NICCOLO' MACHIAVELLI.

Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio.

Niccol Machiavelli .
a Zanobi Buondelmonti .
e Cosimo Rucellai .
salute..


Io vi mando uno presente, il quale, se non corrisponde agli obblighi che io ho con voi,  tale, sanza dubbio, quale ha potuto Niccol Machiavelli mandarvi maggiore. Perch in quello io ho espresso quanto io so e quanto io ho imparato per una lunga pratica e continua lezione delle cose del mondo. E non potendo n voi n altri desiderare da me pi, non vi potete dolere se io non vi ho donato pi. Bene vi pu increscere della povert dello ingegno mio, quando siano queste mie narrazioni povere; e della fallacia del giudicio, quando io in molte parte, discorrendo, m'inganni. Il che essendo, non so quale di noi si abbia ad essere meno obligato all'altro: o io a voi, che mi avete forzato a scrivere quello che io mai per me medesimo non arei scritto; o voi a me, quando, scrivendo non vi abbi sodisfatto. Pigliate, adunque, questo in quello modo che si pigliano tutte le cose degli amici; dove si considera pi sempre la intenzione di chi manda, che le qualit della cosa che  mandata. E crediate che in questo io ho una sola satisfazione, quando io penso che, sebbene io mi fussi ingannato in molte sue circunstanzie, in questa sola so ch'io non ho preso errore, di avere eletto voi, ai quali, sopra ogni altri, questi mia Discorsi indirizzi: s perch, faccendo questo, mi pare avere mostro qualche gratitudine de' beneficii ricevuti: s perch e' mi pare essere uscito fuora dell'uso comune di coloro che scrivono, i quali sogliono sempre le loro opere a qualche principe indirizzare; e, accecati dall'ambizione e dall'avarizia, laudano quello di tutte le virtuose qualitadi, quando da ogni vituperevole parte doverrebbono biasimarlo. Onde io, per non incorrere in questo errore, ho eletti non quelli che sono principi, ma quelli che, per le infinite buone parti loro, meriterebbono di essere; non quelli che potrebbero di gradi, di onori e di ricchezze riempiermi, ma quelli che, non potendo, vorrebbono farlo. Perch gli uomini, volendo giudicare dirittamente, hanno a stimare quelli che sono, non quelli che possono essere liberali, e cos quelli che sanno, non quelli che, sanza sapere, possono governare uno regno. E gli scrittori laudano pi Ierone Siracusano quando egli era privato, che Perse Macedone quando egli era re: perch a Ierone ad essere principe non mancava altro che il principato; quell'altro non aveva parte alcuna di re, altro che il regno. Godetevi, pertanto, quel bene o quel male che voi medesimi avete voluto: e se voi starete in questo errore, che queste mie opinioni Vi siano grate, non mancher di seguire il resto della istoria, secondo che nel principio vi promissi. Valete.

LIBRO PRIMO.


Ancora che, per la invida natura degli uomini, sia sempre suto non altrimenti periculoso trovare modi ed ordini nuovi, che si fusse cercare acque e terre incognite, per essere quelli pi pronti a biasimare che a laudare le azioni d'altri; nondimanco, spinto da quel naturale desiderio che fu sempre in me di operare, sanza alcuno respetto, quelle cose che io creda rechino comune benefizio a ciascuno, ho deliberato entrare per una via, la quale, non essendo suta ancora da alcuno trita, se la mi arrecher fastidio e difficult, mi potrebbe ancora arrecare premio, mediante quelli che umanamente di queste mie fatiche il fine considerassino. E se lo ingegno povero, la poca esperienzia delle cose presenti e la debole notizia delle antique faranno questo mio conato difettivo e di non molta utilit; daranno almeno la via ad alcuno che, con pi virt, pi discorso e iudizio, potr a questa mia intenzione satisfare: il che, se non mi arrecher laude, non mi doverebbe partorire biasimo.
Considerando adunque quanto onore si attribuisca all'antiquit, e come molte volte, lasciando andare infiniti altri esempli, un frammento d'una antiqua statua sia suto comperato gran prezzo, per averlo appresso di s, onorarne la sua casa e poterlo fare imitare a coloro che di quella arte si dilettono; e come quegli dipoi con ogni industria si sforzono in tutte le loro opere rappresentarlo; e veggiendo, da l'altro canto, le virtuosissime operazioni che le storie ci mostrono, che sono state operate da regni e republiche antique, dai re, capitani, cittadini, latori di leggi, ed altri che si sono per la loro patria affaticati, essere pi presto ammirate che imitate; anzi, in tanto da ciascuno in ogni minima cosa fuggite, che di quella antiqua virt non ci  rimasto alcun segno; non posso fare che insieme non me ne maravigli e dolga. E tanto pi, quanto io veggo nelle diferenzie che intra cittadini civilmente nascano, o nelle malattie nelle quali li uomini incorrono, essersi sempre ricorso a quelli iudizii o a quelli remedii che dagli antichi sono stati iudicati o ordinati: perch le leggi civili non sono altro che sentenze date dagli antiqui iureconsulti, le quali, ridutte in ordine, a' presenti nostri iureconsulti iudicare insegnano. N ancora la medicina  altro che esperienze fatte dagli antiqui medici, sopra le quali fondano e' medici presenti e' loro iudizii. Nondimanco, nello ordinare le republiche, nel mantenere li stati, nel governare e' regni, nello ordinare la milizia ed amministrare la guerra, nel iudicare e' sudditi, nello accrescere l'imperio, non si truova principe n republica che agli esempli delli antiqui ricorra. Il che credo che nasca non tanto da la debolezza nella quale la presente religione ha condotto el mondo, o da quel male che ha fatto a molte provincie e citt cristiane uno ambizioso ozio, quanto dal non avere vera cognizione delle storie, per non trarne, leggendole, quel senso n gustare di loro quel sapore che le hanno in s. Donde nasce che infiniti che le leggono, pigliono piacere di udire quella variet degli accidenti che in esse si contengono, sanza pensare altrimenti di imitarle, iudicando la imitazione non solo difficile ma impossibile; come se il cielo, il sole, li elementi, li uomini, fussino variati di moto, di ordine e di potenza, da quello che gli erono antiquamente. Volendo, pertanto, trarre li uomini di questo errore, ho giudicato necessario scrivere, sopra tutti quelli libri di Tito Livio che dalla malignit de' tempi non ci sono stati intercetti, quello che io, secondo le cognizione delle antique e moderne cose, iudicher essere necessario per maggiore intelligenzia di essi, a ci che coloro che leggeranno queste mia declarazioni, possino pi facilmente trarne quella utilit per la quale si debbe cercare la cognizione delle istorie. E bench questa impresa sia difficile, nondimanco, aiutato da coloro che mi hanno, ad entrare sotto questo peso, confortato, credo portarlo in modo, che ad un altro rester breve cammino a condurlo a loco destinato.

1.
.
Quali siano stati universalmente .
i principii di qualunque citt, .
e quale fusse quello di Roma. .


Coloro che leggeranno quale principio fusse quello della citt di Roma, e da quali latori di leggi e come ordinato, non si maraviglieranno che tanta virt si sia per pi secoli mantenuta in quella citt; e che dipoi ne sia nato quello imperio al quale quella republica aggiunse. E volendo discorrere prima il nascimento suo, dico che tutte le cittadi sono edificate o dagli uomini natii del luogo dove le si edificano o dai forestieri. Il primo caso occorre quando agli abitatori dispersi in molte e piccole parti non pare vivere securi, non potendo ciascuna per s, e per il sito e per il piccolo numero, resistere all'impeto di chi le assaltasse; e ad unirsi per loro difensione, venendo il nimico, non sono a tempo; o quando fussono, converrebbe loro lasciare abbandonati molti de' loro ridotti; e cos verrebbero ad essere subita preda dei loro inimici: talmente che, per fuggire questi pericoli, mossi o da loro medesimi, o da alcuno che sia infra loro di maggiore autorit, si ristringono ad abitare insieme in luogo eletto da loro, pi commodo a vivere e pi facile a difendere.
Di queste, infra molte altre, sono state Atene e Vinegia. La prima, sotto l'autorit di Teseo, fu per simili cagioni dagli abitatori dispersi edificata; l'altra, sendosi molti popoli ridotti in certe isolette che erano nella punta del mare Adriatico, per fuggire quelle guerre che ogni d, per lo avvenimento di nuovi barbari, dopo la declinazione dello Imperio romano, nascevano in Italia, cominciarono infra loro, sanza altro principe particulare che gli ordinasse, a vivere sotto quelle leggi che parevono loro pi atte a mantenerli. Il che successe loro felicemente per il lungo ozio che il sito dette loro, non avendo quel mare uscita, e non avendo quelli popoli, che affliggevano Italia, navigli da poterli infestare: talch ogni piccolo principio li pot fare venire a quella grandezza nella quale sono.
Il secondo caso, quando da genti forestiere  edificata una citt, nasce o da uomini liberi o che dependono da altri: come sono le colonie mandate o da una republica o da uno principe per isgravare le loro terre d'abitatori, o per difesa di quel paese che, di nuovo acquistato, vogliono sicuramente e sanza ispesa mantenersi; delle quali citt il Popolo romano ne edific assai, e per tutto l'imperio suo: ovvero le sono edificate da uno principe, non per abitarvi, ma per sua gloria; come la citt di Alessandria, da Alessandro. E per non avere queste cittadi la loro origine libera, rade volte occorre che le facciano processi grandi, e possinsi intra i capi dei regni numerare. Simile a queste fu l'edificazione di Firenze, perch (o edificata da' soldati di Silla, o, a caso, dagli abitatori dei monti di Fiesole, i quali, confidatisi in quella lunga pace che sotto Ottaviano nacque nel mondo, si ridussero ad abitare nel piano sopra Arno) si edific sotto l'imperio romano: n pot, ne' principii suoi, fare altri augumenti che quelli che per cortesia del principe gli erano concessi.
Sono liberi gli edificatori delle cittadi, quando alcuni popoli, o sotto uno principe o da per s, sono constretti, o per morbo o per fame o per guerra, a abbandonare il paese patrio, e crearsi nuova sede: questi tali, o egli abitano le cittadi che e' truovono ne' paesi ch'egli acquistano, come fe' Moises; o e' ne edificano di nuovo, come fe' Enea. In questo caso  dove si conosce la virt dello edificatore, e la fortuna dello edificato: la quale  pi o meno maravigliosa, secondo che pi o meno  virtuoso colui che ne  stato principio. La virt del quale si conosce in duo modi: il primo  nella elezione del sito; l'altro nella ordinazione delle leggi. E perch gli uomini operono o per necessit o per elezione; e perch si vede quivi essere maggior virt dove la elezione ha meno autorit;  da considerare se sarebbe meglio eleggere, per la edificazione delle cittadi, luoghi sterili, acciocch gli uomini, constretti a industriarsi, meno occupati dall'ozio, vivessono pi uniti avendo, per la povert del sito, minore cagione di discordie; come interviene in Raugia, e in molte altre cittadi in simili luoghi edificate: la quale elezione sarebbe sanza dubbio pi savia e pi utile, quando gli uomini fossero contenti a vivere del loro, e non volessono cercare di comandare altrui. Pertanto, non potendo gli uomini assicurarsi se non con la potenza,  necessario fuggire questa sterilit del paese, e porsi in luoghi fertilissimi; dove, potendo per la ubert del sito ampliare, possa e difendersi da chi l'assaltasse e opprimere qualunque alla grandezza sua si opponesse. E quanto a quell'ozio che le arrecasse il sito, si debbe ordinare che a quelle necessit le leggi la costringhino, che il sito non la costrignesse, ed imitare quelli che sono stati savi, ed hanno abitato in paesi amenissimi e fertilissimi, e atti a produrre uomini oziosi ed inabili a ogni virtuoso esercizio, che, per ovviare a quelli danni i quali l'amenit del paese, mediante l'ozio, arebbe causati, hanno posto una necessit di esercizio a quelli che avevano a essere soldati; di qualit che, per tale ordine, vi sono diventati migliori soldati che in quelli paesi i quali naturalmente sono stati aspri e sterili. Intra i quali fu il regno degli Egizi, che, non ostante che il paese sia amenissimo, tanto potette quella necessit, ordinata dalle leggi, che ne nacque uomini eccellentissimi; e se li nomi loro non fussono dalla antichit spenti, si vedrebbe come ei meriterebbero pi laude che Alessandro Magno, e molti altri de' quali ancora  la memoria fresca. E chi avesse considerato il regno del Soldano, e l'ordine de' Mammalucchi e di quella loro milizia, avanti che da Sal, Gran Turco, fusse stata spenta, arebbe veduto in quello molti esercizi circa i soldati, ed averebbe, in fatto, conosciuto quanto essi temevano quell'ozio a che la benignit del paese li poteva condurre, se non vi avessono con leggi fortissime ovviato. Dico, adunque, essere pi prudente elezione porsi in luogo fertile, quando quella fertilit con le leggi infra i debiti termini si ristringa. Ad Alessandro Magno, volendo edificare una citt per sua gloria, venne Dinocrate architetto, e gli mostr come e' la poteva edificare sopra il monte Atho, il quale luogo, oltre allo essere forte, potrebbe ridursi in modo che a quella citt si darebbe forma umana; il che sarebbe cosa maravigliosa e rara, e degna della sua grandezza. E domandandolo Alessandro di quello che quelli abitatori viverebbero, rispose non ci avere pensato: di che quello si rise, e, lasciato stare quel monte, edific Alessandria, dove gli abitatori avessero a stare volentieri per la grassezza del paese, e per la commodit del mare e del Nilo. Chi esaminer, adunque, la edificazione di Roma, se si prender Enea per suo primo progenitore, sar di quelle cittadi edificate da' forestieri; se Romolo di quelle edificate dagli uomini natii del luogo; ed in qualunque modo, la vedr avere principio libero, sanza dependere da alcuno: vedr ancora, come di sotto si dir, a quante necessitadi le leggi fatte da Romolo, Numa, e gli altri, la costringessono; talmente che la fertilit del sito, la commodit del mare, le spesse vittorie, la grandezza dello imperio, non la potero per molti secoli corrompere, e la mantennero piena di tanta virt, di quanta mai fusse alcun'altra citt o republica ornata.
E perch le cose operate da lei, e che sono da Tito Livio celebrate, sono seguite o per publico o per privato consiglio, o dentro o fuori della cittade; io comincer a discorrere sopra quelle cose occorse dentro e per consiglio publico, le quali degne di maggiore annotazione giudicher, aggiungendovi tutto quello che da loro dependessi; con i quali Discorsi questo primo libro, ovvero questa prima parte, si terminer.

2.

Di quante spezie sono le republiche, .
e di quale fu la republica romana. .


Io voglio porre da parte il ragionare di quelle cittadi che hanno avuto il loro principio sottoposto a altrui; e parler di quelle che hanno avuto il principio lontano da ogni servit esterna, ma si sono subito governate per loro arbitrio, o come republiche o come principato: le quali hanno avuto, come diversi principii, diverse leggi ed ordini. Perch ad alcune, o nel principio d'esse, o dopo non molto tempo, sono state date da uno solo le leggi, e ad un tratto; come quelle che furono date da Licurgo agli Spartani: alcune le hanno avute a caso, ed in pi volte e secondo li accidenti, come ebbe Roma. Talch, felice si pu chiamare quella republica, la quale sortisce uno uomo s prudente, che gli dia leggi ordinate in modo che, sanza avere bisogno di ricorreggerle, possa vivere sicuramente sotto quelle. E si vede che Sparta le osserv pi che ottocento anni sanza corromperle, o sanza alcuno tumulto pericoloso: e, pel contrario, tiene qualche grado d'infelicit quella citt, che, non si sendo abbattuta a uno ordinatore prudente,  necessitata da s medesima riordinarsi. E di queste ancora  pi infelice quella che  pi discosto dall'ordine; e quella ne  pi discosto che co' suoi ordini  al tutto fuori del diritto cammino, che la possa condurre al perfetto e vero fine. Perch quelle che sono in questo grado,  quasi impossibile che per qualunque accidente si rassettino: quelle altre che, se le non hanno l'ordine perfetto, hanno preso il principio buono, e atto a diventare migliore, possono per la occorrenzia degli accidenti diventare perfette. Ma fia bene vero questo, che mai si ordineranno sanza pericolo; perch gli assai uomini non si accordano mai ad una legge nuova che riguardi uno nuovo ordine nella citt se non  mostro loro da una necessit che bisogni farlo; e non potendo venire questa necessit sanza pericolo,  facil cosa che quella republica rovini, avanti che la si sia condotta a una perfezione d'ordine. Di che ne fa fede appieno la republica di Firenze, la quale fu dallo accidente d'Arezzo, nel dua, riordinata; e da quel di Prato, nel dodici, disordinata.
Volendo, adunque, discorrere quali furono li ordini della citt di Roma, e quali accidenti alla sua perfezione la condussero; dico come alcuni che hanno scritto delle republiche dicono essere in quelle uno de' tre stati, chiamati da loro Principato, Ottimati, e Popolare, e come coloro che ordinano una citt, debbono volgersi ad uno di questi, secondo pare loro pi a proposito. Alcuni altri, e, secondo la opinione di molti, pi savi, hanno opinione che siano di sei ragioni governi: delli quali tre ne siano pessimi tre altri siano buoni in loro medesimi, ma s facili a corrompersi, che vengono ancora essi a essere perniziosi. Quelli che sono buoni, sono e' soprascritti tre: quelli che sono rei, sono tre altri, i quali da questi tre dipendano; e ciascuno d'essi  in modo simile a quello che gli  propinquo, che facilmente saltano dall'uno all'altro: perch il Principato facilmente diventa tirannico; gli Ottimati con facilit diventano stato di pochi; il Popolare sanza difficult in licenzioso si converte. Talmente che, se uno ordinatore di republica ordina in una citt uno di quelli tre stati, ve lo ordina per poco tempo; perch nessuno rimedio pu farvi, a fare che non sdruccioli nel suo contrario, per la similitudine che ha in questo caso la virtute ed il vizio.
Nacquono queste variazioni de' governi a caso intra gli uomini: perch nel principio del mondo, sendo gli abitatori radi, vissono un tempo dispersi a similitudine delle bestie; dipoi, moltiplicando la generazione, si ragunarono insieme, e, per potersi meglio difendere, cominciarono a riguardare infra loro quello che fusse pi robusto e di maggiore cuore, e fecionlo come capo, e lo ubedivano. Da questo nacque la cognizione delle cose oneste e buone, differenti dalle perniziose e ree: perch, veggendo che se uno noceva al suo benificatore, ne veniva odio e compassione intra gli uomini, biasimando gl'ingrati ed onorando quelli che fussero grati, e pensando ancora che quelle medesime ingiurie potevano essere fatte a loro; per fuggire simile male, si riducevano a fare leggi, ordinare punizioni a chi contrafacessi: donde venne la cognizione della giustizia. La quale cosa faceva che, avendo dipoi a eleggere uno principe, non andavano dietro al pi gagliardo, ma a quello che fusse pi prudente e pi giusto. Ma come dipoi si cominci a fare il principe per successione, e non per elezione, subito cominciarono li eredi a degenerare dai loro antichi; e, lasciando l'opere virtuose, pensavano che i principi non avessero a fare altro che superare gli altri di sontuosit e di lascivia e d'ogni altra qualit di licenza: in modo che, cominciando il principe a essere odiato, e per tale odio a temere, e passando tosto dal timore all'offese, ne nasceva presto una tirannide. Da questo nacquero, appresso, i principii delle rovine, e delle conspirazioni e congiure contro a' principi; non fatte da coloro che fussono o timidi o deboli, ma da coloro che, per generosit, grandezza d'animo, ricchezza e nobilit, avanzavano gli altri; i quali non potevano sopportare la inonesta vita di quel principe. La moltitudine, adunque, seguendo l'autorit di questi potenti, s'armava contro al principe, e, quello spento, ubbidiva loro come a suoi liberatori. E quelli, avendo in odio il nome d'uno solo capo, constituivano di loro medesimi uno governo; e, nel principio, avendo rispetto alla passata tirannide, si governavono secondo le leggi ordinate da loro, posponendo ogni loro commodo alla commune utilit; e le cose private e le publiche con somma diligenzia governavano e conservavano. Venuta dipoi questa amministrazione ai loro figliuoli, i quali non conoscendo la variazione della fortuna, non avendo mai provato il male, e non volendo stare contenti alla civile equalit, ma rivoltisi alla avarizia, alla ambizione, alla usurpazione delle donne, feciono che d'uno governo d'ottimati diventassi uno governo di pochi, sanza avere rispetto ad alcuna civilit, talch, in breve tempo, intervenne loro come al tiranno; perch, infastidita da' loro governi, la moltitudine si fe' ministra di qualunque disegnassi in alcun modo offendere quelli governatori; e cos si lev presto alcuno che, con l'aiuto della moltitudine, li spense. Ed essendo ancora fresca la memoria del principe e delle ingiurie ricevute da quello, avendo disfatto lo stato de' pochi e non volendo rifare quel del principe, si volsero allo stato popolare; e quello ordinarono in modo, che n i pochi potenti, n uno principe, vi avesse autorit alcuna. E perch tutti gli stati nel principio hanno qualche riverenzia, si mantenne questo stato popolare un poco, ma non molto, massime spenta che fu quella generazione che l'aveva ordinato; perch subito si venne alla licenza, dove non si temevano n gli uomini privati n i publici; di qualit che, vivendo ciascuno a suo modo, si facevano ogni d mille ingiurie: talch, costretti per necessit, o per suggestione d'alcuno buono uomo, o per fuggire tale licenza, si ritorna di nuovo al principato; e da quello, di grado in grado, si riviene verso la licenza, ne' modi e per le cagioni dette. E questo  il cerchio nel quale girando tutte le republiche si sono governate e si governano: ma rade volte ritornano ne' governi medesimi; perch quasi nessuna republica pu essere di tanta vita, che possa passare molte volte per queste mutazioni, e rimanere in piede. Ma bene interviene che, nel travagliare, una republica, mancandole sempre consiglio e forze, diventa suddita d'uno stato propinquo, che sia meglio ordinato di lei: ma, posto che questo non fusse, sarebbe atta una republica a rigirarsi infinito tempo in questi governi.
Dico, adunque, che tutti i detti modi sono pestiferi, per la brevit della vita che  ne' tre buoni, e per la malignit che  ne' tre rei. Talch, avendo quelli che prudentemente ordinano leggi, conosciuto questo difetto, fuggendo ciascuno di questi modi per s stesso, ne elessero uno che participasse di tutti, giudicandolo pi fermo e pi stabile; perch l'uno guarda l'altro, sendo in una medesima citt il Principato, gli Ottimati, e il Governo Popolare.
Intra quelli che hanno per simili constituzioni meritato pi laude,  Licurgo; il quale ordin in modo le sue leggi in Sparta, che, dando le parti sue ai Re, agli Ottimati e al Popolo, fece uno stato che dur pi che ottocento anni, con somma laude sua e quiete di quella citt. Al contrario intervenne a Solone, il quale ordin le leggi in Atene; che, per ordinarvi solo lo stato popolare, lo fece di s breve vita, che, avanti morisse, vi vide nata la tirannide di Pisistrato; e bench, dipoi anni quaranta, ne fussero gli eredi suoi cacciati, e ritornasse Atene in libert, perch la riprese lo stato popolare, secondo gli ordini di Solone, non lo tenne pi che cento anni, ancora che per mantenerlo facessi molte constituzioni, per le quali si reprimeva la insolenzia de' grandi e la licenza dell'universale, le quali non furono da Solone considerate: nientedimeno, perch la non le mescol con la potenza del Principato e con quella degli Ottimati, visse Atene, a rispetto di Sparta, brevissimo tempo.
Ma vegnamo a Roma; la quale, nonostante che non avesse uno Licurgo che la ordinasse in modo, nel principio, che la potesse vivere lungo tempo libera, nondimeno furo tanti gli accidenti che in quella nacquero, per la disunione che era intra la Plebe ed il Senato, che quello che non aveva fatto uno ordinatore, lo fece il caso. Perch, se Roma non sort la prima fortuna, sort la seconda; perch i primi ordini suoi, se furono difettivi, nondimeno non deviarono dalla diritta via che li potesse condurre alla perfezione. Perch Romolo e tutti gli altri re fecero molte e buone leggi, conformi ancora al vivere libero: ma perch il fine loro fu fondare un regno e non una republica, quando quella citt rimase libera, vi mancavano molte cose che era necessario ordinare in favore della libert, le quali non erano state da quelli re ordinate. E avvengach quelli suoi re perdessono l'imperio, per le cagioni e modi discorsi; nondimeno quelli che li cacciarono, ordinandovi subito due Consoli che stessono nel luogo de' Re, vennero a cacciare di Roma il nome, e non la potest regia: talch, essendo in quella republica i Consoli e il Senato, veniva solo a essere mista di due qualit delle tre soprascritte, cio di Principato e di Ottimati. Restavale solo a dare luogo al governo popolare: onde, sendo diventata la Nobilit romana insolente per le cagioni che di sotto si diranno si lev il Popolo contro di quella; talch, per non perdere il tutto, fu costretta concedere al Popolo la sua parte e, dall'altra parte, il Senato e i Consoli restassono con tanta autorit, che potessono tenere in quella republica il grado loro. E cos nacque la creazione de' Tribuni della plebe, dopo la quale creazione venne a essere pi stabilito lo stato di quella republica, avendovi tutte le tre qualit di governo la parte sua. E tanto le fu favorevole la fortuna, che, bench si passasse dal governo de' Re e delli Ottimati al Popolo, per quelli medesimi gradi e per quelle medesime cagioni che di sopra si sono discorse, nondimeno non si tolse mai, per dare autorit agli Ottimati, tutta l'autorit alle qualit regie; ne si diminu l'autorit in tutto agli Ottimati, per darla al Popolo; ma rimanendo mista, fece una republica perfetta: alla quale perfezione venne per la disunione della Plebe e del Senato, come nei dua prossimi seguenti capitoli largamente si dimosterr.

3.

Quali accidenti facessono creare in Roma .
i Tribuni della Plebe, il che fece .
la republica pi perfetta. .


Come dimostrano tutti coloro che ragionano del vivere civile, e come ne  piena di esempli ogni istoria,  necessario a chi dispone una republica, ed ordina leggi in quella, presupporre tutti gli uomini rei, e che li abbiano sempre a usare la malignit dello animo loro, qualunque volta ne abbiano libera occasione; e quando alcuna malignit sta occulta un tempo, procede da una occulta cagione, che, per non si essere veduta esperienza del contrario, non si conosce; ma la fa poi scoprire il tempo, il quale dicono essere padre d'ogni verit.
Pareva che fusse in Roma intra la Plebe ed il Senato, cacciati i Tarquini, una unione grandissima; e che i Nobili avessono diposto quella loro superbia, e fossero diventati d'animo popolare, e sopportabili da qualunque ancora che infimo. Stette nascoso questo inganno, n se ne vide la cagione, infino che i Tarquinii vissero; dei quali temendo la Nobilit, ed avendo paura che la Plebe male trattata non si accostasse loro, si portava umanamente con quella: ma, come prima ei furono morti i Tarquinii, e che ai Nobili fu la paura fuggita, cominciarono a sputare contro alla Plebe quel veleno che si avevano tenuto nel petto, ed in tutti i modi che potevano la offendevano. La quale cosa fa testimonianza a quello che di sopra ho detto che gli uomini non operono mai nulla bene, se non per necessit; ma, dove la elezione abonda, e che vi si pu usare licenza, si riempie subito ogni cosa di confusione e di disordine. Per si dice che la fame e la povert fa gli uomini industriosi, e le leggi gli fanno buoni. E dove una cosa per s medesima sanza la legge opera bene, non  necessaria la legge; ma quando quella buona consuetudine manca,  subito la legge necessaria. Per mancati i Tarquinii, che con la paura di loro tenevano la Nobilit a freno, convenne pensare a uno nuovo ordine che facesse quel medesimo effetto che facevano i Tarquinii quando erano vivi. E per, dopo molte confusioni, romori e pericoli di scandoli, che nacquero intra la Plebe e la Nobilit, si venne, per sicurt della Plebe, alla creazione de' Tribuni; e quelli ordinarono con tante preminenzie e tanta riputazione, che poterono essere sempre di poi mezzi intra la Plebe e il Senato, e ovviare alla insolenzia de' Nobili.

4.

Che la disunione della Plebe .
e del Senato romano fece libera .
e potente quella republica. .


Io non voglio mancare di discorrere sopra questi tumulti che furono in Roma dalla morte de' Tarquinii alla creazione de' Tribuni; e di poi alcune cose contro la opinione di molti che dicono, Roma essere stata una republica tumultuaria, e piena di tanta confusione che, se la buona fortuna e la virt militare non avesse sopperito a' loro difetti, sarebbe stata inferiore a ogni altra republica. Io non posso negare che la fortuna e la milizia non fossero cagioni dell'imperio romano; ma e' mi pare bene, che costoro non si avegghino, che, dove  buona milizia, conviene che sia buono ordine, e rade volte anco occorre che non vi sia buona fortuna. Ma vegnamo agli altri particulari di quella citt. Io dico che coloro che dannono i tumulti intra i Nobili e la Plebe, mi pare che biasimino quelle cose che furono prima causa del tenere libera Roma; e che considerino pi a' romori ed alle grida che di tali tumulti nascevano, che a' buoni effetti che quelli partorivano; e che e' non considerino come e' sono in ogni republica due umori diversi, quello del popolo, e quello de' grandi; e come tutte le leggi che si fanno in favore della libert, nascano dalla disunione loro, come facilmente si pu vedere essere seguito in Roma; perch da' Tarquinii ai Gracchi, che furano pi di trecento anni, i tumulti di Roma rade volte partorivano esilio e radissime sangue. N si possano per tanto, giudicare questi tomulti nocivi, n una republica divisa, che in tanto tempo per le sue differenzie non mand in esilio pi che otto o dieci cittadini, e ne ammazz pochissimi, e non molti ancora ne condann in danari. N si pu chiamare in alcun modo con ragione una republica inordinata, dove siano tanti esempli di virt; perch li buoni esempli nascano dalla buona educazione, la buona educazione, dalle buone leggi; e le buone leggi, da quelli tumulti che molti inconsideratamente dannano: perch, chi esaminer bene il fine d'essi, non troverr ch'egli abbiano partorito alcuno esilio o violenza in disfavore del commune bene, ma leggi e ordini in beneficio della publica libert. E se alcuno dicessi: i modi erano straordinarii, e quasi efferati, vedere il popolo insieme gridare contro al Senato, il Senato contro al Popolo, correre tumultuariamente per le strade, serrare le botteghe, partirsi tutta la plebe di Roma, le quali cose tutte spaventano, non che altro, chi le legge; dico come ogni citt debbe avere i suoi modi con i quali il popolo possa sfogare l'ambizione sua, e massime quelle citt che nelle cose importanti si vogliono valere del popolo: intra le quali, la citt di Roma aveva questo modo, che, quando il popolo voleva ottenere una legge, o e' faceva alcuna delle predette cose, o e' non voleva dare il nome per andare alla guerra, tanto che a placarlo bisognava in qualche parte sodisfarli. E i desiderii de' popoli liberi rade volte sono perniziosi alla libert, perch e' nascono, o da essere oppressi, o da suspizione di avere ad essere oppressi. E quando queste opinioni fossero false e' vi  il rimedio delle concioni, che surga qualche uomo da bene, che, orando, dimostri loro come ei s'ingannano: e li popoli, come dice Tullio, bench siano ignoranti, sono capaci della verit, e facilmente cedano, quando da uomo degno di fede  detto loro il vero.
Debbesi, adunque, pi parcamente biasimare il governo romano; e considerare che tanti buoni effetti, quanti uscivano di quella republica, non erano causati se non da ottime cagioni. E se i tumulti furano cagione della creazione de' Tribuni, meritano somma laude, perch, oltre al dare la parte sua all'amministrazione popolare, furano constituiti per guardia della libert romana, come nel seguente capitolo si mosterr.

5.

Dove pi sicuramente si ponga .
la guardia della libert, o nel Popolo .
o ne' Grandi; e quali hanno maggiore .
cagione di tumultuare, o chi vuole .
acquistare o chi vuole mantenere. .


Quelli che prudentemente hanno constituita una republica, in tra le pi necessarie cose ordinate da loro  stato constituire una guardia alla libert: e, secondo che questa  bene collocata, dura pi o meno quel vivere libero. E perch in ogni republica sono uomini grandi e popolari, si  dubitato nelle mani di quali sia meglio collocata detta guardia. Ed appresso a' Lacedemonii, e, ne' nostri tempi, appresso de' Viniziani, la  stata messa nelle mani de' Nobili; ma appresso de' Romani fu messa nelle mani della Plebe.
Pertanto,  necessario esaminare quale di queste republiche avesse migliore elezione. E se si andasse dietro alle ragioni ci  che dire da ogni parte; ma se si esaminasse il fine loro, si piglierebbe la parte de' Nobili, per avere avuta la libert di Sparta e di Vinegia pi lunga vita che quella di Roma. E venendo alle ragioni, dico, pigliando prima la parte de' Romani, come e' si debbe mettere in guardia coloro d'una cosa, che hanno meno appetito di usurparla. E sanza dubbio, se si considerr il fine de' nobili e degli ignobili, si vedr in quelli desiderio grande di dominare, ed in questi solo desiderio di non essere dominati; e, per conseguente, maggiore volont di vivere liberi, potendo meno sperare di usurparla che non possono i grandi: talch essendo i popolari preposti a guardia d'una libert,  ragionevole ne abbiano pi cura; e non la potendo occupare loro, non permettino che altri la occupi. Dall'altra parte, chi difende l'ordine spartano e veneto, dice che coloro che mettono la guardia in mano di potenti fanno due opere buone: l'una, che ei satisfanno pi all'ambizione loro, ed avendo pi parte nella republica, per avere questo bastone in mano, hanno cagione di contentarsi pi; l'altra, che lievono una qualit di autorit dagli animi inquieti della plebe, che  cagione d'infinite dissensioni e scandoli in una republica, e atta a ridurre la Nobilit a qualche disperazione, che col tempo faccia cattivi effetti. E ne dnno per esemplo la medesima Roma, che, per avere i Tribuni della plebe questa autorit nelle mani, non bast loro avere un Consolo plebeio, che gli vollono avere ambedue. Da questo, ei vollono la Censura, il Pretore, e tutti gli altri gradi dell'imperio della citt: n bast loro questo, ch, menati dal medesimo furore, cominciorono poi, col tempo, a adorare quelli uomini che vedevano atti a battere la Nobilit; donde nacque la potenza di Mario, e la rovina di Roma. E veramente, chi discorressi bene l'una cosa e l'altra, potrebbe stare dubbio, quale da lui fusse eletto per guardia di tale libert, non sappiendo quale umore di uomini sia pi nocivo in una republica, o quello che desidera mantenere l'onore gi acquistato o quel che desidera acquistare quello che non ha.
Ed in fine, chi sottilmente esaminer tutto, ne far questa conclusione: o tu ragioni d'una republica che voglia fare uno imperio, come Roma; o d'una che le basti mantenersi. Nel primo caso, gli  necessario fare ogni cosa come Roma; nel secondo, pu imitare Vinegia e Sparta, per quelle cagioni e come nel seguente capitolo si dir.
Ma, per tornare a discorrere quali uomini siano in una republica pi nocivi, o quelli che desiderano d'acquistare, o quelli che temono di non perdere l'acquistato; dico che, sendo creato Marco Menenio Dittatore, e Marco Fulvio Maestro de' cavagli, tutti a due plebei, per ricercare certe congiure che si erano fatte in Capova contro a Roma, fu data ancora loro autorit dal popolo di potere ricercare chi in Roma, per ambizione e modi straordinari, s'ingegnasse di venire al consolato, ed agli altri onori della citt. E parendo alla Nobilit, che tale autorit fusse data al Dittatore contro a lei, sparsono per Roma, che non i nobili erano quelli che cercavano gli onori per ambizione e modi straordinari ma gl'ignobili, i quali, non confidatisi nel sangue e nella virt loro, cercavano, per vie straordinarie, venire a quelli gradi, e particularmente accusavano il Dittatore. E tanto fu potente questa accusa che Menenio, fatta una concione e dolutosi delle calunnie dategli da' Nobili, depose la dittatura, e sottomessesi al giudizio che di lui fusse fatto dal Popolo, e dipoi, agitata la causa sua, ne fu assoluto: dove si disput assai, quale sia pi ambizioso o quel che vuole mantenere o quel che vuole acquistare; perch facilmente l'uno e l'altro appetito pu essere cagione di tumulti grandissimi. Pur nondimeno, il pi delle volte sono causati da chi possiede, perch la paura del perdere genera in loro le medesime voglie che sono in quelli che desiderano acquistare; perch non pare agli uomini possedere sicuramente quello che l'uomo ha, se non si acquista di nuovo dell'altro. E di pi vi , che, possedendo molto, possono con maggiore potenza e maggiore moto fare alterazione. Ed ancora vi  di pi, che gli loro scorretti e ambiziosi portamenti accendano, ne' petti di chi non possiede, voglia di possedere, o per vendicarsi contro di loro spogliandoli, o per potere ancora loro entrare in quelle ricchezze e in quelli onori che veggono essere male usati dagli altri.

6.

Se in Roma si poteva ordinare uno stato .
che togliesse via le inimicizie .
intra il Popolo ed il Senato. .


Noi abbiamo discorso, di sopra, gli effetti che facevano le controversie intra il Popolo ed il Senato. Ora, sendo quelle seguitate infino al tempo de' Gracchi, dove furono cagione della rovina del vivere libero, potrebbe alcuno desiderare che Roma avesse fatti gli effetti grandi che la fece, sanza che in quella fussono tali inimicizie. Per mi  parso cosa degna di considerazione, vedere se in Roma si poteva ordinare uno stato che togliesse via dette controversie. Ed a volere esaminare questo,  necessario ricorrere a quelle republiche le quali sanza tante inimicizie e tumulti sono state lungamente libere, e vedere quale stato era in loro, e se si poteva introdurre in Roma. In esemplo tra gli antichi ci  Sparta, tra i moderni Vinegia, state da me di sopra nominate. Sparta fece uno Re, con uno piccolo Senato, che la governasse; Vinegia non ha diviso il governo con i nomi, ma, sotto una appellagione, tutti quelli che possono avere amministrazione si chiamano Gentiluomini. Il quale modo lo dette il caso, pi che la prudenza di chi dette loro le leggi: perch, sendosi ridotti in su quegli scogli dove  ora quella citt, per le cagioni dette di sopra, molti abitatori, come furano cresciuti in tanto numero, che, a volere vivere insieme, bisognasse loro far leggi, ordinarono una forma di governo; e convenendo spesso insieme ne' consigli, a diliberare della citt, quando parve loro essere tanti che fossero a sufficienza a uno vivere politico, chiusero la via a tutti quelli altri che vi venissono ad abitare di nuovo, di potere convenire ne' loro governi; e, col tempo, trovandosi in quello luogo assai abitatori fuori del governo, per dare riputazione a quelli che governavano, gli chiamarono Gentiluomini, e gli altri Popolani. Potette questo modo nascere e mantenersi senza tumulto, perch, quando e' nacque, qualunque allora abitava in Vinegia fu fatto del governo, di modo che nessuno si poteva dolere; quelli che dipoi vi vennero ad abitare, trovando lo stato fermo e terminato, non avevano cagione n commodit di fare tumulto. La cagione non vi era, perch non era stato loro tolto cosa alcuna; la commodit non vi era, perch chi reggeva li teneva in freno, e non gli adoperava in cose dove e' potessono pigliare autorit. Oltre a di questo, quelli che dipoi vennono ad abitare Vinegia non sono stati molti, e di tanto numero che vi sia disproporzione da chi gli governa a loro che sono governati, perch il numero de' Gentiluomini o egli  equale al loro, o egli  superiore: sicch, per queste cagione, Vinegia potette ordinare quello stato, e mantenerlo unito.
Sparta, come ho detto, era governata da uno Re e da uno stretto Senato. Potette mantenersi cos lungo tempo, perch, essendo in Sparta pochi abitatori, ed avendo tolta la via a chi vi venisse ad abitare, ed avendo preso le leggi di Licurgo con riputazione (le quali osservando, levavano via tutte le cagioni de' tumulti) poterono vivere uniti lungo tempo. Perch Licurgo con le sue leggi fece in Sparta pi equalit di sustanze, e meno equalit di grado; perch quivi era una equale povert, ed i plebei erano manco ambiziosi, perch i gradi della citt si distendevano in pochi cittadini ed erano tenuti discosto dalla plebe, n gli nobili col trattargli male dettono mai loro desiderio di avergli. Questo nacque dai Re spartani, i quali, essendo collocati in quel principato e posti in mezzo di quella Nobilit, non avevano il maggiore rimedio a tenere ferma la loro dignit, che tenere la Plebe difesa da ogni ingiuria: il che faceva che la Plebe non temeva e non desiderava imperio; e non avendo imperio n temendo, era levata via la gara che la potesse avere con la Nobilit, e la cagione de' tumulti; e poterono vivere uniti lungo tempo. Ma due cose principali causarono questa unione: l'una essere pochi gli abitatori di Sparta, e per questo poterono essere governati da pochi; l'altra, che, non accettando forestieri nella loro republica, non avevano occasione n di corrompersi n di crescere in tanto che la fusse insopportabile a quelli pochi che la governavano.
Considerando adunque tutte queste cose, si vede come a' legislatori di Roma era necessario fare una delle due cose a volere che Roma stesse quieta come le sopradette republiche: o non adoperare la plebe in guerra, come i Viniziani; o non aprire la via a' forestieri, come gli Spartani. E loro feciono l'una e l'altra; il che dette alla plebe forze ed augumento, ed infinite occasioni di tumultuare. Ma venendo lo stato romano a essere pi quieto, ne seguiva questo inconveniente, ch'egli era anche pi debile, perch e' gli si troncava la via di potere venire a quella grandezza dove ei pervenne: in modo che, volendo Roma levare le cagioni de' tumulti, levava ancora le cagioni dello ampliare. Ed in tutte le cose umane si vede questo, chi le esaminer bene: che non si pu mai cancellare uno inconveniente, che non ne surga un altro. Per tanto, se tu vuoi fare uno popolo numeroso ed armato per poter fare un grande imperio, lo fai di qualit che tu non lo puoi poi maneggiare a tuo modo: se tu lo mantieni o piccolo o disarmato per poter maneggiarlo, se tu acquisti dominio, non lo puoi tenere, o ei diventa s vile che tu sei preda di qualunque ti assalta. E per, in ogni nostra diliberazione si debbe considerare dove sono meno inconvenienti, e pigliare quello per migliore partito: perch tutto netto, tutto sanza sospetto non si truova mai. Poteva dunque Roma, a similitudine di Sparta, fare un principe a vita, fare uno Senato piccolo; ma non poteva, come lei, non crescere il numero de' cittadini suoi, volendo fare un grande imperio: il che faceva che il Re a vita ed il piccolo numero del Senato, quanto alla unione, gli sarebbe giovato poco.
Se alcuno volesse, per tanto, ordinare una republica di nuovo, arebbe a esaminare se volesse che ampliasse, come Roma, di dominio e di potenza, ovvero che la stesse dentro a brevi termini. Nel primo caso,  necessario ordinarla come Roma, e dare luogo a' tumulti e alle dissensioni universali, il meglio che si pu; perch, sanza gran numero di uomini, e bene armati, mai una republica potr crescere, o, se la crescer, mantenersi. Nel secondo caso, la puoi ordinare come Sparta e come Vinegia: ma perch l'ampliare  il veleno di simili republiche, debbe, in tutti quelli modi che si pu, chi le ordina proibire loro lo acquistare, perch tali acquisti fondati sopra una republica debole, sono al tutto la rovina sua. Come intervenne a Sparta ed a Vinegia: delle quali la prima, avendosi sottomessa quasi tutta la Grecia, mostr in su uno minimo accidente il debile fondamento suo; perch, seguita la ribellione di Tebe, causata da Pelopida, ribellandosi l'altre cittadi, rovin al tutto quella republica. Similmente Vinegia, avendo occupato gran parte d'Italia, e la maggiore parte non con guerra ma con danari e con astuzia, come la ebbe a fare pruova delle forze sue, perdette in una giornata ogni cosa. Crederrei bene, che a fare una republica che durasse lungo tempo, fusse il modo, ordinarla dentro come Sparta o come Vinegia; porla in luogo forte, e di tale potenza che nessuno credesse poterla subito opprimere; e, dall'altra parte, non fusse s grande, che la fusse formidabile a' vicini: e cos potrebbe lungamente godersi il suo stato. Perch, per due cagioni si fa guerra a una republica: l'una, per diventarne signore; l'altra, per paura ch'ella non ti occupi. Queste due cagioni il sopraddetto modo quasi in tutto toglie via; perch, se la  difficile a espugnarsi, come io la presuppongo, sendo bene ordinata alla difesa, rade volte accader, o non mai, che uno possa fare disegno di acquistarla. Se la si star intra i termini suoi, e veggasi, per esperienza, che in lei non sia ambizione, non occorrer mai che uno per paura di s le faccia guerra: e tanto pi sarebbe questo, se e' fussi in lei constituzione o legge che le proibisse l'ampliare. E sanza dubbio credo, che, potendosi tenere la cosa bilanciata in questo modo, che e' sarebbe il vero vivere politico e la vera quiete d'una citt. Ma sendo tutte le cose degli uomini in moto, e non potendo stare salde, conviene che le salghino o che le scendino; e a molte cose che la ragione non t'induce, t'induce la necessit: talmente che, avendo ordinata una republica atta a mantenersi, non ampliando, e la necessit la conducesse ad ampliare, si verrebbe a tor via i fondamenti suoi, ed a farla rovinare pi tosto. Cos, dall'altra parte, quando il Cielo le fusse s benigno che la non avesse a fare guerra, ne nascerebbe che l'ozio la farebbe o effeminata o divisa; le quali due cose insieme, o ciascuna per s, sarebbono cagione della sua rovina. Pertanto, non si potendo, come io credo, bilanciare questa cosa, n mantenere questa via del mezzo a punto; bisogna, nello ordinare la republica, pensare alle parte pi onorevole; ed ordinarle in modo, che, quando pure la necessit le inducesse ad ampliare, elle potessono, quello ch'elle avessono occupato, conservare. E, per tornare al primo ragionamento, credo ch'e' sia necessario seguire l'ordine romano, e non quello dell'altre republiche; perch trovare un modo, mezzo infra l'uno e l'altro, non credo si possa, e quelle inimicizie che intra il popolo ed il senato nascessino, tollerarle, pigliandole per uno inconveniente necessario a pervenire alla romana grandezza. Perch, oltre all'altre ragioni allegate, dove si dimostra l'autorit tribunizia essere stata necessaria per la guardia della libert, si pu facilmente considerare il beneficio che fa nelle republiche l'autorit dello accusare, la quale era, intra gli altri, commessa a' Tribuni; come nel seguente capitolo si discorrer.


7.

Quanto siano in una republica .
necessarie le accuse a mantenerla .
in libertade. .


A coloro che in una citt sono preposti per guardia della sua libert, non si pu dare autorit pi utile e necessaria, quanto  quella di potere accusare i cittadini al popolo, o a qualunque magistrato o consiglio, quando peccassono in alcuna cosa contro allo stato libero. Questo ordine fa dua effetti utilissimi a una republica. Il primo  che i cittadini, per paura di non essere accusati, non tentano cose contro allo stato; e tentandole, sono, incontinente e sanza rispetto, oppressi. L'altro  che si d onde sfogare a quegli omori che crescono nelle cittadi, in qualunque modo, contro a qualunque cittadino: e quando questi omori non hanno onde sfogarsi ordinariamente, ricorrono a' modi straordinari, che fanno rovinare tutta una republica. E per non  cosa che faccia tanto stabile e ferma una republica, quanto ordinare quella in modo che l'alterazione di quegli omori che l'agitano, abbia una via da sfogarsi ordinata dalle leggi. Il che si pu per molti esempli dimostrare, e massime per quello che adduce Tito Livio, di Coriolano, dove dice, che, essendo irritata contro alla Plebe la Nobilit romana, per parerle che la Plebe avessi troppa autorit, mediante la creazione de' Tribuni che la difendevano; ed essendo Roma, come avviene, venuta in penuria grande di vettovaglie, ed avendo il Senato mandato per grani in Sicilia; Coriolano, inimico alla fazione popolare, consigli come egli era venuto il tempo da potere gastigare la Plebe, e torle quella autorit che ella si aveva in pregiudicio della Nobilit presa; tenendola affamata, e non gli distribuendo il frumento: la quale sentenzia sendo venuta agli orecchi del Popolo, venne in tanta indegnazione contro a Coriolano, che allo uscire del Senato lo arebbero tumultuariamente morto, se gli Tribuni non lo avessero citato a comparire, a difendere la causa sua. Sopra il quale accidente, si nota quello che di sopra si  detto, quanto sia utile e necessario che le republiche con le leggi loro, diano onde sfogarsi all'ira che concepe la universalit contro a uno cittadino: perch quando questi modi ordinari non vi siano, si ricorre agli straordinari; e sanza dubbio questi fanno molto peggiori effetti che non fanno quelli.
Perch, se ordinariamente uno cittadino  oppresso, ancora che li fusse fatto torto, ne sguita o poco o nessuno disordine in la republica; perch la esecuzione si fa sanza forze private, e sanza forze forestieri, che sono quelle che rovinano il vivere libero; ma si fa con forze ed ordini pubblici, che hanno i termini loro particulari, n trascendono a cosa che rovini la republica. E quanto a corroborare questa opinione con gli esempli, voglio che degli antiqui mi basti questo di Coriolano; sopra il quale ciascuno consideri, quanto male saria risultato alla republica romana, se tumultuariamente ei fusse stato morto: perch ne nasceva offesa da privati a privati, la quale offesa genera paura; la paura cerca difesa; per la difesa si procacciano partigiani; da' partigiani nascono le parti nelle cittadi, dalle parti la rovina di quelle. Ma sendosi governata la cosa mediante chi ne aveva autorit si vennero a tor via tutti quelli mali che ne potevano nascere governandola con autorit privata.
Noi avemo visto ne' nostri tempi quale novit ha fatto alla republica di Firenze non potere la moltitudine sfogare l'animo suo ordinariamente contro a un suo cittadino, come accadde ne' tempi che Francesco Valori era come principe della citt; il quale sendo giudicato ambizioso da molti, e uomo che volesse con la sua audacia e animosit transcendere il vivere civile; e non essendo nella republica via a potergli resistere se non con una setta contraria alla sua; ne nacque che, non avendo paura quello se non di modi straordinari, si cominci a fare fautori che lo difendessono; dall'altra parte, quelli che lo oppugnavano non avendo via ordinaria a reprimerlo, pensarono alle vie straordinarie: intanto che si venne alle armi. E dove, quando per l'ordinario si fusse potuto opporsegli, sarebbe la sua autorit spenta con suo danno solo; avendosi a spegnere per lo straordinario, segu con danno non solamente suo, ma di molti altri nobili cittadini. Potrebbesi ancora allegare, in sostentamento della soprascritta conclusione, l'accidente seguito pur in Firenze sopra Piero Soderini, il quale al tutto segu per non essere in quella republica alcuno modo di accuse contro alla ambizione de' potenti cittadini. Perch lo accusare uno potente a otto giudici in una republica, non basta: bisogna che i giudici siano assai, perch i pochi sempre fanno a modo de' pochi. Tanto che, se tali modi vi fussono stati, o i cittadini lo arebbero accusato, vivendo lui male; e per tale mezzo, sanza far venire l'esercito spagnuolo, arebbono sfogato l'animo loro; o, non vivendo male, non arebbono avuto ardire operargli contro, per paura di non essere accusati essi: e cos sarebbe da ogni parte cessato quello appetito che fu cagione di scandolo.
Tanto che si pu conchiudere questo, che, qualunque volta si vede che le forze estranee siano chiamate da una parte di uomini che vivono in una citt, si pu credere nasca da' cattivi ordini di quella, per non essere, dentro a quel cerchio, ordine da potere, sanza modi istraordinari, sfogare i maligni omori che nascono negli uomini: a che si provede al tutto con ordinarvi le accuse agli assai giudici, e dare riputazione a quelle. I quali modi furono in Roma s bene ordinati, che, in tante dissensioni della Plebe e del Senato, mai o il Senato o la Plebe o alcuno particulare cittadino disegn valersi di forze esterne; perch, avendo il rimedio in casa, non erano necessitati andare per quello fuori. E bench gli esempli soprascritti siano assai sufficienti a provarlo, nondimeno ne voglio addurre un altro, recitato da Tito Livio nella sua istoria: il quale riferisce come, sendo stato in Chiusi, citt in quelli tempi nobilissima in Toscana, da uno Lucumone violata una sorella di Arunte, e non potendo Arunte vendicarsi per la potenza del violatore, se n'and a trovare i Franciosi, che allora regnavano in quello luogo che oggi si chiama Lombardia; e quelli confort a venire con armata mano a Chiusi, mostrando loro come con loro utile lo potevano vendicare della ingiuria ricevuta: che se Arunte avesse veduto potersi vendicare con i modi della citt, non arebbe cerco le forze barbare. Ma come queste accuse sono utili in una republica, cos sono inutili e dannose le calunnie, come nel capitolo seguente discorreremo.

8.
.
Quanto le accuse sono utili .
alle republiche, tanto sono perniziose .
le calunnie. .


Non ostante che la virt di Furio Cammillo, poi ch'egli ebbe libera Roma dalla oppressione de' Franciosi, avesse fatto che tutti i cittadini romani, sanza parere loro torsi riputazione o grado, cedevano a quello; nondimanco Manlio Capitolino non poteva sopportare che gli fusse attribuito tanto onore e tanta gloria; parendogli, quanto alla salute di Roma, per avere salvato il Campidoglio, avere meritato quanto Cammillo; e, quanto all'altre belliche laude, non essere inferiore a lui. Di modo che, carico d'invidia, non potendo quietarsi per la gloria di quello, e veggendo non potere seminare discordia infra i Padri, si volse alla Plebe, seminando varie opinioni sinistre intra quella. E intra le altre cose che diceva, era come il tesoro il quale si era adunato insieme per dare ai Franciosi, e poi non dato loro, era stato usurpato da privati cittadini; e, quando si riavesse, si poteva convertirlo in publica utilit, alleggerendo la Plebe da' tributi, o da qualche privato debito. Queste parole poterono assai nella Plebe; talch cominci a avere concorso, ed a fare a sua posta dimolti tumulti nella citt: la quale cosa dispiacendo al Senato, e parendogli di momento e pericolosa, cre uno Dittatore, perch ci riconoscesse questo caso, e frenasse lo empito di Manlio. Onde  che subito il Dittatore lo fece citare, e condussonsi in publico all'incontro l'uno dell'altro; il Dittatore in mezzo de' Nobili, e Manlio nel mezzo della Plebe. Fu domandato Manlio che dovesse dire, appresso a chi fusse questo tesoro ch'e' diceva, perch n'era cos desideroso il Senato, d'intenderlo, come la Plebe: a che Manlio non rispondeva particularmente; ma, andando sfuggendo, diceva come non era necessario dire loro quello che si sapevano: tanto che il Dittatore lo fece mettere in carcere.
 da notare, per questo testo, quanto siano nelle citt libere, ed in ogni altro modo di vivere, detestabili le calunnie; e come, per reprimerle, si debba non perdonare a ordine alcuno che vi faccia a proposito. N pu essere migliore ordine, a torle via, che aprire assai luoghi alle accuse; perch, quanto le accuse giovano alle republiche, tanto le calunnie nuocono: e dall'una all'altra parte  questa differenza, che le calunnie non hanno bisogno n di testimone n di alcuno altro particulare riscontro a provarle, in modo che ciascuno e da ciascuno pu essere calunniato; ma non pu gi essere accusato, avendo le accuse bisogno di riscontri veri e di circunstanze che mostrino la verit dell'accusa. Accusansi gli uomini a' magistrati, a' popoli, a' consigli; calunnionsi per le piazze e per le logge. Usasi pi questa calunnia dove si usa meno l'accusa, e dove le citt sono meno ordinate a riceverle. Per, un ordinatore d'una republica debbe ordinare che si possa in quella accusare ogni cittadino, sanza alcuna paura o sanza alcuno rispetto; e fatto questo, e bene osservato, debbe punire acremente i calunniatori: i quali non si possono dolere quando siano puniti, avendo i luoghi aperti a udire le accuse di colui che gli avesse per le logge calunniato. E dove non  bene ordinata questa parte, seguitano sempre disordini grandi: perch le calunnie irritano, e non castigano i cittadini; e gli irritati pensano di valersi, odiando pi presto, che temendo, le cose che si dicano contro a loro.
Questa parte, come  detto, era bene ordinata in Roma; ed  stata sempre male ordinata nella nostra citt di Firenze. E come a Roma questo ordine fece molto bene, a Firenze questo disordine fece molto male. E chi legge le istorie di questa citt, vedr quante calunnie sono state in ogni tempo date a' suoi cittadini, che si sono adoperati nelle cose importanti di quella. Dell'uno dicevano, ch'egli aveva rubato i danari al Comune; dell'altro, che non aveva vinta una impresa per essere stato corrotto; e che quell'altro per sua ambizione aveva fatto il tale ed il tale inconveniente. Di che ne nasceva che da ogni parte ne surgeva odio: donde si veniva alla divisione, dalla divisione alle stte, dalle stte alla rovina. Che se fusse stato in Firenze ordine d'accusare i cittadini, e punire i calunniatori, non seguivano infiniti scandoli che sono seguiti; perch quelli cittadini, o condannati o assoluti che fussono, non arebbono potuto nuocere alla citt, e sarebbeno stati accusati meno assai che non ne erano calunniati, non si potendo, come ho detto, accusare come calunniare ciascuno. Ed intra l'altre cose di che si  valuto alcun cittadino per venire alla grandezza sua, sono state queste calunnie: le quali venendo contro a cittadini potenti che all'appetito suo si opponevano, facevono assai per quello; perch, pigliando la parte del Popolo, e confermandolo nella mala opinione ch'egli aveva di loro, se lo fece amico. E bench se ne potessi addurre assai esempli, voglio essere contento solo d'uno. Era lo esercito fiorentino a campo a Lucca, comandato da messer Giovanni Guicciardini, commessario di quello. Vollono o i cattivi suoi governi o la cattiva sua fortuna che la espugnazione di quella citt non seguisse: pure, comunque il caso stesse, ne fu incolpato messer Giovanni, dicendo com'egli era stato corrotto da' Lucchesi: la quale calunnia sendo favorita dagl'inimici suoi, condusse messer Giovanni quasi in ultima disperazione. E bench, per giustificarsi, e' si volessi mettere nelle mani del Capitano; nondimeno non si potette mai giustificare, per non essere modi in quella republica da poterlo fare. Di che ne nacque assai sdegni intra gli amici di messer Giovanni, che erano la maggior parte degli uomini grandi ed infra coloro che desideravano fare novit in Firenze. La quale cosa, e per questa e per altre simili cagioni, tanto crebbe che ne segu la rovina di quella republica.
Era adunque Manlio Capitolino calunniatore, e non accusatore; ed i Romani mostrarono, in questo caso appunto, come i calunniatori si debbono punire. Perch si debbe farli diventare accusatori; e quando l'accusa si riscontri vera, o premiarli o non punirli: ma quando la non si riscontri vera, punirli, come fu punito Manlio.

9.

Come egli  necessario essere solo .
a volere ordinare una repubblica .
di nuovo, o al tutto fuor degli antichi .
suoi ordini riformarla. .


Ei parr forse ad alcuno, che io sia troppo trascorso dentro nella istoria romana, non avendo fatto alcuna menzione ancora degli ordinatori di quella republica, n di quelli ordini che alla religione o alla milizia riguardassero. E per, non volendo tenere pi sospesi gli animi di coloro che sopra questa parte volessono intendere alcune cose; dico come molti per avventura giudicheranno di cattivo esemplo, che uno fondatore d'un vivere civile, quale fu Romolo, abbia prima morto un suo fratello, dipoi consentito alla morte di Tito Tazio Sabino, eletto da lui compagno nel regno; giudicando, per questo, che gli suoi cittadini potessono con l'autorit del loro principe, per ambizione e desiderio di comandare, offendere quelli che alla loro autorit si opponessero. La quale opinione sarebbe vera, quando non si considerasse che fine lo avesse indotto a fare tal omicidio.
E debbesi pigliare questo per una regola generale: che mai o rado occorre che alcuna republica o regno sia, da principio, ordinato bene, o al tutto di nuovo, fuora degli ordini vecchi, riformato, se non  ordinato da uno; anzi  necessario che uno solo sia quello che dia il modo, e dalla cui mente dependa qualunque simile ordinazione. Per, uno prudente ordinatore d'una republica, e che abbia questo animo, di volere giovare non a s ma al bene comune, non alla sua propria successione ma alla comune patria, debbe ingegnarsi di avere l'autorit, solo; n mai uno ingegno savio riprender alcuno di alcuna azione straordinaria, che, per ordinare un regno o constituire una republica, usasse. Conviene bene, che, accusandolo il fatto, lo effetto lo scusi; e quando sia buono, come quello di Romolo, sempre lo scuser: perch colui che  violento per guastare, non quello che  per racconciare, si debbe riprendere. Debbi bene in tanto essere prudente e virtuoso, che quella autorit che si ha presa non la lasci ereditaria a un altro: perch, sendo gli uomini pi proni al male che al bene, potrebbe il suo successore usare ambiziosamente quello che virtuosamente da lui fusse stato usato. Oltre a di questo, se uno  atto a ordinare, non  la cosa ordinata per durare molto, quando la rimanga sopra le spalle d'uno; ma s bene, quando la rimane alla cura di molti e che a molti stia il mantenerla. Perch, cos come molti non sono atti a ordinare una cosa, per non conoscere il bene di quella, causato dalle diverse opinioni che sono fra loro; cos, conosciuto che lo hanno, non si accordano a lasciarlo. E che Romolo fusse di quelli che nella morte del fratello e del compagno meritasse scusa, e che quello che fece, fusse per il bene comune, e non per ambizione propria, lo dimostra lo avere quello, subito ordinato uno Senato, con il quale si consigliasse, e secondo la opinione del quale deliberasse. E chi considerr bene l'autorit che Romolo si riserb, vedr non se ne essere riserbata alcun'altra che comandare agli eserciti quando si era deliberata la guerra e di ragunare il Senato. Il che si vide poi, quando Roma divenne libera per la cacciata de' Tarquini, dove da' Romani non fu innovato alcun ordine dello antico, se non che, in luogo d'uno Re perpetuo, fossero due Consoli annuali; il che testifica, tutti gli ordini primi di quella citt essere stati pi conformi a uno vivere civile e libero, che a uno assoluto e tirannico.
Potrebbesi dare in sostentamento delle cose soprascritte infiniti esempli; come Moises, Licurgo, Solone, ed altri fondatori di regni e di republiche, e' quali poterono, per aversi attribuito un'autorit, formare leggi a proposito del bene comune: ma li voglio lasciare indietro, come cosa nota. Addurronne solamente uno, non s celebre, ma da considerarsi per coloro che desiderassono essere di buone leggi ordinatori: il quale , che, desiderando Agide re di Sparta ridurre gli Spartani intra quelli termini che le leggi di Licurgo gli avevano rinchiusi, parendogli che, per esserne in parte deviati, la sua citt avesse perduto assai di quella antica virt, e, per consequente, di forze e d'imperio, fu, ne' suoi primi principii, ammazzato dagli Efori spartani, come uomo che volesse occupare la tirannide. Ma succedendo dopo di lui nel regno Cleomene, e nascendogli il medesimo desiderio per gli ricordi e scritti ch'egli aveva trovati d'Agide, dove si vedeva quale era la mente ed intenzione sua, conobbe non potere fare questo bene alla sua patria se non diventava solo di autorit; parendogli, per l'ambizione degli uomini, non potere fare utile a molti contro alla voglia di pochi: e presa occasione conveniente, fece ammazzare tutti gli Efori, e qualunque altro gli potesse contrastare; dipoi rinnov in tutto le leggi di Licurgo. La quale diliberazione era atta a fare risuscitare Sparta, e dare a Cleomene quella riputazione che ebbe Licurgo, se non fusse stata la potenza de' Macedoni, e la debolezza delle altre republiche greche. Perch, essendo, dopo tale ordine, assaltato da' Macedoni, e trovandosi per s stesso inferiore di forze, e non avendo a chi rifuggire, fu vinto; e rest quel suo disegno, quantunque giusto e laudabile, imperfetto.
Considerato adunque tutte queste cose, conchiudo, come a ordinare una republica  necessario essere solo; e Romolo, per la morte di Remo e di Tito Tazio, meritare iscusa e non biasimo.

10.

Quanto sono laudabili i fondatori .
d'una republica o d'uno regno, .
tanto quelli d'una tirannide .
sono vituperabili. .


Intra tutti gli uomini laudati sono i laudatissimi quelli che sono stati capi e ordinatori delle religioni. Appresso, dipoi, quelli che hanno fondato o republiche o regni. Dopo a costoro, sono celebri quelli che, preposti agli eserciti, hanno ampliato o il regno loro o quello della patria. A questi si aggiungono gli uomini litterati. E perch questi sono di pi ragioni, sono celebrati, ciascuno d'essi, secondo il grado suo. A qualunque altro uomo, il numero de' quali  infinito, si attribuisce qualche parte di laude, la quale gli arreca l'arte e lo esercizio suo. Sono pel contrario, infami e detestabili gli uomini distruttori delle religioni, dissipatori de' regni e delle republiche, inimici delle virt, delle lettere, e d'ogni altra arte che arrechi utilit e onore alla umana generazione; come sono gl'impii, i violenti, gl'ignoranti, i dappochi, gli oziosi, i vili. E nessuno sar mai s pazzo o s savio, s tristo o s buono, che, prepostagli la elezione delle due qualit d'uomini, non laudi quella che  da laudare, e biasimi quella che  da biasimare: nientedimeno, dipoi, quasi tutti, ingannati da uno falso bene e da una falsa gloria, si lasciono andare, o voluntariamente o ignorantemente, nei gradi di coloro che meritano pi biasimo che laude; e potendo fare, con perpetuo loro onore, o una republica o uno regno, si volgono alla tirannide: n si avveggono per questo partito quanta fama, quanta gloria, quanto onore, sicurt, quiete, con sodisfazione d'animo, ei fuggono; e in quanta infamia, vituperio, biasimo, pericolo e inquietudine, incorrono.
Ed  impossibile che quelli che in stato privato vivono in una republica, o che per fortuna o per virt ne diventono principi, se leggessono le istorie, e delle memorie delle antiche cose facessono capitale, che non volessero quelli tali privati vivere nella loro patria pi tosto Scipioni che Cesari; e quelli che sono principi, pi tosto Agesilai, Timoleoni, Dioni, che Nabidi, Falari e Dionisii: perch vedrebbono questi essere sommamente vituperati, e quelli eccessivamente laudati. Vedrebbero ancora come Timoleone e gli altri non ebbono nella patria loro meno autorit che si avessono Dionisio e Falari, ma vedrebbono di lunga avervi avuta pi sicurt. N sia alcuno che s'inganni, per la gloria di Cesare, sentendolo, massime, celebrare dagli scrittori: perch quegli che lo laudano, sono corrotti dalla fortuna sua, e spauriti dalla lunghezza dello imperio, il quale, reggendosi sotto quel nome, non permetteva che gli scrittori parlassono liberamente di lui. Ma chi vuole conoscere quello che gli scrittori liberi ne direbbono, vegga quello che dicono di Catilina. E tanto  pi biasimevole Cesare, quanto pi  da biasimare quello che ha fatto, che quello che ha voluto fare un male. Vegga ancora con quante laude ei celebrano Bruto; talch, non potendo biasimare quello, per la sua potenza, ei celebravano il nimico suo.
Consideri ancora quello che  diventato principe in una republica, quanta laude, poich Roma fu diventata Imperio, meritarono pi quelli imperadori che vissero sotto le leggi e come principi buoni, che quelli che vissero al contrario: e vedr come a Tito Nerva, Traiano, Adriano, Antonino e Marco, non erano necessari i soldati pretoriani n la moltitudine delle legioni a difenderli, perch i costumi loro, la benivolenza del Popolo, l'amore del Senato, gli difendeva. Vedr ancora come a Caligola, Nerone, Vitellio, ed a tanti altri scelerati imperadori, non bastarono gli eserciti orientali ed occidentali a salvarli contro a quelli inimici che li loro rei costumi, la loro malvagia vita, aveva loro generati. E se la istoria di costoro fusse bene considerata, sarebbe assai ammaestramento a qualunque principe, a mostrargli la via della gloria o del biasimo, e della sicurt o del timore suo. Perch, di ventisei imperadori che furono da Cesare a Massimino, sedici ne furono ammazzati, dieci morirono ordinariamente e se di quelli che furono morti ne fu alcun buono come Galba e Pertinace, fu morto da quella corruzione che lo antecessore suo aveva lasciata nei soldati. E se tra quelli che morirono ordinariamente ve ne fu alcuno scelerato, come Severo, nacque da una sua grandissima fortuna e virt; le quali due cose pochi uomini accompagnano. Vedr ancora, per la lezione di questa istoria, come si pu ordinare un regno buono: perch tutti gl'imperadori che succederono all'imperio per eredit, eccetto Tito, furono cattivi, quelli che per adozione, furono tutti buoni come furono quei cinque da Nerva a Marco: e come l'imperio cadde negli eredi, e' ritorn nella sua rovina.
Pongasi, adunque, innanzi un principe i tempi da Nerva a Marco, e conferiscagli con quelli che erano stati prima e che furono poi; e dipoi elegga in quali volesse essere nato, o a quali volesse essere preposto. Perch, in quelli governati da' buoni, vedr un principe sicuro in mezzo de' suoi sicuri cittadini, ripieno di pace e di giustizia il mondo; vedr il Senato con la sua autorit, i magistrati co' suoi onori; godersi i cittadini ricchi le loro ricchezze, la nobilit e la virt esaltata; vedr ogni quiete ed ogni bene; e, dall'altra parte, ogni rancore, ogni licenza, corruzione e ambizione spenta; vedr i tempi aurei, dove ciascuno pu tenere e difendere quella opinione che vuole. Vedr, in fine, trionfare il mondo; pieno di riverenza e di gloria il principe, d'amore e sicurt i popoli. Se considerer, dipoi, tritamente i tempi degli altri imperadori, gli vedr atroci per le guerre, discordi per le sedizioni, nella pace e nella guerra crudeli: tanti principi morti col ferro, tante guerre civili, tante esterne; l'Italia afflitta, e piena di nuovi infortunii; rovinate e saccheggiate le cittadi di quella. Vedr Roma arsa, il Campidoglio da' suoi cittadini disfatto, desolati gli antichi templi, corrotte le cerimonie, ripiene le citt di adulterii: vedr il mare pieno di esilii, gli scogli pieni di sangue. Vedr in Roma seguire innumerabili crudeltadi e la nobilit, le ricchezze, i passati onori, e sopra tutto la virt, essere imputate a peccato capitale. Vedr premiare gli calunniatori, essere corrotti i servi contro al signore, i liberti contro al padrone; e quelli a chi fussero mancati inimici, essere oppressi dagli amici. E conoscer allora benissimo quanti oblighi Roma, l'Italia, e il mondo, abbia con Cesare.
E sanza dubbio, se e' sar nato d'uomo, si sbigottir da ogni imitazione de' tempi cattivi, ed accenderassi d'uno immenso desiderio di seguire i buoni. E veramente, cercando un principe la gloria del mondo, doverrebbe desiderare di possedere una citt corrotta, non per guastarla in tutto come Cesare, ma per riordinarla come Romolo. E veramente i cieli non possono dare agli uomini maggiore occasione di gloria, n gli uomini la possono maggiore desiderare. E se, a volere ordinare bene una citt, si avesse di necessit a diporre il principato, meriterebbe, quello che non la ordinasse per non cadere di quel grado, qualche scusa: ma potendosi tenere il principato ed ordinarla, non si merita scusa alcuna. E, in somma, considerino quelli a chi i cieli dnno tale occasione, come ei sono loro preposte due vie: l'una che li fa vivere sicuri, e dopo la morte li rende gloriosi; l'altra li fa vivere in continove angustie, e, dopo la morte, lasciare di s una sempiterna infamia.

11.

Della religione de' Romani. .


Avvenga che Roma avesse il primo suo ordinatore Romolo, e che da quello abbi a riconoscere, come figliuola, il nascimento e la educazione sua, nondimeno, giudicando i cieli che gli ordini di Romolo non bastassero a tanto imperio, inspirarono nel petto del Senato romano di eleggere Numa Pompilio per successore a Romolo, acciocch quelle cose che da lui fossero state lasciate indietro, fossero da Numa ordinate. Il quale, trovando uno popolo ferocissimo, e volendolo ridurre nelle obedienze civili con le arti della pace, si volse alla religione, come cosa al tutto necessaria a volere mantenere una civilt; e la constitu in modo, che per pi secoli non fu mai tanto timore di Dio quanto in quella republica; il che facilit qualunque impresa che il Senato o quelli grandi uomini romani disegnassero fare. E chi discorrer infinite azioni, e del popolo di Roma tutto insieme, e di molti de' Romani di per s, vedr come quelli cittadini temevono pi assai rompere il giuramento che le leggi; come coloro che stimavano pi la potenza di Dio, che quella degli uomini: come si vede manifestamente per gli esempli di Scipione e di Manlio Torquato. Perch, dopo la rotta che Annibale aveva dato ai Romani a Canne, molti cittadini si erano adunati insieme, e, sbigottiti della patria, si erano convenuti abbandonare la Italia, e girsene in Sicilia; il che sentendo Scipione, gli and a trovare, e col ferro ignudo in mano li costrinse a giurare di non abbandonare la patria. Lucio Manlio, padre di Tito Manlio, che fu dipoi chiamato Torquato, era stato accusato da Marco Pomponio, Tribuno della plebe, ed innanzi che venisse il d del giudizio, Tito and a trovare Marco, e, minacciando di ammazzarlo se non giurava di levare l'accusa al padre, lo costrinse al giuramento; e quello, per timore avendo giurato, gli lev l'accusa. E cos quelli cittadini i quali lo amore della patria, le leggi di quella, non ritenevano in Italia, vi furono ritenuti da un giuramento che furano forzati a pigliare; e quel Tribuno pose da parte l'odio che egli aveva col padre, la ingiuria che gli avea fatto il figliuolo, e l'onore suo, per ubbidire al giuramento preso: il che non nacque da altro, che da quella religione che Numa aveva introdotta in quella citt.
E vedesi, chi considera bene le istorie romane, quanto serviva la religione a comandare gli eserciti, a animire la Plebe, a mantenere gli uomini buoni, a fare vergognare i rei. Talch, se si avesse a disputare a quale principe Roma fusse pi obligata, o a Romolo o a Numa, credo pi tosto Numa otterrebbe il primo grado: perch, dove  religione, facilmente si possono introdurre l'armi e dove sono l'armi e non religione, con difficult si pu introdurre quella. E si vede che a Romolo, per ordinare il Senato, e per fare altri ordini civili e militari, non gli fu necessario dell'autorit di Dio; ma fu bene necessario a Numa, il quale simul di avere domestichezza con una Ninfa, la quale lo consigliava di quello ch'egli avesse a consigliare il popolo: e tutto nasceva perch voleva mettere ordini nuovi ed inusitati in quella citt, e dubitava che la sua autorit non bastasse.
E veramente, mai fu alcuno ordinatore di leggi straordinarie in uno popolo che non ricorresse a Dio; perch altrimente non sarebbero accettate: perch sono molti i beni conosciuti da uno prudente, i quali non hanno in s ragioni evidenti da poterli persuadere a altrui. Per gli uomini savi, che vogliono trre questa difficult, ricorrono a Dio. Cos fece Licurgo, cos Solone, cos molti altri che hanno avuto il medesimo fine di loro. Maravigliando, adunque, il Popolo romano la bont e la prudenza sua, cedeva ad ogni sua diliberazione. Ben  vero che l'essere quelli tempi pieni di religione, e quegli uomini, con i quali egli aveva a travagliare, grossi, gli dettono facilit grande a conseguire i disegni suoi, potendo imprimere in loro facilmente qualunque nuova forma. E sanza dubbio, chi volesse ne' presenti tempi fare una republica pi facilit troverrebbe negli uomini montanari, dove non  alcuna civilit, che in quelli che sono usi a vivere nelle cittadi, dove la civilit  corrotta: ed uno scultore trarr pi facilmente una bella statua d'un marmo rozzo, che d'uno male abbozzato da altrui.
Considerato adunque tutto, conchiudo che la religione introdotta da Numa fu intra le prime cagioni della felicit di quella citt: perch quella caus buoni ordini; i buoni ordini fanno buona fortuna; e dalla buona fortuna nacquero i felici successi delle imprese. E come la osservanza del culto divino  cagione della grandezza delle republiche, cos il dispregio di quello  cagione della rovina d'esse. Perch, dove manca il timore di Dio, conviene o che quel regno rovini, o che sia sostenuto dal timore d'uno principe che sopperisca a' difetti della religione. E perch i principi sono di corta vita, conviene che quel regno manchi presto, secondo che manca la virt d'esso. Donde nasce che gli regni i quali dipendono solo dalla virt d'uno uomo, sono poco durabili, perch quella virt manca con la vita di quello e rade volte accade che la sia rinfrescata con la successione, come prudentemente Dante dice:

Rade volte discende per li rami
L'umana probitate; e questo vuole
Quel che la d, perch da lui si chiami.

Non , adunque, la salute di una republica o d'uno regno avere uno principe che prudentemente governi mentre vive; ma uno che l'ordini in modo, che, morendo ancora, la si mantenga. E bench agli uomini rozzi pi facilmente si persuada uno ordine o una opinione nuova, non  per per questo impossibile persuaderla ancora agli uomini civili e che presumono non essere rozzi. Al popolo di Firenze non pare essere n ignorante n rozzo: nondimeno da frate Girolamo Savonarola fu persuaso che parlava con Dio. Io non voglio giudicare s'egli era vero o no, perch d'uno tanto uomo se ne debbe parlare con riverenza: ma io dico bene, che infiniti lo credevono sanza avere visto cosa nessuna straordinaria, da farlo loro credere; perch la vita sua la dottrina e il suggetto che prese, erano sufficienti a fargli prestare fede. Non sia, pertanto, nessuno che si sbigottisca di non potere conseguire quel che  stato conseguito da altri; perch gli uomini, come nella prefazione nostra si disse, nacquero, vissero e morirono, sempre, con uno medesimo ordine.



12.

Di quanta importanza sia tenere conto .
della religione, e come la Italia, .
per esserne mancata mediante .
la Chiesa romana,  rovinata. .


Quelli principi o quelle republiche, le quali si vogliono mantenere incorrotte, hanno sopra ogni altra cosa a mantenere incorrotte le cerimonie della loro religione, e tenerle sempre nella loro venerazione; perch nessuno maggiore indizio si puote avere della rovina d'una provincia, che vedere dispregiato il culto divino. Questo  facile a intendere, conosciuto che si  in su che sia fondata la religione dove l'uomo  nato; perch ogni religione ha il fondamento della vita sua in su qualche principale ordine suo. La vita della religione Gentile era fondata sopra i responsi degli oracoli e sopra la setta degli indovini e degli aruspici: tutte le altre loro cerimonie sacrifici e riti, dependevano da queste perch loro facilmente credevono che quello Iddio che ti poteva predire il tuo futuro bene o il tuo futuro male, te lo potessi ancora concedere. Di qui nascevano i templi, di qui i sacrifici, di qui le supplicazioni, ed ogni altra cerimonia in venerarli: perch l'oracolo di Delo, il tempio di Giove Ammone, ed altri celebri oracoli, i quali riempivano il mondo di ammirazione e divozione. Come costoro cominciarono dipoi a parlare a modo de' potenti, e che questa falsit si fu scoperta ne' popoli, diventarono gli uomini increduli, ed atti a perturbare ogni ordine buono. Debbono, adunque i principi d'una republica o d'uno regno, i fondamenti della religione che loro tengono, mantenergli; e fatto questo sar loro facil cosa mantenere la loro republica religiosa, e, per conseguente buona e unita. E debbono, tutte le cose che nascano in favore di quella come che le giudicassono false, favorirle e accrescerle; e tanto pi lo debbono fare quanto pi prudenti sono, e quanto pi conoscitori delle cose naturali. E perch questo modo  stato osservato dagli uomini savi, ne  nato l'opinione dei miracoli, che si celebrano nelle religioni eziandio false; perch i prudenti gli augumentano, da qualunque principio e' si nascano; e l'autorit loro d poi a quelli fede appresso a qualunque. Di questi miracoli ne fu a Roma assai; intra i quali fu, che, saccheggiando i soldati romani la citt de' Veienti, alcuni di loro entrarono nel tempio di Giunone, ed accostandosi alla imagine di quella, e dicendole: "Vis venire Romam?" parve a alcuno vedere che la accennasse, a alcuno altro che la dicesse di s. Perch sendo quegli uomini ripieni di religione (il che dimostra Tito Livio, perch, nello entrare nel tempio, vi entrarono sanza tumulto, tutti devoti e pieni di riverenza), parve loro udire quella risposta che alla domanda loro per avventura si avevano presupposta: la quale opinione e credulit da Cammillo a dagli altri principi della citt fu al tutto favorita ed accresciuta. La quale religione se ne' principi della republica cristiana si fusse mantenuta, secondo che dal datore d'essa ne fu ordinato, sarebbero gli stati e le republiche cristiane pi unite, pi felici assai, che le non sono. N si pu fare altra maggiore coniettura della declinazione d'essa, quanto  vedere come quelli popoli che sono pi propinqui alla Chiesa romana, capo della religione nostra hanno meno religione. E chi considerasse i fondamenti suoi, e vedesse l'uso presente quanto  diverso da quelli, giudicherebbe essere propinquo, sanza dubbio, o la rovina o il fragello.
E perch molti sono d'opinione, che il bene essere delle citt d'Italia nasca dalla Chiesa romana, voglio, contro a essa, discorrere quelle ragioni che mi occorrono: e ne allegher due potentissime ragioni le quali, secondo me, non hanno repugnanzia. La prima , che, per gli esempli rei di quella corte, questa provincia ha perduto ogni divozione e ogni religione: il che si tira dietro infiniti inconvenienti e infiniti disordini; perch, cos come dove  religione si presuppone ogni bene, cos, dove quella manca, si presuppone il contrario. Abbiamo, adunque, con la Chiesa e con i preti noi Italiani questo primo obligo, di essere diventati sanza religione e cattivi: ma ne abbiamo ancora uno maggiore, il quale  la seconda cagione della rovina nostra. Questo  che la Chiesa ha tenuto e tiene questa provincia divisa. E veramente, alcuna provincia non fu mai unita o felice, se la non viene tutta alla ubbidienza d'una republica o d'uno principe, come  avvenuto alla Francia ed alla Spagna. E la cagione che la Italia non sia in quel medesimo termine, n abbia anch'ella o una republica o uno principe che la governi,  solamente la Chiesa: perch, avendovi quella abitato e tenuto imperio temporale, non  stata s potente n di tanta virt che l'abbia potuto occupare la tirannide d'Italia e farsene principe; e non  stata, dall'altra parte, s debole, che, per paura di non perdere il dominio delle sue cose temporali, la non abbia potuto convocare uno potente che la difenda contro a quello che in Italia fusse diventato troppo potente: come si  veduto anticamente per assai esperienze, quando, mediante Carlo Magno, la ne cacci i Longobardi, ch'erano gi quasi re di tutta Italia; e quando ne' tempi nostri ella tolse la potenza a' Viniziani con l'aiuto di Francia; di poi ne cacci i Franciosi con l'aiuto de' Svizzeri. Non essendo, adunque, stata la Chiesa potente da potere occupare la Italia, n avendo permesso che un altro la occupi,  stata cagione che la non  potuta venire sotto uno capo; ma  stata sotto pi principi e signori, da' quali  nata tanta disunione e tanta debolezza, che la si  condotta a essere stata preda, non solamente de' barbari potenti, ma di qualunque l'assalta. Di che noi altri Italiani abbiamo obbligo con la Chiesa, e non con altri. E chi ne volesse per esperienza certa vedere pi pronta la verit, bisognerebbe che fusse di tanta potenza che mandasse ad abitare la corte romana, con l'autorit che l'ha in Italia, in le terre de' Svizzeri; i quali oggi sono, solo, popoli che vivono, e quanto alla religione e quanto agli ordini militari, secondo gli antichi: e vedrebbe che in poco tempo farebbero pi disordine in quella provincia i rei costumi di quella corte, che qualunque altro accidente che in qualunque tempo vi potesse surgere.

13.
.
Come i Romani si servivono .
della religione per riordinare la citt .
e seguire le loro imprese e fermare .
i tumulti. .


Ei non mi pare fuora di proposito addurre alcuno esemplo dove i Romani si servivono della religione per riordinare la citt, e per seguire le imprese loro; e quantunque in Tito Livio ne siano molti, nondimeno voglio essere contento a questi. Avendo creato il Popolo romano i Tribuni di potest consolare, e, fuora che uno, tutti plebei; ed essendo occorso, quello anno, peste e fame, e venuto certi prodigi, usorono questa occasione i Nobili nella nuova creazione de' Tribuni, dicendo che gl'Iddii erano adirati per avere Roma male usato la maiest del suo imperio, e che non era altro rimedio a placare gl'Iddii che ridurre la elezione de' Tribuni nel luogo suo: di che nacque che la plebe, sbigottita da questa religione, cre i Tribuni tutti nobili. Vedesi ancora, nella espugnazione della citt de' Veienti, come i capitani degli eserciti si valevano della religione per tenergli disposti a una impresa; che, essendo il lago Albano, quello anno, cresciuto mirabilmente, ed essendo i soldati romani infastiditi per la lunga ossidione, e volendo tornarsene a Roma, trovarono i Romani come Apollo e certi altri risponsi dicevano che quello anno si espugnerebbe la citt de' Veienti, che si derivassi il lago Albano: la quale cosa fece ai soldati sopportare i fastidi della ossidione, presi da questa speranza di espugnare la terra: e stettono contenti a seguire la impresa, tanto che Cammillo fatto Dittatore espugn detta citt, dopo dieci anni che la era stata assediata. E cos la religione, usata bene, giov e per la espugnazione di quella citt, e per la restituzione del Tribunato nella Nobilit che, sanza detto mezzo, difficilmente si sarebbe condotto e l'uno e l'altro.
Non voglio mancare di addurre a questo proposito un altro esemplo. Erano nati in Roma assai tumulti per cagione di Terentillo tribuno, volendo lui proporre certa legge, per le cagioni che di sotto, nel suo luogo, si diranno; e tra i primi rimedi che vi us la Nobilit, fu la religione, della quale si servirono in due modi. Nel primo, fecero vedere i libri Sibillini, e rispondere come alla citt, mediante la civile sedizione, soprastavano quello anno pericoli di non perdere la libert: la quale cosa, ancora che fusse scoperta da' tribuni, nondimeno messe tanto terrore ne' petti della plebe, che la raffredd nel seguirli. L'altro modo fu che, avendo un Appio Erdonio, con una moltitudine di sbanditi e di servi, in numero di quattromila uomini, occupato di notte il Campidoglio, in tanto che si poteva temere che, se gli Equi e i Volsci, perpetui inimici al nome romano, ne fossero venuti a Roma, la arebbono espugnata; e non cessando i tribuni, per questo, continovare nella pertinacia loro, di proporre la legge Terentilla, dicendo che quello insulto era simulato e non vero; usc fuori del Senato un Publio Ruberio, cittadino grave e di autorit, con parole, parte amorevoli, parte minaccianti, mostrandogli i pericoli della citt, e la intempestiva domanda loro; tanto ch'ei costrinse la plebe a giurare di non si partire dalla voglia del consolo: tanto che la plebe, ubbidiente, per forza ricuper il Campidoglio. Ma essendo in tale espugnazione morto Publio Valerio consolo, subito fu rifatto consolo Tito Quinzio, il quale, per non lasciare riposare la plebe, n darle spazio a pensare alla legge Terentilla, le comand s'uscisse di Roma per andare contro ai Volsci, dicendo che per quel giuramento aveva fatto di non abbandonare il consolo, era obligata a seguirlo: a che i tribuni si opponevano, dicendo come quel giuramento s'era dato al consolo morto, e non a lui. Nondimeno Tito Livio mostra come la Plebe, per paura della religione, volle pi tosto ubbidire al consolo, che credere a' tribuni, dicendo in favore della antica religione queste parole: "Nondum haec, quae nunc tenet saeculum, negligentia Deum venerat, nec interpretando sibi quisque jusjurandum et leges aptas faciebat". Per la quale cosa dubitando i Tribuni di non perdere allora tutta la lor dignit, si accordarono col consolo di stare alla ubbidienza di quello; e che per uno anno non si ragionasse della legge Terentilla, ed i Consoli per uno anno non potessero trarre fuori la plebe alla guerra. E cos la religione fece al Senato vincere quelle difficult, che, sanza essa, mai averebbe vinte.

