ISTORIE FIORENTINE.

Niccol Machiavelli.

PARTE PRIMA.



AL SANTISSIMO E BEATISSIMO PADRE SIGNORE NOSTRO CLEMENTE SETTIMO LO UMILE SERVO NICCOL MACHIAVELLI..


Poi che da la Vostra Santit, Beatissimo e Santissimo Padre, sendo ancora in minore fortuna constituta, mi fu commesso che io scrivessi le cose fatte da il popolo fiorentino, io ho usata tutta quella diligenzia e arte che mi  stata dalla natura e dalla esperienzia prestata, per sodisfarLe. Ed essendo pervenuto, scrivendo, a quelli tempi i quali, per la morte del Magnifico Lorenzo de' Medici, feciono mutare forma alla Italia, e avendo le cose che di poi sono seguite, sendo pi  alte e maggiori, con pi  alto e maggiore spirito a descriversi, ho giudicato essere bene tutto quello che insino a quelli tempi ho descritto ridurlo in uno volume e alla Santissima V.B. presentarlo, acci che Quella, in qualche parte, i frutti de' semi Suoi e delle fatiche mie cominci a gustare. Leggendo adunque quelli, la V.S. Beatitudine vedr in prima, poi che lo imperio romano cominci in occidente a mancare della potenzia sua, con quante rovine e con quanti principi, per pi  seculi, la Italia vari gli stati suoi; vedr come il pontefice, i Viniziani, il regno di Napoli e ducato di Milano presono i primi gradi e imperii di quella provincia; vedr come la Sua patria, levatasi per divisione dalla ubidienzia degli imperadori, infino che la si cominci sotto l'ombra della Casa Sua a governare, si mantenne divisa. E perch dalla V.S. Beatitudine mi fu imposto particularmente e comandato che io scrivessi in modo le cose fatte dai Suoi maggiori, che si vedesse che io fusse da ogni adulazione discosto (perch quanto Vi piace di udire degli uomini le vere lode, tanto le fitte e con grazia descritte Le dispiacciono), dubito assai, nel descrivere la bont di Giovanni, la sapienzia di Cosimo la umanit di Piero e la magnificenzia e prudenza di Lorenzo, che non paia alla V.S. che abbia trapassati i comandamenti Suoi. Di che io mi scuso a Quella e a qualunque simili descrizioni, come poco fedeli, dispiacessero; perch, trovando io delle loro lode piene le memorie di coloro che in varii tempi le hanno descritte, mi conveniva, o quali io le trovavo descriverle, o, come invido, tacerle. E se sotto a quelle loro egregie opere era nascosa una ambizione alla utilit [comune], come alcuni dicono, contraria, io che non ve la conosco non sono tenuto a scriverla; perch in tutte le mie narrazioni io non ho mai voluto una disonesta opera con una onesta cagione ricoprire, n una lodevole opera, come fatta a uno contrario fine, oscurare. Ma quanto io sia discosto dalle adulazioni si cognosce in tutte le parti della mia istoria, e massimamente nelle concioni e ne' ragionamenti privati, cos retti come obliqui, i quali, con le sentenze e con l'ordine, il decoro dello umore di quella persona che parla, sanza alcuno riservo, mantengono. Fuggo bene, in tutti i luoghi, i vocaboli odiosi come alla dignit e verit della istoria poco necessari. Non puote adunque alcuno che rettamente consideri gli scritti miei come adulatore riprendermi, massimamente veggendo come della memoria del padre di V.S. io non ne ho parlato molto; di che ne fu cagione la sua breve vita, nella quale egli non si potette fare cognoscere, n io con lo scrivere l'ho potuto illustrare. Nondimeno assai grandi e magnifiche furono l'opere sue, avendo generato la S.V.; la quale opera a tutte quelle de' suoi maggiori di gran lunga contrappesa e pi  seculi gli aggiugner di fama, che la malvagia sua fortuna non gli tolse anni di vita. Io mi sono pertanto ingegnato, Santissimo e Beatissimo Padre in queste mie descrizione, non maculando la verit, di satisfare a ciascuno; e forse non ar satisfatto a persona, n quando questo fusse, me ne maraviglierei, perch io giudico che sia impossibile, sanza offendere molti, descrivere le cose de' tempi suoi. Nondimeno io vengo allegro in campo, sperando che come io sono dalla umanit di V.B. onorato e nutrito, cos sar dalle armate legioni del suo santissimo iudizio aiutato e difeso, e con quello animo e confidenzia che io ho scritto infino a ora sar per seguitare l'impresa mia, quando da me la vita non si scompagni e la V.S. non mi abbandoni.


PROEMIO..

Lo animo mio era, quando al principio deliberai scrivere le cose fatte dentro e fuora dal popolo fiorentino, cominciare la narrazione mia dagli anni della cristiana religione 1434, nel quale tempo la famiglia de' Medici, per i meriti di Cosimo e di Giovanni suo padre, prese pi  autorit che alcuna altra in Firenze; perch io mi pensava che messer Lionardo d'Arezzo e messer Poggio, duoi eccellentissimi istorici, avessero narrate particularmente tutte le cose che da quel tempo indrieto erano seguite. Ma avendo io di poi diligentemente letto gli scritti loro, per vedere con quali ordini e modi nello scrivere procedevano, acci che, imitando quelli, la istoria nostra fusse meglio dai leggenti approvata ho trovato come nella descrizione delle guerre fatte dai Fiorentini con i principi e popoli forestieri sono stati diligentissimi, ma delle civili discordie e delle intrinseche inimicizie, e degli effetti che da quelle sono nati, averne una parte al tutto taciuta e quell'altra in modo brevemente descritta, che ai leggenti non puote arrecare utile o piacere alcuno. Il che credo facessero, o perch parvono loro quelle azioni si deboli che le giudicorono indegne di essere mandate alla memoria delle lettere, o perch temessero di non offendere i discesi di coloro i quali, per quelle narrazioni, si avessero a calunniare. Le quali due cagioni (sia detto con loro pace) mi paiono al tutto indegne di uomini grandi; perch, se niuna cosa diletta o insegna, nella istoria,  quella che particularmente si descrive; se niuna lezione  utile a cittadini che governono le repubbliche,  quella che dimostra le cagioni degli odi e delle divisioni delle citt, acci che possino con il pericolo d'altri diventati savi mantenersi uniti. E se ogni esemplo di repubblica muove, quegli che si leggono della propria muovono molto pi  e molto pi  sono utili e se di niuna repubblica furono mai le divisioni notabili di quella di Firenze sono notabilissime, perch la maggior parte delle altre repubbliche delle quali si ha qualche notizia sono state contente d'una divisione, con la quale, secondo gli accidenti, hanno ora accresciuta, ora rovinata la citt loro; ma Firenze, non contenta d'una ne ha fatte molte. In Roma, come ciascuno sa, poi che i re ne furono cacciati, nacque la disunione intra i nobili e la plebe, e con quella infino alla rovina sua si mantenne; cos fece Atene, cos tutte le altre repubbliche che in quelli tempi fiorirono. Ma di Firenze in prima si divisono infra loro i nobili, dipoi i nobili e il popolo e in ultimo il popolo e la plebe; e molte volte occorse che una di queste parti rimasa superiore, si divise in due: dalle quali divisioni ne nacquero tante morti, tanti esili, tante destruzioni di famiglie, quante mai ne nascessero in alcuna citt della quale si abbia memoria. E veramente, secondo il giudicio mio, mi pare che niuno altro esemplo tanto la potenza della nostra citt dimostri, quanto quello che da queste divisioni depende, le quali arieno avuto forza di annullare ogni grande e potentissima citt. Nondimeno la nostra pareva che sempre ne diventasse maggiore: tanta era la virt di quelli cittadini e la potenza dello ingegno e animo loro a fare s e la loro patria grande, che quelli tanti che rimanevono liberi da tanti mali potevano pi  con la virt loro esaltarla, che non aveva potuto la malignit di quelli accidenti che gli avieno diminuiti opprimerla. E senza dubio, se Firenze avesse avuto tanta felicit che, poi che la si liber dallo Imperio, ella avesse preso forma di governo che l'avesse mantenuta unita, io non so quale republica, o moderna o antica, le fusse stata superiore: di tanta virt d'arme e di industria sarebbe stata ripiena. Perch si vede, poi che la ebbe cacciati da s i Ghibellini in tanto numero che ne era piena la Toscana e la Lombardia, i Guelfi, con quelli che drento rimasero, nella guerra contro ad Arezzo, uno anno davanti alla giornata di Campaldino, trassono della citt, di propri loro cittadini, milledugento uomini d'arme e dodicimila fanti; di poi, nella guerra che si fece contro a Filippo Visconti duca di Milano, avendo a fare esperienzia della industria e non delle armi proprie, perch le avieno in quelli tempi spente, si vide come, in cinque anni che dur quella guerra, spesono i Fiorentini tre miloni e cinquecento mila fiorini; la quale finita, non contenti alla pace, per mostrare pi  la potenzia della loro citt, andorono a campo a Lucca. Non so io pertanto cognoscere quale cagione faccia che queste divisione non sieno degne di essere particularmente descritte. E se quelli nobilissimi scrittori furono ritenuti per non offendere la memoria di coloro di chi eglino avevono a ragionare, se ne ingannorono, e mostrorono di cognoscere poco l'ambizione degli uomini e il desiderio che gli hanno di perpetuare il nome de' loro antichi e di loro; n si ricordorono che molti, non avendo avuta occasione di acquistarsi fama con qualche opera lodevole, con cose vituperose si sono ingegnati acquistarla; n considerorono come le azioni che hanno in s grandezza, come hanno quelle de' governi e degli stati, comunque le si trattino, qualunque fine abbino, pare sempre portino agli uomini pi  onore che biasimo. Le quali cose avendo io considerate, mi feciono mutare proposito, e deliberai cominciare la mia istoria dal principio della nostra citt. E perch non  mia intenzione occupare i luoghi d'altri, descriverr particularmente, insino al 1434, solo le cose seguite drento alla citt, e di quelle di fuora non dir altro che quello sar necessario per intelligenzia di quelle di drento; di poi, passato il 1434, scriverr particularmente l'una e l'altra parte. Oltre a questo, perch meglio e d'ogni tempo questa istoria sia intesa, innanzi che io tratti di Firenze, descriverr per quali mezzi la Italia pervenne sotto quelli potentati che in quel tempo la governavano. Le quali cose tutte, cos italiche come fiorentine, con quattro libri si termineranno: il primo narrer brevemente tutti gli accidenti di Italia seguiti dalla declinazione dello imperio romano per infino al 1434; il secondo verr con la sua narrazione dal principio della citt di Firenze infino alla guerra che, dopo la cacciata del duca di Atene, si fece contro al pontefice; il terzo finir nel 1414, con la morte del re Ladislao di Napoli; e con il quarto al 1434 perverremo; dal qual tempo di poi particularmente le cose seguite dentro a Firenze e fuora, infino a questi nostri presenti tempi, si descriverranno.



LIBRO PRIMO.


1.

I popoli i quali nelle parti settentrionali di l dal fiume del Reno e del Danubio abitano, sendo nati in regione generativa e sana, in tanta moltitudine molte volte crescono, che parte di loro sono necessitati abbandonare i terreni patrii e cercare nuovi paesi per abitare. L'ordine che tengono, quando una di quelle provincie si vuole sgravare di abitatori,  dividersi in tre parti, compartendo in modo ciascuno, che ogni parte sia di nobili e ignobili, di ricchi e poveri ugualmente ripiena; di poi quella parte alla quale la sorte comanda va a cercare suo fortuna, e le due parti sgravate del terzo di loro si rimangono a godere i beni patrii. Queste populazioni furono quelle che destrussono lo imperio romano; alle quali ne fu data occasione dagli imperadori, i quali, avendo abbandonata Roma, sedia antica dello Imperio, e riduttisi ad abitare in Gonstantinopoli, avevano fatta la parte dello imperio occidentale pi  debole, per essere meno osservata da loro e pi  esposta alle rapine de' ministri e de' nimici di quelli. E veramente a rovinare tanto Imperio, fondato sopra il sangue di tanti uomini virtuosi, non conveniva che fusse meno ignavia ne' principi, n meno infedelit ne' ministri, n meno forza o minore ostinazione in quelli che lo assalirono; perch non una populazione, ma molte furono quelle che nella sua rovina congiurorono. I primi che di quelle parti settentrionali vennono contro allo Imperio, dopo i Cimbri, i quali furono da Mario cittadino romano vinti, furono i Visigoti; il quale nome non altrimenti nella loro lingua suona, che nella nostra Goti occidentali. Questi, dopo alcune zuffe fatte a' confini dello Imperio, per concessione delli imperadori molto tempo tennono la loro sedia sopra il fiume del Danubio; e avvenga che, per varie cagioni e in varii tempi, molte volte le provincie romane assalissero, sempre nondimento furono dalla potenza delli imperadori raffrenati. E l'ultimo che gloriosamente gli vinse fu Teodosio; talmente che, essendo ridutti alla ubbidienzia sua, non rifeciono sopra di loro alcuno re; ma, contenti allo stipendio concesso loro, sotto il governo e le insegne di quello vivevano e militavano. Ma venuto a morte Teodosio e rimasi Arcadio e Onorio suoi figliuoli eredi dello Imperio, ma non della virt e fortuna sua, si mutorono, con il principe, i tempi. Erano da Teodosio preposti alle tre parti dello Imperio tre governatori: Ruffino alla orientale, alla occidentale Stillicone, e Gildone alla affricana; i quali tutti, dopo la morte del principe, pensorono, non di governare, ma come principi possederle. Dei quali Gildone e Ruffino ne' primi loro principii furono oppressi; ma Stillicone, sapendo meglio celare lo animo suo, cerc di acquistarsi fede con i nuovi imperadori, e dall'altra parte turbare loro in modo lo stato, che gli fusse pi   facile di poi lo occuparlo. E per fare loro nimici i Visigoti, gli consigli non dessero pi  loro la consueta provisione. Oltra di questo, non gli parendo che a turbare lo Imperio questi nimici bastassero, ordin che i Burgundi, Franchi, Vandali e Alani, popoli medesimamente settentrionali, e gi mossi per cercare nuove terre, assalissero le provincie romane. Privati adunque i Visigoti delle provisioni loro, per essere meglio ordinati a vendicarsi della ingiuria, creorono Alarico loro re, e assalito lo Imperio, dopo molti accidenti guastorono la Italia, e presono e saccheggiorono Roma. Dopo la quale vittoria mor Alarico, e successe a lui Ataulfo, il quale tolse per moglie Placidia, sirocchia delli Imperadori e per quel parentado convenne con loro di andare a soccorrere la Gallia e la Spagna, le quali provincie erano da' Vandali, Burgundioni, Alani e Franchi, mossi dalle sopra dette cagioni, assalite. Di che ne segu che i Vandali, i quali avevano occupata quella parte della Spagna detta Betica, sendo combattuti forte da i Visigoti, e non avendo rimedio, furono da Bonifazio, il quale per lo Imperio governava Affrica, chiamati che venissero ad occupare quella provincia; perch, sendosi ribellato, temeva che il suo errore non fusse dallo Imperadore ricognosciuto. Presono i Vandali, per le cagioni dette, volentieri quella impresa, e sotto Genserico loro re, si insignorirono d'Affrica. Era, in questo mezzo, successo allo Imperio Teodosio figliuolo di Arcadio, il quale, pensando poco alle cose di occidente, fece che queste populazioni pensorono di potere possedere le cose acquistate.


2.

E cos i Vandali in Affrica, gli Alani e Visigoti in Ispagna signoreggiavano, e i Franchi e i Burgundi, non solamente presono la Gallia, ma quelle parti che da loro furono occupate furono da il nome loro nominate, donde l'una parte si chiam Francia e l'altra Borgogna. I felici successi di costoro destorono nuove populazioni alla destruzione dello Imperio; ed altri populi, detti Unni, occuporono Pannonia, provincia posta in sulla ripa di qua dal Danubio, la quale oggi, avendo preso il nome da questi Unni, si chiama Ungheria. A questi disordini si aggiunse che, vedendosi lo imperadore assalire da tante parti, per avere meno nimici, cominci ora con i Vandali, ora con i Franchi a fare accordi, le quali cose accrescevano la autorit e la potenzia dei barbari e quella dello Imperio diminuivano. N fu l'isola di Brettagna, la quale oggi si chiama Inghilterra, sicura da tanta rovina; perch, temendo i Brettoni di quelli popoli che avevano occupata la Francia, e non vedendo come lo imperadore potesse difenderli, chiamorono in loro aiuto gli Angli, popoli di Germania. Presono gli Angli, sotto Vortigerio loro re, la impresa, e prima gli difesono, di poi gli cacciorono della isola, e vi rimasono loro ad abitare, e dal nome loro la chiamarono Anglia. Ma gli abitatori di quella, sendo spogliati della patria loro, diventorono per la necessit feroci, e pensorono, ancora che non avessero potuto difendere il paese loro, di potere occupare quello d'altri. Passorono pertanto, colle famiglie loro il mare, e occuporono quelli luoghi che pi  propinqui alla marina trovarono, e dal nome loro chiamorono quel paese Brettagna.


3.

Gli Unni, i quali di sopra dicemmo avere occupata Pannonia, accozzatisi con altri popoli, detti Zepidi, Eruli, Turingi e Ostrogoti (ch cos si chiamano in quella lingua i Goti orientali), si mossono per cercare nuovi paesi; e non potendo entrare in Francia, che era dalle forze barbare difesa, ne vennono in Italia, sotto Attila loro re, il quale poco davanti, per essere solo nel regno, aveva morto Bleda suo fratello; per la qual cosa diventato potentissimo, Andarico re de' Zepidi e Velamir re degli Ostrogoti rimasono come suoi subietti. Venuto adunque Attila in Italia, assedi Aquileia, dove stette, senza altro ostaculo, duoi anni; e nella obsidione di essa guast tutto il paese allo intorno e disperse tutti gli abitatori di quello; il che, come nel suo luogo direno, dette principio alla citt di Vinegia. Dopo la presa e rovina di Aquileia e di molte altre citt, si volse verso Roma, dalla rovina della quale si astenne per i preghi del pontefice, la cui reverenzia potette tanto in Attila, che si usc di Italia e ritirossi in Austria, dove si mor. Dopo la morte del quale, Velamir re degli Ostrogoti e gli altri capi delle altre nazioni presono le armi contro ad Errico e Uric suoi figliuoli, e l'uno ammazzorono, e l'altro constrinsono, con gli Unni, a ripassare il Danubio e ritornarsi nella patria loro; e gli Ostrogoti e i Zepidi si posono in Pannonia, e gli Eruli e i Turingi sopra la ripa di l dal Danubio si rimasono. Partito Attila di Italia, Valentiniano, imperadore occidentale, pens di instaurare quella; e per essere pi  commodo a difenderla da' barbari, abbandon Roma e pose la sua sedia in Ravenna. Queste avversit che aveva avute lo imperio occidentale erano state cagione che lo imperadore, il quale in Gonstantinopoli abitava, aveva concesso molte volte la possessione di quello ad altri, come cosa piena di pericoli e di spesa; e molte volte ancora, sanza sua permissione, i Romani, vedendosi abbandonati, per difendersi, creavano per loro medesimi uno imperadore, o alcuno, per sua autorit, si usurpava lo imperio: come avvenne in questi tempi, che fu occupato da Massimo romano, dopo la morte di Valentiniano; e costrinse Eudossa stata moglie di quello, a prenderlo per marito. La quale, desiderosa di vendicare tale ingiuria, non potendo, nata di sangue imperiale, sopportare le nozze d'uno privato cittadino, confort secretamente Genserico, re dei Vandali e signore di Affrica, a venire in Italia, mostrandogli la facilit e la utilit dello acquisto. Il quale, allettato dalla preda, subito venne; e trovata abbandonata Roma, saccheggi quella, dove stette quattordici giorni; prese ancora e saccheggi pi  terre in Italia; e ripieno s e lo esercito suo di preda, se ne torn in Affrica. I Romani, ritornati in Roma, sendo morto Massimo, creorono imperadore Avito romano. Di poi, dopo molte cose seguite in Italia e fuori, e dopo la morte di pi  imperadori, pervenne lo imperio di Gostantinopoli a Zenone e quello di Roma a Oreste e Augustulo suo figliuolo, i quali per inganno occuporono lo imperio. E mentre che disegnavano tenerlo per forza, gli Eruli e i Turingi, i quali io dissi essersi posti, dopo la morte di Attila, sopra la ripa di l dal Danubio, fatta lega insieme, sotto Odeacre loro capitano, vennono in Italia, e ne' luoghi lasciati vacui da quelli vi entrarono i Longobardi, popoli medesimamente settentrionali, condotti da Godoogo loro re, i quali furono, come nel suo luogo direno, l'ultima peste di Italia. Venuto adunque Odeacre in Italia, vinse e ammazz Oreste, propinquo a Pavia, e Augustulo si fugg. Dopo la quale vittoria, perch Roma variasse con la potenza il titolo si fece Odeacre, lasciando il nome dello imperio, chiamare re di Roma. E fu il primo che, de' capi de' popoli che scorrevono allora il mondo, si posasse ad abitare in Italia; perch gli altri, o per timore di non la potere tenere, per essere potuta dallo imperadore orientale facilmente soccorrere, o per altra occulta cagione, la avevano spogliata, e di poi cerco altri paesi per fermare la sedia loro.


4.

Era pertanto, in questi tempi, lo imperio antico romano ridutto sotto questi principi: Zenone, regnando in Gonstantinopoli, comandava a tutto lo imperio orientale; gli Ostrogoti Mesia e Pannonia signoreggiavano; i Visigoti, Suevi e Alani la Guascogna tenevano e la Spagna; i Vandali l'Affrica, i Franchi e Burgundi la Francia, gli Eruli e i Turingi la Italia. Era il regno degli Ostrogoti pervenuto a Teoderico nipote di Velamir, il quale, tenendo amicizia con Zenone imperadore orientale, gli scrisse come a' suoi Ostrogoti pareva cosa ingiusta, sendo superiori di virt a tutti gli altri popoli, essere inferiori di imperio, e come egli era impossibile poterli tenere ristretti dentro a' termini di Pannonia, tale che, veggendo come gli era necessario lasciare loro pigliare l'armi e ire a cercare nuove terre, voleva prima farlo intendere a lui, acci che potesse provedervi, concedendo loro qualche paese, dove con sua buona grazia potessero pi  onestamente e con loro maggiore comodit vivere. Onde che Zenone, parte per paura, parte per il desiderio aveva di cacciare di Italia Odeacre, concesse a Teoderigo il venire contro a quello e pigliare la possessione di Italia. Il quale subito part di Pannonia, dove lasci i Zepidi, popoli suoi amici; e venuto in Italia, ammazz Odeacre e il figliuolo, e con l'esemplo di quello, prese il titulo di re di Italia; e pose la sua sedia in Ravenna, mosso da quelle cagioni che feciono gi a Valentiniano imperadore abitarvi. Fu Teoderigo uomo nella guerra e nella pace eccellentissimo, donde nell'una fu sempre vincitore, nell'altra benific grandemente le citt e i popoli suoi. Divise costui gli Ostrogoti per le terre, con i capi loro, acci che nella guerra gli comandassero e nella pace gli correggessero; accrebbe Ravenna, instaur Roma, ed eccetto che la disciplina militare, rend a' Romani ogni altro onore; contenne dentro ai termini loro, e sanza alcuno tumulto di guerra, ma solo con la sua autorit, tutti i re barbari occupatori dello Imperio; edific terre e fortezze intra la punta del mare Adriatico e le Alpi, per impedire pi  facilmente il passo ai nuovi barbari che volessero assalire la Italia. E se tante virt non fussero state bruttate, nell'ultimo della sua vita, da alcune crudelt causate da varii sospetti del regno suo come la morte di Simmaco e di Boezio, uomini santissimi, dimostrano, sarebbe al tutto la sua memoria degna da ogni parte di qualunque onore, perch, mediante la virt e bont sua, non solamente Roma e Italia, ma tutte le altre parti dello occidentale imperio, libere dalle continue battiture che per tanti anni, da tante inundazione di barbari avevano sopportate, si sollevorono, e in buono ordine e assai felice stato si ridussero.


5.

E veramente, se alcuni tempi furono mai miserabili, in Italia e in queste provincie corse dai barbari, furono quelli che da Arcadio e Onorio infino a lui erano corsi. Perch, se si considerer di quanto danno sia cagione, ad una repubblica o ad uno regno, variare principe o governo, non per alcuna estrinseca forza, ma solamente per civile discordia (dove si vede come le poche variazioni ogni repubblica e ogni regno, ancora che potentissimo, rovinano), si potr di poi facilmente immaginare quanto in quelli tempi patisse la Italia e le altre provincie romane; le quali, non solamente variorono il governo e il principe, ma le leggi, i costumi, il modo del vivere, la religione, la lingua, l'abito, i nomi. Le quali cose ciascuna per s, non che tutte insieme, farieno, pensandole, non che vedendole e sopportandole, ogni fermo e costante animo spaventare. Da questo nacque la rovina, il nascimento e lo augumento di molte citt. Intra quelle che rovinorono fu Aquileia, Luni, Chiusi, Populonia, Fiesole e molte altre; intra quelle che di nuovo si edificorono furono Vinegia, Siena, Ferrara, l'Aquila e altre assai terre e castella che per brevit si omettono; quelle che di piccole divennero grandi furono Firenze, Genova, Pisa, Milano, Napoli e Bologna; alle quali tutte si aggiugne la rovina e il rifacimento di Roma, e molte che variamente furono disfatte e rifatte. Intra queste rovine e questi nuovi popoli sursono nuove lingue, come apparisce nel parlare che in Francia, in Ispagna e in Italia si costuma, il quale mescolato con la lingua patria di quelli nuovi popoli e con la antica romana fanno un nuovo ordine di parlare. Hanno, oltre di questo, variato il nome, non solamente le provincie, ma i laghi, i fiumi, i mari e gli uomini; perch la Francia, l'Italia e la Spagna sono ripiene di nomi nuovi e al tutto dagli antichi alieni; come si vede, lasciandone indrieto molti altri, che il Po, Garda, l'Arcipelago sono per nomi disformi agli antichi nominati: gli uomini ancora, di Cesari e Pompei, Pieri, Giovanni e Mattei diventorono. Ma, intra tante variazioni, non fu di minore momento il variare della religione, perch, combattendo la consuetudine della antica fede con i miracoli della nuova, si generavono tumulti e discordie gravissime intra gli uomini; e se pure la cristiana religione fusse stata unita, ne sarebbe seguiti minori disordini; ma, combattendo la chiesa greca, la romana e la ravennate insieme, e di pi  le sette eretiche con le cattoliche, in molti modi contristavano il mondo. Di che ne  testimone l'Affrica, la quale sopport molti pi  affanni mediante la setta arriana, creduta dai Vandali, che per alcuna loro avarizia o naturale crudelt. Vivendo adunque gli uomini intra tante persecuzioni, portavano descritto negli occhi lo spavento dello animo loro, perch, oltre alli infiniti mali che sopportavano, mancava buona parte di loro di potere rifuggire allo aiuto di Dio, nel quale tutti i miseri sogliono sperare; perch, sendo la maggiore parte di loro incerti a quale Iddio dovessero ricorrere, mancando di ogni aiuto e d'ogni speranza, miseramente morivano.


6.

Merit pertanto Teoderigo non mediocre lode, sendo stato il primo che facesse quietare tanti mali; talch, per trentotto anni che regn in Italia, la ridusse in tanta grandezza, che le antiche battiture pi  in lei non si ricognoscevano. Ma, venuto quello a morte, e rimaso nel regno Atalarico, nato di Amalasiunta sua figliuola, in poco tempo non sendo ancora la fortuna sfogata negli antichi suoi affanni si ritorn, perch Atalarico, poco di poi che l'avolo mor; e rimaso il regno alla madre, fu tradita da Teodato, il quale era stato da lei chiamato perch l'aiutasse governare il regno. Costui, avendola morta e fatto s re, e per questo sendo diventato odioso agli Ostrogoti, dette animo a Iustiniano imperadore di credere poterlo cacciare di Italia, e deput Bellisario per capitano di quella impresa; il quale aveva gi vinta l'Affrica, e cacciatine i Vandali, e riduttola sotto lo Imperio. Occup dunque Bellisario la Sicilia, e di quivi, passato in Italia, occup Napoli e Roma. I Goti, veduta questa rovina, ammazzorono Teodato loro re, come cagione di quella, ed elessono in suo luogo Vitigete, il quale, dopo alcune zuffe, fu da Bellisario assediato e preso in Ravenna. E non avendo ancora al tutto conseguito la vittoria, fu Bellisario da Iustiniano revocato, e in suo luogo posto Giovanni e Vitale, disformi in tutto a quello di virt e di costumi; di modo che i Goti ripresono animo e creorono loro re Ildovado, che era governatore in Verona. Dopo costui, perch fu ammazzato, pervenne il regno a Totila, il quale ruppe le genti dello Imperadore, e recuper la Toscana e Napoli e ridusse i suoi capitani quasi che allo ultimo di tutti gli stati che Bellisario avea recuperati. Per la qual cosa parve a Iustiniano di rimandarlo in Italia. Il quale, ritornato con poche forze, perd pi  tosto la reputazione delle cose prima fatte da lui, che di nuovo ne riacquistasse; perch Totila trovandosi Bellisario con le genti ad Ostia, sopra gli occhi suoi espugn Roma; e veggendo non potere n lasciare n tenere quella, in maggiore parte la disfece, e caccionne il popolo, e i senatori ne men seco, e stimando poco Bellisario, ne and con lo esercito in Calavria, a rincontrare gente che, di Grecia, in aiuto di Bellisario venivano. Veggendo per tanto Bellisario abbandonata Roma, si volse ad una impresa onorevole, perch, entrato nelle romane rovine, con quanta pi  celerit potette, rifece a quella citt le mura, e vi richiam dentro gli abitatori. Ma a questa sua lodevole impresa si oppose la fortuna, perch Iustiniano fu, in quel tempo, assalito da' Parti, e richiam Bellisario; e quello, per ubbidire al suo signore, abbandon la Italia; e rimase quella provincia a discrezione di Totila, il quale di nuovo prese Roma. Ma non fu con quella crudelt trattata che prima, perch, pregato da san Benedetto, il quale in quelli tempi aveva di santit grandissima opinione, si volse pi  tosto a rifarla. Iustiniano intanto aveva fatto accordo con i Parti, e pensando di mandare nuova gente al soccorso di Italia, fu dagli Sclavi, nuovi popoli settentrionali, ritenuto, i quali avieno passato il Danubio e assalito la Illiria e la Tracia; in modo che Totila quasi tutta la occup. Ma, vinti che ebbe Iustiniano gli Sclavi, mand in Italia con gli eserciti Narsete, eunuco, uomo in guerra eccellentissimo; il quale, arrivato in Italia ruppe e ammazz Totila, e le reliquie che de' Goti dopo quella rotta rimasero si ridussero in Pavia, dove creorono Teia loro re. Narsete dall'altra parte dopo la vittoria, prese Roma, e in ultimo si azzuff con Teia, presso a Nocera, e quello ammazz e ruppe. Per la quale vittoria si spense al tutto il nome de' Goti in Italia, dove settanta anni, da Teoderigo loro re a Teia, avevono regnato.


7.

Ma, come prima fu libera l'Italia dai Goti, Iustiniano mor, e rimase suo successore Iustino suo figliuolo, il quale, per il consiglio di Sofia sua moglie, rivoc Narsete di Italia e gli mand Longino suo successore. Seguit Longino l'ordine degli altri, di abitare in Ravenna; e oltre a questo dette alla Italia nuova forma, perch non costitu governatori di provincie, come avevano fatto i Goti, ma fece, in tutte le citt e terre di qualche momento, capi i quali chiam duchi. N in tale distribuzione onor pi  Roma che le altre terre; perch, tolto via i consoli e il senato, i quali nomi insino a quel tempo vi si erano mantenuti, la ridusse sotto un duca, il quale ciascuno anno da Ravenna vi si mandava, e chiamavasi il ducato romano; e a quello che per lo imperadore stava a Ravenna e governava tutta Italia pose nome esarco. Questa divisione fece pi  facile la rovina di Italia, e con pi  celerit dette occasione a' Longobardi di occuparla.


8.

Era Narsete sdegnato forte contro allo Imperadore, per essergli stato tolto il governo di quella provincia che con la sua virt e con il suo sangue aveva acquistata, perch a Sofia non bast ingiuriarlo rivocandolo, che la vi aggiunse ancora parole piene di vituperio, dicendo che lo voleva far tornare a filare con gli altri eunuchi, tanto che Narsete ripieno di sdegno, persuase ad Alboino re de' Longobardi, che allora regnava in Pannonia, di venire ad occupare la Italia. Erano, come di sopra si mostr entrati i Longobardi in quelli luoghi presso al Danubio, che erano dagli Eruli e Turingi stati abbandonati, quando da Odeacre loro re furono condotti in Italia; dove sendo stati alcuno tempo, e pervenuto il regno loro ad Alboino, uomo efferato e audace, passorono il Danubio e si azzufforono con Commundo re de' Zepidi, che teneva la Pannonia, e lo vinsono. E trovandosi nella preda Rosmunda, figliuola di Commundo, la prese Alboino per moglie, e si insignor di Pannonia; e mosso dalla sua efferata natura, fece del teschio di Commundo una tazza, con la quale in memoria di quella vittoria beeva. Ma, chiamato in Italia da Narsete, con il quale nella guerra de' Goti aveva tenuto amicizia, lasci la Pannonia agli Unni, i quali dopo la morte di Attila dicemmo essersi nella loro patria ritornati, e ne venne in Italia; e trovando quella in tante parti divisa, occup in un tratto Pavia, Milano, Verona, Vicenza, tutta la Toscana, e la maggior parte di Flamminia, chiamata oggi Romagna. Talch parendogli, per tanti e s subiti acquisti, avere gi la vittoria di Italia, celebr in Verona uno convito; e per il molto bere diventato allegro, sendo il teschio di Commundo pieno di vino, lo fece presentare a Rosismunda regina, la quale allo incontro di lui mangiava, dicendo con voce alta, in modo che quella potette udire, che voleva che, in tanta allegrezza, la bevesse con suo padre. La quale voce fu come una ferita nel petto di quella donna; e deliberata di vendicarsi, sappiendo che Elmelchilde, nobile lombardo giovine e feroce, amava una sua ancilla, tratt con quella che celatamente desse opera che Elmelchilde, in suo scambio, dormisse con lei. Ed essendo Elmelchilde, secondo l'ordine di quella, venuto a trovarla in loco oscuro, credendosi essere con l'ancilla, iac con Rosismunda. La quale, dopo il fatto, se gli scoperse, e, mstrogli come in suo arbitrio era o ammazzare Alboino e godersi sempre lei e il regno, o essere morto da quello come stupratore della sua moglie, consent Almelchilde di ammazzare Alboino. Ma, di poi che eglino ebbono morto quello, veggendo come non riusciva loro di occupare il regno, anzi dubitando di non essere morti da' Longobardi per lo amore che ad Alboino portavano, con tutto il tesoro regio se ne fuggirono a Ravenna, a Longino, il quale onorevolmente gli ricevette. Era morto, in questi travagli, Iustino imperadore, e in suo luogo rifatto Tiberio, il quale, occupato nelle guerre de' Parti, non poteva alla Italia suvvenire; onde che a Longino parve il tempo commodo a potere diventare, mediante Rosismunda e il suo tesoro, re de' Longobardi e di tutta Italia; e confer con lei questo suo disegno e le persuase ad ammazzare Elmelchilde e pigliare lui per marito. Il che fu da quella accettato; e ordin una coppa di vino avvelenato, la quale di sua mano porse ad Elmelchilde, che assetato usciva del bagno. Il quale, come la ebbe beuta mezza, sentendosi commuovere le interiori, e accorgendosi di quello che era, sforz Rosismunda a bere il resto; e cos, in poche ore, l'uno e l'altro di loro morirono, e Longino si priv di speranza di diventare re. I Longobardi intanto, ragunatisi in Pavia, la quale avevano fatta principale sedia del loro regno, feciono Clefi loro re; il quale riedific Imola, stata rovinata da Narsete, occup Rimino e, infino a Roma, quasi ogni luogo; ma nel corso delle sue vittorie mor. Questo Clefi fu in modo crudele, non solo contro agli esterni, ma ancora contro ai suoi Longobardi, che quegli, sbigottiti della potest regia, non vollono rifare pi  re; ma feciono intra loro trenta duchi, che governassero gli altri. Il quale consiglio fu cagione che i Longobardi non occupassero mai tutta Italia, e che il regno loro non passasse Benevento, e che Roma, Ravenna, Cremona, Mantova, Padova, Monselice, Parma, Bologna, Faenza, Furl, Cesena, parte si difendessero un tempo, parte non fussero mai da loro occupate. Perch non avere re li fece meno pronti alla guerra; e poi che rifeciono quello, diventorono, per essere stati liberi un tempo, meno ubbidienti e pi  atti alle discordie infra loro, la qual cosa, prima ritard la loro vittoria, di poi, in ultimo, gli cacci di Italia. Stando adunque i Longobardi in questi termini, i Romani e Longino ferno accordo con loro, che ciascuno posasse l'armi e godesse quello che possedeva.


9.

In questi tempi cominciorono pontefici a venire in maggiore autorit che non erano stati per lo adietro; perch i primi dopo san Piero, per la santit della vita e per i miracoli, erano dagli uomini reveriti; gli esempli de' quali ampliorono in modo la religione cristiana, che i principi furono necessitati, per levare via tanta confusione che era nel mondo, ubbidire a quella. Sendo adunque lo imperadore diventato cristiano, e partitosi di Roma e gitone in Gonstantinopoli, ne segu, come nel principio dicemmo, che lo imperio romano rovin pi  presto e la chiesa romana pi  presto crebbe. Nondimeno, infino alla venuta de' Longobardi, sendo la Italia sottoposta tutta o agli imperatori o ai re, non presono mai i pontefici, in quelli tempi, altra autorit che quella che dava loro la reverenza de' loro costumi e della loro dottrina: nelle altre cose o agli imperadori o ai re ubbidivano, e qualche volta da quelli furono morti, e come loro ministri nelle azioni loro operati. Ma quello che gli fece diventare di maggiore momento nelle cose di Italia fu Teoderigo re de' Goti, quando pose la sua sedia in Ravenna; perch, rimasa Roma sanza principe, i Romani avevono cagione, per loro refugio, di prestare pi  ubbidienza al papa: nondimeno per questo la loro autorit non crebbe molto; solo ottenne di essere la chiesa di Roma preposta a quella di Ravenna. Ma, venuti i Lombardi, e ridutta Italia in pi  parti, dettono cagione al papa di farsi pi  vivo; perch, sendo quasi che capo in Roma, lo imperadore di Gonstantinopoli e i Lombardi gli avevono rispetto, talmente che i Romani, mediante il papa, non come subietti, ma come compagni con i Longobardi e con Longino si collegarono. E cos, seguitando i papi ora di essere amici de' Lombardi, ora de' Greci, la loro dignit accrescevano. Ma, seguita di poi la rovina dello imperio orientale (la quale segu in questi tempi, sotto Eracleo imperadore; perch i popoli Sclavi, de' quali facemmo di sopra menzione, assaltorono di nuovo la Illiria, e quella, occupata, chiamorono dal nome loro Schiavonia; e l'altre parti di quello imperio furono prima assaltate da' Persi, di poi dai Saracini, i quali sotto Maumetto uscirno d'Arabia, e in ultimo da' Turchi, e toltogli la Soria, l'Affrica e lo Egitto), non restava al papa, per la impotenza di quello imperio, pi  commodit di potere rifuggire a quello nelle sue oppressioni; e dall'altro canto, crescendo le forze de' Longobardi, pens che gli bisognava cercare nuovi favori, e ricorse in Francia a quelli re. Di modo che tutte le guerre che, dopo a questi tempi, furono da' barbari fatte in Italia furono in maggior parte dai pontefici causate; e tutti i barbari che quella inundorono furono il pi  delle volte da quegli chiamati. Il quale modo di procedere dura ancora in questi nostri tempi; il che ha tenuto e tiene la Italia disunita e inferma. Per tanto, nel descrivere le cose seguite da questi tempi ai nostri, non si dimosterr pi  la rovina dello Imperio, che  tutto in terra, ma lo augumento de' pontefici e di quegli altri principati che di poi la Italia, infino alla venuta di Carlo VIII, governorono. E vedrassi come i papi, prima con le censure, di poi con quelle e con le armi insieme, mescolate con le indulgenzie, erano terribili e venerandi; e come, per avere usato male l'uno e l'altro, l'uno hanno al tutto perduto, dell'altro stanno a discrezione d'altri.


10.

Ma, ritornando all'ordine nostro, dico come al papato era pervenuto Gregorio III e al regno de' Longobardi Aistulfo, il quale, contro agli accordi fatti, occup Ravenna e mosse guerra al Papa. Per la qual cosa Gregorio, per le cagioni sopra scritte, non confidando pi  nello imperadore di Gonstantinopoli per essere debole, n volendo credere alla fede de' Lombardi, che la avieno molte volte rotta, ricorse in Francia, a Pipino II, il quale, di signore di Austrasia e Brabante, era diventato re di Francia, non tanto per la virt sua, quanto per quella di Carlo Martello suo padre e di Pipino suo avolo. Perch Carlo Martello, sendo governatore di quello regno, dette quella memorabile rotta a' Saraceni presso a Torsi, in sul fiume dell'Era, dove furono morti pi  che dugento milia di loro; donde Pipino suo figliuolo, per la reputazione del padre e virt sua, divent poi re di quel regno. Al quale papa Gregorio, come  detto, mand per aiuti contro a' Longobardi: a cui Pipino promesse mandargli; ma che desiderava prima vederlo e alla presenza onorarlo. Per tanto Gregorio ne and in Francia, e pass per le terre de' Lombardi suoi nimici, sanza che lo impedissero: tanta era la reverenzia che si aveva alla religione. Andato adunque Gregorio in Francia, fu da quel Re onorato e rimandato con i suoi eserciti in Italia; i quali assediarono i Longobardi in Pavia. Onde che Aistulfo, constretto da necessit, si accord con i Franciosi, e quelli feciono lo accordo per i prieghi del Papa, il quale non volse la morte del suo nimico, ma che si convertisse e vivesse: nel quale accordo Aistulfo promisse rendere alla Chiesa tutte le terre che le aveva occupate. Ma, ritornate le genti di Pipino in Francia, Aistulfo non osserv lo accordo, e il Papa di nuovo ricorse a Pipino; il quale di nuovo mand in Italia, vinse i Longobardi e prese Ravenna; e contro alla voglia dello imperadore greco, la dette al Papa con tutte quelle altre terre che erano sotto il suo esarcato, e vi aggiunse il paese di Urbino e la Marca. Ma Aistulfo, nel consegnare queste terre, mor, e Desiderio lombardo, che era duca di Toscana, prese le armi per occupare il regno, e domand aiuto al Papa, promettendogli la amicizia sua; e quello gliene concesse, tanto che gli altri principi cederono. E Desiderio osserv nel principio la fede, e segu di consegnare le terre al Pontefice, secondo le convenzioni fatte con Pipino: n venne pi  esarco da Gostantinopoli in Ravenna; ma si governava secondo la voglia del pontefice.


11.

Mor di poi Pipino, e successe nel regno Carlo suo figliuolo, il quale fu quello che per la grandezza delle cose fatte da lui, fu nominato Magno. Al papato intanto era successo Teodoro I. Costui venne in discordia con Desiderio e fu assediato in Roma da lui; talch il Papa ricorse per aiuti a Carlo, il quale, superate le Alpi, assedi Desiderio in Pavia, e prese lui e i figliuoli, e li mand prigioni in Francia; e ne and a vicitare il Papa a Roma, dove giudic che il papa, vicario di Dio, non potesse essere dagli uomini giudicato; e il Papa e il popolo romano lo feciono imperadore. E cos Roma ricominci ad avere lo imperadore in occidente; e dove il papa soleva essere raffermo dagli imperadori, cominci lo imperadore, nella elezione, ad avere bisogno del papa, e veniva lo Imperio a perdere i gradi suoi, e la Chiesa ad acquistargli; e per questi mezzi sempre sopra i principi temporali cresceva la sua autorit. Erano stati i Longobardi dugentotrentadue anni in Italia, e di gi non ritenevano di forestieri altro che il nome: e volendo Carlo riordinare la Italia, il che fu al tempo di papa Leone III, fu contento abitassero in quegli luoghi dove si erano nutriti, e si chiamasse quella provincia, dal nome loro, Lombardia. E perch quelli avessero il nome romano in reverenzia, volle che tutta quella parte di Italia a loro propinqua, che era sottoposta allo esarcato di Ravenna si chiamasse Romagna. E oltre a questo cre Pipino suo figliuolo re di Italia; la iurisdizione del quale si estendeva infino a Benevento; e tutto il resto possedeva lo imperadore greco, con il quale Carlo aveva fatto accordo. Pervenne in questi tempi al pontificato Pascale I, e i parrocchiani delle chiese di Roma, per essere pi  propinqui al papa e trovarsi alla elezione di quello, per ornare la loro potest con uno splendido titolo, si cominciorono a chiamare cardinali; e si arrogorono tanta reputazione, massime poi che gli esclusono il popolo romano dallo eleggere il pontefice, che rade volte la elezione di quello usciva del numero loro; onde, morto Pascale, fu creato Eugenio II, del titulo di santa Sabina. E la Italia, poi che la fu in mano de' Franciosi, mut in parte forma e ordine, per avere preso il papa nel temporale pi  autorit, e avendo quegli condotto in essa il nome de' conti e de' marchesi, come prima da Longino, esarco di Ravenna, vi erano stati posti i nomi de' duchi. Pervenne dopo alcuno pontefice, al papato Osporco romano, il quale, per la bruttura del nome, si fece chiamare Sergio; il che dette principio alla mutazione de' nomi, che fanno nelle loro elezioni i pontefici.


12.

Era intanto morto Carlo imperadore, al quale successe Lodovico suo figliuolo; dopo la morte del quale nacquero intra i suoi figliuoli tante differenzie che, al tempo de' nipoti suoi, fu tolto alla casa di Francia lo imperio, e ridutto nella Magna; e chiamossi il primo imperadore tedesco Ainulfo. N solamente la famiglia de' Carli, per le sue discordie, perd lo imperio, ma ancora il regno di Italia; perch i Lombardi ripresono le forze, e offendevono il papa e i Romani; tanto che il pontefice, non vedendo a chi si rifuggire, cre, per necessit, re di Italia Berengario, duca nel Friuoli. Questi accidenti dettono animo agli Unni, che si trovavano in Pannonia, di assaltare la Italia; e venuti alle mani con Berengario, furono forzati tornarsi in Pannonia, o vero in Ungheria, ch cos quella provincia, da loro, si nominava. Romano era in questi tempi imperadore in Grecia, il quale aveva tolto lo imperio a Gostantino, sendo prefetto della sua armata. E perch se gli era in tale novitate, ribellata la Puglia e la Calavria, che allo imperio suo, come di sopra dicemmo, ubbidivano, sdegnato per tale rebellione, permesse a' Saraceni che passassero in que' luoghi; i quali, venuti, e prese quelle provincie, tentorono di espugnare Roma. Ma i Romani, perch Berengario era occupato in defendersi dagli Unni, feciono loro capitano Alberigo duca di Toscana, e mediante la virt di quello, salvorono Roma da' Saraceni. I quali, partiti da quello assedio, feciono una rocca sopra il monte Galgano, e di quivi signoreggiavano la Puglia e la Calavria, e il resto di Italia battevono. E cos veniva la Italia, in questi tempi, ad essere maravigliosamente afflitta, sendo combattuta di verso l'Alpi dagli Unni e di verso Napoli da' Saraceni. Stette la Italia in questi travagli molti anni, e sotto tre Berengari, che successono l'uno all'altro; nel qual tempo il papa e la Chiesa era ad ogni ora perturbata, non avendo dove ricorrere, per la disunione de' principi occidentali e per la impotenzia degli orientali. La citt di Genova e tutte le sue riviere furono, in questi tempi, da' Saraceni disfatte, donde ne nacque la grandezza della citt di Pisa, nella quale assai popoli, cacciati della patria sua, ricorsono. Le quali cose seguirono negli anni della cristiana religione 931. Ma, fatto imperadore Ottone, figliuolo di Errico e di Mattelda, duca di Sassonia, uomo prudente e di grande reputazione, Agabito papa si volse a pregarlo venisse in Italia, a trarla di sotto alla tirannide de' Berengari.


13.

Erano gli stati di Italia, in questi tempi, cos ordinati: la Lombardia era sotto a Berengario III e Alberto suo figliuolo; la Toscana e la Romagna per uno ministro dello imperadore occidentale era governata; la Puglia e la Calavria parte allo imperadore greco parte a' Saraceni ubbidiva; in Roma si creavano ciascuno anno duoi consoli della nobilit, i quali secondo lo antico costume la governavano; aggiugnevasi a questo uno prefetto, che rendeva ragione al popolo; avevano un consiglio di dodici uomini, i quali distribuivano i rettori, ciascuno anno, per le terre a loro sottoposte. Il papa aveva, in Roma e in tutta Italia, pi   o meno autorit, secondo che erano i favori delli imperadori, o di quelli che erano pi  potenti in essa. Ottone imperadore, adunque, venne in Italia e tolse il regno a' Berengari, che avevono regnato in quella cinquantacinque anni, e restitu le sue dignit al pontefice. Ebbe costui uno figliuolo e uno nipote, chiamati ancora loro Ottone, i quali, l'uno apresso l'altro, successono dopo di lui allo Imperio. E al tempo di Ottone III, papa Gregorio V fu cacciato dai Romani; donde che Ottone venne in Italia e rimisselo in Roma; e il Papa, per vendicarsi con i Romani, tolse a quelli la autorit di creare lo imperadore, e la dette a sei principi della Magna: tre vescovi, Magonza, Treveri e Colonia; e tre principi, Brandiborgo, Palatino e Sassonia: il che segu nel 1002. Dopo la morte di Ottone III, fu dagli Elettori creato imperadore Errico, duca di Baviera, il quale, dopo dodici anni, fu da Stefano VIII incoronato. Erano Errico e Simeonda sua moglie di santissima vita; il che si vede per molti templi dotati e edificati da loro, intra i quali fu il tempio di San Miniato, propinquo alla citt di Firenze. Mor Errico nel 1024; al quale successe Currado di Svevia, a cui, di poi, Errico II. Costui venne a Roma; e perch egli era scisma nella Chiesa, di tre papi, gli disfece tutti, e fece eleggere Chimenti II, dal quale fu coronato imperadore.


14.

Era allora governata Italia parte dai popoli, parte dai principi, parte dai mandati dallo imperadore, de' quali il maggiore, e a cui gli altri riferivano si chiamava Cancellario. Intra i principi il pi  potente era Gottifredi e la contessa Mattelda sua donna, la quale era nata di Beatrice, sirocchia di Errico II. Costei e il marito possedevano Lucca, Parma, Reggio e Mantova, con tutto quello che oggi si chiama il Patrimonio. A' pontefici faceva allora assai guerra l'ambizione del popolo romano, il quale, in prima, si era servito della autorit di quelli per liberarsi dagli imperadori; di poi che gli ebbe preso il dominio della citt, e riformata quella secondo che a lui parve, subito divent nimico a' pontefici; e molte pi  ingiurie riceverno quegli da quel popolo, che da alcuno altro principe cristiano. E ne' tempi che i papi facevono tremare con le censure tutto il Ponente, avevono il popolo romano ribelle, n qualunque di essi aveva altro intento che torre la reputazione e la autorit l'uno all'altro. Venuto, adunque, al pontificato Niccolao II, come Gregorio V tolse ai Romani il potere creare lo imperadore, cos Niccolao gli priv di concorrere alla creazione del papa, e volle che, solo la elezione di quello appartenessi ai cardinali. N fu contento a questo, ch convenuto con quelli principi che governavano la Calavria e la Puglia, per le cagioni che poco di poi direno, costrinse tutti gli ufficiali mandati dai Romani per la loro iurisdizione a rendere ubidienzia al papa, e alcuni ne priv del loro ufizio.


15.

Fu, dopo la morte di Niccolao, scisma nella Chiesa, perch il clero di Lombardia non volle prestare ubbidienza ad Alessandro II, eletto a Roma, e cre Cadolo da Parma antipapa. Errico che aveva in odio la potenzia de' pontefici, fece intendere a papa Alessandro che renunziasse al pontificato, e ai cardinali che andassero nella Magna a creare uno nuovo pontefice. Onde che fu il primo principe che cominciasse a sentire di quale importanza fussero le spirituali ferite, perch il Papa fece uno concilio a Roma, e priv Errico dello Imperio e del regno. E alcuni popoli italiani seguirono il Papa, e alcuni Errico; il che fu seme degli umori guelfi e ghibellini, acci che la Italia, mancate le inundazioni barbare, fusse dalle guerre intestine lacerata. Errico adunque, sendo scomunicato, fu costretto da' suoi popoli a venire in Italia e, scalzo, inginocchiarsi al Papa e domandargli perdono: il che segu l'anno 1080. Nacque nondimeno poco di poi, nuova discordia intra il Papa ed Errico; onde che il Papa di nuovo lo scomunic, e lo Imperadore mand il suo figliuolo, chiamato ancora Errico, con esercito, a Roma, e con lo aiuto de' Romani, che avevano in odio il Papa, lo assedi nella fortezza; onde che Ruberto Guiscardo venne di Puglia a soccorrerlo, ed Errico non lo aspett, ma se ne torn nella Magna. Solo i Romani stettono nella loro ostinazione, tale che Roma ne fu di nuovo da Ruberto saccheggiata e riposta nelle antiche rovine, dove da pi  pontefici era innanzi stata instaurata. E perch da questo Ruberto nacque l'ordine del regno di Napoli, non mi pare superfluo narrare particularmente le azioni e nazione di quello.


16.

