni
in forma poeticamente pi valida e destinata quindi a una diffusione maggiore.

Col 1827 I'attivit creativa del Manzoni si concluse definitivamente, e si limit,
in seguito, quasi soltanto alla correzione del romanzo, che usc in edizione definiti-
va nel '41. Continuarono soltanto le opere di riflessione, i saggi storici (La storta
della colonna infame, del '42, il Saggio comparativo sulla rivoluzione francese del
1789 e la rivoluzione *aliana del 1859), quelli filosofico-letterari (Dell'invenztone, il
Dtscorso sul romanzo stortco), i numerosi scritti sulla questione della lingua; opere
dove prevale un intellettualismo rigoroso e a volte un po' arido. In questi anni, il
poeta, oltre al persistente squilibrio fisico, soffr anche gravi sventure: la morte
d'Enrichetta (1833) e di sei degli otto figli avuti da lei e poi, nel '61, della seconda
moglie. Anche per questo visse appartato, quasi senza curarsi dell'onore e della
fama che lo circondavano in Italia e in Europa. Nel '61 fu nominato senatore del
nuovo Regno d'Italia. Mor nel 1873.

Per i testi, abbiamo seguito l'edizione di tutte le opere, per i Classici Mondadori, a cura di A. Chiari e F.
Ghisalberti.

Le idee del Manzoni. Gli scritti morali e storici

Dalla sua prima educazione illuministica, il Manzoni trasse gli ideali che rimaserO
in lui sempre vivi (pur armonizzandosi, successivamente, con la sua adesione alla
cultura romantica e alla fede cattolica) di democrazia, di libert e, soprattutto, di
giustizia.

L'amicizia col Cuoco e i contatti con gli ideologi francesi lo distolsero dall'astrat-
to intellettualismo illuministico, facendogli sentire l'esigenza di calare i sUoi ideali
in una visione storica pi matura, fondata sullo studio delle tradizioni e dell~anima
del popolo. L'indagine storica rivel al Manzoni, fuori d'ogni astrattismo dottrina-
le, la centralit nella storia delle masse cos a lungo oppresse e spregiate, lo spinse a
rigettare i falsi miti della potenza, di un eroismo, che, a ben guardare, altro non
era se non un tentativo di giustificare ideologicamente l'ingiustizia, la sopraffazione~
il concetto assurdo e colpevole d'una fatale disuguaglianza fra gli uomini.

Queste esigenze liberali e democratiche trovarono il loro coronamento nel
ritorno del poeta al Cattolicesimo, nel quale egli vide la radice dei pi nobili ideali
nm~ni T.riv7innr rli ( rictr nn~r~r rrmP l~n~mrnt~l  ri~rl~7i~ne

dell'uomo a se stesso, e quindi il principio d'ogni vera morallt e clvllt; ll dolore e
il male, tragicamente presenti nella storia, gli apparvero derivati dall'oblio del
messaggio cristiano, non da una legge fatale d'infelicit. La sua opera di uomo di
cultura ebbe lo scopo di fare sentire la funzione illuminatrice del Cristianesimo, la
sua spinta rivoluzionaria nei rapporti fra gli uomini, di mostrare come in esso
fossero impliciti gli ideali che la Rivoluzione francese aveva proclamato giustamente
come principi immortali, ma privandoli d'ogni riferimento religioso e cercando di
attuarli con la violenza, che  sempre un tradimento dell'umanit.

Queste idee, in un momento di depressione spirituale dell'Europa, quale fu
quello della Restaurazione, mantenevano vive e attive, contro il conformismo
reazionario, le istanze pi generose dell'Illuminismo. La professione di fede del
Manzoni ebbe una sostanza moderna e progressiva che lo port a denunciare ogni
contaminazione fra la religione e gli interessi materiali, cio ogni tentativo delle
classi dirigenti di giustificare, con una presunta difesa dei principi religiosi, i propri

~` ` privilegi di casta (si pensi alla Santa alleanza). Soprattutto, lo port a fare proprie
le aspirazioni delle moltitudini oppresse, i loro ideali di uguaglianza e di giustizia.

.. Egli, per, non vagheggi una rivoluzione violenta, che awilisse il Cristianesimo al

. Iivello della miserabile politica, ma un rinnovamento spirituale, che riconoscesse
la dignit e la santit della persona umana, fatta a immagine e somiglianza di Dio e
redenta dal sangue di Cristo, e stringesse gli uomini in un vincolo di fraternit nella
giUStiZla.

