Pinocchio.
Storia di un burattino. 
di Carlo Lorenzini (Collodi). 

Testo conforme alla prima edizione del 1883.

Trascrizione elettronica e revisione curata da Luigi Perotti ad uso esclusivo dei
privi della vista.


INDICE GENERALE:

Capitolo 1: 

Come and che maestro Ciliegia. falegname, trov un pezzo di legno, che piangeva e rideva come un bambino. 


Capitolo 2: 

Maestro Ciliegia regala il pezzo di legno al suo amico Geppetto, il quale lo prende per fabbricarsi un burattino maraviglioso che sappia ballare, tirar di scherma e fare i salti mortali. 


Capitolo 3: 

Geppetto, tornato a casa, comincia subito a fabbricarsi il burattino e gli mette il nome di Pinocchio. Prime monellerie del burattino. 


Capitolo 4: 

La storia di Pinocchio col Grillo-parlante, dove si vede come i ragazzi cattivi hanno a noia di sentirsi correggere da chi ne sa pi di loro. 


Capitolo 5: 

Pinocchio ha fame, e cerca un uovo per farsi una frittata; ma sul pi bello, la frittata gli vola via dalla finestra. 


Capitolo 6: 

Pinocchio si addormenta coi piedi sul caldano, e la mattina dopo si sveglia coi piedi tutti bruciati. 


Capitolo 7: 

Geppetto torna a casa, rif i piedi al burattino e gli d la colazione che il pover'uomo aveva portata con s. 


Capitolo 8: 

Geppetto rif i piedi a Pinocchio e vende la propria casacca per comprargli l'Abbecedario. 


Capitolo 9: 

Pinocchio vende l'Abbecedario per andare a vedere il teatrino dei burattini. 



Capitolo 10: 

I burattini riconoscono il loro fratello Pinocchio e gli fanno una grandissima festa; ma sul pi bello, esce fuori il burattinaio Mangiafoco, e Pinocchio corre il pericolo di fare una brutta fine. 


Capitolo 11: 

Mangiafoco starnutisce e perdona a Pinocchio, il quale poi difende dalla morte il suo amico Arlecchino. 


Capitolo 12: 

Il burattinaio Mangiafoco regala cinque monete d'oro a Pinocchio, perch le porti al suo babbo Geppetto: e Pinocchio, invece, si lascia abbindolare dalla Volpe e dal Gatto e se ne va con loro. 


Capitolo 13: 

L'osteria del Gambero Rosso. 


Capitolo 14: 

Pinocchio, per non aver dato retta ai buoni consigli del Grillo-parlante, s'imbatte negli assassini. 


Capitolo 15: 

Gli assassini inseguono Pinocchio; e, dopo averlo raggiunto, lo impiccano a un ramo della Quercia grande. 


Capitolo 16: 

La bella Bambina dai capelli turchini fa raccogliere il burattino: lo mette a letto, e chiama tre medici per sapere se sia vivo o morto. 


Capitolo 17: 

Pinocchio mangia lo zucchero, ma non vuol purgarsi: Per quando vede i becchini che vengono a portarlo via, allora si purga. Poi dice una bugia e per castigo gli cresce il naso. 


Capitolo 18: 

Pinocchio ritrova la Volpe e il Gatto, e va con loro a seminare le quattro monete nel Campo de' Miracoli. 


Capitolo 19: 

Pinocchio  derubato delle sue monete d'oro e, per castigo, si busca quattro mesi di prigione. 


Capitolo 20: 

Liberato dalla prigione, si avvia per tornare a casa della Fata; ma lungo la strada trova un serpente orribile, e poi rimane preso alla tagliola. 

Capitolo 21: 

Pinocchio  preso da un contadino, il quale lo costringe a far da can da guardia a un pollaio. 


Capitolo 22: 

Pinocchio scopre i ladri e, in ricompensa di essere stato fedele, vien posto in libert. 


Capitolo 23: 

Pinocchio piange la morte della bella Bambina dai capelli turchini: poi trova un Colombo che lo porta sulla riva del mare, e l si getta nell'acqua per andare in aiuto del suo babbo Geppetto. 


Capitolo 24: 

Pinocchio arriva all'isola delle Api industriose e ritrova la Fata. 


Capitolo 25: 

Pinocchio promette alla Fata di essere buono e di studiare, perch  stufo di fare il burattino e vuol diventare un bravo ragazzo. 


Capitolo 26: 

Pinocchio va co' suoi compagni di scuola in riva al mare, per vedere il terribile Pescecane. 


Capitolo 27: 

Gran combattimento fra Pinocchio e i suoi compagni: uno de' quali essendo rimasto ferito, Pinocchio viene arrestato dai carabinieri. 


Capitolo 28: 

Pinocchio corre pericolo di essere fritto in padella come un pesce. 


Capitolo 29: 

Ritorna a casa della Fata, la quale gli promette che il giorno dopo non sar pi un burattino, ma diventer un ragazzo. Gran colazione di caff-e-latte per festeggiare questo grande avvenimento. 


Capitolo 30: 

Pinocchio, invece di diventare un ragazzo, parte di nascosto col suo amico Lucignolo per il Paese dei Balocchi. 


Capitolo 31: 

Dopo cinque mesi di cuccagna, Pinocchio, con sua grande maraviglia, sente spuntarsi un bel paio d'orecchie asinine e diventa un ciuchino, con la coda e tutto. 



Capitolo 32: 

A Pinocchio gli vengono gli orecchi di ciuco, e poi diventa un ciuchino vero e comincia a ragliare. 


Capitolo 33: 

Diventato un ciuchino vero,  portato a vendere, e lo compra il direttore di una compagnia di pagliacci per insegnargli a ballare e a saltare i cerchi; ma una sera azzoppisce e allora lo ricompra un altro, per far con la sua pelle un tamburo. 


Capitolo 34: 

Pinocchio, gettato in mare,  mangiato dai pesci e ritorna ed essere un burattino come prima; ma mentre nuota per salvarsi,  ingoiato dal terribile Pesce-cane. 


Capitolo 35: 

Pinocchio ritrova in corpo al Pesce-cane... Chi ritrova? Leggete questo capitolo e lo saprete. 


Capitolo 36: 

Finalmente Pinocchio cessa d'essere un burattino e diventa un ragazzo. 






Note biografiche sull'autore 

	Carlo Lorenzini nacque a Firenze il 24 novembre 1826, da modesta famiglia. Compiuti gli studi presso un seminario, e dopo aver iniziato a collaborare a qualche giornale fiorentino, partecip volontario alla campagna del '48. Fond, quindi, un giornale di satira politica ``Il Lampione'', che ebbe grande fortuna ma che fu soppresso dopo la restaurazione del '49 e sostituito da un altro ``La Scaramuccia'', e che riprese le pubblicazioni solo nel '60, al ritorno del suo fondatore dalla nuova campagna di guerra interrotta dalla pace di Villafranca. 
	In tutti quegli anni, il Lorenzini aveva collaborato a molti giornali, scritto romanzi e drammi teatrali, e assunto lo pseudonimo di Collodi, dal nome del borgo nato di sua madre. E continu a scrivere anche quando, dopo il '60, si impieg presso la censura teatrale e poi alla prefettura di Firenze. 
	Non molto notevoli sono, in verit, i suoi scritti fino al 1875, e comunque non al disopra di una diligente mediocrit. In quell'anno, per, tradusse per un editore fiorentino le fiabe del Perrault, e fu certo quell'avvicinamento che gli sugger di dedicarsi alla letteratura per l'infanzia, e gli fece scrivere parecchi fortunatissimi volumi: Giannettino, del 1876, Minuzzolo, del 1878, e via via Il viaggio per l'ltalia di Giannettino, La geografia di Giannettino, La grammatica di Giannettino, ecc. Ma son tutti libri che, pur felici, specie nella creazione dei personaggi principali, ragazzi veri e non viete figure di decalcomania, si fondano sulla superata pedagogia dell'epoca di offrire un cumulo di cognizioni attraverso la troppo scoperta finzione di un racconto spigliato. 
	In mezzo a tanto lavoro (eppure, il Collodi  passato per un pigro e uno scansafatiche) nacque, tuttavia, il miracolo del Pinocchio. 
	Altri libri scrisse in seguito il Collodi: Occhi e nasi (1881), Storie allegre (1887), Note gaie (1892) e Divagazioni critico-umoristiche (1892). Gli ultimi due furono pubblicati postumi, poich la morte lo colse a Firenze improvvisamente, il 26 ottobre 1890, mentre stava preparando la trama di un altro romanzo per ragazzi. 
	Le avventure di Pinocchio, storia di un burattino  uno dei quattro o cinque capolavori della letteratura universale per l'infanzia, ed  il capolavoro incontestato di quella italiana. Pubblicato a puntate a partire dal 7 Luglio del 1881 sul ``Giornale per i bambini'' di Ferdinando Martini, col semplice titolo Storia di un burattino e con illustrazioni di un anonimo, apparve in volume nel 1883, presso l'editore Felice Paggi di Firenze, illustrato da Enrico Mazzanti. Il numero di edizioni, ristampe e traduzioni (oltre duecento, queste ultime, sparse in tutto il mondo) pubblicate dal 1883 a oggi  davvero incalcolabile. 


	Enrico Mazzanti, che fu, come gi detto, l'illustratore della prima edizione in volume di Pinocchio, nacque a Firenze il 5 aprile 1850. Nonostante la laurea in ingegneria, egli prefer seguire la naturale inclinazione per il disegno illustrando dapprima opere scientifiche, poi letterarie e didattiche, e specializzandosi in tale attivit cos da dedicarvisi, in seguito, esclusivamente. Fu illustratore delle principali case editrici italiane, quali Le Monnier, Paravia, Hoepli e Bemporad. Mor a Firenze il 3 settembre 1910. 




CAPITOLO 1

Come and che maestro Ciliegia, falegname, trov un pezzo di legno, che piangeva e rideva come un bambino.


C'era una volta... 
- Un re! - diranno subito i miei piccoli lettori. 
No, ragazzi, avete sbagliato. C'era una volta un pezzo di legno. 
Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d'inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze. 
Non so come andasse, ma il fatto gli  che un bel giorno questo pezzo di legno capit nella bottega di un vecchio falegname, il quale aveva nome mastr'Antonio, se non che tutti lo chiamavano maestro Ciliegia, per via della punta del suo naso, che era sempre lustra e paonazza, come una ciliegia matura. 
Appena maestro Ciliegia ebbe visto quel pezzo di legno, si rallegr tutto e dandosi una fregatina di mani per la contentezza, borbott a mezza voce: 
- Questo legno  capitato a tempo: voglio servirmene per fare una gamba di tavolino. 
Detto fatto, prese subito l'ascia arrotata per cominciare a levargli la scorza e a digrossarlo, ma quando fu l per lasciare andare la prima asciata, rimase col braccio sospeso in aria, perch sent una vocina sottile, che disse raccomandandosi: 
- Non mi picchiar tanto forte! 
Figuratevi come rimase quel buon vecchio di maestro Ciliegia! 
Gir gli occhi smarriti intorno alla stanza per vedere di dove mai poteva essere uscita quella vocina, e non vide nessuno! Guard sotto il banco, e nessuno; guard dentro un armadio che stava sempre chiuso, e nessuno; guard nel corbello dei trucioli e della segatura, e nessuno; apri l'uscio di bottega per dare un'occhiata anche sulla strada, e nessuno! O dunque?... 
- Ho capito; - disse allora ridendo e grattandosi la parrucca, - si vede che quella vocina me la sono figurata io. Rimettiamoci a lavorare. 
E ripresa l'ascia in mano, tir gi un solennissimo colpo sul pezzo di legno. 
- Ohi! tu m'hai fatto male! - grid rammaricandosi la solita vocina. 
Questa volta maestro Ciliegia resta di stucco, cogli occhi fuori del capo per la paura, colla bocca spalancata e colla lingua gi ciondoloni fino al mento, come un mascherone da fontana. Appena riebbe l'uso della parola, cominci a dire tremando e balbettando dallo spavento: 
- Ma di dove sar uscita questa vocina che ha detto ohi?... Eppure qui non c' anima viva. Che sia per caso questo pezzo di legno che abbia imparato a piangere e a lamentarsi come un bambino? Io non lo posso credere. Questo legno eccolo qui;  un pezzo di legno da caminetto, come tutti gli altri, e a buttarlo sul fuoco, c' da far bollire una pentola di fagioli... O dunque? Che ci sia nascosto dentro qualcuno? Se c' nascosto qualcuno, tanto peggio per lui. Ora l'accomodo io! 
E cos dicendo, agguant con tutt'e due le mani quel povero pezzo di legno e si pose a sbatacchiarlo senza carit contro le pareti della stanza. 
Poi si messe in ascolto, per sentire se c'era qualche vocina che si lamentasse. Aspett due minuti, e nulla; cinque minuti, e nulla; dieci minuti, e nulla! 
- Ho capito, - disse allora sforzandosi di ridere e arruffandosi la parrucca, - si vede che quella vocina che ha detto ohi, me la sono figurata io! Rimettiamoci a lavorare. 
E perch gli era entrata addosso una gran paura, si prov a canterellare per farsi un po' di coraggio. 
Intanto, posata da una parte l'ascia, prese in mano la pialla, per piallare e tirare a pulimento il pezzo di legno; ma nel mentre che lo piallava in su e in gi, senti la solita vocina che gli disse ridendo: 
- Smetti! tu mi fai il pizzicorino sul corpo! 
Questa volta il povero maestro Ciliegia cadde gi come fulminato. Quando riapr gli occhi, si trov seduto per terra. 
Il suo viso pareva trasfigurato, e perfino la punta del naso, di paonazza come era quasi sempre, gli era diventata turchina dalla gran paura. 

CAPITOLO 2


Maestro Ciliegia regala il pezzo di legno al suo amico Geppetto, il quale lo prende per fabbricarsi un burattino maraviglioso che sappia ballare, tirar di scherma e fare i salti mortali.


In quel punto fu bussato alla porta. 
- Passate pure, - disse il falegname, senza aver la forza di rizzarsi in piedi. 
Allora entr in bottega un vecchietto tutto arzillo, il quale aveva nome Geppetto; ma i ragazzi del vicinato, quando lo volevano far montare su tutte le furie, lo chiamavano col soprannome di Polendina, a motivo della sua parrucca gialla che somigliava moltissimo alla polendina di granturco. 
Geppetto era bizzosissimo. Guai a chiamarlo Polendina! Diventava subito una bestia e non c'era pi verso di tenerlo. 
- Buon giorno, mastr'Antonio, - disse Geppetto. - Che cosa fate cost per terra? 
- Insegno l'abbaco alle formicole. 
- Buon pro vi faccia! 
- Chi vi ha portato da me, compar Geppetto? 
- Le gambe. Sappiate, mastr'Antonio, che son venuto da voi, per chiedervi un favore. 
- Eccomi qui, pronto a servirvi, - replic il falegname, rizzandosi su i ginocchi. 
- Stamani m' piovuta nel cervello un'idea. 
- Sentiamola. 
- Ho pensato di fabbricarmi da me un bel burattino di legno; ma un burattino maraviglioso, che sappia ballare, tirare di scherma e fare i salti mortali. Con questo burattino voglio girare il mondo, per buscarmi un tozzo di pane e un bicchier di vino; che ve ne pare? 
- Bravo Polendina! - grid la solita vocina, che non si capiva di dove uscisse. 
A sentirsi chiamar Polendina, compar Geppetto divent rosso come un peperone dalla bizza, e voltandosi verso il falegname, gli disse imbestialito: 
- Perch mi offendete? 
- Chi vi offende? 
- Mi avete detto Polendina!... 
- Non sono stato io. 
- Sta un po' a vedere che sar stato io! Io dico che siete stato voi. 
- No! 
- Si! 
- No! 
- Si! 
E riscaldandosi sempre pi, vennero dalle parole ai fatti, e acciuffatisi fra di loro, si graffiarono, si morsero e si sbertucciarono. 
Finito il combattimento, mastr'Antonio si trov fra le mani la parrucca gialla di Geppetto, e Geppetto si accorse di avere in bocca la parrucca brizzolata del falegname. 
- Rendimi la mia parrucca! - grid mastr'Antonio. 
- E tu rendimi la mia, e rifacciamo la pace. 
I due vecchietti, dopo aver ripreso ognuno di loro la propria parrucca, si strinsero la mano e giurarono di rimanere buoni amici per tutta la vita. 
- Dunque, compar Geppetto, - disse il falegname in segno di pace fatta, - qual  il piacere che volete da me? 
- Vorrei un po' di legno per fabbricare il mio burattino; me lo date? 
Mastr'Antonio, tutto contento, and subito a prendere sul banco quel pezzo di legno che era stato cagione a lui di tante paure. Ma quando fu l per consegnarlo all'amico, il pezzo di legno dette uno scossone e sgusciandogli violentemente dalle mani, ando a battere con forza negli stinchi impresciuttiti del povero Geppetto. 
- Ah! gli  con questo bel garbo, mastr'Antonio, che voi regalate la vostra roba? M'avete quasi azzoppito!... 
- Vi giuro che non sono stato io! 
- Allora sar stato io!... 
- La colpa  tutta di questo legno... 
- Lo so che  del legno: ma siete voi che me l'avete tirato nelle gambe! 
- Io non ve l'ho tirato! 
- Bugiardo! 
- Geppetto, non mi offendete; se no vi chiamo Polendina!... 
- Asino! 
- Polendina! 
- Somaro! 
- Polendina! 
- Brutto scimmiotto! 
- Polendina! 
A sentirsi chiamar Polendina per la terza volta, Geppetto perse il lume degli occhi, si avvento sul falegname; e l se ne dettero un sacco e una sporta. 
A battaglia finita, mastr'Antonio si trovo due graffi di piu sul naso, e quell'altro due bottoni di meno al giubbetto. Pareggiati in questo modo i loro conti, si strinsero la mano e giurarono di rimanere buoni amici per tutta la vita. 
Intanto Geppetto prese con se il suo bravo pezzo di legno, e ringraziato mastr'Antonio, se ne torn zoppicando a casa. 

CAPITOLO 3


Geppetto, tornato a casa, comincia subito a fabbricarsi il burattino e gli mette il nome di Pinocchio. prime monellerie del burattino.


La casa di Geppetto era una stanzina terrena, che pigliava luce da un sottoscala. La mobilia non poteva essere pi semplice: una seggiola cattiva, un letto poco buono e un tavolino tutto rovinato. Nella parete di fondo si vedeva un caminetto col fuoco acceso; ma il fuoco era dipinto, e accanto al fuoco c'era dipinta una pentola che bolliva allegramente e mandava fuori una nuvola di fumo, che pareva fumo davvero. 
Appena entrato in casa, Geppetto prese subito gli arnesi e si pose a intagliare e a fabbricare il suo burattino. 
- Che nome gli metter? - disse fra s e s. - Lo voglio chiamar Pinocchio. Questo nome gli portera fortuna. Ho conosciuto una famiglia intera di Pinocchi: Pinocchio il padre, Pinocchia la madre e Pinocchi i ragazzi, e tutti se la passavano bene. Il pi ricco di loro chiedeva l'elemosina. 
Quando ebbe trovato il nome al suo burattino, allora cominci a lavorare a buono, e gli fece subito i capelli, poi la fronte, poi gli occhi. 
Fatti gli occhi, figuratevi la sua maraviglia quando si accorse che gli occhi si muovevano e che lo guardavano fisso fisso. 
Geppetto, vedendosi guardare da quei due occhi di legno, se n'ebbe quasi per male, e disse con accento risentito: 
- Occhiacci di legno, perch mi guardate? 
Nessuno rispose. 
Allora, dopo gli occhi, gli fece il naso; ma il naso, appena fatto, cominci a crescere: e cresci, cresci, cresci divent in pochi minuti un nasone che non finiva mai. 
Il povero Geppetto si affaticava a ritagliarlo; ma pi lo ritagliava e lo scorciva, e pi quel naso impertinente diventava lungo. 
Dopo il naso, gli fece la bocca. 
La bocca non era ancora finita di fare, che cominci subito a ridere e a canzonarlo. 
- Smetti di ridere! - disse Geppetto impermalito; ma fu come dire al muro. 
- Smetti di ridere, ti ripeto! - url con voce minacciosa. 
Allora la bocca smesse di ridere, ma cacci fuori tutta la lingua. 
Geppetto, per non guastare i fatti suoi, finse di non avvedersene, e continu a lavorare. 
Dopo la bocca, gli fece il mento, poi il collo, le spalle, lo stomaco, le braccia e le mani. 
Appena finite le mani, Geppetto senti portarsi via la parrucca dal capo. Si volt in su, e che cosa vide? Vide la sua parrucca gialla in mano del burattino. 
- Pinocchio!... rendimi subito la mia parrucca! 
E Pinocchio, invece di rendergli la parrucca, se la messe in capo per s, rimanendovi sotto mezzo affogato. 
A quel garbo insolente e derisorio, Geppetto si fece triste e melanconico, come non era stato mai in vita sua, e voltandosi verso Pinocchio, gli disse: 
- Birba d'un figliuolo! Non sei ancora finito di fare, e gi cominci a mancar di rispetto a tuo padre! Male, ragazzo mio, male! 
E si rasciug una lacrima. 
Restavano sempre da fare le gambe e i piedi. 
Quando Geppetto ebbe finito di fargli i piedi, sent arrivarsi un calcio sulla punta del naso. 
- Me lo merito! - disse allora fra s. - Dovevo pensarci prima! Ormai  tardi! 
Poi prese il burattino sotto le braccia e lo pos in terra, sul pavimento della stanza, per farlo camminare. 
Pinocchio aveva le gambe aggranchite e non sapeva muoversi, e Geppetto lo conduceva per la mano per insegnargli a mettere un passo dietro l'altro. 
Quando le gambe gli si furono sgranchite, Pinocchio cominci a camminare da s e a correre per la stanza; finch, infilata la porta di casa, salt nella strada e si dette a scappare. 
E il povero Geppetto a corrergli dietro senza poterlo raggiungere, perch quel birichino di Pinocchio andava a salti come una lepre, e battendo i suoi piedi di legno sul lastrico della strada, faceva un fracasso, come venti paia di zoccoli da contadini. 
- Piglialo! piglialo! - urlava Geppetto; ma la gente che era per la via, vedendo questo burattino di legno, che correva come un barbero, si fermava incantata a guardarlo, e rideva, rideva e rideva, da non poterselo figurare. 
Alla fine, e per buona fortuna, capit un carabiniere, il quale, sentendo tutto quello schiamazzo e credendo si trattasse di un puledro che avesse levata la mano al padrone, si piant coraggiosamente a gambe larghe in mezzo alla strada, coll'animo risoluto di fermarlo e di impedire il caso di maggiori disgrazie. 
Ma Pinocchio, quando si avvide da lontano del carabiniere che barricava tutta la strada, s'ingegn di passargli, per sorpresa, frammezzo alle gambe, e invece fece fiasco. 
Il carabiniere, senza punto smoversi, lo acciuff pulitamente per il naso (era un nasone spropositato, che pareva fatto apposta per essere acchiappato dai carabinieri), e lo riconsegn nelle proprie mani di Geppetto; il quale, a titolo di correzione, voleva dargli subito una buon tiratina d'orecchi. Ma figuratevi come rimase quando, nel cercargli gli orecchi, non gli riusc di poterli trovare: e sapete perch? Perch, nella furia di scolpirlo, si era dimenticato di farglieli. 
Allora lo prese per la collottola, e, mentre lo riconduceva indietro, gli disse tentennando minacciosamente il capo: 
- Andiamo a casa. Quando saremo a casa, non dubitare che faremo i nostri conti! 
Pinocchio, a questa antifona, si butt per terra, e non volle pi camminare. Intanto i curiosi e i bighelloni principiavano a fermarsi l dintorno e a far capannello. 
Chi ne diceva una, chi un'altra. 
- Povero burattino! - dicevano alcuni, - ha ragione a non voler tornare a casa! Chi lo sa come lo picchierebbe quell'omaccio di Geppetto!... 
E gli altri soggiungevano malignamente: 
- Quel Geppetto pare un galantuomo! ma  un vero tiranno coi ragazzi! Se gli lasciano quel povero burattino fra le mani,  capacissimo di farlo a pezzi!... 
Insomma, tanto dissero e tanto fecero, che il carabiniere rimise in libert Pinocchio e condusse in prigione quel pover'uomo di Geppetto. Il quale, non avendo parole l per li per difendersi, piangeva come un vitellino, e nell'avviarsi verso il carcere, balbettava singhiozzando: 
- Sciagurato figliuolo! E pensare che ho penato tanto a farlo un burattino per bene! Ma mi sta il dovere! Dovevo pensarci prima!... 
Quello che accadde dopo,  una storia da non potersi credere, e ve la racconter in quest'altri capitoli. 

CAPITOLO 4


La storia di Pinocchio col Grillo-parlante, dove si vede come i ragazzi cattivi hanno a noia di sentirsi correggere da chi ne sa pi di loro.



Vi dir dunque, ragazzi, che mentre il povero Geppetto era condotto senza sua colpa in prigione, quel monello di Pinocchio, rimasto libero dalle grinfie del carabiniere, se la dava a gambe gi attraverso ai campi, per far pi presto a tornarsene a casa; e nella gran furia del correre saltava greppi altissimi, siepi di pruni e fossi pieni d'acqua, tale e quale come avrebbe potuto fare un capretto o un leprottino inseguito dai cacciatori. Giunto dinanzi a casa, trov l'uscio di strada socchiuso. Lo spinse, entr dentro, e appena ebbe messo tanto di paletto, si gett a sedere per terra, lasciando andare un gran sospirone di contentezza. 
Ma quella contentezza dur poco, perch sent nella stanza qualcuno che fece: 
- Cr -cr -cr ! 
- Chi  che mi chiama? - disse Pinocchio tutto impaurito. 
- Sono io! 
Pinocchio si volt e vide un grosso Grillo che saliva lentamente su su per il muro. 
- Dimmi, Grillo: e tu chi sei? 
- Io sono il Grillo-parlante, ed abito in questa stanza da pi di cent'anni. 
- Oggi per questa stanza  mia, - disse il burattino, - e se vuoi farmi un vero piacere, vattene subito, senza nemmeno voltarti indietro. 
- Io non me ne ander di qui, - rispose il Grillo, - se prima non ti avr detto una gran verit. 
- Dimmela e spcciati. 
- Guai a quei ragazzi che si ribellano ai loro genitori e che abbandonano capricciosamente la casa paterna! Non avranno mai bene in questo mondo; e prima o poi dovranno pentirsene amaramente. 
- Canta pure, Grillo mio, come ti pare e piace: ma io so che domani, all'alba, voglio andarmene di qui, perch se rimango qui, avverr a me quel che avviene a tutti gli altri ragazzi, vale a dire mi manderanno a scuola e per amore o per forza mi toccher studiare; e io, a dirtela in confidenza, di studiare non ne ho punto voglia e mi diverto pi a correre dietro alle farfalle e a salire su per gli alberi a prendere gli uccellini di nido. 
- Povero grullerello! Ma non sai che, facendo cos, diventerai da grande un bellissimo somaro e che tutti si piglieranno gioco di te? 
- Chtati. Grillaccio del mal'augurio! - grid Pinocchio. Ma il Grillo, che era paziente e filosofo, invece di aversi a male di questa impertinenza, continu con lo stesso tono di voce: 
- E se non ti garba di andare a scuola, perche non impari almeno un mestiere, tanto da guadagnarti onestamente un pezzo di pane? 
- Vuoi che te lo dica? - replic Pinocchio, che cominciava a perdere la pazienza. - Fra tutti i mestieri del mondo non ce n' che uno solo, che veramente mi vada a genio. 
- E questo mestiere sarebbe?... 
- Quello di mangiare, bere, dormire, divertirmi e fare dalla mattina alla sera la vita del vagabondo. 
- Per tua regola, - disse il Grillo-parlante con la sua solita calma, - tutti quelli che fanno codesto mestiere finiscono sempre allo spedale o in prigione. 
- Bada, Grillacclo del mal'augurio!... se mi monta la bizza, guai a te! 
- Povero Pinocchio! Mi fai proprio compassione!... 
- Perch ti faccio compassione? 
- Perch sei un burattino e, quel che  peggio, perch hai la testa di legno. 
A queste ultime parole, Pinocchio salt su tutt'infuriato e preso sul banco un martello di legno lo scagli contro il Grillo-parlante. Forse non credeva nemmeno di colpirlo: ma disgraziatamente lo colse per l'appunto nel capo, tanto che il povero Grillo ebbe appena il fiato di fare cr -cr -cr , e poi rimase l stecchito e appiccicato alla parete. 

CAPITOLO 5


Pinocchio ha fame, e cerca un uovo per farsi una frittata; ma sul pi bello, la frittata gli vola via dalla finestra.


Intanto cominci a farsi notte, e Pinocchio, ricordandosi che non aveva mangiato nulla, senti un'uggiolina allo stomaco, che somigliava moltissimo all'appetito. 
Ma l'appetito nei ragazzi cammina presto; e di fatti dopo pochi minuti l'appetito divent fame, e la fame, dal vedere al non vedere, si converti in una fame da lupi, una fame da tagliarsi col coltello. 
Il povero Pinocchio corse subito al focolare, dove c'era una pentola che bolliva e fece l'atto di scoperchiarla, per vedere che cosa ci fosse dentro, ma la pentola era dipinta sul muro. Figuratevi come rest. Il suo naso, che era gi lungo, gli divent pi lungo almeno quattro dita. 
Allora si dette a correre per la stanza e a frugare per tutte le cassette e per tutti i ripostigli in cerca di un po' di pane, magari un po' di pan secco, un crosterello, un osso avanzato al cane, un po' di polenta muffita, una lisca di pesce, un nocciolo di ciliegia, insomma di qualche cosa da masticare: ma non trov nulla, il gran nulla, proprio nulla. 
E intanto la fame cresceva, e cresceva sempre: e il povero Pinocchio non aveva altro sollievo che quello di sbadigliare: e faceva degli sbadigli cos lunghi, che qualche volta la bocca gli arrivava fino agli orecchi. E dopo avere sbadigliato, sputava, e sentiva che lo stomaco gli andava via. 
Allora piangendo e disperandosi, diceva: 
- Il Grillo-parlante aveva ragione. Ho fatto male a rivoltarmi al mio babbo e a fuggire di casa... Se il mio babbo fosse qui, ora non mi troverei a morire di sbadigli! Oh! che brutta malattia che  la fame! 
Quand'ecco gli parve di vedere nel monte della spazzatura qualche cosa di tondo e di bianco, che somigliava tutto a un uovo di gallina. Spiccare un salto e gettarvisi sopra, fu un punto solo. Era un uovo davvero. 
La gioia del burattino  impossibile descriverla: bisogna sapersela figurare. Credendo quasi che fosse un sogno, si rigirava quest'uovo fra le mani, e lo toccava e lo baciava, e baciandolo diceva: 
- E ora come dovr cuocerlo? Ne far una frittata?... No,  meglio cuocerlo nel piatto!... O non sarebbe pi saporito se lo friggessi in padella? O se invece lo cuocessi a uso uovo da bere? No, la pi lesta di tutte  di cuocerlo nel piatto o nel tegamino: ho troppa voglia di mangiarmelo! Detto fatto, pose un tegamino sopra un caldano pieno di brace accesa: messe nel tegamino, invece d'olio o di burro, un po' d'acqua: e quando l'acqua principi a fumare, tac!;.. spezz il guscio dell'uovo, e fece l'atto di scodellarvelo dentro. 
Ma invece della chiara e del torlo, scapp fuori un pulcino tutto allegro e complimentoso, il quale, facendo una bella riverenza, disse: 
- Mille grazie, signor Pinocchio, d'avermi risparmiata la fatica di rompere il guscio! Arrivedella, stia bene e tanti saluti a casa! 
Ci detto distese le ali e, infilata la finestra che era aperta, se ne vol via a perdita d'occhio. 
Il povero burattino rimase l, come incantato, cogli occhi fissi, colla bocca aperta e coi gusci dell'uovo in mano. Riavutosi, peraltro, dal primo sbigottimento, cominci a piangere, a strillare, a battere i piedi in terra, per la disperazione, e piangendo diceva: 
- Eppure il Grillo-parlante aveva ragione! Se non fossi scappato di casa e se il mio babbo fosse qui, ora non mi troverei a morire di fame! Oh! che brutta malattia che  la fame!... 
E perch il corpo gli seguitava a brontolare pi che mai, e non sapeva come fare a chetarlo, pens di uscir di casa e di dare una scappata al paesello vicino, nella speranza di trovare qualche persona caritatevole che gli avesse fatto l'elemosina di un po' di pane. 

CAPITOLO 6


Pinocchio si addormenta coi piedi sul caldano, e la mattina dopo si sveglia coi piedi tutti bruciati.