14.
.
I Romani interpetravano gli auspizi .
secondo la necessit, e con la prudenza .
mostravano di osservare la religione, .
quando forzati non la osservavano; .
e se alcuno temerariamente .
la dispregiava, punivano. .


Non solamente gli augurii, come di sopra si  discorso, erano il fondamento, in buona parte, dell'antica religione de' Gentili, ma ancora erano quelli che erano cagione del bene essere della Republica romana. Donde i Romani ne avevano pi cura che di alcuno altro ordine di quella; ed usavongli ne' comizi consolari, nel principiare le imprese, nel trar fuora gli eserciti, nel fare le giornate, ed in ogni azione loro importante, o civile o militare; n mai sarebbono iti ad una espedizione, che non avessono persuaso ai soldati che gli Dei promettevano loro la vittoria. Ed in fra gli altri auspicii, avevano negli eserciti certi ordini di aruspici, ch'e' chiamavano pullarii: e qualunque volta eglino ordinavano di fare la giornata con il nimico, ei volevano che i pullarii facessono i loro auspicii; e, beccando i polli, combattevono con buono augurio, non beccando, si astenevano dalla zuffa. Nondimeno, quando la ragione mostrava loro una cosa doversi fare, non ostante che gli auspicii fossero avversi, la facevano in ogni modo; ma rivoltavanla con termini e modi tanto attamente, che non paresse che la facessino con dispregio della religione.
Il quale termine fu usato da Papirio consolo in una zuffa che ei fece importantissima coi Sanniti, dopo la quale restarono in tutto deboli ed afflitti. Perch, sendo Papirio in su' campi rincontro ai Sanniti, e parendogli avere nella zuffa la vittoria certa, e volendo per questo fare la giornata, comand ai pullarii che facessono i loro auspicii; ma non beccando i polli, e veggendo il principe de' pullarii la gran disposizione dello esercito di combattere, e la opinione che era nel capitano ed in tutti i soldati di vincere, per non trre occasione di bene operare a quello esercito, rifer al consolo come gli auspicii procedevono bene: talch Papirio, ordinando le squadre, ed essendo da alcuni de' pullarii detto a certi soldati, i polli non avere beccato, quelli lo dissono a Spurio Papirio nepote del consolo; e quello riferendolo al consolo, rispose subito, ch'egli attendessi a fare l'ufficio suo bene; che, quanto a lui ed allo esercito, gli auspicii erano buoni; e se il pullario aveva detto le bugie, le tornerebbono in pregiudizio suo. E perch lo effetto corrispondesse al pronostico, comand ai legati che constituissono i pullarii nella prima fronte della zuffa. Onde nacque che, andando contro a' nimici, sendo da un soldato romano tratto uno dardo, a caso ammazz il principe de' pullarii: la quale cosa udita, il consolo disse come ogni cosa procedeva bene, e col favore degli Dei; perch lo esercito con la morte di quel bugiardo s'era purgato da ogni colpa e da ogni ira che quelli avessono presa contro a di lui. E cos, col sapere bene accomodare i disegni suoi agli auspicii, prese partito di azzuffarsi, sanza che quello esercito si avvedesse che in alcuna parte quello avesse negletti gli ordini della loro religione.
Al contrario fece Appio Pulcro in Sicilia, nella prima guerra punica: che, volendo azzuffarsi con l'esercito cartaginese, fece fare gli auspicii a' pullarii; e riferendogli quelli, come i polli non beccavano, disse: - Veggiamo se volessero bere! - e gli fece gittare in mare. Donde che azzuffandosi, perd la giornata: di che egli fu a Roma condannato, e Papirio onorato, non tanto per avere l'uno vinto, e l'altro perduto, quanto per avere l'uno fatto contro agli auspicii prudentemente, e l'altro temerariamente. N ad altro fine tendeva questo modo dello aruspicare, che di fare i soldati confidentemente ire alla zuffa; dalla quale confidenza quasi sempre nasce la vittoria. La qual cosa fu non solamente usata dai Romani, ma dagli esterni: di che mi pare da addurne uno esemplo nel seguente capitolo.

15.

I Sanniti, per estremo rimedio .
alle cose loro afflitte, .
ricorsero alla religione. .


Avendo i Sanniti avute pi rotte da' Romani, ed essendo stati per ultimo distrutti in Toscana, e morti i loro eserciti e gli loro capitani; ed essendo stati vinti i loro compagni, come Toscani, Franciosi ed Umbri; "nec suis nec externis viribus jam stare poterant, tamen bello non abstinebant adeo ne infeliciter quidem defensae libertatis taedebat, et vinci, quam non tentare victoriam, malebant". Onde deliberarono fare l'ultima prova: e perch ei sapevano che, a volere vincere, era necessario indurre ostinazione negli animi de' soldati, e che a indurvela non era migliore mezzo che la religione; pensarono di ripetere uno antico loro sacrificio, mediante Ovio Paccio, loro sacerdote. Il quale ordinarono in questa forma: che, fatto il sacrificio solenne e fatto, intra le vittime morte e gli altari accesi, giurare tutti i capi dell'esercito di non abbandonare mai la zuffa, citorono i soldati ad uno ad uno: ed intra quegli altari, nel mezzo di pi centurioni con le spade nude in mano gli facevano prima giurare che non ridirebbono cosa che vedessono o sentissono; dipoi, con parole esecrabili e versi pieni di spavento, gli facevano promettere agli Dei, d'essere presti dove gl'imperadori gli mandassono, e di non si fuggire mai dalla zuffa, e d'ammazzare qualunque ei vedessono che si fuggisse: la quale cosa non osservata, tornassi sopra il capo della sua famiglia e della sua stirpe. Ed essendo sbigottiti alcuni di loro, non volendo giurare, subito da' loro centurioni erano morti, talch gli altri che succedevono poi, impauriti dalla ferocit dello spettacolo, giurarono tutti. E per fare questo loro assembramento pi magnifico, sendo quarantamila uomini, ne vestirono la met di panni bianchi, con creste e pennacchi sopra le celate; e cos ordinati si posero presso ad Aquilonia. Contro a costoro venne Papirio; il quale, nel confortare i suoi soldati, disse: "non enim cristas vulnera facere, et picta atque aurata scuta transire romanum pilum". E per debilitare la opinione che avevono i suoi soldati de' nimici per il giuramento preso, disse che quello era a timore non a fortezza loro; perch in quel medesimo tempo gli avevano avere paura de' cittadini, degl'Iddii, e de' nimici. E venuti al conflitto, furono superati i Sanniti; perch la virt romana, e il timore conceputo per le passate rotte, super qualunque ostinazione ei potessero avere presa per virt della religione e per il giuramento preso. Nondimeno si vede come a loro non parve potere avere altro rifugio, n tentare altro rimedio a potere pigliare speranza di ricuperare la perduta virt. Il che testifica appieno, quanta confidenza si possa avere mediante la religione bene usata. E bench questa parte pi tosto, per avventura, si richiederebbe essere posta intra le cose estrinseche; nondimeno, dependendo da uno ordine de' pi importanti della Republica di Roma, mi  parso da connetterlo in questo luogo, per non dividere questa materia e averci a ritornare pi volte.

16.

Uno popolo, uso a vivere sotto .
uno principe, se per qualche .
accidente diventa libero, .
con difficult mantiene la libert. .


Quanta difficult sia a uno popolo, uso a vivere sotto uno principe, perservare dipoi la libert, se per alcuno accidente l'acquista, come l'acquist Roma dopo la cacciata de' Tarquinii, lo dimostrono infiniti esempli che si leggono nelle memorie delle antiche istorie. E tale difficult  ragionevole; perch quel popolo  non altrimenti che un animale bruto, il quale, ancora che di natura feroce e silvestre, sia stato nutrito sempre in carcere ed in servit; che dipoi lasciato a sorte in una campagna libero, non essendo uso a pascersi, n sappiendo i luoghi dove si abbia a rifuggire, diventa preda del primo che cerca rincatenarlo.
Questo medesimo interviene a uno popolo, il quale, sendo uso a vivere sotto i governi d'altri, non sappiendo ragionare n delle difese o offese pubbliche, non conoscendo i principi n essendo conosciuto da loro, ritorna presto sotto uno giogo, il quale il pi delle volte  pi grave che quello che, poco inanzi, si aveva levato d'in sul collo: e trovasi in queste difficult, quantunque che la materia non sia corrotta. Perch un popolo dove in tutto  entrata la corruzione, non pu, non che piccol tempo, ma punto vivere libero come di sotto si discorrer: e per i ragionamenti nostri sono di quelli popoli dove la corruzione non sia ampliata assai, e dove sia pi del buono che del guasto.
Aggiungesi alla soprascritta un'altra difficult, la quale , che lo stato che diventa libero si fa partigiani inimici, e non partigiani amici. Partigiani inimici gli diventono tutti coloro che dello stato tirannico si prevalevono, pascendosi delle ricchezze del principe; a' quali sendo tolta la facult del valersi, non possono vivere contenti, e sono forzati ciascuno di tentare di ripigliare la tirannide, per ritornare nell'autorit loro. Non si acquista, come ho detto, partigiani amici; perch il vivere libero prepone onori e premii, mediante alcune oneste e determinate cagioni, e fuora di quelle non premia n onora alcuno, e quando uno ha quegli onori e quegli utili che gli pare meritare, non confessa avere obligo con coloro che lo rimunerano. Oltre a di questo, quella comune utilit che del vivere libero si trae, non  da alcuno, mentre che ella si possiede conosciuta: la quale  di potere godere liberamente le cose sue sanza alcuno sospetto, non dubitare dell'onore delle donne, di quel de' figliuoli, non temere di s; perch nessuno confesser mai avere obligo con uno che non l'offenda.
Per, come di sopra si dice, viene ad avere, lo stato libero e che di nuovo surge, partigiani inimici, e non partigiani amici. E volendo rimediare a questi inconvenienti, e a quegli disordini che le soprascritte difficult arrecherebbono seco, non ci  pi potente rimedio, n pi valido n pi sicuro n pi necessario, che ammazzare i figliuoli di Bruto: i quali, come la istoria mostra, non furono indotti, insieme con altri giovani romani, a congiurare contro alla patria per altro, se non perch non si potevono valere straordinariamente sotto i consoli come sotto i re; in modo che la libert di quel popolo pareva che fosse diventata la loro servit. E chi prende a governare una moltitudine, o per via di libert o per via di principato, e non si assicura di coloro che a quell'ordine nuovo sono inimici, fa uno stato di poca vita. Vero  che io giudico infelici quelli principi che, per assicurare lo stato loro hanno a tenere vie straordinarie, avendo per nimici la moltitudine: perch quello che ha per nimici i pochi, facilmente e sanza molti scandoli, si assicura, ma chi ha per nimico l'universale non si assicura mai, e quanta pi crudelt usa tanto pi debole diventa il suo principato. Talch il maggiore rimedio che ci abbia,  cercare di farsi il popolo amico.
E bench questo discorso sia disforme dal soprascritto, parlando qui d'uno principe e quivi d'una republica; nondimeno, per non avere a tornare pi in su questa materia, ne voglio parlare brevemente. Volendo, pertanto, uno principe guadagnarsi uno popolo che gli fosse inimico, parlando di quelli principi che sono diventati della loro patria tiranni, dico ch'ei debbe esaminare prima quello che il popolo desidera, e troverr sempre che desidera due cose: l'una, vendicarsi contro a coloro che sono cagione che sia servo; l'altra, di riavere la sua libert. Al primo desiderio il principe pu sodisfare in tutto, al secondo in parte. Quanto al primo, ce n' lo esemplo appunto. Clearco, tiranno di Eraclea, sendo in esilio, occorse che, per controversia venuta intra il popolo e gli ottimati di Eraclea, che, veggendosi gli ottimati inferiori, si volsono a favorire Clearco e congiuratisi seco lo missono, contro alla disposizione popolare, in Eraclea e tolsono la libert al popolo. In modo che, trovandosi Clearco intra la insolenzia degli ottimati, i quali non poteva in alcuno modo n contentare n correggere, e la rabbia de' popolari, che non potevano sopportare lo avere perduta la libert, diliber a un tratto liberarsi dal fastidio de' grandi, e guadagnarsi il popolo. E presa, sopr'a questo, conveniente occasione, tagli a pezzi tutti gli ottimati, con una estrema sodisfazione de' popolari. E cos egli per questa via sodisfece a una delle voglie che hanno i popoli, cio di vendicarsi. Ma quanto all'altro popolare desiderio, di riavere la sua libert, non potendo il principe sodisfargli, debbe esaminare quali cagioni sono quelle che gli fanno desiderare d'essere liberi; e troverr che una piccola parte di loro desidera di essere libera per comandare; ma tutti gli altri, che sono infiniti, desiderano la libert per vivere sicuri. Perch in tutte le republiche, in qualunque modo ordinate, ai gradi del comandare non aggiungono mai quaranta o cinquanta cittadini: e perch questo  piccolo numero,  facil cosa assicurarsene, o con levargli via, o con fare loro parte di tanti onori, che, secondo le condizioni loro, e' si abbino in buona parte a contentare. Quelli altri, ai quali basta vivere sicuri, si sodisfanno facilmente, faccendo ordini e leggi, dove insieme con la potenza sua si comprenda la sicurt universale. E quando uno principe faccia questo, e che il popolo vegga che, per accidente nessuno, ei non rompa tali leggi, comincer in breve tempo a vivere sicuro e contento. In esemplo ci  il regno di Francia, il quale non vive sicuro per altro che per essersi quelli re obligati a infinite leggi, nelle quali si comprende la sicurt di tutti i suoi popoli. E chi ordin quello stato, volle che quelli re, dell'armi e del danaio facessero a loro modo, ma che d'ogni altra cosa non ne potessono altrimenti disporre che le leggi si ordinassero. Quello principe, adunque, o quella republica che non si assicura nel principio dello stato suo, conviene che si assicuri nella prima occasione, come fecero i Romani. Chi lascia passare quella, si pente tardi di non avere fatto quello che doveva fare.
Sendo, pertanto, il popolo romano ancora non corrotto quando ei ricuper la libert, potette mantenerla, morti i figliuoli di Bruto e spenti i Tarquinii, con tutti quelli modi ed ordini che altra volta si sono discorsi. Ma se fusse stato quel popolo corrotto, n in Roma n altrove si truova rimedi validi a mantenerla; come nel seguente capitolo mosterreno.

17.

Uno popolo corrotto, venuto in libert,.
si pu con difficult grandissima .
mantenere libero. .


Io giudico ch'egli era necessario, o che i re si estinguessono in Roma, o che Roma in brevissimo tempo divenisse debole e di nessuno valore; perch, considerando a quanta corruzione erano venuti quelli re, se fossero seguitati cos due o tre successioni, e che quella corruzione, che era in loro, si fosse cominciata ad istendere per le membra, come le membra fossero state corrotte, era impossibile mai pi riformarla. Ma perdendo il capo quando il busto era intero, poterono facilmente ridursi a vivere liberi ed ordinati. E debbesi presupporre per cosa verissima, che una citt corrotta che viva sotto uno principe, come che quel principe con tutta la sua stirpe si spenga, mai non si pu ridurre libera, anzi conviene che l'un principe spenga l'altro: e sanza creazione d'uno nuovo signore non si posa mai, se gi la bont d'uno, insieme con la virt, non la tenesse libera; ma durer tanto quella libert, quanto durer la vita di quello: come intervenne, a Siracusa, di Dione e di Timoleone: la virt de' quali in diversi tempi, mentre vissono, tenne libera quella citt; morti che furono, si ritorn nell'antica tirannide. Ma non si vede il pi forte esemplo che quello di Roma; la quale, cacciati i Tarquinii, pot subito prendere e mantenere quella libert; ma, morto Cesare, morto Caio Caligola, morto Nerone, spenta tutta la stirpe cesarea, non pot mai, non solamente mantenere, ma pure dar principio alla libert. N tanta diversit di evento in una medesima citt nacque da altro, se non da non essere ne' tempi de' Tarquinii il popolo romano ancora corrotto, ed in questi ultimi tempi essere corrottissimo. Perch allora, a mantenerlo saldo e disposto a fuggire i re, bast solo farlo giurare che non consentirebbe mai che a Roma alcuno regnasse; e negli altri tempi non bast l'autorit e severit di Bruto, con tutte le legioni orientali, a tenerlo disposto a volere mantenersi quella libert che esso, a similitudine del primo Bruto, gli aveva renduta. Il che nacque da quella corruzione che le parti mariane avevano messa nel popolo; delle quali sendo capo Cesare, potette accecare quella moltitudine, ch'ella non conobbe il giogo che da s medesima si metteva in sul collo.
E bench questo esemplo di Roma sia da preporre a qualunque altro esemplo, nondimeno voglio a questo proposito addurre innanzi popoli conosciuti ne' nostri tempi. Pertanto dico, che nessuno accidente, bench grave e violento, potrebbe ridurre mai Milano o Napoli liberi, per essere quelle membra tutte corrotte. Il che si vide dopo la morte di Filippo Visconti; che, volendosi ridurre Milano alla libert, non potette e non seppe mantenerla. Per, fu felicit grande quella di Roma, che questi rediventassero corrotti presto, acci ne fussono cacciati, ed innanzi che la loro corruzione fusse passata nelle viscere di quella citt: la quale incorruzione fu cagione che gl'infiniti tumulti che furono in Roma, avendo gli uomini il fine buono, non nocerono, anzi giovorono, alla Republica.
E si pu fare questa conclusione, che, dove la materia non  corrotta, i tumulti ed altri scandoli non nuocono: dove la  corrotta, le leggi bene ordinate non giovano, se gi le non sono mosse da uno che con una estrema forza le faccia osservare, tanto che la materia diventi buona. Il che non so se si  mai intervenuto o se fusse possibile ch'egli intervenisse: perch e' si vede, come poco di sopra dissi, che una citt venuta in declinazione per corruzione di materia, se mai occorre che la si rilievi, occorre per la virt d'uno uomo che  vivo allora, non per la virt dello universale che sostenga gli ordini buoni; e subito che quel tale  morto, la si ritorna nel suo pristino abito: come intervenne a Tebe, la quale, per la virt di Epaminonda, mentre lui visse, potette tenere forma di republica e di imperio; ma, morto quello, la si ritorn ne' primi disordini suoi. La cagione , che non pu essere uno uomo di tanta vita, che 'l tempo basti ad avvezzare bene una citt lungo tempo male avvezza. E se uno d'una lunghissima vita, o due successione virtuose continue, non la dispongano; come la manca di loro, come di sopra  detto, rovina, se gi con dimolti pericoli e dimolto sangue e' non la facesse rinascere. Perch tale corruzione e poca attitudine alla vita libera, nasce da una inequalit che  in quella citt: e volendola ridurre equale,  necessario usare grandissimi straordinari, i quali pochi sanno o vogliono usare; come in altro luogo pi particularmente si dir.

18.

In che modo nelle citt corrotte .
si potesse mantenere uno stato libero, .
essendovi; o, non vi essendo, .
ordinarvelo. .


Io credo che non sia fuora di proposito, n disforme dal soprascritto discorso, considerare se in una citt corrotta si pu mantenere lo stato libero, sendovi; o quando e' non vi fusse, se vi si pu ordinare. Sopra la quale cosa, dico, come gli  molto difficile fare o l'uno o l'altro: e bench sia quasi impossibile darne regola, perch sarebbe necessario procedere secondo i gradi della corruzione; nondimanco, essendo bene ragionare d'ogni cosa, non voglio lasciare questa indietro. E presupporr una citt corrottissima, donde verr ad accrescere pi tale difficult; perch non si truovano n leggi n ordini che bastino a frenare una universale corruzione. Perch, cos come gli buoni costumi, per mantenersi, hanno bisogno delle leggi; cos le leggi, per osservarsi, hanno bisogno de' buoni costumi. Oltre a di questo, gli ordini e le leggi fatte in una republica nel nascimento suo, quando erano gli uomini buoni, non sono dipoi pi a proposito, divenuti che ei sono rei. E se le leggi secondo gli accidenti in una citt variano, non variano mai, o rade volte, gli ordini suoi: il che fa che le nuove leggi non bastano, perch gli ordini, che stanno saldi, le corrompono.
E per dare ad intendere meglio questa parte, dico come in Roma era l'ordine del governo, o vero dello stato; e le leggi dipoi, che con i magistrati frenavano i cittadini. L'ordine dello stato era l'autorit del Popolo, del Senato, de' Tribuni, de' Consoli, il modo di chiedere e del creare i magistrati, ed il modo di fare le leggi. Questi ordini poco o nulla variarono negli accidenti. Variarono le leggi che frenavano i cittadini; come fu la legge degli adulterii, la suntuaria, quella della ambizione, e molte altre; secondo che di mano in mano i cittadini diventavano corrotti. Ma tenendo fermi gli ordini dello stato, che nella corruzione non erano pi buoni, quelle legge, che si rinnovavano, non bastavano a mantenere gli uomini buoni, ma sarebbono bene giovate, se con la innovazione delle leggi si fussero rimutati gli ordini.
E che sia il vero, che tali ordini nella citt corrotta non fussero buoni, si vede espresso in doi capi principali, quanto al creare i magistrati e le leggi. Non dava il popolo romano il consolato, e gli altri primi gradi della citt, se non a quelli che lo domandavano. Questo ordine fu, nel principio, buono, perch e' non gli domandavano se non quelli cittadini che se ne giudicavano degni ed averne la repulsa era ignominioso s che, per esserne giudicati degni, ciascuno operava bene. Divent questo modo, poi, nella citt corrotta, perniziosissimo; perch non quelli che avevano pi virt, ma quelli che avevano pi potenza domandavano i magistrati; e gl'impotenti, comecch virtuosi, se ne astenevano di domandarli, per paura. Vennesi a questo inconveniente, non a un tratto, ma per i mezzi, come si cade in tutti gli altri inconvenienti: perch avendo i Romani domata l'Africa e l'Asia, e ridotta quasi tutta la Grecia a sua ubbidienza, erano divenuti sicuri della libert loro, n pareva loro avere pi nimici che dovessono fare loro paura. Questa sicurt e questa debolezza de' nimici fece che il popolo romano, nel dare il consolato, non riguardava pi la virt, ma la grazia; tirando a quel grado quelli che meglio sapevano intrattenere gli uomini, non quelli che sapevano meglio vincere i nimici: dipoi da quelli che avevano pi grazia, ei discesono a darlo a quegli che avevano pi potenza; talch i buoni, per difetto di tale ordine, ne rimasero al tutto esclusi. Poteva uno tribuno, e qualunque altro cittadino, preporre al Popolo una legge; sopra la quale ogni cittadino poteva parlare, o in favore o incontro, innanzi che la si deliberasse. Era questo ordine buono, quando i cittadini erano buoni; perch sempre fu bene che ciascuno che intende uno bene per il publico lo possa preporre; ed  bene che ciascuno sopra quello possa dire l'opinione sua, acciocch il popolo, inteso ciascuno, possa poi eleggere il meglio. Ma diventati i cittadini cattivi, divent tale ordine pessimo; perch solo i potenti proponevono leggi, non per la comune libert, ma per la potenza loro; e contro a quelle non poteva parlare alcuno, per paura di quelli: talch il popolo veniva o ingannato o sforzato a diliberare la sua rovina.
Era necessario, pertanto, a volere che Roma nella corruzione si mantenesse libera, che, cos come aveva nel processo del vivere suo fatto nuove leggi, l'avesse fatto nuovi ordini: perch altri ordini e modi di vivere si debbe ordinare in uno suggetto cattivo, che in uno buono; n pu essere la forma simile in una materia al tutto contraria. Ma perch questi ordini, o e' si hanno a rinnovare tutti a un tratto, scoperti che sono non essere pi buoni, o a poco a poco, in prima che si conoschino per ciascuno; dico che l'una e l'altra di queste due cose  quasi impossibile. Perch, a volergli rinnovare a poco a poco, conviene che ne sia cagione uno prudente, che vegga questo inconveniente assai discosto, e quando e' nasce. Di questi tali  facilissima cosa che in una citt non ne surga mai nessuno: e quando pure ve ne surgessi, non potrebbe persuadere mai a altrui quello che egli proprio intendesse; perch gli uomini, usi a vivere in un modo, non lo vogliono variare; e tanto pi non veggendo il male in viso, ma avendo a essere loro mostro per coniettura. Quanto all'innovare questi ordini a un tratto, quando ciascuno conosce che non son buoni, dico che questa inutilit, che facilmente si conosce,  difficile a ricorreggerla; perch, a fare questo, non basta usare termini ordinari, essendo modi ordinari cattivi; ma  necessario venire allo straordinario, come  alla violenza ed all'armi, e diventare innanzi a ogni cosa principe di quella citt, e poterne disporre a suo modo. E perch il riordinare una citt al vivere politico presuppone uno uomo buono, e il diventare per violenza principe di una republica presuppone uno uomo cattivo; per questo si troverr che radissime volte accaggia che uno buono, per vie cattive, ancora che il fine suo fusse buono, voglia diventare principe; e che uno reo, divenuto principe, voglia operare bene, e che gli caggia mai nello animo usare quella autorit bene, che gli ha male acquistata.
Da tutte le soprascritte cose nasce la difficult, o impossibilit, che  nelle citt corrotte, a mantenervi una republica, o a crearvela di nuovo. E quando pure la vi si avesse a creare o a mantenere, sarebbe necessario ridurla pi verso lo stato regio, che verso lo stato popolare; acciocch quegli uomini i quali dalle leggi, per la loro insolenzia, non possono essere corretti, fussero da una podest quasi regia in qualche modo frenati. E a volergli fare per altre vie diventare buoni, sarebbe o crudelissima impresa o al tutto impossibile; come io dissi, di sopra, che fece Cleomene: il quale se, per essere solo, ammazz gli Efori; e se Romolo, per le medesime cagioni, ammazz il fratello e Tito Tazio Sabino, e dipoi usarono bene quella loro autorit; nondimeno si debbe avvertire che l'uno e l'altro di costoro non aveano il suggetto di quella corruzione macchiato, della quale in questo capitolo ragioniamo, e per poterono volere, e, volendo, colorire il disegno loro.

19.

Dopo uno eccellente principe .
si pu mantenere uno principe debole; .
ma, dopo uno debole, non si pu .
con un altro debole mantenere .
alcuno regno. .


Considerato la virt ed il modo del procedere di Romolo, Numa e di Tullo, i primi tre re romani, si vede come Roma sort una fortuna grandissima, avendo il primo re ferocissimo e bellicoso, l'altro quieto e religioso, il terzo simile di ferocit a Romolo, e pi amatore della guerra che della pace. Perch in Roma era necessario che surgesse ne' primi principii suoi un ordinatore del vivere civile, ma era bene poi necessario che gli altri re ripigliassero la virt di Romolo; altrimenti quella citt sarebbe diventata effeminata, e preda de' suoi vicini. Donde si pu notare che uno successore, non di tanta virt quanto il primo, pu mantenere uno stato per la virt di colui che lo ha retto innanzi, e si pu godere le sue fatiche: ma s'egli avviene o che sia di lunga vita, o che dopo lui non surga un altro che ripigli la virt di quel primo,  necessitato quel regno a rovinare. Cos, per il contrario, se dua, l'uno dopo l'altro, sono di gran virt, si vede spesso che fanno cose grandissime, e che ne vanno con la fama in fino al cielo.
Davit, sanza dubbio, fu un uomo, per arme, per dottrina, per giudizio, eccellentissimo; e fu tanta la sua virt, che, avendo vinti e battuti tutti i suoi vicini, lasci a Salomone suo figliuolo uno regno pacifico: quale egli si potette con l'arte della pace, e non con la guerra, conservare; e si potette godere felicemente la virt di suo padre. Ma non potette gi lasciarlo a Roboam suo figliuolo; il quale, non essendo per virt simile allo avolo, n per fortuna simile al padre, rimase con fatica erede della sesta parte del regno. Baisit, sultan de' Turchi, come che fussi pi amatore della pace che della guerra, potette godersi le fatiche di Maumetto suo padre; il quale avendo, come Davit, battuto i suoi vicini, gli lasci un regno fermo, e da poterlo con l'arte della pace facilmente conservare. Ma se il figliuolo suo Sal, presente signore, fusse stato simile al padre, e non all'avolo, quel regno rovinava; ma e' si vede costui essere per superare la gloria dell'avolo. Dico pertanto con questi esempli, che, dopo uno eccellente principe, si pu mantenere uno principe debole; ma, dopo un debole, non si pu, con un altro debole, mantenere alcun regno, se gi e' non fusse come quello di Francia, che gli ordini suoi antichi lo mantenessero: e quelli principi sono deboli, che non stanno in su la guerra.
Conchiudo pertanto, con questo discorso, che la virt di Romolo fu tanta, che la potette dare spazio a Numa Pompilio di potere molti anni con l'arte della pace reggere Roma: ma dopo lui successe Tullo, il quale per la sua ferocit riprese la riputazione di Romolo: dopo il quale venne Anco, in modo dalla natura dotato, che poteva usare la pace e sopportare la guerra. E prima si dirizz a volere tenere la via della pace, ma subito conobbe come i vicini, giudicandolo effeminato, lo stimavano poco: talmente che pens che, a volere mantenere Roma, bisognava volgersi alla guerra, e somigliare Romolo, e non Numa.
Da questo piglino esemplo tutti i principi che tengono stato; che chi somiglier Numa, lo terr o non terr, secondo che i tempi o la fortuna gli girer sotto; ma chi somiglier Romolo, e fia come esso armato di prudenza e d'armi, lo terr in ogni modo, se da una ostinata ed eccessiva forza non gli  tolto. E certamente si pu stimare che, se Roma sortiva per terzo suo re un uomo che non sapesse con le armi renderle la sua riputazione non arebbe mai poi, o con grandissima difficult, potuto pigliare piede, n fare quegli effetti ch'ella fece. E cos, in mentre che la visse sotto i re la port questi pericoli di rovinare sotto uno re o debole o malvagio.

20.

Dua continove successioni di principi .
virtuosi fanno grandi effetti; .
e come le republiche bene ordinate .
hanno di necessit virtuose successioni, .
e per gli acquisti ed augumenti loro .
sono grandi. .


Poich Roma ebbe cacciati i re, manc di quelli pericoli, i quali di sopra sono detti che la portava succedendo in lei uno re o debole o cattivo. Perch la somma dello imperio si ridusse ne' consoli, i quali, non per eredit o per inganni o per ambizione violenta, ma per suffragi liberi venivano a quello imperio, ed erono sempre uomini eccellentissimi: de' quali godendosi Roma la virt, e la fortuna di tempo in tempo, pot venire a quella sua ultima grandezza in altrettanti anni che la era stata sotto i re. Perch si vede, come due continove successioni di principi virtuosi sono sufficienti ad acquistare il mondo: come furano Filippo di Macedonia ed Alessandro Magno. Il che tanto pi debba fare una republica, avendo per il modo dello eleggere non solamente due successioni ma infiniti principi virtuosissimi che sono l'uno dell'altro successori: la quale virtuosa successione fia sempre in ogni republica bene ordinata.

21.

Quanto biasimo meriti quel principe .
e quella republica che manca .
d'armi proprie. .


Debbono i presenti principi e le moderne republiche, le quali circa le difese ed offese mancano di soldati propri, vergognarsi di loro medesime; e pensare con lo esemplo di Tullo, tale difetto essere, non per mancamento di uomini atti alla milizia, ma per colpa sua, che non han saputo fare i suoi uomini militari. Perch Tullo, sendo stata Roma in pace quarant'anni, non trov, succedendo egli nel regno, uomo che fusse stato mai in guerra: nondimeno, disegnando esso fare guerra, non pens valersi n de' Sanniti, n de' Toscani, n di altri che fussero consueti stare nell'armi, ma diliber, come uomo prudentissimo, di valersi de' suoi. E fu tanta la sua virt, che in un tratto, sotto il suo governo gli pot fare soldati eccellentissimi. Ed  pi vero che alcuna altra verit, che, se dove  uomini non  soldati, nasce per difetto del principe, e non per altro difetto o di sito o di natura.
Di che ce n' un esemplo freschissimo. Perch ognuno sa, come ne' prossimi tempi il re d'Inghilterra assalt il regno di Francia, n prese altri soldati che popoli suoi; e, per essere stato quel regno pi che trenta anni sanza fare guerra, non aveva n soldati n capitano che avesse mai militato: nondimeno, non dubit con quelli assaltare uno regno pieno di capitani e di buoni eserciti, i quali erano stati continovamente sotto l'armi nelle guerre d'Italia. Tutto nacque da essere quel re prudente uomo, e quel regno bene ordinato; il quale nel tempo della pace non intermette gli ordini della guerra.
Pelopida ed Epaminonda tebani, poich gli ebbero libera Tebe, e trattala della servit dello imperio spartano, trovandosi in una citt usa a servire, ed in mezzo di popoli effeminati; non dubitarono, tanta era la virt loro, di ridurgli sotto l'armi, e con quelli andare a trovare alla campagna gli eserciti spartani, e vincergli: e chi ne scrive, dice come questi duoi in brieve tempo mostrarono che non solamente in Lacedemonia nascevano gli uomini da guerra, ma in ogni altra parte dove nascessi uomini, pure che si trovasse chi li sapesse indirizzare alla milizia, come si vede che Tullo seppe indirizzare i Romani. E Virgilio non potrebbe meglio esprimere questa opinione, n con altre parole mostrare di accostarsi a quella, dove dice:

Desidesque movebit
Tullus in arma viros.


22.

Quello che sia da notare nel caso .
de' tre Orazii romani .
e tre Curiazii albani. .


Tullo re di Roma, e Mezio, re di Alba, convennero che quello popolo fusse signore dell'altro, di cui i soprascritti tre uomini vincessero. Furono morti tutti i Curiazii albani, rest vivo uno degli Orazii romani: e per questo rest Mezio re albano, con il suo popolo suggetto a' Romani. E tornando quello Orazio vincitore in Roma, scontrando una sua sorella, che era a uno de' tre Curiazii morti maritata, che piangeva la morte del marito, l'ammazz. Donde quello Orazio per questo fallo fu messo in giudizio, e dopo molte dispute fu libero, pi per li prieghi del padre, che per li suoi meriti. Dove sono da notare tre cose: l'una, che mai non si debbe con parte delle sue forze arrischiare tutta la sua fortuna; l'altra, che non mai in una citt bene ordinata le colpe con gli meriti si ricompensano; la terza, che non mai sono i partiti savi, dove si debba o possa dubitare della inosservanza. Perch, gl'importa tanto a una citt lo essere serva, che mai non si doveva credere che alcuno di quelli re o di quelli popoli stessero contenti che tre loro cittadini gli avessero sottomessi: come si vide che volle fare Mezio, il quale, bench subito dopo la vittoria de' Romani si confessassi vinto, e promettessi la ubbidienza a Tullo, nondimeno nella prima espedizione che gli ebbero a convenire contro a' Veienti, si vide come ei cerc d'ingannarlo; come quello che tardi si era avveduto della temerit del partito preso da lui. E perch di questo terzo notabile se n' parlato assai, parlereno solo degli altri due ne' seguenti duoi capitoli.

23.

Che non si debbe mettere a pericolo .
tutta la fortuna e non tutte le forze; .
e, per questo, spesso il guardare .
i passi  dannoso. .


Non fu mai giudicato partito savio mettere a pericolo tutta la fortuna tua e non tutte le forze. Questo si fa in pi modi. L'uno  faccendo come Tullo e Mezio, quando e' commissono la fortuna tutta della patria loro, e la virt di tanti uomini quanti aveva l'uno e l'altro di costoro negli eserciti suoi alla virt e fortuna di tre de' loro cittadini, che veniva a essere una minima parte delle forze di ciascuno di loro. N si avvidono, come per questo partito tutta la fatica che avevano durata i loro antecessori nell'ordinare la republica, per farla vivere lungamente libera e per fare i suoi cittadini difensori della loro libert, era quasi che stata vana, stando nella potenza di s pochi a perderla. La quale cosa da quelli re non pot essere peggio considerata.
Cadesi ancora in questo inconveniente quasi sempre per coloro, che, venendo il nimico, disegnano di tenere i luoghi difficili, e guardare i passi: perch quasi sempre questa diliberazione sar dannosa, se gi in quello luogo difficile commodamente tu non potesse tenere tutte le forze tue. In questo caso, tale partito  da prendere; ma sendo il luogo aspro, e non vi potendo tenere tutte le forze, il partito  dannoso. Questo mi fa giudicare cos lo esemplo di coloro, che, essendo assaltati da un inimico potente, ed essendo il paese loro circundato da' monti e luoghi alpestri, non hanno mai tentato di combattere il nimico in su' passi ed in su' monti, ma sono iti a rincontrarlo di l da essi; o, quando non hanno voluto fare questo, lo hanno aspettato dentro a essi monti, in luoghi benigni e non alpestri. E la cagione ne  stata la preallegata: perch, non si potendo condurre alla guardia de' luoghi alpestri molti uomini, s per non vi potere vivere lungo tempo, s per essere i luoghi stretti e capaci di pochi, non  possibile sostenere uno inimico che venga grosso a urtarti: ed al nimico  facile il venire grosso perch la intenzione sua  passare, e non fermarsi, ed a chi l'aspetta  impossibile aspettarlo grosso, avendo ad alloggiarsi per pi tempo, non sappiendo quando il nimico voglia passare in luoghi, come io ho detto, stretti e sterili. Perdendo, adunque, quel passo che tu ti avevi presupposto tenere, e nel quale i tuoi popoli e lo esercito tuo confidava, entra il pi delle volte ne' popoli e nel residuo delle genti tua tanto terrore, che, sanza potere esperimentare la virt d'esse, rimani perdente; e cos vieni a avere perduta tutta la tua fortuna con parte delle tue forze.
Ciascuno sa con quanta difficult Annibale passasse l'alpe che dividono la Lombardia dalla Francia, e con quanta difficult passasse quelle che dividono la Lombardia dalla Toscana: nondimeno i Romani l'aspettarono prima in sul Tesino, e dipoi nel piano d'Arezzo: e vollon, pi tosto, che il loro esercito fusse consumato da il nimico nelli luoghi dove poteva vincere, che condurlo su per l'alpe a essere distrutto dalla malignit del sito.
E chi legger sensatamente tutte le istorie, troverr pochissimi virtuosi capitani avere tentato di tenere simili passi, e per le ragioni dette, e perch e' non si possono chiudere tutti, sendo i monti come campagne, ed avendo non solamente le vie consuete e frequentate, ma molte altre le quali, se non sono note a' forestieri, sono note a paesani; con l'aiuto de' quali sempre sarai condotto in qualunque luogo, contro alla voglia di chi ti si oppone. Di che se ne pu addurre uno freschissimo esemplo, nel 1515. Quando Francesco re di Francia disegnava passare in Italia per la recuperazione dello stato di Lombardia, il maggior fondamento che facevono coloro ch'erano alla sua impresa contrari, era che gli Svizzeri lo terrebbono a' passi in su' monti. E, come per esperienza poi si vidde, quel loro fondamento rest vano: perch, lasciato quel Re da parte dua o tre luoghi guardati da loro, se ne venne per un'altra via incognita; e fu prima in Italia, e loro apresso, che lo avessono presentito. Talch loro sbigottiti si ritirarono in Milano, e tutti i popoli di Lombardia si accostarono alle genti franciose; sendo mancati di quella opinione avevano, che i Franciosi devessono essere ritenuti in su' monti.

24.
.
Le republiche bene ordinate .
costituiscono premii e pene .
a' loro cittadini, n compensono mai .
l'uno con l'altro. .


Erano stati i meriti di Orazio grandissimi, avendo con la sua virt vinti i Curiazii: era stato il fallo suo atroce, avendo morto la sorella: nondimeno dispiacque tanto tale omicidio a' Romani, che lo condussono a disputare della vita, non ostante che gli meriti suoi fossero tanto grandi e s freschi. La quale cosa, a chi superficialmente la considerasse, parrebbe un esemplo d'ingratitudine popolare: nondimeno, chi la esamina meglio e con migliore considerazione ricerca quali debbono essere gli ordini delle republiche, biasimer quel popolo pi tosto per averlo assoluto che per averlo voluto condannare. E la ragione  questa, che nessuna republica bene ordinata non mai cancell i demeriti con gli meriti de' suoi cittadini; ma avendo ordinati i premii a una buona opera e le pene a una cattiva ed avendo premiato uno per avere bene operato, se quel medesimo opera dipoi male, lo gastiga, sanza avere riguardo alcuno alle sue buone opere. E quando questi ordini sono bene osservati, una citt vive libera molto tempo: altrimenti sempre roviner tosto. Perch, se a un cittadino che abbia fatto qualche egregia opera per la citt, si aggiugne, oltre alla riputazione che quella cosa gli arreca, una audacia e confidenza di poter, senza temere pena, fare qualche opera non buona, diventer in brieve tempo tanto insolente che si risolver ogni civilit.
 bene necessario, volendo che sia tenuta la pena per le malvagie opere, osservare i premii per le buone, come si vide che fece Roma. E bench una republica sia povera, e possa dare poco, debbe da quel poco non astenersi, perch sempre ogni piccol dono, dato ad alcuno per ricompenso di bene ancora che grande, sar stimato, da chi lo riceve, onorevole e grandissimo.  notissima la istoria di Orazio Cocle, e quella di Muzio Scevola: come l'uno sostenne i nimici sopra un ponte, tanto che si tagliasse; l'altro si arse la mano, che aveva errato, volendo ammazzare Porsenna, re degli Toscani. A costoro per queste due opere tanto egregie fu donato dal pubblico due staiora di terra per ciascuno.  nota ancora la istoria di Manlio Capitolino. A costui, per avere salvato il Campidoglio da' Franciosi che vi erano a campo, fu dato, da quelli che insieme con lui vi erano assediati dentro, una piccola misura di farina. Il quale premio, secondo la fortuna che allora correva in Roma fu grande; e di qualit che, mosso poi Manlio o da invidia o dalla sua cattiva natura, a fare nascere sedizione in Roma e cercando guadagnarsi il popolo, fu, sanza rispetto alcuno de' suoi meriti, gittato precipite da quello Campidoglio che esso prima, con tanta sua gloria, avea salvo.

25.

Chi vuole riformare uno stato anticato .
in una citt libera, .
ritenga almeno l'ombra de' modi antichi. .


Colui che desidera o che vuole riformare uno stato d'una citt, a volere che sia accetto, e poterlo con satisfazione di ciascuno mantenere,  necessitato a ritenere l'ombra almanco de' modi antichi, acci che a' popoli non paia avere mutato ordine, ancorch, in fatto, gli ordini nuovi fussero al tutto alieni dai passati; perch lo universale degli uomini si pascono cos di quel che pare come di quello che : anzi, molte volte si muovono pi per le cose che paiono che per quelle che sono. Per questa cagione i Romani, conoscendo nel principio del loro vivere libero questa necessit, avendo in cambio d'uno re creati duoi consoli, non vollono ch'egli avessono pi che dodici littori, per non passare il numero di quelli che ministravano ai re. Oltre a di questo, faccendosi in Roma uno sacrificio anniversario, il quale non poteva essere fatto se non dalla persona del re, e volendo i Romani che quel popolo non avesse a desiderare per la assenzia degli re alcuna cosa delle antiche; crearono uno capo di detto sacrificio, il quale loro chiamarono Re Sacrificulo, e sottomessonlo al sommo Sacerdote: talmente che quel popolo per questa via venne a sodisfarsi di quel sacrificio, e non avere mai cagione, per mancamento di esso, di disiderare la ritornata de' re. E questo si debbe osservare da tutti coloro che vogliono scancellare un antico vivere in una citt, e ridurla a uno vivere nuovo e libero: perch, alterando le cose nuove le menti degli uomini, ti debbi ingegnare che quelle alterazioni ritenghino pi dello antico sia possibile; e se i magistrati variano, e di numero e d'autorit e di tempo, degli antichi, che almeno ritenghino il nome. E questo, come ho detto, debbe osservare colui che vuole ordinare uno vivere politico, o per via di republica o di regno: ma quello che vuole fare una potest assoluta, la quale dagli autori  chiamata tirannide, debbe rinnovare ogni cosa, come nel seguente capitolo si dir.

26.

Uno principe nuovo, in una citt .
o provincia presa da lui, .
debbe fare ogni cosa nuova. .


Qualunque diventa principe o d'una citt o d'uno stato, e tanto pi quando i fondamenti suoi fussono deboli e non si volga o per via di regno o di republica alla vita civile, il megliore rimedio che egli abbia, a tenere quel principato, , sendo egli nuovo principe, fare ogni cosa, in quello stato, di nuovo: come , nelle citt, fare nuovi governi con nuovi nomi, con nuove autorit, con nuovi uomini; fare i ricchi poveri, i poveri ricchi come fece Davit quando ei divent re: "qui esurientes implevit bonis, et divites dimisit inanes"; edificare, oltra di questo, nuove citt, disfare delle edificate, cambiare gli abitatori da un luogo a un altro; ed in somma, non lasciare cosa niuna intatta in quella provincia e che non vi sia n grado, n ordine n stato, n ricchezza, che chi la tiene non la riconosca da te; e pigliare per sua mira Filippo di Macedonia, padre di Alessandro, il quale, con questi modi, di piccol re, divent principe di Grecia. E chi scrive di lui, dice che tramutava gli uomini di provincia in provincia, come e' mandriani tramutano le mandrie loro. Sono questi modi crudelissimi, e nimici d'ogni vivere, non solamente cristiano, ma umano; e debbegli qualunque uomo fuggire, e volere piuttosto vivere privato, che re con tanta rovina degli uomini; nondimeno, colui che non vuole pigliare quella prima via del bene, quando si voglia mantenere conviene che entri in questo male. Ma gli uomini pigliono certe vie del mezzo, che sono dannosissime; perch non sanno essere n tutti cattivi n tutti buoni: come nel seguente capitolo, per esemplo, si mosterr.

27.

Sanno rarissime volte gli uomini .
essere al tutto cattivi o al tutto buoni. .


Papa Iulio secondo, andando nel 1505 a Bologna, per cacciare di quello stato la casa de' Bentivogli, la quale aveva tenuto il principato di quella citt cento anni, voleva ancora trarre Giovampagolo Baglioni di Perugia, della quale era tiranno, come quello che aveva congiurato contro a tutti i tiranni che occupavano le terre della Chiesa. E pervenuto presso a Perugia con questo animo e deliberazione, nota a ciascuno, non aspett di entrare in quella citt con lo esercito suo, che lo guardasse, ma vi entr disarmato, non ostante vi fusse drento Giovampagolo con gente assai, quale per difesa di s aveva ragunata. S che, portato da quel furore con il quale governava tutte le cose, con la semplice sua guardia si rimisse nelle mani del nimico; il quale dipoi ne men seco, lasciando un governatore in quella citt, che rendesse ragione per la Chiesa. Fu notata, dagli uomini prudenti che col papa erano, la temerit del papa e la vilt di Giovampagolo; n potevono estimare donde si venisse che quello non avesse, con sua perpetua fama, oppresso ad un tratto il nimico suo, e s arricchito di preda, sendo col papa tutti li cardinali, con tutte le loro delizie. N si poteva credere si fusse astenuto o per bont o per conscienza che lo ritenesse; perch in uno petto d'un uomo facinoroso, che si teneva la sorella, che aveva morti i cugini e i nipoti per regnare, non poteva scendere alcun pietoso rispetto: ma si conchiuse, nascesse che gli uomini non sanno essere onorevolmente cattivi, o perfettamente buoni, e, come una malizia ha in s grandezza, o  in alcuna parte generosa, e' non vi sanno entrare. Cos Giovampagolo, il quale non stimava essere incesto e publico parricida, non seppe, o, a dir meglio, non ard, avendone giusta occasione, fare una impresa, dove ciascuno avesse ammirato l'animo suo, e avesse di s lasciato memoria eterna, sendo il primo che avesse dimostro a' prelati, quanto sia da stimare poco chi vive e regna come loro ed avessi fatto una cosa, la cui grandezza avesse superato ogni infamia, ogni pericolo, che da quella potesse dependere.

28.

Per quale cagione i Romani .
furono meno ingrati contro agli loro .
cittadini che gli Ateniesi. .


Qualunque legge le cose fatte dalle republiche, troverr in tutte qualche spezie d'ingratitudine contro a' suoi cittadini: ma ne troverr meno in Roma che in Atene, e per avventura in qualunque altra republica. E ricercando la cagione di questo, parlando di Roma e d'Atene credo accadessi perch i Romani avevano meno cagione di sospettare de' suoi cittadini, che gli Ateniesi. Perch a Roma, ragionando di lei dalla cacciata de' Re infino a Silla e Mario, non fu mai tolta la libert da alcuno suo cittadino in modo che in lei non era grande cagione di sospettare di loro, e, per conseguente, di offendergli inconsideratamente. Intervenne bene ad Atene il contrario; perch, sendogli tolta la libert da Pisistrato nel suo pi florido tempo, e sotto uno inganno di bont; come prima la divent poi libera, ricordandosi delle ingiurie ricevute e della passata servit, divent prontissima vendicatrice, non solamente degli errori, ma della ombra degli errori de' suoi cittadini. Quinci nacque lo esilio e la morte di tanti eccellenti uomini, quinci l'ordine dell'ostracismo, ed ogni altra violenza che contro a' suoi ottimati in varii tempi da quella citt fu fatta. Ed  verissimo quello che dicono questi scrittori della civilit: che i popoli mordono pi fieramente poi ch'egli hanno recuperata la libert, che poi che l'hanno conservata. Chi considerer, adunque, quanto  detto, non biasimer in questo Atene, n lauder Roma; ma ne accuser solo la necessit, per la diversit degli accidenti che in queste citt nacquero. Perch si vedr, chi considerer le cose sottilmente che, se a Roma fusse stata tolta la libert come a Atene, non sarebbe stata Roma pi pia verso i suoi cittadini, che si fusse quella. Di che si pu fare verissima coniettura per quello che occorse, dopo la cacciata de' re, contro a Collatino ed a Publio Valerio: de' quali il primo, ancora che si trovasse a liberare Roma, fu mandato in esilio non per altra cagione che per tenere il nome de' Tarquinii; l'altro, avendo solo dato di s sospetto per edificare una casa in sul monte Celio, fu ancora per esser fatto esule. Talch si pu stimare, veduto quanto Roma fu in questi due sospettosa e severa, che l'arebbe usata la ingratitudine come Atene, se da' suoi cittadini come quella, ne' primi tempi ed innanzi allo augumento suo, fusse stata ingiuriata. E per non avere a tornare pi sopra questa materia della ingratitudine, ne dir, quello ne occorrer, nel seguente capitolo.

29.

Quale sia pi ingrato, .
o uno popolo o uno principe. .


Egli mi pare, a proposito della soprascritta materia, da discorrere quale usi con maggiori esempli questa ingratitudine, o uno popolo o uno principe. E per disputare meglio questa parte, dico, come questo vizio della ingratitudine nasce o dall'avarizia o da il sospetto. Perch, quando o uno popolo o uno principe ha mandato fuori uno suo capitano in una espedizione importante, dove quel capitano, vincendola, ne abbi acquistata assai gloria, quel principe o quel popolo  tenuto allo incontro a premiarlo: e se, in cambio di premio, o e' lo disonora o e' l'offende, mosso dall'avarizia, non volendo, ritenuto da questa cupidit, satisfarli; fa uno errore che non ha scusa, anzi si tira dietro una infamia eterna. Pure si truova molti principi che ci peccono. E Cornelio Tacito dice, con questa sentenzia, la cagione: "Proclivius est iniuriae, quam beneficio vicem exsolvere, quia gratia oneri, ultio in questu habetur". Ma quando ei non lo premia, o, a dir meglio, l'offende, non mosso da avarizia ma da sospetto, allora merita, e il popolo e il principe, qualche scusa. E di queste ingratitudini, usate per tale cagione, se ne legge assai: perch quello capitano il quale virtuosamente ha acquistato uno imperio al suo signore, superando i nimici, e riempiendo s di gloria e gli suoi soldati di ricchezze, di necessit, e con i soldati suoi, e con i nimici, e con i sudditi propri di quel principe, acquista tanta riputazione, che quella vittoria non pu sapere di buono a quel signore che lo ha mandato. E perch la natura degli uomini  ambiziosa e sospettosa, e non sa porre modo a nessuna sua fortuna,  impossibile che quel sospetto che subito nasce nel principe dopo la vittoria di quel suo capitano, non sia da quel medesimo accresciuto per qualche suo modo o termine usato insolentemente. Talch il principe non pu pensare a altro che assicurarsene: e, per fare questo, ei pensa o di farlo morire o di torgli la riputazione, che si ha guadagnata nel suo esercito o ne' suoi popoli; e con ogni industria mostrare che quella vittoria  nata non per la virt di quello ma per fortuna, o per vilt de' nimici, o per prudenza degli altri capi che sono stati seco in tale fazione. Poich Vespasiano, sendo in Giudea fu dichiarato dal suo esercito imperadore, Antonio Primo, che si trovava con un altro esercito in Illiria, prese le parti sue, e vennene in Italia contro a Vitellio, quale regnava a Roma, e virtuosissimamente ruppe dua eserciti Vitelliani, e occup Roma, talch Muziano, mandato da Vespasiano, trov, per la virt d'Antonio, acquistato il tutto, e vinta ogni difficult. Il premio che Antonio ne riport, fu che Muziano gli tolse subito la ubbidienza dello esercito, e a poco a poco lo ridusse in Roma sanza alcuna autorit: talch Antonio ne and a trovare Vespasiano, quale era ancora in Asia, dal quale fu in modo ricevuto, che, in breve tempo, ridotto in nessuno grado, quasi disperato mor. E di questi esempli ne sono piene le istorie. Ne' nostri tempi, ciascuno che al presente vive, sa con quanta industria e virt Consalvo Ferrante, militando nel regno di Napoli contro a' Franciosi, per Ferrando re di Ragona, conquistassi e vincessi quel regno; e come, per premio di vittoria, ne riport che Ferrando si part da Ragona, e, venuto a Napoli, in prima gli lev la ubbidienza delle genti d'armi, dipoi gli tolse le fortezze, ed appresso lo men seco in Spagna; dove, poco tempo poi, inonorato, mor.  tanto, dunque, naturale questo sospetto ne' principi, che non se ne possono difendere; ed  impossibile ch'egli usino gratitudine a quelli che con vittoria hanno fatto, sotto le insegne loro, grandi acquisti.
E da quello che non si difende un principe, non  miracolo, n cosa degna di maggior memoria, se uno popolo non se ne difende. Perch, avendo una citt che vive libera, duoi fini, l'uno lo acquistare, l'altro il mantenersi libera; conviene che nell'una cosa e nell'altra per troppo amore erri. Quanto agli errori nello acquistare, se ne dir nel luogo suo. Quanto agli errori per mantenersi libera, sono, intra gli altri, questi: di offendere quegli cittadini che la doverrebbe premiare; avere sospetto di quegli in cui la si doverrebbe confidare. E bench questi modi in una republica venuta alla corruzione sieno cagione di gran mali, e che molte volte piuttosto la viene alla tirannide, come intervenne a Roma di Cesare, che per forza si tolse quello che la ingratitudine gli negava; nondimeno in una republica non corrotta sono cagione di gran beni, e fanno che la ne vive libera; pi mantenendosi, per paura di punizione, gli uomini migliori e meno ambiziosi. Vero  che infra tutti i popoli che mai ebbero imperio, per le cagioni di sopra discorse, Roma fu la meno ingrata: perch della sua ingratitudine si pu dire che non ci sia altro esemplo che quello di Scipione; perch Coriolano e Cammillo furono fatti esuli per ingiuria che l'uno e l'altro avea fatto alla plebe. Ma all'uno non fu perdonato, per aversi sempre riserbato contro al popolo l'animo inimico; l'altro, non solamente fu richiamato, ma per tutti i tempi della sua vita adorato come principe. Ma la ingratitudine usata a Scipione nacque da uno sospetto che i cittadini cominciarono avere di lui, che degli altri non si era avuto: il quale nacque dalla grandezza del nimico che Scipione aveva vinto, dalla riputazione che gli aveva data la vittoria di s lunga e pericolosa guerra, dalla celerit di essa, dai favori che la giovent, la prudenza, e le altre sue memorabili virtudi gli acquistavano. Le quali cose furono tante, che, non che altro, i magistrati di Roma temevano della sua autorit: la quale cosa dispiaceva agli uomini savi, come cosa inusitata in Roma. E parve tanto straordinario il vivere suo, che Catone Prisco, riputato santo, fu il primo a fargli contro; e a dire che una citt non si poteva chiamare libera, dove era uno cittadino che fusse temuto dai magistrati. Talch se il popolo di Roma segu in questo caso la opinione di Catone, merita quella scusa che di sopra ho detto meritare quegli popoli e quegli principi che per sospetto sono ingrati. Conchiudendo adunque questo discorso, dico che, usandosi questo vizio della ingratitudine o per avarizia o per sospetto, si vedr come i popoli non mai per avarizia la usarono, e per sospetto assai manco che i principi, avendo meno cagione di sospettare: come di sotto si dir.

30.

Quali modi debbe usare uno principe .
o una republica per fuggire questo vizio .
della ingratitudine; e quali quel capitano .
o quel cittadino per non essere oppresso .
da quella. .


Uno principe, per fuggire questa necessit di avere a vivere con sospetto, o essere ingrato, debbe personalmente andare nelle espedizioni, come facevono nel principio quegli imperadori romani, come fa ne' tempi nostri il Turco, e come hanno fatto e fanno quegli che sono virtuosi. Perch, vincendo, la gloria e lo acquisto  tutto loro, e quando ei non vi sono, sendo la gloria d'altrui, non par loro potere usare quello acquisto, se non spengano in altrui quella gloria che loro non hanno saputo guadagnarsi; e diventono ingrati ed ingiusti: e sanza dubbio  maggiore la loro perdita che il guadagno. Ma quando, o per negligenza o per poca prudenza, e' si rimangono a casa oziosi, e mandano uno capitano; io non ho che precetto dare loro, altro che quello che per loro medesimi si sanno. Ma dico bene a quel capitano, giudicando io che non possa fuggire i morsi della ingratitudine, che facci una delle due cose: o subito dopo la vittoria lasci lo esercito, e rimettasi nelle mani del suo principe, guardandosi da ogni atto insolente o ambizioso, acciocch quello, spogliato d'ogni sospetto, abbia cagione o di premiarlo o di non lo offendere; o, quando questo non gli paia di fare, prenda animosamente la parte contraria, e tenga tutti quelli modi per li quali creda che quello acquisto sia suo proprio e non del principe suo, faccendosi benivoli i soldati ed i sudditi; e facci nuove amicizie co' vicini, occupi con li suoi uomini le fortezze, corrompa i principi del suo esercito, e di quelli che non pu corrompere si assicuri; e per questi modi cerchi di punire il suo signore di quella ingratitudine che esso gli userebbe. Altre vie non ci sono: ma, come di sopra si disse, gli uomini non sanno essere n al tutto tristi, n al tutto buoni; e sempre interviene che, subito dopo la vittoria, lasciare lo esercito non vogliono, portarsi modestamente non possono, usare termini violenti e che abbiano in s l'onorevole non sanno; talch, stando ambigui, intra quella loro dimora ed ambiguit, sono oppressi.
Quanto a una republica, volendo fuggire questo vizio dello ingrato, non si pu dare il medesimo rimedio che al principe; cio che vadia, e non mandi, nelle espedizioni sue, sendo necessitata a mandare uno suo cittadino. Conviene, pertanto, che per rimedio io le dia, che la tenga i medesimi modi che tenne la Republica romana a essere meno ingrata che l'altre. Il che nacque dai modi del suo governo. Perch, adoperandosi tutta la citt, e gli nobili e gli ignobili, nella guerra, surgeva sempre in Roma in ogni et tanti uomini virtuosi, ed ornati di varie vittorie, che il popolo non aveva cagione di dubitare d'alcuno di loro, sendo assai, e guardando l'uno l'altro. E in tanto si mantenevano interi e respettivi di non dare ombra di alcuna ambizione n cagione al popolo, come ambiziosi, l'offendergli, che, venendo alla dittatura quello maggiore gloria ne riportava che pi tosto la diponeva. E cos, non potendo simili modi generare sospetto, non generavano ingratitudine. In modo che, una republica che non voglia avere cagione d'essere ingrata, si debba governare come Roma, e uno cittadino che voglia fuggire quelli suoi morsi, debbe osservare i termini osservati da' cittadini romani.

31.

Che i capitani romani per errore .
commesso non furano mai .
istraordinariamente puniti; n furano .
mai ancora puniti .
quando per la ignoranza loro .
o tristi partiti presi da loro .
ne fusse seguiti danni alla republica. .


I Romani non solamente, come di sopra avemo discorso, furano manco ingrati che l'altre republiche, ma ancora furano pi pii e pi rispettivi nella punizione de' loro capitani degli eserciti che alcuna altra. Perch se il loro errore fusse stato per malizia, e' lo gastigavano umanamente; se gli era per ignoranza, non che lo punissono, e' lo premiavano ed onoravano. Questo modo del procedere era bene considerato da loro: perch e' giudicavano che fusse di tanta importanza, a quelli che governavano gli eserciti loro, lo avere l'animo libero ed espedito, e sanza altri estrinseci rispetti nel pigliare i partiti, che non volevono aggiugnere, a una cosa per s stessa difficile e pericolosa, nuove difficult e pericoli; pensando che, aggiugnendoveli, nessuno potessi essere che operassi mai virtuosamente. Verbigrazia, e' mandavano uno esercito in Grecia contro a Filippo di Macedonia, o in Italia contro a Annibale, o contro a quelli popoli che vinsono prima. Era, questo capitano che era preposto a tale espedizione, angustiato da tutte quelle cure che si arrecavano dietro quelle faccende, le quali sono gravi e importantissime. Ora, se a tali cure si fussi aggiunto pi esempli de' Romani ch'eglino avessono crucifissi o altrimenti morti quelli che avessono perdute le giornate, egli era inpossibile che quello capitano intra tanti sospetti potessi deliberare strenuamente. Per, giudicando essi che a questi tali fusse assai pena la ignominia dello avere perduto, non li vollono con altra maggiore pena sbigottire.
Uno esemplo ci , quanto allo errore commesso non per ignoranza. Erano Sergio e Virginio a campo a Veio, ciascuno preposto a una parte dello esercito; de' quali Sergio era all'incontro donde potevono venire i Toscani, e Virginio dall'altra parte. Occorse che, sendo assaltato Sergio da' Falisci e da altri popoli, sopport di essere rotto e fugato prima che mandare per aiuto a Virginio. E dall'altra parte Virginio, aspettando che si umiliasse, volle pi tosto vedere il disonore della patria sua e la rovina di quello esercito, che soccorrerlo. Caso veramente malvagio e degno d'essere notato, e da fare non buona coniettura della Republica romana, se l'uno o l'altro non fussono stati gastigati. Vero  che, dove un'altra republica gli averebbe puniti di pena capitale, quella gli pun in denari. Il che nacque non perch i peccati loro non meritassono maggiore punizione, ma perch gli Romani vollono in questo caso, per le ragioni gi dette, mantenere gli antichi costumi loro. E quando agli errori per ignoranza, non ci  il pi bello esemplo che quello di Varrone: per la temerit del quale sendo rotti i Romani a Canne da Annibale, dove quella Republica port pericolo della sua libert; nondimeno, perch vi fu ignoranza e non malizia, non solamente non lo gastigarono ma lo onorarono; e gli and incontro, nella tornata sua in Roma, tutto l'ordine senatorio: e non lo potendo ringraziare della zuffa, lo ringraziarono ch'egli era tornato in Roma, e non si era disperato delle cose romane. Quando Papirio Cursore voleva fare morire Fabio, per avere, contro al suo comandamento, combattuto co' Sanniti; intra le altre ragioni che dal padre di Fabio erano assegnate contro alla ostinazione del dittatore, era che il popolo romano in alcuna perdita de' suoi capitani non aveva fatto mai quello che Papirio nelle vittorie voleva fare.

32.

Una republica o uno principe .
non debbe differire .
a beneficare gli uomini .
nelle sue necessitadi. .


Ancora che ai Romani succedesse felicemente essere liberali al popolo, sopravvenendo il pericolo, quando Porsenna venne a assaltare Roma per rimettere i Tarquinii; dove il Senato, dubitando della plebe, che la non volesse pi tosto accettare i re che sostenere la guerra, per assicurarsene la sgrav delle gabelle del sale, e d'ogni gravezza, dicendo come i poveri assai operavano in beneficio publico se ei nutrivono i loro figliuoli; e che per questo beneficio quel popolo si esponessi a sopportare ossidione, fame e guerra; non sia alcuno che, confidatosi in questo esemplo, differisca ne' tempi de' pericoli a guadagnarsi il popolo; per che mai gli riuscir quello che riusc ai Romani. Perch l'universale giudicher non avere quel bene da te, ma dagli avversari tuoi, e dovendo temere che, passata la necessit, tu ritolga loro quello che hai forzatamente loro dato, non ar teco obligo alcuno. E la cagione perch a' Romani torn bene questo partito, fu perch lo stato era nuovo, e non per ancora fermo; e aveva veduto quel popolo, come innanzi si erano fatte leggi in beneficio suo, come quella dell'appellagione alla plebe; in modo che ei potette persuadersi che quel bene gli era fatto, non era tanto causato dalla venuta dei nimici, quanto dalla disposizione del Senato in beneficarli. Oltre a questo, la memoria dei re era fresca, dai quali erano stati in molti modi vilipesi e ingiuriati. E perch simili cagioni accaggiono rade volte, occorrer ancora rade volte che simili rimedi giovino. Per, debbe qualunque tiene stato, cos republica come principe, considerare innanzi, quali tempi gli possono venire addosso contrari, e di quali uomini ne' tempi avversi si pu avere di bisogno; e dipoi vivere con loro in quello modo che giudica, sopravvegnente qualunque caso, essere necessitato vivere. E quello che altrimenti si governa, o principe o republica, e massime un principe, e poi in sul fatto crede, quando il pericolo sopravviene, con i beneficii riguadagnarsi gli uomini, se ne inganna: perch, non solamente non se ne assicura, ma accelera la sua rovina.

33.

Quando uno inconveniente  cresciuto .
o in uno stato o contro a uno stato, .
 pi salutifero partito temporeggiarlo .
che urtarlo. .


Crescendo la Republica romana in riputazione, forze ed imperio, i vicini, i quali prima non avevano pensato quanto quella nuova republica potesse arrecare loro di danno, cominciarono, ma tardi, a conoscere lo errore loro; e volendo rimediare a quello che prima non aveano rimediato, congiurarono bene quaranta popoli contro a Roma: donde i Romani intra gli altri rimedii soliti farsi da loro negli urgenti pericoli, si volsono a creare il Dittatore, cio dare potest a uno uomo che sanza alcuna consulta potesse diliberare, e sanza alcuna appellagione potesse esequire le sue diliberazioni. Il quale rimedio, come allora fu utile, e fu cagione che vincessero i soprastanti pericoli, cos fu sempre utilissimo in tutti quegli accidenti che, nello augumento dello imperio, in qualunque tempo surgessono contro alla Republica.
Sopra il quale accidente  da discorrere prima, come, quando uno inconveniente, che surga o in una republica o contro a una republica, causato da cagione intrinseca o estrinseca,  diventato tanto grande che e' cominci a fare paura a ciascuno,  molto pi sicuro partito temporeggiarsi con quello, che tentare di estinguerlo. Perch, quasi sempre, coloro che tentano di ammorzarlo fanno le sue forze maggiori, e fanno accelerare quel male che da quello si sospettava. E di questi simili accidenti ne nasce nella republica pi spesso per cagione intrinseca che estrinseca: dove molte volte, o e' si lascia pigliare ad uno cittadino pi forze che non  ragionevole, o e' si comincia a corrompere una legge, la quale  il nervo e la vita del vivere libero; e lasciasi trascorrere questo errore in tanto, che gli  pi dannoso partito il volere rimediare che lasciarlo seguire. E tanto  pi difficile il conoscere questi inconvenienti quando e' nascono, quanto e' pare pi naturale agli uomini favorire sempre i principii delle cose: e tali favori possano, pi che in alcuna altra cosa, nelle opere che paiano che abbiano in s qualche virt e siano operate da' giovani. Perch se in una republica si vede surgere uno giovane nobile, quale abbia in s virt istraordinaria, tutti gli occhi de' cittadini si cominciono a voltare verso lui e concorrere,sanza alcuno rispetto, a onorarlo; in modo che, se in quello  punto d'ambizione, accozzati i favori che gli d la natura e questo accidente, viene subito in luogo che, quando i cittadini si avveggono dello errore loro, hanno pochi rimedi ad ovviarvi e volendo quegli tanti ch'egli hanno, operarli, non fanno altro che accelerare la potenza sua.
Di questo se ne potrebbe addurre assai esempli, ma io ne voglio solamente dare uno della citt nostra. Cosimo de' Medici, dal quale la casa de' Medici in la nostra citt ebbe il principio della sua grandezza, venne in tanta riputazione col favore che gli dette la sua prudenza e la ignoranza degli altri cittadini, che ei cominci a fare paura allo stato, in modo che gli altri cittadini giudicavano l'offenderlo pericoloso ed il lasciarlo stare cos, pericolosissimo. Ma vivendo in quei tempi Niccol da Uzzano, il quale nelle cose civili era tenuto uomo espertissimo, ed avendo fatto il primo errore di non conoscere i pericoli che dalla riputazione di Cosimo potevano nascere; mentre che visse, non permesse mai che si facesse il secondo, cio che si tentasse di volerlo spegnere; giudicando tale tentazione essere al tutto la rovina dello stato loro; come si vide in fatto, che fu, dopo la sua morte: perch, non osservando quegli cittadini che rimasono, questo suo consiglio, si feciono forti contro a Cosimo, e lo cacciorono da Firenze. Donde ne nacque che la sua parte, per questa ingiuria risentitasi, poco di poi lo richiam, e lo fece principe della republica: a il quale grado sanza quella manifesta opposizione non sarebbe mai potuto salire.
Questo medesimo intervenne a Roma con Cesare, che, favorita da Pompeio e dagli altri quella sua virt, si convert poco dipoi quel favore in paura: di che fa testimone Cicerone, dicendo che Pompeio aveva tardi cominciato a temere Cesare. La quale paura fece che pensarono ai rimedi; e gli rimedi che fecero, accelerarono la rovina della loro Republica.
Dico, adunque, che poi che gli  difficile conoscere questi mali quando ei surgano, causata questa difficult da uno inganno che ti fanno le cose in principio,  pi savio partito il temporeggiarle poi che le si conoscono, che l'oppugnarle: perch, temporeggiandole, o per loro medesime si spengono, o almeno il male si differisce in pi lungo tempo. E in tutte le cose debbono aprire gli occhi i principi che disegnano cancellarle o alle forze ed impeto loro opporsi; di non dare loro, in cambio di detrimento, augumento; e, credendo sospingere una cosa, tirarsela dietro, ovvero suffocare una pianta a annaffiarla. Ma si debbano considerare bene le forze del malore, e quando ti vedi sufficiente a sanare quello, metterviti sanza rispetto; altrimenti lasciarlo stare, n in alcun modo tentarlo. Perch interverrebbe, come di sopra si discorre, come intervenne a' vicini di Roma: ai quali, poich Roma era cresciuta in tanta potenza, era pi salutifero con gli modi della pace cercare di placarla e ritenerla addietro, che coi modi della guerra farle pensare ai nuovi ordini e alle nuove difese. Perch quella loro congiura non fece altro che farli pi uniti, pi gagliardi, e pensare a modi nuovi, mediante i quali in pi breve tempo ampliarono la potenza loro. Intra i quali fu la creazione del Dittatore; per lo quale nuovo ordine, non solamente superarono i soprastanti pericoli ma fu cagione di ovviare a infiniti mali, ne' quali sanza quello rimedio quella republica sarebbe incorsa.

34.

L'autorit dittatoria fece bene, .
e non danno, alla Republica romana: .
e come le autorit che i cittadini .
si tolgono, non quelle che sono loro .
dai suffragi liberi date, .
sono alla vita civile perniziose. .


E' sono stati dannati da alcuno scrittore quelli Romani che trovarono in quella citt modo di creare il Dittatore, come cosa che fosse cagione, col tempo, della tirannide di Roma; allegando, come il primo tiranno che fosse in quella citt la comand sotto questo titolo dittatorio; dicendo che, se non vi fusse stato questo Cesare non arebbe potuto sotto alcuno titolo publico adonestare la sua tirannide. La quale cosa non fu bene, da colui che tiene questa opinione, esaminata, e fu fuori d'ogni ragione creduta. Perch, e' non fu il nome n il grado del Dittatore che facesse serva Roma, ma fu l'autorit presa dai cittadini per la lunghezza dello imperio: e se in Roma fusse mancato il nome dittatorio, ne arebbono preso un altro; perch e' sono le forze che facilmente si acquistano i nomi, non i nomi le forze. E si vede che 'l Dittatore, mentre fu dato secondo gli ordini publici, e non per autorit propria, fece sempre bene alla citt. Perch e' nuocono alle republiche i magistrati che si fanno e l'autoritadi che si dnno per vie istraordinarie, non quelle che vengono per vie ordinarie: come si vede che segu in Roma, in tanto processo di tempo, che mai alcuno Dittatore fece se non bene alla Republica.
Di che ce ne sono ragioni evidentissime. Prima, perch a volere che un cittadino possa offendere, e pigliarsi autorit istraordinaria, conviene ch'egli abbia molte qualit, le quali in una republica non corrotta non pu mai avere: perch gli bisogna essere ricchissimo, ed avere assai aderenti e partigiani, i quali non pu avere dove le leggi si osservano; e quando pure ve gli avessi, simili uomini sono in modo formidabili, che i suffragi liberi non concorrano in quelli. Oltra di questo, il Dittatore era fatto a tempo, e non in perpetuo, e per ovviare solamente a quella cagione mediante la quale era creato; e la sua autorit si estendeva in potere diliberare per s stesso circa i rimedi di quello urgente pericolo, e fare ogni cosa sanza consulta, e punire ciascuno sanza appellagione: ma non poteva fare cosa che fussi in diminuzione dello stato; come sarebbe stato trre autorit al Senato o al Popolo, disfare gli ordini vecchi della citt, e farne de' nuovi. In modo che, raccozzato il breve tempo della sua dittatura, e le autorit limitate che egli aveva, ed il popolo romano non corrotto; era impossibile ch'egli uscisse de' termini suoi, e nocessi alla citt: e per esperienza si vede che sempre mai giov.
E veramente, infra gli altri ordini romani, questo  uno che merita essere considerato e numerato infra quegli che furono cagione della grandezza di tanto imperio; perch sanza uno simile ordine le cittadi con difficult usciranno degli accidenti istraordinari. Perch gli ordini consueti nelle republiche hanno il moto tardo (non potendo alcuno consiglio n alcuno magistrato per s stesso operare ogni cosa, ma avendo in molte cose bisogno l'uno dell'altro, e perch nel raccozzare insieme questi voleri va tempo) sono i rimedi loro pericolosissimi, quando egli hanno a rimediare a una cosa che non aspetti tempo. E per le republiche debbano intra loro ordini avere uno simile modo: e la Republica viniziana, la quale intra le moderne republiche  eccellente, ha riservato autorit a pochi cittadini, che ne' bisogni urgenti, sanza maggiore consulta, tutti d'accordo possino deliberare. Perch, quando in una republica manca uno simile modo,  necessario, o, servando gli ordini, rovinare, o, per non ruinare, rompergli. Ed in una republica non vorrebbe mai accadere cosa che con modi straordinari si avesse a governare. Perch, ancora che il modo straordinario per allora facesse bene, nondimeno lo esemplo fa male; perch si mette una usanza di rompere gli ordini per bene, che poi, sotto quel colore, si rompono per male. Talch mai fia perfetta una republica, se con le leggi sue non ha provisto a tutto, e ad ogni accidente posto il rimedio, e dato il modo a governarlo. E per, conchiudendo, dico che quelle republiche, le quali negli urgenti pericoli non hanno rifugio o al Dittatore o a simili autoritadi, sempre ne' gravi accidenti rovineranno.  da notare in questo nuovo ordine il modo dello eleggerlo, quanto dai Romani fu saviamente provisto. Perch, sendo la creazione del Dittatore con qualche vergogna dei Consoli, avendo, di capi della citt, a divenire sotto una ubbidienza come gli altri; e presupponendo che di questo avessi a nascere isdegno fra' cittadini; vollono che l'autorit dello eleggerlo fosse nei Consoli: pensando che, quando l'accidente venisse che Roma avesse bisogno di questa regia potest, ei lo avessono a fare volentieri e facendolo loro, che dolesse loro meno. Perch le ferite ed ogni altro male che l'uomo si fa da s spontaneamente e per elezione, dolgano di gran lunga meno, che quelle che ti sono fatte da altrui. Ancora che poi negli ultimi tempi i Romani usassono, in cambio del Dittatore, di dare tale autorit al Console, con queste parole: "Videat Consul, ne Respublica quid detrimenti capiat". E per tornare alla materia nostra, conchiudo, come i vicini di Roma, cercando opprimergli, gli fecerono ordinare, non solamente a potersi difendere, ma a potere, con pi forza, pi consiglio e pi autorit, offendere loro.

35.

La cagione perch la creazione in Roma .
del Decemvirato fu nociva alla libert .
di quella republica, non ostante .
che fusse creato per suffragi publici .
e liberi. .


E' pare contrario a quel che di sopra  discorso, che quella autorit che si occupa con violenza, non quella ch' data con gli suffragi, nuoce alle republiche, la elezione dei dieci cittadini creati dal Popolo romano per fare le leggi in Roma: i quali ne diventarono con il tempo tiranni, e sanza alcuno rispetto occuparono la libert di quella. Dove si debbe considerare i modi del dare l'autorit e il tempo per che la si d. E quando e' si dia autorit libera, col tempo lungo, chiamando il tempo lungo uno anno o pi, sempre fia pericolosa, e far gli effetti o buoni o rei, secondo che siano rei o buoni coloro a chi la sar data. E se si considerr l'autorit che ebbero i Dieci, e quella che avevano i Dittatori, si vedr, sanza comparazione, quella de' Dieci maggiore. Perch, creato il Dittatore, rimanevano i Tribuni, i Consoli, il Senato, con la loro autorit; n il Dittatore la poteva trre loro: e s'egli avessi potuto privare, uno del Consolato, uno del Senato, ei non poteva annullare l'ordine senatorio, e fare nuove leggi. In modo che il Senato, i Consoli, i Tribuni, restando con l'autorit loro, venivano a essere come sua guardia, a farlo non uscire della via diritta. Ma nella creazione de' Dieci occorse tutto il contrario: perch gli annullorono i Consoli ed i Tribuni; dettero loro autorit di fare legge, ed ogni altra cosa, come il Popolo romano. Talch, trovandosi soli, sanza Consoli, sanza Tribuni, sanza appellagione al Popolo; e per questo non venendo ad avere chi gli osservasse ei poterono, il secondo anno, mossi dall'ambizione di Appio, diventare insolenti. E per questo si debbe notare, che, quando e' si  detto che una autorit, data da' suffragi liberi, non offese mai alcuna republica, si presuppone che un popolo non si conduca mai a darla, se non con le debite circunstanze e ne' debiti tempi: ma quando, o per essere ingannato, o per qualche altra cagione che lo accecasse, e' si conducesse a darla imprudentemente, e nel modo che il Popolo romano la dette a' Dieci gl'interverr sempre come a quello. Questo si prova facilmente, considerando quali cagioni mantenessero i Dittatori buoni, e quali facessero i Dieci cattivi; e considerando ancora, come hanno fatto quelle republiche che sono state tenute bene ordinate, nel dare l'autorit per lungo tempo, come davano gli Spartani agli loro Re, e come dnno i Viniziani ai loro Duci: perch si vedr, all'uno ed all'altro modo di costoro essere poste guardie, che facevano che ei non potevano usare male quella autorit. N giova, in questo caso, che la materia non sia corrotta; perch una autorit assoluta in brevissimo tempo corrompe la materia e si fa amici e partigiani. N gli nuoce, o essere povero, o non avere parenti; perch le ricchezze ed ogni altro favore subito gli corre dietro: come particularmente nella creazione de' detti Dieci discorrereno.

36.

Non debbano i cittadini, .
che hanno avuti i maggiori onori, .
sdegnarsi de' minori. .


Avevano i Romani fatto Marco Fabio e G. Manilio consoli, e vinta una gloriosissima giornata contro a' Veienti e gli Etruschi; nella quale fu morto Quinto Fabio, fratello del consolo, quale lo anno davanti era stato consolo. Dove si debbe considerare quanto gli ordini di quella citt erano atti a farla grande; e quanto le altre republiche, che si discostono da' modi suoi, s'ingannino. Perch, ancora che i Romani fossono amatori grandi della gloria, nondimeno non stimavano cos disonorevole ubbidire ora a chi altra volta essi avevano comandato, e trovarsi a servire in quello esercito del quale erano stati principi. Il quale costume  contrario alla opinione, ordini e modi de' cittadini de' tempi nostri: ed in Vinegia  ancora questo errore, che uno cittadino, avendo avuto un grado grande, si vergogni di accettarne uno minore; e la citt gli consenta che se ne possa discostare. La quale cosa, quando fusse onorevole per il privato,  al tutto inutile per il publico. Perch pi speranza debbe avere una republica, e pi confidare in uno cittadino che da uno grado grande scenda a governare uno minore che in quello che da uno minore salga a governare uno maggiore. Perch a costui non pu ragionevolmente credere, se non gli vede uomini intorno, i quali siano di tanta riverenza o di tanta virt che la novit di colui possa essere, con il consiglio ed autorit loro, moderata. E quando in Roma fosse stata la consuetudine quale  a Vinegia e nell'altre republiche e regni moderni, che chi era stato una volta Consolo non volesse mai pi andare negli eserciti se non Consolo, ne sarebbero nate infinite cose in disfavore del vivere libero; e per gli errori che arebbon fatti gli uomini nuovi, e per l'ambizione che loro arebbono potuta usare meglio, non avendo uomini intorno, nel cospetto de' quali ei temessono errare; e cos sarebbero venuti a essere pi sciolti: il che sarebbe tornato tutto in detrimento publico.

37.

Quali scandoli partor in Roma .
la legge agraria: e come fare una legge .
in una republica, che riguardi .
assai indietro, e sia contro a una .
consuetudine antica della citt, .
 scandolosissimo. .


Egli  sentenzia degli antichi scrittori, come gli uomini sogliono affliggersi nel male e stuccarsi nel bene; e come dall'una e dall'altra di queste due passioni nascano i medesimi effetti. Perch, qualunque volta  tolto agli uomini il combattere per necessit, combattono per ambizione; la quale  tanto potente ne' petti umani, che mai, a qualunque grado si salgano, gli abbandona. La cagione , perch la natura ha creati gli uomini in modo che possono desiderare ogni cosa, e non possono conseguire ogni cosa: talch, essendo sempre maggiore il desiderio che la potenza dello acquistare, ne risulta la mala contentezza di quello che si possiede, e la poca sodisfazione d'esso. Da questo nasce il variare della fortuna loro: perch, disiderando gli uomini, parte di avere pi, parte temendo di non perdere lo acquistato, si viene alle inimicizie ed alla guerra; dalla quale nasce la rovina di quella provincia e la esaltazione di quell'altra. Questo discorso ho fatto, perch alla Plebe romana non bast assicurarsi de' nobili per la creazione de' Tribuni, al quale desiderio fu costretta per necessit; che lei, subito, ottenuto quello, cominci a combattere per ambizione, e volere con la Nobilt dividere gli onori e le sustanze, come cosa stimata pi dagli uomini. Da questo nacque il morbo che partor la contenzione della legge agraria, che infine fu causa della distruzione della Republica. E perch le republiche bene ordinate hanno a tenere ricco il publico e gli loro cittadini, poveri, convenne che fusse nella citt di Roma difetto in questa legge: la quale o non fusse fatta nel principio in modo che la non si avesse ogni d a ritrattare, o che si differisse tanto in farla, che fosse scandoloso il riguardarsi indietro o, sendo ordinata bene da prima, era stata poi dall'uso corrotta, talch in qualunque modo si fusse, mai non si parl di questa legge in Roma, che quella citt non andasse sottosopra.
Aveva questa legge due capi principali. Per l'uno si disponeva che non si potesse possedere per alcuno cittadino pi che tanti iugeri di terra; per l'altro, che i campi di che si privavano i nimici, si dividessono intra il popolo romano. Veniva pertanto a fare di dua sorte offese ai nobili: perch quegli che possedevano pi beni non permetteva la legge (quali erano la maggiore parte de' nobili), ne avevano a essere privi, e dividendosi intra la plebe i beni de' nimici, si toglieva a quegli la via dello arricchire. Sicch, venendo a essere queste offese contro a uomini potenti, e, che pareva loro, contrastandola, difendere il publico, qualunque volta, come  detto, si ricordava, andava sottosopra tutta quella citt: e i nobili con pazienza ed industria la temporeggiavano o con trarre fuora uno esercito o che a quel Tribuno che la proponeva si opponesse un altro Tribuno, o talvolta cederne parte, ovvero mandare una colonia in quel luogo che si avesse a distribuire: come intervenne del contado di Anzio, per il quale surgendo questa disputa della legge, si mand in quel luogo una colonia, tratta di Roma, alla quale si consegnasse detto contado. Dove Tito Livio usa un termine notabile, dicendo che con difficult si trov in Roma chi desse il nome per ire in detta colonia: tanto era quella plebe pi pronta a volere desiderare le cose in Roma, che a possederle in Anzio. And questo omore di questa legge, cos, travagliandosi un tempo, tanto che gli Romani cominciarono a condurre le loro armi nelle estreme parti di Italia, o fuori di Italia; dopo al quale tempo parve che la cessassi. Il che nacque perch i campi che possedevano i nimici di Roma essendo discosti agli occhi della plebe, ed in luogo dove non gli era facile il cultivargli, veniva a essere meno desiderosa di quegli: e ancora i Romani erano meno punitori de' loro nimici in simil modo; e quando pure spogliavano alcuna terra del suo contado, vi distribuivano colonie. Tanto che, per tali cagioni, questa legge stette come addormentata infino ai Gracchi; da' quali essendo poi svegliata, rovin al tutto la libert romana; perch la trov raddoppiata la potenza de' suoi avversari, e si accese, per questo, tanto odio intra la Plebe ed il Senato, che si venne nelle armi ed al sangue, fuori d'ogni modo e costume civile. Talch, non potendo i publici magistrati rimediarvi, n sperando pi alcuna delle fazioni in quegli, si ricorse ai rimedi privati, e ciascuna delle parti pens di farsi uno capo che la difendesse. Prevenne in questo scandolo e disordine la plebe, e volse la sua riputazione a Mario tanto che la lo fece quattro volte consule; ed in tanto continov con pochi intervalli il suo consolato, che si potette per s stesso far consulo tre altre volte. Contro alla quale peste non avendo la Nobilit alcuno rimedio, si volse a favorire Silla; e fatto, quello, capo della parte sua, vennero alle guerre civili; e, dopo molto sangue e variare di fortuna, rimase superiore la Nobilit. Risuscitarono poi questi omori a tempo di Cesare e di Pompeio; perch, fattosi Cesare capo della parte di Mario, e Pompeio di quella di Silla, venendo alle mani, rimase superiore Cesare: il quale fu primo tiranno in Roma; talch mai fu poi libera quella citt.
Tale, adunque, principio e fine ebbe la legge agraria. E bench noi mostrassimo altrove, come le inimicizie di Roma intra il Senato e la Plebe mantenessero libera Roma, per nascerne, da quelle, leggi in favore della libert, e per questo paia disforme a tale conclusione il fine di questa legge agraria; dico come, per questo, io non mi rimuovo da tale opinione: perch gli  tanta l'ambizione de' grandi, che, se per varie vie ed in vari modi ella non  in una citt sbattuta, tosto riduce quella citt alla rovina sua. In modo che, se la contenzione della legge agraria pen trecento anni a fare Roma serva, si sarebbe condotta, per avventura, molto pi tosto in servit quando la plebe, e con questa legge e con altri suoi appetiti, non avesse sempre frenato l'ambizione de' nobili. Vedesi per questo ancora, quanto gli uomini stimano pi la roba che gli onori. Perch la Nobilit romana sempre negli onori cede sanza scandoli straordinari alla plebe; ma come si venne alla roba fu tanta la ostinazione sua nel difenderla, che la plebe ricorse, per isfogare l'appetito suo, a quegli straordinari che di sopra si discorrono. Del quale disordine furono motori i Gracchi, de' quali si debbe laudare pi la intenzione che la prudenzia. Perch, a volere levar via uno disordine cresciuto in una republica, e per questo fare una legge che riguardi assai indietro,  partito male considerato; e, come di sopra largamente si discorse, non si fa altro che accelerare quel male, a che quel disordine ti conduce: ma, temporeggiandolo, o il male viene pi tardo, o per s medesimo col tempo avanti che venga al fine suo, si spegne.

