/:/ Personaggi di autorit nei- Promessi Sposi.

   Il Seicento italiano  il secolo delle autorit. il secolo della Spa-
gna e di S. M. Cattolica, dei contiduchi, dei vicer, dei governatori
degli infanti dei grandi e dei creati, dei senati e delle giunte, degli
eccellentissimi, dei magnifici, dei reverendissimi signori: il secolo del-
le accademie, dei dottissimi, degli amplissimi, dei chiarissimi :il se-
colo dei mecenati, dei nobilissimi, degli illustrissimi.  il secolo dei
diplomatici, dal labbro muto come il labbro di Arpocrate, dagli occhi
acuti come gli occhi d'Argo. di quel secolo un'orgia di superlativi,
rimasti ancora nell'uso familiare e che, come spesso accade, valgono
troppo meno del positivo, che vorrebbero ingrandire. Il Seicento  il
secolo delle iperboli: dello sforzo che non  forza, ma desiderio o bi-
sogno di forza: dello sfarzo, che non  ricchezza, ma povert che ha
vergogna di comparire. Sui germi o sui germogli del Rinascimento, in
quel secolo della Restaurazione cattolica e politica si  gettata in fretta
e furia la cenere del Medioevo: quei germi, cosi soffocati, si sviluppa-
no malefici, e se prima corrodevano, ora corrompono. Il sensualismo
giocondo e illuminato di pensiero dell'Ariosto diventa il sensualismo
pesante del Marino. Il principe machiavellico si petrifica in Filippo di
Spagna: l'arte di governare i popoli diventa l'arte di sfruttarli.
Si vuole rimontare alle istituzioni del Medioevo; ma le epoche non
si rinnovano, e restaurare il passato non  che un falsare e un gua-
stare il presente. Lo spirito cavalleresco degenera nelle competizioni
di qualche hidalgo prepotente e sfaccendato. L'austero ascetismo di
un tempo ripullula in una moltitudine di inerti devozioni. I fieri
domenicani sono continuati dagli arrendevoli gesuiti. La religiosit da
spirito diventa rito. La filosofia scolastica, gi audace omaggio reso
nell et della fede alla ragione,  disciplina di meditazione che permise
di porre, se non ancora di risolvere, i capitali problemi filosofici
diventa un meccanismo dialettico, una trama di sofismi: che fac-
ciano tacere il dubbio pericoloso, che non lascino scorgere la perico-
losa realt.
   La primigenia unit morale, questa forza di coesione di tutta la
vita di un popolo, si  frantumata nel nostro Seicento. Non pi la so-
ciet, ma le classi. Non c' pi l'uomo, ma degli uomini, non pi
degli uomini, ma delle funzioni, ciascuna vivente e operante per s
e da s. Il cavaliere  solamente cavaliere, il prete solamente prete.
Ci sono tante morali, anzi tanti catechismi di morale, quante le caste
anzi quante le situazioni e i momenti della vita civile Il dottor Az-
zeccagarbugli, che, come tutti gli esseri moralmente inferiori, ha l'in-
tuito sicuro delle opportunita, esprime tutta l'ingenua falsit morale
del Seicento in quel suo commento o biasimo alle parole di padre Cri-
stoforo, che, chiamato dai commensali di Don Rodrigo a decidere un
punto di cavalleria, aveva manifestato il suo voto che non ci fossero
 n sfide, n portatori, n bastonate .  La sentenza, declama l'av-
vocato, buona, ottima, e di giusto peso sul pulpito, non val niente, sia
detto col dovuto rispetto, in una disputa cavalleresca. Il padre sa...
che ogni cosa  buona a suo luogo . Di una morale assoluta--di
quella che sar l'umanitarismo del secolo diciottesimo--non  il caso di
parlare: se non dai professori di filosofia dalle loro cattedre.
   Ma quanto pi falsa  la vita del Seicento nella sua sostanza mo-
rale, tanto pi viene ad assumere valore per s quella che tante volte,
anche agli occhi pi acuti, non lascia guardar nella sostanza: la forma.