~: In tal modo, la cultura del Manzoni, pur senza rinunciare a un profondo afflato
ideale, si orientava secondo una prospettiva realistica. La meditazione della storia
lo portava a comprendere meglio l'uomo, nella sua vita sociale e nell'intimit della
sua coscienza. Nella storia egli ritrovava su uno sfondo pi vasto, lo stesso dramma
di peccato e redenzione che si svolge nell'anima del singolo, vedeva in essa,
nonostante il frequente trionfo d'ideali ingannevoli, contrari allo spirito cristiano, la
presenza amorosa d'un Dio-prowidenza, che vi svolge un suo piano di redenzione
e di finale trionfo del bene.

Forte di questa persuasione, il Manzoni giunge da un lato a superare il pessimi-
smo suscitato in lui dalla visione della presenza sempre incombente nel mondo del
dolore e del male, dall'altro a considerare la storia e la vita dell'uomo, anche nei
momenti apparentemente pi umili e insignificanti, non come un cammino verso il

~: nulla, ma come una conquista dell'eternit.

1Queste convinzioni, che appaiono con pi intensa forza persuasiva nelle liriche,
nelle tragedie e nel romanzo, sono evidenti anche nelle opere morali e storiche che
accompagnano e sollecitano le grandi creazioni artistiche. Le Osservazioni sulla
morale cattolica rivelano, nonostante certa frammentariet e l'intento predominante

. di difendere il cattolicesimo dalle accuse rivoltegli dallo storico ginevrino Sismondo
de' Sismondi, un cristianesimo armonizzato con le istanze liberali e democratiche.
Pi organici e pi complessi appaiono gli scritti storici, fra i quali va collocato al
primO posto il Dlscorso sopra alcuni punti della storla longobardica in Italia, che  il
tentatiVo piU notevole di una storiografia nuova, rivolta a penetrare la vita effettiva
di un popolo, non di alcune figure eroiche e isolate. Di valore ideologicamente pi
itato sono gli scritti posteriori alla grande stagione creativa, e cio la Storla della

lonna infame, che parla del processo contro i presunti untori della peste
descritta nei Promessi Sposi, affermando la responsabilit morale dei giudici che li
condallnarono ingiustamente, e il Saggio comparativo sulla rivoluz~one francese del
1789 e la rivoluzione ltaliana del 1859, dove il Manzoni sostiene che la rivoluzione

liana, abbattendo i vecchi sovrani. fu leYittima eiusta, mentre quella francese fu
mglus~a nel lml e nel meZzl; una tesi, questa, assai poco persuasiva, ma che
rifletteva l'atteggiamento dei liberali moderati contro gli eccessi dei rivoluzionari

francesl.

La storiografia manzoniana  importante anche per l'acutezza dell~indagine
psicologica. Essa risale dallo studio dei fatti a quello dell'animo umano e si
configura come un giudizio morale, che, mentre ribadisce la piena responsabilit
dei singoli davanti agli uomini e davanti a Dio, esprime gli ideali di fraternit
umana e di giustizia delle opere pi grandi del Manzoni.

DalleOsservazioni sulla morale cattolica~: Verit e umanit del Cri-
stianesimo

Le Osservazioni su/la morale cat~olica furono composte dal Manzoni (per esortazione, pare, del
canonico Luigi Tosi, uno dei sacerdoti che lo guidarono durante il suo ritorno al Cattolicesimo)
come confutazione alle affermazioni di uno storico ginevrino, Sismondo de' Sismondi, il quale
nella sua Histoire des Rpubliques Italiennes du moyen age, aveva accusato la morale cattolica
di essere stata cagione di corruttela dei costumi e della vita politica italiana. La prima parte
dell'opera usc nel '19 e una nuova edizione riveduta e ampliata usc nel '55; la seconda parte
rest, invece, manoscritta e frammentaria.

L'opera, che rivela la tendenza del Manzoni di conciliare i principi cristiani con le istanze pi
valide del pensiero contemporaneo, lascia da parte le dissertazioni teologiche per insistere sul
carattere morale e umanitario della legge cristiana. La fede vi  vista come completamento e
conforto della ragione, come mezzo che consente all'uomo di conseguire la propria pienezza
spirituale e la propria autentica dignit, di attuare, cio, se stesso non solo in un'altra vita, ma
anche nel mondo.

