ISTORIE FIORENTINE.

Niccol Machiavelli.

PARTE SECONDA.

LIBRO QUINTO.

1.


Sogliono le provincie, il pi  delle volte, nel variare che le fanno, dall'ordine venire al disordine, e di nuovo di poi dal disordine all'ordine trapassare; perch, non essendo dalla natura conceduto alle mondane cose il fermarsi, come le arrivano alla loro ultima perfezione, non avendo pi  da salire, conviene che scendino; e similmente, scese che le sono, e per li disordini ad ultima bassezza pervenute, di necessit, non potendo pi  scendere, conviene che salghino, e cos sempre da il bene si scende al male, e da il male si sale al bene. Perch la virt partorisce quiete la quiete ozio, l'ozio disordine, il disordine rovina, e similmente dalla rovina nasce l'ordine, dall'ordine virt, da questa gloria e buona fortuna. Onde si  da i prudenti osservato come le lettere vengono drieto alle armi, e che nelle provincie e nelle citt prima i capitani che i filosofi nascono. Perch avendo le buone e ordinate armi partorito vittorie, e le vittorie quiete, non si pu la fortezza degli armati animi con il pi  onesto ozio che con quello delle lettere corrompere; n pu l'ozio con il maggiore e pi  pericoloso inganno che con questo nelle citt bene institute entrare. Il che fu da Catone, quando in Roma Diogene e Carneade filosofi, mandati da Atene oratori al Senato, vennono, ottimamente cognosciuto; il quale, veggendo come la giovent romana cominciava con ammirazione a seguitarli, e cognoscendo il male che da quello onesto ozio alla sua patria ne poteva risultare, provide che niuno filosofo potesse essere in Roma ricevuto. Vengono per tanto le provincie per questi mezzi alla rovina; dove pervenute, e gli uomini per le battiture diventati savi, ritornono, come  detto, all'ordine, se gi da una forza estraordinaria non rimangono suffocati. Queste cagioni feciono, prima mediante gli antichi Toscani, di poi i Romani, ora felice ora misera la Italia. E avvenga che di poi sopra le romane rovine non si sia edificato cosa che l'abbia in modo da quelle ricomperata, che sotto uno virtuoso principato abbia potuto gloriosamente operare, non di meno surse tanta virt in alcuna delle nuove citt e de nuovi imperii i quali tra le romane rovine nacquono, che, sebbene uno non dominasse agli altri, erano non di meno in modo insieme concordi e ordinati che da' barbari la liberorono e difesero. Intra i quali imperii i Fiorentini, se gli erano di minore dominio, non erano di autorit n di potenza minori; anzi, per essere posti in mezzo alla Italia, ricchi e presti alle offese, o eglino felicemente una guerra loro mossa sostenevono, o ei davono la vittoria a quello con il quale e' s'accostavano. Dalla virt adunque di questi nuovi principati, se non nacquono tempi che fussero per lunga pace quieti, non furono anche per la asprezza della guerra pericolosi; perch pace non si pu affermare che sia dove spesso i principati con le armi l'uno l'altro si assaltano; guerre ancora non si possono chiamare quelle nelle quali gli uomini non si ammazzano, le citt non si saccheggiano, i principati non si destruggono: perch quelle guerre in tanta debolezza vennono, che le si cominciavano sanza paura, trattavansi sanza pericolo, e finivonsi sanza danno. Tanto che quella virt che per una lunga pace si soleva nelle altre provincie spegnere fu dalla vilt di quelle in Italia spenta, come chiaramente si potr cognoscere per quello che da noi sar da il 1434 al '94 descritto dove si vedr come alla fine si aperse di nuovo la via a' barbari e riposesi la Italia nella servit di quelli. E se le cose fatte dai principi nostri fuori e in casa, non fieno, come quelle degli antichi, con ammirazione per la loro virt e grandezza lette, fieno forse per le altre loro qualit, con non minore ammirazione considerate, vedendo come tanti nobilissimi popoli da s deboli e male amministrate armi fussino tenuti in freno. E se, nel descrivere le cose seguite in questo guasto mondo, non si narrer o fortezza di soldati, o virt di capitano, o amore verso la patria di cittadino, si vedr con quali inganni, con quali astuzie e arti, i principi, i soldati e i capi delle repubbliche, per mantenersi quella reputazione che non avevono meritata, si governavano. Il che sar forse non meno utile che si sieno le antiche cose a cognoscere, perch, se quelle i liberali animi a seguitarle accendono, queste a fuggirle e spegnerle gli accenderanno.

2.


Era la Italia da quelli che la comandavano in tale termine condotta, che, quando per la concordia de' principi nasceva una pace, poco di poi da quelli che tenevano le armi in mano era perturbata: e cos per la guerra non acquistavano gloria n per la pace quiete. Fatta per tanto la pace intra il duca di Milano e la lega, l'anno 1433, i soldati, volendo stare in su la guerra si volsono contro alla Chiesa. Erano allora due sette di armi in Italia, Braccesca e Sforzesca: di questa era capo il conte Francesco figliuolo di Sforza, dell'altra era principe Niccol Piccino e Niccol Fortebraccio: a queste sette quasi tutte le altre armi italiane si accostavano. Di queste la Sforzesca era in maggiore pregio, s per la virt del Conte, s per la promessa gli aveva il duca di Milano fatta di madonna Bianca sua naturale figliuola; la speranza del quale parentado reputazione grandissima gli arrecava. Assaltorono adunque queste sette di armati, dopo la pace di Lombardia per diverse cagioni, papa Eugenio: Niccol Fortebraccio era mosso dall'antica nimicizia che Braccio avea sempre tenuta con la Chiesa; il Conte per ambizione si moveva; tanto che Niccol assal Roma e il Conte si insignor della Marca. Donde i Romani, per non volere la guerra, cacciorono Eugenio di Roma. Il quale, con pericolo e difficult fuggendo, se ne venne a Firenze, dove considerato il pericolo nel quale era, e vedendosi da' principi abbandonato, i quali per cagione sua non volevono ripigliare quelle armi ch'eglino avieno con massimo desiderio posate, si accord con il Conte, e gli concesse la signoria della Marca, ancor che il Conte alla ingiuria dello averla occupata vi avesse aggiunto il dispregio, perch, nel segnare in luogo dove scriveva a' suoi agenti le lettere, con parole latine, secondo il costume italiano, diceva: Ex Girfalco nostro Firmiamo, invito Petro et Paulo. N fu contento alla concessione delle terre ch volle essere creato gonfaloniere della Chiesa, e tutto gli fu acconsentito: tanto pi  tem Eugenio una pericolosa guerra che una vituperosa pace. Diventato per tanto il Conte amico del Papa perseguit Niccol Fortebraccio, e intra loro seguirono, nelle terre della Chiesa per molti mesi, varii accidenti, i quali tutti pi  a danno del Papa e de' suoi sudditi, che di chi maneggiava la guerra seguivono; tanto che fra loro, mediante il duca di Milano, si concluse, per via di triegua, uno accordo, dove l'uno e l'altro di essi nelle terre della Chiesa principi rimasono.

3.


Questa guerra, spenta a Roma, fu da Batista da Canneto in Romagna raccesa. Ammazz costui in Bologna, alcuni della famiglia de' Grifoni, e il governatore per il Papa con altri suoi nimici cacci della citt; e per tenere con violenza quello stato, ricorse per aiuti a Filippo; e il Papa, per vendicarsi della ingiuria, gli domand a' Viniziani e a' Fiorentini. Furono l'uno e l'altro di costoro suvvenuti, tanto che subito si trovorono in Romagna duoi grossi eserciti. Di Filippo era capitano Niccol Piccino; le genti viniziane e fiorentine da Gattamelata e da Niccol da Tolentino erano governate; e propinque a Imola vennono a giornata; nella quale i Viniziani e Fiorentini furono rotti, e Niccol da Tolentino mandato prigione al Duca; il quale, o per fraude di quello, o per dolore del ricevuto danno, in pochi giorni mor. Il Duca, dopo questa vittoria, o per essere debole per le passate guerre, o per credere che la lega, avuta questa rotta, posasse, non segu altrimenti la fortuna, e dette tempo al Papa e i collegati di nuovo ad unirsi. I quali elessono per loro capitano il conte Francesco, e feciono impresa di cacciare Niccol Fortebraccio delle terre della Chiesa, per vedere se potevono ultimare quella guerra che in favore del Pontefice avevono cominciata. I Romani, come e' viddono il Papa gagliardo in su e campi, cercorono di aver seco accordo; e trovoronlo, e riceverono un suo commissario. Possedeva Niccol Fortebraccio, intra le altre terre, Tiboli, Montefiasconi, Citt di Castello e Ascesi. In questa terra, non potendo Niccol stare in campagna, s'era rifuggito, dove il Conte lo assedi, e andando la obsidione in lunga, perch Niccol virilmente si difendeva, parve al Duca necessario o impedire alla lega quella vittoria, o ordinarsi, dopo quella, a difendere le cose sua. Volendo per tanto divertire il Conte dallo assedio, comand a Niccol Piccino che per la via di Romagna passasse in Toscana; in modo che la lega, giudicando essere pi  necessario difendere la Toscana che occupare Ascesi, ordin al Conte proibissi a Niccol il passo; il quale era di gi, con lo esercito suo, a Furl. Il Conte dall'altra parte mosse con le sue genti e ne venne a Cesena, avendo lasciato a Lione suo fratello la guerra della Marca e la cura degli stati suoi. E mentre che Piccinino cercava di passare, e il Conte di impedirlo, Niccol Fortebraccio assalt Lione, e con grande sua gloria prese quello, e le sue genti saccheggi; e seguitando la vittoria, occup, con il medesimo impeto, molte terre della Marca. Questo fatto contrist assai il Conte, pensando essere perduti tutti gli stati suoi, e lasciato parte dello esercito allo incontro di Piccinino, con il restante ne and alla volta del Fortebraccio, e quello combatt e vinse; nella qual rotta Fortebraccio rimase prigione e ferito; della quale ferita mor. Questa vittoria restitu al Pontefice tutte le terre che da Niccol Fortebraccio gli erano state tolte, e ridusse il duca di Milano a domandare pace, la quale per il mezzo di Niccol da Esti marchese di Ferrara si concluse. Nella quale le terre occupate in Romagna dal Duca si restituirono alla Chiesa, e le genti del Duca si ritornorono in Lombardia, e Battista da Canneto, come interviene a tutti quelli che per forze e virt d'altri si mantengono in uno stato, partite che furono le genti del Duca di Romagna, non potendo le forze e virt sue tenerlo in Bologna, se ne fugg; dove messer Antonio Bentivoglio, capo della parte avversa, ritorn.


4.


Tutte queste cose nel tempo dello esilio di Cosimo seguirono. Dopo la cui tornata quelli che lo avevono rimesso e tanti cittadini ingiuriati pensorono, senza alcuno rispetto, di assicurarsi dello stato loro. E la Signoria la quale nel magistrato il novembre e decembre succedette, non contenta a quello che da' suoi antecessori in favore della parte era stato fatto, prolung e permut i confini a molti, e di nuovo molti altri ne confin; e ai cittadini non tanto l'umore delle parti noceva, ma le ricchezze, i parenti, le nimicizie private. E se questa proscrizione da il sangue fusse stata accompagnata, arebbe a quella d'Ottaviano e Silla renduto similitudine; ancora che in qualche parte nel sangue s'intignesse, perch Antonio di Bernardo Guadagni fu decapitato, e quattro altri cittadini, intra i quali fu Zanobi Belfrategli e Cosimo Barbadori, avendo passati i confini, e trovandosi a Vinegia, i Viniziani, stimando pi  l'amicizia di Cosimo che l'onore loro, gli mandorono prigioni, dove furono vilmente morti. La qual cosa dette grande reputazione alla parte e grandissimo terrore a' nimici, considerato che s potente republica vendesse la libert sua a' Fiorentini, il che si credette avesse fatto, non tanto per benificare Cosimo, quanto per accendere pi  le parti in Firenze, e fare, mediante il sangue, la divisione della citt nostra pi  pericolosa; perch i Viniziani non vedevano altra opposizione alla loro grandezza, che la unione di quella. Spogliata adunque la citt de' nimici o sospetti allo stato, si volsono a benificare nuove genti, per fare pi  gagliarda la parte loro: e la famiglia degli Alberti, e qualunque altro si trovava ribelle, alla patria restituirono; tutti i Grandi, eccetto pochissimi, nello ordine populare ridussono; le possessioni de' rebelli intra loro per piccolo prezzo divisono. Apresso a questo, con leggi e nuovi ordini si affortificorono, e feciono nuovi squittini, traendo delle borse i nimici e riempiendole di amici loro. E ammuniti dalla rovina degli avversarii, giudicando che non bastassino gli squittini scelti a tenere fermo lo stato loro, pensorono che i magistrati i quali del sangue hanno autorit fussino sempre de' principi della setta loro; e per vollono che gli accoppiatori preposti alla imborsazione de' nuovi squittini, insieme con la Signoria vecchia, avessero autorit di creare la nuova; dettono agli Otto di guardia autorit sopra il sangue; providdono che i confinati, fornito il tempo, non potessero tornare, se prima dei Signori e Collegi, che sono in numero trentasette, non se ne accordava trentaquattro alla loro restituzione; lo scrivere loro e da quelli ricevere lettere proibirono; e ogni parola, ogni cenno, ogni usanza che a quelli che governavano fusse in alcuna parte dispiaciuta era gravissimamente punita. E se in Firenze rimase alcuno sospetto, il quale da queste offese non fusse stato aggiunto, fu dalle gravezze che di nuovo ordinorono afflitto; e in poco tempo, avendo cacciata e impoverita tutta la parte nimica, dello stato loro si assicurorono. E per non mancare di aiuti di fuori, e per torgli a quelli che disegnassero offenderli, con il Papa, Viniziani e duca di Milano a difensione degli stati si collegorono.


5.


Stando adunque in questa forma le cose di Firenze, mor Giovanna reina di Napoli, e per suo testamento lasci Rinieri d'Angi erede del Regno. Trovavasi allora Alfonso re di Ragona in Sicilia, il quale, per l'amicizia aveva con molti baroni, si preparava ad occupare quel regno. I Napoletani e molti baroni favorivano Rinieri, il Papa dall'altra parte non voleva n che Rinieri n che Alfonso lo occupasse, ma desiderava che per uno suo governatore si amministrasse. Venne per tanto Alfonso nel Regno, e fu da il duca di Sessa ricevuto; dove condusse al suo soldo alcuni principi, con animo (avendo Capua, la quale il principe di Taranto in nome di Alfonso possedeva) di costrignere i Napoletani a fare la sua volont, e mand l'armata sua ad assalire Gaeta, la quale per li Napoletani si teneva; per la qual cosa i Napoletani domandorono aiuto a Filippo. Persuase costui i Genovesi a prendere quella impresa; i quali, non solo per sodisfare al Duca, loro principe, ma per salvare le loro mercanzie che in Napoli e in Gaeta avevono, armorono una potente armata. Alfonso dall'altra parte, sentendo questo, ringross la sua, e in persona and allo incontro de' Genovesi; e sopra l'isola di Ponzio venuti alla zuffa, l'armata aragonese fu rotta, e Alfonso, insieme con molti principi, preso e dato da' Genovesi nelle mani di Filippo. Questa vittoria sbigott tutti i principi che in Italia temevono la potenza di Filippo, perch giudicavano avesse grandissima occasione di insignorirsi del tutto. Ma egli (tanto sono diverse le opinioni degli uomini) prese partito al tutto a questa opinione contrario. Era Alfonso uomo prudente, e, come prima pot parlare a Filippo, gli dimostr quanto ei s'ingannava a favorire Rinieri e disfavorire lui, perch Rinieri, diventato re di Napoli, aveva a fare ogni sforzo perch Milano diventassi del re di Francia, per avere gli aiuti propinqui e non avere a cercare ne' suoi bisogni, che gli fusse aperta la via a suoi soccorsi; n poteva altrimenti di questo assicurarsi, se non con la sua rovina, facendo diventare quello stato franzese. E che al contrario interverrebbe quando esso ne diventassi principe; perch, non temendo altro nimico che i Franzesi, era necessitato amare e carezzare e, non che altro, ubbidire a colui che a suoi nimici poteva aprire la via; e per questo il titolo del Regno verrebbe ad essere appresso ad Alfonso, ma l'autorit e la potenza appresso di Filippo. S che molto pi  a lui che a s apparteneva considerare i pericoli dell'uno partito e l'utilit dell'altro, se gi e' non volesse pi  tosto sodisfare ad uno suo appetito, che assicurarsi dello stato; perch nell'uno caso e' sarebbe principe e libero, nell'altro, sendo in mezzo di duoi potentissimi principi, o ei perderebbe lo stato, o e' viverebbe sempre in sospetto, e come servo arebbe ad ubbidire a quelli. Poterono tanto queste parole nell'animo del Duca, che, mutato proposito, liber Alfonso, e onorevolmente lo rimand a Genova, e di quindi nel Regno. Il quale si transfer in Gaeta, la quale, subito che s'intese la sua liberazione, era stata occupata da alcuni signori suoi partigiani.


6.


I Genovesi, veggendo come il Duca, sanza avere loro rispetto, aveva liberato il Re, e che quello de' pericoli e delle spese loro si era onorato, e come a lui rimaneva il grado della liberazione e a loro la ingiuria della cattura e della rotta, tutti si sdegnorono contro a quello. Nella citt di Genova, quando la vive nella sua libert, si crea per liberi suffragi uno capo, il quale chiamano Doge non perch sia assoluto principe, n perch egli solo deliberi, ma come capo preponga quello che dai magistrati e consigli loro si debba deliberare. Ha quella citt molte nobili famiglie, le quali sono tanto potenti che difficilmente allo imperio de' magistrati ubbidiscono. Di tutte l'altre, la Fregosa e la Adorna sono potentissime: da queste nascono le divisioni di quella citt, e che gli ordini civili si guastono; perch, combattendo intra loro, non civilmente, ma il pi  delle volte con le armi, questo principato, ne segue che sempre  una parte afflitta e l'altra regge; e alcuna volta occorre che quelli che si truovano privi delle loro dignit, alle armi forestiere ricorrono, e quella patria che loro governare non possono allo imperio d'uno forestiero sottomettono. Di qui nasceva e nasce che quelli che in Lombardia regnono, il pi  delle volte a Genova comandono, come allora, quando Alfonso d'Aragona fu preso, interveniva. E tra i primi Genovesi che erano stati cagione di sottometterla a Filippo era stato Francesco Spinula; il quale, non molto poi che gli ebbe fatta la sua patria serva, come in simili casi sempre interviene, divent sospetto al Duca. Onde che egli, sdegnato, si aveva eletto quasi che uno esilio voluntario a Gaeta; dove trovandosi quando e' segu la zuffa navale con Alfonso, ed essendosi portato ne' servizi di quella impresa virtuosamente, gli parve avere di nuovo meritato tanto con il Duca, che potessi almeno, in premio de' suoi meriti, stare securamente a Genova. Ma veduto che il Duca seguitava ne' sospetti suoi, perch egli non poteva credere che quello che non aveva amato la libert della sua patria amasse lui, deliber di tentare di nuovo la fortuna, e ad uno tratto rendere la libert alla patria, e a s la fama e la securt, giudicando non avere con i suoi cittadini altro rimedio se non fare opera che donde era nata la ferita nascessi la medicina e la salute. E vedendo la indegnazione universale nata contro al Duca per la liberazione del Re, giudic che il tempo fusse commodo a mandare ad effetto i disegni suoi; e comunic questo suo consiglio con alquanti i quali sapeva erano della medesima opinione, e gli confort e dispose a seguirlo.

7.


Era venuto il celebre giorno di Santo Giovanni Batista, nel quale Arismino, nuovo governatore mandato da il Duca, entrava in Genova; ed essendo gi entrato dentro, accompagnato da Opicino vecchio governatore e da molti Genovesi, non parve a Francesco Spinola di differire, e usc di casa armato insieme con quelli che della sua deliberazione erano consapevoli; e come e' fu sopra alla piazza posta davanti alle sue case, grid il nome della libert. Fu cosa mirabile a vedere con quanta prestezza quel popolo e quelli cittadini a questo nome concorressino; tale che niuno il quale, o per sua utilit o per qualunque altra cagione, amasse il Duca, non solamente non ebbe spazio a pigliare le armi, ma appena si potette consigliare della fuga. Arismino, con alcuni Genovesi che erano seco, nella rocca, che per il Duca si guardava, si rifugg; Opicino, presumendo potere, se si rifuggiva in Palagio, dove dumila armati a sua ubbidienza aveva, o salvarsi o dare animo agli amici a defendersi, voltosi a quello cammino, prima che in piazza arrivasse fu morto, e, in molte parti diviso, fu per tutta Genova strascinato. E ridutta i Genovesi la citt sotto i liberi magistrati, in pochi giorni il castello e gli altri luoghi forti posseduti da il Duca occuporono, e al tutto da il giogo del duca Filippo si liberorono.

8.


Queste cose cos governate, dove nel principio avieno sbigottiti i principi di Italia, temendo che il Duca non diventasse troppo potente, dettono loro vedendo il fine che ebbono, speranza di potere tenerlo in freno, e non ostante la lega di nuovo fatta, i Fiorentini e i Viniziani con i Genovesi si accordorono. Onde che messer Rinaldo degli Albizzi e gli altri capi de' fuori usciti fiorentini vedendo le cose perturbate, e il mondo avere mutato viso, presono speranza di potere indurre il Duca ad una manifesta guerra contro a Firenze; e andatine a Milano, messer Rinaldo parl al Duca in questa sentenza: - Se noi, gi tuoi nimici, vegniamo ora confidentemente a supplicare gli aiuti tuoi per ritornare nella patria nostra, n tu n alcuno altro che considera le umane cose come le procedono, e quanto la fortuna sia varia, se ne debbe maravigliare; non ostante che delle passate e delle presenti azioni nostre, e teco, per quello che gi facemmo, e con la patria, per quello che ora facciamo, possiamo avere manifeste e ragionevoli scuse. Niuno uomo buono riprender mai alcuno che cerchi di difendere la patria sua, in qualunque modo se la difenda. N fu mai il fine nostro di iniuriarti, ma s bene di guardare la patria nostra dalle ingiurie: di che te ne pu essere testimone che, nel corso delle maggiori vittorie della lega nostra, quando noi ti cognoscemmo volto ad una vera pace, fummo pi  desiderosi di quella che tu medesimo: tanto che noi non dubitiamo di avere mai fatto cosa da dubitare di non potere da te qualunque grazia ottenere. N anche la patria nostra si pu dolere che noi ti confortiamo ora a pigliare quelle armi contro a di lei, dalle quali con tanta ostinazione la difendemmo; perch quella patria merita di essere da tutti i cittadini amata la quale ugualmente tutti i suoi cittadini ama, non quella che, posposti tutti gli altri, pochissimi ne adora. N sia alcuno che danni le armi in qualunque modo contro alla patria mosse, perch le citt ancora che sieno corpi misti, hanno con i corpi semplici somiglianza, e come in questi nascono molte volte infirmit che sanza il fuoco o il ferro non si possono sanare, cos in quelle molte volte surge tanti inconvenienti che uno pio e buono cittadino, ancora che il ferro vi fusse necessario, peccherebbe molto pi   a lasciarle incurate che a curarle. Quale adunque puote essere malattia maggiore ad uno corpo d'una republica che la servit? quale medicina  pi  da usare necessaria che quella che da questa infirmit la sullevi? Sono solamente quelle guerre giuste che sono necessarie, e quelle armi sono pietose dove non  alcuna speranza fuora di quelle. Io non so quale necessit sia maggiore che la nostra, o quale piet possa superare quella che tragga la patria sua di servit:  certissimo per tanto la causa nostra essere piatosa e giusta; il che debbe essere e da noi e da te considerato. N per la parte tua questa giustizia manca; perch i Fiorentini non si sono vergognati, dopo una pace con tanta solennit celebrata, essersi con i Genovesi tuoi ribelli conlegati: tanto che, se la causa nostra non ti muove, ti muova lo sdegno. E tanto pi  veggendo la impresa facile: perch non ti debbono sbigottire i passati esempli, dove tu hai veduto la potenza di quel popolo e la ostinazione alla difesa; le quali due cose ti doverrebbono ragionevolmente ancora fare temere, quando le fussino di quella medesima virt che allora: ma ora tutto il contrario troverrai: perch quale potenza vuoi tu che sia in una citt che abbia da s nuovamente scacciato la maggiore parte delle sue ricchezze e della sua industria? quale ostinazione vuoi tu che sia in uno popolo per s varie e nuove nimicizie disunito? La quale disunione  cagione che ancora quelle ricchezze che vi sono rimase non si possono, in quel modo che allora si potevono, spendere; perch gli uomini volentieri consumono il loro patrimonio, quando ei veggono per la gloria, per l'onore e stato loro proprio consumarlo, sperando quello bene racquistare nella pace, che la guerra loro toglie, non quando ugualmente, nella guerra e nella pace, si veggono opprimere, avendo nell'una a sopportare la ingiuria degli nimici, nell'altra la insolenzia di coloro che gli comandano. E ai popoli nuoce molto pi  l'avarizia de' suoi cittadini che la rapacit degli nimici; perch di questa si spera qualche volta vedere il fine, dell'altra non mai. Tu movevi adunque le armi, nelle passate guerre, contro a tutta una citt, ora contro ad una minima parte di essa le muovi; venivi per torre lo stato a molti cittadini e buoni, ora vieni per torlo a pochi e tristi; venivi per torre la libert ad una citt, ora vieni per rendergliene. E non  ragionevole che, in tanta disparit di cagioni, ne seguino pari effetti; anzi  da sperarne una certa vittoria. La quale di quanta fortezza sia allo stato tuo facilmente lo puoi giudicare, avendo la Toscana amica e per tale e tanto obligo obligata, della quale pi  nelle imprese tue ti varrai che di Milano, e dove altra volta quello acquisto sarebbe stato giudicato ambizioso e violento, al presente sar giusto e pietoso existimato. Non lasciare per tanto passare questa occasione, e pensa che se le altre tue imprese contro a quella citt ti partorirono, con difficult, spesa e infamia, questa ti abbia, con facilit, utile grandissimo e fama onestissima a parturire.

9.


Non erano necessarie molte parole a persuadere al Duca che movesse guerra a' Fiorentini, perch era mosso da uno ereditario odio e una cieca ambizione, la quale cos gli comandava; e tanto pi  sendo spinto dalle nuove ingiurie, per lo accordo fatto con i Genovesi. Non di meno le passate spese, i corsi pericoli, con la memoria delle fresche perdite, e le vane speranze de' fuori usciti lo sbigottivano. Aveva questo Duca, subito che gl'intese la ribellione di Genova, mandato Niccol Piccino, con tutte le sue genti d'arme e quelli fanti che potette del paese ragunare, verso quella citt, per fare forza di recuperarla prima che i cittadini avessino fermo lo animo e ordinato il nuovo governo, confidandosi assai nel castello, che dentro, in Genova, per lui si guardava. E bench Niccol cacciassi i Genovesi d'in su e monti e togliessi loro la valle di Pozeveri, dove si erano fatti forti, e quegli avessi ripinti dentro alle mura della citt, non di meno trov tanta difficult nel passare pi  avanti, per gli ostinati animi de' cittadini a difendersi, che fu constretto da quella discostarsi. Onde il Duca, alle persuasioni degli usciti fiorentini, gli comand che assalisse la Riviera di levante, e facessi, propinquo a' confini di Pisa, quanta maggiore guerra nel paese genovese poteva, pensando che quella impresa gli avesse a mostrare di tempo in tempo i partiti che dovessi prendere. Assalt adunque Niccol Serezana, e quella prese. Di poi, fatti di molti danni, per fare pi  insospettire i Fiorentini, se ne venne a Lucca dando voce di volere passare, per ire nel Regno, agli aiuti del re di Raona. Papa Eugenio, in su questi nuovi accidenti, part di Firenze, e ne and a Bologna; dove trattava nuovi accordi infra il Duca e la lega, mostrando al Duca che, quando e' non consentisse allo accordo, sarebbe di concedere alla lega il conte Francesco necessitato, il quale allora suo confederato, sotto gli stipendi suoi militava. E bench il Pontefice in questo si affaticasse assai, non di meno invano tutte le sue fatiche riuscirono; perch il Duca sanza Genova non voleva accordarsi, e la lega voleva che Genova restasse libera. E per ci ciascheduno, diffidandosi della pace, si preparava alla guerra.

10.


Venuto per tanto Niccol Piccino a Lucca, i Fiorentini di nuovi movimenti dubitorono, e feciono cavalcare con le loro genti nel paese di Pisa Neri di Gino, e da il Pontefice impetrorono che 'l conte Francesco si accozzasse con seco, e con lo esercito loro feciono alto a Santa Gonda. Piccinino, che era a Lucca, domandava il passo per ire nel Regno; ed essendogli dinegato, minacciava di prenderlo per forza. Erano gli eserciti e di forze e di capitani uguali, e per ci, non volendo alcuno di loro tentare la fortuna sendo ancora ritenuti dalla stagione fredda, perch di dicembre era, molti giorni sanza offendersi dimororono. Il primo che di loro si mosse fu Niccol Piccino, al quale fu mostro che, se di notte assalisse Vico Pisano, facilmente lo occuperebbe. Fece Niccol la impresa; e non gli riuscendo occupare Vico, saccheggi il paese allo intorno, e il borgo di San Giovanni alla Vena rub e arse. Questa impresa, ancora che la riuscisse in buona parte vana, dette non di meno animo a Niccol di procedere pi  avanti, avendo massimamente veduto che il Conte e Neri non si erano mossi; e per ci assal Santa Maria in Castello e Filetto, e vinsegli. N per questo ancora le genti fiorentine si mossono; non perch il Conte temessi, ma perch in Firenze dai magistrati non si era ancora deliberata la guerra, per la reverenzia che si aveva al Papa, il quale trattava la pace. E quello che per prudenza i Fiorentini facevano credendo i nimici che per timore lo facessino, dava loro pi  animo a nuove imprese; in modo che deliberorono espugnare Barga, e con tutte le forze vi si presentorono. Questo nuovo assalto fece che i Fiorentini, posti da parte i rispetti, non solamente di soccorrere Barga, ma di assalire il paese lucchese deliberorono. Andato per tanto il Conte a trovare Niccol, e appiccata sotto Barga la zuffa, lo vinse e quasi che rotto lo lev da quello assedio. I Viniziani, in questo mezzo, parendo loro che il Duca avesse rotta la pace, mandorono Giovan Francesco da Gonzaga, loro capitano, in Ghiaradadda; il quale, dannificando assai il paese del Duca, lo constrinse a rivocare Niccol Piccino di Toscana. La quale rivocazione, insieme con la vittoria avuta contro a Niccol, dette animo a' Fiorentini di fare la impresa di Lucca e speranza di acquistarla. Nella quale non ebbono paura n rispetto alcuno, veggendo il Duca, il quale solo temevono, combattuto da i Viniziani, e che i Lucchesi, per avere ricevuto in casa i nimici loro e permesso gli assalissino, non si potevono in alcuna parte dolere.

11.


Di aprile per tanto, nel 1437, il Conte mosse lo esercito, e prima che i Fiorentini volessino assalire altri, vollono recuperare il loro; e ripresono Santa Maria in Castello e ogni altro luogo occupato da Piccinino. Di poi, voltisi sopra il paese di Lucca, assalirono Camaiore; gli uomini della quale, bench fedeli a' suoi signori, potendo in loro pi  la paura del nimico apresso che la fede dello amico discosto, si arrenderono. Presonsi con la medesima reputazione Massa e Serezana. Le quali cose fatte, circa il fine di maggio, il campo torn verso Lucca, e le biade tutte e i grani guastorono, arsono le ville, tagliorono le viti e gli arbori, predorono il bestiame, n a cosa alcuna che fare contro a nimici si suole o puote perdonorono. I Lucchesi dall'altra parte, veggendosi da il Duca abbandonati, disperati di potere difendere il paese, lo avieno abbandonato; e con ripari e ogni altro opportuno rimedio affortificorono la citt, della quale non dubitavano per averla piena di defensori e poterla un tempo difendere, nel quale speravano, mossi dallo esemplo delle altre imprese che i Fiorentini avevano contro a di loro fatte. Solo temevono i mobili animi della plebe, la quale, infastidita dallo assedio, non stimassi pi  i pericoli propri che la libert d'altri, e gli forzasse a qualche vituperoso e dannoso accordo. Onde che, per accenderla alla difesa, la ragunorono in piazza, e uno de' pi  antichi e de' pi  savi parl in questa sentenza: - Voi dovete sempre avere inteso che delle cose fatte per necessit non se ne debbe n puote loda o biasimo meritare. Per tanto, se voi ci accusassi, credendo che questa guerra che ora vi fanno i Fiorentini noi ce la avessimo guadagnata avendo ricevute in casa le genti del Duca e permesso che le gli assalissero, voi di gran lunga vi inganneresti. E' vi  nota l'antica nimicizia del popolo fiorentino verso di voi, la quale, non le vostre ingiurie, non la paura loro ha causata, ma s bene la debolezza vostra e la ambizione loro; perch l'una d loro speranza di potervi opprimere, l'altra gli spigne a farlo. N crediate che alcuno merito vostro gli possa da tale desiderio rimuovere, n alcuna vostra offesa gli possa ad ingiuriarvi pi  accendere. Eglino per tanto hanno a pensare di torvi la libert, voi di difenderla; e delle cose che quelli e noi a questo fine facciamo ciascuno se ne pu dolere e non maravigliare. Doliamoci per tanto che ci assaltino che ci espugnino le terre, che ci ardino le case e guastino il paese; ma chi  di noi s sciocco che se ne maravigli? perch, se noi potessimo, noi faremmo loro il simile o peggio. E s'eglino hanno mossa questa guerra per la venuta di Niccol, quando bene e' non fusse venuto, l'arebbono mossa per un'altra cagione; e se questo male si fusse differito, e' sarebbe forse stato maggiore. S che questa venuta non si debba accusare, ma pi  tosto la cattiva sorte nostra e l'ambiziosa natura loro; ancora che noi non possavamo negare al Duca di non ricevere le sue genti e, venute che le erano, non possavamo tenerle che le non facessino la guerra. Voi sapete che sanza lo aiuto di uno potente noi non ci possiamo salvare, n ci  potenza che con pi  fede o con pi  forza ci possa difendere che il Duca: egli ci ha renduta la libert, egli  ragionevole che ce la mantenga; egli a' perpetui nimici nostri  stato sempre nimicissimo. Se adunque, per non ingiuriare i Fiorentini, noi avessimo fatto sdegnare il Duca, aremmo perduto lo amico e fatto il nimico pi  potente e pi  pronto alla nostra offesa. S che gli  molto meglio avere questa guerra con lo amore del Duca, che, con l'odio, la pace; e dobbiamo sperare che ci abbi a trarre di quelli pericoli ne' quali ci ha messo, pure che noi non ci abbandoniamo. Voi sapete con quanta rabbia i Fiorentini pi  volte ci abbino assaltati, e con quanta gloria noi ci siamo difesi da loro: e molte volte non abbiamo avuto altra speranza che in Dio e nel tempo; e l'uno e l'altro ci ha conservati. E se allora ci difendemmo, qual cagione  che ora noi non ci dobbiamo defendere? Allora tutta Italia ci aveva loro lasciati in preda; ora abbiamo il Duca per noi, e dobbiamo credere che i Viniziani saranno lenti alle nostre offese, come quelli ai quali dispiace che la potenza de' Fiorentini accresca. L'altra volta i Fiorentini erano pi  sciolti, e avieno pi  speranza di aiuti, e per loro medesimi erano pi  potenti; e noi savamo in ogni parte pi  deboli, perch allora noi defendavamo uno tiranno ora difendiamo noi; allora la gloria della difesa era di altri, ora  nostra; allora questi ci assaltavano uniti, ora disuniti ci assaltano, avendo piena di loro rebegli tutta Italia. Ma quando queste speranze non ci fussino, ci debbe fare ostinati alle difese una ultima necessit. Ogni nimico debbe essere da voi ragionevolmente temuto, perch tutti vorranno la gloria loro e la rovina vostra; ma sopra tutti gli altri ci debbono i Fiorentini spaventare, perch a loro non basterebbe la ubbidienza e i tributi nostri con lo imperio di questa nostra citt, ma vorrebbono le persone e le sustanze nostre, per potere con il sangue la loro crudelt, e con la roba la loro avarizia saziare: in modo che ciascheduno, di qualunque sorte, gli debbe temere. E per non vi muovino vedere guastati i vostri campi, arse le vostre ville, occupate le vostre terre; perch, se noi salviamo questa citt, quelle di necessit si salveranno; se noi la perdiamo, quelle sanza nostra utilit si sarebbono salvate; perch, mantenendoci liberi, le pu con difficult il nimico nostro possedere; perdendo la libert, noi invano le possederemmo. Pigliate adunque le armi, e quando voi combattete, pensate il premio della vittoria vostra essere la salute, non solo della patria, ma delle case e de' figliuoli vostri -. Furono l'ultime parole di costui da quel popolo con grandissima caldezza d'animo ricevute, e unitamente ciascuno promisse morire prima che abbandonarsi o pensare ad accordo che in alcuna parte maculasse la loro libert. E ordinorono infra loro tutte quelle cose che sono per difendere una citt necessarie.

12.


Lo esercito de' Fiorentini, in quel mezzo, non perdeva tempo, e dopo moltissimi danni fatti per il paese, prese a patti Monte Carlo; dopo lo acquisto del quale si and a campo a Nozano: acci che i Lucchesi, stretti da ogni parte, non potessero sperare aiuti e, per fame constretti, si arrendessero. Era il castello assai forte e ripieno di guardia, in modo che la espugnazione di quello non fu come le altre facile. I Lucchesi, come era ragionevole, vedendosi strignere, ricorsono al Duca, e a quello con ogni termine e dolce e aspro si raccomandorono; e ora nel parlare mostravano i meriti loro, ora le offese de' Fiorentini; e quanto animo si darebbe agli altri amici suoi difendendogli, e quanto terrore lasciandogli indifesi, e se e' perdevono, con la libert, la vita, egli perdeva, con gli amici, l'onore, e la fede con tutti quelli che mai per suo amore si avessero ad alcuno pericolo a sottomettere, aggiugnendo alle parole le lagrime, acci che, se l'obligo non lo moveva, lo movesse la compassione. Tanto che il Duca, avendo aggiunto all'odio antico de' Fiorentini l'obligo fresco de' Lucchesi, e sopra tutto desideroso che i Fiorentini non crescessino in tanto acquisto, deliber mandare grossa gente in Toscana, o assaltare con tanta furia e Viniziani, che i Fiorentini fussino necessitati lasciare le imprese loro per soccorrere quelli.

13.


Fatta questa deliberazione, s'intese subito a Firenze come il Duca si ordinava a mandare gente in Toscana, il che fece a' Fiorentini cominciare a perdere la speranza della loro impresa, e perch il Duca fusse occupato in Lombardia, sollecitavano i Viniziani a strignerlo con tutte le forze loro. Ma quelli ancora si trovavano impauriti, per averli il marchese di Mantova abbandonati, ed essere ito a' soldi del Duca; e per, trovandosi come disarmati, rispondevono non potere, non che ingrossare, mantenere quella guerra, se non mandavano loro il conte Francesco, che fusse capo del loro esercito, ma con patto che si obligasse a passare con la persona il Po. N volevono stare alli antichi accordi dove quello non era obligato a passarlo, perch senza capitano non volevono fare guerra, n potevono sperare in altro che nel Conte; e del Conte non si potevono valere, se non si obligava a far la guerra in ogni loco. A' Fiorentini pareva necessario che la guerra si facesse in Lombardia gagliarda; dall'altro canto, rimanendo sanza il Conte, vedevono la impresa di Lucca rovinata; e ottimamente cognoscevano questa domanda essere fatta da' Viniziani, non tanto per necessit avessino del Conte, quanto per sturbare loro quello acquisto. Dall'altra parte il Conte era per andare in Lombardia ad ogni piacere della lega; ma non voleva alterare lo obligo, come quello che desiderava non si privare di quella speranza quale aveva del parentado promissogli dal Duca. Erano adunque i Fiorentini distratti da due diverse passioni, e da la voglia di avere Lucca, e dal timore della guerra con il Duca. Vinse non di meno, come sempre interviene, il timore; e furono contenti che il Conte, vinto Nozano, andasse in Lombardia. Restavaci ancora un'altra difficult, la quale, per non essere in arbitrio de' Fiorentini il comporla, dette loro pi  passione, e pi  gli fece dubitare che la prima; perch il Conte non voleva passare il Po, e i Viniziani altrimenti non lo accettavono. N si trovando modo ad accordarli che liberalmente l'uno cedesse all'altro, persuasono i Fiorentini al Conte che si obligasse a passare quel fiume per una lettera che dovesse alla Signoria di Firenze scrivere, mostrandogli che questa promessa privata non rompeva i patti publici, e come e' poteva poi fare sanza passarlo; e ne seguirebbe questo commodo, che i Viniziani, accesa la guerra, erano necessitati seguirla; di che ne nascerebbe la diversione di quello umore che temevano. E a' Viniziani dall'altra parte mostrorono che questa lettera privata bastava ad obligarlo, e per ci fussino contenti a quella; perch, dove ei potevono salvare il Conte per i rispetti che gli aveva al suocero, era bene farlo; e che non era utile a lui n a loro sanza manifesta necessit scoprirlo. E cos per questa via si deliber la passata in Lombardia del Conte, il quale, espugnato Nozano, e fatte alcune bastie intorno a Lucca per tenere i Lucchesi stretti, e raccomandata quella guerra a commissari pass l'Alpi e ne and a Reggio, dove i Viniziani, insospettiti de' suoi progressi, avanti ad ogni altra cosa, per scoprire l'animo suo, lo richiesono che passasse il Po e con le altre loro genti si congiugnessi. Il che fu al tutto da il Conte denegato, e intra Andrea Mauroceno mandato da' Viniziani, e lui furono ingiuriose parole, accusando l'uno l'altro di assai superbia e poca fede, e fatti fra loro assai protesti, l'uno di non essere obligato al servizio, l'altro al pagamento, se ne torn il Conte in Toscana, e quell'altro a Vinegia. Fu il Conte alloggiato nel paese di Pisa; e speravano potere indurlo a rinnovare la guerra ai Lucchesi. A che non lo trovorono disposto; perch il Duca, inteso che per reverenza di lui non aveva voluto passare il Po pens di potere ancora, mediante lui, salvare i Lucchesi; e lo preg che fusse contento fare accordo infra i Lucchesi e i Fiorentini e includervi ancora lui potendo, dandogli speranza di fare a sua posta le nozze della figliuola. Questo parentado moveva forte il Conte, perch sperava, mediante quello, non avendo il Duca figliuoli maschi, potersi insignorire di Milano; e per ci sempre a' Fiorentini tagliava le pratiche della guerra, e affermava non essere per muoversi, se i Viniziani non gli osservavano il pagamento e la condotta; n il pagamento solo gli bastava, perch, volendo vivere securo degli stati suoi, gli conveniva avere altro appoggio che i Fiorentini. Per tanto, se dai Viniziani era abbandonato, era necessitato pensare a' suoi fatti; e destramente minacciava di accordarsi con il Duca.

14.


Queste gavillazioni e questi inganni dispiacevano a' Fiorentini grandemente, perch vedevano la impresa di Lucca perduta, e di pi  dubitavano dello stato loro, qualunque volta il Conte e il Duca fussino insieme. E per ridurre i Viniziani a mantenere la condotta al Conte, Cosimo de' Medici and a Vinegia, credendo con la reputazione sua muovergli. Dove nel loro senato lungamente questa materia disput, mostrando in quali termini si trovava lo stato di Italia, quante erano le forze del Duca, dove era la reputazione e la potenza delle armi, e concluse che, se al Duca si aggiugneva il Conte, eglino ritornerebbono in mare e loro disputerebbono della loro libert. A che fu da' Viniziani risposto che cognoscevano le forze loro e quelle degli Italiani, e credevono potere in ogni modo difendersi, affermando non essere consueti di pagare i soldati che servissero altri; per tanto pensassero i Fiorentini di pagare il Conte, poi ch'eglino erano serviti da lui; e come gli era pi  necessario, a volere securamente godersi gli stati loro, abbassare la superbia del Conte che pagarlo, perch gli uomini non hanno termini nella ambizione loro, e se ora fusse pagato sanza servire, domanderebbe poco di poi una cosa pi  disonesta e pi  pericolosa. Per tanto a loro pareva necessario porre qualche volta freno alla insolenzia sua, e non la lasciare tanto crescere che la diventasse incorrigibile; e se pure loro, o per timore o per altra voglia, se lo volessino mantenere amico, lo pagassino. Ritornossi adunque Cosimo sanza altra conclusione. Non di meno i Fiorentini facevano forza al Conte perch non si spiccasse dalla lega, il quale ancora mal volentieri se ne partiva; ma la voglia di concludere il parentado lo teneva dubio, tale che ogni minimo accidente, come intervenne, lo poteva fare deliberare. Aveva il Conte lasciato a guardia di quelle sue terre della Marca il Frullano, uno de' suoi primi condottieri. Costui fu tanto dal Duca instigato che rinunzi al soldo del Conte e accostossi con lui; la qual cosa fece che il Conte, lasciato ogni rispetto, per paura di s, fece accordo con il Duca; e intra gli altri patti furono che delle cose di Romagna e di Toscana non si travagliasse. Dopo tale accordo, il Conte con instanzia persuadeva a' Fiorentini che si accordassero con i Lucchesi; e in modo a questo gli strinse, che, veggendo non avere altro rimedio, si accordorono con quelli, nel mese di aprile, l'anno 1438. Per il quale accordo a' Lucchesi rimase la loro libert, e a' Fiorentini Monte Carlo e alcune altre loro castella. Di poi riempierono con lettere piene di rammarichii tutta Italia, mostrando che, poi che Iddio e gli uomini non avieno voluto che i Lucchesi venissero sotto lo imperio loro, avevono fatto pace con quelli. E rade volte occorre che alcuno abbia tanto dispiacere di avere perdute le cose sue, quanto ebbono allora i Fiorentini per non avere acquistato quelle d'altri.

15.


In questi tempi, bench i Fiorentini fussero in tanta impresa occupati, di pensare a' loro vicini e di adornare la loro citt non mancavano. Era morto come aviamo detto, Niccol Fortebraccio, a cui era una figlia del conte di Poppi maritata. Costui, alla morte di Niccol, aveva il Borgo a San Sepolcro e le fortezze di quella terra nelle mani e in nome del genero, vivente quello, le comandava. Di poi dopo la morte di quello, diceva per la dote della sua figliuola possederla, e al Papa non voleva concederla; il quale come beni occupati alla Chiesa la domandava, in tanto che mand il Patriarca con le genti sue allo acquisto di essa. Il Conte, veduto non potere sostenere quello impeto, offerse quella terra a' Fiorentini, e quelli non la vollono. Ma, sendo il Papa ritornato in Firenze, si intromissono intra lui e il Conte per accordargli; e trovandosi nello accordo difficult, il Patriarca assalt il Casentino, e prese Prato Vecchio e Romena, e medesimamente le offerse ai Fiorentini; i quali ancora non le vollono accettare, se il Papa non acconsentiva che le potessino rendere al Conte. Di che fu il Papa, dopo molte dispute, contento; ma volle che i Fiorentini gli promettessero di operare con il conte di Poppi che il Borgo gli restituisse. Fermo dunque per questa via lo animo del Papa, parve a' Fiorentini, sendo il tempio cattedrale della loro citt, chiamato Santa Reparata (la cui edificazione molto tempo innanzi si era cominciata) venuto a termine che vi si potevono i divini offizi celebrare, di richiederlo che personalmente lo consecrasse. A che il Papa volentieri acconsent, e per maggiore magnificenza della citt e del tempio, e per pi  onore del Pontefice, si fece un palco da Santa Maria Novella, dove il Papa abitava, infino al tempio che si doveva consecrare di larghezza di quattro e di altezza di dua braccia, coperto tutto di sopra e d'attorno di drappi ricchissimi, per il quale solo il Pontefice con la sua corte venne, insieme con quelli magistrati della citt e cittadini i quali ad accompagnarlo furono deputati: tutta l'altra cittadinanza e popolo per la via, per le case e nel tempio a veder tanto spettacolo si ridussono. Fatte adunque tutte le cerimonie che in simile consecrazione si sogliono fare, il Papa, per mostrare segno di maggiore amore, onor della cavalleria Giuliano Davanzati, allora gonfaloniere di giustizia e di ogni tempo riputatissimo cittadino; al quale la Signoria, per non parere meno del Papa amorevole, il capitanato di Pisa per un anno concesse.

16.


Erano, in questi medesimi tempi, intra la Chiesa romana e la greca alcune differenze, tanto che nel divino culto non convenivano in ogni parte insieme; ed essendosi nell'ultimo concilio, fatto a Basilea, parlato assai, per i prelati della Chiesa occidentale, sopra questa materia, si deliber che si usassi ogni diligenzia perch lo Imperadore e i prelati greci nel concilio a Basilea convenissero, per fare pruova se si potessino con la romana Chiesa accordare. E bench questa deliberazione fusse contro alla maiest dello imperio greco, e alla superbia de' suoi prelati il cedere al Romano Pontefice dispiacesse, non di meno, sendo oppressi dai Turchi, e giudicando per loro medesimi non potere defendersi, per potere con pi  securt agli altri domandare aiuti, deliberorono cedere. E cos lo Imperadore, insieme con il Patriarca e altri prelati e baroni greci, per essere, secondo la deliberazione del Concilio, a Basilea, vennono a Vinegia; ma, sbigottiti dalla peste, deliberorono che nella citt di Firenze le loro differenzie si terminassero. Ragunati adunque, pi  giorni, nella chiesa cattedrale, insieme i romani e greci prelati, dopo molte e lunghe disputazioni, i greci cederono, e con la Chiesa e Pontefice Romano si accordorono.

17.


Seguita che fu la pace intra i Lucchesi e i Fiorentini, e intra il Duca e il Conte, si credeva che facilmente si potessero l'armi di Italia, e massimamente quelle che la Lombardia e la Toscana infestavano, posare; perch quelle che nel regno di Napoli intra Rinato d'Angi e Alfonso d'Aragona erano mosse, conveniva che per la rovina d'uno de' dua si posassero. E bench il Papa restasse malcontento per avere molte delle sue terre perdute, e che si cognoscesse quanta ambizione era nel Duca e ne' Viniziani, non di meno si stimava che il Papa per necessit, e gli altri per stracchezza, dovessero fermarsi. Ma la cosa procedette altrimenti, perch n il Duca n i Viniziani quietorono; donde ne segu che di nuovo si ripresono le armi, e la Lombardia e la Toscana di guerra si riempierono. Non poteva lo altero animo del Duca che i Viniziani possedessero Bergamo e Brescia sopportare, e tanto pi  veggendoli in su l'armi e ogni giorno il suo paese in molte parti scorrere e perturbare; e pensava potere non solamente tenergli in freno, ma riacquistare le sue terre, qualunque volta da il Papa, dai Fiorentini e dal Conte ei fussero abbandonati. Per tanto egli disegn di torre la Romagna al Pontefice giudicando che, avuta quella, il Papa non lo potrebbe offendere, e i Fiorentini, veggendosi il fuoco appresso, o eglino non si moverebbono per paura di loro, o se si movessino, non potrebbono commodamente assalirlo. Era ancora noto al Duca lo sdegno de' Fiorentini per le cose di Lucca, contro a' Viniziani e per questo gli giudicava meno pronti a pigliare l'armi per loro. Quanto al conte Francesco, credeva che la nuova amicizia, la speranza del parentado fussero per tenerlo fermo; e per fuggire carico e dare meno cagione a ciascuno di muoversi, massimamente non potendo, per i capituli fatti con il Conte, la Romagna assalire, ordin che Niccol Piccino, come se per sua propria ambizione lo facesse, entrasse in quella impresa. Trovavasi Niccol, quando lo accordo infra il Duca e il Conte si fece, in Romagna; e d'accordo con il Duca, mostr di essere sdegnato per la amiciza fatta intra lui e il Conte suo perpetuo nimico; e con le sue genti si ridusse a Camurata, luogo intra Furl e Ravenna, dove si affortific, come se lungamente, e infino che trovasse nuovo partito, vi volessi dimorare. Ed essendo per tutto sparta di questo suo sdegno la fama, Niccol fece intendere al Pontefice quanti erano i suoi meriti verso il Duca e quale fusse la ingratitudine sua; e come egli si dava ad intendere, per avere, sotto i duoi primi capitani, quasi tutte l'armi di Italia di occuparla; ma se Sua Santit voleva dei duoi capitani che quello si persuadeva avere poteva fare che l'uno gli sarebbe nimico e l'altro inutile, perch se lo provedeva di danari e lo manteneva in su l'armi, assalirebbe gli stati del Conte che gli occupava alla Chiesa in modo che, avendo il Conte a pensare a' casi propri, non potrebbe alla ambizione di Filippo suvvenire. Credette il Papa a queste parole, parendogli ragionevoli; e mand cinque mila ducati a Niccol, e lo riempi di promesse, offerendo stati a lui e a' figliuoli. E bench il Papa fusse da molti avvertito dello inganno, nol credeva, n poteva udire alcuno che dicesse il contrario. Era la citt di Ravenna da Ostasio da Polenta per la Chiesa governata. Niccol, parendogli tempo da non differire pi  la impresa sua, perch Francesco suo figliuolo aveva, con ignominia del Papa, saccheggiato Spuleto, deliber di assaltare Ravenna, o perch giudicasse quella impresa pi  facile, o perch gli avessi con Ostasio secretamente intelligenzia; e in pochi giorni, poi che l'ebbe assalita, per accordo la prese. Dopo il quale acquisto, Bologna, Imola e Furl da lui furono occupate. E quello che fu pi  maraviglioso  che di venti rocche, le quali in quelli stati per il Pontefice si guardavano, non ne rimase alcuna che nella potest di Niccol non venisse. N gli bast con questa ingiuria avere offeso il Pontefice, che lo volle ancora con le parole, come egli aveva fatto con i fatti, sbeffare; e scrisse avergli occupate le terre meritamente, poi che non si era vergognato avere voluto dividere una amicizia quale era stata intra il Duca e lui, e avere ripiena Italia di lettere che significavano come egli aveva lasciato il Duca e accostatosi a' Viniziani.

18.


Occupata Niccol la Romagna, lasci quella in guardia a Francesco suo figliuolo, ed egli, con la maggiore parte delle sue genti, se ne and in Lombardia. E accozzatosi con il restante delle genti duchesche, assal il contado di Brescia, e tutto in brieve tempo lo occup: di poi pose lo assedio a quella citt. Il Duca, che desiderava che i Viniziani gli fussero lasciati in preda, con il Papa, con i Fiorentini e con il Conte si scusava, mostrando che le cose fatte da Niccol in Romagna, se le erano contro a' capitoli, erano ancora contro a sua voglia; e per secreti nunzi faceva intendere loro che di questa disubbidienza, come il tempo e la occasione lo patisse, ne farebbe evidente demostrazione. I Fiorentini e il Conte non gli prestavano fede; ma credevono, come la verit era, che queste armi fussero mosse per tenergli a bada, tanto che potesse domare i Viniziani. I quali, pieni di superbia, credendosi potere per loro medesimi resistere alle forze del Duca, non si degnavono di domandare aiuto ad alcuno, ma con Gattamelata loro capitano la guerra facevano. Desiderava il conte Francesco, con il favor de' Fiorentini, andare al soccorso del re Rinato, se gli accidenti di Romagna e di Lombardia non lo avessino ritenuto; e i Fiorentini ancora lo arieno volentieri favorito, per l'antica amicizia tenne sempre la loro citt con la casa di Francia; ma il Duca arebbe i suoi favori volti ad Alfonso, per la amicizia aveva contratta seco nella presura sua. Ma l'uno e l'altro di costoro, occupati nelle guerre propinque, dalle imprese pi  longinque si astennono. I Fiorentini adunque, veggendo la Romagna occupata dalle forze del Duca, e battere i Viniziani, come quelli che dalla rovina d'altri temono la loro, pregorono il Conte che venisse in Toscana, dove si esaminerebbe quello fussi da fare per opporsi alle forze del Duca, le quali erano maggiori che mai per lo adietro fussero state; affermando che, se la insolenzia sua in qualche modo non si frenava, ciascuno che teneva stati in Italia in poco tempo ne patirebbe. Il Conte conosceva il timore de' Fiorentini ragionevole, non di meno la voglia aveva che il parentado fatto con il Duca seguisse lo teneva sospeso; e quel Duca, che cognosceva questo suo desiderio, gliene dava speranze grandissime, quando non gli movesse l'armi contro. E perch la fanciulla era gi da potersi celebrare le nozze, pi  volte condusse la cosa in termine che si feciono tutti gli apparati convenienti a quelle: di poi, con varie gavillazioni, ogni cosa si risolveva. E per fare crederlo meglio al Conte, aggiunse alle promesse le opere; e gli mand trenta mila fiorini, i quali, secondo i patti del parentado, gli doveva dare.

