  Niccol= Machiavelli.
    IL PRINCIPE.


    Titolo originale:
    "De Principatibus" (1513).


    INDICE.

    Nicolaus Machiavellus Magnifico Laurentio Medici juniori  salutem:  p.
    4.
    1. Di quante ragioni sieno e' principati, e in che modo si acquistino:
    p. 6.
    2. De' principati ereditarii: p. 7.
    3. De principati misti: p. 8.
    4.  Per  qual  cagione  il  regno di Dario,  il quale da Alessandro fu
    occupato,  non  si  ribell=  da'  sua  successori  dopo  la  morte  di
    Alessandro: p. 19.
    5.  In  che  modo si debbino governare le citt o principati li quali,
    innanzi fussino occupati, si vivevano con le loro legge: p. 23.
    6.  De'  principati  nuovi  che  s'acquistano  con  l'arme  proprie  e
    virtuosamente: p. 25.
    7.  De'  principati  nuovi  che  s'acquistano con le armi e fortuna di
    altri: p. 30.
    8.  Di quelli che per scelleratezze sono pervenuti al  principato:  p.
    40.
    9. Del principato civile: p. 46.
    10. In che modo si debbino misurare le forze di tutti i principati: p.
    51.
    11. De' principati ecclesiastici: p. 54.
    12. Di quante ragioni sia la milizia, e de' soldati mercenarii: p. 58.
    13. De' soldati ausiliarii, misti e proprii: p. 65.
    14. Quello che s'appartenga a uno principe circa la milizia: p. 70.
    15.  Di quelle cose per le quali li uomini, e specialmente i principi,
    sono laudati o vituperati: p. 74.
    16. Della liberalit e della parsimonia: p. 76.
    17. Della crudelt e piet e s'elli  meglio esser amato che temuto, o
    pi tosto temuto che amato: p. 80.
    18. In che modo e' principi abbino a mantenere la fede: p. 84.
    19.  In che modo si abbia a fuggire lo essere sprezzato e  odiato:  p.
    88.
    20.  Se  le fortezze e molte altre cose,  che ogni giorno si fanno da'
    principi, sono utili o no: p. 102.
    21. Che si conviene a un principe perch sia stimato: p. 108.
    22. De' secretarii ch'e' principi hanno appresso di loro: p. 113.
    23. In che modo si abbino a fuggire li adulatori: p. 115.
    24. Per quale cagione li principi di Italia hanno perso li stati loro:
    p. 118.
    25.  Quanto possa la fortuna nelle cose umane,  et in che modo  se  li
    abbia a resistere: p. 120.
    26.  Esortazione  a  pigliare  la  Italia  e  liberarla dalle mani de'
    barbari: p. 125.













    NICOLAUS MACHIAVELLUS MAGNIFICO LAURENTIO MEDICI IUNIORI SALUTEM.

    Sogliono el pi delle volte coloro  che  desiderano  acquistar  grazia
    appresso  uno  principe farsegli incontro con quelle cose che infra le
    loro abbino pi care o delle quali vegghino lui pi dilettarsi;  donde
    si  vede  molte  volte  essere loro presentati cavagli,  arme,  drappi
    d'oro,  pietre preziose e simili ornamenti degni  della  grandezza  di
    quelli. Desiderando io adunque offerirmi alla vostra Magnificenzia con
    qualche  testimone della servit mia verso di quella,  non ho trovato,
    intra la mia supellettile,  cosa quale  io  abbia  pi  cara  o  tanto
    existimi  quanto  la  cognizione  delle  actioni  delli uomini grandi,
    imparata da me con una lunga experienza  delle  cose  moderne  et  una
    continua  lectione  delle  antiche;   le  quali  avendo  io  con  gran
    diligenzia lungamente excogitate et examinate,  et ora in uno  piccolo
    volume ridotte,  mando alla Magnificenzia vostra.  E bench io iudichi
    questa opera indegna della presenza di quella, tamen confido assai che
    per sua umanit gli debba essere accepta,  considerato come da me  non
    gli  possa  essere  fatto  maggiore dono che darle facult a potere in
    brevissimo tempo intendere tutto quello che io,  in tanti anni  e  con
    tanti mia disagi e pericoli, ho conosciuto et inteso. La qual opera io
    non  ho  ornata  n  ripiena di clausule ample o di parole ampullose e
    magnifiche o di qualunque altro lenocinio et ornamento extrinseco, con
    li quali molti sogliono le loro cose descrivere et ornare,  perch  io
    ho  voluto o che veruna cosa la onori o che solamente la variet della
    materia e la gravit del  subietto  la  facci  grata.  N  voglio  sia
    imputata  prosumptione  se  uno  uomo di basso et infimo stato ardisce
    discorrere e regolare e governi de' principi; perch, cos come coloro
    che disegnano e paesi si pongono bassi  nel  piano  a  considerare  la
    natura  de'  monti  e  de'  luoghi alti e,  per considerare quella de'
    luoghi bassi, si pongono alto sopra ' monti,  similmente;  a conoscere
    bene  la  natura de' populi,  bisogna essere principe et,  a conoscere
    bene quella de' principi,  conviene  essere  populare.  Pigli  adunque
    vostra  Magnificenzia  questo  piccolo dono con quello animo che io 'l
    mando;  il quale se da quella fia diligentemente considerato e  letto,
    vi  conoscer  dentro  uno  extremo  mio  desiderio che lei pervenga a
    quella grandezza che la fortuna e l'altre sua qualit le promettano. E
    se vostra Magnificenzia dallo apice della sua  altezza  qualche  volta
    volger  li  occhi  in  questi  luoghi  bassi,   conoscer  quanto  io
    indegnamente sopporti una grande e continua malignit di fortuna.





    NICOLAI MACLAVELLI
    DE PRINCIPATIBUS
    AD MAGNIFICUM LAURENTIUM MEDICEM


    I.  QUOT SINT GENERA PRINCIPATUUM ET QUIBUS MODIS ACQUIRANTUR  [1.  Di
    quante ragioni sieno e' principati, e in che modo si acquistino].

    Tutti  gli  stati,  tutti  e  dominii che hanno avuto et hanno imperio
    sopra gli uomini,  sono stati e sono  o  republiche  o  principati.  E
    principati sono o ereditarii,  de' quali el sangue del loro signore ne
    sia suto lungo tempo principe, o sono nuovi. E nuovi,  o e' sono nuovi
    tutti,  come fu Milano a Francesco Sforza, o sono come membri aggiunti
    allo stato ereditario del principe che gli acquista,  come  el  regno
    di  Napoli  a  re  di  Spagna.  Sono  questi dominii cos acquistati o
    consueti a vivere sotto uno  principe  o  usi  ad  essere  liberi;  et
    acquistonsi o con l'arme d'altri o con le proprie, o per fortuna o per
    virt.




    II. DE PRINCIPATIBUS HEREDITARIIS [2. De' principati ereditarii].

    Io lascer= indrieto il ragionare delle republiche,  perch altra volta
    ne ragionai a lungo.  Volterommi solo al principato et andr= ritexendo
    gli orditi soprascripti, e disputer= come questi principati si possino
    governare e mantenere.
    Dico  adunque che,  nelli stati ereditarii et assuefatti al sangue del
    loro principe,  sono assai minore difficult  a  mantenergli  che  ne'
    nuovi,  perch  basta solo non preterire gli ordini de' sua antinati e
    dipoi temporeggiare con gli accidenti; in modo che, se tale principe 
    di ordinaria industria, sempre si manterr nel suo stato, se non  una
    extraordinaria et excessiva forza che ne lo privi: e  privato  che  ne
    fia, quantunque di sinistro abbi l'occupatore, lo riacquista.
    Noi abbiamo in Italia,  in exemplis,  el duca di Ferrara, il quale non
    ha retto alli assalti de' Viniziani nell'ottantaquattro,  n a  quelli
    di papa Iulio nel dieci, per altre cagione che per essere antiquato in
    quello dominio. Perch el principe naturale ha minore cagioni e minore
    necessit  di  offendere,  donde  conviene  che  sia  pi amato;  e se
    extraordinarii  vizii  non  lo  fanno  odiare,      ragionevole   che
    naturalmente   sia   benevoluto   dalli  sua.   E  nella  antiquit  e
    continuazione del dominio sono spente le memorie e  le  cagioni  delle
    innovazioni:  perch sempre una mutazione lascia lo adentellato per la
    edificazione dell'altra.



    III. DE PRINCIPATIBUS MIXTIS [3. De principati misti].

    Ma nel principato nuovo consistono le difficult. E prima,  - se non 
    tutto  nuovo,  ma come membro: che si pu= chiamare tutto insieme quasi
    mixto,   -  le  variazioni  sue  nascono  im  prima  da  una  naturale
    difficult, quale  in tutti li principati nuovi: le quali sono che li
    uomini  mutano  volentieri  signore,  credendo  migliorare,  e  questa
    credenza li fa pigliare l'arme contro a quello:  di  che  s'ingannano,
    perch veggono poi per experienza avere piggiorato.  Il che depende da
    un'altra necessit naturale et ordinaria,  quale fa che sempre bisogni
    offendere quegli di chi si diventa nuovo principe e con gente d'arme e
    con  infinite  altre ingiurie che si tira drieto il nuovo acquisto: di
    modo che tu hai nimici tutti quegli che hai offesi in occupare  quello
    principato,  e  non  ti  puoi  mantenere  amici quelli che vi ti hanno
    messo,  per non gli  potere  satisfare  in  quel  modo  che  si  erano
    presupposti  e  per non potere tu usare contro di loro medicine forte,
    sendo loro obligato;  perch sempre,  ancora che uno sia fortissimo in
    sulli  exerciti,  ha  bisogno del favore de' provinciali ad entrare in
    una provincia.  Per queste ragioni  Luigi  Dodicesimo  re  di  Francia
    occup= subito Milano e subito lo perd;  e bast= a torgliene, la prima
    volta,  le forze proprie di Ludovico: perch  quegli  populi  che  gli
    avevano aperte le porte, trovandosi ingannati della opinione loro e di
    quello futuro bene che si avevano presupposto, non potevano sopportare
    e fastidii del nuovo principe.
    Bene  vero che, acquistandosi poi la seconda volta, e paesi ribellati
    si  perdono  con  pi  difficult: perch el signore,  presa occasione
    dalla ribellione,   meno  respettivo  ad  assicurarsi  con  punire  e
    delinquenti,  chiarire e sospetti,  provedersi nelle parte pi debole.
    In modo che,  se a fare perdere Milano a Francia bast= la prima  volta
    uno  duca  Ludovico  che  rumoreggiassi in su' confini,  a farlo dipoi
    perdere la seconda gli bisogn= avere contro tutto il mondo e  che  gli
    exerciti  sua  fussino  spenti o fugati di Italia: il che nacque dalle
    cagioni sopraddette.  Nondimanco e la prima e la seconda volta gli  fu
    tolto: le cagioni universali della prima si sono discorse; resta ora a
    dire  quelle della seconda e vedere che rimedi lui ci aveva e quali ci
    pu=  avere  uno  che  fussi  nelli  termini  sua,  per  potere  meglio
    mantenersi nello acquisto che non fece Francia.
    Dico  pertanto  che questi stati,  quali acquistandosi si aggiungano a
    uno stato antico di quello che acquista,  o  ei  sono  della  medesima
    provincia  e  della  medesima  lingua,  o  non sono.  Quando sieno,  
    facilit grande a tenerli,  maxime  quando  non  sieno  usi  a  vivere
    liberi:  et  a  possederli sicuramente basta avere spenta la linea del
    principe che gli dominava, perch,  nelle altre cose mantenendosi loro
    le  condizioni  vecchie  e  non vi essendo disformit di costumi,  gli
    uomini si vivono  quietamente;  come  si    visto  che  ha  fatto  la
    Borgogna,  la Brettagna,  la Guascogna e la Normandia, che tanto tempo
    sono state con Francia: e bench vi sia qualche disformit di  lingua,
    nondimeno  li  costumi  sono  simili  e possonsi infra loro facilmente
    comportare.  E chi le acquista,  volendole  tenere,  debba  avere  dua
    respetti:  l'uno,  che  el  sangue del loro principe antico si spenga;
    l'altro,  di non alterare n loro legge n loro dazii: talmente che in
    brevissimo  tempo  diventa  con  il  loro principato antiquo tutto uno
    corpo.
    Ma quando si acquista stati in una provincia disforme  di  lingua,  di
    costumi  e di ordini,  qui sono le difficult e qui bisogna avere gran
    fortuna e grande industria a tenerli.  Et uno de' maggiori  remedii  e
    pi vivi sarebbe che la persona di chi acquista vi andassi ad abitare;
    questo  farebbe pi sicura e pi durabile quella possessione,  come ha
    fatto il Turco  di  Grecia:  il  quale,  con  tutti  li  altri  ordini
    observati  da  lui  per  tenere  quello stato,  se non vi fussi ito ad
    abitare non era possibile che lo tenessi.  Perch standovi si  veggono
    nascere  e  disordini  e  presto  vi  puo'  rimediare:  non vi stando,
    s'intendono quando sono grandi e che non vi  pi rimedio; non  oltre
    a questo la provincia spogliata  da'  tua  offiziali;  satisfannosi  e
    subditi del ricorso propinquo al principe,  donde hanno pi cagione di
    amarlo,  volendo  essere  buoni,  e,  volendo  essere  altrimenti,  di
    temerlo;  che delli externi volessi assaltare quello stato,  vi ha pi
    respecto;  tanto che,  abitandovi,  lo pu= con grandissima  difficult
    perdere.
    L'altro migliore remedio  mandare colonie in uno o in dua luoghi, che
    sieno  quasi  compedes  di  quello  stato:  perch  necessario o fare
    questo o tenervi assai gente d'armi e  fanti.  Nelle  colonie  non  si
    spende  molto;  e  senza  sua spesa,  o poca,  ve le manda e tiene,  e
    solamente offende coloro a chi toglie e campi e le case per  darle  a'
    nuovi abitatori,  che sono una minima parte di quello stato;  e quegli
    che gli offende,  rimanendo dispersi e poveri,  non  gli  possono  mai
    nuocere;  e  tutti  li  altri rimangono da un canto inoffesi,  - e per
    questo doverrebbono quietarsi, - dall'altro paurosi di non errare, per
    timore che non intervenissi a  loro  come  a  quelli  che  sono  stati
    spogliati.  Concludo che queste colonie non costono,  sono pi fedeli,
    offendono meno,  e li offesi  non  possono  nuocere,  sendo  poveri  e
    dispersi,  come    detto.  Per  che  si  ha a notare che gl'uomini si
    debbono o vezzeggiare o spegnere: perch si vendicano  delle  leggieri
    offese,  delle  gravi non possono;  s che la offesa che si fa' l'uomo
    debbe essere in modo che la non tema la  vendetta.  Ma  tenendovi,  in
    cambio di colonie,  gente d'arme, spende pi assai, avendo a consumare
    nella guardia tutte le intrate di quello stato, in modo che l'acquisto
    gli torna perdita;  et offende molto pi,  perch nuoce a tutto quello
    stato,  tramutando  con  li  alloggiamenti il suo exercito;  del quale
    disagio ognuno ne sente e ciascuno gli diventa nimico: e  sono  nimici
    che gli possono nuocere, rimanendo battuti in casa loro. Da ogni parte
    dunque questa guardia  inutile, come quella delle colonie e utile.
    Debbe ancora chi  in una provincia disforme, come  detto, farsi capo
    e  defensore de' vicini minori potenti,  et ingegnarsi di indebolire e
    potenti di quella,  e guardarsi che per accidente alcuno non vi  entri
    uno  forestiere  potente quanto lui: e sempre interverr ch'e' vi sar
    messo da coloro  che  saranno  in  quella  malcontenti  o  per  troppa
    ambizione  o  per  paura,  come  si  vidde gi che gli Etoli missono e
    Romani in Grecia,  et,  in ogni altra provincia che gli  entrorno,  vi
    furno messi da' provinciali.  E l'ordine delle cose  che,  subito che
    uno forestieri potente entra in una provincia,  tutti quelli che  sono
    in epsa meno potenti gli aderiscano, mossi da una invidia hanno contro
    a  chi    suto  potente  contro  di loro: tanto che respetto a questi
    minori potenti,  lui non ha a durare  fatica  alcuna  a  guadagnargli,
    perch  subito  tutti insieme volentieri fanno uno globo col suo stato
    che lui vi ha acquistato.  Ha solamente  a  pensare  che  non  piglino
    troppe  forze  e troppa autorit,  e facilmente pu= con le forze sua e
    col favore loro sbassare quelli che  sono  potenti,  per  rimanere  in
    tutto  arbitro  di  quella provincia;  e chi non governer bene questa
    parte, perder presto quello che ar acquistato e, mentre lo terr, vi
    ar dentro infinite difficult e fastidii.
    E Romani,  nelle provincie  che  pigliorono,  observorno  bene  queste
    parte:  e'  mandorono  le colonie,  intrattennono e meno potenti sanza
    crescere loro potenza,  abbassorno  e  potenti,  e  non  vi  lasciorno
    prendere riputazione a' potenti forestieri.  E voglio mi basti solo la
    provincia di Grecia per exemplo:  furono  intrattenuti  da  lloro  gli
    Achei e gli Etoli,  fu abbassato il regno de' Macedoni, funne cacciato
    Antioco;  n mai e meriti  degli  Achei  o  delli  Etoli  feciono  che
    permettessino  loro  accrescere  alcuno  stato,  n  le persuasioni di
    Filippo gl'indussono mai ad essergli  amici  sanza  sbassarlo,  n  la
    potenza  di  Antioco pot fare gli consentissino che tenessi in quella
    provincia alcuno stato.  Perch ' Romani feciono in questi casi quello
    che  tutti  e principi savi debbono fare: li quali non solamente hanno
    ad avere riguardo alli scandoli presenti,  ma a' futuri,  et a  quelli
    con  ogni  industria  obviare;  perch,  prevedendosi discosto,  vi si
    rimedia facilmente, ma,  aspettando che ti si appressino,  la medicina
    non    a  tempo,  perch  la  malattia    diventata  incurabile;  et
    interviene di questa,  come dicono  e  fisici  dello  etico,  che  nel
    principio  del  suo male  facile a curare e difficile a conoscere: ma
    nel progresso del tempo,  non la avendo nel  principio  conosciuta  n
    medicata,  diventa  facile  a  conoscere  e  difficile a curare.  Cos
    interviene nelle cose di stato: perch conoscendo discosto, il che non
     dato se non a  uno  prudente,  e  mali  che  nascono  in  quello  si
    guariscono  presto;  ma  quando,  per  non  gli  avere conosciuti,  si
    lasciano crescere in modo  che  ognuno  gli  conosce,  non  vi    pi
    rimedio.
    Per=  e  Romani,  vedendo  discosto  gl'inconvenienti,  vi  rimediorno
    sempre, e non gli lasciorno mai seguire per fuggire una guerra, perch
    sapevano che la guerra non si lieva,  ma si differisce a vantaggio  di
    altri: per= vollono fare con Filippo et Antioco guerra in Grecia,  per
    non la avere a fare con loro in Italia;  e potevono per allora fuggire
    l'una e l'altra: il che non vollono.  N piacque mai loro quello che 
    tutto d in bocca de' savi de' nostri tempi,  di godere  il  benefizio
    del  tempo,  ma  s bene quello della virt e prudenza loro: perch il
    tempo si caccia innanzi ogni cosa,  e pu= condurre seco bene come male
    e male come bene.
    Ma  torniamo  a  Francia  et examiniamo se delle cose dette egli ne ha
    fatte alcuna: e parler= di Luigi,  e non di Carlo,  come di colui che,
    per aver tenuta pi lunga possessione in Italia,  si sono meglio visti
    e sua progressi: e vedrete come egli ha fatto il contrario  di  quelle
    cose  che  si  debbono  fare  per  tenere  uno  stato in una provincia
    disforme.  El  re  Luigi  fu  messo  in  Italia  dalla  ambizione  de'
    Veneziani,  che  vollono  guadagnarsi  mezzo lo stato di Lombardia per
    quella venuta.  Io non voglio biasimare questo partito preso  dal  Re:
    perch, volendo cominciare a mettere uno pi in Italia e non avendo in
    questa  provincia amici,  anzi sendogli per li portamenti del re Carlo
    serrate tutte le porte,  fu necessitato prendere quelle  amicizie  che
    poteva;  e  sarebbegli  riuscito  el partito bene preso,  quando nelli
    altri maneggi non avessi fatto alcuno errore. Acquistata adunque el Re
    la Lombardia,  subito si riguadagn= quella reputazione che  gli  aveva
    tolta Carlo: Genova ced; Fiorentini gli diventorno amici; marchese di
    Mantova,  duca di Ferrara,  Bentivogli,  Madonna di Furl,  signore di
    Faenza,  di Rimini,  di Pesero,  di Camerino,  di Piombino,  Lucchesi,
    Pisani,  Sanesi,  ognuno se gli fece incontro per essere suo amico. Et
    allora poterno considerare ' Veniziani la temerit del  partito  preso
    da  loro,  e  quali,  per  acquistare dua terre in Lombardia,  feciono
    signore el Re de' dua terzi di Italia.
    Consideri ora uno con quanta poca difficult potave el  Re  tenere  in
    Italia  la  sua  reputazione,   se  lui  avesse  observate  le  regule
    soprascripte e tenuti sicuri e  difesi  tutti  quelli  sua  amici,  li
    quali,  per essere gran numero e deboli e paurosi chi della Chiesa chi
    de' Veniziani,  erano sempre necessitati a star seco;  e per il  mezzo
    loro  poteva  facilmente assicurarsi di chi ci restava grande.  Ma lui
    non prima fu in Milano che fece  il  contrario,  dando  aiuto  a  papa
    Alexandro perch egli occupassi la Romagna;  n si accorse, con questa
    deliberazione,  che faceva se debole,  togliendosi gli amici e  quegli
    che  se gli erano gittati in grembo,  e la Chiesa grande,  aggiugnendo
    allo spirituale, che le d tanta autorit, tanto temporale. E fatto un
    primo errore fu constretto  a  seguitare:  in  tanto  che,  per  porre
    termine  alla ambizione di Alexandro e perch non divenissi signore di
    Toscana, e' fu constretto venire in Italia.
    Non gli bast= avere fatto grande la Chiesa e toltosi gli  amici:  che,
    per volere il regno di Napoli,  lo divise con il re di Spagna;  e dove
    egli era prima arbitro di Italia, vi misse uno compagno, acci= che gli
    ambiziosi di quella provincia  e  malcontenti  di  lui  avessino  dove
    ricorrere; e dove potea lasciare in quel regno uno re suo pensionario,
    egli ne lo trasse per mettervi uno che potessi cacciarne lui.  E' cosa
    veramente molto naturale et  ordinaria  desiderare  di  acquistare:  e
    sempre,  quando li uomini lo fanno, che possano, saranno laudati o non
    biasimati;  ma quando eglino non possono,  e vogliono  farlo  in  ogni
    modo,  qui  lo errore et il biasimo. Se Francia adunque poteva con le
    sue forze adsaltare Napoli,  doveva farlo: se non poteva,  non  doveva
    dividerlo;  e  se  la divisione fece co' Viniziani di Lombardia merit=
    scusa,  per avere con quella messo el pi  in  Italia,  questa  merita
    biasimo per non essere scusata da quella necessit.
    Aveva  dunque  fatto  Luigi  questi  cinque  errori:  spenti  e minori
    potenti; accresciuto in Italia potenza a uno potente;  messo in quella
    uno  forestiere  potentissimo;  non  venuto ad abitarvi;  non vi messo
    colonie.  Li  quali  errori  ancora,  vivendo  lui,  potevono  non  lo
    offendere,  se  non  avessi  fatto  il  sexto,  di  t=rre  lo stato a'
    Veniziani.  Perch,  quando egli non avessi fatto grande la Chiesa  n
    messo in Italia Spagna,  era bene ragionevole e necessario abassargli;
    ma avendo preso quegli primi partiti,  non doveva mai consentire  alla
    ruina loro: perch,  sendo quegli potenti,  sempre arebbono tenuti gli
    altri discosto dalla impresa di Lombardia,  s perch ' Veniziani  non
    vi  arebbono  consentito  sanza diventarne signori loro,  s perch li
    altri non arebbono voluto torla a Francia per darla a loro;  et andare
    ad urtarli tutti a dua non arebbono avuto animo.
    E  se  alcuno  dicessi:  el re Luigi ced ad Alexandro la Romagna et a
    Spagna il Regno per fuggire una guerra;  rispondo con le ragioni dette
    di  sopra,  che  non  si  de'  mai  lasciare seguire uno disordine per
    fuggire una guerra: perch la non si fugge,  ma si  differisce  a  tuo
    disavvantaggio.  E se alcuni altri allegassino la fede che il Re aveva
    data al Papa,  di fare per lui quella impresa per la  resoluzione  del
    suo matrimonio et il cappello di Roano, rispondo con quello che per me
    di  sotto  si  dir  circa alla fede de' principi e come ella si debbe
    observare.
    Ha perduto adunque el re Luigi la Lombardia per  non  avere  observato
    alcuno  di quelli termini observati da altri che hanno preso provincie
    e volutole tenere;  n  miraculo alcuno questo,  ma molto ordinario e
    ragionevole.  E di questa materia parlai a Nantes con Roano, quando el
    Valentino,  -  che  cos  era  chiamato  popularmente  Cesare  Borgia,
    figliuolo di papa Alexandro,  - occupava la Romagna; perch, dicendomi
    el cardinale di Roano  che  gli  Italiani  non  si  intendevano  della
    guerra, io gli risposi che li Franzesi non si intendevano dello stato:
    perch,  s'e'  se  ne  'ntendessino,  non lascerebbono venire in tanta
    grandezza la Chiesa.  E per experienza si  visto che la grandezza  in
    Italia  di  quella e di Spagna  stata causata da Francia,  e la ruina
    sua  suta causata da loro.  Di che si trae una  regula  generale,  la
    quale  mai  o  raro falla,  che chi  cagione che uno diventi potente,
    ruina: perch quella potenza  causata da colui o con industria o  con
    forza,  e  l'una  e  l'altra di queste due  sospetta a chi  divenuto
    potente.