L'evidenza e la bellezza e la profondit della morale cattolica non si manifestano
se non nell'opere,l dove si considera in grande2 la legge divina e l'uomo per cui 
fatta. Ivi l'intelletto passa di verit, in verit: I'unit della rivelazione  tale che ogni
piccola parte diviene una nova conferma del tutto, per la maravigliosa subordina-
zione che ci si scopre; le cose difficili si spiegano a vicenda, e da molti paradossi
resulta un sistema evidente.3 Ci che , e ci che dovrebb'`essere; la miseria e la
concupiscenza, e l'idea sempre viva di perfezione e d'ordine che troviamo ugual-
mente in noi;4 il bene e il male; le parole della sapienza divina e i vani discorsi degli
uomini; la gioia vigilante del giusto, i dolori e le consolazioni del pentito, e lo
spavento o I'imperturbabilit del malvagio; i trionfi della giustizia, e quelli dell'ini-
quit; i disegni degli uomini condotti a termine tra mille ostacoli, o fatti andare a
vto da un ostacolo impreveduto, la fede che aspetta la promessa, e che sente la
vanit di ci che passa,I'incredulit stessa; tutto si spiega col Vangelo, tutto
conferma il Vangelo. La rivelazione di un passato, di cui l'uomo porta in s le triste
testimonianze, senza averne da s la tradizione e il segreto, e d'un awenire di cui ci
restavano solo idee confuse di terrore e di desiderio,6  quella che ci rende chiaro il

1. I testi sacri e quelli dei grandi moralisti cattoli-
ci francesi che il M. ebbe presenti nella composi-
zione della Morale catfoltca: Massillon, Bourda-
loue, Pascal, Nicole, Bossuet.
2. in grande: in tutta la sua grandezza e comples-

sit .

3. da molti... evidente: Paradossi, verit, cio,
contrane all'opinione comune, possono apparire
quelle del cristianesimo, a cominciare dal suo
porre la realt vera del nostro esistere in un'altra
danno una spiegazione totale del nostro essere.
4. I'idea... in noi: Di l dalla miseria e dal male,
anche il peccatore awerte in se stesso il bisogno
dl Dio, un ideale di perfezione, di verit e di
glustizia che tormenta la sua coscienza e pu
trasformarsi in mezzo di redenzione. E una situa-
zlone questa che il M. rappresent pi volte nelle
sue opere; basti qui ricordare l'Innominato.

5. Ia promessa:  quella dell'eterna felicit. ci
che oassa: la vita terrena.

I presente che abbiamo sotto gli occhi; i misteri concillano le contraddlzlom, e le
; cose visibili si intendono per la notizia delle cose invisibili. E pi si esamina questa
religionepi si vede che  essa che ha rivelato l'uomo all'uomo, che essa suppone
nel suo Fondatore la cognizione la pi universale, la pi intima, la pi profetica
d'ogni nostro sentimento.

Dal Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia~:
Longobardi e Italiani

- Questo Discorso, terminato nel '22,  il frutto degli studi preparatori della composizione
dell'Adelchi. e svolge ampiamente la visione storica su cui si impernia la tragedia. L'assunto del
Manzoni  quello di dimostrare, contrariamente a una opinione inveterata, che i Longobardi
invasori non si erano fusi con gli Italiani, s da formare un popolo solo, ma erano rimasti dominatori
e oppresson feroci. Partendo da questa persuasione, il Manzoni difende i papi di quel tempo dalle
accuse del Machiavelli e del Giannone, i quali li ritenevano responsabili di avere interrotto,
chiamando in Italia i Franchi, un naturale processo di unificazione nazionale, e afferma che, al
- contrario, i pontefici mirarono innanzitutto a difendere, con questa loro politica, gli Italiani dalla
- crudelt dei Longobardi. Quest'ultima tesi, senz'altro discutibile,  la parte meno importante del
Discorso. Assai pi interessante  la prima, non tanto per la sua validit (la storiografia moderna
tende a limitare il carattere oppressivo della dominazione longobardica), quanto perch indica la
novit dell'indagine manzoniana, intesa a penetrare un'epoca non anraverso lo studio delle figure
ritenute tradizionalmente grandi, ma di tutto il popolo, delle sue concrete condizioni di vita, a
sfrondare i miti della gloria politica e guerriera per definire le relazioni fra oppressi e oppressori,
fra umili e potenti.