   Il Seicento  il trionfo della forma, anzi delle forme. Tutto si viola,
ma la forma si rispetta sempre. Nessun governo fu pi iniquo e tra-
scurato dello spagnolo: e nessuno produsse pi leggi: e leggi giustis-
sime, sacrosante, e che consideravano tutti i possibili casi e sottocasi
di delinquenza, e comminavano pene a chiunque: feudatari, nobili,
mediocri, vili, plebei:  le ci son tutti,  come la valle di Giosafat ,
diceva a Renzo l'avvocato Azzeccagarbugli: il quale per sapeva anche
che cosa valessero in effetto quelle terribilissime grida, e come a  sa-
perle ben maneggiare, nessuno era reo e nessuno era innocente .
   Il Seicento  il secolo pi sensuale e pi epicureo, e tuttavia po-
pola il mondo di conventi e di templi: ha la forma della religiosit.
Sino la tirannide ha nel Seicento questa fisima della forma, e filosofi
che si mettono a difenderla, l'Hobbes e il Grozio, parlano di un con-
tratto fra sudditi e sovrani, che renda il re padrone dei suoi sudditi
di diritto E mentre si violano costantemente quelle leggi naturali, la
cui difesa e la cui riabilitazione saranno il paradosso e la gloria del
Rousseau, tanto pi si osservano le leggi scritte, o almeno la lega-
lit. Non si.  mai parlato tanto di diritto come nel Seicento; e
quella scienza del diritto che Mefistofele compiangeva come una
infezione insanabile, che si trasmette da padre in figlio e da figlio
in nipote, sorge appunto nel Seicento: nell'et in cui erano possibili
le prepotenze feudali pi cupe: ma salve sempre le forme. Il padre
principe costringe al chiostro Gertrude, con una serie ininterrotta di
accorgimenti, di seduzioni, di violenze, di tradimenti: ma egli non dir
mai alla figlia: tu devi farti monaca. La forma  salva.--Del resto
il fariseismo non muore mai; e io non ardirei chiamare principalmente
in colpa il mal governo spagnolo di troppe insincerit, di troppe stor-
ture, che sono rimaste nella coscienza italiana. Forse ogni periodo di
civilt incomincia dallo spirito che vivilSca, e si cristallizza nella for-
ma che uccide. 
   Ma il formalismo ipocrita del Seicento trova la sua espressione
pi tangibile in quei personaggi di cappa e spada, o di toga, o di co-
colla, che sono le autorit: e d loro un caral:tere speciale, che i rappre-
sentanti dell'autorit non avevano avuto prima e non hanno pi
smesso del tutto poi. Nelle repubbliche del Medioevo, anche nelle
signorie del Cinquecento l'uomo di autorit  prima uomo e cittadino:
nel Seicento  prima autorit: l'ascendente non  pi dovuto ai me-
riti, ma ai titoli: non  qualcosa che sorga dal di dentro:  qualche
cosa che  portata dal di fuori. Nel Tre, nel Quattro, nel Cinquecento
l'uomo di valore si fa strada da s; nel Seicento, all'uomo che vuoi
farsi avanti, si domanda il passaporto. L'individualit muore. Non si
 dotti, se non si appartiene ad una accademia, non si  diplomatici,
se non si  cortigiani, non si  cortigiani, se non si  nobili. Tutto  re-
golato. Si aprono le carriere, con tutti gli artifici e le industrie della
carriera. Gli uomini di autorit vengono a formare una casta: e han-
no un'aria comune di famiglia. Sono teatrali, mediocri: maligni sotto
il loro sorriso: maligni della malignit del servilismo. Non possono
non essere quelli che rappresenta il Manzoni. Il quale, di questi per-
sonaggi che sono espressione pi diretta della vita pubblica del Sei-
cento, ha popolato il romanzo: e nella canzonatura amara, nella de-
molizione che fa d'essi, c' tutto lo spirito sostanzialmente anarchico
dell'autore;  uno degli aspetti pi vivi del libro, e un'altra delle non
poche analogie del Manzoni con il Tolstoi. 