    IV. CUR DARII REGNUM, QUOD ALEXANDER OCCUPAVERAT, A SUCCESSORIBUS SUIS
    POST ALEXANDRI MORTEM NON DEFECIT [4.  Per qual cagione  il  regno  di
    Dario,  il  quale  da  Alessandro fu occupato,  non si ribell= da' sua
    successori dopo la morte di Alessandro].

    Considerate le difficult le quali s'hanno a tenere uno stato occupato
    di nuovo, potre' alcuno maravigliarsi donde nacque che Alexandro Magno
    divent= signore della Asia in pochi  anni  e,  non  la  avendo  appena
    occupata,  mor:  donde  pareva  ragionevole che tutto quello stato si
    ribellassi; nondimeno e successori di Alexandro se lo mantennono e non
    ebbono, a tenerlo, altra difficult che quella che infra loro medesimi
    per propria ambizione nacque.  Rispondo come e principati de' quali si
    ha  memoria  si  truovono  governati  in  dua  modi diversi: o per uno
    principe e tutti li altri servi,  e quali come ministri,  per grazia e
    concessione sua,  aiutano governare quello regno; o per uno principe e
    per baroni e quali,  non per grazia del signore,  ma per antichit  di
    sangue  tengono  quel grado.  Questi tali baroni hanno stati e subditi
    proprii,  li quali gli  riconoscono  per  signori  et  hanno  in  loro
    naturale affectione.  Quelli stati che si governano per uno principe e
    per servi hanno el loro principe con pi autorit,  perch in tutta la
    sua  provincia  non    uomo che riconosca alcuno per superiore se non
    lui;  e se  ubbidiscano  alcuno  altro,  lo  fanno  come  ministro  et
    offiziale; et a llui portano particulare amore.
    Li exempli di queste dua diversit di governi sono,  ne' nostri tempi,
    el Turco et il re di Francia. Tutta la monarchia del Turco  governata
    da uno signore: li altri sono sui servi;  e distinguendo il suo  regno
    in sangiacchie vi manda diversi administratori e gli muta e varia come
    pare  a llui.  Ma il re di Francia  posto in mezzo di una moltitudine
    antiquata di signori, in quello stato, riconosciuti dalli loro subditi
    et amati da quegli: hanno le loro preminenze,  non le pu= il re  t=rre
    loro  sanza  suo  periculo.  Chi  considera adunque l'uno e l'altro di
    questi stati,  troverr difficult nell'acquistare lo stato del Turco,
    ma,  vinto  che  fia,  facilit  grande  a  tenerlo.  Cos per adverso
    troverr per qualche respetto pi facilit a potere occupare il  regno
    di Francia, ma difficult grande a tenerlo.
    Le  cagioni  delle difficult,  in potere occupare il regno del Turco,
    sono per non potere essere chiamato dalli principi di quel  regno,  n
    sperare,  con  la  rebellione  di  quegli che gli ha dintorno,  potere
    facilitare la tua impresa;  il che nasce  dalle  ragioni  sopraddette:
    perch,  sendogli  tutti  schiavi  et  obligati,  si  possono  con pi
    difficult corrompere e,  quando bene  si  corrompessino,  se  ne  pu=
    sperare poco utile,  non potendo quelli tirarsi drieto e populi per le
    ragioni assegnate. Onde a chi assalta el Turco  necessario pensare di
    averlo a trovare tutto unito,  e gli conviene sperare pi nelle  forze
    proprie che ne' disordini di altri.  Ma vinto che fussi,  e rotto alla
    campagna in modo che non possa rifare exerciti,  non si ha a  dubitare
    di  altro  che  del  sangue  del principe: el quale spento,  non resta
    alcuno di chi si abbia a temere,  non avendo gli altri credito con  li
    populi;  e  come el vincitore avanti la vittoria non poteva sperare in
    loro, cos non debba dopo quella temere di loro.
    Al contrario interviene nelli regni governati come quello di  Francia:
    perch  con  facilit tu puoi entrarvi guadagnandoti alcuno barone del
    regno,  perch sempre si truova de' mali  contenti  e  di  quegli  che
    desiderano innovare. Costoro per le ragioni dette ti possono aprire la
    via  a  quello  stato  e  facilitarti  la vittoria: la quale dipoi,  a
    volerti mantenere, si tira drieto infinite difficult e con quelli che
    ti hanno aiutato e con  quelli  che  tu  hai  oppressi.  N  ti  basta
    spegnere  el sangue del principe,  perch vi rimangono quelli signori,
    che si fanno capi delle  nuove  alterazioni:  e  non  gli  potendo  n
    contentare  n  spegnere,   perdi  quello  stato  qualunque  volta  la
    occasione venga.
    Ora,  se voi considerrete di qual natura  di  governi  era  quello  di
    Dario, lo troverrete simile al regno del Turco: e per= ad Alexandro fu
    necessario  prima  urtarlo  tutto  e t=rgli la campagna.  Dopo la qual
    vittoria,  sendo Dario morto,  rimase ad Alexandro quello stato sicuro
    per  le  ragioni  di sopra discorse;  e li sua successori,  se fussino
    stati uniti, se lo potevano godere ociosi: n in quello regno nacquono
    altri tumulti che quegli che loro  proprii  sucitorno.  Ma  gli  stati
    ordinati  come  quello  di  Francia  impossibile possederli con tanta
    quiete.  Di qui nacquono le spesse ribellioni di Spagna,  di Francia e
    di   Grecia da' Romani,  per gli spessi principati che erano in quelli
    stati: delli quali mentre dur= la memoria,  sempre fu Roma incerta  di
    quella possessione.  Ma spenta la memoria di quelli,  con la potenza e
    diuturnit dello imperio,  ne diventorno sicuri possessori: e poterono
    anche  quelli dipoi,  combattendo infra loro,  ciascuno tirarsi drieto
    parte di quelle provincie secondo l'autorit vi aveva presa dentro;  e
    quelle,  per  essere  e  sangui  de' loro antiqui signori spenti,  non
    riconoscevano se non e Romani.  Considerato adunque tutte queste cose,
    non  si  maraviglier alcuno della facilit ebbe Alexandro a tenere lo
    stato di Asia,  e  delle  difficult  che  hanno  avuto  gli  altri  a
    conservare lo acquistato,  come Pirro e molti: il che non  nato dalla
    poca o dalla molta  virt  del  vincitore,  ma  dalla  disformit  del
    subietto.





    V.  QUOMODO ADMINISTRANDE SUNT CIVITATES VEL PRINCIPATUS QUI ANTE QUAM
    OCCUPARENTUR  SUIS  LEGIBUS  VIVEBANT  [5.  In  che  modo  si  debbino
    governare le citt o principati li quali, innanzi fussino occupati, si
    vivevano con le loro legge].

    Quando quelli stati che si acquistano,  come  detto,  sono consueti a
    vivere con le loro legge et in libert,  a volergli tenere ci sono tre
    modi: il primo,  ruinarle;  l'altro, andarvi ad abitare personalmente;
    il terzo, lascigli vivere con le sua legge,  traendone una pensione e
    creandovi  dentro  uno  stato  di  pochi,  che te lo conservino amico:
    perch,  sendo quello stato creato da quello principe,  sa che non pu=
    stare  sanza  l'amicizia  e  potenza  sua  et  ha  a  fare  tutto  per
    mantenerlo;  e pi facilmente si tiene una citt usa a  vivere  libera
    con  il  mezzo  de' sua ciptadini che in alcuno altro modo,  volendola
    perservare.
    In exemplis ci sono gli Spartani e li  Romani.  Gli  Spartani  tennono
    Atene  e  Tebe creandovi uno stato di pochi,  tamen le riperderono.  E
    Romani, per tenere Capua Cartagine e Numanzia, le disfeciono, e non le
    perderno;  vollono tenere la Grecia quasi come tennono  gli  Spartani,
    faccendola  libera  e  lasciandole le sua legge,  e non successe loro:
    tale che furono constretti disfare dimolte citt di  quella  provincia
    per tenerla.  Perch in verit non ci  modo sicuro a possederle altro
    che la ruina;  e chi diviene patrone di una citt  consueta  a  vivere
    libera,  e  non  la  disfaccia,  aspetti  di essere disfatto da quella
    perch sempre ha per refugio nella rebellione el nome della libert  e
    gli  ordini  antiqui  sua,  e  quali  n per lunghezza di tempo n per
    benifizii mai si dimenticano.  E per cosa che si faccia o si provegga,
    se non si disuniscono o dissipano gli abitatori non dimenticano quello
    nome  n quegli ordini,  e subito in ogni accidente vi ricorrono: come
    fe' Pisa dopo cento  anni  che  la  era  suta  posta  in  servit  da'
    Fiorentini.
    Ma quando le citt o le provincie sono use a vivere sotto uno principe
    e  quello  sangue  sia  spento,  sendo  da  uno canto usi ad ubbidire,
    dall'altro non avendo il principe vecchio, farne uno infra loro non si
    accordano,  vivere liberi non sanno: di modo  che  sono  pi  tardi  a
    pigliare  l'arme e con pi facilit se gli pu= uno principe guadagnare
    et assicurarsi di loro. Ma nelle republiche  maggiore vita,  maggiore
    odio,  pi  desiderio  di  vendetta:  n  gli lascia,  n pu= lasciare
    riposare la memoria della antiqua libert;  tale che la pi sicura via
     spegnerle, o abitarvi.




    VI.  DE  PRINCIPATIBUS NOVIS QUI ARMIS PROPRIIS ET VIRTUTE ACQUIRUNTUR
    [6.  De' principati  nuovi  che  s'acquistano  con  l'arme  proprie  e
    virtuosamente].

    Non si maravigli alcuno se,  nel parlare che io far= de' principati al
    tucto nuovi e di principe e di stato,  io addurr= grandissimi exempli.
    Perch,  camminando  gli  uomini  sempre per le vie battute da altri e
    procedendo nelle actioni loro con le imitazioni,  n si potendo le vie
    d'altri  al  tutto  tenere  n  alla  virt  di  quegli  che  tu imiti
    aggiugnere,  debbe uno uomo prudente entrare sempre per vie battute da
    uomini grandi,  e quegli che sono stati excellentissimi imitare: acci=
    che, se la sua virt non vi arriva,  almeno ne renda qualche odore;  e
    fare  come  gli  arcieri  prudenti,  a'  quali  parendo  el luogo dove
    desegnano ferire troppo lontano,  e conoscendo fino  a  quanto  va  la
    virt  del  loro  arco,  pongono  la  mira assai pi alta che il luogo
    destinato, non per aggiugnere con la loro freccia a tanta altezza,  ma
    per potere con lo aiuto di s alta mira pervenire al disegno loro.
    Dico  adunque  che  ne'  principati  tutti  nuovi,  dove sia uno nuovo
    principe,  si truova a mantenergli pi o meno difficult  secondo  che
    pi o meno  virtuoso colui che gli acquista.  E perch questo evento,
    di diventare di privato principe presuppone o virt  o  fortuna,  pare
    che  l'una  o  l'altra  di  queste  dua  cose mitighino in parte molte
    difficult;  nondimanco,  colui che  stato meno in su la fortuna si 
    mantenuto  pi.  Genera ancora facilit essere el principe constretto,
    per non avere altri stati, venire personalmente ad abitarvi.
    Ma per venire a quegli che per propria virt e non  per  fortuna  sono
    diventati  principi,  dico  che  li  pi excellenti sono Mois,  Ciro,
    Romulo,  Teseo e simili.  E bench di Mois non  si  debba  ragionare,
    sendo  suto  uno  mero  executore delle cose che gli erano ordinate da
    Dio, tamen debbe essere admirato solum per quella grazia che lo faceva
    degno di parlare con Dio.  Ma considerato Ciro e li  altri  che  hanno
    acquistato  o  fondati regni,  gli troverrete tutti mirabili;  e se si
    considerranno le actioni et  ordini  loro  particulari,  parranno  non
    discrepanti  da  quegli  di Mois,  che ebbe s grande preceptore.  Et
    examinando le actioni e vita loro non  si  vede  che  quelli  avessino
    altro  dalla  fortuna che la occasione,  la quale decte loro materia a
    potere introdurvi dentro quella forma che parse loro: e  sanza  quella
    occasione la virt dello animo loro si sarebbe spenta,  e sanza quella
    virt la occasione sarebbe venuta invano.
    Era adunque necessario a Mois trovare el populo  d'Israel  in  Egipto
    stiavo  et  oppresso  dalli Egiptii,  acci= che quegli,  per uscire di
    servit, si disponessino a seguirlo.  Conveniva che Romulo non capessi
    in Alba, fussi stato exposto al nascere, a volere che diventassi re di
    Roma e fondatore di quella patria. Bisognava che Ciro trovassi e Persi
    malcontenti dello imperio de' Medi,  et e Medi molli et effeminati per
    la lunga pace.  Non poteva Teseo  dimostrare  la  sua  virt,  se  non
    trovava  gli  Ateniesi  dispersi.  Queste  occasione per tanto feciono
    questi uomini felici e la excellente virt loro fe'  quella  occasione
    essere  conosciuta:  donde  la  loro patria ne fu nobilitata e divent=
    felicissima.
    Quelli e quali per vie virtuose, simili a costoro, diventono principi,
    acquistano el principato con difficult, ma con facilit lo tengono; e
    le difficult che gli hanno nello acquistare el principato nascono  im
    parte  da' nuovi ordini e modi che sono forzati introdurre per fondare
    lo stato loro e la loro sicurt.  E debbesi considerare come e' non  
    cosa  pi  difficile  a  trattare,  n  pi dubbia a riuscire,  n pi
    pericolosa a maneggiare,  che farsi capo di introdurre  nuovi  ordini.
    Perch  lo  introductore  ha  per nimico tutti quegli che degli ordini
    vecchi fanno bene,  et ha tiepidi defensori  tutti  quelli  che  delli
    ordini  nuovi farebbono bene: la quale tepidezza nasce parte per paura
    delli adversarii,  che hanno le legge  dal  canto  loro,  parte  dalla
    incredulit degli uomini, e quali non credono in verit le cose nuove,
    se non ne veggano nata una ferma sperienza. Donde nasce che, qualunque
    volta  quelli  che sono nimici hanno occasione di assaltare,  lo fanno
    partigianamente,  e quelli altri difendono tiepidamente: in  modo  che
    insieme con loro si periclita.
    E'   necessario  pertanto,   volendo  discorrere  bene  questa  parte,
    examinare se questi innovatori stanno per loro medesimi o se dependono
    da altri: cio,  se per condurre l'opra loro bisogna che  preghino,  o
    vero  possono  forzare.  Nel  primo  caso,  sempre capitano male e non
    conducono cosa alcuna;  ma quando dependono da lloro proprii e possono
    forzare,  allora  che rare volte periclitano: di qui nacque che tutti
    e profeti armati vinsono e li disarmati ruinorno.  Perch,  oltre alle
    cose  dette,  la  natura delli populi  varia et  facile a persuadere
    loro una cosa,  ma  difficile fermargli in quella persuasione: e per=
    conviene essere ordinato in modo che, quando non credano pi, si possa
    fare loro credere per forza.  Mois, Ciro, Teseo e Romulo non arebbono
    potuto fare  observare  loro  lungamente  le  loro  constituzione,  se
    fussino  stati  disarmati;  come  ne'  nostri  tempi  intervenne a fra
    Ieronimo Savonerola,  il quale ruin= ne' sua  ordini  nuovi,  come  la
    moltitudine  cominci=  a non credergli,  e lui non aveva modo a tenere
    fermi quelli che avevano creduto n a fare credere e discredenti. Per=
    questi tali hanno nel condursi  grande  difficult,  e  tutti  e  loro
    pericoli  sono  fra  via e conviene che con la virt gli superino.  Ma
    superati che gli hanno,  e che cominciano ad  essere  in  venerazione,
    avendo spenti quegli che di sua qualit gli avevano invidia, rimangono
    potenti, sicuri, onorati e felici.
    A s alti exempli io voglio aggiugnere uno exemplo minore; ma bene ar
    qualche proporzione con quegli,  e voglio mi basti per tutti gli altri
    simili: e questo    Ierone  Siracusano.  Costui  di  privato  divent=
    principe di Siracusa; n ancora lui conobbe altro dalla fortuna che la
    occasione: perch,  sendo e Siracusani oppressi,  lo elessono per loro
    capitano;  donde merit= di essere fatto loro principe.  E fu di  tanta
    virt,  etiam  im  privata fortuna,  che chi ne scrive dice quod nihil
    illi deerat ad regnandum praeter  regnum.  Costui  spense  la  milizia
    vecchia,  ordin= della nuova;  lasci= le amicizie antiche, prese delle
    nuove; e come ebbe amicizie e soldati che fussino sua, pot in su tale
    fondamento edificare ogni edifizio, tanto che lui dur= assai fatica in
    acquistare e poca in mantenere.











    VII.  DE PRINCIPATIBUS NOVIS QUI ALIENIS ARMIS ET FORTUNA  ACQUIRUNTUR
    [7.  De'  principati  nuovi  che s'acquistano con le armi e fortuna di
    altri].