L'opinione dell'unit politica de' Longobardi e de' Romani chiude ogni strada, e
a conoscere, e anche a cercare quali fossero le vere relazioni tra i due popoli.

Ma quali erano queste relazioni?

Qui dovrebbe cominciare la storia positiva, la vera, I'importante storia: qui si
sente subito, che la scoperta di quell'errore non  tanto una cognizione quanto una
sorgente di curiosit per chi nella storia vuol vedere in quante maniere diverse la
natura umana si pieghi e si adatti alla societ:l a quello stato cos naturale all'uomo
e cos violento, cos voluto e cos pieno di dolori, che crea tanti scopi dei quali
rende impossibile l'adempimento, che sopporta tutti i mali e tutti i rimedi, piutto-
sto che cessare un momento; a quello stato che  un mistero di contradizioni in cui
la mente si perde, se non lo considera come uno stato di prova e di preparazione a
un'altra esistenza.2

Appena ammesso il fatto della distinzione delle due nazioni,si affacciano mol-
t'altre questioni: n'accenneremo qui alcune, per indicar l'importanza di ci che
si ignora, awertendo per prima che non siamo in caso di risolverne nessuna_

Qual era, ne' due secoli della dominazione longobardica, lo stato civile degli Ita-

spiega l'essenza e il segreto, sono il peccato origi-
nale che ha portato il male e la miseria nella vita
dell'uomo, e la vita eterna, che giustifica la vita
terrena .

Dal capitolo second~: Se al tempo dell'invasione
di Carlomagno i Longobardi e gli ltaliani formas-
sero un popolo solo~>.

1. E questo l'assunto, morale pi che storico, che
come naturale, perch l'uomo  per natura socie-
vole ma violento, perch fondato sulla continua
repressione degli istinti individuali. Da un lato,
implica lo scopo della mutua assistenza, dall'altro
ne rende impossibile l'adempimento, suscitando
interessi egoistici. E tuttavia sopporta tutti i mali,
tutti i sacrifici pur di non cessare. Per questo
appare al M. una contraddizione inesplicabile,
accettabile soltanto come stato di prova e di pre-

timento doloroso della storia umanahe domina

~ita P t--tra`~ia afferma il M  nr~n;  T     .  ' 1  I n            51 propone la storlogralla manzomana.  nelle tragedie del M
llalllru~erlorl certamente, e dl molto, In numero alla nazione conquistatrice? Eran
essi, come dice il Matfei,sn vera se~vit? Ma in qual grado? O eran rimasti
padroni delle loro persone e delle loro propriet, e la loro dipendenza era pura
mente politica? Ma com'eran protette quelle? e qual era la forma di questa? Erano
state lasciate in piedi l'autorit subordinate che si trovavano al tempo della conqui_
sta? E da chi dipendevano? chi le conferiva? O eran cessate per cagion di quella? E
qual fu, in questo caso, il nuovo modo d'azione e di repressione su quel popolo, o
su quella moltitudine? Noi sappiamo, o poco o tanto, o bene o male, quali eran le
attribuzioni de' re, de' duchi, de' giudici longobardi, riguardo alla loro propria
nazlone; ma cosa erano tutti costoro per gli Italiani, tra i quali, sopra de' quali
vlvevano ?

Ecco alcune delle tante cose che ignoriamo intorno allo stato della popolazione
d'una cos gran parte d'Italia, per il corso di due secoli. Si pu certamente
rassegnarsi a ignorarle; si pu anche chiamar frivolo e pedantesco il desiderio di
saperle; ma allora non bisogna essere persuasi di posseder la storia del proprio
paese. [...]