38.

Le republiche deboli sono male risolute .
e non si sanno diliberare; e se le pigliano .
mai alcun partito, nasce pi da necessit .
che da elezione. .


Essendo in Roma una gravissima pestilenza, e parendo per questo agli Volsci ed agli Equi che fusse venuto il tempo di potere oppressare Roma, fatto questi due popoli uno grossissimo esercito, assaltarono i Latini e gli Ernici; e guastando il loro paese, furono costretti i Latini e gli Ernici farlo intendere a Roma, e pregare che fossero difesi da' Romani: ai quali, sendo i Romani gravati dal morbo, risposero che pigliassero partito di difendersi da loro medesimi e con le loro armi, perch essi non gli potevano difendere. Dove si conosce la generosit e prudenza di quel Senato, e come sempre in ogni fortuna volle essere quello che fusse principe delle diliberazioni che avessero a pigliare i suoi; n si vergogn mai diliberare una cosa che fusse contraria al suo modo di vivere o ad altre diliberazioni fatte da lui, quando la necessit gliene comandava.
Questo dico, perch altre volte il medesimo Senato aveva vietato ai detti popoli l'armarsi e difendersi; talch a uno Senato meno prudente di questo sarebbe paruto cadere del grado suo a concedere loro tale difensione. Ma quello sempre giudic le cose come si debbano giudicare, e sempre prese il meno reo partito per migliore: perch male gli sapeva non potere difendere i suoi sudditi, male gli sapeva che si armassero sanza loro, per le ragioni dette e per molte altre che s'intendano: nondimeno, conoscendo che si sarebbono armati, per necessit, a ogni modo, avendo il nimico addosso; prese la parte onorevole, e volle che quello che gli aveano a fare, lo facessero con licenza sua, acciocch, avendo disubbidito per necessit, non si avvezzassero a disubbidire per elezione. E bench questo paia partito che da ciascuna republica dovesse essere preso, nientedimeno le republiche deboli e male consigliate non gli sanno pigliare, n si sanno onorare di simili necessit. Aveva il duca Valentino presa Faenza, e fatto calare Bologna agli accordi suoi. Dipoi, volendo tornarsene a Roma per la Toscana, mand in Firenze uno suo uomo a domandare il passo per s e per lo esercito suo. Consultossi in Firenze come si avesse a governare questa cosa, n fu mai consigliato per alcuno di concedergliene. In che non si segu il modo romano: perch, sendo il Duca armatissimo, ed i Fiorentini in modo disarmati che non gli potevan vietare il passare, era molto pi onore loro, che paresse che passasse con volont di quegli, che a forza; perch, dove vi fu al tutto il loro vituperio, sarebbe stato in parte minore quando l'avessero governata altrimenti. Ma la pi cattiva parte che abbiano le republiche deboli,  essere inresolute; in modo che tutti i partiti che le pigliono, gli pigliono per forza; e se vien loro fatto alcun bene, lo fanno forzate, e non per prudenza loro.
Io voglio dare di questo due altri esempli, occorsi ne' tempi nostri, nello stato della nostra citt.
Nel 1500, ripreso che il re Luigi XII di Francia ebbe Milano, desideroso di rendervi Pisa, per avere cinquantamila ducati che gli erano stati promessi da' Fiorentini dopo tale restituzione, mand gli suoi eserciti verso Pisa, capitanati da monsignore di Beumonte; bench francese, nondimanco uomo in cui i Fiorentini assai confidavano. Condussesi questo esercito e questo capitano intra Cascina e Pisa, per andare a combattere le mura; dove dimorando alcuno giorno per ordinarsi alla espugnazione, vennono oratori Pisani a Beumonte, e gli offerirono di dare la citt allo esercito francese con questi patti: che, sotto la fede del re, promettesse non la mettere in mano de' Fiorentini, prima che dopo quattro mesi. Il quale partito fu da' Fiorentini al tutto rifiutato, in modo che si segu nello andarvi a campo e partirsene con vergogna. N fu rifiutato il partito per altra cagione che per diffidare della fede del re; come quegli che per debolezza di consiglio si erano per forza messi nelle mani sue, e, dall'altra parte, non se ne fidavano, ne vedevano quanto era meglio che il re potesse rendere loro Pisa sendovi dentro, e, non la rendendo, scoprire l'animo suo, che, non la avendo, poterla loro promettere, e loro essere forzati comperare quelle promesse. Talch, molto pi utilmente arebbono fatto a acconsentire che Beumonte l'avessi, sotto qualunque promessa, presa: come se ne vide la esperienza dipoi nel 1502, che, essendosi ribellato Arezzo, venne ai soccorsi de' Fiorentini mandato da il re di Francia monsignor Imbalt con gente francese; il quale, giunto propinquo ad Arezzo, dopo poco tempo cominci a praticare accordo con gli Aretini, i quali sotto certa fede volevon dare la terra, a similitudine de' Pisani. Fu rifiutato in Firenze tale partito; il che veggendo monsignor Imbalt, e parendogli come i Fiorentini se ne intendessero poco, cominci a tenere le pratiche dello accordo da s, sanza partecipazione de' Commessari: tanto che ei lo conchiuse a suo modo, e, sotto quello, con le sue genti se n'entr in Arezzo, faccendo intendere ai Fiorentini come egli erano matti, e non s'intendevano delle cose del mondo: che, se volevano Arezzo, lo facessero intendere a il re, il quale lo poteva dare loro molto meglio, avendo le sua gente in quella citt, che fuori. Non si restava in Firenze di lacerare e biasimare detto Imbalt; n si rest mai infino a tanto che si conobbe che, se Beumonte fosse stato simile a Imbalt, si sarebbe avuto Pisa come Arezzo.
E cos, per tornare a proposito, le republiche inresolute non pigliono mai partiti buoni, se non per forza, perch la debolezza loro non le lascia mai deliberare dove  alcuno dubbio; e se quel dubbio non  cancellato da una violenza che le sospinga, stanno sempre mai sospese.

39.

In diversi popoli si veggano spesso .
i medesimi accidenti. .


E' si conosce facilmente, per chi considera le cose presenti e le antiche, come in tutte le citt ed in tutti i popoli sono quegli medesimi desiderii e quelli medesimi omori, e come vi furono sempre. In modo che gli  facil cosa, a chi esamina con diligenza le cose passate, prevedere in ogni republica le future, e farvi quegli rimedi che dagli antichi sono stati usati; o, non ne trovando degli usati, pensarne de' nuovi, per la similitudine degli accidenti. Ma perch queste considerazioni sono neglette, o non intese da chi legge, o, se le sono intese, non sono conosciute da chi governa; ne seguita che sempre sono i medesimi scandoli in ogni tempo.
Avendo la citt di Firenze, dopo il 94, perso parte dello imperio suo, come Pisa ed altre terre, fu necessitata fare guerra a coloro che le occupavano. E perch chi le occupava era potente, ne seguiva che si spendeva assai nella guerra, sanza alcun frutto; dallo spendere assai, ne risultava assai gravezze; dalle gravezze, infinite querele del popolo: e perch questa guerra era amministrata da uno magistrato di dieci cittadini che si chiamavano i Dieci della guerra, l'universale cominci a recarselo in dispetto, come quello che fusse cagione e della guerra e delle spese d'essa; e cominci a persuadersi che, tolto via detto magistrato, fusse tolto via la guerra, tanto che, avendosi a rifare, non se gli fecero gli scambi; e lasciatosi spirare, si mandarono le azioni sue alla Signoria. La quale diliberazione fu tanto perniziosa, che, non solamente non lev la guerra, come lo universale si persuadeva, ma, tolto via quegli uomini che con prudenza l'amministravano, ne segu tanto disordine, che, oltre a Pisa, si perd Arezzo e molti altri luoghi: in modo che, ravvedutosi il popolo dello errore suo, e come la cagione del male era la febbre e non il medico, rifece il magistrato de' Dieci. Questo medesimo omore si lev in Roma contro al nome de' Consoli: perch veggendo quello popolo nascere l'una guerra dall'altra, e non poter mai riposarsi; dove e' dovevano pensare che la nascessi dall'ambizione de' vicini che gli volevano opprimere, pensavano nascessi dall'ambizione de' nobili, che, non potendo dentro in Roma gastigare la Plebe difesa dalla potest tribunizia, la volevon condurre fuora di Roma sotto i Consoli, per oppressarla dove la non aveva aiuto alcuno. E pensarono, per questo, che fusse necessario o levar via i Consoli, o regolare in modo la loro potest, che e' non avessono autorit sopra il popolo n fuori n in casa. Il primo che tent questa legge, fu uno Terentillo tribuno; il quale proponeva che si dovessero creare cinque uomini che dovessero considerare la potenza de' Consoli, e limitarla. Il che alter assai la Nobilit, parendogli che la maiest dello imperio fusse al tutto declinata, talch alla Nobilit non restasse pi alcun grado in quella Republica. Fu nondimeno tanta l'ostinazione de' Tribuni, che 'l nome consolare si spense; e furono in fine contenti, dopo qualche altro ordine, pi tosto creare Tribuni con potest consolare, che Consoli: tanto avevano pi in odio il nome che l'autorit loro. E cos seguitarono lungo tempo, infine che, conosciuto l'errore loro, come i Fiorentini ritornarono a' Dieci, cos loro ricreorno i Consoli.

40.

La creazione del Decemvirato in Roma, .
e quello che in essa  da notare: .
dove si considera, intra molte altre cose, .
come si pu o salvare, per simile .
accidente, o oppressare una republica. .


Volendo discorrere particularmente sopra gli accidenti che nacquero in Roma per la creazione del Decemvirato, non mi pare soperchio narrare, prima, tutto quello che segu per simile creazione, e dopo disputare quelle parti che sono, in esse azioni, notabili: le quali sono molte e di grande considerazione, cos per coloro che vogliono mantenere una republica libera, come per quelli che disegnassono sottometterla. Perch in tale discorso si vedr, molti errori fatti dal Senato e dalla plebe in disfavore della libert; e molti errori fatti da Appio, capo del Decemvirato, in disfavore di quella tirannide che egli si aveva presupposto stabilire in Roma. Dopo molte disputazioni e contenzioni seguite intra il Popolo e la Nobilit per fermare nuove leggi in Roma, per le quali si stabilisse pi la libert di quello stato, mandarono, d'accordo, Spurio Pestumio, con duoi altri Cittadini, a Atene, per gli esempli di quelle leggi che Solone dette a quella citt, acciocch sopra quelle potessono fondare le leggi romane. Andati e tornati costoro, si venne alla creazione degli uomini che avessero ad esaminare e fermare dette leggi; e crearono dieci cittadini per uno anno, intra i quali fu creato Appio Claudio, uomo sagace ed inquieto. E perch e' potessono, sanza alcun rispetto, creare tali leggi, si levarono di Roma tutti gli altri magistrati, ed in particulare i Tribuni ed i Consoli, e levossi lo appello al Popolo; in modo che tale magistrato veniva a essere al tutto principe di Roma. Appresso ad Appio si ridusse tutta l'autorit degli altri suoi compagni, per i favori che gli faceva la Plebe; perch egli s'era fatto in modo popolare con le dimostrazioni, che pareva maraviglia ch'egli avesse preso s presto una nuova natura e uno nuovo ingegno, essendo stato tenuto, innanzi a questo tempo, uno crudele perseguitatore della plebe.
Governaronsi questi Dieci assai civilmente, non tenendo pi che dodici littori, i quali andavano davanti a quello ch'era infra loro proposto. E bench gli avessono l'autorit assoluta, nondimeno, avendosi a punire uno cittadino romano per omicida, lo citorno nel cospetto del popolo, e da quello lo fecero giudicare. Scrissero le loro leggi in dieci tavole; ed avanti che le confermassero, le messono in publico, acciocch ciascuno le potesse leggere e disputarle; acciocch si conoscesse se vi era alcun difetto, per poterle innanzi alla confermazione loro emendare. Fece, in su questo, Appio nascere un romore per Roma, che, se a queste dieci tavole se ne aggiugnesse due altre, si darebbe a quelle la loro perfezione; talch questa opinione dette occasione al popolo di rifare i Dieci per un altro anno: a che il popolo s'accord volentieri, s perch i Consoli non si rifacessono, s perch e' pareva loro potere stare sanza Tribuni, sendo loro giudici delle cause, come disopra si disse. Preso, dunque, partito di rifarli, tutta la Nobilit si mosse a cercare questi onori; ed intra i primi era Appio; ed usava tanta umanit verso la plebe nel domandarlo, che la cominci a essere sospetta a' suoi compagni: "credebant enim haud gratuitam in tanta superbia comitatem fore". E dubitando di opporsegli apertamente, deliberarono farlo con arte, e bench e' fusse minore di tempo di tutti dettono a lui autorit di proporre i futuri Dieci al popolo, credendo ch'egli osservassi i termini degli altri di non proporre s medesimo, sendo cosa inusitata e ignominiosa in Roma. "Ille vero impedimentum pro occasione arripuit" e nomin s intra i primi, con maraviglia e dispiacere di tutti i nobili; nomin dipoi nove altri, a suo proposito. La quale nuova creazione, fatta per uno altro anno, cominci a mostrare al Popolo ed alla Nobilit lo errore suo. Perch subito "Appius finem fecit ferendae alienae personae"; e cominci a mostrare la innata sua superbia, ed in pochi d riempi de' suoi costumi i suoi compagni. E per isbigottire il popolo ed il Senato in cambio di dodici littori, ne feciono cento venti.
Stette la paura equale qualche giorno; ma cominciarono poi a intrattenere il Senato, e batter la plebe: e se alcuno battuto dall'uno, appellava all'altro, era peggio trattato nell'appellagione che nella prima sentenzia. In modo che la Plebe, conosciuto lo errore suo, cominci piena di afflizione a riguardare in viso i nobili, "et inde libertatis captare auram, unde servitutem timendo, in eum statum rempublicam adduxerunt". E alla Nobilit era grata questa loro afflizione, "ut ipsi, taedio praesentium, Consules desiderarent". Vennono i d che terminavano l'anno: le due tavole delle leggi erano fatte, ma non publicate. Da questo i Dieci presono occasione di continovare nel magistrato; e cominciarono a tenere con violenza lo stato, e farsi satelliti della giovent nobile, alla quale davono i beni di quegli che loro condennavano. "Quibus donis juventus corrumpebatur et malebat licentiam suam, quam omnium libertatem". Nacque in questo tempo, che i Sabini ed i Volsci mossero guerra a' Romani; in su la quale paura cominciarono i Dieci a vedere la debolezza dello stato loro, perch sanza il Senato non potevono ordinare la guerra, e, ragunando il Senato, pareva loro perdere lo stato. Pure, necessitati, presono questo ultimo partito; e ragunati i senatori insieme, molti de' senatori parlarono contro alla superbia de' Dieci, e in particulare Valerio ed Orazio: e l'autorit loro si sarebbe al tutto spenta, se non che il Senato, per invidia della Plebe, non volle mostrare l'autorit sua pensando che, se i Dieci deponevano il magistrato voluntari, che potesse essere che i Tribuni della plebe non si rifacessero. Deliberossi dunque la guerra uscissi fuori con dua eserciti guidati da parte di detti Dieci; Appio rimase a governare la citt. Donde nacque che si innamor di Virginia, e che, volendola trre per forza, il padre Virginio, per liberarla, l'ammazz: donde seguirono i tumulti di Roma e degli eserciti: i quali riduttisi insieme con il rimanente della plebe romana, se ne andarono nel Monte Sacro, dove stettero tanto che i Dieci deposono il magistrato, e che furono creati i Tribuni ed i Consoli, e ridotta Roma nella forma della sua antica libert.
Notasi adunque, per questo testo, in prima, essere nato in Roma questo inconveniente di creare questa tirannide per quelle medesime cagioni che nascano la maggior parte delle tirannidi nelle citt: e questo  da troppo desiderio del popolo, d'essere libero, e da troppo desiderio de' nobili, di comandare. E quando e' non convengano a fare una legge in favore della libert, ma gettasi qualcuna delle parti a favorire uno, allora  che subito la tirannide surge. Convennono il popolo ed i nobili di Roma a creare i Dieci, e crearli con tanta autorit, per il desiderio che ciascuna delle parti aveva, l'una di spegnere il nome consolare, l'altra il tribunizio. Creati che furono, parendo alla plebe che Appio fusse diventato popolare e battessi la Nobilit, si volse il popolo a favorirlo. E quando uno popolo si conduce a fare questo errore, di dare riputazione a uno, perch batta quelli che egli ha in odio, e che quello uno sia savio, sempre interverr ch'e' diventer tiranno di quella citt. Perch egli attender, insieme col favore del popolo, a spegnere la Nobilit; e non si volter mai alla oppressione del popolo, se non quando e' l'ar spenta; nel quale tempo, conosciutosi il popolo essere servo, non abbi dove rifuggire. Questo modo hanno tenuto tutti coloro che hanno fondato tirannide in le republiche. E se questo modo avesse tenuto Appio, quella sua tirannide arebbe presa pi vita, e non sarebbe mancata s presto: ma e' fece tutto il contrario, n si potette governare pi imprudentemente; che, per tenere la tirannide, e' si fece inimico di coloro che gliele avevano data e che gliele potevano mantenere, ed inimico di quelli che non erano concorsi a dargliene e che non gliene arebbono potuta mantenere; e perdessi coloro che gli erano amici, e cerc di avere amici quegli che non gli potevano essere amici. Perch, ancora che i nobili desiderino tiranneggiare, quella parte della Nobilit che si truova fuori della tirannide,  sempre inimica al tiranno; n quello se la pu guadagnare mai tutta, per l'ambizione grande e grande avarizia che  in lei non potendo il tiranno avere n tante ricchezze n tanti onori che a tutta satisfaccia. E cos Appio, lasciando il popolo ed accostandosi a' nobili, fece uno errore evidentissimo, e per le ragioni dette di sopra, e perch, a volere con violenza tenere una cosa, bisogna che sia pi potente chi sforza che chi  sforzato.
Donde nasce che quegli tiranni che hanno amico l'universale ed inimici i grandi, sono pi sicuri, per essere la loro violenza sostenuta da maggiori forze, che quella di coloro che hanno per inimico il popolo e amica la Nobilit. Perch con quello favore bastono a conservarsi le forze intrinseche: come bastarono a Nabide, tiranno di Sparta, quando tutta Grecia e il Popolo romano lo assalt: il quale, assicuratosi di pochi nobili, avendo amico il Popolo, con quello si difese; il che non arebbe potuto fare avendolo inimico. In quello altro grado per avere pochi amici dentro, non bastono le forze intrinseche, ma gli conviene cercare di fuora. Ed hanno a essere di tre sorte: l'una satelliti forestieri, che ti guardino la persona, l'altra armare il contado, che faccia quello ufficio che arebbe a fare la plebe, la terza accostarsi con vicini potenti che ti difendino. Chi tiene questi modi e gli osserva bene, ancora ch'egli avesse per inimico il popolo, potrebbe in qualche modo salvarsi. Ma Appio non poteva fare questo, di guadagnarsi il contado, sendo una medesima cosa il contado e Roma: e quel che poteva fare, non seppe: talmente che rovin ne' primi principii suoi. Fecero il Senato ed il Popolo in questa creazione del Decemvirato errori grandissimi: perch, avvenga che di sopra si dica, in quel discorso che si fa del Dittatore, che quegli magistrati che si fanno da per loro, non quelli che fa il popolo, sono nocivi alla libert; nondimeno il popolo debbe, quando egli ordina i magistrati, fargli in modo che gli abbino avere qualche rispetto a diventare scelerati. E dove e' si debbe preporre loro guardia per mantenergli buoni, i Romani la levarono, faccendolo solo magistrato in Roma, ed annullando tutti gli altri, per la eccessiva voglia (come di sopra dicemo) che il Senato aveva di spegnere i Tribuni, e la plebe di spegnere i Consoli; la quale gli accec in modo, che concorsono in tale disordine. Perch gli uomini, come diceva il re Ferrando, spesso fanno come certi minori uccelli di rapina; ne' quali  tanto desiderio di conseguire la loro preda, a che la natura gl'incita, che non sentono uno altro maggiore uccello che sia loro sopra per ammazzarli. Conoscesi, adunque, per questo discorso, come nel principio preposi, lo errore del popolo romano, volendo salvare la libert, e gli errori di Appio, volendo occupare la tirannide.

41.

Saltare dalla umilt alla superbia, .
dalla piat alla crudelt, .
sanza i debiti mezzi,  cosa imprudente .
e inutile. .


Oltre agli altri termini male usati da Appio per mantenere la tirannide, non fu di poco momento saltare troppo presto da una qualit a un'altra. Perch l'astuzia sua nello ingannare la plebe simulando d'essere uomo popolare, fu bene usata; furono ancora bene usati i termini che tenne perch i Dieci si avessono a rifare; fu ancora bene usata quella audacia di creare s stesso contro alla opinione della Nobilit; fu bene usato creare compagni a suo proposito: ma non fu gi bene usato, come egli ebbe fatto questo, secondo che disopra dico, mutare, in uno subito, natura; e, di amico, mostrarsi inimico alla plebe; di umano, superbo; di facile, difficile; e farlo tanto presto, che, sanza scusa niuna, ogni uomo avesse a conoscere la fallacia dello animo suo. Perch chi  paruto buono un tempo, e vuole a suo proposito diventar cattivo, lo debbe fare per i debiti mezzi; ed in modo condurvisi con le occasioni, che, innanzi che la diversa natura ti tolga de' favori vecchi, la te ne abbia dati tanti de' nuovi, che tu non venga a diminuire la tua autorit: altrimenti, trovandoti scoperto e sanza amici, rovini.

42.

Quanto gli uomini facilmente .
si possono corrompere. .


Notasi ancora, in questa materia del Decemvirato, quanto facilmente gli uomini si corrompono, e fannosi diventare di contraria natura, quantunque buoni e bene ammaestrati; considerando quanto quella giovent che Appio si aveva eletta intorno, cominci a essere amica della tirannide per uno poco di utilit che gliene conseguiva; e come Quinto Fabio, uno del numero de' secondi Dieci, sendo uomo ottimo, accecato da uno poco d'ambizione, e persuaso dalla malignit di Appio, mut i suoi buoni costumi in pessimi, e divent simile a lui. Il che esaminato bene, far tanto pi pronti i latori di leggi delle republiche o de' regni a frenare gli appetiti umani, e trre loro ogni speranza di potere impune errare.

43.

Quegli che combattono per la gloria .
propria, sono buoni e fedeli soldati. .


Considerasi ancora, per il soprascritto trattato, quanta differenzia  da uno esercito contento e che combatte per la gloria sua, a quello che  male disposto e che combatte per l'ambizione d'altrui. Perch, dove gli eserciti romani solevano sempre essere vittoriosi sotto i Consoli, sotto i Decemviri sempre perderono. Da questo esemplo si pu conoscere, in parte, delle cagioni della inutilit de' soldati mercenari; i quali non hanno altra cagione che gli tenga fermi, che un poco di stipendio che tu dai loro. La qual cagione non  n pu essere bastante a fargli fedeli, n tanto tuoi amici, che voglino morire per te. Perch in quegli eserciti che non  un'affezione verso di quello per chi e' combattono, che gli faccia diventare suoi partigiani, non mai vi potr essere tanta virt che basti a resistere a uno nimico un poco virtuoso. E perch questo amore non pu nascere, n questa gara, da altro che da' sudditi tuoi;  necessario, a volere tenere uno stato, a volere mantenere una republica o uno regno, armarsi de' sudditi suoi: come si vede che hanno fatto tutti quelli che con gli eserciti hanno fatto grandi profitti. Avevano gli eserciti romani sotto i Dieci quella medesima virt; ma perch in loro non era quella medesima disposizione, non facevono gli usitati loro effetti. Ma come prima il magistrato de' Dieci fu spento, e che loro come liberi cominciorono a militare, ritorn in loro il medesimo animo; e per consequente, le loro imprese avevono il loro fine felice, secondo l'antica consuetudine loro.

44.

Una moltitudine sanza capo  inutile: .
e come e' non si debbe minacciare prima, .
e poi chiedere l'autorit. .


Era la plebe romana, per lo accidente di Virginia, ridotta armata nel Monte Sacro. Mand il Senato suoi ambasciadori a dimandare con quale autorit gli avevano abbandonati i loro capitani, e ridottosi nel Monte. E tanto era stimata l'autorit del Senato, che, non avendo la plebe intra loro capi, niuno si ardiva a rispondere. E Tito Livio dice, che e' non mancava loro materia a rispondere, ma mancava loro chi facesse la risposta. La qual cosa dimostra appunto la inutilit d'una moltitudine sanza capo. Il quale disordine fu conosciuto da Virginio, e per suo ordine si cre venti Tribuni militari, che fossero loro capi, a rispondere e convenire col Senato. Ed avendo chiesto che si mandasse loro Valerio ed Orazio, a' quali loro direbbono la voglia loro, non vi vollono andare se prima i Dieci non deponevano il magistrato: e arrivati sopra il Monte dove era la Plebe, fu domandato loro da quella, che volevano che si creassero i Tribuni della Plebe, e che si avesse a appellare al Popolo da ogni magistrato, e che si dessono loro tutti i Dieci che gli volevono ardere vivi. Laudarono Valerio ed Orazio le prime loro domande; biasimarono l'ultima come impia, dicendo: "Crudelitatem damnatis, in crudelitatem ruitis"; e consigliarongli che dovessono lasciare il fare menzione de' Dieci, e ch'egli attendessero a ripigliare l'autorit e potest loro: dipoi non mancherebbe loro modo a sodisfarsi. Dove apertamente si conosce quanta stultizia e poca prudenza  domandare una cosa, e dire prima: io voglio fare il tale male con essa; perch non si debbe mostrare l'animo suo, ma vuolsi cercare di ottenere quel suo desiderio in ogni modo. Perch e' basta a domandare a uno l'arme, sanza dire: io ti voglio ammazzare con esse; potendo, poi che tu hai l'arme in mano, soddisfare allo appetito tuo.

45.

 cosa di malo esemplo non osservare .
una legge fatta, e massime .
dallo autore d'essa; e rinfrescare .
ogni d nuove ingiurie in una citt, .
, a chi la governa, dannosissimo. .


Seguito lo accordo, e ridotta Roma in l'antica sua forma, Virginio cit Appio innanzi al Popolo, a difendere la sua causa. Quello comparse accompagnato da molti nobili: Virginio comand che fusse messo in prigione. Cominci Appio a gridare, ed appellare al Popolo. Virginio diceva che non era degno di avere quella appellagione che egli aveva distrutta, ed avere per difensore quel Popolo che egli aveva offeso: Appio replicava, come e' non avevano a violare quella appellagione che gli aveva con tanto desiderio ordinata. Pertanto egli fu incarcerato, ed avanti al d del giudizio ammazz se stesso. E bench la scelerata vita di Appio meritasse ogni supplicio, nondimeno fu cosa poco civile violare le leggi, e tanto pi quella che era fatta allora. Perch io non credo che sia cosa di pi cattivo esemplo in una republica, che fare una legge e non la osservare; e tanto pi, quanto la non  osservata da chi l'ha fatta. Essendo Firenze, dopo al 94, stata riordinata nello stato suo con lo aiuto di frate Girolamo Savonerola, gli scritti del quale mostrono la dottrina, la prudenza, e la virt dello animo suo; ed avendo, intra le altre costituzioni per assicurare i cittadini, fatto fare una legge, che si potesse appellare al Popolo dalle sentenzie che, per casi di stato, gli Otto e la Signoria dessono; la quale legge persuase pi tempo, e con difficult grandissima ottenne; occorse che, poco dopo la confermazione d'essa, furono condannati a morte dalla Signoria, per conto di stato, cinque cittadini; e volendo quegli appellare, non furono lasciati, e non fu osservata la legge. Il che tolse pi riputazione a quel frate, che alcuno altro accidente: perch, se quella appellagione era utile, e' doveva farla osservare, se la non era utile, non doveva farla vincere. E tanto pi fu notato questo accidente, quanto che il frate, in tante predicazioni che fece poi che fu rotta questa legge, non mai o dann chi l'aveva rotta, o lo scus; come quello che dannare non la voleva come cosa che gli tornava a proposito, e scusare non la poteva. Il che avendo scoperto l'animo suo ambizioso e partigiano, gli tolse riputazione, e dettegli assai carico.
Offende ancora uno stato assai, rinfrescare ogni d nello animo de' tuoi cittadini nuovi umori per nuove ingiurie che a questo e quello si facciano: come intervenne a Roma dopo il Decemvirato. Perch tutti i Dieci, ed altri cittadini in diversi tempi, furono accusati e condennati; in modo che gli era uno spavento grandissimo in tutta la Nobilit, giudicando che e' non si avesse mai a porre fine a simili condennagioni, fino a tanto che tutta la Nobilit non fusse distrutta. Ed arebbe generato, in quella citt, grande inconveniente, se da Marco Duellio tribuno non vi fusse stato proveduto; il quale fece uno editto, che per uno anno non fusse lecito a alcuno citare o accusare alcuno cittadino romano: il che rassicur tutta la Nobilit. Dove si vede quanto sia dannoso a una republica o a un principe, tenere con le continove pene ed offese sospesi e paurosi gli animi de' sudditi. E sanza dubbio non si pu tenere il pi pernizioso ordine: perch gli uomini che cominciono a dubitare di avere a capitare male, in ogni modo si assicurano ne' pericoli, e diventono pi audaci, e meno respettivi a tentare cose nuove. Per  necessario o non offendere mai alcuno, o fare le offese a un tratto: e dipoi rassicurare gli uomini, e dare loro cagione di quietare e fermare l'animo.

46.

Li uomini salgono da una ambizione .
a un'altra; e prima si cerca non essere .
offeso, dipoi si offende altrui. .


Avendo il Popolo romano recuperata la libert e ritornato nel suo pristino grado ed in tanto maggiore quanto si erano fatte di molte leggi nuove in confermazione della sua potenza; pareva ragionevole che Roma qualche volta quietassi. Nondimeno, per esperienza si vide in contrario; perch ogni d vi surgeva nuovi tumulti e nuove discordie. E perch Tito Livio prudentissimamente rende la ragione donde questo nasceva, non mi pare se non a proposito referire appunto le sue parole, dove dice che sempre o il Popolo o la Nobilit insuperbiva, quando l'altro si umiliava; e stando la plebe quieta intra i termini suoi, cominciarono i giovani nobili a ingiuriarla; ed i Tribuni vi potevon fare pochi rimedi, perch, loro anche, erano violati. La Nobilit, dall'altra parte, ancora che gli paresse che la sua giovent fusse troppo feroce, nonpertanto aveva a caro che, avendosi a trapassare il modo, lo trapassassono i suoi, e non la plebe. E cos il disiderio di difendere la libert faceva che ciascuno tanto si prevaleva ch'egli oppressava l'altro. E l'ordine di questi accidenti  che, mentre che gli uomini cercono di non temere, cominciono a fare temere altrui; e quella ingiuria che gli scacciano da loro, la pongono sopra un altro; come se fusse necessario offendere o essere offeso. Vedesi, per questo, in quale modo, fra gli altri, le republiche si risolvono, ed in che modo gli uomini salgono da un'ambizione a un'altra, e come quella sentenza sallustiana, posta in bocca di Cesare, e verissima: "quod omnia mala exempla bonis initiis orta sunt". Cercono, come di sopra  detto, quegli cittadini che ambiziosamente vivono in una republica, la prima cosa, di non potere essere offesi, non solamente dai privati, ma etiam da' magistrati: cercono, per poter fare questo, amicizie; e quelle acquistano per vie in apparenza oneste, o con sovvenire di danari, o con difenderli da' potenti: e perch questo pare virtuoso, inganna facilmente ciascuno, e per questo non vi si pone rimedi; in tanto che lui, sanza ostaculo perseverando, diventa di qualit che i privati cittadini ne hanno paura, ed i magistrati gli hanno rispetto. E quando egli  salito a questo grado, e non si sia prima ovviato alla sua grandezza, viene a essere in termine, che volerlo urtare  pericolosissimo, per le ragioni che io dissi, di sopra, del pericolo ch' nello urtare un inconveniente che abbi di gi fatto assai augumento in una citt: tanto che la cosa si riduce in termine che bisogna, o cercare di spegnerlo con pericolo d'una subita rovina, o, lasciandolo fare, entrare in una servit manifesta, se morte o qualche accidente non te ne libera. Perch, venuto a' soprascritti termini, che i cittadini e magistrati abbino paura a offendere lui e gli amici suoi, non dura dipoi molta fatica a fare che giudichino ed offendino a suo modo. Donde una republica intra gli ordini suoi debbe avere questo, di vegghiare che i suoi cittadini, sotto ombra di bene non possino fare male; e ch'egli abbino quella riputazione che giovi, e non nuoca, alla libert, come nel suo luogo da noi sar disputato.

47.

Gli uomini, come che s'ingannino .
ne' generali, ne' particulari .
non s'ingannono. .


Essendosi il Popolo romano, come di sopra si disse, recato a noia il nome consolare, e volendo che potessono essere fatti Consoli uomini plebei, o che fusse diminuita la loro autorit; la Nobilit, per non maculare l'autorit consolare n con l'una n con l'altra cosa, prese una via di mezzo, e fu contenta che si creassi quattro Tribuni con potest consolare, i quali potessono essere cos plebei come nobili. Fu contenta a questo la plebe, parendole spegnere il Consolato, ed avere in questo sommo grado la parte sua. Nacquene di questo uno caso notabile: che, venendosi alla creazione di questi Tribuni, e potendosi creare tutti plebei, furono dal Popolo romano creati tutti nobili. Onde Tito Livio dice queste parole: "Quorum comitiorum eventus docuit, alios animos in contentione libertatis et honoris, alios secundum deposita certamina in incorrupto iudicio esse". Ed esaminando donde possa procedere questo, credo proceda che gli uomini nelle cose generali s'ingannono assai, nelle particulari non tanto. Pareva generalmente alla Plebe romana di meritare il Consolato, per avere pi parte in la citt, per portare pi pericolo nelle guerre, per essere quella che con le braccia sue manteneva Roma libera, e la faceva potente. E parendogli, come  detto, questo suo desiderio ragionevole, volse ottenere questa autorit in ogni modo. Ma come la ebbe a fare giudicio degli uomini suoi particularmente, conobbe la debolezza di quegli, e giudic che nessuno di loro meritasse quello che tutta insieme gli pareva meritare. Talch, vergognatasi di loro, ricorse a quegli che lo meritavano. Della quale diliberazione maravigliandosi meritamente Tito Livio, dice queste parole: "Hanc modestiam aequitatemque et altitudinem animi, ubi nunc in uno inveneris, quae tunc populi universi fuit?".
In confirmazione di questo, se ne pu addurre un altro notabile esemplo, seguito in Capova da poi che Annibale ebbe rotti i Romani a Canne. Per la quale rotta sendo tutta sollevata Italia, Capova ancora stava per tumultuare, per l'odio che era intra 'l popolo ed il Senato: e trovandosi in quel tempo nel supremo magistrato Pacuvio Calano, e conoscendo il pericolo che portava quella citt di tumultuare, disegn con suo grado riconciliare la Plebe con la Nobilit; e fatto questo pensiero, fece ragunare il Senato, e narr loro l'odio che il popolo aveva contro di loro, ed i pericoli che portavano di essere ammazzati da quello, e data la citt a Annibale, sendo le cose de' Romani afflitte: dipoi soggiunse che, se volevano lasciare governare questa cosa a lui, farebbe in modo che si unirebbono insieme; ma gli voleva serrare dentro al palagio, e, col fare potest al popolo di potergli gastigare, salvargli. Cederono a questa sua opinione i Senatori; e quello chiam il popolo a concione, avendo rinchiuso in palagio il Senato; e disse com'egli era venuto il tempo che potevano domare la superbia della Nobilit, e vendicarsi delle ingiurie ricevute da quella, avendogli rinchiusi tutti sotto la sua custodia: ma perch credeva che loro non volessono che la loro citt rimanessi sanza governo, era necessario, volendo ammazzare i Senatori vecchi, crearne de' nuovi: e per tanto aveva messo tutti i nomi de' Senatori in una borsa, e comincerebbe a tragli in loro presenza; e gli farebbe, i tratti, di mano in mano morire, come prima loro avessono trovato il successore. E cominciato a trarne uno, fu al nome di quello levato uno romore grandissimo, chiamandolo uomo superbo, crudele ed arrogante: e chiedendo Pacuvio che facessono lo scambio, si racchet tutta la concione; e dopo alquanto spazio, fu nominato uno della plebe; al nome del quale chi cominci a fischiare, chi a ridere, chi a dirne male in uno modo, e chi in uno altro. E cos seguitando di mano in mano, tutti quegli che furono nominati, gli giudicavano indegni del grado senatorio. Di modo che Pacuvio, preso sopra questo occasione, disse: Poich voi giudicate che questa citt stia male sanza il Senato, e, a fare gli scambi a' Senatori vecchi non vi accordate, io penso che sia bene che voi vi riconciliate insieme; perch questa paura in la quale i Senatori sono stati, gli ar fatti in modo raumiliare che quella umanit che voi cercavi altrove, troverrete in loro. Ed accordatisi a questo, ne segu la unione di questo ordine; e quello inganno in che egli erano si scoperse, come e' furno costretti venire a' particulari. Ingannonsi, oltra di questo, i popoli generalmente nel giudicare le cose e gli accidenti di esse; le quali, dipoi si conoscono particularmente, mancano di tale inganno.
Dopo il 1494, sendo stati i principi della citt cacciati da Firenze, e non vi essendo alcuno governo ordinato, ma pi tosto una certa licenza ambiziosa, ed andando le cose publiche di male in peggio; molti popolari, veggendo la rovina della citt, e non ne intendendo altra cagione, ne accusavano la ambizione di qualche potente che nutrisse i disordini, per potere fare uno stato a suo proposito, e trre loro la libert; e stavano questi tali per le logge e per le piazze, dicendo male di molti cittadini, minacciandogli che, se mai si trovassino de' Signori, scoprirebbero questo loro inganno, e gli gastigarebbero. Occorreva spesso che di simili ne ascendeva al supremo magistrato; e come egli era salito in quel luogo, e che vedeva le cose pi da presso, conosceva i disordini donde nascevano, ed i pericoli che soprastavano, e la difficult del rimediarvi. E veduto come i tempi, e non gli uomini, causavano il disordine, diventava subito d'un altro animo, e d'un'altra fatta; perch la cognizione delle cose particulari gli toglieva via quello inganno che nel considerarle generalmente si aveva presupposto. Dimodoch, quelli che lo avevano prima, quando era privato, sentito parlare, e vedutolo poi nel supremo magistrato stare quieto, credevono che nascessi, non per pi vera cognizione delle cose, ma perch fusse stato aggirato e corrotto dai grandi. Ed accadendo questo a molti uomini, e molte volte, ne nacque tra loro uno proverbio che diceva: Costoro hanno uno animo in piazza, ed uno in palazzo. Considerando, dunque, tutto quello si  discorso, si vede come e' si pu fare tosto aprire gli occhi a' popoli, trovando modo, veggendo che uno generale gl'inganna, ch'egli abbino a discendere a' particulari; come fece Pacuvio in Capova, ed il Senato in Roma. Credo ancora, che si possa conchiudere, che mai un uomo prudente non debba fuggire il giudicio populare nelle cose particulari, circa le distribuzioni de' gradi e delle dignit: perch solo in questo il popolo non s'inganna; e se s'inganna qualche volta, fia s rado, che s'inganneranno pi volte i pochi uomini che avessono a fare simili distribuzioni. N mi pare superfluo mostrare, nel seguente capitolo, l'ordine che teneva il Senato per ingannare il popolo nelle distribuzioni sue.

48.

Chi vuole che uno magistrato .
non sia dato a uno vile o a uno cattivo, .
lo facci domandare o a uno troppo vile .
e troppo cattivo o a uno troppo nobile .
e troppo buono. .


Quando il Senato dubitava che i Tribuni con potest consolare non fussero fatti d'uomini plebei, teneva uno de' due modi: o egli faceva domandare ai pi riputati uomini di Roma; o veramente, per i debiti mezzi, corrompeva qualche plebeio vile ed ignobilissimo, che mescolati con i plebei che, di migliore qualit, per l'ordinario se lo domandavano, anche loro lo domandassono. Questo ultimo modo faceva che la plebe si vergognava a darlo; quel primo faceva che la si vergognava a torlo. Il che tutto torna a proposito del precedente discorso, dove si mostra che il popolo, se s'inganna de' generali, de' particulari non s'inganna.

49.

Se quelle cittadi che hanno avuto .
il principio libero, come Roma, .
hanno difficult a trovare legge .
che le mantenghino: quelle che lo hanno .
immediate servo, ne hanno quasi .
una impossibilit. .


Quanto sia difficile, nello ordinare una republica, provedere a tutte quelle leggi che la mantengono libera, lo dimostra assai bene il processo della Republica romana: dove, non ostante che fussono ordinate di molte leggi da Romolo prima, dipoi da Numa, da Tullo Ostilio e Servio, ed ultimamente dai dieci cittadini creati a simile opera; nondimeno sempre nel maneggiare quella citt si scoprivono nuove necessit, ed era necessario creare nuovi ordini: come intervenne quando crearono i Censori i quali furono uno di quegli provvedimenti che aiutarono tenere Roma libera, quel tempo che la visse in libert. Perch, diventati arbitri de' costumi di Roma, furono cagione potissima che i Romani differissono pi a corrompersi. Feciono bene nel principio della creazione di tale magistrato uno errore, creando quello per cinque anni; ma, dipoi non molto tempo, fu corretto dalla prudenza di Mamerco dittatore, il quale per nuova legge ridusse detto magistrato a diciotto mesi. Il che i Censori, che vegghiavano ebbero tanto per male, che privarono Mamerco del Senato: la quale cosa e dalla Plebe e dai Padri fu assai biasimata. E perch la istoria non mostra che Mamerco se ne potessi difendere, conviene o che lo istorico sia difettivo, o gli ordini di Roma in questa parte non buoni: perch e' non  bene che una republica sia in modo ordinata, che uno cittadino per promulgare una legge conforme al vivere libero, ne possa essere, sanza alcuno rimedio, offeso. Ma tornando al principio di questo discorso, dico che si debbe, per la creazione di questo nuovo magistrato, considerare che, se quelle citt che hanno avuto il principio loro libero, e che per s medesimo si  retto, come Roma, hanno difficult grande a trovare leggi buone per mantenerle libere; non  maraviglia che quelle citt che hanno avuto il principio loro immediate servo, abbino, non che difficult, ma impossibilit a ordinarsi mai in modo che le possino vivere civilmente e quietamente. Come si vede che  intervenuto alla citt di Firenze; la quale, per avere avuto il principio suo sottoposto allo Imperio romano, ed essendo vivuta sempre sotto il governo d'altrui, stette un tempo abietta, e sanza pensare a s medesima: dipoi, venuta la occasione di respirare, cominci a fare suoi ordini; i quali sendo mescolati con gli antichi, che erano cattivi, non poterono essere buoni: e cos  ita maneggiandosi, per dugento anni che si ha di vera memoria, sanza avere mai avuto stato, per il quale la possa veramente essere chiamata republica. E queste difficult, che sono state in lei, sono state sempre in tutte quelle citt che hanno avuto i principii simili a lei. E, bench molte volte, per suffragi pubblici e liberi, si sia data ampla autorit a pochi cittadini di potere riformarla; non pertanto non mai l'hanno ordinata a comune utilit, ma sempre a proposito della parte loro: il che ha fatto, non ordine, ma maggiore disordine in quella citt. E per venire a qualche esemplo particulare, dico come, intra le altre cose che si hanno a considerare da uno ordinatore d'una republica  esaminare nelle mani di quali uomini ei ponga l'autorit del sangue contro de' suoi cittadini. Questo era bene ordinato in Roma, perch e' si poteva appellare al Popolo ordinariamente: e se pure fosse occorso cosa importante, dove il differire la esecuzione mediante l'appellagione fusse pericoloso, avevano il refugio del Dittatore, il quale eseguiva immediate; al quale rimedio non refuggivano mai, se non per necessit. Ma Firenze, e le altre citt nate nel modo di lei, sendo serve, avevano questa autorit collocata in uno forestiero, il quale, mandato dal principe, faceva tale ufficio. Quando dipoi vennono in libert, mantennono questa autorit in uno forestiero, il quale chiamavono capitano: il che, per potere essere facilmente corrotto da' cittadini potenti, era cosa perniziosissima. Ma dipoi, mutandosi per la mutazione degli stati questo ordine, crearono otto cittadini che facessino l'uffizio di quel capitano. El quale ordine, di cattivo, divent pessimo, per le ragioni che altre volte sono dette; che i pochi furono sempre ministri de' pochi, e de' pi potenti. Da che si  guardata la citt di Vinegia; la quale ha dieci cittadini, che, sanza appello, possono punire ogni cittadino. E perch e' non basterebbono a punire i potenti, ancora che ne avessino autorit, vi hanno constituito la Quarantia: e di pi, hanno voluto che il Consiglio de' Pregai, che  il Consiglio maggiore, possa gastigargli; in modo che, non vi mancando lo accusatore, non vi manca il giudice a tenere gli uomini potenti a freno. Non  adunque maraviglia, veggendo come in Roma, ordinata da s medesima e da tanti uomini prudenti, surgevano ogni d nuove cagioni per le quali si aveva a fare nuovi ordini in favore del viver libero; se nell'altre citt, che hanno pi disordinato principio, vi surgano tante difficult, che le non si possino riordinarsi mai.

50.

Non debba uno consiglio .
o uno magistrato potere fermare le azioni .
delle citt. .


Erano consoli in Roma Tito Quinzio Cincinnato e Gneo Giulio Mento, i quali, sendo disuniti, avevono ferme tutte le azioni di quella Republica. Il che veggendo il Senato, gli confortava a creare il Dittatore, per fare quello che per le discordie loro non potevon fare. Ma i Consoli, discordando in ogni altra cosa, solo in questo erano d'accordo, di non volere creare il Dittatore. Tanto che il Senato, non avendo altro rimedio, ricorse allo aiuto de' Tribuni; i quali, con l'autorit del Senato, sforzarono i Consoli a ubbidire. Dove si ha a notare, in prima, la utilit del Tribunato; il quale non era solo utile a frenare l'ambizione che i potenti usavano contro alla Plebe, ma quella ancora ch'egli usavano infra loro: l'altra, che mai si debbe ordinare in una citt, che i pochi possino tenere alcuna diliberazione di quelle che ordinariamente sono necessarie a mantenere la republica. Verbigrazia, se tu di una autorit a uno consiglio di fare una distribuzione di onori e d'utile, o ad uno magistrato di amministrare una faccenda; conviene o imporgli una necessit perch ci l'abbia a fare in ogni modo, o ordinare, quando non la voglia fare egli, che la possa e debba fare uno altro: altrimenti, questo ordine sarebbe difettivo e pericoloso; come si vedeva che era in Roma, se alla ostinazione di quegli Consoli non si poteva opporre l'autorit de' Tribuni. Nella Republica viniziana il Consiglio grande distribuisce gli onori e gli utili: occorreva alle volte che l'universalit, per isdegno o per qualche falsa persuasione, non creava i successori a' magistrati della citt, ed a quelli che fuori amministravano lo imperio loro. Il che era disordine grandissimo: perch in un tratto, e le terre suddite e la citt propria mancavano de' suoi legittimi giudici, n si poteva ottenere cosa alcuna, se quella universalit di quel Consiglio o non si soddisfaceva o non si sgannava. Ed avrebbe ridotta questo inconveniente quella citt a mal termine, se dagli cittadini prudenti non vi si fusse proveduto: i quali, presa occasione conveniente, fecero una legge, che tutti i magistrati che sono o fusseno dentro e fuori della citt, mai vacassero, se non quando fussono fatti gli scambi e i successori loro. E cos si tolse la commodit a quel Consiglio di potere, con pericolo della republica, fermare le azioni publiche.

51.

Una republica o uno principe .
debbe mostrare di fare per liberalit .
quello a che la necessit lo constringe. .


Gli uomini prudenti si fanno grado delle cose sempre e in ogni loro azione, ancora che la necessit gli constringesse a farle in ogni modo. Questa prudenza fu usata bene dal Senato romano, quando ei diliber, che si desse il soldo del publico agli uomini che militavano, essendo consueti militare del loro proprio. Ma veggendo il Senato come in quel modo non si poteva fare lungamente guerra, e per questo non potendo n assediare terre n condurre gli eserciti discosto; e giudicando essere necessario potere fare l'uno e l'altro, deliber che si dessono detti stipendi: ma lo feciono in modo che si fecero grado di quello a che la necessit gli constringeva. E fu tanto accetto alla plebe questo presente, che Roma and sottosopra per l'allegrezza, parendole uno beneficio grande, quale mai speravono di avere, e quale mai per loro medesimi arebbono cerco. E bench i Tribuni s'ingegnassero di cancellare questo grado, mostrando come ella era cosa che aggravava, non alleggeriva, la plebe, sendo necessario porre i tributi per pagare questo soldo: nientedimeno non potevano fare tanto che la plebe non lo avesse accetto: il che fu ancora augumentato dal Senato per il modo che distribuivano i tributi, perch i pi gravi e i maggiori furono quelli ch'ei posano alla Nobilit, e gli primi che furono pagati.

52.

A reprimere la insolenzia d'uno che surga .
in una republica potente, .
non vi  pi sicuro e meno scandoloso .
modo, che preoccuparli quelle vie .
per le quali viene a quella potenza. .


Vedesi, per il soprascritto discorso, quanto credito acquistasse la Nobilit con la plebe, per le dimostrazioni lette in beneficio suo, s del soldo ordinato, s ancora del modo del porre i tributi. Nel quale ordine se la Nobilit si fosse mantenuta, si sarebbe levato via ogni tumulto in quella citt, e sarebbesi tolto ai Tribuni quel credito che gli avevano con la plebe, e, per consequente, quella autorit. E veramente, non si pu in una republica, e massime in quelle che sono corrotte, con miglior modo, meno scandoloso e pi facile, opporsi all'ambizione di alcuno cittadino, che preoccupandogli quelle vie, per le quali si vede che esso cammina per arrivare al grado che disegna. Il quale modo se fusse stato usato contro a Cosimo de' Medici, sarebbe stato miglior partito assai per gli suoi avversari, che cacciarlo da Firenze: perch, se quegli cittadini che gareggiavano seco avessero preso lo stile suo, di favorire il popolo, gli venivano, sanza tumulto e sanza violenza, a trarre di mano quelle armi di che egli si valeva pi. Piero Soderini si aveva fatto riputazione nella citt di Firenze con questo solo, di favorire l'universale; il che nello universale gli dava riputazione, come amatore della libert della citt. E veramente, a quegli cittadini che portavano invidia alla grandezza sua, era molto pi facile, ed era cosa molto pi onesta, meno pericolosa, e meno dannosa per la republica, preoccupargli quelle vie con le quali si faceva grande, che volere contrapporsegli, acciocch con la rovina sua rovinassi tutto il restante della republica. Perch, se gli avessero levato di mano quelle armi con le quali si faceva gagliardo (il che potevono fare facilmente), arebbono potuto in tutti i consigli e in tutte le diliberazioni publiche opporsegli sanza sospetto e sanza rispetto alcuno. E se alcuno replicasse che, se i cittadini che odiavano Piero, feciono errore a non gli preoccupare le vie con le quali ei si guadagnava riputazione nel popolo, Piero ancora venne a fare errore, a non preoccupare quelle vie per le quali quelli suoi avversari lo facevono temere. Di che Piero merita scusa, s perch gli era difficile il farlo, s perch le non erano oneste a lui; imperocch le vie con le quali era offeso, erano il favorire i Medici; con li quali favori essi lo battevano, ed alla fine lo rovinarono. Non poteva, pertanto, Piero onestamente pigliare questa parte, per non potere distruggere con buona fama quella libert, alla quale egli era stato preposto guardia: dipoi, non potendo questi favori farsi segreti e a un tratto, erano per Piero pericolosissimi; perch comunche ei si fusse scoperto amico ai Medici, sarebbe diventato sospetto ed odioso al popolo: donde ai nimici suoi nasceva molto pi commodit di opprimerlo, che non avevano prima.
Debbono, pertanto, gli uomini in ogni partito considerare i difetti ed i pericoli di quello, e non gli prendere, quando vi sia pi del pericoloso che dell'utile; nonostante che ne fussi stata data sentenzia conforme alla diliberazione loro. Perch, faccendo altrimenti, in questo caso interverrebbe a quelli come intervenne a Tullio; il quale, volendo trre i favori a Marc'Antonio, gliene accrebbe. Perch, sendo Marc'Antonio stato giudicato inimico del Senato, ed avendo quello grande esercito insieme adunato, in buona parte, de' soldati che avevano seguitato le parte di Cesare; Tullio, per torgli questi soldati, confort il Senato a dare riputazione ad Ottaviano, e mandarlo con Irzio e Pansa consoli contro a Marc'Antonio: allegando, che, subito che i soldati che seguivano Marc'Antonio, sentissero il nome di Ottaviano nipote di Cesare, e che si faceva chiamare Cesare, lascerebbono quello, e si accosterebbono a costui; e cos restato Marc'Antonio ignudo di favori, sarebbe facile lo opprimerlo. La quale cosa riusc tutta al contrario; perch Marc'Antonio si guadagn Ottaviano; e, lasciato Tullio e il Senato, si accost a lui. La quale cosa fu al tutto la distruzione della parte degli ottimati. Il che era facile a conietturare: n si doveva credere quel che si persuase Tullio, ma tener sempre conto di quel nome che con tanta gloria aveva spenti i nimici suoi, ed acquistatosi il principato in Roma; n si doveva credere mai potere, o da suoi eredi o da suoi fautori, avere cosa che fosse conforme al nome libero.

53.

Il popolo molte volte disidera .
la rovina sua, ingannato da una falsa .
spezie di beni: e come le grandi speranze .
e gagliarde promesse facilmente .
lo muovono. .


Espugnata che fu la citt de' Veienti, entr nel popolo romano un'opinione, che fosse cosa utile per la citt di Roma, che la met de' Romani andasse ad abitare a Veio; argomentando che, per essere quella citt ricca di contado, piena di edificii e propinqua a Roma, si poteva arricchire la met de' cittadini romani, e non turbare per la propinquit del sito nessuna azione civile. La quale cosa parve al Senato ed a' pi savi Romani tanto inutile e tanto dannosa, che liberamente dicevano, essere pi tosto per patire la morte che consentire a una tale diliberazione. In modo che, venendo questa cosa in disputa, si accese tanto la plebe contro al Senato, che si sarebbe venuto alle armi ed al sangue, se il Senato non si fusse fatto scudo di alcuni vecchi ed estimati cittadini, la riverenza de' quali fren la plebe, che la non proced pi avanti con la sua insolenzia. Qui si hanno a notare due cose. La prima che il popolo molte volte, ingannato da una falsa immagine di bene, disidera la rovina sua; e se non gli  fatto capace, come quello sia male, e quale sia il bene, da alcuno in chi esso abbia fede, si porta in le republiche infiniti pericoli e danni. E quando la sorte fa che il popolo non abbi fede in alcuno, come qualche volta occorre, sendo stato ingannato per lo addietro o dalle cose o dagli uomini, si viene alla rovina, di necessit. E Dante dice a questo proposito, nel discorso suo che fa De Monarchia, che il popolo molte volte grida Viva la sua morte! e Muoia la sua vita! Da questa incredulit nasce che qualche volta in le republiche i buoni partiti non si pigliono: come di sopra si disse de' Viniziani, quando, assaltati da tanti inimici, non poterono prendere partito di guadagnarsene alcuno con la restituzione delle cose tolte ad altri (per le quali era mosso loro la guerra, e fatta la congiura de' principi loro contro), avanti che la rovina venisse.
Pertanto, considerando quello che  facile o quello che  difficile persuadere a uno popolo, si pu fare questa distinzione: o quel che tu hai a persuadere rappresenta in prima fronte guadagno, o perdita; o veramente ci pare partito animoso, o vile. E quando nelle cose che si mettono innanzi al popolo, si vede guadagno, ancora che vi sia nascosto sotto perdita; e quando e' pare animoso, ancora che vi sia nascosto sotto la rovina della republica, sempre sar facile persuaderlo alla moltitudine: e cos fia sempre difficile persuadere quegli partiti dove apparisse o vilt o perdita, ancora che vi fusse nascosto sotto salute e guadagno. Questo che io ho detto, si conferma con infiniti esempli, romani e forestieri, moderni ed antichi. Perch da questo nacque la malvagia opinione che surse, in Roma, di Fabio Massimo, il quale non poteva persuadere al Popolo romano, che fusse utile a quella Republica procedere lentamente in quella guerra, e sostenere sanza azzuffarsi l'impeto d'Annibale; perch quel popolo giudicava questo partito vile, e non vi vedeva dentro quella utilit vi era; n Fabio aveva ragioni bastanti a dimostrarla loro: e tanto sono i popoli accecati in queste opinioni gagliarde, che, bench il Popolo romano avesse fatto quello errore di dare autorit al Maestro de' cavagli di Fabio, di potersi azzuffare, ancora che Fabio non volesse; e che per tale autorit il campo romano fusse per essere rotto, se Fabio con la sua prudenza non vi rimediava, non gli bast questa isperienza, che fece di poi consule Varrone, non per altri suoi meriti che per avere, per tutte le piazze e tutti i luoghi publici di Roma, promesso di rompere Annibale, qualunque volta gliene fusse data autorit. Di che ne nacque la zuffa e la rotta di Canne, e presso che la rovina di Roma. Io voglio addurre, a questo proposito, ancora uno altro esemplo romano. Era stato Annibale in Italia otto o dieci anni, aveva ripieno di occisione de' Romani tutta questa provincia, quando venne in Senato Marco Centenio Penula, uomo vilissimo (nondimanco aveva avuto qualche grado nella milizia), ed offersesi, che, se gli davano autorit di potere fare esercito d'uomini volontari in qualunque luogo volesse in Italia, ei darebbe loro, in brevissimo tempo, preso o morto Annibale. Al Senato parve la domanda di costui temeraria; nondimeno, ei, pensando, che s'ella se gli negasse e nel popolo si fusse dipoi saputa la sua chiesta, che non ne nascesse qualche tumulto, invidia e mal grado contro all'ordine senatorio, gliene concessono: volendo pi tosto mettere a pericolo tutti coloro che lo seguitassono, che fare surgere nuovi sdegni nel popolo; sapendo quanto simile partito fusse per essere accetto, e quanto fusse difficile il dissuaderlo. And, adunque, costui con una moltitudine inordinata ed incomposta a trovare Annibale; e non gli fu prima giunto all'incontro, che fu, con tutti quegli che lo seguitarono, rotto e morto.
In Grecia, nella citt di Atene, non potette mai Nicia, uomo gravissimo e prudentissimo, persuadere a quel Popolo che non fusse bene andare a assaltare Sicilia; talch, presa quella diliberazione contro alla voglia de' savi, ne segu al tutto la rovina di Atene. Scipione, quando fu fatto consolo, e che desiderava la provincia di Africa, promettendo al tutto la rovina di Cartagine, a che non si accordando il Senato per la sentenzia di Fabio Massimo, minacci di proporla nel Popolo, come quello che conosceva benissimo quanto simili diliberazioni piaccino a' popoli.
Potrebbesi a questo proposito dare esempli della nostra citt; come fu quando messere Ercole Bentivogli governatore delle genti fiorentine, insieme con Antonio Giacomini, poich ebbono rotto Bartolommeo d'Alviano a San Vincenti andarono a campo a Pisa la quale impresa fu diliberata dal popolo in su le promesse gagliarde di messere Ercole, ancora che molti savi cittadini la biasimassero: nondimeno non vi ebbono rimedio, spinti da quella universale volont, la quale era fondata in su le promesse gagliarde del governatore. Dico, adunque, come e' non  la pi facile via a fare rovinare una republica dove il popolo abbia autorit, che metterla in imprese gagliarde; perch, dove il popolo sia di alcuno momento, sempre fiano accettate, n vi ar, chi sar d'altra opinione, alcuno rimedio. Ma se di questo nasce la rovina della citt, ne nasce ancora, e pi spesso, la rovina particulare de' cittadini che sono preposti a simili imprese: perch, avendosi il popolo presupposto la vittoria, come ei viene la perdita, non ne accusa n la fortuna n la impotenzia di chi ha governato, ma la malvagit e ignoranza sua; e quello, il pi delle volte, o ammazza o imprigiona o confina: come intervenne a infiniti capitani Cartaginesi ed a molti Ateniesi. N giova loro alcuna vittoria che per lo addietro avessero avuta, perch tutto la presente perdita cancella: come intervenne ad Antonio Giacomini nostro, il quale, non avendo espugnata Pisa, come il popolo si aveva presupposto ed egli promesso, venne in tanta disgrazia popolare, che, non ostante infinite sue buone opere passate, visse pi per umanit di coloro che ne avevano autorit, che per alcuna altra cagione che nel popolo lo difendesse.

54.

Quanta autorit abbi uno uomo grave .
a frenare una moltitudine concitata. .


Il secondo notabile sopra il testo nel superiore capitolo allegato, , che veruna cosa  tanto atta a frenare una moltitudine concitata, quanto  la riverenzia di qualche uomo grave e di autorit, che se le faccia incontro; n sanza cagione dice Virgilio:

Tum pietate gravem ac meritis si forte virum quem
Conspexere, silent, arrectisque auribus adstant.

Per tanto, quello che  preposto a uno esercito, o quello che si trova in una citt, dove nascesse tumulto debba rappresentarsi in su quello con maggiore grazia e pi onorevolmente che pu, mettendosi intorno le insegne di quello grado che tiene, per farsi pi riverendo. Era, pochi anni sono, Firenze divisa in due fazioni, Fratesca ed Arrabbiata, che cos si chiamavano; e venendo all'armi, ed essendo superati i Frateschi, intra i quali era Pagolantonio Soderini, assai in quegli tempi riputato cittadino, ed andandogli in quelli tumulti il popolo armato a casa per saccheggiarla; messere Francesco suo fratello, allora vescovo di Volterra, ed oggi cardinale, si trovava a sorte in casa; il quale, subito sentito il romore e veduta la turba, messosi i pi onorevoli panni indosso, e di sopra il roccetto episcopale, si fece incontro a quegli armati, e con la presenzia e con le parole gli ferm; la quale cosa fu per tutta la citt per molti giorni notata e celebrata. Conchiudo, adunque, come e' non  il pi fermo n il pi necessario rimedio a frenare una moltitudine concitata, che la presenzia d'uno uomo che per presenzia paia e sia riverendo. Vedesi, adunque, per tornare al preallegato testo, con quanta ostinazione la plebe romana accettava quel partito d'andare a Veio, perch lo giudicava utile, n vi conosceva, sotto, il danno vi era; e come, nascendone assai tumulti, ne sarebbe nati scandoli, se il Senato con uomini gravi e pieni di riverenza non avesse frenato il loro furore.

55.

Quanto facilmente si conduchino .
le cose in quella citt dove la moltitudine .
non  corrotta: e che, dove  equalit, .
non si pu fare principato; .
e dove la non , non si pu .
fare republica. .


Ancora che di sopra si sia discorso assai quello  da temere o sperare delle cittadi corrotte, nondimeno non mi pare fuori di proposito considerare una diliberazione del Senato circa il voto che Cammillo aveva fatto di dare la decima parte a Apolline della preda de' Veienti: la quale preda sendo venuta nelle mani della Plebe romana, n se ne potendo altrimenti rivedere conto, fece il Senato uno editto, che ciascuno dovessi rappresentare in publico la decima parte di quello ch'egli aveva predato. E bench tale diliberazione non avesse luogo, avendo dipoi il Senato preso altro modo, e per altra via sodisfatto a Apolline, in sodisfazione della plebe; nondimeno si vede per tale diliberazione quanto quel Senato confidava nella bont di quella, e come ei giudicava che nessuno fusse per non rappresentare appunto tutto quello che per tale editto gli era comandato. E dall'altra parte si vede come la plebe non pens di fraudare in alcuna parte lo editto con il dare meno che non doveva, ma di liberarsi di quello con il mostrarne aperte indegnazioni. Questo esemplo, con molti altri che di sopra si sono addotti, mostrano quanta bont e quanta religione fusse in quel popolo, e quanto bene fusse da sperare di lui. E veramente, dove non  questa bont, non si pu sperare nulla di bene; come non si pu sperare nelle provincie che in questi tempi si veggono corrotte: come  la Italia sopra tutte l'altre, ed ancora la Francia e la Spagna di tale corrozione ritengono parte. E se in quelle provincie non si vede tanti disordini quanti nascono in Italia ogni d, diriva non tanto dalla bont de' popoli, la quale in buona parte  mancata, quanto dallo avere uno re che gli mantiene uniti, non solamente per la virt sua, ma per l'ordine di quegli regni, che ancora non sono guasti. Vedesi bene, nella provincia della Magna, questa bont e questa religione ancora in quelli popoli essere grande; la quale fa che molte republiche vi vivono libere, ed in modo osservono le loro leggi che nessuno di fuori n di dentro ardisce occuparle. E che e' sia vero che, in loro, regni buona parte di quella antica bont, io ne voglio dare uno esemplo simile a questo, detto di sopra, del Senato e della plebe romana. Usono quelle republiche, quando gli occorre loro bisogno di avere a spendere alcuna quantit di danari per conto publico, che quegli magistrati o consigli che ne hanno autorit, ponghino a tutti gli abitanti della citt uno per cento, o due, di quello che ciascuno ha di valsente. E fatta tale diliberazione, secondo l'ordine della terra si rappresenta ciascuno dinanzi agli riscotitori di tale imposta; e, preso prima il giuramento di pagare la conveniente somma, getta in una cassa a ci diputata quello che secondo la conscienza sua gli pare dovere pagare: del quale pagamento non  testimone alcuno, se non quello che paga. Donde si pu conietturare quanta bont e quanta religione sia ancora in quegli uomini. E debbesi stimare che ciascuno paghi la vera somma: perch, quando la non si pagasse, non gitterebbe quella imposizione quella quantit che loro disegnassero secondo le antiche che fossino usitate riscuotersi, e non gittando, si conoscerebbe la fraude: e conoscendo si arebbe preso altro modo che questo. La quale bont  tanto pi da ammirare in questi tempi, quanto ella  pi rada: anzi si vede essere rimasa solo in quella provincia.
Il che nasce da dua cose: l'una, non avere avute conversazioni grandi con i vicini; perch n quelli sono iti a casa loro, n essi sono iti a casa altrui, perch sono stati contenti di quelli beni, vivere di quelli cibi, vestire di quelle lane, che d il paese; d'onde  stata tolta via la cagione d'ogni conversazione, ed il principio d'ogni corruttela; perch non hanno possuto pigliare i costumi, n franciosi, n spagnuoli, n italiani; le quali nazioni tutte insieme sono la corruttela del mondo. L'altra cagione , che quelle republiche dove si  mantenuto il vivere politico ed incorrotto, non sopportono che alcuno loro cittadino n sia n viva a uso di gentiluomo: anzi mantengono intra loro una pari equalit, ed a quelli signori e gentiluomini, che sono in quella provincia, sono inimicissimi; e se per caso alcuni pervengono loro nelle mani, come principii di corruttele e cagione d'ogni scandolo, gli ammazzono. E per chiarire questo nome di gentiluomini quale e' sia, dico che gentiluomini sono chiamati quelli che oziosi vivono delle rendite delle loro possessioni abbondantemente, sanza avere cura alcuna o di coltivazione o di altra necessaria fatica a vivere. Questi tali sono perniziosi in ogni republica ed in ogni provincia, ma pi perniziosi sono quelli che, oltre alle predette fortune, comandano a castella, ed hanno sudditi che ubbidiscono a loro. Di queste due spezie di uomini ne sono pieni il regno di Napoli, Terra di Roma, la Romagna e la Lombardia. Di qui nasce che in quelle provincie non  mai surta alcuna republica n alcuno vivere politico; perch tali generazioni di uomini sono al tutto inimici d'ogni civilit. Ed a volere in provincie fatte in simil modo introdurre una republica, non sarebbe possibile: ma a volerle riordinare, se alcuno ne fusse arbitro, non arebbe altra via che farvi uno regno. La ragione  questa che, dove  tanto la materia corrotta che le leggi non bastano a frenarla, vi bisogna ordinare insieme con quelle maggior forza; la quale  una mano regia, che con la potenza assoluta ed eccessiva ponga freno alla eccessiva ambizione e corruttela de' potenti. Verificasi questa ragione con lo esemplo di Toscana: dove si vede in poco spazio di terreno state lungamente tre republiche, Firenze, Siena e Lucca; e le altre citt di quella provincia essere in modo serve, che, con lo animo e con l'ordine, si vede o che le mantengono o che le vorrebbono mantenere la loro libert. Tutto  nato per non essere in quella provincia alcuno signore di castella, e nessuno o pochissimi gentiluomini; ma esservi tanta equalit, che facilmente da uno uomo prudente, e che delle antiche civilit avesse cognizione, vi s'introdurrebbe uno vivere civile. Ma lo infortunio suo  stato tanto grande, che infino a questi tempi non si  abattuta a alcuno uomo che lo abbia possuto o saputo fare.
Trassi adunque di questo discorso questa conclusione: che colui che vuole fare dove sono assai gentiluomini una republica, non la pu fare se prima non gli spegne tutti: e che colui che, dov' assai equalit, vuole fare uno regno o uno principato, non lo potr mai fare se non trae di quella equalit molti d'animo ambizioso ed inquieto, e quelli fa gentiluomini in fatto, e non in nome, donando loro castella e possessioni, e dando loro favore di sustanze e di uomini; acciocch, posto in mezzo di loro, mediante quegli mantenga la sua potenza; ed essi, mediante quello, la loro ambizione; e gli altri siano constretti a sopportare quel giogo che la forza, e non altro mai, pu fare sopportare loro. Ed essendo per questa via proporzione da chi sforza a chi  sforzato, stanno fermi gli uomini ciascuno negli ordini loro. E perch il fare d'una provincia atta a essere regno una republica, e d'una atta a essere republica farne uno regno,  materia da uno uomo che per cervello e per autorit sia raro: sono stati molti che lo hanno voluto fare e pochi che lo abbino saputo condurre. Perch la grandezza della cosa, parte sbigottisce gli uomini, parte in modo gl'impedisce, che ne' principii primi mancano.
Credo che a questa mia opinione, che dove sono gentiluomini non si possa ordinare republica, parr contraria la esperienza della Republica viniziana, nella quale non possono avere alcuno grado se non coloro che sono gentiluomini. A che si risponde, come questo esemplo non ci fa alcuna oppugnazione, perch i gentiluomini in quella Republica sono pi in nome che in fatto; perch loro non hanno grandi entrate di possessioni, sendo le loro ricchezze grandi fondate in sulla mercanzia e cose mobili, e di pi, nessuno di loro tiene castella, o ha alcuna iurisdizione sopra gli uomini: ma quel nome di gentiluomo in loro  nome di degnit e di riputazione, sanza essere fondato sopra alcuna di quelle cose che fa che nell'altre citt si chiamano i gentiluomini. E come le altre republiche hanno tutte le loro divisioni sotto vari nomi, cos Vinegia si divide in gentiluomini e popolari: e vogliono che quegli abbino, ovvero possino avere, tutti gli onori; quelli altri ne siano al tutto esclusi. Il che non fa disordine in quella terra, per le ragioni altra volta dette. Constituisca, adunque, una republica colui dove , o  fatta, una grande equalit; ed all'incontro ordini un principato dove  grande inequalit: altrimenti far cosa sanza proporzione e poco durabile.

56.

Innanzi che seguino i grandi accidenti .
in una citt o in una provincia, .
vengono segni che gli pronosticono, .
o uomini che gli predicano. .


Donde ei si nasca io non so, ma ei si vede per gli antichi e per gli moderni esempli, che mai non venne alcuno grave accidente in una citt o in una provincia, che non sia stato, o da indovini o da rivelazioni o da prodigi o da altri segni celesti, predetto. E per non mi discostare da casa nel provare questo, sa ciascuno quanto da frate Girolamo Savonerola fosse predetta innanzi la venuta del re Carlo VIII di Francia in Italia; e come, oltre a di questo, per tutta Toscana si disse essere sentite in aria e vedute genti d'armi, sopra Arezzo, che si azzuffavano insieme. Sa ciascuno, oltre a questo, come, avanti alla morte di Lorenzo de' Medici vecchio, fu percosso il duomo nella sua pi alta parte con una saetta celeste, con rovina grandissima di quello edifizio. Sa ciascuno ancora, come, poco innanzi che Piero Soderini, quale era stato fatto gonfalonieri a vita dal popolo fiorentino, fosse cacciato e privo del suo grado, fu il palazzo medesimamente da uno fulgure percosso. Potrebbonsi, oltre a di questo, addurre pi esempli i quali, per fuggire il tedio, lascer. Narrer solo quello che Tito Livio dice, innanzi alla venuta de' Franciosi a Roma: cio, come uno Marco Cedicio plebeio rifer al Senato avere udito di mezza notte, passando per la Via nuova, una voce, maggiore che umana, la quale lo ammuniva che riferissi a' magistrati come e' Franciosi venivano a Roma. La cagione di questo credo sia da essere discorsa e interpretata da uomo che abbi notizia delle cose naturali e soprannaturali: il che non abbiamo noi. Pure, potrebbe essere che, sendo questo aere, come vuole alcuno filosofo, pieno di intelligenze, le quali per naturali virt preveggendo le cose future, ed avendo compassione agli uomini, acci si possino preparare alle difese, gli avvertiscono con simili segni. Pure, comunque e' si sia, si vede cos essere la verit; e che sempre dopo tali accidenti sopravvengono cose istraordinarie e nuove alle provincie.

57.

La Plebe insieme  gagliarda, .
di per s  debole. .


Erano molti Romani, sendo seguita per la passata dei Franciosi la rovina della loro patria, andati ad abitare a Veio, contro la constituzione ed ordine del Senato: il quale, per rimediare a questo disordine, comand per i suoi editti publici che ciascuno, infra certo tempo, e sotto certe pene, tornasse a abitare a Roma. De' quali editti, da prima per coloro contro a chi e' venivano, si fu fatto beffe; dipoi, quando si appress il tempo dello ubbidire, tutti ubbidirono. E Tito Livio dice queste parole "Ex ferocibus universis singuli metu suo obedientes fuere". E veramente, non si pu mostrare meglio la natura d'una moltitudine in questa parte, che si dimostri in questo testo. Perch la moltitudine  audace nel parlare, molte volte contro alle diliberazioni del loro principe; dipoi, come ei veggono la pena in viso, non si fidando l'uno dell'altro, corrono ad ubbidire. Talch si vede certo che, di quel che si dica uno popolo circa la buona o mala disposizione sua, si debba tenere non gran conto, quando tu sia ordinato in modo da poterlo mantenere, s'egli  bene disposto; s'egli  male disposto, da potere provedere che non ti offenda. Questo s'intende per quelle male disposizioni che hanno i popoli, nate da qualunque altra cagione che o per avere perduto la libert o il loro principe stato amato da loro e che ancora sia vivo: imperocch le male disposizioni che nascono da queste cagioni sono sopra ogni cosa formidabili, e che hanno bisogno di grandi rimedi a frenarle: l'altre sue indisposizioni fiano facili, quando e' non abbia capi a chi rifuggire. Perch non ci  cosa, dall'un canto, pi formidabile che una moltitudine sciolta e sanza capo; e, dall'altra parte, non  cosa pi debole: perch, quantunque ella abbia l'armi in mano, fia facile ridurla, purch tu abbi ridotto da poter fuggire il primo empito; perch quando gli animi sono un poco raffreddi, e che ciascuno vede di aversi a tornare a casa sua, cominciano a dubitare di loro medesimi, e pensare alla salute loro o col fuggirsi o con l'accordarsi. Per una moltitudine cos concitata, volendo fuggire questi pericoli, ha subito a fare infra s medesima uno capo che la corregga, tenghila unita e pensi alla sua difesa; come fece la plebe romana, quando, dopo la morte di Virginia, si part da Roma, e per salvarsi feciono infra loro venti Tribuni: e non faccendo questo, interviene loro sempre quel che dice Tito Livio nelle soprascritte parole che tutti insieme sono gagliardi, e, quando ciascuno poi comincia a pensare al proprio pericolo, diventa vile e debole.

58.

La moltitudine  pi savia .
e pi costante che uno principe. .


Nessuna cosa essere pi vana e pi incostante che la moltitudine, cos Tito Livio nostro, come tutti gli altri istorici, affermano. Perch spesso occorre, nel narrare le azioni degli uomini, vedere la moltitudine avere condannato alcuno a morte, e quel medesimo dipoi pianto e sommamente desiderato: come si vede aver fatto il popolo romano, di Manlio Capitolino, il quale avendo condannato a morte, sommamente dipoi desiderava quello. E le parole dello autore sono queste: "Populum brevi, posteaquam ab eo periculum nullum erat, desiderium eius tenuit". Ed altrove, quando mostra gli accidenti che nacquono in Siracusa dopo la morte di Girolamo nipote di Ierone, dice: "Haec natura multitudinis est: aut humiliter servit, aut superbe dominatur". Io non so se io mi prender una provincia dura e piena di tanta difficult, che mi convenga o abbandonarla con vergogna, o seguirla con carico; volendo difendere una cosa, la quale, come ho detto, da tutti gli scrittori  accusata. Ma, comunque si sia, io non giudico n giudicher mai essere difetto difendere alcuna opinione con le ragioni, sanza volervi usare o l'autorit o la forza. Dico, adunque, come di quello difetto di che accusano gli scrittori la moltitudine, se ne possono accusare tutti gli uomini particularmente, e massime i principi; perch ciascuno, che non sia regolato dalle leggi, farebbe quelli medesimi errori che la moltitudine sciolta. E questo si pu conoscere facilmente, perch ei sono e sono stati assai principi, e de' buoni e de' savi ne sono stati pochi: io dico de' principi che hanno potuto rompere quel freno che gli pu correggere; intra i quali non sono quegli re che nascevano in Egitto, quando, in quella antichissima antichit, si governava quella provincia con le leggi; n quegli che nascevano in Sparta; n quegli che a' nostri tempi nascano in Francia; il quale regno  moderato pi dalle leggi che alcuno altro regno di che ne' nostri tempi si abbia notizia. E questi re che nascono sotto tali constituzioni non sono da mettere in quel numero, donde si abbia a considerare la natura di ciascuno uomo per s, e vedere s'egli  simile alla moltitudine; perch a rincontro si debbe porre una moltitudine medesimamente regolata dalle leggi come sono loro; e si troverr in lei essere quella medesima bont che noi vediamo essere in quelli, e vedrassi quella n superbamente dominare n umilmente servire: come era il popolo romano, il quale, mentre dur la Republica incorrotta, non serv mai umilmente n mai domin superbamente; anzi con li suoi ordini e magistrati tenne il suo grado onorevolmente. E quando era necessario commuoversi contro a un potente, lo faceva; come si vide in Manlio, ne' Dieci ed in altri che cercorono opprimerla: e quando era necessario ubbidire a' Dittatori ed a' Consoli per la salute publica, lo faceva. E se il popolo romano desiderava Manlio Capitolino morto, non  maraviglia, perch ei desiderava le sue virt, le quali erano state tali, che la memoria di esse recava compassione a ciascuno, ed arebbono avuto forza di fare quel medesimo effetto in un principe, perch la  sentenzia di tutti gli scrittori, come la virt si lauda e si ammira ancora negli inimici suoi: e se Manlio, intra tanto desiderio, fusse risuscitato, il popolo di Roma arebbe dato di lui il medesimo giudizio, come ei fece, tratto che lo ebbe di prigione, che poco di poi lo condann a morte; nonostante che si vegga de' principi, tenuti savi, i quali hanno fatto morire qualche persona, e poi sommamente desideratola: come Alessandro, Clito ed altri suoi amici; ed Erode, Marianne. Ma quello che lo istorico nostro dice della natura della moltitudine, non dice di quella che  regolata dalle leggi, come era la romana; ma della sciolta, come era la siragusana: la quale fece quegli errori che fanno gli uomini infuriati e sciolti, come fece Alessandro Magno, ed Erode, ne' casi detti. Per non  pi da incolpare la natura della moltitudine che de' principi, perch tutti equalmente errano, quando tutti sanza rispetto possono errare. Di che, oltre a quel che ho detto, ci sono assai esempli, ed intra gl'imperadori romani, ed intra gli altri tiranni e principi; dove si vede tanta incostanzia e tanta variazione di vita, quanta mai non si trovasse in alcuna moltitudine.
Conchiudo adunque, contro alla commune opinione; la quale dice come i popoli, quando sono principi, sono varii, mutabili ed ingrati; affermando che in loro non sono altrimenti questi peccati che siano ne' principi particulari. Ed accusando alcuno i popoli ed i principi insieme, potrebbe dire il vero; ma traendone i principi, s'inganna: perch un popolo che comandi e sia bene ordinato, sar stabile, prudente e grato non altrimenti che un principe, o meglio che un principe, eziandio stimato savio: e dall'altra parte, un principe, sciolto dalle leggi, sar ingrato, vario ed imprudente pi che un popolo. E che la variazione del procedere loro nasce non dalla natura diversa, perch in tutti  a un modo, e, se vi  vantaggio di bene,  nel popolo; ma dallo avere pi o meno rispetto alle leggi, dentro alle quali l'uno e l'altro vive. E chi considerer il popolo romano, lo vedr essere stato per quattrocento anni inimico del nome regio, ed amatore della gloria e del bene commune della sua patria; vedr tanti esempli usati da lui, che testimoniano l'una cosa e l'altra. E se alcuno mi allegasse la ingratitudine ch'egli us contra a Scipione, rispondo quello che di sopra lungamente si discorse in questa materia, dove si mostr i popoli essere meno ingrati de' principi. Ma quanto alla prudenzia ed alla stabilit, dico, come un popolo  pi prudente, pi stabile e di migliore giudizio che un principe. E non sanza cagione si assomiglia la voce d'un popolo a quella di Dio: perch si vede una opinione universale fare effetti maravigliosi ne' pronostichi suoi; talch pare che per occulta virt ei prevegga il suo male ed il suo bene. Quanto al giudicare le cose, si vede radissime volte, quando egli ode duo concionanti che tendino in diverse parti, quando ei sono di equale virt, che non pigli la opinione migliore, e che non sia capace di quella verit che egli ode. E se nelle cose gagliarde, o che paiano utili, come di sopra si dice, egli erra; molte volte erra ancora un principe nelle sue proprie passioni, le quali sono molte pi che quelle de' popoli. Vedesi ancora, nelle sue elezioni ai magistrati, fare, di lunga, migliore elezione che un principe, n mai si persuader a un popolo, che sia bene tirare alle degnit uno uomo infame e di corrotti costumi: il che facilmente e per mille vie si persuade a un principe. Vedesi uno popolo cominciare ad avere in orrore una cosa, e molti secoli stare in quella opinione: il che non si vede in un principe. E dell'una e dell'altra di queste due cose voglio mi basti per testimone il popolo romano: il quale in tante centinaia d'anni, in tante elezioni di Consoli e di Tribuni, non fece quattro elezioni di che quello si avesse a pentire. Ed ebbe, come ho detto, tanto in odio il nome regio, che nessuno obligo di alcuno suo cittadino, che tentasse quel nome, pot fargli fuggire le debite pene. Vedesi, oltra di questo, le citt, dove i popoli sono principi, fare in brevissimo tempo augumenti eccessivi, e molto maggiori che quelle che sempre sono state sotto uno principe: come fece Roma dopo la cacciata de' re, ed Atene da poi che la si liber da Pisistrato. Il che non pu nascere da altro, se non che sono migliori governi quegli de' popoli che quegli de' principi. N voglio che si opponga a questa mia opinione tutto quello che lo istorico nostro ne dice nel preallegato testo, ed in qualunque altro; perch, se si discorreranno tutti i disordini de' popoli, tutti i disordini de' principi, tutte le glorie de' popoli e tutte quelle de' principi, si vedr il popolo di bont e di gloria essere, di lunga, superiore. E se i principi sono superiori a' popoli nello ordinare leggi, formare vite civili, ordinare statuti ed ordini nuovi; i popoli sono tanto superiori nel mantenere le cose ordinate, ch'egli aggiungono sanza dubbio alla gloria di coloro che l'ordinano.
Ed insomma, per conchiudere questa materia, dico come hanno durato assai gli stati de' principi, hanno durato assai gli stati delle republiche, e l'uno e l'altro ha avuto bisogno d'essere regolato dalle leggi: perch un principe che pu fare ci ch'ei vuole,  pazzo; un popolo che pu fare cio che vuole, non  savio. Se, adunque, si ragioner d'un principe obligato alle leggi, e d'un popolo incatenato da quelle, si vedr pi virt nel popolo che nel principe: se si ragioner dell'uno e dell'altro sciolto, si vedr meno errori nel popolo che nel principe e quelli minori, ed aranno maggiori rimedi. Per che a un popolo licenzioso e tumultuario, gli pu da un uomo buono essere parlato, e facilmente pu essere ridotto nella via buona: a un principe cattivo non  alcuno che possa parlare n vi  altro rimedio che il ferro. Da che si pu fare coniettura della importanza della malattia dell'uno e dell'altro: ch se a curare la malattia del popolo bastan le parole, ed a quella del principe bisogna il ferro, non sar mai alcuno che non giudichi, che, dove bisogna maggior cura, siano maggiori errori. Quando un popolo  bene sciolto, non si temano le pazzie che quello fa, n si ha paura del male presente, ma di quel che ne pu nascere, potendo nascere, infra tanta confusione, uno tiranno. Ma ne' principi cattivi interviene il contrario: che si teme il male presente, e nel futuro si spera; persuadendosi gli uomini che la sua cattiva vita possa fare surgere una libert. S che vedete la differenza dell'uno e dell'altro, la quale  quanto, dalle cose che sono, a quelle che hanno a essere. Le crudelt della moltitudine sono contro a chi ei temano che occupi il bene commune: quelle d'un principe sono contro a chi ei temano che occupi il bene proprio. Ma la opinione contro ai popoli nasce perch de' popoli ciascuno dice male sanza paura e liberamente, ancora mentre che regnano: de' principi si parla sempre con mille paure e mille rispetti. N mi pare fuor di proposito, poich questa materia mi vi tira, disputare, nel seguente capitolo, di quali confederazioni altri si possa pi fidare; o di quelle fatte con una republica, o di quelle fatte con uno principe.

59.

Di quale confederazione o lega .
altri si pu pi fidare; o di quella fatta .
con una republica, o di quella fatta .
con uno principe. .