19.


Non di meno la guerra di Lombardia cresceva; e i Viniziani ogni d perdevano nuove terre; e tutte le armate che eglino avevano messe per quelle fiumare erano state dalle genti ducali vinte, il paese di Verona e di Brescia tutto occupato, e quelle due terre in modo strette, che poco tempo potevono, secondo la comune opinione, mantenersi; il marchese di Mantova, il quale era molti anni stato della loro repubblica condottiere, fuora d'ogni loro credenza gli aveva abbandonati ed erasi accostato al Duca: tanto che quello che nel principio della guerra non lasci loro fare la superbia, fece loro fare, nel progresso di quella, la paura. Perch, cognosciuto non avere altro rimedio che l'amicizia de' Fiorentini e del Conte, cominciorono a domandarla; bench vergognosamente e pieni di sospetto, perch temevono che i Fiorentini non facessino a loro quella risposta che da loro avevono nella impresa di Lucca e nelle cose del Conte ricevuta. Ma gli trovorono pi  facili che non speravano e che per li portamenti loro non avevono meritato: tanto pi  potette in ne' Fiorentini l'odio dello antico nimico, che della vecchia e consueta amicizia lo sdegno. E avendo pi  tempo innanzi cognosciuto la necessit nella quale dovevano venire i Viniziani, avevano dimostro al Conte come la rovina di quelli sarebbe la rovina sua, e come egli s'ingannava se credeva che il duca Filippo lo stimasse pi  nella buona che nella cattiva fortuna, e come la cagione per che gli aveva promessa la figliuola era la paura aveva di lui. E perch quelle cose che la necessit fa promettere fa ancora osservare, era necessario che mantenessi il Duca in quella necessit; il che sanza la grandezza de' Viniziani non si poteva fare. Per tanto egli doveva pensare che, se i Viniziani fussino constretti ad abbandonare lo stato di terra, gli mancherieno non solamente quelli commodi che da loro egli poteva trarre ma tutti quelli ancora che da altri, per paura di loro, egli potessi avere. E se considerava bene gli stati di Italia, vedrebbe quale essere povero, quale suo nimico: n i Fiorentini soli erano, come egli pi  volte aveva detto, suffizienti a mantenerlo; s che per lui da ogni parte si vedeva farsi il mantenere potenti in terra i Viniziani. Queste persuasioni, aggiunto allo odio aveva concetto il Conte con il Duca, per parergli essere stato in quel parentado sbeffato lo feciono acconsentire allo accordo: n per ci si volle per allora obligare a passare il fiume del Po. I quali accordi di febraio, nel 1438, si fermorono: dove i Viniziani a' duo terzi, i Fiorentini al terzo della spesa concorsono; e ciascheduno si oblig, a sue spese, gli stati che il Conte aveva nella Marca a difendere. N fu la lega a queste forze contenta; perch a quelle il signore di Faenza, i figliuoli di messer Pandolfo Malatesti da Rimino e Pietrogiampaulo Orsino aggiunsono; e bench con promesse grandi il marchese di Mantova tentassero, non di meno dall'amicizia e stipendi del Duca rimuovere non lo posserono; e il signore di Faenza, poi che la lega ebbe ferma la sua condotta, trovando migliori patti, si rivolse al Duca; il che tolse la speranza alla lega di potere presto espedire le cose di Romagna.


20.


Era in questi tempi la Lombardia in questi travagli, che Brescia dalle genti del Duca era assediata in modo che si dubitava che ciascun d per la fame si arrendesse, e Verona ancora era in modo stretta che se ne temeva il medesimo fine, e quando una di queste due citt si perdessero, si giudicavano vani tutti gli altri apparati alla guerra, e le spese infino allora fatte essere perdute. N vi si vedeva altro pi  certo rimedio che fare passare il conte Francesco in Lombardia. A questo erano tre difficult: l'una disporre il Conte a passare il Po e a fare guerra in ogni luogo; la seconda che a' Fiorentini pareva rimanere a discrezione del Duca, mancando del Conte (perch facilmente il Duca poteva ritirarsi ne' suoi luoghi forti e con parte delle genti tenere a bada il Conte e con l'altre venire in Toscana con li loro ribelli, de' quali lo stato che allora reggeva aveva uno terrore grandissimo); la terza era qual via dovesse con le sue genti tenere il Conte, che lo conducesse sicuro in Padovano, dove l'altre genti viniziane erano. Di queste tre difficult, la seconda, che apparteneva a' Fiorentini, era pi   dubia; non di meno quelli, cognosciuto il bisogno, e stracchi da' Viniziani, i quali con ogni importunit domandavano il Conte, mostrando che sanza quello si abbandonerebbono, preposono la necessit d'altri a' sospetti loro. Restava ancora la difficult del cammino; il quale si deliber che fusse assicurato da' Viniziani. E perch a trattare questi accordi con il Conte e a disporlo a passare si era mandato Neri di Gino Capponi, parve alla Signoria che ancora si transferisse a Vinegia, per fare pi  accetto a quella Signoria questo benefizio, e ordinare il cammino e il passo securo al Conte.

21.


Part adunque Neri da Cesena, e sopra una barca si condusse a Vinegia. N fu mai alcuno principe con tanto onore ricevuto da quella Signoria, con quanto fu ricevuto egli; perch dalla venuta sua, e da quello che per suo mezzo si aveva a deliberare e ordinare giudicavano avesse a dependere la salute dello imperio loro. Intromesso adunque Neri al Senato, parl in questa sentenza: - Quelli miei Signori, Serenissimo Principe, furono sempre di opinione che la grandezza del Duca fusse la rovina di questo stato e della loro republica; e cos che la salute d'ambiduoi questi stati fusse la grandezza vostra e nostra. Se questo medesimo fusse stato creduto dalle Signorie Vostre, noi ci troverremmo in migliore condizione, e lo stato vostro sarebbe securo da quelli pericoli che ora lo minacciano. Ma perch ne' tempi che voi dovevi non ci avete prestato n aiuto n fede, noi non abbiamo potuto correre presto a' remedi del male vostro; n voi potesti essere pronti al dimandargli, come quelli che nelle prosperit e nelle avversit vostre ci avete poco cognosciuti, e non sapete che noi siamo in modo fatti che quello che noi amammo una volta sempre amiamo, e quello che noi odiammo una volta sempre odiamo. Lo amore che noi abbiamo portato a questa vostra Serenissima Signoria voi medesimi lo sapete, che pi  volte avete veduto, per soccorrervi, ripiena di nostri danari e di nostre genti la Lombardia; l'odio che noi portiamo a Filippo, e quello che sempre portammo alla casa sua, lo sa tutto il mondo; n  possibile che uno amore o uno odio antico per nuovi meriti o per nuove offese facilmente si cancelli. Noi savamo e siamo certi che in questa guerra ci potavamo stare di mezzo, con grado grande con il Duca e con non molto timore nostro; perch, se bene e' fusse con la rovina vostra diventato signore di Lombardia, ci restava in Italia tanto del vivo che noi non avavamo a disperarci della salute; perch, accrescendo potenza e stato, si accresce ancora nimicizie e invidia; dalle quali cose suole di poi nascere guerra e danno. Cognosciavamo ancora quanta spesa, fuggendo le presenti guerre, fuggiavamo; quanti imminenti pericoli si evitavano; e come questa guerra che ora  in Lombardia, movendoci noi, si potrebbe ridurre in Toscana. Non di meno tutti questi sospetti sono stati da una antica affezione verso di questo stato cancellati; e abbiamo deliberato con quella medesima prontezza soccorrere lo stato vostro, che noi soccorreremmo il nostro quando fusse assalito. Per ci i miei Signori, giudicando che fusse necessario, prima che ogni altra cosa, soccorrere Verona e Brescia, e giudicando sanza il Conte non si potere fare questo, mi mandorono prima a persuadere quello al passare in Lombardia e a fare la guerra in ogni luogo (ch sapete che non  al passare del Po obligato): il quale io disposi, movendolo con quelle ragioni che noi medesimi ci moviamo. Ed egli, come gli pare essere invincibile con le armi, non vuole ancora essere vinto di cortesia, e quella liberalit che vede usare a noi verso di voi egli l'ha voluta superare; perch sa bene in quanti pericoli rimane la Toscana dopo la partita sua, e veggendo che noi abbiamo posposto alla salute vostra i pericoli nostri, ha voluto ancora egli posporre a quella i respetti suoi. Io vengo adunque a offerirvi il Conte con sette mila cavagli e dumila fanti, parato ad ire a trovare il nimico in ogni luogo. Pregovi bene, e cos i miei Signori ed egli vi pregono, che, come il numero delle genti sue trapassa quelle con le quali per obligo debbe servire, che voi ancora con la vostra liberalit lo ricompensiate, acci che quello non si penta di essere venuto a' servizi vostri, e noi non ci pentiamo di avernelo confortato -. Fu il parlare di Neri da quel Senato non con altra attenzione udito che si farebbe un oracolo, e tanto si accesono gli uditori per le sue parole, che non furono pazienti che il Principe, secondo la consuetudine, rispondesse, ma levati in pi, con le mani alzate, lagrimando in maggiore parte di loro, ringraziavano i Fiorentini di s amorevole uffizio, e lui di averlo con tanta diligenzia e celerit esequito; e promettevano che mai per alcun tempo, non che de' cuori loro, ma di quelli de' descendenti loro non si cancellerebbe, e che quella patria aveva sempre ad essere comune a' Fiorentini e a loro.

22.


Ferme di poi queste caldezze, si ragion della via che il Conte dovessi fare, acci si potesse di ponti, di spianate e di ogni altra cosa munire. Eronci quattro vie: l'una da Ravenna, lungo la marina; questa, per essere in maggiore parte ristretta dalla marina e da paduli, non fu approvata: l'altra era per la via diritta, questa era impedita da una torre chiamata l'Uccellino, la quale per il Duca si guardava, e bisognava, a volere passare, vincerla, il che era difficile farlo in s breve tempo che la non togliesse la occasione del soccorso, che celerit e prestezza richiedeva: la terza era per la selva del Lugo, ma perch il Po era uscito de' suoi argini, rendeva il passarvi, non che difficile, impossibile: restava la quarta, per la campagna di Bologna, e passare al ponte Puledrano, e a Cento, e alla Pieve, e intra il Finale e il Bondeno condursi a Ferrara, donde poi, tra per acqua e per terra, si potevono transferire in Padovano e congiugnersi con le genti viniziane. Questa via ancora che in essa fussero assai difficult e potesse essere in qualche luogo dal nimico combattuta, fu per meno rea eletta. La quale come fu significata al Conte, si part con celerit grandissima, e a d 20 di giugno arriv in Padovano. La venuta di questo capitano in Lombardia fece Vinegia e tutto il loro imperio riempiere di buona speranza, e dove i Viniziani parevano prima disperati della loro salute, cominciorono a sperare nuovi acquisti. Il Conte, prima che ogni altra cosa, and per soccorrere Verona; il che per obviare, Niccol se ne and con lo esercito suo a Soave castello posto intra il Vicentino e il Veronese, e con un fosso, il quale da Soave infino a' paludi dello Adice passava, si era cinto. Il Conte, veggendosi impedita la via del piano, giudic potere andare per i monti, e per quella via accostarsi a Verona, pensando che Niccol, o non credessi che facessi quel cammino, sendo aspro e alpestre, o, quando lo credesse, non fussi a tempo ad impedirlo; e proveduta vettovaglia per otto giorni, pass con le sue genti la montagna, e sotto Soave arriv nel piano. E bench da Niccol fussero state fatte alcune bastie per impedire ancora quella via al Conte, non di meno non furono sufficienti a tenerlo. Niccol adunque, veggendo il nimico, fuora d'ogni sua credenza, passato per non venire seco con disavvantaggio a giornata, si ridusse di l dallo Adice; e il Conte, sanza alcuno ostaculo, entr in Verona.

23.


Vinta per tanto felicemente da il Conte la prima fatica, di aver libera dallo assedio Verona, restava la seconda, di soccorrere Brescia.  questa citt in modo propinqua al lago di Garda che, bench la fusse assediata per terra, sempre per via del lago se le potrebbe sumministrare vettovaglie. Questo era stato cagione che il Duca si era fatto forte in sul lago e nel principio delle vittorie sue aveva occupate tutte quelle terre che, mediante il lago, potevano a Brescia porgere aiuto. I Viniziani ancora vi avevano galee; ma a combattere con le genti del Duca non erano bastanti. Giudic per tanto il Conte necessario dare favore con le genti di terra alla armata viniziana, perch sperava che facilmente si potessino acquistare quelle terre che tenevono affamata Brescia. Pose il campo per tanto a Bardolino, castello posto in sul lago, sperando, avuto quello, che gli altri si arrendessero. Fu la fortuna al Conte in questa impresa nimica, perch delle sue genti buona parte ammalorono, talmente che il Conte, lasciata la impresa, ne and a Zevio, castello veronese, luogo abbondevole e sano. Niccol, veduto che il Conte si era ritirato, per non mancare alla occasione che gli pareva avere di potersi insignorire del lago, lasci il campo suo a Vegasio, e con gente eletta n'and al lago, e con grande impeto e maggiore furia assalt l'armata viniziana, e quasi tutta la prese. Per questa vittoria poche castella restorono del lago che a Niccol non si arrendessero. I Viniziani, sbigottiti di questa perdita, e per questo temendo che i Bresciani non si dessero, sollecitavano il Conte con nunzi e con lettere al soccorso di quella. E veduto il Conte come per il lago la speranza del soccorrerla era mancata, e che per la campagna era impossibile per le fosse, bastie e altri impedimenti ordinati da Niccol, intra i quali entrando con uno esercito nimico allo incontro si andava ad una manifesta perdita, deliber come la via de' monti gli aveva fatto salvare Verona, cos gli facesse soccorrere Brescia. Fatto adunque il Conte questo disegno, part da Zevio e per Val d'Acri n'and al lago di Santo Andrea, e venne a Torboli e Peneda in sul lago di Garda. Di quivi n'and a Tenna, dove pose il campo, perch, a volere passare a Brescia, era lo occupare questo castello necessario. Niccol, intesi i consigli del Conte, condusse lo esercito suo a Peschiera; di poi con il marchese di Mantova e alquante delle sue pi  elette genti, and ad incontrare il Conte; e venuti alla zuffa, Niccol fu rotto, e le sue genti sbaragliate; delle quali parte ne furono prese, parte allo esercito, e parte all'armata si rifuggirono. Niccol si ridusse in Tenna; e venuta la notte, pens che, se gli aspettava in quello luogo il giorno, non poteva campare di non venire nelle mani del nimico; e per fuggire uno certo pericolo, ne tent uno dubio. Aveva Niccol seco, di tanti suoi, uno solo servidore, di nazione tedesco, fortissimo del corpo, e a lui sempre stato fedelissimo. A costui persuase Niccol che messolo in uno sacco, se lo ponessi in spalla e, come se portassi arnesi del suo padrone, lo conducesse in luogo securo. Era il campo intorno a Tenna, ma per la vittoria avuta il giorno, sanza guardia e sanza ordine alcuno; di modo che al Tedesco fu facile salvare il suo signore, perch, levatoselo in spalla, vestito come saccomanno, pass per tutto il campo sanza alcuno impedimento, tanto che salvo alle sue genti lo condusse.

24.


Questa vittoria adunque, se la fusse stata usata con quella felicit che la si era guadagnata, arebbe a Brescia partorito maggiore soccorso, e a' Viniziani maggiore felicit; ma lo averla male usata fece che l'allegrezza presto manc, e Brescia rimase nelle medesime difficult. Perch, tornato Niccol alle sue genti, pens come gli conveniva con qualche nuova vittoria cancellare quella perdita e torre la commodit a' Viniziani di soccorrere Brescia. Sapeva costui il sito della cittadella di Verona, e dai prigioni presi in quella guerra aveva inteso come la era male guardata, e la facilit e il modo di acquistarla. Per tanto gli parve che la fortuna gli avesse messo innanzi materia a riavere l'onore suo e a fare che la letizia aveva avuto il nimico per la fresca vittoria ritornassi, per una pi  fresca perdita, in dolore.  la citt di Verona posta in Lombardia, a pi de' monti che dividono la Italia dalla Magna, in modo tale che la participa di quelli e del piano. Esce il fiume dello Adice della valle di Trento, e nello entrare in Italia non si distende subito per la campagna, ma, voltosi in su la sinistra, lungo i monti, trova quella citt, e passa per il mezzo di essa, non per ci in modo che le parti sieno uguali, perch molto pi  ne lascia verso la pianura che di verso i monti. Sopra i quali sono due rocche, San Piero l'una, l'altra San Felice nominate; le quali pi  forti per il sito che per la muraglia appariscono, ed essendo in luogo alto, tutta la citt signoreggiono. Nel piano di qua dallo Adice, e adosso alle mura della terra sono due altre fortezze, discosto l'una dall'altra mille passi, delle quali l'una la vecchia, l'altra la cittadella nuova si nominano; dall'una delle quali, dalla parte di dentro, si parte uno muro che va a trovare l'altra, e fa quasi come una corda allo arco che fanno le mura ordinarie della citt, che vanno da l'una all'altra cittadella. Tutto questo spazio posto infra l'uno muro e l'altro  pieno di abitatori, e chiamasi il borgo di San Zeno. Queste cittadelle e questo borgo disegn Niccol Piccino di occupare pensando che gli riuscisse facilmente, s per le negligenti guardie che di continuo vi si facevano, s per credere che per la nuova vittoria la negligenzia fusse maggiore, e per sapere come nella guerra niuna impresa  tanto riuscibile quanto quella che il nimico non crede che tu possa fare. Fatto adunque una scelta di sua gente, ne and insieme con il marchese di Mantova, di notte, a Verona, e senza essere sentito, scal e prese la cittadella nuova. Di quindi, scese le sue genti nella terra, la porta di Santo Antonio ruppono, per la quale tutta la cavalleria intromessono. Quelli che per i Viniziani guardavano la cittadella vecchia, avendo prima sentito il romore quando le guardie della nuova furono morte, di poi quando e' rompevono la porta, cognoscendo come gli erano i nimici, a gridare e a sonare a popolo e all'arme cominciorono. Donde che, risentiti i cittadini, tutti confusi, quelli che ebbono pi  animo presono l'armi e alla piazza de' rettori corsono. Le genti intanto di Niccol avevano il borgo di San Zeno saccheggiato, e procedendo pi  avanti, i cittadini, cognosciuto come dentro erano le genti duchesche, e non veggendo modo a difendersi, confortorono i rettori viniziani a volersi rifuggire nelle fortezze, e salvare le persone loro e la terra; mostrando che gli era meglio conservare loro vivi e quella citt ricca ad una migliore fortuna, che volere, per evitare la presente, morire loro e impoverire quella. E cos i rettori e qualunque vi era del nome viniziano, nella rocca di San Felice rifuggirono. Dopo questo, alcuni de' primi cittadini a Niccol e al marchese di Mantova si feciono incontro, pregandogli che volessero pi  tosto quella citt ricca con loro onore, che povera con loro vituperio, possedere; massimamente non avendo essi apresso a' primi padroni meritato grado n odio apresso a loro per difendersi. Furno costoro da Niccol e dal Marchese confortati; e quanto in quella militare licenza poterono, da il sacco la difesono. E perch eglino erano come certi che il Conte verrebbe alla recuperazione di essa, con ogni industria di avere nelle mani i luoghi forti s'ingegnorono; e quelli che non potevono avere, con fossi, sbarrate, dalla terra separavano, acci che al nimico fusse difficile il passare dentro.

25.


Il conte Francesco era con le genti sue a Tenna, e sentita questa novella, prima la giudic vana, di poi, da pi  certi avvisi cognosciuta la verit, volle con la celerit la pristina negligenzia superare. E bench tutti i suoi capi dello esercito lo consigliassero che, lasciato la impresa di Verona e Brescia, se ne andasse a Vicenza, per non essere, dimorando quivi, assediati dagli inimici, non volle acconsentirvi, ma volle tentare la fortuna di recuperare quella citt; e voltosi, nel mezzo di queste sospensioni d'animo, ai proveditori viniziani e a Bernardetto de' Medici, il quale per i Fiorentini era apresso di lui commissario, promisse loro la certa recuperazione, se una delle rocche gli aspettava. Fatte adunque ordinare le sue genti, con massima celerit ne and verso Verona. Alla vista del quale credette Niccol ch'egli, come da' suoi era stato consigliato, se ne andasse a Vicenza; ma veduto di poi volgere alla terra le genti e indirizzarsi verso la rocca di San Felice, si volle ordinare alla difesa. Ma non fu a tempo, perch le sbarre alle rocche non erano fatte, e i soldati, per la avarizia della preda e delle taglie, erano divisi; n potette unirli s tosto che potessero obviare alle genti del Conte che le non si accostassero alla fortezza e per quella scendessero nella citt. La quale recuperorono felicemente, con vergogna di Niccol e danno delle sue genti; il quale insieme con il marchese di Mantova, prima nella cittadella, di poi, per la campagna, a Mantova si rifuggirono. Dove, ragunate le reliquie delle loro genti ch'erano salvate, con l'altre che erano allo assedio di Brescia si congiunsono. Fu per tanto Verona in quattro d dallo esercito ducale acquistata e perduta. Il Conte, dopo questa vittoria, sendo gi verno e il freddo grande, poi che ebbe con molta difficult mandato vettovaglie in Brescia, ne and alle stanze in Verona, e ordin che a Torboli si facessero, la vernata, alcune galee, per potere essere, a primavera, in modo per terra e per acqua gagliardo, che Brescia si potesse al tutto liberare.

26.


Il Duca, veduta la guerra per il tempo ferma, e troncagli la speranza che gli aveva avuta di occupare Verona e Brescia, e come di tutto ne erano cagione i danari e i consigli de' Fiorentini, e come quelli n per ingiuria che da' Viniziani avessero ricevuta si erano potuti dalla loro amicizia alienare, n per promesse ch'egli avesse loro fatte, se gli era potuti guadagnare, deliber, acci che quelli sentissero pi  da presso i frutti de' semi loro, di assaltare la Toscana. A che fu da' fuori usciti fiorentini e da Niccol confortato: questo lo moveva il desiderio aveva di acquistare gli stati di Braccio e cacciare il Conte della Marca, quelli erano dalla volont di tornare nella loro patria spinti; e ciascuno aveva mosso il Duca con ragioni opportune e conforme al desiderio suo. Niccol gli mostrava come e' poteva mandarlo in Toscana e tenere assediata Brescia, per essere signore del lago e avere i luoghi di terra forti e bene muniti, e restargli capitani e gente da potere opporsi al Conte quando volessi fare altra impresa (ma che non era ragionevole la facesse sanza liberare Brescia, e a liberarla era impossibile); in modo che veniva a fare guerra in Toscana e a non lasciare la impresa di Lombardia: mostravagli ancora che i Fiorentini erano necessitati subito che lo vedevono in Toscana, a richiamare il Conte o perdersi; e qualunque l'una di queste cose seguiva, ne resultava la vittoria. I fuori usciti affermavano essere impossibile, se Niccol con lo esercito si accostava a Firenze che quel popolo, stracco dalle gravezze e dalla insolenzia de' potenti, non pigliasse le armi contro di loro: mostravongli lo accostarsi a Firenze essere facile, promettendogli la via del Casentino aperta, per la amicizia che messer Rinaldo teneva con quel conte: tanto che il Duca, per s prima voltovi, tanto pi , per le persuasioni di questi, fu in fare questa impresa confirmato. I Viniziani dall'altra parte, con tutto che il verno fusse aspro, non mancavano di sollecitare il Conte a soccorrere con tutto lo esercito Brescia, la qual cosa il Conte negava potersi in quelli tempi fare; ma che si doveva aspettare la stagione nuova, e in quel tanto mettere in ordine l'armata, e di poi per acqua e per terra soccorrerla. Donde i Viniziani stavano di mala voglia, ed erano lenti a ogni provisione, talmente che nello esercito loro erano assai genti mancate.

27.


Di tutte queste cose fatti certi, i Fiorentini spaventorono, veggendosi venire la guerra adosso e in Lombardia non si essere fatto molto profitto. N dava loro meno affanno i sospetti ch'eglino avieno delle genti della Chiesa; non perch il Papa fusse loro nimico, ma perch vedevono quelle armi pi  ubbidire al Patriarca, loro inimicissimo, che al Papa. Fu Giovanni Vitelleschi cornetano, prima notaio apostolico, di poi vescovo di Ricanati, appresso patriarca alessandrino; ma diventato in ultimo cardinale, fu Cardinale fiorentino nominato. Era costui animoso e astuto; e per ci seppe tanto operare, che dal Papa fu grandemente amato, e da lui preposto alli eserciti della Chiesa; e di tutte le imprese che il Papa in Toscana, in Romagna, nel Regno e a Roma fece, ne fu capitano: onde che prese tanta autorit nelle genti e nel Papa, che questo temeva a comandargli, e le genti a lui solo, e non ad altri, ubbidivano. Trovandosi per tanto questo cardinale con le genti in Roma quando venne la fama che Niccol voleva passare in Toscana, si raddoppi a' Fiorentini la paura, per essere stato quel cardinale, poi che messer Rinaldo fu cacciato, sempre a quello stato nimico, veggendo che gli accordi fatti in Firenze intra le parti per suo mezzo non erano stati osservati, anzi con pregiudizio di messer Rinaldo maneggiati, sendo stato cagione che posasse le armi e desse commodit a' nimici di cacciarlo: tanto che ai principi del governo pareva che il tempo fusse venuto da ristorare messer Rinaldo de' danni, se con Niccol, venendo quello in Toscana si accozzava. E tanto pi  ne dubitavano parendo loro la partita di Niccol di Lombardia importuna, lasciando una impresa quasi vinta, per entrare in una al tutto dubia; il che non credevono sanza qualche nuova intelligenza o nascoso inganno facesse. Di questo loro sospetto avevano avvertito il Papa, il quale aveva gi conosciuto lo errore suo per avere dato ad altri troppa autorit. Ma in mentre che i Fiorentini stavano cos sospesi la fortuna mostr loro la via come si potessero del Patriarca assicurare. Teneva quella republica in tutti i luoghi diligenti esploratori di quelli che portavano lettere, per scoprire se alcuno contro allo stato loro alcuna cosa ordinasse. Occorse che a Montepulciano furono prese lettere le quali il Patriarca scriveva, sanza consenso del Pontefice, a Niccol Piccino; le quali subito il magistrato preposto alla guerra present al Papa. E bench le fussero scritte con non consueti caratteri, e il senso di loro implicato in modo che non se ne potesse trarre alcuno specificato sentimento, non di meno questa oscurit, con la pratica del nimico, messe tanto sospetto nel Pontefice, che deliber di assicurarsene, e la cura di questa impresa ad Antonio Rido da Padova, il quale era alla guardia del castello di Roma preposto, dette. Costui, come ebbe la commissione, parato ad ubbidire, che venisse la occasione aspettava. Aveva il Patriarca deliberato passare in Toscana; e volendo il d seguente partire di Roma signific al Castellano che la mattina fusse sopra il ponte del castello, perch, passando, gli voleva di alcuna cosa ragionare. Parve ad Antonio che la occasione fusse venuta; e ordin a' suoi quello dovessero fare; e al tempo aspett il Patriarca sopra il ponte che, propinquo alla rocca, per fortezza di quella si pu, secondo la necessit, levare e porre. E come il Patriarca fu sopra quello, avendolo prima con il ragionamento fermo, fece cenno a' suoi che alzassero il ponte; tanto che il Patriarca in un tratto si trov, di comandatore di eserciti, prigione di uno castellano. Le genti che erano seco prima romoreggiorono; di poi, intesa la volont del Papa, si quietorono. Ma il Castellano confortando con umane parole il Patriarca, e dandogli speranza di bene, gli rispose che gli uomini grandi non si pigliavano per lasciargli, e quelli che meritavano di essere presi, non meritavano di essere lasciati. E cos poco di poi mor in carcere; e il Papa alle sue genti Lodovico patriarca di Aquileia prepose. E non avendo mai voluto per lo adietro nelle guerre della lega e del Duca implicarsi, fu allora contento intervenirvi; e promisse essere presto per la difesa di Toscana, con quattro mila cavagli e dumila fanti.

28.


Liberati i Fiorentini da questa paura, restava loro il timore di Niccol e della confusione delle cose di Lombardia, per i dispareri erano tra i Viniziani e il Conte; i quali per intenderli meglio, mandorono Neri di Gino Capponi e messer Giuliano Davanzati a Vinegia; a' quali commissono che fermassero come l'anno futuro si avesse a maneggiare la guerra; e a Neri imposono che, intesa la opinione de' Viniziani, se ne andassi dal Conte per intendere la sua e per persuaderlo a quelle cose che alla salute della lega fussero necessarie. Non erano ancora questi ambasciadori a Ferrara, ch'eglino intesono Niccol Piccino con sei milia cavagli avere passato il Po; il che fece affrettare loro il cammino; e giunti a Vinegia, trovorono quella Signoria tutta a volere che Brescia, sanza aspettare altro tempo, si soccorresse, perch quella citt non poteva aspettare il soccorso al tempo nuovo, n che si fusse fabricata l'armata, ma, non veggendo altri aiuti, si arrenderebbe al nimico, il che farebbe al tutto vittorioso il Duca, e a loro perdere tutto lo stato di terra. Per la qual cosa Neri and a Verona per udire il Conte, e quello che allo incontro allegava. Il quale gli dimostr con assai ragioni il cavalcare in quelli tempi verso Brescia essere inutile per allora e dannoso per la impresa futura; perch, rispetto al tempo e al sito, a Brescia non si farebbe frutto alcuno, ma solo si disordinerebbono e affaticherebbono le sue genti, in modo che, venuto il tempo nuovo e atto alle faccende, sarebbe necessitato con lo esercito tornarsi a Verona per provedersi delle cose consumate il verno e necessarie per la futura state; di maniera che tutto il tempo atto alla guerra in andare e tornare si consumerebbe. Erano con il Conte a Verona, mandati a praticare queste cose, messer Orsatto Iustiniani e messer Giovanni Pisani. Con questi, dopo molte dispute, si concluse che i Viniziani, per lo anno nuovo, dessino al Conte ottantamila ducati e all'altre loro genti ducati quaranta per lancia, e che si sollecitasse di uscire fuora con tutto lo esercito, e si assalisse il Duca, acci che, per timore delle cose sue, facesse tornare Niccol in Lombardia. Dopo la quale conclusione se ne tornorono a Vinegia. I Viniziani, perch la somma del danaio era grande, ad ogni cosa pigramente provvedevono.

29.


Niccol Piccino, in questo mezzo, seguitava il suo viaggio, e gi era giunto in Romagna; e aveva operato tanto con i figliuoli di messer Pandolfo Malatesti, che, lasciati i Viniziani, si erano accostati al Duca. Questa cosa dispiacque a Vinegia; ma molto pi  a Firenze; perch credevono, per quella via, potere fare resistenza a Niccol; ma veduti i Malatesti ribellati, si sbigottirono, massimamente perch temevono che Pietrogiampaolo Orsino, loro capitano, il quale si trovava nelle terre de' Malatesti, non fusse svaligiato, e rimanere disarmati. Questa novella medesimamente sbigott il Conte, perch temeva di non perdere la Marca, passando Niccol in Toscana; e disposto di andare a soccorrere la casa sua, se ne venne a Vinegia; e intromesso al Principe, mostr come la passata sua in Toscana era utile alla lega, perch la guerra si aveva a fare dove era lo esercito e il capitano del nimico, non dove erano le terre e le guardie sue: perch, vinto l'esercito,  vinta la guerra; ma vinte le terre, e lasciando intero lo esercito, diventa molte volte la guerra pi  viva; affermando la Marca e la Toscana essere perdute, se a Niccol non si faceva gagliarda opposizione; le quali perdute, non aveva rimedio la Lombardia; ma quando l'avesse rimedio, non intendeva di abbandonare i suoi sudditi e i suoi amici; e che era passato in Lombardia signore, e non voleva partirsene condottiere. A questo fu replicato da il Principe come gli era cosa manifesta che s'egli, non solamente partisse di Lombardia, ma con lo esercito ripassasse il Po, che tutto lo stato loro di terra si perderebbe; e loro non erano per spendere pi  alcuna cosa per difenderlo, perch non  savio colui che tenta di difendere una cosa che si abbia a perdere in ogni modo; ed , con minore infamia, meno danno perdere gli stati solo, che li stati e i danari. E quando la perdita delle cose loro seguisse, si vedrebbe allora quanto importa la reputazione de' Viniziani a mantenere la Toscana e la Romagna. E per erano al tutto contrari alla sua opinione, perch credevono che chi vincesse in Lombardia vincerebbe in ogni altro luogo, e il vincere era facile, rimanendo lo stato del Duca, per la partita di Niccol, debile in modo che prima si poteva fare rovinare che gli avesse o potuto rivocare Niccol, o provedutosi di altri rimedi. E che chi esaminasse ogni cosa saviamente, vedrebbe il Duca non avere mandato Niccol in Toscana per altro che per levare il Conte da queste imprese, e la guerra che gli ha in casa farla altrove; di modo che, andandogli dietro il Conte, se prima non si veggia una estrema necessit, si verr ad adempiere i disegni suoi e farlo della sua intenzione godere, ma se si manterranno le genti in Lombardia e in Toscana si provvegga come e' si pu, e' si avvedr tardi del suo malvagio partito, e in tempo che gli ar sanza rimedio perduto in Lombardia e non vinto in Toscana. Detta adunque e replicata da ciascuno la sua opinione, si concluse che si stesse a vedere qualche giorno per vedere questo accordo de' Malatesti con Niccol quello partorisse, e se di Pietrogiampaulo i Fiorentini si potevono valere, e se il Papa andava di buone gambe con la lega, come gli aveva promesso. Fatta questa conclusione, pochi giorni apresso furono certificati, i Malatesti avere fatto quello accordo pi   per timore che per alcuna malvagia cagione, e Pietrogiampaulo esserne ito con le sue genti verso Toscana, e il Papa essere di migliore voglia per aiutare la lega che prima. I quali avvisi feciono fermare lo animo al Conte. E fu contento rimanere in Lombardia; e Neri Capponi tornassi a Firenze con mille de' suoi cavagli e con cinquecento degli altri; e se pure le cose procedessino in modo, in Toscana, che la opera del Conte vi fusse necessaria, che si scrivesse, e che allora il Conte, sanza alcuno rispetto, si partisse. Arriv pertanto Neri con queste genti in Firenze di aprile, e il medesimo d giunse Giampaulo.

30.


Niccol Piccino, in questo mezzo, ferme le cose di Romagna, disegnava di scendere in Toscana; e volendo passare per l'alpe di San Benedetto e per la valle di Montone, trov quelli luoghi, per la virt di Niccol da Pisa, in modo guardati, che giudic che vano sarebbe da quella parte ogni suo sforzo. E perch i Fiorentini in questo assalto subito erano mal provisti e di soldati e di capi, avevano a' passi di quelle alpi mandati pi  loro cittadini, con fanterie di subito fatte, a guardarli; intra' quali fu messer Bartolommeo Orlandini cavaliere, al quale fu in guardia il castello di Marradi e il passo di quella alpe consegnato. Non avendo adunque Niccol Piccino giudicato potere superare il passo di San Benedetto, per la virt di chi lo guardava, giudic di potere vincere quello di Marradi per la vilt di chi l'aveva a difendere.  Marradi uno castello posto a pi delle alpi che dividono la Toscana dalla Romagna, ma da quella parte che guarda verso Romagna, e nel principio di Val di Lamona; e bench sia senza mura, non di meno il fiume, i monti e gli abitatori lo fanno forte; perch gli uomini sono armigeri e fedeli, e il fiume in modo ha roso il terreno, e ha s alte le grotte sue, che a venirvi di verso la valle  impossibile, qualunque volta un picciol ponte, che  sopra il fiume, fusse difeso; e dalla parte de' monti sono le ripe s aspre che rendono quel sito sicurissimo. Non di meno la vilt di messer Bartolomeo rend e quelli uomini vili e quel sito debolissimo; perch non prima e' sent il romore delle genti inimiche, che, lasciato ogni cosa in abbandono, con tutti i suoi se ne fugg; n si ferm prima che al Borgo a San Lorenzo. Niccol, entrato ne' luoghi abbandonati pieno di maraviglia che non fussero difesi e di allegrezza di avergli acquistati, scese in Mugello; dove occup alcune castella; e a Pulicciano ferm il suo esercito, donde scorreva tutto il paese infino a' monti di Fiesole. E fu tanto audace che pass Arno, e infino a tre miglia propinquo a Firenze pred e scorse ogni cosa.

31.


I Fiorentini, dall'altra parte, non si sbigottirono, e prima che ogni altra cosa, attesono a tenere fermo il governo; del quale potevono poco dubitare per la benivolenza che Cosimo aveva nel popolo, e per avere ristretti i primi magistrati intra pochi potenti, i quali con la severit loro tenevono fermo, se pure alcuno vi fusse stato male contento o di nuove cose desideroso. Sapevano ancora, per gli accordi fatti in Lombardia con quali forze tornava Neri, e da il Papa aspettavano le genti sue: la quale speranza infino alla tornata di Neri li tenne vivi. Il quale, trovata la citt in questi disordini e paure, deliber uscire in campagna, per frenare in parte Niccol, che liberamente non saccheggiasse il paese, e fatto testa di pi  fanti, tutti del popolo, con quella cavalleria si trovavano, usc fuora, e riprese Remole che tenevano i nimici; dove accampatosi proibiva a Niccol lo scorrere e a' cittadini dava speranza di levargli il nimico d'intorno. Niccol, veduto come i Fiorentini quando erano spogliati di gente non avevono fatto alcuno movimento, e inteso con quanta sicurt in quella citt si stava, gli pareva invano consumare il tempo, e deliber fare altre imprese, acci che i Fiorentini avessero cagione di mandargli dietro le genti, e dargli occasione di venire alla giornata; la quale vincendo, pensava che ogni altra cosa gli succedessi prospera. Era nello esercito di Niccol Francesco conte di Poppi, il quale si era, come i nimici furono in Mugello ribellato da' Fiorentini con i quali era in lega. E bench prima i Fiorentini ne dubitassero, per farselo con i benificii amico, gli accrebbono la provisione, e sopra tutte le loro terre a lui convicine lo feciono commissario. Non di meno (tanto pu negli uomini lo amore della parte) alcuno benifizio n alcuna paura gli pot fare sdimenticare l'affezione portava a messer Rinaldo e agli altri che nello stato primo governavano; tanto che, subito che gli intese Niccol esser propinquo, si accost con lui; e con ogni sollecitudine lo confortava a scostarsi dalla citt e passare in Casentino, mostrandogli la fortezza del paese, e con quale securt poteva, di quivi, tenere stretti i nimici. Prese per tanto Niccol questo consiglio;giunto in Casentino, occup Romena e Bibbiena; di poi pose il campo a Castel San Niccol.  questo castello posto a pi delle alpi che dividono il Casentino da il Val d'Arno; e per essere in luogo assai rilevato, e dentrovi sufficienti guardie, fu difficile la sua espugnazione, ancora che Niccol con briccole e simili artiglierie continuamente lo combattesse. Era durato questo assedio pi  di venti giorni, infra il quale tempo i Fiorentini avevano le loro genti raccozzate; e di gi avevano, sotto pi  condottieri, tremila cavagli a Fegghine ragunati, governati da Pietrogiampaulo capitano e da Neri Capponi e Bernardo de' Medici commissari. A costoro vennono quattro, mandati da Castello San Niccol, a pregarli dovessero dare loro soccorso. I commissari, esaminato il sito, vedevano non li potere soccorrere se non per le alpi che venivano di Val d'Arno; la sommit delle quali poteva essere occupata prima dal nimico che da loro, per avere a fare pi  corto cammino, e per non potersi la loro venuta celare; in modo che si andava a tentare una cosa da non riuscire e poterne seguire la rovina delle genti loro. Onde che i commissari lodorono la fede di quelli, e commissono loro che, quando e' non potessero pi  difendersi si arrendessero. Prese adunque Niccol questo castello dopo trentadue giorni che vi era ito con il campo, e tanto tempo perduto per s poco acquisto fu della rovina della sua impresa buona parte cagione; perch, se si manteneva con le genti d'intorno a Firenze, faceva che chi governava quella citt non poteva se non con rispetto, strignere i cittadini a fare danari; e con pi  difficult ragunavano le genti e facevono ogni altra provisione avendo il nimico adosso, che discosto; e arebbono molti avuto animo a muovere qualche accordo per assicurarsi di Niccol con la pace, veggendo che la guerra fusse per durare. Ma la voglia che il conte di Poppi aveva di vendicarsi contro a quelli castellani, stati lungo tempo suoi nimici, gli fece dare quel consiglio; e Niccol, per sodisfargli, lo prese, il che fu la rovina dell'uno e dell'altro: e rade volte accade che le particulari passioni non nuochino alle universali commodit. Niccol, seguitando la vittoria, prese Rassina e Chiusi. In questi parti il conte di Poppi lo persuadeva a fermarsi, mostrando come e' poteva distendere le sue genti fra Chiusi, Caprese e la Pieve; e veniva ad essere signore delle alpi, e potere a sua posta in Casentino, in Val d'Arno, in Val di Chiana e in Val di Tevere scendere, ed essere presto ad ogni moto che facessino i nimici. Ma Niccol, considerata la asprezza de' luoghi, gli disse che i suoi cavagli non mangiavano sassi; e ne and al Borgo a San Sepolcro, dove amichevolmente fu ricevuto. Dal quale luogo tent gli animi di quelli di Citt di Castello, i quali, per essere amici a' Fiorentini, non lo udirono. E desiderando egli avere i Perugini a sua devozione, con quaranta cavagli se ne and a Perugia, dove fu ricevuto, sendo loro cittadino, amorevolmente. Ma in pochi giorni vi divent sospetto, e tent con il Legato e con i Perugini pi  cose, e non gliene successe niuna; tanto che, ricevuto da loro ottomila ducati, se ne torn allo esercito. Di quivi tenne pratiche in Cortona per torla a' Fiorentini; e per essersi scoperta la cosa prima che il tempo, diventorono i disegni suoi vani. Era intra i primi cittadini di quella citt Bartolommeo di Senso: costui andando la sera, per ordine del capitano, alla guardia d'una porta, gli fu da uno del contado, suo amico, fatto intendere che non vi andasse, se voleva non esservi morto. Volle intendere Bartolommeo il fondamento della cosa, e trov l'ordine del trattato che si teneva con Niccol. Il che Bartolommeo, per ordine al capitano rivel; il quale, assicuratosi de' capi della congiura e raddoppiato le guardie alle porte, aspett, secondo l'ordine dato, che Niccol venisse; il quale venne di notte e al tempo ordinato; e trovandosi scoperto, se ne ritorn agli alloggiamenti suoi.

32.


Mentre che queste cose in questa maniera in Toscana si travagliavano, e con poco acquisto per la gente del Duca, in Lombardia non erano quiete, ma con perdita e danno suo. Perch il conte Francesco, come prima lo consent il tempo, usc con lo esercito suo in campagna; e perch i Viniziani avevano la loro armata del lago instaurata, volle il Conte, prima che ogni cosa, insignorirsi delle acque, e cacciare il Duca del lago, giudicando, fatto questo, che l'altre cose gli sarieno facile. Assalt per tanto, con l'armata de' Viniziani, quella del Duca, e la ruppe, e con le genti di terra le castella che al Duca ubbidivano; tanto che l'altre genti ducali, che per terra strignevano Brescia, intesa quella rovina, si allargorono: e cos Brescia, dopo tre anni che l'era stata assediata, dallo assedio fu libera. Apresso a questa vittoria, il Conte and a trovare li nimici che si erano ridotti a Soncino, castello posto in sul fiume dello Ollio, e quelli diloggi, e li fece ritirare a Cremona; dove il Duca fece testa, e da quella parte i suoi stati difendeva. Ma stringendolo pi  l'uno d che l'altro il Conte e dubitando non perdere o tutto o gran parte degli stati suoi, cognobbe la malvagit del partito da lui preso, di mandare Niccol in Toscana; e per ricorreggere lo errore, scrisse a Niccol in quali termini si trovava e dove erano condotte le sue imprese: per tanto, il pi  presto potesse, lasciato la Toscana, se ne tornasse in Lombardia. I Fiorentini, in questo mezzo, sotto i loro commissari avevono ragunate le loro genti con quelle del Papa, e avevano fatto alto ad Anghiari, castello posto nelle radice de' monti che dividono Val di Tevere da Val di Chiana, discosto al Borgo a San Sepolcro quattro miglia, via piana, e i campi atti a ricevere cavagli e maneggiarvisi guerra. E perch eglino avieno notizia delle vittorie del Conte e della revocazione di Niccol, giudicorono con la spada dentro e sanza polvere avere vinta quella guerra; e per ci a' commissari scrissono che si astenessero dalla giornata, perch Niccol non poteva molti giorni stare in Toscana. Questa commissione venne a notizia a Niccol, e veggendo la necessit del partirsi, per non lasciare cosa alcuna intentata, deliber fare la giornata, pensando di trovare i nimici sproveduti e con il pensiero alieno dalla zuffa. A che era confortato da messer Rinaldo, da il conte di Poppi e dagli altri fuorusciti fiorentini, i quali la loro manifesta rovina cognoscevano se Niccol si partiva, ma venendo a giornata, credevono o potere vincere la impresa, o perderla onorevolmente. Fatta adunque questa deliberazione, mosse lo esercito donde era, intra Citt di Castello e il Borgo; e venuto al Borgo sanza che i nimici se ne accorgessero, trasse di quella terra dumila uomini, i quali confidando nella virt del capitano e nelle promesse sue, desiderosi di predare, lo seguirono.

33.


Dirizzatosi dunque Niccol, con le schiere in battaglia, verso Anghiari, era gi loro propinquo a meno di dua miglia, quando da Micheletto Attendulo fu veduto un grande polverio; e accortosi come gli erano i nimici, grid all'arme. Il tumulto nel campo de' Fiorentini fu grande, perch, campeggiando quelli eserciti per lo ordinario sanza alcuna disciplina, vi si era aggiunta la negligenzia, per parere loro avere il nimico discosto e pi  disposto alla fuga che alla zuffa; in modo che ciascuno era disarmato, di lungi dagli alloggiamenti, e in quel luogo dove la volont, o per fuggire il caldo che era grande, o per seguire alcuno suo diletto, lo aveva tirato. Pure fu tanta la diligenza de' commissari e del capitano, che, avanti fussero arrivati i nimici, erano a cavallo e ordinati a potere resistere allo impeto suo. E come Micheletto fu il primo a scoprire il nimico, cos fu il primo armato ad incontrarlo; e corse con le sue genti sopra il ponte del fiume che attraversa la strada non molto lontano da Anghiari. E perch, davanti alla venuta del nimico, Pietrogiampaulo aveva fatto spianare le fosse che circundavano la strada che  tra il ponte e Anghiari, sendosi posto Micheletto allo incontro del ponte, Simoncino, condottiere della Chiesa, con il Legato, si mossono da man destra, e da sinistra i commissari fiorentini con Pietrogiampaulo loro capitano, e le fanterie disposono da ogni parte su per la ripa del fiume. Non restava per tanto agli nimici altra via aperta ad andare a trovare gli avversarii loro, che la diritta del ponte; n i Fiorentini avevono altrove che al ponte a combattere, eccetto che alle fanterie loro avevono ordinato che, se le fanterie nimiche uscivano di strada per essere a' fianchi delle loro genti d'armi, con le balestra le combattessero, acci che quelle non potessero ferire per fianco i loro cavalli che passassero il ponte. Furono per tanto le prime genti che comparsono da Micheletto gagliardamente sostenute, e non che altro, da quello ributtate; ma sopravenendo Astor e Francesco Piccinino con gente eletta, con tale impeto in Micheletto percossono, che gli tolsono il ponte e lo pinsono infino al cominciare dell'erta che sale al borgo di Anghiari; di poi furono ributtati e ripinti fuori del ponte da quelli che dai fianchi gli assalirono. Dur questa zuffa due ore, che ora Niccol, ora le genti fiorentine erano signori del ponte. E bench la zuffa sopra il ponte fusse pari, non di meno e di l e di qua dal ponte con disavvantaggio grande di Niccol si combatteva. Perch, quando le genti di Niccol passavano il ponte, trovavano i nimici grossi, che, per le spianate fatte, si potevono maneggiare, e quelli che erano stracchi potevono dai freschi essere soccorsi; ma quando le genti fiorentine lo passavano, non poteva commodamente Niccol rinfrescare i suoi, per essere angustiato dalle fosse e dagli argini che fasciavano la strada: come intervenne, perch molte volte le genti di Niccol vinsono il ponte, e sempre dalle genti fresche degli avversarii furono ripinte indietro, ma come il ponte dai Fiorentini fu vinto, talmente che le loro genti entrorono nella strada, non sendo a tempo Niccol, per la furia di chi veniva e per la incommodit del sito a rinfrescare i suoi, in modo quelli davanti con quelli di dietro si mistorono, che l'uno disordin l'altro, e tutto lo esercito fu constretto mettersi in volta e ciascuno, sanza alcuno rispetto, si rifugg verso il Borgo. I soldati fiorentini attesono alla preda; la quale fu, di prigioni, di arnesi e di cavagli, grandissima, perch con Niccol non rifuggirono salvi mille cavalli. I Borghigiani, i quali avevono seguitato Niccol per predare, di predatori divennono preda, e furono presi tutti e taglieggiati; le insegne e i carriaggi furono tolti. E fu la vittoria molto pi  utile per la Toscana, che dannosa per il Duca; perch, se i Fiorentini perdevono la giornata, la Toscana era sua; e perdendo quello, non perd altro che le armi e i cavagli del suo esercito; i quali con non molti danari si poterono recuperare. N furono mai tempi che la guerra che si faceva ne' paesi d'altri fusse meno pericolosa per chi la faceva, che in quelli. E in tanta rotta e in s lunga zuffa, che dur dalle venti alle ventiquattro ore, non vi mor altri che uno uomo; il quale, non di ferite o d'altro virtuoso colpo, ma caduto da cavallo e calpesto espir: con tanta securt allora gli uomini combattevano, perch, sendo tutti a cavallo, e coperti d'arme, e securi dalla morte qualunque volta e' si arrendevano, non ci era cagione perch dovessero morire, defendendogli nel combattere le armi, e quando e' non potevono pi  combattere, lo arrendersi.

34.


 questa zuffa, per le cose seguite combattendo e poi, esemplo grande della infelicit di queste guerre; perch, vinti i nimici e ridutto Niccol nel Borgo, i commissari volevono seguirlo e in quel luogo assediarlo per avere la vittoria intera; ma da alcuno condottiere o soldato non furono voluti ubbidire, dicendo volere riporre la preda e medicare i feriti. E quello che  pi  notabile fu che l'altro d, a mezzo giorno, sanza licenza o rispetto di commissario o di capitano ne andorono ad Arezzo, e quivi lasciata la preda, ad Anghiari ritornorono: cosa tanto contro ad ogni lodevole ordine e militare disciplina, che ogni reliquia di qualunque ordinato esercito arebbe facilmente e meritamente potuto loro torre quella vittoria che gli avieno immeritamente acquistata. Oltra di questo, volendo i commissari che ritenessero gli uomini d'arme presi, per torre occasione al nimico di rifarsi, contro alla volont loro li liberorono. Cose tutte da maravigliarsi come in uno esercito cos fatto fusse tanta virt che sapesse vincere, e come nello inimico fusse tanta vilt che da s disordinate genti potesse essere vinto. Nello andare dunque e tornare che feciono le genti fiorentine di Arezzo, Niccol ebbe tempo a partirsi con le sue genti dal Borgo, e ne and verso Romagna, con il quale ancora i rebelli fiorentini si fuggirono. I quali, vedutosi mancata ogni speranza di tornare a Firenze, in pi  parti, in Italia e fuori, secondo la commodit di ciascuno, si divisono. De' quali messer Rinaldo elesse la sua abitazione ad Ancona: e per guadagnarsi la celeste patria, poi che gli aveva perduta la terrestre, se ne and al sepulcro di Cristo; donde tornato, nel celebrare le nozze d'una sua figliuola sendo a mensa, di subito mor: e fugli in questo la fortuna favorevole, che nel meno infelice giorno del suo esilio lo fece morire. Uomo veramente in ogni fortuna onorato: ma pi  ancora stato sarebbe, se la natura lo avesse in una citt unita fatto nascere; perch molte sue qualit in una citt divisa lo offesono, che in una unita l'arebbono premiato. I commissari adunque, tornate le genti loro da Arezzo, e partito Niccol, si presentorono al Borgo. I Borghesi volevono darsi a' Fiorentini, e quelli recusavano di pigliarli: e nel trattare questi accordi, il Legato del pontefice insospett de' commissari, che non volessero quella terra occupare alla Chiesa; tanto che vennono insieme a parole ingiuriose; e sarebbe seguito intra le genti fiorentine e le ecclesiastiche disordine se la pratica fusse ita molto in lunga ma perch la ebbe il fine che voleva i Legato, ogni cosa si pacific.

35.