    Coloro e quali solamente per fortuna diventano  di  privati  principi,
    com  poca  fatica diventono,  ma con assai si mantengono;  e non hanno
    alcuna difficult fra via,  perch vi volano: ma tutte  le  difficult
    nascono quando e' sono posti.  E questi tali sono quando  concesso ad
    alcuno uno stato o per danari o per grazia di  chi  lo  concede:  come
    intervenne  a  molti  in  Grecia nelle citt di Ionia e di Ellesponto,
    dove furono fatti principi  da  Dario,  acci=  le  tenessino  per  sua
    sicurt  e gloria;  come erano fatti ancora quelli imperatori che,  di
    privati, per corruptione de' soldati pervenivano allo imperio.
    Questi stanno semplicemente in sulla volont e fortuna di  chi  lo  ha
    concesso  loro,  che  sono dua cose volubilissime et instabili,  e non
    sanno e non possono tenere quello grado: non sanno, perch, s'e' non 
    uomo di grande ingegno e virt,  non  ragionevole che,  sendo vissuto
    sempre in privata fortuna,  sappia comandare;  non possono, perch non
    hanno forze che gli possino essere amiche e fedele.  Dipoi  gli  stati
    che vengano subito, come tutte l'altre cose della natura che nascono e
    crescono presto,  non possono avere le barbe e correspondenzie loro in
    modo che il primo tempo adverso non le spenga;  se  gi  quelli  tali,
    come    detto,  che s de repente sono diventati principi non sono di
    tanta virt che quello che la fortuna  ha  messo  loro  in  grembo  e'
    sappino  subito prepararsi a conservarlo e quelli fondamenti,  che gli
    altri hanno fatti avanti che diventino principi, gli faccino poi.
    Io voglio all'uno e l'altro di questi modi detti,  circa il  diventare
    principe  per  virt  o per fortuna,  addurre dua exempli stati ne' d
    della memoria nostra: e questi sono Francesco Sforza e Cesare  Borgia.
    Francesco,  per li debiti mezzi e con una grande sua virt, di privato
    divent=  duca  di  Milano;  e  quello  che  con  mille  affanni  aveva
    acquistato, com poca fatica mantenne. Dall'altra parte, Cesare Borgia,
    chiamato  dal  vulgo duca Valentino,  acquist= lo stato con la fortuna
    del padre e con quella lo perd,  non obstante che per lui  si  usassi
    ogni  opera  e  facessinsi  tutte  quelle  cose che per uno prudente e
    virtuoso uomo si doveva fare per mettere le barbe sua in quelli  stati
    che  I  arme  e fortuna di altri gli aveva concessi.  Perch,  come di
    sopra si disse,  chi non fa e fondamenti prima,  gli potrebbe con  una
    grande  virt  farli  poi,  ancora  che  si  faccino con disagio dello
    architettore e pericolo dello edifizio. Se adunque si considerr tutti
    e progressi del Duca, si vedr lui aversi fatti grandi fondamenti alla
    futura potenza; li quali non iudico superfluo discorrere perch io non
    saprei quali precepti mi dare migliori,  a uno principe nuovo,  che lo
    exemplo  delle  actioni  sue: e se gli ordini sua non gli profittorno,
    non fu sua colpa,  perch nacque  da  una  extraordinaria  et  extrema
    malignit di fortuna.
    Aveva  Alexandro Sesto,  nel volere fare grande il Duca suo figliuolo,
    assai difficult presente e  future.  Prima,  e'  non  vedeva  via  di
    poterlo fare signore di alcuno stato che non fussi stato di Chiesa: e,
    volgendosi  a t=rre quello della Chiesa,  sapeva che il duca di Milano
    e' Viniziani non gliene consentirebbono,  perch Faenza e Rimino erano
    di  gi  sotto  la  protectione  de' Veniziani.  Vedeva oltre a questo
    l'arme di Italia,  e quelle in spezie di chi si fussi potuto  servire,
    essere nelle mani di coloro che dovevano temere la grandezza del Papa,
    -  e  per=  non  se  ne  poteva  fidare,  - sendo tutte nelli Orsini e
    Colonnesi e loro complici. Era adunque necessario si turbassino quelli
    ordini e disordinare gli stati  di  Italia,  per  potersi  insignorire
    sicuramente di parte di quelli.  Il che gli fu facile,  perch trov= e
    Veniziani che, mossi da altre cagioni, si erano volti a fare ripassare
    e Franzesi in Italia: il che non solamente non contradisse,  ma lo fe'
    pi facile con la resoluzione del matrimonio antico del re Luigi.
    Pass= adunque il Re in Italia con lo aiuto de' Veneziani e consenso di
    Alexandro: n prima fu in Milano che il Papa ebbe da llui gente per la
    impresa  di  Romagna,  la quale gli fu acconsentita per la reputazione
    del Re.  Acquistata adunque il Duca la Romagna e sbattuti e Colonnesi,
    volendo  mantenere  quella  e procedere pi avanti,  lo impedivano dua
    cose: l'una,  le arme sua che non gli  parevano  fedele;  l'altra,  la
    volont di Francia; cio che l'arme Orsine, delle quali si era valuto,
    gli mancassino sotto,  e non solamente gl'impedissino lo acquistare ma
    gli togliessino lo acquistato,  e che il Re ancora non li  facessi  il
    simile.   Delli   Orsini  ne  ebbe  uno  riscontro  quando,   dopo  la
    expugnazione di Faenza,  assalt= Bologna,  che gli vidde andare freddi
    in quello assalto; e circa il Re conobbe lo animo suo quando, preso el
    ducato d'Urbino, assalt= la Toscana: dalla quale impresa il Re lo fece
    desistere. Onde che il Duca deliber= di non dependere pi dalle arme e
    fortuna  d'altri;  e,  la  prima  cosa,  indebol  le  parte  Orsine e
    Colonnese in Roma: perch tutti gli aderenti loro, che fussino gentili
    uomini,  se gli guadagn=,  faccendoli suoi gentili uomini e dando loro
    grande provisioni, et onorogli, secondo le loro qualit, di condotte e
    di  governi:  in  modo che im pochi mesi negli animi loro l'affectione
    delle parte si spense e tutta si volse nel Duca. Dopo questo,  aspett=
    la occasione di spegnere e capi Orsini, avendo dispersi quelli di casa
    Colonna:  la  quale  gli  venne  bene,  e  lui la us= meglio.  Perch,
    advedutosi gli Orsini tardi che la grandezza del Duca e  della  Chiesa
    era  la  loro ruina,  feciono una dieta alla Magione nel Perugino;  da
    quella nacque la  ribellione  di  Urbino,  e  tumulti  di  Romagna  et
    infiniti  periculi  del  Duca,  e quali tutti super= con l'aiuto delli
    Franzesi. E ritornatoli la reputazione, n si fidando di Francia n di
    altre forze externe,  per non le  avere  a  cimentare  si  volse  alli
    inganni; e seppe tanto dissimulare l'animo suo che li Orsini, mediante
    il  signore Paulo,  si riconciliorno seco,  - con il quale il Duca non
    manc= d'ogni ragione di offizio per assicurarlo,  dandoli danari veste
    e  cavalli,  -  tanto che la simplicit loro gli condusse a Sinigaglia
    nelle sua mane.
    Spenti adunque questi capi e ridotti li  partigiani  loro  sua  amici,
    aveva il Duca gittati assai buoni fondamenti alla potenza sua,  avendo
    tutta la  Romagna  col  ducato  di  Urbino,  parendoli  maxime  aversi
    acquistata  amica  la  Romagna  e guadagnatosi quelli populi per avere
    cominciato a gustare il bene essere loro.  E  perch  questa  parte  
    degna di notizia e da essere da altri imitata,  non la voglio lasciare
    indietro.  Presa che  ebbe  il  Duca  la  Romagna  e  trovandola  suta
    comandata  da  Signori  impotenti,  -  li  quali  pi  presto  avevano
    spogliati e  loro  subditi  che  corretti,  e  dato  loro  materia  di
    disunione,  non d'unione, - tanto che quella provincia era tutta piena
    di latrocinii, di brighe e d'ogni altra ragione di insolenzia,  iudic=
    fussi necessario,  a volerla ridurre pacifica et ubbidiente al braccio
    regio, dargli buono governo: e per= vi prepose messer Remirro de Orco,
    uomo crudele et expedito, al quale dette plenissima potest. Costui im
    poco tempo la ridusse pacifica et unita,  con grandissima reputazione.
    Dipoi  iudic=  il  Duca  non  essere  necessaria si excessiva autorit
    perch dubitava non divenissi odiosa,  e preposevi uno iudizio  civile
    nel  mezzo della provincia,  con uno presidente excellentissimo,  dove
    ogni citt vi aveva lo advocato suo.  E perch conosceva le rigorosit
    passate avergli generato qualche odio,  per purgare li animi di quelli
    populi e guadagnarseli in  tutto,  volse  mostrare  che,  se  crudelt
    alcuna era seguita, non era causata da llui ma dalla acerba natura del
    ministro.  E presa sopra a questo occasione,  lo fece,  a Cesena,  una
    mattina mettere in dua pezzi, in sulla piazza,  con uno pezzo di legne
    et  uno  coltello sanguinoso accanto: la ferocit del quale spettaculo
    fece quegli popoli in uno tempo rimanere satisfatti e stupidi.
    Ma torniamo donde noi partimo.  Dico che,  trovandosi  il  Duca  assai
    potente  et  in  parte  assicurato de' presenti periculi,  per essersi
    armato a ssuo modo et avere in buona parte  spente  quelle  arme  che,
    vicine,  lo potevano offendere,  gli restava,  volendo procedere collo
    acquisto, el respecto del re di Francia: perch conosceva come dal Re,
    il quale  tardi  s'era  accorto  dello  error  suo,  non  gli  sarebbe
    sopportato.  E  cominci=  per  questo  a  cercare  di amicizie nuove e
    vacillare con Francia,  nella venuta che li Franzesi feciono verso  el
    regno  di  Napoli  contro  alli Spagnuoli che assediavano Gaeta;  e lo
    animo suo era assicurarsi di loro: il che gli sare'  presto  riuscito,
    se  Alexandro viveva.  E questi furno e governi sua,  quanto alle cose
    presente.
    Ma quanto alle future,  lui aveva a dubitare im prima  che  uno  nuovo
    successore  alla  Chiesa  non gli fussi amico e cercassi torgli quello
    che Alexandro li aveva dato. Di che pens= assicurarsi in quattro modi:
    prima,  di spegnere tutti e sangui di quelli  Signori  che  lui  aveva
    spogliati, per t=rre al Papa quella occasione; secondo, di guadagnarsi
    tutti  e gentili uomini di Roma,  come  detto,  per potere con quelli
    tenere il Papa in freno;  terzio,  ridurre il  Collegio  pi  suo  che
    poteva;  quarto, acquistare tanto imperio, avanti che il Papa morissi,
    che potessi per s medesimo resistere a uno primo  impeto.  Di  queste
    quattro cose alla morte di Alexandro ne aveva condotte tre,  la quarta
    aveva quasi per condotta: perch  de'  Signori  spogliati  ne  ammazz=
    quanti ne pot aggiugnere,  e pochissimi si salvorno; e gentili uomini
    romani si aveva guadagnati; e nel Collegio aveva grandissima parte;  e
    quanto al nuovo acquisto, aveva disegnato diventare signore di Toscana
    e  possedeva  di  gi  Perugia  e  Piombino,  e di Pisa aveva presa la
    protectione.  E come non avessi avuto ad avere rispetto a  Francia,  -
    che  no  gliene  aveva  ad  avere  pi,  per  essere di gi e Franzesi
    spogliati del Regno dalli Spagnuoli: di qualit che ciascuno  di  loro
    era necessitato comperare l'amicizia sua, - egli saltava in Pisa. Dopo
    questo, Lucca e Siena cedeva subito, parte per invidia de' Fiorentini,
    parte per paura: e Fiorentini non avevano rimedio. Il che se gli fussi
    riuscito,  - che gli riusciva l'anno medesimo che Alexandro mor, - si
    acquistava tante forze e  tanta  reputazione  che  per  s  stesso  si
    sarebbe  retto  e  non  sare'  pi  dependuto dalla fortuna e forze di
    altri, ma dalla potenza e virt sua.
    Ma Alexandro mor dopo cinque anni che egli aveva cominciato a  trarre
    fuora   la   spada:  lasciollo  con  lo  stato  di  Romagna  solamente
    assolidato,  con tutti  li  altri  in  aria,  infra  dua  potentissimi
    exerciti inimici,  e malato a morte.  Et era nel Duca tanta ferocit e
    tanta virt,  e s bene conosceva come li uomuni si hanno a guadagnare
    o  perdere,  e tanto erano validi e fondamenti che in s poco tempo si
    aveva fatti, che, s'e' non avessi avuto quelli exerciti adosso,  o lui
    fussi stato sano, arebbe retto ad ogni difficult.
    E  che  e  fondamenti  sua fussino buoni,  si vidde: che la Romagna lo
    aspett= pi d'uno mese; in Roma, ancora che mezzo vivo, stette sicuro,
    e,  bench Baglioni Vitelli et Orsini venissino in  Roma,  non  ebbono
    seguito contro di lui;  pot fare,  se non chi e' volle,  papa, almeno
    che non fussi chi egli non voleva.  Ma se  nella  morte  di  Alexandro
    fussi stato sano, ogni cosa gli era facile: e lui mi disse, ne' d che
    fu creato Iulio Secondo,  che aveva pensato a cci= che potessi nascere
    morendo el padre,  et a tutto aveva trovato remedio,  excepto che  non
    pens= mai, in sulla sua morte, di stare ancora lui per morire.
    Raccolte io adunque tutte le actioni del Duca, non saprei riprenderlo:
    anzi mi pare,  come io ho fatto,  di preporlo imitabile a tutti coloro
    che per fortuna e con le arme  di  altri  sono  ascesi  allo  imperio;
    perch  lui,  avendo  l'animo grande e la sua intenzione alta,  non si
    poteva governare altrimenti,  e solo si oppose  alli  sua  disegni  la
    brevit della vita di Alexandro e la sua malattia.  Chi adunque iudica
    necessario  nel  suo  principato  nuovo  assicurarsi  delli   inimici,
    guadagnarsi delli amici; vincere o per forza o per fraude; farsi amare
    e temere da' populi,  seguire e reverire da' soldati;  spegnere quelli
    che ti possono o debbono offendere; innovare con nuovi modi gli ordini
    antiqui;  essere severo e grato,  magnanimo e  liberale;  spegnere  la
    milizia  infedele,  creare della nuova;  mantenere l'amicizie de' re e
    de' principi in modo che ti abbino a benificare con grazia o offendere
    con respecto;  non pu= trovare e pi freschi exempli che le actioni di
    costui.
    Solamente  si pu= accusarlo nella creazione di Iulio pontefice,  nella
    quale il Duca ebbe mala electione. Perch,  come  detto,  non potendo
    fare uno papa a suo modo,  poteva tenere che uno non fussi papa; e non
    doveva mai consentire al papato di quelli  cardinali  che  lui  avessi
    offesi o che, divenuti papa, avessino ad aver paura di lui: perch gli
    uomini  offendono o per paura o per odio.  Quelli che lui aveva offeso
    erano, infra li altri, Sancto Pietro ad vincula, Colonna, San Giorgio,
    Ascanio;  tutti li altri avevano,  divenuti papi,  a temerlo,  eccepto
    Roano  e  gli Spagnuoli: questi per coniunzione et obligo,  quello per
    potenza,  avendo coniunto seco el regno di Francia.  Pertanto el  Duca
    innanzi ad ogni cosa doveva creare papa uno spagnuolo: e, non potendo,
    doveva consentire a Roano, non a San Piero ad vincula. E chi crede che
    nelli  personaggi  grandi  e  benifizii  nuovi  faccino dimenticare le
    iniurie vecchie, s'inganna.  Err= adunque el Duca in questa electione,
    e fu cagione dell'ultima ruina sua.
















    VIII.  DE  HIS QUI PER SCELERA AD PRINCIPATUM PERVENERE [8.  Di quelli
    che per scelleratezze sono pervenuti al principato].

    Ma perch di privato si diventa principe ancora in dua  modi,  il  che
    non  si  pu=  al tutto o alla fortuna o alla virt attribuire,  non mi
    pare  da  lasciarli  indrieto,   ancora  che  dell'uno  si  possa  pi
    diffusamente ragionare dove si trattassi delle republiche. Questi sono
    quando   o  per  qualche  via  scellerata  e  nefaria  si  ascende  al
    principato,  o quando uno privato ciptadino con el favore degli  altri
    sua ciptadini diventa principe della sua patria.  E parlando del primo
    modo si mosterr con dua exempli, uno antico,  l'altro moderno,  sanza
    entrare  altrimenti  ne'  meriti di questa parte: perch io iudico che
    bastino a chi fussi necessitato imitargli.
    Agatocle siciliano,  non  solo  di  privata  ma  d'infima  et  abietta
    fortuna,  divenne re di Siracusa.  Costui,  nato di uno figulo,  tenne
    sempre,  per i  gradi  della  sua  et,  vita  scellerata:  nondimanco
    accompagn=  le  sua  scelleratezze con tanta virt di animo e di corpo
    che,  voltosi alla milizia,  per li gradi di quella pervenne ad essere
    pretore  di  Siracusa.  Nel  qual  grado sendo constituito,  et avendo
    deliberato diventare principe e tenere con violenzia e sanza obligo di
    altri quello che d'accordo gli era suto concesso,  et avuto di  questo
    suo  disegno  intelligenzia con Amilcare cartaginese,  il quale con li
    exerciti militava in Sicilia, raun= una mattina il populo et il senato
    di Siracusa,  come se egli avessi avuto a deliberare  cose  pertinenti
    alla republica.  Et a uno cenno ordinato fece da' sua soldati uccidere
    tutti e senatori e li pi ricchi del populo;  e quali morti,  occup= e
    tenne  il principato di quella citt sanza alcuna controversia civile.
    E bench da' Cartaginesi fussi dua volte rotto e demum assediato,  non
    solo pot difendere la sua citt,  ma,  lasciato parte delle sue gente
    alla defesa della obsidione,  con le altre  assalt=  l'Affrica  et  in
    breve  tempo liber= Siracusa dallo assedio e condusse ' Cartaginesi in
    extrema necessit; e furono necessitati accordarsi con quello,  essere
    contenti  della possessione della Affrica,  et ad Agatocle lasciare la
    Sicilia.
    Chi considerassi adunque le actioni e vita di costui,  non vedr cose,
    o  poche,  le  quali possa attribuire alla fortuna,  con ci= sia cosa,
    come di sopra  detto,  che non per favore di alcuno,  ma per li gradi
    della  milizia,   e  quali  con  mille  disagi  e  pericoli  si  aveva
    guadagnati, pervenissi al principato, e quello dipoi con tanti partiti
    animosi e pericolosissimi mantenessi. Non si pu= ancora chiamare virt
    ammazzare e suoi ciptadini,  tradire gli  amici,  essere  sanza  fede,
    sanza  piat,  sanza  relligione: e quali modi possono fare acquistare
    imperio,  ma non gloria.  Perch,  se  si  considerassi  la  virt  di
    Agatocle  nello  entrare  e  nello  uscire de' pericoli e la grandezza
    dello animo suo nel sopportare e superare le cose adverse, non si vede
    perch  egli  abbia  ad  essere   iudicato   inferiore   a   qualunque
    excellentissimo  capitano:  nondimanco  la  sua  efferata  crudelt et
    inumanit, con infinite sceleratezze, non consentono che sia infra gli
    excellentissimi uomini celebrato.  Non si pu= adunque attribuire  alla
    fortuna  o  alla  virt  quello  che  sanza  l'una e l'altra fu da lui
    conseguito.
    Ne' tempi nostri, regnante Alexandro Sesto,  Liverotto firmano,  sendo
    pi  anni  innanzi  rimaso  piccolo  sanza  padre,  fu  da uno suo zio
    materno, chiamato Giovanni Fogliani, allevato, e ne' primi tempi della
    sua giovent dato a militare sotto Paulo Vitegli,  acci= che,  ripieno
    di  quella  disciplina,  pervenissi  a  qualche  excellente  grado  di
    milizia. Morto dipoi Paulo, milit= sotto Vitellozzo, suo fratello,  et
    in  brevissimo  tempo,  per  essere  ingegnoso e della persona e dello
    animo  gagliardo,  divent=  el  primo  uomo  della  sua  milizia.   Ma
    parendogli  cosa  servile lo stare con altri,  pens=,  con lo aiuto di
    alcuno ciptadino firmano,  alli quali era pi cara la servit  che  la
    libert della loro patria, e con il favore vitellesco, occupare Fermo.
    E  scripse  a  Giovanni Fogliani come,  sendo stato pi tempo fuora di
    casa,  voleva venire a vedere lui e la sua  citt,  e  riconoscere  in
    qualche  parte  el suo patrimonio;  e perch non si era affaticato per
    altro che per acquistare onore,  acci= che li suoi ciptadini vedessino
    come  non  aveva  speso  il  tempo invano,  voleva venire onorevole et
    accompagnato da cento cavagli di sua amici e  servidori;  e  pregavalo
    fussi contento ordinare che da' Firmiani fussi ricevuto onorevolmente:
    il che non solamente tornava onore a ss proprio, ma a llui, sendo suo
    alunno.
    Non  manc= pertanto Giovanni di alcuno offizio debito verso el nipote,
    e, fattolo ricevere da' Firmiani onoratamente,  si alloggi= nelle case
    sue;  dove,  posato  alcuno  giorno et atteso ad ordinare segretamente
    quello che alla sua  futura  sceleratezza  era  necessario,  fece  uno
    convito  solennissimo,  dove invit= Giovanni Fogliani e tutti li primi
    uomini di Fermo.  E consumate che furno le vivande e tutti  gli  altri
    intrattenimenti  che  in  simili  conviti si usano,  Liverotto ad arte
    mosse certi ragionamenti di cose gravi,  parlando della  grandezza  di
    papa  Alexandro  e  di Cesare suo figliuolo e delle imprese loro: alli
    quali ragionamenti rispondendo Giovanni e gli altri, lui ad uno tratto
    si rizz=,  dicendo quelle essere  cose  da  ragionarne  in  luogo  pi
    secreto;  e  ritirossi in una camera,  dove Giovanni e tutti gli altri
    ciptadini gli andorno drieto.  N prima furno  posti  a  ssedere  che,
    delli lochi segreti di quella, uscirno soldati che ammazzorno Giovanni
    e tutti gli altri.  Dopo il quale omicidio mont= Liverotto a cavallo e
    corse la terra et assedi= nel palazzo el supremo magistrato: tanto che
    per paura furono constretti ubbidirlo e formare uno governo del  quale
    si  fece principe;  e morti tutti quelli che per essere malcontenti lo
    potevono offendere,  si corrobor= con nuovi ordini civili e  militari:
    in  modo  che,  in  spazio  di  uno anno che tenne el principato,  non
    solamente lui era sicuro  nella  citt  di  Fermo,  ma  era  diventato
    pauroso  a  tutti  e  sua  vicini.  E sarebbe suta la sua expugnazione
    difficile come quella di Agatocle,  se non si fussi lasciato ingannare
    da Cesare Borgia,  quando a Sinigaglia,  come di sopra si disse, prese
    gli Orsini e Vitelli: dove,  preso ancora lui,  in uno  anno  dopo  il
    commisso  parricidio  fu insieme con Vitellozzo,  il quale aveva avuto
    maestro delle virt e delle sceleratezze sue, strangolato.
    Potrebbe alcuno dubitare donde nascesse che Agatocle et alcuno simile,
    dopo infiniti tradimenti e crudelt,  poss vivere  lungamente  sicuro
    nella  sua  patria  e  difendersi dalli inimici externi,  e dalli suoi
    ciptadini non gli fu mai conspirato contro:  con  ci=  sia  che  molti
    altri  mediante  la  crudelt  non  abbino,  etiam ne' tempi pacifici,
    potuto mantenere lo stato, non che ne' tempi dubiosi di guerra.  Credo
    che questo advenga dalle crudelt male usate o bene usate.  Bene usate
    si possono chiamare quelle, - se del male  lecito dir bene,  - che si
    fanno ad uno tratto per la necessit dello assicurarsi: e dipoi non vi
    si insiste dentro,  ma si convertono in pi utilit de' subditi che si
    pu=.  Male usate sono quelle le quali,  ancora che nel principio sieno
    poche,  pi  tosto col tempo crescano che le si spenghino.  Coloro che
    observono el primo modo,  possono con Dio e con li uomini  avere  allo
    stato  loro  qualche  rimedio,  come  ebbe  Agatocle;  quegli  altri 
    impossibile si mantenghino.
    Onde  da notare che,  nel pigliare uno  stato,  debbe  lo  occupatore
    d'epso  discorrere  tutte  quelle offese che gli  necessario fare,  e
    tutte farle a uno tratto,  per non le avere  a  rinnovare  ogni  d  e
    potere,  non  le  innovando,  assicurare li uomini e guadagnarseli con
    benificarli. Chi fa altrimenti, o per timidit o per mal consiglio,  
    sempre  necessitato  tenere  il coltello in mano;  n mai pu= fondarsi
    sopra e sua subditi, non si potendo quegli,  per le fresche e continue
    iniurie,  mai  assicurare  di lui.  Per che le iniurie si debbono fare
    tutte insieme,  acci=  che,  assaporandosi  meno,  offendino  meno;  e
    benefizii si debbono fare a poco a poco, acci= si assaporino meglio. E
    debba  soprattutto  uno principe vivere in modo,  con li suoi subditi,
    che veruno accidente o di male o di bene lo  abbia  a  ffare  variare:
    perch,  venendo per li tempi adversi le necessit, tu non se' a tempo
    al male, et il bene che tu fai non ti giova perch  iudicato forzato,
    e non te n' saputo grado alcuno.




    IX. DE PRINCIPATU CIVILI [9. Del principato civile].

    Ma venendo all'altra parte,  quando uno  privato  ciptadino,  non  per
    sceleratezza  o altra intollerabile violenzia,  ma con il favore delli
    altri sua ciptadini diventa principe della sua patria,  - il quale  si
    pu=  chiamare  principato civile: n a pervenirvi  necessario o tutta
    virt o tutta fortuna, ma pi tosto una astuzia fortunata,  - dico che
    si ascende a questo principato o con il favore del populo o con quello
    de' grandi. Perch in ogni citt si truovono questi dua umori diversi:
    e  nasce,  da  questo,  che il populo desidera non essere comandato n
    oppresso da' grandi e li grandi desiderano comandare et  opprimere  el
    populo; e da questi dua appetiti diversi nasce nelle citt uno de' tre
    effetti:  o principato o libert o licenza.  El principato  causato o
    dal populo o da' grandi,  secondo che l'una o l'altra di queste  parte
    ne  ha  l'occasione: perch,  vedendo e grandi non potere resistere al
    populo,  cominciano a voltare la reputazione ad uno di loro e  fannolo
    principe  per  potere sotto la sua ombra sfogare il loro appetito;  il
    populo ancora,  vedendo non  potere  resistere  a'  grandi,  volta  la
    reputazione  ad  uno  e  lo fa principe per essere con la sua autorit
    difeso.
    Colui che viene al principato con lo aiuto de' grandi, si mantiene con
    pi difficult che quello che diventa con lo aiuto del populo,  perch
    si  truova  principe  con  dimolti  intorno  che gli paiono essere sua
    equali,  e per questo non gli pu= n comandare  n  maneggiare  a  suo
    modo.  Ma colui che arriva al principato con il favore populare, vi si
    truova solo et ha dintorno o nessuno o pochissimi che non sieno parati
    ad ubbidire. Oltre a questo non si pu= con onest satisfare a' grandi,
    e sanza iniuria di altri,  ma s bene al  populo:  perch  quello  del
    populo    pi  onesto  fine  che  quello  de' grandi,  volendo questi
    opprimere e quello non essere oppresso.  Preterea,  del populo inimico
    uno principe non si pu= mai assicurare,  per essere troppi: de' grandi
    si pu= assicurare, per essere pochi. Il peggio che possa aspettare uno
    principe, dal populo inimico,   lo essere abbandonato da lui;  ma da'
    grandi, inimici, non solo debba temere di essere abbandonato, ma etiam
    che  loro gli venghino contro: perch,  essendo in quelli pi vedere e
    pi astuzia,  avanzano sempre tempo per salvarsi e cercano  gradi  con
    chi sperano che vinca. E' necessitato ancora el principe vivere sempre
    con  quello  medesimo  populo,  ma pu= bene fare sanza quelli medesimi
    grandi,  potendo farne e disfarne ogni d e t=rre e dare a  sua  posta
    reputazione loro.
    E  per  chiarire  meglio  questa  parte,  dico come e grandi si debbon
    considerare in dua modi principalmente: o si  governono  in  modo  col
    procedere loro che si obligano in tutto alla tua fortuna, o no. Quegli
    che  si  obligano,  e  non sieno rapaci,  si debbono onorare et amare.
    Quelli che non si obligano,  si hanno ad examinare in dua modi:  o  e'
    fanno  questo per pusillanimit e difetto naturale d'animo;  allora tu
    te ne debbi servire,  maxime di quelli che sono  di  buono  consiglio,
    perch nelle prosperit te ne onori e non hai nelle adversit a temere
    di  loro.  Ma  quando  e'  non  si  obligano  per  arte  e per cagione
    ambiziosa,  segno come pensano pi a ss che a te: e da quelli si de'
    el principe guardare,  e temergli come  se  fussino  scoperti  nimici,
    perch sempre nelle adversit aiuteranno ruinarlo.
    Debba  pertanto  uno,  che  diventi  principe  mediante  el favore del
    populo, mantenerselo amico: il che gli fia facile,  non domandando lui
    se non di non essere oppresso.  Ma uno che,  contro al populo, diventi
    principe con il favore de' grandi,  debba innanzi ad ogni  altra  cosa
    cercare di guadagnarsi el populo: il che gli fia facile,  quando pigli
    la protectione sua.  E perche li uomini,  quando  hanno  bene  da  chi
    credevano aver male,  si obligano pi al beneficatore loro, diventa el
    populo  subito  pi  suo  benivolo  che  s'e'  si  fussi  condotto  al
    principato  con  li  favori sua.  E puosselo guadagnare el principe in
    molti modi: e quali perch variano secondo el subiecto,  non se ne pu=
    dare certa regula,  e per= si lasceranno indrieto. Concluder= solo che
    a uno principe  necessario avere il populo amico,  altrimenti non  ha
    nelle  adversit  remedio.  Nabide principe delli Spartani sostenne la
    obsidione di tutta Grecia e di uno exercito romano vittoriosissimo,  e
    difese  contro  a  quelli  la patria sua et il suo stato;  e gli bast=
    solo,  sopravvenendo el periculo,  assicurarsi di pochi: che,  se  gli
    avessi avuto el populo inimico, questo non li bastava.
    E  non  sia  alcuno  che  repugni  a  questa  mia  opinione con quello
    proverbio trito,  che chi fonda in sul  populo  fonda  in  sul  fango:
    perch  quello  vero quando uno ciptadino privato vi fa su fondamento
    e dassi ad intendere che il populo lo  liberi  quando  fussi  oppresso
    dalli  nimici  o  da'  magistrati.  In questo caso si potrebbe trovare
    spesso ingannato,  come a Roma e Gracchi et a Firenze  messer  Giorgio
    Scali.  Ma essendo uno principe che vi fondi su, che possa comandare e
    sia uomo di cuore,  n si sbigottisca nelle adversit,  e  non  manchi
    delle  altre  preparazione e tenga con lo animo et ordini suoi animato
    l'universale, mai si troverr ingannato da lui e gli parr avere fatti
    li suo fondamenti buoni.
    Sogliono questi principati periclitare,  quando sono per salire  dallo
    ordine  civile  allo absoluto.  Perch questi principi o comandano per
    loro medesimi o per mezzo delli magistrati: nello ultimo  caso    pi
    debole e pi pericoloso lo stato loro,  perch gli stanno al tutto con
    la volont di quelli ciptadini che  a'  magistrati  sono  preposti;  e
    quali, maxime ne' tempi adversi, gli possono t=rre con facilit grande
    lo stato, o con abbandonarlo o con fargli contro. Et il principe non 
    a  tempo  ne'  pencoli  a  pigliare  la  autorit  absoluta,  perch e
    ciptadini e subditi, che sogliono avere ' comandamenti da' magistrati,
    non sono in quelli frangenti per ubbidire a' suoi.  Et ar sempre  ne'
    tempi  dubbii  penuria  di  chi  lui  si  possa fidare;  perch simile
    principe non pu= fondarsi sopra quello  che  vede  ne'  tempi  quieti,
    quando  e  ciptadmi  hanno  bisogno  dello  stato: perch allora ognun
    corre, ognun promette e ciascuno vuole morire per lui, quando la morte
     discosto;  ma ne' tempi adversi,  quando lo  stato  ha  bisogno  de'
    ciptadini,  allora se ne truova pochi. E tanto pi  questa experienza
    pericolosa,  quanto la non si pu= fare se  non  una  volta:  per=  uno
    principe  savio  debbe  pensare uno modo per il quale e sua ciptadini,
    sempre et in ogni qualit di tempo,  abbino bisogno dello stato  e  di
    lui; e sempre dipoi gli saranno fedeli.