Perch, ciascuno d, occorre che l'uno principe con l'altro, o l'una republica con l'altra, fanno lega ed amicizia insieme: ed ancora similmente si contrae confederazione ed accordo intra una republica ed uno principe: mi pare da esaminare qual fede  pi stabile, e di quale si debba tenere pi conto, o di quella d'una republica, o di quella d'uno principe. Io, esaminando tutto, credo che in molti casi ei sieno simili ed in alcuni vi sia qualche disformit. Credo, per tanto, che gli accordi fatti per forza non ti saranno n da uno principe n da una republica osservati; credo che, quando la paura dello stato venga, l'uno e l'altro, per non lo perdere, ti romper la fede, e ti user ingratitudine. Demetrio, quel che fu chiamato espugnatore delle cittadi, aveva fatto agli Ateniesi infiniti beneficii: occorse dipoi, che, sendo rotto da' suoi inimici, e rifuggendosi in Atene come in citt amica ed a lui obligata, non fu ricevuto da quella: il che gli dolse assai pi che non aveva fatto la perdita delle genti e dello esercito suo. Pompeio, rotto che fu da Cesare in Tessaglia, si rifugg in Egitto a Tolomeo, il quale era per lo adietro da lui stato rimesso nel regno; e fu da lui morto. Le quali cose si vede che ebbero le medesime cagioni: nondimeno fu pi umanit usata e meno ingiuria dalla republica, che dal principe. Dove , pertanto, la paura, si troverr in fatto la medesima fede. E se si troverr o una republica o uno principe, che, per osservarti la fede, aspetti di rovinare, pu nascere questo ancora da simili cagioni. E quanto al principe, pu molto bene occorrere che egli sia amico d'uno principe potente, che, se bene non ha occasione allora di difenderlo, ei pu sperare che col tempo ei lo ristituisca nel principato suo; o veramente che, avendolo seguito come partigiano, ei non creda trovare n fede n accordi con il nimico di quello. Di questa sorte sono stati quegli principi del reame di Napoli, che hanno seguite le parti franciose. E quanto alle republiche, fu di questa sorte Sagunto in Ispagna, che aspett la rovina per seguire le parti romane; e di questa Firenze, per seguire nel 1512 le parti franciose. E credo, computato ogni cosa, che in questi casi, dove  il pericolo urgente, si troverr qualche stabilit pi nelle republiche, che ne' principi. Perch, sebbene le republiche avessero quel medesimo animo e quella medesima voglia che uno principe, lo avere il moto loro tardo, far che le perranno sempre pi a risolversi che il principe, e per questo perranno pi a rompere la fede di lui. Romponsi le confederazioni per lo utile. In questo le republiche sono, di lunga, pi osservanti degli accordi, che i principi. E potrebbesi addurre esempli, dove uno minimo utile ha fatto rompere la fede a uno principe, e dove una grande utilit non ha fatto rompere la fede a una republica: come fu quello partito che propose Temistocle agli Ateniesi, a' quali nella concione disse che aveva uno consiglio da fare alla loro patria grande utilit, ma non lo poteva dire per non lo scoprire, perch, scoprendolo, si toglieva la occasione del farlo. Onde il popolo di Atene elesse Aristide, al quale si comunicasse la cosa, e secondo dipoi che paresse a lui se ne diliberasse: al quale Temistocle mostr come l'armata di tutta Grecia, ancora che la stesse sotto la fede loro, era in lato che facilmente si poteva guadagnare o distruggere; il che faceva gli Ateniesi al tutto arbitri di quella provincia. Donde Aristide rifer al popolo, il partito di Temistocle essere utilissimo ma disonestissimo: per la quale cosa il popolo al tutto lo ricus. Il che non arebbe fatto Filippo Macedone, e gli altri principi che pi utile hanno cerco e guadagnato con il rompere la fede, che con alcuno altro modo. Quanto a rompere i patti per qualche cagione di inosservanzia, di questo io non parlo, come di cosa ordinaria; ma parlo di quelli che si rompono per cagioni istraordinarie: dove io credo, per le cose dette, che il popolo facci minori errori che il principe, e per questo si possa fidar pi di lui che del principe.

60.

Come il Consolato e qualunque .
altro magistrato in Roma .
si dava sanza rispetto di et. .


Ei si vede per l'ordine della istoria, come la Republica romana, poich il Consolato venne nella Plebe, concesse quello ai suoi cittadini sanza rispetto di et o di sangue; ancora che il rispetto della et mai non fusse in Roma, ma sempre si and a trovare la virt, o in giovane o in vecchio che la fusse. Il che si vede per il testimone di Valerio Corvino, che fu fatto Consolo in ventitr anni: e Valerio detto, parlando ai suoi soldati, disse come il Consolato era "praemium virtutis, non sanguinis". La quale cosa se fu bene considerata o no, sarebbe da disputare assai. E quanto al sangue, fu concesso questo per necessit; e quella necessit che fu in Roma, sarebbe in ogni citt che volesse fare gli effetti che fece Roma, come altra volta si  detto: perch e' non si pu dare agli uomini disagio sanza premio, n si pu trre loro la speranza di conseguire il premio sanza pericolo. E per a buona ora convenne che la Plebe avessi speranza di avere il Consolato: e di questa speranza si nutr un pezzo sanza averlo; dipoi non bast la speranza, che e' convenne che si venisse allo effetto. Ma la citt che non adopera la sua plebe a alcuna cosa gloriosa, la pu trattare a suo modo come altrove si disput: ma quella che vuol fare quel che fe' Roma, non ha a fare questa distinzione. E dato che cos sia, quella del tempo non ha replica anzi  necessaria: perch nello eleggere uno giovane in un grado che abbi bisogno d'una prudenza di vecchio, conviene, avendovelo a eleggere la moltitudine, che a quel grado lo facci pervenire qualche sua notabilissima azione. E quando uno giovane  di tanta virt, che si sia fatto in qualche cosa notabile conoscere; sarebbe cosa dannosissima che la citt non se ne potessi valere allora, e che l'avesse a aspettare che fosse invecchiato con lui quel vigore dell'animo e quella prontezza, della quale in quella et la patria sua si poteva valere: come si valse Roma di Valerio Corvino, di Scipione e di Pompeio, e di molti altri, che trionfarono giovanissimi.


LIBRO SECONDO .


Laudano sempre gli uomini, ma non sempre ragionevolmente, gli antichi tempi, e gli presenti accusano: ed in modo sono delle cose passate partigiani, che non solamente celebrano quelle etadi che da loro sono state, per la memoria che ne hanno lasciata gli scrittori, conosciute; ma quelle ancora che, sendo gi vecchi, si ricordano nella loro giovanezza avere vedute. E quando questa loro opinione sia falsa, come il pi delle volte , mi persuado varie essere le cagioni che a questo inganno gli conducono. E la prima credo sia, che delle cose antiche non s'intenda al tutto la verit; e che di quelle il pi delle volte si nasconda quelle cose che recherebbono a quelli tempi infamia; e quelle altre che possano partorire loro gloria, si rendino magnifiche ed amplissime. Perch il pi degli scrittori in modo alla fortuna de' vincitori ubbidiscano, che, per fare le loro vittorie gloriose, non solamente accrescano quello che da loro  virtuosamente operato, ma ancora le azioni de' nimici in modo illustrano, che, qualunque nasce dipoi in qualunque delle due provincie, o nella vittoriosa o nella vinta, ha cagione di maravigliarsi di quegli uomini e di quelli tempi, ed  forzato sommamente laudarli ed amarli. Oltra di questo, odiando gli uomini le cose o per timore o per invidia, vengono ad essere spente due potentissime cagioni dell'odio nelle cose passate, non ti potendo quelle offendere, e non ti dando cagione d'invidiarle. Ma al contrario interviene di quelle cose che si maneggiano e veggono; le quali, per la intera cognizione di esse, non ti essendo in alcuna parte nascoste, e conoscendo in quelle insieme con il bene molte altre cose che ti dispiacciono, sei forzato giudicarle alle antiche molto inferiori, ancora che, in verit, le presenti molto pi di quelle di gloria e di fama meritassoro: ragionando, non delle cose pertinenti alle arti, le quali hanno tanta chiarezza in s, che i tempi possono trre o dare loro poco pi gloria che per loro medesime si meritino; ma parlando di quelle pertinenti alla vita e costumi degli uomini, delle quali non se ne veggono s chiari testimoni.
Replico, pertanto, essere vera quella consuetudine del laudare e biasimare soprascritta: ma non essere gi sempre vero che si erri nel farlo. Perch qualche volta  necessario che giudichino la verit; perch, essendo le cose umane sempre in moto, o le salgano, o le scendano. E vedesi una citt o una provincia essere ordinata al vivere politico da qualche uomo eccellente, ed, un tempo, per la virt di quello ordinatore, andare sempre in augumento verso il meglio. Chi nasce allora in tale stato, ed ei laudi pi gli antichi tempi che i moderni, s'inganna; ed  causato il suo inganno da quelle cose che di sopra si sono dette. Ma coloro che nascano dipoi, in quella citt o provincia, che gli  venuto il tempo che la scende verso la parte pi ria, allora non s'ingannano. E pensando io come queste cose procedino, giudico il mondo sempre essere stato ad uno medesimo modo, ed in quello essere stato tanto di buono quanto di cattivo; ma variare questo cattivo e questo buono, di provincia in provincia: come si vede per quello si ha notizia di quegli regni antichi, che variavano dall'uno all'altro per la variazione de' costumi; ma il mondo restava quel medesimo. Solo vi era questa differenza, che dove quello aveva prima allogata la sua virt in Assiria, la colloc in Media, dipoi in Persia, tanto che la ne venne in Italia ed a Roma; e se dopo lo Imperio romano non  seguito Imperio che sia durato, n dove il mondo abbia ritenuta la sua virt insieme, si vede nondimeno essere sparsa in di molte nazioni dove si viveva virtuosamente; come era il regno de' Franchi, il regno de' Turchi, quel del Soldano; ed oggi i popoli della Magna; e prima quella setta Saracina che fece tante gran cose, ed occup tanto mondo, poich la distrusse lo Imperio romano orientale. In tutte queste provincie, adunque, poich i Romani rovinorno, ed in tutte queste sette  stata quella virt, ed  ancora in alcuna parte di esse, che si disidera, e che con vera laude si lauda. E chi nasce in quelle, e lauda i tempi passati pi che i presenti, si potrebbe ingannare; ma chi nasce in Italia ed in Grecia, e non sia diventato o in Italia oltramontano o in Grecia turco, ha ragione di biasimare i tempi suoi, e laudare gli altri: perch in quelli vi sono assai cose che gli fanno maravigliosi; in questi non  cosa alcuna che gli ricomperi da ogni estrema miseria, infamia e vituperio: dove non  osservanza di religione, non di leggi, non di milizia; ma sono maculati d'ogni ragione bruttura. E tanto sono questi vizi pi detestabili, quanto ei sono pi in coloro che seggono pro tribunali, comandano a ciascuno, e vogliono essere adorati.
Ma tornando al ragionamento nostro, dico che se il giudicio degli uomini  corrotto in giudicare quale sia migliore, o il secolo presente o l'antico, in quelle cose dove per l'antichit e' non ne ha possuto avere perfetta cognizione come egli ha de' suoi tempi; non doverebbe corrompersi ne' vecchi nel giudicare i tempi della giovent e vecchiezza loro avendo quelli e questi equalmente conosciuti e visti. La quale cosa sarebbe vera, se gli uomini per tutti i tempi della lor vita fossero di quel medesimo giudizio, ed avessono quegli medesimi appetiti: ma variando quegli ancora che i tempi non variino, non possono parere agli uomini quelli medesimi, avendo altri appetiti, altri diletti, altre considerazioni nella vecchiezza, che nella giovent. Perch, mancando gli uomini, quando gl'invecchiano, di forze, e crescendo di giudizio e di prudenza,  necessario che quelle cose che in giovent parevano loro sopportabili e buone, rieschino poi, invecchiando, insopportabili e cattive; e dove quegli ne doverrebbono accusare il giudizio loro, ne accusano i tempi. Sendo, oltra di questo, gli appetiti umani insaziabili, perch, avendo, dalla natura, di potere e volere desiderare ogni cosa, e, dalla fortuna, di potere conseguitarne poche; ne risulta continuamente una mala contentezza nelle menti umane, ed uno fastidio delle cose che si posseggono: il che fa biasimare i presenti tempi, laudare i passati, e desiderare i futuri; ancora che a fare questo non fussono mossi da alcuna ragionevole cagione. Non so, adunque, se io meriter d'essere numerato tra quelli che si ingannano, se in questi mia discorsi io lauder troppo i tempi degli antichi Romani, e biasimer i nostri. E veramente, se la virt che allora regnava, ed il vizio che ora regna, non fussino pi chiari che il sole andrei col parlare pi rattenuto, dubitando non incorrere in questo inganno di che io accuso alcuni. Ma essendo la cosa s manifesta che ciascuno la vede, sar animoso in dire manifestamente quello che io intender di quelli e di questi tempi; acciocch gli animi de' giovani che questi mia scritti leggeranno, possino fuggire questi, e prepararsi ad imitar quegli, qualunque volta la fortuna ne dessi loro occasione. Perch gli  offizio di uomo buono, quel bene che per la malignit de' tempi e della fortuna tu non hai potuto operare, insegnarlo ad altri, acciocch, sendone molti capaci, alcuno di quelli, pi amato dal Cielo, possa operarlo. Ed avendo ne' discorsi del superior libro, parlato delle diliberazioni fatte da' Romani, pertinenti al di dentro della citt, in questo parleremo di quelle, che 'l Popolo romano fece pertinenti allo augumento dello imperio suo.

1.

Quale fu pi cagione dello imperio .
che acquistarono i romani, o la virt, .
o la fortuna. .


Molti hanno avuta opinione, ed in tra' quali Plutarco, gravissimo scrittore, che 'l popolo romano nello acquistare lo imperio fosse pi favorito dalla fortuna che dalla virt. Ed intra le altre ragioni che ne adduce, dice che per confessione di quel popolo si dimostra, quello avere riconosciute dalla fortuna tutte le sue vittorie, avendo quello edificati pi templi alla Fortuna che ad alcuno altro iddio. E pare che a questa opinione si accosti Livio; perch rade volte  che facci parlare ad alcuno Romano, dove ei racconti della virt, che non vi aggiunga la fortuna. La qual cosa io non voglio confessare in alcuno modo, n credo ancora si possa sostenere. Perch, se non si  trovata mai republica che abbi fatti i profitti che Roma,  nato che non si  trovata mai republica che sia stata ordinata a potere acquistare come Roma. Perch la virt degli eserciti gli fecero acquistare lo imperio; e l'ordine del procedere, ed il modo suo proprio, e trovato dal suo primo latore delle leggi gli fece mantenere lo acquistato: come di sotto largamente in pi discorsi si narrer. Dicono costoro, che non avere mai accozzate due potentissime guerre in uno medesimo tempo, fu fortuna e non virt del Popolo romano; perch e' non ebbero guerra con i Latini, se non quando egli ebbero, non tanto battuti i Sanniti, quanto che la guerra fu fatta da' Romani in defensione di quelli; non combatterono con i Toscani, se prima non ebbero soggiogati i Latini, ed enervati con le spesse rotte quasi in tutto i Sanniti: che se due di queste potenze intere si fossero, quando erano fresche, accozzate insieme, senza dubbio si pu facilmente conietturare che ne sarebbe seguito la rovina della romana Republica. Ma, comunque questa cosa nascesse, mai non intervenne che eglino avessero due potentissime guerre in uno medesimo tempo: anzi parve sempre che, o, nel nascere dell'una, l'altra si spegnesse, o nello spegnersi dell'una, l'altra nascesse. Il che si pu facilmente vedere per l'ordine delle guerre fatte da loro: perch, lasciando stare quelle che fecero prima che Roma fosse presa dai Franciosi, si vede che, mentre che combatterno con gli Equi e con i Volsci, mai, mentre che questi popoli furono potenti, non scesero contro di loro altre genti. Domi costoro, nacque la guerra contro a' Sanniti; e bench, innanzi che finisse tale guerra, i popoli latini si ribellassero da' Romani; nondimeno, quando tale ribellione segu, i Sanniti erano in lega con Roma, e con i loro eserciti aiutarono i Romani domare la insolenzia latina. I quali domi, risurse la guerra di Sannio. Battute per molte rotte date a' Sanniti le loro forze, nacque la guerra de' Toscani; la quale composta, si rilevarono di nuovo i Sanniti per la passata di Pirro in Italia. Il quale come fu ributtato, e rimandato in Grecia, appiccarono la prima guerra con i Cartaginesi: n prima fu tale guerra finita, che tutti i Franciosi, e di l e di qua dall'Alpi, congiurarono contro ai Romani; tanto che intra Populonia e Pisa, dove  oggi la torre a San Vincenti, furono con massima strage superati. Finita questa guerra, per spazio di venti anni ebbero guerre di non molta importanza; perch non combatterono con altri che con Liguri, e con quel rimanente de' Franciosi che era in Lombardia. E cos stettero tanto che nacque la seconda guerra cartaginese, la quale per sedici anni tenne occupata Italia. Finita questa con massima gloria, nacque la guerra macedonica; la quale finita, venne quella d'Antioco e d'Asia. Dopo la quale vittoria, non rest in tutto il mondo n principe n republica che, di per s, o tutti insieme, che si potessero opporre alle forze romane.
Ma innanzi a quella ultima vittoria chi considerer bene l'ordine di queste guerre, ed il modo del procedere loro, vi vedr dentro mescolate con la fortuna una virt e prudenza grandissima. Talch, chi esaminassi la cagione di tale fortuna, la ritroverebbe facilmente: perch gli  cosa certissima, che come uno principe e uno popolo viene in tanta riputazione, che ciascuno principe e popolo vicino abbia di per s paura ad assaltarlo e ne tema, sempre interverr che ciascuno d'essi mai lo assalter, se non necessitato; in modo che e' sar quasi come nella elezione di quel potente, fare guerra con quale di quei sua vicini gli parr, e gli altri con la sua industria quietare. E' quali, parte rispetto alla potenza sua, parte ingannati da que' modi ch'egli terr per adormentargli, si quietano facilmente; quegli altri potenti, che sono discosto e che non hanno commerzio seco, curano la cosa come cosa longinqua, e che non appartenga a loro. Nel quale errore stanno tanto che questo incendio venga loro presso: il quale venuto, non hanno rimedio a spegnerlo se non con le forze proprie le quali dipoi non bastono, sendo colui diventato potentissimo. Io voglio lasciare andare come i Sanniti stettero a vedere vincere dal Popolo romano i Volsci e gli Equi; e per non essere troppo prolisso, mi far da' Cartaginesi: i quali erano di gran potenza e di grande estimazione, quando i Romani combattevano co' Sanniti e con i Toscani; perch di gi tenevano tutta l'Africa, tenevano la Sardigna e la Sicilia, avevano dominio in parte della Spagna. La quale potenza loro, insieme con lo essere discosto ne' confini dal popolo romano, fece che non pensarono mai di assaltare quello, n di soccorrere i Sanniti ed i Toscani: anzi fecero come si fa nelle cose che crescano pi tosto in loro favore, collegandosi con quegli e cercando l'amicizia loro. N si avviddono prima dello errore fatto, che i Romani, domi tutti i popoli mezzi in fra loro ed i Cartaginesi, cominciarono a combattere insieme dello imperio di Sicilia e di Spagna. Intervenne questo medesimo a' Franciosi che a' Cartaginesi, e cos a Filippo re de' Macedoni, e a Antioco; e ciascuno di loro credea, mentre che il Popolo romano era occupato con l'altro, che quello altro lo superasse, ed essere a tempo, o con pace o con guerra, difendersi da lui. In modo che io credo che la fortuna che ebbero in questa parte i Romani, l'arebbono tutti quegli principi che procedessono come i Romani, e fossero della medesima virt che loro.
Sarebbeci da mostrare a questo proposito il modo tenuto dal Popolo romano nello entrare nelle provincie d'altrui, se nel nostro trattato de' Principati non ne avessimo parlato a lungo: perch, in quello, questa materia  diffusamente disputata. Dir solo questo lievemente, come sempre s'ingegnarono avere nelle provincie nuove qualche amico che fussi scala o porta a salirvi o entrarvi, o mezzo a tenerla: come si vede che per il mezzo de' Capuani entrarono in Sannio, de' Camertini in Toscana, de' Mamertini in Sicilia, de' Saguntini in Spagna, di Massinissa in Africa, degli Etoli in Grecia, di Eumene ed altri principi in Asia, de' Massiliensi e delli Edui in Francia. E cos non mancorono mai di simili appoggi, per potere facilitare le imprese loro, e nello acquistare le provincie e nel tenerle. Il che quegli popoli che osserveranno, vedranno avere meno bisogno della fortuna, che quelli che ne saranno non buoni osservatori. E perch ciascuno possa meglio conoscere, quanto possa pi la virt che la fortuna loro ad acquistare quello imperio, noi discorrereno, nel seguente capitolo, di che qualit furono quelli popoli con e' quali egli ebbero a combattere, e quanto erano ostinati a difendere la loro libert.

2.

Con quali popoli i Romani .
ebbero a combattere, .
e come ostinatamente quegli difendevono .
la loro libert. .


Nessuna cosa fe' pi faticoso a' Romani superare i popoli d'intorno e parte delle provincie discosto, quanto lo amore che in quelli tempi molti popoli avevano alla libert, la quale tanto ostinatamente difendevano, che mai se non da una eccessiva virt sarebbono stati soggiogati. Perch, per molti esempli si conosce a quali pericoli si mettessono per mantenere o ricuperare quella; quali vendette ei facessono contro a coloro che l'avessero loro occupata. Conoscesi ancora nella lezione delle istorie, quali danni i popoli e le citt ricevino per la servit. E dove in questi tempi ci  solo una provincia, la quale si possa dire che abbi in s citt libere, ne' tempi antichi in tutte le provincie erano assai popoli liberissimi. Vedesi come in quelli tempi de' quali noi parliamo al presente, in Italia, dall'Alpi che dividono ora la Toscana da Lombardia, infino alla punta d'Italia, erano tutti popoli liberi; come erano i Toscani, i Romani, i Sanniti, e molti altri popoli che in quel resto d'Italia abitavano. N si ragiona mai che vi fusse alcuno re, fuora di quegli che regnorono in Roma, e Porsenna re di Toscana; la stirpe del quale come si estinguesse, non ne parla la istoria. Ma si vede bene, come in quegli tempi che i Romani andarono a campo a Veio, la Toscana era libera: e tanto si godeva della sua libert, e tanto odiava il nome del principe, che, avendo fatto i Veienti per loro difensione uno re in Veio, e domandando aiuto a' Toscani contro a' Romani, quegli, dopo molte consulte fatte, deliberarono di non dare aiuto a' Veienti, infino a tanto che vivessono sotto il re; giudicando non essere bene difendere la patria di coloro che l'avevano di gi sottomessa a altrui. E facil cosa  conoscere donde nasca ne' popoli questa affezione del vivere libero; perch si vede per esperienza, le cittadi non avere mai ampliato n di dominio n di ricchezza, se non mentre sono state in libert. E veramente maravigliosa cosa  a considerare, a quanta grandezza venne Atene per spazio di cento anni, poich la si liber dalla tirannide di Pisistrato. Ma sopra tutto maravigliosissima  a considerare a quanta grandezza venne Roma, poich la si liber da' suoi Re. La ragione  facile a intendere; perch non il bene particulare, ma il bene comune  quello che fa grandi le citt. E senza dubbio, questo bene comune non  osservato se non nelle republiche; perch tutto quello che fa a proposito suo, si esequisce; e quantunque e' torni in danno di questo o di quello privato, e' sono tanti quegli per chi detto bene fa, che lo possono tirare innanzi contro alla disposizione di quegli pochi che ne fussono oppressi. Al contrario interviene quando vi  uno principe; dove il pi delle volte quello che fa per lui, offende la citt; e quello che fa per la citt, offende lui. Dimodoch, subito che nasce una tirannide sopra uno vivere libero, il manco male che ne resulti a quelle citt  non andare pi innanzi, n crescere pi in potenza o in ricchezze; ma il pi delle volte, anzi sempre, interviene loro, che le tornano indietro. E se la sorte facesse che vi surgesse uno tiranno virtuoso il quale per animo e per virt d'arme ampliasse il dominio suo, non ne risulterebbe alcuna utilit a quella republica, ma a lui proprio: perch e' non pu onorare nessuno di quegli cittadini che siano valenti e buoni, che egli tiranneggia, non volendo avere ad avere sospetto di loro. Non pu ancora le citt che esso acquista, sottometterle o farle tributarie a quella citt di che egli  tiranno: perch il farla potente non fa per lui; ma per lui fa tenere lo stato disgiunto, e che ciascuna terra e ciascuna provincia riconosca lui. Talch, de' suoi acquisti, solo egli ne profitta, e non la sua patria. E chi volessi confermare questa opinione con infinite altre ragioni, legga Senofonte nel suo trattato che fa De Tyrannide. . Non  maraviglia, adunque, che gli antichi popoli con tanto odio perseguitassono i tiranni ed amassino il vivere libero, e che il nome della libert fusse tanto stimato da loro: come intervenne quando Girolamo, nipote di Ierone siracusano, fu morto in Siracusa, che, venendo le novelle della sua morte in nel suo esercito, che non era molto lontano da Siracusa, cominci prima a tumultuare, e pigliare l'armi contro agli ucciditori di quello; ma come ei sent che in Siracusa si gridava libert, allettato da quel nome, si quiet tutto, pose gi l'ira, contro a' tirannicidi, e pens come in quella citt si potessi ordinare uno vivere libero. Non  maraviglia ancora, che e' popoli faccino vendette istraordinarie contro a quegli che gli hanno occupata la libert. Di che ci sono stati assai esempli, de' quali ne intendo referire solo uno, seguito in Corcira, citt di Grecia, ne' tempi della guerra peloponnesiaca; dove, sendo divisa quella provincia in due parti, delle quali l'una seguitava gli Ateniesi l'altra gli Spartani, ne nasceva che di molte citt, che erano infra loro divise, l'una parte seguiva l'amicizia di Sparta, l'altra di Atene: ed essendo occorso che nella detta citt prevalessono i nobili, e togliessono la libert al popolo, i popolari per mezzo degli Ateniesi ripresero le forze, e, posto le mani addosso a tutta la Nobilit, gli rinchiusero in una prigione capace di tutti loro; donde gli traevono a otto o dieci per volta, sotto titolo di mandargli in esilio in diverse parti, e quegli con molti crudeli esempli facevano morire. Di che sendosi, quelli che restavano, accorti, deliberarono in quanto era a loro possibile, fuggire quella morte ignominiosa: ed armatisi di quello potevano, combattendo con quelli che vi volevano entrare, la entrata della prigione difendevano; di modo che il popolo, a questo romore fatto uno concorso, scoperse la parte superiore di quel luogo, e quegli con quelle rovine suffoc. Seguirono ancora in detta provincia molti altri simili casi orrendi e notabili; talch si vede essere vero che con maggiore impeto si vendica una libert che ti  suta tolta, che quella che ti  voluta trre.
Pensando dunque donde possa nascere, che, in quegli tempi antichi, i popoli fossero pi amatori della libert che in questi; credo nasca da quella medesima cagione che fa ora gli uomini manco forti: la quale credo sia la diversit della educazione nostra dall'antica. Perch, avendoci la nostra religione mostro la verit e la vera via, ci fa stimare meno l'onore del mondo: onde i Gentili, stimandolo assai, ed avendo posto in quello il sommo bene, erano nelle azioni loro pi feroci. Il che si pu considerare da molte loro constituzioni, cominciandosi dalla magnificenza de' sacrifizi loro, alla umilt de' nostri; dove  qualche pompa pi delicata che magnifica, ma nessuna azione feroce o gagliarda. Qui non mancava la pompa n la magnificenza delle cerimonie, ma vi si aggiugneva l'azione del sacrificio pieno di sangue e di ferocit, ammazzandovisi moltitudine d'animali; il quale aspetto, sendo terribile, rendeva gli uomini simili a lui. La religione antica, oltre a di questo, non beatificava se non uomini pieni di mondana gloria; come erano capitani di eserciti e principi di republiche. La nostra religione ha glorificato pi gli uomini umili e contemplativi, che gli attivi. Ha dipoi posto il sommo bene nella umilt, abiezione, e nel dispregio delle cose umane: quell'altra lo poneva nella grandezza dello animo, nella fortezza del corpo, ed in tutte le altre cose atte a fare gli uomini fortissimi. E se la religione nostra richiede che tu abbi in te fortezza, vuole che tu sia atto a patire pi che a fare una cosa forte. Questo modo di vivere, adunque, pare che abbi renduto il mondo debole, e datolo in preda agli uomini scelerati; i quali sicuramente lo possono maneggiare, veggendo come l'universit degli uomini, per andarne in Paradiso, pensa pi a sopportare le sue battiture che a vendicarle. E bench paia che si sia effeminato il mondo, e disarmato il Cielo, nasce pi sanza dubbio dalla vilt degli uomini, che hanno interpretato la nostra religione secondo l'ozio, e non secondo la virt. Perch, se considerassono come la ci permette la esaltazione e la difesa della patria, vedrebbono come la vuole che noi l'amiamo ed onoriamo, e prepariamoci a essere tali che noi la possiamo difendere. Fanno adunque queste educazioni, e s false interpretazioni, che nel mondo non si vede tante republiche quante si vedeva anticamente; n, per consequente, si vede ne' popoli tanto amore alla libert quanto allora: ancora che io creda pi tosto essere cagione di questo, che lo Imperio romano con le sue arme e sua grandezza spense tutte le republiche e tutti e' viveri civili. E bench poi tale Imperio si sia risoluto, non si sono potute le citt ancora rimettere insieme n riordinare alla vita civile, se non in pochissimi luoghi di quello Imperio. Pure, comunque si fusse, i Romani in ogni minima parte del mondo trovarono una congiura di republiche armatissime ed ostinatissime alla difesa della libert loro. Il che mostra che il popolo romano sanza una rara ed estrema virt mai non le arebbe potute superare.
E per darne esemplo di qualche membro, voglio mi basti lo esemplo de' Sanniti: i quali pare cosa mirabile, e Tito Livio lo confessa, che fussero s potenti, e l'arme loro s valide, che potessono infino al tempo di Papirio Cursore consolo, figliuolo del primo Papirio, resistere a' Romani (che fu uno spazio di quarantasei anni), dopo tante rotte, rovine di terre, e tante strage ricevute nel paese loro; massime veduto ora quel paese, dove erano tante cittadi e tanti uomini, essere quasi che disabitato; ed allora vi era tanto ordine e tanta forza, che gli era insuperabile, se da una virt romana non fosse stato assaltato. E facil cosa  considerare donde nasceva quello ordine, e donde proceda questo disordine; perch tutto viene dal vivere libero allora, ed ora dal vivere servo. Perch tutte le terre e le provincie che vivono libere in ogni parte, come di sopra dissi, fanno profitti grandissimi. Perch quivi si vede maggiori popoli, per essere e' connubi pi liberi, pi desiderabili dagli uomini: perch ciascuno procrea volentieri quegli figliuoli che crede potere nutrire, non dubitando che il patrimonio gli sia tolto; e ch'ei conosce non solamente che nascono liberi e non schiavi, ma ch'ei possono mediante la virt loro diventare principi. Veggonvisi le ricchezze multiplicare in maggiore numero, e quelle che vengono dalla cultura, e quelle che vengono dalle arti. Perch ciascuno volentieri multiplica in quella cosa, e cerca di acquistare quei beni, che crede, acquistati, potersi godere. Onde ne nasce che gli uomini a gara pensono a' privati e publici commodi; e l'uno e l'altro viene maravigliosamente a crescere. Il contrario di tutte queste cose segue in quegli paesi che vivono servi; e tanto pi scemono dal consueto bene, quanto pi  dura la servit. E di tutte le servit dure, quella  durissima che ti sottomette a una republica: l'una, perch la  pi durabile, e manco si pu sperare d'uscirne; l'altra, perch il fine della republica  enervare ed indebolire, per accrescere il corpo suo, tutti gli altri corpi. Il che non fa uno principe che ti sottometta, quando quel principe non sia qualche principe barbaro, destruttore de' paesi e dissipatore di tutte le civilt degli uomini, come sono i principi orientali. Ma s'egli ha in s ordini umani ed ordinari, il pi delle volte ama le citt sue suggette equalmente, ed a loro lascia l'arti tutte, e quasi tutti gli ordini antichi. Talch, se le non possono crescere come libere, elle non rovinano anche come schiave; intendendosi della servit in quale vengono le citt servendo a un forestiero, perch di quelle d'uno loro cittadino ne parlai di sopra. Chi considerer, adunque, tutto quello che si  detto, non si maraviglier della potenza che i Sanniti avevano, sendo liberi, e della debolezza in che e' vennono poi, servendo: e Tito Livio ne fa fede in pi luoghi, e massime nella guerra di Annibale, dove e' mostra che, sendo i Sanniti oppressi da una legione di uomini che era in Nola, mandarono oratori ad Annibale, a pregarlo che gli soccorressi; i quali, nel parlare loro, dissono, che avevano per cento anni combattuto con i Romani con i propri loro soldati e propri loro capitani, e molte volte aveano sostenuto dua eserciti consolari e dua consoli, e che allora a tanta bassezza erano venuti, che non si potevano a pena difendere da una piccola legione romana che era in Nola.

3.

Roma divenne gran citt .
rovinando le citt circunvicine, .
e ricevendo i forestieri facilmente .
a' suoi onori. .


"Crescit interea Roma Albae ruinis". Quegli che disegnono che una citt faccia grande imperio, si debbono con ogni industria ingegnare di farla piena di abitatori; perch, sanza questa abbondanza di uomini, mai non riuscir di fare grande una citt. Questo si fa in due modi: per amore e per forza. Per amore, tenendo le vie aperte e sicure a' forestieri che disegnassono venire ad abitare in quella, acciocch ciascuno vi abiti volentieri: per forza, disfacendo le citt vicine, e mandando gli abitatori di quelle ad abitare nella tua citt. Il che fu in tanto osservato da Roma, che, nel tempo del sesto re, in Roma abitavano ottantamila uomini da portare arme. Perch i Romani vollono fare ad uso del buono cultivatore; il quale, perch una pianta ingrossi, e possa produrre e maturare i frutti suoi, gli taglia i primi rami che la mette, acciocch, rimasa quella virt nel piede di quella pianta, possano col tempo nascervi pi verdi e pi fruttiferi. E che questo modo, tenuto per ampliare e fare imperio, fusse necessario e buono lo dimostra lo esemplo di Sparta e di Atene: le quali essendo dua republiche armatissime, ed ordinate di ottime leggi, nondimeno non si condussono alla grandezza dello Imperio romano; e Roma pareva pi tumultuaria, e non tanto bene ordinata come quelle. Di che non se ne pu addurre altra cagione, che la preallegata: perch Roma, per avere ingrossato per quelle due vie il corpo della sua citt, potette di gi mettere in arme dugentottantamila uomini; e Sparta ed Atene non passarono mai ventimila per ciascuna. Il che nacque, non da essere il sito di Roma pi benigno che quello di coloro, ma solamente da diverso modo di procedere. Perch Licurgo, fondatore della republica spartana, considerando nessuna cosa potere pi facilmente risolvere le sue leggi che la commistione di nuovi abitatori, fece ogni cosa perch i forestieri non avessono a conversarvi: ed oltre a non gli ricevere ne' matrimoni, alla civilit, ed alle altre conversazioni che fanno convenire gli uomini insieme, ordin che in quella sua republica si spendesse monete di cuoio, per tor via a ciascuno il disiderio di venirvi per portarvi mercanzie, o portarvi alcuna arte; di qualit che quella citt non potette mai ingrossare di abitatori. E perch tutte le azioni nostre imitano la natura, non  possibile n naturale che uno pedale sottile sostenga uno ramo grosso. Per una republica piccola non pu occupare citt n regni che sieno pi validi n pi grossi di lei; e, se pure gli occupa, gl'interviene come a quello albero che avesse pi grosso il ramo che il piede, che, sostenendolo con fatica, ogni piccol vento lo fiacca: come si vide che intervenne a Sparta; la quale avendo occupate tutte le citt di Grecia, non prima se gli ribell Tebe, che tutte le altre citt se gli ribellarono, e rimase il pedale solo sanza rami. Il che non potette intervenire a Roma, avendo il pi s grosso, che qualunque ramo poteva facilmente sostenere. Questo modo adunque di procedere, insieme con gli altri che di sotto si diranno, fece Roma grande e potentissima. Il che dimostra Tito Livio in due parole, quando disse: "Crescit interea Roma Albae ruinis".

4 .

Le republiche hanno tenuti .
tre modi circa lo ampliare. .


Chi ha osservato le antiche istorie, trova come le republiche hanno tenuti tre modi circa lo ampliare. L'uno  stato quello che osservarono i Toscani antichi, di essere una lega di pi republiche insieme, dove non sia alcuna che avanzi l'altra n di autorit n di grado; e, nello acquistare, farsi l'altre citt compagne, in simil modo come in questo tempo fanno i Svizzeri, e come ne' tempi antichi fecero in Grecia gli Achei e gli Etoli. E perch i Romani feciono assai guerra co' Toscani, per mostrare meglio le qualit di questo primo modo, mi distender in dare notizia di loro particularmente. In Italia, innanzi allo Imperio romano, furono i Toscani per mare e per terra potentissimi: e bench delle cose loro non ce ne sia particulare istoria, pure c' qualche poco di memoria, e qualche segno della grandezza loro; e si sa come e' mandarono una colonia in su 'l mare di sopra, la quale chiamarono Adria, che fu s nobile, che la dette nome a quel mare che ancora i Latini chiamono Adriatico. Intendesi ancora, come le loro armi furono ubbidite dal Tevere per infino a pi delle Alpi che ora cingono il grosso di Italia; non ostante che, dugento anni innanzi che i Romani crescessono in molte forze, detti Toscani perderono lo imperio di quel paese che oggi si chiama la Lombardia; la quale provincia fu occupata da' Franciosi: i quali, mossi o da necessit o dalla dolcezza dei frutti, e massime del vino vennono in Italia sotto Belloveso loro duca; e rotti e cacciati i provinciali, si posono in quello luogo, dove edificarono di molte cittadi, e quella provincia chiamarono Gallia, dal nome che tenevano allora; la quale tennono fino che da' Romani fussero domi. Vivevono, adunque, i Toscani con quella equalit, e procedevano nello ampliare in quel primo modo che di sopra si dice: e furono dodici citt, tra le quali era Chiusi, Veio, Arezzo, Fiesole, Volterra, e simili: i quali per via di lega governavano lo Imperio loro; n poterono uscire d'Italia con gli acquisti; e di quella ancora rimase intatta gran parte, per le cagioni che di sotto si diranno. L'altro modo  farsi compagni: non tanto per che non ti rimanga il grado del comandare, la sedia dello Imperio, ed il titolo delle imprese: il quale modo fu osservato da' Romani. Il terzo modo  farsi immediate sudditi, e non compagni; come fecero gli Spartani e gli Ateniesi. De' quali tre modi, questo ultimo  al tutto inutile; come si vide ch'ei fu nelle soprascritte due republiche: le quali non rovinarono per altro, se non per avere acquistato quel dominio che le non potevano tenere. Perch, pigliare cura di avere a governare citt con violenza, massime quelle che fussono consuete a vivere libere,  una cosa difficile e faticosa. E se tu non sei armato, e grosso d'armi, non le puoi n comandare n reggere. Ed a volere essere cos fatto,  necessario farsi compagni che ti aiutino, e ingrossare la tua citt di popolo. E perch queste due citt non fecero n l'uno n l'altro, il modo di procedere loro fu inutile. E perch Roma, la quale  nello esemplo del secondo modo, fece l'uno e l'altro, per salse a tanta eccessiva potenza. E perch la  stata sola a vivere cos,  stata ancora sola a diventare tanto potente: perch, avendosi lei fatti di molti compagni per tutta Italia, i quali in di molte cose con equali leggi vivevano seco; e, dall'altro canto, come di sopra  detto, sendosi riserbata sempre la sedia dello Imperio ed il titolo del comandare, questi suoi compagni venivano, che non se ne avvedevano, con le fatiche e con il sangue loro a soggiogare s stessi. Perch, come ei cominciarono a uscire con gli eserciti di Italia, e ridurre i regni in provincie, e farsi suggetti coloro che, per essere consueti a vivere sotto i re, non si curavano di essere suggetti, ed avendo governatori romani, ed essendo stati vinti da eserciti con il titolo romano, non riconoscevano per superiore altro che Roma. Di modo che quegli compagni di Roma che erano in Italia, si trovarono in un tratto cinti da' sudditi romani, ed oppressi da una grossissima citt come era Roma; e quando ei s'avviddono dello inganno sotto il quale erano vissuti, non furono a tempo a rimediarvi; tanta autorit aveva presa Roma con le provincie esterne, e tanta forza si trovava in seno, avendo la sua citt grossissima ed armatissima. E bench quelli suoi compagni, per vendicarsi delle ingiurie, le congiurassero contro, furono in poco tempo perditori della guerra, peggiorando le loro condizioni; perch, di compagni, diventarono ancora loro sudditi. Questo modo di procedere, come  detto,  stato solo osservato da' Romani: n pu tenere altro modo una republica che voglia ampliare; perch la esperienza non ce ne ha mostro nessuno pi certo o pi vero.
Il modo preallegato delle leghe, come viverono i Toscani, gli Achei e gli Etoli e come oggi vivono i Svizzeri , dopo a quello de' Romani, il migliore modo; perch, non si potendo con quello ampliare assai, ne sguita due beni; l'uno, che facilmente non ti tiri guerra a dosso; l'altro, che quel tanto che tu pigli, lo tieni facilmente. La cagione del non potere ampliare  lo essere una republica disgiunta e posta in varie sedie: il che fa che difficilmente possono consultare e diliberare. Fa, ancora, che non sono desiderosi di dominare: perch, essendo molte comunit a participare di quel dominio, non stimano tanto tale acquisto quanto fa una republica sola, che spera di goderselo tutto. Governonsi, oltra di questo, per concilio, e conviene che sieno pi tardi ad ogni diliberazione, che quelli che abitono drento a uno medesimo cerchio. Vedesi ancora per sperienza, che simile modo di procedere ha un termine fisso, il quale non ci  esemplo che mostri che si sia trapassato: e questo  di aggiugnere a dodici o quattordici comunit; dipoi, non cercare di andare pi avanti: perch, sendo giunti a grado che pare loro potersi difendere da ciascuno, non cercono maggiore dominio; s perch la necessit non gli stringe di avere pi potenza; s per non conoscere utile negli acquisti, per le cagioni dette di sopra. Perch gli arebbono a fare una delle due cose; o a seguitare di farsi compagni, e questa moltitudine farebbe confusione; o egli arebbono a farsi sudditi, e perch e' veggono in questo difficult, e non molto utile nel tenergli, non lo stimano. Pertanto, quando e' sono venuti a tanto numero che paia loro vivere sicuri, si voltono a due cose: l'una a ricevere raccomandati, e pigliare protezioni; e per questi mezzi trarre da ogni parte danari, i quali facilmente infra loro si possono distribuire: l'altra  militare per altrui, e pigliare soldo da questo e da quel principe che per sue imprese gli solda; come si vede che fanno oggi i Svizzeri, e come si legge che facevano i preallegati. Di che n' testimone Tito Livio, dove dice che, venendo a parlamento Filippo re di Macedonia con Tito Quinzio Flaminio, e ragionando d'accordo alla presenza d'uno pretore degli Etoli, e venendo a parole detto pretore con Filippo, gli fu da quello rimproverato la avarizia e la infidelit dicendo che gli Etoli non si vergognavano militare con uno, e poi mandare loro uomini ancora a servigio del nimico; talch molte volte intra due contrari eserciti si vedevano le insegne di Etolia. Conoscesi, pertanto, come questo modo di procedere per leghe,  stato sempre simile, ed ha fatto simili effetti. Vedesi ancora, che quel modo di fare sudditi  stato sempre debole, ed avere fatto piccoli profitti; e quando pure egli hanno passato il modo, essere rovinati tosto. E se questo modo di fare sudditi  inutile nelle republiche armate, in quelle che sono disarmate  inutilissimo: come sono state ne' nostri tempi le republiche d'Italia. Conoscesi, pertanto, essere vero modo quello che tennono i Romani, il quale  tanto pi mirabile, quanto e' non ce n'era innanzi a Roma esemplo, e dopo Roma non  stato alcuno che gli abbi imitati. E quanto alle leghe, si trovano solo i Svizzeri e la lega di Svezia che gli imita. E, come nel fine di questa materia si dir, tanti ordini osservati da Roma, cos pertinenti alle cose di dentro come a quelle di fuora, non sono ne' presenti nostri tempi non solamente imitati, ma non n' tenuto alcuno conto: giudicandoli alcuni non veri, alcuni impossibili, alcuni non a proposito ed inutili; tanto che, standoci con questa ignoranzia, siamo preda di qualunque ha voluto correre questa provincia. E quando la imitazione de' Romani paresse difficile, non doverrebbe parere cos quella degli antichi Toscani, massime a' presenti Toscani. Perch, se quelli non poterono, per le cagioni dette, fare uno Imperio simile a quel di Roma, poterono acquistare in Italia quella potenza che quel modo del procedere concesse loro. Il che fu, per un gran tempo, sicuro, con somma gloria d'imperio e d'arme, e massime laude di costumi e di religione. La quale potenza e gloria fu prima diminuita da' Franciosi, dipoi spenta da' Romani: e fu tanto spenta, che, ancora che, dumila anni fa, la potenza de' Toscani fusse grande, al presente non ce n' quasi memoria. La quale cosa mi ha fatto pensare donde nasca questa oblivione delle cose: come nel seguente capitolo si discorrer.

5 .

Che la variazione delle stte .
e delle lingue, insieme con l'accidente .
de' diluvii o della peste, spegne .
le memorie delle cose. .


A quegli filosofi che hanno voluto che il mondo sia stato eterno, credo che si potesse replicare che, se tanta antichit fusse vera, e' sarebbe ragionevole che ci fussi memoria di pi che cinquemila anni; quando e' non si vedesse come queste memorie de' tempi per diverse cagioni si spengano: delle quali, parte vengono dagli uomini, parte dal cielo. Quelle che vengono dagli uomini sono le variazioni delle stte e delle lingue. Perch, quando e' surge una setta nuova, cio una religione nuova, il primo studio suo , per darsi riputazione, estinguere la vecchia; e, quando gli occorre che gli ordinatori della nuova setta siano di lingua diversa, la spengono facilmente. La quale cosa si conosce considerando e' modi che ha tenuti la setta Cristiana contro alla Gentile; la quale ha cancellati tutti gli ordini, tutte le cerimonie di quella, e spenta ogni memoria di quella antica teologia. Vero  che non gli  riuscito spegnere in tutto la notizia delle cose fatte dagli uomini eccellenti di quella: il che  nato per avere quella mantenuta la lingua latina; il che feciono forzatamente, avendo a scrivere questa legge nuova con essa. Perch, se l'avessono potuta scrivere con nuova lingua, considerato le altre persecuzioni gli feciono, non ci sarebbe ricordo alcuno delle cose passate. E chi legge i modi tenuti da San Gregorio, e dagli altri capi della religione cristiana, vedr con quanta ostinazione e' perseguitarono tutte le memorie antiche, ardendo le opere de' poeti e degli istorici, ruinando le imagini e guastando ogni altra cosa che rendesse alcun segno della antichit. Talch, se a questa persecuzione egli avessono aggiunto una nuova lingua, si sarebbe veduto in brevissimo tempo ogni cosa dimenticare.  da credere, pertanto, che quello che ha voluto fare la setta Cristiana contro alla setta Gentile, la Gentile abbia fatto contro a quella che era innanzi a lei. E perch queste stte in cinque o in seimila anni variano due o tre volte, si perde la memoria delle cose fatte innanzi a quel tempo; e se pure ne resta alcun segno, si considera come cosa favolosa, e non  prestato loro fede: come interviene alla istoria di Diodoro Siculo, che, bench e' renda ragione di quaranta o cinquantamila anni, nondimeno  riputato, come io credo, che sia cosa mendace.
Quanto alle cause che vengono dal cielo, sono quelle che spengono la umana generazione, e riducano a pochi gli abitatori di parte del mondo. E questo viene o per peste o per fame o per una inondazione d'acque: e la pi importante  questa ultima, s perch la  pi universale, s perch quegli che si salvono sono uomini tutti montanari e rozzi, i quali, non avendo notizia di alcuna antichit, non la possono lasciare a' posteri. E se infra loro si salvasse alcuno che ne avessi notizia, per farsi riputazione e nome, la nasconde, e la perverte a suo modo; talch ne resta solo a' successori quanto ei ne ha voluto scrivere, e non altro. E che queste inondazioni, peste e fami venghino, non credo sia da dubitarne; s perch ne sono piene tutte le istorie, s perch si vede questo effetto della oblivione delle cose, s perch e' pare ragionevole ch'e' sia: perch la natura, come ne' corpi semplici, quando e' vi  ragunato assai materia superflua, muove per s medesima molte volte, e fa una purgazione, la quale  salute di quel corpo; cos interviene in questo corpo misto della umana generazione, che, quando tutte le provincie sono ripiene di abitatori, in modo che non possono vivervi, n possono andare altrove, per essere occupati e ripieni tutti i luoghi; e quando la astuzia e la malignit umana  venuta dove la pu venire, conviene di necessit che il mondo si purghi per uno de' tre modi; acciocch gli uomini, sendo divenuti pochi e battuti, vivino pi comodamente, e diventino migliori. Era dunque, come di sopra  detto, gi la Toscana potente, piena di religione e di virt, aveva i suoi costumi e la sua lingua patria: il che tutto  suto spento dalla potenza romana. Talch, come si  detto, di lei ne rimane solo la memoria del nome.

6.

Come i Romani procedevano .
nel fare la guerra. .


Avendo discorso come i Romani procedevano nello ampliare, discorrereno ora come e' procedevano nel fare la guerra; ed in ogni loro azione si vedr con quanta prudenzia ei deviarono dal modo universale degli altri, per facilitarsi la via a venire a una suprema grandezza. La intenzione di chi fa guerra per elezione, o vero per ambizione,  acquistare e mantenere lo acquistato; e procedere in modo con essa, che l'arricchisca e non impoverisca il paese e la patria sua.  necessario dunque, e nello acquistare e nel mantenere, pensare di non spendere; anzi fare ogni cosa con utilit del publico suo. Chi vuole fare tutte queste cose, conviene che tenga lo stile e modo romano: il quale fu in prima di fare le guerre, come dicano i Franciosi, corte e grosse; perch, venendo in campagna con eserciti grossi, tutte le guerre che gli ebbono con i Latini, Sanniti e Toscani, le spedirano in brevissimo tempo. E se si noteranno tutte quelle che feciono dal principio di Roma infino alla ossidione de' Veienti, tutte si vedranno ispedite, quale in sei, quale in dieci, quale in venti d. Perch l'uso loro era questo: subito che era scoperta la guerra, egli uscivano fuora con gli eserciti allo incontro del nimico, e subito facevano la giornata. La quale vinta, i nimici, perch non fosse guasto loro il contado affatto venivano alle condizioni ed i Romani gli condannavano in terreni: i quali terreni gli convertivano in privati commodi o gli consegnavano ad una colonia; la quale posta in su le frontiere di coloro veniva ad essere guardia de' confini romani, con utile di essi coloni, che avevano quegli campi, e con utile del publico di Roma, che sanza spesa teneva quella guardia. N poteva questo modo essere pi sicuro, o pi forte, o pi utile: perch mentre che i nimici non erano in su i campi, quella guardia bastava: come e' fossono usciti fuori grossi per opprimere quella colonia, ancora i Romani uscivano fuori grossi, e venivano a giornata con quegli, e fatta e vinta la giornata, imponendo loro pi grave condizione, si tornavano in casa. Cos venivano ad acquistare di mano in mano riputazione sopra di loro, e forze in s medesimi. E questo modo vennono tenendo infino che mutarono modo di procedere in guerra: il che fu dopo la ossidione de' Veienti; dove, per potere fare guerra lungamente, gli ordinarono di pagare i soldati, che prima, per non essere necessario, essendo le guerre brevi, non gli pagavano. E bench i Romani dessino il soldo, e che per virt di questo ei potessono fare le guerre pi lunghe, e per farle pi discosto la necessit gli tenesse pi in su' campi; nondimeno non variarono mai dal primo ordine di finirle presto, secondo il luogo ed il tempo; n variarono mai dal mandare le colonie. Perch nel primo ordine gli tenne, circa il fare le guerre brevi oltra a il loro naturale uso, l'ambizione de' Consoli; i quali avendo a stare uno anno e di quello anno sei mesi alle stanze, volevano finire la guerra per trionfare. Nel mandare le colonie gli tenne l'utile e la commodit grande che ne risultava. Variarono bene alquanto circa le prede, delle quali non erano cos liberali come erano stati prima; s perch e' non pareva loro tanto necessario, avendo i soldati lo stipendio; s perch, essendo le prede maggiori, disegnavano d'ingrassare di quelle in modo il publico che non fussono constretti a fare le imprese con tributi della citt. Il quale ordine in poco tempo fece il loro erario ricchissimo. Questi dua modi, adunque, e circa il distribuire la preda, e circa il mandare le colonie, feciono che Roma arricchiva della guerra; dove gli altri principi e republiche non savie ne impoveriscono. E si ridusse la cosa in termine, che a uno Consolo non pareva potere trionfare, se non portava col suo trionfo assai oro ed argento, e d'ogni altra sorta preda, nello erario. Cos i Romani, con i soprascritti termini, e con il finire le guerre presto, sendo valenti con lunghezza straccare i nimici, e con le rotte e con le scorrerie e con accordi a loro vantaggi, diventarono sempre pi ricchi e pi potenti.

7.

Quanto terreno i Romani .
davano per colono. .


Quanto terreno i Romani distribuissono per colono, credo sia difficile trovarne la verit. Perch io credo ne dessino pi o manco, secondo i luoghi dove e' mandavano le colonie. Giudicasi che ad ogni modo ed in ogni luogo la distribuzione fussi parca: prima, per potere mandare pi uomini, sendo quelli diputati per guardia di quel paese; dipoi perch, vivendo loro poveri a casa, non era ragionevole che volessono che i loro uomini abbondassino troppo fuora. E Tito Livio dice come, preso Veio, e' vi mandarono una colonia, e distribuirono a ciascuno tre iugeri e stte once di terra; che sono, al modo nostro.... Perch, oltre alle cose soprascritte, e'giudicavano che non lo assai terreno, ma il bene cultivato, bastasse.  necessario bene, che tutta la colonia abbi campi publici dove ciascuno possa pascere il suo bestiame, e selve dove prendere del legname per ardere; sanza le quali cose non pu una colonia ordinarsi.

8.

La cagione perch i popoli si partono .
da' luoghi patrii, ed inondano .
il paese altrui. .


Poich di sopra si  ragionato del modo nel procedere nella guerra osservato da' Romani, e come i Toscani furono assaltati da' Franciosi, non mi pare alieno dalla materia discorrere, come le si fanno di dua generazioni guerre. L'una  fatta per ambizione de' principi o delle republiche, che cercano di propagare lo imperio; come furono le guerre che fece Alessandro Magno, e quelle che fecero i Romani, e quelle che fanno, ciascuno d, l'una potenza con l'altra. Le quali guerre sono pericolose, ma non cacciano al tutto gli abitatori d'una provincia; perch e' basta, al vincitore, solo la ubbidienza de' popoli, e il pi delle volte gli lascia vivere con le loro leggi, e sempre con le loro case, e ne' loro beni. L'altra generazione di guerra  quando uno popolo intero con tutte le sue famiglie si lieva d'uno luogo, necessitato o dalla fame o dalla guerra, e va a cercare nuova sede e nuova provincia; non per comandarla, come quegli di sopra, ma per possederla tutta particularmente, e cacciarne o ammazzare gli abitatori antichi di quella. Questa guerra  crudelissima e paventosissima. E di queste guerre ragiona Sallustio nel fine dell'Iugurtino, quando dice che, vinto Iugurta, si sent il moto de' Franciosi che venivano in Italia: dove ei dice che il Popolo romano con tutte le altre genti combatt solamente per chi dovesse comandare, ma con i Franciosi combatt sempre per la salute di ciascuno. Perch a un principe o a una republica, che assalta una provincia, basta spegnere solo coloro che comandano; ma a queste populazioni conviene spegnere ciascuno, perch vogliono vivere di quello che altri viveva. I Romani ebbero tre di queste guerre pericolosissime. La prima fu quella quando Roma fu presa, la quale fu occupata da quei Franciosi che avevano tolto, come di sopra si disse, la Lombardia a' Toscani, e fattone loro sedia; della quale Tito Livio ne allega due cagioni: la prima, come di sopra si disse, che furono allettati dalla dolcezza delle frutte e del vino d'Italia, delle quali mancavano in Francia; la seconda che, essendo quel regno francioso multiplicato in tanto di uomini, che non vi si potevono pi nutrire, giudicarono i principi di quelli luoghi, che e' fusse necessario che una parte di loro andasse a cercare nuova terra, e, fatta tale deliberazione, elessono, per capitani di quegli che si avevano a partire, Belloveso e Sicoveso, duoi re de' Franciosi: de' quali Belloveso venne in Italia, e Sicoveso pass in Ispagna. Dalla passata del quale Belloveso nacque la occupazione di Lombardia, e di quindi la guerra che prima i Franciosi fecero a Roma. Dopo questa, fu quella che fecero dopo la prima guerra cartaginese, quando intra Piombino e Pisa ammazzarono pi che dugentomila Franciosi. La terza, fu quando i Tedeschi e' Cimbri vennero in Italia: i quali, avendo vinti pi eserciti romani, furono vinti da Mario. Vinsero adunque i Romani queste tre guerre pericolosissime. N era necessario minore virt a vincerle, perch si vide poi, come la virt romana manc e che quelle armi perderono il loro antico valore, fu quello imperio destrutto da simili popoli: i quali furono Gotti, Vandali, e simili, che occuparono tutto lo Imperio occidentale.
Escono tali popoli de' paesi loro, come di sopra si disse, cacciati dalla necessit: e la necessit nasce o dalla fame, o da una guerra ed oppressione che ne' paesi propri  loro fatta: talch e' son constretti cercare nuove terre. E questi tali, o e' sono gran numero; ed allora con violenza entrano ne' paesi d'altrui, ammazzano gli abitatori, posseggono i loro beni, fanno uno nuovo regno, mutano il nome della provincia: come fece Mois, e quelli popoli che occuparono lo Imperio romano. Perch questi nomi nuovi che sono nella Italia e nelle altre provincie, non nascono da altro che da essere state nomate cos da nuovi occupatori: come  la Lombardia, che si chiamava Gallia Cisalpina: la Francia si chiamava Gallia Transalpina, ed ora  nominata da' Franchi, che cos si chiamavono quelli popoli che la occuparono: la Schiavonia si chiamava Illiria; l'Ungheria, Pannonia; l'Inghilterra, Britannia; e molte altre provincie che hanno mutato nome, le quali sarebbe tedioso raccontare. Mois ancora chiam Giudea quella parte di Soria occupata da lui. E perch io ho detto, di sopra, che qualche volta tali popoli sono cacciati dalla propria sede per guerra, donde sono constretti cercare nuove terre; ne voglio addurre lo esemplo de' Maurusii, popoli anticamente in Soria: i quali, sentendo venire i popoli ebraici, e giudicando non potere loro resistere, pensarono essere meglio salvare loro medesimi, e lasciare il paese proprio, che, per volere salvare quello, perdere ancora loro; e levatisi con loro famiglie, se ne andarono in Africa, dove posero la loro sedia, cacciando via quelli abitatori che in quegli luoghi trovarono. E cos quegli che non avevano potuto difendere il loro paese, potettono occupare quello d'altrui. E Procopio, che scrive la guerra che fece Belisario coi Vandali, occupatori della Africa, riferisce avere letto lettere scritte in certe colonne, ne' luoghi dove questi Maurusii abitavano, le quali dicevano: "Nos Maurusii, qui fugimus a facie Jesu latronis filii Navae". Dove apparisce la cagione della partita loro di Soria. Sono, pertanto, questi popoli formidolosissimi, sendo cacciati da una ultima necessit; e se e' non riscontrano buone armi, non mai saranno sostenuti. Ma quando quegli che sono costretti abbandonare la loro patria non sono molti, non sono s pericolosi come quelli popoli di chi si  ragionato; perch non possono usare tanta violenza, ma conviene loro con arte occupare qualche luogo, e, occupatolo, mantenervisi per via d'amici e di confederati: come si vede che fece Enea, Didone, i Massiliesi e simili; i quali tutti, per consentimento de' vicini, dov'e' posono, poterono mantenervisi. Escono i popoli grossi, e sono usciti quasi tutti, de' paesi di Scizia; luoghi freddi e poveri: dove, per essere assai uomini, ed il paese di qualit da non gli potere nutrire, sono forzati uscirne, avendo molte cose che gli cacciono, e nessuna che gli ritenga. E se, da cinquecento anni in qua, non  occorso che alcuni di questi popoli abbiano inondato alcuno paese,  nato per pi cagioni. La prima, la grande evacuazione che fece quel paese nella declinazione dello Imperio, donde uscirono pi di trenta popoli. La seconda  che la Magna e l'Ungheria, donde ancora uscivano di queste genti hanno ora il loro paese bonificato in modo che vi possono vivere agiatamente; talch non sono necessitati di mutare luogo. Dall'altra parte, sendo loro uomini bellicosissimi, sono come uno bastione a tenere che gli Sciti, i quali con loro confinano, non presumino di potere vincergli o passarli. E spesse volte occorrono movimenti grandissimi de' Tartari che sono dipoi dagli Ungheri e da quelli di Polonia sostenuti; e spesso si gloriano, che, se non fussono l'armi loro, la Italia e la Chiesa arebbe molte volte sentito il peso degli eserciti tartari. E questo voglio basti quanto ai prefati popoli.

9.

Quali cagioni comunemente faccino.
nascere le guerre intra i potenti. .


La cagione che fece nascere guerra intra i Romani ed i Sanniti, che erano stati in lega gran tempo,  una cagione comune che nasce infra tutti i principati potenti. La quale cagione o la viene a caso o la  fatta nascere da colui che disidera muovere la guerra. Quella che nacque intra i Romani ed i Sanniti fu a caso; perch la intenzione de' Sanniti non fu, movendo guerra a' Sidicini, e dipoi ai Campani, muoverla ai Romani. Ma, sendo i Campani oppressati, e ricorrendo a Roma fuora della opinione de' Romani e de' Sanniti, furono forzati, dandosi i Campani ai Romani, come cosa loro defendergli, e pigliare quella guerra che a loro parve non potere con loro onore fuggire. Perch e' pareva bene ai Romani ragionevole non potere difendere i Campani come amici, contro a' Sanniti amici, ma pareva ben loro vergogna non gli difendere come sudditi ovvero raccomandati; giudicando, quando e' non avessino presa tale difesa, trre la via a tutti quegli che disegnassino venire sotto la potest loro. Perch, avendo Roma per fine lo imperio e la gloria, e non la quiete, non poteva ricusare questa impresa. Questa medesima cagione dette principio alla prima guerra contro ai Cartaginesi, per la defensione che i Romani presono de' Messinesi in Sicilia: la quale fu ancora a caso. Ma non fu gi a caso, dipoi, la seconda guerra che nacque infra loro; perch Annibale capitano cartaginese assalt i Saguntini amici de' Romani in Ispagna, non per offendere quelli, ma per muovere l'armi romane, ed avere occasione di combatterli, e passare in Italia. Questo modo nello appiccare nuove guerre  stato sempre consueto intra i potenti, e che si hanno, e della fede e d'altro, qualche rispetto. Perch, se io voglio fare guerra con uno principe, ed infra noi siano fermi capitoli per un gran tempo osservati, con altra giustificazione e con altro colore assalter io uno suo amico che lui proprio; sappiendo, massime, che, nello assaltare lo amico, o ei si risentir, ed io ar lo intento mio di farli guerra, o, non si risentendo, si scoprir la debolezza o la infidelit sua, di non difendere uno suo raccomandato. E l'una e l'altra di queste due cose  per trli riputazione, e per fare pi facili i disegni miei. Debbesi notare, adunque, e per la dedizione de' Campani, circa al muovere guerra, quanto di sopra si  detto; e di pi, quale rimedio abbia una citt che non si possa per s stessa difendere, e vogliasi difendere in ogni modo da quello che l'assalta: il quale  darsi liberamente a quello che tu disegni che ti difenda, come feciono i Capovani a' Romani, e i Fiorentini a il re Ruberto di Napoli: il quale non gli volendo difendere come amici, gli difese poi come sudditi contro alle forze di Castruccio da Lucca, che gli opprimeva.

10.

I danari non sono il nervo della guerra, .
secondo che  la comune opinione. .


Perch ciascuno pu cominciare una guerra a sua posta, ma non finirla, debbe uno principe, avanti che prenda una impresa, misurare le forze sue, e secondo quelle governarsi. Ma debbe avere tanta prudenza, che delle sue forze ei non s'inganni; ed ogni volta s'inganner, quando le misuri o dai danari, o dal sito, o dalla benivolenza degli uomini, mancando, dall'altra parte, d'armi proprie. Perch le cose predette ti accrescono bene le forze, ma ben non te le danno; e per s medesime sono nulla; e non giovono alcuna cosa sanza l'armi fedeli. Perch i danari assai non ti bastano sanza quelle; non ti giova la fortezza del paese e la fede e benivolenza degli uomini non dura, perch questi non ti possono essere fedeli, non gli potendo difendere. Ogni monte, ogni lago, ogni luogo inaccessibile diventa piano, dove i forti difensori mancano. I danari ancora, non solo non ti difendono, ma ti fanno predare pi presto. N pu essere pi falsa quella comune opinione che dice, che i danari sono il nervo della guerra. La quale sentenza  detta da Quinto Curzio nella guerra che fu intra Antipatro macedone e il re spartano: dove narra, che, per difetto di danari, il re di Sparta fu necessitato azzuffarsi, e fu rotto; ch se ei differiva la zuffa pochi giorni, veniva la nuova in Grecia della morte di Alessandro, donde ei sarebbe rimaso vincitore sanza combattere: ma, mancandogli i danari, e dubitando che lo esercito suo per difetto di quegli non lo abbandonasse, fu constretto tentare la fortuna della zuffa: talch Quinto Curzio per questa cagione afferma, i danari essere il nervo della guerra. La quale sentenza  allegata ogni giorno, e da' principi, non tanto prudenti che basti, seguitata. Perch, fondatisi sopra quella, credono che basti loro, a difendersi, avere tesoro assai, e non pensano che se il tesoro bastasse a vincere, che Dario arebbe vinto Alessandro; i Greci arebbono vinto i Romani; ne' nostri tempi il duca Carlo arebbe vinti i Svizzeri; e pochi giorni sono, il Papa ed i Fiorentini insieme non arebbono avuta difficult in vincere Francesco Maria, nipote di papa Iulio II, nella guerra di Urbino. Ma tutti i soprannominati furono vinti da coloro che non il danaio ma i buoni soldati stimano essere il nervo della guerra. Intra le altre cose che Creso re de' Lidii mostr a Solone ateniese, fu uno tesoro innumerabile, e domandando quel che gli pareva della potenza sua, gli rispose Solone, che per quello e' non lo giudicava pi potente; perch la guerra si faceva con il ferro e non con l'oro, e che poteva venire uno che avessi pi ferro di lui, e torgliene. Oltre a di questo, quando, dopo la morte di Alessandro Magno, una moltitudine di Franciosi pass in Grecia, e poi in Asia, e, mandando i Franciosi oratori a il re di Macedonia per trattare certo accordo; quel re, per mostrare la potenza sua e per sbigottirli, mostr loro oro ed ariento assai: donde quelli Franciosi, che di gi avevano come ferma la pace, la ruppono; tanto desiderio in loro crebbe di torgli quell'oro: e cos fu quel re spogliato per quella cosa che egli aveva per sua difesa accumulata. I Viniziani, pochi anni sono, avendo ancora lo erario loro pieno di tesoro, perderno tutto lo stato, sanza potere essere difesi da quello.
Dico pertanto, non l'oro, come grida la comune opinione, essere il nervo della guerra, ma i buoni soldati: perch l'oro non  sufficiente a trovare i buoni soldati, ma i buoni soldati sono bene sufficienti a trovare l'oro. Ai Romani, s'eglino avessoro voluto fare la guerra pi con i danari che con il ferro, non sarebbe bastato avere tutto il tesoro del mondo, considerato le grandi imprese che feciono, e le difficult che vi ebbono dentro. Ma, faccendo le loro guerre con il ferro, non patirono mai carestia dell'oro, perch da quegli che gli temevano era portato loro infino ne' campi. E se quel re spartano per carestia di danari ebbe a tentare la fortuna della zuffa, intervenne a lui quello, per conto de' danari, che molte volte  intervenuto per altre cagioni: perch si  veduto che, mancando a uno esercito le vettovaglie, ed essendo necessitati o a morire di fame o azzuffarsi, si piglia il partito sempre di azzuffarsi, per essere pi onorevole, e dove la fortuna ti pu in qualche modo favorire. Ancora  intervenuto molte volte, che, veggendo uno capitano al suo esercito inimico venire soccorso, gli conviene o azzuffarsi con quello e tentare la fortuna della zuffa; o, aspettando ch'egli ingrossi, avere a combattere in ogni modo, con mille suoi disavvantaggi. Ancora si  visto (come intervenne a Asdrubale, quando nella Marca fu assaltato da Claudio Nerone, insieme con l'altro console romano) che un capitano, necessitato o a fuggirsi o a combattere, come sempre elegge il combattere; parendogli in questo partito, ancora che dubbiosissimo, potere vincere; ed in quello altro avere a perdere in ogni modo. Sono, adunque, molte necessitadi che fanno a un capitano fuor della sua intenzione pigliare partito di azzuffarsi, intra le quali qualche volta pu essere la carestia de' danari; n per questo si debbono i danari giudicare essere il nervo della guerra, pi che le altre cose che inducano gli uomini a simile necessit. Non , adunque, replicandolo di nuovo, l'oro il nervo della guerra, ma i buoni soldati. Son bene necessari i danari in secondo luogo, ma  una necessit che i soldati buoni per s medesimi la vincono; perch  impossibile che ai buoni soldati manchino i danari, come che i danari per loro medesimi trovino i buoni soldati. Mostra, questo che noi diciamo essere vero, ogni istoria in mille luoghi; non ostante che Pericle consigliasse gli Ateniesi a fare guerra con tutto il Peloponnesso, mostrando ch'e' potevano vincere quella guerra con la industria e con la forza del danaio. E bench in tale guerra gli Ateniesi prosperassino qualche volta, in ultimo la perderono; e valson pi il consiglio e li buoni soldati di Sparta, che la industria ed il danaio di Atene. Ma Tito Livio  di questa opinione pi vero testimone che alcuno altro, dove, discorrendo se Alessandro Magno fussi venuto in Italia, s'egli avesse vinto i Romani, mostra essere tre cose necessarie nella guerra; assai soldati e buoni, capitani prudenti, e buona fortuna: dove, esaminando quali o i Romani o Alessandro prevalessero in queste cose, fa dipoi la sua conclusione sanza ricordare mai i danari. Doverono i Capovani, quando furono richiesti da' Sidicini che prendessono l'armi per loro contro ai Sanniti, misurare la potenza loro dai danari, e non da' soldati: perch, preso ch'egli ebbero partito di aiutargli, dopo due rotte furono constretti farsi tributari de' Romani, se si vollono salvare.

11.

Non  partito prudente fare amicizia .
con uno principe che abbia pi opinione .
che forze. .


Volendo Tito Livio mostrare lo errore de' Sidicini a fidarsi dello aiuto de' Campani, e lo errore de' Campani a credere potergli difendere, non lo potrebbe dire con pi vive parole, dicendo: "Campani magis nomen in auxilium Sidicinorum, quam vires ad praesidium attulerunt". Dove si debbe notare che le leghe che si fanno coi principi, che non abbino o commodit di aiutarti per la distanza del sito, o forze da farlo per suo disordine o altra sua cagione, arrecono pi fama che aiuto a coloro che se ne fidano: come intervenne, ne' d nostri, ai Fiorentini, quando, nel 1479, il Papa ed il re di Napoli gli assaltarono: ch, essendo amici del re di Francia, trassono di quella amicizia "magis nomen, quam praesidium", come interverrebbe ancora a quel principe, che, confidatosi di Massimiliano imperadore, facesse qualche impresa; perch questa  una di quelle amicizie che arrecherebbe a chi la facesse "magis nomen, quam praesidium", come si dice, in questo testo, che arrec quella de' Capovani a' Sidicini. Errarono, adunque, in questa parte i Capovani, per parere loro avere pi forze che non avevano. E cos fa la poca prudenzia degli uomini, qualche volta, che, non sappiendo n potendo difendere s medesimi, vogliono prendere impresa di difendere altrui: come fecero ancora i Tarentini, i quali, sendo gli eserciti romani allo incontro dello esercito Sannite, mandarono ambasciadori al Console romano, a fargli intendere come ei volevano pace intra quegli due popoli, e come erano per fare guerra contro a quello che dalla pace si discostasse; talch il Console, ridendosi di questa proposta, alla presenza di detti ambasciadori fece sonare a battaglia, ed al suo esercito comand che andasse a trovare il nimico, mostrando ai Tarentini, con la opera e non con le parole, di che risposta essi erano degni.

Ed avendo nel presente capitolo ragionato de' partiti che pigliono i principi, al contrario, per la difesa d'altrui, voglio, nel seguente, parlare di quegli che si pigliano per la difesa propria.

12.

S'egli  meglio, temendo di essere .
assaltato, inferire o aspettare la guerra. .


Io ho sentito da uomini, assai pratichi nelle cose della guerra, qualche volta disputare, se sono dua principi quasi di equali forze, e quello pi gagliardo abbi bandito la guerra contro a quell'altro, quale sia migliore partito per l'altro, o aspettare il nimico dentro a' confini suoi, o andarlo a trovare in casa ed assaltare lui: e ne ho sentito addurre ragioni da ogni parte. E chi difende lo andare assaltare altri, ne allega il consiglio che Creso dette a Ciro, quando, arrivato in su' confini de' Massageti per fare loro guerra, la loro regina Tamiri gli mand a dire, che eleggessi quale de' due partiti volesse; o entrare nel regno suo, dove ella lo aspetterebbe; o volesse che ella venisse a trovare lui. E venuta la cosa in discettazione, Creso, contro alla opinione degli altri, disse che si andasse a trovare lei; allegando che, s'egli la vincesse discosto a il suo regno, che non le torrebbe il regno, perch ella arebbe tempo a rifarsi, ma se la vincesse dentro ai suoi confini, potrebbe seguirla in su la fuga, e, non le dando spazio a rifarsi, torle lo stato. Allegane ancora il consiglio che dette Annibale ad Antioco, quando quel re disegnava fare guerra ai Romani: dove ei mostra come i Romani non si potevano vincere se non in Italia, perch quivi altrui si poteva valere delle armi e delle ricchezze e degli amici loro; ma chi gli combatteva fuora d'Italia, e lasciava loro la Italia libera, lasciava loro quella fonte che mai le manca vita a somministrare forze dove bisogna; e conchiuse che ai Romani si poteva prima trre Roma che lo imperio, e prima la Italia che le altre provincie. Allega ancora Agatocle che, non potendo sostenere la guerra di casa, assalt i Cartaginesi che gliene facevano, e gli ridusse a domandare pace. Allega Scipione che, per levare la guerra di Italia, assalt la Africa.
Chi parla al contrario, dice che chi vuole fare capitare male uno inimico, lo discosti da casa. Allegane gli Ateniesi, che, mentre che feciono la guerra commoda alla casa loro, restarono superiori; e come si discostarono, ed andarono con gli eserciti in Sicilia, perderono la libert. Allega le favole poetiche, dove si mostra che Anteo, re di Libia, assaltato da Ercole Egizio, fu insuperabile mentre che lo aspett dentro a' confini del suo regno; ma, come ei se ne discost per astuzia di Ercole, perd lo stato e la vita. Onde  dato luogo alla favola che Anteo, sendo in terra, ripigliava le forze da sua madre, che era la Terra, e che Ercole, avvedutosi di questo, lo lev in alto, e discostollo dalla terra. Allegane ancora i giudicii moderni. Ciascuno sa come Ferrando re di Napoli fu ne' suoi tempi tenuto uno savissimo principe: e venendo la fama, due anni davanti la sua morte, come il re di Francia Carlo VIII voleva venire a assaltarlo, avendo fatte assai preparazioni, ammal; e, venendo a morte, intra gli altri ricordi che lasci a Alfonso suo figliuolo, fu ch'egli aspettasse il nimico dentro a il regno; e per cosa del mondo non traesse forze fuora dello stato suo, ma lo aspettasse dentro a' suoi confini tutto intero: il che non fu osservato da quello; ma, mandato uno esercito in Romagna, sanza combattere perd quello e lo stato.
Le ragioni che, oltre alle cose dette, da ogni parte si adducono, sono: che chi assalta viene con maggiore animo che chi aspetta, il che fa pi confidente lo esercito: toglie, oltre a di questo, molte commodit al nimico di potersi valere delle sue cose, non si potendo valere di que' sudditi che siano saccheggiati; e, per avere il nimico in casa,  constretto il signore avere pi rispetto a trarne da loro danari ed affaticargli: sicch ei viene a seccare quella fonte, come disse Annibale, che fa che colui pu sostenere la guerra. Oltra di questo, i suoi soldati, per trovarsi nel paese d'altrui, sono pi necessitati a combattere; e quella necessit fa virt, come pi volte abbiamo detto. Dall'altra parte si dice: come, aspettando il nimico, si aspetta con assai vantaggio, perch, sanza disagio alcuno, tu puoi dare a quello molti disagi di vettovaglie, e d'ogni altra cosa che abbia bisogno uno esercito: puoi meglio impedirgli i disegni suoi, per la notizia del paese che tu hai pi di lui: puoi con pi forze incontrarlo, per poterle facilmente tutte unire, ma non potere gi tutte discostarle da casa: puoi, sendo rotto, rifarti facilmente; s perch del tuo esercito se ne salver assai, per avere i rifugi propinqui; s perch il supplimento non ha a venire discosto: tanto che tu vieni ad arristiare tutte le forze, e non tutta la fortuna; e, discostandoti, arrischi tutta la fortuna, e non tutte le forze. Ed alcuni sono stati che, per indebolire meglio il suo nimico, lo lasciono entrare parecchi giornate in su il paese loro, e pigliare assai terre; acci che, lasciando i presidii in tutte, indebolisca il suo esercito, e possinlo dipoi combattere pi facilmente.
Ma, per dire ora io quello che io ne intendo, io credo che si abbia a fare questa distinzione: o io ho il mio paese armato, come i Romani, o come hanno i Svizzeri, o io l'ho disarmato, come avevano i Cartaginesi, o come l'hanno il re di Francia e gli Italiani. In questo caso, si debbe tenere il nimico discosto a casa; perch, sendo la tua virt nel danaio e non negli uomini, qualunque volta ti  impedita la via di quello, tu sei spacciato; n cosa veruna te lo impedisce quanto la guerra di casa. In esempli ci sono i Cartaginesi; i quali, mentre che ebbono la casa loro libera, potettono con le rendite fare guerra con i Romani; e quando l'avevano assaltata, non potevano resistere ad Agatocle. I Fiorentini non avevano rimedio alcuno con Castruccio signore di Lucca, perch ei faceva loro la guerra in casa; tanto che gli ebbero a darsi, per essere difesi, al re Ruberto di Napoli. Ma, morto Castruccio, quelli medesimi Fiorentini ebbono animo di assaltare il duca di Milano in casa, ed operare di torgli il regno: tanta virt mostrarono nelle guerre longinque, e tanta vilt nelle propinque. Ma quando i regni sono armati, come era armata Roma e come sono i Svizzeri, sono pi difficili a vincere quanto pi ti appressi loro: perch questi corpi possono unire pi forze a resistere a uno impeto, che non possono ad assaltare altrui. N mi muove in questo caso l'autorit d'Annibale, perch la passione e l'utile suo gli faceva cos dire a Antioco. Perch, se i Romani avessono avute in tanto spazio di tempo quelle tre rotte in Francia ch'egli ebbero in Italia da Annibale, sanza dubbio erano spacciati: perch non si sarebbono valuti de' residui degli eserciti, come si valsono in Italia; non arebbono avuto, a rifarsi, quelle commodit; n potevono con quelle forze resistere al nimico, che poterono. Non si truova, per assaltare una provincia, che loro mandassino mai fuora eserciti che passassino cinquantamila persone; ma per difendere la casa ne missero in arme contro ai Franciosi, dopo la prima guerra punica, diciotto centinaia di migliaia. N arebbono potuto poi rompere quegli in Lombardia, come gli ruppono in Toscana; perch contro a tanto numero di inimici non arebbono potuto condurre tante forze s discosto, n combattergli con quella commodit. I Cimbri ruppono uno esercito romano nella Magna, n vi ebbono i Romani rimedio. Ma come gli arrivarono in Italia, e che ei poterono mettere tutte le loro forze insieme, gli spacciarono. I Svizzeri  facile vincergli fuori di casa, dove ei non possono mandare pi che un trenta o quarantamila uomini; ma vincergli in casa, dove ei ne possono raccozzare centomila,  difficilissimo. Conchiuggo adunque, di nuovo, che quel principe che ha i suoi popoli armati ed ordinati alla guerra, aspetti sempre in casa una guerra potente e pericolosa, e non la vadia a rincontrare: ma quello che ha i suoi sudditi disarmati, ed il paese inusitato alla guerra, se le discosti sempre da casa il pi che pu. E cos l'uno e l'altro, ciascuno nel suo grado si difender meglio.

13.

Che si viene di bassa a gran fortuna .
pi con la fraude; che con la forza. .


Io stimo essere cosa verissima che rado, o non mai, intervenga che gli uomini di piccola fortuna venghino a gradi grandi, sanza la forza e sanza la fraude; pure che quel grado al quale altri  pervenuto non li sia o donato o lasciato per eredit. N credo si truovi mai che la forza sola basti, ma si troverr bene che la fraude sola baster: come chiaro vedr colui che legger la vita di Filippo di Macedonia, quella di Agatocle siciliano, e di molti altri simili, che d'infima ovvero di bassa fortuna, sono pervenuti o a regno o a imperii grandissimi. Mostra Senofonte, nella sua vita di Ciro, questa necessit dello ingannare, considerato che la prima ispedizione che fe' fare a Ciro contro al re di Armenia  piena di fraude, e come con inganno, e non con forza, gli fe' occupare il suo regno; e non conchiude altro, per tale azione, se non che a un principe che voglia fare gran cose,  necessario imparare a ingannare. Fegli ingannare, oltra di questo, Ciassare, re de' Medii, suo zio materno, in pi modi; sanza la quale fraude mostra che Ciro non poteva pervenire a quella grandezza che venne. N credo che si truovi mai alcuno, costituto in bassa fortuna, pervenuto a grande imperio solo con la forza aperta ed ingenuamente, ma s bene solo con la fraude: come fece Giovan Galeazzo per trre lo stato e lo imperio di Lombardia a messer Bernab suo zio. E quel che sono necessitati fare i principi ne' principii degli augumenti loro, sono ancora necessitate a fare le republiche, infino che le siano diventate potenti, e che basti la forza sola. E perch Roma tenne in ogni parte, o per sorte o per elezione, tutti i modi necessari a venire a grandezza, non manc ancora di questo. N pot usare, nel principio, il maggiore inganno, che pigliare il modo, discorso di sopra da noi, di farsi compagni; perch sotto questo nome se gli fece servi: come furono i Latini, ed altri popoli a lo intorno. Perch prima si valse dell'armi loro in domare i popoli convicini, e pigliare la riputazione dello stato; dipoi, domatogli, venne in tanto augumento, che la poteva battere ciascuno. Ed i Latini non si avvidono mai, di essere al tutto servi, se non poi che vidono dare due rotte ai Sanniti, e constrettigli ad accordo. La quale vittoria, come ella accrebbe gran riputazione ai Romani co' principi longinqui, che mediante quella sentirono il nome romano, e non l'armi, cos gener invidia e sospetto in quelli che vedevano e sentivano l'armi, intra i quali furono i Latini. E tanto pot questa invidia e questo timore, che non solo i Latini ma le colonie che essi avevano in Lazio, insieme con i Campani, stati poco innanzi difesi, congiurarono contro a il nome romano. E mossono questa guerra i Latini nel modo che si dice di sopra che si muovono la maggior parte delle guerre, assaltando non i Romani, ma difendendo i Sidicini contro ai Sanniti; a' quali i Sanniti facevano guerra con licenza de' Romani. E che sia vero che i Latini si movessono per avere conosciuto questo inganno, lo dimostra Tito Livio nella bocca di Annio Setino pretore latino, il quale nel concilio loro disse queste parole: "Nam si etiam nunc sub umbra foederis aequi servitutem pati possumus etc.". Vedesi pertanto i Romani ne' primi augumenti loro non essere mancati etiam della fraude; la quale fu sempre necessaria a usare a coloro che di piccoli principii vogliono a sublimi gradi salire: la quale  meno vituperabile quanto  pi coperta, come fu questa de' Romani.



14.

Ingannansi molte volte gli uomini, .
credendo con la umilt .
vincere la superbia. .


Vedesi molte volte come l'umilt non solamente non giova ma nuoce, massimamente usandola con gli uomini insolenti, che, o per invidia o per altra cagione, hanno concetto odio teco. Di che ne fa fede lo istorico nostro in questa cagione di guerra intra i Romani e i Latini. Perch, dolendosi i Sanniti con i Romani che i Latini gli avevano assaltati, i Romani non vollono proibire ai Latini tale guerra, disiderando non gli irritare: il che non solamente non gli irrit ma gli fece diventare pi animosi contro a loro, e si scopersono pi presto inimici. Di che ne fanno fede le parole usate dal prefato Annio pretore latino nel medesimo concilio, dov'e' dice: "Tentastis patientiam negando militem: quis dubitat exarsisse eos? Pertulerunt tamen hunc dolorem. Exercitus nos parare adversus Samnites, foederatos suos, audierunt, nec moverunt se ab urbe. Unde haec illis tanta modestia, nisi conscientia virium, et nostrarum et suarum?". Conoscesi, pertanto, chiarissimo per questo testo, quanto la pazienza de' Romani accrebbe l'arroganza de' Latini. E per, mai un principe debbe volere mancare del grado suo, e non debbe mai lasciare alcuna cosa d'accordo, volendola lasciare onorevolmente, se non quando e' la pu, o ei si crede che la possa tenere: perch gli  meglio, quasi sempre, sendosi condotta la cosa in termine che tu non la possa lasciare nel modo detto, lasciarsela trre con le forze, che con la paura delle forze. Perch, se tu la lasci con la paura, lo fai per levarti la guerra, ed il pi delle volte non te la lievi: perch colui a chi tu arai con una vilt scoperta concesso quella, non istar saldo, ma ti vorr trre delle altre cose, e si accender pi contro a di te, stimandoti meno; e, dall'altra parte, in tuo favore troverrai i difensori pi freddi, parendo loro che tu sia o debole o vile: ma se tu, subito scoperta la voglia dello avversario, prepari le forze, ancora che le siano inferiori a lui, quello ti comincer a stimare; stimanti pi gli altri principi allo intorno; e a tale viene voglia di aiutarti, sendo in su l'armi, che, abbandonandoti, non ti aiuterebbe mai. Questo s'intende quando tu abbia uno inimico; ma quando ne avessi pi, rendere delle cose che tu possedessi a alcuno di loro per riguadagnarselo, ancora che fussi di gi scoperta la guerra, e per ismembrarlo dagli altri confederati tuoi nimici, fia sempre partito prudente.

15.

Gli stati deboli .
sempre fiano ambigui nel risolversi: .
e sempre le diliberazioni lente .
sono nocive. .