Poi che venne disunione intra li eredi di Carlo Magno, come di sopra abbiamo dimostro, si dette occasione a nuovi popoli settentrionali, detti Normandi, di venire ad assalire la Francia e occuporono quel paese il quale oggi da loro,  detto Normanda. Di questi popoli una parte ne venne in Italia ne' tempi che quella provincia da' Berengarii, da' Saraceni e dagli Unni era infestata, e occuporono alcune terre in Romagna, dove, intra quelle guerre, virtuosamente si mantennono. Di Tancredi, uno di questi principi normandi, nacquono pi  figliuoli, intra i quali fu Guglielmo, nominato Ferabac, e Ruberto, detto Guiscardo. Era pervenuto il principato a Guglielmo, e i tumulti di Italia in qualche parte erano cessati; nondimeno i Saraceni tenevono la Sicilia e ogni d scorrevono i liti di Italia; per la qual cosa Guglielmo convenne con il principe di Capua e di Salerno e con Melorco greco, che per lo imperadore di Grecia governava la Puglia e la Calavria, di assaltare la Sicilia, e, seguendone la vittoria, si accordorono che qualunche di loro della preda e dello stato dovesse per la quarta parte participare. Fu la impresa felice; e cacciati i Saraceni, occuporono la Sicilia. Dopo la quale vittoria, Melorco fece venire secretamente gente di Grecia, e prese la possessione dell'isola per lo imperadore, e solamente divise la preda. Di che Guglielmo fu male contento; ma si riserb a tempo pi  commodo a dimostrarlo; e si part di Sicilia insieme con i principi di Salerno e di Capua. I quali come furono partiti da lui per tornarsene a casa, Guglielmo non ritorn in Romagna, ma si volse con le sue genti verso Puglia, e subito occup Melfi, e quindi, in breve tempo, contro alle forze dello imperadore greco, si insignor quasi che di tutta Puglia e di Calavria, nelle quali provincie signoreggiava, al tempo di Niccolao II, Ruberto Guiscardo suo fratello. E perch gli aveva avute assai differenze con i suoi nipoti per la eredit di quelli stati, us l'autorit del Papa a comporle; il che fu da il Papa esequito volentieri, desideroso di guadagnarsi Ruberto, acci che contro agli imperadori tedeschi e contro alla insolenzia del popolo romano lo difendesse; come lo effetto ne segu, secondo che di sopra abbiamo dimostro, che ad instanzia di Gregorio VII, cacci Errico di Roma e quello popolo dom. A Ruberto successono Ruggieri e Guglielmo, suoi figliuoli; allo stato de' quali si aggiunse Napoli e tutte le terre che sono da Napoli a Roma, e di poi la Sicilia; delle quali si fece signore Ruggieri. Ma Guglielmo, di poi, andando in Gonstantinopoli per prendere per moglie la figliuola dello Imperadore, fu da Ruggieri assalito, e toltogli lo stato. E insuperbito per tale acquisto, si fece prima chiamare re di Italia; di poi, contento del titolo di re di Puglia e di Sicilia, fu il primo che desse nome e ordine a quel regno; il quale ancora oggi intra gli antichi termini si mantiene, ancora che pi  volte abbia variato, non solamente sangue, ma nazione; perch, venuta meno la stirpe de' Normandi, si trasmut quel regno ne' Tedeschi, da quelli ne' Franciosi, da costoro negli Aragonesi, e oggi  posseduto dai Fiamminghi.


17.

Era pervenuto al pontificato Urbano II, il quale era in Roma odiato; e non gli parendo anche potere stare, per le disunioni, in Italia securo, si volse ad una generosa impresa, e se ne and in Francia con tutto il clero, e ragun in Auverna molti popoli, a' quali fece una orazione contro agli infideli; per la quale intanto accese gli animi loro, che deliberorono di fare la impresa di Asia contro a' Saraceni; la quale impresa con tutte le altre simili furono di poi chiamate Crociate, perch tutti quelli che vi andorono erano segnati sopra le armi e sopra i vestimenti di una croce rossa. I principi di questa impresa furono Gottifredi, Eustachio e Balduino di Bugl, conti di Bologna, e uno Pietro Eremita, per santit e prudenza celebrato; dove molti re e molti popoli concorsono con danari, e molti privati senza alcuna mercede militorono: tanto allora poteva negli animi degli uomini la religione, mossi dallo esemplo di quelli che ne erano capi. Fu questa impresa nel principio gloriosa, perch tutta l'Asia Minore, la Soria e parte dello Egitto venne nella potest de' Cristiani; mediante la quale nacque l'ordine de' cavalieri di Ierosolima, il quale oggi ancora regna, e tiene l'isola di Rodi, rimasa unico ostaculo alla potenzia de' Maumettisti. Nacquene ancora l'ordine de' Templari, il quale dopo poco tempo, per li loro cattivi costumi venne meno. Seguirno in varii tempi varii accidenti, dove molte nazioni e particulari uomini furono celebrati. Pass in aiuto di quella impresa, il re di Francia, il re di Inghilterra, e i popoli pisani, viniziani e genovesi vi acquistorono reputazione grandissima; e con varia fortuna insino a' tempi del Saladino saraceno combatterono, la virt del quale e la discordia de' Cristiani tolse alla fine loro tutta quella gloria che si avevono nel principio acquistata, e furono dopo novanta anni cacciati di quello luogo ch'eglino avevono con tanto onore felicemente recuperato.


18.

Dopo la morte di Urbano, fu creato pontefice Pascale II, e allo Imperio era pervenuto Errico IV. Costui venne a Roma, fingendo di tenere amicizia col Papa; di poi il Papa e tutto il clero misse in prigione; n mai lo liber, se prima non gli fu concesso di potere disporre delle chiese della Magna come a lui pareva. Mor, in questi tempi, la contessa Matelda, e lasci erede di tutto il suo stato la Chiesa. Dopo la morte di Pascale e di Errico IV, seguirono pi  papi e pi  imperadori, tanto che il papato pervenne ad Alessandro III, e lo Imperio a Federigo Svevo, detto Barbarossa. Avevano avuto i pontefici, in quelli tempi, con il popolo romano e con gli imperadori molte difficult, le quali al tempo del Barbarossa assai crebbero. Era Federigo uomo eccellente nella guerra, ma pieno di tanta superbia che non poteva sopportare di avere a cedere al Pontefice; nondimeno nella sua elezione venne a Roma per la corona, e pacificamente si torn nella Magna. Ma poco stette in questa opinione, perch torn in Italia per domare alcune terre in Lombardia che non lo ubbidivano; nel quale tempo occorse che il cardinale di S. Clemente, di nazione romano, si divise da papa Alessandro, e da alcuni cardinali fu fatto papa. Trovavasi in quel tempo Federigo imperadore a campo a Crema; con il quale dolendosi Alessandro dello Antipapa, gli rispose che l'uno e l'altro andasse a trovarlo e allora giudicherebbe chi di loro fussi papa. Dispiacque questa risposta ad Alessandro; e perch lo vedeva inclinato a favorire l'Antipapa, lo scomunic e se ne fugg a Filippo re di Francia. Federigo intanto, seguitando la guerra in Lombardia, prese e disfece Milano, la qual cosa fu cagione che Verona, Padova e Vicenza si unirono contro a di lui, a difesa comune. In questo mezzo era morto lo Antipapa, donde che Federigo cre in suo luogo Guido da Cremona. I Romani, in questi tempi, per la assenza del Papa e per gl'impedimenti che lo Imperadore aveva in Lombardia, avevono ripreso in Roma alquanto di autorit, e andavano ricognoscendo la ubbidienza delle terre che solevono essere loro subiette. E perch i Tusculani non vollono cedere alla loro autorit, gli andorono popularmente a trovare; i quali furono soccorsi da Federigo, e ruppono lo esercito de' Romani con tanta strage che Roma non fu mai poi n populata n ricca. Era intanto tornato papa Alessandro in Roma, parendogli potervi stare sicuro per la inimicizia avevono i Romani con Federigo, e per li nimici che quello aveva in Lombardia. Ma Federigo, posposto ogni rispetto, and a campo a Roma; dove Alessandro non lo aspett, ma se ne fugg a Guglielmo re di Puglia, rimaso erede di quel regno dopo la morte di Ruggieri. Ma Federigo, cacciato dalla peste, lasci la obsidione, e se ne torn nella Magna; e le terre di Lombardia le quali erano congiurate contro a di lui per potere battere Pavia e Tortona, che tenevono le parti imperiali, edificorono una citt che fusse sedia di quella guerra; la quale nominarono Alessandria in onore di Alessandro papa e in vergogna di Federigo. Mor ancora Guidone antipapa, e fu fatto in suo luogo Giovanni da Fermo, il quale per i favori delle parti dello Imperadore si stava in Montefiasconi.


19.

Papa Alessandro, in quel mezzo, se ne era ito in Tusculo, chiamato da quel popolo, acci che con la sua autorit lo difendesse dai Romani; dove vennono a lui oratori mandati da Errico re di Inghilterra a significargli che della morte del beato Tommaso, vescovo di Conturbia, il loro re non aveva alcuna colpa, s come publicamente ne era stato infamato. Per la qual cosa il Papa mand duoi cardinali in Inghilterra a ricercare la verit della cosa; i quali, ancora che non trovassino il Re in manifesta colpa, nondimeno, per la infamia del peccato e per non lo avere onorato come egli meritava, gli dettono per penitenza che, chiamati tutti i baroni del regno, con giuramento alla presenza loro si scusasse e inoltre mandasse subito dugento soldati in Ierusalem, pagati per uno anno, ed esso fussi obligato, con quello esercito che potesse ragunare maggiore, personalmente, avanti che passassero tre anni, andarvi, e che dovesse annullare tutte le cose fatte nel suo regno in disfavore della libert ecclesiastica, e dovesse acconsentire che qualunche suo subietto potesse, volendo, appellare a Roma. Le quali cose furono tutte da Elrico accettate; e sottomessesi a quello iudizio un tanto re, che oggi uno uomo privato si vergognerebbe a sottomettervisi. Nondimeno, mentre che il Papa aveva tanta autorit ne' principi longinqui, non poteva farsi ubbidire dai Romani; dai quali non potette impetrare di potere stare in Roma, ancora che promettesse d'altro che dello ecclesiastico non si travagliare: tanto le cose che paiono sono pi  di scosto che da presso temute. Era tornato, in questo tempo Federigo in Italia, e mentre che si preparava a fare nuova guerra al Papa, tutti i suoi prelati e baroni gli feciono intendere che lo abbandonerebbono, se non si riconciliava con la Chiesa, di modo che fu constretto andare ad adorarlo a Vinegia, dove si pacificarono insieme; e nello accordo il Papa priv lo Imperadore d'ogni autorit che gli avesse sopra Roma, e nomin Guglielmo re di Sicilia e di Puglia per suo confederato. E Federigo, non potendo stare senza fare guerra, ne and alla impresa di Asia, per sfogare la sua ambizione contro a Maumetto, la quale contro a' vicari di Cristo sfogare non aveva potuto. Ma arrivato sopra il fiume..., allettato dalla chiarezza delle acque, vi si lav dentro, per il quale disordine mor. E cos l'acque fecero pi   favore a' Maumettisti, che le scomuniche a' Cristiani, perch queste frenorono l'orgoglio suo, e quelle lo spensono.


20.

Morto Federigo, restava solo al Papa a domare la contumacia de' Romani; e dopo molte dispute fatte sopra la creazione de' consoli, convennono che i Romani secondo il costume loro gli eleggessero; ma non potessero pigliare il magistrato, se prima non giuravano di mantenere la fede alla Chiesa. Il quale accordo fece che Giovanni antipapa se ne fugg in Monte Albano, dove, poco di poi, si mor. Era morto in questi tempi, Guglielmo re di Napoli, e il Papa disegnava di occupare quel regno, per non avere lasciati quel re altri figliuoli che Tancredi, suo figliuolo naturale; ma i baroni non consentirono al Papa, ma vollono che Tancredi fusse re. Era papa, allora, Celestino III, il quale, desideroso di trarre quel regno dalle mani di Tancredi, oper che Elrico figliuolo di Federigo fusse fatto imperadore, e gli promisse il regno di Napoli, con questo, che restituisse alla Chiesa le terre che a quella appartenevano. E per facilitare la cosa, trasse di munistero Gostanza, gi vecchia, figliuola di Guglielmo, e gliene dette per moglie. E cos pass il regno di Napoli da' Normandi, che ne erano stati fondatori, ai Tedeschi. Elrico imperadore, come prima ebbe composte le cose della Magna, venne in Italia con Gostanza sua moglie e con uno suo figliuolo di quattro anni chiamato Federigo, e sanza molta dificult prese il Regno, perch di gi era morto Tancredi, e di lui era rimaso un piccolo fanciullo detto Ruggieri. Mor, dopo alcun tempo, Elrico, in Sicilia, e successe a lui nel Regno Federigo, e allo Imperio Ottone duca di Sansogna, fatto per i favori che gli fece papa Innocenzio III. Ma come prima ebbe presa la corona, contro ad ogni opinione, divent Ottone nimico del Pontefice; occup la Romagna, e ordinava di assalire il Regno, per la qual cosa il Papa lo scomunic, in modo che fu da ciascheduno abbandonato, e gli Elettori elessono imperadore Federigo re di Napoli. Venne Federigo a Roma per la corona, e il Papa non volle incoronarlo, perch temeva la sua potenza e cercava di trarlo di Italia, come ne aveva tratto Ottone; tanto che Federigo sdegnato, ne and nella Magna, e fatte pi  guerre con Ottone, lo vinse. In quel mezzo si mor Innocenzio, il quale, oltre alle sue egregie opere, edific lo spedale di Santo Spirito in Roma. Di costui fu successore Onorio III, al tempo del quale surse l'ordine di San Domenico e di San Francesco, nel 1218. Coron questo pontefice Federigo, al quale Giovanni disceso di Balduino re di Ierusalem, che era con le reliquie de' Cristiani in Asia e ancora teneva quel titulo, dette una sua figliuola per moglie, e con la dota gli concesse il titulo di quel regno: di qui nasce che qualunche re di Napoli si intitula re di Ierusalem.


21.

In Italia si viveva allora in questo modo: i Romani non facevano pi  consoli, e in cambio di quelli, con la medesima autorit, facevano quando uno quando pi  senatori; durava ancora la lega che avevano fatta le citt di Lombardia contro a Federigo Barbarossa, le quali erano Milano, Brescia, Mantova, con la maggiore parte delle citt di Romagna, e di pi  Verona, Vicenza, Padova e Trevigi; nelle parti dello imperadore erano Cremona, Bergamo, Parma, Reggio, Modena e Trento; le altre citt e castella di Lombardia, di Romagna e della Marca trivigiana favorivano, secondo la necessit, ora questa ora quella parte. Era venuto in Italia, al tempo di Ottone III, uno Ecelino, del quale, rimaso in Italia, nacque uno figliuolo, che gener uno altro Ecelino. Costui, sendo ricco e potente, si accost a Federigo II il quale, come si  detto, era diventato nimico del Papa; e venendo in Italia per opera e favore di Ecelino, prese Verona e Mantova, e disfece Vicenza occup Padova, e ruppe lo esercito delle terre collegate, e di poi se ne venne verso Toscana. Ecelino, intanto, aveva sottomesso tutta la Marca trivigiana: non potette espugnare Ferrara, perch fu difesa da Azzone da Esti e dalle genti che il Papa aveva in Lombardia; donde che, partita la obsidione, il Papa dette quella citt in feudo ad Azzone Estense, dal quale sono discesi quelli i quali ancora oggi la signoreggiano. Fermossi Federigo a Pisa, desideroso di insignorirsi di Toscana; e nel ricognoscere gli amici e nimici di quella provincia semin tanta discordia che fu cagione della rovina di tutta Italia; perch le parti guelfe e ghibelline multiplicorono, chiamandosi Guelfi quelli che seguivono la Chiesa, e Ghibellini quelli che seguivono gli imperadori; e a Pistoia in prima fu udito questo nome. Partito Federigo da Pisa, in molti modi assalt e guast le terre della Chiesa, tanto che il Papa, non avendo altro rimedio, gli band la crociata contro, come avevono fatto gli antecessori suoi contro a' Saraceni. E Federigo, per non essere abandonato dalle sue genti ad un tratto, come erano stati Federigo Barbarossa e altri suoi maggiori, sold assai Saraceni; e per obligarseli, e per fare uno ostaculo in Italia fermo contro alla Chiesa, che non temessi le papali maledizioni, don loro Nocera nel Regno, acci che, avendo uno proprio refugio, potessero con maggiore securit servirlo.


22.

Era venuto al pontificato Innocenzio IV; il quale, temendo di Federigo, se ne and a Genova, e di quivi in Francia; dove ordin uno concilio, a Lione, al quale Federigo deliber di andare. Ma fu ritenuto dalla rebellione di Parma; dalla impresa della quale sendo ributtato, se ne and in Toscana, e di quivi in Sicilia, dove si mor. E lasci in Svevia Currado suo figliuolo, e in Puglia Manfredi, nato di concubina, il quale aveva fatto duca di Benevento. Venne Currado per la possessione del Regno, e arrivato a Napoli si mor; e di lui rimase Curradino piccolo, che si trovava nella Magna. Pertanto Manfredi, prima, come tutore di Curradino, occup quello stato; di poi, dando nome che Curradino era morto, si fece re, contro alla voglia del Papa e de' Napoletani, i quali fece acconsentire per forza. Mentre che queste cose nel Regno si travagliavano, seguirono in Lombardia assai movimenti intra la parte guelfa e ghibellina. Per la guelfa era uno legato del Papa; per la ghibellina Ecelino, il quale possedeva quasi tutta la Lombardia di l dal Po. E perch, nel trattare la guerra, se gli ribell Padova, fece morire dodici mila Padovani; e lui, avanti che la guerra terminasse, fu morto, che era di et di ottanta anni; dopo la cui morte tutte le terre possedute da lui diventorono libere. Seguitava Manfredi re di Napoli le inimicizie contro alla Chiesa secondo i suoi antinati, e tenea il Papa, che si chiamava Urbano IV, in continue angustie; tanto che il Pontefice, per domarlo, gli convoc la crociata contro, e ne and ad aspettare le genti a Perugia. E parendogli che le genti venissero poche, deboli e tarde, pens che a vincere Manfredi bisognassero pi  certi aiuti; e si volse per i favori in Francia, e cre re di Sicilia e di Napoli Carlo d'Angi, fratello di Lodovico re di Francia, e lo cit a venire in Italia a pigliare quel regno. Ma prima che Carlo venisse a Roma, il Papa mor, e fu fatto in suo luogo Clemente IV; al tempo del quale, Carlo, con trenta galee, venne ad Ostia, e ordin che l'altre sue genti venissero per terra. E nel dimorare che fece in Roma, i Romani, per gratificarselo, lo feciono senatore, e il Papa lo invest del Regno, con obligo che dovesse pagare ciascuno anno alla Chiesa cinquanta milia fiorini; e fece uno decreto che per lo avvenire n Carlo n altri che tenessero quel regno non potessero essere imperadori. E andato Carlo contro a Manfredi, lo ruppe e ammazz, propinquo a Benevento, e s'insignor di Sicilia e del Regno. Ma Curradino, a cui per testamento del padre si apparteneva quello stato, ragunata assai gente nella Magna, venne in Italia contro a Carlo, con il quale combatt a Tagliacozzo; e fu prima rotto, e poi, fuggendosi sconosciuto, fu preso e morto.


23.

Stette la Italia quieta, tanto che successe al pontificato Adriano V. E stando Carlo a Roma, e quella governando per lo ufizio che gli aveva del senatore, il Papa non poteva sopportare la sua potenza, e se ne and ad abitare a Viterbo, e sollecitava Ridolfo imperadore a venire in Italia contro a Carlo. E cos i pontefici, ora per carit della religione, ora per loro propria ambizione, non cessavano di chiamare in Italia umori nuovi e suscitare nuove guerre; e poi ch'eglino avieno fatto potente uno principe, se ne pentivano, e cercavano la sua rovina; n permettevano che quella provincia la quale per loro debolezza non potevano possedere, che altri la possedesse. E i principi ne temevano, perch sempre, o combattendo o fuggendo, vincevono; se con qualche inganno non erano oppressi, come fu Bonifazio VIII e alcuni altri, i quali, sotto colore d'amicizia, furono dagli imperadori presi. Non venne Ridolfo in Italia, sendo ritenuto dalla guerra che aveva con il re di Buemia. In quel mezzo mor Adriano, e fu creato pontefice Niccolao III di casa Orsina, uomo audace e ambizioso; il quale pens, ad ogni modo, di diminuire la potenza di Carlo; e ordin che Ridolfo imperadore si dolesse che Carlo teneva uno governatore in Toscana rispetto alla parte guelfa, che era stata da lui, dopo la morte di Manfredi, in quella provincia rimessa. Cedette Carlo allo Imperadore, e ne trasse i suoi governatori; e il Papa vi mand un suo nipote cardinale per governatore dello Imperio; tale che lo Imperadore, per questo onore fattogli, restitu alla Chiesa la Romagna, stata da' suoi antecessori tolta a quella, e il Papa fece duca di Romagna Bertoldo Orsino. E parendogli essere diventato potente da potere mostrare il viso a Carlo, lo priv dello ufizio del senatore, e fece uno decreto che niuno di stirpe regia potesse essere pi  senatore in Roma. Aveva in animo ancora di torre la Sicilia a Carlo, e mosse, a questo fine, secretamente pratica con Pietro re di Ragona, la quale poi, al tempo del suo successore, ebbe effetto. Disegnava ancora fare di casa sua duoi re, l'uno in Lombardia, l'altro in Toscana, la potenza de' quali defendesse la Chiesa da' Tedeschi che volessero venire in Italia, e da i Franzesi che erano nel Regno. Ma con questi pensieri si mor; e fu il primo de' papi che apertamente mostrasse la propria ambizione, e che disegnasse, sotto colore di fare grande la Chiesa, onorare e benificare i suoi. E come da questi tempi indietro non si  mai fatta menzione di nipoti o di parenti di alcuno pontefice, cos per lo avvenire ne fia piena la istoria, tanto che noi ci condurreno a' figliuoli; n manca altro a tentare a' pontefici se non che, come eglino hanno disegnato, infino a' tempi nostri, di lasciargli principi, cos, per lo avvenire, pensino di lasciare loro il papato ereditario. Bene  vero che, per infino a qui, i principati ordinati da loro hanno avuta poca vita, perch il pi  delle volte i pontefici, per vivere poco tempo, o ei non forniscono di piantare le piante loro, o, se pure le piantano, le lasciano con s poche e deboli barbe, che al primo vento, quando  mancata quella virt che le sostiene, si fiaccano.


24.

Successe a costui Martino IV, il quale, per essere di nazione francioso, favor le parti di Carlo; in favore del quale, Carlo mand in Romagna, che se gli era ribellata, sue genti; ed essendo a campo a Furl, Guido Bonatto astrologo ordin che, in un punto dato da lui, il popolo gli assaltasse; in modo che tutti i Franciosi vi furono presi e morti. In questo tempo si mand ad effetto la pratica mossa da papa Niccolao con Pietro re di Aragona; mediante la quale i Siciliani ammazzorono tutti i Franciosi che si trovorono in quella isola; della quale Pietro si fece signore, dicendo appartenersegli per avere per moglie Gostanza figliuola di Manfredi. Ma Carlo, nel riordinare la guerra per la recuperazione di quella, si mor; e rimase di lui Carlo II, il quale in quella guerra era rimaso prigione in Sicilia, e per essere libero promisse di ritornare prigione, se infra tre anni non aveva impetrato dal Papa che i reali di Aragona fussero investiti del regno di Sicilia.


25.

Ridolfo imperadore, in cambio di venire in Italia per rendere allo Imperio la riputazione in quella, vi mand un suo oratore, con autorit di potere fare libere tutte quelle citt che si ricomperassero, onde che molte citt si ricomperorono, e con la libert mutorono modo di vivere. Adulfo di Sassonia successe allo Imperio, e al pontificato Pietro del Murrone, che fu nominato papa Celestino; il quale, sendo eremita e pieno di santit, dopo sei mesi renunzi al pontificato; e fu eletto Bonifazio VIII. I cieli (i quali sapevono come e' doveva venire tempo che i Franciosi e i Tedeschi si allargherebbono da Italia e che quella provincia resterebbe in mano, al tutto, degli Italiani) acci che il papa, quando mancasse degli ostacoli oltramontani, non potesse n fermare n godere la potenza sua, feciono crescere in Roma due potentissime famiglie, Colonnesi e Orsini, acci che, con la potenza e propinquit loro, tenessero il pontificato infermo. Onde che papa Bonifazio, il quale cognosceva questo, si volse a volere spegnere i Colonnesi, e oltre allo avergli scomunicati, band loro la crociata contro. Il che, se bene offese alquanto loro, li offese pi  la Chiesa; perch quella arme la quale per carit della fede aveva virtuosamente adoperato, come si volse, per propria ambizione, ai cristiani, cominci a non tagliare; e cos il troppo desiderio di sfogare il loro appetito faceva che i pontefici, a poco a poco, si disarmavano. Priv, oltra di questo, duoi che di quella famiglia erano cardinali, del cardinalato. E fuggendo Sarra, capo di quella casa, davanti a lui, scognosciuto, fu preso da corsali catelani, e messo al remo; ma cognosciuto di poi, a Marsilia, fu mandato al re Filippo di Francia, il quale era stato da Bonifazio scomunicato e privo del regno. E considerando Filippo come nella guerra aperta contro a' pontefici, o e' si rimaneva perdente, o e' vi si correva assai pericoli, si volse agl'inganni; e simulato di voler fare accordo con il Papa, mand Sarra in Italia secretamente. Il quale, arrivato in Alagna, dove era il Papa, convocati di notte suoi amici, lo prese; e bench, poco di poi, da il popolo d'Alagna fusse liberato, nondimeno, per il dolore di quella ingiuria, rabbioso mor.


26.

Fu Bonifazio ordinatore del giubileo, nel 1300, e provide che ogni cento anni si celebrasse. In questi tempi seguirono molti travagli tra le parti guelfe e ghibelline; e per essere stata abbandonata Italia dagli imperadori, molte terre diventorono libere, e molte furono dai tiranni occupate. Restitu papa Benedetto a' cardinali Colonnesi il cappello, e Filippo re di Francia ribenedisse. A costui successe Clemente V, il quale, per essere francioso, ridusse la corte in Francia, ne l'anno 1305. In quel mezzo Carlo II re di Napoli mor; al quale successe Ruberto suo figliuolo; e allo Imperio era pervenuto Arrigo di Luzimborgo, il quale venne a Roma per coronarsi, non ostante che il Papa non vi fusse. Per la cui venuta seguirono assai movimenti in Lombardia; perch rimesse nelle terre tutti i fuori usciti, o guelfi o ghibellini che fussero; di che ne segu che, cacciando l'uno l'altro, si riempi quella provincia di guerra; a che lo Imperadore non potette, con ogni suo sforzo, obviare. Partito costui di Lombardia, per la via di Genova se ne venne a Pisa, dove s'ingegn di trre la Toscana al re Ruberto; e non faccendo alcun profitto, se ne and a Roma; dove stette pochi giorni, perch dagli Orsini, con il favore del re Ruberto, ne fu cacciato; e ritornossi a Pisa; e per fare pi  securamente guerra alla Toscana, e trarla dal governo del re Ruberto, lo fece assaltare da Federigo re di Sicilia. Ma quando egli sperava, in un tempo, occupare la Toscana e torre al re Ruberto lo stato, si mor. Al quale successe nello Imperio Lodovico di Baviera. In quel mezzo pervenne al papato Giovanni XXII; al tempo del quale lo Imperadore non cessava di perseguitare i Guelfi e la Chiesa, la quale in maggior parte da il re Ruberto e dai Fiorentini era difesa. Donde nacquero assai guerre, fatte in Lombardia dai Visconti contro ai Guelfi, e in Toscana da Castruccio da Lucca contro ai Fiorentini. Ma perch la famiglia de' Visconti fu quella che dette principio alla ducea di Milano, uno de' cinque principati che di poi governorono la Italia, mi pare da replicare da pi  alto luogo la loro condizione.


27.

Poi che segu, in Lombardia, la lega di quelle citt delle quali di sopra facemmo menzione, per difendersi da Federigo Barbarossa, Milano, ristorato che fu dalla rovina sua, per vendicarsi delle ingiurie ricevute, si congiunse con quella lega, la quale raffren il Barbarossa e tenne vive in Lombardia, un tempo, le parti della Chiesa; e ne' travagli di quelle guerre che allora seguirono, divent in quella citt potentissima la famiglia di quelli della Torre; della quale sempre crebbe la reputazione, mentre che gli imperadori ebbono in quella provincia poca autorit. Ma venendo Federigo II in Italia, e diventata la parte ghibellina, per la opera di Ecelino, potente, nacquono in ogni citt umori ghibellini; donde che, in Milano, di quelli che tenevano la parte ghibellina fu la famiglia de' Visconti, la quale cacci quelli della Torre di Milano. Ma poco stettano fuora, ch, per accordi fatti intra lo Imperadore e il Papa, furono restituiti nella patria loro. Ma sendone andato il Papa con la corte in Francia, e venendo Arrigo di Luzimborgo in Italia per andare per la corona a Roma, fu ricevuto, in Milano, da Maffeo Visconti e Guido della Torre, i quali allora erano i capi di quelle famiglie. Ma disegnando Maffeo servirsi dello Imperadore per cacciare Guido, giudicando la impresa facile per essere quello di contraria fazione allo Imperio, prese occasione dai rammarichii che il popolo faceva per i sinistri portamenti de' Tedeschi; e cautamente andava dando animo a ciascuno, e gli persuadeva a pigliare l'armi e levarsi da dosso la servit di quegli barbari. E quando gli parve avere disposta la materia a suo proposito, fece, per alcuno suo fidato, nascere uno tumulto, sopra il quale tutto il popolo prese l'armi contro al nome tedesco. N prima fu mosso lo scandolo che Maffeo con gli suoi figliuoli e tutti li suoi partigiani si trovorono in arme; e corsono ad Arrigo, significandogli come questo tumulto nasceva da quelli della Torre, i quali, non contenti di stare in Milano privatamente, avevono presa occasione di volerlo spogliare, per gratificarsi i Guelfi di Italia e diventare principi di quella citt ma che stesse di buono animo, ch loro, con la loro parte quando si volesse difendere, erano per salvarlo in ogni modo. Credette Arrigo essere vere tutte le cose dette da Maffeo, e ristrinse le sue forze con quelle de' Visconti, e assal quelli della Torre, i quali erano corsi in pi  parti della citt per fermare i tumulti; e quegli che poterono avere ammazzorono, e gli altri, spogliati delle loro sustanze, mandorono in esilio. Restato adunque Maffeo Visconti come principe in Milano, rimasono, dopo lui, Galeazzo e Azzo; e dopo costoro, Luchino e Giovanni. Divent Giovanni arcivescovo in quella citt; e di Luchino, il quale mor avanti a lui, rimasero Bernab e Galeazzo; ma morendo ancora, poco di poi, Galeazzo, rimase di lui Giovan Galeazzo, detto Conte di Virt. Costui, dopo la morte dello Arcivescovo, con inganno ammazz Bernab suo zio e rest solo principe di Milano; il quale fu il primo che avesse il titulo di duca. Di costui rimase Filippo e Giovanmariagnolo; il quale sendo morto da il popolo di Milano, rimase lo stato a Filippo, del quale non rimase figliuoli maschi; donde che quello stato si transfer dalla casa de' Visconti a quella degli Sforzeschi, nel modo e per le ragioni che nel suo luogo si narreranno.


28.

Ma tornando donde io mi parti', Lodovico imperadore, per dare riputazione alla parte sua e per pigliare la corona, venne in Italia; e trovandosi in Milano, per avere cagione di trarre danari da' Milanesi, mostr di lasciargli liberi, e misse i Visconti in prigione; di poi, per mezzo di Castruccio da Lucca, gli liber; e andato a Roma, per potere pi  facilmente perturbare la Italia, fece Piero della Corvara antipapa; con la reputazione del quale, e con la forza de' Visconti, disegnava tenere inferme le parti contrarie di Toscana e di Lombardia. Ma Castruccio mor; la quale morte fu cagione del principio della sua rovina; perch Pisa e Lucca se gli ribellorono, e i Pisani mandorono l'Antipapa prigione al Papa in Francia; in modo che lo Imperadore, disperato delle cose di Italia, se ne torn nella Magna. N fu prima partito costui, che Giovanni re di Buemia venne in Italia, chiamato da' Ghibellini di Brescia, e si insignor di quella e di Bergamo. E perch questa venuta fu di consentimento del Papa, ancora che fingesse il contrario, il legato di Bologna lo favoriva, giudicando che questo fusse buono rimedio, a provedere che lo Imperadore non tornasse in Italia. Per il quale partito la Italia mut condizione, perch i Fiorentini e il re Ruberto, vedendo che il Legato favoriva le imprese de' Ghibellini, diventorono nimici di tutti quelli di chi il Legato e il re di Buemia era amico; e sanza avere riguardo a parti guelfe e ghibelline, si unirono molti principi con loro, intra i quali furono i Visconti, quegli della Scala, Filippo Gonzaga mantovano, quegli da Carrara, quegli da Esti. Donde che il Papa gli scomunic tutti e il Re per timore di questa lega, se ne and, per ragunare pi  forze, a casa; e tornato di poi in Italia con pi   gente, gli riusc nondimeno la impresa difficile; tanto che, sbigottito, con dispiacere del Legato, se ne torn in Buemia; e lasci solo guardato Reggio e Modona, e a Marsilio e Piero de' Rossi raccomand Parma, i quali erano in quella citt potentissimi. Partito costui, Bologna si accost con la lega, e i collegati si divisono infra loro le quattro citt che restavano nella parte della Chiesa; e convennono che Parma pervenisse a quelli della Scala, Reggio a' Gonzaga, Modona a quelli da Esti, e Lucca ai Fiorentini. Ma nelle imprese di queste terre seguirono molte guerre, le quali furono poi, in buona parte, dai Viniziani composte. E' parr forse ad alcuno cosa non conveniente che, infra tanti accidenti seguiti in Italia, noi abbiamo differito tanto a ragionare de' Viniziani, sendo la loro una repubblica che, per ordine e per potenza, debbe essere sopra ogni altro principato di Italia celebrata; ma perch tale ammirazione manchi, intendendosene la cagione, io mi far indietro assai tempo, acci che ciascuno intenda quali fussero i principii suoi, e perch differirono tanto tempo nelle cose di Italia a travagliarsi.


29.

Campeggiando Attila re degli Unni Aquileia, gli abitatori di quella, poi che si furono difesi molto tempo, disperati della salute loro, come meglio poterono, con le loro cose mobili, sopra molti scogli, i quali erano, nella punta del mare Adriatico disabitati, si rifuggirono. I Padovani ancora, veggendosi il fuoco propinquo, e temendo che, vinta Aquileia, Attila non venisse a trovargli, tutte le loro cose mobili di pi  valore portorono dentro al medesimo mare, in uno luogo detto Rivo alto; dove mandorono ancora le donne, i fanciugli e i vecchi loro e la giovent riserborono in Padova, per difenderla. Oltre a di questi, quegli di Monselice, con gli abitatori de' colli allo intorno, spinti da il medesimo terrore, sopra scogli del medesimo mare ne andorono. Ma presa Aquileia, e avendo Attila guasta Padova, Monselice, Vicenza e Verona, quelli di Padova, e i pi  potenti, si rimasero ad abitare le paludi che erano intorno a Rivo alto. Medesimamente tutti i popoli allo intorno, di quella provincia che anticamente si chiama Vinezia, cacciati dai medesimi accidenti, in quelle paludi si ridussero. Cos, constretti da necessit lasciorono luoghi amenissimi e fertili, e in sterili, deformi, e privi di ogni commodit abitorono. E per essere assai popoli in un tratto ridotti insieme, in brevissimo tempo feciono quelli luoghi, non solo abitabili, ma dilettevoli; e constituite infra loro leggi e ordini, intra tante rovine di Italia, sicuri si godevano. E in breve tempo crebbero in riputazione e forze; perch, oltre ai predetti abitatori, vi rifuggirono molti delle citt di Lombardia, cacciati massime dalle crudelt di Clefi re de' Longobardi; il che non fu di poco augumento a quella citt, tanto che a' tempi di Pipino re di Francia quando, per i prieghi del Papa, venne a cacciare i Longobardi di Italia, nelle convenzioni che seguirono intra lui e lo Imperadore de' Greci fu che il duca di Benevento e i Viniziani non ubbidissino n all'uno n all'altro, ma, di mezzo, la loro libert si godessero. Oltre a di questo, come la necessit gli aveva condotti ad abitare dentro alle acque, cos gli forzava a pensare, non si valendo della terra, di potervi onestamente vivere, e andando con i loro navigi per tutto il mondo, la citt loro di varie mercanzie riempievano; delle quali avendo bisogno gli altri uomini, conveniva che in quel luogo frequentemente concorressero. N pensorono per molti anni ad altro dominio che a quello che facesse il travagliare delle mercanzie loro pi  facile; e per acquistorono assai porti in Grecia e in Sora, e ne' passaggi che i Franciosi feciono in Asia, perch si servirono assai de' loro navigi, fu consegnato loro in premio l'isola di Candia. E mentre vissono in questa forma, il nome loro in mare era terribile, e dentro, in Italia venerando di modo che di tutte le controversie che nascevano il pi  delle volte erano arbitri; come intervenne nelle differenze nate intra i collegati per conto di quelle terre che tra loro si avevano divise, che, rimessa la causa ne' Viniziani, rimase a' Visconti Bergamo e Brescia. Ma avendo loro, con il tempo, occupata Padova, Vicenza, e Trevigi, e di poi Verona, Bergamo e Brescia, e nel Reame e in Romagna molte citt, cacciati dalla cupidit del dominare, vennono in tanta opinione di potenza, che, non solamente a' principi italiani, ma ai re oltramontani erano in terrore; onde, congiurati quelli contro a di loro, in uno giorno fu tolto loro quello stato che si avevano in molti anni con infinito spendio guadagnato; e bench ne abbiano, in questi nostri ultimi tempi; riacquistato parte, non avendo riacquistata n la reputazione n le forze, a discrezione d'altri, come tutti gli altri principi italiani, vivono.


30.

Era pervenuto al pontificato Benedetto XII, e parendogli avere perduto in tutto la possessione di Italia, e temendo che Lodovico imperadore non se ne facesse signore, deliber di farsi amici in quella tutti coloro che avevano usurpato le terre che solevono allo imperadore ubbidire, acci che avessero cagione di temere dello Imperio e di ristrignersi seco alla difesa di Italia; e fece uno decreto che tutti i tiranni di Lombardia possedessero le terre che si avevano usurpate, con giusto titulo. Ma sendo in questa concessione morto il Papa e rifatto Clemente VI, e vedendo lo Imperadore con quanta liberalit il Pontefice aveva donate le terre dello Imperio, per non essere ancora egli meno liberale delle cose d'altri che si fussi stato il Papa, don a tutti quegli che nelle terre della Chiesa erano tiranni le terre loro, acci che con la autorit imperiale le possedessero. Per la qual cosa Galeotto Malatesti e i frategli diventorono signori di Rimino, di Pesero e di Fano, Antonio da Montefeltro della Marca e di Urbino, Gentile da Varano di Camerino, Guido di Polenta di Ravenna, Sinibaldo Ordelaffi di Furl e Cesena, Giovanni Manfredi di Faenza, Lodovico Alidosi di Imola; e oltre a questi in molte altre terre molti altri, in modo che di tutte le terre della Chiesa poche ne rimasono senza principe. La qual cosa infino ad Alessandro VI tenne la Chiesa debole; il quale, ne' nostri tempi, con la rovina de' discendenti di costoro, le rend l'autorit sua. Trovavasi lo Imperadore, quando fece questa concessione, a Trento; e dava nome di volere passare in Italia; donde seguirono guerre assai in Lombardia, per le quali i Visconti si insignorirono di Parma. Nel qual tempo Ruberto re di Napoli mor, e rimasono di lui solo due nipote, nate di Carlo suo figliuolo, il quale pi  tempo innanzi era morto; e lasci che la maggiore, chiamata Giovanna, fusse erede del Regno, e che la prendesse per marito Andrea, figliuolo del re di Ungheria, suo nipote. Non stette Andrea con quella molto, che fu fatto da lei morire, e si marit ad uno altro suo cugino, principe di Taranto, chiamato Lodovico. Ma Lodovico re di Ungheria e fratello di Andrea, per vendicare la morte di quello, venne con gente in Italia, e cacci la reina Giovanna e il marito del Regno.


31.

In questo tempo segu a Roma una cosa memorabile, che uno Niccol di Lorenzo, cancelliere in Campidoglio, cacci i senatori di Roma, e si fece, sotto titulo di tribuno, capo della republica romana; e quella nella antica forma ridusse, con tanta reputazione di iustizia e di virt, che non solamente le terre propinque, ma tutta Italia gli mand ambasciadori; di modo che le antiche provincie, vedendo come Roma era rinata, sollevorono il capo, e alcune mosse da la paura, alcune dalla speranza, l'onoravano. Ma Niccol, non ostante tanta reputazione, se medesimo ne' suoi primi principii abbandon; perch, invilito sotto tanto peso, sanza essere da alcuno cacciato, celatamente si fugg, e ne and a trovare Carlo re di Buemia, il quale, per ordine del Papa, in dispregio di Lodovico di Baviera, era stato eletto imperadore. Costui, per gratificarsi il Pontefice, gli mand Niccol prigione. Segu di poi, dopo alcuno tempo, che, ad imitazione di costui, uno Francesco Baroncegli occup a Roma il tribunato, e ne cacci i senatori: tanto che il Papa, per il pi  pronto remedio a reprimerlo, trasse di prigione Niccol, e lo mand a Roma, e rendgli l'ufficio del tribuno; tanto che Niccol riprese lo stato e fece morire Francesco. Ma sendogli diventati nimici i Colonnesi, fu ancora esso, non dopo molto tempo, morto, e restituito l'ufficio ai senatori.


32.

In questo mezzo il Re di Ungheria, cacciata che gli ebbe la regina Giovanna, se ne torn nel suo regno; ma il Papa, che desiderava piuttosto la Reina propinqua a Roma che quel re, oper in modo che fu contento restituirle il Regno, pure che Lodovico suo marito, contento del titulo di Taranto, non fusse chiamato re. Era venuto l'anno 1350, s che al Papa parve che il giubileo, ordinato da papa Bonifazio VIII per ogni cento anni, si potesse a cinquanta anni ridurre, e fattolo per decreto, i Romani, per questo benifizio, furono contenti che mandassi a Roma quattro cardinali a riformare lo stato della citt, e fare secondo la sua volont i senatori. Il Papa ancora pronunzi Lodovico di Taranto re di Napoli; donde che la reina Giovanna, per questo benifizio, dette alla Chiesa Avignone, che era di suo patrimonio. Era, in questi tempi, morto Luchino Visconti, donde solo Giovanni arcivescovo di Milano era restato signore; il quale fece molta guerra alla Toscana e a' suoi vicini, tanto che divent potentissimo. Dopo la morte del quale rimasono Bernab e Galeazzo suoi nipoti; ma poco di poi mor Galeazzo, e di lui rimase Giovangaleazzo, il quale si divise con Bernab quello stato. Era in questi tempi, imperadore Carlo re di Buemia, e pontefice Innocenzio VI, il quale mand in Italia Egidio cardinale di nazione spagnuolo, il quale con la sua virt, non solamente in Romagna e in Roma, ma per tutta Italia aveva renduta la reputazione alla Chiesa: recuper Bologna, che dallo arcivescovo di Milano era stata occupata; constrinse i Romani ad accettare uno senatore forestiero, il quale ciascuno anno vi dovesse dal papa essere mandato; fece onorevoli accordi con i Visconti; roppe e prese Giovanni Auguto inghilese, il quale con quattromila Inghilesi in aiuto de' Ghibellini militava in Toscana. Onde che succedendo al pontificato Urbano V, poi che gl'intese tante vittorie, deliber vicitare Italia e Roma, dove ancora venne Carlo imperadore; e dopo pochi mesi Carlo si torn nel regno, e il Papa in Avignone. Dopo la morte di Urbano, fu creato Gregorio XI; e perch gli era ancora morto il cardinale Egidio, la Italia era tornata nelle sue antiche discordie, causate dai popoli collegati contro ai Visconti, tanto che il Papa mand prima uno legato in Italia con seimilia Brettoni, di poi venne egli in persona, e ridusse la corte a Roma nel 1376, dopo settantuno anno che la era stata in Francia. Ma seguendo la morte di quello, fu rifatto Urbano VI, e poco di poi, a Fondi, da dieci cardinali che dicevano Urbano non essere bene eletto, fu creato Clemente VII. I Genovesi, in questi tempi, i quali pi  anni erano vivuti sotto il governo de' Visconti, si ribellorono; e intra loro e i Viniziani, per Tenedo insula, nacquero guerre importantissime, per le quali si divise tutta Italia; nella quale guerra furono prima vedute le artiglierie, strumento nuovo trovato dai Tedeschi. E bench i Genovesi fussero un tempo superiori, e che pi  mesi tenessero assediata Vinegia, nondimeno, nel fine della guerra, i Viniziani rimasono superiori, e per mezzo del Pontefice feciono la pace, negli anni 1381.


33.

Era nata, come abbiamo detto, scisma nella Chiesa; onde che la reina Giovanna favoriva il papa scismatico; per la qual cosa Urbano fece fare contro a di lei la impresa del Regno a Carlo di Durazzo, disceso de' reali di Napoli; il quale, venuto, le tolse lo stato e si insignor del Regno; ed ella se ne fugg in Francia. Il re di Francia, per questo sdegnato, mand Lodovico d'Angi in Italia per recuperare il Regno alla Reina, e cacciare Urbano di Roma e insignorirne l'Antipapa. Ma Lodovico, nel mezzo di questa impresa, mor, e le sue genti, rotte, se ne tornorono in Francia. Il Papa, in questo mezzo, se ne and a Napoli, dove pose in carcere nove cardinali per avere seguitata la parte di Francia e dello Antipapa. Di poi si sdegn con il Re, perch non volle fare uno suo nipote principe di Capua; e fingendo non se ne curare, lo richiese gli concedesse Nocera per sua abitazione; dove poi si fece forte, e si preparava di privare il Re del Regno. Per la qual cosa il Re vi and a campo, e il Papa se ne fugg a Genova, dove fece morire quelli cardinali che aveva prigioni. Di quivi se ne and a Roma, e per farsi reputazione cre ventinove cardinali. In questo tempo Carlo re di Napoli ne and in Ungheria, dove fu fatto re, e poco di poi fu morto; e a Napoli lasci la moglie con Ladislao e Giovanna suoi figliuoli. In questo tempo ancora Giovangaleazzo Visconti aveva morto Bernab suo zio e preso tutto lo stato di Milano, e non gli bastando essere diventato duca di tutta la Lombardia, voleva ancora occupare la Toscana; ma quando e' credeva prenderne il dominio, e di poi coronarsi re di Italia, mor. Ad Urbano VI era succeduto Bonifazio IX. Mor ancora in Avignone l'antipapa Clemente VII, e fu rifatto Benedetto XIII.


34.

Erano in Italia, in questi tempi, soldati assai, inghilesi, tedeschi e brettoni, condotti parte da quelli principi i quali in varii tempi erano venuti in Italia, parte stati mandati dai pontefici quando erano in Avignone. Con questi tutti i principi italiani feciono pi  tempo le loro guerre, infino che surse Lodovico da Conio romagnolo, il quale fece una compagnia di soldati italiani, intitolata in San Giorgio; la virt e la disciplina del quale in poco tempo tolse la reputazione alle armi forestiere, e ridussela negli Italiani, de' quali poi i principi di Italia, nelle guerre che facevano insieme, si valevano. Il Papa, per discordia avuta con i Romani, se ne and a Scesi; dove stette tanto che venne il giubileo del 1400; nel quale tempo i Romani acci che tornasse in Roma per utilit di quella citt, furono contenti accettare di nuovo uno senatore forestiero mandato da lui, e gli lasciorono fortificare Castel Santo Agnolo, e con queste condizioni ritornato, per fare pi  ricca la Chiesa, ordin che ciascuno, nelle vacanze de' beneficii, pagasse una annata alla Camera. Dopo la morte di Giovan Galeazzo duca di Milano, ancora che lasciasse duoi figliuoli, Giovanmariagnolo e Filippo, quello stato si divise in molte parti; e ne' travagli che vi seguirono, Giovanmaria fu morto e Filippo stette un tempo rinchiuso nella rocca di Pavia, dove, per fede e virt di quello castellano si salv. E intra gli altri che occuporono delle citt possedute dal padre loro, fu Guglielmo della Scala, il quale, fuoruscito, si trovava nelle mani di Francesco da Carrara signore di Padova; per il mezzo del quale riprese lo stato di Verona, dove stette poco tempo, perch, per ordine di Francesco, fu avvelenato, e toltogli la citt. Per la qual cosa i Vicentini, che sotto le insegne de' Visconti erano vivuti sicuri, temendo della grandezza del signore di Padova, si dierono a' Viniziani; mediante i quali i Viniziani presono la guerra contro a di lui, e prima gli tolsono Verona, e di poi Padova.


35.

In questo mezzo Bonifazio papa mor, e fu eletto Innocenzio VII; al quale il popolo di Roma supplic che dovesse rendergli le fortezze e restituirgli la sua libert; a che il Papa non volle acconsentire; donde che il popolo chiam in suo aiuto Ladislao re di Napoli. Di poi, nato intra loro accordo, il Papa se ne torn a Roma, che per paura del popolo se ne era fuggito a Viterbo dove aveva fatto Lodovico suo nipote conte della Marca. Mor di poi, e fu creato Gregorio XII, con obligo che dovesse renunziare al papato, qualunche volta ancora l'Antipapa renunziasse. E per conforto de' cardinali, per fare pruova se la Chiesa si poteva riunire, Benedetto antipapa venne a Porto Venere, e Gregorio a Lucca, dove praticorono cose assai e non ne conclusono alcuna, di modo che i cardinali dell'uno e dell'altro papa gli abbandonorono, e dei papi, Benedetto se ne and in Ispagna e Gregorio a Rimini. I cardinali dall'altra parte, con il favore di Baldassare Cossa cardinale e legato di Bologna, ordinorono uno concilio a Pisa dove creorono Alessandro V, il quale, subito, scomunic il re Ladislao e invest di quel regno Luigi d'Angi; e insieme con i Fiorentini, Genovesi e Viniziani, e con Baldassare Cossa legato, assaltorono Ladislao, e gli tolsono Roma. Ma nello ardore di questa guerra mor Alessandro, e fu creato papa Baldassare Cossa, che si fece chiamare Giovanni XXIII. Costui part da Bologna, dove fu creato, e ne and a Roma, dove trov Luigi d'Angi, che era venuto con la armata di Provenza; e venuti alla zuffa con Ladislao, lo ruppono. Ma per difetto de' condottieri non poterono seguire la vittoria; in modo che il Re, dopo poco tempo, riprese le forze, e riprese Roma; e il Papa se ne fugg a Bologna, e Luigi in Provenza. E pensando il Papa in che modo potesse diminuire la potenza di Ladislao, oper che Sigismondo re di Ungheria fusse eletto imperadore e lo confort a venire in Italia, e con quello si abbocc a Mantova; e convennono di fare uno concilio generale, nel quale si riunisse la Chiesa; la quale, unita, facilmente potrebbe opporsi alle forze de' suoi nemici.


36.

Erano, in quel tempo, tre papi, Gregorio, Benedetto e Giovanni; i quali tenevano la Chiesa debile e sanza reputazione. Fu eletto il luogo del concilio Gostanza, citt della Magna, fuora della intenzione di papa Giovanni; e bench fusse, per la morte del re Ladislao, spenta la cagione che fece al Papa muovere la pratica del concilio, nondimeno, per essersi obligato, non potette rifiutare lo andarvi; e condotto a Gostanza, dopo non molti mesi, cognoscendo tardi lo errore suo, tent di fuggirsi; per la qual cosa fu messo in carcere, e constretto rifiutare il papato. Gregorio, uno degli antipapi ancora, per uno suo mandato, rinunzi; e Benedetto, l'altro antipapa, non volendo rinunziare, fu condennato per eretico. Alla fine, abbandonato dai suoi cardinali, fu constretto ancora egli a rinunziare; e il Concilio cre pontefice Otto, di casa Colonna, chiamato di poi papa Martino V. E cos la Chiesa si un, dopo quaranta anni che l'era stata in pi  pontefici divisa.


37.

Trovavasi, in questi tempi, come abbiamo detto, Filippo Visconti nella rocca di Pavia; ma venendo a morte Fazino Cane, il quale ne' travagli di Lombardia si era insignorito di Vercelli, Alessandria, Novara e Tortona, e aveva ragunate assai ricchezze, non avendo figliuoli, lasci erede degli stati suoi Beatrice sua moglie, e ordin con i suoi amici operassero in modo che la si maritasse a Filippo. Per il quale matrimonio diventato Filippo potente, riacquist Milano e tutto lo stato di Lombardia. Di poi, per essere grato de' benefizi grandi, come sono quasi sempre tutti i principi, accus Beatrice sua moglie di stupro, e la fece morire. Diventato pertanto potentissimo, cominci a pensare alle guerre di Toscana, per seguire i disegni di Giovan Galeazzo suo padre.


38.

Aveva Ladislao re di Napoli, morendo, lasciato a Giovanna sua sirocchia, oltre al Regno, uno grande esercito, capitanato dai principali condottieri di Italia, intra i primi de' quali era Sforza da Cotignuola reputato, secondo quelle armi, valoroso. La Reina, per fuggire qualche infamia di tenersi uno Pandolfello, il quale aveva allevato, tolse per marito Iacopo della Marcia, francioso, di stirpe regale, con queste condizioni, che fussi contento di essere chiamato principe di Taranto, e lasciasse a lei il titolo e il governo del Regno. Ma i soldati, subito che gli arriv in Napoli, lo chiamorono re; in modo che intra il marito e la moglie nacquono discordie grandi, e pi  volte superorono l'uno l'altro; pure, in ultimo, rimase la Reina in istato; la quale divent poi nimica del Pontefice, onde che Sforza, per condurla in necessit, e che l'avesse a gittarsegli in grembo, rinunzi, fuora di sua opinione, al suo soldo. Per la qual cosa quella si trov in un tratto disarmata; e non avendo altri rimedi, ricorse per gli aiuti ad Alfonso re di Ragona e di Sicilia, e lo adott in figliuolo, e sold Braccio da Montone, il quale era quanto Sforza nelle armi reputato, e inimico del Papa per avergli occupata Perugia e alcune altre terre della Chiesa. Segu di poi la pace intra lei e il Papa, ma il re Alfonso, perch dubitava che ella non trattasse lui come il marito, cercava cautamente insignorirsi delle fortezze; ma quella, che era astuta, lo prevenne, e si fece forte nella rocca di Napoli. Crescendo adunque intra l'una e l'altro i sospetti, vennono alle armi; e la Reina, con lo aiuto di Sforza, il quale ritorn a' suoi soldi, super Alfonso, e cacciollo di Napoli, e lo priv della adozione, e adott Lodovico d'Angi: donde nacque di nuovo guerra intra Braccio, che aveva seguitate le parti di Alfonso, e Sforza, che favoriva la Reina. Nel trattare della qual guerra, passando Sforza il fiume di Pescara, affog; in modo che la Reina di nuovo rimase disarmata; e sarebbe stata cacciata del Regno, se da Filippo Visconti duca di Milano non fusse stata aiutata; il quale constrinse Alfonso a tornarsene in Aragona. Ma Braccio, non sbigottito per essersi abbandonato Alfonso, seguit di fare la impresa contro alla Reina; e avendo assediata l'Aquila, il Papa, non giudicando a proposito della Chiesa la grandezza di Braccio, prese a' suoi soldi Francesco figliuolo di Sforza; il quale and a trovare Braccio a l'Aquila, dove lo ammazz e ruppe. Rimase, della parte di Braccio, Oddo suo figliuolo; al quale fu tolta da il Papa Perugia, e lasciato nello stato di Montone. Ma fu, poco di poi, morto, combattendo in Romagna per i Fiorentini; tale che, di quelli che militavono con Braccio, Niccol Piccino rimase di pi  riputazione.


39.

