GIOVANNI LOVERO.

LA CONGIURA DEI BARONI.

Correva l'anno del Signore 1480: un anno nel quale si cominciava a tirar le
fila di tutta una politica, quella di Ferdinando d'Aragona, signore del
napoletano. Ferdinando, all'uso spagnolo Ferrante, era divenuto re nel 1458,
l'anno in cui era morto Alfonso, detto il Magnanimo, suo padre. Questi, che
era stato adottato da Giovanna II di Napoli nel 1421, s'era impadronito di
gran parte del reame, ma dopo alcuni tentativi di rimanere in sella era stato
costretto a tornarsene in Aragona. Allorch Giovanna II era morta (la qual
cosa era accaduta nel 1435) aveva ritentato la fortuna guerreggiando contro
Renato d'Angi; ma le faccende avevano assunto una brutta piega con la
sconfitta di Ponza dello stesso 1435, e solo un accordo col Visconti aveva
consentito all'ambizioso Alfonso, di occupare la citt di Napoli, il che era
accaduto nel 1442. Qui Alfonso (V d'Aragona, I di Napoli) aveva introdotto
subito usi e istituzioni spagnole.
Eccoci in piena storia. Una storia aggrovigliata, fatta di ambizioni
insoddisfatte, di smisurate volont di potenza, di lotte all'ultimo sangue, di
umilianti patteggiamenti. Una storia sul cui sfondo fa la sua apparizione,
quasi un incubo, la figura di Maometto II, il conquistatore di Costantinopoli.
Maometto: il solo nome ispirava terrore; il nome di chi, sull'osanna ad Allah,
porter la furia dell'Islam fin nel cuore della vecchia Europa, minacciandola
nelle strutture vitali, quasi un cancro o una lebbra che minassero un
organismo fino ad allora sano, ancorch scrollato da pesti e da guerre
intestine, fin nel cuore di un lembo del mondo in cui si andava consolidando
una civilt dalle radici antiche e dalle mire universali.
E' dunque in questo quadro e con queste premesse che va anche vista la
congiura dei Baroni o, per meglio dire, la rivolta dei feudatari, dei signori
del regno di Napoli, contro Ferdinando I d'Aragona il quale, con l'aiuto del
figlio Alfonso, la reprimer con ferocia non comune arrestandone e
giustiziandone i capi.
Ecco dunque i fatti di cui ci occuperemo. Abbiamo detto di Alfonso... Alfonso
era il duca di Calabria, soprannominato il guercio, primogenito di Ferdinando.
Di lui si dir che maneggiava ogni cosa. Giovane dall'indole feroce e portata
all'esercizio delle armi (il che equivale a dire che era un brutale
guerriero), Alfonso voleva solo una cosa: accendere la miccia della guerra
dovunque potesse; attraverso la guerra, infatti, pensava di procacciarsi fama
e ricchezze; attraverso la guerra pensava di rifarsi di ci che aveva
incautamente perduto nei precedenti tentativi. Ecco, in sintesi, l'animo di
questo giovane, un temperamento mai soddisfatto e sempre a caccia del di pi;
se infatti perdeva, aveva tutte le ragioni per concedersi il diritto di
rivincita, ma se per avventura vinceva, gli veniva una sete di possesso e di
vittoria da cadere nel patologico.
E sar appunto quest'uomo che verr dal padre associato nell'impresa di domare
i feudatari ribelli, impresa che Alfonso condurr a termine con il titolo di:
vicario generale.
Ma abbandoniamo un po' i preamboli, altrimenti si rischia di anticipare i
fatti e addirittura di denunciarne prematuramente lo svolgimento, e
immergiamoci nella situazione, cominciando con il presentare alcuni comprimari
della scena politica del tempo, dopodich passeremo a dare un'occhiata anche
alle comparse: non guasta mai.
Cominciamo da Antonello Petrucci, professione segretario. Antonello Petrucci
era nato a Teano da una famiglia che non navigava certo nell'oro. Era stato
allevato nella citt di Aversa nel casertano, all'ombra del duomo di San
Paolo; un agglomerato urbano una volta fiorente, ma che sotto gli Angioini
aveva conosciuto tempi duri e una certa decadenza, ecco l'Aversa in cui per un
certo tempo compare il nostro uomo. (D'altra parte sempre meglio Aversa che
Teano...)
Siccome non era certo uno stupido, era stato messo come aiuto notaio presso lo
studio dell'aversano Giovanni Ammirato, un uomo influente che passava per uno
dei migliori conoscitori dell'ambiente in cui operava. Ora, l'Ammirato si era
subito accorto che quel giovane che gli era stato mandato, non era uno di quei
soliti praticanti da quattro soldi, che passano il loro tempo mordicchiando la
penna e guardando per aria, ma aveva, anzi, stoffa, e quel che pi conta,
intelligenza.
Cos Giovanni Ammirato, pensando che non fossero soldi buttati via, ma che
prima o poi avrebbero reso qualcosa, il che, insomma, era pur un giustificare
l'insolito investimento, s'era dato da fare perch quel giovanottino sveglio
imparasse a fondo il mestiere. Ma capiva che Antonello avrebbe potuto fare
assai di pi e rendersi anche maggiormente utile al suo protettore; cos lo
aveva collocato fra i segretari di Giovanni Olzina, il quale a sua volta
svolgeva la medesima funzione presso il re Alfonso I. L'Olzina era in ottimi
rapporti con l'Ammirato, tanto da intrecciare con lui una fitta corrispondenza
e da essere accolto come ospite ogniqualvolta si recasse ad Aversa. E proprio
da questa relazione nascer la duplice circostanza che far di Antonello
Petrucci quello che oggi si definirebbe una potenza. Vediamo come.
A casa dell'Olzina, Antonello Petrucci conosce e viene ammaestrato nientemeno
che da Lorenzo Valla. Il romano era un umanista di prim'ordine, uno storico
notevole e un... piantagrane. Sar proprio lui, infatti, a dimostrare la
falsit della donazione costantiniana creando cos un notevole imbarazzo alle
autorit ecclesiastiche che dal 1442, anno della scoperta, gli giureranno odio
aperto. Latinista impareggiabile (sar, non per nulla, l'autore
dell'Elegantiarum latinae linguae) inculcher nel giovane allievo la passione
per i codici e le pandette, per gli autori dell'et imperiale e per i poeti
cari ad Augusto. Sotto la guida di un simile maestro Antonello non poteva non
riuscire un cervello di prim'ordine; si dice, infatti, che il greco esalti
l'intuizione mentre il latino la deduzione: entrambe queste capacit mentali
non faranno mai difetto ad Antonello.
I progressi fatti negli studi da Antonello non potevano non meravigliare anche
il suo secondo protettore, o datore di lavoro che voglia considerarsi. Ma in
particolare quello che sorprende favorevolmente l'Olzina,  la capacit che
Antonello dimostra di saper cavarsi d'impaccio in ogni circostanza. Cos a
poco a poco prende l'abitudine di delegare un po' dei suoi incarichi al
giovane, che alla fine sar distaccato presso il re, come vice dello stesso
Olzina. Ci permetter a Ferdinando, allorch salir sul trono alla morte del
padre, di tenere con s questo giovane le cui capacit aveva gi avuto modo
d'apprezzare e di farne il suo segretario particolare. Con la pratica fatta
presso l'Olzina, tutto un avvenire si  dunque dischiuso di fronte ad
Antonello Petrucci, la cui fama e le cui ricchezze ben presto daranno ombra a
un nugolo di invidiosi e di cortigiani.
Ma veniamo adesso al secondo dei personaggi che vogliamo presentarvi. Si
tratta di Francesco Coppola. Francesco al contrario di Antonello, era nobile,
figlio di una delle pi antiche famiglie di Napoli.
Francesco, non essendo n uno studioso n un uomo di cultura, si era dato con
notevolissimo successo alla mercatura... Ecco come un antico biografo
descriverebbe il nostro individuo. E, in effetti, come mercante Francesco
Coppola era inarrivabile. Conosceva tutto e tutti e s'intrufolava per ogni
dove, tanto che Ferdinando penser di arricchire e di rimpinguare le proprie
finanze affidando parte dei commerci a quest'uomo, che la sapeva tanto lunga.
Dal canto suo il Coppola non aspettava che un'occasione come questa per farsi
avanti e appagare la propria ambizione, oltrech per arricchirsi, dal momento
che, se i commerci sotto le sue mani fiorivano, gli mancavano per
quell'autonomia e quella libert che solo attraverso la protezione della
massima autorit si potevano conseguire. E cos, da ricco, Coppola diverr
ricchissimo. Ferdinando dal canto suo gli aveva anche dato l'incarico di
svolgere un complesso di attivit sul filo del rasoio, al margine cio delle
leggi, ma che perci stesso si rivelavano massimamente lucrative. Ferdinando,
cos facendo, mostra per di avere in certo qual modo sottovalutato l'uomo,
poich non  stato in grado di individuarne la smisurata ambizione. Il fatto
stesso che tutte le corti del Mediterraneo lo ricevessero con pieni onori, che
godesse la stima e la fiducia dei banchieri e dei commercianti fra i pi
quotati, che fosse obbedito dai suoi marinai come se il monarca fosse lui, lo
far insuperbire al punto da non ritenersi secondo a nessuno (nemmeno allo
stesso sovrano), almeno per quel che riguardava i traffici e i commerci.
All'ambizione e alla sete di onori e di riconoscimenti, Coppola univa il culto
della ricchezza; la sua casa era fra le pi sontuose che si potessero
immaginare, il suo temperamento di anfitrione fra i pi adulati. E tanto pi
cresceva la sua ricchezza, quanto pi le casse reali andavano impoverendosi,
segno che il Coppola sapeva benissimo farsi i propri affari curando poco
quelli del monarca.
Cos van le cose. Ma  scritto che anche nella storia ogni azione provochi
delle reazioni di natura uguale e contraria (se non addirittura superiori in
intensit e forza). E lo stesso Coppola dovr sperimentare di persona
quest'assioma. La persona che aveva in cuor suo dichiarato guerra allo
strapotere del segretario e del Coppola, era un personaggio che abbiamo gi
nominato; l'avrete, immagino, sicuramente gi individuato nel Guercio. Ma non
era solo lui a covare odio e invidia nel proprio animo; c'erano altre persone
e fra queste il conte di Maddaloni, Diomene Carafa. Come si vede la cosa per
il momento non usciva dai limiti del casertano...