In questa medesima materia, ed in questi medesimi principii di guerra intra i Latini ed i Romani, si pu notare come in ogni consulta  bene venire allo individuo di quello che si ha a diliberare, e non stare sempre in ambiguo n in su lo incerto della cosa. Il che si vede manifesto nella consulta che feciono i Latini, quando ei pensavano alienarsi dai Romani. Perch, avendo i Romani presentito questo cattivo umore che ne' popoli latini era entrato, per certificarsi della cosa, e per veder se potevano sanza mettere mano alle armi riguadagnarsi quegli popoli, fecero loro intendere, come e' mandassono a Roma otto cittadini perch avevano a consultare con loro. I Latini, inteso questo, ed avendo coscienza di molte cose fatte contro alla voglia de' Romani, fecioro concilio per ordinare chi dovesse ire a Roma e darli commissione di quello ch'egli avesse a dire. E stando nel concilio in questa disputa, Annio loro pretore disse queste parole: "Ad summam rerum nostrarum pertinere arbitror, ut cogitetis magis, quid agendum nobis, quam quid loquendum sit. Facile erit, explicatis consiliis, accommodare rebus verba". Sono, sanza dubbio, queste parole verissime e debbono essere da ogni principe e da ogni republica gustate: perch, nella ambiguit e nella incertitudine di quello che altri voglia fare, non si sanno accomodare le parole, ma, fermo una volta l'animo, e diliberato quello sia da esequire,  facil cosa trovarvi le parole. Io ho notata questa parte pi volentieri, quanto io ho molte volte conosciuto tale ambiguit avere nociuto alle publiche azioni, con danno e con vergogna della republica nostra. E sempre mal avverr che ne' partiti dubbi e dove bisogna animo a diliberargli, sar questa ambiguit, quando abbiano a essere consigliati e diliberati da uomini deboli.
Non sono meno nocive ancora le diliberazioni lente e tarde, che le ambigue; massime quelle che si hanno a diliberare in favore di alcuno amico; perch con la lentezza loro non si aiuta persona, e nuocesi a s medesimo. Queste diliberazioni cos fatte procedono o da debolezza d'animo e di forze, o da malignit di coloro che hanno a diliberare i quali, mossi dalla passione propria di volere rovinare lo stato o adempiere qualche altro loro disiderio, non lasciano seguire la diliberazione, ma la impediscono e la attraversono. Perch i buoni cittadini, ancora che vegghino una foga popolare voltarsi alla parte perniziosa, mai impediranno il diliberare, massime di quelle cose che non aspettano tempo. Morto che fu Girolamo tiranno in Siragusa, essendo la guerra grande intra i Cartaginesi ed i Romani, vennono i Siracusani in disputa se dovevano seguire l'amicizia romana o la cartaginese. E tanto era lo ardore delle parti, che la cosa stava ambigua, n se ne prendeva alcuno partito: insino a tanto che Apollonide, uno de' primi in Siracusa, con una sua orazione piena di prudenza, mostr come e' non era da biasimare chi teneva la opinione di aderirsi ai Romani, n quelli che volevano seguire la parte cartaginese; ma era bene da detestare quella ambiguit e tardit di pigliare il partito, perch vedeva al tutto in tale ambiguit la rovina della republica; ma preso che si fussi il partito, qualunque si fusse, si poteva sperare qualche bene. N potrebbe mostrare pi Tito Livio, che si faccia in questa parte, il danno che si tira dietro lo stare sospeso. Dimostralo ancora in questo caso de' Latini: poich, essendo i Lavinii ricerchi da loro d'aiuto contro ai Romani, differirono tanto a diliberarlo, che, quando eglino erano usciti appunto fuora della porta con le genti per dare loro soccorso, venne la nuova i Latini essere rotti. Donde Milionio loro pretore disse: - Questo poco della via ci coster assai col Popolo romano -. Perch, se si diliberavano prima, o di aiutare o di non aiutare i Latini, non li aiutando, ei non irritavano i Romani; aiutandogli, essendo lo aiuto in tempo, potevono con la aggiunta delle loro forze fargli vincere; ma differendo, venivano a perdere in ogni modo, come intervenne loro. E se i Fiorentini avessono notato questo testo, non arebbono avuto co' Franciosi n tanti danni n tante noie quante ebbono nella passata che il re Luigi di Francia XII fece in Italia contro a Lodovico duca di Milano. Perch, trattando il re tale passata, ricerc i Fiorentini d'accordo: e gli oratori, che erano appresso al re, accordarono con lui che si stessino neutrali, e che il re venendo in Italia gli avesse a mantenere nello stato e ricevere in protezione: e dette tempo un mese alla citt a ratificarlo. Fu differita tale ratificazione da chi per poca prudenza favoriva le cose di Lodovico: intanto che, il re gi sendo in su la vittoria, e volendo poi i Fiorentini ratificare, non fu la ratificazione accettata; come quello che conobbe i Fiorentini essere venuti forzati e non voluntari nella amicizia sua. Il che cost alla citt di Firenze assai danari, e fu per perdere lo stato: come poi altra volta per simile causa le intervenne. E tanto pi fu dannabile quel partito, perch non si serv ancora a il duca Lodovico; il quale, se avesse vinto, arebbe mostri molti pi segni d'inimicizia contro ai Fiorentini, che non fece il re. E bench del male che nasce, alle republiche, di questa debolezza, se ne sia di sopra in uno altro capitolo discorso, nondimeno, avendone di nuovo occasione per uno nuovo accidente, ho voluto replicarne parendomi, massime, materia che debba essere dalle republiche, simili alla nostra, notata.

16.

Quanto i soldati de' nostri tempi .
si disformino dagli antichi ordini. .


La pi importante giornata che fu mai fatta in alcuna guerra con alcuna nazione dal Popolo romano, fu questa che ei fece con i popoli latini, nel consolato di Torquato e di Decio. Perch ogni ragione vuole che, cos come i Latini per averla perduta diventarono servi, cos sarebbero stati servi i Romani, quando non l'avessino vinta. E di questa opinione  Tito Livio; perch in ogni parte fa gli eserciti pari di ordine, di virt, d'ostinazione e di numero: solo vi fa differenza, che i capi dello esercito romano furono pi virtuosi che quelli dello esercito latino. Vedesi ancora come nel maneggio di questa giornata nacquono due accidenti, non prima nati, e che dipoi hanno radi esempli: che, di due Consoli, per tenere fermi gli animi de' soldati, ed ubbidienti a' comandamenti loro, e diliberati al combattere l'uno ammazz s stesso, e l'altro il figliuolo. La parit, che Tito Livio dice essere in questi eserciti, era che, per avere militato gran tempo insieme, erano pari di lingua, d'ordine e d'armi: perch nello ordinare la zuffa tenevano uno modo medesimo; e gli ordini e i capi degli ordini avevano i medesimi nomi. Era dunque necessario, sendo di pari forze e di pari virt, che nascesse qualche cosa istraordinaria, che fermasse e facesse pi ostinati gli animi dell'uno che dell'altro: nella quale ostinazione consiste, come altre volte si  detto, la vittoria; perch, mentre che la dura ne' petti di quelli che combattono, mai non dnno volta gli eserciti. E perch la durasse pi ne' petti de' Romani che de' Latini, parte la sorte, parte la virt de' Consoli fece nascere che Torquato ebbe a ammazzare il figliuolo, e Decio s stesso. Mostra Tito Livio, nel mostrare questa parit di forze, tutto l'ordine che tenevono i Romani nelli eserciti e nelle zuffe. Il quale esplicando egli largamente, non replicher altrimenti; ma solo discorrer quello che io vi giudico notabile, e quello che, per essere negletto da tutti i capitani di questi tempi, ha fatto, negli eserciti e nelle zuffe, di molti disordini. Dico, adunque, che per il testo di Livio si raccoglie come lo esercito romano aveva tre divisioni principali, le quali toscanamente si possono chiamare tre schiere; e nominavano la prima astati, la seconda principi, la terza triari: e ciascuna di queste aveva i suoi cavagli. Nello ordinare una zuffa, ei mettevano gli astati innanzi; nel secondo luogo, per ritto, dietro alle spalle di quelli, ponevano i principi; nel terzo, pure nel medesimo filo, collocavano i triari. I cavagli di tutti questi ordini gli ponevano a destra ed a sinistra di queste tre battaglie; le stiere de' quali cavagli, dalla forma loro, e dal luogo, si chiamavano "alae" perch parevano come due alie di quel corpo. Ordinavono la prima stiera, degli astati, che era nella fronte, serrata in modo insieme, che la potesse spignere e sostenere il nimico. La seconda stiera, de' principi, perch non era la prima a combattere, ma bene le conveniva soccorrere alla prima quando fussi battuta o urtata, non la facevano stretta, ma mantenevano i suoi ordini radi, e di qualit che la potessi ricevere in s, sanza disordinarsi, la prima, qualunque volta, spinta dal nimico, fusse necessitata ritirarsi. La terza stiera, de' triari, aveva ancora gli ordini pi radi che la seconda, per potere ricevere in s, bisognando, le due prime stiere, de' principi e degli astati. Collocate, dunque, queste stiere in questa forma, appiccavano la zuffa: e, se gli astati erano sforzati o vinti, si ritiravano nella radit degli ordini de' principi; e, tutti uniti insieme, fatto di due stiere uno corpo, rappiccavano la zuffa: se questi ancora erano ributtati, sforzati si ritiravano tutti nella rarit degli ordini de' triari; e tutt'a tre le stiere, diventate uno corpo, rinnovavano la zuffa: dove essendo superati, per non avere pi da rifarsi, perdevono la giornata. E perch ogni volta che questa ultima stiera de' triari si adoperava, lo esercito era in pericolo, ne nacque quel proverbio: "Res redacta est ad triarios", che, a uso toscano, vuole dire:"Noi abbiamo messa l'ultima posta". I capitani de' nostri tempi, come egli hanno abbandonati tutti gli altri ordini, e della antica disciplina non ne osservano parte alcuna, cos hanno abbandonata questa parte, la quale non  di poca importanza: perch chi si ordina di potersi rifare nelle giornate tre volte, ha ad avere tre volte inimica la fortuna a volere perdere, ed ha ad avere per iscontro una virt che sia atta tre volte a vincerlo. Ma chi non sta se non in sul primo urto, come stanno oggi tutti gli eserciti cristiani, pu facilmente perdere; perch ogni disordine, ogni mezzana virt gli pu trre la vittoria. Quello che fa agli eserciti nostri mancare di potersi rifare tre volte,  lo avere perduto il modo di ricevere l'una stiera nell'altra. Il che nasce perch al presente s'ordinano le giornate con uno di questi due disordini: o ei mettono le loro stiere a spalle l'una dell'altra, e fanno la loro battaglia, larga per traverso, e sottile per diritto; il che la fa pi debole, per avere poco dal petto alle stiene. E quando pure, per farla pi forte, ei riducano le stiere per il verso de' Romani, se la prima fronte  rotta, non avendo ordine di essere ricevuta dalla seconda, s'ingarbugliano insieme tutte, e rompano s medesime: perch, se quella dinanzi  spinta, ella urta la seconda; se la seconda si vuole fare innanzi, ella  impedita dalla prima: donde che, urtando la prima la seconda, e la seconda la terza, ne nasce tanta confusione, che spesso un minimo accidente rovina uno esercito. Gli eserciti spagnuoli e franciosi nella zuffa di Ravenna, dove mor monsignor de Fois capitano delle genti di Francia (la quale fu, secondo i nostri tempi, assai bene combattuta giornata), s'ordinarono con l'uno de' soprascritti modi; cio che l'uno e l'altro esercito venne con tutte le sue genti ordinate a spalle: in modo che non venivano avere n l'uno n l'altro se non una fronte, ed erano assai pi per il traverso che per il diritto. E questo avviene loro sempre, dove egli hanno la campagna grande, come gli avevano a Ravenna: perch, conoscendo il disordine che fanno nel ritirarsi, mettendosi per un filo, lo fuggono, quando ei possono, col fare la fronte larga, come  detto; ma quando il paese gli ristrigne, si stanno nel disordine soprascritto, sanza pensare al rimedio. Con questo medesimo disordine cavalcano per il paese inimico, o se ei predano, o se fanno altro maneggio di guerra. Ed a Santo Regolo in quel di Pisa, ed altrove, dove i Fiorentini furono rotti da' Pisani ne' tempi della guerra che fu tra i Fiorentini e quella citt, per la sua ribellione dopo la passata di Carlo re di Francia in Italia, non nacque tale rovina d'altronde che dalla cavalleria amica; la quale, sendo davanti e ributtata da' nimici, percosse nella fanteria fiorentina, e quella ruppe: donde tutto il restante delle genti dierono volta: e messer Ciriaco dal Borgo, capo antico delle fanterie fiorentine, ha affermato alla presenza mia molte volte, non essere mai stato rotto se non dalla cavalleria degli amici. I Svizzeri, che sono i maestri delle moderne guerre, quando ei militano con i Franciosi, sopra tutte le cose hanno cura di mettersi in lato, che la cavalleria amica, se fusse ributtata, non gli urti. E bench queste cose paiano facili ad intendere, e facilissime a farsi, nondimeno non si  trovato ancora alcuno de' nostri contemporanei capitani, che gli antichi ordini imiti, e i moderni corregga. E bench gli abbino ancora loro tripartito lo esercito, chiamando l'una parte antiguardo, l'altra battaglia, e l'altra retroguardo; non se ne servono ad altro che a comandarli nelli alloggiamenti, ma nello adoperargli, rade volte , come di sopra  detto, che a tutti questi corpi non faccino correre una medesima fortuna.
E perch molti, per scusarne la ignoranza loro, allegano che la violenza delle artiglierie non patisce che in questi tempi si usino molti ordini de gli antichi, voglio disputare nel seguente capitolo questa materia, e vo' esaminare se le artiglierie impediscano che non si possa usare l'antica virt.

17.

Quanto si debbino stimare dagli eserciti .
ne' presenti tempi le artiglierie;.
e se quella opinione, .
che se ne ha in universale,  vera. .


Considerando io, oltre alle cose soprascritte, quante zuffe campali (chiamate ne' nostri tempi, con vocabolo francioso, giornate, e, dagli Italiani, fatti d'arme) furono fatte da' Romani in diversi tempi, mi  venuto in considerazione la opinione universale di molti, che vuole che, se in quegli tempi fussono state le artiglierie, non sarebbe stato lecito ai Romani, n s facile, pigliare le provincie, farsi tributari i popoli, come ei fecero; n arebbono in alcuno modo fatto s gagliardi acquisti. Dicono ancora, che, mediante questi instrumenti de' fuochi, gli uomini non possono usare n mostrare la virt loro, come ei potevano anticamente. E soggiungano una terza cosa: che si viene con pi difficult alle giornate che non si veniva allora, n vi si pu tenere dentro quegli ordini di quegli tempi; talch la guerra si ridurr col tempo in su le artiglierie. E giudicando non fuora di proposito disputare se tali opinioni sono vere, e quanto le artiglierie abbino accresciuto o diminuito di forze agli eserciti, e se le tolgano o danno occasione ai buoni capitani di operare virtuosamente, comincer a parlare quanto alla prima loro opinione: che gli eserciti antichi romani non arebbano fatto gli acquisti che feciono, se le artiglierie fussono state. Sopra che, rispondendo, dico come e' si fa guerra o per difendersi o per offendere; donde si ha prima a esaminare a quale di questi due modi di guerra le faccino pi utile o pi danno. E bench sia che dire da ogni parte, nondimeno io credo che sanza comparazione faccino pi danno a chi si difende, che a chi offende. La ragione che io ne dico , che quel che si difende, o egli  dentro a una terra, o egli  in su i campi dentro a uno steccato. S'egli  dentro a una terra, o questa terra  piccola, come sono la maggior parte delle fortezze, o la  grande: nel primo caso, chi si difende  al tutto perduto, perch l'impeto delle artiglierie  tale che non truova muro, ancorach grossissimo, che in pochi giorni ei non abbatta; e se chi  dentro non ha buoni spazi da ritirarsi e con fossi e con ripari, si perde; n pu sostenere l'impeto del nimico che volessi dipoi entrare per la rottura del muro, n a questo gli giova artiglieria che avessi: perch questa  una massima, che dove gli uomini in frotta e con impeto possono andare, le artiglierie non gli sostengono. Per i furori oltramontani nella difesa delle terre non sono sostenuti: son bene sostenuti gli assalti italiani, i quali, non in frotta ma spicciolati, si conducano alle battaglie, le quali loro, per nome molto proprio, chiamano scaramucce. E questi che vanno con questo disordine e questa freddezza a una rottura d'un muro dove siano artiglierie, vanno a una manifesta morte, e contro a loro le artiglierie vagliano: ma quegli che in frotta condensati, e che l'uno spinge l'altro, vengono a una rottura, se non sono sostenuti o da fossi o da ripari, entrono in ogni luogo, e le artiglierie non gli tengono; e, se ne muore qualcuno, non possono essere tanti che gl'impedischino la vittoria.
Questo, essere vero, si  conosciuto in molte espugnazioni fatte dagli oltramontani in Italia, e massime in quella di Brescia: perch, sendosi quella terra ribellata da' Franciosi, e tenendosi ancora per il re di Francia la fortezza, avevano i Viniziani, per sostenere l'impeto che da quella potesse venire nella terra, munita tutta la strada d'artiglierie, che dalla fortezza alla citt scendeva, e postene a fronte e ne' fianchi, ed in ogni altro luogo opportuno. Delle quali monsignor di Fois non fece alcuno conto; anzi, quello con il suo squadrone, disceso a piede, passando per il mezzo di quelle, occup la citt, n per quelle si sent ch'egli avesse ricevuto alcuno memorabile danno. Talch, chi si difende in una terra piccola, come  detto, e truovisi le mura in terra, e non abbia spazio da ritirarsi con i ripari e con fossi ed abbiasi a fidare in su le artiglierie, si perde subito. Se tu difendi una terra grande, e che tu abbia commodit di ritirarti, sono nondimanco sanza comparazione pi utili le artiglierie a chi  di fuori, che a chi  dentro. Prima, perch, a volere che una artiglieria nuoca a quegli che sono di fuora, tu se' necessitato levarti con essa dal piano della terra; perch, stando in sul piano, ogni poco d'argine e di riparo che il nimico faccia, rimane sicuro, e tu non gli puoi nuocere. Tanto che, avendoti a alzare, e tirarti in sul corridoio delle mura, o in qualunque modo levarti da terra, tu ti tiri dietro due difficult: la prima, che tu non puoi condurvi artiglierie della grossezza e della potenza che pu trarre colui di fuora, non si potendo ne' piccoli spazii maneggiare le cose grandi: l'altra , quando bene tu ve le potessi condurre, tu non puoi fare quegli ripari fedeli e sicuri, per salvare detta artiglieria, che possono fare quegli di fuori, essendo in sul terreno, ed avendo quelle commodit e quello spazio che loro medesimi vogliono: talmentech, gli  impossibile, a chi difende una terra, tenere le artiglierie ne' luoghi alti, quando quegli che sono di fuori abbino assai artiglierie e potente; e se egli hanno a venire con essa ne' luoghi bassi, ella diventa in buona parte inutile, come  detto. Talch la difesa della citt si ha a ridurre a difenderla con le braccia, come anticamente si faceva, e con l'artiglieria minuta: di che se si trae un poco di utilit, rispetto a questa artiglieria minuta, se ne cava incommodit che contrappesa alla commodit dell'artiglieria; perch, rispetto a quella, si riducano le mura delle terre, basse e quasi sotterrate ne' fossi: talch, come si viene alla battaglia di mano, o per essere battute le mura o per essere ripieni i fossi, ha, chi  dentro, molti pi disavvantaggi che non aveva allora. E per, come di sopra si disse, giovano questi instrumenti molto pi a chi campeggia le terre, che a chi  campeggiato. Quanto alla terza cosa, di ridursi in un campo dentro a uno steccato, per non fare giornata se non a tua comodit o vantaggio, dico che in questa parte tu non hai pi rimedio, ordinariamente, a difenderti di non combattere, che si avessono gli antichi; e qualche volta, per conto delle artiglierie, hai maggiore disavvantaggio. Perch, se il nimico ti giugne addosso, ed abbia un poco di vantaggio del paese, come pu facilmente intervenire, e truovisi pi alto di te; o che nello arrivare suo tu non abbia ancora fatti i tuoi argini, e copertoti bene con quegli; subito, e sanza che tu abbia alcun rimedio, ti disalloggia, e sei forzato uscire delle fortezze tue, e venire alla zuffa. Il che intervenne agli Spagnuoli nella giornata di Ravenna; i quali essendosi muniti tra 'l fiume del Ronco ed uno argine, per non lo avere tirato tanto alto che bastasse, e per avere i Franciosi un poco il vantaggio del terreno, furono costretti dalle artiglierie uscire delle fortezze loro, e venire alla zuffa. Ma dato, come il pi delle volte debbe essere, che il luogo che tu avessi preso con il campo fosse pi eminente che gli altri all'incontro, e che gli argini fussono buoni e sicuri, talch, mediante il sito e l'altre tue preparazioni il nimico non ardisse d'assaltarti; si verr in questo caso a quegli modi che anticamente si veniva, quando uno era con il suo esercito in lato da non potere essere offeso: i quali sono, correre il paese, pigliare o campeggiare le terre tue amiche, impedirti le vettovaglie, tanto che tu sarai forzato da qualche necessit a disalloggiare, e venire a giornata; dove le artiglierie, come di sotto si dir, non operano molto. Considerato, adunque, di quali ragioni guerre feciono i Romani, e veggendo come ei feciono quasi tutte le loro guerre per offendere altrui e non per difendere loro, si vedr, quando siano vere le cose dette di sopra, come quelli arebbono avuto pi vantaggio, e pi presto arebbono fatto i loro acquisti, se le fossono state in quelli tempi.
Quanto alla seconda cosa, che gli uomini non possono mostrare la virt loro, come ei potevano anticamente, mediante l'artiglieria; dico ch'egli  vero, che, dove gli uomini spicciolati si hanno a mostrare, che ei portano pi pericoli che allora, quando avessono a scalare una terra, o fare simili assalti, dove gli uomini non ristretti insieme ma di per s l'uno dall'altro avessono a comparire.  vero ancora, che gli capitani e capi degli eserciti stanno sottoposti pi a il pericolo della morte che allora, potendo essere aggiunti con le artiglierie in ogni luogo; n giova loro lo essere nelle ultime squadre, e muniti di uomini fortissimi. Nondimeno si vede che l'uno e l'altro di questi dua pericoli fanno rade volte danni istraordinari: perch le terre munite bene non si scalano, n si va con assalti deboli ad assaltarle; ma, a volerle espugnare, si riduce la cosa a una ossidione, come anticamente si faceva. Ed in quelle che pure per assalto si espugnano, non sono molto maggiori i pericoli che allora: perch non mancavano anche in quel tempo, a chi difendeva le terre, cose da trarre; le quali, se non erano cos furiose, facevano, quanto allo ammazzare gli uomini, il simile effetto. Quanto alla morte de' capitani e condottieri, ce ne sono, in ventiquattro anni che sono state le guerre ne' prossimi tempi in Italia, meno esempli che non era in dieci anni di tempo appresso agli antichi. Perch, dal conte Lodovico della Mirandola, che mor a Ferrara quando i Viniziani, pochi anni sono, assaltarono quello stato, ed il Duca di Nemors, che mor alla Cirignuola, in fuori, non  occorso che d'artiglierie ne sia morto alcuno; perch monsignore di Fois a Ravenna mor di ferro, e non di fuoco. Tanto che, se gli uomini non dimostrano particularmente la loro virt, nasce, non dalle artiglierie, ma dai cattivi ordini e dalla debolezza degli eserciti; i quali, mancando di virt nel tutto, non la possono mostrare nella parte.
Quanto alla terza cosa detta da costoro, che non si possa venire alle mani, e che la guerra si condurr tutta in su l'artiglierie, dico questa opinione essere al tutto falsa; e cos fia sempre tenuta da coloro che secondo l'antica virt vorranno adoperare gli eserciti loro. Perch, chi vuole fare uno esercito buono, gli conviene, con esercizi o fitti o veri, assuefare gli uomini sua ad accostarsi al nimico, e venire con lui al menare della spada ed a pigliarsi per il petto; e si debbe fondare pi in su le fanterie che in su' cavagli, per le ragioni che di sotto si diranno. E quando si fondi in su i fanti ed in su i modi predetti, diventono al tutto le artiglierie inutili; perch con pi facilit le fanterie, nello accostarsi al nimico, possono fuggire il colpo delle artiglierie, che non potevano anticamente fuggire l'impeto degli elefanti, de' carri falcati, e d'altri riscontri inusitati, che le fanterie romane riscontrarono; contro ai quali sempre trovarono il rimedio: e tanto pi facilmente lo arebbono trovato contro a queste, quanto egli  pi breve il tempo nel quale le artiglierie ti possano nuocere, che non era quello nel quale potevano nuocere gli elefanti ed i carri. Perch quegli nel mezzo della zuffa ti disordinavano, queste, solo innanzi alla zuffa, t'impediscano: il quale impedimento facilmente le fanterie fuggono, o con andare coperte dalla natura del sito, o con abbassarsi in su la terra quando le tirano. Il che anche, per isperienza, si  visto non essere necessario, massime per difendersi dalle artiglierie grosse; le quali non si possono in modo bilanciare, o che, se le vanno alto, le non ti trovino, o che, se le vanno basso, le non ti arrivino. Venuti poi gli eserciti alle mani, questo  chiaro pi che la luce, che n le grosse n le piccole ti possono offendere: perch, se quello che ha l'artiglierie  davanti, diventa tuo prigione; s'egli  dietro, egli offende prima l'amico che te; a spalle ancora non ti pu ferire in modo che tu non lo possa ire a trovare, e ne viene a seguitare lo effetto detto. N questo ha molta disputa; perch se ne  visto l'esemplo de' Svizzeri, i quali a Novara nel 1513, sanza artiglierie e sanza cavagli, andarono a trovare lo esercito francioso, munito d'artiglierie, dentro alle fortezze sue, e lo roppono sanza avere alcuno impedimento da quelle. E la ragione , oltre alle cose dette di sopra, che l'artiglieria ha bisogno di essere guardata, a volere che la operi, o da mura o da fossi o da argini; e come le mancher una di queste guardie, ella  prigione, o la diventa inutile: come le interviene quando la si ha a difendere con gli uomini; il che le interviene nelle giornate e zuffe campali. Per fianco le non si possono adoperare, se non in quel modo che adoperavano gli antichi gli instrumenti da trarre; che gli mettevano fuori delle squadre, perch ei combattessono fuori degli ordini; ed ogni volta che o da cavalleria o da altri erano spinti, il rifugio loro era dietro alle legioni. Chi altrimenti ne fa conto, non la intende bene, e fidasi sopra una cosa che facilmente lo pu ingannare. E se il Turco, mediante l'artiglieria, contro al Sofi ed il Soldano ha avuto vittoria,  nato non per altra virt di quella che per lo spavento che lo inusitato romore messe nella cavalleria loro.
Conchiuggo pertanto, venendo al fine di questo discorso, l'artiglieria essere utile in uno esercito quando vi sia mescolata l'antica virt; ma, sanza quella, contro a uno esercito virtuoso  inutilissima.

18.

Come per l'autorit de' Romani, .
e per lo esemplo della antica milizia, .
si debba stimare pi le fanterie .
che i cavagli. .


E' si pu per molte ragioni e per molti esempli dimostrare chiaramente, quanto i Romani in tutte le militari azioni estimassono pi la milizia a piede che a cavallo, e sopra quella fondassino tutti i disegni delle forze loro: come si vede per molti esempli, ed infra gli altri, quando si azzuffarono con i Latini appresso al lago Regillo; dove essendo gi inclinato lo esercito romano, per soccorrere ai suoi, fecero discendere, degli uomini a cavallo, a piede, e per quella via, rinnovata la zuffa, ebbono la vittoria. Dove si vede manifestamente, i Romani avere pi confidato in loro sendo a piede, che mantenendoli a cavallo. Questo medesimo termine usarono in molte altre zuffe, e sempre lo trovarono ottimo rimedio alli loro pericoli.
N si opponga a questo la opinione d'Annibale, il quale, veggendo in la giornata di Canne che i Consoli avevano fatto discendere a pi li loro cavalieri, facendosi beffe di simile partito, disse: "Quam mallem vinctos mihi traderent equites!", cio: - Io arei pi caro che me gli dessino legati -. La quale opinione, ancorach la sia stata in bocca d'un uomo eccellentissimo, nondimanco, se si ha ad ire dietro alla autorit, si debbe pi credere a una Republica romana, e a tanti capitani eccellentissimi che furono in quella, che a uno solo Annibale. Ancorach, sanza le autorit, ce ne sia ragioni manifeste: perch l'uomo a piede pu andare in di molti luoghi, dove non pu andare il cavallo; puossi insegnarli servare l'ordine, e, turbato che fussi, come e' lo abbia a riassumere: a' cavagli  difficile fare servare l'ordine, ed impossibile, turbati che sono, riordinargli. Oltre a questo, si truova, come negli uomini, de' cavagli che hanno poco animo, e di quegli che ne hanno assai: e molte volte interviene che un cavallo animoso  cavalcato da un uomo vile, e uno cavallo vile da uno animoso; ed in qualunque modo che segua questa disparit, ne nasce inutilit e disordine. Possono le fanterie, ordinate, facilmente rompere i cavagli, e difficilmente essere rotte da quegli. La quale opinione  corroborata, oltre a molti esempli antichi e moderni, dalla autorit di coloro che danno delle cose civili regola: dove ei mostrano come in prima le guerre si cominciarono a fare con i cavagli, perch non era ancora l'ordine delle fanterie; ma come queste si ordinarono, si conobbe subito quanto loro erano pi utili che quelli. Non  per questo per che i cavagli non siano necessarii negli eserciti, e per fare scoperte, per iscorrere e predare i paesi, per seguitare i nimici quando ei sono in fuga, e per essere ancora in parte una opposizione ai cavagli degli avversari: ma il fondamento e il nervo dello esercito, e quello che si debbe pi stimare, debbano essere le fanterie.
Ed infra i peccati de' principi italiani, che hanno fatto Italia serva de' forestieri, non ci  il maggiore che avere tenuto poco conto di questo ordine, ed avere volto tutta la sua cura alla milizia a cavallo. Il quale disordine  nato per la malignit de' capi, e per la ignoranza di coloro che tenevano stato. Perch, essendosi ridotta la milizia italiana da' venticinque anni indietro, in uomini che non avevano stato, ma erano come capitani di ventura, pensarono subito come potessero mantenersi la riputazione, stando armati loro e disarmati i principi. E perch uno numero grosso di fanti non poteva loro essere continovamente pagato, e non avendo sudditi da potere valersene, ed uno piccol numero non dava loro riputazione, si volsono a tenere cavagli: perch dugento o trecento cavagli che erano pagati ad uno condottiere, lo mantenevano riputato, ed il pagamento non era tale, che dagli uomini che tenevono stato non potesse essere adempiuto. E perch questo seguisse pi facilmente, e per mantenersi pi in riputazione, levarono tutta l'affezione e la riputazione da' fanti, e ridussonla in quelli loro cavagli: e in tanto crebbono in questo disordine, che in qualunque grossissimo esercito era una minima parte di fanteria. La quale usanza fece in modo debole, insieme con molti altri disordini che si mescolarono con quella, questa milizia italiana, che questa provincia  stata facilmente calpesta da tutti gli oltramontani. Mostrasi pi apertamente questo errore, di stimare pi i cavagli che le fanterie, per uno altro esemplo romano. Erano i Romani a campo a Sora, ed essendo uscito fuori della terra una turma di cavagli per assaltare il campo, se gli fece allo incontro il Maestro de' cavagli romano con la sua cavalleria; e datosi di petto, la sorte dette che nel primo scontro i capi dell'uno e dell'altro esercito morirono; e restati gli altri sanza governo, e durando nondimeno la zuffa, i Romani, per superare pi facilmente il nimico, scesono a piede, e constrinsono i cavalieri inimici, se si vollono difendere, a fare il simile: e, con tutto questo, i Romani ne riportarono la vittoria. Non pu essere questo esemplo maggiore in dimostrare quanto sia pi virt nelle fanterie che ne' cavagli: perch, se nelle altre fazioni i Consoli facevano discendere i cavalieri romani, era per soccorrere alle fanterie che pativano, e che avevano bisogno di aiuto; ma in questo luogo e' discesono, non per soccorrere alle fanterie n per combattere con uomini a pi de' nimici, ma combattendo a cavallo, con cavagli, giudicarono, non potendo superargli a cavallo, potere, scendendo, pi facilmente vincergli. Io voglio adunque conchiudere, che una fanteria ordinata non possa sanza grandissima difficult essere superata se non da un'altra fanteria. Crasso e Marc'Antonio romani corsono per il dominio de' Parti molte giornate con pochissimi cavagli ed assai fanteria, ed allo incontro avevano innumerabili cavagli de' Parti. Crasso vi rimase, con parte dello esercito, morto; Marc'Antonio virtuosamente si salv. Nondimanco in queste azioni romane si vide quanto le fanterie prevalevano ai cavagli: perch, essendo in uno paese largo, dove i monti sono radi, i fiumi radissimi, le marine longinque, e discosto da ogni commodit, nondimanco Marc'Antonio, al giudicio de' Parti medesimi, virtuosissimamente si salv; n mai ebbeno ardire tutta la cavalleria partica tentare gli ordini dello esercito suo. Se Crasso vi rimase, chi legger bene le sue azioni vedr come e' vi fu piuttosto ingannato che sforzato: n mai, in tutti i suoi disordini, i Parti ardirono d'urtarlo; anzi, sempre andando costeggiandolo, impedendogli le vettovaglie, e promettendogli e non gli osservando, lo condussono a una estrema miseria.
Io crederei avere a durare pi fatica in persuadere quanto la virt delle fanterie  pi potente che quella de' cavalli se non ci fossono assai moderni esempli che ne rendano testimonianza pienissima. E' si  veduto novemila Svizzeri a Novara, da noi di sopra allegata, andare a affrontare diecimila cavagli ed altrettanti fanti, e vincergli: perch i cavagli non gli potevano offendere: i fanti, per essere gente in buona parte guascona e male ordinata, la stimavano poco. Videsi di poi ventiseimila Svizzeri andare a trovare sopra a Milano Francesco re di Francia, che aveva seco ventimila cavagli, quarantamila fanti, e cento carra d'artiglierie; e se non vinsono la giornata come a Novara, ei la combatterono dua giorni virtuosamente e dipoi, rotti ch'ei furono, la met di loro si salvarono. Presunse Marco Regolo Attilio, non solo con la fanteria sua sostenere i cavagli, ma gli elefanti; e se il disegno non gli riusc, non fu per che la virt della sua fanteria non fosse tanta, ch' e' non confidasse tanto in lei che credesse superare quella difficult. Replico, pertanto, che, a volere superare i fanti ordinati,  necessario opporre loro fanti meglio ordinati di quegli: altrimenti, si va a una perdita manifesta. Ne' tempi di Filippo Visconti, duca di Milano, scesono in Lombardia circa sedicimila Svizzeri: donde quel Duca, avendo per suo capitano allora il Carmignuola, lo mand con circa mille cavagli e pochi fanti all'incontro loro. Costui, non sappiendo l'ordine del combattere loro, ne and a incontrarli con i suoi cavagli, presumendo poterli subito rompere. Ma trovatigli immobili, avendo perduti molti de' suoi uomini, si ritir: ed essendo valentissimo uomo, e sappiendo negli accidenti nuovi pigliare nuovi partiti, rifattosi di gente gli and a trovare; e, venuto loro all'incontro, fece smontare a pi tutte le sue genti d'armi, e, fatto testa di quelle alle sue fanterie, and ad investire i Svizzeri. I quali non ebbono alcuno rimedio: perch, sendo le genti d'armi del Carmignuola a pi e bene armate, poterono facilmente entrare intra gli ordini de' Svizzeri, sanza patire alcuna lesione ed entrati tra quegli poterono facilmente offenderli: talch di tutto il numero di quegli, ne rimase quella parte viva, che per umanit del Carmignuola fu conservata.
Io credo che molti conoschino questa differenzia di virt che  intra l'uno e l'altro di questi ordini: ma  tanta la infelicit di questi tempi, che n gli esempli antichi n i moderni n la confessione dello errore  sufficiente a fare che i moderni principi si ravvegghino; e pensino che, a volere rendere riputazione alla milizia d'una provincia o d'uno stato, sia necessario risuscitare questi ordini, tenergli appresso, dare loro riputazione, dare loro vita, acciocch a lui e vita e riputazione rendino. E come ei deviano da questi modi, cos deviano dagli altri modi, detti di sopra: onde ne nasce che gli acquisti sono a danno, non a grandezza, d'uno stato; come di sotto si dir.

19.

Che gli acquisti nelle republiche .
non bene ordinate, .
e che secondo la romana virt .
non procedano, sono a ruina, .
non ad esaltazione di esse. .


Queste contrarie opinioni alla verit fondate in su i mali esempli che da questi nostri corrotti secoli sono stati introdotti, fanno che gli uomini non pensono a deviare dai consueti modi. Quando si sarebbe potuto persuadere uno Italiano, da trenta anni in dietro che diecimila fanti potessono assaltare in un piano diecimila cavagli ed altrettanti fanti, e con quelli non solamente combattere ma vincergli, come si vide per lo esemplo da noi pi volte allegato, a Novara? E bench le istorie ne siano piene, tamen non ci arebbero prestato fede; e se ci avessero prestato fede, arebbero detto che in questi tempi s'arma meglio, e che una squadra di uomini d'arme sarebbe atta ad urtare uno scoglio, non che una fanteria: e cos con queste false scuse corrompevano il giudizio loro; n arebbero considerato che Lucullo con pochi fanti ruppe cento cinquantamila cavalli di Tigrane, e che fra quelli cavalieri era una sorte di cavalleria simile al tutto agli uomini d'arme nostri: e cos, come questa fallacia  stata scoperta dallo esemplo delle genti oltramontane. E come e' si vede, per quello, essere vero, quanto alla fanteria, quello che nelle istorie si narra, cos doverrebbero credere essere veri e utili tutti gli altri ordini antichi. E quando questo fusse creduto, le republiche ed i principi errerebbero meno; sariano pi forti a opporsi a uno impeto che venisse loro addosso; non spererebbero nella fuga; e quegli che avessono nelle mani uno vivere civile, lo saperebbono meglio indirizzare, o per la via dello ampliare, o per la via del mantenere; e crederebbono che lo accrescere la citt sua di abitatori, farsi compagni e non sudditi, mandare colonie a guardare i paesi acquistati, fare capitale delle prede, domare il nimico con le scorrerie e con le giornate e non con le ossidioni, tenere ricco il publico, povero il privato, mantenere con sommo studio gli esercizi militari, fusse la vera via a fare grande una republica, e ad acquistare imperio. E quando questo modo dello ampliare non gli piacessi, penserebbe che gli acquisti per ogni altra via sono la rovina delle republiche, e porrebbe freno a ogni ambizione; regolando bene la sua citt dentro con le leggi e co' costumi, proibendole lo acquistare, e solo pensando a difendersi, e le difese tenere ordinate bene: come fanno le republiche della Magna, le quali in questi modi vivano e sono vivute libere un tempo.
Nondimeno, come altra volta dissi quando discorsi la differenza che era, da ordinarsi per acquistare e ordinarsi per mantenere;  impossibile che ad una republica riesca lo stare quieta, e godersi la sua libert e gli pochi confini: perch, se lei non molester altrui, sar molestata ella; e dallo essere molestata le nascer la voglia e la necessit dello acquistare; e quando non avessi il nimico fuora, lo troverrebbe in casa: come pare necessario intervenga a tutte le gran cittadi. E se le republiche della Magna possono vivere loro in quel modo, ed hanno potuto durare un tempo, nasce da certe condizioni che sono in quel paese, le quali non sono altrove, sanza le quali non potrebbero tenere simile modo di vivere.
Era quella parte della Magna di che io parlo, sottoposta allo Imperio romano come la Francia e la Spagna: ma venuto dipoi in declinazione e ridottosi il titolo di tale Imperio in quella provincia, cominciarono quelle citt pi potenti, secondo la vilt o necessit degl'imperadori, a farsi libere, ricomperandosi dallo Imperio, con riservargli un piccol censo annuario; tanto che, a poco a poco, tutte quelle citt che erano immediate dello imperadore, e non erano suggette d'alcuno principe, si sono in simil modo ricomperate. Occorse, in questi medesimi tempi che queste citt si ricomperavano, che certe comunit sottoposte al duca di Austria si ribellarono da lui; tra le quali fu Filiborg, e i Svizzeri, e simili; le quali prosperando nel principio, pigliarono a poco a poco tanto augumento, che, non che e' siano tornati sotto il giogo di Austria, sono in timore a tutti i loro vicini: e questi sono quegli che si chiamano i Svizzeri. , adunque, questa provincia compartita in Svizzeri, republiche che chiamano terre franche, principi, ed imperadore. E la cagione che, intra tante diversit di vivere, non vi nascano, o, se le vi nascano, non vi durano molto le guerre,  quel segno dello imperadore; il quale, avvenga che non abbi forze, nondimeno ha infra loro tanta riputazione ch'egli  un loro conciliatore, e con l'autorit sua, interponendosi come mezzano, spegne subito ogni scandolo. E le maggiori e le pi lunghe guerre vi siano state, sono quelle che sono seguite intra i Svizzeri ed il duca d'Austria: e bench da molti anni in qua lo imperadore ed il duca d'Austria sia una medesima cosa, non pertanto non ha mai possuto superare l'audacia de' Svizzeri; dove non  stato mai modo d'accordo, se non per forza. N il resto della Magna gli ha porti molti aiuti; s perch le comunit non sanno offendere chi vuole vivere libero come loro; s perch quelli principi, parte non possono, per essere poveri, parte non vogliono, per avere invidia alla potenza sua. Possono vivere, adunque, quelle comunit contente del piccolo loro dominio, per non avere cagione, rispetto all'autorit imperiale, di disiderarlo maggiore: possono vivere unite dentro alle mura loro, per avere il nimico propinquo, e che piglierebbe le occasioni di occuparle, qualunque volta le discordassono. Ch, se quella provincia fusse condizionata altrimenti, converrebbe loro cercare di ampliare e rompere quella loro quiete. E perch altrove non sono tali condizioni, non si pu prendere questo modo di vivere; e bisogna o ampliare per via di leghe, o ampliare come i Romani. E chi si governa altrimenti, cerca non la sua vita, ma la sua morte e rovina: perch in mille modi e per molte cagioni gli acquisti sono dannosi; perch gli sta molto bene, insieme acquistare imperio e non forze; e chi acquista imperio e non forze insieme, conviene che rovini. Non pu acquistare forze chi impoverisce nelle guerre, ancora che sia vittorioso, che ei mette pi che non trae degli acquisti: come hanno fatto i Viniziani ed i Fiorentini, i quali sono stati molto pi deboli, quando l'uno aveva la Lombardia e l'altro la Toscana, che non erano quando l'uno era contento del mare, e l'altro di sei miglia di confini.
Perch tutto  nato da avere voluto acquistare e non avere saputo pigliare il modo: e tanto pi meritano biasimo, quanto eglino hanno meno scusa, avendo veduto il modo hanno tenuto i Romani, ed avendo potuto seguitare il loro esemplo, quando i Romani, sanza alcuno esemplo, per la prudenza loro, da loro medesimi lo seppono trovare. Fanno, oltra di questo, gli acquisti qualche volta non mediocre danno ad ogni bene ordinata republica, quando e' si acquista una citt o una provincia piena di delizie, dove si pu pigliare di quegli costumi per la conversazione che si ha con quegli: come intervenne a Roma, prima, nello acquisto di Capova, e dipoi, a Annibale. E se Capova fusse stata pi longinqua dalla citt, che lo errore de' soldati non avesse avuto il rimedio propinquo, o che Roma fusse stata in alcuna parte corrotta, era, sanza dubbio, quello acquisto la rovina della romana Repubblica. E Tito Livio fa fede di questo con queste parole: "Iam tunc minime salubris militari disciplinae Capua, instrumentum omnium voluptatum, delinitos militum animos avertit a memoria patriae". E veramente, simili citt o provincie si vendicano contro al vincitore sanza zuffa e sanza sangue; perch, riempiendogli de' suoi tristi costumi, gli espongono a essere vinti da qualunque gli assalti. E Iuvenale non potrebbe meglio, nelle sue satire, avere considerata questa parte, dicendo che ne' petti romani per gli acquisti delle terre peregrine erano entrati i costumi peregrini; ed in cambio di parsimonia e d'altre eccellentissime virt, "gula et luxuria incubuit, victumque ulciscitur orbem". Se, adunque, lo acquistare fu per essere pernizioso a' Romani ne' tempi che quegli con tanta prudenzia e tanta virt procedevono, che sar adunque a quegli che discosto dai modi loro procedono? e che, oltre agli altri errori che fanno, di che se n' di sopra discorso assai, si vagliano de' soldati o mercenari o ausiliari? Donde ne risulta loro spesso quelli danni di che nel seguente capitolo si far menzione.

20.

Quale pericolo porti quel principe .
o quella republica che si vale .
della milizia ausiliare o mercenaria. .


Se io non avessi lungamente trattato, in altra mia opera, quanto sia inutile la milizia mercenaria ed ausiliare, e quanto utile la propria, io mi stenderei in questo discorso assai pi che non far; ma avendone altrove parlato a lungo, sar, in questa parte, brieve. N mi  paruto in tutto da passarla, avendo trovato in Tito Livio, quanto a' soldati ausiliari, s largo esemplo; perch i soldati ausiliari sono quegli che un principe o una republica manda, capitanati e pagati da lei, in tuo aiuto. E venendo al testo di Livio, dico che, avendo i Romani, in due diversi luoghi, rotti due eserciti de' Sanniti con gli eserciti loro, i quali avevano mandati al soccorso de' Capovani; e per questo liberi i Capovani da quella guerra che i Sanniti facevano loro; e volendo ritornare verso Roma, ed a ci che i Capovani, spogliati di presidio, non diventassono di nuovo preda de' Sanniti; lasciarono due legioni nel paese di Capova, che gli difendesse. Le quali legioni marcendo nell'ozio, cominciarono a dilettarsi in quello; tanto che, dimenticata la patria e la reverenza del Senato, pensarono di prendere l'armi ed insignorirsi di quel paese che loro con la loro virt avevano difeso; parendo loro che gli abitatori non fussono degni di possedere quegli beni che non sapevano difendere. La quale cosa presentita, fu da' Romani oppressa e corretta: come, dove noi parleremo delle congiure, largamente si mosterr. Dico pertanto, di nuovo, come di tutte l'altre qualit de' soldati, gli ausiliari sono i pi dannosi: perch in essi quel principe o quella repubblica che gli adopera in suo aiuto, non ha autorit alcuna, ma vi ha solo l'autorit colui che gli manda. Perch gli soldati ausiliarii sono quegli che ti sono mandati da uno principe, come ho detto, sotto i suoi capitani, sotto sue insegne e pagati da lui: come fu questo esercito che i Romani mandarono a Capova. Questi tali soldati, vinto ch'eglino hanno, il pi delle volte predano cos colui che gli ha condotti, come colui contro a chi e' sono condotti; e lo fanno o per malignit del principe che gli manda, o per ambizione loro. E bench la intenzione de' Romani non fusse di rompere l'accordo e le convenzioni avevano fatto co' Capovani; non per tanto la facilit che pareva a quegli soldati di opprimergli fu tanta, che gli potette persuadere a pensare di trre a' Capovani la terra e lo stato. Potrebbesi di questo dare assai esempli, ma voglio mi basti questo, e quello de' Regini, a' quali fu tolto la vita e la terra da una legione che i Romani vi avevano messa in guardia. Debbe, dunque, un principe o una republica pigliare prima ogni altro partito, che ricorrere a condurre nello stato suo per sua difesa genti ausiliarie, quando al tutto e' si abbia a fidare sopra quelle; perch ogni patto, ogni convenzione, ancora che dura, ch'egli ar col nimico gli sar pi leggieri che tale partito. E se si leggeranno bene le cose passate, e discorrerannosi le presenti, si troverr, per uno che ne abbi avuto buono fine, infiniti esserne rimasi ingannati.
Ed un principe o una republica ambiziosa non pu avere la maggiore occasione di occupare una citt o una provincia, che essere richiesto che mandi gli eserciti suoi alla difesa di quella. Pertanto, colui che  tanto ambizioso che, non solamente per difendersi ma per offendere altri, chiama simili aiuti, cerca d'acquistare quello che non pu tenere, e che, da quello che gliene acquista, gli pu facilmente essere tolto. Ma l'ambizione dell'uomo  tanto grande, che, per cavarsi una presente voglia, non pensa al male che  in breve tempo per risultargliene. N lo muovono gli antichi esempli, cos in questo come nell'altre cose discorse; perch, se e' fussono mossi da quegli, vedrebbero come, quanto pi si mostra liberalit con i vicini, e di essere pi alieno da occupargli, tanto pi si gettono in grembo: come di sotto, per lo esemplo de' Capovani, si dir.

21.

Il primo Pretore ch'e' Romani .
mandarono in alcuno luogo, fu a Capova, .
dopo quattrocento anni che cominciarono .
a fare guerra. .


Quanto i Romani, nel modo del procedere loro circa lo acquistare, fossero differenti da quegli che ne' presenti tempi ampliano la giurisdizione loro, si  assai di sopra discorso; e come e' lasciavano quelle terre, che non disfacevano, vivere con le leggi loro, eziandio quelle che, non come compagne, ma come suggette si arrendevano loro; ed in esse non lasciavano alcuno segno d'imperio per il Popolo romano, ma le obligavano a alcune condizioni, le quali osservando le mantenevano nello stato e dignit loro. E conoscesi questi modi essere stati osservati infino che gli uscirono d'Italia, e che cominciarono a indurre i regni e gli stati in provincie.
Di questo ne  chiarissimo esemplo, che il primo Pretore che fussi mandato da loro in alcun luogo, fu a Capova: il quale vi mandarono, non per loro ambizione, ma perch e' ne furono ricerchi dai Capovani: i quali, essendo intra loro discordia, giudicarono essere necessario avere dentro nella citt uno cittadino romano che gli riordinasse e riunisse. Da questo esemplo gli Anziati mossi, e constretti dalla medesima necessit, domandarono, ancora loro, uno Prefetto; e Tito Livio dice, in su questo accidente, ed in su questo nuovo modo d'imperare "quod jam non solum arma, sed iura romana pollebant". Vedesi, pertanto, quanto questo modo facilit lo augumento romano. Perch quelle citt, massime che sono use a vivere libere, o consuete governarsi per sua provinciali, con altra quiete stanno contente sotto uno dominio che non veggono, ancora ch'egli avesse in s qualche gravezza, che sotto quello che veggendo ogni giorno, pare loro che ogni giorno sia rimproverata loro la servit. Appresso, ne seguita uno altro bene per il principe: che, non avendo i suoi ministri in mano i giudicii ed i magistrati che civilmente o criminalmente rendono ragione in quelle cittadi, non pu nascere mai sentenza con carico o infamia del principe: e vengono per questa via a mancare molte cagioni di calunnia e d'odio verso di quello. E che questo sia il vero, oltre agli antichi esempli che se ne potrebbero addurre, ce n' uno esemplo fresco in Italia. Perch, come ciascuno sa, sendo Genova stata pi volte occupata da' Franciosi, sempre quel re, eccetto che ne' presenti tempi, vi ha mandato uno governatore francioso che in suo nome la governi. Al presente solo, non per elezione del re, ma perch cos ha ordinato la necessit, ha lasciato governarsi quella citt per s medesima, e da uno governatore genovese. E sanza dubbio, chi ricercasse quali di questi due modi rechi pi sicurt al re, dello imperio d'essa, e pi contentezza a quegli popolari, sanza dubbio approverebbe questo ultimo modo. Oltre a di questo, gli uomini tanto pi ti si gettono in grembo, quanto pi tu pari alieno dallo occupargli; e tanto meno ti temano per conto della loro libert, quanto pi se' umano e dimestico con loro. Questa dimestichezza e liberalit fece i Capovani correre a chiedere il Pretore a' Romani: ch se a' Romani si fusse dimostro una minima voglia di mandarvelo, subito sariano ingelositi, e si sarebbero discostati da loro.
Ma che bisogna ire per gli esempli a Capova ed a Roma, avendone in Firenze ed in Toscana? Ciascuno sa quanto tempo  che la citt di Pistoia venne volontariamente sotto lo imperio fiorentino. Ciascuno ancora sa quanta inimicizia  stata intra i Fiorentini, e' Pisani, Lucchesi e Sanesi: e questa diversit di animo non  nata, perch i Pistolesi non prezzino la loro libert come gli altri, e non si giudichino da quanto gli altri; ma per essersi i Fiorentini portati con loro sempre come frategli, e con gli altri come inimici. Questo ha fatto che i Pistolesi sono corsi volontari sotto lo imperio loro: gli altri hanno fatto e fanno ogni forza per non vi pervenire. E sanza dubbio, se i Fiorentini o per vie di leghe o di aiuti avessero dimesticati e non insalvatichiti i suoi vicini, a questa ora, sanza dubbio, e' sarebbero signori di Toscana. Non  per questo che io giudichi che non si abbia adoperare l'armi e le forze; ma si debbono riservare in ultimo luogo dove e quando gli altri modi non bastino.

22.

Quanto siano false .
molte volte le opinioni degli uomini .
nel giudicare le cose grandi. .


Quanto siano false molte volte le opinioni degli uomini, lo hanno visto e veggono coloro che si truovono testimoni delle loro diliberazioni: le quali, molte volte, se non sono diliberate da uomini eccellenti, sono contrarie ad ogni verit. E perch gli eccellenti uomini nelle republiche corrotte, nei tempi quieti massime, e per invidia e per altre ambiziose cagioni, sono inimicati, si va dietro a quello che o, da uno comune inganno  giudicato bene, o, da uomini che pi presto vogliono i favori che il bene dello universale,  messo innanzi. Il quale inganno dipoi si scuopre nei tempi avversi, e per necessit si rifugge a quegli che nei tempi quieti erano come dimenticati: come nel suo luogo in questa parte appieno si discorrer. Nascono ancora certi accidenti, dove facilmente sono ingannati gli uomini che non hanno grande isperienza delle cose, avendo in s, quello accidente che nasce, molti verisimili, atti a fare credere quello che gli uomini sopra tale caso si persuadono. Queste cose si sono dette per quello che Numicio pretore, poich i Latini furono rotti dai Romani, persuase loro, e per quello che, pochi anni sono si credeva per molti, quando Francesco I re di Francia venne allo acquisto di Milano, che era difeso da' Svizzeri. Dico pertanto che, sendo morto Luigi XII, e succedendo nel regno di Francia Francesco d'Angolem, e desiderando restituire al regno il ducato di Milano, stato, pochi anni davanti, occupato da' Svizzeri mediante i conforti di Papa Iulio II, desiderava avere aiuti in Italia che gli facilitassero la impresa; ed oltre a' Viniziani, che Luigi si aveva riguadagnati, tentava i Fiorentini e papa Leone X; parendogli la sua impresa pi facile, qualunque volta si avesse riguadagnati costoro, per essere genti del re di Spagna in Lombardia, ed altre forze dello imperadore in Verona. Non ced Papa Leone alle voglie del re, ma fu persuaso da quegli che lo consigliavano (secondo si disse) si stesse neutrale, mostrandogli in questo partito consistere la vittoria certa: perch per la Chiesa non si faceva avere potenti in Italia n il re n i Svizzeri ma, volendola ridurre nell'antica libert, era necessario liberarla dalla servit dell'uno e dell'altro. E perch vincere l'uno e l'altro, o di per s o tutti a dua insieme, non era possibile; conveniva che superassino l'uno l'altro, e che la Chiesa con gli suoi amici urtasse quello, poi, che rimanesse vincitore. Ed era impossibile trovare migliore occasione che la presente, sendo l'uno e l'altro in su i campi, ed avendo il Papa le sue forze a ordine da potere rappresentarsi in su i confini di Lombardia, e propinquo a l'uno e l'altro esercito, sotto colore di volere guardare le cose sue, e quivi stare tanto che venissono alla giornata, la quale ragionevolmente, sendo l'uno e l'altro esercito virtuoso, doverrebbe essere sanguinosa per tutte a due le parti, e lasciare in modo debilitato il vincitore che fusse al Papa facile assaltarlo e romperlo: e cos verrebbe con sua gloria a rimanere signore di Lombardia, ed arbitro di tutta Italia. E quanto questa opinione fusse falsa, si vide per lo evento della cosa: perch, sendo dopo una lunga zuffa suti superati i Svizzeri, non che le genti del Papa e di Spagna presumessero assaltare i vincitori, ma si prepararono alla fuga; la quale ancora non sarebbe loro giovata, se non fusse stato o la umanit o la freddezza del re, che non cerc la seconda vittoria, ma li bast fare accordo con la Chiesa.
Ha questa opinione certe ragioni che discosto paiono vere, ma sono al tutto aliene dalla verit. Perch, rade volte accade che il vincitore perda assai suoi soldati: perch de' vincitori ne muore nella zuffa, non nella fuga; e nello ardore del combattere, quando gli uomini hanno volto il viso l'uno all'altro, ne cade pochi, massime perch la dura poco tempo, il pi delle volte; e quando pure durasse assai tempo e de' vincitori ne morisse assai,  tanta la riputazione che si tira dietro la vittoria, ed il terrore che la porta seco, che di lungi avanza il danno che per la morte de' suoi soldati avesse sopportato. Talch, se uno esercito il quale, in su la opinione che fusse debilitato, andasse a trovarlo, si troverrebbe ingannato; se gi, e' non fusse lo esercito tale che d'ogni tempo, e innanzi alla vittoria e poi, potesse combatterlo. In questo caso ei potrebbe, secondo la sua fortuna e virt, vincere e perdere; ma quello che si fusse azzuffato prima, ed avesse vinto, arebbe pi tosto vantaggio dall'altro. Il che si conosce certo per la isperienza de' Latini, e per la fallacia che Numizio pretore prese, e per il danno che ne riportarono quegli popoli che gli crederono: il quale, vinto che i Romani ebbero i Latini, gridava per tutto il paese di Lazio, che allora era tempo assaltare i Romani debilitati per la zuffa avevano fatta con loro; e che solo appresso a' Romani era rimaso il nome della vittoria, ma tutti gli altri danni avevano sopportati come se fussino stati vinti; e che ogni poco di forza che di nuovo gli assaltasse, era per spacciargli. Donde quegli popoli, che gli crederono, fecero nuovo esercito, e subito furono rotti, e patirono quel danno che patiranno sempre coloro che terranno simile opinione.

23.

Quanto i Romani .
nel giudicare i sudditi .
per alcuno accidente che necessitasse .
tale giudizio .
fuggivano la via del mezzo. .


"Iam Latio is status erat rerum, ut neque pacem neque bellum pati possent". Di tutti gli stati infelici,  infelicissimo quello d'uno principe o d'una republica che  ridotto in termine che non pu ricevere la pace o sostenere la guerra: a che si riducono quegli che sono dalle condizioni della pace troppo offesi; e dall'altro canto, volendo fare guerra, conviene loro o gittarsi in preda di chi gli aiuti o rimanere preda del nimico. Ed a tutti questi termini si viene, pe' cattivi consigli e cattivi partiti, da non avere misurato bene le forze sue, come di sopra si disse. Perch quella republica o quel principe che bene le misurasse, con difficult si condurrebbe nel termine si condussono i Latini: i quali, quando non dovevano accordare con i Romani, accordarono; e quando ei non dovevano rompere loro guerra, la ruppono: e cos seppono fare in modo, che la inimicizia ed amicizia de' Romani fu loro equalmente dannosa. Erano, dunque, vinti i Latini ed al tutto afflitti, prima da Manlio Torquato, e dipoi da Cammillo: il quale, avendogli costretti a darsi e rimettersi nelle braccia de' Romani, ed avendo messo la guardia per tutte le terre di Lazio, e preso da tutte gli statichi; tornato in Roma, refer al Senato come tutto Lazio era nelle mani del Popolo romano. E perch questo giudizio  notabile, e merita di essere osservato, per poterlo imitare quando simili occasioni sono date a' principi, io voglio addurre le parole di Livio, poste in bocca di Cammillo; le quali fanno fede e del modo che i Romani tennono in ampliare, e come ne' giudizi di stato sempre fuggirono la via del mezzo, e si volsono agli estremi. Perch uno governo non  altro che tenere in modo i sudditi che non ti possano o debbano offendere: questo si fa o con assicurarsene in tutto, togliendo loro ogni via da nuocerti, o con benificarli in modo, che non sia ragionevole ch'eglino abbiano a desiderare di mutare fortuna. Il che tutto si comprende, e prima per la proposta di Cammillo, e poi per il giudizio dato dal Senato sopra quella. Le parole sue furono queste: "Dii immortales ita vos potentes huius consilii fecerunt, ut, sit Latium an non sit, in vestra manu posuerint. Itaque pacem vobis, quod ad Latinos attinet, parare in perpetuum, vel saeviendo vel ignoscendo potestis. Vultis crudelius consulere in dedititios victosque? licet delere omne Latium. Vultis, exemplo maiorum, augere rem romanam, victos in civitatem accipiendo? materia crescendi per summam gloriam suppeditat. Certe id firmissimum imperium est, quo obedientes gaudent. Illorum igitur animos, dum expectatione stupent, seu poena seu beneficio praeoccupari oportet". A questa proposta successe la diliberazione del Senato: la quale fu secondo le parole del Consolo, che, recatosi innanzi, terra per terra, tutti quegli ch'erano di momento, o e' gli benificarono o e' gli spensono, faccendo ai beneficati esenzioni, privilegi, donando loro la citt, e da ogni parte assicurandogli; di quegli altri sfasciarono le terre, mandoronvi colonie, ridussongli in Roma, dissiparongli talmente che con l'armi e con il consiglio non potevono pi nuocere. N usarono mai la via neutrale in quelli, come ho detto, di momento. Questo giudizio debbono i principi imitare. A questo dovevano accostarsi i Fiorentini, quando nel 1502 si ribell Arezzo, e tutta la Val di Chiana: il che se avessono fatto, arebbero assicurato lo imperio loro, e fatto grandissima la citt di Firenze, e datogli quegli campi che per vivere gli mancono. Ma loro usorono quella via del mezzo, la quale  dannosissima nel giudicare gli uomini; e parte degli Aretini confinarono, parte ne condennarono; a tutti tolsono gli onori e gli loro antichi gradi nella citt; e lasciarono la citt intera. E se alcuno cittadino nelle diliberazioni consigliava che Arezzo si disfacesse; a quegli che pareva essere pi savi, dicevano come e' sarebbe poco onore della republica disfarla, perch e' parrebbe che Firenze mancasse di forze da tenerli. Le quali ragioni sono di quelle che paiono e non sono vere; perch con questa medesima ragione non si arebbe a ammazzare uno parricida, uno scelerato e scandoloso, sendo vergogna di quel principe mostrare di non avere forze da potere frenare uno uomo solo. E non veggono, questi tali che hanno simili opinioni, come gli uomini particularmente ed una citt tutta insieme pecca tal volta contro a uno stato, che, per esemplo agli altri, per sicurt di s, non ha altro rimedio uno principe che spegnerla. E l'onore consiste nel potere e sapere gastigarla, non nel potere con mille pericoli tenerla: perch quel principe che non gastiga chi erra, in modo che non possa pi errare,  tenuto o ignorante o vile. Questo giudizio che i Romani dettero, quanto sia necessario si conferma ancora per la sentenza che dettero de' Privernati. Dove si debbe, per il testo di Livio, notare due cose: l'una, quello che di sopra si dice, ch'e' sudditi si debbono o benificare o spegnere: l'altra, quanto la generosit dell'animo, quanto il parlare il vero giovi, quando egli  detto nel conspetto di uomini prudenti. Era ragunato il Senato romano per giudicare de' Privernati, i quali, sendosi ribellati, erano di poi per forza ritornati sotto la ubbidienza romana. Erano mandati dal popolo di Priverno molti cittadini per impetrare perdono dal Senato; ed essendo venuti al conspetto di quello, fu detto a uno di loro da uno de' Senatori, "quam poenam meritos Privernates censeret". Al quale il Privernate rispose: "Eam, quam merentur qui se libertate dignos censent". Al quale il Consolo replic: "Quid si poenam remittimus vobis, qualem nos pacem vobiscum habituros speremus?". A che quello rispose: "Si bonam dederitis, et fidelem et perpetuam, si malam, haud diuturnam". Donde la pi savia parte del Senato, ancora che molti se ne alterassono, disse: "se audivisse vocem et liberi et viri; nec credi posse ullum populum, aut hominem, denique in ea conditione cuius eum poeniteat diutius quam necesse sit, mansurum. Ibi pacem esse fidam, ubi voluntarii pacati sint, neque eo loco ubi servitutem esse velint, fidem sperandam esse". Ed in su queste parole, deliberarono che i Privernati fossero cittadini romani, e de' privilegi della civilit gli onorarono, dicendo: "eos demum qui nihil praeterquam de libertate cogitant, dignos esse, qui Romani fiant". Tanto piacque agli animi generosi questa vera e generosa risposta; perch ogni altra risposta sarebbe stata bugiarda e vile.

E coloro che credono degli uomini altrimenti, massime di quegli che sono usi o a essere o a parere loro essere liberi, se ne ingannono; e sotto questo inganno pigliano partiti non buoni per s, e da non satisfare a loro. Di che nascano le spesse ribellioni, e le rovine degli stati. Ma per tornare al discorso nostro, conchiudo, e per questo e per quel giudizio dato de' Latini: quando si ha a giudicare cittadi potenti e che sono use a vivere libere, conviene o spegnerle o carezzarle; altrimenti, ogni giudizio  vano. E debbesi fuggire al tutto la via del mezzo, la quale  dannosa, come la fu ai Sanniti quando avevano rinchiusi i Romani alle Forche Gaudine; quando non vollero seguire il parere di quel vecchio, che consigli che i Romani si lasciassero andare onorati, o che si ammazzassero tutti; ma pigliando una via di mezzo, disarmandogli e mettendogli sotto il giogo, gli lasciarono andare pieni d'ignominia e di sdegno. Talch poco dipoi conobbono con loro danno la sentenza di quel vecchio essere stata utile, e la loro diliberazione dannosa: come nel suo luogo pi a pieno si discorrer.

24.

Le fortezze generalmente .
sono molto pi dannose che utili. .


E' parr forse a questi savi de' nostri tempi cosa non bene considerata, che i Romani, nel volere assicurarsi de' popoli di Lazio e della citt di Priverno, non pensassono di edificarvi qualche fortezza, la quale fosse uno freno a tenergli in fede; sendo, massime, un detto in Firenze, allegato da' nostri savi, che Pisa e l'altre simili citt si debbono tenere con le fortezze. E veramente, se i Romani fussono stati fatti come loro, egli arebbero pensato di edificarle; ma perch gli erano d'altra virt, d'altro giudizio, d'altra potenza, e' non le edificarono. E mentre che Roma visse libera, e che la segu gli ordini suoi e le sue virtuose constituzioni, mai n'edific per tenere o citt o provincie, ma salv bene alcuna delle edificate. Donde veduto il modo del procedere de' Romani in questa parte, e quello de' principi de' nostri tempi, mi pare da mettere in considerazione, s'egli  bene edificare fortezze, o se le fanno danno o utile a quello che l'edifica. Debbesi, adunque, considerare come le fortezze si fanno o per difendersi dagl'inimici o per difendersi da' suggetti. Nel primo caso le non sono necessarie; nel secondo, dannose. E cominciando a rendere ragione perch, nel secondo caso, le siano dannose, dico che quel principe o quella republica che ha paura de' sudditi suoi e della rebellione loro, prima conviene che tale paura nasca da odio che abbiano i suoi sudditi seco; l'odio, da' mali suoi portamenti; i mali portamenti nascono o da potere credere tenergli con forza, o da poca prudenza di chi gli governa: ed una delle cose che fa credere potergli forzare,  l'avere loro addosso le fortezze; perch e' mali trattamenti, che sono cagione dell'odio, nascono in buona parte per avere quel principe o quella republica le fortezze: le quali, quando sia vero questo, di gran lunga sono pi nocive che utili. Perch in prima, come  detto, le ti fanno essere pi audace e pi violento ne' sudditi; dipoi, non vi  quella sicurt, dentro, che tu ti persuadi: perch tutte le forze, tutte le violenze che si usono per tenere uno popolo, sono nulla, eccetto che due; o che tu abbia sempre da mettere in campagna uno buono esercito, come avevano i Romani, o che gli dissipi, spenga, disordini e disgiunga, in modo che non possano convenire a offenderti. Perch, se tu gl'impoverisci, "spoliatis arma supersunt"; se tu gli disarmi, "furor arma ministrat"; se tu ammazzi i capi, e gli altri segui d' ingiuriare, rinascono i capi, come quelli della Idra, se tu fai le fortezze, le sono utili ne' tempi di pace, perch ti dnno pi animo a fare loro male ma ne' tempi di guerra sono inutilissime, perch le sono assaltate dal nimico e da' sudditi, n  possibile che le faccino resistenza ed all'uno ed all'altro. E se mai furono disutili, sono, ne' tempi nostri, rispetto alle artiglierie; per il furore delle quali i luoghi piccoli e dove altri non si possa ritirare con gli ripari,  impossibile difendere, come di sopra discorremo.
Io voglio questa materia disputarla pi tritamente. O tu, principe, vuoi con queste fortezze tenere in freno il popolo della tua citt; o tu, principe, o republica, vuoi frenare una citt occupata per guerra. Io mi voglio voltare al principe, e gli dico: che tale fortezza, per tenere in freno i suoi cittadini, non pu essere pi inutile per le cagioni dette di sopra; perch la ti fa pi pronto e men rispettivo a oppressargli; e quella oppressione gli fa s disposti alla tua rovina, e gli accende in modo, che quella fortezza, che ne  cagione, non ti pu poi difendere. Tanto che un principe savio e buono, per mantenersi buono, per non dare cagione n ardire a' figliuoli di diventare tristi, mai non far fortezza, acciocch quelli, non in su le fortezze, ma in su la benivolenza degli uomini si fondino. E se il conte Francesco Sforza, diventato duca di Milano, fu riputato savio, e nondimeno fece in Milano una fortezza, dico che in questo ei non fu savio, e lo effetto ha dimostro come tale fortezza fu a danno, e non a sicurt de' suoi eredi. Perch giudicando mediante quella vivere sicuri, e potere offendere i cittadini e sudditi loro, non perdonarono a alcuna generazione di violenza; talch, diventati sopra modo odiosi, perderono quello stato come prima il nimico gli assalt: n quella fortezza gli difese, n fece loro nella guerra utile alcuno, e nella pace aveva fatto loro danno assai. Perch se non avessono avuto quella, e se per poca prudenza avessono agramente maneggiati i loro cittadini, arebbono scoperto il pericolo pi tosto, e sarebbonsene ritirati; e arebbono poi potuto pi animosamente resistere allo impeto francioso, co' sudditi amici sanza fortezza, che, con quelli inimici, con la fortezza: le quali non ti giovano in alcuna parte; perch, o le si perdono per fraude di chi le guarda, o per violenza di chi le assalta, o per fame. E se tu vuoi che le ti giovino, e ti aiutino ricuperare uno stato perduto, dove ti sia rimasa solo la fortezza; ti conviene avere uno esercito, con il quale tu possa assaltare colui che ti ha cacciato: e quando tu abbi questo esercito, tu riaresti lo stato in ogni modo, eziandio la fortezza non vi fosse; e tanto pi facilmente, quanto gli uomini ti fossono pi amici che non ti erano avendogli male trattati per l'orgoglio della fortezza. E per isperienza si  visto, come questa fortezza di Milano, n agli Sforzeschi n a' Franciosi, ne' tempi avversi dell'uno e dell'altro, non ha fatto a alcuno di loro utile alcuno, anzi a tutti ha arrecato danno e rovine assai, non avendo pensato, mediante quella, a pi onesto modo di tenere quello stato. Guidubaldo duca di Urbino, figliuolo di Federigo, che fu ne' suoi tempi tanto stimato capitano, sendo cacciato da Cesare Borgia, figliuolo di papa Alessandro VI, dello stato; come dipoi, per uno accidente nato, vi ritorn, fece rovinare tutte le fortezze che erano in quella provincia, giudicandole dannose. Perch, sendo quello amato dagli uomini, per rispetto di loro non le voleva; e, per conto de' nimici, vedeva non le potere difendere, avendo quelle bisogno d'uno esercito in campagna, che le difendesse: talch si volse a rovinarle. Papa Iulio, cacciati i Bentivogli di Bologna fece in quella citt una fortezza; e dipoi faceva assassinare quel popolo da uno suo governatore: talch quel popolo si ribell; e subito perd la fortezza; e cos non gli giov la fortezza; e l'offese, intanto che, portandosi altrimenti, gli arebbe giovato. Niccol da Castello, padre de' Vitelli, tornato nella sua patria donde era esule, subito disfece due fortezze vi aveva edificate papa Sisto IV, giudicando, non la fortezza, ma la benivolenza del popolo lo avesse a tenere in quello stato. Ma di tutti gli altri esempli il pi fresco ed il pi notabile in ogni parte ed atto a mostrare la inutilit dello edificarle e l'utilit del disfarle,  quello di Genova, seguito ne' prossimi tempi. Ciascuno sa come, nel 1507, Genova si ribell da Luigi XII re di Francia, il quale venne personalmente e con tutte le forze sue a riacquistarla; e ricuperata che la ebbe, fece una fortezza, fortissima di tutte le altre delle quali al presente si avesse notizia: perch era, per sito e per ogni altra circunstanza, inespugnabile, posta in su una punta di colle che si estende nel mare, chiamato da' Genovesi Codef; e, per questo, batteva tutto il porto e gran parte della citt di Genova. Occorse poi, nel 1512, che, sendo cacciate le genti franciose d'Italia, Genova, nonostante la fortezza, si ribell, e prese lo stato di quella Ottaviano Fregoso; il quale con ogni industria, in termine di sedici mesi, per fame la espugn. E ciascuno credeva, e da molti n'era consigliato, che la conservasse per suo refugio in ogni accidente; ma esso, come prudentissimo, conoscendo che non le fortezze, ma la volont degli uomini mantenevono i principi in stato, la rovin. E cos, sanza fondare lo stato suo in su la fortezza, ma in su la virt e prudenza sua, lo ha tenuto e tiene. E dove a variare lo stato di Genova solevano bastare mille fanti, gli avversari suoi lo hanno assaltato con diecimila, e non lo hanno potuto offendere. Vedesi adunque per questo, come il disfare la fortezza non ha offeso Ottaviano, ed il farla non difese il re. Perch, quando ei potette venire in Italia con lo esercito, ei potette ricuperare Genova, non vi avendo fortezza; ma quando ei non potette venire in Italia con lo esercito, ei non potette tenere Genova, avendovi la fortezza. Fu, adunque, di spesa a il re il farla, e vergognoso il perderla; a Ottaviano, glorioso il riacquistarla, ed utile il rovinarla.
Ma vegnamo alle republiche che fanno le fortezze non nella patria, ma nelle terre che le acquistano. Ed a mostrare questa fallacia, quando e' non bastasse lo esemplo detto, di Francia e di Genova, voglio mi basti Firenze e Pisa: dove i Fiorentini fecero le fortezze per tenere quella citt; e non conobbero che una citt stata sempre inimica del nome fiorentino, vissuta libera, e che ha alla rebellione per rifugio la libert, era necessario, volendola tenere, osservare il modo romano; o farsela compagna, o disfarla. Perch la virt delle fortezze si vide nella venuta del re Carlo; al quale si dettono o per poca fede di chi le guardava o per timore di maggiore male: dove, se le non fussono state, i Fiorentini non arebbero fondato il potere tenere Pisa sopra quelle, e quel re non arebbe potuto per quella via privare i Fiorentini di quella citt; e i modi con gli quali si fusse mantenuta infino a quel tempo, sarebbono stati per avventura sufficienti conservarla, e sanza dubbio non arebbero fatto pi cattiva prova che le fortezze. Conchiudo adunque, che, per tenere la patria propria, la fortezza  dannosa; per tenere le terre che si acquistono, le fortezze sono inutili: e voglio mi basti l'autorit de' Romani, i quali, nelle terre che volevano tenere con violenza, smuravano, e non muravano. E chi contro a questa opinione mi allegasse negli antichi tempi Taranto, e ne' moderni Brescia, i quali luoghi mediante le fortezze furono recuperati dalla ribellione de' sudditi, rispondo che alla ricuperazione di Taranto, in capo di uno anno, fu mandato Fabio Massimo con tutto lo esercito, il quale sarebbe stato atto a ricuperarlo eziandio se non vi fusse stata la fortezza, e se Fabio us quella via, quando la non vi fusse stata, ne arebbe usata un'altra che arebbe fatto il medesimo effetto. Ed io non so di che utilit sia una fortezza che, a renderti la terra, abbia bisogno, per la ricuperazione d'essa, d'uno esercito consolare e d'uno Fabio Massimo per capitano. E che i Romani l'avessono ripresa in ogni modo, si vede per l'esemplo di Capova; dove non era fortezza, e per virt dello esercito la riacquistarono. Ma vegnamo a Brescia. Dico, come rade volte occorre quello che occorse in quella rebellione, che la fortezza che rimane nelle forze tua, sendo ribellata la terra, abbi uno esercito grosso e propinquo, come era quel de' Franciosi: perch, sendo monsignor di Fois, capitano del re, con lo esercito a Bologna, intesa la perdita di Brescia, sanza differire ne and a quella volta, ed in tre giorni arrivato a Brescia, per la fortezza riebbe la terra. Ebbe, pertanto, ancora la fortezza di Brescia, a volere che la giovasse, bisogno d'un monsignor di Fois, e d'uno esercito francioso che in tre d la soccorresse. S che lo esemplo di questo, allo incontro delli esempli contrari, non basta; perch assai fortezze sono state, nelle guerre de' nostri tempi, prese e riprese con la medesima fortuna che si  ripresa e presa la campagna, non solamente in Lombardia, ma in Romagna, nel regno di Napoli, e per tutte le parti d'Italia. Ma, quanto allo edificare fortezze per difendersi da' nimici di fuori, dico che le non sono necessarie a quelli popoli ed a quelli regni che hanno buoni eserciti; ed a quegli che non hanno buoni eserciti, sono inutili: perch i buoni eserciti sanza le fortezze sono sofficienti a difendersi; le fortezze sanza i buoni eserciti non ti possono difendere. E questo si vede per isperienza di quegli che sono stati e ne' governi e nell'altre cose tenuti eccellenti; come si vede de' Romani e degli Spartani: che, se i Romani non edificavano fortezze, gli Spartani, non solamente si astenevano da quelle, ma non permettevano di avere mura alle loro citt; perch volevono che la virt dell'uomo particulare, non altro defensivo, gli difendesse. Dond' che, sendo domandato uno Spartano da uno Ateniese, se le mura di Atene gli parevano belle, gli rispose: - S, s'elle fussono abitate da donne -. Quello principe, adunque, che abbi buoni eserciti, quando in sulle marine e alla fronte dello stato suo abbia qualche fortezza che possa qualche d sostenere el nimico infino che sia a ordine, sarebbe cosa utile, qualche volta, ma non  necessaria. Ma quando il principe non ha buono esercito, avere le fortezze per il suo stato, o alle frontiere, gli sono o dannose o inutili: dannose, perch facilmente le perde, e perdute gli fanno guerra; o, se pure le fussono s forti che il nimico non le potessi occupare, sono lasciate indietro dallo esercito inimico, e vengono a essere di nessuno frutto; perch i buoni eserciti, quando non hanno gagliardissimo riscontro, entrano ne' paesi inimici sanza rispetto di citt o di fortezze che si lascino indietro; come si vede nelle antiche istorie, e come si vede fece Francesco Maria, il quale, ne' prossimi tempi, per assaltare Urbino si lasci indietro dieci citt inimiche, sanza alcuno rispetto. Quel principe, adunque, che pu fare buono esercito, pu fare sanza edificare fortezze; quello che non ha lo esercito buono, non debbe edificarle. Debbe bene afforzare la citt dove abita, e tenerla munita, e bene disposti i cittadini di quella, per potere sostenere tanto uno impeto inimico, o che accordo o che aiuto esterno lo liberi. Tutti gli altri disegni sono di spesa ne' tempi di pace, ed inutili ne' tempi di guerra. E cos, chi considerer tutto quello ho detto, conoscer i Romani, come savi in ogni altro loro ordine, cos furono prudenti in questo giudizio de' Latini e de' Privernati; dove, non pensando a fortezze, con pi virtuosi modi e pi savi se ne assicurarono.

25.

Che lo assaltare una citt disunita, .
per occuparla mediante la sua disunione, .
 partito contrario. .


Era tanta disunione nella Republica romana intra la Plebe e la Nobilit, che i Veienti, insieme con gli Etrusci, mediante tale disunione, pensarono potere estinguere il nome romano. Ed avendo fatto esercito, e corso sopra i campi di Roma, mand il Senato, loro contro, Gaio Manilio e Marco Fabio; i quali avendo condotto il loro esercito propinquo allo esercito de' Veienti, non cessavano i Veienti, e con assalti e con obbrobri, offendere e vituperare il nome romano: e fu tanta la loro temerit ed insolenzia, che i Romani, di disuniti diventarono uniti; e venendo alla zuffa, gli ruppano e vinsono. Vedesi pertanto, quanto gli uomini s'ingannano, come di sopra discorremo, nel pigliare de' partiti; e come molte volte credono guadagnare una cosa, e la perdono. Credettono i Veienti, assaltando i Romani disuniti, vincergli; e quello assalto fu cagione della unione di quegli, e della rovina loro. Perch la cagione della disunione delle republiche il pi delle volte  l'ozio e la pace; la cagione della unione  la paura e la guerra. E per, se i Veienti fussono stati savi, eglino arebbero, quanto pi disunita vedevon Roma, tanto pi tenuta da loro la guerra discosto, e con l'arti della pace cerco di oppressargli. Il modo  cercare di diventare confidente di quella citt che  disunita; ed infino che non vengono all'armi, come arbitro maneggiarsi intra le parti. Venendo alle armi, dare lenti favori alla parte pi debole; s per tenergli pi in su la guerra, e fargli consumare; s perch le assai forze non gli facessero dubitare tutti, che tu volessi opprimergli e diventare loro principe. E quando questa parte  governata bene, interverr, quasi sempre, che l'ar quel fine che tu ti hai presupposto. La citt di Pistoia, come in altro discorso ed a altro proposito dissi, non venne sotto alla Republica di Firenze con altra arte che con questa: perch sendo quella divisa, e favorendo i Fiorentini ora l'una parte ora l'altra, sanza carico dell'una e dell'altra la condussono in termine, che, stracca in quel suo vivere tumultuoso, venne spontaneamente a gittarsi in le braccia di Firenze. La citt di Siena non ha mai mutato stato, col favore de' Fiorentini, se non quando i favori sono stati deboli e pochi. Perch, quando ei sono stati assai e gagliardi, hanno fatto quella citt unita alla difesa di quello stato che regge. Io voglio aggiugnere ai soprascritti uno altro esemplo. Filippo Visconti, duca di Milano, pi volte mosse guerra a' Fiorentini, fondatosi sopra le disunioni loro, e sempre ne rimase perdente; talch gli ebbe a dire, dolendosi delle sue imprese, come le pazzie de' Fiorentini gli avevano fatto spendere inutilmente due milioni d'oro. Restarono adunque, come di sopra si dice, ingannati i Veienti e gli Toscani da questa opinione, e furano alfine in una giornata superati da' Romani. E cos per lo avvenire ne rester ingannato qualunque per simile via e per simile cagione crederr oppressare uno popolo.

26.

Il vilipendio e l'improperio genera odio .
contro a coloro che l'usano, .
sanza alcuna loro utilit. .


Io credo che sia una delle grandi prudenze che usono gli uomini, astenersi o dal minacciare o dallo ingiuriare alcuno con le parole: perch l'una cosa e l'altra non tolgono forze al nimico; ma l'una lo fa pi cauto, l'altra gli fa avere maggiore odio contro di te, e pensare con maggiore industria di offenderti. Vedesi questo per lo esemplo de' Veienti, de' quali nel capitolo superiore si  discorso; i quali alla ingiuria della guerra, aggiunsono, contro a' Romani, l'obbrobrio delle parole; dal quale ogni capitano prudente debbe fare astenere i suoi soldati; perch le sono cose che infiammano ed accendano il nimico alla vendetta, ed in nessuna parte lo impediscono, come  detto, alla offesa; tanto che le sono tutte armi che vengono contro a te. Di che ne segu gi uno esemplo notabile in Asia: dove Gabade, capitano de' Persi, essendo stato a campo a Amida pi tempo, ed avendo deliberato, stracco dal tedio della ossidione, partirsi; levandosi gi con il campo, quegli della terra, venuti tutti in su le mura, insuperbiti della vittoria, non perdonarono a nessuna qualit d'ingiuria, vituperando, accusando, e rimproverando la vilt e la poltroneria del nimico. Da che Gabade irritato, mut consiglio; e ritornato alla ossidione tanta fu la indegnazione della ingiuria, che in pochi giorni gli prese e saccheggi. E questo medesimo intervenne a' Veienti: a' quali, come  detto, non bastando il fare guerra a' Romani, ancora con le parole gli vituperarono, ed andando infino in su lo steccato del campo a dire loro ingiuria, gl'irritarono molto pi con le parole che con le armi: e quegli soldati che prima combattevano mal volentieri, costrinsero i Consoli a appiccare la zuffa, talch i Veienti portarono la pena, come gli antedetti, della contumacia loro. Hanno dunque i buoni principi di eserciti, ed i buoni governatori di republica, a fare ogni opportuno rimedio, che queste ingiurie e rimproveri non si usino o nella citt o nello esercito suo, n infra loro, n contro al nimico: perch, usati contro al nimico, ne riescono gl'inconvenienti soprascritti; infra loro, farebbero peggio, non vi si riparando, come vi hanno sempre gli uomini prudenti riparato. Avendo le legioni romane, state lasciate a Capova, congiurato contro a' Capovani, come nel suo luogo si narrer; ed essendone di questa congiura nata una sedizione, la quale fu poi da Valerio Corvino quietata, intra le altre constituzioni che nella convenzione si fece ordinarono pene gravissime a coloro che rimproverassero mai a alcuni di quegli soldati tale sedizione. Tiberio Gracco, fatto, nella guerra di Annibale, capitano sopra certo numero di servi che i Romani, per carestia d'uomini, avevano armati, ordin, intra le prime cose, pena capitale a qualunque rimproverasse la servit a alcuno di loro. Tanto fu stimato dai Romani, come di sopra si  detto, cosa dannosa il vilipendere gli uomini ed il rimproverare loro alcuna vergogna; perch non  cosa che accenda tanto gli animi loro, n generi maggiore isdegno, o da vero o da beffe che si dica: "Nam facetiae asperae, quando nimium ex vero traxere, acrem sui memoriam relinquunt".

27.

Ai principi e republiche prudenti .
debbe bastare vincere; .
perch, il pi delle volte, .
quando e' non basta, si perde. .


Lo usare parole contro al nimico poco onorevoli, nasce il pi delle volte da una insolenzia che ti d o la vittoria o la falsa speranza della vittoria; la quale falsa speranza fa gli uomini non solamente errare nel dire, ma ancora nello operare. Perch questa speranza, quando la entra ne' petti degli uomini, fa loro passare il segno; e perdere, il pi delle volte, quella occasione dell'avere uno bene certo, sperando di avere un meglio incerto. E perch questo  un termine che merita considerazione, ingannandocisi dentro gli uomini molto spesso, e con danno dello stato loro, e' mi pare da dimostrarlo particularmente con esempli antichi e moderni, non si potendo con le ragioni cos distintamente dimostrare. Annibale, poi ch'egli ebbe rotti i Romani a Canne, mand suoi oratori a Cartagine a significare la vittoria, e chiedere sussidi. Disputossi in Senato di quello che si avesse a fare. Consigliava Annone, uno vecchio e prudente cittadino cartaginese, che si usasse questa vittoria saviamente in fare pace con i Romani, potendola avere con condizioni oneste, avendo vinto; e non si aspettasse di averla a fare dopo la perdita: perch la intenzione de' Cartaginesi doveva essere, mostrare a' Romani come e' bastavano a combatterli; ed avendosene avuto vittoria, non si cercasse di perderla per la speranza d'una maggiore. Non fu preso questo partito; ma fu bene poi, dal Senato cartaginese, conosciuto savio, quando la occasione fu perduta. Avendo Alessandro Magno gi preso tutto l'oriente, la republica di Tiro, nobile in quelli tempi, e potente per avere la loro citt in acqua come i Viniziani, veduta la grandezza di Alessandro, gli mandarono oratori a dirli, come volevano essere suoi buoni servidori e darli quella ubbidienza voleva, ma che non erano gi per accettare n lui n sue genti nella terra; donde sdegnato Alessandro, che una citt gli volesse chiudere quelle porte che tutto il mondo gli aveva aperte, gli ributt, e, non accettate le condizioni loro vi and a campo. Era la terra in acqua, e benissimo, di vettovaglie e di altre munizioni necessarie alla difesa, munita: tanto che Alessandro, dopo quattro mesi, si avvide che una citt gli toglieva quel tempo alla sua gloria che non gli avevano tolto molti altri acquisti; e diliber di tentare lo accordo, e concedere loro quello che per loro medesimi avevano domandato. Ma quegli di Tiro, insuperbiti, non solamente non vollero accettare lo accordo, ma ammazzarono chi venne a praticarlo. Di che Alessandro sdegnato, con tanta forza si misse alla ispugnazione, che la prese, disfece, ed ammazz e fece schiavi gli uomini.
Venne, nel 1512, uno esercito spagnuolo in sul dominio fiorentino per rimettere i Medici in Firenze, e taglieggiare la citt, condotti da cittadini d'entro, i quali avevano dato loro speranza, che, subito fussono in sul dominio fiorentino, piglierebbero l'armi in loro favore; ed essendo entrati nel piano, e non si scoprendo alcuno, ed avendo carestia di vettovaglie, tentarono l'accordo: di che insuperbito il popolo di Firenze, non lo accett: donde ne nacque la perdita di Prato, e la rovina di quello stato. Non possono, pertanto, i principi, che sono assaltati, fare il maggiore errore, quando lo assalto  fatto da uomini di gran lunga pi potenti di loro, che recusare ogni accordo, massime quando egli  offerto: perch non sar mai offerto s basso, che non vi sia dentro in qualche parte il bene essere di colui che lo accetta, e vi sar parte della sua vittoria. Perch e' doveva bastare al popolo di Tiro, che Alessandro accettasse quelle condizioni ch'egli aveva prima rifiutate ed era assai vittoria la loro, quando con l'arme in mano avevano fatto condiscendere uno tanto uomo alla voglia loro. Doveva bastare ancora al popolo fiorentino, che gli era assai vittoria, se lo esercito spagnuolo cedeva a qualcuna delle voglie di quello e le sue non adempiva tutte: perch la intenzione di quello esercito era mutare lo stato in Firenze, levarlo dalla divozione di Francia, e trarre da lui danari. Quando di tre cose e' ne avesse avute due, che son l'ultime, ed al popolo ne fusse restata una, che era la conservazione dello stato suo, ci aveva dentro ciascuno qualche onore e qualche satisfazione: n si doveva il popolo curare delle due cose, rimanendo vivo; n doveva volere, quando bene egli avesse veduta maggiore vittoria, e quasi certa, mettere quella in alcuna parte a discrezione della fortuna, andandone l'ultima posta sua: la quale qualunque prudente mai arrischier se non necessitato. Annibale, partito d'Italia, dove era stato sedici anni glorioso, richiamato da' suoi Cartaginesi a soccorrere la patria, trov rotto Asdrubale e Siface; trov perduto il regno di Numidia e ristretta Cartagine intra i termini delle sue mura, alla quale non restava altro refugio che esso e lo esercito suo. Conoscendo come quella era l'ultima posta della sua patria, non volle prima metterla a rischio, ch'egli ebbe tentato ogni altro rimedio; e non si vergogn di domandare la pace, giudicando, se alcuno rimedio aveva la sua patria, era in quella e non nella guerra: la quale sendogli poi negata, non volle mancare, dovendo perdere, di combattere; giudicando potere pur vincere, o, perdendo, perdere gloriosamente. E se Annibale, il quale era tanto virtuoso ed aveva il suo esercito intero, cerc prima la pace che la zuffa, quando ei vidde che, perdendo quella, la sua patria diveniva serva, che debbe fare un altro di manco virt e di manco isperienza di lui? Ma gli uomini fanno questo errore, che non sanno porre termini alle speranze loro; ed in su quelle fondandosi, sanza misurarsi altrimenti, rovinano.