Ma perch noi siamo venuti, colla narrazione nostra, propinqui a quelli tempi che io disegnai; perch quanto ne  rimaso a trattare non importa, in maggiore parte, altro che le guerre che ebbono i Fiorentini e i Viniziani con Filippo duca di Milano, le quali si narreranno dove particularmente di Firenze tratteremo; io non voglio procedere pi  avanti: solo ridurr brevemente a memoria in quali termini la Italia, e con i principi e con le armi, in quelli tempi dove noi scrivendo siamo arrivati, si trovava. Degli stati principali, la reina Giovanna II teneva il regno di Napoli; la Marca, il Patrimonio e Romagna, parte delle loro terre ubbidivano alla Chiesa, parte erano dai loro vicari o tiranni occupate: come Ferrara, Modona e Reggio da quelli da Esti; Faenza da e Manfredi; Imola dagli Alidosi; Furl dagli Ordelaffi; Rimino e Pesero dai Malatesti, e Camerino da quelli da Varano. Della Lombardia parte ubbidiva al duca Filippo, parte a' Viniziani; perch tutti quelli che tenevano stati particulari in quella erano stati spenti, eccetto che la casa di Gonzaga, la quale signoreggiava in Mantova. Della Toscana erano la maggiore parte signori i Fiorentini: Lucca solo e Siena con le loro leggi vivevano; Lucca sotto i Guinigi, Siena era libera. I Genovesi, sendo ora liberi ora servi o de' Reali di Francia o de' Visconti, inonorati vivevano, e intra gli minori potentati si connumeravono. Tutti questi principali potentati erano di proprie armi disarmati: il duca Filippo, stando rinchiuso per le camere e non si lasciando vedere, per i suoi commissari le sue guerre governava; i Viniziani, come ei si volsono alla terra, si trassono di dosso quelle armi che in mare gli avevano fatti gloriosi, e seguitando il costume degli altri Italiani, sotto l'altrui governo amministravano gli eserciti loro; il Papa per non gli stare bene le armi in dosso sendo religioso, e la reina Giovanna di Napoli per essere femina, facevono per necessit quello che gli altri per mala elezione fatto avevano; i Fiorentini ancora alle medesime necessit ubbidivano, perch, avendo per le spesse divisioni spenta la nobilit, e restando quella republica nelle mani d'uomini nutricati nella mercanzia, seguitavano gli ordini e la fortuna degli altri. Erano adunque le armi di Italia in mano o de' minori principi o di uomini senza stato; perch i minori principi, non mossi da alcuna gloria, ma per vivere o pi  ricchi o pi  sicuri, se le vestivano; quegli altri, per essere nutricati in quelle da piccoli, non sapendo fare altra arte, cercavono in esse, con avere o con potenza, onorarsi. Intra questi erano allora i pi  nominati: il Carmignuola, Francesco Sforza, Niccol Piccino allievo di Braccio, Agnolo della Pergola, Lorenzo e Micheletto Attenduli, il Tartaglia, Iacopaccio, Ceccolino da Perugia, Niccol da Tolentino, Guido Torello, Antonio dal Ponte ad Era e molti altri simili. Con questi erano quelli signori de' quali ho di sopra parlato; ai quali si aggiugnevano i baroni di Roma, Orsini e Colonnesi, con altri signori e gentili uomini del Regno e di Lombardia; i quali, stando in su la guerra, avevano fatto come una lega e intelligenza insieme, e riduttala in arte; con la quale in modo si temporeggiavono, che il pi  delle volte, di quelli che facevano guerra, l'una parte e l'altra perdeva; e in fine la ridussono in tanta vilt che ogni mediocre capitano, nel quale fusse alcuna ombra della antica virt rinata, gli arebbe, con ammirazione di tutta Italia, la quale per sua poca prudenza gli onorava, vituperati. Di questi, adunque, oziosi principi e di queste vilissime armi sar piena la mia istoria. Alla quale prima che io discenda, mi  necessario, secondo che nel principio promissi, tornare a raccontare della origine di Firenze, e fare a ciascuno largamente intendere quale era lo stato di quella citt in questi tempi, e per quali mezzi, intra tanti travagli che per mille anni erano in Italia accaduti, vi era pervenuta.



LIBRO SECONDO.

1.

Intra gli altri grandi e maravigliosi ordini delle republiche e principati antichi che in questi nostri tempi sono spenti era quello mediante il quale, di nuovo e d'ogni tempo, assai terre e citt si edificavano; perch niuna cosa  tanto degna di uno ottimo principe e di una bene ordinata republica, n pi  utile ad una provincia, che lo edificare di nuovo terre dove gli uomini si possino, per commodit della difesa o della cultura, ridurre; il che quelli potevono facilmente fare, avendo in uso di mandare ne' paesi o vinti o voti nuovi abitatori, i quali chiamavono colonie. Perch, oltre allo essere cagione questo ordine che nuove terre si edificassero, rendeva il paese vinto al vincitore pi  securo, e riempieva di abitatori i luoghi voti, e nelle provincie gli uomini bene distribuiti manteneva. Di che ne nasceva che, abitandosi in una provincia pi  commodamente, gli uomini pi  vi multiplicavano, ed erano nelle offese pi  pronti e nelle difese pi  sicuri. La quale consuetudine sendosi oggi per il malo uso delle republiche e de' principi spenta, ne nasce la rovina e la debolezza delle provincie; perch questo ordine solo  quello che fa gli imperii pi  securi, e i paesi, come  detto, mantiene copiosamente abitati: la securt nasce perch quella colonia la quale  posta da un principe in uno paese nuovamente occupato da lui  come una rocca e una guardia a tenere gli altri in fede; non si pu, oltra di questo, una provincia mantenere abitata tutta, n perservare in quella gli abitatori bene distribuiti, senza questo ordine. Perch tutti i luoghi in essa non sono o generativi o sani; onde nasce che in questi abbondono gli uomini, negli altri mancano; e se non vi  modo a trargli donde gli abbondono, e porgli dove e' mancano, quella provincia in poco tempo si guasta; perch una parte di quella diventa, per i pochi abitatori, diserta, un'altra, per i troppi, povera. E perch la natura non pu a questo disordine supplire,  necessario supplisca la industria: perch i paesi male sani diventano sani per una moltitudine di uomini che ad un tratto gli occupi; i quali con la cultura sanifichino la terra e con i fuochi purghino l'aria, a che la natura non potrebbe mai provedere. Il che dimostra la citt di Vinegia, posta in luogo paludoso e infermo: nondimeno i molti abitatori che ad un tratto vi concorsono lo renderono sano. Pisa ancora, per la malignit dell'aria, non fu mai di abitatori ripiena, se non quando Genova e le sue riviere furono dai Saraceni disfatte; il che fece che quelli uomini, cacciati da' terreni patrii, ad un tratto in tanto numero vi concorsono, che feciono quella popolata e potente. Sendo mancato per tanto quello ordine del mandare le colonie, i paesi vinti si tengono con maggiore difficult, e i paesi voti mai non si riempiano, e quelli troppo pieni non si alleggeriscono. Donde molte parti nel mondo, e massime in Italia, sono diventate, rispetto agli antichi tempi, diserte: e tutto  seguito e segue per non essere ne' principi alcuno appetito di vera gloria, e nelle republiche alcuno ordine che meriti di essere lodato. Nelli antichi tempi, addunque, per virt di queste colonie, o e' nascevano spesso citt di nuovo, o le gi cominciate crescevano; delle quali fu la citt di Firenze, la quale ebbe da Fiesole il principio e da le colonie lo augumento.


2.


Egli  cosa verissima secondo che Dante e Giovanni Villani dimostrano che la citt di Fiesole, sendo posta sopra la sommit del monte, per fare che i mercati suoi fussero pi  frequentati e dare pi  commodit a quegli che vi volessero con le loro mercanzie venire, aveva ordinato il luogo di quelli, non sopra il poggio, ma nel piano, intra le radice del monte e del fiume d'Arno. Questi mercati giudico io che fussero cagione delle prime edificazioni che in quelli luoghi si facessero, mossi i mercatanti da il volere avere ricetti commodi a ridurvi le mercanzie loro i quali con il tempo ferme edificazioni diventorono; e di poi, quando i Romani avendo vinti i Cartaginesi, renderono dalle guerre forestiere la Italia secura, in gran numero multiplicorono. Perch gli uomini non si mantengono mai nelle difficult, se da una necessit non vi sono mantenuti; tale che, dove la paura delle guerre costrigne quelli ad abitare volentieri ne' luoghi forti e aspri, cessata quella, chiamati dalla commodit, pi  volentieri ne' luoghi domestici e facili abitano. La securt adunque, la quale per la reputazione della romana republica nacque in Italia, potette fare crescere le abitazioni gi nel modo detto incominciate, in tanto numero che in forma d'una terra si ridussero, la quale Villa Arnina fu da principio nominata. Sursono di poi in Roma le guerre civili, prima intra Mario e Silla, di poi intra Cesare e Pompeo, e apresso intra gli ammazzatori di Cesare e quelli che volevano la sua morte vendicare. Da Silla adunque in prima e di poi da quelli tre cittadini romani i quali dopo la vendetta fatta di Cesare si divisono l'imperio, furono mandate a Fiesole colonie; delle quali o tutte o parte posono le abitazioni loro nel piano, presso alla gi cominciata terra; tale che, per questo augumento, si ridusse quello luogo tanto pieno di edifici e di uomini e di ogni altro ordine civile che si poteva numerare intra le citt di Italia. Ma donde si derivasse il nome di Florenzia, ci sono varie opinioni: alcuni vogliono si chiamasse da Florino, uno de' capi della colonia; alcuni non Florenzia, ma Fluenzia vogliono che la fusse nel principio detta, per essere posta propinqua al fluente d'Arno; e ne adducono testimone Plinio, che dice: - i Fluentini sono propinqui ad Arno fluente -. La qual cosa potrebbe essere falsa, perch Plinio nel testo suo dimostra dove i Fiorentini erano posti, non come si chiamavano; e quello vocabolo "Fluentini" conviene che sia corrotto, perch Frontino e Cornelio Tacito, che scrissono quasi che ne' tempi di Plinio, gli chiamono Florenzia e Florentini; perch di gi ne' tempi di Tiberio secondo il costume delle altre citt di Italia si governavano, e Cornelio referisce essere venuti oratori Florentini allo Imperadore, a pregare che l'acque delle Chiane non fussero sopra il paese loro sboccate; n  ragionevole che quella citt, in un medesimo tempo, avesse duoi nomi. Credo per tanto che sempre fusse chiamata Florenzia, per qualunque cagione cos si nominasse; e cos, da qualunque cagione si avesse la origine, la nacque sotto lo Imperio romano, e ne' tempi de' primi imperadori cominci dagli scrittori ad essere ricordata. E quando quello Imperio fu da' barbari afflitto fu ancora Florenzia da Totila re degli Ostrogoti disfatta, e dopo 250 anni, di poi, da Carlo Magno riedificata. Dal qual tempo infino agli anni di Cristo 1215 visse sotto quella fortuna che vivevano quelli che comandavano ad Italia. Ne' quali tempi prima signoreggiorono in quella i discesi di Carlo, di poi i Berengari, e in ultimo gli imperadori tedeschi, come nel nostro trattato universale dimostrammo. N poterono in questi tempi i Florentini crescere, n operare alcuna cosa degna di memoria, per la potenza di quelli allo imperio de' quali ubbidivano, nondimeno, nel 1010, il d di santo Romolo giorno solenne a' Fiesolani, presono e disfeciono Fiesole; il che feciono, o con il consenso degli imperadori, o in quel tempo che dalla morte dell'uno alla creazione dell'altro ciascuno pi  libero rimaneva. Ma poi che i pontefici presono pi  autorit in Italia, e gli imperadori tedeschi indebolirono, tutte le terre di quella provincia con minore reverenzia del principe si governarono; tanto che nel 1080, al tempo di Arrigo III, si ridusse la Italia intra quello e la Chiesa in manifesta divisione; la quale non ostante, i Fiorentini si mantennono infino al 1215 uniti, ubbidendo a' vincitori, n cercando altro imperio che salvarsi. Ma come ne' corpi nostri quanto pi  sono tarde le infirmit tanto pi  sono pericolose e mortali, cos Florenzia, quanto la fu pi  tarda a seguitare le sette di Italia, tanto di poi fu pi  afflitta da quelle. La cagione della prima divisione  notissima, perch  da Dante e da molti altri scrittori celebrata; pure mi pare brevemente da raccontarla.

3.


Erano in Florenzia, intra le altre famiglie, potentissime Buondelmonti e Uberti; apresso a queste erano gli Amidei e i Donati. Era nella famiglia de' Donati una donna vedova e ricca, la quale aveva una figliuola di bellissimo aspetto. Aveva costei infra s disegnato a messer Buondelmonte, cavaliere giovane e della famiglia de' Buondelmonti capo, maritarla. Questo suo disegno, o per negligenzia, o per credere potere essere sempre a tempo, non aveva ancora scoperto a persona; quando il caso fece che a messer Buondelmonte si marit una fanciulla degli Amidei; di che quella donna fu malissimo contenta. E sperando di potere, con la bellezza della figliuola, prima che quelle nozze si celebrassero, perturbarle, vedendo messer Buondelmonte, che solo veniva verso la sua casa, scese da basso, e dietro si condusse la figliuola, e nel passare quello, se gli fece incontra, dicendo: - Io mi rallegro veramente assai dello avere voi preso moglie, ancora che io vi avesse serbata questa mia figliuola, - e sospinta la porta, gliene fece vedere. Il cavaliere, veduta la bellezza della fanciulla, la quale era rara, e considerato il sangue e la dote non essere inferiore a quella di colei ch'egli aveva tolta, si accese in tanto ardore di averla, che, non pensando alla fede data, n alla ingiuria che faceva a romperla, n ai mali che dalla rotta fede gliene potevano incontrare, disse: - Poi che voi me la avete serbata, io sarei uno ingrato, sendo ancora a tempo, a rifiutarla; - e senza mettere tempo in mezzo celebr le nozze. Questa cosa, come fu intesa, riempi di sdegno la famiglia degli Amidei e quella degli Uberti, i quali erano loro per parentado congiunti; e convenuti insieme con molti altri loro parenti, conclusono che questa ingiuria non si poteva sanza vergogna tollerare, n con altra vendetta che con la morte di messer Buondelmonte vendicare. E bench alcuni discorressero i mali che da quella potessero seguire, il Mosca Lamberti disse che chi pensava assai cose non ne concludeva mai alcuna, dicendo quella trita e nota sentenza: "Cosa fatta capo ha". Dettono pertanto il carico di questo omicidio al Mosca, a Stiatta Uberti, a Lambertuccio Amidei e a Oderigo Fifanti. Costoro, la mattina della Pasqua di Resurressione, si rinchiusono nelle case degli Amidei, poste intra il Ponte Vecchio e Santo Stefano; e passando messer Buondelmonte il fiume sopra uno caval bianco, pensando che fusse cos facil cosa sdimenticare una ingiuria come rinunziare ad uno parentado, fu da loro a pi del ponte, sotto una statua di Marte, assaltato e morto. Questo omicidio divise tutta la citt, e una parte si accost a' Buondelmonti, l'altra agli Uberti; e perch queste famiglie erano forti di case e di torri e di uomini, combatterono molti anni insieme sanza cacciare l'una l'altra; e le inimicizie loro, ancora che le non finissero per pace, si componevano per triegue; e per questa via, secondo i nuovi accidenti, ora si quietavano e ora si accendevano.

4.


E stette Florenzia in questi travagli infino al tempo di Federigo II; il quale, per essere re di Napoli, potere contro alla Chiesa le forze sue accrescere si persuase; e per ridurre pi  ferma la potenza sua in Toscana, favor gli Uberti e i loro seguaci; i quali, con il suo favore, cacciorono i Buondelmonti, e cos la nostra citt ancora, come tutta Italia pi  tempo era divisa, in Guelfi e Ghibellini si divise. N mi pare superfluo fare memoria delle famiglie che l'una e l'altra setta seguirono. Quelli adunque che seguirono le parti guelfe furono: Buondelmonti, Nerli, Rossi, Frescobaldi, Mozzi, Bardi, Pulci, Gherardini, Foraboschi, Bagnesi, Guidalotti, Sacchetti, Manieri, Lucardesi, Chiaramontesi, Compiobbesi, Cavalcanti, Giandonati, Gianfigliazzi, Scali, Gualterotti, Importuni, Bostichi, Tornaquinci, Vecchietti, Tosinghi, Arrigucci, Agli, Sizi, Adimari, Visdomini, Donati, Pazzi, Della Bella, Ardinghi, Tedaldi, Cerchi. Per la parte ghibellina furono: Uberti, Mannegli, Ubriachi, Fifanti, Amidei, Infangati, Malespini, Scolari, Guidi, Galli, Cappiardi, Lamberti, Soldanieri, Cipriani, Toschi, Amieri, Palermini, Migliorelli, Pigli, Barucci, Cattani, Agolanti, Brunelleschi, Caponsacchi, Elisei, Abati, Tedaldini, Giuochi, Galigai. Oltra di questo all'una e all'altra parte di queste famiglie nobili si aggiunsono molte delle popolari; in modo che quasi tutta la citt fu da questa divisione corrotta. I Guelfi adunque, cacciati, per le terre del Valdarno di sopra, dove avevano gran parte delle fortezze loro, si ridussero; e in quel modo potevano migliore contro alle forze delli nimici loro si difendevano. Ma venuto Federigo a morte, quegli che in Florenzia erano uomini di mezzo e avieno pi  credito con il popolo, pensorono che fusse pi  tosto da riunire la citt, che, mantenendola divisa, rovinarla. Operorono adunque in modo che i Guelfi, deposte le ingiurie, tornorono, e i Ghibellini, deposto il sospetto, gli riceverono; ed essendo uniti, parve loro tempo da potere pigliare forma di vivere libero e ordine da potere difendersi, prima che il nuovo imperadore acquistasse le forze.

5.


Divisono pertanto la citt in sei parti, ed elessono dodici cittadini, duoi per sesto, che la governassero; i quali si chiamassero Anziani e ciascuno anno si variassero. E per levare via le cagioni delle inimicizie che dai giudicii nascano, providdono a duoi giudici forestieri, chiamato l'uno Capitano di popolo e l'altro Podest, che le cause cos civili come criminali intra i cittadini occorrenti giudicassero. E perch niuno ordine  stabile senza provedergli il difensore, constituirono nella citt venti bandiere, e settantasei nel contado, sotto le quali scrissono tutta la giovent e ordinorono che ciascuno fusse presto e armato sotto la sua bandiera, qualunque volta fusse o dal Capitano o dagli Anziani chiamato; e variorono in quelle i segni, secondo che variavano le armi, perch altra insegna portavano i balestrieri e altra i palvesari; e ciascuno anno, il giorno della Pentecoste, con grande pompa davano a nuovi uomini le insegne, e nuovi capi a tutto questo ordine assegnavano. E per dare maest ai loro eserciti, e capo dove ciascuno, sendo nella zuffa spinto, avesse a rifuggire, e rifuggito potesse di nuovo contro al nimico far testa, uno carro grande, tirato da duoi buoi coperti di rosso sopra il quale era una insegna bianca e rossa, ordinorono. E quando e' volevono trarre fuora lo esercito, in Mercato nuovo questo carro conducevono, e con solenne pompa ai capi del popolo lo consegnavano. Avevano ancora, per magnificenza delle loro imprese, una campana detta Martinella, la quale uno mese continuamente, prima che traessero fuora della citt gli eserciti, sonava, acci che il nimico avesse tempo alle difese: tanta virt era allora in quegli uomini, e con tanta generosit di animo si governavano che dove oggi lo assaltare il nimico improvisto si reputa generoso atto e prudente, allora vituperoso e fallace si reputava. Questa campana ancora conducevono ne' loro eserciti, mediante la quale le guardie e l'altre fazioni della guerra comandavano.

6.


Con questi ordini militari e civili fondorono i Fiorentini la loro libert. N si potrebbe pensare quanto di autorit e forze in poco tempo Firenze si acquistasse; e non solamente capo di Toscana divenne, ma intra le prime citt di Italia era numerata; e sarebbe a qualunque grandezza salita, se le spesse e nuove divisioni non la avessero afflitta. Vissono i Fiorentini sotto questo governo dieci anni, nel qual tempo sforzorono i Pistolesi, Aretini e Sanesi a fare lega con loro; e tornando con il campo da Siena, presono Volterra, disfeciono ancora alcune castella, e gli abitanti condussono in Firenze. Le quali imprese tutte si feciono per il consiglio de' Guelfi, i quali molto pi  che i Ghibellini potevano, s per essere questi odiati da il popolo per li loro superbi portamenti quando al tempo di Federigo governorono, si per essere la parte della Chiesa pi  che quella dello Imperadore amata; perch con lo aiuto della Chiesa speravono perservare la loro libert, e sotto lo Imperadore temevano perderla. I Ghibellini per tanto veggendosi mancare della loro autorit, non potevono quietarsi, e solo aspettavano la occasione di ripigliare lo stato. La quale parve loro fusse venuta, quando viddono che Manfredi figliuolo di Federigo si era del regno di Napoli insignorito e aveva assai sbattuta la potenza della Chiesa. Secretamente adunque praticavano con quello di ripigliare la loro autorit; n posserono in modo governarsi, che le pratiche tenute da loro non fussero agli Anziani scoperte. Onde che quelli citorono gli Uberti, i quali, non solamente non ubbidirono, ma prese le armi, si fortificorono nelle case loro; di che il popolo sdegnato, si arm, e con lo aiuto de' Guelfi gli sforz ad abbandonare Firenze e andarne con tutta la parte ghibellina a Siena. Di quivi domandorono aiuto a Manfredi re di Napoli, e per industria di messer Farinata degli Uberti furono i Guelfi dalle genti di quel re, sopra il fiume della Arbia, con tanta strage rotti, che quegli i quali di quella rotta camparono, non a Firenze, giudicando la loro citt perduta, ma a Lucca si rifuggirono.

7.


Aveva Manfredi mandato a' Ghibellini, per capo delle sue genti, il conte Giordano, uomo in quelli tempi nelle armi assai reputato. Costui, dopo la vittoria, se ne and con i Ghibellini a Firenze, e quella citt ridusse tutta alla ubbidienza di Manfredi, annullando i magistrati e ogni altro ordine per il quale apparisse alcuna forma della sua libert. La quale ingiuria, con poca prudenza fatta, fu dallo universale con grande odio ricevuta; e di nimico ai Ghibellini divent loro inimicissimo; donde al tutto ne nacque, con il tempo, la rovina loro. E avendo, per le necessit del Regno il conte Giordano a tornare a Napoli, lasci in Firenze per regale vicario il conte Guido Novello, signore di Casentino. Fece costui uno concilio di Ghibellini ad Empoli, dove per ciascuno si concluse che, a volere mantenere potente la parte ghibellina in Toscana, era necessario disfare Firenze, sola atta per avere il popolo guelfo, a fare ripigliare le forze alle parti della Chiesa. A questa s crudel sentenzia, data contra ad una s nobile citt, non fu cittadino n amico, eccetto che messer Farinata degli Uberti, che si opponesse, il quale apertamente e senza alcuno rispetto la difese, dicendo non avere con tanta fatica corsi tanti pericoli, se non per potere nella sua patria abitare; e che non era allora per non volere quello che gi aveva cerco, n per rifiutare quello che dalla fortuna gli era stato dato; anzi per essere non minore nimico di coloro che disegnassero altrimenti, che si fusse stato ai Guelfi; e se di loro alcuno temeva della sua patria, la rovinasse, perch sperava, con quella virt che ne aveva cacciati i Guelfi, difenderla. Era messer Farinata uomo di grande animo, eccellente nella guerra, capo de' Ghibellini, e apresso a Manfredi assai stimato: la cui autorit pose fine a quello ragionamento; e pensorono altri modi a volersi lo stato perservare.

8.


I Guelfi, i quali si erano fuggiti a Lucca, licenziati dai Lucchesi per le minacce del Conte, se ne andorono a Bologna. Di quivi furono dai Guelfi di Parma chiamati contro ai Ghibellini; dove, per la loro virt superati gli avversarii, furno loro date tutte le loro possessioni; tanto che, cresciuti in ricchezze e in onore, sapiendo che papa Clemente aveva chiamato Carlo d'Angi per torre il Regno a Manfredi, mandorono al Pontefice oratori ad offerirgli le loro forze. Di modo che il Papa, non solamente gli ricev per amici, ma dette loro la sua insegna; la quale sempre di poi fu portata da' Guelfi in guerra, ed  quella che ancora in Firenze si usa. Fu di poi Manfredi da Carlo spogliato del Regno, e morto; dove sendo intervenuti i Guelfi di Firenze, ne divent la parte loro pi  gagliarda, e quella de' Ghibellini pi  debole, donde che quelli che insieme col conte Guido Novello governavono Firenze giudicorono che fussi bene guadagnarsi con qualche benefizio quel popolo che prima avevano con ogni ingiuria aggravato; e quelli rimedi che, avendogli fatti prima che la necessit venisse, sarebbono giovati, facendogli di poi, sanza grado, non solamente non giovorono, ma affrettorono la rovina loro. Giudicorono per tanto farsi amico il popolo e loro partigiano, se gli rendevono parte di quelli onori e di quella autorit gli avevono tolta; ed elessono trentasei cittadini popolani, i quali, insieme con duoi cavalieri fatti venire da Bologna, riformassero lo stato della citt. Costoro, come prima convennono, distinsono tutta la citt in Arti, e sopra ciascuna Arte ordinorono uno magistrato il quale rendesse ragione a' sottoposti a quelle; consegnorono, oltre di questo, a ciascuna una bandiera, acci che sotto quella ogni uomo convenisse armato, quando la citt ne avesse di bisogno. Furono nel principio queste Arti dodici, sette maggiori e cinque minori; di poi crebbono le minori infino in quattordici, tanto che tutte furono, come al presente sono, ventuna; praticando ancora i trentasei riformatori delle altre cose a benefizio comune.

9.


Il conte Guido, per nutrire i soldati, ordin di porre una taglia a' cittadini; dove trov tanta difficult che non ard di fare forza di ottenerla; e parendogli avere perduto lo stato, si ristrinse con i capi de' Ghibellini; e deliberorono torre per forza al popolo quello che per poca prudenza gli avevono conceduto. E quando parve loro essere ad ordine con le armi, sendo insieme i trentasei, feciono levare il romore; onde che quelli, spaventati, si ritirorono alle loro case, e subito le bandiere delle Arti furono fuora con assai armati dietro; e intendendo come il conte Guido con la sua parte era a San Giovanni, feciono testa a Santa Trinita, e dierono la ubbidienza a messer Giovanni Soldanieri. Il Conte dall'altra parte, sentendo dove il popolo era, si mosse per ire a trovarlo; n il popolo ancora fugg la zuffa; e fattosi incontro al nimico, dove  oggi la loggia de' Tornaquinci si riscontrorono. Dove fu ributtato il Conte, con perdita e morte di pi  suoi, donde che, sbigottito temeva che la notte i nimici lo assalissero, e trovandosi i suoi battuti e inviliti, lo ammazzassero. E tanta fu in lui potente questa immaginazione, che, senza pensare ad altro rimedio, deliber, pi  tosto fuggendo che combattendo, salvarsi; e contro al consiglio de' Rettori e della Parte, con tutte le genti sue ne and a Prato. Ma come prima per trovarsi in luogo sicuro, gli fugg la paura, ricognobbe lo errore suo; e volendolo correggere, la mattina, venuto il giorno, torn con le sue genti a Firenze, per rientrare in quella citt per forza, che egli aveva per vilt abbandonata; ma non gli successe il disegno, perch quel popolo che con difficult lo arebbe potuto cacciare, facilmente lo potette tenere fuora; tanto che, dolente e svergognato, se ne and in Casentino; e i Ghibellini si ritirorono alle loro ville. Restato adunque il popolo vincitore, per conforto di coloro che amavano il bene della republica, si deliber di riunire la citt e richiamare tutti i cittadini, cos ghibellini come guelfi, i quali si trovassero fuora. Tornorono adunque i Guelfi, sei anni dopo che gli erano stati cacciati, e a' Ghibellini ancora fu perdonata la fresca ingiuria, e riposti nella patria loro. Non di meno da il popolo e dai Guelfi erano forte odiati, perch questi non potevono cancellare della memoria lo esilio, e quello si ricordava troppo della tirannide loro mentre che visse sotto il governo di quelli; il che faceva che n l'una n l'altra parte posava l'animo. Mentre che in questa forma in Firenze si viveva, si sparse fama che Curradino nipote di Manfredi, con gente, veniva della Magna allo acquisto di Napoli; donde che i Ghibellini si riempierono di speranza di potere ripigliare la loro autorit, e i Guelfi pensavano come si avessero ad assicurare delli loro nimici e chiesono al re Carlo aiuti per potere, passando Curradino, difendersi. Venendo per tanto le genti di Carlo, feciono diventare i Guelfi insolenti, e in modo sbigottirono i Ghibellini, che duoi giorni avanti allo arrivare loro, senza essere cacciati, si fuggirono.

10.


Partiti i Ghibellini, riordinorono i Fiorentini lo stato della citt; ed elessono dodici capi, i quali sedessero in magistrato duoi mesi, i quali non chiamorono Anziani, ma Buoni uomini; apresso a questi uno consiglio di ottanta cittadini, il quale chiamavano la Credenza; dopo questo erano cento ottanta popolani, trenta per sesto, i quali, con la Credenza e dodici Buoni uomini, si chiamavano il Consiglio generale. Ordinorono ancora un altro consiglio di cento venti cittadini, popolani e nobili, per il quale si dava perfezione a tutte le cose negli altri consigli deliberate; e con quello distribuivono gli uffici della repubblica. Fermato questo governo, fortificorono ancora la parte guelfa con magistrati e altri ordini, acci che con maggiori forze si potessero dai Ghibellini difendere, i beni de' quali in tre parti divisono, delle quali l'una publicorono, l'altra al magistrato della Parte, chiamato i Capitani, la terza a' Guelfi, per ricompenso de' danni ricevuti, assegnorono. Il Papa ancora, per mantenere la Toscana guelfa, fece il re Carlo vicario imperiale di Toscana. Mantenendo adunque i Fiorentini, per virt di questo nuovo governo, dentro con le leggi e fuora con le armi, la reputazione loro, mor il Pontefice; e dopo una lunga disputa, passati duoi anni, fu eletto papa Gregorio X. Il quale, per essere stato lungo tempo in Sora, ed esservi ancora nel tempo della sua elezione, e discosto da gli umori delle parti, non stimava quelle nel modo che dagli suoi antecessori erano state stimate. E per ci, sendo venuto in Firenze per andare in Francia, stim che fusse ufficio di uno ottimo pastore riunire la citt; e oper tanto che i Fiorentini furono contenti ricevere i sindachi de' Ghibellini in Firenze per praticare il modo del ritorno loro; e bench lo accordo si concludesse, furono in modo i Ghibellini spaventati, che non vollono tornare. Di che il Papa dette la colpa alla citt, e, sdegnato, scomunic quella; nella quale contumacia stette quanto visse il Pontefice; ma dopo la sua morte fu da papa Innocenzio V ribenedetta. Era venuto il pontificato in Niccol III, nato di casa Orsina; e perch i pontefici temevano sempre colui la cui potenzia era diventata grande in Italia, ancora che la fussi con i favori della Chiesa cresciuta, e perch ei cercavano di abbassarla, ne nascevano gli spessi tumulti e le spesse variazioni che in quella seguivono; perch la paura di uno potente faceva crescere uno debile; e cresciuto ch'egli era, temere, e temuto, cercare di abbassarlo: questo fece trarre il Regno di mano a Manfredi e concederlo a Carlo; questo fece di poi avere paura di lui, e cercare la rovina sua. Niccolao III per tanto, mosso da queste cagioni, oper tanto che a Carlo, per mezzo dello Imperadore, fu tolto il governo di Toscana, e in quella provincia mand, sotto nome dello Imperio, messer Latino suo legato.

11.


Era Firenze allora in assai mala condizione, perch la nobilit guelfa era diventata insolente e non temeva i magistrati; in modo che ciascuno d si facevano assai omicidii e altre violenze, sanza essere puniti quegli che le commettevano, sendo da questo e quell'altro nobile favoriti. Pensorono per tanto i capi del popolo, per frenare questa insolenzia, che fusse bene rimettere i fuori usciti; il che dette occasione al Legato di riunire la citt; e i Ghibellini tornorono. E in luogo de' dodici governatori ne feciono quattordici, d'ogni parte sette, che governassero uno anno e avessero ad essere eletti dal papa. Stette Firenze in questo governo duoi anni, infino che venne al pontificato papa Martino, di nazione franzese, il quale restitu al re Carlo tutta quella autorit che da Niccola gli era stata tolta; talch subito risuscitorono in Toscana le parti, perch i Fiorentini presono l'armi contro al governatore dello Imperadore, e per privare del governo i Ghibellini e tenere i potenti in freno, ordinorono nuova forma di reggimento. Era l'anno 1282, e i corpi delle Arti, poi che fu dato loro i magistrati e le insegne, erano assai reputati; donde che quelli per la loro autorit ordinorono che, in luogo de' quattordici, si creassero tre cittadini, che si chiamassero Priori, e stessero duoi mesi al governo della republica, e potessero essere popolani e grandi, purch fussero mercatanti o facessero arti. Ridussongli, dopo il primo magistrato, a sei, acci che di qualunque sesto ne fusse uno, il quale numero si mantenne insino al 1342, che ridussono la citt a quartieri e i Priori ad otto; non ostante che in quel mezzo di tempo alcuna volta, per qualche accidente, ne facessero dodici. Questo magistrato fu cagione, come con il tempo si vide, della rovina ne' nobili, perch ne furono da il popolo per varii accidenti esclusi, e di poi sanza alcuno rispetto battuti; a che i nobili, nel principio, acconsentirono per non essere uniti, perch, desiderando troppo torre lo stato l'uno a l'altro, tutti lo perderono. Consegnorono a questo magistrato uno palagio, dove continuamente dimorasse, sendo prima consuetudine che i magistrati e i consigli per le chiese convenissero; e quello ancora con sergenti e altri ministri necessari onororono; e bench nel principio gli chiamassero solamente Priori, nondimeno di poi, per maggiore magnificenza, il nome de' Signori gli aggiunsero. Stierono i Fiorentini dentro quieti alcun tempo; nel quale feciono la guerra con gli Aretini, per avere quegli cacciati i Guelfi, e in Campaldino felicemente gli vinsono. E crescendo la citt di uomini e di ricchezze, parve ancora di accrescerla di mura, e le allargorono il suo cerchio in quel modo che al presente si vede, con ci sia che prima il suo diametro fusse solamente quello spazio che contiene dal Ponte Vecchio infino a San Lorenzo.

12.


Le guerre di fuora e la pace di dentro avevano come spente in Firenze le parti ghibelline e guelfe; restavano solamente accesi quelli umori i quali naturalmente sogliono essere in tutte le citt intra i potenti e il popolo; perch, volendo il popolo vivere secondo le leggi, e i potenti comandare a quelle, non  possibile cappino insieme. Questo umore, mentre che i Ghibellini feciono loro paura, non si scoperse; ma come prima quelli furono domi, dimostr la potenza sua; e ciascuno giorno qualche popolare era ingiuriato; e le leggi e i magistrati non bastavano a vendicarlo, perch ogni nobile, con i parenti e con gli amici, dalle forze de' Priori e del Capitano si difendeva. I principi per tanto delle Arti, desiderosi di rimediare a questo inconveniente, provviddono che qualunche Signoria, nel principio dello uficio suo, dovesse creare uno Gonfaloniere di giustizia, uomo popolano, al quale dettono, scritti sotto venti bandiere, mille uomini; il quale, con il suo gonfalone e con gli armati suoi, fusse presto a favorire la giustizia, qualunque volta da loro o da il Capitano fusse chiamato. Il primo eletto fu Ubaldo Ruffoli. Costui trasse fuora il gonfalone, e disfece le case de' Galletti, per avere uno di quella famiglia morto, in Francia, un popolano. Fu facile alle Arti fare questo ordine, per le gravi inimicizie che intra i nobili vegghiavano; i quali non prima pensorono al provedimento fatto contro di loro, che viddono la acerbit di quella esecuzione; il che dette loro da prima assai terrore: non di meno poco di poi si tornorono nella loro insolenzia; perch, sendone sempre alcuni di loro de' Signori, avevano commodit di impedire il Gonfaloniere, che non potesse fare l'uficio suo. Oltra di questo, avendo bisogno lo accusatore di testimone quando riceveva alcuna offesa, non si trovava alcuno che contro a' nobili volesse testimoniare; talch in breve tempo si torn Firenze ne' medesimi disordini, e il popolo riceveva dai Grandi le medesime ingiurie, perch i giudicii erano lenti e le sentenzie mancavano delle esecuzioni loro.

13.


E non sapiendo i popolani che partiti si prendere, Giano della Bella di stirpe nobilissimo, ma della libert della citt amatore, dette animo ai capi delle Arti a riformare la citt; e per suo consiglio si ordin che il Gonfaloniere residesse con i Priori, e avesse quattromila uomini a sua ubbidienza; privoronsi ancora tutti i nobili di potere sedere de' Signori; obligoronsi consorti del reo alla medesima pena che quello; fecesi che la publica fama bastasse a giudicare. Per queste leggi, le quali si chiamorono gli Ordinamenti della iustizia, acquist il popolo assai reputazione, e Giano della Bella assai odio; perch era in malissimo concetto de' potenti, come di loro potenza distruttore, e i popolani ricchi gli avevano invidia, perch pareva loro che la sua autorit fusse troppa; il che, come prima lo permisse la occasione, si dimostr. Fece adunque la sorte che fu morto uno popolano in una zuffa dove pi  nobili intervennono, intra i quali fu messer Corso Donati; al quale, come pi  audace che gli altri, fu attribuita la colpa; e per ci fu da il Capitano del popolo preso; e comunque la cosa si andasse, o che messer Corso non avesse errato, o che il Capitano temesse di condannarlo, e' fu assoluto. La quale assoluzione tanto al popolo dispiacque, che prese le armi e corse a casa Giano della Bella a pregarlo dovesse essere operatore che si osservassero quelle leggi delle quali egli era stato inventore. Giano, che desiderava che messer Corso fusse punito, non fece posare l'armi, come molti giudicavano che dovesse fare, ma gli confort ad ire a' Signori a dolersi del caso e pregarli che dovessero provedervi. Il popolo per tanto, pieno di sdegno, parendogli essere offeso dal Capitano e da Giano abandonato, non a' Signori, ma al palagio del Capitano itosene, quello prese e saccheggi. Il quale atto dispiacque a tutti i cittadini; e quelli che amavano la rovina di Giano lo accusavano, attribuendo a lui tutta la colpa, di modo che, trovandosi intra gli Signori che di poi seguirono alcuno suo nimico, fu accusato al Capitano come sollevatore del popolo. E mentre che si praticava la causa sua, il popolo si arm, e corse alle sue case, offerendogli contro ai Signori e suoi nimici la difesa. Non volle Giano fare esperienza di questi populari favori, n commettere la vita sua a' magistrati, perch temeva la malignit di questi e la instabilit di quelli; tale che, per torre occasione a' nimici di ingiuriare lui, e agli amici di offendere la patria, deliber di partirsi, e dare luogo alla invidia, e liberare i cittadini dal timore ch'eglino avevano di lui, e lasciare quella citt la quale con suo carico e pericolo aveva libera dalla servit de' potenti, e si elesse voluntario esilio.

14.


Dopo la costui partita, la nobilit salse in speranza di ricuperare la sua dignit; e giudicando il male suo essere dalle sue divisioni nato, si unirono i nobili insieme, e mandorono duoi di loro alla Signoria, la quale giudicavano in loro favore, a pregarla fusse contenta temperare in qualche parte la acerbit delle leggi contro a di loro fatte. La quale domanda, come fu scoperta, commosse gli animi de' popolani, perch dubitavano che i Signori la concedessero loro; e cos, tra il desiderio de' nobili e il sospetto del popolo, si venne alle armi. I nobili feciono testa in tre luoghi: a San Giovanni, in Mercato Nuovo e alla piazza de' Mozzi; e sotto tre capi: messer Forese Adimari, messer Vanni de' Mozzi e messer Geri Spini; i popolani in grandissimo numero sotto le loro insegne al palagio de' Signori convennono, i quali allora propinqui a San Brocolo abitavano. E perch il popolo aveva quella Signoria sospetta, deput sei cittadini che con loro governassero. Mentre che l'una e l'altra parte alla zuffa si preparava, alcuni, cos popolari come nobili, e con quelli certi religiosi di buona fama, si messono di mezzo per pacificarli, ricordando ai nobili che degli onori tolti e delle leggi contro a di loro fatte ne era stata cagione la loro superbia e il loro cattivo governo; e che lo avere prese ora l'armi, e rivolere con la forza quello che per la loro disunione e loro non buoni modi si erano lasciati torre, non era altro che volere rovinare la patria loro e le loro condizioni raggravare; e si ricordassero che il popolo, di numero, di ricchezze e di odio era molto a loro superiore, e che quella nobilit mediante la quale e' pareva loro avanzare gli altri non combatteva, e riusciva, come e' si veniva al ferro, uno nome vano, che contro a tanti a difenderli non bastava. Al popolo dall'altra parte ricordavano come e' non era prudenzia volere sempre l'ultima vittoria, e come e' non fu mai savio partito fare disperare gli uomini, perch chi non spera il bene non teme il male; e che dovevano pensare che la nobilit era quella la quale aveva nelle guerre quella citt onorata, e per non era bene n giusta cosa con tanto odio perseguitarla; e come i nobili il non godere il loro supremo magistrato facilmente sopportavano, ma non potevano gi sopportare che fusse in potere di ciascuno, mediante gli ordini fatti, cacciargli della patria loro; e per era bene mitigare quelli, e per questo benefizio fare posare le armi, n volessero tentare la fortuna della zuffa confidandosi nel numero, perch molte volte si era veduto gli assai dai pochi essere stati superati. Erano nel popolo i pareri diversi: molti volevono che si venissi alla zuffa, come a cosa che un giorno di necessit a venire vi si avesse; e per era meglio farlo allora, che aspettare che i nimici fussero pi  potenti; e se si credesse che rimanessero contenti mitigando le leggi, che sarebbe bene mitigarle; ma che la superbia loro era tanta che non poserieno mai, se non forzati. A molti altri, pi  savi e di pi  quieto animo, pareva che il temperare le leggi non importasse molto, e il venire alla zuffa importasse assai; di modo che la opinione loro prevalse; e providono che alle accuse de' nobili fussero necessari i testimoni.


15.


Posate le armi, rimase l'una e l'altra parte piena di sospetto, e ciascuna con torri e con armi si fortificava; e il popolo riordin il governo, ristringendo quello in minore numero, mosso dallo essere stati quelli Signori favorevoli a' nobili: del quale rimaseno principi Mancini, Magalotti, Altoviti, Peruzzi e Cerretani. Fermato lo stato, per maggiore magnificenzia e pi  sicurt de' Signori, l'anno 1298, fondorono il palagio loro; e feciongli piazza delle case che furono gi degli Uberti. Comincioronsi ancora in quel medesimo tempo le publiche prigioni; i quali edifici in termine di pochi anni si fornirono. N mai fu la citt nostra in maggiore e pi  felice stato che in questi tempi, sendo di uomini, di ricchezze e di riputazione ripiena: i cittadini atti alle armi a trentamila, e quelli del suo contado a settantamila aggiugnevano; tutta la Toscana, parte come subietta, parte come amica, le ubbidiva; e bench intra i nobili e il popolo fusse alcuna indignazione e sospetto, non di meno non facevano alcuno maligno effetto, ma unitamente e in pace ciascuno si viveva. La quale pace, se dalle nuove inimicizie dentro non fusse stata turbata, di quelle di fuora non poteva dubitare; perch era la citt in termine che la non temeva pi  lo Imperio n i suoi fuori usciti, e a tutti gli stati di Italia arebbe potuto con le sue forze rispondere. Quello male per tanto che dalle forze di fuora non gli poteva essere fatto, quelle di dentro gli feciono.

16.


Erano in Firenze due famiglie, i Cerchi e i Donati, per ricchezza, nobilit e uomini potentissime. Intra loro, per essere in Firenze e nel contado vicine, era stato qualche disparere, non per si grave che si fusse venuto alle armi; e forse non arebbono fatti grandi effetti, se i maligni umori non fussero stati da nuove cagioni accresciuti. Era intra le prime famiglie di Pistoia quella de' Cancellieri. Occorse che, giucando Lore di messer Guglielmo e Geri di messer Bertacca, tutti di quella famiglia, e venendo a parole, fu Geri da Lore leggermente ferito. Il caso dispiacque a messer Guglielmo; e pensando con la umanit di torre via lo scandolo, lo accrebbe; perch comand al figliuolo che andasse a casa il padre del ferito e gli domandasse perdono. Ubbid Lore al padre: nondimeno questo umano atto non addolc in alcuna parte lo acerbo animo di messer Bertacca; e fatto prendere Lore dai suoi servidori, per maggiore dispregio sopra una mangiatoia gli fece tagliare la mano, dicendogli: - Torna a tuo padre, e digli che le ferite con il ferro e non con le parole si medicano -. La crudelt di questo fatto dispiacque tanto a messer Guglielmo, che fece pigliare le armi ai suoi per vendicarlo; e messer Bertacca ancora si arm per difendersi; e non solamente quella famiglia, ma tutta la citt di Pistoia si divise. E perch i Cancellieri erano discesi da messer Cancelliere, che aveva aute due mogli, delle quali l'una si chiam Bianca, si nomin ancora l'una delle parti, per quelli che da lei erano discesi, "Bianca"; e l'altra, per torre nome contrario a quella, fu nominata "Nera". Seguirono infra costoro, in pi  tempo, di molte zuffe, con assai morte di uomini e rovina di case; e non potendo infra loro unirsi, stracchi nel male, e desiderosi o di porre fine alle discordie loro, o con la divisione d'altri accrescerle, ne vennono a Firenze, e i Neri, per avere famigliarit con i Donati, furono da messer Corso, capo di quella famiglia, favoriti; donde nacque che i Bianchi, per avere appoggio potente che contro ai Donati gli sostenesse, ricorsono a messer Veri de' Cerchi, uomo per ciascuna qualit non punto a messer Corso inferiore.

17.


Questo umore, da Pistoia venuto, lo antico odio intra i Cerchi e i Donati accrebbe, ed era gi tanto manifesto che i Priori e gli altri buoni cittadini dubitavano ad ogni ora che non si venisse infra loro alle armi, e che da quelli, di poi, tutta la citt si dividesse. E per ci ricorsono al Pontefice, pregandolo che a questi umori mossi quello rimedio che per loro non vi potevono porre con la sua autorit vi ponesse. Mand il Papa per messer Veri, e lo grav a fare pace con i Donati; di che messer Veri mostr maravigliarsi, dicendo non avere alcuna inimicizia con quelli; e perch la pace presuppone la guerra, non sapeva, non essendo intra loro guerra, perch fusse la pace necessaria. Tornato adunque messer Veri da Roma senza altra conclusione, crebbono in modo gli umori che ogni piccolo accidente, s come avvenne, gli poteva fare traboccare. Era del mese di maggio; nel qual tempo, e ne' giorni festivi, publicamente per Firenze si festeggia. Alcuni giovani, per tanto, de' Donati, insieme con loro amici, a cavallo, a vedere ballare donne presso a Santa Trinita si fermorono; dove sopraggiunsono alcuni de' Cerchi, ancora loro da molti nobili accompagnati; e non cognoscendo i Donati, che erano davanti, desiderosi ancora loro di vedere, spinsono i cavagli fra loro, e gli urtorono; donde i Donati, tenendosi offesi, strinsono le armi; a' quali i Cerchi gagliardamente risposono; e dopo molte ferite date e ricevute da ciascuno, si spartirono. Questo disordine fu di molto male principio; perch tutta la citt si divise, cos quelli di popolo come i Grandi; e le parti presono il nome dai Bianchi e Neri. Erano capi della parte bianca i Cerchi, e a loro si accostorono gli Adimari, gli Abati, parte de' Tosinghi, de' Bardi, de' Rossi, de' Frescobaldi, de' Nerli e de' Mannelli, tutti i Mozzi, gli Scali, i Gherardini, i Cavalcanti, Malespini, Bostechi, Giandonati, Vecchietti e Arrigucci; a questi si aggiunsono molte famiglie populane, insieme con tutti i Ghibellini che erano in Firenze; tale che, per lo gran numero che gli seguivano, avevono quasi che tutto il governo della citt. I Donati da l'altro canto, erano capi della parte nera, e con loro erano quella parte che delle sopranomate famiglie a' Bianchi non si accostavano, e di pi  tutti i Pazzi, i Bisdomini, i Manieri, Bagnesi, Tornaquinci, Spini, Buondelmonti, Gianfigliazzi, Brunelleschi. N solamente questo umore contamin la citt, ma ancora tutto il contado divise; donde che i Capitani di parte e qualunque era de' Guelfi e della republica amatore temeva forte che questa nuova divisione non facesse, con rovina della citt, risuscitare le parti ghibelline. E mandorono di nuovo a papa Bonifazio perch pensasse al rimedio, se non voleva che quella citt, che era stata sempre scudo della Chiesa, o rovinasse o diventasse ghibellina. Mand pertanto il Papa in Firenze Matteo d'Acquasparta, cardinale Portuese, legato; e perch trov difficult nella parte bianca, la quale per parergli essere pi  potente temeva meno, si part di Firenze sdegnato, e la interdisse; di modo che la rimase in maggiore confusione che la non era avanti la venuta sua.


18.


Essendo per tanto tutti gli animi degli uomini sollevati, occorse che ad uno mortoro trovandosi assai de' Cerchi e de' Donati vennono insieme a parole, e da quelle alle armi; dalle quali, per allora, non nacque altro che tumulti. E tornato ciascuno alle sue case, deliberorono i Cerchi di assaltare i Donati, e con gran numero di gente gli andorono a trovare; ma per la virt di messer Corso furono ributtati e gran parte di loro feriti. Era la citt tutta in arme; i Signori e le leggi erano dalla furia de' potenti vinte; i pi  savi e migliori cittadini pieni di sospetto vivevano. I Donati e la parte loro temevono pi , perch potevono meno; donde che, per provedere alle cose loro, si ragun messer Corso con gli altri capi neri e i Capitani di parte; e convennono che si domandasse al Papa uno di sangue reale, che venisse a riformare Firenze, pensando che per questo mezzo si potesse superare i Bianchi. Questa ragunata e deliberazione fu a' Priori notificata, e dalla parte avversa come una congiura contro al viver libero aggravata. E trovandosi in arme ambedue le parti, i Signori, de' quali era in quel tempo Dante, per il consiglio e prudenza sua presono animo e feciono armare il popolo, al quale molti del contado aggiunsono; e di poi forzorono i capi delle parti a posare le armi, e confinorono messer Corso Donati con molti di parte nera; e per mostrare di essere in questo giudizio neutrali, confinorono ancora alcuni di parte bianca, i quali poco di poi, sotto colore di oneste cagioni, tornorono.

19.


Messer Corso e i suoi, perch giudicavano il Papa alla loro parte favorevole, ne andorono a Roma; e quello che gi avevono scritto al Papa alla presenza gli persuasono. Trovavasi in corte del Pontefice Carlo di Valois, fratello del re di Francia, il quale era stato chiamato in Italia dal re di Napoli per passare in Sicilia. Parve per tanto al Papa, sendone massimamente pregato dai Fiorentini fuori usciti, infino che il tempo venisse commodo a navigare, di mandarlo a Firenze. Venne adunque Carlo; e bench i Bianchi, i quali reggevano, lo avessero a sospetto, nondimeno, per essere capo de' Guelfi e mandato da il Papa, non ardirono di impedirgli la venuta; ma, per farselo amico, gli dettono autorit che potesse secondo lo arbitrio suo disporre della citt. Carlo, avuta questa autorit, fece armare tutti i suoi amici e partigiani; il che dette tanto sospetto al popolo che non volesse torgli la sua libert, che ciascuno prese le armi e si stava alle case sue, per essere presto se Carlo facesse alcuno moto. Erano i Cerchi e i capi di parte bianca, per essere stati qualche tempo capi della republica e portatisi superbamente, venuti allo universale in odio; la qual cosa dette animo a messer Corso e agli altri fuori usciti neri di venire a Firenze, sapiendo massime che Carlo e i Capitani di parte erano per favorirgli. E quando la citt, per dubitare di Carlo, era in arme, messer Corso con tutti i fuori usciti e molti altri che lo seguitavano, senza essere da alcuno impediti, entrorono in Firenze; e bench messer Veri de' Cerchi fusse ad andargli incontra confortato, non lo volse fare, dicendo che voleva che il popolo di Firenze, contro al quale veniva, lo gastigasse. Ma ne avvenne il contrario, perch fu ricevuto, non gastigato da quello; e a messer Veri convenne, volendo salvarsi, fuggire; perch messer Corso, sforzata che gli ebbe la porta a Pinti, fece testa a San Piero Maggiore, luogo propinquo alle sue case; e ragunato assai amici e popolo, che desideroso di cose nuove vi concorse, trasse, la prima cosa, delle carcere qualunque o per publica o per privata cagione vi era ritenuto; sforz i Signori a tornarsi privati alle case loro, ed elesse i nuovi, popolani e di parte nera; e per cinque giorni si attese a saccheggiare quelli che erano i primi di parte bianca. I Cerchi e gli altri principi della setta loro erano usciti della citt e ritirati ai loro luoghi forti, vedendosi Carlo contrario e la maggiore parte del popolo nimico; e dove prima ei non avevano mai voluto seguitare i consigli del Papa, furono forzati a ricorrere a quello per aiuto, mostrandogli come Carlo era venuto per disunire, non per unire Firenze. Onde che il Papa di nuovo vi mand suo legato messer Matteo d'Acquasparta; il quale fece fare la pace intra i Cerchi e i Donati, e con matrimoni e nuove nozze la fortific, e volendo che i Bianchi ancora degli uffizi participassino, i Neri, che tenevano lo stato, non vi consentirono; in modo che il Legato non si part con pi  sua sodisfazione n meno irato che l'altra volta; e lasci la citt, come disubidiente, interdetta.


20.


Rimase per tanto in Firenze l'una e l'altra parte, e ciascuna malcontenta: i Neri, per vedersi la parte nimica appresso, temevano che la non ripigliasse, con la loro rovina, la perduta autorit e i Bianchi si vedevano mancare della autorit e onori loro. A' quali sdegni e naturali sospetti s'aggiunsono nuove ingiurie. Andava messer Niccola de' Cerchi con pi  suoi amici alle sue possessioni, e arrivato al Ponte ad Affrico, fu da Simone di messer Corso Donati assaltato. La zuffa fu grande, e da ogni parte ebbe lacrimoso fine, perch messer Niccola fu morto e Simone in modo ferito che la seguente notte mor. Questo caso perturb di nuovo tutta la citt; e bench la parte nera vi avesse pi  colpa, nondimeno era da chi governava difesa. E non essendo ancora datone giudizio, si scoperse una congiura tenuta dai Bianchi con messer Piero Ferrante barone di Carlo, con il quale praticavano di essere rimessi al governo; la qual cosa venne a luce per lettere scritte dai Cerchi a quello, non ostante che fusse opinione le lettere essere false e dai Donati trovate per nascondere la infamia la quale per la morte di messer Niccola si avevono acquistata. Furono per tanto confinati tutti i Cerchi e i loro seguaci di parte bianca, intra i quali fu Dante poeta, e i loro beni publicati e le loro case disfatte. Sparsonsi costoro, con molti Ghibellini che si erano con loro accostati, per molti luoghi, cercando con nuovi travagli nuova fortuna; e Carlo, avendo fatto quello per che venne a Firenze, si parti, e ritorn al Papa per seguire la impresa sua di Sicilia: nella quale non fu pi  savio n migliore che si fusse stato in Firenze; tanto che vituperato, con perdita di molti suoi, torn in Francia.

21.