Prenda dunque qualche acuto e insistenteingegno l'impresa di trovare la storia
patria di que' secoli; ne esamini, con nuove e pi vaste e pi lontane intenzioni, le
memorie; esplori nelle cronache, nelle leggi, nelle lettere, nelle carte de' privati che
ci rimangono, i segni di vita della popolazione italiana. I pochi scrittori di que'
tempi e de' tempi vicini non hanno voluto n potuto distinguere, in ci che passava
sotto i loro occhi, i punti storici pi essenziali, quello che importava di trasmettere
alla posterit: riferirono de' fatti; ma l'istituzioni e i costumi, ma lo stato generale
delle nazioni,6 ci che per noi sarebbe il pi nuovo, il pi curioso a sapersi, era per
loro la cosa pi naturale, pi semplice, quella che meritava meno d'essere racconta-
ta. E se fecero cos con le nazioni attive e potenti, e dal nome delle quali intitolava-
no le loro storie, si pensi poi quanto dovessero occuparsi de]le soggiogate! Ma c'
pure un'arte dl sorprendere con certezza le rivelazioni pi importanti, sfuggite allo
scrlttore che non pensava a dare una notizia, e d'estendere con induzioni fondate
alcune poche cognizioni positive. Quest'arte, nella quale alcuni stranieri fanno da
qualche tempo studi pi diligenti,7 e di cui lasciano di quando in quando monu-
mentl degni di grande osservazione, quest'arte, se non m'inganno, , a' giorni
nostri, poco esercitata tra di noi. [...]

Che se le ricerche le pi filosofiche e le pi accurate sullo stato della popolazione
italiana durante il dominio de' Longobardi, non potessero condurre che alla
disperazione di conoscerlo,8 questa sola dimostrazione sarebbe una delle pi gravi e
delle pi feconde di pensiero che possa offrire la storia. Un'immensa moltitudine
d'uomini, una serie di generazioni, che passa sulla terra, sulla sua terra, inosserva-
ta, senza lasciarvi traccia,  un tristo ma importante fenomeno; e le cagioni d'un tal
sllenzlo possono riuscire ancor pi istruttive che molte scoperte di fatto.9

4. Scipione Maffei, erudito del Settecento, autore
della Verona illustra~a.
5. insistente: accurato nelle sue ricerche.
6. Su questo, invece, si appunta l'interesse del M:
la storia non deve limitarsi pi come ha fatto per
secoli, soltanto ai fatti militari politici e dinastici.
7. Il M. pensa alla nuova storiografia romantica
europea, all'amico Claude Fauriel, per esempio, e
ad altri storicira  ali il Tl.i~. ..:1`..:

che dal suo cristianesimo, gli veniva la tendenza a
diseroicizzare~> la storia, a studiare le condizioni
dei popoli oppressi con pietosa simpatia.

8. alla... conoscerlo: al riconoscimento che  vano
sperare di poterlo conoscere.

9. All'acutezza dell'indagatore storico si sostitui-
sce qui la profonda sensibilit del poeta che ha
cantato, nell'Adelch volgo disperso~, degli

Dall introduzione allaStoria della colonna InTame)~

La Storia della colonna infame  una vigorosa monografia storica, condotta secondo acute
argomentazioni psicologiche e giuridiche. Tratta del processo contro i presunti untori della peste,
avvenuto nel 1630 (cfr. il cap. XXXII dei Promessi Sposi) che si concluse con la condanna a
morte degli accusati e con l'erezione, sul luogo dove l'esecuzione era avvenuta, di una colonna
che ricordasse ai posteri la loro infamia. L opera, terminata nel 1829, fu pubblicata pi tardi come
appendice alla 2a edizione del romanzo.

Il Manzoni volle dimostrare che i giudici erano stati mossi da passioni e da ignoranza comun-
que colpevole, opponendosi alle conclusioni di Pietro Verri, che, nel suo opuscolo Osservazioni
sulla tortura, aveva illuministicamente attribuito il fatto all'oscurantismo dei tempi e all'abominevo-
le uso della tortura negli interrogatori giudiziari. Il nostro autore era condotto a tale giudizio dal suo
stesso spirito religioso, in quanto il non riuscire ad assegnare la responsabilit del male alla libera
volont dell'uomo, significava, per lui, distruggere i fondamenti della morale stessa, in nome di
una sorta di fatalismo storico, o, comunque, cadere sul terribile dilemma dM~negare la provviden-
za o accusarla-~. Per questo, tutta l'opera  condotta con un ritmo incalzante, dove il rigore del
ragionamento  unito a un sentimento doloroso della fragilit umana.