Per l'appunto era una nottataccia d'inferno. Tuonava forte forte, lampeggiava come se il cielo pigliasse fuoco, e un ventaccio freddo e strapazzone, fischiando rabbiosamente e sollevando un immenso nuvolo di polvere, faceva stridere e cigolare tutti gli alberi della campagna. Pinocchio aveva una gran paura dei tuoni e dei lampi: se non che la fame era pi forte della paura: motivo per cui accost l'uscio di casa, e presa la carriera, in un centinaio di salti arriv fino al paese, colla lingua fuori e col fiato grosso, come un cane da caccia. 
Ma trova tutto buio e tutto deserto. Le botteghe erano chiuse; le porte di casa chiuse; le finestre chiuse; e nella strada nemmeno un cane. Pareva il paese dei morti. 
Allora Pinocchio, preso dalla disperazione e dalla fame, si attacc al campanello d'una casa, e cominci a suonare a distesa, dicendo dentro di s: 
- Qualcuno si affaccier. 
Difatti si affacci un vecchino, col berretto da notte in capo, il quale grid tutto stizzito: 
- Che cosa volete a quest'ora? 
- Che mi fareste il piacere di darmi un po' di pane? 
- Aspettami cost che torno subito, - rispose il vecchino, credendo di aver da fare con qualcuno di quei ragazzacci rompicollo che si divertono di notte a suonare i campanelli delle case, per molestare la gente per bene, che se la dorme tranquillamente. 
Dopo mezzo minuto la finestra si riapr e la voce del solito vecchino grid a Pinocchio: 
- Fatti sotto e para il cappello. 
Pinocchio si lev subito il suo cappelluccio; ma mentre faceva l'atto di pararlo, sent pioversi addosso un'enorme catinellata d'acqua che lo annaffi tutto dalla testa ai piedi, come se fosse un vaso di giranio appassito. 
Torn a casa bagnato come un pulcino e rifinito dalla stanchezza e dalla fame e perch non aveva pi forza di reggersi ritto, si pose a sedere, appoggiando i piedi fradici e impillaccherati sopra un caldano pieno di brace accesa. 
E l si addorment; e nel dormire, i piedi che erano di legno, gli presero fuoco e adagio adagio gli si carbonizzarono e diventarono cenere. 
E Pinocchio seguitava a dormire e a russare, come se i suoi piedi fossero quelli d'un altro. Finalmente sul far del giorno si svegli, perch qualcuno aveva bussato alla porta. 
- Chi ? - domand sbadigliando e stropicciandosi gli occhi. 
- Sono io, - rispose una voce. 
Quella voce era la voce di Geppetto. 

CAPITOLO 7


Geppetto torna a casa, rif i piedi al burattino e gli d la colazione che il pover'uomo aveva portata con s.

Il povero Pinocchio, che aveva sempre gli occhi fra il sonno, non s'era ancora avvisto dei piedi, che gli si erano tutti bruciati: per cui appena sent la voce di suo padre, schizz gi dallo sgabello per correre a tirare il paletto; ma invece, dopo due o tre traballoni, cadde di picchio tutto lungo disteso sul pavimento. 
E nel battere in terra fece lo stesso rumore, che avrebbe fatto un sacco di mestoli. cascato da un quinto piano. 
- Aprimi! - intanto gridava Geppetto dalla strada. 
- Babbo mio, non posso, - rispondeva il burattino piangendo e ruzzolandosi per terra. 
- Perch non puoi? 
- Perch mi hanno mangiato i piedi. 
- E chi te li ha mangiati? 
- Il gatto, - disse Pinocchio, vedendo il gatto che colle zampine davanti si divertiva a far ballare alcuni trucioli di legno. 
- Aprimi, ti dico! - ripet Geppetto, - se no quando vengo in casa, il gatto te lo do io! 
- Non posso star ritto, credetelo. O povero me! povero me che mi toccher a camminare coi ginocchi per tutta la vita!... 
Geppetto, credendo che tutti questi piagnistei fossero un'altra monelleria del burattino, pens bene di farla finita, e arrampicatosi su per il muro, entr in casa dalla finestra. 
Da principio voleva dire e voleva fare: ma poi quando vide il suo Pinocchio sdraiato in terra e rimasto senza piedi davvero, allora sent intenerirsi; e presolo subito in collo, si dette a baciarlo e a fargli mille carezze e mille moine, e, coi luccioloni che gli cascavano gi per le gote, gli disse singhiozzando: 
- Pinocchiuccio mio! Com' che ti sei bruciato i piedi? 
- Non lo so, babbo, ma credetelo che  stata una nottata d'inferno e me ne ricorder fin che campo. Tonava, balenava e io avevo una gran fame e allora il Grillo-parlante mi disse: ``Ti sta bene; sei stato cattivo, e te lo meriti'', e io gli dissi: ``Bada, Grillo!...'', e lui mi disse: ``Tu sei un burattino e hai la testa di legno'' e io gli tirai un martello di legno, e lui mor ma la colpa fu sua, perch io non volevo ammazzarlo, prova ne sia che messi un tegamino sulla brace accesa del caldano, ma il pulcino scapp fuori e disse: ``Arrivedella... e tanti saluti a casa'' e la fame cresceva sempre, motivo per cui quel vecchino col berretto da notte, affacciandosi alla finestra mi disse: ``Fatti sotto e para il cappello'' e io con quella catinellata d'acqua sul capo, perch il chiedere un po' di pane non  vergogna, non  vero? me ne tornai subito a casa, e perch avevo sempre una gran fame, messi i piedi sul caldano per rasciugarmi, e voi siete tornato, e me li sono trovati bruciati, e intanto la fame l'ho sempre e i piedi non li ho pi! Ih!... ih!... ih!... ih!... 
E il povero Pinocchio cominci a piangere e a berciare cos forte, che lo sentivano da cinque chilometri lontano. 
Geppetto, che di tutto quel discorso arruffato aveva capito una cosa sola, cio che il burattino sentiva morirsi dalla gran fame, tir fuori di tasca tre pere, e porgendogliele, disse: 
- Queste tre pere erano per la mia colazione: ma io te le do volentieri. Mangiale, e buon pro ti faccia. 
- Se volete che le mangi, fatemi il piacere di sbucciarle. 
- Sbucciarle? - replic Geppetto meravigliato. 
- Non avrei mai creduto, ragazzo, mio, che tu fossi cos boccuccia e cos schizzinoso di palato. Male! In questo mondo, fin da bambini, bisogna avvezzarsi abboccati e a saper mangiare di tutto, perch non si sa mai quel che ci pu capitare. I casi son tanti!... 
- Voi direte bene, - soggiunse Pinocchio, - ma io non manger mai una frutta, che non sia sbucciata. Le bucce non le posso soffrire. 
E quel buon uomo di Geppetto, cavato fuori un coltellino, e armatosi di santa pazienza, sbucci le tre pere, e pose tutte le bucce sopra un angolo della tavola. 
Quando Pinocchio in due bocconi ebbe mangiata la prima pera, fece l'atto di buttar via il torsolo: ma Geppetto gli trattenne il braccio, dicendogli: 
- Non lo buttar via: tutto in questo mondo pu far comodo. 
- Ma io il torsolo non lo mangio davvero!... - grid il burattino, rivoltandosi come una vipera. 
- Chi lo sa! I casi son tanti!... - ripet Geppetto, senza riscaldarsi. 
Fatto sta che i tre torsoli, invece di essere gettati fuori dalla finestra, vennero posati sull'angolo della tavola in compagnia delle bucce. 
Mangiate o, per dir meglio, divorate le tre pere, Pinocchio fece un lunghissimo sbadiglio e disse piagnucolando: 
- Ho dell'altra fame! 
- Ma io, ragazzo mio, non ho pi nulla da darti. 
- Proprio nulla, nulla? 
- Ci avrei soltanto queste bucce e questi torsoli di pera. 
- Pazienza! - disse Pinocchio, - se non c' altro, manger una buccia. 
E cominci a masticare. Da principio storse un po' la bocca; ma poi, una dietro l'altra, spolver in un soffio tutte le bucce: e dopo le bucce, anche i torsoli, e quand'ebbe finito di mangiare ogni cosa, si batt tutto contento le mani sul corpo, e disse gongolando: 
- Ora s che sto bene! 
- Vedi dunque, - osserv Geppetto, - che avevo ragione io quando ti dicevo che non bisogna avvezzarsi n troppo sofistici n troppo delicati di palato. Caro mio, non si sa mai quel che ci pu capitare in questo mondo. I casi son tanti!... 


CAPITOLO 8


Geppetto rif i piedi a Pinocchio e vende la propria casacca per comprargli l'Abbecedario.


Il burattino, appena che si fu levata la fame, cominci subito a bofonchiare e a piangere, perch voleva un paio di piedi nuovi. 
Ma Geppetto, per punirlo della monelleria fatta lo lasci piangere e disperarsi per una mezza giornata: poi gli disse: 
- E perch dovrei rifarti i piedi? Forse per vederti scappar di nuovo da casa tua? 
- Vi prometto, - disse il burattino singhiozzando, - che da oggi in poi sar buono... 
- Tutti i ragazzi, - replic Geppetto, - quando vogliono ottenere qualcosa, dicono cos. 
- Vi prometto che ander a scuola, studier e mi far onore... 
- Tutti i ragazzi, quando vogliono ottenere qualcosa, ripetono la medesima storia. 
- Ma io non sono come gli altri ragazzi! Io sono pi buono di tutti e dico sempre la verit. Vi prometto, babbo, che imparer un'arte e che sar la consolazione e il bastone della vostra vecchiaia. 
Geppetto che, sebbene facesse il viso di tiranno, aveva gli occhi pieni di pianto e il cuore grosso dalla passione di vedere il suo povero Pinocchio in quello stato compassionevole, non rispose altre parole: ma, presi in mano gli arnesi del mestiere e due pezzetti di legno stagionato, si pose a lavorare di grandissimo impegno. 
E in meno d'un'ora, i piedi erano bell'e fatti; due piedini svelti, asciutti e nervosi, come se fossero modellati da un artista di genio. 
Allora Geppetto disse al burattino: 
- Chiudi gli occhi e dormi! 
E Pinocchio chiuse gli occhi e fece finta di dormire. E nel tempo che si fingeva addormentato, Geppetto con un po' di colla sciolta in un guscio d'uovo gli appiccic i due piedi al loro posto, e glieli appiccic cos bene, che non si vedeva nemmeno il segno dell'attaccatura. 
Appena il burattino si accorse di avere i piedi, salt gi dalla tavola dove stava disteso, e principi a fare mille sgambetti e mille capriole, come se fosse ammattito dalla gran contentezza. 
- Per ricompensarvi di quanto avete fatto per me, - disse Pinocchio al suo babbo, - voglio subito andare a scuola. 
- Bravo ragazzo! 
- Ma per andare a scuola ho bisogno d'un po' di vestito. 
Geppetto, che era povero e non aveva in tasca nemmeno un centesimo, gli fece allora un vestituccio di carta fiorita, un paio di scarpe di scorza di albero e un berrettino di midolla di pane. 
Pinocchio corse subito a specchiarsi in una catinella piena d'acqua e rimase cos contento di s, che disse pavoneggiandosi: 
- Paio proprio un signore! 
- Davvero, - replic Geppetto, - perch, tienlo a mente, non  il vestito bello che fa il signore. ma  piuttosto il vestito pulito. 
- A proposito, - soggiunse il burattino, - per andare alla scuola mi manca sempre qualcosa: anzi mi manca il pi e il meglio. 
- Cio? 
- Mi manca l'Abbecedario. 
- Hai ragione: ma come si fa per averlo? 
-  facilissimo: si va da un libraio e si compra. 
- E i quattrini? 
- Io non ce l'ho. 
- Nemmeno io, - soggiunse il buon vecchio, facendosi tristo. 
E Pinocchio, sebbene fosse un ragazzo allegrissimo, si fece tristo anche lui: perch la miseria, quando  miseria davvero, la intendono tutti: anche i ragazzi. 
- Pazienza! - grid Geppetto tutt'a un tratto rizzandosi in piedi; e infilatasi la vecchia casacca di fustagno, tutta toppe e rimendi, usc correndo di casa. 
Dopo poco torn: e quando torn aveva in mano l'Abbecedario per il figliuolo, ma la casacca non l'aveva pi. Il pover'uomo era in maniche di camicia, e fuori nevicava. 
- E la casacca, babbo? 
- L'ho venduta. 
- Perch l'avete venduta? 
- Perch mi faceva caldo. 
Pinocchio cap questa risposta a volo, e non potendo frenare l'impeto del suo buon cuore, salt al collo di Geppetto e cominci a baciarlo per tutto il viso. 


CAPITOLO 9


Pinocchio vende l'Abbecedario per andare a vedere il teatrino dei burattini.


Smesso che fu di nevicare, Pinocchio col suo bravo Abbecedario nuovo sotto il braccio, prese la strada che menava alla scuola: e strada facendo, fantasticava nel suo cervellino mille ragionamenti e mille castelli in aria, uno pi bello dell'altro. 
E discorrendo da s solo diceva: 
- Oggi, alla scuola, voglio subito imparare a leggere: domani poi imparer a scrivere e domani l'altro imparer a fare i numeri. Poi, colla mia abilit, guadagner molti quattrini e coi primi quattrini che mi verranno in tasca, voglio subito fare al mio babbo una bella casacca di panno. 
Ma che dico di panno? Gliela voglio fare tutta d'argento e d'oro, e coi bottoni di brillanti. E quel pover'uomo se la merita davvero: perch, insomma, per comprarmi i libri e per farmi istruire,  rimasto in maniche di camicia... a questi freddi! Non ci sono che i babbi che sieno capaci di certi sacrifizi!... 
Mentre tutto commosso diceva cos gli parve di sentire in lontananza una musica di pifferi e di colpi di grancassa: p p p zum, zum, zum, zum. 
Si ferm e stette in ascolto. Quei suoni venivano di fondo a una lunghissima strada traversa, che conduceva a un piccolo paesetto fabbricato sulla spiaggia del mare. 
- Che cosa sia questa musica? Peccato che io debba andare a scuola, se no... 
E rimase l perplesso. A ogni modo, bisognava prendere una risoluzione: o a scuola, o a sentire i pifferi. 
- Oggi ander a sentire i pifferi, e domani a scuola: per andare a scuola c' sempre tempo, - disse finalmente quel monello facendo una spallucciata. 
Detto fatto, infil gi per la strada traversa, e cominci a correre a gambe. Pi correva e pi sentiva distinto il suono dei pifferi e dei tonfi della grancassa: p p p.. zum, zum, zum, zum. 
Quand'ecco che si trov in mezzo a una piazza tutta piena di gente, la quale si affollava intorno a un gran baraccone di legno e di tela dipinta di mille colori. 
- Che cos' quel baraccone? - domand Pinocchio, voltandosi a un ragazzetto che era l del paese. 
- Leggi il cartello, che c' scritto, e lo saprai. 
- Lo leggerei volentieri, ma per l'appunto oggi non so leggere. 
- Bravo bue! Allora te lo legger io. Sappi dunque che in quel cartello a lettere rosse come il fuoco c' scritto: GRAN TEATRO DEI BURATTINI... 
-  molto che  incominciata la commedia? 
- Comincia ora. 
- E quanto si spende per entrare? 
- Quattro soldi. 
Pinocchio, che aveva addosso la febbre della curiosit, perse ogni ritegno, e disse senza vergognarsi al ragazzetto, col quale parlava: 
- Mi daresti quattro soldi fino a domani? 
- Te li darei volentieri, - gli rispose l'altro canzonandolo, - ma oggi per l'appunto non te li posso dare. 
- Per quattro soldi, ti vendo la mia giacchetta, - gli disse allora il burattino. 
- Che vuoi che mi faccia di una giacchetta di carta fiorita? Se ci piove su, non c' pi verso di cavartela da dosso. 
- Vuoi comprare le mie scarpe? 
- Sono buone per accendere il fuoco. 
- Quanto mi di del berretto? 
- Bell'acquisto davvero! Un berretto di midolla di pane! C' il caso che i topi me lo vengano a mangiare in capo! 
Pinocchio era sulle spine. Stava l l per fare un'ultima offerta: ma non aveva coraggio; esitava, tentennava, pativa. Alla fine disse: 
- Vuoi darmi quattro soldi di quest'Abbecedario nuovo? 
- Io sono un ragazzo, e non compro nulla dai ragazzi, - gli rispose il suo piccolo interlocutore, che aveva molto pi giudizio di lui. 
- Per quattro soldi l'Abbecedario lo prendo io, - grid un rivenditore di panni usati, che s'era trovato presente alla conversazione. 
E il libro fu venduto l sui due piedi. E pensare che quel pover'uomo di Geppetto era rimasto a casa, a tremare dal freddo in maniche di camicia, per comprare l'Abbecedario al figliuolo! 

CAPITOLO 10


I burattini riconoscono il loro fratello Pinocchio e gli fanno una grandissima festa; ma sul pi bello, esce fuori il burattinaio Mangiafoco, e Pinocchio corre il pericolo di fare una brutta fine.


Quando Pinocchio entr nel teatrino delle marionette, accadde un fatto che dest mezza rivoluzione. 
Bisogna sapere che il sipario era tirato su e la commedia era gi incominciata. 
Sulla scena si vedevano Arlecchino e Pulcinella, che bisticciavano fra di loro e, secondo il solito, minacciavano da un momento all'altro di scambiarsi un carico di schiaffi e di bastonate. 
La platea, tutta attenta, si mandava a male dalle grandi risate, nel sentire il battibecco di quei due burattini, che gestivano e si trattavano d'ogni vitupero con tanta verit, come se fossero proprio due animali ragionevoli e due persone di questo mondo. 
Quando all'improvviso, che  che non , Arlec chino smette di recitare, e voltandosi verso il pubblico e accennando colla mano qualcuno in fondo alla platea, comincia a urlare in tono drammatico: 
- Numi del firmamento! sogno o son desto? Eppure quello laggi  Pinocchio!... 
-  Pinocchio davvero! - grida Pulcinella. 
- : proprio lui! - strilla la signora Rosaura, facendo capolino di fondo alla scena. 
- : Pinocchio!  Pinocchio! - urlano in coro tutti i burattini, uscendo a salti fuori delle quinte. 
 Pinocchio!  il nostro fratello Pinocchio! Evviva Pinocchio. 
- Pinocchio, vieni quass da me, - grida Arlecchino, - vieni a gettarti fra le braccia dei tuoi fratelli di legno! 
A questo affettuoso invito Pinocchio spicca un salto, e di fondo alla platea va nei posti distinti; poi con un altro salto, dai posti distinti monta sulla testa del direttore d'orchestra, e di l schizza sul palcoscenico. 
: impossibile figurarsi gli abbracciamenti, gli strizzoni di collo, i pizzicotti dell'amicizia e le zuccate della vera e sincera fratellanza, che Pinocchio ricev in mezzo a tanto arruffio dagli attori e dalle attrici di quella compagnia drammatico-vegetale. 
Questo spettacolo era commovente, non c' che dire: ma il pubblico della platea, vedendo che la commedia non andava pi avanti, s'impazient e prese a gridare: 
- Vogliamo la commedia, vogliamo la commedia! 
Tutto fiato buttato via, perch i burattini, invece di continuare la recita, raddoppiarono il chiasso e le grida, e, postosi Pinocchio sulle spalle, se lo portarono in trionfo davanti ai lumi della ribalta. 
Allora usc fuori il burattinaio, un omone cos brutto, che metteva paura soltanto a guardarlo. Aveva una barbaccia nera come uno scarabocchio d'inchiostro, e tanto lunga che gli scendeva dal mento fino a terra: basta dire che, quando camminava, se la pestava coi piedi. La sua bocca era larga come un forno, i suoi occhi parevano due lanterne di vetro rosso, col lume acceso di dietro, e con le mani faceva schioccare una grossa frusta, fatta di serpenti e di code di volpe attorcigliate insieme. 
All'apparizione inaspettata del burattinaio, ammutolirono tutti: nessuno fiat pi. Si sarebbe sentito volare una mosca. Quei poveri burattini, maschi e femmine, tremavano tutti come tante foglie. 
- Perch sei venuto a mettere lo scompiglio nel mio teatro? - domand il burattinaio a Pinocchio, con un vocione d'Orco gravemente infreddato di testa. 
- La creda, illustrissimo, che la colpa non  stata mia!... 
- Basta cos! Stasera faremo i nostri conti. 
Difatti, finita la recita della commedia, il burattinaio and in cucina, dov'egli s'era preparato per cena un bel montone, che girava lentamente infilato nello spiedo. E perch gli mancavano la legna per finirlo di cuocere e di rosolare, chiam Arlecchino e Pulcinella e disse loro: 
- Portatemi di qua quel burattino che troverete attaccato al chiodo. Mi pare un burattino fatto di un legname molto asciutto, e sono sicuro che, a buttarlo sul fuoco, mi dar una bellissima fiammata all'arrosto. 
Arlecchino e Pulcinella da principio esitarono; ma impauriti da un'occhiataccia del loro padrone, obbedirono: e dopo poco tornarono in cucina, portando sulle braccia il povero Pinocchio, il quale, divincolandosi come un'anguilla fuori dell'acqua, strillava disperatamente: 
- Babbo mio, salvatemi! Non voglio morire, non voglio morire!... 




CAPITOLO 11


Mangiafoco starnutisce e perdona a Pinocchio, il quale poi difende dalla morte il suo amico Arlecchino.


Il burattinaio Mangiafoco che (questo era il suo nome) pareva un uomo spaventoso, non dico di no, specie con quella sua barbaccia nera che, a uso grembiale, gli copriva tutto il petto e tutte le gambe; ma nel fondo poi non era un cattiv'uomo. Prova ne sia che quando vide portarsi davanti quel povero Pinocchio, che si dibatteva per ogni verso, urlando ``Non voglio morire, non voglio morire!'', principi subito a commuoversi e a impietosirsi e, dopo aver resistito un bel pezzo, alla fine non ne pot pi, e lasci andare un sonorissimo starnuto. 
A quello starnuto, Arlecchino, che fin allora era stato afflitto e ripiegato come un salcio piangente, si fece tutto allegro in viso, e chinatosi verso Pinocchio, gli bisbigli sottovoce: 
- Buone nuove, fratello. Il burattinaio ha starnutito, e questo  segno che s' mosso a compassione per te, e oramai sei salvo. 
Perch bisogna sapere che, mentre tutti gli uomini, quando si sentono impietositi per qualcuno, o piangono o per lo meno fanno finta di rasciugarsi gli occhi, Mangiafoco, invece, ogni volta che s'inteneriva davvero, aveva il vizio di starnutire. Era un modo come un altro, per dare a conoscere agli altri la sensibilit del suo cuore. 
Dopo aver starnutito, il burattinaio, seguitando a fare il burbero, grid a Pinocchio: 
- Finiscila di piangere! I tuoi lamenti mi hanno messo un'uggiolina in fondo allo stomaco... Sento uno spasimo, che quasi quasi... Etc etc - e fece altri due starnuti. 
- Felicit! - disse Pinocchio. 
- Grazie! E il tuo babbo e la tua mamma sono sempre vivi? - gli domand Mangiafoco. 
- Il babbo, s la mamma non l'ho mai conosciuta. 
- Chi lo sa che dispiaeere sarebbe per il tuo vecchio padre, se ora ti facessi gettare fra quei carboni ardenti! Povero vecchio! lo compatiseo!.. Etc etc etc - e fece altri tre starnuti. 
- Felicit! - disse Pinocchio. 
- Grazie! Del resto bisogna compatire anche me, perch, come vedi, non ho pi legna per finire di cuocere quel montone arrosto, e tu, dico la verit, in questo caso mi avresti fatto un gran comodo! Ma oramai mi sono impietosito e ci vuol pazienza. Invece di te, metter a bruciare sotto lo spiedo qualche burattino della mia Compagnia... Ol, giandarmi! 
A questo comando comparvero subito due giandarmi di legno, lunghi lunghi, secchi secchi, col cappello a lucerna in testa e colla sciabola sfoderata in mano. 
Allora il burattinaio disse loro con voce rantolosa: 
- Pigliatemi l quell'Arlecchino, legatelo ben bene, e poi gettatelo a bruciare sul fuoco. Io voglio che il mio montone sia arrostito bene! 
Figuratevi il povero Arlecchino! Fu tanto il suo spavento, che le gambe gli si ripiegarono e cadde bocconi per terra. 
Pinocchio, alla vista di quello spettacolo straziante, and a gettarsi ai piedi del burattinaio e piangendo dirottamente e bagnandogli di lacrime tutti i peli della lunghissima barba, cominci a dire con voce supplichevole: 
- Piet, signor Mangiafoco!... 
- Qui non ci son signori! - replic duramente il burattinaio. 
- Piet, signor Cavaliere!... 
- Qui non ci son cavalieri! 
- Piet, signor Commendatore!... 
- Qui non ci son commendatori! 
- Piet, Eccellenza!... 
A sentirsi chiamare Eccellenza il burattinaio fece subito il bocchino tondo, e diventato tutt'a un tratto pi umano e pi trattabile, disse a Pinocchio: 
- Ebbene, che cosa vuoi da me? 
- Vi domando grazia per il povero Arlecchino!... 
- Qui non c' grazia che tenga. Se ho risparmiato te, bisogna che faccia mettere sul fuoco lui, perch io voglio che il mio montone sia arrostito bene. 
- In questo caso, - grid fieramente Pinocchio, rizzandosi e gettando via il suo berretto di midolla di pane, - in questo caso conosco qual  il mio dovere. Avanti, signori giandarmi! Legatemi e gettatemi l fra quelle fiamme. No, non  giusta che il povero Arlecchino, il vero amico mio, debba morire per me!... 
Queste parole, pronunziate con voce alta e con accento eroico, fecero piangere tutti i burattini che erano presenti a quella scena. Gli stessi giandarmi, sebbene fossero di legno, piangevano come due agnellini di latte. 
Mangiafoco, sul principio, rimase duro e immobile come un pezzo di ghiaccio: ma poi, adagio adagio, cominci anche lui a commuoversi e a starnutire. E fatti quattro o cinque starnuti, apr affettuosamente le braccia e disse a Pinocchio: 
- Tu sei un gran bravo ragazzo! Vieni qua da me e dammi un bacio. 
Pinocchio corse subito, e arrampicandosi come uno scoiattolo su per la barba del burattinaio, and a posargli un bellissimo bacio sulla punta del naso. 
- Dunque la grazia  fatta? - domand il povero Arlecchino, con un fil di voce che si sentiva appena. 
- La grazia  fatta! - rispose Mangiafoco: poi soggiunse sospirando e tentennando il capo: - Pazienza! Per questa sera mi rassegner a mangiare il montone mezzo crudo, ma un'altra volta, guai a chi toccher!... 
Alla notizia della grazia ottenuta, i burattini corsero tutti sul palcoscenico e, accesi i lumi e i lampadari come in serata di gala, cominciarono a saltare e a ballare. Era l'alba e ballavano sempre. 


CAPITOLO 12


Il burattinaio Mangiafoco regala cinque monete d'oro a Pinocchio, perch le porti al suo babbo Geppetto: e Pinocchio, invece, si lascia abbindolare dalla Volpe e dal Gatto e se na va con loro.


Il giorno dipoi Mangiafoco chiam in disparte Pinocchio e gli domand: 
- Come si chiama tuo padre? 
- Geppetto. 
- E che mestiere fa? 
- Il povero. 
- Guadagna molto? 
- Guadagna tanto, quanto ci vuole per non aver mai un centesimo in tasca. Si figuri che per comprarmi l'Abbecedario della scuola dov vendere l'unica casacca che aveva addosso: una casacca che, fra toppe e rimendi, era tutta una piaga. 
- Povero diavolo! Mi fa quasi compassione. Ecco qui cinque monete d'oro. Vai subito a portargliele e salutalo tanto da parte mia. 
Pinocchio, com' facile immaginarselo, ringrazi mille volte il burattinaio, abbracci, a uno a uno, tutti i burattini della Compagnia, anche i giandarmi: e fuori di s dalla contentezza, si mise in viaggio per tornarsene a casa sua. 
Ma non aveva fatto ancora mezzo chilometro, che incontr per la strada una Volpe zoppa da un piede e un Gatto cieco da tutt'e due gli occhi, che se ne andavano l l, aiutandosi fra di loro, da buoni compagni di sventura. La Volpe che era zoppa, camminava appoggiandosi al Gatto: e il Gatto, che era cieco, si lasciava guidare dalla Volpe. 
- Buon giorno, Pinocchio, - gli disse la Volpe, salutandolo garbatamente. 
- Com' che sai il mio nome? - domand il burattino. 
- Conosco bene il tuo babbo. 
- Dove l'hai veduto? 
- L'ho veduto ieri sulla porta di casa sua. 
- E che cosa faceva? 
- Era in maniche di camicia e tremava dal freddo. 
- Povero babbo! Ma, se Dio vuole, da oggi in poi non tremer pi!... 
- Perch? 
- Perch io sono diventato un gran signore. 
- Un gran signore tu? - disse la Volpe, e cominci a ridere di un riso sguaiato e canzonatore: e il Gatto rideva anche lui, ma per non darlo a vedere, si pettinava i baffi colle zampe davanti. 
- C' poco da ridere, - grid Pinocchio impermalito. - Mi dispiace davvero di farvi venire l'acquolina in bocca, ma queste qui, se ve ne intendete, sono cinque bellissime monete d'oro. 
E tir fuori le monete avute in regalo da Mangiafoco. 
Al simpatico suono di quelle monete la Volpe, per un moto involontario, allung la gamba che pareva rattrappita, e il Gatto spalanc tutt'e due gli occhi, che parvero due lanterne verdi: ma poi li richiuse subito, tant' vero che Pinocchio non si accorse di nulla. 
- E ora, - gli domand la Volpe, - che cosa vuoi farne di codeste monete? 
- Prima di tutto, - rispose il burattino, - voglio comprare per il mio babbo una bella casacca nuova, tutta d'oro e d'argento e coi bottoni di brillanti: e poi voglio comprare un Abbecedario per me. 
- Per te? 
- Davvero: perch voglio andare a scuola e mettermi a studiare a buono. 
- Guarda me! - disse la Volpe. - Per la passione sciocca di studiare ho perduto una gamba. 
- Guarda me! - disse il Gatto. - Per la passione sciocca di studiare ho perduto la vista di tutti e due gli occhi. 
In quel mentre un Merlo bianco, che se ne stava appollaiato sulla siepe della strada, fece il solito verso e disse: 
- Pinocchio, non dar retta ai consigli dei cattivi compagni: se no, te ne pentirai! 
Povero Merlo, non l'avesse mai detto! Il Gatto, spiccando un gran salto, gli si avvent addosso, e senza dargli nemmeno il tempo di dire ohi se lo mangi in un boccone, con le penne e tutto. 
Mangiato che l'ebbe e ripulitasi la bocca, chiuse gli occhi daccapo e ricominci a fare il cieco, come prima. 
- Povero Merlo! - disse Pinocchio al Gatto, - perch l'hai trattato cos male? 
- Ho fatto per dargli una lezione. Cos un'altra volta imparer a non metter bocca nei discorsi degli altri. 
Erano giunti pi che a mezza strada, quando la Volpe, fermandosi di punto in bianco, disse al burattino: 
- Vuoi raddoppiare le tue monete d'oro? 
- Cio? 
- Vuoi tu, di cinque miserabili zecchini, farne cento, mille, duemila? 
- Magari! E la maniera? 
- La maniera  facilissima. Invece di tornartene a casa tua, dovresti venire con noi. 
- E dove mi volete condurre? 
- Nel paese dei Barbagianni. 
Pinocchio ci pens un poco, e poi disse risolutamente: 
- No, non ci voglio venire. Oramai sono vicino a casa, e voglio andarmente a casa, dove c' il mio babbo che m'aspetta. Chi lo sa, povero vecchio, quanto ha sospirato ieri, a non vedermi tornare. Pur troppo io sono stato un figliolo cattivo, e il Grillo-parlante aveva ragione quando diceva: "I ragazzi disobbedienti non possono aver bene in questo mondo". E io l'ho provato a mie spese, Perch mi sono capitate dimolte disgrazie, e anche ieri sera in casa di Mangiafoco, ho corso pericolo... Brrr! mi viene i bordoni soltanto a pensarci! 
- Dunque, - disse la Volpe, - vuoi proprio andare a casa tua? Allora vai pure, e tanto peggio per te! 
- Tanto peggio per te! - ripet il Gatto. 
- Pensaci bene, Pinocchio, perch tu di un calcio alla fortuna. 
- Alla fortuna! - ripet il Gatto. 
- I tuoi cinque zecchini, dall'oggi al domani sarebbero diventati duemila. 
- Duemila! - ripet il Gatto. 
- Ma com' mai possibile che diventino tanti? - domand Pinocchio, restando a bocca aperta dallo stupore. 
- Te lo spiego subito, - disse la Volpe. - Bisogna sapere che nel paese dei Barbagianni c' un campo benedetto, chiamato da tutti il Campo dei miracoli. Tu fai in questo campo una piccola buca e ci metti dentro per esempio uno zecchino d'oro. Poi ricuopri la buca con un po' di terra: l'annaffi con due secchie d'acqua di fontana, ci getti sopra una presa di sale, e la sera te ne vai tranquillamente a letto. Intanto, durante la notte, lo zecchino germoglia e fiorisce, e la mattina dopo, di levata, ritornando nel campo, che cosa trovi? Trovi un bell'albero carico di tanti zecchini d'oro, quanti chicchi di grano pu avere una bella spiga nel mese di giugno. 
- Sicch dunque, - disse Pinocchio sempre pi sbalordito, - se io sotterrassi in quel campo i miei cinque zecchini, la mattina dopo quanti zecchini ci troverei? 
-  un conto facilissimo, - rispose la Volpe, - un conto che puoi farlo sulla punta delle dita. Poni che ogni zecchino ti faccia un grappolo di cinquecento zecchini: moltiplica il cinquecento per cinque e la mattina dopo ti trovi in tasca duemila cinquecento zecchini lampanti e sonanti. 
- Oh che bella cosa! - grid Pinocchio, ballando dall'allegrezza. - Appena che questi zecchini gli avr raccolti, ne prender per me duemila e gli altri cinquecento di pi li dar in regalo a voi altri due. 
- Un regalo a noi? - grid la Volpe sdegnandosi e chiamandosi offesa. - Dio te ne liberi! 
- Te ne liberi! - ripet il Gatto. 
- Noi, - riprese la Volpe, - non lavoriamo per il vile interesse: noi lavoriamo unicamente per arricchire gli altri. 
- Gli altri! - ripet il Gatto. 
- Che brave persone! - pens dentro di s Pinocchio: e dimenticandosi l sul tamburo, del suo babbo, della casacca nuova, dell'Abbecedario e di tutti i buoni proponimenti fatti, disse alla Volpe e al Gatto: 
- Andiamo pure. Io vengo con voi. 




CAPITOLO 13


L'osteria del Gambero Rosso.