Mentre che le cose del Borgo si travagliavano, si intese Niccol Piccino essere ito verso Roma; e altri avvisi dicevano verso la Marca; donde parve al Legato e alle genti sforzesche di andare verso Perugia, per suvvenire o alla Marca o a Roma, dove Niccol si fusse volto; e con quelle andasse Bernardo de Medici; e Neri con le genti fiorentine ne andassi allo acquisto del Casentino. Fatta questa deliberazione Neri ne and a campo a Rassina, e quella prese, e con il medesimo impeto prese Bibbiena, Prato Vecchio e Romena, e di quivi pose il campo a Poppi, e da due parti lo cinse: una nel piano di Certomondo, l'altra sopra il colle che passa a Fronzoli. Quel Conte, vedutosi abbandonato da Dio e dagli uomini, si era rinchiuso in Poppi, non perch gli sperasse di potere avere alcuno aiuto, ma per fare l'accordo, se poteva, meno dannoso. Stringendolo pertanto Neri, egli adimand patti; e trovolli tali quali in quel tempo ei poteva sperare: di salvare s, suoi figliuoli e cose che ne poteva portare; e la terra e lo stato cedere ai Fiorentini. E quando e' capitulorono, discese sopra il ponte di Arno, che passa a pi della terra, e tutto doloroso e afflitto disse a Neri: - Se io avesse bene misurato la fortuna mia e la potenza vostra, io verrei ora amico a rallegrarmi con voi della vostra vittoria, non nimico a supplicarvi che fusse meno grave la mia rovina. La presente sorte, come la  a voi magnifica e lieta, cos  a me dolente e misera. Io ebbi cavagli, arme, sudditi, stato e ricchezze: che maraviglia  se mal volentieri le lascio? Ma se voi volete e potete comandare a tutta la Toscana, di necessit conviene che noi altri vi ubbidiamo; e se io non avesse fatto questo errore, la mia fortuna non sarebbe stata cognosciuta, e la vostra liberalit non si potrebbe conoscere; perch, se voi mi conserverete, darete al mondo uno eterno esemplo della vostra clemenzia. Vinca per tanto la piet vostra il fallo mio; lasciate almeno questa sola casa al disceso di coloro da' quali i padri vostri hanno innumerabili benifici ricevuti -. il quale Neri rispose come lo avere sperato troppo in quelli che potevono poco lo aveva fatto in modo contro alla republica di Firenze errare, che, aggiuntovi le condizioni de' presenti tempi, era necessario cedesse tutte le cose sue, e quelli luoghi nimico a' Fiorentini abbandonasse, che loro amico non aveva voluti tenere: perch gli aveva dato di s tale esemplo che non poteva essere nutrito dove, in ogni variazione di fortuna, e' potesse a quella republica nuocere; perch non lui, ma gli stati suoi si temevano; ma che se nella Magna e' potessi essere principe, quella citt lo desiderrebbe, e per amore di quelli suoi antichi che gli allegava, lo favorirebbe. A questo il Conte, tutto sdegnato, rispose che vorrebbe i Fiorentini molto pi  discosto vedere. E cos, lasciato ogni amorevole ragionamento, il Conte, non veggendo altro rimedio, ced la terra e tutte le sue ragioni a' Fiorentini; e con tutte le sue robbe, insieme con la moglie e co' figliuoli, piangendo si part; dolendosi di avere perduto uno stato che i suoi padri per novecento anni avevono posseduto. Queste vittorie tutte, come s'intesono a Firenze, furono da i principi del governo e da quel populo con maravigliosa allegrezza ricevute. E perch Bernardetto de' Medici trov essere vano che Niccol fusse ito verso la Marca o a Roma, se ne torn con le genti dove era Neri; e insieme tornati a Firenze, fu loro deliberati tutti quelli onori e quali, secondo l'ordine della citt, a loro vittoriosi cittadini si possono deliberare maggiori; e da i Signori e da' Capitani di parte, e di poi da tutta la citt, furono ad uso di trionfanti ricevuti.



LIBRO SESTO.

1.


Fu sempre, e cos  ragionevole che sia, il fine di coloro che muovono una guerra, di arricchire s e impoverire il nimico; n per altra cagione si cerca la vittoria, n gli acquisti per altro si desiderano, che per fare s potente e debole lo avversario. Donde ne segue che, qualunque volta o la tua vittoria ti impoverisce o lo acquisto ti indebolisce, conviene si trapassi o non si arrivi a quel termine per il quale le guerre si fanno. Quel principe e quella republica  dalle vittorie nelle guerre arricchito, che spegne i nimici ed  delle prede e delle taglie signore; quello delle vittorie impoverisce, che i nimici, ancora che vinca, non pu spegnere, e le prede e le taglie, non a lui, ma a i suoi soldati appartengono. Questo tale  nelle perdite infelice e nelle vittorie infelicissimo, perch, perdendo, quelle ingiurie sopporta che gli fanno i nimici; vincendo, quelle che gli fanno gli amici; le quali, per essere meno ragionevoli, sono meno sopportabili, veggendo massime essere i suoi sudditi con taglie e nuove offese di raggravare necessitato; e se gli ha in s alcuna umanit, non si pu di quella vittoria interamente rallegrare, della quale tutti i suoi sudditi si contristono. Solevono le antiche e bene ordinate republiche, nelle vittorie loro, riempiere d'oro e d'ariento lo erario, distribuire doni nel popolo, rimettere a' sudditi i tributi, e con giuochi e con solenne feste festeggiarli; ma quelle di quelli tempi che noi descriviamo, prima votavono lo erario, di poi impoverivano il popolo, e de' nimici tuoi non ti assicuravano. Il che tutto nasceva da il disordine con il quale quelle guerre si trattavano: perch, spogliandosi i nimici vinti, e non si ritenendo n ammazzando, tanto quelli a riassalire il vincitore differivono, quanto ei penavano da chi gli conduceva d'essere d'arme e cavagli riforniti. Sendo ancora le taglie e la preda de' soldati, i principi vincitori di quelle nelle nuove spese de' nuovi soldi non si valevano, ma delle viscere de' loro popoli gli traevono, n partoriva altro la vittoria, in benifizio de' popoli, se non che la faceva il principe pi  sollecito e meno respettivo ad aggravargli. E a tale quelli soldati avevono la guerra condotta, che ugualmente al vincitore e al vinto, a volere potere alle sue genti comandare, nuovi danari bisognavano, perch l'uno aveva a rivestirgli, l'altro a premiargli; e come quelli sanza essere rimessi a cavallo non potevano, cos quelli altri sanza nuovi premi combattere non volevano. Di qui nasceva che l'uno godeva poco la vittoria, l'altro poco sentiva la perdita; perch il vinto era a tempo a rifarsi, e il vittorioso non era a tempo a seguire la vittoria.

2.


Questo disordine e perverso modo di milizia fece che Niccol Piccino era prima rimontato a cavallo, che si sapesse per Italia la sua rovina; e maggiore guerra faceva dopo la perdita al nimico, che prima non aveva fatta. Questo fece che, dopo la rotta di Tenna, e' potette occupare Verona; questo fece che, spogliato delle sue genti a Verona, e' potette venire con un grosso esercito in Toscana; questo fece che, rotto ad Anghiari, innanzi che pervenisse in Romagna, era in su i campi pi  potente che prima, e potette riempiere il Duca di Milano di speranza di potere difendere la Lombardia, la quale per la sua assenzia gli pareva quasi che avere perduta. Perch, mentre che Niccol riempiva di tumulti la Toscana, il Duca si era ridotto in termine che dubitava dello stato suo; e giudicando che potesse prima seguire la rovina sua, che Niccol Piccino il quale aveva richiamato, fusse venuto a soccorrerlo, per frenare l'impeto del Conte e temporeggiare quella fortuna con la industria, la quale non poteva con la forza sostenere, ricorse a quelli remedi i quali in simili termini molte volte gli erano giovati; e mand Niccol da Esti principe di Ferrara a Peschiera, dove era il Conte. Il quale per parte sua lo confort alla pace, e gli mostr come al Conte non era quella guerra a proposito: perch, se il Duca si indeboliva in modo che non potesse mantenere la reputazione sua, sarebbe egli il primo che ne patirebbe, perch da' Viniziani e Fiorentini non sarebbe pi  stimato. E in fede che il Duca desiderava la pace, gli offerse la conclusione del parentado: e manderebbe la figliuola a Ferrara; la quale gli prometteva, seguita la pace, dargli nelle mani. Il Conte rispose che se il Duca veramente cercassi la pace, facilmente la troverrebbe, come cosa dai Fiorentini e Viniziani desiderata: vero era che con difficult se gli poteva credere conosciuto che non abbi mai fatto pace se non per necessit, la quale come manca, gli ritorna la voglia della guerra; ne anche al suo parentado si poteva prestare fede, sendone stato tante volte beffato non di meno, quando la pace si concludessi, farebbe poi del parentado quanto dagli amici fusse consigliato.

3.


I Viniziani, i quali de' loro soldati nelle cose ancora non ragionevoli sospettono, presono ragionevolmente di queste pratiche sospetto grandissimo; il quale volendo il Conte cancellare, seguiva la guerra gagliardamente. Non di meno l'animo, a lui per ambizione e a' Viniziani per sospetto, era in modo intepidito, che quello restante della state si ferono poche imprese; in modo che, tornato Niccol Piccino in Lombardia, e di gi cominciato il verno, tutti gli eserciti ne andorono alle stanze: il Conte in Verona, in Cremona il Duca, le genti fiorentine in Toscana, e quelle del Papa in Romagna. Le quali, poi che ebbono vinto ad Anghiari, assaltorono Furl e Bologna, per trarle di mano a Francesco Piccinino, che in nome del padre le governava; e non riusc loro, perch furono da Francesco gagliardamente difese. Non di meno questa loro venuta dette tanto spavento ai Ravennati di non tornare sotto lo imperio della Chiesa, che, d'accordo con Ostasio di Polenta loro signore, si missero nella potest de' Viniziani; i quali, in guidardone della ricevuta terra, acci che per alcun tempo Ostasio non potesse loro per forza torre quello che per poca prudenzia aveva loro dato, lo mandarono, insieme con un suo figliuolo, a morire in Candia. Nelle quali imprese, non ostante la vittoria di Anghiari, mancando al Papa danari vend il castello del Borgo a Santo Sipolcro venticinquemila ducati, a' Fiorentini. Stando per tanto le cose in questi termini, e parendo a ciascuno, mediante la vernata, essere sicuro della guerra, non si pensava pi  alla pace; e massime il Duca, per essere da Niccol Piccino e dalla stagione rassicurato. E per ci aveva rotto con il Conte ogni ragionamento d'accordo, e con grande diligenzia rimisse Niccol a cavallo; e faceva qualunque altro provedimento che per una futura guerra si richiedeva. Della qual cosa avendo notizia il Conte, ne and a Vinegia, per consigliarsi con quel Senato come per lo anno futuro si avessero a governare. Niccol dall'altra parte, trovandosi in ordine, e vedendo il nimico disordinato, non aspett che venisse la primavera; e nel pi  freddo verno pass l'Adda, e entr nel Bresciano, e tutto quel paese, fuora che Asola e Orci, occup; dove pi  che dumila cavalli sforzeschi, i quali questo assalto non aspettavano, svaligi e prese. Ma quello che pi  dispiacque al Conte e pi  sbigott i Viniziani fu che Ciarpellone, uno de' primi capitani del Conte, si ribell da lui. Il Conte, avuto questo avviso, part subito da Vinegia, e arrivato a Brescia trov Niccol, fatto quelli danni, essersi ritornato alle stanze; donde che al Conte non parve, poi che trov la guerra spenta, di raccenderla; ma volle, poi che il tempo e il nimico gli davano commodit a riordinarsi, usarla, per potere poi, con il nuovo tempo, vendicarsi delle vecchie offese. Fece adunque che i Viniziani richiamassero le genti che in Toscana servivono a' Fiorentini, e in luogo di Gattamelata morto, volle che Micheletto Attendulo conducessero.

4.


Venuta adunque la primavera, Niccol Piccino fu il primo a uscire in campagna; e campeggi Cignano, castello lontano da Brescia dodici miglia; al soccorso del quale venne il Conte; e tra l'uno e l'altro di quelli capitani, secondo la loro consuetudine, si maneggiava la guerra. E dubitando, il Conte, di Bergamo, and a campo a Martiningo, castello posto in luogo da potere facilmente, espugnato quello, soccorrere Bergamo; la qual citt da Niccol era gravemente offesa; e perch egli aveva preveduto non potere esser impedito dal nimico se non per la via di Martiningo, aveva quel castello di ogni difesa fornito; tal che al Conte fu necessario andare a quella espugnazione con tutte le forze. Donde che Niccol, con tutto lo esercito suo, si pose in luogo che gli impediva le vettovaglie al Conte, e con tagliate e bastioni in modo si era affortificato, che il Conte nol poteva, se non con suo manifesto pericolo, assalire; e ridussesi la cosa in termine che lo assediatore era in maggiore pericolo che quelli di Martiningo, che erano assediati. Donde che il Conte non poteva pi  per la fame campeggiare, n, per il pericolo, poteva levarsi; e si vedeva per il Duca una manifesta vittoria, e per i Viniziani e il Conte una espressa rovina. Ma la fortuna, alla quale non manca modo di aiutare gli amici e disfavorire i nimici, fece in Niccol Piccino, per la speranza di questa vittoria, crescere tanta ambizione e insolenzia che, non avendo rispetto al Duca n a s, gli mand a dire come, avendo militato sotto le sue insegne gran tempo, e non avendo ancora acquistata tanta terra che vi si potesse sotterrare dentro, voleva intendere da lui di quali premii avesse a essere per le sue fatiche premiato, perch in sua potest era farlo signore di Lombardia e porgli tutti i suoi nimici in mano; e parendogli che d'una certa vittoria ne avesse a nascere certo premio, desiderava gli concedesse la citt di Piacenza, acci, stanco di s lunga milizia, potesse qualche volta riposarsi. N si vergogn, in ultimo, minacciare il Duca di lasciare la impresa, quando a questa sua domanda non acconsentisse. Questo modo di domandare ingiurioso e insolente offese tanto il Duca e ne prese tanto sdegno, che deliber pi  tosto volere perdere la impresa che consentirlo. E quello che tanti pericoli e tanti minacci di nimici non avevono fatto piegare, gli insolenti modi degli amici piegorono: e deliber fare lo accordo con il Conte; a cui mand Antonio Guidobuono da Tortona; e per quello gli offerse la figliuola e le condizioni della pace; le quali cose furono avidamente da lui e da tutti i collegati accettate. E fermi i patti secretamente infra loro, mand il Duca a comandare a Niccol che facesse tregua per uno anno con il Conte, mostrando essere tanto con le spese affaticato che non poteva lasciare una certa pace per una dubia vittoria. Rest Niccol ammirato di questo partito, come quello che non poteva cognoscere qual cagione lo movesse a fuggire s gloriosa vittoria; e non poteva credere che, per non volere premiare gli amici, e' volesse e suoi nimici salvare. Per tanto, in quel modo che gli parve migliore, a questa deliberazione si opponeva; tanto che il Duca fu constretto, a volerlo quietare, di minacciarlo che lo darebbe, quando egli non vi acconsentisse, a' suoi soldati e a' suoi nimici in preda. Ubbid adunque Niccol, non con altro animo che si faccia colui che per forza abbandona gli amici e la patria, dolendosi della sua malvagia sorte; poi che ora la fortuna, ora il Duca, de' suoi nimici gli toglievono la vittoria. Fatta la triegua, le nozze di madonna Bianca e del Conte si celebrorono; e per dota di quella gli consegn la citt di Cremona. Fatto questo, si ferm la pace, di novembre, nel 1441; dove per i Viniziani Francesco Barbadico e Paulo Trono, e per i Fiorentini messer Agnolo Acciaiuoli convennono, nella quale i Viniziani Peschiera, Asola e Lonato, castella del marchese mantuano, guadagnorono.

5.


Ferma la guerra in Lombardia, restavano le armi del Regno; le quali, non si potendo quietare, furono cagione che di nuovo in Lombardia si ripigliassero. Era il re Rinato da Alfonso di Ragona stato spogliato, mentre la guerra di Lombardia si travagliava di tutto il reame eccetto che di Napoli, tale che Alfonso parendogli avere la vittoria in mano, deliber, mentre assediava Napoli, torre al Conte Benevento e gli altri suoi stati che in quelle circunstanze possedeva; perch giudicava questo fatto potergli sanza suo periculo riuscire, sendo il Conte nelle guerre di Lombardia occupato. Successe ad Alfonso per tanto facilmente questa impresa; e con poca fatica tutte quelle terre occup; ma venuta la nuova della pace di Lombardia, Alfonso tem che il Conte non venisse, per le sue terre, in favore di Rinato, e Rinato sper per le medesime cagioni in quello. Mand per tanto Rinato a sollecitare il Conte, pregandolo che venisse a soccorrere uno amico e d'uno nimico a vendicarsi. Dall'altra parte Alfonso pregava Filippo che dovesse, per la amicizia aveva seco fare dare al Conte tanti affanni che, occupato in maggiori imprese, fusse di lasciare quella necessitato. Accett Filippo questo invito, sanza pensare che turbava quella pace la quale poco davanti aveva con tanto suo disavantaggio fatta. Fece per tanto intendere a papa Eugenio come allora era tempo di riavere quelle terre che il Conte, della Chiesa, ocupava; e a questo fare gli offerse Niccol Piccino pagato mentre che la guerra durasse; il quale, fatta la pace, si stava con le sue genti in Romagna. Prese Eugenio cupidamente questo consiglio, per lo odio teneva con il Conte e per il desiderio aveva di riavere il suo; e se altra volta fu con questa medesima speranza da Niccol ingannato, credeva ora, intervenendoci il Duca, non potere dubitare di inganno; e accozzate le genti con quelle di Niccol, assal la Marca. Il Conte, percosso da s inopinato assalto, fatto testa delle sue genti, and contro al nimico. In questo mezzo il re Alfonso occup Napoli; donde che tutto quel regno, eccetto Castelnuovo, venne in sua potest. Lasciato per tanto Rinato, in Castelnuovo, buona guardia, si part; e venuto a Firenze, fu onoratissimamente ricevuto; dove stato pochi giorni, veduto non potere fare pi  guerra se ne and a Marsilia. Alfonso, in questo mezzo, aveva preso Castelnuovo, e il Conte si trovava, nella Marca, inferiore al Papa e a Niccol; per ci ricorse a' Viniziani e Fiorentini per aiuti di gente e di danari, mostrando che, se allora ei non pensavano di frenare il Papa e il Re, mentre che gli era ancora vivo, ch'eglino arebbono, poco di poi, a pensare alla salute propria, perch si accosterebbono con Filippo, e dividerebbonsi la Italia. Stettono i Fiorentini e i Viniziani un tempo sospesi, s per non giudicare se si era bene inimicarsi con il Papa e con il Re, s per trovarsi occupati nelle cose de' Bolognesi. Aveva Annibale Bentivogli cacciato di quella citt Francesco Piccinino, e per potersi defendere dal Duca, che favoriva Francesco, aveva a' Viniziani e Fiorentini domandato aiuto; e quelli non gliene avieno negato; in modo che, essendo in queste imprese occupati, non potevono resolversi ad aiutare il Conte. Ma sendo seguito che Annibale aveva rotto Francesco Piccinino, e parendo quelle cose posate, deliberorono i Fiorentini suvvenire al Conte; ma prima, per assicurarsi del Duca, rinnovorono la lega con quello. Da che il Duca non si discost, come colui che aveva consentito si facesse guerra al Conte mentre che il re Rinato era in su l'armi, ma vedutolo spento e privo in tutto del Regno, non gli piaceva che il Conte fusse de' suoi stati spogliato e per ci, non solamente consent agli aiuti del Conte, ma scrisse ad Alfonso che fusse contento di tornarsi nel Regno e non gli fare pi  guerra. E bench da Alfonso questo fusse fatto mal volentieri, non di meno, per gli oblighi aveva con il Duca, deliber sodisfargli, e si tir con le genti di l dal Tronto.

6.


Mentre che in Romagna le cose secondo questo ordine si travagliavano, non stettono i Fiorentini quieti infra loro. Era in Firenze, intra i cittadini reputati nel governo, Neri di Gino Capponi, della cui reputazione Cosimo de' Medici pi  che di alcuno altro temeva, perch al credito grande che gli aveva nella citt, quello che gli aveva con i soldati si aggiugneva; perch, essendo stato molte volte capo degli eserciti fiorentini, se li aveva, con la virt e con i meriti guadagnati. Oltre a di questo, la memoria delle vittorie che da lui e da Gino suo padre si ricognoscevano (avendo questo espugnata Pisa, e quello vinto Niccol Piccino ad Anghiari) lo faceva amare da molti e temere da quelli che desideravono non avere nel governo compagnia Intra molti altri capi dello esercito fiorentino era Baldaccio di Anghiari, uomo in guerra eccellentissimo, perch in quelli tempi non era alcuno, in Italia, che di virt di corpo e d'animo lo superassi; e aveva intra le fanterie, perch di quelle sempre era stato capo, tanta reputazione che ogni uomo existimava che con quello in ogni impresa e a ogni sua volont converrebbono. Era Baldaccio amicissimo a Neri, come quello che per le sue virt, delle quali era sempre stato testimone, lo amava; il che arrecava agli altri cittadini sospetto grandissimo. E giudicando che fussi il lasciarlo pericoloso e il tenerlo pericolosissimo, deliberorono di spegnerlo. Al quale loro pensiero fu in questo la fortuna favorevole: era gonfaloniere di giustizia messer Bartolomeo Orlandini: costui, sendo mandato alla guardia di Marradi quando, come di sopra dicemmo, Niccol Piccino pass in Toscana, vilmente se ne era fuggito, e aveva abbandonato quel passo che per sua natura quasi si difendeva; dispiacque tanta vilt a Baldaccio, e con parole ingiuriose e con lettere fece noto il poco animo di costui: di che messer Bartolomeo ebbe vergogna e dispiacere grande; e sommamente desiderava vendicarsene, pensando di potere, con la morte dello accusatore, la infamia delle sue colpe cancellare.

7.


Questo desiderio di messer Bartolomeo era dagli altri cittadini cognosciuto, tanto che, sanza molta fatica, che dovesse spegnere quello gli persuasono e a un tratto s della ingiuria vendicasse e lo stato da uno uomo liberasse che bisognava o con pericolo nutrirlo, o licenziarlo con danno. Fatta per tanto Bartolomeo deliberazione di ammazzarlo, rinchiuse nella camera sua molti giovani armati, ed essendo Baldaccio venuto in Piazza, dove ciascun giorno veniva a trattare con i magistrati della sua condotta, mand il Gonfaloniere per lui, il quale, sanza alcuno sospetto, ubbid. A cui il Gonfaloniere si fece incontro, e con seco per lo andito, lungo le camere de' Signori, della sua condotta ragionando, dua o tre volte passeggi. Di poi, quando gli parve tempo, sendo pervenuto propinquo alla camera che gli armati nascondeva, fece loro il cenno. I quali saltorono fuora, e quello trovato solo e disarmato ammazzorono, e cos morto per la finestra che del Palagio in Dogana risponde, gittorono, e di quivi, portatolo in Piazza, e tagliatogli il capo, per tutto il giorno a tutto il popolo spettaculo ne feciono. Rimase di costui uno solo figliuolo, che Annalena sua donna pochi anni davanti gli aveva partorito, il quale non molto tempo visse. E restata Annalena priva del figliuolo e del marito, non volle pi  con altro uomo accompagnarsi; e fatto delle sue case uno munistero, con molte nobili donne che con lei convennono si rinchiuse, dove santamente mor e visse. La cui memoria, per il munistero creato e nomato da lei, come al presente vive, cos viver sempre. Questo fatto abbass, in parte, la potenza di Neri, e tolsegli reputazione e amici. N bast questo a' cittadini, dello stato, perch, sendo gi passati dieci anni dopo il principio dello stato loro, ed essendo la autorit della balia finita, e pigliando molti con il parlare e con le opere pi  animo che non si richiedeva, giudicorono i capi dello stato che, a non volere perdere quello, fussi necessario ripigliarlo, dando di nuovo autorit agli amici e li nimici battendo. E per ci, nel 1444, creorono, per i Consigli, nuova balia; la quale riform gli ufici, dette autorit a pochi di potere creare la Signoria; rinnov la Cancelleria delle riformazioni, privandone ser Filippo Peruzzi e a quella preponendo uno che secondo il parere de' potenti si governassi; prolung il tempo de' confini a' confinati, pose Giovanni di Simone Vespucci nelle carcere; priv degli onori gli accoppiatori dello stato nimico, e con quelli i figliuoli di Piero Baroncelli, tutti i Serragli, Bartolomeo Fortini, messer Francesco Castellani e molti altri. E con questi modi a s renderono autorit e reputazione, e a' nimici e sospetti tolsono l'orgoglio.

8.


Fermo cos e ripreso lo stato, si volsono alle cose di fuora. Era Niccol Piccino, come di sopra dicemmo, stato abbandonato da il re Alfonso, e il Conte, per lo aiuto che da' Fiorentini aveva avuto, era diventato potente; donde che quello assal Niccol presso a Fermo, e quello ruppe di modo che Niccol, privato quasi di tutte le sue genti, con pochi si rifugg in Montecchio; dove si fortific e difese tanto che in breve tempo tutte le sue genti gli tornorono apresso, e in tanto numero che potette facilmente difendersi dal Conte sendo massimamente di gi venuto il verno, per il quale furono quelli capitani constretti mandare le loro genti alle stanze. Niccol attese tutta la vernata ad ingrossare lo esercito, e da il Papa e da il re Alfonso fu aiutato, tanto che, venuta la primavera, si ridussono quelli capitani alla campagna; dove, essendo Niccol superiore, era condotto il Conte in estrema necessit; e sarebbe stato vinto, se da il Duca non fussino stati a Niccol i suoi disegni rotti. Mand Filippo a pregare quello che subito andassi a lui, perch gli aveva a parlare di bocca di cose importantissime. Donde che Niccol, cupido di intenderle, abbandon per uno incerto bene una certa vittoria; e lasciato Francesco suo figliuolo capo dello esercito, se ne and a Milano. Il che sentendo il Conte, non volse perdere la occasione del combattere mentre che Niccol era assente e venuto alla zuffa propinquo al castello di Monte Loro, ruppe le genti di Niccol, e Francesco prese Niccol, arrivato a Milano, e vedutosi aggirato da Filippo, e intesa la rotta e la presa del figliuolo, per dolore mor. l'anno 1445, di et di sessantaquattro anni; stato pi  virtuoso che felice capitano. E di lui restorono Francesco e Iacopo, i quali ebbono meno virt e pi  cattiva fortuna del padre; tanto che queste armi braccesche quasi che si spensero e le sforzesche, sempre dalla fortuna aiutate, diventorono pi   gloriose. Il Papa, vedendo battuto lo esercito di Niccol e lui morto, n sperando molto negli aiuti di Ragona, cerc la pace con il Conte; e per il mezzo de' Fiorentini si conchiuse. Nella quale al Papa, delle terre della Marca, Osimo Fabriano e Ricanati restorono: tutto il restante sotto lo imperio del Conte rimase.

9.


Seguita la pace nella Marca, sarebbe tutta Italia pacificata, se dai Bolognesi non fusse stata turbata. Erano in Bologna due potentissime famiglie, Canneschi e Bentivogli: di questi era capo Annibale, di quelli Batista. Avevano, per meglio potersi l'uno dell'altro fidare, contratto intra loro parentado; ma infra gli uomini che aspirano ad una medesima grandezza si pu facilmente fare parentado, ma non amicizia. Era Bologna in lega con i Fiorentini e Viniziani la quale, mediante Annibale Bentivogli, dopo che ne avevono cacciato Francesco Piccinino, era stata fatta; e sapiendo Batista quanto il Duca desiderava avere quella citt favorevole, tenne pratica seco di ammazzare Annibale e ridurre quella citt sotto le insegne sua. Ed essendo convenuti del modo, a d 24 di giugno, nel 1445, assal Batista Annibale con i suoi e quello ammazz; di poi, gridando il nome del Duca, corse la terra. Erano in Bologna i commissari viniziani e fiorentini; i quali al primo romore si ritirorono in casa; ma veduto poi come il popolo non favoriva gli ucciditori, anzi in gran numero, ragunati con le armi in Piazza, della morte di Annibale si dolevono, preso animo, e con quelle genti si trovavono, si accostorono a quelli; e fatto testa, le genti cannesche assalirono, e quelle in poco d'ora vinsono; delle quali parte ammazzorono, parte fuora della citt cacciorono. Batista, non essendo stato a tempo a fuggire, n i nimici ad ammazzarlo, drento alle sue case, in una tomba fatta per conservare frumento, si nascose; e avendone i suoi nimici cerco tutto il giorno, e sapendo come e' non era uscito della citt, feciono tanto spavento ai suoi servidori, che da uno suo ragazzo, per timore, fu loro mostro; e tratto di quello luogo, ancora coperto d'armi, fu prima morto, di poi per la terra strascinato e arso. Cos l'autorit del Duca fu sufficiente a farli fare quella impresa, e la sua potenza non fu a tempo a soccorrerlo.

10.


Posati adunque, per la morte di Batista e fuga de' Canneschi, questi tumulti, restorono i Bolognesi in grandissima confusione, non vi sendo alcuno della casa de' Bentivogli atto al governo, ed essendo rimaso di Annibale un solo figliuolo, chiamato Giovanni, di et di sei anni, in modo che si dubitava che intra gli amici de' Bentivogli non nascesse divisione, la quale facessi ritornare i Canneschi, con la rovina della patria e della parte loro. E mentre stavano in questa suspensione di animo, Francesco che era stato conte di Poppi, trovandosi in Bologna, fece intendere a quelli primi della citt che, se volevono essere governati da uno disceso del sangue di Annibale, lo sapeva loro insegnare. E narr come, sendo, circa venti anni passati, Ercule cugino di Annibale a Poppi, sapeva come egli ebbe cognoscenza con una giovane di quello castello, della quale ne nacque uno figliuolo chiamato Santi, il quale Ercule gli afferm pi  volte essere suo; n pareva che potesse negarlo, perch chi cognobbe Ercule e cognosce il giovane vede infra loro una somiglianza grandissima. Fu da quelli cittadini prestato fede alle parole di costui, n differirono punto a mandare a Firenze loro cittadini a ricognoscere il giovane e operare con Cosimo e con Neri che fusse loro concesso. Era quello che si reputava padre di Santi morto, tanto che quel giovane sotto la custodia d'uno suo zio, chiamato Antonio da Cascese, viveva. Era Antonio ricco, e sanza figliuoli, e amico a Neri: per ci intesa che fu questa cosa, Neri giudic che fussi n da sprezzarla n temerariamente da accettarla, e volle che Santi, alla presenzia di Cosimo, con quelli che da Bologna erano mandati parlasse. Convennono costoro insieme; e Santi fu dai Bolognesi, non solamente onorato, ma quasi adorato: tanto poteva nelli animi di quelli lo amore delle parti. N per allora si concluse alcuna cosa, se non che Cosimo chiam Santi in disparte, e s gli disse: - Niuno, in questo caso, ti pu meglio consigliare che tu medesimo; perch tu hai a pigliare quel partito a che l'animo ti inclina: perch, se tu sarai figliuolo di Ercole Bentivogli, tu ti volgerai a quelle imprese che di quella casa e di tuo padre fieno degne; ma se tu sarai figliuolo di Agnolo da Cascese, ti resterai in Firenze a consumare in una arte di lana vilmente la vita tua. - Queste parole commossono il giovane; e dove prima egli aveva quasi che negato di pigliare simile partito, disse che si rimetteva in tutto a quello che Cosimo e Neri ne deliberassi; tanto che, rimasi d'accordo con i mandati bolognesi, fu di veste, cavagli e servitori onorato; e poco di poi, accompagnato da molti, a Bologna condotto e al governo del figliuolo di Annibale e della citt posto. Dove con tanta prudenzia si govern, che, dove i suoi maggiori erano stati tutti dai loro nimici morti, egli e pacificamente visse e onoratissimamente mor.

11.


Dopo la morte di Niccol Piccino e la pace seguita nella Marca, desiderava Filippo avere uno capitano il quale a' suoi eserciti comandasse; e tenne pratiche secrete con Ciarpellone, uno de' primi capi del conte Francesco; e fermo infra loro lo accordo, Ciarpellone domand licenza al Conte di andare a Milano, per entrare in possessione di alcune castella che da Filippo gli erano nelle passate guerre state donate. Il Conte dubitando di quello che era, acci che il Duca non se ne potessi contro a' suoi disegni servire, lo fece prima sostenere e poco di poi morire, allegando di averlo trovato in fraude contro a di lui. Di che Filippo prese grandissimo dispiacere e sdegno, il che piacque a' Fiorentini e a' Viniziani, come quelli che temevano assai se le armi del Conte e la potenza di Filippo diventavano amiche. Questo sdegno per tanto fu cagione di suscitare nuova guerra nella Marca. Era signore di Rimino Gismondo Malatesti, il quale per essere genero del Conte, sperava la signoria di Pesero, ma il Conte, occupata quella, ad Alessandro suo fratello la dette, di che Gismondo sdegn forte. Al quale sdegno si aggiunse che Federigo di Montefeltro, suo nimico per i favori del Conte aveva la signoria di Urbino occupata: questo fece che Gismondo si accost al Duca, e che sollecitava il Papa e il Re a fare guerra al Conte. Il quale, per fare sentire a Gismondo i primi frutti di quella guerra che desiderava, pens di prevenirlo, e in un tratto lo assal. Onde che subito si riempierono di tumulti la Romagna e la Marca, perch Filippo, il Re e il Papa mandorono grossi aiuti a Gismondo, e i Fiorentini e Viniziani, se non di genti, di danari provedevono il Conte. N bast a Filippo la guerra di Romagna, ch disegn torre al Conte Cremona e Pontremoli: ma Pontremoli da' Fiorentini, e Cremona da' Viniziani fu difesa. In modo che in Lombardia ancora si rinnov la guerra: nella quale, dopo alquanti travagli seguiti nel Cremonese, Francesco Piccinino, capitano del Duca, fu, a Casale, da Micheletto e dalle genti de' Viniziani rotto. Per la quale vittoria i Viniziani sperarono di potere torre lo stato al Duca; e mandorono uno loro commissario in Cremona, e la Chiaradadda assalirono, e quella tutta, fuori che Crema, occuporono; di poi, passato l'Adda, scorrevono per infino a Milano, donde che il Duca ricorse ad Alfonso, e lo preg volesse soccorrerlo, mostrandogli i pericoli del Regno, quando la Lombardia fusse in mano de' Viniziani. Promisse Alfonso mandargli aiuti, i quali con difficult, sanza consentimento del Conte, potevono passare.

12.


Per tanto Filippo ricorse con i prieghi al Conte: che non volesse abbandonare il suocero, gi vecchio e cieco. Il Conte si teneva offeso dal Duca per avergli mosso guerra; dall'altra parte la grandezza de' Viniziani non gli piaceva, e di gi i danari gli mancavano, e la lega lo provedeva parcamente, perch a' Fiorentini era uscita la paura del Duca, la quale faceva loro stimare il Conte, e i Viniziani desideravano la sua rovina, come quelli che giudicavano lo stato di Lombardia non potere essere loro tolto se non da il Conte. Non di meno, mentre che Filippo cercava di tirarlo a' suoi soldi, e gli offeriva il principato di tutte le sue genti, purch lasciasse i Viniziani e la Marca restituisse al Papa, gli mandorono ancora loro ambasciadori, promettendogli Milano se lo prendevano, e la perpetuit del capitaneato delle loro genti, pure che seguisse la guerra nella Marca e impedisse che non venissero aiuti di Alfonso in Lombardia. Erano adunque le promesse de' Viniziani grandi, e i meriti loro grandissimi, avendo mosso quella guerra per salvare Cremona al Conte; e dall'altra parte le ingiurie del Duca erano fresche, e le sue promesse infedeli e deboli. Pure non di meno stava dubio il Conte di qual partito dovessi prendere: perch dall'uno canto l'obligo della lega, la fede data, i meriti freschi e le promesse delle cose future lo movevano; dall'altro i prieghi del suocero, e sopra tutto il veleno che dubitava che sotto le grandi promesse de' Viniziani si nascondesse; giudicando dovere stare, e delle promesse e dello stato, qualunque volta avessero vinto, a loro discrezione; alla quale niuno prudente principe non mai, se non per necessit, si rimisse. Queste difficult di risolversi al Conte furono dalla ambizione de' Viniziani tolte via: i quali, avendo speranza di occupare Cremona per alcune intelligenzie avieno in quella citt, sotto altro colore vi fecero appressare le loro genti. Ma la cosa si scopr da quelli che per il Conte la guardavano; e riusc il loro disegno vano; per che non acquistorono Cremona, e il Conte perderono; il quale, posposti tutti i rispetti, si accost al Duca.

13.


Era morto papa Eugenio, e creato per suo successore Niccola V, e il Conte aveva gi tutto lo esercito a Cutignuola per passare in Lombardia, quando gli venne avviso Filippo essere morto, che correva l'anno 1447, all'ultimo di agosto. Questa nuova riempi di affanni il Conte; perch non gli pareva che le sue genti fussero ad ordine, per non avere avuto lo intero pagamento; temeva de' Viniziani, per essere in su l'armi e suoi nimici, avendo di fresco lasciati quelli e accostatosi al Duca; temeva di Alfonso, suo perpetuo nimico; non sperava nel Papa n ne' Fiorentini: in questi, per essere collegati con i Viniziani; in quello, per essere delle terre della Chiesa possessore. Pure deliber di mostrare il viso alla fortuna, e secondo gli accidenti di quella consigliarsi; perch molte volte, operando, si scuoprono quelli consigli che, standosi, sempre si nasconderebbono. Davagli grande speranza il credere che, se i Milanesi dalla ambizione de' Viniziani si volessero difendere, che non potessero ad altre armi che alle sue rivolgersi. Onde che, fatto buono animo, pass nel Bolognese; e passato di poi Modena e Reggio, si ferm con le genti in su la Lenza, e a Milano mand a offerirsi. De i Milanesi, morto il Duca parte volevono vivere liberi, parte sotto uno principe: di quelli che amavano il principe l'una parte voleva il Conte l'altra il re Alfonso. Per tanto, sendo quelli che amavano la libert pi  uniti, prevalsono agli altri, e ordinorono a loro modo una republica, la quale da molte citt del Ducato non fu ubbidita, giudicando ancora quelle potere, come Milano, la loro libert godere; e quelle che a quella non aspiravano, la signoria de' Milanesi non volevono. Lodi adunque e Piacenza si dierono a' Viniziani, Pavia e Parma si feciono libere. Le quali confusioni sentendo il Conte, se ne and a Cremona; dove i suoi oratori insieme con oratori milanesi vennono, con la conclusione che fusse capitano de' Milanesi con quelli capitoli che ultimamente con il duca Filippo aveva fatti. A' quali aggiunsono che Brescia fusse del Conte, e acquistandosi Verona, fusse sua quella, e Brescia restituisse.

14.


Avanti che il Duca morisse, papa Niccola, dopo la sua assunzione al pontificato, cerc di creare pace intra i principi italiani; e per questo oper, con gli oratori che i Fiorentini gli mandorono nella creazione sua, che si facesse una dieta a Ferrara, per trattare o lunga triegua o ferma pace. Convennono adunque, in quella citt, il legato del Papa, gli oratori viniziani, ducali e fiorentini; quelli del re Alfonso non v'intervennono. Trovavasi costui a Tiboli, con assai genti a pi e a cavallo, e di quivi favoriva il Duca; e si crede che, poi ch'eglino ebbono tirato da il canto loro il Conte, che volessino apertamente i Fiorentini e i Viniziani assalire, e in quel tanto che l'indugiavano le genti del Conte ad essere in Lombardia, intrattenere la pratica della pace a Ferrara; dove il Re non mand, affermando che ratificherebbe a quanto da il Duca si concludesse. Fu la pace molti giorni praticata; e dopo molte dispute, si concluse o una pace per sempre o una tregua per cinque anni, quale di queste dua al Duca piacesse; ed essendo iti gli oratori ducali a Milano per intendere la sua volont, lo trovorono morto. Volevono, non ostante la sua morte, i Milanesi seguire lo accordo; ma i Viniziani non vollono, come quelli che presono speranza grandissima di occupar quello stato, veggendo massime che Lodi e Piacenza, subito dopo la morte del Duca, si erano loro arrese; tale che li speravano, o per forza o per accordo, potere in breve tempo spogliare Milano di tutto lo stato, e quello di poi in modo opprimere, che ancora esso si arrendesse prima che alcuno, lo suvvenisse; e tanto pi  si persuasono questo, quando viddono i Fiorentini implicarsi in guerra con il re Alfonso.

15.


Era quel re a Tiboli, e volendo seguire la impresa di Toscana, secondo che con Filippo aveva deliberato, parendogli che la guerra che si era gi mossa in Lombardia fusse per darli tempo e commodit, desiderava avere un pi nello stato de' Fiorentini, prima che apertamente si movesse; e per ci tenne trattato nella rocca di Cennina, in Valdarno di sopra, e quella occup. I Fiorentini, percossi da questo inopinato accidente, e veggendo il Re mosso per venire a' loro danni, soldorono genti, creorono i Dieci, e secondo il loro costume si preparorono alla guerra. Era gi condotto il Re con il suo esercito sopra il Sanese, e faceva ogni suo sforzo per tirare quella citt a' suoi voleri: non di meno stierono quelli cittadini nella amicizia de' Fiorentini fermi, e non riceverono il Re in Siena, n in alcuna loro terra: provedevanlo bene di viveri, di che gli scusava la impotenza loro e la gagliardia del nimico. Non parve al Re entrare per la via del Valdarno, come prima aveva disegnato, s per avere riperduta Cennina, s perch di gi i Fiorentini erano in qualche parte forniti di gente; e si invi verso Volterra, e molte castella nel Volterrano occup. Di quindi n'and in quello di Pisa; e per li favori che gli feciono Arrigo e Fazio de' conti della Gherardesca, prese alcune castella, e da quelle assal Campiglia; la quale non poss espugnare, perch fu da' Fiorentini e dal verno difesa. Onde che il Re lasci, nelle terre prese, guardie da difenderle e da potere scorrere il paese, e con il restante dello esercito si ritir alle stanze in nel paese di Siena. I Fiorentini intanto, aiutati dalla stagione, con ogni studio si providdono di gente, capi delle quali erano Federigo signore di Urbino e Gismondo Malatesti da Rimino; e bench fra questi fusse discordia, non di meno, per la prudenza, di Neri di Gino e di Bernardetto de Medici commissari, si mantennono in modo uniti che si usc a campo sendo ancora il verno grande, e si ripresono le terre perdute nel Pisano e le Ripomerancie nel Volterrano; e i soldati del Re, che prima scorrevono le maremme, si frenorono di sorte che con fatica potevono le terre loro date a guardia mantenere. Ma venuta la primavera, i commissari feciono alto, con tutte le loro genti, allo Spedaletto, in numero di cinquemila cavalli e due mila fanti; e il Re ne venne con le sue, in numero di quindicimila, propinquo a tre miglia a Campiglia. E quando si stimava tornassi a campeggiare quella terra, si gitt a Piombino, sperando di averlo facilmente, per essere quella terra male provvista, e per giudicare quello acquisto a s utilissimo e ai Fiorentini pernizioso; per ch da quel luogo poteva consumare con una lunga guerra i Fiorentini, potendo provederlo per mare, e tutto il paese di Pisa perturbare. Per ci dispiacque a Fiorentini questo assalto; e consigliatisi quello fusse da fare, giudicorono che, se si poteva stare con lo esercito nelle macchie di Campiglia, che il Re sarebbe forzato partirsi o rotto o vituperato. E per questo armarono quattro galeazze avevono a Livorno, e con quelle messono trecento fanti in Piombino, e posonsi alle Caldane, luogo dove con difficult potevono essere assaliti, perch alloggiare alle macchie, nel piano, lo giudica vano pericoloso.


16.


Aveva lo esercito fiorentino le vettovaglie dalle terre circunstante, le quali, per essere rade e poco abitate, lo prevedevono con difficult; tale che lo esercito ne pativa, e massimamente mancava di vino, perch, non vi se ne ricogliendo e d'altronde non ne potendo avere non era possibile che se ne avesse per ciascuno. Ma il Re, ancora che dalle genti fiorentine fusse tenuto stretto, abbondava, da strame in fuora, d'ogni cosa, perch era per mare di tutto proveduto. Vollono per tanto i Fiorentini fare pruova se per mare ancora le genti loro potessero suvvenire, e caricorono le loro galeazze di viveri; e fattole venire, furono da sette galee del Re incontrate, e dua ne furono prese, e dua fugate. Questa perdita fece perdere la speranza alle genti fiorentine del rinfrescamento; onde che dugento saccomanni o pi , per mancamento massime del vino, si fuggirono nel campo del Re; e l'altre genti mormoreggiavano, affermando non essere per stare in luoghi caldissimi, dove non fusse vino a l'acque fussero cattive; tanto che i commissari deliberorono abbandonare quel luogo, e volsonsi alla recuperazione di alcune castella che ancora restavano in mano al Re. Il quale dall'altra parte, ancora che non patissi di viveri e fusse superiore di genti, si vedeva mancare, per essere il suo esercito ripieno di malattie che in quelli tempi i luoghi maremmani producono; e furono di tanta potenza che molti ne morivano e quasi tutti erano infermi. Onde che si mossono pratiche di accordo, per il quale il Re domandava cinquanta mila fiorini, e che Piombino gli fusse lasciato a discrezione. La qual cosa consultata a Firenze, molti, desiderosi della pace, l'accettavano, affermando non sapere come si potesse sperare di vincere una guerra che a sostenerla tante spese fussero necessarie, ma Neri Capponi, andato a Firenze, in modo con le ragioni la sconfort, che tutti i cittadini d'accordo a non la accettare convennono, e il signore di Piombino per loro raccomandato accettorono, e a tempo di pace e di guerra di suvvenirlo promissono, purch non si abbandonasse, e si volesse, come infino allora aveva fatto, difendere. Intesa il Re questa deliberazione, e veduto, per lo infermo suo esercito, di non potere acquistare la terra si lev quasi che rotto da campo; dove lasci pi  che dumila uomini morti; e con il restante dello infermo esercito si ritir nel paese di Siena, e di quindi nel Regno, tutto sdegnato contro a' Fiorentini, minacciandoli, a tempo nuovo, di nuova guerra.

17.


Mentre che queste cose in Toscana in simil modo si travagliavano, il conte Francesco, in Lombardia, sendo diventato capitano de' Milanesi, prima che ogni altra cosa si fece amico Francesco Piccinino, il quale per li Milanesi militava, acci che nelle sue imprese lo favorisse, o con pi  rispetto lo ingiuriasse. Ridussesi adunque con lo esercito suo in campagna, onde che quelli di Pavia giudicorono non si potere dalle sue forze difendere, e non volendo dall'altra parte ubbidire a' Milanesi, gli offersono la terra con queste condizioni che non li mettessi sotto lo imperio di Milano. Desiderava il Conte la possessione di quella citt, parendogli uno gagliardo principio a potere colorire i disegni suoi, n lo riteneva il timore o la vergogna del rompere la fede, perch gli uomini grandi chiamono vergogna il perdere, non con inganno acquistare; ma dubitava, pigliandola, non fare sdegnare i Milanesi in modo che si dessero a' Viniziani; e non la pigliando, temeva del duca di Savoia, al quale molti cittadini si volevono dare, e nell'uno caso e nell'altro gli pareva essere privo dello imperio di Lombardia. Pure non di meno, pensando che fusse minor pericolo nel prendere quella citt che nel lasciarla prendere ad uno altro deliber di accettarla, persuadendosi potere acquietare i Milanesi. A' quali fece intendere ne' pericoli s'incorreva quando non avessi accettata Pavia, perch quelli cittadini si sarebbono dati o a' Viniziani o al Duca, e nell'uno e nell'altro caso lo stato loro era perduto; e come ei dovevono pi  contentarsi di avere lui per vicino amico, che uno potente, quale era qualunque di quelli, e nimico. I Milanesi si turborono assai del caso, parendo loro avere scoperta l'ambizione del Conte e il fine a che egli andava; ma giudicorono non potere scoprirsi, perch non vedevono, partendosi dal Conte, dove si volgere altrove che a' Viniziani, de' quali la superbia e le gravi condizioni temevano; e per ci deliberorono non si spiccare dal Conte, e per allora rimediare con quello ai mali che soprastavano loro, sperando che, liberati da quelli, si potrebbono ancora liberare da lui; perch, non solamente da' Viniziani, ma ancora dai Genovesi e duca di Savoia, in nome di Carlo d'Orliens, nato d'una sorella di Filippo, erano assaliti. Il quale assalto il Conte con poca fatica oppresse. Solo adunque gli restorono nimici i Viniziani, i quali con uno potente esercito volevono occupare quello stato, e tenevano Lodi e Piacenza, alla quale il Conte pose il campo, e quella, dopo una lunga fatica, prese e saccheggi. Di poi, perch ne era venuto il verno, ridusse le sue genti nelli alloggiamenti, ed egli se ne and a Cremona, dove tutta la vernata con la moglie si ripos.

18.


Ma venuta la primavera, uscirono gli eserciti viniziani e milanesi alla campagna. Desideravano i Milanesi acquistare Lodi, e di poi fare accordo con i Viniziani, perch le spese della guerra erano loro rincresciute e la fede del capitano era loro sospetta; tal che sommamente desideravano la pace, per riposarsi e per assicurarsi del Conte. Deliberorono per tanto che il loro esercito andassi allo acquisto di Caravaggio, sperando che Lodi si arrendesse qualunque volta quel castello fusse tratto delle mani del nimico. Il Conte ubbid a' Milanesi, ancora che l'animo suo fussi passare l'Adda e assalire il Bresciano. Posto dunque lo assedio a Caravaggio, con fossi e altri ripari si affortific, acci che, se i Viniziani volessero levarlo da campo, con loro disavvantaggio lo avessero ad assalire. I Viniziani dall'altra parte vennono con il loro esercito, sotto Micheletto loro capitano, propinqui a duoi tiri d'arco al campo del Conte; dove pi  giorni dimororono, e feciono molte zuffe. Non di meno il Conte seguiva di strignere il castello, e lo aveva condotto in termine che conveniva si arrendesse, la quale cosa dispiaceva ad i Viniziani, parendo loro, con la perdita di quello, avere perduta la impresa. Fu per tanto intra i loro capitani grandissima disputa del modo del soccorrerlo; n si vedeva altra via che andare dentro ai suoi ripari a trovare il nimico; dove era disavvantaggio grandissimo; ma tanto stimorono la perdita di quel castello che il Senato veneto, naturalmente timido e discosto da qualunque partito dubio e pericoloso, volle pi  tosto, per non perdere quello, porre in pericolo il tutto, che, con la perdita di esso, perdere la impresa. Feciono adunque deliberazione di assalire in qualunque modo il Conte; e levatisi una mattina di buona ora in arme, da quella parte che era meno guardata lo assalirono, e nel primo impeto, come interviene nelli assalti che non si aspettono, tutto lo esercito sforzesco perturborono. Ma subito fu ogni disordine da il Conte in modo riparato, che i nimici, dopo molti sforzi fatti per superare gli argini, furono, non solamente ributtati, ma in modo fugati e rotti, che di tutto lo esercito, dove erano meglio che dodici mila cavagli, non se ne salvorono mille, e tutte loro robe e carriaggi furono predati; n mai fino a quel d fu ricevuta dai Viniziani la maggiore e pi  spaventevole rovina. E intra la preda e i presi fu trovato... proveditore viniziano, il quale, avanti alla zuffa e nel maneggiare la guerra, aveva parlato vituperosamente del Conte, chiamando quello bastardo e vile, di modo che, trovandosi dopo la rotta prigione, e de' suoi falli ricordandosi, dubitando non essere secondo i suoi meriti premiato, arrivato avanti al Conte, tutto timido e spaventato, secondo la natura degli uomini superbi e vili, la quale  nelle prosperit essere insolenti e nelle avversit abietti e umili, gittatosi lagrimando ginocchione, gli chiese delle ingiurie contro a quello usate perdono. Levollo il Conte; e presolo per il braccio gli fece buono animo, e confortollo a sperare bene. Poi gli disse che si maravigliava che uno uomo di quella prudenza e gravit che voleva essere tenuto egli fusse caduto in tanto errore di parlare s vilmente di coloro che non lo meritavano; e quanto apparteneva alle cose che quello gli aveva rimproverate, che non sapeva quello che Sforza suo padre si avesse con madonna Lucia sua madre operato, perch non vi era e non aveva potuto a' loro modi del congiugnersi provedere, talmente che di quello che si facessero e' non credeva poterne biasimo o lode riportare; ma che sapeva bene che di quello aveva avuto ad operare egli, si era governato in modo che niuno lo poteva riprendere; di che egli e il suo Senato ne potevono fare fresca e vera testimonianza. Confortollo a essere per lo avvenire pi  modesto nel parlare d'altrui e pi  cauto nelle imprese sue.

19.


Dopo questa vittoria, il Conte, con il suo vincitore esercito, pass nel Bresciano, e tutto quello contado occup; e di poi pose il campo propinquo a dua miglia a Brescia. I Viniziani dall'altra parte, ricevuta la rotta, temendo, come segu, che Brescia non fusse la prima percossa, l'avevano di quella guardia che meglio e pi  presto avevono potuta trovare proveduta; e di poi con ogni diligenzia ragunorono forze, e ridussono insieme quelle reliquie che del loro esercito posserono avere, e a' Fiorentini per virt della loro lega domandorono aiuti: i quali, perch erano liberi dalla guerra del re Alfonso, mandorono in aiuto di quelli mille fanti e dumila cavagli. I Viniziani, con queste forze, ebbono tempo a pensare agli accordi. Fu, un tempo, cosa quasi che fatale alla republica viniziana perdere nella guerra e nelli accordi vincere; e quelle cose che nella guerra perdevano, la pace di poi molte volte duplicatamente loro rendeva. Sapevano i Viniziani come i Milanesi dubitavano del Conte, e come il Conte desiderava non essere capitano, ma signore de' Milanesi, e come in loro arbitrio era fare pace con uno de' duoi, desiderandola l'uno per ambizione, l'altro per paura, ed elessono di farla con il Conte, e di offerirgli aiuti a quello acquisto. E si persuasono che, come i Milanesi si vedessino ingannati dal Conte vorrieno, mossi dallo sdegno, sottoporsi prima a qualunque altro che a lui; e conducendosi in termine che per loro medesimi non si potessino difendere n pi  del Conte fidarsi, sarieno forzati, non avendo dove gittarsi, di cadere loro in grembo. Preso questo consiglio, tentorono lo animo del Conte; e lo trovorono alla pace dispostissimo, come quello che desiderava che la vittoria avuta a Caravaggio fusse sua e non de' Milanesi. Fermorono per tanto uno accordo, nel quale i Viniziani si obligorono pagare al Conte, tanto che gli differisse ad acquistare Milano, tredici mila fiorini per ciascuno mese, e di pi , durante quella guerra, di quattromila cavagli e dumila fanti suvvenirlo; e il Conte dall'altra parte si oblig restituire a' Viniziani terre, prigioni e qualunque altra cosa stata da lui in quella guerra occupata, ed essere solamente contento a quelle terre le quali il duca Filippo alla sua morte possedeva.

20.