    X. QUOMODO OMNIUM PRINCIPATUUM VIRES PERPENDI DEBEANT [10. In che modo
    si debbino misurare le forze di tutti i principati].

    Conviene  avere,  nello  examinare  le  qualit  di questi principati,
    un'altra considerazione: cio se  uno  principe  ha  tanto  stato  che
    possa,  bisognando,  per  s  medesimo  reggersi,  o vero se ha sempre
    necessit della defensione  d'altri.  E  per  chiarire  meglio  questa
    parte,  dico come io iudico coloro potersi reggere per s medesimi che
    possono, o per abbondanzia di uomini o di danari,  mettere insieme uno
    exercito  iusto  e  fare  una  giornata  con  qualunque  lo  viene  ad
    assaltare.  E cos iudico coloro avere sempre necessit di altri,  che
    non   possono  comparire  contro  al  nimico  in  campagna,   ma  sono
    necessitati rifuggirsi dentro alle mura e guardare quelle.  Nel  primo
    caso,  si   discorso e per lo advenire direno quello ne occorre.  Nel
    secondo caso, non si pu= dire altro salvo che confortare tali principi
    a fortificare e munire la terra propria e del paese non tenere  alcuno
    conto.  E  qualunque  ar bene fortificata la suo terra e,  circa alli
    altri governi,  co' subditi si sar maneggiato come di sopra  detto e
    di sotto si dir,  sar sempre con gran respetto assaltato;  perch li
    uomini sono nimici delle imprese dove si vegga difficult: n  si  pu=
    vedere  facilit assaltando uno che abbia la suo terra gagliarda e non
    sia odiato dal populo.
    Le  citt  della  Magna  sono  liberissime,   hanno  poco  contado  et
    obbediscono allo Imperatore quando le vogliono, e non temono n quello
    n alcuno altro potente che le abbino intorno.  Perch le sono in modo
    affortificate che ciascuno pensa la expugnazione di epse dovere essere
    tediosa e difficile: perch tutte  hanno  fossi  e  mura  convenienti;
    hanno artiglieria a ssufficienzia; tengono sempre nelle canove publice
    da bere e da mangiare e da ardere per uno anno; et oltre a questo, per
    potere  tenere  la  plebe pasciuta e sanza perdita del publico,  hanno
    sempre in comune da potere per uno anno  dare  da  lavorare  loro,  in
    quelli  exercizii che sieno el nervo e la vita di quella citt e delle
    industrie de' quali la plebe si pasca;  tengono ancora  gli  exercizii
    militari  in  reputazione,   e  sopra  questo  hanno  molti  ordini  a
    mantenergli.
    Uno principe adunque, che abbia una citt cos ordinata e non si facci
    odiare, non pu= essere assaltato, e,  se pure fussi chi lo assaltassi,
    se  ne  partire'  con vergogna: perch le cose del mondo sono s varie
    che gli  impossibile che uno potessi con li exerciti stare  uno  anno
    ocioso  a  campeggiarlo.  E  chi  replicassi:  se il populo ar le sua
    possessioni fuora e veggale ardere,  non ci ar pazienza,  et il lungo
    assedio  e  la  carit  propria  gli  far  sdimenticare  lo amore del
    principe;  rispondo che uno  principe  prudente  et  animoso  superer
    sempre  tutte  quelle difficult,  dando a' subditi ora speranza che'l
    male non  fia  lungo,  ora  timore  della  crudelt  del  nimico,  ora
    assicurandosi con destrezza di quegli che gli paressino troppo arditi.
    Oltre  a  questo,  el nimico ragionevolmente debba ardere e ruinare el
    paese in su la sua giunta e nelli tempi quando gli animi degli  uomini
    sono  ancora  caldi  e  volonterosi  alla difesa: e per= tanto meno el
    principe debba dubitare, perch dopo qualche giorno che gli animi sono
    raffreddi, sono di gi fatti e danni,  sono ricevuti e mali,  non vi 
    pi  remedio.  Et  allora  tanto  pi  si vengono ad unire con il loro
    principe, parendo che lui abbia con loro obligo,  sendo loro sute arse
    le  case,  ruinate le possessioni per la difesa sua: e la natura delli
    uomini  cos obligarsi per li benefizii che si fanno, come per quelli
    che si ricevano.  Onde se si considerr bene tutto,  non fia difficile
    ad uno principe prudente tenere,  prima e poi, fermi gli animi de' sua
    ciptadini nella obsidione,  quando non vi manchi n da  vivere  n  da
    difendersi.







    XI.    DE    PRINCIPATIBUS   ECCLESIASTICIS   [11.    De'   principati
    ecclesiastici].

    Restaci   solamente   al   presente   a   ragionare   de'   principati
    ecclesiastici,  circa  quali  tutte  le  difficult sono avanti che si
    possegghino;  perch s'acquistano o per virt o per fortuna,  e  sanza
    l'una  e  l'altra  si mantengono: perch sono substentati dalli ordini
    antiquati nella religione, quali sono stati tanto potenti e di qualit
    che tengono e loro principi in stato in qualunque modo si procedino  e
    vivino.  Costoro soli hanno stati e non gli difendono; hanno subditi e
    non li governano.  E gli stati,  per essere indifesi,  non  sono  loro
    tolti;  et e subditi,  per non essere governati,  non se ne curano, n
    pensano, n possono alienarsi da loro.  Solo adunque questi principati
    sono  sicuri  e felici;  ma essendo quelli retti da cagione superiori,
    alle quali mente umana non  aggiugne,  lascer=  il  parlarne:  perch,
    essendo  exaltati  e  mantenuti  da  Dio,   sarebbe  officio  di  uomo
    presumptuoso  e  temerario  discorrerne.  Nondimanco,   se  alcuno  mi
    ricercassi  donde viene che la Chiesa nel temporale sia venuta a tanta
    grandezza,  - con ci= sia cosa che da Alexandro indrieto  e  potentati
    italiani,  e  non solum quelli che si chiamavano e potentati,  ma ogni
    barone e signore bench minimo,  quanto  al  temporale  la  existimava
    poco,  et  ora  uno re di Francia ne trema,  e lo ha possuto cavare di
    Italia e ruinare ' Viniziani, - la qual cosa, ancora che sia nota, non
    mi pare superfluo ridurla in buona parte alla memoria.
    Avanti che  Carlo  re  di  Francia  passassi  in  Italia,  era  questa
    provincia sotto lo imperio del Papa,  Viniziani, re di Napoli, duca di
    Milano e Fiorentini.  Questi  potentati  avevano  ad  avere  dua  cure
    principali:  l'una,  che  uno forestieri non entrassi in Italia con le
    arme; l'altra, che veruno di loro occupassi pi stato. Quegli a chi si
    aveva pi cura  erano  Papa  e  Viniziani:  et  a  tenere  indietro  e
    Viniziani, bisognava la unione di tutti li altri, come fu nella difesa
    di  Ferrara;  et  a ttenere basso il Papa,  si servivono de' baroni di
    Roma,  li quali sendo divisi in  due  factioni,  Orsine  e  Colonnese,
    sempre vi era cagione di scandolo infra loro, e, stando con le arme in
    mano  in  sulli occhi al Pontefice,  tenevano il Pontificato debole et
    infermo. E bench surgessi qualche volta alcuno papa animoso,  come fu
    Sixto,  tamen  la  fortuna  o il sapere non lo pot mai disobligare da
    queste incommodit.  E la brevit della  vita  loro  ne  era  cagione;
    perch  in  dieci anni che,  raguagliato,  uno papa viveva,  a ffatica
    ch'e' potessi abassare una delle factioni; e se,  verbi gratia,  l'uno
    aveva quasi spenti e Colonnesi, surgeva un altro, inimico agli Orsini,
    che  gli  faceva  risurgere  e  li  Orsini non era a tempo a spegnere.
    Questo faceva che le forze temporali del Papa erano  poco  stimate  in
    Italia.
    Surse dipoi Alexandro Sesto,  il quale,  di tutti e pontefici che sono
    mai stati,  mostr= quanto uno papa e col danaio  e  con  le  forze  si
    poteva prevalere;  e fece, con lo instrumento del duca Valentino e con
    la occasione della passata de' Franzesi,  tutte  quelle  cose  che  io
    discorro  di  sopra nell'actioni del Duca.  E bench la 'ntenzione sua
    non fussi fare grande la Chiesa,  ma il Duca,  nondimeno ci= che  fece
    torn= a grandezza della Chiesa: la quale dopo la sua morte,  spento il
    Duca, fu erede delle sua fatiche.
    Venne dipoi papa Iulio e trov=  la  Chiesa  grande,  avendo  tutta  la
    Romagna  et  essendo  spenti  e baroni di Roma e,  per le battiture di
    Alexandro,  annullate quelle fazioni;  e trov= ancora la via aperta al
    modo  dello  accumular  danari,  non  mai  pi  usitato  da  Alexandro
    indietro. Le quali cose Iulio non solum seguit=, ma accrebbe,  e pens=
    a  guadagnarsi Bologna e spegnere ' Viniziani et a cacciare ' Franzesi
    di Italia: e tutte queste imprese gli riuscirno,  e con tanta pi  sua
    laude, quanto lui fece ogni cosa per adcrescere la Chiesa e non alcuno
    privato. Mantenne ancora le parte Orsine e Colonnese in quelli termini
    le  trov=.  E bench fra loro fussi qualche capo da ffare alterazione,
    tamen dua cose gl'ha tenuti fermi: l'una,  la grandezza della  Chiesa,
    che  gli sbigottisce;  l'altra,  il non avere loro cardinali,  i quali
    sono  origine  delli  tumulti  intra  loro:  n  mai  staranno  quiete
    qualunque   volta   queste  parte  abbino  cardinali,   perch  questi
    nutriscono, in Roma e fuori, le parte,  e quelli baroni sono forzati a
    difenderle;  e cos, dalla ambizione de' prelati, nascono le discordie
    e li tumulti intra baroni.
    Ha trovato adunque  la  Sanctit  di  papa  Leone  questo  pontificato
    potentissimo:  il  quale si spera,  se quegli lo feciono grande con le
    arme,  questo con la  bont  et  infinite  altre  sua  virt  lo  far
    grandissimo e venerando.















    XII.  QUOT  SUNT  GENERA MILITIAE ET DE MERCENARIIS MILITIBUS [12.  Di
    quante ragioni sia la milizia, e de' soldati mercenarii].

    Avendo discorso particularmente tutte le qualit di quelli  principati
    de' quali nel principio proposi di ragionare, e considerato in qualche
    parte le cagioni del bene e del male essere loro,  e mostro e modi con
    li quali molti hanno cerco di acquistargli e tenergli,  mi resta ora a
    discorrere  generalmente  le  offese  e  difese  che  in  ciascuno de'
    prenominati possono accadere.
    Noi abbiamo detto di sopra come a uno principe   necessario  avere  e
    sua  fondamenti buoni,  altrimenti di necessit conviene che ruini.  E
    principali fondamenti che abbino  tutti  li  stati,  cos  nuovi  come
    vecchi o mixti,  sono le buone legge e le buone arme: e perch non pu=
    essere buone legge dove non sono buone arme,  e dove sono  buone  arme
    conviene  sieno  buone  legge,  io lascer= indietro el ragionare delle
    legge e parler= delle arme.
    Dico adunque che le arme con le quali  uno  principe  difende  el  suo
    stato  o le sono proprie,  o le sono mercennarie o auxiliarie o mixte.
    Le mercennarie et auxiliarie sono inutile e pericolose; e se uno tiene
    lo stato suo fondato in su l'arme mercennarie,  non star mai fermo n
    sicuro,   perch  le  sono  disunite,   ambiziose,  sanza  disciplina,
    infedele,  gagliarde infra gli amici,  infra ' nimici vile: non timore
    di Dio,  non fe' con li uomini; e tanto si differisce la ruina, quanto
    si differisce lo assalto;  e nella pace se' spogliato da lloro,  nella
    guerra  dagli  inimici.  La cagione di questo  che le non hanno altro
    amore n altra cagione che le tenga in campo che um po' di  stipendio,
    il quale non  suffiziente a fare che vogliono morire per te. Vogliono
    bene  essere  tua  soldati mentre che tu non fai guerra;  ma,  come la
    guerra viene,  o fuggirsi o andarsene.  La qual cosa  doverrei  durare
    poca fatica a persuadere,  perch ora la ruina di Italia non  causata
    da altro che per essersi per spazio di molti anni  riposata  tutta  in
    sulle  armi  mercennarie.  Le  quali  feciono  gi  per alcuno qualche
    progresso,  e  parevano  gagliarde  infra  loro;   ma  come  venne  il
    forestiero le mostrorono quello che elle erano: onde che a Carlo re di
    Francia  fu  lecito  pigliare  la Italia col gesso;  e chi diceva come
    n'erono cagione e peccati nostri,  diceva il vero;  ma non  erano  gi
    quegli  che credeva,  ma questi che io ho narrati;  e perch gli erano
    peccati di principi, ne hanno patito le pene ancora loro.
    Io voglio dimostrare meglio la infelicit di queste arme.  E  capitani
    mercennarii o e' sono uomini excellenti, o no; se sono, non te ne puoi
    fidare,  perch  sempre  aspireranno  alla  grandezza propria o con lo
    opprimere te,  che gli se' patrone,  o con lo  opprimere  altri  fuora
    della tua intenzione;  ma se il capitano non  virtuoso, ti rovina per
    lo ordinario.  E se si rispondessi che qualunque ar le arme  in  mano
    far  questo,  o  mercennario o no,  replicherrei come l'arme hanno ad
    essere operate o da uno principe o da una republica: el principe debbe
    andare in persona e fare lui l'offizio del capitano; la republica ha a
    mandare e sua ciptadini: e, quando ne manda uno che non riesca valente
    uomo,  debba cambiarlo;  e,  quando sia,  tenerlo con le leggi che non
    passi  el  segno.  E  per  experienza  si  vede  alli  principi soli e
    republiche armate fare progressi grandissimi, et alle arme mercennarie
    non fare mai se non danno;  e con pi difficult viene alla obbedienza
    di  uno  suo  ciptadino una republica armata di arme proprie,  che una
    armata di arme externe.
    Stettono Roma e Sparta molti seculi armate  e  libere.  Svizzeri  sono
    armatissimi  e  liberissimi.  Delle  arme  mercennarie antiche sono in
    exemplis e Cartaginesi,  li quali furno per essere oppressi  da'  loro
    soldati mercennarii,  finita la loro prima guerra con i Romani, ancora
    che li Cartaginesi avessino,  per capitani,  loro  proprii  ciptadini.
    Filippo  macedone  fu  fatto da' Tebani,  dopo la morte di Epaminunda,
    capitano di loro genti: e tolse, dopo la vittoria, loro la libert.
    Milanesi,  morto el duca Filippo,  soldorno Francesco Sforza contro a'
    Viniziani:  il quale,  superati gli inimici a Caravaggio,  si coniunse
    con loro per opprimere '  Milanesi  sua  patroni.  Sforza  suo  padre,
    essendo  soldato  della  regina  Giovanna  di Napoli,  la lasci= in un
    tratto disarmata: onde lei,  per non perdere el regno,  fu  constretta
    gittarsi in grembo al re di Aragona. E se Viniziani e Fiorentini hanno
    per lo adrieto accresciuto lo imperio loro con queste arme,  e li loro
    capitani non se ne sono per=  fatti  principi  ma  gli  hanno  difesi,
    rispondo  che  e  Fiorentini  in  questo caso sono suti favoriti dalla
    sorte: perch, de' capitani virtuosi de' quali potevano temere, alcuni
    non hanno vinto,  alcuni hanno avuto opposizione,  alcuni altri  hanno
    volto  l'ambizione  loro  altrove.  Quello  che  non vinse fu Giovanni
    Aucut,  del quale,  non vincendo,  non si poteva conoscere la fede: ma
    ognuno   confesser  che,   vincendo,   stavano  e  Fiorentini  a  sua
    discrezione. Sforzo ebbe sempre e Bracceschi contrarii,  che guardorno
    l'uno l'altro.  Francesco volse l'ambizione sua in Lombardia; Braccio,
    contro alla Chiesa et il regno di Napoli.
    Ma vegnamo a quello che  seguito poco tempo fa.  Feciono e Fiorentini
    Paulo  Vitelli  loro  capitano,  uomo  prudentissimo  e che di privata
    fortuna aveva presa grandissima reputazione; se costui expugnava Pisa,
    veruno fia che nieghi come conveniva a' Fiorentini stare seco: perch,
    se fussi diventato soldato de' loro nimici, non avevano remedio; e, se
    ' Fiorentini lo tenevano,  avevano ad ubbidirlo.  E Viniziani,  se  si
    considerr  e  progressi  loro,  si  vedr  quegli avere sicuramente e
    gloriosamente operato mentre feciono la guerra loro proprii,  - che fu
    avanti  che  si  volgessino  con le imprese loro in terra,  - dove co'
    gentili uomini e con la plebe armata operorno virtuosissimamente;  ma,
    come  cominciorno  a  combattere  in  terra,  lasciorno questa virt e
    seguirno e costumi delle guerre  di  Italia.  E  nel  principio  dello
    augumento loro in terra,  per non vi avere molto stato e per essere in
    grande reputazione, non avevono da temere molto de' loro capitani.  Ma
    come eglino ampliorno,  che fu sotto el Carmignola,  ebbono uno saggio
    di questo errore: perch  vedutolo  virtuosissimo,  battuto  che  loro
    ebbono sotto il suo governo il duca di Milano, e conoscendo dall'altra
    parte  come egli era raffreddo nella guerra,  iudicorno non potere con
    lui pi vincere,  perch non voleva;  n potere licenziarlo,  per  non
    riperdere ci= che avevano acquistato;  onde che furno necessitati, per
    assicurarsene,  ammazzarlo.   Hanno  dipoi  avuto  per  loro  capitani
    Bartolomeo   da  Bergomo,   Ruberto  da  Sancto  Severino,   conte  di
    Pitigliano, e simili, con li quali avevano a temere della perdita, non
    del guadagno loro: come intervenne dipoi a Vail, dove in una giornata
    perderno  ci=  che  in  ottocento  anni  con  tanta   fatica   avevono
    acquistato: perch da queste arme nascono solo e lenti, tardi e deboli
    acquisti e le subite e miracolose perdite.
    E perch io sono venuto con questi exempli in Italia, la quale  stata
    molti anni governata dalle arme mercennarie,  io le vo' discorrere pi
    da alto acci= che,  veduta l'origine e progressi  di  esse,  si  possa
    meglio  correggerle.  Avete  adunque  ad intendere come,  tosto che in
    questi ultimi tempi lo Imperio cominci= ad essere ributtato di  Italia
    e  che  il  Papa nel temporale vi prese pi reputazione,  si divise la
    Italia in pi stati: per che molte delle citt grosse  presono  l'arme
    contro a' loro nobili,  e quali prima,  favoriti dallo Imperatore,  le
    tenevano oppresse, e la Chiesa le favoriva,  per darsi reputazione nel
    temporale;  di  molte  altre  e loro ciptadini ne diventorno principi.
    Onde che, essendo venuta la Italia quasi che nelle mani della Chiesa e
    di qualche republica, et essendo quelli preti e quelli altri ciptadini
    usi a non conoscere arme,  cominciorno a soldare forestieri.  El primo
    che   dette  reputazione  a  questa  milizia  fu  Alberico  di  Conio,
    romagnuolo: dalla disciplina di costui discese intra gli altri Braccio
    e Sforza,  che ne' loro tempi furono arbitri di Italia.  Dopo  questa,
    vennono  tutti  li  altri che infino alli nostri tempi hanno governato
    queste arme: e'l fine della loro virt   stato  che  Italia    stata
    corsa  da Carlo,  predata da Luigi,  sforzata da Ferrando e vituperata
    da' Svizzeri.
    L'ordine che gli hanno tenuto  stato prima,  per dare  reputazione  a
    loro  proprii,  avere  tolto reputazione alle fanterie: feciono questo
    perch,  sendo senza stato et in sulla industria,  e pochi  fanti  non
    davano  loro  reputazione e gli assai non potevano nutrire;  e per= si
    redussono a' cavagli,  dove con numero sopportabile erano  nutriti  et
    onorati: et erono ridotte le cose in termine che in uno exercito di XX
    (venti)  mila  soldati  non  si trovava dumila fanti.  Avevano oltre a
    questo usato ogni industria per levare a s et a' soldati la  paura  e
    la  fatica,  non si ammazzando nelle zuffe,  ma pigliandosi prigioni e
    sanza taglia;  non traevano la notte nelle terre;  quegli della  terra
    non traevano alle tende;  non facevano intorno al campo n steccato n
    fossa; non campeggiavano el verno.  E tutte queste cose erano permesse
    nelli  loro  ordini  militari  e  trovate da loro per fuggire,  come 
    detto, la fatica e li pericoli: tanto che gli hanno condotta la Italia
    stiava e vituperata.