Non vogliamo certamente (e sarebbe un tristo assunto) togliere all'ignoranza e
alla tortura la parte loro in quell'orribile fatto: ne furono, la prima un'occasion
deplorabile, l'altra un mezzo crudele e attivo, quantunque non l'unico certamente,
n il principale. Ma crediamo che importi il distinguerne le vere ed efficienti
cagioni, che furono atti iniqui, prodotti da che, se non da passioni perverse?l

Dio solo ha potuto distinguere qual pi, qual meno tra queste abbia dominato
nel cuor di que' giudici, e soggiogate le loro volont: se la rabbia contro pericoli
oscuri, che, impaziente di trovare un oggetto, afferrava quello che le veniva messo
davanti, che aveva ricevuto una notizia desiderata, e non voleva trovarla falsa; aveva
detto: finalmer~te! e non voleva dire: slam da capo; la rabbia resa spietata da una
lunga paura,2 e diventata odio e puntiglio contro gli sventurati che cercavan di
sfuggirle di mano; o il timor di mancare a un'aspettativa generale, altrettanto sicura
quanto awentata, di parer meno abili se scoprivan degli innocenti, di voltar contro
di s le grida della moltitudine, col non ascoltarle; il timore forsi anche di gravi
pubblici mali che ne potessero awenire: timore di men turpe apparenza, ma ugual-
mente perverso, e non men miserabile, quando sottentra al timore, veramente
nobile e veramente sapiente, di commetter l'ingiustizia. Dio solo3 ha potuto vedere
se que' magistrati, trovando i colpevoli d'un delitto che non c'era, ma che si voleva,
furon pi complici o ministri d'una moltitudine che, accecata, non dall'ignoranza,
ma dalla malignit e dal furore, violava con quelle grida i precetti pi positivi della
legge divina, di cui si vantava seguace. Ma la menzogna, l'abuso del potere, la
violazion delle leggi e delle regole pi note e ricevute, l'adoprar doppio peso e
doppia misura, son cose che si posson riconoscere anche dagli uomini negli atti

1. La passione  vista costantemente dal M. come
la causa d'ogni traviamento spirituale e d'ogni
colpevole offuscamento della ragione. E questa
una tesi illuministica, ricondotta per alla spiritua-
lit cristiana.

2. da... paura: il terrore della peste. Leggendo
questo periodo, complesso e dolente, dove l'acu-
tezza dello psicologo, del profondo conoscitore
del cuore Umallo, si accompagna alla sofferenza
del moralista dinanzi alla visione della fragilit
dell'~lomo e della facilit con la quale egli si lascia
travolgerdal male, ritornano allanente i cap!toli
battersi dell'uomo contro l'orrore della peste, il
folle e pietoso tentativo di trovare una ragione al
~lagello, un modo di opporsi ad esso, che spinge
le masse terrorizzate a cercarne le cause nella
volont di altri uomini, glicn~on, contro i quali
sfogare il furore impotente.

3. Dio solo: Solo Dio pu vedere fino in fondo
nell'abisso del cuore umano, in quel groviglio
dove si intrecciano vizi, passioni e virt, il vero e il
falso, il bene e il male in un guazza6~g~io (come
dice il M. parlando del padre della Monaca dl
Monzad~vanti al quale spesso lo sguardo del
umani; e riconosciute, non si posson riferire ad altro che a passioni pervertitrici
della volont; n, per ispiegar gli atti materialmente iniqui di quel giudizio, se ne
potrebbe trovar di pi naturali e di men triste, che quella rabbia e quel timore. [...]

Se, in un complesso di fatti atroci dell'uomo contro l'uomo, crediam di vedere
un effetto dei tempi e delle circostanze, proviamo, insieme con l'orrore e con la
compassion medesima, uno scoraggiamento, una specie di disperazione. Ci par di
vedere la natura umana spinta invincibilmente al male da cagioni indipendenti dal
suo arbitrio, e come legata in un sogno perverso e affannoso, da cui non ha mezzo
di riscotersi, di cui non pu nemmeno accorgersi. Ci pare irragionevole l'indegna-
zione che nasce in noi spontanea contro gli autori di que' fatti, e che pur nello
stesso tempo ci pare nobile e santa: rimane l'orrore, e scompare la colpa; e
cercando un colpevole contro cui sdegnarsi a ragione, il pensiero si trova con
raccaprlcclo condotto a esitare tra due bestemmie che son due deliri: negar la
Prowidenza, o accusarla. Ma quando, nel guardar pi attentamente a que' fatti, ci
si scopre un'ingiustizia che poteva esser veduta da quelli stessi che la commetteva-
no, un trasgredir le regole ammesse anche da loro, dell'azioni opposte ai lumiche
non solo c'erano al loro tempo, ma che essi medesimi, in circostanze simili mostra-
ron d'avere,  un sollievo il pensare che, se non seppero quello che facevano, fu
per non volerlo sapere, fu per quell'ignoranza che l'uomo assume e perde a suo
piacere, e non  una scusa, ma una colpa; e che di tali fatti si pu bens esser
forzatamente vittime, ma non autori.