Questo accordo, come fu saputo a Milano, contrist molto pi  quella citt che non aveva la vittoria di Caravaggio rallegrata. Dolevonsi i principi, rammaricavansi i popolari, piangevano le donne e i fanciulli e tutti insieme il Conte traditore e disleale chiamavano; e bench quelli non credessino n con prieghi n con promesse dal suo ingrato proponimento rivocarlo, gli mandorono imbasciadori, per vedere con che viso e con quali parole questa sua sceleratezza accompagnasse. Venuti per tanto davanti al Conte, uno di quelli parl in questa sentenza: - Sogliono coloro i quali alcuna cosa da alcuno impetrare desiderano, con i prieghi, premii o minacce assalirlo, acci, mosso o dalla misericordia o dall'utile o dalla paura, a fare quanto da loro si desidera condescenda. Ma negli uomini crudeli e avarissimi, e secondo la opinione loro potenti, non vi avendo quelli tre modi luogo alcuno, indarno si affaticono coloro che credono o con i prieghi umiliarli o con i premii guadagnarli, o con le minacce sbigottirli. Noi per tanto, conoscendo al presente, bench tardi, la crudelt, l'ambizione e superbia tua, veniamo a te, non per volere impetrare alcuna cosa, n per credere di ottenerla quando bene noi la domandassimo, ma per ricordarti i benefizi che tu hai dal popolo milanese ricevuti, e dimostrarti con quanta ingratitudine tu li hai ricompensati, acci che almeno, infra tanti mali che noi sentiamo, si gusti qualche piacere per rimproverarteli. E' ti debbe ricordare benissimo quali erano le condizioni tue dopo la morte del duca Filippo: tu eri del Papa e del Re inimico; tu avevi abbandonati i Fiorentini e Viniziani, de' quali, e per il giusto e fresco sdegno, e per non avere quelli pi  bisogno di te, eri quasi che nimico divenuto; trovaviti stracco della guerra avevi avuta con la Chiesa, con poca gente, sanza amici, sanza danari e privo d'ogni speranza di potere mantenere gli stati tuoi e l'antica tua riputazione. Dalle quali cose facilmente cadevi, se non fusse stata la nostra semplicit: perch noi soli ti ricevemmo in casa, mossi dalla reverenzia avavamo alla felice memoria del Duca nostro; con il quale avendo tu parentado e nuova amicizia, credavamo che ne' suoi eredi passasse lo amore tuo e che se a' benifici suoi si aggiugnessino i nostri, dovesse questa amicizia, non solamente essere ferma, ma inseparabile; e per ci alle antiche convenzioni Verona o Brescia aggiugnemmo. Che pi  potavamo noi darti e prometterti? E tu che potevi, non dico da noi, ma in quelli tempi da ciascuno, non dico avere, ma desiderare? Tu per tanto ricevesti da noi uno insperato bene; e noi, per ricompenso, riceviamo da te uno insperato male. N hai differito infino ad ora a dimostrarci lo iniquo animo tuo; perch non prima fusti delle nostre armi principe, che, contro ad ogni giustizia, ricevesti Pavia; il che ne doveva ammunire quale doveva essere il fine di questa tua amicizia. La quale ingiuria noi sopportammo, pensando che quello acquisto dovessi empiere con la grandezza sua l'ambizione tua. Ahim! che a coloro che desiderano il tutto non puote la parte sodisfare. Tu promettesti che noi gli acquisti di poi da te fatti godessimo, perch sapevi bene come quello che in molte volte ci davi ci potevi in un tratto ritorre; come  stato dopo la vittoria di Caravaggio; la quale, preparata prima con il sangue e con i danari nostri, poi fu con la nostra rovina conseguita. O infelice quelle citt che hanno contro alla ambizione di chi le vuole opprimere a difendere la libert loro; ma molto pi  infelice quelle che sono con le armi mercennarie e infedeli, come le tue, necessitate a difendersi! Vaglia almeno questo nostro esemplo a' posteri, poi che quello di Tebe e di Filippo di Macedonia non  valuto a noi: il quale, dopo la vittoria avuta de' nimici, prima divent, di capitano, loro nimico, e di poi principe. Non possiamo per tanto essere d'altra colpa accusati, se non di avere confidato assai in quello in cui noi dovavamo confidare poco; perch la tua passata vita, lo animo tuo vasto, non contento mai di alcuno grado o stato, ci doveva ammunire; n dovavamo porre speranza in colui che aveva tradito il signore di Lucca, taglieggiato i Fiorentini e Vinizani, stimato poco il Duca, vilipeso un Re, e sopra tutto Iddio e la Chiesa sua con tante ingiurie perseguitata; n dovavamo mai credere che tanti principi fussero, nel petto di Francesco Sforza, di minore autorit che i Milanesi, e che si avessi ad osservare quella fede in noi, che si era negli altri pi  volte violata. Non di meno questa poca prudenza che ci accusa non scusa la perfidia tua, n purga quella infamia che le nostre giuste querele per tutto il mondo ti partoriranno, n far che il giusto stimolo della tua conscienza non ti perseguiti, quando quelle armi, state da noi preparate per offendere e sbigottire altri, verranno a ferire e ingiuriare noi; perch tu medesimo ti giudicherai degno di quella pena che i parricidi hanno meritata. E quando pure l'ambizione ti accecassi, il mondo tutto, testimone della iniquit tua, ti far aprire gli occhi; faratteli aprire Iddio, se i pergiurii, se la violata fede, se i tradimenti gli dispiacciono, e se sempre, come in fino ad ora per qualche occulto bene ha fatto, ei non vorr essere de' malvagi uomini amico. Non ti promettere adunque la vittoria certa, perch la ti fia dalla giusta ira di Dio impedita; e noi siamo disposti con la morte perdere la libert nostra, la quale quando pure non potessimo difendere, ad ogni altro principe, prima che a te, la sottoporremo; e se pure i peccati nostri fussino tali che contro ad ogni nostra voglia ti venissimo in mano, abbi ferma fede che quel regno che sar da te cominciato con inganno e infamia finir, in te o ne' tuoi figliuoli, con vituperio e danno.

21.


Il Conte, ancora che da ogni parte si sentisse da' Milanesi morso, sanza dimostrare o con le parole o con i gesti alcuna estraordinaria alterazione, rispose che era contento donare agli loro adirati animi la grave ingiuria delle loro poco savie parole; alle quali risponderebbe particularmente, se fusse davanti ad alcuno che delle loro differenze dovesse essere giudice, perch si vedrebbe lui non avere ingiuriati i Milanesi, ma provedutosi che non potessero iniuriare lui. Perch sapevono bene come dopo la vittoria di Carafaggio si erano governati; perch, in scambio di premiarlo di Verona o Brescia, cercavano di fare pace con i Viniziani, acci che solo apresso di lui restassero i carichi della inimicizia e apresso di loro i frutti della vittoria, con il grado della pace e tutto l'utile che si era tratto della guerra. In modo che eglino non si potevono dolere, se li aveva fatto quello accordo che eglino prima avevano tentato di fare; il qual partito se alquanto differiva a prendere, arebbe al presente a rimproverare a loro quella ingratitudine la quale ora eglino gli rimproverano. Il che se fusse vero o no, lo dimosterrebbe, con il fine di quella guerra, quello Iddio ch'eglino chiamavano per vendicatore delle loro ingiurie; mediante il quale vedranno quale di loro sar pi   suo amico, e quale con maggiore giustizia ar combattuto. Partitisi gli ambasciadori, il Conte si ordin a potere assaltare i milanesi, e questi si preparorono alla difesa; e con Francesco e Iacopo Piccinino, i quali per lo antico odio avieno i Bracceschi con li Sforzeschi erano stati a' Milanesi fedeli, pensorono di difendere la loro libert infino a tanto, almeno che potessero smembrare i Viniziani da il Conte, i quali non credevono dovessino esserli fedeli n amici lungamente. Dall'altra parte il Conte, che questo medesimo cognosceva, pens che fusse savio partito, quando giudicava che l'obligo non bastasse, tenerli fermi con il premio. E per ci, nel distribuire le imprese della guerra, fu contento che i Viniziani assalissero Crema, ed egli con l'altra gente assalirebbe il restante di quello stato. Questo pasto messo davanti ai Viniziani fu cagione ch'eglino durorono tanto nella amicizia del Conte, che il Conte aveva gi occupato tutto il dominio a' Milanesi, e in modo ristrettili alla terra, che non potevono di alcuna cosa necessaria provedersi; tanto che, disperati d'ogni altro aiuto, mandorono oratori a Vinegia a pregarli che avessero compassione alle cose loro; e fussino contenti, secondo che debbe essere il costume delle republiche, favorire la loro libert, non uno tiranno, il quale, se gli riesce insignorirsi di quella citt, non potranno a loro posta frenare. N credino che gli stia contento a' termini ne' capituli posti, ch vorr i termini antichi di quello stato ricognoscere. Non si erano ancora i Viniziani insignoriti di Crema, e volendo, prima che cambiassino volto, insignorirsene, risposono publicamente, non potere, per lo accordo fatto con il Conte, suvvenirli; ma in privato gli intrattennono in modo che, sperando nello accordo, poterono a' loro Signori darne una ferma speranza.

22.


Era gi il Conte con le sue genti tanto propinquo a Milano che combatteva i borghi, quando a' Viniziani, avuta Crema non parve da differire di fare amicizia con i Milanesi con i quali si accordorono, e intra' primi capituli promissono al tutto la difesa alla loro libert. Fatto lo accordo, commissono alle genti loro avieno presso al Conte che partitesi de' suoi campi, nel Viniziano si ritirassero. Significorono ancora al Conte la pace fatta co' Milanesi, e gli dierono venti giorni di tempo ad accettarla. Non si maravigli il Conte del partito preso dai Viniziani, perch molto tempo innanzi lo aveva preveduto, e temeva che ogni giorno potesse accadere; non di meno non potette fare che, venuto il caso, non se ne dolesse e quel dispiacere sentisse che avevano i Milanesi, quando egli gli aveva abbandonati, sentito. Prese tempo dagli ambasciadori, che da Vinegia erano stati mandati a significargli lo accordo, duoi giorni a rispondere; fra il quale tempo deliber di intrattenere i Viniziani e non abbandonare la impresa. E per ci publicamente disse di volere accettare la pace, e mand suoi ambasciadori a Vinegia, con amplo mandato, a ratificarla; ma da parte commisse loro che in alcuno modo non la ratificassero, ma con varie invenzioni e gavillazioni la conclusione differissero. E per fare a' Viniziani pi  credere che dicessi da vero fece triegua con i Milanesi per uno mese e discostossi da Milano, e divise le sue genti per gli alloggiamenti ne' luoghi che allo intorno aveva occupati. Questo partito fu cagione della vittoria sua e della rovina de' Milanesi, perch i Viniziani, confidando nella pace, furono pi  lenti alle provisioni della guerra, e i Milanesi, veggendo la tregua fatta, e il nimico discostatosi, e i Viniziani amici crederono al tutto che il Conte fusse per abbandonare la impresa. La quale opinione in duoi modi li offese: l'uno ch'eglino straccurorono gli ordini delle difese loro; l'altro, che nel paese libero dal nimico, perch il tempo della semente era, assai grano seminorono, donde nacque che pi  tosto il Conte li potette affamare. Al Conte dall'altra parte tutte quelle cose giovorono che i nimici offesono; e di pi  quel tempo gli dette commodit a potere respirare e provedersi di aiuti.

23.


Non si erano in questa guerra di Lombardia, i Fiorentini declarati per alcuna delle parti, n avieno dato alcuno favore al Conte, n quando egli difendeva i Milanesi n poi; perch il Conte non ne avendo avuto di bisogno non ne gli aveva con instanzia ricerchi, solamente avieno, dopo la rotta di Carafaggio, per virt delli obblighi della lega, mandato aiuti a' Viniziani. Ma sendo rimaso il conte Francesco solo, non avendo dove ricorrere, fu necessitato chiedere instantemente aiuto a' Fiorentini, e publicamente allo stato, e privatamente agli amici, e massimamente a Cosimo de' Medici, con il quale aveva sempre tenuta una continua amicizia, ed era sempre stato da quello in ogni sua impresa fedelmente consigliato e largamente suvvenuto. N in questa tanta necessit Cosimo lo abbandon, ma come privato copiosamente lo suvvenne, e gli dette animo a seguire la impresa: desiderava ancora che la citt publicamente lo aiutasse, dove si trovava difficult. Era in Firenze Neri di Gino Capponi potentissimo. A costui non pareva che fusse a benefizio della citt che il Conte occupasse Milano, e credeva che fusse pi  a salute della Italia che il Conte ratificasse la pace, che egli seguisse la guerra. In prima egli dubitava che i Milanesi, per lo sdegno avieno contro al Conte, non si dessino al tutto a' Viniziani; il che era la rovina di ciascuno di poi, quando pure gli riuscisse di occupare Milano, gli pareva che tante armi e tanto stato congiunte insieme fussero formidabili; e s'egli era insopportabile conte, giudicava che fussi per essere uno duca insopportabilissimo. Per tanto affermava che fusse meglio, e per la republica di Firenze e per la Italia, che il Conte restasse con la sua reputazione delle armi, e la Lombardia in due republiche si dividessi, le quali mai si unirebbono alla offesa degli altri, e ciascheduna per s offendere non potrebbe. E a fare questo non ci vedeva altro migliore rimedio che non suvvenire il Conte e mantenere la lega vecchia con i Viniziani. Non erano queste ragioni dagli amici di Cosimo accettate, perch credevano Neri muoversi a questo, non perch cos credessi essere il bene della Republica, ma per non volere che il Conte, amico di Cosimo, diventassi duca, parendogli che per questo Cosimo ne diventassi troppo potente. E Cosimo ancora con ragioni mostrava lo aiutare il Conte essere alla Republica e alla Italia utilissimo; perch gli era opinione poco savia credere che i Milanesi si potessero conservare liberi; perch le qualit della cittadinanza, il modo del vivere loro, le sette antiquate in quella citt, erano ad ogni forma di civile governo contrarie; talmente che gli era necessario o che il Conte ne diventasse duca, o e Viniziani signori; e in tale partito niuno era s sciocco che dubitassi qual fussi meglio, o avere uno amico potente vicino, o avervi uno nimico potentissimo. N credeva che fusse da dubitare che i Milanesi, per avere guerra con il Conte, si sottomettersi a' Viniziani; perch il Conte aveva la parte in Milano, e non quelli; talch qualunque volta e' non potranno difendersi come liberi, sempre pi  tosto al Conte che a' Viniziani si sottometteranno. Queste diversit di opinioni tennono assai sospesa la citt, e alla fine deliberorono che si mandasse imbasciadori al Conte per trattare il modo dello accordo; e se trovassino il Conte gagliardo da potere sperare che e' vincesse, concluderlo, quanto che no, gavillarlo e differirlo.

24.


Erano questi ambasciadori a Reggio, quando eglino intesono il Conte essere diventato signore di Milano. Perch il Conte, passato il tempo della tregua, si ristrinse con le sue genti a quella citt, sperando in brieve, a dispetto de' Viniziani, occuparla; perch quelli non la potevano soccorrere se non dalla parte dell'Adda, il quale passo facilmente poteva chiudere; e non temeva, per essere la vernata, che i Viniziani gli campeggiassino apresso; e sperava, prima che il verno passasse, avere la vittoria, massimamente sendo morto Francesco Piccinino, e restato solo Iacopo suo fratello capo de' Milanesi. Avevano i Viniziani mandato uno loro oratore a Milano, a confortare quelli cittadini, che fussino pronti a difendersi, promettendo loro grande e presto soccorso. Seguirono adunque, durante il verno, intra i Viniziani e il Conte, alcune leggieri zuffe; ma fattosi il tempo pi  benigno, i Viniziani, sotto Pandolfo Malatesti, si fermorono con il loro esercito sopra l'Adda. Dove, consigliatisi se dovevono, per soccorrere Milano, assalire il Conte e tentare la fortuna della zuffa, Pandolfo loro capitano giudic che e' non fusse da farne questa esperienza, conoscendo la virt del Conte e del suo esercito. E credeva che si potesse, sanza combattere, vincere al sicuro, perch il Conte da il disagio delli strami e del frumento era cacciato. Consigli per tanto che si conservasse quello alloggiamento, per dare speranza a' Milanesi di soccorso, acci che, disperati, non si dessino al Conte. Questo partito fu approvato da' Viniziani, s per giudicarlo sicuro, s ancora perch avevono speranza che, tenendo i Milanesi in quella necessit, sarebbono forzati rimettersi sotto il loro imperio; persuadendosi che mai non fussino per darsi al Conte, considerate le ingiurie avieno ricevute da lui. Intanto i Milanesi erano condotti quasi che in estrema miseria; e abbondando quella citt naturalmente di poveri, si morivano per le strade di fame; donde ne nascevano romori e pianti in diversi luoghi della citt; di che i magistrati temevano forte, e facevano ogni diligenzia perch genti non si adunassero insieme. Indugia assai la moltitudine tutta a disporsi al male; ma quando vi  disposta ogni piccolo accidente la muove. Duoi adunque, di non molta condizione, ragionando, propinqui a Porta Nuova, della calamit della citt e miseria loro, e che modi vi fussero per la salute, si cominci ad accostare loro delli altri, tanto che diventorono buono numero: donde che si sparse per Milano voce, quelli di Porta Nuova essere contro a' magistrati in arme. Per la qual cosa tutta la moltitudine, la quale non aspettava altro che essere mossa, fu in arme; e feciono capo di loro Gasparre da Vicomercato, e ne andorono al luogo dove i magistrati erano ragunati. Nei quali feciono tale impeto che tutti quelli che non si poterono fuggire uccisono; intra' quali Lionardo Venero, ambasciadore viniziano, come cagione della loro fame, e della loro miseria allegro, ammazzorono. E cos, quasi che principi della citt diventati, infra loro preposono quello si avesse a fare, a volere uscire di tanti affanni e qualche volta riposarsi. E ciascuno giudicava che convenisse rifuggire, poi che la libert non si poteva conservare, sotto uno principe che gli difendessi: e chi il re Alfonso, chi il duca di Savoia, chi il re di Francia voleva per suo signore chiamare. Del Conte non era alcuno che ragionasse: tanto erano ancora potenti gli sdegni avevano seco. Non di meno, non si accordando degli altri, Gasparre da Vicomercato fu il primo che nomin il Conte; e largamente mostr come, volendosi levare la guerra da dosso, non ci era altro modo che chiamare quello; perch il popolo di Milano aveva bisogno di una certa e presente pace, non d'una speranza lunga d'uno futuro soccorso. Scus con le parole le imprese del Conte; accus i Viniziani; accus tutti gli altri principi di Italia, che non aveno voluto, chi per ambizione, chi per avarizia, che vivessino liberi. E da poi che la loro libert si aveva a dare, si desse ad uno che li sapesse e potesse difendere; acci che almeno dalla servit nascesse la pace, e non maggiori danni e pi  pericolosa guerra. Fu costui con maravigliosa attenzione ascoltato; e tutti, finito il suo parlare, gridorono che il Conte si chiamasse, e Gasparre feciono ambasciadore a chiamarlo. Il quale, per comandamento del popolo, and a trovare il Conte, e gli port s lieta e felice novella. La quale il Conte accett lietamente, ed entrato in Milano come principe, a' 26 di febbraio, nel 1450, fu con somma e maravigliosa letizia ricevuto da coloro che non molto tempo innanzi lo avieno con tanto odio infamato.

25.


Venuta la nuova di questo acquisto a Firenze, si ordin agli oratori fiorentini che erano in cammino che, in cambio di andare a trattare accordo con il Conte, si rallegrassino con il Duca della vittoria. Furono questi oratori da il Duca ricevuti onorevolmente e copiosamente onorati, perch sapeva bene che contro alla potenza de' Viniziani non poteva avere in Italia pi  fedeli n pi  gagliardi amici de' Fiorentini; i quali, avendo deposto il timore della casa de' Visconti, si vedeva che avevono a combattere con le forze de' Ragonesi e Viniziani; perch i Ragonesi re di Napoli erano loro nimici per la amicizia che sapevano che il popolo fiorentino aveva sempre con la casa di Francia tenuta e i Viniziani cognoscevano che l'antica paura de' Visconti era nuova di loro, e perch sapevono con quanto studio eglino avevono i Visconti perseguitati, temendo le medesime persecuzioni, cercavano la rovina di quelli. Queste cose furono cagione che il nuovo Duca facilmente si ristrignesse con i Fiorentini, e che i Viniziani e re Alfonso si accordassero contro a' comuni nimici: e si obligorono in uno medesimo tempo a muovere le armi; e che il Re assalisse i Fiorentini e i Viniziani il Duca, il quale, per essere nuovo nello stato, credevono n con le forze proprie n con gli aiuti d'altri potesse sostenerli. Ma perch la lega tra i Fiorentini e Viniziani durava, e il Re, dopo la guerra di Piombino, aveva fatto pace con quelli, non parve loro da rompere la pace, se prima con qualche colore non si giustificasse la guerra. E per ci l'uno e l'altro mand ambasciadore a Firenze; i quali per parte de' loro signori feciono intendere la lega fatta essere, non per offendere alcuno, ma per difendere gli stati loro. Dolfesi di poi il Viniziano che i Fiorentini avevono dato passo per Lunigiana ad Alessandro fratello del Duca che con genti passasse in Lombardia e di pi  erano stati aiutatori e consigliatori dello accordo fatto intra il Duca e il marchese di Mantova. Le quali cose tutte affermavano essere contrarie allo stato loro e alla amicizia avieno insieme e per ci ricordavano loro amorevolmente che chi offende a torto d cagione ad altri di essere offeso a ragione, e che chi rompe la pace aspetti la guerra. Fu commessa dalla Signoria la risposta a Cosimo; il quale, con lunga e savia orazione, riand tutti i beneficii fatti dalla citt sua alla republica viniziana; mostr quanto imperio quella aveva, con i danari, con le genti e con il consiglio de' Fiorentini, acquistato; e ricord loro che, poi che da i Fiorentini era venuta la cagione della amicizia, non mai verrebbe la cagione della nimicizia; ed essendo stati sempre amatori della pace, lodavano assai lo accordo fatto infra loro, quando per pace, e non per guerra, fusse fatto. Vero era che delle querele fatte assai si maravigliava, veggendo che di s leggieri cosa e vana da una tanta republica si teneva tanto conto; ma quando pure fussero degne di essere considerate, facevono a ciascuno intendere come e' volevono che il paese loro fusse libero e aperto a qualunque, e che il Duca era di qualit che per fare amicizia con Mantova non aveva n de' favori n de' consigli loro bisogno. E per ci dubitava che queste querele non avessero altro veleno nascosto che le non dimostravano, il che quando fusse, farebbono cognoscere a ciascuno facilmente l'amicizia de' Fiorentini quanto la  utile, tanto essere la nimicizia dannosa.

26.


Pass per allora la cosa leggiermente, e parve che gli oratori se ne andassero assai sodisfatti. Non di meno la lega fatta e i modi de' Viniziani e del Re facevono pi  tosto temere i Fiorentini e il Duca di nuova guerra, che sperare ferma pace. Per tanto i Fiorentini si collegorono con il Duca; e intanto si scoperse il malo animo de' Viniziani, perch feciono lega con i Sanesi, e cacciorono tutti i Fiorentini e loro sudditi della citt e imperio loro. E poco appresso Alfonso fece il simigliante, e sanza avere alla pace l'anno davanti fatta alcuno rispetto, e sanza averne, non che giusta, ma colorita cagione. Cercorono i Viniziani di acquistarsi i Bolognesi, e fatti forti i fuori usciti, gli missono con assai gente, di notte, per le fogne, in Bologna; n prima si seppe la entrata loro, che loro medesimi levassero il romore. Al quale Santi Bentivogli sendosi desto, intese come tutta la citt era da' ribelli occupata; e bench fusse consigliato da molti che con la fuga salvasse la vita, poi che con lo stare non poteva salvare lo stato, non di meno volle mostrare alla fortuna il viso; e prese le armi, e dette animo a' suoi, e fatto testa di alcuni amici, assal parte de' ribelli, e quelli rotti, molti ne ammazz, e il restante cacci della citt. Dove per ciascuno fu giudicato avere fatto verissima pruova di essere della casa de' Bentivogli. Queste opere e dimostrazioni feciono in Firenze ferma credenza della futura guerra; e per si volsono i Fiorentini alle loro antiche e consuete difese; e creorono il magistrato de' Dieci, soldorono nuovi condottieri, mandorono oratori a Roma, a Napoli, a Vinegia, a Milano e a Siena, per chiedere aiuti agli amici, chiarire i sospetti, guadagnarsi i dubi e scoprire i consigli de' nimici. Dal Papa non si ritrasse altro che parole generali, buona disposizione e conforti alla pace; dal Re vane scuse di avere licenziati i Fiorentini, offerendosi volere dare il salvocondotto a qualunque lo adimandasse. E bench s'ingegnasse al tutto i consigli della nuova guerra nascondere, non di meno gli ambasciadori cognobbono il malo animo suo, e scopersono molte sue preparazioni per venire a' danni della republica loro. Col Duca di nuovo con varii oblighi si fortific la lega; e per suo mezzo si fece amicizia con i Genovesi, e le antiche differenzie di rappresaglie e molte altre querele si composono, non ostante che i Viniziani cercassero per ogni modo tale composizione turbare. N mancorono di supplicare allo imperadore di Gostantinopoli che dovesse cacciare la nazione fiorentina del paese suo: con tanto odio presono questa guerra; e tanto poteva in loro la cupidit del dominare, che sanza alcuno rispetto volevono distruggere coloro che della loro grandezza erano stati cagione; ma da quello imperadore non furono intesi. Fu da il Senato viniziano alli oratori fiorentini proibito lo entrare nello stato di quella republica, allegando che, sendo in amicizia con il Re, non potevono, sanza sua participazione, udirli. I Sanesi con buone parole gli ambasciadori riceverono, temendo di non essere prima disfatti che la lega li potesse difendere, e per ci parve loro di addormentare quelle armi che non potevono sostenere. Vollono i Viniziani e il Re, secondo che allora si coniettur, per giustificare la guerra, mandare oratori a Firenze, ma quello de' Viniziani non fu voluto intromettere nel dominio fiorentino, e non volendo quello del Re solo fare quello uffizio, rest quella legazione imperfetta; e i Viniziani per questo cognobbono essere stimati meno da quelli Fiorentini che non molti mesi innanzi avevono stimati poco.

27.


Nel mezzo del timore di questi moti, Federigo III imperadore pass in Italia per coronarsi, e a d 30 di gennaio, nel 1451, entr in Firenze con mille cinquecento cavagli, e fu da quella Signoria onoratissimamente ricevuto; e stette in quella citt infino a d 6 di febbraio, che quello part per ire a Roma alla sua coronazione. Dove solennemente coronato, e celebrate le nozze con la imperadrice, la quale per mare era venuta a Roma, se ne ritorn nella Magna; e di maggio pass di nuovo per Firenze, dove gli furono fatti i medesimi onori che alla venuta sua. E nel ritornarsene, sendo stato dal marchese di Ferrara benificato, per ristorare quello, gli concesse Modena e Reggio. Non mancorono i Fiorentini, in questo medesimo tempo, di prepararsi alla imminente guerra, e per dare reputazione a loro e terrore al nimico, feciono, eglino e il Duca, lega con il re di Francia per difesa de' comuni stati; la quale con grande magnificenza e letizia per tutta Italia publicorono. Era venuto il mese di maggio dell'anno 1452, quando ai Viniziani non parve da differire pi  di rompere la guerra al Duca, e con sedici mila cavagli e sei mila fanti, dalla parte di Lodi lo assalirono; e nel medesimo tempo il marchese di Monferrato, o per sua propria ambizione, o spinto da' Viniziani, ancora lo assal dalla parte di Alessandria. Il Duca dall'altra parte aveva messo insieme diciotto mila cavalli e tre mila fanti, e avendo proveduto Alessandria e Lodi di gente, e similmente muniti tutti i luoghi dove i nimici lo potessino offendere, assal con le sue genti il Bresciano, dove fece a' Viniziani danni grandissimi; e da ciascuna parte si predava il paese, e le deboli ville si saccheggiavano. Ma sendo rotto il marchese di Monferrato ad Alessandria dalle genti del Duca, potette quello, di poi, con maggiori forze opporsi a' Viniziani e il paese loro assalire.

28.


Travagliandosi per tanto la guerra di Lombardia con varii ma deboli accidenti e poco degni di memoria, in Toscana nacque medesimamente la guerra del re Alfonso e de' Fiorentini, la quale non si maneggi con maggiore virt n con maggiore pericolo che si maneggiasse quella di Lombardia. Venne in Toscana Ferrando, figliuolo non legittimo di Alfonso, con dodici mila soldati, capitaneati da Federigo signore di Urbino. La prima loro impresa fu ch'eglino assalirono Foiano in Val di Chiana; perch, avendo amici i Sanesi, entrorono da quella parte nello imperio fiorentino. Era il castello debile di mura, piccolo, e per ci non pieno di molti uomini; ma secondo quelli tempi, erano reputati feroci e fedeli. Erano in quello dugento soldati mandati dalla Signoria per guardia di esso. A questo cos munito castello Ferrando si accamp; e fu tanta, o la gran virt di quelli di dentro o la poca sua, che non prima che dopo trentasei giorni se ne insignor. Il quale tempo dette commodit alla citt di provedere gli altri luoghi di maggiore momento, e di ragunare le loro genti, e meglio che non erano, alle difese loro ordinarsi. Preso i nimici questo castello, passorono nel Chianti, dove due piccole ville possedute da privati cittadini non poterono espugnare. Donde che, lasciate quelle, se n'andorono a campo alla Castellina, castello posto a' confini del Chianti, propinquo a dieci miglia a Siena, debile per arte, e per sito debilissimo; ma non poterono per ci queste due debolezze superare la debolezza dello esercito che lo assal, perch, dopo quarantaquattro giorni che gli stette a combatterlo, se ne part con vergogna. Tanto erano quelli eserciti formidabili e quelle guerre pericolose, che quelle terre le quali oggi come luoghi impossibili a defenderli si abbandonano, allora come cose impossibili a pigliarsi si defendevono. E mentre che Ferrando stette con il campo in Chianti, fece assai correrie e prede nel Fiorentino, e corse infino propinquo a sei miglia alla citt, con paura e danno assai de' sudditi de' Fiorentini. I quali in questi tempi, avendo condotte le loro genti, in numero di ottomila soldati, sotto Astor da Faenza e Gismondo Malatesti, verso il castello di Colle, le tenevano discosto al nimico, temendo che le non fussino necessitate di venire a giornata; perch giudicavano, non perdendo quella, non potere perdere la guerra; perch le piccole castella, perdendole, con la pace si recuperano, e delle terre grosse erano securi, sapiendo che il nimico non era per assalirle. Aveva ancora il Re una armata di circa venti legni, tra galee e fuste, ne' mari di Pisa; e mentre che per terra la Castellina si combatteva, pose questa armata alla rocca di Vada, e quella, per poca diligenzia del castellano occup, per che i nimici di poi il paese allo intorno molestavano; la quale molestia facilmente si lev via per alcuni soldati che i Fiorentini mandorono a Campiglia, i quali tenevano i nimici stretti alla marina.

29.


Il Pontefice intra queste guerre non si travagliava, se non in quanto egli credeva potere mettere accordo infra le parti; e bench e' si astenessi dalla guerra di fuori, fu per trovarla pi  pericolosa in casa. Viveva in quelli tempi un messer Stefano Porcari, cittadino romano, per sangue e per dottrina, ma molto pi  per eccellenza di animo, nobile. Desiderava costui, secondo il costume degli uomini che appetiscono gloria, o fare, o tentare almeno, qualche cosa degna di memoria; e giudic non potere tentare altro, che vedere se potesse trarre la patria sua delle mani de' prelati e ridurla nello antico vivere, sperando per questo, quando gli riuscisse, essere chiamato nuovo fondatore e secondo padre di quella citt. Facevagli sperare di questa impresa felice fine i malvagi costumi de' prelati e la mala contentezza de' baroni e popolo romano; ma sopra tutto gliene davano speranza quelli versi del Petrarca, nella canzona che comincia: "Spirto gentil che quelle membra reggi", dove dice:

Sopra il monte Tarpeio, canzon, vedrai
Un cavalier che Italia tutta onora,
Pensoso pi  d'altrui che di se stesso.

Sapeva messere Stefano i poeti molte volte essere di spirito divino e profetico ripieni; tal che giudicava dovere ad ogni modo intervenire quella cosa che il Petrarca in quella canzona profetizzava, ed essere egli quello che dovesse essere di s gloriosa impresa esecutore; parendogli, per eloquenzia, per dottrina, per grazia e per amici, essere superiore ad ogni altro romano. Caduto adunque in questo pensiero, non potette in modo cauto governarsi, che con le parole, con le usanze e con il modo del vivere non si scoprisse, talmente che divenne sospetto al Pontefice, il quale, per torgli commodit a potere operare male, lo confin a Bologna, e al governatore di quella citt commisse che ciascuno giorno lo rassegnasse. Non fu messer Stefano per questo primo intoppo sbigottito, anzi con maggiore studio seguit la impresa sua, e per quelli mezzi poteva pi   cauti, teneva pratiche con gli amici; e pi  volte and e torn da Roma con tanta celerit, che gli era a tempo a rappresentarsi al governatore infra i termini comandati. Ma dappoi che gli parve avere tratti assai uomini alla sua volont, deliber di non differire a tentare la cosa; e commisse agli amici i quali erano in Roma che, in un tempo determinato, una splendida cena ordinassero, dove tutti i congiurati fussero chiamati, con ordine che ciascheduno avesse seco i pi  fidati amici, e promisse di essere con loro avanti che la cena fusse fornita. Fu ordinato tutto secondo lo avviso suo, e messere Stefano era gi arrivato nella casa dove si cenava, tanto che, fornita la cena, vestito di drappo d'oro, con collane e altri ornamenti che gli davano maest e riputazione, comparse infra i convivanti, e quelli abbracciati, con una lunga orazione gli confort a fermare l'animo e disporsi a s gloriosa impresa. Di poi divis il modo; e ordin che una parte di loro, la mattina seguente, il palagio del Pontefice occupasse, l'altra, per Roma, chiamasse il popolo all'arme. Venne la cosa a notizia al Pontefice la notte: alcuni dicono che fu per poca fede de' congiurati, altri che si seppe essere messere Stefano in Roma. Comunque si fusse, il Papa, la notte medesima che la cena si era fatta, fece prendere messere Stefano con la maggior parte de' compagni, e di poi, secondo che meritavano i falli loro, morire. Cotal fine ebbe questo suo disegno. E veramente puote essere da qualcuno la costui intenzione lodata, ma da ciascuno sar sempre il giudicio biasimato; perch simili imprese, se le hanno in s, nel pensarle, alcuna ombra di gloria, hanno, nello esequirle, quasi sempre certissimo danno.

30.


Era gi durata la guerra in Toscana quasi che uno anno, ed era venuto il tempo, nel 1453, che gli eserciti si riducono alla campagna, quando al soccorso de' Fiorentini venne il signore Alessandro Sforza, fratello del Duca, con due mila cavagli; e per questo, essendo lo esercito de' Fiorentini cresciuto e quello del Re diminuito, parve a' Fiorentini di andare a recuperare le cose perdute; e con poca fatica alcune terre recuperorono. Di poi andorono a campo a Foiano, il quale fu per poca cura de' commissari saccheggiato, tanto che, essendo dispersi gli abitatori, con difficult grande vi tornorono ad abitare, e con esenzioni e altri premii vi si ridussono. La rocca ancora di Vada si racquist, perch i nimici, veggendo di non poterla tenere, l'abbandonorono e arsono. E mentre che queste cose dallo esercito fiorentino erano operate, lo esercito ragonese, non avendo ardire di appressarsi a quello de' nimici, si era ridotto propinquo a Siena, e scorreva molte volte nel Fiorentino, dove faceva ruberie, tumulti e spaventi grandissimi. N manc quel re di vedere se poteva per altra via assalire i nimici, e dividere le forze di quelli, e per nuovi travagli e assalti invilirgli. Era signore di Val di Bagno Gherardo Gambacorti, il quale, o per amicizia o per obligo, era stato sempre, insieme con i suoi passati, o soldato o raccomandato de' Fiorentini. Con costui tenne pratica il re Alfonso, che gli desse quello stato, ed egli, allo incontro, d'uno altro stato nel Regno lo ricompensasse. Questa pratica fu rivelata a Firenze; e per scoprire lo animo suo, se gli mand uno ambasciadore, il quale gli ricordassi gli oblighi de' passati e suoi, e lo confortasse a seguire nella fede con quella republica. Mostr Gherardo maravigliarsi, e con giuramenti gravi afferm non mai s scellerato pensiero essergli caduto nello animo; e che verrebbe in persona a Firenze a farsi pegno della fede sua; ma sendo indisposto, quello che non poteva fare egli farebbe fare al figliuolo il quale come statico consegn allo ambasciadore, che a Firenze seco ne lo menasse. Queste parole e questa demostrazione feciono a' Fiorentini credere che Gherardo dicesse il vero, e lo accusatore suo essere stato bugiardo e vano; e per ci sopra questo pensiero si riposorono. Ma Gherardo con maggiore instanzia seguit con il Re la pratica; la quale come fu conclusa, il Re mand in Val di Bagno frate Puccio, cavaliere ierosolimitano, con assai gente, a prendere delle rocche e delle terre di Gherardo la possessione. Ma quelli popoli di Bagno, sendo alla republica fiorentina affezionati, con dispiacere promettevano ubbidienza a' commissari del Re. Aveva gi preso frate Puccio quasi che la possessione di tutto quello stato: solo gli mancava di insignorirsi della rocca di Corzano. Era con Gherardo, mentre faceva tale consegnazione, infra i suoi che gli erano d'intorno, Antonio Gualandi, pisano, giovane e ardito, a cui questo tradimento di Gherardo dispiaceva; e considerato il sito della fortezza, e gli uomini che vi erano in guardia, e cognosciuta nel viso e ne' gesti la mala loro contentezza, e trovandosi Gherardo alla porta per intromettere le genti ragonesi, si gir Antonio verso il di drento della rocca, e spinse con ambo le mani Gherardo fuora di quella, e alle guardie comand che sopra il volto di s scelerato uomo quella fortezza serrassero e alla republica fiorentina la conservassero. Questo romore come fu udito in Bagno e negli altri luoghi vicini, ciascuno di quelli popoli prese le armi contro a' Ragonesi, e ritte le bandiere di Firenze, quelli ne cacciorono. Questa cosa come fu intesa a Firenze, i Fiorentini il figliuolo di Gherardo dato loro per statico imprigionorono, e a Bagno mandorono genti che quel paese per la loro republica defendessero, e quello stato che per il principe si governava in vicariato redussono. Ma Gherardo, traditore del suo signore e del figliuolo, con fatica pot fuggire, e lasci la donna e sua famiglia, con ogni sua sustanza, nella potest de' nimici. Fu stimato assai, in Firenze, questo accidente, perch, se succedeva al Re di quello paese insignorirsi, poteva con poca sua spesa a sua posta in Val di Tevere e in Casentino correre; dove arebbe dato tanta noia alla Republica, che non arebbono i Fiorentini potuto le loro forze tutte allo esercito ragonese, che a Siena si trovava, opporre.

31.


Avevano i Fiorentini, oltre agli apparati fatti in Italia per reprimere le forze della inimica lega, mandato messer Agnolo Acciaiuoli loro oratore al re di Francia, a trattare con quello, che dessi facultate ad il re Rinato d'Angi di venire in Italia in favore del Duca e loro, acci che venisse a defendere i suoi amici, e potesse di poi, sendo in Italia, pensare allo acquisto del regno di Napoli e a questo effetto, aiuto di genti e di denari gli promettevano. E cos, mentre che in Lombardia e in Toscana la guerra secondo abbiamo narrato, si travagliava lo ambasciadore con il re Rinato lo accordo conchiuse: che dovesse venire per tutto giugno con duemila quattrocento cavagli in Italia; e allo arrivare suo in Alessandria la lega gli doveva dare trentamila fiorini, e di poi, durante la guerra, diecimila per ciascuno mese. Volendo adunque questo re, per virt di questo accordo, passare in Italia, era da il duca di Savoia e marchese di Monferrato ritenuto, i quali, sendo amici de' Viniziani, non gli permettevano il passo. Onde che il Re fu dallo ambasciadore fiorentino confortato che, per dare reputazione agli amici, se ne tornasse in Provenza, e per mare con alquanti suoi scendesse in Italia; e dall'altra parte facesse forza con il re di Francia, che operasse con quel duca che le genti sue potessero per la Savoia passare. E cos come fu consigliato successe; perch Rinato, per mare, si condusse in Italia, e le sue genti, a contemplazione del Re, furono ricevute in Savoia. Fu il re Rinato raccettato da il duca Francesco onoratissimamente; e messe le genti italiane e franzese insieme, assalirono con tanto terrore i Viniziani, che in poco tempo tutte le terre che quelli avevano prese nel Cremonese recuperorono; n contenti a questo, quasi che tutto il Bresciano occuporono; e l'esercito viniziano, non si tenendo pi  securo in campagna, propinquo alle mura di Brescia si era ridutto. Ma sendo venuto il verno, parve al Duca di ritirare le sue genti negli alloggiamenti, e al re Rinato consegn le stanze a Piacenza. E cos, dimorato il verno del 1453 sanza fare alcuna impresa, quando di poi la state ne veniva, e che si stimava per il Duca uscire alla campagna e spogliare i Viniziani dello stato loro di terra, il re Rinato fece intendere al Duca come egli era necessitato ritornarsene in Francia. Fu questa deliberazione al Duca nuova e inespettata, e per ci ne prese dispiacere grandissimo, e bench subito andassi da quello per dissuadergli la partita, non poss n per preghi n per promesse rimuoverlo; ma solo promisse lasciare parte delle sue genti e mandare Giovanni suo figliuolo, che per lui fusse a' servizi della lega. Non dispiacque questa partita a' Fiorentini, come quelli che, avendo recuperate le loro castella, non temevano pi   il Re, e dall'altra parte non desideravano che il Duca altro che le sue terre in Lombardia ricuperasse. Partissi per tanto Rinato, e mand il suo figliuolo, come aveva promesso, in Italia; il quale non si ferm in Lombardia, ma ne venne a Firenze, dove onoratissimamente fu ricevuto.

32.


La partita del Re fece che il Duca volentieri si volt alla pace; e i Viniziani, Alfonso e i Fiorentini, per essere tutti stracchi, la desideravano, e il Papa ancora con ogni demostrazione la aveva desiderata e desiderava, perch questo medesimo anno Maumetto Gran Turco aveva preso Gostantinopoli e al tutto di Grecia insignoritosi. Il quale acquisto sbigott tutti i cristiani, e pi  che ciascuno altro i Viniziani e il Papa, parendo a ciascuno gi di questi sentire le sue armi in Italia. Il Papa per tanto preg i potentati italiani gli mandassero oratori, con autorit di fermare una universale pace. I quali tutti ubbidirono; e venuti insieme a' meriti della cosa, vi si trovava nel trattarla assai difficult: voleva il Re che i Fiorentini lo rifacessero delle spese fatte in quella guerra, e i Fiorentini volevono esserne sodisfatti loro, i Viniziani domandavano al Duca Cremona, il Duca a loro Bergamo, Brescia e Crema; tal che pareva che queste difficult fussero a risolvere impossibile. Non di meno, quello che a Roma fra molti pareva difficile a fare, a Milano e a Vinegia infra duoi fu facilissimo; perch, mentre che le pratiche a Roma della pace si tenevano, il Duca e i Viniziani, a d 9 di aprile, nel 1454, la conclusono. Per virt della quale ciascuno ritorn nelle terre possedeva avanti la guerra, e al Duca fu concesso potere recuperare le terre gli avieno occupate i principi di Monferrato e di Savoia; e agli altri italiani principi fu uno mese a ratificarla concesso. Il Papa e i Fiorentini, e con loro Sanesi e altri minori potenti, fra il tempo la ratificorono; n contenti a questo, si ferm fra i Fiorentini, Duca e Viniziani pace per anni venticinque. Mostr solamente il re Alfonso, delli principi di Italia, essere di questa pace mal contento, parendogli fusse fatta con poca sua reputazione, avendo, non come principale, ma come aderente ad essere ricevuto in quella; e per ci stette molto tempo sospeso, sanza lasciarsi intendere. Pure, sendogli state mandate, dal Papa e dagli altri principi molte solenne ambascerie, si lasci da quelli, e massime dal Pontefice, persuadere, ed entr in questa lega, con il figliuolo, per anni trenta; e ferono insieme il Duca e il Re doppio parentado e doppie nozze, dando e togliendo la figliuola l'uno dell'altro per i loro figliuoli. Non di meno, acci che in Italia restassero i semi della guerra, non consent fare la pace, se prima dai collegati non gli fu concessa licenzia di potere, sanza loro ingiuria, fare guerra a' Genovesi, a Gismondo Malatesti e ad Astor principe di Faenza. E fatto questo accordo, Ferrando suo figliuolo, il quale si trovava a Siena, se ne torn nel Regno, avendo fatto, per la venuta sua in Toscana, niuno acquisto di imperio, e assai perdita di sue genti.

33.


Sendo adunque seguita questa pace universale, si temeva solo che il re Alfonso, per la nimicizia aveva con i Genovesi, non la turbasse, ma il fatto and altrimenti, perch, non da il Re apertamente, ma, come sempre per lo addietro era intervenuto, dalla ambizione de' soldati mercennari fu turbata. Avevono i Viniziani, come  costume, fatta la pace, licenziato da' loro soldi Iacopo Piccinino loro condottiere; con il quale aggiuntosi alcuni altri condottieri sanza partito, passarono in Romagna, e di quindi nel Sanese, dove fermatosi, Iacopo mosse loro guerra, e occup a' Sanesi alcune terre. Nel principio di questi moti, e al cominciamento dello anno 1455, mor papa Niccola, e a lui fu eletto successore Calisto III. Questo pontefice, per reprimere la nuova e vicina guerra, subito sotto Giovanni Ventimiglia suo capitano ragun quanta pi  gente potette, e quelle, con gente de' Fiorentini e del Duca, i quali ancora a reprimere questi moti erano concorsi, mand contro a Iacopo. E venuti alla zuffa propinqui a Bolsena, non ostante che il Ventimiglia restasse prigione, Iacopo ne rimase perdente, e come rotto a Castiglione della Pescaia si ridusse; e se non fusse stato da Alfonso suvvenuto di danari, vi rimaneva al tutto disfatto. La qual cosa fece a ciascuno credere questo moto di Iacopo essere per ordine di quello re seguito; in modo che, parendo ad Alfonso di essere scoperto, per riconciliarsi i collegati con la pace, che si aveva con questa debile guerra quasi che alienati, oper che Iacopo restituisse a' Sanesi le terre occupate loro, e quelli gli dessino ventimila fiorini; e fatto questo accordo, ricev Iacopo e le sue genti nel Regno. In questi tempi, ancora che il Papa pensasse a frenare Iacopo Piccinino, non di meno non manc di ordinarsi a potere suvvenire alla cristianit, che si vedeva che era per essere dai Turchi oppressata; e per ci mand per tutte le provincie cristiane oratori e predicatori, a persuadere ai principi e ai popoli che si armassero in favore della loro religione e con danari e con la persona la impresa contro al comune nimico di quella favorissero. Tanto che in Firenze si ferono assai limosine, assai ancora si segnorono d'una croce rossa, per essere presti con la persona a quella guerra, fecionsi ancora solenne processioni, n si manc, per il publico e per il privato, di mostrare di volere essere intra i primi cristiani, con il consiglio, con i danari e con gli uomini, a tale impresa. Ma questa caldezza della cruciata fu raffrenata alquanto da una nuova che venne, come, sendo il Turco con lo esercito suo intorno a Belgrado per espugnarlo, castello posto in Ungheria sopra il fiume del Danubio, era stato dagli Ungheri rotto e ferito. Talmente che, essendo nel Pontefice e ne' cristiani cessata quella paura ch' eglino avieno per la perdita di Gostantinopoli conceputa, si proced nelle preparazioni che si facevano per la guerra pi  tepidamente; e in Ungheria medesimamente, per la morte di Giovanni Vaivoda, capitano di quella vittoria, raffreddorono.

34.


Ma tornando alle cose di Italia, dico come e' correva l'anno 1456, quando i tumulti mossi da Iacopo Piccinino finirono, donde che, posate le armi dagli uomini, parve che Iddio le volessi prendere egli, tanta fu grande una tempesta di venti che allora segu, la quale in Toscana fece inauditi per lo adietro e a chi per lo avvenire lo intender maravigliosi e memorabili effetti. Partissi a' 24 d'agosto, una ora avanti giorno, dalle parti del mare di sopra di verso Ancona, e attraversando per la Italia, entr nel mare di sotto verso Pisa, un turbine d'una nugolaglia grossa e folta, la quale quasi che due miglia di spazio per ogni verso occupava. Questa, spinta da superiori forze, o naturali o sopranaturali che le fussero, in se medesimo rotta, in se medesimo combatteva, e le spezzate nugole, ora verso il cielo salendo, ora verso la terra scendendo, insieme si urtavano; e ora in giro con una velocit grandissima si movevano, e davanti a loro un vento fuori d'ogni modo impetuoso concitavano; e spessi fuochi e lucidissimi vampi intra loro nel combattere apparivono. Da queste cos rotte e confuse nebbie, da questi cos furiosi venti e spessi splendori, nasceva uno romore non mai pi  da alcuna qualit o grandezza di tremuoto o di tuono udito; dal quale usciva tanto spavento che ciascuno che lo sent giudicava che il fine del mondo fusse venuto, e la terra, l'acqua e il resto del cielo e del mondo, nello antico caos, mescolandosi insieme, ritornassero. Fe' questo spaventevole turbine, dovunque pass, inauditi e maravigliosi effetti; ma pi  notabili che altrove intorno al castello di San Casciano seguirono.  questo castello posto propinquo a Firenze ad otto miglia, sopra il colle che parte le valli di Pesa e di Grieve. Fra detto castello, adunque, e il borgo di Santo Andrea, posto sopra il medesimo colle, passando, questa furiosa tempesta, a Santo Andrea non aggiunse, e San Casciano rasent in modo che solo alcuni merli e cammini di alcune case abbatt, ma fuori, in quello spazio che  dall'uno de' luoghi detti all'altro, molte case furono infino al piano della terra rovinate. I tetti de' templi di San Martino a Bagnuolo e di Santa Maria della Pace, interi come sopra quelli erano, furono pi  che un miglio discosto portati, uno vetturale, insieme con i suoi muli, fu, discosto dalla strada, nelle vicine convalli trovato morto, tutte le pi  grosse querce, tutti i pi  gagliardi arbori, che a tanto furore non volevono cedere, furono, non solo sbarbati, ma discosto molto da dove avevano le loro radice portati; onde che, passata la tempesta e venuto il giorno, gli uomini stupidi al tutto erano rimasi. Vedevasi il paese desolato e guasto; vedevasi la rovina delle case e de' templi; sentivansi i lamenti di quelli che vedevano le loro possessioni distrutte, e sotto le rovine avevano lasciato il loro bestiame e i loro parenti morti: la qual cosa a chi vedeva e udiva recava compassione e spavento grandissimo. Volle senza dubio Iddio pi  tosto minacciare che gastigare la Toscana; perch se tanta tempesta fusse entrata in una citt, infra le case e gli abitatori assai e spessi, come l'entr fra querce e arbori e case poche e rare, sanza dubio faceva quella rovina e fragello che si pu con la mente conietturare maggiore. Ma Iddio volle, per allora, che bastasse questo poco di esemplo a rinfrescare infra gli uomini la memoria della potenzia sua.

35.


Era, per tornare donde io mi partii, il re Alfonso, come di sopra dicemmo, male contento della pace; e poi che la guerra ch'egli aveva fatta muovere da Iacopo Piccinino a' Sanesi sanza alcuna ragionevole cagione non aveva alcuno importante effetto partorito, volle vedere quello che partoriva quella la quale, secondo le convenzioni della lega, poteva muovere. E per, l'anno 1456, mosse per mare e per terra guerra a' Genovesi, desideroso di rendere lo stato agli Adorni e privarne i Fregosi che allora governavano; e dall'altra parte fece passare il Tronto a Iacopo Piccinino contro a Gismondo Malatesti. Costui perch aveva guernite bene le sue terre stim poco lo assalto di Iacopo; di maniera che da questa parte la impresa del Re non fece alcuno effetto, ma quella di Genova partor a lui e al suo regno pi   guerra che non arebbe voluto. Era allora duce di Genova Pietro Fregoso. Costui, dubitando non potere sostenere l'impeto del Re, deliber quello che non poteva tenere donarlo almeno ad alcuno che da' nimici suoi lo defendesse e qualche volta, per tale beneficio, gliene potesse giusto premio rendere. Mand per tanto oratori a Carlo VII re di Francia, e gli offer lo imperio di Genova. Accett Carlo la offerta, e a prendere la possessione di quella citt vi mand Giovanni d'Angi figliuolo del re Rinato, il quale di poco tempo avanti si era partito da Firenze e ritornato in Francia. E si persuadeva Carlo che Giovanni, per avere presi assai costumi italiani, potesse meglio che uno altro governare quella citt; e parte giudicava che di quindi potesse pensare alla impresa di Napoli; del quale regno Rinato suo padre era stato da Alfonso spogliato. And per tanto Giovanni a Genova dove fu ricevuto come principe, e datogli in sua potestate le fortezze della citt e dello stato.

36.


Questo accidente dispiacque ad Alfonso, parendogli aversi tirato adosso troppo importante nimico, non di meno, per ci non sbigottito, seguit con franco animo la impresa sua e aveva gi condotta l'armata sotto Villa Marina a Portofino, quando, preso da una subita infirmit, mor. Restorono, per questa morte, Giovanni e i Genovesi liberi dalla guerra; e Ferrando, il quale successe nel regno di Alfonso suo padre, era pieno di sospetto, avendo uno nimico di tanta reputazione in Italia, e dubitando della fede di molti suoi baroni, i quali desiderosi di cose nuove, ai Franzesi non si aderissino. Temeva ancora del Papa la ambizione del quale cognosceva, che per essere nuovo nel regno non disegnasse spogliarlo di quello. Sperava solo nel duca di Milano, il quale non era meno ansio delle cose del Regno che si fusse Ferrando, perch dubitava che, quando i Franzesi se ne fussero insignoriti, non disegnassero di occupare ancora lo stato suo, il quale sapeva come ei credevono potere come cosa a loro appartenente domandare. Mand per tanto quel duca, subito dopo la morte di Alfonso, lettere e gente a Ferrando: queste per dargli aiuto e reputazione, quelle per confortarlo a fare buono animo, significandogli come non era, in alcuna sua necessit, per abbandonarlo. Il Pontefice dopo la morte di Alfonso, disegn di dare quel regno a Pietro Lodovico Borgia suo nipote; e per adonestare quella impresa e avere pi  concorso con gli altri principi di Italia, public come sotto lo imperio della Romana Chiesa voleva quel regno ridurre; e per ci persuadeva al Duca che non dovesse prestare alcuno favore a Ferrando, offerendogli le terre che gi in quel regno possedeva. Ma nel mezzo di questi pensieri e nuovi travagli Calisto mor; e successe al pontificato Pio II, di nazione sanese, della famiglia de' Piccoluomini, nominato Enea. Questo pontefice, pensando solamente a benificare i cristiani e ad onorar la Chiesa, lasciando indietro ogni sua privata passione, per i prieghi del duca di Milano, coron del Regno Ferrando, giudicando poter pi  presto mantenendo chi possedeva posare l'armi italiane, che se avesse, o favorito i Franzesi perch gli occupassero quel regno, o disegnato, come Calisto, di prenderlo per s. Non di meno Ferrando, per questo benifizio, fece principe di Malfi Antonio, nipote del Papa, e con quello congiunse una sua figliuola non legittima. Restitu ancora Benevento e Terracina alla Chiesa.

37.


Pareva per tanto che fussero posate le armi in Italia, e il Pontefice si ordinava a muovere la cristianit contro a' Turchi, secondo che da Calisto era gi stato principiato, quando nacque intra i Fregosi e Giovanni signore di Genova dissensione, la quale maggiori guerre e pi  importanti di quelle passate raccese. Trovavasi Petrino Fregoso in uno suo castello in Riviera. A costui non pareva essere stato rimunerato da Giovanni d'Angi secondo i suoi meriti e della sua casa, sendo loro stati cagione di farlo in quella citt principe: per tanto vennono insieme a manifesta inimicizia. Piacque questa cosa a Ferrando, come unico rimedio e sola via alla sua salute; e Petrino di gente e di danari suvvenne, e per suo mezzo giudicava potere cacciare Giovanni di quello stato. Il che cognoscendo egli, mand per aiuti in Francia, con i quali si fece incontro a Petrino, il quale, per molti favori gli erano stati mandati, era gagliardissimo; in modo che Giovanni si ridusse a guardare la citt. Nella quale entrato una notte Petrino, prese alcuni luoghi di quella; ma venuto il giorno, fu dalle genti di Giovanni combattuto e morto, e tutte le sue genti o morte o prese. Questa vittoria dette animo a Giovanni di fare la impresa del Regno; e di ottobre, nel 1459, con una potente armata part di Genova per alla volta di quello; e pose a Baia, e di quivi a Sessa, dove fu da quel duca ricevuto. Accostoronsi a Giovanni il principe di Taranto, gli Aquilani e molte altre citt e principi; di modo che quel regno era quasi tutto in rovina. Veduto questo, Ferrando ricorse per aiuti al Papa e al Duca; e per avere meno nimici, fece accordo con Gismondo Malatesti. Per la qual cosa si turb in modo Iacopo Piccinino, per essere di Gismondo naturale nimico, che si parti da' soldi di Ferrando e accostossi a Giovanni. Mand ancora Ferrando danari a Federigo signore di Urbino, e quanto prima pot, ragun, secondo quelli tempi, uno buono esercito; e sopra il fiume di Sarni si ridusse a fronte con li nimici, e venuti alla zuffa, fu il re Ferrando rotto, e presi molti importanti suoi capitani. Dopo questa rovina rimase in fede di Ferrando la citt di Napoli con alcuni pochi principi e terre: la maggiore parte a Giovanni si dierono. Voleva Iacopo Piccinino che Giovanni con questa vittoria andasse a Napoli e si insignorissi del capo del Regno; ma non volse, dicendo che prima voleva spogliarlo di tutto il dominio e poi assalirlo, pensando che, privo delle sue terre, lo acquisto di Napoli fusse pi  facile. Il quale partito, preso al contrario, gli tolse la vittoria di quella impresa; perch egli non cognobbe come pi  facilmente le membra seguono il capo che il capo le membra.