Cammina, cammina, cammina, alla fine sul far della sera arrivarono stanchi morti all'osteria del Gambero Rosso. 
- Fermiamoci un po' qui, - disse la Volpe, - tanto per mangiare un boccone e per riposarci qualche ora. A mezzanotte poi ripartiremo per essere domani, all'alba, nel Campo dei miracoli. 
Entrati nell'osteria, si posero tutti e tre a tavola: ma nessuno di loro aveva appetito. 
Il povero Gatto, sentendosi gravemente indisposto di stomaco, non pot mangiare altro che trentacinque triglie con salsa di pomodoro e quattro porzioni di trippa alla parmigiana: e perch la trippa non gli pareva condita abbastanza, si rifece tre volte a chiedere il burro e il formaggio grattato! 
La Volpe avrebbe spelluzzicato volentieri qualche cosa anche lei: ma siccome il medico le aveva ordinato una grandissima dieta, cos dov contentarsi di una semplice lepre dolce e forte con un leggerissimo contorno di pollastre ingrassate e di galletti di primo canto. Dopo la lepre si fece portare per tornagusto un cibreino di pernici, di starne, di conigli, di ranocchi, di lucertole e d'uva paradisa; e poi non volle altro. Aveva tanta nausea per il cibo, diceva lei, che non poteva accostarsi nulla alla bocca. 
Quello che mangi meno di tutti fu Pinocchio. Chiese uno spicchio di noce e un cantuccino di pane, e lasci nel piatto ogni cosa. Il povero figliuolo col pensiero sempre fisso al Campo dei miracoli, aveva preso un'indigestione anticipata di monete d'oro. 
Quand'ebbero cenato, la Volpe disse all'oste: 
- Dateci due buone camere, una per il signor Pinocchio e un'altra per me e per il mio compagno. Prima di ripartire schiacceremo un sonnellino. Ricordatevi per che a mezzanotte vogliamo essere svegliati per continuare il nostro viaggio. 
- Sissignori, - rispose l'oste e strizz l'occhio alla Volpe e al Gatto, come dire:  Ho mangiata la foglia e ci siamo intesi!... . 
Appena che Pinocchio fu entrato nel letto, si addorment a colpo e principi a sognare. E sognando gli pareva di essere in mezzo a un campo, e questo campo era pieno di arboscelli carichi di grappoli, e questi grappoli erano carichi di zecchini d'oro che, dondolandosi mossi dal vento, facevano zin, zin, zin, quasi volessero dire:  Chi ci vuole venga a prenderci . Ma quando Pinocchio fu sul pi bello, quando, cioe, allung la mano per prendere a manciate tutte quelle belle monete e mettersele in tasca, si trov svegliato all'improvviso da tre violentissimi colpi dati nella porta di camera. 
Era l'oste che veniva a dirgli che la mezzanotte era suonata. 
- E i miei compagni sono pronti? - gli domand il burattino. 
- Altro che pronti! Sono partiti due ore fa. 
- Perch mai tanta fretta? 
- Perch il Gatto ha ricevuto un'imbasciata, che il suo gattino maggiore, malato di geloni ai piedi, stava in pericolo di vita. 
- E la cena l'hanno pagata? 
- Che vi pare? Quelle l sono persone troppo educate perch facciano un affronto simile alla signoria vostra. 
- Peccato! Quest'affronto mi avrebbe fatto tanto piacere! - disse Pinocchio, grattandosi il capo. Poi domand: 
- E dove hanno detto di aspettarmi quei buoni amici? 
- Al Campo dei miracoli, domattina, allo spuntare del giorno. 
Pinocchio pag uno zecchino per la cena sua e per quella dei suoi compagni, e dopo part. 
Ma si pu dire che partisse a tastoni, perch fuori dell'osteria c'era un buio cos buio, che non ci si vedeva da qui a l. Nella campagna all'intorno non si sentiva alitare una foglia. Solamente alcuni uccellacci notturni, traversando la strada da una siepe all'altra, venivano a sbattere le ali sul naso di Pinocchio, il quale, facendo un salto indietro per la paura, gridava: - Chi va l? - e l'eco delle colline circostanti ripeteva in lontananza: - Chi va l? chi va l? chi va l? 
Intanto, mentre camminava, vide sul tronco di un albero un piccolo animaletto che riluceva di una luce pallida e opaca, come un lumino da notte dentro una lampada di porcellana trasparente. 
- Chi sei? - gli domand Pinocchio. 
- Sono l'ombra del Grillo-parlante, - rispose l'animaletto, con una vocina fioca fioca, che pareva venisse dal mondo di l. 
- Che vuoi da me? - disse il burattino. 
- Voglio darti un consiglio. Ritorna indietro e porta i quattro zecchini, che ti sono rimasti, al tuo povero babbo che piange e si dispera per non averti pi veduto. 
- Domani il mio babbo sar un gran signore, perche questi quattro zecchini diventeranno duemila. 
- Non ti fidare, ragazzo mio, di quelli che promettono di farti ricco dalla mattina alla sera. Per il solito, o sono matti o imbroglioni! Di retta a me, ritorna indietro. 
- E io, invece, voglio andare avanti. 
- L'ora  tarda!... 
- Voglio andare avanti. 
- La nottata  scura... 
- Voglio andare avanti. 
- La strada  pericolosa... 
- Voglio andare avanti. 
- Ricordati che i ragazzi che vogliono fare di loro capriccio e a modo loro, prima o poi se ne pentono. 
- Le solite storie. Buona notte, Grillo. 
- Buona notte, Pinocchio, e che il cielo ti salvi dalla guazza e dagli assassini! 
Appena dette queste ultime parole, il Grillo-parlante si spense a un tratto, come si spenge un lume soffiandoci sopra, e la strada rimase pi buia di prima. 



CAPITOLO 14


Pinocchio, per non aver dato retta ai buoni consigli del Grillo-parlante, s'imbatte negli assassini.


- Davvero, - disse fra s il burattino rimettendosi in viaggio, - come siamo disgraziati noialtri poveri ragazzi! Tutti ci sgridano, tutti ci ammoniscono, tutti ci dnno consigli. A lasciarli dire, tutti si metterebbero in capo di essere i nostri babbi e i nostri maestri: tutti: anche i Grilli-parlanti. Ecco qui: perch io non ho voluto dar retta a quell'uggioso di Grillo, chi lo sa quante disgrazie, secondo lui, mi dovrebbero accadere! Dovrei incontrare anche gli assassini! Meno male che agli assassini io non ci credo, n ci ho creduto mai. Per me gli assassini sono stati inventati apposta dai babbi, per far paura ai ragazzi che vogliono andare fuori la notte. E poi se anche li trovassi qui sulla strada, mi darebbero forse soggezione? Neanche per sogno. Anderei loro sul viso, gridando: "Signori assassini, che cosa vogliono da me? Si rammentino che con me non si scherza! Se ne vadano dunque per i fatti loro, e zitti!". A questa parlantina fatta sul serio, quei poveri assassini, mi par di vederli, scapperebbero via come il vento. Caso poi fossero tanto ineducati da non voler scappare, allora scapperei io, e cos la farei finita... 
Ma Pinocchio non pot finire il suo ragionamento, perch in quel punto gli parve di sentire dietro di s un leggerissimo frusco di foglie. 
Si volt a guardare e vide nel buio due figuracce nere tutte imbacuccate in due sacchi da carbone, le quali correvano dietro a lui a salti e in punta di piedi, come se fossero due fantasmi. 
- Eccoli davvero! - disse dentro di s: e non sapendo dove nascondere i quattro zecchini, se li nascose in bocca e precisamente sotto la lingua. 
Poi si prov a scappare. Ma non aveva ancor fatto il primo passo, che sent agguantarsi per le braccia e intese due voci orribili e cavernose, che gli dissero: 
- O la borsa o la vita! 
Pinocchio non potendo rispondere con le parole, a motivo delle monete che aveva in bocca, fece mille salamelecchi e mille pantomime per dare ad intendere a quei due incappati, di cui si vedevano soltanto gli occhi attraverso i buchi dei sacchi, che lui era un povero burattino, e che non aveva in tasca nemmeno un centesimo falso. 
- Via, via! Meno ciarle e fuori i denari! - gridavano minacciosamente i due briganti. 
E il burattino fece col capo e colle mani un segno come dire:  Non-ne ho . 
- Metti fuori i denari o sei morto, - disse l'assassino pi alto di statura. 
- Morto! - ripet l'altro. 
- E dopo ammazzato te, ammazzeremo anche tuo padre! 
- Anche tuo padre! 
- No, no, no, il mio povero babbo no! - grid Pinocchio con accento disperato: ma nel gridare cos, gli zecchini gli suonarono in bocca. 
- Ah! furfante! Dunque i denari te li sei nascosti sotto la lingua? Sputali subito! 
E Pinocchio, duro! 
- Ah! tu fai il sordo? Aspetta un poco, che penseremo noi a farteli sputare! 
Difatti, uno di loro afferr il burattino per la punta del naso e quell'altro lo prese per la bazza, e l cominciarono a tirare screanzatamente, uno per in qua e l'altro per in l, tanto da costringerlo a spalancare la bocca: ma non ci fu verso. La bocca del burattino pareva inchiodata e ribadita. 
Allora l'assassino pi piccolo di statura, cavato fuori un coltellaccio, prov a conficcarglielo, a guisa di leva e di scalpello, fra le labbra: ma Pinocchio, lesto come un lampo, gli azzann la mano coi denti, e dopo avergliela con un morso staccata di netto, la sput; e figuratevi la sua maraviglia quando, invece di una mano, si accorse di aver sputato in terra uno zampetto di gatto. 
Incoraggiato da questa prima vittoria, si liber a forza dalle unghie degli assassini e, saltata la siepe della strada, cominci a fuggire per la campagna. E gli assassini a correre dietro a lui, come due cani dietro una lepre: e quello che aveva perduto uno zampetto correva con una gamba sola, n si  saputo mai come facesse. 
Dopo una corsa di quindici chilometri, Pinocchio non ne poteva pi. Allora, vistosi perso, si arrampic su per il fusto di un altissimo pino e si pose a sedere in vetta ai rami. Gli assassini tentarono di arrampicarsi anche loro, ma giunti a met del fusto sdrucciolarono e, ricascando a terra, si spellarono le mani e i piedi. 
Non per questo si dettero per vinti: che anzi, raccolto un fastello di legna secche a pi del pino, vi appiccarono il fuoco. In men che non si dice, il pino cominci a bruciare e a divampare, come una candela agitata dal vento. Pinocchio, vedendo che le fiamme salivano sempre pi, e non volendo far la fine del piccione arrosto, spicc un bel salto di vetta all'albero, e via a correre daccapo attraverso ai campi e ai vigneti. E gli assassini dietro, sempre dietro, senza stancarsi mai. 
Intanto cominciava a baluginare il giorno e si rincorrevano sempre; quand'ecco che Pinocchio si trov sbarrato il passo da un fosso largo e profondissimo, tutto pieno di acquaccia sudicia, color del caff e latte. Che fare?  Una, due, tre!  grid il burattino, e slanciandosi con una gran rincorsa, salt dall'altra parte. E gli assassini saltarono anche loro, ma non avendo preso bene la misura, patatunfete!... cascarono gi nel bel mezzo del fosso. Pinocchio che sent il tonfo e gli schizzi dell'acqua, url ridendo e seguitando a correre: 
- Buon bagno, signori assassini. 
E gi si figurava che fossero bell'e affogati, quando invece, voltandosi a guardare, si accrse che gli correvano dietro tutti e due, sempre imbacuccati nei loro sacchi e grondanti acqua come due panieri sfondati. 



CAPITOLO 15


Gli assassini inseguono Pinocchio; e, dopo averlo raggiunto, lo impiccano a un ramo della Quercia grande.


Allora il burattino, perdutosi d'animo, fu proprio sul punto di gettarsi in terra e di darsi per vinto, quando nel girare gli occhi all'intorno vide fra mezzo al verde cupo degli alberi biancheggiare in lontananza una casina candida come la neve. 
- Se io avessi tanto fiato da arrivare fino a quella casa, forse sarei salvo, - disse dentro di s. 
E senza indugiare un minuto riprese a correre per il bosco a carriera distesa. E gli assassini sempre dietro. 
E dopo una corsa disperata di quasi due ore, finalmente tutto trafelato arriv alla porta di quella casina e buss. 
Nessuno rispose. 
Torn a bussare con maggior violenza, perch sentiva avvicinarsi il rumore dei passi e il respiro grosso e affannoso de' suoi persecutori. 
Lo stesso silenzio. 
Avvedutosi che il bussare non giovava a nulla, cominci per disperazione a dare calci e zuccate nella porta. Allora si affacci alla finestra una bella bambina, coi capelli turchini e il viso bianco come un'immagine di cera, gli occhi chiusi e le mani incrociate sul petto, la quale senza muovere punto le labbra, disse con una vocina che pareva venisse dall'altro mondo: 
- In questa casa non c' nessuno. Sono tutti morti. 
- Aprimi almeno tu! - grid Pinocchio piangendo e raccomandandosi. 
- Sono morta anch'io. 
- Morta? e allora che cosa fai cost alla finestra? 
- Aspetto la bara che venga a portarmi via. 
Appena detto cos, la bambina disparve, e la finestra si richiuse senza far rumore. 
- O bella bambina dai capelli turchini, - gridava Pinocchio, - aprimi per carit! Abbi compassione di un povero ragazzo inseguito dagli assass... 
Ma non pot finir la parola, perche sent afferrarsi per il collo, e le solite due vociaccie che gli brontolarono minacciosamente: 
- Ora non ci scappi pi! 
Il burattino, vedendosi balenare la morte dinanzi agli occhi, fu preso da un tremito cos forte, che nel tremare, gli sonavano le giunture delle sue gambe di legno e i quattro zecchini che teneva nascosti sotto la lingua. 
- Dunque? - gli domandarono gli assassini, - vuoi aprirla la bocca, s o no? Ah! non rispondi?... Lascia fare: ch questa volta te la faremo aprir noi!... 
E cavato fuori due coltellacci lunghi lunghi e affilati come rasoi, zaff... gli affibbiarono due colpi nel mezzo alle reni. 
Ma il burattino per sua fortuna era fatto d'un legno durissimo, motivo per cui le lame, spezzandosi, andarono in mille schegge e gli assassini rimasero col manico dei coltelli in mano, a guardarsi in faccia. 
- Ho capito, - disse allora uno di loro, - bisogna impiccarlo! Impicchiamolo! 
- Impicchiamolo, - ripet l'altro. 
Detto fatto, gli legarono le mani dietro le spalle e passatogli un nodo scorsoio intorno alla gola, lo attaccarono penzoloni al ramo di una grossa pianta detta la Quercia grande. 
Poi si posero l, seduti sull'erba, aspettando che il burattino facesse l'ultimo sgambetto: ma il burattino, dopo tre ore, aveva sempre gli occhi aperti, la bocca chiusa e sgambettava pi che mai. 
Annoiati finalmente di aspettare, si voltarono a Pinocchio e gli dissero sghignazzando: 
- Addio a domani. Quando domani torneremo qui, si spera che ci farai la garbatezza di farti trovare bell'e morto e con la bocca spalancata. 
E se ne andarono. 
Intanto s'era levato un vento impetuoso di tramontana, che soffiando e mugghiando con rabbia, sbatacchiava in qua e in l il povero impiccato, facendolo dondolare violentemente come il battaglio di una campana che suona a festa. E quel dondolo gli cagionava acutissimi spasimi, e il nodo scorsoio, stringendosi sempre pi alla gola, gli toglieva il respiro. 
A poco a poco gli occhi gli si appannavano; e sebbene sentisse avvicinarsi la morte, pure sperava sempre che da un momento all'altro sarebbe capitata qualche anima pietosa a dargli aiuto. Ma quando, aspetta aspetta, vide che non compariva nessuno, proprio nessuno, allora gli torn in mente il suo povero babbo... e balbett quasi moribondo: 
- Oh babbo mio! se tu fossi qui!... 
E non ebbe fiato per dir altro. Chiuse gli occhi, apr la bocca, stir le gambe e, dato un grande scrollone, rimase l come intirizzito. 



CAPITOLO 16


La bella Bambina dai capelli turchini fa raccogliere il burattino: lo mette a letto, e chiama tre medici per sapere se sia vivo o morto.


In quel mentre che il povero Pinocchio impiccato dagli assassini a un ramo della Quercia grande, pareva oramai pi morto che vivo, la bella Bambina dai capelli turchini si affacci daccapo alla finestra, e impietositasi alla vista di quell'infelice che, sospeso per il collo, ballava il trescone alle ventate di tramontana, batt per tre volte le mani insieme, e fece tre piccoli colpi. 
A questo segnale si sent un gran rumore di ali che volavano con foga precipitosa, e un grosso falco venne a posarsi sul davanzale della finestra. 
- Che cosa comandate, mia graziosa Fata? - disse il Falco abbassando il becco in atto di reverenza (perch bisogna sapere che la Bambina dai capelli turchini non era altro, in fin dei conti, che una buonissima Fata, che da pi di mill'anni abitava nelle vicinanze di quel bosco): 
- Vedi tu quel burattino attaccato penzoloni a un ramo della Quercia grande? 
- Lo vedo. 
- Orbene: vola subito laggi: rompi col tuo fortissimo becco il nodo che lo tiene sospeso in aria e posalo delicatamente sdraiato sull'erba a pi della Quercia. 
Il Falco vol via e dopo due minuti torn dicendo: 
- Quel che mi avete comandato,  fatto. 
- E come l'hai trovato? Vivo o morto? 
- A vederlo, pareva morto, ma non dev'essere ancora morto perbene, perch, appena gli ho sciolto il nodo scorsoio che lo stringeva intorno alla gola, ha lasciato andare un sospiro, balbettando a mezza voce: "Ora mi sento meglio!". 
Allora la Fata, battendo le mani insieme, fece due piccoli colpi, e apparve un magnifico Can-barbone, che camminava ritto sulle gambe di dietro, tale e quale come se fosse un uomo. 
Il Can-barbone era vestito da cocchiere in livrea di gala. Aveva in capo un nicchiettino a tre punte gallonato d'oro, una parrucca bianca coi riccioli che gli scendevano gi per il collo, una giubba color di cioccolata coi bottoni di brillanti e con due grandi tasche per tenervi gli ossi che gli regalava a pranzo la padrona, un paio di calzoni corti di velluto cremisi, le calze di seta, gli scarpini scollati, e di dietro una specie di fodera da ombrelli, tutta di raso turchino, per mettervi dentro la coda, quando il tempo cominciava a piovere. 
- Su da bravo, Medoro! - disse la Fata al Can-barbone; - Fai subito attaccare la pi bella carrozza della mia scuderia e prendi la via del bosco. Arrivato che sarai sotto la Quercia grande, troverai disteso sull'erba un povero burattino mezzo morto. Raccoglilo con garbo, posalo pari pari su i cuscini della carrozza e portamelo qui. Hai capito? 
Il Can-barbone, per fare intendere che aveva capito, dimen tre o quattro volte la fodera di raso turchino, che aveva dietro, e part come un barbero. 
Di l a poco, si vide uscire dalla scuderia una bella carrozzina color dell'aria, tutta imbottita di penne di canarino e foderata nell'interno di panna montata e di crema coi savoiardi. La carrozzina era tirata da cento pariglie di topini bianchi, e il Can-barbone, seduto a cassetta, schioccava la frusta a destra e a sinistra, come un vetturino quand'ha paura di aver fatto tardi. 
Non era ancora passato un quarto d'ora, che la carrozzina torn, e la Fata, che stava aspettando sull'uscio di casa, prese in collo il povero burattino, e portatolo in una cameretta che aveva le pareti di madreperla, mand subito a chiamare i medici pi famosi del vicinato. 
E i medici arrivarono subito, uno dopo l'altro: arriv, cio, un Corvo, una Civetta e un Grillo-parlante. 
- Vorrei sapere da lor signori, - disse la Fata, rivolgendosi ai tre medici riuniti intorno al letto di Pinocchio, - vorrei sapere da lor signori se questo disgraziato burattino sia morto o vivo!... 
A quest'invito, il Corvo, facendosi avanti per il primo, tast il polso a Pinocchio: poi gli tast il naso, poi il dito mignolo dei piedi: e quand'ebbe tastato ben bene, pronunzi solennemente queste parole: 
- A mio credere il burattino  bell'e morto: ma se per disgrazia non fosse morto, allora sarebbe indizio sicuro che  sempre vivo! 
- Mi dispiace, - disse la Civetta, - di dover contraddire il Corvo, mio illustre amico e collega: per me, invece, il burattino  sempre vivo; ma se per disgrazia non fosse vivo, allora sarebbe segno che  morto davvero! 
- E lei non dice nulla? - domand la Fata al Grillo-parlante. 
- Io dico che il medico prudente quando non sa quello che dice, la miglior cosa che possa fare,  quella di stare zitto. Del resto quel burattino l non m' fisonomia nuova: io lo conosco da un pezzo!... 
Pinocchio, che fin allora era stato immobile come un vero pezzo di legno, ebbe una specie di fremito convulso, che fece scuotere tutto il letto. 
- Quel burattino l, - seguit a dire il Grillo-parlante, -  una birba matricolata... 
Pinocchio apr gli occhi e li richiuse subito. 
-  un monellaccio, uno svogliato, un vagabondo. Pinocchio si nascose la faccia sotto i lenzuoli. 
- Quel burattino l  un figliuolo disubbidiente, che far morire di crepacuore il suo povero babbo!... 
A questo punto si sent nella camera un suono soffocato di pianti e di singhiozzi. Figuratevi come rimasero tutti, allorch sollevati un poco i lenzuoli, si accorsero che quello che piangeva e singhiozzava era Pinocchio. 
- Quando il morto piange,  segno che  in via di guarigione, - disse solennemente il Corvo. 
- Mi duole di contraddire il mio illustre amico e collega, - soggiunse la Civetta, - ma per me, quando il morto piange  segno che gli dispiace a morire. 



CAPITOLO 17


Pinocchio mangia lo zucchero, ma non vuol purgarsi: Per quando vede i becchini che vengono a portarlo via, allora si purga. Poi dice una bugia e per gastigo gli cresce il naso.


Appena i tre medici furono usciti di camera, la Fata si accost a Pinocchio e, dopo averlo toccato sulla fronte, si accrse che era travagliato da un febbrone da non si dire. 
Allora sciolse una certa polverina bianca in un mezzo bicchier d'acqua, e porgendolo al burattino, gli disse amorosamente: 
- Bevila, e in pochi giorni sarai guarito. 
Pinocchio guard il bicchiere, storse un po' la bocca, e poi dimanda con voce di piagnisteo: 
-  dolce o amara? 
-  amara, ma ti far bene. 
- Se  amara, non la voglio. 
- Da' retta a me: bevila. 
- A me l'amaro non mi piace. 
- Bevila: e quando l'avrai bevuta, ti dar una pallina di zucchero, per rifarti la bocca. 
- Dov' la pallina di zucchero? 
- Eccola qui, - disse la Fata, tirandola fuori da una zuccheriera d'oro. 
- Prima voglio la pallina di zucchero, e poi bever quell'acquaccia amara... 
- Me lo prometti? 
- S... 
La fata gli dette la pallina, e Pinocchio, dopo averla sgranocchiata e ingoiata in un attimo, disse leccandosi i labbri: 
- Bella cosa se anche lo zucchero fosse una medicina!... Mi purgherei tutti i giorni. 
- Ora mantieni la promessa e bevi queste poche gocciole d'acqua, che ti renderanno la salute. 
Pinocchio prese di mala voglia il bicchiere in mano e vi ficc dentro la punta del naso: poi se l'accost alla bocca: poi torn a ficcarci la punta del naso: finalmente disse: 
-  troppo amara! troppo amara! Io non la posso bere. 
- Come fai a dirlo se non l'hai nemmeno assaggiata? 
- Me lo figuro! L'ho sentita all'odore. Voglio prima un'altra pallina di zucchero... e poi la bever!... 
Allora la Fata, con tutta la pazienza di una buona mamma, gli pose in bocca un altro po' di zucchero; e dopo gli present daccapo il bicchiere. 
- Cos non la posso bere! - disse il burattino, facendo mille smorfie. 
- Perch? 
- Perch mi d noia quel guanciale che ho laggi sui piedi. 
La Fata gli lev il guanciale. 
-  inutile! Nemmeno cos la posso bere... 
- Che cos'altro ti d noia? 
- Mi d noia l'uscio di camera, che  mezzo aperto. 
La Fata and e chiuse l'uscio di camera. 
- Insomma, - grid Pinocchio, dando in uno scoppio di pianto, - quest'acquaccia amara, non la voglio bere, no, no, no!... 
- Ragazzo mio, te ne pentirai... 
- Non me n'importa... 
- La tua malattia  grave... 
- Non me n'importa... 
- La febbre ti porter in poche ore all'altro mondo... 
- Non me n'importa... 
- Non hai paura della morte? 
- Punto paura!... Piuttosto morire, che bevere quella medicina cattiva. 
A questo punto, la porta della camera si spalanc ed entrarono dentro quattro conigli neri come l'inchiostro, che portavano sulle spalle una piccola bara da morto. 
- Che cosa volete da me? - grid Pinocchio, rizzandosi tutto impaurito a sedere sul letto. 
- Siamo venuti a prenderti, - rispose il coniglio pi grosso. 
- A prendermi?... Ma io non sono ancora morto!... 
- Ancora no: ma ti restano pochi minuti di vita avendo tu ricusato di bevere la medicina, che ti avrebbe guarito dalla febbre!... 
- O Fata, o Fata mia,- cominci allora a strillare il burattino, - datemi subito quel bicchiere. Spicciatevi, per carit, perch non voglio morire no... non voglio morire... 
E preso il bicchiere con tutt'e due le mani, lo vot in un fiato. 
- Pazienza! - dissero i conigli. - Per questa volta abbiamo fatto il viaggio a ufo. 
E tiratisi di nuovo la piccola bara sulle spalle, uscirono di camera bofonchiando e mormorando fra i denti. 
Fatto sta che di l a pochi minuti, Pinocchio salt gi dal letto, bell'e guarito; perch bisogna sapere che i burattini di legno hanno il privilegio di ammalarsi di rado e di guarire prestissimo. 
E la Fata, vedendolo correre e ruzzare per la camera, vispo e allegro come un gallettino di primo canto, gli disse: 
- Dunque la mia medicina t'ha fatto bene davvero? 
- Altro che bene! Mi ha rimesso al mondo!... 
- E allora come mai ti sei fatto tanto pregare a beverla? 
- Egli  che noi ragazzi siamo tutti cos! Abbiamo pi paura delle medicine che del male. 
- Vergogna! I ragazzi dovrebbero sapere che un buon medicamento preso a tempo pu salvarli da una grave malattia e fors'anche dalla morte... 
- Oh! ma un'altra volta non mi far tanto pregare! Mi rammenter di quei conigli neri, colla bara sulle spalle... e allora piglier subito il bicchiere in mano, e gi!... 
- Ora vieni un po' qui da me e raccontami come and che ti trovasti fra le mani degli assassini. 
- Gli and che il burattinaio Mangiafoco mi dette alcune monete d'oro, e mi disse: "To', portale al tuo babbo!" e io, invece, per la strada trovai una Volpe e un Gatto, due persone molto per bene, che mi dissero: "Vuoi che codeste monete diventino mille e duemila? Vieni con noi, e ti condurremo al Campo dei Miracoli". E io dissi: "Andiamo"; e loro dissero: "Fermiamoci qui all'osteria del Gambero Rosso e dopo la mezzanotte ripartiremo". Ed io, quando mi svegliai, loro non c'erano pi, perch erano partiti. Allora io cominciai a camminare di notte, che era un buio che pareva impossibile, per cui trovai per la strada due assassini dentro due sacchi da carbone, che mi dissero: "Metti fuori i quattrini"; e io dissi: "Non ce n'ho"; perch le quattro monete d'oro me l'ero nascoste in bocca, e uno degli assassini si prov a mettermi le mani in bocca, e io con un morso gli staccai la mano e poi la sputai, ma invece di una mano sputai uno zampetto di gatto. E gli assassini a corrermi dietro e, io corri che ti corro, finch mi raggiunsero, e mi legarono per il collo a un albero di questo bosco, col dire: "Domani torneremo qui, e allora sarai morto e colla bocca aperta, e cos ti porteremo via le monete d'oro che hai nascoste sotto la lingua". 
- E ora le quattro monete dove le hai messe? - gli domand la Fata. 
- Le ho perdute! - rispose Pinocchio; ma disse una bugia, perch invece le aveva in tasca. Appena detta la bugia, il suo naso, che era gi lungo, gli crebbe subito due dita di pi. 
- E dove le hai perdute? 
- Nel bosco qui vicino. 
A questa seconda bugia il naso seguit a crescere. 
- Se le hai perdute nel bosco vicino, - disse la Fata, - le cercheremo e le ritroveremo: perch tutto quello che si perde nel vicino bosco, si ritrova sempre. 
- Ah! ora che mi rammento bene, - replic il burattino, imbrogliandosi, - le quattro monete non le ho perdute, ma senza avvedermene le ho inghiottite mentre bevevo la vostra medicina. 
A questa terza bugia, il naso gli si allung in un modo cos straordinario, che il povero Pinocchio non poteva pi girarsi da nessuna parte. Se si voltava di qui batteva il naso nel letto o nei vetri della finestra, se si voltava di l, lo batteva nelle pareti o nella porta di camera, se alzava un po' di pi il capo, correva il rischio di ficcarlo in un occhio alla Fata. 
E la Fata lo guardava e rideva. 
- Perch ridete? - gli domand il burattino, tutto confuso e impensierito di quel suo naso che cresceva a occhiate. 
- Rido della bugia che hai detto. 
- Come mai sapete che ho detto una bugia? 
- Le bugie, ragazzo mio, si riconoscono subito! perch ve ne sono di due specie: vi sono le bugie che hanno le gambe corte, e le bugie che hanno il naso lungo: la tua per l'appunto  di quelle che hanno il naso lungo. 
Pinocchio, non sapendo pi dove nascondersi per la vergogna, si prov a fuggire di camera; ma non gli riusc. Il suo naso era cresciuto tanto, che non passava pi dalla porta. 






CAPITOLO 18


Pinocchio ritrova la Volpe e il Gatto, e va con loro a seminare le quattro monete nel Campo de' Miracoli.