Vivevasi in Firenze, dopo la partita di Carlo, assai quietamente: solo messer Corso era inquieto, perch non gli pareva tenere nella citt quel grado quale credeva convenirsegli; anzi, sendo il governo popolare, vedeva la repubblica essere amministrata da molti inferiori a lui. Mosso per tanto da queste passioni, pens di adonestare con una onesta cagione la disonest dello animo suo; e calunniava molti cittadini i quali avevano amministrati danari publici, come se gli avessero usati ne' privati commodi; e che gli era bene ritrovargli e punirgli. Questa sua opinione da molti, che avevano il medesimo desiderio che quello, era seguita; a che si aggiugneva la ignoranzia di molti altri, i quali credevano messer Corso per amore della patria muoversi. Dall'altra parte i cittadini calunniati, avendo favore nel popolo, si difendevano; e tanto transcorse questo disparere, che, dopo ai modi civili, si venne alle armi. Dall'una parte era messer Corso e messer Lottieri vescovo di Firenze, con molti Grandi e alcuni popolani; dall'altra erano i Signori, con la maggiore parte del popolo: tanto che in pi  parti della citt si combatteva. I Signori, veduto il pericolo grande nel quale erano, mandorono per aiuto ai Lucchesi; e subito fu in Firenze tutto il popolo di Lucca; per l'autorit del quale si composono per allora le cose e si fermorono i tumulti; e rimase il popolo nello stato e libert sua, sanza altrimenti punire i motori dello scandolo. Aveva il Papa inteso i tumulti di Firenze, e per fermargli vi mand messer Niccolao da Prato suo legato. Costui, sendo uomo, per grado, dottrina e costumi, di grande riputazione, acquist subito tanta fede che si fece dare autorit di potere uno stato a suo modo fermare; e perch era di nazione ghibellino, aveva in animo ripatriare gli usciti; ma volse prima guadagnarsi il popolo; e per questo rinnov le antiche Compagnie del popolo; il quale ordine accrebbe assai la potenza di quello, e quella de' Grandi abbass. Parendo per tanto al Legato aversi obligata la moltitudine, disegn di fare tornare i fuori usciti, e nel tentare varie vie, non solamente non gliene successe alcuna, ma venne in modo a sospetto a quelli che reggevano, che fu costretto a partirsi; e pieno di sdegno se ne torn al Pontefice, e lasci Firenze piena di confusione e interdetta. E non solo quella citt da uno umore ma da molti era perturbata, sendo in essa le inimicizie del popolo e de' Grandi, de' Ghibellini e Guelfi, de' Bianchi e Neri. Era adunque tutta la citt in arme e piena di zuffe; perch molti erano per la partita del Legato mal contenti, sendo desiderosi che i fuori usciti tornassero. E i primi di quelli che movieno lo scandolo erano i Medici e i Giugni, i quali in favore de' ribelli si erano con il Legato scoperti: combattevasi per tanto in pi  parti in Firenze. Ai quali mali si aggiunse un fuoco, il quale si appicc prima da Orto San Michele, nelle case degli Abati; di quivi salt in quelle de' Capo in sacchi, e arse quelle con le case de' Macci, degli Amieri, Toschi, Cipriani, Lamberti, Cavalcanti e tutto Mercato nuovo; pass di quivi in Porta Santa Maria, e quella arse tutta, e girando dal Ponte Vecchio, arse le case de' Gherardini, Pulci, Amidei e Lucardesi, e con queste tante altre che il numero di quelle a mille settecento o pi  aggiunse.Questo fuoco fu opinione di molti che a caso, nello ardore della zuffa, si appiccasse: alcuni altri affermano che da Neri Abati priore di San Piero Scheraggio, uomo dissoluto e vago di male, fusse acceso; il quale, veggendo il popolo occupato a combattere, pens di poter fare una sceleratezza alla quale gli uomini, per essere occupati, non potessero rimediare; e perch gli riuscisse meglio, misse fuoco in casa i suoi consorti, dove aveva pi  commodit di farlo. Era lo anno 1304 e del mese di luglio, quando Firenze dal fuoco e da il ferro era perturbata. Messer Corso Donati solo, intra tanti tumulti, non si arm; perch giudicava pi  facilmente diventare arbitro di ambedue le parti, quando, stracche nella zuffa, agli accordi si volgessero. Posoronsi non di meno le armi, pi  per saziet del male che per unione che infra loro nascesse: solo ne segu che i rebelli non tornorono, e la parte che gli favoriva rimase inferiore.

22.


Il Legato, tornato a Roma e uditi i nuovi scandoli seguiti in Firenze, persuase al Papa che, se voleva unire Firenze, gli era necessario fare a s venire dodici cittadini de' primi di quella citt; donde poi, levato che fusse il nutrimento al male, si poteva facilmente pensare di spegnerlo. Questo consiglio fu da il Pontefice accettato; e i cittadini chiamati ubbidirono; intra i quali fu messer Corso Donati. Dopo la partita de' quali, fece il Legato a' fuori usciti intendere come allora era il tempo, che Firenze era privo de' suoi capi, di ritornarvi: in modo che gli usciti, fatto loro sforzo vennono a Firenze, e nella citt per le mura ancora non fornite entrarono, e infino alla piazza di San Giovanni transcorsono. Fu cosa notabile che coloro i quali poco davanti avevano per il ritorno loro combattuto, quando disarmati pregavano di essere alla patria restituiti, poi che gli viddono armati, e volere per forza occupare la citt, presono l'armi contro a di loro (tanto fu pi   da quelli cittadini stimata la comune utilit che la privata amicizia) e unitisi con tutto il popolo, a tornarsi donde erano venuti gli forzorono. Perderono costoro la impresa per avere lasciate parte delle genti loro alla Lastra, e per non avere aspettato messer Tolosetto Uberti, il quale doveva venire da Pistoia con trecento cavagli; perch stimavano che la celerit pi  che le forze avesse a dare loro la vittoria: e cos spesso in simili imprese interviene che la tardit ti toglie la occasione, e la celerit le forze. Partiti i ribelli, si torn Firenze nelle antiche sue divisioni; e per torre autorit alla famiglia de' Cavalcanti, gli tolse il popolo per forza le Stinche, castello posto in Val di Grieve e anticamente stato di quella; e perch quelli che dentro vi furono presi furono i primi che fussero posti nelle carcere di nuovo edificate, si chiam di poi quel luogo, dal castello donde venivano, e ancora si chiama, le Stinche. Rinnovorono ancora, quelli che erano i primi nella republica, le Compagnie del popolo, e dettono loro le insegne, ch prima sotto quelle delle Arti si ragunavano; e i capi Gonfalonieri delle compagnie e Collegi de' Signori si chiamorono, e vollono che, negli scandoli con le armi e nella pace con il consiglio, la Signoria aiutassero; aggiunsono ai duoi rettori antichi uno esecutore, il quale, insieme con i gonfalonieri, doveva contro alla insolenzia de' Grandi procedere. In questo mezzo era morto il Papa, e messer Corso e gli altri cittadini erano tornati da Roma; e sarebbesi vivuto quietamente, se la citt dallo animo inquieto di messer Corso non fusse stata di nuovo perturbata. Aveva costui, per darsi reputazione, sempre opinione contraria ai pi  potenti tenuta; e dove ei vedeva inclinare il popolo, quivi, per farselo pi  benivolo, la sua autorit voltava, in modo che di tutti i dispareri e novit era capo, e a lui rifuggivono tutti quelli che alcuna cosa estraordinaria di ottenere desideravano: tale che molti reputati cittadini lo odiavano; e vedevasi crescere in modo questo odio, che la parte de' Neri veniva in aperta divisione, perch messer Corso delle forze e autorit private si valeva, e gli avversarii dello stato; ma tanta era l'autorit che la persona sua seco portava, che ciascuno lo temeva. Pure nondimeno per torgli il favore popolare, il quale per questa via si pu facilmente spegnere, disseminorono che voleva occupare la tirannide: il che era a persuadere facile, perch il suo modo di vivere ogni civile misura trapassava. La quale opinione assai crebbe poi che gli ebbe tolta per moglie una figliuola di Uguccione della Faggiuola, capo di parte ghibellina e bianca e in Toscana potentissimo.

23.


Questo parentado, come venne a notizia, dette animo ai suoi avversarii; e presono contro a di lui le armi; e il popolo, per le medesime cagioni, non lo difese; anzi la maggior parte di quello con gli nimici suoi convenne. Erano capi de suoi avversarii messer Rosso della Tosa, messer Pazzino de' Pazzi messer Geri Spini e messer Berto Brunelleschi. Costoro, con i loro seguaci e la maggior parte del popolo, si raccozzorono armati a pi del palagio de' Signori, per l'ordine de' quali si dette una accusa a messer Piero Branca capitano del popolo contro a messer Corso, come uomo che si volesse con lo aiuto di Uguccione fare tiranno: dopo la quale fu citato, e di poi, per contumace, giudicato ribello: n fu pi  dalla accusa alla sentenzia che uno spazio di due ore. Dato questo giudizio, i Signori, con le Compagnie del popolo sotto le loro insegne, andorono a trovarlo. Messer Corso dall'altra parte, non per vedersi da molti de' suoi abbandonato, non per la sentenzia data, non per la autorit de' Signori n per la moltitudine de' nimici sbigottito, si fece forte nelle sue case, sperando potere difendersi in quelle tanto che Uguccione, per il quale aveva mandato, a soccorrerlo venisse. Erano le sue case e le vie intorno a quelle state sbarrate da lui, e di poi di uomini suoi partigiani affortificate; i quali in modo le difendevano, che il popolo, ancora che fusse gran numero, non poteva vincerle. La zuffa per tanto fu grande, con morte e ferite d'ogni parte; e vedendo il popolo di non potere dai luoghi aperti superarlo, occup le case che erano alle sue propinque; e quelle rotte, per luoghi inaspettati gli entr in casa. Messer Corso per tanto veggendosi circundato da' nimici, n confidando pi  negli aiuti di Uguccione, deliber, poi che gli era disperato della vittoria, vedere se poteva trovare rimedio alla salute; e fatta testa egli e Gherardo Bordoni, con molti altri de' suoi pi  forti e fidati amici, feciono impeto contro a' nimici; e quelli apersono in maniera che poterono, combattendo, passargli; e della citt per la Porta alla Croce si uscirono. Furono non di meno da molti perseguitati; e Gherardo in su l'Affrico da Boccaccio Cavicciuli fu morto; messer Corso ancora fu a Rovezzano da alcuni cavagli catelani soldati della Signoria sopraggiunto e preso; ma nel venire verso Firenze, per non vedere in viso i suoi nimici vittoriosi ed essere straziato da quelli, si lasci da cavallo cadere; ed essendo in terra, fu da uno di quelli che lo menavano scannato, il corpo del quale fu dai monaci di San Salvi ricolto, e senza alcuno onore sepulto. Questo fine ebbe messer Corso dal quale la patria e la parte de' Neri molti beni e molti mali ricognobbe; e se gli avessi avuto lo animo pi   quieto, sarebbe pi  felice la memoria sua; non di meno merita di essere numerato intra i rari cittadini che abbi avuti la nostra citt. Vero  che la sua inquietudine fece alla patria e alla parte non si ricordare degli oblighi avieno con quello e nella fine a s partor la morte, e all'una e all'altra di quelle di molti mali. Uguccione, venendo al soccorso del genero, quando fu a Remoli intese come messer Corso era da il popolo combattuto; e pensando non potere fargli alcuno favore, per non fare male a s sanza giovare a lui, se ne torn adietro.


24.


Morto messer Corso, il che segu l'anno 1308, si fermorono i tumulti; e vissesi quietamente infino a tanto che si intese come Arrigo imperadore con tutti i rebelli fiorentini passava in Italia, a' quali aveva promesso di restituirgli alla patria loro. Donde a' capi del governo parve che fusse bene, per avere meno nimici, diminuire il numero di quelli; e per ci deliberorono che tutti i rebelli fussero restituiti, eccetto quelli a chi nominatamente nella legge fusse il ritorno vietato. Donde che restorono fuora la maggior parte de' Ghibellini e alcuni di quelli di parte bianca, intra i quali furono Dante Aldighieri, i figliuoli di messer Veri de' Cerchi e di Giano della Bella. Mandorono oltra di questo, per aiuto, a Ruberto re di Napoli; e non lo potendo ottenere come amici, gli dierono la citt per cinque anni, acci che come suoi uomini gli difendesse. Lo Imperadore, nel venire, fece la via da Pisa, e per le maremme ne and a Roma, dove prese la corona l'anno 1312; e di poi, deliberato di domare i Fiorentini, ne venne, per la via di Perugia e di Arezzo, a Firenze; e si pose con lo esercito suo al munistero di San Salvi, propinquo alla citt ad un miglio, dove cinquanta giorni stette senza alcun frutto; tanto che, disperato di potere perturbare lo stato di quella citt ne and a Pisa, dove convenne con Federigo re di Sicilia di fare la impresa del Regno; e mosso con le sue genti, quando egli sperava la vittoria, e il re Ruberto temeva la sua rovina, trovandosi a Buonconvento, mor.

25.


Occorse, poco tempo di poi, che Uguccione della Faggiuola divent signore di Pisa, e poi apresso di Lucca, dove dalla parte ghibellina fu messo; e con il favore di queste citt gravissimi danni a' vicini faceva, dai quali i Fiorentini per liberarsi domandorono ad il re Ruberto Piero suo fratello, che i loro eserciti governasse. Uguccione da l'altra parte di accrescere la sua potenzia non cessava, e per forza e per inganno aveva in Val d'Arno e in Val di Nievole molte castella occupate, ed essendo ito allo assedio di Montecatini, giudicorono i Fiorentini che fusse necessario soccorrerlo, non volendo che quello incendio ardesse tutto il paese loro. E ragunato un grande esercito, passorono in Val di Nievole, dove vennono con Uguccione alla giornata; e dopo una gran zuffa furono rotti, dove mor Piero fratello del Re, il corpo del quale non si ritrov mai, e con quello pi  che dumila uomini furono ammazzati. N dalla parte di Uguccione fu la vittoria allegra, perch vi mor un suo figliuolo, con molti altri capi dello esercito. I Fiorentini, dopo questa rotta, afforzorono le loro terre allo intorno; e il re Ruberto mand per loro capitano il conte d'Andria, detto il Conte Novello, per i portamenti del quale, o vero perch sia naturale a' Fiorentini che ogni stato rincresca e ogni accidente gli divida, la citt, non ostante la guerra aveva con Uguccione, in amici e nimici del Re si divise. Capi degli nimici erano messer Simone della Tosa, i Magalotti, con certi altri, popolani, i quali erano agli altri nel governo superiori. Costoro operorono che si mandasse in Francia, e di poi nella Magna, per trarne capi e genti, per potere poi, allo arrivare loro, cacciarne il Conte governatore per il Re, ma la fortuna fece che non poterono averne alcuno. Non di meno non abbandonorono la impresa loro; e cercando di uno per adorarlo, non potendo di Francia n della Magna trarlo, lo trassono di Agobio: e avendone prima cacciato il Conte, feciono venire Lando d'Agobio per esecutore, o vero per bargello; al quale pienissima potest sopra i cittadini dettono. Costui era uomo rapace e crudele, e andando con molti armati per la terra, la vita a questo e a quell'altro, secondo la volont di coloro che lo avevano eletto, toglieva; e in tanta insolenzia venne, che batt una moneta falsa del conio fiorentino, sanza che alcuno opporsegli ardisse: a tanta grandezza lo avieno condotto le discordie di Firenze! Grande veramente e misera citt; la quale n la memoria delle passate divisioni, n la paura di Uguccione, n l'autorit di uno Re avevano potuto tenere ferma, tanto che in malissimo stato si trovava, sendo fuora da Uguccione corsa, e dentro da Lando d'Agobio saccheggiata. Erano gli amici del Re, e contrari a Lando e suoi seguaci, famiglie nobili e popolani grandi, e tutti Guelfi; non di meno, per avere gli avversarii lo stato in mano, non potevono, se non con loro grave pericolo, scoprirsi; pure, deliberati di liberarsi da s disonesta tirannide, scrissono secretamente al re Ruberto che facesse suo vicario in Firenze il conte Guido da Battifolle. Il che subito fu da il Re ordinato; e la parte nimica, ancora che i Signori fussero contrari ad il Re, non ard, per le buone qualit del Conte opporsegli; non di meno non aveva molta autorit, perch i Signori e gonfalonieri delle Compagnie Lando e la sua parte favorivano. E mentre che in Firenze in questi travagli si viveva, pass la figliuola del re Alberto della Magna, la quale andava a trovare Carlo, figliuolo del re Ruberto, suo marito. Costei fu onorata assai dagli amici del Re, e con lei delle condizioni della citt e della tirannide di Lando e suoi partigiani si dolfono; tanto che prima che la partisse, mediante i favori suoi e quelli che da il Re ne furono porti, i cittadini si unirono, e a Lando fu tolta l'autorit, e pieno di preda e di sangue rimandato ad Agobio. Fu, nel riformare il governo la signoria ad il Re per tre anni prorogata; e perch di gi erano eletti sette Signori di quelli della parte di Lando, se ne elessono sei di quelli del Re; e seguirono alcuni magistrati con tredici Signori; di poi, pure secondo lo antico uso, a sette si ridussono.

26.


Fu tolta, in questi tempi, a Uguccione la signoria di Lucca e di Pisa, e Castruccio Castracani, di cittadino di Lucca, ne divenne signore, e perch era giovane, ardito e feroce, e nelle sue imprese fortunato, in brevissimo tempo principe de' Ghibellini di Toscana divenne. Per la qual cosa i Fiorentini, posate le civili discordie, per pi  anni pensorono, prima, che le forze di Castruccio non crescessero, e di poi, contro alla voglia loro cresciute, come si avessero a difendere da quelle. E perch i Signori con migliore consiglio deliberassero, e con maggiore autorit esequissero, creorono dodici cittadini, i quali Buoni uomini nominorono, senza il consiglio e consenso de' quali i Signori alcuna cosa importante operare non potessero. Era, in questo mezzo, il fine della signoria del re Ruberto venuto; e la citt, diventata principe di se stessa, con i consueti rettori e magistrati si riordin; e il timore grande che la aveva di Castruccio la teneva unita. Il quale dopo molte cose fatte da lui contro ai signori di Lunigiana, assalt Prato donde i Fiorentini, deliberati a soccorrerlo serrorono le botteghe e popolarmente vi andorono; dove ventimila a pi e millecinquecento a cavallo convennono. E per torre a Castruccio forze e aggiugnerle a loro, i Signori per loro bando significorono che qualunque rebelle guelfo venisse al soccorso di Prato sarebbe dopo la impresa, alla patria restituito: donde pi  che quattromila ribelli vi concorsono. Questo tanto esercito, con tanta prestezza a Prato condotto, sbigott in modo Castruccio che, sanza volere tentare la fortuna della zuffa, verso Lucca si ridusse. Donde nacque nel campo de' Fiorentini, intra i nobili e il popolo, disparere: questo voleva seguitarlo e combatterlo, per spegnerlo; quelli volevano ritornarsene, dicendo che bastava avere messo a pericolo Firenze per liberare Prato: il che era stato bene sendo costretti dalla necessit; ma ora che quella era mancata, non era, potendosi acquistare poco e perdere assai, da tentare la fortuna. Rimessesi il giudicio, non si potendo accordare, a' Signori, quali trovorono ne' Consigli, intra il popolo e i Grandi, i medesimi dispareri; la qual cosa, sentita per la citt, fece ragunare in Piazza assai gente, la quale contro ai Grandi parole piene di minacce usava: tanto che i Grandi, per timore, cederono. Il quale partito, per essere preso tardi, e da molti mal volentieri, dette tempo al nimico di ritirarsi salvo a Lucca.

27.


Questo disordine in modo fece contro ai Grandi il popolo indegnare, che i Signori la fede data agli usciti per ordine e conforti loro osservare non vollono. Il che presentendo gli usciti, deliberorono di anticipare, e innanzi al campo, per entrare i primi in Firenze, alle porte della citt si presentorono; la qual cosa, perch fu preveduta, non successe loro, ma furono da quelli che in Firenze erano rimasi ributtati. Ma per vedere se potevono avere d'accordo quello che per forza non avevono potuto ottenere, mandorono otto uomini, ambasciadori, a ricordare a' Signori la fede data e i pericoli sotto quella da loro corsi, sperandone quel premio che era stato loro promesso. E bench i nobili, a' quali pareva essere di questo obligo debitori, per avere particularmente promesso quello a che i Signori si erano obligati, si affaticassero assai in benefizio degli usciti, non di meno, per lo sdegno aveva preso la universalit, che non si era in quel modo che si poteva contro a Castruccio vinta la impresa, non lo ottennero: il che segu in carico e disonore della citt. Per la qual cosa sendo molti de' nobili sdegnati, tentorono di ottenere per forza quello che pregando era loro negato; e convennono con i fuori usciti venissero armati alla citt, e loro, drento, piglierebbono l'armi in loro aiuto. Fu la cosa avanti al giorno deputato scoperta, tale che i fuori usciti trovorono la citt in arme, e ordinata a frenare quelli di fuora e in modo quelli di drento sbigottire, che niuno ardisse di prendere l'armi: e cos, senza fare alcuno frutto, si spiccorono dalla impresa. Dopo la costoro partita, si desiderava punire quelli che dello avergli fatti venire avessero colpa; e bench ciascuno sapessi quali erano i delinquenti, niuno di nominargli, non che di accusargli, ardiva. Per tanto, per intenderne il vero sanza rispetto, si provide che ne' Consigli ciascuno scrivesse i delinquenti, e gli scritti al capitano secretamente si presentassero: donde rimasono accusati messer Amerigo Donati, messer Teghiaio Frescobaldi e messer Lotteringo Gherardini; i quali, avendo il giudice pi  favorevole che forse i delitti loro non meritavano, furono in danari condennati.

28.


I tumulti che in Firenze nacquono per la venuta de' ribelli alle porte mostrorono come alle Compagnie del popolo uno capo solo non bastava; e per vollono che per lo avvenire ciascuna tre o quattro capi avesse; e ad ogni gonfaloniere duoi o tre, i quali chiamorono pennonieri, aggiunsono, acci che, nelle necessit dove tutta la compagnia non avesse a concorrere, potesse parte di quella sotto uno capo adoperarsi. E come avviene in tutte le republiche, che sempre dopo uno accidente alcune leggi vecchie si annullano e alcune altre se ne rinnuovano, dove prima la Signoria si faceva di tempo in tempo, i Signori e i Collegi che allora erano, perch avevano assai potenzia, si feciono dare autorit di fare i Signori che dovevano per i futuri quaranta mesi sedere; i nomi de' quali missono in una borsa, e ogni duoi mesi gli traevano. Ma prima che de' mesi quaranta il termine venisse, perch molti cittadini di non essere stati imborsati dubitavano, si feciono nuove imborsazioni. Da questo principio nacque lo ordine dello imborsare per pi  tempo tutti i magistrati, cos d'entro come di fuora; dove prima nel fine de' magistrati, per i Consigli i successori si eleggevano; le quali imborsazioni si chiamorono di poi squittini. E perch ogni tre, o al pi  lungo ogni cinque anni si facevano, pareva che togliessino alla citt noia, e la cagione de' tumulti levassino i quali alla creazione di ogni magistrato, per gli assai competitori, nascevano; e non sapiendo altrimenti correggergli, presono questa via, e non intesono i difetti che sotto questa poca commodit si nascondevano.

29.


Era lo anno 1325, e Castruccio, avendo occupata Pistoia, era divenuto in modo potente che i Fiorentini, temendo la sua grandezza, deliberorono, avanti che gli avessi preso bene il dominio di quella, di assaltarlo, e trarla di sotto la sua ubbidienza. E fra di loro cittadini e di amici ragunorono ventimila pedoni e tremila cavalieri, e con questo esercito si accamporono ad Altopascio, per occupare quello e per quella via impedirgli il potere soccorrere Pistoia. Successe a' Fiorentini prendere quello luogo; di poi ne andorono verso Lucca guastando il paese; ma per la poca prudenza e meno fede del capitano, non si fece molti progressi. Era loro capitano messer Ramondo di Cardona: costui, veduto i Fiorentini essere stati per lo adietro della loro libert liberali, e avere quella ora al Re, ora ai Legati, ora ad altri di minore qualit uomini concessa, pensava, se conducessi quelli in qualche necessit, che facilmente potrebbe accadere che lo facessino principe. N mancava di ricordarlo spesso; e chiedeva di avere quella autorit nella citt, che gli avevano negli eserciti data, altrimenti mostrava di non potere avere quella ubbidienza che ad uno capitano era necessaria; e perch i Fiorentini non gliene consentivono, egli andava perdendo tempo, e Castruccio lo acquistava. Perch gli vennono quelli aiuti che da' Visconti e dagli altri tiranni di Lombardia gli erano stati promessi, ed essendo fatto forte di genti, messer Ramondo, come prima per la poca fede non seppe vincere, cos di poi per la poca prudenza non si seppe salvare; ma procedendo con il suo esercito lentamente, fu da Castruccio, propinquo ad Altopascio, assaltato, e dopo una gran zuffa rotto: dove restarono presi e morti molti cittadini, e con loro insieme messer Ramondo, il quale della sua poca fede e de' suoi cattivi consigli dalla fortuna quella punizione ebbe, che gli aveva dai Fiorentini meritato. I danni che Castruccio fece, dopo la vittoria, a' Fiorentini, di prede, prigioni, rovine e arsioni, non si potrebbono narrare; perch, senza avere alcuna gente allo incontro, pi  mesi dove e' volle cavalc e corse; e a' Fiorentini, dopo tanta rotta, fu assai il salvare la citt.

30.


N per si invilirono in tanto che non facessero grandi provedimenti a danari, soldassero gente e mandassero ai loro amici per aiuto. Non di meno a frenare tanto nimico niuno provedimento bastava; di modo che furono forzati eleggere per loro signore Carlo duca di Calavria e figliuolo del re Ruberto, se vollono che venisse alla difesa loro; perch quelli, sendo consueti a signoreggiare Firenze, volevono pi  tosto la ubbidienza che l'amicizia sua. Ma per essere Carlo implicato nelle guerre di Sicilia, e per ci non potendo venire a prendere la signoria, vi mand Gualtieri di nazione franzese e duca di Atene. Costui, come vicario del signore, prese la possessione della citt, e ordinava i magistrati secondo lo arbitrio suo. Furono non di meno i portamenti suoi modesti, e in modo contrari alla natura sua, che ciascuno lo amava. Carlo composte che furono le guerre di Sicilia, con mille cavalieri ne venne a Firenze, dove fece la sua entrata di luglio l'anno 1326; la cui venuta fece che Castruccio non poteva liberamente il paese fiorentino saccheggiare. Non di meno quella reputazione che si acquist di fuora si perd dentro, e quelli danni che dai nimici non furono fatti, dagli amici si sopportorono: perch i Signori senza il consenso del Duca alcuna cosa non operavano, e in termine di uno anno trasse della citt quattrocentomila fiorini, non ostante che, per le convenzioni fatte seco, non si avesse a passare dugentomila: tanti furono i carichi con i quali ogni giorno o egli o il padre la citt aggravavano. A questi danni si aggiunsono ancora nuovi sospetti e nuovi nimici; perch i Ghibellini di Lombardia in modo per la venuta di Carlo in Toscana insospettirono, che Galeazzo Visconti e gli altri tiranni lombardi, con danari e promesse, feciono passare in Italia Lodovico di Baviera, stato contro alla voglia del Papa eletto imperadore. Venne costui in Lombardia, e di quivi in Toscana; e con lo aiuto di Castruccio si insignor di Pisa; dove, rinfrescato di danari, se ne and verso Roma; il che fece che Carlo si part di Firenze, temendo del Regno, e per suo vicario lasci messer Filippo da Saggineto. Castruccio, dopo la partita dello Imperadore, si insignor di Pisa; e i Fiorentini per trattato gli tolsono Pistoia; alla quale Castruccio and a campo; dove con tanta virt e ostinazione stette, che, ancora che i Fiorentini facessero pi  volte prova di soccorrerla, e ora il suo esercito ora il suo paese assalissero, mai non posserono, n con forza n con industria, dalla impresa rimuoverlo: tanta sete aveva di gastigare i Pistolesi e i Fiorentini sgarare! di modo che i Pistolesi furono a riceverlo per signore constretti. La qual cosa, ancora che seguisse con tanta sua gloria, segu anche con tanto suo disagio che, tornato in Lucca, si mor. E perch gli  rade volte che la fortuna un bene o un male con un altro bene o con un altro male non accompagni, mor ancora, a Napoli, Carlo duca di Calavria e signore di Firenze, acci che i Fiorentini in poco di tempo, fuori d'ogni loro opinione, dalla signoria dell'uno e timore dell'altro si liberassino. I quali, rimasi liberi, riformorono la citt, e annullorono tutto l'ordine de' Consigli vecchi, e ne creorono duoi, l'uno di trecento cittadini popolani, l'altro di ducento cinquanta grandi e popolani; il primo dei quali Consiglio di Popolo, l'altro di Comune chiamorono.


31.


Lo Imperadore, arrivato a Roma, cre uno antipapa, e ordin molte cose contro alla Chiesa, molte altre senza effetto ne tent; in modo che alla fine se ne part con vergogna, e ne venne a Pisa; dove, o per sdegno, o per non essere pagati, circa ottocento cavagli tedeschi da lui si ribellorono, e a Montechiaro, sopra il Ceruglio, si afforzorono. Costoro, come lo Imperadore fu partito da Pisa per andare in Lombardia, occuporono Lucca, e ne cacciorono Francesco Castracani, lasciatovi dallo Imperadore, e pensando di trarre di quella preda qualche utilit, quella citt ai Fiorentini per ottanta mila fiorini offersono; il che fu, per consiglio di messer Simone della Tosa, rifiutato. Il quale partito sarebbe stato alla citt nostra utilissimo, se i Fiorentini sempre in quella volont si mantenevano; ma perch poco di poi mutorono animo fu dannosissimo; perch, se allora per s poco prezzo avere pacificamente la potevono e non la vollono, di poi, quando la vollono, non la ebbono, ancora che molto maggiore prezzo la comperassero; il che fu cagione che pi  volte Firenze il suo governo, con suo grandissimo danno, variasse. Lucca adunque, rifiutata dai Fiorentini, fu da messer Gherardino Spinoli genovese per fiorini trenta mila comperata. E perch gli uomini sono pi  lenti a pigliare quello che possono avere, che non sono a desiderare quello a che non possono aggiugnere, come prima si scoperse la compera da messer Gherardino fatta, e per quanto poco pregio la aveva avuta, si accese il popolo di Firenze di un estremo desiderio di averla, riprendendo se medesimo e chi ne lo aveva sconfortato; e per averla per forza, poi che comperare non l'avevano voluta, mand le genti sue a predare e scorrere sopra i Lucchesi. Erasi partito, in questo mezzo, lo imperadore di Italia; e lo Antipapa, per ordine de' Pisani, ne era andato prigione in Francia; e i Fiorentini, dalla morte di Castruccio, che segu nel 1328, infino al 1340, stettono dentro quieti, e solo alle cose dello stato loro di fuora attesono, e in Lombardia, per la venuta del re Giovanni di Buemia, e in Toscana, per conto di Lucca, di molte guerre feciono. Ornorono ancora la citt di nuovi edifici; perch la torre di Santa Reparata, secondo il consiglio di Giotto dipintore in quelli tempi famosissimo, edificorono; e perch, nel 1333, alzorono, per uno diluvio, le acque d'Arno in alcuno luogo in Firenze pi  che dodici braccia, donde parte de' ponti e molti edifici rovinorono, con grande sollecitudine e spendio le cose rovinate instaurorono.

32.


Ma venuto l'anno 1340, nuove cagioni di alterazioni nacquono. Avevano i cittadini potenti due vie ad accrescere o mantenere la potenza loro: l'una era ristringere in modo le imborsazioni de' magistrati, che sempre o in loro o in amici loro pervenissero, l'altra lo essere capi della elezione de' rettori, per averli di poi ne' loro giudicii favorevoli. E tanto questa seconda parte stimavano, che, non bastando loro i rettori ordinari, uno terzo alcuna volta ne conducevano: donde che, in questi tempi, avevono condotto estraordinariamente, sotto titolo di Capitano di guardia, messer Iacopo Gabrielli d'Agobio, e datogli sopra i cittadini ogni autorit. Costui, ogni giorno, a contemplazione di chi governava, assai ingiurie faceva; e intra gli ingiuriati messer Piero de' Bardi e messer Bardo Frescobaldi furono. Costoro, sendo nobili e naturalmente superbi, non potevono sopportare che uno forestiere, a torto e a contemplazione di pochi potenti, gli avesse offesi; e per vendicarsi, contro a lui e chi governava congiurorono: nella quale congiura molte famiglie nobili con alcune di popolo furono, ai quali la tirannide di chi governava dispiaceva. L'ordine dato infra loro era che ciascuno ragunasse assai gente armata in casa, e la mattina dopo il giorno solenne di Tutti i Santi, quando ciascuno si truova per i templi a pregare per i suoi morti, pigliare le armi, ammazzare il Capitano e i primi di quelli che reggevano, e di poi, con nuovi Signori e con nuovo ordine, lo stato riformare. Ma perch i partiti pericolosi quanto pi  si considerano tanto peggio volentieri si pigliano, interviene sempre che le congiure che danno spazio di tempo alla esecuzione si scuoprono. Sendo intra i congiurati messer Andrea de' Bardi, pot pi  in lui, nel ripensare la cosa, la paura della pena che la speranza della vendetta, e scoperse il tutto a Iacopo Alberti suo cognato; il che Iacopo ai Priori, e i Priori a quelli del reggimento significorono. E perch la cosa era presso al pericolo, sendo il giorno di Tutti i Santi propinquo, molti cittadini in Palagio convennono, e giudicando che fusse pericolo nel differire, volevono che i Signori sonassero la campana, e il popolo alle armi convocassero. Era gonfalonieri Taldo Valori, e Francesco Salviati uno de' Signori: a costoro, per essere parenti de' Bardi, non piaceva il sonare, allegando non essere bene per ogni leggier cosa fare armare il popolo, perch la autorit data alla moltitudine non temperata da alcuno freno non fece mai bene; e che gli scandoli  muovergli facile, ma frenargli difficile; e per essere migliore partito intendere prima la verit della cosa, e civilmente punirla, che volere, con la rovina di Firenze, tumultuariamente, sopra una semplice relazione, correggerla. Le quali parole non furono in alcuna parte udite; ma con modi ingiuriosi e parole villane furono i Signori a sonare necessitati: al quale suono tutto il popolo alla Piazza armato corse. Dall'altra parte, i Bardi e Frescobaldi, veggendosi scoperti, per vincere con gloria o morire sanza vergogna, presono le armi, sperando potere la parte della citt di l dal fiume, dove avevano le case loro, difendere; e si feciono forti ai ponti, sperando nel soccorso che dai nobili del contado e altri loro amici aspettavano. Il quale disegno fu loro guasto dai popolani i quali quella parte della citt con loro abitavano, i quali presono le armi in favore de' Signori: di modo che, trovandosi tramezzati, abbandonorono i ponti e si ridussono nella via dove i Bardi abitavano, come pi  forte che alcuna altra, e quella virtuosamente difendevano. Messer Iacopo d'Agobio, sappiendo come contro a lui era tutta questa congiura, pauroso della morte, tutto stupido e spaventato, propinquo al palagio de' Signori, in mezzo di sue genti armate si posava; ma negli altri rettori, dove era meno colpa, era pi  animo; e massime nel podest, che messer Maffeo da Carradi si chiamava. Costui si present dove si combatteva; e senza avere paura di alcuna cosa, passato il ponte Rubaconte, intra le spade de' Bardi si misse, e fece segno di volere parlare loro: donde che la reverenzia dell'uomo, i suoi costumi e le altre sue grandi qualit feciono ad un tratto fermare le armi, e quietamente ascoltarlo. Costui, con parole modeste e gravi, biasim la congiura loro; mostr il pericolo nel quale si trovavano, se non cedevono a questo popolare impeto; dette loro speranza che sarebbono di poi uditi e con misericordia giudicati; promisse di essere operatore che alli ragionevoli sdegni loro si arebbe compassione. Tornato di poi a' Signori, persuase loro che non volessero vincere con il sangue de' suoi cittadini, e che non gli volessero, non uditi, giudicare; e tanto oper, che, di consenso de' Signori, i Bardi e i Frescobaldi, con i loro amici, abbandonarono la citt, e senza essere impediti alle castella loro si ritornarono. Partitisi costoro e disarmatosi il popolo, i Signori solo contro a quelli che avevano della famiglia de' Bardi e Frescobaldi prese le armi procederono; e per spogliarli di potenza, comperorono dai Bardi il castello di Mangona e di Vernia, e per legge providono che alcuno cittadino non potesse possedere castella propinque a Firenze a venti miglia. Pochi mesi di poi fu decapitato Stiatta Frescobaldi, e molti altri di quella famiglia fatti ribelli. Non bast a quelli che governavano avere i Frescobaldi e i Bardi superati e domi; ma come fanno quasi sempre gli uomini, che quanto pi  autorit hanno peggio la usano e pi  insolenti diventano, dove prima era uno capitano di guardia che affliggeva Firenze, ne elessono uno ancora in contado, e con grandissima autorit, acci che gli uomini a loro sospetti non potessero n in Firenze n di fuora abitare; e in modo si concitorono contro tutti i nobili, ch'eglino erano apparecchiati a vendere la citt e loro, per vendicarsi, e aspettando la occasione, la venne bene, e loro la usorono meglio.

33.


Era, per i molti travagli i quali erano stati in Toscana e in Lombardia, pervenuta la citt di Lucca sotto la signoria di Mastino della Scala, signore di Verona; il quale, ancora che per obligo la avesse a consegnare ai Fiorentini, non la aveva consegnata, perch, essendo signore di Parma, giudicava poterla tenere, e della fede data non si curava. Di che i Fiorentini per vendicarsi, si congiunsono con i Viniziani, e gli feciono tanta guerra che fu per perderne tutto lo stato suo. Non di meno non ne risult loro altra commodit che un poco di sodisfazione d'animo d'avere battuto Mastino, perch i Viniziani, come fanno tutti quelli che con i meno potenti si collegono, poi che ebbono guadagnato Trevigi e Vicenza, senza avere a' Fiorentini rispetto, si accordorono. Ma avendo poco di poi i Visconti, signori di Milano, tolto Parma a Mastino, e giudicando egli per questo non potere pi  tenere Lucca, deliber di venderla. I competitori erano i Fiorentini e i Pisani; e nello strignere le pratiche, i Pisani vedevano che i Fiorentini, come pi  ricchi, erano per ottenerla, e per ci si volsono alla forza, e con lo aiuto de' Visconti vi andorono a campo. I Fiorentini per questo non si ritirorono indietro dalla compera, ma fermorono con Mastino i patti, pagorono parte de' denari e d'un'altra parte dierono statichi, e a prendere la possessione Naddo Rucellai, Giovanni di Bernardino de' Medici e Rosso di Ricciardo de' Ricci vi mandorono, i quali passorono in Lucca per forza, e dalle genti di Mastino fu quella citt consegnata loro. I Pisani non di meno seguitorono la loro impresa, e con ogni industria di averla per forza cercavano, e i Fiorentini dallo assedio liberare la volevono; e dopo una lunga guerra ne furono i Fiorentini, con perdita di denari e acquisto di vergogna, cacciati, e i Pisani ne diventorono signori. La perdita di questa citt, come in simili casi avviene sempre, fece il popolo di Firenze contro a quelli che governavano sdegnare; e in tutti i luoghi e per tutte le piazze publicamente gli infamavano accusando la avarizia e i cattivi consigli loro. Erasi, nel principio di questa guerra, data autorit a venti cittadini di amministrarla, i quali messer Malatesta da Rimini per capitano della impresa eletto avevano. Costui con poco animo e meno prudenza la aveva governata; e perch eglino avevano mandato a Ruberto re di Napoli per aiuti, quel re aveva mandato loro Gualtieri duca di Atene, il quale, come vollono i cieli che al male futuro le cose preparavano, arriv in Firenze in quel tempo appunto che la impresa di Lucca era al tutto perduta. Onde che quelli venti, veggendo sdegnato il popolo, pensorono, con eleggere nuovo capitano, quello di nuova speranza riempiere, e con tale elezione, o frenare, o torre le cagioni del calunniargli; e perch ancora avesse cagione di temere e il duca di Atene gli potesse con pi  autorit difendere, prima per conservadore, di poi per capitano delle loro genti d'arme lo elessono. I Grandi, i quali, per le cagioni dette di sopra, vivevono mal contenti, e avendo molti di loro conoscenza con Gualtieri, quando altre volte in nome di Carlo duca di Calavria aveva governato Firenze, pensorono che fusse venuto tempo da potere, con la rovina della citt, spegnere lo incendio loro; giudicando non avere altro modo a domare quel popolo che gli aveva afflitti, che ridursi sotto un principe, il quale, conosciuta la virt dell'una parte e la insolenzia dell'altra, frenasse l'una, e l'altra remunerasse: a che aggiugnevono la speranza del bene che ne porgevono i meriti loro, quando per loro opera egli acquistasse il principato. Furono per tanto in secreto pi  volte seco, e lo persuasono a pigliare la signoria del tutto, offerendogli quelli aiuti potevono maggiori. Alla autorit e conforti di costoro si aggiunse quella di alcune famiglie popolane; le quali furono Peruzzi, Acciaiuoli, Antellesi e Buonaccorsi; i quali, gravati di debiti, non potendo del loro, desideravano di quello d'altri ai loro debiti sodisfare, e con la servit della patria dalla servit de' loro creditori liberarsi. Queste persuasioni accesono lo ambizioso animo del Duca di maggiore desiderio del dominare; e per darsi riputazione di severo e di giusto, e per questa via accrescersi grazia nella plebe, quelli che avevano amministrata la guerra di Lucca perseguitava, e a messer Giovanni de' Medici, Naddo Rucellai e Guglielmo Altoviti tolse la vita, e molti in esilio, e molti in denari ne condann.

34.


Queste esecuzioni assai i mediocri cittadini sbigottirono, solo ai Grandi e alla plebe sodisfacevano: questa perch sua natura  rallegrarsi del male, quelli altri per vedersi vendicare di tante ingiurie dai popolani ricevute. E quando e' passava per le strade, con voce alta la franchezza del suo animo era lodata, e ciascuno publicamente a trovare le fraude de' cittadini e gastigarle lo confortava. Era l'uffizio de' venti venuto meno, e la reputazione del Duca grande, e il timore grandissimo; tale che ciascuno, per mostrarsegli amico, la sua insegna sopra la sua casa faceva dipignere: n gli mancava ad essere principe altro che il titolo. E parendogli potere tentare ogni cosa securamente, fece intendere a' Signori come e' giudicava, per il bene della citt, necessario gli fusse concessa la signoria libera; e perci desiderava, poi che tutta la citt vi consentiva, che loro ancora vi consentissero. I Signori, avvenga che molto innanzi avessero la rovina della patria loro preveduto, tutti a questa domanda si perturborono, e con tutto che ei conoscessero il loro pericolo, non di meno per non mancare alla patria, animosamente gliene negorono. Aveva il Duca, per dare di s maggior segno di religione e di umanit, eletto per sua abitazione il convento de' Fra' Minori di Santa Croce; e desideroso di dare effetto al maligno suo pensiero, fece per bando publicare che tutto il popolo, la mattina seguente, fusse alla piazza di Santa Croce, davanti a lui. Questo bando sbigott molto pi  i Signori, che prima non avevono fatto le parole; e con quelli cittadini i quali della patria e della libert giudicavano amatori si ristrinsono; n pensorono, cognosciute le forze del Duca, di potervi fare altro rimedio che pregarlo, e vedere, dove le forze non erano suffizienti, se i preghi o a rimuoverlo dalla impresa o a fare la sua signoria meno acerba bastavano. Andorono per tanto parte de' Signori a trovarlo, e uno di loro gli parl in questa sentenza: - Noi vegniamo, o Signore, a voi, mossi prima da le vostre domande, di poi dai comandamenti che voi avete fatti per ragunare il popolo; perch ci pare essere certi che voi vogliate estraordinariamente ottenere quello che per lo ordinario noi non vi abbiamo acconsentito. N la nostra intenzione  con alcuna forza opporci ai disegni vostri; ma solo per dimostrarvi quanto sia per esservi grave il peso che voi vi arrecate adosso e pericoloso il partito che voi pigliate; acci che sempre vi possiate ricordare de' consigli nostri, e di quelli di coloro i quali altrimenti, non per vostra utilit, ma per sfogare la rabbia loro, vi consigliono. Voi cercate fare serva una citt la quale  sempre vivuta libera; perch la signoria che noi concedemmo gi ai reali di Napoli fu compagnia e non servit: avete voi considerato quanto, in una citt simile a questa, importi e quanto sia gagliardo il nome della libert, il quale forza alcuna non doma, tempo alcuno non consuma e merito alcuno non contrappesa? Pensate, Signore, quante forze sieno necessarie a tenere serva una tanta citt: quelle che, forestiere, voi potete sempre tenere, non bastano; di quelle di dentro voi non vi potete fidare, perch quelli che vi sono ora amici e che a pigliare questo partito vi confortano, come eglino aranno battuti, con la autorit vostra, i nimici loro, cercheranno come e' possino spegnere voi e fare principi loro; la plebe, in la quale voi confidate, per ogni accidente bench minimo si rivolge: in modo che, in poco tempo, voi potete temere di avere tutta questa citt nimica; il che fia cagione della rovina sua e vostra. N potrete a questo male trovare rimedio; perch quelli signori possono fare la loro signoria sicura che hanno pochi nimici, i quali o con la morte o con lo esilio e facile spegnere; ma negli universali odi non si trova mai sicurt alcuna, perch tu non sai donde ha a nascere il male, e chi teme di ogni uomo non si pu assicurare di persona, e se pure tenti di farlo, ti aggravi ne' pericoli, perch quelli che rimangono si accendono pi  nello odio e sono pi  parati alla vendetta. Che il tempo a consumare i desideri della libert non basti  certissimo: perch s'intende spesso quella essere in una citt da coloro riassunta che mai la gustorono, ma solo per la memoria che ne avevano lasciata i padri loro la amavano, e perci, quella ricuperata, con ogni ostinazione e pericolo conservano; e quando mai i padri non la avessero ricordata, i palagi publici, i luoghi de' magistrati, le insegne de' liberi ordini la ricordano: le quali cose conviene che sieno con massimo desiderio dai cittadini cognosciute. Quali opere volete voi che sieno le vostre che contrappesino alla dolcezza del vivere libero, o che facciano mancare gli uomini del desiderio delle presenti condizioni? Non se voi aggiugnessi a questo imperio tutta la Toscana, e se ogni giorno tornassi in questa citt trionfante de' nimici nostri: perch tutta quella gloria non sarebbe sua, ma vostra, e i cittadini non acquisterebbono sudditi, ma conservi, per i quali si vederebbono nella servit raggravare. E quando i costumi vostri fussero santi, i modi benigni, i giudizi retti, a farvi amare non basterebbono; e se voi credessi che bastassero v'inganneresti, perch ad uno consueto a vivere sciolto ogni catena pesa e ogni legame lo strigne: ancora che trovare uno stato violento con un principe buono sia impossibile, perch di necessit conviene o che diventino simili, o che presto l'uno per l'altro rovini. Voi avete adunque a credere o di avere a tenere con massima violenza questa citt (alla qual cosa le cittadelle, le guardie, gli amici di fuora molte volte non bastano), o di essere contento a quella autorit che noi vi abbiamo data. A che noi vi confortiamo, ricordandovi che quello dominio  solo durabile che  voluntario: n vogliate, accecato da un poco di ambizione, condurvi in luogo dove non potendo stare, n pi  alto salire, siate, con massimo danno vostro e nostro, di cadere necessitato.

35.


Non mossono in alcuna parte queste parole lo indurato animo del Duca; e disse non essere sua intenzione di torre la libert a quella citt, ma rendergliene: perch solo le citt disunite erano serve, e le unite libere; e se Firenze, per suo ordine, di sette, ambizione e nimicizie si privasse, se le renderebbe, non torrebbe la libert; e come a prendere questo carico non la ambizione sua, ma i prieghi di molti cittadini lo conducevano; per ci farebbono eglino bene a contentarsi di quello che gli altri si contentavano; e quanto a quelli pericoli in ne' quali per questo poteva incorrere, non gli stimava, perch gli era ufizio di uomo non buono per timore del male lasciare il bene, e di pusillanime per un fine dubio non seguire una gloriosa impresa; e che credeva portarsi in modo che in breve tempo avere di lui confidato poco e temuto troppo cognoscerebbono. Convennono adunque i Signori, vedendo di non potere fare altro bene, che la mattina seguente il popolo si ragunasse sopra la piazza loro; con la autorit del quale si desse per uno anno al Duca la signoria, con quelle condizioni che gi a Carlo duca di Calavria si era data. Era l'ottavo giorno di settembre e lo anno 1342, quando il Duca, accompagnato da messer Giovanni della Tosa e tutti i suoi consorti e da molti altri cittadini, venne in Piazza; e insieme con la Signoria sal sopra la ringhiera, che cos chiamano i Fiorentini quelli gradi che sono a pi del palagio de' Signori; dove si lessono al popolo le convenzioni fatte intra la Signoria e lui. E quando si venne, leggendo, a quella parte dove per uno anno se gli dava la signoria, si grid per il popolo: A VITA. E levandosi messer Francesco Rustichelli, uno de' Signori, per parlare e mitigare il tumulto, furono con le grida le parole sue interrotte; in modo che, con il consenso del popolo, non per uno anno, ma in perpetuo fu eletto signore, e preso e portato intra la moltitudine, gridando per la Piazza il nome suo.  consuetudine che quello che  preposto alla guardia del Palagio stia, in assenzia de' Signori, serrato dentro; al quale uffizio era allora deputato Rinieri di Giotto: costui, corrotto dagli amici del Duca, sanza aspettare alcuna forza, lo messe dentro, e i Signori, sbigottiti e disonorati, se ne tornorono alle case loro, e il Palagio fu dalla famiglia del Duca saccheggiato, il gonfalone del popolo stracciato, e le sue insegne sopra il Palagio poste. Il che seguiva con dolore e noia inestimabile degli uomini buoni, e con piacere grande di quelli che, o per ignoranza o per malignit, vi consentivano.

36.


Il Duca, acquistato che ebbe la signoria, per torre la autorit a quelli che solevono della libert essere defensori, proib ai Signori ragunarsi in Palagio, e consegn loro una casa privata; tolse le insegne ai gonfalonieri delle Compagnie del popolo; lev gli ordini della giustizia contro ai Grandi; liber i prigioni delle carcere; fece i Bardi e i Frescobaldi dallo esilio ritornare; viet il portare arme a ciascuno, e per potere meglio difendersi da quelli di dentro, si fece amico a quelli di fuora. Benific per tanto assai gli Aretini e tutti gli altri sottoposti ai Fiorentini; fece pace con i Pisani, ancora che fusse fatto principe perch facesse loro guerra; tolse gli assegnamenti a quegli mercatanti che nella guerra di Lucca avevano prestato alla republica denari. Accrebbe le gabelle vecchie e cre delle nuove; tolse a' Signori ogni autorit; e i suoi rettori erano messer Baglione da Perugia e messer Guglielmo da Scesi, con i quali, e con messer Cerrettieri Bisdomini, si consigliava. Le taglie che poneva a' cittadini erano gravi, e i giudicii suoi ingiusti; e quella severit e umanit che gli aveva finta, in superbia e crudelt si era convertita: donde molti cittadini grandi e popolani nobili, o con danari o morti, o con nuovi modi tormentati erano. E per non si governare meglio fuora che dentro, ordin sei rettori per il contado, i quali battevano e spogliavano i contadini. Aveva i Grandi a sospetto, ancora che da loro fusse stato benificato e che a molti di quelli avesse la patria renduta: perch non poteva credere che i generosi animi, quali sogliono essere nella nobilit, potessero sotto la sua ubbidienza contentarsi; e per ci si volse a benificare la plebe, pensando, con i favori di quella e con le armi forestiere, potere la tirannide conservare. Venuto per tanto il mese di maggio, nel qual tempo i popoli sogliono festeggiare, fece fare alla plebe e popolo minuto pi  compagnie, alle quali, onorate di splendidi tituli, dette insegne e danari; donde una parte di loro andava per la citt festeggiando, e l'altra con grandissima pompa i festeggianti riceveva. Come la fama si sparse della nuova signoria di costui, molti vennono del sangue franzese a trovarlo; ed egli a tutti, come a uomini pi  fidati, dava condizione; in modo che Firenze in poco tempo divenne, non solamente suddita ai Franzesi, ma a' costumi e agli abiti loro; perch gli uomini e le donne, sanza avere riguardo al vivere civile, o alcuna vergogna, gli imitavano. Ma sopra ogni cosa quello che dispiaceva era la violenza che egli e i suoi, sanza alcuno rispetto, alle donne facevano. Vivevano adunque i cittadini pieni di indegnazione, veggendo la maiest dello stato loro rovinata, gli ordini guasti, le leggi annullate, ogni onesto vivere corrotto, ogni civile modestia spenta: perch coloro che erano consueti a non vedere alcuna regale pompa non potevono sanza dolore quello di armati satelliti a pi e a cavallo circundato riscontrare. Per che, veggendo pi  da presso la loro vergogna, erano colui che massimamente odiavano di onorare necessitati: a che si aggiugneva il timore, veggendo le spesse morti e le continue taglie con le quali impoveriva e consumava la citt. I quali sdegni e paure erano dal Duca cognosciute e temute; non di meno voleva mostrare a ciascuno di credere di essere amato: onde occorse che, avendogli rivelato Matteo di Morozzo, o per gratificarsi quello o per liberare s dal pericolo, come la famiglia de' Medici con alcuni altri aveva contro di lui congiurato, il Duca, non solamente non ricerc la cosa, ma fece il rivelatore miseramente morire: per il quale partito tolse animo a quelli che volessero della sua salute avvertirlo, e lo dette a quelli che cercassero la sua rovina. Fece ancora tagliare la lingua con tanta crudelt a Bettone Cini che se ne mor, per aver biasimate le taglie che a' cittadini si ponevano: la qual cosa accrebbe a' cittadini lo sdegno e al Duca l'odio; perch quella citt che a fare e parlare d'ogni cosa e con ogni licenza era consueta, che gli fussono legate le mani e serrata la bocca sopportare non poteva. Crebbono adunque questi sdegni in tanto e questi odi, che, non che i Fiorentini, i quali la libert mantenere non sanno e la servit patire non possono, ma qualunque servile popolo arebbono alla recuperazione della libert infiammato. Onde che molti cittadini, e di ogni qualit, di perdere la vita o di riavere la loro libert deliberorono; e in tre parti, di tre sorte di cittadini, tre congiure si feciono: Grandi, popolani e artefici; mossi, oltre alle cause universali, da parere ai Grandi non avere riavuto lo stato, a' popolani averlo perduto, e agli artefici de' loro guadagni mancare. Era arcivescovo di Firenze messer Agnolo Acciaiuoli, il quale con le prediche sue aveva gi le opere del Duca magnificato e fattogli appresso al popolo grandi favori: ma poi che lo vide signore, e i suoi tirannici modi cognobbe, gli parve avere ingannato la patria sua; e per emendare il fallo commesso, pens non avere altro rimedio se non che quella mano che aveva fatta la ferita la sanasse; e della prima e pi  forte congiura si fece capo; nella quale erano i Bardi, Rossi, Frescobaldi, Scali, Altoviti, Magalotti, Strozzi e Mancini. Dell'una delle due altre erano principi messer Manno e Corso Donati; e con questi i Pazzi, Cavicciuli, Cerchi e Albizzi. Della terza era il primo Antonio Adimari; e con lui Medici, Bordoni, Rucellai e Aldobrandini. Pensorono costoro di ammazzarlo in casa gli Albizzi, dove andasse il giorno di Santo Giovanni a vedere correre i cavagli credevano; ma non vi essendo andato, non riusc loro. Pensorono di assaltarlo andando per la citt a spasso; ma vedevono il modo difficile, perch bene accompagnato e armato andava, e sempre variava le andate, in modo che non si poteva in alcuno luogo certo aspettarlo. Ragionorono di ucciderlo ne' Consigli: dove pareva loro rimanere, ancora che fusse morto, a discrezione delle forze sue. Mentre che intra i congiurati queste cose si praticavano, Antonio Adimari con alcuni suoi amici sanesi, per avere da loro gente, si scoperse, manifestando a quelli parte de' congiurati, affermando tutta la citt essere a liberarsi disposta: onde uno di quelli comunic la cosa a messer Francesco Brunelleschi, non per scoprirla, ma per credere che ancora egli fussi de' congiurati. Messer Francesco, o per paura di s, o per odio aveva contro ad altri, rivel il tutto al Duca; onde che Pagolo del Mazzeca e Simone da Monterappoli furono presi; i quali, rivelando la qualit e quantit de' congiurati, sbigottirono il Duca; e fu consigliato pi  tosto gli richiedesse che pigliasse, perch, se se ne fuggivono, se ne poteva sanza scandolo, con lo esilio, assicurare. Fece per tanto il Duca richiedere Antonio Adimari; il quale, confidandosi ne' compagni, subito comparse. Fu sostenuto costui: ed era da messer Francesco Brunelleschi e messer Uguccione Buondelmonti consigliato corresse armato la terra, e i presi facesse morire; ma a lui non parve, parendogli avere a tanti nimici poche forze; e per prese un altro partito, per il quale, quando gli fusse successo, si assicurava de' nimici e alle forze provedeva. Era il Duca consueto richiedere i cittadini, che ne' casi occorrenti lo consigliassero: avendo per tanto mandato fuora a provedere di gente, fece una listra di trecento cittadini, e gli fece da' suoi sergenti, sotto colore di volere consigliarsi con loro, richiedere: e poi che fussero adunati, o con la morte o con le carcere spegnerli disegnava. La cattura di Antonio Adimari e il mandare per le genti, il che non si potette fare secreto, aveva i cittadini, e massime i colpevoli, sbigottito; onde che da' pi  arditi fu negato il volere ubbidire. E perch ciascuno aveva letta la listra, trovavano l'uno l'altro, e s'inanimivano a prendere le armi, e volere pi  tosto morire come uomini, con le armi in mano, che come vitelli essere alla beccheria condotti: in modo che in poco di ora tutte a tre le congiure l'una all'altra si scoperse, e deliberorono il d seguente, che era il 26 di luglio 1343, fare nascere un tumulto in Mercato Vecchio, e dopo quello armarsi e chiamare il popolo alla libert.