38.


Erasi rifuggito, dopo la rotta, Ferrando in Napoli, e quivi gli scacciati de' suoi stati riceveva; e con quelli modi pi  umani pot, ragun danari insieme, e fece un poco di testa di esercito. Mand di nuovo per aiuto al Papa e al Duca, e dall'uno e dall'altro fu suvvenuto con maggiore celerit e pi  copiosamente che per innanzi, perch vivevono con sospetto grande che non perdessi quel regno. Diventato per tanto il re Ferrando gagliardo, usc di Napoli; e avendo cominciato a racquistare riputazione, riacquistava delle terre perdute. E mentre che la guerra nel Regno si travagliava, nacque uno accidente che al tutto tolse a Giovanni d'Angi la reputazione e la commodit di vincere quella impresa. Erano i Genovesi infastiditi del governo avaro e superbo de' Franzesi, tanto che presono le armi contro al governatore regio, e quello constrinsono a rifuggirsi nel Castelletto; e a questa impresa furono i Fregosi e gli Adorni concordi, e dal duca di Milano di danari e di gente furono aiutati, cos nell'acquistare lo stato come nel conservarlo; tanto che il re Rinato, il quale con una armata venne di poi in soccorso del figliuolo, sperando riacquistare Genova per virt del Castelletto, fu, nel porre delle sue genti in terra, rotto, di sorte che fu forzato tornarsene svergognato in Provenza. Questa nuova, come fu intesa nel regno di Napoli, sbigott assai Giovanni d'Angi; non di meno non lasci la impresa; ma per pi  tempo sostenne la guerra aiutato da quelli baroni i quali, per la rebellione loro, non credevono apresso a Ferrando trovare luogo alcuno. Pure alla fine, dopo molti accidenti seguiti a giornata li duoi regali eserciti si condussono, nella quale fu Giovanni, propinquo a Troia, rotto, l'anno 1463. N tanto l'offese la rotta, quanto la partita da lui di Iacopo Piccinino, il quale si accost a Ferrando; s che, spogliato di forze, si ridusse in Istia, donde poi se ne torn in Francia. Dur questa guerra quattro anni e la perd colui, per sua negligenzia, il quale, per virt de' suoi soldati l'ebbe pi  volte vinta. Nella quale i Fiorentini non si travagliorono in modo che apparisse: vero  che da il re Giovanni di Aragona, nuovamente assunto re in quel regno per la morte di Alfonso, furono, per sua ambasciata, richiesti che dovessero soccorrere alle cose di Ferrando suo nipote, come erano, per la lega nuovamente fatta con Alfonso suo padre, obligati. A cui per i Fiorentini fu risposto: non avere obligo alcuno con quello; e che non erano per aiutare il figliuolo in quella guerra che il padre con le armi sue aveva mossa; e come la fu cominciata sanza loro consiglio o saputa, cos sanza il loro aiuto la tratti e finisca. Donde che quelli oratori, per parte del loro re, protestorono la pena dello obligo e gli interessi del danno; e sdegnati contro a quella citt si partirono. Stettono per tanto i Fiorentini, nel tempo di questa guerra, quanto alle cose di fuori, in pace; ma non posorono gi drento, come particularmente nel seguente libro si dimosterr.



LIBRO SETTIMO.

1.


E' parr forse a quelli che il libro superiore aranno letto che uno scrittore delle cose fiorentine si sia troppo disteso in narrare quelle seguite in Lombardia e nel Regno; non di meno io non ho fuggito n sono per lo avvenire per fuggire simili narrazioni, perch, quantunque io non abbia mai promesso di scrivere le cose di Italia, non mi pare per ci da lasciare indietro di non narrare quelle che saranno in quella provincia notabili. Perch, non le narrando, la nostra istoria sarebbe meno intesa e meno grata; massimamente perch dalle azioni degli altri popoli e principi italiani nascono il pi  delle volte le guerre nelle quali i Fiorentini sono di intromettersi necessitati, come dalla guerra di Giovanni d'Angi e del re Ferrando gli odii e le gravi inimicizie nacquono le quali poi intra Ferrando e i Fiorentini, e particularmente con la famiglia de' Medici seguirono. Perch il Re si doleva, in quella guerra, non solamente non essere stato suvvenuto, ma essere stati prestati favori al nimico suo; il quale sdegno fu di grandissimi mali cagione, come nella narrazione nostra si dimosterr. E perch io sono, scrivendo le cose di fuora, infino al 1463 transcorso, mi  necessario, a volere i travagli di dentro in quel tempo seguiti narrare, ritornare molti anni indietro. Ma prima voglio alquanto, secondo la consuetudine nostra ragionando, dire come coloro che sperano che una republica possa essere unita, assai di questa speranza s'ingannono. Vera cosa  che alcune divisioni nuocono alle republiche, e alcune giovano: quelle nuocono che sono dalle sette e da partigiani accompagnate; quelle giovano che senza sette e senza partigiani si mantengono. Non potendo adunque provedere uno fondatore di una republica che non sieno inimicizie in quella, ha a provedere almeno che non vi sieno sette. E per  da sapere come in due modi acquistono riputazione i cittadini nelle citt: o per vie publiche, o per modi privati. Publicamente si acquista, vincendo una giornata, acquistando una terra, faccendo una legazione con sollecitudine e con prudenza, consigliando la republica saviamente e felicemente; per modi privati si acquista, benificando questo e quell'altro cittadino, defendendolo da' magistrati, suvvenendolo di danari, tirandolo immeritamente agli onori, e con giochi e doni publici gratificandosi la plebe. Da questo modo di procedere nascono le sette e i partigiani; e quanto questa reputazione cos guadagnata offende, tanto quella giova quando ella non  con le sette mescolata, perch la  fondata sopra un bene comune, non sopra un bene privato. E bench ancora tra i cittadini cos fatti non si possa per alcuno modo provedere che non vi sieno odii grandissimi non di meno, non avendo partigiani che per utilit propria li seguitino, non possono alla republica nuocere; anzi conviene che giovino, perch  necessario, per vincere le loro pruove, si voltino alla esaltazione di quella, e particularmente osservino l'uno l'altro, acci che i termini civili non si trapassino. Le inimicizie di Firenze furono sempre con sette, e per ci furono sempre dannose; n stette mai una setta vincitrice unita, se non tanto quanto la setta inimica era viva, ma come la vinta era spenta, non avendo quella che regnava pi  paura che la ritenesse n ordine infra s che la frenasse, la si ridivideva. La parte di Cosimo de' Medici rimase, nel 1434, superiore; ma per essere la parte battuta grande e piena di potentissimi uomini, si mantenne un tempo, per paura, unita e umana, intanto che fra loro non feciono alcuno errore, e al popolo per alcuno loro sinistro modo non si feciono odiare; tanto che qualunque volta quello stato ebbe bisogno del popolo per ripigliare la sua autorit, sempre lo trov disposto a concedere a i capi suoi tutta quella balia e potenza che desideravano. E cos, dal 1434 al '55, che sono anni ventuno, sei volte, e per i Consigli ordinariamente, la autorit della balia riassunsono.

2.


Erano in Firenze, come pi  volte abbiamo detto, duoi cittadini potentissimi Cosimo de' Medici e Neri Capponi; de' quali Neri era uno di quelli che aveva acquistata la sua reputazione per vie publiche, in modo che gli aveva assai amici e pochi partigiani; Cosimo, dall'altra parte, avendosi alla sua potenza la publica e la privata via aperta, aveva amici e partigiani assai. E stando costoro uniti, mentre tutti a duoi vissero, sempre ci che vollono sanza alcuna difficult dal popolo ottennono, perch gli era mescolata con la potenza la grazia. Ma venuto l'anno 1455, ed essendo morto Neri, e la parte nimica spenta, trov lo stato difficult nel riassumere l'autorit sua; e i propri amici di Cosimo, e nello stato potentissimi, ne erano cagione, perch non temevano pi  la parte avversa, che era spenta, e avevano caro di diminuire la potenza di quello. Il quale umore dette principio a quelle divisioni che di poi, nel 1466 seguirono; in modo che quelli a' quali lo stato apparteneva, ne' Consigli dove publicamente si ragionava della publica amministrazione, consigliavano che gli era bene che la potest della balia non si riassumesse, e che si serrassero le borse e i magistrati a sorte, secondo i favori de' passati squittini, si sortissero. Cosimo, a frenare questo umore aveva uno de' duoi rimedi: o ripigliare lo stato per forza, con i partigiani che gli erano rimasi, e urtare tutti gli altri, o lasciare ire la cosa e con il tempo fare a' suoi amici cognoscere che non a lui, ma a loro propri, lo stato e la reputazione toglievono. De' quali duoi remedi questo ultimo elesse; perch sapeva bene che in tale modo di governo, per essere le borse piene di suoi amici, egli non correva alcuno pericolo, e come a sua posta poteva il suo stato ripigliare. Riduttasi per tanto la citt a creare i magistrati a sorte, pareva alla universalit de' cittadini avere riavuta la sua libert, e i magistrati, non secondo la voglia de' potenti, ma secondo il giudicio loro proprio giudicavano; in modo che ora uno amico d'uno potente, ora quello d'uno altro era battuto, e cos quelli che solevano vedere le case loro piene di salutatori e di presenti, vote di sustanze e di uomini le vedevano. Vedevonsi ancora diventati uguali a quelli che solevono avere di lunga inferiori, e superiori vedevano quelli che solevono essere loro eguali. Non erano riguardati n onorati, anzi molte volte beffati e derisi, e di loro e della republica per le vie e per le piazze sanza alcuno riguardo si ragionava; di qualit che cognobbono presto, non Cosimo, ma loro avere perduto lo stato. Le quali cose Cosimo dissimulava, e come e' nasceva alcuna deliberazione che piacessi al popolo, ed egli era il primo a favorirla. Ma quello che fece pi  spaventare i Grandi, e a Cosimo dette maggiore occasione a farli ravvedere fu che si risuscit il modo del catasto del 1427, dove, non gli uomini, ma le leggi le gravezze ponesse.

3.


Questa legge vinta, e di gi fatto il magistrato che la esequisse, li f al tutto ristrignere insieme, e ire a Cosimo, a pregarlo che fusse contento volere trarre loro e s delle mani della plebe, e rendere allo stato quella riputazione che faceva lui potente e loro onorati. Ai quali Cosimo rispose che era contento; ma che voleva che la legge si facesse ordinariamente e con volont del popolo, e non per forza, pella quale per modo alcuno non gli ragionassero. Tentossi ne' Consigli la legge di fare nuova balia, e non si ottenne, onde che i cittadini grandi tornavano a Cosimo, e con ogni termine di umilit lo pregavano volesse acconsentire al parlamento; il che Cosimo al tutto negava come quello che voleva ridurli in termine che appieno lo errore loro cognoscessero. E perch Donato Cocchi trovandosi gonfalonieri di giustizia, volle senza suo consentimento fare il parlamento, lo fece in modo Cosimo da' Signori che con seco sedevano sbeffare, che gli impazz, e come stupido ne fu alle case sue rimandato. Non di meno, perch non  bene lasciare tanto transcorrere le cose, che le non si possino poi ritirare a sua posta, sendo pervenuto al gonfaloniere della giustizia Luca Pitti, uomo animoso e audace, gli parve tempo di lasciare governare la cosa a quello, acci, se di quella impresa s'incorreva in alcuno biasimo, fusse a Luca, non a lui, imputato. Luca per tanto, nel principio del suo magistrato, prepose al popolo molte volte di rifare la balia; e non si ottenendo, minacci quelli che ne' Consigli sedevano con parole ingiuriose e piene di superbia. Alle quali poco di poi aggiunse i fatti; perch di agosto, nel 1458, la vigilia di Santo Lorenzo avendo ripieno di armati il Palagio chiam il popolo in Piazza, e per forza e con le armi, gli fece acconsentire quello che prima volontariamente non aveva acconsentito. Riassunto per tanto lo stato, e creato la balia e di poi i primi magistrati secondo il parere de' pochi, per dare principio a quello governo con terrore, ch'eglino avieno cominciato con forza, confinorono messer Girolamo Machiavelli con alcuni altri, e molti ancora degli onori privorono. Il quale messer Girolamo, per non avere di poi osservati i confini, fu fatto ribelle; e andando circuendo Italia, sullevando i principi contro alla patria, fu in Lunigiana, per poca fede d'uno di quelli signori, preso; e condotto a Firenze, fu morto in carcere.

4.


Fu questa qualit di governo, per otto anni che dur insopportabile e violento; perch Cosimo, gi vecchio e stracco e per la mala disposizione del corpo fatto debole, non potendo essere presente in quel modo soleva alle cure publiche, pochi cittadini predavano quella citt. Fu Luca Pitti, per premio della opera aveva fatta in benifizio della republica, fatto cavaliere; ed egli, per non essere meno grato verso di lei, che quella verso di lui fussi stata, volle che, dove prima si chiamavano Priori dell'Arti, acci che della possessione perduta almeno ne riavessero il titulo, si chiamassero Priori di Libert: volle ancora che dove prima il gonfaloniere sedeva sopra la destra de' rettori, in mezzo di quelli per lo avvenire sedesse. E perch Iddio paressi partecipe di questa impresa, feciono publice processioni e solenni offizi per ringraziare quello de' riassunti onori. Fu messer Luca dalla Signoria e da Cosimo riccamente presentato, dietro ai quali tutta la citt a gara concorse; e fu opinione che i presenti alla somma di ventimila ducati aggiugnessero. Donde egli sal in tanta reputazione, che non Cosimo ma messer Luca la citt governava. Da che lui venne in tanta confidenza che gli cominci duoi edifici, l'uno in Firenze l'altro a Ruciano, luogo propinquo uno miglio alla citt, tutti superbi e regii; ma quello della citt al tutto maggiore che alcuno altro che da privato cittadino infino a quel giorno fusse stato edificato. I quali per condurre a fine non perdonava ad alcuno estraordinario modo; perch, non solo i cittadini e gli uomini particulari lo presentavano e delle cose necessarie allo edifizio lo suvvenivano, ma i comuni e popoli interi gli sumministravano aiuti. Oltra di questo, tutti gli sbanditi, e qualunque altro avesse commesso omicidio, o furto o altra cosa per che egli temesse publica penitenzia, purch e' fusse persona a quella edificazione utile, dentro a quelli edifizi sicuro si rifuggiva. Gli altri cittadini, se non edificavano come quello, non erano meno violenti, n meno rapaci di lui, in modo che, se Firenze non aveva guerra di fuori che la distruggesse, dai suoi cittadini era distrutta. Seguirono, come abbiamo detto, durante questo tempo, le guerre del Regno, e alcune che ne fece il Pontefice in Romagna contro a quelli Malatesti; perch egli desiderava spogliarli di Rimino e di Cesena, che loro possedevano; s che, infra queste imprese e i pensieri di fare la impresa del Turco, papa Pio consum il pontificato suo.

5.


Ma Firenze seguit nelle disunioni e ne' travagli suoi. Cominci la disunione nella parte di Cosimo nel '55, per le cagioni dette, le quali per la prudenza sua, come abbiamo narrato, per allora si posorono. Ma venuto l'anno '64, Cosimo riaggrav nel male, di qualit che pass di questa vita. Dolfonsi della morte sua gli amici e i nimici; perch quelli che per cagione dello stato non lo amavano, veggendo quale era stata la rapacit de' cittadini vivente lui, la cui reverenza gli faceva meno insopportabili, dubitavano, mancato quello, non essere al tutto rovinati e distrutti; e in Piero suo figliuolo non confidavano molto, perch, non ostante che fusse uomo buono, non di meno giudicavano che, per essere ancora lui infermo e nuovo nello stato, fusse necessitato ad avere loro rispetto, talch quelli, sanza freno in bocca, potessero essere pi  strabocchevoli nelle rapacit loro. Lasci per tanto di s in ciascuno grandissimo desiderio. Fu Cosimo il pi  reputato e nomato cittadino, di uomo disarmato, che avesse mai, non solamente Firenze, ma alcuna altra citt di che si abbia memoria perch, non solamente super ogni altro de' tempi suoi d'autorit e di ricchezze, ma ancora di liberalit e di prudenza; perch intra tutte le altre qualit che lo feciono principe nella sua patria fu lo essere sopra tutti gli altri uomini liberale e magnifico. Apparve la sua liberalit molto pi  dopo la sua morte, quando Piero, suo figliuolo, volle le sue sustanze ricognoscere, perch non era cittadino alcuno che avesse nella citt alcuna qualit, a chi Cosimo grossa somma di danari non avesse prestata, e molte volte, sanza essere richiesto, quando intendeva la necessit d'uno uomo nobile, lo suvveniva. Apparve la sua magnificenzia nella copia degli edifizi da lui edificati; perch in Firenze i conventi e i templi di San Marco e di San Lorenzo e il munistero di Santa Verdiana, e ne' monti di Fiesole San Girolamo e la Badia, e nel Mugello un tempio de' frati minori non solamente instaur, ma da e fondamenti di nuovo edific. Oltra di questo, in Santa Croce, ne' Servi, negli Angioli, in San Miniato, fece fare altari e cappelle splendidissime; i quali templi e cappelle, oltre allo edificare, riempi di paramenti e d'ogni cosa necessaria allo ornamento del divino culto. A questi sacri edifizi si aggiunsono le private sue case; le quali sono, una nella citt, di quello essere che a tanto cittadino si conveniva; quattro di fuora, a Careggi, a Fiesole, a Cafaggiuolo e al Trebbio: tutti palagi, non da privati cittadini, ma regii. E perch nella magnificenzia degli edifizi non gli bastava essere cognosciuto in Italia, edific ancora in Ierusalem un recettaculo per i poveri e infermi peregrini; nelle quali edificazioni uno numero grandissimo di danari consum. E bench queste abitazioni e tutte le altre opere e azioni sue fussero regie, e che solo, in Firenze, fusse principe, non di meno tanto fu temperato dalla prudenza sua, che mai la civile modestia non trapass: perch nelle conversazioni, ne' servidori, nel cavalcare, in tutto il modo del vivere, e ne' parentadi, fu sempre simile a qualunque modesto cittadino; perch sapeva come le cose estraordinarie che a ogni ora si veggono e appariscono recono molto pi  invidia agli uomini, che quelle che sono in fatto e con onest si ricuoprono. Avendo per tanto a dare moglie a' suoi figliuoli, non cerc i parentadi de' principi, ma con Giovanni la Cornelia degli Alessandri e con Piero la Lucrezia de' Tornabuoni congiunse; e delle nipoti nate di Piero la Bianca a Guglielmo de' Pazzi, e la Nannina a Bernardo Rucellai spos. Degli stati de' principi e civili governi niuno altro al suo tempo per intelligenza lo raggiunse: di qui nacque che in tanta variet di fortuna, e in s varia citt e volubile cittadinanza, tenne uno stato trentuno anno; perch, sendo prudentissimo, cognosceva i mali discosto e per ci era a tempo, o a non li lasciare crescere, o a prepararsi in modo che cresciuti, non lo offendessero: donde non solamente vinse la domestica e civile ambizione, ma quella di molti principi super con tanta felicit e prudenza che qualunque seco e colla sua patria si collegava, rimaneva o pari o superiore al nimico, e qualunque se gli opponeva, o e' perdeva il tempo e' denari, o lo stato. Di che ne possono rendere buona testimonianza i Viniziani; i quali, con quello, contro al duca Filippo sempre furono superiori, e disiunti da lui, sempre furono, e da Filippo prima, e da Francesco poi, vinti e battuti; e quando con Alfonso contro alla republica di Firenze si collegorono, Cosimo con il credito suo vacu Napoli e Vinegia di danari in modo che furono constretti a prendere quella pace che fu voluta concedere loro. Delle dificult adunque che Cosimo ebbe, dentro alla citt e fuori, fu il fine glorioso per lui e dannoso per gli inimici; e per ci sempre le civili discordie gli accrebbono in Firenze stato, e le guerre di fuora potenza e reputazione: per il che allo imperio della sua republica il Borgo a San Sipolcro, Montedoglio, il Casentino e Val di Bagno aggiunse. E cos la virt e fortuna sua spense tutti i suoi nimici, e gli amici esalt.

6.


Nacque nel 1389, il giorno di Santo Cosimo e Damiano. Ebbe la sua prima et piena di travagli, come lo esilio, la cattura, i pericoli di morte dimostrano; e da il concilio di Gostanza, dove era ito con papa Giovanni, dopo la rovina di quello, per campare la vita, gli convenne fuggire travestito. Ma passati i quaranta anni della sua et, visse felicissimo, tanto che, non solo quelli che si accostorono a lui nelle imprese publiche, ma quelli ancora che i suoi tesori per tutta la Europa amministravano della felicit sua participorono: da che molte eccessive ricchezze in molte famiglie di Firenze nacquono, come avvenne in quella de' Tornabuoni, de' Benci, de' Portinari e de' Sassetti; e dopo questi, tutti quelli che da il consiglio e fortuna sua dependevono arricchirono: talmente che, ben che negli edifizi de' templi e nelle limosine egli spendesse continuamente, si doleva qualche volta con gli amici che mai aveva potuto spendere tanto in onore di Dio che lo trovassi ne' suoi libri debitore. Fu di comunale grandezza, di colore ulivigno e di presenza venerabile. Fu sanza dottrina, ma eloquentissimo e ripieno d'una naturale prudenza; e per ci era officioso nelli amici, misericordioso ne' poveri, nelle conversazione utile, ne' consigli cauto, nelle esecuzioni presto, e ne' suoi detti e risposte era arguto e grave. Mandogli messer Rinaldo degli Albizi, ne' primi tempi del suo esilio a dire che la gallina covava, a cui Cosimo rispose che la poteva mal covare fuora del nidio, e ad altri ribelli, che li feciono intendere che non dormivano disse che lo credeva, avendo cavato loro il sonno. Disse di papa Pio, quando e' citava i principi per la impresa contro al Turco, che gli era vecchio e faceva una impresa da giovani. Agli oratori viniziani, i quali vennono a Firenze insieme con quelli del re Alfonso a dolersi della republica, mostr il capo scoperto, e dimandolli di qual colore fusse; al quale risposono: - Bianco, - ed egli allora soggiunse: - E' non passer gran tempo che i vostri senatori lo aranno bianco come io. - Domandandogli la moglie, poche ore avanti la morte, perch tenesse gli occhi chiusi, rispose: - Per avvezzargli. - Dicendogli alcuni cittadini, dopo la sua tornata dallo esilio, che si guastava la citt e facevasi contro a Dio a cacciare di quella tanti uomini da bene, rispose come gli era meglio citt guasta che perduta; e come due canne di panno rosato facevono uno uomo da bene; e che gli stati non si tenevono co' paternostri in mano: le quali voci dettono materia a' nimici di calunniarlo, come uomo che amasse pi  se medesimo che la patria, e pi  questo mondo che quell'altro. Potrebbonsi riferire molti altri suoi detti, i quali, come non necessari, si ommetteranno. Fu ancora Cosimo degli uomini litterati amatore ed esaltatore; e per ci condusse in Firenze lo Argilopolo, uomo di nazione greca e in quelli tempi litteratissimo, acci che da quello la giovent fiorentina la lingua greca e l'altre sue dottrine potesse apprendere; nutr nelle sue case Marsilio Ficino, secondo padre della platonica filosofia, il quale sommamente am; e perch potesse pi  commodamente seguire gli studi delle lettere, e per poterlo con pi  sua commodit usare, una possessione propinqua alla sua di Careggi gli don. Questa sua prudenza adunque, queste sue ricchezze, modo di vivere e fortuna, lo feciono, a Firenze, da' cittadini temere e amare, e dai principi, non solo di Italia, ma di tutta la Europa, maravigliosamente stimare. Donde che lasci tale fondamento a' suoi posteri che poterono con la virt pareggiarlo e con la fortuna di gran lunga superarlo, e quella autorit che Cosimo ebbe in Firenze, non solo in quella citt, ma in tutta la cristianit averla. Non di meno negli ultimi tempi della sua vita sent gravissimi dispiaceri; perch de' duoi figliuoli che gli ebbe, Piero e Giovanni, questo mor in nel quale egli pi  confidava, quell'altro era infermo e, per la debilezza del corpo, poco atto alle publiche e alle private faccende. Di modo che, faccendosi portare, dopo la morte del figliuolo, per la casa, disse sospirando: - Questa  troppa gran casa a s poca famiglia. - Angustiava ancora la grandezza dello animo suo non gli parere di avere accresciuto lo imperio fiorentino d'uno acquisto onorevole; e tanto pi  se ne doleva, quanto gli pareva essere stato da Francesco Sforza ingannato; il quale, mentre era conte, gli aveva promesso, comunque si fusse insignorito di Milano, di fare la impresa di Lucca per i Fiorentini. Il che non successe, perch quel conte con la fortuna mut pensiero, e diventato duca, volle godersi quello stato colla pace che si aveva acquistato con la guerra; e per ci non volle n a Cosimo n ad alcuno altro di alcuna impresa sodisfare; n fece, poi che fu duca, altre guerre che quelle che fu per difendersi necessitato. Il che fu di noia grandissima a Cosimo cagione, parendogli avere durato fatica e speso per fare grande uno uomo ingrato e infedele. Parevagli, oltre a di questo, per la infirmit del corpo, non potere nelle faccende publiche e private porre l'antica diligenza sua; di qualit che l'una e l'altra vedeva rovinare, perch la citt era distrutta da' cittadini, e le sustanze da' ministri e da' figliuoli. Tutte queste cose gli feciono passare gli ultimi tempi della sua vita inquieti. Non di meno mor pieno di gloria, e con grandissimo nome nella citt e fuori. Tutti i cittadini e tutti i principi cristiani si dolfono con Piero suo figliuolo della sua morte, e fu con pompa grandissima da tutti i cittadini alla sepultura accompagnato, e nel tempio di San Lorenzo sepellito, e per publico decreto sopra la sepultura sua PADRE DELLA PATRIA nominato. Se io, scrivendo le cose fatte da Cosimo, ho imitato quelli che scrivono le vite de' principi, non quelli che scrivono le universali istorie, non ne prenda alcuno ammirazione, perch, essendo stato uomo raro nella nostra citt, io sono stato necessitato con modo estraordinario lodarlo.

7.


In questi tempi, che Firenze e Italia nelle dette condizioni si trovava, Luigi re di Francia era da gravissima guerra assalito, la quale gli avieno i suoi baroni, con lo aiuto di Francesco duca di Brettagna e di Carlo duca di Borgogna, mossa; la quale fu di tanto momento che non potette pensare di favorire il duca Giovanni d'Angi nelle imprese di Genova e del Regno; anzi, giudicando di avere bisogno degli aiuti di ciascuno, sendo restata la citt di Savona in potest de' Franciosi, insignor di quella Francesco duca di Milano, e gli fece intendere che, se voleva, con sua grazia poteva fare la impresa di Genova. La qual cosa fu da Francesco accettata; e con la reputazione che gli dette l'amicizia del Re, e con li favori che gli ferono gli Adorni, s'insignor di Genova; e per non mostrarsi ingrato verso il Re de' beneficii ricevuti, mand al soccorso suo, in Francia, millecinquecento cavagli, capitaneati da Galeazzo suo primogenito. Restati per tanto Ferrando di Aragona e Francesco Sforza, l'uno duca di Lombardia e principe di Genova, l'altro re di tutto il regno di Napoli, e avendo insieme contratto parentado, pensavano come e' potessero in modo fermare gli stati loro, che vivendo li potessero securamente godere e morendo agli loro eredi liberamente lasciare. E per ci giudicorono che fusse necessario che il Re si assicurasse di quelli baroni che lo aveno nella guerra di Giovanni d'Angi offeso, e il Duca operasse di spegnere le armi braccesche al sangue suo naturali nimiche, le quali sotto Iacopo Piccinino in grandissima reputazione erano salite, perch egli era rimaso il primo capitano di Italia, e non avendo stato, qualunque era in stato doveva temerlo, e massimamente il Duca, il quale, mosso da lo esemplo suo, non gli pareva potere tenere quello stato, n securo a' figliuoli lasciarlo, vivente Iacopo. Il Re per tanto con ogni industria cerc lo accordo con i suoi baroni, e us ogni arte in assicurarli, il che gli succedette felicemente, perch quelli principi, rimanendo in guerra con il Re, vedevono la loro rovina manifesta, e facendo accordo e di lui fidandosi, ne stavano dubi. E perch gli uomini fuggono sempre pi  volentieri quel male che  certo, ne seguita che i principi possono i minori potenti facilmente ingannare: credettono quelli principi alla pace del Re, veggendo i pericoli manifesti nella guerra, e rimessisi nelle braccia di quello, furono di poi da lui in varii modi e sotto varie cagioni spenti. La qual cosa sbigott Iacopo Piccinino, il quale con le sue genti si trovava a Solmona; e per torre occasione al Re di opprimerlo, tenne pratica con il duca Francesco, per mezzo de' suoi amici, di riconciliarsi con quello; e avendogli il Duca fatte quante offerte potette maggiori, deliber Iacopo rimettersi nelle braccia sua, e lo and, accompagnato da cento cavagli, a trovare a Milano.

8.


Aveva Iacopo sotto il padre e con il fratello militato gran tempo, prima per il duca Filippo e di poi per il popolo di Milano, tanto che, per la lunga conversazione, aveva in Milano amici assai e universale benivolenza; la quale le presenti condizioni avevano accresciuta perch agli Sforzeschi la prospera fortuna e la presente potenza aveva partorito invidia, e a Iacopo le cose avverse e la lunga assenza avevano in quel popolo generato misericordia, e di vederlo grandissimo desiderio. Le quali cose tutte apparsono nella venuta sua, perch pochi rimasono della nobilit che non lo incontrassero, e le strade donde ei pass di quelli che desideravano vederlo erano ripiene; il nome della gente sua per tutto si gridava. I quali onori affrettorono la sua rovina, perch al Duca crebbe, con il sospetto, il desiderio di spegnerlo. E per poterlo pi  copertamente fare, volle che celebrasse le nozze con Drusiana sua figliuola naturale, la quale pi  tempo innanzi gli aveva sposata; di poi convenne con Ferrando lo prendesse a' suoi soldi con titulo di capitano delle sue genti e centomila fiorini di provisione. Dopo la quale conclusione, Iacopo, insieme con uno ambasciadore ducale e Drusiana sua moglie, se ne and a Napoli; dove lietamente e onoratamente fu ricevuto e per molti giorni con ogni qualit di festa intrattenuto. Ma avendo domandato licenza per gire a Solmona, dove aveva le sue genti, fu da il Re nel Castello convitato, e appresso il convito, insieme con Francesco suo figliuolo, imprigionato, e dopo poco tempo morto. E cos i nostri principi italiani quella virt che non era in loro temevano in altri, e la spegnevano: tanto che, non la avendo alcuno, esposono questa provincia a quella rovina la quale, dopo non molto tempo, la guast e afflisse.

9.


Papa Pio, in questi tempi, aveva composte le cose di Romagna; e per ci gli parve tempo, veggendo seguita universale pace, di muovere i Cristiani contro al Turco; e riprese tutti quelli ordini che da' suoi antecessori erano stati fatti; e tutti i principi promissono o danari o genti, e in particulari Mattia re d'Ungheria e Carlo duca di Borgogna promissono essere personalmente seco, i quali furono da il Papa fatti capitani della impresa. E and tanto avanti il Pontefice con la speranza, che part da Roma e andonne in Ancona, dove si era ordinato che tutto lo esercito convenisse; e i Viniziani gli avieno promessi navigi per passarlo in Stiavonia. Convenne per tanto in quella citt, dopo lo arrivare del Pontefice, tanta gente che in pochi giorni tutti i viveri che in quella citt erano e che dai luoghi vicini vi si potevano condurre mancorono, di qualit che ciascuno era dalla fame oppressato. Oltra di questo non vi era danari da provederne quelli che ne avevano di bisogno, n arme da rivestire quelli che ne mancavano; e Mattia e Carlo non comparsono, e i Viniziani vi mandorono uno loro capitano con alquante galee, pi  tosto per mostrare la pompa loro, e di avere osservata la fede, che per potere quello esercito passare. Onde che il Papa, sendo vecchio e infermo, nel mezzo di questi travagli e disordini mor. Dopo la cui morte ciascheduno alle sue case se ne ritorn. Morto il Papa, l'anno 1465, fu eletto al pontificato Paulo II, di nazione viniziano. E perch quasi che tutti i principati di Italia mutassero governo, mor ancora, l'anno seguente, Francesco Sforza duca di Milano, dopo sedici anni ch'egli aveva occupato quel ducato, e fu dichiarato duca Galeazzo suo figliuolo.

10.


La morte di questo principe fu cagione che le divisioni di Firenze diventassero pi  gagliarde e facessero i suoi effetti pi  presto. Poi che Cosimo mor, Piero suo figliuolo, rimaso erede delle sustanze e dello stato del padre, chiam a s messer Dietisalvi Neroni, uomo di grande autorit e secondo gli altri cittadini reputatissimo, nel quale Cosimo confidava tanto che commisse, morendo, a Piero che delle sustanze e dello stato al tutto secondo il consiglio di quello si governasse. Dimostr per tanto Piero a messer Dietisalvi la fede che Cosimo aveva avuta in lui; e perch voleva ubbidire a suo padre dopo morte come aveva ubbidito in vita, desiderava con quello del patrimonio e del governo della citt consigliarsi. E per cominciare dalle sustanze proprie, farebbe venire tutti i calculi delle sue ragioni e gliene porrebbe in mano, acci che potesse l'ordine e disordine di quelle cognoscere, e cognosciuto, secondo la sua prudenza consigliarlo. Promisse messer Dietisalvi in ogni cosa usare diligenzia e fede; ma venuti i calculi, e quelli bene esaminati, cognobbe in ogni parte essere assai disordini. E come quello che pi  lo strigneva la propria ambizione che lo amore di Piero o gli antichi benifizi da Cosimo ricevuti, pens che fusse facile torgli la reputazione e privarlo di quello stato che il padre come ereditario gli aveva lasciato. Venne per tanto messer Dietisalvi a Piero con uno consiglio che pareva tutto onesto e ragionevole; ma sotto a quello era la sua rovina nascosa. Dimostrogli il disordine delle sue cose, e a quanti danari gli era necessario provedere non volendo perdere, con il credito, la reputazione delle sustanze e dello stato suo. E perci gli disse che e' non poteva con maggiore onest rimediare a' disordini suoi, che cercare di fare vivi quelli danari che suo padre doveva avere da molti, cos forestieri come cittadini: perch Cosimo, per acquistarsi partigiani in Firenze e amici di fuora, nel fare parte a ciascuno delle sue sustanze fu liberalissimo, in modo che quello di che per queste cagioni era creditore ad una somma di danari non piccola n di poca importanza ascendeva. Parve a Piero il consiglio buono e onesto, volendo a' disordini suoi rimediare con il suo; ma subito che gli ordin che questi danari si domandassero, i cittadini, come se quello volesse torre il loro, non domandare il suo, si risentirono; e sanza rispetto dicevano male di lui, e come ingrato e avaro lo calunniavano.

11.


Donde che, veduta messer Dietisalvi questa comune e populare disgrazia in la quale Piero era per i suoi consigli incorso, si ristrinse con messer Luca Pitti, messer Agnolo Acciaiuoli e Niccol Soderini, e deliberorono di torre a Piero la reputazione e lo stato. Erano mossi costoro da diverse cagioni: messer Luca desiderava succedere nel luogo di Cosimo, perch era diventato tanto grande che si sdegnava avere ad osservare Piero; messer Dietisalvi, il quale conosceva messer Luca non essere atto ad essere capo del governo, pensava che di necessit, tolto via Piero, la reputazione del tutto, in breve tempo, dovesse cadere in lui; Niccol Soderini amava che la citt pi  liberamente vivesse, e che secondo la voglia de' magistrati si governasse. Messer Agnolo con i Medici teneva particulari odii per tali cagioni: aveva Raffaello suo figliuolo, pi  tempo innanzi, presa per moglie la Lessandra de' Bardi con grandissima dote: costei o per i mancamenti suoi o per i difetti d'altri, era da il suocero e dal marito male trattata; onde che Lorenzo di Larione, suo affine, mosso a piet di questa fanciulla, una notte, con di molti armati accompagnato, la trasse di casa messer Agnolo. Dolfonsi gli Acciaiuoli di questa ingiuria fatta loro dai Bardi: fu rimessa la causa in Cosimo; il quale giudic che gli Acciaiuoli dovessero alla Lessandra restituire la sua dote, e di poi il tornare con il marito suo allo arbitrio della fanciulla si rimettesse. Non parve a messer Agnolo che Cosimo, in questo giudicio, lo avesse come amico trattato; e non si essendo potuto contro a Cosimo, deliber contro al figliuolo vendicarsi. Questi congiurati non di meno, in tanta diversit di umori, publicavano una medesima cagione, affermando volere che la citt con i magistrati, e non con il consiglio di pochi, si governasse. Accrebbono oltra di questo gli odii verso Piero e le cagioni di morderlo molti mercatanti che in questo tempo fallirono: di che publicamente ne fu Piero incolpato, che, volendo, fuori di ogni espettazione, riavere i suoi danari, gli aveva fatti con vituperio e danno della citt fallire. Aggiunsesi a questo che si praticava di dare per moglie la Clarice degli Orsini a Lorenzo suo primogenito; il che porse a ciascuno pi  larga materia di calunniarlo, dicendo come e' si vedeva espresso, poi ch'egli voleva rifiutare per il figliuolo uno parentado fiorentino, che la citt pi   come cittadino non lo capeva, e per ci egli si preparava a occupare il principato: perch colui che non vuole i suoi cittadini per parenti gli vuole per servi, e per ci  ragionevole che non gli abbia amici. Pareva a questi capi della sedizione avere la vittoria in mano, perch la maggior parte de' cittadini, ingannati da quel nome della libert che costoro, per adonestare la loro impresa, avevano preso per insegna, gli seguivano.

12.


Ribollendo adunque questi umori per la citt, parve ad alcuno di quelli a' quali le civili discordie dispiacevano che si vedesse se con qualche nuova allegrezza si potessero fermare, perch il pi  delle volte i popoli oziosi sono strumento a chi vuole alterare. Per torre via adunque questo ozio, e dare che pensare agli uomini qualche cosa, che levassero il pensiero dello stato, sendo gi passato l'anno che Cosimo era morto, presono occasione da che fusse bene rallegrare la citt, e ordinorono due feste secondo l'altre che in quella citt si fanno, solennissime: una che rappresentava quando i tre Re vennono di Oriente dietro alla stella che dimostrava la nativit di Cristo; la quale era di tanta pompa e s magnifica, che in ordinarla e farla teneva pi  mesi occupata tutta la citt, l'altra fu uno torniamento (che cos chiamano uno spettaculo che rappresenta una zuffa di uomini a cavallo) dove i primi giovani della citt si esercitorono insieme con i pi  nominati cavalieri di Italia. E intra i giovani fiorentini il pi  reputato fu Lorenzo, primogenito di Piero, il quale, non per grazia, ma per proprio suo valore ne riport il primo onore. Celebrati questi spettaculi, ritornorono ne' cittadini i medesimi pensieri, e ciascuno con pi  studio che mai la sua opinione seguitava: di che dispareri e travagli grandi ne risultavano; i quali da duoi accidenti furono grandemente accresciuti: l'uno fu che l'autorit della balia manc, l'altro la morte di Francesco duca di Milano. Donde che Galeazzo, nuovo duca, mand a Firenze ambasciadori per confermare i capitoli che Francesco suo padre aveva con la citt; in ne' quali, tra le altre cose, si disponeva che qualunque anno si pagasse a quel duca certa somma di danari. Presono per tanto i principi contrari a' Medici occasione da questa domanda, e publicamente, ne' Consigli, a questa deliberazione si opposono, mostrando non con Galeazzo, ma con Francesco essere fatta l'amiciza, s che, morto Francesco, era morto l'obligo; n ci era cagione di risuscitarlo, perch in Galeazzo non era quella virt che era in Francesco, e per consequente non se ne doveva n poteva sperare quello utile; e se da Francesco si era avuto poco, da questo si arebbe meno; e se alcuno cittadino lo volesse soldare per la potenza sua, era cosa contro al vivere civile e alla libert della citt. Piero, allo incontro, mostrava che e' non era bene una amicizia tanto necessaria per avarizia perderla, e che niuna cosa era tanto salutifera alla republica e a tutta Italia, quanto essere collegati con il duca, acci che i Viniziani, veggendo loro uniti, non sperino, o per finta amicizia o per aperta guerra, opprimere quel ducato; perch non prima sentiranno i Fiorentini essere da quel duca alienati, ch'eglino aranno l'armi in mano contro di lui, e trovandolo giovane, nuovo nello stato e sanza amici, facilmente se lo potranno, o con inganno o con forza, guadagnare; e nell'uno e nell'altro caso vi si vedeva la rovina della republica.

13.


Non erano accettate queste ragioni, e le nimicizie cominciorono a mostrarsi aperte, e ciascheduna delle parti di notte, in diverse compagnie conveniva, perch gli amici de' Medici nella Crocetta, e gli avversarii nella Piet si riducevano i quali, solleciti nella rovina di Piero, avevono fatto soscrivere come alla impresa loro favorevoli, molti cittadini. E trovandosi, tra le altre volte, una notte insieme, tennono particulare consiglio del modo di procedere loro; e a ciascuno piaceva diminuire la potenza de' Medici, ma erano differenti nel modo. Una parte, la quale era la pi  temperata e modesta, voleva che, poi che gli era finita l'autorit della balia, che si attendessi ad obstare che la non si riassumesse; e fatto questo, ci era la intenzione di ciascuno, perch i Consigli e i magistrati governerebbono la citt, e in poco tempo l'autorit di Piero si spegnerebbe; e verrebbe, con la perdita della reputazione dello stato, a perdere il credito nelle mercatanzie, perch le sustanze sue erano in termine che, se si teneva forte che e' non si potessi de' danari publici valere, era a rovinare necessitato; il che come fusse seguito, non ci era di lui pi  alcuno pericolo, e venivasi ad avere, sanza esili e sanza sangue, la sua libert recuperata; il che ogni buono cittadino doveva desiderare. Ma se si cercava di adoperare la forza, si potrebbe in moltissimi pericoli incorrere; perch tale lascia cadere uno che cade da s, che, se gli  spinto da altri, lo sostiene. Oltra di questo, quando non si ordinasse alcuna cosa straordinaria contro a di lui, non arebbe cagione di armarsi o di cercare amici; e quando e' lo facessi, sarebbe con tanto suo carico, e genererebbe in ogni uomo tanto sospetto, che farebbe a s pi  facile la rovina e ad altri darebbe maggiore occasione di opprimerlo. A molti altri de' ragunati non piaceva questa lunghezza, affermando come il tempo era per favorire lui e non loro: perch, se si voltavano ad essere contenti alle cose ordinarie, Piero non portava pericolo alcuno, e loro ne correvono molti, perch i magistrati suoi nimici gli lasceranno godere la citt, e gli amici lo faranno, con la rovina loro, come intervenne nel '58, principe. E se il consiglio dato era da uomini buoni, questo era da uomini savi; e per ci, mentre che gli uomini erano infiammati contro a di lui, conveniva spegnerlo. Il modo era: armarsi dentro, e fuori soldare il marchese di Ferrara, per non essere disarmato; e quando la sorte dessi di avere una Signoria amica, essere parati ad assicurarsene. Rimasono per tanto in questa sentenza: che si aspettasse la nuova Signoria, e secondo quella governarsi. Trovavasi intra questi congiurati ser Niccol Fedini il quale tra loro come cancelliere si esercitava. Costui, tirato da pi  certa speranza, rivel tutte le pratiche tenute da' suoi inimici a Piero, e la listra de' congiurati e de' soscritti gli port. Sbigottissi Piero, vedendo il numero e la qualit de' cittadini che gli erano contro, e consigliatosi con gli amici, deliber ancora egli fare degli amici suoi una soscrizione; e dato di questa impresa la cura ad alcuno de' pi  suoi fidati, trov tanta variet e instabilit negli animi de' cittadini, che molti de' soscritti contro di lui ancora in favore suo si soscrissono.


14.


Mentre che queste cose in questa maniera si travagliavano, venne il tempo che il supremo magistrato si rinnuova; al quale per gonfalonieri di giustizia fu Niccol Soderini assunto. Fu cosa maravigliosa a vedere con quanto concorso non solamente di onorati cittadini ma di tutto il popolo, e' fusse al Palazzo accompagnato; e per il cammino gli fu posta una grillanda di ulivo in testa, per mostrare che da quello avesse e la salute e la libert di quella patria a dependere. Vedesi, per questa e per molte altre esperienze, come non  cosa desiderabile prendere o uno magistrato o uno principato con estraordinaria opinione; perch, non potendosi con le opere a quella corrispondere, desiderando pi  gli uomini, che non possono conseguire, ti partorisce, con il tempo, disonore e infamia. Erano messer Tommaso Soderini e Niccol fratelli: era Niccol pi  feroce e animoso; messer Tommaso pi  savio. Questi, perch era a Piero amicissimo, cognosciuto l'umore del fratello, come egli desiderava solo la libert della citt e che sanza offesa di alcuno lo stato si fermasse, lo confort a fare nuovo squittino, mediante il quale le borse de' cittadini che amassero il vivere libero si riempiessero; il che fatto, si verrebbe a fermare e assicurare lo stato sanza tumulto e sanza ingiuria di alcuno, secondo la volont sua. Credette facilmente Niccol a' consigli del fratello, e attese in questi vani pensieri a consumare il tempo del suo magistrato; e dai capi de' congiurati, suoi amici, gli fu lasciato consumare, come quelli che per invidia non volevono che lo stato con l'autorit di Niccol si rinnovasse, e sempre credevano con uno altro gonfaloniere essere a tempo ad operare il medesimo. Venne per tanto il fine del magistrato di Niccol, e avendo cominciate assai cose e non ne fornite alcuna, lasci quello assai pi  disonorevolmente, che onorevolemente non lo aveva preso.

15.


Questo esemplo fece la parte di Piero pi  gagliarda; e gli amici suoi pi  nella speranza si confermorono, e quelli che erano neutrali a Piero si aderirono; tal che, essendo le cose pareggiate, pi  mesi sanza altro tumulto si temporeggiorono. Non di meno la parte di Piero sempre pigliava pi  forze; onde che gli inimici si risentirono e si ristrinsono insieme, e quello che non avevono saputo o voluto fare per il mezzo de' magistrati e facilmente, pensorono di fare per forza; e conclusono di fare ammazzare Piero, che, infermo, si trovava a Careggi; e a questo effetto fare venire il marchese di Ferrara con le genti verso la citt; e morto Piero, venire armati in Piazza, e fare che la Signoria fermassi uno stato secondo la volont loro; perch, sebbene tutta non era loro amica, speravano quella parte che fusse contraria farla per paura cedere. Messer Dietisalvi, per celare meglio lo animo suo, vicitava Piero spesso, e ragionavali della unione della citt, e lo consigliava. Erano state a Piero rivelate tutte queste pratiche; e di pi  messer Domenico Martelli gli fece intendere come Francesco Neroni, fratello di messer Dietisalvi, lo aveva sollecitato a volere essere con loro, mostrandogli la vittoria certa e il partito vinto. Onde che Piero deliber di essere il primo a prender le armi; e prese la occasione dalle pratiche tenute da' suoi avversarii con il marchese di Ferrara. Finse per tanto avere ricevuta una lettera da messer Giovanni Bentivogli principe in Bologna, che gli significava come il marchese di Ferrara si trovava sopra il fiume Albo con gente, e che publicamente dicevono venire a Firenze. E cos, sopra questo avviso, Piero prese l'arme, e in mezzo d'una grande moltitudine di armati ne venne a Firenze. Dopo il quale tutti quelli che seguivono le parti sue si armorono; e la parte avversa fece il simile; ma con migliore ordine quella di Piero, come coloro che erano preparati, e quegli altri non erano ancora secondo il disegno loro a ordine. Messer Dietisalvi, per avere le sue case propinque a quelle di Piero, in esse non si teneva securo; ma ora andava in Palazzo a confortare la Signoria a fare che Piero posasse l'arme, ora a trovare messer Luca, per tenerlo fermo nelle parti loro. Ma di tutti si mostr pi  vivo che alcuno Niccol Soderini, il quale prese l'arme, e fu seguitato quasi che da tutta la plebe del suo quartiere, e ne and alle case di messer Luca, e lo preg montasse a cavallo e venisse in Piazza a' favori della Signoria, che era per loro; dove senza dubio s'arebbe la vittoria certa, e non volesse, standosi in casa, essere o dagli armati nimici vilmente oppresso, o dai disarmati vituperosamente ingannato; e che a ora si pentirebbe non avere fatto, che non sarebbe a tempo a fare; e che, se e' voleva con la guerra la rovina di Piero, egli poteva facilmente averla; se voleva la pace, era molto meglio essere in termine da dare, non ricevere, le condizioni di quella. Non mossono queste parole messer Luca, come quello che aveva gi posato lo animo, ed era stato da Piero, con promesse di nuovi parentadi e nuove condizioni, svolto; perch avevano con Giovanni Tornabuoni una sua nipote in matrimonio congiunta. In modo che confort Niccol a posare l'armi e tornarsene a casa; perch e' doveva bastargli che la citt si governasse con i magistrati; e cos seguirebbe, e che le arme ogni uomo le poserebbe, e i Signori, dove loro avevono pi  parte, sarebbono giudici delle differenze loro. Non potendo adunque Niccol altrimenti disporlo, se ne torn a casa; ma prima gli disse: - Io non posso, solo, fare bene alla mia citt; ma io posso bene pronosticarle il male: questo partito che voi pigliate far alla patria nostra perdere la sua libert, a voi lo stato e le sustanze, a me e agli altri la patria.

16.


La Signoria, in questo tumulto, aveva chiuso il Palazzo, e con i suoi magistrati si era ristretta, non mostrando favore ad alcuna delle parti. I cittadini, e massimamente quegli che avevano seguite le parti di messer Luca, veggendo Piero armato e gli avversarii disarmati, cominciorono a pensare, non come avessino a offendere Piero, ma come avessino a diventare suoi amici. Donde che i primi cittadini, capi delle fazioni, convennono in Palazzo, alla presenza della Signoria, dove molte cose dello stato della citt, molte della reconciliazione di quella ragionorono. E perch Piero, per la debilit del corpo, non vi poteva intervenire, tutti d'accordo deliberorono andare alle sue case a trovarlo, eccetto che Niccol Soderini, il quale, avendo prima raccomandato i suoi figliuoli e le sue cose a messer Tommaso, se ne and nella sua villa, per aspettare quivi il fine della cosa, il quale reputava a s infelice e alla patria sua dannoso. Arrivati per tanto gli altri cittadini da Piero, uno di quelli, a chi era stato commesso il parlare, si dolfe de' tumulti nati nella citt, mostrando come di quelli aveva maggiore colpa chi aveva prima prese l'arme; e non sapendo quello che Piero, che era stato il primo a pigliarle, si volesse, erano venuti per intendere la volont sua, e quando la fusse al bene della citt conforme, erano per seguirla. Alle quali parole Piero rispose come, non quello che prende prima le arme  cagione degli scandoli, ma colui che  primo a dare cagione che le si prendino; e se pensassero pi  quali erano stati i modi loro verso di lui, si maraviglierebbono meno di quello che per salvare s avesse fatto: perch vedrebbono che le convenzioni notturne, le soscrizioni, le pratiche di torgli la citt e la vita lo avevono fatto armare; le quali arme non avendo mosse dalle case sue, facevano manifesto segno dello animo suo, come per difendere s, non per offendere altri, le aveva prese. N voleva altro, n altro desiderava che la securt o la quiete sua; n aveva mai dato segno di s di desiderare altro; perch, mancata l'autorit della balia, non pens mai alcuno estraordinario modo per renderliene, ed era molto contento che i magistrati governassero la citt, contentandosene quelli. E che si dovevono ricordare come Cosimo e i figliuoli sapevono vivere in Firenze, con la balia e sanza la balia, onorati; e nel '58, non la casa sua, ma loro la avevano riassunta; e che, se ora non la volevono, che non la voleva ancora egli; ma che questo non bastava loro, perch aveva veduto che non credevono potere stare in Firenze standovi egli. Cosa veramente che non arebbe mai, non che creduta, pensata, che gli amici suoi e del padre non credessero potere vivere in Firenze con lui, non avendo mai dato altro segno di s, che di quieto e pacifico uomo. Poi volse il suo parlare a messer Dietisalvi e ai fratelli, che erano presenti, e rimprover loro, con parole gravi e piene di sdegno, i beneficii ricevuti da Cosimo, la fede avuta in quelli e la grande ingratitudine loro. E furono di tanta forza le sue parole, che alcuni de' presenti in tanto si commossono, che, se Piero non li raffrenava, gli arebbono con l'arme manomessi. Concluse alla fine Piero, che era per approvare tutto quello che loro e la Signoria deliberassero, e che da lui non si domandava altro che vivere quieto e securo. Fu sopra questo parlato di molte cose, n per allora deliberatone alcuna, se non generalmente che gli era necessario riformare la citt e dare nuovo ordine allo stato.

17.


Sedeva in quelli tempi gonfaloniere di giustizia Bernardo Lotti, uomo non confidente a Piero, in modo che non gli parve, mentre che quello era in magistrato, da tentare cosa alcuna, il che non giudic importante molto, sendo propinquo al fine del magistrato suo. Ma venuta la elezione de' Signori i quali di settembre e di ottobre seggono, l'anno 1466, fu eletto al sommo magistrato Ruberto Lioni; il quale, subito che ebbe preso il magistrato, sendo tutte le altre cose preparate, chiam il popolo in Piazza, e fece nuova balia, tutta della parte di Piero; la quale poco di poi cre i magistrati secondo la volont del nuovo stato. Le quali cose spaurirono i capi della fazione nimica; e messer Agnolo Acciaiuoli si fugg a Napoli, messer Dietisalvi Neroni e Niccol Soderini a Vinegia, messer Luca Pitti si rest in Firenze, confidandosi nelle promesse fattegli da Piero e nel nuovo parentado. Furono quelli che si erano fuggiti declarati rebelli, e tutta la famiglia de' Neroni fu dispersa; e messer Giovanni di Nerone, allora arcivescovo di Firenze, per fuggire maggiore male, si elesse voluntario esilio a Roma. Furono molti altri cittadini, che subito si partirono, in varii luoghi confinati. N bast questo, che si ordin una processione per ringraziare Iddio dello stato conservato e della citt riunita; nella solennit della quale furono alcuni cittadini presi e tormentati, e di poi parte di loro morti e parte posti in esilio. N in questa variazione di cose fu esemplo tanto notabile quanto quello di messer Luca Pitti; perch subito si cognobbe la differenza quale  dalla vittoria alla perdita, da il disonore all'onore. Vedevasi nelle sue case una solitudine grandissima, dove prima erano da moltissimi cittadini frequentate; per la strada gli amici, i parenti, non che di accompagnarlo, ma di salutarlo temevano, perch a parte di essi erano stati tolti gli onori e a parte la roba, e tutti parimente minacciati; i superbi edifici che gli aveva cominciati furono dagli edificatori abbandonati; i beneficii che gli erano per lo adietro stati fatti si convertirono in ingiurie, gli onori in vituperii; onde che molti di quelli che gli avieno per grazia alcuna cosa donata di grande prezzo, come cosa prestata ridomandavano; e quelli altri che solevono insino al cielo lodarlo, come uomo ingrato e violento lo biasimavano. Tal che si pent, tardi, non avere a Niccol Soderini creduto e cerc pi  tosto di morire onorato con le armi in mano, che vivere intra i vittoriosi suoi nimici disonorato.