28.

Quanto sia pericoloso a una republica .
o a uno principe .
non vendicare una ingiuria .
fatta contro al publico o contro .
al privato. .


Quello che facciano fare gli sdegni agli uomini, facilmente si conosce per quello che avvenne ai Romani quando ei mandarono i tre Fabii oratori a' Franciosi, che erano venuti a assaltare la Toscana, ed in particulare Chiusi. Perch, avendo mandato il popolo di Chiusi per aiuto a Roma contro a' Franciosi, i Romani mandarono ambasciadori a' Franciosi, i quali, in nome del Popolo romano, significassero loro che si astenessero di fare guerra a' Toscani. I quali oratori, sendo in su 'l luogo, e pi atti a fare che a dire, venendo i Franciosi ed i Toscani alla zuffa, si messero in tra i primi a combattere contro a quelli: onde ne nacque che, essendo conosciuti da loro, tutto lo sdegno avevano contro a' Toscani, volsero contro a' Romani. Il quale sdegno divent maggiore, perch, avendo i Franciosi per loro ambasciadori fatto querela con il Senato romano di tale ingiuria, e domandato che in soddisfazione del danno fussino loro dati i soprascritti Fabii, non solamente non furono consegnati loro, o in altro modo gastigati, ma venendo i comizi, furono fatti Tribuni con potest consolare. Talch, veggendo i Franciosi quelli onorati che dovevano essere puniti, ripresono tutto essere fatto in loro dispregio e ignominia; ed accesi di sdegno e d'ira, vennero a assaltare Roma, e quella presono, eccetto il Campidoglio. La quale rovina nacque ai Romani solo per la inosservanza della giustizia; perch, avendo peccato i loro ambasciatori "contra ius gentium", e dovendo esserne gastigati, furono onorati. Per  da considerare quanto ogni republica ed ogni principe debbe tenere conto di fare simile ingiuria, non solamente contro a una universalit, ma ancora contro a uno particulare. Perch, se uno uomo  offeso grandemente o dal publico o dal privato e non sia vendicato secondo la soddisfazione sua; se e' vive in una republica, cerca, ancora che con la rovina di quella, vendicarsi; se e' vive sotto un principe, ed abbi in s alcuna generosit, non si acquieta mai, in fino che in qualunque modo si vendichi contro a di colui, come che egli vi vedesse, dentro, il suo proprio male.
Per verificare questo, non ci  il pi bello n il pi vero esemplo che quello di Filippo re di Macedonia, padre d'Alessandro. Aveva costui in la sua corte Pausania, giovane bello e nobile, del quale era inamorato Attalo, uno de' primi uomini che fusse presso a Filippo ed avendolo pi volte ricerco che dovesse acconsentirgli, e trovandolo alieno da simili cose, diliber di avere con inganno e per forza quello che, per altro verso, vedea di non potere avere. E fatto uno solenne convito, nel quale Pausania e molti altri nobili baroni convennero, fece, poi che ciascuno fu pieno di vivande e di vino, prendere Pausania, e, condottolo allo stretto, non solamente per forza sfog la sua libidine, ma ancora, per maggiore ignominia, lo fece da molti degli altri in simile modo vituperare. Della quale ingiuria Pausania si dolse pi volte con Filippo; il quale, avendolo tenuto un tempo in speranza di vendicarlo, non solamente non lo vendic, ma prepose Attalo al governo d'una provincia di Grecia: donde che Pausania, vedendo il suo nimico onorato e non gastigato, volse tutto lo sdegno suo, non contro a quello che gli aveva fatto ingiuria, ma contro a Filippo che non lo aveva vendicato. Ed una mattina solenne, in su le nozze della figliuola di Filippo, ch'egli aveva maritata a Alessandro di Epiro, andando Filippo al tempio, a celebrarle, in mezzo de' due Alessandri, genero e figliuolo, lo ammazz. Il quale esemplo  molto simile a quello de' Romani, e notabile a qualunque governa: che mai non debbe tanto poco stimare un uomo, che ei creda, aggiugnendo ingiuria sopra ingiuria, che colui che  ingiuriato non pensi di vendicarsi con ogni suo pericolo e particulare danno.

29.

La fortuna acceca gli animi degli uomini, .
quando la non vuole .
che quegli si opponghino a' disegni suoi. .


Se e' si considerer bene come procedono le cose umane, si vedr molte volte nascere cose e venire accidenti, a' quali i cieli al tutto non hanno voluto che si provvegga. E quando, questo che io dico, intervenne a Roma, dove era tanta virt, tanta religione e tanto ordine, non  maraviglia che gli intervenga molto pi spesso in una citt o in una provincia che manchi delle cose sopradette. E perch questo luogo  notabile assai, a dimostrare la potenza del cielo sopra le cose umane, Tito Livio largamente e con parole efficacissime lo dimostra: dicendo come, volendo il cielo a qualche fine, che i Romani conoscessono la potenza sua, fece prima errare quegli Fabii che andarono oratori a' Franciosi, e, mediante l'opera loro, gli concit a fare guerra a Roma; dipoi ordin, che, per reprimere quella guerra, non si facesse in Roma alcuna cosa degna del Popolo romano; avendo prima ordinato che Cammillo, il quale poteva essere solo unico remedio a tanto male, fusse mandato in esilio a Ardea; dipoi, venendo i Franciosi verso Roma, coloro che, per rimediare allo impeto de' Volsci ed altri finitimi loro inimici, avevano creato molte volte uno Dittatore, venendo i Franciosi, non lo crearono. Ancora nel fare la elezione de' soldati, la fecioro debole e sanza alcuna istraordinaria diligenza; e furono tanto pigri al pigliare l'arme, che a fatica furono a tempo a scontrare i Franciosi sopra il fiume di Allia, discosto a Roma dieci miglia. Quivi i Tribuni posero il loro campo, sanza alcuna consueta diligenza; non prevedendo il luogo prima, e non si circundando con fossa e con isteccato, non usando alcuno rimedio umano e divino; e nello ordinare la zuffa, fecero gli ordini radi e deboli: in modo che n i soldati n i capitani fecero cosa degna della romana disciplina. Combattessi poi sanza alcuno sangue; perch ei fuggirono prima che fussono assaltati, e la maggior parte se n'and a Veio, l'altra si ritir a Roma; i quali, sanza entrare altrimenti nelle case loro, se ne entrarono in Campidoglio: in modo che il Senato, sanza pensare di difendere Roma, non chiuse, non che altro, le porte; e parte se ne fugg, parte con gli altri se ne entrarono in Campidoglio. Pure, nel difendere quello, usarono qualche ordine non tumultuario; perch ei non aggravarono quello di gente inutile; messonvi tutti i frumenti che poterono, acciocch potessono sopportare l'ossidione; e della turba inutile de' vecchi, delle donne e de' fanciugli, la maggior parte se ne fugg nelle terre circunvicine, il rimanente rest in Roma in preda de' Franciosi. Talch, chi avesse letto le cose fatte da quel popolo tanti anni innanzi, e leggessi dipoi quelli tempi, non potrebbe a nessuno modo credere che fusse stato uno medesimo popolo. E detto che Tito Livio ha tutti e' sopradetti disordini, conchiude dicendo: "Adeo obcaecat animos fortuna, cum vim suam ingruentem refringi non vult". N pu pi essere vera questa conclusione: onde gli uomini che vivono ordinariamente nelle grandi avversit o prosperit, meritano manco laude o manco biasimo. Perch il pi delle volte si vedr quelli a una rovina ed a una grandezza essere stati convinti da una commodit grande che gli hanno fatto i cieli, dandogli occasione, o togliendogli, di potere operare virtuosamente.
Fa bene la fortuna questo, che la elegge uno uomo, quando la voglia condurre cose grandi, che sia di tanto spirito e di tanta virt, che ei conosca quelle occasioni che la gli porge. Cos medesimamente, quando la voglia condurre grandi rovine, ella vi prepone uomini che aiutino quella rovina. E se alcuno fusse che vi potesse ostare, o la lo ammazza o la lo priva di tutte le facult da potere operare alcuno bene. Conoscesi questo benissimo per questo testo, come la fortuna, per fare maggiore Roma, e condurla a quella grandezza venne, giudic fussi necessario batterla (come a lungo nel principio del seguente libro discorrereno), ma non volle gi in tutto rovinarla. E per questo si vede che la fece esulare, e non morire, Cammillo; fece pigliare Roma, e non il Campidoglio; ordin che i Romani, per riparare Roma, non pensassono alcuna cosa buona; per difendere poi il Campidoglio, non mancarono di alcuno buono ordine. Fece, perch Roma fusse presa, che la maggior parte de' soldati che furono rotti a Allia, se ne andorono a Veio; e cos, per la difesa della citt di Roma, tagli tutte le vie. E nell'ordinare questo, prepar ogni cosa alla sua ricuperazione; avendo condotto uno esercito romano intero a Veio, e Cammillo a Ardea, da potere fare grossa testa, sotto uno capitano non maculato d'alcuna ignominia per la perdita, ed intero nella sua riputazione per la recuperazione della patria sua.
Sarebbeci da addurre in confermazione delle cose dette qualche esemplo moderno; ma, per non gli giudicare necessari, potendo questo a qualunque satisfare, gli lascereno indietro. Affermo, bene, di nuovo,questo essere verissimo, secondo che per tutte le istorie si vede, che gli uomini possono secondare la fortuna e non opporsegli; possono tessere gli orditi suoi, e non rompergli. Debbono, bene, non si abbandonare mai; perch, non sappiendo il fine suo, e andando quella per vie traverse ed incognite, hanno sempre a sperare, e sperando non si abbandonare, in qualunque fortuna ed in qualunque travaglio si truovino.

30.

Le republiche .
e gli principi veramente potenti .
non comperono l'amicizie con danari, .
ma con la virt e con la riputazione .
delle forze. .


Erano i Romani assediati nel Campidoglio, e ancora ch'eglino aspettassono il soccorso da Veio e da Cammillo, sendo cacciati dalla fame, vennono a composizione con i Franciosi di ricomperarsi certa quantit d'oro; e sopra tale convenzione pesandosi di gi l'oro, sopravvenne Cammillo con lo esercito suo: il che fece, dice lo istorico, la fortuna, "ut Romani auro redempti non viverent". La quale cosa non solamente  notabile in questa parte, ma etiam nel processo delle azioni di questa Republica; dove si vede che mai acquistarono terre con danari, mai feciono pace con danari, ma sempre con la virt dell'armi: il che non credo sia mai intervenuto a alcuna altra republica. Ed intra gli altri segni per gli quali si conosce la potenza d'uno stato forte,  vedere come egli vive con gli vicini suoi. E quando ei si governa in modo che i vicini, per averlo amico, sieno suoi pensionari, allora  certo segno che quello stato  potente: ma quando detti vicini, ancora che inferiori a lui, traggono da quello danari, allora  segno grande della debolezza di quello.
Legghinsi tutte le istorie romane, e vedrete come i Massiliensi, gli Edui, i Rodiani, Ierone siracusano, Eumene e Massinissa regi, i quali tutti erano vicini ai confini dello imperio romano, per avere l'amicizia di quello concorrevono a spese ed a tributi ne' bisogni d'esso, non cercando da lui altro premio che lo essere difesi. Al contrario si vedr negli stati deboli: e cominciandoci dal nostro di Firenze, ne' tempi passati, nella sua maggiore riputazione, non era signorotto in Romagna che non avessi da quello provvisione; e di pi la dava a' Perugini, a' Castellani, e a tutti gli altri suoi vicini. Che se questa citt fusse stata armata e gagliarda, sarebbe tutto ito per il contrario; perch molti, per avere la protezione di essa, arebbono dato danari a lei; e cerco, non di vendere la loro amicizia, ma di comperare la sua. N sono in questa vilt vissuti soli i Fiorentini, ma i Viniziani, ed il re di Francia, il quale, con un tanto regno, vive tributario di Svizzeri, e del re d'Inghilterra. Il che tutto nasce dallo avere disarmati i popoli suoi, ed avere pi tosto voluto, quel re e gli altri prenominati, godersi un presente utile, di potere saccheggiare i popoli, e fuggire uno immaginato pi tosto che vero pericolo, che fare cose che gli assicurino, e faccino i loro stati felici in perpetuo. Il quale disordine, se partorisce qualche tempo qualche quiete,  cagione col tempo di necessit, di danni e rovine irrimediabili. E sarebbe lungo raccontare quante volte i Fiorentini, Viniziani, e questo regno, si sono ricomperati in su le guerre, e quante volte ei si sono sottomessi a una ignominia; a che i Romani una sola volta furono per sottomettersi. Sarebbe lungo raccontare quante terre i Fiorentini ed i Viniziani hanno comperate: di che si  veduto poi il disordine, e come le cose che si acquistano con l'oro, non si sanno difendere con il ferro. Osservarono i Romani questa generosit e questo modo di vivere, mentre che ei vissono liberi; ma poi che gli entrarono sotto gl'imperadori, e che gl'imperadori cominciarono a essere cattivi, ed amare pi l'ombra che il sole, cominciarono ancora essi a ricomperarsi, ora dai Parti, ora dai Germani, ora da altri popoli convicini: il che fu principio della rovina di tanto Imperio.
Procedono, pertanto, simili inconvenienti dallo avere disarmati i tuoi popoli: di che ne risulta uno altro, maggiore, che quanto il nimico pi ti si appressa, tanto ti truova pi debole. Perch chi vive ne' modi detti di sopra, tratta male quelli sudditi che sono dentro allo imperio suo, e bene quegli che sono in su i confini dello imperio suo, per avere uomini ben disposti a tenere il nimico discosto. Da questo nasce che, per tenerlo pi discosto, ei d provvisione a quelli signori e popoli che sono propinqui ai confini suoi. Donde nasce che questi stati cos fatti fanno un poco di resistenza in sui confini, ma, come il nimico gli ha passati, ei non hanno rimedio alcuno. E non si avveggono, come questo modo del loro procedere  contro a ogni buono ordine. Perch il cuore e le parti vitali d'uno corpo si hanno a tenere armate, e non le estremit d'esso; perch sanza quelle si vive, e, offeso questo, si muore: e questi stati tengono il cuore disarmato, e le mani e li piedi armati.
Quello che abbia fatto questo disordine a Firenze, si  veduto, e vedesi ogni d: e come uno esercito passa i confini, e che gli entra dentro propinquo al cuore, non truova pi alcuno rimedio. De' Viniziani si vide, pochi anni sono, la medesima pruova; e se la loro citt non era fasciata dalle acque, se ne sarebbe veduto il fine. Questa isperienza non si  vista s spesso in Francia, per essere quello s gran regno, ch'egli ha pochi inimici superiori: nondimanco, quando gli Inghilesi, nel 1513, assaltarono quel regno, trem tutta quella provincia: ed il re medesimo, e ciascuno altro, giudicava che una rotta sola gli potessi trre il regno e lo stato. Ai Romani interveniva il contrario; perch, quanto pi il nimico s'appressava a Roma, tanto pi trovava potente quella citt a resistergli. E si vide nella venuta d'Annibale in Italia, che, dopo tre rotte e dopo tante morti di capitani e di soldati, ei poterono, non solo sostenere il nimico, ma vincere la guerra. Tutto nacque dallo avere bene armato il cuore, e delle estremit tenere meno conto. Perch il fondamento dello stato suo era il popolo di Roma, il nome latino, le altre terre compagne in Italia, e le loro colonie; donde ei traevano tanti soldati, che furono sufficienti con quegli a combattere e tenere il mondo. E che sia vero, si vede per la domanda che fece Annone cartaginese a quelli oratori d'Annibale dopo la rotta di Canne, i quali avendo magnificato le cose fatte da Annibale, furono domandati da Annone, se del popolo romano alcuno era venuto a domandare pace, e se del nome latino e delle colonie alcuna terra si era ribellata dai Romani; e negando quegli l'una e l'altra cosa, replic Annone: - Questa guerra  ancora intera come prima -.
Vedesi, pertanto, e per questo discorso, e per quello che pi volte abbiamo altrove detto, quanta diversit sia, dal modo del procedere delle republiche presenti, a quello delle antiche. Vedesi ancora, per questo, ogni d, miracolose perdite e miracolosi acquisti. Perch, dove gli uomini hanno poca virt, la fortuna mostra assai la potenza sua; e, perch la  varia, variano le republiche e gli stati spesso; e varieranno sempre, infino che non surga qualcuno che sia della antichit tanto amatore, che la regoli in modo, che la non abbia cagione di mostrare, a ogni girare di sole, quanto ella puote.

31.

Quanto sia pericoloso credere .
agli sbanditi. .


E' non mi pare fuori di proposito ragionare, intra questi altri discorsi, quanto sia cosa pericolosa credere a quelli che sono cacciati della patria sua, essendo cose che ciascuno d si hanno a praticare da coloro che tengono stati; potendo, massime, dimostrare questo con uno memorabile esemplo addotto da Tito Livio nelle sue istorie, ancora che sia fuora del presupposto suo. Quando Alessandro Magno pass con lo esercito suo in Asia, Alessandro di Epiro, cognato e zio di quello, venne con gente in Italia, chiamato dagli sbanditi Lucani, i quali gli dettono speranza che potrebbe, mediante loro, occupare tutta quella provincia. Donde che quello, sotto la fede e speranza loro venuto in Italia fu morto da quelli, sendo loro promessa la ritornata nella patria dai loro cittadini, se lo ammazzavano. Debbesi considerare, pertanto, quanto sia vana e la fede e le promesse di quelli che si truovano privi della loro patria. Perch, quanto alla fede, si ha a estimare che, qualunque volta e' possano per altri mezzi che per gli tuoi rientrare nella patria loro, che lasceranno te ed accosterannosi a altri, nonostante qualunque promesse ti avessono fatte. E quanto alle vane promesse e speranze, egli  tanta la voglia estrema che  in loro di ritornare in casa, che ei credono naturalmente molte cose che sono false e molte a arte ne aggiungano: talch, tra quello che ei credono e quello che ei dicono di credere, ti riempiono di speranza talmente che, fondatoti in su quella, o tu fai una spesa in vano o tu fai una impresa dove tu rovini.
Io voglio per esemplo mi basti Alessandro predetto, e di pi Temistocle ateniese; il quale, essendo fatto ribello, se ne fugg in Asia a Dario; dove gli promisse tanto, quando ei volessi assaltare la Grecia, che Dario si volse alla impresa. Le quali promesse non gli potendo poi Temistocle osservare, o per vergogna o per tema di supplizio, avvelen s stesso. E se questo errore fu fatto da Temistocle, uomo eccellentissimo, si debbe stimare che tanto pi vi errino coloro che, per minore virt, si lasceranno pi tirare dalla voglia e dalla passione loro. Debbe, adunque, uno principe andare adagio a pigliare imprese sopra la relazione d'uno confinato, perch il pi delle volte se ne resta o con vergogna o con danno gravissimo. E perch ancora rade volte riesce il pigliare le terre di furto, e per intelligenzia che altri avesse in quelle, non mi pare fuora di proposito discorrerne nel sequente capitolo; aggiugnendovi con quanti modi i Romani le acquistavano.

32.

In quanti modi i Romani
occupavano le terre..


Essendo i Romani tutti volti alla guerra, fecero sempremai quella con ogni vantaggio, e quanto alla spesa, e quanto a ogni altra cosa che in essa si ricerca. Da questo nacque che si guardarono da il pigliare le terre per ossidione; perch giudicavano questo modo di tanta spesa e di tanto scommodo, che superassi di gran lunga la utilit che dello acquisto si potessi trarre: e per questo pensarono che fosse meglio e pi utile soggiogare le terre per ogni altro modo che assediandole, donde in tante guerre ed in tanti anni ci sono pochissimi esempli di ossidioni fatte da loro. I modi, adunque, con i quali gli acquistavano le citt, erano o per espugnazione o per dedizione. La espugnazione era o per forza e violenza aperta, o per forza mescolata con fraude. La violenza aperta era o con assalto, sanza percuotere le mura (il che loro chiamavano "aggredi urbem corona" perch con tutto lo esercito circundavono la citt, e da tutte le parti la combattevano); e molte volte riusc loro che in uno assalto pigliarono una citt, ancora che grossissima, come quando Scipione prese Cartagine Nuova in Ispagna; o, quando questo assalto non bastava, si dirizzavano a rompere le mura con arieti, o con altre loro machine belliche: o ei facevano una cava, e per quella entravano nella citt (nel quale modo presono la citt de' Veienti); o, per essere equali a quegli che difendevano le mura, facevono torri di legname, o ei facevono argini di terra appoggiati alle mura di fuori, per venire all'altezza d'esse sopra quegli. Contro a questi assalti, chi difendeva la terra, nel primo caso, circa lo essere assaltato intorno intorno, portava pi subito pericolo, ed aveva pi dubbi rimedi: perch, bisognandogli in ogni luogo avere assai difensori, o quegli ch'egli aveva non erano tanti che potessero o sopperire per tutto o cambiarsi; o, se potevano, non erano tutti di equale animo a resistere, e da una parte che fusse inchinata la zuffa, si perdevano tutti. Per occorse, come io ho detto, che molte volte questo modo ebbe felice successo. Ma quando non riusciva al primo, non lo ritentavono molto, per essere modo pericoloso per lo esercito; perch, distendendosi in tanto spazio, restava per tutto debole a potere resistere a una eruzione che quelli di dentro avessono fatta; ed anche si disordinavano e straccavano i soldati; ma per una volta ed allo improvviso tentavano tale modo. Quanto alla rottura delle mura, si opponevano, come ne' presenti tempi, con ripari. E per resistere alle cave, facevano una contracava, e per quella si opponevano al nimico, o con le armi o con altri ingegni: intra i quali era questo, che gli empievano dogli di penne, nelle quali appiccavano il fuoco, ed accesi gli mettevano nella cava, i quali con il fumo e con il puzzo impedivano la entrata a' nimici. E se con le torre gli assaltavano, s'ingegnavano con il fuoco rovinarle. E quanto agli argini di terra, rompevano il muro da basso, dove lo argine s'appoggiava, tirando dentro la terra che quegli di fuori vi ammontavano; talch, ponendosi di fuora la terra, e levandosi di drento, veniva a non crescere l'argine. Questi modi di espugnare non si possono lungamente tentare: ma bisogna o levarsi da campo o cercare per altri modi vincere la guerra; come fe' Scipione, quando, entrato in Africa, avendo assaltato Utica e non gli riuscendo pigliarla, si lev da campo, e cerc di rompere gli eserciti cartaginesi: ovvero volgersi alla ossidione, come fecero a Veio, Capova, Cartagine e Ierusalem e simili terre, che per ossidione occuparono. Quanto allo acquistare le terre per violenza furtiva, occorre come intervenne di Palepoli, che per trattato di quelli di dentro i Romani la occuparono. Di questa sorte espugnazioni, dai Romani e da altri ne sono state tentate molte, e poche ne sono riuscite: la ragione  che ogni minimo impedimento rompe il disegno, e gl'impedimenti vengano facilmente. Perch, o la congiura si scuopre innanzi che si venga allo atto, e scuopresi non con molta difficult, s per la infedelit di coloro con chi la  communicata, s per la difficult del praticarla, avendo a convenire con i nimici, e con chi non ti  lecito, se non sotto qualche colore, parlare. Ma quando la congiura non si scoprisse nel maneggiarla, vi surgono poi, nel metterla in atto, mille difficult. Perch, o se tu vieni innanzi al tempo disegnato, o se tu vieni dopo, si guasta ogni cosa: se si lieva uno romore fortuito, come l'oche del Campidoglio, se si rompe un ordine consueto; ogni minimo errore, ogni minima fallacia che si piglia, rovina la impresa. Aggiungonsi a questo le tenebre della notte, le quali mettono pi paura a chi travaglia in quelle cose pericolose. Ed essendo la maggiore parte degli uomini che si conducono a simili imprese, inesperti del sito del paese, e de' luoghi dove ei sono menati, si confondono, inviliscono ed implicano per ogni minimo e fortuito accidente, ed ogni immagine falsa  per fargli mettere in volta. N si trov mai alcuno che fosse pi felice in queste ispedizioni fraudolente e notturne, che Arato Sicioneo; il quale, quanto valeva in queste, tanto nelle diurne ed aperte fazioni era pusillanime: il che si pu giudicare fosse pi tosto per una occulta virt che era in lui, che perch in quelle naturalmente dovesse essere pi felicit. Di questi modi, adunque, se ne pratica assai, pochi se ne conduce alla pruova, e pochissimi ne riescono.
Quanto allo acquistare le terre per dedizione, o le si danno volontarie, o forzate. La volont nasce, o per qualche necessit estrinseca che gli costringe a rifuggirtisi sotto, come fece Capova ai Romani, o per desiderio di essere governati bene, sendo allettati da il governo buono che quel principe tiene in coloro che se gli sono, volontari, rimessi in grembo, come fecero i Rodiani, i Massiliensi ed altre simile cittadi, che si dettono al Popolo romano. Quanto alla dedizione forzata, o tale forza nasce da una lunga ossidione, come di sopra  detto; o la nasce da una continova oppressione di scorrerie, di predazioni, ed altri mali trattamenti; i quali volendo fuggire, una citt si arrende. Di tutti i modi detti, i Romani usarono pi questo ultimo che nessuno; ed attesono per pi che quattrocento cinquanta anni a straccare i vicini con le rotte e con le scorrerie, e pigliare, mediante gli accordi, riputazione sopra di loro, come altre volte abbiamo discorso. E sopra tale modo si fondarono sempre, ancora che gli tentassino tutti; ma negli altri trovarono cose o pericolose o inutili. Perch nella ossidione  la lunghezza e la spesa; nella espugnazione, dubbio e pericolo; nelle congiure, la incertitudine. E viddono che con una rotta di esercito inimico acquistavano un regno in un giorno; e, nel pigliare per ossidione una citt ostinata, consumavano molti anni.

33 .
Come i Romani .
davano agli loro capitani .
degli eserciti le commissioni libere. .


Io estimo che sia da considerare, leggendo questa liviana istoria, volendone fare profitto, tutti e' modi del procedere del Popolo e Senato romano. Ed intra le altre cose che meritano considerazione, sono: vedere con quale autorit ei mandavano fuori i loro Consoli, Dittatori ed altri capitani degli eserciti; de' quali si vede l'autorit essere stata grandissima, ed il Senato non si riservare altro che l'autorit di muovere nuove guerre e di confirmare le paci; e tutte l'altre cose rimetteva nello arbitrio e potest del Consolo. Perch, deliberata ch'era dal Popolo e dal Senato una guerra, verbigrazia contro a' Latini, tutto il resto rimettevano nello arbitrio del Consolo, il quale poteva o fare una giornata o non la fare, e campeggiare questa o quell'altra terra, come a lui pareva. Le quali cose si verificano per molti esempli, e massime per quello che occorse in una espedizione contro a' Toscani. Perch, avendo Fabio consolo vinto quelli presso a Sutri, e disegnando con lo esercito dipoi passare la selva Cimina ed andare in Toscana, non solamente non si consigli col Senato, ma non gliene dette alcuna notizia, ancora che la guerra fusse per aversi a fare in paese nuovo, dubbio e pericoloso. Il che si testifica ancora per le deliberazioni che allo incontro di questo furono fatte dal Senato: il quale avendo intesa la vittoria che Fabio aveva avuta, e dubitando che quello non pigliasse partito di passare per le dette selve in Toscana, giudicando che fosse bene non tentare quella guerra e correre quel pericolo, mand a Fabio due Legati a fargli intendere non passasse in Toscana; i quali arrivarono ch'e' vi era gi passato, ed aveva avuta la vittoria, ed in cambio di impeditori della guerra tornarono ambasciadori dello acquisto e della gloria avuta. E chi considerer bene questo termine, lo vedr prudentissimamente usato; perch, se il Senato avesse voluto che un Consolo procedessi nella guerra di mano in mano, secondo che quello gli commetteva, lo faceva meno circunspetto e pi lento: perch non gli sarebbe paruto che la gloria della vittoria fusse tutta sua, ma che ne participasse il Senato, con el consiglio del quale ei si fusse governato. Oltra di questo, il Senato si obligava a volere consigliare una cosa che non se ne poteva intendere; perch, nonostante che in quello fossono tutti uomini esercitatissimi nella guerra nondimeno, non essendo in sul luogo e non sappiendo infiniti particulari che sono necessari sapere, a volere consigliare bene, arebbono, consigliando, fatti infiniti errori. E per questo ei volevano che il Consolo per s facesse, e che la gloria fosse tutta sua; lo amore della quale giudicavano che fusse freno e regola a farlo operare bene. Questa parte si  pi volentieri notata da me, perch io veggo che le republiche de' presenti tempi, come  la Viniziana e Fiorentina, la intendono altrimenti; e se gli loro capitani, provveditori o commessari hanno a piantare una artiglieria, lo vogliono intendere e consigliare. Il quale modo merita quella laude che meritano gli altri, i quali tutti insieme le hanno condotte ne' termini in che al presente si truovano.

LIBRO TERZO.

1 .
A volere che una setta .
o una republica viva lungamente, .
 necessario ritirarla spesso .
verso il suo principio. .


Egli  cosa verissima, come tutte le cose del mondo hanno il termine della vita loro; ma quelle vanno tutto il corso che  loro ordinato dal cielo, generalmente, che non disordinano il corpo loro, ma tengonlo in modo ordinato, o che non altera, o, s'egli altera,  a salute, e non a danno suo. E perch io parlo de' corpi misti, come sono le republiche e le stte, dico che quelle alterazioni sono a salute, che le riducano inverso i principii loro. E per quelle sono meglio ordinate, ed hanno pi lunga vita, che mediante gli ordini suoi si possono spesso rinnovare; ovvero che, per qualche accidente fuori di detto ordine, vengono a detta rinnovazione. Ed  cosa pi chiara che la luce, che, non si rinnovando, questi corpi non durano. Il modo del rinnovargli, , come  detto, ridurgli verso e' principii suoi. Perch tutti e' principii delle stte, e delle republiche e de' regni, conviene che abbiano in s qualche bont, mediante la quale ripiglio la prima riputazione ed il primo augumento loro. E perch nel processo del tempo quella bont si corrompe, se non interviene cosa che la riduca al segno, ammazza di necessit quel corpo. E questi dottori di medicina dicono, parlando de' corpi degli uomini, "quod quotidie aggregatur aliquid, quod quandoque indiget curatione". Questa riduzione verso il principio, parlando delle republiche, si fa o per accidente estrinseco o per prudenza intrinseca. Quanto al primo, si vede come egli era necessario che Roma fussi presa dai Franciosi, a volere che la rinascesse e rinascendo ripigliasse nuova vita e nuova virt; e ripigliasse la osservanza della religione e della giustizia, le quali in lei cominciavano a macularsi. Il che benissimo si comprende per la istoria di Livio, dove ei mostra che nel trar fuori lo esercito contro ai Franciosi e nel creare e' Tribuni con la potest consolare, non osservorono alcuna religiosa cerimonia. Cos medesimamente, non solamente non punirono i tre Fabii, i quali "contra ius gentium" avevano combattuto contro ai Franciosi, ma gli crearono Tribuni. E debbesi facilmente presuppore, che dell'altre constituzioni buone, ordinate da Romolo e da quegli altri principi prudenti, si cominciasse a tenere meno conto che non era ragionevole e necessario a mantenere il vivere libero. Venne, dunque, questa battitura estrinseca, acciocch tutti gli ordini di quella citt si ripigliassono, e si mostrasse a quel popolo, non solamente essere necessario mantenere la religione e la giustizia, ma ancora stimare i suoi buoni cittadini, e fare pi conto della loro virt che di quegli commodi che e' paresse loro mancare, mediante le opere loro. Il che si vede che successe appunto; perch, subito ripresa Roma, rinnovarono tutti gli ordini dell'antica religione loro; punirono quegli Fabii che avevano combattuto "contra ius gentium"; ed appresso tanto stimorono la virt e bont di Cammillo, che posposto, il Senato e gli altri, ogni invidia, rimettevano in lui tutto il pondo di quella republica.  necessario, adunque, come  detto, che gli uomini che vivono insieme in qualunque ordine, spesso si riconoschino, o per questi accidenti estrinseci o per gl'intrinseci. E quanto a questi, conviene che nasca o da una legge, la quale spesso rivegga il conto agli uomini che sono in quel corpo; o veramente da uno uomo buono che nasca fra loro, il quale con i suoi esempli e con le sue opere virtuose faccia il medesimo effetto che l'ordine. Surge, adunque, questo bene nelle republiche, o per virt d'un uomo o per virt d'uno ordine. E quanto a questo ultimo, gli ordini che ritirarono la Republica romana verso il suo principio furono i Tribuni della plebe, i Censori, e tutte l'altre leggi che venivano contro all'ambizione ed alla insolenzia degli uomini. I quali ordini hanno bisogno di essere fatti vivi dalla virt d'uno cittadino, il quale animosamente concorre ad esequirli contro alla potenza di quegli che gli trapassano. Delle quali esecuzioni, innanzi alla presa di Roma da' Franciosi, furono notabili, la morte de' figliuoli di Bruto, la morte de' dieci cittadini, quella di Melio frumentario: dopo la presa di Roma, fu la morte di Manlio Capitolino, la morte del figliuolo di Manlio Torquato, la esecuzione di Papirio Cursore contro a Fabio suo Maestro de' cavalieri, l'accusa degli Scipioni. Le quali cose, perch erano eccessive e notabili, qualunque volta ne nasceva una, facevano gli uomini ritirare verso il segno: e quando le cominciarono ad essere pi rare, cominciarono anche a dare pi spazio agli uomini di corrompersi, e farsi con maggiore pericolo e pi tumulto. Perch dall'una all'altra di simili esecuzioni non vorrebbe passare, il pi, dieci anni: perch, passato questo tempo, gli uomini cominciano a variare con i costumi e trapassare le leggi; e se non nasce cosa per la quale si riduca loro a memoria la pena, e rinnuovisi negli animi loro la paura, concorrono tosto tanti delinquenti, che non si possono pi punire sanza pericolo. Dicevano, a questo proposito quegli che hanno governato lo stato di Firenze dal 1434 infino al 1494, come egli era necessario ripigliare ogni cinque anni lo stato, altrimenti, era difficile mantenerlo: e chiamavano ripigliare lo stato, mettere quel terrore e quella paura negli uomini che vi avevano messo nel pigliarlo, avendo in quel tempo battuti quegli che avevano, secondo quel modo del vivere, male operato. Ma come di quella battitura la memoria si spegne, gli uomini prendono ardire di tentare cose nuove, e di dire male; e per  necessario provvedervi, ritirando quello verso i suoi principii. Nasce ancora questo ritiramento delle republiche verso il loro principio dalla semplice virt d'un uomo, sanza dependere da alcuna legge che ti stimoli ad alcuna esecuzione: nondimanco sono di tale riputazione e di tanto esemplo, che gli uomini buoni disiderano imitarle e gli cattivi si vergognano a tenere vita contraria a quelle. Quegli che in Roma particularmente feciono questi buoni effetti, furono Orazio Cocle, Scevola, Fabrizio, i dua Deci, Regolo Attilio, ed alcuni altri i quali con i loro esempli rari e virtuosi facevano in Roma quasi il medesimo effetto che si facessino le leggi e gli ordini. E se le esecuzioni soprascritte, insieme con questi particulari esempli, fossono almeno seguite ogni dieci anni in quella citt, ne seguiva di necessit che la non si sarebbe mai corrotta: ma come ei cominciorono a diradare l'una e l'altra di queste due cose, cominciarono a multiplicare le corrozioni. Perch dopo Marco Regolo non vi si vide alcuno simile esemplo: e bench in Roma surgessono i due Catoni, fu tanta distanza da quello a loro, ed intra loro dall'uno all'altro, e rimasono s soli, che non potettono con gli esempli buoni fare alcuna buona opera; e massime l'ultimo Catone, il quale, trovando in buona parte la citt corrotta, non potette con lo esemplo suo fare che i cittadini diventassino migliori. E questo basti quanto alle republiche.
Ma quanto alle stte, si vede ancora queste rinnovazioni essere necessarie, per lo esemplo della nostra religione, la quale, se non fossi stata ritirata verso il suo principio da Santo Francesco e da Santo Domenico sarebbe al tutto spenta. Perch questi, con la povert e con lo esemplo della vita di Cristo, la ridussono nella mente degli uomini, che gi vi era spenta: e furono s potenti gli ordini loro nuovi, che ei sono cagione che la disonest de' prelati e de' capi della religione non la rovinino; vivendo ancora poveramente, ed avendo tanto credito nelle confessioni con i popoli e nelle predicazioni, che ci dnno loro a intendere come egli  male dir male del male, e che sia bene vivere sotto la obedienza loro, e, se fanno errore, lasciargli gastigare a Dio: e cos quegli fanno il peggio che possono, perch non temono quella punizione che non veggono e non credono. Ha, adunque, questa rinnovazione mantenuto, e mantiene, questa religione.
Hanno ancora i regni bisogno di rinnovarsi, e ridurre le leggi di quegli verso i suoi principii. E si vede quanto buono effetto fa questa parte nel regno di Francia; il quale regno vive sotto le leggi e sotto gli ordini pi che alcuno altro regno. Delle quali leggi ed ordini ne sono mantenitori i parlamenti, e massime quel di Parigi; le quali sono da lui rinnovate qualunque volta ei fa una esecuzione contro ad un principe di quel regno, e che ei condanna il Re nelle sue sentenze. Ed infino a qui si  mantenuto per essere stato uno ostinato esecutore contro a quella Nobilit: ma qualunque volta ei ne lasciassi alcuna impunita, e che le venissono a multiplicare, sanza dubbio ne nascerebbe o che le si arebbono a correggere con disordine grande, o che quel regno si risolverebbe.
Conchiudesi, pertanto, non essere cosa pi necessaria in uno vivere comune, o setta o regno o republica che sia, che rendergli quella riputazione ch'egli aveva ne' principii suoi; ed ingegnarsi che siano o gli ordini buoni o i buoni uomini che facciano questo effetto, e non lo abbia a fare una forza estrinseca. Perch, ancora che qualche volta la sia ottimo rimedio, come fu a Roma, ella  tanto pericolosa, che non  in modo alcuno da disiderarla. E per dimostrare a qualunque, quanto le azioni degli uomini particulari facessono grande Roma, e causassino in quella citt molti buoni effetti, verr alla narrazione e discorso di quegli: intra e' termini de' quali questo terzo libro, ed ultima parte di questa prima Deca, si concluder. E bench le azioni degli re fossono grandi e notabili nondimeno, dichiarandole la istoria diffusamente, le lascer indietro; n parlereno altrimenti di loro, eccetto che di alcuna cosa che avessono operata appartenente alli loro privati commodi; e comincerenci da Bruto, padre della romana libert.

2.

Come egli  cosa sapientissima .
simulare in tempo la pazzia. .


Non fu alcuno mai tanto prudente, n tanto estimato savio per alcuna sua egregia operazione, quanto merita d'esser tenuto Iunio Bruto nella sua simulazione della stultizia. Ed ancora che Tito Livio non esprima altro che una cagione che lo inducesse a tale simulazione, quale fu di potere pi sicuramente vivere e mantenere il patrimonio suo; nondimanco, considerato il suo modo di procedere, si pu credere che simulasse ancora questo per essere manco osservato, ed avere pi commodit di opprimere i Re e di liberare la sua patria, qualunque volta gliele fosse data occasione. E, che pensassi a questo, si vide, prima, nello interpetrare l'oracolo d'Apolline, quando simul cadere per baciare la terra, giudicando per quello avere favorevole gl'Iddii a' pensieri suoi; e dipoi, quando, sopra la morta Lucrezia, intra 'l padre ed il marito ed altri parenti di lei, ei fu il primo a trarle il coltello della ferita, e fare giurare ai circustanti, che mai sopporterebbono che, per lo avvenire, alcuno regnasse in Roma. Dallo esemplo di costui hanno ad imparare tutti coloro che sono male contenti d'uno principe: e debbono prima misurare e prima pesare le forze loro; e, se sono s potenti che possino scoprirsi suoi inimici e fargli apertamente guerra, debbono entrare per questa via, come manco pericolosa e pi onorevole. Ma se sono di qualit che a fargli guerra aperta le forze loro non bastino, debbono con ogni industria cercare di farsegli amici: ed a questo effetto, entrare per tutte quelle vie che giudicano essere necessarie, seguendo i piciti suoi, e pigliando dilettazione di tutte quelle cose che veggono quello dilettarsi. Questa dimestichezza, prima, ti fa vivere sicuro; e, sanza portare alcuno pericolo, ti fa godere la buona fortuna di quel principe insieme con esso lui, e ti arreca ogni comodit di sodisfare allo animo tuo. Vero  che alcuni dicono che si vorrebbe con gli principi non stare s presso che la rovina loro ti coprisse, n s discosto che, rovinando quegli, tu non fosse a tempo a salire sopra la rovina loro: la quale via del mezzo sarebbe la pi vera, quando si potesse osservare; ma perch io credo che sia impossibile, conviene ridursi a' duoi modi soprascritti, cio o di allargarsi o di stringersi con loro. Chi fa altrimenti, e sia uomo, per la qualit sua, notabile, vive in continovo pericolo. N basta dire: - Io non mi curo di alcuna cosa, non disidero n onori n utili, io mi voglio vivere quietamente e sanza briga! - perch queste scuse sono udite e non accettate: n possono gli uomini che hanno qualit, eleggere lo starsi, quando bene lo eleggessono veramente e sanza alcuna ambizione, perch non  loro creduto; talch, se si vogliono stare loro, non sono lasciati stare da altri. Conviene adunque fare il pazzo, come Bruto; ed assai si fa il matto, laudando, parlando, veggendo, faccendo cose contro allo animo tuo, per compiacere al principe. E poich noi abbiamo parlato della prudenza di questo uomo per ricuperare la libert a Roma, parlereno ora della sua severit nel mantenerla.



3.

Come egli  necessario, .
a volere mantenere una libert .
acquistata di nuovo, .
ammazzare i figliuoli di Bruto. .


Non fu meno necessaria che utile la severit di Bruto nel mantenere in Roma quella libert che elli vi aveva acquistata; la quale  di uno esemplo raro in tutte le memorie delle cose: vedere il padre sedere pro tribunali, e non solamente condennare i suoi figliuoli a morte ma essere presente alla morte loro. E sempre si conoscer questo per coloro che le cose antiche leggeranno: come, dopo una mutazione di stato, o da republica in tirannide o da tirannide in republica  necessaria una esecuzione memorabile contro a' nimici delle condizioni presenti. E chi piglia una tirannide e non ammazza Bruto, e chi fa uno stato libero e non ammazza i figliuoli di Bruto, si mantiene poco tempo. E perch di sopra  discorso questo luogo largamente, mi rimetto a quello che allora se ne disse: solo ci addurr uno esemplo, stato, ne' d nostri e nella nostra patria, memorabile. E questo  Piero Soderini, il quale si credeva superare con la pazienza e bont sua quello appetito che era ne' figliuoli di Bruto, di ritornare sotto un altro governo e se ne ingann. E bench quello, per la sua prudenza, conoscesse questa necessit; e che la sorte e l'ambizione di quelli che lo urtavano, gli dessi occasione a spegnerli; nondimeno non volse mai l'animo a farlo. Perch, oltre al credere di potere con la pazienza e con la bont estinguere i mali omori, e con i premii verso qualcuno consummare qualche sua inimicizia; giudicava (e molte volte ne fece con gli amici fede) che, a volere gagliardamente urtare le sue opposizioni, e battere suoi avversari, gli bisognava pigliare istraordinaria autorit, e rompere con le leggi la civile equalit: la quale cosa, ancora che dipoi non fosse da lui usata tirannicamente, arebbe tanto sbigottito l'universale, che non sarebbe mai poi concorso, dopo la morte di quello, a rifare un gonfalonieri a vita; il quale ordine elli giudicava fosse bene augumentare e mantenere. Il quale rispetto era savio e buono: nondimeno, e' non si debbe mai lasciare scorrere un male, rispetto ad uno bene, quando quel bene facilmente possa essere, da quel male, oppressato. E doveva credere che, avendosi a giudicare l'opere sue e la intenzione sua dal fine, quando la fortuna e la vita l'avessi accompagnato, che poteva certificare ciascuno, come, quello l'aveva fatto, era per salute della patria, e non per ambizione sua; e poteva regolare le cose in modo, che uno suo successore non potesse fare per male quello che elli avessi fatto per bene. Ma lo ingann la prima opinione, non conoscendo che la malignit non  doma da tempo n placata da alcuno dono. Tanto che, per non sapere somigliare Bruto, e' perd, insieme con la patria sua, lo stato e la riputazione. E come egli  cosa difficile salvare uno stato libero, cos  difficile salvarne uno regio; come nel sequente capitolo si mosterr.

4.

Non vive sicuro uno principe .
in uno principato, mentre vivono coloro .
che ne sono stati spogliati. .


La morte di Tarquinio Prisco causata dai figliuoli di Anco, e la morte di Servio Tullo causata da Tarquinio Superbo, mostra quanto difficil sia, e pericoloso, spogliare uno del regno, e quello lasciare vivo, ancora che cercassi con merito guadagnarselo. E vedesi come Tarquinio Prisco fu ingannato da parergli possedere quel regno giuridicamente, essendogli stato dato dal Popolo e confermato dal Senato: n credette che ne' figliuoli di Anco potesse tanto lo sdegno, che non avessono a contentarsi di quello che si contentava tutta Roma. E Servio Tullo s'ingann, credendo potere con nuovi meriti guadagnarsi i figliuoli di Tarquinio. Dimodoch, quanto al primo, si pu avvertire ogni principe, che non viva mai sicuro del suo principato, finch vivono coloro che ne sono stati spogliati. Quanto al secondo, si pu ricordare ad ogni potente, che mai le ingiurie vecchie furono cancellate da' beneficii nuovi; e, tanto meno, quanto il beneficio nuovo  minore che non  stata la ingiuria. E sanza dubbio, Servio Tullo fu poco prudente a credere che i figliuoli di Tarquinio fussono pazienti ad essere generi di colui di chi e' giudicavano dovere essere re. E questo appitito del regnare  tanto grande, che non solamente entra ne' petti di coloro a chi si aspetta il regno, ma di quelli a chi e' non si aspetta: come fu nella moglie di Tarquinio, giovane, figliuola di Servio; la quale, mossa da questa rabbia, contro ogni piat paterna, mosse il marito contro al padre a torgli la vita ed il regno: tanto stimava pi essere regina che figliuola di re. Se, adunque, Tarquinio Prisco e Servio Tullo, perderono il regno per non si sapere assicurare di coloro a chi ei lo avevano usurpato, Tarquinio Superbo lo perd per non osservare gli ordini degli antichi re: come nel sequente capitolo si mosterr.

5.

Quello che fa perdere uno regno .
ad uno re che sia, di quello, ereditario. .


Avendo Tarquinio Superbo morto Servio Tullo, e di lui non rimanendo eredi, veniva a possedere il regno sicuramente, non avendo a temere di quelle cose che avevano offeso i suoi antecessori. E, bench il modo dell'occupare il regno fosse stato istraordinario ed odioso, nondimeno quando elli avesse osservato gli antichi ordini delli altri re, sarebbe stato comportato, n si sarebbe concitato il Senato e la plebe contro di lui per torgli lo stato. Non fu, adunque, cacciato costui per avere Sesto suo figliuolo stuprata Lucrezia, ma per avere rotte le leggi del regno, e governatolo tirannicamente; avendo tolto al Senato ogni autorit, e ridottola a s proprio; e quelle faccende che ne' luoghi publici con sodisfazione del Senato romano si facevano, le ridusse a fare nel palazzo suo, con carico ed invidia sua; talch in breve tempo gli spoli Roma di tutta quella libert ch'ella aveva sotto gli altri re mantenuta. N gli bast farsi inimici i Padri, che si concit ancora, contro, la Plebe, affaticandola in cose mecaniche e tutte aliene da quello a che gli avevano adoperati i suoi antecessori: talch, avendo ripiena Roma di esempli crudeli e superbi, aveva disposto gi gli animi di tutti i Romani alla ribellione, qualunque volta ne avessono occasione. E, se lo accidente di Lucrezia non fosse venuto, come prima ne fosse nato un altro, arebbe partorito il medesimo effetto. Perch se Tarquinio fosse vissuto come gli altri re, e Sesto suo figliuolo avessi fatto quello errore, sarebbono Bruto e Collatino ricorsi a Tarquinio, per la vendetta contro a Sesto, e non al Popolo romano. Sappino adunque i principi, come a quella ora ei cominciano a perdere lo stato che cominciano a rompere le leggi, e quelli modi e quelle consuetudini che sono antiche, e sotto le quali lungo tempo gli uomini sono vivuti. E se, privati che ei sono dello stato, ei diventassono mai tanto prudenti che ei conoscessono con quanta facilit i principati si tenghino da coloro che saviamente si consigliano, dorrebbe molto pi loro tale perdita, ed a maggiore pena si condannerebbono, che da altri fossono condannati. Perch egli  molto pi facile essere amato dai buoni che dai cattivi, ed ubidire alle leggi che volere comandare loro. E volendo intendere il modo avessono a tenere a fare questo, non hanno a durare altra fatica che pigliare per loro specchio la vita de' principi buoni, come sarebbe Timoleone Corintio, Arato Sicioneo, e simili: nella vita dei quali ei troveria tanta sicurt e tanta sodisfazione di chi regge e di chi  retto, che doverrebbe venirgli voglia di imitargli, potendo facilmente, per le ragioni dette, farlo. Perch gli uomini, quando sono governati bene, non cercono n vogliono altra libert: come intervenne a' popoli governati dai dua prenominati; che gli costrinsono ad essere principi mentre che vissono, ancora che da quegli pi volte fosse tentato di ridursi in vita privata. E perch in questo, e ne' due antecedenti capitoli, si  ragionato degli omori concitati contro a' principi, e delle congiure fatte da' figliuoli di Bruto contro alla patria, e di quelle fatte contro a Tarquinio Prisco ed a Servio Tullo; non mi pare cosa fuor di proposito, nel sequente capitolo, parlarne diffusamente, sendo materia degna d'essere notata da' principi e da' privati.



6.

Delle congiure. .


Ei non mi  parso da lasciare indietro il ragionare delle congiure, essendo cosa tanto pericolosa ai principi ed ai privati; perch si vede per quelle molti pi principi avere perduta la vita e lo stato, che per guerra aperta. Perch il poter fare aperta guerra ad uno principe,  conceduto a pochi: il poterli congiurare contro,  concesso a ciascuno. Dall'altra parte, gli uomini privati non entrano in impresa pi pericolosa n pi temeraria di questa; perch la  difficile e pericolosissima in ogni sua parte. Donde ne nasce che molte se ne tentino, e pochissime hanno il fine desiderato. Acciocch, adunque, i principi imparino a guardarsi da questi pericoli, e che i privati pi timidamente vi si mettino, anzi imparino ad essere contenti a vivere sotto quello imperio che dalla sorte  stato loro proposto; io ne parler diffusamente, non lasciando indietro alcuno caso notabile in documento dell'uno e dell'altro. E veramente, quella sentenzia di Cornelio Tacito  aurea, che dice: che gli uomini hanno ad onorare le cose passate e ad ubbidire alle presenti; e debbono desiderare i buoni principi, e, comunque ei si sieno fatti, tollerargli. E veramente, chi fa altrimenti, il pi delle volte rovina s e la sua patria.
Dobbiamo adunque, entrando nella materia, considerare prima contro a chi si fanno le congiure; e troverreno farsi o contro alla patria, o contro ad uno principe: delle quali due voglio che al presente ragioniamo; perch, di quelle che si fanno per dare una terra a' nimici che la assediano, o che abbino, per qualunque cagione, similitudine con questa, se n' parlato di sopra a sufficienza. E trattereno, in questa prima parte, di quelle contro al principe, e prima esaminereno le cagioni di esse: le quali sono molte, ma una ne  importantissima pi che tutte le altre. E questa  lo essere odiato dallo universale, perch il principe che si  concitato questo universale odio,  ragionevole che abbi de' particulari i quali da lui siano stati pi offesi, e che desiderino vendicarsi. Questo desiderio  accresciuto loro da quella mala disposizione universale che veggono essergli concitata contro. Debbe, adunque, un principe fuggire questi carichi privati; e come debba fare a fuggirli, avendone altrove trattato, non ne voglio parlare qui; perch, guardandosi da questo, le semplice offese particulari gli faranno meno guerra. L'una, perch si riscontra rade volte in uomini che stimino tanto una ingiuria, che si mettino a tanto pericolo per vendicarla; l'altra, che, quando pure ei fossono d'animo e di potenza da farlo, sono ritenuti da quella benivolenza universale che veggono avere ad uno principe. Le ingiurie, conviene che siano nella roba, nel sangue o nell'onore. Di quelle del sangue sono pi pericolose le minacce che le esecuzioni; anzi, le minacce sono pericolosissime, e nelle esecuzioni non vi  pericolo alcuno; perch chi  morto non pu pensare alla vendetta; quelli che rimangono vivi, il pi delle volte ne lasciano il pensiero a te. Ma colui che  minacciato, e che si vede costretto da una necessit o di fare o di patire, diventa uno uomo pericolosissimo per il principe: come nel suo luogo particularmente direno. Fuora di questa necessit, la roba e l'onore sono quelle due cose che offendono pi gli uomini che alcun'altra offesa, e dalle quali il principe si debbe guardare: perch e' non pu mai spogliare uno, tanto, che non gli rimanga uno coltello da vendicarsi; non pu mai tanto disonorare uno, che non gli resti uno animo ostinato alla vendetta. E degli onori che si tolgono agli uomini, quello delle donne importa pi; dopo questo, il vilipendio della sua persona. Questo arm Pausania contro a Filippo di Macedonia, questo ha armato molti altri contro a molti altri principi: e ne' nostri tempi Luzio Belanti non si mosse a congiurare contro a Pandolfo tiranno di Siena, se non per averli quello data e poi tolta per moglie una sua figliuola; come nel suo loco direno. La maggiore cagione che fece che i Pazzi congiurarono contro ai Medici, fu la eredit di Giovanni Bonromei, la quale fu loro tolta per ordine di quegli. Un'altra cagione ci , e grandissima, che fa gli uomini congiurare contro al principe; la quale  il desiderio di liberare la patria, stata da quello occupata. Questa cagione mosse Bruto e Cassio contro a Cesare; questa ha mosso molti altri contro a' Falari, Dionisii, ed altri occupatori della patria loro. N pu, da questo omore, alcuno tiranno guardarsi, se non con diporre la tirannide. E perch non si truova alcuno che faccia questo, si truova pochi che non capitino male; donde nacque quel verso di Iuvenale:

Ad generum Cereris sine caede et vulnere pauci
Descendunt reges, et sicca morte tiranni..

I pericoli che si portano, come io dissi di sopra, nelle congiure, sono grandi, portandosi per tutti i tempi; perch in tali casi si corre pericolo nel maneggiarli, nello esequirli, ed esequiti che sono. Quegli che congiurano, o ei sono uno, o ei sono pi. Uno, non si pu dire che sia congiura, ma  una ferma disposizione nata in uno uomo di ammazzare il principe. Questo solo, de' tre pericoli che si corrono nelle congiure, manca del primo; perch, innanzi alla esecuzione non porta alcuno pericolo, non avendo altri il suo secreto, n portando pericolo che torni il disegno suo all'orecchio del principe. Questa deliberazione cos fatta pu cadere in qualunque uomo, di qualunque sorte, grande, piccolo, nobile, ignobile, familiare e non familiare al principe; perch ad ognuno  lecito qualche volta parlarli; ed a chi  lecito parlare,  lecito sfogare l'animo suo. Pausania, del quale altre volte si  parlato, ammazz Filippo di Macedonia che andava al tempio, con mille armati d'intorno, ed in mezzo intra il figliuolo ed il genero. Ma costui fu nobile e cognito al principe. Uno spagnuolo, povero ed abietto, dette una coltellata in su el collo al re Ferrando, re di Spagna: non fu la ferita mortale, ma per questo si vide che colui ebbe animo e commodit a farlo. Uno dervis, sacerdote turchesco, trasse d'una scimitarra a Baisit, padre del presente Turco: non lo fer, ma ebbe pure animo e commodit a volerlo fare. Di questi animi fatti cos, se ne truova, credo, assai che lo vorrebbono fare, perch nel volere non  pena n pericolo alcuno; ma pochi che lo facciano: ma di quelli che lo fanno, pochissimi o nessuno che non siano ammazzati in sul fatto; per non si truova chi voglia andare ad una certa morte. Ma lasciamo andare queste uniche volont, e veniamo alle congiure intra i pi. Dico, trovarsi nelle istorie, tutte le congiure essere fatte da uomini grandi, o familiarissimi del principe: perch gli altri, se non sono matti affatto, non possono congiurare; perch gli uomini deboli, e non familiari al principe, mancano di tutte quelle speranze e di tutte quelle commodit che si richiede alla esecuzione d'una congiura. Prima, gli uomini deboli non possono trovare riscontro di chi tenga loro fede; perch uno non pu consentire alla volont loro, sotto alcuna di quelle speranze che fa entrare gli uomini ne' pericoli grandi: in modo che, come ei si sono allargati in dua o in tre persone, ci trovono lo accusatore e rovinano: ma quando pure si fossono tanto felici che mancassino di questo accusatore, sono nella esecuzione intorniati da tale difficult, per non avere l'entrata facile al principe, che gli  impossibile che in essa esecuzione ei non rovinino. Perch, se gli uomini grandi, e che hanno l'entrata facile, sono oppressi da quelle difficult che di sotto si diranno, conviene che in costoro quelle difficult sanza fine creschino. Pertanto gli uomini (perch, dove ne va la vita e la roba, non sono al tutto insani) quando e' si veggono deboli, se ne guardano; e quando egli hanno a noia uno principe, attendono a bestemmiarlo, ed aspettono che quelli che hanno maggiore qualit di loro, gli vendichino. E se pure si trovasse che alcuno di questi simili avessi tentato qualche cosa, si debbe laudare in loro la intenzione, e non la prudenza. Vedesi, pertanto, quelli che hanno congiurato, essere stati tutti uomini grandi, o familiari, del principe; de' quali molti hanno congiurato, mossi cos da troppi beneficii, come dalle troppe ingiurie: come fu Perennio contro a Commodo, Plauziano contro a Severo, Seiano contro a Tiberio. Costoro tutti furono dai loro imperadori constituiti in tanta ricchezza, onore e grado, che non pareva che mancasse loro, alla perfezione della potenza, altro che lo imperio; e di questo non volendo mancare, si mossono a congiurare contro al principe; ed ebbono le loro congiure tutte quel fine che meritava la loro ingratitudine: ancora che di queste simili ne' tempi pi freschi ne avessi buono fine quella di Iacopo di Appiano contro a messer Piero Gambacorti, principe di Pisa: il quale Iacopo, allevato e nutrito e fatto riputato da lui, gli tolse poi lo stato. Fu di queste quella del Coppola, ne' nostri tempi, contro il re Ferrando d'Aragona; il quale Coppola, venuto a tanta grandezza che non gli pareva gli mancassi se non il regno, per volere ancora quello, perd la vita. E veramente, se alcuna congiura contro ai principi, fatta da uomini grandi, dovesse avere buono fine, doverrebbe essere questa; essendo fatta da un altro re, si pu dire, e da chi ha tanta commodit di adempiere il suo disiderio: ma quella cupidit del dominare che gli accieca, gli accieca ancora nel maneggiare questa impresa; perch, se ei sapessono fare questa cattivit con prudenza, sarebbe impossibile non riuscisse loro. Debbe, adunque, uno principe che si vuole guardare dalle congiure, temere pi coloro a chi elli ha fatto troppi piaceri, che quelli a chi egli avesse fatte troppe ingiurie. Perch questi mancono di commodit, quelli ne abondano; e la voglia  simile, perch gli  cos grande o maggiore il desiderio del dominare, che non  quello della vendetta. Debbono, pertanto, dare tanta autorit agli loro amici, che da quella al principato sia qualche intervallo, e che vi sia in mezzo qualche cosa da desiderare: altrimenti, sar cosa rada se non interverr loro, come a' principi soprascritti. Ma torniamo all'ordine nostro.
Dico che, avendo ad essere, quelli che congiurano, uomini grandi, e che abbino l'adito facile al principe, si ha a discorrere i successi di queste loro imprese quali siano stati, e vedere la cagione che gli ha fatti essere felici ed infelici. E come io dissi di sopra ci si truovano dentro, in tre tempi, pericoli: prima, in su 'l fatto e poi. Se ne truova poche che abbino buono esito, perch gli  impossibile, quasi, passarli tutti felicemente. E cominciando a discorrere e' pericoli di prima, che sono i pi importanti, dico, come e' bisogna essere molto prudente, ed avere una gran sorte, che, nel maneggiare una congiura, la non si scuopra. E si scuoprono o per relazione, o per coniettura. La relazione nasce da trovare poca fede, o poca prudenza, negli uomini con chi tu la comunichi. La poca fede si truova facilmente, perch tu non puoi comunicarla se non con tuoi fidati, che per tuo amore si mettino alla morte, o con uomini che siano male contenti del principe. De' fidati se ne potrebbe trovare uno o due; ma, come tu ti distendi in molti,  impossibile gli truovi: dipoi, e' bisogna bene che la benivolenza che ti portano sia grande, a volere che non paia loro maggiore il pericolo e la paura della pena. Dipoi gli uomini s'ingannano, il pi delle volte, dello amore che tu giudichi che uno uomo ti porti; n te ne puoi mai assicurare, se tu non ne fai esperienza: e farne esperienza in questo  pericolosissimo. E sebbene ne avessi fatto esperienza in qualche altra cosa pericolosa dove e' ti fossono stati fedeli, non puoi da quella fede misurare questa, passando, questo, di gran lunga, ogni altra qualit di pericolo. Se misuri la fede dalla mala contentezza che uno abbia del principe, in questo tu ti puoi facilmente ingannare: perch, subito che tu hai manifestato a quel male contento l'animo tuo, tu gli di materia di contentarsi, e conviene bene, o che l'odio sia grande, o che l'autorit tua sia grandissima a mantenerlo in fede.
Di qui nasce che assai ne sono rivelate, ed oppresse ne' primi principii loro; e che, quando una  stata infra molti uomini segreta lungo tempo,  tenuta cosa miracolosa: come fu quella di Pisone contro a Nerone, e, ne' nostri tempi, quella de' Pazzi contro a Lorenzo e Giuliano de' Medici: delle quali erano consapevoli pi che cinquanta uomini; e condussonsi, alla esecuzione, a scoprirsi. Quanto a scoprirsi per poca prudenza, nasce quando uno congiurato ne parla poco cauto, in modo che uno servo o altra terza persona t'intenda, come intervenne ai figliuoli di Bruto, che, nel maneggiare la cosa con i legati di Tarquinio, furono intesi da uno servo, che gli accus: ovvero quando per leggerezza ti viene communicata a donna o a fanciullo che tu ami o a simile leggieri persona; come fece Dimmo, uno de' congiurati con Filota contro a Alessandro Magno, il quale communic la congiura a Nicomaco, fanciullo amato da lui; il quale subito la disse a Ciballino suo fratello, e Ciballino ad el re. Quanto a scoprirsi per coniettura, ce n' in esemplo la congiura Pisoniana contro a Nerone; nella quale Scevino, uno de' congiurati, il d dinanzi ch'egli aveva ad ammazzare Nerone, fece testamento, ordin che Milichio, suo liberto, facessi arrotare un suo pugnale vecchio e rugginoso, liber tutti i suoi servi e dette loro danari, fece ordinare fasciature da legare ferite: per le quali conietture accortosi Milichio della cosa, lo accus a Nerone. Fu preso Scevino, e con lui Natale un altro congiurato, i quali erano stati veduti parlare a lungo e di segreto insieme, il d davanti; e non si accordando del ragionamento avuto, furono forzati a confessare il vero talch la congiura fu scoperta, con rovina di tutti i congiurati.
Da queste cagioni dello scoprire le congiure  impossibile guardarsi che, per malizia, per imprudenza o per leggerezza, la non si scuopra, qualunque volta i conscii d'essa passono il numero di tre o di quattro. E come e' ne  preso pi che uno,  impossibile non riscontrarla, perch due non possano essere convenuti insieme di tutti e' ragionamenti loro. Quando e' ne sia preso solo uno, che sia uomo forte, pu elli, con la fortezza dello animo, tacere i congiurati; ma conviene che i congiurati non abbiano meno animo di lui a stare saldi, e non si scoprire con la fuga: perch da una parte che l'animo manca o da chi  sostenuto o da chi  libero, la congiura  scoperta. Ed  rado lo esemplo indotto da Tito Livio nella congiura fatta contro a Girolamo, re di Siracusa; dove, sendo Teodoro, uno de' congiurati, preso, cel con una virt grande tutti i congiurati, ed accus gli amici del re, e dall'altra parte, i congiurati confidarono tanto nella virt di Teodoro, che nessuno si part di Siracusa, o fece alcuno segno di timore. Passasi, adunque, per tutti questi pericoli nel maneggiare una congiura innanzi che si venga alla esecuzione di essa: i quali volendo fuggire, ci sono questi rimedi. Il primo ed il pi vero, anzi, a dire meglio, unico,  non dare tempo ai congiurati di accusarti; e comunicare loro la cosa quando tu la vuoi fare, e non prima. Quelli che hanno fatto cos, fuggono al certo i pericoli che sono nel praticarla, e, il pi delle volte, gli altri; anzi hanno tutte avuto felice fine: e qualunque prudente arebbe commodit di governarsi in questo modo. Io voglio che mi basti addurre due esempli.
Nelemato, non potendo sopportare la tirannide di Aristotimo, tiranno di Epiro, ragun in casa sua molti parenti ed amici, e, confortatogli a liberare la patria, alcuni di loro chiesono tempo a diliberarsi ed ordinarsi, donde Nelemato fece a' suoi servi serrare la casa, ed a quelli che esso aveva chiamati disse: - O voi giurerete di andare ora a fare questa esecuzione, o io vi dar tutti prigioni ad Aristotimo -. Dalle quali parole mossi coloro, giurarono; ed andati, sanza intermissione di tempo, felicemente l'ordine di Nelemato esequirono. Avendo uno Mago, per inganno, occupato il regno de' Persi, ed avendo Ortano, uno de' grandi uomini del regno, intesa e scoperta la fraude, lo confer con sei altri principi di quello stato, dicendo come gli era da vendicare il regno dalla tirannide di quel Mago; e domandando, alcuno di loro, tempo, si lev Dario, uno de' sei chiamati da Ortano, e disse: - O noi andreno ora a fare questa esecuzione, o io vi andr ad accusare tutti -. E cos d'accordo levatisi, sanza dare tempo ad alcuno di pentirsi, esequirono felicemente i disegni loro. Simile a questi due esempli ancora  il modo che gli Etoli tennono ad ammazzare Nabide, tiranno spartano; i quali mandarono Alessameno loro cittadino, con trenta cavagli e dugento fanti, a Nabide, sotto colore di mandargli aiuto; ed il segreto solamente comunicorono ad Alessameno; ed agli altri imposono che lo ubbidissoro in ogni e qualunque cosa, sotto pena di esilio. And costui in Sparta, e non comunic mai la commissione sua se non quando e' la volle esequire: donde gli riusc d'ammazzarlo. Costoro, adunque per questi modi, hanno fuggiti quelli pericoli che si portano nel maneggiare le congiure; e chi imiter loro, sempre gli fuggir.
E che ciascuno possa fare come loro io ne voglio dare lo esemplo di Pisone preallegato di sopra. Era Pisone grandissimo e riputatissimo uomo, e familiare di Nerone, ed in chi elli confidava assai. Andava Nerone ne' suoi orti spesso a mangiare seco. Poteva, adunque, Pisone farsi amici uomini, d'animo e di cuore e di disposizione atti ad una tale esecuzione (il che ad uno grande  facilissimo); e quando Nerone fosse stato ne' i suoi orti, comunicare loro la cosa, e con le parole convenienti inanimarli a fare quello che loro non avevano tempo a ricusare, e che era impossibile che non riuscisse. E cos, se si esamineranno tutte l'altre, si troverr poche non essere potute condursi nel medesimo modo: ma gli uomini, per l'ordinario, poco intendenti delle azioni del mondo, spesso fanno errori gravissimi, e tanto maggiori in quelle che hanno pi dello istraordinario, come  questa. Debbesi, adunque, non comunicare mai la cosa se non necessitato ed in sul fatto; e se pure la vuoi comunicare, comunicarla ad uno solo, del quale abbia fatto lunghissima isperienza, o che sia mosso dalle medesime cagioni che tu. Trovarne uno cos fatto  molto pi facile che trovarne pi, e per questo vi  meno pericolo, dipoi, quando pure ei ti ingannassi, vi  qualche rimedio a difendersi, che non  dove siano congiurati assai: perch da alcuno prudente ho sentito dire che con uno si pu parlare ogni cosa, perch tanto vale, se tu non ti lasci condurre a scrivere di tua mano, il s dell'uno quanto il no dell'altro; e dallo scrivere ciascuno debbe guardarsi come da uno scoglio, perch non  cosa che pi facilmente ti convinca, che lo scritto di tua mano. Plauziano, volendo fare ammazzare Severo imperadore ed Antonino suo figliuolo, commisse la cosa a Saturnino tribuno; il quale, volendo accusarlo e non ubbidirlo, e dubitando che, venendo all'accusa, e' non fussi pi creduto a Plauziano che a lui, gli chiese una cedola di sua mano, che facessi fede di questa commissione; la quale Plauziano, accecato dall'ambizione, gli fece: donde segu che fu, dal tribuno, accusato e convinto; e sanza quella cedola, e certi altri contrassegni, sarebbe stato Plauziano superiore; tanto audacemente negava. Truovasi, adunque, nell'accusa d'uno, qualche rimedio, quando tu non puoi essere da una scrittura, o altri contrasegni, convinto: da che uno si debbe guardare.
Era nella congiura Pisoniana una femina chiamata Epicari, stata per lo adietro amica di Nerone; la quale giudicando che fussi a proposito mettere tra i congiurati uno capitano di alcune trireme che Nerone teneva per sua guardia, gli comunic la congiura ma non i congiurati. Donde, rompendogli quello capitano la fede ed accusandola a Nerone, fu tanta l'audacia di Epicari nel negarlo, che Nerone, rimaso confuso, non la condann. Sono, adunque, nel comunicare la cosa ad uno solo, due pericoli: l'uno, che non ti accusi in pruova; l'altro, che non ti accusi convinto e constretto dalla pena, sendo egli preso per qualche sospetto o per qualche indizio avuto di lui. Ma nell'uno e nell'altro di questi due pericoli  qualche rimedio, potendosi negare l'uno, allegandone l'odio che colui avesse teco; e negare l'altro, allegandone la forza che lo constringesse a dire le bugie. , adunque, prudenza non comunicare la cosa a nessuno, ma fare secondo gli esempli soprascritti; o, quando pure la comunichi, non passare uno; dove, se  qualche pi pericolo, ve n' meno assai che comunicarla con molti. Propinquo a questo modo  quando una necessit ti costringa a fare quello al principe che tu vedi che 'l principe vorrebbe fare a te, la quale sia tanto grande che non ti dia tempo se non a pensare ad assicurarti. Questa necessit conduce quasi sempre la cosa al fine desiderato: ed a provarlo voglio bastino due esempli. Aveva Commodo, imperadore, Leto ed Eletto, capi de' soldati pretoriani, ed intra' primi amici e familiari suoi; aveva Marzia in nelle prime sue concubine o amiche; e perch egli era da costoro qualche volta ripreso de' modi con i quali maculava la persona sua e lo Imperio, diliber di farli morire; e scrisse in su una listra Marzia, Leto ed Eletto ed alcuni altri che voleva, la notte sequente fare morire; e quella listra messe sotto il capezzale del suo letto. Ed essendo ito a lavarsi, un fanciullo favorito da lui, scherzando per camera e su pel letto, gli venne trovato questa listra, ed uscendo fuora con essa in mano, riscontr Marzia; la quale gliene tolse, e, lettala, e veduto il contenuto di essa, subito mand per Leto ed Eletto; e conosciuto tutti a tre il pericolo in quale erano, deliberorono prevenire; e, sanza mettere tempo in mezzo, la notte sequente ammazzorono Commodo. Era Antonino Caracalla, imperadore, con gli eserciti suoi in Mesopotamia, ed aveva per suo prefetto Macrino, uomo pi civile che armigero; e, come avviene ch'e' principi non buoni temono sempre che altri non operi, contro a loro, quello che par loro meritare, scrisse Antonino a Materniano suo amico a Roma, che intendessi dagli astrologi, s'egli era alcuno che aspirasse allo imperio, e gliene avvisasse. Donde Materniano gli scrisse, come Macrino era quello che vi aspirava; e pervenuta la lettera, prima alle mani di Macrino che dello imperadore, e, per quella, conosciuta la necessit o d'ammazzare lui prima che nuova lettera venisse da Roma o di morire, commisse a Marziale centurione, suo fidato, ed a chi Antonino aveva morto, pochi giorni innanzi uno fratello, che lo ammazzasse: il che fu esequito da lui felicemente. Vedesi, adunque, che questa necessit che non d tempo, fa quasi quel medesimo effetto che il modo, da me sopra detto, che tenne Nelemato di Epiro. Vedesi ancora quello che io dissi, quasi nel principio di questo discorso, come le minacce offendono pi i principi, e sono cagione di pi efficace congiure che le offese: da che uno principe si debbe guardare; perch gli uomini si hanno o accarezzare o assicurarsi di loro; e non li ridurre mai in termine che gli abbiano a pensare che bisogni loro o morire o far morire altrui.
Quanto ai pericoli che si corrono in su la esecuzione, nascono questi o da variare l'ordine, o da mancare l'animo a colui che esequisce, o da errore che lo esecutore faccia per poca prudenza, o per non dare perfezione alla cosa, rimanendo vivi parte di quelli che si disegnavano ammazzare. Dico, adunque, come e' non  cosa alcuna che faccia tanto sturbo o impedimento a tutte le azioni degli uomini, quanto  in uno instante, sanza avere tempo, avere a variare un ordine e a pervertirlo da quello che si era ordinato prima. E se questa variazione fa disordine in cosa alcuna, lo fa nelle cose della guerra, ed in cose simili a quelle di che noi parliano; perch in tali azioni non  cosa tanto necessaria a fare, quanto che gli uomini fermino gli animi loro ad esequire quella parte che tocca loro: e se gli uomini hanno volto la fantasia per pi giorni ad uno modo e ad uno ordine, e quello subito varii,  impossibile che non si perturbino tutti, e non rovini ogni cosa; in modo che gli  meglio assai esequire una cosa secondo l'ordine dato, ancora che vi si vegga qualche inconveniente, che non , per volere cancellare quello, entrare in mille inconvenienti. Questo interviene quando e' non si ha tempo a riordinarsi; perch, quando si ha tempo, si pu l'uomo governare a suo modo.
La congiura de' Pazzi contro a Lorenzo e Giuliano de' Medici,  nota. L'ordine dato era che dessino desinare al cardinale di San Giorgio, ed a quel desinare ammazzargli: dove si era distribuito chi aveva a ammazzargli, chi aveva a pigliare il palazzo, e chi correre la citt e chiamare alla libert il popolo. Accadde che, essendo nella chiesa cattedrale in Firenze i Pazzi, i Medici ed il Cardinale ad uno ufficio solenne, s'intese come Giuliano la mattina non vi desinava: il che fece che i congiurati s'adunorono insieme e quello che gli avevano a fare in casa i Medici, deliberarono di farlo in chiesa. Il che venne a perturbare tutto l'ordine, perch Giovambatista da Montesecco non volle concorrere all'omicidio, dicendo non lo volere fare in chiesa: talch gli ebbono a mutare nuovi ministri in ogni azione; i quali, non avendo tempo a fermare l'animo, fecero tali errori, che in essa esecuzione furono oppressi.
Manca l'animo a chi esequisce, o per riverenza, o per propria vilt dello esecutore.  tanta la maest e la riverenza che si tira dietro la presenza d'uno principe, ch'egli  facil cosa o che mitighi o che gli sbigottisca uno esecutore. A Mario, essendo preso da' Minturnesi, fu mandato uno servo che lo ammazzasse; il quale, spaventato dalla presenza di quello uomo e dalla memoria del nome suo, divenuto vile, perd ogni forza ad ucciderlo. E se questa potenza  in uomo legato e prigione, ed affogato nella mala fortuna; quanto si pu tenere che la sia maggiore in uno principe sciolto, con la maest degli ornamenti, della pompa e della comitiva sua! talch ti pu questa tale pompa spaventare, o vero con qualche grata accoglienza raumiliare. Congiurorono alcuni contro a Sitalce re di Tracia, deputorono il d della esecuzione; convennono al luogo diputato, dove era il principe; nessuno di loro si mosse per offenderlo: tanto che si partirono sanza avere tentato alcuna cosa e sanza sapere quello che se gli avessi impediti; ed incolpavano l'uno l'altro. Caddono in tale errore pi volte; tanto che, scopertasi la congiura, portarono pena di quello male che potettono e non vollono fare. Congiurarono contro a Alfonso, duca di Ferrara, due sui frategli, ed usarono mezzano Giannes, prete e cantore del duca; il quale pi volte, a loro richiesta, condusse il duca fra loro, talch gli avevano arbitrio d'ammazzarlo: nondimeno, mai nessuno di loro non ard di farlo; tanto che, scoperti, portarono la pena della cattivit e poca prudenza loro. Questa negligenza non potette nascere da altro, se non che convenne o che la presenza gli sbigottisse o che qualche umanit del principe gli umiliasse. Nasce in tali esecuzioni inconveniente o errore per poca prudenza o per poco animo; perch l'una e l'altra di queste due cose ti invasa, e portato da quella confusione di cervello ti fa dire e fare quello che tu non debbi.
E che gli uomini invasino e si confondino, non lo pu meglio dimostrare Tito Livio quando discrive di Alessameno etolo, quando ei volle ammazzare Nabide spartano, di che abbiamo di sopra parlato; che, venuto il tempo della esecuzione, scoperto che egli ebbe ai suoi quello che si aveva a fare, dice Tito Livio queste parole: "Collegit et ipse animum, confusum tantae cogitatione rei". Perch gli  impossibile che alcuno, ancora che di animo fermo, ed uso alla morte degli uomini e adoperare il ferro, non si confunda. Per si debba eleggere uomini isperimentati in tali maneggi, ed a nessuno altro credere, ancora che tenuto animosissimo. Perch, dello animo nelle cose grandi, sanza averne fatto isperienza, non sia alcuno che se ne prometta cosa certa. Pu, adunque, questa confusione o farti cascare l'armi di mano, o farti dire cose che facciano il medesimo effetto. Lucilla, sirocchia di Commodo, ordin che Quinziano lo ammazzassi. Costui aspett Commodo nella entrata dello anfiteatro e con un pugnale ignudo accostandosegli, grid: - Questo ti manda il Senato! - le quali parole fecero che fu prima preso ch'egli avesse calato il braccio per ferire. Messer Antonio da Volterra, diputato, come di sopra si disse, ad ammazzare Lorenzo de' Medici, nello accostarsegli disse: - Ah traditore! - la quale voce fu la salute di Lorenzo, e la rovina di quella congiura. Pu non si dare perfezione alla cosa, quando si congiura contro ad uno capo, per le cagioni dette: ma facilmente non se le d perfezione quando si congiura contro a due capi, anzi  tanto difficile, che gli  quasi impossibile che la riesca. Perch fare una simile azione in uno medesimo tempo in diversi luoghi,  quasi impossibile; perch in diversi tempi non si pu fare, non volendo che l'una guasti l'altra. In modo che, se il congiurare contro ad uno principe  cosa dubbia, pericolosa e poco prudente; congiurare contro a due,  al tutto vana e leggieri. E se non fosse la riverenza dello istorico, io non crederrei mai che fosse possibile quello che Erodiano dice di Plauziano, quando ei commisse a Saturnino centurione, che elli solo ammazzasse Severo ed Antonino, abitanti in diversi paesi: perch la  cosa tanto discosto da il ragionevole che altro che questa autorit non me lo farebbe credere.
Congiurorono certi giovani ateniesi contro a Diocle ed Ippia, tiranni di Atene. Ammazzarono Diocle ed Ippia, che rimase, lo vendic. Chione e Leonide eraclensi e discepoli di Platone, congiurarono contro a Clearco e Satiro, tiranni; ammazzarono Clearco; e Satiro, che rest vivo, lo vendic. Ai Pazzi, pi volte da noi allegati, non successe di ammazzare se non Giuliano. In modo che di simili congiure contro a pi capi, se ne debbe astenere ciascuno, perch non si fa bene n a s n alla patria n ad alcuno: anzi quelli che rimangono, diventono pi insopportabili e pi acerbi; come sa Firenze, Atene ed Eraclea, state da me preallegate.  vero che la congiura che Pelopida fece per liberare Tebe sua patria, ebbe tutte le difficult: nondimeno ebbe felicissimo fine; perch Pelopida non solamente congiur contro a due tiranni, ma contro a dieci, non solamente non era confidente e non gli era facile la entrata a e' tiranni, ma era ribello: nondimanco ei pot venire in Tebe, ammazzare i tiranni, e liberare la patria. Pure nondimanco fece tutto, con l'aiuto d'uno Carione, consigliere de' tiranni, dal quale ebbe l'entrata facile alla esecuzione sua. Non sia alcuno, nondimanco, che pigli lo esemplo da costui: perch come ella fu impresa impossibile, e cosa maravigliosa a riuscire, cos fu, ed  tenuta dagli scrittori, i quali la celebrano, come cosa rara e quasi sanza esemplo. Pu essere interrotta tale esecuzione da una falsa immaginazione o da uno accidente imprevisto che nasca in su 'l fatto. La mattina che Bruto e gli altri congiurati volevano ammazzare Cesare, accadde che quello parl a lungo con Gneo Popilio Lenate, uno de' congiurati; e vedendo gli altri questo lungo parlamento, dubitarono che detto Popilio non rivelasse a Cesare la congiura: e furono per tentare di ammazzare Cesare quivi, e non aspettare che fosse in Senato; ed arebbonlo fatto, se non che il ragionamento fin, e, visto non fare a Cesare moto alcuno istraordinario, si rassicurarono. Sono queste false immaginazioni da considerarle, ed avervi, con prudenza, rispetto; e tanto pi, quanto egli  facile ad averle. Perch chi ha la sua conscienza macchiata, facilmente crede che si parli di lui: puossi sentire una parola, detta ad uno altro fine, che ti faccia perturbare l'animo, e credere che la sia detta sopra il caso tuo, e farti o con la fuga scoprire la congiura da te, o confondere l'azione con acceleralla fuora di tempo. E questo tanto pi facilmente nasce, quando ei sono molti ad essere conscii della congiura.
Quanto alli accidenti, perch sono inisperati, non si pu se non con gli esempli mostrarli, e fare gli uomini cauti secondo quegli. Luzio Belanti da Siena, del quale di sopra abbiamo fatto menzione, per lo sdegno aveva contro a Pandolfo, che gli aveva tolto la figliuola che prima gli aveva data per moglie, diliber d'ammazzarlo, ed elesse questo tempo. Andava Pandolfo quasi ogni giorno a vicitare uno suo parente infermo, e nello andarvi passava dalle case di Iulio. Costui, adunque, veduto questo, ordin di avere i suoi congiurati in casa ad ordine per ammazzare Pandolfo nel passare; e, messisi dentro all'uscio armati, teneva uno alla finestra, che, passando Pandolfo, quando ei fussi presso all'uscio, facessi un cenno. Accadde che, venendo Pandolfo, ed avendo fatto colui il cenno, riscontr uno amico che lo ferm; ed alcuni di quelli che erano con lui, vennono a trascorrere innanzi; e veduto, e sentito il romore d'arme, scopersono l' agguato; in modo che Pandolfo si salv, e Iulio ed i compagni si ebbono a fuggire di Siena. Imped quello accidente di quello scontro quella azione, e fece a Iulio rovinare la sua impresa. Ai quali accidenti, perch e' son rari, non si pu fare alcuno rimedio.  bene necessario esaminare tutti quegli che possono nascere, e rimediarvi.
Restaci al presente, solo a disputare de' pericoli che si corrono dopo la esecuzione: i quali sono solamente uno; e questo , quando e' rimane alcuno che vendichi il principe morto. Possono, adunque, rimanere suoi frategli, o suoi figliuoli, o altri aderenti, a chi si aspetti il principato; e possono rimanere o per tua negligenzia o per le cagioni dette di sopra, che faccino questa vendetta: come intervenne a Giovanni Andrea da Lampognano, il quale, insieme con i suoi congiurati, avendo morto il duca di Milano, ed essendo rimaso uno suo figliuolo e due suoi frategli, furono a tempo a vendicare il morto. E veramente, in questi casi, i congiurati sono scusati, perch non ci hanno rimedio; ma quando ne rimane vivo alcuno, per poca prudenza, o per loro negligenza, allora  che non meritano scusa. Ammazzarono alcuni congiurati Forlivesi il conte Girolamo loro signore, presono la moglie, ed i suoi figliuoli, che erano piccoli; e non parendo loro potere vivere sicuri se non si insignorivano della fortezza, e non volendo il castellano darla loro, Madonna Caterina (che cos si chiamava la contessa) promisse ai congiurati, che, se la lasciavano entrare in quella, di farla consegnare loro, e che ritenessono a presso di loro i suoi figliuoli per istatichi. Costoro, sotto questa fede, ve la lasciarono entrare; la quale, come fu dentro, dalle mura rimprover loro la morte del marito, e minacciogli d'ogni qualit di vendetta. E per mostrare che de' suoi figliuoli non si curava, mostr loro le membra genitali, dicendo che aveva ancora il modo a rifarne. Cos costoro, scarsi di consiglio e tardi avvedutisi del loro errore, con uno perpetuo esilio patirono pena della poca prudenza loro. Ma di tutti i pericoli che possono dopo la esecuzione avvenire, non ci  il pi certo n quello che sia pi da temere, che quando il popolo  amico del principe che tu hai morto: perch a questo i congiurati non hanno rimedio alcuno, perch e' non se ne possono mai assicurare. In esemplo ci  Cesare, il quale, per avere il popolo di Roma amico, fu vendicato da lui; perch, avendo cacciati i congiurati, di Roma, fu cagione che furono tutti, in varii tempi e in varii luoghi, ammazzati.
Le congiure che si fanno contro alla patria sono meno pericolose, per coloro che le fanno, che non sono quelle contro ai principi: perch nel maneggiarle vi sono meno pericoli che in quelle; nello esequirle vi sono quelli medesimi; dopo la esecuzione non ve ne  alcuno. Nel maneggiarle non vi  pericoli molti: perch uno cittadino pu ordinarsi alla potenza sanza manifestare lo animo e disegno suo ad alcuno; e, se quegli suoi ordini non gli sono interrotti, seguire felicemente la impresa sua; se gli sono interrotti con qualche legge, aspettare tempo ed entrare per altra via. Questo s'intende in una republica dove  qualche parte di corrozione; perch, in una non corrotta, non vi avendo luogo nessuno principio cattivo, non possono cadere in uno suo cittadino questi pensieri. Possono, adunque, i cittadini per molti mezzi e molte vie aspirare al principato dove e' non portano pericolo di essere oppressi: s perch le republiche sono pi tarde che uno principe, dubitano meno, e per questo sono manco caute; s perch hanno pi rispetto ai loro cittadini grandi, e per questo quelli sono pi audaci e pi animosi a fare loro contro. Ciascuno ha letto la congiura di Catilina scritta da Sallustio, e sa come, poi che la congiura fu scoperta, Catilina non solamente stette in Roma, ma venne in Senato, e disse villania al Senato ed al Consolo, tanto era il rispetto che quella citt aveva ai suoi cittadini. E partito che fu di Roma, e ch'egli era di gi in su gli eserciti, non si sarebbe preso Lentulo e quelli altri, se non si fossoro avute lettere di loro mano che gli accusavano manifestamente. Annone, grandissimo cittadino in Cartagine, aspirando alla tirannide, aveva ordinato nelle nozze d'una sua figliuola di avvelenare tutto il Senato, e dipoi farsi principe. Questa cosa intesasi, non vi fece il Senato altra provisione che d'una legge, la quale poneva termini alle spese de' conviti e delle nozze: tanto fu il rispetto che gli ebbero alle qualit sue.  bene vero, che nello esequire una congiura contro alla patria, vi  difficult pi, e maggiori pericoli, perch rade volte  che bastino le tue forze proprie conspirando contro a tanti; e ciascuno non  principe d'uno esercito, come era Cesare o Agatocle o Cleomene, e simili, che hanno ad un tratto e con le forze loro occupato la patria. Perch a simili  la via assai facile ed assai sicura, ma gli altri, che non hanno tante aggiunte di forze, conviene che facciano le cose, o con inganno ed arte, o con forze forestiere. Quanto allo inganno ed all'arte, avendo Pisistrato ateniese vinti i Megarensi, e per questo acquistata grazia nel popolo, usc una mattina fuora, ferito, dicendo che la Nobilit per invidia lo aveva ingiuriato, e domand di potere menare armati seco per guardia sua. Da questa autorit facilmente salse a tanta grandezza, che divent tiranno di Atene. Pandolfo Petrucci torn, con altri fuora usciti, in Siena, e gli fu data la guardia della piazza con governo, come cosa mecanica, e che gli altri rifiutarono; nondimanco quelli armati, con il tempo, gli dierono tanta riputazione, che, in poco tempo, ne divent principe. Molti altri hanno tenute altre industrie ed altri modi, e con ispazio di tempo e sanza pericolo vi si sono condotti. Quegli che con forze loro, o con eserciti esterni, hanno congiurato per occupare la patria, hanno avuti varii eventi, secondo la fortuna. Catilina preallegato vi rovin sotto. Annone, di chi di sopra facemo menzione, non gli essendo riuscito il veleno, arm, di suoi partigiani, molte migliaia di persone, e loro ed elli furono morti. Alcuni primi cittadini di Tebe per farsi tiranni chiamorono in aiuto uno esercito spartano, e presono la tirannide di quella citt. Tanto che, esaminate tutte le congiure fatte contro alla patria, non ne troverrai alcuna, o poche, che, nel maneggiarle, siano oppresse; ma tutte, o sono riuscite o sono rovinate, nella esecuzione. Esequite che le sono, ancora non portano altri periculi che si porti la natura del principato in s: perch divenuto che uno  tiranno, ha i suoi naturali ed ordinari pericoli che gli arreca la tirannide, alli quali non ha altri rimedi che si siano di sopra discorsi.
Questo  quanto mi  occorso scrivere delle congiure; e se io ho ragionato di quelle che si fanno con il ferro, e non col veneno, nasce che le hanno tutte uno medesimo ordine. Vero  che quelle del veneno sono pi pericolose, per essere pi incerte, perch non si ha commodit per ognuno; e bisogna conferirlo con chi la ha, e questa necessit del conferire ti fa pericolo. Dipoi, per molte cagioni, uno beveraggio di veleno non pu essere mortale: come intervenne a quelli che ammazzarono Commodo, che, avendo quello ributtato il veleno che gli avevano dato, furono forzati a strangolarlo, se vollono che morisse. Non hanno, pertanto, i principi il maggiore nimico che la congiura: perch, fatta che  una congiura loro contro, o la gli ammazza, o la gli infama. Perch, se la riesce, e' muoiono; se la si scuopre, e loro ammazzino i congiurati, si crede sempre che la sia stata invenzione di quel principe, per isfogare l'avarizia e la crudelt sua contro al sangue e la roba di quegli che egli ha morti. Non voglio per mancare di avvertire quel principe o quella republica contro a chi fosse congiurato, che abbino avvertenza, quando una congiura si manifesta loro, innanzi che facciano impresa di vendicarla, cercare ed intendere molto bene la qualit di essa, e misurino bene le condizioni de' congiurati e le loro; e quando la truovino grossa e potente, non la scuoprino mai, infino a tanto che si siano preparati con forze sufficienti ad opprimerla: altrimenti facendo, scoprirebbono la loro rovina. Per, debbono con ogni industria dissimularla; perch i congiurati, veggendosi scoperti, cacciati da necessit, operano sanza rispetto. In esemplo ci sono i Romani; i quali, avendo lasciate due legioni di soldati a guardia de' Capovani contro ai Sanniti, come altrove dicemo, congiurarono quelli capi delle legioni insieme di opprimere i Capovani: la quale cosa intesasi a Roma, commissono a Rutilio nuovo Consolo che vi provvedesse; il quale, per addormentare i congiurati, pubblic come il Senato aveva raffermo le stanze alle legioni capovane. Il che credendosi quelli soldati, e parendo loro avere tempo ad esequire il disegno loro, non cercarono di accelerare la cosa; e cos stettono infino che cominciarono a vedere che il Consolo gli separava l'uno dall'altro: la quale cosa gener in loro sospetto, fece che si scopersono e mandarono ad esecuzione la voglia loro. N pu essere questo maggiore esemplo nell'una e nell'altra parte: perch per questo si vede, quanto gli uomini sono lenti nelle cose dove credono avere tempo, e quanto e' sono presti dove la necessit gli caccia. N pu uno principe o una republica, che vuole differire lo scoprire una congiura a suo vantaggio, usare termine migliore che offerire, di prossimo, occasione con arte ai congiurati acciocch, aspettando quella, o parendo loro avere tempo, diano tempo a quello o a quella a gastigarli. Chi ha fatto altrimenti, ha accelerato la sua rovina: come fece il duca di Atene, e Guglielmo de' Pazzi. Il duca, diventato tiranno di Firenze, ed intendendo esserli congiurato contro, fece, sanza esaminare altrimenti la cosa, pigliare uno de' congiurati: il che fece subito pigliare l'armi agli altri; e torgli lo stato. Guglielmo, sendo commessario in Val di Chiana nel 1501, ed avendo inteso come in Arezzo era una congiura in favore de' Vitelli per trre quella terra ai Fiorentini, subito se n'and in quella citt, e sanza pensare alle forze de' congiurati o alle sue, e, sanza prepararsi di alcuna forza, con il consiglio del vescovo suo figliuolo, fece pigliare uno de' congiurati: dopo la quale presura, gli altri subito presono l'armi, e tolsono la terra ai Fiorentini; e Guglielmo, di commessario, divent prigione. Ma quando le congiure sono deboli, si possono e debbono sanza rispetto opprimerle. Non  ancora da imitare in alcuno modo due termini usati, quasi contrari l'uno all'altro, l'uno dal prenominato duca di Atene, il quale, per mostrare di credere di avere la benivolenza de' cittadini fiorentini, fece morire uno che gli manifest una congiura; l'altro da Dione siragusano, il quale, per tentare l'animo di alcuno che elli aveva a sospetto, consent a Callippo, nel quale ei confidava, che mostrasse di farli una congiura contro. E tutti a due questi capitorono male: perch l'uno tolse l'animo agli accusatori, e dettelo a chi volesse congiurare, l'altro dette la via facile alla morte sua, anzi fu elli proprio capo della sua congiura; come per isperienza gl'intervenne, perch Callippo, potendo sanza rispetto praticare contro a Dione, pratic tanto che gli tolse lo stato e la vita.