Il Coppola (che, detto per inciso, era conte di Sarno) e il nostro Antonello
Petrucci, decidono allora di fare fronte comune per parare eventuali colpi
mancini sferrati dalla fazione avversa, le cui manovre non avvengono certo al
coperto del segreto. Cos partono all'attacco... dell'animo reale e si
rivolgono al cuore di Ferdinando, gi continuamente sobillato contro di loro
dal duca di Calabria, ovvero dal Guercio poc'anzi citato. Finora Ferdinando si
 ostinatamente rifiutato di prendere qualunque provvedimento nei confronti di
due persone che erano state in fondo chiamate da lui, e che sino a prova
contraria lo avevano servito fedelmente. Cos il pi audace dei due, ovvero il
mercante-conte Coppola decide di affrontare a viso aperto il re e gli
spiattella questo discorsino: Maest, io immagino che voi non vi divertiate a
perseguitare i vostri servitori, come invece traete diletto dal cacciare ed
inseguire le fiere, n credo che ci abbiate tenuti alla vostra corte
unicamente per poi dovervi un giorno sbarazzare di noi. Per fortuna,
nonostante le pressioni di vostro figlio, abbiamo saputo che il nostro signore
era molto pi umano di quanto fosse lecito supporre; ma tuttavia dobbiamo
lagnarci che sua signoria il duca di Calabria sia mal consigliato da persone
che hanno i loro interessi alla cosa. Insomma, Maest, io mi sento odiato dai
Baroni, dato che mi avete colmato di tali favori da rendermi pari se non
superiore a loro e a questo punto devo prevenirvi del cocente desiderio che
cova in loro di nuocere a questa corona e di spogliarvi del regno...
Pi parlar chiaro di cos! Era persino sconveniente, tanto poco teneva conto
dell'etichetta e della forma questo discorso; un parlare tuttavia che non
finiva certo l, dato che le cose che aveva da dire il Coppola erano ben pi
numerose: ...se io avessi mai saputo che al signor duca sarebbe stato
necessario il mio appoggio, o se avesse avuto egli bisogno della mia
esperienza, senza nemmeno pensarci su l'avrei servito come meglio non si
sarebbe potuto...
Ma c'era il problema dei consiglieri fraudolenti, proprio di quei feudatari (o
Baroni) come il Carafa, che pi volte si erano opposti apertis verbis ed anche
coi fatti a Ferdinando. Il tutto complicato da una situazione politica
generale quanto mai confusa con il turco (come allora veniva chiamato) a due
passi e la minaccia costante sui propri confini. E il Coppola parla anche di
ci. Dopo di che getta sul tavolo con noncuranza la sua proposta: Se il
sovrano ha bisogno delle sue ricchezze le prenda pure, ma non gli faccia venir
meno la sua fiducia e la sua protezione.
Insomma il Coppola gioca il tutto per tutto. A costo di venire accusato di
calunnia nei confronti del figlio del sovrano, a costo di esser cacciato dalla
sala delle udienze con infamia o di esporsi al rischio di castighi e di
pericoli non indifferenti, egli manifesta accuse quanto mai esplicite e chiede
garanzie; come contropartita i suoi averi sono l a garantire la propria
fedelt e le proprie oneste intenzioni. Inutile dire che Ferdinando all'udire
queste parole si fa pallido in volto; il viso tradisce stizza e malumore e le
parole denotano meraviglia. Una scena da melodramma, veramente.
Ma lasciamo un attimo da parte questa scena e passiamo a presentarvi il
protagonista principale: lui, Ferrante. Un uomo ambiguo, calcolatore, un
prodotto della sua epoca ma anche di secoli di spagnolismo e di pragmatismo
politico. In astuzia non lo batte nessuno. Guardiamolo bene in faccia. Il viso
flaccido, le gote che tendono a cascare gi in giovent, il naso dritto,
aguzzo, da intrigante, gli occhi gonfi con due borse pesanti che scendono fin
quasi a met gota, perennemente arrossate, lo sguardo penetrante, il mento
rotondo. In giovani della sua et le sopracciglia sono ancora sottili ma
tenderanno a ispessirsi con l'avanzare degli anni fino a diventare due
cespugli. La bocca in particolare riesce odiosa. Da ragazzo, poi, suscita, a
vederla, immediata diffidenza: il labbro superiore praticamente non esiste; 
un taglio; invece quello inferiore sporge fra due pieghe laterali in un che di
laido e crudele al tempo stesso; una bocca che si muter in un ghigno di
disgusto e di disprezzo. La fronte  relativamente bassa e tormentata, quasi
come il decorso dei pensieri.
La sua scrittura tradisce in ogni passo il politico, colui che  capace di
prendere le pi terribili decisioni a mente fredda;  nitida, precisa, seppur
con qualche ripensamento, la penna che indugia a correggere e perfezionare ora
questa ora quella lettera.
Le sue idee sono poche ma chiare: sbarazzarsi dei residui francesizzanti del
suo regno, annientare coloro che gli oppongono un'orgogliosa potenza di
feudatari, consolidare il reame perch il duca di Calabria possa rilevarlo in
tutta la sua potenza. Per questo  disposto, come ogni altro principe del suo
tempo, ad allearsi anche con il diavolo. E', l'abbiamo detto, un realista, e
basta. Anche la naturale cornice artistico-letteraria con la quale s'era
pavoneggiato suo padre, Alfonso detto per questo il Magnanimo, serve a lui
unicamente in quanto talvolta gli tiene bordone nel disegno politico.
Come dir di lui il Pontieri: nella sua azione quotidiana non perdette mai di
vista l'interesse dello Stato, che poi non poteva non identificarsi col suo
interesse personale e dinastico. Il regno di Napoli, lo Stato che il padre gli
aveva lasciato in eredit, ma che egli dovette conquistarsi palmo a palmo in
una guerra furibonda contro il pretendente angioino e una formidabile
coalizione di baroni ribelli, era povero e senza troppa coesione politica; ed
egli dovette combattere tutta la vita sia per signoreggiare all'interno
potenti forze malfide, sia per assicurare al paese la sicurezza, il rispetto e
il prestigio; e fu una lotta combattuta pi con accorgimenti, con astuzia e
abilit nel commercio con gli uomini, che non a suon di danaro e di armi che
difettavano...
Il denaro: l'incubo degli aragonesi; le casse napoletane erano cronicamente
vuote, mentre quelle dei signori e dei vassalli, irrequieti abitatori dei
castelli del casertano o dei dintorni, mostravano a tutti l'orgogliosa loro
opulenza. Il trono di Ferrante  un trono traballante quant'altri mai; non ha
dietro di s la forza di una banca potente e ricca come quella medicea n i
proventi del commercio veneto e neppure l'appoggio di una monarchia grande e
forte come la Francia la quale, anzi, mostra di continuo un volto nemico e
ostile.
L'Aragona: una terra che rappresenta il bacino di un fiume che nasce dai monti
Cantabrici, l'Ebro; un suolo essenzialmente agricolo, vigne ed oliveti, un
regno che Alfonso il Magnanimo aveva riunito nel 1420 al Napoletano e che solo
le nozze di Isabella di Castiglia potranno allargare territorialmente. Ma
anche l, in terra spagnola, il denaro scarseggia.
I tempi in cui Ferrante fa la sua apparizione sulla scena italiana sono duri:
gli svizzeri compiono continue incursioni, i principati, gli stati e gli
staterelli sono dissanguati dalle guerre e dalle epidemie: una sola di queste
far in Milano pi di cinquantamila vittime in un colpo. Le campagne recano i
segni del ricorrente flagello bellico, mentre le citt sono fortezze minate
dalle congiure e dalle lotte di palazzo, rette da signori sanguinari e
violenti che cercano come possono di stare a galla, costi quel che costi. La
penisola intera  in mano ai capricci dei condottieri che cambiano di bandiera
e di campo con la facilit con cui si cambia d'abito e che di solito, dopo
lungo penare per crearsi una signoria propria retta sullo strepito delle lance
tedesche o borgognone, muoiono miseramente uccidendosi volentieri fra di loro.
Guardiamo alle ultime ore di Andrea Fortebracci, meglio noto come Braccio da
Montone, il condottiero di Perugia, citt nella quale era nato nel 1368. Si sa
che Braccio mor all'Aquila combattendo contro il pontefice Martino V nella
difesa dei suoi stessi domini, che si era creato a spese dello Stato della
Chiesa proprio nell'Umbria che lo aveva visto nascere. Ebbene Braccio da
Montone fa una fine straziante, orribile. I suoi soldati, sgominati dagli
sforzeschi, fuggono d'ogni parte, inseguiti dai vincitori assetati di sangue e
di bottino. Braccio, dopo aver dato uno sguardo a tanto sfacelo, fugge anche
lui cercando riparo nelle terre confinanti; si  tolto l'elmo;  sporco,
stanco, sfiduciato. Mentre si sta allontanando a cavallo, un cavaliere nemico
lo raggiunge; d di sprone ma l'altro, pi fresco, lo incalza da presso: quel
cavaliere lo ha riconosciuto e gli grida di arrendersi allo Sforza; Braccio
non gli d retta e forza la cavalcatura; ma dopo le inutili richieste il suo
inseguitore decide di abbatterlo e gli mena un fendente con la spada; la lama
lo colpisce alla testa e al collo per fortuna in modo non grave, ma Braccio
rotola a terra. Subito altri inseguitori gli sono addosso, lo afferranno, lo
trascinano prigioniero; grondante sangue  portato a Bazzano; qui il giovane
figlio di Muzio Attendolo Sforza gli fa visita, gli chiede di sottomettersi.
Braccio tace; per due giorni viene curato, ma alla fine del secondo, mentre il
medico gli sta pulendo la ferita con un batuffolo di garza e un ferro sottile,
lo Sforza entra, con un gesto deciso strappa di mano il ferretto al chirurgo e
con violenza lo pianta nel mezzo della ferita di quell'uomo che riverso sul
letto non pu difendersi. Pochi istanti dopo, con lo strumento ancora
conficcato profondamente nel capo, Braccio da Montone esala l'ultimo rantolo.
Tempi duri, ovunque e per tutti. Le cronache del milanese sono dense di
episodi terrificanti e atroci; quelle dello Stato della Chiesa annoverano nomi
che suoneranno simbolo di vituperio. Non sono papi son brutali guerrieri
quelli che si avvicendano sul trono di San Pietro. La stessa Firenze vede
morire nel sangue e fra le crudeli vendette di Lorenzo de' Medici, la congiura
dei Pazzi. Ma soffermiamoci un attimo su questo secolo buio. Una brevissima
panoramica, cos a volo di uccello, tanto per inquadrare meglio il modo con
cui Ferdinando o Ferrante d'Aragona far strage dei suoi due collaboratori
Coppola e Petrucci e di altri loro comprimari in quella che passer alla
storia come la: congiura dei Baroni.
Giovanni Maria Visconti muore assassinato; siamo agli albori del secolo; gli
succede Filippo Maria, suo fratello, che sposa Beatrice di Tenda, la vedova di
un guerriero, il condottiero Facino Cane che le ha lasciato ricchezze e beni
in soprannumero. E' Filippo Maria Visconti a vincere il padre di Ferdinando,
Alfonso V d'Aragona, in quel di Ponza, grazie all'appoggio dei genovesi.
Alfonso  fatto prigioniero ma riesce a persuadere il Visconti ad appoggiarlo
nella riconquista del napoletano. Milano paga lo scotto con la perdita
dell'alleanza genovese. La figlia di Filippo Maria sposa intanto Francesco
Sforza, altro condottiero che diverr, com' noto, duca di Milano con la pace
di Lodi del 1454 dopo una serie di alterne vicende che vedono, fra l'altro,
anche il sorgere di una Libera Repubblica Ambrosiana.