    XIII.  DE MILITIBUS AUXILIARIIS,  MIXTIS ET PROPRIIS [13.  De' soldati
    ausiliarii, misti e proprii].

    Le  arme  auxiliarie,  che  sono l'altre arme inutili,  sono quando si
    chiama uno potente che con le sua arme ti venga a difendere, come fece
    nelli proximi tempi papa Iulio: il quale,  avendo visto nella  impresa
    di Ferrara la trista pruova delle sue arme mercennarie,  si volse alle
    auxiliarie e convenne con Ferrando re di Spagna che con le  sua  gente
    et  exerciti  dovessi  aiutarlo.  Queste  arme possono essere buone et
    utile per loro medesime,  ma sono,  per chi le  chiama,  quasi  sempre
    dannose:  perch,  perdendo,  rimani  disfatto;  vincendo,  resti loro
    prigione.  Et ancora che di questi exempli ne sieno piene  le  antiche
    storie,  nondimanco  io non mi voglio partire da questo exemplo fresco
    di  Iulio  Secondo:  el  partito  del  quale  non  pot  essere   meno
    considerato,  per  voler  Ferrara  cacciarsi  tutto  nelle  mani d'uno
    forestieri. Ma la sua buona fortuna fece nascere una terza cosa, acci=
    non cogliessi el  frutto  della  sua  mala  electione:  perch,  sendo
    gl'auxiliarii  suoi  rotti  a  Ravenna,  e  surgendo  e  Svizzeri  che
    cacciorno e vincitori fuora di ogni opinione e sua e d'altri,  venne a
    non rimanere prigione delli inimici, sendo fugati, n delli auxiliarii
    sua, avendo vinto con altre arme che con le loro. Fiorentini, sendo al
    tutto disarmati,  condussono diecimila Franzesi a Pisa per expugnarla:
    per il quale partito portorno pi pericolo che in qualunque tempo  de'
    travagli loro. Lo imperadore di Constantinopoli, per opporsi alli suoi
    vicini,  misse  in Grecia diecimila Turchi,  li quali finita la guerra
    non se ne volsono partire: il che fu il  principio  della  servit  di
    Grecia con gli infideli.
    Colui adunque che vuole non potere vincere,  si vaglia di queste arme,
    perch sono molto pi pericolose che le mercennarie.  Perch in queste
      la  coniura  fatta:  sono tutte unite,  tutte volte alla obbedienza
    d'altri;  ma nelle  mercennarie  ad  offenderti,  vinto  che  l'hanno,
    bisogna  maggiore occasione,  pi tempo,  non sendo tutte uno corpo et
    essendo trovate e pagate da te: nelle quale un terzo che tu facci capo
    non pu= pigliare subitamente tanta autorit che  ti  offenda.  Insomma
    nelle  mercennarie    pi  pericolosa la ignavia,  nell'auxiliarie la
    virt.  Uno principe pertanto savio sempre ha fuggito  queste  arme  e
    voltosi  alle  proprie: et ha voluto pi tosto perdere con li suoi che
    vincere con li altri,  iudicando non vera vittoria quella che  con  le
    arme aliene si acquistassi.
    Io non dubiter= mai di allegare Cesare Borgia e le sua actioni. Questo
    duca entr= in Romagna con le arme auxiliarie, conducendovi tutte gente
    franzese,  e  con  quelle prese Imola e Furl;  ma non gli parendo poi
    tali armi sicure, si volse alle mercennarie,  iudicando in quelle meno
    pericolo,  e sold= gli Orsini e Vitelli;  le qual dipoi trovando,  nel
    maneggiare,  dubbie infedeli e pericolose,  le spense e  volsesi  alle
    proprie.  E  puossi  facilmente vedere che differenzia  infra l'una e
    l'altra  di  queste  arme,   considerato  che  differenzia  fu   dalla
    reputazione  del  Duca quando aveva Franzesi soli,  a quando aveva gli
    Orsini e Vitelli,  a quando e' rimase con li soldati sua  e  sopra  se
    stesso:  e sempre si troverr accresciuta,  n mai fu stimato assai se
    non quando ciascuno vidde come lui era  intero  possessore  delle  sua
    arme.
    Io  non  mi volevo partire dalli exempli italiani e freschi: tamen non
    voglio lasciare indietro Ierone  siracusano,  sendo  uno  delli  sopra
    nominati  da  me.  Costui,  come io dixi,  fatto dalli Siracusani capo
    degli exerciti,  conobbe subito quella milizia mercennaria non  essere
    utile,  per  essere  '  condottieri  fatti come li nostri italiani;  e
    parendoli non gli potere tenere n lasciare, gli fece tutti tagliare a
    ppezzi, e dipoi fece guerra con le arme sua e non con le aliene.
    Voglio ancora ridurre a memoria una  figura  del  Testamento  vecchio,
    fatta  a  questo  proposito.  Offerendosi  David  a  Saul  d'andare  a
    combattere con Golia provocatore filisteo,  Saul per dargli  animo  lo
    arm=  dell'arme  sua:  le  quali David,  come l'ebbe indosso,  recus=,
    dicendo con quelle non si potere bene valere  di  s  stesso;  e  per=
    voleva  trovare  el  nimico  con  la sua fromba e con il suo coltello.
    Infine, le arme di altri o le ti caggiono di dosso o le ti pesano o le
    ti stringono.
    Carlo Settimo,  padre del re  Luigi  Undicesimo,  avendo  con  la  sua
    fortuna  e  virt  libera  la Francia dagli Inghilesi,  conobbe questa
    necessit  di  armarsi  di  arme  proprie  et  ordin=  nel  suo  regno
    l'ordinanza delle genti d'arme e delle fanterie. Dipoi el re Luigi suo
    figliuolo  spense  quella de' fanti e cominci= a ssoldare Svizzeri: il
    quale errore seguitato dalli altri ,  come  si  vede  ora  in  fatto,
    cagione de' pericoli di quello regno.  Perch, avendo dato reputazione
    a' Svizzeri,  ha invilito tutte le arme sua;  perch  le  fanterie  ha
    spente in tutto e le sua gente d'arme ha obligate alla virt di altri:
    perch, sendo assuefatte a militare con Svizzeri, non pare loro potere
    vincere sanza epsi. Di qui nasce che li Franzesi contro a Svizzeri non
    bastano e sanza Svizzeri,  contro ad altri, non pruovano. Sono adunque
    stati gli  exerciti  di  Francia  mixti,  parte  mercennarii  e  parte
    proprii:  le  quali  arme  tutte  insieme  sono  molto migliori che le
    semplice auxiliarie o semplice mercennarie,  e  molto  inferiore  alle
    proprie.  E basti lo exemplo detto: perch il regno di Francia sarebbe
    insuperabile, se l'ordine di Carlo era adcresciuto o preservato; ma la
    poca prudenza delli uomini comincia una cosa che, per sapere allora di
    buono,  non si accorge del veleno che vi  sotto,  come  io  dissi  di
    sopra  delle  febre  etiche.  Pertanto colui che in uno principato non
    conosce e mali quando nascono,  non  veramente savio: e questo  dato
    a  ppochi.  E  se  si  considerassi la prima cagione della ruina dello
    imperio romano,  si troverr essere suto solo cominciare a  soldare  e
    Gotti:  perch  da  quello  principio cominciorno ad enervare le forze
    dello imperio, e tutta quella virt, che si levava da llui,  si dava a
    lloro.
    Concludo adunque che,  senza avere arme proprie,  nessuno principato 
    sicuro, anzi  tutto obligato alla fortuna, non avendo virt che nelle
    adversit con fede lo difenda: e fu sempre opinione e  sentenza  delli
    uomini  savi  quod  nihil  sit  tam  infirmum  aut instabile quam fama
    potentie non sua vi nixa.  E  l'arme  proprie  sono  quelle  che  sono
    composte  o  di subditi o di ciptadini o di creati tua: tutte le altre
    sono o mercennarie o auxiliarie; et il modo ad ordinare l'arme proprie
    sar facile trovare,  se si discorrer gli ordini  de'  quattro  sopra
    nominati da me,  e se si vedr come Filippo, padre di Alexandro Magno,
    e come molte republiche e principi si  sono  armati  et  ordinati:  a'
    quali ordini al tutto mi rimetto.






    XIV. QUOD PRINCIPEM DECEAT CIRCA MILITIAM [14. Quello che s'appartenga
    a uno principe circa la milizia].

    Debbe dunque uno principe non avere altro obietto n altro pensiero n
    prehendere  cosa  alcuna per sua arte,  fuora della guerra et ordini e
    disciplina di epsa: perch quella  sola arte che  si  aspetta  a  chi
    comanda,  et    di  tanta virt che non solamente mantiene quelli che
    sono nati principi,  ma molte volte fa gli uomini di  privata  fortuna
    salire  a quello grado.  E per adverso si vede che,  quando e principi
    hanno pensato pi alle delicatezze che alle arme, hanno perso lo stato
    loro: e la prima cagione che ti fa perdere quello   negligere  questa
    arte,  e  la cagione che te lo fa acquistare  lo essere professore di
    questa arte. Francesco Sforza,  per essere armato,  di privato divent=
    duca di Milano;  e figliuoli, per fuggire e disagi dell'arme, di duchi
    diventorno privati.  Perch,  intra le altre cagioni che ti arreca  di
    male,  lo essere disarmato ti fa contennendo, la quale  una di quelle
    infamie delle quali el principe si de'  guardare,  come  di  sotto  si
    dir. Perch da uno armato a uno disarmato non  proporzione alcuna, e
    non    ragionevole  che  chi    armato  ubbedisca volentieri a chi 
    disarmato,  e che el disarmato stia  sicuro  intra  servitori  armati:
    perch,  sendo nell'uno sdegno e nell'altro sospetto,  non  possibile
    operino bene insieme.  E per= uno principe che della  milizia  non  si
    intenda,  oltre  alle altre infelicit,  come  detto,  non pu= essere
    stimato dalli suoi soldati n fidarsi di loro.
    Debbe pertanto mai  levare  il  pensiero  da  questo  exercizio  della
    guerra;  e nella pace vi si debbe pi exercitare che nella guerra,  il
    che pu= fare in dua modi: l'uno, con le opere; l'altro,  con la mente.
    E  quanto  alle  opere,  oltre al tenere bene ordinati et exercitati i
    suoi,  debba stare sempre in sulle cacce: e mediante quelle  assuefare
    il corpo a' disagi,  e parte imparare la natura de' siti,  e conoscere
    come surgono e monti,  come imboccano le valle,  come iaciono i piani,
    et  intendere  la  natura  de' fiumi e de' paduli;  et in questo porre
    grandissima cura.  La quale cognizione  utile  in  dua  modi:  prima,
    s'impara  a conoscere el suo paese,  pu= meglio intendere le difese di
    epso;  dipoi,  mediante la cognizione e pratica di  quegli  siti,  con
    facilit  comprendere  ogni altro sito che di nuovo gli sia necessario
    speculare: perch li poggi, le valle, e piani,  e fiumi,  e paduli che
    sono,  verbi gratia, in Toscana hanno con quelli delle altre provincie
    certa  similitudine,  tale  che  della  cognizione  del  sito  di  una
    provincia si pu= facilmente venire alla cognizione dell'altre.  E quel
    principe che manca di questa perizia,  manca  della  prima  parte  che
    vuole  avere  uno capitano: perch questa t'insegna trovare el nimico,
    pigliare  gli  alloggiamenti,  condurre  gli  exerciti,   ordinare  le
    giornate, campeggiare le terre con tuo vantaggio.
    Filopomene,  principe  delli  Achei,  intra  le  altre laude che dagli
    scriptori gli sono date,  che ne' tempi della pace non pensava mai se
    non a' modi della guerra: e quando  era  in  campagna  con  gli  amici
    spesso si fermava e ragionava con quelli: Se li inimici fussino in su
    quel colle e noi ci trovassimo qui col nostro exercito,  chi arebbe di
    noi vantaggio? Come si potrebbe ire,  servando l'ordine,  a trovargli?
    Se noi volessimo ritrarci, come aremo a ffare? Se loro si ritirassino,
    come aremo a seguirli?+.  E preponeva loro,  andando, tutti e casi che
    in uno exercito possono occorrere: intendeva la opinione loro,  diceva
    la sua,  corroboravala con le ragioni;  tale che,  per queste continue
    cogitazioni, non poteva mai, guidando gli exerciti,  nascere accidente
    alcuno che lui non vi avessi el remedio.
    Ma  quanto  allo  exercizio della mente,  debbe el principe leggere le
    storie et in quelle considerare le actione  delli  uomini  excellenti,
    vedere come si sono governati nelle guerre, examinare le cagioni delle
    vittorie e perdite loro, per potere queste fuggire e quelle imitare; e
    soprattutto  fare come ha fatto per lo adrieto qualche uomo excellente
    che ha preso ad imitare se alcuno,  innanzi a llui,   stato laudato e
    gloriato,  e  di quello ha tenuto sempre e gesti et actioni apresso di
    s:  come  si  dice  che  Alexandro  Magno  imitava  Achille;  Cesare,
    Alexandro;  Scipione,  Ciro. E qualunque legge la vita di Ciro scripta
    da Xenofonte,  riconosce dipoi nella vita di  Scipione  quanto  quella
    imitazione gli fu a gloria, e quanto, nella castit affabilit umanit
    liberalit,  Scipione  si  conformassi  con quelle cose che di Ciro da
    Xenofonte sono sute scripte.
    Questi simili modi debba observare uno principe  savio;  e  mai  nelli
    tempi  pacifici  stare  ozioso,  ma  con  industria farne capitale per
    potersene valere nelle adversit,  acci= che  la  fortuna,  quando  si
    muta, lo truovi parato a resisterle.















    XV.  DE  HIS REBUS QUIBUS HOMINES ET PRESERTIM PRINCIPES LAUDANTUR AUT
    VITUPERANTUR  [15.   Di  quelle  cose  per  le  quali  li  uomini,   e
    specialmente i principi, sono laudati o vituperati].

    Resta  ora  a  vedere  quali  debbino  essere  e modi e governi di uno
    principe o co' subditi o con li amici.  E perch io so  che  molti  di
    questo hanno scripto, dubito, scrivendone ancora io, non essere tenuto
    prosumptuoso,  partendomi maxime,  nel disputare questa materia, dalli
    ordini delli altri.  Ma sendo l'intenzione mia stata scrivere cosa che
    sia  utile a chi la intende,  mi  parso pi conveniente andare drieto
    alla verit effettuale della cosa che alla immaginazione  di  epsa.  E
    molti  si  sono immaginati republiche e principati che non si sono mai
    visti n conosciuti in vero essere.  Perch gli   tanto  discosto  da
    come si vive a come si doverrebbe vivere,  che colui che lascia quello
    che si fa,  per quello che si doverrebbe fare,  impara pi  presto  la
    ruina  che  la  perservazione  sua: perch uno uomo che voglia fare in
    tutte le parte professione di buono,  conviene che ruini  infra  tanti
    che  non  sono  buoni.  Onde    necessario,  volendosi  uno  principe
    mantenere,  imparare a potere essere non buono et usarlo e non  usarlo
    secondo la necessit.
    Lasciando  adunque  adrieto  le cose circa uno principe immaginate,  e
    discorrendo quelle che sono vere, dico che tutti li uomini,  quando se
    ne parla,  e maxime e principi, per essere posti pi alti, sono notati
    di alcune di queste qualit che arrecano loro o  biasimo  o  laude.  E
    questo    che alcuno  tenuto liberale,  alcuno misero,  - usando uno
    termine toscano,  perch avaro in nostra lingua  ancora colui che per
    rapina  desidera  di avere: misero chiamiamo noi quello che si astiene
    troppo di usare il suo;  - alcuno  tenuto  donatore,  alcuno  rapace;
    alcuno crudele, alcuno piatoso; l'uno fedifrago, l'altro fedele; l'uno
    efeminato  e  pusillanime,  l'altro  feroce  et animoso;  l'uno umano,
    l'altro superbo; l'uno lascivo, l'altro casto;  l'uno intero,  l'altro
    astuto;  l'uno duro,  l'altro facile;  l'uno grave,  l'altro leggieri;
    l'uno religioso,  l'altro incredulo,  e simili.  Et io so che ciascuno
    confesser  che  sarebbe laudabilissima cosa in uno principe trovarsi,
    di tutte le soprascripte qualit,  quelle che sono  tenute  buone.  Ma
    perch le non si possono avere tutte n interamente observare,  per le
    condizioni umane che non lo  consentono,    necessario  essere  tanto
    prudente  che  sappi  fuggire  la  infamia  di  quegli  vizii  che gli
    torrebbono lo stato; e da quegli che non gliene tolgano guardarsi,  se
    gli  possibile: ma non possendo, vi si pu= con meno respecto lasciare
    andare.  Et  etiam  non  si  curi di incorrere nella infamia di quelli
    vizii, sanza e quali possa difficilmente salvare lo stato; perch,  se
    si considera bene tutto,  si troverr qualche cosa che parr virt,  e
    seguendola sare' la ruina sua: e qualcuna altra  che  parr  vizio,  e
    seguendola ne nasce la sicurt et il bene essere suo.



    XVI.  DE  LIBERALITATE  ET  PARSIMONIA  [16.  Della liberalit e della
    parsimonia].

    Cominciandomi adunque  alle  prime  soprascripte  qualit,  dico  come
    sarebbe bene essere tenuto liberale.  Nondimanco la liberalit,  usata
    in modo che tu  sia  tenuto,  ti  offende:  perch,  se  ella  si  usa
    virtuosamente e come ella si debbe usare,  la non fia conosciuta e non
    ti cascher la 'nfamia del suo contrario; e per=,  a volersi mantenere
    infra  li  uomini  el  nome  di  liberale,    necessario non lasciare
    indrieto alcuna  qualit  di  sumptuosit:  talmente  che  sempre  uno
    principe cos fatto consumer in simili opere tutte le sua facult;  e
    sar necessitato alla fine, se si vorr mantenere el nome de liberale,
    gravare li populi extraordinariamente et essere fiscale e  fare  tutte
    quelle  cose che si possono fare per avere danari;  il che comincer a
    farlo odioso a' subditi,  o poco stimare da ciascuno divenendo povero.
    In  modo  che,  con  questa  sua  liberalit avendo offeso gli assai e
    premiato e pochi,  sente ogni primo disagio e periclita  in  qualunque
    primo periculo: il che conoscendo lui e volendosene ritrarre,  incorre
    subito nella infamia del misero.  Uno principe  adunque,  non  potendo
    usare  questa virt de liberale,  sanza suo danno,  in modo che la sia
    conosciuta,  debba,  se gIi  prudente,  non si curare  del  nome  del
    misero; perch col tempo sar tenuto sempre pi liberale veggendo che,
    con la sua parsimonia,  le sua entrate gli bastano,  pu= difendersi da
    chi gli fa guerra,  pu= fare imprese sanza gravare i populi.  Talmente
    che  viene  ad  usare liberalit a tutti quelli a chi egli non toglie,
    che sono infiniti,  e miseria a tutti coloro a chi egli  non  d,  che
    sono pochi.
    Nelli  nostri  tempi  noi  non  abbiamo veduto fare gran cose se non a
    quelli che sono tenuti miseri;  li altri,  essersi spenti.  Papa Iulio
    Secondo,  come  si  fu  servito del nome de liberale per aggiugnere al
    papato, non pens= poi a mantenerselo,  per poter far guerra.  El re di
    Francia   presente  ha  fatto  tante  guerre  senza  porre  uno  dazio
    extraordinario  a'  sua,   solum  perch  alle  superflue   spese   ha
    subministrato  la lunga parsimonia sua.  El re di Spagna presente,  se
    fussi tenuto liberale,  non arebbe n fatto n  vinte  tante  imprese.
    Pertanto uno principe debbe existimare poco,  - per non avere a rubare
    e  subditi,  per  potere  difendersi,   per  non  diventare  povero  e
    contennendo,  per  non  essere  forzato  di  diventare  rapace,  -  di
    incorrere nel nome del misero: perch questo  uno di quelli vizii che
    lo fanno regnare.  E se  alcuno  dicessi:  Cesare  con  la  liberalit
    pervenne  allo  imperio,  e  molti  altri,  per essere stati et essere
    tenuti liberali,  sono venuti a gradi grandissimi;  rispondo: o tu se'
    principe  fatto o tu se' in via di acquistarlo.  Nel primo caso questa
    liberalit  dannosa. Nel secondo,   bene necessario essere ed essere
    tenuto  liberale;  e  Cesare era uno di quelli che voleva pervenire al
    principato  di  Roma:  ma  se,   poi  che  vi  fu   pervenuto,   fussi
    sopravvissuto e non si fussi temperato da quelle spese, are' destrutto
    quello imperio.
    E  se  alcuno  replicassi: molti sono stati principi e con li exerciti
    hanno fatto  gran  cose,  che  sono  stati  tenuti  liberalissimi;  ti
    rispondo: o el principe spende del suo e de' sua subditi,  o di quello
    di altri.  Nel primo caso debbe  essere  parco.  Nell'altro,  non  de'
    lasciare  indrieto alcuna parte di liberalit.  E quel principe che va
    con li exerciti,  che si pasce  di  prede,  di  sacchi  e  di  taglie,
    maneggia  quello  di  altri,   gli    necessaria  questa  liberalit:
    altrimenti non sare' seguito da' soldati.  E di quello che non  tuo o
    de'  subditi  tuoi  si  pu=  essere pi largo donatore,  come fu Ciro,
    Cesare et Alexandro: perch lo spendere quel  d'altri  non  ti  toglie
    reputazione,  ma te ne aggiunge; solamente lo spendere el tuo  quello
    che ti nuoce.  E non ci    cosa  che  consumi  se  stessa  quanto  la
    liberalit,  la  quale  mentre che tu usi perdi la facult di usarla e
    diventi o povero e contennendo o,  per fuggire la povert,  rapace  et
    odioso.  Et  intra tutte le cose di che uno principe si de' guardare 
    lo essere contennendo et odioso: e la  liberalit  all'una  e  l'altra
    cosa  ti conduce.  Pertanto  pi sapienza tenersi el nome del misero,
    che partorisce una infamia sanza odio,  che,  per volere el  nome  del
    liberale,  essere  necessitato  incorrere  nel  nome  del rapace,  che
    partorisce una infamia con odio.
















    XVII.  DE CRUDELITATE ET PIETATE;  ET AN SIT MELIUS AMARI QUAM TIMERI,
    VEL E CONTRA [17. Della crudelt e piet e s'elli  meglio esser amato
    che temuto, o pi tosto temuto che amato].

    Scendendo  appresso alle altre qualit preallegate,  dico che ciascuno
    pnncipe debbe desiderare di  essere  tenuto  piatoso  e  non  crudele:
    nondimanco debbe advertire di non usare male questa piet.  Era tenuto
    Cesare Borgia crudele: nondimanco quella sua crudelt aveva  racconcia
    la  Romagna,  unitola,  ridottola  im  pace  et in fede.  Il che se si
    considera bene,  si vedr quello essere stato molto pi piatoso che il
    populo fiorentino,  il quale,  per fuggire il nome di crudele,  lasci=
    distruggere Pistoia.  Debbe pertanto uno principe non si curare  della
    infamia  der crudele per tenere e subditi sua uniti et in fede: perch
    con pochissimi exempli sar pi pietoso che quelli e quali per  troppa
    piet  lasciono  seguire  e  disordini,  di  che  ne nasca uccisioni o
    rapine;  perch queste sogliono offendere una universalit  intera,  e
    quelle  execuzioni che vengano dal principe offendono uno particulare.
    Et infra tutti e principi al principe nuovo  impossibile  fuggire  il
    nome  di  crudele,  per  essere  gli stati nuovi pieni di pericoli.  E
    Vergilio nella bocca di Didone dice: Res dura  et  regni  novitas  me
    talia  cogunt  moliri  et  late  fines custode tueri+.  Nondimanco de'
    essere grave al credere et al  muoversi,  n  si  fare  paura  da  ss
    stesso: e procedere in modo, temperato con prudenza et umanit, che la
    troppa confidenzia non lo facci incauto e la troppa diffidenzia non lo
    renda intollerabile.
    Nasce da questo una disputa, s'egli  meglio essere amato che temuto o
    e converso. Rispondesi che si vorre' essere l'uno e l'altro; ma perch
    egli  difficile accozzarli insieme,   molto pi sicuro essere temuto
    che amato, quando si abbi a mancare dell'uno delli duoi.  Perch degli
    uomini si pu= dire questo,  generalmente, che sieno ingrati, volubili,
    simulatori  e  dissimulatori,  fuggitori  de'  pericoli,   cupidi  del
    guadagno;  e mentre fai loro bene sono tutti tua, offeronti el sangue,
    la roba, la vita, e figliuoli, come di sopra dixi, quando el bisogno 
    discosto: ma quando ti si appressa,  si rivoltono,  e quello  principe
    che si  tutto fondato in su le parole loro,  trovandosi nudo di altre
    preparazione, ruina.  Perch le amicizie che si acquistono col prezzo,
    e non con grandezza e nobilit di animo,  si meritano,  ma elle non si
    hanno,  et alli tempi non si possono spendere;  e li uomini hanno meno
    rispetto  a  offendere  uno  che si facci amare,  che uno che si facci
    temere: perch lo amore  tenuto da uno vinculo di obligo,  il  quale,
    per  essere  gl'uomini tristi,  da ogni occasione di propria utilit 
    rotto, ma il timore  tenuto da una paura di pena che non ti abbandona
    mai.
    Debbe nondimanco el principe farsi temere in modo che, se non acquista
    lo amore, che fugga l'odio: perch pu= molto bene stare insieme essere
    temuto e non odiato. Il che far sempre, quando si abstenga dalla roba
    de' sua ciptadini e delli sua subditi e dalle  donne  loro;  e  quando
    pure gli bisognassi procedere contro al sangue di alcuno, farlo quando
    vi  sia  iustificazione conveniente e causa manifesta.  Ma soprattutto
    abstenersi dalla roba di altri,  perch  li  uomini  sdimenticano  pi
    presto  la  morte del padre che la perdita del patrimonio;  dipoi,  le
    cagione del t=rre la  roba  non  mancano  mai,  e  sempre,  colui  che
    comincia  a  vivere  per rapina,  truova cagione di occupare quello di
    altri: e per adverso contro al sangue sono  pi  rare  e  mancano  pi
    presto.
    Ma  quando  el principe  con li exerciti et ha in governo moltitudine
    di soldati,  allora al tutto  necessario non si curare del  nome  del
    crudele:  perch  sanza questo nome non si tenne mai exercito unito n
    disposto ad alcuna fazione.  Intra le mirabili actioni di Annibale  si
    connumera  questa,  che,  avendo  uno  exercito grossissimo,  mixto di
    infinite generazioni di uomini,  condotto a militare in terra  aliena,
    non  vi surgessi mai alcuna dissensione,  n infra loro,  n contro al
    principe, cos nella captiva come nella sua buona fortuna.  Il che non
    poss  nascere  da altro che da quella sua inumana crudelt: la quale,
    insieme con infinite sua virt,  lo fece sempre nel conspetto de'  sua
    soldati venerando e terribile.  E sanza quella, a fare quello effetto,
    l'altre sua virt non bastavano:  e  li  scriptori,  in  questo,  poco
    considerati  da  l'una  parte admirano questa sua actione,  dall'altra
    dannano la principale cagione di epsa.
    E che sia vero che le altre sua virt non sarebbono  bastate,  si  pu=
    considerare  in Scipione,  rarissimo non solamente ne' tempi sua ma in
    tutta la memoria delle cose che si sanno, dal quale li exerciti sua in
    Ispagna si ribellorno: il che non nacque da altro che dalla sua troppa
    piet,  la quale aveva data alli suoi soldati  pi  licenza  che  alla
    disciplina  militare  non  si conveniva.  La qual cosa gli fu da Fabio
    Maximo in Senato rimproverata  e  chiamato  da  lui  corruptore  della
    romana  milizia.  E  Locrensi,  essendo suti da uno legato di Scipione
    destrutti,  non furono vendicati n fu da lui la insolenzia di  quello
    legato corretta,  tutto nascendo da quella sua natura facile; talmente
    che,  volendolo alcuno excusare in Senato,  dixe come gli erano  molti
    uomini  che  sapevano meglio non errare che correggere gli errori.  La
    qual natura arebbe col tempo violato la fama e la gloria di  Scipione,
    se  egli avessi con epsa perseverato nello imperio: ma,  vivendo sotto
    il governo del  Senato,  questa  sua  qualit  dannosa  non  solum  si
    nascose, ma gli fu a gloria.
    Concludo adunque, tornando allo essere temuto et amato, che, amando li
    uomini a posta loro e temendo a posta del principe, debbe uno principe
    savio fondarsi in su quello che  suo, non in su quello ch' di altri;
    debbe solamente ingegnarsi di fuggire l'odio, come  detto.