18.


Quelli che si trovavano cacciati cominciorono a pensare infra loro varii modi di racquistare quella citt che non si avevano saputo conservare. Messer Agnolo Acciaiuoli non di meno, trovandosi a Napoli, prima che pensasse di innovare cosa alcuna, volle tentare l'animo di Piero, per vedere se poteva sperare di riconciliarsi seco; e scrissegli una lettera in questa sentenza: - Io mi rido de' giuochi della fortuna, e come a sua posta ella fa gli amici diventare nimici, e gli nimici amici. Tu ti puoi ricordare come, nello esilio di tuo padre, stimando pi  quella ingiuria che i pericoli miei, io ne perdei la patria, e fui per perderne la vita; n ho mai, mentre sono vivuto con Cosimo, mancato di onorare e favorire la casa vostra n dopo la sua morte ho avuto animo di offenderti. Vero  che la tua mala complessione, la tenera et de' tuoi figliuoli in modo mi sbigottivono, che io giudicai che fusse da dare tal forma allo stato, che dopo la tua morte la patria nostra non rovinasse. Da questo sono nate le cose fatte, non contro a te, ma in benifizio della patria mia; il che, se pure  stato errore, merita e dalla mia buona mente e dalle opere mie passate essere cancellato. N posso credere, avendo la casa tua trovato in me, tanto tempo, tanta fede, non trovare ora in te misericordia, e che tanti miei meriti da un solo fallo debbino essere destrutti. - Piero, ricevuta questa lettera, cos gli rispose: - Il ridere tuo cost  cagione che io non pianga; perch, se tu ridessi a Firenze, io piangerei a Napoli. Io confesso che tu hai voluto bene a mio padre; e tu confesserai di averne da quello ricevuto; in modo che tanto pi  era l'obligo tuo che il nostro, quanto si debbono stimare pi   i fatti che le parole. Sendo tu stato adunque del tuo bene ricompensato, non ti debbi ora maravigliare se del male ne riporti giusti premii. N ti scusa lo amore della patria; perch non sar mai alcuno che creda questa citt essere stata meno amata e accresciuta dai Medici che dagli Acciaiuoli. Vivi per tanto disonorato cost, poi che qui onorato vivere non hai saputo.

19.


Disperato per tanto messer Agnolo di potere impetrare perdono, se ne venne a Roma, e accozzossi con lo Arcivescovo e altri fuori usciti, e con quelli termini potette pi  vivi si sforzorono di torre il credito alla ragione de' Medici che in Roma si travagliava; a che Piero con difficult provide; pure, aiutato dagli amici, fall il disegno loro. Messer Dietisalvi dall'altra parte e Niccol Soderini con ogni diligenza cercorono di muovere il Senato viniziano contra alla patria loro, giudicando che, se i Fiorentini fussero da nuova guerra assaliti per essere lo stato loro nuovo e odiato, che non potrieno sostenerla. Trovavasi in quel tempo a Ferrara Giovan Francesco, figliuolo di messer Palla Strozzi, il quale era, nella mutazione del '34, stato cacciato con il padre da Firenze. Aveva costui credito grande ed era, secondo gli altri mercatanti, estimato ricchissimo. Mostrorono questi nuovi ribelli a Giovan Francesco la facilit del ripatriarsi, quando e Viniziani ne facessero impresa; e facilmente credevono la farieno, quando si potesse in qualche parte contribuire alla spesa; dove altrimenti ne dubitavano. Giovan Francesco, il quale desiderava vendicarsi delle ingiurie ricevute, credette facilmente a' consigli di costoro, e promesse essere contento concorrere a questa impresa con tutte le sue facult. Donde che quelli se ne andorono al Doge, e con quello si dolfono dello esilio, il quale non per altro errore dicevano sopportare, che per avere voluto che la patria loro con le leggi sue vivesse e che i magistrati, e non i pochi cittadini, si onorassero: perch Piero de' Medici con altri, suoi seguaci, i quali erano a vivere tirannicamente consueti, avevono con inganno prese le armi, con inganno fattole posare a loro, e con inganno cacciatigli poi della loro patria; n furono contenti a questo, che eglino usorono mezzano Iddio ad opprimere molti altri che sotto la fede data erano rimasi nella citt; e come nelle publiche e sacre cerimonie e solenni supplicazioni, acci che Iddio de' loro tradimenti fusse partecipe, furono molti cittadini incarcerati e morti: cosa d'uno impio e nefando esemplo. Il che per vendicare non sapevono dove con pi  speranza si potere ricorrere che a quel Senato; il quale, per essere sempre stato libero, doverrebbe di coloro avere compassione che avessero la sua libert perduta. Concitavano adunque contro a' tiranni gli uomini liberi, contro agli impii i pietosi; e che si ricordassero come la famiglia de' Medici aveva tolto loro lo imperio di Lombardia, quando Cosimo, fuora della volont degli altri cittadini, contro a quel Senato favor e suvvenne Francesco; tanto che, se la giusta causa loro non li moveva, il giusto odio e giusto desiderio di vendicarsi muovere gli doverrebbe.

20.


Queste ultime parole tutto quel Senato commossono; e deliberorono che Bartolomeo Colione, loro capitano, assalisse il dominio fiorentino. E quanto si potette prima fu insieme lo esercito; con il quale si accost Ercule da Esti, mandato da Borso marchese di Ferrara. Costoro, nel primo assalto, non sendo ancora i Fiorentini ad ordine, arsono il borgo di Dovadola e feciono alcuni danni nel paese allo intorno. Ma i Fiorentini, cacciata che fu la parte nimica a Piero, avieno con Galeazzo duca di Milano e con il re Ferrando fatta nuova lega, e per loro capitano condotto Federigo conte di Urbino, in modo che trovandosi ad ordine con gli amici, stimorono meno i nimici; perch Ferrando mand Alfonso suo primogenito, e Galeazzo venne in persona, e ciascheduno con conveniente forze; e feciono tutti testa a Castracaro, castello de' Fiorentini posto nelle radici delle alpi che scendono dalla Toscana in Romagna. I nimici, in quel mezzo, si erano ritirati verso Imola; e cos fra l'uno e l'altro esercito seguivano, secondo i costumi di que' tempi, alcune leggieri zuffe; n per l'uno n per l'altro si assal o campeggi terre, n si dette copia al nimico di venire a giornata; ma standosi ciascuno nelle sue tende, ciascuno con maravigliosa vilt si governava. Questa cosa dispiaceva a Firenze; perch si vedeva essere oppressa da una guerra nella quale si spendeva assai e si poteva sperare poco; e i magistrati se ne dolfono con quelli cittadini ch'eglino avieno a quella impresa deputati commissari. I quali risposono essere di tutto il duca Galeazzo cagione, il quale, per avere assai autorit e poca esperienza, non sapeva prendere partiti utili, n prestava fede a quelli che sapevono; e come gli era impossibile, mentre quello nello esercito dimorava, che si potesse alcuna cosa virtuosa o utile operare. Feciono i Fiorentini per tanto intendere a quel Duca come gli era loro commodo e utile assai che personalmente e' fussi venuto agli aiuti loro, perch sola tale reputazione era atta a potere sbigottire i nimici, non di meno stimavano molto pi  la salute sua e del suo stato che i commodi propri, perch, salvo quello, ogni altra cosa speravano prospera, ma patendo quello, temevono ogni avversit. Non giudicavano per tanto cosa molto secura che egli molto tempo dimorasse assente da Milano, sendo nuovo nello stato, e avendo i vicini potenti e sospetti, talmente che chi volesse macchinare cosa alcuna controgli, potrebbe facilmente. Donde che lo confortavano a tornarsene nel suo stato e lasciare parte delle genti per la difesa loro. Piacque a Galeazzo questo consiglio e sanza altro pensare se ne torn a Milano. Rimasi adunque i capitani de' Fiorentini sanza questo impedimento, per dimostrare che fusse vera la cagione che del lento loro procedere avevano accusata, si strinsono pi  al nimico, in modo che vennono ad una ordinata zuffa, la quale dur mezzo un giorno, sanza che niuna delle parti inclinasse. Nondimeno non vi mor alcuno: solo vi furno alcuni cavagli feriti, e certi prigioni da ogni parte presi. Era gi venuto il verno e il tempo che gli eserciti erano consueti ridursi alle stanze, per tanto messer Bartolomeo si ritir verso Ravenna, le genti fiorentine in Toscana; quelle del Re e del Duca ciascuna negli stati de' loro signori si ridussono. Ma da poi che per questo assalto non si era sentito alcuno moto in Firenze, secondo che i rebelli fiorentini avieno promesso, e mancando il soldo alle genti condotte, si tratt l'accordo, e dopo non molte pratiche fu concluso. Per tanto i rebelli fiorentini, privi d'ogni speranza, in varii luoghi si partirono: messer Dietisalvi si ridusse a Ferrara, dove fu dal marchese Borso ricevuto e nutrito; Niccol Soderini se ne and a Ravenna, dove con una piccola provisione avuta da' Viniziani invecchi e mor. Fu costui tenuto uomo giusto e animoso, ma nel risolversi dubio e lento, il che fece che, gonfaloniere di giustizia, ei perd quella occasione del vincere che di poi, privato, volle racquistare e non potette.

21.


Seguita la pace, quelli cittadini che erano rimasi in Firenze superiori non parendo loro avere vinto, se con ogni ingiuria, non solamente i nimici, ma i sospetti alla parte loro non affliggevano, operorono con Bardo Altoviti, che sedeva gonfaloniere di giustizia, che di nuovo a molti cittadini togliessi gli onori, a molti altri la citt. La qual cosa crebbe a loro potenza, e agli altri spavento; la qual potenza sanza alcuno rispetto esercitavano, e in modo si governavano, che pareva che Iddio e la fortuna avesse dato loro quella citt in preda. Delle quali cose Piero poche ne intendeva, e a quelle poche non poteva, per essere dalla infirmit oppresso, rimediare; perch era in modo contratto, che d'altro che della lingua non si poteva valere. N ci poteva fare altri rimedi che ammunirli e pregarli dovessero civilmente vivere e godersi la loro patria salva pi  tosto che destrutta. E per rallegrare la citt, deliber di celebrare magnificamente le nozze di Lorenzo suo figliuolo, con il quale la Clarice nata di casa Orsina aveva congiunta; le quali nozze furono fatte con quella pompa di apparati e di ogni altra magnificenza che a tanto uomo si richiedeva; dove pi  giorni in nuovi ordini di balli, di conviti e di antiche rapresentazioni si consumorono. Alle quali cose si aggiunse, per mostrare pi  la grandezza della casa de' Medici e dello stato, duoi spettaculi militari: l'uno fatto dagli uomini a cavallo, dove una campale zuffa si rapresent; l'altro una espugnazione di una terra dimostr; le quali cose con quello ordine furono fatte e con quella virt esequite, che si potette maggiore.

22.


Mentre che queste cose in questa maniera in Firenze procedevano, il resto della Italia viveva quietamente, ma con sospetto grande della potenza del Turco, il quale con le sue imprese seguiva di combattere i Cristiani e aveva espugnato Negroponte, con grande infamia e danno del nome cristiano. Mor, in questi tempi, Borso marchese di Ferrara, e a quello successe Ercule suo fratello. Mor Gismondo da Rimino, perpetuo nimico alla Chiesa, ed erede del suo stato rimase Ruberto, suo naturale figliuolo, il quale fu poi intra i capitani di Italia nella guerra eccellentissimo. Mor papa Paulo, e fu a lui creato successore Sisto IV, detto prima Francesco da Savona, uomo di bassissima e vile condizione; ma per le sue virt era divenuto generale dell'ordine di San Francesco, e di poi cardinale. Fu questo pontefice il primo che cominciasse a mostrare quanto uno pontefice poteva, e come molte cose, chiamate per lo adietro errori, si potevono sotto la pontificale autorit nascondere. Aveva intra la sua famiglia Pietro e Girolamo, i quali, secondo che ciascuno credeva, erano suoi figliuoli; non di manco sotto altri pi  onesti nomi gli palliava. Piero, perch era frate, condusse alla dignit del cardinalato, del titolo di San Sisto; a Girolamo dette la citt di Furl, e tolsela ad Antonio Ordelaffi, i maggiori del quale erano di quella citt stati lungo tempo principi. Questo modo di procedere ambizioso lo fece pi  dai principi di Italia stimare, e ciascuno cerc di farselo amico; e perci il duca di Milano dette per moglie a Girolamo la Caterina, sua figliuola naturale, e per dote di quella la citt di Imola, della quale aveva spogliato Taddeo degli Alidosi. Intra questo duca ancora e il re Ferrando si contrasse nuovo parentado, perch Elisabella, nata d'Alfonso primogenito del Re, con Giovan Galeazzo, primo figliuolo del Duca, si congiunse.

23.


Vivevasi per tanto in Italia assai quietamente, e la maggior cura di quelli principi era di osservare l'uno l'altro, e con parentadi, nuove amicizie e leghe, l'uno dell'altro assicurarsi. Non di meno, in tanta pace, Firenze era da' suoi cittadini grandemente afflitta, e Piero alla ambizione loro, dalla malattia impedito, non poteva opporsi. Non di meno, per sgravare la sua conscienza, e per vedere se poteva farli vergognare, gli chiam tutti in casa, e parl loro in questa sentenza: - Io non arei mai creduto che potesse venire tempo che i modi e costumi degli amici mi avessero a fare amare e desiderare i nimici, e la vittoria la perdita; perch io mi pensava avere in compagnia uomini che nelle cupidit loro avessero qualche termine o misura, e che bastasse loro vivere nella loro patria securi e onorati, e di pi , de' loro nimici vendicati. Ma io cognosco ora come io mi sono di gran lunga ingannato, come quello che cognosceva poco la naturale ambizione di tutti gli uomini, e meno la vostra: perch non vi basta essere in tanta citt principi e avere voi pochi quegli onori, dignit e utili de' quali gi molti cittadini si solevono onorare; non vi basta avere intra voi divisi i beni de' nimici vostri; non vi basta potere tutti gli altri affliggere con i publici carichi, e voi, liberi da quelli, avere tutte le publiche utilit; che voi con ogni qualit di ingiuria ciascheduno affliggete. Voi spogliate de' suoi beni il vicino, voi vendete la giustizia, voi fuggite i giudicii civili, voi oppressate gli uomini pacifici, e gli insolenti esaltate. N credo che sia in tutta Italia tanti esempli di violenza e di avarizia, quanti sono in questa citt. Dunque questa nostra patria ci ha dato la vita perch noi la togliamo a lei? ci ha fatti vittoriosi perch noi la distruggiamo? ci onora perch noi la vituperiamo? Io vi prometto per quella fede che si debbe dare e ricevere dagli uomini buoni, che, se voi seguiterete di portarvi in modo che io mi abbi a pentire di avere vinto, io ancora mi porter in maniera che voi vi pentirete di avere male usata la vittoria. - Risposono quelli cittadini secondo il tempo e il luogo accomodatamente; non di meno dalle loro sinistre operazioni non si ritrassono. Tanto che Piero fece venire celatamente messer Agnolo Acciaiuoli in Cafaggiuolo, e con quello parl a lungo delle condizioni della citt: n si dubita punto che, se non era dalla morte interrotto, che gli avesse tutti i fuorusciti per frenare le rapine di quegli di dentro alla patria restituiti. Ma a questi suoi onestissimi pensieri si oppose la morte; perch, aggravato dal male del corpo e dalle angustie dello animo, si mor l'anno della et sua cinquantatreesimo. La virt e bont del quale la patria sua non potette interamente cognoscere, per essere stato da Cosimo suo padre infino quasi che allo estremo della sua vita accompagnato, e per avere quelli pochi anni che sopravisse nelle contenzioni civili e nella infirmit consumati. Fu sotterrato Piero nel tempio di San Lorenzo, propinquo al padre; e furno le sue esequie fatte con quella pompa che tanto cittadino meritava. Rimasono di lui duoi figliuoli, Lorenzo e Giuliano, i quali bench dessero a ciascheduno speranza di dovere essere uomini alla repubblica utilissimi, non di meno la loro giovent sbigottiva ciascuno.


24.


Era in Firenze intra i primi cittadini del governo, e molto di lunga agli altri superiore, messer Tommaso Soderini, la cui prudenza e autorit, non solo in Firenze, ma appresso a tutti i principi di Italia era nota. Questi, dopo la morte di Piero, da tutta la citt era osservato; e molti cittadini alle sue case, come capo della citt, lo vicitorono, molti principi gli scrissono. Ma egli, che era prudente e che ottimamente la fortuna sua e di quella casa cognosceva, alle lettere de' principi non rispose, e a' cittadini fece intendere come, non le sue case, ma quelle de' Medici si avevano a vicitare. E per mostrare con l'effetto quello che con i conforti aveva dimostro, ragun tutti i primi delle famiglie nobili nel convento di Santo Antonio, dove fece ancora Lorenzo e Giuliano de' Medici venire; e quivi disput, con una lunga e grave orazione, delle condizioni della citt, di quelle di Italia e degli umori de' principi d'essa, e concluse che, se volevano che in Firenze si vivesse unito e in pace, e dalle divisioni di dentro e dalle guerre di fuora securo, era necessario osservare quegli giovani e a quella casa la reputazione mantenere: perch gli uomini di fare le cose che sono fare consueti mai non si dolgono, le nuove, come presto si pigliano, cos ancora presto si lasciano, e sempre fu pi  facile mantenere una potenza la quale con la lunghezza del tempo abbia spenta la invidia, che suscitarne una nuova la quale per moltissime cagioni si possa facilmente spegnere. Parl, apresso a messer Tommaso, Lorenzo, e bench fusse giovane, con tanta gravit e modestia, che dette a ciascheduno speranza di essere quello che di poi divenne. E prima partissero di quel luogo, quegli cittadini giurorono di prendergli in figliuoli, e loro in padri. Restati adunque in questa conclusione, erano Lorenzo e Giuliano come principi dello stato onorati; e quelli dal consiglio di messer Tommaso non si partivano.

25.


E vivendosi assai quietamente dentro e fuora, non sendo guerra che la comune quiete perturbasse, nacque uno inopinato tumulto, il quale fu come un presagio de' futuri danni. Intra le famiglie le quali con la parte di messer Luca Pitti rovinorono fu quella de' Nardi; perch Salvestro e i frategli, capi di quella famiglia, furono prima mandati in esilio, e di poi, per la guerra che mosse Bartolommeo Colioni, fatti rebelli. Intra questi era Bernardo, fratello di Salvestro, giovane pronto e animoso. Costui, non potendo, per la povert, sopportare lo esilio, n veggendo, per la pace fatta, modo alcuno al ritorno suo, deliber di tentare qualche cosa da potere, mediante quella, dare cagione ad una nuova guerra: perch molte volte un debile principio partorisce gagliardi effetti, con ci sia che gli uomini sieno pi  pronti a seguire una cosa mossa che a muoverla. Aveva Bernardo conoscenza grande in Prato, e nel contado di Pistoia grandissima, e massimamente con quelli del Palandra, famiglia, ancora che contadina, piena di uomini, e secondo gli altri Pistolesi, nelle armi e nel sangue nutriti. Sapeva come costoro erano mal contenti, per essere stati in quelle loro nimicizie da' magistrati fiorentini male trattati. Conosceva oltre a di questo gli umori de' Pratesi, e come e' pareva loro essere superbamente e avaramente governati; e di alcuno sapeva il male animo contro allo stato. In modo che tutte queste cose gli davano speranza di potere accendere un fuoco in Toscana, faccendo ribellare Prato, dove poi concorressero tanti a nutrirlo, che quelli che lo volessero spegnere non bastassero. Comunic questo suo pensiero con messer Dietisalvi; e lo domand, quando lo occupare Prato gli riuscisse, quali aiuti potesse, mediante lui, dai principi sperare. Parve a messer Dietisalvi la impresa pericolosissima e quasi impossibile a riuscire: non di meno, veggendo di potere, con il pericolo d'altri, di nuovo tentare la fortuna, lo confort al fatto, promettendogli da Bologna e da Ferrara aiuti certissimi, quando gli operasse in modo che tenesse e difendesse Prato almeno quindici giorni. Ripieno adunque Bernardo, per questa promessa, d'una felice speranza, si condusse celatamente a Prato, e comunicata la cosa con alcuni, li trov dispostissimi. Il quale animo e volont trov ancora in quelli del Palandra, e convenuti insieme del tempo e del modo, fece Bernardo il tutto a messer Dietisalvi intendere.

26.


Era podest di Prato per il popolo di Firenze Cesare Petrucci. Hanno questi simili governatori di terre consuetudine di tenere le chiavi delle porti appresso di loro; e qualunque volta, ne' tempi massime non sospetti, alcuno della terra le domanda, per uscire o entrare di notte in quella, gliene concedono. Bernardo, che sapeva questo costume, propinquo al giorno, insieme con quelli del Palandra e circa cento armati, alla porta che guarda verso Pistoia si present; e quelli che, dentro, sapevano il fatto ancora s'armorono; uno de' quali domand al Podest le chiavi, fingendo che uno della terra per entrare le domandasse. Il Podest, che niente d'uno simile accidente poteva dubitare, mand uno suo servidore con quelle: al quale, come fu alquanto dilungatosi dal Palagio, furono tolte da' congiurati; e aperta la porta, fu Bernardo con i suoi armati intromesso, e convenuti insieme, in due parti si divisono, una delle quali, guidata da Salvestro Pratese, occup la cittadella, l'altra, insieme con Bernardo, prese il Palagio, e Cesare con tutta la sua famiglia dierono in guardia ad alcuni di loro. Di poi levorono il romore, e per la terra andavano il nome della libert gridando. Era gi apparito il giorno, e a quel romore molti popolani corsono in Piazza, e intendendo come la rocca e il Palagio erano stati occupati e il Podest con i suoi preso, stavano ammirati donde potesse questo accidente nascere. Gli Otto cittadini che tengono in quella terra il supremo grado nel palagio loro convennono, per consigliarsi di quello fussi da fare. Ma Bernardo e i suoi, corso che gli ebbe un tempo per la terra, e veggendo di non essere seguito da alcuno, poi che gli intese gli Otto essere insieme, se n'and da quelli; e narr la cagione della impresa sua essere volere liberare loro e la patria sua dalla servit; e quanta gloria sarebbe a quelli, se prendevono l'arme e in questa gloriosa impresa lo accompagnavano, dove acquisterieno quiete perpetua ed eterna fama. Ricord loro l'antica loro libert e le presenti condizioni; mostr gli aiuti certi, quando e' volessero, pochissimi giorni, a quelle tante forze che i Fiorentini potessero mettere insieme opporsi; afferm di avere intelligenza in Firenze, la quale si dimosterrebbe subito che si intendesse quella terra essere unita a seguirlo. Non si mossono gli Otto per quelle parole; e gli risposono non sapere se Firenze si viveva libera o serva, come cosa che a loro non si aspettava intenderla; ma che sapevano bene che per loro non si desider mai altra libert che servire a quegli magistrati che Firenze governavano, da' quali mai non avevono ricevuta tale ingiuria che gli avessero a prendere l'armi contro a quelli. Per tanto lo confortavano a lasciare il Podest nella sua libert, e la terra libera dalle sue genti; e s da quel pericolo con prestezza traessi nel quale con poca prudenza era entrato. Non si sbigott Bernardo per queste parole, ma deliber di vedere se la paura moveva i Pratesi, poi che i prieghi non li movevono: e per spaventargli pens di fare morire Cesare, e tratto quello di prigione, comand che fusse alle finestre del Palagio appiccato. Era gi Cesare propinquo alle finestre, con il capestro al collo, quando ei vide Bernardo che sollecitava la sua morte. Al quale voltosi disse: - Bernardo, tu mi fai morire, credendo essere di poi dai Pratesi seguitato: ed egli ti riuscir il contrario; perch la reverenzia che questo popolo ha agli rettori che ci manda il popolo di Firenze  tanta che, come ei si vedr questa ingiuria fattami, ti conciter tanto odio contro, che ti partorir la tua rovina. Per tanto non la morte, ma la vita mia puote essere cagione della vittoria tua: perch, se io comander loro quello che ti parr, pi  facilmente a me che a te ubbidiranno; e seguendo io gli ordini tuoi, ci verrai ad avere la intenzione tua. - Parve a Bernardo, come quello che era scarso di partiti, questo consiglio buono; e gli comand che, venuto sopra uno verone che risponde in Piazza, comandasse al popolo che lo ubbidisse. La quale cosa fatta che Cesare ebbe, fu riposto in prigione.

27.


Era gi la debolezza de' congiurati scoperta; e molti Fiorentini che abitavano la terra erano convenuti insieme, intra i quali era messer Giorgio Ginori, cavaliere di Rodi. Costui fu il primo che mosse le armi contro di loro; e assal Bernardo, il quale andava discorrendo per la Piazza, ora pregando, ora minacciando se non era seguitato e ubbidito; e fatto impeto contra di lui con molti che messer Giorgio seguirono, fu ferito e preso. Fatto questo, fu facil cosa liberare il Podest e superare gli altri, perch, sendo pochi e in pi  parti divisi, furono quasi che tutti presi o morti. A Firenze era venuto, in quel mezzo, la fama di questo accidente, e di molto maggiore che non era seguito, intendendosi essere preso Prato, il Podest con la famiglia morto, piena di nimici la terra; Pistoia essere in arme, e molti di quelli cittadini essere in questa congiura: tanto che subito fu pieno il Palagio di cittadini, e con la Signoria a consigliarsi convennono. Era allora in Firenze Ruberto da San Severino, capitano nella guerra reputatissimo: per tanto si deliber di mandarlo, con quelle genti che potette pi  adunare insieme, a Prato; e gli commissono si appropinquasse alla terra, e dessi particulare notizia della cosa, faccendovi quelli rimedi che alla prudenza sua occorressero. Era passato Ruberto di poco il castello di Campi quando fu da uno mandato di Cesare incontrato, che significava Bernardo essere preso, e i suoi compagni fugati e morti, e ogni tumulto posato. Onde che si ritorn a Firenze: e poco di poi vi fu condotto Bernardo, e ricerco dal magistrato del vero della impresa, e trovatala debile, disse averla fatta perch, avendo deliberato pi  tosto di morire in Firenze che vivere in esilio, volle che la sua morte almeno fusse da qualche ricordevole fatto accompagnata.

28.


Nato quasi che in un tratto e oppresso questo tumulto, ritornorono i cittadini al loro consueto modo di vivere, pensando di godersi sanza alcuno rispetto quello stato che si avevano stabilito e fermo. Di che ne nacquono alla citt quelli mali che sogliono nella pace il pi  delle volte generarsi; perch i giovani, pi   sciolti che l'usitato, in vestire, in conviti, in altre simili lascivie sopra modo spendevano, ed essendo oziosi, in giuochi e in femmine il tempo e le sustanze consumavano e gli studi loro erano apparire con il vestire splendidi e con il parlare sagaci e astuti; e quello che pi  destramente mordeva gli altri era pi  savio e da pi  stimato. Questi cos fatti costumi furono da' cortigiani del duca di Milano accresciuti, il quale insieme con la sua donna e con tutta la sua ducale corte, per sodisfare, secondo che disse, ad uno boto, venne in Firenze; dove fu ricevuto con quella pompa che conveniva un tanto principe e tanto amico alla citt ricevere. Dove si vide, cosa in quel tempo nella nostra citt ancora non veduta, che, sendo il tempo quadragesimale, nel quale la Chiesa comanda che sanza mangiar carne si digiuni, quella sua corte, sanza rispetto della Chiesa o di Dio, tutta di carne si cibava. E perch si feciono molti spettaculi per onorarlo, intra i quali, nel tempio di Santo Spirito, si rapresent la concessione dello Spirito Santo agli Apostoli, e perch, per i molti fuochi che in simile solennit si fanno, quel tempio tutto arse, fu creduto da molti Dio, indegnato contro di noi, avere voluto della sua ira dimostrare quel segno. Se adunque quel duca trov la citt di Firenze piena di cortigiane delicatezze e costumi ad ogni bene ordinata civilit contrari, la lasci molto pi ; onde che i buoni cittadini pensorono che fusse necessario porvi freno, e con nuova legge a' vestiri, a' mortorii, ai conviti termine posero.

29.


Nel mezzo di tanta pace nacque uno nuovo e insperato tumulto in Toscana. Fu trovata nel contado di Volterra da alcuni di quelli cittadini una cava d'allumi, della quale cognoscendo quelli la utilit, per avere chi con i danari li aiutasse e con la autorit gli difendesse, ad alcuni cittadini fiorentini si accostorono, e degli utili che di quella si traevano li ferono partecipi. Fu questa cosa nel principio, come il pi  delle volte delle imprese nuove interviene, dal popolo di Volterra stimata poco; ma con il tempo, cognosciuto l'utile, volle rimediare a quello, tardi e sanza frutto, che a buona ora facilmente arebbe rimediato. Cominciossi ne' Consigli loro ad agitare la cosa, affermando non essere conveniente che una industria trovata ne' terreni publici in privata utilit si converta. Mandorono sopra questo oratori a Firenze: fu la causa in alcuni cittadini rimessa, i quali, o per essere corrotti dalla parte, o perch giudicassero cosa essere bene, riferirono il popolo volterrano non volere le cose giuste desiderando privare i suoi cittadini delle fatiche e industrie loro, e per ci ai privati, non a lui, quelle lumiere appartenevano; ma essere bene conveniente che ciascuno anno certa quantit di danari pagassero, in segno di ricognoscerlo per superiore. Questa risposta fece non diminuire, ma crescere i tumulti e gli odii in Volterra; e niuna altra cosa, non solamente ne' loro Consigli, ma fuora, per tutta la citt, s'agitava; richiedendo l'universale quello che pareva gli fusse stato tolto, e volendo i particulari conservare quello che si avevano prima acquistato e di poi era stato loro dalla sentenzia de' Fiorentini confermato. Tanto che, in queste dispute, fu morto uno cittadino in quella citt reputato, chiamato il Pecorino, e dopo lui molti altri che con quello si accostavano, e le loro case saccheggiate e arse; e da quello impeto medesimo mossi, con fatica dalla morte de' rettori che quivi erano per il popolo fiorentino si astennono.

30.


Seguito questo primo insulto, deliberorono, prima che ogni cosa, mandare oratori a Firenze; i quali feciono intendere a quelli Signori che, se volevono conservare loro i capituli antichi, che ancora eglino la citt nella antica sua servit conserverebbono. Fu assai disputata la risposta. Messer Tommaso Soderini consigliava che fusse da ricevere i Volterrani in qualunque modo e' volessero ritornare, non gli parendo tempi da suscitare una fiamma s propinqua, che potesse ardere la casa nostra, perch temeva la natura del Papa, la potenza del Re, n confidava nella amicizia de' Viniziani, n in quella del Duca, per non sapere quanta fede si fusse nell'una e quanta virt nell'altra, ricordando quella trita sentenza: essere meglio uno magro accordo che una grassa vittoria. Dall'altra parte Lorenzo de' Medici, parendogli avere occasione di dimostrare quanto con il consiglio e con la prudenza valesse, sendo massime di cos fare confortato da quegli che alla autorit di messer Tommaso avevono invidia, deliber fare la impresa, e con l'armi punire l'arroganza de' Volterrani; affermando che, se quelli non fussero con esemplo memorabile corretti, gli altri sanza reverenzia o timore alcuno, di fare il medesimo per ogni leggera cagione non dubiterebbono. Deliberata adunque la impresa, fu risposto a' Volterrani come eglino non potevano domandare la osservanza di quegli capitoli che loro medesimi avevano guasti, e per ci, o e' si rimettessero nell'arbitrio di quella Signoria, o eglino aspettassero la guerra. Ritornati adunque i Volterrani con questa risposta, si preparavano alle difese, affortificando la terra e mandando a tutti i principi italiani per convocare aiuti, e furono da pochi uditi, perch solamente i Sanesi e il signore di Piombino dettono loro alcuna speranza di soccorso. I Fiorentini dall'altra parte pensando che la importanza della vittoria loro fusse nello accelerare, messono insieme dieci mila fanti e due mila cavagli, i quali, sotto lo imperio di Federigo signore d'Urbino, si presentorono nel contado di Volterra, e facilmente quello tutto occuporono. Messono di poi il campo alla citt, la quale, sendo posta in luogo alto e quasi da ogni parte tagliato, non si poteva, se non da quella banda dove  il tempio di Santo Alessandro, combattere. Avevano i Volterrani per loro difesa condotti circa mille soldati; i quali, veggendo la gagliarda espugnazione che i Fiorentini facevono, diffidandosi di poterla difendere, erano nelle difese lenti e nelle ingiurie che ogni d facevono a' Volterrani prontissimi. Dunque quegli poveri cittadini, e fuori dai nimici erano combattuti, e dentro dagli amici oppressi; tanto che, desperati della salute loro, cominciorono a pensare all'accordo, e non lo trovando migliore, nelle braccia de' commissari si rimissono. I quali si feciono aprire le porti, e intromesso la maggior parte dello esercito, se ne andorono al Palagio dove i Priori loro erano; a' quali comandorono se ne tornassero alle loro case; e nel cammino fu uno di quegli, da uno de' soldati, per dispregio, spogliato. Da questo principio, come gli uomini sono pi  pronti al male che al bene, nacque la destruzione e il sacco di quella citt; la quale per tutto un giorno fu rubata e scorsa; n a donne n a luoghi pii si perdon; e i soldati, cos quegli che l'avevano male difesa, come quegli che l'avevano combattuta, delle sue sustanze la spogliarono. Fu la novella di questa vittoria con grandissima allegrezza da' Fiorentini ricevuta; e perch la era stata tutta impresa di Lorenzo, ne sal quello in reputazione grandissima. Onde che uno dei suoi pi  intimi amici rimprover a messer Tommaso Soderini il consiglio suo, dicendogli: - Che dite voi, ora che Volterra si  acquistata? - a cui messer Tommaso rispose: - A me pare ella perduta: perch, se voi la ricevevi d'accordo, voi ne traevi utile e securt, ma avendola a tenere per forza, ne' tempi avversi vi porter debolezza e noia, e ne' pacifici danno e spesa.

31.


In questi tempi il Papa, cupido di tenere le terre della Chiesa nella obbedienza loro, aveva fatto saccheggiare Spuleto, che si era, mediante le intrinseche fazioni, ribellato; di poi, perch Citt di Castello era nella medesima contumacia, l'aveva obsediata. Era in quella terra principe Niccol Vitelli: teneva costui grande amicizia con Lorenzo de' Medici; donde che da quello non gli fu mancato di aiuti, i quali non furono tanti che defendessero Niccol, ma furono ben suffizienti a gittare i primi semi della nimicizia intra Sisto e i Medici; i quali poco di poi produssono malissimi frutti. N arebbono differito molto a dimostrarsi, se la morte di frate Piero, cardinale di Santo Sisto, non fusse seguita; perch, avendo questo cardinale circuito Italia, e ito a Vinegia e Milano, sotto colore di onorare le nozze di Ercule marchese di Ferrara, andava tentando gli animi di quelli principi, per vedere come inverso i Fiorentini gli trovava disposti. Ma ritornato a Roma si mor, non sanza suspizione di essere stato da' Viniziani avvelenato, come quelli che temevano della potenza di Sisto, quando si fusse potuto dell'animo e dell'opera di frate Piero valere: perch, non ostante che fusse dalla natura di vile sangue creato, e di poi intra i termini d'uno convento vilmente nutrito, come prima al cardinalato pervenne, apparse in lui tanta superbia e tanta ambizione che, non che il cardinalato, ma il pontificato non lo capeva; perch non dubit di celebrare uno convito in Roma, che a qualunque re sarebbe stato giudicato estraordinario; dove meglio che ventimila fiorini consum. Privato adunque Sisto di questo ministro, seguit i disegni suoi con pi  lentezza. Non di meno, avendo i Fiorentini, Duca e Viniziani rinnovato la lega, e lasciato il luogo al Papa e al Re per entrare in quella, Sisto ancora e il Re si collegorono, lasciando luogo agli altri principi di potervi entrare. E gi si vedeva l'Italia divisa in due fazioni, perch ciascuno d nascevano cose che infra queste due leghe generavono odio; come avvenne dell'isola di Cipri, alla quale il re Ferrando aspirava, e i Viniziani la occuporono; onde che il Papa e il Re si venivano a ristringere pi  insieme. Era in Italia allora tenuto nelle arme eccellentissimo Federigo principe di Urbino, il quale molto tempo aveva per il popolo fiorentino militato. Deliberorono per tanto il Re e il Papa, acci che la lega nimica mancasse di questo capo, guadagnarsi Federigo; e il Papa lo consigli, e il Re lo preg andasse a trovarlo a Napoli. Ubbid Federigo, con ammirazione e dispiacere de' Fiorentini, i quali credevano che a lui come a Iacopo Piccinino intervenisse. Non di meno ne avvenne il contrario: perch Federigo torn da Napoli e da Roma onoratissimo, e di quella loro lega capitano. Non mancavano ancora il Re e il Papa di tentare gli animi de' signori di Romagna e de' Sanesi per farsegli amici e per potere, mediante quegli, pi  offendere i Fiorentini. Della qual cosa accorgendosi quegli, con ogni rimedio opportuno contro alla ambizione loro si armavano; e avendo perduto Federigo da Urbino, soldorono Ruberto da Rimino; rinnovorono la lega con i Perugini, e con il signore di Faenza si collegorono. Allegavano il Papa e il Re la cagione dello odio contro a' Fiorentini essere che desideravano da' Viniziani si scompagnassero e conlegassinsi con loro; perch il Papa non giudicava che la Chiesa potesse mantenere la reputazione sua, n il conte Girolamo gli stati di Romagna, sendo i Fiorentini e Viniziani uniti. Dall'altra parte i Fiorentini dubitavano che volessero inimicargli con i Viniziani, non per farseli amici, ma per potere pi  facilmente ingiuriargli: tanto che in questi sospetti e diversit d'umori si visse in Italia duoi anni prima che alcuno tumulto nascesse. Ma il primo che nacque fu, ancora che piccolo, in Toscana.

32.


Di Braccio da Perugia, uomo, come pi  volte abbiamo dimostro, nella guerra reputatissimo, rimasono duoi figliuoli: Oddo e Carlo. Questi era di tenera et, quell'altro fu dagli uomini di Val di Lamona ammazzato, come di sopra mostrammo; ma Carlo, poi che fu agli anni militari pervenuto, fu dai Viniziani, per la memoria del padre e per la speranza che di lui si aveva, intra i condottieri di quella republica ricevuto. Era venuto, in questi tempi, il fine della sua condotta; e quello non volle che per allora da quel senato gli fusse confermata; anzi deliber vedere se, con il nome suo e riputazione del padre, ritornare negli stati suoi di Perugia poteva. A che i Viniziani facilmente consentirono, come quelli che nelle innovazioni delle cose sempre solevano accrescere lo imperio loro. Venne per tanto Carlo in Toscana; e trovando le cose di Perugia difficili, per essere in lega con i Fiorentini, e volendo che questa sua mossa partorisse qualche cosa degna di memoria, assalt i Sanesi, allegando essere quelli debitori suoi per servizi avuti da suo padre nelli affari di quella repubblica, e per ci volerne essere sodisfatto, e con tanta furia gli assalt, che quasi tutto il dominio loro mand sottosopra. Quegli cittadini, veggendo tale insulto, come eglino sono facili a credere male de' Fiorentini, si persuasono tutto essere con loro consenso esequito, e il Papa e il Re di rammarichii riempierono. Mandorono ancora oratori a Firenze; i quali si dolfono di tanta ingiuria, e destramente mostrorono che, sanza essere suvvenuto, Carlo non arebbe potuto con tanta securt ingiuriargli. Di che i Fiorentini si escusorono, affermando essere per fare ogni opera che Carlo si astenesse da lo offendergli; e in quel modo che gli oratori vollono, a Carlo comandorono che da lo offendere i Sanesi si astenesse. Di che Carlo si dolfe, mostrando che i Fiorentini, per non lo suvvenire, si erano privi d'un grande acquisto e avieno privo lui d'una gran gloria: perch, in poco tempo, prometteva loro la possessione di quella terra: tanta vilt aveva trovata in essa, e tanti pochi ordini alla difesa. Partissi adunque Carlo e alli stipendi usati de' Viniziani si ritorn, e i Sanesi, ancora che mediante i Fiorentini fussero da tanti danni liberi rimasono non di meno pieni di sdegno contro a quelli, perch non pareva loro avere alcuno obligo con coloro che gli avessero d'un male di che prima fussero stati cagione liberati.

33.


Mentre che queste cose ne' modi sopra narrati tra il Re e il Papa e in Toscana si travagliavano, nacque in Lombardia uno accidente di maggiore momento e che fu presagio di maggiori mali. Insegnava in Milano la latina lingua a' primi giovani di quella citt Cola Montano, uomo litterato e ambizioso. Questo, o che gli avesse in odio la vita e costumi del Duca, o che pure altra cagione lo movesse, in tutti i suoi ragionamenti il vivere sotto un principe non buono detestava, gloriosi e felici chiamando quegli a' quali di nascere e vivere in una republica aveva la natura e la fortuna conceduto; mostrando come tutti gli uomini famosi si erano nelle republiche e non sotto i principi nutriti; perch quelle nutriscono gli uomini virtuosi, e quegli gli spengono, facendo l'una profitto dell'altrui virt, l'altra temendone. I giovani con chi egli aveva pi  familiarit presa erano Giovannandrea Lampognano, Carlo Visconti e Girolamo Olgiato. Con costoro pi  volte della pessima natura del Principe, della infelicit di chi era governato da quello ragionava; e in tanta confidenza dello animo e volont di quegli giovani venne, che gli fece giurare che, come per la et e' potessero, la loro patria dalla tirannide di quel principe libererebbono. Sendo ripieni adunque questi giovani di questo desiderio, il quale sempre con gli anni crebbe, i costumi e modi del Duca, e di pi  le particulari ingiurie contro a loro fatte, di farlo mandare ad effetto affrettorono. Era Galeazzo libidinoso e crudele, delle quali due cose gli spessi esempli lo avevono fatto odiosissimo; perch non solo non gli bastava corrompere le donne nobili, che prendeva ancora piacere di publicarle; n era contento fare morire gli uomini, se con qualche modo crudele non gli ammazzava. Non viveva ancora sanza infamia di avere morta la madre; perch, non gli parendo essere principe, presente quella, con lei in modo si govern, che le venne voglia di ritirarsi nella sua dotale sede a Cremona, nel quale viaggio, da subita malattia presa mor: donde molti giudicorono quella dal figliuolo essere stata fatta morire. Aveva questo duca, per via di donne, Carlo e Girolamo disonorati, e a Giovannandrea non aveva voluto la possessione della badia di Miramondo, stata ad un suo propinquo dal Pontefice resignata, concedere. Queste private ingiurie accrebbono la voglia a questi giovani, con il vendicarle, liberare la loro patria da tanti mali; sperando che, qualunque volta riuscisse loro lo ammazzarlo, di essere, non solamente da molti de' nobili ma da tutto il popolo seguiti. Deliberatisi adunque a questa impresa, si trovavano spesso insieme; di che l'antica familiarit non dava alcuna ammirazione: ragionavano sempre di questa cosa, e per fermare pi  l'animo al fatto, con le guaine di quelli ferri ch'eglino avieno a quella opera destinati, ne' fianchi e nel petto l'uno l'altro percotevono. Ragionorono del tempo e del loco: in Castello non pareva loro securo; a caccia, incerto e pericoloso; ne' tempi che quello per la terra giva a spasso, difficile e non riuscibile; ne' conviti, dubio. Per tanto deliberarono in qualche pompa e publica festivitate opprimerlo, dove fussero certi che venisse, ed eglino, sotto varii colori, vi potessero loro amici ragunare. Conclusono ancora che, sendo alcuno di loro per qualunque cagione dalla corte ritenuti, gli altri dovessero, per il mezzo del ferro e de' nimici armati, ammazzarlo.

34.


Correva l'anno 1476, ed era propinqua la festivit del Natale di Cristo; e perch il Principe, il giorno di Santo Stefano, soleva con pompa grande vicitare il tempio di quello martire, deliberorono che quello fusse il luogo e il tempo commodo ad esequire il pensiero loro. Venuta adunqua la mattina di quel santo, feciono armare alcuni de' loro pi  fidati amici e servidori, dicendo volere andare in aiuto di Giovannandrea, il quale contro alla voglia di alcuni suoi emuli voleva condurre nelle sue possessioni uno aquedutto; e quelli cos armati al tempio condussono, allegando volere, avanti partissero, prendere licenza dal Principe. Feciono ancora venire in quel luogo, sotto varii colori, pi  altri loro amici e congiunti, sperando che, fatta la cosa, ciascheduno nel resto della impresa loro gli seguitasse. E lo animo loro era, morto il Principe, ridursi insieme con quegli armati, e gire in quella parte della terra dove credessero pi   facilmente sollevare la plebe, e quella contro alla Duchessa e a' principi dello stato fare armare. E stimavano che il popolo, per la fame dalla quale era aggravato, dovesse facilmente seguirgli, perch disegnavano dargli la casa di messer Cecco Simonetta, di Giovanni Botti e di Francesco Lucani, tutti principi del governo, in preda, e per questa via assicurare loro, e rendere la libert al popolo. Fatto questo disegno, e confirmato l'animo a questa esecuzione, Giovannandrea con gli altri furno al tempio di buona ora; udirono messa insieme; la quale udita, Giovannandrea si volse ad una statua di Santo Ambrogio e disse: - O padrone di questa nostra citt, tu sai la intenzione nostra e il fine a che noi voliamo metterci a tanti pericoli: sia favorevole a questa nostra impresa; e dimostra, favorendo la giustizia, che la ingiustizia ti dispiaccia. - Al Duca dall'altro canto, avendo a venire al tempio, intervennono molti segni della sua futura morte: perch, venuto il giorno, si vest, secondo che pi  volte costumava, una corazza, la quale di poi subito si trasse, come se nella presenza o nella persona lo offendesse, volle udire messa in Castello, e trov che il suo cappellano era ito a Santo Stefano con tutti i suoi apparati di cappella; volle che, in cambio di quello, il vescovo di Como celebrasse la messa, e quello alleg certi impedimenti ragionevoli: tanto che, quasi per necessit, deliber di andare al tempio, e prima si fece venire Giovangaleazzo ed Ermes suoi figliuoli, e quelli abbracci e baci molte volte, n pareva potesse spiccarsi da quelli; pure alla fine, deliberato allo andare, si usc di Castello, ed entrato in mezzo dello oratore di Ferrara e di Mantova, ne and al tempio. I congiurati, in quel tanto, per dare di loro minore suspizione, e fuggire il freddo che era grandissimo, si erano in una camera dello arciprete della chiesa, loro amico, ritirati; e intendendo come il Duca veniva, se ne vennono in chiesa: e Giovanni Andrea e Girolamo si posono dalla destra parte allo entrare del tempio, e Carlo dalla sinistra. Entravano gi nel tempio quelli che precedono al Duca; di poi entr egli, circundato da una moltitudine grande, come era conveniente, in quella solennit, ad una ducale pompa. I primi che mossano fu il Lampognano e Girolamo. Costoro, simulando di far fare largo al Principe, se gli accostorono, e strette le armi, che corte e acute avevono nelle maniche nascose, lo assalirono. Il Lampognano gli dette due ferite, l'una nel ventre, l'altra nella gola; Girolamo ancora nella gola e nel petto lo percosse. Carlo Visconte, perch si era posto pi  propinquo alla porta, ed essendogli il Duca passato avanti, quando dai compagni fu assalito, nol potette ferire davanti, ma con duoi colpi la schiena e la spalla gli trafisse. E furono queste sei ferite s preste e s subite, che il Duca fu prima in terra che quasi niuno del fatto si accorgesse; n quello potette altro fare o dire, salvo che, cadendo, una volta sola il nome della Nostra Donna in suo aiuto chiamare. Caduto il Duca in terra, il romore si lev grande; assai spade si sfoderorono e, come avviene nelli casi non preveduti, chi fuggiva del tempio e chi correva verso il tumulto sanza avere alcuna certezza o cagione della cosa. Non di meno quegli che erano al Duca pi  propinqui, e che avevono veduto il Duca morto, e gli ucciditori cognosciuti, li perseguitorono. E de' congiurati, Giovannandrea volendo tirarsi fuori di chiesa, entr fra le donne, le quali trovando assai, e secondo il loro costume a sedere in terra implicato e ritenuto intra le loro veste fu da un moro, staffiero del Duca, sopraggiunto e morto. Fu ancora da' circunstanti ammazzato Carlo. Ma Girolamo Olgiato, uscito fra gente e gente di chiesa, vedendo i suoi compagni morti non sapiendo dove altrove fuggirsi, se ne and alle sue case; dove non fu dal padre n da' frategli ricevuto. Solamente la madre, avendo al figliuolo compassione, lo raccomand ad uno prete, antico amico alla famiglia loro; il quale, messogli suoi panni indosso, alle sue case lo condusse; dove stette duoi giorni, non sanza speranza che in Milano nascesse qualche tumulto che lo salvasse. Il che non succedendo, e dubitando non essere in quel loco ritrovato, volse sconosciuto fuggirsi; ma, conosciuto, nella podest della giustizia pervenne, dove tutto l'ordine della congiura aperse. Era Girolamo di et di ventitr anni; n fu nel morire meno animoso che nello operare si fusse stato; perch trovandosi ignudo e con il carnefice davanti, che aveva il coltello in mano per ferirlo, disse queste parole in lingua latina, perch litterato era: - Mors acerba, fama perpetua, stabit vetus memoria facti. - Fu questa impresa di questi infelici giovani secretamente trattata e animosamente esequita; e allora rovinorono quando quelli ch'eglino speravano gli avessero a seguire e defendere non gli defesono n seguirono. Imparino per tanto i principi a vivere in maniera, e farsi in modo reverire e amare, che niuno speri potere, ammazzandogli, salvarsi; e gli altri cognoschino quanto quel pensiero sia vano che ci faccia confidare troppo che una moltitudine, ancora che mal contenta, ne' pericoli tuoi ti seguiti o ti accompagni. Sbigott questo accidente tutta Italia; ma molto pi  quegli che, indi a breve tempo, in Firenze seguirono; i quali quella pace che per dodici anni era stata in Italia ruppono, come nel libro seguente sar da noi dimostrato. Il quale, se ar il fine suo mesto e lagrimoso, ar il principio sanguinoso e spaventevole.


LIBRO OTTAVO.

1.


Sendo il principio di questo ottavo libro posto in mezzo di due congiure, l'una gi narrata, e successa a Milano, l'altra per doversi narrare, e seguita a Firenze, parrebbe conveniente cosa, volendo seguitare il costume nostro, che delle qualit delle congiure e della importanza di esse ragionassimo; il che si farebbe volentieri quando, o in altro luogo io non ne avesse parlato, o ella fusse materia da potere con brevit passarla. Ma sendo cosa che desidera assai considerazione, e gi in altro luogo detta, la lasceremo indrieto; e passando ad un'altra materia, diremo come lo stato de' Medici, avendo vinte tutte le inimicizie le quali apertamente lo avevono urtato, a volere che quella casa prendesse unica autorit nella citt e si spiccasse col vivere civile da le altre, era necessario che ella superasse ancora quelle che occultamente contro gli macchinavano. Perch, mentre che i Medici di pari di autorit e di riputazione con alcune dell'altre famiglie combattevono, potevono i cittadini che alla loro potenza avevono invidia apertamente a quelli opporsi, sanza temere di essere ne' principii delle loro nimicizie oppressi, perch, sendo diventati i magistrati liberi, niuna delle parti, se non dopo la perdita, aveva cagione di temere. Ma, dopo la vittoria del '66, si ristrinse in modo lo stato tutto a' Medici, i quali tanta autorit presono, che quelli che ne erano mal contenti conveniva o con pazienza quel modo del vivere comportassero, o, se pure lo volessero spegnere, per via di congiure e secretamente di farlo tentassero: le quali perch con difficult succedono, partoriscono il pi  delle volte a chi le muove rovina, e a colui contro al quale sono mosse grandezza. Donde che quasi sempre uno principe d'una citt, da simili congiure assalito, se non  come il duca di Milano ammazzato, il che rade volte interviene, saglie in maggiore potenza, e molte volte, sendo buono, diventa cattivo; perch queste, con lo esemplo loro, gli danno cagione di temere, il temere di assicurarsi, l'assicurarsi di ingiuriare: donde ne nascono gli odii, di poi, e molte volte la sua rovina. E cos queste congiure opprimono subito chi le muove, e quello contro a chi le son mosse in ogni modo con il tempo offendono.

2.


Era la Italia, come di sopra abbiamo dimostro, divisa in due fazioni: Papa e Re da una parte; da l'altra Viniziani, Duca e Fiorentini; e bench ancora infra loro non fusse accesa guerra, non di meno ciascuno giorno infra essi si dava nuove cagioni di accenderla; e il Pontefice massime, in qualunque sua impresa, di offendere lo stato di Firenze s'ingegnava. Onde che, sendo morto messere Filippo de' Medici, arcivescovo di Pisa, il Papa, contro alla volont della signoria di Firenze, Francesco Salviati, il quale cognosceva alla famiglia de' Medici nimico, di quello arcivescovado invest: talch, non gli volendo la Signoria dare la possessione, ne segu tra il Papa e quella, nel maneggio di questa cosa, nuove offese. Oltra di questo, faceva in Roma alla famiglia de' Pazzi favori grandissimi, e quella de' Medici in ogni azione disfavoriva. Erano i Pazzi, in Firenze, per ricchezze e nobilit, allora, di tutte l'altre famiglie fiorentine splendidissimi: capo di quelli era messer Iacopo, fatto, per le sue ricchezze e nobilit, dal popolo cavaliere. Non aveva altri figliuoli che una figliuola naturale: aveva bene molti nipoti, nati di messer Piero e Antonio suoi frategli; i primi de' quali erano Guglielmo, Francesco, Rinato, Giovanni, e apresso Andrea, Niccol e Galeotto. Aveva Cosimo de' Medici, veggendo la ricchezza e nobilit di costoro, la Bianca sua nipote con Guglielmo congiunta, sperando che quel parentado facesse queste famiglie pi  unite e levasse via le inimicizie e gli odii che dal sospetto il pi  delle volte sogliono nascere. Non di meno, tanto sono i disegni nostri incerti e fallaci, la cosa procedette altrimenti: perch chi consigliava Lorenzo gli mostrava come gli era pericolosissimo, e alla sua autorit contrario, raccozzare ne' cittadini ricchezze e stato. Questo fece che a messer Iacopo e a' nipoti non erano conceduti quegli gradi di onore che a loro, secondo gli altri cittadini, pareva meritare: da qui nacque ne' Pazzi il primo sdegno e ne' Medici il primo timore, e l'uno di questi che cresceva dava materia all'altro di crescere; donde i Pazzi, in ogni azione dove altri cittadini concorressero, erano da' magistrati non bene veduti. E il magistrato degli Otto, per una leggieri cagione, sendo Francesco de' Pazzi a Roma, sanza avere a lui quel rispetto che a' grandi cittadini si suole avere, a venire a Firenze lo constrinse: tanto che i Pazzi, in ogni luogo, con parole ingiuriose e piene di sdegno si dolevano; le quali cose accrescevono ad altri il sospetto e a s le ingiurie. Aveva Giovanni de' Pazzi per moglie la figliuola di Giovanni Buonromei, uomo ricchissimo, le sustanze di cui, sendo morto, alla sua figliuola, non avendo egli altri figliuoli, ricadevono. Non di meno Carlo, suo nipote, occup parte di quegli beni; e venuta la cosa in litigio, fu fatta una legge per virt della quale la moglie di Giovanni de' Pazzi fu della eredit di suo padre spogliata, e a Carlo concessa; la quale ingiuria i Pazzi al tutto dai Medici ricognobbono. Della qual cosa Giuliano de' Medici molte volte con Lorenzo suo fratello si dolfe, dicendo come e' dubitava che, per volere delle cose troppo, che le non si perdessero tutte.