La pace di Lodi  uno di quei patetici, ennesimi tentativi fatti per
dimostrare che il problema dell'assetto politico italiano riguarda unicamente
i figli della penisola e non gli stranieri. L'Italia agli italiani dunque. Ma
questi italiani sono divisi quant'altri mai, zimbello delle loro stesse
querimonie e vittime delle interminabili lotte di parte e divisioni intestine.
La pace  tuttavia l'inizio del quarantennio di pace che permetter la
fuggevole stagione artistica e letteraria del Rinascimento.
Ecco quindi, in questa cornice, assumere un aspetto e un'importanza inconsueti
la sfumata personalit di Lorenzo il Magnifico, signore di Firenze, che per,
come abbiamo gi anticipato, dovr affrontare, nel 1478, la congiura dei
Pazzi.
Il papato  intanto travagliato da lotte di fazione e problemi espansionistici
di natura territoriale. Ecco Callisto III, ovvero Alfonso Borgia, cercare di
impiantare una struttura nepotistica con il favorire due nipoti, poi
cardinali, e con il dare a un terzo il ducato di Spoleto. Lo stesso si pu
dire nella bandiera che ha come simbolo una quercia dai rami intrecciati a
ghirlanda, quella dei della Rovere, il cui primo esponente, ovvero Sisto IV,
Francesco della Rovere, creer per il nipote, l'ambiziosissimo Gerolamo
Riario, lo stato di Imola. L'altro della Rovere che far parlare di s sar
Giuliano, cardinale di San Pietro in Vincoli, succeduto poi con il nome di
Giulio II al famigerato Alessandro VI. Prima di quest'ultimo si colloca
proprio quell'Innocenzo VIII, ovvero Giovan Battista Cybo, che favorir la
congiura di cui ci occupiamo.
Il secolo quindicesimo  quello della caduta della gloriosa citt di
Costantinopoli, che deve cedere nel 1454 alla pressione islamica;  quello del
Mediterraneo in fiamme con le continue scorrerie arabe;  il secolo delle
Compagnie di ventura e degli Stati che si fanno e disfano alla ricerca di una
complicata alleanza e di un equilibrio che non si raggiunger mai se non sulla
carta di documenti e di trattati, presto stracciati e buttati in un canto. E'
l'et d'oro del tradimento e della malafede, dei patteggiamenti pi ripugnanti
e delle pugnalate alle spalle.
Alfonso il Magnanimo aveva lasciato dietro di s quel marasma che poteva venir
fuori da una natura eccessivamente idealistica, costretta a vivere in tempi
poco favorevoli: le finanze nel dissesto cronico che gi conosciamo, le lotte
fra i feudatari che si erano riaccese subito dopo la sua scomparsa, una
legione di letterati e di artisti rimasti adesso senza mecenate e senza
quattrini. L'idea di grandezza che l'aveva sostenuto durante il suo regno era
scomparsa nel caos, e ci che aveva creduto di fare aveva miseramente cozzato
contro la frammentaria realt delle cose.
Era inevitabile quindi che il suo figlio illeggittimo, Ferrante, dovesse far
macchina indietro e cercare di seguire una strada completamente diversa da
quella paterna.
Nato a Valencia, probabilmente intorno al 1435, si era visto negare dal papa
Callisto III con bolla del 14 luglio 1458 il riconoscimento pontificio alla
successione sul trono di Napoli. La sua infanzia era trascorsa secondo i
modelli tradizionali dell'epoca, con molta religiosit formalmente ostentata,
tutta all'ombra del padre che sembra nutrisse un vivissimo affetto per il
figliolo. Quella religiosit, d'altra parte, era naturale in chi come Ferrante
cresceva in un ambiente spagnolo estremamente riguardoso verso i simboli del
cattolicesimo, tanto che questi simboli riaffioreranno anche nel duca di
Calabria, nonostante la natura di soldato rotto a tutte le battaglie che
faceva del primogenito di Ferrante una specie di crudele condottiero.
Amava i vestiti, le belle cose, il lusso. E amava molto anche le belle donne,
specie se avevano i caratteri delle bellezze tradizionali del suo paese: pelle
ambrata, occhi languidi, carnagione vellutata e membra flessuose, tanto da
avere un vero nugolo di figli illegittimi sia prima sia dopo il suo
matrimonio, un legame questo puramente politico come si usava al tempo. Per
Ferrante, infatti, Alfonso aveva messo gli occhi sulla non certo attraente
figlia di Carlo VII, poi su una delle figlie del duca di Borgogna e infine si
era deciso a sposarlo con Isabella di Chiaramonte, figlia di Tristano di
Copertino e nipote del principe di Taranto Giovan Antonio Orsini, uno dei pi
turbolenti Baroni del reame. Era stata indubbiamente una concessione alle
necessit locali, dato che con l'opposizione dei feudatari qualunque monarca
sarebbe stato seduto su una vera polveriera.
Dal matrimonio nascer la piccola belva di casa, colui che sar il pi odiato
nome di tutto il Meridione: Alfonso II. Il bimbo vedr la luce il 4 novembre
1448...
Abbiamo parlato della nascita di Alfonso; ma si dovrebbe, almeno per dovere di
cronaca, accennare alla secondogenita Eleonora e al fratello di lei Federico
e, infine, a Giovanni, nato il 25 giugno del 1450, penultimo dei maschi (il
sesto ed ultimo dei sei figli legittimi fu Francesco, nato dopo Beatrice).
Giovanni d'Aragona sar colui che nel settembre del 1471 capiter a Roma per
render grazie al pontefice Sisto IV che lo aveva insignito della commenda di
Montecassino, l'abbazia appollaiata sulla rocca nei pressi di Frosinone: una
delle pi antiche, essendo stata fondata nel 529 da San Benedetto, e anche
delle pi ricche, avendo goduto durante tutto il Medio Evo di una notevole
prosperit e fama.
Lasciamo adesso da parte i quadretti familiari e le noiose genealogie e
passiamo addirittura all'incoronazione di Ferrante, una cerimonia orchestrata
a puntino e nella quale feudatari amici e vassalli nemici recitano parti
prestabilite inchinandosi con perfetta armonia al nuovo re. L'episodio avviene
il 4 febbraio 1459, nonostante l'ostilit del pontefice Callisto cui abbiamo
gi accennato poc'anzi. Comunque Callisto passer a miglior vita il 6 agosto
dello stesso anno, lasciando quindi cos il campo libero a Ferrante che verr
investito del reame dal papa Pio II il 12 novembre, sempre del '59...
Nel muro, dietro all'arco di trionfo, del castello aragonese  ancora oggi
visibile una scena scolpita da Pietro da Milano, un po' mutila  vero, ma
sempre efficace:  la rappresentazione dell'incoronazione, avvenuta a
Barletta. Officiante il cardinale Latino Orsini. Presenti tutti i Baroni in
pompa magna. Questo era il coronamento di tutta una serie di manovre che
avevano gi visto i feudatari arrivarsene alla corte di Alfonso il 28 febbraio
1443; nella circostanza avevano presentato la propria adesione al sovrano che
ufficialmente, dietro le continue preghiere e pressioni dei Baroni, aveva
accettato, il 2 marzo, di nominare Ferrante... principe ereditario. E bravo il
nostro Alfonso! Oggi avrebbe ricevuto senza dubbio il premio per la migliore
regia.
Ma, come vedremo, anche se in circostanze pi drammatiche e violente questo
avrebbe dovuto toccare anche al principe stesso quando, da re, soffocher nel
sangue la seconda e pi importante lega baronale antidinastica, quella appunto
di cui stiamo occupandoci...
Tornando all'incoronazione, diremo che fu fatta coniare anche una bella
monetina, il coronato; insomma, tutto il galateo e la prassi dell'epoca
saranno rispettati a puntino.
Questa adesione baronale non doveva per illudere nessuno: l'ostilit dei
feudatari travaglier il regno di Ferrante fino all'ultimo, cosicch pi che
di una congiura, si dovrebbe parlare di una lunghissima guerra fatta di
sotterfugi, di patti con l'esterno, di stipulazione di alleanze con nemici del
sovrano, di sobillazione della stessa corte papale nei confronti degli
Aragona. Se, infatti, restringiamo la nostra attenzione, mettendo a fuoco
soltanto un particolare come la repressione ferdinandesca del complotto
orditogli contro dal segretario e dal Coppola,  unicamente per non perderci
in un vero ginepraio di situazioni che hanno davvero del paradossale e
dell'incredibile, tanto da riuscire perfino difficilmente ammissibili anche
per uno spregiudicato lettore dei nostri giorni.
Basti accennare al fatto che il 30 maggio 1462 il re Ferrante sfuggir di
stretta misura, e grazie alla propria agilit, all'attentato sferratogli da
Deifobo d'Anguillara e Giacomo da Montagano, sicari di Marino Marzano duca di
Sessa e principe di Rossano, il quale, guarda caso, era il cognato... dello
stesso monarca. Episodio fatto immortalare da Ferrante sul portale bronzeo di
Castel Nuovo (opera di Guglielmo Monaco).
E senza poi contare il fatto che ad ogni pi sospinto i feudatari infidi
dell'aragonese erano pronti a schierarsi in favore dei francesi, ben lontani
dall'aver distolto il loro sguardo dal ducato.
Ma torniamo a quel 1480, anno del Signore, dal quale abbiamo preso le mosse,
dopo aver semplicemente anticipato due notizie che chiariscono meglio la
politica di alleanze, di patti e di accordi che rimarr sempre il fondamento
del regno di Ferdinando; intendiamo parlare di due matrimoni, quello della
figlia naturale Maria con il nipote del pontefice Pio II, Antonio Piccolomini,
e le nozze di Alfonso con la dottissima Ippolita Sforza, la cui lingua materna
pareva esser stata il latino, tanto essa lo parlava con scioltezza e
propriet. Nozze quest'ultime cos sontuose da lasciare con la bocca aperta
tutti i presenti, un gesto insano e un voler gettare la polvere negli occhi
agli astanti da parte di chi, come Ferrante, aveva un regno perennemente
sull'orlo della bancarotta.
Ed  proprio per evitare ad ogni costo questa bancarotta che egli accetter
nel napoletano gli ebrei cacciati da ogni parte d'Europa, tanto da farsi beffe
anche dei vari frati predicatori che puntualmente facevano la loro comparsa a
corte per persuaderlo a una... inquisizione casalinga. Gli ebrei, con i loro
commerci e i loro traffici, gli servivano per sostenere le impalcature
traballanti del suo Stato. Ma questo spiega anche la fortuna e l'ascesa di un
uomo come il Coppola, il quale grazie proprio alla sua competenza nella
mercatura e nel commercio marittimo conquister l'animo del monarca e riuscir
a gonfiare smisuratamente la propria borsa...