   Il Conte zio, nel teatro delle autorit, non pu non sedere in pri-
ma fila. Poich egli non  n governatore, n gran cancelliere, n po-
dest di nessun potere diretto: appartiene solo ad una di quelle giun-
te, di quei corpi ornamentali, onde il dispotico governo spagnolo tro-
vava modo di accontentare la imbecille vanit del patriziato, dandogli
l'illusione di partecipare al governo della cosa pubblica. Ma vicino al-
l'autorit legale ci  sempre un'altra specie di autorit, tanto pi ef-
ficace, quanto meno avvertita: l'autorit, che io chiamerei dell'influen-
za.  l'autorit nascosta, che lavora sott'acqua, che preme e sforza le
autorit palesi.  l'autorit, la cui presenza e invadenza  documentata
da quel ritornello delle gride: che le pene inesorabili potevano essere
modificate  ad arbitrio di S. E. .
   Fra questa autorit d'influenza e l'autorit legale  una lotta perpe-
tua. Nell'et tipica della libert, nell'et dei Comuni, una serie di prov-
vedimenti tendeva a liberare l'autorit legale dagli impacci e dalle insi-
die di quell'autorit d'influenza. La pubblicit dei processi, le rigide
norme imposte al potere esecutivo, la discussione delle leggi sono alcu-
ni dei mezzi, non sempre sufficienti, per dar forza anche oggi all'auto-
rit legale: perch l'autorit d'influenza non muore mai, anche se as-
sume le parvenze e i nomi pi liberi, e pi democratici. In tempi po-
veri, l'autorit legale cede all'autorit d'influenza. E quest'altra --
inutile dirlo--novanta volte su cento--e non pu essere altrimenti
--la protezione delle iniquit. l'abuso, il privilegio che non vuole
morire. E il Conte zio esercita infatti quell'autorit d'influenza per un
fine malefico, perch la tristizia di suo nipote non abbia pi nessun testi-
monio importuno, perch l'amor proprio di suo nipote sia pago, e pa-
dre Cristoforo, che era venuto a braveggiarlo nel suo palazzo, sia trasfe-
rito lontano.  Provvedimenti prudenziali  vecchi e sempre nuovi.
    Il Conte zio  un anonimo.  cos, sostanzialmente, nullo che si di-
rebbe non gli convenga neppure quella qualunque fisionomia che d un
nome proprio. Ma ha la forza della sua stessa nullit. Accoppiata alla
sua qualit di conte, alla dignit di membro del Consiglio Segreto,
quella nullit si trasforma in una risultante tutta prestigiosa, che si
chiama credito: in una virt fatta di illusione, di prospettiva ottica
che svanisce in niente, ogni volta che le si va vicino.
    Il Conte zio sa che la sua forza  in questo credito: egli non ha
mai niente da dire, niente da proporre; ma nel far valere quel niente,
nel lasciare intravvedere chi sa che in quel niente,  maestro. E il
Manzoni ce lo ritrae in questa funzione essenziale della sua vita, in
questo atteggiamento fondamentale del suo spirito, con un umorismo,
anzi con un buon umore, con una ricchezza e individualit di partico-
lari, che c' da credere egli abbia desunto quel tipo dal vivo di quella
vecchia nobilt donde egli proveniva, e che, pi che parinianamente,
dispregiava.

    Un parlare ambiguo, un tacere significativo, un restare a mezzo, uno stringer
d'occhi che esprimeva: non posso parlare; un lusingare senza promettere; un
minacciare in cerimonia, tutto era diretto a quel fine; e tutto, pi o meno, tor-
nava in pro. A segno che fino un: Io non posso niente in questo affare, detto
talvolta per la pura verit, ma detto in modo che non gli era creduto, serviva
ad accrescere il concetto, e quindi la realt, del suo potere: come quelle scatole
che si vedono ancora in qualche bottega di spezialecon su certe parole arabe:
e dentro non c' nulla. Ma servono a mantenere il credito alla bottega.