La poetica del Manzoni

In una schematica dichiarazione del 1823, il Manzoni affermava che la poesia
deve proporsi il vero per oggetto, I'utile per iscopo e l'interessante per mezzo.

L'utile coincideva, per lui, con la moralit, in senso rigorosamente cristiano. La
poesia doveva, cio, avere un valore formativo delle coscienze, essere meditazione
sull'uomo, sulla sua anima, sulla sua vita, che il Manzoni vedeva incentrata sul
dramma di peccato e redenzione, secondo la sua fede religiosa.

Ouesto era il vero che il poeta doveva sentire e meditare: un vero oggettivo
universalmente valldo. La fede religiosa faceva tendere il Manzoni verso un'arte
l~era, che avesse per oggetto, cio, la realt umana, che aderisse alla vita per
diventare a sua volta strumento di vita, patrimonio di civilt per tutti (Sapegno).

Il Manzoni rigettava il Romanticismo lirico e individualistico, che attribuiva
importanza fondamentale al sentimento, o meglio, alla passione, intesa come
presentimento dell'infintto; intendeva, anzi, risalire, di l dal dramma dell'io e della
passione, ai supremi valori spirituali trascendenti, al Dio cristiano.

Ma l'ideale religioso era da lui, come disse il De Sanctis calato nel reale
ritrovato nelle concrete situazioni dell'esistenza e nella psicoiogia di tutti gli uo-

mml.
Nasce di qui il realismo manzoniano, che vede nella storia la fonte pi alta
dell'ispirazione poetica. Il 2~ero perseguito dalla poesia doveva essere il vero storico
la meditazione, cio, di ci che gli uomini operano e sentono, del loro cammino ne
mondo, proteso, pur fra cadute ed errori, verso una meta pi alta, illuminato dalla
Prowidenza e dalla Grazia. In tal modo, mentre esprimeva la sostanza democratica
del suo cristianesimo, il Manzoni aderiva alla corrente oggetti2Ja della letteratura

I romantiCa, intesa, senza rinnegare il valore dell indivlduallt, a conslderarla nel suo
. rapporto con gli altri uomini e la societ, nella vicenda pi vasta della civilt e della
- Storia

L'aspetto pi interessante della meditazione manzoniana sull'arte  il tentativo di
 distinguere il vero poetico dalero storico, di ritrovare, cio, un ambito specifico e
una finalit propria della poesia. Lunga e travagliata fu la sua meditazione su
questo punto, con frequenti oscillazioni di pensiero. Ma a noi interessa qui

- mettere in rilievo la soluzione alla quale egli ader negli anni del suo pi intenso
fervore creativo. Egli pens, allora, che mentre lo storico deve darci la conoscenza
dei fatti, la loro concatenazione e la loro successione cronologica, il poeta, median-
te la sua profonda conoscenza del cuore umano, deve risalire da essi alla coscienza
che li ha generati, ritrovare, cio, nell'anima dell'uomo il significato della storia. Il
vero storico serviva dunque al poeta come mezzo per ritrovare l'autentica verit
della psicologia umana e la radice e il significato della vita. Per questo ci appare
conclusivo un appunto in cui l'autore espresse il motivo centrale della sua poetica:
Pi si va addentro a scoprire il vero nel cuore dell'uomo e pi vi si trova poesia
vera. La grandezza e la novit della poesia manzoniana , infatti, in questa
capacit di scavo interiore della coscienza, che l'adesione alla storia distacca
dall'individualismo solitario, conducendo l'autore alla scoperta della seriet e del-
l'importanza della vita quotidiana e della dignit di ogni persona, anche della pi
umile.