Come potete immaginarvelo, la Fata lasci che il burattino piangesse e urlasse una buona mezz'ora, a motivo di quel suo naso che non passava pi dalla porta di camera; e lo fece per dargli una severa lezione perch si correggesse dal brutto vizio di dire le bugie, il pi brutto vizio che possa avere un ragazzo. Ma quando lo vide trasfigurato e cogli occhi fuori della testa dalla gran disperazione, allora, mossa a piet, batt le mani insieme, e a quel segnale entrarono in camera dalla finestra un migliaio di grossi uccelli chiamati Picchi, i quali, posatisi tutti sul naso di Pinocchio, cominciarono a beccarglielo tanto e poi tanto, che in pochi minuti quel naso enorme e spropositato si trov ridotto alla sua grandezza naturale. 
- Quanto siete buona, Fata mia, - disse il burattino, asciugandosi gli occhi, - e quanto bene vi voglio! 
- Ti voglio bene anch'io, - rispose la Fata, - e se tu vuoi rimanere con me, tu sarai il mio fratellino e io la tua buona sorellina... 
- Io resterei volentieri... ma il mio povero babbo? 
- Ho pensato a tutto. Il tuo babbo  stato digi avvertito: e prima che faccia notte, sar qui. 
- Davvero?... - grid Pinocchio, saltando dall'allegrezza. - Allora, Fatina mia, se vi contentate, vorrei andargli incontro! Non vedo l'ora di poter dare un bacio a quel povero vecchio, che ha sofferto tanto per me! 
- Vai pure, ma bada di non ti sperdere. Prendi la via del bosco, e sono sicurissima che lo incontrerai. 
Pinocchio part: e appena entrato nel bosco, cominci a correre come un capriolo. Ma quando fu arrivato a un certo punto, quasi in faccia alla Quercia grande, si ferm, perch gli parve di aver sentito gente fra mezzo alle frasche. Difatti vide apparire sulla strada, indovinate chi?... la Volpe e il Gatto, ossia i due compagni di viaggio, coi quali aveva cenato all'osteria del Gambero Rosso. 
- Ecco il nostro caro Pinocchio! - grid la Volpe, abbracciandolo e baciandolo. - Come mai sei qui? 
- Come mai sei qui? - ripet il Gatto. 
-  una storia lunga, - disse il burattino, - e ve la racconter a comodo. Sappiate per che l'altra notte, quando mi avete lasciato solo nell'osteria, ho trovato gli assassini per la strada... 
- Gli assassini?... O povero amico! E che cosa volevano? 
- Mi volevano rubare le monete d'oro. 
- Infami!... - disse la Volpe. 
- Infamissimi! - ripet il Gatto. 
- Ma io cominciai a scappare, - continu a dire il burattino, - e loro sempre dietro: finch mi raggiunsero e m'impiccarono a un ramo di quella quercia. 
E Pinocchio accenn la Quercia grande, che era l a due passi. 
- Si pu sentir di peggio? - disse la Volpe. - In che mondo siamo condannati a vivere? Dove troveremo un rifugio sicuro noi altri galantuomini?... 
Nel tempo che parlavano cos, Pinocchio si accorse che il Gatto era zoppo dalla gamba destra davanti, perch gli mancava in fondo tutto lo zampetto cogli unghioli: per cui gli domand: 
- Che cosa hai fatto del tuo zampetto? 
Il Gatto voleva rispondere qualche cosa, ma s'imbrogli. Allora la Volpe disse subito: 
- Il mio amico  troppo modesto,- e per questo non risponde. Risponder io per lui. Sappi dunque che un'ora fa abbiamo incontrato sulla strada un vecchio lupo, quasi svenuto dalla fame, che ci ha chiesto un po' d'elemosina. Non avendo noi da dargli nemmeno una lisca di pesce, che cosa ha fatto l'amico mio, che ha davvero un cuore di Cesare?... Si  staccato coi denti uno zampetto delle sue gambe davanti e l'ha gettato a quella povera bestia, perch potesse sdigiunarsi. E la Volpe nel dir cos, si asciug una lacrima. 
Pinocchio, commosso anche lui, si avvicin al Gatto, sussurrandogli negli orecchi: 
- Se tutti i gatti ti somigliassero, fortunati i topi!... 
- E ora che cosa fai in questi luoghi? - domand la Volpe al burattino. 
- Aspetto il mio babbo, che deve arrivare qui di momento in momento. 
- E le tue monete d'oro? 
- Le ho sempre in tasca, meno una che la spesi all'osteria del Gambero Rosso. 
- E pensare che, invece di quattro monete, potrebbero diventare domani mille e duemila! Perch non di retta al mio consiglio? Perch non vai a seminarle nel Campo dei miracoli? 
- Oggi  impossibile: vi ander un altro giorno. 
- Un altro giorno sar tardi, - disse la Volpe. 
- Perch? 
- Perch quel campo  stato comprato da un gran signore e da domani in l non sar pi permesso a nessuno di seminarvi i denari. 
- Quant' distante di qui il Campo dei miracoli? 
- Due chilometri appena. Vuoi venire con noi? Fra mezz'ora sei l: semini subito le quattro monete: dopo pochi minuti ne raccogli duemila e stasera ritorni qui colle tasche piene. Vuoi venire con noi? 
Pinocchio esit un poco a rispondere, perch gli torn in mente la buona Fata, il vecchio Geppetto e gli avvertimenti del Grillo-parlante; ma poi fin col fare come fanno tutti i ragazzi senza un fil di giudizio e senza cuore; fin, cio, col dare una scrollatina di capo, e disse alla Volpe e al Gatto: 
- Andiamo pure: io vengo con voi. 
E partirono. 
Dopo aver camminato una mezza giornata arrivarono a una citt che aveva nome Acchiappa-citrulli. Appena entrato in citt, Pinocchio vide tutte le strade popolate di cani spelacchiati, che sbadigliavano dall'appetito, di pecore tosate che tremavano dal freddo, di galline rimaste senza cresta e senza bargigli, che chiedevano l'elemosina d'un chicco di granturco, di grosse farfalle, che non potevano pi volare, perch avevano venduto le loro bellissime ali colorite, di pavoni tutti scodati, che si vergognavano a farsi vedere, e di fagiani che zampettavano cheti cheti, rimpiangendo le loro scintillanti penne d'oro e d'argento, oramai perdute per sempre. 
In mezzo a questa folla di accattoni e di poveri vergognosi passavano di tanto in tanto alcune carrozze signorili con dentro o qualche volpe, o qualche gazza ladra o qualche uccellaccio di rapina. 
- E il Campo dei miracoli dov'? - domand Pinocchio. 
-  qui a due passi. 
Detto fatto traversarono la citt e, usciti fuori dalle mura, si fermarono in un campo solitario che, su per gi, somigliava a tutti gli altri campi. 
- Eccoci giunti, - disse la Volpe al burattino. - Ora chinati gi a terra, scava con le mani una piccola buca nel campo e mettici dentro le monete d'oro. 
Pinocchio ubbid. Scav la buca, ci pose le quattro monete d'oro che gli erano rimaste: e dopo ricopr la buca con un po' di terra. 
- Ora poi, - disse la Volpe, - vai alla gora qui vicina, prendi una secchia d'acqua e annaffia il terreno dove hai seminato. 
Pinocchio and alla gora, e perch non aveva l per l una secchia, si lev di piedi una ciabatta e, riempitala d'acqua, annaffi la terra che copriva la buca. Poi domand: 
- C' altro da fare? 
- Nient'altro, - rispose la Volpe. - Ora possiamo andar via. Tu poi ritorna qui fra una ventina di minuti e troverai l'arboscello gi spuntato dal suolo e coi rami tutti carichi di monete. Il povero burattino, fuori di s dalla contentezza, ringrazi mille volte la Volpe e il Gatto, e promise loro un bellissimo regalo. 
- Noi non vogliamo regali, - risposero quei due malanni. - A noi ci basta di averti insegnato il modo di arricchire senza durar fatica, e siamo contenti come pasque. 
Ci detto salutarono Pinocchio, e augurandogli una buona raccolta, se ne andarono per i fatti loro. 



CAPITOLO 19


Pinocchio  derubato delle sue monete d'oro e, per gastigo, si busca quattro mesi di prigione.


Il burattino, ritornato in citt, cominci a contare i minuti a uno a uno; e, quando gli parve che fosse l'ora, riprese subito la strada che menava al Campo dei miracoli. 
E mentre camminava con passo frettoloso, il cuore gli batteva forte e gli faceva tic, tac, tic, tac, come un orologio da sala, quando corre davvero. E intanto pensava dentro di s: 
- E se invece di mille monete, ne trovassi su i rami dell'albero duemila?... E se invece di duemila, ne trovassi cinquemila?... E se invece di cinquemila ne trovassi centomila? Oh che bel signore, allora, che diventerei!... Vorrei avere un bel palazzo, mille cavallini di legno e mille scuderie, per potermi baloccare, una cantina di rosoli e di alchermes, e una libreria tutta piena di canditi, di torte, di panettoni, di mandorlati e di cialdoni colla panna. 
Cos fantasticando, giunse in vicinanza del campo, e l si ferm a guardare se per caso avesse potuto scorgere qualche albero coi rami carichi di monete: ma non vide nulla. Fece altri cento passi in avanti, e nulla: entr sul campo... and proprio su quella piccola buca, dove aveva sotterrato i suoi zecchini, e nulla. Allora divent pensieroso e, dimenticando le regole del Galateo e della buona creanza, tir fuori una mano di tasca e si dette una lunghissima grattatina di capo. 
In quel mentre sent fischiare negli orecchi una gran risata: e voltatosi in su, vide sopra un albero un grosso pappagallo che si spollinava le poche penne che aveva addosso. 
- Perch ridi? - gli domand Pinocchio con voce di bizza. 
- Rido, perch nello spollinarmi mi son fatto il solletico sotto le aIi. 
Il burattino non rispose. And alla gora e riempita d'acqua la solita ciabatta, si pose nuovamente ad annaffiare la terra che ricuopriva le monete d'oro. 
Quand'ecco che un'altra risata, anche pi impertinente della prima, si fece sentire nella solitudine silenziosa di quel campo. 
- Insomma, - grid Pinocchio, arrabbiandosi, - si pu sapere, Pappagallo mal educato, di che cosa ridi? 
- Rido di quei barbagianni, che credono a tutte le scioccherie e che si lasciano trappolare da chi  pi furbo di loro. 
- Parli forse di me? 
- S, parlo di te, povero Pinocchio, di te che sei cos dolce di sale, da credere che i denari si possano seminare e raccogliere nei campi, come si seminano i fagioli e le zucche. Anch'io l'ho creduto una volta, e oggi ne porto le pene. Oggi (ma troppo tardi!) mi son dovuto persuadere che per mettere insieme onestamente pochi soldi, bisogna saperseli guadagnare o col lavoro delle proprie mani o coll'ingegno della propria testa. 
- Non ti capisco, - disse il burattino, che gi cominciava a tremare dalla paura. 
- Pazienza! Mi spiegher meglio, - soggiunse il Pappagallo. - Sappi dunque che, mentre tu eri in citt, la Volpe e il Gatto sono tornati in questo campo: hanno preso le monete d'oro sotterrate, e poi sono fuggiti come il vento. E ora chi li raggiunge,  bravo! 
Pinocchio rest a bocca aperta, e non volendo credere alle parole del Pappagallo, cominci colle mani e colle unghie a scavare il terreno che aveva annaffiato. E scava, scava, scava, fece una buca cos profonda, che ci sarebbe entrato per ritto un pagliaio: ma le monete non ci erano pi. 
Allora, preso dalla disperazione, torn di corsa in citt e and difilato in tribunale, per denunziare al giudice i due malandrini, che lo avevano derubato. 
Il giudice era uno scimmione della razza dei Gorilla: un vecchio scimmione rispettabile per la sua grave et, per la sua barba bianca e specialmente per i suoi occhiali d'oro, senza vetri, che era costretto a portare continuamente, a motivo di una flussione d'occhi, che lo tormentava da parecchi anni. 
Pinocchio, alla presenza del giudice, raccont per filo e per segno l'iniqua frode, di cui era stato vittima; dette il nome, il cognome e i connotati dei malandrini, e fin col chiedere giustizia. 
Il giudice lo ascolt con molta benignit: prese vivissima arte al racconto: s'intener, si commosse: e quando il burattino non ebbe pi nulla da dire, allung la mano e suon il campanello. 
A quella scampanellata comparvero subito due can mastini vestiti da giandarmi. 
Allora il giudice, accennando Pinocchio ai giandarmi, disse loro: 
- Quel povero diavolo  stato derubato di quattro monete d'oro: pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione. 
Il burattino, sentendosi dare questa sentenza fra capo e collo, rimase di princisbecco e voleva protestare: ma i giandarmi, a scanso di perditempi inutili, gli tapparono la bocca e lo condussero in gattabuia. 
E l v'ebbe a rimanere quattro mesi: quattro lunghissimi mesi: e vi sarebbe rimasto anche di pi, se non si fosse dato un caso fortunatissimo. Perch bisogna sapere che il giovane Imperatore che regnava nella citt di Acchiappa-citrulli, avendo riportato una gran vittoria contro i suoi nemici, ordin grandi feste pubbliche, luminarie, fuochi artificiali, corse di barberi e velocipedi, e in segno di maggiore esultanza, volle che fossero aperte le carceri e mandati fuori tutti i malandrini. 
- Se escono di prigione gli altri, voglio uscire anch'io, - disse Pinocchio al carceriere. 
- Voi no, - rispose il carceriere, - perch voi non siete del bel numero... 
- Domando scusa, - replic Pinocchio, - sono un malandrino anch'io. 
- In questo caso avete mille ragioni, - disse il carceriere; e levandosi il berretto rispettosamente e salutandolo, gli apr le porte della prigione e lo lasci scappare. 



CAPITOLO 20


Liberato dalla prigione, si avvia per tornare a casa della Fata; ma lungo la strada trova un serpente orribile, e poi rimane preso alla tagliuola.


Figuratevi l'allegrezza di Pinocchio, quando si sent libero. Senza stare a dire che  e che non , usc subito fuori della citt e riprese la strada che doveva ricondurlo alla Casina della Fata. 
A motivo del tempo piovigginoso, la strada era diventata tutta un pantano e ci si andava fino a mezza gamba. 
Ma il burattino non se ne dava per inteso. 
Tormentato dalla passione di rivedere il suo babbo e la sua sorellina dai capelli turchini, correva a salti come un cane levriero, e nel correre le pillacchere gli schizzavano fin sopra il berretto. Intanto andava dicendo fra s e s: 
- Quante disgrazie mi sono accadute... E me le merito! perch io sono un burattino testardo e piccoso... e voglio far sempre tutte le cose a modo mio, senza dar retta a quelli che mi voglion bene e che hanno mille volte pi giudizio di me!... Ma da questa volta in l, faccio proponimento di cambiar vita e di diventare un ragazzo ammodo e ubbidiente... Tanto ormai ho bell'e visto che i ragazzi, a essere disubbidienti, ci scapitano sempre e non ne infilano mai una per il su' verso. E il mio babbo mi avr aspettato?... Ce lo trover a casa della Fata?  tanto tempo, pover'uomo, che non lo vedo pi, che mi struggo di fargli mille carezze e di finirlo dai baci! E la Fata mi perdoner la brutta azione che le ho fatto?... E pensare che ho ricevuto da lei tante attenzioni e tante cure amorose... e pensare che se oggi son sempre vivo, lo debbo a lei! Ma si pu dare un ragazzo pi ingrato e pi senza cuore di me?... 
Nel tempo che diceva cos, si ferm tutt'a un tratto spaventato e fece quattro passi indietro. 
Che cosa aveva veduto?... 
Aveva veduto un grosso Serpente, disteso attraverso alla strada, che aveva la pelle verde, gli occhi di fuoco e la coda appuntuta, che gli fumava come una cappa di camino. 
Impossibile immaginarsi la paura del burattino: il quale, allontanatosi pi di mezzo chilometro, si mise a sedere sopra un monticello di sassi, aspettando che il Serpente se ne andasse una buona volta per i fatti suoi e lasciasse libero il passo della strada. 
Aspett un'ora; due ore; tre ore; ma il Serpente era sempre l, e, anche di lontano, si vedeva il rosseggiare de' suoi occhi di fuoco e la colonna di fumo che gli usciva dalla punta della coda. 
Allora Pinocchio, figurandosi di aver coraggio, si avvicin a pochi passi di distanza, e facendo una vocina dolce, insinuante e sottile, disse al Serpente: 
- Scusi, signor Serpente, che mi farebbe il piacere di tirarsi un pochino da una parte, tanto da lasciarmi passare? 
Fu lo stesso che dire al muro. Nessuno si mosse. 
Allora riprese colla solita vocina: 
- Deve sapere, signor Serpente, che io vado a casa, dove c' il mio babbo che mi aspetta e che  tanto tempo che non lo vedo pi!... Si contenta dunque che io seguiti per la mia strada? 
Aspett un segno di risposta a quella dimanda: ma la risposta non venne: anzi il Serpente, che fin allora pareva arzillo e pieno di vita, divent immobile e quasi irrigidito. Gli occhi gli si chiusero e la coda gli smesse di fumare. 
- Che sia morto davvero?... - disse Pinocchio, dandosi una fregatina di mani dalla gran contentezza: e senza mettere tempo in mezzo, fece l'atto di scavalcarlo, per passare dall'altra parte della strada. Ma non aveva ancora finito di alzare la gamba, che il Serpente si rizz all'improvviso, come una molla scattata: e il burattino, nel tirarsi indietro, spaventato, inciamp e cadde per terra. 
E per l'appunto cadde cos male, che rest col capo conficcato nel fango della strada e con le gambe ritte su in aria. 
Alla vista di quel burattino, che sgambettava a capofitto con una velocit incredibile il Serpente fu preso da una tal convulsione di risa, che ridi, ridi, ridi, alla fine, dallo sforzo del troppo ridere, gli si strapp una vena sul petto: e quella volta mor davvero. 
Allora Pinocchio ricominci a correre per arrivare a casa della Fata prima che si facesse buio. Ma lungo la strada non potendo pi reggere ai morsi terribili della fame, salt in un campo coll'intenzione di cogliere poche ciocche d'uva moscadella. Non l'avesse mai fatto! 
Appena giunto sotto la vite, crac... sent stringersi le gambe da due ferri taglienti, che gli fecero vedere quante stelle c'erano in cielo. 
Il povero burattino era rimasto preso da una tagliuola appostata l da alcuni contadini per beccarvi alcune grosse faine, che erano il flagello di tutti i pollai del vicinato. 


CAPITOLO 21


Pinocchio  preso da un contadino, il quale lo costringe a far da can da guardia a un pollaio.


Pinocchio, come potete figurarvelo, si dette a piangere, a strillare, a raccomandarsi: ma erano pianti e grida inutili, perch l all'intorno non si vedevano case, e dalla strada non passava anima viva. 
Intanto si fece notte. 
Un po' per lo spasimo della tagliuola, che gli segava gli stinchi, e un po' per la paura di trovarsi solo e al buio in mezzo a quei campi, il burattino principiava quasi a svenirsi; quando a un tratto vedendosi passare una Lucciola di sul capo, la chiam e le disse: 
- O Lucciolina, mi faresti la carit di liberarmi da questo supplizio?... 
- Povero figliuolo! - replic la Lucciola, fermandosi impietosita a guardarlo. - Come mai sei rimasto colle gambe attanagliate fra codesti ferri arrotati? 
- Sono entrato nel campo per cogliere due grappoli di quest'uva moscadella, e... 
- Ma l'uva era tua? 
- No... 
- E allora chi t'ha insegnato a portar via la roba degli altri?... 
- Avevo fame... 
- La fame, ragazzo mio, non  una buona ragione per potere appropriarsi la roba che non  nostra... 
-  vero,  vero! - grid Pinocchio piangendo, - ma un'altra volta non lo far pi. 
A questo punto il dlalogo fu interrotto da un piccolissimo rumore di passi, che si avvicinavano. 
Era il padrone del campo che veniva in punta di piedi a vedere se qualcuna di quelle faine, che mangiavano di nottetempo i polli, fosse rimasta al trabocchetto della tagliuola. 
E la sua maraviglia fu grandissima quando, tirata fuori la lanterna di sotto il pastrano, s'accorse che, invece di una faina, c'era rimasto preso un ragazzo. 
- Ah, ladracchilo! - disse il contadino incollerito, - dunque sei tu che mi porti via le galline? 
- Io no, io no! - grid Pinocchio, singhiozzando. - Io sono entrato nel campo per prendere soltanto due grappoli d'uva!... 
- Chi ruba l'uva  capacissimo di rubare anche i polli. Lascia fare a me, che ti dar una lezione da ricordartene per un pezzo. 
E aperta la tagliuola, afferr il burattino per la collottola e lo port di peso fino a casa, come si porterebbe un agnellino di latte. 
Arrivato che fu sull'aia dinanzi alla casa, lo scaravent in terra: e tenendogli un piede sul collo, gli disse: 
- Oramai  tardi e voglio andare a letto. I nostri conti li aggiusteremo domani. Intanto, siccome oggi mi  morto il cane che mi faceva la guardia di notte, tu prenderai subito il suo posto. Tu mi farai da cane di guardia. 
Detto fatto, gl'infil al collo un grosso collare tutto coperto di spunzoni di ottone, e glielo strinse in modo da non poterselo levare passandoci la testa dentro. Al collare c'era attaccata una lunga catenella di ferro: e la catenella era fissata nel muro. 
- Se questa notte, - disse il contadino, - cominciasse a piovere, tu puoi andare a cuccia in quel casotto di legno, dove c' sempre la paglia che ha servito di letto per quattr'anni al mio povero cane. E se per disgrazia venissero i ladri, ricrdati di stare a orecchi ritti e di abbaiare. 
Dopo quest'ultimo avvertimento, il contadino entr in casa chiudendo la porta con tanto di catenaccio: e il povero Pinocchio rimase accovacciato sull'aia, pi morto che vivo, a motivo del freddo, della fame e della paura. E di tanto in tanto, cacciandosi rabbiosamente le mani dentro al collare, che gli serrava la gola, diceva piangendo: 
- Mi sta bene!... Pur troppo mi sta bene! Ho voluto fare lo svogliato, il vagabondo... ho voluto dar retta ai cattivi compagni, e per questo la sfortuna mi perseguita sempre. Se fossi stato un ragazzino per bene, come ce n' tanti, se avessi avuto voglia di studiare e di lavorare, se fossi rimasto in casa col mio povero babbo, a quest'ora non mi troverei qui, in mezzo ai campi, a fare il cane di guardia alla casa d'un contadino. Oh, se potessi rinascere un'altra volta!... Ma oramai  tardi, e ci vuol pazienza! Fatto questo piccolo sfogo, che gli venne proprio dal cuore, entr dentro il casotto e si addorment. 




CAPITOLO 22


Pinocchio scuopre i ladri e, in ricompensa di essere stato fedele, vien posto in libert.


Ed era gi pi di due ore che dormiva saporitamente; quando verso la mezzanotte fu svegliato da un bisbiglio e da un pissi-pissi di vocine strane, che gli parve di sentire nell'aia. Messa fuori la punta del naso dalla buca del casotto, vide riunite a consiglio quattro bestiuole di pelame scuro, che parevano gatti. Ma non erano gatti: erano faine, animaletti carnivori, ghiottosissimi specialmente di uova e di pollastrine giovani. Una di queste faine, staccandosi dalle sue compagne, and alla buca del casotto e disse sottovoce: 
- Buona sera, Melampo. 
- Io non mi chiamo Melampo, - rispose il burattino. 
- O dunque chi sei? 
- Io sono Pinocchio. 
- E che cosa fai cost? 
- Faccio il cane di guardia. 
- O Melampo dov'? dov' il vecchio cane, che stava in questo casotto? 
-  morto questa mattina. 
- Morto? Povera bestia! Era tanto buono!... Ma giudicandoti alla fisonomia, anche te mi sembri un cane di garbo. 
- Domando scusa, io non sono un cane!... 
- O chi sei? 
- Io sono un burattino. 
- E fai da cane di guardia? 
- Purtroppo: per mia punizione!... 
- Ebbene, io ti propongo gli stessi patti, che avevo col defunto Melampo: e sarai contento. 
- E questi patti sarebbero? 
- Noi verremo una volta la settimana, come per il passato, a visitare di notte questo pollaio, e porteremo via otto galline. Di queste galline, sette le mangeremo noi, e una la daremo a te, a condizione, s'intende bene, che tu faccia finta di dormire e non ti venga mai l'estro di abbaiare e di svegliare il contadino. 
- E Melampo faceva proprio cos? - domand Pinocchio. 
- Faceva cos, e fra noi e lui siamo andati sempre d'accordo. Dormi dunque tranquillamente, e stai sicuro che prima di partire di qui, ti lasceremo sul casotto una gallina bell'e pelata, per la colazione di domani. Ci siamo intesi bene? 
- Anche troppo bene!... - rispose Pinocchio: e tentenn il capo in un certo modo minaccioso, come se avesse voluto dire:  Fra poco ci riparleremo! . 
Quando le quattro faine si credettero sicure del fatto loro, andarono difilato al pollaio, che rimaneva appunto vicinissimo al casotto del cane, e aperta a furia di denti e di unghioli la porticina di legno, che ne chiudeva l'entratina, vi sgusciarono dentro, una dopo l'altra. Ma non erano ancora finite d'entrare, che sentirono la porticina richiudersi con grandissima violenza. 
Quello che l'aveva richiusa era Pinocchio; il quale, non contento di averla richiusa, vi pos davanti per maggior sicurezza una grossa pietra, a guisa di puntello. 
E poi cominci ad abbaiare: e, abbaiando proprio come se fosse un cane di guardia, faceva colla voce bu-bu-bu-bu. 
A quell'abbaiata, il contadino salt dal letto e, preso ii fucile e affacciatosi alla finestra, domand: 
- Che c' di nuovo? 
- Ci sono i ladri! - rispose Pinocchio. 
- Dove sono? 
- Nel pollaio. 
- Ora scendo subito. 
E infatti, in men che non si dice amen, il contadino scese: entr di corsa nel pollaio e, dopo avere acchiappate e rinchiuse in un sacco le quattro faine, disse loro con accento di vera contentezza: 
- Alla fine siete cascate nelle mie mani! Potrei punirvi, ma s vil non sono! Mi contenter, invece, di portarvi domani all'oste del vicino paese, il quale vi speller e vi cuciner a uso lepre dolce e forte.  un onore che non vi meritate, ma gli uomini generosi come me non badano a queste piccolezze!... 
Quindi, avvicinatosi a Pinocchio, cominci a fargli molte carezze, e, fra le altre cose, gli domand: 
- Com'hai fatto a scuoprire il complotto di queste quattro ladroncelle? E dire che Melampo, il mio fido Melampo, non s'era mai accorto di nulla... 
Il burattino, allora, avrebbe potuto raccontare quel che sapeva: avrebbe potuto, cio, raccontare i patti vergognosi che passavano fra il cane e le faine: ma ricordatosi che il cane era morto, pens subito dentro di s: - A che serve accusare i morti?... I morti son morti, e la miglior cosa che si possa fare  quella di lasciarli in pace!... 
- All'arrivo delle faine sull'aia, eri sveglio o dormivi? - continu a chiedergli il contadino. 
- Dormivo, - rispose Pinocchio, - ma le faine mi hanno svegliato coi loro chiacchiericci, e una  venuta fin qui al casotto per dirmi: "Se prometti di non abbaiare e di non svegliare il padrone, noi ti regaleremo una pollastra bell'e pelata!...". Capite, eh? Avere la sfacciataggine di fare a me una simile proposta! Perch bisogna sapere che io sono un burattino, che avr tutti i difetti di questo mondo: ma non avr mai quello di star di balla e di reggere il sacco alla gente disonesta! 
- Bravo ragazzo! - grid il contadino, battendogli sur una spalla. - Cotesti sentimenti ti fanno onore: e per provarti la mia grande soddisfazione, ti lascio libero fin d'ora di tornare a casa. 
E gli lev il collare da cane. 


CAPITOLO 23


Pinocchio piange la morte della bella Bambina dai capelli turchini: poi trova un Colombo che lo porta sulla riva del mare, e l si getta nell'acqua per andare in aiuto del suo babbo Geppetto.


Appena Pinocchio non sent pi il peso durissimo e umiliante di quel collare intorno al collo, si pose a scappare attraverso i campi, e non si ferm un solo minuto, finch non ebbe raggiunta la strada maestra, che doveva ricondurlo alla Casina della Fata. 
Arrivato sulla strada maestra, si volt in gi a guardare nella sottoposta pianura, e vide benissimo a occhio nudo il bosco, dove disgraziatamente aveva incontrato la Volpe e il Gatto: vide, fra mezzo agli alberi, inalzarsi la cima di quella Quercia grande, alla quale era stato appeso ciondoloni per il collo: ma guarda di qua, guarda di l, non gli fu possibile di vedere la piccola casa della bella Bambina dai capelli turchini. 
Allora ebbe una specie di tristo presentimento e datosi a correre con quanta forza gli rimaneva nelle gambe, si trov in pochi minuti sul prato, dove sorgeva una volta la Casina bianca. Ma la Casina bianca non c'era pi. C'era, invece, una piccola pietra di marmo sulla quale si leggevano in carattere stampatello queste dolorose parole: 

QUI GIACE
LA BAMBINA DAI CAPELLI TURCHINI
MORTA DI DOLORE
PER ESSERE STATA ABBANDONATA DAL SUO
FRATELLINO PINOCCHIO

Come rimanesse il burattino, quand'ebbe compitate alla peggio quelle parole, lo lascio pensare a voi. Cadde bocconi a terra e coprendo di mille baci quel marmo mortuario, dette in un grande scoppio di pianto. Pianse tutta la notte, e la mattina dopo, sul far del giorno, piangeva sempre, sebbene negli occhi non avesse pi lacrime: e le sue grida e i suoi lamenti erano cos strazianti e acuti, che tutte le colline all'intorno ne ripetevano l'eco. 
E piangendo diceva: 
- O Fatina mia, perch sei morta?... perch, invece di te, non sono morto io, che sono tanto cattivo, mentre tu eri tanto buona?... E il mio babbo, dove sar? O Fatina mia, dimmi dove posso trovarlo, che voglio stare sempre con lui, e non lasciarlo pi! pi! pi!... O Fatina mia, dimmi che non  vero che sei morta!... Se davvero mi vuoi bene... se vuoi bene al tuo fratellino, rivivisci... ritorna viva come prima!... Non ti dispiace a vedermi solo e abbandonato da tutti? Se arrivano gli assassini. mi attaccheranno daccapo al ramo dell'albero... e allora morir per sempre. Che vuoi che faccia qui, solo in questo mondo? Ora che ho perduto te e il mio babbo, chi mi dar da mangiare? Dove ander a dormire la notte? Chi mi far la giacchettina nuova? Oh! sarebbe meglio, cento volte meglio, che morissi anch'io! S, voglio morire!... ih! ih! ih!... 
E mentre si disperava a questo modo, fece l'atto di volersi strappare i capelli: ma i suoi capelli, essendo di legno, non pot nemmeno levarsi il gusto di ficcarci dentro le dita. 
Intanto pass su per aria un grosso Colombo, il quale soffermatosi, a ali distese, gli grd da una grande altezza: 
- Dimmi, bambino, che cosa fai costaggi? 
- Non lo vedi? piango! - disse Pinocchio alzando il capo verso quella voce e strofinandosi gli occhi colla manica della giacchetta. 
- Dimmi, - soggiunse allora il Colombo - non conosci per caso fra i tuoi compagni, un burattino, che ha nome Pinocchio? 
- Pinocchio?... Hai detto Pinocchio? - ripet il burattino saltando subito in piedi. - Pinocchio sono io! 
Il Colombo, a questa risposta, si cai velocemente e venne a posarsi a terra. Era pi grosso di un tacchino. 
- Conoscerai dunque anche Geppetto? - domand al burattino. 
- Se lo conosco?  il mio povero babbo! ti ha forse parlato di me? Mi conduci da lui? ma  sempre vivo? rispondimi per carit:  sempre vivo? 
- L'ho lasciato tre giorni fa sulla spiaggia del mare. 
- Che cosa faceva? 
- Si fabbricava da s una piccola barchetta per traversare l'Oceano. Quel pover'uomo sono pi di quattro mesi che gira per il mondo in cerca di te: e non avendoti potuto trovare, ora si  messo in capo di cercarti nei paesi lontani del nuovo mondo. 
- Quanto c' di qui alla spiaggia? - domand Pinocchio con ansia affannosa. 
- Pi di mille chilometri. 
- Mille chilometri? O Colombo mio, che bella cosa potessi avere le tue ali!... 
- Se vuoi venire, ti ci porto io. 
- Come? 
- A cavallo sulla mia groppa. Sei peso di molto?... 
- Peso? tutt'altro! Son leggiero come una foglia. 
E l, senza stare a dir altro, Pinocchio salt sulla groppa al Colombo e messa una gamba di qua e l'altra di l, come fanno i cavallerizzi, grid tutto contento: - Galoppa, galoppa, cavallino, ch mi preme di arrivar presto!... 
Il Colombo prese l'aire e in pochi minuti arriv col volo tanto in alto, che toccava quasi le nuvole. Giunto a quell'altezza straordinaria, il burattino ebbe la curiosit di voltarsi in gi a guardare: e fu preso da tanta paura e da tali giracapi che, per evitare il pericolo di venir disotto, si avviticchi colle braccia, stretto stretto, al collo della sua piumata cavalcatura. 
Volarono tutto il giorno. Sul far della sera, il Colombo disse: 
- Ho una gran sete! 
- E io una gran fame! - soggiunse Pinocchio. 
- Fermiamoci a questa colombaia pochi minuti; e dopo ci rimetteremo in viaggio, per essere domattina all'alba sulla spiaggia del mare. Entrarono in una colombaia deserta, dove c'era soltanto una catinella piena d'acqua e un cestino ricolmo di veccie. 
Il burattino, in tempo di vita sua, non aveva mai potuto patire le veccie: a sentir lui, gli facevano nausea, gli rivoltavano lo stomaco: ma quella sera ne mangi a strippapelle, e quando l'ebbe quasi finite, si volt al Colombo e gli disse: 
- Non avrei mai creduto che le veccie fossero cos buone! 
- Bisogna persuadersi, ragazzo mio, - replic il Colombo, - che quando la fame dice davvero e non c' altro da mangiare, anche le veccie diventano squisite! La fame non ha capricci n ghiottonerie! 
Fatto alla svelta un piccolo spuntino, si riposero in viaggio, e via! La mattina dopo arrivarono sulla spiaggia del mare. Il Colombo pos a terra Pinocchio, e non volendo nemmeno la seccatura di sentirsi ringraziare per aver fatto una buona azione, riprese subito il volo e spar. 
La spiaggia era piena di gente che urlava e gesticolava guardando il mare. 
- Che cos' accaduto? - domand Pinocchio a una vecchina. 
- Gli  accaduto che un povero babbo, avendo perduto il figliolo, gli  voluto entrare in una barchetta per andare a cercarlo di l dal mare; e il mare oggi e molto cattivo e la barchetta sta per andare sott'acqua... 
- Dov' la barchetta? 
- Eccola laggi, diritta al mio dito, - disse la vecchia, accennando una piccola barca che, veduta in quella distanza, pareva un guscio di noce con dentro un omino piccino piccino. 
Pinocchio appunt gli occhi da quella parte, e dopo aver guardato attentamente, cacci un urlo acutissimo gridando: 
- Gli  il mi' babbo! gli  il mi' babbo! 
Intanto la barchetta, sbattuta dall'infuriare dell'onde, ora spariva fra i grossi cavalloni, ora tornava a galleggiare: e Pinocchio ritto sulla punta di un alto scoglio non finiva pi dal chiamare il suo babbo per nome e dal fargli molti segnali colle mani e col moccichino da naso e perfino col berretto che aveva in capo. 
E parve che Geppetto, sebbene fosse molto lontano dalla spiaggia, riconoscesse il figliuolo, perch si lev il berretto anche lui e lo salut e, a furia di gesti, gli fece capire che sarebbe tornato volentieri indietro, ma il mare era tanto grosso, che gl'impediva di lavorare col remo e di potersi avvicinare alla terra. 
Tutt'a un tratto, venne una terribile ondata, e la barca spar. 
Aspettarono che la barca tornasse a galla: ma la barca non si vide pi tornare. 
- Pover'omo! - dissero allora i pescatori, che erano raccolti sulla spiaggia: e brontolando sottovoce una preghiera si mossero per tornarsene alle loro case. 
Quand'ecco che udirono un urlo disperato, e, voltandosi indietro, videro un ragazzetto che, di vetta a uno scoglio, si gettava in mare gridando: 
- Voglio salvare il mio babbo! 
Pinocchio, essendo tutto di legno, galleggiava facilmente e nuotava come un pesce. Ora si vedeva sparire sott'acqua, portato dall'impeto dei flutti, ora riappariva fuori con una gamba o con un braccio, a grandissima distanza dalla terra. Alla fine lo persero d'occhio e non lo videro pi. 
- Povero ragazzo! - dissero allora i pescatori, che erano raccolti sulla spiaggia: e brontolando sottovoce una preghiera tornarono alle loro case. 



CAPITOLO 24


Pinocchio arriva all'isola delle Api industriose e ritrova la Fata.