    XVIII.  QUOMODO  FIDES A PRINCIPIBUS SIT SERVANDA [18.  In che modo e'
    principi abbino a mantenere la fede].

    Quanto sia laudabile in uno principe il mantenere la fede e vivere con
    integrit e non con astuzia,  ciascuno lo intende;  nondimanco si vede
    per  experienza  nelli  nostri  tempi quelli principi avere fatto gran
    cose,  che della fede hanno tenuto poco conto e che hanno  saputo  con
    l'astuzia  aggirare  e  cervelli  delli  uomini:  et  alla  fine hanno
    superato quelli che si sono fondati in sulla realt.
    Dovete adunque sapere come e'  sono  dua  generazioni  di  combattere:
    l'uno, con le legge; l'altro, con la forza. Quel primo  proprio dello
    uomo;  quel secondo,  delle bestie. Ma perch el primo molte volte non
    basta,  conviene ricorrere al secondo:  pertanto  ad  uno  principe  
    necessario sapere bene usare la bestia e lo uomo.  Questa parte  suta
    insegnata alli principi copertamente dalli antichi scriptori, li quali
    scrivono come Achille e molti altri di quelli principi antichi  furono
    dati  a  nutrire  a  Chirone centauro,  che sotto la sua disciplina li
    custodissi.  Il che non vuole dire altro,  avere  per  preceptore  uno
    mezzo  bestia e mezzo uomo,  se non che bisogna ad uno principe sapere
    usare l'una e l'altra natura: e l'una sanza l'altra non  durabile.
    Sendo dunque necessitato uno principe sapere  bene  usare  la  bestia,
    debbe  di quelle pigliare la volpe et il lione: perch el lione non si
    difende da' lacci,  la volpe non si difende da' lupi;  bisogna adunque
    essere volpe a conoscere e lacci,  e lione a sbigottire e lupi: coloro
    che stanno semplicemente in su lione,  non se ne  intendono.  Non  pu=
    pertanto uno signore prudente, n debbe, observare la fede quando tale
    observanzia  gli  torni  contro  e  che  sono spente le cagioni che la
    feciono promettere.  E  se  li  uomini  fussino  tutti  buoni,  questo
    precepto   non   sare'   buono:   ma  perch  sono  tristi  e  non  la
    observerebbono a te, tu etiam non l'hai ad observare a loro; n mai ad
    uno principe mancorno cagioni legittime di colorire la  inobservanzia.
    Di questo se ne potre' dare infiniti exempli moderni e mostrare quante
    pace, quante promisse sono state fatte irrite e vane per la infidelit
    de'  principi: e quello che ha saputo meglio usare la volpe,   meglio
    capitato.  Ma  necessario questa  natura  saperla  bene  colorire  et
    essere  gran  simulatore  e  dissimulatore:  e sono tanto semplici gli
    uomini,  e tanto ubbidiscono alle necessit presenti,  che  colui  che
    inganna troverr sempre chi si lascer ingannare.
    Io  non voglio delli exempli freschi tacerne uno.  Alexandro sexto non
    fece mai altro,  non pens= mai ad altro che  ad  ingannare  uomini,  e
    sempre  trov=  subietto  da poterlo fare: e non fu mai uomo che avessi
    maggiore efficacia in asseverare,  e con maggiori iuramenti affermassi
    una  cosa,  che  la observassi meno;  nondimeno sempre gli succederono
    gl'inganni ad votum, perch conosceva bene questa parte del mondo.
    A uno principe adunque non    necessario  avere  in  fatto  tutte  le
    soprascritte  qualit,  ma    ben  necessario parere di averle;  anzi
    ardir= di dire questo: che,  avendole  et  observandole  sempre,  sono
    dannose,  e,  parendo  di  averle,  sono  utili;  come parere piatoso,
    fedele,  umano,  intero,  relligioso,  et essere:  ma  stare  in  modo
    edificato con lo animo che,  bisognando non essere,  tu possa e sappia
    diventare il contrario. Et hassi ad intendere questo, che uno principe
    e maxime uno principe nuovo non pu= observare tutte quelle cose per le
    quali gli uomini sono chiamati buoni,  sendo spesso  necessitato,  per
    mantenere  lo  stato,  operare  contro alla fede,  contro alla carit,
    contro alla umanit,  contro alla religione.  E per= bisogna che  egli
    abbia  uno animo disposto a volgersi secondo che e venti della fortuna
    e la variazione delle cose gli comandano; e,  come di sopra dixi,  non
    partirsi dal bene, potendo, ma sapere entrare nel male, necessitato.
    Debba  adunque  uno  principe  avere gran cura che non gli esca mai di
    bocca cosa che non sia piena  delle  soprascripte  cinque  qualit;  e
    paia,  ad udirlo e vederlo,  tutto piet, tutto fede, tutto integrit,
    tutto umanit, tutto religione: e non  cosa pi necessaria,  a parere
    di  avere,  che  questa  ultima  qualit.  E  li  uomini in universali
    iudicano pi alli occhi che  alle  mani;  perch  tocca  a  vedere  ad
    ognuno,  a  sentire  a  pochi:  ognuno vede quello che tu pari,  pochi
    sentono quello che tu se';  e quelli pochi non ardiscono opporsi  alla
    opinione di molti che abbino la maest dello stato che gli difenda;  e
    nelle actione di tuttl li uomini,  e maxime de' principi,  dove non  
    iudizio a chi reclamare, si guarda al fine.
    Facci  dunque  uno  principe  di vincere e mantenere lo stato: e mezzi
    sempre fieno iudicati onorevoli e da ciascuno saranno laudati;  perch
    el vulgo ne va preso con quello che pare e con lo evento della cosa: e
    nel  mondo non  se non vulgo,  e' pochi non ci hanno luogo quando gli
    assai hanno dove appoggiarsi.  Alcuno principe de' presenti tempi,  il
    quale  non  bene nominare,  non predica mai altro che pace e fede,  e
    dell'una e dell'altra  inimicissimo: e l'una e l'altra,  quando  egli
    l'avessi  observata,  gli arebbe pi volte tolto e la riputazione e lo
    stato.






    XIX. DE CONTEMPTU ET ODIO FUGIENDO [19. In che modo si abbia a fuggire
    lo essere sprezzato e odiato].

    Ma perch,  circa le qualit di che di sopra si  fa  menzione,  io  ho
    parlato  delle  pi  importanti,  l'altre voglio discorrere brevemente
    sotto queste generalit: che el principe pensi, come im parte di sopra
     detto, di fuggire quelle cose che lo faccino odioso o contennendo; e
    qualunque volta egli fuggir questo,  ar adempiuto le parte sua e non
    troverr  nelle  altre infamie periculo alcuno.  Odioso soprattutto lo
    fa,  come io dissi,  essere rapace et usurpatore della  roba  e  delle
    donne  de' subditi: da che si debba abstenere.  E qualunque volta alle
    universalit delli uomini non si  toglie  n  onore  n  roba,  vivono
    contenti:  e  solo  si ha a combattere con la ambizione de' pochi,  la
    quale in molti modi e con facilit  si  raffrena.  Contennendo  lo  fa
    essere tenuto vario,  leggieri, efeminato, pusillanime, inresoluto: da
    che uno principe si de' guardare come da uno  scoglio,  et  ingegnarsi
    che  nelle  actioni  sua si riconosca grandezza,  animosit,  gravit,
    fortezza;  e circa a' maneggi privati tra ' subditi volere che la  sua
    sentenza  sia inrevocabile;  e si mantenga in tale opinione che alcuno
    non pensi n ad ingannarlo n ' aggirarlo.
    Quel principe che d di se questa opinione  reputato assai,  e contro
    a  chi    reputato  con  difficult  si  congiura,  con  difficult 
    assaltato,  purch s'intenda che sia excellente e che sia reverito da'
    sua.  Perch uno principe debba avere dua paure: una dentro, per conto
    de' subditi;  l'altra di fuori,  per conto de' potentati  externi.  Da
    questa si difende con le buone arme e con li buoni amici: e sempre, se
    ar  buone arme,  ar buoni amici.  E sempre staranno ferme le cose di
    dentro,  quando stieno ferme quelle di fuora,  se gi le  non  fussino
    perturbate  da  una congiura: e quando pure quelle di fuora movessino,
    s'egli  ordinato  e  vissuto  come  ho  detto,  quando  egli  non  si
    abbandoni,  sosterr sempre ogni impeto,  come io dixi che fece Nabide
    spartano.
    Ma circa ' subditi,  quando le cose di fuora  non  muovino,  si  ha  a
    temere che non coniurino secretamente;  di che el principe si assicura
    assai fuggendo lo essere odiato o disprezzato,  e tenendosi el  populo
    satisfatto  di  lui:  il che  necessario conseguire,  come di sopra a
    lungo si disse.  Et uno de' pi potenti remedii che abbia uno principe
    contro  alle  congiure,    non essere odiato dallo universale: perch
    sempre chi coniura crede  con  la  morte  del  principe  satisfare  al
    populo,  ma quando creda offenderlo non piglia animo a prendere simile
    partito.  Perch le difficult che sono dalla  parte  de'  congiuranti
    sono infinite, e per experienza si vede molte essere state le congiure
    e  poche  avere  avuto buono fine.  Perch chi congiura non pu= essere
    solo,  n pu= prendere compagnia se non di  quelli  che  creda  essere
    malcontenti:  e  subito che a uno malcontento tu hai scoperto lo animo
    tuo,  gli dai materia a contentarsi,  perch manifestandoti lui ne pu=
    sperare ogni commodit;  talmente che,  veggendo il guadagno sicuro da
    questa parte,  e dall'altra veggendolo dubbio  e  pieno  di  periculo,
    conviene  bene  o  che  sia  raro  amico  o che sia al tutto obstinato
    inimico del principe, ad observarti la fede.  E per ridurre la cosa in
    brevi termini, dico che dalla parte del coniurante non  se non paura,
    gelosia  e  sospecto  di  pena  che lo sbigottisce: ma dalla parte del
    principe  la maest del principato, le legge, le difese delli amici e
    dello stato che lo difendono.  Talmente che,  adgiunto a tutte  queste
    cose  la  benivolenzia  populare,    impossibile  che  alcuno  sia s
    temerario che congiuri: perch dove,  per l'ordinario,  uno coniurante
    ha  a  temere  innanzi alla execuzione del male,  in questo caso debbe
    temere ancora poi, avendo per nimico el populo, seguito lo excesso, n
    potendo per questo sperare refugio alcuno.
    Di questa materia se ne potria dare infiniti exempli,  ma voglio  solo
    essere  contento  di  uno  seguito a' tempi de' padri nostri.  Messere
    Annibale Bentivogli,  avolo del  presente  messer  Annibale,  che  era
    principe di Bologna,  sendo da' Canneschi,  che gli coniurorno contro,
    ammazzato,  n rimanendo di lui altri che messere Giovanni,  quale era
    in fasce, subito dopo tale omicidio si lev= il populo et ammazz= tutti
    e Canneschi. Il che nacque dalla benivolenzia populare che la Casa de'
    Bentivogli aveva in quelli tempi: la quale fu tanta che,  non restando
    di quella alcuno, in Bologna, che potessi, morto Annibale,  reggere lo
    stato,  et avendo indizio come in Firenze era uno nato de' Bentivogli,
    che si teneva fino allora figliuolo di uno fabbro, vennono e Bolognesi
    per quello in Firenze e gli dettono il governo  di  quella  citt;  la
    quale  fu governata da lui fino a tanto che messer Giovanni pervenissi
    in et conveniente al governo.
    Concludo pertanto che uno principe debbe tenere  delle  congiure  poco
    conto,  quando il populo gli sia benivolo: ma quando gli sia nimico et
    abbilo in odio, debba temere d'ogni cosa e di ognuno. E gli stati bene
    ordinati e li principi savi hanno con ogni diligenzia pensato  di  non
    disperare  e  grandi  e satisfare al populo e tenerlo contento: perch
    questa  una delle pi importante materie che abbi uno principe.
    Intra e regni bene ordinati e governati a' tempi nostri    quello  di
    Francia,  et  in  epso  si truovono infinite constituzioni buone donde
    depende la libert e la sicurt del re: delle  quali  la  prima    il
    Parlamento  e la sua autorit.  Perch quello che ordin= quello regno,
    conoscendo l'ambizione de' potenti e la insolenzia loro,  et iudicando
    essere loro necessario uno freno in bocca che gli correggessi,  - e da
    l'altra parte conoscendo l'odio  dello  universale  contro  a'  grandi
    fondato in su la paura, e volendo assicurargli, - non volle che questa
    fussi  particulare  cura del re,  per torgli quello carico che potessi
    avere con li grandi favorendo e populari,  e co' populari favorendo  e
    grandi.  E per= constitu uno iudice terzo, che fusse quello che sanza
    carico del re battessi e grandi e favorissi e minorin: n pot  essere
    questo  ordine  migliore n pi prudente,  n che sia maggiore cagione
    della sicurt del re e del regno.  Di  che  si  pu=  trarre  un  altro
    notabile:  che e principi le cose di carico debbono fare subministrare
    ad altri, quelle di grazia loro medesimi.  E di nuovo concludo che uno
    principe de' stimare e grandi, ma non si fare odiare dal populo.
    Parrebbe  forse  a  molti,  considerato  la  vita  e  morte  di alcuno
    imperatore  romano,   che  fussino  exempli  contrarii  a  questa  mia
    opinione,  trovando alcuno essere vissuto sempre egregiamente e mostro
    gran virt d'animo: nondimeno aver perso lo  imperio,  o  vero  essere
    stato morto da' sua che gli hanno congiurato contro.  Volendo pertanto
    rispondere a  queste  obiectioni,  discorrer=  le  qualit  di  alcuni
    imperatori,  mostrando  le  cagioni  della  loro ruina non disforme da
    quello che da me si   addutto;  e  parte  metter=  in  considerazione
    quelle  cose che sono notabili a chi legge le actioni di quelli tempi.
    E voglio mi basti pigliare tutti quelli imperatori che succederno allo
    imperio da Marco filosofo a Maximino, li quali furono: Marco,  Commodo
    suo  figliuolo,  Pertinace,  Iuliano,  Severo,  Antonino Caracalla suo
    figliuolo,  Macrino,  Eliogabal,  Alexandro e Maximino.  Et  prima da
    notare che, dove nelli altri principati si ha solo a contendere con la
    ambizione  de'  grandi et insolenzia de' populi,  gl'imperatori romani
    avevano una terza difficult,  di avere a ssopportare la  crudelt  et
    avarizia de' soldati. La quale cosa era s difficile che la fu cagione
    della  ruina  di  molti,  sendo  difficile  satisfare a' soldati et a'
    populi;  perch e populi amavano la quiete,  e per questo  e  principi
    modesti  erano  loro grati,  e li soldati amavano el principe di animo
    militare e che fussi  crudele,  insolente  e  rapace:  le  quali  cose
    volevano  che  lui exercitassi ne' populi,  per potere avere duplicato
    stipendio e sfogare la loro avarizia e crudelt. Le quali cose feciono
    che quelli imperatori che per natura o per arte non avevano  una  gran
    reputazione,  tale  che  con  quella  e'  tenessino l'uno e l'altro in
    freno, sempre ruinavano.  E li pi di loro,  maxime di quegli che come
    uomini  nuovi  venivono  al  principato,  conosciuta  la difficult di
    questi dua  diversi  umori,  si  volgevano  a  satisfare  a'  soldati,
    stimando poco lo iniuriare el populo. Il quale partito era necessario:
    perch,  non  potendo  e  principi  mancare  di  non  essere odiati da
    qualcuno,  si debbono  sforzare  prima  di  non  essere  odiati  dalle
    universit,  e  quando non possono conseguire questo,  debbono fuggire
    con ogni industria l'odio di quelle universit che sono pi potente. E
    per= quelli imperatori  che  per  novit  avevano  bisogno  di  favori
    extraordinarii,  si  aderivano  a' soldati pi tosto che a' populi: il
    che tornava nondimeno loro utile,  o no,  secondo che quel principe si
    sapeva mantenere reputato con epso loro.
    Da   queste  cagioni  sopraddette  nacque  che  Marco,   Pertinace  et
    Alexandro,  sendo tutti  di  modesta  vita,  amatori  della  iustizia,
    inimici  della crudelt,  umani,  benigni,  ebbono tutti,  da Marco in
    fuora, tristo fine.  Marco solo visse e mor onoratissimo,  perch lui
    successe  allo  imperio  iure  hereditario  e  non aveva a riconoscere
    quello n da' soldati ne da' populi;  dipoi,  essendo accompagnato  da
    molte virt che lo facevano venerando, tenne sempre, mentre che visse,
    l'uno  e  l'altro ordine intra e termini suoi,  e non fu mai odiato n
    disprezzato.  Ma Pertinace,  creato imperatore contro alla voglia  de'
    soldati,  li  quali essendo usi a vivere licenziosamente sotto Commodo
    non poterno sopportare quella vita onesta  alla  quale  Pertinace  gli
    voleva ridurre, onde avendosi creato odio et a questo odio aggiunto el
    disprezzo   sendo  vecchio,   ruin=  ne'  primi  principii  della  sua
    administrazione.  E qui si debba notare che l'odio  si  acquista  cos
    mediante  le  buone  opere,  come  le triste: e per=,  come io dixi di
    sopra, uno principe volendo mantenere lo stato  spesso sforzato a non
    essere buono. Perch,  quando quella universit,  o populi o soldati o
    grandi che si sieno,  della qual tu iudichi avere, per mantenerti, pi
    bisogno  corrotta, ti conviene seguire l'umore suo per satisfarle: et
    allora le buone opere ti sono nimiche.
    Ma vegnamo ad Alexandro: il quale fu di  tanta  bont  che,  intra  le
    altre  laude  che  gli sono attribuite,   questa,  che in 14 anni che
    tenne  lo  'mperio  non  fu  mai  morto  da  lui  alcuno   iniudicato:
    nondimanco,   essendo  tenuto  efeminato  et  uomo  che  si  lasciassi
    governare alla madre,  e per questo venuto in disprezzo,  conspir=  in
    lui l'exercito et ammazzollo.
    Discorrendo  ora  per  opposito le qualit di Commodo,  di Severo,  di
    Antonino  Caracalla  e  Maximino,   gli  troverrete   crudelissimi   e
    rapacissimi:  li  quali,  per satisfare a' soldati,  non perdonorno ad
    alcuna qualit d'iniuria che ne' populi si potessi commettere. E tutti
    excepto Severo ebbono tristo fine;  perch in Severo  fu  tanta  virt
    che, mantenendosi e soldati amici, ancora che e populi fussino da llui
    gravati,  pot  sempre regnare felicemente: perch quelle sua virt lo
    facevano nel conspetto de' soldati e  delli  populi  s  mirabile  che
    questi  rimanevano  quodammodo  stupidi  et  attoniti,  e quelli altri
    reverenti e satisfatti.  E perch le actioni di costui furono grande e
    notabili  in uno principe nuovo,  io voglio brevemente mostrare quanto
    e' seppe bene usare la persona del  lione  e  della  volpe,  le  quali
    nature io dico di sopra essere necessarie imitare a uno principe.
    Conosciuto  Severo  la ignavia di Iuliano imperadore,  persuase al suo
    exercito,  del quale era in Stiavonia  capitano,  che  egli  era  bene
    andare a Roma a vendicare la morte di Pertinace,  il quale da' soldati
    pretoriani era suto morto.  E sotto questo colore,  sanza mostrare  di
    aspirare  allo imperio,  mosse lo exercito contro a Roma e fu prima in
    Italia che si sapessi la sua partita.  Arrivato a Roma,  fu dal Senato
    per  timore  eletto  imperatore  e morto Iuliano.  Restava dopo questo
    principio a Severo dua difficult,  volendosi insignorire di tutto  lo
    stato: l'una in Asia, dove Nigro, capo delli exerciti asiatici, si era
    fatto chiamare imperatore; e l'altra im Ponente, dove era Albino quale
    ancora  lui  aspirava  allo  imperio.  E  perch  iudicava  periculoso
    scoprirsi inimico a tutti  a  dua,  deliber=  di  assaltare  Nigro  et
    ingannare Albino: al quale scripse come, sendo stato dal Senato electo
    imperatore,  voleva participare quella dignit con lui;  e mandogli il
    titulo di Cesare  e  per  diliberazione  del  Senato  se  lo  aggiunse
    conlega: le quali cose furno da Albino acceptate per vere.  Ma poi che
    Severo  ebbe  vinto  e  morto  Nigro  e  pacate  le  cose   orientali,
    ritornatosi a Roma,  si querel= in Senato come Albino, poco conoscente
    de' benifizii ricevuti da lui,  aveva dolosamente cerco di ammazzarlo:
    e  per questo era necessitato di andare a punire la sua ingratitudine;
    dipoi lo and= a trovare in Francia e gli tolse lo stato e la  vita.  E
    chi  examiner  tritamente  le  actione  di  costui,  lo  troverr uno
    ferocissimo lione et una astutissima golpe,  e vedr quello  temuto  e
    reverito   da  ciascuno  e  dalli  exerciti  non  odiato;   e  non  si
    maraviglier se lui,  uomo nuovo,  ar potuto  tenere  tanto  imperio,
    perch  la sua grandissima reputazione lo difese sempre da quello odio
    che li populi per le sue rapine avevano potuto concipere.
    Ma  Antonino  suo  figliuolo  fu  ancora  lui  uomo  che  aveva  parte
    excellentissime  e  che  lo  facevano  maraviglioso  nel conspetto de'
    populi  e  grato  a'  soldati,   perch   lui   era   uomo   militare,
    sopportantissimo  d'ogni fatica,  disprezzatore d'ogni cibo dilicato e
    di ogni altra mollizie: la qual cosa  lo  faceva  amare  da  tutti  li
    exerciti. Nondimanco la sua ferocia e crudelt fu tanta e s inaudita,
    per  avere  dopo  infinite  occisioni particulari morto gram parte del
    populo di Roma e tutto quello di Alexandria, che divent= odiosissimo a
    tutto il mondo e cominci= ad essere temuto etiam  da  quelli  che  lui
    aveva  dintorno:  in  modo che fu ammazzato da uno centurione in mezzo
    del suo exercito.  Dove  da notare che queste simili morte,  le quali
    seguano  per  diliberazione di uno animo obstinato,  sono da' principi
    inevitabili,  perch ciascuno  che  non  si  curi  di  morire  lo  pu=
    offendere:  ma  debba  bene  el principe temerne meno,  perch le sono
    rarissime.  Debba solo guardarsi di non fare grave ingiuria ad  alcuno
    di  coloro  di  chi si serve e che egli ha dintorno a' servizi del suo
    principato;   come  aveva  fatto  Antonino,   il  quale  aveva   morto
    contumeliosamente  uno fratello di quello centurione e lui ogni giorno
    minacciava,  tamen lo teneva a guardia  del  corpo  suo:  il  che  era
    partito temerario e da ruinarvi, come gl'intervenne.
    Ma  vegnamo  a Commodo,  al quale era facilit grande tenere l'imperio
    per averlo iure hereditario,  sendo figliuolo di  Marco:  e  solo  gli
    bastava  seguire  le  vestigie  del padre,  et a' soldati et a' populi
    arebbe satisfatto. Ma essendo di animo crudele e bestiale,  per potere
    usare la sua rapacit ne' populi, si volse ad intrattenere li exerciti
    e  fargli  licenziosi:  dall'altra  parte  non tenendo la sua dignit,
    discendendo spesso  ne'  teatri  a  combattere  con  li  gladiatori  e
    faccendo  altre  cose  vilissime  e poco degne della maest imperiale,
    divent= contennendo nel conspetto de' soldati.  Et essendo  odiato  da
    l'una parte e disprezzato dall'altra, fu conspirato in lui e morto.
    Restaci   a   narrare   le   qualit  di  Maximino.   Costui  fu  uomo
    bellicosissimo,  et essendo gli exerciti infastiditi della mollizie di
    Alexandro,  del quale ho di sopra discorso, morto lui lo elessono allo
    imperio;  il quale non molto tempo possed perch due cose lo  feciono
    odioso e contennendo.  L'una,  essere vilissimo per avere gi guardate
    le pecore in Tracia: la qual cosa era  per  tutto  notissima,  il  che
    faceva  una  grande dedignazione nel conspetto di qualunque.  L'altra,
    perch, avendo nello ingresso del suo principato differito lo andare a
    Roma et intrare nella possessione della sedia imperiale, aveva dato di
    s opinione di crudelissimo, avendo per li suoi prefetti in Roma et in
    qualunque luogo dello imperio exercitato molte crudelt. Talmente che,
    commosso tutto il mondo dallo sdegno per la vilt  del  suo  sangue  e
    dall'odio  per  la  paura della sua ferocia,  si ribell= prima Africa,
    dipoi el Senato,  con tutto il populo di Roma e tutta la  Italia,  gli
    conspir=  contro;  a  che si aggiunse el suo proprio exercito,  quale,
    campeggiando  Aquileia  e  trovando  difficult  nella   expugnazione,
    infastidito dalla crudelt sua e, per vedergli tanti nimici, temendolo
    meno, lo ammazz=.
    Io  non voglio ragionare n di Eliogabalo n di Macrino n di Iuliano,
    e quali per essere al tutto contennendi si spensono subito,  ma  verr=
    alla conclusione di questo discorso; e dico che li principi de' nostri
    tempi hanno meno questa difficult di satisfare extraordinariamente a'
    soldati ne' governi loro: perch, non obstante che si abbia ad avere a
    quegli qualche considerazione,  tamen si resolve presto per non avere,
    alcuno di questi principi,  exerciti insieme che sieno inveterati  con
    li governi et administrazione delle provincie, come erano gli exerciti
    dello imperio romano.  E per=,  se allora era necessario satisfare pi
    alli soldati che a' populi,  perch  e  soldati  potevano  pi  che  e
    populi,  ora  pi necessario a tutti e principi, excepto che al Turco
    et al Soldano,  satisfare a' populi che a  soldati,  perch  e  populi
    possono pi di quelli.  Di che io ne exceptuo el Turco, tenendo quello
    continuamente insieme intorno a s XII (dodici) mila fanti e  15  mila
    cavagli,  da'  quali dipende la securt e fortezza del suo regno: et 
    necessario che,  postposto ogni altro respetto,  quel  Signore  se  li
    mantenga  amici.  Similmente el regno del Soldano sendo tutto in nelle
    mani de' soldati, conviene che ancora lui sanza respetto de' populi se
    li mantenga amici.  Et avete a notare che questo stato del  Soldano  
    disforme  a  tutti  li  altri  principati,  perch  egli    simile al
    pontificato cristiano,  il quale non si  pu=  chiamare  n  principato
    ereditario  n  principato  nuovo: perch non e figliuoli del principe
    vecchio sono eredi e rimangono signori, ma colui che  eletto a quello
    grado da quegli  che  ne  hanno  autont;  et  essendo  questo  ordine
    antiquato, non si pu= chiamare principato nuovo; per che in quello non
    sono  alcune di quelle difficult che sono ne' nuovi: perch,  se bene
    el principe  nuovo,  gli  ordini  di  quello  stato  sono  vecchi  et
    ordinati a riceverlo come se fussi loro signore ereditario.
    Ma  torniamo  alla  materia  nostra.  Dico che qualunque considerr el
    soprascripto discorso,  vedr o l'odio  o  il  disprezzo  essere  suti
    cagione  della  ruina  di  quelli  imperaton prenominati;  e conoscer
    ancora donde nacque che,  parte di loro procedendo in uno modo e parte
    al  contrario,  in  qualunque  di quegli uno di loro ebbe felice e gli
    altri infelice fine.  Perch a  Pertinace  et  Alexandro,  per  essere
    principi nuovi, fu inutile e dannoso volere imitare Marco, che era nel
    principato  iure  hereditario;  e  similmente  a Caracalla,  Commodo e
    Maximino essere stata cosa perniziosa imitare Severo,  per  non  avere
    avuta  tanta virt che bastassi a seguitare le vestigie sua.  Pertanto
    uno principe nuovo in uno principato nuovo non pu= imitare le  actioni
    di Marco,  n ancora  necessario seguitare quelle di Severo: ma debba
    pigliare da Severo quelle parte che per  fondare  el  suo  stato  sono
    necessarie,  e  da  Marco  quelle  che  sono  convenienti e gloriose a
    conservare uno stato che sia gi stabilito e fermo.


