    Il Conte zio, di quel suo niente divenuto una potenza, di quel suo
credito, ha piena consapevolezza: e guai a chi lo tocca! Il diletto ni-
pote Attilio, se avesse saputo il latino-certamente avrebbe riferito a
suo zio l'esopiano  O quanta species, cerebrum non habet! . Ma
con la sfrontata intuizione della sua monelleria, che del cervello lo
zio ne avesse poco, che la circospezione del valentuomo fosse tardit
intellettuale, lo sapeva bene: e perci dalla lontana, come chi esprime
un parere proprio, insinua nel vecchio l'idea, a cui forse egli non sa-
rebbe arrivato da s, di far rimuovere da Pescarenico il padre Cristo-
foro. Ma il Conte, che pure tradurr in atto quel suggerimento, sente
di dover reagire contro chi ardisce di credere che egli possa accogliere
il consiglio altrui.  Lasci il pensiero a chi tocca, vossignoria, disse
un po' crudamente il Conte zio : che passa subitamente dal confiden-
ziale tu a quel gelido e diplomatico Lei. Il Conte zio  ombroso del suo
credito, veglia continuamente alla sua difesa. Capisce che se gli man-
ca  morto. Perci racconta spesso, a rinfrescarla nell'animo altrui, la
sua missione diplomatica a Madrid; quella missione in cui il Conte
duca gli aveva rivolto--in presenza di mezza la corte--una delle
domande pi pregnante di significati reconditi: se gli piaceva Madrid,
e fattagli, nel vano di una finestra, una confidenza, di quelle che scopro-
no a un tratto un nuovo orientamento diplomatico: che il duomo di
Milano era il tempio pi grande che fosse negli stati del re.
   Ma il Conte zio ha non solamente un amore ombroso per la sua
carica e per il suo credito: ma un amore anche pi ombroso per il suo
sangue e per il suo nome: che sono del resto la base vera anche di
quel credito. Il suo sangue e il suo nome sono, in fondo, tutto lui:
perch egli, per s, non  niente. Il Conte Attilio lo sa, e, per averlo
protettore sicuro contro il padre Cristoforo, non conosce miglior mez-
zo, che di fargli intendere che il frate non ha nessun riguardo all'alta
parentela di Don Rodrigo.  M'immagino  dice il Conte  che questo
frate non sappia che Rodrigo  mio nipote .
    Se lo sa! anzi, questo  quel che gli mette pi il diavolo addos-
so .-- Come, come? -- Perch--e lo va dicendo lui--ci
prova pi gusto a farla vedere a Rodrigo, appunto perch questo ha un
protettor naturale di tanta autorit come vossignoria: e che lui se la
ride dei grandi e dei politici: e che il cordone di San Francesco tiene
legate anche le spade, e che...   Oh frate temerario! Come si chiama
costui? .
   E in questa difesa innanzi tutto del suo sangue la vanit del Conte
zio si trasforma--come tante volte accade delle vanit--in una
vera e proprLa ingiustizia: l'angustia del cervello diventa miseria di
cuore: l'uomo ridicolo diventa cattivo: come cattivi, cio egoisti sino
alla repugnanza, sono parecchi personaggi manzoniani, che si presen-
tano come umoristici in prima fronte: Don Abbondio, per esempio:
non ultima ragione della vitalit di quei personaggi. E la morale del
Conte zio  inferiore, come la sua mentalit.
   Il magnifico signore e il padre molto reverendo son due nullit,
due forme pure, due marionette, e si capisce che anche la mimica
debba avere qui una grande importanza.
   Il Conte  tutto lui in questa funzione, che  tutta sua e dell'arte
sua: si tratta di conquistare un'altra autorit: e la conquista acca-
dr in virt di quella forma, che per quel diplomatico  la pi ef-
ficace e la pi reale delle sostanze. Un banchetto deve impegnare al-
l'obbedienza e al servizio l'animo del padre provinciale: e quel ban-
chetto  il pieno sfarzo della forma e delle forme. Vi intervengono
parecchi titolati,  di quelli il cui casato era un gran titolo : e l'u-
nico titolo era forse il casato. Non vi si discorre che di argomenti e
di cose magniiche: di dignit, di corti, del viaggio diplomatico a Ma-
drid, di cardinali, di papi: una cosa pi splendida dell'altra, una cosa
pi vana dell'altra.