Il settembre 1480. Otranto, l'antica Hydruntum dei bizantini, posta sul mare
all'ombra della chiesa di San Pietro, cade in mano ai turchi dopo circa venti
giorni d'assedio. Alfonso non riesce a far nulla; le sue truppe sono lontane,
egli stesso viene a sapere della cosa, quando ormai si  spento anche il fuoco
dei saccheggi e delle devastazioni, mentre si trova a Siena di cui aspira a
divenire governatore. Quello di affacciarsi sulla Piazza del Campo e di
percorrere fiero sul cavallo la contrada dell'Oca o di dominare dall'alto il
panorama, lass sulla torre dei Magnia,  un sogno che non realizzer. Riesce
invece, e con questo forse non sa di rendere un vero servizio al mondo
occidentale, a contenere la minaccia turca circondando Otranto con tutte le
truppe che ha in quel momento a disposizione, bloccando sul nascere il
tentativo di Maometto II di conquistare l'Italia meridionale e di farne un
caposaldo per l'avanzata verso il nord. Otranto, saldamente difesa dai turchi
e alimentata dal mare, resister tuttavia a lungo alla pressione esercitata
dai soldati di Alfonso e ci vorr un evento fortuito come la morte dello
stesso Maometto per mettere la parola fine all'episodio. Infatti il 3 maggio
del 1481 il sultano ottomano lascer un vastissimo impero ai figli che
incominceranno tutta una serie di lotte per la divisione del territorio.
Lasciata in balia di se stessa la guarnigione di Otranto sar quindi costretta
ad arrendersi il giorno 10 settembre...
Proprio la questione di Otranto aveva per fatto, come si suol dire, venire i
fumi al collerico Alfonso, il quale si era trovato come sempre a corto di
denaro per mantenere i soldati. E aveva affrontato il padre cercando di
persuaderlo a spazzare via quella ciurma parassitaria di segretari e
commercianti che lo stavano succhiando come tanti afidi; i nomi di Petrucci e
Coppola erano i primi della lunga lista nera che Alfonso aveva ben chiara in
mente.
Eppure Alfonso sapeva benissimo che i soldi per l'impresa d'Otranto erano
venuti proprio dai due, specie dal Coppola che aveva addirittura allestito una
flotta a sue spese; il segretario, invece, si era limitato ad anticipare una
fortissima somma di denaro, dando cos l'avvio a quella che in seguito diverr
una consuetudine, tanto che a Napoli correr la voce che in tal modo il
Petrucci soleva comperare il silenzio di Federico.
Circa un anno dopo la resa di Otranto, comunque, e precisamente il 21 agosto
1482, Roberto Malatesta sconfigge Alfonso duca di Calabria a Torre di
Campomorto, una disfatta dalla quale lo stesso duca si salva a stento. E' un
episodio della celebre guerra di Ferrara, quella che doveva avere un vincitore
Venezia, la quale riuscir a vedersi assegnato il Polesine con la pace di
Bagnolo del 1484, ma non potr mettere le grinfie sulla citt di Ferrara come
sperato.
E' inutile, comunque, addentrarci in queste vicende che vedono implicati ora
l'uno ora l'altro degli Stati italiani, e che rappresentano il risvolto del
complicatissimo sistema di equilibrio guerreggiato che  la vera rovina
dell'Italia del tempo. Un sistema nel quale il ruolo svolto dal ducato di
Milano si rivela tutt'altro che piccolo e di scarsa importanza. Un ducato
dalla storia travagliata come abbiamo gi detto. In questo periodo e
precisamente dal 1476,  duca di Milano Gian Galeazzo Sforza che essendo nato
nel 1469  posto sotto la tutela di sua madre, Bona di Savoia, reggente. Dal
1480 questo fanciullo sar posto sotto l'ombra inquietante di Ludovico il Moro
che, com' noto, finir per relegarlo a Pavia provocandone, forse, la morte
nel 1494.
Bagnolo... ovvero Bagnolo Mella, nella Lombardia, vicino a Brescia: la data
della pace  il 7 agosto 1484. Una pace che permette a Ludovico il Moro di
lavarsi le mani e di trarsi d'impiccio nei confronti di Alfonso, il quale
senza la mediazione del ducato di Milano avrebbe perso l'intero Salento...
La politica spregiudicata di Ludovico il Moro, l'odio nei confronti dei
veneziani, i problemi finanziari causati da guerre senza fine e costosissime,
la sempre maggiore tracotanza dei feudatari e infine i rovesci della fortuna
che sembrava aver volto le spalle al reame di Napoli, avevano reso l'animo di
Alfonso carico di odio e di risentimento. E continuamente il duca di Calabria
andava farneticando della guerra risolutiva, quella che avrebbe piegato in
ginocchio veneti e feudatari, da lui abbinati sul medesimo piatto della
bilancia. Ma i feudatari, i Baroni insomma, erano lungi dal rappresentare una
compagine omogenea o concorde. Le gelosie e le ripicche fra loro non si
contavano, tanto che alla fine della sfortunata guerra di Ferrara, fatta per
difendere gli interessi del marito di Eleonora d'Aragona, figlia di Ferrante,
il conte di Sarno, ovvero il Coppola, e il Petrucci guardavano con notevole
sospetto due potenze locali, vale a dire il conte di Maddaloni e il conte di
Marigliano che sembravano in quel momento godere dei favori reali.
A questo punto, e nonostante proprio il Coppola e il Petrucci avessero
massimamente fatto pressione perch Federico e Alfonso d'Aragona
s'imbarcassero in quell'avventura senza speranza, i due cominciano a
diffondere in tutto il reame la voce secondo la quale il duca di Calabria, a
corto di risorse e leso nel proprio orgoglio, avrebbe desiderato spogliare i
Baroni di tutti i loro beni onde rimpinguare le casse reali e poter nuovamente
muover guerra ai veneziani: una voce che, date le circostanze e soprattutto la
personalit di Alfonso, poteva anche trovare un certo credito. Nasce cos,
quasi senza parere, una nuova congiura, nella quale assume un ruolo di primo
piano Antonello di Roberto Sanseverino, principe di Salerno. La citt di
Salerno era passata in mano a Roberto dopo esser stata persa da Felice Orsini,
colpevole di ribellione. Roberto, nominato ammiraglio, aveva accumulato
ricchezze immense, tanto da potersi considerare a giusto titolo il primo e pi
influente di tutti i feudatari. Morto Roberto gli era succeduto il figlio,
Antonello appunto, che non aveva tuttavia le qualit paterne e che covava
sordo dentro di s un feroce risentimento contro re Ferdinando.
I motivi di questo risentimento erano molteplici; in primo luogo c'era il
fatto che il re non aveva voluto trasmettere al figlio la carica di ammiraglio
che era gi stata del padre; poi venivano i favori concessi a persone che
Antonello stimava dei veri pidocchi e che tuttavia gli venivano anteposte. Ma
soprattutto esisteva un motivo di fondo, e questo era la paura. La potenza dei
Sanseverino era enorme, dava ombra allo stesso re. Quest'ultimo avrebbe
potuto, da un momento all'altro, cercare di attentare alla vita del figlio di
Roberto, per sbarazzarsi cos di un incomodo rivale e per appropriarsi delle
sue ricchezze...
Era la consuetudine aragonese, che spaventava chiunque avesse avuto
dimestichezza con la corte napoletana, quella di innalzare gli uomini per poi
cancellarli dalla faccia della terra. Non per nulla nell'800, quando andranno
di moda le grandiose e sommamente noiose tragedie storiche, la figura di
Ferrante d'Aragona verr assimilata a quella di un sanguinario e feroce
tiranno, mentre i Baroni saranno considerati come le pecorelle vittime della
bieca politica reale. Una semplificazione senza dubbio ma con qualche aspetto
veritiero, anche se i Baroni erano tutt'altro che degli stinchi di santo...
Per giunta nei feroci discorsi del duca di Calabria, compariva spesso il nome
del Sanseverino che veniva paragonato al principe di Taranto, altra vittima
della furia aragonese. Frattanto il pontefice Sisto era morto ed a lui era
succeduto Giovan Battista Cybo con il nome di Innocenzo VIII, un genovese
considerato dai suoi contemporanei come un uomo giusto e umano, ma che
tuttavia aveva il dente avvelenato nei confronti degli aragonesi, sia per la
sua ascendenza angioina sia per il fatto che Ferrante si faceva beffe del
tributo da pagare alle casse papali. Ferrante era un violatore sistematico
degli accordi con la Santa Sede, sia perch si appropriava dei benefici di
conventi e chiese, sia perch disponeva a suo beneplacito dei religiosi
trasferendoli da una sede all'altra, mettendo nei posti pi remunerativi gente
della sua cerchia e del suo entourage, eccetera. Un lato poco simpatico
questo, che va ad aggiungersi al suo sadismo e alla sua crudelt nei confronti
delle persone che solamente sospettasse di tramare alcunch ai suoi danni; e
se si considera la natura sospettosissima dell'uomo non c' affatto da
meravigliarsi se anche i pi sicuri di coloro che frequentavano la corte
aragonese, tremassero a verga a verga durante le crisi di vendetta del
sovrano. Il quale, anche durante i banchetti, si compiaceva di narrare con il
gusto di un satrapo orientale i raffinati trattamenti ai quali sottoponeva i
propri prigionieri, che vedevano realmente l'anticamera dell'inferno nei
lugubri giorni passati nelle malfamate prigioni napoletane.
A proposito di questo lato negativo del carattere del despota, il Pontieri si
domanda: ...era sadismo brutale di vendetta a lungo covata in un animo
invelenito o per natura malvagio? Oppure c'era negli istinti di Ferrante,
nelle vene del quale scorreva sangue spagnolo, qualcosa di quell'efferatezza
che infastidiva i raffinati italiani del Rinascimento per quanto di barbarico
rimaneva negli spagnoli del loro tempo? Certo  che, come gli spagnoli corrivi
al continuo guerreggiare e alla ferocia delle armi e alle correlative
dimostrazioni di forza, Ferrante si esaltava impetuosamente ogni qualvolta si
metteva a domare un cavallo focoso o si lanciava alla caccia di fiere,
passioni entrambe in lui cocentissime.
Innocenzo VIII, papa Cybo: ...fu costui, dice il Porzio, il primo di tutti i
pontefici che s'abbia memoria che con ricchezze e stati onorasse i figlioli
non legittimi, alla luce del sole; infatti, mentre i suoi predecessori avevano
cercato di tener celate le proprie... magagne, pur favorendo in ogni modo i
propri nati o parenti, Innocenzo VIII voleva collocare apertamente i suoi due,
Franceschetto e Teodorina, tanto che pensava appunto di levar di mezzo
Ferrante per mettervi un uomo grato al papa e che in cambio di ci colmasse di
favori il suo Francesco... Tempi che vivi, usanze che trovi.