3.


Non di meno Lorenzo, caldo di giovent e di potenza, voleva ad ogni cosa pensare, e che ciascuno da lui ogni cosa ricognoscesse. Non potendo adunque i Pazzi, con tanta nobilit e tante ricchezze, sopportare tante ingiurie, cominciorono a pensare come se ne avessero a vendicare. Il primo che mosse alcuno ragionamento contro a' Medici fu Francesco. Era costui pi  animoso e pi  sensitivo che alcuno degli altri; tanto che deliber o di acquistare quello che gli mancava, o di perdere ci che gli aveva. E perch gli erano in odio i governi di Firenze, viveva quasi sempre a Roma, dove assai tesoro, secondo il costume de' mercatanti fiorentini, travagliava. E perch egli era al conte Girolamo amicissimo, si dolevano costoro spesso, l'uno con l'altro, de' Medici: tanto che, dopo molto doglienze, e' vennono a ragionamento come gli era necessario, a volere che l'uno vivesse ne' suoi stati e l'altro nella sua citt securo, mutare lo stato di Firenze: il che sanza la morte di Giuliano e di Lorenzo pensavano non si potessi fare. Giudicorono che il Papa e il Re facilmente vi acconsentirebbono purch all'uno e all'altro si mostrasse la facilit della cosa. Sendo adunque caduti in questo pensiero, comunicorono il tutto con Francesco Salviati arcivescovo di Pisa, il quale, per essere ambizioso e di poco tempo avanti stato offeso da' Medici, volentieri vi concorse. Ed esaminando infra loro quello fusse da fare, deliberorono, perch la cosa pi  facilmente succedessi, di tirare nella loro volont messer Iacopo de' Pazzi, sanza il quale non credevano potere cosa alcuna operare. Parve adunque che Francesco de' Pazzi, a questo effetto, andasse a Firenze, e l'Arcivescovo e il Conte a Roma rimanessero, per essere con il Papa quando e' paresse tempo da comunicargliene. Trov Francesco messer Iacopo pi   respettivo e pi  duro non arebbe voluto; e fattolo intendere a Roma, si pens che bisognasse maggiore autorit a disporlo: onde che l'Arcivescovo e il Conte ogni cosa a Giovan Batista da Montesecco, condottieri del Papa, comunicorono. Questo era stimato assai nella guerra, e al Conte e al Papa obligato: non di meno mostr la cosa essere difficile e pericolosa; i quali periculi e difficult l'Arcivescovo s'ingegnava spegnere, mostrando gli aiuti che il Papa e il Re farebbono alla impresa, e di pi   gli odii che i cittadini di Firenze portavano a' Medici, i parenti che i Salviati e i Pazzi si tiravano dietro, la facilit dello ammazzargli, per andare per la citt sanza compagnia e sanza sospetto, e di poi, morti che fussero, la facilit del mutare lo stato. Le quali cose Giovan Batista interamente non credeva, come quello che da molti altri Fiorentini aveva udito altrimenti parlare.

4.


Mentre che si stava in questi ragionamenti e pensieri, occorse che il signor Carlo di Faenza ammal, tale che si dubitava della morte. Parve per tanto allo Arcivescovo e al Conte di avere occasione di mandare Giovan Batista a Firenze, e di quivi in Romagna, sotto colore di riavere certe terre che il signore di Faenza gli occupava. Commisse per tanto il Conte a Giovan Batista parlasse con Lorenzo, e da sua parte gli domandasse consiglio, come nelle cose di Romagna si avesse a governare; di poi parlasse con Francesco de' Pazzi, e vedessero, insieme, di disporre messer Iacopo de' Pazzi a seguitare la loro volont. E perch lo potesse con la autorit del Papa muovere, vollono, avanti alla partita, parlasse al Pontefice; il quale fece tutte quelle offerte possette maggiori in benifizio della impresa. Arrivato per tanto Giovan Batista a Firenze, parl con Lorenzo, dal quale fu umanissimamente ricevuto e ne' consigli domandati saviamente e amorevolmente consigliato; tanto che Giovan Batista ne prese ammirazione, parendogli avere trovato altro uomo che non gli era stato mostro, e giudicollo tutto umano, tutto savio, e al Conte amicissimo. Non di meno volle parlare con Francesco, e non ve lo trovando, perch era ito a Lucca, parl con messer Iacopo, e trovollo nel principio molto alieno dalla cosa: non di meno, avanti partisse, l'autorit del Papa lo mosse alquanto, e per ci disse a Giovan Batista che andasse in Romagna e tornasse, e che intanto Francesco sarebbe in Firenze, e allora pi  particularmente della cosa ragionerebbono. And e torn Giovan Batista, e con Lorenzo de' Medici seguit il simulato ragionamento delle cose del Conte; di poi con messer Iacopo e Francesco de' Pazzi si ristrinse; e tanto operorono, che messer Iacopo acconsent alla impresa. Ragionorono del modo. A messer Iacopo non pareva che fusse riuscibile sendo ambedui i frategli in Firenze; e per ci si aspettasse che Lorenzo andasse a Roma, come era fama che voleva andare, e allora si esequisse la cosa. A Francesco piaceva che Lorenzo fusse a Roma; non di meno, quando bene non vi andasse, affermava che o a nozze, o a giuoco, o in chiesa, ambiduoi i frategli si potevono opprimere. E circa gli aiuti forestieri, gli pareva che il Papa potesse mettere gente insieme per la impresa del castello di Montone, avendo giusta cagione di spogliarne il conte Carlo, per avere fatti i tumulti gi detti nel Sanese e nel Perugino. Non di meno non si fece altra conclusione, se non che Francesco de' Pazzi e Giovan Batista ne andassero a Roma, e quivi con il Conte e con il Papa ogni cosa concludessero. Praticossi di nuovo a Roma questa materia; e in fine si concluse, sendo la impresa di Montone resoluta, che Giovanfrancesco da Tolentino, soldato del Papa, ne andasse in Romagna, e messer Lorenzo da Castello nel paese suo, e ciascheduno di questi, con le genti del paese, tenessero le loro compagnie ad ordine per fare quanto da l'Arcivescovo de' Salviati e Francesco de' Pazzi fusse loro ordinato, i quali con Giovan Batista da Montesecco se ne venissero a Firenze dove provedessero a quanto fusse necessario per la esecuzione della impresa; alla quale il re Ferrando, mediante il suo oratore, prometteva qualunque aiuto. Venuti pertanto l'Arcivescovo e Francesco de' Pazzi a Firenze tirorono nella sentenza loro Iacopo di messer Poggio, giovane litterato, ma ambizioso e di cose nuove desiderosissimo, tiroronvi duoi Iacopi Salviati l'uno fratello, l'altro affine dello Arcivescovo; condussonvi Bernardo Bandini e Napoleone Franzesi, giovani arditi e alla famiglia de' Pazzi obligatissimi. De' forestieri, oltre a' prenominati, messer Antonio da Volterra e uno Stefano sacerdote, il quale nelle case di messer Iacopo alla sua figliuola la lingua latina insegnava, v'intervennono. Rinato de' Pazzi, uomo prudente e grave, e che ottimamente cognosceva il male che da simili imprese nascono, alla congiura non acconsent; anzi la detest, e con quel modo che onestamente potette adoperare la interruppe.

5.


Aveva il Papa tenuto nello Studio pisano a imparar lettere pontificie Raffaello de' Riario, nipote del conte Girolamo; nel quale luogo ancora essendo, fu dal Papa alla dignit del cardinalato promosso. Parve per tanto a' congiurati di condurre questo cardinale a Firenze, acci che la sua venuta e la congiura ricoprisse, possendosi infra la sua famiglia quelli congiurati de' quali avevono bisogno nascondere, e da quello prendere cagione di esequirla. Venne adunque il Cardinale, e fu da messere Iacopo de' Pazzi a Montughi, sua villa propinqua a Firenze, ricevuto. Desideravano i congiurati di accozzare insieme, mediante costui, Lorenzo e Giuliano; e come prima questo occorresse, ammazzargli. Ordinorono per tanto convitassero il Cardinale nella villa loro di Fiesole, dove Giuliano, o a caso o a studio, non convenne; tanto che, tornato il disegno vano, giudicorono, che, se lo convitassero a Firenze, di necessit ambiduoi vi avessero ad intervenire. E cos dato l'ordine, la domenica de' d 26 d'aprile, correndo l'anno 1478, a questo convito deputorono. Pensando adunque i congiurati di potergli nel mezzo del convito ammazzare, furono il sabato notte insieme, dove tutto quello che la mattina seguente si avesse ad esequire disposono. Venuto di poi il giorno, fu notificato a Francesco come Giuliano ad il convito non interveniva. Per tanto di nuovo i capi della congiura si ragunorono, e conclusono che non fusse da differire il mandarla ad effetto; perch gli era impossibile, sendo nota a tanti, che la non si scoprisse. E per ci deliberorono nella chiesa cattedrale di Santa Reparata ammazzargli, dove sendo il Cardinale, i duoi frategli, secondo la consuetudine, converrebbono. Volevano che Giovan Batista prendesse la cura di ammazzare Lorenzo, e Francesco de' Pazzi e Bernardo Bandini, Giuliano. Recus Giovan Batista il volerlo fare: o che la familiarit aveva tenuta con Lorenzo gli avesse adolcito lo animo, o che pure altra cagione lo movesse: disse che non gli basterebbe mai l'animo commettere tanto eccesso in chiesa e accompagnare il tradimento con il sacrilegio. Il che fu il principio della rovina della impresa loro: perch, strignendoli il tempo, furono necessitati dare questa cura a messer Antonio da Volterra e a Stefano sacerdote, duoi che, per pratica e per natura, erano a tanta impresa inettissimi: perch, se mai in alcuna faccenda si ricerca l'animo grande e fermo, e nella vita e nella morte per molte esperienze risoluto,  necessario averlo in questa, dove si  assai volte veduto agli uomini nelle arme esperti e nel sangue intrisi lo animo mancare. Fatto adunque questa deliberazione, vollono che il segno dello operare fusse quando si comunicava il sacerdote che nel tempio la principale messa celebrava; e che, in quel mezzo, lo arcivescovo de' Salviati, insieme con i suoi e con Iacopo di messer Poggio, il palagio publico occupassero, acci che la Signoria, o voluntaria o forzata, seguita che fusse de' duoi giovani la morte, fusse loro favorevole.

6.


Fatta questa deliberazione se n'andorono nel tempio, nel quale gi il Cardinale insieme con Lorenzo de' Medici era venuto. La chiesa era piena di popolo e lo oficio divino cominciato, quando ancora Giuliano de' Medici non era in chiesa; onde che Francesco de' Pazzi insieme con Bernardo, alla sua morte destinati, andorono alle sue case a trovarlo, e con prieghi e con arte nella chiesa lo condussono.  cosa veramente degna di memoria che tanto odio, tanto pensiero di tanto eccesso si potesse con tanto cuore e tanta ostinazione d'animo da Francesco e da Bernardo ricoprire: perch, conduttolo nel tempio, e per la via e nella chiesa con motteggi e giovinili ragionamenti lo intrattennero; n manc Francesco, sotto colore di carezzarlo, con le mani e con le braccia strignerlo, per vedere se lo trovava o di corazza o d'altra simile difesa munito. Sapevano Giuliano e Lorenzo lo acerbo animo de' Pazzi contra di loro, e come eglino desideravano di torre loro l'autorit dello stato, ma non temevono gi della vita, come quelli che credevano che, quando pure eglino avessero a tentare cosa alcuna, civilmente e non con tanta violenza lo avessero a fare; e per ci anche loro, non avendo cura alla propria salute, di essere loro amici simulavano. Sendo adunque preparati gli ucciditori, quegli a canto a Lorenzo, dove, per la moltitudine che nel tempio era, facilmente e sanza sospetto potevono stare, e quegli altri insieme con Giuliano, venne l'ora destinata; e Bernardo Bandini, con una arme corta a quello effetto apparecchiata, pass il petto a Giuliano, il quale dopo pochi passi cadde in terra; sopra il quale Francesco de' Pazzi gittatosi, lo empi di ferite; e con tanto studio lo percosse, che, accecato da quel furore che lo portava, se medesimo in una gamba gravemente offese. Messer Antonio e Stefano, dall'altra parte, assalirono Lorenzo, e menatogli pi  colpi, di una leggieri ferita nella gola lo percossono; perch, o la loro negligenzia, o lo animo di Lorenzo, che, vedutosi assalire, con l'arme sua si difese, o lo aiuto di chi era seco, fece vano ogni sforzo di costoro. Tale che quegli, sbigottiti, si fuggirono e si nascosono; ma di poi ritrovati, furono vituperosamente morti e per tutta la citt strascinati. Lorenzo dall'altra parte, ristrettosi con quegli amici che gli aveva intorno, nel sacrario del tempio si rinchiuse. Bernardo Bandini, morto che vide Giuliano, ammazz ancora Francesco Nori, a' Medici amicissimo, o perch lo odiasse per antico, o perch Francesco di aiutare Giuliano s'ingegnasse; e non contento a questi duoi omicidii corse per trovare Lorenzo e supplire con lo animo e prestezza sua a quello che gli altri per la tardit e debilezza loro avevono mancato, ma trovatolo nel sacrario rifuggito, non potette farlo. Nel mezzo di questi gravi e tumultuosi accidenti i quali furono tanti terribili che pareva che il tempio rovinasse, il Cardinale si ristrinse allo altare, dove con fatica fu dai sacerdoti tanto salvato che la Signoria, cessato il romore, potette nel suo palagio condurlo; dove con grandissimo sospetto infino alla liberazione sua dimor.

7.


Trovavansi in Firenze in questi tempi alcuni Perugini, cacciati, per le parti, di casa loro, i quali i Pazzi, promettendo di rendere loro la patria, avevano tirati nella voglia loro; donde che l'arcivescovo de' Salviati, il quale era ito per occupare il Palagio insieme con Iacopo di messer Poggio e i suoi Salviati e amici, gli avea condotti seco. E arrivato al Palagio, lasci parte de' suoi da basso, con ordine che, come eglino sentissero il romore, occupassero la porta; ed egli, con la maggior parte de' Perugini, sal da alto; e trovato che la Signoria desinava, perch era l'ora tarda, fu, dopo non molto, da Cesare Petrucci gonfaloniere di giustizia intromesso. Onde che, entrato con pochi de' suoi, lasci gli altri fuora; la maggiore parte de' quali nella cancelleria per se medesimi si rinchiusono, perch in modo era la porta di quella congegnata, che, serrandosi, non si poteva se non con lo aiuto della chiave, cos di dentro come di fuora, aprire. L'Arcivescovo intanto, entrato dal Gonfaloniere, sotto colore di volergli alcune cose per parte del Papa riferire, gli cominci a parlare con parole spezzate e dubie; in modo che l'alterazione che dal viso e dalle parole mostrava generorono nel Gonfaloniere tanto sospetto che a un tratto, gridando, si pinse fuora di camera, e trovato Iacopo di messer Poggio, lo prese per i capegli e nelle mani de' suoi sergenti lo misse. E levato il romore tra i Signori, con quelle armi che il caso sumministrava loro, tutti quegli che con l'Arcivescovo erano saliti da alto, sendone parte rinchiusi e parte inviliti, o subito furono morti, o cos vivi, fuori delle finestre del Palagio gittati; intra i quali l'Arcivescovo, i duoi Iacopi Salviati e Iacopo di messer Poggio appiccati furono. Quegli che da basso in Palagio erano rimasi avevano sforzata la guardia, e la porta e le parti basse tutte occupate, in modo che i cittadini che in questo romore al Palagio corsono, n armati aiuto, n disarmati consiglio alla Signoria potevano porgere.

8.


Francesco de' Pazzi intanto e Bernardo Bandini, veggendo Lorenzo campato, e uno di loro, in chi tutta la speranza della impresa era posta, gravemente ferito, si erono sbigottiti donde che Bernardo, pensando con quella franchezza d'animo alla sua salute, che gli aveva allo ingiuriare i Medici pensato, veduta la cosa perduta, salvo se ne fugg. Francesco, tornatosene a casa ferito, prov se poteva reggersi a cavallo; perch l'ordine era di circuire con armati la terra e chiamare il popolo alla libert e all'arme; e non potette: tanta era profonda la ferita, e tanto sangue aveva per quella perduto; onde che, spogliatosi, si gitt sopra il suo letto ignudo, e preg messer Iacopo che quello da lui non si poteva fare facesse egli. Messer Iacopo, ancora che vecchio e in simili tumulti non pratico, per fare questa ultima esperienza della fortuna loro, sal a cavallo, con forse cento armati, suti prima per simile impresa preparati, e se n'and alla piazza del Palagio, chiamando in suo aiuto il popolo e la libert. Ma perch l'uno era dalla fortuna e liberalit de' Medici fatto sordo, l'altra in Firenze non era cognosciuta, non gli fu risposto da alcuno. Solo i Signori, che la parte superiore del Palagio signoreggiavano, con i sassi lo salutorono, e con le minacce in quanto poterono lo sbigottirono. E stando messer Iacopo dubio, fu da Giovanni Serristori, suo cognato, incontrato; il quale prima lo riprese degli scandoli mossi da loro, di poi lo confort a tornarsene a casa, affermandogli che il popolo e la libert era a cuore agli altri cittadini come a lui. Privato adunque messer Iacopo d'ogni speranza, veggendosi il Palagio nimico, Lorenzo vivo, Francesco ferito, e da niuno seguitato, non sapiendo altro che farsi, deliber di salvare, se poteva, con la fuga, la vita; e con quella compagnia che gli aveva seco in Piazza, si usc di Firenze per andarne in Romagna.

9.


In questo mezzo tutta la citt era in arme, e Lorenzo de' Medici da molti armati accompagnato, s'era nelle sue case ridutto: il Palagio dal popolo era stato ricuperato, e gli occupatori di quello tutti fra presi e morti. Gi per tutta la citt si gridava il nome de' Medici, e le membra de' morti, o sopra le punte delle armi fitte, o per la citt strascinate si vedevano; e ciascheduno, con parole piene d'ira e con fatti pieni di crudelt, i Pazzi perseguitava. Gi erano le loro case dal popolo occupate; e Francesco, cos ignudo, fu di casa tratto, e al Palagio condotto, fu a canto all'Arcivescovo e agli altri appiccato. N fu possibile, per ingiuria che per il cammino o poi gli fusse fatta o detta, farli parlare alcuna cosa; ma guardando altrui fiso, sanza dolersi altrimenti, tacito sospirava. Guglielmo de' Pazzi, di Lorenzo cognato, nelle case di quello, e per la innocenza sua e per lo aiuto della Bianca sua moglie, si salv. Non fu cittadino che, armato o disarmato, non andasse alle case di Lorenzo in quella necessit; e ciascheduno s e le sustanze sue gli offeriva: tanta era la fortuna e la grazia che quella casa, per la sua prudenza e liberalit, si aveva acquistata. Rinato de' Pazzi s'era, quando il caso segu nella sua villa ritirato, donde, intendendo la cosa, si volle, travestito, fuggire: non di meno fu per il cammino cognosciuto, e preso, e a Firenze condotto. Fu ancora preso messer Iacopo nel passare l'alpi, perch, inteso da quegli alpigiani il caso seguito a Firenze e veduta la fuga di quello, fu da loro assalito e a Firenze menato: n potette ancora che pi  volte ne gli pregasse impetrare di essere da loro per il cammino ammazzato. Furono messer Iacopo e Rinato giudicati a morte, dopo quattro giorni che il caso era seguito, e infra tante morti che in quelli giorni erano state fatte, che avevono piene di membra di uomini le vie, non ne fu con misericordia altra che questa di Rinato riguardata, per essere tenuto uomo savio e buono, n di quella superbia notato, che gli altri di quella famiglia accusati erano. E perch questo caso non mancasse di alcuno estraordinario esemplo, fu messer Iacopo prima nella sepultura de' suoi maggiori sepulto; di poi, di quivi, come scomunicato, tratto, fu lungo le mura della citt sotterrato; e di quindi ancora cavato, per il capresto con il quale era stato morto, fu per tutta la citt ignudo strascinato; e da poi che in terra non aveva trovato luogo alla sepultura sua, fu da quegli medesimi che strascinato l'avevono, nel fiume d'Arno, che allora aveva le sue acque altissime gittato. Esemplo veramente grandissimo di fortuna, vedere uno uomo da tante ricchezze e da s felicissimo stato, in tanta infelicit, con tanta rovina e con tale vilipendio cadere! Narronsi de' suoi alcuni vizi, intra i quali erano giuochi e bestemmie pi  che a qualunche perduto uomo non si converrebbe; quali vizi con le molte elimosine ricompensava, perch a molti bisognosi e luoghi pii largamente suvveniva. Puossi ancora, di quello, dire questo bene, che il sabato davanti a quella domenica deputata a tanto omicidio, per non fare partecipe dell'avversa sua fortuna alcuno altro, tutti i suoi debiti pag, e tutte le mercatanzie che gli aveva in dogana e in casa, le quali ad alcuni appartenessero, con maravigliosa sollecitudine a' padroni di quelle consegn. Fu a Giovan Batista da Montesecco, dopo una lunga esamine fatta di lui, tagliata la testa; Napoleone Franzesi con la fuga fugg il supplizio; Guglielmo de' Pazzi fu confinato, e i suoi cugini che erano rimasi vivi, nel fondo della rocca di Volterra in carcere posti. Fermi tutti i tumulti, e puniti i congiurati, si celebrorono le esequie di Giuliano; il quale fu con le lagrime da tutti i cittadini accompagnato, perch in quello era tanta liberalit e umanit quanta in alcuno altro in tale fortuna nato si potesse desiderare. Rimase di lui uno figliuolo naturale, il quale dopo a pochi mesi che fu morto nacque, e fu chiamato Giulio; il quale fu di quella virt e fortuna ripieno, che in questi presenti tempi tutto il mondo cognosce, e che da noi, quando alle presenti cose perverremo, concedendone Iddio vita, sar largamente dimostro. Le genti che sotto messer Lorenzo da Castello in Val di Tevere, e quelle che sotto Giovan Francesco da Talentino in Romagna erano, insieme, per dare favore a' Pazzi s'erano mosse per venire a Firenze; ma poi ch'eglino intesero la rovina della impresa, si tornorono indietro.

10.


Ma non essendo seguita in Firenze la mutazione dello stato, come il Papa e il Re desideravano, deliberarono quello che non avevono potuto fare per congiure farlo per guerra; e l'uno e l'altro, con grandissima celerit, messe le sue genti insieme per assalire lo stato di Firenze, publicando non volere altro da quella citt, se non che la rimovesse da s Lorenzo de' Medici, il quale solo di tutti i Fiorentini avieno per nimico. Avevano gi le genti del Re passato il Tronto, e quelle del Papa erano nel Perugino; e perch, oltre alle temporali i Fiorentini ancora le spirituali ferite sentissero, gli scomunic e maladisse. Onde che i Fiorentini, veggendosi venire contro tanti eserciti, si preparorono con ogni sollecitudine alle difese. E Lorenzo de' Medici, innanzi ad ogni altra cosa, volle, poi che la guerra per fama era fatta a lui, ragunare in Palagio, con i Signori, tutti i qualificati cittadini, in numero di pi  di trecento; a' quali parl in questa sentenza: - Io non so, eccelsi Signori, e voi, magnifici cittadini, se io mi dolgo con voi delle seguite cose, o se io me ne rallegro. E veramente quando io penso con quanta fraude, con quanto odio io sia stato assalito e il mio fratello morto, io non posso fare non me ne contristi e con tutto il cuore e con tutta l'anima non me ne dolga. Quando io considero di poi con che prontezza, con che studio, con quale amore, con quanto unito consenso di tutta la citt il mio fratello sia stato vendicato e io difeso, conviene, non solamente me ne rallegri, ma in tutto me stesso esalti e glorii. E veramente, se la esperienza mi ha fatto conoscere come io aveva in questa citt pi  nimici che io non pensava, m'ha ancora dimostro come io ci aveva pi  ferventi e caldi amici che io non credeva. Son forzato, adunque, a dolermi con voi per le ingiurie d'altri, e rallegrarmi per i meriti vostri; ma son bene constretto a dolermi tanto pi  delle ingiurie, quanto le sono pi  rare, pi  senza esemplo e meno da noi meritate. Considerate, magnifici cittadini, dove la cattiva fortuna aveva condotta la casa nostra, che fra gli amici, fra i parenti, nella chiesa non era secura. Sogliono quelli che dubitano della morte ricorrere agli amici per aiuti, sogliono ricorrere a' parenti; e noi gli trovavamo armati per la distruzione nostra: sogliono rifuggire nelle chiese tutti quegli che, per publica o per privata cagione, sono perseguitati. Adunque, da chi gli altri sono difesi, noi siamo morti; dove i parricidi, gli assassini sono sicuri, i Medici trovorono gli ucciditori loro. Ma Iddio, che mai per lo addietro non ha abbandonata la casa nostra, ha salvato ancora noi, e ha presa la defensione della giusta causa nostra. Perch quale ingiuria abbiamo noi fatta ad alcuno, che se ne meritasse tanto desiderio di vendetta? E veramente questi che ci si sono dimostri tanto nimici, mai privatamente non gli offendemmo; perch, se noi gli avessimo offesi, e' non arebbono avuto commodit di offendere noi. S'eglino attribuiscono a noi le publiche ingiurie, quando alcuna ne fusse stata loro fatta, che non lo so, eglino offendono pi  voi che noi, pi  questo Palagio e la maest di questo governo che la casa nostra, dimostrando che per nostra cagione voi ingiuriate immeritamente i cittadini vostri. Il che  discosto al tutto da ogni verit; perch noi quando avessimo potuto, e voi quando noi avessimo voluto, non lo aremmo fatto: perch chi ricercher bene il vero troverr la casa nostra non per altra cagione con tanto consenso essere stata sempre esaltata da voi, se non perch la si  sforzata, con la umanit, liberalit, con i beneficii, vincere ciascuno. Se noi abbiamo adunque onorati gli strani, come aremmo noi ingiuriati i parenti? Se si sono mossi a questo per desiderio di dominare, come dimostra lo occupare il Palagio, venire con gli armati in Piazza, quanto questa cagione sia brutta, ambiziosa e dannabile, da se stessa si scuopre e si condanna; se lo hanno fatto per odio e invidia avevano alla autorit nostra, eglino offendono voi, non noi, avendocela voi data. E veramente quelle autoritadi meritono di essere odiate che gli uomini si usurpano, non quelle che gli uomini per liberalit, umanit e munificenza si guadagnano. E voi sapete che mai la casa nostra salse a grado alcuno di grandezza, che da questo Palagio e dallo unito consenso vostro non vi fusse spinta: non torn Cosimo mio avolo dallo esilio con le armi e per violenza, ma con il consenso e unione vostra, mio padre, vecchio e infermo, non difese gi lui contro a tanti nimici lo stato, ma voi con l'autorit e benivolenza vostra lo difendesti; non arei io, dopo la morte di mio padre, sendo ancora, si pu dire, un fanciullo, mantenuto il grado della casa mia, se non fussero stati i consigli e favori vostri; non arebbe potuto n potrebbe reggere la mia casa questa republica, se voi, insieme con lei, non l'avessi retta e reggesse. Non so io adunque qual cagione di odio si possa essere il loro contro di noi, o quale giusta cagione di invidia: portino odio agli loro antenati, i quali, con la superbia e con la avarizia, si hanno tolta quella reputazione che i nostri si hanno saputa, con studi a quegli contrari, guadagnare. Ma concediamo che le ingiurie fatte a loro da noi sieno grandi, e che meritamente eglino desiderassero la rovina nostra: perch venire ad offendere questo Palagio? perch fare lega con il Papa e con il Re contro alla libert di questa republica? perch rompere la lunga pace di Italia? A questo non hanno eglino scusa alcuna; perch dovevono offendere chi offendeva loro, e non confundere le inimicizie private con le ingiurie publiche; il che fa che, spenti loro, il male nostro  pi   vivo, venendoci, alle loro cagioni, il Papa e il Re a trovare con le armi: la qual guerra affermano fare a me e alla casa mia. Il che Dio volessi che fusse il vero, perch i rimedi sarebbono presti e certi, n io sarei s cattivo cittadino che io stimasse pi  la salute mia che i pericoli vostri; anzi volentieri spegnerei lo incendio vostro con la rovina mia. Ma perch sempre le ingiurie che i potenti fanno con qualche meno disonesto colore le ricuoprono, eglino hanno preso questo modo a ricoprire questa disonesta ingiuria loro. Pure non di meno, quando voi credessi altrimenti, io sono nelle braccia vostre: voi mi avete a reggere o lasciare; voi miei padri, voi miei defensori; e quanto da voi mi sar commesso che io faccia, sempre far volentieri; n ricuser mai, quando cos a voi paia, questa guerra con il sangue del mio fratello cominciata, di finirla col mio. - Non potevono i cittadini, mentre che Lorenzo parlava, tenere le lagrime; e con quella piet che fu udito, gli fu da uno di quegli, a chi gli altri commissono, risposto; dicendogli che quella citt ricognosceva tanti meriti da lui e dai suoi, che gli stesse di buono animo, ch con quella prontezza ch'eglino avevono vendicata del fratello la morte, e di lui conservata la vita, gli conserverebbono la reputazione e lo stato; n prima perderebbe quello, che loro la patria perdessero. E perch le opere corrispondessero alle parole, alla custodia del corpo suo di certo numero di armati publicamente providono, acci che dalle domestiche insidie lo defendessero.

11.


Di poi si prese modo alla guerra, mettendo insieme genti e danari in quella somma poterono maggiore. Mandorono per aiuti, per virt della lega, al duca di Milano e a' Viniziani; e poi che il Papa si era dimostro lupo e non pastore, per non essere come colpevoli devorati, con tutti quelli modi potevono la causa loro giustificavano, e tutta la Italia del tradimento fatto contro allo stato loro riempierono, mostrando la impiet del Pontefice e la ingiustizia sua; e come quello pontificato che gli aveva male occupato, male esercitava; poi che gli aveva mandato quelli che alle prime prelature aveva tratti, in compagnia di traditori e parricidi, a commettere tanto tradimento in nel tempio, nel mezzo del divino officio, nella celebrazione del Sacramento; e da poi, perch non gli era successo ammazzare i cittadini, mutare lo stato della loro citt e quella a suo modo saccheggiare, la interdiceva e con le pontificali maledizioni la minacciava e offendeva. Ma se Dio era giusto, se a Lui le violenzie dispiacevono, gli dovevono quelle di questo suo vicario dispiacere; ed essere contento che gli uomini offesi, non trovando presso a quello luogo, ricorressero a Lui. Per tanto, non che i Fiorentini ricevessero lo interdetto e a quello ubbidissero, ma sforzorono i sacerdoti a celebrare il divino oficio, feciono un concilio, in Firenze, di tutti i prelati toscani che allo imperio loro ubbidivono, nel quale appellorono delle ingiurie del Pontefice al futuro Concilio. Non mancavano ancora al Papa ragioni da giustificare la causa sua; e per ci allegava appartenersi ad uno pontefice spegnere le tirannide, opprimere i cattivi, esaltare i buoni; le quali cose ei debbe con ogni opportuno rimedio fare; ma che non  gi l'uficio de' principi seculari detinere i cardinali, impiccare i vescovi, ammazzare, smembrare e strascinare i sacerdoti, gli innocenti e i nocenti sanza alcuna differenzia uccidere.

12.


Non di meno, intra tante querele e accuse, i Fiorentini il Cardinale, ch'eglino avieno in mano, al Pontefice restituirono; il che fece che il Papa, sanza rispetto, con tutte le forze sue e del Re gli assal. Ed entrati gli duoi eserciti, sotto Alfonso primogenito di Ferrando e duca di Calavria, e al governo di Federigo conte di Urbino, nel Chianti per la via de' Sanesi, i quali dalle parti inimiche erano, occuporono Radda e pi  altre castella, e tutto il paese predorono; di poi andorono con il campo alla Castellina. I Fiorentini, veduti questi assalti, erano in grande timore, per essere sanza gente e vedere gli aiuti degli amici lenti; perch, non ostante che il Duca mandasse soccorso, i Viniziani avevono negato essere obligati aiutare i Fiorentini nelle cause private, perch, sendo la guerra fatta a privati, non erano obligati in quella a suvvenirli, perch le inimicizie particulari non si avevono publicamente a defendere. Di modo che i Fiorentini, per disporre i Viniziani a pi  sana opinione, mandorono oratore a quel senato messer Tommaso Soderini; e in quel mentre soldorono gente, e feciono capitano de' loro eserciti Ercule marchese di Ferrara. Mentre che queste preparazioni si facevano, lo esercito nimico strinse in modo la Castellina, che quegli terrieri, desperati del soccorso, si dierono, dopo quaranta giorni che eglino avieno sopportata la obsidione. Di quivi si volsono i nimici verso Arezzo, e campeggiorono il Monte a San Sovino. Era di gi l'esercito fiorentino ad ordine, e andato alla volta de' nimici, s'era posto propinquo a quelli a tre miglia, e dava loro tanta incommodit che Federigo d'Urbino domand per alcuni giorni tregua. La quale gli fu conceduta con tanto disavvantaggio de' Fiorentini, che quegli che la dimandavono di averla impetrata si maravigliorono; perch, non la ottenendo, erano necessitati partirsi con vergogna; ma avuti quelli giorni di commodit a riordinarsi, passato il tempo della tregua, sopra la fronte delle genti nostre quel castello occuporono. Ma essendo gi venuto il verno, i nimici, per ridursi a vernare in luoghi commodi, dentro nel Sanese si ritirorono. Ridussonsi ancora le genti fiorentine nelli alloggiamenti pi  commodi; e il marchese di Ferrara, avendo fatto poco profitto a s e meno ad altri, se ne torn nel suo stato.

13.


In questi tempi Genova si ribell dallo stato di Milano per queste cagioni: poi che fu morto Galeazzo, e restato Giovan Galeazzo suo figliuolo, di et inabile al governo, nacque dissensione intra Sforza, Lodovico e Ottaviano e Ascanio suoi zii, e madonna Bona sua madre, perch ciascuno di essi voleva prendere la cura del piccolo Duca. Nella quale contenzione madonna Bona, vecchia duchessa, per il consiglio di messer Tommaso Soderini, allora per i Fiorentini in quello stato oratore, e di messer Cecco Simonetta, stato secretario di Galeazzo, rest superiore. Donde che, fuggendosi gli Sforzeschi di Milano, Ottaviano nel passare l'Adda affog, e gli altri furono in varii luoghi confinati insieme con il signore Ruberto da San Severino, il quale in quegli travagli aveva lasciata la Duchessa e accostatosi a loro. Sendo di poi seguiti i tumulti di Toscana, quegli principi, sperando per gli nuovi accidenti potere trovare nuova fortuna, ruppono i confini, e ciascuno di loro tentava cose nuove per ritornare nello stato suo. Il re Ferrando, che vedeva che i Fiorentini solamente, nelle loro necessit, erano stati dallo stato di Milano soccorsi, per torre loro ancora quegli aiuti, ordin di dare tanto che pensare alla Duchessa nello stato suo, che agli aiuti de' Fiorentini provedere non potesse, e per il mezzo di Prospero Adorno e del signore Ruberto e rebelli sforzeschi, fece ribellare Genova dal Duca. Restava solo nella potest sua il Castelletto, sotto la speranza del quale la Duchessa mand assai genti per recuperare la citt, e vi furono rotte, tal che, veduto il pericolo che poteva soprastare allo stato del figliuolo e a lei, se quella guerra durava, sendo la Toscana sottosopra e i Fiorentini, in chi ella solo sperava, afflitti, deliber, poi che la non poteva avere Genova come subietta, averla come amica; e convenne con Batistino Fregoso, nimico di Prospero Adorno, di dargli il Castelletto e farlo in Genova principe, pure che ne cacciasse Prospero e a' ribelli sforzeschi non facesse favore. Dopo la quale conclusione, Batistino, con lo aiuto del castello e della parte, s'insignor di Genova, e se ne fece, secondo il costume loro, doge; tanto che gli Sforzeschi e il signore Ruberto, cacciati del Genovese, con quelle genti che li seguirono ne vennono in Lunigiana. Donde che il Papa e il Re, veduto come e travagli di Lombardia erano posati, presono occasione da questi cacciati da Genova a turbare la Toscana di verso Pisa, acci che i Fiorentini, dividendo le loro forze, indebolissero; e per ci operorono, sendo gi passato il verno, che il signore Ruberto si partisse con le sue genti di Lunigiana, e il paese pisano assalisse. Mosse adunque il signor Ruberto uno tumulto grandissimo, e molte castella del Pisano saccheggi e prese, e infino alla citt di Pisa predando corse.

14.


Vennono, in questi tempi, a Firenze oratori dello Imperadore e del re di Francia e del re d'Ungheria, i quali dai loro principi erano mandati al Pontefice, i quali persuasono a' Fiorentini mandassero oratori al Papa, promettendo fare ogni opera con quello, che con una ottima pace si ponesse fine a questa guerra. Non recusorono i Fiorentini di fare questa esperienza, per essere apresso qualunque escusati, come per la parte loro amavano la pace. Andati adunque gli oratori, sanza alcuna conclusione tornorono. Onde che i Fiorentini, per onorarsi della reputazione del re di Francia poi che dagli Italiani erano parte offesi parte abbandonati, mandorono oratore a quel re Donato Acciaiuoli, uomo delle greche e latine lettere studiosissimo, di cui sempre gli antenati hanno tenuti gradi grandi nella citt. Ma nel cammino, sendo arrivato a Milano, mor; onde che la patria, per remunerare chi era rimaso di lui e per onorare la sua memoria, con publiche spese onoratissimamente lo seppell, e a' figliuoli esenzione, e alle figliuole dote conveniente a maritarle concesse; e in suo luogo, per oratore al Re, messer Guid'Antonio Vespucci, uomo delle imperiali e pontificie lettere peritissimo, mand. Lo assalto fatto dal signore Ruberto nel paese di Pisa turb assai, come fanno le cose inaspettate, i Fiorentini; perch, avendo da la parte di Siena una gravissima guerra, non vedevano come si potere a' luoghi di verso Pisa provedere; pure, con comandati e altre simili provisioni, alla citt di Pisa soccorsono. E per tenere i Lucchesi in fede, acci che o danari o viveri al nimico non sumministrassero, Piero di Gino di Neri Capponi ambasciadore vi mandorono; il quale fu da loro con tanto sospetto ricevuto, per l'odio che quella citt tiene con il popolo di Firenze, nato da le antiche ingiurie e dal continuo timore, che port molte volte pericolo di non vi essere popolarmente morto: tanto che questa sua andata dette cagione a nuovi sdegni, pi  tosto che a nuova unione. Rivocorono i Fiorentini il marchese di Ferrara, soldorono il marchese di Mantova, e con instanzia grande richiesono a' Viniziani il conte Carlo, figliuolo di Braccio, e Deifebo, figliuolo del conte Iacopo, i quali furono alla fine, dopo molte gavillazioni, da' Viniziani conceduti; perch, avendo fatto tregua con il Turco, e per ci non avendo scusa che gli ricoprissi, a non osservare la fede della lega si vergognorono. Vennono per tanto il conte Carlo e Deifebo con buono numero di genti d'arme; e messe insieme, con quelle, tutte le genti d'arme che poterono spiccare dallo esercito che sotto il marchese di Ferrara alle genti del duca di Calavria era opposto, se ne andorono inverso Pisa per trovare il signore Ruberto, il quale con le sue genti si trovava propinquo al fiume del Serchio. E bench gli avesse fatto sembiante di volere aspettare le genti nostre, non di meno non le aspett, ma ritirossi in Lunigiana, in quelli alloggiamenti donde si era, quando entr nel paese di Pisa, partito. Dopo la cui partita furono dal conte Carlo tutte quelle terre recuperate che dai nimici nel paese di Pisa erano state prese.

15.


Liberati i Fiorentini dagli assalti di verso Pisa, feciono tutte le genti loro infra Colle e San Gimignano ridurre. Ma sendo in quello esercito, per la venuta del conte Carlo, Sforzeschi e Bracceschi, subito si risentirono le antiche nimicizie loro; e si credeva, quando avessero ad essere lungamente insieme, che fussero venuti alle armi. Tanto che, per minore male, si deliber di dividere le genti, e una parte di quelle, sotto il conte Carlo, mandare nel Perugino, un'altra parte fermare a Poggibonzi, dove facessero uno alloggiamento forte, da potere tenere i nimici, che non entrassero nel Fiorentino. Stimorono, per questo partito, constrignere ancora i nimici a dividere le genti; perch credevono, o che il conte Carlo occuperebbe Perugia, dove pensavano avesse assai partigiani, o che il Papa fusse necessitato mandarvi grossa gente per difenderla. Ordinorono oltra di questo, per condurre il Papa in maggiore necessit, che messer Niccol Vitelli, uscito di Citt di Castello, dove era capo messer Lorenzo suo nimico, con gente si appressasse alla terra, per fare forza di cacciarne lo avversario e levarla dalla ubbidienza del Papa. Parve, in questi principii, che la fortuna volesse favorire le cose fiorentine; perch e' si vedeva il conte Carlo fare nel Perugino progressi grandi; messer Niccol Vitelli, ancora che non gli fusse riuscito entrare in Castello, era con le sue genti superiore in campagna, e d'intorno alla citt sanza opposizione alcuna predava; cos ancora le genti che erano restate a Poggibonzi ogni d correvano alle mura di Siena: non di meno, alla fine, tutte queste speranze tornorono vane. In prima mor il conte Carlo, nel mezzo della speranza delle sue vittorie. La cui morte ancora miglior le condizioni de' Fiorentini, se la vittoria che da quella nacque si fusse saputa usare, perch, intesasi la morte del Conte, subito le genti della Chiesa, che erano di gi tutte insieme a Perugia, presono speranza di potere opprimere le genti fiorentine; e uscite in campagna, posono il loro alloggiamento sopra il Lago propinquo a' nimici a tre miglia. Dall'altra parte Iacopo Guicciardini, il quale si trovava di quello esercito commissario, con il consiglio del magnifico Ruberto da Rimine, il quale, morto il conte Carlo, era rimaso il primo e pi  reputato di quello esercito, cognosciuta la cagione dell'orgoglio de' nimici, deliberorono aspettargli, tal che, venuti alle mani accanto al Lago, dove gi Annibale cartaginese dette quella memorabile rotta a' Romani, furono le genti della Chiesa rotte. La quale vittoria fu ricevuta in Firenze con laude de' capi e piacere di ciascuno, e sarebbe stata con onore e utile di quella impresa, se i disordini che nacquono nello esercito che si trovava a Poggibonzi non avessero ogni cosa perturbato. E cos il bene che fece l'uno esercito fu dall'altro interamente destrutto: perch, avendo quelle genti fatto preda sopra il Sanese, venne, nella divisione di essa, differenza intra il marchese di Ferrara e quello di Mantova; tal che, venuti alle armi, con ogni qualit di offesa si assalirono; e fu tale che, giudicando i Fiorentini non si potere pi  d'ambeduoi valere, si consent che il marchese di Ferrara con le sue genti se ne tornasse a casa.


16.


Indebolito adunque quello esercito, e rimaso sanza capo, e governandosi in ogni parte disordinatamente, il duca di Calavria, che si trovava con lo esercito suo propinquo a Siena, prese animo di venirli a trovare, e cos fatto come pensato, le genti fiorentine, veggendosi assalire, non nelle armi, non nella moltitudine, che erano al nimico superiori non nel sito dove erano, che era fortissimo, confidarono, ma sanza aspettare non che altro di vedere il nimico, alla vista della polvere si fuggirono, e a' nimici le munizioni, i carriaggi e l'artiglierie lasciorono: di tanta poltroneria e disordine erano allora quelli eserciti ripieni, che nel voltare uno cavallo o la testa o la groppa dava la perdita o la vittoria d'una impresa. Riempi questa rotta i soldati del Re di preda, e i Fiorentini di spavento; perch, non solo la citt loro si trovava dalla guerra, ma ancora da una pestilenza gravissima afflitta; la quale aveva in modo occupata la citt, che tutti i cittadini, per fuggire la morte, per le loro ville si erano ritirati. Questo fece ancora questa rotta pi  spaventevole; perch quelli cittadini che per la Val di Pesa e per la Val d'Elsa avevono le loro possessioni, sendosi ridutti in quelle, seguita la rotta, subito, come meglio poterono, non solamente con i figliuoli e robe loro, ma con i loro lavoratori, a Firenze corsono: tal che pareva che si dubitasse che ad ogni ora il nimico alla citt si potesse presentare. Quegli che alla cura della guerra erano preposti, veggendo questo disordine, comandorono alle genti che erano state nel Perugino vittoriose che, lasciata la impresa contro a' Perugini, venissero in Val d'Elsa per opporsi al nimico, il quale, dopo la vittoria, sanza alcuno contrasto scorreva il paese. E bench quelle avessero stretta in modo la citt di Perugia, che ad ogni ora se ne aspettasse la vittoria, non di meno vollono i Fiorentini prima difendere il loro, che cercare di occupare quello d'altri: tanto che quello esercito, levato dai suoi felici successi, fu condotto a San Casciano, castello propinquo a Firenze a otto miglia, giudicando non si potere altrove fare testa, infino a tanto che le reliquie dello esercito rotto fussero insieme. I nimici dall'altra parte, quegli che erano a Perugia, liberi per la partita delle genti fiorentine, divenuti audaci, grandi prede nello Aretino e nel Cortonese ciascuno giorno facevano; e quegli altri, che sotto Alfonso duca di Calavria avevano a Poggibonzi vinto, si erano di Poggibonzi prima, e di Vico di poi insignoriti, e Certaldo messo a sacco; e fatte queste espugnazioni e prede, andorono con il campo al castello di Colle, il quale in quegli tempi era stimato fortissimo, e avendo gli uomini allo stato di Firenze fedeli, potette tenere tanto a bada il nimico, che si fussero ridutte le genti insieme. Avendo adunque i Fiorentini raccozzate le genti tutte a San Casciano, ed espugnando i nimici con ogni forza Colle, deliberorono di appressarsi a quelli, e dare animo a' Colligiani a defendersi. E perch i nimici avessero pi  respetto ad offendergli, avendo gli avversarii propinqui, fatta questa deliberazione, levorono il campo da San Casciano e posonlo a San Gimignano, propinquo a cinque miglia a Colle, donde con i cavalli leggieri e con altri pi  espediti soldati ciascuno d il campo del Duca molestavano. Non di meno a' Colligiani non era sufficiente questo soccorso, per che, mancando delle loro cose necessarie, a d 13 di novembre si dierono, con dispiacere de' Fiorentini e con massima letizia de' nimici, e massimamente de' Sanesi, i quali oltre al comune odio che portono alla citt di Firenze, lo avevano con i Colligiani particulare.

17.


Era di gi il verno grande, e i tempi sinistri alla guerra, tanto che il Papa e il Re, mossi, o da volere dare speranza di pace, o da volere godersi le vittorie avute pi  pacificamente, offersono tregua a' Fiorentini per tre mesi, e dierono dieci giorni tempo alla risposta; la quale fu accettata subito. Ma come avviene a ciascuno, che pi  le ferite, raffreddi che sono i sangui, si sentono, che quando le si ricevono, questo breve riposo fece cognoscere pi  a' Fiorentini i sostenuti affanni. E i cittadini, liberamente e sanza rispetto, accusavano l'uno l'altro, e manifestavano gli errori nella guerra commessi: mostravano le spese invano fatte, le gravezze ingiustamente poste; le quali cose, non solamente ne' circuli, intra i privati, ma ne' consigli publici animosamente parlavano. E prese tanto ardire alcuno, che, voltosi a Lorenzo de' Medici, gli disse: - Questa citt  stracca, e non vuole pi  guerra; - e per ci era necessario che pensasse alla pace. Onde che Lorenzo, cognosciuta questa necessit, si ristrinse con quegli amici che pensava pi  fedeli e pi  savi, e prima conclusono, veggendo i Viniziani freddi e poco fedeli, il Duca pupillo e nelle civili discordie implicato, che fusse da cercare con nuovi amici nuova fortuna; ma stavano dubi nelle cui braccia fusse da rimettersi, o del Papa o del Re. Ed esaminato tutto, approvorono l'amicizia del Re, come pi  stabile e pi  secura: perch la brevit della vita de' papi, la variazione della successione, il poco timore che la Chiesa ha de' principi, i pochi rispetti che la ha nel prendere i partiti, fa che uno principe seculare non pu in uno pontefice interamente confidare, n pu securamente accomunare la fortuna sua con quello; perch chi , nelle guerre e pericoli, del papa amico, sar nelle vittorie accompagnato e nelle rovine solo, sendo il pontefice dalla spirituale potenza e reputazione sostenuto e difeso. Deliberato adunque che fusse a maggiore profitto guadagnarsi il Re, giudicorono non si potere fare meglio n con pi  certezza che con la presenza di Lorenzo; perch, quanto pi  con quello re si usasse liberalit, tanto pi  credevano potere trovare remedi alle nimicizie passate. Avendo per tanto Lorenzo fermo lo animo a questa andata, raccomand la citt e lo stato a messer Tommaso Soderini, che era in quel tempo gonfaloniere di giustizia, e al principio di decembre part di Firenze, e arrivato a Pisa, scrisse alla Signoria la cagione della sua partita. E quelli signori, per onorarlo, e perch e' potesse trattare con pi  reputazione la pace con il Re, lo feciono oratore per il popolo fiorentino, e gli dettono autorit di collegarsi con quello, come a lui paresse meglio per la sua republica.

18.


In questi medesimi tempi il signore Ruberto da San Severino, insieme con Lodovico e Ascanio, perch Sforza loro fratello era morto, riassalirono di nuovo lo stato di Milano per tornare nel governo di quello; e avendo occupata Tortona, ed essendo Milano e tutto quello stato in arme, la duchessa Bona fu consigliata ripatriasse gli Sforzeschi, e per levare via queste civili contese, gli ricevesse in stato. Il principe di questo consiglio fu Antonio Tassino ferrarese, il quale, nato di vile condizione, venuto a Milano, pervenne alle mani del duca Galeazzo, e alla duchessa sua donna per cameriere lo concesse. Questi, o per essere bello di corpo, o per altra sua segreta virt, dopo la morte del Duca sal in tanta reputazione apresso alla Duchessa, che quasi lo stato governava; il che dispiaceva assai a messer Cecco, uomo per prudenza e per lunga pratica eccellentissimo; tanto che, in quelle cose poteva, e con la Duchessa e con gli altri del governo, di diminuire l'autorit del Tassino s'ingegnava. Di che accorgendosi quello, per vendicarsi delle ingiurie, e per avere apresso chi da messer Cecco lo defendesse, confort la Duchessa a ripatriare gli Sforzeschi; la quale, seguitando i suoi consigli, sanza conferirne cosa alcuna con messer Cecco, gli ripatri: donde che quello le disse: - Tu hai preso uno partito il quale torr a me la vita e a te lo stato. - Le quali cose poco di poi intervennono, perch messer Cecco fu da il signore Lodovico fatto morire, ed essendo, dopo alcun tempo, stato cacciato del ducato il Tassino, la Duchessa ne prese tanto sdegno, che la si part di Milano e renunzi nelle mani di Lodovico il governo del figliuolo. Restato adunque Lodovico solo governatore del ducato di Milano, fu, come si dimosterr, cagione della rovina di Italia. Era partito Lorenzo de' Medici per a Napoli, e la tregua intra le parti vegghiava, quando, fuora di ogni espettazione, Lodovico Fregoso, avuta certa intelligenza con alcuno Serezanese, di furto entr con armati in Serezana, e quella terra occup, e quello che vi era per il popolo fiorentino prese prigione. Questo accidente dette grande dispiacere a' principi dello stato di Firenze, perch si persuadevano che tutto fusse seguito con ordine del re Ferrando. E si dolfono con il duca di Calavria, che era con lo esercito a Siena, di essere, durante la tregua, con nuova guerra assaliti; il quale fece ogni demostrazione, e con lettere e con ambasciate, che tale cosa fusse nata sanza consentimento del padre o suo. Pareva non di meno a' Fiorentini essere in pessime condizioni, vedendosi voti di danari, il capo della republica nelle mani del Re, e avere una guerra antica con il Re e con il Papa e una nuova con i Genovesi, ed essere sanza amici; perch ne' Viniziani non speravano, e del governo di Milano pi  tosto temevano, per essere vario e instabile. Solo restava a' Fiorentini una speranza, di quello che avesse Lorenzo de' Medici a trattare con il Re.

19.


Era Lorenzo, per mare, arrivato a Napoli; dove, non solamente da il Re, ma da tutta quella citt fu ricevuto onoratamente e con grande espettazione, perch essendo nata tanta guerra solo per opprimerlo, la grandezza degli inimici che gli aveva avuti lo aveva fatto grandissimo. Ma arrivato alla presenza del Re, e' disput in modo delle condizioni di Italia, degli umori de' principi e popoli di quella, e quello che si poteva sperare nella pace e temere nella guerra, che quel re si maravigli pi , poi che l'ebbe udito, della grandezza dello animo suo e della destrezza dello ingegno e gravit del iudizio, che non si era prima dello avere egli solo potuto sostenere tanta guerra maravigliato; tanto che gli raddoppi gli onori, e cominci a pensare come pi  tosto e' lo avesse a lasciare amico che a tenerlo nimico. Non di meno, con varie cagioni, dal dicembre al marzo lo intrattenne, per fare non solamente di lui duplicata sperienza, ma della citt: perch non mancavano a Lorenzo, in Firenze, nimici che arebbono avuto desiderio che il Re lo avesse ritenuto e come Iacopo Piccinino trattato; e sotto ombra di dolersene, per tutta la citt ne parlavano, e nelle deliberazioni publiche a quello che fusse in favore di Lorenzo si opponevano. E avevano con questi loro modi sparta fama che, se il Re lo avesse molto tempo tenuto a Napoli, che in Firenze si muterebbe governo. Il che fece che il Re soprased lo espedirlo quel tempo, per vedere se in Firenze nasceva tumulto alcuno. Ma veduto come le cose passavano quiete, a d 6 di marzo, nel 1479, lo licenzi; e prima con ogni generazione di beneficio e dimostrazione di amore se lo guadagn; e infra loro nacque accordi perpetui a conservazione de' comuni stati. Torn per tanto Lorenzo in Firenze grandissimo, s'egli se n'era partito grande; e fu con quella allegrezza da la citt ricevuto, che le sue grandi qualit e i freschi meriti meritavano, avendo esposto la propria vita per rendere alla patria sua la pace. Perch, duoi giorni dopo l'arrivata sua, si public lo accordo fatto infra la republica di Firenze e il Re: per il quale si obligavano ciascuno alla conservazione de' comuni stati; e delle terre tolte nella guerra a' Fiorentini fusse in arbitrio del Re il restituirle; e che i Pazzi posti nella torre di Volterra si liberassero; e al Duca di Calavria, per certo tempo, certe quantit di danari si pagassero. Questa pace, subito che fu publicata, riempi di sdegno il Papa e i Viniziani: perch al Papa pareva essere stato poco stimato da il Re, e i Viniziani da' Fiorentini; ch, sendo stati l'uno e l'altro compagni nella guerra, si dolevano non avere parte nella pace. Questa indegnazione, intesa e creduta a Firenze, subito dette a ciascheduno sospetto che da questa pace fatta non nascesse maggiore guerra: in modo che i principi dello stato deliberorono di ristrignere il governo, e che le deliberazioni importanti si riducessero in minore numero; e feciono un consiglio di settanta cittadini, con quella autorit gli poterono dare maggiore nelle azioni principali. Questo nuovo ordine fece fermare l'animo a quelli che volessero cercare nuove cose. E per darsi reputazione, prima che ogni cosa, accettorono la pace fatta da Lorenzo con il Re, destinorono oratori al Papa e a quello messer Antonio Ridolfi e Piero Nasi. Non di meno non ostante questa pace, Alfonso duca di Calavria non si partiva con lo esercito da Siena, mostrando essere ritenuto dalle discordie di quegli cittadini; le quali furono tante che, dove gli era alloggiato fuora della citt, lo ridussero in quella e lo ferono arbitro delle differenze loro. Il Duca, presa questa occasione molti di quegli cittadini pun in danari, molti ne giudic alle carcere, molti allo esilio, e alcuni alla morte: tanto che, con questi modi, egli divent sospetto, non solamente a' Sanesi, ma a' Fiorentini, che non si volesse di quella citt fare principe. N vi si cognosceva alcuno rimedio, trovandosi la citt in nuova amicizia con il Re, e al Papa e a' Viniziani nimica. La qual suspizione, non solamente nel popolo universale di Firenze, sottile interpetre di tutte le cose, ma in ne' principi dello stato appariva; e afferma ciascuno la citt nostra non essere mai stata in tanto pericolo di perdere la libert. Ma Iddio, che sempre in simili estremit ha di quella avuta particulare cura, fece nascere uno accidente insperato, il quale dette al Re, al Papa e a' Viniziani maggiori pensieri che quelli di Toscana.