    XX. AN ARCES ET MULTA ALIA, QUAE QUOTIIDIE A PRINCIPIBUS FIUNT, UTILIA
    AN INUTILIA SINT [20.  Se le fortezze e molte  altre  cose,  che  ogni
    giorno si fanno da' principi, sono utili o no].

    Alcuni principi per tenere sicuramente lo stato hanno disarmati e loro
    subditi;  alcuni  hanno tenuto divise le terre subiette.  Alcuni hanno
    nutrito inimicizie contro a s medesimo;  alcuni altri si sono volti a
    guadagnarsi quelli che gli erano suspetti nel principio del suo stato.
    Alcuni hanno edificato fortezze;  alcuni le hanno ruinate e destrutte.
    E bench di tutte queste cose non si possa dare determinata  sentenza,
    se  non  si  viene  a  particulari  di  quegli  stati dove si avesse a
    pigliare alcuna simile deliberazione,  nondimanco io parler= in quello
    modo largo che la materia per s medesima sopporta.
    Non  fu mai adunque che uno principe nuovo disarmassi li suoi subditi:
    anzi, quando gli ha trovati disarmati,  sempre gli ha armati;  perch,
    armandosi,  quelle arme diventano tua,  diventano fedeli quelli che ti
    sono sospetti,  e quelli che erano fedeli si mantengono,  e di subditi
    si  fanno  tua  partigiani.  E  perch tutti li subditi non si possono
    armare, quando si benificano quegli che tu armi,  con gli altri si pu=
    fare pi a sicurt: e quella diversit del procedere, che conoscono in
    loro,  gli fa tua obligati;  quelli altri ti scusano, iudicando essere
    necessario quegli avere pi  merito  che  hanno  pi  pericolo  e  pi
    obligo.  Ma  quando tu gli disarmi,  tu cominci ad offendergli: mostri
    che tu abbi in loro diffidenzia, o per vilt o per poca fede,  e l'una
    e  l'altra  di queste opinioni concepe odio contro di te;  e perch tu
    non puoi stare disarmato,  conviene ti volti alla milizia mercennaria,
    la  quale   di quella qualit che di sopra  detto: e quando la fussi
    buona,  non pu= essere tanta che ti difenda da  nimici  potenti  e  da
    subditi sospecti.  Per=,  come io ho detto, uno principe nuovo, in uno
    principato nuovo,  sempre vi ha ordinato l'arme: di questi exempli  ne
    sono piene le storie. Ma quando uno principe acquista uno stato nuovo,
    che  come  membro  si  aggiunga  al  suo vecchio,  allora  necessario
    disarmare quello stato, excepto quegli che nello acquistarlo sono suti
    tua partigiani: e quegli  ancora  col  tempo  e  con  le  occasioni  
    necessario renderli molli et efeminati,  et ordinarsi in modo che solo
    le arme di tutto il tuo stato sieno in quelli tuoi soldati proprii che
    nello stato tuo antico vivevano appresso di te.
    Solevano li antichi nostri, e quelli che erano stimati savi, dire come
    era necessario tenere Pistoia con le parte e Pisa con le  fortezze;  e
    per questo nutrivano in qualche terra loro subdita le differenzie, per
    possederle pi facilmente.  Questo,  in quelli tempi che la Italia era
    in uno certo modo bilanciata,  doveva essere bene fatto: ma non  credo
    gi  che  si possa dare oggi per precepto;  perch io non credo che le
    divisioni facessino mai bene alcuno:  anzi    necessario,  quando  el
    nimico  si  accosta,  che  le  citt divise si perdino subito,  perch
    sempre la parte pi debile si aderir alle forze externe e l'altra non
    potr  reggere.   Viniziani,   mossi  come  io  credo  dalle   ragioni
    soprascripte,  nutrivano le sette guelfe e ghibelline nelle citt loro
    subdite;  e bench non li lasciassino  mai  venire  al  sangue,  tamen
    nutrivano  tra  loro  questi  dispareri  acci=  che,  occupati  quelli
    cittadini in quelle loro differenzie,  non si unissino contro di loro.
    Il che,  come si vide,  non torn= loro poi a proposito: perch,  sendo
    rotti a Vail,  subito una parte di quelle prese ardire e tolsono loro
    tutto  lo  stato.   Arguiscono  pertanto  simili  modi  debolezza  del
    principe,  perch in uno principato  gagliardo  mai  si  permetteranno
    simili  divisioni:  perch  le  fanno  solo  profitto a tempo di pace,
    potendosi mediante quelle pi facilmente  maneggiare  e  subditi,  ma,
    venendo la guerra, mostra simile ordine la fallacia sua.
    Senza  dubio e principi diventano grandi quando superano le difficult
    e le opposizioni che sono fatte loro; e per= la fortuna, maxime quando
    vuole fare grande uno principe nuovo,  il quale ha maggiore  necessit
    di  acquistare  reputazione  che  uno  ereditario,  gli fa nascere de'
    nimici e fagli fare  delle  imprese  contro,  acci=  che  quello  abbi
    cagione  di  superarle  e,  su per quella scala che gli hanno porta li
    inimici suoi,  salire pi alto.  Per= molti iudicano che uno  principe
    savio debbe,  quando egli ne abbia la occasione,  nutrirsi con astuzia
    qualche inimicizia, acci= che, oppressa quella, ne seguiti maggior sua
    grandezza.
    Hanno e principi, e presertim quegli che sono nuovi,  trovata pi fede
    e  pi  utilit in quelli uomini che nel principio del loro stato sono
    suti  tenuti  sospetti,   che  in  quelli  che  erano  nel   principio
    confidenti. Pandolfo Petrucci, principe di Siena, reggeva lo stato suo
    pi  con quelli che gli furno sospetti che con li altri.  Ma di questa
    cosa non si  pu=  parlare  largamente,  perch  la  varia  secondo  il
    subietto;  solo dir= questo, che quelli uomini che nel principio d'uno
    principato sono stati inimici,  che sono di qualit che  a  mantenersi
    abbino  bisogno  di  appoggiarsi,  sempre  el  principe  con  facilit
    grandissima se gli potr guadagnare: e loro maggiormente sono  forzati
    a  servirlo  con  fede,  quanto  conoscano  essere loro pi necessario
    cancellare con le opere quella opinione sinistra che si aveva di loro.
    E cos el principe ne trae sempre pi  utilit,  che  di  coloro  che,
    servendolo con troppa sicurt, straccurano le cose sua.
    E poich la materia lo ricerca, non voglio lasciare indietro ricordare
    alli  principi  che hanno preso uno stato di nuovo,  mediante e favori
    intrinsichi di quello,  che considerino bene qual cagione  abbi  mosso
    quegli che lo hanno favorito,  a favorirlo. E se ella non  affectione
    naturale  verso  di  loro,   ma  fussi  solo  perch  quelli  non   si
    contentavano  di  quello stato,  con fatica e difficult grande se gli
    potr  mantenere  amici:  perch  fia  impossibile   che   lui   possa
    contentargli.  E  discorrendo bene,  con quelli exempli che dalle cose
    antiche e moderne si traggano,  la cagione di questo,  vedr  essergli
    molto  pi  facile  guadagnarsi  amici  quegli  uomini che dello stato
    innanzi si contentavano, e per= erano sua inimici, che quegli che, per
    non se ne contentare, gli diventorno amici e favorironlo ad occuparlo.
    E' suta consuetudine de' principi,  per potere tenere pi  sicuramente
    lo stato loro,  edificare fortezze che sieno la briglia et il freno di
    quelli che disegnassino fare loro contro,  et avere uno refugio sicuro
    da  uno  subito impeto.  Io laudo questo modo perch egli  usitato ab
    antico: nondimanco messer Niccol= Vitelli,  ne'  tempi  nostri,  si  
    visto  disfare  dua  fortezze  in  Citt di Castello per tenere quello
    stato;  Guido Ubaldo duca di Urbino,  ritornato nella sua  dominazione
    donde  da  Cesare  Borgia  era suto cacciato,  ruin= funditus tutte le
    fortezze  di  quella  sua  provincia  e  iudic=   sanza   quelle   pi
    difficilmente  riperdere  quello  stato;   Bentivogli,   ritornati  in
    Bologna, usorno simili termini.  Sono dunque le fortezze utili,  o no,
    secondo  e tempi: e se le ti fanno bene in una parte,  ti offendono in
    una altra.  E puossi discorrere questa parte cos: che  quel  principe
    che  ha  pi  paura  de'  populi  che  de'  forestieri,  debbe fare le
    fortezze;  ma quello che ha pi paura de' forestieri che  de'  populi,
    debba  lasciarle  indietro.  Alla  Casa  sforzesca ha fatto e far pi
    guerra el castello di Milano,  che vi edific=  Francesco  Sforza,  che
    veruno altro disordine di quello stato.  Per= la migliore fortezza che
    sia,   non essere odiato dal populo;  perch,  ancora che tu abbi  le
    fortezze et il populo ti abbia in odio,  le non ti salvano: perch non
    mancano mai a' populi, preso che gli hanno l'arme,  forestieri che gli
    soccorrino.   Nelli  tempi  nostri  non  si  vede  che  quelle  abbino
    profittato ad alcuno principe,  se non alla contessa di Furl,  quando
    fu  morto il conte Ieronimo suo consorte: perch mediante quella poss
    fuggire l'impeto  populare  et  aspettare  il  soccorso  da  Milano  e
    recuperare  lo  stato;  e  li  tempi  stavano  allora  in  modo che il
    forestieri non poteva soccorrere il populo.  Ma dipoi valsono ancora a
    llei poco le fortezze, quando Cesare Borgia l'assalt= e che il populo,
    suo  inimico,  si  congiunse  col forestiere.  Pertanto allora e prima
    sare' suto pi sicuro a llei non essere odiata dal populo,  che  avere
    le  fortezze.  Considerato  adunque tutte queste cose,  io lauder= chi
    far le fortezze e chi non le far;  e biasimer= qualunque,  fidandosi
    delle fortezze, stimer poco essere odiato da' populi.





    XXI. QUOD PRINCIPEM DECEAT UT EGREGIUS HABEATUR [21. Che si conviene a
    un principe perch sia stimato].

    Nessuna  cosa  fa  tanto stimare uno principe,  quanto fanno le grande
    imprese e dare di s rari exempli.  Noi  abbiamo  nelli  nostri  tempi
    Ferrando  di  Aragona,  presente re di Spagna;  costui si pu= chiamare
    quasi principe nuovo,  perch d'uno re debole  diventato per  fama  e
    per  gloria  el  primo re de' Cristiani;  e se considerrete le actioni
    sua,  le troverrete tutte grandissime e qualcuna  extraordinaria.  Lui
    nel principio del suo regno assalt= la Granata, e quella impresa fu il
    fondamento  dello  stato  suo.  Prima,  egli  la  fece  ozioso e sanza
    sospetto di essere impedito;  tenne occupato in quella  gli  animi  di
    quelli  baroni di Castiglia,  e quali,  pensando a quella guerra,  non
    pensavano ad innovazione: e lui acquistava in quel  mezzo  reputazione
    et  imperio sopra di loro,  che non se ne accorgevano;  poss nutrire,
    con danari della Chiesa e de' populi, exerciti, e fare uno fondamento,
    con quella guerra lunga,  alla milizia  sua,  la  quale  lo  ha  dipoi
    onorato.  Oltre  a questo,  per potere intraprendere maggiore imprese,
    servendosi sempre della religione,  si volse ad una pietosa  crudelt,
    cacciando  e spogliando el suo regno de' Marrani: n pu= essere questo
    exemplo pi miserabile n pi raro.  Assalt=,  sotto  questo  medesimo
    mantello,   l'Affrica.   Fece  l'impresa  di  Italia.  Ha  ultimamente
    assaltato la Francia. E cos sempre ha fatte et ordite cose grande, le
    quali hanno sempre tenuti sospesi et admirati gli animi  de'  subditi,
    et  occupati  nello evento di epse.  E sono nate queste sua actioni in
    modo l'una da l'altra,  che non ha dato  mai  infra  l'una  e  l'altra
    spazio alli uomini di potere quietamente operarli contro.
    Giova  ancora  assai  ad  uno principe dare di s exempli rari circa a
    governi di dentro,  - simili a quegli che si narrano di messer Bernab=
    da Milano,  - quando si ha l'occasione di alcuno che operi alcuna cosa
    extraordinaria,  o in bene o in male nella vita civile: e pigliare uno
    modo,  circa premiarlo o punirlo,  di che si abbia a parlare assai.  E
    soprattutto uno principe si debba ingegnare dare di  s  in  ogni  sua
    actione fama di uomo grande e di ingegno excellente.
    E'  ancora  stimato  uno  principe,  quando  egli   vero amico e vero
    inimico: cio quando senza alcuno respecto egli si scuopre  in  favore
    di  alcuno contro ad uno altro.  El quale partito fia sempre pi utile
    che stare neutrale: perch,  se dua potenti tua  vicini  vengano  alle
    mane,  o  e' sono di qualit che,  vincendo uno di quegli,  tu abbia a
    temere del vincitore,  o no.  In qualunque di questi dua casi ti  sar
    sempre  pi utile lo scoprirsi e fare buona guerra: perch,  nel primo
    caso,  se tu non ti scuopri sarai  sempre  preda  di  chi  vince,  con
    piacere  e satisfazione di colui che  stato vinto;  e non hai ragione
    n cosa alcuna che ti difenda,  n chi ti riceva: perch chi vince non
    vuole amici sospetti e che non lo aiutino nelle adversit;  chi perde,
    non ti riceve per non avere tu voluto con le arme in mano  correre  la
    fortuna sua.
    Era  passato  in  Grecia Antioco,  messovi dagli Etoli per cacciarne '
    Romani; mand= Antioco oratori alli Achei,  che erano amici de' Romani,
    a  confortargli  a  stare  di  mezzo: e dalla altra parte e Romani gli
    persuadevano a pigliare  l'arme  per  loro.  Venne  questa  materia  a
    deliberarsi  nel  concilio delli Achei,  dove il legato di Antioco gli
    persuadeva a stare neutrali;  a che il legato  romano  rispose:  Quod
    autem  isti  dicunt,  non interponendi vos bello,  nihil magis alienum
    rebus vestris  est:  sine  gratia,  sine  dignitate  premium  victoris
    eritis+.  E  sempre interverr che colui che non  amico ti ricercher
    della neutralit, e quello che ti  amico ti richieder che ti scuopra
    con le arme.  Et e principi male  resoluti,  per  fuggire  e  presenti
    periculi,  seguono  el pi delle volte quella via neutrale,  et el pi
    delle volte rovinano.
    Ma quando el principe si  scuopre  gagliardamente  in  favore  di  una
    parte, se colui con chi tu ti aderisci vince, ancora che sia potente e
    che  tu  rimanga  a  sua  discrezione,  egli  ha teco obligo,  e' vi 
    contratto lo amore: e gli uomini non sono mai s  disonesti,  che  con
    tanto  exemplo di ingratitudine e' ti opprimessino;  dipoi le vittorie
    non sono mai s stiette che el vincitore non abbia  ad  avere  qualche
    respetto,  e  maxime  alla  iustizia.  Ma se quello con il quale tu ti
    aderisci perde, tu sei ricevuto da lui,  e mentre che pu= ti aiuta,  e
    diventi compagno di una fortuna che pu= resurgere.
    Nel secondo caso, quando quelli che combattono insieme sono di qualit
    che  tu  non  abbi  da  temere  di quello che vince,  tanto  maggiore
    prudenza lo aderirsi,  perch tu vai alla ruina di uno con lo aiuto di
    chi  lo  doverrebbe salvare,  se fussi savio;  e vincendo rimane a tua
    discrezione, et  impossibile, con lo aiuto tuo, che non vinca.  E qui
      da notare che uno principe debba advertire di non far mai compagnia
    con uno pi potente di s  per  offendere  altri,  se  non  quando  la
    necessit  ti  constringe,  come di sopra si dice;  perch,  vincendo,
    rimani suo prigione: e li principi debbono fuggire, quanto possono, lo
    stare a discrezione di altri. E Viniziani si accompagnorno con Francia
    contro al duca di Milano,  e  potevano  fuggire  di  non  fare  quella
    compagnia:  di  che ne result= la ruina loro.  Ma quando e' non si pu=
    fuggirla,  - come intervenne a' Fiorentini,  quando el papa  e  Spagna
    andorno  con li exerciti ad assaltare la Lombardia,  - allora si debbe
    el principe aderire per le ragioni sopraddette.  N creda  mai  alcuno
    stato  potere  pigliare  sempre partiti sicuri,  anzi pensi di avere a
    prenderli tutti dubii; perch si trova questo, nell'ordine delle cose,
    che mai si cerca fuggire uno inconveniente che non si incorra  in  uno
    altro:  ma  la  prudenza consiste in sapere conoscere le qualit delli
    inconvenienti e pigliare el men tristo per buono.
    Debbe  ancora  uno  principe  mostrarsi  amatore  delle  virt,  dando
    ricapito  alli uomini virtuosi et onorando gli excellenti in una arte.
    Appresso  debba  animare  e  sua  ciptadini  di   potere   quietamente
    exercitare li exercizii loro, e nella mercantia e nella agricultura et
    in ogni altro exercizio delli uomini;  e che quello non tema di ornare
    la sua possessione per timore che la gli sia tolta,  e quello altro di
    aprire uno traffico per paura delle taglie. Ma debbe preporre premii a
    chi  vuole  fare  queste  cose  et a qualunque pensa in qualunque modo
    ampliare o la sua citt o il suo stato.  Debba  oltre  a  questo,  ne'
    tempi  convenienti  dello  anno,  tenere occupati e populi con feste e
    spettaculi;  e perch ogni citt  divisa in arte o in  trib,  tenere
    conto di quelle universit,  raunarsi con loro qualche volta,  dare di
    s  exemplo  di  umanit  e  di  munificenzia,  tenendo  sempre  ferma
    nondimanco la maest della dignit sua.







    XXII.  DE  HIS  QUOS  A SECRETIS PRINCIPES HABENT [22.  De' secretarii
    ch'e' principi hanno appresso di loro].

    Non  di poca importanza a uno principe la electione de'  ministri,  e
    quali sono buoni,  o no,  secondo la prudenza del principe. E la prima
    coniettura,  che si fa del cervello d'uno Signore,   vedere li uomini
    che lui ha dintorno: e quando sono suffizienti e fedeli, sempre si pu=
    reputarlo  savio,   perch  ha  saputo  conoscerli  suffizienti  e  sa
    mantenerli fedeli; ma quando sieno altrimenti,  sempre si pu= fare non
    buono  iudizio di lui: perch el primo errore che fa,  lo fa in questa
    electione
    Non era alcuno che conoscessi messer Antonio da Venafro  per  ministro
    di  Pandolfo Petrucci,  principe di Siena,  che non iudicassi Pandolfo
    essere valentissimo uomo,  avendo quello per suo  ministro.  E  perch
    sono  di  tre  generazione  cervelli,  - l'uno intende da s,  l'altro
    discerne quello che altri intende,  el terzo  non  intende  n  s  n
    altri: quel primo  excellentissimo,  el secondo excellente,  el terzo
    inutile,  - conveniva pertanto di necessit che,  se Pandolfo non  era
    nel primo grado,  che fussi nel secondo.  Perch ogni volta che uno ha
    iudizio di conoscere il bene o il male che uno fa o dice,  ancora  che
    da  s  non  abbia invenzione,  conosce le opere buone e le triste del
    ministro e quelle exalta e l'altre corregge: et il  ministro  non  pu=
    sperare di ingannarlo e mantiensi buono.
    Ma come uno principe possa conoscere el ministro, ci  questo modo che
    non falla mai: quando tu vedi el ministro pensare pi a s che a te, e
    che in tutte le sua actioni vi ricerca dentro l'utile suo, questo tale
    cos  fatto  mai fia buono ministro,  mai te ne potrai fidare.  Perch
    quello che ha lo stato di uno in mano,  non debbe pensare mai a s  ma
    sempre al principe,  e non gli ricordare mai cosa che non appartenga a
    lui;  e dall'altro canto el  principe,  per  mantenerlo  buono,  debba
    pensare  al  ministro,  onorandolo,  faccendolo ricco,  obligandoselo,
    participandogli gli onori e carichi: acci= veggia che  non  pu=  stare
    sanza lui,  e che gli assai onori non li faccino desiderare pi onori,
    le assai ricchezze non gli faccino desiderare pi ricchezze,  li assai
    carichi gli faccino temere le mutazioni. Quando adunque li ministri, e
    li principi circa e ministri, sono cos fatti, possono confidare l'uno
    dell'altro: quando altrimenti,  sempre el fine fia dannoso o per l'uno
    o per l'altro.