37.


Venuto adunque l'altro giorno, al suono di nona, secondo l'ordine dato, si prese le armi; e il popolo tutto, alla boce della libert, si arm; e ciascuno si fece forte nelle sue contrade, sotto insegne con le armi del popolo, le quali dai congiurati secretamente erano state fatte. Tutti i capi delle famiglie, cos nobili come popolane, convennono, e la difesa loro e la morte del Duca giurorono, eccetto che alcuni de' Buondelmonti e de' Cavalcanti e quelle quattro famiglie di popolo che a farlo signore erano concorse, i quali, insieme con i beccai e altri della infima plebe, armati, in Piazza, in favore del Duca concorsono. A questo romore arm il Duca il Palagio, e i suoi, che erano in diverse parti alloggiati, salirono a cavallo per ire in Piazza, e per la via furono in molti luoghi combattuti e morti; pure circa trecento cavagli vi si condussono. Stava il Duca dubio s'egli usciva fuori a combattere i nimici, o se, dentro, il Palagio difendeva. Dall'altra parte i Medici, Cavicciuli, Rucellai e altre famiglie state pi  offese da quello, dubitavano che, s'egli uscisse fuora, molti che gli avieno preso l'armi contro non se gli scoprissero amici, e desiderosi di torgli la occasione dello uscire fuora e dello accrescere le forze, fatto testa, assalirono la Piazza. Alla giunta di costoro, quelle famiglie popolane che si erano per il Duca scoperte, veggendosi francamente assalire, mutorono sentenza, poi che al Duca era mutata fortuna, e tutte si accostorono a' loro cittadini, salvo che messer Uguccione Buondelmonti, che se ne and in Palagio, e messer Giannozzo Cavalcanti il quale, ritiratosi con parte de' suoi consorti in Mercato Nuovo, sal alto sopra un banco, e pregava il popolo che armato andava in Piazza, che in favore del Duca vi andasse; e per sbigottirgli accresceva le sue forze, e gli minacciava che sarebbono tutti morti, se, ostinati, contro al Signore seguissero la impresa: n trovando uomo che lo seguitasse, n che della sua insolenza lo gastigasse veggendo di affaticarsi invano, per non tentare pi  la fortuna, dentro alle sue case si ridusse. La zuffa intanto, in Piazza, intra il popolo e le genti del Duca, era grande; e bench questa il Palagio aiutasse, furono vinte; e parte di loro si missono nella podest de' nimici, parte, lasciati i cavagli, in Palagio si fuggirono. Mentre che la Piazza si combatteva, Corso e messer Amerigo Donati, con parte del popolo, ruppono le Stinche, le scritture del podest e della publica camera arsono, saccheggiorono le case de' rettori, e tutti quelli ministri del Duca che poterono avere ammazzorono. Il Duca da l'altro canto, vedendosi avere perduta la Piazza, e tutta la citt nimica, e sanza speranza di alcuno aiuto, tent se poteva con qualche umano atto guadagnarsi il popolo; e fatto venire a s i prigioni, con parole amorevoli e grate gli liber; e Antonio Adimari, ancora che con suo dispiacere, fece cavaliere; fece levare le insegne sue sopra il Palagio e porvi quelle del popolo: le quali cose, fatte tardi e fuora di tempo, perch erano forzate e senza grado, gli giovorono poco. Stava per tanto mal contento, assediato in Palagio, e vedeva come, per avere voluto troppo, perdeva ogni cosa; e di avere a morire fra pochi giorni o di fame o di ferro temeva. I cittadini, per dare forma allo stato, in Santa Reparata si ridussono, e creorono quattordici cittadini, per met grandi e popolani, i quali, con il Vescovo, avessero qualunque autorit di potere lo stato di Firenze riformare. Elessono ancora sei, i quali l'autorit dei podest, tanto che quello che era eletto venisse, avessero. Erano in Firenze, al soccorso del popolo, molte genti venute, intra i quali erano Sanesi con sei ambasciadori, uomini assai nella loro patria onorati. Costoro intra il popolo e il Duca alcuna convenzione praticorono; ma il popolo recus ogni ragionamento d'accordo, se prima non gli era nella sua potest dato messer Guglielmo d'Ascesi, e il figliuolo insieme con messer Cerrettieri Bisdomini, consegnato. Non voleva il Duca acconsentirlo; pure, minacciato dalle genti che erano rinchiuse con lui, si lasci sforzare. Appariscono senza dubbio gli sdegni maggiori, e sono le ferite pi  gravi, quando si recupera una libert che quando si difende: furono messer Guglielmo e il figliuolo posti intra le migliaia de' nimici loro; e il figliuolo non aveva ancora diciotto anni, non di meno la et, la forma, la innocenza sua non lo pot dalla furia della moltitudine salvare; e quelli che non poterono ferirgli vivi, gli ferirono morti; n saziati di straziargli con il ferro, con le mani e con i denti gli laceravano. E perch tutti i sensi si sodisfacessero nella vendetta avendo udito prima le loro querele, veduto le loro ferite, tocco le loro carni lacere, volevono ancora che il gusto le assaporasse, acci che, come tutte le parti di fuora ne erano sazie, quelle di dentro ancora se ne saziassero. Questo rabbioso furore quanto egli offese costoro, tanto a messer Cerrettieri fu utile; perch, stracca la moltitudine nelle crudelt di questi duoi, di quello non si ricord: il quale, non essendo altrimenti domandato, rimase in Palagio, donde fu la notte poi, da certi suoi parenti e amici, a salvamento tratto. Sfogata la moltitudine sopra il sangue di costoro si concluse lo accordo: che il Duca se ne andasse, con i suoi e sue cose, salvo; e a tutte le ragioni aveva sopra Firenze renunziasse; e di poi, fuora del dominio, nel Casentino, alla renunzia ratificasse. Dopo questo accordo, a d 6 di agosto, part di Firenze da molti cittadini accompagnato; e arrivato in Casentino, alla renunzia, ancora che mal volentieri, ratific; e non arebbe osservata la fede, se dal conte Simone non fusse stato di ricondurlo in Firenze minacciato. Fu questo Duca, come i governi suoi dimostrorono, avaro e crudele, nelle audienze difficile, nel rispondere superbo: voleva la servit, non la benivolenza degli uomini; e per questo pi  di essere temuto che amato desiderava. N era da essere meno odiosa la sua presenza, che si fussero i costumi; perch era piccolo, nero, aveva la barba lunga e rada: tanto che da ogni parte di essere odiato meritava: onde che, in termine di dieci mesi, i suoi cattivi costumi gli tolsono quella signoria che i cattivi consigli d'altri gli avevono data.


38.

Questi accidenti seguiti nella citt dettono animo a tutte le terre sottoposte ai Fiorentini di tornare nella loro libert; in modo che Arezzo, Castiglione, Pistoia, Volterra, Colle, San Gimignano si ribellorono: talch Firenze, in un tratto, del tiranno e del suo dominio priva rimase, e nel recuperare la sua libert insegn a' subietti suoi come potessero recuperare la loro. Seguita adunque la cacciata del Duca e la perdita del dominio loro, i quattordici cittadini e il Vescovo pensorono che fusse pi  tosto da placare i sudditi loro con la pace che farsegli inimici con la guerra, e mostrare di essere contenti della libert di quelli come della propria. Mandorono per tanto oratori ad Arezzo, a renunziare allo imperio che sopra quella citt avessero e a fermare con quelli accordo, acci che, poi che come sudditi non potevano, come amici della loro citt si valessero. Con l'altre terre ancora in quel modo che meglio poterono convennono, pure che se le mantenessero amiche, acci che loro liberi potessero aiutare la loro libert mantenere. Questo partito, prudentemente preso, ebbe felicissimo fine; perch Arezzo, non dopo molti anni, torn sotto lo imperio de' Fiorentini, e l'altre terre, in pochi mesi, alla pristina ubbidienza si ridussono. E cos si ottiene molte volte pi  presto e con minori pericoli e spesa le cose a fuggirle, che con ogni forza e ostinazione perseguitandole.

39.


Posate le cose di fuora, si volsono a quelle di dentro, e dopo alcuna disputa fatta intra i Grandi e i popolani, conclusono che i Grandi nella Signoria la terza parte e negli altri ufici la met avessero. Era la citt, come di sopra dimostrammo, divisa a sesti, donde che sempre sei Signori, d'ogni sesto uno, si erano fatti; eccetto che, per alcuni accidenti, alcuna volta dodici o tredici se ne erano creati, ma poco di poi erano tornati a sei. Parve per tanto da riformarla in questa parte, s per essere i sesti male distribuiti, s perch, volendo dare la parte ai Grandi, il numero de' Signori accrescere conveniva. Divisono per tanto la citt a quartieri, e di ciascuno creorono tre Signori; lasciorono indietro il gonfalonieri della giustizia e quelli delle Compagnie del popolo, e in cambio de' dodici buoni uomini, otto consiglieri, quattro di ciascuna sorte, creorono. Fermato, con questo ordine, questo governo, si sarebbe la citt posata, se i Grandi fussero stati contenti a vivere con quella modestia che nella vita civile si richiede; ma eglino il contrario operavano; perch, privati, non volevono compagni, e ne' magistrati volevono essere signori; e ogni giorno nasceva qualche esemplo della loro insolenzia e superbia: la qual cosa al popolo dispiaceva; e si doleva che, per uno tiranno che era spento, n'erano nati mille. Crebbono adunque tanto da l'una parte le insolenzie e da l'altra gli sdegni, che i capi de' popolani mostrorono al Vescovo la disonest de' Grandi e la non buona compagnia che al popolo facevano, e lo persuasono volesse operare che i Grandi di avere la parte negli altri ufici si contentassero, e al popolo il magistrato de' Signori solamente lasciassero. Era il Vescovo naturalmente buono, ma facile ora in questa ora in quell'altra parte a rivoltarlo: di qui era nato che, ad instanzia de' suoi consorti, aveva prima il Duca di Atene favorito, di poi, per consiglio d'altri cittadini, gli aveva congiurato contro; aveva, nella riforma dello stato, favorito i Grandi, e cos ora gli pareva di favorire il popolo, mosso da quelle ragioni gli furono da quelli cittadini popolani riferite. E credendo trovare in altri quella poca stabilit che era in lui, di condurre la cosa d'accordo si persuase, e convoc i quattordici, i quali ancora non avevono perduta l'autorit, e con quelle parole seppe migliori gli confort a volere cedere il grado della Signoria al popolo, promettendone la quiete della citt, altrimenti la rovina e il disfacimento loro. Queste parole alterorono forte l'animo de' Grandi; e messer Ridolfo de' Bardi con parole aspre lo riprese, chiamandolo uomo di poca fede, e rimproverandogli l'amicizia del Duca come leggieri e la cacciata di quello come traditore; e gli concluse che quelli onori ch'eglino avevono con loro pericolo acquistati volevono con loro pericolo difendere. E partitosi alterato, con gli altri, dal Vescovo, ai suoi consorti e a tutte le famiglie nobili lo fece intendere. I popolani ancora agli altri la mente loro significorono, e mentre i Grandi si ordinavano, con gli aiuti, alla difesa de' loro Signori, non parve al popolo di aspettare che fussero ad ordine, e corse armato al Palagio, gridando che voleva che i Grandi rinunziassero al magistrato. Il romore e il tumulto era grande: i Signori si vedevono abbandonati, perch i Grandi, veggendo tutto il popolo armato, non si ardirono a pigliare le armi, e ciascuno si stette dentro alle case sue; di modo che i Signori popolani, avendo fatto prima forza di quietare il popolo, affermando quelli loro compagni essere uomini modesti e buoni, e non avendo potuto per meno reo partito alle case loro gli rimandorono, dove con fatica salvi si condussono. Partiti i Grandi di Palagio, fu tolto ancora l'uficio ai quattro consiglieri grandi, e fecionne infino in dodici popolani; e gli otto Signori che restorono feciono uno gonfaloniere di giustizia e sedici gonfalonieri delle Compagnie del popolo, e riformorono i Consigli in modo che tutto il governo nello arbitrio del popolo rimase.


40.

Era, quando queste cose seguirono, carestia grande nella citt; di modo che i Grandi e il popolo minuto erano mal contenti, questo per la fame, quelli per avere perdute le dignit loro: la qual cosa dette animo a messer Andrea Strozzi di potere occupare la libert della citt. Costui vendeva il suo grano minore pregio che gli altri, e per questo alle sue case molte genti concorrevano; tanto che prese ardire di montare una mattina a cavallo, e con alquanti di quelli dietro, chiamare il popolo alle armi; e in poco di ora ragun pi  di 4000 uomini insieme, con i quali se n'and in piazza de' Signori, e che fusse loro aperto il Palagio domandava. Ma i Signori, con le minacce e con le armi, dalla Piazza gli discostorono; di poi talmente con i bandi gli sbigottirono, che a poco a poco ciascuno si torn alle case sue, di modo che messer Andrea, ritrovandosi solo potette con fatica, fuggendo, dalle mani de' magistrati salvarsi. Questo accidente, ancora che fusse temerario e che gli avesse avuto quel fine che sogliono simili moti avere, dette speranza ai Grandi di potere sforzare il popolo, veggendo che la plebe minuta era in discordia con quello; e per non perdere questa occasione, armarsi di ogni sorte aiuti conclusono, per riavere per forza ragionevolmente quello che ingiustamente, per forza, era stato loro tolto. E crebbono in tanta confidenza del vincere, che palesemente si provedevono d'armi, affortificavano le loro case, mandavano ai loro amici, infino in Lombardia, per aiuti. Il popolo ancora, insieme con i Signori, faceva i suoi provedimenti, armandosi e a Perugini e a Sanesi chiedendo soccorso. Gi erano degli aiuti e all'una e all'altra parte comparsi: la citt tutta era in arme: avevano fatto i Grandi di qua d'Arno testa in tre parti: alle case de' Cavicciuli propinque a San Giovanni, alle case de' Pazzi e de' Donati a San Piero Maggiore, a quelle de' Cavalcanti in Mercato Nuovo; quegli di l d'Arno s'erano fatti forti ai ponti e nelle strade delle case loro: i Nerli il ponte alla Carraia, i Frescobaldi e Mannegli Santa Trinit, i Rossi e Bardi il Ponte Vecchio e Rubaconte difendevano. I popolani, da l'altra parte, sotto il gonfalone della giustizia e le insegne delle Compagnie del popolo si ragunorono.

41.


E stando in questa maniera, non parve al popolo di differire pi  la zuffa; e i primi che si mossono furono i Medici e i Rondinegli i quali assalirono i Cavicciuli da quella parte che, per la piazza di San Giovanni, entra alle case loro. Quivi la zuffa fu grande, perch dalle torri erano percossi con i sassi, e da basso con le balestre feriti. Dur questa battaglia tre ore; e tuttavia il popolo cresceva, tanto che i Cavicciuli, veggendosi dalla moltitudine sopraffare, e mancare di aiuti, si sbigottirono e si rimissono nella podest del popolo; il quale salv loro le case e le sustanze; solo tolse loro le armi, e a quelli comand che per le case de' popolani loro parenti e amici, disarmati, si dividessero. Vinto questo primo assalto, furono i Donati e i Pazzi ancora loro facilmente vinti per essere meno potenti di quelli. Solo restavano, di qua d'Arno, i Cavalcanti i quali di uomini e di sito erano forti: non di meno, vedendosi tutti i gonfaloni contro, e gli altri da tre gonfaloni soli essere stati superati, senza fare molta difesa si arrenderono. Erano gi le tre parti della citt nelle mani del popolo: restavane una nel potere de' Grandi ma la pi  difficile, s per la potenza di quelli che la difendevano, s per il sito, sendo dal fiume d'Arno guardata; talmente che bisognava vincere i ponti, i quali ne' modi di sopra dimostri erano difesi. Fu per tanto il Ponte Vecchio il primo assaltato; il quale fu gagliardamente difeso, perch le torri armate, le vie sbarrate e le sbarre da ferocissimi uomini guardate erano: tanto che il popolo fu con grave suo danno ributtato. Conosciuto per tanto come quivi si affaticavano invano, tentorono di passare per il ponte Rubaconte; e trovandovi le medesime difficult, lasciati alla guardia di questi duoi ponti quattro gonfaloni, con gli altri il ponte alla Carraia assalirono. E bench i Nerli virilmente si difendessero, non potettono il furore del popolo sostenere, s per essere il ponte (non avendo torri che lo difendessero) pi  debole, s perch i Capponi e l'altre famiglie popolane loro vicine gli assalirono: talch, essendo da ogni parte percossi, abbandonorono le sbarre e dettono la via al popolo; il quale, dopo questi, i Rossi e i Frescobaldi vinse: per che tutti i popolani di l d'Arno con i vincitori si congiunsono. Restavano adunque solo i Bardi, i quali n la rovina degli altri, n l'unione del popolo contro di loro, n la poca speranza degli aiuti pot sbigottire; e vollono pi  tosto, combattendo, o morire o vedere le loro case ardere e saccheggiare, che volontariamente allo arbitrio de' loro nimici sottomettersi. Defendevonsi per tanto in modo che il popolo tent pi  volte invano, o dal Ponte Vecchio o dal ponte Rubaconte, vincerli; e sempre fu con la morte e ferite di molti ributtato. Erasi, per i tempi adietro, fatto una strada per la quale si poteva dalla Via Romana, andando intra le case de' Pitti, alle mura poste sopra il colle di San Giorgio pervenire: per questa via il popolo mand sei gonfaloni, con ordine che dalla parte di dietro le case de' Bardi assalissero. Questo assalto fece a' Bardi mancare di animo e al popolo vincere la impresa; perch, come quelli che guardavano le sbarre delle strade sentirono le loro case essere combattute, abbandonorono la zuffa e corsono alla difesa di quelle. Questo fece che la sbarra del Ponte Vecchio fu vinta e i Bardi da ogni parte messi in fuga; i quali da' Quaratesi, Panzanesi e Mozzi furono ricevuti. Il popolo intanto, e di quello la parte pi  ignobile, assetato di preda, spogli e saccheggi tutte le loro case, e i loro palagi e torri disfece e arse con tanta rabbia che qualunque pi  al nome fiorentino crudele nimico si sarebbe di tanta rovina vergognato.

42.


Vinti i Grandi, riordin il popolo lo stato; e perch gli era di tre sorte popolo, potente, mediocre e basso, si ordin che i potenti avessero duoi Signori, tre i mediocri e tre i bassi; e il gonfaloniere fusse ora dell'una ora dell'altra sorte. Oltra di questo, tutti gli ordini della giustizia contro ai Grandi si riassunsono; e per fargli pi  deboli, molti di loro intra la popolare moltitudine mescolorono. Questa rovina de' nobili fu s grande e in modo afflisse la parte loro, che mai poi a pigliare le armi contro al popolo si ardirono, anzi continuamente pi  umani e abietti diventorono. Il che fu cagione che Firenze, non solamente di armi, ma di ogni generosit si spogliasse. Mantennesi la citt, dopo questa rovina, quieta infino all'anno 1353; nel corso del qual tempo segu quella memorabile pestilenza da messer Giovanni Boccaccio con tanta eloquenzia celebrata, per la quale in Firenze pi   che novantaseimila anime mancarono. Feciono ancora i Fiorentini la prima guerra con i Visconti, mediante la ambizione dello Arcivescovo, allora principe in Milano; la quale guerra come prima fu fornita, le parti dentro alla citt cominciorono; e bench fusse la nobilit distrutta, non di meno alla fortuna non mancorono modi a fare rinascere, per nuove divisioni, nuovi travagli.


LIBRO TERZO.

1.


Le gravi e naturali nimicizie che sono intra gli uomini popolari e i nobili, causate da il volere questi comandare e quelli non ubbidire, sono cagione di tutti i mali che nascano nelle citt; perch da questa diversit di umori tutte le altre cose che perturbano le republiche prendano il nutrimento loro. Questo tenne disunita Roma; questo, se gli  lecito le cose piccole alle grandi agguagliare, ha tenuto diviso Firenze; avvenga che nell'una e nell'altra citt diversi effetti partorissero: perch le nimicizie che furono nel principio in Roma intra il popolo e i nobili, disputando; quelle di Firenze combattendo si diffinivano, quelle di Roma con una legge, quelle di Firenze con lo esilio e con la morte di molti cittadini terminavano; quelle di Roma sempre la virt militare accrebbono, quelle di Firenze al tutto la spensono; quelle di Roma da una ugualit di cittadini in una disaguaglianza grandissima quella citt condussono, quelle di Firenze da una disaguaglianza ad una mirabile ugualit l'hanno ridutta. La quale diversit di effetti conviene che sia dai diversi fini che hanno avuto questi duoi popoli causata: perch il popolo di Roma godere i supremi onori insieme con i nobili desiderava; quello di Firenze per essere solo nel governo, sanza che i nobili ne participassero, combatteva. E perch il desiderio del popolo romano era pi  ragionevole, venivano ad essere le offese ai nobili pi  sopportabili, tale che quella nobilit facilmente e sanza venire alle armi cedeva; di modo che, dopo alcuni dispareri, a creare una legge dove si sodisfacesse al popolo e i nobili nelle loro dignit rimanessero convenivano. Da l'altro canto, il desiderio del popolo fiorentino era ingiurioso e ingiusto, tale che la nobilit con maggiori forze alle sue difese si preparava, e per ci al sangue e allo esilio si veniva de' cittadini; e quelle leggi che di poi si creavano, non a comune utilit, ma tutte in favore del vincitore si ordinavano. Da questo ancora procedeva che nelle vittorie del popolo la citt di Roma pi   virtuosa diventava; perch, potendo i popolani essere alla amministrazione de' magistrati, degli eserciti e degli imperii con i nobili preposti, di quella medesima virt che erano quelli si riempievano, e quella citt, crescendovi la virt, cresceva potenza; ma in Firenze, vincendo il popolo, i nobili privi de' magistrati rimanevano; e volendo racquistargli, era loro necessario, con i governi, con lo animo e con il modo del vivere, simili ai popolani non solamente essere ma parere. Di qui nasceva le variazioni delle insegne, le mutazioni de' tituli delle famiglie, che i nobili, per parere di popolo, facevano; tanto che quella virt delle armi e generosit di animo che era nella nobilit si spegneva, e nel popolo, dove la non era, non si poteva raccendere, tal che Firenze sempre pi  umile e pi  abietto divenne. E dove Roma, sendosi quella loro virt convertita in superbia, si ridusse in termine che sanza avere un principe non si poteva mantenere, Firenze a quel grado  pervenuta, che facilmente da uno savio datore di leggie potrebbe essere in qualunque forma di governo riordinata. Le quali cose per la lezione del precedente libro in parte si possono chiaramente cognoscere, avendo mostro il nascimento di Firenze e il principio della sua libert, con le cagioni delle divisioni di quella, e come le parti de' nobili e del popolo con la tirannide del Duca di Atene e con la rovina della nobilit finirono. Restano ora a narrarsi le inimicizie intra il popolo e la plebe, e gli accidenti varii che quelle produssono.

2.


Doma che fu la potenzia de' nobili, e finita che fu la guerra con lo Arcivescovo di Milano, non pareva che in Firenze alcuna cagione di scandolo fusse rimasa. Ma la mala fortuna della nostra citt e i non buoni ordini suoi feciono intra la famiglia degli Albizzi e quella de' Ricci nascere inimicizia; la quale divise Firenze, come prima quella de' Buondelmonti e Uberti, e di poi de' Donati e de' Cerchi aveva divisa. I pontefici, i quali allora stavano in Francia, e gli imperadori, che erano nella Magna, per mantenere la reputazione loro in Italia in varii tempi moltitudine di soldati di varie nazioni ci avevano mandati; tale che in questi tempi ci si trovavano Inghilesi, Tedeschi e Brettoni. Costoro, come, per essere finite le guerre, sanza soldo rimanevono, dietro ad una insegna di ventura, questo e quell'altro principe taglieggiavano. Venne per tanto, l'anno 1353, una di queste compagnie in Toscana, capitaneata da Monreale provenzale; la cui venuta tutte le citt di quella provincia spavent, e i Fiorentini, non solamente publicamente di gente si providdono, ma molti cittadini, intra' quali furono gli Albizzi e i Ricci, per salute propria si armorono. Questi intra loro erano pieni di odio, e ciascuno pensava, per ottenere il principato nella repubblica, come potesse opprimere l'altro: non erano per ci ancora venuti alle armi, ma solamente ne' magistrati e ne' Consigli si urtavano. Trovandosi adunque tutta la citt armata, nacque a sorte una quistione in Mercato Vecchio, dove assai gente secondo che in simili accidenti si costuma, concorse. E spargendosi il romore, fu apportato ai Ricci come gli Albizzi gli assalivano, e agli Albizzi che i Ricci gli venivano a trovare; per la qual cosa tutta la citt si sollev, e i magistrati con fatica poterono l'una e l'altra famiglia frenare, acci che in fatto non seguisse quella zuffa che a caso, e senza colpa di alcuno di loro, era stata diffamata. Questo accidente, ancora che debile, fece riaccendere pi  gli animi loro, e con maggiore diligenzia cercare ciascuno di acquistarsi partigiani. E perch gi i cittadini, per la rovina de' Grandi, erano in tanta ugualit venuti che i magistrati erano, pi  che per lo adietro non solevano, reveriti, disegnavano per la via ordinaria e sanza privata violenza prevalersi.

3.


Noi abbiamo narrato davanti come, dopo la vittoria di Carlo I, si cre il magistrato di Parte guelfa e a quello si dette grande autorit sopra i Ghibellini; la quale il tempo, i varii accidenti e le nuove divisioni avevano talmente messa in oblivione, che molti discesi di Ghibellini i primi magistrati esercitavano. Uguccione de' Ricci per tanto, capo di quella famiglia, oper che si rinnovasse la legge contro a' Ghibellini; intra i quali era opinione di molti fussero gli Albizzi, i quali, molti anni adietro nati in Arezzo, ad abitare a Firenze erano venuti; onde che Uguccione pens, rinnovando questa legge, privare gli Albizzi de' magistrati, disponendosi per quella che qualunque disceso di Ghibellino fusse condannato se alcuno magistrato esercitasse. Questo disegno di Uguccione fu a Piero di Filippo degli Albizzi scoperto; e pens di favorirlo, giudicando che, opponendosi, per se stesso si chiarirebbe ghibellino. Questa legge per tanto, rinnovata per la ambizione di costoro, non tolse, ma dette a Piero degli Albizzi riputazione, e fu di molti mali principio: n si pu fare legge per una republica pi  dannosa che quella che riguarda assai tempo indietro. Avendo adunque Piero favorita la legge, quello che da i suoi nimici era stato trovato per suo impedimento gli fu via alla sua grandezza; perch, fattosi principe di questo nuovo ordine, sempre prese pi  autorit, sendo da questa nuova setta di Guelfi prima che alcuno altro favorito. E perch non si trovava magistrato che ricercasse quali fussero i Ghibellini, e per ci la legge fatta non era di molto valore, provide che si desse autorit ai Capitani di chiarire i Ghibellini, e chiariti, significare loro, e ammunirgli, che non prendessero alcuno magistrato; alla quale ammunizione se non ubbidissero, rimanessero condennati. Da questo nacque che di poi tutti quelli che in Firenze sono privi di potere esercitare i magistrati si chiamano ammuniti. Ai Capitani adunque sendo con il tempo cresciuta la audacia, senza alcuno rispetto, non solamente quelli che lo meritavano ammunivano, ma qualunque pareva loro, mossi da qualsivoglia avara o ambiziosa cagione; e da il 1357, che era cominciato questo ordine, al '66, si trovavano di gi ammuniti pi  che 200 cittadini. Donde i Capitani e la setta de' Guelfi era diventata potente, perch ciascuno, per timore di non essere ammunito, gli onorava, e massimamente i capi di quella, i quali erano Piero degli Albizzi, messer Lapo da Castiglionchio e Carlo Strozzi. E avvenga che questo modo di procedere insolente dispiacesse a molti, i Ricci infra gli altri erano peggio contenti che alcuno, parendo loro essere stati di questo disordine cagione, per il quale vedevono rovinare la republica e gli Albizzi, loro nimici, essere, contro a' disegni loro, diventati potentissimi.

4.


Per tanto, trovandosi Uguccione de' Ricci de' Signori, volle por fine a quel male di che egli e gli altri suoi erano stati principio, e con nuova legge provide che a' sei capitani di parte tre si aggiugnessero, de' quali ne fussero duoi de' minori artefici; e volle che i chiariti ghibellini avessero ad essere da ventiquattro cittadini guelfi a ci deputati confermati. Questo provedimento temper per allora in buona parte la potenza de' Capitani; di modo che lo ammunire in maggiore parte manc, e se pure ne ammunivano alcuni, erano pochi. Non di meno le sette di Albizzi e Ricci vegghiavano; e leghe, imprese, deliberazioni l'una per odio dell'altra disfavorivano. Vissesi adunque con simili travagli da il 1366 al '71, nel qual tempo la setta de' Guelfi riprese le forze. Era nella famiglia de' Buondelmonti uno cavaliere chiamato messer Benchi, il quale, per i suoi meriti in una guerra contro ai Pisani, era stato fatto popolano, e per questo era a potere essere de' Signori abile diventato; e quando egli aspettava di sedere in quel magistrato, si fece una legge, che niuno Grande fatto popolano lo potesse esercitare. Questo fatto offese assai messer Benchi, e accozzatosi con Piero degli Albizzi, deliberorono con lo ammunire battere i minori popolani e rimanere soli nel governo. E per il favore che messer Benchi aveva con la antica nobilit, e per quello che Piero aveva con la maggiore parte de' popolani potenti, feciono ripigliare le forze alla setta de' Guelfi, e con nuove riforme fatte nella Parte ordinorono in modo la cosa che potevono de' Capitani e de' ventiquattro cittadini a loro modo disporre. Donde che si ritorn ad ammunire con pi  audacia che prima; e la casa degli Albizzi, come capo di questa setta, sempre cresceva. Da l'altro canto, i Ricci non mancavano di impedire con gli amici, in quanto potevano, i disegni loro; tanto che si viveva in sospetto grandissimo, e temevasi per ciascuno ogni rovina.

5.


Onde che molti cittadini, mossi dallo amore della patria, in San Piero Scheraggio si ragunorono, e ragionato infra loro assai di questi disordini, ai Signori ne andorono, ai quali uno di loro, di pi  autorit, parl in questa sentenza: - Dubitavamo molti di noi, magnifici Signori, di essere insieme, ancora che per cagione publica, per ordine privato; giudicando potere, o come prosuntuosi essere notati, o come ambiziosi condannati; ma considerato poi che ogni giorno, e senza alcuno riguardo, molti cittadini per le logge e per le case, non per alcuna publica utilit, ma per loro propria ambizione convengano, giudicammo, poi che quegli che per la rovina della republica si ristringono non temano, che non avessino ancora da temere quelli che per bene e utilit publica si ragunano; n quello che altri si giudichi di noi ci curiamo, poi che gli altri quello che noi possiamo giudicare di loro non stimano. Lo amore che noi portiamo, magnifici Signori, alla patria nostra ci ha fatti prima ristrignere e ora ci fa venire a voi per ragionare di quel male che si vede gi grande e che tuttavia cresce in questa nostra republica, e per offerirci presti ad aiutarvi spegnerlo. Il che vi potrebbe, ancora che la impresa paia difficile, riuscire, quando voi vogliate lasciare indietro i privati rispetti e usare con le publiche forze la vostra autorit. La comune corruzione di tutte le citt di Italia, magnifici Signori, ha corrotta e tuttavia corrompe la vostra citt; perch, da poi che questa provincia si trasse di sotto alle forze dello Imperio, le citt di quella, non avendo un freno potente che le correggessi, hanno, non come libere, ma come divise in sette, gli stati e governi loro ordinati. Da questo sono nati tutti gli altri mali, tutti gli altri disordini che in esse appariscono. In prima non si truova intra i loro cittadini n unione n amicizia, se non intra quelli che sono di qualche sceleratezza, o contro alla patria o contro ai privati commessa, consapevoli. E perch in tutti la religione e il timore di Dio  spento, il giuramento e la fede data tanto basta quanto l'utile: di che gli uomini si vagliano, non per osservarlo, ma perch sia mezzo a potere pi  facilmente ingannare; e quanto lo inganno riesce pi  facile e securo, tanta pi  gloria e loda se ne acquista: per questo gli uomini nocivi sono come industriosi lodati e i buoni come sciocchi biasimati. E veramente in nelle citt di Italia tutto quello che pu essere corrotto e che pu corrompere altri si raccozza: i giovani sono oziosi, i vecchi lascivi, e ogni sesso e ogni et  piena di brutti costumi; a che le leggi buone, per essere da le cattive usanze guaste, non rimediano. Di qui nasce quella avarizia che si vede ne' cittadini, e quello appetito, non di vera gloria, ma di vituperosi onori, dal quale dependono gli odi, le nimicizie, i dispareri, le sette; dalle quali nasce morti, esili, afflizioni de' buoni, esaltazioni de' tristi. Perch i buoni, confidatisi nella innocenzia loro, non cercono, come i cattivi, di chi estraordinariamente gli difenda e onori, tanto che indefesi e inonorati rovinano. Da questo esemplo nasce lo amore delle parti e la potenza di quelle; perch i cattivi per avarizia e per ambizione, i buoni per necessit le seguano. E quello che  pi  pernizioso  vedere come i motori e principi di esse la intenzione e fine loro con un piatoso vocabolo adonestano, perch sempre, ancora che tutti sieno alla libert nimici, quella, o sotto colore di stato di ottimati o di popolare defendendo, opprimano. Perch il premio il quale della vittoria desiderano , non la gloria dello avere liberata la citt, ma la sodisfazione di avere superati gli altri e il principato di quella usurpato; dove condotti, non  cosa s ingiusta, s crudele o avara, che fare non ardischino. Di qui gli ordini e le leggi, non per publica, ma per propria utilit si fanno; di qui le guerre, le paci, le amicizie, non per gloria comune, ma per sodisfazione di pochi si deliberano. E se le altre citt sono di questi disordini ripiene, la nostra ne  pi  che alcuna altra macchiata; perch le leggi, gli statuti, gli ordini civili, non secondo il vivere libero, ma secondo la ambizione di quella parte che  rimasa superiore, si sono in quella sempre ordinati e ordinano. Onde nasce che sempre, cacciata una parte e spenta una divisione, ne surge un'altra; perch quella citt che con le sette pi  che con le leggi si vuol mantenere, come una setta  rimasa in essa sanza opposizione, di necessit conviene che infra se medesima si divida; perch da quelli modi privati non si pu difendere i quali essa per sua salute prima aveva ordinati. E che questo sia vero le antiche e moderne divisioni della nostra citt lo dimostrano. Ciascuno credeva, destrutti che furono i Ghibellini, i Guelfi di poi lungamente felici e onorati vivessero; non di meno, dopo poco tempo, in Bianchi e in Neri si divisono. Vinti di poi i Bianchi, non mai stette la citt sanza parti: ora per favorire i fuori usciti, ora per le nimicizie del popolo e de' Grandi, sempre combattemmo; e per dare ad altri quello che d'accordo per noi medesimi possedere o non volavamo o non potavamo, ora al re Ruberto, ora al fratello, ora al figliuolo, e in ultimo al Duca di Atene, la nostra libert sottomettemmo. Non di meno in alcuno stato mai non ci riposammo, come quelli che non siamo mai stati d'accordo a vivere liberi e di essere servi non ci contentiamo. N dubitammo (tanto sono i nostri ordini disposti alle divisioni), vivendo ancora sotto la ubbidienza del Re, la maest sua ad un vilissimo uomo nato in Agobio posporre. Del Duca di Atene non si debbe, per onore di questa citt, ricordare; il cui acerbo e tirannico animo ci doveva fare savi e insegnare vivere: non di meno, come prima e' fu cacciato, noi avemmo le armi in mano, e con pi  odio e maggiore rabbia che mai alcuna altra volta insieme combattuto avessimo, combattemmo; tanto che l'antica nobilit nostra rimase vinta e nello arbitrio del popolo si rimisse. N si credette per molti che mai alcuna cagione di scandolo o di parte nascesse pi  in Firenze sendo posto freno a quelli che per la loro superbia e insopportabile ambizione pareva che ne fussero cagione; ma e' si vede ora per esperienza quanto la opinione degli uomini  fallace e il giudizio falso; perch la superbia e ambizione de' Grandi non si spense, ma da' nostri popolani fu loro tolta i quali ora, secondo l'uso degli uomini ambiziosi, di ottenere il primo grado nella republica cercano; n avendo altri modi ad occuparlo che le discordie, hanno di nuovo divisa la citt, e il nome guelfo e ghibellino, che era spento, e che era bene non fusse mai stato in questa republica, risuscitano. Egli  dato di sopra, acci che nelle cose umane non sia nulla o perpetuo o quieto, che in tutte le republiche sieno famiglie fatali, le quali naschino per la rovina di quelle. Di queste la republica nostra, pi  che alcuna altra,  stata copiosa, perch non una, ma molte, l'hanno perturbata e afflitta, come feciono i Buondelmonti prima e Uberti, di poi i Donati e i Cerchi; e ora, oh cosa vergognosa e ridicula! i Ricci e gli Albizzi la perturbono e dividono. Noi non vi abbiamo ricordati i costumi corrotti e le antiche e continue divisioni nostre per sbigottirvi, ma per ricordarvi le cagioni di esse e dimostrarvi che, come voi ve ne potete ricordare, noi ce ne ricordiamo e per dirvi che lo esemplo di quelle non vi debbe fare diffidare di potere frenare queste. Perch in quelle famiglie antiche era tanta grande la potenza, e tanti grandi i favori che le avevano dai principi, che gli ordini e modi civili a frenarle non bastavano; ma ora che lo Imperio non ci ha forze, il papa non si teme, e che la Italia tutta e questa citt  condotta in tanta ugualit che per lei medesima si pu reggere, non ci  molta difficult. E questa nostra republica massimamente si pu, non ostante gli antichi esempli che ci sono in contrario, non solamente mantenere unita, ma di buoni costumi e civili modi riformare, pure che Vostre Signorie si disponghino a volerlo fare. A che noi, mossi dalla carit della patria, non da alcuna privata passione, vi confortiamo. E bench la corruzione di essa sia grande, spegnete per ora quel male che ci ammorba, quella rabbia che ci consuma, quel veleno che ci uccide; e imputate i disordini antichi, non alla natura degli uomini, ma ad i tempi; i quali sendo variati, potete sperare alla vostra citt, mediante i migliori ordini, migliore fortuna. La malignit della quale si pu con la prudenza vincere, ponendo freno alla ambizione di costoro, e annullando quelli ordini che sono delle sette nutritori, e prendendo quelli che al vero vivere libero e civile sono conformi. E siate contenti pi  tosto farlo ora con la benignit delle leggi, che, differendo, con il favore delle armi gli uomini sieno a farlo necessitati.

6.


I Signori, mossi da quello che prima per loro medesimi cognoscevono, e di poi dalla autorit e conforti di costoro, dettono autorit a cinquantasei cittadini, perch alla salute della republica provedessero. Egli  verissimo che gli assai uomini sono pi  atti a conservare uno ordine buono che a saperlo per loro medesimi trovare. Questi cittadini pensorono pi  a spegnere le presenti sette che a torre via le cagioni delle future, tanto che n l'una cosa n l'altra conseguirono; perch le cagioni delle nuove non levorono, e di quelle che vegghiavano una pi  potente che l'altra, con maggiore pericolo della republica, feciono. Privorono per tanto di tutti i magistrati, eccetto che di quelli della Parte guelfa, per tre anni, tre della famiglia degli Albizzi e tre di quella de' Ricci, intra i quali Piero degli Albizzi e Uguccione de' Ricci furono; proibirono a tutti i cittadini entrare in Palagio, eccetto che ne' tempi che i magistrati sedevano; providono che qualunque fusse battuto, o impeditagli la possessione de' suoi beni, potesse, con una domanda, accusarlo ai Consigli e farlo chiarire de' Grandi, e, chiarito, sottoporlo ai carichi loro. Questa provisione tolse lo ardire alla setta de' Ricci e a quella degli Albizzi lo accrebbe; perch, avvenga che ugualmente fussero segnate, non di meno i Ricci assai pi  ne patirono; perch, se a Piero fu chiuso il palagio de' Signori, quello de' Guelfi, dove gli aveva grandissima autorit, gli rimase aperto; e se prima egli e chi lo seguiva erano allo ammunire caldi, diventorono, dopo questa ingiuria, caldissimi. Alla quale mala volont ancora nuove cagioni si aggiunsono.

7.


Sedeva nel pontificato papa Gregorio XI, il quale, trovandosi ad Avignone, governava, come gli antecessori suoi avevano fatto, la Italia per legati; i quali, pieni di avarizia e di superbia, avevano molte citt afflitte. Uno di questi, il quale in quelli tempi si trovava a Bologna, presa la occasione dalla carestia che lo anno era in Firenze, pens di insignorirsi di Toscana, e non solamente non suvvenne i Fiorentini di vivere, ma per torre loro la speranza delle future ricolte, come prima appar la primavera, con grande esercito gli assalt, sperando, trovandogli disarmati e affamati, potergli facilmente superare. E forse gli succedeva, se le armi con le quali quello gli assal infedeli e venali state non fussero: perch i Fiorentini, non avendo migliore rimedio, dierono centotrentamila fiorini ai suoi soldati, e feciono loro abbandonare la impresa. Comincionsi le guerre quando altri vuole, ma non quando altri vuole si finiscono. Questa guerra, per ambizione del Legato cominciata, fu dallo sdegno de' Fiorentini seguita, e feciono lega con messer Bernab e con tutte le citt nimiche alla Chiesa; e creorono otto cittadini che quella amministrassero, con autorit di potere operare sanza appello e spendere sanza darne conto. Questa guerra mossa contro al Pontefice fece, non ostante che Uguccione fusse morto, risurgere quelli che avieno la setta de' Ricci seguita, i quali, contro agli Albizzi, avevono sempre favorito messer Bernab e disfavorita la Chiesa; e tanto pi  che gli Otto erano tutti nimici alla setta de' Guelfi. Il che fece che Piero degli Albizzi, messer Lapo da Castiglionchio, Carlo Strozzi e gli altri pi  insieme si strinsono alla offesa de' loro avversarii; e mentre che gli Otto facevano la guerra, ed eglino ammunivano. Dur la guerra tre anni, n prima ebbe che con la morte del Pontefice termine; e fu con tanta virt e tanta sodisfazione dello universale amministrata, che agli Otto fu ogni anno prorogato il magistrato; ed erano chiamati Santi, ancora che eglino avessero stimate poco le censure, e le chiese de' beni loro spogliate, e sforzato il clero a celebrare gli uffizi: tanto quelli cittadini stimavano allora pi  la patria che l'anima. E dimostrorono alla Chiesa come prima, suoi amici, la avevano difesa, cos, suoi nimici, la potevono affliggere; perch tutta la Romagna, la Marca e Perugia le feciono ribellare.

8.


Non di meno, mentre che al Papa facevono tanta guerra, non si potevono dai Capitani di parte e dalla loro setta difendere; perch la invidia che i Guelfi avieno agli Otto faceva crescere loro l'audacia, e non che agli altri nobili cittadini, ma dall'ingiuriare alcuni degli Otto non si astenevano. E a tanta arroganza i Capitani di parte salirono, ch'eglino erano pi  che i Signori temuti, e con minore reverenza si andava a questi che a quelli, e pi  si stimava il palagio della Parte che il loro; tanto che non veniva ambasciadore a Firenze che non avesse commissione a' Capitani. Sendo adunque morto papa Gregorio, e rimasa la citt sanza guerra di fuora, si viveva dentro in grande confusione; perch da l'un canto la audacia de' Guelfi era insopportabile, da l'altro non si vedeva modo a potergli battere: pure si giudicava che di necessit si avesse a venire alle armi, e vedere quale de' duoi seggi dovesse prevalere. Erano dalla parte de' Guelfi tutti gli antichi nobili, con la maggiore parte de' pi  potenti popolani; dove, come dicemmo, messer Lapo, Piero e Carlo erano principi: da l'altra erano tutti i popolani di minore sorte, de' quali erano capi gli Otto della guerra, messer Giorgio Scali, Tommaso Strozzi; con i quali Ricci, Alberti e Medici convenivano: il rimanente della moltitudine, come quasi sempre interviene, alla parte malcontenta si accostava. Parevano ai capi della setta guelfa le forze degli avversarii gagliarde, e il pericolo loro grande, qualunque volta una Signoria loro nimica volesse abbassargli; e pensando che fusse bene prevenire, si accozzorono insieme; dove le condizioni della citt e dello stato loro esaminorono. E pareva loro che gli ammuniti, per essere cresciuti in tanto numero, avessero dato loro tanto carico che tutta la citt fusse diventata loro nimica. A che non vedevano altro rimedio che, dove gli avieno tolto loro gli onori, torre loro ancora la citt, occupando per forza il palagio de' Signori e reducendo tutto lo stato nella setta loro, ad imitazione degli antichi Guelfi, i quali non vissono per altro nella citt sicuri che per averne cacciati gli avversarii loro. Ciascuno si accordava a questo; ma discordavano del tempo.

9.


Correva allora lo anno 1378, ed era il mese di aprile; e a messer Lapo non pareva di differire, affermando niuna cosa nuocere tanto al tempo quanto il tempo, e a loro massime, potendo nella seguente Signoria essere facilmente Salvestro de' Medici gonfaloniere, il quale alla setta loro contrario cognoscevano. A Piero degli Albizzi, da l'altro canto, pareva da differire, perch giudicava bisognassero forze, e quelle non essere possibile, sanza dimostrazione, raccozzare, e quando fussero scoperti, in manifesto pericolo incorrerebbono. Giudicava per tanto essere necessario che il propinquo San Giovanni si aspettasse; nel quale tempo, per essere il pi  solenne giorno della citt assai moltitudine in quella concorre, intra la quale potrebbono allora quanta gente volessero nascondere, e per rimediare a quello che di Salvestro si temeva, si ammunisse; e quando questo non paresse da fare, si ammunisse uno di Collegio del suo quartiere, e ritraendosi lo scambio, per essere le borse vote, poteva facilmente la sorte fare che quello o qualche suo consorte fusse tratto, che gli torrebbe la facult di potere sedere gonfaloniere. Fermorono per tanto questa deliberazione; ancora che messer Lapo mal volentieri vi acconsentisse, giudicando il differire nocivo, e mai il tempo non essere al tutto commodo a fare una cosa, in modo che chi aspetta tutte le commodit, o e' non tenta mai cosa alcuna, o, se la tenta, la fa il pi  delle volte a suo disavantaggio. Ammunirono costoro il collegio, ma non successe loro impedir Salvestro, perch, scoperte dagli Otto le cagioni, che lo scambio non si ritraesse operorono. Fu tratto per tanto gonfaloniere Salvestro di messer Alamanno de' Medici. Costui, nato di nobilissima famiglia popolana che il popolo fussi da pochi potenti oppresso sopportare non poteva, e avendo pensato di porre fine a questa insolenza, vedendosi il popolo favorevole e di molti nobili popolani compagni, comunic i disegni suoi con Benedetto Alberti, Tomaso Strozzi e messer Giorgio Scali, i quali per condurgli ogni aiuto gli promissono. Fermorono adunque secretamente una legge, la quale innovava gli ordini della giustizia contro ai Grandi, e l'autorit de' Capitani di parte diminuiva, e a gli ammuniti dava modo di potere essere alle dignit rivocati. E perch quasi in un medesimo tempo si esperimentasse e ottenesse, avendosi prima infra i Collegi e di poi ne' Consigli a deliberare, e trovandosi Salvestro proposto (il quale grado, quel tempo che dura, fa uno quasi che principe della citt), fece in una medesima mattina il Collegio e il Consiglio ragunare; e a' Collegi prima, divisi da quello, prepose la legge ordinata: la quale, come cosa nuova, trov, in nel numero di pochi tanto disfavore che la non si ottenne. Onde che, veggendo Salvestro come gli erano tagliate le prime vie ad ottenerla, finse di partirsi del luogo per sue necessit, e senza che altri se ne accorgesse, ne and in Consiglio; e salito alto, donde ciascuno lo potesse vedere e udire, disse come e' credeva essere stato fatto gonfaloniere, non per essere giudice di cause private, che hanno i loro giudici ordinari, ma per vigilare lo stato, correggere la insolenza de' potenti e temperare quelle leggi per lo uso delle quali si vedesse la republica rovinare; e come ad ambedue queste cose aveva con diligenzia pensato e, in quanto gli era stato possibile, proveduto; ma la malignit degli uomini in modo alle giuste sue imprese si opponeva, che a lui era tolta la via di potere operare bene, e a loro, non che di poterlo deliberare, ma di udirlo. Onde che, vedendo di non potere pi  in alcuna cosa alla republica n al bene universale giovare, non sapeva per qual cagione si aveva a tenere pi  il magistrato; il quale o egli non meritava, o altri credeva che non meritasse; e per questo se ne voleva ire a casa, acci che quel popolo potesse porre in suo luogo un altro, che avesse o maggiore virt o migliore fortuna di lui. E dette queste parole, si part di Consiglio per andarne a casa.

10.


Quelli che, in Consiglio, erano della cosa consapevoli, e quelli altri che desideravano novit, levorono il romore: al quale i Signori e i Collegi corsono; e veduto il loro Gonfaloniere partirsi, con prieghi e con autorit lo ritennano, e lo ferono in Consiglio, il quale era pieno di tumulto, ritornare: dove molti nobili cittadini furono con parole ingiuriosissime minacciati, intra i quali Carlo Strozzi fu da uno artefice preso per il petto e voluto ammazzare, e con fatica fu da' circunstanti difeso. Ma quello che suscit maggiore tumulto e messe in arme la citt fu Benedetto degli Alberti; il quale, dalle finestre del Palagio, con alta voce chiam il popolo alle armi; e subito fu piena la Piazza di armati; donde che i Collegi quello che prima, pregati, non avevono voluto fare, minacciati e impauriti feciono. I Capitani di parte, in questo medesimo tempo, avevono assai cittadini nel loro palagio ragunati, per consigliarsi come si avessero contro all'ordine de' Signori a difendere; ma come si sent levato il romore e si intese quello che per i Consigli si era deliberato, ciascuno si rifugg nelle case sue. Non sia alcuno che muova una alterazione in una citt, per credere poi, o fermarla a sua posta, o regolarla a suo modo. Fu la intenzione di Salvestro creare quella legge e posare la citt; e la cosa procedette altrimenti; perch gli umori mossi avevono in modo alterato ciascuno, che le botteghe non si aprivano, i cittadini si afforzavano per le case, molti il loro mobile per i munisteri e per le chiese nascondevano, e pareva che ciascuno temesse qualche propinquo male. Ragunoronsi i corpi delle Arti, e ciascuna fece un sindaco; onde i Priori chiamorono i loro collegi e quelli sindachi, e consultorono tutto un giorno come la citt con sodisfazione di ciascuno si potesse quietare; ma per essere i pareri diversi, non si accordorono. L'altro giorno seguente, le Arti trassono fuora le loro bandiere: il che sentendo i Signori, e dubitando di quello che avvenne, chiamorono il Consiglio per porvi rimedio. N fu ragunato a pena, che si lev il romore e subito le insegne delle Arti, con grande numero di armati dietro, furono in Piazza. Onde che il Consiglio, per dare alle Arti e al popolo di contentargli speranza, e torre loro la occasione del male, dette generale potest, la quale si chiama in Firenze balia, ai Signori, Collegi, agli Otto, a' Capitani di parte e a' sindachi delle Arti, di potere riformare lo stato della citt a comune benifizio di quella. E mentre che questo si ordinava, alcune insegne delle Arti, e di quelle di minori qualit, sendo mosse da quelli che desideravono vendicarsi delle fresche ingiurie ricevute dai Guelfi, dalle altre si spiccorono, e la casa di messer Lapo da Castiglionchio saccheggiorono e arsono. Costui, come intese la Signoria avere fatto impresa contro agli ordini de' Guelfi, e vide il popolo in arme, non avendo altro rimedio che nascondersi o fuggire, prima in Santa Croce si nascose, di poi, vestito da frate, in Casentino se ne fugg; dove pi  volte fu sentito dolersi di s, per avere consentito a Piero degli Albizzi, e di Piero per avere voluto aspettare San Giovanni ad assicurarsi dello stato. Ma Piero e Carlo Strozzi, ne' primi romori, si nascosono, credendo, cessati quelli, per avere assai parenti e amici, potere stare in Firenze securi. Arsa che fu la casa di messer Lapo, perch i mali con difficult si cominciono e con facilit si accrescono, molte altre case furono, o per odio universale o per private nimicizie, saccheggiate e arse. E per avere compagnia che con maggiore sete di loro a rubare i beni d'altri gli accompagnasse, le publiche prigioni ruppono; e di poi il munistero degli Agnoli e il convento di Santo Spirito, dove molti cittadini avevono il loro mobile nascoso, saccheggiorono. N campava la publica Camera dalle mani di questi predatori, se dalla reverenza d'uno de' Signori non fusse stata difesa: il quale, a cavallo, con molti armati dietro, in quel modo che poteva alla rabbia di quella moltitudine si opponeva. Mitigato in parte questo populare furore, s per la autorit de' Signori, s per essere sopraggiunta la notte, l'altro d poi la Balia fece grazia agli ammuniti, con questo, che non potessero, per tre anni, esercitare alcuno magistrato: annullorono le leggi fatte in pregiudizio de' cittadini dai Guelfi; chiarirono ribelli messer Lapo da Castiglionchio e i suoi consorti, e con quello pi  altri dallo universale odiati. Dopo le quali deliberazioni, i nuovi Signori si publicorono, de' quali era gonfaloniere Luigi Guicciardini; per i quali si prese speranza di fermare i tumulti, parendo a ciascuno che fussero uomini pacifici e della quiete comune amatori.