   Tutto il discorso del Conte dopo il banchetto al padre provinciale,
e l'incitamento a trasferire padre Cristoforo, ha per punto di partenza,
anche, e per punto di arrivo una questione di forma: di salvare
quello che ancor oggi si chiama, e al quale ancor oggi si d troppo pi
importanza che non alla sostanza: il prestigio: il prestigio del conven-
to--che ha bisogno di essere in buon accordo con tutti: il prestigio
di lui, uomo di stato: di lui, sopra tutto, come, di lui, e del sangue
suo. La virt che il Conte esalta su tutte le virt cristiane, o almeno
fratesche,  la prudenza: quella che le et povere e le anime pusille
chiamano prudenza: e che  troppo spesso vilt, o egoismo, o tolle-
ranza del male, o anche connivenza con esso. Il padre Cristoforo  un
uomo  un po' amico dei contrasti... che non ha tutta quella pruden-
za... tutti quei riguardi... .
   E la prudenza  essa stessa la virt del Conte zio: quella prudenza
s'intende. Egli non vede le cose che dal punto di vista di quella pru-
denza: e in nome di essa egli riesce non solo a imporre una iniquit,
ma anche a cambiare il nome e la fisionomia delle cose, per s pi
limpide. Il padre provinciale non vorrebbe tramutare fra Cristoforo,
fare un passo prima di...  un passo e non  un passo, interviene il
Conte... una cosa naturale, una cosa ordinaria... . Il provinciale non
vorrebbe risolversi, senz'altro, ad una punizione, ma il Conte inter-
rompe.  No, punizione, no: un provvedimento prudenziale, un ri-
piego di comune convenienza, per impedire i sinistri che potrebbe-
ro .  Perch tutta la politica del Conte zio si riassume in una mas-
sima vecchia e sempre nuova e sempre calamitosa: evitare gli scan-
dali.  Sopire, troncare, padre molto reverendo, troncare, sopire... Per
buona sorte  ancora il caso di un buon principiis obsta .

   Ma il Conte , anche in quella occasione, non meno vacuo che
inconsapevolmente cattivo: cattivo non tanto pel fine che si propone
col suo abboccamento, quanto pei mezzi ondsi consegue quel fine.
 invadente, di una invadenza che al suo interlocutore non lascia tem-
po n modo neppur di respirare. Egli non da neppure ascolto a quel-
le parole di timidissima difesa, che il superiore fa dell'inferiore. Non
manca d'impaurire il padre, mostrandogli che potrebbe aver delle noie
tollerando la protezione di Cristoforo per un accusato di lesa maest.
--Non manca, poich questo spauracchio non sembra ottener troppo
effetto, di minacciar contro il convento e l'ordine tutta una rappre-
saglia dei suoi innumerevoli parenti  cospicui : quelli che s'eran
fatti vedere un momento prima a mensa:  tutta gente che ha san-
gue nelle vene e che a questo mondo...  qualche cosa . Nel linguag-
gio del gentiluomo si sente qui quella irriducibile malvagia testardag-
gine, che  il puntiglio: si sente che la minaccia questa volta non  fat-
ta solamente  in cerimonia . Gli  che il Conte zio ha fatto, questa
volta, l'estremo di sua possa. Le stesse frequentissime sospensioni, e
reticenze, e il frequente soffiare, dicono l'affanno e il travaglio di chi
trae a fine un'impresa, e passa per un momento grave di conseguenze.
Una sconfitta sarebbe stata la morte del suo credito, cio di lui, pres-
so quello sfacciato di nipOte Attilio, meno disposto, forse, a riconoscere
il merito superiore dello zio, ed a cui bisognava tanto pi imprimere
un'idea della propria potenza.
   Una grande arte quella del Conte zio! Senonch non c'era neppur
bisogno che egli la impiegasse tutta e sciupasse tutte le sue energie per
debellare e conquistare un uomo di carta pesta e di pasta frolla come
il padre provinciale: il quale  anche esso un'autorit, anonima, un no-
me vano senza soggetto La figura del Conte  cos prepotente, la sua
rappresentazione estetica cos ricca e vivace, che la semifigura del pa-
dre provinciale appena si avverte. Ma nella sua stessa negativit essa
 quanto mai espressiva. Che se dei conti zii se ne trovano pochi, per-
ch la vita nostra  troppo forte, troppo seria, per sopportare questi
esseri ornamentali; e la coscienza pubblica  troppo illuminata, gli
ingegni troppo scaltriti, perch altri ne rimanga allucinato; dei padri
provinciali, fuori dei conventi, qualcheduno e pi di uno ne abbiamo
conosciuto e ne conosceremo tutti.