Pinocchio, animato dalla speranza di arrivare in tempo a dare aiuto al suo povero babbo, nuot tutta quanta la notte. 
E che orribile nottata fu quella! Diluvi, grandin, tuon spaventosamente, e con certi lampi che pareva di giorno. 
Sul far del mattino, gli riusc di vedere poco distante una lunga striscia di terra. Era un'isola in mezzo al mare. 
Allora fece di tutto per arrivare a quella spiaggia: ma inutilmente. Le onde, rincorrendosi e accavallandosi, se lo abballottavano fra di loro, come se fosse stato un fuscello o un filo di paglia. Alla fine, e per sua buona fortuna, venne un'ondata tanto prepotente e impetuosa, che lo scaravent di peso sulla rena del lido. 
Il colpo fu cos forte che, battendo in. terra, gli crocchiarono tutte le costole e tutte le congiunture: ma si consol subito col dire: 
- Anche per questa volta l'ho proprio scampata bella! 
Intanto a poco a poco il cielo si rasseren; il sole apparve fuori in tutto il suo splendore e il mare divent tranquillissimo e buono come un olio. 
Allora il burattino distese i suoi panni al sole per rasciugarli e si pose a guardare di qua e di l se per caso avesse potuto scorgere su quella immensa spianata d'acqua una piccola barchetta con un omino dentro. Ma dopo aver guardato ben bene, non vide altro dinanzi a s che cielo, mare e qualche vela di bastimento, ma cos lontana, che pareva una mosca. 
- Sapessi almeno come si chiama quest'isola! - andava dicendo. - Sapessi almeno se quest'isola  abitata da gente di garbo, voglio dire da gente che non abbia il vizio di attaccare i ragazzi ai rami degli alberi; ma a chi mai posso domandarlo? a chi, se non c' nessuno?... 
Quest'idea di trovarsi solo, solo, solo in mezzo a quel gran paese disabitato, gli messe addosso tanta malinconia, che stava li li per piangere; quando tutt'a un tratto vide passare, a poca distanza dalla riva, un grosso pesce, che se ne andava tranquillamente per i fatti suoi, con tutta la testa fuori dell'acqua. Non sapendo come chiamarlo per nome, il burattino gli grid a voce alta, per farsi sentire: 
- Ehi, signor pesce, che mi permetterebbe una parola? 
- Anche due, - rispose il pesce, il quale era un Delfino cos garbato, come se ne trovano pochi in tutti i mari del mondo. 
- Mi farebbe il piacere di dirmi se in quest'isola vi sono dei paesi dove si possa mangiare, senza pericolo d'esser mangiati? 
- Ve ne sono sicuro, - rispose il Delfino. - Anzi, ne troverai uno poco lontano di qui. 
- E che strada si fa per andarvi? 
- Devi prendere quella viottola l, a mancina, e camminare sempre diritto al naso. Non puoi sbagliare. 
- Mi dica un'altra cosa. Lei che passeggia tutto il giorno e tutta la notte per il mare, non avrebbe incontrato per caso una piccola barchettina con dentro il mi' babbo? 
- E chi  il tuo babbo? 
- Gli  il babbo pi buono del mondo, come io sono il figliuolo pi cattivo che si possa dare. 
- Colla burrasca che ha fatto questa notte, - rispose il delfino, - la barchettina sar andata sott'acqua. 
- E il mio babbo? 
- A quest'ora l'avr inghiottito il terribile Pesce-cane, che da qualche giorno  venuto a spargere lo sterminio e la desolazione nelle nostre acque. 
- Che  grosso di molto questo Pesce-cane? - domand Pinocchio, che digi cominciava a tremare dalla paura. 
- Se gli  grosso!... - replic il Delfino. - Perch tu possa fartene un'idea, ti dir che  pi grosso di un casamento di cinque piani, ed ha una boccaccia cos larga e profonda, che ci passerebbe comodamente tutto il treno della strada ferrata colla macchina accesa. 
- Mamma mia! - grid spaventato il burattino: e rivestitosi in fretta e furia, si volt al delfino e gli disse: - Arrivedella, signor pesce: scusi tanto l'incomodo e mille grazie della sua garbatezza. 
Detto ci, prese subito la viottola e cominci a camminare di un passo svelto; tanto svelto, che pareva quasi che corresse. E a ogni pi piccolo rumore che sentiva, si voltava subito a guardare indietro, per la paura di vedersi inseguire da quel terribile pesce-cane grosso come una casa di cinque piani e con un treno della strada ferrata in bocca. 
Dopo mezz'ora di strada, arriv a un piccolo paese detto  Il paese delle Api industriose . Le strade formicolavano di persone che correvano di qua e di l per le loro faccende: tutti lavoravano, tutti avevano qualche cosa da fare. Non si trovava un ozioso o un vagabondo nemmeno a cercarlo col lumicino. 
- Ho capito, - disse subito quello svogliato di Pinocchio, - questo paese non  fatto per me! Io non son nato per lavorare! Intanto la fame lo tormentava, perch erano oramai passate ventiquattr'ore che non aveva mangiato pi nulla; nemmeno una pietanza di veccie. 
Che fare? 
Non gli restavano che due modi per potersi sdigiunare: o chiedere un po' di lavoro, o chiedere in elemosina un soldo o un boccone di pane. 
A chiedere l'elemosina si vergognava: perch il suo babbo gli aveva predicato sempre che l'elemosina hanno il diritto di chiederla solamente i vecchi e gl'infermi. I veri poveri, in questo mondo, meritevoli di assistenza e di compassione, non sono altro che quelli che, per ragione d'et o di malattia, si trovano condannati a non potersi pi guadagnare il pane col lavoro delle proprie mani. Tutti gli altri hanno l'obbligo di lavorare: e se non lavorano e patiscono la fame, tanto peggio per loro. 
In quel frattempo, pass per la strada un uomo tutto sudato e trafelato, il quale da s tirava con gran fatica due carretti carichi di carbone. 
Pinocchio, giudicandolo dalla fisonomia per un buon uomo, gli si accost e, abbassando gli occhi dalla vergogna, gli disse sottovoce: 
- Mi fareste la carit di darmi un soldo, perch mi sento morir dalla fame? 
- Non un soldo solo, - rispose il carbonaio, - ma te ne do quattro, a patto che tu m'aiuti a tirare fino a casa questi due carretti di carbone. 
- Mi meraviglio! - rispose il burattino quasi offeso, - per vostra regola io non ho fatto mai il somaro: io non ho mai tirato il carretto!... 
- Meglio per te! - rispose il carbonaio. - Allora, ragazzo mio, se ti senti davvero morir dalla fame, mangia due belle fette della tua superbia e bada di non prendere un'indigestione. 
Dopo pochi minuti pass per la via un muratore, che portava sulle spalle un corbello di calcina. 
- Fareste, galantuomo, la carit d'un soldo a un povero ragazzo, che sbadiglia dall'appetito? 
- Volentieri; vieni col me a portar calcina, - rispose il muratore, - e invece d'un soldo, te ne dar cinque. 
- Ma la calcina  pesa, - replic Pinocchio, - e io non voglio durar fatica. 
- Se non vuoi durar fatica, allora, ragazzo mio, - divertiti a sbadigliare, e buon pro ti faccia. 
In men di mezz'ora passarono altre venti persone, e a tutte Pinocchio chiese un po' d'elemosina, ma tutte gli risposero: 
- Non ti vergogni? Invece di fare il bighellone per la strada, va' piuttosto a cercarti un po' di lavoro, e impara a guadagnarti il pane! Finalmente pass una buona donnina che portava due brocche d'acqua. 
- Vi contentate, buona donna, che io beva una sorsata d'acqua alla vostra brocca? - disse Pinocchio, che bruciava dall'arsione della sete. 
- Bevi pure, ragazzo mio! - disse la donnina, posando le due brocche in terra. 
Quando Pinocchio ebbe bevuto come una spugna, borbott a mezza voce, asciugandosi la bocca: 
- La sete me la sono levata! Cos mi potessi levar la fame!... La buona donnina, sentendo queste parole, soggiunse subito: 
- Se mi aiuti a portare a casa una di queste brocche d'acqua, ti dar un bel pezzo di pane. 
Pinocchio guard la brocca, e non rispose n s n no. 
- E insieme col pane ti dar un bel piatto di cavolfiore condito coll'olio e coll'aceto, - soggiunse la buona donna. 
Pinocchio dette un'altra occhiata alla brocca, e non rispose n s n no. 
- E dopo il cavolfiore ti dar un bel confetto ripieno di rosolio. - Alle seduzioni di quest'ultima ghiottoneria, Pinocchio non seppe pi resistere e, fatto un animo risoluto, disse: 
- Pazienza! Vi porter la brocca fino a casa! 
La brocca era molto pesa, e il burattino, non avendo forza da portarla colle mani, si rassegn a portarla in capo. 
Arrivati a casa, la buona donnina fece sedere Pinocchio a una piccola tavola apparecchiata e gli pose davanti il pane, il cavolfiore condito e il confetto. 
Pinocchio non mangi, ma diluvi. Il suo stomaco pareva un quartiere rimasto vuoto e disabitato da cinque mesi. 
Calmati a poco a poco i morsi rabbiosi della fame, allora alz il capo per ringraziare la sua benefattrice; ma non aveva ancora finito di fissarla in volto, che cacci un lunghissimo ohhh!... di maraviglia e rimase l incantato, cogli occhi spalancati, colla forchetta per aria e colla bocca piena di pane e di cavolfiore. 
- Che cos' mai tutta questa maraviglia? - disse ridendo la buona donna. 
- Egli ... - rispose balbettando Pinocchio, - egli ... egli ... che voi somigliate... voi mi rammentate... s, s, s, la stessa voce... gli stessi occhi.. gli stessi capelli... s, s, s... anche voi avete i capelli turchini... come lei!... O Fatina mia!... O Fatina mia!... ditemi che siete voi, proprio voi!... Non mi fate pi piangere! Se sapeste!... Ho pianto tanto, ho patito tanto.. 
E nel dir cos, Pinocchio piangeva dirottamente, e gettandosi ginocchioni per terra, abbracciava i ginocchi di quella donnina misteriosa.



CAPITOLO 25


Pinocchio promette alla Fata di essere buono e di studiare, perch  stufo di fare il burattino e vuol diventare un bravo ragazzo.


In sulle prime la buona donnina cominci col dire che lei non era la piccola Fata dai capelli turchini: ma poi, vedendosi oramai scoperta e non volendo mandare pi a lungo la commedia, fini col farsi riconoscere, e disse a Pinocchio: 
- Birba d'un burattino! Come mai ti sei accorto che era io? 
- Gli  il gran bene che vi voglio quello che me l'ha detto. 
- Ti ricordi? Mi lasciasti bambina e ora mi ritrovi donna; tanto donna, che potrei quasi farti da mamma. 
- L'ho caro dimolto, perch cos, invece di sorellina, vi chiamer la mia mamma. Gli  tanto tempo che mi struggo di avere una mamma come tutti gli altri ragazzi!... Ma come avete fatto a crescere cos presto? 
-  un segreto. 
- Insegnatemelo: vorrei crescere un poco anch'io. Non lo vedete? Sono sempre rimasto alto come un soldo di cacio. 
- Ma tu non puoi crescere, - replic la Fata. 
- Perch? 
- Perch i burattini non crescono mai. Nascono burattini, vivono burattini e muoiono burattini. 
- Oh! sono stufo di far sempre il burattino! - grid Pinocchio, dandosi uno scappellotto. - Sarebbe ora che diventassi anch'io un uomo come tutti gli altri. 
- E lo diventerai, se saprai meritartelo... 
- Davvero? E che posso fare per meritarmelo? 
- Una cosa facilissima: avvezzarti a essere un ragazzino perbene. 
- O che forse non sono? 
- Tutt'altro! I ragazzi perbene sono ubbidienti, e tu invece... 
- E io non ubbidisco mai. 
- I ragazzi perbene prendono amore allo studio e al lavoro, e tu... 
- E io, invece, faccio il bighellone e il vagabondo tutto l'anno. 
- I ragazzi perbene dicono sempre la verit... 
- E io sempre le bugie. - I ragazzi perbene vanno volentieri alla scuola... 
- E a me la scuola mi fa venire i dolori di corpo. Ma da oggi in poi voglio mutar vita. 
- Me lo prometti? 
- Lo prometto. Voglio diventare un ragazzino perbene e voglio essere la consolazione del mio babbo... Dove sar il mio povero babbo a quest'ora? 
- Non lo so. 
- Avr mai la fortuna di poterlo rivedere e abbracciare? 
- Credo di si: anzi ne sono sicura. 
A questa risposta fu tale e tanta la contentezza di Pinocchio, che prese le mani alla Fata e cominci a baciargliele con tanta foga, che pareva quasi fuori di s. Poi, alzando il viso e guardandola amorosamente, le domand: 
- Dimmi, mammina: dunque non  vero che tu sia morta? 
- Par di no, - rispose sorridendo la Fata. 
- Se tu sapessi, che dolore e che serratura alla gola che provai, quando lessi qui giace... 
- Lo so: ed  per questo che ti ho perdonato. La sincerit del tuo dolore mi fece conoscere che tu avevi il cuore buono: e dai ragazzi buoni di cuo re, anche se sono un po' monelli e avvezzati male, c' sempre da sperar qualcosa: ossia, c' sempre da sperare che rientrino sulla vera strada. Ecco perch son venuta a cercarti fin qui. Io sar la tua mamma... 
- Oh! che bella cosa! - grid Pinocchio saltando dall'allegrezza. 
- Tu mi ubbidirai e farai sempre quello che ti dir io. 
- Volentieri, volentieri, volentieri! 
- Fino da domani, - soggiunse la Fata, - tu comincerai coll'andare a scuola. 
Pinocchio divent subito un po' meno allegro. 
- Poi sceglierai a tuo piacere un'arte o un mestiere... 
Pinocchio divent serio. 
- Che cosa brontoli fra i denti? - domand la Fata con accento risentito. 
- Dicevo... - mugol il burattino a mezza voce, - che oramai per andare a scuola mi pare un po' tardi... 
- Nossignore. Tieni a mente che per istruirsi e per imparare non  mai tardi. 
- Ma io non voglio fare n arti n mestieri... 
- Perch? 
- Perch a lavorare mi par fatica. 
- Ragazzo mio, - disse la Fata, - quelli che dicono cos, finiscono quasi sempre o in carcere o all'ospedale. L'uomo, per tua regola, nasca ricco o povero,  obbligato in questo mondo a far qualcosa, a occuparsi, a lavorare. Guai a lasciarsi prendere dall'ozio! L'ozio  una bruttissima malattia, e bisogna guarirla subito, fin da ragazzi: se no, quando siamo grandi, non si guarisce pi. Queste parole toccarono l'animo di Pinocchio, il quale rialzando vivacemente la testa disse alla Fata: 
- Io studier, io lavorer, io far tutto quello che mi dirai, perch, insomma, la vita del burattino mi  venuta a noia, e voglio diventare un ragazzo a tutti i costi. Me l'hai promesso, non  vero? 
- Te l'ho promesso, e ora dipende da te. 



CAPITOLO 26


Pinocchio va co' suoi compagni di scuola in riva al mare, per vedere il terribile Pescecane.


Il giorno dopo Pinocchio and alla scuola comunale. 
Figuratevi quelle birbe di ragazzi, quando videro entrare nella loro scuola un burattino! Fu una risata, che non finiva pi. Chi gli faceva uno scherzo, chi un altro; chi gli levava il berretto di mano; chi gli tirava il giubbettino di dietro; chi si provava a fargli coll'inchiostro due grandi baffi sotto il naso; e chi si attentava perfino a legargli dei fili ai piedi e alle mani per farlo ballare. 
Per un poco Pinocchio us disinvoltura e tir via; ma finalmente, sentendosi scappar la pazienza, si rivolse a quelli, che pi lo tafanavano e si pigliavano gioco di lui, e disse loro a muso duro: 
- Badate, ragazzi: io non son venuto qui per essere il vostro buffone. Io rispetto gli altri e voglio essere rispettato. 
- Bravo berlicche! Hai parlato come un libro stampato! - urlarono quei monelli, buttandosi via dalle matte risate: e uno di loro, pi impertinente degli altri allung la mano coll'idea di prendere il burattino per la punta del naso. 
Ma non fece a tempo: perch Pinocchio stese la gamba sotto la tavola e gli consegn una pedata negli stinchi. 
- Ohi! che piedi duri! - url il ragazzo stropicciandosi il livido che gli aveva fatto il burattino. 
- E che gomiti!... anche pi duri dei piedi! - disse un altro che, per i suoi scherzi sguaiati, s'era beccata una gomitata nello stomaco. 
Fatto sta che dopo quel calcio e quella gomitata Pinocchio acquist subito la stima e la simpatia di tutti i ragazzi di scuola: e tutti gli facevano mille carezze e tutti gli volevano un bene dell'anima. 
E anche il maestro se ne lodava, perch lo vedeva attento, studioso, intelligente, sempre il primo a entrare nella scuola, sempre l'ultimo a rizzarsi in piedi, a scuola finita. 
Il solo difetto che avesse era quello di bazzicare troppi compagni: e fra questi, c'erano molti monelli conosciutissimi per la loro poco voglia di studiare e di farsi onore. 
Il maestro lo avvertiva tutti i giorni, e anche la buona Fata non mancava di dirgli e di ripetergli pi volte: 
- Bada, Pinocchio! Quei tuoi compagnacci di scuola finiranno prima o poi col farti perdere l'amore allo studio e, forse forse, col tirarti addosso qualche grossa disgrazia. 
- Non c' pericolo! - rispondeva il burattino, facendo una spallucciata e toccandosi coll'indice in mezzo alla fronte, come per dire:  C' tanto giudizio qui dentro! . 
Ora avvenne che un bel giorno, mentre camminava verso scuola, incontr un branco dei soliti compagni, che andandogli incontro, gli dissero: 
- Sai la gran notizia? 
- No. 
- Qui nel mare vicino  arrivato un Pesce-cane, grosso come una montagna. 
- Davvero?... Che sia quel medesimo Pesce-cane di quando affog il mio povero babbo? 
- Noi andiamo alla spiaggia per vederlo. Vieni anche tu? 
- Io, no: voglio andare a scuola. 
- Che t'importa della scuola? Alla scuola ci anderemo domani. Con una lezione di pi o con una di meno, si rimane sempre gli stessi somari. 
- E il maestro che dir? 
- Il maestro si lascia dire.  pagato apposta per brontolare tutto il giorno. 
- E la mia mamma?... - Le mamme non sanno mai nulla, - risposero quei malanni. 
- Sapete che cosa far? - disse Pinocchio. - Il Pesce-cane voglio vederlo per certe mie ragioni... ma ander a vederlo dopo la scuola. 
- Povero giucco! - ribatt uno del branco. - 
Che credi che un pesce di quella grossezza voglia star l a fare il comodo tuo? Appena s' annoiato, piglia il dirizzone per un'altra parte, e allora chi s' visto s' visto. 
- Quanto tempo ci vuole di qui alla spiaggia? - domand il burattino. 
- Fra un'ora, siamo andati e tornati. 
- Dunque, via! e chi pi corre,  pi bravo! - grid Pinocchio. 
Dato cos il segnale della partenza, quel branco di monelli, coi loro libri e i loro quaderni sotto il braccio, si messero a correre attraverso ai campi; e Pinocchio era sempre avanti a tutti: pareva che avesse le ali ai piedi. 
Di tanto in tanto, voltandosi indietro, canzonava i suoi compagni rimasti a una bella distanza, e nel vederli, ansanti, trafelati, polverosi e con tanto di lingua fuori, se la rideva proprio di cuore. Lo sciagurato in quel momento non sapeva a quali paure e a quali orribili disgrazie andava incontro!... 



CAPITOLO 27


Gran combattimento fra Pinocchio e i suoi compagni: uno de' quali essendo rimasto ferito, Pinocchio viene arrestato dai carabinieri.


Giunto che fu sulla spiaggia, Pinocchio dette subito una grande occhiata sul mare; ma non vide nessun Pesce-cane. 
Il mare era tutto liscio come un gran cristallo da specchio. 
- O il Pesce-cane dov'? - domand, voltandosi ai compagni. 
- Sar andato a far colazione, - rispose uno di loro, ridendo. 
- O si sar buttato sul letto per far un sonnellino, - soggiunse un altro, ridendo pi forte che mai. 
Da quelle risposte sconclusionate e da quelle risatacce grulle, Pinocchio cap che i suoi compagni gli avevano fatto una brutta celia, dandogli ad intendere una cosa che non era vera; e pigliandosela a male, disse a loro con voce di bizza: 
- E ora? che sugo ci avete trovato a darmi ad intendere la storiella del Pesce-cane? 
- Il sugo c' sicuro!... - risposero in coro quei monelli . 
- E sarebbe?... 
- Quello di farti perdere la scuola e di farti venire con noi. Non ti vergogni a mostrarti tutti i giorni cos preciso e cos diligente alle lezioni? Non ti vergogni a studiar tanto, come fai? 
- E se io studio, che cosa ve ne importa? 
- A noi ce ne importa moltissimo perch ci costringi a fare una brutta figura col maestro... 
- Perch? 
- Perch gli scolar che studiano fanno sempre scomparire quelli, come noi, che non hanno voglia di studiare. E noi non vogliamo scomparire! Anche noi abbiamo il nostro amor proprio!... 
- E allora che cosa devo fare per contentarvi? 
- Devi prendere a noia, anche tu, la scuola, la lezione e il maestro, che sono i nostri tre grandi nemici. 
- E se io volessi seguitare a studiare? 
- Noi non ti guarderemo pi in faccia, e alla prima occasione ce la pagherai!... 
- In verit mi fate quasi ridere, - disse il burattino con una scrollatina di capo. 
- Ehi, Pinocchio! - grid allora il pi grande di quei ragazzi, andandogli sul viso. - Non venir qui a fare lo smargiasso: non venir qui a far tanto il galletto!... perch se tu non hai paura di noi, noi non abbiamo paura di te! Ricordati che tu sei solo e noi siamo in sette. 
- Sette come i peccati mortali, - disse Pinocchio con una gran risata. 
- Avete sentito? Ci ha insultati tutti! Ci ha chiamati col nome di peccati mortali!... 
- Pinocchio! chiedici scusa dell'offesa... se no, guai a te!... 
- Cuc! - fece il burattino, battendosi coll'indice sulla punta del naso, in segno di canzonatura. 
- Pinocchio! la finisce male!... 
- Cuc! 
- Ne toccherai quanto un somaro!... 
- Cuc! 
- Ritornerai a casa col naso rotto!... 
- Cuc! 
- Ora il cuc te lo dar io! - grid il pi ardito di quei monelli. - Prendi intanto quest'acconto e serbalo per la cena di stasera. 
E nel dir cos gli appiccic un pugno sul capo. 
Ma fu, come si suol dire, botta e risposta; perch il burattino, come c'era da aspettarselo, rispose con un altro pugno: e l, da un momento all'altro, il combattimento divent generale e accanito. 
Pinocchio, sebbene fosse solo, si difendeva come un eroe. Con quei suoi piedi di legno durissimo lavorava cos bene, da tener sempre i suoi nemici a rispettosa distanza. Dove i suoi piedi potevano arrivare e toccare, ci lasciavano sempre un livido per ricordo. 
Allora i ragazzi, indispettiti di non potersi misurare col burattino a corpo a corpo, pensarono bene di metter mano ai proiettili, e sciolti i fagotti de' loro libri di scuola, cominciarono a scagliare contro di lui i Sillabari, le Grammatiche, i Giannettini, i Minuzzoli, i Racconti del Thouar, il Pulcino della Baccini e altri libri scolastici: ma il burattino, che era d'occhio svelto e ammalizzito, faceva sempre civetta a tempo, sicch i volumi, passandogli di sopra al capo, andavano tutti a cascare nel mare. 
Figuratevi i pesci! I pesci, credendo che quei libri fossero roba da mangiare, correvano a frotte a fior d'acqua; ma dopo avere abboccata qualche pagina o qualche frontespizio, la risputavano subito facendo con la bocca una certa smorfia, che pareva volesse dire:  Non  roba per noi: noi siamo avvezzi a cibarci molto meglio!  
Intanto il combattimento s'inferociva sempre pi, quand'ecco che un grosso Granchio, che era uscito fuori dell'acqua e s'era adagio adagio arrampicato fin sulla spiaggia, grid con una vociaccia di trombone infreddato: 
- Smettetela, birichini che non siete altro! Queste guerre manesche fra ragazzi e ragazzi raramente vanno a finir bene. Qualche disgrazia accade sempre! ... 
Povero Granchio! Fu lo stesso che avesse predicato al vento. Anzi quella birba di Pinocchio, vol tandosi indietro a guardarlo in cagnesco, gli disse sgarbatamente: 
- Chtati, Granchio dell'uggia!... Faresti meglio a succiare due pasticche di lichene per guarire da codesta infreddatura di gola. Vai piuttosto a letto e cerca di sudare! 
In quel frattempo i ragazzi, che avevano finito oramai di tirare tutti i loro libri, occhiarono l a poca distanza il fagotto dei libri del burattino, e se ne impadronirono in men che non si dice. 
Fra questi libri, v'era un volume rilegato in cartoncino grosso, colla costola e colle punte di cartapecora. Era un Trattato di Aritmetica. Vi lascio immaginare se era peso dimolto! 
Uno di quei monelli agguant quel volume e, presa di mira la testa di Pinocchio, lo scagli con quanta forza aveva nel braccio: ma invece di cogliere il burattino, colse nella testa uno dei compagni; il quale divent bianco come un panno lavato, e non disse altro che queste parole: 
- O mamma mia, aiutatemi... perch muoio! 
Poi cadde disteso sulla rena del lido. 
Alla vista di quel morticino, i ragazzi spaventati si dettero a scappare a gambe e in pochi minuti non si videro pi. 
Ma Pinocchio rimase l, e sebbene per il dolore e per lo spavento, anche lui fosse pi morto che vivo, nondimeno corse a inzuppare il suo fazzoletto nell'acqua del mare e si pose a bagnare la tempia del suo povero compagno di scuola. E intanto piangendo dirottamente e disperandosi, lo chiamava per nome e gli diceva: 
- Eugenio!... povero Eugenio mio!... apri gli occhi, e guardami!... Perch non mi rispondi? Non sono stato io, sai, che ti ho fatto tanto male! Credilo, non sono stato io!... Apri gli occhi, Eugenio... 
Se tieni gli occhi chiusi, mi farai morire anche me... 
O Dio mio! come far ora a tornare a casa?... Con che coraggio potr presentarmi alla mia buona mamma? Che sar di me?... Dove fuggir?... Dove andr a nascondermi?... Oh! quant'era meglio, mille volte meglio che fossi andato a scuola!... Perche ho dato retta a questi compagni, che sono la mia dannazione?... E il maestro me l'aveva detto!... e la mia mamma me lo aveva ripetuto: "Gurdati dai cattivi compagni!"-. Ma io sono un testardo... un caparbiaccio... lascio dir tutti, e poi fo sempre a modo mio!... E dopo mi tocca a scontarle... E cos, da che sono al mondo, non ho mai avuto un quarto d'ora di bene. Dio mio! Che sar di me, che sar di me, che sar di me?... 
E Pinocchio continuava a piangere, e berciare, a darsi pugni nel capo e a chiamar per nome il povero Eugenio: quando sent a un tratto un rumore sordo di passi che si avvicinavano. 
Si volt: erano due carabinieri 
- Che cosa fai cos sdraiato per terra? - domandarono a Pinocchio. 
- Assisto questo mio compagno di scuola. 
- Che gli  venuto male? 
- Par di s!.. 
- Altro che male! - disse uno dei carabinieri, chinandosi e osservando Eugenio da vicino. - Questo ragazzo  stato ferito in una tempia: chi  che l'ha ferito? 
- Io no, - balbett il burattino che non aveva pi fiato in corpo. 
- Se non sei stato tu, chi  stato dunque che l'ha ferito? 
- Io no, - ripet Pinocchio. 
- E con che cosa  stato ferito? 
- Con questo libro. - E il burattino raccatt di terra il Trattato di Aritmetica, rilegato in cartone e cartapecora, per mostrarlo al carabiniere. 
- E questo libro di chi ? 
- Mio. 
- Basta cos: non occorre altro. Rizzati subito e vieni via con noi. 
- Ma io... 
- Via con noi! 
- Ma io sono innocente... 
- Via con noi! 
Prima di partire, i carabinieri chiamarono alcuni pescatori, che in quel momento passavano per l'appunto colla loro barca vicino alla spiaggia, e dissero loro: 
- Vi affidiamo questo ragazzetto ferito nel capo. Portatelo a casa vostra e assistetelo. Domani torneremo a vederlo. 
Quindi si volsero a Pinocchio, e dopo averlo messo in mezzo a loro due, gl'intimarono con accento soldatesco: 
- Avanti! e cammina spedito! se no, peggio per te! 
Senza farselo ripetere, il burattino cominci a camminare per quella viottola, che conduceva al paese. Ma il povero diavolo non sapeva pi nemmeno lui in che mondo si fosse. Gli pareva di sognare, e che brutto sogno! Era fuori di s. I suoi occhi vedevano tutto doppio: le gambe gli tremavano: la lingua gli era rimasta attaccata al palato e non poteva pi spiccicare una sola parola. Eppure, in mezzo a quella specie di stupidit e di rintontimento, una spina acutissima gli bucava il cuore: il pensiero, cio, di dover passare sotto le finestre di casa della sua buona Fata, in mezzo ai carabinieri. Avrebbe preferito piuttosto di morire. 
Erano gi arrivati e stavano per entrare in paese, quando una folata di vento strapazzone lev di testa a Pinocchio il berretto, portandoglielo lontano una decina di passi. 
- Si contentano, - disse il burattino ai carabinieri, - che vada a riprendere il mio berretto? 
- Vai pure: ma facciamo una cosa lesta. 
Il burattino and, raccatt il berretto... ma invece di metterselo in capo, se lo mise in bocca fra i denti, e poi cominci a correre di gran carriera verso la spiaggia del mare. Andava via come una palla di fucile. 
I carabinieri, giudicando che fosse difficile raggiungerlo, gli aizzarono dietro un grosso cane ma stino, che aveva guadagnato il primo premio in tutte le corse dei cani. Pinocchio correva, e il cane correva pi di lui: per cui tutta la gente si affacciava alle finestre e si affollava in mezzo alla strada, ansiosa di veder la fine di questo palio feroce. 
Ma non pot levarsi questa voglia, perch il cane mastino e Pinocchio sollevarono lungo la strada un tal polverone, che dopo pochi minuti non fu pi possibile di veder nulla. 


CAPITOLO 28


Pinocchio corre pericolo di essere fritto in padella come un pesce.