7.

Donde nasce che le mutazioni .
dalla libert alla servit, e dalla servit .
alla libert, alcuna ne  sanza sangue, .
alcuna ne  piena. .


Dubiter forse alcuno donde nasca che molte mutazioni, che si fanno dalla vita libera alla tirannica, e per contrario, alcuna se ne faccia con sangue, alcuna sanza; perch, come per le istorie si comprende, in simili variazioni alcuna volta sono stati morti infiniti uomini, alcuna volta non  stato ingiurato alcuno: come intervenne nella mutazione che fe' Roma dai Re a' Consoli, dove non furono cacciati altri che i Tarquinii, fuora della offensione di qualunque altro. Il che depende da questo: perch quello stato che si muta, nacque con violenza, o no: e perch, quando e' nasce con violenza, conviene nasca con ingiuria di molti,  necessario poi, nella rovina sua, che gl'ingiuriati si voglino vendicare; e da questo desiderio di vendetta nasce il sangue e la morte degli uomini. Ma quando quello stato  causato da uno comune consenso d'una universalit che lo ha fatto grande, non ha cagione poi, quando rovina detta universalit, di offendere altri che il capo. E di questa sorte fu lo stato di Roma, e la cacciata de' Tarquinii; come fu ancora in Firenze lo stato de' Medici, che poi nelle rovine loro, nel 1494, non furono offesi altri che loro. E cos tali mutazioni non vengono ad essere molto pericolose: ma sono bene pericolosissime quelle che sono fatte da quegli che si hanno a vendicare; le quali furono sempre mai di sorte, da fare, non che altro, sbigottire chi le legge. E perch di questi esempli ne sono piene le istorie, io le voglio lasciare indietro.

8.

Chi vuole alterare una republica, .
debbe considerare il suggetto di quella. .


Egli si  di sopra discorso, come uno tristo cittadino non pu male operare in una republica che non sia corrotta: la quale conclusione si fortifica, oltre alle ragioni che allora si dissono, con lo esemplo di Spurio Cassio e di Manlio Capitolino. Il quale Spurio, essendo uomo ambizioso, e volendo pigliare autorit istraordinaria in Roma, e guadagnarsi la plebe con il fargli molti beneficii, come era dividergli quegli campi che i Romani avevano tolto agli Ernici; fu scoperta dai Padri questa sua ambizione, ed in tanto recata a sospetto, che, parlando egli al popolo, ed offerendo di darli quelli danari che si erano ritratti dei grani che il publico aveva fatti venire di Sicilia, al tutto gli recus, parendo a quello che Spurio volessi dare loro il prezzo della loro libert. Ma se tale popolo fusse stato corrotto, non arebbe recusato detto prezzo, e gli arebbe aperta alla tirannide quella via che gli chiuse. Fa molto maggiore essemplo di questo, Manlio Capitolino: perch mediante costui si vede quanta virt d'animo e di corpo, quante buone opere fatte in favore della patria, cancella dipoi una brutta cupidit di regnare: la quale, come si vede, nacque in costui per la invidia che lui aveva degli onori erano fatti a Cammillo; e venne in tanta cecit di mente, che, non pensando al modo del vivere della citt, non esaminando il suggetto, quale esso aveva, non atto a ricevere ancora trista forma, si misse a fare tumulti in Roma contro al Senato e contro alle leggi patrie. Dove si conosce la perfezione di quella citt, e la bont della materia sua: perch nel caso suo nessuno della Nobilit, come che fossero agrissimi difensori l'uno dell'altro, si mosse a favorirlo; nessuno de' parenti fece impresa in suo favore: e con gli altri accusati solevano comparire, sordidati, vestiti di nero, tutti mesti per accattare misericordia in favore dello accusato, e con Manlio non se ne vide alcuno. I Tribuni della plebe, che solevano sempre favorire le cose che pareva venissono in beneficio del popolo; e quanto erano pi contro a' nobili, tanto pi le tiravano innanzi; in questo caso si unirono co' nobili, per opprimere una comune peste. Il popolo di Roma desiderosissimo dell'utile proprio, ed amatore delle cose che venivano contro alla Nobilit, avvenga che facesse a Manlio assai favori, nondimeno, come i Tribuni lo citarono, e che rimessono la causa sua al giudicio del popolo, quel popolo, diventato di difensore giudice, sanza rispetto alcuno lo condann a morte. Pertanto io non credo che sia esemplo in questa istoria, pi atto a mostrare la bont di tutti gli ordini di quella Republica, quanto  questo; veggendo che nessuno di quella citt si mosse a difendere uno cittadino pieno d'ogni virt, e che publicamente e privatamente aveva fatte moltissime opere laudabili. Perch in tutti loro pot pi lo amore della patria che alcuno altro rispetto; e considerarono molto pi a' pericoli presenti che da lui dependevano che a' meriti passati: tanto che con la morte sua e' si liberarono. E Tito Livio dice: "Hunc exitum habuit vir, nisi in libera civitate natus esset, memorabilis". Dove sono da considerare due cose: l'una, che per altri modi si ha a cercare gloria in una citt corrotta, che in una che ancora viva politicamente; l'altra (che  quasi quel medesimo che la prima), che gli uomini nel procedere loro,  tanto pi nelle azioni grandi, debbono considerare i tempi, e accommodarsi a quegli.
E coloro che, per cattiva elezione o per naturale inclinazione, si discordono dai tempi, vivono, il pi delle volte, infelici, ed hanno cattivo esito le azioni loro, al contrario l'hanno quegli che si concordano col tempo. E sanza dubbio, per le parole preallegate dello istorico, si pu conchiudere, che, se Manlio fusse nato ne' tempi di Mario e di Silla, dove gi la materia era corrotta e dove esso arebbe potuto imprimere la forma dell'ambizione sua, arebbe avuti quegli medesimi sguiti e successi che Mario e Silla, e gli altri poi, che, dopo loro, alla tirannide aspirarono. Cos medesimamente, se Silla e Mario fussono stati ne' tempi di Manlio, sarebbero stati, in tra le prime loro imprese, oppressi. Perch un uomo pu bene cominciare con suoi modi e con suoi tristi termini a corrompere uno popolo di una citt, ma gli  impossibile che la vita d'uno basti a corromperla in modo che egli medesimo ne possa trarre frutto; e quando bene e' fussi possibile, con lunghezza di tempo, che lo facesse, sarebbe impossibile, quanto al modo del procedere degli uomini, che sono impazienti, e non possono lungamente differire una loro passione. Appresso, s'ingannano nelle cose loro, ed in quelle, massime, che desiderono assai; talch, o per poca pazienza o per ingannarsene, entrerebbero in impresa contro a tempo, e capiterebbono male. Per  bisogno, a volere pigliare autorit in una republica e mettervi trista forma, trovare la materia disordinata dal tempo, e che, a poco a poco, e di generazione in generazione, si sia condotta al disordine: la quale vi si conduce di necessit, quando la non sia, come di sopra si discorse, spesso rinfrescata di buoni esempli, o con nuove leggi ritirata verso i principii suoi. Sarebbe, dunque, stato Manlio uno uomo raro e memorabile, se e' fussi nato in una citt corrotta. E per debbeno i cittadini che nelle republiche fanno alcuna impresa o in favore della libert o in favore della tirannide, considerare il suggetto che eglino hanno, e giudicare da quello la difficult delle imprese loro. Perch tanto  difficile e pericoloso volere fare libero uno popolo che voglia vivere servo, quanto  volere fare servo uno popolo che voglia vivere libero. E perch di sopra si dice, che gli uomini nell'operare debbono considerare le qualit de' tempi e procedere secondo quegli, ne parlereno a lungo nel sequente capitolo.

9.

Come conviene variare co' tempi .
volendo sempre avere buona fortuna. .


Io ho considerato pi volte come la cagione della trista e della buona fortuna degli uomini  riscontrare il modo del procedere suo con i tempi: perch e' si vede che gli uomini nelle opere loro procedono, alcuni con impeto, alcuni con rispetto e con cauzione. E perch nell'uno e nell'altro di questi modi si passano e' termini convenienti, non si potendo osservare la vera via, nell'uno e nell'altro si erra. Ma quello viene ad errare meno, ed avere la fortuna prospera, che riscontra, come ho detto, con il suo modo il tempo, e sempre mai si procede, secondo ti sforza la natura. Ciascuno sa come Fabio Massimo procedeva con lo esercito suo rispettivamente e cautamente, discosto da ogni impeto e da ogni audacia romana, e la buona fortuna fece che questo suo modo riscontr bene con i tempi. Perch, sendo venuto Annibale in Italia, giovane e con una fortuna fresca, ed avendo gi rotto il popolo romano due volte; ed essendo quella republica priva quasi della sua buona milizia, e sbigottita; non potette sortire migliore fortuna, che avere uno capitano il quale, con la sua tardit e cauzione, tenessi a bada il nimico. N ancora Fabio potette riscontrare tempi pi convenienti a' modi suoi: di che ne nacque che fu glorioso. E che Fabio facessi questo per natura, e non per elezione, si vide, che, volendo Scipione passare in Affrica con quegli eserciti per ultimare la guerra, Fabio la contradisse assai, come quello che non si poteva spiccare da' suoi modi e dalla consuetudine sua; talch, se fusse stato a lui Annibale sarebbe ancora in Italia; come quello che non si avvedeva che gli erano mutati i tempi, e che bisognava mutare modo di guerra. E se Fabio fusse stato re di Roma, poteva facilmente perdere quella guerra; perch non arebbe saputo variare, col procedere suo, secondo che variavono i tempi: ma essendo nato in una republica dove erano diversi cittadini e diversi umori, come la ebbe Fabio, che fu ottimo ne' tempi debiti a sostenere la guerra, cos ebbe poi Scipione, ne' tempi atti a vincerla.
Quinci nasce che una republica ha maggiore vita, ed ha pi lungamente buona fortuna, che uno principato, perch la pu meglio accomodarsi alla diversit de' temporali, per la diversit de' cittadini che sono in quella, che non pu uno principe. Perch un uomo che sia consueto a procedere in uno modo, non si muta mai, come  detto; e conviene di necessit che, quando e' si mutano i tempi disformi a quel suo modo, che rovini.
Piero Soderini, altre volte preallegato, procedeva in tutte le cose sue con umanit e pazienza. Prosper egli e la sua patria, mentre che i tempi furono conformi al modo del procedere suo: ma come e' vennero dipoi tempi dove e' bisognava rompere la pazienza e la umilt, non lo seppe fare; talch insieme con la sua patria rovin. Papa Iulio II procedette in tutto il tempo del suo pontificato con impeto e con furia; e perch gli tempi l'accompagnarono bene gli riuscirono le sua imprese tutte. Ma se fossero venuti altri tempi che avessono ricerco altro consiglio, di necessit rovinava; perch no arebbe mutato n modo n ordine nel maneggiarsi. E che noi non ci possiamo mutare, ne sono cagioni due cose: l'una, che noi non ci possiamo opporre a quello che ci inclina la natura; l'altra, che, avendo uno con uno modo di procedere prosperato assai, non  possibile persuadergli che possa fare bene a procedere altrimenti: donde ne nasce che in uno uomo la fortuna varia, perch ella varia i tempi, ed elli non varia i modi. Nascene ancora le rovine delle cittadi, per non si variare gli ordini delle republiche co' tempi; come lungamente di sopra discorremo: ma sono pi tarde, perch le penono pi a variare, perch bisogna che venghino tempi che commuovino tutta la republica, a che uno solo, col variare il modo del procedere, non basta.
E perch noi abbiamo fatto menzione di Fabio Massimo che tenne a bada Annibale, mi pare da discorrere nel capitolo sequente, se uno capitano, volendo fare la giornata in ogni modo col nimico, pu essere impedito, da quello, che non lo faccia.

10.

Che uno capitano .
non pu fuggire la giornata, .
quando l'avversario la vuol fare .
in ogni modo. .


"Cneus Sulpitius dictator adversus Gallos bellum trahebat, nolens se fortunae committere adversus hostem, quem tempus deteriorem in dies, et locus alienus, faceret". Quando e' sguita uno errore, dove tutti gli uomini o la maggiore parte s'ingannino, io non credo che sia male molte volte riprovarlo. Pertanto, come che io abbia di sopra pi volte mostro quanto le azioni circa le cose grandi sieno disformi a quelle delli antichi tempi, nondimeno non mi pare superfluo al presente replicarlo. Perch, se in alcuna parte si devia dagli antichi ordini si devia massime nelle azioni militari, dove al presente non  osservata alcuna di quelle cose che dagli antichi erano stimate assai. Ed  nato questo inconveniente, perch le republiche ed i principi hanno imposta questa cura ad altrui; e per fuggire i pericoli si sono discostati da questo esercizio: e se pure si vede qualche volta uno re de' tempi nostri andare in persona, non si crede, per, che da lui nasca altri modi che meritino pi laude. Perch quello esercizio, quando pure lo fanno, lo fanno a pompa, e non per alcuna altra laudabile cagione. Pure, questi fanno minori errori rivedendo i loro eserciti qualche volta in viso, tenendo a presso di loro il titolo dello imperio, che non fanno le republiche, e massime le italiane; le quali, fidandosi d'altrui, n s'intendendo in alcuna cosa di quello che appartenga alla guerra; e, dall'altro canto, volendo, per parere d'essere loro il principe, deliberarne, fanno in tale deliberazione mille errori. E bench di alcuno ne abbi discorso altrove, voglio al presente non ne tacere uno importantissimo. Quando questi principi oziosi, o republiche effeminate, mandono fuora uno loro capitano, la pi savia commissione che paia loro dargli,  quando gl'impongono che per alcuno modo venga a giornata, anzi, sopra ogni cosa, si guardi dalla zuffa; e parendo loro, in questo, imitare la prudenza di Fabio Massimo, che, differendo il combattere, salv lo stato ai Romani, non intendono che, la maggiore parte delle volte, questa commissione  nulla o  dannosa. Per che si debbe pigliare questa conclusione: che uno capitano, che voglia stare alla campagna, non pu fuggire la giornata, qualunque volta il nemico la vuole fare in ogni modo. E non  altro questa commissione che dire: fa' la giornata a posta del nimico, e non a tua. Perch a volere stare in campagna, e non fare la giornata, non ci  altro rimedio sicuro che porsi cinquanta miglia almeno discosto al nimico; e di poi tenere buone spie, che, venendo quello verso di te, tu abbi tempo a discostarti. Uno altro partito ci ; inchiudersi in una citt. E l'uno e l'altro di questi due partiti  dannosissimo. Nel primo si lascia in preda il paese suo al nimico; ed uno principe valente vorr pi tosto tentare la fortuna della zuffa, che allungare la guerra con tanto danno de' sudditi. Nel secondo partito  la perdita manifesta; perch e' conviene che, riducendoti con uno esercito in una citt, tu venga ad essere assediato, ed in poco tempo patire fame, e venire a dedizione. Talch fuggire la giornata, per queste due vie,  dannosissimo. Il modo che tenne Fabio Massimo, di stare ne' luoghi forti,  buono quando tu hai s virtuoso esercito, che il nimico non abbia ardire di venirti a trovare dentro a' tuoi vantaggi. N si pu dire che Fabio fuggissi la giornata, ma pi tosto che la volessi fare a suo vantaggio. Perch, se Annibale fusse ito a trovarlo, Fabio l'arebbe aspettato, e fatto la giornata seco: ma Annibale non ard mai di combattere con lui a modo di quello. Tanto che la giornata fu fuggita cos da Annibale come da Fabio: ma se uno di loro l'avessi voluta fare in ogni modo, l'altro non vi aveva se non uno de' tre rimedi; i due sopradetti, o fuggirsi.
E che questo che io dico sia vero, si vede manifestamente con mille esempli, e massime nella guerra che i Romani feciono con Filippo di Macedonia, padre di Perse: perch Filippo, sendo assaltato dai Romani, deliber non venire alla zuffa; e, per non vi venire, volle fare prima come aveva fatto Fabio Massimo in Italia; e si pose con il suo esercito sopra la sommit d'uno monte, dove si afforz assai, giudicando ch'e' Romani non avessero ardire di andare a trovarlo. Ma, andativi e combattutolo, lo cacciarono di quel monte; ed egli, non potendo resistere, si fugg con la maggiore parte delle genti. E quel che lo salv che non fu consumato in tutto, fu la iniquit del paese, qual fece che i Romani non poterono seguirlo. Filippo, adunque, non volendo azzuffarsi, ed essendosi posto con il campo presso a' Romani, si ebbe a fuggire; ed avendo conosciuto per questa isperienza, come, non volendo combattere, non gli bastava stare sopra i monti, e nelle terre non volendo rinchiudersi, deliber pigliare l'altro modo, di stare discosto molte miglia al campo romano. Donde, se i Romani erano in una provincia, e' se ne andava nell'altra, e cos sempre, donde i Romani partivano esso entrava. E veggendo, alla fine, come nello allungare la guerra per questa via, le sue condizioni peggioravano, e che i suoi suggetti ora da lui ora dai nimici erano oppressi, deliber di tentare la fortuna della zuffa; e cos venne con i Romani ad una giornata giusta.  utile adunque non combattere, quando gli eserciti hanno queste condizioni che aveva lo esercito di Fabio, e che ora ha quello di Gneo Sulpizio, cio avere uno esercito s buono, che il nimico non ardisca venirti a trovare drento alle fortezze tue; e che il nimico sia in casa tua sanza avere preso molto pi, dove e' patisca necessit del vivere. Ed  in questo caso il partito utile, per le ragioni che dice Tito Livio: "nolens se fortunae committere adversus hostem, quem tempus deteriorem in dies, et locus alienus, faceret". Ma in ogni altro termine non si pu fuggire giornata, se non con tuo disonore e pericolo. Perch fuggirsi, come fece Filippo,  come essere rotto; e con pi vergogna, quanto meno si  fatto pruova della tua virt. E se a lui riusc salvarsi, non riuscirebbe ad uno altro che non fussi aiutato dal paese come egli. Che Annibale non fussi maestro di guerra, alcuno mai non lo dir ed essendo allo incontro di Scipione in Affrica, s'egli avessi veduto vantaggio in allungare la guerra, ei lo arebbe fatto; e per avventura, sendo lui buono capitano, ed avendo buono esercito, lo arebbe potuto fare, come fece Fabio in Italia: ma non lo avendo fatto, si debbe credere che qualche cagione importante lo movessi. Perch uno principe che abbi uno esercito messo insieme, e vegga che per difetto di danari o d'amici e' non pu tenere lungamente tale esercito,  matto al tutto se non tenta la fortuna innanzi che tale esercito si abbia a risolvere: perch, aspettando e' perde il certo; tentando, potrebbe vincere.
Un'altra cosa ci  ancora da stimare assai: la quale  che si debbe, eziandio perdendo, volere acquistare gloria; e pi gloria si ha, ad essere vinto per forza, che per altro inconveniente che ti abbi fatto perdere. S che Annibale doveva essere constretto da queste necessit. E dall'altro canto, Scipione, quando Annibale avessi differita la giornata, e non gli fusse bastato l'animo irlo a trovare ne' luoghi forti, non pativa, per avere di gi vinto Siface ed acquistato tante terre in Affrica, che vi poteva stare sicuro e con commodit come in Italia. Il che non interveniva ad Annibale, quando era all'incontro di Fabio; n a questi Franciosi, che erano allo incontro di Sulpizio.
Tanto meno ancora pu fuggire la giornata colui che con lo esercito assalta il paese altrui; perch, se vuole entrare nel paese del nimico, gli conviene, quando il nimico se gli facci incontro, azzuffarsi seco, e se si pone a campo ad una terra, si obliga tanto pi alla zuffa: come ne' tempi nostri intervenne al duca Carlo di Borgogna, che, sendo accampato a Moratto, terra de' Svizzeri, fu da' Svizzeri assaltato e rotto, e come intervenne allo esercito di Francia, che, campeggiando Novara, fu medesimamente da' Svizzeri rotto.

11.

Che chi ha a fare con assai, .
ancora che sia inferiore, .
pure che possa sostenere gli primi impeti, .
vince. .


La potenza de' Tribuni della plebe nella citt di Roma fu grande; e fu necessaria, come molte volte da noi  stato discorso, perch altrimenti non si sarebbe potuto porre freno all'ambizione della Nobilit, la quale arebbe molto tempo innanzi corrotta quella republica, che la non si corroppe. Nondimeno, perch in ogni cosa, come altre volte si  detto,  nascoso qualche proprio male, che fa surgere nuovi accidenti,  necessario a questo con nuovi ordini provvedere. Essendo, pertanto, divenuta l'autorit tribunizia insolente, e formidabile alla Nobilit e a tutta Roma, e' ne sarebbe nato qualche inconveniente, dannoso alla libert romana, se da Appio Claudio non fosse stato mostro il modo con il quale si avevano a difendere contro all'ambizione de' Tribuni: il quale fu che trovarono sempre infra loro qualcuno che fussi, o pauroso, o corrottibile, o amatore del comune bene; talmente che lo disponevano ad opporsi alla volont di quegli altri, che volessono tirare innanzi alcuna deliberazione contro alla volont del Senato. Il quale rimedio fu un grande temperamento a tanta autorit, e per molti tempi giov a Roma. La quale cosa mi ha fatto considerare che, qualunche volta e' sono molti potenti uniti contro a un altro potente ancora che tutti insieme siano molto pi potenti di quello, nondimanco si debbe sempre sperare pi in quel solo e men gagliardo che in quelli assai, ancora che gagliardissimi. Perch, lasciando stare tutte quelle cose delle quali uno solo si pu, pi che molti, prevalere (che sono infinite), sempre occorrer questo: che potr, usando un poco d'industria, disunire gli assai; e quel corpo, ch'era gagliardo, fare debole. Io non voglio in questo addurre antichi esempli, che ce ne sarebbono assai; ma voglio mi bastino i moderni, seguiti ne' tempi nostri.
Congiur nel 1483 tutta Italia contro ai Viniziani; e poich loro al tutto erano persi, e non potevano stare pi con lo esercito in campagna, corruppono il signor Lodovico che governava Milano, e per tale corrozione feciono uno accordo, nel quale non solamente riebbono le terre perse ma usurparono parte dello stato di Ferrara. E cos coloro che perdevano nella guerra, restarono superiori nella pace. Pochi anni sono, congiur contro a Francia tutto il mondo: nondimeno, avanti che si vedesse il fine della guerra, Spagna si ribell da' confederati, e fece accordo seco; in modo che gli altri confederati furono constretti, poco dipoi, ad accordarsi ancora essi. Talch, sanza dubbio, si debbe sempre mai fare giudicio, quando e' si vede una guerra mossa da molti contro ad uno, che quello uno abbia a restare superiore, quando sia di tale virt, che possa sostenere i primi impeti, e col temporeggiarsi aspettare tempo. Perch, quando ei non fosse cos, porterebbe mille pericoli: come intervenne a' Viniziani nell'otto, i quali, se avessero potuto temporeggiare con lo esercito francioso, ed avere tempo a guadagnarsi alcuno di quegli che gli erano collegati contro, averiano fuggita quella rovina; ma, non avendo virtuose armi da potere temporeggiare il nimico, e per questo non avendo avuto tempo a separarne alcuno, rovinarono. Per che si vide che il Papa, riavuto ch'egli ebbe le cose sue, si fece loro amico, e cos Spagna: e molto volentieri l'uno e l'altro di questi due principi arebbero salvato loro lo stato di Lombardia contro a Francia, per non la fare s grande in Italia, se gli avessono potuto. Potevano, dunque, i Viniziani dare parte per salvare il resto: il che se loro avessono fatto in tempo che paressi che la non fussi stata necessit, ed innanzi ai moti della guerra, era savissimo partito; ma in su' moti era vituperoso, e per avventura di poco profitto. Ma, innanzi a tali moti, pochi in Vinegia de' cittadini potevano vedere il pericolo, pochissimi vedere il rimedio, e nessuno consigliarlo. Ma, per tornare al principio di questo discorso, conchiudo: che cos come il Senato romano ebbe rimedio per la salute della patria contro all'ambizione de' Tribuni, per essere molti, cos ar rimedio qualunque principe che sia assaltato da molti, qualunque volta ei sapr con prudenza usare termini convenienti a disgiungerli.

12.

Come uno capitano prudente .
debbe imporre ogni necessit .
di combattere a' suoi soldati, .
e, a quegli degli inimici, torla. .


Altre volte abbiamo discorso quanto sia utile alle umane azioni la necessit, ed a quale gloria siano sute condutte da quella; e, come da alcuni morali filosofi  stato scritto, le mani e la lingua degli uomini, duoi nobilissimi instrumenti a nobilitarlo, non arebbero operato perfettamente, n condotte le opere umane a quella altezza si veggono condotte, se dalla necessit non fussoro spinte. Sendo conosciuta, adunque, dagli antichi capitani degli eserciti la virt di tale necessit, e quanto per quella gli animi de' soldati diventavono ostinati al combattere; facevano ogni opera perch i soldati loro fussero constretti da quella; e, dall'altra parte, usavono ogni industria perch gli nimici se ne liberassero: e per questo molte volte apersono al nimico quella via che loro gli potevano chiudere; ed a' suoi soldati propri chiusono quella che potevano lasciare aperta. Quello, adunque, che desidera o che una citt si defenda ostinatamente, o che uno esercito in campagna ostinatamente combatta, debbe, sopra ogni altra cosa, ingegnarsi di mettere, ne' petti di chi ha a combattere, tale necessit. Onde uno capitano prudente, che avesse a andare ad una espugnazione d'una citt, debbe misurare la facilit o la difficult dello espugnarla, dal conoscere e considerare quale necessit constringa gli abitatori di quella a difendersi: e quando vi truovi assai necessit che gli constringa alla difesa, giudichi la espugnazione difficile; altrimenti, la giudichi facile. Quinci nasce che le terre, dopo la rebellione, sono pi difficili ad acquistare, che le non sono nel primo acquisto; perch, nel principio, non avendo cagione di temere di pena, per non avere offeso, si arrendono facilmente; ma parendo loro, sendosi dipoi ribellate, avere offeso, e per questo temendo la pena, diventono difficili ad essere espugnate. Nasce ancora tale ostinazione da e' naturali odii che hanno i principi vicini, e le republiche vicine, l'uno con l'altro: il che procede da ambizione di dominare e gelosia del loro stato, massimamente se le sono republiche, come interviene in Toscana; la quale gara e contenzione ha fatto e far sempre difficile la espugnazione l'una dell'altra. Pertanto, chi considera bene i vicini della citt di Firenze ed i vicini della citt di Vinegia, non si maraviglier, come molti fanno, che Firenze abbia pi speso nelle guerre, ed acquistato meno di Vinegia: perch tutto nasce da non avere avuto i Viniziani le terre vicine s ostinate alla difesa, quanto ha avuto Firenze; per essere state tutte le cittadi finitime a Vinegia use a vivere sotto uno principe, e non libere; e quegli che sono consueti a servire, stimono molte volte poco il mutare padrone, anzi molte volte lo desiderano. Talch Vinegia, bench abbia avuto i vicini pi potenti che Firenze, per avere trovato le terre meno ostinate, le ha potuto pi tosto vincere, che non ha fatto quella sendo circundata da tutte citt libere.
Debbe adunque uno capitano, per tornare al primo discorso, quando egli assalta una terra, con ogni diligenza ingegnarsi di levare, a' difensori di quella, tale necessit, e, per consequenzia, tale ostinazione; promettendo perdono, se gli hanno paura della pena; e se gli avessono paura della libert, mostrare di non andare contro al comune bene, ma contro a pochi ambiziosi della citt; la quale cosa molte volte ha facilitato le imprese e le espugnazioni delle terre. E bench simili colori sieno facilmente conosciuti, e massime dagli uomini prudenti; nondimeno vi sono spesso ingannati i popoli, i quali, cupidi della presente pace, chiuggono gli occhi a qualunque altro laccio che sotto le larghe promesse si tendesse. E per questa via infinite citt sono diventate serve: come intervenne a Firenze ne' prossimi tempi; e come intervenne a Crasso ed allo esercito suo: il quale, come che conoscesse le vane promesse de' Parti, le quali erano fatte per trre via la necessit a' suoi soldati del difendersi, non per tanto non potette tenergli ostinati, accecati dalle offerte della pace che erano fatte loro da' loro inimici; come si vede particularmente leggendo la vita di quello. Dico pertanto, che avendo i Sanniti, fuora delle convenzioni dello accordo, per l'ambizione di pochi, corso e predato sopra i campi de' confederati romani; ed avendo dipoi mandati imbasciadori a Roma a chiedere pace, offerendo di ristituire le cose predate, e di dare prigioni gli autori de' tumulti e della preda; furono ributtati dai Romani. E ritornati in Sannio sanza speranza di accordo, Claudio Ponzio, capitano allora dello esercito de' Sanniti, con una sua notabile orazione mostr come i Romani volevono in ogni modo guerra, e, bench per loro si desiderasse la pace, necessit gli faceva seguire la guerra dicendo queste parole: "Iustum est bellum quibus necessarium, et pia arma quibus nisi in armis spes est"; sopra la quale necessit egli fond con gli suoi soldati la speranza della vittoria. E per non avere a tornare pi sopra questa materia, mi pare di addurci quelli esempli romani che sono pi degni di notazione. Era Gaio Manilio con lo esercito, all'incontro de' Veienti; ed essendo parte dello esercito veientano entrato dentro agli steccati di Manilio, corse Manilio con una banda al soccorso di quegli; e perch i Veienti non potessino salvarsi, occup tutti gli aditi del campo; donde veggendosi i Veienti rinchiusi, cominciarono a combattere con tanta rabbia, che gli ammazzarono Manilio; ed arebbero tutto il resto de' Romani oppressi, se dalla prudenza d'uno Tribuno non fusse stato loro aperta la via ad andarsene. Dove si vede come, mentre la necessit costrinse i Veienti a combattere, e' combatterono ferocissimamente; ma quando viddero aperta la via, pensarono pi a fuggire che a combattere.
Erano entrati i Volsci e gli Equi con gli eserciti loro ne' confini romani. Mandossi loro allo incontro i Consoli. Talch, nel travagliare la zuffa, lo esercito de' Volsci, del quale era capo Vezio Messio, si trov, ad un tratto, rinchiuso intra gli steccati suoi, occupati dai Romani, e l'altro esercito romano; e veggendo come gli bisognava o morire o farsi la via con il ferro, disse a' suoi soldati queste parole: "Ite mecum; non murus nec vallum, armati armatis obstant; virtute pares, quae ultimum ac maximum telum est, necessitate superiores estis". S che questa necessit  chiamata da Tito Livio "ultimum ac maximum telum". Cammillo, prudentissimo di tutti i capitani romani, sendo gi dentro nella citt de' Veienti con il suo esercito, per facilitare il pigliare quella, e trre ai nimici una ultima necessit di difendersi, comand, in modo che i Veienti udirono, che nessuno offendessi quegli che fussono disarmati; talch, gittate l'armi in terra, si prese quella citt quasi sanza sangue. Il quale modo fu dipoi da molti capitani osservato.

13.

Dove sia pi da confidare, .
o in uno buono capitano .
che abbia lo esercito debole, .
o in uno buono esercito che abbia .
il capitano debole. .


Essendo diventato Coriolano esule di Roma, se n'and ai Volsci; dove contratto uno esercito per vendicarsi contro ai suoi cittadini, se ne venne a Roma; donde dipoi si part, pi per la piat della sua madre, che per le forze de' Romani. Sopra il quale luogo Tito Livio dice, essersi per questo conosciuto, come la Republica romana crebbe pi per la virt de' capitani che de' soldati; considerato come i Volsci per lo addietro erano stati vinti, e solo poi avevano vinto che Coriolano fu loro capitano. E bench Livio tenga tale opinione, nondimeno si vede in molti luoghi della sua istoria la virt de' soldati sanza capitano avere fatto maravigliose pruove, ed essere stati pi ordinati e pi feroci dopo la morte de' Consoli loro, che innanzi che morissono: come occorse nello esercito che i Romani avevano in Ispagna sotto gli Scipioni; il quale, morti i due capitani, pot, con la virt sua, non solamente salvare s stesso, ma vincere il nimico, e conservare quella provincia alla Republica. Talch, discorrendo tutto, si troverr molti esempli, dove solo la virt de' soldati ar vinta la giornata; e molti altri, dove solo la virt de' capitani ar fatto il medesimo effetto: in modo che si pu giudicare, l'uno abbia bisogno dell'altro, e l'altro dell'uno.
cci bene da considerare, prima, quale sia pi da temere, o d'uno buono esercito male capitanato, o d'uno buono capitano accompagnato da cattivo esercito. E seguendo in questo la opinione di Cesare, si debbe estimare poco l'uno e l'altro. Perch, andando egli in Ispagna contro a Afranio e Petreio, che avevano uno ottimo esercito, disse che gli stimava poco, "quia ibat ad exercitum sine duce", mostrando la debolezza de' capitani. Al contrario, quando and in Tessaglia contro a Pompeio, disse: "Vado ad ducem sine exercitu".
Puossi considerare un'altra cosa: a quale  pi facile, o ad uno buono capitano fare uno buono esercito, o ad uno buono esercito fare uno buono capitano. Sopra che dico che tale questione pare decisa: perch pi facilmente molti buoni troverranno o instruiranno uno, tanto che diventi buono, che non far uno molti. Lucullo, quando fu mandato contro a Mitridate, era al tutto inesperto della guerra; nondimanco quel buono esercito, dove era assai capi ottimi, lo feciono tosto uno buono capitano. Armorono i Romani, per difetto di uomini, assai servi, e gli dieno ad esercitare a Sempronio Gracco, il quale in poco tempo fece uno buon esercito. Pelopida ed Epaminonda, come altrove dicemo, poi che gli ebbono tratta Tebe loro patria della servit degli Spartani, in poco tempo fecero, de' contadini tebani, soldati ottimi, che poterono non solamente sostenere la milizia spartana ma vincerla. S che la cosa  pari, perch l'uno buono pu trovare l'altro. Nondimeno uno esercito buono sanza capo buono suole diventare insolente e pericoloso; come divent lo esercito di Macedonia dopo la morte di Alessandro, e come erano i soldati veterani nelle guerre civili. Tanto che io credo che sia pi da confidare assai in uno capitano che abbi tempo ad instruire uomini e commodit di armargli, che in uno esercito insolente con uno capo tumultuario fatto da lui. Per  da addoppiare la gloria e la laude a quelli capitani che, non solamente hanno avuto a vincere il nimico, ma, prima che venghino alle mani con quello,  convenuto loro instruire lo esercito loro, e farlo buono: perch in questi si mostra doppia virt, e tanto rada, che, se tale ferit fosse stata data a molti, ne sarebbono stimati e riputati meno assai che non sono.

14.

Le invenzioni nuove, .
che appariscono nel mezzo della zuffa, .
e le voci nuove che si odino, .
quali effetti facciano. .


Di quanto momento sia ne' conflitti e nelle zuffe uno nuovo accidente che nasca per cosa che di nuovo si vegga o oda, si dimostra in assai luoghi: e massime per questo esemplo che occorse nella zuffa che i Romani fecero con i Volsci: dove Quinzio, veggendo inclinare uno de' corni del suo esercito, cominci a gridare forte, che gli stessono saldi perch l'altro corno dello esercito era vittorioso: con la quale parola avendo dato animo ai suoi e sbigottimento a' nimici, vinse. E se tali voci in uno esercito bene ordinato fanno effetti grandi, in uno tumultuario e male ordinato gli fanno grandissimi, perch il tutto  mosso da simile vento. Io ne voglio addurre uno esemplo notabile, occorso ne' tempi nostri. Era la citt di Perugia, pochi anni sono, divisa in due parti, Oddi e Baglioni. Questi regnavano; quelli altri erano esuli: i quali avendo, mediante loro amici, ragunato esercito, e ridottisi in alcuna loro terra propinqua a Perugia, con il favore della parte, una notte entrarono in quella citt, e, sanza essere iscoperti, se ne venivano per pigliare la piazza. E perch quella citt in su tutti i canti delle vie ha catene che la tengono sbarrata, avevano le genti oddesche, davanti, uno che con una mazza di ferro rompea i serrami di quelle, acciocch i cavagli potessero passare; e restandogli a rompere solo quella che sboccava in piazza, ed essendo gi levato il romore all'armi, ed essendo colui che rompeva oppresso dalla turba che gli veniva dietro, n potendo per questo alzare bene le braccia per rompere; per potersi maneggiare, gli venne detto: - Fatevi indietro! - la quale voce andando di grado in grado dicendo "addietro!", cominci a fare fuggire gli ultimi, e di mano in mano gli altri, con tanta furia, che per loro medesimi si ruppono: e cos rest vano il disegno degli Oddi, per cagione di s debole accidente.
Dove  da considerare che, non tanto gli ordini in uno esercito sono necessari per potere ordinatamente combattere quanto perch ogni minimo accidenti non ti disordini. Perch, non per altro le moltitudini popolari sono disutili per la guerra, se non perch ogni romore ogni voce, ogni strepito, gli altera e fagli fuggire. E per uno buono capitano in tra gli altri suoi ordini debbe ordinare chi sono quegli che abbino a pigliare la sua voce e rimetterla ad altri, ed assuefare gli suoi soldati che non credino se non a quelli; e gli suoi capitani, che non dichino se non quel che da lui  commesso; perch, non osservata bene questa parte, si  visto molte volte avere fatti disordini grandissimi.
Quanto al vedere cose nuove, debbe ogni capitano ingegnarsi di farne apparire alcuna, mentre che gli eserciti sono alle mani, che dia animo a' suoi e tolgalo agli inimici; perch, intra gli accidenti che ti diano la vittoria, questo  efficacissimo. Di che se ne pu addurre per testimone Caio Sulpizio, dittatore romano; il quale venendo a giornata con i Franciosi, arm tutti i saccomanni e gente vile del campo; e quegli fatti salire sopra i muli ed altri somieri con armi ed insegne da parere gente a cavallo, gli messe sotto le insegne, dietro ad uno colle, e comand che, ad uno segno dato, nel tempo che la zuffa fosse pi gagliarda, si scoprissono e mostrassinsi a' nimici. La quale cosa cos ordinata e fatta, dette tanto terrore ai Franciosi, che perderono la giornata. E per uno buono capitano debbe fare due cose: l'una, di vedere, con alcune di queste nuove invenzioni, di sbigottire il nimico; l'altra, di stare preparato che, essendo fatte dal nimico contro di lui, le possa scoprire, e fargliene tornare vane. Come fece il re d'India a Semiramis; la quale, veggendo come quel re aveva buono numero di elefanti, per isbigottirlo, e per mostrargli che ancora essa n'era copiosa, ne form assai con cuoia di bufoli e di vacche, e, quegli messi sopra i cammegli, gli mand davanti; ma conosciuto da il re lo inganno, le torn quel suo disegno, non solamente vano, ma dannoso. Era Mamerco, dittatore, contro ai Fidenati, i quali, per isbigottire lo esercito romano, ordinarono che, in su l'ardore della zuffa, uscisse fuori di Fidene numero di soldati con fuochi in su le lance, acciocch i Romani, occupati dalla novit della cosa, rompessono intra loro gli ordini. Sopra che  da notare, che, quando tali invenzioni hanno pi del vero che del fitto, si pu bene allora rappresentarle agli uomini, perch, avendo assai del gagliardo, non si pu scoprire cos presto la debolezza loro: ma quando le hanno pi del fitto che del vero,  bene, o non le fare o, faccendole, tenerle discosto, di qualit che le non possino essere cos presto scoperte; come fece Caio Sulpizio de' mulattieri. Perch, quando vi  dentro debolezza, appressandosi, le si scuoprono tosto, e ti fanno danno, e non favore; come fero gli elefanti a Semiramis, e ai Fidenati i fuochi: i quali bench nel principio turbassono un poco lo esercito, nondimeno, come e' sopravenne il Dittatore, e cominci a gridargli, dicendo che non si vergognavano a fuggire il fumo come le pecchie, e che dovessono rivoltarsi a loro; gridando: "Suis flammis delete Fidenas, quas vestris beneficiis placare non potuistis"; torn quello trovato ai Fidenati inutile, e restarono perditori della zuffa.

15.

Che uno e non molti .
sieno preposti ad uno esercito, .
e come i pi comandatori offendono. .


Essendosi ribellati i Fidenati, ed avendo morto quella colonia che i Romani avevano mandata in Fidene, crearono i Romani, per rimediare a questo insulto, quattro Tribuni con potest consolare de' quali lasciatone uno alla guardia di Roma, ne mandarono tre contro ai Fidenati ed i Veienti: i quali, per essere divisi infra loro e disuniti, ne riportarono disonore, e non danno: perch, del disonore, ne furono cagione loro; del non ricevere danno, ne fu cagione la virt de' soldati. Donde i Romani, veggendo questo disordine, ricorsono alla creazione del Dittatore, acciocch un solo riordinasse quello che tre avevano disordinato. Donde si conosce la inutilit di molti comandadori in uno esercito, o in una terra che si abbia a difendere; e Tito Livio non lo pu pi chiaramente dire che con le infrascritte parole: "Tres Tribuni potestate consulari documento fuere, quam plurium imperium bello inutile esset, tendendo ad sua quisque consilia, cum alii aliud videretur, aperuerunt ad occasionem locum hosti".
E bench questo sia assai esemplo a provare il disordine che fanno nella guerra i pi comandatori, ne voglio addurre alcuno altro, e moderno ed antico, per maggiore dichiarazione della cosa.
Nel 1500, dopo la ripresa che fece il re di Francia Luigi XII, di Milano, mand le sue genti a Pisa per ristituirla ai Fiorentini; dove furono mandati commessari Giovambatista Ridolfi e Luca di Antonio degli Albizi. E perch Giovambatista era uomo di riputazione, e di pi tempo, Luca al tutto lasciava governare ogni cosa a lui: e s'egli non dimostrava la sua ambizione con opporsegli, la dimostrava col tacere, e con lo straccurare e vilipendere ogni cosa, in modo che non aiutava le azioni del campo n con l'opere n con il consiglio, come se fusse stato uomo di nessuno momento. Ma si vide poi tutto il contrario; quando Giovambatista, per certo accidente seguito, se n'ebbe a tornare a Firenze; dove Luca, rimasto solo, dimostr quanto con l'animo, con la industria e col consiglio, valeva: le quali tutte cose, mentre vi fu la compagnia, erano perdute. Voglio di nuovo addurre, in confermazione di questo, parole di Tito Livio; il quale, referendo come, essendo mandato da' Romani contro agli Equi Quinzio ed Agrippa suo collega, Agrippa volle che tutta l'amministrazione della guerra fosse appresso a Quinzio, e' dice: "Saluberrimum in administratione magnarum rerum est, summam imperii apud unum esse". Il che  contrario a quello che oggi fanno queste nostre republiche e principi di mandare ne' luoghi, per amministrargli meglio, pi d'uno commessario e pi d'uno capo: il che fa una inestimabile confusione. E se si cercassi le cagioni della rovina degli eserciti italiani e franciosi ne' nostri tempi, si troveria la potissima essere stata questa. E puossi conchiudere veramente, come egli  meglio mandare in una ispedizione uno uomo solo di comunale prudenzia, che due valentissimi uomini insieme con la medesima autorit.

16.

Che la vera virt si va .
ne' tempi difficili, a trovare; .
e ne' tempi facili, non gli uomini virtuosi, .
ma quegli che per ricchezze .
o per parentado hanno pi grazia. .


Egli fu sempre, e sempre sar, che gli uomini grandi e rari in una republica, ne' tempi pacifichi, sono negletti; perch, per la invidia che si ha tirato dietro la riputazione che la virt d'essi ha dato loro, si truova in tali tempi assai cittadini che vogliono, non che essere loro equali, ma essere loro superiori. E di questo ne  uno luogo buono in Tucidide, istorico greco; il quale mostra come, sendo la republica ateniese rimasa superiore in la guerra peloponnesiaca, ed avendo frenato l'orgoglio degli Spartani, e quasi sottomessa tutta l'altra Grecia, salse in tanta riputazione che la disegn di occupare la Sicilia. Venne questa impresa in disputa in Atene. Alcibiade e qualche altro cittadino consigliavano che la si facesse, come quelli che, pensando poco al bene publico, pensavono all'onore loro, disegnando essere capi di tale impresa. Ma Nicia, che era il primo intra i reputati di Atene, la dissuadeva; e la maggiore ragione che, nel concionare al popolo, perch gli fusse prestato fede, adducesse, fu questa: che, consigliando esso che non si facesse questa guerra, e' consigliava cosa che non faceva per lui; perch, stando Atene in pace, sapeva come vi era infiniti cittadini che gli volevano andare innanzi; ma, faccendosi guerra, sapeva che nessuno cittadino gli sarebbe superiore o equale.
Vedesi, pertanto, adunque, come nelle republiche  questo disordine, di fare poca stima de' valenti uomini, ne' tempi quieti. La quale cosa gli fa indegnare in due modi: l'uno per vedersi mancare del grado loro; l'altro, per vedersi fare compagni e superiori uomini indegni e di manco sofficienza di loro. Il quale disordine nelle republiche ha causato di molte rovine; perch quegli cittadini che immeritamente si veggono disprezzare, e conoscono che e' ne sono cagione i tempi facili e non pericolosi, s'ingegnano di turbargli, movendo nuove guerre in pregiudicio della republica. E pensando quali potessono essere e' rimedi, ce ne truovo due: l'uno, mantenere i cittadini poveri, acciocch con le ricchezze sanza virt e' non potessino corrompere n loro n altri, l'altro, di ordinarsi in modo alla guerra, che sempre si potesse fare guerra, e sempre si avesse bisogno di cittadini riputati, come e' Romani ne' suoi primi tempi. Perch, tenendo fuori quella citt sempre eserciti, sempre vi era luogo alla virt degli uomini; n si poteva trre il grado a uno che lo meritasse, e darlo ad uno che non lo meritasse: perch, se pure lo faceva qualche volta, per errore o per provare, ne seguiva tosto tanto suo disordine e pericolo, che la ritornava subito nella vera via. Ma le altre republiche, che non sono ordinate come quella, e che fanno solo guerra quando la necessit le costringe, non si possono difendere da tale inconveniente: anzi sempre v'incorreranno dentro; e sempre ne nascer disordine, quando quello cittadino, negletto e virtuoso, sia vendicativo, ed abbia nella citt qualche riputazione e aderenzia. E la citt di Roma uno tempo fece difesa; ma a quella ancora, poich l'ebbe vinto Cartagine ed Antioco (come altrove si disse), non temendo pi le guerre, pareva potere commettere gli eserciti a qualunque la voleva; non riguardando tanto alla virt, quanto alle altre qualit che gli dessono grazia nel popolo. Perch si vide che Paulo Emilio ebbe pi volte la ripulsa nel consolato, n fu prima fatto consolo che surgesse la guerra macedonica; la quale giudicandosi pericolosa, di consenso di tutta la citt fu commessa a lui.
Sendo nella nostra citt di Firenze seguite dopo il 1494 di molte guerre, ed avendo fatto i cittadini fiorentini tutti una cattiva pruova, si riscontr a sorte la citt in uno che mostr come si aveva a comandare agli eserciti; il quale fu Antonio Giacomini. E mentre che si ebbe a fare guerre pericolose, tutta l'ambizione degli altri cittadini cess, e nella elezione del commessario e capo degli eserciti non aveva competitore alcuno; ma come si ebbe a fare una guerra dove non era alcuno dubbio, ed assai onore e grado, e' vi trov tanti competitori, che, avendosi ad eleggere tre commessari per campeggiare Pisa, e' fu lasciato indietro. E bench e' non si vedesse evidentemente che male ne seguisse al publico per non vi avere mandato Antonio, nondimeno se ne potette fare facilissima coniettura; perch, non avendo pi i Pisani da defendersi n da vivere, se vi fusse stato Antonio, sarebbero stati tanto innanzi stretti, che si sarebbero dati a discrezione de' Fiorentini. Ma, sendo loro assediati da capi che non sapevano n stringergli n sforzargli, furono tanto intrattenuti che la citt di Firenze gli comper, dove la gli poteva avere a forza. Convenne che tale sdegno potesse assai in Antonio; e bisognava ch'e' fussi bene paziente e buono, a non disiderare di vendicarsene, o con la rovina della citt, potendo, o con l'ingiuria di alcuno particulare cittadino. Da che si debbe una republica guardare; come nel seguente capitolo si discorrer.

17.

Che non si offenda uno, .
e poi quel medesimo si mandi .
in amministrazione e governo .
d'importanza. .


Debbe una republica assai considerare di non preporre alcuno ad alcuna importante amministrazione, al quale sia stato fatto da altri alcuna notabile ingiuria. Claudio Nerone, il quale si part dallo esercito che lui aveva a fronte ad Annibale, e con parte d'esso ne and nella Marca, a trovare l'altro Consolo per combattere con Asdrubale avanti ch'e' si congiugnesse con Annibale, s'era trovato per lo addietro in Ispagna a fronte di Asdrubale, ed avendolo serrato in luogo con lo esercito, che bisognava o che Asdrubale combattesse con suo disavvantaggio o si morisse di fame, fu da Asdrubale astutamente tanto intrattenuto con certe pratiche d'accordo, che gli usc di sotto, e tolsegli quella occasione di oppressarlo. La quale cosa, saputa a Roma, gli dette carico grande appresso a il Senato ed al popolo; e di lui fu parlato inonestamente per tutta quella citt, non sanza suo grande disonore e disdegno. Ma, sendo poi fatto Consolo, e mandato allo incontro di Annibale, prese il soprascritto partito, il quale fu pericolosissimo, talmente che Roma stette tutta dubbia e sollevata infino a tanto che vennono le nuove della rotta di Asdrubale. Ed essendo poi domandato Claudio, per quale cagione avesse preso s pericoloso partito, dove sanza una estrema necessit egli aveva giucato quasi la libert di Roma; rispose che lo aveva fatto perch sapeva che, se gli riusciva, riacquistava quella gloria che si aveva perduta in Ispagna; e se non gli riusciva, e che questo suo partito avesse avuto contrario fine, sapeva come e' si vendicava contro a quella citt ed a quegli cittadini che lo avevano tanto ingratamente ed indiscretamente offeso. E quando queste passioni di tali offese possono tanto in uno cittadino romano, e in quegli tempi che Roma ancora era incorrotta, si debbe pensare quanto elle possano in uno cittadino d'un'altra citt che non sia fatta come era allora quella. E perch a simili disordini che nascano nelle republiche non si pu dare certo rimedio, ne seguita che gli  impossibile ordinare una republica perpetua, perch per mille inopinate vie si causa la sua rovina.

18.

Nessuna cosa  pi degna d'uno capitano, .
che presentire i partiti del nimico. .


Diceva Epaminonda tebano, nessuna cosa essere pi necessaria e pi utile ad uno capitano, che conoscere le diliberazioni e' partiti del nimico. E perch tale cognizione  difficile, merita tanto pi laude quello che adopera in modo che le coniettura. E non tanto  difficile intendere i disegni del nimico, ch'egli  qualche volta difficile intendere le azioni sue; e non tanto le azioni che per lui si fanno discosto, quanto le presenti e le propinque. Perch molte volte  accaduto che, sendo durata una zuffa infino a notte, chi ha vinto crede avere perduto, e chi ha perduto crede avere vinto. Il quale errore ha fatto diliberare cose contrarie alla salute di colui che ha diliberato: come intervenne a Bruto e Cassio, i quali per questo errore perderono la guerra; perch, avendo vinto Bruto dal corno suo, credette Cassio, che aveva perduto, che tutto lo esercito fusse rotto; e disperatosi, per questo errore, della salute, ammazz s stesso. Ne' nostri tempi, nella giornata che fece in Lombardia, a Santa Cecilia, Francesco re di Francia, con i Svizzeri, sopravvenendo la notte, credettero, quella parte de' Svizzeri che erano rimasti interi, avere vinto, non sappiendo di quegli che erano stati rotti e morti: il quale errore fece che loro medesimi non si salvarono, aspettando di ricombattere la mattina con tanto loro disavantaggio; e fecero anche errare, e per tale errore presso che rovinare, lo esercito del Papa e di Ispagna, il quale, in su la falsa nuova della vittoria, pass il Po, e, se procedeva troppo innanzi, restava prigione de' Franciosi che erano vittoriosi.
Questo simile errore occorse ne' campi romani e in quegli degli Equi. Dove, sendo Sempronio consolo con lo esercito allo incontro degl'inimici, ed appiccandosi la zuffa, si travagli quella giornata infino a sera, con varia fortuna dell'uno e dell'altro: e venuta la notte, sendo l'uno e l'altro esercito mezzo rotto, non ritorn alcuno di loro ne' suoi alloggiamenti; anzi ciascuno si ritrasse ne' prossimi colli, dove credevano essere pi sicuri; e lo esercito romano si divise in due parti: l'una ne and col Console; l'altra, con uno Tempanio centurione, per la virt del quale lo esercito romano quel giorno non era stato rotto interamente. Venuta la mattina, il Consolo romano, sanza intendere altro de' nimici, si tir verso Roma; il simile fece lo esercito degli Equi: perch ciascuno di questi credeva che il nimico avesse vinto, e per ciascuno si ritrasse sanza curare di lasciare i suoi alloggiamenti in preda. Accadde che Tempanio, ch'era con il resto dello esercito romano, ritirandosi ancora esso, intese, da certi feriti degli Equi, come i capitani loro s'erano partiti, ed avevano abbandonati gli alloggiamenti: donde che egli, in su questa nuova, se n'entr negli alloggiamenti romani, e salvogli; e dipoi saccheggi quegli degli Equi, e se ne torn a Roma vittorioso. La quale vittoria come si vede, consist solo in chi prima di loro intese i disordini del nimico. Dove si debbe notare, come e' pu spesso occorrere che due eserciti, che siano a fronte l'uno dell'altro, siano nel medesimo disordine, e patischino le medesime necessit; e che quello resti poi vincitore che  il primo ad intendere le necessit dello altro.
Io voglio dare di questo uno esemplo domestico e moderno. Nel 1498, quando i Fiorentini avevano uno esercito grosso in quel di Pisa, e stringevano forte quella citt; della quale avendo i Viniziani presa la protezione, non veggendo altro modo a salvarla, diliberarono di divertire quella guerra, assaltando da un'altra banda il dominio di Firenze; e, fatto uno esercito potente, entrarono per la Val di Lamona, ed occuparono il borgo di Marradi, ed assediarono la rocca di Castiglione, che  in sul colle di sopra. Il che sentendo i Fiorentini, diliberarono soccorrere Marradi, e non diminuire le forze avevano in quel di Pisa; e fatte nuove fanterie, ed ordinate nuove genti a cavallo, le mandarono a quella volta: delle quali ne furono capi Iacopo IV d'Appiano, signore di Piombino, ed il conte Rinuccio da Marciano. Sendosi adunque, condotte queste genti in su il colle sopra Marradi, si levarono i nimici d'intorno a Castiglione, e ridussersi tutti nel borgo. Ed essendo stato l'uno e l'altro di questi due eserciti a fronte qualche giorno, pativa l'uno e l'altro assai e di vettovaglie e d'ogni altra cosa necessaria: e non avendo ardire l'uno d'affrontare l'altro, n sappiendo i disordini l'uno dell'altro, deliberarono in una sera medesima l'uno e l'altro di levare gli alloggiamenti la mattina vegnente, e ritirarsi in dietro; il Viniziano verso Bersighella e Faenza, il Fiorentino verso Casaglia e il Mugello. Venuta adunque la mattina, ed avendo ciascuno de' campi incominciato ad avviare i suoi impedimenti; a caso una donna si part del borgo di Marradi, e venne verso il campo fiorentino, sicura per la vecchiezza e per la povert, desiderosa di vedere certi suoi che erano in quel campo: dalla quale intendendo i capitani delle genti fiorentine, come il campo viniziano partiva, si fecero, in su questa nuova, gagliardi; e mutato consiglio, come se gli avessono disalloggiati i nimici, ne andarono sopra di loro, e scrissero a Firenze avergli ributtati e vinta la guerra. La quale vittoria non nacque da altro che dallo avere inteso prima dei nimici come e' se n'andavano: la quale notizia, se fusse prima venuta dall'altra parte, arebbe fatto contro a' nostri il medesimo effetto.

19.

Se a reggere una moltitudine .
 pi necessario l'ossequio che la pena. .


Era la Republica romana sollevata per le inimicizie de' nobili e de' plebei: nondimeno, soprastando loro la guerra, mandarono fuori con gli eserciti Quinzio ed Appio Claudio. Appio, per essere crudele e rozzo nel comandare, fu male ubidito da' suoi, tanto che quasi rotto si fugg della sua provincia; Quinzio, per essere benigno e di umano ingegno ebbe i suoi soldati ubbidienti, e riportonne la vittoria. Donde e' pare che e' sia meglio, a governare una moltitudine, essere umano che superbo, pietoso che crudele. Nondimeno, Cornelio Tacito, al quale molti altri scrittori acconsentano in una sua sentenza conchiude il contrario, quando ait: "In multitudine regenda plus poena quam obsequium valet". E considerando come si possa salvare l'una e l'altra di queste opinioni dico: o che tu hai a reggere uomini che ti sono per l'ordinario compagni, o uomini che ti sono sempre suggetti. Quando ti sono compagni, non si pu interamente usare la pena, n quella severit di che ragiona Cornelio; e perch la plebe romana aveva in Roma equale imperio con la Nobilit, non poteva uno, che ne diventava principe a tempo, con crudelt e rozzezza maneggiarla. E molte volte si vide che migliore frutto fecero i capitani romani che si facevano amare dagli eserciti, e che con ossequio gli maneggiavano, che quegli che si facevano istraordinariamente temere; se gi e' non erano accompagnati da una eccessiva virt, come fu Manlio Torquato. Ma chi comanda a' sudditi, de' quali ragiona Cornelio, acciocch non doventino insolenti, e che per troppa tua facilit non ti calpestino, debbe volgersi pi tosto alla pena che all'ossequio. Ma questa anche debbe essere in modo moderata, che si fugga l'odio; perch farsi odiare non torn mai bene ad alcuno principe. Il modo del fuggirlo  lasciare stare la roba de' sudditi: perch del sangue, quando non vi sia sotto ascosa la rapina, nessuno principe ne  desideroso, se non necessitato, e questa necessit viene rade volte; ma, sendovi mescolata la rapina viene sempre, n mancano mai le cagioni ed il desiderio di spargerlo; come in altro trattato sopra questa materia si  largamente discorso. Merit adunque, pi laude Quinzio che Appio, e la sentenza di Cornelio, dentro ai termini suoi, e non ne' casi osservati di Appio, merita d'essere approvata.
E perch noi abbiamo parlato della pena e dell'ossequio non mi pare superfluo mostrare, come uno esemplo di umanit pot appresso i Falisci pi che l'armi.

20.

Uno esemplo di umanit .
appresso i Falisci .
potette pi che ogni forza romana. .


Essendo Cammillo con lo esercito intorno alla citt de' Falisci, e quella assediando, uno maestro di scuola de' pi nobili fanciulli di quella citt, pensando di gratificarsi Cammillo ed il popolo romano, sotto colore di esercizio uscendo con quegli fuori della terra, gli condusse tutti nel campo innanzi a Cammillo, e presentandogli, disse, come, mediante loro quella terra si darebbe nelle sue mani. Il quale presente non solamente non fu accettato da Cammillo; ma, fatto spogliare quel maestro, e legatogli le mani di dietro, e dato a ciascuno di quegli fanciulli una verga in mano, lo fece da quegli con di molte battiture accompagnare nella terra. La quale cosa intesa da quegli cittadini, piacque tanto loro la umanit ed integrit di Cammillo, che, sanza volere pi difendersi, diliberarono di darli la terra. Dove  da considerare, con questo vero esemplo, quanto qualche volta possa pi negli animi degli uomini uno atto umano e pieno di carit, che uno atto feroce e violento; e come molte volte quelle provincie e quelle citt che le armi, gl'instrumenti bellici ed ogni altra umana forza non ha potuto aprire, uno esemplo di umanit e di piat, di castit o di liberalit, ha aperte. Di che ne sono nelle istorie, oltre a questo, molti altri esempli. E vedesi come l'armi romane non potevano cacciare Pirro d'Italia, e ne lo cacci la liberalit di Fabrizio, quando gli manifest l'offerta che aveva fatta ai Romani quello suo familiare, di avvelenarlo. Vedesi ancora, come a Scipione Affricano non dette tanta riputazione in Ispagna la espugnazione di Cartagine Nuova, quanto gli dette quello esemplo di castit, di avere renduto la moglie, giovane, bella, ed intatta al suo marito; la fama della quale azione gli fece amica tutta la Ispagna. Vedesi ancora, questa parte quanto la sia desiderata da' popoli negli uomini grandi, e quanto sia laudata dagli scrittori; e da quegli che descrivano la vita de' principi, e da quegli che ordinano come ei debbano vivere. Intra i quali Senofonte si affatica assai in dimostrare quanti onori, quante vittorie, quanta buona fama arrecasse a Ciro lo essere umano ed affabile, e non dare alcuno esemplo di s, n di superbo, n di crudele, n di lussurioso n di nessuno altro vizio che macchi la vita degli uomini. Pure nondimeno, veggendo Annibale, con modi contrari a questi, avere conseguito gran fama e gran vittorie, mi pare da discorrere, nel seguente capitolo, donde questo nasca.

21.

Donde nacque che Annibale, .
con diverso modo di procedere .
da Scipione .
fece quelli medesimi effetti in Italia .
che quello in Ispagna. .


Io estimo che alcuni si potrebbono maravigliare veggendo come qualche capitano, nonostante ch'egli abbia tenuto contraria vita, abbia nondimeno fatti simili effetti a coloro che sono vissuti nel modo soprascritto: talch pare che la cagione delle vittorie non dependa dalle predette cause; anzi pare che quelli modi non ti rechino n pi forza n pi fortuna, potendosi per contrari modi acquistare gloria e riputazione. E per non mi partire dagli uomini soprascritti, e per chiarire meglio quello che io ho voluto dire, dico come e' si vede Scipione entrare in Ispagna, e con quella sua umanit e piat subito farsi amica quella provincia, ed adorare ed ammirare da' popoli. Vedesi, allo incontro, entrare Annibale in Italia, e con modi tutti contrari, cio con crudelt, violenza e rapina ed ogni ragione infidelt, fare il medesimo effetto che aveva fatto Scipione in Ispagna; perch, a Annibale, si ribellarono tutte le citt d'Italia, tutti i popoli lo seguirono.
E pensando donde questa cosa possa nascere, ci si vede dentro pi ragioni. La prima , che gli uomini sono desiderosi di cose nuove; in tanto che cos disiderano il pi delle volte novit quegli che stanno bene, come quegli che stanno male: perch, come altra volta si disse, ed  il vero, gli uomini si stuccono nel bene, e nel male si affliggano. Fa, adunque, questo desiderio aprire le porte a ciascuno che in una provincia si fa capo d'una innovazione; e s'egli  forestiero, gli corrono dietro; s'egli  provinciale, gli sono intorno, augumentanlo e favorisconlo: talmentech, in qualunque modo elli proceda, gli riesce il fare progressi grandi in quegli luoghi. Oltre a questo, gli uomini sono spinti da due cose principali; o dallo amore, o dal timore: talch, cos gli comanda chi si fa amare, come lui che si fa temere; anzi, il pi delle volte  pi seguito e pi ubbidito chi si fa temere che chi si fa amare.
Importa, pertanto, poco ad uno capitano, per qualunque di queste vie e' si cammini, pure che sia uomo virtuoso, e che quella virt lo faccia riputato intra gli uomini. Perch, quando la  grande, come la fu in Annibale ed in Scipione, ella cancella tutti quegli errori che si fanno per farsi troppo amare o per farsi troppo temere. Perch dall'uno e dall'altro di questi due modi possono nascere inconvenienti grandi, ed atti a fare rovinare uno principe: perch colui che troppo desidera essere amato, ogni poco che si parte dalla vera via, diventa disprezzabile: quell'altro che desidera troppo di essere temuto, ogni poco ch'egli eccede il modo, diventa odioso. E tenere la via del mezzo non si pu appunto, perch la nostra natura non ce lo consente: ma  necessario queste cose che eccedono mitigare con una eccessiva virt, come faceva Annibale e Scipione. Nondimeno si vide come l'uno e l'altro furono offesi da questi loro modi di vivere, e cos furono esaltati.
La esaltazione di tutti a due si  detta. L'offesa, quanto a Scipione, fu che gli suoi soldati in Ispagna se gli ribellarono, insieme con parte de' suoi amici: la quale cosa non nacque da altro che da non lo temere; perch gli uomini sono tanto inquieti, che, ogni poco di porta che si apra loro all'ambizione, dimenticano subito ogni amore che gli avessero posto al principe per la umanit sua; come fecero i soldati ed amici predetti: tanto che Scipione, per rimediare a questo inconveniente, fu costretto usare parte di quella crudelt che elli aveva fuggita. Quanto ad Annibale, non ci  esemplo alcuno particulare, dove quella sua crudelt e poca fede gli nocesse: ma si pu bene presupporre che Napoli, e molte altre terre che stettero in fede del popolo romano, stessero per paura di quella. Viddesi bene questo che quel suo modo di vivere impio, lo fece pi odioso al popolo romano, che alcuno altro inimico che avesse mai quella Republica: in modo che, dove a Pirro mentre che egli era con lo esercito in Italia, manifestarono quello che lo voleva avvelenare, ad Annibale mai, ancora che disarmato e disperso, perdonarono, tanto che lo fecioro morire. Nacquene, adunque, ad Annibale, per essere tenuto impio e rompitore di fede e crudele, queste incommodit; ma gliene risult allo incontro una commodit grandissima, la quale  ammirata da tutti gli scrittori: che, nel suo esercito, ancorach composto di varie generazioni di uomini, non nacque mai alcuna dissensione, n infra loro medesimi, n contro di lui. Il che non potette dirivare da altro, che dal terrore che nasceva dalla persona sua: il quale era tanto grande, mescolato con la riputazione che gli dava la sua virt, che teneva i suoi soldati quieti ed uniti. Conchiudo, dunque, come e' non importa molto in quale modo uno capitano si proceda, pure che in esso sia virt grande che condisca bene l'uno e l'altro modo di vivere: perch, come  detto, nell'uno e nell'altro  difetto e pericolo, quando da una virt istraordinaria non sia corretto. E se Annibale e Scipione, l'uno con cose laudabili, l'altro con detestabili, feciono il medesimo effetto; non mi pare da lasciare indietro il discorrere ancora di due cittadini romani, che conseguirono con diversi modi, ma tutti a due laudabili, una medesima gloria.

22.

Come la durezza di Manlio Torquato .
e la comit di Valerio Corvino .
acquist a ciascuno la medesima gloria. .


E' furno in Roma in uno medesimo tempo due capitani eccellenti, Manlio Torquato e Valerio Corvino; i quali, di pari virt, di pari trionfi e gloria, vissono in Roma, e ciascuno di loro, in quanto si apparteneva al nimico, con pari virt l'acquistarono, ma quanto si apparteneva agli eserciti ed agl'intrattenimenti de' soldati, diversissimamente procederono: perch Manlio con ogni generazione di severit sanza intermettere a' suoi soldati o fatica o pena, gli comandava: Valerio, dall'altra parte, con ogni modo e termine umano, e pieno di una familiare domestichezza, gl'intratteneva. Per che si vide, che, per avere l'ubbidienza de' soldati, l'uno ammazz il figliuolo, e l'altro non offese mai alcuno. Nondimeno, in tanta diversit di procedere, ciascuno fece il medesimo frutto, e contro a' nimici ed in favore della republica e suo. Perch nessuno soldato non mai o detratt la zuffa o si ribell da loro o fu, in alcuna parte, discrepante dalla voglia di quegli; quantunque gl'imperi di Manlio fussero s aspri, che tutti gli altri imperi che eccedevano il modo, erano chiamati "manliana imperia". Dove  da considerare, prima, donde nacque che Manlio fu costretto procedere s rigidamente; l'altro, donde avvenne che Valerio potette procedere s umanamente l'altro, quale cagione fe' che questi diversi modi facessero il medesimo effetto; ed in ultimo, quale sia di loro meglio, e, imitare, pi utile. Se alcuno considera bene la natura di Manlio d'allora che Tito Livio ne comincia a fare menzione, lo vedr uomo fortissimo, pietoso verso il padre e verso la patria, e reverentissimo a' suoi maggiori. Queste cose si conoscono dalla morte di quel Francioso, dalla difesa del padre contro al Tribuno; e come, avanti ch'egli andasse alla zuffa del Francioso, e' n'and al Consolo con queste parole: "Iniussu tuo adversus hostem nunquam pugnabo, non si certam victoriam videam". Venendo, dunque, un uomo cos fatto a grado che comandi, desidera di trovare tutti gli uomini simili a s; e l'animo suo forte gli fa comandare cose forti; e quel medesimo, comandate che le sono, vuole si osservino. Ed  una regola verissima, che, quando si comanda cose aspre, conviene con asprezza farle osservare; altrimenti, te ne troverresti ingannato. Dove  da notare, che a volere essere ubbidito,  necessario saper comandare: e coloro sanno comandare, che fanno comparazione dalle qualit loro a quelle di chi ha ad ubbidire; e quando vi veggono proporzione, allora comandino; quando sproporzione, se ne astenghino.
E per diceva un uomo prudente, che, a tenere una republica, con violenza, conveniva fusse proporzione da chi sforzava a quel che era sforzato. E qualunque volta questa proporzione vi era, si poteva credere che quella violenza fusse durabile; ma quando il violentato fusse pi forte che il violentante, si poteva dubitare che ogni giorno quella violenza cessasse.
Ma tornando al discorso nostro, dico che, a comandare le cose forti, conviene essere forte; e quello che  di questa fortezza e che le comanda, non pu poi con dolcezza farle osservare. Ma chi non  di questa fortezza d'animo, si debbe guardare dagl'imperi istraordinari, e negli ordinari pu usare la sua umanit. Perch le punizioni ordinarie non sono imputate al principe, ma alle leggi ed a quegli ordini. Debbesi, dunque, credere che Manlio fusse costretto procedere s rigidamente dagli straordinari suoi imperi, a' quali lo inclinava la sua natura: i quali sono utili in una republica, perch e' riducono gli ordini di quella verso il principio loro, e nella sua antica virt. E se una republica fusse s felice, ch'ella avesse spesso, come di sopra dicemo, chi con lo esemplo suo le rinnovasse le leggi; e non solo la ritenesse che la non corresse alla rovina, ma la ritirasse indietro; la sarebbe perpetua. S che Manlio fu uno di quelli che con l'asprezza de' suoi imperi ritenne la disciplina militare in Roma; costretto prima dalla natura sua, dipoi dal desiderio aveva, si osservasse quello che il suo naturale appetito gli aveva fatto ordinare. Dall'altro canto, Valerio potette procedere umanamente, come colui a cui bastava si osservassono le cose consuete osservarsi negli eserciti romani. La quale consuetudine, perch era buona, bastava ad onorarlo; e non era faticosa a osservarla, e non necessitava Valerio a punire i transgressori: s perch non ve n'era; s perch, quando e' ve ne fosse stati, imputavano, come  detto, la punizione loro agli ordini e non alla crudelt del principe. In modo che, Valerio poteva fare nascere da lui ogni umanit, dalla quale ei potesse acquistare grado con i soldati, e la contentezza loro. Donde nacque che, avendo l'uno e l'altro la medesima ubbidienza, potettono, diversamente operando, fare il medesimo effetto. Possono quelli che volessero imitare costoro, cadere in quelli vizi di dispregio e di odio che io dico, di sopra, di Annibale e di Scipione: il che si fugge con una virt eccessiva che sia in te, e non altrimenti.
Resta ora a considerare quale di questi modi di procedere sia pi laudabile. Il che credo sia disputabile, perch gli scrittori lodano l'uno modo e l'altro. Nondimeno, quegli che scrivono come uno principe si abbia a governare, si accostano pi a Valerio che a Manlio; e Senofonte, preallegato da me, dando di molti esempli della umanit di Ciro, si conforma assai con quello che dice di Valerio, Tito Livio. Perch, essendo fatto Consolo contro ai Sanniti, e venendo il d che doveva combattere, parl a' suoi soldati con quella umanit con la quale ei si governava; e dopo tale parlare, Tito Livio dice quelle parole: "Non alias militi familiarior dux fuit, inter infimos milites omnia haud gravate mundia obeundo. In ludo praeterea militari, cum velocitatis viriumque inter se aequales certamina ineunt, comiter facilis vincere ac vinci vultu eodem; nec quemquam aspernari parem qui se offerret; factis benignus pro re; dictis haud minus libertatis alienae, quam suae dignitatis memor; et (quo nihil popularius est) quibus artibus petierat magistratus, iisdem gerebat". Parla medesimamente, di Manlio, Tito Livio onorevolmente, mostrando che la sua severit nella morte del figliuolo fece tanto ubbidiente lo esercito al Consolo, che fu cagione della vittoria che il popolo romano ebbe contro ai Latini; ed in tanto procede in laudarlo, che, dopo tale vittoria, descritto ch'egli ha tutto l'ordine di quella zuffa, e mostri tutti i pericoli che il popolo romano vi corse, e le difficult che vi furono a vincere fa questa conclusione: che solo la virt di Manlio dette quella vittoria ai Romani. E faccendo comparazione delle forze dell'uno e dell'altro esercito, afferma come quella parte arebbe vinto che avesse avuto per consolo Manlio. Talch considerato tutto quello che gli scrittori ne parlano, sarebbe difficile giudicarne. Nondimeno, per non lasciare questa parte indecisa, dico come in uno cittadino che viva sotto le leggi d'una republica, credo sia pi laudabile e meno pericoloso il procedere di Manlio: perch questo modo tutto  in favore del publico, e non risguarda in alcuna parte all'ambizione privata; perch tale modo non si pu acquistare partigiani, mostrandosi sempre aspro a ciascuno, ed amando solo il bene commune; perch chi fa questo, non si acquista particulari amici, quali noi chiamiamo, come di sopra si disse, partigiani. Talmentech, simile modo di procedere non pu essere pi utile n pi disiderabile in una republica; non mancando in quello la utilit publica, e non vi potendo essere alcun sospetto della potenza privata. Ma nel modo del procedere di Valerio  il contrario: perch, se bene in quanto al publico si fanno e' medesimi effetti, nondimeno vi surgono molte dubitazioni per la particulare benivolenza che colui si acquista con i soldati, da fare in uno lungo imperio cattivi effetti contro alla libert.
E se in Publicola questi cattivi effetti non nacquono, ne fu cagione non essere ancora gli animi de' Romani corrotti, e quello non essere stato lungamente e continovamente al governo loro. Ma se noi abbiamo a considerare uno principe, come considera Senofonte, noi ci accostereno al tutto a Valerio, e lasceremo Manlio perch uno principe debbe cercare ne' soldati e ne' sudditi l'ubbidienza e lo amore. La ubbidienza gli d lo essere osservatore degli ordini e lo essere tenuto virtuoso; lo amore gli d l'affabilit, l'umanit, la piat, e l'altre parti che erano in Valerio, e che Senofonte scrive essere in Ciro. Perch lo essere uno principe bene voluto particularmente, ed avere lo esercito suo partigiano, si conforma con tutte l'altre parti dello stato suo: ma in uno cittadino che abbia lo esercito suo partigiano, non si conforma gi questa parte con l'altre sue parti, che lo hanno a fare vivere sotto le leggi ed ubidire ai magistrati.
Leggesi intra le cose antiche della Republica viniziana, come, essendo le galee viniziane tornate in Vinegia, e venendo certa differenza intra quegli delle galee ed il popolo, donde si venne al tumulto ed all'armi, n si potendo la cosa quietare n per forza di ministri n per riverenza di cittadini n timore de' magistrati; subito a quelli marinai apparve innanzi uno gentiluomo che era, l'anno davanti, stato capitano loro, per amore di quello si partirono, e lasciarono la zuffa. La quale ubbidienza gener tanta suspizione al Senato, che, poco tempo dipoi, i Viniziani, o per prigione o per morte, se ne assicurarono. Conchiudo pertanto, il procedere di Valerio essere utile in uno principe e pernizioso in uno cittadino; non solamente alla patria, ma a s a lei, perch quelli modi preparano la via alla tirannide; a s, perch in sospettando la sua citt del modo del procedere suo  costretta assicurarsene con suo danno. E cos, per il contrario, affermo il procedere di Manlio in uno principe essere dannoso, ed in uno cittadino utile, e massime alla patria: ed ancora rade volte offende; se gi questo odio che ti reca la tua severit, non  accresciuto da sospetto che l'altre tue virt per la gran riputazione ti arrecassono: come, di sotto, di Cammillo si discorrer.

23.

Per quale cagione Cammillo .
fusse cacciato di Roma. .


Noi abbiamo conchiuso di sopra, come, procedendo come Valerio, si nuoce alla patria ed a s; e, procedendo come Manlio, si giova alla patria, e nuocesi qualche volta a s. Il che si pruova assai bene per lo esemplo di Cammillo, il quale nel procedere suo simigliava pi tosto Manlio che Valerio. Donde Tito Livio, parlando di lui, dice, come "eius virtutem milites oderant, et mirabantur".
Quello che lo faceva tenere maraviglioso era la sollicitudine, la prudenza, la grandezza dello animo, il buon ordine che lui servava nello adoperarsi, e nel comandare agli eserciti: quello che lo faceva odiare, era essere pi severo nel gastigargli che liberale nel rimunerargli. E Tito Livio ne adduce di questo odio queste cagioni: la prima, che i danari che si trassono de' beni de' Veienti che si venderono, esso gli applic al publico, e non gli divise con la preda: l'altra, che nel trionfo ei fece tirare il suo carro trionfale da quattro cavagli bianchi, dove essi dissero che per la superbia e' si era voluto agguagliare al Sole: la terza, che ei fece voto di dare a Apolline la decima parte della preda de' Veienti, la quale, volendo sodisfare al voto, si aveva a trarre delle mani de' soldati che l'avevano di gi occupata. Dove si notano bene e facilmente quelle cose che fanno uno principe odioso appresso il popolo; delle quali la principale  privarlo d'uno utile. La quale  cosa d'importanza assai, perch le cose che hanno in s utilit, quando l'uomo n' privo, non le dimentica mai, ed ogni minima necessit te ne fa ricordare; e perch le necessit vengono ogni giorno, tu te ne ricordi ogni giorno. L'altra cosa  lo apparire superbo ed enfiato; il che non pu essere pi odioso a' popoli, e massime a' liberi. E bench da quella superbia e da quel fasto non ne nascesse loro alcuna incommodit, nondimeno hanno in odio chi l'usa: da che uno principe si debbe guardare come da uno scoglio: perch tirarsi odio addosso senza suo profitto,  al tutto partito temerario e poco prudente.

24.

La prolungazione degl'imperii .
fece serva Roma. .


Se si considera bene il procedere della Republica romana, si vedr due cose essere state cagione della risoluzione di quella Republica: l'una furon le contenzioni che nacquono dalla legge agraria; l'altra, la prolungazione degli imperii: le quali cose se fussono state conosciute bene da principio, e fattovi i debiti rimedi, sarebbe stato il vivere libero pi lungo, e per avventura pi quieto. E bench, quanto alla prolungazione dello imperio, non si vegga che in Roma nascessi mai alcuno tumulto; nondimeno si vide in fatto, quanto noc alla citt quella autorit che i cittadini per tali diliberazioni presono. E se gli altri cittadini a chi era prorogato il magistrato, fussono stati savi e buoni come fu Lucio Quinzio, non si sarebbe incorso in questo inconveniente. La bont del quale  di uno esemplo notabile, perch, essendosi fatto intra la Plebe ed il Senato convenzione d'accordo, ed avendo la Plebe prolungato in uno anno lo imperio ai Tribuni, giudicandogli atti a potere resistere all'ambizione de' nobili, volle il Senato, per gara della Plebe e per non parere da meno di lei, prolungare il consolato a Lucio Quinzio: il quale al tutto neg questa diliberazione, dicendo che i cattivi esempli si voleva cercare di spegnergli, non di accrescergli con uno altro pi cattivo esemplo, e volle si facessono nuovi Consoli. La quale bont e prudenza se fosse stata in tutti i cittadini romani, non arebbe lasciata introdurre quella consuetudine di prolungare i magistrati, e da quelli non si sarebbe venuto alla prolungazione delli imperii: la quale cosa, col tempo, rovin quella Republica. Il primo a chi fu prorogato lo imperio, fu a Publio Philone; il quale essendo a campo alla citt di Palepoli, e venendo la fine del suo consolato, e parendo al Senato ch'egli avesse in mano quella vittoria, non gli mandarono il successore, ma lo fecero Proconsolo; talch fu il primo Proconsolo. La quale cosa, ancora che mossa dal Senato per utilit publica, fu quella che con il tempo fece serva Roma. Perch, quanto pi i Romani si discostarono con le armi, tanto pi parve loro tale prorogazione necessaria, e pi la usarono. La quale cosa fece due inconvenienti: l'uno, che meno numero di uomini si esercitarono negl'imperii, e si venne per questo a ristringere la riputazione in pochi: l'altro, che, stando uno cittadino assai tempo comandatore d'uno esercito, se lo guadagnava e facevaselo partigiano; perch quello esercito col tempo dimenticava il Senato e riconosceva quello capo. Per questo Silla e Mario poterono trovare soldati che contro al bene publico gli seguitassono: per questo, Cesare potette occupare la patria. Che se mai i Romani non avessono prolungati i magistrati e gli imperii, se non venivano s tosto a tanta potenza, e se fussono stati pi tardi gli acquisti loro, sarebbono ancora pi tardi venuti nella servit.