20.


Era Maumetto gran Turco andato con un grandissimo esercito a campo a Rodi, e quello aveva per molti mesi combattuto; non di meno, ancora che le forze sue fussero grandi, e la ostinazione nella espugnazione di quella terra grandissima, la trov maggiore nelli assediati; i quali con tanta virt da tanto impeto si defesono, che Maumetto fu forzato da quello assedio partirsi con vergogna. Partito per tanto da Rodi, parte della sua armata, sotto Iacometto basci, se ne venne verso la Velona; e o che quello vedesse la facilit della impresa, o che pure il signore gliele comandasse, nel costeggiare la Italia pose, in un tratto, quattro mila soldati in terra; e assaltata la citt di Otranto, subito la prese e saccheggi; e tutti gli abitatori di quella ammazz. Di poi, con quelli modi gli occorsono migliori, e dentro in quella e nel porto si affortific; e riduttovi buona cavalleria, il paese circunstante correva e predava. Veduto il Re questo assalto, e conosciuto di quanto principe ella fusse impresa, mand per tutto nunzi a significarlo, e a domandare contro al comune nimico aiuti e con grande instanzia revoc il duca di Calavria e le sue genti che erano a Siena.

21.


Questo assalto, quanto egli perturb il Duca e il resto di Italia, tanto rallegr Firenze e Siena, parendo a questa di avere riavuta la sua libert, e a quella di essere uscita di quelli pericoli che gli facieno temere di perderla. La quale opinione accrebbono le doglienze che il Duca fece nel partire da Siena, accusando la fortuna, che, con uno insperato e non ragionevole accidente, gli aveva tolto lo imperio di Toscana. Questo medesimo caso fece al Papa mutare consiglio; e dove prima non aveva mai voluto ascoltare alcuno oratore fiorentino, divent in tanto pi  mite che gli udiva qualunque della universale pace gli ragionava: tanto che i Fiorentini furono certificati che, quando s'inclinassero a domandare perdono al Papa, che lo troverebbono. Non parve adunque di lasciare passare questa occasione; e mandorono al Pontefice dodici ambasciadori; i quali, poi che furono arrivati a Roma, il Papa, con diverse pratiche, prima che desse loro audienza gli intrattenne. Pure, alla fine, si ferm intra le parti come per lo avvenire si avesse a vivere, e quanto nella pace e quanto nella guerra per ciascuna di esse a contribuire. Vennono di poi gli ambasciadori a' piedi del Pontefice, il quale, in mezzo dei suoi cardinali, con eccessiva pompa gli aspettava. Escusorono costoro le cose seguite, ora accusandone la necessit, ora la malignit d'altri, ora il furore popolare e la giusta ira sua; e come quelli sono infelici, che sono forzati o combattere o morire. E perch ogni cosa si doveva sopportare per fuggire la morte, avevono sopportato la guerra, gli interdetti, e le altre incommodit che si erano tirate dietro le passate cose, perch la loro republica fuggisse la servit, la quale, suole essere la morte delle citt libere. Non di meno, se, ancora che forzati, avessero commesso alcuno fallo, erano per tornare a menda; e confidavano nella clemenza sua, la quale, ad esemplo del Sommo Redentore, sar per riceverli nelle sue pietosissime braccia. Alle quali scuse il Papa rispose con parole piene di superbia e di ira, rimproverando loro tutto quello che ne' passati tempi avevono contro alla Chiesa commesso: non di meno, per conservare i precetti di Dio, era contento concedere loro quel perdono che domandavano; ma che faceva loro intendere come eglino avieno ad ubbidire; e quando eglino rompessero l'ubbidienza, quella libert che sono stati per perdere ora, e' perderebbono poi, e giustamente; perch coloro sono meritamente liberi, che nelle buone, non nelle cattive opere si esercitano; perch la libert male usata offende se stessa e altri; e potere stimare poco Iddio e meno la Chiesa non  oficio di uomo libero, ma di sciolto e pi  al male che al bene inclinato; la cui correzione non solo a' principi, ma a qualunque cristiano appartiene. Tale che delle cose passate si avevono a dolere di loro, che avevono con le cattive opere dato cagione alla guerra, e con le pessime nutritola, la quale si era spenta pi  per la benignit d'altri che per i meriti loro. Lessesi poi la formula dello accordo e della benedizione; alla quale il Papa aggiunse, fuori delle cose praticate e ferme che, se i Fiorentini volevono godere il frutto della benedizione, tenessero armate, di loro danari, quindici galee tutto quel tempo che il Turco combattesse il Regno. Dolfonsi assai gli oratori di questo peso, posto sopra allo accordo fatto; n poterono in alcuna parte, per alcuno mezzo o favore, e per alcuna doglienza, alleggerirlo. Ma tornati a Firenze, la Signoria, per fermare questa pace, mand oratore al Papa messer Guidantonio Vespucci, che di poco tempo innanzi era tornato di Francia. Questi, per la sua prudenza, ridusse ogni cosa a termini sopportabili, e dal Pontefice molte grazie ottenne; il che fu segno di maggiore riconciliazione.

22.


Avendo per tanto i Fiorentini ferme le loro cose con il Papa, ed essendo libera Siena e loro dalla paura del Re per la partita di Toscana del duca di Calavria, e seguendo la guerra de' Turchi, strinsono il Re, per ogni verso, alla restituzione delle loro castella le quali il duca di Calavria, partendosi, aveva lasciate nelle mani de' Sanesi. Donde che quel re dubitava che i Fiorentini, in tanta sua necessit, non si spiccassero da lui, e con il muovere guerra a' Sanesi gli impedissero gli aiuti che dal Papa e dagli altri Italiani sperava. E per ci fu contento che le si restituissero, e con nuovi oblighi di nuovo i Fiorentini si oblig: e cos la forza e la necessit, non le scritture e gli oblighi, fa osservare a' principi la fede. Ricevute adunque le castella, e ferma questa nuova confederazione, Lorenzo de' Medici riacquist quella riputazione che prima la guerra e di poi la pace, quando del Re si dubitava, gli aveva tolta: e non mancava, in quelli tempi, chi lo calunniasse apertamente, dicendo che per salvare s, egli aveva venduta la sua patria; e come nella guerra si erano perdute le terre, e nella pace si perderebbe la libert. Ma riavute le terre, e fermo con il Re onorevole accordo, e ritornata la citt nella antica riputazione sua, in Firenze, citt di parlare avida e che le cose dai successi e non dai consigli giudica, si mut ragionamento: e celebravasi Lorenzo infino al cielo; dicendo che la sua prudenza aveva saputo guadagnarsi nella pace quello che la cattiva fortuna gli aveva tolto nella guerra; e come gli aveva potuto pi  il consiglio e iudizio suo che l'armi e le forze del nimico. Avevono gli assalti del Turco differita quella guerra la quale, per lo sdegno che il Papa e i Viniziani avevono preso per la pace fatta, era per nascere; ma come il principio di quello assalto fu insperato e cagione di molto bene, cos il fine fu inaspettato e cagione di assai male: perch Maumetto, gran Turco, mor, fuori di ogni opinione, e venuta intra i figliuoli discordia, quegli che si trovavano in Puglia, dal loro signore abbandonati, concessono, d'accordo, Otranto al Re. Tolta via adunque questa paura, che teneva gli animi del Papa e de' Viniziani fermi, ciascuno temeva di nuovi tumulti. Dall'una parte erano in lega Papa e Viniziani; con questi erano Genovesi, Sanesi e altri minori potenti dall'altra erano Fiorentini, Re e Duca a' quali si accostavano Bolognesi e molti altri signori. Desideravano i Viniziani di insignorirsi di Ferrara; e pareva loro avere cagione ragionevole alla impresa e speranza certa di conseguirla. La cagione era perch il Marchese affermava non essere pi  tenuto a ricevere il Visdomine e il sale da loro, sendo, per convenzione fatta, che, dopo settanta anni dell'uno e dell'altro carico quella citt fusse libera. Rispondevano dall'altro canto i Viniziani che quanto tempo riteneva il Pulesine, tanto doveva ricevere il Visdomine e il sale. E non ci volendo il Marchese acconsentire, parve a' Viniziani di avere giusta presa di prendere l'armi, e commodo tempo a farlo, veggendo il Papa contro a' Fiorentini e il Re pieno di sdegno. E per guadagnarselo pi , sendo ito il conte Girolamo a Vinegia, fu da loro onoratissimamente ricevuto, e donatogli la citt e la gentiligia loro, segno sempre di onore grandissimo a qualunque la donano. Avevano, per essere presti a quella guerra, posti nuovi dazi, e fatto capitano de' loro eserciti il signor Ruberto da San Severino, il quale, sdegnato con il signore Lodovico, governatore di Milano, s'era fuggito a Tortona, e, quivi fatti alcuni tumulti, andatone a Genova; dove sendo, fu chiamato da' Viniziani e fatto delle loro armi principe.

23.


Queste preparazioni a nuovi moti, cognosciute dalla lega avversa, feciono che quella ancora si preparasse alla guerra: e il duca di Milano per suo capitano elesse Federigo signore di Urbino, i Fiorentini il signore Gostanzo di Pesero. E per tentare l'animo del Papa, e chiarirsi se i Viniziani con suo consentimento movieno guerra a Ferrara, il re Ferrando mand Alfonso duca di Calavria con il suo esercito sopra il Tronto, e domand passo al Papa, per andare in Lombardia al soccorso del Marchese; il che gli fu dal Papa al tutto negato. Tanto che, parendo al Re e a' Fiorentini essere certificati dello animo suo, deliberorono strignerlo con le forze, acci che per necessit egli diventasse loro amico, o almeno darli tanti impedimenti, che non potesse a' Viniziani porgere aiuti. Perch gi quegli erano in campagna, e avevano mosso guerra al Marchese, e scorso prima il paese suo, e poi posto lo assedio a Ficheruolo, castello assai importante allo stato di quel signore. Avendo per tanto il Re e i Fiorentini deliberato di assalire il Pontefice Alfonso duca di Calavria scorse verso Roma, e con lo aiuto de' Colonnesi, che si erano congiunti seco perch gli Orsini si erano accostati al Papa, faceva assai danni nel paese; e dall'altra parte le genti fiorentine assalirono, con messer Niccol Vitelli, Citt di Castello, e quella citt occuporono, e ne cacciorono messer Lorenzo, che per il Papa la teneva, e di quella feciono come principe messer Niccol. Trovavasi per tanto il Papa in massime angustie, perch Roma drento dalla parte era perturbata, e fuora il paese da' nimici corso. Non di meno, come uomo animoso, e che voleva vincere e non cedere al nimico, condusse per capitano il magnifico Ruberto da Rimine; e fattolo venire in Roma, dove tutte le sue genti d'arme aveva ragunate, gli mostr quanto onore gli sarebbe se, contro alle forze d'uno Re, egli liberasse la Chiesa da quelli affanni in ne' quali si trovava, e quanto obligo, non solo egli, ma tutti i suoi successori arebbono seco; e come, non solo gli uomini, ma Iddio sarebbe per ricognoscerlo. Il magnifico Ruberto, considerate prima le genti d'arme del Papa e tutti gli apparati suoi, lo confort a fare quanta pi  fanteria e' poteva; il che con ogni studio e celerit si misse ad effetto. Era il duca di Calavria propinquo a Roma, in modo che ogni giorno correva e predava infino alle porte della citt; la qual cosa fece in modo indegnare il popolo romano, che molti voluntariamente s'offersono ad essere con il magnifico Ruberto alla liberazione di Roma; i quali furono tutti da quello signore ringraziati e ricevuti. Il Duca, sentendo questi apparati, si discost alquanto dalla citt, pensando che, trovandosi discosto, il magnifico Ruberto non avesse animo ad andarlo a trovare; e parte aspettava Federigo suo fratello, il quale con nuova gente gli era mandato dal padre. Il magnifico Ruberto, vedendosi quasi al Duca di gente d'arme uguale, e di fanterie superiore, usc instierato di Roma, e pose uno alloggiamento propinquo a due miglia al nimico. Il Duca, veggendosi gli avversarii addosso fuori d'ogni sua opinione, giudic convenirgli o combattere, o come rotto fuggirsi; onde che, quasi constretto, per non fare cosa indegna d'un figliuolo d'un re, deliber combattere; e volto il viso al nimico, ciascuno ordin le sue genti in quel modo che allora ordinavono, e si condussono alla zuffa, la quale dur infino a mezzogiorno. E fu questa giornata combattuta con pi  virt che alcuna altra che fusse stata fatta in cinquanta anni in Italia, perch vi mor, tra l'una parte e l'altra, pi  che mille uomini, e il fine di essa fu per la Chiesa glorioso, perch la moltitudine delle sue fanterie offesono in modo le cavallerie ducali, che quello fu constretto a dare la volta, e sarebbe il Duca rimaso prigione, se da molti Turchi, di quelli che erano stati ad Otranto e allora militavano seco, non fusse stato salvato. Avuta il magnifico Ruberto questa vittoria, torn come trionfante in Roma. La quale egli potette godere poco, perch, avendo, per lo affanno del giorno, bevuta assai acqua, se gli mosse un flusso che in pochi giorni lo ammazz. Il corpo del quale fu da il Papa con ogni qualit di onore onorato. Avuta il Pontefice questa vittoria, mand subito il Conte verso Citt di Castello, per vedere di restituire a messer Lorenzo quella terra, e parte tentare la citt di Rimine; perch, sendo, dopo la morte del magnifico Ruberto, rimaso di lui, in guardia della donna, un suo piccolo figliuolo, pensava che gli fusse facile occupare quella citt. Il che gli sarebbe felicemente succeduto, se quella donna da' Fiorentini non fusse stata difesa; i quali se gli opposono in modo con le forze, che non potette n contro a Castello, n contro a Rimine fare alcuno effetto.

24.


Mentre che queste cose in Romagna e a Roma si travagliavano, i Viniziani avevano occupato Ficheruolo, e con le genti loro passato il Po, e il campo del duca di Milano e del Marchese era in disordine, perch Federigo conte di Urbino si era ammalato, e fattosi portare per curarsi a Bologna si mor, tale che le cose del Marchese andavano declinando, e a' Viniziani cresceva ciascun d la speranza di occupare Ferrara. Dall'altra parte, il Re e i Fiorentini facevano ogni opera per ridurre il Papa alla voglia loro, e non essendo succeduto di farlo cedere alle armi, lo minacciavano del concilio, il quale gi dallo Imperadore era stato pronunziato per a Basilea; onde che, per mezzo degli oratori di quello, che si trovavano a Roma, e de' primi cardinali, i quali la pace desideravano, fu persuaso e stretto il Papa a pensare alla pace e alla unione di Italia. Onde che il Pontefice, per timore, e anche per vedere come la grandezza de' Viniziani era la rovina della Chiesa e di Italia, si volse allo accordarsi con la lega; e mand suoi nunzi a Napoli, dove per cinque anni feciono lega Papa, Re duca di Milano e Fiorentini, riserbando il luogo a' Viniziani ad accettarla. Il che seguito fece il Papa intendere a' Viniziani che si astenessero dalla guerra di Ferrara. A che i Viniziani non vollono acconsentire; anzi con maggiori forze si prepararono alla guerra, e avendo rotte le genti del Duca e del Marchese ad Argenta, si erano in modo appressati a Ferrara, ch'eglino avieno posti nel parco del Marchese gli alloggiamenti loro.

25.


Onde che alla lega non parve da differire pi  di porgere gagliardi aiuti a quel signore, e feciono passare a Ferrara il duca di Calavria con le genti sue e con quelle del Papa; e similmente i Fiorentini tutte le loro genti vi mandorono. E per meglio dispensare l'ordine della guerra, fece la lega una dieta a Cremona, dove convenne il legato del Papa con il conte Girolamo, il duca di Calavria, il signore Lodovico e Lorenzo de' Medici con molti altri principi italiani; nella quale intra questi principi si divisorono tutti i modi della futura guerra. E perch eglino giudicavano che Ferrara non si potesse meglio soccorrere che con il fare una diversione gagliarda, volevano che il signore Lodovico acconsentisse a rompere guerra a' Viniziani per lo stato del duca di Milano; a che quel signore non voleva acconsentire, dubitando di non si tirare una guerra addosso da non la potere spegnere a sua posta. E per ci si deliber di fare alto con tutte le genti a Ferrara; e messo insieme quattro mila uomini d'arme e otto mila fanti, andorono a trovare i Viniziani, i quali avieno dumiladugento uomini d'arme e sei mila fanti. Alla lega parve, la prima cosa, di assalire l'armata che i Viniziani avieno nel Po; e quella assalita, appresso al Bondeno, ruppono con perdita di pi  che dugento legni; dove rimase prigioniero messer Antonio Iustiniano, provveditore dell'armata. I Viniziani poi che viddono Italia tutta unita loro contro, per darsi pi  reputazione, avieno condotto il duca dello Reno con dugento uomini d'arme, onde che, avendo ricevuto questo danno della armata, mandorono quello, con parte del loro esercito, a tenere a bada il nimico, e il signore Ruberto da San Severino feciono passare l'Adda con il restante dello esercito loro e accostarsi a Milano, gridando il nome del Duca e di madonna Bona sua madre; perch credettono, per questa via, fare novit in Milano, stimando il signore Lodovico e il governo suo fusse in quella citt odiato. Questo assalto port seco, nel principio, assai terrore, e messe in arme quella citt; non di meno partor fine contrario al disegno de' Viniziani, perch quello che il signore Lodovico non aveva voluto acconsentire, questa ingiuria fu cagione che gli acconsentisse. E per ci, lasciato il marchese di Ferrara alla difesa delle cose sue con quattro mila cavagli e due mila fanti, il duca di Calavria con dodici mila cavagli e cinque mila fanti entr nel Bergamasco, e di quivi nel Bresciano, e di poi nel Veronese; e quelle tre citt, sanza che i Viniziani vi potessero fare alcuno rimedio, quasi che di tutti i loro contadi spogli; perch il signore Ruberto con le sue genti con fatica poteva salvare quelle citt. Dall'altra banda ancora il marchese di Ferrara aveva ricuperate gran parte delle cose sue, per che il duca dello Reno, che gli era allo incontro, non poteva opposergli, non avendo pi  che due mila cavagli e mille fanti. E cos tutta quella state dell'anno 1483 si combatt felicemente per la lega.

26.


Venuta poi la primavera del seguente anno, perch la vernata era quietamente trapassata, si ridussono gli eserciti in campagna; e la lega, per potere con pi  prestezza opprimere i Viniziani, aveva messo tutto lo esercito suo insieme. E facilmente, se la guerra si fusse come l'anno passato mantenuta, si toglieva a' Viniziani tutto lo stato tenevano in Lombardia; perch si erano ridutti con sei mila cavagli e cinque mila fanti e aveno allo incontro tredici mila cavagli e sei mila fanti; perch il duca dello Reno, fornito l'anno della sua condotta, se ne era ito a casa. Ma come avviene spesso dove molti di uguale autorit concorrono, il pi  delle volte la disunione loro d la vittoria al nimico. Sendo morto Federigo Gonzaga, marchese di Mantova, il quale con la sua autorit teneva in fede il duca di Calavria e il signore Lodovico, cominci fra quegli a nascere dispareri, e da' dispareri gelosia: perch Giangaleazzo duca di Milano era gi in et da potere prendere il governo del suo stato, e avendo per moglie la figliuola del duca di Calavria, desiderava quello, che non Lodovico, ma il genero lo stato governasse. Conoscendo per tanto Lodovico questo desiderio del Duca, deliber di torgli la commodit di esequirlo. Questo sospetto di Lodovico, cognosciuto dai Viniziani, fu preso da loro per occasione; e giudicorono potere, come sempre avevono fatto, vincere con la pace, poi che con la guerra avevono perduto; e praticato segretamente infra loro e il signore Lodovico lo accordo, lo agosto del 1484 lo conclusono. Il quale, come venne a notizia degli altri confederati, dispiacque assai, massimamente poi che e' viddono come a' Viniziani si avevono a restituire le terre tolte, e lasciare loro Rovigo e il Pulesine, ch'eglino avevono al marchese di Ferrara occupato, e appresso riavere tutte quelle preminenze che sopra quella citt per antico avevono avute. E pareva a ciascuno di avere fatto una guerra dove si era speso assai e acquistato nel trattarla onore e nel finirla vergogna, poi che le terre prese si erano rendute, e non ricuperate le perdute. Ma furono constretti i collegati ad accettarla, per essere per le spese stracchi, e per non volere fare pruova pi , per i difetti e ambizione d'altri, della fortuna loro.

27.


Mentre che in Lombardia le cose in tal forma si governavano, il Papa, mediante messer Lorenzo, strigneva Citt di Castello per cacciarne Niccol Vitelli, il quale dalla lega, per tirare il Papa alla voglia sua, era stato abbandonato; e nello strignere la terra, quelli che di dentro erano partigiani di Niccol uscirono fuora, e venuti alle mani con li inimici li ruppono. Onde che il Papa rivoc il conte Girolamo di Lombardia, e fecelo venire a Roma, per instaurare le forze sue e ritornare a quella impresa; ma giudicando di poi che fusse meglio guadagnarsi messer Niccol con la pace, che di nuovo assalirlo con la guerra, si accord seco; e con messer Lorenzo suo avversario, in quel modo potette migliore, lo riconcili. A che lo constrinse pi  un sospetto di nuovi tumulti che lo amore della pace, perch vedeva intra Colonnesi e Orsini destarsi maligni umori. Fu tolto dal re di Napoli agli Orsini, nella guerra fra lui e il Papa, il contado di Tagliacozzo, e dato a' Colonnesi, che seguitavano le parti sue: fatta di poi la pace tra il Re e il Papa, gli Orsini, per virt delle convenzioni, lo domandavano. Fu molte volte dal Papa a' Colonnesi significato che lo restituissero; ma quelli, n per preghi delli Orsini, n per minacci del Papa, alla restituzione non condescesono anzi di nuovo gli Orsini con prede e altre simili ingiurie offesono. Donde, non potendo il Pontefice comportarle, mosse tutte le sue forze insieme, e quelle degli Orsini, contro a di loro, e a quelli le case avieno in Roma saccheggi, e chi quelle volle difendere ammazz e prese e della maggiore parte de' loro castelli li spogli: tanto che quelli tumulti, non per pace ma per afflizione d'una parte, posorono.

28.


Non furono ancora a Genova e in Toscana le cose quiete: perch i Fiorentini tenevano il conte Antonio da Marciano con gente alle frontiere di Serezana, e mentre che la guerra dur in Lombardia, con scorrerie e simili leggieri zuffe i Serezanesi molestavano, e in Genova Batistino Fregoso, doge di quella citt, fidandosi di Pagolo Fregoso arcivescovo, fu preso con la moglie e con i figliuoli da lui; e ne fece s principe. L'armata ancora viniziana aveva assalito il Regno, e occupato Galipoli, e gli altri luoghi allo intorno infestava. Ma seguita la pace in Lombardia, tutti i tumulti posorono, eccetto che in Toscana e a Roma; perch il Papa, pronunziata la pace, dopo cinque giorni mor, o perch fusse il termine di sua vita venuto, o perch il dolore della pace fatta, come nimico a quella, lo ammazzasse. Lasci per tanto questo pontefice quella Italia in pace la quale, vivendo, aveva sempre tenuta in guerra. Per la costui morte fu subito Roma in arme: il conte Girolamo si ritir con le sue genti a canto al Castello; gli Orsini temevano che i Colonnesi non volessero vendicare le fresche ingiurie, i Colonnesi ridomandavano le case e castelli loro: onde seguirono, in pochi giorni, uccisioni, ruberie e incendii in molti luoghi di quella citt. Ma avendo i cardinali persuaso al Conte che facesse restituire il Castello nelle mani del Collegio, e che se ne andasse ne' suoi stati e liberasse Roma dalle sue armi, quello, desiderando di farsi benivolo il futuro pontefice, ubbid, e restituito il Castello al Collegio, se ne and ad Imola. Donde che, liberati i cardinali da questa paura, e i baroni da quello sussidio che nelle loro differenze dal Conte speravano, si venne alla creazione del nuovo pontefice; e dopo alcuno disparere, fu eletto Giovanbatista Cibo, cardinale di Malfetta, genovese, e si chiam Innocenzio VIII; il quale, per la sua facile natura, ch umano e quieto uomo era, fece posare le armi, e Roma per allora pacific.

29.


I Fiorentini, dopo la pace di Lombardia, non potevano quietare, parendo loro cosa vergognosa e brutta che un privato gentile uomo gli avesse del castello di Serezana spogliati. E perch ne' capituli della pace era che, non solamente si potesse ridomandare le cose perdute, ma fare guerra a qualunque lo acquisto di quelle impedisse, si ordinorono subito con danari e con genti a fare quella impresa. Onde che Agostino Fregoso, il quale aveva Serezana occupata, non gli parendo potere con le sue private forze sostenere tanta guerra, don quella terra a San Giorgio. Ma poi che di San Giorgio e de' Genovesi si ha pi  volte a fare menzione, non mi pare inconveniente gli ordini e modi di quella citt, sendo una delle principali di Italia, dimostrare. Poi che i Genovesi ebbono fatta pace con i Viniziani, dopo quella importantissima guerra che molti anni adietro era seguita infra loro, non potendo sodisfare quella loro repubblica a quelli cittadini che gran somma di danari avevono prestati, concesse loro l'entrate della dogana, e volle che, secondo i crediti, ciascuno, per i meriti della principale somma, di quelle entrate participasse infino a tanto che dal Comune fussero interamente sodisfatti; e perch potessero convenire insieme, il palagio il quale  sopra la dogana loro consegnorono. Questi creditori adunque ordinorono fra loro uno modo di governo, faccendo uno consiglio di cento di loro, che le cose publiche deliberasse, e uno magistrato di otto cittadini, il quale, come capo di tutti, le esequisse, e i crediti loro divisono in parti, le quali chiamorono Luoghi, e tutto il corpo loro in San Giorgio intitulorono. Distribuito cos questo loro governo, occorse al comune della citt nuovi bisogni, onde ricorse a San Giorgio per nuovi aiuti; il quale, trovandosi ricco e bene amministrato, lo pot servire; e il Comune allo incontro, come prima gli aveva la dogana conceduta, gli cominci, per pegno de' danari aveva, a concedere delle sue terre. E in tanto  proceduta la cosa, nata dai bisogni del Comune e i servigi di San Giorgio, che quello si ha posto sotto la sua amministrazione la maggiore parte delle terre e citt sottoposte allo imperio genovese; le quali e' governa e difende, e ciascuno anno, per publici suffragi, vi manda suoi rettori, sanza che il Comune in alcuna parte se ne travagli. Da questo  nato che quelli cittadini hanno levato lo amore dal Comune, come cosa tiranneggiava, e postolo a San Giorgio, come parte bene e ugualmente amministrata: onde ne nasce le facili e spesse mutazioni dello stato, e che ora ad un loro cittadino, ora ad uno forestiero ubbidiscono, perch non San Giorgio, ma il Comune varia governo. Tale che, quando infra i Fregosi e gli Adorni si  combattuto del principato, perch si combatte lo stato del Comune, la maggior parte de' cittadini si tira da parte e lascia quello in preda al vincitore; n fa altro l'ufficio di San Giorgio, se non, quando uno ha preso lo stato, che fare giurargli la osservanzia delle leggi sue; le quali infino a questi tempi non sono state alterate, perch, avendo arme, e danari, e governo, non si pu, sanza pericolo di una certa e pericolosa rebellione, alteralle. Esemplo veramente raro e da i filosofi in tante loro imaginate e vedute repubbliche mai non trovato, vedere dentro ad uno medesimo cerchio infra i medesimi cittadini, la libert e la tirannide, la vita civile e la corrotta la giustizia e la licenza: perch quello ordine solo mantiene quella citt piena di costumi antichi e venerabili; e se gli avvenisse, che con il tempo in ogni modo avverr, che San Giorgio tutta quella citt occupasse, sarebbe quella una republica pi  che la viniziana memorabile.

30.


A questo San Giorgio adunque Agostino Fregoso concesse Serezana. Il quale la ricev volentieri, e prese la difesa di quella; e subito misse un'armata in mare, e mand gente a Pietrasanta, perch impedissero qualunque al campo de' Fiorentini, che gi si trovava propinquo a Serezana, andasse. I Fiorentini, dall'altra parte, desideravano occupar Pietrasanta, come terra che, non l'avendo, faceva lo acquisto di Serezana meno utile, sendo quella terra posta infra quella e Pisa; ma non potevano ragionevolmente campeggiarla, se gi dai Pietrasantesi, o da chi vi fusse dentro, non fussero nello acquisto di Serezana impediti. E perch questo seguisse, mandorono da Pisa al campo grande somma di munizioni e vettovaglie, e con quelle una debile scorta, acci che chi era in Pietrasanta, per la poca guardia temesse meno, e per la assai preda desiderassi pi  lo assalirli. Successe per tanto secondo il disegno la cosa: perch quelli che erano in Pietrasanta, veggendosi innanzi agli occhi tanta preda, la tolsono; il che dette legittima cagione a' Fiorentini di fare la impresa, e cos, lasciata da canto Serezana, si accamporono a Pietrasanta, la quale era piena di defensori che gagliardamente la defendevano. I Fiorentini, poste nel piano le loro artiglierie, feciono una bastia sopra il monte, per poterla ancora da quella parte strignere. Era dello esercito commissario Iacopo Guicciardini; e mentre che a Pietrasanta si combatteva, l'armata genovese prese e arse la rocca di Vada, e le sue genti, poste in terra, il paese allo intorno correvano e predavano. Allo incontro delle quali si mand, con fanti e cavagli messer Bongianni Gianfigliazzi; il quale in parte raffren l'orgoglio loro, tale che con tanta licenza non scorrevano. Ma l'armata, seguitando di molestare i Fiorentini, and a Livorno, e con puntoni e altre sue preparazioni, si accost alla torre nuova e quella pi  giorni con l'artiglierie combatt, ma veduto di non fare alcuno profitto, se ne torn indietro con vergogna.

31.


In quel mezzo a Pietrasanta si combatteva pigramente; onde che i nimici, preso animo, assalirono la bastia e quella occuporono; il che segu con tanta reputazione loro e timore dello esercito fiorentino, che fu per rompersi da se stesso; tale che si discost quattro miglia dalla terra; e quelli capi giudicavano che, sendo gi il mese d'ottobre, che fusse da ridursi alle stanze e riserbarsi a tempo nuovo a quella espugnazione. Questo disordine, come si intese a Firenze, riempi di sdegno i principi dello stato, e subito, per ristorare il campo di reputazione e di forze, elessono per nuovi commissari Antonio Pucci e Bernardo del Nero. I quali con gran somma di danari andorono in campo, e a quelli capitani mostrorono la indegnazione della Signoria, dello stato e di tutta la citt, quando non si ritornasse con lo esercito alle mura, e quale infamia sarebbe la loro, che tanti capitani, con tanto esercito, sanza avere allo incontro altri che una piccola guardia, non potessero s vile e s debile terra espugnare. Mostrorono l'utile presente e quello che in futuro di tale acquisto potevano sperare; talmente che gli animi di tutti si raccesono a tornare alle mura; e prima che ogni altra cosa deliberorono di acquistare la bastia. Nello acquisto della quale si cognobbe quanto l'umanit, l'affabilit, le grate accoglienze e parole negli animi de' soldati possono; perch Antonio Pucci, quello soldato confortando, a quell'altro promettendo, all'uno porgendo la mano, l'altro abbracciando, gli fece ire a quello assalto con tanto impeto ch'eglino acquistorono quella bastia in uno momento, ne fu lo acquisto sanza danno, imperci che il conte Antonio da Marciano da una artiglieria fu morto. Questa vittoria dette tanto terrore a quelli della terra, che cominciorono a ragionare di arrendersi: onde, acci che le cose con pi  reputazione si concludessero, parve a Lorenzo de' Medici condursi in campo; e arrivato quello, non dopo molti giorni si ottenne il castello. Era gi venuto il verno, e per ci non parve a quelli capitani da procedere pi  avanti con la impresa, ma di aspettare il tempo nuovo, massime perch quello autunno, mediante la trista aria, aveva infermato quello esercito, e molti de' capi erano gravemente malati; intra' quali Antonio Pucci e messer Bongianni Gianfigliazzi, non solamente ammalorono, ma morirono, con dispiacere di ciascuno, tanta fu la grazia che Antonio nelle cose fatte da lui a Pietrasanta si aveva acquistata. I Lucchesi, poi che i Fiorentini ebbono acquistata Pietrasanta, mandorono oratori a Firenze a domandare quella, come terra stata gi della loro republica, perch allegavano intra gli oblighi essere che si dovesse restituire al primo signore tutte quelle terre che l'uno dell'altro recuperasse. Non negorono i Fiorentini le convenzioni; ma risposono non sapere se, nella pace che si trattava fra loro e i Genovesi, si avieno a restituire quella; e per ci non potevano prima che a quel tempo deliberarne; e quando bene non avessero a restituirla, era necessario che i Lucchesi pensassero a sodisfarli della spesa fatta e del danno ricevuto per la morte di tanti loro cittadini; e quando questo facessero, potevano facilmente sperare di riaverla. Consumossi adunque tutto quel verno nelle pratiche della pace intra i Genovesi e i Fiorentini, la quale a Roma, mediante il Pontefice, si praticava. Ma non si essendo conclusa, arebbono i Fiorentini, venuta la primavera, assalita Serezana, se non fussero stati da la malattia di Lorenzo de' Medici e da la guerra che nacque intra il Papa e il re Ferrando, impediti: perch Lorenzo, non solamente da le gotte, le quali come ereditarie del padre lo affliggevano, ma da gravissimi dolori di stomaco fu assalito, in modo che fu necessitato andare a' bagni per curarsi.

32.


Ma pi  importante cagione fu la guerra; della quale fu questa la origine. Era la citt della Aquila in modo sottoposta al regno di Napoli, che quasi libera viveva. Aveva in essa assai riputazione il conte di Montorio. Trovavasi propinquo al Tronto, con le sue genti d'arme, il duca di Calavria, sotto colore di volere posare certi tumulti che in quelle parti intra i paesani erano nati; e disegnando ridurre l'Aquila interamente alla ubbidienza del Re, mand per il conte di Montorio, come se se ne volesse servire in quelle cose che allora praticava. Ubbid il Conte, sanza alcuno sospetto; e arrivato dal Duca, fu fatto prigione da quello e mandato a Napoli. Questa cosa, come fu nota all'Aquila, alter tutta quella citt; e prese popularmente l'arme, fu morto Antonio Concinello, commissario del Re, e con quello alcuni cittadini i quali erano cognosciuti a quella maest partigiani. E per avere gli Aquilani chi nella rebellione gli difendesse, rizzorono le bandiere della Chiesa, e mandorono oratori al Papa, a dare la citt e loro, pregando quello che, come cosa sua, contra alla regia tirannide gli aiutasse. Prese il Pontefice animosamente la loro difesa, come quello che per cagioni private e publiche odiava il Re; e trovandosi il signore Ruberto da San Severino nimico dello stato di Milano e senza soldo, lo prese per suo capitano, e lo fece con massima celerit venire a Roma. Sollecit, oltre di questo, tutti gli amici e parenti del conte di Montorio, che contro al Re si ribellassero: tale che il principe d'Altemura, di Salerno e di Bisignano presono l'armi contro a quello. Il Re, veggendosi da s subita guerra assalire, ricorse a' Fiorentini e al duca di Milano per aiuti. Stettero i Fiorentini dubi di quello dovessero fare; perch e' pareva loro difficile il lasciare, per le altrui, le imprese loro; e pigliare di nuovo l'arme contro alla Chiesa pareva loro pericoloso. Non di meno, sendo in lega, preposono la fede alle commodit e pericoli loro, e soldorono gli Orsini; e di pi  mandorono tutte le loro genti, sotto il conte di Pitigliano, verso Roma, al soccorso del Re. Fece per tanto quel Re duoi campi: l'uno, sotto il duca di Calavria, mand verso Roma, il quale, insieme con le genti fiorentine, allo esercito della Chiesa si opponesse; con l'altro, sotto il suo governo, si oppose a' Baroni; e nell'una e nell'altra parte fu travagliata questa guerra con varia fortuna. Alla fine, restando il Re in ogni luogo superiore, d'agosto, nel 1486, per il mezzo degli oratori del re di Spagna, si concluse la pace, alla quale il Papa, per essere battuto dalla fortuna, n volere pi  tentare quella, acconsent: dove tutti i potentati di Italia si unirono, lasciando solo i Genovesi da parte, come dello stato di Milano rebelli e delle terre de' Fiorentini occupatori. Il signore Ruberto da San Severino, fatta la pace, sendo stato, nella guerra, al Papa poco fedele amico e agli altri poco formidabile nimico, come cacciato dal Papa si part di Roma; e seguitato dalle genti del Duca e de' Fiorentini, quando egli fu passato Cesena, veggendosi sopraggiungere, si misse in fuga, e con meno di cento cavagli si condusse a Ravenna; e dell'altre sue genti, parte furono ricevute da il Duca, parte da' paesani disfatte. Il Re, fatta la pace, e riconciliatosi con i Baroni, fece morire Iacopo Coppola e Antonello d'Anversa con i figliuoli, come quegli che, nella guerra, avevono rivelati i suoi segreti al Pontefice.

33.


Aveva il Papa, per lo esemplo di questa guerra, cognosciuto con quanta prontezza e studio i Fiorentini conservono le loro amicizie; tanto che, dove prima, e per amore de' Genovesi e per gli aiuti avieno fatti al Re, quello gli odiava, cominci ad amarli e a fare maggiori favori che l'usato a' loro oratori. La quale inclinazione, cognosciuta da Lorenzo de' Medici, fu con ogni industria aiutata; perch giudicava essergli di grande reputazione quando alla amicizia teneva con il Re e' potesse aggiungnere quella del Papa. Aveva il Pontefice uno figliuolo chiamato Francesco, e desiderando di onorarlo di stati, e di amici perch potesse dopo la sua morte mantenergli, non cognobbe in Italia con chi lo potesse pi  securamente congiugnere che con Lorenzo; e per ci oper in modo che Lorenzo gli dette per donna una sua figliuola. Fatto questo parentado, il Papa desiderava che i Genovesi, d'accordo, cedessero Serezana a' Fiorentini, mostrando loro come e' non potevano tenere quello che Agostino aveva venduto, n Agostino poteva a San Giorgio donare quello che non era suo. Non di meno non potette mai fare alcuno profitto; anzi i Genovesi, mentre che queste cose a Roma si praticavano, armorono molti loro legni, e sanza che a Firenze se ne intendesse cosa alcuna, posono tremila fanti in terra e assalirono la rocca di Serezanello, posta sopra Serezana e posseduta da i Fiorentini; e il borgo quale  a canto a quella predorono e arsono; e apresso, poste l'artiglierie alla rocca, quella con ogni sollecitudine combattevano. Fu questo assalto nuovo e insperato a' Fiorentini; onde che subito le loro genti, sotto Virginio Orsino, a Pisa ragunorono; e si dolfono col Papa, che, mentre quello trattava della pace, i Genovesi avieno mosso loro la guerra. Mandorono di poi Piero Corsini a Lucca, per tenere in fede quella citt; mandorono Pagolantonio Soderini a Vinegia, per tentare gli animi di quella republica, domandorono aiuti al Re e al signore Lodovico, n da alcuno gli ebbono, perch il Re disse dubitare della armata del Turco, e Lodovico, sotto altre gavillazioni, differ il mandarli. E cos i Fiorentini nelle guerre loro quasi sempre sono soli, n truovono chi con quello animo li suvvenga, che loro altri aiutano. N questa volta, per essere dai confederati abbandonati, non sendo loro nuovo, si sbigottirono; e fatto un grande esercito, sotto Iacopo Guicciardini e Piero Vettori contro al nimico lo mandorono, i quali feciono uno alloggiamento sopra il fiume della Magra. In quel mezzo Serezanello era stretto forte da' nimici, i quali con cave e ogni altra forza lo espugnavano: tale che i commessari deliberorono soccorrerlo, n i nimici recusorono la zuffa; e venuti alle mani, furono i Genovesi rotti; dove rimase prigione messer Luigi dal Fiesco, con molti altri capi del nimico esercito. Questa vittoria non sbigott in modo i Serezanesi che e' si volessero arrendere; anzi ostinatamente si preparorono alla difesa, e i commissari fiorentini alla offesa: tanto che la fu gagliardamente combattuta e difesa. E andando questa espugnazione in lungo, parve a Lorenzo de' Medici di andare in campo. Dove arrivato, presono i nostri soldati animo, e Serezanesi lo perderono; perch, veduta la ostinazione de' Fiorentini ad offenderli e la freddezza de' Genovesi a soccorrergli, liberamente, e sanza altre condizioni, nelle braccia di Lorenzo si rimissono; e venuti nella potest de' Fiorentini, furono, eccetto pochi della ribellione autori, umanamente trattati. Il signore Lodovico, durante quella espugnazione, aveva mandate le sue genti d'arme a Pontremoli, per mostrare di venire a' favori nostri; ma avendo intelligenza in Genova, si lev la parte contro a quelli che reggevano, e con lo aiuto di quelle genti, si dierono al duca di Milano.

34.


In questi tempi i Tedeschi avevono mosso guerra a' Viniziani; e Boccolino da Osimo nella Marca aveva fatto ribellare Osimo al Papa, e presone la tirannide. Costui, dopo molti accidenti, fu contento, persuaso da Lorenzo de' Medici, di rendere quella citt al Pontefice; e ne venne a Firenze, dove, sotto la fede di Lorenzo, pi  tempo onoratissimamente visse, di poi andandone a Milano; dove, non trovando la medesima fede, fu da il signore Lodovico fatto morire. I Viniziani, assaliti da' Tedeschi, furono, propinqui alla citt di Trento, rotti, e il signore Ruberto da San Severino, loro capitano, morto. Dopo la quale perdita, i Viniziani, secondo l'ordine della fortuna loro, feciono uno accordo con i Tedeschi, non come perdenti, ma come vincitori: tanto fu per la loro republica onorevole. Nacquono ancora, in questi tempi, tumulti in Romagna, importantissimi. Francesco d'Orso, furlivese, era uomo di grande autorit in quella citt: questi venne in sospetto al conte Girolamo, tal che pi  volte da il Conte fu minacciato, donde che, vivendo Francesco con timore grande, fu confortato da' suoi amici e parenti di prevenire; e poi che temeva di essere morto da lui, ammazzasse prima quello, e fuggisse, con la morte d'altri, i pericoli suoi. Fatta adunque questa deliberazione, e fermo l'animo a questa impresa, elessono il tempo, il giorno del mercato di Furl, perch, venendo in quel giorno in quella citt assai del contado loro amici, pensorono sanza avergli a fare venire, potere della opera loro valersi. Era del mese di maggio, e la maggiore parte delli Italiani hanno per consuetudine di cenare di giorno. Pensorono i congiurati che l'ora commoda fusse, ad ammazzarlo, dopo la sua cena, nel qual tempo, cenando la sua famiglia, egli quasi restava in camera solo. Fatto questo pensiero, a quella ora deputata Francesco ne and alle case del Conte, e lasciati i compagni nelle prime stanze, arrivato alla camera dove il Conte era, disse ad un suo cameriere che gli facesse intendere come gli voleva parlare. Fu Francesco intromesso, e trovato quello solo, dopo poche parole d'uno simulato ragionamento lo ammazz; e chiamati i compagni, ancora il cameriere ammazzorono. Veniva a sorte il capitano della terra a parlare al Conte, e arrivato in sala con pochi dei suoi, fu ancora egli dagli ucciditori del Conte morto. Fatti questi omicidii, levato il romore grande, fu il capo del Conte fuori delle finestre gittato; e gridando Chiesa e Libert, feciono armare tutto il popolo, il quale aveva in odio l'avarizia e crudelt del Conte; e saccheggiate le sue case, la contessa Caterina e tutti i suoi figliuoli presono. Restava solo la fortezza a pigliarsi, volendo che questa loro impresa avesse felice fine. A che non volendo il castellano condescendere, pregorono la Contessa fusse contenta disporlo a darla. Il che ella promesse fare, quando eglino la lasciassero entrare in quella; e per pegno della fede ritenessero i suoi figliuoli. Credettono i congiurati alle sue parole, e permissonle l'entrarvi. La quale, come fu dentro, gli minacci di morte e d'ogni qualit di supplizio in vendetta del marito; e minacciando quegli di ammazzargli i figliuoli, rispose come ella aveva seco il modo a rifarne degli altri. Sbigottiti per tanto i congiurati, veggendo come dal Papa non erano suvvenuti, e sentendo come il signore Lodovico, zio alla Contessa, mandava gente in suo aiuto, tolte delle sustanzie loro quello poterono portare, se ne andorono a Citt di Castello. Onde che la Contessa, ripreso lo stato, la morte del marito con ogni generazione di crudelt vendic. I Fiorentini, intesa la morte del Conte, presono occasione di recuperare la rocca di Piancaldoli, stata loro dal Conte per lo adietro occupata. Dove mandate loro genti, quella con la morte del Cecca, architettore famosissimo, recuperorono.

35.


A questo tumulto di Romagna un altro in quella provincia, non di minore momento, se ne aggiunse. Aveva Galeotto, signore di Faenza, per moglie la figliuola di messer Giovanni Bentivogli, principe in Bologna. Costei, o per gelosia, o per essere male dal marito trattata, o per sua cattiva natura, aveva in odio il suo marito; e in tanto proced con lo odiarlo, che la deliber di torgli lo stato e la vita. E simulata certa sua infirmit, si pose nel letto; dove ordin che, venendo Galeotto a vicitarla, fusse da certi suoi confidenti i quali a quello effetto aveva in camera nascosti, morto. Aveva costei di questo suo pensiero fatto partecipe il padre, il quale sperava, dopo che fusse morto il genero, divenire signore di Faenza. Venuto per tanto il tempo destinato a questo omicidio, entr Galeotto in camera della moglie, secondo la sua consuetudine, e stato seco alquanto a ragionare, uscirono de' luoghi segreti della camera gli ucciditori suoi, i quali, sanza che vi potesse fare rimedio, lo ammazzorono. Fu, dopo la costui morte, il romore grande: la moglie, con uno suo piccolo figliuolo detto Astorre, si fugg nella rocca; il popolo prese le armi; messer Giovanni Bentivogli, insieme con uno Bergamino, condottieri del duca di Milano, prima preparatosi con assai armati, entrorono in Faenza, dove ancora era Antonio Boscoli, commissario fiorentino. E congregati in tale tumulto tutti quelli capi insieme, e parlando del governo della terra, gli uomini di Val di Lamona, che erano a quello romore popularmente corsi, mossono l'armi contro a messer Giovanni e a Bergamino, e questo ammazzorono, e quello presono prigione; e gridando il nome di Astorre e de' Fiorentini, la citt ad il loro commissario raccomandorono. Questo caso, inteso a Firenze, dispiacque assai a ciascuno, non di meno feciono messer Giovanni e la figliuola liberare, e la cura della citt e di Astorre con volont di tutto il popolo, presono. Seguirono ancora, oltre a questi, poi che le guerre principali intra i maggiori principi si composono, per molti anni, assai tumulti, in Romagna, nella Marca, e a Siena; i quali, per essere stati di poco momento, giudico essere superfluo il raccontargli. Vero  che quelli di Siena poi che il duca di Calavria dopo la guerra del '78 se ne part, furono pi  spessi; e dopo molte variazioni, che ora dominava la plebe, ora i nobili, restorono i nobili superiori: intra i quali presono pi  autorit che gli altri Pandolfo e Iacobo Petrucci; i quali, l'uno per prudenza, l'altro per animo, diventorono come principi di quella citt.

36.


Ma i Fiorentini, finita la guerra di Serezana, vissono infino al 1492 che Lorenzo de' Medici mor, in una felicit grandissima: perch Lorenzo, posate l'armi d'Italia, le quali per il senno e autorit sua si erano ferme, volse l'animo a fare grande s e la sua citt, e a Piero, suo primogenito, l'Alfonsina, figliuola del cavaliere Orsino, congiunse; di poi Giovanni, suo secondo figliuolo, alla dignit del cardinalato trasse. Il che tanto fu pi  notabile, quanto, fuora d'ogni passato esemplo, non avendo ancora quattordici anni, fu a tanto grado condotto; il che fu una scala da potere fare salire la sua casa in cielo, come poi ne' seguenti tempi, intervenne. A Giuliano, terzo suo figliuolo, per la poca et sua e per il poco tempo che Lorenzo visse, non potette di estraordinaria fortuna provedere. Delle figliuole, l'una a Iacopo Salviati, l'altra a Francesco Cibo, la terza a Piero Ridolfi congiunse; la quarta, la quale egli, per tenere la sua casa unita, aveva maritata a Giovanni de' Medici, si mor. Nelle altre sue private cose fu, quanto alla mercanzia, infelicissimo; perch per il disordine de' suoi ministri, i quali, non come privati, ma come principi le sue cose amministravano, in molte parti molto suo mobile fu spento; in modo che convenne che la sua patria di gran somma di danari lo suvvenisse. Onde che quello, per non tentare pi  simile fortuna, lasciate da parte le mercatantili industrie, alle possessioni, come pi  stabili e pi  ferme ricchezze, si volse; e nel Pratese, nel Pisano e in Val di Pesa fece possessioni, e per utile e per qualit di edifizi e di magnificenza, non da privato cittadino, ma regie. Volsesi, dopo questo, a fare pi  bella e maggiore la sua citt; e per ci, sendo in quella molti spazi sanza abitazioni, in essi nuove strade, da empiersi di nuovi edifizi, ordin, onde che quella citt ne divenne pi  bella e maggiore. E perch in nel suo stato pi  quieta e secura vivesse, e potesse i suoi nimici, discosto da s, combattere o sostenere, verso Bologna, nel mezzo delle alpi, il castello di Fiorenzuola affortific; verso Siena dette principio ad instaurare il Poggio Imperiale e farlo fortissimo; verso Genova, con lo acquisto di Pietrasanta e di Serezana, quella via al nimico chiuse. Di poi, con stipendi e provisioni, manteneva suoi amici i Baglioni in Perugia, i Vitelli in Citt di Castello; e di Faenza il governo particulare aveva: le quali tutte cose erano come fermi propugnacoli alla sua citt. Tenne ancora, in questi tempi pacifici, sempre la patria sua in festa; dove spesso giostre e rappresentazioni di fatti e trionfi antichi si vedevano; e il fine suo era tenere la citt abbondante, unito il popolo, e la nobilt onorata. Amava maravigliosamente qualunque era in una arte eccellente; favoriva i litterati, di che messer Agnolo da Montepulciano, messer Cristofano Landini e messer Demetrio greco ne possono rendere ferma testimonianza, onde che il conte Giovanni della Mirandola, uomo quasi che divino, lasciate tutte l'altre parti di Europa che egli aveva peragrate, mosso dalla munificenzia di Lorenzo, pose la sua abitazione in Firenze. Della architettura, della musica e della poesia maravigliosamente si dilettava; e molte composizioni poetiche, non solo composte, ma comentate ancora da lui appariscono. E perch la giovent fiorentina potesse negli studi delle lettere esercitarsi, aperse nella citt di Pisa uno studio, dove i pi  eccellenti uomini che allora in Italia fussero condusse. A fra' Mariano da Ghinazzano, dell'ordine di Santo Agostino, perch era predicatore eccellentissimo, uno munistero propinquo a Firenze edific. Fu dalla fortuna e da Dio sommamente amato, per il che tutte le sue imprese ebbono felice fine e tutti i suoi nimici infelice: perch oltre ai Pazzi, fu ancora voluto, nel Carmine da Batista Frescobaldi, e nella sua villa da Baldinotto da Pistoia, ammazzare; e ciascuno d'essi, insieme con i consci de' loro segreti, dei malvagi pensieri loro patirono giustissime pene. Questo suo modo di vivere, questa sua prudenza e fortuna, fu dai principi, non solo di Italia, ma longinqui da quella, con ammirazione cognosciuta e stimata: fece Mattia re d'Ungheria molti segni dell'amore gli portava, il Soldano con i suoi oratori e suoi doni lo vicit e present; il gran Turco gli pose nelle mani Bernardo Bandini, del suo fratello ucciditore. Le quali cose lo facevano tenere in Italia mirabile. La quale reputazione ciascuno giorno, per la prudenzia sua cresceva; perch era, nel discorrere le cose eloquente e arguto, nel risolverle savio, nello esequirle presto e animoso. N di quello si possono addurre vizi che maculassero tante sue virt, ancora che fusse nelle cose veneree maravigliosamente involto, e che si dilettasse di uomini faceti e mordaci, e di giuochi puerili, pi  che a tanto uomo non pareva si convenisse, in modo che molte volte fu visto, intra i suoi figliuoli e figliuole intra i loro trastulli mescolarsi. Tanto che, a considerare in quello e la vita leggieri, voluttuosa e la grave, si vedeva in lui essere due persone diverse, quasi con impossibile coniunzione congiunte. Visse, negli ultimi tempi, pieno di affanni, causati dalla malattia che lo teneva maravigliosamente afflitto, perch era da intollerabili doglie di stomaco oppresso; le quali tanto lo strinsono che di aprile, nel 1492, mor, l'anno quarantaquattro della sua et. N mor mai alcuno, non solamente in Firenze, ma in Italia, con tanta fama di prudenza, n che tanto alla sua patria dolesse. E come dalla sua morte ne dovesse nascere grandissime rovine ne mostr il cielo molti evidentissimi segni: intra i quali, l'altissima sommit del tempio di Santa Reparata fu da uno fulmine con tanta furia percossa, che gran parte di quel pinnacolo rovin, con stupore e maraviglia di ciascuno. Dolfonsi adunque della sua morte tutti i suoi cittadini e tutti i principi di Italia: di che ne feciono manifesti segni, perch non ne rimase alcuno che a Firenze, per suoi oratori, il dolore preso di tanto caso non significasse. Ma se quelli avessero cagione giusta di dolersi, lo dimostr poco di poi lo effetto; perch, restata Italia priva del consiglio suo, non si trov modo, per quegli che rimasono, n di empiere n di frenare l'ambizione di Lodovico Sforza, governatore del duca di Milano. Per la quale, subito morto Lorenzo cominciorono a nascere quegli cattivi semi i quali, non dopo molto tempo, non sendo vivo chi gli sapesse spegnere, rovinorono, e ancora rovinano, la Italia.

FINE.