11.


Non di meno non si aprivono le botteghe, e i cittadini non posavano le armi, e guardie grandi per tutta la citt si facevano; per la qual cosa i Signori non presono il magistrato fuora del Palagio, con la solita pompa, ma dentro, sanza osservare alcuna cerimonia. Questi Signori giudicorono niuna cosa essere pi  utile da farsi, nel principio del loro magistrato, che pacificare la citt; e per feciono posare le armi, aprire le botteghe, partire di Firenze molti del contado stati chiamati da' cittadini in loro favore; ordinorono in di molti luoghi della citt guardie: di modo che, se gli ammuniti si fussero potuti quietare, la citt si sarebbe quietata. Ma eglino non erano contenti di aspettare tre anni a riavere gli onori; tanto che, a loro sodisfazione, le Arti di nuovo si ragunorono e ai Signori domandorono che, per bene e quiete della citt, ordinassero che qualunque cittadino, in qualunque tempo, de' Signori, di Collegio, Capitano di parte, o Consolo di qualunque Arte fusse stato, non potesse essere ammunito per ghibellino; e di pi , che nuove imborsazioni nella parte guelfa si facessero, e le fatte si ardessero. Queste domande, non solamente dai Signori, ma subito da tutti i Consigli furono accettate; per il che parve che i tumulti, che gi di nuovo erano mossi, si fermassero. Ma perch agli uomini non basta ricuperare il loro, che vogliono occupare quello d'altri e vendicarsi, quelli che speravano ne' disordini mostravano agli artefici che non sarebbono mai sicuri, se molti loro nimici non erano cacciati e destrutti. Le quali cose presentendo i Signori, feciono venire avanti a loro i magistrati delle Arti insieme con i loro sindachi; ai quali Luigi Guicciardini gonfaloniere parl in questa forma: - Se questi Signori, e io insieme con loro, non avessimo, buon tempo , cognosciuta la fortuna di questa citt, la quale fa che, fornite le guerre di fuora, quelle di dentro cominciono, noi ci saremmo pi  maravigliati de' tumulti seguiti, e pi  ci arebbono arrecato dispiacere. Ma perch le cose consuete portono seco minori affanni, noi abbiamo i passati romori con pazienza sopportati, sendo massimamente senza nostra colpa incominciati, e sperando quelli, secondo lo esemplo de' passati, dovere avere qualche volta fine, avendovi di tante e s gravi domande compiaciuti; ma presentendo come voi non quietate, anzi volete che a' vostri cittadini nuove ingiurie si faccino, e con nuovi esili si condannino, cresce, con la disonest vostra, il dispiacere nostro. E veramente, se noi avessimo creduto che, ne' tempi del nostro magistrato, la nostra citt, o per contrapporci a voi o per compiacervi, avesse a rovinare, noi aremmo con la fuga o con lo esilio fuggito questi onori; ma sperando avere a convenire con uomini che avessero in loro qualche umanit, e alla loro patria qualche amore, prendemmo il magistrato volentieri, credendo, con la nostra umanit, vincere in ogni modo l'ambizione vostra. Ma noi vediamo ora per esperienza che quanto pi   umilmente ci portiamo, quanto pi  vi concediamo, tanto pi  insuperbite, e pi  disoneste cose comandate. E se noi parliamo cos, non facciamo per offendervi, ma per farvi ravvedere; perch noi vogliamo che uno altro vi dica quello che vi piace, noi vogliamo dirvi quello che vi sia utile. Diteci, per vostra fe', qual cosa  quella che voi possiate onestamente pi  desiderare da noi? Voi avete voluto torre l'autorit a' Capitani di parte: la si  tolta; voi avete voluto che si ardino le loro borse e faccinsi nuove riforme: noi l'abbiamo acconsentito; voi volesti che gli ammuniti ritornassero negli onori: e si  permesso; noi, per i prieghi vostri, a chi ha arse le case e spogliate le chiese abbiamo perdonato, e si sono mandati in esilio tanti onorati e potenti cittadini, per sodisfarvi; i Grandi, a contemplazione vostra, si sono con nuovi ordini raffrenati. Che fine aranno queste vostre domande, o quanto tempo userete voi male la liberalit nostra? Non vedete voi che noi sopportiamo con pi  pazienza lo esser vinti, che voi la vittoria? A che condurranno queste vostre disunioni questa vostra citt? Non vi ricordate voi, che quando l' stata disunita, Castruccio, un vile cittadino lucchese, l'ha battuta? un Duca di Atene, privato condottiere vostro, l'ha subiugata? Ma quando la  stata unita, non l'ha potuta superare uno Arcivescovo di Milano e uno Papa; i quali, dopo tanti anni di guerra, sono rimasi con vergogna. Perch volete voi adunque che le vostre discordie quella citt, nella pace, faccino serva, la quale tanti nimici potenti hanno, nella guerra, lasciata libera? Che trarrete voi delle disunioni vostre, altro che servit? o de' beni che voi ci avete rubati o rubasse, altro che povert? perch sono quelli che, con le industrie nostre, nutriscono tutta la citt; de' quali sendone spogliati, non potreno nutrirla; e quelli che gli aranno occupati, come cosa male acquistata, non gli sapranno perservare: donde ne seguir la fame e la povert della citt. Io e questi Signori vi comandiamo, e, se la onest lo consente, vi preghiamo, che voi fermiate, una volta, lo animo; e siate contenti stare quieti a quelle cose che per noi si sono ordinate; e quando pure ne volesse alcuna di nuovo, vogliate civilmente, e non con tumulto e con le armi, domandarle, perch, quando le sieno oneste, sempre ne sarete compiaciuti, e non darete occasione a malvagi uomini, con vostro carico e danno, sotto le spalle vostre, di rovinare la patria vostra -. Queste parole, perch erano vere, commossono assai gli animi di quelli cittadini; e umanamente ringraziorono il Gonfaloniere di avere fatto l'ufficio con loro di buon Signore e con la citt di buono cittadino, offerendosi essere presti ad ubbidire a quanto era stato loro commesso. E i Signori, per darne loro cagione, deputorono duoi cittadini per qualunque de' maggiori magistrati, i quali, insieme con i sindachi delle Arti, praticassero se alcuna cosa fusse da riformare a quiete comune, e ai Signori la referissero.

12.


Mentre che queste cose cos procedevano, nacque un altro tumulto, il quale assai pi  che il primo offese la republica. La maggiore parte delle arsioni e ruberie seguite ne' prossimi giorni erano state dalla infima plebe della citt fatte; e quelli che infra loro si erano mostri pi  audaci temevano, quietate e composte le maggiori differenze, di essere puniti de' falli commessi da loro, e come gli accade sempre, di essere abbandonati da coloro che al fare male gli avevano instigati. A che si aggiugneva uno odio che il popolo minuto aveva con i cittadini ricchi e principi delle Arti, non parendo loro essere sodisfatti delle loro fatiche secondo che giustamente credevano meritare. Perch quando, ne' tempi di Carlo primo, la citt si divise in Arti, si dette capo e governo a ciascuna, e si provide che i sudditi di ciascuna Arte dai capi suoi nelle cose civili fussero giudicati. Queste Arti, come gi dicemmo, furono nel principio dodici; di poi, col tempo, tante se ne accrebbono che le aggiunsono a ventuna; e furono di tanta potenza che le presono in pochi anni tutto il governo della citt. E perch, intra quelle delle pi  e delle meno onorate si trovavano, in maggiori e minori si divisono; e sette ne furono chiamate maggiori e quattordici minori. Da questa divisione, e dalle altre cagioni che di sopra aviamo narrate, nacque l'arroganza de' Capitani di parte; perch quelli cittadini che erano anticamente stati guelfi sotto il governo de' quali sempre quello magistrato girava, i popolani delle maggiori Arti favorivano e quelli delle minori con i loro defensori perseguitavano; donde contro a di loro tanti tumulti quanti abbiamo narrati nacquono. Ma perch nello ordinare i corpi delle Arti molti di quelli esercizi in ne' quali il popolo minuto e la plebe infima si affatica sanza avere corpi di Arti proprie restorono, ma a varie Arti, conformi alle qualit delli loro esercizi, si sottomessono, ne nasceva che quando erano o non sodisfatti delle fatiche loro, o in alcun modo dai loro maestri oppressati, non avevano altrove dove rifuggire che al magistrato di quella Arte che gli governava; dal quale non pareva loro fusse fatta quella giustizia che giudicavano si convenisse. E di tutte le Arti, che aveva e ha pi  di questi sottoposti, era ed  quella della lana; la quale, per essere potentissima, e la prima, per autorit, di tutte, con la industria sua la maggiore parte della plebe e popolo minuto pasceva e pasce.

13.


Gli uomini plebei adunque, cos quelli sottoposti all'Arte della lana come alle altre, per le cagioni dette, erano pieni di sdegno: al quale aggiugnendosi la paura per le arsioni e ruberie fatte da loro, convennono di notte pi  volte insieme, discorrendo i casi seguiti e mostrando l'uno all'altro ne' pericoli si trovavano. Dove alcuno de' pi  arditi e di maggiore esperienza, per inanimire gli altri, parl in questa sentenza: - Se noi avessimo a deliberare ora se si avessero a pigliare le armi, ardere e rubare le case de' cittadini, spogliare le chiese, io sarei uno di quelli che lo giudicherei partito da pensarlo, e forse approverei che fusse da preporre una quieta povert a uno pericoloso guadagno; ma perch le armi sono prese e molti mali sono fatti, e' mi pare che si abbia a ragionare come quelle non si abbiano a lasciare e come de' mali commessi ci possiamo assicurare. Io credo certamente che, quando altri non ci insegnasse, che la necessit ci insegni. Voi vedete tutta questa citt piena di rammarichii e di odio contro a di noi: i cittadini si ristringono, la Signoria  sempre con i magistrati: crediate che si ordiscono lacci per noi, e nuove forze contro alle teste nostre si apparecchiano. Noi dobbiamo per tanto cercare due cose e avere, nelle nostre deliberazioni, duoi fini: l'uno di non potere essere delle cose fatte da noi ne' prossimi giorni gastigati, l'altro di potere con pi  libert e pi   sodisfazione nostra che per il passato vivere. Convienci per tanto, secondo che a me pare, a volere che ci sieno perdonati gli errori vecchi, farne de' nuovi, raddoppiando i mali, e le arsioni e le ruberie multiplicando, e ingegnarsi a questo avere di molti compagni, perch dove molti errano niuno si gastiga, e i falli piccoli si puniscono, i grandi e gravi si premiano; e quando molti patiscono pochi cercano di vendicarsi, perch le ingiurie universali con pi  pazienza che le particulari si sopportono. Il multiplicare adunque ne' mali ci far pi  facilmente trovare perdono, e ci dar la via ad avere quelle cose che per la libert nostra di avere desideriamo. E parmi che noi andiamo a un certo acquisto, perch quelli che ci potrebbono impedire sono disuniti e ricchi: la disunione loro per tanto ci dar la vittoria, e le loro ricchezze, quando fieno diventate nostre, ce la manterranno. N vi sbigottisca quella antichit del sangue che ei ci rimproverano; perch tutti gli uomini, avendo avuto uno medesimo principio, sono ugualmente antichi, e da la natura sono stati fatti ad uno modo. Spogliateci tutti ignudi: voi ci vedrete simili, rivestite noi delle veste loro ed eglino delle nostre: noi senza dubio nobili ed eglino ignobili parranno; perch solo la povert e le ricchezze ci disaguagliano. Duolmi bene che io sento come molti di voi delle cose fatte, per conscienza, si pentono, e delle nuove si vogliono astenere; e certamente, se gli  vero, voi non siete quelli uomini che io credevo che voi fusse; perch n conscienza n infamia vi debba sbigottire; perch coloro che vincono, in qualunque modo vincono, mai non ne riportono vergogna. E della conscienza noi non dobbiamo tenere conto; perch dove , come  in noi, la paura della fame e delle carcere, non pu n debbe quella dello inferno capere. Ma se voi noterete il modo del procedere degli uomini, vedrete tutti quelli che a ricchezze grandi e a grande potenza pervengono o con frode o con forza esservi pervenuti; e quelle cose, di poi, ch'eglino hanno o con inganno o con violenza usurpate, per celare la bruttezza dello acquisto, quello sotto falso titolo di guadagno adonestano. E quelli i quali, o per poca prudenza o per troppa sciocchezza, fuggono questi modi, nella servit sempre e nella povert affogono; perch i fedeli servi sempre sono servi, e gli uomini buoni sempre sono poveri; n mai escono di servit se non gli infedeli e audaci, e di povert se non i rapaci e frodolenti. Perch Iddio e la natura ha posto tutte le fortune degli uomini loro in mezzo; le quali pi  alle rapine che alla industria, e alle cattive che alle buone arti sono esposte: di qui nasce che gli uomini mangiono l'uno l'altro, e vanne sempre col peggio chi pu meno. Debbesi adunque usare la forza quando ce ne  data occasione. La quale non pu essere a noi offerta dalla fortuna maggiore, sendo ancora i cittadini disuniti, la Signoria dubia, i magistrati sbigottiti: talmente che si possono, avanti che si unischino e fermino l'animo, facilmente opprimere: donde o noi rimarreno al tutto principi della citt, o ne areno tanta parte che non solamente gli errori passati ci fieno perdonati, ma areno autorit di potergli di nuove ingiurie minacciare. Io confesso questo partito essere audace e pericoloso; ma dove la necessit strigne  l'audacia giudicata prudenza, e del pericolo nelle cose grandi gli uomini animosi non tennono mai conto, perch sempre quelle imprese che con pericolo si cominciono si finiscono con premio, e di uno pericolo mai si usc sanza pericolo: ancora che io creda, dove si vegga apparecchiare le carcere, i tormenti e le morti, che sia da temere pi  lo starsi che cercare di assicurarsene; perch nel primo i mali sono certi, e nell'altro dubi. Quante volte ho io udito dolervi della avarizia de' vostri superiori e della ingiustizia de' vostri magistrati! Ora  tempo, non solamente da liberarsi da loro, ma da diventare in tanto loro superiore, ch'eglino abbiano pi  a dolersi e temere di voi che voi di loro. La opportunit che dalla occasione ci  porta vola, e invano, quando la  fuggita, si cerca poi di ripigliarla. Voi vedete le preparazioni de' vostri avversarii: preoccupiamo i pensieri loro; e quale di noi prima ripiglier l'armi, sanza dubio sar vincitore, con rovina del nimico ed esaltazione sua: donde a molti di noi ne risulter onore, e securit a tutti -. Queste persuasioni accesono forte i gi per loro medesimi riscaldati animi al male, tanto che deliberorono prendere le armi, poi ch'eglino avessero pi  compagni tirati alla voglia loro; e con giuramento si obligorono di soccorrersi, quando accadessi che alcuno di loro fusse dai magistrati oppresso.

14.


Mentre che costoro ad occupare la republica si preparavano, questo loro disegno pervenne a notizia de' Signori: per la qual cosa ebbono uno Simone dalla Piazza nelle mani, da il quale intesono tutta la congiura, e come il giorno seguente volevono levare il romore. Onde che, veduto il pericolo, ragunorono i Collegi e quelli cittadini che insieme con i sindachi delle Arti l'unione della citt praticavano (e avanti che ciascuno fusse insieme era gi venuta la sera), e da quelli i Signori furono consigliati che si facessero venire i consoli delle Arti: i quali tutti consigliorono che tutte le genti d'arme in Firenze venire si facessero, e i gonfalonieri del popolo fussero la mattina, con le loro compagnie armate in Piazza. Temperava l'oriolo di Palagio, in quel tempo che Simone si tormentava e che i cittadini si ragunavano, uno Niccol da San Friano; e accortosi di quello che era, tornato a casa, riempi di tumulto tutta la sua vicinanza; di modo che, in un subito, alla piazza di Santo Spirito pi  che mille uomini armati si ragunorono. Questo romore pervenne agli altri congiurati; e San Piero Maggiore e San Lorenzo, luoghi deputati da loro, di uomini armati si riempierono. Era gi venuto il giorno, il quale era il 21 di luglio, e in Piazza, in favore de' Signori, pi  che ottanta uomini d'arme comparsi non erano; e de' gonfalonieri non ve ne venne alcuno, perch, sentendo essere tutta la citt in arme, di abbandonare le loro case temevono. I primi che della plebe furono in Piazza furono quelli che a San Piero Maggiore ragunati s'erano; allo arrivare de' quali la gente d'arme non si mosse. Comparsono, appresso a questi, l'altra moltitudine; e non trovato riscontro, con terribili voci i loro prigioni alla Signoria domandavano; e per avergli per forza, poi che non erano per minacce renduti, le case di Luigi Guicciardini arsono; di modo che i Signori, per paura di peggio, gli consegnorono loro. Riavuti questi, tolsono il gonfalone della giustizia allo esecutore, e sotto quello le case di molti cittadini arsono, perseguitando quelli i quali o per publica o per privata cagione erano odiati. E molti cittadini, per vendicare loro private ingiurie, alle case de' loro nimici li condussero: perch bastava solo che una voce, nel mezzo della moltitudine: - a casa il tale! - gridasse, o che quello che teneva il gonfalone in mano vi si volgesse. Tutte le scritture ancora dell'Arte della lana arsono. Fatti che gli ebbono molti mali, per accompagnarli con qualche lodevole opera, Salvestro de' Medici e tanti altri cittadini feciono cavalieri, che il numero di tutti a sessantaquattro aggiunse; intra i quali Benedetto e Antonio degli Alberti, Tommaso Strozzi e simili loro confidenti furono; non ostante che molti forzatamente ne facessero. Nel quale accidente, pi  che alcuna altra cosa,  da notare lo avere veduto a molti ardere le case e quelli poco di poi, in un medesimo giorno, da quelli medesimi (tanto era propinquo il beneficio alla ingiuria) essere stati fatti cavalieri, il che a Luigi Guicciardini gonfaloniere di giustizia intervenne. I Signori, intra tanti tumulti, vedendosi abbandonati da le genti d'arme, dai capi delle Arti e dai loro gonfalonieri, erano smarriti; perch niuno secondo l'ordine dato gli aveva soccorsi, e di sedici gonfaloni solamente la insegna del Lione d'oro e quella del Vaio, sotto Giovenco della Stufa e Giovanni Cambi, vi comparsono; e questi poco tempo in Piazza dimororono, perch, non si vedendo seguitare dagli altri, ancora eglino si partirono. Dei cittadini dall'altra parte, vedendo il furore di questa sciolta moltitudine, e il Palagio abbandonato, alcuni dentro alle loro case si stavano, alcuni altri la turba degli armati seguitavano, per potere, trovandosi infra loro, meglio le case sue e quelle degli amici difendere: e cos veniva la potenza loro a crescere e quella de' Signori a diminuire. Dur questo tumulto tutto il giorno; e venuta la notte, al palagio di messere Stefano, dietro alla chiesa di San Barnaba, si fermorono. Passava il numero loro pi  che seimilia, e avanti apparisse il giorno, si feciono dalle Arti, con minacce, le loro insegne mandare. Venuta di poi la mattina, con il gonfalone della giustizia e con le insegne delle Arti innanzi, al palagio del podest ne andorono; e ricusando il podest di darne loro la possessione, lo combatterono e vinsono.

15.


I Signori, volendo fare pruova di comporre con loro, poi che per forza non vedevono modo a frenargli, chiamorono quattro de' loro Collegi e quelli al palagio del podest, per intendere la mente loro, mandorono. I quali trovorono che i capi della plebe, con i sindachi delle Arti e alcuni cittadini, avevano quello che volevano alla Signoria domandare deliberato. Di modo che alla Signoria con quattro della plebe deputati e con queste domande tornorono: che l'Arte della lana non potesse pi  giudice forestiero tenere; che tre nuovi corpi d'arti si facessero, l'uno per i cardatori e tintori, l'altro per i barbieri, farsettai, sarti e simili arti meccaniche, il terzo per il popolo minuto; e che di queste tre Arti nuove sempre fussero duoi Signori, e delle quattordici Arti minori tre; che la Signoria alle case dove queste nuove Arti potessero convenire provedesse, che niuno a queste Arti sottoposto, infra duoi anni, potesse essere a pagare debito che fusse di minore somma che cinquanta ducati constretto; che il Monte fermasse gli interessi, e solo i capitali si restituissero; che i confinati e condannati fussero assoluti; che agli onori tutti gli ammuniti si restituissero. Molte altre cose, oltre a queste, in beneficio dei loro particulari fautori domandorono, e cos, per il contrario, che molti de' loro nimici fussero confinati e ammuniti vollono. Le quali domande, ancora che alla republica disonorevoli e gravi, per timore di peggio, furono dai Signori, Collegi e Consiglio del popolo subito deliberate. Ma a volere che le avessero la loro perfezione, era necessario ancora nel Consiglio del comune si ottenessero; il che, non si potendo in uno giorno ragunare duoi Consigli, differire all'altro d convenne. Non di meno parve che per allora le Arti contente e la plebe sodisfatta ne rimanesse; e promissono che, data la perfezione alla legge, ogni tumulto poserebbe. Venuta la mattina di poi, mentre che nel Consiglio del comune si deliberava, la moltitudine, impaziente e volubile, sotto le solite insegne venne in Piazza, con s alte voci e s spaventevoli, che tutto il Consiglio e i Signori spaventorono. Per la qual cosa Guerriante Marignolli, uno de' Signori, mosso pi  da il timore che da alcuna altra sua privata passione, scese, sotto colore di guardare la porta, da basso e se ne fugg a casa. N potette, uscendo fuora, in modo celarsi che non fusse da la turba ricognosciuto: n gli fu fatto altra ingiuria, se non che la moltitudine grid, come lo vide, che tutti Signori il Palagio abbandonassero; se non, che ammazzerebbono i loro figliuoli e le loro case arderebbono. Era, in quel mezzo, la legge deliberata e i Signori nelle loro camere ridutti; e il Consiglio, sceso da basso e sanza uscire fuora, per la loggia e per la corte, desperato della salute della citt, si stava, tanta disonest vedendo in una moltitudine, e tanta malignit o timore in quelli che l'arebbono possuta o frenare o opprimere. I Signori ancora erano confusi e della salute della patria dubi, vedendosi da uno di loro abbandonati e da niuno cittadino, non che di aiuto, ma di consiglio suvvenuti. Stando adunque di quello potessero o dovessero fare incerti, messer Tommaso Strozzi e messer Benedetto Alberti, mossi o da propria ambizione, desiderando rimanere signori del Palagio, o perch pure cos credevono essere bene, gli persuasono a cedere a questo impeto popolare e, privati, alle loro case tornarsene. Questo consiglio, dato da coloro che erano stati capi del tumulto, fece, ancora che gli altri cedessero, Alamanno Acciaiuoli e Niccol del Bene, duoi de' Signori, sdegnare; e tornato in loro un poco di vigore, dissono che se gli altri se ne volevono partire non possevono rimediarvi, ma non volevono gi, prima che il tempo lo permettesse, lasciare la loro autorit, se la vita con quella non perdevano. Questi dispareri raddoppiorono a' Signori la paura e al popolo lo sdegno; tanto che il Gonfaloniere, volendo pi  tosto finire il suo magistrato con vergogna che con pericolo, a messer Tommaso Strozzi si raccomand, il quale lo trasse di Palagio e alle sue case lo condusse. Gli altri Signori in simile modo l'uno dopo l'altro si partirono; onde che Alamanno e Niccol, per non essere tenuti pi   animosi che savi, vedendosi rimasi soli, ancora eglino se ne andorono; e il Palagio rimase nelle mani della plebe e degli Otto della guerra, i quali ancora non avevono il magistrato deposto.

16.


Aveva, quando la plebe entr in Palagio, la insegna del gonfaloniere di giustizia in mano uno Michele di Lando pettinatore di lana. Costui, scalzo e con poco indosso, con tutta la turba dietro sal sopra la sala, e come e' fu nella audienza de' Signori, si ferm, e voltosi alla moltitudine, disse: - Voi vedete: questo Palagio  vostro, e questa citt  nelle vostre mani. Che vi pare che si faccia ora? - Al quale tutti, che volevono che fusse gonfaloniere e signore e che governassi loro e la citt come a lui pareva, risposono. Accett Michele la signoria; e perch era uomo sagace e prudente, e pi  alla natura che alla fortuna obligato, deliber quietare la citt e fermare i tumulti. E per tenere occupato il popolo, e dare a s tempo a potere ordinarsi, che si cercasse d'uno ser Nuto, stato da messer Lapo da Castiglionchio per bargello disegnato, comand: alla quale commissione la maggior parte di quelli aveva d'intorno andorono. E per cominciare quello imperio con giustizia, il quale egli aveva con grazia acquistato, fece publicamente che niuno ardesse o rubasse alcuna cosa comandare; e per spaventare ciascuno, rizz le forche in Piazza. E per dare principio alla riforma della citt, annull i sindachi delle Arti e ne fece de' nuovi, priv del magistrato i Signori e i Collegi; arse le borse degli ufici. Intanto ser Nuto fu portato dalla moltitudine in Piazza e a quelle forche per un piede impiccato: del quale avendone qualunque era intorno spiccato un pezzo, non rimase in un tratto di lui altro che il piede. Gli Otto della guerra da l'altra parte, credendosi, per la partita de' Signori, essere rimasi principi della citt, avevano gi i nuovi Signori disegnati; il che presentendo Michele, mand a dire loro che subito di Palagio si partissero, perch voleva dimostrare a ciascuno come sanza il consiglio loro sapeva Firenze governare. Fece di poi ragunare i sindachi delle Arti, e cre la Signoria: quattro della plebe minuta, duoi per le maggiori e duoi per le minori Arti. Fece, oltra di questo, nuovo squittino, e in tre parti divise lo stato; e volle che l'una di quelle alle nuove Arti, l'altra alle minori, la terza alle maggiori toccasse. Dette a messer Salvestro de' Medici l'entrate delle botteghe del Ponte Vecchio, a s la podesteria di Empoli; e a molti altri cittadini amici della plebe fece molti altri benefizi, non tanto per ristorargli delle opere loro, quanto perch d'ogni tempo contro alla invidia lo difendessero.

17.


Parve alla plebe che Michele, nel riformare lo stato, fusse stato a' maggiori popolani troppo partigiano; n pareva avere loro tanta parte nel governo quanta, a mantenersi in quello e potersi difendere, fusse di avere necessario; tanto che, dalla loro solita audacia spinti, ripresono le armi, e tumultuando, sotto le loro insegne, in Piazza ne vennono; e che i Signori in ringhiera per deliberare nuove cose a proposito della securt e bene loro scendessero domandavano. Michele, veduta la arroganza loro, per non gli fare pi  sdegnare, senza intendere altrimenti quello che volessero, biasim il modo che nel domandare tenevano, e gli confort a posare le armi, e che allora sarebbe loro conceduto quello che per forza non si poteva con dignit della Signoria concedere. Per la qual cosa la moltitudine, sdegnata contro al Palagio, a Santa Maria Novella si ridusse; dove ordinorono infra loro otto capi, con ministri e altri ordini che dettono loro e reputazione e reverenzia: tale che la citt aveva duoi seggi ed era da duoi diversi principi governata. Questi capi infra loro deliberorono che sempre otto, eletti dai corpi delle loro Arti, avessero con i Signori in Palagio ad abitare, e tutto quello che dalla Signoria si deliberasse dovesse essere da loro confermato; tolsono a messer Salvestro de' Medici e a Michele di Lando tutto quello che nelle altre loro deliberazioni era stato loro concesso, assegnorono a molti di loro ufici e suvvenzioni, per potere il loro grado con dignit mantenere. Ferme queste deliberazioni, per farle valide, mandorono duoi di loro alla Signoria, a domandare che le fussero loro per i Consigli conferme, con propositi di volerle per forza, quando d'accordo non le potessero ottenere. Costoro, con grande audacia e maggiore prosunzione, a' Signori la loro commissione esposono; e al Gonfaloniere la dignit ch'eglino gli avieno data, e l'onore fattogli, e con quanta ingratitudine e pochi rispetti si era con loro governato, rimproverorono. E venendo poi, nel fine, dalle parole alle minacce, non potette sopportare Michele tanta arroganzia, e ricordandosi pi  del grado che teneva che della infima condizione sua, gli parve da frenare con estraordinario modo una estraordinaria insolenza; e tratta l'arme che gli aveva cinta, prima gli fer gravemente di poi gli fece legare e rinchiudere. Questa cosa, come fu nota, accese tutta la moltitudine d'ira; e credendo potere, armata, conseguire quello che disarmata non aveva ottenuto, prese con furore e tumulto le armi, e si mosse per ire a sforzare i Signori. Michele, dall'altra parte, dubitando di quello avvenne, deliber di prevenire, pensando che fusse pi  sua gloria assalire altri che dentro alle mura aspettare il nimico, e avere, come i suoi antecessori, con disonore del Palagio e sua vergogna, a fuggirsi. Ragunato adunque gran numero di cittadini, i quali gi si erano cominciati a ravvedere dello errore loro, sal a cavallo e, seguitato da molti armati, n'and a Santa Maria Novella per combattergli. La plebe, che aveva, come di sopra dicemmo, fatta la medesima deliberazione, quasi in quel tempo che Michele si mosse part ancora ella per ire in Piazza; e il caso fece che ciascuno fece diverso cammino, tale che per la via non si scontrorono. Donde che Michele, tornato indietro, trov che la Piazza era presa e che il Palagio si combatteva; e appiccata con loro la zuffa, gli vinse; e parte ne cacci della citt, parte ne constrinse a lasciare l'armi e nascondersi. Ottenuta la impresa, si posorono i tumulti, solo per la virt del Gonfaloniere. Il quale d'animo, di prudenza e di bont super in quel tempo qualunque cittadino, e merita di essere annoverato intra i pochi che abbino benificata la patria loro: perch, se in esso fusse stato animo o maligno o ambizioso, la republica al tutto perdeva la sua libert, e in maggiore tirannide che quella del Duca di Atene perveniva; ma la bont sua non gli lasci mai venire pensiero nello animo che fusse al bene universale contrario, la prudenza sua gli fece condurre le cose in modo che molti della parte sua gli cederono e quelli altri potette con le armi domare. Le quali cose feciono la plebe sbigottire, e i migliori artefici ravvedere e pensare quanta ignominia era, a coloro che avevano doma la superbia de' Grandi, il puzzo della plebe sopportare.

18.


Era gi, quando Michele ottenne contro alla plebe la vittoria, tratta la nuova Signoria; intra la quale erano duoi di tanta vile e infame condizione, che crebbe il desiderio agli uomini di liberarsi da tanta infamia. Trovandosi adunque, quando il primo giorno di settembre i Signori nuovi presono il magistrato, la Piazza piena di armati, come prima i Signori vecchi fuora di Palagio furono, si lev intra gli armati, con tumulto, una voce, come e' non volevono che del popolo minuto alcuno ne fusse de' Signori; tale che la Signoria, per sodisfare loro, priv del magistrato quelli duoi, de' quali l'uno il Tria e l'altro Baroccio si chiamava; in luogo de' quali messer Giorgio Scali e Francesco di Michele elessono. Annullorono ancora l'Arte del popolo minuto, e i subietti a quella, eccetto che Michele di Lando e Lorenzo di Puccio e alcuni altri di migliore qualit, degli ufici privorono; divisono gli onori in due parti, l'una delle quali alle maggiori, l'altra alle minori Arti consegnorono, solo de' Signori vollono che sempre ne fusse cinque de' minori artefici e quattro de' maggiori, e il gonfaloniere ora all'uno ora all'altro membro toccasse. Questo stato cos ordinato fece, per allora, posare la citt; e bench la republica fusse stata tratta delle mani della plebe minuta restorono pi  potenti gli artefici di minore qualit che i nobili popolani; a che questi furono di cedere necessitati, per torre al popolo minuto i favori delle Arti, contentando quelle. La qual cosa fu ancora favorita da coloro che desideravano che rimanessero battuti quelli che, sotto il nome di Parte guelfa, avevono con tanta violenza tanti cittadini offesi. E perch infra gli altri che questa qualit di governo favorivano furono messer Giorgio Scali, messer Benedetto Alberti, messer Salvestro de' Medici e messer Tommaso Strozzi, quasi che principi della citt rimasono. Queste cose cos procedute e governate la gi cominciata divisione tra i popolani nobili e i minori artefici, per la ambizione de' Ricci e degli Albizzi, confermorono: dalla quale perch seguirono in varii tempi di poi effetti gravissimi, e molte volte se ne ar a fare menzione, chiamereno l'una di queste parte popolare e l'altra plebea. Dur questo stato tre anni, e di esili e di morti fu ripieno, perch quelli che governavano, in grandissimo sospetto, per essere dentro e di fuora molti mali contenti, vivevano: i mali contenti di dentro o e' tentavano o e' si credevano che tentassino ogni d cose nuove; quelli di fuora, non avendo rispetto che gli frenasse, ora per mezzo di quello principe, ora di quella republica, varii scandoli, ora in questa ora in quella parte, seminavano.

19.


Trovavasi in questi tempi a Bologna Giannozzo da Salerno, capitano di Carlo di Durazzo, disceso de' Reali di Napoli, il quale, disegnando fare la impresa del Regno contro alla reina Giovanna, teneva questo suo capitano in quella citt, per i favori che da papa Urbano, nimico della Reina, gli erano fatti. Trovavansi a Bologna ancora molti fuori usciti fiorentini, i quali seco e con Carlo strette pratiche tenevano; il che era cagione che in Firenze per quelli che reggevano con grandissimo sospetto si vivesse, e che si prestasse facilmente fede alle calunnie di quelli cittadini che erano sospetti. Fu rivelato per tanto, in tale suspensione di animi, al magistrato, come Giannozzo da Salerno doveva a Firenze con i fuori usciti rappresentarsi e molti di dentro prendere l'armi e dargli la citt. Sopra questa relazione furono accusati molti; i primi de' quali Piero degli Albizzi e Carlo Strozzi furono nominati, e apresso a questi, Cipriano Mangioni, messer Iacopo Sacchetti, messer Donato Barbadori, Filippo Strozzi e Giovanni Anselmi; i quali tutti, eccetto Carlo Strozzi che si fugg, furono presi; e i Signori, acci che niuno ardisse prendere l'armi in loro favore, messer Tommaso Strozzi e messer Benedetto Alberti con assai gente armata a guardia della citt deputorono. Questi cittadini presi furono esaminati, e secondo l'accusa e i riscontri, alcuna colpa in loro non si trovava; di modo che, non li volendo il Capitano condannare, gli inimici loro in tanto il popolo sollevorono, e con tanta rabbia lo commossono loro contro, che per forza furono giudicati a morte. N a Piero degli Albizzi giov la grandezza della casa, n la antica riputazione sua, per essere stato pi  tempo sopra ogni altro cittadino onorato e temuto: donde che alcuno, o vero suo amico, per farlo pi  umano in tanta sua grandezza, o vero suo nimico, per minacciarlo con la volubilit della fortuna, faccendo egli uno convito a molti cittadini, gli mand uno nappo d'ariento pieno di confetti, e tra quelli nascosto un chiodo; il quale scoperto e veduto da tutti i convivanti, fu interpetrato che gli era ricordato conficcasse la ruota, perch, avendolo la Fortuna condotto nel colmo di quella, non poteva essere che, se la seguitava di fare il cerchio suo, che la non lo traesse in fondo: la quale interpetrazione fu, prima dalla sua rovina, di poi dalla sua morte verificata. Dopo questa esecuzione rimase la citt piena di confusione, perch i vinti e i vincitori temevono; ma pi  maligni effetti da il timore di quelli che governavano nascevano, perch ogni minimo accidente faceva loro fare alla Parte nuove ingiurie, o condannando, o ammunendo, o mandando in esilio i loro cittadini; a che si aggiugnevano nuove leggi e nuovi ordini, i quali spesso in fortificazione dello stato si facevono. Le quali tutte cose seguivono con ingiuria di quelli che erano sospetti alla fazione loro; e per ci creorono quarantasei uomini, i quali insieme con i Signori, la republica di sospetti allo stato purgassero. Costoro ammunirono trentanove cittadini, e feciono assai popolani Grandi, e assai Grandi popolani; e per potere alle forze di fuora opporsi, messer Giovanni Aguto, di nazione inghilese e reputatissimo nelle armi, soldorono, il quale aveva per il papa e per altri in Italia pi  tempo militato. Il sospetto di fuora nasceva da intendersi come pi  compagnie di gente d'arme da Carlo di Durazzo per fare l'impresa del Regno si ordinavano, con il quale era fama essere molti fuori usciti fiorentini. Ai quali pericoli, oltre alle forze ordinate, con somma di danari si provide; perch, arrivato Carlo in Arezzo, ebbe dai Fiorentini quarantamila ducati, e promisse non molestargli; segu di poi la sua impresa, e felicemente occup il regno di Napoli, e la reina Giovanna ne mand presa in Ungheria. La quale vittoria di nuovo il sospetto a quelli che in Firenze tenevono lo stato accrebbe, perch non potevono credere che i loro danari pi  nello animo del Re potessero, che quella antica amicizia la quale aveva quella casa con i Guelfi tenuta, i quali con tanta ingiuria erano da loro oppressi.

20.


Questo sospetto adunque, crescendo, faceva crescere le ingiurie; le quali non lo spegnevano, ma accrescevano; in modo che per la maggiore parte degli uomini si viveva in malissima contentezza. A che la insolenzia di messer Giorgio Scali e di messer Tommaso Strozzi si aggiugneva; i quali con la autorit loro quella de' magistrati superavano, temendo ciascuno di non essere da loro, con il favore della plebe, oppresso. E non solamente a' buoni, ma ai sediziosi pareva quel governo tirannico e violento. Ma perch la insolenzia di messer Giorgio qualche volta doveva avere fine, occorse che da uno suo familiare fu Giovanni di Cambio, per avere contro allo stato tenute pratiche, accusato; il quale da il Capitano fu trovato innocente; tale che il giudice voleva punire lo accusatore di quella pena che sarebbe stato punito il reo se si trovava colpevole; e non potendo messer Giorgio con prieghi n con alcuna sua autorit salvarlo, and egli e messer Tommaso Strozzi, con moltitudine di armati, e per forza lo liberorono, e il palagio del Capitano saccheggiorono, e quello volendo salvarsi, a nascondersi constrinsono. Il quale atto riempi la citt di tanto odio contro a di lui, che i suoi nimici pensorono di poterlo spegnere e di trarre la citt, non solamente delle sue mani, ma di quelle della plebe, la quale tre anni, per la arroganza sua, l'aveva soggiogata. Di che dette ancora il Capitano grande occasione: il quale, cessato il tumulto, se ne and a' Signori, e disse come era venuto volentieri a quello ufizio al quale loro Signorie lo avevano eletto, perch pensava avere a servire uomini giusti e che pigliassero l'armi per favorire, non per impedire, la giustizia; ma poi che gli aveva veduti e provati i governi della citt e il modo del vivere suo, quella dignit che volentieri aveva presa per acquistare utile e onore, volentieri la rendeva loro per fuggire pericolo e danno. Fu il Capitano confortato dai Signori, e messogli animo, promettendogli de' danni passati ristoro e per lo avvenire sicurt; e ristrettisi parte di loro con alcuni cittadini, di quelli che giudicavano amatori del bene commune e meno sospetti allo stato, conclusono che fusse venuta grande occasione a trarre la citt della potest di messer Giorgio e della plebe, sendo lo universale per questa ultima insolenzia alienatosi da lui. Per ci pareva loro da usarla prima che gli animi sdegnati si riconciliassero, perch sapevono che la grazia dello universale per ogni piccolo accidente si guadagna e perde; e giudicorono che, a volere condurre la cosa, fusse necessario tirare alle voglie loro messer Benedetto Alberti, sanza il consenso del quale la impresa pericolosa giudicavono. Era messer Benedetto uomo ricchissimo, umano, severo, amatore della libert della patria sua, e a cui dispiacevono assai i modi tirannici: tale che fu facile il quietarlo e farlo alla rovina di messer Giorgio conscendere. Perch la cagione che a' popolani nobili e alla setta dei Guelfi lo avevano fatto nimico e amico alla plebe era stata la insolenza di quelli e i modi tirannici loro, donde, veduto poi che i capi della plebe erano diventati simili a quelli, pi  tempo innanzi s'era discostato da loro, e le ingiurie le quali a molti cittadini erano state fatte al tutto fuora del consenso suo erano seguite: tale che quelle cagioni che gli feciono pigliare le parti della plebe, quelle medesime gliene feciono lasciare. Tirato adunque messer Benedetto e i capi delle Arti alla loro volont, e provedutosi di armi, fu preso messer Giorgio, e messer Tommaso fugg. E l'altro giorno poi fu messer Giorgio con tanto terrore della parte sua decapitato, che niuno si mosse, anzi ciascuno a gara alla sua rovina concorse. Onde che, vedendosi quello venire a morte davanti a quel popolo che poco tempo innanzi lo aveva adorato, si dolfe della malvagia sorte sua e della malignit de' cittadini, i quali, per averlo ingiuriato a torto, lo avessero a favorire e onorare una moltitudine constretto, dove non fusse n fede n gratitudine alcuna. E ricognoscendo intra gli armati messer Benedetto Alberti, gli disse: - E tu, messer Benedetto, consenti che a me sia fatta quella ingiuria che, se io fussi cost non permetterei mai che la fusse fatta a te? Ma io ti annunzio che questo d  fine del male mio e principio del tuo -. Dolfesi di poi di se stesso, avendo confidato troppo in uno popolo il quale ogni voce, ogni atto, ogni sospizione muove e corrompe. E con queste doglienze mor, in mezzo ai suoi nimici armati e della sua morte allegri. Furono morti, dopo quello, alcuni de' suoi pi  stretti amici, e dal popolo strascinati.

21.


Questa morte di questo cittadino commosse tutta la citt, perch nella esecuzione di quella molti presono l'arme per fare alla Signoria e al Capitano del popolo favore; molti altri ancora, o per loro ambizione, o per propri sospetti la presono. E perch la citt era piena di diversi umori, ciascuno vario fine aveva, e tutti, avanti che l'armi si posassero, di conseguirli desideravano. Gli antichi nobili, chiamati Grandi, di essere privi degli onori publici sopportare non potevono, e per ci di recuperare quelli con ogni studio s'ingegnavano, e per questo che si rendesse la autorit ai Capitani di parte amavano; ai nobili popolani e alle maggiori Arti lo avere accomunato lo stato con le Arti minori e popolo minuto dispiaceva; da l'altra parte le Arti minori volevono pi  tosto accrescere che diminuire la loro dignit; e il popolo minuto di non perdere i collegi delle sue Arti temeva. I quali dispareri feciono, per spazio di uno anno, molte volte Firenze tumultuare; e ora pigliavano l'armi i Grandi, ora le maggiori ora le minori Arti e il popolo minuto con quelle; e pi  volte ad un tratto in diverse parti della terra tutti erano armati. Onde ne segu, e infra loro e con le genti del Palagio, assai zuffe, perch la Signoria, ora cedendo, ora combattendo a tanti inconvenienti come poteva il meglio rimediava. Tanto che alla fine, dopo duoi parlamenti e pi  balie che per riformare la citt si creorono, dopo molti danni, travagli e pericoli gravissimi, si ferm uno governo, per il quale alla patria tutti quelli che erano stati confinati poi che messer Salvestro de' Medici era stato gonfaloniere si restituirono; tolsonsi preeminenzie e provisioni a tutti quelli che dalla balia del '78 ne erano stati proveduti; renderonsi gli onori alla Parte guelfa; privoronsi le due Arti nuove de' loro corpi e governi, e ciascuno de' sottoposti a quelle sotto le antiche Arti loro si rimissono; privoronsi l'Arti minori del gonfaloniere di giustizia, e ridussonsi dalla met alla terza parte degli onori, e di quelli si tolsono loro quelli di maggiore qualit. S che la parte de' popolani nobili e de' Guelfi riassunse lo stato, e quella della plebe lo perd; del quale era stata principe dal 1378 allo '81, che seguirono queste novit.

22.


N fu questo stato meno ingiurioso verso i suoi cittadini, n meno grave ne' suoi principii, che si fusse stato quello della plebe; perch molti nobili popolani che erano notati defensori di quella furono confinati insieme con gran numero de' capi plebei, intra i quali fu Michele di Lando; n lo salv dalla rabbia delle parti tanti beni de' quali era stato cagione la sua autorit, quando la sfrenata moltitudine licenziosamente rovinava la citt. Fugli per tanto alle sue buone operazioni la sua patria poco grata: nel quale errore perch molte volte i principi e le republiche caggiono, ne nasce che gli uomini, sbigottiti da simili esempli prima che possino sentire la ingratitudine de' principi loro, gli offendono. Questi esili e queste morti, come sempre mai dispiacquono, a messer Benedetto Alberti dispiacevono, e publicamente e privatamente le biasimava; donde i principi dello stato lo temevano, perch lo stimavano uno de' primi amici della plebe e credevono che gli avessi consentito alla morte di messer Giorgio Scali, non perch i modi suoi gli dispiacessero, ma per rimanere solo nel governo. Accrescevono di poi le sue parole e suoi modi il sospetto; il che faceva che tutta la parte che era principe teneva gli occhi volti verso di lui, per pigliare occasione di poterlo opprimere. Vivendosi in questi termini, non furono le cose di fuora molto gravi; per ci che alcuna ne segu fu pi  di spavento che di danno. Perch in questo tempo venne Lodovico d'Angi in Italia, per rendere il regno di Napoli alla reina Giovanna e cacciarne Carlo di Durazzo. La passata sua spaur assai i Fiorentini; perch Carlo, secondo il costume degli amici vecchi, chiedeva da loro aiuti, e Lodovico domandava, come fa chi cerca le amicizie nuove, si stessero di mezzo. Donde i Fiorentini, per mostrare di sodisfare a Lodovico e aiutare Carlo, rimossono dai loro soldi messer Giovanni Aguto, e a papa Urbano, che era di Carlo amico, lo ferono condurre: il quale inganno fu facilmente da Lodovico cognosciuto, e si tenne assai ingiuriato da i Fiorentini. E mentre che la guerra intra Lodovico e Carlo, in Puglia, si travagliava, venne di Francia nuova gente in favore di Lodovico; la quale, giunta in Toscana, fu dai fuori usciti aretini condotta in Arezzo, e trattane la parte che per Carlo governava. E quando disegnavano mutare lo stato di Firenze come eglino avevono mutato quello di Arezzo, segu la morte di Lodovico, e le cose, in Puglia e in Toscana, variorono con la fortuna l'ordine, perch Carlo si assicur di quel regno che gli aveva quasi che perduto, e i Fiorentini, che dubitavano di potere difendere Firenze, acquistorono Arezzo, perch da quelle genti che per Lodovico lo tenevono lo comperorono. Carlo adunque, assicurato di Puglia, ne and per il regno di Ungheria, il quale per eredit gli perveniva, e lasci la moglie in Puglia, con Ladislao e Giovanna suoi figliuoli ancora fanciulli, come nel suo luogo dimostrammo. Acquist Carlo l'Ungheria; ma poco di poi vi fu morto.

23.


Fecesi di quello acquisto, in Firenze, allegrezza solenne, quanta mai in alcuna citt per alcuna propria vittoria si facesse: dove la publica e la privata magnificenza si cognobbe, per ci che molte famiglie a gara con il pubblico festeggiorono. Ma quella che di pompa e di magnificenza super le altre fu la famiglia degli Alberti, perch gli apparati, l'armeggerie che da quella furono fatte furono non d'una gente privata, ma di qualunque principe degni. Le quali cose accrebbono a quella assai invidia, la quale, aggiunta al sospetto che lo stato aveva di messer Benedetto, fu cagione della sua rovina; per ci che quelli che governavano non potevono di lui contentarsi, parendo loro che ad ogni ora potesse nascere che, con il favore della Parte, egli ripigliasse la reputazione sua e gli cacciasse della citt. E stando in questa dubitazione, occorse che, sendo egli gonfalonieri delle Compagnie, fu tratto gonfaloniere di giustizia messer Filippo Magalotti suo genero: la qual cosa raddoppi il timore a' principi dello stato, pensando che a messer Benedetto si aggiugnevono troppe forze e allo stato troppo pericolo. E desiderando sanza tumulto rimediarvi, dettono animo a Bese Magalotti, suo consorte e nimico, che significasse a' Signori che messer Filippo, mancando del tempo che si richiedeva ad esercitare quel grado, non poteva n doveva ottenerlo. Fu la causa intra i Signori esaminata; e parte di loro per odio, parte per levare scandolo, giudicorono messer Filippo a quella degnit inabile. E fu tratto in suo luogo Bardo Mancini, uomo al tutto alla fazione plebea contrario e a messer Benedetto nimicissimo; tanto che, preso il magistrato, cre una balia, la quale, nel ripigliare e riformare lo stato, confin messer Benedetto Alberti e il restante della famiglia ammun, eccetto che messer Antonio. Chiam messer Benedetto, avanti al suo partire, tutti i suoi consorti, e veggendogli mesti e pieni di lacrime, disse loro: - Voi vedete, padri e maggiori miei, come la fortuna ha rovinato me e minacciato voi di che n io mi maraviglio, n voi vi dovete maravigliare, perch sempre cos avvenne a coloro i quali intra molti cattivi vogliono essere buoni, e che vogliono sostenere quello che i pi  cercono di rovinare. Lo amore della mia patria mi fece accostare a messer Salvestro de' Medici e di poi da messer Giorgio Scali discostare; quello medesimo mi faceva i costumi di questi che ora governono odiare; i quali, come ei non avevono chi gli gastigasse non hanno ancora voluto chi gli riprenda. E io sono contento, con il mio esilio, liberargli da quello timore che loro avevono, non di me solamente, ma di qualunque sanno che conosce i tirannici e scelerati modi loro; e per ci hanno, con le battiture mie, minacciato gli altri. Di me non mi incresce, perch quelli onori che la patria libera mi ha dati la serva non mi pu torre; e sempre mi dar maggiore piacere la memoria della passata vita mia, che non mi dar dispiacere quella infelicit che si tirer drieto il mio esilio. Duolmi bene che la mia patria rimanga in preda di pochi, e alla loro superbia e avarizia sottoposta; duolmi di voi, perch io dubito che quelli mali che finiscono oggi in me e cominciono in voi, con maggiori danni che non hanno perseguitato me non vi perseguino. Confortovi adunque a fermare l'animo contro ad ogni infortunio, e portarvi in modo che, se cosa alcuna avversa vi avviene, che ve ne avverranno molte, ciascuno cognosca, innocentemente e sanza vostra colpa esservi avvenute -. Di poi, per non dare di s minore opinione di bont fuora, che si avesse data in Firenze, se ne and al Sepulcro di Cristo, dal quale tornando mor a Rodi. Le ossa del quale furono condotte in Firenze, e da coloro con grandissimo onore sepulte, che, vive, con ogni calunnia e ingiuria avevono perseguitate.

24.


Non fu, in questi travagli della citt, solamente la famiglia degli Alberti offesa, ma con quella molti cittadini ammuniti e confinati furono, intra i quali fu Piero Benini, Matteo Alderotti, Giovanni e Francesco del Bene, Giovanni Benci, Andrea Adimari, e con questi gran numero di minori artefici: intra gli ammuniti furono i Covoni, i Benini i Rinucci, i Formiconi, i Corbizzi, i Mannelli e gli Alderotti. Era consuetudine creare la balia per un tempo; ma quelli cittadini, fatto ch'eglino avevono quello per che gli erano stati deputati, per onest, ancora che il tempo non fusse venuto, rinunciavano. Parendo per tanto a quelli uomini avere sodisfatto allo stato, volevono, secondo il costume, rinunziare. Il che intendendo, molti corsono al Palagio armati, chiedendo che avanti alla renunzia, molti altri confinassero e ammunissero. Il che dispiacque assai a' Signori; e con buone promesse tanto gli intrattennono che si feciono forti, e di poi operorono che la paura facesse loro posare quelle armi che la rabbia aveva fatte pigliare. Non di meno, per sodisfare in parte a s rabbioso umore, e per torre agli artefici plebei pi  autorit, providdono che, dove gli avevono la terza parte degli onori, ne avessero la quarta; e acci che sempre fussero de' Signori duoi de' pi  confidenti allo stato, dierono autorit al gonfaloniere di giustizia e quattro altri cittadini di fare una borsa di scelti de' quali in ogni Signoria se ne traessi duoi.

25.