Dietro Innocenzo VIII si ergeva come figura di consigliere un cardinale della
famiglia della Rovere, proprio quel Giuliano di San Pietro in Vincoli, che era
nipote del pontefice Sisto IV (ovvero il gi nominato Francesco della Rovere)
e che diverr, come si  gi accennato, papa con il nome di Giulio II. Un
animo battagliero, un condottiero e un politico, seduto per caso sul soglio
pontificio. E i consigli di Giuliano non erano certo disinteressati perch
miravano, con il porre Innocenzo contro Ferrante, ad annullare l'influenza
nella curia di Giovanni, il figlio di Ferrante appunto e cardinale d'Aragona,
legato in combutta con un altro cardinale che dava ombra a Giuliano, ovvero
Ascanio Sforza. La prima cosa che fa Giuliano  quella di tracciare un quadro
della situazione napoletana poco meno che catastrofico. Gli aragonesi sono
avari e crudeli; sono ostili al pontefice e si rifiutano di porgergli
obbedienza. I loro intrighi hanno spiacevoli riflessi sulle lotte fra le
famiglie nobili di Roma e basta guardare al comportamento degli Orsini o dei
Colonna... Insomma, tante e tante ne dice il nostro Giuliano che quasi quasi
Innocenzo assolderebbe subito un nugolo di svizzeri per gettarli contro il
confine del reame di Napoli, un regno che ha un solo Stato di fronte a s,
quello della Chiesa appunto, dato che altre minacce non possono venire che dal
mare...
L'appoggio papale non poteva che ringalluzzire da un lato il conte di Sarno e
dall'altro Antonello di Sanseverino, tanto da poter contare su un notevole
numero di feudatari favorevoli a un eventuale rovesciamento della situazione,
per il momento favorevole agli aragonesi.
Ma l'atteggiamento dei Baroni  piuttosto attendistico; fra di essi vi sono i
nomi di Pirro del Balzo, gran conestabile e principe di Altamura, Girolamo
Sanseverino, gran camerlengo e principe di Bisignano, Pietro di Guevara, gran
siniscalco e marchese del Vasto, Giovanni della Rovere, prefetto di Roma e
duca di Sora, Andrea Matteo Acquaviva, principe di Teramo e marchese di
Bitonto e tanti, tanti altri che non  certo il caso di starli a nominare
tutti. L'attendismo derivava dall'incognita del futuro; una volta debellati
gli aragonesi, chi si poteva mettere sul trono di Napoli? Forse i francesi,
altrettanto rapaci degli aragonesi?
Comunque sia, il Coppola e Antonello Sanseverino decidono di indurre il papa a
un'aperta dichiarazione di inimicizia nei confronti di Ferrante e di suo
figlio Alfonso, e spediscono a Roma Bentivoglio Bentivogli, uomo di fiducia
del Sanseverino, con l'incarico di parlare soprattutto a Giuliano della
Rovere. Nel frattempo si concerta un piano strategico perch si possa isolare
in un baleno tutta una notevole fetta di territorio dal Garigliano al Sele,
chiudendo cos Napoli in un cerchio mortale e impedendo qualunque soccorso
dall'esterno, mare compreso. Ma Ferrante  vigile e non si  lasciato sfuggire
le mene dei suoi feudatari; non gli sfugge nemmeno la partenza di Bentivoglio
Bentivogli, per cui manda subito un suo ufficiale della cui fiducia e onest
ha gi avuto prove, e precisamente il capitano Franzi Pastore, con una nave da
guerra a fermare il Bentivoglio e a riportarlo immediatamente a Napoli.
Ma, fortunatamente per lui, la nave sulla quale il Bentivoglio  imbarcato ha
gi acquisito un notevole vantaggio per poter essere raggiunta da quella del
Pastore, partita in tutta fretta.
Nel corso di questo inseguimento, onde prevenire qualunque disegno papale,
Ferrante e il figlio Alfonso dislocano le proprie truppe ai confini con lo
Stato della Chiesa. Non si sa mai; sono persuasi che nonostante l'ambasceria
di Bentivoglio Bentivogli il papa non far nulla, almeno per il momento, ma la
prudenza in circostanze cos ambigue non  mai troppa. E subdolamente Alfonso
approfitter di una circostanza per mettere in grave imbarazzo il Sanseverino,
il quale era divenuto padre da poco e avrebbe dovuto far battezzare il suo
nato. Alfonso gli proporr di fargli da padrino di battesimo. Ora le feste e
le cerimonie familiari erano il mezzo consueto per radunare i propri
sostenitori e fautori e concertare assieme piani di lotta o di resistenza;
qualora il Sanseverino avesse rifiutato, l'oltraggio sarebbe stato gravissimo
e manifesto; accettando rischiava di vedersi piombare addosso uno stuolo di
spie e di informatori che sotto la scusa di far parte del seguito del duca di
Calabria gli avrebbero controllato anche quello che aveva nella scarsella...
Fra le due prospettive il Sanseverino sceglier la terza, quella
dell'attendismo e accamper una scusa apparentemente plausibile; dir,
insomma, che avrebbe comunicato ad Alfonso la data della cerimonia indetta in
concomitanza con l'arrivo di parenti provenienti da lontano e attesi da un
momento all'altro... E cos, rimanda oggi, rimanda domani, Alfonso far in
tempo a partir da Napoli per il suo programma abruzzese: lascer la citt
partenopea il 30 maggio 1485 e arriver a Chieti il 9 giugno.
Timeo Danaos et dona ferentes... E gli esempi di malafede erano molti, troppi,
perch il Sanseverino potesse permettersi il lusso di vedere Alfonso duca di
Calabria in casa sua. Fresco era ancora il ricordo del come suo padre
Ferdinando avesse cercato di ricompensare un uomo che aveva avuto la
dabbenaggine di credergli; si trattava del condottiero Francesco Piccinini, il
quale aveva comandato le truppe angioine contro gli aragonesi. A guerra finita
l'Aragona l'aveva chiamato chiedendogli se era disposto a passare sotto le
proprie bandiere. La cosa non deve stupire, perch rappresentava una
consuetudine a quei tempi; allorch un avversario disponeva di un valente
capitano, si cercava in ogni modo di portarglielo via e di assicurarsene le
truppe. Cos il Piccinini arriver a Napoli senza temere e disposto anzi a
concordare un eventuale trapasso dei suoi mercenari sotto diverse insegne. Non
appena arriver a corte Ferdinando lo far imprigionare e dopo qualche tempo
dar ordine di ammazzarlo, andando poi a dire che era caduto accidentalmente
dalla finestra...
Nel frattempo il Bentivoglio a Roma si dava da fare. Dietro pressione del
cardinale Giuliano della Rovere papa Innocenzo s'era risolto infine a dare
appoggio ai Baroni ma alle sue condizioni. Queste erano: i Baroni dovevano
inviare al papa una supplica scritta in cui chiedevano la protezione del
Vicario di Cristo; i Baroni dovevano dare la loro parola che non avrebbero
cambiato di... campo se non ad ostilit terminate (a questo punto!); i Baroni
dovevano inviare a Roma uno di loro che sarebbe rimasto a Roma per tutta la
durata delle ostilit; i Baroni dovevano approntare un esercito profondendovi
le loro ricchezze e minare dall'interno il reame di Napoli.
In cambio di ci il pontefice era disposto a inviare un suo legato in funzione
di coordinatore nella citt di Benevento, ad esentarli dai tributi nei
confronti della Chiesa, a inviare quanti pi armati poteva e a mettere le
truppe sotto gli ordini di Roberto Sanseverino, il miglior condottiero che vi
fosse allora in Italia e attualmente al soldo dei veneziani, eccetera. La
corona sarebbe andata al duca di Lorena, signore della Provenza e gi
implicato a suo tempo nella guerra per Ferrara.
Alfonso, pur subodorando tutte queste mene, non ci faceva per il momento gran
caso; era tutto occupato nella spedizione abruzzese che aveva come fine
l'acquisto della citt di l'Aquila, una citt curiosamente francofila tanto
che, anni pi tardi, passata l'invasione di Carlo VIII, ricever dal sovrano
francese una richiesta di denaro, quasi che si trattasse di uno stato vassallo
del re di Francia... L'Aquila aveva soprattutto una famiglia molto influente,
quella dei Camponischi, duchi di Montorio, che il duca di Calabria far
arrestare con l'inganno e tradurre a Napoli secondo il suo inveterato costume:
prima colpisci poi scusati; ma le scuse che Alfonso addurr per il tradimento
e l'insano gesto saranno di un cinismo ributtante: infatti Alfonso dir che
con un conte di Montorio libero e seguito dalla popolazione egli non avrebbe
potuto far nulla, mentre gettandolo in carcere le cose avrebbero preso una
piega a lui favorevole. E per rincarare la dose, Alfonso collocher due
presidi sotto il comando di Antonio Cicinello e Iacobello Pappacoda con
l'unico effetto di indurre gli aquilani (che non volevano saperne della
signoria aragonese) a rivolgersi al papa.
Tutte le strade conducevano a Roma quindi e gli effetti di questa convergenza
si faranno presto sentire. Alfonso intanto  sulla strada del ritorno. Non 
ancora soddisfatto; le casse sono sempre desolatamente vuote e capisce che ci
vorr del tempo prima che gli aquilani si adattino a versare tributi. Perci
mette gli occhi sui possedimenti di Orso degli Orsini, conte di Nola e duca di
Ascoli, un uomo che lo aveva sempre servito fedelmente e che aveva militato
nell'esercito reale. Orso aveva una concubina, madonna Paola, una donna che
gli aveva dato due ragazzi da lui adorati. Sentendosi vicino a morte aveva
pregato il suo signore, il duca di Calabria appunto, di mantenere a quei figli
illegittimi lo Stato sul quale aveva signoreggiato fino a quel momento ed
Alfonso non aveva avuto difficolt a promettere. Non si sa se avesse gi
allora in mente quello che avrebbe messo in pratica pi tardi, fatto si  che
per un certo periodo dopo la morte di Orso degli Orsini non toccher un
capello n a madonna Paola n ai suoi due figli. Sennonch, proprio tornando
dalla citt di Aquila, approfitter della debolezza intrinseca di quello
staterello vassallo per invaderlo con le sue truppe e per trascinare
prigioniera la sventurata donna e le due creature; e per meglio perpetrare il
suo inganno superer se stesso in una scena che val la pena di descrivere
tanto  incredibile. La povera donna  ai suoi piedi; il viso a terra lo
supplica di lasciar andar liberi i due figli, che si appropri pure delle loro
ricchezze, non ha importanza, ma non li cancelli dalla vita gettandoli in
un'oscura prigione. Gli accenti sono commoventi, quelle lacrime
commuoverebbero i massi e apparentemente fanno anche breccia nel cuore di
Alfonso, il quale fa alzare la donna e si dichiara disposto a liberare i due
figli, ma a condizione che la donna firmi un rescritto che egli ha gi pronto:
si tratta della dichiarazione che quei fanciulli non sono figli di Orso degli
Orsini; in altre parole sarebbero il frutto di amori di una donna che non 
altro che una concubina e che non pu neppure, quindi, esser chiamata vedova.