Durante quella corsa disperata, vi fu un momento terribile, un momento in cui Pinocchio si cred perduto: perch bisogna sapere che Alidoro (era questo il nome del can-mastino) a furia di correre e correre, l'aveva quasi raggiunto. 
Basti dire che il burattino sentiva dietro di s, alla distanza d'un palmo, l'ansare affannoso di quella bestiaccia e ne sentiva perfino la vampa calda delle fiatate. 
Per buona fortuna la spiaggia era oramai vicina e il mare si vedeva l a pochi passi. 
Appena fu sulla spiaggia, il burattino spicc un bellissimo salto, come avrebbe potuto fare un ranocchio, e and a cascare in mezzo all'acqua. Alidoro invece voleva fermarsi; ma trasportato dall'impeto della corsa, entr nell'acqua anche lui. E quel disgraziato non sapeva nuotare; per cui cominci subito ad annaspare colle zampe per reggersi a galla: ma pi annaspava e pi andava col capo sott'acqua. 
Quando torn a rimettere il capo fuori, il povero cane aveva gli occhi impauriti e stralunati, e, abbaiando, gridava. 
- Affogo! Affogo! 
- Crepa! - gli rispose Pinocchio da lontano, il quale si vedeva oramai sicuro da ogni pericolo. 
- Aiutami, Pinocchio mio!... salvami dalla morte!... 
A quelle grida strazianti, il burattino, che in fondo aveva un cuore eccellente, si mosse a compassione, e voltosi al cane gli disse: 
- Ma se io ti aiuto a salvarti, mi prometti di non darmi pi noia e di non corrermi dietro? 
- Te lo prometto! te lo prometto! Spicciati per carit, perch se indugi un altro mezzo minuto, son bell'e morto. 
Pinocchio esit un poco: ma poi ricordandosi che il suo babbo gli aveva detto tante volte che a fare una buona azione non ci si scapita mai, and nuotando a raggiungere Alidoro, e, presolo per la coda con tutte e due le mani, lo port sano e salvo sulla rena asciutta del lido. 
Il povero cane non si reggeva pi in piedi. Aveva bevuto, senza volerlo, tant'acqua salata, che era gonfiato come un pallone. Per altro il burattino, non volendo fare a fidarsi troppo, stim cosa prudente di gettarsi novamente in mare; e, allontanandosi dalla spiaggia, grid all'amico salvato: 
- Addio, Alidoro, fai buon viaggio e tanti saluti a casa. 
- Addio, Pinocchio, - rispose il cane; - mille grazie di avermi liberato dalla morte. Tu mi hai fatto un gran servizio: e in questo mondo quel che  fatto  reso. Se cpita l'occasione, ci riparleremo. 
Pinocchio seguit a nuotare, tenendosi sempre vicino alla terra. Finalmente gli parve di esser giunto in un luogo sicuro; e dando un occhiata alla spiaggia, vide sugli scogli una specie di grotta, dalla quale usciva un lunghissimo pennacchio di fumo. 
- In quella grotta, - disse allora fra s, - ci deve essere del fuoco. Tanto meglio! Ander a rasciugarmi e a riscaldarmi, e poi?... e poi sar quel che sar. 
Presa questa risoluzione, si avvicin alla scogliera; ma quando fu l per arrampicarsi, sent qualche cosa sotto l'acqua che saliva, saliva, saliva e lo portava per aria. Tent subito di fuggire, ma oramai era tardi, perch con sua grandissima maraviglia si trov rinchiuso dentro a una grossa rete in mezzo a un brulichio di pesci d'ogni forma e grandezza, che scodinzolando e si dibattevano come tant'anime disperate. 
E nel tempo stesso vide uscire dalla grotta un pescatore cos brutto, ma tanto brutto, che pareva un mostro marino. Invece di capelli aveva sulla testa un cespuglio foltissimo di erba verde; verde era la pelle del suo corpo, verdi gli occhi, verde la barba lunghissima, che gli scendeva fin quaggi. Pareva un grosso ramarro ritto su i piedi di dietro. 
Quando il pescatore ebbe tirata fuori la rete dal mare, grid tutto contento: 
- Provvidenza benedetta! Anch'oggi potr fare una bella scorpacciata di pesce! 
- Manco male, che io non sono un pesce! - disse Pinocchio dentro di s, ripigliando un po' di coraggio. 
La rete piena di pesci fu portata dentro la grotta, una grotta buia e affumicata, in mezzo alla quale friggeva una gran padella d'olio, che mandava un odorino di moccolaia da mozzare il respiro. 
- Ora vediamo un po' che pesci abbiamo presi! 
- disse il pescatore verde; e ficcando nella rete una manona cos spropositata, che pareva una pala da fornai, tir fuori una manciata di triglie. 
- Buone queste triglie! - disse, guardandole e annusandole con compiacenza. E dopo averle annusate, le scaravent in una conca senz'acqua. 
Poi ripet pi volte la solita operazione; e via via che cavava fuori gli altri pesci, sentiva venirsi l'acquolina in bocca e gongolando diceva: 
- Buoni questi naselli!... 
- Squisiti questi muggini!... 
- Deliziose queste sogliole!... 
- Prelibati questi ragnotti!... 
- Carine queste acciughe col capo!... 
Come potete immaginarvelo, i naselli, i muggini, le sogliole, i ragnotti e le acciughe, andarono tutti alla rinfusa nella conca, a tener compagnia alle triglie. 
L'ultimo che rest nella rete fu Pinocchio. 
Appena il pescatore l'ebbe cavato fuori, sgran dalla maraviglia i suoi occhioni verdi, gridando quasi impaurito: 
- Che razza di pesce  questo? Dei pesci fatti a questo modo non mi ricordo di averne mai mangiati! 
E torn a guardarlo attentamente, e dopo averlo guardato ben bene per ogni verso, fin col dire: 
- Ho gi capito: dev'essere un granchio di mare. 
Allora Pinocchio mortificato di sentirsi scambiare per un granchio, disse con accento risentito: 
- Ma che granchio e non granchio? Guardi come lei mi tratta! Io per sua regola sono un burattino. 
- Un burattino? - replic il pescatore. - Dico la verit, il pesce burattino  per me un pesce nuovo! Meglio cos! ti manger pi volentieri. 
- Mangiarmi? ma la vuol capire che io non sono un pesce? O non sente che parlo, e ragiono come lei? -  verissimo, - soggiunse il pescatore, - e siccome vedo che sei un pesce, che hai la fortuna di parlare e di ragionare, come me, cos voglio usarti anch'io i dovuti riguardi. 
- E questi riguardi sarebbero?... 
- In segno di amicizia e di stima particolare, lascer a te la scelta del come vuoi essere cucinato. Desideri essere fritto in padella, oppure preferisci di essere cotto nel tegame colla salsa di pomidoro? 
- A dir la verit, - rispose Pinocchio, - se io debbo scegliere, preferisco piuttosto di essere lasciato libero, per potermene tornare a casa mia. 
- Tu scherzi? Ti pare che io voglia perdere l'occasione di assaggiare un pesce cos raro? Non capita mica tutti i giorni un pesce burattino in questi mari. Lascia fare a me: ti frigger in padella assieme a tutti gli altri pesci, e te ne troverai contento. L'esser fritto in compagnia  sempre una consolazione. 
L'infelice Pinocchio, a quest'antifona, cominci a piangere, a strillare, a raccomandarsi e piangendo diceva: - Quant'era meglio, che fossi andato a scuola!... Ho voluto dar retta ai compagni, e ora la pago! Ih!... Ih!... Ih!... 
E perch si divincolava come un anguilla e faceva sforzi incredibili, per isgusciare dalle grinfie del pescatore verde, questi prese una bella buccia di giunco, e dopo averlo legato per le mani e per i piedi, come un salame, lo gett in fondo alla conca cogli altri. 
Poi, tirato fuori un vassoiaccio di legno, pieno di farina, si dette a infarinare tutti quei pesci; e man mano che li aveva infarinati, li buttava a friggere dentro la padella. 
I primi a ballare nell'olio bollente furono i poveri naselli: poi tocc ai ragnotti, poi ai muggini, poi alle sogliole e alle acciughe, e poi venne la volta di Pinocchio. Il quale a vedersi cos vicino alla morte (e che brutta morte!) fu preso da tanto tremito e da tanto spavento, che non aveva pi n voce n fiato per raccomandarsi. 
Il povero figliuolo si raccomandava cogli occhi! 
Ma il pescatore verde, senza badarlo neppure, lo avvoltol cinque o sei volte nella farina, infarinandolo cos bene dal capo ai piedi, che pareva diventato un burattino di gesso. 
Poi lo prese per il capo, e... 



CAPITOLO 29


Ritorna a casa della Fata, la quale gli promette che il giorno dopo non sar pi un burattino, ma diventer un ragazzo. Gran colazione di caff-e-latte per festeggiare questo grande avvenimento.

Mentre il pescatore era proprio sul punto di buttar Pinocchio nella padella, entr nella grotta un grosso cane condotto l dall'odore acutissimo e ghiotto della frittura. 
- Passa via! - gli grid il pescatore minacciandolo e tenendo sempre in mano il burattino infarinato. 
Ma il povero cane aveva una fame per quattro, e mugolando e dimenando la coda, pareva che dicesse:  Dammi un boccon di frittura e ti lascio in pace . 
- Passa via, ti dico! - gli ripet il pescatore; e allung la gamba per tirargli una pedata. 
Allora il cane che, quando aveva fame davvero, non era avvezzo a lasciarsi posar mosche sul naso, si rivolt ringhioso al pescatore, mostrandogli le sue terribili zanne. 
In quel mentre si ud nella grotta una vocina fioca fioca, che disse: 
- Salvami, Alidoro!... Se non mi salvi, son fritto! 
Il cane riconobbe subito la voce di Pinocchio e si accorse con sua grandissima maraviglia che la vocina era uscita da quel fagotto infarinato che il pescatore teneva in mano. 
Allora che cosa fa? Spicca un gran lancio da terra, abbocca quel fagotto infarinato e tenendolo leggermente coi denti, esce correndo dalla grotta, e via come un baleno! 
Il pescatore, arrabbiatissimo di vedersi strappar di mano un pesce, che egli avrebbe mangiato tanto volentieri, si prov a rincorrere il cane; ma fatti pochi passi, gli venne un nodo di tosse e dov tornarsene indietro. 
Intanto Alidoro, ritrovata che ebbe la viottola che conduceva al paese, si ferm e pos delicatamente in terra l'amico Pinocchio. 
- Quanto ti debbo ringraziare! - disse il burattino. 
- Non c' bisogno, - replic il cane. - Tu salvasti me, e quel che  fatto,  reso. Si sa: in questo mondo bisogna tutti aiutarsi l'uno coll'altro. 
- Ma come mai sei capitato in quella grotta? 
- Ero sempre qui disteso sulla spiaggia pi morto che vivo, quando il vento mi ha portato da lontano un odorino di frittura. Quell'odorino mi ha stuzzicato l'appetito, e io gli sono andato dietro. 
Se arrivavo un minuto pi tardi!... 
- Non me lo dire! - url Pinocchio che tremava ancora dalla paura. - Non me lo dire! Se tu arrivavi un minuto pi tardi, a quest'ora io ero bell'e fritto, mangiato e digerito. Brrr!... mi vengono i brividi soltanto a pensarvi!... 
Alidoro, ridendo, stese la zampa destra verso il burattino, il quale gliela strinse forte forte in segno di grande amicizia: e dopo si lasciarono. 
Il cane riprese la strada di casa: e Pinocchio, rimasto solo, and a una capanna l poco distante, e domand a un vecchietto che stava sulla porta a scaldarsi al sole: 
- Dite, galantuomo, sapete nulla di un povero ragazzo ferito nel capo e che si chiamava Eugenio?... 
- Il ragazzo  stato portato da alcuni pescatori in questa capanna, e ora... 
Ora sar morto!... - interruppe Pinocchio con gran dolore. 
- No: ora  vivo, ed  gi ritornato a casa sua. 
- Davvero, davvero? - grid il burattino, saltando dall'allegrezza. - Dunque la ferita non era grave? 
- Ma poteva riuscire gravissima e anche mortale, - rispose il vecchietto, - perch gli tirarono sul capo un grosso libro rilegato in cartone. 
- E chi glielo tir? 
- Un suo compagno di scuola: un certo Pinocchio... 
- E chi  questo Pinocchio? - domand il burattino facendo lo gnorri. 
- Dicono che sia un ragazzaccio, un vagabondo. un vero rompicollo... 
- Calunnie! Tutte calunnie! 
- Lo conosci tu questo Pinocchio? 
- Di vista! - rispose il burattino. 
- E tu che concetto ne hai? - gli chiese il vecchietto. 
- A me mi pare un gran buon figliuolo, pieno di voglia di studiare, ubbidiente, affezionato al suo babbo e alla sua famiglia... 
Mentre il burattino sfilava a faccia fresca tutte queste bugie, si tocc il naso e si accorse che il naso gli s'era allungato pi d'un palmo. Allora tutto impaurito cominci a gridare: 
- Non date retta, galantuomo, a tutto il bene che ve ne ho detto: perch conosco benissimo Pinocchio e posso assicurarvi anch'io che  davvero un ragazzaccio, un disubbidiente e uno svogliato, che invece di andare a scuola, va coi compagni a fare lo sbarazzino! 
Appena ebbe pronunziate queste parole, il suo naso raccorc e torn della grandezza naturale, come era prima. 
- E perch sei tutto bianco a codesto modo? - gli domand a un tratto il vecchietto. 
- Vi dir... senza avvedermene, mi sono strofinato a un muro, che era imbiancato di fresco, - rispose il burattino, vergognandosi a confessare che lo avevano infarinato come un pesce, per poi friggerlo in padella. 
- O della tua giacchetta, de' tuoi calzoncini e del tuo berretto che cosa ne hai fatto? 
- Ho incontrato i ladri e mi hanno spogliato. 
Dite, buon vecchio, non avreste per caso da darmi un po' di vestituccio, tanto perch io possa ritornare a casa? 
- Ragazzo mio, in fatto di vestiti, io non ho che un piccolo sacchetto, dove ci tengo i lupini. Se vuoi, piglialo: eccolo l. 
E Pinocchio non se lo fece dire due volte: prese subito il sacchetto dei lupini che era vuoto, e dopo averci fatto colle forbici una piccola buca nel fondo e due buche dalle parti, se lo infil a uso camicia. E vestito leggerino a quel modo, si avvi verso il paese. 
Ma, lungo la strada, non si sentiva punto tranquillo; tant' vero che faceva un passo avanti e uno indietro e, discorrendo da se solo, andava dicendo: 
- Come far a presentarmi alla mia buona Fatina? Che dir quando mi vedr?... Vorr perdonarmi questa seconda birichinata?... Scommetto che non me la perdona!... oh! non me la perdona di certo... 
E mi sta il dovere: perch io sono un monello che prometto sempre di correggermi, e non mantengo mai! ... 
Arriv al paese che era gi notte buia, e perch faceva tempaccio e l'acqua veniva gi a catinelle, and diritto diritto alla casa della Fata coll'animo risoluto di bussare alla porta e di farsi aprire. 
Ma, quando fu l, sent mancarsi il coraggio, e invece di bussare si allontan, correndo, una ventina di passi. Si avvicin una seconda volta alla porta, e non concluse nulla: si avvicin una terza volta, e nulla: la quarta volta prese, tremando, il battente di ferro in mano, e buss un piccolo colpettino. 
Aspetta, aspetta, finalmente dopo mezz'ora si apr una finestra dell'ultimo piano (la casa era di quattro piani) e Pinocchio vide affacciarsi una grossa Lumaca, che aveva un lumicino acceso sul capo, la quale disse: 
- Chi  a quest'ora? 
- La Fata  in casa? - domand il burattino. 
- La Fata dorme e non vuol essere svegliata: ma tu chi sei? 
- Sono io! 
- Chi io? 
- Pinocchio. 
- Chi Pinocchio? 
- Il burattino, quello che sta in casa colla Fata. 
- Ah! ho capito, - disse la Lumaca. - Aspettami cost, che ora scendo gi e ti apro subito. 
- Spicciatevi, per carit, perch io muoio dal freddo. 
- Ragazzo mio, io sono una lumaca, e le luma che non hanno mai fretta. 
Intanto pass un'ora, ne passarono due, e la porta non si apriva: per cui Pinocchio, che tremava dal freddo, dalla paura e dall'acqua che aveva addosso, si fece cuore e buss una seconda volta, e buss pi forte. A quel secondo colpo si apr una finestra del piano di sotto e si affacci la solita Lumaca. 
- Lumachina bella, - grid Pinocchio dalla strada, - sono due ore che aspetto ! E due ore, a questa serataccia, diventano pi lunghe di due anni. Spicciatevi, per carit. 
- Ragazzo mio - gli rispose dalla finestra quella bestiola tutta pace e tutta flemma, - ragazzo mio, io sono una lumaca, e le lumache non hanno mai fretta. 
E la finestra si richiuse. 
Di l a poco suon la mezzanotte: poi il tocco, poi le due dopo mezzanotte, e la porta era sempre chiusa. 
Allora Pinocchio, perduta la pazienza, afferr con rabbia il battente della porta per bussare un gran colpo da far rintronare tutto il casamento: ma il battente che era di ferro, divent a un tratto un'anguilla viva, che sgusciandogli dalle mani spar nel rigagnolo d'acqua in mezzo alla strada. 
- Ah, s? - grid Pinocchio sempre pi accecato dalla collera. - Se il battente  sparito, io seguiter a bussare a furia di calci. 
E tiratosi un poco indietro, lasci andare una solennissima pedata nell'uscio della casa. Il colpo fu cos forte, che il piede penetr nel legno fino a mezzo: e quando il burattino si prov a ricavarlo fuori, fu tutta fatica inutile: perch il piede c'era rimasto conficcato dentro, come un chiodo ribadito. 
Figuratevi il povero Pinocchio ! Dov passare tutto il resto della notte con un piede in terra e con quell'altro per aria. 
La mattina, sul far del giorno, finalmente la porta si apr. 
Quella brava bestiola della Lumaca, a scendere dal quarto piano fino all'uscio di strada, ci aveva messo solamente nove ore. Bisogna proprio dire che avesse fatto una sudata! 
- Che cosa fate con codesto piede conficcato nell'uscio? - domand ridendo al burattino. 
-  stata una disgrazia. Vedete un po', Lumachina bella, se vi riesce di liberarmi da questo supplizio. 
- Ragazzo mio, cos ci vuole un legnaiolo, e io non ho mai fatto la legnaiola. 
- Pregate la Fata da parte mia!... 
- La Fata dorme e non vuol essere svegliata. 
- Ma che cosa volete che io faccia inchiodato tutto il giorno a questa porta? 
- Divrtiti a contare le formicole che passano per la strada. 
- Portatemi almeno qualche cosa da mangiare, perch mi sento rifinito. 
- Subito! - disse la Lumaca. 
Difatti dopo tre ore e mezzo Pinocchio la vide tornare con un vassoio d'argento in capo. Nel vassoio c'era un pane, un pollastro arrosto e quattro albicocche mature. 
- Ecco la colazione che vi manda la Fata, - disse la Lumaca. 
Alla vista di quella grazia di Dio, il burattino sent consolarsi tutto. 
Ma quale fu il suo disinganno, quando incominciando a mangiare, si dov accorgere che il pane era di gesso, il pollastro di cartone e le quattro albicocche di alabastro, colorite al naturale. 
Voleva piangere, voleva darsi alla disperazione, voleva buttar via il vassoio e quel che c'era dentro: ma invece, o fosse il gran dolore o la gran languidezza di stomaco, fatto sta che cadde svenuto. 
Quando si riebbe, si trov disteso sopra un sof, e la Fata era accanto a lui. 
- Anche per questa volta ti perdono, - gli disse la Fata, - ma guai a te se me ne fai un'altra delle tue!... 
Pinocchio promise e giur che avrebbe studiato, e che si sarebbe condotto sempre bene. E mantenne la parola per tutto il resto dell'anno. Difatti, agli esami delle vacanze, ebbe l'onore di essere il pi bravo della scuola; e i suoi portamenti, in generale, furono giudicati cos lodevoli e soddisfacenti, che la Fata, tutta contenta, gli disse: 
- Domani finalmente il tuo desiderio sar appagato! 
- Cio? 
- Domani finirai di essere un burattino di legno, e diventerai un ragazzo perbene. 
Chi non ha veduto la gioia di Pinocchio, a questa notizia tanto sospirata, non potr mai figurarsela. Tutti i suoi amici e compagni di scuola dovevano essere invitati per il giorno dopo a una gran colazione in casa della Fata, per festeggiare insieme il grande avvenimento: e la Fata aveva fatto preparare dugento tazze di caff-e-latte e quattrocento panini imburrati di sotto e di sopra. Quella giornata prometteva d'essere molto bella e molto allegra, ma... 
Disgraziatamente, nella vita dei burattini c' sempre una ma, che sciupa ogni cosa. 



CAPITOLO 30


Pinocchio, invece di diventare un ragazzo, parte di nascosto col suo amico Lucignolo per il Paese dei Balocchi.


Com' naturale, Pinocchio chiese subito alla Fata il permesso di andare in giro per la citt a fare gli inviti: e la Fata gli disse: 
- Vai pure a invitare i tuoi compagni per la colazione di domani: ma ricordati di tornare a casa prima che faccia notte. Hai capito? 
- Fra un'ora prometto di essere bell'e ritornato, - replic il burattino. 
- Bada, Pinocchio! I ragazzi fanno presto a promettere: ma il pi delle volte, fanno tardi a mantenere. 
- Ma io non sono come gli altri: io, quando dico una cosa, la mantengo. 
- Vedremo. Caso poi tu disubbidissi, tanto peggio per te. 
- Perch? 
- Perch i ragazzi che non dnno retta ai consigli di chi ne sa pi di loro, vanno sempre incontro a qualche disgrazia. 
- E io l'ho provato! - disse Pinocchio. - Ma ora non ci ricasco pi! 
- Vedremo se dici il vero. 
Senza aggiungere altre parole, il burattino salut la sua buona Fata, che era per lui una specie di mamma, e cantando e ballando usc fuori della porta di casa. 
In poco pi d'un'ora, tutti i suoi amici furono invitati. Alcuni accettarono subito e di gran cuore: altri da principio si fecero un po' pregare; ma quando seppero che i panini da inzuppare nel caff-e-latte sarebbero stati imburrati anche dalla parte di fuori, finirono tutti col dire:  Verremo anche noi, per farti piacere . 
Ora bisogna sapere che Pinocchio, fra i suoi amici e compagni di scuola, ne aveva uno prediletto e carissimo, il quale si chiamava di nome Romeo: ma tutti lo chiamavano col soprannome di Lucignolo, per via del suo personalino asciutto, secco e allampanato, tale e quale come il lucignolo nuovo di un lumino da notte. 
Lucignolo era il ragazzo pi svogliato e pi birichino di tutta la scuola: ma Pinocchio gli voleva un gran bene. Difatti and subito a cercarlo a casa, per invitarlo alla colazione, e non lo trov: torn una seconda volta, e Lucignolo non c'era: torn una terza volta, e fece la strada invano. 
Dove poterlo ripescare? Cerca di qua, cerca di l, finalmente lo vide nascosto sotto il portico di una casa di contadini. 
- Che cosa fai cost? - gli domand Pinocchio, avvicinandosi. 
- Aspetto la mezzanotte, per partire... 
- Dove vai? 
- Lontano, lontano, lontano! 
- E io che son venuto a cercarti a casa tre volte!... 
- Che cosa volevi da me? 
- Non sai il grande avvenimento? Non sai la fortuna che mi  toccata? 
- Quale? 
- Domani finisco di essere un burattino e divento un ragazzo come te, e come tutti gli altri. 
- Buon pro ti faccia. 
- Domani, dunque, ti aspetto a colazione a casa mia. 
- Ma se ti dico che parto questa sera. 
- A che ora? 
- Fra poco. 
- E dove vai? 
- Vado ad abitare in un paese... che  il pi bel paese di questo mondo: una vera cuccagna!... 
- E come si chiama? 
- Si chiama il Paese dei Balocchi. Perch non vieni anche tu? 
- Io? no davvero! 
- Hai torto, Pinocchio! Credilo a me che, se non vieni, te ne pentirai. Dove vuoi trovare un paese pi salubre per noialtri ragazzi? l non vi sono scuole: l non vi sono maestri: l non vi sono libri. In quel paese benedetto non si studia mai. Il gioved non si fa scuola: e ogni settimana  composta di sei gioved e di una domenica. Figrati che le vacanze dell'autunno cominciano col primo di gennaio e finiscono coll'ultimo di dicembre. Ecco un paese, come piace veramente a me! Ecco come dovrebbero essere tutti i paesi civili!... 
- Ma come si passano le giornate nel Paese dei Balocchi? 
- Si passano baloccandosi e divertendosi dalla mattina alla sera. La sera poi si va a letto, e la mattina dopo si ricomincia daccapo. Che te ne pare? 
- Uhm!... - fece Pinocchio: e tentenn leggermente il capo, come dire:   una vita che farei volentieri anch'io! . 
- Dunque, vuoi partire con me? S o no? Risolviti. 
- No, no, no e poi no. Oramai ho promesso alla mia buona Fata di diventare un ragazzo perbene, e voglio mantenere la promessa. Anzi, siccome vedo che il sole va sotto, cos ti lascio subito e scappo via. Dunque addio e buon viaggio. 
- Dove corri con tanta furia? 
- A casa. La mia buona Fata vuole che ritorni prima di notte. 
- Aspetta altri due minuti. 
- Faccio troppo tardi. 
- Due minuti soli. 
- E se poi la Fata mi grida? 
- Lasciala gridare. Quando avr gridato ben bene, si cheter, - disse quella birba di Lucignolo. 
- E come fai? Parti solo o in compagnia? 
- Solo? Saremo pi di cento ragazzi. 
- E il viaggio lo fate a piedi? 
- A mezzanotte passer di qui il carro che ci deve prendere e condurre fin dentro ai confini di quel fortunatissimo paese. 
- Che cosa pagherei che ora fosse mezzanotte!... 
- Perch? 
- Per vedervi partire tutti insieme. 
- Rimani qui un altro poco e ci vedrai. 
- No, no: voglio ritornare a casa. 
- Aspetta altri due minuti. 
- Ho indugiato anche troppo. La Fata star in pensiero per me. 
- Povera Fata! Che ha paura forse che ti mangino i pipistrelli? 
- Ma dunque, - soggiunse Pinocchio, - tu sei veramente sicuro che in quel paese non ci sono punte scuole?... 
- Neanche l'ombra. 
- E nemmeno maestri?... 
- Nemmen'uno. 
- E non c' mai l'obbligo di studiare? 
- Mai, mai, mai! 
- Che bel paese! - disse Pinocchio, sentendo venirsi l'acquolina in bocca. - Che bel paese! Io non ci sono stato mai, ma me lo figuro!... 
- Perch non vieni anche tu? 
- E inutile che tu mi tenti! Oramai ho promesso alla mia buona Fata di diventare un ragazzo di giudizio, e non voglio mancare alla parola. 
- Dunque addio, e salutami tanto le scuole ginnasiali!... e anche quelle liceali, se le incontri per la strada. 
- Addio, Lucignolo: fai buon viaggio, divertiti e rammentati qualche volta degli amici. 
Ci detto, il burattino fece due passi in atto di andarsene: ma poi, fermandosi e voltandosi all'amico, gli domand: 
- Ma sei proprio sicuro che in quel paese tutte le settimane sieno composte di sei gioved e di una domenica? 
- Sicurissimo. 
- Ma lo sai di certo che le vacanze abbiano principio col primo di gennaio e finiscano coll'ultimo di dicembre? 
- Di certissimo! 
- Che bel paese! - ripet Pinocchio, sputando dalla soverchia consolazione. 
Poi, fatto un animo risoluto, soggiunse in fretta e furia: 
- Dunque, addio davvero: e buon viaggio. 
- Addio. 
- Fra quanto partirete? 
- Fra due ore! 
- Peccato! Se alla partenza mancasse un'ora sola, sarei quasi quasi capace di aspettare. 
- E la Fata?... 
- Oramai ho fatto tardi!... e tornare a casa un'ora prima o un'ora dopo,  lo stesso. 
- Povero Pinocchio! E se la Fata ti grida? 
- Pazienza! La lascer gridare. Quando avr gridato ben bene, si cheter. 
Intanto si era ' gi fatta notte e notte buia: quando a un tratto videro muoversi in lontananza un lumicino... e sentirono un suono di bubboli e uno squillo di trombetta, cos piccolino e soffocato, che pareva il sibilo di una zanzara! 
- Eccolo! - grid Lucignolo, rizzandosi in piedi. 
- Chi ? - domand sottovoce Pinocchio. 
-  il carro che viene a prendermi. Dunque, vuoi venire, s o no? 
- Ma  proprio vero, - domand il burattino, - che in quel paese i ragazzi non hanno mai l'obbligo di studiare? 
- Mai, mai, mai! 
- Che bel paese!... che bel paese!... che bel paese!... 



CAPITOLO 31


Dopo cinque mesi di cuccagna, Pinocchio, con sua grande maraviglia, sente spuntarsi un bel paio d'orecchie asinine e diventa un ciuchino, con la coda e tutto.


Finalmente il carro arriv: e arriv senza fare il pi piccolo rumore, perch le sue ruote erano fasciate di stoppa e di cenci. 
Lo tiravano dodici pariglie di ciuchini, tutti della medesima grandezza, ma di diverso pelame. 
Alcuni erano bigi, altri bianchi, altri brizzolati a uso pepe e sale, e altri rigati a grandi strisce gialle e turchine. Ma la cosa pi singolare era questa: che quelle dodici pariglie, ossia quei ventiquattro ciuchini, invece di essere ferrati come tutti le altre bestie da tiro o da soma, avevano ai piedi degli stivali da uomo di vacchetta bianca. 
E il conduttore del carro?... 
Figuratevi un omino pi largo che lungo, tenero e untuoso come una palla di burro, con un visino di melarosa, una bocchina che rideva sempre e una voce sottile e carezzevole, come quella d'un gatto che si raccomanda al buon cuore della padrona di casa. 
Tutti i ragazzi, appena lo vedevano, ne restavano innamorati e facevano a gara nel montare sul suo carro, per essere condotti da lui in quella ve ra cuccagna conosciuta nella carta geografica col seducente nome di Paese dei Balocchi. 
Difatti il carro era gi tutto pieno di ragazzetti fra gli otto e i dodici anni, ammonticchiati gli uni sugli altri, come tante acciughe nella salamoia. Stavano male, stavano pigiati, non potevano quasi respirare: ma nessuno diceva ohi!, nessuno si lamentava. La consolazione di sapere che fra poche ore sarebbero giunti in un paese, dove non c'erano n libri, n scuole, n maestri, li rendeva cos contenti e rassegnati, che non sentivano n i disagi, n gli strapazzi, n la fame, n la sete, n il sonno. 
Appena che il carro si fu fermato, l'omino si volse a Lucignolo e con mille smorfie e mille manierine, gli domand sorridendo: 
- Dimmi, mio bel ragazzo, vuoi venire anche tu in quel fortunato paese? 
- Sicuro che ci voglio venire. 
- Ma ti avverto, carino mio, che nel carro non c' pi posto. Come vedi,  tutto pieno!... 
- Pazienza! - replic Lucignolo, - se non c' posto dentro, io mi adatter a star seduto sulle stanghe del carro. 
E spiccato un salto, mont a cavalcioni sulle stanghe. 
- E tu, amor mio?... - disse l'omino volgendosi tutto complimentoso a Pinocchio. - Che intendi fare? Vieni con noi, o rimani?... 
- Io rimango, - rispose Pinocchio. - Io voglio tornarmene a casa mia: voglio studiare e voglio farmi onore alla scuola, come fanno tutti i ragazzi perbene. 
- Buon pro ti faccia! 
- Pinocchio! - disse allora Lucignolo. - Di retta a me: vieni via con noi e staremo allegri. 
- No, no, no! 
- Vieni via con noi e staremo allegri, - gridarono altre quattro voci di dentro al carro. 
- Vieni via con noi e staremo allegri, - urlarono tutte insieme un centinaio di voci di dentro al carro. 
- E se vengo con voi, che cosa dir la mia buona Fata? - disse il burattino che cominciava a intenerirsi e a ciurlar nel manico. 
- Non ti fasciare il capo con tante melanconie. Pensa che andiamo in un paese dove saremo padroni di fare il chiasso dalla mattina alla sera! 
Pinocchio non rispose: ma fece un sospiro: poi fece un altro sospiro: poi un terzo sospiro; finalmente disse: 
- Fatemi un po' di posto: voglio venire anch'io !... 
- I posti son tutti pieni, - replic l'omino, - ma per mostrarti quanto sei gradito, posso cederti il mio posto a cassetta... 
- E voi?... 
- E io far la strada a piedi. 
- No, davvero, che non lo permetto. Preferisco piuttosto di salire in groppa a qualcuno di questi ciuchini! - grid Pinocchio. 
Detto fatto, si avvicin al ciuchino manritto della prima pariglia e fece l'atto di volerlo cavalcare: ma la bestiola, voltandosi a secco, gli dette una gran musata nello stomaco e lo gett a gambe all'aria. 
Figuratevi la risatona impertinente e sgangherata di tutti quei ragazzi presenti alla scena. 
Ma l'omino non rise. Si accost pieno di amorevolezza al ciuchino ribelle, e, facendo finta di dargli un bacio, gli stacc con un morso la met dell'orecchio destro. 
Intanto Pinocchio, rizzatosi da terra tutto infuriato, schizz con un salto sulla groppa di quel povero animale. E il salto fu cos bello, che i ragazzi, smesso di ridere, cominciarono a urlare:  Viva Pinocchio!  e a fare una smanacciata di applausi, che non finivano pi. 
Quand'ecco che all'improvviso il ciuchino alz tutt'e due le gambe di dietro, e dando una fortissima sgropponata, scaravent il povero burattino in mezzo alla strada sopra un monte di ghiaia. 
Allora grandi risate daccapo: ma l'omino, invece di ridere, si sent preso da tanto amore per quell'irrequieto asinello, che, con un bacio, gli port via di netto la met di quell'altro orecchio. Poi disse al burattino: 
- Rimonta pure a cavallo e non aver paura. Quel ciuchino aveva qualche grillo per il capo: ma io gli ho detto due paroline negli orecchi e spero di averlo reso mansueto e ragionevole. 
Pinocchio mont: e il carro cominci a muoversi: ma nel tempo che i ciuchini galoppavano e che il carro correva sui ciotoli della via maestra, gli parve al burattino di sentire una voce sommessa e appena intelligibile, che gli disse: 
- Povero gonzo! Hai voluto fare a modo tuo, ma te ne pentirai! 
Pinocchio, quasi impaurito, guard di qua e di l, per conoscere da qual parte venissero queste parole; ma non vide nessuno: i ciuchini galoppavano, il carro correva, i ragazzi dentro al carro dormivano, Lucignolo russava come un ghiro e l'omino seduto a cassetta, canterellava fra i denti: 
utti la notte dormono
E io non dormo mai... 
Fatto un altro mezzo chilometro, Pinocchio sent la solita vocina fioca che gli disse: 
- Tienlo a mente, grullerello! I ragazzi che smettono di studiare e voltano le spalle ai libri, alle scuole e ai maestri, per darsi interamente ai balocchi e ai divertimenti, non possono far altro che una fine disgraziata!... Io lo so per prova!... e te lo posso dire! Verr un giorno che piangerai anche tu, come oggi piango io... ma allor a sar tardi !... 
A queste parole bisbigliate sommessamente, il burattino, spaventato pi che mai, salt gi dalla groppa della cavalcatura e and a prendere il suo ciuchino per il muso. 
E immaginatevi come rest, quando s'accorse che il suo ciuchino piangeva... e piangeva proprio come un ragazzo! 
- Ehi, signor omino, - grid allora Pinocchio al padrone del carro, - sapete che cosa c' di nuovo? Questo ciuchino piange. 
- Lascialo piangere: rider quando sar sposo 
 Ma che forse gli avete insegnato anche a parlare ? 
- No: ha imparato da s a borbottare qualche parola, essendo stato tre anni in una compagnia di cani ammaestrati. 
- Povera bestia!... 
- Via, via, - disse l'omino, - non perdiamo il nostro tempo a veder piangere un ciuco. Rimonta a cavallo, e andiamo: la notte  fresca e la strada  lunga. 
Pinocchio obbed senza rifiatare. Il carro riprese la sua corsa: e la mattina, sul far dell'alba, arrivarono felicemente nel Paese dei Balocchi. 
Questo paese non somigliava a nessun altro paese del mondo. La sua popolazione era tutta composta di ragazzi. I pi vecchi avevano quattordici anni: i pi giovani ne avevano otto appena. Nelle strade, un'allegria, un chiasso, uno strillo da levar di cervello! Branchi di monelli dappertutto. chi giocava alle noci, chi alle piastrelle, chi alla palla, chi andava in velocipede, chi sopra a un cavallino di legno; questi facevano a mosca-cieca, quegli altri si rincorrevano; altri, vestiti da pagliacci, mangiavano la stoppa accesa: chi recitava, chi cantava, chi faceva i salti mortali, chi si divertiva a camminare colle mani in terra e colle gambe in aria; chi mandava il cerchio, chi passeggiava vestito da generale coll'elmo di foglio e lo squadrone di cartapesta; chi rideva, chi urlava, chi chiamava, chi batteva le mani, chi fischiava, chi rifaceva il verso alla gallina quando ha fatto l'ovo; insomma un tal pandemonio, un tal passeraio, un tal baccano indiavolato, da doversi mettere il cotone negli orecchi per non rimanere assorditi. Su tutte le piazze si vedevano teatrini di tela, affollati di ragazzi dalla mattina alla sera, e su tutti i muri delle case si leggevano scritte col carbone delle bellissime cose come queste: Viva i balocci (invece di balocchi): non voglamo pi schole (invece di non vogliamo pi scuole): abbasso Larin Metica (invece di l'aritmetica) e altri fiori consimili. 
Pinocchio, Lucignolo e tutti gli altri ragazzi, che avevano fatto il viaggio coll'omino, appena ebbero messo il piede dentro la citt, si ficcarono subito in mezzo alla gran baraonda, e in pochi minuti, come  facile immaginarselo, diventarono gli amici di tutti. Chi pi felice, chi pi contento di loro? 
In mezzo ai continui spassi e agli svariati divertimenti, le ore, i giorni, le settimane, passavano come tanti baleni. 
- Oh! che bella vita! - diceva Pinocchio tutte le volte che per caso s'imbatteva in Lucignolo. 
- Vedi, dunque, se avevo ragione?... - ripigliava quest'ultimo. - E dire che tu non volevi partire! E pensare che t'eri messo in capo di tornartene a casa dalla tua Fata, per perdere il tempo a studiare!.... Se oggi ti sei liberato dalla noia dei libri e delle scuole, lo devi a me, ai miei consigli, alle mie premure, ne convieni? Non vi sono che i veri amici che sappiano rendere di questi grandi favori. 
-  vero, Lucignolo! Se oggi io sono un ragazzo veramente contento,  tutto merito tuo. E il maestro, invece, sai che cosa mi diceva, parlando di te? Mi diceva sempre: "Non praticare quella birba di Lucignolo perch Lucignolo  un cattivo compagno e non pu consigliarti altro che a far del male!...". 
- Povero maestro! - replic l'altro tentennando il capo. - Lo so purtroppo che mi aveva a noia e che si divertiva sempre a calunniarmi, ma io sono generoso e gli perdono! 
- Anima grande! - disse Pinocchio, abbracciando affettuosamente l'amico e dandogli un bacio in mezzo agli occhi. 
Intanto era gi da cinque mesi che durava questa bella cuccagna di baloccarsi e di divertirsi le giornate intere, senza mai vedere in faccia n un libro, n una scuola, quando una mattina Pinocchio, svegliandosi, ebbe, come si suol dire, una gran brutta sorpresa che lo messe proprio di malumore. 