    XXIII.  QUOMODO ADULATORES SINT FUGIENDI [23.  In che modo si abbino a
    fuggire li adulatori].

    Non  voglio  lasciare  indrieto  uno capo importante et uno errore dal
    quale  e  principi  con  difficult  si   difendono,   se   non   sono
    prudentissimi  o  se  non  hanno  buona  electione.  E questi sono gli
    adulatori,  de' quali  le  corte  sono  piene:  perch  li  uomini  si
    compiacciono  tanto  nelle  cose  loro  proprie,  et  in  modo  vi  si
    ingannano,  che con difficult si difendono  da  questa  peste.  Et  a
    volersene  difendere  si  porta periculo di non diventare contennendo;
    perch non ci  altro modo a guardarsi dalle adulazioni,  se  non  che
    gli  uomini intendino che non ti offendano a dirti el vero;  ma quando
    ciascuno ti pu= dire il vero,  ti manca  la  reverenza.  Pertanto  uno
    principe prudente debba tenere uno terzo modo, eleggendo nel suo stato
    uomini savii,  e solo a quelli eletti dare libero adito a parlargli la
    verit,  e di quelle cose sole che lui gli domanda e non d'altro,-  ma
    debba  domandargli  d'ogni  cosa,  -  e  le opinioni loro udire: dipoi
    deliberare da s a suo modo;  et in questi consigli e con ciascuno  di
    loro  portarsi in modo che ognuno conosca che,  quanto pi liberamente
    si parler,  pi gli fia accepto: fuora di quelli,  non  volere  udire
    alcuno,  andare  dietro alla cosa deliberata et essere obstinato nelle
    deliberazioni sua.  Chi fa altrimenti,  o precipita per li adulatori o
    si  muta  spesso per la variazione de' pareri: di che ne nasce la poca
    existimazione sua.
    Io voglio a questo proposito addurre uno exemplo moderno.  Pre'  Luca,
    uomo di Maximiliano presente imperatore,  parlando di Sua Maest, dixe
    come egli non si consigliava con persona e  non  faceva  mai  di  cosa
    alcuna  a  suo  modo.  Il  che nasceva dal tenere contrario termine al
    sopraddetto;  perch lo imperatore  uomo secreto,  non comunica e sua
    disegni,  non  ne  piglia  parere:  ma  come  nel  metterli in atto si
    cominciano  a  conoscere  e  scoprire,   gli  cominciano   ad   essere
    contradetti da coloro che lui ha dintorno,  e quello,  come facile, se
    ne stoglie;  di qui nasce che quelle  cose  che  lui  fa  uno  giorno,
    distrugge l'altro, e che non si intenda mai quello che si voglia o che
    disegni fare, e che non si pu= sopra le sua deliberazioni fondarsi.
    Uno principe pertanto debba consigliarsi sempre, ma quando lui vuole e
    non  quando  altri  vuole:  anzi  debba  t=rre  animo  a  ciascuno  di
    consigliarlo di alcuna cosa, se non gliene domanda;  ma lui debbe bene
    essere largo domandatore, e dipoi, circa alle cose domandate, paziente
    auditore del vero: anzi, intendendo che alcuno per alcuno rispetto non
    gliele  dica,   turbarsene.  E  perch  molti  existimano  che  alcuno
    principe, il quale d di s opinione di prudente,  sia cos tenuto non
    per  sua  natura  ma per li buoni consigli che lui ha dintorno,  sanza
    dubio s ingannano.  Perch questa  una regula generale che non  falla
    mai: che uno principe,  il quale non sia savio per s stesso,  non pu=
    essere consigliato bene,  se gi a sorte non si rimettessi in uno solo
    che  al tutto lo governassi,  che fussi uomo prudentissimo.  In questo
    caso potrebbe bene essere,  ma durerebbe poco: perch quel governatore
    in  breve tempo gli torre' lo stato.  Ma consigliandosi con pi d'uno,
    uno principe che non sia savio non ar mai e consigli uniti; non sapr
    per  s  stesso  unirgli,  de'  consiglieri,   ciascuno  penser  alla
    propriet  sua,  lui non gli saperr n correggere n conoscere: e non
    si possono trovare altrimenti,  perch gl'uomini sempre ti riusciranno
    tristi, se da una necessit non sono fatti buoni. Per= si conclude che
    li  buoni  consigli,  da  qualunque venghino,  conviene naschino dalla
    prudenza del principe,  e non  la  prudenza  del  principe  da'  buoni
    consigli.









    XXIV. CUR ITALIAE PRINCIPES REGNUM AMISERUNT [24. Per quale cagione li
    principi di Italia hanno perso li stati loro].

    Le cose soprascripte, observate prudentemente, fanno parere antico uno
    principe nuovo, e lo rendono subito pi sicuro e pi fermo nello stato
    che s'e' vi fussi antiquato dentro.  Perch uno principe nuovo  molto
    pi observato nelle sua actioni che uno ereditario: e quando  le  sono
    conosciute  virtuose,  pigliono  molto  pi  gl'uomini e molto pi gli
    obligano che el sangue antico.  Perch gli uomini sono molto pi presi
    dalle  cose  presenti  che  dalle  passate;  e,  quando nelle presenti
    truovono il bene, vi si godono e non cercano altro: anzi,  piglieranno
    ogni difesa per lui,  quando el principe non manchi nelle altre cose a
    s medesimo.  E cos ar duplicata gloria,  di avere dato principio  a
    uno  principato  et ornatolo e corroboratolo di buone legge,  di buone
    arme e di buoni exempli;  come quello ha duplicata vergogna che,  nato
    principe,  per  sua  poca  prudenza  lo ha perduto.  E se si considera
    quelli signori che in Italia hanno perduto lo stato ne' nostri  tempi,
    come  el  re di Napoli,  duca di Milano et altri,  si trover in loro,
    prima,  uno comune difetto quanto alle arme,  per le  cagione  che  di
    sopra  a  lungo si sono discorse;  dipoi si vedr alcuni di loro o che
    ar avuto inimici e populi,  o,  se ar avuto il populo amico,  non si
    sar saputo assicurare de' grandi.  Perch sanza questi difetti non si
    perdono gli stati che  abbino  tanto  nervo  che  possino  tenere  uno
    exercito alla campagna.  Filippo Macedone,  non il patre di Alexandro,
    ma quello che fu da Tito Quinto vinto,  aveva non molto stato rispetto
    alla grandezza de' Romani e di Grecia,  che l'assalt=: nondimanco, per
    essere  uomo  militare  e  che  sapeva  intrattenere  il   populo   et
    assicurarsi de' grandi, sostenne pi anni la guerra contro a quelli; e
    se alla fine perd el dominio di qualche citt,  gli rimase nondimanco
    el regno.
    Pertanto questi nostri principi,  e quali erano stati molti  anni  nel
    loro principato, per averlo dipoi perso non accusino la fortuna, ma la
    ignavia  loro:  perch,  non avendo mai ne' tempi quieti pensato ch'e'
    possino mutarsi,  - il che  comune difetto  degli  uomini,  non  fare
    conto  nella  bonaccia  della  tempesta,  - quando poi vennono e tempi
    adversi,  pensorno a fuggirsi non  a  defendersi,  e  sperorno  che  e
    populi,   infastiditi   per   la   insolenzia   de'   vincitori,   gli
    richiamassino. Il quale partito, quando mancano gli altri,  buono, ma
     ben male avere lasciati li altri remedii per quello: perch  non  si
    vorrebbe  mai  cadere per credere di trovare chi ti ricolga.  Il che o
    non adviene o,  s'e' li adviene,  non  con tua  sicurt,  per  essere
    quella  difesa  suta  vile  e  non  dependere  da te;  e quelle difese
    solamente sono buone, sono certe,  sono durabili,  che dependano da te
    proprio e dalla virt tua.
    XXV.  QUANTUM  FORTUNA  IN  REBUS  HUMANIS  POSSIT ET QUOMODO ILLI SIT
    OCCURRENDUM [25.  Quanto possa la fortuna nelle cose umane,  et in che
    modo se li abbia a resistere].

    E'  non mi  incognito come molti hanno avuto et hanno opinione che le
    cose del mondo sieno in modo governate, dalla fortuna e da Dio, che li
    uomini con la prudenza loro  non  possino  correggerle,  anzi  non  vi
    abbino remedio alcuno;  e per questo potrebbono iudicare che non fussi
    da insudare molto nelle  cose,  ma  lasciarsi  governare  alla  sorte.
    Questa  opinione    suta  pi  creduta  nelli  nostri  tempi  per  le
    variazione grande delle cose che si sono viste  e  veggonsi  ogni  d,
    fuora  di  ogni  umana coniettura.  A che pensando io qualche volta mi
    sono in qualche  parte  inclinato  nella  opinione  loro.  Nondimanco,
    perch il nostro libero arbitrio non sia spento,  iudico potere essere
    vero che la fortuna sia arbitra della met delle  actioni  nostre,  ma
    che  etiam lei ne lasci governare l'altra met,  o presso,  a noi.  Et
    assimiglio quella a uno di questi fiumi rovinosi che quando si adirano
    allagano e piani, rovinano li albori e li edifizii,  lievano da questa
    parte  terreno,  pongono da quella altra: ciascuno fugge loro dinanzi,
    ognuno cede all'impeto loro sanza potervi in alcuna parte  obstare.  E
    bench  sieno cos fatti,  non resta per= che gli uomini,  quando sono
    tempi queti,  non vi potessino fare provedimento e con  ripari  e  con
    argini: in modo che, crescendo poi, o eglino andrebbono per uno canale
    o l'impeto loro non sarebbe n s dannoso n s licenzioso. Similmente
    interviene della fortuna, la quale dimostra la sua potenza, dove non 
    ordinata virt a resisterle: e quivi volta e sua impeti,  dove ella sa
    che non sono fatti gli  argini  n  '  ripari  a  tenerla.  E  se  voi
    considerrete  la Italia,  che  la sedia di queste variazioni e quella
    che ha dato loro il moto,  vedrete essere una campagna sanza argini  e
    sanza alcuno riparo: che,  s'ella fussi riparata da conveniente virt,
    come  la Magna la Spagna e la Francia,  o  questa  piena  non  arebbe
    fatto  le variazioni grande che la ha,  o ella non ci sare' venuta.  E
    questo voglio basti aver detto quanto allo opporsi  alla  fortuna,  in
    universali.
    Ma  ristringendomi  pi a' particulari,  dico come si vede oggi questo
    principe felicitare e domani  ruinare,  sanza  avergli  veduto  mutare
    natura o qualit alcuna;  il che credo che nasca, prima, dalle cagioni
    che si  sono  lungamente  per  lo  adrieto  discorse:  cio  che  quel
    principe,  che si appoggia tutto in sulla fortuna,  rovina come quella
    varia.  Credo ancora che sia felice quello che riscontra il  modo  del
    procedere  suo  con  la  qualit  de' tempi: e similmente sia infelice
    quello che con il procedere suo si discordano e tempi.  Perch si vede
    gli  uomini,  nelle  cose  che gli conducano al fine quale ciascuno ha
    innanzi,  cio gloria e ricchezze,  procedervi variamente:  l'uno  con
    rispetto,  l'altro con impeto;  l'uno per violenzia, l'altro con arte;
    l'uno con pazienza,  l'altro col suo contrario;  e ciascuno con questi
    diversi modi vi pu= pervenire.  E vedesi ancora dua respettivi,  l'uno
    pervenire al suo disegno,  l'altro no;  e  similmente  dua  equalmente
    felicitare  con  diversi  studii  sendo  l'uno  rispectivo  e  l'altro
    impetuoso: il che non nasce da altro,  se non da la qualit de'  tempi
    che si conformano,  o no,  col procedere loro.  Di qui nasce quello ho
    detto, che dua, diversamente operando, sortiscono el medesimo effetto:
    e dua, equalmente operando, l'uno si conduce al suo fine e l'altro no.
    Da questo ancora depende la variazione del bene; perch se uno, che si
    governa con rispetti e pazienza,  e tempi e le cose girano in modo che
    il  governo  suo  sia buono,  e' viene felicitando: ma se e tempi e le
    cose si mutano,  rovina,  perch non muta modo  di  procedere.  N  si
    truova  uomo s prudente che si sappia accommodare a questo: s perch
    non si pu= deviare da quello a che la  natura  lo  inclina,  s  etiam
    perch,  avendo  sempre uno prosperato camminando per una via,  non si
    pu= persuadere  che  sia  bene  partirsi  da  quella.  E  per=  l'uomo
    respettivo, quando egli  tempo di venire allo impeto, non lo sa fare:
    donde rovina; che se si mutassi natura con li tempi e con le cose, non
    si muterebbe fortuna.
    Papa Iulio Secondo proced in ogni sua actione impetuosamente, e trov=
    tanto  e tempi e le cose conforme a quello suo modo di procedere,  che
    sempre sort felice fine.  Considerate la prima  impresa  che  fe'  di
    Bologna, vivendo ancor messer Giovanni Bentivogli. Viniziani non se ne
    contentavano;  el  re  di  Spagna,  quel  medesimo;  con Francia aveva
    ragionamenti di tale impresa: e lui nondimanco con la sua ferocit  et
    impeto si mosse personalmente a quella expedizione. La qual mossa fece
    stare  sospesi  e  fermi  Spagna  e  Viniziani,  quegli  per  paura  e
    quell'altro per il desiderio aveva di recuperare  tutto  el  regno  di
    Napoli;  e  dall'altro  canto  si tir= dietro il re di Francia perch,
    vedutolo quel re mosso e desiderando farselo  amico  per  abbassare  '
    Viniziani, iudic= non poterli negare gli exerciti sua sanza iniuriarlo
    manifestamente.  Condusse  adunque  Iulio  con  la sua mossa impetuosa
    quello che mai altro pontefice,  con tutta la umana  prudenza,  arebbe
    condotto.  Perch,  se  egli  aspettava  di  partirsi  da  Roma con le
    conclusioni ferme e tutte  le  cose  ordinate,  come  qualunque  altro
    pontefice  arebbe  fatto,  mai  gli  riusciva: perch il re di Francia
    arebbe avuto mille scuse e li altri li arebbono messo mille paure.  Io
    voglio  lasciare  stare  le  altre  sua actioni,  che tutte sono state
    simili e tutte gli sono successe bene: e la brevit della vita non  li
    ha  lasciato  sentire  il contrario;  perch,  se fussino sopravvenuti
    tempi che fussi bisognato procedere con respetti,  ne seguiva  la  sua
    rovina:  n  mai arebbe deviato da quegli modi alli quali la natura lo
    inclinava.
    Concludo adunque che,  variando la fortuna ' tempi e stando li  uomini
    nelli  loro  modi obstinati,  sono felici mentre concordano insieme e,
    come discordano,  infelici.  Io iudico bene  questo,  che  sia  meglio
    essere  impetuoso  che  respettivo:  perch  la  fortuna   donna et 
    necessario, volendola tenere sotto, batterla et urtarla. E si vede che
    la si lascia pi vincere da questi,  che  da  quegli  che  freddamente
    procedano: e per= sempre, come donna,  amica de' giovani, perch sono
    meno respettivi, pi feroci e com pi audacia la comandano.














    XXVI.  EXORTATIO  AD  CAPESSENDAM  ITALIAM IN LIBERTATEMQUE A BARBARIS
    VINDICANDAM [26.  Esortazione a pigliare la Italia e  liberarla  dalle
    mani de' barbari].

    Considerato  adunque tutte le cose di sopra discorse,  e pensando meco
    medesimo se al presente in Italia correvano tempi da onorare uno nuovo
    principe,  e se ci era materia che dessi occasione a  uno  prudente  e
    virtuoso  d'introdurvi  forma  che  facessi  onore  a  lui e bene alla
    universit delli uomini di quella,  mi pare concorrino tante  cose  in
    benefizio  di  uno principe nuovo,  che io non so qual mai tempo fussi
    pi atto a questo. E se, come io dixi, era necessario,  volendo vedere
    la virt di Mois, che il popul d'Israel fussi schiavo in Egipto; et a
    conoscere  la  grandezza  dello  animo  di  Ciro,  che ' Persi fussino
    oppressati da' Medi;  e la  excellenzia  di  Teseo,  che  li  Ateniesi
    fussino dispersi;  cos al presente, volendo conoscere la virt di uno
    spirito italiano,  era necessario  che  la  Italia  si  riducessi  ne'
    termini presenti,  e che ella fussi pi stiava che li Ebrei, pi serva
    che ' Persi, pi dispersa che gli Ateniesi: sanza capo,  sanza ordine,
    battuta,  spogliata,  lacera, corsa, et avessi sopportato d'ogni sorte
    ruina.
    E bench insino a qui si sia mostro qualche spiraculo in qualcuno,  da
    potere iudicare ch'e' fussi ordinato da Dio per sua redemptione, tamen
    si  visto come dipoi,  nel pi alto corso delle actioni sua,   stato
    dalla fortuna reprobato. In modo che, rimasa come sanza vita,  aspetta
    quale  possa  essere  quello  che  sani  le sua ferite e ponga fine a'
    sacchi di Lombardia, alle taglie del Reame e di Toscana, e la guarisca
    da quelle sue piaghe gi per lungo tempo infistolite.  Vedesi come  la
    priega Iddio che li mandi qualcuno che la redima da queste crudelt et
    insolenzie  barbare.  Vedesi  ancora tutta pronta e disposta a seguire
    una bandiera,  pur che ci sia uno che la  pigli.  N  ci  si  vede  al
    presente  in  quale  lei  possa  pi  sperare  che nella illustre Casa
    vostra,  la quale con la sua fortuna e virt,  favorita da Dio e dalla
    Chiesa,  della  quale    ora  principe,  possa  farsi  capo di questa
    redemptione.  Il che non fia molto difficile,  se Vi recherete innanzi
    le  actioni  e  vita de' sopra nominati;  e bench quelli uomini sieno
    rari e maravigliosi, nondimeno furono uomini, et ebbe ciascuno di loro
    minore occasione che la presente: perch la impresa loro  non  fu  pi
    iusta  di questa,  n pi facile,  n fu Dio pi amico loro che a Voi.
    Qui  iustizia grande: iustum enim est bellum  quibus  necessarium  et
    pia  arma  ubi  nulla  nisi  in  armis  spes  est.  Qui  disposizione
    grandissima:  n  pu=  essere,  dove    grande  disposizione,  grande
    difficult,  pure  che  Quella  pigli delli ordini di coloro che io ho
    preposti per mira.  Oltre a di questo,  qui si veggono  extraordinarii
    senza  exemplo,  condotti da Dio: el mare si  aperto;  una nube Vi ha
    scorto il cammino; la pietra ha versato acque: qui  piovuto la manna;
    ogni cosa  concorsa nella Vostra grandezza.  El rimanente dovete fare
    Voi: Dio non vuole fare ogni cosa,  per non ci t=rre e libero arbitrio
    e parte di quella gloria che tocca a noi.
    E non  maraviglia se alcuno de' prenominati Italiani non  ha  possuto
    fare quello che si pu= sperare facci la illustre Casa vostra, e se, in
    tante  revoluzioni  di  Italia et in tanti maneggi di guerra,  e' pare
    sempre che in Italia la virt militare sia spenta; perch questo nasce
    che gli ordini antichi di quella non erono buoni,  e  non  ci    suto
    alcuno  che  abbia  saputo  trovare de' nuovi.  E veruna cosa fa tanto
    onore a uno uomo che di nuovo surga,  quanto fa le nuove  legge  e  li
    nuovi ordini trovati da lui: queste cose,  quando sono bene fondate et
    abbino in loro grandezza, lo fanno reverendo e mirabile.  Et in Italia
    non  manca  materia da introdurvi ogni forma: qui  virt grande nelle
    membra, quando la non mancassi ne' capi. Specchiatevi ne' duelli e ne'
    congressi de' pochi, quanto gli Italiani sieno superiori con le forze,
    con la destrezza, con lo ingegno; ma come si viene alli exerciti,  non
    compariscono.  E tutto procede dalla debolezza de' capi: perch quegli
    che sanno non sono ubbiditi, et a ciascuno pare sapere, non ci essendo
    insino a qui suto alcuno che si sia rilevato tanto,  e per virt e per
    fortuna, che li altri cedino.
    Di  qui nasce che in tanto tempo,  in tante guerre fatte nelli passati
    XX (20) anni,  quando gli  stato uno exercito tutto italiano,  sempre
    ha  fatto  mala  pruova:  di  che    testimone  prima el Taro,  dipoi
    Alexandria, Capua, Genova, Vail, Bologna, Mestri.
    Volendo adunque la illustre Casa vostra  seguitare  quelli  excellenti
    uomini  che redimerno le provincie loro,   necessario innanzi a tutte
    le altre cose, come vero fondamento d'ogni impresa,  provedersi d'arme
    proprie, perch non si pu= avere n pi fidi, n pi veri, n migliori
    soldati:   e  bench  ciascuno  di  epsi  sia  buono,   tutti  insieme
    diventeranno migliori quando si vedessino comandare dal loro principe,
    e da quello onorare et intrattenere. E' necessario pertanto prepararsi
    a queste arme,  per potersi  con  la  virt  italica  defendere  dalli
    externi.  E  bench  la  fanteria  svizzera e spagnuola sia existimata
    terribile,  nondimanco in ambedua  difetto per il quale uno ordir  ne
    terzo potrebbe non solamente opporsi loro, ma confidare di superargli.
    Perch  gli  Spagnuoli non possono sostenere e cavagli,  e li Svizzeri
    hanno ad avere paura de' fanti quando gli riscontrino  nel  combattere
    obstinati come loro: donde si  veduto e vedrassi,  per experienza, li
    Spagnuoli non potere sostenere una cavalleria franzese e  li  Svizzeri
    essere  rovinati da una fanteria spagnuola.  E bench di questo ultimo
    non se ne sia visto intera experienza, tamen se ne  veduto uno saggio
    nella giornata di Ravenna, quando le fanterie spagnuole si affrontorno
    con le battaglie tedesche,  le quali servano el medesimo ordine che  '
    Svizzeri:  dove li Spagnuoli,  con la agilit del corpo et aiuto delli
    loro brocchieri,  erano entrati tra lle picche loro sotto,  e  stavano
    sicuri  ad offendergli sanza che ' Tedeschi vi avessino remedio;  e se
    non fussi la cavalleria,  che gli urt=,  gli arebbono consumati tutti.
    Puossi adunque,  conosciuto il difetto dell'una e dell'altra di queste
    fanterie,  ordinarne una di nuovo,  la quale resista a' cavalli e  non
    abbia  paura  de' fanti: il che lo far la generazione delle arme e la
    variazione delli ordini;  e queste sono di quelle cose che,  di  nuovo
    ordinate, danno reputazione e grandezza a uno principe nuovo.
    Non  si debba adunque lasciare passare questa occasione,  acci= che la
    Italia vegga dopo tanto tempo apparire uno suo  redemptore.  N  posso
    exprimere  con  quale  amore  egli  fussi  ricevuto  in  tutte  quelle
    provincie che hanno patito per queste illuvioni externe,  con che sete
    di vendetta,  con che ostinata fede,  con che piet,  con che lacrime.
    Quali porte se li  serrerebbono?  Quali  populi  gli  negherebbono  la
    obbedienza?  Quale  invidia  se  li  opporrebbe?  Quale  Italiano  gli
    negherebbe lo obsequio? Ad ognuno puzza questo barbaro dominio.  Pigli
    adunque  la  illustre Casa vostra questo absumpto,  con quello animo e
    con quella speranza che si pigliono le imprese iuste, acci= che, sotto
    la sua insegna,  e questa patria ne sia nobilitata  e,  sotto  li  sua
    auspizii, si verifichi quel detto del Petrarca, quando dixe:

    "Virt contro a furore
    prender l'armi, e fia el combatter corto,
    che l'antico valore
    nelli italici cor non  ancor morto".


    NOTA:  I numeri romani che accompagnano i nomi dei regnanti sono stati
    da noi traslitterati per favorire l'eventuale ascolto con  la  sintesi
    vocale ("Il Bivacco").