   Quel molto reverendo padre  il  superiore  tipo: l'uomo sa-
lito di dignit per la sua profonda dappocaggine, per quella virt che
trema di tutti i contrasti, che evita tutti gli urti: e che si chiama tatto:
una virt molto accreditata sempre, perch blandisce tutti gli egoismi:
fondamentale in una et come il Seicento spagnolo, in cui le classi
gli istituti, bacati nell'intimo potevano vivere uno accanto all'altro a
patto di una diplomatica tolleranza dell'equivoco, di una gigantesca
omert.
   Il padre provinciale, come le altre autorit, non impersona una
idea, ma esercita una funzione: e in quella funzione  tutto. Della
morale cristiana non pensa pi altamente del dottor Azzeccagarbugli.
Quella morale non deve penetrare, molesta, nella vita: la parola di
Cristo deve restare sui pulpiti: in bocca di predicatori girovaghi: e
tocca a lui fare che un cristiano ingenuo non trovi modo n tempo che
quella parola fruttifichi; in nome della prudenza, del tatto. Colpa
mia, pensa il padre, appena ha inteso dove il Conte va a parare:
 lo sapevo che quel benedetto Cristoforo--e in quel benedetto 
tutta la rancura del superiore che non vuol noie--quel benedetto
Cristoforo era un soggetto da farlo girare di pulpito in pulpito: e non
lasciarlo fermare sei mesi in un luogo, specialmente nei conventi di
campagna . il cattolicesimo che protesta contro il cristianesimo.
   E questo fariseo, per cui la pace dell'ordine  troppo pi impor-
tante dello spirito del Vangelo, , di fronte alla potenza terrena, di
una arrendevolezza, di una servilit estrema. Il Conte ha appena accen-
nato la sua disapprovazione per Cristoforo, che il provinciale si  gi
potenzialmente arreso.  Ho inteso,  un impegno, pensava . A di-
fendere l'assente si accinge s, ma trepido, chiedendo scusa a ogni trat-
to, perch quello  l'obbligo del suo ufficio. Non una parola di simpa-
tia calda per il suo inferiore, e quando sa che egli se l' presa con
Don Rodrigo, col nipote del Conte, rompe in un lamento sincero, che
 un rimprovero manifesto al frate senza tatto.  Oh questo mi dispia-
ce, mi dispiace, mi dispiace davvero! . Osserva, s, dimessamente,
che  tutti siamo di carne, soggetti a sbagliare ; ma la sua prona co-
dardia servile arriver a tanto, da non chiedere neppure in che consista
la colpa o l'imprudenza di Cristoforo. Egli punisce, senza saper perch,
l'inferiore; giustificando, non tanto alla propria mezza coscienza, quan-
to al benservito signore il provvedimento, con uno di quei sofismi che
uccidono la giustizia in nome del diritto: padre Cristoforo  predicatore
innanzi tutto,  di professione predicatore, e il provinciale potr, con
diritto, mandarlo a predicare a Rimini. In compenso, esiger una qual-
che pubblica dimostrazione di stima al convento: era una di quelle
formedi cui nessuno meglio del Conte poteva intendere l'opportuni-
t e valutar l'importanza: e qui, su questa dimostrazione, il provin-
ciale ardisce di insistere: perch non c' solamente da salvare il pre-
stigio della casta nobiliare, ma anche il prestigio del convento.  Ognu-
no  dice il padre  ha il suo decoro da conservare . E l'essenziale,
naturalmente, non  che un potente abbia rimosso dagli occhi di un
suo tristo nipote un testimonio indiscreto, e che un frate francescano
impedisca ad un suo fratello di essere con Cristo e per Cristo, l'es-
senziale  che siano salvi tutti i decori, tutti i prestigi e tutte le men-
zogne.

EUGENIO DONADONI:
Da Studi danteschi e manzoniani, Firenze, La Nuova Italia, 1963, pp. 205 222.