25.

Della povert di Cincinnato .
e di molti cittadini romani. .


Noi abbiamo ragionato altrove come la pi utile cosa che si ordini in uno vivere libero  che si mantenghino i cittadini poveri. E bench in Roma non apparisca quale ordine fusse quello che facesse questo effetto, avendo, massime, la legge agraria avuta tanta oppugnazione; nondimeno per esperienza si vide, che, dopo quattrocento anni che Roma era stata edificata, vi era una grandissima povert; n si pu credere che altro ordine maggiore facesse questo effetto, che vedere come per la povert non ti era impedita la via a qualunque grado ed a qualunque onore, e come e' si andava a trovare la virt in qualunque casa l'abitasse. Il quale modo di vivere faceva manco desiderabili le ricchezze. Questo si vede manifesto; perch, sendo Minuzio consolo assediato con lo esercito suo dagli Equi, si empi di paura Roma, che quello esercito non si perdesse; tanto che ricorsero a creare il Dittatore, ultimo rimedio nelle loro cose afflitte. E crearono Lucio Quinzio Cincinnato, il quale allora si trovava nella sua piccola villa, la quale lavorava di sua mano. La quale cosa con parole auree e celebrata da Tito Livio, dicendo: "Operae pretium est audire, qui omnia prae divitiis humana spernunt, neque honori magno locum, neque virtuti putant esse, nisi effusae affluant opes". Arava Cincinnato la sua piccola villa, la quale non trapassava il termine di quattro iugeri quando da Roma vennero i Legati del Senato a significargli la elezione della sua dittatura, a mostrargli in quale pericolo si trovava la romana Republica. Egli, presa la sua toga, venuto in Roma e ragunato uno esercito ne and a liberare Minuzio, ed avendo rotti e spogliati i nimici, e liberato quello, non volle che lo esercito assediato fusse partecipe della preda, dicendogli queste parole: - Io non voglio che tu participi della preda di coloro de' quali tu se' stato per essere preda; - e priv Minuzio del consolato, e fecelo Legato, dicendogli: - Starai in questo grado tanto, che tu impari a sapere essere Consolo -. Aveva fatto suo Maestro de' cavagli Lucio Tarquinio, il quale per la povert militava a piede. Notasi, come  detto, l'onore che si faceva in Roma alla povert; e come a un uomo buono e valente, quale era Cincinnato, quattro iugeri di terra bastavano a nutrirlo. La quale povert si vede come era ancora ne' tempi di Marco Regolo; perch, sendo in Affrica con gli eserciti, domand licenza al Senato per potere tornare a custodire la sua villa, la quale gli era guasta da' suoi lavoratori. Dove si vede due cose notabilissime: l'una, la povert, e come vi stavano dentro contenti, e come e' bastava a quelli cittadini trarre della guerra onore, e l'utile tutto lasciavano al publico. Perch, s'egli avessero pensato d'arricchire della guerra, gli sarebbe dato poca briga che i suoi campi fussono stati guasti. L'altra  considerare la generosit dell'animo di quelli cittadini, i quali, preposti ad uno esercito, saliva la grandezza dello animo loro sopra ogni principe, non stimavono i re, non le republiche; non gli sbigottiva n spaventava cosa alcuna; e tornati dipoi privati, diventavano parchi, umili, curatori delle piccole facult loro, ubbidienti a' magistrati, reverenti alli loro maggiori: talch pare impossibile che uno medesimo animo patisca tale mutazione.
Dur questa povert ancora infino a' tempi di Paulo Emilio, che furono quasi gli ultimi felici tempi di quella Republica, dove uno cittadino, che col trionfo suo arricch Roma, nondimeno mantenne povero s. Ed in tanto si stimava ancora la povert, che Paulo, nell'onorare chi si era portato bene nella guerra, don a uno suo genero una tazza d'ariento, il quale fu il primo ariento che fusse nella sua casa. Potrebbesi, con un lungo parlare, mostrare quanto migliori frutti produca la povert che la ricchezza, e come l'una ha onorato le citt, le provincie, le stte, e l'altra le ha rovinate; se questa materia non fusse stata molte volte da altri uomini celebrata.

26.

Come per cagione di femine.
si rovina uno stato. .


Nacque nella citt d'Ardea intra i patrizi e gli plebei una sedizione per cagione d'uno parentado: dove, avendosi a maritare una femina ricca, la domandarono parimente uno plebeo ed uno nobile; e non avendo quella padre, i tutori la volevono congiugnere al plebeo, la madre al nobile: di che nacque tanto tumulto, che si venne alle armi; dove tutta la Nobilit si arm in favore del nobile, e tutta la plebe in favore del plebeo. Talch, essendo superata la plebe, si usc d'Ardea, e mand a' Volsci per aiuto: i nobili mandarono a Roma. Furono prima i Volsci, e, giunti intorno ad Ardea, si accamparono. Sopravvennono i Romani, e rinchiusono i Volsci infra la terra e loro; tanto che gli costrinsono, essendo stretti dalla fame, a darsi a discrezione. Ed entrati i Romani in Ardea, e morti tutti i capi della sedizione, composono le cose di quella citt.
Sono in questo testo pi cose da notare. Prima, si vede come le donne sono state cagioni di molte rovine, ed hanno fatti gran danni a quegli che governano una citt, ed hanno causato di molte divisioni in quelle: e, come si  veduto in questa nostra istoria, lo eccesso fatto contro a Lucrezia tolse lo stato ai Tarquinii; quell'altro, fatto contro a Virginia, priv i Dieci dell'autorit loro. Ed Aristotile, intra le prime cause che mette della rovina de' tiranni,  lo avere ingiuriato altrui per conto delle donne, o con stuprarle, o con violarle, o con rompere i matrimonii; come di questa parte, nel capitolo dove noi trattamo delle congiure, largamente si parl. Dico, adunque, come i principi assoluti ed i governatori delle republiche non hanno a tenere poco conto di questa parte; ma debbono considerare i disordini che per tale accidente possono nascere, e rimediarvi in tempo che il rimedio non sia con danno e vituperio dello stato loro o della loro republica: come intervenne agli Ardeati; i quali, per avere lasciato crescere quella gara intra i loro cittadini, si condussero a dividersi infra loro; e, volendo riunirsi, ebbono a mandare per soccorsi esterni: il che  uno grande principio d'una propinqua servit.
Ma veniamo allo altro notabile, del modo del riunire le citt; del quale nel futuro capitolo parlereno.

27.

Come e' si ha ad unire una citt divisa; .
e come e' non  vera quella opinione, .
che, a tenere le citt, .
bisogni tenerle divise. .


Per lo esemplo de' Consoli romani che riconciliorono insieme gli Ardeati, si nota il modo come si debbe comporre una citt divisa: il quale non  altro, n altrimenti si debbe medicare, che ammazzare i capi de' tumulti, perch gli  necessario pigliare uno de' tre modi: o ammazzargli, come feciono costoro; o rimuovergli della citt; o fare loro fare pace insieme, sotto oblighi di non si offendere. Di questi tre modi, questo ultimo  pi dannoso, meno certo e pi inutile. Perch gli  impossibile, dove sia corso assai sangue, o altre simili ingiurie, che una pace, fatta per forza, duri, riveggendosi ogni d insieme in viso; ed  difficile che si astenghino dallo ingiuriare l'uno l'altro, potendo nascere infra loro ogni d, per la conversazione, nuove cagioni di querele.
Sopra che non si pu dare il migliore esemplo che la citt di Pistoia. Era divisa quella citt, come  ancora, quindici anni sono, in Panciatichi e Cancellieri; ma allora era in sull'armi, ed oggi le ha posate. E dopo molte dispute infra loro vennono al sangue, alla rovina delle case, al predarsi la roba, e ad ogni altro termine di nimico. Ed i Fiorentini, che gli avevano a comporre, sempre vi usarono quel terzo modo; e sempre ne nacque maggiori tumulti e maggiori scandali: tanto che, stracchi, e' si venne al secondo modo, di rimuovere i capi delle parti; de' quali alcuni messono in prigione alcuni altri confinarono in vari luoghi: tanto che l'accordo fatto potette stare, ed  stato infino a oggi. Ma sanza dubbio pi sicuro saria stato il primo. Ma perch simili esecuzioni hanno il grande ed il generoso, una republica debole non le sa fare, ed nne tanto discosto, che a fatica la si conduce al rimedio secondo. E questi sono di quegli errori che io dissi nel principio, che fanno i principi de' nostri tempi, che hanno a giudicare le cose grandi; perch doverrebbono volere udire come si sono governati coloro che hanno avuto a giudicare anticamente simili casi. Ma la debolezza de' presenti uomini, causata dalla debole educazione loro e dalla poca notizia delle cose, fa che si giudicano i giudicii antichi, parte inumani, parte impossibili. Ed hanno certe loro moderne opinioni, discosto al tutto dal vero, come  quella che dicevano e' savi della nostra citt, un tempo fa: che bisognava tenere Pistoia con le parti, e Pisa con le fortezze; e non si avveggono, quanto l'una e l'altra di queste due cose  inutile.
Io voglio lasciare le fortezze, perch di sopra ne parlamo a lungo; e voglio discorrere la inutilit che si trae del tenere le terre, che tu hai in governo, divise. In prima, egli  impossibile che tu ti mantenga tutte a due quelle parti amiche, o principe o republica che le governi. Perch dalla natura  dato agli uomini pigliare parte in qualunque cosa divisa, e piacergli pi questa che quella. Talch, avendo una parte di quella terra male contenta, fa che, la prima guerra che viene, te la perdi; perch gli  impossibile guardare una citt che abbia e' nimici fuori e dentro. Se la  una republica che la governi, non ci  il pi bel modo a fare cattivi i tuoi cittadini ed a fare dividere la tua citt, che avere in governo una citt divisa; perch ciascuna parte cerca di avere favori, e ciascuna si fa amici con varie corruttele: talch ne nasce due grandissimi inconvenienti; l'uno, che tu non ti gli fai mai amici, per non gli potere governare bene, variando il governo spesso, ora con l'uno, ora con l'altro omore; l'altro, che tale studio di parte divide di necessit la tua republica. Ed il Biondo, parlando de' Fiorentini e de' Pistolesi, ne fa fede, dicendo: "Mentre che i Fiorentini disegnavono di riunire Pistoia, divisono s medesimi". Pertanto, si pu facilmente considerare il male che da questa divisione nasca.
Nel 1502, quando si perd Arezzo, e tutto Val di Tevere e Val di Chiana, occupatoci dai Vitelli e dal duca Valentino, venne un monsignor di Lant, mandato dal re di Francia a fare ristituire ai Fiorentini tutte quelle terre perdute; e trovando Lant in ogni castello uomini che, nel vicitarlo, dicevano che erano della parte di Marzocco, biasim assai questa divisione: dicendo, che, se in Francia uno di quegli sudditi del re dicesse di essere della parte del re, sarebbe gastigato, perch tale voce non significherebbe altro, se non che in quella terra fusse gente inimica del re, e quel re vuole che le terre tutte sieno sue amiche, unite e sanza parte. Ma tutti questi modi e queste opinioni diverse dalla verit, nascono dalla debolezza di chi  signore; i quali, veggendo di non potere tenere gli stati con forza e con virt, si voltono a simili industrie: le quali qualche volta ne' tempi quieti giovano qualche cosa, ma, come e' vengono le avversit ed i tempi forti, le mostrano la fallacia loro.

28.

Che si debbe por mente .
alle opere de' cittadini, .
perch molte volte sotto una opera pia .
si nasconde uno principio di tirannide. .


Essendo la citt di Roma aggravata dalla fame, e non bastando le provisioni publiche a cessarla, prese animo uno Spurio Melio, essendo assai ricco, secondo quegli tempi, di fare provisione privatamente di frumento, e pascerne col suo grado la plebe. Per la quale cosa, egli ebbe tanto concorso di popolo in suo favore, che il Senato, pensando all' inconveniente che di quella sua liberalit poteva nascere, per opprimerla avanti che la pigliasse pi forze, gli cre uno Dittatore addosso, e fecelo morire. Qui  da notare, come molte volte le opere che paiono pie e da non le potere ragionevolmente dannare, diventono crudeli, e per una republica sono pericolosissime, quando le non siano a buona ora corrette. E per discorrere questa cosa pi particularmente, dico che una republica sanza i cittadini riputati non pu stare, n pu governarsi in alcuno modo bene. Dall'altro canto, la riputazione de' cittadini  cagione della tirannide delle republiche. E volendo regolare questa cosa, bisogna ordinarsi talmente, che i cittadini siano riputati, di riputazione che giovi, e non nuoca, alla citt ed alla libert di quella. E per si debbe esaminare i modi con i quali e' pigliano riputazione; che sono in effetto due: o publici o privati. I modi publici sono, quando uno, consigliando bene, operando meglio, in beneficio comune, acquista riputazione. A questo onore si debba aprire la via ai cittadini, e preporre premii ed ai consigli ed alle opere, talch se ne abbiano ad onorare e sodisfare. E quando queste riputazioni, prese per queste vie, siano stiette e semplici, non saranno mai pericolose: ma quando le sono prese per vie private, che  l'altro modo preallegato, sono pericolosissime ed in tutto nocive. Le vie private sono, faccendo beneficio a questo ed a quello altro privato, col prestargli danari, maritargli le figliuole, difenderlo dai magistrati, e faccendogli simili privati favori, i quali si fanno gli uomini partigiani, e danno animo, a chi  cos favorito, di potere corrompere il publico e sforzare le leggi. Debbe, pertanto, una republica bene ordinata aprire le vie come  detto, a chi cerca favori per vie publiche, e chiuderle a chi li cerca per vie private, come si vede che fece Roma perch in premio di chi operava bene per il publico, ordin i trionfi, e tutti gli altri onori che la dava ai suoi cittadini, ed in danno di chi sotto vari colori per vie private cercava di farsi grande, ordin l'accuse; e quando queste non bastassero, per essere accecato il popolo da una spezie di falso bene, ordin il Dittatore, il quale con il braccio regio facesse ritornare dentro al segno chi ne fosse uscito, come la fece per punire Spurio Melio. Ed una che di queste cose si lasci impunita,  atta a rovinare una republica; perch difficilmente con quello esemplo si riduce dipoi in la vera via.

29.

Che gli peccati de' popoli .
nascono dai principi. .


Non si dolghino i principi di alcuno peccato che facciono i popoli ch'egli abbiano in governo; perch tali peccati conviene che naschino o per la sua negligenza, o per essere lui macchiato di simili errori. E chi discorrer i popoli che ne' nostri tempi sono stati tenuti pieni di ruberie e di simili peccati, vedr che sar al tutto nato da quegli che gli governavano, che erano di simile natura. La Romagna, innanzi che in quella fussono spenti da papa Alessandro VI quegli signori che la comandavano, era un esempio d'ogni sceleratissima vita, perch quivi si vedeva per ogni leggiere cagione seguire occisioni e rapine grandissime. Il che nasceva dalla tristitia di quelli principi; non dalla natura trista degli uomini, come loro dicevano. Perch, sendo quegli principi poveri, e volendo vivere da ricchi, erano necessitati volgersi a molte rapine, e quelle per vari modi usare. Ed intra l'altre disoneste vie che tenevano, e' facevano leggi, e proibivono alcuna azione; dipoi erano i primi che davano cagione della inosservanza di esse, n mai punivano gli inosservanti, se non poi, quando vedevano assai essere incorsi in simile pregiudizio; ed allora si voltavano alla punizione, non per zelo della legge fatta, ma per cupidit di riscuotere la pena. Donde nasceva molti inconvenienti, e sopra tutto, questo, che i popoli s'impoverivano, e non si correggevano; e quegli che erano impoveriti, s'ingegnavano, contro a' meno potenti di loro, prevalersi. Donde surgevano tutti quelli mali che di sopra si dicano, de' quali era cagione il principe. E che questo sia vero, lo mostra Tito Livio quando e' narra che, portando i Legati romani il dono della preda de' Veienti ad Apolline, furono presi da' corsali di Lipari in Sicilia, e condotti in quella terra: ed inteso Timasiteo, loro principe, che dono era questo, dove gli andava e chi lo mandava, si port, quantunque nato a Lipari, come uomo romano, e mostr al popolo quanto era impio occupare simile dono; tanto che, con il consenso dello universale, ne lasci andare i Legati con tutte le cose loro. E le parole dello istorico sono queste: "Timasitheus multitudinem religione implevit, quae semper regenti est similis". E Lorenzo de' Medici, a confermazione di questa sentenza, dice:

E quel che fa 'l signor, fanno poi molti;
Che nel signor son tutti gli occhi volti..


30.

A uno cittadino .
che voglia nella sua republica .
fare di sua autorit alcuna opera buona, .
 necessario, prima, spegnere l'invidia: .
e come, vedendo il nimico, .
si ha a ordinare la difesa d'una citt. .


Intendendo il Senato romano come la Toscana tutta aveva fatto nuovo deletto per venire a' danni di Roma; e come i Latini e gli Ernici, stati per lo addietro amici del Popolo romano, si erano accostati con i Volsci, perpetui inimici di Roma; giudic questa guerra dovere essere pericolosa. E trovandosi Cammillo tribuno di potest consolare, pens che si potesse fare sanza creare il Dittatore, quando gli altri Tribuni suoi collegi volessono cedergli la somma dello imperio. Il che detti Tribuni fecero volontariamente: "Nec quicquam (dice Tito Livio) de maiestate sua detractum credebant, quod maiestati eius concessissent". Onde Cammillo, presa a parole questa ubbidienza, comand che si scrivesse tre eserciti. Del primo volle essere capo lui, per ire contro a' Toscani. Del secondo fece capo Quinto Servilio, il quale volle stesse propinquo a Roma, per ostare ai Latini ed agli Ernici, se si movessono. Al terzo esercito prepose Lucio Quinzio, il quale scrisse per tenere guardata la citt e difese le porte e la curia, in ogni caso che nascesse. Oltre a di questo, ordin che Orazio, uno de' suoi collegi, provedesse l'armi ed il frumento e l'altre cose che richieggono i tempi della guerra. Prepose Cornelio, ancora, suo collega, al Senato ed al publico consiglio, acciocch potesse consigliare le azioni che giornalmente si avevano a fare ed esequire: in modo furono quegli Tribuni, in quelli tempi, per la salute della patria, disposti a comandare ed a ubbidire. Notasi per questo testo, quello che faccia uno uomo buono e savio, e di quanto bene sia cagione, e quanto utile e' possa fare alla sua patria, quando, mediante la sua bont e virt, egli ha spenta la invidia; la quale  molte volte cagione che gli uomini non possono operare bene, non permettendo detta invidia che gli abbino quella autorit la quale  necessaria avere nelle cose d'importanza. Spegnesi questa invidia in due modi. O per qualche accidente forte e difficile, dove ciascuno, veggendosi perire, posposta ogni ambizione, corre volontariamente ad ubbidire a colui che crede che con la sua virt lo possa liberare: come intervenne a Cammillo, il quale avendo dato di s tanti saggi di uomo eccellentissimo, ed essendo stato tre volte Dittatore, ed avendo amministrato sempre quel grado ad utile publico, e non a propria utilit aveva fatto che gli uomini non temevano della grandezza sua; e per esser tanto grande e tanto riputato, non stimavano cosa vergognosa essere inferiori a lui (e per dice Tito Livio saviamente quelle parole "Nec quicquam" ecc.) in un altro modo si spegne l'invidia quando, o per violenza o per ordine naturale, muoiono coloro che sono stati tuoi concorrenti nel venire a qualche riputazione ed a qualche grandezza; quali, veggendoti riputato pi di loro,  impossibile che mai acquieschino, e stieno pazienti. E quando e' sono uomini che siano usi a vivere in una citt corrotta, dove la educazione non abbia fatto in loro alcuna bont,  impossibile che per accidente alcuno, mai si ridichino; e per ottenere la voglia loro, e satisfare alla loro perversit d'animo sarebbero contenti vedere la rovina della loro patria. A vincere questa invidia non ci  altro rimedio che la morte di coloro che l'hanno; e quando la fortuna  tanto propizia a quell'uomo virtuoso, che si muoiano ordinariamente, diventa, sanza scandalo, glorioso, quando sanza ostacolo e sanza offesa e' pu mostrare la sua virt; ma quando e' non abbi questa ventura, gli conviene pensare per ogni via a torsegli dinanzi; e prima che e' facci cosa alcuna, gli bisogna tenere modi che vinca questa difficult. E chi legge la Bibbia sensatamente, vedr Mois essere stato forzato, a volere che le sue leggi e che i suoi ordini andassero innanzi, ad ammazzare infiniti uomini, i quali, non mossi da altro che dalla invidia, si opponevano a' disegni suoi. Questa necessit conosceva benissimo frate Girolamo Savonerola; conoscevala ancora Piero Soderini, gonfaloniere di Firenze. L'uno non potette vincerla, per non avere autorit a poterlo fare (che fu il frate), e per non essere inteso bene da coloro che lo seguitavano, che ne arebbero avuto autorit. Nonpertanto per lui non rimase, e le sue prediche sono piene di accuse de' savi del mondo e d'invettive contro a loro: perch chiamava cos questi invidi, e quegli che si opponevano agli ordini suoi. Quell'altro credeva, col tempo, con la bont, con la fortuna sua, col benificare alcuno, spegnere questa invidia; vedendosi di assai fresca et, e con tanti nuovi favori che gli arrecava el modo del suo procedere, che credeva potere superare quelli tanti che per invidia se gli opponevano, sanza alcuno scandolo, violenza e tumulto: e non sapeva che il tempo non si pu aspettare, la bont non basta, la fortuna varia, e la malignit non truova dono che la plachi. Tanto che l'uno e l'altro di questi due rovinarono, e la rovina loro fu causata da non avere saputo o potuto vincere questa invidia.
L'altro notabile  l'ordine che Cammillo dette, dentro e fuori, per la salute di Roma. E veramente, non sanza cagione gli istorici buoni, come  questo nostro, mettono particularmente e distintamente certi casi, acciocch i posteri imparino come gli abbino in simili accidenti difendersi. E debbesi in questo testo notare, che non  la pi pericolosa n la pi inutile difesa, che quella che si fa tumultuariamente e sanza ordine. E questo si mostra per quello terzo esercito che Cammillo fece scrivere per lasciarlo, in Roma, a guardia della citt: perch molti arebbero giudicato e giudicherebbero questa parte superflua, sendo quel popolo, per l'ordinario, armato e bellicoso; e per questo, che non bisognasse di scriverlo altrimenti, ma bastasse farlo armare quando il bisogno venisse. Ma Cammillo, e qualunque fusse savio come era esso, la giudica altrimenti; perch non permette mai che una moltitudine pigli l'arme, se non con certo ordine e certo modo. E per, in su questo esemplo, uno che sia preposto a guardia d'una citt, debba fuggire come uno scoglio il fare armare gli uomini tumultuosamente; ma debba avere prima scritti e scelti quegli che voglia si armino, chi gli abbino ad ubbidire, dove a convenire, dove a andare; e, quegli che non sono scritti, comandare che stieno ciascuno alle case sue, a guardia di quelle. Coloro che terranno questo ordine in una citt assaltata, facilmente si potranno difendere: chi far altrimenti, non imiter Cammillo, e non si difender.

31.

Le republiche forti .
e gli uomini eccellenti .
ritengono in ogni fortuna .
il medesimo animo .
e la loro medesima dignit. .


Intra l'altre magnifiche cose che 'l nostro istorico fa dire e fare a Cammillo, per mostrare come debbe essere fatto un uomo eccellente, gli mette in bocca queste parole: "Nec mihi dictatura animos fecit, nec exilium ademit". Per le quali si vede, come gli uomini grandi sono sempre in ogni fortuna quelli medesimi; e se la varia, ora con esaltarli, ora con opprimerli, quegli non variano, ma tengono sempre lo animo fermo, ed in tale modo congiunto con il modo del vivere loro, che facilmente si conosce per ciascuno, la fortuna non avere potenza sopra di loro. Altrimenti si governano gli uomini deboli perch invaniscono ed inebriano nella buona fortuna, attribuendo tutto il bene che gli hanno a quella virt che non conobbono mai. D'onde nasce che diventano insopportabili ed odiosi a tutti coloro che gli hanno intorno. Da che poi depende la subita variazione della sorte; la quale come veggono in viso, caggiono subito nell'altro difetto, e diventano vili ed abietti. Di qui nasce che i principi cos fatti pensano nelle avversit pi a fuggirsi che a difendersi, come quelli che, per avere male usata la buona fortuna, sono ad ogni difesa impreparati.
Questa virt, e questo vizio, che io dico trovarsi in un uomo solo, si truova ancora in una republica, ed in esemplo ci sono i Romani ed i Viniziani. Quelli primi, nessuna cattiva sorte gli fece mai diventare abietti n nessuna buona fortuna gli fece mai essere insolenti; come si vide manifestamente dopo la rotta ch'egli ebbero a Canne, e dopo la vittoria ch'egli ebbero contro a Antioco; perch, per quella rotta, ancora che gravissima per essere stata la terza, non invilirono mai; e mandarono fuori eserciti; non vollono riscattare i loro prigioni contro agli ordini loro; non mandarono ad Annibale o a Cartagine a chiedere pace: ma, lasciate stare tutte queste cose abiette indietro, pensarono sempre alla guerra armando, per carestia di uomini, i vecchi ed i servi loro. La quale cosa conosciuta da Annone cartaginese, come di sopra si disse, mostr a quel Senato quanto poco conto si aveva a tenere della rotta di Canne. E cos si vide come i tempi difficili non gli sbigottivono, n gli rendevono umili. Dall'altra parte, i tempi prosperi non gli facevano insolenti: perch, mandando Antioco oratori a Scipione, a chiedere accordo, avanti che fussono venuti alla giornata, e ch'egli avesse perduto Scipione gli dette certe condizioni della pace; quali erano, che si ritirasse dentro alla Soria, ed il resto lasciasse nello arbitrio del Popolo romano. Il quale accordo recusando Antioco, e venendo alla giornata, e perdendola, rimand imbasciadori a Scipione, con commissione che pigliassero tutte quelle condizioni erano date loro dal vincitore: alli quali non propose altri patti che quegli si avesse offerti innanzi che vincesse; soggiugnendo queste parole: "Quod Romani, si vincuntur, non minuuntur animis; nec, si vincunt, insolescere solent".
Al contrario appunto di questo si  veduto fare ai Viniziani: i quali nella buona fortuna, parendo loro aversela guadagnata con quella virt che non avevano, erano venuti a tanta insolenza che chiamavano il re di Francia figliuolo di San Marco; non stimavano la Chiesa; non capivano in modo alcuno in Italia; ed eronsi presupposti nello animo di avere a fare una monarchia simile alla romana. Dipoi, come la buona sorte gli abbandon e ch'egli ebbono una mezza rotta a Vail, dal re di Francia, perderono non solamente tutto lo stato loro per ribellione, ma buona parte ne dettero al papa ed al re di Spagna per vilt ed abiezione d'animo; ed in tanto invilirono, che mandarono imbasciadori allo imperadore a farsi tributari, scrissono al papa lettere piene di vilt e di sommissione per muoverlo a compassione. Alla quale infelicit pervennono in quattro giorni, e dopo una mezza rotta: perch, avendo combattuto il loro esercito, nel ritirarsi venne a combattere ed essere oppresso circa la met, in modo che, l'uno de' Provveditori, che si salv, arriv a Verona con pi di venticinquemila soldati, intr'a pi ed a cavallo. Talmentech, se a Vinegia e negli ordini loro fosse stata alcuna qualit di virt, facilmente si potevano rifare, e rimostrare di nuovo il viso alla fortuna, ed essere a tempo o a vincere o a perdere pi gloriosamente, o ad avere accordo pi onorevole. Ma la vilt dello animo loro, causata dalla qualit de' loro ordini non buoni nelle cose della guerra, gli fece ad un tratto perdere lo stato e l'animo. E sempre interverr cos a qualunque si governa come loro. Perch questo diventare insolente nella buona fortuna ed abietto nella cattiva, nasce dal modo del procedere tuo, e dalla educazione nella quale ti se' nutrito: la quale, quando  debole e vana, ti rende simile a s; quando  stata altrimenti, ti rende anche d'un'altra sorte; e, faccendoti migliore conoscitore del mondo, ti fa meno rallegrare del bene, e meno rattristare del male. E quello che si dice d'uno solo, si dice di molti che vivono in una republica medesima; i quali si fanno di quella perfezione, che ha il modo del vivere di quella.
E bench altra volta si sia detto come il fondamento di tutti gli stati  la buona milizia; e come, dove non  questa, non possono essere n leggi buone n alcuna altra cosa buona, non mi pare superfluo riplicarlo: perch ad ogni punto nel leggere questa istoria si vede apparire questa necessit; e si vede come la milizia non puot essere buona, se la non  esercitata; e come la non si pu esercitare, se la non  composta di tuoi sudditi. Perch sempre non si sta in guerra, n si pu starvi. Per conviene poterla esercitare a tempo di pace; e con altri che con sudditi non si pu fare questo esercizio, rispetto alla spesa. Era Cammillo andato, come di sopra dicemo, con lo esercito contro ai Toscani; ed avendo i suoi soldati veduto la grandezza dello esercito de' nimici, si erano tutti sbigottiti, parendo loro essere tanto inferiori da non potere sostenere l'impeto di quegli. E pervenendo questa mala disposizione del campo agli orecchi di Cammillo, si mostr fuora, ed andando parlando per il campo a questi e quelli soldati, trasse loro del capo questa opinione; e nello ultimo, sanza ordinare altrimenti il campo, disse: "Quod quisque didicit, aut consuevit, faciet". E chi considera bene questo termine, e le parole disse loro, per inanimirli ad ire contro a' nimici, considerasi come e' non si poteva n dire n fare fare alcuna di quelle cose a uno esercito che prima non fosse stato ordinato ed esercitato ed in pace ed in guerra. Perch di quegli soldati che non hanno imparato a fare cosa alcuna, non pu uno capitano fidarsi, e credere che faccino alcuna cosa che stia bene; e se gli comandasse uno nuovo Annibale, vi rovinerebbe sotto. Perch, non potendo uno capitano essere, mentre si fa la giornata, in ogni parte; se non ha prima in ogni parte ordinato di potere avere uomini che abbino lo spirito suo e bene gli ordini e modi del procedere suo, conviene di necessit che ci rovini. Se, adunque, una citt sar armata ed ordinata come Roma; e che ogni d ai suoi cittadini, ed in particulare ed in publico, tocchi a fare isperienza e della virt loro, e della potenza della fortuna; interverr sempre che in ogni condizione di tempo ei fiano del medesimo animo, e manterranno la medesima loro degnit: ma quando e' fiano disarmati, e che si appoggeranno solo agl'impeti della fortuna e non alla propria virt, varieranno col variare di quella, e daranno sempre, di loro, esemplo tale che hanno dato i Viniziani.

32.

Quali modi hanno tenuti alcuni .
a turbare una pace. .


Essendosi ribellate dal Popolo romano Circei e Velitre, due sue colonie, sotto speranza di essere difese dai Latini, ed essendo di poi i Latini, vinti, e mancando di quella speranza, consigliavano assai cittadini che si dovesse mandare a Roma oratori a raccomandarsi al Senato: il quale partito fu turbato da coloro che erano stati autori della ribellione; i quali temevano che tutta la pena non si voltasse sopra le teste loro. E per trre via ogni ragionamento di pace, incitarono la moltitudine ad amarsi, ed a correre sopra i confini romani. E veramente, quando alcuno vuole o che uno popolo o uno principe lievi al tutto l'animo da uno accordo, non ci  altro rimedio pi vero n pi stabile, che farli usare qualche grave sceleratezza contro a colui con il quale tu non vuoi che l'accordo si faccia: perch sempre lo terr discosto quella paura di quella pena che a lui parr per lo errore commesso avere meritata. Dopo la prima guerra che i Cartaginesi ebbono con i Romani, quelli soldati che dai Cartaginesi erano stati adoperati in quella guerra in Sicilia ed in Sardigna, fatta che fu la pace, se ne andarono in Affrica; dove non essendo sodisfatti del loro stipendio, mossono l'armi contro ai Cartaginesi; e fatti, di loro, due capi, Mato e Spendio, occuparono molte terre ai Cartaginesi, e molte ne saccheggiarono. I Cartaginesi, per tentare prima ogni altra via che la zuffa, mandarono, a quelli, ambasciadore Asdrubale loro cittadino, il quale pensavano avesse alcuna autorit con quelli, essendo stato per lo adietro loro capitano. Ed arrivato costui, e volendo Spendio e Mato obligare tutti quelli soldati a non sperare di avere mai pi pace con i Cartaginesi e per questo obligarli alla guerra; persuasono loro, ch'egli era meglio ammazzare costui, con tutti i cittadini cartaginesi, quali erano appresso loro prigioni. Donde, non solamente gli ammazzarono, ma con mille supplicii in prima gli straziorono; aggiugnendo a questa sceleratezza uno editto che tutti i Cartaginesi, che per lo avvenire si pigliassono, si dovessono in simile modo uccidere. La quale diliberazione ed esecuzione fece quello esercito crudele ed ostinato contro ai Cartaginesi.

33.

Egli  necessario, .
a volere vincere una giornata, .
fare lo esercito confidente .
ed infra loro e con il capitano. .


A volere che uno esercito vinca la giornata,  necessario farlo confidente, in modo che creda dovere in ogni modo vincere. Le cose che lo fanno confidente sono: che sia armato ed ordinato bene; conoschinsi l'uno l'altro. N pu nascere questa confidenza o questo ordine, se non in quelli soldati che sono nati e vissuti insieme. Conviene che il capitano sia stimato di qualit che confidino nella prudenza sua: e sempre confideranno, quando lo vegghino ordinato, sollecito ed animoso, e che tenga bene e con riputazione la maest del grado suo: e sempre la manterr, quando gli punisca degli errori, e non gli affatichi invano; osservi loro le promesse; mostri facile la via del vincere; quelle cose che discosto potessino mostrare i pericoli, le nasconda o le alleggerisca. Le quali cose, osservate bene, sono cagione grande che lo esercito confida, e confidando vince. Usavano i Romani di fare pigliare agli eserciti loro questa confidenza per via di religione: donde nasceva, che con gli augurii ed auspicii creavano i Consoli, facevano il deletto, partivano con gli eserciti, e venivano alla giornata. E sanza avere fatto alcuna di queste cose, non mai arebbe uno buono capitano e savio tentata alcuna fazione, giudicando di averla potuta perdere facilmente, s'e' suoi soldati non avessoro prima intesi gli Dii essere da parte loro. E quando alcuno Consolo, o altro loro capitano, avesse combattuto, contro agli auspicii, lo arebbero punito; come ei punirono Claudio Pulcro. E bench questa parte in tutte le istorie romane si conosca, nondimeno si pruova pi certo per le parole che Livio usa nella bocca di Appio Claudio; il quale, dolendosi col popolo della insolenzia de' Tribuni della plebe, e mostrando che, mediante quelli, gli auspicii e le altre cose pertinenti alla religione si corrompevano, dice cos: "Eludant nunc licet religiones. Quid enim interest, si pulli non pascentur, si ex cavea tardius exiverint, si occinuerit avis? Parva sunt haec; sed parva ista non contemnendo, maiores nostri maximam hanc rempublicam fecerunt". Perch in queste cose piccole  quella forza di tenere uniti e confidenti i soldati: la quale cosa  prima cagione d'ogni vittoria. Nonpertanto, conviene con queste cose sia accompagnata la virt: altrimenti, le non vagliano. I Prenestini, avendo contro ai Romani fuori el loro esercito, se n'andarono ad alloggiare in sul fiume d'Allia, il luogo dove i Romani furono vinti da i Franciosi; il che fecero per mettere fiducia ne' loro soldati, e sbigottire i Romani per la fortuna del luogo. E bench questo loro partito fusse probabile, per quelle ragioni che di sopra si sono discorse; nientedimeno il fine della cosa mostr che la vera virt non teme ogni minimo accidente. Il che lo istorico benissimo dice con queste parole, in bocca poste del Dittatore, che parla cos al suo Maestro de' cavagli: "Vides tu, fortuna illos fretos ad Alliam consedisse; at tu, fretus armis animisque, invade mediam aciem". Perch una vera virt, un ordine buono, una sicurt presa da tante vittorie, non si pu con cose di poco momento spegnere; n una cosa vana fa loro paura, n un disordine gli offende: come si vede certo, che, essendo due Manlii consoli contro a' Volsci, per avere mandato temerariamente parte del campo a predare, ne segu che, in un tempo, e quelli che erano iti e quelli che erano rimasti si trovavono assediati; dal quale pericolo, non la prudenza de' Consoli, ma la virt de' propri soldati gli liber. Dove Tito Livio dice queste parole: "Militum, etiam sine rectore, stabilis virtus tutata est".
Non voglio lasciare indietro uno termine usato da Fabio, sendo entrato di nuovo con lo esercito in Toscana, per farlo confidente, giudicando quella tale fidanza essere pi necessaria per averlo condotto in paese nuovo, incontro a nimici nuovi: che, parlando avanti la zuffa a' soldati, e detto ch'ebbe molte ragioni, mediante le quali ei potevono sperare la vittoria, disse che potrebbe ancora dire loro certe cose buone, e dove ei vedrebbono la vittoria certa, se non fusse pericoloso il manifestarle. Il quale modo, come e' fu saviamente usato, cos merita di essere imitato.

34.

Quale fama o voce o opinione .
fa che il popolo .
comincia a favorire uno cittadino: .
e se ei distribuisce i magistrati .
con maggiore prudenza che un principe. .


Altra volta parlamo come Tito Manlio, che fu poi detto Torquato, salv Lucio Manlio suo padre da una accusa che gli aveva fatta Marco Pomponio tribuno della plebe. E bench il modo del salvarlo fosse alquanto violento ed istraordinario, nondimeno quella filiale piat verso del padre fu tanto grata allo universale, che, non solamente non ne fu ripreso, ma, avendosi a fare i Tribuni delle legioni, fu fatto Tito Manlio nel secondo luogo. Per il quale successo, credo che sia bene considerare il modo che tiene il popolo a giudicare gli uomini nelle distribuzioni sue; e che, per quello noi veggiamo, s'egli  vero quanto di sopra si conchiuse, che il popolo sia migliore distributore che uno principe.
Dico, adunque, come il popolo nel suo distribuire va dietro a quello che si dice d'uno per publica voce e fama, quando per sue opere note non lo conosce altrimenti, o per presunzione o opinione che si ha di lui. Le quali due cose sono causate o da' padri di quelli tali che, per essere stati grandi uomini e valenti nella citt, si crede che i figliuoli debbeno essere simili a loro, infino a tanto che per le opere di quegli non s'intenda il contrario; o la  causata dai modi che tiene quello di chi si parla. I modi migliori che si possino tenere, sono: avere compagnia di uomini gravi, di buoni costumi, e riputati savi da ciascuno. E perch nessuno indizio si pu avere maggiore d'un uomo, che le compagnie con quali egli usa; meritamente uno che usa con compagnie oneste, acquista buono nome, perch  impossibile che non abbia qualche similitudine di quelle. O veramente si acquista questa publica fama per qualche azione istraordinaria e notabile ancora che privata, la quale ti sia riuscita onorevolmente. E di tutte a tre queste cose che danno nel principio buona riputazione ad uno, nessuna la d maggiore che questa ultima: perch quella prima de' parenti e de' padri  s fallace, che gli uomini vi vanno a rilento; ed in poco si consuma, quando la virt propria di colui che ha a essere giudicato non l'accompagna. La seconda, che ti fa conoscere per via delle pratiche tue,  meglio della prima, ma  molto inferiore alla terza, perch, infino a tanto che non si vede qualche segno che nasca da te sta la riputazione tua fondata in su l'opinione, la quale  facilissima a cancellarla. Ma quella terza, essendo principiata e fondata in sul fatto ed in su la opera tua, ti d nel principio tanto nome, che bisogna bene che operi poi molte cose contrarie a questa, volendo annullarla. Debbono, adunque, gli uomini che nascono in una republica pigliare questo verso, ed ingegnarsi, con qualche operazione istraordinaria, cominciare a rilevarsi. Il che molti a Roma in giovent fecero o con il promulgare una legge che venisse in comune utilit; o con accusare qualche potente cittadino come transgressore delle leggi; o col fare simili cose notabili e nuove, di che si avesse a parlare. N solamente sono necessarie simili cose per cominciare a darsi la riputazione ma sono ancora necessarie per mantenerla ed accrescerla. Ed a volere fare questo, bisogna rinnovarle; come per tutto il tempo della sua vita fece Tito Manlio: perch, difeso ch'egli ebbe il padre tanto virtuosamente e istraordinariamente, e per questa azione presa la prima riputazione sua, dopo certi anni combatt con quel Francioso, e, morto, gli trasse quella collana d'oro che gli dette il nome di Torquato. Non bast questo, che dipoi, gi in et matura, ammazz il figliuolo per avere combattuto sanza licenza, ancora ch'egli avesse superato il nimico. Le quali tre azioni allora gli dettero pi nome e per tutti i secoli lo fanno pi celebre, che non lo fece alcuno trionfo ed alcuna altra vittoria, di che elli fu ornato quanto alcuno altro Romano. E la cagione , perch in quelle vittorie Manlio ebbe moltissimi simili; in queste particulari azioni n'ebbe o pochissimi o nessuno.
A Scipione maggiore non arrecarono tanta gloria tutti i suoi trionfi, quanto gli dette lo avere, ancora giovinetto, in sul Tesino, difeso il padre; e lo avere, dopo la rotta di Canne, animosamente con la spada sguainata fatto giurare pi giovani romani che ei non abbandonerebbero l'Italia, come di gi infra loro avevano diliberato: le quali due azioni furono principio alla riputazione sua, e gli feciono scala ai trionfi della Spagna e dell'Affrica. La quale opinione da lui fu ancora accresciuta, quando ei rimand la sua figliuola al padre, e la moglie al marito, in Ispagna. Questo modo del procedere non  necessario solamente a quelli cittadini che vogliono acquistare fama per ottenere gli onori nella loro republica, ma  ancora necessario ai principi per mantenersi la riputazione nel principato loro: perch nessuna cosa gli fa tanto stimare, quanto dare di s rari esempli con qualche fatto o detto rado, conforme al bene comune, il quale mostri il signore o magnanimo o liberale o giusto, e che sia tale che si riduca come in proverbio intra i suoi suggetti.
Ma, per tornare donde noi cominciamo questo discorso, dico come il popolo, quando ei comincia a dare uno grado a uno suo cittadino, fondandosi sopra quelle tre cagioni soprascritte, non si fonda male; ma poi, quando gli assai esempli de' buoni portamenti d'uno lo fanno pi noto, si fonda meglio, perch in tale caso non pu essere che quasi mai s'inganni. Io parlo solamente di quelli gradi che si dnno agli uomini nel principio, avanti che per ferma isperienza siano conosciuti, o che passino da un'azione a un'altra dissimile: dove, e quanto alla falsa opinione, e quanto alla corrozione, sempre faranno minori errori che i principi. E perch e' pu essere che i popoli s'ingannerebbono della fama, della opinione e delle opere d'uno uomo, stimandole maggiori che in verit non sono, il che non interverrebbe a uno principe, perch gli sarebbe detto, e sarebbe avvertito da chi lo consigliasse; perch ancora i popoli non manchino di questi consigli, i buoni ordinatori delle republiche hanno ordinato, che, avendosi a creare i supremi gradi nelle citt, dove fosse pericoloso mettervi uomini insufficienti, e veggendosi la voga popolare essere diritta a creare alcuno che fosse insufficiente, sia lecito a ogni cittadino, e gli sia imputato a gloria, di publicare nelle concioni i difetti di quello, acciocch il popolo, non mancando della sua conoscenza, possa meglio giudicare.
E che questo si usasse a Roma, ne rende testimonio l'orazione di Fabio Massimo, la quale ei fece al popolo nella seconda guerra punica, quando nella creazione de' Consoli i favori si volgevano a creare Tito Ottacilio; e giudicandolo Fabio insufficiente a governare in quelli tempi il consolato, gli parl contro, mostrando la insufficienza sua; tanto che gli tolse quel grado, e volse i favori del popolo a chi pi lo meritava che lui. Giudicano, adunque, i popoli, nella elezione a' magistrati, secondo quelli contrassegni che degli uomini si possono avere pi veri; e quando ei possono essere consigliati come i principi, errano meno de' principi: e quel cittadino che voglia cominciare a avere i favori del popolo, debbe con qualche fatto notabile, come fece Tito Manlio, guadagnarseli.

35.

Quali pericoli si portano .
nel farsi capo a consigliare una cosa; .
e, quanto ella ha pi dello istraordinario, .
maggiori pericoli vi si corrono. .


Quanto sia cosa pericolosa farsi capo d'una cosa nuova che appartenga a molti, e quanto sia difficile a trattarla ed a condurla, e, condotta, a mantenerla, sarebbe troppo lunga e troppo alta materia a discorrerla: per, riserbandola a luogo pi conveniente, parler solo di quegli pericoli che portano i cittadini, o quelli che consigliano uno principe a farsi capo d'una diliberazione grave ed importante, in modo che tutto il consiglio di essa sia imputato a lui. Perch, giudicando gli uomini le cose dal fine, tutto il male che ne risulta s'imputa allo autore del consiglio; e, se ne risulta bene, ne  commendato: ma di lunge il premio non contrappesa a il danno. Il presente Sultan Sal, detto Gran Turco, essendosi preparato (secondo che ne riferiscono alcuni che vengono de' suoi paesi) di fare la impresa di Soria e di Egitto, fu confortato da uno suo Basci, quale ei teneva ai confini di Persia, di andare contro al Sof: dal quale consiglio mosso and con esercito grossissimo a quella impresa; e arrivando in uno paese larghissimo, dove sono assai diserti e le fiumare rade, e trovandovi quelle difficult che gi fecero rovinare molti eserciti romani, fu in modo oppressato da quelle, che vi perd, per fame e per peste, ancora che nella guerra fosse superiore, gran parte delle sue genti: talch, irato contro allo autore del consiglio, lo ammazz. Leggesi, assai cittadini stati confortatori d'una impresa, e, per avere avuto quella tristo fine, essere stati mandati in esilio. Fecionsi capi alcuni cittadini romani, che si facesse in Roma il Consule plebeio. Occorse che il primo che usc fuori con gli eserciti, fu rotto; onde a quegli consigliatori sarebbe avvenuto qualche danno, se non fosse stata tanto gagliarda quella parte, in onore della quale tale diliberazione era venuta.
 cosa adunque certissima, che quegli che consigliano una republica, e quegli che consigliano uno principe, sono posti intra queste angustie, che, se non consigliano le cose che paiono loro utili, o per la citt o per il principe, sanza rispetto, e' mancano dell'ufficio loro; se le consigliano, e' gli entrano in pericolo della vita e dello stato: essendo tutti gli uomini in questo ciechi, di giudicare i buoni e i cattivi consigli dal fine. E pensando in che modo ei potessono fuggire o questa infamia o questo pericolo, non ci veggo altra via che pigliare le cose moderatamente, e non ne prendere alcuna per sua impresa, e dire la opinione sua sanza passione, e sanza passione con modestia difenderla: in modo che, se la citt o il principe la segue, che la segua voluntario, e non paia che vi venga tirato dalla tua importunit. Quando tu faccia cos, non  ragionevole che uno principe ed uno popolo del tuo consiglio ti voglia male, non essendo seguito contro alla voglia di molti: perch quivi si porta pericolo dove molti hanno contradetto, i quali poi nello infelice fine concorrono a farti rovinare. E se in questo caso si manca di quella gloria che si acquista nello essere solo contro a molti a consigliare una cosa, quando ella sortisce buono fine, ci sono a rincontro due beni: il primo, del mancare di pericolo; il secondo, che, se tu consigli una cosa modestamente, e per la contradizione il tuo consiglio non sia preso e per il consiglio d'altrui ne seguiti qualche rovina, ne risulta a te gloria grandissima.
E bench la gloria che si acquista de' mali che abbia o la tua citt o il tuo principe, non si possa godere, nondimeno  da tenerne qualche conto.
Altro consiglio non credo si possa dare agli uomini in questa parte: perch consigliandogli che tacessono, e che non dicessono l'opinione loro, sarebbe cosa inutile alla republica o al loro principe, e non fuggirebbono il pericolo; perch in poco tempo diventerebbono sospetti: ed ancora potrebbe loro intervenire come a quegli amici di Perse re de' Macedoni, il quale essendo stato rotto da Paulo Emilio, e fuggendosi con pochi amici, accadde che, nel replicare le cose passate, uno di loro cominci a dire a Perse molti errori fatti da lui, che erano stati cagione della sua rovina; al quale Perse rivoltosi, disse: - Traditore, s che tu hai indugiato a dirmelo ora che io non ho pi rimedio! - e sopra queste parole di sua mano lo ammazz. E cos colui port la pena d'essere stato cheto quando e' doveva parlare, e di avere parlato quando e' doveva tacere; non fugg il pericolo per non avere dato il consiglio. Per credo che sia da tenere ed osservare i termini soprascritti.

36.

Le cagioni perch i Franciosi .
siano stati e siano ancora giudicati .
nelle zuffe, da principio pi che uomini, .

La ferocit di quello Francioso che provocava qualunque Romano, appresso al fiume Aniene, a combattere seco, dipoi la zuffa fatta intra lui e Tito Manlio, mi fa ricordare di quello che Tito Livio pi volte dice, che i Franciosi sono nel principio della zuffa pi che uomini, e nel successo del combattere riescono poi meno che femine. E pensando donde questo nasca, si crede per molti che sia la natura loro cos fatta: il che credo sia vero; ma non  per questo che questa loro natura, che gli fa feroci nel principio, non si potesse in modo con l'arte ordinare, che la gli mantenesse feroci infino nello ultimo.
Ed a volere provare questo, dico come e' sono di tre ragioni eserciti: l'uno dove  furore ed ordine; perch dall'ordine nasce il furore e la virt, come era quello de' Romani: perch si vede in tutte le istorie, che in quello esercito era un ordine buono, che vi aveva introdotto una disciplina militare per lungo tempo. Perch in uno esercito, bene ordinato, nessuno debbe fare alcuna opera se non regolarlo: e si troverr, per questo, che nello esercito romano, dal quale, avendo elli vinto il mondo, debbono prendere esemplo tutti gli altri eserciti, non si mangiava, non si dormiva, non si meritricava, non si faceva alcuna azione o militare o domestica sanza l'ordine del console. Perch quegli eserciti che fanno altrimenti, non sono veri eserciti; e se fanno alcuna pruova, la fanno per furore e per impeto, e non per virt. Ma dove la virt ordinata usa il furore suo con i modi e co' tempi, n difficult veruna lo invilisce, n li fa mancare l'animo: perch gli ordini buoni gli rinfrescono l'animo ed il furore, nutriti dalla speranza del vincere; la quale mai non manca, infino a tanto che gli ordini stanno saldi. Al contrario interviene in quelli eserciti dove  furore e non ordine, come erano i Franciosi, i quali tuttavia nel combattere mancavano, perch, non riuscendo loro con il primo impeto vincere, e non essendo sostenuto da una virt ordinata quello loro furore nel quale egli speravano n avendo fuori di quello cosa in la quale ei cunfidassono come quello era raffreddo, mancavano. Al contrario i Romani, dubitando meno de' pericoli per gli ordini loro buoni non diffidando della vittoria, fermi ed ostinati combattevano col medesimo animo e con la medesima virt nel fine che nel principio: anzi, agitati dalle armi, sempre si accendevano. La terza qualit di eserciti  dove non  furore naturale n ordine accidentale: come sono gli eserciti italiani de' nostri tempi, i quali sono al tutto inutili; e se non si abbattano a uno esercito che per qualche accidente si fugga, mai non vinceranno. E sanza addurre altri esempli, si vede, ciascuno d, come ei fanno pruove di non avere alcuna virt. E perch, con il testimonio di Tito Livio, ciascuno intenda come debbe essere fatta la buona milizia, e come  fatta la rea; io voglio addurre le parole di Papirio Cursore, quando ei voleva punire Fabio, Maestro de' cavalli, quando disse: "Nemo hominum, nemo Deorum, verecundiam habeat; non edicta imperatorum, non auspicia observentur; sine commeatu vagi milites in pacato, in hostico errent; immemores sacramenti, licentia sola se ubi velint exauctorent; infrequentia deserant signa; neque conveniatur ad edictum, nec discernantur, interdiu nocte; aequo iniquo loco, iussu iniussu imperatoris pugnent; et non signa, non ordines servent: latrocinii modo, caeca et fortuita pro sollemni et sacrata militia sit". E puossi per questo testo adunque, facilmente vedere se la milizia de' nostri tempi  cieca e fortuita, o sacrata e solenne; e quanto le manca a essere simile a quella che si pu chiamare milizia; e quanto ella  discosto da essere furiosa ed ordinata, come la romana, o furiosa solo, come la franciosa.

37.

Se le piccole battaglie .
innanzi alla giornata sono necessarie; .
e come si debbe fare a conoscere .
uno inimico nuovo, .
volendo fuggire quelle. .


E' pare che nelle azioni degli uomini, come altra volta abbiamo discorso, si truovi, oltre alle altre difficult, nel volere condurre la cosa alla sua perfezione, che sempre propinquo al bene sia qualche male, il quale con quel bene s facilmente nasca che pare impossibile potere mancare dell'uno, volendo l'altro. E questo si vede in tutte le cose che gli uomini operano. E per si acquista il bene con difficult, se dalla fortuna tu non se' aiutato in modo, che ella con la sua forza vinca questo ordinario e naturale inconveniente. Di questo mi ha fatto ricordare la zuffa di Manlio e del Francioso, dove Tito Livio dice: "Tanti ea dimicatio ad universi belli eventum momenti fuit, ut Gallorum exercitus, relictis trepide Castris, in Tiburtem agrum mox in Campaniam transierit". Perch io considero, dall'uno canto, che uno buono capitano debbe fuggire, al tutto, di operare alcuna cosa, che, essendo di poco momento, possa fare cattivi effetti nel suo esercito: perch cominciare una zuffa dove non si operino tutte le forze e vi si arrischi tutta la fortuna,  cosa al tutto temeraria; come io dissi di sopra, quando io dannai il guardare de' passi.
Dall'altra parte, io considero come i capitani savi, quando vengono allo incontro d'uno nuovo nimico, e ch'e' sia riputato, ei sono necessitati, prima che venghino alla giornata, fare provare, con leggieri zuffe, ai loro soldati, tali nimici; acciocch, cominciandogli a conoscere e maneggiare, perdino quel terrore che la fama e la riputazione aveva dato loro. E questa parte in uno capitano  importantissima; perch ella ha in s quasi una necessit che ti costringe a farla, parendoti andare ad una manifesta perdita, sanza avere prima fatto, con piccole isperienze, di trre ai tuoi soldati quello terrore che la riputazione del nimico aveva messo negli animi loro.
Fu Valerio Corvino mandato dai Romani con gli eserciti contro ai Sanniti nuovi inimici, e che per lo addietro mai non avevano provate l'armi l'uno dell'altro, dove dice Tito Livio, che Valerio fece fare ai Romani con i Sanniti alcune leggieri zuffe "ne eos novum bellum, ne novus hostis terreret". Nondimeno  pericolo gravissimo, che, restando i tuoi soldati in quelle battaglie vinti, la paura e la vilt non cresca loro, e ne conseguitino contrari effetti a' disegni tuoi: cio, che tu gli sbigottisca, avendo disegnato di assicurargli: tanto che questa  una di quelle cose che ha il male s propinquo al bene, e tanto sono congiunti insieme, che gli  facil cosa prendere l'uno, credendo pigliare l'altro. Sopra che io dico, che uno buono capitano debbe osservare con ogni diligenza, che non surga alcuna cosa che per alcuno accidente possa trre l'animo allo esercito suo. Quello che gli pu trre l'animo  cominciare a perdere; e per si debbe guardare dalle zuffe piccole, e non le permettere se non con grandissimo vantaggio, e con speranza di certa vittoria: non debbe fare imprese di guardare passi, dove non possa tenere tutto lo esercito suo: non debbe guardare terre, se non quelle che, perdendole, di necessit ne seguisse la rovina sua; e quelle che guarda, ordinarsi in modo, e con le guardie di esse e con lo esercito, che, trattandosi della ispugnazione di esse, ei possa adoperare tutte le forze sue; l'altre debbe lasciare indifese. Perch ogni volta che si perde una cosa che si abbandoni, e lo esercito sia ancora insieme, non si perde la riputazione della guerra n la speranza del vincerla: ma quando si perde una cosa che tu hai disegnata difendere, e ciascuno crede che tu la difenda, allora  il danno e la perdita; ed hai quasi, come i Franciosi, con una cosa di piccolo momento perduta la guerra.
Filippo di Macedonia, padre di Perse, uomo militare e di gran condizione ne' tempi suoi, essendo assaltato dai Romani, assai de' suoi paesi, i quali elli giudicava non potere guardare, abbandon e guast: come quello che, per essere prudente, giudicava pi pernizioso perdere la riputazione col non potere difendere quello che si metteva a difendere, che, lasciandolo in preda al nimico perderlo come cosa negletta. I Romani, quando dopo la rotta di Canne le cose loro erano afflitte, negarono a molti loro raccomandati e sudditi gli aiuti, commettendo loro che si difendessono il meglio potessono. I quali partiti sono migliori assai, che pigliare difese e poi non le difendere: perch in questo partito si perde amici e forze; in quello, amici solo. Ma tornando alle piccole zuffe, dico che, se pure uno capitano  costretto per la novit del nimico fare qualche zuffa, debbe farla con tanto suo vantaggio, che non vi sia alcuno pericolo di perderla: o veramente fare come Mario (il che  migliore partito), il quale, andando contro a' Cimbri, popoli ferocissimi, che venivano a predare Italia, e venendo con uno spavento grande per la ferocit e moltitudine loro, e per avere di gi vinto uno esercito romano, giudic Mario essere necessario, innanzi che venisse alla zuffa, operare alcuna cosa per la quale lo esercito suo deponesse quel terrore che la paura del nimico gli aveva dato; e, come prudentissimo capitano, pi che una volta colloc lo esercito suo in luogo donde i Cimbri con lo esercito loro dovessono passare. E cos, dentro alle fortezze del suo campo, volle che i suoi soldati gli vedessono, ed assuefacessono li occhi alla vista di quello nimico; acciocch, vedendo una moltitudine inordinata, piena d'impedimenti, con armi inutili, e parte disarmati, si rassicurassono, e diventassono desiderosi della zuffa. Il quale partito, come fu da Mario saviamente preso, cos dagli altri debbe essere diligentemente imitato, per non incorrere in quelli pericoli che io dico disopra, e non avere a fare come i Franciosi, "qui ob rem parvi ponderis trepidi, in Tiburtem agrum et in Campaniam transierunt". E perch noi abbiamo allegato in questo discorso Valerio Corvino, voglio, mediante le parole sue, nel seguente capitolo, come debbe essere fatto uno capitano, dimostrare.

38.

Come debbe essere fatto uno capitano .
nel quale lo esercito suo possa confidare. .


Era, come di sopra dicemo, Valerio Corvino con lo esercito contro ai Sanniti, nuovi nimici del Popolo romano: donde che, per assicurare i suoi soldati, e per farli conoscere i nimici, fece fare a' suoi certe leggieri zuffe; e non gli bastando questo, volle, avanti alla giornata, parlare loro, e mostr, con ogni efficacia, quanto ei dovevano stimare poco tali nimici, allegando la virt de' suoi soldati, e la propria. Dove si pu notare, per le parole che Livio gli fa dire, come debbe essere fatto uno capitano in chi lo esercito abbia a confidare; le quali parole sono queste: "Tum etiam intueri, cuius ductu auspicioque ineunda pugna sit, utrum, qui audiendus dumtaxat magnificus adhortator sit, verbis tantum ferox, operum militarium expers, an qui et ipse tela tractare, procedere ante signa, versari media in mole pugnae sciat. Facta mea, non dicta, vos, milites, sequi volo; nec disciplinam modo, sed exemplum etiam a me petere, qui hac dextra mihi tres consulatus, summamque laudem peperi". Le quali parole, considerate bene, insegnano a qualunque, come ei debbe procedere a volere tenere il grado del capitano: e quello che sar fatto altrimenti, troverr, con il tempo, quel grado, quando per fortuna o per ambizione vi sia condotto, torgli e non dargli riputazione; perch non i titoli illustrono gli uomini, ma gli uomini i titoli. Debbesi ancora dal principio di questo discorso considerare che, se gli capitani grandi hanno usati termini istraordinari a fermare gli animi d'uno esercito veterano quando con i nimici inconsueti debbe affrontarsi; quanto maggiormente si abbia a usare la industria quando si comandi uno esercito nuovo, che non abbia mai veduto il nimico in viso! Perch, se lo inusitato inimico allo esercito vecchio d terrore, tanto maggiormente lo debbe dare ogni inimico a uno esercito nuovo. Pure, si  veduto molte volte dai buoni capitani tutte queste difficult con somma prudenza essere vinte: come fece quel Gracco romano, ed Epaminonda tebano, de' quali altra volta abbiamo parlato, che con eserciti nuovi vinsono eserciti veterani ed esercitatissimi.
I modi che ei tenevano, era: parecchi mesi esercitargli in battaglie fitte e assuefargli alla ubbidienza ed allo ordine; e da quelli poi, con massima confidenza, nella vera zuffa gli adoperavano. Non si debba, adunque, diffidare alcuno uomo militare di non potere fare buoni eserciti, quando non gli manchi uomini; perch quel principe, che abbonda di uomini e manca di soldati, debbe solamente, non della vilt degli uomini, ma della sua pigrizia e poca prudenza, dolersi.

39.

Che uno capitano .
debbe essere conoscitore de' siti. .


Intra le altre cose che sono necessarie a uno capitano di eserciti,  la cognizione de' siti e de' paesi; perch, sanza questa cognizione generale e particulare, uno capitano di eserciti non pu bene operare alcuna cosa. E perch tutte le scienze vogliono pratica a volere perfettamente possederle, questa  una che ricerca pratica grandissima. Questa pratica, ovvero questa particulare cognizione, si acquista pi mediante le cacce che per veruno altro esercizio. Per gli antichi scrittori dicono che quelli eroi che governarono nel loro tempo il mondo, si nutrirono nelle selve e nelle cacce; perch la caccia, oltre a questa cognizione, c'insegna infinite cose che sono nella guerra necessarie. E Senofonte, nella vita di Ciro, mostra che, andando Ciro ad assaltare il re d'Armenia, nel divisare quella fazione, ricord a quegli suoi, che questa non era altro che una di quelle cacce le quali molte volte avevano fatte seco. E ricordava a quelli che mandava in agguato in su e' monti, che gli erano simili a quelli che andavano a tendere le reti in su e' gioghi; ed a quelli che scorrevano per il piano, erano simili a quegli che andavano a levare del suo covile la fiera, acciocch, cacciata, desse nelle reti.
Questo si dice per mostrare come le cacce, secondo che Senofonte appruova, sono una immagine d'una guerra: e per questo agli uomini grandi tale esercizio  onorevole e necessario. Non si pu ancora imparare questa cognizione de' paesi in altro commodo modo, che per via di caccia, perch la caccia fa, a colui che la usa sapere come sta particularmente quel paese dove elli la esercita. E fatto che uno si  familiare bene una regione, con facilit comprende poi tutti i paesi nuovi; perch ogni paese ed ogni membro di quelli hanno insieme qualche conformit, in modo che dalla cognizione d'uno facilmente si passa alla cognizione dell'altro. Ma chi non ne ha bene pratico uno, con difficult, anzi non mai se non con un lungo tempo, pu conoscere l'altro. E chi ha questa pratica, in uno voltare d'occhio sa come giace quel piano, come surge quel monte, dove arriva quella valle, e tutte le altre simili cose, di che elli ha per lo addietro fatto una ferma scienza. E che questo sia vero, ce lo mostra Tito Livio con lo esemplo di Publio Decio; il quale, essendo Tribuno de' soldati nello esercito che Cornelio consolo conduceva contro ai Sanniti, ed essendosi il Consolo ridotto in una valle, dove lo esercito de' Romani poteva dai Sanniti essere rinchiuso, e vedendosi in tanto pericolo, disse al Consolo: "Vides tu, Aule Corneli, cacumen illud supra hostem? arx illa est spei salutisque nostrae, si eam (quoniam caeci reliquere Samnites) impigre capimus". Ed innanzi a queste parole, dette da Decio, Tito Livio dice: "Publius Decius tribunus militum, conspicit unum editum in saltu collem, imminentem hostium castris aditu arduum impedito agmini, expeditis haud difficilem". Donde, essendo stato mandato sopra esso dal Consolo con tremila soldati, ed avendo salvo lo esercito romano e disegnando, venente la notte, di partirsi, e salvare ancora s ed i suoi soldati, gli fa dire queste parole: "Ite mecum, ut, dum lucis aliquid superest, quibus locis hostes praesidia ponant, qua pateat hinc exitus, exploremus. Haec omnia sagulo militari amicus ne ducem circumire hostes notarent, perlustravit". Chi considerr, adunque, tutto questo testo, vedr quanto sia utile e necessario a uno capitano sapere la natura de' paesi: perch, se Decio non gli avesse saputi e conosciuti, non arebbe potuto giudicare quale utile faceva pigliare quel colle, allo esercito Romano, n arebbe potuto conoscere di discosto, se quel colle era accessibile o no; e condotto che si fu poi sopra esso, volendosene partire per ritornare al Consolo, avendo i nimici intorno, non arebbe dal discosto potuto speculare le vie dello andarsene, e gli luoghi guardati da' nimici. Tanto che, di necessit conveniva, che Decio avesse tale cognizione perfetta: la quale fece che, con il pigliare quel colle, ei salv lo esercito romano; dipoi seppe, sendo assediato, trovare la via a salvare s e quegli che erano stati seco.

40.

Come usare la fraude .
nel maneggiare la guerra .
 cosa gloriosa. .


Ancora che lo usare la fraude in ogni azione sia detestabile, nondimanco nel maneggiare la guerra  cosa laudabile e gloriosa; e, parimente  laudato colui che con fraude supera il nimico, come quello che lo supera con le forze. E vedesi questo per il giudicio che ne fanno coloro che scrivono le vite degli uomini grandi; i quali lodono Annibale e gli altri che sono stati notabilissimi in simili modi di procedere. Di che per leggersi assai esempli, non ne replicher alcuno. Dir solo questo, che io non intendo quella fraude essere gloriosa, che ti fa rompere la fede data ed i patti fatti; perch questa, ancora che la ti acquisti, qualche volta, stato e regno, come di sopra si discorse, la non ti acquister mai gloria. Ma parlo di quella fraude che si usa con quel nimico che non si fida di te, e che consiste proprio nel maneggiare la guerra; come fu quella di Annibale quando in sul lago di Perugia simul la fuga per rinchiudere il Consolo e lo esercito romano, e quando, per uscire di mano di Fabio Massimo, accese le corna dello armento suo.
Alle quali fraudi fu simile questa che us Ponzio capitano dei Sanniti, per rinchiudere lo esercito romano dentro alle Forche Caudine: il quale, avendo messo lo esercito suo a ridosso de' monti, mand pi suoi soldati sotto veste di pastori con assai armento per il piano; i quali sendo presi dai Romani, e domandati dove era lo esercito de' Sanniti, convennono tutti, secondo l'ordine dato da Ponzio, a dire come egli era allo assedio di Nocera. La quale cosa, creduta dai Consoli, fece che ei si rinchiusono dentro ai balzi caudini; dove entrati, furono subito assediati dai Sanniti. E sarebbe stata questa vittoria, avuta per fraude, gloriosissima a Ponzio, se egli avesse seguitati i consigli del padre il quale voleva che i Romani o ei si salvassono liberamente o ei si ammazzassono tutti, e che non si pigliasse la via del mezzo, "quae, neque amicos parat neque inimicos tollit". La quale via fu sempre perniziosa nelle cose di stato come di sopra in altro luogo si discorse.

41.

Che la patria si debbe difendere .
o con ignominia o con gloria; .
ed in qualunque modo  bene difesa. .


Era, come di sopra si  detto, il Consolo e lo esercito romano assediato da' Sanniti: i quali avendo posto ai Romani condizioni ignominiosissime (come era volergli mettere sotto il giogo, e disarmati rimandargli a Roma), e per questo stando i Consoli come attoniti, e tutto lo esercito disperato; Lucio Lentolo, legato romano, disse che non gli pareva che fosse da fuggire qualunque partito per salvare la patria: perch, consistendo la vita di Roma nella vita di quello esercito, gli pareva da salvarlo in ogni modo; e che la patria  bene difesa in qualunque modo la si difende, o con ignominia o con gloria: perch, salvandosi quello esercito, Roma era a tempo a cancellare la ignominia; non si salvando, ancora che gloriosamente morisse, era perduto Roma e la libert sua. E cos fu seguitato il suo consiglio. La quale cosa merita di essere notata ed osservata da qualunque cittadino si truova a consigliare la patria sua: perch dove si dilibera al tutto della salute della patria, non vi debbe cadere alcuna considerazione n di giusto n d'ingiusto, n di piatoso n di crudele, n di laudabile n d'ignominioso; anzi, posposto ogni altro rispetto, seguire al tutto quel partito che le salvi la vita e mantenghile la libert. La quale cosa  imitata con i detti e con i fatti dai Franciosi, per difendere la maest del loro re e la potenza del loro regno; perch nessuna voce odono pi impazientemente che quella che dicesse: - Il tale partito  ignominioso per il re -; perch dicono che il loro re non pu patire vergogna in qualunque sua diliberazione, o in buona o in avversa fortuna: perch, se perde, se vince, tutto dicono essere cose da re.

42.

Che le promesse fatte per forza, .
non si debbono osservare. .


Tornati i Consoli con lo esercito disarmato e con la ricevuta ignominia a Roma, il primo che in Senato disse che la pace fatta a Caudio non si doveva osservare, fu il consolo Spurio Postumio; dicendo, come il popolo romano non era obligato, ma ch'egli era bene obligato esso e gli altri che avevano promessa la pace: e per il popolo, volendosi liberare da ogni obligo, aveva a dare prigioni nelle mani de' Sanniti lui e tutti gli altri che l'avevano promessa. E con tanta ostinazione tenne questa conclusione, che il Senato ne fu contento; e mandando prigioni lui e gli altri in Sannio, protestarono ai Sanniti la pace non valere. E tanto fu in questo caso, a Postumio, favorevole la fortuna, che i Sanniti non lo ritennono; e ritornato in Roma, fu Postumio appresso ai Romani pi glorioso per avere perduto, che non fu Ponzio appresso ai Sanniti per avere vinto. Dove sono da notare due cose: l'una, che in qualunque azione si pu acquistare gloria, perch nella vittoria si acquista ordinariamente; nella perdita si acquista o col mostrare tale perdita non essere venuta per tua colpa, o per fare subito qualche azione virtuosa che la cancelli: l'altra , che non  vergognoso non osservare quelle promesse che ti sono state fatte promettere per forza; e sempre le promesse forzate che riguardano il publico, quando e' manchi la forza, si romperanno, e fia sanza vergogna di chi le rompe. Di che si leggono in tutte le istorie vari esempli; e ciascuno d, ne' presenti tempi, se ne veggono. E non solamente non si osservano intra i principi le promesse forzate, quando e' manca la forza; ma non si osservano ancora tutte le altre promesse, quando e' mancano le cagioni che le feciono promettere. Il che se  cosa laudabile o no, o se da uno principe si debbono osservare simili modi o no, largamente  disputato da noi nel nostro trattato De Principe: per al presente lo tacereno.

43.

Che gli uomini, .
che nascono in una provincia, .
osservino per tutti i tempi .
quasi quella medesima natura. .


Sogliono dire gli uomini prudenti, e non a caso n immeritamente, che chi vuole vedere quello che ha a essere, consideri quello che  stato; perch tutte le cose del mondo, in ogni tempo, hanno il proprio riscontro con gli antichi tempi. Il che nasce perch, essendo quelle operate dagli uomini, che hanno ed ebbono sempre le medesime passioni, conviene di necessit che le sortischino il medesimo effetto. Vero , che le sono le opere loro ora in questa provincia pi virtuose che in quella, ed in quella pi che in questa, secondo la forma della educazione nella quale quegli popoli hanno preso il modo del vivere loro. Fa ancora facilit il conoscere le cose future per le passate; vedere una nazione lungo tempo tenere i medesimi costumi, essendo o continovamente avara, o continovamente fraudolente, o avere alcuno altro simile vizio o virt. E chi legger le cose passate della nostra citt di Firenze, e considerer quelle ancora che sono ne' prossimi tempi occorse, troverr i popoli tedeschi e franciosi pieni di avarizia, di superbia, di ferocit e d'infidelit; perch tutte queste quattro cose in diversi tempi hanno offeso molto la nostra citt. E quanto alla poca fede, ognuno sa quante volte si dette danari a re Carlo VIII, ed elli prometteva rendere le fortezze di Pisa, e non mai le rend. In che quel re mostr la poca fede, e l'assai avarizia sua. Ma lasciamo andare queste cose fresche. Ciascuno pu avere inteso quello che segu nella guerra che fece il popolo fiorentino contro a' Visconti duchi di Milano; ed essendo Firenze privo degli altri ispedienti, pens di condurre lo imperadore in Italia, il quale con la riputazione e forze sue assaltasse la Lombardia. Promisse lo imperadore venire con assai genti, e fare quella guerra contro a' Visconti, e difendere Firenze dalla potenza loro, quando i Fiorentini gli dessono centomila ducati per levarsi, e centomila poi ch'ei fosse in Italia. Ai quali patti consentirono i Fiorentini; e pagatigli i primi danari, e dipoi i secondi, giunto che fu a Verona, se ne torn indietro sanza operare alcuna cosa, causando essere restato da quegli che non avevano osservate le convenzioni erano fra loro. In modo che, se Firenze non fosse stata o costretta dalla necessit o vinta dalla passione, ed avesse letti e conosciuti gli antichi costumi de' barbari, non sarebbe stata n questa n molte altre volte ingannata da loro; essendo loro stati sempre a un modo, ed avendo in ogni parte e con ognuno usati i medesimi termini. Come ei si vede ch'ei fecero anticamente a' Toscani, i quali essendo oppressi dai Romani, per essere stati da loro pi volte messi in fuga e rotti; e veggendo mediante le loro forze non potere resistere allo impeto di quegli; convennono, con i Franciosi che di qua dall'Alpi abitavano in Italia, di dare loro somma di danari, e che fussono obligati congiugnere gli eserciti con loro, ed andare contro ai Romani: donde ne segu che i Franciosi, presi i danari, non vollono dipoi pigliare l'armi per loro, dicendo avergli avuti, non per fare guerra con i loro nimici, ma perch si astenessino di predare il paese toscano. E cos i popoli toscani, per l'avarizia e poca fede de' Franciosi, rimasono ad un tratto privi de' loro danari, e degli aiuti che gli speravono da quegli. Talch si vede, per questo esemplo de' Toscani antichi, e per quello de' Fiorentini, i Franciosi avere usati i medesimi termini; e per questo facilmente si pu conietturare, quanto i principi si possono fidare di loro.

44.

E' si ottiene con l'impeto e con l'audacia .
molte volte .
quello che con modi ordinarii .
non si otterrebbe mai. .


Essendo i Sanniti assaltati dallo esercito di Roma, e non potendo con lo esercito loro stare alla campagna a petto ai Romani, diliberarono lasciare guardate le terre in Sannio e di passare con tutto lo esercito loro in Toscana, la quale era in triegua con i Romani; e vedere, per tale passata, se ei potessono con la presenzia dello esercito loro indurre i Toscani a ripigliare l'armi; il che avevano negato ai loro ambasciadori. E nel parlare che feciono i Sanniti ai Toscani, nel mostrare, massime, qual cagione gli aveva indotti a pigliare l'armi, usarono uno termine notabile, dove dissono: "rebellasse, quod pax servientibus gravior, quam liberis bellum esset". E cos, parte con le persuasioni, parte con la presenza dello esercito loro, gl'indussono a ripigliare l'armi. Dove  da notare che quando uno principe desidera ottenere una cosa da uno altro, debbe, se la occasione lo patisce, non gli dare spazio a diliberarsi, e fare in modo che vegga la necessit della presta diliberazione; la quale  quando colui che  domandato vede che dal negare o dal differire ne nasca una subita e pericolosa indegnazione.
Questo termine si  veduto bene usare ne' nostri tempi da papa Iulio con i Franciosi, e da monsignore di Fois capitano del re di Francia col marchese di Mantova: perch papa Iulio, volendo cacciare i Bentivogli di Bologna, e giudicando, per questo, avere bisogno delle forze franciose, e che i Viniziani stessono neutrali; ed avendone ricerco l'uno e l'altro, e traendo da loro risposta dubbia e varia; diliber col non dare loro tempo fare venire l'uno e l'altro nella sentenza sua: e partitosi da Roma con quelle tante genti ch'ei pot raccozzare, ne and verso Bologna; ed ai Viniziani mand a dire che stessono neutrali, ed al re di Francia, che gli mandasse le forze. Talch, rimanendo tutti distretti dal poco spazio di tempo, e veggendo come nel papa doveva nascere una manifesta indegnazione differendo o negando, cederono alle voglie sue, ed il re gli mand aiuto, ed i Viniziani si stettono neutrali. Monsignor di Fois, ancora, essendo con lo esercito in Bologna, ed avendo intesa la ribellione di Brescia, e volendo ire alla ricuperazione di quella, aveva due vie; l'una per il dominio del re, lunga e tediosa; l'altra, breve, per il dominio di Mantova: e non solamente era necessitato passare per il dominio di quel marchese, ma gli conveniva entrare per certe chiuse intra paludi e laghi, di che  piena quella regione, le quali con fortezze ed altri modi erano serrate e guardate da lui. Onde che Fois, diliberato d'andare per la pi corta, e per vincere ogni difficult n dare tempo al marchese a diliberarsi, a un tratto mosse le sue genti per quella via, ed al marchese signific gli mandasse le chiavi di quel passo. Talch il marchese, occupato da questa subita diliberazione, gli mand le chiavi: le quali mai gli arebbe mandate se Fois pi trepidamente si fosse governato, essendo quello marchese in lega con il Papa e con i Viniziani, ed avendo uno suo figliuolo nelle mani del Papa; le quali cose gli davano molte oneste scuse a negarle. Ma assaltato dal subito partito, per le cagioni che di sopra si dicono, le concesse. Cos feciono i Toscani coi Sanniti, avendo, per la presenza dello esercito di Sannio, preso quelle armi che gli avevano negato, per altri tempi, pigliare.

45.

Quale sia migliore partito nelle giornate, .
o sostenere l'impeto de' nimici, .
e, sostenuto, urtargli; .
ovvero da prima con furia assaltargli. .


Erano Decio e Fabio, consoli romani, con due eserciti all'incontro degli eserciti de' Sanniti e de' Toscani; e venendo alla zuffa ed alla giornata insieme,  da notare, in tale fazione, quale de' due diversi modi di procedere tenuti dai due Consoli sia migliore. Perch Decio con ogni impeto e con ogni suo sforzo assalt il nimico; Fabio solamente lo sostenne, giudicando lo assalto lento essere pi utile, riserbando l'impeto suo nello ultimo, quando il nimico avesse perduto el primo ardore del combattere, e, come noi diciamo, la sua foga. Dove si vede, per il successo della cosa, che a Fabio riusc molto meglio il disegno che a Decio: il quale si stracc ne' primi impeti; in modo che, vedendo la banda sua pi tosto in volta che altrimenti, per acquistare con la morte quella gloria alla quale con la vittoria non aveva potuto aggiugnere, ad imitazione del padre sacrific s stesso per le romane legioni. La quale cosa intesa da Fabio, per non acquistare manco onore vivendo, che si avesse il suo collega acquistato morendo, spinse innanzi tutte quelle forze che si aveva a tale necessit riservate; donde ne riport una felicissima vittoria. Donde si vede che il modo del procedere di Fabio  pi sicuro e pi imitabile.

46.

Donde nasce .
che una famiglia in una citt .
tiene un tempo i medesimi costumi. .


E' pare che non solamente l'una citt dall'altra abbia certi modi ed instituti diversi, e procrei uomini o pi duri o pi effeminati, ma nella medesima citt si vede tale differenza essere nelle famiglie, l'una dall'altra. Il che si riscontra essere vero in ogni citt, e nella citt di Roma se ne leggono assai esempli: perch e' si vede i Manlii essere stati duri ed ostinati, i Publicoli uomini benigni ed amatori del popolo, gli Appii ambiziosi e nimici della Plebe: e cos molte altre famiglie avere avute ciascuna le qualit sue spartite dall'altre. Le quali cose non possono nascere solamente dal sangue, perch conviene che varii mediante la diversit de' matrimonii; ma  necessario venga dalla diversa educazione che ha l'una famiglia dall'altra. Perch gl'importa assai che un giovanetto da' teneri anni cominci a sentire dire bene o male d'una cosa; perch conviene di necessit ne faccia impressione, e da quella poi regoli il modo del procedere in tutti i tempi della sua vita. E se questo non fusse, sarebbe impossibile che tutti gli Appii avessono avuto la medesima voglia, e fossono stati agitati dalle medesime passioni, come nota Tito Livio in molti di loro: e per ultimo, essendo uno di loro fatto Censore ed avendo il suo collega alla fine de' diciotto mesi, come ne disponeva la legge, diposto il magistrato, Appio non lo volle diporre, dicendo che lo poteva tenere cinque anni, secondo la prima legge ordinata da' Censori. E bench sopra questo se ne facessero assai concioni, e generassissene assai tumulti, non pertanto non ci fu mai rimedio che volesse diporlo, contro alla volont del Popolo e della maggiore parte del Senato. E chi legger la orazione gli fece contro Publio Sempronio tribuno della plebe, vi noter tutte le insolenzie appiane, e tutte le bont ed umanit usate da infiniti cittadini per ubbidire alle leggi ed agli auspicii della loro patria.

47.

Che uno buono cittadino .
per amore della patria .
debbe dimenticare le ingiurie private. .


Era Marzio consolo con lo esercito contro ai Sanniti, ed essendo stato in una zuffa ferito, e per questo portando le genti sue pericolo, giudic il Senato essere necessario mandarvi Papirio Cursore dittatore per sopperire ai difetti del consolo. Ed essendo necessario che il Dittatore fosse nominato da Fabio, quale era consolo con gli eserciti in Toscana; e dubitando, per essergli nimico, che non volesse nominarlo; gli mandarono i Senatori due ambasciadori a pregarlo, che, posto da parte i privati odii, dovesse per beneficio publico nominarlo. Il che Fabio fece, mosso dalla carit della patria; ancora che col tacere e con molti altri modi facesse segno che tale nominazione gli premesse. Dal quale debbono pigliare esemplo tutti quelli che cercano di essere tenuti buoni cittadini.

48.

Quando si vede fare .
uno errore grande a uno nimico, .
si debbe credere .
che vi sia sotto inganno. .


Essendo rimaso Fulvio Legato nello esercito che e' Romani avevano in Toscana, essendo ito il Consolo per alcune cerimonie a Roma, i Toscani, per vedere se potevano avere quello alla tratta, posono uno aguato propinquo a' campi romani, e mandarono alcuni soldati con veste di pastori con assai armento, e li feciono venire alla vista dello esercito romano: i quali cos travestiti si accostarono allo steccato del campo; onde che il Legato, maravigliatosi di questa loro presunzione, non gli parendo ragionevole, tenne modo ch'egli scoperse la fraude; e cos rest il disegno de' Toscani rotto. Qui si pu commodamente notare, che uno capitano di eserciti non debbe prestare fede ad uno errore che evidentemente si vegga fare al nimico: perch sempre vi sar sotto fraude, non sendo ragionevole che gli uomini siano tanto incauti. Ma spesso il disiderio del vincere acceca gli animi degli uomini, che non veggono altro che quello pare facci per loro.
I Franciosi, avendo vinto i Romani ad Allia, e venendo a Roma, e trovando le porte aperte e sanza guardia, stettero tutto quel giorno e la notte sanza entrarvi, temendo di fraude, e non potendo credere che fusse tanta vilt e tanto poco consiglio ne' petti romani, che gli abbandonassono la patria. Quando nel 1508, stando li Fiorentini, a campo a Pisa, Alfonso Del Mutolo, cittadino pisano, si trovava prigione de' Fiorentini e' promisse che, s'egli era libero, che darebbe una porta di Pisa allo esercito fiorentino. Fu costui libero: dipoi, per praticare la cosa, venne molte volte a parlare con i legati de' commessari; e veniva non di nascosto ma scoperto ed accompagnato da' Pisani; i quali lasciava da parte, quando parlava con i Fiorentini. Talmentech si poteva conietturare il suo animo doppio; perch non era ragionevole, se la pratica fosse stata fedele, ch'elli l'avesse trattata s alla scoperta. Ma il disiderio che si aveva di avere Pisa, accec in modo i Fiorentini, che, condottisi con l'ordine suo alla porta a Lucca, vi lasciarono pi loro capi ed altre genti, con disonore loro, per il tradimento doppio che fece detto Alfonso.

49.

Una republica, .
a volerla mantenere libera, .
ha ciascuno d .
bisogno di nuovi provvedimenti; .
e per quali meriti Quinto Fabio .
fu chiamato Massimo. .


 di necessit, come altre volte si  detto, che ciascuno d in una citt grande naschino accidenti che abbiano bisogno del medico; e secondo che gl'importano pi, conviene trovare il medico pi savio. E se in alcuna citt nacquono mai simili accidenti, nacquono in Roma e strani ed insperati; come fu quello quando e' parve che tutte le donne romane avessono congiurato contro ai loro mariti di ammazzargli: tante se ne trov che gli avevano avvelenati, e tante che avevano preparato il veleno per avvelenargli. Come fu ancora quella congiura de' Baccanali, che si scopr nel tempo della guerra macedonica, dove erano gi inviluppati molte migliaia di uomini e di donne; e, se la non si scopriva, sarebbe stata pericolosa per quella citt, o se pure i Romani non fussono stati consueti a gastigare le moltitudini degli erranti: perch, quando e' non si vedesse per altri infiniti segni la grandezza di quella Republica, e la potenza delle esecuzioni sue, si vede per le qualit della pena che la imponeva a chi errava. N dubit fare morire per via di giustizia una legione intera per volta, ed una citt; e di confinare otto o diecimila uomini con condizioni istraordinarie, da non essere osservate da uno solo, non che da tanti: come intervenne a quelli soldati che infelicemente avevano combattuto a Canne; i quali confin in Sicilia, ed impose loro che non albergassono in terra, e che mangiassono ritti.
Ma di tutte le altre esecuzioni era terribile il decimare gli eserciti, dove a sorte, di tutto uno esercito, era morto di ogni dieci uno. N si poteva, a gastigare una moltitudine, trovare pi spaventevole punizione di questa. Perch quando una moltitudine erra, dove non sia l'autore certo, tutti non si possono gastigare, per essere troppi; punirne parte, e parte lasciarne impuniti, si farebbe torto a quegli che si punissono, e gli impuniti arebbono animo di errare un'altra volta. Ma ammazzandone la decima parte a sorte, quando tutti lo meritano, chi  punito si duole della sorte, chi non  punito ha paura che un'altra volta non tocchi a lui, e guardasi da errare.
Furono punite, adunque, le venefiche e le baccanali, secondo che meritavano i peccati loro. E bench questi morbi in una republica faccino cattivi effetti, non sono a morte, perch sempre quasi si ha tempo a correggergli: ma non si ha gi tempo in quelli che riguardano lo stato, i quali, se non sono da uno prudente corretti, rovinano la citt.
Erano in Roma, per la liberalit che i Romani usavano di donare la civilt a' forestieri, nate tante genti nuove, che le cominciavano avere tanta parte ne' suffragi, che il governo cominciava variare, e partivasi da quelle cose e da quelli uomini dove era consueto andare. Di che accorgendosi Quinto Fabio, che era Censore, messe tutte queste genti nuove, da chi dipendeva questo disordine, sotto quattro Trib acciocch non potessono, ridutti in s piccoli spazi, corrompere tutta Roma. Fu questa cosa bene conosciuta da Fabio, e postovi, sanza alterazione, conveniente rimedio; il quale fu tanto accetto a quella civilt, ch'e' merit di essere chiamato Massimo.