Fermato cos lo stato, dopo sei anni, che fu nel 1381 ordinato, visse la citt dentro insino al '93 assai quieta. Nel qual tempo Giovan Galeazzo Visconti, chiamato Conte di Virt, prese messer Bernab suo zio, e per ci divent di tutta Lombardia principe. Costui credette potere divenire re di Italia con la forza, come gli era diventato duca di Milano con lo inganno; e mosse, nel '90, una guerra grandissima a' Fiorentini; e in modo vari quella nel maneggiarsi, che molte volte fu il Duca pi  presso al pericolo di perdere, che i Fiorentini, i quali, se non moriva, avevono perduto. Non di meno le difese furono animose e mirabili ad una republica, e il fine fu assai meno malvagio che non era stata la guerra spaventevole; perch, quando il Duca aveva preso Bologna, Pisa, Perugia e Siena, e che gli aveva preparata la corona per coronarsi in Firenze re di Italia, mor: la qual morte non gli lasci gustare le sue passate vittorie, e a' Fiorentini non lasci sentire le loro presenti perdite. Mentre che questa guerra con il Duca si travagliava, fu fatto gonfalonieri di giustizia messer Maso degli Albizzi, il quale la morte di Piero aveva fatto nimico agli Alberti. E perch tuttavolta vegghiavano gli umori delle parti, pens messer Maso, ancora che messer Benedetto fusse morto in esilio, avanti che deponesse il magistrato, con il rimanente di quella famiglia vendicarsi. E prese la occasione da uno che sopra certe pratiche tenute con i rebelli fu esaminato, il quale Alberto e Andrea degli Alberti nomin. Furono costoro subito presi, donde tutta la citt se ne alter, tale che i Signori, provedutisi d'arme, il popolo a parlamento chiamorono, e feciono uomini di balia, per virt della quale assai cittadini confinorono e nuove imborsazioni d'uffizi ferono. Intra i confinati furono quasi che tutti gli Alberti; furono ancora di molti artefici ammuniti e morti, onde che, per le tante ingiurie, le Arti e popolo minuto si lev in arme, parendogli che fusse tolto loro l'onore e la vita. Una parte di costoro vennero in Piazza un'altra corse a casa messer Veri de' Medici, il quale, dopo la morte di messer Salvestro, era di quella famiglia rimasto capo. A quelli che vennero in Piazza i Signori, per addormentargli, dierono per capi, con le insegne di parte guelfa e del popolo in mano, messer Rinaldo Gianfigliazzi e messer Donato Acciaiuoli, come uomini, de' popolani, pi  alla plebe che alcuni altri accetti. Quelli che corsono a casa messer Veri lo pregavano che fusse contento prendere lo stato e liberargli dalla tirannide di quelli cittadini che erano de' buoni e del bene comune destruttori. Accordansi tutti quelli che di questi tempi hanno lasciata alcuna memoria che, se messer Veri fusse stato pi  ambizioso che buono, poteva sanza alcuno impedimento farsi principe della citt; perch le gravi ingiurie che, a ragione e a torto, erano alle Arti e agli amici di quelle state fatte avevano in maniera accesi gli animi alla vendetta, che non mancava, a sodisfare ai loro appetiti, altro che un capo che gli conducesse. N manc chi ricordasse a messer Veri quello che poteva fare, perch Antonio de' Medici, il quale aveva tenuto seco pi  tempo particulare inimicizia, lo persuadeva a pigliare il dominio della republica. Al quale messer Veri disse: - Le tue minacce, quando tu mi eri inimico, non mi feciono mai paura, n ora che tu mi sei amico mi faranno male i tuoi consigli; - e rivoltosi alla moltitudine, gli confort a fare buono animo, per ci che voleva essere loro defensore, purch si lasciassero da lui consigliare. E andatone in mezzo di loro, in Piazza, e di quivi salito in Palagio, davanti a' Signori, disse non si poter dolere in alcun modo di essere vivuto in maniera che il popolo di Firenze lo amasse, ma che gli doleva bene che avesse di lui fatto quello giudizio che la sua passata vita non meritava; per ci che, non avendo mai dati di s esempli di scandoloso o di ambizioso, non sapeva donde si fusse nato che si credesse che fusse mantenitore degli scandoli come inquieto, o occupatore dello stato come ambizioso. Pregava per tanto loro Signorie che la ignoranzia della moltitudine non fusse a suo peccato imputata, perch, quanto apparteneva a lui, come prima aveva potuto si era rimesso nelle forze loro. Ricordava bene fussero contenti usare la fortuna modestamente, e che bastasse loro pi  tosto godersi una mezzana vittoria con salute della citt, che, per volerla intera, rovinare quella. Fu messer Veri lodato da' Signori, e confortato a fare posare le armi; e che di poi non mancherebbono di fare quello che fussero da lui e dagli altri cittadini consigliati. Tornossi, dopo queste parole, messer Veri in Piazza, e le sue brigate con quelle che da messer Rinaldo e messer Donato erano guidate congiunse. Di poi disse a tutti avere trovato ne' Signori una ottima volont verso di loro, e che molte cose s'erano parlate, ma, per il tempo breve e per la assenzia de' magistrati, non si erano concluse. Per tanto gli pregava posassero le armi e ubbidissero ai Signori, facendo loro fede che la umanit pi  che la superbia, i prieghi pi  che le minacce erano per muovergli, e come e' non mancherebbe loro grado e securt, se e' si lasciavano governare da lui: tanto che, sotto la sua fede, ciascuno alle sue case fece ritornare.

26.


Posate le armi, i Signori prima armorono la Piazza; scrissono di poi dumila cittadini confidenti allo stato, divisi ugualmente per gonfaloni, i quali ordinorono fussero presti al soccorso loro qualunque volta gli chiamassero; e ai non scritti lo armarsi proibirono. Fatte queste preparazioni, confinorono e ammazzorono molti artefici, di quelli che pi  feroci che gli altri si erano ne' tumulti dimostri; e perch il gonfaloniere della giustizia avesse pi  maest e reputazione, providono che fusse, ad esercitare quella dignit, di avere quarantacinque anni necessario. In fortificazione dello stato ancora molti provedimenti feciono, i quali erano contro a quelli che si facevano insopportabili, e ai buoni cittadini della parte propria odiosi, perch non giudicavano uno stato buono o securo, il quale con tanta violenza bisognasse difendere. E non solamente a quelli degli Alberti che restavano nella citt, e ai Medici, ai quali pareva avere ingannato il popolo, ma a molti altri tanta violenza dispiaceva. E il primo che cerc di opporsegli fu messer Donato di Iacopo Acciaiuoli. Costui, ancora che fusse grande nella citt, e pi   tosto superiore che compagno a messer Maso degli Albizzi, il quale per le cose fatte nel suo gonfalonierato era come capo della republica, non poteva intra tanti mali contenti vivere bene contento, n recarsi, come i pi  fanno, il comune danno a privato commodo; e per ci fece pensiero di fare esperienza se poteva rendere la patria agli sbanditi, o almeno gli uffici agli ammuniti. E andava negli orecchi di questo e quell'altro cittadino questa sua opinione seminando, mostrando come e' non si poteva altrimenti quietare il popolo e gli umori delle parti fermare; n aspettava altro che di essere de' Signori, a mandare ad effetto questo suo desiderio. E perch nelle azioni nostre lo indugio arreca tedio e la fretta pericolo, si volse, per fuggire il tedio, a tentare il pericolo. Erano de' Signori Michele Acciaiuoli suo consorte e Niccol Ricoveri suo amico, donde parve a messer Donato che gli fusse data occasione da non la perdere, e gli richiese che dovessero preporre una legge a' Consigli, nella quale si contenesse la restituzione de' cittadini. Costoro, persuasi da lui, ne parlorono con i compagni, i quali risposono che non erano per tentare cose nuove, dove lo acquisto  dubio e il pericolo certo. Onde che messer Donato, avendo prima invano tutte le vie tentate, mosso da ira fece intendere loro come, poi che non volevono che la citt con i partiti in mano si ordinasse la si ordinerebbe con le armi. Le quali parole tanto dispiacquero che, comunicata la cosa con i principi del governo, fu messer Donato citato; e comparso, fu da quello a chi egli aveva commessa la imbasciata convinto, tale che fu a Barletta confinato. Furono ancora confinati Alamanno e Antonio de' Medici, con tutti quelli che di quella famiglia da messer Alamanno discesi erano, insieme con molti artefici ignobili, ma di credito appresso alla plebe. Le quali cose seguirono duoi anni poi che da messer Maso era stato ripreso lo stato.

27.


Stando cos la citt, con molti mali contenti dentro e molti sbanditi di fuora, si trovavano intra gli sbanditi, a Bologna Picchio Cavicciuli, Tommaso de' Ricci, Antonio de' Medici, Benedetto degli Spini, Antonio Girolami, Cristofano di Carlone, con duoi altri di vile condizione, ma tutti giovani, feroci e disposti, per tornare nella patria, a tentare ogni fortuna. A costoro fu mostro per secrete vie, da Piggiello e Baroccio Cavicciuli, i quali, ammuniti, in Firenze vivevano, che, se venivono nella citt secretamente, gli riceverebbono in casa, donde e' potevono poi, uscendo, ammazzare messer Maso degli Albizzi e chiamare il popolo alle armi; il quale, sendo male contento, facilmente si poteva sollevare massime perch sarebbono da' Ricci, Adimari, Medici, Mannelli e da molte altre famiglie seguitati. Mossi per tanto costoro da queste speranze, a d 4 di agosto nel 1397, vennono in Firenze, ed entrati secretamente dove era stato loro ordinato, mandorono ad osservare messer Maso, volendo da la sua morte muovere il tumulto. Usc messer Maso di casa, e in uno speziale, a San Piero Maggiore propinquo, si ferm. Corse chi era ito ad osservarlo, a significarlo a' congiurati, i quali, prese le armi e venuti al luogo dimostro, lo trovorono partito; onde, non sbigottiti per non essere loro questo primo disegno riuscito, si volsono verso Mercato vecchio, dove uno della parte avversa ammazzorono; e levato il romore, gridando: - popolo, arme, libert - e: - muoiano i tiranni, - volti verso Mercato nuovo, alla fine di Calimara ne ammazzorono un altro; e seguitando con le medesime voci il loro cammino, e niuno pigliando le armi, nella loggia della Nighittosa si ridussono. Quivi si missono in luogo alto, avendo grande moltitudine intorno, la quale pi  per vedergli che per favorirgli era corsa, e con voce alta gli uomini a pigliare le armi e uscire di quella servit che loro avevano cotanto odiata confortavano, affermando che i rammarichii de' mali contenti della citt, pi   che le ingiurie proprie, gli avevano a volergli liberare mossi, e come avevano sentito che molti pregavano Iddio che dessi loro occasione di potersi vendicare, il che farebbono qualunque volta avessero capo che gli movesse, e ora che la occasione era venuta, e che gli avevano i capi che gli movevano, sguardavano l'uno l'altro, e come stupidi aspettavano che i motori della liberazione loro fussero morti e loro nella servit raggravati; e che si maravigliavano che coloro i quali per una minima ingiuria solevono pigliare le armi, per tante non si movessero, e che volessero sopportare che tanti loro cittadini fussero sbanditi, e tanti ammuniti; ma che gli era posto nello arbitrio loro rendere agli sbanditi la patria e agli ammuniti lo stato. Le quali parole, ancora che vere, non mossono in alcuna parte la moltitudine, o per timore, o perch la morte di quelli duoi avesse fatti gli ucciditori odiosi. Tale che, vedendo i motori del tumulto come n le parole n i fatti avevono forza di muovere alcuno, tardi avvedutisi quanto sia pericoloso volere fare libero un popolo che voglia in ogni modo essere servo, disperatisi della impresa, nel tempio di Santa Reparata si ritirorono, dove, non per campare la vita, ma per differire la morte, si rinchiusono. I Signori, al primo romore, turbati, armorono e serrorono il Palagio; ma poi che fu inteso il caso, e saputo quali erano quelli che movevono lo scandolo, e dove si erano rinchiusi, si rassicurorono, e al Capitano con molti altri armati che a prendergli andassero comandarono. Tale che senza molta fatica le porte del tempio sforzate furono, e parte di loro, difendendosi, morti, e parte presi. I quali esaminati, non si trov altri in colpa fuora di loro, che Baroccio e Piggiello Cavicciuli, i quali insieme con quelli furono morti.

28.


Dopo questo accidente ne nacque un altro di maggiore importanza. Aveva la citt, in questi tempi, come di sopra dicemmo, guerra con il Duca di Milano, il quale, vedendo come ad opprimere quella le forze aperte non bastavano, si volse alle occulte, e per mezzo de' fuori usciti fiorentini, de' quali la Lombardia era piena, ordin uno trattato, del quale molti di dentro erano consapevoli, per il quale si era concluso che, ad un certo giorno, dai luoghi pi  propinqui a Firenze, gran parte de' fuori usciti atti alle armi si partissero, e per il fiume di Arno nella citt entrassero; i quali, insieme con i loro amici di dentro, alle case de' primi dello stato corressero, e quelli morti, riformassero secondo la volont loro la republica. Intra i congiurati di dentro era uno de' Ricci, nominato Saminiato; e come spesso nelle congiure avviene, che i pochi non bastano e gli assai le scuoprono, mentre che Saminiato cercava di guadagnarsi compagni, trov lo accusatore. Confer costui la cosa a Salvestro Cavicciuli, il quale le ingiurie de' suoi parenti e sue dovevono fare fedele; non di meno egli stim pi  il propinquo timore che la futura speranza, e subito tutto il trattato aperse ai Signori; i quali, fatto pigliare Saminiato, a manifestare tutto l'ordine della congiura constrinsono. Ma de' consapevoli non ne fu preso, fuora che Tommaso Davizi alcuno, il quale, venendo da Bologna, non sapendo quello che in Firenze era occorso, fu, prima che gli arrivasse, sostenuto: gli altri tutti, dopo la cattura di Saminiato, spaventati, si fuggirono. Puniti per tanto, secondo i loro falli, Saminiato e Tommaso, si dette balia a pi   cittadini, i quali con la autorit loro i delinquenti cercassero e lo stato assicurassero. Costoro feciono rubelli sei della famiglia de' Ricci, sei di quella degli Alberti, duoi de' Medici, tre degli Scali, duoi degli Strozzi, Bindo Altoviti, Bernardo Adimari, con molti ignobili, ammunirono ancora tutta la famiglia degli Alberti, Ricci e Medici per dieci anni, eccetto pochi di loro. Era intra quegli degli Alberti non ammunito messer Antonio per essere tenuto uomo quieto e pacifico. Occorse che, non essendo ancora spento il sospetto della congiura fu preso uno monaco stato veduto, in ne' tempi che i congiurati praticavano, andare pi  volte da Bologna a Firenze: confess costui avere pi  volte portate lettere a messer Antonio, donde che subito fu preso, e bench da principio negasse, fu dal monaco convinto, e per ci in danari condennato, e discosto dalla citt trecento miglia confinato. E perch ciascuno giorno gli Alberti a pericolo lo stato non mettessero, tutti quelli che in quella famiglia fussero maggiori di quindici anni confinorono.

29.


Questo accidente segu nel 1400; e duoi anni appresso mor Giovan Galeazzo duca di Milano; la cui morte, come di sopra dicemmo, a quella guerra che dodici anni era durata pose fine. Nel qual tempo, avendo il governo preso pi  autorit, sendo rimaso sanza nimici fuora e dentro, si fece la impresa di Pisa, e quella gloriosamente si vinse; e si stette dentro quietamente dal 1400 al 33. Solo nel 1412, per avere gli Alberti rotti i confini, si cre contra di loro nuova balia, la quale con nuovi provedimenti rafforz lo stato, e gli Alberti con taglie perseguit. Nel qual tempo feciono ancora i Fiorentini guerra con Ladislao re di Napoli, la quale per la morte del Re, nel 1414, fin. E nel travaglio di essa, trovandosi il Re inferiore, conced a' Fiorentini la citt di Cortona, della quale era signore; ma poco di poi riprese le forze e rinnov con loro la guerra, la quale fu molto pi   che la prima pericolosa, e se la non finiva per la morte sua, come gi era finita quella del Duca di Milano, aveva ancora egli, come quel Duca, Firenze in pericolo di non perdere la sua libert condotto. N questa guerra fin con minore ventura che quella, perch, quando egli aveva preso Roma, Siena, la Marca tutta e la Romagna, e che non gli mancava altro che Firenze ad ire con la potenza sua in Lombardia, si mor. E cos la morte fu sempre pi  amica a' Fiorentini che niuno altro amico, e pi   potente a salvargli che alcuna loro virt. Dopo la morte di questo Re stette la citt quieta, fuori e dentro, otto anni; in capo del qual tempo, insieme con le guerre di Filippo duca di Milano, rinnovorono le parti; le quali non posorono prima che con la rovina di quello stato il quale da il 1381 al 1434 aveva regnato, e fatto con tanta gloria tante guerre, e acquistato allo imperio suo Arezzo, Pisa, Cortona, Livorno e Monte Pulciano. E maggiore cose arebbe fatte, se la citt si manteneva unita, e non si fussero riaccesi gli antichi umori in quella; come nel seguente libro particularmente si dimosterr.


LIBRO QUARTO.

1.


Le citt, e quelle massimamente che non sono bene ordinate, le quali sotto nome di republica si amministrano, variano spesso i governi e stati loro, non mediante la libert e la servit, come molti credono, ma mediante la servit e la licenza. Perch della libert solamente il nome dai ministri della licenza, che sono i popolari, e da quelli della servit, che sono i nobili,  celebrato, desiderando qualunque di costoro non essere n alle leggi n agli uomini sottoposto. Vero  che quando pure avviene (che avviene rade volte) che, per buona fortuna della citt, surga in quella un savio, buono e potente cittadino, da il quale si ordinino leggi per le quali questi umori de' nobili e de' popolani si quietino, o in modo si ristringhino che male operare non possino, allora  che quella citt si pu chiamare libera, e quello stato si pu stabile e fermo giudicare; perch, sendo sopra buone leggi e buoni ordini fondato, non ha necessit della virt d'uno uomo, come hanno gli altri, che lo mantenga. Di simili leggi e ordini molte republiche antiche, gli stati delle quali ebbono lunga vita, furono dotate; di simili ordini e leggi sono mancate e mancano tutte quelle che spesso i loro governi da lo stato tirannico a licenzioso, e da questo a quell'altro, hanno variato e variano. Perch in essi, per i potenti nimici che ha ciascuno di loro, non  n puote essere alcuna stabilit; perch l'uno non piace agli uomini buoni, l'altro dispiace a' savi; l'uno pu fare male facilmente, l'altro pu fare bene con difficult; nell'uno hanno troppa autorit gli uomini insolenti, nell'altro gli sciocchi; e l'uno e l'altro di essi conviene che sia da la virt e fortuna d'uno uomo mantenuto, il quale, o per morte pu venire meno, o per travagli diventare inutile.

2.


Dico per tanto che lo stato il quale in Firenze da la morte di messer Giorgio Scali ebbe, nel 1381, il principio suo fu prima dalla virt di messer Maso degli Albizzi, di poi da quella di Niccol da Uzano sostenuto. Visse la citt da il 1414 per infino al '22 quietamente sendo morto il re Ladislao, e lo stato di Lombardia in pi  parti diviso in modo che di fuora n dentro era alcuna cosa che la facesse dubitare. Appresso a Niccol da Uzano, cittadini di autorit erano Bartolomeo Valori, Nerone di Nigi, messer Rinaldo degli Albizzi, Neri di Gino e Lapo Niccolini. Le parti che nacquono per la discordia degli Albizzi e de' Ricci e che furono di poi da messer Salvestro de' Medici con tanto scandolo risuscitate, mai non si spensono e bench quella che era pi  favorita dallo universale solamente tre anni regnasse e che nel 1381 la rimanesse vinta, non di meno, comprendendo lo umore di quella la maggiore parte della citt, non si potette mai al tutto spegnere. Vero  che gli spessi parlamenti e le continue persecuzioni fatte contro a' capi di quella da lo '81 al 400 la redussono quasi che a niente. Le prime famiglie che furono come capi di essa perseguitate furono Alberti, Ricci e Medici, le quali pi  volte di uomini e di ricchezze spogliate furono; e se alcuni nella citt ne rimasono, furono loro tolti gli onori: le quali battiture renderono quella parte umile e quasi che la consumarono. Restava non di meno in molti uomini una memoria delle iniurie ricevute e uno desiderio di vendicarle; il quale, per non trovare dove appoggiarsi, occulto nel petto loro rimaneva. Quelli nobili popolani i quali pacificamente governavano la citt, feciono duoi errori, che furono la rovina dello stato di quelli: l'uno, che diventorono per il continuo dominio, insolenti; l'altro, che, per la invidia ch'eglino avevono l'uno all'altro, e per la lunga possessione nello stato, quella cura di chi gli potesse offendere che dovevono non tennono.

3.


Rinfrescando adunque costoro con i loro sinistri modi, ogni d, l'odio nello universale, e non vigilando le cose nocive per non le temere, o nutrendole per invidia l'uno dell'altro, feciono che la famiglia de' Medici riprese autorit. Il primo che in quella cominci a risurgere fu Giovanni di Bicci. Costui, sendo diventato ricchissimo, ed essendo di natura benigno e umano, per concessione di quegli che governavano fu condotto al supremo magistrato. Di che per lo universale della citt se ne fece tanta allegrezza, parendo alla moltitudine aversi guadagnato uno defensore, che meritamente ai pi  savi la fu sospetta, perch si vedeva tutti gli antichi umori cominciare a risentirsi. E Niccol da Uzano non manc di avvertirne gli altri cittadini, mostrando quanto era pericoloso nutrire uno che avesse nello universale tanta reputazione; e come era facile opporsi a' disordini ne' principii, ma lasciandogli crescere, era difficile il rimediarvi; e che cognosceva come in Giovanni erano molte parti che superavano quelle di messer Salvestro. Non fu Niccol da' suoi uguali udito, perch avevano invidia alla reputazione sua e desideravano avere compagni a batterlo. Vivendosi per tanto in Firenze intra questi umori, i quali occultamente cominciavano a ribollire, Filippo Visconti, secondo figliuolo di Giovanni Galeazzo, sendo, per la morte del fratello, diventato signore di tutta Lombardia, e parendogli potere disegnare qualunque impresa, desiderava sommamente riinsignorirsi di Genova, la quale allora, sotto il dogato di messer Tommaso da Campo Fregoso, libera si viveva; ma si diffidava potere o quella o altra impresa ottenere, se prima non publicava nuovo accordo co' Fiorentini, la riputazione del quale giudicava gli bastasse a potere a' suoi desiderii sodisfare. Mand per tanto suoi oratori a Firenze a domandarlo. Molti cittadini consigliavano che non si facesse; ma che, sanza farlo, nella pace che molti anni s'era mantenuta seco si perseverasse, perch cognoscevono il favore che il farlo gli arrecava e il poco utile che la citt ne traeva. A molti altri pareva da farlo, e per virt di quello imporgli termini, i quali trapassando, ciascuno cognoscesse il cattivo animo suo, e si potesse, quando e' rompesse la pace, pi  giustificatamente fargli la guerra. E cos, disputata la cosa assai, si ferm la pace, nella quale Filippo promisse non si travagliare delle cose che fussero dal fiume della Magra e del Panaro in qua.

4.


Fatto questo accordo, Filippo occup Brescia, e poco di poi Genova, contro alla opinione di quegli che in Firenze avevano confortata la pace, perch credevano che Brescia fusse difesa da' Viniziani e Genova per se medesima si defendesse. E perch nello accordo che Filippo aveva fatto con il doge di Genova gli aveva lasciate Serezana e altre terre poste di qua dalla Magra, con patti che, volendo alienarle, fusse obligato darle a' Genovesi, veniva Filippo ad avere violata la pace: aveva, oltre di questo, fatto accordo con il legato di Bologna: le quali cose alterorono gli animi de' nostri cittadini, e fernogli, dubitando di nuovi mali, pensare a nuovi rimedi. Le quali perturbazioni venendo a notizia a Filippo, o per giustificarsi, o per tentare gli animi de' Fiorentini, o per addormentargli, mand a Firenze ambasciadori, mostrando maravigliarsi de' sospetti presi e offerendo rinunziare a qualunque cosa fusse da lui stata fatta, che potesse generare alcuno sospetto. I quali ambasciadori non feciono altro effetto che dividere la citt, perch una parte e quelli che erano pi  reputati nel governo, giudicavano che fusse bene armarsi e prepararsi a guastare i disegni al nimico; e quando le preparazioni fussero fatte, e Filippo stesse quieto, non era mossa la guerra, ma data cagione alla pace: molti altri, o per invidia di chi governava, o per timore di guerra, giudicavano che non fusse da insospettire d'uno amico leggiermente; e che le cose fatte da lui non erano degne di averne tanto sospetto, ma che sapevono bene che il creare i Dieci, il soldare gente, voleva dire guerra; la quale se si pigliava con un tanto principe, era con una certa rovina della citt, e sanza poterne sperare alcuno utile, non potendo noi delli acquisti che si facessero, per avere la Romagna in mezzo, diventarne signori, e non potendo alle cose di Romagna, per la vicinit della Chiesa, pensare. Valse non di meno pi  l'autorit di quelli che si volevono preparare alla guerra, che quella di coloro che volevono ordinarsi alla pace; e creorono i Dieci, soldorono gente e posono nuove gravezze. Le quali, perch le aggravavano pi  i minori che i maggiori cittadini, empierono la citt di rammarichii; e ciascuno dannava l'ambizione e l'avarizia de' potenti, accusandogli che, per sfogare gli appetiti loro e opprimere, per dominare, il popolo, volevono muovere una guerra non necessaria.

5.


Non si era ancora venuto con il Duca a manifesta rottura; ma ogni cosa era piena di sospetto, perch Filippo aveva, a richiesta del legato di Bologna, il quale temeva di messer Antonio Bentivogli, che fuori uscito si trovava a Castel Bolognese, mandate genti in quella citt; le quali, per essere propinque al dominio di Firenze, tenevono in sospetto lo stato di quella. Ma quello che fece pi  spaventare ciascuno, e dette larga cagione di scoprire la guerra, fu la impresa, che il Duca fece, di Furl. Era signore di Furl Giorgio Ordelaffi, il quale, venendo a morte, lasci Tibaldo suo figliuolo sotto la tutela di Filippo; e bench la madre, parendogli il tutore sospetto, lo mandasse a Lodovico Alidosi suo padre, che era signore di Imola, non di meno fu forzata dal popolo di Furl, per la osservanza del testamento del padre, a rimetterlo nelle mani del Duca. Onde Filippo, per dare meno sospetto di s, e per meglio celare lo animo suo, ordin che il marchese di Ferrara mandasse come suo procuratore Guido Torello, con gente, a pigliare il governo di Furl. Cos venne quella terra in potest di Filippo. La qual cosa, come si seppe a Firenze, insieme con la nuova delle genti venute a Bologna, fece pi  facile la deliberazione della guerra non ostante che l'avesse grande contradizione e che Giovanni de' Medici publicamente la sconfortasse, mostrando che, quando bene si fusse certo della mala mente del Duca, era meglio aspettare che ti assaltasse che farsegli incontro con le forze; perch in questo caso cos era giustificata la guerra nel conspetto de' principi di Italia da la parte del Duca come da la parte nostra, n si poteva animosamente domandare quelli aiuti che si potrebbono scoperta che fusse l'ambizione sua, e con altro animo e con altre forze si difenderebbero le cose sue che quelle d'altri. Gli altri dicevano che non era da aspettare il nimico in casa; ma di andare a trovare lui; e che la fortuna  amica pi  di chi assalta che di chi si difende; e con minori danni, quando fusse con maggiore spesa, si fa la guerra in casa altri che in casa sua. Tanto che questa opinione prevalse, e si deliber che i Dieci facessero ogni rimedio perch la citt di Furl si traesse delle mani del Duca.

6.


Filippo, vedendo che i Fiorentini volevono occupare quelle cose che egli aveva prese a difendere, posti da parte i rispetti, mand Agnolo della Pergola con gente grossa ad Imola, acci che quel Signore, avendo a pensare di difendere il suo, alla tutela del nipote non pensasse. Arrivato per tanto Agnolo propinquo ad Imola, sendo ancora le genti de' Fiorentini a Modigliana, e sendo il freddo grande e per quello diacciati i fossi della citt, una notte, di furto, prese la terra, e Lodovico ne mand prigione a Milano. I Fiorentini, veduta perduta Imola e la guerra scoperta, mandorono le loro genti a Furl, le quali posero l'assedio a quella citt e da ogni parte la strignevano. E perch le genti del Duca non potessero, unite, soccorrerla, avevono soldato il conte Alberigo il quale da Zagonara, sua terra, scorreva ciascuno d infino in su le porte di Imola. Agnolo della Pergola vedeva di non potere securamente soccorrere Furl per il forte alloggiamento che avevano le nostre genti preso, per pens di andare alla espugnazione di Zagonara, giudicando che i Fiorentini non fussero per lasciare perdere quel luogo; e volendo soccorrere, conveniva loro abbandonare la impresa di Furl e venire con disavantaggio alla giornata. Constrinsono adunque, le genti del Duca, Alberigo a domandare patti; i quali gli furono concessi, promettendo di dare la terra qualunque volta infra quindici giorni non fusse da i Fiorentini soccorso. Intesesi questo disordine nel campo de' Fiorentini e nella citt, e desiderando ciascuno che i nimici non avessero quella vittoria, feciono che ne ebbono una maggiore, perch, partito il campo da Furl per soccorrere Zagonara, come venne allo scontro de' nimici fu rotto, non tanto dalla virt degli avversarii, quanto dalla malignit del tempo; perch, avendo i nostri camminato parecchi ore intra il fango altissimo e con l'acqua adosso, trovorono i nimici freschi, i quali facilmente gli poterono vincere. Non di meno in una tanta rotta, celebrata per tutta Italia, non mor altri che Lodovico degli Obizzi insieme con duoi altri suoi i quali, cascati da cavallo, affogorono nel fango.

7.


Tutta la citt di Firenze, alla nuova di questa rotta, si contrist; ma pi  i cittadini grandi, che avevano consigliata la guerra, perch vedevono il nimico gagliardo, loro disarmati, sanza amici, e il popolo loro contro. Il quale per tutte le piazze con parole ingiuriose gli mordeva, dolendosi delle gravezze sopportate e della guerra mossa sanza cagione dicendo: - Ora hanno creati costoro i Dieci per dare terrore al nimico? ora hanno eglino soccorso Furl e trattolo delle mani del Duca? Ecco che si sono scoperti i consigli loro, e a quale fine camminavano: non per difendere la libert, la quale  loro nimica, ma per accrescere la potenza propria; la quale Iddio ha giustamente diminuita. N hanno solo con questa impresa aggravata la citt, ma con molte; perch simile a questa fu quella contro al re Ladislao. A chi ricorreranno eglino ora per aiuto? a papa Martino, stato, a contemplazione di Braccio, straziato da loro? alla reina Giovanna, che, per abbandonarla, l'hanno fatta gittare in grembo al re d'Aragona? - E oltre a di questo dicevono tutte quelle cose che suole dire uno popolo adirato. Per tanto parve a' Signori ragunare assai cittadini, i quali, con buone parole, gli umori mossi dalla moltitudine quietassero. Donde che messer Rinaldo degli Albizzi, il quale era rimaso primo figliuolo di messer Maso e aspirava, con le virt sua e con la memoria del padre, al primo grado della citt, parl lungamente, mostrando che non era prudenza giudicare le cose dagli effetti, perch molte volte le cose bene consigliate hanno non buono fine e le male consigliate l'hanno buono: e se si lodano i cattivi consigli per il fine buono, non si fa altro che dare animo agli uomini di errare; il che torna in danno grande delle republiche, perch sempre i mali consigli non sono felici: cos medesimamente si errava a biasimare uno savio partito che abbia fine non lieto, perch si toglieva animo ai cittadini a consigliare la citt e a dire quello che gli intendono. Poi mostr la necessit che era di pigliare quella guerra, e come, se la non si fusse mossa in Romagna, la si sarebbe fatta in Toscana. Ma poi che Iddio aveva voluto che le genti fussero state rotte, la perdita sarebbe pi  grave quanto pi  altri si abbandonassi; ma se si mostrava il viso alla fortuna, e si facevano quelli rimedi si potevano, n loro sentirebbono la perdita, n il Duca la vittoria. E che non doveva sbigottirgli le spese e le gravezze future; perch queste era ragionevole mutare e quelle sarebbono molte minori che le passate, perch minori apparati sono necessari a chi si vuole difendere che non sono a quelli che cercano di offendere. Confortgli, in fine, ad imitare i padri loro, i quali, per non avere perduto lo animo in qualunque caso avverso, s'erano sempre contro a qualunque principe difesi.

8.


Confortati per tanto i cittadini dalla autorit sua, soldorono il conte Oddo figliuolo di Braccio, e gli dierono per governatore Niccol Piccino, allievo di Braccio e pi  reputato che alcuno altro che sotto le insegne di quello avesse militato; e a quello aggiunsono altri condottieri, e degli spogliati ne rimessono alcuni a cavallo. Creorono venti cittadini a porre nuova gravezza; i quali, avendo preso animo per vedere i potenti cittadini sbattuti per la passata rotta, sanza avere loro alcuno rispetto gli aggravorono. Questa gravezza offese assai i cittadini grandi; i quali da principio, per parere pi  onesti, non si dolevono della gravezza loro, ma come ingiusta generalmente la biasimavano, e consigliavano che si dovesse fare uno sgravo. La qual cosa, cognosciuta da molti, fu loro ne' Consigli impedita: donde, per fare sentire dalle opere la durezza di quella, e per farla odiare da molti, operorono che gli esattori con ogni acerbit la riscotessero, dando autorit loro di potere ammazzare qualunque contro a' sergenti publici si difendesse. Di che nacquero molti tristi accidenti, per morte e ferite di cittadini; onde pareva che le parti venissero al sangue, e ciascuno prudente dubitava di qualche futuro male, non potendo gli uomini grandi, usi ad essere riguardati, sopportare di essere manomessi, e gli altri volendo che ugualmente ciascuno fusse aggravato. Molti per tanto de' primi cittadini si ristrignevano insieme, e concludevono come gli era di necessit ripigliare lo stato; perch la poca diligenzia loro aveva dato animo agli uomini di riprendere le azioni publiche e fatto pigliare ardire a quelli che solieno essere capi della moltitudine. E avendo discorso queste cose infra loro pi  volte, deliberorono di rivedersi ad un tratto insieme tutti, e si ragunorono nella chiesa di Santo Stefano pi  di settanta cittadini, con licenza di messer Lorenzo Ridolfi e di Francesco Gianfigliazzi, i quali allora sedevano de' Signori. Con costoro non convenne Giovanni de' Medici; o che non vi fusse chiamato come sospetto, o che non vi volesse, come contrario alla opinione loro, intervenire.

9.


Parl a tutti messer Rinaldo degli Albizzi. Mostr le condizioni della citt; e come, per negligenzia loro, ella era tornata nella potest della plebe, donde nel 1381 era stata da' loro padri cavata; ricord la iniquit di quello stato che regn da il 78 allo '81; e come da quello a tutti quelli che erano presenti era stato morto a chi il padre e a chi l'avolo; e come si ritornava ne' medesimi pericoli, e la citt ne' medesimi disordini ricadeva, perch di gi la moltitudine aveva posto una gravezza a suo modo, e poco di poi, se la non era da maggiore forza o da migliore ordine ritenuta, la creerebbe i magistrati secondo lo arbitrio suo; il che quando seguisse, occuperebbe i luoghi loro, e guasterebbe quello stato che quarantadue anni con tanta gloria della citt aveva retto, e sarebbe Firenze governata, o a caso, sotto l'arbitrio della moltitudine, dove per una parte licenziosamente e per l'altra pericolosamente si viverebbe, o sotto lo imperio di uno che di quella si facesse principe. Per tanto affermava come ciascuno che amava la patria e lo onore suo era necessitato a risentirsi e ricordarsi della virt di Bardo Mancini, il quale trasse la citt, con la rovina degli Alberti, di quelli pericoli ne' quali allora era; e come la cagione di questa audacia presa dalla moltitudine nasceva da' larghi squittini che per negligenzia loro s'erano fatti, e si era ripieno il Palagio di uomini nuovi e vili. Concluse per tanto che solo ci vedeva questo modo a rimediarvi: rendere lo stato ai Grandi, e torre l'autorit alle Arti minori, riducendole da quattordici a sette; il che farebbe che la plebe ne' Consigli arebbe meno autorit, s per essere diminuito il numero loro, s ancora per avere in quelli pi  autorit i Grandi, i quali per la vecchia inimicizia gli disfavorirebbero: affermando essere prudenza sapersi valere degli uomini secondo i tempi; perch, se i padri loro si valsono della plebe per spegnere la insolenza de' Grandi, ora che i Grandi erano diventati umili e la plebe insolente era bene frenare la insolenzia sua con lo aiuto di quelli: e come a condurre queste cose ci era lo inganno o la forza, alla quale facilmente si poteva ricorrere, sendo alcuni di loro del magistrato de' Dieci e potendo condurre secretamente nella citt gente. Fu lodato messer Rinaldo, e il consiglio suo approv ciascuno. E Niccol da Uzano infra gli altri, disse tutte le cose che da messer Rinaldo erano state dette essere vere, e i rimedi buoni e certi, quando si potessero fare sanza venire ad una manifesta divisione della citt, il che seguirebbe in ogni modo, quando non si tirasse alla voglia loro Giovanni de' Medici: perch, concorrendo quello, la moltitudine, priva di capo e di forze, non potrebbe offendere; ma non concorrendo egli, non si potrebbe sanza arme fare, e con l'arme lo giudicava pericoloso o di non potere vincere o di non potere godersi la vittoria. E ridusse modestamente loro a memoria i passati ricordi suoi; e come e' non avieno voluto rimediare a queste difficult in quelli tempi che facilmente si poteva; ma che ora non si era pi  a tempo a farlo sanza temere di maggiore danno, e non ci restare altro rimedio che guadagnarselo. Fu data per tanto la commissione a messer Rinaldo che fusse con Giovanni, e vedesse di tirarlo nella sentenza loro.

10.


Esequ il Cavaliere la commissione, e con tutti quelli termini seppe migliori lo confort a pigliare questa impresa con loro, e non volere, per favorire una moltitudine, farla audace con rovina dello stato e della citt. Al quale Giovanni rispose che l'uffizio d'un savio e buono cittadino credeva essere non alterare gli ordini consueti della sua citt, non sendo cosa che offenda tanto gli uomini, quanto il variare quelli; perch conviene offendere molti, e dove molti restono mal contenti si pu ogni giorno temere di qualche cattivo accidente. E come gli pareva che questa loro deliberazione facesse due cose perniziosissime: l'una, di dare gli onori a quelli che, per non gli avere mai avuti, gli stimano meno e meno cagione hanno, non gli avendo, di dolersi; l'altra, di torgli a coloro che, sendo consueti avergli, mai quieterebbero se non gli fussero restituiti: e cos verrebbe ad essere molto maggiore la ingiuria che si facesse ad una parte che il beneficio che si facesse a l'altra; tale che chi ne fusse autore si acquisterebbe pochi amici e moltissimi inimici; e questi sarebbero pi  feroci ad ingiuriarlo che quelli a difenderlo, sendo gli uomini naturalmente pi  pronti alla vendetta della ingiuria che alla gratitudine del benifizio, parendo che questa ci arrechi danno, quell'altra utile e piacere. Di poi rivolse il parlare a messer Rinaldo, e disse: - E voi, se vi ricordasse delle cose seguite, e con quali inganni in questa citt si cammina, saresti meno caldo in questa deliberazione; perch chi la consiglia, tolta che gli avesse, con le forze vostre, l'autorit al popolo, la torrebbe a voi con lo aiuto di quello, che vi sarebbe diventato, per questa ingiuria, inimico; e vi interverrebbe come a messer Benedetto Alberti, il quale consent, per le persuasioni di chi non lo amava, alla rovina di messer Giorgio Scali e di messer Tommaso Strozzi, e poco di poi, da quelli medesimi che lo persuasono, fu mandato in esilio -. Confortollo per tanto a pensare pi  maturamente alle cose, e a volere imitare suo padre, il quale, per avere la benivolenza universale, scem il pregio al sale, provide che chi avesse meno d'uno mezzo fiorino di gravezza potesse pagarla o no, come gli paresse, volle che il d che si ragunavano i Consigli ciascuno fusse sicuro da' suoi creditori. E in fine gli concluse che era, per quanto si apparteneva a lui, per lasciare la citt negli ordini suoi.

11.


Queste cose, cos praticate, s'intesono fuori, e accrebbono a Giovanni riputazione e agli altri cittadini odio. Dalla quale egli si discostava, per dare meno animo a coloro che disegnassero, sotto i favori suoi, cose nuove; e in ogni suo parlare faceva intendere a ciascuno che non era per nutrire sette, ma per spegnerle, e, quanto a lui si aspettava, non cercava altro che la unione della citt: di che molti che seguivano le parti sue erano mali contenti, perch arebbono voluto che si fusse nelle cose mostro pi  vivo. Intra i quali era Alamanno de' Medici, il quale, sendo di natura feroce, non cessava di accenderlo a perseguitare i nimici e favorire gli amici, dannando la sua freddezza e il suo modo di procedere lento; il che diceva essere cagione che i nimici senza rispetto gli praticavano contro; le quali pratiche arebbono un giorno effetto con la rovina della casa e degli amici suoi. Inanimiva ancora al medesimo Cosimo suo figliuolo. Non di meno Giovanni, per cosa che gli fusse rivelata o pronosticata, non si moveva di suo proposito: pure, con tutto questo, la parte era gi scoperta, e la citt era in manifesta divisione. Erano in Palagio, al servizio de' Signori, duoi cancellieri, ser Martino e ser Pagolo: questo favoriva la parte da Uzano, quell'altro la Medica; e messer Rinaldo, veduto come Giovanni non aveva voluto convenire con loro, pens che fusse da privare dell'uffizio suo ser Martino, giudicando di poi avere sempre il Palagio pi  favorevole. Il che presentito dagli avversarii, non solamente fu ser Martino difeso, ma ser Pagolo privato, con dispiacere e ingiuria della sua parte. Il che arebbe fatto subito cattivi effetti, se non fusse la guerra che soprastava alla citt; la quale per la rotta ricevuta a Zagonara era impaurita, perch, mentre che queste cose in Firenze cos si travagliavano, Agnolo della Pergola, con le genti del Duca, aveva prese tutte le terre di Romagna possedute dai Fiorentini, eccetto che Castrocaro e Modigliana, parte per debolezza de' luoghi, parte per difetto di chi le aveva in guardia. Nella occupazione delle quali terre seguirono due cose per le quali si cognobbe quanto la virt degli uomini ancora al nimico  accetta, e quanto la vilt e malignit dispiaccia.

12.


Era castellano nella rocca di Monte Petroso Biagio del Melano. Costui, sendo affocato intorno dai nimici e non vedendo per la salute della rocca alcuno scampo, gitt panni e paglia da quella parte che ancora non ardeva, e di sopra vi gitt duoi suoi piccoli figliuoli, dicendo a' nimici: - Togliete per voi quelli beni che mi ha dati la fortuna e che voi mi potete torre: quelli che io ho dello animo, dove la gloria e l'onore mio consiste, n io vi dar, n voi mi torrete! - Corsono i nimici a salvare i fanciulli, e a lui porgevano funi e scale perch si salvasse, ma quello non le accett, anzi volle pi  tosto morire nelle fiamme, che vivere salvo per le mani degli avversarii della patria sua. Esemplo veramente degno di quella lodata antichit! e tanto  pi  mirabile di quelli quanto  pi  rado. Furono a' figliuoli suoi da' nimici restituite quelle cose che si poterono avere salve, e con massima cura rimandati a' parenti loro; verso de' quali la republica non fu meno amorevole, perch mentre vissero furono publicamente sostentati. Al contrario di questo occorse in Galeata, dove era podest Zanobi del Pino; il quale, senza fare difesa alcuna, dette la rocca al nimico, e di pi  confortava Agnolo a lasciare l'alpi di Romagna e venire ne' colli di Toscana, dove poteva fare la guerra con meno pericolo e maggiore guadagno. Non potette Agnolo sopportare la vilt e il malvagio animo di costui, e lo dette in preda a' suoi servidori i quali, dopo molti scherni, gli davano solamente mangiare carte dipinte a biscie, dicendo che di guelfo, per quel modo, lo volevono fare diventare ghibellino; e cos stentando, in brievi giorni mor.

13.


Il conte Oddo, in questo mezzo, insieme con Niccol Piccino, era entrato in Val di Lamona, per vedere di ridurre il signore di Faenza alla amicizia de' Fiorentini, o almeno impedire Agnolo della Pergola, che non scorresse pi  liberamente per Romagna. Ma perch quella valle  fortissima e i valligiani armigeri, vi fu il conte Oddo morto, e Niccol Piccino ne and prigione a Faenza. Ma la fortuna volle che i Fiorentini ottenessero quello, per avere perduto che forse avendo vinto non arebbono ottenuto; perch Niccol tanto oper con il signore di Faenza e con la madre, che gli fece amici a' Fiorentini. Fu, in questo accordo, libero Niccol Piccino: il quale non tenne per s quel consiglio che gli aveva dato ad altri, perch, praticando con la citt della sua condotta o che le condizioni gli paressero debili, o che le trovasse migliori altrove, quasi che ex abrupto si part di Arezzo, dove era alle stanze, e ne and in Lombardia, e prese soldo da il Duca. I Fiorentini, per questo accidente impauriti e dalle spesse perdite sbigottiti, giudicorono non potere pi , soli, sostenere questa guerra; e mandorono oratori a' Viniziani, a pregarli che dovessero opporsi, mentre che gli era loro facile, alla grandezza d'uno che, se lo lasciavano crescere, era cos per essere pernizioso a loro come a' Fiorentini. Confortavagli alla medesima impresa Francesco Carmignuola, uomo tenuto in quelli tempi nella guerra eccellentissimo, il quale era gi stato soldato del Duca, ma di poi ribellatosi da quello. Stavano i Viniziani dubi, per non sapere quanto si potevano fidare del Carmignuola, dubitando che la inimicizia del Duca e sua non fusse finta. E stando cos sospesi, nacque che il Duca, per mezzo d'uno servidore del Carmignuola, lo fece avvelenare; il quale veleno non fu s potente che lo ammazzasse, ma lo ridusse allo estremo. Scoperta la cagione del male, i Viniziani si privorono di quello sospetto; e seguitando i Fiorentini di sollecitargli, feciono lega con loro; e ciascuna delle parti si oblig a fare la guerra a spese comune; e gli acquisti di Lombardia fussero de' Viniziani, e quelli di Romagna e di Toscana de' Fiorentini; e il Carmignuola fu capitano generale della lega. Ridussesi per tanto la guerra mediante questo accordo, in Lombardia dove fu governata da il Carmignuola virtuosamente, e in pochi mesi tolse molte terre al Duca, insieme con la citt di Brescia; la quale espugnazione, in quelli tempi e secondo quelle guerre, fu tenuta mirabile.

14.


Era durata questa guerra da il '22 al 27, ed erano stracchi i cittadini di Firenze delle gravezze poste infino allora, in modo che si accordorono a rinnovarle. E perch le fussero uguali secondo le ricchezze, si provide che le si ponessero a' beni, e che quello che aveva cento fiorini di valsente ne avesse un mezzo di gravezza. Avendola pertanto a distribuire la legge, e non gli uomini, venne ad aggravare assai i cittadini potenti, e avanti che la si deliberassi era disfavorita da loro. Solo Giovanni de' Medici apertamente la lodava; tanto che la si ottenne. E perch nel distribuirla si aggregavano i beni di ciascuno, il che i Fiorentini dicono accatastare, si chiam questa gravezza catasto. Questo modo pose, in parte, regola alla tirannide de' potenti; perch non potevano battere i minori e fargli con le minacce ne' Consigli tacere, come potevano prima. Era adunque questa gravezza dall'universale accettata e da' potenti con dispiacere grandissimo ricevuta. Ma come accade che mai gli uomini non si sodisfanno, e avuta una cosa, non vi si contentando dentro, ne desiderano un'altra, il popolo, non contento alla ugualit della gravezza che dalla legge nasceva, domandava che si riandassero i tempi passati, e che si vedesse quello che i potenti, secondo il catasto, avevano pagato meno, e si facessero pagare tanto che gli andassero a ragguaglio di coloro che, per pagare quello che non dovevano, avevano vendute le loro possessioni. Questa domanda, molto pi  che il catasto, spavent gli uomini grandi; e per difendersene non cessavano di dannarlo, affermando quello essere ingiustissimo, per essersi posto ancora sopra i beni mobili, i quali oggi si posseggono e domani si perdono; e che sono, oltra di questo, molte persone che hanno danari occulti, che il catasto non pu ritrovare. A che aggiugnevano che coloro che, per governare la republica, lasciavano le loro faccende dovevano essere meno carichi da quella, dovendole bastare che con la persona si affaticassero, e che non era giusto che la citt si godesse la roba e la industria loro, e degli altri solo i danari. Gli altri, a chi il catasto piaceva, rispondevano che, se i beni mobili variano, e possono ancora variare le gravezze, e con il variarle spesso si pu a quello inconveniente rimediare; e di quelli che hanno danari occulti non era necessario tenere conto, perch quegli danari che non fruttono non  ragionevole che paghino, e fruttando conviene che si scuoprino; e se non piaceva loro durare fatica per la republica, lasciassilla da parte e non se ne travagliassino, perch la troverrebbe de' cittadini amorevoli, a' quali non parrebbe difficile aiutarla di danari e di consiglio; e che sono tanti i commodi e gli onori che si tira dreto il governo, che doverebbero bastare loro, sanza volere non participare de' carichi. Ma il male stava dove e' non dicevano; perch doleva loro non potere pi  muovere una guerra sanza loro danno, avendo a concorrere alle spese come gli altri; e se questo modo si fusse trovato prima, non si sarebbe fatta la guerra con il re Ladislao, n ora si farebbe questa con il duca Filippo; le quali si erano fatte per riempiere i cittadini, e non per necessit. Questi umori mossi erano quietati da Giovanni de' Medici, mostrando che non era bene riandare le cose passate, ma s bene provedere alle future; e se le gravezze per lo adietro erano state ingiuste, ringraziare Iddio poi che si era trovato il modo a farle giuste e volere che questo modo servisse a riunire, non a dividere la citt, come sarebbe quando si ricercasse le imposte passate, e farle ragguagliare con le presenti; e che chi  contento di una mezzana vittoria sempre ne far meglio, perch quelli che vogliono sopravincere spesso perdono. E con simili parole quiet questi umori, e fece che del ragguaglio non si ragionasse.

15.


Seguitando in tanto la guerra con il Duca, si ferm una pace a Ferrara, per il mezzo d'uno legato del Papa. Della quale il Duca, nel principio di essa, non osserv le condizioni, in modo che di nuovo la lega riprese le armi; e venuto con le genti di quello alle mani, lo ruppe a Maclovio. Dopo la quale rotta il Duca mosse nuovi ragionamenti d'accordo, ai quali i Viniziani e i Fiorentini acconsentirono, questi per essere insospettiti de' Viniziani, parendo loro spendere assai per fare potenti altri, quelli per avere veduto il Carmignuola, dopo la rotta data al Duca, andare lento, tanto che non pareva loro da potere pi  confidare in quello. Conclusesi adunque la pace nel 1428; per la quale i Fiorentini riebbono le terre perdute in Romagna, e a' Viniziani rimase Brescia, e di pi  il Duca dette loro Bergamo e il contado. Spesono in questa guerra i Fiorentini tre milioni e 500 mila ducati; mediante la quale accrebbero a' Viniziani stato e grandezza, e a loro povert e disunione. Seguita la pace di fuora, ricominci la guerra dentro. Non potendo i cittadini grandi sopportare il catasto, e non vedendo via da spegnerlo, pensorono modi a fargli pi  nimici, per avere pi  compagni ad urtarlo. Mostrorono adunque agli uffiziali deputati a porlo come la legge gli costrigneva ad accatastare ancora i beni de' distrettuali, per vedere se intra quelli vi fussero beni di Fiorentini. Furono per tanto citati tutti i sudditi a portare, infra certo tempo, le scritte de' beni loro. Donde che i Volterrani mandorono alla Signoria a dolersi della cosa, di modo che gli uffiziali, sdegnati, ne missono diciotto di loro in prigione. Questo fatto fece assai sdegnare i Volterrani; pure, avendo rispetto alli loro prigioni, non si mossono.

16.


In questo tempo Giovanni de' Medici ammal, e cognoscendo il male suo mortale, chiam Cosimo e Lorenzo suoi figliuoli, e disse loro: - Io credo essere vivuto quel tempo che da Dio e dalla natura mi fu al mio nascimento consegnato. Muoio contento, poi che io vi lascio ricchi, sani, e di qualit che voi potrete, quando voi seguitiate le mie pedate, vivere in Firenze onorati e con la grazia di ciascuno. Perch niuna cosa mi fa tanto morire contento, quanto mi ricordare di non avere mai offeso alcuno, anzi pi  tosto, secondo che io ho potuto, benificato ognuno. Cos conforto a fare voi. Dello stato, se voi volete vivere securi, toglietene quanto ve n' dalle leggi e dagli uomini dato; il che non vi recher mai n invidia n pericolo, perch quello che l'uomo si toglie, non quello che all'uomo  dato, ci fa odiare, e sempre ne arete molto pi  di coloro che, volendo la parte d'altri, perdono la loro, e avanti che la perdino vivono in continui affanni. Con queste arti io ho, intra tanti nimici, intra tanti dispareri, non solamente mantenuta, ma accresciuta la reputazione mia in questa citt. Cos, quando seguitiate le pedate mie, manterrete e accrescerete voi. Ma quando facesse altrimenti, pensate che il fine vostro non ha ad essere altrimenti felice che si sia stato quello di coloro che, nella memoria nostra, hanno rovinato s e destrutta la casa loro -. Mor poco di poi, e nello universale della citt lasci di s uno grandissimo desiderio, secondo che meritavano le sue ottime qualit. Fu Giovanni misericordioso; e non solamente dava lemosine a chi le domandava, ma molte volte al bisogno de' poveri, sanza esser domandato, soccorreva. Amava ognuno; i buoni lodava, e de' cattivi aveva compassione. Non domand mai onori, ed ebbeli tutti; non and mai in Palagio, se non chiamato. Amava la pace, fuggiva la guerra. Alle avversit degli uomini suvveniva, le prosperit aiutava. Era alieno dalle rapine publiche, e del bene commune aumentatore. Ne' magistrati grazioso; non di molta eloquenzia, ma di prudenza grandissima. Mostrava nella presenza melanconico; ma era poi nella conversazione piacevole e faceto. Mor ricchissimo di tesoro, ma pi  di buona fama e di benivolenza. La cui eredit, cos de' beni della fortuna come di quelli dello animo, fu da Cosimo non solamente mantenuta, ma accresciuta.

17.


Erano i Volterrani stracchi di stare in carcere; e per essere liberi promissono di consentire a quello era comandato loro. Liberati adunque, e tornati a Volterra, venne il tempo che i nuovi loro priori prendevono il magistrato; de' quali fu tratto uno Giusto, uomo plebeo, ma di credito nella plebe, il quale era uno di quelli che fu imprigionato a Firenze. Costui, acceso per se medesimo di odio, per la ingiuria publica e per la privata, contro a' Fiorentini, fu ancora stimolato da Giovanni di uomo nobile e che seco sedeva in magistrato, a dovere muovere il popolo con la autorit de' priori e con la grazia sua, e trarre la terra delle mani de' Fiorentini, e farne s principe. Per il consiglio del quale, Giusto prese le armi, corse la terra, prese il capitano che vi era pe' Fiorentini, e s fece, con il consentimento del popolo, signore di quella. Questa novit seguita in Volterra dispiacque assai a' Fiorentini; pure, trovandosi avere fatto pace con il Duca, e freschi in su gli accordi, giudicorono potere avere tempo a racquistarla; e per non lo perdere, mandorono subito a quella impresa commissari messer Rinaldo degli Albizzi e messer Palla Strozzi. Giusto intanto, che pensava che i Fiorentini lo assalterebbero, richiese i Sanesi e i Lucchesi di aiuto. I Sanesi gliene negorono, dicendo essere in lega con i Fiorentini; e Pagolo Guinigi, che era signore di Lucca, per racquistare la grazia con il popolo di Firenze, la quale nella guerra del Duca gli pareva avere perduta per essersi scoperto amico di Filippo, non solamente neg gli aiuti a Giusto, ma ne mand prigione a Firenze quello che era venuto a domandarli. I commissari intanto, per giugnere i Volterrani sproveduti, ragunorono insieme tutte le loro genti d'arme, e levorono di Valdarno di sotto e del contado di Pisa assai fanteria, e ne andorono verso Volterra. N Giusto, per essere abbandonato da' vicini, n per lo assalto che si vedeva fare da' Fiorentini, si abbandonava; ma rifidatosi nella fortezza del sito e nella grassezza della terra, si provedeva alla difesa. Era in Volterra uno messer Arcolano, fratello di quello Giovanni che aveva persuaso Giusto a pigliare la signoria, uomo di credito nella nobilit. Costui ragun certi suoi confidenti e mostr loro come Iddio aveva, per questo accidente venuto, soccorso alla necessit della citt loro; perch, se gli erano contenti di pigliare le armi, e privare Giusto della signoria, e rendere la citt a' Fiorentini, ne seguirebbe che resterebbono i primi di quella terra, e a lei si perserverrebbono gli antichi privilegi suoi. Rimasi adunque d'accordo della cosa, ne andorono al Palagio, dove si posava il Signore, e fermisi parte di loro da basso, messer Arcolano con tre di loro sal in su la sala, e trovato quello con alcuni cittadini, lo tir da parte, come se gli volesse ragionare di alcuna cosa importante; e d'un ragionamento in un altro, lo condusse in camera, dove egli e quelli che erano seco con le spade lo assalirono. N furono per s presti che non dessero commodit a Giusto di porre mano all'arme sua; il quale, prima che lo ammazzassero, fer gravemente duoi di loro; ma non potendo alfine resistere a tanti, fu morto e gittato a terra del Palazzo. E prese le armi, quelli della parte di messer Arcolano dettono la citt ai commissari fiorentini, che con le genti vi erano propinqui; i quali, senza fare altri patti, entrorono in quella. Di che ne segu che Volterra peggior le sue condizioni, perch, intra le altre cose, le smembrorono la maggiore parte del contado e ridussollo in vicariato.