CAPITOLO 32


A Pinocchio gli vengono gli orecchi di ciuco, e poi diventa un ciuchino vero e comincia a ragliare.


E questa sorpresa quale fu? 
Ve lo dir io, miei cari e piccoli lettori: la sorpresa fu che Pinocchio, svegliandosi, gli venne fatto naturalmente di grattarsi il capo; e nel grattarsi il capo si accorse... 
Indovinate un po' di che cosa si accorse? 
Si accorse con sua grandissima maraviglia che gli orecchi gli erano cresciuti pi d'un palmo. 
Voi sapete che il burattino, fin dalla nascita, aveva gli orecchi piccini piccini: tanto piccini che, a occhio nudo, non si vedevano neppure! Immaginatevi dunque come rest, quando si pot scorgere che i suoi orecchi, durante la notte, erano cos allungati, che parevano due spazzole di padule. 
And subito in cerca di uno specchio, per potersi vedere: ma non trovando uno specchio, emp d'acqua la catinella del lavamano, e specchiandovisi dentro, vide quel che non avrebbe mai voluto vedere: vide, cio, la sua immagine abbellita di un magnifico paio di orecchi asinini. 
Lascio pensare a voi il dolore, la vergogna e la disperazione del povero Pinocchio! 
Cominci a piangere, a strillare, a battere la testa nel muro: ma quanto pi si disperava, e pi i suoi orecchi crescevano, crescevano e diventavano pelosi verso la cima. Al rumore di quelle grida acutissime, entr nella stanza una bella Marmottina, che abitava il piano di sopra: la quale, vedendo il burattino in cos grandi smanie, gli domand premurosamente: 
- Che cos'hai, mio caro casigliano? 
- Sono malato, Marmottina mia, molto malato... e malato d'una malattia che mi fa paura! Te ne intendi tu del polso? 
- Un pochino. 
- Senti dunque se per caso avessi la febbre. 
La Marmottina alz la zampa destra davanti: e dopo aver tastato il polso di Pinocchio gli disse sospirando: 
- Amico mio, mi dispiace doverti dare una cattiva notizia!... 
- Cio? 
- Tu hai una gran brutta febbre!... 
- E che febbre sarebbe? 
-  la febbre del somaro. 
- Non la capisco questa febbre! - rispose il burattino, che l'aveva pur troppo capita. 
- Allora te la spiegher io, - soggiunse la Marmottina. - Sappi dunque che fra due o tre ore tu non sarai pi burattino, n un ragazzo... 
- E che cosa sar? 
- Fra due o tre ore, tu diventerai un ciuchino vero e proprio, come quelli che tirano il carretto e che portano i cavoli e l'insalata al mercato. 
- Oh! povero me! povero me! - grid Pinocchio pigliandosi con le mani tutt'e due gli orecchi, e tirandoli e strapazzandoli rabbiosamente, come se fossero gli orecchi di un altro. 
- Caro mio, - replic la Marmottina per consolarlo, - che cosa ci vuoi tu fare? Oramai  destino. Oramai  scritto nei decreti della sapienza, che tutti quei ragazzi svogliati che, pigliando a noia i libri, le scuole e i maestri, passano le loro giornate in balocchi, in giochi e in divertimenti, debbano finire prima o poi col trasformarsi in tanti piccoli somari. 
- Ma davvero  proprio cos? - domand singhiozzando il burattino. 
- Purtroppo  cos! E ora i pianti sono inutili. Bisognava pensarci prima! 
- Ma la colpa non  mia: la colpa, credilo, Marmottina,  tutta di Lucignolo!... 
- E chi  questo Lucignolo!... 
- Un mio compagno di scuola. Io volevo tornare a casa: io volevo essere ubbidiente: io volevo seguitare a studiare e a farmi onore... ma Lucignolo mi disse: "Perch vuoi annoiarti a studiare? perch vuoi andare alla scuola? Vieni piuttosto con me, nel Paese dei Balocchi: l non studieremo pi: l ci divertiremo dalla mattina alla sera e staremo sempre allegri". 
- E perch seguisti il consiglio di quel falso amico? di quel cattivo compagno? 
- Perch?... Perch, Marmottina mia, io sono un burattino senza giudizio... e senza cuore. Oh! se avessi avuto un zinzino di cuore, non avrei mai abbandonato quella buona Fata, che mi voleva bene come una mamma e che aveva fatto tanto per me!... e a quest'ora non sarei pi un burattino... ma sarei invece un ragazzino a modo, come ce n' tanti! Oh!... ma se incontro Lucignolo, guai a lui! Gliene voglio dire un sacco e una sporta! 
E fece l'atto di volere uscire. Ma quando fu sulla porta, si ricord che aveva gli orecchi d'asino, e vergognandosi di mostrarli al pubblico, che cosa invent?... Prese un gran berretto di cotone, e, ficcatoselo in testa, se lo ingozz fin sotto la punta del naso. 
Poi usc: e si dette a cercar Lucignolo dappertutto. Lo cerc nelle strade, nelle piazze, nei teatrini, in ogni luogo: ma non lo trov. Ne chiese notizia a quanti incontr per la via, ma nessuno l'aveva veduto. 
Allora and a cercarlo a casa: e arrivato alla porta buss 
- Chi ? - domand Lucignolo di dentro. 
- Sono io! - rispose il burattino. 
- Aspetta un poco, e ti aprir. 
Dopo mezz'ora la porta si apr: e figuratevi come rest Pinocchio quando, entrando nella stanza, vide il suo amico Lucignolo con un gran berretto di cotone in testa, che gli scendeva fin sotto il naso. 
Alla vista di quel berretto, Pinocchio sent quasi consolarsi e pens subito dentro di s: 
 Che l'amico sia malato della mia medesima malattia? Che abbia anche lui la febbre del ciuchino?...  
E facendo finta di non essersi accorto di nulla, gli domand sorridendo: 
- Come stai, mio caro Lucignolo? 
- Benissimo: come un topo in una forma di cacio parmigiano. 
- Lo dici proprio sul serio? 
- E perch dovrei dirti una bugia? 
- Scusami, amico: e allora perch tieni in capo codesto berretto di cotone che ti cuopre tutti gli orecchi? 
- Me l'ha ordinato il medico, perch mi sono fatto male a questo ginocchio. E tu, caro burattino, perch porti codesto berretto di cotone ingozzato fin sotto il naso? 
- Me l'ha ordinato il medico, perche mi sono sbucciato un piede. 
- Oh! povero Pinocchio!... 
- Oh! povero Lucignolo!... 
A queste parole tenne dietro un lunghissimo silenzio, durante il quale i due amici non fecero altro che guardarsi fra loro in atto di canzonatura. 
Finalmente il burattino, con una vocina melliflua e flautata, disse al suo compagno: 
- Levami una curiosit, mio caro Lucignolo: hai mai sofferto di malattia agli orecchi? 
- Mai!... E tu? 
- Mai! Per altro da questa mattina in poi ho un orecchio, che mi fa spasimare. 
- Ho lo stesso male anch'io. 
- Anche tu?... E qual  l'orecchio che ti duole? 
- Tutt'e due. E tu? 
- Tutt'e due. Che sia la medesima malattia? 
- Ho paura di s? 
- Vuoi farmi un piacere, Lucignolo? 
- Volentieri! Con tutto il cuore. 
- Mi fai vedere i tuoi orecchi? 
- Perch no? Ma prima voglio vedere i tuoi, caro Pinocchio. 
- No: il primo devi essere tu. 
- No, carino! Prima tu, e dopo io! 
- Ebbene, - disse allora il burattino, - facciamo un patto da buoni amici. 
- Sentiamo il patto. 
- Leviamoci tutt'e due il berretto nello stesso tempo: accetti? 
- Accetto. 
- Dunque attenti! 
E Pinocchio cominci a contare a voce alta: 
- Uno! Due! Tre! 
Alla parola tre! i due ragazzi presero i loro berretti di capo e li gettarono in aria. 
E allora avvenne una scena, che parrebbe incredibile, se non fosse vera. Avvenne, cio, che Pinocchio e Lucignolo, quando si videro colpiti tutt'e due dalla medesima disgrazia, invece di restar mortificati e dolenti, cominciarono ad ammiccarsi i loro orecchi smisuratamente cresciuti, e dopo mille sguaiataggini finirono col dare in una bella risata. 
E risero, risero, risero da doversi reggere il corpo: se non che, sul pi bello del ridere, Lucignolo tutt'a un tratto si chet, e barcollando e cambiando colore, disse all'amico: 
- Aiuto, aiuto, Pinocchio! 
- Che cos'hai? 
- Ohim. Non mi riesce pi di star ritto sulle gambe. 
- Non mi riesce pi neanche a me, - grid Pinocchio, piangendo e traballando. 
E mentre dicevano cos, si piegarono tutt'e due carponi a terra e, camminando con le mani e coi piedi, cominciarono a girare e a correre per la stanza. E intanto che correvano, i loro bracci diventarono zampe, i loro visi si allungarono e diventarono musi e le loro schiene si coprirono di un pelame grigiolino chiaro, brizzolato di nero. 
Ma il momento pi brutto per que' due sciagurati sapete quando fu? Il momento pi brutto e pi umiliante fu quello quando sentirono spuntarsi di dietro la coda. Vinti allora dalla vergogna e dal dolore, si provarono a piangere e a lamentarsi del loro destino. 
Non l'avessero mai fatto! Invece di gemiti e di lamenti, mandavano fuori dei ragli asinini: e ragliando sonoramente, facevano tutt'e due coro: j-a, j-a, j-a. 
In quel frattempo fu bussato alla porta, e una voce di fuori disse: 
- Aprite! Sono l'Omino, sono il conduttore del carro che vi port in questo paese. Aprite subito, o guai a voi! 



CAPITOLO 33


Diventato un ciuchino vero,  portato a vendere, e lo compra il direttore di una compagnia di pagliacci per insegnargli a ballare e a saltare i cerchi; ma una sera azzoppisce e allora lo ricompra un altro, per far con la sua pelle un tamburo.


Vedendo che la porta non si apriva, l'Omino la spalanc con un violentissimo calcio: ed entrato che fu nella stanza, disse col suo solito risolino a Pinocchio e a Lucignolo: 
- Bravi ragazzi! Avete ragliato bene, e io vi ho subito riconosciuti alla voce. E per questo eccomi qui. 
A tali parole, i due ciuchini rimasero mogi mogi, colla testa gi, con gli orecchi bassi e con la coda fra le gambe. 
Da principio l'Omino li lisci, li accarezz, li palpeggi: poi, tirata fuori la striglia, cominci a strigliarli perbene. 
E quando a furia di strigliarli, li ebbe fatti lustri come due specchi, allora messe loro la cavezza e li condusse sulla piazza del mercato, con la speranza di venderli e di beccarsi un discreto guadagno. 
E i compratori, difatti, non si fecero aspettare. 
Lucignolo fu comprato da un contadino, a cui era morto il somaro il giorno avanti, e Pinocchio fu venduto al direttore di una compagnia di pagliacci e di saltatori di corda, il quale lo compr per ammaestrarlo e per farlo poi saltare e ballare insieme con le altre bestie della compagnia. 
E ora avete capito, miei piccoli lettori, qual era il bel mestiere che faceva l'Omino? Questo brutto mostriciattolo, che aveva una fisionomia tutta latte e miele, andava di tanto in tanto con un carro a girare per il mondo: strada facendo raccoglieva con promesse e con moine tutti i ragazzi svogliati, che avevano a noia i libri e le scuole: e dopo averli caricati sul suo carro, li conduceva nel Paese dei Balocchi, perch passassero tutto il loro tempo in giochi, in chiassate e in divertimenti. Quando poi quei poveri ragazzi illusi, a furia di baloccarsi sempre e di non studiare mai, diventavano tanti ciuchini, allora tutto allegro e contento s'impadroniva di loro e li portava a vendere sulle fiere e sui mercati. E cos in pochi anni aveva fatto fior di quattrini ed era diventato milionario. 
Quel che accadesse di Lucignolo, non lo so: so, per altro, che Pinocchio and incontro fin dai primi giorni a una vita durissima e strapazzata. 
Quando fu condotto nella stalla, il nuovo padrone gli emp la greppia di paglia: ma Pinocchio, dopo averne assaggiata una boccata, la risput. 
Allora il padrone, brontolando, gli emp la greppia di fieno: ma neppure il fieno gli piacque. 
- Ah! non ti piace neppure il fieno? - grid il padrone imbizzito. - Lascia fare, ciuchino bello, che se hai dei capricci per il capo, penser io a levarteli!... 
E a titolo di correzione, gli affibbi subito una frustata nelle gambe. 
Pinocchio dal gran dolore, cominci a piangere e a ragliare, e ragliando, disse: 
- J-a, j-a, la paglia non la posso digerire!... 
- Allora mangia il fieno! - replic il padrone che intendeva benissimo il dialetto asinino. 
- J-a, j-a, il fieno mi fa dolere il corpo!... 
- Pretenderesti, dunque, che un somaro, par tuo, lo dovessi mantenere a petti di pollo e cappone in galantina? - soggiunse il padrone arrabbiandosi sempre pi e affibbiandogli una seconda frustata. 
A quella seconda frustata Pinocchio, per prudenza, si chet subito e non disse altro. 
Intanto la stalla fu chiusa e Pinocchio rimase solo: e perch erano molte ore che non aveva mangiato cominci a sbadigliare dal grande appetito. E, sbadigliando, spalancava una bocca che pareva un forno. 
Alla fine, non trovando altro nella greppia, si rassegn a masticare un po' di fieno: e dopo averlo masticato ben bene, chiuse gli occhi e lo tir gi. 
- Questo fieno non  cattivo, - poi disse dentro di s, - ma quanto sarebbe stato meglio che avessi continuato a studiare!... A quest'ora, invece di fieno, potrei mangiare un cantuccio di pan fresco e una bella fetta di salame!... Pazienza! 
La mattina dopo, svegliandosi, cerc subito nella greppia un altro po' di fieno; ma non lo trov perch l'aveva mangiato tutto nella notte. 
Allora prese una boccata di paglia tritata: ma in quel mentre che la masticava si dov accorgere che il sapore della paglia tritata non somigliava punto n al risotto alla milanese n ai maccheroni alla napoletana. 
- Pazienza! - ripet, continuando a masticare. - Che almeno la mia disgrazia possa servire di lezione a tutti i ragazzi disobbedienti e che non hanno voglia di studiare. Pazienza!... pazienza! 
- Pazienza un corno! - url il padrone, entrando in quel momento nella stalla. - Credi forse, mio bel ciuchino, ch'io ti abbia comprato unicamente per darti da bere e da mangiare? Io ti ho comprato perch tu lavori e perch tu mi faccia guadagnare molti quattrini. Su, dunque, da bravo! Vieni con me nel Circo, e l ti insegnera a saltare i cerchi, a rompere col capo le botti di foglio e a ballar il valzer e la polca, stando ritto sulle gambe di dietro. 
Il povero Pinocchio, per amore o per forza, dov imparare tutte queste bellissime cose; ma, per impararle, gli ci vollero tre mesi di lezioni, e molte frustate da levare il pelo. 
Venne finalmente il giorno, in cui il suo padrone pot annunziare uno spettacolo veramente straordinario. I cartelloni di vario colore, attaccati alle cantonate delle strade, dicevano cos: 
Quella sera, come potete figurarvelo, un'ora prima che cominciasse lo spettacolo, il teatro era pieno stipato. 
Non si trovava pi n un posto distinto, n un palco, nemmeno a pagarlo a peso d'oro. 
Le gradinate del Circo formicolavano di bambini, di bambine e di ragazzi di tutte le et, che avevano la febbre addosso per la smania di veder ballare il famoso ciuchino Pinocchio. 
Finita la prima parte dello spettacolo, il direttore della compagnia, vestito in giubba nera, calzoni bianchi a coscia e stivaloni di pelle fin sopra ai ginocchi, si present all'affollatissimo pubblico, e, fatto un grande inchino, recit con molta solennit il seguente spropositato discorso: 
 Rispettabile pubblico, cavalieri e dame! 
 L'umile sottoscritto essendo di passaggio per questa illustre metropolitana, ho voluto procrearmi l'onore nonch il piacere di presentare a questo intelligente e cospicuo uditorio un celebre ciuchino, che ebbe gi l'onore di ballare al cospetto di Sua Maest l'Imperatore di tutte le Corti principali d'Europa. 
 E col ringraziandoli, aiutateci della vostra animatrice presenza e compatiteci!  
Questo discorso fu accolto da molte risate e da molti applausi: ma gli applausi raddoppiarono e diventarono una specie di uragano alla comparsa del ciuchino Pinocchio in mezzo al Circo. Egli era tutto agghindato a festa. Aveva una briglia nuova di pelle lustra, con fibbie e borchie d'ottone; due camelie bianche agli orecchi; la criniera divisa in tanti riccioli legati con fiocchettini d'argento attraverso alla vita, e la coda tutta intrecciata con nastri di velluto amaranto e celeste. Era, insomma, un ciuchino da innamorare! 
Il direttore, nel presentarlo al pubblico, aggiunse queste parole: 
 Miei rispettabili auditori! Non star qui a farvi menzogne delle grandi difficolt da me soppressate per comprendere e soggiogare questo mammifero, mentre pascolava liberamente di montagna in montagna nelle pianure della zona torrida. Osservate, vi prego, quanta selvaggina trasudi da' suoi occhi, conciossiach essendo riusciti vanitosi tutti i mezzi per addomesticarlo al vivere dei quadrupedi civili, ho dovuto pi volte ricorrere all'affabile dialetto della frusta. Ma ogni mia gentilezza invece di farmi da lui benvolere, me ne ha maggiormente cattivato l'animo. Io per, seguendo il sistema di Galles, trovai nel suo cranio una piccola cartagine ossea che la stessa Facolt Medicea di Parigi riconobbe essere quello il bulbo rigeneratore dei capelli e della danza pirrica. E per questo io lo volli ammaestrare nel ballo nonch nei relativi salti dei cerchi e delle botti foderate di foglio. Ammiratelo, e poi giudicatelo! Prima per di prendere cognato da voi, permettete, o signori, che io v'inviti al diurno spettacolo di domani sera: ma nell'apoteosi che il tempo piovoso minacciasse acqua, allora lo spettacolo invece di domani sera, sar posticipato a domattina, alle ore undici antimeridiane del pomeriggio . 
E qui il direttore fece un'altra profondissima riverenza: quindi rivolgendosi a Pinocchio, gli disse: 
- Animo, Pinocchio!... Avanti di dar principio ai vostri esercizi, salutate questo rispettabile pubblico, cavalieri, dame e ragazzi! 
Pinocchio, ubbidiente, pieg subito i due ginocchi davanti, fino a terra, e rimase inginocchiato fino a tanto che il direttore, schioccando la frusta, non gli grid: 
- Al passo! 
Allora il ciuchino si rizz sulle quattro gambe, e cominci a girare intorno al Circo, camminando sempre di passo. 
Dopo un poco il direttore grido: 
- Al trotto! - e Pinocchio, ubbidiente al comando, cambi il passo in trotto. 
- Al galoppo!... - e Pinocchio stacc il galoppo. 
- Alla carriera! - e Pinocchio si dette a correre di gran carriera. 
Ma in quella che correva come un barbero, il direttore, alzando il braccio in aria, scaric un colpo di pistola. 
A quel colpo il ciuchino, fingendosi ferito, cadde disteso nel Circo, come se fosse moribondo davvero. 
Rizzatosi da terra, in mezzo a uno scoppio di applausi, d'urli e di battimani, che andavano alle stelle, gli venne naturalmente di alzare la testa e di guardare in su... e guardando, vide in un palco una bella signora, che aveva al collo una grossa collana d'oro, dalla quale pendeva un medaglione. 
Nel medaglione c'era dipinto il ritratto d'un burattino. 
- Quel ritratto  il mio!... quella signora  la Fata! - disse dentro di s Pinocchio, riconoscendola subito: e lasciandosi vincere dalla gran contentezza, si prov a gridare: 
- Oh Fatina mia! oh Fatina mia! 
Ma invece di queste parole, gli usc dalla gola un raglio cos sonoro e prolungato, che fece ridere tutti gli spettatori, e segnatamente tutti i ragazzi che erano in teatro. 
Allora il direttore, per insegnargli e per fargli intendere che non  buona creanza mettersi a ragliare in faccia al pubblico, gli di col manico della frusta una bacchettata sul naso. 
Il povero ciuchino, tirato fuori un palmo di lingua, dur a leccarsi il naso almeno cinque minuti, credendo forse cos di rasciugarsi il dolore che aveva sentito. 
Ma quale fu la sua disperazione quando, voltandosi in su una seconda volta, vide che il palco era vuoto e che la Fata era sparita!... 
Si sent come morire: gli occhi gli si empirono di lacrime e cominci a piangere dirottamente. Nessuno per se ne accorse e, meno degli altri, il direttore, il quale, anzi, schioccando la frusta, grid: 
- Da bravo, Pinocchio! Ora farete vedere a questi signori con quanta grazia sapete saltare i cerchi. 
Pinocchio si prov due o tre volte: ma ogni volta che arrivava davanti al cerchio, invece di attraversarlo, ci passava pi comodamente di sotto. Alla fine spicc un salto e l'attravers: ma le gambe di dietro gli rimasero disgraziatamente impigliate nel cerchio: motivo per cui ricadde in terra dall'altra parte tutto in un fascio. 
Quando si rizz, era azzoppito, e a malapena pot ritornare alla scuderia. 
- Fuori Pinocchio! Vogliamo il ciuchino! Fuori il ciuchino! - gridavano i ragazzi dalla platea, impietositi e commossi al tristissimo caso. 
Ma il ciuchino per quella sera non si fece rivedere. 
La mattina dopo il veterinario, ossia il medico delle bestie, quando l'ebbe visitato, dichiar che sarebbe rimasto zoppo per tutta la vita. 
Allora il direttore disse al suo garzone di stalla: 
- Che vuoi tu che mi faccia d'un somaro zoppo? Sarebbe un mangiapane a ufo. Portalo dunque in piazza e rivendilo. 
Arrivati in piazza, trovarono subito il compratore, il quale domand al garzone di stalla: 
- Quanto vuoi di cotesto ciuchino zoppo? 
- Venti lire. 
- Io ti do venti soldi. Non credere che io lo compri per servirmene: lo compro unicamente per la sua pelle. Vedo che ha la pelle molto dura, e con la sua pelle voglio fare un tamburo per la banda musicale del mio paese. 
Lascio pensare a voi, ragazzi, il bel piacere che fu per il povero Pinocchio, quando sent che era destinato a diventare un tamburo! 
Fatto sta che il compratore, appena pagati i venti soldi, condusse il ciuchino sopra uno scoglio ch'era sulla riva del mare; e messogli un sasso al collo e legatolo per una zampa con una fune che teneva in mano, gli di improvvisamente uno spintone e lo gett nell'acqua. 
Pinocchio, con quel macigno al collo, and subito a fondo; e il compratore, tenendo sempre stretta in mano la fune, si pose a sedere sullo scoglio, aspettando che il ciuchino avesse tutto il tempo di morire affogato, per poi levargli la pelle. 


CAPITOLO 34


Pinocchio, gettato in mare,  mangiato dai pesci e ritorna ed essere un burattino come prima; ma mentre nuota per salvarsi,  ingoiato dal terribile Pesce-cane.


Dopo cinquanta minuti che il ciuchino era sott'acqua, il compratore disse, discorrendo da s solo: 
- A quest'ora il mio povero ciuchino zoppo deve essere bell'affogato. Ritiriamolo dunque su, e facciamo con la sua pelle questo bel tamburo. 
E cominci a tirare la fune, con la quale lo aveva legato per una gamba: e tira, tira, tira, alla fine vide apparire a fior d'acqua... indovinate? Invece di un ciuchino morto, vide apparire a fior d'acqua un burattino vivo che scodinzolava come un'anguilla. 
Vedendo quel burattino di legno, il pover'uomo cred di sognare e rimase l intontito, a bocca aperta e con gli occhi fuori della testa. 
Riavutosi un poco dal suo primo stupore, disse piangendo e balbettando: 
- E il ciuchino che ho gettato in mare dov'? 
- Quel ciuchino son io! - rispose il burattino, ridendo. 
- Tu? 
- Io. 
- Ah! mariuolo! Pretenderesti forse burlarti di me? 
- Burlarmi di voi? Tutt'altro, caro padrone: io vi parlo sul serio. 
- Ma come mai tu, che poco fa eri un ciuchino, ora, stando nell'acqua sei diventato un burattino di legno?... 
- Sar effetto dell'acqua del mare. Il mare ne fa di questi scherzi. 
- Bada, burattino, bada!... Non credere di divertirti alle mie spalle. Guai a te, se mi scappa la pazienza. 
- Ebbene, padrone: volete sapere tutta la vera storia? Scioglietemi questa gamba e io ve la racconter. 
Quel buon pasticcione del compratore, curioso di conoscere la vera storia, gli sciolse subito il nodo della fune, che lo teneva legato: e allora Pinocchio, trovandosi libero come un uccello nell'aria prese a dirgli cos: 
- Sappiate dunque che io ero un burattino di legno come sono oggi: ma mi trovavo a tocco e non tocco di diventare un ragazzo, come in questo mondo ce n' tanti: se non che per la mia poca voglia di studiare e per dar retta ai cattivi compagni, scappai di casa... e un bel giorno, svegliandomi, mi trovai cambiato in un somaro con tanto di orecchi... e con tanto di coda!... Che vergogna fu quella per me!... Una vergogna, caro padrone, che Sant'Antonio benedetto non la faccia provare neppure a voi! Portato a vendere sul mercato degli asini, fui comprato dal Direttore di una compagnia equestre, il quale si messe in capo di far di me un gran ballerino e un gran saltatore di cerchi; ma una sera durante lo spettacolo, feci in teatro una brutta cascata, e rimasi zoppo da tutt'e due le gambe. Allora il direttore non sapendo che cosa farsi d'un asino zoppo, mi mand a rivendere, e voi mi avete comprato! 
- Pur troppo! E ti ho pagato venti soldi. E ora chi mi rende i miei poveri venti soldi? 
- E perch mi avete comprato? Voi mi avete comprato per fare con la mia pelle un tamburo!... un tamburo!... 
- Pur troppo!... E ora dove trover un'altra pelle? 
- Non vi date alla disperazione, padrone. Dei ciuchini ce n' tanti, in questo mondo! 
- Dimmi, monello impertinente: e la tua storia finisce qui? 
- No, - rispose il burattino, - ci sono altre due parole, e poi  finita. Dopo avermi comprato, mi avete condotto in questo luogo per uccidermi; ma poi, cedendo a un sentimento pietoso d'umanit, avete preferito di legarmi un sasso al collo e di gettarmi in fondo al mare. Questo sentimento di delicatezza vi onora moltissimo, e io ve ne serber eterna riconoscenza. Per altro, caro padrone, questa volta avete fatto i vostri conti senza la Fata... 
- E chi  questa Fata? 
- E la mia mamma, la quale somiglia a tutte quelle buone mamme, che vogliono un gran bene ai loro ragazzi e non li perdono mai d'occhio, e li assistono amorosamente in ogni disgrazia, anche quando questi ragazzi, per le loro scapataggini e per i loro cattivi portamenti, meriterebbero di essere abbandonati e lasciati in bala a se stessi. Dicevo, dunque, che la buona Fata, appena mi vide in pericolo di affogare, mand subito intorno a me un branco infinito di pesci, i quali credendomi davvero un ciuchino bell'e morto, cominciarono a mangiarmi! E che bocconi che facevano! Non avrei mai creduto che i pesci fossero pi ghiotti anche dei ragazzi! Chi mi mangi gli orecchi, chi mi mangi il muso, chi il collo e la criniera, chi la pelle delle zampe, chi la pelliccia della schiena.. e fra gli altri, vi fu un pesciolino cos garbato, che si degn perfino di mangiarmi la coda. 
- Da oggi in poi, - disse il compratore inorridito, - faccio giuro di non assaggiar pi carne di pesce. Mi dispiacerebbe troppo di aprire una triglia o un nasello fritto e di trovargli in corpo una coda di ciuco! 
- Io la penso come voi, - replic il burattino, ridendo. - Del resto, dovete sapere che quando i pesci ebbero finito di mangiarmi tutta quella buccia asinina, che mi copriva dalla testa ai piedi, arrivarono,- com' naturale, all'osso... o per dir meglio, arrivarono al legno, perch, come vedete, io son fatto di legno durissimo. Ma dopo dati i primi morsi, quei pesci ghiottoni si accorsero subito che il legno non era ciccia per i loro denti, e nauseati da questo cibo indigesto se ne andarono chi in qua chi in l, senza voltarsi nemmeno a dirmi grazie... Ed eccovi raccontato come qualmente voi, tirando su la fune, avete trovato un burattino vivo, invece d'un ciuchino morto. 
- Io mi rido della tua storia, - grid il compratore imbestialito. - Io so che ho speso venti soldi per comprarti, e rivoglio i miei quattrini. Sai che cosa far? Ti porter daccapo al mercato, e ti rivender a peso di legno stagionato per accendere il fuoco nel caminetto. 
- Rivendetemi pure: io sono contento, - disse Pinocchio. 
Ma nel dir cos, fece un bel salto e schizz in mezzo all'acqua. E nuotando allegramente e allontanandosi dalla spiaggia, gridava al povero compratore: 
- Addio, padrone; se avete bisogno di una pelle per fare un tamburo, ricordatevi di me. 
E poi rideva e seguitava a nuotare: e dopo un poco, rivoltandosi indietro, urlava pi forte: 
- Addio, padrone: se avete bisogno di un po' di legno stagionato, per accendere il caminetto, ricordatevi di me. 
Fatto sta che in un batter d'occhio si era tanto allontanato, che non si vedeva quasi pi: ossia, si vedeva solamente sulla superficie del mare un puntolino nero, che di tanto in tanto rizzava le gambe fuori dell'acqua e faceva capriole e salti, come un delfino in vena di buonumore. 
Intanto che Pinocchio nuotava alla ventura, vide in mezzo al mare uno scoglio che pareva di marmo bianco: e su in cima allo scoglio, una bella Caprettina che belava amorosamente e gli faceva segno di avvicinarsi. 
La cosa pi singolare era questa: che la lana della Caprettina, invece di esser bianca, o nera, o pallata di due colori, come quella delle altre capre, era invece turchina, ma d'un color turchino sfolgorante, che rammentava moltissimo i capelli della bella Bambina. 
Lascio pensare a voi se il cuore del povero Pinocchio cominci a battere pi forte! Raddoppiando di forza e di energia si di a nuotare verso lo scoglio bianco: ed era gi a mezza strada, quando ecco uscir fuori dall'acqua e venirgli incontro una orribile testa di mostro marino, con la bocca spalancata, come una voragine, e tre filari di zanne che avrebbero fatto paura anche a vederle dipinte. 
E sapete chi era quel mostro marino? 
Quel mostro marino era n pi n meno quel gigantesco Pesce-cane, ricordato pi volte in questa storia, e che per le sue stragi e per la sua insaziabile voracit, veniva soprannominato  l'Attila dei pesci e dei pescatori . 
Immaginatevi lo spavento del povero Pinocchio alla vista del mostro. Cerco di scansarlo, di cambiare strada: cerc di fuggire: ma quella immensa bocca spalancata gli veniva sempre incontro con la velocit di una saetta. 
- Affrttati, Pinocchio, per carit! - gridava belando la bella Caprettina. 
E Pinocchio nuotava disperatamente con le braccia, col petto, con le gambe e coi piedi. 
- Corri, Pinocchio, perch il mostro si avvicina! 
E Pinocchio, raccogliendo tutte le sue forze, raddoppiava di lena nella corsa. 
- Bada, Pinocchio!... il mostro ti raggiunge!... Eccolo!... Eccolo!... Affrttati per carit, o sei perduto! ... 
E Pinocchio a nuotar pi lesto che mai, e via, e via, e via, come andrebbe una palla di fucile. E gi era presso lo scoglio, e gi la Caprettina, spenzolandosi tutta sul mare, gli porgeva le sue zampine davanti per aiutarlo a uscire dall'acqua! 
Ma oramai era tardi! Il mostro lo aveva raggiunto: il mostro, tirando il fiato a s, si bevve il povero burattino, come avrebbe bevuto un uovo di gallina: e lo inghiott con tanta violenza e con tanta avidit, che Pinocchio, cascando gi in corpo al Pesce-cane, batt un colpo cos screanzato, da restarne sbalordito per un quarto d'ora. 
Quando ritorn in s da quello sbigottimento, non sapeva raccapezzarsi, nemmeno lui, in che mondo si fosse. Intorno a s c'era da ogni parte un gran buio: ma un buio cos nero e profondo, che gli pareva di essere entrato col capo in un calamaio pieno d'inchiostro. Stette in ascolto e non senti nessun rumore: solamente di tanto in tanto sentiva battersi nel viso alcune grandi buffate di vento. Da principio non sapeva intendere da dove quel vento uscisse: ma poi cap che usciva dai polmoni del mostro. Perch bisogna sapere che il Pesce-cane soffriva moltissimo d'asma, e quando respirava, pareva proprio che tirasse la tramontana. 
Pinocchio, sulle prime, s'ingegn di farsi un poco di coraggio: ma quand'ebbe la prova e la riprova di trovarsi chiuso in corpo al mostro marino allora cominci a piangere e a strillare: e piangendo diceva: 
- Aiuto! aiuto! Oh povero me! Non c' nessuno che venga a salvarmi? 
- Chi vuoi che ti salvi, disgraziato?... - disse in quel buio una vociaccia fessa di chitarra scordata. 
- Chi  che parla cos? - domand Pinocchio, sentendosi gelare dallo spavento. 
- Sono io! sono un povero Tonno, inghiottito dal Pesce-cane insieme con te. E tu che pesce sei? 
- Io non ho che vedere nulla coi pesci. Io sono un burattino. 
- E allora, se non sei un pesce, perch ti sei fatto inghiottire dal mostro? 
- Non son io, che mi son fatto inghiottire: gli  lui che mi ha inghiottito! Ed ora che cosa dobbiamo fare qui al buio?... 
- Rassegnarsi e aspettare che il Pesce-cane ci abbia digeriti tutt'e due!... 
- Ma io non voglio esser digerito! - url Pinocchio, ricominciando a piangere. 
- Neppure io vorrei esser digerito, - soggiunse il Tonno, - ma io sono abbastanza filosofo e mi consolo pensando che, quando si nasce Tonni, c' pi dignit a morir sott'acqua che sott'olio!... 
- Scioccherie! - grid Pinocchio. 
- La mia  un'opinione, - replic il Tonno, - e le opinioni, come dicono i Tonni politici, vanno rispettate! 
- Insomma... io voglio andarmene di qui... io voglio fuggire... 
- Fuggi, se ti riesce!... 
-  molto grosso questo Pesce-cane che ci ha inghiottiti? - domand il burattino. 
- Figrati che il suo corpo  pi lungo di un chilometro, senza contare la coda. 
Nel tempo che facevano questa conversazione al buio, parve a Pinocchio di veder lontan lontano una specie di chiarore. 
- Che cosa sar mai quel lumicino lontano lontano? - disse Pinocchio. 
- Sar qualche nostro compagno di sventura, che aspetter come noi il momento di esser digerito!.... 
- Voglio andare a trovarlo. Non potrebbe darsi il caso che fosse qualche vecchio pesce capace di insegnarmi la strada per fuggire? 
- Io te l'auguro di cuore, caro burattino. 
- Addio, Tonno. 
- Addio, burattino; e buona fortuna. 
- Dove ci rivedremo?... 
- Chi lo sa?...  meglio non pensarci neppure! 