Madonna Paola impallidisce, un tremito le scuote le membra, le mani tormentano
la veste; quella dichiarazione equivale a dire che lei non  neppure una madre
onesta... Ma pensando alla prigione e alle sofferenze dei fanciulli, afferra
la penna e firma. Una firma peggiore di qualunque condanna, perch con un
ghigno le far capire, quell'uomo, quel carnefice che ha di fronte a s, che
non  servito a niente; quel foglio non vale per lui nulla: serve solo a
dimostrare in faccia al mondo che quei due ragazzi sono dei poveri bastardi
figli di nessuno e che lei  una volgare meretrice... Mai come in questa
occasione appare il vero volto di Alfonso, un uomo che riunir in s le
qualit pi negative delle genti da cui aveva tratto origine, l'aragonese e la
meridionale, senza assorbirne il minimo pregio, la pi modesta qualit.
Mai come in questo luglio 1485...
Abbiamo gi detto che  difficile dare un'idea precisa del clima di diffidenza
e sospetto reciproco in cui nacque la congiura dei Baroni, ma  ancora pi
arduo seguire passo passo le mosse di ciascuno di loro e in particolare le
mene di Coppola e di Petrucci, talmente ambigue e arruffate da dimostrare che
i due seguivano, ciascuno per proprio conto, una politica di attendismo e di
doppio gioco, pronti ad agganciarsi alla parte che si fosse dimostrata
vincitrice e ad arraffare tutto quanto sarebbe nel frattempo capitato
sottomano.
L'estate 1485 vede comunque il reame completamente paralizzato. Nel clima di
sospetto e di valutazione delle forze in campo le truppe stanno acquartierate
nelle fortezze, i ponti levatoi sono perpetuamente alzati e presidi di
sentinelle rendono in pratica ogni traffico impossibile; nugoli di cavalleria
e di pattuglie in ricognizione portano ovunque confusione e strepito di armi.
Come di consueto a farne le spese sono i contadini, presi nella morsa dei
signori da una parte, della casa regnante dall'altra.
I maneggi del conte di Sarno hanno intanto messo sull'avviso il principe di
Salerno, che cerca di metterlo al muro obbligandolo a firmare la medesima
carta d'adesione alla congiura, e chiedendogli di farla firmare anche al
segretario Petrucci. Ma Coppola nicchia. E come a radicare ancora di pi il
Sanseverino nei suoi sospetti, chiede insistentemente di esser mandato come
ostaggio a Roma, invece di uno qualunque dei Baroni. Tanto strepita che questi
ultimi decidono allora di inviare il gran siniscalco, ovvero il Guevara,
marchese del Vasto. La cosa non  poi cos campata in aria: Vasto  nei pressi
di Chieti, nell'Abruzzo dunque, e perci pi vicina di qualunque altro
possedimento agli Stati della Chiesa. Senza suscitare i sospetti di nessuno,
il gran siniscalco avrebbe potuto in qualunque momento attraversare il confine
e recarsi a Roma attraversando i domini papali. A Roma regna una grande
agitazione. Innocenzo e il suo cardinale consigliere, Giuliano della Rovere,
decidono di inviare a Venezia il vescovo di Treviso Niccol Franco, con
l'incarico di persuadere gli abitanti della Serenissima a dare una mano
all'impresa. Ma Venezia  stanca. Guerre ed epidemie l'agitano da troppo
tempo. Inoltre troppe volte  stata scottata da tentativi papali risoltisi poi
in un buco nell'acqua: il Consiglio della citt sa che la posizione di
Innocenzo non  cos forte nella capitale e che la sua voce incontra pi
opposizioni di quanto sarebbe auspicabile. Per cui, non potendo dir di no, n
volendosi privare di una carta a loro favore in caso di riuscita della cosa,
ma nel medesimo tempo cercando di apparire agli occhi di Ferrante come
totalmente innocenti, nell'ipotesi di una riuscita contromossa aragonese, gli
scaltri veneziani decidono di licenziare il loro generale Roberto Sanseverino,
facendolo apparire ufficialmente come libero e assoldabile da chiunque.
Inutile dire che il primo ad accaparrarsene i servigi , come aveva promesso
ai Baroni, papa Innocenzo VIII...
Ufficialmente il Sanseverino veniva a Roma senza un soldo. In realt i
veneziani avevano promesso di rifornirlo in tutta segretezza del denaro
occorrente ad armare duemila cavalieri e duemila fanti. Una segretezza che
tuttavia non era sfuggita alle occhiute spie degli aragonesi.
Ferrante ed Alfonso quindi decidono di approntare due eserciti: il primo, il
pi grosso, al comando dello stesso Alfonso avrebbe affrontato le forze papali
e del condottiero ai confini con gli Stati della Chiesa; il secondo, che
avrebbe preso le direttive dallo stesso Ferrante, avrebbe tenuto a bada le
forze dei Baroni ribelli. Contemporaneamente i due aragonesi mandavano messi a
Firenze e a Milano per avvertirli delle mene venete e papali. Firenze, che
vedeva come il fumo negli occhi qualunque ingrandimento papale, non avrebbe
certo detto di no a un eventuale appoggio alle forze aragonesi, mentre Milano,
che doveva cercare di non avere vicino a s una Venezia troppo forte, che gi
si era accaparrata l'intero Polesine e che per poco non fagocitava anche
Ferrara, avrebbe potuto anche dire di s alle richieste di
Ferrante-Ferdinando.
Grazie poi ad alcune abili insinuazioni e manovre dell'incallito Ferrante, il
conte di Sarno, il nostro Coppola insomma, si era alquanto raffreddato nei
confronti del principe di Salerno; Antonello Sanseverino, infatti, pi che mai
radicato nei sospetti (fondatissimi) di doppio gioco del Coppola, lo teneva
piuttosto a distanza e aveva praticamente preso in mano tutte le redini della
congiura, dato che il Bentivoglio, da Roma, informava solo lui e prendeva
direttive unicamente da lui. Quanto a Petrucci, questi faceva l'impossibile
per rimanere in ombra richiamando cos su di s i sospetti degli uni e degli
altri...
A irritare massimamente Coppola nei confronti del principe interverr poi un
episodio, quello dell'arcivescovato di Salerno. Poich il titolare era morto,
Coppola aveva chiesto al Sanseverino di tenergli bordone e di raccomandare al
papa un figlio del Petrucci; la manovra era duplice; se il Petrucci avesse
ricusato i buoni uffici di Coppola questi avrebbe immediatamente capito che il
segretario intendeva rovinarlo presso il re; se invece ricusava i buoni uffici
del Sanseverino, voleva dire che intendeva tramare ai danni dei Baroni e non
essere obbligato a ricevere da essi beneficio alcuno... Se, infine, accettava,
egli, il Coppola, avrebbe potuto approfittare della circostanza per tramare ai
suoi danni, rivelando la cosa al re oppure conservando come buona quella carta
in caso di adesione del segretario alla congiura e di vittoria dei congiurati.
Ben studiato ma non troppo, perch il Sanseverino non cadr nella rete e
rigetter il tentativo mettendo invece a quel posto e sempre grazie
all'appoggio di Innocenzo VIII il vescovo di Melfi. Il Coppola non perdoner
mai quest'affronto...
Le divisioni fra i maggioritari della congiura, vale a dire il Sanseverino da
una parte e il Coppola dall'altra, avevano nel mentre suscitato negli altri
Baroni un certo timore e la paura che di ci approfittasse il sovrano per
rovinarli definitivamente. Cos avevano fatto delle advances a Ferrante, che
aveva mostrato di gradirle se non altro per guadagnare un po' di tempo e
prepararsi meglio allo scontro finale. Ed essendo i feudatari radunati a
Miglionico, nei pressi di Matera, Ferrante spedir in quella roccaforte il suo
segretario particolare e consigliere, il catalano Impu, oltre al segretario
Antonello Petrucci e al nostro Coppola, che veniva cos a trovarsi fra
l'incudine e il martello. La mossa era stata astuta, tanto che il Coppola
aveva tremato e per tutta la durata del convegno di Miglionico tremer ancora,
temendo per la propria vita...
Da una siffatta situazione di odio e diffidenza non poteva nascere niente di
buono. E i fatti che seguiranno lo dimostreranno ampiamente.
Dapprima infatti i Baroni cercano di patteggiare con Ferdinando chiedendogli
alcune garanzie e libert di manovra che il re, sempre nell'intenzione di
guadagnare tempo, non ha difficolt a concedere. Ferrante sa benissimo che
cosa sta bollendo in pentola e si pu dire che ne sia al corrente pi degli
stessi congiurati; ma finge di accettare di buon grado quelle richieste per
non allarmare eccessivamente i suoi antagonisti e non doverne provocare una
reazione di natura isterica e perci stesso estremamente pericolosa.
Ottenuto da Ferrante-Ferdinando ci che volevano, i Baroni si rivolgono allora
al figlio, il terzogenito dopo Alfonso ed Eleonora, vale a dire a Federico,
perch appoggi i loro intendimenti.
Il 10 settembre 1485 c'era stato l'abboccamento fra il monarca e i
feudatari... Il 26 dello stesso mese piomba sul capo del re una notizia che ha
il valore di una mazzata: l'Aquila  insorta contro le sue truppe e ha fatto
scempio del Cicinello e del Pappacoda, trucidati insieme con i soldati del
presidio. Il colpo  grave, non tanto per la perdita della citt quanto per il
riflesso galvanizzante sull'animo dei congiurati. Neppure un mese dopo arriva
il secondo colpo: Federico, il quale si era rifiutato di accondiscendere alle
richieste dei Baroni,  stato da loro trattenuto come prigioniero. Non basta:
egli sa che i feudatari sono esultanti perch il Petrucci sembra aver gettato
la maschera ed esser passato armi e bagagli dalla loro parte... I figli di
quest'ultimo, facendo mostra di non credere a simili voci, chiedono a Ferrante
il permesso di raggiungerlo e il re, con mossa inaspettata, anzich
trattenerli come arma di ricatto, li lascia andare.
20 novembre 1485. I Baroni compiono un passo falso. Inalberano, infatti, le
bandiere pontificie, urtando cos a morte la suscettibilit del duca di
Lorena, che capir d'un tratto d'essere semplicemente la pedina di un gioco
molto pi grande di lui, in cui il solo vincente, ammesso che di vittoria si
potesse parlare, sarebbe stato il papa che avrebbe avuto modo di piazzare uno
dei suoi figli.
Alfonso cerca di inserirsi in mezzo a loro sobillando i contadini e i loro
mezzadri, poi compie anche lui una mossa poco felice: scarcera Piero
Campineschi, conte di Montorio, a patto che faccia l'impossibile per
recuperare l'Aquila. Piero Campineschi torna cos libero, ma mai l'Aquila
torner all'aragonese. Infine si butta contro un caposaldo dei Baroni che le
spie hanno individuato come il pi debole, anche se  circondato da paludi e
anche se altre volte ha rappresentato una roccaforte inespugnabile: Acerra.
Qui i Baroni hanno incautamente lasciato cento fanti, che non appena vedono le
insegne degli Aragona dilagare nei dintorni, se la danno a gambe lasciando la
roccaforte incustodita.