Questa poetica si distaccava nettamente dalla nostra tradizione classicistica.
Mentre questa, infatti, era stata essenzialmente lirica e petrarchistica, volta, cio, ad
evadere dalla realt concreta e intesa piuttosto al culto di sensibilit elette e
aristocratiche, il Manzoni invece rispecchi nella sua opera i problemi concreti
dell'esistenza comune, e assunse soggetti non tali da interessare una ristretta schiera
di dotti, ma largamente popolari, conformi alle memorie e alle impressioni della
vita di tutti. La scelta di questo contenuto implicava l'abbandono d'ogni accademi-
smo e un rinnovamento radicale anche nello stile e nel linguaggio, che il Manzoni
oper in forma rivoluzionaria nei Promessi sposi, creando cos in Italia, si pu dire,
dal nulla, il romanzo moderno.

Le formulazioni pi importanti della poetica manzoniana appartengono al perio-
do del pi intenso fervore creativo. La prefazione al Carmagnola e la Lettre 
Monsieur Chauvet sur l'unit de temps et de lieu dans la tragdie (1820), combatten-
do l'assurdit delle regole aristoteliche, insistono sul fatto che il poeta deve
proporsi una rappresentazione il pi possibile genuina e meditata della verit
storica e psicologica.

La lettera Sul romanticismo, indirizzata, nel '23, al marchese Cesare d'Azeglio,
mentre affianca la polemica romantica contro l'imitazione pedissequa dei classici,
contro le regole e contro la mitologia, dichiara che l'importanza della nuova
scuola romantica consiste nella proposizione che la poesia deve avere come
oggetto il vero, cio un contenuto moderno e popolare, morale e, almeno tenden-
zialmente, cristiano.

Le opere posteriori al periodo creativo irrigidiscono sempre pi la poetica
manzoniana in uno schema intellettualistico. Nel dialogo Dell'invenzione (1841)
l'autore pone il fondamento dell'invenzione poetica in una verit ideale che l'artista
non crea, ma ritrova in Dio, nel discorso Del romanzo storico e in genere de'
componimenti misti di storia e d'invenzione (1830-45) giunge a condannare, in
nome di una stretta adesione al vero, il romanzo e il dramma storico, affermando
che il oro~resso delle co~nizioni storiche limita sempre pi il campo dcll'attivit
poetica. Ma la vera poetica del Manzoni era giunta alla sua piena maturazione neg
anni della composizione dei Promessi sposi, che avevano rappresentato la fondazio_
ne di una nuova narrativa, nazionale e popolare nel contenuto e nella forma.

Sentir e meditar (da:In morte di Carlo Imbonati")

Nel 1805 moriva a Parigi Carlo Imbonati, col quale la madre del Manzoni, Giulia Beccaria,
conviveva dopo essersi separata legalmente dal marito. Il poeta pubblic, nel 1806, questo carnne
in lode del defunto. Immagina che l'anima di costui gli appaia in sogno, lo esorti a consolare la
madre, gli dia nobili precetti di vita e di poesia. La figura dell'lmbonati  qui uno sdoppiamento di
quella dell'autore, che, attraverso la finzione del colloquio, esprime le proprie convinzioni spirituali
e artistiche. Il carme appare dunque, nella sua parte migliore, come la prima formulazione della
poetica manzoniana. Essa si riallaccia alla migliore tradizione recente (Parini, Alfieri, Foscolo)
soprattutto per il suo tema dominante: la fusione di poesia e vita, di coscienza letteraria e
coscienza morale. La poesia vagheggiata dal Manzoni nasce dalla meditazione e dal rispetto
assoluto del vero, anzi, del santo vero, da una profonda esigenza morale, e tende gi ad avere
una funzione illuminatrice delle coscienze. La successiva conversione al cristianesimo e al
romanticismo daranno a queste esigenze un fondamento ideologico pi saldo, e il vero si
configurer nelle forme del vero storico e del vero morale, in una prospettiva cristiana.

           Sorrise alquanto, e rispondea: Qualunque
          di chiaro esempio, o di veraci carte
          giovasse altrui, fu da me sempre avuto
          in onor sommo. E venerando il nome
          fummi di lui, che ne le reggie primo
          l'orma stamp de l'italo coturno:
          e l'aureo manto lacerato ai grandi,
          mostr lor piaghe, e vendic gli um`~li;
          e di quel, che sul plettro immacolato
lo        cant per me: Torna a fionr la rosa,
          cui di maestro a me poi fatto amico,
          con reverente affetto ammirai sempre
          scola e palestra di virt. Ma sdegno
          mi fero i mille, che tu vedi un tanto
5         nome usurparsi, e portar seco in Pindo
          l'immondizia del trivio, e l'arroganza,