CAPITOLO 35


Pinocchio ritrova in corpo al Pesce-cane... Chi ritrova? Leggete questo capitolo e lo saprete.


Pinocchio, appena che ebbe detto addio al suo buon amico Tonno, si mosse brancolando in mezzo a quel buio, e cominci a camminare a tastoni dentro il corpo del Pesce-cane, avviandosi un passo dietro l'altro verso quel piccolo chiarore che vedeva baluginare lontano lontano. 
E nel camminare sent che i suoi piedi sguazzavano in una pozzanghera d'acqua grassa e sdrucciolona, e quell'acqua sapeva di un odore cos acuto di pesce fritto che gli pareva di essere a mezza quaresima. 
E pi andava avanti, e pi il chiarore si faceva rilucente e distinto: finch, cammina cammina, alla fine arriv: e quando fu arrivato... che cosa trov? Ve lo do a indovinare in mille: trov una piccola tavola apparecchiata, con sopra una candela accesa infilata in una bottiglia di cristallo verde, e seduto a tavola un vecchiettino tutto bianco, come se fosse di neve o di panna montata, il quale se ne stava l biascicando alcuni pesciolini vivi, ma tanto vivi, che alle volte mentre li mangiava, gli scappavano perfino di bocca. 
A quella vista il povero Pinocchio ebbe un'allegrezza cos grande e cos inaspettata, che ci manc un'ette non cadesse in delirio. Voleva ridere, voleva piangere, voleva dire un monte di cose; e invece mugolava confusamente e balbettava delle parole tronche e sconclusionate. Finalmente gli riusc di cacciar fuori un grido di gioia e spalancando le braccia e gettandosi al collo del vecchietto, cominci a urlare: 
- Oh! babbino mio! finalmente vi ho ritrovato! Ora poi non vi lascio pi, mai pi, mai pi! 
- Dunque gli occhi mi dicono il vero? - replic il vecchietto stropicciandosi gli occhi, - Dunque tu se' proprio il mi' caro Pinocchio? 
- S, s, sono io, proprio io! E voi mi avete digi perdonato, non  vero? Oh! babbino mio, come siete buono!... e pensare che io, invece... Oh! ma se sapeste quante disgrazie mi son piovute sul capo e quante cose mi son andate per traverso! Figuratevi che il giorno che voi, povero babbino, col vendere la vostra casacca mi compraste l'Abbecedario per andare a scuola, io scappai a vedere i burattini, e il burattinaio mi voleva mettere sul fuoco perch gli cocessi il montone arrosto, che fu quello poi che mi dette cinque monete d'oro, perch le portassi a voi, ma io trovai la Volpe e il Gatto, che mi condussero all'osteria del Gambero Rosso dove mangiarono come lupi, e partito solo di notte incontrai gli assassini che si messero a corrermi dietro, e io via, e loro dietro, e io via e loro sempre dietro, e io via, finch m'impiccarono a un ramo della Quercia grande, dovecch la bella Bambina dai capelli turchini mi mand a prendere con una carrozzina, e i medici, quando m'ebbero visitato, dissero subito: "Se non  morto,  segno che  sempre vivo", e allora mi scapp detto una bugia, e il naso cominci a crescermi e non mi passava pi dalla porta di camera, motivo per cui andai con la Volpe e col Gatto a sotterrare le quattro monete d'oro, che una l'avevo spesa all'osteria, e il pappagallo si messe a ridere, e viceversa di duemila monete non trovai pi nulla, la quale il giudice quando seppe che ero stato derubato, mi fece subito mettere in prigione, per dare una soddisfazione ai ladri, di dove, col venir via, vidi un bel grappolo d'uva in un campo, che rimasi preso alla tagliola e il contadino di santa ragione mi messe il collare da cane perch facessi la guardia al pollaio, che riconobbe la mia innocenza e mi lasci andare, e il Serpente, colla coda che gli fumava, cominci a ridere e gli si strapp una vena sul petto e cos ritornai alla Casa della bella Bambina, che era morta, e il Colombo vedendo che piangevo mi disse: "Ho visto il tu' babbo che si fabbricava una barchettina per venirti a cercare", e io gli dissi: "Oh! se avessi l'ali anch'io", e lui mi disse: "Vuoi venire dal tuo babbo?", e io gli dissi: "Magari! ma chi mi ci porta", e lui mi disse: "Ti ci porto io", e io gli dissi: "Come?", e lui mi disse: "Montami sulla groppa", e cos abbiamo volato tutta la notte, e poi la mattina tutti i pescatori che guardavano verso il mare mi dissero: "C' un pover'uomo in una barchetta che sta per affogare", e io da lontano vi riconobbi subito, perch me lo diceva il core, e vi feci cenno di tornare alla spiaggia... 
- Ti riconobbi anch'io, - disse Geppetto, - e sarei volentieri tornato alla spiaggia: ma come fare? Il mare era grosso e un cavallone m'arrovesci la barchetta. Allora un orribile Pesce-cane che era l vicino, appena m'ebbe visto nell'acqua corse subito verso di me, e tirata fuori la lingua, mi prese pari pari, e m'inghiott come un tortellino di Bologna. 
- E quant' che siete chiuso qui dentro? - domand Pinocchio. 
- Da quel giorno in poi, saranno oramai due anni: due anni, Pinocchio mio, che mi son parsi due secoli! 
- E come avete fatto a campare? E dove avete trovata la candela? E i fiammiferi per accenderla, chi ve li ha dati? 
- Ora ti racconter tutto. Devi dunque sapere che quella medesima burrasca, che rovesci la mia barchetta, fece anche affondare un bastimento mercantile. I marinai si salvarono tutti, ma il bastimento col a fondo e il solito Pesce-cane, che quel giorno aveva un appetito eccellente, dopo aver inghiottito me, inghiott anche il bastimento... 
- Come? Lo inghiott tutto in un boccone?... - domand Pinocchio maravigliato. 
- Tutto in un boccone: e risput solamente l'albero maestro, perch gli era rimasto fra i denti come una lisca. Per mia gran fortuna, quel bastimento era carico di carne conservata in cassette di stagno, di biscotto, ossia di pane abbrostolito, di bottiglie di vino, d'uva secca, di cacio, di caff, di zucchero, di candele steariche e di scatole di fiammiferi di cera. Con tutta questa grazia di Dio ho potuto campare due anni: ma oggi sono agli ultimi sgoccioli: oggi nella dispensa non c' pi nulla, e questa candela, che vedi accesa,  l'ultima candela che mi sia rimasta... 
- E dopo?... 
- E dopo, caro mio, rimarremo tutt'e due al buio. 
- Allora, babbino mio, - disse Pinocchio, - non c' tempo da perdere. Bisogna pensar subito a fuggire... 
- A fuggire?... e come? 
- Scappando dalla bocca del Pesce-cane e gettandosi a nuoto in mare. 
- Tu parli bene: ma io, caro Pinocchio, non so nuotare. 
- E che importa?... Voi mi monterete a cavalluccio sulle spalle e io, che sono un buon nuotatore, vi porter sano e salvo fino alla spiaggia. 
- Illusioni, ragazzo mio! - replic Geppetto, scotendo il capo e sorridendo malinconicamente. - Ti par egli possibile che un burattino, alto appena un metro, come sei tu, possa aver tanta forza da portarmi a nuoto sulle spalle? 
- Provatevi e vedrete! A ogni modo, se sar scritto in cielo che dobbiamo morire, avremo almeno la gran consolazione di morire abbracciati insieme. 
E senza dir altro, Pinocchio prese in mano la candela, e andando avanti per far lume, disse al suo babbo: 
- Venite dietro a me, e non abbiate paura. E cos camminarono un bel pezzo, e traversarono tutto il corpo e tutto lo stomaco del Pesce-cane. Ma giunti che furono al punto dove cominciava la gran gola del mostro, pensarono bene di fermarsi per dare un'occhiata e cogliere il momento opportuno alla fuga. 
Ora bisogna sapere che il Pesce-cane, essendo molto vecchio e soffrendo d'asma e di palpitazione di cuore, era costretto a dormir a bocca aperta: per cui Pinocchio, affacciandosi al principio della gola e guardando in su, pot vedere al di fuori di quell'enorme bocca spalancata un bel pezzo di cielo stellato e un bellissimo lume di luna. 
- Questo  il vero momento di scappare, - bisbigli allora voltandosi al suo babbo. - Il Pescecane dorme come un ghiro: il mare  tranquillo e ci si vede come di giorno. Venite dunque, babbino, dietro a me e fra poco saremo salvi. 
Detto fatto, salirono su per la gola del mostro marino, e arrivati in quell'immensa bocca cominciarono a camminare in punta di piedi sulla lingua; una lingua cos larga e cos lunga, che pareva il viottolone d'un giardino. E gi stavano l l per fare il gran salto e per gettarsi a nuoto nel mare, quando, sul pi bello, il Pesce-cane starnut, e nello starnutire, dette uno scossone cos violento, che Pinocchio e Geppetto si trovarono rimbalzati all'indietro e scaraventati novamente in fondo allo stomaco del mostro. 
Nel grand'urto della caduta la candela si spense, e padre e figliuolo rimasero al buio. 
- E ora?... - domand Pinocchio facendosi serio. 
- Ora ragazzo mio, siamo bell'e perduti. 
- Perch perduti? Datemi la mano, babbino, e badate di non sdrucciolare!... 
- Dove mi conduci? 
- Dobbiamo ritentare la fuga. Venite con me e non abbiate paura. 
Ci detto, Pinocchio prese il suo babbo per la mano: e camminando sempre in punta di piedi, risalirono insieme su per la gola del mostro: poi traversarono tutta la lingua e scavalcarono i tre filari di denti. Prima per di fare il gran salto, il burattino disse al suo babbo: 
- Montatemi a cavalluccio sulle spalle e abbracciatemi forte forte. Al resto ci penso io. 
Appena Geppetto si fu accomodato per bene sulle spalle del figliuolo, Pinocchio, sicurissimo del fatto suo, si gett nell'acqua e cominci a nuotare. Il mare era tranquillo come un olio: la luna splendeva in tutto il suo chiarore e il Pesce-cane seguitava a dormire di un sonno cos profondo, che non l'avrebbe svegliato nemmeno una cannonata. 


CAPITOLO 36


Finalmente Pinocchio cessa d'essere un burattino e diventa un ragazzo.


Mentre Pinocchio nuotava alla svelta per raggiungere la spiaggia, si accorse che il suo babbo, il quale gli stava a cavalluccio sulle spalle e aveva le gambe mezze nell'acqua, tremava fitto fitto, come se al pover'uomo gli battesse la febbre terzana. 
Tremava di freddo o di paura? Chi lo sa? Forse un po' dell'uno e un po' dell'altro. Ma Pinocchio, credendo che quel tremito fosse di paura, gli disse per confortarlo: 
- Coraggio babbo! Fra pochi minuti arriveremo a terra e saremo salvi. 
- Ma dov' questa spiaggia benedetta? - domand il vecchietto diventando sempre pi inquieto, e appuntando gli occhi, come fanno i sarti quando infilano l'ago. - Eccomi qui, che guardo da tutte le parti, e non vedo altro che cielo e mare. 
- Ma io vedo anche la spiaggia, - disse il burattino. - Per vostra regola io sono come i gatti: ci vedo meglio di notte che di giorno. 
Il povero Pinocchio faceva finta di essere di buonumore: ma invece... Invece cominciava a scoraggiarsi: le forze gli scemavano, il suo respiro diventava grosso e affannoso... insomma non ne poteva pi, la spiaggia era sempre lontana. 
Nuot finch ebbe fiato: poi si volt col capo verso Geppetto, e disse con parole interrotte: 
- Babbo mio, aiutatemi... perch io muoio! E il padre e il figliuolo erano oramai sul punto di affogare, quando udirono una voce di chitarra scordata che disse: 
- Chi  che muore? 
- Sono io e il mio povero babbo!... 
- Questa voce la riconosco! Tu sei Pinocchio!... 
- Preciso: e tu? 
- Io sono il Tonno, il tuo compagno di prigionia in corpo al Pesce-cane. 
- E come hai fatto a scappare? 
- Ho imitato il tuo esempio. Tu sei quello che mi hai insegnato la strada, e dopo te, sono fuggito anch'io. 
- Tonno mio, tu cpiti proprio a tempo! Ti prego per l'amor che porti ai Tonnini tuoi figliuoli: aiutaci, o siamo perduti. 
- Volentieri e con tutto il cuore. Attaccatevi tutt'e due alla mia coda, e lasciatevi guidare. In quattro minuti vi condurr alla riva. 
Geppetto e Pinocchio, come potete immaginarvelo accettarono subito l'invito: ma invece di attaccarsi alla coda, giudicarono pi comodo di mettersi addirittura a sedere sulla groppa del Tonno. 
- Siamo troppo pesi?... - gli domand Pinocchio. 
- Pesi? Neanche per ombra; mi par di avere addosso due gusci di conchiglia, - rispose il Tonno, il quale era di una corporatura cos grossa e robusta, da parere un vitello di due anni. 
Giunti alla riva, Pinocchio salt a terra il primo, per aiutare il suo babbo a fare altrettanto; poi si volt al Tonno, e con voce commossa gli disse: 
- Amico mio, tu hai salvato il mio babbo! Dunque non ho parole per ringraziarti abbastanza! Permetti almeno che ti dia un bacio in segno di riconoscenza eterna!... 
Il Tonno cacci il muso fuori dall'acqua, e Pinocchio, piegandosi coi ginocchi a terra, gli pos un affettuosissimo bacio sulla bocca. A questo tratto di spontanea e vivissima tenerezza, il povero Tonno, che non c'era avvezzo, si sent talmente commosso, che vergognandosi a farsi veder piangere come un bambino, ricacci il capo sott'acqua e spari. 
Intanto s'era fatto giorno. 
Allora Pinocchio, offrendo il suo braccio a Geppetto, che aveva appena il fiato di reggersi in piedi, gli disse: 
- Appoggiatevi pure al mio braccio, caro babbino, e andiamo. Cammineremo pian pianino come le formicole, e quando saremo stanchi ci riposeremo lungo la via. 
- E dove dobbiamo andare? - domand Geppetto. 
- In cerca di una casa o d'una capanna, dove ci diano per carit un boccon di pane e un po' di paglia che ci serva da letto. 
Non avevano ancora fatti cento passi, che videro seduti sul ciglione della strada due brutti ceffi, i quali stavano l in atto di chiedere l'elemosina. 
Erano il Gatto e la Volpe: ma non si riconoscevano pi da quelli d'una volta. Figuratevi che il Gatto, a furia di fingersi cieco, aveva finito coll'accecare davvero: e la Volpe invecchiata, intignata e tutta perduta da una parte, non aveva pi nemmeno la coda. Cos . Quella trista ladracchiola, caduta nella pi squallida miseria, si trov costretta un bel giorno a vendere perfino la sua bellissima coda a un merciaio ambulante, che la compr per farsene uno scacciamosche. 
- O Pinocchio, - grid la Volpe con voce di piagnisteo, - fai un po' di carit a questi due poveri infermi. 
- Infermi! - ripet il Gatto. 
- Addio, mascherine! - rispose il burattino. - Mi avete ingannato una volta, e ora non mi ripigliate pi. 
- Credilo, Pinocchio, che oggi siamo poveri e disgraziati davvero! 
- Davvero! - ripet il Gatto. 
- Se siete poveri, ve lo meritate. Ricordatevi del proverbio che dice: "I quattrini rubati non fanno mai frutto". Addio, mascherine! 
- Abbi compassione di noi!... 
- Di noi!... 
- Addio, mascherine! Ricordatevi del proverbio che dice: "La farina del diavolo va tutta in crusca". 
- Non ci abbandonare!... 
- ...are! - ripet il Gatto. 
- Addio, mascherine! Ricordatevi del proverbio che dice: "Chi ruba il mantello al suo prossimo, per il solito muore senza camicia". 
E cos dicendo, Pinocchio e Geppetto seguitarono tranquillamente per la loro strada: finch, fatti altri cento passi, videro in fondo a una viottola in mezzo ai campi una bella capanna tutta di paglia, e col tetto coperto d'embrici e di mattoni. 
- Quella capanna dev'essere abitata da qualcuno, - disse Pinocchio. - Andiamo l e bussiamo. 
Difatti andarono, e bussarono alla porta. 
- Chi ? - disse una vocina di dentro. 
- Siamo un povero babbo e un povero figliuolo, senza pane e senza tetto, - rispose il burattino. 
- Girate la chiave, e la porta si aprir, - disse la solita vocina. 
Pinocchio gir la chiave, e la porta si apri. Appena entrati dentro, guardarono di qua, guardarono di l, e non videro nessuno. 
- O il padrone della capanna dov'? - disse Pinocchio maravigliato. 
- Eccomi quass! 
Babbo e figliuolo si voltarono subito verso il soffitto, e videro sopra un travicello il Grillo-parlante 
- Oh! mio caro Grillino, - disse Pinocchio salutandolo garbatamente. 
- Ora mi chiami il "tuo caro Grillino", non  vero? Ma ti rammenti di quando, per scacciarmi di casa tua, mi tirasti un martello di legno?... 
- Hai ragione, Grillino! Scaccia anche me... tira anche a me un martello di legno: ma abbi piet del mio povero babbo... 
- Io avr piet del babbo e anche del figliuolo: ma ho voluto rammentarti il brutto garbo ricevuto, per insegnarti che in questo mondo, quando si pu, bisogna mostrarsi cortesi con tutti, se vogliamo esser ricambiati con pari cortesia nei giorni del bisogno. 
- Hai ragione, Grillino, hai ragione da vendere e io terr a mente la lezione che mi hai data. Ma mi dici come hai fatto a comprarti questa bella capanna? 
- Questa capanna mi  stata regalata ieri da una graziosa capra, che aveva la lana d'un bellissimo colore turchino. 
- E la capra dov' andata? - 
- Non lo so. 
- E quando ritorner?... - domand Pinocchio, con vivissima curiosit. 
- Non ritorner mai. Ieri  partita tutta afflitta, e, belando, pareva che dicesse: "Povero Pinocchio... oramai non lo rivedr pi... il Pesce-cane a quest'ora l'avr bell'e divorato!...". 
- Ha detto proprio cos?... Dunque era lei!... era lei!... era la mia cara Fatina!... - cominci a urlare Pinocchio, singhiozzando e piangendo dirottamente. 
Quand'ebbe pianto ben bene, si rasciug gli occhi e, preparato un buon lettino di paglia, vi distese sopra il vecchio Geppetto. Poi domand al Grillo-parlante: 
- Dimmi, Grillino: dove potrei trovare un bicchiere di latte per il mio povero babbo? 
- Tre campi distante di qui c' l'ortolano Giangio, che tiene le mucche. Va' da lui e troverai il latte, che cerchi. 
Pinocchio and di corsa a casa dell'ortolano Giangio; ma l'ortolano gli disse: 
- Quanto ne vuoi del latte? 
- Ne voglio un bicchiere pieno. 
- Un bicchiere di latte costa un soldo. Comincia intanto dal darmi il soldo. 
- Non ho nemmeno un centesimo, - rispose Pinocchio tutto mortificato e dolente. 
- Male, burattino mio, - replic l'ortolano. - Se tu non hai nemmeno un centesimo, io non ho nemmeno un dito di latte. 
- Pazienza! - disse Pinocchio e fece l'atto di andarsene. 
- Aspetta un po', - disse Giangio. - Fra te e me ci possiamo accomodare. Vuoi adattarti a girare il bindolo? 
- Che cos' il bindolo? 
- Gli  quell'ordigno di legno, che serve a tirar su l'acqua dalla cisterna, per annaffiare gli ortaggi. 
- Mi prover... 
- Dunque, tirami su cento secchie d'acqua e io ti regaler in compenso un bicchiere di latte. 
- Sta bene. 
Giangio condusse il burattino nell'orto e gl'insegn la maniera di girare il bindolo. Pinocchio si pose subito al lavoro; ma prima di aver tirato su le cento secchie d'acqua, era tutto grondante di sudore dalla testa ai piedi. Una fatica a quel modo non l'aveva durata mai. 
- Finora questa fatica di girare il bindolo, - disse l'ortolano, - l'ho fatta fare al mio ciuchino: ma oggi quel povero animale  in fin di vita. 
- Mi menate a vederlo? - disse Pinocchio. 
- Volentieri. 
Appena che Pinocchio fu entrato nella stalla vide un bel ciuchino disteso sulla paglia, rifinito dalla fame e dal troppo lavoro. 
Quando l'ebbe guardato fisso fisso, disse dentro di s, turbandosi: 
- Eppure quel ciuchino lo conosco! Non mi  fisonomia nuova! 
E chinatosi fino a lui, gli domand in dialetto asinino: 
- Chi sei? 
A questa domanda, il ciuchino apri gli occhi moribondi, e rispose balbettando nel medesimo dialetto: 
- Sono Lu...ci...gno...lo. 
E dopo richiuse gli occhi e spir. 
- Oh! povero Lucignolo! - disse Pinocchio a mezza voce: e presa una manciata di paglia, si rasciug una lacrima che gli colava gi per il viso. 
- Ti commovi tanto per un asino che non ti costa nulla? - disse l'ortolano. - Che cosa dovrei far io che lo comprai a quattrini contanti? 
- Vi dir... era un mio amico!... 
- Tuo amico? 
- Un mio compagno di scuola!... 
- Come?! - url Giangio dando in una gran risata. - Come?! avevi dei somari per compagni di scuola!... Figuriamoci i belli studi che devi aver fatto!... 
Il burattino, sentendosi mortificato da quelle parole, non rispose: ma prese il suo bicchiere di latte quasi caldo, e se ne torn alla capanna. 
E da quel giorno in poi, continu pi di cinque mesi a levarsi ogni mattina, prima dell'alba, per andare a girare il bindolo, e guadagnare cos quel bicchiere di latte, che faceva tanto bene alla salute cagionosa del suo babbo. N si content di questo: perch a tempo avanzato, impar a fabbricare anche i canestri e i panieri di giunco: e coi quattrini che ne ricavava, provvedeva con moltissimo giudizio a tutte le spese giornaliere. Fra le altre cose, costru da s stesso un elegante carrettino per condurre a spasso il suo babbo alle belle giornate, e per fargli prendere una boccata d'aria. 
Nelle veglie poi della sera, si esercitava a leggere e a scrivere. Aveva comprato nel vicino paese per pochi centesimi un grosso libro, al quale mancavano il frontespizio e l'indice, e con quello faceva la sua lettura. Quanto allo scrivere, si serviva di un fuscello temperato a uso penna; e non avendo n calamaio n inchiostro, lo intingeva in una boccettina ripiena di sugo di more e di ciliege. 
Fatto sta, che con la sua buona volont d'ingegnarsi, di lavorare e di tirarsi avanti, non solo era riuscito a mantenere quasi agiatamente il suo genitore sempre malaticcio, ma per di pi aveva potuto mettere da parte anche quaranta soldi per comprarsi un vestitino nuovo. 
Una mattina disse a suo padre: 
- Vado qui al mercato vicino, a comprarmi una giacchettina, un berrettino e un paio di scarpe. Quando torner a casa, - soggiunse ridendo, - sar vestito cos bene, che mi scambierete per un gran signore. 
E uscito di casa, cominci a correre tutto allegro e contento. Quando a un tratto sent chiamarsi per nome: e voltandosi, vide una bella Lumaca che sbucava fuori della siepe. 
- Non mi riconosci? - disse la Lumaca. 
- Mi pare e non mi pare... 
- Non ti ricordi di quella Lumaca, che stava per cameriera con la Fata dai capelli turchini? Non ti rammenti di quella volta, quando scesi a farti lume e che tu rimanesti con un piede confitto nell'uscio di casa? 
- Mi rammento di tutto, - grid Pinocchio. - Rispondimi subito, Lumachina bella: dove hai lasciato la mia buona Fata? che fa? mi ha perdonato? si ricorda sempre di me? mi vuol sempre bene?  molto lontana da qui? potrei andare a trovarla? 
A tutte queste domande fatte precipitosamente e senza ripigliar fiato, la Lumaca rispose con la sua solita flemma: 
- Pinocchio mio! La povera Fata giace in un fondo di letto allo spedale!... 
- Allo spedale?... 
- Pur troppo! Colpita da mille disgrazie, si  gravemente ammalata e non ha pi da comprarsi un boccon di pane. 
- Davvero?... Oh! che gran dolore che mi hai dato! Oh! povera Fatina! povera Fatina! povera Fatina!... Se avessi un milione, correrei a portarglielo... Ma io non ho che quaranta soldi... eccoli qui: andavo giusto a comprarmi un vestito nuovo. Prendili, Lumaca, e va' a portarli subito alla mia buona Fata. 
- E il tuo vestito nuovo?... 
- Che m'importa del vestito nuovo? Venderei anche questi cenci che ho addosso, per poterla aiutare! Va', Lumaca, spcciati: e fra due giorni ritorna qui, che spero di poterti dare qualche altro soldo. Finora ho lavorato per mantenere il mio babbo: da oggi in l, lavorer cinque ore di pi per mantenere anche la mia buona mamma. Addio, Lumaca, e fra due giorni ti aspetto. 
La Lumaca, contro il suo costume, cominci a correre come una lucertola nei grandi solleoni d'agosto. 
Quando Pinocchio torn a casa, il suo babbo gli domand: 
- E il vestito nuovo? 
- Non m' stato possibile di trovarne uno che mi tornasse bene. Pazienza!... Lo comprer un'altra volta. 
Quella sera Pinocchio, invece di vegliare flno alle dieci, vegli fino alla mezzanotte suonata; e invece di far otto canestre di giunco ne fece sedici. 
Poi and a letto e si addorment. E nel dormire, gli parve di vedere in sogno la Fata, tutta bella e sorridente, la quale, dopo avergli dato un bacio, gli disse cos. 
- Bravo Pinocchio! In grazia del tuo buon cuore, io ti perdono tutte le monellerie che hai fatto fino a oggi. I ragazzi che assistono amorosamente i propri genitori nelle loro miserie e nelle loro infermit, meritano sempre gran lode e grande affetto, anche se non possono esser citati come modelli d'ubbidienza e di buona condotta. Metti giudizio per l'avvenire, e sarai felice. 
A questo punto il sogno fin, e Pinocchio si svegli con tanto d'occhi spalancati. 
Ora immaginatevi voi quale fu la sua maraviglia quando, svegliandosi, si accorse che non era pi un burattino di legno: ma che era diventato, invece, un ragazzo come tutti gli altri. Dette un'occhiata all'intorno e invece delle solite pareti di paglia della capanna, vide una bella camerina ammobiliata e agghindata con una semplicit quasi elegante. Saltando gi dal letto, trov preparato un bel vestiario nuovo, un berretto nuovo e un paio di stivaletti di pelle, che gli tornavano una vera pittura. 
Appena si fu vestito gli venne fatto naturalmente di mettere la mani nelle tasche e tir fuori un piccolo portamonete d'avorio, sul quale erano scritte queste parole:  La Fata dai capelli turchini restituisce al suo caro Pinocchio i quaranta soldi e lo ringrazia tanto del suo buon cuore . Aperto il portamonete, invece dei quaranta soldi di rame, vi luccicavano quaranta zecchini d'oro, tutti nuovi di zecca. 
Dopo and a guardarsi allo specchio, e gli parve d'essere un altro. Non vide pi riflessa la solita immagine della marionetta di legno, ma vide l'immagine vispa e intelligente di un bel fanciullo coi capelli castagni, cogli occhi celesti e con un'aria allegra e festosa come una pasqua di rose. 
In mezzo a tutte queste meraviglie, che si succedevano le une alle altre, Pinocchio non sapeva pi nemmeno lui se era desto davvero o se sognava sempre a occhi aperti. 
- E il mio babbo dov'? - grid tutt'a un tratto: ed entrato nella stanza accanto trov il vecchio Geppetto sano, arzillo e di buonumore, come una volta, il quale, avendo ripreso subito la sua professione d'intagliatore in legno, stava appunto disegnando una bellissima cornice ricca di fogliami, di fiori e di testine di diversi animali. 
- Levatemi una curiosit, babbino: ma come si spiega tutto questo cambiamento improvviso? - gli domand Pinocchio saltandogli al collo e coprendolo di baci. 
- Questo improvviso cambiamento in casa nostra  tutto merito tuo, - disse Geppetto. 
- Perch merito mio?... 
- Perch quando i ragazzi, di cattivi diventano buoni, hanno la virt di far prendere un aspetto nuovo e sorridente anche all'interno delle loro famiglie. 
- E il vecchio Pinocchio di legno dove si sar nascosto? 
- Eccolo l, - rispose Geppetto; e gli accenn un grosso burattino appoggiato a una seggiola, col capo girato sur una parte, con le braccia ciondoloni e con le gambe incrocicchiate e ripiegate a mezzo, da parere un miracolo se stava ritto. 
Pinocchio si volt a guardarlo; e dopo che l'ebbe guardato un poco, disse dentro di s con grandissima compiacenza: 
- Com'ero buffo, quand'ero un burattino!... e come ora son contento di essere diventato un ragazzino perbene!... 