10 dicembre 1485. Federico riesce a sfuggire ai suoi carcerieri. Una fuga
rocambolesca, ma frutto anche di accortezza e di scelta dei tempi. Federico
non era un prigioniero nel vero senso della parola: i Baroni non avevano osato
rinchiuderlo in una segreta; lo avevano lasciato libero ma vigilato a
distanza. Grazie all'appoggio di alcuni pescatori, nottetempo Federico si
caler dagli spalti, deserti a causa del freddo, e s'allontaner su una barca
dalla citt di Salerno. Tre giorni dopo Federico far la sua apparizione a
Napoli...
24 dicembre 1485. A Roma  successo il putiferio. La fazione degli Orsini, in
perpetua lotta coi Colonna e coi Savelli, ha ostacolato l'ingresso al
Sanseverino sbarrandogli l'accesso al ponte Nomentano. Il condottiero ha
mandato avanti suo figlio Gaspare, detto Fracassa. Il tempo di balzare
all'assalto e un'archibugiata, sparata a distanza ravvicinata, fa scempio del
viso del giovane che s'abbatte al suolo. Reso pazzo dal dolore Roberto
Sanseverino si mette lui stesso alla testa dei soldati che compiono
quell'impresa che va sotto il nome di battaglia della Mentana. Gli sventurati
abitanti del povero comune saranno infatti passati a fil di spada senza alcun
riguardo n per il sesso n per l'et. Il solo fatto di aver permesso alle
truppe degli Orsini di attestarsi a difesa, li render colpevoli agli occhi
dei guerrieri del Sanseverino, assetati di sangue come il loro condottiero. Le
donne saranno barbaramente sventrate, i fanciulli massacrati senza piet, i
vecchi snidati dalle case e precipitati dalla finestra, gli uomini uccisi fra
crudelt indicibili, tanto che la fama di questa battaglia si sparger come un
fremito d'orrore e di gelo su tutta l'Italia.
Ferdinando capisce che quello pu essere il rintocco della propria campana di
morte e manda subito un messo a Lorenzo de' Medici, il quale a suo tempo aveva
trovato rifugio presso la sua corte. E il Magnifico, memore del favore, 
pronto, nonostante gli acciacchi e la non facile situazione interna di
Firenze, a renderglielo, e assolda il conte di Pitignano con milleseicento
cavalieri, mentre dal canto suo, per non esser da meno dei fiorentini,
Ludovico il Moro invia Giovan Francesco Sanseverino con altri seicento
cavalieri. Non  molto, ma quanto basta per dare un po' d'ossigeno a un re
che, come Ferrante, comincia a vedere tutto nero.
7 maggio 1486. Montorio, nel Grossetano. Due campi avversi, due forze
schierate. Sono da una parte quelle di Roberto Sanseverino, dall'altra quelle
del duca di Calabria. Una battaglia durissima anche se relativamente cruenta,
ma soprattutto un conflitto dall'esito assai incerto e che terminer, come
vedremo, con lo scorno del valente condottiero e con una beffa da parte di
Alfonso, del quale tutto si pu dire fuorch non fosse uomo valente nelle
armi, abile stratega e soprattutto idolatrato dai suoi soldati ai quali lo
avvicinavano lo sprezzo del pericolo, la gagliardia di combattente e la stessa
sete di bottino. Non fosse stato principe ereditario, Alfonso sarebbe divenuto
un perfetto capitano di ventura.
Che cosa ci facesse il duca di Calabria da quelle parti  presto detto. Avuta
notizia che Firenze e Milano gli avevano concesso degli armati, e diffidando
del comando dei capitani di ventura, si era recato incontro ai cavalieri del
conte di Pitigliano che si stavano radunando ai confini dello Stato
fiorentino. Egli era riuscito bellamente in un'impresa che sarebbe andata a
buon fine a pochi; infatti, aveva attraversato l'intero Stato della Chiesa in
barba alle truppe papali e trascinando dietro di s parecchi suoi soldati
senza danno. Radunate le truppe di ventura messe a disposizione dai due Stati
amici, aveva fatto dietro front e si era imbattuto nelle truppe del
Sanseverino, il quale tutto si aspettava fuorch di incontrarsi cos presto
con il suo rivale. A quei tempi le guerre erano decise dalla cavalleria; un
bell'urto fra cavalieri bardati come torri e cavalli corazzati come macchine
d'assedio, poi si contavano i morti e i dispersi. Sennonch per la foga con la
quale le due parti vengono al cozzo avviene l'incredibile. La mischia si fa
furibonda, i cavalli rotolano al suolo a centinaia, la gente mena piattonate e
fendenti alla cieca e la confusione  tale che non si distingue pi l'amico
dal nemico. Solo il sopraggiungere delle tenebre mette fine a una mischia che
avrebbe potuto trasformarsi in una tragica farsa. Nottetempo per Alfonso d
disposizioni per quella che anzich una fuga avrebbe rappresentato una
tremenda beffa. Infatti d ordine di serrare i ranghi e di abbandonare in file
compatte il luogo dello scontro. La mattina, quando le truppe del Sanseverino
fanno irruzione verso l'accampamento avversario non trovano nemmeno traccia
dei fuochi: il nemico  scomparso, volatilizzato. In quel preciso istante i
soldati di Alfonso si divertivano a spogliare gli sventurati contadini del
papa di ogni loro avere e il piccolo Stato pontificio serber a lungo le
tracce nefaste del loro passaggio. Granai saccheggiati, stalle vuotate,
fienili incendiati, masserie rase al suolo, donne violate, paesi passati al
setaccio: la spedizione di Alfonso si era tramutata in una meravigliosa
kermesse per quelle milizie raccogliticce, alle quali non pareva vero di
arricchirsi in cos breve tempo e anche tanto a buon mercato. Prelevate in
quel di Montepulciano, a parte la battaglia di Montorio, non avevano fatto
altro che razziare.
Per di pi il vero vincitore della battaglia risultava esser stato lui,
Alfonso, anche se aveva abbandonato il campo alla chetichella; infatti Roberto
Sanseverino aveva trovato un osso assai pi duro da rodere del previsto, il
che lo obbligher a recarsi dal pontefice, su tutte le furie alla notizia
delle scorrerie del duca e per la beffa di quella battaglia, per
giustificarsi; tanto sapr convincere con accorte parole il papa che tutto
torner come prima, fuorch il fatto che Alfonso continuer ad agire
indisturbato nella sua marcia verso il sud.
La notizia della zuffa di Montorio arriver naturalmente anche ai Baroni, i
quali cominceranno a metter da parte le loro dispute interne per guardarsi un
poco in faccia e decidere sui provvedimenti da adottare. I Baroni speravano in
particolare nella venuta del duca di Lorena. Avevano udito, in effetti, che il
Lorena era giunto a Lione con un intero esercito e che si stava imbarcando
alla volta di Genova. A queste voci il loro cuore aveva allontanato la cappa
di nefasti presagi indotti dai successi conseguiti da Alfonso d'Aragona tanto
pi che uno scontro fra truppe reali e milizie baronali avvenuto l'8 marzo
dello stesso anno si era concluso con un nulla di fatto.
C'era un'altra circostanza che poteva indurre i Baroni a sperare per il meglio
ed era questa: la rocca di Sanseverino aveva validamente resistito agli
assalti delle truppe reali comandate dal principe di Capua. Un punto nero era
per dato dall'atteggiamento ambiguo del duca di Melfi, il quale pareva
unicamente disposto a fare scaramucce locali a proprio favore, senza curarsi
minimamente dell'atteggiamento degli altri Baroni dei quali d'altra parte
diffidava; per questo egli si era messo da tempo in contatto con il re, senza
appoggiarlo apertamente e si barcamenava fra un campo e l'altro aspettando la
pace e non volendosi minimamente compromettere. L'altro enigma era
rappresentato da Antonello Petrucci, le cui mosse che parevano un capolavoro
di diplomazia, per voler esser troppo insondabili avevano finito per nuocere
soprattutto a lui. Antonello infatti cercava di dare ad intendere a
Ferdinando, da una parte, che era stato costretto sotto pena di rappresaglie
(un suo figlio era stato lasciato da lui come ostaggio ai Baroni) ad
allinearsi alla congiura e dall'altra faceva intendere ai Baroni che non
poteva per lo stesso motivo staccarsi dal re, il quale aveva poi in mano la
maggior parte delle sue ricchezze imprestate con larghezza in cambio di
benefici futuri. Il comportamento risultava per tanto pi ambiguo in quanto
il re sapeva benissimo che era stato lo stesso Petrucci a voler lasciare suo
figlio ai Baroni come pegno e garanzia della propria fedelt, mentre i Baroni
sapevano che il segretario s'era offerto per... primo di venire incontro ai
fabbisogni finanziari della corona...
Siamo sempre nel 1486... Ludovico il Moro, dietro le continue pressioni del
duca di Calabria, ha finito per accondiscendere e, mandati il Trivulzio e il
Torelli con millecinquecento cavalieri, rimane in attesa degli eventi. Questi
non si fanno attendere: sono incredibili scorrerie del duca che trascina i
soldati in una corsa entusiasmante in un regno posto alla merc dei
saccheggiatori. Non c' nulla di pi bello che avvicinarsi alla stessa citt
di Roma dopo aver percorso le campagne, i villaggi del contado e le cittadine.
Solo l'autorit di Alfonso riesce ad evitare che quelle turbe si tramutino in
facile preda di un esercito avversario. Ma Alfonso non manca n di coraggio n
di spregiudicatezza, tanto da accamparsi a poca distanza dalla stessa citt di
Roma. E' la volta adesso del papa di tremare a verga a verga. Vista dunque
l'incapacit di Roberto Sanseverino di arginare quell'orda di cavallette, il
pontefice comincia seriamente a pensare alla pace. Tanto pi in quanto il suo
consigliere pi bellicoso e cio Giuliano della Rovere si trova in Provenza...
Le trattative per questa pace, che doveva tanto costare ai Baroni, sono
condotte dallo stesso Trivulzio in rappresentanza di Ludovico il Moro, da
Giovanni Pontano per il re Federico d'Aragona, con l'appoggio inoltre
dell'arcivescovo di Milano Guido Antonio Arcimboldo, uno adattissimo alla
bisogna che pronuncer un'allocuzione in favore della pace rimasta addirittura
memorabile.
Il Sanseverino comincia allora a pensare che se si vuol fare la pace cos in
fretta  perch non si hanno neppure pi i quattrini per pagarlo e soprattutto
le paghe da dare ai suoi soldati, e comincia a chiedere con urgenza il soldo
delle truppe. I veneziani, ben contenti che il loro numero uno della guerra
non gravi pi sulle loro spalle, fanno orecchie di mercante ed altrettanto
sembra fare il papa...
Non ci vorr dunque molto perch dopo la firma della trattativa di pace, firma
del giorno 11 agosto 1486, il nostro condottiero segua le orme dello stesso
Alfonso, mettendosi a saccheggiare i possedimenti papali nell'intento di
raggiungere al pi presto Venezia e i suoi territori.