18.


Perduta adunque quasi che in un tratto e racquistata Volterra, non si vedeva cagione di nuova guerra, se l'ambizione degli uomini non la avesse di nuovo mossa. Aveva militato assai tempo per la citt di Firenze, nelle guerre del Duca, Niccol Fortebraccio, nato d'una sirocchia di Braccio da Perugia. Costui, venuta la pace, fu da' Fiorentini licenziato, e quando e' venne il caso di Volterra si trovava ancora alloggiato a Fucecchio, onde che i commissari, in quella impresa, si valsono di lui e delle sue genti. Fu opinione, nel tempo che messer Rinaldo travagli seco quella guerra, lo persuadesse a volere, sotto qualche fitta querela, assaltare i Lucchesi, mostrandogli che, se e' lo faceva, opererebbe in modo, a Firenze, che la impresa contro a Lucca si farebbe, ed egli ne sarebbe fatto capo. Acquistata pertanto Volterra, e tornato Niccol alle stanze a Fucecchio, o per le persuasioni di messer Rinaldo, o per sua propria volont, di novembre, nel 1429, con trecento cavagli e trecento fanti, occup Ruoti e Compito, castella de' Lucchesi; di poi, sceso nel piano, fece grandissima preda. Publicata la nuova a Firenze di questo assalto, si fece per tutta la citt circuli di ogni sorte uomini, e la maggiore parte voleva che si facesse la impresa di Lucca. De' cittadini grandi, che la favorivano erano quelli della parte de' Medici, e con loro s'era accostato messer Rinaldo, mosso, o da giudicare che la fusse impresa utile per la republica, o da sua propria ambizione, credendo aversi a trovare capo di quella vittoria; quelli che la disfavorivano erano Niccol da Uzano e la parte sua. E pare cosa da non la credere che s diverso giudizio nel muovere guerra fusse in una medesima citt, perch quelli cittadini e quel popolo che, dopo dieci anni di pace, avevono biasimato la guerra presa contro al duca Filippo per difendere la sua libert, ora, dopo tante spese fatte e in tanta afflizione della citt, con ogni efficacia domandassero che si movesse la guerra a Lucca per occupare la libert d'altri, e dall'altro canto quelli che vollono quella biasimavano questa: tanto variano con il tempo i pareri, e tanto  pi  pronta la moltitudine ad occupare quello d'altri che a guardare il suo, e tanto sono mossi pi  gli uomini dalla speranza dello acquistare che dal timore del perdere; perch questo non , se non da presso, creduto, quell'altra, ancora che discosto, si spera. E il popolo di Firenze era ripieno di speranza dagli acquisti che aveva fatti e faceva Niccol Fortebraccio, e dalle lettere de' rettori propinqui a Lucca; perch il vicario di Vico e di Pescia scrivevono che si dessi loro licenza di ricevere quelle castella che venivano a darsi loro, perch presto tutto il contado di Lucca si acquisterebbe. Aggiunsesi a questo lo ambasciadore mandato dal signore di Lucca a Firenze, a dolersi degli assalti fatti da Niccol e a pregare la Signoria che non volesse muovere guerra a uno suo vicino e ad una citt che sempre gli era stata amica. Chiamavasi lo ambasciadore messer Iacopo Viviani: costui, poco tempo innanzi, era stato tenuto prigione da Pagolo per avere congiuratogli contro; e bench lo avesse trovato in colpa, gli aveva perdonata la vita, e perch credeva che messer Iacopo gli avesse perdonata la ingiuria si fidava di lui. Ma ricordandosi pi  messer Iacopo del pericolo che del benifizio, venuto a Firenze, secretamente confortava i cittadini alla impresa. I quali conforti, aggiunti all'altre speranze, feciono che la Signoria ragun il Consiglio, dove convennono quattrocentonovantotto cittadini, innanzi a' quali per i principali della citt fu disputata la cosa.

19.


Intra i primi che volevono la impresa, come di sopra dicemmo, era messer Rinaldo. Mostrava costui l'utile che si traeva dello acquisto; mostrava la occasione della impresa, sendo loro lasciata in preda dai Viniziani e da il Duca, n possendo essere dal Papa, implicato nelle cose del Regno, impedita. A questo aggiugneva la facilit dello espugnarla, sendo serva d'un suo cittadino e avendo perduto quel naturale vigore e quello antico studio di difendere la sua libert; in modo che, o dal popolo per cacciarne il tiranno, o dal tiranno per paura del popolo, la sar concessa. Narrava le ingiurie del signore, fatte alla republica nostra, e il malvagio animo suo verso di quella; e quanto era pericoloso, se di nuovo o il Papa o il Duca alla citt movesse guerra; e concludeva che niuna impresa mai fu fatta da il popolo fiorentino n pi  facile, n pi  utile, n pi  giusta. Contro a questa opinione, Niccol da Uzano disse che la citt di Firenze non fece mai impresa pi  ingiusta, n pi  pericolosa, n che da quella dovessero nascere maggiori danni. E prima, che si andava a ferire una citt guelfa, stata sempre amica al popolo fiorentino, e che nel suo grembo, con suo pericolo, aveva molte volte ricevuti i Guelfi che non potevono stare nella patria loro. E che nelle memorie delle cose nostre non si troverr mai Lucca libera avere offeso Firenze ma se chi l'aveva fatta serva, come gi Castruccio e ora costui, l'aveva offesa non si poteva imputare la colpa a lei, ma al tiranno. E se al tiranno si potesse fare guerra sanza farla a' cittadini, gli dispiacerebbe meno; ma perch questo non poteva essere, non poteva anche consentire che una cittadinanza amica fusse spogliata de' beni suoi. Ma poi che si viveva oggi in modo che del giusto e dello ingiusto non si aveva a tenere molto conto, voleva lasciare questa parte indietro, e pensare solo alla utilit della citt. Credeva per tanto quelle cose potersi chiamare utili che non potevono arrecare facilmente danno: non sapeva adunque come alcuno poteva chiamare utile quella impresa dove i danni erano certi e gli utili dubbi. I danni certi erano le spese che la si tirava dietro, le quali si vedevano tante, che le dovevono fare paura ad una citt riposata, non che ad una stracca d'una lunga e grave guerra, come era la loro; gli utili che se ne potevono trarre erano lo acquisto di Lucca; i quali confessava essere grandi, ma che gli era da considerare i dubi che ci erano dentro, i quali a lui parevono tanti, che giudicava lo acquisto impossibile. E che non credessero che i Viniziani e Filippo fussero contenti di questo acquisto; perch quelli solo mostravano consentirlo per non parere ingrati, avendo poco tempo innanzi, con i danari de' Fiorentini, preso tanto imperio; quell'altro aveva caro che in nuova guerra e in nuove spese si implicassero, acci che, attriti e stracchi da ogni parte, potesse di poi di nuovo assaltargli; e come non gli mancher modo, nel mezzo della impresa e nella maggiore speranza della vittoria, di soccorrere i Lucchesi, o copertamente, con danari, o cassare delle sue genti e come soldati di ventura mandarli in loro aiuto. Confortava per tanto ad astenersi dalla impresa, e vivere con il tiranno in modo che se gli facesse, dentro, pi  inimici si potesse, perch non ci era pi  commoda via a subiugarla, che lasciarla vivere sotto il tiranno e da quello affliggere e indebolire; per che, governata la cosa prudentemente, quella citt si condurrebbe in termine che il tiranno non la potendo tenere, ed ella non sapendo n potendo per s governarsi, di necessit cadrebbe loro in grembo. Ma che vedeva gli umori mossi, e le parole sua non essere udite. Pure voleva pronosticare loro questo: che farebbono una guerra dove spenderebbono assai, correrebbonvi dentro assai pericoli, e in cambio di occupare Lucca, la libererebbono dal tiranno, e di una citt amica, subiugata e debole farebbono una citt libera, loro nimica, e, con il tempo, uno ostaculo alla grandezza della republica loro.

20.


Parlato per tanto che fu per la impresa e contro alla impresa, si venne, secondo il costume, secretamente a ricercare la volont degli uomini; e di tutto il numero, solo novantotto la contradissero. Fatta per tanto la deliberazione, e creati i Dieci per trattare la guerra, soldorono gente a pi e a cavallo; deputorono commissari Astorre Gianni e messer Rinaldo degli Albizzi, e con Niccol Fortebraccio di avere da lui le terre aveva prese, e che seguisse la impresa come soldato nostro, convennono. I commissari, arrivati con lo esercito nel paese di Lucca, divisono quello; e Astorre si distese per il piano, verso Camaiore e Pietrasanta, e messer Rinaldo se ne and verso i monti, giudicando che, spogliata la citt del suo contado, facil cosa fusse, di poi, lo espugnarla. Furono le imprese di costoro infelici, non perch non acquistassero assai terre, ma per i carichi che furno, nel maneggio della guerra, dati all'uno e all'altro di loro. Vero  che Astorre Gianni de' carichi suoi se ne dette evidente cagione.  una valle propinqua a Pietrasanta, chiamata Seravezza, ricca e piena di abitatori, i quali, sentendo la venuta del Commissario, se gli feciono incontro, e lo pregorono gli accettasse per fedeli servidori del popolo fiorentino. Mostr Astorre di accettare le offerte; di poi fece occupare alle sue genti tutti i passi e luoghi forti della valle, e fece ragunare gli uomini nel principale tempio loro; e di poi gli prese tutti prigioni, e alle sue genti fe' saccheggiare e destruggere tutto il paese, con esemplo crudele e avaro, non perdonando a luoghi pii, n a donne, cos vergini come maritate. Queste cose, cos come le erano seguite, si seppono a Firenze, e dispiacquono non solamente a' magistrati, ma a tutta la citt.

21.


De' Seravezzesi alcuni, che dalle mani del Commissario s'erano fuggiti, corsono a Firenze, e per ogni strada e ad ogni uomo narravano le miserie loro; di modo che, confortati da molti desiderosi che si punisse il Commissario, o come malvagio uomo, o come contrario alla fazione loro, ne andorono a' Dieci e domandorono di essere uditi. E intromessi, uno di loro parl in questa sentenza: - Noi siamo certi, magnifici Signori, che le nostre parole troveranno fede e compassione appresso le Signorie vostre, quando voi saprete in che modo occupasse il paese nostro il commissario vostro, e in quale maniera di poi siamo stati trattati da quello. La valle nostra, come ne possono essere piene le memorie delle antiche cose vostre, fu sempremai guelfa, ed  stata molte volte uno fedele ricetto a' cittadini vostri, che, perseguitati da' Ghibellini, sono ricorsi in quella. E sempre gli antichi nostri e noi abbiamo adorato il nome di questa inclita republica, per essere stata capo e principe di quella parte; e in mentre che i Lucchesi furono guelfi, volentieri servimmo allo imperio loro; ma poi che pervennero sotto il tiranno, il quale ha lasciati gli antichi amici e seguite le parti ghibelline, pi  tosto forzati che volontari lo abbiamo ubbidito; e Dio sa quante volte noi lo abbiamo pregato che ci desse occasione di dimostrare l'animo nostro verso l'antica parte. Quanto sono gli uomini ciechi ne' desiderii loro! Quello che noi desideravamo per nostra salute  stato la nostra rovina. Perch, come prima noi sentimmo che le insegne vostre venivano verso di noi, non come a nimici, ma come agli antichi signori nostri ci facemmo incontro al commissario vostro, e mettemmo la valle, le nostre fortune e noi nelle sue mani, e alla sua fede ci raccomandammo, credendo che in lui fusse animo, se non di Fiorentino, almeno d'uomo. Le Signorie vostre ci perdoneranno, perch non potere sopportar peggio di quello abbiamo sopportato ci d animo a parlare. Questo vostro commissario non ha di uomo altro che la presenzia, n di Fiorentino altro che il nome: una peste mortifera, una fiera crudele, uno mostro orrendo, quanto mai da alcuno scrittore fusse figurato; perch, riduttici nel nostro tempio, sotto colore di volerci parlare, noi fece prigioni, e la valle tutta rovin e arse, e gli abitatori e le robe di quella rap, spogli, saccheggi, batt, ammazz; stupr le donne, vizi le vergini, e trattele delle braccia delle madri, le fece preda de' suoi soldati. Se noi, per alcuna ingiuria fatta al popolo fiorentino o a lui, avessimo meritato tanto male, o se armati e difendendoci ci avessi presi, ci dorremmo meno, anzi accuseremmo noi, i quali o con le iniurie o con la arroganzia nostra l'avessimo meritato; ma sendo, disarmati, daticegli liberamente, che di poi ci abbi rubati, e con tanta ingiuria e ignominia spogliati, siamo forzati a dolerci. E quantunque noi avessimo potuto riempiere la Lombardia di querele, e con carico di questa citt spargere per tutta Italia la fama delle iniurie nostre, non lo aviamo voluto fare, per non imbrattare una s onesta e piatosa republica con la disonest e crudelt d'uno suo malvagio cittadino. Del quale se avanti alla rovina nostra avessimo conosciuto l'avarizia ci saremmo sforzati il suo ingordo animo, ancora che non abbi n misura ne fondo, riempiere, e aremmo per quella via, con parte delle sustanze nostre, salvate l'altre, ma poi che non siamo pi  a tempo, abbiamo voluto ricorrere a voi, e pregarvi soccorriate alla infelicit de' vostri subietti, acci che gli altri uomini non si sbigottischino, per lo esemplo nostro, a venire sotto lo imperio vostro. E quando non vi muovino gli infiniti mali nostri, vi muova la paura dell'ira di Dio, il quale ha veduto i suoi templi saccheggiati e arsi, e il popolo nostro tradito nel grembo suo -. E detto questo si gittorono in terra, gridando e pregando che fusse loro renduto la roba e la patria; e facessero restituire (poi che non si poteva l'onore) almeno le moglie a' mariti, e a' padri le figliuole. L'atrocit della cosa, saputa prima, e di poi dalle vive voci di quelli che la avevano sopportata intesa, commosse il magistrato; e sanza differire si fece tornare Astorre, e di poi fu condannato e ammunito. Ricercossi de' beni de' Seravezzesi e quelli che si poterono trovare si restituirono, degli altri furono dalla citt, con il tempo, in varii modi sodisfatti.

22.


Messer Rinaldo degli Albizzi dall'altra parte era diffamato ch'egli faceva la guerra non per utilit del popolo fiorentino, ma sua, e come, poi che fu commissario, gli era fuggito dell'animo la cupidit del pigliare Lucca, perch gli bastava saccheggiare il contado e riempire le possessioni sue di bestiame e le case sua di preda; e come non gli bastavano le prede che da' suoi satelliti per propria utilit si facevano, che comperava quelle de' soldati, tale che di commissario era diventato mercatante. Queste calunnie, pervenute agli orecchi suoi, mossono lo intero e altiero animo suo pi  che ad uno grave uomo non si conveniva, e tanto lo perturborono che, sdegnato contro al magistrato e i cittadini, sanza aspettare o domandare licenza, se ne torn a Firenze. E presentatosi davanti a' Dieci, disse che sapeva bene quanta difficult e pericolo era servire ad un popolo sciolto e ad una citt divisa, perch l'uno ogni romore riempie, l'altra le cattive opere perseguita, le buone non premia e le dubie accusa; tanto che vincendo niuno ti loda, errando ognuno ti condanna, perdendo ognuno ti calunnia, perch la parte amica per invidia, la nimica per odio ti perseguita; non di meno non aveva mai per paura d'un carico vano, lasciato di non fare una opera che facesse uno utile certo alla sua citt. Vero era che la disonest delle presenti calunnie avevano vinta la pazienzia sua, e fattogli mutare natura. Per tanto pregava il magistrato che volesse per lo avvenire essere pi  pronto a difendere i suoi cittadini, acci che quegli fussero ancora pi  pronti a operare bene per la patria; e poi che in Firenze non si usava concedere loro il trionfo, almeno si usasse dai falsi vituperii difenderli; e si ricordassero che ancora loro erano di quella citt cittadini, e come ad ogni ora potria essere loro dato qualche carico, per il quale intenderebbono quanta offesa agli uomini interi le false calunnie arrechino. I Dieci, secondo il tempo, s'ingegnorono mitigarlo; e la cura di quella impresa a Neri di Gino e Alamanno Salviati demandarono. I quali, lasciato da parte il correre per il contado di Lucca, s'accostorono con il campo alla terra; e perch ancora era la stagione fredda, si missono a Capannole; dove a' commissari pareva che si perdesse tempo; e volendosi strignere pi  alla terra, i soldati, per il tempo sinistro, non vi si accordavano, non ostante che i Dieci sollecitassino lo accamparsi e non accettassino scusa alcuna.

23.


Era, in quelli tempi, in Firenze uno eccellentissimo architettore, chiamato Filippo di ser Brunellesco, delle opere del quale  piena la nostra citt, tanto che merit, dopo la morte, che la sua immagine fusse posta, di marmo, nel principale tempio di Firenze, con lettere a pi che ancora rendono a chi legge testimonianza delle sue virt. Mostrava costui come Lucca si poteva allagare, considerato il sito della citt e il letto del fiume del Serchio; e tanto lo persuase, che i Dieci commissono che questa esperienza si facesse. Di che non ne nacque altro che disordine al campo nostro e securt a' nemici; perch i Lucchesi alzorono con uno argine il terreno verso quella parte che faceno venire il Serchio, e di poi, una notte, ruppono l'argine di quel fosso per il quale conducevano le acque, tanto che quelle, trovato il riscontro alto verso Lucca e l'argine del canale aperto, in modo per tutto il piano si sparsono, che il campo, non che si potesse appropinquare alla terra, si ebbe a discostare.

24.


Non riuscita adunque questa impresa, i Dieci che di nuovo presono il magistrato mandorono commissario messer Giovanni Guicciardini. Costui, il pi  presto che poss, si accamp alla terra; donde che il Signore, vedendosi strignere, per conforto d'uno messer Antonio del Rosso sanese, il quale in nome del comune di Siena era apresso di lui, mand al duca di Milano Salvestro Trenta e Lionardo Buonvisi. Costoro per parte del Signore gli chiesono aiuto; e trovandolo freddo, lo pregorono secretamente che dovesse dare loro genti; perch gli promettevano per parte del popolo dargli preso il loro Signore, e apresso la possessione della terra, avvertendolo che, se non pigliava presto questo partito, il Signore darebbe la terra a' Fiorentini, i quali con molte promesse lo sollecitavano. La paura per tanto che il Duca ebbe di questo gli fece porre da parte i respetti, e ordin che il conte Francesco Sforza, suo soldato, gli domandasse publicamente licenza per andare nel Regno. Il quale, ottenuta quella, se ne venne con la sua compagnia a Lucca, non ostante che i Fiorentini, sapendo questa pratica e dubitando di quello avvenne, mandassino al Conte Boccaccino Alamanni suo amico, per sturbarla. Venuto per tanto il Conte a Lucca, i Fiorentini si ritirarono con il campo a Librafatta; e il Conte subito and a campo a Pescia dove era vicario Pagolo da Diacceto. Il quale, consigliato pi  dalla paura che da alcuno altro migliore rimedio, si fugg a Pistoia; e se la terra non fusse stata difesa da Giovanni Malavolti, che vi era a guardia, si sarebbe perduta. Il Conte per tanto, non la avendo potuta nel primo assalto pigliare, ne and al Borgo a Buggiano, e lo prese, e Stigliano, castello a quello propinquo, arse. I Fiorentini, veggendo questa rovina, ricorsono a quelli rimedi che molte volte gli avevano salvati, sapiendo come, con i soldati mercenari, dove le forze non bastavano giovava la corruzione, e per profersono al Conte danari, e quello, non solamente si partisse, ma desse loro la terra. Il Conte, parendogli non potere trarre pi  danari da Lucca, facilmente si volse a trarne da quelli che ne avevano; e convenne con i Fiorentini, non di dare loro Lucca, che per onest non lo volle consentire, ma di abbandonarla, quando gli fusse dato cinquantamila ducati. E fatta questa convenzione, acci che il popolo di Lucca apresso al Duca lo scusasse, tenne mano con quello che i Lucchesi cacciassero il loro Signore.

25.


Era in Lucca, come di sopra dicemmo, messer Antonio del Rosso, ambasciadore sanese. Costui, con la autorit del Conte, pratic con i cittadini la rovina di Pagolo. Capi della congiura furono Piero Cennami e Giovanni da Chivizzano. Trovavasi il Conte alloggiato fuora della terra, in sul Serchio, e con lui era Lanzilao, figliuolo del Signore. Donde i congiurati, in numero di quaranta, di notte, armati, andorono a trovare Pagolo; al romore de' quali fattosi incontro tutto attonito, domand della cagione della venuta loro. Al quale Piero Cennami disse come loro erano stati governati da lui pi  tempo, e condotti, con i nimici intorno, a morire di ferro e di fame; e per erano deliberati per lo avvenire, di volere governare loro. E gli domandorono le chiavi della citt e il tesoro di quella. A' quali Pagolo rispose che il tesoro era consumato, le chiavi ed egli erano in loro podest, e gli pregava di questo solo, che fussero contenti, cos come la sua signoria era cominciata e vivuta sanza sangue, cos sanza sangue finisse. Fu dal conte Francesco condotto Pagolo e il figliuolo al Duca, i quali morirono, di poi, in prigione. La partita del Conte aveva lasciata libera Lucca dal tiranno e i Fiorentini dal timore delle genti sue, onde che quelli si preparorono alle difese e quelli altri ritornorono alle offese; e avevano eletto per capitano il conte di Urbino, il quale, strignendo forte la terra, constrinse di nuovo i Lucchesi a ricorrere al Duca; il quale, sotto il medesimo colore aveva mandato il Conte, mand in loro aiuto Niccol Piccino. A costui, venendo per entrare in Lucca, i nostri si feciono incontro in sul Serchio; e al passare di quello vennono alla zuffa, e vi furono rotti; e il Commissario con poche delle nostre genti si salv a Pisa. Questa rotta contrist tutta la nostra citt; e perch la impresa era stata fatta dallo universale, non sapendo i popolani contro a chi volgersi calunniavano chi l'aveva amministrata poi che e' non potevono calunniare chi la aveva deliberata, e risucitorono i carichi dati a messer Rinaldo. Ma pi  che alcuno era lacero messer Giovanni Guicciardini, accusandolo che gli arebbe potuto, dopo la partita del conte Francesco, ultimare la guerra, ma che gli era stato corrotto con danari, e come ne aveva mandati a casa una soma, e allegavano chi gli aveva portati e chi ricevuti. E andorono tanto alto questi romori e queste accuse, che il Capitano del popolo, mosso da queste publiche voci, e da quelli della parte contraria spinto, lo cit. Comparse messer Giovanni tutto pieno di sdegno; donde i parenti suoi, per onore loro, operorono tanto che il Capitano abbandon la impresa. I Lucchesi, dopo la vittoria, non solamente riebbero le loro terre, ma occuporono tutte quelle del contado di Pisa, eccetto Bientina, Calcinaia, Livorno e Librafatta, e se non fusse stata scoperta una congiura che si era fatta in Pisa, si perdeva anche quella citt. I Fiorentini riordinorono le loro genti, e feciono loro capitano Micheletto, allievo di Sforza. Dall'altra parte il Duca seguit la vittoria, e per potere con pi  forze affliggere i Fiorentini, fece che i Genovesi, Sanesi e signore di Piombino si collegassero alla difesa di Lucca, e che soldassero Niccol Piccino per loro capitano, la qual cosa lo fece in tutto scoprire. Donde che i Viniziani e i Fiorentini rinnovorono la lega e la guerra si cominci a fare aperta in Lombardia e in Toscana. E nell'una e nell'altra provincia seguirono, con varia fortuna, varie zuffe; tanto che, stracco ciascuno, si fece, di maggio, nel 1433, lo accordo infra le parti, per il quale i Fiorentini, Lucchesi e Sanesi, che avevano nella guerra occupate pi  castella l'uno all'altro, le lasciarono tutte, e ciascuno torn nella possessione delle sua.

26.


Mentre che questa guerra si travagliava, ribollivano tuttavia i maligni umori delle parti di dentro; e Cosimo de' Medici, dopo la morte di Giovanni suo padre, con maggiore animo nelle cose publiche, e con maggiore studio e pi  liberalit con gli amici che non aveva fatto il padre, si governava; in modo che quelli che per la morte di Giovanni si erano rallegrati, vedendo quale era Cosimo si contristavano. Era Cosimo uomo prudentissimo, di grave e grata presenzia, tutto liberale, tutto umano; n mai tent alcuna cosa contro alla Parte n contro allo stato, ma attendeva a benificare ciascuno e, con la liberalit sua, farsi partigiani assai cittadini. Di modo che lo esemplo suo accresceva carico a quelli che governavano, e lui giudicava, per questa via, o vivere in Firenze potente e securo quanto alcuno altro, o, venendosi per la ambizione degli avversarii allo straordinario, essere e con le armi e con i favori superiore. Grandi strumenti ad ordire la potenza sua furono Averardo de' Medici e Puccio Pucci: di costoro, Averardo con l'audacia, Puccio con la prudenzia e sagacit, favori e grandezza gli sumministravano; ed era tanto stimato il consiglio e il iudicio di Puccio, e tanto per ciascuno cognosciuto, che la parte di Cosimo, non da lui, ma da Puccio era nominata. Da questa cos divisa citt fu fatta la impresa di Lucca, nella quale si accesono gli umori delle parti, non che si spegnessero. E avvenga che la parte di Cosimo fusse quella che l'avesse favorita, non di meno ne' governi di essa erano mandati assai di quelli della parte avversa, come uomini pi  reputati nello stato: a che non potendo Averardo de' Medici e gli altri rimediare, attendevono con ogni arte e industria a calunniarli; e se perdita alcuna nasceva, che ne nacquero molte, era, non la fortuna o la forza del nimico, ma la poca prudenza del commissario accusata. Questo fece aggravare i peccati di Astorre Gianni, questo fece sdegnare messer Rinaldo degli Albizzi e partirsi dalla sua commissione sanza licenza, questo medesimo fece richiedere dal Capitano del popolo messer Giovanni Guicciardini; da questo tutti gli altri carichi che a' magistrati e a' commissari si dettero nacquero, perch i veri si accrescevano, i non veri si fingevano, e i veri e i non veri da quel popolo, che ordinariamente gli odiava, erano creduti.

27.


Queste cos fatte cose e modi estraordinari di procedere erano ottimamente da Niccol da Uzano e dagli altri capi della Parte cognosciuti, e molte volte avevano ragionato insieme de' rimedi; e non ce gli trovavano, perch pareva loro il lasciare crescere la cosa pericoloso, e il volerla urtare difficile. E Niccol da Uzano era il primo al quale non piacevano le vie straordinarie; onde che, vivendosi con la guerra fuora e con questi travagli dentro, Niccol Barbadori, volendo disporre Niccol da Uzano ad acconsentire alla rovina di Cosimo, lo and a trovare a casa, dove tutto pensoso in uno suo studio dimorava, e lo confort con quelle ragioni seppe addurre migliori a volere convenire con messer Rinaldo a cacciare Cosimo. Al quale Niccol da Uzano rispose in questa sentenza: - E' si farebbe per te, per la tua casa e per la nostra republica, che tu e gli altri che ti seguono in questa opinione avessero pi  tosto la barba d'ariento che d'oro, come si dice che hai tu, perch i loro consigli, procedendo da capo canuto e pieno di esperienza, sarebbero pi  savi e pi  utili a ciascheduno. E' mi pare che coloro che pensono di cacciare Cosimo da Firenze abbino, prima che ogni cosa, a misurare le forze loro e quelle di Cosimo. Questa nostra parte voi l'avete battezzata la Parte de' nobili, e la contraria quella della plebe: quando la verit correspondesse al nome, sarebbe in ogni accidente la vittoria dubia, e pi  tosto doverremmo temere noi che sperare, mossi dallo esemplo delle antiche nobilit di questa citt, le quali dalla plebe sono state spente. Ma noi abbiamo molto pi  da temere, sendo la nostra parte smembrata e quella degli avversarii intera. La prima cosa, Neri di Gino e Nerone di Nigi, duoi de' primi cittadini nostri, non si sono mai dichiarati in modo che si possa dire che sieno pi  amici nostri che loro. Sonci assai famiglie, anzi assai case, divise; perch molti, per invidia de' frategli o de' congiunti, disfavoriscono noi, e favoriscono loro. Io te ne voglio ricordare alcuno de' pi  importanti: gli altri considererai tu per te medesimo. De' figliuoli di messer Maso degli Albizzi, Luca, per invidia di messer Rinaldo, si  gittato dalla parte loro; in casa e Guicciardini, de' figliuoli di messer Luigi, Piero  nimico a messer Giovanni, e favorisce gli avversarii nostri; Tommaso e Niccol Soderini apertamente, per lo odio portono a Francesco loro zio, ci fanno contro. In modo che, se si considera bene quali sono loro e quali siamo noi, io non so perch pi  si merita di essere chiamata la parte nostra nobile che la loro. E se fusse perch loro sono seguitati da tutta la plebe, noi siamo per questo, in peggiore condizione, e loro in migliore; e in tanto che, se si viene alle armi o a' partiti, noi non siamo per potere resistere. E se noi stiamo ancora nella dignit nostra, nasce dalla reputazione antica di questo stato, la quale si ha per cinquanta anni conservata; ma come e' si venisse alla pruova, e che e' si scoprisse la debolezza nostra, noi ce la perderemmo. E se tu dicessi che la giusta cagione che ci muove accrescerebbe a noi credito e a loro lo torrebbe, ti rispondo che questa giustizia conviene che sia intesa e creduta da altri come da noi; il che  tutto il contrario; perch la cagione che ci muove  tutta fondata in sul sospetto che non si faccia principe di questa citt: se questo sospetto noi lo abbiamo, non lo hanno gli altri; anzi, che  peggio, accusono noi di quello che noi accusiamo lui. L'opere di Cosimo che ce lo fanno sospetto sono: perch gli serve de' suoi danari ciascuno, e non solamente i privati ma il publico, e non solo i Fiorentini ma i condottieri; perch favorisce quello e quell'altro cittadino che ha bisogno de' magistrati; perch e' tira, con la benivolenzia che gli ha nello universale, questo e quell'altro suo amico a maggiori gradi di onori. Adunque converrebbe addurre le cagioni del cacciarlo, perch gli  piatoso, oficioso, liberale e amato da ciascuno. Dimmi un poco: quale legge  quella che proibisca o che biasimi e danni negli uomini la piet, la liberalit, lo amore? E bench sieno modi tutti che tirino gli uomini volando al principato, non di meno e' non sono creduti cos, n noi siamo sufficienti a darli ad intendere, perch i modi nostri ci hanno tolta la fede, e la citt, che naturalmente  partigiana e, per essere sempre vivuta in parte, corrotta, non pu prestare gli orecchi a simili accuse. Ma poniamo che vi riuscisse il cacciarlo, che potrebbe, avendo una Signoria propizia riuscire facilmente: come potresti voi mai, intra tanti suoi amici che ci rimarrebbono e arderebbono del desiderio della tornata sua, obviare che non ci ritornasse? Questo sarebbe impossibile, perch mai, sendo tanti e avendo la benivolenzia universale, non ve ne potresti assicurare; e quanti pi  de' primi suoi scoperti amici cacciasse tanti pi  nimici vi faresti in modo che dopo poco tempo e' ci ritornerebbe; e ne aresti guadagnato questo, che voi lo aresti cacciato buono, e tornerebbeci cattivo; perch la natura sua sarebbe corrotta da quelli che lo revocassero, a' quali sendo obligato non si potrebbe opporre. E se voi disegnassi di farlo morire, non mai per via de' magistrati vi riuscir, perch i danari suoi, gli animi vostri corruttibili, sempre lo salveranno. Ma poniamo che muoia, o cacciato non torni: io non veggo che acquisto ci facci dentro la nostra republica; perch, se la si libera da Cosimo, la si fa serva a messer Rinaldo; e io, per me, sono uno di quelli che desidero che niuno cittadino di potenza e di autorit superi l'altro; ma quando alcuno di questi duoi avesse a prevalere, io non so quale cagione mi facesse amare pi  messer Rinaldo che Cosimo. N ti voglio dire altro, se non che Dio guardi questa citt che alcuno suo cittadino ne diventi principe; ma quando pure i peccati nostri lo meritassero, la guardi di avere ad ubbidire a lui. Non volere dunque consigliare che si pigli uno partito che da ogni parte sia dannoso; n credere, accompagnato da pochi, potere opporti alla voglia di molti: perch tutti questi cittadini, parte per ignoranza, parte per malizia, sono a vendere questa republica apparecchiati; ed  in tanto la fortuna loro amica, ch'eglino hanno trovato il comperatore. Governati per tanto per il mio consiglio: attendi a vivere modestamente; e arai, quanto alla libert, cos a sospetto quelli della parte nostra, come quelli della avversa, e quando travaglio alcuno nasca, vivendo neutrale, sarai a ciascuno grato; e cos gioverai a te, e non nocerai alla tua patria.

28.


Queste parole raffrenorono alquanto lo animo del Barbadoro, in modo che le cose stettono quiete quanto dur la guerra di Lucca; ma seguita la pace, e con quella la morte di Niccol da Uzano, rimase la citt sanza guerra e sanza freno. Donde che sanza alcuno rispetto crebbono i malvagi umori; e messer Rinaldo, parendogli essere rimaso solo principe della Parte, non cessava di pregare e infestare tutti i cittadini i quali credeva potessero essere gonfalonieri, che si armassero a liberare la patria di quello uomo che di necessit, per la malignit di pochi e per la ignoranza di molti, la conduceva in servit. Questi modi tenuti da messer Rinaldo, e quelli di coloro che favorivano la parte avversa, tenevano la citt piena di sospetto; e qualunque volta si creava uno magistrato, si diceva publicamente quanti dell'una e quanti dell'altra parte vi sedevano; e nella tratta de' Signori stava tutta la citt sollevata. Ogni caso che veniva davanti a' magistrati, ancora che minimo, si riduceva fra loro in gara; i secreti si publicavano; cos il bene come il male si favoriva e disfavoriva; i buoni come i cattivi ugualmente erano lacerati; niuno magistrato faceva l'ufizio suo. Stando adunque Firenze in questa confusione, e messer Rinaldo in quella voglia di abbassare la potenza di Cosimo, e sapendo come Bernardo Guadagni poteva essere gonfaloniere, pag le sue gravezze, acci che il debito publico non gli togliesse quel grado. Venutosi di poi alla tratta de' Signori, fece la fortuna, amica alle discordie nostre, che Bernardo fu tratto gonfalonieri per sedere il settembre e l'ottobre. Il quale messer Rinaldo and subito a vicitare, e gli disse quanto la parte de' nobili e qualunque desiderava bene vivere si era rallegrato per essere lui pervenuto a quella dignit; e che a lui si apparteneva operare in modo che non si fussero rallegrati invano. Mostrogli di poi i pericoli che nella disunione si correvono, e come non era altro rimedio alla unione, che spegnere Cosimo; perch solo quello, per i favori che da le immoderate sue ricchezze nascevano, gli teneva infermi; e che si era condotto tanto alto che, se e' non vi si provedeva, ne diventerebbe principe; e come ad uno buono cittadino s'apparteneva rimediarvi, chiamare il popolo in Piazza, ripigliare lo stato, per rendere alla patria la sua libert. Ricordogli che messer Salvestro de' Medici potette ingiustamente frenare la grandezza de' Guelfi, a' quali, per il sangue dai loro antichi sparso, si apparteneva il governo; e che quello ch'egli fare contro a tanti ingiustamente potette, potrebbe bene fare esso, giustamente, contro ad uno solo. Confortollo a non temere, perch gli amici con le armi sarebbono presti per aiutarlo; e della plebe che lo adorava non tenessi conto, perch non trarrebbe Cosimo da lei altri favori che si traessi gi messer Giorgio Scali; n delle sue ricchezze dubitasse, perch quando fia in podest de' Signori, le saranno loro, e conclusegli che questo fatto farebbe la republica secura e unita, e lui glorioso. Alle quali parole Bernardo rispose brevemente, come giudicava cosa necessaria fare quanto egli diceva; e perch il tempo era da spenderlo in operare, attendessi a prepararsi con le forze, per essere presto, persuaso che gli avesse i compagni. Preso che ebbe Bernardo il magistrato, disposti i compagni e convenuto con messer Rinaldo, cit Cosimo, il quale, ancora che ne fusse da molti amici sconfortato compar, confidatosi pi  nella innocenzia sua che nella misericordia de' Signori. Come Cosimo fu in Palagio, e sostenuto, messer Rinaldo con molti armati usc di casa, e apresso a quello tutta la Parte, e ne vennono in Piazza, dove i Signori feciono chiamare il popolo, e creorono dugento uomini di balia per riformare lo stato della citt. Nella quale balia, come prima si potette, si tratt della riforma, e della vita e della morte di Cosimo. Molti volevono che fusse mandato in esilio; molti morto; molti altri tacevano, o per compassione di lui o per paura di loro. I quali dispareri non lasciavano concludere alcuna cosa.

29.


 nella torre del Palagio uno luogo, tanto grande quanto patisce lo spazio di quella, chiamato l'Alberghettino; nel quale fu rinchiuso Cosimo, e dato in guardia a Federigo Malavolti. Dal quale luogo sentendo Cosimo fare il parlamento, e il romore delle armi che in Piazza si faceva, e il sonare spesso a balia, stava con sospetto della sua vita; ma pi  ancora temeva che estraordinariamente i particulari nimici lo facessero morire. Per questo si asteneva dal cibo tanto che, in quattro giorni, non aveva voluto mangiare altro che un poco di pane. Della qual cosa accorgendosi Federigo, gli disse: - Tu dubiti, Cosimo di non essere avvelenato; e fai te morire di fame, e poco onore a me, credendo che io volessi tenere le mani ad una simile scelleratezza. Io non credo che tu abbia a perdere la vita: tanti amici hai in Palagio e fuori; ma quando pure avessi a perderla, vivi securo che piglieranno altri modi che usare me per ministro a tortela, perch io non voglio bruttarmi le mani nel sangue di alcuno e massime del tuo, che non mi offendesti mai. Sta' per tanto di buona voglia prendi il cibo, e mantienti vivo agli amici e alla patria. E perch con maggiore fidanza possa farlo, io voglio delle cose tue medesime mangiare teco -. Queste parole tutto confortorono Cosimo; e con le lagrime agli occhi abbracci e baci Federigo, e con vive ed efficaci parole ringrazi quello di s piatoso e amorevole officio, offerendo essernegli gratissimo, se mai dalla fortuna gliene fusse data occasione. Sendo adunque Cosimo alquanto riconfortato, e disputandosi il caso suo intra i cittadini, occorse che Federigo, per darli piacere, condusse a cena seco uno familiare del Gonfaloniere, chiamato il Farganaccio, uomo sollazzevole e faceto. E avendo quasi che cenato, Cosimo, che pens valersi della venuta di costui, perch benissimo lo cognosceva, accenn Federigo che si partisse. Il quale, intendendo la cagione, finse di andare per cose che mancassero a fornire la cena; e lasciati quelli soli, Cosimo, dopo alquante amorevoli parole usate al Farganaccio, gli dette uno contrasegno, e gli impose che andasse allo Spedalingo di Santa Maria Nuova per mille cento ducati: cento ne prendesse per s, e mille ne portasse al Gonfaloniere; e pregasse quello che, presa onesta occasione, gli venisse a parlare. Accett costui la commissione: i denari furono pagati; donde Bernardo ne divent pi  umano: e ne segu che Cosimo fu confinato a Padova, contro alla voglia di messer Rinaldo, che lo voleva spegnere. Fu ancora confinato Averardo e molti della casa de' Medici; e con quelli, Puccio e Giovanni Pucci. E per sbigottire quelli che erano male contenti dello esilio di Cosimo, dettono balia agli Otto di guardia e al Capitano del popolo. Dopo le quali deliberazioni, Cosimo, a' d 3 di ottobre, nel 1433, venne davanti a' Signori, da' quali gli fu denunziato il confine, confortandolo allo ubbidire, quando e' non volesse che pi  aspramente contro a' suoi beni e contro a lui si procedesse. Accett Cosimo con vista allegra il confine, affermando che dovunque quella Signoria lo mandasse era per stare volentieri. Pregava bene che, poi gli aveva conservata la vita, gliene difendesse; perch sentiva essere in Piazza molti che desideravano il sangue suo. Offerse di poi, in qualunque luogo dove fusse, alla citt, al popolo e a Loro Signorie s e le sustanze sue. Fu da il Gonfalonieri confortato, e tanto ritenuto in Palagio che venisse la notte. Di poi lo condusse in casa sua, e fattolo cenare seco, da molti armati lo fece accompagnare a' confini. Fu, dovunque pass, ricevuto Cosimo onorevolmente, e da' Viniziani publicamente vicitato, e non come sbandito, ma come posto in supremo grado, onorato.

30.


Rimasa Firenze vedova d'uno tanto cittadino e tanto universalmente amato, era ciascuno sbigottito; e parimente quelli che avevano vinto e quelli che erano vinti temevano. Donde che messer Rinaldo, dubitando del suo futuro male, per non mancare a s e alla Parte, ragunati molti cittadini amici, disse a quelli che vedeva apparecchiata la rovina loro, per essersi lasciati vincere da' prieghi, dalle lagrime e da' danari de' loro nimici. E non si accorgevono che poco di poi aranno a pregare e piagnere eglino, e che i loro prieghi non saranno uditi, e delle loro lagrime non troverranno chi abbia compassione: e de' danari presi restituiranno il capitale e pagheranno l'usura con tormenti, morte ed esili. E che gli era molto meglio essersi stati, che avere lasciato Cosimo in vita e gli amici suoi in Firenze; perch gli uomini grandi o e' non si hanno a toccare o, tocchi, a spegnere. N ci vedeva altro rimedio che farsi forti nella citt, acci che, risentendosi e nimici, che si risentirieno presto, si potesse cacciarli con le armi, poi che con i modi civili non se ne erano potuti mandare. E che il rimedio era quello che molto tempo innanzi aveva ricordato: di riguadagnarsi i Grandi, rendendo e concedendo loro tutti gli onori della citt, e farsi forte con questa parte, poi che i loro avversarii si erano fatti forti con la plebe. E come, per questo, la parte loro sarebbe pi  gagliarda, quanto in quella sarebbe pi  vita, pi  virt, pi  animo e pi  credito; affermando che, se questo ultimo e vero rimedio non si pigliava, non vedeva con quale altro modo si potesse conservare uno stato infra tanti nimici, e cognosceva una propinqua rovina della parte loro e della citt. A che Mariotto Baldovinetti, uno de' ragunati, si oppose, mostrando la superbia de' Grandi e la natura loro insopportabile; e che non era da ricorrere sotto una certa tirannide loro, per fuggire i dubi pericoli della plebe. Donde che messer Rinaldo, veduto il suo consiglio non essere udito, si dolfe della sua sventura e di quella della sua parte, imputando ogni cosa pi  a' cieli, che volevono cos, che alla ignoranza e cecit degli uomini. Standosi la cosa adunque in questa maniera, sanza fare alcuna necessaria provisione, fu trovata una lettera scritta da messer Agnolo Acciaiuoli a Cosimo, la quale gli mostrava la disposizione della citt verso di lui, e lo confortava a fare che si movesse qualche guerra, e a farsi amico Neri di Gino; perch giudicava, come la citt avesse bisogno di danari, non si troverebbe chi la servisse, e verrebbe la memoria sua a rinfrescarsi ne' cittadini e il desiderio di farlo ritornare, e se Neri si smembrasse da messer Rinaldo, quella parte indebolirebbe tanto che la non sarebbe sufficiente a defendersi. Questa lettera, venuta nelle mani de' magistrati, fu cagione che messer Agnolo fusse preso, collato e mandato in esilio. N per tale esemplo si fren in alcuna parte l'umore che favoriva Cosimo. Era di gi girato quasi che l'anno dal d che Cosimo era stato cacciato, e venendo il fine di agosto 1434, fu tratto gonfalonieri per i duoi mesi futuri Niccol di Cocco, e con quello otto Signori tutti partigiani di Cosimo; di modo che tale Signoria spavent messer Rinaldo e tutta la sua parte. E perch avanti che i Signori prendino il magistrato eglino stanno tre giorni privati, messer Rinaldo fu di nuovo con i capi della parte sua; e mostr loro il certo e propinquo periculo e che il rimedio era pigliare le armi e fare che Donato Velluti, il quale allora sedeva gonfalonieri, ragunasse il popolo in Piazza, facesse nuova balia, privasse i nuovi Signori del magistrato, e se ne creasse de' nuovi, a proposito dello stato, e si ardessero le borse e con nuovi squittini, si riempiessero di amici. Questo partito da molti era giudicato sicuro e necessario, da molti altri troppo violento e da tirarsi dreto troppo carico. E intra quelli a chi e' dispiacque fu messer Palla Strozzi, il quale era uomo quieto, gentile e umano, e pi  tosto atto agli studi delle lettere che a frenare una parte e opporsi alle civili discordie. E per disse che i partiti o astuti o audaci paiono nel principio buoni, ma riescono poi nel trattargli difficili, e nel finirgli dannosi; e che credeva che il timore delle nuove guerre di fuori, sendo le genti del Duca in Romagna sopra i confini nostri, farebbe che i Signori penserebbero pi  a quelle che alle discordie di dentro; pure, quando si vedesse che volessero alterare (il che non potevono fare che non si intendesse) sempre si sarebbe a tempo a pigliare le armi ed esequire quanto paresse necessario per la salute comune; il che faccendosi per necessit, seguirebbe con meno ammirazione del popolo e meno carico loro. Fu per tanto concluso che si lasciassero entrare i nuovi Signori e che si vigilassero i loro andamenti, e quando si sentisse cosa alcuna contro alla Parte, ciascuno pigliasse l'armi e convenisse alla piazza di San Pulinari luogo propinquo al Palagio, donde potrebbero poi condursi dove paresse loro necessario.

31.


Partiti con questa conclusione, i Signori nuovi entrarono in magistrato; e il Gonfaloniere, per darsi reputazione e per sbigottire quelli che disegnassero opporsegli, condann Donato Velluti suo antecessore, alle carcere, come uomo che si fusse valuto de' danari publici. Dopo questo, tent i compagni per fare ritornare Cosimo; e trovatigli disposti, ne parlava con quelli che della parte de' Medici giudicava capi: da' quali sendo riscaldato, cit messer Rinaldo, Ridolfo Peruzzi e Niccol Barbadoro, come principali della parte avversa. Dopo la quale citazione, pens messer Rinaldo che non fusse da ritardare pi , e usc fuora di casa con gran numero di armati: con il quale si congiunse subito Ridolfo Peruzzi e Niccol Barbadoro. Fra costoro erano di molti altri cittadini, e assai soldati che in Firenze sanza soldo si trovavano, e tutti si fermorono secondo la convenzione fatta, alla piazza di San Pulinari. Messer Palla Strozzi ancora che gli avesse ragunate assai genti, non usc fuora, il simile fece messer Giovanni Guicciardini: donde che messer Rinaldo mand a sollecitargli, e a riprendergli della loro tardit. Messer Giovanni rispose che faceva assai guerra alla parte nimica, se teneva, con lo starsi in casa, che Piero suo fratello non uscisse fuora a soccorrere il Palagio; messer Palla, dopo molte ambasciate fattegli, venne a San Pulinari a cavallo, con duoi a pi, e disarmato. Al quale messer Rinaldo si fece incontra, e forte lo riprese della sua negligenzia; e che il non convenire con gli altri nasceva o da poca fede o da poco animo; e l'uno e l'altro di questi carichi doveva fuggire uno uomo che volesse essere tenuto di quella sorte era tenuto egli. E se credeva, per non fare suo debito contro alla Parte, che gli nimici suoi, vincendo, gli perdonassero o la vita o lo esilio, se ne ingannava. E quanto si aspettava a lui, venendo alcuna cosa sinistra, ci arebbe questo contento, di non essere mancato innanzi al pericolo con il consiglio, e in sul pericolo con la forza; ma a lui e agli altri si raddoppierieno i dispiaceri, pensando di avere tradita la patria loro tre volte: l'una quando salvorono Cosimo; l'altra quando non presono i suoi consigli; la terza allora, di non la soccorrere con le armi. Alle quali parole messer Palla non rispose cosa che da' circustanti fusse intesa; ma, mormorando, volse il cavallo, e tornossene a casa. I Signori, sentendo messer Rinaldo e la sua parte avere prese le armi, e vedendosi abbandonati, fatto serrare il Palagio, privi di consiglio, non sapevano che farsi. Ma soprastando messer Rinaldo a venire in Piazza, per aspettare quelle forze che non vennono, tolse a s l'occasione del vincere, e dette animo a loro a provedersi, e a molti cittadini di andare a quelli e confortargli a volere usare termini che si posassero le armi. Andorono adunque alcuni meno sospetti, da parte de' Signori, a messer Rinaldo; e dissono che la Signoria non sapeva la cagione perch questi moti si facessero, e che non aveva mai pensato di offenderlo; e se si era ragionato di Cosimo, non si era pensato a rimetterlo; e se questa era la cagione del sospetto, che gli assicurerebbero; e che fussino contenti venire in Palagio; e che sarebbono bene veduti e compiaciuti d'ogni loro domanda. Queste parole non feciono mutare di proposito messer Rinaldo; ma diceva volere assicurarsi con il fargli privati, e di poi a benificio di ciascuno si riordinasse la citt. Ma sempre occorre che dove le autorit sono pari e i pareri sieno diversi, vi si risolve rade volte alcuna cosa in bene. Ridolfo Peruzzi, mosso dalle parole di quelli cittadini, disse che per lui non si cercava altro se non che Cosimo non tornasse, e avendo questo d'accordo, gli pareva assai vittoria; n voleva, per averla maggiore, riempiere la sua citt di sangue; e per voleva ubbidire alla Signoria. E con le sue genti ne and in Palagio, dove fu lietamente ricevuto. Il fermarsi adunque messer Rinaldo a San Pulinari, il poco animo di messer Palla e la partita di Ridolfo avevano tolto a messer Rinaldo la vittoria della impresa; ed erano cominciati gli animi de' cittadini che lo seguivano a mancare di quella prima caldezza. A che si aggiunse l'autorit del Papa.

32.


Trovavasi papa Eugenio in Firenze, stato cacciato da Roma da il popolo. Il quale, sentendo questi tumulti, e parendogli suo uficio il quietargli, mand messer Giovanni Vitelleschi patriarca, amicissimo di messer Rinaldo, a pregarlo che venisse a lui; perch non gli mancherebbe, con la Signoria, n autorit n fede a farlo contento e securo, sanza sangue e danno de' cittadini. Persuaso per tanto messer Rinaldo dallo amico, con tutti quegli che armati lo seguivano, ne and a Santa Maria Novella, dove il Papa dimorava. Al quale Eugenio fece intendere la fede che i Signori gli avevano data, e rimesso in lui ogni differenza; e che si ordinerebbono le cose, quando e' posasse l'armi, come a quello paresse. Messer Rinaldo, avendo veduto la freddezza di messer Palla e la leggerezza di Ridolfo Peruzzi, scarso di migliore partito, si rimisse nelle braccia sua, pensando pure che la autorit del Papa lo avesse a perservare. Onde che il Papa fece significare a Niccol Barbadoro e agli altri che fuori lo aspettavano, che andassero a posare l'armi, perch messer Rinaldo rimaneva con il Pontefice per trattare lo accordo con i Signori. Alla quale voce ciascuno si risolv e si disarm.

33.


I Signori, vedendo disarmati gli avversarii loro, attesono a praticare lo accordo per mezzo del Papa: e dall'altra parte mandorono secretamente nella montagna di Pistoia per fanterie; e quelle, con tutte le loro genti d'arme, feciono venire, di notte, in Firenze; e presi i luoghi forti della citt, chiamorono il popolo in Piazza, e creorono nuova balia. La quale, come prima si ragun, restitu Cosimo alla patria e gli altri che erano con quello stati confinati; e della parte nimica confin messer Rinaldo degli Albizzi, Ridolfo Peruzzi, Niccol Barbadori e messer Palla Strozzi, con molti altri cittadini; e in tanta quantit che poche terre in Italia rimasero, dove non ne fusse mandati in esilio, e molte fuora di Italia ne furono ripiene, tale che Firenze, per simile accidente, non solamente si priv di uomini da bene, ma di ricchezze e di industria. Il Papa, vedendo tanta rovina sopra di coloro i quali per i suoi prieghi avieno posate l'armi, ne rest malissimo contento; e con messer Rinaldo si dolfe della ingiuria fattagli sotto la sua fede; e lo confort a pazienzia, e a sperare bene per la variet della fortuna. Al quale messer Rinaldo rispose: - La poca fede che coloro che mi dovevono credere mi hanno prestata, e la troppa che io ho prestata a Voi, ha me e la mia parte rovinata, ma io pi  di me stesso che di alcuno mi dolgo, poi che io credetti che Voi, che eri stato cacciato della patria vostra, potessi tenere me nella mia. De' giuochi della fortuna io ne ho assai buona esperienza; e come io ho poco confidato nelle prosperit, cos le avversit meno mi offendono; e so che, quando le piacer, la mi si potr mostrare pi  lieta; ma quando mai non le piaccia, io stimer sempre poco vivere in una citt dove possino meno le leggi che gli uomini; perch quella patria  desiderabile nella quale le sustanze e gli amici si possono securamente godere, non quella dove ti possino essere quelle tolte facilmente, e gli amici, per paura di loro propri, nelle tue maggiori necessit ti abbandonono. E sempre agli uomini savi e buoni fu meno grave udire i mali della patria loro, che vederli; e cosa pi   gloriosa reputano essere uno onorevole ribello, che uno stiavo cittadino -. E partito dal Papa pieno di sdegno, seco medesimo spesso i suoi consigli e la freddezza degli amici reprendendo, se ne and in esilio. Cosimo, dall'altra parte, avendo notizia della sua restituzione, torn in Firenze. E rade volte occorse che uno cittadino, tornando trionfante d'una vittoria, fusse ricevuto dalla sua patria con tanto concorso di popolo e con tanta dimostrazione di benivolenzia, con quanta fu ricevuto egli tornando dallo esilio. E da ciascuno voluntariamente fu salutato benefattore del popolo e padre della patria.



FINE PRIMA PARTE.