Ferdinando pu essere contento. E' riuscito perfino a farsi venire dalla
Spagna nove caravelle e due navi da guerra, poca cosa ma di alto valore
simbolico. Se l' cavata con ampio margine di manovra; ha bens firmato un
accordo nel quale si dice che deve pagare i tributi alla Chiesa e astenersi
dal vessare i Baroni, ma nel frattempo suo figlio continua indisturbato a
starsene sul suolo pontificio. Contento  anche Giovanni Pontano, che dopo
quel suo successo diplomatico spera di occupare il posto del Petrucci, anche
se i continui piagnistei e le profferte di fedelt indurranno invece Ferrante
a mantenerlo al suo posto per poi annientarlo pi tardi, com'era suo costume.
Torna comoda la pace al Lorena, che senza sfigurare non ha mai fatto la sua
comparsa, e torna comoda soprattutto ai romani, che vedono allontanarsi
l'incubo rappresentato dai due eserciti (del Sanseverino e del duca) che di l
a poco avrebbero ridotto la stessa citt eterna a un cumulo di devastazioni e
di rovine.
In tutto questo frammezzo Alfonso aveva altro da fare; rimanevano le truppe di
Roberto Sanseverino che gli davano ombra; per giunta nel trattato di pace
c'era appunto una clausola che gli imponeva di disperdere le truppe del
condottiero gi al servizio della repubblica veneta e mai clausola di trattato
era stata accolta con maggior letizia da questo guerrafondaio di mestiere.
Ma il cozzo finale tanto sperato da Alfonso non vi sar; Roberto Sanseverino,
dopo aver fatto saccheggiare il saccheggiabile, disperder in piccole
compagnie i suoi soldati con l'ordine di raggiungere al pi presto, attraverso
la Lombardia, la Romagna e la Marca Trevigiana, il territorio veneto.
A quei soldati male gliene incoglier, ridotti di numero, verranno facilmente
assaliti dai contadini e dalle milizie dei signorotti dei numerosi castelli
posti lungo le vie di comunicazione, per cui molti troveranno una fine poco
gloriosa, uccisi nell'attraversare un guado o attirati con l'inganno in
trappole mortali. Molti preferiranno quindi ricorrere alla clemenza di
Alfonso, il quale si procurer fama di magnanimo, almeno nei confronti di
gente che aveva combattuto con le armi in pugno, assoldandoli nelle proprie
file e stipendiandoli adeguatamente. Dopotutto erano soldati di mestiere.
La brinkmanship nei confronti dei Baroni si avvicinava impercettibilmente.
Ormai non c'era pi nessuno che volesse tenerne le parti, o meglio, s, c'era
una potenza che tramite il suo ambasciatore a Venezia si era dichiarata
disposta a concedere ventimila uomini dietro una semplice richiesta; ma questa
potenza non era altri che l'impero ottomano e far venire i turchi nell'ltalia
meridionale avrebbe significato vederli di l a poco dilagare in tutta Europa,
senza contare che ben presto gli stessi Baroni non sarebbero stati pi in
grado di fronteggiarli o di difendersi in caso di un loro voltafaccia. Per
cui, malauguratamente per loro, ma saggiamente per la storia futura delle
penisola, lasceranno cadere la cosa.
Neppure tre giorni dopo la firma della pace, Ferdinando aveva gi cominciato a
procedere ad alcuni arresti; erano stati, infatti, inopinatamente tradotti in
carcere in attesa di giudizio il segretario e il Coppola con tutto il seguito
di parenti e familiari; l'arresto, avvenuto in circostanze ingannatrici, era
stato operato dal castellano Pasquale Carlone.
L'inganno e la falsa promessa di clemenza rimarranno gli strumenti con i quali
Ferdinando far strage dei suoi oppositori; una strage condotta con sadismo e
ferocia, unita a fredda determinazione, tanto che far nascere nei suoi
detrattori parecchie leggende al riguardo, come quella secondo la quale re
Ferdinando avrebbe fatto mummificare i cadaveri delle sue vittime per
poterseli contemplare a lungo, una volta sedata la rivolta.
Antonello Sanseverino, principe di Salerno, fiutato il vento infido riesce
comunque a fuggire e sar uno dei principali istigatori della venuta di Carlo
VIII in Italia, cosa che significher la fine virtuale del regno aragonese nel
napoletano.
Arrestato  invece il segretario catalano Impu e il conte di Burello, Anello
Arcamone, arrestato  il conte di Carnola, in carcere quello di Policastro.
Pi tardi cadranno nella rete di inganni e di menzogne Pirro del Balzo, gran
conestabile e principe di Altamura, Girolamo Sanseverino, gran camerlengo e
principe di Bisignano, Angilberto del Balzo duca di Nard, Barnaba di Lauria,
Carlo di Melito, Gian Paolo del Balzo conte di Nola e molti altri come adesso
vedremo. L'astuzia del re Ferdinando era semplice: promettere per poi non
mantenere o fare addirittura il contrario. Al principe di Altamura ha
solennemente giurato di lasciargli terre e beni a patto di averne in consegna
la fortezza, avuta la quale lo ricever a corte con tutti gli onori pronto a
spedirlo in gattabuia al primo momento favorevole, e lo stesso far con il
principe di Bisignano.
Altri modi pi subdoli, ma sempre sulla stessa falsariga, adotta nei confronti
degli altri Baroni ribelli. Ha giurato, infatti, di rendere occhio per occhio
e dente per dente e si pu star sicuri che render la pariglia al momento
dovuto. Ma non pu fare a meno di dare una parvenza di legalit a tutta la
sporca faccenda, per cui da buon tiranno imbastir un processo in piena
regola. Un processo che sa anche di beffa, posto che subito dopo gli arresti
si  fatto in dovere di ripulire per benino tutti i beni dei suoi avversari,
non lasciando neppure una mula nelle stalle e spedendo in carcere perfino i
domestici!
I giudici di questo poco simpatico episodio sono il cavaliere Jacopo
Caracciolo, gran cancelliere del reame e conte di Burgenza, Guglielmo
Sanseverino, conte di Capaccio, l'unico dei Sanseverino ad essergli rimasto
fedele, Restaino Cantelmo e Scipione Pandone, conti ambedue: Ferdinando si
frega le mani soddisfatto; nomi incliti, che danno lustro al giudizio. Un
giudizio sommario e implacabile proprio come voleva il re: gli imputati conte
di Sarno, conte di Carnola, conte di Policastro, Antonello Petrucci, sono
condannati a morte; i primi tre per aver confessato di aver fatto parte della
congiura; Antonello Petrucci per mancata rivelazione dei piani dei congiurati,
di cui era a conoscenza. Il conte di Burello invece e il catalano Impu non
saranno n condannati n assolti: un procedimento per lo meno insolito.
13 novembre 1486. Una coppia di buoi trascina sul selciato di Napoli il corpo
del conte di Carnola ancora vivo nonostante le tremende sevizie; il conte 
irriconoscibile. Quello che resta di lui viene trasportato sulla piazza del
mercato e squartato come si fa con una bestia; i pezzi saranno affissi alle
principali porte della citt come monito ai presenti.
Lo stesso giorno lascia la testa sotto la mannaia il conte di Policastro. Il
corpo verr dato ai frati domenicani che lo trasporteranno nella cappella
paterna. Poco dopo perde la vita anche un soldato del castello reale, su
istanza di Onorato Gaetano, conte di Fondi. Il Gaetano ha voluto colpire nel
soldato l'audacia di aver osato far tentare la fuga al suo stesso figliolo, il
conte di Morcone, Pietro Bernardino Gaetano, dal padre medesimo consegnato al
re perch pagasse la colpa del tradimento: alle brutture si  dunque aggiunto
il grottesco.
Passeranno invece dei mesi prima che il Coppola e il Petrucci possano uscire
dalle segrete per salire al patibolo; in fondo una liberazione per loro, dopo
tanti tormenti.
E' il 15 maggio 1487. All'interno del cortile del castello reale  stato
eretto un palco cos alto che risulta visibile da tutta la citt. E la gente
di Napoli che si accalca lungo il muro vede faticosamente issarsi sulla scala
un magro essere, emaciato, scheletrito, invecchiato in 10 mesi quanto un uomo
in dieci anni. Eppure tanta  stata l'influenza di quell'uomo, perennemente
alla ricerca di un'insaziabile potenza economica e politica, che
istintivamente tutti si scoprono il capo. C' un silenzio irreale, rotto solo
dal tintinnare delle armi delle guardie e dai rauchi comandi degli ufficiali
all'interno del muro. Con fatica, esitante, le membra ciondolanti, quello
straccio d'uomo spezzato dalle torture avr tuttavia la forza di rizzarsi in
un sussulto di dignit e di posare da solo il capo sul ceppo.
La stessa forza d'animo verr mostrata dal Coppola, il quale chieder
unicamente la grazia di vedere i figli prigionieri anche loro. E a lato del
palco sul quale ha perso la vita il Petrucci avverr la scena pi commovente
di tutta l'aggrovigliata pagina che va sotto il nome di congiura dei Baroni:
un abbraccio e un discorso, quattro parole rotte dall'emozione e dette con
voce affievolita dalla prigionia e dal silenzio, un'esortazione ad aver
coraggio. Poi anche il Coppola pogger tranquillamente il capo sul largo ceppo
come se, anzich d'un patibolo, si trattasse di un cuscino.
Gli altri che abbiamo gi nominato, cui si devono aggiungere Berlinghieri
Caldora, Salvatore Zurlo e Sigismondo Sanseverino, arrestati il 10 giugno e di
conseguenza qualche tempo dopo l'esecuzione dei principali colpevoli o
ritenuti tali, moriranno in carcere, strangolati in tempi diversi insieme con
altri avversari del regime o con persone che erano detenute oramai da
parecchio tempo, come Giovanni Antonio Marzano, di cui si diceva che aveva
passato nelle carceri di Federico ben trent'anni della propria vita.
Si salver in circostanze per lo meno avventurose una donna, Mandella Caetana,
principessa di Bisignano, che con i suoi sei figli riuscir a riparare a Roma
prima che la furia dell'Aragona s'abbatta su di lei.
Terminava cos nel sangue e nella vendetta una congiura che pi che tale, era
stata l'ultimo soprassalto della nobilt feudale in difesa dei propri
privilegi. Volendo instaurare una monarchia di carattere assolutistico,
Ferdinando anticipava un po' i tempi, almeno per quanto riguarda l'Italia, ma
non teneva conto della fragilit della sua costruzione; perch  ben vero che
attraverso le confische innumerevoli, aveva rimpinguato le casse sue e quelle
del pretendente Alfonso, ma non  meno vero che aveva sottovalutato la
minaccia francese. Essa gli apparir in tutta la tragica realt poco prima di
esser ghermito dalla morte: questa avverr, infatti, il 25 gennaio 1494,
proprio mentre il sovrano francese Carlo ottavo stava facendo i suoi
preparativi per la discesa verso il sud.

Fine.
